[pronunce]

che, a parere del giudice a quo, gli esempi connessi alla mancata "istituzionalizzazione" dell'indissolubilità del matrimonio, con la conseguente introduzione legislativa del divorzio, ed alla progressiva attuazione per via legislativa del principio costituzionale di eguaglianza tra figli legittimi e figli naturali, dimostrano come l'accezione costituzionale di famiglia, lungi dall'essere ancorata ad una conformazione tipica ed inalterabile, si sia al contrario dimostrata permeabile ai mutamenti sociali, con le relative ripercussioni sul regime giuridico familiare; che, secondo il rimettente, le considerazioni svolte in riferimento al significato dell'espressione "società naturale" ed in relazione alla mancata tutela del "matrimonio tradizionale" nell'ambito dell'art. 29 Cost. conducono a ritenere infondate le tesi che giustificano il divieto di matrimonio tra persone dello stesso sesso, ricorrendo ad argomenti correlati alla capacità procreativa della coppia ed alla tutela della procreazione, perché né la Costituzione né il diritto civile prevedono la capacità di avere figli come condizione per contrarre matrimonio, ovvero l'assenza di tale capacità come condizione di invalidità o causa di scioglimento del matrimonio, essendo matrimonio e filiazione istituti nettamente distinti; che, pertanto, il citato art. 29 Cost., attribuendo tutela costituzionale alla famiglia legittima, in quanto contribuisce, grazie alla stabilità del quadro delle relazioni sociali, affettive ed economiche che comporta, alla realizzazione della personalità dei coniugi, non costituisce ostacolo al riconoscimento giuridico del matrimonio tra persone dello stesso sesso, ma assurge indubbiamente ad ulteriore parametro, unitamente agli artt. 2 e 3, sulla base del quale dubitare della costituzionalità del divieto; che, sulla base di tali argomenti, il Tribunale è giunto al convincimento della non manifesta infondatezza della questione di illegittimità costituzionale, pur parzialmente modificando i parametri di riferimento rispetto a quelli indicati dalle ricorrenti, delle norme di cui agli artt. 93, 96, 98, 107, 108, 143, 143-bis, 156-bis e 231 cod. civ. , ove siano incompatibili, o non consentono che le persone di orientamento omosessuale possano contrarre matrimonio con persone dello stesso sesso; che il giudice rimettente ha poi affidato alla Corte la valutazione circa l'eventuale estensione della pronuncia di fondatezza anche ad altre disposizioni legislative interessate in via di consequenzialità, ai sensi dell'art. 27 della legge 11 marzo 1953, n. 87 (Norme sulla costituzione e sul funzionamento della Corte costituzionale). Considerato che il Tribunale di Ferrara, con l'ordinanza indicata in epigrafe, dubita, in riferimento agli articoli 2, 3 e 29, primo comma, della Costituzione, della legittimità costituzionale degli articoli 93, 96, 98, 107, 108, 143, 143-bis, 156-bis, 231 del codice civile, nella parte in cui non consentono che le persone dello stesso sesso possano contrarre matrimonio; che questa Corte, con sentenza n. 138 del 2010, emessa a seguito delle ordinanze del Tribunale di Venezia e della Corte d'appello di Trento menzionate dall'attuale rimettente, ha già esaminato la questione di legittimità costituzionale delle norme in questa sede censurate, in riferimento ai parametri costituzionali qui richiamati, nonché all'art. 117, primo comma, Cost. (che non può ritenersi evocato dal Tribunale ferrarese mediante la generica relatio ai citati provvedimenti del Tribunale di Venezia e della Corte di appello di Trento); che, in particolare, con la citata sentenza n. 138 del 2010, la questione sollevata in riferimento all'art. 2 Cost. è stata dichiarata inammissibile, perché diretta ad ottenere una pronunzia additiva non costituzionalmente obbligata; che con la medesima sentenza la questione, sollevata in riferimento ai parametri individuati negli artt. 3 e 29 Cost., è stata dichiarata non fondata, sia perché l'art. 29 Cost. si riferisce alla nozione di matrimonio definita dal codice civile come unione tra persone di sesso diverso, e questo significato del precetto costituzionale non può essere superato per via ermeneutica, sia perché (in ordine all'art. 3 Cost.) le unioni omosessuali non possono essere ritenute omogenee al matrimonio; che non risultano qui allegati profili diversi o ulteriori, idonei a superare gli argomenti addotti nella precedente pronuncia ed anche ribaditi nella successiva ordinanza n. 276 del 2010; che identiche considerazioni valgono anche con riguardo all'art. 231 cod. civ. , censurato dall'attuale rimettente insieme con le altre norme indicate in epigrafe; che, pertanto, la questione di legittimità costituzionale, sollevata con riferimento all'art. 2 Cost., deve essere dichiarata manifestamente inammissibile, e la questione sollevata con riferimento agli artt. 3 e 29 Cost. deve essere dichiarata manifestamente infondata (ex plurimis: ordinanze n. 42, n. 34 e n. 16 del 2009). Visti gli artt. 26, secondo comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87, e 9, comma 2, delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale.. per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE a) dichiara la manifesta inammissibilità della questione di legittimità costituzionale degli articoli 93, 96, 98, 107, 108, 143, 143-bis, 156-bis, 231 del codice civile, sollevata, in riferimento all'articolo 2 della Costituzione, dal Tribunale di Ferrara con l'ordinanza indicata in epigrafe; b) dichiara la manifesta infondatezza della questione di legittimità costituzionale degli articoli sopra indicati del codice civile, sollevata, in riferimento agli articoli 3 e 29 della Costituzione, dal Tribunale di Ferrara con la medesima ordinanza. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 16 dicembre 2010. F.to: Ugo DE SIERVO, Presidente Alessandro CRISCUOLO, Redattore Maria Rosaria FRUSCELLA, Cancelliere Depositata in Cancelleria il 5 gennaio 2011. Il Cancelliere F.to: FRUSCELLA