[resaula]

Mi pare davvero una mortificazione del ruolo del parlamentare che ha la stessa capacità rappresentativa di tutti quanti gli altri colleghi, ma che si trova privato delle risorse sia umane, sia economiche indiscutibilmente necessarie per portare avanti in maniera idonea il proprio lavoro. Un'altra norma che mi lascia molto perplesso prevede che per la costituzione di un Gruppo ai sensi dell'articolo 14, comma 5 (ossia di un Gruppo costituitosi nel corso della legislatura) siano necessari 10 parlamentari (mentre la regola di diritto comune ne richiede soltanto 7). È evidente che, per un principio di ragionevolezza, sarebbe preferibile prevedere lo stesso numero per la costituzione dei Gruppi, indipendentemente da quando nascano (all'inizio o in corso di legislatura). Abbiamo proposto una norma specifica che impone la democraticità interna degli Statuti dei Gruppi parlamentari tramite forme di tutela per il libero convincimento di ciascun componente (che si collega a quello di cui parlavo in precedenza), con disposizioni poste a garanzia delle attività, secondo il principio democratico e il pluralismo interno. Inoltre, è corretto prevedere la possibilità che il Presidente del Senato, d'intesa con quello della Camera, disponga la convocazione della Giunta per il Regolamento in seduta congiunta per elaborare disposizioni comuni e prassi interpretative condivise e coordinate, in maniera tale che non ci siano incongruenze, come tanto spesso ci sta capitando in quest'ultimo periodo. Questa è una norma molto importante. Ancora, un'altra misura di significativo impatto è quella che attiene al rapporto tra il Parlamento e il Governo: il Parlamento spesso - lo abbiamo detto più volte - si trova compresso nel suo operato da una continua operazione di conversione in legge di una ormai innumerevole quantità di decreti-legge. Per ovviare a questa patologia del sistema si è deciso, in tale circostanza, di riproporre quello che era stato già proposto nella riforma costituzionale, poi bocciata dal referendum , ovvero lo strumento del cosiddetto voto a data certa, con il quale il Governo può chiedere al Senato di stabilire con precisione la data entro la quale un decreto deve essere sottoposto a votazione. Con tale modalità si ottiene il superamento della compressione dei tempi che ci sta martoriando in quest'ultimo periodo. Ci sarebbe molto altro da dire, ma magari concluderà questo ragionamento chi interverrà in dichiarazione di voto. Devo dire che è stato fatto un buon lavoro, ma mi dispiace che sia stato fatto - lo ribadisco - come operazione resa necessaria a seguito della riduzione del numero dei parlamentari che - non mi stancherò mai di dirlo - non farà bene al sistema democratico italiano, perché il principio di rappresentanza è ormai andato a farsi benedire. (Applausi) . PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Grasso. Ne ha facoltà. GRASSO (Misto-LeU-Eco) . Signor Presidente, ho votato convintamente contro la riforma costituzionale che ha ridotto il numero dei parlamentari e ho confermato il mio orientamento al referendum. Purtroppo, alcuni partiti con eccessiva leggerezza votarono favorevolmente, legando questa riforma a una necessaria e ineludibile revisione della legge elettorale che non c'è stata e al momento è in altissimo mare. Il risultato chiarissimo del referendum imponeva dal giorno successivo un serrato e appassionato dibattito su come avremmo dovuto ripensare il lavoro del Parlamento. Giuristi, esperti, associazioni e alcuni colleghi hanno sottolineato che questa fosse l'occasione per proporre un'architettura istituzionale capace di interpretare al meglio l'esigenza di una democrazia moderna sempre più sensibile alla dimensione globale delle sfide dei nostri tempi. Ma non mi sembra che questo sia successo, mentre oggi, quasi agli sgoccioli di questa travagliata legislatura, giunge in Aula la proposta di riforma del nostro Regolamento. Il segno più evidente degli ultimi quattro anni è indubbiamente rappresentato da quello che, con un eufemismo, potremmo chiamare dinamismo dei Gruppi parlamentari, con ben tre Esecutivi sostenuti da tre diverse maggioranze. Sarebbe bene imparare la lezione offertaci da questi anni. Vorrei, a tal proposito, proporre una riflessione sulla Giunta delle elezioni e delle immunità parlamentari, che è stata grande protagonista di alcuni dei passaggi più delicati di questa legislatura. Abbiamo deliberato su richieste di autorizzazione a procedere nei confronti di Ministri e leader di partito, come sui conflitti di attribuzione con altri poteri dello Stato e persino in merito alla stessa composizione di questa Assemblea. Come è noto, la Giunta è stata pensata come un organo paragiurisdizionale i cui membri insostituibili e inamovibili sono chiamati a spogliarsi della propria appartenenza di Gruppo per tutelare le prerogative costituzionalmente riconosciute al Parlamento senza trasformarlo, però, in una torre d'avorio. Aggiungo una parentesi per fatto personale, per così dire. In questa legislatura mi sono trovato a suscitare stupore nei miei colleghi per i voti espressi in Giunta. Poche settimane fa mi è stato chiesto se fossi il clone di Grasso, ad esempio, per aver votato a favore del senatore Candiani o per la mia richiesta di interessare i titolari dell'azione disciplinare sull'operato discutibile di alcuni miei ex colleghi magistrati nell'affare Esposito. Ritengo al contrario che così si debba esercitare questo ruolo: leggendo le carte, maturando un convincimento obiettivo, esclusivamente sulla base della Costituzione e delle leggi. La politica, non quella con la P maiuscola, ma quella degli interessi di parte o di partito, in Giunta dovrebbe rimanere fuori dalla porta. Ho capito che forse è pretendere troppo. Assumere la responsabilità del mandato parlamentare o di un ruolo di Governo necessita, infatti, di ampia libertà di azione e di pensiero, ma anche della consapevolezza che essere gli interpreti della volontà popolare sia un mezzo e non un fine. Occorrono indipendenza, buon senso e anche responsabilità e senso dello Stato. Facciamo cadere il velo di Maya: con strumentalizzazioni gravissime e altrettante forzature, troppo spesso le deliberazioni della Giunta e quelle successive in Aula sono state il terreno per combattere battaglie politiche, se non addirittura per realizzare discutibili compensazioni. E lo dico con profondo rammarico. Si è spesso ceduto su principi cruciali per la democrazia del nostro Paese. Ancora non riesco, ad esempio, a farmi una ragione del fatto che la deliberazione della Giunta, confermata da quest'Aula, abbia letteralmente inventato una parte della legge elettorale, scavalcando l'articolo 57 della Costituzione, che prescrive l'elezione su base regionale del Senato. Era chiaro allora ed è chiaro oggi che le ragioni di quelle e di altre decisioni finiscono poi per trovare le loro radici negli interessi della maggioranza di turno. In questa riforma si sono - a mio avviso - ben individuate alcune fragilità regolamentari: per esempio, è utile certamente assicurarsi che il Presidente della Giunta sia sempre espressione dell'opposizione, ma penso che si possa fare di più, almeno lavorando a una legge di rango costituzionale che innovi la legge n. 140 del 2003, attuativa dell'articolo 68 della Costituzione. Serve fornire alla Giunta dei criteri più puntuali, dei parametri alla luce dei quali fare le sue valutazioni.