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Modifica all'articolo 2 della legge 15 dicembre 1999, n. 482, in materia di tutela delle minoranze linguistiche storiche. Onorevoli Senatori . – Nell'Italia democratica si è manifestata una lunga assenza di attenzione legislativa in materia linguistica. Sono state emanate poche leggi, per lo più a livello locale, senza che in generale vi fosse un indirizzo politico specifico. La Costituzione della Repubblica italiana, entrata in vigore nel 1948, non indica l'italiano come lingua ufficiale della Repubblica. Un chiaro riferimento alla questione linguistica nel testo costituzionale, in verità, si trova nell'articolo 6 ed è attinente alle minoranze linguistiche: « La Repubblica tutela con apposite norme le minoranze linguistiche ». Questo articolo fu pensato dai padri costituenti, anche per ribadire l'inversione di tendenza rispetto agli anni passati durante i quali, a partire dall'unità d'Italia, la politica linguistica verso le minoranze fu caratterizzata da trascuratezza, indifferenza, omissioni, quando non da atti di esplicita avversione e repressione come durante il fascismo. Ed è proprio a questo articolo della nostra Costituzione che noi oggi ci appelliamo e che è di fondamentale importanza per la salvaguardia delle diversità linguistiche. Diversità che viene legittimata sempre da altri due articoli della Costituzione: l'articolo 3, che fa della pari dignità della lingua usata dai cittadini una parte essenziale dell'eguaglianza sociale, e l'articolo 21, primo comma, che stabilisce che la libertà di espressione verbale e non verbale è un diritto di ciascuno. La normativa riguardante le lingue rimase poi immutata per quasi cinquant'anni e si dovette attendere fino alla legge 15 dicembre 1999, n. 482, emanata anche per adeguare la legislazione italiana alle direttive dell'Europa che già nel 1992 aveva emesso la Carta europea delle lingue regionali o minoritarie e, nel 1995, la Convenzione-quadro per la protezione delle minoranze nazionali stilata dal Consiglio d'Europa. Commentava il linguista Tullio De Mauro (1932-2017) in un rapporto inserito nella documentazione per le Commissioni parlamentari a supporto della discussione circa le proposte di legge sulle minoranze linguistiche nella VIII Legislatura: « I trent'anni successivi alla Costituzione hanno seguito un corso diverso da quello che gli articoli 3, 6, 21 potevano lasciare sperare. Lo Stato italiano, più che agire nel senso della attiva tutela dei diritti linguistici dei cittadini, se la è lasciata imporre là dove obblighi internazionali la rendevano per così dire ineluttabile. Al modello della attiva snazionalizzazione fascista, dell'italianizzazione forzosa e forzata, si è sostituito di fatto il modello dell'omologazione capitalistica, debolmente programmata e poco o niente considerata nei suoi effetti ». La legge n. 482 del 1999, recante « Norme in materia di tutela delle minoranze linguistiche storiche », rappresenta, comunque, il principale testo legislativo emesso dal Parlamento sul riconoscimento delle minoranze linguistiche e sul loro ordinamento rispetto alla lingua ufficiale. In particolare, definisce norme generali valide per tutto il territorio nazionale e fissa precisamente le lingue minoritarie riconosciute dallo Stato, costruendo una categoria ritenuta meritevole di particolari forme di valorizzazione. Nell'articolo 1 – in cui l'italiano viene riconosciuto per la prima volta come lingua ufficiale della Repubblica italiana – si dichiara che « la Repubblica, che valorizza il patrimonio linguistico e culturale della lingua italiana, promuove altresì la valorizzazione delle lingue e delle culture tutelate dalla presente legge ». Nel testo è evidenziato altresì che, oltre all'italiano, vengono valorizzate le lingue elencate all'articolo 2, sicché « [...] la Repubblica tutela la lingua e la cultura delle popolazioni albanesi, catalane, germaniche, greche, slovene e croate e di quelle parlanti il francese, il franco-provenzale, il friulano, il ladino, l'occitano e il sardo ». Ed è proprio questo l'articolo di cui si propone con decisione la modifica, aggiungendo dopo le parole « croate e » le parole « delle comunità galloitaliche della Sicilia, nonché ». Si tratta di un punto particolarmente controverso, dal momento che, in linea di principio, le definizioni e le classificazioni di lingua minoritaria sono accreditate solo al sardo, al friulano o al ladino e alle altre poche sopra elencate. Senza negare il ruolo plurisecolare della lingua e della cultura italiane nelle varie regioni, sarebbe più corretto e ammissibile prendere atto dell'esistenza in Italia di un numero di culture e di idiomi minoritari non riconosciuti e non tutelati che spesso comunemente definiamo « dialetti ». Certamente, la legge n. 482 si apre colmando una mancanza costituzionale ma creando, altresì, quella che si potrebbe definire da subito una discriminazione linguistica. Una lingua minoritaria (o lingua di minoranza), infatti, è un sistema linguistico che deve rispondere a tre requisiti: a) che sia utilizzato presso una o più comunità o gruppi parlanti all'interno di una determinata entità politico-amministrativa; b) che sia diverso dalla lingua ufficiale e nazionale comune dell'entità politico-amministrativa di cui l'area in questione fa parte; c) che sia parlato da una minoranza della popolazione di questa entità politico-amministrativa. Ecco perché i criteri per tale categorizzazione sono estendibili anche al galloitalico di Sicilia. Nella legge n. 482 sono specificati i diritti concessi alle minoranze linguistiche riconosciute, quali ad esempio: l'insegnamento della lingua di minoranza anche nelle scuole primarie e secondarie di primo grado e nelle scuole secondarie di secondo grado, in base agli accordi sull'autonomia scolastica (articolo 4); la promozione di progetti nazionali e locali nel campo dello studio delle lingue e delle tradizioni culturali (articolo 5); la ricerca scientifica e le attività culturali nelle istituzioni universitarie (articolo 6); l'istituzione di un fondo per la tutela delle minoranze linguistiche (articolo 9); l'adozione di toponimi conformi alle lingue e alle tradizioni locali (articolo 10); la creazione di istituti per la tutela delle tradizioni linguistiche (articolo 16); solo per citarne alcuni. Tali disposizioni, integrate dal decreto del Presidente della Repubblica 2 maggio 2001, n. 345, contenente il regolamento di attuazione della citata legge, hanno consentito alla scuola dell'autonomia la realizzazione di importanti obiettivi nella salvaguardia e nel mantenimento delle lingue regionali a livello nazionale ed europeo, attraverso la costruzione di una rete di rapporti con le comunità di appartenenza, locali, nazionali ed europee, attraverso l'offerta di proposte di formazione durante tutto l'arco della vita – life long learning – , in attuazione del paradigma « educare istruendo » e in un'ottica di tolleranza. Infatti, è proprio ai sensi della legge n. 482, di cui si propone la modifica, che il Ministero dell'istruzione ha gestito il piano dei finanziamenti per la tutela e valorizzazione delle lingue di minoranza, contribuendo alla realizzazione di interventi finalizzati a promuovere e a salvaguardare il patrimonio linguistico, e al tempo stesso garantendone la conservazione, il recupero e lo sviluppo delle identità culturali.