[pronunce]

il secondo, avente finalità conservativa dell'impresa, mediante la sua ristrutturazione economica e finanziaria. In coerenza con i surrichiamati orientamenti della giurisprudenza, detto decreto legislativo ha stabilito che l'azione revocatoria fallimentare è proponibile soltanto nel caso di autorizzazione di un programma di cessione dei complessi aziendali. Il decreto-legge n. 347 del 2003, come risulta anche dai lavori preparatori - analiticamente indicati - ha inteso assicurare la conservazione dell'avviamento e della posizione di mercato dell'impresa, caratterizzandosi in quanto prevede esclusivamente l'ipotesi della ristrutturazione industriale e non la possibilità della liquidazione dei complessi aziendali, e cioè proprio la fattispecie in relazione alla quale l'art. 49 del d.lgs. n. 270 del 1999 vieta l'esercizio dell'azione revocatoria. 1.5.1.- Secondo HSBC non è possibile dare della norma impugnata un'interpretazione adeguatrice. La tesi della società in amministrazione straordinaria, che sostiene la compatibilità dell'azione con la realizzazione del cosiddetto “risanamento oggettivo” mediante concordato, non è corretta, anzitutto in quanto la norma censurata stabilisce la proponibilità di detta azione in linea generale e, nel caso in esame, essa è stata, infatti, esperita prima della presentazione della proposta di concordato. Inoltre, la questione della legittimità della proposizione dell'azione revocatoria nell'ambito di una procedura con finalità di risanamento è logicamente e giuridicamente preliminare rispetto a quella della ammissibilità del suo trasferimento all'assuntore del concordato. Infatti, secondo alcune pronunce di merito, l'illegittimità dell'esercizio dell'azione revocatoria ex d.lgs. n. 270 del 1999 nella fase di risanamento non è esclusa dal sopravvenire, nel corso del giudizio, della fase liquidatoria, e, analogamente, la successiva proposizione di un concordato nell'ambito del quale l'azione de qua è stata trasferita all'assuntore non legittima un'azione originariamente inammissibile. Ad avviso di HSBC, l'approvazione del concordato non muta comunque la finalità conservativa e di risanamento della procedura in esame, come bene ha sottolineato il Tribunale rimettente nella sentenza del 1° ottobre 2005, che ha omologato il concordato in questione. In ogni caso, il concordato disciplinato dal decreto-legge n. 347 del 2003 non sarebbe comparabile con il concordato previsto dall'art. 124 della legge fallimentare, in quanto il primo è strumentale al risanamento dell'impresa, come risulta dalle stesse indicazioni contenute nella relativa proposta e nel prospetto informativo relativo all'offerta di azioni ordinarie e warrant della “nuova” Parmalat s.p.a., redatti dal commissario straordinario, nonché dalla circostanza che non è previsto alcun pagamento da parte dell'assuntore in favore dei creditori chirografari ed i crediti ammessi al concorso sono trasformati in capitale di rischio. Il concordato fallimentare mira, invece, a far cessare il fallimento, mediante il ricorso ad una modalità di liquidazione dei beni più rapida e conveniente per i creditori, come puntualmente hanno osservato giurisprudenza e dottrina. Appunto per questo, è inammissibile un concordato fallimentare mediante cessione dei beni ai creditori, in quanto non garantirebbe il recupero di una percentuale del credito superiore a quella conseguibile mediante la liquidazione fallimentare e che, invece, è proprio quanto accade con il concordato in esame. Inoltre, come ha chiarito la giurisprudenza, nel concordato fallimentare la cessione delle azioni revocatorie è strumentale al soddisfacimento dei creditori, costituendo dette azioni un elemento dell'attivo, che incide sulla misura della percentuale concordataria. Nel concordato in esame – preordinato a realizzare il risanamento e la ristrutturazione dell'impresa insolvente – non sono invece previsti pagamenti in favore dei creditori e, conseguentemente, le azioni revocatorie non sono strumentali al succitato scopo. 1.5.2.- Secondo HSBC, la norma censurata, in violazione dell'art. 3 Cost., realizza una ingiustificata disparità di trattamento tra fattispecie omologhe, in relazione all'art. 49 del d.lgs. n. 270 del 1999. A suo avviso, le due norme: a) hanno identico oggetto, in quanto regolano la procedura di amministrazione straordinaria concernente le imprese di grandi dimensioni che versano in stato di insolvenza; b) hanno identiche finalità, in quanto mirano alla ristrutturazione delle imprese; c) hanno ambiti di applicazione in larga misura coincidenti, dato che la diversità dei requisiti dimensionali per l'ammissione alle due procedure non è influente e dimostra l'identità delle situazioni sotto il profilo soggettivo, risultando applicabile il decreto-legge n. 347 del 2003 nei casi nei quali è applicabile il d.lgs. n. 270 del 1999, in virtù di una opzione rimessa allo stesso imprenditore, mentre la prima è essenzialmente connotata da una maggiore celerità; d) in riferimento all'art. 27, comma 2, lettera b), del d.lgs. n. 270 del 1999, riguardano procedure sostanzialmente omogenee. Le situazioni in comparazione sono quindi omologhe e, conseguentemente, la norma censurata, nella procedura ex decreto-legge n. 347 del 2003, irragionevolmente sacrifica il diritto dei creditori dell'imprenditore insolvente, dato che, secondo la Corte costituzionale, la deroga del principio generale della stabilità dei diritti realizzata dall'azione revocatoria è giustificata esclusivamente dallo scopo di permettere la ricostruzione del patrimonio del fallito e di ripartire tra i creditori eventuali perdite. L'irragionevolezza è confortata dalla considerazione che l'opzione per una delle due discipline è lasciata allo stesso imprenditore insolvente. Sotto un diverso profilo, la norma censurata realizza un'ingiustificata disparità di trattamento anche tra le imprese insolventi, dato che soltanto quelle che accedono alla procedura disciplinata dal decreto-legge n. 347 del 2003 hanno la possibilità di ottenere eterofinanziamenti, mediante l'esperimento dell'azione revocatoria durante la fase di risanamento. Infine, la norma impugnata è viziata da intrinseca irragionevolezza, in quanto l'azione revocatoria fallimentare è inconciliabile con la finalità conservativa della procedura, in considerazione della ratio dell'azione, che va individuata, secondo la giurisprudenza costituzionale, nella realizzazione della par condicio creditorum (sentenze n. 379 del 2000; n. 173 del 1994; n. 100 del 1993; n. 300 del 1986) e che è inesistente qualora essa sia esercitata nel contesto della procedura disciplinata dal decreto-legge n. 347 del 2003, anche nel caso del concordato ex art. 4-bis.