[pronunce]

che, in riferimento alle prospettate violazioni degli artt. 25 e 101 Cost., la questione va dichiarata manifestamente inammissibile, poiché il giudice a quo non fornisce una motivazione sufficiente sulla non manifesta infondatezza, limitandosi a evocare i due parametri costituzionali sopra indicati senza argomentare in alcun modo sulle ragioni della loro asserita violazione (ex plurimis, ordinanze n. 202 del 2009 e n. 206 del 2008); che quanto, poi, alla dedotta violazione dell'art. 3 Cost., questa Corte ha già avuto modo di pronunciarsi, successivamente all'ordinanza di rimessione - trasmessa, come già accennato, con patologico ritardo - su questioni analoghe a quella in esame, sollevate anche in rapporto a ulteriori parametri costituzionali (artt. 24 e 111 Cost.), dichiarandone la manifesta infondatezza (ordinanze n. 490 e n. 367 del 2002); che, al riguardo, si è rilevato che è ben vero che, a seguito delle innovazioni introdotte dalla legge 16 dicembre 1999, n. 479, l'udienza preliminare ha subito una profonda trasformazione, a fronte della quale essa è ormai divenuta «un momento di "giudizio"», così da rientrare pienamente - anche al di là della limitata previsione del comma 2-bis dell'art. 34 cod. proc. pen. - nella sfera operativa dell'istituto disciplinato da tale articolo, che dispone «l'incompatibilità a giudicare del giudice che abbia già giudicato sulla medesima res iudicanda» (sentenze n. 335 del 2002 e n. 224 del 2001; nello stesso senso, altresì, sentenza n. 400 del 2008, ordinanze n. 20 del 2004, n. 271 e n. 269 del 2003); che con riferimento, peraltro, all'ipotesi del concorso di più persone nel reato, la giurisprudenza della Corte è costante nel ritenere che alla comunanza dell'imputazione fa riscontro una pluralità di condotte distintamente ascrivibili a ciascuno dei concorrenti, tali da formare oggetto di autonome valutazioni, scindibili l'una dall'altra, salva l'ipotesi estrema - presa in considerazione dalla sentenza n. 371 del 1996 (concernente una fattispecie di reato a concorso necessario) - in cui la posizione del concorrente nel medesimo reato, già oggetto di precedente valutazione, costituisca «elemento essenziale per la stessa configurabilità del reato contestato agli altri concorrenti»; che, fuori di questa ipotesi, non vi è quindi motivo per discostarsi dall'indirizzo, esso pure costantemente seguito dalla Corte, secondo cui l'istituto dell'incompatibilità attiene a situazioni di pregiudizio per l'imparzialità del giudice che si verificano all'interno del medesimo procedimento; mentre, se il predetto pregiudizio deriva da attività compiute in un procedimento diverso, a carico di altri soggetti (quale, in specie, la pronuncia di una sentenza nei confronti di uno dei pretesi concorrenti, in separato processo svolto nelle forme del giudizio abbreviato), il principio del "giusto processo" trova attuazione mediante gli istituti dell'astensione e della ricusazione, «anch'essi preordinati alla salvaguardia delle esigenze di imparzialità della funzione giudicante, ma secondo una logica a posteriori e in concreto» (ordinanza n. 367 del 2002); che nel caso oggi in esame - così come nei casi oggetto delle citate ordinanze n. 490 e n. 367 del 2002 - non si versa nella peculiare situazione in precedenza evidenziata, venendo in rilievo, nel giudizio a quo, una fattispecie di concorso eventuale di persone in un reato normativamente monosoggettivo, a fronte della quale le posizioni dei pretesi concorrenti restano, dunque, suscettibili di valutazioni autonome e scindibili; che, d'altro canto, l'odierno rimettente - fondando la propria denuncia di incostituzionalità unicamente sulla avvenuta introduzione, ad opera dell'art. 171 del d.lgs. 19 febbraio 1998, n. 51, della incompatibilità fra le funzioni di giudice per le indagini preliminari e di giudice per l'udienza preliminare (comma 2-bis dell'art. 34 cod. proc. pen.) - non allega alcun argomento che possa indurre a modificare le conclusioni dianzi ricordate; che, pertanto, con riferimento alla denunciata violazione dell'art. 3 Cost., la questione va dichiarata manifestamente infondata. Visti gli artt. 26, secondo comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87, e 9, comma 2, delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale.. per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE dichiara la manifesta inammissibilità della questione di legittimità costituzionale dell'art. 34 del codice di procedura penale, sollevata, in riferimento agli artt. 25 e 101 della Costituzione, dal Giudice dell'udienza preliminare del Tribunale di Roma con l'ordinanza indicata in epigrafe; dichiara la manifesta infondatezza della questione di legittimità costituzionale dell'art. 34 del codice di procedura penale, sollevata, in riferimento all'art. 3 della Costituzione, dal Giudice dell'udienza preliminare del Tribunale di Roma con la medesima ordinanza. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 29 novembre 2010. F.to: Francesco AMIRANTE, Presidente Giuseppe FRIGO, Redattore Giuseppe DI PAOLA, Cancelliere Depositata in Cancelleria l'1 dicembre 2010. Il Direttore della Cancelleria F.to: DI PAOLA