[pronunce]

L'INPS, in particolare, aveva dedotto l'impossibilità di trarre da specifiche ipotesi rispetto alle quali si era pronunciata la Corte un principio di carattere generale, evidenziando, altresì, la diversità del sistema pensionistico del lavoro autonomo rispetto a quello dei lavoratori subordinati. Nel giudizio di appello si era quindi costituito L. T., chiedendo il rigetto del gravame. 3.- Il giudice a quo, ravvisata la presenza delle condizioni per sottoporre al vaglio costituzionale le disposizioni censurate ha, quindi, emanato l'ordinanza di rimessione. 3.1.- In punto di rilevanza, il rimettente deduce che la questione «si presenta all'evidenza concreta e attuale». Ciò in quanto - «in ipotesi di stretta e puntuale applicazione delle norme impugnate - l'art. 5 l. 233/90 [...] impone di calcolare la pensione sulla media del reddito percepito negli ultimi dieci anni di attività e quindi», nel caso di L. T., «tenendo conto dei redditi relativi agli anni dal 2000 al 2010 (I° semestre). Media che risulta significativamente più bassa, di quella che si ottiene prendendo come riferimento i redditi prodotti negli anni 1998/2007», ovvero il decennio antecedente alla data in cui l'interessato aveva conseguito il requisito minimo contributivo. 3.2.- In ordine alla non manifesta infondatezza, la Corte rimettente deduce che nella gestione assicurazione generale obbligatoria «è oggi vigente, senza dubbio alcuno, il principio della "sterilizzazione" dei contributi dannosi maturati successivamente al raggiungimento del requisito minimo contributivo». Nella sentenza appellata, il Tribunale di Pordenone avrebbe dunque applicato, richiamandosi all'art. 3 Cost., anche al lavoratore autonomo il suddetto principio della "sterilizzazione", elaborato dalla Corte costituzionale in riferimento esplicito al lavoratore subordinato e normativamente all'art. 3, comma 8, della legge 29 maggio 1982, n. 297 (Disciplina del trattamento di fine rapporto e norme in materia pensionistica). Senonché, ad avviso del giudice rimettente, tale soluzione «si presta tuttavia, come del resto puntualmente rilevato dall'INPS nell'atto di appello, ad una severa critica». Il giudice a quo rappresenta che la norma dichiarata incostituzionale nella sentenza richiamata è altra (art. 3, comma 8, della legge n. 297 del 1982), rispetto a quella impugnata che disciplina il caso concreto sottoposto a giudizio (art. 5 della legge n. 233 del 1990 e art. 1, comma 18, della legge n. 335 del 1995). In proposito, il rimettente evidenzia che nella sentenza n. 264 del 1994 la Corte costituzionale ha affermato che «è palesemente contrario al principio di razionalità di cui all'art. 3 Cost. - "che implica l'esigenza di conformità dell'ordinamento a valori di giustizia e di equità" (sentenza n. 421 del 1991) - che all'inserimento di un periodo di contribuzione obbligatoria nella base di calcolo della pensione consegua, in un sistema che prende in considerazione per la determinazione della retribuzione pensionabile solo l'ultimo periodo lavorativo (in quanto si presume più favorevole per il lavoratore), l'effetto di ridurre il trattamento pensionistico di vecchiaia rispetto a quello già ottenibile ove, nel medesimo periodo, non vi fosse stata contribuzione alcuna ed il periodo stesso non fosse stato quindi computabile a nessun effetto (neppure, quindi, ai fini della determinazione dell'anzianità contributiva)». Secondo il giudice a quo, il richiamo così operato dalla Corte costituzionale al "sistema" che prende in considerazione per il calcolo della retribuzione pensionabile «solo l'ultimo periodo lavorativo (in quanto si presume più favorevole per il lavoratore)», si riferisce al sistema pensionistico del lavoro dipendente, che è differente e diverso «da quello utilizzabile per il calcolo della pensione nel lavoro autonomo, in cui il periodo preso in considerazione è quello relativo agli ultimi dieci anni di attività e ove di certo, non si può "presumere" [...], che gli ultimi anni di attività siano più favorevoli per il lavoratore». 3.3.- In definitiva, ritiene il rimettente che l'interpretazione costituzionalmente orientata adottata nella sentenza di primo grado risulterebbe «inammissibile se si presta attenzione ai casi e ai principi richiamati dalla Corte Costituzionale nelle sentenze con cui è stato elaborato e fissato il principio della "sterilizzazione" dei contributi dannosi». Tuttavia, afferma il giudice a quo che «è pur vero che il richiamato principio appare corretto e aderente al dettato costituzionale laddove evita una palese e irragionevole differenza di trattamento, valido certamente nel sistema di lavoro subordinato, ma altrettanto necessario ed urgente anche nel sistema del lavoro autonomo». 3.4.- Riguardo alla dedotta violazione dell'art. 35, primo comma, Cost., il rimettente afferma che «la su riferita diversità di trattamento, come oggi delineata sulla base di una stretta applicazione della norma impugnata, tra lavoratore subordinato e lavoratore autonomo, risulta difficilmente giustificabile essendo evidente che ogni prestazione di lavoro merita considerazione uguale pure sul versante contributivo», come nel caso in esame. In proposito, il Giudice d'appello afferma che «la tutela del lavoro in tutte le sue forme impone che l'assegno pensionistico non venga falcidiato in caso di lavoratore autonomo e comunque, la tutela di rango costituzionale sopra richiamata, mira anche a rendere appetibile ogni forma (autonoma o meno) di lavoro, sicché una legislazione che penalizza la futura pensione rende meno interessante e dunque tutela di meno il lavoro non subordinato». 3.5.- Infine, relativamente al parametro dell'art. 38, primo e secondo comma, Cost., il giudice rimettente sostiene che «la differenziazione posta in risalto e il depauperamento che ne deriva, incidendo sulla proporzionalità tra il trattamento pensionistico e la quantità e la qualità del lavoro prestato, contrasta palesemente con il canone della adeguatezza richiamato dalla norma che fa intendere come non si possano trattare in modo diverso, ai fini previdenziali, situazioni consimili». Il giudice a quo ritiene che, contrariamente a quanto asserito dall'Istituto previdenziale nel ricorso in appello, l'applicazione del principio di sterilizzazione dei contributi dannosi «non tocca, né mette in discussione il sistema previdenziale del lavoro autonomo e nello specifico quello delineato dall'art. 5 l. 233/90, laddove si prevede che la contribuzione sia proporzionale di anno in anno al reddito prodotto con una stretta interdipendenza dunque tra reddito imponibile in un determinato anno e reddito utile alla pensione per lo stesso anno, ma al contrario evita effetti che si appaleserebbero come irragionevoli siccome non rispondenti all'esigenza di conformità dell'ordinamento ai valori di giustizia e di equità connaturati al principio sancito dall'art. 3 della Costituzione, oltre ad essere in contrasto con le garanzie poste dal successivo art. 38». 4.- L'INPS si è costituito nel giudizio incidentale con atto depositato il 16 gennaio 2018, chiedendo di dichiarare manifestamente infondata la questione di legittimità in oggetto.