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Norme in materia di gratuità dei servizi socio-educativi per l'infanzia. Onorevoli Senatori. -- Il presente disegno di legge, che portiamo all'esame del Parlamento, intende introdurre un sistema territoriale gratuito di servizi socio-educativi per la prima infanzia. Secondo i dati del bilancio demografico della popolazione residente pubblicato dall'ISTAT il 27 novembre 2013, sono stati 534.186 gli iscritti in anagrafe per nascita nel 2012, oltre 12.000 in meno rispetto al 2011. Il dato conferma la tendenza alla diminuzione delle nascite avviatasi dal 2009: oltre 42.000 nati in meno in quattro anni. Il numero medio di figli per donna è pari a 1,42. Secondo i dati pubblicati dall'Eurostat nel 2013, emerge che nel 2012 sono nati in Europa 5,2 milioni di bambini, con un tasso di natalità di 10,4 per 1.000 abitanti: lo stesso tasso di natalità rispetto al 2011. I tassi di natalità più elevati sono stati registrati in Irlanda (15,7 per cento), Regno Unito (12,8 per cento), Francia (12,6 per cento), Svezia (11,9 per cento), e i più bassi in Germania (8,4 per cento), Portogallo (8,5 per cento), Grecia e Italia (entrambe 9,0 per cento). Il dato, relativo all'Italia, così allarmante è certamente causato anche da una non sufficiente capillarizzazione sul territorio dei servizi socio-educativi e, aspetto estremamente rilevante in un periodo di perdurante crisi economica, dal costo sostenuto dalle famiglie per tali servizi. Dai dati relativi all'offerta comunale di asili nido e altri servizi socio-educativi per la prima infanzia, diffusi dall'ISTAT il 23 luglio 2013, emerge che, nell'anno scolastico 2011/2012, i bambini di età tra zero e due anni compiuti, iscritti agli asili nido comunali, erano pari a 155.404; altri 46.161 usufruivano di asili nido convenzionati o sovvenzionati dai comuni. In totale ammontavano a 201.565 gli utenti dell'offerta pubblica complessiva. Nel 2011, la spesa impegnata dai comuni per gli asili nido è stata pari a circa 1 miliardo e 534 milioni di euro: il 18,8 per cento di tale spesa era rappresentato dalle quote pagate dalle famiglie, pertanto quella a carico dei comuni era pari a circa 1 miliardo e 245 milioni di euro. Fra il 2004 e il 2011 la spesa corrente per asili nido, al netto della compartecipazione pagata dagli utenti, ha mostrato un incremento complessivo del 46,4 per cento. Nello stesso periodo è aumentato del 37,9 per cento (oltre 55.000 unità) il numero di bambini iscritti agli asili nido comunali o sovvenzionati dai comuni. Nell'ultimo anno di osservazione, tuttavia, si è registrata una contrazione della crescita di spesa (+ 1,5 per cento nel 2011 rispetto al 2010) e, per la prima volta dal 2004, si è assistito ad un calo del numero di bambini beneficiari dell'offerta comunale di asili nido. L'indagine dell'Osservatorio prezzi e tariffe di Cittadinanza attiva del novembre 2012, di cui è stato pubblicato un estratto sul sito web della Camera dei deputati, prende in considerazione una famiglia composta da tre persone (genitori più un bambino di 0-3 anni) che percepisce un reddito lordo annuo pari a 44.200 euro. Oggetto della ricerca sono le rette applicate al servizio di asilo nido comunale per la frequenza a tempo pieno (in media 9 ore al giorno) e, dove non presente, a tempo breve (in media 6 ore al giorno), per cinque giorni alla settimana. Secondo tale analisi, una famiglia italiana spende circa 302 euro in media al mese per mandare il proprio bambino all'asilo nido comunale. Sebbene la spesa media annua a livello nazionale sia rimasta invariata rispetto all'anno precedente, si registrano invece numerose variazioni, in aumento ed in diminuzione, nelle varie aree territoriali del Paese. I costi medi più elevati appurati nell'anno scolastico 2011/12 si registrano nelle città del Nord, con un aumento di oltre il 16 per cento rispetto all'anno precedente. Segue il Centro con un aumento del 6 per cento circa, mentre nelle aree meridionali si registra una diminuzione delle tariffe di oltre il 20 per cento. La regione mediamente più economica è la Calabria (114 euro) e quella più costosa è la Valle d'Aosta (413 euro) seguita dalla Lombardia (403 euro). Alla luce di questi dati è chiaro che, senza l'articolazione di interventi normativi a sostegno della famiglia ed in particolare delle giovani coppie, ci troveremo con una situazione demografica sempre più squilibrata rispetto alla fascia anziana della popolazione. Nell'ambito degli interventi riconosciuti come prioritari e inderogabili vi è senza dubbio quello in materia di servizi socio-educativi per la prima infanzia. Questo poiché la possibilità di trovare una risposta concreta in materia che si contraddistingua secondo i criteri di diversificazione, flessibilità e capillarizzazione sul territorio, accompagnata da qualità dell'accoglienza e dei contenuti educativi e pedagogici, rappresenta un fattore strategico per il futuro e la crescita delle famiglie. Va infatti sottolineato che i mutamenti sopravvenuti a livello sociale negli ultimi decenni hanno visto una radicale evoluzione dei modelli familiari, dalla famiglia allargata a quella mononucleare. La condizione femminile è inoltre profondamente mutata rispetto all'epoca in cui veniva approvata la legge attualmente vigente, da cui ci separano più di 42 anni. Oltre un quarantennio che ha visto le donne entrare in misura cospicua nel mondo del lavoro e con un trend in continuo aumento, almeno fino all'attuale crisi, nonché addirittura una presenza preponderante di iscritte all'università e quindi con un livello di accesso assai diffuso ai più alti gradi di istruzione. A partire dai primi anni '70 e sino ad oggi le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano hanno disciplinato con numerosi provvedimenti la materia degli asili nido, in assenza di un quadro normativo nazionale di riferimento che recepisse appieno l'evoluzione sociale e le esperienze innovative che si andavano via via sviluppando sul territorio. Il carattere profondamente innovativo delle nuove norme che andremo ad approvare è quello di un radicale mutamento di mentalità e di approccio all'organizzazione dei servizi per i bambini da 3 a 36 mesi d'età. Il provvedimento concepisce e istituzionalizza, per la prima volta, l'idea di un sistema articolato dei servizi socio-educativi per la prima infanzia. Sistema cui concorrono il pubblico, il privato, il privato sociale e i datori di lavoro, con l'obiettivo di creare sul territorio un'offerta flessibile e differenziata di qualità. Un particolare rilievo assume, nel provvedimento, la centralità della famiglia, anche attraverso le sue formazioni associative, poiché sempre più ampio deve essere il suo protagonismo, la capacità di espressione della sua libertà di scelta educativa e le forme di partecipazione che può mettere in atto, anche nelle scelte gestionali e nella verifica della qualità dei servizi.