[pronunce]

che, contrariamente a quanto sostiene il giudice a quo, il sistema normativo sulla circolazione, essendo ispirato al principio di salvaguardia della sicurezza stradale in vista della protezione dell'incolumità personale, impone agli utenti della strada di conformare la propria condotta anzitutto alle comuni regole di prudenza e diligenza, pur in assenza di specifica segnaletica di pericolo (art. 140 del codice della strada); che, a maggior ragione, tale principio trova applicazione in riferimento all'obbligo di adeguare la velocità del veicolo alle contingenti situazioni di fatto, anche là dove non siano prescritti precisi limiti di marcia, costituendo la velocità del mezzo di trasporto uno dei fattori principali di pericolosità della circolazione stradale; che, in raccordo con siffatte finalità, l'art. 141, comma 1, del d.lgs. n. 285 del 1992, prescrive l'obbligo del conducente di regolare la velocità del veicolo, tra l'altro, alle caratteristiche e alle condizioni della strada e del traffico e ad ogni altra circostanza di qualsiasi natura, affinché si possa evitare ogni pericolo per la sicurezza delle persone e delle cose; che il denunciato comma 3 dello stesso art. 141 costituisce specificazione del precetto più generale del citato comma 1, imponendo al conducente di tenere una velocità adeguata in situazioni di particolare esposizione al pericolo, quali quelle che possono concretizzarsi “nei tratti di strada a visibilità limitata, nelle curve, in prossimità delle intersezioni e delle scuole o di altri luoghi frequentati da fanciulli indicati dagli appositi segnali, nelle forti discese, nei passaggi stretti o ingombrati, nelle ore notturne, nei casi di insufficiente visibilità per condizioni atmosferiche o per altre cause, nell'attraversamento degli abitati o comunque nei tratti di strada fiancheggiati da edifici”; che la stessa giurisprudenza di legittimità, nell'interpretare la norma censurata, ha precisato che il giudizio sulla valutazione della velocità non è ancorato ad astratti valori numerici, bensì assume un connotato relativo, postulando che il concreto apprezzamento della condotta del conducente si svolga proprio in rapporto a quelle determinate circostanze di tempo e di luogo che la fattispecie legale evidenzia come parametri di riferimento per un comportamento prudente; che, dunque, il precetto posto dal comma 3 denunciato, lungi dall'essere privo di criteri indicativi della condotta alla quale è tenuto l'utente della strada, presenta invece un contenuto sufficientemente determinato, giacché l'obbligo di adeguare la velocità alla situazione contingente, sebbene si atteggi in modo elastico, risulta tuttavia percepibile chiaramente dal conducente proprio in base ad elementi e circostanze di fatto tratti dalla comune esperienza della circolazione stradale e che ne circoscrivono i margini di applicazione; che, pertanto, deve escludersi che il legislatore, nel configurare la fattispecie sanzionatoria in esame, abbia esorbitato, nell'esercizio della sua discrezionalità, dai limiti della ragionevolezza e lasciato all'arbitrio dell'agente accertatore dell'infrazione il compito di riempirne il contenuto; che, quanto alla dedotta violazione dell'art. 24, secondo comma, Cost., tale parametro non può dirsi vulnerato dal valore probatorio privilegiato che, nella sede processuale, assiste il verbale del pubblico ufficiale che contesta l'infrazione, trovando ciò fondamento nella tutela dell'interesse, costituzionalmente garantito, al buon andamento della pubblica amministrazione, senza tuttavia limitare il diritto di difesa dell'interessato (ordinanza n. 504 del 1987 e sentenza n. 255 del 1994); che, difatti, a presidio della garanzia di difesa, non solo vi è la possibilità di ricorrere ai normali mezzi di prova tramite l'apposito procedimento di querela di falso, ma rileva altresì la circostanza che la fede privilegiata del verbale di contestazione, richiedendo anzitutto, da parte dell'autore, una redazione particolareggiata sugli elementi di fatto che riguardano le norme violate (così, la citata sentenza n. 255 del 1994), non si estende in ogni caso – secondo il prevalente orientamento della giurisprudenza ordinaria – alla verità sostanziale delle dichiarazioni del verbalizzante, ovvero alla fondatezza dei suoi meri apprezzamenti e valutazioni; che, dunque, alla luce delle argomentazioni che precedono, la questione deve essere dichiarata manifestamente infondata. Visti gli artt. 26, secondo comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87 e 9, comma 2, delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale.. . per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE dichiara la manifesta infondatezza della questione di legittimità costituzionale dell'art. 141, comma 3, del decreto legislativo 30 aprile 1992, n. 285 (Nuovo codice della strada), sollevata, in riferimento agli artt. 3, 24, secondo comma, e 97, primo comma, della Costituzione, dal Giudice di pace di Isernia con l'ordinanza in epigrafe indicata. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 23 maggio 2005. F.to: Piero Alberto CAPOTOSTI, Presidente Paolo MADDALENA, Redattore Giuseppe DI PAOLA, Cancelliere Depositata in Cancelleria il 31 maggio 2005. Il Direttore della Cancelleria F.to: DI PAOLA