[pronunce]

La disposizione impugnata si inquadra nel contesto delle norme sul cosiddetto patto di stabilità interna per gli enti territoriali, nel cui ambito, al fine di coinvolgere anche Regioni ed enti locali nelle misure dirette ad assicurare il rispetto dei vincoli di origine comunitaria in ordine al disavanzo pubblico, la legge dello Stato, negli ultimi anni, ha stabilito limiti al disavanzo e talvolta alla crescita della spesa complessiva degli enti territoriali. Questa Corte ha già avuto modo di affermare come non sia contestabile “il potere del legislatore statale di imporre agli enti autonomi, per ragioni di coordinamento finanziario connesse ad obiettivi nazionali, condizionati anche dagli obblighi comunitari, vincoli alle politiche di bilancio, anche se questi si traducono, inevitabilmente, in limitazioni indirette all'autonomia di spesa degli enti”, e come, “in via transitoria e in vista degli specifici obiettivi di riequilibrio della finanza pubblica perseguiti dal legislatore statale”, possano anche imporsi limiti complessivi alla crescita della spesa corrente degli enti autonomi (sentenza n. 36 del 2004). Per le Regioni a statuto speciale e le Province autonome, l'art. 48, comma 2, della legge 27 dicembre 1997, n. 449 (Misure per la stabilizzazione della finanza pubblica), aveva previsto che esse concorressero agli obiettivi di stabilizzazione finanziaria “secondo criteri e procedure stabilite d'intesa tra il Governo e i presidenti delle giunte regionali e provinciali nell'ambito delle procedure previste negli statuti e nelle relative norme di attuazione”: a questa disposizione hanno fatto rinvio in seguito l'art. 28, comma 15, della legge 23 dicembre 1998, n. 448, l'art. 30, comma 16, della legge 23 dicembre 1999, n. 488 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato – legge finanziaria 2000), e l'art. 53, comma 5, della legge 23 dicembre 2000, n. 388. Successivamente l'art. 1, comma 4, del d.l. 18 settembre 2001, n. 347, convertito dalla legge 16 novembre 2001, n. 405, ha stabilito che le Regioni a statuto speciale e le Province autonome avrebbero concordato con il Ministero dell'economia e delle finanze “il livello delle spese correnti e dei relativi pagamenti per gli esercizi 2002, 2003 e 2004”: disposizione, quest'ultima, sostanzialmente riprodotta, con effetto per gli esercizi 2003, 2004 e 2005, dall'art. 29, comma 18, primo periodo, della legge n. 289 del 2002, qui evocato in giudizio ma, come si è ricordato, non censurato dalle ricorrenti. E in effetti tali accordi risultano intervenuti, sia per il 2003 – in data 30 marzo 2003 (Provincia di Trento), 25 marzo 2003 (Provincia di Bolzano) e 20 maggio 2003 (Regione Trentino-Alto Adige) – sia per il 2004 – in data 6 aprile 2004 (Province autonome di Trento e di Bolzano) e 20 aprile 2004 (Regione Trentino-Alto Adige). La novità introdotta dall'impugnato secondo periodo dello stesso art. 29, comma 18, rispetto all'art. 1, comma 4, del d.l. n. 347 del 2001, e contestata dalle ricorrenti, consiste dunque nella previsione che, fino a quando non sia raggiunto l'accordo, un decreto del Ministro dell'economia e delle finanze determini “i flussi di cassa verso gli enti”, “in coerenza con gli obiettivi di finanza pubblica per il triennio 2003-2005”. 4.– Questa Corte osserva che, pur dovendosi privilegiare il metodo dell'accordo, non si può escludere che, in pendenza delle trattative finalizzate al raggiungimento dello stesso, lo Stato possa imporre qualche limite, analogo a quelli imposti dalla legge alle Regioni ordinarie (cfr. art. 29, comma 2, della stessa legge n. 289 del 2002), anche alle Regioni speciali, nell'esercizio del potere di coordinamento della finanza pubblica nel suo complesso e in vista di obiettivi nazionali di stabilizzazione finanziaria, al cui raggiungimento tutti gli enti autonomi, compresi quelli ad autonomia speciale (cfr. sentenze n. 357 del 1993 e n. 416 del 1995), sono chiamati a concorrere. Se però il potere di determinare i flussi di cassa verso gli enti, al fine di limitarne indirettamente la spesa, fosse esercitabile, sia pure transitoriamente, in via amministrativa dal Ministro al di fuori di criteri e limiti sostanziali, esso risulterebbe lesivo dell'autonomia finanziaria degli enti autonomi, risolvendosi in un “anomalo strumento di controllo sulla gestione finanziaria regionale”, della specie di quelli di cui questa Corte ha sempre escluso la compatibilità con l'autonomia finanziaria e di spesa delle Regioni (sentenza n. 155 del 1977; e cfr. inoltre, ad esempio, sentenze n. 62 del 1987, n. 132 del 1993 ) Nella specie, tuttavia, deve ritenersi che il potere attribuito al Ministro dalla norma impugnata non abbia siffatta caratteristica di ampia discrezionalità. Non solo la stessa norma lo vincola agli “obiettivi di finanza pubblica per il triennio”, come definiti fra l'altro dal documento annuale di programmazione economico-finanziaria; ma, collocandosi la previsione nel quadro del “patto di stabilità interno”, non possono non valere, come limiti di detta discrezionalità, i vincoli quantitativi alla crescita della spesa che la stessa legge fissa per le Regioni ordinarie (cfr. art. 1, comma 1, del d.l. n. 347 del 2001, richiamato e integrato dall'art. 29, comma 2, della legge n. 289 del 2002). Il potere di determinare transitoriamente i flussi di cassa può dunque essere esercitato solo in correlazione e al fine del contenimento della spesa degli enti entro i limiti oggettivi risultanti dalla legge, oltre che dai documenti di programmazione. Ed è evidente che, ove così non fosse, la Regione o la Provincia autonoma disporrebbe dei rimedi giurisdizionali del caso per far valere le eventuali lesioni della propria autonomia. 5. – Così intesa, la norma impugnata si rivela esente dalle censure mosse dalle ricorrenti. Né è fondata la censura subordinata svolta dalla Provincia autonoma di Trento e dalla Regione Trentino-Alto Adige, circa l'attribuzione al singolo Ministro di un potere che, in ipotesi, potrebbe essere esercitato solo dal Governo nella sua collegialità. Infatti il Ministro, in questo caso, non gode di un ambito di discrezionalità politica, bensì solo di un potere di determinazione prevalentemente tecnica il cui esercizio è ancorato a parametri oggettivi.. per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE riservata a separate pronunzie la decisione delle altre questioni sollevate con i ricorsi n. 20 e n. 23 del reg. ric.