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Si può quindi notare che il rigore straordinario osservato dai precedenti Governi - bisogna dire che nel 2020 non c'era il Governo attuale - si è sicuramente riflettuto in un calo spettacolare del PIL e dunque della ricchezza del Paese, con tante aziende che sono state in difficoltà, altre che hanno chiuso o hanno spostato le loro produzioni, e ci sono stati tantissimi posti di lavoro persi. E questo di fronte a numeri della pandemia che non sono assolutamente migliori di quelli degli altri Paesi, anzi sono spesso peggiori sia per quanto riguarda la mortalità che la letalità. Un secondo aspetto di cui pure si è molto parlato è l'incredibile calo del debito pubblico del 2021. Non sappiamo come finirà il 2021, ma sappiamo come sono andati i primi sette mesi, e questo non da qualche organo di informazione sovversivo di opposizione o chissà cosa, ma dai dati della Banca d'Italia. Tali dati ci dicono che nei primi sette mesi di quest'anno il debito pubblico è aumentato di 152,9 miliardi: è il più grande aumento della storia del nostro Paese; mai c'era stato un aumento così alto in tutta la nostra storia. Nel 2020 ci fu sì un indebitamento di 163 miliardi, ma nei primi sette mesi era stato un po' meno di quello di quest'anno (151 miliardi). Allora come è possibile che si dica che il debito pubblico scende quando è salito più di quanto sia mai cresciuto nella storia d'Italia? È possibile perché si ricorre al rapporto tra il debito pubblico e il PIL e cioè essendoci questa risalita, a seguito della disastrosa caduta dell'anno scorso, in rapporto al prodotto interno lordo previsto ci sarebbe un miglioramento in percentuale. Siccome, però, gli italiani, le aziende e anche lo Stato non pagano le cose che devono pagare in percentuale, ma in euro, diciamo le cifre in euro. Il prodotto interno lordo dovrebbe salire del 6 per cento, che corrisponde a circa 99 miliardi di ricchezza in più rispetto all'anno passato. Sono parecchi in meno rispetto a due anni fa, ma perlomeno rispetto all'anno passato sarebbe un miglioramento. Che dire, però, di questo miglioramento di 99 miliardi quando il debito aumenta di 152,9 miliardi? A me sembra un disastro. Se alla fine dell'anno un imprenditore può dire di aver incassato, con la sua attività, 99.000 euro in più dell'anno scorso - tralasciando il fatto che l'anno scorso è stato disastroso - ma contemporaneamente si è indebitato per 152.900 euro, è un anno disastroso, perché nonostante il miglioramento degli incassi, si è impoverito di 53.900 euro in più rispetto a quello che ha guadagnato. È una situazione davvero preoccupante. Fare i giochini matematici sul rapporto con il PIL è davvero un po' preoccupante, perché si vuol far passare il messaggio che va tutto bene così. Se però è così importante - ed indubbiamente lo è - questo rapporto tra debito e prodotto interno lordo, dobbiamo dire che questo debito, se anche scende - si fa per dire - al 153,6 per cento (queste sono le previsioni) nel corso di quest'anno, due anni fa era al 134, per cui dal 2019 al 2021 avremo un aumento dell'indebitamento del 19 per cento. Voglio ricordare che ci sono stati solo due bienni nella storia d'Italia in cui - in termini percentuali, non in termini assoluti - l'indebitamento è stato maggiore e questi due bienni sono stati il 1918-1920, cioè la Prima guerra mondiale, con tutte le enormi difficoltà che ci sono state dopo (fra cui l'epidemia di spagnola, che fece 100 milioni di morti in tutto il mondo, decisamente molto più del Covid) e il 1940-1942, cioè l'inizio della Seconda guerra mondiale, con tutto quello che ha significato. Questo vuol dire che in tutti gli altri bienni della storia d'Italia c'è stato un andamento migliore. Anche in questo caso, far passare quello presente per un grande momento va bene per i giornali che sostengono il Governo, ma la realtà purtroppo è molto diversa. Non tutto il PIL è buono, perché quando il PIL è prodotto da generose donazioni del Governo, che in qualche caso sono dovute e giuste, quando si tratta di rifondere i danni a coloro le cui attività sono state chiuse per leggi dello Stato va bene, ma quando si parla di erogazioni di carattere assistenziale, come il reddito di cittadinanza, non è che sia tutta salute. Siamo in una situazione in cui le nostre aziende e i singoli lavoratori sono messi in gravi difficoltà da una serie di fattori, come l'aumento enorme del prezzo dell'energia che stiamo registrando in questi mesi e che è destinato a salire ancora. Ebbene, l'aumento dei prezzi dell'energia è legato in modo molto significativo alla decisione politica dell'Unione europea, sostenuta anche da questo Governo, di tagliare ulteriormente le emissioni di anidride carbonica, cosa che ha fatto salire i diritti di emissione, cioè le aziende per poter lavorare devono pagare - è scritto nella stessa relazione che abbiamo sott'occhio - da 24 a 61 euro nelle ultime settimane. Questo vuol dire che le nostre bollette sono destinate ad aumentare ancora. Come si fa a essere concorrenziali in questa situazione? Concludo, Presidente, dicendo che c'è un aspetto che manca del tutto: c'è un grave deficit che preoccupa, che dovrebbe preoccupare tutti nel nostro Paese, che non è solo economico, naturalmente, non riguarda il debito pubblico; parlo del deficit di natalità. (Applausi) . Anno dopo anno, da tredici anni, abbiamo una riduzione delle nascite, e non c'è rimedio perché essa si riflette nel futuro. Quando i nati nel 2020 saranno nell'età feconda, ci saranno meno nati, anche a parità di tasso di fecondità che è del tutto opinabile che resti uguale. È molto grave, e su questo nella Nota di aggiornamento al nostro esame non c'è alcunché, se non un accenno all'assegno unico universale che, come abbiamo già visto, in molti casi riduce sensibilmente quello che ricevono molte famiglie, mentre altre famiglie che nulla avevano continuano a non avere alcunché. (Applausi) . PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Misiani. Ne ha facoltà. MISIANI (PD) . Signor Presidente, la Nota di aggiornamento contiene due buone notizie che vanno sottolineate, come hanno già fatto tanti colleghi. La prima è che l'economia nel 2021 va meglio delle previsioni: più 6 per cento anziché il 4,5 stimato pochi mesi fa. È un dato positivo che, però, va preso con alcuni elementi di cautela: anzitutto, si tratta di un rimbalzo, perché facciamo più 6 dopo il meno 8,9 del 2020, ed è un rimbalzo che lascia l'Italia un po' più indietro, a fine 2021, rispetto al recupero della zona euro. È una ripresa molto significativa, superiore alle aspettative, ma su cui prospetticamente gravano alcune incognite, giustamente evidenziate nella Nota: prima di tutto, la pandemia, perché i numeri dell'Italia sono positivi sia sul versante dei contagi sia sul fronte della vaccinazione - e questo va ascritto a merito del Governo e della politica di rigore che è stata seguita e che noi abbiamo sostenuto - ma non siamo fuori dall'emergenza.