[pronunce]

che nel giudizio innanzi alla Corte ha spiegato intervento il Presidente del Consiglio dei ministri, con il patrocinio dell'Avvocatura generale dello Stato, che ha concluso per la infondatezza della questione; che, secondo la difesa erariale, non sussiste la prospettata violazione dell'art. 3 Cost., per il diverso ambito di applicazione della norma impugnata rispetto agli artt. 88, 92 e 385 cod. proc. civ. ; che, quanto al lamentato vulnus, sotto altri profili, agli artt. 3, 24 e 111 Cost., l'Avvocatura generale osserva che il Tribunale sovrappone due piani diversi tra loro, quello del diritto di difesa e del diritto ad un giusto processo con quello attinente alla organizzazione dell'attività giurisdizionale, mentre il meccanismo delineato dall'art. 96 cod. proc. civ. si inserisce nell'ambito del principio dispositivo. Considerato che il Tribunale di Ancona dubita della legittimità costituzionale dell'art. 96, primo comma, del codice di procedura civile nella parte in cui stabilisce che la condanna per lite temeraria necessita della istanza di parte, per violazione: a) dell'art. 3 della Costituzione, per la lesione del principio di parità di trattamento e di ragionevolezza, in relazione ad alcune ipotesi di pronunce di ufficio – come quelle di cui agli artt. 88 e 92 cod. proc. civ. – conseguenti a violazioni di principi in parte coincidenti, e per la complessiva irrazionalità di un sistema che permette un indiscriminato accesso anche agli utenti che intendano promuovere liti temerarie; b) dell'art. 24 Cost., per il vulnus al diritto di difesa del cittadino determinato dalla possibilità che i ruoli dei giudici siano affollati da cause temerarie, senza che il correttivo previsto dalla legge sia congruo rispetto alla finalità di difesa costituzionalmente garantita, rimettendo la scelta al singolo danneggiato se chiedere l'affermazione della responsabilità aggravata, laddove l'istituto in questione risponde soprattutto alla esigenza di garantire le possibilità di difesa di tutti i consociati, che trascendono gli interessi dei singoli; c) dell'art. 111, primo comma, Cost., non potendo il processo considerarsi aderente a superiori principi di giustizia ove sia possibile usarlo in maniera distorta, senza che il giudice possa reagire anche ex officio; del secondo comma dello stesso art. 111 Cost., essendo alto il rischio che il processo di cui si “abusa” vada anche oltre la ragionevole durata stabilita dalla Costituzione; che, per quanto riguarda la pretesa violazione dell'art. 3 Cost., sotto il profilo della diversità di trattamento rispetto alle fattispecie relative alla disciplina delle spese processuali, si deve rilevare che si tratta di ipotesi ontologicamente differenziate, collocandosi quella in questione nell'area della responsabilità civile, con conseguenti profili risarcitori, in relazione ai quali si pongono problemi di onere probatorio a carico del richiedente (nell'ambito del principio dispositivo), laddove le norme richiamate dal rimettente riguardano deroghe al principio della soccombenza nel giudizio quale criterio per la condanna alle spese processuali; che nessun pregio può riconoscersi alla comparazione instaurata con l'art. 385 cod. proc. civ. , dettato per il giudizio di legittimità, che è una norma diretta a disincentivare il ricorso per cassazione, ed ha, pertanto, una ratio del tutto diversa rispetto a quella dell'art. 96 cod. proc. civ. ; che, infine, inconferente appare il riferimento agli artt. 24 e 111 Cost., i quali hanno riguardo al diritto alla tutela giurisdizionale ed al giusto processo, che, invece, non vengono in discussione nel sistema delineato dall'art. 96 cod. proc. civ. , che ha finalità risarcitoria e sanzionatoria; che, pertanto, la questione è manifestamente infondata. Visti gli artt. 26, secondo comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87, e 9, comma 2, delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale.. . per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE dichiara la manifesta infondatezza della questione di legittimità costituzionale dell'articolo 96, primo comma, del codice di procedura civile, sollevata, in riferimento agli articoli 3, 24 e 111 della Costituzione, dal Tribunale di Ancona, con l'ordinanza indicata in epigrafe. Così deciso, in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 15 dicembre 2008. F.to: Giovanni Maria FLICK, Presidente Alfio FINOCCHIARO, Redattore Giuseppe DI PAOLA, Cancelliere Depositata in Cancelleria il 23 dicembre 2008. Il Direttore della Cancelleria F.to: DI PAOLA