[pronunce]

che, tuttavia, dalla prospettazione in fatto contenuta nell'ordinanza di rimessione, non risulta in alcun modo che, nella pendenza del giudizio a quo (del quale non è dato conoscere la data di proposizione), sia stata avanzata dalle parti (davanti alla competente Commissione ovvero allo stesso giudice) alcuna ulteriore domanda di scioglimento del maso chiuso in contestazione, emergendo viceversa (come anche affermato dal rimettente) che l'unica domanda di scioglimento fosse appunto quella presentata (e accolta condizionatamente, per poi perdere efficacia) prima dell'inizio del giudizio medesimo; che, dunque, dalla ricostruzione in fatto contenuta nell'ordinanza di rimessione, non si evidenzia in alcun modo che il giudice a quo sia stato chiamato ad applicare la norma censurata (condizione richiesta, invece, dalle sentenze n. 257 e n. 223 del 2012; ordinanza n. 315 del 2012), emergendo viceversa il carattere ipotetico (secondo la definizione data dall'ordinanza n. 26 del 2012) del richiesto scrutinio di costituzionalità, la cui pregiudizialità (e incidenza) rispetto alla fattispecie dedotta in giudizio risulta allo stato non configurabile, in quanto espressamente condizionata da una ulteriore futura e del tutto eventuale pronuncia di scioglimento del maso chiuso, al momento non richiesta da alcuno; che altro profilo di inammissibilità della sollevata questione deriva, per tabulas, dal contenuto ancipite del petitum proposto dal rimettente (in base al principio enunciato dalle sentenze n. 328 del 2011 e n. 355 del 2010; ordinanza n. 265 del 2011), che richiede, ad un tempo, due diversi interventi additivi sul testo della norma censurata, evidentemente frutto di due percorsi interpretativi opposti e di un non sciolto dubbio interpretativo, senza che sia dato comprendere se le due ipotesi siano poste tra loro in un rapporto di irrisolta alternatività o di subordinazione; che, inoltre, la richiesta di affidare la decisione circa lo scioglimento del maso, oltre che alla pubblica amministrazione, anche (o in sostituzione) al giudice investito del procedimento d'assunzione, rende altresì perplessa (oltre che contraddittoria) la motivazione sulla rilevanza, là dove il rimettente sottolinea come la norma impugnata non possa essere interpretata nel senso del riconoscimento all'autorità giudiziaria ordinaria della facoltà, in caso di mancanza dei presupposti oggettivi della costituzione in maso chiuso, di pronunciarne con sentenza lo scioglimento; che, infine, l'intervento richiesto a questa Corte appare, all'evidenza, caratterizzato da un corposo tasso di manipolatività e creatività (sentenza n. 252 del 2012 e ordinanze n. 304, n. 255 e n. 240 del 2012), peraltro diretto a modificare un istituto processuale, la cui conformazione è riservata alla ampia discrezionalità del legislatore col solo limite della manifesta irragionevolezza (come da ultimo affermato dalle ordinanze n. 240 e n. 174 del 2012); che, in particolare, va sottolineato che la richiesta del rimettente - la quale trae evidentemente giustificazione dalla asserita preminenza (ovvero pregiudizialità), rispetto alla domanda in sede giurisdizionale di assunzione del maso chiuso, dell'accertamento amministrativo dello scioglimento del medesimo bene, anche se proposta in pendenza di giudizio - rispecchia una concezione eminentemente "soggettivistica" e "privatistica" del maso chiuso, diretta a tutelare i diritti che i singoli possono vantare sui beni facenti parte di esso piuttosto che il mantenimento dei beni in unità economico-sociale tendenzialmente inscindibile; che, viceversa, questa Corte (a partire dalla sentenza n. 4 del 1956 per arrivare alle più recenti sentenze n. 173 del 2010, n. 405 del 2006) ha ripetutamente giustificato la legittimità del regime (derogatorio di quello civilistico) dettato dalla Provincia autonoma di Bolzano in materia di masi chiusi (di sua competenza legislativa primaria, ai sensi dell'art. 8, numero 8, della legge costituzionale 26 febbraio 1948, n. 5, recante lo «Statuto speciale per il Trentino-Alto Adige»), proprio in ragione del carattere funzionale di questo regime «alla conservazione dell'istituto nelle sue essenziali finalità e specificità» (sentenza n. 405 del 2006); che, pertanto, la ratio giustificatrice della regolamentazione speciale in questione - avente natura «sostanzialmente pubblicistica» (sentenza n. 35 del 1972) - trascende (ovvero non si connota esclusivamente per) la tutela del singolo proprietario e della sua compagine familiare, configurandosi eminentemente quale strumento approntato a garanzia della conservazione dell'istituto in quanto tale, come si è venuto ad evolvere nei secoli, nella specifica realtà territoriale ed economica alto-atesina, dominata da condizioni agronomiche poco felici; che, appunto, l'intero corpus normativo dettato dalla legge provinciale n. 17 del 2001 risulta teleologicamente connotato dalla predisposizione di mezzi idonei a soddisfare l'esigenza (di interesse pubblico) di conservazione del maso, che rappresenta ancora un attuale strumento di protezione dell'agricoltura nel territorio montano, anche rispetto ad eventuali tentazioni speculative che possano portare di fatto allo svilimento dell'istituto; che, tra gli altri, anche il momento della divisione della comunione ereditaria - che si fonda sul principio secondo cui «Nella divisione del patrimonio ereditario il maso chiuso, comprese le pertinenze, va considerato unità indivisibile e non può essere assegnato che ad un unico erede o legatario oppure ad un'unica erede o legataria» (art. 11 legge provinciale n. 17 del 2001) - trova nella domanda di assunzione il mezzo capace di evitare la parcellizzazione del bene; che l'auspicata possibilità di proposizione in sede amministrativa delle domande di scioglimento o modifiche alla consistenza del maso chiuso anche in pendenza del giudizio di assunzione (a prescindere dallo stravolgimento del sistema di preminente tutela di conservazione del maso chiuso, che costituisce ratio e fine della disciplina provinciale in materia) necessiterebbe evidentemente di una rimodulazione del rapporto tra le due contrapposte domande che, per le sue implicazioni di sistema, spetterebbe alla discrezionalità del legislatore; che, quindi, il petitum richiesto non si configura affatto (non foss'altro che per il suo carattere alternativo) come soluzione costituzionalmente imposta, quantomeno in considerazione della variegata configurabilità delle possibili ricadute di ciascuna delle invocate additive sulla disciplina de qua; che, per tutte le ragioni esposte, la sollevata questione è manifestamente inammissibile. Visti gli artt. 26, secondo comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87, e 9, comma 2, delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale.. .