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Disposizioni in materia di abolizione del contratto di soccida ed effetti procompetitivi, antielusivi, salutistici ed ambientali. Onorevoli Senatori . – La legislazione dell'attuale codice civile si è sviluppata in un contesto economico dominato ancora dal lavoro agricolo, dove il processo di industrializzazione era ancora poco sviluppato e lontano dalla sua espansione. In quel contesto forme di conduzione come la mezzadria, la colonia, la soccida e la compartecipazione erano molto diffuse ed hanno caratterizzato la storia economica di vaste aree agricole del Paese. Quei contratti associativi prevedevano la condivisione del ruolo di imprenditore tra il proprietario terriero e il contadino che prestava la sua opera manuale. Ben presto, però, queste forme di conduzione associata hanno perso importanza, anche a causa di alcuni interventi normativi. La legge n. 756 del 1964 ha posto divieti alla stipula di nuovi contratti di mezzadria, senza alcuna applicazione ai contratti di soccida. La legge n. 11 del 1971 ha, invece, stabilito la trasformazione in affitto dei contratti di soccida, con conferimento di pascolo a semplice richiesta del soccidario. La legge n. 203 del 1982, che è il testo fondamentale in materia di trasformazione dei contratti agrari, ha previsto la conversione in affitto, della mezzadria e della colonia, vietando espressamente la stipulazione di nuovi contratti. Mezzadria e colonia sono tipologie contrattuali analoghe alla soccida, in cui variano l'oggetto (il bestiame per la soccida, il fondo rustico per le altre fattispecie) e il tipo di attività (allevamento e sfruttamento del bestiame piuttosto che coltivazione di un podere o di un fondo). L'unica forma di contratto associativo sopravvissuta alla conversione è stata la soccida semplice che, non solo ha mantenuto la possibilità di essere ancora stipulata, ma ha trovato larga diffusione in tutta la zootecnia industriale, diventando uno schermo legale per veri e propri oligopoli, che nei periodi di crisi si espandono e consolidano le loro posizioni a danno della collettività e del patrimonio zootecnico nazionale. Per comprendere appieno limiti e derive di questo strumento giuridico occorre esaminarne brevemente il contesto. Il contratto di soccida, nell'ambito degli « allevamenti rurali », era una delle prime forme di lavoro associato in agricoltura, che nasceva dall'esigenza di unire due fattori necessari alla produzione agricola: il lavoro e il capitale agricolo. Trae la sua origine storica dalla necessità dei pastori sardi di provvedere all'allevamento dei capi ovini forniti dai grossi proprietari terrieri che avevano i capitali da investire nell'acquisto del bestiame. Il codice civile contempla tre tipologie contrattuali: la soccida semplice, in cui il bestiame è conferito dal soccidante (articoli da 2171 a 2181 del codice civile); la soccida parziaria, in cui il bestiame è conferito da entrambe le parti nella proporzione stabilita (articoli da 2182 a 2185 del codice civile); la soccida con conferimento di pascolo, in cui il bestiame è conferito dal soccidario, mentre il soccidante conferisce il terreno per il pascolo (articolo 2186 del codice civile). Con la soccida (articoli 2170 e successivi del codice civile), « il soccidante e il soccidario si associano per l'allevamento e lo sfruttamento di una certa quantità di bestiame e per l'esercizio delle attività connesse, al fine di ripartire l'accrescimento del bestiame e gli altri prodotti e utili che ne derivano ». La soccida, alla luce della sua collocazione nel contesto del codice civile, è un contratto agrario associato. L'affermazione è avvalorata dalla circostanza che il contratto è necessariamente di tipo bilaterale, caratteristica propria dei contratti agrari associativi e rappresenta uno degli elementi di differenziazione rispetto al contratto societario. Nel tempo, infatti, a seguito dello sviluppo della « zootecnia industriale » (polli, tacchini, conigli, suini, bovini da ingrasso), il contratto di soccida ha registrato un'espansione notevole (il fatturato all'origine in queste filiere, nel 2015, ha registrato 9,887 miliardi di euro, mentre il fatturato di mangimi e premiscele, nel 2018, ha raggiunto 6,200 miliardi di euro), che ha favorito, da un lato, la diffusione di alcune forme organizzative del mercato (integrazione verticale tra allevatori, industrie mangimistiche e macelli), dall'altro, una pericolosa concentrazione oligopolistica che tende a soffocare gli allevatori indipendenti. Questa nuova applicazione e diffusione è avvenuta senza che le norme regolanti il contratto di soccida fossero novellate in funzione del nuovo contesto produttivo e imprenditoriale in cui detto contratto è andato affermandosi negli ultimi anni, assumendo le sembianze di una vera e propria « soccida industriale », non prevista dal codice, ma cucita ad arte per l'agroindustria come un abito sartoriale. Il legislatore, tuttavia, riconoscendo l'esistenza di limiti e derive nell'applicazione pratica dello strumento giuridico, ritenuto da più parti desueto e inadeguato, nonché fonte di abusi e sperequazioni, anche territoriali, ha incardinato una proposta di legge di modifica del contratto di soccida semplice per riequilibrare i rapporti all'interno della filiera, ma non all'interno del territorio. Tale proposta (AC n. 1768 della XVII legislatura, presentata il 6 novembre 2013) non ha concluso il suo iter anche perché il tentativo di riequilibrare i rapporti, da più parti, è ritenuto velleitario (alcuni parlamentari e organizzazioni sindacali conservatori si sono opposti alla riforma). Il presente disegno, invece, è radicalmente favorevole all’« abrogazione » della soccida e non alla « modifica ». Ciò per varie ragioni. In primo luogo, se nella zootecnia « rurale » la condivisione del ruolo di imprenditore avveniva tra il proprietario terriero e il contadino che prestava la sua opera manuale, nella zootecnia « industriale » tale condivisione avviene tra un polo aggregante industriale, che tenta surrettiziamente di apparire agricolo e l'imprenditore agricolo che, pur prestando la sua opera e i suoi immobili (capannoni, terreni e attrezzature) si trova in posizione di contraente « debole » e tende a regredire in un processo di disuguaglianza sociale sempre più spinto. In secondo luogo, lo sviluppo delle soccide industriali ha allontanato la produzione dal consumo. Infine, i consumatori prediligono sistemi produttivi rispettosi del benessere animale, ecosostenibili e non intensivi. Oggi, il legislatore dovrebbe riconoscere che i processi di concentrazione vanno salutati con favore solo quando sono in grado di accrescere la ricchezza nei singoli settori per tutti e non quando la distruggono. Alcune filiere sono state distrutte o ristrette proprio dove sono maggiormente concentrati i consumi, mentre la produzione è stata dirottata solo in alcune aree dove insistono maggiori problemi di entropia dell'ambiente.