[pronunce]

che tale trattamento sanzionatorio, e in particolare l'individuazione del massimo edittale nella pena detentiva pari a cinque anni di reclusione, impedisce l'applicazione dell'istituto della sospensione del processo con messa alla prova, riservato dall'art. 168-bis del codice penale ai reati puniti con la pena pecuniaria o con la pena detentiva non superiore nel massimo a quattro anni, sola, congiunta o alternativa alla pena pecuniaria, nonché ai delitti indicati dall'art. 550, comma 2, del codice di procedura penale; che, secondo il giudice a quo, il trattamento sanzionatorio previsto dalla disposizione censurata violerebbe l'art. 3 e l'art. 27 Cost., determinando un'irragionevole disparità di trattamento rispetto ad altre fattispecie, quali la truffa aggravata ai danni dello Stato di cui all'art. 640, secondo comma, numero 1), cod. pen. e l'abuso di ufficio di cui all'art. 323 cod. pen. , alle quali l'istituto della messa alla prova risulta invece applicabile; che il rimettente si duole in particolare della mancata previsione di una «ipotesi attenuata» per i casi di minore gravità e, in particolare, per i fatti - anch'essi riconducibili alla fattispecie in esame - commessi da soggetti estranei all'amministrazione pubblica, nonché per quelli che abbiano offeso in maniera lieve i beni giuridici tutelati dalla norma; che, tuttavia, la locuzione «ipotesi attenuata» si presta a una duplice interpretazione, potendo essa alludere alla previsione tanto di una circostanza attenuante, quanto di una fattispecie autonoma che punisca meno gravemente i fatti di lieve entità; che questa ambiguità del petitum del rimettente non è superabile alla luce delle motivazioni contenute nell'atto introduttivo; che, già sotto tale profilo, il petitum, in ragione del carattere oscuro della sua formulazione, risulta affetto da una perplessità tale da precludere il vaglio nel merito delle questioni sollevate (ex multis, sentenze n. 247 del 2015 e n. 184 del 2015); che, peraltro, nessuna delle due possibili interpretazioni alle quali si presta la richiesta del rimettente sarebbe in grado di consentire a questa Corte un esame nel merito delle questioni sollevate; che, infatti, laddove il rimettente avesse inteso alludere all'introduzione di una circostanza attenuante, sarebbe stato suo onere chiarire anzitutto in quali termini l'esistenza di una simile circostanza possa incidere sul giudizio di ammissibilità della sospensione del processo con messa alla prova, e pertanto assicurare rilevanza alle questioni di legittimità costituzionale prospettate; ciò, in particolare, alla luce dell'attuale orientamento della giurisprudenza di legittimità, secondo cui «il richiamo contenuto nell'art. 168-bis cod. pen. alla pena detentiva non superiore nel massimo a quattro anni va riferito alla pena massima prevista per la fattispecie-base, non assumendo a tal fine alcun rilievo le circostanze aggravanti, comprese le circostanze ad effetto speciale e quelle per cui la legge stabilisce una pena di specie diversa da quella ordinaria del reato» (Corte di cassazione, sezioni unite, sentenza 31 marzo 2016, n. 36272): principio che le Sezioni unite deducono essenzialmente dalla mancata menzione delle circostanze del reato da parte dell'art. 168-bis cod. pen. , e che potrebbe, in ipotesi, essere esteso anche alle circostanze attenuanti; che, laddove invece il rimettente avesse ritenuto, rispetto alle circostanze attenuanti, di dover applicare analogicamente, in un'ottica di favor per l'istituto della messa alla prova, la regola espressa in altre disposizioni presenti nell'ordinamento - come l'art. 131-bis, quarto comma, cod. pen. , l'art. 157, secondo comma, cod. pen. e l'art. 278 cod. proc. pen. , i quali, al fine di delimitare lo spazio applicativo di vari istituti sostanziali o processuali, considerano anche le circostanze per le quali la legge stabilisce una pena di specie diversa da quella ordinaria del reato e quelle a effetto speciale - sarebbe stato suo onere precisare che la circostanza attenuante di cui pare auspicare l'introduzione dovesse rientrare in una di tali categorie; che l'eventuale richiesta di introduzione di una tale circostanza attenuante avrebbe dovuto essere comunque corredata dell'indicazione di un idoneo tertium comparationis, che - nel sindacato sulla ragionevolezza della disparità di trattamento tra due fattispecie - possa essere utilizzato da questa Corte come termine di confronto (sentenza n. 207 del 2017), oppure che - nel giudizio sulla ragionevolezza intrinseca della cornice edittale - individui una soluzione sanzionatoria già operante nell'ordinamento, la quale permetta alla Corte stessa di intervenire senza indebitamente interferire nella sfera delle scelte di politica sanzionatoria rimesse al legislatore (sentenza n. 236 del 2016); che, tuttavia, nessuno dei due tertia comparationis individuati dal rimettente risulta idoneo ai fini appena indicati: l'art. 640 cod. pen. , infatti, possiede una struttura - articolata attorno a una fattispecie base e a un sistema di circostanze aggravanti (e non già attenuanti) a efficacia speciale - del tutto diversa da quella che il rimettente vorrebbe che assumesse la disposizione impugnata; mentre in relazione al delitto di cui all'art. 323 cod. pen. è bensì prevista dall'art. 323-bis, primo comma, cod. pen. una circostanza attenuante, applicabile alla generalità dei delitti contro la pubblica amministrazione, per i fatti di particolare tenuità, la quale è tuttavia configurata come circostanza a effetto comune, come tale certamente inidonea a incidere sulla determinazione dell'ambito applicativo della sospensione del processo con messa alla prova; che, per altro verso, inammissibile sarebbe anche la richiesta di introduzione di una fattispecie autonoma di reato che punisca i fatti di minore gravità, attualmente sussumibili nella fattispecie di cui alla norma censurata, con una pena contenuta nel massimo entro i quattro anni di reclusione; che, anche in questa ipotesi, sarebbe stato onere del rimettente individuare un idoneo tertium comparationis a sostegno della propria richiesta; che, tuttavia, anche sotto questa diversa prospettiva, i tertia comparationis evocati appaiono del tutto inconferenti, non prevedendo gli artt. 323 e 640 cod. pen. alcuna fattispecie autonoma con un trattamento sanzionatorio più mite per i fatti di minore gravità; che a tali assorbenti motivi di inammissibilità si aggiungono ulteriori profili di imprecisione e contraddittorietà della ordinanza di rimessione, i quali incidono sulla possibilità per questa Corte di verificare la rilevanza delle questioni; che infatti il rimettente, pur avendo riferito dell'avvenuta richiesta della difesa degli imputati di riqualificare il fatto contestato nel meno grave reato di cui all'art. 481 cod. pen. , per il quale la messa alla prova risulta ammissibile, non ha successivamente motivato circa l'impossibilità di accogliere tale richiesta;