[pronunce]

che il tribunale premette che il soggetto era stato arrestato il 27 novembre 1999 per il concorso nei reati di detenzione e porto di un'arma, di rapina e di lesioni e che dalle conversazioni telefoniche intercettate, comunicate al pubblico ministero dopo l'arresto, emergevano indizi di colpevolezza in ordine al reato di associazione criminale dedita al traffico di sostanza stupefacente; che, riferisce il remittente, con sentenza in data 22 novembre 2000, l'imputato era stato condannato per i reati di porto e ricettazione dell'arma, mentre in relazione alle altre imputazioni era stata emessa una pronuncia di non luogo a procedere, e che nei suoi confronti, per i reati di cui agli artt. 73 e 74 d.P.R. n. 309 del 1990, era stata applicata la misura della custodia cautelare in carcere in data 26 giugno 2002; che, prosegue il giudice a quo, la richiesta di dichiarazione di inefficacia della misura per decorrenza dei termini - formulata in applicazione dell'art. 297, comma 3, cod. proc. pen. , sul presupposto che tutti gli elementi sui quali si fondava la seconda ordinanza cautelare erano noti al pubblico ministero anteriormente al rinvio a giudizio per il reato di porto e ricettazione di un'arma -, era stata rigettata dal GIP sulla base del rilievo che, prima della emissione del primo provvedimento cautelare avrebbero dovuto sussistere i presupposti legittimanti l'emissione del secondo provvedimento; che, ad avviso del tribunale, poiché i fatti ai quali si riferiva l'ordinanza cautelare della quale era stata richiesta la dichiarazione di inefficacia per decorrenza dei termini massimi erano già desumibili dagli atti, dovrebbe trovare applicazione la disposizione di cui all'art. 297, comma 3, cod. proc. pen. , con la retrodatazione del termine iniziale di decorrenza dei termini massimi della misura cautelare al giorno in cui era stata eseguita o notificata la prima ordinanza, sicché i termini dovrebbero ritenersi già decorsi; che, sulla base di tali premesse in fatto, il Tribunale di Torino, con provvedimento di tenore identico al precedente, ha sollevato questione di legittimità costituzionale dell'art. 297, comma 3, cod. proc. pen. , nei medesimi termini già riportati; che ha spiegato intervento in entrambi i giudizi il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, e ha chiesto che la questione venga dichiarata inammissibile; che, ad avviso della difesa erariale, il Tribunale di Torino, nella sostanza, ritiene che la valutazione ex ante (cioè, da parte del P.M.) della desumibilità dagli atti, prima del rinvio a giudizio, del fatto ragione dell'ordinanza custodiale, non potrebbe essere condotta con criteri oggettivi, dipendendo anche dalla soggettività dell'organo procedente e dalla complessità degli accertamenti (anche nel loro divenire), con conseguente incertezza, nella fattispecie, dei limiti massimi della carcerazione preventiva; che, per come posta, secondo l'Avvocatura, la questione sarebbe inammissibile, in quanto il remittente, incentrando la questione sulla desumibilità o meno dagli atti, da parte del pubblico ministero, dei fatti oggetto dell'ordinanza custodiale, finisce per demandare alla Corte l'interpretazione della fattispecie concreta dei giudizi a quibus: se cioè quei fatti fossero o meno desumibili dagli atti prima del rinvio a giudizio, dimenticando che è proprio il giudice del merito a dover valutare se il fatto sia desumibile dagli atti prima del rinvio a giudizio; che non a caso, conclude l'Avvocatura, il remittente chiede che vengano fissati i criteri applicativi della norma denunciata secondo schemi operativi atti a precludere qualsivoglia margine di incertezza e di discrezionalità in sede applicativa, sgombrando il campo da scomode e pericolose interferenze con ambiti endoprocedimentali governati da scelte discrezionali di taluna delle parti ed ancorando gli ambiti di decorrenza ad eventi endoprocessuali assolutamente certi ed obiettivi. Considerato che le due ordinanze del Tribunale di Torino pongono la medesima questione di legittimità costituzionale, sicché i relativi giudizi possono essere riuniti per essere decisi con unica pronuncia; che la questione di legittimità costituzionale concerne l'articolo 297, comma 3, del codice di procedura penale [come modificato dall'articolo 12 della legge 8 agosto 1995, n. 332 (Modifiche al codice di procedura penale in tema di semplificazione dei procedimenti, di misure cautelari e di diritto di difesa)], il quale, “nella parte in cui, per l'ipotesi di una pluralità di ordinanze restrittive per fatti diversi, prevede la decorrenza del termine massimo della custodia cautelare, per tutti i reati in rapporto di connessione qualificata, a far tempo dalla data della contestazione più remota, esclusivamente nei casi in cui la sussistenza dei gravi indizi di colpevolezza in ordine ai fatti di successiva contestazione non risultasse dagli atti all'epoca del primo provvedimento; o nella parte, almeno, in cui viene richiesta, ai fini della diversificazione dei termini di decorrenza, la verifica positiva di tempestività delle nuove contestazioni cautelari anche fuori dei casi in cui sia intervenuto provvedimento che dispone il giudizio relativamente ai fatti oggetto di più remota contestazione”, violerebbe l'art. 13, ultimo comma, della Costituzione, perché determinerebbe una situazione di incertezza in ordine alla data di decorrenza dei termini di durata massima delle misure applicate successivamente per fatti in rapporto di connessione qualificata, rispetto a quelli di più remota contestazione; che la questione deve essere dichiarata manifestamente inammissibile per diverse e concorrenti ragioni; che, in primo luogo, dalla formulazione di entrambi i dispositivi delle ordinanze di rimessione emerge che l'art. 297, comma 3, cod. proc. pen. viene censurato in quanto, per l'ipotesi di una pluralità di ordinanze restrittive per fatti diversi in rapporto di connessione qualificata, prevederebbe la retrodatazione della decorrenza dei termini di custodia cautelare dalla data di contestazione più remota “esclusivamente” nei casi in cui la sussistenza dei gravi indizi di colpevolezza in ordine ai fatti di successiva contestazione “non” risultasse dagli atti all'epoca; che, forse per un errore imputabile alla trascrizione, si censura una norma che non si ricava dal tenore letterale dell'art. 297, comma 3, cod. proc. pen. , il quale prevede che la retrodatazione della decorrenza dei termini relativi alla successiva ordinanza al momento di emissione della prima, “non si applica relativamente alle ordinanze per fatti non desumibili dagli atti prima del rinvio a giudizio per il fatto con il quale sussiste connessione ai sensi del presente comma”; che analogamente, per quanto riguarda la questione proposta in via subordinata, l'art. 297, comma 3, cod. proc. pen.