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la necessità del ricorso ai mezzi coercitivi e il rispetto della proporzione tra beni in conflitto nella situazione concreta (articolo 15, lettera b) ). Si è in tal modo delineata una disciplina conforme alla giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell'uomo, che ha evidenziato che l'uso delle armi, per non determinare una violazione dell'articolo 2 della Convenzione di Roma, deve risultare assolutamente necessario, deve quindi riferirsi a situazioni in cui l'impiego di ogni strumento alternativo non produrrebbe effetti utili e, comunque, deve essere strettamente proporzionato agli scopi da raggiungere. La lettera c) dell'articolo 15 indica l'ambito di applicazione del consenso dell'avente diritto, che resta circoscritto al consenso in relazione a interessi disponibili, e con l'esplicitazione del suo essenziale requisito di validità, consistente nella capacità del consenziente «di comprenderne il significato e di valutarne l'effetto» (cosiddetta «capacità naturale», da accertare, quindi, caso per caso): regole peraltro implicite nella vigente normativa. L'ipotesi dell'affidamento nel consenso altrui, sottesa alla figura del «consenso presunto» (che ha formato oggetto di divergenti valutazioni da parte della dottrina e della giurisprudenza), è stata specificamente regolamentata nell'ambito delle scusanti. In relazione alla «legittima difesa», nel ridisegnare la disciplina di questa causa di giustificazione, si è attribuita una centrale rilevanza all'accertamento del rapporto di proporzione tra difesa ed offesa, specificando i parametri del relativo giudizio che, alla luce della più approfondita elaborazione giurisprudenziale, vengono riferiti ai beni in conflitto, ai mezzi a disposizione della vittima e alle modalità concrete dell'aggressione. Inoltre, in linea con l'impostazione seguita da tutte le commissioni ministeriali, si è esclusa l'applicazione della scriminante con riferimento al fatto preordinato a scopo offensivo, colmando così una lacuna presente nella norma vigente, rispetto alla quale la giurisprudenza ha operato una interpretazione correttiva. La constatazione della natura composita dell'attuale figura dello stato di necessità, nella quale convivono una ratio di bilanciamento di interessi (ricollegabile alla categoria delle scriminanti) ed una ratio di inesigibilità psicologica (tipica della categoria delle scusanti), ha suggerito di superare la costruzione unitaria di tale fattispecie e di fornire confini più ragionevoli al «soccorso di necessità», finora riconducibile ad una previsione troppo generalizzata. Ci si è quindi orientati verso una regolamentazione analoga al modello delineato dai paragrafi 34 e 35 del codice penale tedesco (recepito largamente dal codice penale portoghese e da quello polacco) che opta per una chiara distinzione tra due figure, differenziate nella struttura e negli effetti: quella dello «stato di necessità giustificante» e quella dello «stato di necessità scusante». In linea con questa impostazione, si è inquadrato nell'ambito delle cause di giustificazione lo stato di necessità, limitatamente all'ipotesi in cui, oltre agli altri tradizionali requisiti, sia ravvisabile una superiorità dell'interesse personale proprio od altrui, che l'agente intende salvare, rispetto a quello sacrificato; tale superiorità deve essere particolarmente rilevante nei casi in cui l'interesse da salvare riguardi il titolare di uno specifico dovere giuridico di esporsi al pericolo (come, ad esempio, nel caso dei vigili del fuoco, e simili): La «necessità cogente» -- radicata in una situazione di sostanziale equivalenza tra l'interesse da salvare e quello offeso -- è stata, invece, inserita nell'ambito delle scusanti. Nello «stato di necessità giustificante», la prevalenza dell'interesse salvaguardato rispetto a quello leso non permette di restringere la cerchia dei destinatari del «soccorso di necessità» ed implica la generale liceità del fatto, precludendo l'applicazione di sanzioni non solo penali, ma anche amministrative o civili, eccetto quella dell'equo indennizzo prevista dall'articolo 2045 del codice civile, che rappresenta il modello tipico di sanzione per fatto lecito. Non si è ritenuto, allo stato, di disciplinare la scriminante dell'attività medico-chirurgica. Tale scelta è stata determinata sia dalla sussistenza di orientamenti diversi (riconducibilità al consenso dell'avente diritto o esclusione della tipicità del fatto in sé?), sia dalle implicazioni con temi di bioetica, sui quali già nelle precedenti legislature si è svolta la discussione in Commissione giustizia del Senato, ove erano stati depositati diversi disegni di legge. Si è ritenuto dunque di attendere l'orientamento del Parlamento e di rinviare, quindi, alla parte speciale la disciplina del fondamento e dei limiti della liceità dell'attività medico-chirurgica. L'articolo 16 indica le singole cause soggettive di esclusione della responsabilità. Per quanto concerne l'esecuzione di un ordine illegittimo vincolante (comma 1, lettera a) ), si è ritenuto di inserire tra le scusanti la causa di non punibilità costituita dalla esecuzione dell'ordine illegittimo non sindacabile della pubblica autorità: in tali casi non viene esclusa l'illiceità del fatto, ma vengono meno i presupposti di un normale processo motivazionale e la libertà di autodeterminazione dell'agente. In linea con l'ormai consolidato orientamento interpretativo della dottrina e della giurisprudenza, si è esplicitato che la punibilità dell'esecutore non può mai venire meno in presenza di un ordine manifestamente criminoso. Si tratta di un limite riconosciuto non solo dalla normativa interna (v. l'articolo 4 della legge n. 382 del 1978 e l'articolo 25 del regolamento di cui al decreto del Presidente della Repubblica n. 545 del 1986, entrambi in tema di disciplina militare), ma anche dall'articolo 33 dello statuto della Corte penale internazionale e da numerosi codici di altri paesi. A tale ipotesi, rapportata ad un parametro valutativo medio, è stata assimilata quella dell'ordine la cui criminosità sia comunque nota all'esecutore. Si è ravvisata, inoltre, l'opportunità di disciplinare la specifica modalità di compartecipazione criminosa rappresentata dalla emanazione dell'ordine, esplicitando che la insindacabilità dello stesso può valere ad escludere la responsabilità di chi lo esegue, ma non quella del soggetto che lo impartisce. Dalla fattispecie dello «stato di necessità giustificante» è stata distinta quella dello «stato di necessità scusante» che ha recepito il modello delineato dai paragrafi 34 e 35 del codice penale tedesco. L'operatività della causa soggettiva di esclusione della responsabilità attiene alle ipotesi in cui l'interesse da salvare presenti una sostanziale equivalenza rispetto a quello offeso. La scusante, dovendo correlarsi alla inesigibilità psicologica di una condotta diversa, presuppone una rigorosa selezione dei beni tutelati, dei beneficiari del soccorso di necessità e dei requisiti del pericolo. La sfera di applicazione della «necessità cogente», infatti, resta circoscritta a specifici beni giuridici di particolare rilevanza (vita, integrità fisica, libertà personale o sessuale), di cui siano titolari lo stesso agente ovvero le persone a lui legate da speciali vincoli affettivi.