[pronunce]

ORDINANZA ha pronunciato la seguentenel giudizio di legittimità costituzionale del combinato disposto degli artt. 601 e 636 del codice di procedura penale, promosso dalla Corte d'appello di Trento nel procedimento penale a carico di S. A., con ordinanza del 20 ottobre 2010, iscritta al n. 406 del registro ordinanze 2010 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 2, prima serie speciale, dell'anno 2011. Visto l'atto di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri; udito nella camera di consiglio del 6 luglio 2011 il Giudice relatore Paolo Maria Napolitano.. Ritenuto che la Corte d'appello di Trento, con ordinanza del 20 ottobre 2010, ha sollevato questione di legittimità costituzionale - per violazione degli artt. 3 e 111 della Costituzione - del combinato disposto degli artt. 601 e 636 del codice di procedura penale, nella parte in cui non prevede la persona offesa tra i soggetti cui deve essere notificato il decreto di citazione per il giudizio di revisione avverso un decreto penale di condanna; che la Corte rimettente premette che, nel caso di specie, il giudizio di revisione è stato proposto avverso un decreto penale di condanna il cui procedimento, per sua natura, mai ha visto coinvolta la persona offesa dal reato; che, se ciò può essere comprensibile e giustificato nell'ambito di un rito speciale connotato dalla omissione della fase dibattimentale come il procedimento per decreto (tutto giocato sull'integrale accoglimento delle richieste del querelante o denunciante), meno giustificato è che analoga obliterazione sia di fatto imposta dalle norme che regolano la vocatio in jus per il susseguente giudizio di revisione; che, infatti, l'art. 636, primo comma, cod. proc. pen. prevede che il Presidente della Corte d'appello emetta decreto di citazione a norma dell'art. 601 cod. proc. pen. il quale non contempla la persona offesa dal reato tra i destinatari dell'atto; che, secondo la Corte d'appello di Trento, sarebbe violato il principio del contraddittorio di cui all'art. 111 Cost. perché in questi casi è impedito alla persona offesa di conoscere e seguire la vicenda processuale innescata, con evidente pregiudizio anche degli interessi civili in caso di accoglimento dell'istanza di revisione; che, inoltre, risulterebbe violato anche il principio di uguaglianza di cui all'art. 3 Cost., in quanto la mancata previsione della citazione della persona offesa, in caso di revisione avverso decreto penale di condanna, determinerebbe «una disparità di trattamento, posto che si è in presenza di un giudizio di merito rispetto al quale non è stato assicurato il contraddittorio alla persona offesa, così esposta a decisione potenzialmente pregiudizievole di cui sia rimasta del tutto ignara»; che, sempre secondo la Corte rimettente, la presente questione è diversa rispetto ai casi di revisione di sentenze che provengano da giudizi di merito per i quali l'avviso sia previsto ai fini di una corretta instaurazione del contraddittorio in primo grado, nei quali è giustificato che, se non sia sopravvenuta una costituzione di parte civile, non sia più dovuto un ulteriore avviso, tanto per il giudizio di appello, quanto per quello di revisione; che è intervenuto nel giudizio di costituzionalità il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che la questione sia dichiarata inammissibile o infondata; che l'Avvocatura dello Stato eccepisce l'inammissibilità della questione per difetto di descrizione della fattispecie che non consente di verificare la sua effettiva rilevanza nel giudizio a quo; che, infatti, nell'ordinanza di rimessione si affermerebbe in via del tutto generica e di mera ipotesi la possibilità di «un eventuale pregiudizio degli interessi civili in caso di accoglimento dell'istanza», senza tuttavia specificare, con un sufficiente grado di precisione, se effettivamente vi sia la sussistenza di concreti elementi idonei a fondare l'accoglimento della istanza stessa e, sotto altro profilo, senza indicare elementi tali da poter dare concretezza al paventato danno sofferto dalla persona offesa; che la difesa dello Stato, a ulteriore conferma della assoluta genericità della prospettata questione di costituzionalità, osserva come il remittente neanche indichi quale sia la fattispecie penale violata per la quale è stato emesso il relativo decreto di condanna; che, in ogni caso, la questione sollevata sarebbe infondata atteso che il remittente omette di considerare che il principio del contraddittorio non necessariamente deve trovare la medesima disciplina nei diversi giudizi penali previsti dal codice di procedura penale e che la specialità del rito in concreto di volta in volta azionato giustifica il ricorso a regole proprie tali da comportare una diversa modulazione del principio stesso, più o meno ampio in ragione delle esigenze sottese al rito scelto; che, in questa prospettiva, l'analisi della disciplina codicistica del procedimento per decreto evidenzia la sussistenza di principi completamente autonomi, che caratterizzano in via del tutto peculiare il modello tipico, quale, ad esempio, quello contenuto nell'art. 460, quinto comma, del codice di rito, ove è previsto espressamente che il decreto penale di condanna, anche se divenuto esecutivo, non abbia efficacia di giudicato nel giudizio civile o amministrativo; che tale assoluta peculiarità del procedimento per decreto si rinviene anche in relazione alla diversa attuazione del principio del contraddittorio, ivi sicuramente compresso rispetto ai moduli processuali tipici, atteso che il legislatore ha ritenuto non necessaria la presenza della persona offesa dal reato sul presupposto che gli interessi civili di cui la stessa è portatrice possano trovare adeguata tutela nella sede del giudizio civile; che la medesima ratio sottesa alla scelta legislativa del procedimento per decreto è rinvenibile anche nella successiva ed eventuale fase della revisione del decreto di condanna, ritenendosi che la parte offesa abbia, qualora interessata, già esercitato l'azione in sede civile nel cui contesto è assicurato il contraddittorio tra il danneggiante ed il danneggiato; che anche la giurisprudenza di legittimità ha avuto modo di chiarire che «in tema di provvedimenti soggetti a revisione [...] non sussiste violazione dell'art. 24 Cost., considerato che alla persona offesa non può riconoscersi un diritto d'azione da cui derivi il dovere del giudice di decidere sulle sue domande» (Corte di cassazione, sez. VI penale, 4 febbraio 1997, n. 3556); che, secondo la difesa del Presidente del Consiglio dei ministri, per tali motivi non sarebbe irragionevole la disciplina che esclude la citazione della persona offesa nel giudizio di revisione del decreto penale di condanna, atteso che tale soggetto può, o almeno avrebbe potuto, coltivare i suoi interessi civili in altro ambito processuale, ove il decreto penale non ha per legge efficacia di giudicato; che, pertanto, la disciplina contenuta negli artt. 601 e 636 cod. proc. pen.