[pronunce]

3.- È intervenuto, altresì, il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che la questione sia dichiarata infondata. La difesa dello Stato rileva come la Corte costituzionale abbia reiteratamente evidenziato che il procedimento penale dinanzi al giudice di pace rappresenta un modello di giurisdizione non comparabile con il procedimento penale dinanzi al tribunale, in quanto improntato a connotati di snellezza, semplificazione e rapidità tali da giustificare sensibili deviazioni rispetto al modello ordinario. Il d.lgs. n. 274 del 2000 devolve alla competenza del giudice di pace reati espressivi di conflitti a carattere interpersonale, in relazione ai quali appare preminente la finalità conciliativa: il che giustificherebbe la previsione dell'estinzione del reato per effetto di condotte riparatorie e la predisposizione di un autonomo apparato sanzionatorio, dal quale è bandita la pena detentiva. In tale contesto normativo, nel quale l'irrogazione della sanzione dovrebbe costituire un esito eccezionale, conseguente all'insuccesso dei diversi meccanismi volti a favorire la definizione anticipata del giudizio, la norma sottoposta a scrutinio risulterebbe del tutto ragionevole, in quanto preordinata a munire la sanzione irrogata dal giudice di pace dell'effettività necessaria ad assicurare l'assolvimento della sua funzione di prevenzione generale e di stimolo alla composizione del conflitto. La disposizione denunciata non violerebbe neppure l'art. 76 Cost. La scelta di escludere la sospensione condizionale della pena, pur nel silenzio della legge delega sul punto, non potrebbe essere ritenuta in contrasto con gli indirizzi generali di quest'ultima, laddove collocata all'interno del sottosistema penale, sostanziale e processuale, disegnato dal d.lgs. n. 274 del 2000, nel quale il divieto considerato risulterebbe funzionale a favorire la definizione anticipata o bonaria del processo.1.- Il Tribunale di Grosseto dubita della legittimità costituzionale dell'art. 60 del decreto legislativo 28 agosto 2000, n. 274 (Disposizioni sulla competenza penale del giudice di pace, a norma dell'articolo 14 della legge 24 novembre 1999, n. 468), nella parte in cui non consente di applicare le disposizioni di cui agli artt. 163 e seguenti del codice penale, relative alla sospensione condizionale della pena, nei casi di condanna a pena pecuniaria per reati di competenza del giudice di pace, neppure quando il beneficio sia stato invocato dalla difesa. Ad avviso del giudice a quo, la norma censurata violerebbe l'art. 3 Cost., determinando una ingiustificata disparità di trattamento tra i reati di competenza del giudice di pace e quelli di competenza del tribunale in composizione monocratica, egualmente puniti con pena pecuniaria. Violerebbe, altresì, l'art. 76 Cost., per eccesso di delega. La scelta operata dal Governo, infatti, non solo non troverebbe espressi agganci nella legge di delegazione 24 novembre 1999, n. 468 (Modifiche alla legge 21 novembre 1991, n. 374, recante istituzione del giudice di pace. Delega al Governo in materia di competenza penale del giudice di pace e modifica dell'articolo 593 del codice di procedura penale) - alla quale resta estraneo ogni riferimento all'istituto della sospensione condizionale della pena - ma si porrebbe, altresì, in rapporto di «discontinuità» con i principi e criteri direttivi enunciati da detta legge, intesi, da un lato, a prefigurare una disciplina sanzionatoria dei reati attribuiti alla competenza del giudice di pace di segno più favorevole per il reo (art. 16) e, dall'altro, a valorizzare le condotte riparatorie e risarcitorie dell'imputato (art. 17, comma 1, lettera h), viceversa svilite dall'impossibilità di subordinare ad esse la sospensione condizionale della pena, ai sensi dell'art. 165 cod. pen. 2.- La questione non è fondata. 3.- Quanto alla censura di violazione dell'art. 76 Cost. - che merita di essere esaminata prioritariamente, in quanto incidente sul piano delle fonti - la giurisprudenza di questa Corte è costante nel ritenere che la delega legislativa non esclude ogni discrezionalità del legislatore delegato, la quale può essere più o meno ampia, in relazione al grado di specificità dei criteri fissati nella legge delega: pertanto, per valutare se il legislatore abbia ecceduto da tali margini di discrezionalità, occorre individuare la ratio della delega, per verificare se la norma delegata sia con questa coerente (ex plurimis, sentenze n. 119 del 2013, n. 272 del 2012, n. 293 del 2010 e n. 98 del 2008). In particolare, l'art. 76 Cost. non impedisce l'emanazione di norme che rappresentino un coerente sviluppo e, se del caso, anche un completamento delle scelte espresse dal legislatore delegante (tra le molte, sentenza n. 426 del 2006, ordinanza n. 73 del 2012), dovendosi escludere che la funzione del legislatore delegato sia limitata ad una mera scansione linguistica delle previsioni stabilite dal primo (sentenze n. 230 del 2010 e n. 98 del 2008). Di conseguenza, neppure il silenzio del legislatore delegante sullo specifico tema può impedire, a certe condizioni, l'adozione di norme da parte del delegato (sentenza n. 134 del 2013), trattandosi in tal caso di verificare che le scelte di quest'ultimo non siano in contrasto con gli indirizzi generali della stessa legge delega (sentenza n. 272 del 2012). Di tali principi la Corte ha già fatto applicazione in rapporto ad altre disposizioni del d.lgs. n. 274 del 2000, regolativo della competenza penale del giudice di pace, escludendo, sulla loro base, i denunciati vizi di eccesso di delega. Ciò è avvenuto, tra l'altro, con riguardo alla norma che esclude la possibilità di far ricorso ai riti alternativi (e, in particolare, all'applicazione della pena su richiesta delle parti) nel procedimento davanti al giudice onorario (art. 2): norma che, al pari di quella oggi sottoposta a scrutinio, non rinviene un fondamento espresso nei criteri di delega, silenti sull'argomento (ordinanze n. 312 e n. 228 del 2005). 4.- Per quanto attiene più specificamente all'odierno thema decidendum, occorre muovere dalla considerazione che il censurato art. 60 - nello stabilire che «Le disposizioni di cui agli articoli 163 e seguenti del codice penale, relative alla sospensione condizionale della pena, non si applicano alle pene irrogate dal giudice di pace» - recepisce una indicazione formulata dalla Commissione giustizia del Senato in sede di espressione del parere sullo schema preliminare di decreto delegato (atto del 25 luglio 2000).