[pronunce]

Infine, il giudice a quo lamenta la violazione dell'art. 3 Cost., sotto il profilo dell'irragionevolezza e non proporzionalità, là dove le norme censurate, introducendo un'ipotesi di decadenza coattiva degli organi dell'ente esponenziale della collettività, interverrebbero direttamente sulla vita e sul funzionamento interno di tali enti, operando una scelta irragionevole, sproporzionata e non rispettosa dello spirito della riforma dei domini collettivi di cui alla legge n. 168 del 2017. 5.- Con atto depositato il 23 febbraio 2024, si è costituita in giudizio la Regione Emilia-Romagna che ha, anzitutto, sollevato una eccezione di inammissibilità. La difesa regionale, assumendo che la competenza della Regione a dettare regole in materia di controlli sugli enti esponenziali deriverebbe dal trasferimento alle regioni delle funzioni amministrative di controllo sulle persone giuridiche di diritto privato - trasferimento a sua volta correlato alla competenza legislativa regionale nella materia «agricoltura e foreste» -, eccepisce che il rimettente avrebbe erroneamente appuntato le proprie censure sulle norme regionali in epigrafe. Pertanto - secondo la Regione - il contrasto con le norme costituzionali sopra citate, lamentato dal rimettente, deriverebbe semmai da quanto previsto dall'art. 1 del d.P.R. n. 11 del 1972 e dagli artt. 14 e 66 del d.P.R. n. 616 del 1977. 5.1.- È dunque necessario esaminare anzitutto tale eccezione di inammissibilità, che si rivela non fondata. L'assunto ermeneutico da cui muove la Regione non attiene al rito, bensì al merito delle questioni; di conseguenza, è in quel contesto che va esaminata l'eccezione. 6.- Prima di procedere con l'esame del merito, occorre delimitare la corretta estensione del thema decidendum. Il rimettente solleva questioni di legittimità costituzionale dell'art. 49, comma 1, lettera b), della legge reg. Emilia-Romagna n. 6 del 2004, in «combinato disposto con gli artt. 25 e 29 della legge della Regione Emilia-Romagna 27 maggio 1994, n. 24». L'atto introduttivo sembra individuare l'oggetto delle questioni sia nella norma che disciplina il controllo preventivo di legittimità sugli atti della partecipanza, sia in quella che - attraverso il rinvio al Titolo III, Capo II, della legge reg. Emilia-Romagna n. 24 del 1994 - consente lo scioglimento degli organi della partecipanza, nonché la nomina di un commissario per l'amministrazione provvisoria. Sennonché, la controversia pendente dinanzi al giudice amministrativo concerne esclusivamente l'esercizio dei poteri normati dalla legge reg. Emilia-Romagna n. 24 del 1994, in virtù del citato rinvio. Il giudizio da cui originano le presenti questioni di legittimità costituzionale deriva, infatti, dalla impugnazione della sentenza del TAR Emilia-Romagna, che aveva annullato il provvedimento della Giunta regionale di scioglimento degli organi e di nomina del commissario. Di conseguenza, è soltanto su tale disciplina che questa Corte è chiamata a pronunciarsi. 7.- Così circoscritto l'oggetto delle censure, occorre indagare, in via prioritaria, la questione sollevata in riferimento all'art. 117, comma secondo, lettera l), Cost., con riguardo alla materia «ordinamento civile». 8.- La questione è fondata. 9.- L'art. 49, comma 1, lettera b), della legge reg. Emilia-Romagna n. 6 del 2004 - nel far salva «l'eventuale applicazione del titolo III, capo II, della legge regionale n. 24 del 1994» - ascrive le partecipanze agrarie dell'Emilia-Romagna agli «enti dipendenti» dalla Regione (art. 25 della citata legge regionale) e le sottopone alla normativa concernente «[i]ndirizzi e vigilanza nei confronti degli enti, istituti e aziende dipendenti dalla Regione», prevista dal citato Capo II, che comprende anche i «[c]ontrolli sostitutivi» disposti dall'art. 29 della medesima legge. A fronte di tale disciplina, l'esame della questione posta con riguardo alla competenza legislativa statale nella materia «ordinamento civile» si articola in tre passaggi argomentativi: la natura privatistica degli enti esponenziali delle partecipanze agrarie (infra, punto 10 del Considerato in diritto); la competenza legislativa esclusiva dello Stato nella determinazione delle tipologie di controlli che il soggetto pubblico - sia esso statale o regionale - può esercitare nei confronti di enti di diritto privato (infra, punto 11 del Considerato in diritto); la sussistenza di una invasione di tale competenza da parte delle norme regionali censurate (infra, punto 12 del Considerato in diritto). 10.- Partendo dall'esame della natura degli enti esponenziali, va premesso che la partecipanza agraria è un'antichissima forma di proprietà collettiva di terreni, risalente al medioevo, derivante per lo più da atti di diritto privato (in origine costitutivi di enfiteusi perpetue) e tuttora in uso specie in Emilia, nel Veneto e in Piemonte. Si tratta di una tra le molteplici forme di domini collettivi - che si sono sviluppate, con nomi e specificità diverse, nel territorio italiano - caratterizzata: dall'uso collettivo della terra da parte di famiglie che, in origine, «possedendo esclusivamente terre atte a coltura agraria», vi avevano apportato «sostanziali e permanenti migliorie» (secondo quanto disposto dall'art. 65 del r.d. n. 332 del 1928); dalla divisione dei terreni (in vista del loro utilizzo), che si effettua ogni vent'anni tra i figli maschi delle famiglie partecipanti (cosiddetti capisti); dalla assegnazione degli appezzamenti (cosiddetti capi), a patto che si dimostri l'abitazione nel territorio; dalla titolarità collettiva e indifferenziata della proprietà; dall'amministrazione affidata a una associazione agraria, quale ente esponenziale della collettività medesima. 10.1.- Un riconoscimento delle partecipanze agrarie quali enti esponenziali di proprietà collettive si rinviene già nella legge 4 agosto 1894, n. 397 (Sull'ordinamento dei dominii collettivi nelle provincie dell'ex Stato Pontificio) - poi abrogata con il decreto legislativo 13 dicembre 2010, n. 212 (Abrogazione di disposizioni legislative statali, a norma dell'articolo 14, comma 14-quater, della legge 28 novembre 2005, n. 246) - in base alla quale, da un lato, dovevano considerarsi persone giuridiche «le associazioni istituite a profitto [...] di una determinata classe di cittadini per la coltivazione o il godimento collettivo dei fondi» (art. 1, primo comma, della citata legge) e, da un altro lato, dovevano costituirsi in associazioni «considerate egualmente persone giuridiche» gli «utenti ai quali [fosse] stata o [sarebbe stata] assegnata la proprietà collettiva dei fondi», a seguito di meccanismi di affrancazione di terre mediante pagamento di un canone annuo al proprietario (secondo comma del citato art. 1).