[pronunce]

che, nonostante questa duplice finalità, recuperatoria e redistributiva, non sia conciliabile con una procedura strumentale alla conservazione dell'impresa, la norma denunciata ha irragionevolmente esteso a questa ipotesi l'ambito di applicabilità dell'azione revocatoria fallimentare, interrompendo «immotivatamente quel legame di continuità […] tra finalità concretamente perseguita dalla procedura e strumenti alla stessa connessi»; che l'ammissibilità dell'azione nella fase di risanamento dell'impresa ha «ampliato il sacrificio dei terzi, ribaltando la scelta consapevolmente operata con l'art. 49» del d.lgs. n. 270 del 1999, in violazione del canone di ragionevolezza, poiché le azioni disciplinate dai succitati artt. 6 e 49 riguardano procedure analoghe, che coinvolgono interessi omogenei e perseguono il medesimo obiettivo; che non vale sostenere la compatibilità dell'azione revocatoria con l'ipotesi di cessione dell'attività d'impresa, realizzata mediante un concordato, ad un soggetto terzo (l'assuntore o una diversa società), in quanto la norma impugnata prevede in linea generale la proponibilità dell'azione revocatoria anche qualora sia stato autorizzato il programma di ristrutturazione, indipendentemente dalla circostanza che questo sia realizzato secondo le modalità ordinarie (art. 4 del decreto-legge n. 347 del 2003), ovvero mediante un concordato, che può costituire uno degli strumenti del programma di ristrutturazione (art. 4-bis, comma 1, del decreto-legge citato); che «le censure di illegittimità si incentrano sulla disciplina generale della procedura» disciplinata dal decreto-legge n. 347 del 2003, «nell'ambito della quale l'epilogo naturale del processo di risanamento è costituito dal ritorno dell'imprenditore all'ordinaria operatività industriale, a conclusione del programma di ristrutturazione con qualunque modalità attuato (artt. 4 e 4-bis), ivi compreso il concordato con assunzione, che costituisce un'ipotesi del tutto eventuale e residuale di conclusione del programma di ristrutturazione dell'impresa, cui il legislatore assegna la sola valenza di determinare l'immediata chiusura della procedura rispetto alla fisiologica durata ed al suo naturale espletamento»; che, in riferimento all'art. 41 Cost., i giudici a quibus osservano che il risanamento dell'impresa attuato mediante l'esperimento dell'azione revocatoria fallimentare costituisce un ingiustificato privilegio per l'impresa ammessa alla procedura e realizza un effetto distorsivo della concorrenza, in quanto il ricavato dell'azione revocatoria non è destinato al soddisfacimento dei creditori, ma costituisce una forma di finanziamento forzoso a favore dell'impresa insolvente ed a carico dei terzi; che nel primo giudizio (n. 162 r.o. del 2006) dinanzi a questa Corte si è costituita Parmalat s.p.a. in amministrazione straordinaria, in persona del commissario straordinario, la quale ha concluso per l'inammissibilità o, comunque, l'infondatezza delle questioni, richiamando la sentenza di questa Corte n. 172 del 2006, con la quale sono state dichiarate non fondate analoghe questioni; che, nel medesimo giudizio, si è costituita G. E. Capital Finance s.p.a., parte convenuta nel processo principale, chiedendo che la questione sia accolta, in quanto l'art. 6 del citato decreto-legge n. 347 del 2003, consentendo al commissario straordinario di «proporre le azioni revocatorie previste dagli articoli 49 e 91 del decreto legislativo n. 270 anche nel caso di autorizzazione all'esecuzione del programma di ristrutturazione, purché si traducano in un vantaggio per i creditori», e non soltanto nel caso previsto dall'art. 49 della “legge Prodi-bis”, determina disparità di trattamento «tra le imprese (ed i loro creditori concorsuali) che possono essere ammesse alla procedura di cui alla legge Prodi-bis rispetto alle imprese che possono essere ammesse alla procedura di cui alla legge Marzano»; «tra un'impresa (ed i suoi creditori concorsuali) ammessa alla procedura di cui alla legge Prodi-bis, su istanze dei creditori o d'ufficio, e altra impresa – avente le stesse caratteristiche patrimoniali e dimensionali – ammessa invece, su istanza del debitore, alla procedura di cui alla legge Marzano»; nonché «tra i terzi che hanno contratto con l'impresa insolvente ammessa alla procedura di cui alla legge Prodi-bis rispetto ai terzi che hanno contratto con un'impresa insolvente ammessa alla procedura di cui alla legge Marzano»; che, secondo G. E. Capital Finance s.p.a., la sentenza di questa Corte n. 172 del 2006 non ha considerato, in primo luogo, che la “legge Prodi-bis”, non diversamente dalla “legge Marzano”, consente che il programma di ristrutturazione possa prevedere che i creditori siano soddisfatti mediante un concordato proposto da un terzo assuntore (artt. 56, comma 3, e 78 del d.lgs. n. 270 del 1999) e ciò nondimeno vieta, anche in tal caso, la proposizione di azioni revocatorie, e, in secondo luogo, che, poiché l'esperibilità delle revocatorie sarebbe ammissibile, nell'ambito della procedura di amministrazione straordinaria di cui alla “legge Marzano”, ove sia approvato un programma di ristrutturazione mediante concordato con assunzione, sarebbe necessario che tale concordato effettivamente comporti la liquidazione del patrimonio dell'impresa insolvente con trasferimento ad un terzo nuovo imprenditore dell'intera organizzazione produttiva e la soddisfazione dei creditori mediante pagamento di una percentuale prevista e accettata quale corrispettivo del trasferimento, laddove il concordato “Parmalat” è solo formalmente orientato in senso liquidatorio, ma «ha tutte le caratteristiche tipiche di un “piano di ristrutturazione”»; che, essendo nel caso di specie la scelta del concordato con assunzione dipesa unicamente dall'iniziativa del commissario straordinario, «se fosse sufficiente, per caratterizzare la procedura come “liquidatoria”, la decisione della procedura di utilizzare lo strumento tecnico del “concordato con assunzione” e la formale interposizione di un assuntore creato dalla stessa procedura, indipendentemente da ogni considerazione circa l'effettiva natura liquidatoria della procedura, la stessa ammissibilità delle azioni revocatorie ex art. 6 legge Marzano verrebbe a dipendere (del tutto irrazionalmente) dalla mera volontà degli organi della procedura, anziché dalle caratteristiche sostanziali della procedura medesima»; che nel secondo giudizio dinanzi alla Corte (n. 163 r.o. del 2006) si è costituita UBS Limited, parte convenuta nel processo principale, chiedendo che la questione sia accolta, in quanto – premesso che nel decreto-legge n. 347 del 2003, e successive modificazioni, la funzione legislativa sarebbe stata «piegata allo scopo di offrire posteriore legittimazione e sostegno giuridico al contenuto del programma di ristrutturazione predisposto dal commissario del gruppo Parmalat, ossia al contenuto di uno specifico atto amministrativo, onde consentirne l'approvazione da parte della competente autorità» – la norma censurata si porrebbe in contrasto con l'art. 49 del d.lgs.