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In particolare, per quanto concerne tali Autorità, la presenza femminile nei relativi organi collegiali si attesa tra lo zero e il 20 per cento, con l'unica lodevole eccezione del collegio del Garante per la protezione dei dati personali, che vede addirittura prevalere la componente femminile rispetto a quella maschile. Dunque, ancora una volta, i dati dimostrano come, laddove si tratti di cariche pubbliche di altissimo rilievo e autorevolezza, le donne, che pure possono fare sfoggio di capacità, preparazione e competenze indiscutibili, sono di fatto tagliate fuori, estromesse da quei ruoli e dai quei circuiti che costituiscono ancora oggi aree riservate agli uomini. Questo scenario -- rispetto al quale la politica ha enormi responsabilità -- deve essere urgentemente cambiato. Non è solo un problema di giustizia. Non si tratta, cioè, solo di rispondere alla legittima aspettativa di entrambi i generi di accedere, in condizioni di parità, a tutti gli uffici pubblici, compresi quelli di maggior rilievo. Il riequilibrio tra i generi è infatti un obiettivo che deve essere perseguito nell'interesse dell'intera collettività, giacché costituisce dato ormai acquisito che si tratta di fattore strumentale al buon andamento e all'imparzialità dell'azione amministrativa. Come ha anche attestato la giurisprudenza amministrativa formatasi sulla questione concernente la composizione delle Giunte degli enti locali e regionali, solo una congrua rappresentazione dei due sessi negli organi collegiali può garantire che questi adottino decisioni sulla scorta di « tutto quel patrimonio, umano culturale, sociale, di sensibilità e di professionalità che assume una articolata e diversificata dimensione in ragione proprio della diversità di genere » (Tar Lazio, sentenze nn. 6673 del 25 luglio 2011 e 633 del 21 gennaio 2013). La ragione per la quale il presente disegno di legge si propone d'intervenire in materia di pari opportunità, «reagendo» alla situazione di macroscopica sottorappresentazione del genere femminile nelle Autorità amministrative indipendenti, non è quindi solo questione di uguaglianza: la presenza di entrambi i sessi in tali organismi concorre a migliorare l'efficacia della loro azione, di rilevanza fondamentale se si considera che tali organismi sono stati istituiti per tutelare interessi pubblici di rilievo costituzionale. In tal senso, dunque, l'intervento normativo proposto si pone in rapporto di piena sintonia con la Costituzione: si tratta, infatti, di un intervento che mira a dare attuazione al principio di uguaglianza sostanziale sancito dall'articolo 3, comma secondo, della Costituzione, e all'obbligo di promuovere pari opportunità nell'accesso agli uffici pubblici previsto dall'articolo 51 della Costituzione, e che, come detto, concorre a realizzare il buon andamento e l'imparzialità della pubblica amministrazione di cui ragiona l'articolo 97 della Costituzione. L'intervento, d'altra parte, risulta pienamente coerente anche con le innovazioni legislative che negli ultimi anni si sono efficacemente proposte di rimuovere gli ostacoli che continuano a impedire alle donne di ascendere ai ruoli di vertice. Oltre alle leggi di recente adozione già menzionate, per quanto concerne il settore delle Autorità indipendenti, si pensi, ad esempio, all'Autorità nazionale anticorruzione e per la valutazione e la trasparenza delle amministrazioni pubbliche (istituita dal decreto legislativo 27 ottobre 2009, n. 150) che è formata «tenuto conto del principio delle pari opportunità di genere», ovvero, ancora, all'Autorità di regolazione dei trasporti (istituita ai sensi dell'articolo 37 del decreto-legge 6 dicembre 2011, n. 201, convertito, con modificazioni, dalla legge 22 dicembre 2011, n. 214), i cui componenti sono scelti «nel rispetto dell'equilibrio di genere». Il presente disegno di legge si propone quindi, in attuazione degli articoli 3, 51 e 97 della Costituzione e in coerenza e continuità rispetto alle innovazioni legislative richiamate, di orientare anche l'ordinamento delle Autorità amministrative indipendenti al pieno e sostanziale rispetto della parità di genere. Tra l'altro, nessuna preclusione ad intervenire nel senso auspicato sembra porsi a fronte della circostanza per cui si tratterebbe di delimitare il raggio di discrezionalità esercitato, nella selezione delle personalità da assegnare ai collegi delle Autorità, da organi politici. Ciò in primo luogo perché rimarrebbero ferme le disposizioni attualmente vigenti che, con differenti formulazioni, impongono comunque di garantire che la scelta ricada su soggetti di elevata e riconosciuta professionalità e competenza nel settore di riferimento. In secondo luogo, poi, è ormai stato chiarito che la Costituzione e le leggi attraverso le quali si dia attuazione ai princìpi costituzionali sono fonti legittimate a comprimere anche le scelte più politicamente connotate. L'insegnamento fondamentale che, per la materia oggetto di questo disegno di legge, si trae dalla più recente giurisprudenza costituzionale si può infatti riassumere in tal modo: « gli spazi della discrezionalità politica trovano i loro confini nei principi di natura giuridica posti dall'ordinamento, tanto a livello costituzionale quanto a livello legislativo; e quando il legislatore predetermina canoni di legalità, ad essi la politica deve attenersi, in ossequio ai fondamentali principi dello Stato di diritto » (punto 4.2 del considerato in diritto, sentenza n. 81 del 5 aprile 2012). Sulla base di questo presupposto, in quella circostanza, la Corte costituzionale ha ritenuto che anche la scelta -- politica -- dei membri di una Giunta regionale da parte del Presidente della Regione fosse soggetta al rispetto delle pari opportunità sancito dallo Statuto. Similmente pare essersi espressa anche la giurisprudenza amministrativa: significativa, in tal senso, è stata infatti la decisione con la quale il Tar Lazio ha ritenuto non validamente costituita la Commissione nazionale per la vigilanza sulle risorse idriche, in quanto operante con soli tre componenti e tutti di sesso maschile, nonostante la legge istitutiva richiedesse il rispetto dell'equilibrio di genere (sentenza n. 1745 del 21 febbraio 2012). In sostanza, la giurisprudenza richiamata, sia costituzionale che amministrativa, ha confermato due principi fondamentali: da un parte, per equilibrio di genere deve «intendersi la sostanziale approssimazione alla metà di donne e uomini»; dall'altra, anche le decisioni di natura politica devono rispettare i confini stabiliti dai principi giuridici posti dall'ordinamento in materia di equilibrio di genere. In particolare, la circostanza per cui si discorra di designazioni affidate a organi politici non significa che il legislatore non possa limitare la discrezionalità da questi esercitabile al fine di conformare le loro scelte al rispetto della parità di genere.