[pronunce]

ORDINANZA ha pronunciato la seguentenel giudizio di legittimità costituzionale degli artt. 47 e 68 del decreto legislativo 31 dicembre 1992, n. 546 (Disposizioni sul processo tributario in attuazione della delega al Governo contenuta nell'art. 30 della legge 30 dicembre 1991, n. 413), promosso dalla Commissione tributaria provinciale di Campobasso nel procedimento vertente tra la M.G. srl e l'Agenzia delle entrate, direzione provinciale di Campobasso, con ordinanza del 19 giugno 2014, iscritta al n. 185 del registro ordinanze 2014 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 45, prima serie speciale, dell'anno 2014. Visto l'atto di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri; udito nella camera di consiglio del 24 giugno 2015 il Giudice relatore Giuliano Amato. Ritenuto che, con ordinanza del 19 giugno 2014, la Commissione tributaria provinciale di Campobasso ha sollevato, in riferimento agli artt. 3, 24 e 111 della Costituzione, questione di legittimità costituzionale degli artt. 47 e 68 del decreto legislativo 31 dicembre 1992, n. 546 (Disposizioni sul processo tributario in attuazione della delega al Governo contenuta nell'art. 30 della legge 30 dicembre 1991, n. 413), nella parte in cui tali disposizioni prevedono, rispettivamente, che gli effetti della sospensione dell'esecuzione dell'atto impugnato cessino dalla data di pubblicazione della sentenza di primo grado, e che tale sentenza - laddove pronunciata in merito all'impugnazione di atti di diniego - non sia provvisoriamente esecutiva; che il giudice a quo riferisce di essere chiamato a decidere in ordine al ricorso proposto dalla M.G. srl al fine di ottenere l'annullamento, previa sospensione, del provvedimento, emesso dall'Agenzia delle entrate, di revoca dell'autorizzazione a effettuare operazioni intracomunitarie e di contestuale esclusione della medesima ricorrente dall'archivio V.I.E.S. (VAT information exchange system); che, pur ravvisando i presupposti per l'accoglimento del ricorso, la Commissione tributaria ritiene che tale decisione «non consentirebbe di rendere giustizia alla ricorrente», poiché l'art. 47 del d.lgs. n. 546 del 1992 prevede che il potere di sospensione dell'atto impugnato cessi con la sentenza di primo grado; e d'altra parte, il successivo art. 68 del medesimo decreto non prevede che la stessa sentenza, ove pronunciata in merito all'impugnazione di atti di diniego, sia provvisoriamente esecutiva; che, ad avviso del rimettente, tale qualificazione viene riconosciuta alle sole sentenze favorevoli all'ufficio impositore, nonché a quelle che sanciscono l'annullamento di un atto impositivo; viceversa, in caso di accoglimento del ricorso avverso atti di diniego, e quindi in presenza di una decisione favorevole al ricorrente, continuerebbero comunque a prodursi gli effetti sfavorevoli dell'atto impugnato; che sarebbe illegittima la cessazione - a partire dalla sentenza di primo grado - del potere di sospensione dell'atto impugnato per tutti gli atti non impositivi, e in particolare per gli atti di diniego, poiché tale limitazione impedirebbe - anche in presenza di una pronuncia favorevole alla parte ricorrente - la caducazione degli effetti pregiudizievoli di un provvedimento illegittimo; che le sentenze di condanna dell'ente impositore sarebbero eseguibili solo dopo il passaggio in giudicato, sia se obbligano l'amministrazione al pagamento di somme, sia se impongono un comportamento diverso; sarebbe infatti esclusa l'applicabilità del principio di immediata esecutività stabilito dall'art. 337 del codice di procedura civile, alla luce del principio generale sancito dall'art. 2909 del codice civile, in base al quale gli effetti della sentenza si producono quando si sia formato il giudicato formale; che tale disciplina - che riconosce la provvisoria esecutorietà delle sole sentenze di primo grado dalle quali derivi un credito dell'erario - si porrebbe in violazione degli artt. 3, 24 e 111 Cost., in quanto determinerebbe un'ingiustificata disparità di trattamento tra fisco e contribuente, «non potendo l'esecuzione della sentenza fare leva su un diverso tenore delle statuizioni in essa contenute, laddove il beneficiario delle stesse sia l'ente impositore oppure il contribuente; né d'altro canto tale irrazionale scelta del legislatore fiscale può essere giustificata da un eventuale diverso spessore dei contrapposti interessi che si fronteggiano in giudizio»; che, d'altra parte, una diversa soluzione sarebbe possibile, ad avviso del giudice a quo, attraverso un'adeguata interpretazione letterale, logica e sistematica dell'art. 30, comma 1, lettera h), della legge 30 dicembre 1991, n. 413 (Disposizioni per ampliare le basi imponibili, per razionalizzare, facilitare e potenziare l'attività di accertamento; disposizioni per la rivalutazione obbligatoria dei beni immobili delle imprese, nonché per riformare il contenzioso e per la definizione agevolata dei rapporti tributari pendenti; delega al Presidente della Repubblica per la concessione di amnistia per reati tributari ; istituzioni dei centri di assistenza fiscale e del conto fiscale), e degli artt. 47 e 61 del d.lgs. n. 546 del 1992, anche alla luce dei principi affermati dagli organi di giustizia della Unione europea; che, in particolare, non sarebbero decisive - ai fini della limitazione del potere di sospensione al solo giudizio di primo grado - né l'indicazione, nella disposizione impugnata, della Commissione tributaria di primo grado (alla quale, per tale sospensiva, non potrebbe non rivolgersi il contribuente in quel grado del giudizio), né la previsione della cessazione degli effetti della sospensione dalla data di pubblicazione della sentenza di primo grado, in quanto ciò si riferirebbe alla procedura cautelare nei limiti di quel grado del giudizio; che, pertanto, tale interpretazione porterebbe ad escludere, ad avviso del giudice a quo, che il potere di sospensione sia normativamente limitato al giudizio di primo grado; che nel giudizio è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che la questione sia dichiarata inammissibile; che, in via preliminare, la difesa dello Stato ha eccepito il difetto di giurisdizione del giudice a quo, poiché la controversia oggetto del giudizio principale non avrebbe ad oggetto un tributo, come previsto dall'art. 2 del medesimo d.lgs. n. 546 del 1992, bensì la revoca di un'autorizzazione, inidonea ad incidere sul rapporto d'imposta;