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I dati che vediamo e quello che abbiamo fatto finora ci dicono che siamo al sicuro? Possono farci dire che la battaglia è definitivamente vinta? Io credo di no. La mia opinione è molto chiara e molto netta. Credo che stiamo molto meglio di come eravamo nei mesi di marzo, aprile e maggio e credo che l'Italia stia molto meglio rispetto a tanti altri Paesi del mondo e d'Europa, ma non credo che la battaglia sia vinta, non credo che possiamo ritenerci al sicuro. Ho avuto già modo di dire in questa importante Aula che siamo fuori dalla tempesta - e questa è una verità - ma non siamo ancora in un porto sicuro. Abbiamo quindi bisogno di tenere ancora alto il livello di attenzione, di tenere alta la guardia, perché abbiamo recuperato tanto terreno ma ancora ci sono problemi, ci sono insidie, quindi serve la massima cautela. Dopo due mesi difficilissimi, quelli di marzo e di aprile in modo particolare, i due mesi del lockdown , come è noto abbiamo avviato, a partire dal 4 maggio, una lunga, graduale, prudente stagione di riaperture. Dobbiamo continuare esattamente su questa strada. Le prime riaperture, come ricorderete tutti, quelle del 4 maggio, hanno riguardato il cuore del nostro comparto produttivo: l'industria, la manifattura, l'edilizia, il commercio all'ingrosso. Poi il 18 maggio - anche in questo caso lo ricorderete - abbiamo riavviato altre attività fondamentali del nostro Paese: penso ai servizi alla persona, alla ristorazione, ai bar. Ancora, il 3 giugno abbiamo fatto un ulteriore passo, riaprendo i confini tra le Regioni e anche con tutti i Paesi europei. Insomma, è un percorso che un po' alla volta, con grande prudenza e gradualità, ci ha portato a una stagione di riapertura. Ad oggi, possiamo dare un giudizio positivo di questa prima fase di apertura. Eravamo preoccupati - senz'altro - perché nel momento in cui si riapre e in cui si riparte aumentano i contatti tra le persone e la possibilità di far ripartire il contagio. La mia opinione è che il sistema di monitoraggio che abbiamo costruito, e che in modo particolare l'Istituto superiore di sanità ha messo in campo insieme al Ministero della salute, in strettissimo coordinamento con le Regioni, ci ha consentito di valutare passo dopo passo l'impatto di queste riaperture. In realtà, i numeri ci dicono che la curva, nonostante le riaperture, almeno per una prima fase significativa ha continuato a piegarsi dal lato giusto. Ora, con la stessa chiarezza, i dati ci dicono che da qualche settimana siamo in una fase di sostanziale stabilità. Questo ci dice che ancora il virus circola, che ci sono cluster e focolai che spesso emergono nel nostro Paese, ma che il nostro sistema di monitoraggio e il sistema di prevenzione che abbiamo organizzato in ogni territorio ci mettono nelle condizioni di poter intervenire. Dovremo aumentare sempre di più la nostra capacità di resilienza, di essere veloci e rapidi, di poter immediatamente individuare questi focolai, isolare i casi positivi ed intervenire con grande determinazione quando questi si presentano. Penso che questo sistema di monitoraggio basato su ventuno criteri - su cui non torno - sia stato uno dei punti che ci ha consentito in questi mesi di gestire l'epidemia. Mi piace ricordare in quest'Aula che lo scorso lunedì, quindi tre giorni fa, abbiamo presentato i risultati dello studio di sieroprevalenza condotto nel nostro Paese dal Ministero della salute, in collaborazione con l'Istat e con la Croce rossa italiana, che ringrazio per il lavoro straordinario che è stato messo in campo. Alla fine, abbiamo ottenuto una risposta positiva da oltre 65.000 persone: è il dato più alto a livello europeo; non c'è un'altra analisi sierologica fatta con un campione scientificamente affidabile (il nostro è stato costruito dall'Istituto nazionale di statistica). Questi primi dati che abbiamo ricavato, e che metteremo a disposizione della comunità scientifica nazionale e internazionale, ci consentono di avere un'ulteriore fotografia di quello che è avvenuto in questi mesi. Anche in questo caso i numeri sono netti e chiari. Il 2,5 per cento delle persone del nostro Paese ha incontrato il virus e ha maturato nel proprio sangue gli anticorpi. È un numero che, proiettato su un valore assoluto, ci porta a un 1.482.000 persone. I dati di questa indagine sono molto dettagliati. Quello più significativo, che credo abbia una valenza più rilevante, riguarda la distinzione geografica: non è una sorpresa per noi, ma è del tutto evidente che c'è un enorme diversità nell'impatto che il virus e il contagio hanno avuto nelle diverse aree del nostro Paese. La Regione più colpita, come già sapevamo, è la Lombardia (7,5 per cento), con punte drammaticamente elevate in modo particolare nella Provincia di Bergamo (24 per cento) e nella Provincia di Cremona (19 per cento). Invece, ci sono dati molto più bassi in altre Regioni. In modo particolare, voglio ricordare che nelle Regioni del Mezzogiorno c'è sempre una media che è sotto l'uno per cento (nessuna Regione del Sud raggiunge l'uno per cento), e le due isole sono addirittura allo 0,3 per cento. Questo dato ci dice che le misure attuate e il rigore delle misure messe in campo hanno consentito di fermare il virus dove era già arrivato in maniera molto significativa, cioè nelle aree geografiche dove l'impatto è stato più duro ed è arrivato in maniera anticipata sul piano temporale. Considerate anche un elemento che non ritengo irrilevante: la Spagna, l'altro grande Paese europeo che ha fatto un'indagine simile alla nostra, anche se con numeri leggermente ridotti, segnala una percentuale di sieroprevalenza pari al 5 per cento. Noi siamo al 2,5 per cento ed anche questo è un dato che fa capire i termini di un impatto che c'è stato. Sulla base delle valutazioni che ho fatto finora possiamo riaffermare quello che ritengo sia un fatto ormai evidente, cioè che non esiste un rischio zero e che siamo chiamati a continuare questo percorso di riapertura (perché noi continueremo ancora in questo percorso), nella piena consapevolezza delle cose che ho detto finora e, quindi, di questa linea di prudenza, saggezza e cautela che credo ci abbia positivamente portato fin qui. Quali sono le tre regole fondamentali che restano per noi decisive e che dobbiamo assolutamente mantenere nella fase che ci aspetta (nel mese di agosto e credo anche nella prima ripresa autunnale)? Si tratta di tre regole essenziali, riconosciute da tutta la comunità internazionale senza alcuna eccezione: l'utilizzo delle mascherine, che nel nostro Paese sono obbligatorie nei luoghi chiusi aperti al pubblico; il distanziamento di almeno un metro; il lavaggio frequente delle mani. Sono tre regole comportamentali essenziali che dobbiamo provare assolutamente a consolidare ancora nel comportamento dei nostri concittadini. Tutta la comunità internazionale condivide il fatto che queste tre regole sono veramente decisive dentro questa fase di convivenza. Io la dico allora così, con grandissima chiarezza e nettezza: non dividiamoci su queste tre regole, che devono essere patrimonio condiviso di tutto il Paese. Qui non c'è materia politica; su queste tre norme non c'è sinistra, destra o altro, in quanto si tratta di tre regole essenziali per continuare con prudenza un percorso di riapertura che io ritengo assolutamente indispensabile.