[pronunce]

In particolare, mancherebbe «uno specifico petitum», poiché l'autorità giudiziaria si sarebbe limitata a ordinare la trasmissione degli atti alla Corte costituzionale, senza espressamente chiedere di annullare la deliberazione di insindacabilità. Inoltre, poiché il Tribunale chiede alla Corte di dichiarare che non spetta alla Camera di effettuare la valutazione contenuta nella deliberazione impugnata e di annullare «se del caso» detta delibera, esso avrebbe rimesso alla Corte la valutazione dell'opportunità di tale annullamento, non assolvendo l'onere gravante sul ricorrente di esprimere inequivocabilmente la pretesa che intende far valere. Ancora, secondo la resistente, l'atto introduttivo sarebbe inammissibile, in quanto non conterrebbe né una sufficiente descrizione delle opinioni espresse extra moenia dal deputato, tant'è che il ricorrente rinvierebbe, a tal fine, ad atti allegati, né «alcuna indicazione delle “ragioni del conflitto”». La difesa della Camera dei deputati aggiunge che le anzidette cause di inammissibilità del conflitto non potrebbero essere superate nemmeno facendo leva su un criterio «sostanzialistico» nell'esame dell'atto introduttivo; criterio, che – secondo la difesa della resistente – sarebbe stato seguito da questa Corte nella sentenza n. 421 del 2002. 6. – In subordine, la resistente ritiene che il ricorso debba essere dichiarato irricevibile. Al riguardo, pur ricordando come questa Corte abbia «con numerose, recenti pronunce» rigettato analoghe eccezioni, insiste nel proporre l'eccezione relativa alla infungibilità del ricorso e dell'ordinanza, sottolineando come l'utilizzazione della forma dell'ordinanza comporterebbe la violazione del principio della parità delle armi tra le parti del giudizio. In particolare, la difesa della resistente rileva come, in tal modo, l'autorità giudiziaria eluderebbe il disposto dell'art. 6 delle norme integrative per giudizi davanti alla Corte costituzionale, il quale, al comma 1, obbliga la parte a depositare i propri documenti in tante copie quanti sono i componenti della Corte e le parti e, al comma 2, prevede che il cancelliere non possa ricevere gli atti e i documenti che non siano corredati del necessario numero di copie. 7. – In ulteriore subordine, la difesa della Camera dei deputati sostiene che, nel merito, il ricorso debba essere rigettato. Al riguardo, la resistente ricorda come la «questione della bandiera italiana sia stata oggetto di ripetuta attenzione da parte dei parlamentari della Lega Nord, che hanno costantemente avversato, anche con durezza, le norme sulla sua esposizione e sulla sua celebrazione». A conferma di ciò, viene riportato il contenuto delle dichiarazioni rese, nel corso dei lavori parlamentari, da alcuni senatori leghisti. Ad avviso della difesa della Camera, inoltre, «gli aspri toni usati dall'on. Bossi» erano già rinvenibili negli emendamenti presentati da taluni parlamentari della Lega Nord sia alla Camera che al Senato «in ordine a quella che sarebbe poi divenuta la legge n. 22 del 1998», «significativi della disistima nei confronti della bandiera nazionale». Attraverso tali atti tipici della funzione parlamentare sarebbe stata, dunque, manifestata la stessa opinione espressa extra moenia dal deputato Bossi. Inoltre, la difesa della Camera sottolinea come la questione della bandiera sia connessa inestricabilmente con l'iniziativa parlamentare della Lega Nord per l'indipendenza della Padania, estrinsecatasi nella presentazione di alcune proposte di legge nonché in interrogazioni parlamentari. Ai fini della esclusione della garanzia di cui all'art. 68 Cost., sarebbe ininfluente la circostanza che gli autori degli atti parlamentari tipici non coinciderebbero con l'autore delle dichiarazioni extra moenia, dal momento che la ratio dell'insindacabilità risiederebbe nell'esigenza di garantire la funzione parlamentare contro le interferenze di un altro potere, e, dunque, di tutelare le istituzioni rappresentative e non i loro membri, con la conseguenza che la “paternità” delle dichiarazioni non avrebbe alcuna rilevanza ai fini della sussistenza della garanzia. Le dichiarazioni rese dal deputato Bossi sarebbero, pertanto, assistite dalla prerogativa dell'insindacabilità, dal momento che riprodurrebbero all'esterno opinioni già rese in atti tipici della funzione. Il fatto che esse siano state manifestate extra anziché intra moenia sarebbe «meramente accidentale», dal momento che il discrimine tra ciò che deve e ciò che non può essere tutelato andrebbe ravvisato «nella oggettiva connessione delle opinioni con il “complessivo contesto parlamentare”, e cioè con i contenuti (di volta in volta modificantisi) della “politica parlamentare”». Al riguardo, la difesa della Camera aggiunge di essere consapevole che questa Corte, con le sentenze n. 10 e n. 11 del 2000, è pervenuta a soluzioni diverse da quelle prospettate; nondimeno, «si auspica che l'indirizzo giurisprudenziale più recente sia oggetto […] di un ripensamento». Infine, la Camera contesta l'affermazione, contenuta nell'atto introduttivo del conflitto, secondo cui le espressioni impiegate dal deputato Bossi costituirebbero meri insulti. Si fa notare come, nel caso di specie, non si tratti di insulti, bensì, «tutt'al più», di vilipendio. Inoltre, secondo la resistente, la giurisprudenza costituzionale citata dalla Corte di appello (sentenza n. 137 del 2001) non conterrebbe «affermazioni drastiche in ordine all'esclusione delle espressioni insultanti dal novero delle opinioni guarentigiate dall'art. 68, primo comma, della Costituzione». 8. – In prossimità dell'udienza pubblica la difesa della Camera dei deputati ha depositato una memoria, nella quale ribadisce puntualmente tutte le eccezioni di inammissibilità del conflitto già sollevate nell'atto di costituzione in giudizio. La difesa della Camera eccepisce, inoltre, che l'emanazione, nelle more del procedimento, della legge 24 febbraio 2006, n. 85 (Modifiche al codice penale in materia di reati di opinione), che ha sostituito l'art. 292 cod. pen. , renderebbe necessaria una nuova valutazione, da parte dell'autorità giudiziaria, della sussistenza dell'interesse al ricorso. In particolare, la legge richiamata, nel richiedere che il vilipendio avvenga «con espressioni ingiuriose», imporrebbe al Tribunale di procedere ad una «nuova qualificazione della fattispecie concreta in ragione della mutata fattispecie astratta». Pertanto il ricorso sarebbe «inammissibile, ovvero improcedibile per sopravvenuto difetto dell'apprezzamento (e della motivazione) dell'interesse a ricorrere». Quanto al merito, la resistente dà atto che questa Corte, nella sentenza n. 249 del 2006 avente ad oggetto una fattispecie analoga, ha affermato che l'uso del turpiloquio non può essere ritenuto esercizio delle funzioni parlamentari, e tuttavia contesta che la Corte, nel giudizio per conflitto di attribuzione, possa esaminare il merito delle opinioni espresse da un parlamentare, «attesa la nota irrilevanza dell'offensività delle opinioni manifestate» ai fini dell'applicazione della prerogativa dell'art. 68, primo comma, Cost..