[pronunce]

non può farsi dipendere dall'attivazione di un ulteriore procedimento (il reclamo) innanzi a giudice diverso"; che nel giudizio è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che la questione sia dichiarata non fondata; che secondo l'Avvocatura il giudice, tenuto ad orientare le proprie scelte secondo il principio del necessario contemperamento fra le esigenze di cautela processuale e la tutela della salute dell'imputato, deve privilegiare la scelta di misure cautelari meno afflittive là dove il regime carcerario sia in concreto incompatibile con lo stato di salute del soggetto e a tal fine può prendere in considerazione anche la circostanza che l'imputato sia sottoposto al regime derogatorio di cui all'art. 41-bis comma 2, dell'ordinamento penitenziario; che d'altra parte l'attribuzione in via esclusiva al tribunale di sorveglianza del potere di sindacare la legittimità dei provvedimenti ministeriali soddisfa l'esigenza di garantire un controllo giurisdizionale da parte di un organo specializzato, idoneo a evitare che in concreto i provvedimenti ministeriali contraddicano le finalità rieducative della pena, comportino trattamenti contrari al senso di umanità, ovvero violino diritti della persona. Considerato che il giudice rimettente, investito di una richiesta di revoca o di sostituzione della misura della custodia cautelare in carcere per motivi di salute, vorrebbe essere abilitato, nei limiti in cui sia necessario per tutelare il diritto alla salute, a sindacare il contenuto del decreto ministeriale di sospensione delle ordinarie regole di trattamento disposto nei confronti dell'imputato a norma dell'art. 41-bis comma 2, dell'ordinamento penitenziario; che, ad avviso del rimettente, l'art. 41-bis comma 2-bis dell'ordinamento penitenziario, che attribuisce in via esclusiva al tribunale di sorveglianza la competenza a decidere sui reclami avverso i provvedimenti del Ministro della giustizia emessi a norma del comma 2 del medesimo articolo, si pone in contrasto con gli artt. 3, 32 e 101 Cost., in quanto al giudice che procede è irragionevolmente precluso qualsiasi controllo sui contenuti del provvedimento ministeriale di sospensione delle ordinarie regole di trattamento al fine di tutelare il diritto alla salute del detenuto; che nel caso di specie il giudice a quo pur ritenendo che il "rilevante disturbo psichico" dell'imputato, provocato dalle condizioni di vita carceraria e, in particolare, dalla limitazione dei colloqui con i familiari imposta con il decreto ministeriale, non fosse, allo stato, tale da determinare una incompatibilità assoluta con la custodia cautelare a norma degli artt. 299, comma 4-ter e 275, comma 4-bis cod. proc. pen. , aveva sollecitato, peraltro senza esito, la competente autorità ministeriale ad ammettere l'imputato a fruire di quattro colloqui mensili con i familiari; che, a norma degli artt. 299, comma 4-ter, e 275, commi 4-bis e ter cod. proc. pen. , il giudice non può disporre né mantenere la custodia cautelare in carcere quando le condizioni di salute dell'imputato risultano incompatibili con lo stato di detenzione ovvero sono comunque tali da non consentire adeguate cure in carcere; che, nell'ambito dei provvedimenti di sua competenza, il giudice che procede, al fine di dare piena attuazione al diritto alla salute, è certamente abilitato a intervenire anche nei confronti del detenuto sottoposto al regime dell'art. 41-bis comma 2, dell'ordinamento penitenziario, valutandone gli effetti sulle condizioni di salute dell'imputato ai fini del giudizio di compatibilità in concreto con lo stato di detenzione; che la competenza del giudice che procede opera su un piano diverso e non confliggente con quella del tribunale di sorveglianza che, a norma dell'art. 41-bis comma 2-bis dell'ordinamento penitenziario, decide sui reclami avverso i provvedimenti ministeriali di sospensione delle ordinarie regole di trattamento; che, ove il sindacato sul contenuto del provvedimento ministeriale di sospensione venisse attribuito, come richiesto dal rimettente, anche al giudice che procede, ne deriverebbe una sovrapposizione delle competenze del giudice di cognizione e del tribunale di sorveglianza, che potrebbe dare luogo a contrasti di pronunce tra i due organi ed anche tra diversi giudici che procedono nei confronti del medesimo imputato; che a tali possibili contrasti ha appunto inteso porre rimedio l'art. 41-bis, comma 2-bis dell'ordinamento penitenziario, prevedendo che sui reclami avverso il provvedimento ministeriale è sempre competente il tribunale di sorveglianza che ha giurisdizione sull'istituto a cui è assegnato il detenuto, anche nel caso di trasferimenti disposti a norma dell'art. 42 del medesimo ordinamento; che del resto, già prima della introduzione nell'art. 41-bis dell'ordinamento penitenziario del comma 2-bis ad opera della legge 7 gennaio 1998, n. 11, questa Corte aveva affermato che la competenza a sindacare la legittimità dei provvedimenti di sospensione delle ordinarie regole di trattamento "deve riconoscersi a quello stesso organo giurisdizionale cui è demandato il controllo sull'applicazione [...] del regime di sorveglianza particolare, ai sensi dell'art. 14-ter dell'ordinamento penitenziario" posto che tale istituto "nella sua concreta applicazione viene ad assumere un contenuto largamente coincidente con il regime differenziato" previsto dall'art. 41-bis comma 2, del medesimo ordinamento (v. sentenza n. 410 del 1993, che a sua volta richiama la sentenza n. 349 del 1993); che, in particolare, questa Corte ha avuto modo di precisare che, ai fini del sindacato del tribunale di sorveglianza sui provvedimenti disposti ex art. 41-bis comma 2, dell'ordinamento penitenziario, "appaiono particolarmente pregnanti" le indicazioni contenute nell'art. 14-quater comma 4, dell'ordinamento penitenziario (v. sentenza n. 351 del 1996), tra le quali figura - per quanto rileva nel caso di specie - un richiamo alle esigenze di tutela della salute; che la tutela del diritto alla salute, di cui l'imputato detenuto lamenti la lesione a causa dei contenuti del provvedimento ministeriale di sospensione delle regole ordinarie di trattamento, risulta così assicurata, da un lato, dai poteri conferiti in materia di libertà personale al giudice che procede e, dall'altro, dal controllo esercitato, in sede di reclamo, dal tribunale di sorveglianza a garanzia dei diritti del detenuto; che la questione va pertanto dichiarata manifestamente infondata in riferimento a tutti i parametri evocati dal rimettente. Visti gli artt. 26, secondo comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87, e 9, secondo comma, delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale.. .