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il presidente Urso, dunque, ha smentito ufficialmente quella lista nera di presunti disinformatori prezzolati da Mosca. E ha affermato che "il Copasir rileva di non aver mai condotto proprie indagini su presunti influencer e di aver ricevuto solo stamattina un report che, per quanto ci riguarda, resta classificato". Urso sottolinea, poi, che il Comitato "non ha poteri di indagine» e "agisce sempre con il vincolo della segretezza a cui rigorosamente si attiene". Insomma, la gola profonda che avrebbe messo a disposizione del Corriere della sera il dossier non viene di lì e anzi la nota termina auspicando che "soprattutto su questa vicenda, vi sia sempre una corretta attribuzione e riconoscibilità delle fonti"; nonostante le parole di smentita del presidente del COPASIR, il giorno dopo il "Corriere della Sera" è tornato sul tema con un pezzo in cui analizza i contenuti della "campagna di disinformazione" del Ministero degli esteri russo, che, scrivono le giornaliste Monica Guerzoni e Fiorenza Sarzanini, ha due obiettivi: denunciare la "russofobia" e "dimostrare che le sanzioni contro la Russia danneggiano soprattutto i Paesi che le applicano". Su quest'ultimo punto si legge che "negli ultimi giorni la tesi accreditata più dalla rete filorussa è (…) che l'Ue è la vera vittima delle misure contro la Russia", cioè il "cavallo di battaglia" della portavoce del Ministero degli esteri russo Maria Zakharova, che ha avvertito come "per la mancanza di materie prime russe molti produttori di carta, vetro, cosmetici potrebbero dover chiudere". Per dimostrare che si tratta di "notizie false per scopi di propaganda" si citano un paio di "appartenenti al circuito della disinformazione" che rilanciano messaggi simili. Solo il giorno prima, però, proprio il "Corriere della Sera" aveva pubblicato un editoriale a firma di Sergio Romano dal titolo "Gli effetti indesiderati delle sanzioni in un mercato interconnesso", in cui si dice, tra le altre cose, che le misure contro Mosca sono "destinate a danneggiare contemporaneamente le aziende e i singoli operatori che con la Russia hanno importanti scambi commerciali". E che "l'Italia, tra questi, ha sempre avuto una posizione privilegiata". Parole che si possono condividere o meno, ma che sono frutto di un ragionamento evidentemente sfuggito al quotidiano, che gli ha dato spazio e visibilità sulle proprie pagine; considerato inoltre che: il 10 giugno 2022 il sottosegretario Franco Gabrielli ha divulgato un dossier di sette pagine intitolate "Hybrid Bulletin. Speciale disinformazione nel conflitto russo-ucraino, 15 aprile-15 maggio" e firmate dal "Dis, con i contributi di Aise, Aisi e Maeci" (i servizi segreti e il Ministero degli esteri). E di quei 9 nomi ne riporta solo tre, peraltro senza l'ombra di condotte illecite. E il sottosegretario Gabrielli ha anche assicurato che i sei nomi mancanti non sono all'attenzione dei Servizi; nel bollettino trasmesso dal DIS al "Corriere della Sera" e poi al COPASIR non mancano solo sei nomi, ma alla luce del contenuto emerso nei giorni scorsi mancherebbe qualsiasi presupposto che giustifichi il bollettino stesso, in quanto il Governo (tramite il sottosegretario Gabrielli) e il Parlamento (tramite il COPASIR) da una parte assicurano di non indagare sulle opinioni di liberi cittadini sulla guerra, ma solo sulla "disinformazione" pilotata e coordinata da Mosca per "condizionare l'opinione pubblica italiana" e "orientare, o peggio boicottare, le scelte del governo" (come sostenuto dal "Corriere della Sera"), e dall'altra, invece, proprio dal report emergerebbe l'opposto, in quanto nel dossier non vengono citate fake news (a parte quella, se così si può definire, in cui si stima in "circa 80" i giornalisti uccisi in 8 anni di guerra civile in Donbass, mentre per il Dis "le vittime ammonterebbero a circa la metà", dove il circa e il condizionale rendono opinabile pure la rettifica), si chiede di sapere: se il Governo ritenga opportuno assumere iniziative, nel rispetto della libertà di opinione e di stampa, per evitare che si crei un clima intimidatorio nei confronti di tutti coloro che esprimono un'opinione diversa da quella considerata mainstream , attraverso "elenchi di proscrizione" e "schedature" che riportano a tragici episodi avvenuti nel passato, in modo da evitare che in futuro possa replicarsi questo goffo tentativo di delegittimazione e discredito nei confronti giornalisti, politici e opinionisti che si discostano, appunto, dalle opinioni dominanti; se ritenga grave la compilazione di report su presunte fake news (che avrebbero lo scopo di "boicottare le scelte di governo"), quando è del tutto evidente l'inesistenza delle stesse "false notizie", dossier che però con evidenza mettono in cattiva luce coloro che hanno un pensiero diverso su quanto sta accadendo. Atto n. 4-07139 PARAGONE DE VECCHIS GIARRUSSO MARTELLI Al Presidente del Consiglio dei ministri e al Ministro dello sviluppo economico Premesso che: stando a quanto si apprende da organi di stampa, nelle scorse settimane si sarebbe tenuto un incontro riservato fra il Presidente del Consiglio dei ministri Mario Draghi e il CEO mondiale di "Uber", azienda che fornisce un servizio di trasporto automobilistico privato mettendo in collegamento diretto passeggeri e autisti; la riunione si sarebbe tenuta appena poche ore prima della presentazione alla stampa dell'accordo tra l'italiana "ItTaxi" e la multinazionale californiana e contestualmente all'esame parlamentare del disegno di legge concorrenza che prevede, in uno dei suoi articoli, una vera e propria riforma del settore del trasporto pubblico non di linea, che andrà a discapito del settore dei taxi; come si legge nel comunicato stampa congiunto delle sigle sindacali Ugl-taxi, Federtaxi-Cisal, Usb-taxi, Uritaxi, Ati-taxi, Unimpresa, Fast Confsal-taxi, Tam, Claai, Satam, Or.s.a.-taxi, Uti e Atlt "ad oggi, a sedici mesi dall'insediamento del Governo Draghi nessuno a livello istituzionale ha incontrato i rappresentanti dei lavoratori del mondo taxi, nonostante numerose e reiterate richieste di confronto e due inevitabili fermi nazionali di categoria, per chiedere la conclusione dell' iter normativo di riforma del comparto già avviato nel 2019, ed in particolare la regolamentazione dell'attività delle piattaforme di intermediazione digitale"; considerato che: Uber è un'applicazione mobile nata nel 2009 per collegare gli utenti con gli "autisti pagati a cottimo come i rider" ed è del tutto evidente la differenza fra gli autisti di Uber e i tassisti che, ad esempio, in una città come Roma, devono sottostare a regole molto rigide e possono esercitare la professione soltanto se in possesso di una licenza il cui costo è molto elevato, requisito non richiesto agli autisti della multinazionale. Per tale ragione, a parere degli interroganti, si tratterebbe di una vera e propria concorrenza sleale legalizzata quella esercitata ai danni della categoria dei tassisti;