[pronunce]

ORDINANZA ha pronunciato la seguentenei giudizi di legittimità costituzionale degli artt. 576 e 593 del codice di procedura penale, promossi dal Tribunale di Verbania con tre ordinanze del 5 maggio 2008, rispettivamente iscritte ai nn. 401, 408 e 409 del registro ordinanze 2008 e pubblicate nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica nn. 52 e 53, prima serie speciale, dell'anno 2008. Visti gli atti di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri; udito nella camera di consiglio del 10 giugno 2009 il Giudice relatore Giuseppe Frigo. Ritenuto che, con ordinanza del 5 maggio 2008 (r.o. n. 401 del 2008) , il Tribunale di Verbania ha sollevato, in riferimento agli artt. 3 e 111 della Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell'art. 576 del codice di procedura penale, nella parte in cui prevede la facoltà della parte civile di appellare le sentenze di proscioglimento al di fuori delle ipotesi di cui all'art. 603, commi 1, 2 e 4, del medesimo codice; che il rimettente riferisce di essere investito dell'appello proposto dalla parte civile avverso la sentenza del Giudice di pace di Verbania, che aveva assolto l'imputato dal reato di cui all'art. 594 del codice penale; che, ad avviso del giudice a quo, la questione sarebbe rilevante, poiché con l'atto di appello non è stata richiesta la rinnovazione dell'istruzione dibattimentale a norma dell'art. 603, commi 1, 2 e 4, cod. proc. pen. ; che, per quanto riguarda la non manifesta infondatezza, il giudice rimettente assume che, a seguito dell'introduzione nel sistema costituzionale dei principi del «giusto processo», i quali vincolerebbero il legislatore al rispetto di «più stringenti parametri di ragionevolezza», il mantenimento puro e semplice dell'appello, quale secondo grado di giurisdizione, si porrebbe in insanabile contrasto con gli artt. 3 e 111 Cost.; che l'istituto dell'appello devierebbe, difatti, dai principi di oralità e di formazione della prova davanti al giudice che decide, affidando il giudizio di merito finale a giudici che non hanno partecipato alla formazione della prova; che detta «deviazione» non avrebbe, d'altronde, carattere «eccezionale e motivato» – come avverrebbe, ad esempio, per gli incidenti probatori o per la «lettura di atti consentiti» – ma rappresenterebbe, al contrario, la regola del giudizio, suscettibile di deroghe solo a puntuali e limitate condizioni: deroghe che non basterebbero, dunque, ad assicurare la costituzionalità del giudizio di appello, giacché il principio della formazione della prova innanzi al giudice chiamato a decidere esprimerebbe una precisa opzione del legislatore costituente per un modello processuale, ritenuto idoneo al fine di pervenire «alla migliore decisione»; che, inoltre, non potrebbe ritenersi neppure in sé ragionevole che – di fronte alla regola fondamentale, posta a garanzia della correttezza della decisione e, quindi, dello stesso diritto di difesa dell'imputato, per cui la prova deve formarsi davanti al giudice chiamato a decidere – la reale decisione di merito venga sistematicamente assunta da un giudice «meramente cartolare»; che, ai fini del rispetto dei principi del «giusto processo», l'appello dovrebbe essere, per converso, limitato alle ipotesi contemplate dall'art. 603, commi 1, 2 e 4, cod. proc. pen. , giacché solo in tal modo la previsione di un secondo grado di merito ed il conseguente allungamento dei tempi processuali – altrimenti incompatibile con il principio di ragionevole durata del processo – troverebbero adeguata giustificazione nella necessità di una «rielaborazione del giudizio»; che, da ultimo, il rimettente rimarca come l'incongruenza denunciata risulti «dirompente» in rapporto agli appelli contro le sentenze del giudice di pace, giacché in tali ipotesi, stante la natura dei reati per i quali si procede, il «nucleo probatorio» è solitamente costituito da prove orali ed i motivi di gravame risultano correlativamente incentrati sulla valutazione di attendibilità di soggetti le cui dichiarazioni sono riprodotte in verbali sintetici: il che comporterebbe, di fatto, una surrettizia trasformazione del giudizio di appello in giudizio di legittimità; che, secondo il giudice a quo, le considerazioni svolte potrebbero essere, d'altro canto, estese anche all'appello proposto dalla parte civile avverso la sentenza di proscioglimento, ai soli effetti civili: e ciò in quanto l'azione civile esperita nel processo penale resterebbe sottoposta ai principi propri di tale processo; che con due ulteriori ordinanze di analogo tenore, emesse in distinti processi il 5 maggio 2008 (r.o. n. 408 e n. 409 del 2008), lo stesso Tribunale di Verbania ha sollevato, in riferimento agli artt. 3 e 111 Cost., questione di legittimità costituzionale dell'art. 593 cod. proc. pen. , nella parte in cui prevede la facoltà di appellare le sentenze di condanna al di fuori delle ipotesi di cui all'art. 603, commi 1, 2 e 4, cod. proc. pen. ; che il giudice a quo premette, in entrambi i casi, di essere investito dell'appello proposto dall'imputato avverso la sentenza del Giudice di pace di Verbania che lo aveva ritenuto responsabile del reato di cui all'art. 594 cod. pen. ; che, ad avviso del rimettente, la questione sarebbe rilevante, posto che in un caso è stata rigettata la richiesta di ammissione alla prova liberatoria ai sensi dell'art. 596, terzo comma, cod. pen. , e, nell'altro giudizio, l'atto di appello non rientra nelle ipotesi previste dai commi 1, 2 e 4 dell'art. 603 cod. proc. pen. ; che, con riguardo alla non manifesta infondatezza della questione, il Tribunale rimettente formula argomentazioni identiche, in parte qua, a quelle svolte nell'ordinanza r.o. n. 401 del 2008; che nei giudizi di costituzionalità relativi alle ordinanze r.o. n. 408 e n. 409 del 2008 è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che la questione sia dichiarata infondata. Considerato che le ordinanze di rimessione sollevano questioni identiche o analoghe, onde i relativi giudizi vanno riuniti per essere definiti con unica decisione; che, in ordine alla questione sollevata dalle ordinanze r.o. n. 408 e n. 409 del 2008, relativa all'art. 593 del codice di procedura penale – il quale disciplina l'appello del pubblico ministero e dell'imputato avverso le sentenze dibattimentali – risulta, dalle stesse ordinanze di rimessione, che il Tribunale a quo è chiamato a pronunciarsi su appelli proposti dall'imputato avverso sentenze di condanna emesse dal giudice di pace; che tali appelli trovano autonoma disciplina in una norma diversa da quella censurata: e, cioè, nell'art. 37, comma 1, del d.lgs.