[pronunce]

La disposizione impugnata, infatti, prevede espressamente che l'utilizzo delle risorse che transitano per il fondo per le politiche di sviluppo delle risorse umane e per la produttività deve rispettare la «normativa nazionale vigente in materia di contenimento dei costi della contrattazione collettiva». Infine, la resistente rileva che l'art. 1, comma 236, della legge n. 208 del 2015 è stato abrogato, a decorrere dal 1° gennaio 2017, dall'art. 23, comma 2, del decreto legislativo 25 maggio 2017, n. 75, recante «Modifiche e integrazioni al decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, ai sensi degli articoli 16, commi 1, lettera a), e 2, lettere b), c), d) ed e) e 17, comma 1, lettere a), c), e), f), g), h), l) m), n), o), q), r), s) e z), della legge 7 agosto 2015, n. 124, in materia di riorganizzazione delle amministrazioni pubbliche». Quest'ultimo, pur riprendendo la formulazione dell'abrogato comma 236, ha tuttavia inserito nuovi elementi di flessibilità, prevedendo la possibilità che le Regioni a statuto ordinario incrementino l'ammontare della componente variabile dei fondi per la contrattazione integrativa destinata al personale in servizio presso i predetti enti, anche di livello dirigenziale 3.- All'udienza le parti hanno ribadito le conclusioni formulate nelle memorie difensive.1.- Il Presidente del Consiglio dei ministri ha impugnato l'art. 9, comma 29, della legge della Regione Lazio 31 dicembre 2015, n. 17 (Legge di stabilità regionale 2016), che stabilisce che «[g]li oneri relativi al trattamento accessorio posti a carico della Regione per il personale temporaneamente assegnato ad altre pubbliche amministrazioni sulla base di protocolli o accordi per lo svolgimento di funzioni di interesse regionale, sono compensati con gli incrementi delle risorse del fondo per le politiche di sviluppo delle risorse umane e per la produttività, o con specifiche indennità, ai sensi dell'art. 15 comma 1 lettera k) del contratto collettivo nazionale di lavoro (CCNL) del 1° aprile 1999, certificati nel rispetto della normativa nazionale vigente in materia di contenimento dei costi della contrattazione collettiva, da utilizzarsi secondo la disciplina dell'articolo 17 del CCNL del 1° aprile 1999». Secondo il ricorrente tale norma si porrebbe in contrasto, anzitutto, con l'art. 15 del C.C.N.L. del 1° aprile 1999, poichè individuerebbe una destinazione delle risorse del citato fondo diversa da quella ivi prevista, in violazione della competenza esclusiva statale nella materia «ordinamento civile», di cui all'art. 117, secondo comma, lettera l), della Costituzione. Essa, inoltre, incidendo sulla quantificazione del trattamento accessorio del personale regionale, si porrebbe in contrasto anche con l'art. 1, comma 236, della legge 28 dicembre 2015, n. 208 recante «Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (legge di stabilità 2016)», con conseguente violazione dell'art. 117, terzo comma, Cost. «nell'ottica del coordinamento della finanza pubblica». 2.- Preliminarmente, occorre esaminare l'eccezione di inammissibilità del ricorso per contraddittorietà dello stesso, proposta dalla difesa regionale. Quest'ultima ritiene che le doglianze formulate dal ricorrente si pongano in insanabile contraddizione tra loro e rendano il ricorso inammissibile, perché perplesso e ancipite. Il ricorrente, infatti, da un lato, lamenterebbe una decurtazione del fondo per il trattamento accessorio, le cui risorse sarebbero distratte per altre finalità; dall'altro, denuncerebbe una maggiorazione del medesimo fondo, tale da violare il limite fissato dalla citata disposizione della legge n. 208 del 2015. 2.1.- L'eccezione è priva di fondamento. La censura di violazione dell'art. 117, secondo comma, lettera l), Cost., non scaturisce dalla pretesa riduzione del fondo per lo sviluppo delle risorse umane e della produttività (che, viceversa, la censura di violazione dell'art. 117, terzo comma, Cost., assumerebbe "incrementato"), ma dalla ritenuta incompatibilità della destinazione delle risorse del fondo stesso al finanziamento dei trattamenti accessori del personale «temporaneamente assegnato ad altre pubbliche amministrazioni, sulla base di protocolli o accordi per lo svolgimento di funzioni di interesse regionale», rispetto alla destinazione individuata, per le medesime risorse, dalle norme del contratto collettivo nazionale e in particolare dall'art. 15, comma 1, lettera k), e dall'art. 17, comma 2, lettera g), del CCNL del 1° aprile 1999. 3.- Ancora in linea preliminare, devono essere valutate le eccezioni di inammissibilità per genericità ed insufficienza della motivazione, proposte dalla difesa della Regione, in relazione ad entrambe le questioni di legittimità costituzionale promosse nei confronti dell'art. 9, comma 29, della legge regionale n. 17 del 2015. 3.1.- Quanto alla censura di violazione dell'art. 117, secondo comma, lettera l), Cost., la resistente eccepisce che nel ricorso non sarebbe stato chiarito il motivo per cui l'utilizzazione delle risorse del fondo per le politiche di sviluppo delle risorse umane e per la produttività, delineata dalla norma regionale impugnata, sarebbe incompatibile con le previsioni della contrattazione collettiva nazionale. 3.1.1.- L'eccezione è fondata. Secondo la giurisprudenza ormai costante di questa Corte, non basta che il ricorso in via principale identifichi esattamente la questione nei suoi termini normativi, indicando le norme costituzionali e ordinarie, la definizione del cui rapporto di compatibilità o incompatibilità costituisce l'oggetto della questione di costituzionalità. Occorre altresì che esso sviluppi un'argomentazione a sostegno dell'impugnazione, necessaria in termini ancora più stringenti che nei giudizi incidentali (ex plurimis, sentenza n. 131 del 2016). Tale argomentazione, a sua volta, «può esigere il confronto con dati normativi ulteriori, rispetto ai termini essenziali della questione» (sentenza n. 265 del 2016). La genericità e l'assertività delle censure implicano l'inammissibilità della questione (ex plurimis, sentenze n. 273, n. 131 e n. 38 del 2016; nonché sentenze n. 184 del 2012, n. 185, n. 129, n. 114 e n. 68 del 2011, n. 278 e n. 45 del 2010). Nel caso in esame la censura è priva di un'adeguata motivazione.