[pronunce]

In particolare, con riferimento al caso di specie, la Corte rileva come dalla mancanza della forma scritta – una volta esclusa, secondo il “diritto vivente”, la conversione del rapporto a tempo parziale in rapporto a tempo pieno – deriverebbe la sottrazione dell'estromissione del lavoratore dal posto di lavoro a qualsiasi verifica di legittimità del licenziamento, essendo il rapporto del tutto inefficace, pur salvi gli effetti per il periodo precedente di svolgimento dell'attività lavorativa (ex art. 2126 cod. civ.). 2. – L'abrogazione della disposizione censurata ad opera dell'art. 11 del d. lgs. 25 febbraio 2000, n. 61 (Attuazione della direttiva 97/81/CE relativa all'accordo-quadro sul lavoro a tempo parziale concluso dall'Unice, dal Ceep e dalla Ces), che attualmente regola la materia, non comporta l'inammissibilità della questione di costituzionalità la cui perdurante rilevanza consegue all'applicabilità, ritenuta dalla Corte rimettente, della precedente disciplina, vigente all'epoca dei fatti di causa. 3. – Nel merito la questione non è fondata. Nel regime precedente al citato d. lgs. n. 61 del 2000 (che contiene tra l'altro una più puntuale disciplina del requisito della forma scritta del contratto di lavoro a tempo parziale, ora richiesta ad probationem) l'impugnato art. 5, secondo comma, del decreto-legge n. 726 del 1984 prevedeva, tra l'altro, la forma scritta di questo sottotipo contrattuale, derogatorio del normale rapporto di lavoro ad orario pieno, cui si riferisce nella sua totalità il canone costituzionale della retribuzione proporzionata e sufficiente (art. 36 Cost.). La forma scritta – richiesta ad substantiam, secondo la giurisprudenza - perseguiva una funzione di protezione del lavoratore, come risultava anche dall'analogo requisito della forma scritta previsto – unitamente alla convalida dell'Ufficio provinciale del lavoro, sentito il lavoratore interessato – per la trasformazione del rapporto di lavoro a tempo pieno in rapporto di lavoro a tempo parziale (comma 10 del citato art. 5). Questa Corte (sentenza n. 210 del 1992) ha già rilevato che tale ormai abrogata regola in tema di forma scritta della clausola in esame è <<norma imperativa regolante il contenuto del contratto di lavoro a tempo parziale e posta proprio al fine di tutelare il lavoratore contro la pattuizione di clausole vessatorie>>, in puntuale riferimento ai dati dell'esperienza, secondo cui abitualmente la clausola del tempo parziale è voluta dal datore di lavoro e subìta dal lavoratore, che invece aspira di massima al lavoro a tempo pieno. In conseguenza – secondo la citata pronuncia – <<sarebbe palesemente irrazionale>> che dalla violazione di una norma siffatta <<potesse derivare la liberazione del datore di lavoro da ogni vincolo contrattuale>>. Quindi – a parte (per il periodo anteriore all'accertamento del vizio di forma) la disciplina degli effetti del rapporto a tempo parziale comunque intercorso tra le parti, ai sensi dell'art. 2126 cod. civ. – la mancanza della forma scritta ad substantiam non può comportare di norma la radicale dissoluzione del rapporto senza contraddire irrimediabilmente tale finalità di protezione (cfr. , in altra materia, sentenza n. 7 del 2005). 4. – È però possibile un'interpretazione costituzionalmente orientata che questa Corte nella citata sentenza n. 210 del 1992 ha già indicato, precisando che la nullità per vizio di forma della clausola sulla riduzione dell'orario di lavoro <<non è comunque idonea a travolgere integralmente il contratto, ma ne determina la c.d. conversione in un “normale” contratto di lavoro>>; o meglio – ha aggiunto – determina <<la qualificazione del rapporto come normale rapporto di lavoro, in ragione dell'inefficacia della pattuizione relativa alla scelta del tipo contrattuale speciale>>. La prima di queste ipotesi ermeneutiche – come segnala la Corte rimettente – non ha trovato riscontro nel “diritto vivente”, secondo il quale la conversione del contratto a termine in contratto a tempo indeterminato, prevista espressamente dalla particolare disciplina del settore per l'ipotesi di nullità della clausola di durata, non è – in quanto speciale – estensibile in via analogica al contratto a tempo parziale. Ciò non significa tuttavia che non possa pervenirsi in via interpretativa al risultato, chiaramente indicato da questa Corte nella richiamata sentenza, di ammettere ugualmente <<la qualificazione del rapporto come normale rapporto di lavoro, in ragione dell'inefficacia della pattuizione relativa alla scelta del tipo contrattuale speciale>>. Soccorre al riguardo la disciplina ordinaria della nullità parziale (art. 1419, primo comma, cod. civ.) che esprime un'esigenza di carattere generale di tendenziale conservazione del contratto ove il vizio di nullità sia circoscrivibile ad una o più clausole (come quella che prevede l'orario di lavoro ridotto) e sempre che la clausola nulla non risulti avere carattere essenziale per entrambe le parti del rapporto, nel senso che, in particolare, anche il lavoratore, il quale di regola aspira ad un impiego a tempo pieno, non avrebbe stipulato il contratto se non con la clausola della riduzione di orario. Del resto la giurisprudenza di legittimità ha già affermato, sulla scia di un intervento delle Sezioni unite (sentenza n. 12269 del 2004), che dalla mancanza della forma scritta consegue l'inapplicabilità della disciplina speciale dettata per il rapporto a tempo parziale dalla disposizione censurata e quindi <<si deve aver riguardo esclusivamente alla disciplina per così dire ordinaria>>. Ed aveva in precedenza ritenuto che la nullità della clausola sul tempo parziale, per difetto di forma scritta, non implica, ai sensi dell'art. 1419 cod. civ. , <<l'invalidità dell'intero contratto (a meno che non risulti che i contraenti non lo avrebbero concluso senza quella parte che è colpita da nullità)>>; e invece – come è stato ulteriormente precisato – <<comporta che il rapporto di lavoro deve considerarsi a tempo pieno>>. Risulta quindi chiaramente tracciata – anche nel non più vigente regime della disposizione censurata – un'interpretazione di essa che, pur non affermando (ed anzi escludendo) la conversione automatica del rapporto a tempo parziale in rapporto a tempo pieno, è comunque idonea a scongiurare, di massima, una volta accertato il difetto della forma scritta della clausola di tempo parziale, la totale nullità del rapporto di lavoro. Tale interpretazione quindi vale ad escludere l'effetto, paventato dalla Corte rimettente, della possibile estromissione del lavoratore dal posto di lavoro senza che, ricorrendone i presupposti, possa trovare applicazione l'ordinaria disciplina del licenziamento individuale. La disposizione censurata, così interpretata, si sottrae pertanto alle censure mosse dall'ordinanza di rimessione, in riferimento agli invocati parametri..