[resaula]

fermatevi finché siete in tempo, per il bene del Paese. Forza Italia è stata e sarà sempre attenta alle fasce più deboli della popolazione. I Governi Berlusconi lo hanno sempre dimostrato, prima con l'innalzamento delle pensioni fino a un milione delle vecchie lire, e poi creando ben oltre 1.600.000 posti di lavoro. Non si può continuare ad abusare del decreto-legge come strumento per legiferare; è diventato uno strumento ordinario che comprime in modo pericoloso l'attività e il dibattito parlamentare. Per queste ragioni, chiedo all'Assemblea di non procedere all'esame di questo provvedimento. (Applausi dal Gruppo FI-BP) . PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare il senatore Laus per illustrare la questione pregiudiziale QP2. LAUS (PD) . Signor Presidente, onorevoli colleghe e colleghi, rappresentanti del Governo, il reddito di cittadinanza è una misura ibrida e confusa che sovrappone finalità di contrasto alla povertà e di inclusione sociale con finalità di reinserimento lavorativo, nel fallimentare tentativo di dar vita a una misura di sostegno al reddito e al lavoro che, di fatto, finirà per consistere esclusivamente nell'erogazione di un beneficio economico. Si tratta di una misura che non favorirà la crescita dell'occupazione, perché si basa su politiche assistenziali, e che non aiuterà le persone in stato di povertà, perché si fonda sulla convinzione che l'unico bisogno di queste sia il lavoro, mentre la lotta alla povertà richiede risposte complesse e una valutazione multidimensionale della persona, quale era quella prevista dalla normativa sul reddito di inclusione. Dimenticare o, meglio, far finta di dimenticare le dimensioni non lavoristiche della povertà, come la disabilità, le condizioni di disagio, l'età o il livello di istruzione, significa dimenticare la maggior parte dei poveri. A questo proposito, le modifiche introdotte dalla Camera dei deputati sul parametro della scala di equivalenza nel caso in cui nel nucleo familiare siano presenti componenti in condizioni di disabilità grave o di non autosufficienza, rappresentano una risposta davvero modesta - per non dire ridicola - per le persone disabili e le loro famiglie, poiché l'aumento consiste solo nello 0,1 per cento. A differenza, poi, di quanto era previsto dalla normativa sul reddito di inclusione, il decreto-legge in esame penalizza le famiglie, soprattutto se numerose e con bambini, premiando invece in modo irragionevole i nuclei costituiti da un solo componente: con la scala di equivalenza prevista, infatti, le famiglie con minori rappresentano soltanto il 27 per cento dei nuclei familiari beneficiari del reddito di cittadinanza, a fronte del 53 per cento dei nuclei familiari beneficiari del reddito di inclusione. Con una scelta incomprensibile sono penalizzati i disoccupati percettori di NASPI, la cui durata di disoccupazione eccede i quattro mesi, cui viene sospesa, fino al 31 dicembre 2021, l'erogazione dell'assegno di ricollocazione per riservarlo ai soli percettori del reddito di cittadinanza. Si restringe così l'ambito di applicazione di un'importante misura di politica attiva per il lavoro, sottratta ai suoi destinatari naturali. Con riguardo all'individuazione della platea dei beneficiari, il decreto-legge, con una norma di dubbia costituzionalità - lo voglio evidenziare - penalizza gli stranieri, portando fino a dieci anni il requisito di residenza in Italia necessario ai fini del riconoscimento del reddito di cittadinanza. La Corte costituzionale in diverse occasioni ha infatti rilevato che le politiche sociali possono richiedere un radicamento territoriale continuativo e ulteriore rispetto alla sola residenza, purché un tale più incisivo radicamento territoriale, richiesto ai cittadini di Paesi terzi ai fini dell'accesso alle prestazioni in questione, sia contenuto entro limiti non arbitrari e non irragionevoli. Sono dunque diverse le sentenze della Corte in materia: non ne do lettura per questioni di tempo, ma mi piace citare la sentenza n. 4 del 2013, affinché rimanga agli atti. Le modifiche introdotte al percorso che il richiedente deve intraprendere al fine di ottenere il reddito di cittadinanza lo rendono ancora più tortuoso, disordinato e complicato di quello previsto dal testo originario, in particolare per quello che attiene alla distinzione tra i compiti spettanti ai centri per l'impiego e quelli spettanti ai Comuni, che perdono la loro centralità nella governance della misura, ancora una volta a scapito delle famiglie numerose e dei disabili. Gli enti locali e il terzo settore sono privati infatti del fondamentale ruolo svolto fino a questo momento, poiché il sistema di governance pensato dal decreto-legge in esame ridimensiona fortemente il loro ruolo di soggetti che sul territorio si sono sempre occupati di contrasto alla povertà, dando luogo a un disegno confuso, fatto di navigator precari (di cui peraltro a tutt'oggi non si conosce il profilo e il modello contrattuale), e a sovrapposizioni di funzioni e strumenti tra enti nazionali e regionali, nell'ottica di una visione parziale e meramente "lavoristica" della povertà. Il decreto-legge in esame prevede, al di fuori da ogni logica, la reclusione da due a sei anni per chiunque, al fine di ottenere il reddito di cittadinanza, renda dichiarazioni false oppure ometta informazioni dovute; si tratta quindi di una pena più elevata di quelle previste per le fattispecie delittuose di falso commesse da un pubblico ufficiale. La misura nota come quota 100 non è una riforma strutturale del sistema previdenziale, ma è solo una misura una tantum della durata di tre anni, che non prevede alcun superamento della riforma Fornero: state dunque approvando la riforma Fornero. Questa misura rappresenta un vantaggio solo per determinate categorie di persone, ovvero per i lavoratori che compiranno sessantadue anni di età entro il dicembre 2021 e che hanno storie contributive lunghe e continue. Come sottolineato da molti dei soggetti auditi, si tratta, per la maggior parte, di lavoratori maschi, con pensioni calcolate in larga parte con il metodo retributivo e, tra questi, di dipendenti pubblici, con tutte le conseguenze che il loro prepensionamento non programmato rappresenterà per il funzionamento della pubblica amministrazione in comparti cruciali come quello della scuola, in cui c'è il gravissimo rischio - considerato il blocco dei concorsi previsto dall'ultima legge di bilancio - di non avere insegnanti sufficienti a rispondere alle necessità che potranno ravvisarsi per il prossimo anno scolastico. L'altissimo costo di questa misura sarà pagato dai pensionati con assegni superiori a 1.500 euro lordi, con il blocco delle indicizzazioni, dai giovani, per le cui pensioni future il decreto-legge non prevede nulla, ma sui quali, al contrario, scarica l'oneroso prezzo di quota 100, dalle donne, che hanno carriere di solito più discontinue e irregolari (solo una pensione su tre di quelle che saranno erogate entro il 2019 andrà a una lavoratrice) e da tutte le categorie di lavoratori più deboli, che saranno costretti a continuare a lavorare perché, a causa di scelte improvvide e poco lungimiranti, non riescono a raggiungere i trentotto anni di contributi.