[pronunce]

Un secondo gruppo di censure viene, poi, proposto dalla Regione Calabria in riferimento all'art. 76 Cost. sulla base del rilievo che anche la legge delega n. 308 del 2004 assegna alle Regioni – attraverso il richiamo alle attribuzioni regionali formalizzate nel testo costituzionale e nel decreto legislativo 31 agosto 1998, n. 112 (Conferimento di funzioni e compiti amministrativi dello Stato alle Regioni ed agli enti locali, in attuazione del Capo I della l. 15 marzo 1997, n. 59) – un ruolo ben più esteso di quello che il decreto legislativo impugnato delinea, in tal modo intendendo preservare il sistema da normative ipertrofiche statali. In particolare, la ricorrente ritiene che sia lesivo dell'art. 76 Cost., in riferimento all'art. 1, comma 8, della citata legge n. 308 del 2004, l'art. 201, in quanto detta norma, nel disciplinare l'Autorità d'ambito, «ipostatizza una certa organizzazione della gestione dei rifiuti urbani, vincolando le Regioni in modo più incisivo di quanto previsto all'art. 23 del decreto legislativo n. 22 del 1997, oggetto di rinvio esplicito da parte dell'art. 85 del decreto legislativo n. 112 del 1998, il quale si era limitato a dettare norme assolutamente generali, chiamando i livelli di governo infra-statuali ad un'attuazione largamente discrezionale». Ad analoghe censure si esporrebbe anche il combinato disposto degli artt. 195, comma 2, lettera b), e 196, comma 1, lettera m) , del decreto legislativo n. 152 del 2006, nella parte in cui stabilisce che è di competenza dello Stato «l'adozione delle norme e delle condizioni per l'applicazione delle procedure semplificate di cui agli arti. 214, 215 e 216, ivi comprese le linee guida contenenti la specificazione della relazione da allegare alla comunicazione prevista da tali articoli», mentre è di competenza regionale «la specificazione dei contenuti della relazione da allegare alla comunicazione [...] nel rispetto delle linee guida». Tali previsioni, poste a raffronto con l'art. 19 del d.lgs. n. 22 del 1997, rivelerebbero «1'arretramento della posizione delle Regioni», posto che, ai sensi della lettera m) del comma 1 del predetto art. 19, la competenza delle Regioni avrebbe dovuto riguardare «l'integralità della definizione dei contenuti della relazione da allegare». Il medesimo vizio di illegittimità costituzionale inficerebbe, poi, anche l'art. 197, comma 1, nella parte in cui, elencando le competenze provinciali, ne avrebbe determinato una illegittima riduzione rispetto a quelle indicate nell'art. 20 del d.lgs. n. 22 del 1997. Un ulteriore gruppo di censure è poi rivolto a svariate disposizioni del d.lgs. n. 152 del 2006, in relazione al primo comma dell'art. 117 Cost., in considerazione del fatto che il mancato rispetto di norme comunitarie si riverbererebbe nella lesione di attribuzioni costituzionali della Regione. La ricorrente ritiene, infatti, che l'art. 181 del decreto in esame, nella parte in cui disciplina gli accordi di programma, si porrebbe in contrasto con l'art. 11 della direttiva 2006/12/CE del 5 aprile 2006, (Direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio, relativa ai rifiuti), che consente agli Stati membri di dispensare dall'autorizzazione richiesta «gli stabilimenti o le imprese che provvedono essi stessi allo smaltimento dei propri rifiuti nei luoghi di produzione» e «gli stabilimenti o le imprese che recuperano rifiuti», soltanto a condizione che «le autorità competenti abbiano adottato per ciascun tipo di attività norme generali che fissano i tipi e le quantità di rifiuti e le condizioni alle quali l'attività può essere dispensata dall'autorizzazione» e che «i tipi o le quantità di rifiuti ed i metodi di smaltimento o di recupero siano tali da rispettare le condizioni imposte all'articolo 4» della direttiva medesima. In sostanza, l'art. 181, commi da 7 a 11, determinerebbe una deregulation del tutto priva delle cautele predisposte a livello comunitario. In tal modo, le predette disposizioni arrecherebbero anche un pregiudizio diretto nei confronti delle attribuzioni costituzionali delle Regioni sotto due distinti profili. Sotto un primo profilo, la invalidità della disciplina nazionale per contrasto con il diritto comunitario produrrebbe un'incertezza nei rapporti giuridici analoga, nella sostanza, a quella evidenziata, a proposito della violazione dell'art. 76 della Costituzione. Sotto un secondo profilo, la deregulation imposta dalle disposizioni censurate si tradurrebbe in una deminutio della sfera di attività disciplinabili ad opera del potere legislativo e, dunque, anche da parte del legislatore regionale, titolare di rilevanti poteri nel settore in parola. Sulla base di analoghi argomenti la ricorrente sostiene anche l'illegittimità costituzionale dei commi 3 e 5 dell'art. 214, relativi alla determinazione delle attività e delle caratteristiche dei rifiuti per l'ammissione alle procedure semplificate. Costituzionalmente illegittimo per violazione del diritto comunitario sarebbe, poi, anche l'art. 186 del d.lgs n. 152 del 2006, nella parte in cui esclude dalla nozione di rifiuto, in linea generale, le terre e rocce da scavo, in contrasto con l'ampia definizione di rifiuto accolta in sede comunitaria, la quale comprende «qualsiasi sostanza od oggetto [...] di cui il detentore si disfi o abbia l'intenzione o l'obbligo di disfarsi» (art. 1, lettera a, della direttiva 2006/12/CE). La dedotta violazione degli artt. 11 e 117, primo comma, Cost., si rifletterebbe nuovamente sulle attribuzioni costituzionali delle Regioni, «vuoi per la situazione di incertezza ingenerata dall'antinomia fra fonte interna e fonte comunitaria, vuoi per il fatto che l'esclusione delle terre e rocce da scavo dalla disciplina dei rifiuti si ripercuote negativamente sul potere legislativo regionale in materia di rifiuti, che viene limitato nella propria portata oggettiva». La Regione Calabria prospetta, quindi, ulteriori censure di illegittimità costituzionale nei confronti di varie disposizioni dell'impugnato decreto legislativo. In particolare, la ricorrente censura una serie di disposizioni dell'impugnato decreto per violazione del principio di leale collaborazione. Fra queste, in primo luogo, viene impugnato l'art. 181, comma 3, secondo periodo, nella parte in cui stabilisce che le agevolazioni per le imprese che intendano modificare i propri cicli produttivi, per ridurre la quantità o la pericolosità dei rifiuti prodotti ovvero per favorire il recupero di materiali, siano erogate sulla base di modalità, tempi e procedure fissati con decreto del Ministro delle attività produttive, «di concerto con i Ministri dell'ambiente e della tutela del territorio, dell'economia e delle finanze e della salute». Tale disposizione, infatti, non prevede alcun coinvolgimento delle Regioni, sebbene la finalità delle agevolazioni renda palese l'incidenza anche su materie altre rispetto alla tutela dell'ambiente quali, ad esempio, la tutela della salute e l'industria, di competenza rispettivamente concorrente e residuale.