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Perché dopo il 17 ottobre si verifica una telefonata tra il Presidente del Consiglio ed Erdogan; una telefonata infuocata, ci dicono le agenzie. Da quella telefonata, cambia l'atteggiamento non della Turchia, ma dell'Italia. Erdogan continua nel massacro del popolo siriano e curdo e l'Italia si ritira, ora dopo ora, da qualunque azione. Quella telefonata infuocata, evidentemente, ha convinto Conte a fare marcia indietro. Lui, non il popolo italiano; io spero che abbia convinto lui, non il Parlamento italiano. Per questo non voteremo certamente questa proposta di risoluzione di maggioranza: perché non vogliamo essere complici di questo atteggiamento pilatesco dell'Italia. Voteremo invece tutte le altre proposte di risoluzione, perché tutte, nessuna esclusa, compresa quella del Gruppo Misto-LeU, anche se in misura minore rispetto alla nostra, chiedono al Governo italiano di fare qualcosa e non di stare soltanto a guardare. Pensiamo, infatti, che sia doveroso per l'Italia, più che per qualunque altra Nazione, essere (come dicevano i parlamentari della maggioranza fino al 17 ottobre) in prima fila, anche unilateralmente, a intervenire perché ci siano, come dice il Parlamento europeo e come ha votato il Congresso americano stanotte, sanzioni selettive nei confronti dei responsabili di quello che si profila essere un genocidio, cioè della Turchia. Per questo chiediamo che l'Italia e l'Unione europea si pongano come il Congresso americano e come il Parlamento europeo, in una postura affermativa nei confronti della Turchia, cancellando i finanziamenti. Caro Di Maio - mi rivolgo a Di Maio che è assente, ma qualcosa bisogna che qualcuno glielo spieghi - il fatto che siano sospese le trattative per l'ingresso della Turchia nell'Unione europea significa anche che nel frattempo proseguono i finanziamenti dell'Unione europea alla Turchia in riferimento al processo di adesione. Se invece quelle trattative e quel processo vengono annullati, vengono anche sospesi i cospicui finanziamenti che la Turchia utilizza, sulla base di quelle trattative che si sono sospese ma non arenate, per reprimere il popolo curdo. Dico questo perché la nostra mozione su questo è chiara e netta e risponde a quello che il senatore Morra ha detto a questa Assemblea, perché la cosa paradossale è che una cosa viene detta nelle piazze da Zingaretti e da Di Maio, una cosa è stata detta in quest'Aula da Conte il 16 ottobre e da Di Maio il 15 ottobre alla Camera dei deputati, una cosa è quello che poco fa ha detto qui il senatore Morra reclamando l'embargo delle armi, le sanzioni, la sospensione del processo di adesione della Turchia ed altra cosa è quella che voteranno il senatore Morra e i senatori del MoVimento 5 Stelle. Io vi chiedo di essere coerenti con le vostre parole e con gli ideali che professate, di non sbandierare parole e ideali per poi comportarvi, negli atti concreti, come vi comporterete ove passasse la proposta di risoluzione della maggioranza in Italia e quindi la posizione del Governo italiano, che è esattamente contraria a quella votata dal Parlamento europeo ed esattamente contraria a quella votata dal Congresso americano. Credo che il popolo italiano, i popoli europei e il popolo americano debbano essere all'unisono, convinti che occorre fermare il dittatore Erdoğan e la Turchia prima che questo si rivolga anche contro l'Europa. Dobbiamo esserne consapevoli da italiani, da europei, da occidentali. Auspico che il Senato della Repubblica e ciascun senatore voti secondo la propria coscienza e non secondo quello che è stato presentato in quest'Aula da una maggioranza che è arretrata su ogni fronte ed è evidentemente supina agli interessi di Erdoğan. (Applausi dai Gruppi FdI e FI-BP) . ZANDA (PD) . Domando di parlare per dichiarazione di voto. PRESIDENTE. Ne ha facoltà. ZANDA (PD) . Signor Presidente, dico subito che i senatori del Partito Democratico approvano la posizione del Governo italiano sull'aggressione della Turchia al Nord-Est del territorio siriano e ringraziano molto il ministro Di Maio per la ricca esposizione dei fatti con la quale oggi ci ha informato e ancor di più per la sua replica, politicamente più interessante. Se avevamo bisogno di altre conferme della denuncia di Papa Francesco sulla nuova guerra mondiale a pezzi che sta insanguinando il pianeta, è proprio la guerra in Siria a darcela. L'ultimo atto di questa vasta guerra, cioè l'invasione della Siria da parte del presidente Erdoğan, è stato reso possibile dalla decisione di Trump di ritirare le sue truppe dal Nord della Siria, così lasciando campo libero all'esercito turco e alle sue milizie criminali; difficile pensare che il ritiro e la successiva invasione non siano stati in qualche modo concordati. Questa è la verità, perché, senza il sostanziale lasciapassare degli Stati Uniti, la Turchia non si sarebbe certamente mossa. Le conseguenze dell'offensiva della Turchia in Siria sono note: stragi di civili e militari curdi, distruzione di decine di villaggi, assoluta insicurezza delle strade, impossibilità delle comunicazioni nel Nord-Est della Siria e, soprattutto, la prospettiva della spartizione di quel territorio tra la Turchia e la Siria, con la regia della Russia. Oggi noi, sentito il ministro Di Maio, siamo qui per cercare di interpretare politicamente fatti così gravi, comprenderne le implicazioni internazionali, inquadrarli nei possibili futuri scenari e, infine, per esprimere un'opinione sulla posizione del Governo italiano. Ho già detto di approvare la posizione del nostro Governo e a breve questo giudizio positivo sarà confermato dal voto dei senatori del PD in favore della proposta di risoluzione della maggioranza. Adesso mi preme tentare di allargare l'orizzonte e cercare di dar conto del senso geopolitico di quanto sta accadendo in Siria, come seguito della rivolta del popolo siriano contro la durezza del regime di Assad. Un tempo la letteratura mondiale chiamava "grande gioco" l'intreccio di guerre, rivolte, colpi di stato, sfide economiche di potenza, fatti di spionaggio e attentati sanguinosi che determinavano le rotture e le ricomposizioni degli equilibri nel quadrante di terre, straordinarie per storia, per cultura e per tradizioni secolari, che dalla Siria e dal Libano vanno verso il Pakistan e l'India, verso l'Iran e l'Arabia Saudita, verso l'Iraq e la Giordania, sino al territorio di quello che oggi è lo Stato di Israele. Da quando è iniziato questo grande gioco, cioè dall'Ottocento ad oggi, sono passati due secoli e nel mondo i rischi per la pace si sono moltiplicati. Tutti sappiamo quante, quali e quanto pericolose siano le tensioni in quel quadrante del mondo. Ma i rischi sono visibili ad occhio nudo nell'intero pianeta, non solo osservando la dinamica di quelle che noi chiamiamo riduttivamente guerre commerciali, ma pensando alle guerre vere e ai rischi militari. La Corea del Nord e l'Ucraina sono i due casi macroscopici, ma la verità è che oggi la guerra mondiale a pezzi, come la chiama Papa Francesco, vede in corso nel mondo una cinquantina di guerre locali e di focolai di guerra, mentre le Nazioni che posseggono la bomba atomica sono ormai una decina e non tutte danno sufficienti garanzie.