[pronunce]

proc. pen. , per violazione degli artt. 2 e 15 Cost., nella parte in cui prevede che il giudice del dibattimento disponga perizia ai fini della trascrizione delle conversazioni o comunicazioni telefoniche intercettate; che, al riguardo, il giudice a quo rimarca come la pronuncia auspicata produrrebbe effetti coincidenti con quelli dell'interpretazione reputata «costituzionalmente conforme»: in particolare, nel caso oggetto del giudizio principale, detta pronuncia non comporterebbe la regressione del processo, ma si limiterebbe a collocare davanti al giudice per le indagini preliminari le operazioni di selezione e trascrizione delle comunicazioni rilevanti, secondo la procedura prevista dall'art. 268 cod. proc. pen. ; operazioni all'esito delle quali le trascrizioni sarebbero inserite nel fascicolo per il dibattimento pendente innanzi al Tribunale rimettente, in applicazione di quanto stabilito dal comma 7 del medesimo articolo; che nel giudizio di legittimità costituzionale è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che la questione sia dichiarata non fondata. Considerato che, con la questione sollevata, il Tribunale di Roma denuncia la lesione del diritto alla libertà e segretezza delle comunicazioni che discenderebbe, in assunto, dalla dominante interpretazione della giurisprudenza di legittimità - qualificata come «diritto vivente» - in tema di acquisizione e trascrizione delle intercettazioni di conversazioni o comunicazioni telefoniche: interpretazione stando alla quale - malgrado la previsione, nell'articolo 268 del codice di procedura penale, di una apposita procedura davanti al giudice per le indagini preliminari, finalizzata ad evitare la divulgazione in dibattimento delle comunicazioni prive di rilievo ai fini del processo - le suddette operazioni di acquisizione e trascrizione potrebbero avere luogo anche in fasi successive a quella delle indagini preliminari, ivi compresa la fase dibattimentale, senza che ne derivi alcun vizio processuale; che la questione è manifestamente inammissibile per un triplice ordine di ragioni; che, in primo luogo, il giudice a quo sottopone a scrutinio una norma inconferente rispetto all'oggetto delle sue doglianze (sull'inammissibilità della questione in simili casi, ex plurimis, ordinanze n. 120 del 2011, n. 256 e n. 92 del 2009); che il rimettente censura, infatti, per asserito contrasto con gli artt. 2 e 15 della Costituzione, l'art. 224 cod. proc. pen. - ossia la norma generale concernente i provvedimenti del giudice in tema di perizia - nella parte in cui, alla stregua del predetto orientamento giurisprudenziale, prevederebbe che il giudice del dibattimento disponga perizia ai fini della trascrizione delle intercettazioni; che la norma da colpire risulta, peraltro, non correttamente individuata, posto che - a prescindere dalla presenza di altra specifica disposizione, relativa alla perizia disposta in dibattimento (art. 508 cod. proc. pen.) - il vulnus costituzionale lamentato non deriva comunque, secondo la stessa prospettazione del rimettente, dall'ordinanza che dispone la perizia in discorso, quanto piuttosto dalle attività che la precedono; che, nell'ambito della procedura complessa delineata dall'art. 268 cod. proc. pen. , risultano, in effetti, chiaramente distinti due momenti, non a caso regolati in altrettanti diversi commi; che il comma 6 del citato articolo stabilisce anzitutto che, dopo il deposito dei verbali e delle registrazioni, il giudice provveda - in apposita udienza, che si presuppone camerale, e dunque non pubblica (la cosiddetta "udienza stralcio") - all'acquisizione delle conversazioni indicate dalle parti che «non appaiano manifestamente irrilevanti», stralciando, altresì, anche d'ufficio, il materiale di cui è vietata l'utilizzazione; che, ai sensi del successivo comma 7, il giudice dispone, all'esito, la trascrizione, con le forme della perizia, delle comunicazioni da acquisire; le trascrizioni sono, quindi, inserite nel fascicolo per il dibattimento; che, ciò posto, secondo le deduzioni del giudice a quo, quello che può ledere ingiustificatamente il diritto alla riservatezza delle persone coinvolte, allorché le operazioni in questione siano svolte in dibattimento, non è la trascrizione delle comunicazioni (la quale ha ad oggetto le sole comunicazioni già ritenute non manifestamente irrilevanti dal giudice), quanto piuttosto la circostanza che la selezione preliminare del materiale da trascrivere abbia luogo con la pubblicità propria delle udienze dibattimentali (con il conseguente rischio che, nell'ambito del contraddittorio sul punto, si divulghino anche i contenuti di comunicazioni prive di rilievo e che, pertanto, non verranno trascritte); che la lesione lamentata si colloca, dunque, nel momento dell'acquisizione delle comunicazioni, non in quello successivo in cui viene disposta, tramite perizia, la loro trascrizione: donde l'inconferenza della norma censurata; che, in secondo luogo, il giudice a quo invoca una pronuncia a carattere manipolativo i cui contenuti appaiono non soltanto non costituzionalmente obbligati, ma addirittura fortemente "creativi", in quanto derogatori rispetto alle coordinate generali del vigente sistema processuale (sulla inammissibilità delle questioni che richiedano interventi additivi o manipolativi in materia riservata alla discrezionalità del legislatore, in assenza di una soluzione costituzionalmente obbligata, ex plurimis, sentenze n. 134 e n. 36 del 2012, ordinanze n. 138 e n. 113 del 2012; sulla inammissibilità di questioni che richiedano interventi "creativi", ex plurimis, ordinanze n. 77 del 2010, n. 182 del 2009 e n. 83 del 2007); che, al di là della formulazione del petitum, il risultato cui mira il giudice a quo - e che deriverebbe, a suo avviso, dalla pronuncia richiesta - è inequivocamente quello di devolvere al giudice per le indagini preliminari, anche a dibattimento in corso, le operazioni di selezione e trascrizione delle intercettazioni nei modi previsti dall'art. 268 cod. proc. pen. , senza, peraltro, che ciò determini la regressione del procedimento; che, in tal modo, si verrebbe, peraltro, ad introdurre una competenza funzionale specifica del giudice per le indagini preliminari in materia di acquisizioni probatorie, destinata ad operare anche dopo che la fase delle indagini preliminari si è conclusa, la quale concorrerebbe, intersecandola, con quella "generale" del giudice del dibattimento: regime, questo, privo di riscontro nella sistematica del codice di rito; che, in terzo luogo e da ultimo, il rimettente ha omesso di prendere in considerazione - anche al solo fine di escluderne eventualmente la praticabilità - la soluzione interpretativa da più parti prospettata proprio allo scopo di superare i dubbi di legittimità costituzionale sollevati, ed alla quale accenna anche l'Avvocatura dello Stato nelle sue difese: