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[…] Il disconoscimento della solidarietà umana, l'indifferenza ottusa o cinica per il dolore altrui, l'abdicazione dell'intelletto e del senso morale davanti al principio d'autorità, e principalmente, alla radice di tutto, una marea di viltà, una viltà abissale, in maschera di virtù guerriera, di amor patrio e di fedeltà a un'idea». Questo il suo insegnamento. La delega alla testimonianza non può dunque essere una mera questione dei testimoni, perché allora la memoria è condannata a morire quando verranno meno coloro che possono ancora parlare in prima persona. È lo Stato, invece, a dover avere la responsabilità della memoria che è di tutti; perciò, il gruppo europeista Europeisti-MAIE-Centro Democratico sostiene fortemente la proposta di istituire il Museo nazionale del campo di prigionia di Servigliano che segnò il destino di donne e di uomini dalla Grande guerra e fino agli anni Cinquanta, facendo nostre le parole di Eli Wiesel: «Mai dimenticherò tutto ciò, anche se fossi condannato a vivere quanto Dio stesso. Mai». (Applausi). GARAVINI (IV-PSI) . Domando di parlare per dichiarazione di voto. PRESIDENTE. Ne ha facoltà. GARAVINI (IV-PSI) . Signor Presidente, onorevoli colleghi, «[…] il vitto era davvero cosa penosa: si trattava di fagioli e piselli marci che conservavano nei sacchi. Qualche volta, tenuto conto della scarsità di cibo, autorizzavano qualcuno di noi ad andare per le case ad elemosinare un pezzo di pane, sempre accompagnato dalle guardie. […] Era penoso chiedere da mangiare ma a volte qualche cosa si riusciva a ricevere». È la testimonianza di Carla Viterbo Bassani, una dei 61 ebrei detenuti nel campo di prigionia di Servigliano. Carla ha potuto tramandare la sua testimonianza perché fu una delle poche che riuscì a scappare il 3 maggio del 1944, quando un aereo alleato bombardò il campo creando una breccia nel muro di cinta. Altri suoi compagni di prigionia non ebbero la stessa fortuna: 31 ebrei furono di nuovo catturati nelle campagne e deportati la sera stessa in un altro campo di concentramento, quello di Fossoli, per poi venire deportati ad Auschwitz e morire. Il territorio di Servigliano è stato teatro degli eventi che hanno dilaniato il Novecento europeo. Con la deportazione, i campi di prigionia e il concentramento diventa un luogo ad alta valenza simbolica a livello nazionale ed europeo, che merita a tutti gli effetti di diventare monumento nazionale. Il campo poteva contare fino a 4.000 prigionieri. Nel 1919 venne chiuso e rimesso in funzione nel 1940 per raccogliere i prigionieri della Seconda guerra mondiale. Nell'ottobre del 1943 il campo venne destinato a punto di raccolta per gli ebrei, sia stranieri che italiani, provenienti dalla zona di Ascoli Piceno, Frosinone e Teramo. Tali persone vivevano in condizioni disumane: stipati in luoghi stretti e angusti, senza cibo. A migliaia passarono dalla struttura. Si stima che furono circa 50.000 coloro che transitarono da qui, fino alla sua chiusura definitiva avvenuta nel 1955. Nonostante la sua storia drammatica, la comunità di Servigliano è riuscita a rinascere. Negli ultimi sessant'anni sono stati tanti i progetti che l'hanno resa città della memoria, a partire dal Parco della pace (palcoscenico di numerosi eventi, come concerti, mirati a dare il senso del valore della riconquistata pace e della democrazia) passando poi dalla Casa della memoria (che ospita una mostra permanente della storia del campo e sorge simbolicamente all'interno della vecchia stazione ferroviaria del paese, esattamente quella che vide arrivare e, purtroppo, partire numerosi convogli). Il centro negli anni ha raccolto un ricco archivio storico a disposizione di studiosi e della società civile, volto a ricordare le sofferenze di coloro che transitarono da lì, riuscendo a trasformare questo luogo da simbolo di orrore a simbolo di rinascita. È esattamente questo l'approccio con cui oggi in quest'Aula ci apprestiamo a votare il provvedimento che, grazie al promotore, senatore Verducci, sin dall'inizio ha visto la firma bipartisan di tutte le forze politiche. Il provvedimento è stato votato all'unanimità in Commissione e anche oggi ci apprestiamo a votarlo compattamente, indipendentemente dagli schieramenti politici. Credo sia un bel segnale e il modo migliore per lanciare un messaggio all'esterno di denuncia rispetto ai rischi di effetti nefasti derivanti dall'uso della violenza. È un bel modo anche per esprimere profonda gratitudine a una delle firmatarie della legge, la senatrice Segre. La ringrazio per l'impegno da lei profuso in molti anni per trasmettere ai giovani e agli studenti la consapevolezza di quanto orrore possa nascondersi dietro la banalizzazione di ogni forma di aggressione, sia essa verbale o psicologica, compresa la ghettizzazione del diverso, delle minoranze, dei più deboli. A lei va un grazie sentito. Proprio la testimonianza della senatrice Segre rende ancora più evidente quanto servano luoghi di riflessione e di memoria come il monumento nazionale che ci apprestiamo a realizzare con questo disegno di legge nell' ex campo di prigionia di Servigliano. In questi giorni abbiamo assistito a ulteriori brutali episodi di aggressione contro la senatrice Segre, ancora una volta vittima di una forma di odio che corre via web , che è nuova nella modalità, ma arcaica nella violenza. Gli insulti sui social , ancora più vili perché nascosti dietro l'anonimato della tastiera, possono innescare la miccia di una violenza incontrollata. Accanto alle indagini della procura deve correre parallela allora la condanna di tutte le forze politiche; condanna che noi oggi con il nostro voto all'unanimità confermiamo; una condanna verso chi ancora oggi, sempre più spesso con le modalità più diverse, si sente autorizzato ad offendere e minacciare, vuoi sui social , vuoi con attacchi verbali, vuoi inviando minacce per posta, come è avvenuto - ad esempio - nelle ore scorse nei confronti di un autorevole senatore del mio Gruppo, il nostro presidente Renzi. Forme diverse che traggono spunto dallo stesso clima velenoso sono purtroppo il risultato di un odio persecutorio alimentato troppo spesso da avversari o addirittura alleati politici. E questo è grave perché, quando questa spirale di violenza parte, non è detto che poi si possa essere nelle condizioni di controllarla. Ecco perché diciamo che il monumento nazionale che oggi andiamo a istituire, oltre che essere dedicato a tutte le persone rinchiuse a Servigliano e, purtroppo, vi trovarono la morte, va dedicato anche alle nuove generazioni, in modo che serva ad onorare, sì, il ricordo di chi vi rimase vittima in un sistema di odio e scontro etnico, ma così che possa diventare anche un monumento al futuro affinché ciò che è stato non si ripeta neanche nei tempi più bui. Il monumento di Servigliano vuole essere non solo un tributo al sacrificio del passato, ma anche un monito per l'oggi e il domani. Con questo monumento, prima ancora che commemorare ciò che è stato, tuteliamo le nuove generazioni affinché possano ereditare quella memoria inestimabile che ci porta a dire un forte no ad ogni tipo di violenza.