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Si tratta di un compromesso, un compromesso positivo che credo si possa così rappresentare, in modo trasparente, sia in questa sede, sia al di fuori di qui»), un'obiezione del deputato Giuseppe Rossetto («esprimo perplessità circa l'ammissibilità degli emendamenti presentati che recano agevolazioni alla stampa di partito, in quanto concernenti materia estranea a quella del provvedimento in esame») e l'approvazione dell'emendamento 1.04 (rinumerato 1.01). In sede di voto finale, il giorno dopo, le opposizioni si unirono al voto con la maggioranza (presenti e votanti 35; maggioranza 18; hanno votato a favore 34 deputati -- ha votato contro 1 deputato) ed il testo tornò, così stravolto, al Senato, dove fu approvato (anche lì in sede deliberante) senza ulteriori modifiche, andando in Gazzetta Ufficiale n. 161 del 13 luglio 1998, come legge 11 luglio 1998, n. 224. A seguito delle vicende sopra illustrate, l'articolo 4 della legge prevedeva che «1. La corresponsione delle rate di ammortamento per i mutui agevolati concessi ai sensi dell'articolo 12 della legge 25 febbraio 1987, n. 67, e dell'articolo 1, comma 1, della legge 14 agosto 1991, n. 278, può essere effettuata anche da soggetti diversi dalle imprese editrici concessionarie, eventualmente attraverso la modifica dei piani di ammortamento già presentati dalle banche concessionarie, purché l'estinzione dei debiti oggetto della domanda risulti già avvenuta alla data della stessa e comunque prima dell'intervento del soggetto diverso. In tale evenienza, ferma restando la trasferibilità della garanzia primaria dello Stato già concessa ai sensi dell'articolo 2 della legge 8 maggio 1989, n. 177, e dell'articolo 1, comma 3, della legge 14 agosto 1991, n. 278, viene parimenti modificata in conformità la corresponsione delle rate di contributo in conto interessi a carico dello Stato. 2. La garanzia concessa a carico dello Stato applicata per capitale, interessi anche di mora ed indennizzi contrattuali, è escutibile a seguito di accertata e ripetuta inadempienza da parte del concessionario ovvero a seguito di inizio di procedure concorsuali. Gli interessi di mora, se dovuti, sono calcolati in misura non superiore al tasso di riferimento cui è commisurato il tasso di interesse del finanziamento fino alla data della richiesta di perfezionamento della documentazione necessaria alla liquidazione e al tasso di interesse legale per il periodo successivo». Ancora sotto il governo Prodi, ma questa volta nel suo secondo mandato, l'articolo 4 venne abrogato dal decreto-legge 1º ottobre 2007, n. 159, convertito, con modificazioni, dalla legge 29 novembre 2007, n. 222: ma nessuno diede pubblica visibilità al perché dell'abrogazione, esattamente come nessuno aveva dato pubblica cognizione della leggina di provvidenze. Solo dalla puntata di Report della RAI del 10 maggio 2015 («La causa persa» di Emanuele Bellano) si è appreso che la disposizione abrogata continua a dispiegare i suoi effetti: secondo la giornalista Gabanelli essa «sostanzialmente, sancisce che se un partito non è in grado di pagare i debiti dell'editore, e non ci sono altri beni aggredibili, le banche creditrici possono battere cassa alla Presidenza del Consiglio. Cosa che hanno fatto, e il tribunale infatti ha sentenziato che ci sono centoventi giorni di tempo per pagare. Naturalmente, la Presidenza del Consiglio ha fatto opposizione, ma intanto bisogna scucire 95 milioni di euro». Secondo la giornalista, «stiamo parlando de “l'Unità”, ritorniamo un pò indietro per capire meglio poi i fatti di oggi. Siamo nel 1994 “l'Unità” spa va in liquidazione, e fino al 2001 se ne vanno e vengono nuovi soci. Però c'è un tot di debiti lasciati appunto da “l'Unità”: 82 milioni e 5 verso BNL, 32 milioni e 6 con banca IMI, che oggi è Intesa San Paolo, 10 milioni e 100 con Efibanca, che è Banco Popolare. In totale sono 125 milioni e rotti. Chi li dovrebbe pagare? La proprietà, vale a dire il Pds, si chiamava così allora, magari vendendo un pò dei suoi numerosi immobili. ( ... ) Arriviamo al 2000, il Pds si chiama Ds, vanno in banca e dicono “ci accolliamo tutto il debito, lo ristrutturiamo e paghiamo a rate”. Arriviamo al 2007 e i Ds blindano gli immobili dentro ad una fondazione, nel 2008 i Ds diventano Pd, e smettono di pagare, e oggi scopriamo che restano da pagare 110 milioni di euro che dovremmo pagare noi. ( ... ) Banca Intesa, BNL e le altre banche coinvolte ricorrono in Tribunale. La decisione arriva ad aprile scorso. Il Tribunale di Roma emette tre decreti ingiuntivi: il vecchio debito de “l'Unità” lo deve pagare la Presidenza del Consiglio dei ministri». Secondo la predetta trasmissione, dal Dipartimento per l’informazione e l'editoria della Presidenza del Consiglio avrebbero precisato che «il totale dei decreti ingiuntivi fanno poco meno di 95 milioni ... Contro tutti e tre i decreti ingiuntivi noi abbiamo proposto opposizione». Orbene, quando si era trattato, nel 1993, di utilizzare fondi per l'editoria, a disposizione della Presidenza del Consiglio, per fronteggiare le forti difficoltà di una serie di quotidiani, con motivazioni infondate, e anche provocatorie, questi contributi vennero negati. Non fu solo per una diversità di stile, ma per evidenti protezioni politiche (delle quali la vicenda legislativa citata in premessa è solo una spia) che la vicenda del salvataggio de «l'Unità» si sviluppò in modo ben diverso: nel 1994, registrava un passivo molto superiore ad esempio a quello dell’«Avanti», e il suo debito ammontava a 125 milioni di euro, pari a 250 miliardi di vecchie lire (quello del Pci-Pds era arrivato a 447 milioni degli attuali euro). «L'Unità» con quel passivo non fallì, l’«Avanti», con un passivo inferiore, sì. Adesso sappiamo anche perché. I giornali di partito (ad eccezione dell’«Avanti» e de «Il Popolo» della vecchia Dc) con la legge sull'editoria godevano di un sostanzioso finanziamento. E poterono tirare avanti con una certa disinvoltura. Il giornale comunista, nel 1994 di proprietà dell'allora Pds, aveva in mente però anche un altro percorso, perché continuava a fare debiti, tra i 5 e 6 milioni di euro l'anno. Il Pds si accollò i debiti che aveva con le banche e riuscì a rateizzarli. Poi dissociò la proprietà dal partito quando nacque il Pd, che ne divenne azionista per solo lo 0,1 per cento. Nel contempo, si blindò il patrimonio immobiliare enorme del vecchio Pci-Pds-Ds in una fondazione. In base al citato articolo 4, le fidejussioni date alle banche dai giornali di partito, qualora questi ultimi non fossero stati in grado di pagare, sarebbero passati allo Stato o meglio alla Presidenza del Consiglio che erogava fondi per l’editoria.