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In più, la scelta era caduta su di lui prima di vedere fallita la ricerca di dirigenti interni all'amministrazione dei beni culturali. Il vigile segretario generale fu lesto, però, a giustificare la preferenza accordata all'ingegnere con l'inadeguatezza degli altri partecipanti all'interpello, interni ed esterni, e a lodarne le pregresse esperienze nel settore ambientale (depurazione, soprattutto), tali da renderlo l'uomo ideale per dirigere il servizio V. Abbastanza da ridurre la Corte a più miti consigli; non sono pochi, parlando di comma 6, i lavoratori coinvolti in tutta la pubblica amministrazione ma la loro percentuale raggiunge il 15 per cento solo nel Ministero della cultura (contro l'8 per cento delle altre amministrazioni, elevabile al 10 per cento ex art. 1, comma 6, del decreto-legge n. 162 del 2019), dove la situazione è già da qualche anno fuori controllo. Il personale in servizio è stato fatto calare, infatti, a meno del 50 per cento della pianta organica e i concorsi sono stati procrastinati sine die o, se banditi, rallentati per operare una trasformazione antropologica dei dipendenti. Nel merito, nessun concorso per dirigenti è stato bandito dal ministro Franceschini tra il 2014 e il 2021: soltanto, nel 2017 c'è stato uno scorrimento di idonei in una graduatoria di dirigenti bibliotecari e un altro nel 2018 in una graduatoria di dirigenti storici dell'arte, con conseguenti nomine, mentre il 31 dicembre 2018 sono scadute graduatorie di concorsi per dirigenti (con idonei), poi si sono registrate sempre più attribuzioni di posizioni dirigenziali mediante il comma 6, culminate a novembre 2021; nelle more della presunta immissione in ruolo straordinaria garantita dal citato emendamento, i più maliziosi già pronosticavano che i direttori dei 44 istituti con autonomia speciale, esaurito l'incarico di 4 più 4 anni conferito appunto mediante comma 6 perché esterni alla pubblica amministrazione, avrebbero preteso anche loro di essere stabilizzati, invece di dover fare le valigie in prossimità di ogni scadenza dell'ottavo anno della direzione assegnatagli per fare in tempo, con un gioco di prestigio, a passare ad un'altra e ripartire da zero. Non a caso l'Atto Senato n. 2254, che è un disegno di legge di disciplina del conferimento delle nomine dei direttori museali statali, prevede invece una procedura concorsuale e un unico incarico di 5 anni non rinnovabile; valutato che, sempre per quanto risulta, l'emendamento teso a stabilizzare il comma 6 non ha avuto seguito ma un decreto del Presidente del Consiglio dei ministri 22 luglio 2022 che sembra averne ereditato l'obiettivo prevede, all'art. 3, che "Il Ministero della cultura è autorizzato ad indire procedure di reclutamento e ad assumere a tempo indeterminato le unità di personale indicate alle tabelle 4, 5 e 6 allegate". La Corte dei conti l'ha registrato il 31 agosto. In una nota stampa del 31 agosto 2022, la Confsal UNSA ha condannato il decreto del 22 luglio, definito "una sgradevole sortita", contestando la stabilizzazione dei dirigenti senza trasparenza e preannunciando azioni legali e sindacali tese a contrastarla, si chiede di sapere se il Ministro in indirizzo non ritenga di dover bloccare un'immissione in ruolo straordinaria come sembra profilarsi quella descritta, passibile di costituire un grave precedente e tale da ribadisce la vigenza, di fatto, nell'amministrazione della cosa pubblica di quel familismo amorale che è da sempre (e forse per sempre) una cifra imprescindibile del "Bel Paese". Atto n. 4-07438 CORRADO Margherita LANNUTTI GRANATO Bianca Laura ANGRISANI Luisa Ai Ministri della cultura e dell'università e della ricerca Premesso che: il decreto legislativo n. 42 del 2004 ha inteso rafforzare e disciplinare la tutela del patrimonio culturale italiano. Da qui la regolamentazione della figura professionale del restauratore, la creazione di percorsi universitari ad hoc (LMR02) e la contestuale salvaguardia di coloro che già svolgevano quella professione, avendo ottenuto diplomi presso scuole riconosciute dal Ministero dell'istruzione dell'università e della ricerca frequentate prima del 2009 e corsi di due/tre anni presso scuole accreditate al Ministero della cultura (Istituto centrale del restauro di Roma, Opificio delle pietre dure di Firenze, Scuola del mosaico di Ravenna e Scuola del libro di Roma); anche a questi ultimi è stata consentita l'iscrizione in un apposito elenco, tenuto presso la Direzione generale Educazione Ricerca e Istituti culturali del Ministero (oggi) della cultura a seguito del superamento di una selezione per titoli e competenze avvenuta il 22 giugno 2015, con pubblicazione del bando per l'acquisizione della qualifica di restauratore ex art. 182 del già citato "Codice dei Beni culturali e del Paesaggio". Dimostrate le suddette credenziali, tutti i restauratori, in ottemperanza a quanto stabilito dal medesimo articolo 182, sarebbero dovuti risultare qualificati come tali a pari titolo e inseriti nell'elenco; considerato che oggi la formazione del restauratore si struttura in un corso a ciclo unico, articolato in 300 crediti formativi universitari. Con il decreto interministeriale a firma dei ministri Franceschini e Fedeli del 21 dicembre 2017 si è proceduto all'equiparazione dei soli titoli rilasciati alle Scuole di alta formazione (SAF) anteriormente al decreto ministeriale n. 87 del 2009 e al diploma di laurea magistrale a ciclo unico in Conservazione e restauro dei beni culturali (LMR02). Ciò a fronte di bandi pubblici per corsi di soli due/tre anni, con ammissione dopo la terza media, a discapito di restauratori in possesso di lauree triennali e diplomi quinquennali, anche post diploma di scuola superiore, ma non di provenienza SAF; valutato che: il Consiglio di Stato, con sentenza n. 4994 del 19 agosto 2009, ha ribadito il consolidato orientamento giuridico italiano circa il riconoscimento del titolo equipollente a laurea, che può essere determinato esclusivamente ex lege (vedi anche sentenza TAR Lazio n. 1867 del 1° marzo 2011): non è consentito, pertanto, alla Pubblica Amministrazione e ai Ministeri, rilasciare titoli equipollenti attraverso un atto amministrativo; il TAR Lazio, con la sentenza n. 1568/2021, ha confermato che in Italia esiste un'unica categoria di restauratori di beni culturali e che quanti ne fanno parte hanno tutti gli stessi privilegi di legge;