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La risposta è che non esiste un altro Paese a questo mondo che sia all'altezza dell'Italia. Quindi, in quest'Aula, si dovrebbe discutere di come valorizzare il turismo, perché non è ancora all'altezza alla quale dovrebbe essere, anche per quanto riguarda la concorrenza con gli altri Paesi. A mio avviso - e mi riferisco ora al provvedimento - ogni Esecutivo deve potersi organizzare come meglio crede per conseguire i risultati che si prefigge. Tuttavia, ci sono alcuni aspetti di questa nuova organizzazione che non mi convincono del tutto, in particolare per due ragioni. La prima ragione è che è trascorso un anno e mezzo dall'ultima riorganizzazione e sappiamo bene che non si tratta solo di passaggi formali, ma di uffici e di dirigenti che si spostano, di procedure e di prassi che devono essere messe in moto. La mancanza di continuità delle strutture amministrative rallenta il processo decisionale e soprattutto quello gestionale e le conseguenze devono sopportarle gli operatori turistici e il turismo in senso lato. La seconda obiezione è, se vogliamo, di visione culturale e riguarda, in particolare, l'idea del turismo come l'altra faccia dei beni culturali. Io penso che il turismo esprima meglio le sue potenzialità in un contesto che non ruoti attorno all'idea della conservazione e della tutela, come invece è giusto che sia per le politiche sui beni culturali. Si rischia, inoltre, un approccio che, sicuramente in buona fede, si indirizza verso segmenti di mercato particolareggiati, mentre il turismo è un mercato di massa, che dovrebbe guardare a tutte le platee, anche a quelle che non sono interessate a vivere esperienze di matrice culturale. Per questi motivi, avrei visto bene il turismo collegato o ai Ministeri economici, per ribadirne il valore strategico nell'economia italiana, oppure al Ministero dell'agricoltura, nell'idea del Ministero del made in Italy (io aggiungo, del made in Südtirol o del made in Piemonte o del made in Friuli), dato il valore assoluto e impareggiabile dell'enogastronomia nazionale. Diverso è il discorso per il commercio estero. Certamente era stretto in un Ministero come quello per lo sviluppo economico, che si deve concentrare sulla questione industriale che, come stiamo vedendo anche in queste ore, è un tema che merita un'attenzione dedicata. Collegare il commercio agli affari esteri sulla carta è una scelta positiva per un'economia che vive molto di esportazioni. Tuttavia, anche in questo caso potrebbero emergere alcune criticità. La prima è che i rapporti commerciali non necessitano solo di una sensibilità nelle relazioni, ma anche di un know how che solo un ministero economico può avere. Inoltre, non vorrei che si creasse un nesso troppo stretto tra l'attività diplomatica e le relazioni commerciali, perché si rischia di ridimensionare e condizionare la nostra capacità di stare ai tavoli internazionali. Naturalmente, anche in questo caso non metto in dubbio la buona fede, comprendo le motivazioni che ne stanno alla base, però non posso non vedere i problemi che, al di là della volontà degli interpreti, potrebbero emergere. Credo, come ho detto all'inizio e come ho detto l'anno scorso, che sia nella facoltà di ogni Governo decidere come meglio organizzarsi per rispondere ai suoi obiettivi. Tuttavia, per i motivi che ho enunciato, esprimerò un voto di astensione, con l'auspicio davvero di vedere superate dai fatti le mie perplessità. (Applausi dai Gruppi Aut (SVP-PATT, UV) e L-SP-PSd'Az, e del senatore Fantetti) . PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Grimani. Ne ha facoltà. GRIMANI (IV-PSI) . Signor Presidente, il provvedimento che affrontiamo oggi ha l'ambizione di riorganizzare il lavoro di alcuni Ministeri e introduce alcuni elementi in altri campi, che vedremo nell'analisi successiva. Anche io penso, come è stato detto da alcuni che mi hanno preceduto, che non sia molto edificante non tanto che in ogni Governo avvenga una riorganizzazione interna dei Ministeri (credo che questo sia indiscutibile e rientri, come è stato detto poc'anzi, nella facoltà che ha ogni Governo di organizzare al meglio la propria attività amministrativa), ma che sia diventato elemento di confronto e battaglia politica lo spostamento di deleghe fondamentali, come sta avvenendo nel caso dello spostamento della delega sul turismo. Credo sia stato un errore aver trasferito, nel 2018 con il decreto n. 86, la funzione del turismo al Ministero delle politiche agricole, alimentari e forestali e credo sia giusto oggi operare questo nuovo spostamento, che poi significa sostanzialmente, come il provvedimento evidenzia, conseguentemente uno spostamento di personale, di risorse e di rapporti giuridici, come è ovvio che avvenga. Anche il Consiglio di Stato ha manifestato perplessità, a gennaio, relativamente al fatto di vedere le funzioni del turismo confluire nel Dipartimento delle politiche agricole, alimentari e forestali, tant'è vero che il Consiglio di Stato ha evidenziato che la commistione in un unico dipartimento di funzioni proprie della materia turismo e funzioni proprie di politica agricola, alimentare e forestale sembra andare esattamente nella direzione opposta a quella indicata dalla giurisprudenza costituzionale, quasi vincolando il turismo all'offerta correlata alla sola attività agricola, alimentare e forestale. Sono convinto che le caratteristiche del nostro Paese siano quelle di un Paese che offre al turista non soltanto il patrimonio culturale, architettonico, artistico, ma anche tutto il patrimonio della nostra gastronomia e dell'enologia, però credo che ci sia una contiguità naturale tra il patrimonio artistico e culturale, la fruizione dei nostri musei, dei nostri parchi archeologici rispetto a tutta la parte che riguarda lo sviluppo dell'industria turistica e tutto ciò che ruota intorno al turismo. Secondo me, la ricollocazione di questa delega all'interno del Ministero delle attività culturali è un percorso naturale che con questo decreto giunge a compimento. Non dobbiamo aprire un dibattito sul turismo perché questa è una norma che ha un carattere amministrativo, però credo che le politiche culturali del nostro Paese debbano essere quelle che poi determinano la capacità di essere attrattivi come Paese. È strettamente correlato; non vedo un'alternativa a questa a questa riflessione. All'interno del provvedimento ci sono comunque aspetti importanti che riguardano il miglioramento della fruibilità del nostro patrimonio culturale. Ad esempio, sono stati introdotti alcuni articoli di cui non abbiamo parlato che evidenziano la possibilità di destinare i proventi della vendita dei biglietti non soltanto, come avveniva fino ad oggi, per gli interventi in sicurezza e conservazione o per il funzionamento degli istituti e dei luoghi della cultura, ma anche per migliorarne la fruizione, potendo garantire maggiori aperture (straordinarie e notturne) e ampliando le fasce orarie e le giornate di visita. Infatti, il nostro patrimonio culturale è straordinario, ma in alcuni casi - non parlo magari delle grandi città, ma dei medi e piccoli centri - ci sono problemi rispetto alla possibilità di garantire fruizione di quel patrimonio.