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Signor Presidente, il decreto-legge in esame, n. 105 del 2021, introduce misure di straordinaria necessità e urgenza in relazione all'emergenza Covid, prorogando misure restrittive esistenti e introducendo taluni obblighi, in particolare, all'articolo 3, l'utilizzo della certificazione Covid-19 (emessa in ogni caso nel rispetto delle disposizioni contenute nel regolamento UE 953/21) per accedere a determinati luoghi o servizi. Tali misure devono in ogni caso rispettare il regolamento UE 679/2016 in materia di dati personali e rispondere a criteri di proporzionalità, efficacia e necessità. Ciò è stato evidenziato dalla Commissione europea con nota datata 26 agosto 2021, inviata all'attenzione di stakeholder attivi in ambito di diritti fondamentali. Fermo restando che sorgono dubbi sul fatto che il regolamento UE 679/2016 possa dirsi soddisfatto laddove venga consentito a un ristoratore, barista o buttafuori di trattare dati sanitari senza consenso del titolare (si applicherebbe l'articolo 9 del regolamento che non contiene analoga previsione di cui all'articolo 6, comma 1, la quale invece consente che un privato possa trattare dati personali per dar seguito a un obbligo di legge), forti criticità emergono anche dal possibile uso discriminatorio dei pass come strumento di selezione inidoneo per la finalità di garanzia della tutela della pubblica salute. Alla luce delle notizie che si possono reperire su numerosissimi quotidiani emerge chiaramente che i possessori di certificato Covid-19, impropriamente denominato green pass , conseguito a esito di vaccinazione e non a seguito di tampone, possono contagiare (si pensi, ad esempio, al focolaio all'ospedale Sant'Eugenio di Roma). Ciò è peraltro ben evidente già dalla lettura del modulo di consenso vaccinazione contro il Covid-19, in cui si legge chiaramente che il vaccino non contiene il virus per indurre l'immunità, ammettendosi così con assoluta e indiscutibile certezza come chi è vaccinato non è affatto immune dal contagio. Pertanto, chi ha ottenuto tale certificazione mediante tampone, dimostrando quindi di essere perfettamente sano al momento dell'ingresso nei luoghi ove il Governo intende imporre accessi contingentati, non gode attualmente di alcuna tutela nel venire a contatto con chi ha invece ottenuto il green pass attraverso la vaccinazione, trattandosi di soggetti che possono senza dubbio contagiare. Vanno anche menzionati casi in cui persone in possesso di green pass che si sono contagiate non abbiano visto il proprio certificato disattivato, così come persone che hanno ottenuto il certificato una volta dichiarata la guarigione dopo ventuno giorni di quarantena, benché ancora debolmente positive. Orbene, la proposta del Governo italiano di introdurre tali limitazioni (e che l'Assemblea si appresta a votare), sollevando tuttavia chi è vaccinato o guarito dal loro rispetto, non solo costituisce misura idonea a cagionare pericolo alla salute pubblica, ma si pone anche in contrasto con la risoluzione 2383/2021 del Consiglio d'Europa (paragrafi 3 e 8), che stabilisce come illegittima la discriminazione fondata su un pass concesso a chi è potenzialmente infettivo. In particolare, il paragrafo 8 stabilisce che «fino a quando non esisteranno prove scientifiche chiare e consolidate, potrebbe essere discriminatorio revocare le restrizioni per coloro che sono stati vaccinati e mantenendole invece per chi non lo ha fatto». Al riguardo, giova ricordare i vincoli e le "linee rosse" invalicabili che il Consiglio d'Europa impone (allegato 2) e che invece si continua a far finta che non esistano. In conseguenza di tali evidenze, fin dove il Governo intenderà estendere l'obbligo di esibire il certificato Covid si dovrà necessariamente richiedere, in ogni caso, un tampone negativo quanto più prossimo nel tempo, acquisito ormai che il certificato ottenuto dopo la vaccinazione non rappresenta un metodo sicuro per impedire la diffusione del virus . Del resto, tale circostanza è stata recentemente posta a base di un ricorso presentato davanti alla Corte di giustizia dell'Unione europea dall'avvocato Mauro Sandri del foro di Milano, coadiuvato, per quanto di stretta competenza di diritto unionale, dal solicitor Giulio Marini, avvocato abilitato nel Regno Unito, e con il patrocinio presso la Corte penale internazionale dell'Aja. Tale ricorso è finalizzato a chiedere l'annullamento del regolamento UE 953/2021 in ragione dei presupposti scientifici errati sottesi all'adozione del certificato Covid-UE. Nell'adottare il predetto regolamento, infatti, temporalmente antecedente alla risoluzione 2383/2021, il legislatore europeo aveva forse dato per scontato che il vaccino avrebbe creato immunizzazione, ma l'evidenza dei fatti ha mostrato una realtà completamente diversa; ragione - questa - che ha imposto ai legali di adire la massima autorità giudiziaria per un corretto inquadramento della fattispecie. Del resto, il Governo è perfettamente al corrente di tale ricorso: è notizia recente che il Consiglio dell'Unione europea, parte convenuta in giudizio, ha provveduto ad inviare una nota ufficiale agli ambasciatori in sede, informandoli della presentazione del ricorso. Malgrado questo l'Assemblea si trova ora a dover adottare un provvedimento che rischia di avere serie carenze sul piano scientifico. Questi profili impongono di non votare le disposizioni del decreto-legge, incompatibili con la risoluzione n. 2383 del 2021 e ciò non solo per il rispetto degli impegni internazionali dell'Italia, ma anche e soprattutto a tutela della salute pubblica, seriamente compromessa dal voto favorevole a questo decreto-legge, le cui disposizioni implicitamente escludono i vaccinati o i guariti in possesso del pass dal sottoporsi ai tamponi, anche rapidi o salivari, consentendo a costoro pericolose libertà che invece non dovrebbero essere concesse a causa della loro potenziale contagiosità. Per questi motivi si chiede di non procedere all'esame del disegno di legge di conversione del decreto-legge n. 105 del 2021 sull'emergenza da Covid-19 e per l'esercizio in sicurezza di attività sociali ed economiche. (Applausi) . PRESIDENTE . Poiché nessuno chiede di intervenire, indìco la votazione nominale con scrutinio simultaneo della questione pregiudiziale QP1, presentata dai senatori Ciampolillo e Martelli. (Segue la votazione). Il Senato non approva. ( v. Allegato B ). Dichiaro aperta la discussione generale. È iscritto a parlare il senatore Rampi. Ne ha facoltà. RAMPI (PD) . Signor Presidente, signori colleghi, il provvedimento al nostro esame dovrebbe davvero spingere il Senato e tutto il Parlamento a un'assunzione di responsabilità. Noi del Partito Democratico abbiamo ragionato molto in questi mesi sulla scuola, che per noi è il tema più importante, la priorità del Paese. Anche nell'ambito del piano di recovery abbiamo chiesto importanti investimenti, sia nelle strutture (negli edifici), sia soprattutto nel modello di insegnamento, con investimenti sulle risorse umane, sulle insegnanti e sugli insegnanti. La scuola è iniziata ormai in tutta Italia; è iniziata in presenza e questo era un obiettivo fondamentale. Diciamoci la verità, colleghi: