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Disposizioni per la valutazione dell'impatto di genere della regolamentazione e delle statistiche. Onorevoli Senatrici e onorevoli Senatori. -- L'innalzamento del tasso di occupazione femminile è una priorità su cui impegnarsi per elevare il potenziale di crescita del Paese e per garantire una più equa ripartizione delle risorse pubbliche, anche in funzione della sostenibilità futura dei sistemi previdenziale e di protezione sociale. Nel nostro Paese il tasso di occupazione femminile continua a presentare valori molto al di sotto della media europea (47,1 per cento, a fronte del 58,6 della media dell’Unione europea a 27 e del 59,8 della media dell’Unione europea a 15 membri). Le difficoltà di lavorare e progredire nella carriera per una donna-madre sono confermate dall'esigua percentuale di donne presenti nei luoghi decisionali, nonostante il merito: imprenditrici (19,6 per cento), dirigenti (27 per cento), libere professioniste (30,1 per cento), dirigenti medici di strutture complesse (14.2 per cento), prefetti (31.1 per cento), professori ordinari (18.4 per cento), direttori di enti di ricerca (18,2 per cento), ambasciatrici (3.2 per cento) e nessuna donna al vertice della magistratura. La crisi generale dell'economia italiana ci consegna un'offerta sempre più povera e dequalificata di lavoro: secondo i dati forniti dall'Inps (Istituto nazionale della previdenza sociale), nel periodo gennaio-maggio 2013 sono state autorizzate 457,2 milioni di ore di cassa integrazione (102,6 in deroga, 188 straordinaria e 166 ordinaria) contro i 428,3 milioni autorizzate negli stessi mesi del 2012. L'Istituto per lo sviluppo della formazione professionale dei lavoratori ha poi condotto un'indagine incrociando i dati dell'ISTAT (Istituto nazionale di statistica), con quelli forniti dalle cause sul lavoro e, prendendo in considerazione molti parametri tra cui la monocommittenza e il reddito, ha descritto un quadro preoccupante: i falsi autonomi in Italia, tra partite IVA e contratti di collaborazione, sarebbero più di un milione. Ancora, secondo i dati a livello territoriale contenuti negli “Scenari di sviluppo delle economie locali italiane” realizzati da Unioncamere e Prometeia, dal 5,8 per cento del Trentino Alto Adige al 20,6 per cento della Calabria, il tasso di disoccupazione atteso per il 2013 è pari all'11,4 per cento. Secondo i dati comunicati dall'ISTAT, il tasso di disoccupazione giovanile, che esprime l'incidenza dei disoccupati sul totale di quelli occupati o in cerca di lavoro, è stato pari a maggio 2013 al 38,5 per cento: si tratta di un livello inferiore di 1,3 punti percentuali rispetto al mese di aprile, quando l'indicatore ha toccato il valore massimo delle serie mensili, ovvero dal gennaio 2004, attestandosi appena sotto il 40 per cento -- ma in aumento di 2,9 punti nel confronto tendenziale (rispetto a maggio 2012). A livello di genere, complessivamente il tasso di disoccupazione maschile (11,5 per cento) cresce di 0,3 punti rispetto ad aprile e di 1,9 punti nei dodici mesi; rimane invece stabile quello femminile, che comunque resta più alto (13,2 per cento) e che nei dodici mesi aumenta di 1,8 punti. In particolare, il tasso di occupazione femminile continua ad essere talmente basso (a livello europeo superiore soltanto alla performance di Malta) da aver indotto il governatore della Banca d'Italia, Ignazio Visco, a individuare nel lavoro delle donne la via d'uscita possibile dalla spirale recessiva nella quale ci troviamo. A questo proposito, gli Stati generali del CNEL (Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro) sull'occupazione femminile, tenutisi il 10-11 aprile 2013, hanno evidenziato l'insufficiente partecipazione delle donne al mondo del lavoro -- con un tasso di occupazione di oltre 19 punti percentuali in meno rispetto agli uomini -- e come l'aumento della disoccupazione stia segnando un ampliamento del divario di genere. Le analisi presentate in questo contesto ci segnalano un divario nella distribuzione del reddito (sia di lavoro che pensionistico), un difficile accesso alle tutele e un welfare in generale poco adeguato ai bisogni, una scarsa valorizzazione delle competenze come i principali aspetti che limitano il ruolo essenziale della donna nella società. Nonostante l'occupazione femminile presenti una maggiore tenuta negli anni della crisi, si è comunque verificata in questo periodo una ricomposizione verso posizioni a più bassa qualifica abbinata alla crescita del part time involontario e alla persistenza di un più elevato grado di instabilità dell'occupazione. Tra il 2008 e il 2012 l'occupazione qualificata è diminuita fra le donne di 376.000 unità, mentre i lavori non qualificati hanno fatto registrare un incremento di 242.000 unità (fonte ISTAT). Il rapporto annuale dell'Istat segnala come in termini di caratteristiche e qualità del lavoro persistono per le donne fenomeni di segmentazione occupazionale e di minor rendimento del capitale umano, che continuano ad essere escluse da ruoli di responsabilità e confinate in determinati settori occupazionali. Dall'inizio della crisi il ritmo di crescita dell'occupazione femminile nelle professioni non qualificate è più che doppio rispetto a quello degli uomini (in aumento del 24,9 per cento per le donne contro il 10,4 per cento per gli uomini) e più che triplo nell'ambito delle professioni relative alle attività commerciali e i servizi (rispettivamente + 14,1 e 4,6 per cento). A conferma, per spiegare il 50 per cento dell'occupazione maschile occorrono 51 professioni, mentre nel caso dell'occupazione femminile ne servono solo 18. Il peggioramento delle condizioni generali del mercato del lavoro ha, dunque, intensificato il fenomeno della segregazione di genere: l'indice di Charles, che misura per ciascuna categoria professionale le deviazioni del rapporto di genere dal totale nazionale, dopo essersi attestato attorno allo 0,87 nel periodo 2004-2008 è in questi anni in costante crescita ed ha raggiunto nel 2012 un valore pari a 1. Rispetto al rendimento del capitale umano, va notato che l'incidenza delle donne sovraistruite, ossia impiegate in professioni per le quali il titolo di studio richiesto è inferiore a quello posseduto, continua a essere maggiore di circa 3 punti percentuali di quella degli uomini (23,3 contro 20,6 per cento). Tale differenza è anche più accentuata nel caso dei laureati (6,l punti nel 2012 in crescita di un punto rispetto al 2011). È evidente che per orientare le politiche pubbliche alla ripresa economica e produttiva, alla riduzione delle diseguaglianze, alla coesione sociale e all'equità, non si può prescindere da basi conoscitive certe circa l'articolazione fra i generi delle variabili macroeconomiche e dalla declinazione di genere dei fenomeni sociali. Analogamente, è indispensabile realizzare valutazioni circa gli effetti della normativa e delle politiche economiche pubbliche sulla condizione di disparità fra i generi e, in generale, sulle condizioni di vita dei diversi generi, per modularle in funzione degli obiettivi dati.