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Ricordo infatti che, immediatamente dopo l'inizio delle operazioni militari, abbiamo convocato alla Farnesina l'ambasciatore turco a Roma, e il Presidente del Consiglio ha avuto lo scorso 17 ottobre un colloquio telefonico con il presidente Erdogan, nel corso del quale è stata ribadita con determinazione la nostra posizione. C'è un altro ambito, importantissimo, in cui stiamo sviluppando la nostra azione: quello della coalizione anti-Daesh. Fin dall'inizio delle operazioni nel Nord-Est, abbiamo denunciato che l'offensiva della Turchia rischia di fare danni seri agli sforzi compiuti dalla coalizione in questi anni e di pregiudicare i risultati che sono stati ottenuti nell'eliminare la minaccia territoriale del Califfato; risultati raggiunti soprattutto grazie alle forze curde, a cui va tutta la nostra riconoscenza. Abbiamo intensificato il dialogo con i nostri partner per richiamare alla responsabilità tutti i Paesi coinvolti nella lotta al terrorismo. Ci siamo uniti alla richiesta di una riunione ministeriale della coalizione che si terrà a Washington il 14 novembre, comunicando anche la nostra disponibilità a ospitare nel prossimo futuro una nuova riunione ministeriale allargata della coalizione anti-Daesh. Vorrei soffermarmi ora anche sugli ultimi sviluppi sul terreno. Dopo gli scontri violenti dei primi giorni, con un bilancio di vittime anche tra la popolazione civile inaccettabile, le forze armate turche, affiancate dalle milizie siriane del Syrian national army, hanno preso il controllo di un'area di circa 1.500 chilometri quadrati, che si estende lungo la linea di confine tra i centri urbani di Tell Abyad e Ras al Ain, entrando in territorio siriano per 32 chilometri. Un'intesa tra le forze curde e il regime di Damasco, mediata da Mosca, ha reso possibile un riposizionamento delle forze armate della Siria, sostenute dalle unità dell'esercito russo già presenti. L'esercito di Damasco è riuscito a dispiegarsi a Ovest dell'Eufrate nella regione di Manbij, al confine con la Turchia, nella città di Kobane, simbolo della lotta contro Daesh, strappata ai terroristi solo grazie al sacrificio dei combattenti curdi. Su questo scenario lo scorso 17 ottobre si è inserita l'intesa tra Turchia e Stati Uniti, che ha permesso di raggiungere una tregua di centoventi ore (cinque giorni) e un primo ripiegamento delle forze curde che sono uscite da Ras al Ain. Successivamente, dopo l'incontro a Sochi tra il presidente Putin e il presidente Erdogan il 22 ottobre, è stato annunciato l'accordo Turchia-Russia con un'ulteriore tregua di centocinquanta ore (sei giorni) a partire dal 23 ottobre. I termini dell'intesa che le parti hanno reso noti prevedono: la creazione di una safe zone nell'area attualmente controllata dalle forze turche da Tell Abyad a Ras al Ain, che si estende in territorio siriano per 32 chilometri; il ridispiegamento di forze congiunte russo-siriane lungo la restante linea di confine e fino alla profondità di 30 chilometri, con l'obiettivo di facilitare la rimozione di milizie e armi appartenenti alle forze curde dell'Unità di protezione popolare da completare entro le centocinquanta ore dall'inizio della nuova tregua; dopo tale scadenza, la creazione di pattugliamenti congiunti russo-turchi lungo tutta la linea di confine esterna alla safe zone , ad eccezione della città di Qamishli, spingendosi fino a 10 chilometri; la rimozione di milizie e armi dell'Unità di protezione popolare da Manbij a Tell Rifaat, a Est dell'Eufrate. Sono convinto che la condanna ferma da parte della comunità internazionale dell'operazione militare turca abbia avuto un ruolo nel raggiungimento delle due tregue. Per quanto riguarda le prospettive future, a seguito dell'intesa raggiunta a Sochi con la Russia, avallata anche dal Governo di Damasco, il Ministro della difesa turco ha annunciato l'interruzione dell'operazione denominata Fonte di Pace. La tregua nei combattimenti è senz'altro un fatto positivo, ma resta una forte incertezza sulle prospettive di pacificazione duratura nel Nord-Est della Siria. La Turchia ha già espresso la volontà di continuare a colpire le forze curde se queste dovessero continuare a operare nelle zone di confine. Per noi ogni sviluppo che ponga fine agli scontri armati è da accogliere, ma ci sono alcuni punti interrogativi che ci poniamo rispetto ai contenuti dell'intesa che Ankara e Mosca hanno raggiunto, così come resi pubblici, in particolare circa il suo impatto sull'avvio del processo politico. Questo anche alla luce dell'accordo raggiunto sull'inizio dei lavori, proprio oggi, 30 ottobre, del Comitato costituzionale che dovrà accompagnare il percorso di dialogo politico tra le varie componenti del Paese. Siamo aperti a tutte le soluzioni che, in modo pacifico e attraverso il dialogo e la diplomazia, possano portare a una cessazione definitiva delle ostilità, al ritiro delle forze armate turche dalla Siria, al pieno rispetto del diritto internazionale e del diritto internazionale umanitario. Siamo pronti a discutere in modo costruttivo e nelle sedi opportune il raggiungimento di questi obiettivi, in linea con il contributo che l'Italia già dà per la stabilizzazione della regione. Non siamo però disposti ad avallare progetti di "ingegneria demografica", che abbiano l'obiettivo di modificare gli equilibri etnici nel Nord-Est. È un principio cardine che seguiamo in tutta la Siria e su cui l'Unione europea si è sempre espressa in modo chiaro e netto. Con altrettanta fermezza vigileremo affinché l'eventuale rientro dei rifugiati in Siria possa avvenire, in linea con gli standard stabiliti dall'Alto commissariato dell'ONU per i rifugiati, esclusivamente «su base volontaria, in piena sicurezza e in modo dignitoso». Un aspetto su cui occorre mantenere alta l'attenzione è la lotta contro Daesh. La morte del suo leader Al Baghdadi è un ulteriore passo in avanti per neutralizzare la minaccia terroristica rappresentata da Daesh, che resta comunque molto grave e attuale. Non possiamo permetterci di disperdere i risultati fin qui raggiunti. Per questo la riunione della coalizione è importante: ci permetterà, infatti, di aggiornare la nostra strategia contro i terroristi alla realtà sul terreno. Al di là del contesto specifico del Nord-Est siriano e considerando la crisi nel suo complesso, voglio ribadire che sosteniamo e sosterremo l'avvio di un processo politico credibile e inclusivo, sotto l'egida delle Nazioni Unite, lungo la strada tracciata dalla risoluzione 2254 del Consiglio di sicurezza. Questo è l'unico percorso sostenibile per riportare la pace in Siria, uno dei Paesi simbolo di quelle identità che caratterizzano il Mediterraneo. Abbiamo bisogno che la comunità internazionale agisca in modo compatto, mettendo da parte logiche di spartizione territoriale che rischiano solo di esacerbare ulteriormente la situazione sul terreno. E continuiamo a operare in modo che tutti gli attori chiave per la situazione siriana si impegnino a dialogare in modo franco e aperto. In attesa di una soluzione politica, l'Italia continuerà a essere vicina al popolo siriano e a dare assistenza umanitaria in tutto il Paese.