[pronunce]

che nel giudizio è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, sostenendo la manifesta infondatezza delle questioni; che, con riferimento all'art. 45 cod. proc. pen. , l'Avvocatura rileva che la disciplina della rimessione è destinata a trovare applicazione solo nei casi in cui una condizione «qualificata» e per nulla generica, riconducibile al paradigma delle 'gravi situazioni locali', risulti, «in base a dati obiettivi», idonea a turbare lo svolgimento del processo; che pertanto la norma censurata, imponendo una valutazione ancorata a dati oggettivi e verificabili ed operando un corretto bilanciamento tra garanzia dell'imputato e garanzia della giurisdizione, non è costituzionalmente illegittima; che, quanto all'art. 47 cod. proc. pen. , l'Avvocatura osserva che, nei casi in cui è prevista la sospensione, la protrazione della durata del processo determinata dalla procedura incidentale è giustificata dalla necessità di accertare la situazione denunciata, il che esclude il vulnus al principio del giusto processo e alla tempestività dell'esercizio della funzione giurisdizionale; che il Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Pescara (r.o. n. 444 del 2003), nel sollevare questioni di legittimità costituzionale degli artt. 45 e 47 cod. proc. pen. affatto analoghe alle precedenti, premette che l'imputato ha presentato richiesta di rimessione «con argomentazioni diffuse ed ulteriori rispetto a quelle già svolte con precedente istanza dichiarata inammissibile dalla Corte di cassazione»; che ad avviso del giudice a quo la nuova richiesta di rimessione impedisce, secondo quanto disposto dagli artt. 45 e 47 cod. proc. pen. , di «dar luogo allo svolgimento delle conclusioni» ed impone «la sospensione del procedimento sino all'ordinanza che dichiari inammissibile o rigetti la richiesta ovvero, in caso di suo accoglimento, fino a che il processo non perverrà, nel medesimo stato, dinanzi al giudice designato»; che l'art. 45 cod. proc. pen. , consentendo «il trasferimento del processo dalla sua sede naturale senza una precisa predeterminazione dei presupposti che lo giustifichino, in forza della generica previsione di un 'legittimo sospetto' non meglio specificato», si porrebbe in contrasto con l'art. 25, primo comma, Cost., mentre l'art. 47 cod. proc. pen. , prescrivendo la sospensione del processo «reiterabile in conseguenza di istanze di rimessione facilmente riproponibili ex art. 49 cod. proc. pen.», violerebbe il principio della ragionevole durata del processo sancito dall'art. 111 Cost.; che il Tribunale di Trani, sezione distaccata di Molfetta, (r.o. n. 553 del 2003) ha sollevato, in riferimento agli artt. 3, 25, 97 e 111 Cost., questioni di legittimità costituzionale degli artt. 45 e 47 cod. proc. pen. , come modificati dalla legge n. 248 del 2002, nonché dell'art. 1, comma 5, della stessa legge; che il rimettente premette che l'imputato ha formulato istanza di rimessione ai sensi dell'art. 45 cod. proc. pen. e che il pubblico ministero ha eccepito l'incostituzionalità di tale disciplina per contrasto con l'art. 111 Cost.; che il rimettente sottolinea che al giudice non è consentita alcuna valutazione in ordine alla ammissibilità dell'istanza, essendo tenuto unicamente a disporre l'immediata trasmissione degli atti alla Corte di cassazione, con l'unica eccezione costituita appunto dalla proposizione della questione di costituzionalità; che ciò nonostante la rilevanza della questione sarebbe «indubbia», atteso che, «ove l'istituto de quo fosse diversamente strutturato e non contemplasse il presupposto del 'legittimo sospetto', tra l'altro con la norma transitoria che [ne] consente l'applicazione […] ai processi in corso, l'istanza non potrebbe essere avanzata»; che nel merito il giudice a quo premette che nel disciplinare la rimessione il legislatore del 1988 si era attenuto ai principi e alle indicazioni elaborati dalla giurisprudenza costituzionale formatasi in relazione alla disciplina previgente, mentre la legge n. 248 del 2002 ne ha modificato profondamente i contenuti, così da rendere necessario un nuovo esame dell'intero istituto in riferimento agli artt. 3 e 25 Cost.; che i dubbi circa la compatibilità della rimessione con l'art. 25 Cost. appaiono rafforzati dall'adozione del rito accusatorio, nel quale la naturalità del giudice si sostanzia nel diritto del cittadino di essere sottoposto a giudizio davanti alla collettitività in cui vive e dove è stato commesso il reato; che, inoltre, l'istituto non sarebbe che «un mero anacronismo» in un'epoca in cui la collettività è sottoposta ad un tale flusso di informazioni da escludere che sussistano «fatti e vicende che […] possano scuotere talmente le parti processuali da far sì che il giudizio possa esserne alterato e l'esito non sereno», in un sistema tra l'altro che già offre strumenti (quali l'astensione e la ricusazione) a tutela della imparzialità del giudice; che sarebbe violato anche l'art. 3 Cost., in quanto l'uguaglianza dei cittadini davanti alla legge «verrebbe vulnerata laddove fosse possibile, attraverso l'uso della rimessione, tentare di sottrarsi ad un giudice e ad un ufficio sgraditi»; che in via subordinata il rimettente solleva questione di legittimità costituzionale dell'art. 45 cod. proc. pen. , nella parte in cui prevede fra i presupposti che impongono la rimessione del processo anche i «motivi di legittimo sospetto»; che il giudice a quo - richiamata la giurisprudenza di legittimità che sotto la vigenza dell'art. 55 del codice di rito del 1930 aveva ristretto l'ambito di operatività dell'istituto, «oggettivizzando al massimo grado i presupposti» - rileva che nel formulare l'art. 45 cod. proc. pen. il legislatore del 1988 avrebbe tenuto presente proprio questa giurisprudenza, mentre con la reintroduzione del «legittimo sospetto» è stato inserito un «concetto vago, generico, indeterminato, valido per qualunque uso, tale da non garantire tassatività e determinatezza», con conseguente violazione dell'art. 25, primo comma, Cost.; che ulteriori profili di illegittimità costituzionale sarebbero ravvisabili nella disposizione transitoria di cui all'art. 1, comma 5, della legge n. 248 del 2002, in quanto l'applicazione della nuova disciplina ai processi in corso consente una sostanziale sottrazione del processo alla giurisdizione e al giudice naturale, fino a «creare una categoria di cittadini protetti, in contrasto con il principio tempus criminis regit iudicem»; che, infine, la «sospensione obbligatoria del processo», prevista nell'art. 47, comma 2, cod. proc. pen.