[pronunce]

- Il Tribunale di Roma rileva che nel corso dell'istruttoria dibattimentale, non essendo possibile acquisire la deposizione di una persona offesa rientrata nel frattempo nel paese di origine e non reperibile, si rendeva necessario esaminare gli ufficiali di polizia giudiziaria operanti a chiarimento di quanto raccolto nel processo verbale di denuncia, al fine di valutare compiutamente la condotta ascrivibile ai prevenuti, in particolare attraverso una verifica dell'effettivo contenuto delle dichiarazioni rese dalla denunciante circa le modalità dei fatti. Il divieto di esaminare gli ufficiali di polizia giudiziaria dettato dall'art. 195, comma 4, cod. proc. pen. appare dunque al Tribunale rimettente "imposto irragionevolmente, poiché dà luogo ad una ingiustificata disparità di trattamento rispetto alla generale disciplina della testimonianza de relato, di cui all'art. 195 c.p.p. , determinata dalla condizione soggettiva dell'appartenenza del teste alla P.G.". Inoltre, secondo il giudice a quo, la norma censurata, "impedendo l'acquisizione di elementi di prova idonei a contribuire all'accertamento dell'effettivo svolgersi dei fatti e delle condotte penalmente rilevanti, finisce per intaccare lo stesso diritto di difesa, costituzionalmente garantito dall'art. 24 Cost.". 1.3 - La Corte di assise di Messina premette che, iniziata l'assunzione delle prove, i difensori degli imputati si opponevano, ai sensi del nuovo testo dell'art. 195, comma 4, cod. proc. pen. , a che un ispettore della Polizia di Stato riferisse in merito a circostanze apprese nel corso delle indagini da persone le cui dichiarazioni erano state oggetto di verbalizzazione e che dovevano essere assunte come testimoni nel prosieguo dell'istruzione dibattimentale. La Corte di assise solleva la questione di legittimità costituzionale con esclusivo riferimento all'art. 3 Cost., ritenendo che il divieto della testimonianza de relato, degli agenti e ufficiali di polizia giudiziaria determini "una palese differenziazione di trattamento tra la testimonianza indiretta del teste comune e quella degli ufficiali ed agenti di polizia giudiziaria", priva di ragionevole giustificazione. Anche la Corte di assise di Messina richiama la sentenza n. 24 del 1992, ricordando che la Corte costituzionale aveva osservato che il metodo orale e il principio del contraddittorio non sono messi in discussione dalla testimonianza indiretta in quanto tale, e che "il diritto di difesa è comunque tutelato attraverso l'interrogatorio diretto ed il controinterrogatorio del testimone". A parere della Corte rimettente neppure il nuovo art. 111 della Costituzione autorizza limiti alla testimonianza indiretta della polizia giudiziaria: poiché il principio del contraddittorio era già stato preso in considerazione nella sentenza del 1992, dal quarto comma della norma costituzionale potrebbe semmai discendere soltanto che le dichiarazioni del testimone di riferimento, il quale si sottragga poi volontariamente al confronto dibattimentale e di cui il giudice sia venuto a conoscenza attraverso la testimonianza del verbalizzante, sono inutilizzabili come prova di colpevolezza, ma non che esse non possano essere acquisite e utilizzate ad altri fini, eventualmente a favore dello stesso imputato. L'irragionevolezza della disposizione censurata si manifesterebbe inoltre nelle "conseguenze pratiche del divieto di testimonianza, il cui effetto, in un processo in cui il testimone qualificato sia chiamato, come nel caso di specie, a riferire sulle indagini condotte, si traduce nella inevitabile frammentarietà della deposizione, nella irrazionale scompaginazione della trama narrativa della testimonianza, nella rappresentazione, da parte del testimone, di circostanze isolate e di difficile, se non impossibile, lettura e collocazione logica". Infine, la Corte rimettente ritiene che la norma censurata si ponga in contrasto con l'art. 3 della Costituzione per "un altro residuale profilo, in quanto alle limitazioni alla testimonianza indiretta della polizia giudiziaria non corrispondono [...] limiti di analoga portata con riferimento agli investigatori privati autorizzati nell'ambito delle indagini difensive svolte ai sensi della legge 7 dicembre 2000, n. 397, salvo gli eventuali casi di incompatibilità determinati dalla formazione della stessa documentazione difensiva, che è dotata, peraltro, di potenzialità di utilizzazione paragonabile a quella degli atti di accusa (v. artt. 3 e 11 della citata legge n. 397)". 1.4 - Il Tribunale di Siracusa premette: che nel corso di una precedente udienza un sottufficiale di polizia giudiziaria era stato chiamato a testimoniare sulle dichiarazioni da lui ricevute, e regolarmente verbalizzate nel corso delle indagini preliminari, da persone informate sui fatti, citate in dibattimento come testimoni; che i difensori degli imputati avevano eccepito, ai sensi dell'art. 195, comma 4, cod. proc. pen. , così come riformulato dalla legge n. 63 del 2001, il divieto per gli ufficiali e gli agenti di polizia giudiziaria di deporre sul contenuto delle dichiarazioni acquisite da testimoni con le modalità di cui agli artt. 351 e 357, comma 2, lettere a) e b), cod. proc. pen; che il pubblico ministero aveva chiesto il rigetto dell'eccezione, sul presupposto che il divieto è limitato alle sole ipotesi in cui le dichiarazioni siano state assunte dalla polizia giudiziaria ai sensi degli artt. 351 e 357, comma 2, lettere a) e b), cod. proc. pen. e quindi nell'ambito di attività di indagine di iniziativa della polizia giudiziaria; che il Tribunale, preso atto che la testimonianza del sottufficiale di polizia giudiziaria si riferiva a dichiarazioni verbalizzate nel corso di attività di indagine delegate dal pubblico ministero, aveva rigettato l'eccezione della difesa, aderendo alla interpretazione letterale della norma prospettata dal pubblico ministero e dando corso all'assunzione della deposizione; che nell'udienza successiva i difensori eccepivano l'illegittimità costituzionale, in relazione agli artt. 3, 24 e 111 Cost., dell'art. 195, comma 4, cod. proc. pen. , nell'interpretazione datane dal giudice, in quanto la norma determinerebbe un'ingiustificata disparità di trattamento di situazioni di fatto sostanzialmente eguali, quali l'assunzione ad opera della polizia giudiziaria delle dichiarazioni testimoniali nell'ambito di attività di iniziativa o nell'ambito di attività delegata dal pubblico ministero. Il Tribunale, dopo aver ribadito che alla stregua dell'interpretazione letterale della norma il divieto di testimoniare della polizia giudiziaria non è esteso in generale al contenuto delle dichiarazioni ricevute nel corso di attività di indagine delegate, solleva questione di legittimità costituzionale dell'art. 195, comma 4, cod. proc. pen.