[pronunce]

La ricorrente ritiene che, in un contesto nel quale vengono introdotti elementi - di natura legislativa, regolamentare o provvedimentale - i quali tendono «ad affrancare il più possibile» l'attività amministrativa del Governo dal controllo esercitato dalla Corte dei conti, il Governo stesso abbia irragionevolmente e immotivatamente interpretato in modo estensivo le norme contenute nell'art. 11, comma 1, lettera a), e nell'art. 12 della legge 15 marzo 1997, n. 59 (Delega al Governo per il conferimento di funzioni e compiti alle regioni ed enti locali, per la riforma della Pubblica amministrazione e per la semplificazione amministrativa). Da tale «forzatura» interpretativa deriverebbero sia, in primo luogo, l'art. 9 del decreto legislativo n. 303 del 1999, che, pur senza abrogarlo, neutralizzerebbe la parte significativa dell'art. 3 della legge n. 20 del 1994, rendendolo inapplicabile proprio nei confronti dei decreti governativi previsti nello stesso decreto legislativo, sia, conseguentemente, gli ulteriori atti impugnati nel presente giudizio. L'art. 11, comma 1, della legge n. 59 del 1997, prosegue la Corte dei conti, stabilisce che si proceda, con decreti legislativi delegati, ad una «razionalizzazione» - anche attraverso il riordino, la soppressione e la fusione - dell'ordinamento della Presidenza del Consiglio dei ministri e dei ministeri. La delega non si estenderebbe però fino a consentire la «irrazionale» sottrazione al controllo preventivo di legittimità delle attività amministrative che realizzano tale riorganizzazione e di quelle da essa derivanti. Il controllo preventivo di legittimità è stato rivisitato in occasione della riforma attuata con la legge n. 20 del 1994 secondo un'ispirazione, ad avviso della ricorrente, «riduttiva dell'area del controllo in questione»: per questo motivo gli attuali più ristretti confini entro i quali si esercita il controllo preventivo sarebbero da ritenere invalicabili, pena l'alterazione della fisionomia della funzione di controllo delineata dall'ordinamento. Interpretazioni riduttive dell'elenco, contenuto nell'art. 3 della legge n. 20 del 1994, degli atti governativi soggetti al controllo preventivo di legittimità sarebbero perciò da escludere in quanto confliggenti con l'art. 100, secondo comma, della Costituzione. La ricorrente prende inoltre in considerazione l'art. 12, comma 2, della legge n. 59 del 1997, affermando che questa attribuisce e regola «nuovi poteri di bilancio» per il Presidente del Consiglio, circostanza dalla quale si desumerebbe che il legislatore, avendo disciplinato in maniera così dettagliata la materia contabile senza toccare la materia del controllo, avrebbe inteso escludere ogni modificazione al regime dei controlli imperniato sull'art. 100, secondo comma, della Costituzione e sull'art. 3 della legge n. 20 del 1994. L'eccesso di delega risulterebbe evidente ove si consideri che, pur nel dettaglio che caratterizza gli artt. 11 e 12 della legge n. 59 del 1997, nessun riferimento sarebbe in essi contenuto al regime dei controlli sui «nuovi» atti amministrativi del Governo. Dal silenzio del legislatore dovrebbe - secondo la ricorrente - desumersi il divieto di sopprimere o ridurre i controlli previsti dalla legge n. 20 del 1994. 2.4. — Con riferimento alla dedotta violazione dell'art. 100, secondo comma, della Costituzione, la Corte dei conti afferma inoltre che la categoria degli «atti di governo» richiamata dalla disposizione costituzionale citata deve essere individuata a partire dagli artt. da 92 a 95 della Costituzione, che regolano la struttura e le funzioni del Governo. Da ciò dovrebbe desumersi che, in presenza di precise definizioni dei termini soggettivi e oggettivi, il rispetto della norma costituzionale sul controllo della Corte è «un elemento compositivo del quadro costituzionale rigido ed immodificabile». 2.5. — La ricorrente passa quindi a esporre le censure relative al d.P.C.m. 23 dicembre 1999. Il Governo avrebbe omesso di inviare l'atto al controllo preventivo illegittimamente, poiché sarebbe «palesemente incostituzionale» la norma contenuta nell'art. 9, comma 7, del decreto legislativo n. 303 del 1999, che a ciò lo autorizza. Da ciò deriverebbe non solo l'illegittimità dell'atto in questione, ma anche la sua inefficacia. Il citato d.P.C.m. violerebbe, ad avviso della Corte dei conti, sia l'art. 100, secondo comma, della Costituzione, sia l'art. 3, comma 1, della legge n. 20 del 1994, che elenca gli atti del Governo soggetti al controllo preventivo di legittimità. Questi sono - afferma la ricorrente - gli atti normativi a rilevanza esterna che hanno natura di atti di indirizzo politico-amministrativo: ricorrendo tale presupposto la soggezione al controllo preventivo sussisterebbe comunque, a prescindere dall'inquadramento dell'atto in questione tra quelli «di governo». Non sarebbe accettabile, prosegue la Corte dei conti, la pretesa del Governo di escludere l'atto in questione dal controllo in quanto «atto regolamentare interno», perché in esso sono contenute previsioni generali ed astratte, dirette a regolare rapporti con terzi e suscettibili di applicazione ripetuta. All'atto in questione dovrebbe essere riconosciuta funzione di indirizzo politico-amministrativo, poiché esso esprime direttive generali per l'indirizzo e lo svolgimento dell'azione amministrativa, con la conseguenza che, anche volendo escluderne la natura regolamentare, esso ricadrebbe tra gli atti da sottoporre al controllo ai sensi dell'art. 3, comma 1, lettera b), della legge n. 20 del 1994. Né sarebbe accettabile la tesi, sostenuta dal Governo, secondo cui solo gli atti emanati a seguito di deliberazione del Consiglio dei ministri potrebbero definirsi quali atti del Governo, mentre le altre ipotesi contemplate all'art. 3, comma 1, della legge n. 20 del 1994 avrebbero carattere «meramente aggiuntivo» rispetto alla previsione dell'art. 100, secondo comma, della Costituzione. Secondo la ricorrente tale interpretazione si discosta «dal diritto scritto come da quello vivente», poiché la Costituzione, nel delineare il Governo quale organo complesso caratterizzato dalla collegialità, dall'autonomia dei singoli ministri e dalla preminenza del Presidente del Consiglio, precluderebbe, ai fini dell'imputazione degli atti che da esso provengono, ogni distinzione tra gli organi che lo compongono. Sarebbe pertanto impossibile negare la natura di atto del Governo a un atto normativo o a una direttiva del Presidente del Consiglio, pur in mancanza dell'intervento collegiale del Consiglio dei ministri. Parimenti, dovrebbe essere attribuita natura di atto del Governo a un atto normativo o di programmazione di un ministro, poiché a questi - salva la responsabilità individuale per gli atti del proprio ministero - spetta l'attuazione dell'indirizzo politico governativo collegialmente stabilito. 2.6.