[resaula]

infatti, se guardiamo ciò che la Russia rappresenta per l'Unione europea, è una cifra impressionante, non solo per il gas, ma anche per il carbone e per il petrolio: cifre molto alte rispetto ad un Paese che è sempre stato considerato non amico. Il tema adesso si ripercuote sull'indipendenza energetica, quindi sulla sicurezza e sulla tenuta delle democrazie, perché, se l'opinione pubblica non regge lo sforzo enorme che nelle democrazie stiamo facendo a causa dell'aumento delle materie prime e soprattutto dei prodotti energetici, potrebbero entrare in crisi le stesse democrazie occidentali. Quindi è doveroso - e lo si sta facendo - studiare altre fonti di approvvigionamento da altri Paesi, che sono stati elencati. Una cosa che non è contenuta nella relazione è la necessaria interconnessione, su questo fronte, con il nuovo piano dell'Unione europea, il Repower EU, che produce una serie di spunti e riflessioni che andranno in porto nei prossimi anni; tra questi, il fatto che l'Unione europea vuole diversificare le fonti spostandosi verso il Qatar, gli Stati Uniti, l'Egitto, l'Africa occidentale, l'Arzebaijan, l'Algeria e la Norvegia. L'Europa vuole inoltre favorire il mercato europeo dell'idrogeno e l'interconnessione dello stoccaggio del gas (chi ne ha di più e chi ne ha di meno) al servizio degli altri. Penso che, di fronte a questo scenario articolato, serva un ruolo pregnante dei Servizi per l'informazione e la sicurezza, perché siano valutati quei Paesi con i quali l'Unione europea intende stabilire nuove alleanze. Non mi riferisco certamente agli Stati Uniti, men che meno alla Norvegia; ma ve ne sono alcuni che, al pari della Russia, non sono considerati Paesi amici dell'Unione europea. È necessaria quindi una valutazione degli elementi di criticità in prospettiva, perché abbiamo già visto quello che potrebbe accadere. Sono convinto che sia giusto parlare - come si fa nella relazione - di potenziamento dell' intelligence economica e finanziaria, purché ciò non sia solo a sostegno (giustamente) dell'industria italiana e dei suoi interessi, ma ci sia anche una certa attenzione a orientarla in quelle direzioni che sono ormai - ahinoi - strategiche e che mai avremmo pensato che potessero esserlo. Questo discorso vale non soltanto per i prodotti energetici, ma anche per i prodotti agricoli, sui quali nella relazione non c'è alcun riferimento. Non è una critica, ma è uno stimolo. Stiamo vedendo che ciò vale anche per l'alimentazione delle comunità delle democrazie occidentali. Questa connessione - secondo noi - va studiata da parte del Comitato nel corso del prossimo anno. Sulla difesa comune europea si è ben espressa la collega Roberta Pinotti: il Partito Democratico è convinto che bisogna fare di più, come è stato giustamente detto. Il Partito Democratico è altrettanto convinto che bisogna investire di più in sistemi d'arma, correggendo quella distorsione che da anni c'è nel nostro Paese, cioè il fatto che non investiamo il 2 per cento del prodotto interno lordo in armamenti, come l'Italia ha assunto invece l'impegno di fare nell'ambito degli accordi dell'Alleanza atlantica. Ma attenzione a un passaggio: nella relazione c'è scritto che appare impraticabile l'orizzonte di una intelligence unica europea e che quindi bisogna puntare su un maggiore coordinamento. Non è sbagliato. Ma mi chiedo, nel momento in cui si provvederà quanto prima alla difesa comune - speriamo non con quelle forze così ridotte alle quali faceva riferimento la collega Pinotti - se non serva anche qualche altra cosa, che non si limiti alla disponibilità e alla collaborazione, ma comporti una maggiore integrazione. Non sarei così categorico su un fattore di questa natura, anche perché stiamo vedendo, soprattutto in questo momento - ma è sempre stato così - la forte connessione che c'è tra i dispositivi militari e le informazioni per la sicurezza dei vari Paesi. Non sarei così categorico nell'escludere qualcosa di più e di meglio, considerando la necessità di potenziare l' intelligence europea a supporto. Tratto un altro tema: le infiltrazioni della criminalità organizzata nel tessuto socio-economico. Io vivo in una realtà che verrà completamente stravolta grazie agli investimenti del Piano nazionale di ripresa e resilienza (e non solo) sull'Alta velocità. In una realtà come quella di Verona arriveranno circa 15 miliardi di euro di investimenti. Ebbene, il dispositivo di contrasto è quello di sempre, non è cambiato: presso la prefettura c'è un comitato (un intergruppo) tra le Forze di polizia, che portano lì le loro esperienze. Fanno bene, giocano il loro ruolo; i prefetti intervengono anche con le interdittive. Ma non può bastare rispetto agli appetiti illeciti delle criminalità organizzate, che spesso sono transnazionali, come giustamente evidenziato anche nella relazione. Serve anche lì - non mi riferisco necessariamente a Verona, ma a tutta Italia - un ruolo dell' intelligence per cercare di capire che cosa potrebbe accadere, perché le forze attuali non hanno quelle capacità di lettura. Serve anche altro. Occorrerebbe, come scritto nella relazione, una sezione della Direzione distrettuale antimafia in tutti quei luoghi in cui la dinamicità economica può attirare gli appetiti illeciti. Serve qualcosa di più anche da questo punto di vista. Occorre anche una valutazione critica sul codice degli appalti, sul ruolo dell'ANAC e sulle corsie preferenziali per il PNRR, perché vi si potrebbero annidare delle situazioni spiacevoli. Passo al capitolo relativo all' intelligence militare, che è un dibattito sempre aperto e affrontato anche nella relazione in particolare per ciò che concerne il RIS che - come è noto - collabora con l'AISE (si informano), ma non fa parte del sistema di informazione per la sicurezza. Mi faccio una domanda. Con tutto quello che sta accadendo, stante la minaccia molto forte nei confronti dell'Europa e delle democrazie occidentali e visto che si parla di modello di difesa comune, non è il caso ora di riflettere su questo strumento, già apprezzato e che funziona benissimo? Si può pensare a qualcosa di più per fare in modo che anche quel lodevole servizio di intelligence militare possa essere al servizio della democrazia, come già è, ma maggiormente integrato (la parola integrazione mi piace più di collaborazione)? Ci sono un prima e un dopo rispetto a quello che abbiamo conosciuto e il discrimine è il 24 febbraio: gli scenari e la minaccia sono completamente diversi. Oggi abbiamo un altro elemento di deterrenza, costituito dalla parte economica: le sanzioni contro la Russia stanno funzionando. Sono sempre più convinto che serva un servizio di intelligence di carattere economico - come quello che propone la Commissione - per prevenire determinati fatti (guardiamo quello che sta accadendo e quello che ci avevano suggerito i servizi segreti americani). Le riforme che abbiamo adottato in tema di servizi muovevano da condizioni di normalità che oggi non ci sono più e che in futuro e per diversi anni, purtroppo per noi, non ci saranno più. Presidenza del vice presidente LA RUSSA (ore 18,17) ( Segue D'ARIENZO). Occorrono quindi un input e un impulso diversi da parte del Comitato, della politica, del Parlamento e del Governo. La guerra che la Russia sta facendo all'Ucraina e alle democrazie occidentali, che sono messe in pericolo, ha rimesso al centro steccati del passato che pensavamo essere superati.