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Riforma dell’istituto della legittima difesa. Onorevoli Senatori. -- L'ampia casistica riguardante la legittima difesa indica, nonostante si tratti di una delle previsioni di più lunga e antica tradizione, che tale istituto incontra ancora oggi notevoli difficoltà applicative. Nella varietà delle situazioni che attualmente possono verificarsi, si ha talvolta la sensazione che il congegno normativo, così come risulta dalla lettera della legge e dalla ormai lunga applicazione giurisprudenziale, non sempre corrisponda allo scopo, che è quello in definitiva di salvaguardare dall'applicazione della pena chi abbia dovuto difendersi, quando non possa ragionevolmente attendersi il soccorso delle autorità. Pure la riforma della cosiddetta legittima difesa abitativa, anche in ragione di talune «normalizzazioni» giurisprudenziali, specialmente per quel che riguarda il requisito della proporzione, non sembra essere riuscita a centrare i reali obiettivi di politica criminale. Talvolta si ha addirittura l'impressione che sia il diritto stesso di difendersi a non trovare più stabili e, quel che più importa, calcolabili emersioni nella legislazione positiva. Ovviamente meriterebbe un'autonoma elaborazione comprendere per quali ragioni questa causa di giustificazione presenti ancora profili così problematici. In breve, può osservarsi come all'attuale situazione contribuisca senz'altro il mutato quadro sostanziale di riferimento; è probabile che il legislatore del 1930, nel concepire la legittima difesa nel solco della tradizionale liberale europea, avesse in mente un set di possibili aggressioni e pericoli e in generale un modello di società che oggi, con ogni evidenza, non trova riscontri. I rischi oggi sono «asimmetrici» e gli stessi beni tutelati, in ragione della sempre più marcata diversificazione culturale, tendono a essere sempre più difficilmente bilanciabili. Per queste ragioni, sinteticamente rappresentate, sembra urgente riflettere sulla possibilità di una riforma della legittima difesa e delle disposizioni connesse, con particolare riguardo all'eccesso colposo. Anche in ragione del carattere fortemente sistematico dell'intervento, può essere opportuno rapidamente considerare le principali proposte avanzate dalle commissioni di riforma del codice penale che nel tempo si sono succedute. Uno dei primi tentativi sistematici di riforma in materia fu disposto dalla Commissione Pagliaro che ha ritenuto in primo luogo di colmare una lacuna del vigente articolo 52 del codice penale: a differenza, infatti, dell'articolo 54 del codice penale, l'articolo 52 non menziona l'involontarietà del pericolo come requisito della fattispecie scriminante, con la conseguenza che in linea di principio la legittima difesa può essere riconosciuta anche se l'aggredito si sia posto deliberatamente nella situazione di pericolo o l'abbia prevista e accettata. Per ovviare dunque a tale lacuna la proposta invita il legislatore delegato a prevedere come requisito della causa di giustificazione la non preordinazione del pericolo (locuzione più restrittiva rispetto alla volontaria causazione del pericolo). Inoltre, si suggerisce una diversa accezione del giudizio di proporzione, che all'epoca dei lavori della Commissione già trovava consensi soprattutto in dottrina, ed oggi anche nella giurisprudenza, tale da implicare un raffronto fondamentale tra offesa e difesa, non in astratto, ma tenendo conto di tutte le circostanze oggettive contingenti e quindi delle caratteristiche concrete dell'offesa. Nel contempo, la previsione delle «cause soggettive di esclusione della responsabilità» consente di superare l'attuale costruzione legale unitaria dello stato di necessità che si presenta alquanto problematica, nonché di fornire confini più ragionevoli al «soccorso di necessità», attualmente riconducibile ad una previsione troppo generalizzata che supera evidentemente la prospettiva individualistica dell'istinto di conservazione e dell'inesigibilità. Mentre lo «stato di necessità», nello schema di delega, dovrebbe operare come causa di giustificazione, qualora, unitamente agli altri tradizionali requisiti, l'interesse personale proprio od altrui da salvare sia superiore a quello sacrificato, la «necessità cogente» dovrebbe, per contro, operare quale causa soggettiva, qualora l'interesse da salvare proprio o altrui presenti una sostanziale equivalenza rispetto a quello offeso. Inoltre, la necessità cogente dovrebbe essere rappresentata dal pericolo attuale non altrimenti evitabile, né volontariamente causato, di morte o di danno grave all'integrità fisica o alla libertà personale o sessuale. Il soccorso di necessità, operante quale causa soggettiva, restringerebbe il suo ambito di operatività ai soli casi in cui l'altra persona oggetto del soccorso sia legata all'agente da speciali vincoli affettivi. Il soggetto, tenuto ad esporsi al pericolo in virtù di un particolare dovere giuridico, non potrebbe mai fruire della causa soggettiva, qualora agisca per salvare sé medesimo. Successivamente alla Commissione Pagliaro un ulteriore studio è stato disposto dalla Commissione Grosso. È interessante osservare come nella relazione che illustra la proposta di articolato la Commissione rilevi un punto preliminare nella definizione del fondamento oggettivo o soggettivo della legittima difesa; notando dunque come debba chiarirsi se l'esimente opera oggettivamente sulla linea della disciplina generale tracciata dall'articolo 59, primo comma, del codice penale, ovvero se la sua efficacia sia subordinata alla percezione della situazione di pericolo, presupposto della «costrizione» cui gli articoli 52 e 54 del codice penale sembrano, alla lettera, subordinare la efficacia scriminante. La Commissione Grosso, comunque, non offre al proposito un'indicazione legislativa volta a risolvere definitivamente la questione, anche, eventualmente, con soluzioni differenziate, che gioverebbe alla chiarezza della disciplina. Più netta, invece, la scelta che riguarda la specificazione del concetto di proporzione nella struttura della figura. Tenendo conto che è ormai definitivamente superata, anche nella giurisprudenza della Cassazione, la vecchia tesi della proporzione fra i mezzi, la Commissione guarda alla valutazione comparata dei beni contrapposti. Di conseguenza, nella difesa legittima occorre valutare altresì la posizione di minore dignità di tutela di chi con l’aggressione ingiusta ha creato la situazione di pericolo, per cui, entro certi limiti, potrà essere giudicata proporzionata anche la reazione che determini un danno superiore a quello minacciato dall'aggressore. La Commissione ha inoltre affrontato gli ulteriori interrogativi che ha sollevato l'elemento della «inevitabilità» del pericolo. Com'è noto, una parte della dottrina ha sostenuto che tale requisito, menzionato nel solo articolo 54 del codice penale, non rileverebbe nella difesa legittima. Altri ha invece sostenuto che anche in quest'ultima esimente l'inevitabilità avrebbe un suo, sia pure più circoscritto, rilievo, rilevabile sotto il profilo della «necessità» della reazione. Condotta necessitata, si è sostenuto, è quella che è in grado di neutralizzare il pericolo cagionando all'aggressore il minor danno possibile; il che significa che la reazione dell'aggredito non può essere considerata scriminata se il medesimo risultato può essere evitato con una difesa meno dannosa.