[pronunce]

Ciò premesso, la Regione osserva che il giudice, nel procedere «direttamente» alla valutazione dell'esistenza delle condizioni per il riconoscimento dell'immunità del consigliere, avrebbe «escluso la riserva al Consiglio regionale della decisione sulla immunità dei propri componenti», negando, erroneamente, la sussistenza di un «parallelismo» tra le immunità dei parlamentari, di cui all'art. 68 Cost., e le immunità dei consiglieri regionali, ai sensi dell'art. 122, quarto comma, Cost., sul presupposto che «solo i primi apparterrebbero ad un organo sovrano, mentre gli altri farebbero parte di un organo soltanto “autonomo”». Secondo la ricorrente tale affermazione sarebbe «apodittica» nella parte in cui «fa capo alla sovranità come titolo di legittimazione dell'immunità e non anche alla funzione legislativa e/o politica svolta dall'organo rappresentativo della collettività e, nel contempo, contradditoria, giacché se l'immunità spetta soltanto agli organi sovrani, ai consigli regionali, in quanto organi soltanto “autonomi”, non dovrebbe essere mai riconosciuta» , e ciò in contrasto con quanto previsto dall'art. 122, quarto comma, della Costituzione. Ad avviso della Regione, il giudice avrebbe, da un lato, sottovalutato «la pari dignità costituzionale» che dovrebbe essere riconosciuta a tutti i soggetti della Repubblica, ai sensi dell'art. 114 della Costituzione, e, dall'altro, ignorato il citato art. 3 della legge regionale n. 32 del 2001 che regola le immunità dei consiglieri regionali, rilevando, inoltre, con riferimento a quest'ultima norma, che ove il giudice l'avesse ritenuta incostituzionale, per illegittimo ampliamento delle immunità dei consiglieri regionali, avrebbe potuto sollevare questione di legittimità costituzionale dinanzi alla Corte. 2. – In relazione alla sussistenza, in concreto, dei presupposti della insindacabilità delle opinioni espresse dal consigliere, la ricorrente non condivide l'orientamento del giudice che nega la qualificazione dell'ordine del giorno come atto consiliare tipico. Al riguardo, la Regione sostiene che la «presentazione di o.d.g. è attività “tipica” di natura “politica” dei Consigli regionali», richiamando, al riguardo, l'art. 92 del Regolamento interno del Consiglio regionale. 2.1. – In particolare, la ricorrente osserva che il consigliere aveva presentato tre ordini del giorno con i quali il Consiglio e la Giunta venivano invitati a pronunciarsi in merito alla «questione politico-giuridica» della propaganda politica per l'Ulivo cui avrebbe partecipato anche il dott. Caselli. In particolare, cita l'ordine del giorno n. 278 del 26 aprile 2001 – calendarizzato nella convocazione del Consiglio regionale del 21 marzo 2002 e sul quale sarebbe poi stato intervistato l'on. Brigandì dal Giornale 'La Padania', che ne avrebbe pubblicato il testo il 18 marzo 2002 – e gli ordini del giorno n. 517 e 567 rispettivamente del 9 aprile 2002 (recte: 15 aprile 2002) e del 24 maggio 2002. A parere della Regione, «l'incriminazione diretta di un o.d.g. (quello del 9 aprile 2002)», nonché di una atto «legato da nesso funzionale con un altro o.d.g. (del 26 aprile 2001), oggetto di intervista su un giornale», costituirebbero «inequivocabilmente atti coperti dall'immunità» di cui all'art. 122, quarto comma, della Costituzione e alla citata legge regionale n. 32 del 2001. 2.2. – In secondo luogo, sarebbe parimenti non condivisibile l'interpretazione dell'art. 122, quarto comma, della Costituzione operata dal giudice, secondo la quale «non tutti gli atti “tipici” sarebbero coperti da immunità, ma soltanto quelli che coinvolgono materie di competenza regionale». Tale lettura, secondo la Regione Piemonte, si baserebbe, invero, sull'estrapolazione solo di una frase della sentenza n. 379 del 2003 di questa Corte che risulterebbe «più favorevole alla tesi che si vuole sostenere», così manipolando il «significato effettivo» della sentenza medesima. In particolare, la difesa regionale precisa che, «contrariamente a quanto il G.I.P. vuole fare apparire», nella citata sentenza «si afferma che il giudizio di inammissibilità di un'interrogazione da parte del Presidente della Camera non è di per sé sufficiente ad escludere la riconducibilità dello scritto all'esercizio di funzioni parlamentari», con la conseguenza che, caso per caso, occorrerebbe valutare il contenuto dell'atto e le cause della sua inammissibilità. Solo «la non riconducibilità “assoluta” dello scritto presentato all'esercizio di funzioni parlamentari», afferma ancora la Regione, «fa venire meno l'insindacabilità» che, secondo la sentenza n. 379 del 2003, «tende a proteggere al massimo grado la libertà di espressione di ogni singolo membro delle Camere». La sentenza in parola, pertanto, ad avviso della ricorrente, conterrebbe «argomentazioni contrarie sia alla tesi che alla soluzione in concreto» adottate dal Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Monza, considerando che, nel caso di specie, non «vi è stata alcuna pronunzia d'inammissibilità da parte del Consiglio regionale degli o.d.g. incriminati, nonostante tale condizione rappresenti, alla luce della sentenza evocata, la condizione necessaria affinché il Giudice possa verificare direttamente la carenza di potere nel comportamento del singolo consigliere». In ogni caso, proprio alla luce della sentenza n. 379 del 2003, anche l'eventuale giudizio consiliare negativo sull'ammissibilità dell'atto tipico, non abiliterebbe il giudice a «sostituirsi al diverso sindacato sulla immunità spettante al Consiglio».1. - La Regione Piemonte ha proposto conflitto di attribuzione nei confronti dello Stato, in relazione ad una serie di atti delle autorità giudiziarie procedenti del Tribunale di Monza adottati nell'ambito del procedimento penale a carico del consigliere regionale Matteo Brigandì, per violazione dell'art. 122, quarto comma, della Costituzione e della legge della Regione Piemonte 19 novembre 2001, n. 32 (Norme in materia di valutazione di insindacabilità dei Consiglieri regionali, ai sensi dell'art. 122, quarto comma, della Costituzione). La ricorrente, in particolare, chiede a questa Corte di dichiarare che non spettava allo Stato e, per esso al Tribunale di Monza, «disattendere la delibera del Consiglio regionale del 5.8.2005 che sanciva l'insindacabilità delle opinioni espresse dal consigliere on. Matteo Brigandì». 2. - Secondo la ricorrente, il giudice sarebbe «tenuto a rispettare» la delibera d'insindacabilità, essendo quest'ultima espressione dell'autonomia riconosciuta al Consiglio regionale, di talché, nel caso in cui intervenga una delibera d'insindacabilità, il giudice non potrebbe «proseguire il processo» ma solo sollevare il conflitto di attribuzione dinanzi a questa Corte.