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Pensare al modo in cui a questi giovani si potrebbero aprire le strade delle facoltà di biologia, di biotecnologia, di farmacologia, di ingegneria biomedica, di economia sanitaria, di diritto orientato al diritto alla salute di tante persone, di scienze della nutrizione. Penso a una potenza di creatività che potrebbe venire da una ricerca assunta autenticamente con passione. Penso poi a quella terza missione dell'università, che tutti quanti noi consideriamo un'innovazione potente della cultura del nostro tempo; quella terza missione che ricollega l'università alla società civile e fa sì che il professore universitario non sia chiuso nella sua sorta di cittadella accademica, ma in qualche modo scenda a vedere e affrontare i problemi concreti. Penso, nello stesso tempo, alle porte aperte di questa struttura, come quella che la terza missione consacra, che fanno sì che entrino in università professionisti di grande spessore in tutte le discipline (dalle discipline STEM, a quelle umanistiche e sociali e giuridico-economiche). Da tempo io e - mi creda - moltissimi altri che hanno speso la loro vita in università sogniamo un Ministero dell'università in grado di assolvere davvero a queste sue funzioni strutturali di formazione, ricerca e sviluppo della società in cui viviamo. Il fatto, poi, che fosse stato chiamato a ricoprire questa carica il Presidente della Conferenza dei rettori delle università italiane (CRUI), l'uomo che per definizione conosce meglio le dinamiche di tutte le università d'Italia (da Nord a Sud, grandi e piccole), era davvero un elemento di grande speranza. Dico era perché quando ho letto il disegno di legge sono rimasta impressionata dalla piccolezza burocratico-amministrativa che lo caratterizza. Sembra che l'unica cosa importante sia spartirsi le risorse e stabilire quanto guadagna il Ministro dell'università, piuttosto che quello dell'istruzione, il capo di Gabinetto o quello dell'ufficio legislativo. Sembra che l'unica cosa importante sia, ancora una volta, avere in primo piano l'assetto burocratico-strutturale e lasciare davvero in ombra ciò che è l'anima stessa dell'università e ne costituisce la passione. Infatti, non ci dimentichiamo che chi sceglie di andare, ma soprattutto di restare in università fa un'opzione moralmente forte, di passione. Non lo fa certamente per guadagno, né per qualsiasi altro motivo di potere o prestigio; lo fa perché crede che il sapere sia davvero il lievito che farà fermentare questo nostro Paese e gli restituirà la grandezza, quella che tutti noi sogniamo ogni tanto quando parliamo del nuovo Rinascimento di cui abbiamo bisogno, avendo la consapevolezza che esso è una realtà italiana e che questa unità del sapere è costruita intorno al giusto punto di equilibrio tra le scienze tecnico-scientifiche - le famose facoltà STEM - e le facoltà umanistiche. Mi riferisco a quell'unità del sapere che nasce proprio dalla qualità della vita universitaria come condivisione, capacità di intrecciare gli insegnamenti obbligatori con quelli opzionali, capacità di andare a vedere e capacità di muoversi. Pensate cosa è Roma, città delle università di tutti i tipi. Roma ha cinque facoltà di medicina. Cosa dovrebbe essere se ci fosse davvero un pensiero universitario che si riappropria delle ragioni di valore e non esclusivamente delle ragioni di tipo economico e burocratico? La vera delusione, per cui ho espresso il mio voto favorevole alle questioni pregiudiziali (laddove le garantisco in partenza che sono a favore di un Ministero dell'università) è perché il disegno di legge in esame è veramente povero e piccolo. Il provvedimento cammina con i piedi per terra; come succede a Roma, devi camminare con i piedi e lo sguardo per terra perché sennò inciampi e cadi. Gli mancano lo spessore e lo sguardo lungo. Credo davvero che dobbiamo ripensare l'università con un livello alto di esigenza. Sappiamo tutti che dietro il tema delle università (università triennali, quinquennali, di massa e di élite ) ci sono quei problemi infiniti che la cultura chiede vengano risolti affinché tutto il Paese faccia un passo avanti. Pensiamo a tutta la dialettica di questi giorni e alle false informazioni, ma anche a quella famosa scienza dei numeri, che dovrebbe essere esatta: basta invece leggere i numeri sui giornali tutti i giorni, per capire che non sono esatti né lo sono la loro interpretazione o proiezione che da questo sapere dovrebbe derivare, sì da renderlo salvifico - me lo si lasci dire - nel senso di una salvezza declinata in questo momento come qualità di vita e di cultura. Ora mi auguro che, nonostante tutto, il Ministro sia capace di restituire all'università un'identità nuova - ma abbia anche il tempo di farlo, pensate, dopo tutto questo Governo francamente problematico per noi - in modo che ci sia il piacere di andare, studiare e restare all'università. La vogliamo dire tutta? Quanti studenti lottano per avere un dottorato di ricerca? Dei fortunati che ne vincono uno, nemmeno il due per cento resta in università, perché mancano opportunità. Sa quanti sono i professori - vuoi associati, vuoi universitari - che hanno superato l'abilitazione scientifica nazionale, eppure non c'è un'università che li chiami? Abbiamo invece altri professori che fanno 120-150 ore di didattica, che però necessariamente, quand'è così faticosa e onerosa, perde di smalto, di slancio e di dedizione nella relazione tra docente e studente. Vogliamo un'università diversa... (Il microfono si disattiva automaticamente). Suppongo sia finito il tempo, signor Presidente, comunque non si preoccupi: smetto di parlare, chiedendo soltanto che in Italia ci venga davvero restituita quell'università che è stata la culla dell'università per tutta l'Europa; è nata in Italia e vorremmo che ritrovasse la sua grandezza, con il suo spessore e la sua dimensione di servizio. (Applausi dal Gruppo FIBP-UDC. Congratulazioni). PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Pirro. Ne ha facoltà. PIRRO (M5S) . Signor Presidente, colleghe e colleghi, negli ultimi trent'anni abbiamo assistito a ripetute separazioni e unificazioni di questi due Ministeri: dal 1989 al 1999 ne abbiamo avuto uno doppio; poi, dal 1999 al 2006, abbiamo assistito a un'unificazione ad opera del Governo Berlusconi; dal 2006 al 2008 i due Ministeri sono nuovamente stati divisi sotto il Governo Prodi; e poi, dal 2008 ad oggi, di nuovo uniti dal Governo Berlusconi (e tutti - penso - ricordiamo il ministro Gelmini e la sua famigerata riforma, che tanti danni ha fatto al sistema dell'istruzione e dell'università italiano); da allora, si sono susseguiti sette Ministri e oggi finalmente il mondo dell'università ha la dignità di averne uno proprio. Da dipendente di un'università italiana, penso di poter parlare dei problemi che con i due Ministeri unificati abbiamo avuto nel nostro sistema, non foss'altro per lo squilibrio numerico della rappresentazione del personale: parliamo di un rapporto approssimativo di dieci a uno. Il comparto università e ricerca e il sistema della ricerca italiana, quindi, sono stati sempre un po' schiacciati dalla convivenza con il Ministero dell'istruzione. Che altro dire?