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Alcune stime prudenziali effettuate dalla Commissione ci dicono che vi potrebbe essere una riduzione del bilancio compresa tra i 10 e i 12 miliardi di euro all'anno, cioè potrebbero mancare 10-12 miliardi, corrispondenti a circa il 10 per cento del bilancio dell'Unione europea. Rischiamo dunque significativi tagli, non solo alla PAC, ma anche ai fondi destinati alla politica di coesione. Come si sa, nella programmazione 2014-2020 erano quattro le Regioni italiane ad obiettivo convergenza, ovvero Puglia, Calabria, Campania e Sicilia. Ridurre tali risorse sarebbe un colpo mortale per le fragili economie di queste aree, considerato poi che Sicilia e Calabria sono state e tuttora sono meta di continui sbarchi di immigrati. Confindustria, nel suo recente check-up sul Mezzogiorno, ha lanciato un allarme chiaro: il tasso disoccupazione giovanile al Sud è del 52 per cento, cioè più di un giovane su due non lavora; i disoccupati totali sono 1,5 milioni e molti di più sono gli inattivi. Ha smesso di crescere anche il numero delle imprese attive, rimasto fermo a 1,7 milioni. Sono dati che testimoniano come serva un vero cambio di passo, ma, a più di un anno dall'insediamento dell'attuale Governo, l'Esecutivo non è stato in grado di dare risposte che non siano quelle legate all'assistenzialismo del reddito di cittadinanza. Quello che serve al Mezzogiorno è un programma straordinario di investimenti garantiti da due princìpi: burocrazia zero e fiscalità agevolata. Viviamo in un Paese spaccato che viaggia a due velocità. Il profondo gap tra Sud e Nord è evidente a tutti e la questione meridionale, di fatto, non è stata mai risolta. Viviamo in un Paese in cui il sedicente Governo del cambiamento, che avrebbe dovuto segnare una svolta lavorando allo sviluppo del Meridione, è rimasto immobile, mortificando le speranze di tanti elettori del Sud. Non è un caso se il ministro Savona, che della necessità di fare investimenti mirati ci ha parlato tante volte in Commissione, a un certo punto, forse deluso dall'impossibilità di dare un reale indirizzo alla politica di Governo, abbia rinunciato al Ministero e abbia preferito un altro incarico. Un nodo nevralgico è sicuramente la politica comune della pesca. Qualche settimana fa ho presentato un'interrogazione per chiedere al Governo di ripartire più equamente le quote di pesca del tonno rosso tra le varie realtà operanti in Italia. Il Governo, infatti, ha fortemente penalizzato la Sicilia e, in particolare, la tonnara di Favignana, spingendola a chiudere i battenti. Ciò è inaccettabile, ma fino ad oggi nessuna risposta mi è stata data. Il Governo soprassiede; il Governo non decide; il Governo agisce come con gli innumerevoli dossier sul tavolo. A mio parere, l'Esecutivo dovrebbe impegnarsi maggiormente nella valorizzazione della nostra pesca, senza distinzioni territoriali e senza agevolare l'una o l'altra Regione. Si tratta di un'attività che interessa tantissimi piccoli imprenditori e non ci possono essere figli di un Dio minore. Oggi, finalmente, dopo nove mesi di lavoro in Commissione, arriva in Aula la legge di delegazione europea 2018. Le ragioni del ritardo non sono un mistero: che la politica di questo Governo sia bloccata da veti contrapposti tra le due forze politiche dell'Esecutivo è sotto gli occhi di tutti. La maggioranza gialloverde è divisa su ogni cosa ed è riuscita a discutere anche su un provvedimento che storicamente ha avuto sempre un iter rapido, perché sostanzialmente condiviso tra le varie forze politiche. Invece, si è arrivati a discutere anche su questo. È opportuno evidenziare come l'inaccettabile lunghezza dell'esame parlamentare abbia già fatto aumentare le procedure di infrazione a carico dell'Italia. Siamo passati dalle 59 del 7 giugno 2018 alle 71 del mese di luglio 2019. Averne di più non è sicuramente motivo di vanto, come qualche sedicente sovranista vorrebbe far credere agli italiani. Avere più procedure d'infrazione a carico del nostro Paese significa che stiamo pagando un conto sempre più salato all'Europa e certamente, considerato lo stato dei nostri conti pubblici, non possiamo permettercelo! Doveva essere il Governo del cambiamento, ma è il Governo del peggioramento, anche in tema di migrazione: ancora un nulla di fatto per quanto riguarda la tanto invocata riforma del regolamento di Dublino. Ci sono, poi, addirittura due linee di azione contrapposte nel Governo: quella del ministro Moavero e quella del ministro Salvini, con poca coerenza e credibilità dell'Italia, che sostiene posizioni differenti ai vari tavoli europei. Su quali siano, in questa fase storica, le priorità politiche a livello comunitario penso non ci dovrebbero essere dubbi. La prima è fissare il principio dell'obbligatorietà della redistribuzione dei migranti approdati sul territorio europeo tra tutti - sottolineo tutti - gli Stati membri. Con il Governo gialloverde, però, è prevalso il principio della volontarietà e ogni volta che c'è un'emergenza si apre un ridicolo rimpallo di responsabilità per convincere i singoli Stati ad accogliere anche solo pochi migranti. Si tratta di una non soluzione a un problema che, di fatto, rimane irrisolto. Con questi interminabili tira e molla si fa solo propaganda, si raccoglie qualche voto in più, qualche titolo sui giornali, ma non si va al cuore del problema. La questione migratoria è un fenomeno epocale che non si può pensare di risolvere a suon di slogan : occorre portare l'Europa ad assumere un ruolo più incisivo, sia convincendo gli Stati membri a rivedere Dublino, sia programmando un vero e proprio piano Marshall per l'Africa. Lo diciamo da mesi anche con il nostro presidente Antonio Tajani. Nei confronti dei Paesi africani è necessario uno sforzo maggiore a livello economico, servono investimenti strategici. Lo sviluppo dei Paesi subsahariani costituisce il vero deterrente all'incontrollato flusso di migranti economici verso il nostro Paese: è questa la soluzione. La seconda priorità è la stabilizzazione della Libia. La posizione italiana è troppo ondivaga e confusa. Abbiamo lasciato spazi politici che altri Stati hanno occupato. Serve un impegno maggiore, che però non vediamo. Altra questione cruciale è quella che riguarda il sistema bancario e i risparmiatori: in Commissione il Governo ha respinto, nell'ambito del provvedimento oggi in discussione, un ordine del giorno che lo avrebbe impegnato a garantire il massimo ristoro patrimoniale a coloro che hanno subito perdite a causa dei dissesti bancari, dando seguito alla sentenza di primo grado del Tribunale dell'Unione europea su Banca Tercas. Francamente non abbiamo capito questo no secco al mio ordine del giorno. Abbiamo sempre criticato il rigore della Commissione europea nell'applicare meccanicamente regole complesse sui conti pubblici e abbiamo anche stigmatizzato lo stesso rigore nella gestione delle crisi bancarie, che ha messo in difficoltà - anzi in ginocchio - i nostri istituti di credito e prodotto a cascata pesanti perdite patrimoniali per molti risparmiatori. Ora che una sentenza ha riconosciuto le buone ragioni dell'Italia, francamente il Governo avrebbe potuto agire di conseguenza e non l'ha fatto, avrebbe potuto dire la sua e non l'ha fatto.