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Ebbene, io consiglierei più prudenza. I Ministri che si sono susseguiti hanno usato prudenza quando tornavano dalla Libia. A proposito del Sud della Libia e del Niger, io vorrei ricordare che i Governi precedenti hanno aperto l'ambasciata in Niger. Hanno avviato la costruzione di una missione, quella stessa missione alla quale le forze politiche che la sostengono hanno detto di no, perché era un intervento coloniale. Mi fa piacere adesso sentire Salvini dire che dobbiamo concentrare lì le nostre attenzioni. (Applausi dal Gruppo PD) . Certamente ha ragione sul Fondo fiduciario europeo d'emergenza per l'Africa, che va rafforzato. Noi siamo stati i primi a destinarvi dei soldi, perché lo slogan "aiutiamoli a casa loro" non deve essere usato solo in campagna elettorale. Poi bisogna essere conseguenti e portarlo avanti con provvedimenti concreti. Ci fa piacere, dunque, che lei vada in questo senso. (Applausi dal Gruppo PD) . Dico ciò, più in generale, sulla visione di politica estera. Voglio dire che i nostri punti cardinali sono stati tenuti come una barra dritta dai Governi che si sono succeduti, anche di colore diverso. Qui ci siamo confrontati con sensibilità e declinandoli in maniera diversa, ma sono stati chiari: la scelta atlantica come un insieme di valori prima ancora che come scelta che garantisse la sicurezza e la stabilità del nostro continente; la scelta europea e la costruzione europea come modo per evitare gli egoismi nazionali e garantire un futuro al nostro Paese; affrontare quelle scelte che non si è più in grado di affrontare con mere misure nazionali. E, infine, l'equilibrio nel Mediterraneo e nel vicino Oriente, dove abbiamo declinato responsabilità e solidarietà; dove non siamo andati a bombardare ma abbiamo fatto operazioni di peacekeeping e dove siamo andati a costruire e ricostruire le istituzioni. (Applausi dal Gruppo PD) . E abbiamo salvato vite. Sì, abbiamo salvato vite, perché il tema della responsabilità e della solidarietà vanno di pari passo. E, se noi abbiamo garantito la stabilità e la sicurezza nel nostro Paese, è perché abbiamo seguito quella strategia. Quindi, società aperta, stabilità e sicurezza vanno avanti di pari passo con una politica estera chiara che tenga saldo il timone. Lo dico perché questo equilibrio delicato non è per sempre; è una conquista faticosa di ogni giorno ed è lì che si misura la differenza tra la propaganda e la politica. Buon lavoro. (Applausi dal Gruppo PD. Congratulazioni) . PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Petrocelli. Ne ha facoltà. PETROCELLI (M5S) . Signor Presidente del Consiglio, nel suo discorso, che ho ascoltato - un discorso articolato e complesso - ho letto soprattutto una domanda di fondo, vale a dire sostanzialmente che cos'è oggi l'Unione europea e come dobbiamo considerarla. La storia ci ha raccontato a lungo di un sogno utopico, di un futuro prospero - perché ce lo chiedeva l'Europa - e di Stati cattivi perché sovrani. Questa storia non regge più. Le popolazioni europee chiedono risposte e gli italiani pretendono risposte. È giunto il momento di un nuovo inizio e il Consiglio europeo che parte domani deve dare un segnale; non c'è più tempo. Lei, signor Presidente, ha sviluppato diversi punti. Io mi soffermerò solo su alcuni dei temi che lei ha trattato. Prima fra tutte c'è la questione dei migranti, che coinvolge il nostro Paese e tocca un nostro ex alleato, il nostro principale alleato nel continente africano, la Libia. Da quando anni fa sono iniziati i bombardamenti alleati sulla Libia, mi sono sempre chiesto chi da quei bombardamenti è stato soprattutto danneggiato e, di riflesso, a chi invece hanno giovato, perché è innegabile questo: a mio parere, il Parlamento, che ha una sua autonomia e una sua centralità anche come suggeritore delle politiche del Governo, queste cose le deve dire. La Libia era il primo alleato dell'Italia nel continente africano. La caduta di quel Governo o di quel regime, comunque lo si voglia chiamare, è stata un danno soprattutto per il nostro Paese, mentre è stata un vantaggio innegabile in particolare per alcuni dei nostri alleati, che sono alleati all'interno della NATO, quella stessa NATO che, pur potendosi considerare la nostra partecipazione relativa o marginale, non si è comportata da alleato. Ci sono stati interessi, identificabili soprattutto negli interessi francesi, ma anche in quelli inglesi e secondariamente in quelli americani, che non hanno coinciso e collimato con gli interessi del nostro Paese. Parliamo di un Paese ormai completamente destabilizzato e dal quale partono quasi tutti i flussi migratori. Oggi la Francia cerca il controllo della Cirenaica e cerca di arrivare probabilmente a controllare anche la Tripolitania. Sarebbe allora forse auspicabile che le politiche del Governo in tema di cooperazione e sviluppo in quel Paese riprendessero a trattare le cose semplici che caratterizzavano la presenza italiana in Libia, con le persone che partivano dall'Italia settimanalmente e andavano a fare i lavori comuni, perché quella era la reale presenza italiana, quella delle piccole e medie imprese, come delle grandi imprese italiane che, non solo avevano fatto crescere e costituito nuovamente il tessuto connettivo e produttivo dopo la vecchia avventura coloniale, ma avevano anche accresciuto le relazioni sociali in quel Paese che, ripeto, era il nostro principale alleato. Occorre provare a ricostruire quel tessuto connettivo con il nostro contributo, facendo anche, in un certo senso, la voce grossa con i nostri alleati nell'Unione europea e nella NATO, ricordando che non è più possibile che il nostro Paese continui a considerare azioni fatte a nostro discapito e a beneficio di altri come la linea da seguire nei prossimi anni. Vorrei trattare brevemente, come secondo punto del mio intervento, anche le direttive di politica estera. Signor Presidente del Consiglio, lei andrà in Europa per partecipare ad un Consiglio europeo, che può essere considerato, in un certo senso, storico. Il 28 e il 29 giugno si cercherà infatti di capire se un'organizzazione, che negli anni si è trasformata in un insieme di indifferenze, ipocrisie e sofferenze, possa tornare a considerarsi una comunità o debba continuare nella sua lenta decadenza, che va soprattutto contro i popoli del Sud dell'Europa. Credo che su questo tema i primi segnali lanciati dal Governo siano incoraggianti. L'Italia deve tornare a comportarsi come un Paese libero, sovrano e indipendente, con una politica estera che abbia soprattutto a cuore gli interessi strategici nazionali. Solo così, per l'Italia in primo luogo, ma anche, in secondo luogo, per il resto dell'Europa, potrà esserci un futuro e potranno esserci gli strumenti per affrontare in modo credibile le sfide del domani. Per ciò che riguarda, ancora, l'immigrazione, credo sia il momento di ribadire con grande forza che le politiche dei Paesi occidentali, tese spesso e volentieri a mantenere il possesso e la gestione delle materie prime in Africa e in Medio Oriente, siano state un volano di destabilizzazione e caos . A milioni si contano i morti, tra profughi e disperati: chi è responsabile?