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Modifiche al codice civile ed al codice di procedura civile in materia di affidamento condiviso dei figli. Onorevoli Senatori. -- Sono trascorsi ormai più di dieci anni dalla data di entrata in vigore della legge sull’affidamento condiviso -- legge 8 febbraio 2006, n. 54 -- ma l'analisi della giurisprudenza maturata dimostra, al di là di ogni ragionevole dubbio, come la norma sia stata disapplicata in quasi tutti i tribunali della Repubblica. Di più, è evidente che il nuovo impianto normativo, ricco di principi che già all'epoca il nostro ordinamento attendeva da tempo, sia stato totalmente disatteso dalla sistematica attività di richiamo, da parte della magistratura, alle prassi e agli stereotipi culturali dominanti all'epoca dell'affidamento esclusivo. Infatti, la citata legge n. 54 del 2006 è riuscita ad affermare, soltanto nei principi, il diritto del minore a mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con entrambi i genitori. Nel 2006, l'esigenza di far passare la riforma aveva, di fatto, rimandato gli eventuali interventi migliorativi a quanto avrebbe suggerito la sua concreta esperienza applicativa. Questo disegno di legge è frutto del lavoro di ricerca effettuato dalle associazioni aderenti ad ADIANTUM (Associazione di aderenti nazionali per la tutela dei minori) e trova fondamento nella violazione dei diritti dei minori tutelati nella forma ma disattesi nella sostanza, nel generale malcontento dei cittadini colpiti da iniqui provvedimenti giudiziali, nelle critiche delle associazioni forensi alla prassi giudiziaria che disattende la ratio della norma, nelle critiche del mondo accademico che rileva reiterate violazioni del benessere dei minori, ed anche nei numerosi progetti e disegni di legge che, nelle passate legislature, sono stati presentati da tutte le forze politiche a testimonianza di una criticità tanto grave quanto ampiamente condivisa, che pertanto richiede soluzioni urgenti. Le attività di monitoraggio delle sentenze (Osservatorio nazionale sul condiviso, ADIANTUM), effettuate sulla base di un campione statistico proveniente dall'86 per cento dei distretti di Corte d'appello italiani, hanno permesso di osservare da subito una spiccata mancanza di omogeneità nei provvedimenti adottati, recanti decisioni apertamente contraddittorie non solo fra tribunali di diverse città, ma anche tra diversi giudici dello stesso tribunale. Una vasta area della magistratura, avvezza a considerare l'affidamento mono-genitoriale come misura prevalentemente applicabile, fatica ancora ad abbandonare una prassi -- concettuale prima ancora che giurisprudenziale -- plasmata sul vecchio modello di affido esclusivo. A ciò si aggiunga che nel luglio 2011 è stato depositato in Senato un dossier sulla modulistica in uso nei tribunali e persino sul sito ministeriale www.giustizia.it. Tale dossier dimostrava come i prestampati «suggerissero» un modello di affidamento condiviso con frequentazioni tarate su un pomeriggio a settimana e due domeniche al mese, quindi misure totalmente sovrapponibili al precedente impianto normativo. Purtroppo sono inattendibili i dati ISTAT che riferiscono percentuali di affidamento condiviso prossime al 90 per cento. Non c'è dolo da parte dell'istituto, la criticità è nello strumento di rilevazione: l'ISTAT si limita a riscontrare, sia con i moduli prestampati che con le sentenze monitorate, la dicitura con la quale un provvedimento viene omologato; non è compito dell'istituto verificare se i contenuti del provvedimento corrispondano realmente ad un affido condiviso o siano l'esatta replica di ciò che prima del 2006 veniva erogato come affido esclusivo. Ne risulta che l'ISTAT potrebbe anche registrare il 100 per cento di affidamento condiviso, tuttavia va compreso che tale dato rileverebbe il contenitore ma non certo le misure contenute. A fronte di un indubbio cambiamento dell'aspetto formale, la sostanza è quindi rimasta invariata; vi sono ancora resistenze nell'applicare una norma che ha ribaltato la «scala di priorità giudiziaria» della separazione, indirizzandola verso modalità di affido che privilegino il principio di bigenitorialità. Tale principio, alla luce di tutte le risultanze scientifiche rilevate dal legislatore in lunghi anni di audizioni, è quello più adatto a garantire un sano processo di crescita della prole, nonché a contenere i danni che i minori possono subire dalla separazione dei loro genitori. Tuttavia, nei primi dieci anni di vita della nuova normativa, si è assistito alla diffusione di sentenze in cui le nuove modalità di affidamento sono state accanitamente aggirate. La forma più evidente di mancata applicazione della citata legge n. 54 del 2006 si intravede con chiarezza in quei provvedimenti in cui l'affidamento condiviso viene nominalmente concesso, salvo stabilire puntualmente la previsione di tempi di permanenza con i figli sbilanciati a favore di uno dei due genitori, il quale beneficia di un assegno anche in presenza di una stabile posizione lavorativa ed una conseguente autonomia economica. Tutto ciò è l'esatto contrario di quanto il legislatore si è proposto nel 2006, e cioè la sostituzione del modello mono-genitoriale con quello bi-genitoriale, e si contrappone ai risultati di autorevoli studi internazionali sui benefici del coinvolgimento ampio di ambedue le figure genitoriali sulla salute psichica dei giovani (Anna Sarkadi, Robert Kristiansson, Frank Oberklaid, Sven Bremberg Fathers, Involvement and children's developmental outcomes: a systematic review of longitudinal studies. Acta Pædiatrica 2008, 97 (2), 153-158 2008). Il ricorso a tale prassi, inoltre, ha come conseguenza quella di favorire una cultura giudiziaria della separazione che preferisca la stabilità del domicilio del minore alla sua stabilità affettiva. È frequente, infatti, che nei tribunali italiani oggi, piuttosto che individuare competenze, abitudini e compiti di cura assunti in costanza di matrimonio, si preferisca argomentare le ragioni di un provvedimento mediante l'utilizzo di stereotipi («i bambini con la valigia sempre pronta» -- «i piccoli nomadi» -- «i cuccioli devono avere un unico nido», «i figli non sono pacchi postali») i quali non tengono conto dell'evoluzione socio-familiare degli ultimi decenni, dell'inserimento capillare dell'universo femminile nel mondo del lavoro e delle mutate abitudini di vita dei nostri figli, quotidianamente impegnati in attività extra-scolastiche, ludiche, sportive e culturali e, pertanto, al di fuori delle mura domestiche per gran parte della propria giornata. La medesima attività di monitoraggio che è alla base di questo disegno di legge ha evidenziato come sia stata sostanzialmente disattesa la norma riguardante il mantenimento diretto dei figli, mediante il quale entrambi i genitori sono chiamati a fornire direttamente e personalmente i beni o i servizi di cui essi hanno bisogno. Tale strumento è fondamentale per assicurare alla prole continuità di cura anche nella separazione, nonché a dare ai figli un concreto segnale di comprensione e partecipazione attiva da parte di entrambi i genitori ai loro bisogni.