[pronunce]

che, con quattro ordinanze (tre delle quali di contenuto sostanzialmente identico), il Tribunale di Perugia (sede centrale e sezione distaccata di Gubbio) ipotizza il contrasto dell'art. 10, comma 3, della legge n. 251 del 2005 con l'art. 3 Cost; che in particolare, quanto ai provvedimenti pronunciati dal giudice preposto alla sezione distaccata di Gubbio (r.o. nn. 181, 182, 296 del 2006), il rimettente – premesso di dover giudicare di reati (quelli previsti e puniti, rispettivamente, dagli artt. 589, 591 e 643 cod. pen.) che sarebbero tutti estinti per prescrizione, se l'applicazione della nuova normativa, introdotta sul punto dalla legge n. 251 del 2005, non fosse preclusa, per ciascuno dei giudizi dinanzi a lui pendenti, dalla già avvenuta dichiarazione di apertura del dibattimento – lamenta l'irragionevolezza della scelta compiuta dal legislatore; che, sebbene l'art. 25, secondo comma, Cost. «non imponga la retroattività di norme penali più favorevoli, ma vieti esclusivamente la retroattività in malam partem», ciò non toglie – osserva il rimettente – che al legislatore sia comunque vietato «eludere il principio di eguaglianza sancito dall'art. 3 Cost.»; che, viceversa, ciò è quanto si sarebbe verificato nel caso in esame, giacché la norma censurata ha fatto «dipendere la retroattività della più favorevole disciplina sopravvenuta da fattori del tutto estrinseci, estranei cioè alla logica del trattamento sanzionatorio, in quanto connessi, invece, all'evoluzione del processo penale»; che d'altra parte, in senso contrario, non potrebbe sostenersi – sempre secondo il rimettente – «che le norme in tema di prescrizione abbiano natura processuale e siano dunque soggette al diverso principio “tempus regit actum”», atteso che la prescrizione costituisce certamente istituto di diritto sostanziale; che anche il Tribunale di Perugia in composizione collegiale (r.o. n. 462 del 2006) dubita della legittimità costituzionale della medesima disposizione, della quale ipotizza il contrasto sempre con l'art. 3 della Carta fondamentale; che il rimettente – chiamato a giudicare di una pluralità di reati – deduce che, in applicazione dell'art. 6 della legge n. 251 del 2005, i nuovi termini di prescrizione «sarebbero interamente decorsi» per talune delle fattispecie criminose oggetto del giudizio a quo, se l'applicazione del ius superveniens non fosse preclusa nei procedimenti di primo grado che hanno già raggiunto la fase della dichiarazione di apertura del dibattimento; che, ciò dedotto in punto di rilevanza della questione, quanto alla sua non manifesta infondatezza, il rimettente muove dalla constatazione che l'art. 25 Cost. «vieta esclusivamente la retroattività in malam partem delle norme penali», mentre «non impone la retroattività delle norme più favorevoli»; che, ciò nondimeno, il legislatore, nel derogare al principio del favor rei, «non può eludere il principio di eguaglianza sancito dall'art. 3 Cost.», donde la necessità che la deroga abbia «una giustificazione razionale»; che in tale prospettiva, dunque, la norma censurata – nel porre limiti all'applicabilità della disciplina sopravvenuta in ordine alla prescrizione (attesa anche la sua natura di istituto di diritto sostanziale) – avrebbe dovuto privilegiare «la considerazione del tipo di reato», e non invece «fattori del tutto estrinseci, estranei alla logica del trattamento sanzionatorio», come ha invece fatto, scegliendo di far dipendere «la esclusione della retroattività della norma più favorevole solo dall'evoluzione del processo e dallo stadio in cui esso sia pervenuto ad una certa data»; che la violazione dell'art. 3 Cost. da parte della norma denunciata è dedotta anche dal Tribunale di Paola, sezione distaccata di Scalea; che il rimettente premette che la questione di costituzionalità dell'art. 10, comma 3, della legge n. 251 del 2005 – censurato sempre nella parte in cui esclude, ratione temporis, l'applicazione della nuova più favorevole disciplina sulla prescrizione del reato alle fattispecie oggetto dei procedimenti di primo grado già pervenuti alla fase della dichiarazione di apertura del dibattimento – è rilevante nel giudizio a quo, atteso che il citato ius superveniens «fa si che il reato di cui all'art. 372 cod.pen. si prescriva nel termine massimo di sette anni e sei mesi», già interamente decorso; che ciò premesso, il giudice a quo, nel rilevare come i principi «della retroattività delle legge più favorevole e della irretroattività della legge più sfavorevole» non si applichino «in caso di leggi eccezionali o temporanee», afferma, tuttavia, che la legge n. 251 del 2005 «non appare rientrante in nessuna delle due categorie»; che la scelta con essa compiuta crea, dunque, una ingiustificata disparità, «producendo un trattamento soggettivamente diverso tra soggetti “indagati” e soggetti “imputati” ed ancora peggio tra gli stessi “imputati” nel giudizio di primo grado, ponendo come discrimine la dichiarazione di apertura del dibattimento»; che la violazione degli artt. 3, 25, 97 e 111 della Costituzione è ipotizzata, invece, dal Tribunale di Teramo; che il rimettente – previamente informata la Corte di dover giudicare della responsabilità di 43 imputati, «rinviati a giudizio per il reato di cui agli artt. 110, 112, 81 capoverso, 476 capoverso, e 61, n. 2, codice penale» – rileva che, in forza del più volte citato ius superveniens, costituito dall'art. 6 della legge n. 251 del 2005, per «alcuni dei prevenuti» tutte le fattispecie delittuose loro contestate «sarebbero indubbiamente già prescritte», se l'applicazione del nuovo regime sulla prescrizione del reato non fosse preclusa dalla già avvenuta dichiarazione di apertura del dibattimento; che il Tribunale di Teramo – richiamato quell'orientamento della giurisprudenza costituzionale, secondo cui «l'applicazione delle disposizioni penali più favorevoli al reo può subire limitazioni o deroghe», purché «sancite non senza una qualche ragionevole giustificazione da parte del legislatore» – esclude che tale evenienza sia ipotizzabile nel caso in esame; che muovendo, difatti, dalla constatazione – confermata, nuovamente, nella giurisprudenza costituzionale – secondo cui la prescrizione del reato è il risultato di una «valutazione del disvalore sociale del fatto», il rimettente rileva che il legislatore, modificando il termine prescrizionale fissato per un certo tipo di reato, mostrerebbe, per ciò solo, di aver anche «mutato il proprio interesse a perseguirne gli autori»;