[pronunce]

che nella citata sentenza n. 241 del 2009 la Corte costituzionale ha, infatti, chiarito che nel caso in cui il Collegio per i reati ministeriali disponga l'archiviazione cosiddetta anomala o asistematica, a seguito della quale il processo penale prosegue nelle forme ordinarie (art. 2, comma 1, della legge 5 giugno 1989, n. 219, recante «Nuove norme in tema di reati ministeriali e di reati previsti dall'articolo 90 della Costituzione»), all'organo parlamentare «non può essere sottratta una propria, autonoma valutazione sulla natura ministeriale o non ministeriale dei reati oggetto di indagine giudiziaria, né tantomeno - ove non condivida la conclusione negativa espressa dal tribunale dei ministri - la possibilità di sollevare conflitto di attribuzione davanti alla Corte costituzionale, assumendo di essere stata menomata, per effetto della decisione giudiziaria, della potestà riconosciutale dall'art. 96 Cost.»; che nella specie, tuttavia, la Camera dei deputati - dopo avere espresso una valutazione in ordine alla natura del reato difforme da quella operata dall'autorità giudiziaria - ha ritenuto di potersi direttamente avvalere della potestà riconosciutale dall'art. 96 Cost., negando l'autorizzazione a procedere, senza sollevare preventivamente conflitto di attribuzione; che, con l'odierno ricorso - puntualizza il Tribunale, rimarcando come in ciò risieda un ulteriore profilo di diversità rispetto al ricorso precedente - non si intende, quindi, disconoscere alla Camera la possibilità di dissentire dalla qualificazione del reato operata dalla competente autorità giudiziaria, ma si intende piuttosto censurare il fatto che l'organo parlamentare si sia discostato, nei termini dianzi esposti, dalle indicazioni della sentenza n. 241 del 2009; che, sulla base di tali considerazioni, il Tribunale chiede, quindi, alla Corte di dichiarare che non spettava alla Camera dei deputati adottare il provvedimento previsto dall'art. 9, terzo comma, della legge cost. n. 1 del 1989, senza avere preventivamente sollevato conflitto di attribuzione, e, conseguentemente, di annullare la delibera impugnata; che, ad avviso del ricorrente, il ricorso sarebbe ammissibile, nonostante la dichiarazione di improcedibilità del precedente ricorso relativo alla medesima delibera, in quanto connotato da novità nei suoi elementi costitutivi tali da mutare la sostanza del conflitto; che, in aggiunta ai profili differenziali già evidenziati, anche il petitum sarebbe, infatti, diverso e più ampio rispetto a quello del precedente ricorso, venendo richiesta, in aggiunta ad una pronuncia di accertamento, anche una pronuncia di natura costitutiva, quale quella di annullamento dell'atto viziato da incompetenza. Considerato che, in questa fase, la Corte è chiamata, a norma dell'art. 37, terzo e quarto comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87, a delibare, senza contraddittorio, se il ricorso sia ammissibile, in quanto esiste «la materia di un conflitto la cui risoluzione spetti alla sua competenza»; che, in via preliminare, occorre rilevare come il Tribunale di Livorno, sezione distaccata di Cecina, abbia già proposto, in riferimento alla deliberazione della Camera dei deputati del 28 ottobre 2009 (Doc. XVI, n. 1), un precedente conflitto di attribuzione, dichiarato ammissibile con l'ordinanza n. 211 del 2010 e successivamente improcedibile con l'ordinanza n. 317 del 2011, a causa del ritardo con cui erano stati effettuati gli adempimenti previsti dall'art. 24, comma 3, delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale; che, per consolidato orientamento di questa Corte, il conflitto dichiarato improcedibile non può essere riproposto, stante l'esigenza costituzionale che il giudizio per conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato, una volta instaurato, si concluda in termini certi, non rimessi alle parti confliggenti, non essendo consentito mantenere indefinitamente in sede processuale una situazione di conflittualità di poteri e di procrastinare, così, ad libitum il ristabilimento della «certezza e definitività» dei rapporti (sentenza n. 116 del 2003; ordinanze n. 419 e n. 413 del 2007, n. 294 del 2006, n. 40 del 2004, n. 188 e n. 153 del 2003); che detta preclusione non viene, d'altra parte, meno a fronte dell'allegazione di nuovi motivi e argomenti a sostegno del ricorso (ordinanza n. 294 del 2006) , né della sua prospettazione in termini differenziati sul piano formale, quando non ne risulti comunque mutata la sostanza del conflitto; che, contrariamente a quanto assume il ricorrente, l'odierno conflitto non può considerarsi sostanzialmente diverso dal precedente, colpito dalla dichiarazione di improcedibilità; che, al di là della differente articolazione del petitum, il nucleo delle doglianze è, in effetti, il medesimo: ciò che il ricorrente lamenta - nella presente come già nella precedente occasione - è che la Camera dei deputati abbia ritenuto di potersi avvalere, omisso medio, della potestà di negare l'autorizzazione a procedere per il reato ascritto al senatore Matteoli, senza avere preventivamente sollevato conflitto di attribuzione avverso il provvedimento con il quale la competente autorità giudiziaria (segnatamente, il Collegio per i reati ministeriali presso il Tribunale di Firenze) aveva escluso la natura ministeriale del reato in questione: con ciò - in assunto - discostandosi dalle indicazioni contenute nella sentenza n. 241 del 2009 di questa Corte; che non vale, d'altra parte, a mutare la sostanza del conflitto il fatto che il Tribunale abbia esplicitamente richiesto, in aggiunta alla dichiarazione di non spettanza all'organo parlamentare del potere esercitato, anche l'annullamento della delibera impugnata, essendo - a tacer d'altro - tale pronuncia consequenziale, ai sensi dell'art. 38 della legge n. 87 del 1953, all'accertamento del vizio di incompetenza, onde la relativa richiesta doveva ritenersi implicita anche nel ricorso precedentemente proposto; che neppure, infine, è idonea a rendere sostanzialmente nuovo l'odierno conflitto la circostanza che il Tribunale abbia motivato in modo differente l'interesse a ricorrere, basandolo - anziché sull'esigenza di rispetto del principio di leale collaborazione tra poteri dello Stato - sull'assunto che la delibera censurata impedirebbe comunque di continuare a procedere nei confronti del senatore Matteoli, trattandosi di variazione che non incide sul nucleo centrale delle censure; che l'odierno conflitto va dichiarato, pertanto, inammissibile, costituendo sostanziale riproposizione del conflitto già dichiarato improcedibile per tardività del deposito degli atti.. per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE dichiara inammissibile il ricorso per conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato proposto dal Tribunale di Livorno, sezione distaccata di Cecina, nei confronti della Camera dei deputati, con l'atto indicato in epigrafe. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 4 luglio 2012. F.to: