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Infine vorrei parlare della cultura che, insieme all'istruzione, è uno dei settori maggiormente colpiti da questa pandemia, perché è uno dei comparti che purtroppo, date le dinamiche usuali di prossimità tra le persone e data l'essenza prima della cultura in sé, che è un momento di aggregazione tra le persone, è uno dei settori che più sta pagando questa crisi e che faticosamente e forse più nel lungo periodo riuscirà a riprendere completamente le proprie attività. Vorrei comunicare qualche dato anche a questo riguardo, perché l'UNESCO ci dice che, sempre al 18 aprile 2020, dei 167 Paesi che detengono beni rientranti nella lista del patrimonio mondiale dell'UNESCO, 119 hanno completamente chiuso tutti i siti, 31 Paesi hanno autorizzato aperture parziali e 17 hanno mantenuto i siti aperti. Una delle prime risposte è stata chiaramente il ricorso al digitale e allo streaming e ben vengano e anche in questo caso ben vengano le misure finora messe in campo dal Ministro e dal Governo per cercare di dare un sostegno al mondo dei beni e delle attività culturali, in particolar modo dello spettacolo dal vivo e del cinema, ma c'è ancora molto da fare. C'è, infatti, ancora da affrontare un'emergenza perché ancora tantissimi lavoratori dello spettacolo dal vivo attendono delle misure per poter essere sostenuti e ancora c'è da fare per pianificare la ripartenza e il successivo periodo di transizione verso la normalità e non basteranno il digitale e lo streaming perché, come ho detto prima, la funzione primaria della cultura è avvicinare le persone, è l'aspetto aggregativo. Non solo: dalla cultura arriveranno quegli stimoli di creatività, di esplorazione e di capacità di uscire dai paradigmi di cui avremo bisogno se vorremo continuare quella strada che il Governo ha lodevolmente intrapreso, anche nel contesto europeo, rompendo un muro e parlando prepotentemente di solidarietà. Ecco, noi dovremmo continuare su quella strada per cambiare questi paradigmi e per parlare di indici che non rientrano nel PIL bensì nel benessere equo e sostenibile. Dalla cultura e dall'istruzione ci arriveranno le risorse necessarie, fondamentali, per ripensare questi nuovi tempi nel segno della giustizia sociale. (Applausi dal Gruppo M5S) . PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Quagliariello. Ne ha facoltà. *QUAGLIARIELLO (FIBP-UDC) . Signor Presidente, signori del Governo, una premessa: noi discutiamo qui di un Documento di economia e finanza che ci è stato consegnato, ma lo facciamo anche alla luce delle notizie che conosciamo sulla cosiddetta ripartenza. Devo dire che di questo non possiamo non dolerci perché, signor Presidente, può essere comprensibile che l'emergenza venga in qualche modo gestita con semplici comunicazioni al Parlamento, ma lo stesso non è ammissibile per la programmazione del nostro futuro. Io so bene che il Sottosegretario la pensa come noi, ma gli chiedo di riferirlo al presidente Conte. La Costituzione non stabilisce che il Presidente del Consiglio ci debba rendere edotti delle sue decisioni, ma che debba discutere e decidere con il Parlamento. Questo, signor Presidente, anche perché ci troviamo in un periodo molto particolare. Noi sommiamo una situazione da dopoguerra con una crisi di dimensioni mondiali. Vengo alla discussione del Documento. Dai dopoguerra si esce con i debiti, ce l'ha detto Draghi qualche tempo fa. Nulla da dire, perciò, sulla misura dello scostamento che è stata prevista. Tuttavia, se non si fa attenzione a come questi soldi vengono spesi, la storia ci ammonisce. Noi abbiamo un precedente, quello della Repubblica di Weimar, in cui, appunto, le conseguenze di un dopoguerra si sommarono alle conseguenze di una crisi economica globale e sappiamo com'è andata a finire. Allora, rispetto a questo e con un atteggiamento non pregiudiziale, devo dire che a me non sembra che si sia individuata la strada da percorrere; non mi rassicura il Documento che ho letto, non mi rassicurano le cose che ho ascoltato in televisione, tra il telegiornale e «I soliti ignoti». Né mi sembra, sinceramente, che una soluzione possa venire dal cosiddetto decreto liquidità. Signor Presidente, noi abbiamo presentato anche delle mozioni e delle interrogazioni sulla sburocratizzazione, mentre qui sono previste delle intermediazioni che, di fatto, hanno fino ad ora anestetizzato quel provvedimento, nei confronti del quale non c'era alcun atteggiamento preconcetto. Abbiamo usato l'INPS e poi ci siamo inventati l'invasione degli hacker ; si è pensato di potersi avvalere della SACE, che evidentemente non era pronta per un ruolo di quel tipo; abbiamo immaginato di utilizzare le banche e siamo arrivati al massimo alla ristrutturazione di qualche linea di credito. Ma se qualcuno di voi conosce una sola azienda che ha avuto una nuova linea di credito importante grazie a quel decreto-legge, ce lo faccia presente, la porti come esempio all'interno di quest'Aula. Purtroppo non c'è. E devo aggiungere, anche qui senza un atteggiamento preconcetto, signor Presidente, che mi sembra - e lo dico al collega Manca, di cui ho apprezzato i toni - che anche dall'Europa non sia venuto quello scatto di reni che ci si poteva aspettare. Io non sono tra quelli che ritengono che noi si possa fare a meno dell'Europa e sono assolutamente consapevole che senza la BCE avremmo uno spread doppio rispetto a quello che ha costretto alcuni governi della Repubblica a dimettersi, anche se mantenevano una maggioranza in quest'Aula parlamentare. L'Europa però non è diventata una comunità di destino, l'Europa è rimasta un condominio dove vige la regola del più forte. Siamo andati da un rinvio all'altro; il MES è rimasto un trattato nonostante ognuno possa avere l'opinione che vuole sul suo utilizzo; il recovery fund è ancora avvolto nelle nebbie di Bruxelles. Non mi pare di aver trovato traccia delle misure che potevamo immaginare, per allargare il viottolo che ci potrebbe portare fuori da questa situazione, e cioè di una vera sburocratizzazione. Abbiamo l'esempio del ponte di Genova: un intervento emergenziale, per il quale sono stati saltati 63 passaggi. Signor Presidente, se non siamo in emergenza oggi, quando saremo e quando ci considereremo in emergenza? E poi bisognerebbe togliere livelli di intermediazione, il che vuol dire compensare i crediti della pubblica amministrazione, pagare i debiti, creare crediti di imposta e soprattutto sterilizzare obblighi fiscali. Rinviare alcune scadenze fino a che non si conosceva l'ampiezza e la durata della crisi poteva avere un senso. Oggi rimandare significa semplicemente convincere qualche impresa che è meglio desistere perché arriverà un momento in cui il gradino sarà troppo alto. Signor Presidente, concludo laddove ho iniziato; credo che di queste cose che riguardano il nostro futuro, il Parlamento dovrebbe parlare non sotto forma di DEF, ma discutendo di ripresa. Ieri mi è capitato di collegarmi con il sito dell'Assemblea nazionale francese, dove il primo Ministro (persona che politicamente io non amo), con perfetto stile istituzionale, ha illustrato un piano prima di farlo ai giornalisti e prima di farlo in televisione (Applausi dal Gruppo FIBP-UDC e della senatrice Lunesu) , con toni non da Grande Fratello.