[pronunce]

Il periodo di aspettativa, in quanto si caratterizza per la sospensione degli obblighi tipici del rapporto di lavoro, con ricadute anche sul rapporto giuridico previdenziale (che nel primo trova il suo presupposto), non dovrebbe risultare "utile" ai fini previdenziali. Nondimeno, allo scopo di salvaguardare la posizione previdenziale del lavoratore per tutta la durata dell'aspettativa senza assegni, l'ordinamento consente di considerare quest'ultima utile ai fini previdenziali, in alcuni casi condizionatamente al pagamento di un contributo da riscatto (così per le aspettative non retribuite per motivi privati del lavoratore). Ciò posto, l'art. 3-bis, comma 11, del d.lgs. n. 502 del 1992, introdotto dal d.lgs. n. 229 del 1999, non si è limitato ad estendere l'utilità del periodo di aspettativa senza assegni al dipendente privato il quale sia nominato direttore generale (sanitario o amministrativo) di azienda sanitaria, ma prevede altresì, con valenza generalizzata, che debba essere assoggettato a contribuzione l'importo percepito per lo svolgimento dell'incarico dirigenziale. La disposizione censurata risulterebbe incoerente rispetto alla ratio che giustifica la previsione dell'utilità dei periodi di aspettativa senza assegni ai fini previdenziali: mentre lo scopo di quest'ultima è di evitare soluzioni di continuità nella posizione previdenziale del lavoratore, il risultato cui è giunto il legislatore delegato è l'attribuzione di un ingiusto privilegio attraverso «una riliquidazione del trattamento previdenziale parametrato, per tutti gli anni di servizio svolti, al ben più vantaggioso compenso percepito solamente nell'ultimo periodo di lavoro in cui è stato svolto l'incarico» dirigenziale. La difesa dell'Istituto prosegue osservando che il rapporto di lavoro del direttore generale è qualificato dalla giurisprudenza di legittimità come lavoro autonomo (Corte di cassazione, sezioni unite, sentenza n. 3882 del 1998), distinto da quello di natura subordinata (presso ente pubblico o datore di lavoro privato) in essere al momento del collocamento in aspettativa, che solo giustifica la tutela previdenziale. Ciò che del resto trova riscontro nella previsione contenuta nell'art. 1, comma 6, del d.P.C.m. 19 luglio 1995, n. 502, secondo cui «nulla è dovuto, a titolo di indennità di recesso, al direttore generale nei casi di cessazione dell'incarico per decadenza, mancata conferma, revoca o risoluzione del contratto nonché per dimissioni». Proprio in ragione di tale ricostruzione del sistema - secondo cui oggetto esclusivo di tutela è la continuità della posizione previdenziale del lavoratore in aspettativa senza assegni - l'Istituto ha costantemente interpretato l'art. 3-bis, comma 11, del d.lgs. n. 502 del 1992, nel senso che il versamento contributivo debba essere effettuato (dall'amministrazione di appartenenza) sulla retribuzione che il dipendente percepiva all'atto di collocamento in aspettativa o alla quale avrebbe avuto diritto, secondo la normale progressione economica all'interno dell'ente, se fosse rimasto in servizio (è richiamata l'Informativa INPDAP n. 4 del 15 gennaio 2002). 2.2. - La difesa dell'Istituto appellante osserva come la delega contenuta nell'art. 2, comma 1, lettera t), della legge n. 419 del 1998 avesse il chiaro scopo di eliminare una «evidente e ingiustificata discriminazione» in ambito previdenziale tra lavoratori pubblici, da un lato, e lavoratori privati, dall'altro, nell'eventualità di nomina a direttori generali di azienda sanitaria. L'art. 3, comma 8, del d.lgs. n. 502 del 1992 assicurava solo ai primi l'utilità ai fini previdenziali del periodo di aspettativa senza assegni; i lavoratori dipendenti privati potevano soltanto riscattare tale periodo. La legge di delega n. 419 del 1998, oltre ad indicare la finalità di rendere omogeneo il trattamento previdenziale dei lavoratori dipendenti, pubblici e privati, nominati ai vertici delle aziende sanitarie ed ospedaliere, avrebbe anche tracciato in modo puntuale il cammino da seguire per realizzare la finalità predetta, attraverso cioè l'estensione ai dipendenti privati della previsione contenuta nell'art. 3, comma 8, secondo periodo, del d.lgs. n. 502 del 1992. Diversamente, il decreto delegato n. 229 del 1999 avrebbe violato la delega in duplice senso: dapprima con l'abrogazione - ad opera dell'art. 3, comma 2 - della previsione che doveva essere estesa, e successivamente con l'introduzione - ad opera dell'art. 3, comma 3 - dell'art. 3-bis, comma 11, del d.lgs. n. 502 del 1992, che ha dettato una nuova disciplina dei versamenti previdenziali, individuando quale retribuzione utile a tal fine il compenso percepito per l'incarico dirigenziale anziché lo stipendio spettante al momento in cui il lavoratore è collocato in aspettativa senza assegni. 2.3. - Dopo aver richiamato numerose pronunzie della Corte costituzionale in tema di eccesso di delega, la difesa dell'INPDAP evidenzia come, nel caso oggi sottoposto all'esame della Corte, la volontà del legislatore delegante non fosse quella di disciplinare ex novo, peraltro con costi aggiuntivi e senza copertura finanziaria, il regime previdenziale applicabile ai lavoratori dipendenti che vengono nominati direttori generali di aziende sanitarie; nel caso contrario, la legge di delega non avrebbe richiamato espressamente l'art. 3, comma 8, del d.lgs. n. 502 del 1992. 3. - Con atto depositato il 18 settembre 2009, si è costituito nel giudizio incidentale M.A.L., appellato nel procedimento principale, il quale ha concluso per il rigetto della questione, riservandosi di esporre le relative argomentazioni con successiva memoria. In prossimità dell'udienza, la difesa dell'appellato depositava memoria illustrativa nella quale riepilogava i dati riguardanti la posizione lavorativa del predetto. 3.1. - La difesa della parte privata reputa la questione infondata, essendo erroneo il presupposto sul quale la Corte d'appello rimettente ha sviluppato il proprio ragionamento. Secondo il giudice a quo, infatti, poiché l'incarico di direttore generale di azienda sanitaria è considerato prestazione di opera professionale da lavoro autonomo, il trattamento stipendiale indicato nell'art. 3, comma 8, del d.lgs. n. 502 del 1992 non poteva riferirsi agli emolumenti ricevuti per l'attività di direttore generale, bensì alla retribuzione che il soggetto percepiva da lavoratore subordinato. In realtà, prosegue la difesa del lavoratore appellato, secondo l'art. 1, comma 1, lettera d), della legge 23 ottobre 1992, n. 421 (Delega al Governo per la razionalizzazione e la revisione delle discipline in materia di sanità, di pubblico impiego, di previdenza e di finanza territoriale), il direttore generale «è assunto» con contratto di diritto privato a termine.