[pronunce]

ciò che potrebbe offrire esca anche a condotte “spregiudicate” dell'accusa, incentivata a «stralciare le posizioni processuali a lei più favorevoli, allo scopo di “dividere” i processi e così accelerare la decisione contro il dichiarante per poi poterlo citare come testimone nei confronti dei “non dichiaranti”; che pertanto, allo scopo di ricondurre la disciplina censurata nel quadro dei valori costituzionali che si assumono compromessi, occorrerebbe - ad avviso del giudice a quo - estendere i casi in cui l'imputato può assumere la qualifica di testimone anche alla ipotesi del coimputato dello stesso reato o dell'imputato di reato connesso ex art. 12, comma 1, lettera a), cod. proc. pen. ; di talché - conclude il Tribunale rimettente - «il coimputato che ha reso dichiarazioni contro altri, sarebbe obbligato a ripetere le sue accuse in contraddittorio con tutti i soggetti processuali o ad assumersi pubblicamente la responsabilità di smentire, integrare, perfezionare le sue dichiarazioni», ferme restando le garanzie previste dai commi 4 e 5 dello stesso art. 197-bis, cod. proc. pen. ; che, al riguardo, occorre preliminarmente rammentare che questa Corte, nella ordinanza n. 485 del 2002, ha dichiarato manifestamente infondata una questione di legittimità costituzionale degli artt. 197, 197-bis e 210 cod. proc. pen. , sollevata in riferimento agli artt. 3 e 111 della Costituzione, nella parte in cui garantiscono il diritto al silenzio dell'imputato in un procedimento connesso, separatamente giudicato per lo stesso fatto con sentenza non ancora irrevocabile, che abbia reso dichiarazioni erga alios, e non prevedono che il rifiuto di sottoporsi all'esame sia penalmente sanzionato, al pari del rifiuto di rispondere opposto dal testimone; che in detta pronuncia, in particolare, questa Corte ha avuto modo di sottolineare che la disciplina oggetto di impugnativa deve ritenersi in linea con i principi costituzionali evocati a parametro dello scrutinio allora operato, poiché essa appare frutto delle scelte discrezionali, non irragionevolmente esercitate, con cui il legislatore ha individuato - in ossequio al principio nemo tenetur se detegere - situazioni nelle quali il diritto al silenzio, inteso nella sua dimensione di «corollario essenziale dell'inviolabilità del diritto di difesa», va garantito malgrado dal suo esercizio possa conseguire l'impossibilità di formazione della prova testimoniale; che, alla stregua di tali principi, il bilanciamento operato dal legislatore si rivela tanto più esente da censure ove venga riferito ad una situazione - come quella devoluta dal giudice a quo - in cui il coimputato nello stesso reato o l'imputato in un reato connesso a norma dell'art. 12, comma 1, lettera a), cod. proc. pen. , non sia stato neppure ancora giudicato nel “suo” processo, e non sia stata, dunque, ancora pronunciata una sentenza, ancorché non definitiva, che abbia delibato la relativa regiudicanda: il che, evidentemente, rafforza l'esigenza di garantire appieno la preclusione verso l'obbligo di dichiarazioni talmente “contigue” al fatto proprio da essere sostanzialmente lesive del proprio inviolabile diritto di difesa e delle connesse libere scelte; che, d'altra parte, l'obiettivo che il giudice a quo intenderebbe perseguire attraverso la pronuncia additiva richiesta, lungi dal presentarsi, per quel che si è già detto, come soluzione costituzionalmente imposta, si appalesa anche come scelta del tutto eccentrica rispetto al sistema: giacché, per un verso, anziché introdurre un “caso ulteriore” di esame testimoniale del dichiarante erga alios, si finisce addirittura per costruire una figura di dichiarante del tutto nuova, quale sarebbe quella dell'imputato chiamato a rendere “testimonianza” nel suo stesso processo; per un altro verso, si innesterebbe, all'interno di un medesimo procedimento, riguardante un fatto “comune” a più imputati, una dicotomia (strutturale e funzionale) di fonti dichiarative, in capo ai medesimi soggetti dichiaranti, a seconda che gli stessi siano chiamati a rendere l'esame quali imputati, o come “testi assistiti” in ordine alla responsabilità degli altri; che, pertanto, la questione proposta deve essere dichiarata manifestamente infondata. Visti gli artt. 26, secondo comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87, e 9, secondo comma, delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale.. . per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE dichiara la manifesta infondatezza della questione di legittimità costituzionale dell'art. 197-bis, comma 2, del codice di procedura penale, sollevata, in riferimento agli artt. 3, 24, 27, 101, 111 e 112 della Costituzione, dal Tribunale di Milano con l'ordinanza in epigrafe. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 24 giugno 2004. F.to: Valerio ONIDA, Presidente Giovanni Maria FLICK, Redattore Maria Rosaria FRUSCELLA, Cancelliere Depositata in Cancelleria il 28 giugno 2004. Il Cancelliere F.to: FRUSCELLA