[pronunce]

Considerato che il collegio rimettente censura l'articolo 32, commi 5, 6 e 7, della legge 4 novembre 2010, n. 183 (Deleghe al Governo in materia di lavori usuranti, di riorganizzazione di enti, di congedi, aspettative e permessi, ammortizzatori sociali, di servizi per l'impiego, di incentivi all'occupazione, di apprendistato, di occupazione femminile, nonché misure contro il lavoro sommerso e disposizioni in tema di lavoro pubblico e di controversie di lavoro), per violazione degli artt. 3, 4, 24, 111 e 117, primo comma, della Costituzione; che tali disposizioni, applicabili anche ai giudizi in corso ai sensi del successivo comma 7, prevedono che (comma 5) nei casi di conversione del contratto a tempo determinato, il giudice condanna il datore di lavoro a risarcire il lavoratore in ragione di un'indennità onnicomprensiva nella misura compresa tra un minimo di 2,5 ed un massimo di 12 mensilità dell'ultima retribuzione globale di fatto, avuto riguardo ai criteri indicati nell'art. 8 della legge 15 luglio 1966, n. 604 (Norme sui licenziamenti individuali) e che (comma 6), in presenza di contratti collettivi di qualsiasi livello, purché stipulati con le organizzazioni sindacali comparativamente più rappresentative sul piano nazionale, che contemplino l'assunzione, anche a tempo indeterminato, di lavoratori già occupati con contratto a termine nell'ambito di specifiche graduatorie, il limite massimo della suddetta indennità è ridotto alla metà; che questa Corte, con la sentenza n. 303 del 2011, successiva all'atto di promovimento dell'odierno giudizio, ha dichiarato la non fondatezza di questioni pressoché identiche a quelle in esame, ora essenzialmente incentrate dalla Corte rimettente sulla legittimità dell'efficacia retroattiva della nuova normativa nei giudizi pendenti, perché in tesi riduttiva del risarcimento del danno conseguibile dal lavoratore secondo il diritto comune senza alcuna giustificazione a suo avviso plausibile; che nella recente pronuncia da ultimo citata questa Corte ha escluso il denunciato contrasto delle disposizioni anche oggi censurate, altresì in quanto applicabili ai giudizi in corso, rispetto a tutti i parametri costituzionali qui nuovamente evocati; che, in particolare, questa Corte ha preliminarmente chiarito - contro la denunciata irragionevolezza ex art. 3 Cost. del trattamento indennitario forfetizzato introdotto dalla riforma in oggetto per tutti i giudizi, instaurati ed instaurandi - che la ratio della novella va ricercata nell'esigenza di superare, mediante «un criterio di liquidazione di più agevole, certa ed omogenea applicazione», le obiettive incertezze registratesi nell'esperienza applicativa dei princìpi di commisurazione del danno alla stregua della legislazione previgente, specie in punto di aliunde perceptum da porre in detrazione dal pregiudizio in concreto risarcibile, che avevano dato luogo ad esiti risarcitori ingiustificatamente differenziati in misura eccessiva; che, quindi, questa Corte ha rilevato che l'indennità prevista dall'art. 32, commi 5 e 6, della legge n. 183 del 2010 integra la conversione del contratto di lavoro a termine in un contratto di lavoro a tempo indeterminato (foriera della tutela più "forte" che possa essere riconosciuta ad un lavoratore precario) e che essa è dovuta in ogni caso (non essendo ammessa la detrazione dell'aliunde perceptum), con la conseguenza di delineare un regime risarcitorio, sotto tale profilo, più favorevole al lavoratore rispetto a quello previgente; che, in ultima analisi, questa Corte ha, dunque, ritenuto la normativa impugnata, nondimeno, rispetto a tutte le situazioni già dedotte ad oggetto di giudizi pendenti, complessivamente adeguata a comporre equilibratamente i contrapposti interessi del lavoratore e del datore di lavoro, assicurando al primo, con la massima garanzia della conversione del contratto di lavoro a termine in un contratto di lavoro a tempo indeterminato, un'indennità sempre e comunque sganciata dalla necessità dell'offerta della prestazione e da oneri probatori di sorta; che, di conseguenza, diversamente da quanto opinato dal giudice a quo, l'indennità onnicomprensiva in oggetto - secondo l'interpretazione costituzionalmente orientata fornita da questa Corte - non può dirsi sproporzionata a sfavore del lavoratore neppure sul versante dei giudizi in corso; che a tale conclusione non ostano né la carenza di un termine per l'esercizio dell'impugnativa del lavoratore, a pena di decadenza, né la mancanza di meccanismi alternativi di composizione dei conflitti, come la conciliazione (ancorché non più obbligatoria) e l'arbitrato, di contro previsti dalla disciplina "a regime" e valorizzati dalla Corte territoriale rimettente onde giustificare la forfetizzazione del danno solamente per l'avvenire; che, infatti, sotto il primo profilo, la stessa normativa previgente conosceva strumenti deflattivi intesi ad una più sollecita definizione del contenzioso, come il filtro della conciliazione, allora obbligatoria ed ora meramente facoltativa (come ricordato dal giudice a quo), mentre non è affatto certo che l'arbitrato, ammesso che sia applicabile alle controversie in subiecta specifica materia ai sensi dell'art. 31, comma 10, della legge n. 183 del 2010, assicuri, di per sé solo, una più rapida soluzione delle vertenze di lavoro; che, quanto poi al termine decadenziale per la proposizione delle domande giudiziali successive alla novella, il lavoratore, pur non astretto da decadenze di sorta, era, comunque, onerato ad attivarsi tempestivamente per ridurre il danno anche sotto l'impero della normativa previgente (argomento ex art. 1227 del codice civile), tant'è che proprio le condotte sotto tale aspetto attendiste, variamente interpretate in giurisprudenza, hanno reso plausibile un rimedio di più chiara ed univoca applicazione come quello in esame; che, d'altro canto, in ordine alla dedotta incongruenza della mancata predisposizione delle «cautele necessarie a limitare i tempi fonte di quei danni», questa Corte ha già spiegato le divaricazioni dei risarcimenti attingibili nei singoli casi, a fronte dell'incontrollabilità della durata del processo (di cui dà atto lo stesso giudice a quo), come inconvenienti solo eventuali e di mero fatto, dunque, irrilevanti - secondo la consolidata giurisprudenza costituzionale - ai fini del presente giudizio di legittimità; che, inoltre, con riguardo alla prospettata lesione dell'art. 4 Cost., questa Corte ha una volta di più ribadito, sempre nella menzionata sentenza n. 303 del 2011, che «resta affidata alla discrezionalità del legislatore la scelta dei tempi e dei modi di attuazione della garanzia del diritto al lavoro», in questo caso, oltre tutto, da realizzarsi «mediante la sancita "conversione" del contratto di lavoro», mentre il presunto sacrificio della copertura contributiva, peraltro indirettamente adombrato dal collegio rimettente senza una più chiara specificazione dell'assunto, non è propriamente riconducibile alla sfera costituzionale del "diritto al lavoro";