[pronunce]

Il giudice a quo premette di essere investito, in sede dibattimentale, del processo nei confronti di varie persone, imputate, tra l'altro, del delitto di cui all'art. 449, in relazione all'art. 434, secondo comma, cod. pen. , per avere cagionato, con colpa, il crollo parziale di un edificio, provocando lesioni personali gravi a più soggetti. Il rimettente rileva come l'istituto della prescrizione abbia carattere sostanziale, implicando una rinuncia dello Stato all'esercizio della potestà punitiva. Il termine di prescrizione costituisce, a sua volta, una componente del trattamento sanzionatorio complessivo del reato, tanto che, per costante giurisprudenza di legittimità, deve tenersi conto di esso ogni qualvolta occorra individuare la disciplina più favorevole al reo. In questa cornice, l'equiparazione dei termini di prescrizione dei delitti di crollo, colposo e doloso, prodotta dalla norma censurata, violerebbe i principi di uguaglianza e di ragionevolezza, omologando fattispecie poste a tutela dello stesso bene giuridico, ma punite in modo sensibilmente diverso in ragione del differente elemento psicologico. Anche in questo caso, il giudice a quo esclude che sia possibile estendere in via interpretativa al delitto in esame la pronuncia parzialmente ablativa della norma censurata relativa al delitto di incendio colposo (sentenza n. 143 del 2014). Il percorso argomentativo che sorregge tale pronuncia risulterebbe, tuttavia, valevole anche in rapporto al reato in discussione, posto che la censurata equiparazione del termine prescrizionale scardinerebbe, comunque sia, «la scala della complessiva gravità delle due fattispecie criminose», colposa e dolosa. La questione sarebbe, altresì, rilevante nel giudizio a quo. Il reato per cui si procede è stato infatti commesso, secondo l'ipotesi accusatoria, il 30 marzo 2009: solo in caso di accoglimento della questione esso risulterebbe, pertanto, prescritto. 5.2.- È intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che la questione sia dichiarata non fondata, sulla scorta di rilievi similari a quelli prospettati in rapporto all'ordinanza r.o. n. 53 del 2016.1.- La Corte di cassazione (r.o. n. 237 del 2015) , il Tribunale ordinario di Velletri (r.o. n. 32 del 2016) , il Tribunale ordinario di Torino (r.o. n. 53 del 2016 e n. 103 del 2017) e il Giudice dell'udienza preliminare del Tribunale ordinario di Larino (r.o. n. 241 del 2016) dubitano della legittimità costituzionale dell'art. 157, sesto comma, del codice penale, come sostituito dall'art. 6 della legge 5 dicembre 2005, n. 251 (Modifiche al codice penale e alla legge 26 luglio 1975, n. 354, in materia di attenuanti generiche, di recidiva, di giudizio di comparazione delle circostanze di reato per i recidivi, di usura e di prescrizione), nella parte in cui prevede che il termine di prescrizione del delitto di crollo di costruzioni o altro disastro colposo (art. 449, in riferimento all'art. 434 cod. pen.) è raddoppiato. Alcune ordinanze di rimessione riferiscono il dubbio di costituzionalità alla figura del «disastro colposo» (r.o. n. 237 del 2015, n. 32 e n. 241 del 2016), altre a quella del «crollo colposo» (r.o. n. 53 del 2016 e n. 103 del 2017), senza, peraltro, che ai diversi nomina iuris impiegati dai rimettenti appaia corrispondere l'intento di limitare l'auspicata declaratoria di illegittimità costituzionale a una parte soltanto dei fatti repressi dal combinato disposto dei richiamati artt. 449 e 434 cod. pen. Ad avviso dei giudici a quibus, la norma censurata violerebbe l'art. 3 della Costituzione, per contrasto con i principi di uguaglianza e di ragionevolezza, giacché, in conseguenza del censurato raddoppio, il termine di prescrizione del delitto in questione risulta uguale a quello della corrispondente fattispecie dolosa (art. 434, secondo comma, cod. pen.), identica sul piano oggettivo, ma di disvalore sensibilmente maggiore in rapporto al diverso coefficiente di partecipazione psicologica del reo, come attesta l'ampio scarto tra le rispettive cornici sanzionatorie edittali. 2.- Le ordinanze di rimessione sollevano questioni identiche o analoghe relative alla medesima norma, sicché i relativi giudizi vanno riuniti per essere definiti con unica decisione. 3.- Sul piano dell'ammissibilità, va rilevato come tutti i giudici rimettenti abbiano motivato congruamente in ordine alla rilevanza della questione, ponendo in evidenza che - alla luce della data di commissione dei reati per cui si procede e tenendo pure conto dell'aumento massimo conseguente agli atti interruttivi effettuati - il termine di prescrizione dei reati stessi risulterebbe spirato solo ove venisse rimossa la censurata regola del raddoppio. Ciò vale anche in rapporto all'ordinanza di rimessione del Tribunale ordinario di Velletri (r.o. n. 32 del 2016), almeno per quanto concerne uno dei quattro imputati nel giudizio a quo (quello la cui posizione di garanzia, rilevante ai fini dell'addebito di responsabilità colposa, risulterebbe cessata il 31 maggio 2005 e che - secondo quanto rilevato dal rimettente - beneficerebbe dell'accoglimento della questione in quanto atto a rendere la disciplina introdotta dalla legge n. 251 del 2005 più favorevole di quella vigente alla data del fatto). Tanto basta a rendere ammissibile la questione sollevata, a prescindere da ogni considerazione riguardo alla sua effettiva rilevanza rispetto agli altri imputati, che il rimettente ricollega invece ad un evento puramente ipotetico (quale l'eventuale «retrodatazione» della data di commissione del reato all'esito dell'istruzione dibattimentale), o a generici effetti di condizionamento delle future cadenze temporali di tale istruzione. 4.- Nel merito, le questioni non sono fondate. Giova ricordare come, nel disegno originario del codice penale, il tempo di prescrizione dei reati fosse determinato tramite la loro ripartizione in sei "fasce di gravità" decrescente, in base alla pena edittale massima, a ciascuna delle quali corrispondeva un termine prescrizionale via via più ridotto. Nel riformare l'istituto della prescrizione, la legge n. 251 del 2005 ha profondamente innovato tale assetto, sostituendo al criterio "per fasce" una regola unitaria. In base ad essa, il tempo necessario a prescrivere è pari al massimo della pena edittale dei singoli reati, salva la previsione di una soglia minima, intesa ad evitare una troppo rapida prescrizione dei reati meno gravemente puniti, pari a sei anni per i delitti e a quattro anni per le contravvenzioni (art. 157, primo comma, cod. pen. , come novellato).