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Misure fiscali a sostegno della partecipazione al lavoro delle donne. Onorevoli Senatori. -- La promozione del tasso di occupazione femminile è non soltanto un obbligo che la Repubblica si è assunta verso l'Unione europea a Lisbona dieci anni or sono -- e nel cui adempimento si sta registrando un gravissimo ritardo -- ma anche una leva di importanza cruciale per la crescita civile ed economica del nostro Paese. La crisi economica in atto, che sta causando un evidente arretramento quantitativo e qualitativo dell'occupazione femminile nel mercato del lavoro, non fa che sottolineare l'urgenza di un intervento nell'ordinamento finalizzato all'incremento della partecipazione femminile al mercato del lavoro. I dati Istat disponibili più recenti sull'occupazione femminile (gennaio 2010) confermano un generale arretramento di tutti gli indici di rilevazione (tasso di occupazione, tasso di disoccupazione, tasso di attività e tasso di inattività), particolarmente grave nel Mezzogiorno. Il tasso di occupazione femminile si attesta oggi nel nostro Paese al 46,1 per cento, a un livello largamente inferiore non solo rispetto all'obiettivo finale -- tasso di occupazione al 60 per cento entro il 2010 -- fissato dal Consiglio europeo di Lisbona del 23-24 marzo 2000 (cosiddetta strategia di Lisbona per la crescita e l'occupazione), ma anche rispetto all'obiettivo intermedio del 57 per cento per il 2005. Questo dato ci colloca agli ultimi posti in Europa e in posizione molto arretrata anche su scala mondiale. Un dato significativo è costituito, peraltro, anche dalle forti differenze territoriali che si registrano in Italia, dove nel Mezzogiorno il tasso d'occupazione femminile è fermo al 30,8 per cento, contro il 55,6 per cento del Nord-Ovest e il 56,9 per cento del Nord-Est. In altri termini, le donne del Sud, anche le più giovani, in molti casi hanno smesso di cercare lavoro, con ciò sfuggendo anche alle rilevazioni del tasso di disoccupazione. Tutti i dati disponibili nel panorama internazionale, inoltre, mostrano come al più alto tasso di occupazione femminile regolare si accompagni un tasso più alto di natalità. Le politiche per la ripresa economica nel nostro Paese non possono dunque prescindere da azioni volte a rompere il circolo vizioso che relega la maggior parte delle donne italiane nel sistema del lavoro domestico escludendole da quello del lavoro professionale. È divenuto più che mai urgente trasformare l'enorme giacimento di capitale umano femminile presente nel nostro Paese, largamente inutilizzato o sottoutilizzato, in un fattore fondamentale per la ripresa dello sviluppo, della competitività, del benessere sociale, con ciò passando dal tipico equilibrio «vetero-mediterraneo» attuale, caratterizzato dalla bassa partecipazione femminile, a un equilibrio più virtuoso, che consenta la liberazione di questo potenziale latente di energie e competenze. Il «dividendo sociale» di questo investimento è evidente: più donne occupate nel tessuto produttivo regolare significa più democrazia, più sviluppo, aumento del tasso di natalità, famiglie più dinamiche e sicure economicamente, meno bambini in condizioni di povertà. A tal fine il presente disegno di legge, che riproduce l’atto Senato n. 2102 presentato nel corso della XVI legislatura dai senatori Enrico Morando e Pietro Ichino, propone, in via sperimentale, una semplice misura di incentivazione fiscale che mira direttamente a promuovere il lavoro delle donne, in funzione del raggiungimento dei traguardi fissati dalla citata strategia di Lisbona. A sostegno di questa scelta va osservato come la domanda e l'offerta di lavoro femminile siano assai più elastiche rispetto a domanda e offerta di lavoro maschile: il che consente di confidare in un effetto della riduzione dell'imposta assai rilevante sui livelli occupazionali. La misura non può essere qualificata come discriminatoria in ragione del genere dei lavoratori, dal momento che essa è -- tutt'al contrario -- esplicitamente mirata a superare un assetto socio-economico produttivo di effetti discriminatori a carico delle donne: essa può e deve dunque essere qualificata come «azione positiva» volta a raggiungere un obiettivo al cui perseguimento la Repubblica italiana è vincolata dall'Unione europea. La norma punta esplicitamente a far sì che, a parità di reddito percepito, il prelievo IRPEF su quello della contribuente lavoratrice donna sia significativamente inferiore a quello esercitato sul reddito identico del lavoratore maschio. Venendo ad illustrare più dettagliatamente gli aspetti della misura proposta, va precisato che essa consiste in una forte riduzione del prelievo fiscale sui redditi da lavoro a favore di tutte le donne alla prima occupazione, siano esse lavoratrici dipendenti, economicamente dipendenti o autonome (articolo 1). In particolare, si prevede per tale platea l'applicazione di aliquote IRPEF ridotte per i cinque periodi d'imposta successivi all'avvio dell'attività lavorativa, estesa anche alle donne che riprendono a lavorare dopo almeno tre anni di inattività (articolo 2). Il taglio -- concentrato in prevalenza sul primo scaglione di reddito, per il quale il prelievo è portato a zero ( no tax area fino a 15.000 euro) -- è tale da comportare una riduzione d'imposta per tutti i redditi di lavoro, di qualunque natura ed importo. L'entità della riduzione in rapporto al reddito netto attuale è resa tuttavia più intensa per i redditi fino a 28.000 euro, cioè per la fascia di reddito in cui si concentra a tutt'oggi il maggior numero di contribuenti donne. In particolare, si prospetta un incremento del reddito disponibile che raggiunge il 30 per cento per i redditi fino a 15.000 euro, e il 24 per cento per i redditi compresi tra 15.000 e 28.000 euro, per scendere al 15 per cento per i redditi fino a 55.000 euro e ridursi ulteriormente per i redditi maggiori. Per le donne residenti nelle aree o occupate nei settori in cui il tasso di partecipazione al lavoro delle donne è inferiore per almeno il 25 per cento al tasso medio nazionale riferito a tutti i settori economici, in aggiunta al regime speciale di imposizione previsto dall'articolo 2, è prevista l'applicazione di una specifica detrazione forfetaria d'imposta sul reddito personale, articolata secondo tre fasce di reddito, entro il limite dei 40.000 euro annui (articolo 3). Questa ulteriore detrazione, mirata a riconoscere una tutela più intesa alle donne in posizione di particolare svantaggio, territoriale o professionale, è in linea con la qualificazione di «lavoratore svantaggiato per genere» di cui al vigente regolamento comunitario in materia di aiuti di Stato (regolamento (CE) n. 800/2008). La norma di cui all'articolo 4 è invece rivolta a promuovere una ricerca empirica -- affidata alla Banca d'Italia -- per la valutazione degli effetti di politiche di sgravi fiscali selettivi a favore delle donne. I risultati della ricerca, al termine del periodo di applicazione del regime speciale di tassazione dei redditi da lavoro delle donne di cui agli articoli 2 e 3, potranno essere messi a base delle decisioni che il Parlamento dovrà o vorrà assumere circa lo sviluppo ulteriore della sperimentazione.