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È peraltro lo stesso codice di autodisciplina della comunicazione commerciale a stabilire, all'articolo 11, che « L'impiego di bambini e adolescenti nella comunicazione deve evitare ogni abuso dei naturali sentimenti degli adulti per i più giovani. Sono vietate rappresentazioni di comportamenti o di atteggiamenti improntati alla sessualizzazione dei bambini, o dei soggetti che appaiano tali ». Il presente disegno di legge, estendendo l'applicazione della disciplina giuslavoristica ai baby influencer , comporta che qualsiasi altro impiego dell'immagine di un minore, salvi più gravi reati, trova tutte le necessarie tutele già dettate dall'articolo 10 del codice civile, dagli articoli 96 e 97 della legge 22 aprile 1941, n. 633, in materia di protezione del diritto d'autore e di altri diritti connessi al suo esercizio nonché dalle Carte internazionali sulla tutela dell'infanzia e dell'adolescenza. In questo quadro di tutele rientra la tutela dell'identità digitale e dei dati personali dei minori. A tale riguardo, l'articolo 8 del regolamento (UE) 2016/679, del Parlamento europeo e del Consiglio, del 27 aprile 2016, relativo alla protezione delle persone fisiche con riguardo al trattamento dei dati personali, nonché alla libera circolazione di tali dati, cosiddetto « regolamento europeo sulla protezione dei dati personali (GDPR) » stabilisce il limite di età di sedici anni per il consenso al trattamento dei dati personali da parte dei minori in forma autonoma, limite che in Italia è stato ridotto a quattordici anni, al di sotto del quale il trattamento dei dati dei minori e quindi il loro stesso accesso ai servizi digitali è consentito solo previo consenso del titolare della responsabilità genitoriale. L'intervento normativo, sulla falsariga del richiamato modello francese, è stato richiesto anche dal tavolo tecnico sulla tutela dei diritti dei minori nel contesto dei social network , dei servizi e dei prodotti digitali in rete, istituito dall'allora Ministro della giustizia, Marta Cartabia, e di cui hanno fatto parte il Ministero della giustizia, l'Autorità garante per l'infanzia e l'adolescenza, il Garante per la protezione dei dati personali e l'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni; l'intervento normativo sollecitato dovrebbe avere i seguenti tratti qualificanti: garantire ai bambini e agli adolescenti un'adeguata tutela dei diritti quali lavoratori, l'accredito dei guadagni su un conto corrente intestato solo al minore e la possibilità di richiedere la rimozione delle immagini che lo riguardano, garantendo il diritto all'oblio. Il fenomeno dello « sharenting » , diverso da quello dei baby influencer , non comprende lo sfruttamento commerciale, ma consiste nella pratica dei genitori di condividere sui social media contenuti multimediali (foto, audio, video) dei propri figli. Tuttavia, i fenomeni sono spesso attigui ed è difficile stabili quali siano i rispettivi confini. Si pensi ai casi di esposizione mediatica di minori, figli di personaggi famosi e di cosiddetti « influencer » , la cui esposizione mediatica è comunque funzionale al giro di affari del genitore. Introdotto nel 2022 nell' Oxford English Dictionary , il vocabolo sharenting deriva dall'unione dei termini share (condividere) e parenting (fare i genitori) e identifica l'abitudine dei genitori di condividere sui social media contenuti multimediali concernenti i propri figli. Nel 2016, una ricerca dell'organizzazione inglese The Parent Zone ha rivelato che i genitori pubblicano quasi 1500 foto dei figli prima che questi compiano cinque anni, con una media di circa trecento immagini all'anno. E già nel 2013 il quotidiano irlandese Irish Examiner segnalava che le foto di più di due terzi dei neonati vengono diffuse on line entro un'ora dal parto (per l'esattezza, 57,9 minuti). In uno studio italiano, pubblicato a fine 2017 sulla Rivista italiana di educazione familiare, si attesta che l'88 per cento delle mamme che pubblica le foto dei figli ha dichiarato di aver impostato le opzioni di privacy in modo da limitare la cerchia di persone che possono visualizzare i contenuti. Nell'83 per cento dei casi è stata selezionata l'opzione che estende la condivisione ai soli amici, dunque senza alcuna limitazione significativa. Il fenomeno sembra più diffuso per i piccoli, da zero a tre anni, le cui immagini sono condivise dall'86 per cento dei genitori, e tende poi a diminuire con l'età dei figli medesimi. Nel 2021, secondo i dati raccolti dalla società Security.org il 77 per cento dei genitori ha condiviso storie, video o immagini dei figli sui social media (nell'80 per cento dei casi ciò è avvenuto con l'indicazione dei veri nomi dei minori). Un dato confermato da un'analisi pubblicata già nel 2020 dal centro studi Pew Research secondo cui l'82 per cento dei genitori che utilizzano i social media pubblica foto, video o altre informazioni sui propri figli. Anche sul fenomeno dello sharenting , la Francia è pioniera nel legiferare con una proposta di legge volta a regolamentare e limitare la libertà dei genitori di pubblicare sui social media foto dei propri figli perché metterebbe a rischio la privacy dei più piccoli con gravi conseguenze sulla loro vita. La proposta di legge francese segue proprio quella sul fenomeno del baby influencer , già approvata nel 2020, e nella sua illustrazione viene citato un rapporto del Children's Commissioner for England del 2018 nel quale si stimerebbe che prima del compimento dei tredici anni ogni bambino apparirebbe sull' account dei propri genitori o sul suo profilo in ben 1300 foto nei momenti più disparati, come vacanze, gare sportive, quotidianità scolastica e soprattutto nel giorno del loro compleanno. Una tendenza che riguarda il 53 per cento dei genitori francesi e il 40 per cento circa dei genitori di altre nazionalità europee. Il rischio maggiore che si cela dietro al fenomeno dello sharenting è la pedopornografia, che coinvolge molti più adulti di quanto si immagini. Le foto pubblicate sui social media , infatti, possono essere liberamente riprodotte su altri siti internet per finalità pedopornografiche. Su questo concreto rischio è intervenuta anche l'organizzazione Save the Children che ha dichiarato che « la pubblicazione di foto di minori crea vere e proprie tracce digitali incontrollate che si sedimentano nella rete creando un'identità digitale del giovane ». Secondo la Barclays Bank , il caricamento indiscriminato di contenuti multimediali concernenti i bambini sarà la causa dei due terzi dei furti di identità che i giovani dovranno affrontare entro la fine del decennio, ovvero 7,4 milioni di questi eventi ogni anno entro il 2030, per un costo di 667 milioni di sterline l'anno. In Italia, nel corso del 2021 i casi di pedopornografia trattati dalla Polizia postale sono stati 5.316, con un incremento del 47 per cento rispetto all'anno precedente (3.243). In crescita anche il numero dei minori approcciati sul web dagli adulti abusanti, pari a 531, in maggioranza con un'età inferiore a tredici anni (338 minori, quasi il 64 per cento di cui 306 nella fascia da dieci a tredici anni), ma crescono pure i casi di adescamento on line di bambini nella fascia da zero a nove anni (32 casi), come testimoniano la Polizia di Stato e la stessa organizzazione Save the Children . Nel nostro Paese, proprio sullo sharenting , sono state già emesse diverse sentenze in casi di minori che hanno denunciato i propri genitori per le numerose immagini postate sui social media senza il loro consenso.