[pronunce]

In tal senso, poi, si sarebbe mossa anche la Corte d'appello di Trieste, che con la sentenza n. 99 del 2023 ha annullato l'ordinanza del Tribunale di Udine che ha originato il conflitto tra enti iscritto n. 2 dell'omonimo registro 2023, in quanto ha ritenuto che ordinare la modifica di un regolamento esorbiti dai limiti della giurisdizione ordinaria. Il Tribunale di Udine non si sarebbe confrontato con questo indirizzo e, dunque, non avrebbe argomentato in punto di sussistenza della propria giurisdizione, come invece richiesto dalla giurisprudenza di questa Corte. 7.3.- La difesa della Regione autonoma eccepisce, poi, l'inammissibilità delle questioni sollevate in via subordinata sul requisito della cosiddetta impossidenza planetaria. 7.3.1.- Innanzitutto, la norma regionale che la prevede sarebbe stata già applicata «ai fini di pervenire alla questione posta come principale». 7.3.2.- Le medesime questioni sarebbero inammissibili anche perché il giudice a quo non ha chiarito come un requisito richiesto indifferentemente dalla cittadinanza - quello, appunto, dell'impossidenza - possa trovare applicazione nell'ambito di un giudizio antidiscriminatorio, «una volta che sia stata esclusa l'illegittimità della norma che differenzia cittadini e stranieri nelle modalità di dimostrazione del requisito in parola». 7.3.3.- Ancora, le questioni sollevate in riferimento all'art. 117, primo comma, Cost. sarebbero inammissibili in quanto del tutto prive di motivazione, essendo detto parametro richiamato unicamente nel dispositivo dell'ordinanza di rimessione. 7.4.- Nel merito, la questione sollevata in riferimento all'art. 3 Cost. sull'art. 29, comma 1, lettera d), della legge reg. Friuli-Venezia Giulia n. 1 del 2016 sarebbe ad ogni modo non fondata. La già indicata sentenza n. 9 del 2021, infatti, non avrebbe mosso alcun rilievo alla previsione che, nell'ordinamento regionale abruzzese, prevede l'impossidenza planetaria quale condizione per partecipare al bando per gli alloggi di edilizia residenziale pubblica. Del resto, il requisito negativo della non titolarità di diritti reali su immobili come condizione per accedere all'assegnazione delle case popolari, previsto dalla normativa nazionale sin dall'art. 2, comma 1, lettera c), del decreto del Presidente della Repubblica 30 dicembre 1972, n. 1035 (Norme per l'assegnazione e la revoca nonché per la determinazione e la revisione dei canoni di locazione degli alloggi di edilizia residenziale pubblica), è stato ritenuto non irragionevole da questa Corte tanto nella sentenza n. 176 del 2000, quanto nelle successive sentenze n. 135 e n. 299 del 2004. 7.5.- Anche per quel che concerne le questioni sollevate sull'onere documentale di cui all'art. 29, comma 1-bis, della legge reg. Friuli-Venezia Giulia n. 1 del 2016, la difesa della Regione autonoma eccepisce innanzitutto la loro inammissibilità. 7.5.1.- In primo luogo, l'ordinanza di rimessione richiamerebbe l'art. 14 CEDU, che circoscrive il divieto di discriminazione sulla base della nazionalità al godimento dei diritti e delle libertà garantite dalla Convenzione, senza tuttavia «allegare quale sarebbe la disposizione materiale della CEDU violata». Non renderebbe determinata la censura neppure il riferimento alla sentenza n. 187 del 2010, che avrebbe riguardato un diverso caso. Di qui, dunque, l'inammissibilità o, comunque sia, la non fondatezza della questione. 7.5.2.- Le questioni sollevate in riferimento agli artt. 3 e 117, primo comma, Cost., per violazione dell'art. 11 della direttiva 2003/109/CE, sarebbero inammissibili perché, mentre la norma dell'Unione europea impone la parità di trattamento tra cittadini stranieri soggiornanti di lungo periodo e cittadini UE, «la censura riferita al principio generale di eguaglianza è formulata dal giudice a quo deducendo una disparità di trattamento tra cittadini e cittadini extracomunitari»: di qui la disomogeneità delle due censure, la prima volta «ad aggiungere un'altra fattispecie di esclusione» dagli oneri di documentazione, l'altra diretta a una caducazione dell'intera disposizione regionale «con effetti eccedenti il perimetro della rilevanza», essendo i ricorrenti cittadini extra UE soggiornanti di lungo periodo. 7.6.- Nel merito, le questioni di legittimità costituzionale sollevate sull'art. 29, comma 1-bis, della legge reg. Friuli-Venezia Giulia n. 1 del 2016 sarebbero, comunque sia, non fondate. La diversità di trattamento, infatti, «risponde perfettamente alla disciplina statale in materia di dichiarazioni sostitutive», come risultante dall'art. 3 del d.P.R. n. 445 del 2000. Sarebbe quest'ultima disposizione statale, adottata nella materia di potestà esclusiva «condizione giuridica dei cittadini di Stati non appartenenti all'Unione europea», a dettare il principio per cui «lo straniero non può utilizzare dichiarazioni sostitutive nelle forme previste per il cittadino italiano od europeo in relazione al possesso di immobili all'estero». La difesa regionale osserva che, rispetto alla disciplina statale, la normativa della Regione autonoma non solo tiene conto, già nella formulazione legislativa, «della peculiare posizione dei titolari di protezione internazionale e sussidiaria», ma a livello regolamentare prevede una clausola nei confronti dello straniero «impossibilitato a procurarsi la documentazione». Proprio quest'ultima previsione distinguerebbe la disposizione censurata da quella oggetto della sentenza n. 9 del 2021 di questa Corte, rendendo invece pertinenti le affermazioni della sentenza, della medesima Corte, n. 127 (recte: 157) del 2021, la quale ha inserito nell'art. 79, comma 2, del decreto del Presidente della Repubblica 30 maggio 2002, n. 115, recante «Testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di spese di giustizia. (Testo A)» la possibilità per l'istante di produrre «una "dichiarazione sostitutiva di certificazione" relativa ai redditi prodotti all'estero, una volta dimostrata l'impossibilità di presentare la richiesta certificazione». In via generale, inoltre, secondo la Regione autonoma dovrebbe considerarsi che i limiti ai poteri di dichiarazione sostitutiva dello straniero tengono conto della diversa posizione tra cittadini e stranieri «con riferimento all'esercizio di potestà pubbliche», i cui atti sono sostituiti dalle autocertificazioni. Tutte queste considerazioni dimostrerebbero la non fondatezza anche della questione sollevata per violazione della direttiva 2003/109/CE. Il giudice a quo, infatti, avrebbe riconosciuto che il requisito dell'impossidenza per i cittadini extra UE è più favorevole, in quanto limitato ai soli Paesi di origine o di provenienza, e avrebbe finito per contestare «il dato ordinamentale presupposto, risultante dalla normazione statale, relativo ai limiti che questa pone alla facoltà, per gli stranieri extracomunitari, di ricorrere alle dichiarazioni sostitutive».