[pronunce]

che il giudice a quo ritiene che, in tal modo, si sia creata «una aporia nell'impalcatura codicistica» in quanto il giudice in composizione collegiale (Corte di appello) può beneficiare della discussione orale ai sensi dell'art. 281-sexies, cod. proc. civ. , in secondo grado e non può farlo, invece, in primo grado quando del pari giudica in composizione collegiale; che, ad avviso del rimettente, il modello di decisione immediata, a seguito di discussione orale, essendo previsto anche da alcune normative speciali, è divenuto lo strumento generale di definizione delle controversie; che, sotto tale profilo, sono richiamati l'art. 23 della legge 24 novembre 1981, n. 689 (Modifiche al sistema penale), l'art. 152 del decreto legislativo 30 giugno 2003, n. 196 (Codice in materia di protezione dei dati personali), come recepiti nel decreto legislativo 1º settembre 2011, n. 150 (Disposizioni complementari al codice di procedura civile in materia di riduzione e semplificazione dei procedimenti civili di cognizione, ai sensi dell'articolo 54 della legge 18 giugno 2009, n. 69), e il procedimento sommario di cognizione, ormai modello processuale largamente diffuso; che, alla luce di quanto posto in evidenza, il rimettente osserva come la decisione a seguito di trattazione orale sia divenuta, nell'ultimo decennio, «uno dei principali e più importanti strumenti di organizzazione e razionalizzazione del ruolo ed attuale oggetto privilegiato nei protocolli di udienza adottati dagli uffici giudiziari italiani (nell'ambito delle cd. prassi virtuose)»; che, secondo il giudice a quo, la dottrina, in tempi recenti, ha inquadrato l'art. 281-sexies, cod. proc. civ. , nell'ambito delle misure atte a garantire la ragionevole durata del processo ai sensi dell'art. 111 Cost. ed ha affermato che detto modello di decisione può essere considerato il più coerente rispetto al parametro costituzionale del giusto processo; che, ad avviso del rimettente, una decisione che segua immediatamente la discussione orale, non consente la dispersione del sapere proveniente dalla preparazione della deliberazione e delle difese delle parti e, soprattutto, accelera la fase decisoria e riduce in modo significativo la durata del processo; che detta esigenza di accelerazione sarebbe sempre più avvertita al fine di prevenire ed evitare le responsabilità dirette dello Stato per la irragionevole durata dei procedimenti civili; al riguardo è invocato il decreto-legge 22 giugno 2012, n. 83 (Misure urgenti per la crescita del Paese), convertito, con modificazioni, dall'art. 1, comma 1, della legge 7 agosto 2012, n. 134, che ha modificato la legge 24 marzo 2001, n. 89 (Previsione di equa riparazione in caso di violazione del termine ragionevole del processo e modifica dell'articolo 375 del codice di procedura civile); che, in un mutato contesto ordinamentale, la preclusione del modulo di decisione di cui all'art. 281-sexies, cod. proc. civ. , per le cause collegiali in primo grado, non appare ragionevole e si traduce in una previsione priva di coerenza razionale con il sistema processuale vigente e, soprattutto, in una omissione normativa che impedisce l'attuazione ed il rispetto del principio del giusto processo; che detta lacuna normativa, secondo il giudice a quo, determina la violazione del principio di uguaglianza in quanto «se per alcune controversie la ragionevole durata è garantita mediante l'applicazione della decisione a seguito di trattazione orale, per altre, alla luce della sola diversa composizione dell'organo giudicante - limitatamente al primo grado - questa possibilità non è praticabile»; che il rimettente, pur non ignorando il costante orientamento della Corte costituzionale, secondo cui in relazione alla disciplina degli istituti processuali vige il principio della discrezionalità e insindacabilità delle scelte operate dal legislatore (al riguardo è richiamata la sentenza n. 10 del 2013), pone in rilievo come il sindacato sia ammesso in caso di manifesta irragionevolezza (sono invocate, tra le tante, le ordinanze n. 174 del 2012, n. 141 del 2011 e n. 164 del 2010); che, nel caso di specie, ricorrerebbe la manifesta irragionevolezza della scelta operata dal legislatore; che il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, con atto depositato in data 20 maggio 2014, è intervenuto nel giudizio di legittimità costituzionale, chiedendo che la questione sia dichiarata inammissibile o infondata; che, ad avviso della difesa dello Stato la questione è manifestamente infondata in quanto il legislatore del 1998 ha, nell'ambito della propria discrezionalità, riservato alla decisione collegiale le cause di cui all'art. 50-bis, cod. proc. civ. , ritenendo che gli interessi coinvolti nelle controversie in parola meritassero, di regola, la redazione delle memorie conclusive di cui all'art. 190 cod. proc. civ. e una ponderazione da compiersi all'esito del confronto in camera di consiglio; che, nell'ambito di detta discrezionalità, il legislatore ha escluso che l'immediatezza della decisione, strutturalmente connaturata al modello di cui all'art. 281-sexies, cod. proc. civ. , si conciliasse con la complessità delle controversie di cui all'art. 50- bis cod. proc. civ. , tale da richiedere, spesso, un esame in camera di consiglio per più giorni; che la legge n. 183 del 2011, nel consentire al giudice di appello di ricorrere al modello decisorio di cui all'art. 281-sexies, cod. proc . civ. , non ha determinato l'irragionevolezza, sopravvenuta, dell'art. 189 cod. proc. civ. , nella parte in cui esclude che anche il giudice collegiale di primo grado possa avvalersi di detto modello, posta la strutturale diversità delle due situazioni; che, infatti, ad avviso dell'Avvocatura, il giudice di appello, diversamente dal giudice di primo grado, si confronta con l'iter motivazionale della decisione di primo grado, da confermare o revocare in tutto o in parte. Considerato che il Giudice istruttore del Tribunale ordinario di Milano, con ordinanza del 12 dicembre 2013 (r.o. n. 63 del 2014), ha sollevato, in riferimento agli artt. 3 e 111 della Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell'art. 189 del codice di procedura civile, nella parte in cui non prevede che «il giudice possa decidere la causa ai sensi dell'art. 281-sexies»; che, in ordine alla violazione del principio di ragionevolezza, ad avviso del rimettente, la preclusione del modulo di decisione di cui all'art. 281-sexies, cod. proc. civ. , per le cause collegiali in primo grado, si traduce in una previsione priva di coerenza razionale con il sistema processuale vigente, nel quale il modello di decisione immediata è divenuto lo strumento generale di definizione delle controversie, essendo previsto anche da alcune normative speciali; che, inoltre, detta preclusione determina «una aporia nell'impalcatura codicistica», in quanto il giudice in composizione collegiale (Corte di appello) può beneficiare, ai sensi dell'art. 352 cod. proc. civ.