[pronunce]

comunicazione che, nella specie, risultava invece effettuata dalla parte opponente, nella forma della denuncia nominativa obbligatoria all'INAIL. Ad avviso della Corte partenopea, questa interpretazione in senso favorevole all'autore della violazione non sarebbe «sorretta da adeguata motivazione». Essa avrebbe trovato, tuttavia, un «espresso aggancio normativo» in una disposizione successiva al fatto oggetto di giudizio: vale a dire nell'art. 4, comma 1, lettera b), della legge n. 183 del 2010, che ha sostituito il comma 4 dell'art. 3 del d.l. n. 12 del 2002, prevedendo che «[l]e sanzioni di cui al comma 3» - quelle, appunto, per il lavoro "in nero" - «non trovano applicazione qualora, dagli adempimenti di carattere contributivo precedentemente assolti, si evidenzi comunque la volontà di non occultare il rapporto, anche se trattasi di differente qualificazione». La Corte rimettente ritiene, quindi, di dover sollevare questioni di legittimità costituzionale, in riferimento agli artt. 3 e 117, primo comma, Cost., del citato art. 4, comma 1, lettera b), della legge n. 183 del 2010, nella parte in cui non prevede che la disposizione da esso introdotta si applichi anche ai fatti commessi prima della sua entrata in vigore. 1.3.- Le questioni sarebbero rilevanti nel giudizio a quo. Risulterebbe, infatti, infondato il motivo di appello incidentale formulato dalla società e dalla sua amministratrice, avendo le sezioni unite della Corte di cassazione escluso che - contrariamente a quanto sostenuto dalle appellanti incidentali - il procedimento per l'applicazione di una sanzione amministrativa pecuniaria, di cui all'art. 18 della legge n. 689 del 1981, si debba concludere necessariamente nel termine di trenta (indi novanta) giorni, previsto in via generale per la conclusione del procedimento amministrativo dall'art. 2 della legge n. 241 del 1990 (è citata Corte di cassazione, sezioni unite civili, sentenza 27 aprile 2006, n. 9591). Per altro verso, poi, la parte appellata ha provato documentalmente di aver presentato la denuncia nominativa all'INAIL il 7 febbraio 2007 e, quindi, in data anteriore a quella dell'ispezione. L'accoglimento delle questioni permetterebbe, pertanto, di non applicare la sanzione ai sensi dell'art. 3, comma 4, del d.l. n. 12 del 2002, come sostituito dalla norma censurata. 1.4.- Quanto alla non manifesta infondatezza delle questioni, la Corte rimettente rileva come, alla luce di un consolidato orientamento della giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell'uomo, inaugurato dalla sentenza 8 giugno 1976, Engel contro Paesi Bassi, le garanzie previste in materia penale dalla CEDU si applichino a tutte le misure di carattere afflittivo, a prescindere dalla loro qualificazione come sanzioni penali nell'ordinamento nazionale. La natura penale di una violazione, agli effetti della Convenzione, va determinata, in specie - secondo la giurisprudenza della Corte EDU - sulla base di tre criteri, applicabili anche in via alternativa: la classificazione dell'illecito nell'ordinamento nazionale, la natura intrinseca dell'illecito e la gravità della sanzione alla quale l'autore della violazione si trova esposto. Alla stregua degli ultimi due criteri, la sanzione prevista dall'art. 3, comma 3, del d.l. n. 12 del 2012, già modificato dall'art. 36-bis, comma 7, del d.l. n. 223 del 2006, benché qualificata come amministrativa, si connoterebbe come sostanzialmente penale. Essa avrebbe, infatti, una funzione punitiva e deterrente, e non già meramente preventiva, rispetto a condotte di particolare disvalore nel comune apprezzamento, rispondendo ad esigenze di tutela «di beni-interessi riferibili alla collettività e in particolare [...] della persona e posizione giuridica del lavoratore». Per la sua entità, d'altro canto, la sanzione in questione - determinata in modo proporzionale al numero dei lavoratori occupati irregolarmente e ai giorni di lavoro svolto - risulterebbe paragonabile, una volta convertita la pena detentiva in pena pecuniaria, alla sanzione penale stabilita dall'art. 37, comma 1, della legge n. 689 del 1981 per l'omissione o la falsità di registrazioni o denunce obbligatorie a fini di evasione dei contributi o premi previsti dalle leggi sulla previdenza e assistenza obbligatorie (reclusione fino a due anni). Stante il meccanismo di computo, la sanzione amministrativa risulta, peraltro, tanto più elevata quanto maggiore è il numero dei lavoratori, quando, invece, la sanzione penale non solo rimane fissa nella sua entità massima, ma può anche non essere in concreto eseguita, nel caso di concessione della sospensione condizionale. La sanzione in esame rimarrebbe, di conseguenza, soggetta al principio di legalità di cui all'art. 7 CEDU, il quale - alla luce dell'interpretazione offertane dalla Corte EDU con le sentenze 17 settembre 2009, Scoppola contro Italia e 24 gennaio 2012, Mihai Toma contro Romania - implica non soltanto il principio di irretroattività delle leggi penali più severe, ma anche, implicitamente, quello di retroattività della legge penale più favorevole. Omettendo di rendere applicabile la disposizione da esso introdotta anche ai fatti pregressi, l'art. 4, comma 1, lettera b), della legge n. 183 del 2010 si porrebbe, dunque, in contrasto con la citata norma convenzionale e, di riflesso, con l'art. 117, primo comma, Cost. 1.5.- La norma censurata, stante la sua natura sostanzialmente penale, violerebbe anche, in parte qua, l'art. 3 Cost., per contrasto con i principi di eguaglianza e di ragionevolezza. La Corte costituzionale - argomenta il giudice rimettente - ha infatti chiarito che, sebbene il principio di retroattività della lex mitior in materia penale non abbia carattere assoluto, la sua deroga deve essere giustificata da gravi motivi di interesse generale, rimanendo quindi soggetta a un vaglio positivo di ragionevolezza, e non ad un mero vaglio negativo di non manifesta irragionevolezza. In particolare, secondo la sentenza n. 393 del 2006, «[i]l livello di rilevanza dell'interesse preservato dal principio di retroattività della lex mitior - quale emerge dal grado di protezione accordatogli dal diritto interno, oltre che dal diritto internazionale convenzionale e dal diritto comunitario - impone di ritenere che il valore da esso tutelato può essere sacrificato da una legge ordinaria solo in favore di interessi di analogo rilievo». Nella specie, non sarebbe ravvisabile alcun interesse, e tanto meno un interesse di rango costituzionale, atto a giustificare l'inapplicabilità ai fatti anteriori del trattamento più favorevole previsto dall'art. 4, comma 1, lettera b), della legge n. 183 del 2010. 1.6.- I dubbi di costituzionalità non potrebbero essere, d'altra parte, superati tramite una interpretazione conforme alla CEDU e ai parametri costituzionali.