[pronunce]

La ricorrente lamenta la violazione degli artt. 3, 5, 97, 117 e 118 della Costituzione, in quanto il marchio viene istituito senza alcun coinvolgimento preventivo né delle Regioni, individualmente considerate, né della Conferenza Stato-Regioni e viene poi assegnato a singoli richiedenti non dalle Regioni, ma dal Ministro dell'ambiente su proposta delle Regioni. Peraltro l'assegnazione del marchio viene vigilata, in base al comma 4 dell'art. 13, dagli stessi Ministeri competenti per la istituzione. Le Regioni entrerebbero, dunque, nella istituzione e gestione del marchio solo per proporre l'assegnazione a singoli soggetti, a seguito dell'esame delle domande per l'assegnazione che, in base al comma 3 dell'art. 13, devono essere presentate dai soggetti interessati alla Regione di appartenenza. Quest'ultima previsione sembrerebbe integrare, pur in assenza dei presupposti e delle condizioni, la fattispecie dell'avvalimento degli uffici regionali da parte dello Stato, poiché l'intervento della Regione avrebbe il mero scopo di alleggerire l'onere che, altrimenti, graverebbe sull'amministrazione statale. A giudizio della ricorrente, la violazione della Costituzione, sotto il duplice profilo dell'inosservanza del riparto costituzionale di competenze tra Stato e Regioni e dell'irrazionalità della disciplina censurata, sarebbe pertanto palese. 2. - Si è costituito in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, per chiedere che il ricorso sia dichiarato in parte inammissibile e comunque che le questioni in esso prospettate siano dichiarate non fondate. La difesa erariale osserva, anzitutto, che il “settore termale” è, come sostenuto dalla ricorrente, un “settore crocevia”, ma non tanto tra ambiti tutti di competenza regionale concorrente quanto tra funzioni rimaste in capo allo Stato e funzioni conferite alle Regioni. L'espressione “acque minerali e termali” (art. 117 della Costituzione) è stata dall'art. 61 del d.P.R. 24 luglio 1977, n. 616, riferita esclusivamente agli aspetti demaniali-minerari, con esplicita esclusione della disciplina sanitaria (in senso stretto) delle acque termali e della relativa pubblicità mediante il rinvio all'art. 30 lettera n) del medesimo d.P.R., e con necessità di separata considerazione degli aspetti anche organizzativi e finanziari relativi alla “erogazione delle prestazioni termali”. Ciò sarebbe del resto confermato dall'art. 2, comma 1, della legge regionale della Lombardia 5 gennaio 2000, n. 1, ove le funzioni in tema di acque minerali e termali sono incluse tra quelle attinenti allo sviluppo economico ed alle attività produttive. La disposizione contenuta nel suddetto art. 30, lettera n) del d.P.R. n. 616 del 1977 è stata ribadita nell'art. 6 della legge n. 833 del 1978, istitutiva del Servizio sanitario nazionale, integrata dall'art. 119, comma 1, lettera d) del d. lgs. n. 112 del 1998 e, ora, confermata dall'art. 3, comma 1, della legge impugnata. Secondo la difesa erariale, la legge n. 323 del 2000, sottoposta all'esame di questa Corte, non si soffermerebbe sugli aspetti demaniali-minerari, e quindi non sarebbe pertinente l'evocazione della competenza regionale nella materia “acque minerali e termali”. La legge impugnata si soffermerebbe, invece, sugli aspetti sanitari (in senso stretto) e su quelli relativi alla “erogazione delle prestazioni termali”, riconducibili alla complessa organizzazione dei servizi sanitari, ed inoltre dedicherebbe attenzione alla ricerca scientifica, essa pure materia di competenza statale. Non pertinente rispetto al contenuto complessivo della legge impugnata sarebbe altresì la materia “urbanistica”, ancorché latamente intesa. L'obiettivo di garantire l'igiene dell'ambiente, rinvenibile nell'art. 13, comma 3, lettere b) e d) della legge impugnata e riconducibile alla disciplina sanitaria degli stabilimenti termali, non sarebbe tale da coinvolgere la “urbanistica”. Prima di passare all'esame delle specifiche censure, la difesa erariale rileva l'inammissibilità della domanda di demolizione della legge “nella sua interezza”, dal momento che il ricorso non formulerebbe motivi in tal senso. Con riferimento alle specifiche censure, la difesa erariale sostiene, anzitutto, che sarebbero sostanzialmente inutili le censure mosse nel ricorso agli artt. 1, comma 5, e all'art. 3, comma 1. La prima disposizione si limiterebbe a prevedere soltanto l'emanazione di un testo unico “che raccolga, coordinandola, la normativa vigente”, il tutto entro il 6 febbraio 2001 e “previo parere delle competenti Commissioni parlamentari”. La seconda disposizione nulla aggiunge, come segnalato dalla stessa Regione ricorrente, a quanto già desumibile da altre norme. Palesemente infondata sarebbe la censura mossa all'art. 4, commi 1, 2 e 3. La individuazione delle cure termali e delle modalità delle terapie rientrerebbe nell'ambito dei compiti e delle funzioni conservati allo Stato dall'art. 115, comma 1, del d.lgs. n. 112 del 1998, o quanto meno accederebbe a detto ambito per esplicita statuizione del legislatore nazionale. Palesemente inconsistente sarebbe la censura mossa all'art. 6, comma 1, in quanto non sussisterebbe alcun divieto costituzionale per cui al Ministro della sanità sia inibito di assumere iniziative per promuovere il coinvolgimento e la collaborazione delle aziende termali alla realizzazione di programmi di ricerca scientifica, di rilevazione statistico-epidemiologica e di educazione sanitaria. Nessun parametro costituzionale riconoscerebbe peraltro alla Regione un ruolo di “interlocutore unico” in materia. La censura relativa al comma 2 dello stesso art. 6 sembrerebbe ignorare che i compiti relativi alla ricerca scientifica sono riservati allo Stato (art. 125 del d.lgs. n. 112 del 1998), anche per prevenire dispendiose duplicazioni di iniziative. Quanto alla censura mossa all'art. 13, che istituisce il “marchio di qualità termale”, non sembra alla difesa erariale che tale disposizione riconduca l'attestazione da essa prevista all'istituto anche civilistico del marchio e, comunque, se di vero marchio si trattasse, la rivendicazione di competenza regionale sarebbe inconcepibile. I compiti di istruttoria e di “proposta” attribuiti alla Regione assicurerebbero ad essa una posizione centrale nell'assegnazione del marchio, non potendo il decreto essere emesso dal Ministro in assenza o in difformità dalla proposta. D'altro canto, secondo la difesa erariale, il marchio è destinato ad essere “speso” sui mercati del turismo internazionale, per cui, nell'interesse anche delle “altre Regioni”, sembra necessario e conveniente che esso sia in qualche misura garantito dall'ente esponenziale dell'intera collettività nazionale.