[pronunce]

cioè la supposta discrepanza tra l'abrogazione dell'art. 577 cod. proc. pen. , disposta dal comma 1 dello stesso art. 9 della legge n. 46 del 2006 (nella quale dovrebbe scorgersi l'intento di ricondurre il danneggiato dal reato «in una dimensione prettamente civilistica»), da un lato, e il mantenimento, nel procedimento davanti al giudice di pace, del potere della persona offesa (che abbia proposto ricorso immediato ai sensi dell'art. 21 del d.lgs. n. 274 del 2000) di ricorrere per cassazione avverso la sentenza di proscioglimento, anche agli effetti penali, dall'altro lato. Quanto, infine, alla denunciata incongruenza intrinseca alla disciplina dell'impugnazione della parte pubblica, conseguente alla conservazione del suo potere di appello avverso le sentenze di condanna a pena diversa da quella pecuniaria – e, cioè, contro sentenze che accolgono, anche se solo in parte, le istanze dell'accusa, mentre sono rese inappellabili le sentenze che disattendono in toto la pretesa punitiva (si vedano, al riguardo, le sentenze n. 26 e n. 320 del 2007) – detta incongruenza, una volta escluso che la disposizione impugnata possa ritenersi di per sé contrastante con il principio di parità delle parti, non necessariamente dovrebbe essere rimossa nel senso auspicato dalla Corte rimettente: e, cioè, tramite l'ablazione della norma modificativa e il ripristino del regime pregresso. Sarebbe ipotizzabile, infatti, anche un intervento che incida sulla perdurante (e, peraltro, di fatto assai circoscritta) appellabilità, da parte del pubblico ministero, delle sentenze di condanna: intervento che non può essere peraltro preso in considerazione nella presente sede, sia perché di segno opposto al petitum; sia perché comunque irrilevante nel giudizio a quo. 5. – L'accertata insussistenza di un vulnus all'art. 111, secondo comma, Cost. – sotto il profilo della non configurabilità di una disparità di trattamento tra le parti eccedente i limiti della ragionevolezza – vale altresì, e conseguentemente, ad escludere la lesione dell'art. 3 Cost., dedotta dalla Corte congiuntamente a quella dell'art. 111 Cost. e sulla base delle stesse considerazioni. 6. – La questione relativa alla norma transitoria di cui all'art. 10, comma 2, della legge n. 46 del 2006 – che, ove scrutinata nel merito, non potrebbe evidentemente che seguire la medesima sorte della questione relativa alla norma “a regime” – è manifestamente inammissibile per difetto di rilevanza. Secondo quanto si riferisce nell'ordinanza di rimessione, difatti, nel caso oggetto del giudizio a quo l'impugnazione è stata proposta in data successiva all'entrata in vigore della novella: sicché difetta, nella specie, il presupposto di applicabilità della norma transitoria censurata.. per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE 1) dichiara non fondata la questione di legittimità costituzionale dell'art. 9, comma 2, della legge 20 febbraio 2006, n. 46 (Modifiche al codice di procedura penale, in materia di inappellabilità delle sentenze di proscioglimento), sollevata, in riferimento agli artt. 3 e 111 della Costituzione, dalla Corte di cassazione con l'ordinanza indicata in epigrafe; 2) dichiara la manifesta inammissibilità della questione di legittimità costituzionale dell'art. 10, comma 2, della citata legge 20 febbraio 2006, n. 46, sollevata, in riferimento agli artt. 3 e 111 della Costituzione, dalla Corte di cassazione con la medesima ordinanza. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 9 luglio 2008. F.to: Franco BILE, Presidente Giovanni Maria FLICK, Redattore Giuseppe DI PAOLA, Cancelliere Depositata in Cancelleria il 25 luglio 2008. Il Direttore della Cancelleria F.to: DI PAOLA