[pronunce]

, "nella parte in cui prevede che gli ufficiali e gli agenti di polizia giudiziaria non possono deporre sul contenuto delle dichiarazioni acquisite da testimoni nelle ipotesi di cui agli artt. 351 e 357, comma 2, lettere a) e b)", ritenendo che tale norma violi gli artt. 3, 24 e 111 Cost. Con riferimento all'art. 3 Cost., il rimettente rileva che non vi è alcuna ragione logica e giuridica per differenziare le ipotesi in cui l'ufficiale di polizia giudiziaria abbia assunto le informazioni di propria iniziativa ovvero su delega del pubblico ministero, in quanto le due situazioni appaiono identiche, trattandosi in entrambi i casi di attività di assunzione di informazioni da parte della polizia giudiziaria: identiche sono le modalità di documentazione, la destinazione dell'atto al fascicolo del pubblico ministero, l'utilizzabilità per le contestazioni, la disciplina della lettura delle dichiarazioni ai sensi degli artt. 512 e 512-bis cod. proc. pen. Ad avviso del rimettente, nella "stessa ottica di discriminazione di situazioni identiche, e solo entro tali limiti", sussisterebbe anche la violazione dell'art. 24 della Costituzione La disciplina censurata comprimerebbe infatti il diritto di difesa, in quanto, essendo rimessa alla discrezionalità del pubblico ministero la decisione se delegare o meno l'atto e, quindi, se consentire o meno la testimonianza sul contenuto dello stesso all'ufficiale o agente di polizia giudiziaria, sarebbe attribuito allo stesso pubblico ministero il potere di sottrarre un teste alle domande del difensore dell'imputato. Quanto al contrasto con l'art. 111 Cost., l'unico aspetto di illegittimità sarebbe "il medesimo già rilevato con riferimento al conflitto con l'art. 24 Cost., e cioè nei limiti in cui si profila una posizione di preminenza della pubblica accusa sulla difesa, nell'attribuire alla discrezionalità del p.m. la decisione di delegare o meno l'atto, con la predetta conseguenza di consentire al p.m., nella seconda ipotesi, di decidere di sottrarre un testimone alle domande del difensore dell'imputato". Al riguardo, il giudice a quo, precisa che, "contenuto entro tali limiti il conflitto tra la nuova formulazione dell'art. 195, comma 4 c.p.p." e l'art. 111 Cost., non è illogico né contraddittorio sollevare d'ufficio questione di legittimità costituzionale della norma in questione per contrasto con l'art. 3 Cost., sul presupposto che il divieto di testimonianza indiretta degli ufficiali e degli agenti di polizia giudiziaria, sebbene riferibile ai soli casi in cui costoro abbiano svolto attività d'iniziativa ai sensi degli artt. 351 e 357, comma 2, lettera a), cod. proc. pen. , riprodurrebbe la medesima illegittimità già dichiarata dalla Corte costituzionale con la sentenza n. 24 del 1992. 2. - Nei giudizi promossi con le ordinanze iscritte ai nn. 514 e 728 del r.o. del 2001 è intervenuto il Presidente del Consiglio dei Ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che le questioni, sostanzialmente analoghe, sollevate dal Tribunale di Palmi e dal Tribunale di Siracusa siano dichiarate infondate. L'Avvocatura rileva infatti che la ratio, della norma censurata risiede nella necessità di tenere distinte le ipotesi in cui la testimonianza indiretta abbia ad oggetto dichiarazioni non assunte formalmente in un verbale da quelle che concernano dichiarazioni formalmente acquisite in un atto del procedimento, e "mira ad evitare aggiramenti della regola che impone il contraddittorio nella formazione della prova, facilmente possibili rispetto ad atti già formalmente assunti, che hanno loro autonome possibilità di utilizzo". 3. - Nel giudizio promosso dal Tribunale di Siracusa con l'ordinanza iscritta al n. 728 del r.o. del 2001 si è altresì costituita l'imputata nel procedimento a quo, rappresentata e difesa dagli avvocati Giuseppe Frigo e Ettore Randazzo. A parere della parte l'unica lettura costituzionalmente corretta della norma in esame è nel senso che l'ufficiale di polizia giudiziaria non può mai riferire su quanto appreso nel corso delle indagini da persone informate sui fatti, sia che l'escussione di quest'ultime sia avvenuta nell'ambito di attività di indagine delegate, sia che sia stata frutto di iniziativa diretta della polizia giudiziaria. In linea generale, la difesa della parte privata rileva che la costituzionalizzazione dei principi del giusto processo nel nuovo art. 111 della Costituzione ha imposto la riformulazione delle norme codicistiche che disciplinano le modalità di acquisizione e di valutazione della prova, nel rispetto del metodo del contraddittorio, al fine di dare concreta attuazione anche al principio di effettività del diritto di difesa. In quest'ottica la legge n. 63 del 2001 costituirebbe la definitiva consacrazione del sistema accusatorio nel rito penale e del relativo corollario della separazione della fase procedimentale da quella processuale. In realtà, osserva la difesa, lo stesso giudice rimettente ritiene che una differenziazione di regime tra l'attività delegata e quella di iniziativa contrasterebbe con gli artt. 3 e 24 Cost., ma conclude, paradossalmente, che l'incostituzionalità non concerne la limitazione del divieto, ma il divieto stesso, sulla base delle argomentazioni utilizzate dalla Corte costituzionale nella sentenza n. 24 del 1992. A seguito dell'introduzione dei principi del giusto processo, l'odierno quadro costituzionale è però profondamente diverso da quello vigente all'epoca della sentenza n. 24 del 1992: se la Corte accogliesse la questione verrebbe vanificato il principio costituzionale, cui la legge n. 63 del 2001 ha dato, anche con la disposizione impugnata, concreta attuazione, secondo cui la prova si forma in dibattimento nel contraddittorio tra le parti e non può essere unilateralmente raccolta nel corso delle indagine preliminari. La parte privata, conclusivamente, chiede alla Corte di dichiarare manifestamente infondata la questione, previa affermazione che il comma quarto dell'art. 195 cod. proc. pen. va interpretato nel senso che agli ufficiali e agenti di polizia giudiziaria è sempre vietato testimoniare su quanto appreso dai testimoni nel corso delle indagini preliminari. In subordine, ove la Corte dovesse invece ritenere che la norma vada interpretata nel senso prospettato dal rimettente, la parte privata sollecita la declaratoria di illegittimità costituzionale dell'art. 195, comma 4, cod. proc. pen. , nella parte in cui non prevede il divieto di testimoniare degli ufficiali di polizia giudiziaria nel caso di attività d'indagine delegata.1.