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Il concetto di estraneità all'attività ordinaria è stato poi riferito alla necessità di avvalersi di mansioni normalmente non utilizzate in azienda, vale a dire, ad un parametro oggettivo e verificabile. In specifico, poi, il riferimento a mansioni non utilizzate negli ultimi sei mesi precedenti l'assunzione a tempo determinato è parso necessario per ancorare la concreta valutazione circa la sussistenza di tale parametro a un arco temporale preciso e già collaudato in analoghe situazioni, in particolare quando si trattò di specificare il concetto di « temporanea utilizzazione in qualifiche non previste dai normali assetti produttivi aziendali » di cui all'articolo 1, comma 2, lettera b) , della legge 24 giugno 1997, n. 196. All'epoca, la circolare del Ministero del lavoro e della previdenza sociale n. 141 del 1997 chiarì che l'espressione legislativa stava ad indicare le mansioni effettivamente svolte nell'arco degli ultimi sei mesi nell'attività aziendale. Con le lettere c) , d) ed e) del comma 1.1 viene offerta, poi, una specificazione di quanto previsto dalla lettera b) dell'articolo 1, comma 1, del decreto legislativo n. 81 del 2015, chiarendo anche qui il concetto di « temporaneità » e quelli espressi dalle altre parole adoperate nella disposizione di legge, ad iniziare dalla endiadi « significativi e non programmabili », che si è inteso definire con particolare riferimento ai possibili eventi che non si verificano con una cadenza regolare. Il comma 1- ter è invece dedicato a consentire alla contrattazione collettiva di individuare e specificare, tenendo presenti le causali astratte e generali e le loro definizioni legislative, casi concreti di utilizzo, nelle variegate realtà produttive, del contratto di lavoro a tempo determinato. Come accennato, questa norma è strettamente connessa a quella del comma 1.1 e ciò per la ragione che il comma 1- ter non demanda alla contrattazione collettiva il compito di definire essa stessa le fattispecie generali in cui è consentita la stipulazione di contratti di lavoro a tempo determinato – com'è stato, in ampia misura, con l'articolo 23 della legge n. 56 del 1987 –, ma le demanda il compito di dare concreta attuazione alla volontà del legislatore, avendo riguardo alle fattispecie da questi previste e definite e alle concrete realtà dei settori merceologici e delle singole aziende. È un compito, questo, che non può non spettare ai soggetti che sono più vicini al mondo produttivo e che più conoscono, per il fondamentale ruolo che svolgono nel nostro ordinamento giuridico e nel nostro sistema socio-economico, le necessità effettive delle imprese e dei lavoratori e le potenzialità di sviluppo in termini produttivi e occupazionali delle varie aziende e dei vari settori. Non si tratta, peraltro, di una sorta di « riedizione » del comma 1- bis dell'articolo 1 del decreto legislativo n. 368 del 2001 dopo le modifiche apportatevi dal decreto-legge 28 giugno 2013, n. 76, convertito, con modificazioni, dalla legge 9 agosto 2013, n. 99, perché la contrattazione collettiva, così come non potrà « creare », al di fuori del quadro legislativo, nuove ipotesi di legittimo ricorso al contratto a termine dopo i dodici mesi della « acausalità », neppure potrà, come si era ritenuto nel sistema delineato dalla normativa anzidetta, individuare nuove ipotesi di « acausalità » del contratto a termine che si aggiungano a quella prevista dall'articolo 19, comma 1, del decreto legislativo n. 81 del 2015, ma dovrà specificare fattispecie di concreta operatività del contratto a termine « causale » introdotto dal legislatore con le lettere a) e b) dell'articolo 19, comma 1, del decreto legislativo n. 81 del 2015. In definitiva, con il presente disegno di legge, di natura, in realtà, « integrativa », il contratto a termine: (a) rimarrà « acausale » se la durata non è superiore a dodici mesi e (b) rimarrà « causale » in caso di durata superiore, ma le fattispecie concrete in cui potranno essere « tradotte » le causali generali ed astratte delle lettere a) e b) dell'articolo 19, comma 1, del decreto legislativo n. 81 del 2015, così come meglio definite dal presente disegno di legge onde evitare il più possibile interpretazioni contrastanti ed opzioni ermeneutiche restrittive (com'è accaduto nella vigenza del cosiddetto « causalone »), saranno individuate dalla contrattazione collettiva, ovviamente in necessaria coerenza con la « ratio » che ha ispirato il legislatore. Analogo discorso vale per il regime dei rinnovi e delle proroghe oltre il termine di durata di dodici mesi. È da sottolineare, peraltro, che affidare questo compito alla contrattazione collettiva non soltanto è coerente con il principio della libertà sindacale e con il tradizionale ruolo delle organizzazioni sindacali nel nostro ordinamento, ma è altresì coerente con l'ordinamento dell'Unione europea, dove la direttiva europea sul lavoro subordinato a tempo determinato è attuazione, com'è noto, di un Accordo quadro intervenuto tra le parti sociali. D'altro canto, giova anche sottolineare come la migliore dottrina che si è occupata delle modifiche all'articolo 19 del decreto legislativo n. 81 del 2015 introdotte dal legislatore del 2018 ha persino segnalato come in un sistema non più caratterizzato dall'assoluta « acausalità » non appaia logica e coerente l'omessa previsione che i contratti collettivi possano, a loro volta, prevedere ulteriori causali di stipula di contratti ultrannuali, nonché ulteriori causali di proroghe e rinnovi. In questa prospettiva, il comma 1- ter che si propone di inserire nell'articolo 19 del decreto legislativo n. 81 del 2015 è finalizzato a consentire alla contrattazione collettiva, nell'ambito delle causali e delle definizioni di legge, di specificare, non solo ipotesi di contratto a termine di durata ultrannuale, ma anche ipotesi, magari diverse da queste ultime, di proroghe ultrannuali e di rinnovi. Infine, non può di certo sostenersi che il presente disegno di legge, per quanto attiene al ruolo della contrattazione collettiva, sarebbe una sorta di « duplicazione » di quanto già consentito dall'articolo 8 del decreto-legge n. 138 del 2011, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 148 del 2011, che disciplina la cosiddetta contrattazione « di prossimità ». Difatti, senza necessità di addentrarsi nella disquisizione – tutta interna alla problematica della successione delle leggi nel tempo – circa la perdurante o meno possibilità di derogare, tramite la contrattazione « di prossimità », alla normativa sulle causali introdotte dal legislatore nel 2018, è sufficiente osservare, in proposito, che i limiti della contrattazione di prossimità « in deroga » sono chiaramente fissati dal medesimo decreto-legge n. 138 del 2011 laddove individua le situazioni e le finalità che legittimano la deroga.. 1 1 All'articolo 19 del decreto legislativo 15 giugno 2015, n. 81, sono apportate le seguenti modificazioni: a dopo il comma 1 è inserito il seguente: « 1.1.