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ai familiari, in definitiva, non fu concessa nessuna facoltà di controllare l'identità delle salme, né l'effettuazione della loro ricomposizione e vestizione, e ciò con giustificazioni che parvero già all'epoca pretestuose e non suffragate da alcuna conferma; i feretri dei militari Mirco Bergonzin e Roberto Garro risultarono inoltre essere stati trasportati verso le città di origine con furgoncini commerciali, ancorché coperti dalla bandiera nazionale italiana, e ciò a dispetto delle circostanze della loro scomparsa, e per di più a cura di una ditta, la "Amadeus" di Osoppo, di cui risultò responsabile persona con precedenti penali, il signor Giuseppe Calabrese, poi arrestato il 9 giugno 2010 per reati connessi al traffico di stupefacenti; alcuni effetti personali dei militari deceduti furono inviati in località diverse rispetto a quelle di origine, accrescendo i dubbi ed i sospetti circa la reale identità delle salme restituite alle famiglie, poi fugati, almeno relativamente a Roberto Garro, con la riesumazione della salma, ottenuta nel 2000 in seguito alla presentazione di numerose istanze; è stato avanzato il sospetto che i quattro militi non siano morti in un normale incidente d'auto, ma siano invece rimasti vittime dell'esplosione di un ordigno che avrebbe distrutto l'autoveicolo sul quale viaggiavano; è forte tra i familiari superstiti la sensazione che i quattro alpini deceduti fossero stati a conoscenza di notizie compromettenti per la reputazione dei contingenti militari italiani impegnati in missioni di mantenimento della pace nei Balcani, forse in quanto testimoni del loro coinvolgimento nel traffico di droga; sull'incidente di cui rimasero vittime gli alpini Bergonzin, Cordori, Garro e Lombardo non sono state apparentemente promosse inchieste, né dalla magistratura militare, né da quella civile; nel mese di agosto 2018 il Ministro pro tempore della difesa, in un colloquio tramite il social network "Facebook", aveva assicurato che sarebbe stata condotta una nuova indagine circa la morte dei quattro alpini, si chiede di sapere se, in assenza di iniziative intraprese dalla magistratura militare e da quella civile, sia stata aperta almeno dal Ministero della difesa un'inchiesta interna sulle circostanze che portarono alla morte dei quattro alpini il 9 giugno 1998 in località Ospedaletto di Gemona del Friuli, apparentemente a causa di un incidente automobilistico. Atto n. 4-06321 MANTOVANI DONNO TRENTACOSTE PESCO CROATTI VANIN MONTEVECCHI PRESUTTO RICCIARDI CIOFFI LOREFICE Ai Ministri della salute e del lavoro e delle politiche sociali Premesso che: secondo un comunicato stampa del 20 novembre 2021 pubblicato sul sito dell'Autorità garante per la protezione dei dati personali, migliaia di certificazioni " green pass ", apparentemente autentiche, sarebbero disponibili on line all'interno di una nota piattaforma di file sharing e scaricabili da chiunque, con il serio rischio che possano essere manipolate o commercializzate; vista la gravità e la pericolosità di questa illecita diffusione di dati personali particolarmente delicati, il Garante ha avviato d'urgenza un'indagine per accertare le modalità con le quali questi dati siano finiti in rete e ha dato mandato al nucleo speciale tutela privacy e frodi tecnologiche della Guardia di finanza di acquisire gli archivi on line e accertarne la provenienza; il titolare del trattamento dei dati è il Ministero della salute che avrebbe dovuto notificare all'Autorità garante per la protezione dei dati personali la compromissione della banca dati; considerato che: a parere degli interroganti, se accertata, tale compromissione comporterebbe la diffusione non autorizzata di informazioni riservate e di dati sensibili; formare un database senza una corretta gestione della sicurezza comporta un elevato rischio di data breach ; considerato altresì che: il decreto-legge 21 settembre 2021, n. 127, convertito con modificazioni dalla legge 19 novembre 2021, n. 165, che ha reso obbligatorio il possesso del green pass per i lavoratori pubblici e privati, ha previsto anche la consegna del certificato verde al datore di lavoro, in modo da evitare la sua verifica giornaliera; in merito a tale disposizione, il Garante per la protezione dei dati personali ha sottolineato che la conservazione dei certificati da parte del datore di lavoro implica l'adozione di misure tecniche e organizzative adeguate per garantire la sicurezza dei dati, si chiede di sapere: se i Ministri in indirizzo siano a conoscenza dei fatti esposti e quale sia la valutazione in merito; se, e attraverso quali sistemi, il Ministro della salute stia garantendo il trattamento in sicurezza dei dati dei cittadini, attualmente gestiti in questa emergenza sanitaria; se siano previsti o in corso di esecuzione controlli per verificare quali misure tecniche e organizzative siano state adottate per la corretta conservazione delle certificazioni consegnate dal lavoratore al datore di lavoro privato e pubblico, secondo quanto disposto dal decreto-legge n. 127 del 2021; se e quali opportune iniziative si stiano mettendo in atto per evitare il rischio che dati e informazioni dei cittadini vengano utilizzati per finalità diverse da quelle previste con l'adozione del green pass . Atto n. 4-06322 GASPARRI Al Ministro della giustizia Premesso che: nei giorni scorsi è stata riportata dalle cronache nazionali la vicenda di una donna marocchina residente in Italia che ha denunciato il marito con le seguenti accuse: "Mio marito in Italia mi imponeva il velo integrale e mi chiudeva in casa portandosi via le chiavi (...) Mi picchiava, mi offendeva, mi minacciava (...) Diceva che non ero buona a niente (...) Poi mi ha portato in Marocco con i nostri tre bambini per restare lì solo 40 giorni e invece mi ha preso tutti documenti, lasciandomi a casa di mia madre per poi mandarmi la carta di divorzio"; in merito a questa denuncia il pubblico ministero di Perugia Franco Bettini, che si occupava della vicenda, ha ritenuto di doverla archiviare in quanto, secondo lui, questi comportamenti del marito rientrerebbero "nel quadro culturale dei soggetti interessati"; di fronte a questa assurda attenuante si è sollevata una polemica in tutto il Paese tanto che il procuratore di Perugia Raffaele Cantone ha affermato: "Premesso che non ero a conoscenza della vicenda, ritengo che non sia assolutamente condivisibile la posizione per la quale imporre il velo integrale sia un'idea culturalmente accettabile. Cioè questa non può essere considerata la voce della procura"; l'interrogante ritiene gravissima la decisione del pubblico ministero, soprattutto in un momento in cui in tutto il mondo si lotta per i diritti delle donne e in cui in Italia, malgrado le leggi varate in questo senso, si assiste, anche in questi giorni, a fatti violenti di cronaca agghiaccianti ai danni delle donne, si chiede di sapere: se il Ministro in indirizzo sia a conoscenza della vicenda; se non ritenga di dover disporre subito dei propri poteri ispettivi di legge per far luce sul caso e valutare il funzionamento degli uffici coinvolti, anche a fini disciplinari.