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Sempre nell'ambito dello statuto speciale di autonomia del Trentino-Alto Adige/Südtirol ha trovato disciplina giuridica quel particolare meccanismo impropriamente chiamato «proporzionale etnica» in forza del quale l'ammissione ad alcuni pubblici uffici, ovvero al godimento di particolari diritti, avviene non già sulla base degli ordinari princìpi del pubblico concorso (articolo 97 della Costituzione), bensì in ragione di una suddivisione dei posti o benefici disponibili tra gruppi etnico-linguistici e minoritari. La prima applicazione della cosiddetta proporzionale etnica si è avuta negli enti pubblici locali, in applicazione dell'articolo 54 dello statuto altoatesino del 1948, mentre nel successivo statuto di autonomia del 1972 – che ha configurato in modo più forte e completo la tutela minoritaria – il riferimento normativo è divenuto l'articolo 89, il cui fondamento giuridico risiede nel principio di uguaglianza sostanziale e di non discriminazione, per la cui effettività si impongono, per l'appunto, misure di «tutela positiva» delle minoranze linguistiche. Lo statuto speciale della Valle d'Aosta/Vallèe d'Aoste (legge costituzionale 26 febbraio 1948, n. 4) contiene invece uno specifico titolo che delinea in particolare il sistema di tutela linguistica e culturale della minoranza di lingua francese. L'articolo 38 prescrive che «nella Valle d'Aosta la lingua francese è parificata a quella italiana. Gli atti pubblici possono essere redatti nell'una o nell'altra lingua, eccettuati i provvedimenti dell'autorità giudiziaria, i quali sono redatti in lingua italiana». L'articolo 39 dispone che «nelle scuole di ogni ordine e grado, dipendenti dalla Regione, all'insegnamento della lingua francese è dedicato un numero di ore settimanali pari a quello della lingua italiana. L'insegnamento di alcune materie può essere impartito in lingua francese». Anche in questo caso è prevista una speciale disciplina con riferimento al pubblico impiego: infatti, a tenore dell'articolo 38, comma 3, «le amministrazioni statali assumono in servizio nella Valle possibilmente funzionari originari della Regione o che conoscano la lingua francese». L'articolo 40 prevede che «l'insegnamento delle varie materie è disciplinato dalle norme e dai programmi in vigore nello Stato, con gli opportuni adattamenti alle necessità locali», chiarendo come «tali adattamenti, nonché le materie che possono essere insegnate in lingua francese, sono approvati e resi esecutivi, sentite Commissioni miste composte di rappresentanti del Ministero della pubblica istruzione, di rappresentanti del Consiglio della Valle e di rappresentanti degli insegnanti». Emerge dunque chiaramente una ingiustificata asimmetria di tutela statutaria delle minoranze linguistiche e culturali presenti nella Repubblica almeno sotto due ordini di profili. Dapprima viene infatti in evidenza la distinzione tra autonomie speciali che hanno avuto riconosciute norme specifiche in materia nel proprio statuto (Trentino-Alto Adige/Südtirol, Valle d'Aosta/Vallée d'Aoste e Friuli-Venezia Giulia) ed altre per le quali non vi è alcuna previsione normativa di rango costituzionale (Sardegna). Tra le prime, poi, si può riscontrare una differenziazione di modelli. Infatti, mentre lo statuto altoatesino configura il modello del separatismo linguistico, quello della Valle ben si iscrive nel paradigma del bilinguismo totale. Ancora differente è l'opzione friulana, laddove l'articolo 3 della legge costituzionale 31 gennaio 1963, n. 1, si limita invece a riconoscere parità di diritti e di trattamento ai cittadini a prescindere dal gruppo linguistico di appartenenza «con la salvaguardia delle rispettive caratteristiche etniche e culturali». Come ben osservato dalla professoressa Valeria Piergigli in un interessante contributo sul tema, la diversità di approccio era già emersa, in verità, durante i lavori preparatori della Carta costituzionale, allorché venne tracciata in seno alla commissione Forti la distinzione tra «isole linguistiche» e «minoranze etniche e linguistiche» dei territori di confine. Alla percezione delle prime come mero fatto folcloristico faceva riscontro l'attribuzione alle seconde di un preciso rilievo sul piano giuridico e politico che si sarebbe tradotto nel conferimento della autonomia speciale al Trentino-Alto Adige e alla Valle d'Aosta, mentre l'approvazione dello statuto del Friuli-Venezia Giulia veniva rinviata in attesa di dare soluzione alla cosiddetta questione slovena. Per quanto tale distinzione non fosse stata accolta nel testo definitivo dell'articolo 6 della Costituzione, continuò ad interferire negativamente nelle vicende attuative del precetto costituzionale orientando peraltro pesantemente la successiva elaborazione del giudice delle leggi. In particolare, con le sentenze n. 28 dell'11 febbraio 1982 e n. 62 del 24 febbraio 1992, la Corte costituzionale, con la progressiva chiarificazione del concetto di «minoranza linguistica riconosciuta» ha infatti contribuito ad avvalorare in sede interpretativa le categorie delineatesi in sede costituente. Le pronunce del giudice costituzionale, d'altro canto, ricevevano impulso e al tempo stesso offrivano sostegno al comportamento ambiguo del Parlamento, orientato per molti anni a sottolineare il favore verso le minoranze linguistiche riconosciute e a perseverare in un atteggiamento piuttosto ostile verso le restanti comunità di lingua e cultura minoritaria, relegate allo status di minoranze linguistiche non riconosciute. Queste ultime, distribuite nei territori sia delle regioni ordinarie che speciali, essendo prive di una legge generale di tutela, ricevevano una attenzione alquanto modesta da parte del legislatore statale, potendo contare quasi esclusivamente sulle iniziative dei legislatori locali, i quali si dimostravano dapprima timidi e poi via via più sensibili alla tutela dei patrimoni linguistici delle minoranze e alla promozione degli usi pubblici delle lingue minoritarie. La linea di demarcazione – e discriminazione – tra gruppi linguistici era dunque tracciata sulla base di un riconoscimento formale che trovava fondamento nella esistenza di precisi obblighi internazionali e nella adozione di norme interne di rango costituzionale, nonché di atti normativi statali e regionali in qualche modo connessi agli impegni internazionalmente assunti dallo Stato italiano. Il «riconoscimento» equivaleva a individuare una determinata comunità minoritaria e consentiva di promuoverla da una condizione meramente esistenziale ad una giuridicamente rilevante, così da renderla destinataria di forme speciali di tutela che, nei casi del Trentino-Alto Adige/Südtirol e della Valle d'Aosta/Vallée d'Aoste, giungono fino alla garanzia della parificazione giuridica della lingua minoritaria alla lingua italiana nei rispettivi territori regionali di insediamento storico. Viceversa, il «non riconoscimento» confinava la minoranza linguistica ad uno stadio pregiuridico, di mero fatto, che non le consentiva di beneficiare di misure di protezione dissimili da quelle, generali e generiche, fruibili da qualunque cittadino o individuo, indipendentemente da qualsivoglia appartenenza minoritaria, e tutt'al più di interventi di politica culturale, di preferenza affidati all'iniziativa del legislatore locale.