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Purtroppo negli anni poco o niente si è realizzato per rivitalizzare le nostre coste, i porti, i retroporti, le ferrovie e gli interporti. La nuova politica meridionalista deve emanciparsi dall'assistenzialismo e dall'attesa di risorse. Una sfida complessa quella del Governo, atteso da noi, come Gruppo di Forza Italia, al banco di prova per l'attuazione del contratto, che dovrà vedere unità di intenti fra due forze politiche che l'hanno sottoscritto e che proprio in materia di Mezzogiorno e di politica economica hanno notevoli divergenze. Quindi dovrà dimostrare di aver ben compreso la lezione della necessità di leggere, analizzare e risolvere i problemi con approccio sistemico e non settoriale, lasciando fuori dalla porta le frizioni tra Nord e Sud e imponendo al Paese un cambio di passo e di rotta che trovi nei principi costituzionali di solidarietà e coesione nazionale la chiave di volta della sua futura azione. (Applausi dal Gruppo FI-BP. Congratulazioni) . PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Turco. Ne ha facoltà. TURCO (M5S) . Signor Presidente, illustri componenti del Governo, pregiatissimi colleghi, il Documento di economia e finanza in corso di approvazione e redatto dal precedente Governo di certo non rispecchia gli orientamenti politici e le scelte strategiche dell'attuale maggioranza, in virtù del contratto sottoscritto dalle forze politiche che hanno dato vita al nuovo Esecutivo. Ritengo utile e opportuno soffermarmi su alcune importanti considerazioni riconducibili all'arcinota, superdiscussa e mai risolta questione meridionale. Trattasi di una pericolosa crisi, che perdura purtroppo da tanti anni, al punto da assumere le ciclopiche proporzioni di una vera e propria emergenza di sistema, così come attestato dalle sensibili variazioni di segno negativo rilevate dai diversi indicatori economici, occupazionali, sociali e culturali. La gravità di tale questione trova peraltro conferma nel rilevante calo dei consumi, che si manifesta anche in settori economici vitali come quello alimentare e sanitario. Al Sud il livello di povertà è tale che persino una consistente e crescente parte della popolazione rinuncia a qualsiasi forma di cura e di assistenza primaria. Il Sud in questi anni è stato abbandonato e isolato al suo amaro destino, nella totale e consapevole indifferenza degli ultimi Governi, come fosse un relitto inutile e fastidioso. In questo contesto, risulta ovvio che povertà economica, abbandono sociale e degrado culturale la facessero da padroni. È arrivato il momento che il Paese, nella sua interezza, si faccia finalmente carico di questa emergenza. In Italia non si potrà mai conseguire una reale, solida e diffusa crescita economica e sociale, oltre che culturale, se questa non verrà accompagnata dal riscatto economico del Sud. Si rende necessario, però, avviare un coraggioso e tempestivo mutamento della metodologia sinora adottata. Per il successo di tale cambiamento metodologico, è opportuno abbandonare la politica assistenzialistica, dei contributi a pioggia, o sostenere le solite cattedrali industriali nel deserto, incapaci di creare benessere diffuso, equo, rispettoso dell'ambiente e della salute dei cittadini, così come si è verificato nella nota vicenda che vede protagonista l'ILVA di Taranto, in cui tutt'ora, dopo sei anni del nulla, si trovano contrapposti il diritto alla salute e alla salvaguardia dell'ambiente e il diritto al lavoro. Si propone, pertanto, una nuova visione, di tipo prospettico, che sappia, da una parte, valorizzare le vere vocazioni territoriali del Sud, quali l'agricoltura, il turismo, l'enogastronomia, l'artigianato, la maricoltura, i traffici portuali e aeroportuali con la relativa logistica, solo per citarne qualcuna; dall'altra, sostenere l'innovazione, la ricerca scientifica e i nuovi settori economici del futuro, quali la robotica, l'informatizzazione, l'intelligenza artificiale, l'aerospazio, le energie rinnovabili, l'industria 4.0. I recenti dati ISTAT confermano che la crescita economica è stata più vivace nel Nord (più 1,3 per cento) rispetto a quanto osservato nel Mezzogiorno (più 0,1 per cento). In sostanza, se si considera solo questo parametro, si può affermare che il Sud è rimasto quasi fermo. Le differenze tra Nord e Sud si sono estremamente accentuate soprattutto per la brusca riduzione degli investimenti infrastrutturali, sia pubblici che privati. A conferma di tale disomogeneità, si cita, a titolo di esempio, la mappa delle zone coperte dalla fibra ottica oppure le linee ferroviarie ad alta velocità, laddove ai 732 chilometri del Nord si contrappongono i soli 237 chilometri del Sud, a cui si aggiunge l'arretratezza dell'intera mobilità locale. Tra gli altri fattori che hanno contribuito ad acuire le differenze tra gli estremi poli del Paese, certamente rilevante è quello riconducibile al settore creditizio. Il sistema bancario, infatti, raccoglie risparmi che investe prevalentemente nelle aree nord del Paese, impiegandoli, peraltro, a tassi inferiori rispetto a quelli praticati nelle aree meridionali. Si sono venuti, così, a determinare un dualismo e un'inaccettabile asimmetria creditizia alle persone e alle imprese, rafforzati dalla constatazione che al Sud non esiste più un sistema bancario radicato sul territorio e integrato con le esigenze dei diversi stakeholder . Tale fenomeno rischia di accentuarsi ancora di più con la riforma del credito cooperativo recentemente varata. Le ex casse rurali, invero, seppur con le loro dovute criticità, hanno, da sempre, svolto un inconfutabile e fondamentale ruolo strategico di sostegno e di sviluppo territoriale, sul piano sia economico che sociale. Sussiste, inoltre, un'altra problematica che di rado viene sollevata, ma che ho avuto la possibilità di approfondire in ragione delle diverse ricerche condotte in ambito accademico, ovvero la situazione finanziaria dei Comuni italiani. Ebbene, anche da questo punto di vista, il divario Nord-Sud è emblematico. I diversi studi scientifici condotti sul tema attestano che più del 73 per cento dei dissesti finanziari degli enti locali si registra al Sud, con un numero di dissesti annui dichiarati negli anni 2011-2015 quasi triplicato rispetto ai periodi precedenti. Questo dato diventa particolarmente rilevante se lo si collega al principio del Patto di stabilità e alle distorsioni prodotte dal sistema di determinazione dei fabbisogni standard , introdotto con il federalismo fiscale, che il Sud non ha saputo affrontare. Altra criticità che merita analoga attenzione è la condizione di molte università meridionali, che, a seguito delle ultime riforme universitarie, rischiano non solo il tracollo finanziario, ma anche la perdita di quell'essenziale capitale umano necessario alla loro stessa sopravvivenza, sia in termini di corpo docente, sia in termini di popolazione studentesca. Le ragioni di tale crisi, oltre che storiche, sono riconducibili soprattutto all'assenza di poli produttivi e distretti economici e scientifici limitrofi in grado di sostenere e finanziare le stesse attività di ricerca degli atenei del Sud Italia.