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sull'altro erano incise le voci di una o più ragazze che subivano sevizie o torture, presumibilmente (riportato nelle dichiarazioni a seguito delle analisi) con strumenti elettrici, sevizie subite da almeno tre uomini di nazionalità italiana le cui voci erano incise nel nastro. Quando il nastro fu consegnato in procura erano inspiegabilmente scomparse le voci maschili. Tutt'ora, dopo tanti anni, in procura disconoscono questa situazione, affermando di avere solo la registrazione delle voci femminili. Per quale motivo la procura, avendo a disposizione le relazioni dei servizi in cui si faceva riferimento alle voci maschili, non si è attivata per recuperare l'audiocassetta originale e per effettuare una nuova analisi con strumenti più tecnologici, oggi a disposizione? La storia dell'Orlandi, ormai «un giallo», prosegue caratterizzandosi di telefonate anonime alle trasmissioni televisive, messaggi all'ANSA di dubbia attendibilità ed approfondimenti istruttori su figure, forse chiave, come il Sovrastante presso l'Ufficio centrale di vigilanza vaticana, che non hanno portato però a stabilire nessun punto fermo. Controversi, a dir poco, nella vicenda sono i rapporti di collaborazione tra la magistratura italiana ed il Vaticano; diverse sono state le richieste di rogatoria alle autorità vaticane, ma tutte senza alcun riscontro. In particolare, non è mai giunto alla procura un importante Rapporto redatto sul caso, dalle autorità vaticane. Infatti, uno dei tanti punti di criticità che merita l'attenzione della Commissione d'inchiesta riguarda proprio questo «rapporto Emanuela Orlandi» che sembra fosse sulla scrivania del segretario del Pontefice. Nel 2012, il documento stava per essere consegnato (poi perché mai consegnato?) ad un magistrato che seguiva l'inchiesta Orlandi. Il rappresentante della Santa Sede, nell'incontro col magistrato, chiarì che il dossier conteneva indicazioni sulla responsabilità relativamente alla scomparsa della ragazza fino ad un certo «livello, perché oltre non si poteva andare». Le domande che dovrebbero esser poste e a cui l'organo, di cui chiediamo l'istituzione, dovrebbe cercare risposta, è proprio su quali livelli non si può indagare. O meglio ci sono dei livelli rispetto alla scomparsa e, forse morte, di una ragazza che sia giusto non travalicare? La ricerca della verità non dovrebbe essere la priorità assoluta per la quale tutte le porte dovrebbero essere aperte? Perché il Rapporto non è agli atti processuali? Perché la procura non lo ha più richiesto al Vaticano? Altro punto molto allarmante di quella che a prima vista sembrava solo la tragica sottrazione di minore, è il coinvolgimento nel rapimento della ragazza, della «Banda della Magliana». La Banda della Magliana, come noto ai più, è stata un'organizzazione criminosa, attiva negli anni '70 nel traffico di droga, nell'usura, nei sequestri di persona, nelle rapine e nel traffico delle armi, con forti legami con la camorra, con Cosa Nostra, con la massoneria e con i servizi segreti deviati. Un'ipotesi investigativa si fondava nel tentativo della Banda di ricattare il Vaticano per ottenere la restituzione di soldi che questa stessa associazione a delinquere e la mafia avevano investito nell’Istituto per le opere religiose (IOR). Tale implicazione è stata in qualche modo supportata anche da una telefonata pervenuta nel 2005, alla nota trasmissione «Chi l'ha visto?» in cui si affermava che per risolvere il caso Orlandi sarebbe stato necessario verificare chi fosse sepolto nella cripta della Basilica di Sant'Apollinare ed investigare sul «favore» che «Renatino» (Renato de Petis - uno dei componenti della banda, appunto sepolto nella citata cripta) aveva fatto a un cardinale. In concomitanza con l'apertura della tomba, datata nel 2012, emerge un fatto abbastanza controverso. Dall'intercettazione telefonica tra la moglie di de Pedis ed il Rettore della basilica in questione, indagato e poi prosciolto per concorso in sequestro, si apprende che il nuovo capo della procura di Roma, da poco a capo dell'inchiesta sulla scomparsa di Emanuela, avrebbe assicurato gli avvocati della parte indagata che avrebbe archiviato tutto, come poi di fatto accadde. In questo filone investigativo, un ruolo chiave era quello della compagna all'epoca dei fatti di Renatino. Dalle deposizioni della donna emergeva che lei stessa fosse presente alla presa in carico dell'Orlandi da parte della Banda della Magliana, consegnata da un prete all'interno di un cancello da cui si accede al Vaticano. Sembra, dalle prime testimonianze di questa testimone, che dopo la permanenza della ragazza in una casa in zona gianicolense, venne uccisa e, lei presumeva, i suoi resti fossero stati radunati in dei sacchi, gettati nei pressi di Torvajanica. La teste affermava che le motivazioni del coinvolgimento di questa organizzazione sono da ricercare nei suoi rapporti con un arcivescovo della Chiesa Cattolica e Presidente dello IOR dal 1981 e 1989, coinvolto nello scandalo del crak del Banco Ambrosiano. Rapporti che prevedevano l'accompagnamento dei componenti di questa banda di ragazze presso alcuni appartamenti in cui era solito intrattenersi l’arcivescovo. A seguito di tali dichiarazioni vennero iscritti nel registro degli indagati nuove persone e personaggi, ma questa pista non portò a risultati sensibili, anche a causa di fughe di notizie dalla procura ai giornali, che consentirono agli indagati di negare il loro coinvolgimento nei fatti. Circostanza, quella della violazione del segreto istruttorio e della trasmissione d'informazione alla stampa, inspiegabili e che fanno presumere un forte interesse ad ostacolare la ricerca della verità. Dopo questa fuga di notizie le stesse dichiarazioni della donna (non si comprende perché non sottoposta ad un programma di protezione) sono diventate fumose, arricchite da talmente tante rettifiche e cambiamenti di versione da metterne in dubbio l'attendibilità. Altra circostanza abbastanza allarmante e per questo degna di approfondimento è il fatto avvenuto nel marzo 2013, ad inchiesta aperta. Il Papa, pur in assenza, almeno ufficiale, di prove della morte di Emanuela Orlandi, dichiarava al fratello della ragazza e a sua madre, testuali «Emanuela sta in cielo». Tale dichiarazione tradisce la conoscenza di fatti ulteriori a quelli emersi dall'inchiesta. Per quale motivo la procura non ha inoltrato alla Santa Sede alcuna richiesta ufficiale per ottenere spiegazioni sulle parole che, presumibilmente, per la loro gravità non possono essere state pronunciate a caso dal Pontefice? Il racconto di questa indagine è ancora lungo e comprende non solo ulteriori personaggi e situazioni, ma soprattutto tanti punti controversi, lontani spesso da ogni logica investigativa. Unica certezza vera è che dopo trentaquattro anni di indagini degli inquirenti italiani e, si presume, anche vaticani (tenendo conto dell'esistenza del citato Rapporto vaticano sul caso), non ci sia neanche un vago sentore di quanto accaduto a quella ragazza.