[pronunce]

La questione risulterebbe, infine, rilevante nel giudizio a quo, in quanto dal suo esito dipenderebbe l'utilizzabilità o meno delle videoregistrazioni prodotte dal pubblico ministero a sostegno dell'accusa.1. – Il Tribunale di Varese dubita della legittimità costituzionale, in riferimento agli artt. 13, primo e secondo comma, 14, primo e secondo comma, e 15 della Costituzione, dell'art. 266, comma 2, del codice di procedura penale, nella parte in cui non estende la disciplina delle intercettazioni di comunicazioni tra presenti a qualsiasi ripresa visiva effettuata in luoghi di privata dimora, ancorché le immagini captate non abbiano ad oggetto comportamenti di tipo comunicativo. Il giudice rimettente rileva come, anche alla luce di quanto affermato da questa Corte nella sentenza n. 135 del 2002, la disciplina delle cosiddette intercettazioni ambientali, di cui al citato art. 266, comma 2, cod. proc. pen. – che prevede l'autorizzazione del giudice per le indagini preliminari – sia applicabile alle videoregistrazioni solo quando le stesse mirino a documentare comportamenti a carattere comunicativo. Fuori di tale ipotesi, si riscontrerebbe, per contro, un totale difetto di regolamentazione, poiché non è rinvenibile, nel vigente panorama normativo, alcuna disposizione che vieti o che disciplini l'attività investigativa in questione. Siffatto «vuoto normativo» comporterebbe la lesione delle norme costituzionali poste a tutela della libertà personale, dell'inviolabilità del domicilio e della libertà di comunicazione. Esso consentirebbe, difatti, non solo al pubblico ministero, ma alla stessa polizia giudiziaria di effettuare riprese visive in luoghi di privata dimora senza alcuna autorizzazione giurisdizionale, con la riserva di valutarne gli esiti a posteriori: nel senso che, ove si fossero filmati comportamenti di tipo comunicativo, le registrazioni rimarrebbero inutilizzabili; mentre, nell'ipotesi opposta (verificatasi nel giudizio a quo) si sarebbero ottenuti elementi probatori suscettibili di utilizzazione. L'esigenza di sottoporre ad un provvedimento autorizzativo giurisdizionale anche le riprese visive di comportamenti non comunicativi in luoghi di privata dimora – esigenza tanto più avvertibile a fronte del progresso tecnologico, che accresce sempre più le possibilità di inspicere nel domicilio tramite strumenti altamente sofisticati – imporrebbe, dunque, la pronuncia additiva invocata. 2. – La questione è inammissibile. 2.1. – Nel motivare la rilevanza, il giudice a quo riferisce che, nel caso di specie, le riprese sono state eseguite con una videocamera, collocata su un edificio adiacente l'abitazione dell'indagato e puntata sul davanzale di una finestra dell'abitazione stessa. Tale circostanza pone un problema di effettiva configurabilità della protezione costituzionale del domicilio (sulla cui asserita compromissione si incentrano le doglianze del rimettente, al di là della pluralità dei parametri costituzionali evocati): problema, peraltro, specificamente evidenziato nel giudizio a quo dal pubblico ministero. Quest'ultimo – secondo quanto riferisce l'ordinanza di rimessione – ha dedotto, di fronte alle eccezioni della difesa, che le videoregistrazioni in discussione equivarrebbero ad una osservazione a distanza, svolta da un operatore di polizia giudiziaria; e che nessun «attentato al domicilio» sarebbe comunque ravvisabile, proprio perché le riprese sono state eseguite dall'esterno. A tali considerazioni il rimettente si limita ad opporre che il davanzale della finestra di un'abitazione è un «punto» certamente riconducibile alle nozioni di «domicilio» e di «privata dimora»: constatazione, tuttavia, insufficiente a fondare un giudizio di rilevanza della questione. In proposito, si deve difatti osservare che l'art. 14 Cost. tutela il domicilio sotto due distinti aspetti: come diritto di ammettere o escludere altre persone da determinati luoghi, in cui si svolge la vita intima di ciascun individuo; e come diritto alla riservatezza su quanto si compie nei medesimi luoghi. Nel caso delle riprese visive, il limite costituzionale del rispetto dell'inviolabilità del domicilio viene in rilievo precipuamente sotto il secondo aspetto: ossia non tanto – o non solo – come difesa rispetto ad una intrusione di tipo fisico; quanto piuttosto come presidio di un'intangibile sfera di riservatezza, che può essere lesa – attraverso l'uso di strumenti tecnici – anche senza la necessità di un'intrusione fisica. Ne consegue logicamente che, affinché scatti la protezione dell'art. 14 Cost., non basta che un certo comportamento venga tenuto in luoghi di privata dimora; ma occorre, altresì, che esso avvenga in condizioni tali da renderlo tendenzialmente non visibile ai terzi. Per contro, se l'azione – pur svolgendosi in luoghi di privata dimora – può essere liberamente osservata dagli estranei, senza ricorrere a particolari accorgimenti (paradigmatico il caso di chi si ponga su un balcone prospiciente la pubblica via), il titolare del domicilio non può evidentemente accampare una pretesa alla riservatezza; e le videoregistrazioni a fini investigativi non possono, di conseguenza, che soggiacere al medesimo regime valevole per le riprese visive in luoghi pubblici o aperti al pubblico. In una simile ipotesi, difatti, le videoregistrazioni non differiscono, sostanzialmente, dalla documentazione filmata di un'operazione di osservazione o di appostamento, che ufficiali o agenti di polizia giudiziaria potrebbero compiere collocandosi, di persona, al di fuori dell'abitazione. In sostanza, il limite dell'art. 14 Cost. può venire in considerazione, rispetto alle riprese visive (come nel caso di specie), in quanto, per eseguire i filmati all'interno del domicilio, gli organi investigativi debbano superare – tramite opportune manovre o avvalendosi di speciali strumenti – una barriera che si frappone tra la generalità dei consociati e l'attività filmata. Se quest'ultima è accessibile visivamente da chiunque, si è fuori dall'area di tutela prefigurata dalla norma costituzionale de qua. In tale prospettiva, la descrizione della fattispecie concreta fornita dal giudice rimettente risulta dunque inadeguata. Il giudice a quo non specifica, difatti, né quali immagini siano state concretamente filmate; né come la ripresa sia avvenuta: se con l'impiego o meno, cioè, di particolari accorgimenti tecnici atti a permettere il visus in punti dell'abitazione ordinariamente sottratti agli sguardi dei terzi. E così, ad esempio, una cosa è che la videocamera esterna fosse atta a riprendere solo persone affacciate sul davanzale della finestra dell'abitazione dell'imputato, visibili liberamente dai dirimpettai; altra cosa è che l'apparato di ripresa visiva – per le sue caratteristiche tecniche, o anche solo per la sua particolare collocazione – permettesse di riprendere comportamenti sottratti alla normale osservazione ab externo. 2.2.