[pronunce]

Sentenza ha pronunciato la seguentenel giudizio per conflitto di attribuzione sorto a seguito del decreto del giudice per le indagini preliminari presso il tribunale di Monza del 18 giugno 1999, relativo al rinvio a giudizio del consigliere regionale Fabrizio Comencini per le opinioni espresse nei confronti di Luca Casarini, promosso con ricorso della Regione Veneto, notificato il 17 aprile 2000, depositato in Cancelleria il 26 successivo ed iscritto al n. 17 del registro conflitti 2000. Visto l'atto di costituzione del Presidente del Consiglio dei Ministri, nonché l'atto di intervento di Casarini Luca; Udito nell'udienza pubblica del 16 gennaio 2001 il giudice relatore Giovanni Maria Flick; Uditi gli avvocati Mario Bertolissi e Luigi Manzi per la Regione Veneto e l'avvocato dello Stato Oscar Fiumara per il Presidente del Consiglio dei ministri.. Ritenuto in fatto Considerato in diritto 1. - Con ricorso "per regolamento di competenza" notificato il 17 aprile 2000 e depositato il 26 aprile 2000, la Regione Veneto ha proposto conflitto di attribuzione nei confronti dello Stato in relazione al decreto in data 18 giugno 1999, con il quale il giudice per le indagini preliminari presso il tribunale di Monza ha disposto il giudizio nei confronti del consigliere regionale Fabrizio Comencini, imputato del reato di diffamazione aggravata a mezzo stampa, quale autore di un articolo pubblicato sul quotidiano "La Padania" il 29 luglio 1998, considerato offensivo della reputazione di Luca Casarini. Dopo aver premesso in punto di fatto il contesto in cui l'articolo incriminato si è venuto ad iscrivere, e passata in analitica rassegna la giurisprudenza costituzionale e la dottrina in tema di immunità ex art. 122, quarto comma, della Costituzione, la Regione ricorrente ha in particolare sottolineato come nell'alveo della protezione costituzionale debba essere iscritta anche la funzione di indirizzo politico e di controllo che i consiglieri regionali sono chiamati a svolgere. Una funzione, questa, rispetto alla quale l'immunità vale a coprire non soltanto le questioni poste attraverso atti tipici, ma anche - alla luce della richiamata giurisprudenza costituzionale - mediante dichiarazioni che presentino un preciso nesso funzionale rispetto alla attività consiliare. Una volta escluso, dunque, che l'immunità sia destinata ad operare soltanto nella sede consiliare ed in occasione dei lavori dell'organo assembleare, ne deriva - sostiene la Regione ricorrente - che l'art. 122, quarto comma, della Costituzione, "deve trovare applicazione quando le manifestazioni del pensiero siano oggettivamente correlabili alla posizione istituzionale del consigliere stesso", sicché quest'ultimo "deve poter esprimere, in ragione del suo status e dei compiti che gli sono assegnati dall'ordinamento, le valutazioni di ordine politico sia particolare sia generale incidenti sulla concreta struttura e sul funzionamento dell'ente di cui fa parte". Pertanto, posto che "il tono polemico e financo irriverente espresso dal consigliere Comencini si sono iscritti nel contesto di un dibattito riguardante la vigente e, soprattutto, prospettica composizione del Consiglio regionale del Veneto", e malgrado la fattispecie non sia "riconducibile in modo puntuale ad altre precedenti esaminate dalla Corte", reputa la Regione che essa non si discosti dalla ratio dell'art. 122, quarto comma, della Costituzione, giacché conclude la ricorrente "ove si ritenesse il contrario, ne sarebbe gravemente mutilato il dibattito politico, che oggi sembra collocarsi, il più delle volte e salvo rare eccezioni, su livelli non propriamente elevati". 2. - Nel giudizio si è costituito il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che il ricorso sia respinto. A parere dell'Avvocatura, infatti, nel ricorso non risulterebbero dedotti gli estremi degli atti riconducibili alla "funzione consiliare tipica" che sarebbero stati oggetto del procedimento penale di diffamazione a mezzo stampa nei confronti del Comencini, né altri elementi idonei a dimostrare la sussistenza del nesso funzionale tra le opinioni espresse dal consigliere regionale e l'esercizio delle relative funzioni. 3. - Ha spiegato altresì atto di intervento Luca Casarini - costituitosi parte civile nel procedimento penale pendente a carico del consigliere regionale Fabrizio Comencini chiedendo - dichiararsi inammissibile o infondato il ricorso. Dopo ampia disamina dei principi affermati da questa Corte e dalla dottrina in tema di intervento nei giudizi per conflitto di attribuzione, la parte privata ha sottolineato come l'articolo oggetto di imputazione, firmato dal Comencini nella qualità di segretario nazionale della Liga Veneta, non possa in alcun modo correlarsi con l'attività consiliare dello stesso, giacché, anche a voler accedere alla tesi della Regione ricorrente, secondo la quale l'articolo stesso si iscriverebbe "nel contesto di un dibattito riguardante la vigente e, soprattutto, prospettica composizione del consiglio regionale del Veneto", la condotta del Comencini rappresenterebbe null'altro "che un atto di campagna elettorale, per altro molto anticipato rispetto alla scadenza elettorale". 4. - Con successive memorie, tanto la Regione Veneto che la parte privata Luca Casarini hanno ulteriormente sviluppato gli argomenti già posti a base dei rispettivi atti del ricorso e di intervento, insistendo nelle domande già avanzate.1. - Deve ritenersi ammissibile l'intervento spiegato, nel presente giudizio, dalla parte civile costituita nel procedimento penale per il reato di diffamazione aggravata a mezzo stampa. L'atto propulsivo di tale procedimento - rappresentato dal decreto che dispone il giudizio - è assunto dalla Regione ricorrente come invasivo delle proprie attribuzioni costituzionali, in quanto nella specie la condotta incriminata si sottrarrebbe al sindacato del giudice penale, operando per essa la immunità sancita dall'art. 122, quarto comma, della Costituzione. Va in proposito rilevato che - come lo stesso interveniente ha diffusamente e criticamente posto in risalto - la giurisprudenza di questa Corte ha costantemente affermato che nei giudizi per conflitto tra poteri o tra enti non possono intervenire soggetti diversi da quelli legittimati a promuovere il conflitto. Si è sottolineato peraltro, di recente, come un simile orientamento debba essere mantenuto fermo nei limiti in cui esso sia "inteso a salvaguardare il tono costituzionale dei conflitti affidati al giudizio della Corte e a far sì che questi non mettano capo a controversie di diritto comune" (v. sentenza n. 426 del 1999, nonché nel medesimo senso, ex plurimis, sentenze n. 35 del 1999; n. 375 del 1997; n. 419 del 1995). La preclusione all'intervento si ricollega, dunque, all'esigenza di impedire che la controversia sulla menomazione, che si assume esser derivata dall'esercizio anomalo di una attribuzione costituzionale, si confonda con l'oggetto di un contenzioso devoluto o devolvibile alla giurisdizione comune: