[pronunce]

SENTENZA ha pronunciato la seguentenel giudizio di legittimità costituzionale dell'art. 327, primo comma, del codice di procedura civile, promosso con ordinanza del 10 luglio 2007 dalla Corte d'appello di Venezia nel procedimento civile vertente tra l'Azienda Ospedaliera di Padova e Cavatton Gianni, iscritta al n. 794 del registro ordinanze 2007 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 48, prima serie speciale, dell'anno 2007. Visti l'atto di costituzione dell'Azienda Ospedaliera di Padova nonché l'atto di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri; udito nell'udienza pubblica del 6 maggio 2008 il Giudice relatore Alfio Finocchiaro; uditi gli avvocati Giovanni Sala e Luigi Manzi per l'Azienda Ospedaliera di Padova e l'avvocato dello Stato Gabriella Palmieri per il Presidente del Consiglio dei ministri.. Ritenuto in fatto Considerato in diritto 1. – La Corte d'appello di Venezia – in sede di gravame avverso sentenza del Tribunale di Padova, giudice del lavoro, pronunciata nella controversia fra G. C. e l'Azienda Ospedaliera di Padova, depositata il 18 ottobre 2005, proposto con riserva dei motivi ex art. 433, secondo comma, del codice di procedura civile, presentati il 29 novembre 2006 – ha sollevato questione di legittimità costituzionale dell'art. 327 cod. proc. civ. , in riferimento all'art. 24 della Costituzione. Secondo il giudice rimettente, il citato art. 327, facendo decorrere il termine per la proposizione dell'impugnazione dalla data del deposito e non da quella della comunicazione della sentenza, non garantisce il diritto di difesa costituzionalmente riconosciuto alle parti costituite, non essendo per le stesse certo il godimento per intero del termine decadenziale. L'eventuale accoglimento della questione di legittimità costituzionale dell'art. 327 cod. proc. civ. , in relazione all'art. 430 cod. proc. civ. , non incide, secondo il giudice a quo, sulla coerenza del sistema delle impugnazioni, posto che la decorrenza del termine suddetto dalla comunicazione della sentenza invece che dalla sua pubblicazione, non appare lesiva del principio secondo cui, dopo un certo lasso di tempo, la cosa giudicata si forma indipendentemente dalla notificazione della sentenza, importando tale soluzione unicamente un modestissimo differimento temporale di entità predeterminata, (non più di cinque giorni ai sensi dell'art. 133, secondo comma, cod. proc. civ.), del passaggio in giudicato della sentenza. Tale soluzione assicurerebbe poi – prosegue il collegio rimettente – il pieno diritto di difesa delle parti, garantito costituzionalmente dall'art. 24 Cost., ponendole in condizione di utilizzare per intero il tempo normativamente assegnato, a pena di decadenza, per l'impugnazione della sentenza, concretizzando il presupposto processuale della conoscenza della stessa, innegabilmente necessario per la sua reale definitività entro l'anno dalla pubblicazione, ed ancora assicurando il pieno diritto di difesa ove la parte poi materialmente voglia effettivamente avvalersene. Né l'accoglimento della questione sollevata creerebbe disparità di trattamento rispetto alle parti contumaci, per le quali la decorrenza del termine dalla comunicazione della sentenza non potrebbe trovare applicazione, considerata la peculiare loro posizione, frutto di una libera scelta, che comporta che in caso di comprovata non conoscenza del processo (nullità della citazione o della notificazione della stessa), siano posti specifici rimedi proprio relativamente al termine lungo di impugnazione (art. 327, secondo comma, cod. proc. civ.). La prospettata questione di costituzionalità è rilevante – osserva la Corte rimettente – nel procedimento a quo, per il carattere preliminare ed eventualmente assorbente della eccezione di tardività dell'appello, proposta dall'appellato. 2. – Nel giudizio di legittimità costituzionale si è costituita l'Azienda ospedaliera di Padova, appellante nel giudizio a quo, chiedendo l'accoglimento della questione sulla base dei motivi addotti dal giudice rimettente. L'esigenza cui sovrintende l'art. 327 cod. proc. civ. , di evitare che il passaggio in giudicato della sentenza possa essere protratto indefinitamente ad arbitrio delle parti, non può far obliterare l'altra esigenza a tutela del diritto di difesa in ogni stato e grado del procedimento, che comporta, nel caso in cui le parti debbano rispettare termini previsti a pena di decadenza, che il tempo assegnato dalla norma sia utilizzato nella sua interezza. Il giudice potrebbe contemperare le esigenze citate sulla base di una diversa lettura che risulti aderente ai principi costituzionali asseritamente violati, e, dunque, ritenere che il termine per l'impugnazione decorra dalla comunicazione del dispositivo da parte della cancelleria. La comunicazione conclude il procedimento, a formazione progressiva, del deposito della sentenza, tanto più che, nel processo del lavoro, la legge non ne concepisce un momento distinto, imponendo al cancelliere di darne “immediata comunicazione alle parti”. La previsione del diritto di difesa, costituzionalmente garantito, in ogni stato e grado del procedimento, non si realizza ove il termine per l'impugnazione decorra da un momento anteriore a quello in cui la parte abbia avuto possibilità di conoscere la sentenza da impugnare. A sostegno della incostituzionalità, la parte privata richiama una serie di interventi manipolativi della Corte, soprattutto in materia fallimentare, in cui il termine per reclami e impugnazioni è stato fatto decorrere dal momento della effettiva conoscenza dell'atto. Il diritto di difesa deve essere assicurato in modo effettivo ed adeguato, indipendentemente dal fatto che la parte voglia valersene, giacché non si tratta – come pare doversi cogliere dalla pregressa giurisprudenza della Corte – di discrezionalità nella fissazione del termine, ma di decorrenza, ove questa cominci da un evento di cui il soggetto non è in grado di conoscere l'avverarsi. Non sembra motivo di discriminazione far decorrere il termine dalla comunicazione, per la parte rimasta contumace, attesa la diversità della posizione del contumace, alla quale il termine lungo non si applica, quando essa dimostra di non aver avuto conoscenza del processo per nullità della citazione o della notificazione degli atti. Al di fuori di tali ipotesi, le conseguenze sfavorevoli di una decorrenza del termine dalla comunicazione, che al contumace non è dovuta, deriverebbero unicamente da una sua libera scelta. E comunque, una sentenza additiva potrebbe far decorrere il termine dell'impugnazione dalla comunicazione della sentenza, anche per la parte rimasta contumace. 3. – Nel giudizio è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, che ha concluso per l'inammissibilità e comunque per l'infondatezza della questione, sostenendo che la rimozione della norma denunciata non comporterebbe automaticamente l'applicabilità del diverso meccanismo opinato dalla Corte d'appello, non essendo nei poteri della Corte costituzionale sostituirla con altra disposizione.