[pronunce]

Questa disciplina, ricorda il rimettente, è stata modificata dalla legge di conversione la quale – mediando tra gli interessi delle multinazionali produttrici di specialità medicinali, favorite dal mantenimento del regime anteriormente vigente, e gli interessi delle imprese produttrici di principi attivi e materie prime farmaceutiche, favorite dallo sviluppo dei farmaci generici, meno costosi e quindi meno onerosi per il servizio sanitario nazionale – ha attenuato il sistema incidente sulla durata dei certificati complementari nazionali, riducendo di sei mesi per ogni anno la loro durata e spostando il dies a quo della procedura di ridefinizione al 1° gennaio del 2004. 1.3. – Osserva la Commissione rimettente che il provvedimento di ricalcolo della scadenza dei certificati complementari nazionali, emesso dall'Ufficio italiano brevetti e marchi, ha pacificamente natura non costitutiva, ma meramente ricognitiva, e pertanto è inidoneo ad incidere direttamente nei rapporti tra privati: dal che discende la giustiziabilità innanzi al giudice ordinario della pretesa del titolare di un certificato complementare, asseritamente non ancora scaduto, ad opporsi con azione di contraffazione all'iniziativa imprenditoriale intrapresa da un terzo e, reciprocamente, la giustiziabilità della pretesa del terzo a far accertare l'avvenuta scadenza della durata di un certificato appartenente ad altri. Ciò non impedisce, afferma la Commissione, di ritenere sussistente, in capo ai titolari di certificati complementari, un interesse legittimo differenziato ad opporsi ad una rideterminazione della durata che, pubblicizzando la nuova scadenza, li espone alla libera utilizzazione, da parte dei terzi, di un'invenzione farmaceutica di cui essi assumono invece di essere ancora riservatari. Conseguentemente, ad avviso del rimettente, «il provvedimento è stato legittimamente impugnato da Schering sul presupposto, positivamente valutabile sotto il profilo della legittimazione, che si tratti di un provvedimento idoneo a ledere un proprio interesse legittimo compromesso dal contenuto del provvedimento stesso». 1.4.– In punto di rilevanza, osserva la Commissione che le contestazioni avanzate dalla ricorrente in ordine ai criteri di ricalcolo seguiti dall'Ufficio appaiono destituite di fondamento, dovendo quei criteri ritenersi del tutto conformi a quanto previsto dalla legge n. 112 del 2002: sicché la decisione sulla domanda di annullamento dei provvedimenti impugnati dipende dalla legittimità costituzionale della legge stessa. 1.5. – Passando all'esame delle eccezioni di illegittimità costituzionale sollevate dalla ricorrente Schering, osserva il rimettente che manifestamente infondata è quella secondo la quale la legge n. 112 del 2002 contrasterebbe con l'art. 20 del regolamento n. 1768/92, e violerebbe pertanto gli artt. 10 e 11 della Costituzione nonché il principio del primato del diritto comunitario: la norma comunitaria invocata, infatti, lungi dal recepire e cristallizzare la disciplina relativa alla durata dei certificati di protezione disposta dalla legge italiana, si è limitata a consentire in via transitoria che i certificati di protezione italiani conservassero una durata enormemente maggiore di quella (comunitaria) prevista per i certificati degli altri paesi. 1.6.– Manifestamente infondata, a giudizio della Commissione, è anche la questione sollevata, in riferimento agli artt. 24 e 113 della Costituzione, sulla base del rilievo che la disposizione censurata, in quanto produttiva di effetti perfettamente sovrapponibili a quelli di un atto amministrativo di espropriazione dei diritti di brevetto, avrebbe la consistenza di una cosiddetta legge-provvedimento: di modo che essa, come norma autoapplicativa, da un lato, avrebbe determinato la degradazione di un diritto soggettivo a interesse legittimo così precludendo ogni sindacato giurisdizionale sul relativo fenomeno di affievolimento, e, dall'altro lato, avrebbe impedito ai titolari dei certificati complementari di partecipare all'adozione della misura assunta nei loro confronti, con le garanzie del giusto procedimento, in contrasto col canone di razionalità normativa nonché col principio di buon andamento dell'amministrazione. A giudizio del rimettente, la norma impugnata non ha affatto la natura di legge-provvedimento perché essa, modificando la regola della legge n. 349 del 1991, pone una disciplina generale ed astratta, valida per tutti i certificati complementari, a nulla rilevando il fatto che nella specie i titoli concretamente incisi, in virtù dell'entrata in vigore del regolamento comunitario (e della conseguente cessazione di operatività della legge n. 349 del 1991), siano individuabili e costituiscano un numerus clausus. 1.7. – Riferisce il rimettente che, ad avviso della Schering, la ridefinizione della durata dei certificati nazionali contrasterebbe con la tutela dell'affidamento – elevato dalla Corte costituzionale in numerose pronunce a elemento fondamentale dello Stato di diritto e ricondotto alla clausola generale della ragionevolezza di cui all'art. 3 (sentenza n. 229 del 1999) – in quanto il ricalcolo del periodo di copertura assicurato dai CCP lederebbe la libertà di iniziativa economica privata di cui all'art. 41 della Costituzione: iniziativa economica che, proiettata per sua stessa natura in una prospettiva dinamica, non tollererebbe che, nel corso dell'intero arco temporale in cui è destinata a svolgersi, vengano modificati i presupposti considerati essenziali nel momento in cui fu intrapresa, soprattutto ove si consideri che la produzione e la commercializzazione dei farmaci è fortemente condizionata dalla possibilità di beneficiare della tutela brevettuale, e quindi anche del prolungamento di essa ottenuto mediante il certificato complementare. Nel ritenere la questione così proposta non manifestamente infondata, la Commissione non manca di evidenziare che, in verità, «vi sono interessi della collettività, essi pure costituzionalmente garantiti, che giustificano interventi legislativi diretti a comprimere la libertà di iniziativa economica privata», come del resto riconosciuto dallo stesso giudice delle leggi: il che, argomenta, dovrebbe essere tanto più vero laddove, come nella fattispecie, le scelte legislative siano state determinate dall'obiettivo di limitare il progressivo aumento della spesa pubblica sanitaria, in quella sua componente essenziale che è il rimborso dei farmaci. E tuttavia in un settore in cui le valutazioni giuridiche sono così fortemente connesse a profili di opportunità e in cui il giudizio di legittimità costituzionale è destinato a risolversi in un sindacato sulla razionalità «molto prossimo al merito delle scelte legislative», acquista, ad avviso del rimettente, piena visibilità la distinzione tra infondatezza e manifesta infondatezza di una questione: l'eccezione, sicuramente non manifestamente infondata, in mancanza di una ragionevole certezza sulla sua reiezione, va rimessa alla Corte cui spetta dire la parola ultima e definitiva al riguardo.