[pronunce]

Contrasterebbe, dunque, con l'art. 3 Cost. l'irragionevole parificazione fra il trattamento del condannato per sequestro di persona a scopo di estorsione di «lieve entità» e quello previsto per soggetti «di ben superiore pericolosità pur nell'ambito dello stesso titolo di reato». La violazione dell'art. 27 Cost., invece, sarebbe conseguenza dell'impedimento frapposto «al medesimo condannato» all'accesso alla misura alternativa dell'affidamento in prova, che ostacolerebbe il suo necessario «progressivo reinserimento nella società». 3.- Le questioni non sono fondate. 3.1.- Come ricorda l'Avvocatura generale dello Stato, le medesime questioni, sollevate sulla base di censure del tutto sovrapponibili a quelle odierne, sono state dichiarate non fondate con la sentenza n. 188 del 2019, depositata in data successiva al provvedimento di rimessione qui in esame. Agli effetti del presente scrutinio non rileva la circostanza che, nel giudizio incidentale già definito, fosse presa in considerazione la preclusione concernente un permesso premio e non la concessione di una misura alternativa alla detenzione, richiesta invece nell'odierno giudizio principale. Nella prospettiva del rimettente, infatti, a risultare in contrasto con i parametri costituzionali evocati è l'inclusione - tra i delitti cosiddetti ostativi all'accesso ai benefici penitenziari - del reato di sequestro di persona a scopo di estorsione, in quanto (e solo in quanto) assistito dal riconoscimento dell'attenuante del fatto di lieve entità. In altre parole, il rimettente richiama l'attenzione sulla qualità del fatto ostativo, non sulle caratteristiche della misura preclusa. Pur rilevando che le numerose modifiche intervenute negli anni, rispetto al nucleo della disciplina originaria, hanno variamente ampliato il catalogo dei reati ricompresi nella disposizione censurata, in virtù di scelte di politica criminale tra loro disomogenee, la sentenza n. 188 del 2019 ha chiarito che «[a]l tempo presente, l'unica adeguata definizione della disciplina di cui all'art. 4-bis ordin. penit. consiste nel sottolinearne la natura di disposizione speciale, di carattere restrittivo, in tema di concessione dei benefici penitenziari a determinate categorie di detenuti o internati, che si presumono socialmente pericolosi unicamente in ragione del titolo di reato per il quale la detenzione o l'internamento sono stati disposti (sentenza n. 239 del 2014)». Con valutazione che va oggi ribadita, è stato così ritenuto «incongruo l'argomento del giudice a quo, secondo il quale se la fattispecie di reato è assistita dall'attenuante di lieve entità, essa dovrebbe essere, per ciò solo, espunta dal catalogo di cui all'art. 4-bis ordin. penit. , sul presupposto che il riconoscimento di quella attenuante priverebbe di ogni validità, sul piano logico e statistico, la presunzione del collegamento del condannato con organizzazioni criminali». Come noto, la previsione di attenuanti, anche diverse da quelle della lievità del fatto, consente di adeguare la pena al caso concreto, ma non riguarda necessariamente l'oggettiva pericolosità del comportamento descritto dalla fattispecie astratta. In ogni caso, anche la concessione dell'attenuante considerata dal rimettente è rilevante ai soli fini della determinazione della pena proporzionata al caso concreto, mentre, nella logica dell'attuale art. 4-bis, comma 1, ordin. penit. , essa non risulta invece idonea a incidere, di per sé sola, sulla coerenza della scelta legislativa di ricollegare al sequestro con finalità estorsive un trattamento più rigoroso in fase di esecuzione, quale che sia la misura della pena inflitta nella sentenza di condanna. D'altra parte, gli elementi che giustificano il riconoscimento della più volte citata attenuante - natura, specie, mezzi, modalità o circostanze dell'azione, oppure particolare tenuità del danno o del pericolo - non sono necessariamente in contraddizione, anche sul piano empirico, con l'adesione o la partecipazione del condannato a pericolose organizzazioni criminali, stabili e strutturate. Significativa, infine, è la circostanza che, nell'elenco di cui all'art. 4-bis ordin. penit. , figurano, ab origine, i reati commessi con finalità di terrorismo, tra cui il reato previsto dall'art. 289-bis cod. pen. (Sequestro di persona a scopo di terrorismo o di eversione), fattispecie la cui invocazione quale tertium comparationis ha determinato, con la sentenza n. 68 del 2012 di questa Corte, la dichiarazione di illegittimità costituzionale dell'art. 630 cod. pen. , nella parte in cui non prevede che la pena da esso comminata è diminuita quando il fatto risulta di lieve entità. In sostanza, il reato di sequestro a scopo di terrorismo e di eversione «"nasce" comprensivo dell'attenuante di lieve entità di cui all'art. 311 cod. pen. , riferita specificamente ai delitti contro la personalità dello Stato, per consentire al giudice di rendere le pertinenti previsioni sanzionatorie, tutte di eccezionale asprezza, adeguate e proporzionate al reato commesso nel caso concreto. Ebbene, se l'espressa e contestuale previsione dell'art. 311 cod. pen. in riferimento al sequestro a scopo di terrorismo o eversione non ha impedito l'inserimento del reato nell'elenco di cui all'art. 4-bis ordin. penit. , non si vede perché, ora, l'estensione dell'attenuante della lieve entità all'"omologo" reato di cui all'art. 630 cod. pen. , conseguente alla sentenza n. 68 del 2012, dovrebbe comportare, per necessità costituzionale, l'espunzione della fattispecie del sequestro estorsivo, in tale specifico caso, dal medesimo elenco» (sentenza n. 188 del 2019). 3.2.- Con sentenza n. 253 del 2019, depositata successivamente all'ordinanza di rimessione qui considerata, l'art. 4-bis, comma 1, della legge n. 354 del 1975 è stato dichiarato costituzionalmente illegittimo nella parte in cui, con riferimento a tutti i delitti ricompresi nella disposizione censurata, non prevede che ai condannati per quei medesimi delitti possano essere concessi permessi premio, anche in assenza di collaborazione con la giustizia a norma dell'art. 58-ter della medesima legge n. 354 del 1975, allorché siano stati acquisiti elementi tali da escludere, sia l'attualità di collegamenti con la criminalità organizzata, terroristica o eversiva, sia il pericolo del ripristino di tali collegamenti. Tale pronuncia non incide sul destino delle questioni poste dall'odierno rimettente. Quest'ultimo, infatti, non contesta la compatibilità costituzionale della preclusione assoluta all'accesso a taluni benefici penitenziari, disegnata dall'art. 4-bis, comma 1, ordin. penit. per il condannato che non collabori con la giustizia. Censura bensì, come visto, l'inclusione nell'elenco dei reati ostativi di una singola fattispecie di reato, in quanto assistita dall'attenuante della lieve entità del fatto.