[pronunce]

la pena detentiva massima della fattispecie colposa (cinque anni) è inferiore, infatti, alla metà di quella della fattispecie dolosa (dodici anni). A fronte di un simile scarto di disvalore, espresso dallo stesso legislatore nella commisurazione delle risposte punitive, sarebbe lecito dubitare della ragionevolezza di una norma che stabilisca un termine di prescrizione identico per entrambe le fattispecie, sottoponendo, così, la fattispecie meno grave «ad un trattamento proporzionalmente deteriore rispetto a quella più grave». Tale soluzione normativa non potrebbe essere, in effetti, giustificata con considerazioni legate al grado di allarme sociale prodotto dal reato e alla complessità delle indagini richieste per il suo accertamento, posto che, sotto questi aspetti, le due ipotesi non si differenzierebbero in alcun modo (anzi, sarebbe semmai l'ipotesi dolosa ad avere conseguenze più gravi, quantomeno in termini di allarme sociale). La questione sarebbe, altresì, rilevante nel giudizio a quo. Rispetto ad uno degli imputati, la posizione di garanzia che fonda l'addebito di responsabilità colposa è cessata - come emerge dal capo di imputazione - il 31 maggio 2005 e, dunque, prima dell'entrata in vigore della legge n. 251 del 2005 (avvenuta l'8 dicembre 2005). In base alla disciplina anteriore a detta legge, il termine massimo di prescrizione del reato contestato risulterebbe pari a quindici anni (dieci anni quale termine ordinario, aumentato fino alla metà per effetto degli atti di interruzione intervenuti, ai sensi dell'originario art. 160, terzo comma, cod. pen.). La situazione non sarebbe mutata con la legge n. 251 del 2005: in base all'attuale normativa, il termine di prescrizione massimo sarebbe sempre di quindici anni, sebbene diversamente articolato (dodici anni, quale termine di base ai sensi della norma censurata, aumentato fino a un quarto a seguito degli atti interruttivi). Di contro, se la disposizione denunciata fosse dichiarata costituzionalmente illegittima, il termine prescrizionale massimo si ridurrebbe a sette anni e mezzo (sei anni, più l'aumento di un quarto) e tale disciplina sarebbe applicabile anche ai fatti pregressi ai sensi dell'art. 10, comma 3, della legge n. 251 del 2005, in quanto più favorevole al reo: con la conseguenza che la prescrizione sarebbe già maturata. Ma la questione risulterebbe rilevante anche in rapporto agli altri tre imputati, rispetto ai quali il reato è indicato nel capo di imputazione come commesso «fino al dicembre 2008», data degli ultimi campionamenti che hanno riscontrato la presenza dell'agente inquinante nelle acque del fiume Sacco. L'esattezza di tale indicazione andrebbe, infatti, verificata alla luce della più recente giurisprudenza della Corte di cassazione, secondo la quale il disastro ambientale costituisce un reato istantaneo con effetti permanenti, che si consuma nel momento in cui è posta in essere la condotta che determina la prima immissione inquinante nell'ambiente: ciò, sebbene nel caso di specie il reato sia contestato nella forma colposa omissiva, così che lo stesso potrebbe anche avere natura permanente, nella misura in cui l'omissione contestata si protragga fino all'adozione delle necessarie cautele e continui a determinare l'immissione dell'agente nocivo nell'ambiente. Si tratterebbe, peraltro, di un punto quantomeno incerto, onde sarebbe ben possibile che, all'esito dell'istruzione dibattimentale, la data di consumazione del reato venga retrodatata ad un periodo non successivo al maggio 2008: ipotesi nella quale il dimezzamento a sette anni e mezzo del tempo massimo di prescrizione conseguente all'accoglimento della questione farebbe sì che la prescrizione stessa risulti già maturata alla data dell'ordinanza di rimessione (19 novembre 2015), imponendo, quindi, l'immediato proscioglimento degli imputati per avvenuta estinzione del reato. Peraltro, anche qualora risultasse corretta la data di consumazione indicata nel decreto di rinvio a giudizio (dicembre 2008), l'accoglimento della questione influirebbe sullo svolgimento successivo del dibattimento, condizionando le cadenze temporali della complessa istruttoria da svolgere. In tal caso, infatti, il termine prescrizionale di sette anni e mezzo spirerebbe dopo circa sei mesi dalla data dell'ordinanza di rimessione, con la conseguenza che l'attività istruttoria dovrebbe esaurirsi in tale ristretto arco temporale affinché possa giungersi ad una decisione sul merito. 2.2.- È intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, il quale ha chiesto, anche con successiva memoria, che la questione sia dichiarata non fondata sulla base di considerazioni analoghe a quelle prospettate in rapporto all'ordinanza r.o. n. 237 del 2015. 2.3.- Si è costituito G. Z, imputato nel giudizio a quo, instando per l'accoglimento della questione. Ad ulteriore riprova del fatto che la disciplina censurata non costituisca frutto di «meditata e legittima scelta discrezionale, ma travalichi nell'arbitrio», la parte privata rileva che, per effetto della riforma introdotta dalla legge n. 251 del 2005, mentre il termine prescrizionale del reato di disastro colposo è stato aumentato (passando dai precedenti dieci anni agli attuali dodici), quello dell'omologa fattispecie dolosa è stato viceversa ridotto (da quindici a dodici anni). 2.4.- La parte privata ha depositato memoria, con la quale ha contestato la tesi dell'Avvocatura generale dello Stato, secondo cui la norma censurata si spiegherebbe alla luce della particolare complessità dell'attività investigativa necessaria ai fini dell'accertamento dei fatti di reato previsti dall'art. 449 cod. pen. Secondo la parte privata, la complessità delle indagini non potrebbe essere considerata un elemento indistintamente connaturato ai delitti contro l'incolumità pubblica, giacché, se così fosse, non si comprenderebbe per quale ragione il raddoppio del termine prescrizionale non sia stato esteso anche al delitto di avvelenamento colposo di acque e sostanze alimentari (artt. 439 e 452 cod. pen. ): delitto anch'esso contestato agli imputati nel giudizio a quo e già dichiarato estinto per prescrizione. Ancora più a monte, peraltro, dovrebbe escludersi che la complessità delle indagini rappresenti un parametro idoneo a giustificare la dilatazione del termine di prescrizione di taluni reati. Si tratterebbe, infatti, di parametro eccentrico rispetto al fondamento dell'istituto della prescrizione, che andrebbe ricercato «nella prospettiva teleologica della pena», e segnatamente nella sua funzione di prevenzione generale, connettendosi al progressivo affievolimento, con il decorso del tempo, dell'allarme generato dal reato nella coscienza comune.