[pronunce]

In definitiva, la disposizione impugnata - secondo la memoria - si limiterebbe a prevedere un incarico «direzionale» temporaneo in un piccolo ente, senza che ciò implichi l'acquisizione della qualifica di dirigente, dando attuazione alla tutela delle minoranze culturali e linguistiche, in coerenza con l'art. 6 Cost., l'art. 2 dello statuto di autonomia del Trentino-Alto Adige/Südtirol e le norme di attuazione di cui al decreto legislativo 16 dicembre 1993, n. 592 (Norme di attuazione dello statuto speciale della Regione Trentino-Alto Adige concernenti disposizioni di tutela delle popolazioni ladina, mochena e cimbra della provincia di Trento). In questa chiave, andrebbe riconosciuta la ragionevolezza della norma, dovendosi invece ritenere irragionevole una disciplina che ponesse la necessità della laurea come limite insuperabile, senza tener conto delle difficoltà di reclutamento che si incontrano all'interno di una cerchia ristrettissima quale è la popolazione cimbra. 5.- Con memoria datata 30 maggio 2014 e depositata il 3 giugno 2014 la Provincia autonoma di Trento, oltre a svolgere alcune considerazioni integrative in relazione ai motivi di ricorso per i quali sono intervenute novità rilevanti, ha chiesto di dichiarare la cessazione della materia del contendere limitatamente alla censura riguardante l'art. 27, comma 6, lettera c), della legge prov. Trento n. 18 del 2011. La disposizione introdotta da tale legge, ossia l'art. 56, comma 4-bis, della legge prov. Trento n. 16 del 2010, è stata infatti abrogata dall'art. 12, comma 3, della legge della Provincia autonoma di Trento 9 agosto 2013, n. 16 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale 2014 e pluriennale 2014-2016 della Provincia autonoma di Trento - Legge finanziaria provinciale 2014) e, secondo quanto attestato dalla medesima Provincia autonoma, non avrebbe avuto applicazione prima della sua abrogazione. Quanto alle restanti censure, la Provincia autonoma di Trento ha preannunciato l'accettazione delle rinunce ai motivi del ricorso che il Consiglio dei ministri ha deliberato il 6 aprile 2013 - ma che al momento del deposito della memoria non risultavano ancora depositate presso questa Corte - relativamente agli artt. 21, comma 11, e 51, comma 4, della legge prov. Trento n. 18 del 2011. Ad avviso della Provincia autonoma di Trento la rinuncia al motivo di ricorso relativo all'art. 51, comma 4, della legge prov. Trento n. 18 del 2011 comprenderebbe altresì i successivi commi 9 e 18, impugnati in quanto rinviano al comma 4. In ogni caso, la Provincia autonoma di Trento ha dichiarato che né il comma 9, né il comma 18 dell'art. 51 della legge prov. Trento n. 18 del 2011 sono mai stati applicati, con la conseguenza che in riferimento ai medesimi commi dovrebbe, comunque, essere dichiarata la cessazione della materia del contendere. Riguardo alla censura relativa all'art. 16, comma 1, la Provincia autonoma ha ricordato come l'art. 79 del d.P.R. n. 670 del 1972 sia stato interpretato in senso riduttivo da alcune pronunce di questa Corte, a partire dalla sentenza n. 221 del 2013: in particolare, la Corte ha negato che tale disposizione statutaria regoli, al di là del patto di stabilità interno, anche le misure di coordinamento della finanza pubblica, rilevando che essa non modifica l'obbligo di adeguare la legislazione delle Province autonome ai principi di coordinamento della finanza pubblica. La Provincia autonoma di Trento ha criticato tale orientamento, segnalando che solo i commi 3 e 4, primo periodo, dell'art. 79 dello statuto di autonomia del Trentino-Alto Adige/Südtirol concernono specificamente il patto di stabilità interno, il quale peraltro non è qualcosa di alternativo al coordinamento finanziario, ma al contrario costituisce una parte di tale più ampio settore. Infine, la memoria della Provincia autonoma di Trento si è soffermata sulle censure relative all'art. 57, comma 5, e all'art. 77 della legge in questione. Nel primo caso, per segnalare che l'art. 41-bis del decreto-legge 21 giugno 2013, n. 69 (Disposizioni urgenti per il rilancio dell'economia), convertito, con modificazioni, dalla legge 9 agosto 2013, n. 98, avrebbe confermato che i materiali da scavo non equivalgono necessariamente a rifiuti. Nel secondo caso, per fare presente che una delle norme invocate, quale norma interposta, nel ricorso, ossia l'art. 28 del decreto legislativo n. 165 del 2001, è stata in parte abrogata dal d.P.R. 16 aprile 2013, n. 70 (Regolamento recante riordino del sistema di reclutamento e formazione dei dipendenti pubblici e delle Scuole pubbliche di formazione, a norma dell'articolo 11 del decreto-legge 6 luglio 2012, n. 95, convertito, con modificazioni, dalla legge 7 agosto 2012, n. 135), salvo peraltro rilevare, subito dopo, che la modifica non risulta mutare i termini della questione, dato che la laurea è richiesta anche dalla nuova disciplina per l'accesso alla seconda fascia della dirigenza. 6.- Con memoria datata 13 ottobre 2014 e depositata il giorno successivo, la Provincia autonoma di Trento ha svolto alcune considerazioni integrative limitatamente alle disposizioni per le quali lo Stato non risulta aver deliberato la rinuncia ai motivi del ricorso. Riguardo all'art. 16, comma 1, si è ribadita l'avvenuta abrogazione della disposizione, ma si è altresì osservato che la questione di costituzionalità non è venuta meno in relazione al 2012. Relativamente all'art. 57, comma 4, la Provincia autonoma ha fatto presente che l'art. 208 del decreto legislativo n. 152 del 2006, invocato come parametro interposto nel ricorso, è stato modificato in alcuni punti dall'art. 13 del decreto legislativo 4 marzo 2014, n. 46 (Attuazione della direttiva 2010/75/UE relativa alle emissioni industriali. Prevenzione e riduzione integrate dell'inquinamento), ma ha sostenuto che le modifiche non inciderebbero sulla materia del contendere. Con riferimento all'art. 57, comma 5, nella memoria si è segnalato che in materia di gestione di terre e rocce da scavo sono intervenute tre recenti pronunce di questa Corte (le sentenze n. 232 e n. 70 del 2014 e n. 300 del 2013), le quali, però, hanno avuto ad oggetto norme legislative diverse da quelle in esame. A differenza di quelle esaminate nelle suddette pronunce - ha sostenuto la Provincia autonoma - la disciplina impugnata non inciderebbe sull'ambito di applicazione delle procedure regolate dalle norme statali, delle quali, anzi, presupporrebbe il pieno rispetto, ma si limiterebbe a prevedere una regolarizzazione amministrativa nei casi in cui si sia verificata una gestione delle terre e rocce da scavo in difformità dalle direttive della Provincia (che prevedono alcuni obblighi formali e verifiche analitiche, ad integrazione in melius della normativa statale).