[pronunce]

Il rimettente, più specificamente, dubita «della legittimità costituzionale dell'articolo 75, comma 3, c.p.p., testo vigente, nella parte in cui obbliga la sospensione del processo civile – ma anche, per quanto qui interessa, dei processi nei quali può, secondo il richiamato orientamento delle Sezioni unite, proporsi analoga domanda risarcitoria – se questi vengano iniziati dopo l'emanazione della sentenza penale di primo grado». «Detto altrimenti», continua il rimettente, «dubita questo Giudice – nello specifico caso di risarcimento dei danni, anche non patrimoniali, cagionati ad una amministrazione pubblica da amministratori e dipendenti mediante comportamenti costituenti reato – della legittimazione, che l'articolo 75, comma 3, c.p.p., testo vigente, presuppone, (se inteso coerentemente al predetto orientamento delle Sezioni unite, e quindi del giudice regolatore della giurisdizione), dell'ente pubblico danneggiato a costituirsi parte civile nel processo penale instaurato nei confronti degli autori del reato medesimo, per fare valere in quella sede il diritto di credito di cui assuma di essere titolare, derivandone, in caso di definitivo accoglimento della domanda proposta con l'azione civile, l'improponibilità della domanda che venisse esercitata successivamente dal p.m. contabile dinanzi alla competente Sezione giurisdizionale regionale della Corte dei conti (e, medio tempore, l'improcedibilità del giudizio contabile instaurato dopo l'emanazione della sentenza penale di primo grado che abbia pronunciato anche sulla domanda civile proposta in quella sede dall'amministrazione danneggiata)». Infine, precisa ancora il giudice rimettente, «in ragione di quanto precede, il Collegio ritiene, pertanto, di dovere sollevare d'ufficio la questione di legittimità costituzionale dell'art. 75, comma 3, c.p.p. , essendo la stessa rilevante ai fini delle definizione delle specifica controversia sottoposta al suo esame, nella parte in cui prevede la necessaria sospensione del giudizio contabile nel quale venga esercitata l'azione risarcitoria già esperita vittoriosamente nel giudizio penale di primo grado». 2.5. - In ordine alla non manifesta infondatezza della questione, il giudice rimettente sviluppa anzitutto una articolata analisi della giurisprudenza costituzionale intervenuta in merito all'articolo 103, secondo comma, della Costituzione, dallo stesso evocato quale parametro del presente giudizio. Alla luce delle sentenze numeri 33 del 1968, 102 del 1977, 641 del 1987, 24 del 1993 e 385 del 1996, il rimettente individua quale rilevante ai fini della valutazione della prospettata questione, il principio della necessaria interpositio legislatoris, in tali pronunce affermato quale presupposto necessario, al fine di radicare concretamente la giurisdizione, solo tendenzialmente generale, attribuita dall'articolo 103, secondo comma, della Costituzione alla Corte di conti sulle materie di contabilità pubblica. Per il rimettente, in questa (e, più in generale, nella) giurisprudenza costituzionale l'interpositio legislatoris parrebbe «declinarsi» come «possibilità per il legislatore di enucleare – nell'ambito in cui opera, con carattere tendenzialmente generale, quella giurisdizione della Corte dei conti che funge da limite alla giurisdizione del giudice ordinario – materie in cui si giustifichi, nei limiti del parametro costituzionale della non manifesta irragionevolezza della scelta legislativa, l'attribuzione della giurisdizione ad un giudice diverso da quello contabile», mentre «se di questa possibilità il legislatore non fa uso, opererà appunto «la espansione tendenziale della giurisdizione della Corte dei conti, ove sussista identità di materia e di interesse tutelato […]» (sent. n. 641 del 1987) , nei termini specificati dalla sentenza 385 del 1996». «In base a tali premesse», il rimettente ritiene che si sia affermato e consolidato nella giurisprudenza della Corte costituzionale una «lettura» dell'articolo 103, secondo comma, della Costituzione che escluderebbe «la possibilità di configurare i rapporti fra giurisdizione del giudice ordinario» (sia esso quello civile, sia esso quello penale, che pronunci sulle questioni civili) e «quella del giudice contabile in termini di concorrenza» e che «muovendo dalla premessa che – a parità di materia e di interesse tutelato (nel senso specificato dalla già citata sentenza n. 385 del 1996) – laddove manchi l'attribuzione da parte del legislatore della giurisdizione ad un giudice diverso questa spetta, nell'ambito in cui opera quella tendenziale espansività della quale si è detto, alla Corte dei conti, ne discende invariabilmente che nei corrispondenti casi non è rinvenibile uno spazio di azione – di tipo concorrente – per un giudice diverso da quello contabile». Dalla giurisprudenza costituzionale, in definitiva, a dire del rimettente, deriverebbe il principio della esclusività della competenza della Corte dei conti nelle materie di contabilità pubblica attribuite alla propria giurisdizione. 2.6. - Il rimettente evidenzia, poi, come la giurisprudenza costituzionale, da un lato (sentenza n. 211 del 1972), abbia escluso che l'amministrazione avesse autonomia di decisione nella proposizione delle azioni nei confronti dei propri dipendenti autori di comportamenti fonte di danno, ribadendo, in via generale, il potere del Procuratore generale della Corte dei conti di agire d'ufficio, dall'altro (sentenza n. 102 del 1977), abbia escluso la assoluta (affermando piuttosto la tendenziale) generalità di tale potere e la sua immediata operatività, facendo salva la legge regionale siciliana, la quale attribuiva, invece, il promuovimento della azione di responsabilità agli organi dell'ente danneggiato. In particolare, il rimettente rimarca che in entrambe queste richiamate pronunce «la necessità della interpositio legislatoris ai fini del radicamento della giurisdizione del giudice contabile viene chiaramente affermata dalla Corte costituzionale non già in assoluto, bensì con specifico riferimento a particolari ipotesi (rectius, a particolari settori/materie) “originariamente sottratti alla giurisdizione della Corte dei conti”». Conforme a tale indirizzo interpretativo sarebbe, a dire del rimettente, anche la successiva sentenza n. 773 del 1988, per la quale «la “tendenziale generalità” della giurisdizione della Corte dei conti, al di là dei casi già in essa espressamente o istituzionalmente ricompresi, necessita normalmente di apposite previsioni legislative e non può sortire un effetto invalidante di norme che – come nella specie – facciano ricadere la materia nell'ambito della giurisdizione generale del giudice ordinario». «Anche in tale caso», per il rimettente, sarebbe «confermato l'orientamento della Corte costituzionale incline a ritenere necessaria l'interpositio legisaltoris solamente per attribuire al giudice contabile materie prima attribuite espressamente dalla legge ad un giudice diverso, e non anche per radicare la giurisdizione del primo nelle ipotesi di “carenza di regolamentazione specifica da parte del legislatore”, perché in questa seconda ipotesi è destinata ad operare la espansione tendenziale della giurisdizione della Corte dei Conti».