[pronunce]

ORDINANZA ha pronunciato la seguentenei giudizi di legittimità costituzionale dell'art. 593 del codice di procedura penale, come sostituito dall'art. 1 della legge 20 febbraio 2006, n. 46 (Modifiche al codice di procedura penale, in materia di inappellabilità delle sentenze di proscioglimento), dell'art. 576 cod. proc. pen. , come modificato dall'art. 6 della citata legge n. 46 del 2006, anche in combinato disposto con l'art. 593 dello stesso codice, e degli artt. 1 e 10 della medesima legge, promossi, nell'ambito di diversi procedimenti penali, con ordinanze del 5 aprile 2006 dalla Corte d'appello di Roma, del 31 marzo 2006 dalla Corte d'appello di Lecce e del 9 marzo 2006 dalla Corte d'appello di Bologna, rispettivamente iscritte ai nn. 265, 429 e 577 del registro ordinanze 2006 e pubblicate nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica nn. 35, 43 e 51, prima serie speciale, dell'anno 2006. Udito nella camera di consiglio del 2 aprile 2008 il Giudice relatore Giovanni Maria Flick. Ritenuto che la Corte d'appello di Roma (r.o. n. 265 del 2006) ha sollevato, in riferimento agli artt. 3 e 111 della Costituzione, questione di legittimità costituzionale degli artt. 1 e 10 della legge 20 febbraio 2006, n. 46 (Modifiche al codice di procedura penale, in materia di inappellabilità delle sentenze di proscioglimento), nella parte in cui precludono al pubblico ministero di proporre appello avverso le sentenze di proscioglimento e, nell'ipotesi di processi già pendenti, impongono alla Corte d'appello di dichiarare l'inammissibilità delle predette impugnazioni; che la Corte rimettente ha inoltre sollevato, in riferimento agli artt. 3, 24 e 111 Cost., questione di legittimità costituzionale del «combinato disposto» degli artt. 576, comma 1, e 593 del codice di procedura penale, come modificati rispettivamente dagli artt. 6 e 1 della citata legge n. 46 del 2006, nella parte in cui «precludono alla parte civile la possibilità di proporre, comunque, appello avverso le sentenze emesse in primo grado e, per l'effetto, di dichiarare inammissibile, ai sensi dell'art. 591 cod. proc. pen. , l'appello proposto dalla parte civile»; che la Corte rimettente - chiamata a delibare gli appelli proposti dal pubblico ministero e dalla parte civile avverso una sentenza di assoluzione per insussistenza del fatto, emessa dal Tribunale di Roma - rileva che, alla luce della normativa introdotta dalla legge n. 46 del 2006, gli appelli proposti dovrebbero essere dichiarati inammissibili; che, tuttavia, la disciplina censurata si porrebbe in contrasto con plurimi parametri costituzionali; che, in particolare, per quanto concerne la prima questione di costituzionalità, la Corte d'appello rimettente ritiene che la preclusione dell'appello delle sentenze di proscioglimento in capo all'organo della pubblica accusa – conseguente alla sostituzione dell'art. 593 cod. proc. pen. ad opera dell'art. 1 della legge n. 46 del 2006 – violi innanzitutto il principio della parità fra le parti e il principio della ragionevole durata del processo, sanciti nell'art. 111, secondo comma, Cost.; che il principio della parità imporrebbe che ciascuna parte sia posta nella condizione di promuovere una rivisitazione critica della decisione, attraverso la proposizione di un appello “nel merito”; che sono possibili e giustificabili parziali limitazioni al potere di impugnazione dell'organo dell'accusa (come, ad esempio, nella disciplina del giudizio abbreviato); ma non troverebbe alcuna giustificazione la totale privazione del potere di impugnazione in capo a tale organo, a nulla rilevando la residua possibilità di proporre appello nelle ipotesi previste dall'art. 603 cod. proc. pen. , stante la loro assoluta marginalità; che, quanto alla lesione del principio della ragionevole durata del processo, il sistema derivante dalle norme censurate - prevedendo la natura esclusivamente rescindente del giudizio per cassazione in esito al ricorso del pubblico ministero ed, in caso di accoglimento, la regressione del processo al primo grado - comporterebbe, ad avviso della Corte rimettente, un evidente aumento dei gradi di giudizio, con conseguente dilatazione dei tempi del processo; che, inoltre, sarebbe palese il contrasto con il principio di ragionevolezza di cui all'art. 3 Cost., posto che il pubblico ministero conserverebbe il potere di proporre appello avverso una sentenza di condanna parziale (dunque, di parziale accoglimento della pretesa punitiva), ma gli sarebbe preclusa l'impugnazione in caso di assoluzione, vale a dire di totale sconfessione della pretesa punitiva; che quanto alla seconda questione proposta - relativa all'impugnazione della parte civile, come disciplinata dall'art. 576 cod. proc. pen. , nel testo novellato dalla legge n. 46 del 2006 - la Corte rimettente muove dal presupposto che alla parte privata non competa più tale potere essendo stato soppresso il riferimento al «mezzo previsto per il pubblico ministero», che, prima della novella, avrebbe costituito il solo elemento testuale idoneo a legittimare ed a rendere possibile l'appello della parte civile; che, a giudizio della Corte rimettente, le ragioni della illegittimità costituzionale (per violazione degli artt. 3, 24 e 111 Cost.) esposte in relazione alla preclusione dell'appello del pubblico ministero, varrebbero anche in riferimento alla eliminazione del medesimo potere in capo alla parte privata; che analoghe, ed in parte sovrapponibili, argomentazioni sono poste a fondamento delle questioni di legittimità costituzionale sollevate dalla Corte d'appello di Lecce (r.o. 429 del 2006); che, in particolare, la Corte d'appello di Lecce dubita, in riferimento agli artt. 3, 24, 97 e 111 Cost., della legittimità costituzionale dell'art. 593 cod. proc. pen. , come sostituito dall'art. 1 della citata legge n. 46 del 2006, «nella parte in cui limita l'appello del pubblico ministero alle sole sentenze di condanna e lo consente contro le sentenze di proscioglimento nei soli casi previsti dall'art. 603, comma 2, cod. proc. pen.»; dell'art. 576 cod. proc. pen. , come modificato dall'art. 6 della legge n. 46 del 2006, «in relazione all'art. 593 cod. proc. pen. , nella parte in cui non consente alla parte civile l'appello contro le sentenze di proscioglimento»; infine, dell'art. 10 della legge n. 46 del 2006, «che dichiara applicabile, anche con riguardo alla parte civile, la nuova disciplina introdotta ai processi in corso»; che la Corte rimettente premette di essere investita degli appelli proposti dal pubblico ministero e dalla persona offesa costituita parte civile avverso la sentenza con la quale l'imputato è stato assolto perché il fatto non costituisce reato dai reati di diffamazione e calunnia;