[ddlpres]

la Carta internazionale per l'educazione fisica, l'attività fisica e lo sport adottata dall'UNESCO nel 1978; la Convenzione di New York sull'eliminazione di ogni forma di discriminazione nei confronti della donna; la Dichiarazione di Pechino e la Piattaforma di azione adottate dalla Conferenza mondiale sulle donne nel 1995 che, oltre ad affrontare l'argomento della discriminazione di genere nello sport, sottolineano la necessità di incrementare la partecipazione delle donne nei processi decisionali del mondo sportivo. Anche l'Unione europea è intervenuta più volte per denunciare la disparità di genere nell'accesso e nello svolgimento dell'attività sportiva e, nel 2003, ha adottato la risoluzione donne e sport (2002/2280 (INI)) nella quale lo sport femminile è definito come espressione del diritto alla parità e alla libertà di tutte le donne. La Commissione europea, inoltre, ha presentato un Libro bianco sullo sport nel quale si legge che l'attività sportiva è soggetta all'applicazione del diritto comunitario, come il divieto di discriminazione in base alla nazionalità, le norme relative alla cittadinanza dell'Unione e la parità uomo donna per quanto riguarda il lavoro. Nonostante l'Europa fornisca modelli virtuosi, la parità nello sport è ancora molto lontana in Italia. La Carta europea dei diritti delle donne nello sport è stata proposta per la prima volta dall'Unione italiana sport per tutti (Uisp) nel 1985 e trasformata nella risoluzione del Parlamento europeo sulle donne nello sport nel 1987. La Carta europea dei diritti delle donne nello sport rappresenta dunque il primo tentativo per il riconoscimento e la rivendicazione delle pari opportunità di uomini e donne nello sport in ambito europeo. La Carta ricorda alle società sportive e alle federazioni delle diverse discipline alcuni diritti come la promozione delle pari opportunità nella pratica sportiva, la ricerca di strumenti utili a promuovere la partecipazione femminile a qualsiasi pratica sportiva e ai processi decisionali, l'inclusione delle donne nei posti dirigenziali, il diritto a praticare lo sport in un ambiente sano e nel rispetto della dignità umana. In materia di parità di genere, lo scopo del presente disegno di legge è, quindi, quello di qualificare come professionistico l'impegno costante di una molteplicità di donne che praticano sport a livello agonistico al pari degli uomini e in tutte le discipline regolamentate dal CONI, ma che oggi gareggiano con la qualifica di « dilettanti », con i limiti che ciò comporta, nonché quello di equiparare a livello contrattuale le prestazioni di donne e uomini che praticano l'agonismo. Il presente disegno di legge propone dunque una serie di modifiche alla legge 23 marzo 1981, n. 91, recante norme in materia di rapporti tra società e sportivi professionisti, al fine di introdurre un limite temporale entro il quale il CONI prima, e le federazioni poi, debbano provvedere a definire criteri e norme volte alla regolamentazione della distinzione tra attività dilettantistica e professionistica. Si prescrive inoltre che tale attività debba essere svolta nel pieno rispetto dei princìpi di parità di genere, ponendo dunque il divieto di qualsiasi forma di discriminazione in materia di professionismo sportivo e della relativa disciplina del lavoro e in materia di affiliazione alle federazioni. Si prevede infine una specifica modifica al decreto legislativo 23 luglio 1999, n. 242, recante riordino del Comitato olimpico nazionale italiano, volta a promuovere il rispetto del principio di parità di genere nello svolgimento dei compiti di regolamentazione dell'attività sportiva dilettantistica e professionistica di competenza del Consiglio nazionale del CONI.. 1 (Modifiche alla legge 23 marzo 1981, n. 91) 1 Alla legge 23 marzo 1981, n. 91, sono apportate le seguenti modificazioni: a l'articolo 2 è sostituito dal seguente: « Art. 2. – (Professionismo sportivo) – 1. Ai fini dell'applicazione della presente legge, sono sportivi professionisti gli atleti, gli allenatori, i direttori tecnico-sportivi ed i preparatori atletici, senza discriminazione di genere, che esercitano l'attività sportiva a titolo oneroso con carattere di continuità nell'ambito delle discipline regolamentate dal CONI e che conseguono la qualificazione dalle federazioni sportive nazionali, secondo le norme emanate dalle federazioni stesse, con l'osservanza delle direttive stabilite dal CONI per la distinzione dell'attività dilettantistica da quella professionistica. Per ogni disciplina regolamentata dal CONI è vietata qualsiasi forma di discriminazione di genere da parte delle federazioni sportive nazionali per quanto attiene la qualifica di atleta professionista »; b all'articolo 4, primo comma, dopo le parole: « conformemente all'accordo stipulato, » sono inserite le seguenti: « in attuazione del principio della parità di genere, »; c all'articolo 10: 1 al primo comma, le parole: « con atleti professionisti » sono sostituite dalle seguenti: « con atleti e atlete professionisti »; 2 è aggiunto, in fine, il seguente comma: « Qualora elementi di fatto, relativi alle qualificazioni degli sportivi professionisti o alla costituzione e all'affiliazione delle società sportive, siano idonei a fondare, in termini precisi e concordanti, la presunzione dell'esistenza di atti, patti o comportamenti discriminatori in ragione del genere, spetta alle federazioni sportive nazionali riconosciute dal CONI l'onere della prova sull'insussistenza della discriminazione ». 2 (Norma transitoria) 1 Entro tre mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge, il CONI stabilisce le direttive per la distinzione dell'attività dilettantistica da quella professionistica ai sensi dell'articolo 2 della legge 23 marzo 1981, n. 91, come sostituito dall'articolo 1, comma 1, lettera a ), della presente legge. Le federazioni sportive nazionali, sulla base delle direttive di cui al periodo precedente, provvedono, entro i successivi sei mesi, ad emanare le disposizioni per l'applicazione dei princìpi di cui al medesimo articolo 2 della legge n. 91 del 1981. 3 (Modifica al decreto legislativo 23 luglio 1999, n. 242) 1 All'articolo 5, comma 2, lettera d) , del decreto legislativo 23 luglio 1999, n. 242, sono aggiunte, in fine, le seguenti parole: « , assicurando l'attuazione del principio della parità di genere ». 4 (Clausola di invarianza finanziaria) 1 Dall'attuazione della presente legge non devono derivare nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica.