[pronunce]

che, in secondo luogo, ulteriore impedimento all'accoglimento della domanda di annullamento proposta dalla ricorrente deriverebbe dal fatto che «il verbale per la mancata comunicazione dei dati del guidatore le è stato notificato quando il primo accertamento» – quello, cioè, relativo alla violazione dell'art. 142 del codice della strada – «non era ancora divenuto definitivo», essendo stato dalla stessa già impugnato nella sua qualità di responsabile “in solido” per il pagamento della sanzione pecuniaria; che, tanto premesso, il remittente censura il comma 2 dell'art. 126-bis del codice della strada sotto un duplice profilo; che se ne assume, difatti, l'illegittimità costituzionale innanzitutto nella parte in cui esso fa «riferimento all'obbligo di comunicazione del nominativo del conducente» prima della (e a prescindere dalla) «intervenuta definitività dell'accertamento della violazione» in relazione alla quale è stata richiesta, alla proprietaria del veicolo, la prescritta comunicazione; che si contesta, inoltre, la norma anche «per quanto riguarda la rigida interpretazione della scriminante del “giustificato e documentato motivo”» (che esclude l'applicazione della sanzione), giacché essa «secondo la Cassazione» dovrebbe, di fatto, ritenersi «mai sussistente»; che le due questioni risultano, rispettivamente, la prima manifestamente inammissibile e la seconda manifestamente infondata; che, infatti, l'affermazione del remittente relativa ad un preteso contrasto tra la giurisprudenza di questa Corte e quella di legittimità in ordine al significato da attribuire al «giustificato e documentato motivo» di cui alla norma censurata appare frutto di un erroneo presupposto interpretativo; che, difatti, i due indirizzi ermeneutici posti a confronto dal Giudice remittente si riferiscono all'applicazione del comma 2 dell'art. 126-bis del codice della strada in un testo del quale egli, ratione temporis, non deve fare applicazione per decidere la fattispecie oggetto del giudizio principale; che tali indirizzi, infatti, si riferiscono alla norma censurata come modificata dall'art. 7, comma 3, lettera b), del decreto-legge 27 giugno 2003, n. 151 (Modifiche ed integrazioni al codice della strada), convertito, con modificazioni, dall'art. 1, comma 1, della legge 1° agosto 2003, n. 214; che il remittente, invece, è chiamato a fare applicazione del testo della norma de qua come ulteriormente modificato – tra l'altro sulla scorta di quanto affermato da questa Corte con la sentenza n. 27 del 2005 e con l'ordinanza n. 244 del 2006 – dall'art. 2, comma 164, del decreto-legge 3 ottobre 2006, n. 262 (Disposizioni urgenti in materia tributaria e finanziaria), comma aggiunto dalla relativa legge di conversione, 24 novembre 2006, n. 286; che, pertanto, nella presente ipotesi deve affermarsi «che il ricordato orientamento giurisprudenziale è incongruamente evocato, essendo sorto sulla base di una legislazione precedente a quella ora in esame», donde la manifesta infondatezza della questione sollevata (ordinanza n. 254 del 2008); che, in ogni caso, l'esito della declaratoria di manifesta infondatezza della prima questione, relativa al significato da attribuire al «giustificato e documentato motivo» di cui alla norma censurata, si impone anche per l'ulteriore ragione che il remittente ha ignorato quanto affermato da questa Corte proprio con riferimento al significato da attribuire al testo della norma del quale egli deve fare, invece, applicazione; che è stato, infatti, chiarito come non sia «corretto affermare che la disposizione in contestazione costringe i soggetti tenuti alla comunicazione “a doversi procurare ex post e per iscritto la prova dell'esimente”, giacché l'onere di documentazione, su di essi gravante, non investe l'impossibilità di comunicare, bensì semplicemente (…) quelle circostanze idonee a rivelare la non esigibilità, nel caso di specie, dell'obbligo di trasmissione dei dati» (ordinanza n. 424 del 2008); che, quindi, nulla impedisce al Giudice remittente – per concludere sul punto – di verificare se la ricorrente abbia adeguatamente documentato, nel rendere la sua dichiarazione “negativa”, e dunque affermando «di non essere in grado di risalire al guidatore dell'auto al momento della violazione», l'esistenza di quelle circostanze suscettibili di rivelare la inesigibilità di una comunicazione avente un diverso (e “positivo”) contenuto; che le considerazioni appena svolte, peraltro, condizionano anche l'esito della seconda questione sollevata; che, una volta esclusa l'esistenza di un impedimento a carico del giudice a quo nella definizione del giudizio principale in senso favorevole alla ricorrente, non si comprende in quale misura egli sarebbe impossibilitato ad «aderire alla richiesta di annullamento», e ciò a causa della ulteriore circostanza che la sua decisione deve essere adottata prima della (e a prescindere dalla) «intervenuta definitività dell'accertamento della violazione» in relazione alla quale era stata richiesta, alla proprietaria del veicolo, la comunicazione prescritta dall'art. 126-bis, comma 2, del codice della strada; che, sotto questo profilo, dunque, deve concludersi che la mancata illustrazione, da parte del rimettente, delle pretese ragioni che conferiscono carattere “pregiudiziale” al primo giudizio radicato dalla parte opponente (quello avente ad oggetto l'annullamento del verbale di accertamento dell'infrazione stradale ex art. 142 del codice della strada), rispetto a quello principale, si risolve in una carenza di descrizione della fattispecie e, di riflesso, in un difetto di motivazione sulla rilevanza della seconda questione sollevata, donde la sua manifesta inammissibilità (in tal senso, da ultimo, ordinanze n. 219 e n. 157 del 2009); che tale esito, vieppiù, si impone ove si consideri che il primo degli argomenti dedotti a sostegno di questa ulteriore questione – il solo che appare in astratto conferente (giacché l'altro si riferisce, chiaramente, ad un'ipotesi diversa da quella oggetto del giudizio principale, non riguardando l'impugnativa della sanzione pecuniaria comminata ai sensi del comma 2 dell'art. 126-bis) – costituisce il risultato, anche in questo caso, di un'erronea interpretazione effettuata dal remittente; che, infatti, il giudice a quo – nell'assumere la «completa inutilità, per l'amministrazione, di tale anticipata comunicazione» (prevista dalla norma censurata), allorché «la sanzione accessoria della decurtazione dei punti sulla patente divenga inapplicabile in conseguenza dell'annullamento del verbale di accertamento da parte del Prefetto o del Giudice di pace» – ravvisa, impropriamente, una generalizzata connessione tra gli esiti, da un lato, di tali procedimenti e quello, dall'altro, del giudizio avente ad oggetto l'annullamento della sanzione pecuniaria comminata ai sensi del comma 2 dell'art. 126-bis del codice della strada;