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È su mia iniziativa, su proposta dell'Italia, che si è tenuta la prima riunione sul Covid a livello europeo. Il 30 gennaio, lo stesso giorno in cui l'Istituto superiore di sanità confermava i primi due casi di infezione Covid in Italia (i due cittadini cinesi in visita a Roma ricoverati all'ospedale Spallanzani), ho proposto subito la dichiarazione dello stato di emergenza, poi deliberato il 31 gennaio dal Consiglio dei ministri. Siamo stati il primo Paese del mondo, insieme agli Stati Uniti, a farlo ed è stata adottata una mia ordinanza con la quale veniva interdetto il traffico aereo dalla Cina per la durata di 90 giorni. In quelle ore le stesse scelte sono state fatte da Israele e Stati Uniti e noi siamo stati i primi in Europa a varare questo provvedimento. Sono solo le primissime tappe di un percorso di gestione dell'emergenza durante il quale, tra mille difficoltà, non ci siamo mai fermati, né possiamo ancora fermarci. Abbiamo imparato che una pandemia non è uno sprint , ma purtroppo una maratona, che richiede tenuta di lungo periodo e resistenza. Continuiamo a stare ai fatti. Il 9 febbraio 2020, solo due giorni dopo la sua prima riunione, il Comitato tecnico-scientifico avvia una riflessione sulla definizione di scenari possibili in caso di evoluzione dell'epidemia e decide di costituire un gruppo di lavoro informale con il compito di analizzare le misure da adottare nell'eventualità di un rapido aumento dei ricoveri ospedalieri. Il 10 febbraio viene deciso di lavorare, anche con il supporto di esperti, a modelli di risposta ai diversi scenari possibili. Il 12 febbraio, per la prima volta, viene presentato ai membri del CTS dal dottor Merler della Fondazione Kessler un documento con i dati relativi allo studio di scenari di diffusione del Covid in Italia e impatto sul Servizio sanitario nazionale. Lo studio Merler è uno dei contributi che furono acquisiti agli atti del Comitato tecnico-scientifico e non si discosta da quelli derivanti da altre analisi o da altri modelli presi in esame ed elaborati anche da istituzioni di ricerca importanti come l'Imperial College di Londra. Per autonoma decisione del CTS, le riunioni si sono svolte con indicazione di riservatezza per i partecipanti, ma lo studio Merler, a differenza di ciò che si sostiene nelle mozioni, non è stato affatto secretato ed è oggi pubblicato sul nostro portale. Anche grazie a quello studio abbiamo potuto reagire, muniti di alcuni parametri di riferimento, al primo cluster di Codogno e di Vo' Euganeo e poi all'ulteriore accelerazione nella circolazione del Paese. La reazione è stata sempre coerente con una valutazione seria del rischio. È del 1° marzo la circolare della nostra Direzione generale della programmazione sanitari con la quale si dava indicazione alle Regioni di aumentare del 50 per cento i posti in terapia intensiva e del 100 per cento i posti di pneumologia e malattie infettive. Una scelta che, in quella giornata, molti definirono eccessiva rispetto al livello del contagio in Italia. Voglio ricordare a quest'Aula che, anche dopo l'istituzione delle prime zone rosse, in molti pensavano che stessimo esagerando. Abbiamo adottato misure severe, prima in territori specifici, e poi, dal 9 marzo, su tutto il territorio nazionale. Quelle misure ci hanno permesso di piegare la curva dei contagi. In questa breve e sommaria ricostruzione c'è un tratto importante del nostro lavoro. Voglio essere chiaro: è il lavoro non di un Ministro o di un Governo, ma di un Paese intero, della nostra comunità scientifica, dei nostri medici, infermieri e professionisti sanitari, che non smetteremo mai di ringraziare. (Applausi) . L'Italia, il nostro Paese, in quei mesi in cui tutto il mondo si chiedeva cosa fare, ha indicato una strada, sicuramente non perfetta e non facile da attuare, ma una strada che progressivamente è stata seguita dalla maggioranza dei Paesi europei e del mondo. Questo è avvenuto anche grazie a istituzioni che hanno saputo restare salde e compatte alla guida dell'emergenza. Ecco perché, personalmente, sono stato e resterò sempre distante mille miglia dalle polemiche che danneggiano il prestigio e la forza dell'Italia e rendono più difficile il lavoro di tutti coloro che ogni giorno salvano le vite umane. Ecco perché sbaglia oggi chi ritiene che lo spirito di responsabilità e di servizio dimostrato da tanti in questi mesi si possa accantonare come un ferro vecchio, magari insieme alle cautele. Non è così e lo dico con tutta la forza che ho. Comprendo le ragioni della battaglia politica, ma la politica non è un gioco d'azzardo sulla pelle dei cittadini. (Applausi) . Anche a chi ogni giorno fa polemica continuo a rispondere: non dividiamo il Paese sulla pandemia, che è ancora in corso, purtroppo. Non è finita, come qualcuno vorrebbe far credere. Guardiamo il dramma di questi giorni, di queste ore, in India. Non dobbiamo dimenticare mai che sconfiggere il virus è ancora oggi il principale interesse dell'Italia e la premessa di ogni ripartenza economica e sociale. Rivendichiamo insieme, con umiltà, il lavoro svolto dal Governo, gomito a gomito con le Regioni, molte delle quali governate attualmente anche dai sottoscrittori delle mozioni di sfiducia. In questi mesi avrei potuto scaricare sulle Regioni responsabilità e limiti che tanti hanno visto, ma non l'ho mai fatto e non lo farò mai. (Applausi) . Ho sempre collaborato con tutti, senza alcuna distinzione e con la massima disponibilità, perché penso che in un grande Paese non si fa politica su una tremenda epidemia. In un grande Paese non si fa politica su una grande epidemia. (Applausi) . Abbiamo gestito per primi in Occidente una emergenza sanitaria senza precedenti. Lo abbiamo fatto con le conoscenze e i mezzi limitati che avevamo, ma in modo dinamico e flessibile, sempre sulla base dell'evoluzione dei dati e delle evidenze scientifiche. Prima di passare alla parte finale del mio intervento, intendo rispondere in modo sintetico ad altre tre osservazioni formulate puntualmente nelle mozioni. La prima riguarda l'alto tasso di letalità del virus nel nostro Paese. Anche su questo tema mi attengo rigorosamente ai dati. La prima spiegazione, sulla quale conviene gran parte della comunità scientifica, si basa sulla composizione anagrafica della nostra popolazione. Non c'è discussione sul fatto che i Paesi più anziani siano quelli maggiormente colpiti e l'Italia è tra questi. L'Italia è il Paese che si colloca al primo posto in Europa per età mediana (46,7), con una percentuale di popolazione over 65 superiore al 23 per cento e una percentuale di popolazione over 80 del 7,4 per cento. Anche allargando l'orizzonte di analisi, l'Italia continua a posizionarsi ai primissimi posti sia per quanto riguarda la percentuale di ultrasessantacinquenni sia per quanto riguarda l'età mediana. Una seconda chiave di lettura sta nella alta percentuale di malattie croniche e comorbilità, in particolare nelle persone anziane. Ricordo, a tal proposito, tre dati nazionali molto importanti: la percentuale di malattie croniche degenerative tra gli ultrasessantacinquenni è dell'86,9 per cento; il 21,5 per cento della popolazione è affetto da due o più patologie croniche; tra gli ultra settantacinquenni la comorbilità si attesta al 66,6 per cento.