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Torniamo alla Conferenza, che avrebbe dovuto rilanciare il progetto europeo, coinvolgendo i cittadini europei e la società civile, e che, come ricordava il collega Malan, è organizzata dalle tre principali istituzioni europee: la Commissione, il Parlamento e il Consiglio, ed è coordinata da un comitato esecutivo. Insomma, nelle intenzioni si tratterebbe, come si legge nei documenti relativi alla Conferenza che io sono andata a visionare, di una occasione unica per ragionare sulle sfide e le priorità dell'Europa, come si legge sempre sul sito, attraverso un meccanismo di plenarie e di gruppi di lavoro. Sono andata anche a controllare anche il numero delle riunioni. Ce ne sono state già sei, anche se le prime risultano antecedenti all'invasione russa dell'Ucraina. Dopo tale data il mondo è cambiato, l'assetto geopolitico sta cambiando e immagino che ciò abbia condizionato anche i lavori della Conferenza. La prossima plenaria sarà a fine aprile e i lavori conclusivi, come detto, si svolgeranno il 9 maggio. Nelle plenarie della Conferenza si dibattono le raccomandazioni formulate dai panel nazionali dei Paesi europei e dei cittadini e i contributi raccolti dalla piattaforma digitale multilingue. Tale piattaforma digitale sarebbe l'asse portante della Conferenza, di questo che, come ricordava il collega Malan, è un esperimento di democrazia partecipativa. Bellissima come idea: peccato che i numeri della partecipazione, nel metodo e nel merito anche dei contributi, siano un po' tristanzuoli e ci facciano sollevare perplessità e dubbi. Quando il 9 maggio la Conferenza concluderà i lavori, il Consiglio, la Commissione e il Parlamento riceveranno le raccomandazioni contenute in una relazione, alcune delle quali - lo sottolineo - contengono chiare indicazioni sulla necessità di rivedere i trattati costitutivi dell'Unione europea. Voglio ricordare che l'ultima revisione in materia risale al 2007, con la firma del Trattato di Lisbona. Ma il punto è che Bruxelles dovrà scegliere se dare seguito alle proposte dei cittadini o se interpretare il documento finale comune come una sorta di direzione indicativa del lavoro - quindi, sostanzialmente una cosa inutile - senza intaccare né i trattati, né la struttura dell'Unione europea, a questo punto - mi permetto di dire - tradendo la fiducia dei cittadini. In sostanza, sono molti e anche legittimi i dubbi da avanzare sull'esito della Conferenza: quell'occasione unica diventerebbe - forse lo è già - un'occasione sprecata. Ci sono dubbi anche sul metodo dei lavori, sulla rappresentatività e sul campione dei delegati, sui panel nazionali dei cittadini - solo sei Stati membri, infatti, ne hanno allestiti - e altri dubbi di cui parlava il collega Malan. Aggiungo ulteriori dubbi e perplessità, come ha fatto il nostro collega Carlo Fidanza, europarlamentare del Gruppo dei Conservatori e dei Riformisti Europei a Bruxelles, il quale ha chiesto di conoscere i costi, senza avere risposta alla sua interrogazione: quali budget sono stati utilizzati e quali costi sono previsti alla fine. Già si stima che la Commissione abbia speso ben 22 milioni di euro e il Parlamento 1,2 milioni, e potremmo continuare. Allora sorge un dubbio sull'effettività della democrazia partecipativa, su come sia stata organizzata l'intera Conferenza e anche sul fatto che tutte le proposte di riforma dei trattati non verranno prese in considerazione. Ciò vuol dire che si rischia che questa occasione unica alla fine diventi un'occasione perduta, addirittura sprecata. Mi riferisco anche a quanto dichiarato recentemente in un'intervista dal presidente Giorgia Meloni: la Conferenza sul futuro dell'Europa, spesso richiamata con enfasi, rischia purtroppo di essere una grande occasione perduta, perché porta con sé un vizio di origine: un risultato preconfezionato avallato da qualche centinaio di volenterosi e rispettabili cittadini, che però di certo - scusate, cari colleghi - non possono rappresentare 450 milioni di europei. Dobbiamo allora avere il coraggio di guardare la realtà e di chiamare le cose con il loro nome. Come diceva il collega Malan, c'è dietro il rischio dell'imposizione di un pensiero unico. E ancora una volta si ripropone una scelta di fondo ed è un'espressione che ho già usato intervenendo tempo fa in quest'Aula: cosa vuole fare l'Europa da grande? Questa era una buona occasione per capirlo, perché bisogna sempre distinguere tra la funzione, la missione e l'identità. È su questo che l'Europa si deve interrogare. Noi abbiamo un nostro modello di Europa, come illustrato nella nostra mozione: una confederazione di Stati nazionali sovrani. L'Europa dovrebbe chiedere ai popoli, agli Stati membri, ma soprattutto ai cittadini se ritengono più interessante sapere - per esempio - cosa devono mangiare o non mangiare o - per esempio - cosa pulsa all'interno del cuore dei popoli europei. (Applausi) . PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Cirinnà. Ne ha facoltà. CIRINNA' (PD) . Signora Presidente, onorevoli colleghi, è molto importante che il Senato abbia deciso di dedicare una sessione di discussione ai risultati dei lavori della Conferenza sul futuro dell'Europa. Mi sembra un segnale di attenzione, comunque non scontato, verso le prospettive del processo di integrazione europea e, soprattutto, verso il tentativo di coinvolgere direttamente le cittadine e i cittadini dell'Unione europea nella definizione di fondamentali obiettivi di riforma. Negli ultimi anni - lo abbiamo sentito anche negli altri interventi - l'Unione europea si è trovata di fronte a sfide epocali: prima tra tutte, la crisi economica del 2008, con il suo strascico di impoverimento, rabbia e paura; poi la crisi migratoria, tuttora in corso, che non possiamo, né dobbiamo dimenticare; a seguire la pandemia e - adesso - la guerra. In tutti questi passaggi l'Unione europea ha cercato con fatica di non farsi trovare impreparata e - come spesso è accaduto nella nostra storia - attraverso momenti di crisi ha trovato una nuova spinta propulsiva per rinnovarsi. Si tratta di sfide legate da un unico filo rosso, e cioè la costruzione effettiva, reale e concreta di quella solidarietà sempre più stretta tra i popoli dell'Europa. Ho parlato di costruzione effettiva perché la solidarietà è tale solo se non è retorica e porta con sé effetti tangibili soprattutto nella vita delle cittadine e dei cittadini. Nel caso della gestione degli effetti della crisi economica, la sfida della solidarietà non è stata combattuta fino in fondo. Pensiamo agli effetti durissimi delle condizionalità poste alle politiche di bilancio dei singoli Paesi e alle tante restrizioni. La sfida della solidarietà è però stata mancata anche per quel che riguarda la crisi migratoria, i cui effetti gravano ancora in maniera troppo sbilanciata sui Paesi dell'area mediterranea. Le cose sono invece andate diversamente nella gestione della crisi pandemica, dove per la prima volta abbiamo assistito a un cambio di passo, con la formazione del debito comune finalizzato alla tutela della salute, allo sviluppo dell'economia e alla transizione ecologica. Adesso, l'ultimo punto di crisi: la guerra.