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Dobbiamo lavorare perché - lo ripeto in questo Parlamento, rivolgendomi anche e soprattutto alle forze di maggioranza - è finita la campagna elettorale, è finita sicuramente per noi che l'abbiamo vinta, nel senso che abbiamo aumentato in maniera considerevole i nostri voti, e mi auguro che sia finita anche per le forze della maggioranza. Poi, se ci sarà un'altra campagna elettorale anticipata lo deciderà ovviamente il Parlamento e soprattutto il Presidente della Repubblica tra qualche settimana, ma in questo momento è importante andare in Europa avendo la consapevolezza di avere il sostegno del Parlamento e del Paese. Le chiediamo quindi uno sforzo ulteriore, per uscire da un Governo autoreferenziale, che fa acqua da tutte le parti, per interpretare fino in fondo - e credo che lei lo sappia fare, perché ne ha dimostrato la competenza - il bisogno dell'Italia di affrontare a testa alta questo momento decisivo al Consiglio europeo, per sfuggire alle forche caudine della procedura di infrazione e soprattutto imprimere una svolta alla politica economica italiana ed europea. Noi ci siamo. (Applausi dal Gruppo FdI. Congratulazioni) . PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Nannicini. Ne ha facoltà. NANNICINI (PD) . Signor Presidente, il prossimo Consiglio dell'Unione europea inaugurerà una nuova stagione delle istituzioni comunitarie, dove l'Europa sarà chiamata a scelte fondamentali per il suo futuro, che è anche il nostro. Oggi speravamo di iniziare a capire che ruolo l'Italia vuole e può giocare in questa stagione. Il Governo e la maggioranza continuano a dire che vogliono cambiare l'Europa, ma continuano a non dire come e soprattutto con chi: a colpi di mini-BOT o evitando la procedura di infrazione, che non si evita dicendo che la vogliamo evitare, ma rinunciando a irrealizzabili promesse elettorali? Trattando per individuare soluzioni comuni a problemi comuni o prendendo scelte unilaterali per mero tornaconto elettorale di breve periodo? Alleandosi con chi vuole rafforzare il metodo comunitario, per esempio nella politica fiscale e in quella migratoria, o con chi vuole solo un'Europa intergovernativa? Signor Presidente del Consiglio, glielo dico sinceramente: oggi nel suo compitino europeista ha detto molte cose condivisibili, dallo sviluppo sostenibile alle politiche per la crescita, all'assicurazione contro la disoccupazione e alla sicurezza digitale. Ma poi leggiamo tutti i giornali e vediamo dichiarazioni del nuovo azionista di maggioranza della sua maggioranza che dice cose incompatibili con quel compitino; vediamo dichiarazioni dell'ex azionista di maggioranza che dice cose ancora diverse e altrettanti incompatibili. Non servono compitini o liste della spesa per cambiare l'Europa, serve un mandato forte su una linea chiara da spiegare agli italiani e ai partner europei. E di questo mandato forte e di questa linea chiara purtroppo ancora non si vede neanche l'ombra. (Applausi dal Gruppo PD) . Gli eventi di questi giorni ci restituiscono una fotografia delle vostre contraddizioni. Il presidente della BCE Draghi, come è avvenuto durante la grande recessione, aiuta con le sue scelte e rafforza l'Europa. Trump attacca Draghi perché, al pari di Putin e di altri, vuole un Europa debole; vuole per inciso un'Europa debole e un euro forte: d'altronde la coerenza non è il massimo dei sovranisti su nessuna sponda dell'Atlantico. Però l'Italia con chi sta: con Draghi e il rafforzamento delle istituzioni europee o con Trump? Su questo servono parole chiare, perché il merito della Banca centrale europea non è quello di inserirsi in una guerra commerciale governando impropriamente il tasso di cambio. Il merito della Banca centrale europea è quello di agire con forza come istituzione europea che rafforza l'Europa e le sue istituzioni, gestendo in maniera chiara e isolata dagli egoismi nazionali e dagli ideologismi di qualsiasi colore il suo mandato sul target di inflazione. Questa è la forza di quella scelta che rende più forte l'Europa. Lo stesso dovrebbe valere per la politica fiscale. L'Europa e anche l'Italia, con il suo enorme debito pubblico, hanno bisogno di un'unione fiscale per completare quella monetaria e di un bilancio comune finanziato anche con emissioni di titoli europei e gestito con logica comunitaria. Però, per arrivare a questo obiettivo, se l'Italia vuole giocare questa partita, dobbiamo essere pronti a cedere qualcosa e ricostruire la fiducia con i Paesi europei pronti a fare questo passo. Le nomine dei prossimi giorni e le alleanze che costruiremo per arrivare a quelle nomine non saranno una variabile indipendente rispetto a queste scelte. Guardate, neanche a noi piace una versione rigida e ideologica dell'austerità. Nella scorsa legislatura abbiamo provato a superare quella logica su spinta del Governo presieduto da Matteo Renzi, promuovendo sì anche clausole di flessibilità negoziata tra singoli Paesi e Unione europea. Anche in Patria qualcuno rispolverò lo stereotipo dell'Italietta innamorata della spesa in disavanzo, ma quella battaglia per una maggiore flessibilità serviva all'Europa, non solo all'Italia. Ma l'Italia ci arrivava con niente di cui vergognarsi, perché prima di chiedere quelle clausole, il nostro Paese aveva iniziato uno sforzo di riforme strutturali, che state interrompendo; aveva inanellato una sequenza record di avanzi primari e dimezzato le procedure di infrazione. Quello era il metodo da seguire, un metodo che avete abbandonato non si capisce per fare cosa e soprattutto non si capisce con chi, perché gli alleati che vi siete scelti in Europa semplicemente non vogliono avere niente a che spartire con voi. Quindi, come cambiare e con chi restano due grossi punti interrogativi che renderanno l'Italia più isolata e più debole in Europa. Oggi chi ha cuore l'interesse nazionale e l'interesse degli italiani, ha a cuore un cambiamento di politica che ci rimetta al centro di questa stagione e renda l'Europa più forte, perché con un Europa più debole sarà l'Italia a pagare il prezzo più caro. (Applausi dal Gruppo PD. Congratulazioni) . PRESIDENTE.È iscritto a parlare il senatore Bagnai. Ne ha facoltà. BAGNAI (L-SP-PSd'Az) . Signor Presidente, signor Presidente del Consiglio, onorevoli Ministri, onorevoli membri del Governo, ho sentito appassionanti ricostruzioni storiche nei discorsi dell'opposizione, tutte concentrate sul breve - per ora - spazio della nostra esperienza di Governo. Vorrei approfittare di questa vocazione alla storia economica per ampliare un pochino lo spazio di analisi. Vorrei che tornassimo indietro, quando tutto ciò di cui stiamo parlando è cominciato, nel 1991, anno in cui gli uffici della Commissione pubblicarono uno studio molto interessante, dal titolo «Un mercato, una moneta». La tesi fondamentale di quello studio era che con una moneta unica gli Stati appartenenti all'Unione economica e monetaria non avrebbero più sperimentato crisi di debito estero. In altre parole, se i tedeschi avessero prestato soldi ai greci poi forse non li avrebbero voluti indietro: