[pronunce]

Ne emerge la doverosa unicità non tanto e non solo del “luogo” amministrativo cui l'imprenditore privato può rivolgersi per le proprie esigenze strumentali all'avvio dell'attività produttiva, quanto piuttosto del procedimento (cui corrisponde un'unicità provvedimentale) che deve governare la cura dei differenti interessi pubblici che (per quanto rimangano in titolarità separate ed autonome, tuttavia) concorrono nel quadro valutativo pubblico cui si correla l'attività produttiva di volta in volta in considerazione. Ne deriva che, in materia di attività produttive, unico deve essere l'interlocutore amministrativo dell'imprenditore (lo sportello unico, appunto), quale soluzione del problema, altrimenti irresolubile, del coordinamento dei poteri pubblici cui l'imprenditore deve necessariamente rivolgersi per l'avvio delle sue attività, e del conseguente abbattimento dei tempi di esercizio di tali poteri. La conclusione che se ne trae è che proprio nella fonte primaria risiederebbe la soluzione innovativa tale per cui i diversi e concorrenti interessi pubblici, che si attivano sulla base dell'istanza del privato imprenditore, si amalgamano nel quadro di un unico procedimento amministrativo, nel quale i diversi provvedimenti amministrativi (che in passato esprimevano la cura di ciascun singolo interesse pubblico), già dotati di autonoma rilevanza esterna, diventano ora meri atti endoprocedimentali, a rilevanza eminentemente istruttoria. Queste considerazioni troverebbero conferma nell'art. 25, comma 1, del d.lgs. n. 112 del 1998. L'intento del legislatore delegato - si sostiene - non è stato quello di ledere prerogative regionali, quanto, piuttosto, quello di congegnare un “luogo” amministrativo unico, in cui differenti poteri pubblici, nella titolarità di amministrazioni pubbliche diverse, sia statali (si fa l'esempio delle competenze in materia di sicurezza) che regionali (si citano le competenze in materia di sanità) e comunali (come le competenze in materia di urbanistica), possano incontrarsi in chiave procedimentale ed ivi confluire allo scopo di esprimersi unitariamente al fine dell'adozione, nei riguardi del soggetto privato interessato, di un provvedimento amministrativo unico. 4.2. - Anche la Regione Veneto ha depositato una memoria illustrativa. In primo luogo, la Regione sottolinea il carattere fortemente innovativo del d.P.R. n. 440 del 2000, tanto rispetto al precedente regolamento del 1998, quanto con riferimento alle norme sullo “sportello unico” contenute nel decreto n. 112 del 1998. In ordine all'eccezione dell'Avvocatura, secondo cui la denunciata invasione non sarebbe stata operata dal regolamento oggetto di conflitto, giacché il d.P.R. del 2000 non farebbe altro che “specificare” una scelta legislativa riconducibile agli artt. 23 e ss. del d.lgs. n. 112 del 1998, non impugnati, sul punto, dalla Regione Veneto, la ricorrente ritiene l'obiezione frutto di un equivoco, di una errata interpretazione del d.lgs. n. 112 del 1998, e di una dimenticanza. Di un equivoco, giacché la Regione non si duole del fatto che le norme regolamentari abbiano tolto rilievo autonomo ai “provvedimenti” nei quali si sostanzia (o si potrebbe sostanziare, sulla base della legislazione) la cura degli interessi pubblici toccati dagli impianti produttivi, e abbiano invece inserito gli atti di cura degli interessi all'interno di un unico “procedimento”; ma censura lo spostamento della titolarità delle funzioni amministrative coinvolte in capo ai Comuni, con “scardinamento” dell'assetto delle competenze risultanti dalla legge n. 59 del 1997, dai conseguenti decreti legislativi e dalla legislazione regionale di attuazione. Di un'errata interpretazione del d.lgs. n. 112 del 1998, perché le disposizioni degli artt. 23 e ss. andrebbero lette nel contesto dell'intero decreto legislativo e della legge di delega: l'attribuzione ai Comuni delle funzioni amministrative concernenti la realizzazione di impianti produttivi andrebbe riferita al procedimento nel quale confluiscono i diversi atti di esercizio dei poteri pubblici preordinati alla cura degli interessi toccati dagli impianti stessi. Di una dimenticanza, giacché la Regione Veneto presentò ricorso in via principale proprio contro quelle norme del decreto legislativo in materia di sportello unico che direttamente andavano ad invadere la propria sfera di attribuzione, ottenendo, su questo punto, una decisione di accoglimento. Infatti, con riferimento alla disposizione dell'art. 25, comma 2, del decreto n. 112 - il quale prevedeva un'interferenza con i poteri della Regione in materia urbanistica, disponendo che ove il progetto di insediamento dell'attività produttiva contrastasse con le previsioni di uno strumento urbanistico, fosse possibile il ricorso ad una conferenza di servizi, la cui determinazione (se vi era accordo sulla variazione dello strumento) costituiva proposta di variante, sulla quale si pronunciava definitivamente il consiglio comunale - la Corte costituzionale, con sentenza n. 206 del 2001, ha reputato che l'esclusione della necessità di un'approvazione regionale concretasse una lesione delle attribuzioni regionali in materia urbanistica. La ricorrente ritiene significativo che, nella citata sentenza n. 206 del 2001, la Corte costituzionale non abbia mancato di rilevare - per lo stesso motivo, consistente nella sottrazione alla Regione del potere decisorio in ordine allo strumento urbanistico - come “non appropriata” l'integrazione al regolamento in materia di sportello unico per le imprese recata proprio dall'art. 1, comma 1, lett. k, del d.P.R. 440, oggetto del presente giudizio, là dove dispone, per l'ipotesi di pronuncia definitiva del consiglio comunale sulla proposta di variante dello strumento urbanistico, che “non è richiesta l'approvazione della Regione, le cui attribuzioni sono fatte salve dall'art. 14, comma 3-bis, della legge 7 agosto 1990, n. 241”. Premesso che il regolamento impugnato si deve intendere adottato sulla base dell'art. 20 della legge n. 59 del 1997, la Regione Veneto esclude che la lesione delle competenze regionali sia da ricondurre a quest'ultima disposizione. Infatti, proprio in relazione al citato art. 20, la Corte costituzionale, nella sentenza n. 408 del 1998, ha argomentato che esso non può assumere un significato “che riguardi o comprenda l'attitudine di future norme regolamentari statali a disciplinare materie di competenza regionale”. Vero è che successivamente, in apparente contrasto con questa decisione interpretativa della Corte, il Parlamento, con l'art. 1, comma 4, lett. a, della legge 24 novembre 2000, n. 340, ha novellato il comma 2 dell'art. 20, il quale ora dispone che “nelle materie di cui all'articolo 117, primo comma, della Costituzione, i regolamenti di delegificazione trovano applicazione solo fino a quando la Regione non provveda a disciplinare autonomamente la materia medesima”;