[pronunce]

Di conseguenza, non essendo possibile verificare se la richiesta di trattazione in udienza pubblica corrisponda effettivamente alla volontà e all'interesse dell'indagato, resterebbe inibito il necessario scrutinio circa la rilevanza delle questioni. Nel merito, le questioni sarebbero in ogni caso infondate. La procedura incidentale di riesame non è volta, infatti, a decidere sul merito della responsabilità penale e la pronuncia che la conclude non è destinata ad assumere il connotato della irrevocabilità. La decisione ha luogo allo stato degli atti, e anche quello che la giurisprudenza definisce come giudicato cautelare presenta «una stabilità piuttosto effimera». Conseguentemente, la procedura non ricadrebbe nell'ambito di applicazione dell'art. 6 della CEDU, che attiene unicamente ai procedimenti finalizzati a verificare la fondatezza sostanziale dell'accusa. Neppure, d'altro canto, potrebbe ritenersi conculcato il diritto di difesa, risultando in ogni caso garantita la partecipazione dell'interessato e non essendo previsti meccanismi di acquisizione delle prove connotati dal regime della pubblicità.1.- Il Tribunale ordinario di Lecce, con tre ordinanze di analogo tenore, dubita della legittimità costituzionale degli artt. 309, comma 8, e 127, comma 6, del codice di procedura penale, «nella parte in cui non consentono che il procedimento per il riesame delle misure cautelari si svolga, su richiesta dell'indagato o del ricorrente, nelle forme della pubblica udienza». Ad avviso del rimettente, le norme censurate violerebbero l'art. 117, primo comma, della Costituzione, in quanto non rispettose del principio di pubblicità dei procedimenti giudiziari, sancito dall'art. 6, paragrafo 1, della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali, ratificata e resa esecutiva con legge 4 agosto 1955, n. 848 (d'ora in avanti, CEDU), così come interpretato dalla Corte europea dei diritti dell'uomo. Risulterebbe violato, altresì, l'art. 111, primo comma, Cost., per contrasto con il principio del «giusto processo», al quale non potrebbe ritenersi estraneo, pure in difetto di espressa menzione, quello di pubblicità delle udienze giudiziarie. Le disposizioni censurate lederebbero, infine, l'art. 3 Cost., per l'irragionevole disparità di trattamento dei soggetti coinvolti nel procedimento di riesame sia rispetto ai soggetti coinvolti nei procedimenti per l'applicazione di misure di prevenzione e di misure di sicurezza - ai quali, per effetto delle sentenze n. 93 del 2010 e n. 135 del 2014 di questa Corte, è riconosciuto il diritto di chiedere la trattazione in udienza pubblica della procedura - sia rispetto ai soggetti coinvolti nel giudizio abbreviato e nel giudizio ordinario. 2.- Le tre ordinanze di rimessione sollevano identiche questioni, sicché i relativi giudizi vanno riuniti per essere definiti con unica decisione. 3.- In via preliminare, va rilevato che - malgrado i ripetuti riferimenti al procedimento di appello in materia cautelare (art. 310 cod. proc. pen.) e a quello di riesame delle misure cautelari reali (art. 324 cod. proc. pen.) rinvenibili nella motivazione delle ordinanze di rimessione - il dispositivo e le premesse delle ordinanze stesse rendono palese come le questioni sottoposte alla Corte attengano al solo procedimento di riesame delle misure cautelari coercitive, regolato dall'art. 309 cod. proc. pen. (strumento di impugnazione sui generis, inteso a realizzare un controllo, anche di merito, in tempi ristretti e perentori sui provvedimenti "genetici" delle predette misure). Le doglianze investono segnatamente la previsione del comma 8 del citato art. 309, secondo la quale detto procedimento «si svolge in camera di consiglio nelle forme previste dall'articolo 127», e dunque, ai sensi del parimente censurato comma 6 della disposizione richiamata, «senza la presenza del pubblico». 4.- Ciò premesso, l'eccezione di inammissibilità delle questioni formulata dal Presidente del Consiglio dei ministri non è fondata. L'interveniente rileva che, per quanto riferito dal rimettente, la richiesta di trattazione in udienza pubblica dei procedimenti a quibus - richiesta che condiziona la rilevanza delle questioni (sentenza n. 214 del 2013) - è stata formulata dal difensore del ricorrente e, dunque, da un soggetto - in assunto - non legittimato. Trattandosi dell'esercizio di un diritto personalissimo, non afferente alla difesa tecnica e potenzialmente confliggente con il diritto alla riservatezza del soggetto in vinculis, l'istanza avrebbe dovuto essere, infatti, proposta personalmente dall'indagato o da difensore munito di procura speciale. In senso contrario, va osservato che l'art. 99, comma 1, cod. proc. pen. stabilisce, come regola generale, che «[a]l difensore competono le facoltà e i diritti che la legge riconosce all'imputato, a meno che essi siano riservati personalmente a quest'ultimo». In assenza di una disposizione che configuri la richiesta di udienza pubblica come atto personale dell'imputato, la tesi per cui essa può promanare anche dal difensore appare, dunque, quantomeno non implausibile. È questa, del resto, l'opinione corrente con riguardo alla richiesta di svolgimento in pubblica udienza del giudizio abbreviato (altrimenti trattato in forma camerale), prevista dall'art. 441, comma 3, cod. proc. pen. 5.- Nel merito, le questioni sono, tuttavia, non fondate. 5.1.- Un rilievo preminente assume, nella prospettazione del rimettente, la censura di violazione della garanzia della pubblicità dei procedimenti giudiziari, stabilita dall'art. 6, paragrafo 1, della CEDU, così come interpretato dalla Corte europea dei diritti dell'uomo: violazione cui consegue, di riflesso, quella dell'art. 117, primo comma, Cost. Ciò, alla luce del noto indirizzo della giurisprudenza di questa Corte - inaugurato dalle sentenze n. 348 e n. 349 del 2007 - secondo il quale le norme della CEDU, nel significato loro attribuito (con giurisprudenza consolidata: sentenza n. 49 del 2015) dalla Corte di Strasburgo, specificamente istituita per dare ad esse interpretazione e applicazione, integrano, quali «norme interposte», il citato parametro costituzionale, nella parte in cui impone la conformazione della legislazione interna ai vincoli derivanti dagli obblighi internazionali. A sostegno della censura, il rimettente evoca, in particolare, la sentenza 13 novembre 2007, Bocellari e Rizza contro Italia, con la quale la Corte di Strasburgo ha ritenuto incompatibile con l'indicata garanzia convenzionale il procedimento per l'applicazione delle misure di prevenzione, del quale la legge italiana all'epoca vigente prevedeva la trattazione in forma camerale.