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Il 30 maggio Giacomo Matteotti intervenne alla Camera dei deputati affermando che nessun elettore italiano si era trovato libero di decidere con la sua volontà a causa delle intimidazioni delle milizie fasciste durante la fase di presentazione delle liste, nel corso della campagna elettorale ed anche nei seggi. Di conseguenza, affermò che era dubitabile che la lista nazionale avesse ottenuto quel 25 per cento necessario al premio di maggioranza e pertanto non andava convalidata l'elezione dei suoi candidati. Undici giorni dopo, il 10 giugno, giorno nel quale era atteso un suo nuovo intervento alla Camera, uscito dalla sua abitazione sul lungotevere, veniva caricato con forza su un'auto da una squadra di cinque uomini, parte di un gruppo segreto fascista legato al Viminale che si era scelto il nome di Ceka, cioè quello della polizia politica sovietica. Secondo le ricostruzioni, Matteotti continuò a difendersi con grande vigore cercando di liberarsi e uno dei sequestratori lo colpì mortalmente con un pugnale. I cinque finirono per seppellire sommariamente il cadavere non lontano da Roma, dove fu trovato casualmente due mesi dopo. Amerigo Dumini, che comandava la squadra, fu arrestato due settimane dopo. Dal punto di vista politico, la vicenda mise per mesi in gravi difficoltà il primo ministro Mussolini, da molti indicato come il mandante, che ne uscì con il discorso alla Camera del 3 gennaio 1925, nel quale affermò di assumersi ogni responsabilità di quanto era avvenuto. Dal punto di vista giudiziario, nel 1926 Dumini ed altri due uomini della squadra furono condannati a quattro anni, di cui tre cancellati da un'amnistia, per omicidio preterintenzionale. Nel 1947 si tenne un nuovo processo, in cui Dumini fu condannato all'ergastolo per omicidio premeditato. Sei anni dopo, però, fu scarcerato, in virtù dell'amnistia promossa e voluta da Palmiro Togliatti, capo del Partito Comunista. L'insegnamento che si deve trarre dalla figura e dalla vicenda di Giacomo Matteotti - oltre naturalmente al rifiuto e alla condanna della violenza nel confronto politico, da qualunque parte provenga, e all'importanza del rispetto delle regole democratiche, cose che riteniamo scontate, ma che è sempre bene ribadire - è quello di difendere sempre il diritto, che per un parlamentare, per un esponente politico, è anche un dovere, di denunciare le storture e di criticare quanto si ritiene metta in pericolo le istituzioni (in quel caso, la regolarità delle elezioni), di esprimere le proprie convinzioni su quale sia il bene della Nazione e delle sue istituzioni e di criticare fatti e persone che si ritiene vi si oppongano. Auspichiamo che tutto questo emerga nello studiare e celebrare la figura di Giacomo Matteotti nel centenario della sua morte. Vorrei concludere citando una frase del drammatico discorso di Giacomo Matteotti del 30 maggio del 1924. Al Presidente della Camera, che lo invitava a proseguire il suo intervento, nonostante le interruzioni di tanti avversari, ma di farlo prudentemente, rispose: «Io chiedo di parlare non prudentemente, né imprudentemente, ma parlamentarmente». Ecco, il parlamentare deve sempre parlare come tale, esprimendo le sue convinzioni su ciò che è l'interesse della Nazione e dei suoi concittadini. Questo è il nostro diritto e ancora più un nostro dovere, che Matteotti ha impersonato fino alle estreme conseguenze. Per questi motivi, ribadisco il voto favorevole del Gruppo parlamentare Fratelli d'Italia. (Applausi) . ERRANI (Misto-LeU-Eco) . Domando di parlare per dichiarazione di voto. PRESIDENTE. Ne ha facoltà. ERRANI (Misto-LeU-Eco) . Signor Presidente, noi voteremo convintamente a favore di questo disegno di legge, per il quale voglio ringraziare i proponenti, i relatori e la Commissione. Penso che sia un provvedimento importante e cercherò di dire perché, ricordando con chiarezza che l'assassinio di Matteotti nel 1924, su mandato del regime fascista, rappresentò una svolta, perché da quel momento il regime fascista si avvitò in una vera e propria dittatura. La cosa che a me pare importante non è soltanto il riconoscimento della storia e della qualità dell'uomo politico, di un grande politico. Come ha detto il collega Nencini, con il quale sono molto d'accordo, Matteotti fu tra i primissimi e forse, nella fase iniziale, quasi il solo a comprendere i rischi e le conseguenze del fascismo. Ebbe il coraggio di denunciarlo con grande nettezza. Intervenendo alla Camera il 30 maggio del 1924, dopo le elezioni, fece un discorso di denuncia pesantissimo e durissimo nei confronti del fascismo e sui brogli elettorali e concluse così il suo intervento: «Io il mio discorso l'ho fatto. Ora voi preparate il discorso funebre per me». Era profondamente consapevole di ciò che stava accadendo e della scelta di denuncia dei brogli e del regime fascista, che avrebbe dovuto pagare direttamente. Non fu un atto eroico, o meglio, non voglio leggerlo così. Fu un atto di grandissima responsabilità per tutti, anche per i tanti che a Piazza Venezia applaudivano il regime fascista. In fondo, senza Matteotti e senza Amendola, che pure pagò con la vita la sua opposizione al regime, senza quei professori universitari - per la verità pochissimi - che non accettarono di prendere la tessera del partito fascista, senza queste testimonianze, forse non sarebbe accaduto quello che è accaduto successivamente, vale a dire la presa di coscienza del popolo. Da questo punto di vista, come ha ricordato chi mi ha preceduto, fu poi Mussolini nel 1925 a rivendicarne la responsabilità: «Se il fascismo è stato un'associazione a delinquere, io sono il capo di questa associazione a delinquere». Allora la politica era meno paludata e il confronto era più serrato. Aggiungo che questo provvedimento è importantissimo anche per un'altra ragione e con questo voglio chiudere il mio intervento. Spero che anche con le celebrazioni per il centesimo anniversario della morte di Giacomo Matteotti si possa fare una riflessione su quello che considero oggi un problema molto serio e - ahimè - assolutamente poco affrontato, se non addirittura scartato, nel nostro dibattito pubblico. Mi riferisco alla crisi della democrazia. Noi oggi stiamo vivendo e siamo all'interno di una dinamica: in tante parti del mondo si sta facendo questa discussione, qui purtroppo no; penso che questo sia un problema. Sia chiaro, non voglio che vi siano fraintendimenti da questo punto di vista. La situazione del 1919 e di quel periodo storico non è certo quella odierna, ma i processi di innovazione, fino alla crisi ucraina e alla guerra, pongono degli interrogativi sostanziali: come affrontiamo questa crisi di legittimazione? È ciò di cui il senatore Nencini parlava, citando l'effetto Cesare. Ricordiamo, prima della crisi ucraina, il dibattito secondo il quale in Cina facevano presto a decidere, perché lì la democrazia non c'è e quindi la democrazia ha dei costi, come la lentezza. Ricordiamoci però che non siamo nati ieri e che la nostra discussione non può non avere radici profonde.