[pronunce]

Sicché la legge n. 482 del 1999 non può essere considerata, in questo ambito territoriale, alla stregua di una legge-quadro in una materia di competenza concorrente. Più in generale, la difesa della Regione, pur ammettendo che nel suo complesso la legge n. 482 del 1999 possa considerarsi attuativa dell'art. 6 Cost., nondimeno esclude che essa ne rappresenti «la sola legittima attuazione», tanto che la stessa legge regionale n. 29 del 2007 si dichiara attuativa del succitato art. 6 Cost. Tutto ciò premesso, la resistente sviluppa le proprie difese in relazione ai singoli vizi d'incostituzionalità contestati dal ricorrente. 2.1. – Per quanto attiene alle censure mosse nei confronti degli artt. 6, comma 2, e 8, commi 1 e 3, della legge regionale n. 29 del 2007, la difesa regionale ritiene che tali disposizioni, stabilendo che «è consentito, negli uffici delle amministrazioni pubbliche, l'uso orale e scritto della lingua ammessa a tutela», si limitano a prevedere un diritto delle persone interessate all'uso della lingua, definendone l'ambito di applicazione, in una materia quale quella dell'organizzazione amministrativa regionale e dell'organizzazione degli enti locali di sua competenza legislativa esclusiva (art. 4, n. 1 e n. 1-bis dello statuto). La Regione Friuli-Venezia Giulia, prosegue la difesa della resistente, si sarebbe ispirata al criterio della personalità del diritto all'uso della lingua minoritaria, e non a quello della territorialità, la cui inderogabilità non si potrebbe comunque far discendere dall'art. 6 Cost. In tal senso la difesa regionale richiama le affermazioni di questa Corte secondo le quali nel dare attuazione all'art. 6 Cost. «il legislatore dispone […] di un ambito di apprezzamento che la Costituzione non pregiudica» (sentenza n. 406 del 1999) e «il criterio di personalità nella protezione dei diritti linguistici delle minoranze rientra in tale ambito, cosicché è possibile ch'esso sia talora utilizzato, sulla base di apprezzamenti legislativi». Nel compiere le proprie scelte, il legislatore dovrà «necessariamente tener conto delle conseguenze che, per i diritti degli altri soggetti non appartenenti alla minoranza linguistica protetta e sul piano organizzativo dei pubblici poteri – sul piano quindi della stessa operatività concreta della protezione – derivano dalla disciplina speciale dettata in attuazione dell'art. 6 della Costituzione» (così sempre la sentenza n. 406 del 1999). Pertanto, a parere della difesa regionale, le impugnate disposizioni non avrebbero leso i diritti dei soggetti non appartenenti alla minoranza linguistica (dato che restano fermi l'uso ed il valore della lingua italiana) e non avrebbero imposto oneri organizzativi irragionevoli. Infatti, l'art. 6, comma 2, riguarderebbe solo la Regione (e gli enti pararegionali), che «è perfettamente libera di organizzarsi in modo da poter assicurare l'uso del friulano a coloro che lo richiedano», così come l'art. 8, nei commi 1 e 3, riguarderebbe solo la Regione e gli enti locali, e non tutti gli uffici pubblici, e non potrebbe ritenersi «irragionevole, né lesivo dei diritti di chicchessia, che gli atti generali – che necessariamente interessano anche le zone friulanofone – abbiano una versione in lingua friulana». 2.2. – In merito all'art. 9, comma 3, della legge regionale n. 29 del 2007, la parte resistente sostiene che la norma si limita ad indicare due possibili modalità per garantire la traduzione a coloro che non comprendono la lingua friulana, dettando regole applicative per raggiungere l'obiettivo fissato dallo stesso art. 7, comma 3, della legge n. 482 del 1999, in base al quale «deve essere garantita una immediata traduzione in lingua italiana». La disposizione sottoposta a scrutinio, poi, non interferirebbe in alcun modo con la disciplina degli effetti giuridici e del valore legale degli atti, oggetti in relazione ai quali essa non stabilisce alcunché. 2.3. – La Regione – a sostegno dell'infondatezza della censura concernente l'art. 11, comma 5, della legge regionale n. 29 del 2007 che prevede la possibilità di adottare l'uso dei toponimi bilingui o di toponimi nella sola lingua friulana – osserva che, per definizione, la legge regionale non può violare il principio di uguaglianza fra cittadini di diverse Regioni, in quanto, potendo disporre solo per il proprio ambito territoriale, essa finisce necessariamente col differenziare le proprie discipline da quelle operanti negli altri contesti territoriali. Inoltre, al fine di confutare l'affermazione della parte ricorrente secondo la quale per i Comuni interessati l'uso della sola denominazione friulana costituirebbe una eccezione priva di riscontro nell'ordinamento di altre Regioni, la resistente obietta che, sin dal 1976, la Regione Valle d'Aosta ha definito la toponomastica dei propri Comuni con denominazioni ufficiali monolingui francofoni (si veda la legge regionale n. 61 del 1976, da ultimo modificata con la legge regionale n. 18 del 2006). Analogamente, ciò sarebbe riscontrabile in altre Regioni, quali il Piemonte, la Sardegna o la Calabria. Ad avviso della resistente, dunque, la censurata disposizione non contrasterebbe con l'art. 1, comma 1, della legge n. 482 del 1999 in quanto la statuizione dell'italiano come lingua ufficiale della Repubblica «non si riferisce affatto alla struttura linguistica dei nomi propri, ma alla lingua intesa come insieme di parole significanti e di regole sintattiche e grammaticali. L'uso della lingua italiana, nel senso indicato, come lingua ufficiale non è affatto posto in dubbio dall'uso di nomi propri di paese nella versione corrispondente all'uso locale». Del resto lo stesso art. 10 della legge n. 482 del 1999, che consente ai Comuni di insediamento delle minoranze di deliberare «in aggiunta ai toponimi ufficiali», l'adozione «di toponimi conformi alle tradizioni e agli usi locali» non proibirebbe affatto all'ente competente («e la Regione Friuli-Venezia Giulia è competente in materia di toponomastica ai sensi dell'art. 5, n. 19, dello statuto») di provvedere a disciplinare la definizione del toponimo ufficiale, consentendone la modifica al Consiglio comunale. 2.4. – Con riferimento all'impugnazione dell'art. 12, comma 3, della legge regionale n. 29 del 2007, a parere della resistente, l'obbligo di fornire l'insegnamento in lingua friulana deriverebbe dall'art. 4, comma 5, della legge n. 482 del 1999, «senza che nulla vi aggiunga la disposizione qui in discussione». Quanto, poi, alla posizione dei genitori, la disposizione impugnata non prevederebbe affatto un regime di obbligatorietà, ma si limiterebbe ad introdurre una «modesta variante» alla disciplina di cui al succitato art. 4, comma 5, in relazione alla modalità procedurale di scelta dell'insegnamento del friulano.