[pronunce]

La rilevanza delle questioni neppure sarebbe inficiata da altre disposizioni «secondo le quali è consentito "spezzare" il vincolo soggettivo e, quindi, ritenere, a prescindere dalla notifica dell'avviso, rimediabile la mancata tempestiva conoscenza dell'atto impositivo», come, ad esempio, l'art. 1, comma 2, della legge 11 ottobre 1995, n. 423 (Norme in materia di soprattasse e di pene pecuniarie per omesso, ritardato o insufficiente versamento delle imposte), che, in quanto applicabile alla dichiarazione dei redditi, riguarda evidentemente un diverso tributo e, dunque, non potrebbe essere estesa al contributo unificato. La Commissione rimettente evidenzia, altresì, che l'ordinamento riconoscerebbe la possibilità di evitare il pagamento delle sanzioni comminate «per fatto altrui» (artt. 5 e 6 del decreto legislativo 18 dicembre 1997, n. 472, recante «Disposizioni generali in materia di sanzioni amministrative per le violazioni di norme tributarie, a norma dell'articolo 3, comma 133, della legge 23 dicembre 1996, n. 662»); tuttavia, in caso di applicazione di tali disposizioni alla fattispecie in esame, le questioni sarebbero comunque rilevanti, dal momento che rimarrebbe «l'interesse al controllo di legittimità costituzionale di detta norma, quanto meno rispetto alla determinazione dell'entità del dovuto». 1.4.&#8210; Quanto alla non manifesta fondatezza, il giudice rimettente, ricordata sia la natura di «entrata tributaria erariale» del contributo unificato (affermata da questa Corte con la sentenza n. 73 del 2005 e dalla Corte di cassazione, sezioni unite civili, con la sentenza 5 maggio 2011, n. 9840), sia la giurisdizione tributaria su di esso, richiama diverse disposizioni volte a dare certezza alla conoscenza dei procedimenti di spesa (art. 1 del decreto Presidente della Repubblica 20 aprile 1994, n. 367, recante «Regolamento recante semplificazione e accelerazione delle procedure di spesa e contabili»; art. 60 del decreto Presidente della Repubblica 29 settembre 1973, n. 600, recante «Disposizioni comuni in materia di accertamento delle imposte sui redditi»; art. 6 della legge 27 luglio 2000, n. 212, recante «Disposizioni in materia di statuto dei diritti del contribuente»). In particolare, l'art. 60 del d.P.R. n. 600 del 1973 stabilirebbe che, per le imposte dirette, l'amministrazione ha l'obbligo, nel procedimento amministrativo volto all'applicazione del tributo, di notificare l'atto direttamente al contribuente, mentre l'art. 6 della legge n. 212 del 2000 prevedrebbe detta notifica quale principio generale. Nel primo caso, l'elezione di domicilio è consentita mediante comunicazione con raccomandata, nel secondo, può essere fatta ai fini dello specifico procedimento cui si riferiscono gli atti da comunicare. Diversamente, invece, l'art. 248 del d.lgs. n. 115 del 2002 stabilisce che la notifica dell'invito al pagamento del contributo unificato debba effettuarsi presso il domicilio eletto, dovendosi intendere dunque quello "processuale". Secondo il Collegio rimettente, poiché nel procedimento tributario la regola sarebbe quella della conoscenza diretta dell'atto impositivo, l'eccezione sarebbe consentita solo mediante elezione di domicilio specifica per tale procedimento, sicché la disposizione che «estenda» l'elezione del domicilio resa ai fini del patrocinio nel processo tributario a un procedimento amministrativo, seppur occasionato dal processo, non sarebbe giustificata. L'elezione del domicilio nel processo dovrebbe, in definitiva, produrre i suoi effetti esclusivamente in tale ambito e non in quello diverso relativo al procedimento relativo al contributo unificato. Ad avviso della Commissione tributaria, tale commistione tra procedimento e processo tributario, in definitiva, non garantirebbe una adeguata difesa, come tutelata dall'art. 24 Cost., la quale necessiterebbe di un'adeguata conoscenza degli atti prodromici al processo; contrasterebbe con i principi di buon andamento e imparzialità della pubblica amministrazione, di cui all'art. 97, secondo comma, Cost., che si fondano sull'effettività della conoscenza degli atti amministrativi, quali sono quelli di cui si tratta; costituirebbe infine un vulnus al principio del «giusto processo», di cui all'art. 111 Cost. In particolare, il principio di imparzialità potrebbe dirsi effettivamente garantito nel procedimento amministrativo ove sia stata assicurata la necessaria integrità del contraddittorio, quale presupposto della successiva attività della pubblica amministrazione che deve essere caratterizzata, per un verso, dalla completezza dell'istruttoria, dalla motivazione degli atti e dalla loro pubblicità e, dall'altro, da una decisione che sia la sintesi dell'accertamento dei presupposti di fatto e dei contrapposti interessi in gioco. Tale attività non potrebbe quindi prescindere dalla concreta partecipazione del privato al procedimento amministrativo, la quale presuppone una corretta e effettiva informazione dell'attività in corso. In materia di notificazioni, infatti, la giurisprudenza di legittimità ha sancito il principio dell'effettività dell'instaurazione del contraddittorio, indispensabile per assicurare il giusto processo (art. 111, primo e secondo comma, Cost.), a garanzia del quale devono essere valorizzati tutti gli elementi idonei a perseguire detto criterio di effettività (viene citata Corte di cassazione, sezioni unite civili, ordinanza 13 gennaio 2005, n. 458). Inoltre, secondo quanto previsto dalla legge 7 agosto 1990, n. 241 (Nuove norme in materia di procedimento amministrativo e di diritto di accesso ai documenti amministrativi), l'attività amministrativa è regolata da criteri di economicità, efficacia, imparzialità, pubblicità e trasparenza nonché dai principi dell'ordinamento comunitario (art. 1). In particolare, il principio di imparzialità richiede una valutazione complessiva degli interessi pubblici e di quelli privati e, pertanto, la comunicazione dell'avvio del procedimento &#8210; che «l'amministrazione provvede a dare [...] mediante comunicazione personale» (art. 8) &#8210; è il presupposto della stessa partecipazione (art. 7), e la sua mancanza comporta l'annullabilità del provvedimento, salvo che, ai sensi dell'art. 21-octies della stessa legge n. 241 del 1990, si dimostrasse in giudizio che il contenuto del provvedimento avrebbe potuto essere diverso da quello in concreto adottato. In definitiva, secondo il rimettente, l'«"esclusività", per altro "speciale", della norma» censurata contrasterebbe con i principi costituzionali richiamati, con i principi del procedimento amministrativo, e, infine, a ben vedere, con la stessa norma regolatrice del processo tributario, contenuta nell'art. 17 del decreto legislativo 31 dicembre 1992, n. 546 (Disposizioni sul processo tributario in attuazione della delega al Governo contenuta nell'art. 30 della legge 30 dicembre 1991, n 413), che, al comma 1, consentirebbe la notifica mediante «consegna in mani proprie» pur in presenza di elezione di domicilio.