[pronunce]

Secondo il remittente, mentre per gli uomini fino al compimento della età indicata non era neppure ipotizzabile una opzione, tenuto conto del fatto che essi prima della suddetta età non potevano essere ammessi a godere del trattamento pensionistico di vecchiaia, per le donne (che hanno continuato a poter beneficiare della pensione di vecchiaia a partire da una età anagrafica inferiore) si è nuovamente posta la necessità di presentare entro termini perentori previsti dalla legge una apposita domanda di prosecuzione del rapporto al fine di ottenere un innalzamento dell'età lavorativa uguale a quello previsto per gli uomini, ancorchè non più in applicazione dell'art. 4 della legge n. 903 del 1977 (modificato sul punto dalla citata sentenza n. 498 del 1988), ma facendo riferimento all'art. 6 del d.l. n. 791 del 1981. Tale situazione renderebbe non manifestamente infondata la sollevata questione. Infatti, secondo il giudice a quo, non appare irragionevole ritenere che l'art. 4, comma 2, della legge n. 108 del 1990, in combinato disposto con le altre disposizioni impugnate, debba essere interpretato nel senso che esso impone alle lavoratrici l'onere di optare per la prosecuzione del rapporto di lavoro per poter godere, fino al raggiungimento dei crescenti limiti di età previsti nell'arco degli anni tra il 1995 e il 2000, delle medesime garanzie di stabilità riconosciute, senza necessità di provvedere al medesimo adempimento, ai dipendenti di sesso maschile. Conclude il remittente affermando che la rilevanza della sollevata questione emerge dal fatto che la controversia sub iudice non può essere decisa senza l'applicazione del citato art. 4, comma 2, tenendo conto degli ulteriori interventi legislativi indicati «i quali, pur modificando solo l'individuazione dell'età pensionabile, hanno inciso, sotto il profilo sopra detto, anche sull'età lavorativa». 2.— Nel giudizio davanti alla Corte si è costituita la lavoratrice che ha concluso nel senso di una valenza generale della ratio della citata sentenza n. 498 del 1988, e quindi ribadendo l'esattezza della soluzione interpretativa adottata dal giudice di primo grado. Infatti, una volta affermato dalla Corte il diritto della donna a proseguire il rapporto fino agli stessi limiti di età fissati per gli uomini, automaticamente, nella specie, la ricorrente sarebbe stata esonerata dall'opzione stessa, essendo appunto di sessantatre anni l'età pensionabile degli uomini. Diversamente opinando, si osserva, ella sarebbe stata licenziabile non già al compimento del sessantesimo anno di età, ma fin dal compimento del cinquantottesimo anno.1. — Il Tribunale di Roma dubita della legittimità costituzionale del combinato disposto dell'art. 4, comma 2, della legge 11 maggio 1990, n. 108 (Disciplina dei licenziamenti individuali), dell'art. 6 del decreto-legge 22 dicembre 1981, n. 791 (Disposizioni in materia previdenziale), convertito in legge 26 febbraio 1982, n. 54, dell'art. 6, comma 1, della legge 29 dicembre 1990, n. 407 (Disposizioni diverse per l'attuazione della manovra di finanza pubblica 1991-1993), modificato dall'art. 1, comma 2, del decreto legislativo 30 dicembre 1992, n. 503 (Norme per il riordinamento del sistema previdenziale dei lavoratori privati e pubblici, a norma dell'art. 3 della legge 23 ottobre 1992, n. 421), a seguito dell'entrata in vigore dell'art. 1, comma 1, dello stesso decreto legislativo n. 503 del 1992, come modificato dall'art. 11, comma 1, della legge 23 dicembre 1994, n. 724 (Misure di razionalizzazione della finanza pubblica) -disposizioni che conservano efficacia in via transitoria secondo quanto stabilito dall'art. 1, comma 23, della legge 8 agosto 1995, n. 335 (Riforma del sistema pensionistico obbligatorio e complementare)-. Secondo il giudice remittente dal suindicato complesso di norme risulterebbe che, nel regime transitorio vigente nel periodo 1° gennaio 1997-30 giugno 1998 (periodo in cui ricade il licenziamento oggetto del giudizio a quo) come regolato dal d.lgs. n. 503 del 1992, mentre gli uomini conservavano la stabilità del posto di lavoro fino al compimento del sessantatreesimo anno di età, coincidendo per loro l'età pensionabile con quella lavorativa, le donne, acquistando il diritto alla pensione di vecchiaia al compimento del cinquantottesimo anno di età, potevano continuare a lavorare fino al sessantesimo in virtù dell'art. 4, comma 2, della legge n. 108 del 1990, ma, per poter fruire del prolungamento dell'età lavorativa fino allo stesso limite previsto per gli uomini, erano soggette all'onere dell'opzione di cui all'art. 6 del citato d.l. n. 791 del 1981 e ciò in contrasto con il principio della parità, riguardo all'età lavorativa, tra uomo e donna, ribadito da questa Corte, proprio con riguardo all'illegittimità dell'onere della opzione, con la sentenza n. 498 del 1988. 2.— La questione non è fondata per le considerazioni che seguono. L'evoluzione legislativa in materia di età pensionabile, di età lavorativa e dei loro rapporti, sulla quale ha influito questa Corte con ripetuti interventi, consente e quindi impone una interpretazione delle norme impugnate conforme ai precetti di cui agli artt. 3 e 37, primo comma, della Costituzione. L'art. 11 della legge 15 luglio 1966, n. 604 (Norme sui licenziamenti individuali), stabilendo tra l'altro che le disposizioni della legge medesima non si applicavano ai lavoratori in possesso dei requisiti per aver diritto alla pensione di vecchiaia, determinava una disparità tra gli uomini e le donne con riguardo al regime di stabilità del rapporto e quindi all'età lavorativa, dal momento che queste ultime conseguivano il diritto alla pensione di vecchiaia prima degli uomini (e precisamente, all'epoca, al compimento del cinquantacinquesimo anno di età, mentre per gli uomini il limite di età era fissato al sessantesimo anno). Questa Corte, dopo aver ritenuto legittima tale disparità con la sentenza n. 123 del 1969 in considerazione delle peculiarità della condizione femminile nel mondo del lavoro e in seno alla famiglia all'epoca sussistenti, mutò orientamento con la sentenza n. 137 del 1986 quando venne chiamata a pronunciarsi in merito al complesso delle norme che correlando l'età lavorativa -intesa come età oltre la quale il lavoratore può essere licenziato ad nutum- all'età pensionabile -cioè all'età prevista per il conseguimento della pensione di vecchiaia- fissava per le donne, riguardo a quest'ultima, un limite di età inferiore rispetto a quello stabilito per gli uomini.