[pronunce]

, ravvisandone il contrasto con l'art. 3 Cost., in ragione del difforme trattamento riservato a soggetti parimenti interessati a dolersi di un atto di autotutela illegittimo della pubblica amministrazione, a seconda che si tratti di persone detenute o in stato di libertà: non essendo riconosciuti alle prime efficaci strumenti di reazione processuale, di cui fruiscono invece le seconde, quale l'azione di annullamento; che sarebbe leso, altresì, l'art. 24 Cost., giacché il detenuto titolare di un interesse legittimo o di un diritto soggettivo non avrebbe la possibilità di farlo valere utilmente in giudizio, rimanendo la tutela giurisdizionale invocata priva di effettività; che la norma censurata violerebbe, infine, l'art. 113 Cost., in forza del quale contro gli atti della pubblica amministrazione deve essere sempre consentita la tutela giurisdizionale; che è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, il quale ha chiesto che la questione sia dichiarata inammissibile per omessa motivazione in ordine alla non manifesta infondatezza o, in subordine, rigettata nel merito. Considerato che il Magistrato di sorveglianza di Lecce dubita, in riferimento agli articoli 3, 24 e 113 della Costituzione, della legittimità costituzionale dell'articolo 69, comma 5, della legge 26 luglio 1975, n. 354 (Norme sull'ordinamento penitenziario e sull'esecuzione delle misure privative e limitative della libertà), nella parte in cui non conferisce al magistrato di sorveglianza il potere di annullare, in sede di decisione sul reclamo proposto da un detenuto, il provvedimento adottato dall'amministrazione penitenziaria in via di autotutela; che - a prescindere da ogni rilievo circa la reale validità dell'assunto posto a base del dubbio di costituzionalità, stando al quale il magistrato di sorveglianza non disporrebbe di poteri sufficienti ad assicurare un'effettiva tutela della posizione giuridica del detenuto nella specifica ipotesi della quale si discute - è pregiudiziale e dirimente la constatazione che il rimettente non ha fornito un'adeguata motivazione in ordine alla rilevanza della questione nel procedimento principale; che il giudice a quo chiede, infatti, alla Corte di ampliare i poteri del magistrato di sorveglianza nell'ipotesi di accoglimento del reclamo, con l'ovvia conseguenza che in tanto la questione può rilevare nel caso concreto, in quanto l'impugnativa del detenuto risulti fondata: riconoscere al rimettente il richiesto potere di annullamento, in luogo di quello di semplice disapplicazione dell'atto amministrativo, modificherebbe l'esito del giudizio a quo solo se vi fossero i presupposti per esercitarlo; che, a tale riguardo, il rimettente ha indicato in modo puntuale le ragioni, organizzative e di sicurezza, addotte dall'amministrazione penitenziaria a sostegno del contestato provvedimento di revoca in autotutela della precedente autorizzazione all'uso di un computer portatile personale da parte dell'interessato; che, sull'altro fronte, nessuna indicazione è stata invece fornita dal giudice a quo riguardo alla fondatezza delle doglianze del reclamante - peraltro neppure specificate, al di là del semplice riferimento alla denuncia della «violazione di legge» - né, comunque e più in generale, in ordine all'esistenza di elementi idonei ad inficiare le valutazioni poste a base dell'atto di autotutela dell'autorità penitenziaria: con il risultato di precludere alla Corte la necessaria verifica in ordine alla rilevanza della questione; che il riscontrato difetto di motivazione sulla rilevanza determina la manifesta inammissibilità della questione (ex plurimis, ordinanze n. 130 del 2012, n. 284 e n. 220 del 2011), rimanendo assorbita la diversa eccezione di inammissibilità formulata dall'Avvocatura dello Stato. Visti gli artt. 26, secondo comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87, e 9, comma 2, delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale.. . per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE dichiara la manifesta inammissibilità della questione di legittimità costituzionale dell'articolo 69, comma 5, della legge 26 luglio 1975, n. 354 (Norme sull'ordinamento penitenziario e sull'esecuzione delle misure privative e limitative della libertà), sollevata, in riferimento agli articoli 3, 24 e 113 della Costituzione, dal Magistrato di sorveglianza di Lecce con l'ordinanza indicata in epigrafe. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 3 giugno 2013. F.to: Franco GALLO, Presidente Giuseppe FRIGO, Redattore Gabriella MELATTI, Cancelliere Depositata in Cancelleria il 5 giugno 2013. Il Direttore della Cancelleria F.to: Gabriella MELATTI