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Norme volte ad istituire la Soprintendenza generale di Roma. Onorevoli Senatori. -- Il seguente disegno di legge si fonda su un principio molto semplice: Roma è un bene culturale in quanto città, cioè in quanto sistema unitario di reperti, monumenti, espressioni artistiche, ma anche di case, palazzi, chiese, strade, acquedotti, parchi, campagne e paesaggi, in intra moenia ed extra moenia . Il suo carattere di sistema è per lo più celebrato in maniera retorica ed è spesso dimenticato nella pratica. Il presente testo ne trae invece le conseguenze proponendo due innovazioni legislative: un piano paesaggistico per l'intera città compresa nel confine comunale; l'istituzione di una «grande Soprintendenza» che nello stesso territorio unifica tutte le competenze archeologiche, architettoniche, storico-artistiche, museali e paesaggistiche oggi disperse nelle più disparate strutture ministeriali. Il disegno di legge si inscrive tra le leggi di attuazione delle norme costituzionali, come, ad esempio, il codice dei beni culturali e del paesaggio (di cui al decreto legislativo 22 gennaio 2004, n. 42) e la legge 5 maggio 2009, n. 42, rispettivamente attuative dell'articolo 9 e dell'articolo 114 della Costituzione. Occorre segnalare che la legge 5 maggio 2009, n. 42, ha riconosciuto la specialità di Roma nella definizione delle politiche sui beni culturali, rinviando la disciplina delle relative procedure al capo II del decreto legislativo 18 aprile 2012, n. 61. Purtroppo questo testo è stato scritto senza una chiara definizione della funzione di capitale culturale. Conseguentemente si è ridotto a una mera elencazione di commissioni e di comunicazioni tra Stato e comune di Roma che non hanno prodotto alcun effetto tangibile. Può essere considerato un caso esemplare di «legislazione spensierata», vale a dire un attivismo normativo privo di idee e contenuti. Si propone quindi di superare lo status quo con il provvedimento in esame, che muove, al contrario, da un ambizioso progetto di Roma come capitale culturale. L'articolo 1 del disegno di legge contiene una solenne dichiarazione di preminenza dei beni culturali sopra ogni altro obiettivo del governo del territorio. In tale prospettiva il consumo zero di suolo non resta soltanto uno slogan , ma diventa una regola di trasformazione che impedisce ulteriori edificazioni nell'Agro romano e consente di modificare solo la città esistente, secondo le norme del piano paesaggistico che prevale su tutti gli strumenti urbanistici. La tutela non riguarda più le singole aree o i singoli immobili, ma viene estesa alla città intesa come sistema culturale. La rete dei beni culturali diventa la cornice, l'invariante e il vincolo per la pianificazione territoriale. Il piano paesaggistico è elaborato, adottato e controllato dalla Soprintendenza generale di Roma. In coerenza tra gli obiettivi e gli strumenti, alla concezione unitaria del patrimonio culturale corrisponde un'istituzione unitaria preposta alla tutela. La nuova istituzione è definita sulla base di quattro caratteri fondamentali: è sovrana, in quanto dotata di competenze esclusive nel proprio settore disciplinare; è autonoma, poiché indipendente dal potere politico e fondata su competenze storico-scientifiche; è trasparente, perché rende conto dei risultati alle istituzioni, al mondo culturale, nonché ai cittadini di Roma, d'Italia e del mondo intero; è prestigiosa, giacché autorevole e credibile nella cura del patrimonio storico e dei beni comuni. La Soprintendenza integra tutte le funzioni di tutela del patrimonio e dispone di una competenza esclusiva nel proprio territorio. Le diverse specializzazioni -- archeologiche, architettoniche, storico-artistiche e paesaggistiche -- non solo non vengono disperse ma sono organizzate in apposite Soprintendenze di comparto, all'interno di una grande istituzione della tutela. L'integrazione delle funzioni si accompagna alla molteplicità professionale e scientifica. Tutto ciò ricompone la grave frammentazione funzionale e territoriale che ha pericolosamente indebolito la tutela dei beni culturali nella Capitale. La separazione dei musei dalle Soprintendenze ha determinato gravi inefficienze operative e soprattutto ha reciso una relazione viva tra la fruizione e la conoscenza dei beni, tra le esposizioni e gli scavi, tra i reperti e il contesto storico-urbanistico. È una frattura che potrebbe essere sopportata in tante parti del mondo, tranne che in una città come Roma, così profondamente stratificata nelle diverse epoche storiche. La frattura territoriale, inoltre, è giunta ai limiti dell'assurdo: passeggiando dal centro verso l' extra moenia si incontra dapprima la competenza del Parco Fori-Colosseo; poi, a Porta Capena, entra in scena la Soprintendenza speciale; a Porta San Sebastiano, infine, interviene un'altra istituzione, il Parco dell'Appia, il quale convive nello stesso territorio con il parco di competenza regionale, senza dimenticare che sull'intero territorio permangono le competenze della Soprintendenza comunale. Si tratta di cinque differenti istituzioni che interagiscono disordinatamente nella gestione del patrimonio e impediscono la programmazione di interventi strategici, soprattutto per quanto riguarda il sistema archeologico-paesaggistico Fori-Appia, considerato un valore di interesse metropolitano dalla cultura urbanistica romana. La confusione di competenze ha determinato una grave destrutturazione della salvaguardia del patrimonio. Per di più, una recente sentenza del Consiglio di Stato ha affermato che l'attuale direttore del Parco del Colosseo svolge funzioni di natura organizzativa, di natura economica e solo «sporadicamente» legate alla tutela. Viene da domandarsi, allora, quale dirigente statale sia responsabile della tutela del monumento e dell'area archeologica più importanti al mondo. Nessuno ha risposto finora al quesito. Impedire la disfatta della tutela della Roma antica è la principale motivazione del seguente testo. In positivo, il disegno di legge si propone non solo di riunire tutte le funzioni statali, ma anche di risolvere il vecchio problema del dualismo di competenze tra Stato e comune. Per certi versi la pluralità rappresenta una risorsa, tanto più se ha una radice storica nell'antica separazione tra beni cittadini e amministrazione pontificia. La soluzione qui proposta cerca tuttavia di approdare ad una sintesi equilibrata, garantendo al contempo la pluralità nella definizione dell'indirizzo politico e l'integrazione delle strutture tecnico-scientifiche. Sicché, l'attuale Soprintendenza capitolina diventerebbe parte integrante della nuova istituzione, organizzata come una delle Soprintendenze di comparto. In tal modo sarebbe realizzabile uno stretto coordinamento tra tutela e ricerca. Potrebbero essere associati i servizi di fruizione, ad esempio con una bigliettazione unica per tutti i musei, sia statali che capitolini. Allo stesso tempo il sindaco manterrebbe il potere di nomina del soprintendente di comparto e parteciperebbe al consiglio di amministrazione della nuova istituzione. Il comune di Roma non perderebbe nessuna competenza amministrativa, anzi accrescerebbe il suo peso nella elaborazione dell'intera politica sui beni culturali. La «grande Soprintendenza» è dotata di autonomia statutaria e regolamentare.