[pronunce]

Le disposizioni, precettiva e sanzionatoria, contenute negli artt. 30 e 31 della legge n. 646 del 1982 sono state, infatti, trasfuse negli artt. 80 e 76, comma 7, del suddetto decreto legislativo, limitatamente ai soggetti sottoposti a misure di prevenzione. I predetti artt. 30 e 31 sono rimasti, di conseguenza, in vigore con riguardo ai soli soggetti condannati con sentenza definitiva. Nel caso di specie, risulterebbe applicabile l'art. 31 della legge n. 646 del 1982, essendo i fatti anteriori sia alla legge delega del 2010 che al decreto delegato del 2011. I dubbi di legittimità costituzionale originati da detta norma si trasferirebbero, peraltro, automaticamente sull'art. 76, comma 7, del d.lgs. n. 159 del 2011, che ne ha integralmente recepito il contenuto con riguardo ai sorvegliati speciali. Il giudice a quo dubita, in specie, della legittimità costituzionale del citato art. 31 nella parte in cui prevede, per la violazione dell'obbligo di comunicazione, una pena edittale minima di due anni di reclusione e di euro 10.329 di multa, nonché la confisca obbligatoria del bene acquistato o del corrispettivo dell'alienazione. Il rimettente si dichiara consapevole del fatto che questa Corte si è già pronunciata in più occasioni sulla legittimità costituzionale degli artt. 30 e 31 della legge n. 646 del 1982, dichiarando manifestamente infondate le questioni sollevate (ordinanze n. 362 e n. 143 del 2002, n. 442 del 2001). In dette occasioni - prosegue il giudice a quo - le censure prospettate dai rimettenti, che investivano sia il precetto che la sanzione, furono disattese per due concorrenti ragioni. Da un lato, si ritenne che la denunciata irragionevolezza delle previsioni normative sottoposte a scrutinio fosse frutto di valutazioni soggettive dei giudici a quibus, non tradotte in profili apprezzabili sul piano della verifica di costituzionalità, tenuto conto anche della discrezionalità del legislatore nella configurazione degli illeciti penali e nella determinazione delle relative sanzioni. Dall'altro lato, la Corte osservò che la denunciata sproporzione delle sanzioni, in rapporto a violazioni meramente formali e non necessariamente indicative di intenti dissimulatori, avrebbe potuto essere evitata tramite una lettura costituzionalmente orientata delle norme censurate, che escludesse la sussistenza dell'elemento soggettivo del reato nei casi in cui la conoscibilità della variazione patrimoniale fosse comunque assicurata attraverso forme di pubblicità legale e risultasse, di conseguenza, impossibile l'occultamento degli atti soggetti a comunicazione. Negli anni immediatamente successivi alle pronunce ora ricordate, tuttavia, si è definitivamente affermato, nella giurisprudenza di legittimità, il contrario indirizzo secondo il quale il delitto in questione è configurabile anche quando l'omissione riguardi operazioni effettuate mediante atti pubblici, trattandosi di un reato di pericolo presunto, avente non solo la finalità di consentire all'amministrazione finanziaria di conoscere con immediatezza il dato sensibile, ma anche quella di rendere obbligatoria per l'amministrazione una verifica altrimenti solo eventuale. La Corte di cassazione ha negato, inoltre, che l'ignoranza dell'obbligo di comunicazione possa escludere il dolo, posto che la previsione dell'art. 30 della legge n. 646 del 1982 integra il precetto penale. La figura criminosa in discussione verrebbe, pertanto, interpretata dal «diritto vivente» in termini molto più rigorosi di quelli suggeriti dai pregressi interventi della Corte costituzionale. In simile situazione, il minimo edittale della pena e la previsione della confisca obbligatoria si paleserebbero iniqui non sulla base di una semplice valutazione soggettiva, ma in ragione della loro inconciliabilità con «precisi parametri costituzionali». Il regime sanzionatorio denunciato si porrebbe in contrasto, anzitutto, con l'art. 3 Cost., tenuto conto del carattere «meramente formale» della violazione penalmente repressa, la quale prescinderebbe non soltanto dalla illegittima provenienza dei beni, ma anche da qualsiasi intento dissimulatorio. Alla luce del ricordato indirizzo giurisprudenziale, la sanzione penale colpirebbe, infatti, anche chi ha concluso l'operazione tramite atto pubblico, rogato da un notaio e comunicato, quindi, per legge all'agenzia delle entrate: articolazione dell'amministrazione finanziaria, quest'ultima, alla quale la Guardia di finanza è costantemente collegata attraverso il sistema informatico «SERPICO» (Servizio per il contribuente) - inesistente all'epoca in cui fu introdotta la norma in esame - grazie al quale la polizia tributaria è in grado di conoscere in qualsiasi momento tutti i movimenti finanziari di un soggetto sottoposto a misura di prevenzione, anche in attuazione del disposto dell'art. 25 della legge n. 646 del 1982, come modificato dalla legge n. 136 del 2010. Se pure non potrebbe porsi in discussione la facoltà del legislatore di imporre, per fini di prevenzione speciale e di tutela dell'ordine pubblico, la comunicazione ad un nucleo specializzato di investigatori delle operazioni di un certo importo effettuate da soggetti dei quali sia stata accertata la pericolosità, apparirebbe, tuttavia, incompatibile con i principi di eguaglianza e di ragionevolezza la previsione, per una violazione quale quella considerata, di una pena detentiva e pecuniaria dal minimo così elevato. La norma denunciata sanziona, infatti, un'omissione spesso priva di finalità dissimulatorie con la medesima pena detentiva minima (e massima) prevista per il delitto di trasferimento fraudolento di valori al fine di eludere la legge in materia di misure di prevenzione o di commettere uno dei reati di cui agli artt. 648, 648-bis e 648-ter del codice penale (art. 12-quinquies del d.l. n. 306 del 1992, convertito, con modificazioni, nella legge n. 356 del 1992); pena alla quale si aggiunge anche quella pecuniaria, non contemplata per tale delitto. L'auspicata eliminazione del minimo edittale non comporterebbe, d'altra parte, «alcun vulnus all'integrità dell'ordinamento penale». In conseguenza di essa, la determinazione delle sanzioni minime resterebbe affidata alle disposizioni generali degli artt. 23 e 24 cod. pen. , sulla falsariga di quanto indicato da questa Corte in occasione della dichiarazione di illegittimità costituzionale della pena minima del delitto di oltraggio a pubblico ufficiale, prevista dall'art. 341 cod. pen. , nel testo allora vigente (sentenza n. 341 del 1994).