[pronunce]

n. 270 del 1999 (su iniziativa dei creditori) e per l'altra, invece, si instauri (su iniziativa dello stesso imprenditore) la procedura di cui al decreto-legge n. 347 del 2003, si diversifica il trattamento dei creditori e dei terzi, i quali nella seconda ipotesi sono esposti al rischio dell'esercizio delle azioni revocatorie. E tale disparità di trattamento, non giustificabile e del tutto irragionevole, sussiste, a suo avviso, anche rispetto ai creditori dell'impresa assoggettata ad ogni altra procedura concorsuale. 2.2.1.3.- La deducente passa, quindi, a confutare la tesi secondo cui basterebbe a giustificare l'esperibilità delle revocatorie l'inciso «purché si traducano in un vantaggio per i creditori», inserito nella norma denunciata dalla legge di conversione (del decreto-legge) n. 119 del 2004. Tale aggiunta, a suo avviso, nulla toglie alle censure di cui innanzi, sia sotto il profilo del contrasto con le norme comunitarie, sia sotto quello della violazione dell'art. 3 Cost.: quanto al primo profilo, resta la constatazione che, quand'anche la condizione sia soddisfatta, si tratta pur sempre di azioni revocatorie rese esperibili al di fuori di una procedura o di una fase liquidatoria; quanto al secondo, resta la constatazione della disparità di trattamento fra i creditori delle varie procedure concorsuali, perché, se non vi è liquidazione e distribuzione dell'attivo, quella disparità persiste. Nel caso di specie, poi, la condizione legale della esperibilità delle revocatorie non può verificarsi, ancorché sia previsto lo sbocco della procedura di amministrazione straordinaria della Parmalat s.p.a. in un concordato con assunzione delle attività da parte di una società costituita dal commissario straordinario e destinata ad essere totalmente partecipata dai creditori concorrenti. Infatti, la deducente rileva, innanzitutto, che il concordato è stato impugnato. Inoltre, essa argomenta che il «vantaggio per i creditori» non è ravvisabile, in quanto: a) una volta trasferite le azioni revocatorie alla società assuntrice, i proventi andrebbero a incrementare l'attivo della società, che, però, è destinato al pagamento dei creditori sociali, non dei soci; d'altro canto, poiché la società assuntrice, secondo il programma, proseguirà le attività imprenditoriali di numerose società del gruppo Parmalat, i medesimi proventi delle revocatorie andrebbero a finanziare quelle attività, prima che possano essere distribuiti ai soci ex-creditori di Parmalat s.p.a. sotto forma di dividendi o rimborso di azioni; b) secondo il programma, il concordato dovrebbe riguardare varie società del gruppo Parmalat e il risultato utile delle revocatorie andrà a favore dell'emittente, ossia la società assuntrice, «e, quindi, in modo indifferenziato, indirettamente a vantaggio di tutti i creditori divenuti azionisti dell'emittente stesso, quale che sia, fra le società oggetto del concordato, la società che ha proposto l'azione»; il che vuol dire che le somme ricavate dalla revocatoria di pagamenti eseguiti da una società potrebbero essere destinate alla distribuzione a favore dei creditori di altre società del gruppo. 2.2.2.- Banca popolare italiana Società Cooperativa osserva che, prima dell'emanazione del decreto-legge n. 347 del 2003, era principio consolidato del nostro ordinamento quello che solo la definitiva cessazione dell'attività di impresa ovvero l'esercizio momentaneo di quest'ultima finalizzato alla mera liquidazione dell'attivo consente l'esperibilità delle azioni revocatorie fallimentari e che, perciò, l'esercizio di dette azioni è tassativamente da escludersi in caso di perseguimento di un programma di ristrutturazione. L'art. 6 del citato decreto-legge ha, invece, previsto la possibilità di esperire azioni revocatorie ex art. 67 della legge fallimentare «anche nel caso di autorizzazione all'esecuzione del programma di ristrutturazione, purché si traducano in un vantaggio per i creditori». Tale norma comporta una ingiustificata differenza di trattamento tra creditori di fronte ad analoghe situazioni di dissesto, a seconda che l'impresa debitrice sia sottoposta ad amministrazione straordinaria, ai sensi del decreto-legge n. 26 del 1979 o del d.lgs. n. 270 del 1999, con un programma che contempli la continuazione e il salvataggio dell'impresa; ovvero ad amministrazione straordinaria, ai sensi del decreto-legge n. 347 del 2003, essendo le revocatorie esperibili solo in quest'ultima procedura e non anche nelle prime due. Siffatto trattamento diseguale, pur in presenza di situazioni identiche, contrasta con l'art. 3 Cost. 2.2.2.1.- La deducente osserva, ancora, che la norma denunciata è idonea a falsare la concorrenza, e, quindi, viola l'art. 41 Cost., perché, consentendo che le azioni revocatorie siano esperite anche in caso di prosecuzione dell'esercizio dell'impresa, comporta un aiuto in favore delle imprese in amministrazione straordinaria che perseguono un programma di risanamento e che, perciò, continuano a restare sul mercato, rispetto a tutte le altre imprese presenti nello stesso mercato. Ciò che è decisivo, nel caso di specie, è che l'amministrazione straordinaria della Parmalat s.p.a. prevede un piano di risanamento ai sensi dell'art. 27, comma 2, lettera b), del d.lgs. n. 270 del 1999, ossia la ristrutturazione economica e finanziaria e la prosecuzione dell'attività dello stesso complesso imprenditoriale insolvente, il che non è compatibile con le finalità recuperatorie delle azioni revocatorie. 2.2.2.2.- Tale incompatibilità non viene meno laddove l'impresa insolvente passi di mano, come accade nella specie, in favore di una società partecipata dai creditori in quanto: a) la disciplina delle azioni revocatorie deve essere riferita al debitore e all'eventuale prosecuzione dell'attività del debitore (cioè dell'impresa nel suo complesso), e non agli azionisti del debitore; b) non esiste alcuna norma che possa dar fondamento alla tesi contraria; c) data la ratio dell'azione revocatoria fallimentare, la quale trova giustificazione nell'accettazione, da parte del creditore, del rischio connesso al ricevimento di un pagamento da un'impresa della quale egli conosce lo stato di insolvenza e, quindi, l'imminente cessazione dell'attività, laddove l'attività dell'impresa continua in modo duraturo, non v'è legittimo spazio per le revocatorie. 2.2.2.3.- Infine, la deducente osserva che non ha fondamento l'affermazione avversaria, secondo la quale, poiché i creditori diverranno, all'esito del programma di ristrutturazione, gli azionisti della nuova Parmalat s.p.a., le revocatorie si tradurrebbero in un vantaggio per gli stessi, posto che «le società […] hanno un'autonomia patrimoniale […] rispetto ai propri azionisti»; ragion per cui le revocatorie de quibus «andranno a vantaggio di Parmalat s.p.a., e cioè dello stesso complesso imprenditoriale Parmalat dichiarato insolvente e ammesso alla procedura e non dei suoi futuri azionisti, attuali creditori di Parmalat».