[pronunce]

- Il conflitto trae origine dalla controversia sulla pretesa incompatibilità del predetto Biancareddu alla carica di consigliere regionale ai sensi degli artt. 2, primo comma, numero 11, e 3, primo comma, numero 1, della legge 23 aprile 1981, n. 154 (Norme in materia di ineleggibilità ed incompatibilità alle cariche di consigliere regionale, provinciale, comunale e circoscrizionale e in materia di incompatibilità degli addetti al Servizio sanitario nazionale), «in quanto alla data del giorno fissato per il deposito delle candidature rivestiva la carica di Presidente e legale rappresentante del Consorzio per la Zona Industriale di interesse regionale di Tempio Pausania, ente dipendente della Regione o quantomeno sottoposto alla sua vigilanza». Con sentenza del marzo 2005, il Tribunale di Cagliari aveva ritenuto, «che la causa di ineleggibilità non ricorresse perché non applicabile alle elezioni del Consiglio Regionale della Regione Sardegna la legge n. 154 del 1981»; sul punto, tale sentenza veniva confermata da quella di secondo grado, emessa dalla Corte di appello di Cagliari nel luglio 2005. A seguito di impugnazione della sentenza d'appello, la Corte di cassazione, con la sentenza n. 16889 del 24 luglio 2006, dichiarava invece «la decadenza del Biancareddu dalla carica di consigliere regionale della Regione Sardegna, poiché presidente di un ente vigilato dalla regione, e in quanto tale in situazione di incompatibilità giusta la legge n. 154 del 1981». 1.2. - Ad avviso della Regione, sarebbero gravemente lesive, unitamente alle «statuizioni di cui in dispositivo», talune affermazioni contenute nella impugnata sentenza, alle quali è conseguita la statuizione di decadenza del Biancareddu dalla carica di consigliere regionale. Sicché, la Corte di cassazione – si asserisce nel ricorso – avrebbe «gravemente leso le attribuzioni costituzionali della ricorrente Regione autonoma della Sardegna», violando gli artt. 15, 17 e 57 della legge costituzionale 26 febbraio 1948, n. 3 (Statuto speciale per la Sardegna), e 3, commi 2 e 3, della legge costituzionale 31 gennaio 2001, n. 2 (Disposizioni concernenti l'elezione diretta dei presidenti delle regioni a statuto speciale e delle province autonome di Trento e Bolzano), anche in riferimento agli artt. 101, 102, 111 e 113 della Costituzione. A sostegno della dedotta grave menomazione delle proprie attribuzioni, la ricorrente ha argomentato in forza di plurime e concorrenti ragioni, le quali possono sintetizzarsi come di seguito. 1.2.1 - Nonostante asserisca di aver fatto uso del criterio dell'interpretazione «costituzionalmente orientata» della normativa vigente, la Corte di cassazione – sostiene anzitutto la difesa regionale – sarebbe andata «ben oltre i limiti logici di tale criterio», distorcendone gravemente il senso. Con la sentenza impugnata, infatti, essa avrebbe ravvisato una causa di incompatibilità «là dove lo Statuto della Regione Sardegna […] non la prevedeva (né consentiva che fosse prevista da fonte statale)», in tal modo travalicando «i limiti della funzione giurisdizionale», come definiti dagli artt. 101, 102, 111 e 113 Cost., i quali, nell'imporre all'autorità giudiziaria di applicare la legge, «non le consentono certo di colmare pretese inadeguatezze della legge sulla base di considerazioni di opportunità e in assoluta mancanza di dati normativi legittimanti». 1.2.2. - Secondo quanto affermato nella sentenza, il «vecchio art. 17, comma 3, dello Statuto […] espressamente demandava alla legge dello Stato di stabilire gli altri casi di ineleggibilità e di incompatibilità»; detto terzo comma è stato abrogato con la riforma di cui alla legge costituzionale n. 2 del 2001. Tuttavia, il senso dell'abrogazione del terzo comma del citato art. 17 è stato solo quello di «sostituire la legge regionale a quella statale, quale fonte di integrazione dei casi di ineleggibilità e di incompatibilità con le cariche di consigliere regionale». Sicché, argomenta la Regione, la Corte di cassazione non avrebbe errato nell'interpretazione della normativa vigente, ma «arbitrariamente e in carenza assoluta di potere applicato una normativa del tutto inconferente, che le fonti costituzionali non vogliono sia estesa alla Regione Sardegna». 1.2.3. - La Corte di cassazione non avrebbe poi osservato le «statuizioni» della sentenza n. 85 del 1988 di questa Corte, affermando che detta pronuncia non avrebbe presupposto «la inapplicabilità in radice» della legge n. 154 del 1981 alle elezioni dei consiglieri regionali sardi, ma solo alla «parte che interessa[va]» in quel giudizio, e cioè avuto riguardo alla specifica incompatibilità della carica di consigliere regionale con quella di sindaco. Ad avviso della Regione Sardegna, siffatta ricostruzione sarebbe «del tutto errata», giacché dalla lettura della sentenza n. 85 del 1988 si evincerebbe chiaramente che, sia in riferimento ai casi di ineleggibilità che a quelli di incompatibilità, si era inteso «escludere […] che (a prescindere dalla coincidenza o meno con le previsioni statutarie) la legge statale potesse e possa applicarsi alla Regione Sardegna in mancanza di un esplicito riferimento alla Regione medesima». Peraltro, aggiunge la ricorrente, il precedente del 1988 troverebbe anche conforto nella successiva sentenza n. 29 del 2003, nella quale si afferma che «non è in discussione [...] la competenza della legge regionale a disciplinare – in armonia con la Costituzione e i principi dell'ordinamento giuridico della Repubblica –, insieme alle modalità di elezione del Consiglio regionale, i casi di ineleggibilità e di incompatibilità relativi alle cariche elettive regionali». Ciò costituirebbe ulteriore conferma del fatto che la Corte di cassazione non sarebbe incorsa in un mero error in iudicando, bensì nel «vizio di esercizio di un potere del tutto estraneo alla funzione giurisdizionale». 1.2.4. - Si assume inoltre, nel ricorso, che non sarebbe producente il richiamo operato dalla sentenza impugnata all'art. 57 dello statuto sardo – il quale stabilisce che: «Nelle materie attribuite alla competenza della regione, fino a quando non sia diversamente disposto con leggi regionali, si applicano le leggi dello Stato» – giacché tale norma non ha impedito di «pervenire alle conclusioni raggiunte con la sent. n. 85 del 1988» , dovendosi reputare che essa «altro non è che la traduzione testuale del principio di continuità». E tuttavia, nella materia delle ineleggibilità e delle incompatibilità, «tale principio è stato posto da canto dallo stesso Statuto, che ha direttamente disciplinato la questione con le previsioni di cui all'art. 17, riservando l'integrazione delle disposizioni statutarie alla sola legge regionale (art. 15)». 1.2.5.