[pronunce]

, infatti, la persona alla quale le cose sono state sequestrate è legittimata, rispettivamente, a chiedere il riesame del decreto di sequestro e a proporre appello contro le ordinanze in materia di sequestro, e il giudice rimettente ritiene che nella fase delle indagini preliminari e nel corso del giudizio di primo grado questi rimedi siano idonei a garantire il diritto di difesa del terzo, benché a questo sia inibita la partecipazione al giudizio. Una volta disposta con la sentenza di primo grado la confisca, questi e altri rimedi sarebbero però preclusi al terzo estraneo al processo penale, il quale subirebbe di conseguenza gli effetti del provvedimento ablatorio fino al passaggio in giudicato della confisca, senza poterli contestare in sede giurisdizionale. Solo dopo tale passaggio in giudicato il terzo avrebbe modo di sottrarsi agli effetti della confisca, promuovendo, attraverso l'art. 676 cod. proc. pen. , un incidente di esecuzione per contestare la fittizietà dell'intestazione e fare accertare il proprio diritto sul bene. I dubbi di legittimità costituzionale del giudice rimettente investono perciò il solo segmento processuale che va dall'adozione della confisca, con la sentenza di primo grado, fino alla definitività di tale statuizione. La Corte di cassazione ritiene violato anzitutto l'art. 3 Cost., perché il legislatore avrebbe regolato diversamente due fattispecie da reputarsi uguali quanto all'ablazione del diritto di proprietà che esse comportano. Mentre infatti la confisca disciplinata dall'art. 12-sexies del d.l. n. 306 del 1992 può essere applicata senza che il terzo possa impugnare la relativa decisione, al contrario, nell'ambito del procedimento applicativo della confisca di prevenzione prevista dal decreto legislativo 6 settembre 2011, n. 159 (Codice delle leggi antimafia e delle misure di prevenzione, nonché nuove disposizioni in materia di documentazione antimafia, a norma degli articoli 1 e 2 della legge 13 agosto 2010, n. 136), è espressamente garantita la partecipazione dei terzi proprietari o comproprietari dei beni sequestrati (art. 23, comma 2, del d.lgs. n. 159 del 2011). In secondo luogo, la paralisi imposta alla reazione giurisdizionale del terzo contro la confisca, nel periodo compreso tra la sentenza di primo grado che l'ha disposta e il passaggio in giudicato del provvedimento ablatorio, comporterebbe la violazione del diritto di difesa nel giusto processo, assicurato dagli artt. 24, 111, e 117, primo comma, Cost., quest'ultimo in relazione agli artt. 6 e 13 della CEDU, e la violazione del diritto di proprietà al quale è finalizzata la difesa (artt. 42 e 117, primo comma, Cost., quest'ultimo in relazione all'art. 1 del Primo Protocollo addizionale alla CEDU). Il giudice rimettente ritiene che la soluzione costituzionalmente obbligata per garantire la pienezza del diritto di difesa sia costituita dalla introduzione della facoltà di proporre appello contro la statuizione recante la confisca, perché l'incidente di esecuzione, comunque esperibile dopo il passaggio in giudicato del capo della sentenza relativo al provvedimento ablatorio, sarebbe a tal fine inadeguato, a causa della natura semplificata della procedura e del fatto che essa resterebbe comunque «influenzat[a]» dalle prove acquisite nel corso del processo penale di cognizione, al quale il terzo non può partecipare. Per queste ragioni il rimettente dubita della legittimità costituzionale delle disposizioni censurate, e sottolinea che l'accoglimento delle questioni, introducendo la facoltà di proporre appello a favore del terzo, comporterebbe l'annullamento con rinvio della sentenza oggetto del ricorso per cassazione, con la quale gli appelli sono stati dichiarati inammissibili. 2.- Nelle more del giudizio è sopraggiunto l'art. 31 della legge 17 ottobre 2017, n. 161 (Modifiche al codice delle leggi antimafia e delle misure di prevenzione, di cui al decreto legislativo 6 settembre 2011, n. 159, al codice penale e alle norme di attuazione, di coordinamento e transitorie del codice di procedura penale e altre disposizioni. Delega al Governo per la tutela del lavoro nelle aziende sequestrate e confiscate), che ha introdotto un comma 4-quinquies nel corpo dell'art. 12-sexies del d.l. n. 306 del 1992. Questa disposizione ha stabilito che nel processo di cognizione ove può disporsi la confisca «devono essere citati i terzi titolari di diritti reali o personali di godimento sui beni in stato di sequestro, di cui l'imputato risulti avere la disponibilità a qualsiasi titolo». Il legislatore ha così introdotto una regola che, superando gli stessi limiti entro cui sono state formulate le odierne questioni di legittimità costituzionale, garantisce il diritto del terzo di partecipare fin dal giudizio di primo grado, al fine di permettergli l'esercizio della difesa e, correlativamente, di rendergli pienamente opponibile l'eventuale confisca. Lo ius superveniens però non determina effetti sul presente giudizio incidentale, perché non può trovare applicazione nel giudizio a quo, contenendo una normativa processuale soggetta al principio tempus regit actum. In base alla giurisprudenza di questa Corte infatti non va disposta la restituzione degli atti al giudice a quo quando il mutamento del quadro normativo è «palesemente ininfluente» nel processo principale (sentenza n. 203 del 2016). 3.- Preliminarmente va dichiarata l'inammissibilità delle questioni di legittimità costituzionale, diverse da quelle sollevate dal giudice rimettente, proposte dalle parti del giudizio a quo, che si sono costituite nel processo incidentale (ex plurimis, sentenze n. 213 del 2017 e n. 327 del 2010; ordinanza n. 138 del 2017). Si tratta della dedotta violazione dell'art. 117, primo comma, Cost., in relazione al diritto dell'Unione, e in particolare all'art. 47 della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea, proclamata a Nizza il 7 dicembre 2000 e, in una versione adattata, il 12 dicembre 2007 a Strasburgo, alla direttiva n. 2014/42/UE (Direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio relativa al congelamento e alla confisca dei beni strumentali e dei proventi da reato nell'Unione europea) e alla decisione quadro n. 2005/212/GAI (Decisione quadro del Consiglio relativa alla confisca di beni, strumenti e proventi di reato). 4.- Anche le questioni sollevate dalla Corte di cassazione sono inammissibili. La Corte di cassazione, al fine di motivare la non manifesta infondatezza di ciascuna di esse, combina due premesse. In primo luogo afferma che gli strumenti giurisdizionali posti a disposizione del terzo sono conformi ai parametri costituzionali indicati con riguardo, sia alla fase delle indagini preliminari, sia a quella del giudizio di primo grado, durante le quali, come si è visto, è consentito al terzo chiedere il riesame del decreto di sequestro (art. 322 cod. proc. pen.), proporre appello contro le ordinanze in materia di sequestro preventivo (art. 322-bis cod. proc. pen.)