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Avendo fatto quel mestiere in Europa per tanti anni, so che è stato sempre di grande aiuto alla Commissione europea ricevere esposti e denunce dai Governi o dalle imprese, che segnalavano distorsioni riduttive della concorrenza. La Commissione europea poi fa le sue indagini, certe volte conclude di sì e interviene e certe altre conclude di no. Signor Presidente, concludo rapidissimamente il mio intervento con una osservazione, che è di cultura, se non addirittura di linguaggio. In Italia ci siamo abituati, secondo me sciaguratamente, a usare un'espressione che è diventata molto diffusa in tutti i settori politici, ovvero quella secondo cui lo Stato mette le mani nelle tasche degli italiani. Certamente si può e si deve discutere sull'altezza della pressione fiscale e sulla struttura fiscale, ma credo che nessuno contesti che lo Stato è un soggetto che ha titolo a imporre le tasse. Nel campo della concorrenza accade che, quando non ce n'è a sufficienza e i regimi che disciplinano le singole professioni e i singoli settori sono troppo restrittivi, alcuni italiani e alcuni operatori, a seguito di regolamentazioni dello Stato e del Parlamento, mettono le loro mani nelle tasche di altri italiani e prendono cose che si chiamano rendite. La pressione fiscale sul cittadino e sull'impresa non è infatti solo quella palese che viene fuori dalle decisioni del fisco, ma ad essa si aggiunge la tassazione occulta, cioè quei soldi che ciascuno si vede sottratti senza neanche rendersene conto, perché vanno ad alimentare la rendita di altri soggetti, in genere a seguito di provvedimenti legislativi o amministrativi. Signori relatori, complimenti: voi o i vostri successori avete ancora un enorme lavoro da fare, ma questa è una buona tappa. (Applausi) . PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Tiraboschi. Ne ha facoltà. TIRABOSCHI (FIBP-UDC) . Signor Presidente, vice ministro Pichetto Fratin, sottosegretario Bini, colleghi, desidero rivolgere un ringraziamento particolare ai due relatori, colleghi della 10 a Commissione, i senatori Collina e Ripamonti, ed evidentemente anche al Governo, che ha avuto una pazienza incredibile ad ascoltare le diverse posizioni che abbiamo cercato di comporre in questo provvedimento estremamente importante, che - devo dire - è stato per me un'occasione di grande crescita, grazie non solo al confronto con la Camera - perché sappiamo che taluni articoli hanno previsto un dialogo competitivo tra Camera e Senato - ma anche al dialogo estremamente interessante con altri Capigruppo di maggioranza. Ricordo le vivaci discussioni che ogni tanto ci sono state con l'ottimo collega senatore Errani, con il quale è sempre piacevole il confronto. Questo provvedimento è estremamente importante, perché fondamentalmente almeno una volta in ogni legislatura prova a ridefinire - come credo faremo anche nella prossima - i parametri della concorrenza e del mercato in relazione a quello che poi osserviamo accadere fuori da queste Aule, nel mercato, e che i consumatori e gli utenti ci chiedono. Sappiamo che l'Italia è l'ottava economia mondiale, ma secondo i dati del report sulla competitività mondiale del World Economic Forum si colloca al trentesimo posto nel mondo per il livello di concorrenza. Questa posizione che l'Italia ha mantenuto con riferimento al parametro della concorrenza non è che abbia fatto crescere maggiormente il PIL del nostro Paese, che come sappiamo perfettamente non è cresciuto come quello di altri Paesi con i quali ci dobbiamo confrontare. Questa mancanza di crescita, dovuta a sacche di inefficienza, come diceva anche il professor Monti, va rimossa, perché poi ce lo chiedono i consumatori e le future generazioni, ma anche una politica responsabile. Sappiamo che questo è un provvedimento collegato al Piano nazionale di ripresa e resilienza che serve a tirare una parte significativa di risorse che vanno - lo sappiamo - alla transizione ecologica e a quella digitale e quindi un atto di responsabilità della politica impone di fare uno sforzo verso la modernità, combattendo le rendite, superando gli atteggiamenti nostalgici del passato e occupandoci di interpretare, magari anche con un po' di anticipo, quello che chiede il mercato. A mio parere, la politica in questo senso deve cercare di unire pragmatismo e visione, perché è fondamentale, nel XXI secolo, visto che i cambiamenti saranno sempre più disruptive e meno prevedibili, quindi dobbiamo fare uno sforzo per provare ad anticiparli e questo sarà possibile se sapremo coniugare visione con pragmatismo. È bene che l'Italia, dopo che ha fatto questo sforzo, sia più autorevole in Europa, attraverso il Governo Draghi, che rappresenta il nostro Paese autorevolmente a livello europeo, non solo ma anche mondiale, e provi a definire una politica industriale europea, per poter contare molto di più. Non ci possiamo muovere come topolini, ma dobbiamo muoverci con una struttura industriale all'interno dell'Europa per combattere i giganti che vediamo in questa economia mondiale e globalizzata. (Applausi) . Tante volte con il vice Ministro e caro amico Pichetto Fratin abbiamo fatto discorsi sulla globalizzazione, che non voglio assolutamente intendere come un mostro, ma certamente come un fenomeno complesso, che va governato. Penso che l'atteggiamento serio e responsabile della politica verso la globalizzazione sia quello che in qualche modo preveda a monte uno studio approfondito di questo fenomeno, del quale tutti ci riempiamo la bocca, ma che non conosciamo nella sua profondità, per governarlo, visto che non può essere assolutamente né fermato né combattuto. Pensate che mi sono tolta la soddisfazione di andare a leggere un po' su Internet: il fenomeno della globalizzazione ha radici antichissime, è nato addirittura nel 1600, periodo cui risale la sua prima fase e la seconda si manifesta nel 1700 e 1800; partiamo dalla terza - per poi arrivare a quella che viviamo ancora oggi, che è la quarta fase - che coincide sostanzialmente con la vittoria degli Stati Uniti d'America e dell'Unione Sovietica nella Seconda guerra mondiale e il relativo disfacimento dei vecchi imperi coloniali, inclusi quelli francese e inglese, anche se si trovavano dalla parte dei vincitori. Con il trattato di Bretton Woods del 1944, il dollaro, come sappiamo, diventa centrale nel commercio mondiale, i prezzi dei beni globali si armonizzano e, al tempo stesso, iniziano le azioni di Banca mondiale, da un lato, e Fondo monetario internazionale, dall'altro, che danno una spinta significativa e importante al movimento dei capitali e agli investimenti nei Paesi in via di sviluppo. Arriviamo adesso alla quarta fase, quella che stiamo sostanzialmente vivendo oggi e che inizia nel 2001, con l'entrata della Cina nella World Trade Organization, in cui iniziano anche le dinamiche migratorie dal Sud-Est all'Ovest del mondo. In questa fase, che - lo ripeto - stiamo tutt'ora vivendo, la crescita della Cina, della popolazione mondiale nei Paesi in via di sviluppo e soprattutto della tecnologia (con la cosiddetta digitalizzazione) hanno portato a grandissimi cambiamenti e a un aumento generalizzato della globalizzazione, intesa come scambio di beni e servizi - soprattutto di beni - e movimenti di persone. L'economia mondiale è fondamentalmente cambiata, però le regole della World Trade Organization sono rimaste sostanzialmente inalterate: l'hanno detto anche al G20, se non sbaglio, nell'ottobre 2021.