[pronunce]

che, nondimeno, tale norma – pur non contrastando, come ritenuto dal ricorrente, con l'art. 3 della Costituzione, attesa la diversità di posizione degli astronomi rispetto ai professori universitari, essendo i primi privi di competenze didattiche e neppure assoggettabili all'istituto del fuori ruolo, «posto che la loro attività continuerebbe ad essere svolta come prima e senza alcuna sostanziale modificazione» – contrasterebbe con l'art. 76 della Costituzione; che tale violazione deriverebbe dal fatto che l'art. 12, ultimo comma, della legge delega, non conterrebbe alcun principio e criterio direttivo limitandosi a statuire che «entro il termine di cui al secondo comma dell'art. 1 il Governo è delegato ad emanare norme per rivedere gli ordinamenti degli osservatori astronomici, astrofisico e vesuviano (…)»; che l'eventuale dichiarazione di illegittimità costituzionale del predetto art. 12 «si ripercuoterebbe (…) necessariamente sulla legge delegata che diventerebbe a sua volta incostituzionale per violazione dell'art. 77, primo comma, della Costituzione e non potrebbe più essere applicata»; che la rilevanza della questione viene motivata dal giudice a quo sulla base del rilievo che se venisse dichiarata l'illegittimità delle norme denunciate, in assenza di specifica normativa, dovrebbe applicarsi per analogia «la normativa della categoria affine rappresentata dai professori universitari»; che si è costituito il ricorrente nel giudizio a quo chiedendo l'accoglimento della questione nei termini prospettati dal Tribunale rimettente, con riserva di formulare ulteriori deduzioni; che è intervenuto in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo, in via preliminare, che la questione venga dichiarata inammissibile per carente motivazione sulla rilevanza; che, in particolare, secondo la difesa erariale il giudice a quo non avrebbe descritto in maniera esaustiva la fattispecie concreta, non indicando gli elementi di fatto della controversia e non potendosi gli stessi desumere dagli atti del giudizio; che, nel merito, l'Avvocatura chiede che la questione venga dichiarata non fondata; che i principî e criteri direttivi, per quanto non espressamente indicati nell'ultimo comma dell'art. 12 della legge delega n. 28 del 1980, sarebbero ricavabili dagli stessi principî e criteri indicati dai restanti commi dell'articolo suddetto «che per quanto facciano diretto riferimento al personale delle Università appaiono, nell'intento del legislatore delegante, estensibili agli osservatori con salvezza (…) della specificità delle posizioni rivestite dal personale degli osservatori stessi»; che la difesa erariale aggiunge, inoltre, che la differenza di contenuto dell'art. 39, ultimo comma, del d.P.R. n. 163 del 1982 rispetto ai principî e criteri direttivi di cui all'art. 12 della legge n. 28 del 1980 dovrebbe ascriversi «alla peculiarità del personale di ricerca degli osservatori, nel caso di specie equiparato al personale civile dello Stato»; che nel corso dell'udienza pubblica l'Avvocatura generale dello Stato ha chiesto che la Corte valuti la possibilità di una restituzione degli atti al giudice rimettente a seguito della sopravvenuta modifica dell'art. 16 (la cui rubrica reca Prosecuzione del rapporto di lavoro) del decreto legislativo n. 503 del 1992 ad opera dell'art. 1-quater del decreto-legge 28 maggio 2004, n. 136 (Disposizioni urgenti per garantire la funzionalità di taluni settori della pubblica amministrazione), introdotto, in sede di conversione, dalla legge 27 luglio 2004, n. 186. Considerato che il giudice rimettente impugna gli artt. 12, ultimo comma, della legge n. 28 del 1980 e 39, comma quinto, del d.P.R. n. 163 del 1982, nella parte in cui dispongono rispettivamente che: entro il termine di due anni «il Governo è delegato ad emanare norme per rivedere gli ordinamenti degli osservatori astronomici, astrofisico e vesuviano (…)»; nonché, in attuazione della suddetta delega, che il personale di ricerca ordinario, straordinario e associato dei suddetti osservatori «è collocato a riposo al compimento del sessantacinquesimo anno di età»; che, in via preliminare, è bene chiarire che la sopravvenuta modifica dell'art. 16 del d.lgs. n. 503 del 1992 ad opera dell'art. 1-quater del decreto-legge n. 136 del 2004 – limitandosi a prevedere la facoltà per i dipendenti delle amministrazioni pubbliche, con talune eccezioni ivi indicate, di richiedere il trattamento in servizio fino al compimento del settantesimo anno di età – non incide sul quadro normativo rilevante ai fini del presente giudizio di costituzionalità e, dunque, non si profila la necessità di una restituzione degli atti al giudice rimettente; che il Tribunale amministrativo, in punto di non manifesta infondatezza della questione sollevata, assume che tali norme violano gli artt. 76 e 77 della Costituzione e non anche, come, tra l'altro, ritenuto dal ricorrente, l'art. 3 della Costituzione per assunto ingiustificato trattamento degli astronomi – per i quali il collocamento a riposo è previsto al compimento del sessantacinquesimo anno di età – rispetto ai professori universitari che, invece, sono collocati a riposo al compimento del settantesimo anno di età ex art. 19 del d.P.R. n. 382 del 1980; che il rimettente ha ritenuto l'eccezione di incostituzionalità relativa all'art. 3 della Costituzione manifestamente infondata, in quanto «le rispettive prestazioni lavorative» degli astronomi e dei professori universitari «presentano una sostanziale diversità», atteso che i primi «svolgono in via istituzionale attività di ricerca e non hanno competenze didattiche (…)»; che il giudice a quo, dopo avere svolto le enunciate argomentazioni, ha ritenuto, in punto di rilevanza della questione, che l'eventuale accoglimento della stessa comporterebbe, in assenza di qualsiasi specifica normativa, «la necessità di applicare per analogia la norma della categoria affine rappresentata dai professori universitari»; che il suddetto giudizio sulla rilevanza risulta contraddittorio e non adeguatamente motivato: il TAR, infatti, afferma che, qualora la norma impugnata venisse dichiarata illegittima, si applicherebbe «per analogia» quella stessa normativa relativa alla docenza universitaria che nel rigettare l'eccezione di incostituzionalità, per violazione dell'art. 3 della Costituzione, aveva ritenuto essere caratterizzata da «sostanziale diversità» rispetto alla disciplina concernente gli astronomi ordinari;