[pronunce]

che si è costituito in giudizio il Comune di Milano, chiedendo l'accoglimento della sollevata questione e deducendo: a) che la modifica dell'art. 26, quarto comma, terzo periodo, del d.P.R. n. 600 del 1973, apportata dall'art. 12, comma 1, del decreto legislativo n. 461 del 1997, ha effetto a decorrere dal 1° luglio 1998 e non ha, perciò, efficacia retroattiva; b) che la norma denunciata – in quanto ritenuta applicabile non solo alla predetta disposizione del citato art. 26 vigente alla data di entrata in vigore della legge interpretativa, ma anche a quella vigente anteriormente al 1° luglio 1998 – víola l'art. 3 Cost, perché esplica una irragionevole efficacia retroattiva all'infinito e perché, prevedendo la ritenuta d'imposta anche nei confronti di soggetti esclusi dall'IRPEG, non solo contraddice la scelta del legislatore di considerare quei soggetti privi di capacità contributiva, ma, in violazione delle piú elementari regole di affidamento, prescinde altresí da quel collegamento tra presupposto ed obbligo d'imposta richiesto dalla Corte costituzionale per la legittimità costituzionale delle norme retroattive di tassazione; c) che la portata innovativa della norma censurata, per il periodo anteriore al 1° luglio 1998, contrasta con l'autoqualificazione della norma stessa come di «interpretazione autentica» e víola, perciò, l'art. 23 Cost.; d) che il denunciato art. 14 della legge n. 28 del 1999 víola gli artt. 76 e 77, primo comma, Cost., perché è diretto ad “interpretare” una norma delegata (l'art. 26, quarto comma, terzo periodo, del d.P.R. n. 600 del 1973) in modo contrastante con i princípi e criteri direttivi posti dalla norma delegante (cioè dalla legge n. 825 del 1971), secondo i quali la ritenuta a titolo di imposta non può applicarsi ai soggetti esclusi dall'IRPEG, come i Comuni; e) che la norma denunciata víola anche gli artt. 3, 101, secondo comma, e 104, primo comma, Cost., perché risulta emanata al fine non già di chiarire una questione giuridica o di dirimere dubbi interpretativi, ma solo di influenzare il giudizio dell'interprete sulle istanze di rimborso relative ad interessi maturati anteriormente al 1° luglio 1998 e di far cosí illegittimamente cancellare il correlativo onere gravante sullo Stato. Considerato che la Commissione tributaria regionale della Lombardia dubita, in riferimento agli artt. 3, 23, 76, 77, primo comma, 101, secondo comma, e 104, primo comma, della Costituzione, della legittimità dell'art. 14 della legge 18 febbraio 1999, n. 28 (Disposizioni in materia tributaria, di funzionamento dell'Amministrazione finanziaria e di revisione generale del catasto), recante la rubrica «Interpretazione autentica della disciplina concernente le ritenute sugli interessi e sui redditi di capitale»; che, ad avviso del giudice rimettente, la norma denunciata – nel disporre che l'art. 26, quarto comma, terzo periodo, del d.P.R. 29 settembre 1973, n. 600 (Disposizioni comuni in materia di accertamento delle imposte sui redditi), deve intendersi nel senso che la suddetta ritenuta sugli interessi e sui redditi di capitale si effettua «anche nei confronti dei soggetti esclusi dall'imposta sui redditi delle persone giuridiche» – si porrebbe in contrasto con gli evocati parametri costituzionali, là dove pretende di “interpretare autenticamente” il testo dell'art. 26, quarto comma, terzo periodo, del citato d.P.R. n. 600 del 1973, nella formulazione anteriore alla sostituzione di tale testo operata, con effetto dal 1° luglio 1998, dall'art. 12, comma 1, del decreto legislativo 21 novembre 1997, n. 461; che, per la Commissione tributaria regionale, il terzo periodo del quarto comma dell'art. 26 del d.P.R. n. 600 del 1973, nel testo vigente anteriormente al 1° luglio 1998, deve interpretarsi nel senso che l'indicata ritenuta a titolo di imposta si effettua solo nei confronti dei soggetti «esenti» dall'IRPEG e non nei confronti di quelli esclusi, come – sempre secondo la Commissione tributaria – dovrebbero considerarsi i Comuni a séguito della modifica apportata all'art. 88 del d.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917, con effetto dal 1° gennaio 1991, dall'art. 4, comma 3-bis, del decreto-legge 31 ottobre 1990, n. 310, convertito, con modificazioni, dalla legge 22 dicembre 1990, n. 403, il quale li ha, per la prima volta, considerati «non soggetti all'imposta»; che tale interpretazione sarebbe l'unica coerente con i princípi e criteri direttivi dettati dalla legge di delega della riforma tributaria 9 ottobre 1971, n. 825, i quali limitano l'applicazione della ritenuta a titolo di imposta ai «soggetti esenti» dall'IRPEG (art. 10, secondo comma, numero 5); che, a parere del rimettente, la sostituzione del testo dell'art. 26 del d.P.R. n. 600 del 1973 ad opera del citato art. 12, comma 1, del d.lgs. n. 461 del 1997, emanato in attuazione della legge di delegazione 23 dicembre 1996, n. 662, pur avendo lasciato pressoché immutata la lettera del terzo periodo del quarto comma dell'indicato art. 26, avrebbe tuttavia comportato un radicale mutamento normativo, perché avrebbe reso applicabile ai Comuni la ritenuta sui redditi di capitale a decorrere dal 1° luglio 1998, data dell'entrata in vigore di detta norma sostitutiva; che infatti, ad avviso del giudice a quo, il nuovo testo dell'art. 26 va considerato come una delle «norme di chiusura» che, in forza della citata legge di delegazione n. 662 del 1996, il Governo ha emanato al fine di assoggettare per la prima volta ad IRPEG «ogni provento derivante dall'impiego di capitale» (art. 3, comma 160); che pertanto, sempre per il giudice a quo, essendo questa la sopravvenuta finalità del terzo periodo del quarto comma del citato art. 26, l'applicazione della ritenuta a titolo di imposta anche nei confronti dei soggetti esclusi dall'IRPEG, come i Comuni, sarebbe consentita, appunto, solo dalla data di entrata in vigore del d.lgs. n. 461 del 1997, e cioè dal 1° luglio 1998; che da tali premesse il rimettente deduce la natura non interpretativa, ma innovativa e retroattiva, del denunciato art. 14 della legge n. 28 del 1999, nella parte in cui questo è ritenuto applicabile al testo dell'art. 26 del d.P.R. n. 600 del 1973 vigente anteriormente al 1° luglio 1998 e, conseguentemente, assume che tale applicabilità – affermata con numerose pronunce dalla Corte di cassazione, tanto da costituire diritto vivente – violerebbe gli evocati parametri costituzionali, perché: a) lederebbe i diritti già acquisiti dal contribuente;