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Il decreto-legge, inoltre, ha un titolo altisonante - questo mi sta particolarmente a cuore, l'ho già detto in Assemblea in occasione di un'altra discussione - che richiama la dignità dei lavoratori e delle imprese. Si tratta molto più prosaicamente di misure su: disciplina del contratto a tempo determinato, somministrazione, indennità di licenziamento, delocalizzazione, ludopatia e semplificazione fiscale. Un provvedimento complesso. Perché dico che non va bene il titolo di questo decreto-legge? Perché il Parlamento, come sappiamo bene, esamina e approva provvedimenti diretti a realizzare quella pari dignità sociale che la Repubblica deve garantire a cittadini e cittadine come recita il bellissimo articolo 3 della nostra Costituzione. Quindi, non è prerogativa di nessuno chiamare un decreto-legge "dignità", tantomeno del Governo che, finché la Costituzione italiana è questa, ha potere esecutivo, quindi non è titolare in prima persona del potere legislativo che spetta al Parlamento. Vengo a due questioni di merito del decreto-legge, la prima delle quali riguarda il lavoro in somministrazione. Ricordiamo che, con la sentenza dell'11 aprile 2013, la Corte di giustizia europea ha stabilito che la direttiva europea sul lavoro a tempo determinato non è applicabile al lavoro in somministrazione, alla luce del fatto che la normativa europea sul contratto a termine separa espressamente questa tipologia contrattuale rispetto a quella del lavoro somministrato. Altra confusione giuridica nel provvedimento: lo abbiamo sottolineato in tantissimi interventi, fino a stamattina nella Commissione, chiedendo al Governo di sanare questo quadro giuridico ambiguo, non rispondente alla giurisprudenza europea. Mi preme sottolineare un altro aspetto: l'innalzamento dell'indennità di licenziamento ingiustificato di due mensilità ulteriori, come prevede il decreto-legge, ogni anno, rispetto a quanto previsto dal decreto legislativo n. 23 del 2015, solleva forti dubbi di costituzionalità, soprattutto in riferimento al innalzamento della soglia delle ventiquattro mensilità, a nostro avviso per violazione dell'articolo 3, comma 1, della Costituzione nella misura in cui introduce un'irragionevole differenziazione tra lavoratrici e lavoratori assunti prima del 7 marzo 2015. Sappiamo tutti che l'orientamento della giurisprudenza ha più volte ribadito che sono possibili disparità e differenziazioni di trattamento solo nel caso in cui siano giustificati e, comunque, ragionevoli, per esempio, per aumentare l'occupazione, cosa che non avviene in questo decreto-legge. Infatti, a parità del medesimo licenziamento ingiustificato per fatto sussistente che non sia di gravità tale da giustificare il licenziamento e a parità di anzianità, ora avremo che un lavoratore o una lavoratrice, assunti prima del 7 marzo 2015, percepiranno un'indennità inferiore al medesimo dipendente assunto successivamente. Per noi è una violazione del dettato costituzionale. C'è poi tutta la questione dei contratti di lavoro stipulati con docenti in possesso di diploma magistrale. Anche qui si fa un pasticcio nel provvedimento. L'intervento che concede al MIUR centoventi giorni di tempo per dare esecuzioni a ogni provvedimento giurisprudenziale che comporti la decadenza di contratti di lavoro stipulati appunto con docenti in possesso di diploma magistrale conseguito nell'anno scolastico 2001-2002, inseriti con riserva nelle graduatorie a esaurimento, rappresenta una misura che si limita a rinviare l'adozione di una soluzione strutturale del problema facendo ricadere sugli alunni, sulle famiglie e sull'ordinato svolgimento del percorso formativo gli effetti dell'eventuale incertezza occupazionale di queste insegnanti. Inoltre, l'abolizione della norma sui trentasei mesi, senza una data certa dei concorsi, rischia di provocare non solo nuove sanzioni per l'Italia, ma l'apertura di una nuova stagione del precariato. Concludo perché il testo della questione pregiudiziale è già stato consegnato alla Presidenza. Le misure in materia di delocalizzazione risultano essere assolutamente contrarie alla data di conclusione dell'investimento agevolato e risultano contrarie al processo di attrazione degli investimenti, che l'Italia e le aziende italiane devono fare. Prefigurano, inoltre, anche in questo caso, un aumento fortissimo di contenziosi - sono norme di dubbia applicabilità - e sono, infine, contrarie al processo di internazionalizzazione delle nostre imprese, che non ha riscontro in nessuna altra realtà. PRESIDENTE . Ai sensi dell'articolo 93 del Regolamento, sulle questioni pregiudiziali presentate si svolgerà un'unica discussione, nella quale potrà intervenire un rappresentante per Gruppo, per non più di dieci minuti. PATRIARCA (PD) . Domando di parlare. PRESIDENTE. Ne ha facoltà. PATRIARCA (PD) . Signor Presidente, ancora una volta ci preme ribadire quanto ha già dichiarato la collega Parente. Ci pare improprio l'utilizzo fatto, ancora una volta, della decretazione d'urgenza, che, tra l'altro, recita: «disposizioni urgenti per la dignità dei lavoratori e delle imprese». A noi pare - se ne è parlato anche in sede di dibattito nelle Commissioni riunite 6 a e 11 a e lo ha ricordato la collega Parente - che questa urgenza abbia prodotto un testo assai fragile e di scarsissima qualità. Mi si consenta anche di dire che si tratta di un testo incompetente. Nonostante il passaggio alla Camera, questo testo che abbiamo discusso e sul quale ci siamo confrontati nelle Commissioni riunite evidenziava, passo dopo passo, la mancanza anche di rigore normativo. A volte, anche i riferimenti non erano corretti. Signor Presidente, tra l'altro, questo testo nasconde anche un altro elemento politico interessante. Questa maggioranza, durante la campagna elettorale, aveva dichiarato in maniera chiara e forte la sua posizione contraria alla riforma sul lavoro del Governo Renzi e alla riforma Fornero. Aveva dichiarato che avrebbe smontato tutto e, in realtà, cos'è accaduto nel cosiddetto decreto dignità o, come mi piace chiamarlo, nel decreto "indignità"? Presidenza del vice presidente CALDEROLI (ore 15,56) ( Segue PATRIARCA). È successo che questa maggioranza, nascondendolo e senza citar la fonte, ha utilizzato alcune norme del Governo Gentiloni Silveri in maniera errata. Ha usato malamente quanto di buono il Governo precedente aveva cercato di costruire. Forse sarebbe stato meglio e sarebbe stato giusto dire con estrema chiarezza: «Ripartiamo dal jobs act ; ripartiamo dalla riforma del lavoro approvata nella precedente legislatura. Lavoriamo su questo». Che cos'è accaduto in realtà nel decreto "indignità"? Sostanzialmente si colpisce il lavoro a tempo determinato, sbagliando ancora una volta obiettivo, credendo che, colpendo il lavoro a tempo determinato, appesantendolo di norme e facendolo costare anche di più alle imprese, si promuova automaticamente il passaggio ovvio e scontato, quasi naturale, al tempo indeterminato. Sappiamo - lo sanno gli esperti che lavorano nel mondo del lavoro - che questo non accade.