[pronunce]

SENTENZA ha pronunciato la seguentenel giudizio di legittimità costituzionale dell'art. 671 del codice di procedura penale, promosso dal Tribunale ordinario di Chieti, sezione distaccata di Ortona, nel procedimento penale a carico di R. C., con ordinanza del 9 novembre 2016, iscritta al n. 107 del registro ordinanze 2017 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 35, prima serie speciale, dell'anno 2017. Visto l'atto di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri; udito nella camera di consiglio del 7 febbraio 2018 il Giudice relatore Franco Modugno.. Ritenuto in fatto Considerato in diritto 1.- Con ordinanza del 9 novembre 2016, il Tribunale ordinario di Chieti, sezione distaccata di Ortona, ha sollevato, in riferimento agli artt. 3 e 24 della Costituzione, questioni di legittimità costituzionale dell'art. 671 del codice di procedura penale, «nella parte in cui non prevede, in caso di pluralità di condanne intervenute per il medesimo reato permanente in relazione a distinte frazioni della condotta, il potere del [giudice dell'esecuzione] di rideterminare una pena unica, in applicazione degli artt. 132 e 133 c.p., che tenga conto dell'intero fatto storico accertato nelle plurime sentenze irrevocabili, e di assumere le determinazioni conseguenti in tema di concessione o revoca della sospensione condizionale, ai sensi degli artt. 163 e 164 c.p.». 1.1.- Il giudice a quo riferisce di essere investito, in qualità di giudice dell'esecuzione, dell'istanza proposta dal difensore di una persona nei cui confronti erano state emesse dal Tribunale ordinario di Chieti tre sentenze definitive di condanna per il reato di violazione degli obblighi di assistenza familiare, aggravata dall'aver fatto mancare i mezzi di sussistenza ai figli minori (art. 570, secondo comma, del codice penale): la prima del 17 maggio 2012, divenuta esecutiva il 28 giugno 2016, recante condanna alla pena di sei mesi di reclusione ed euro 300 di multa per fatti commessi da marzo a settembre 2008; la seconda del 21 giugno 2012, divenuta esecutiva il 12 maggio 2015, recante condanna alla pena di sei mesi di reclusione ed euro 300 di multa per fatti commessi da ottobre 2008 a marzo 2009; la terza del 10 aprile 2014, divenuta esecutiva il 28 giugno 2016, recante condanna alla pena di sei mesi di reclusione per fatti commessi da agosto 2009 a marzo 2010. Con l'istanza in questione, il difensore aveva chiesto, in via principale, che - riconosciuto che le tre condanne si riferivano a un unico reato di natura permanente e, dunque, al medesimo fatto - fosse ordinata, ai sensi degli artt. 649 e 669 cod. proc. pen. , l'esecuzione della sola sentenza di condanna emessa per prima (quella del 17 maggio 2012); in via subordinata, che venisse applicata, ai sensi dell'art. 671 cod. proc. pen. , la disciplina del reato continuato, con conseguente rideterminazione della pena complessiva da espiare. 1.2.- Ad avviso del rimettente, l'istanza si fonderebbe su un presupposto corretto - l'unicità del reato permanente per il quale è stata riportata una pluralità di condanne - e risponderebbe, altresì, all'innegabile interesse del condannato a evitare il cumulo delle pene irrogate dalle singole sentenze. Ciò nondimeno, né la richiesta principale, né quella subordinata, potrebbero essere accolte. Quanto alla prima - prescindendo dal rilievo che l'ipotetico riconoscimento dell'esistenza di una pluralità di condanne per il medesimo fatto determinerebbe, ai sensi dell'art. 669, comma 1, cod. proc. pen. , l'eseguibilità, non già della sentenza più remota, ma di quella con cui è stata pronunciata la condanna meno grave (e, cioè, di quella emessa il 10 aprile 2014, che, a parità delle pene detentive, non ha applicato, sia pure erroneamente, alcuna pena pecuniaria) - l'accoglimento della richiesta principale rimarrebbe precluso, in ogni caso, dal consolidato indirizzo giurisprudenziale che limita l'applicazione delle disposizioni di cui agli artt. 649 e 669 cod. proc. pen. , in tema di divieto di un secondo giudizio e di pluralità di sentenze per il medesimo fatto, ai soli casi di identità del fatto storico oggetto dell'imputazione: identità non ravvisabile nella fattispecie in esame. Secondo quanto chiarito dalla giurisprudenza di legittimità, infatti, nell'ipotesi del reato permanente, il divieto di un secondo giudizio riguarda esclusivamente la condotta delineata nell'imputazione e accertata dalla sentenza definitiva, e non anche la prosecuzione della stessa condotta o la sua ripresa in epoca successiva, che si traduce in un «fatto storico» diverso, non coperto da giudicato, per il quale non vi è alcun impedimento a procedere. Se, dunque, nel caso in esame sono stati legittimamente instaurati e definiti due ulteriori giudizi relativi alle condotte di violazione degli obblighi di assistenza familiare successive a quelle oggetto del primo giudizio, ne deriverebbe che non si tratta di condanne «per il medesimo fatto», come richiede l'art. 669 cod. proc. pen. , ma solo di condanne per il medesimo reato, in relazione a condotte frazionate e distinte tra loro. Sarebbe evidente, d'altra parte, che la commisurazione della pena operata da ciascuna delle tre sentenze di condanna ha tenuto conto solo delle condotte accertate nei singoli giudizi, mentre l'offesa complessivamente arrecata dal delitto deriva dall'effetto congiunto di tutte le condotte. Conseguentemente, il problema prospettato dal ricorrente non potrebbe essere risolto dichiarando eseguibile la sola condanna meno grave, proprio perché la stessa non ha considerato le condotte esaminate negli altri giudizi, che, aggravando l'offesa penalmente rilevante, renderebbero necessario rideterminare la sanzione secondo tutti i parametri previsti dall'art. 133 cod. pen. , e in particolare di quello della gravità del reato desumibile dal tempo e da ogni modalità dell'azione. 1.3.- Neppure, peraltro, potrebbe essere accolta l'istanza subordinata di rideterminazione della pena ai sensi dell'art. 671 cod. proc. pen. , in applicazione dell'istituto della continuazione. La disposizione richiamata non sarebbe, infatti, applicabile alla fattispecie in esame né in via diretta, né in via analogica. Quanto all'applicazione diretta, nessuna interruzione della permanenza si sarebbe verificata nel corso delle condotte incriminate nei tre giudizi. Secondo la costante giurisprudenza di legittimità, infatti, il delitto di violazione degli obblighi di assistenza familiare, di cui all'art. 570, secondo comma, numero 2), cod. pen. , è reato permanente, che non può essere scomposto in una pluralità di reati omogenei, essendo unico e identico il bene leso nel corso della durata dell'omissione, salvo il caso di cessazione della permanenza, che si verifica con l'adempimento dell'obbligo eluso o, in difetto, con la pronuncia della sentenza di primo grado.