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fornendo, in occasione della detta riunione, sia con dichiarazioni agli organi di informazione sia con redazione di un verbale, al Dipartimento nazionale della protezione civile, all'assessore regione Abruzzo alla protezione civile, al sindaco de L'Aquila, alla cittadinanza aquilana, informazioni incomplete, imprecise e contraddittorie sulla natura, sulle cause, sulla pericolosità e sui futuri sviluppi dell'attività sismica in esame, in tal modo vanificando le finalità di “tutela dell'integrità della vita, dei beni, degli insediamenti e dell'ambiente dai danni o dal pericolo di danni derivanti da calamità naturali, da catastrofi e da altri grandi eventi che determinino situazioni di grave rischio”, affermando che sui terremoti “non è possibile fare previsioni”, “è estremamente difficile fare previsioni temporali sull'evoluzione dei fenomeni sismici”, “la semplice osservazione di molti piccoli terremoti non costituisce fenomeno precursore” e al contempo l'esatto contrario ovvero “qualunque previsione non ha fondamento scientifico”; ritenendo che “i forti terremoti in Abruzzo hanno periodi di ritorno molto lunghi. Improbabile il rischio a breve di una forte scossa come quella del 1703, pur se non si può escludere in maniera assoluta”; ritenendo che “non c'è nessun motivo per cui si possa dire che una sequenza di scosse di bassa magnitudo possa essere considerata precursore di un forte evento”; rilevando che “le registrazioni delle scosse sono caratterizzate da forti picchi di accelerazione, ma con spostamenti spettrali molto contenuti di pochi millimetri e perciò difficilmente in grado di produrre danni alle strutture, c'è quindi da attendersi danni alle strutture più sensibili alle accelerazioni quali quelle a comportamento fragile”; qualificando lo sciame sismico che interessa L'Aquila da circa tre mesi come un normale fenomeno geologico; esso “si colloca diciamo in una fenomenologia senz'altro normale dal punto di vista dei fenomeni sismici che ci si aspetta in questo diciamo in questa tipologia di territori che poi, è centrata attorno all'Abruzzo però, ha colpito un pò il Lazio, un pò le Marche, oscillata diciamo nella zona del centro Italia”; affermando che allo stato attuale, non vi è pericolo, la situazione è favorevole perché c'è uno scarico di energia continuo; [...] venendo così meno ai doveri di valutazione del rischio connessi alla loro qualità e alla loro funzione e tesi alla previsione e alla prevenzione e ai doveri di informazione chiara, corretta, completa». Ha così inizio un processo durato tredici mesi, che conduce alla condanna degli imputati sopra citati, da parte del Tribunale de L'Aquila, a sei anni di reclusione per i delitti di omicidio colposo e lesioni colpose plurime. Tale condanna è stata ribaltata dalla sentenza di secondo grado emessa dalla Corte d’Appello de L'Aquila, che di fatto assolve l'operato della Commissione grandi rischi perché «il fatto non sussiste». Afferma la Corte che la riunione della Commissione grandi rischi del 31 marzo 2009, cinque giorni prima del tragico terremoto del 6 aprile a L'Aquila– su cui si fondava l'architrave della condanna a sei anni in primo grado dei sette esperti– non era valida per le modalità della convocazione e perché mancava il numero legale, con solo quattro componenti ufficiali presenti. Nelle motivazioni della sentenza di secondo grado, che ha assolto sei dei sette scienziati, viene considerata solo una ricognizione e le valutazioni che sono state fatte al termine, che peraltro non hanno avuto pubblicità, non parlavano di «fenomeni favorevoli», quindi non hanno rassicurato la popolazione. Addirittura, uno degli imputati, Giulio Selvaggi, è stato definito «accompagnatore» di Enzo Boschi, l'allora presidente dell'Ingv, mentre un altro ancora, Mauro Dolce, che era direttore dell'ufficio rischio sismico del dipartimento, è stato considerato «funzionalmente estraneo alla Commissione grandi rischi». Ad incastrare il solo condannato, con pena ridotta dai sei a due anni, l'allora vice capo della protezione civile, Bernardo De Bernardinis, che ha coordinato la riunione al posto del suo capo, Guido Bertolaso, che l'ha organizzata, è stata una intervista rilasciata immediatamente prima di quell'incontro ad una televisione nella quale ha sottolineato che «non c'è pericolo» parlando di «una situazione favorevole perciò uno scarico di energia continuo». Parole riprese dai maggiori mass media che per i giudici di appello sono arrivate alla gente che, il 6 aprile 2009, non ha preso le precauzioni tradizionali, ad esempio uscire di casa dopo una forte scossa. Il collegio di Appello ha smontato anche con passaggi pesanti il castello accusatorio del verdetto di primo grado del 22 ottobre 2012 emesso dal giudice dott. Marco Billi, «conclusioni incerte e fallaci, inidonee a costituire la base di omicidio colposo plurimo», accolta tra le polemiche su scala mondiale perché considerate un attacco alla scienza. Secondo i giudici di appello, i sei scienziati non avevano la responsabilità della comunicazione, della quale è competente la protezione civile nazionale, e non hanno sottovalutato il rischio sismico: una posizione che ha causato altre polemiche dopo le grida allo scandalo delle famiglie delle vittime dello scorso 10 novembre all'atto della lettura della sentenza di secondo grado. Nelle circa 400 pagine, depositate dal collegio giudicante presieduto dal giudice Fabrizia Francabandera, Bertolaso, indagato in un filone parallelo il cui rinvio a giudizio è stato già richiesto dalla procura generale -- dopo due istanze di archiviazione da parte della Procura della Repubblica -- viene indicato come «l'organizzatore della riunione, la prima fuori Roma». (In realtà era spesso prassi della Commissione grandi rischi riunirsi sul luogo dell'emergenza, come emerge dalle dichiarazioni in udienza del vulcanolo Francesco Stoppa, già componente della Commissione grandi rischi). Come emerge dalla «casuale intercettazione» con l'allora assessore della regione Abruzzo Daniela Stati (posizione oggetto di archiviazione) l'obiettivo era quello di «zittire subito qualsiasi imbecille, placare illazioni, preoccupazioni etc.» (il riferimento è al ricercatore Giampaolo Giuliani che diceva di poter prevedere forti scosse imminenti con l'ausilio dell'analisi del gas radon) e di invitare la protezione civile regionale ad astenersi nel fare comunicati dove si dicesse che non sono previste altre scosse. Una motivazione, secondo i giudici, non conosciuta dagli esperti. Dunque, in questi ultimi anni, si sono susseguite inchieste giudiziare, sono state scritte pagine e pagine di atti giudiziari, ci sono state polemiche e prese di posizione da parte di organi politici e istituzionali ed il fenomeno, oltre a non essersi arrestato, è in continua espansione. La sentenza di primo grado con le oltre 1.000 pagine di motivazioni che condanna i sette esperti é stata oggetto di dileggio da parte di uomini dello Stato senza che fossero stati letti, esaminati ed analizzati neppure i capi di imputazione, giudicandolo un processo alla scienza e denigrando ancora il nostro Paese agli occhi dell’opinione pubblica internazionale! Il mantra del «processo alla scienza», voluto da taluni detrattori dell'inchiesta giudiziaria sulla Commissione grandi rischi, prosegue il suo percorso.