[pronunce]

che, a tal proposito, il rimettente pone in evidenza come il rito direttissimo sia caratterizzato dalla rapida ed incontrovertibile delibazione di fatti nella sede dibattimentale mentre la recente innovazione legislativa, introdotta con il decreto-legge 23 maggio 2008, n. 2 (Misure urgenti in materia di sicurezza pubblica), convertito, con modificazioni, dall'art. 1, comma 1, della legge 24 luglio 2008, n. 125, che ha reso obbligatoria tale forma di giudizio, «con le ricadute che ciò comporta in termini di carico di lavoro, non pare possa relegare il tribunale a spettatore inerte di flagranze inesistenti»; che il Tribunale, pur non ignorando che il controllo della convalida dell'arresto è demandato alla Corte di cassazione, ai sensi dell'art. 391, comma 4, cod. proc. pen. , osserva come il mancato esperimento del relativo ricorso non equivalga a rendere legale l'arresto stesso; che, ad avviso del giudice a quo, inoltre, la norma censurata viola anche l'art. 111 Cost., in quanto, non consentendo al giudice del dibattimento di sindacare incidenter tantum la convalida già effettuata dal giudice per le indagini preliminari, al solo fine di stabilire se il giudizio direttissimo sia da ritenere ritualmente e correttamente instaurato, impedirebbe la celebrazione di un processo equo; che, in punto di rilevanza, il rimettente sottolinea che il giudizio in corso deve proseguire, benché sussista l'evidenziato vulnus difensivo nei confronti degli imputati, in quanto, secondo il consolidato orientamento della Corte di cassazione, nel caso di specie «non è possibile dichiarare la nullità della citazione per direttissima, blindata da una formale intervenuta convalida, ancorché non motivata, dell'arresto in flagranza per i reati dei quali sono chiamati a rispondere»; che nel giudizio di legittimità costituzionale, con atto depositato il 23 giugno 2010, è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che la questione sia dichiarata inammissibile o manifestamente infondata; che, ad avviso della difesa dello Stato, la questione deve essere dichiarata non fondata in virtù dell'orientamento della Corte secondo cui il legislatore, nel definire la disciplina del processo e la conformazione dei relativi istituti, gode di ampia discrezionalità, il cui esercizio è censurabile sul piano della legittimità costituzionale, solo ove le scelte operate trasmodino nella manifesta irragionevolezza e nell'arbitrio (al riguardo l'Avvocatura richiama l'ordinanza n. 67 del 2007, nonché le sentenze n. 379 del 2005, n. 180 del 2004 e le ordinanze n. 389, n. 215 del 2005 e n. 265 del 2004); che, con specifico riferimento agli argomenti utilizzati dal rimettente, la difesa dello Stato osserva come nel caso disciplinato dall'art. 449, comma 1, cod. proc. pen. , il giudizio di convalida sia riservato al controllo dello stesso giudice del dibattimento, mentre nel caso previsto dal 4° comma della disposizione, il controllo sulla legittimità dell'arresto e della convalida sia compito esclusivo del gip, e al giudice del dibattimento spetta solo «di verificare che l'arresto in flagranza sia stato convalidato e che la presentazione dell'imputato all'udienza sia avvenuta non oltre il quindicesimo giorno dall'arresto»; che, in particolare, l'Avvocatura generale dello Stato sostiene che l'assetto delle competenze del giudice per le indagini preliminari e del giudice del dibattimento non comporta alcun vulnus ai diritti di difesa, potendo la eventuale insussistenza del requisito della flagranza essere fatta valere tramite ricorso in cassazione avverso la convalida dell'arresto ad opera dello stesso gip e rimanendo, comunque, ferma la possibilità di difendersi dall'accusa davanti al giudice del dibattimento; che, infine, la restituzione degli atti al giudice per le indagini preliminari determinerebbe una dilatazione dei tempi processuali in contrasto con il principio della ragionevole durata del processo. Considerato che il Tribunale di Taranto ha sollevato, in riferimento agli articoli 24 e 111 della Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell'art. 449, comma 4, del codice di procedura penale, nella parte in cui non prevede che il giudice investito del giudizio direttissimo possa restituire gli atti al pubblico ministero quando abbia constatato la non flagranza del reato; che, come il giudice a quo riferisce, gli imputati C. B., R. V. e R. G. sono stati tratti a giudizio direttissimo, ai sensi dell'art. 449, comma 4, cod. proc. pen. , insieme con l'imputato C. C., il quale ha definito il processo mediante sentenza emessa ai sensi dell'art. 444 cod. proc. pen. ; che il giudicante, dopo aver pronunciato la sentenza nei confronti dell'imputato C. C., ai sensi dell'art. 444 cod. proc . pen. , si è dichiarato incompatibile alla trattazione del giudizio direttissimo per gli altri imputati, sicché il rito speciale nei loro confronti è stato assegnato al medesimo rimettente; che quest'ultimo, esposte le circostanze in cui gli arresti furono eseguiti, riassunte nella narrativa che precede, osserva che a seguito delle richieste del pubblico ministero, il giudice per le indagini preliminari li convalidava con la motivazione «perché eseguiti in flagranza», emettendo misure cautelari coercitive, e ritiene che certamente il reato di rissa e quelli contro l'incolumità personale non avvennero in un contesto spaziale e temporale caduto sotto la diretta percezione della polizia onde non si comprende perché fu effettuato l'arresto in flagranza; che, ad avviso del giudice a quo, la procedura prevista dalla disposizione censurata presenta una «evidente anomalia» in ordine alla differente disciplina stabilita con riferimento alla fattispecie processuale di cui ai commi 1 e 2, ed a quella di cui al comma 4; che il rimettente, in particolare, individua «una contraddizione logica non sostenibile» nel dato che, se la convalida dell'arresto è demandata allo stesso giudice del dibattimento (art. 449, comma 1, cod. proc. pen.), la mancata convalida comporta la restituzione degli atti al pubblico ministero (art. 449, comma 2, cod. proc. pen.), «perché proceda nelle forme ordinarie»; invece, se il giudice per le indagini preliminari ha convalidato l'arresto ed il pubblico ministero presenta l'imputato al giudice perché proceda a giudizio direttissimo (art. 449, comma 4, cod. proc. pen.), la dizione della norma parrebbe imporre la celebrazione, comunque, di detto giudizio; che, ad avviso del giudice a quo, la disposizione censurata viola l'art. 24 Cost. perché essa, se la flagranza è inesistente, non prevedendo la restituzione degli atti al pubblico ministero, priva l'imputato del diritto di vedere accertata la propria responsabilità con regolari indagini preliminari e, se previsto, con il vaglio dell'udienza preliminare;