[pronunce]

La stabilizzazione di tali ricercatori, infatti, «li assimilerebbe di molto ai ricercatori confermati». Sotto il secondo profilo, la norma censurata introdurrebbe un'irragionevole disparità di trattamento dei ricercatori a tempo indeterminato che abbiano conseguito l'abilitazione scientifica nazionale rispetto ai ricercatori a tempo determinato di tipo B in possesso di analoga abilitazione, per i quali il citato comma 5 dell'art. 24, assunto a tertium comparationis, prevede l'automatica sottoposizione a valutazione nel terzo anno di contratto ai fini della chiamata in ruolo come professori associati. E ciò nonostante l'omogeneità delle due situazioni quanto a modalità di reclutamento (pubblico concorso con valutazione di titoli e pubblicazioni, da discutere pubblicamente con una commissione), a mansioni (ricerca, didattica, didattica integrativa e di servizio agli studenti) e a impegno lavorativo (350 ore in regime di tempo pieno nei primi tre anni), «in disparte le differenze eminentemente legate alla durata del rapporto». 1.3.1.- L'art. 24, comma 6, della legge n. 240 del 2010 violerebbe altresì l'art. 97 Cost. Il rimettente osserva che questa Corte, in fattispecie diversa, ha già affermato che l'obiettivo di favorire il ricambio generazionale nell'università, pur appartenendo alla discrezionalità del legislatore, deve essere bilanciato, nel rispetto dell'art. 97 Cost., con l'esigenza di mantenere in servizio docenti in grado di dare un positivo contributo per l'esperienza professionale acquisita, in funzione dell'efficiente andamento del servizio (è citata la sentenza n. 83 del 2013). Analogamente, «pur nel rinnovo dello statuto della figura del ricercatore», contrasterebbe con il principio di buon andamento dell'amministrazione «ostacolare la progressione di ricercatori di esperienza sol perché entrati nel vigore di pregressa disciplina». 2.- Con atto depositato il 21 ottobre 2019 si è costituito in giudizio D. D.A., ricorrente nel processo principale, che ha concluso per l'accoglimento delle questioni. Dopo avere tratteggiato le figure del ricercatore a tempo indeterminato e di quello a tempo determinato di tipo B, mettendone in evidenza le caratteristiche comuni per modalità di reclutamento e mansioni a essi riservate, la parte privata aderisce sostanzialmente alle censure mosse dal rimettente. Quanto alla violazione del principio di uguaglianza nell'accesso al ruolo dei professori associati, i ricercatori a tempo indeterminato sarebbero sottoposti, rispetto ai loro omologhi a tempo determinato di tipo B, a un trattamento penalizzante e discriminatorio, aggravato dal fatto che i secondi hanno maturato, al momento della valutazione, un periodo di servizio di soli tre anni, pari alla durata del loro contratto, mentre i primi potrebbero avere conseguito - come avrebbe effettivamente conseguito il ricorrente nel processo principale - un'anzianità di servizio ben più lunga, oltre ad avere superato la procedura di conferma con valutazione dell'attività di ricerca scientifica e di didattica integrativa da parte di una commissione nazionale. Un'ulteriore «sperequazione» ai danni dei ricercatori a tempo indeterminato, «assolutamente gratuita e incomprensibilmente punitiva», deriverebbe poi dalla possibilità, concessa dall'attuale formulazione dell'art. 24, comma 3, lettera b), della legge n. 240 del 2010, che i contratti ivi disciplinati siano stipulati non solo con i ricercatori a tempo determinato di tipo A o con i titolari degli assegni di ricerca previsti all'art. 51, comma 6, della legge 27 dicembre 1997, n. 449 (Misure per la stabilizzazione della finanza pubblica), come era stabilito ab origine, ma anche con chi abbia conseguito l'abilitazione scientifica nazionale di prima o di seconda fascia ovvero abbia usufruito per almeno tre anni non consecutivi degli assegni di ricerca di cui all'art. 22 della stessa legge n. 240 del 2010. Mentre nell'impianto originario di quest'ultima legge si accedeva alla posizione di ricercatore di tipo B solo avendo maturato un periodo almeno triennale di servizio con l'università (nella forma del contratto di tipo A o dell'assegno di ricerca ex art. 51, comma 6, della legge n. 449 del 1997), nell'attuale assetto normativo possono accedere anche soggetti che non hanno intrattenuto alcun rapporto di servizio con l'università. E, come rilevato dal giudice a quo, potrebbe assurdamente capitare che un ricercatore di ruolo in possesso dell'abilitazione scientifica nazionale di prima fascia, come lo stesso ricorrente nel processo principale, non venga chiamato dal proprio ateneo come professore associato, mentre dovrebbe essere chiamato un ricercatore a tempo determinato di tipo B che abbia conseguito la sola abilitazione di seconda fascia. Il denunciato trattamento normativo violerebbe anche gli artt. 4 e 35 Cost. Tali disposizioni impedirebbero al legislatore di introdurre senza giustificazione razionale norme che comprimono le aspettative di crescita professionale dei lavoratori, con particolare riguardo a quelli che, come i ricercatori universitari, prestano un servizio pubblico. La «elevazione professionale» dei ricercatori a tempo indeterminato si troverebbe in una sorta di limbo, rimessa alle scelte discrezionali dell'università di appartenenza, che potrebbero dipendere da circostanze e valutazioni indipendenti dal merito e legate, ad esempio, a ragioni di carattere economico-finanziario e alla disponibilità dei cosiddetti "punti organico". Quanto alla violazione dell'art. 97 Cost., una disciplina che, come quella censurata, subordina l'avanzamento in carriera dei ricercatori di ruolo a valutazioni del tutto discrezionali nell'an e nel quando, senza dare rilievo al merito dell'attività scientifica e didattica svolta, svilirebbe la figura principalmente coinvolta nell'attività di ricerca scientifica, in contrasto con lo scopo che l'art. 1 della legge n. 240 del 2010, richiamando gli artt. 9, comma primo, e 33, comma primo, Cost., assegna alle università quali «sede primaria di libera ricerca e di libera formazione nell'ambito dei rispettivi ordinamenti e [...] luogo di apprendimento ed elaborazione critica delle conoscenze». Il ricercatore di ruolo, a differenza di quello a tempo determinato di tipo B, si troverebbe infatti in una situazione di vera e propria soggezione nei confronti del proprio ateneo, che ne minerebbe la libertà di ricerca. Sarebbe posto in condizione di «subalternità rispetto alla sua struttura di afferenza, nonché rispetto ai professori ordinari del suo settore scientifico disciplinare» e al «potere di fatto che il professore ordinario "di riferimento" [...] è in grado di esercitare nell'ambito del Dipartimento». Un ricercatore a tempo indeterminato di eccellente valore potrebbe non essere chiamato nei ruoli di professore associato solo perché «nel suo settore scientifico disciplinare è stato attivato un posto da ricercatore di tipo B, che vincola apposite risorse per la chiamata di quest'ultimo», a prescindere dal merito.