[pronunce]

Che poi non vi sia perfetta coincidenza testuale tra gli atti parlamentari tipici e le dichiarazioni, è circostanza non dirimente, avendo la giurisprudenza costituzionale già chiarito come sia sufficiente ai fini della garanzia della immunità la "sostanziale corrispondenza di significati". Né viene reputata convincente la deduzione della Corte ricorrente, secondo la quale le dichiarazioni in questione si porrebbero al di fuori della menzionata garanzia, perché avrebbero "natura di insulto personale": ove una siffatta impostazione fosse condivisa, sarebbero introdotte nel conflitto "valutazioni di merito, relative cioè alla fondatezza o meno delle accuse rivolte al parlamentare, che devono restarvi rigorosamente estranee". In ogni caso, osserva la Camera, non può ritenersi che la forma attraverso la quale il parlamentare ha espresso la propria opinione possa precludere la garanzia costituzionale, ove ne ricorrano i presupposti, giacché ciò aprirebbe il varco a valutazioni del tutto soggettive ed opinabili. Né può convenirsi, infine, con la tesi secondo la quale la estraneità delle dichiarazioni dalla sfera di protezione costituzionale, sarebbe dimostrata "dalla loro genericità e dalla carenza di riferimenti a fatti concreti, specifici, determinati": sia perché il rinvio alle denunce operate in sede ispettiva deve ritenersi implicito; sia perché è proprio la prospettata "genericità" delle opinioni espresse - conclude la Camera - a "comprovarne, ictu oculi il carattere della insindacabilità". Con successiva memoria, depositata in prossimità della udienza, la Camera dei deputati ha riassunto e ribadito le argomentazioni già svolte nell'atto di costituzione.1. - La Corte di appello di Roma ha sollevato conflitto di attribuzione fra poteri dello Stato nei confronti della Camera dei deputati, in relazione alla delibera assunta il 23 marzo 1999, con la quale l'Assemblea, in accoglimento del parere espresso dalla Giunta per le autorizzazioni a procedere (doc. IV-quater n. 65), ha dichiarato che i fatti per i quali pendevano alcuni procedimenti penali, promossi nei confronti del deputato Vittorio Sgarbi a seguito di querela proposta dal dott. Giancarlo Caselli - fra i quali anche il procedimento sottoposto al giudizio della Corte ricorrente - concernevano opinioni espresse da un membro del Parlamento nell'esercizio delle sue funzioni, ai sensi dell'art. 68, primo comma, della Costituzione. Come emerge dalla relazione della Giunta per le autorizzazioni a procedere, la deliberazione oggetto di impugnativa si riferisce ad una complessa vicenda processuale, originata da alcune frasi - riportate nell'esposizione in fatto - proferite dal deputato Sgarbi nel corso di una manifestazione politica svoltasi il 27 marzo 1996 in Milano: frasi che, diffuse da agenzie di stampa, vennero pubblicate da alcuni quotidiani, dando origine - a seguito di querela proposta dal dott. Caselli, procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Palermo - a vari procedimenti penali per il reato di diffamazione, pendenti anche in gradi diversi. La stessa Giunta non mancò di sottolineare, al riguardo, come, pur nella varietà delle singole vicende processuali, le stesse si riferissero al medesimo accadimento storico, costituito dal comizio tenuto dal deputato Sgarbi il 27 marzo 1996; sicché - indipendentemente dalle conseguenze di natura processuale o sostanziale che a tale "fatto storico" erano ricollegate, in base alla normativa vigente, da parte della autorità giudiziaria - la proposta formulata dalla stessa Giunta (poi approvata dall'Assemblea) doveva "intendersi attinente a tutti i procedimenti pendenti", che da quel fatto avevano tratto origine. Fatto, dunque, che restava enucleato dalle espressioni riprodotte sulla stampa e recepite nelle imputazioni elevate a carico del deputato Sgarbi nel procedimento pendente dinnanzi alla Corte ricorrente, investita a seguito di gravame interposto avverso la sentenza di condanna in primo grado, allegata agli atti qui trasmessi dalla stessa Corte. Nel merito delle doglianze, la ricorrente sottolinea in particolare come - al lume tanto della giurisprudenza costituzionale che di quella di legittimità - non possano essere attratte nell'alveo della prerogativa della insindacabilità quelle manifestazioni del pensiero che, espresse "in comizi, cortei, trasmissioni radiotelevisive o durante lo svolgimento di scioperi", non presentino alcun collegamento funzionale con l'attività parlamentare, se non sul piano "meramente soggettivo" rappresentato dal fatto di provenire da persona fisica che è anche membro del Parlamento. Nella specie - afferma la ricorrente - le espressioni contestate al deputato Sgarbi come diffamatorie non potrebbero ritenersi collegate funzionalmente alla sua attività di parlamentare: sia per l'occasione ed il luogo in cui furono pronunciate; sia perché non sarebbe possibile individuare in tale comportamento "un sia pur minimo intento divulgativo di una scelta o di un'attività politico-parlamentare, quale una proposta di legge o un'interrogazione o interpellanza, eccetera". La Camera dei deputati, dunque, accogliendo la proposta della Giunta avrebbe omesso di considerare che non si può ricondurre alla funzione parlamentare l'intera attività politica, giacché, altrimenti, la prerogativa costituzionale rischierebbe di trasformarsi in un "privilegio personale". Le dichiarazioni del deputato Sgarbi, quindi, resterebbero estranee alla sfera della insindacabilità, avendo natura di "insulto personale" scollegato all'esercizio di funzioni parlamentari, come sarebbe dimostrato "dalla loro genericità e dalla carenza di riferimenti a fatti concreti, specifici, determinati". 2. - La Camera resistente reputa, al contrario, che dalle varie interrogazioni parlamentari formulate dal deputato Sgarbi e depositate in sede di costituzione, emerga la fondatezza di quanto già osservato dalla Giunta per le autorizzazioni a procedere, a proposito della "costante attenzione" manifestata dal parlamentare per le vicende relative alla procura della Repubblica di Palermo; sicché, tra le dichiarazioni oggetto della impugnata delibera di insindacabilità e le prese di posizione formalizzate in sede ispettiva, non sarebbe ravvisabile soltanto un rapporto di comunanza tematica, ma sarebbe possibile cogliere una identica impostazione e lo svolgimento "dei medesimi contenuti critici". Né - sottolinea ancora la Camera - potrebbe farsi leva, come argomenta la Corte ricorrente, sulla pretesa genericità delle affermazioni per dedurne la non riferibilità all'esercizio della funzione parlamentare, giacché, per un verso, ciò riproporrebbe l'esigenza di una inaccettabile "identità burocraticamente testuale tra dichiarazioni esterne ed atti parlamentari interni"; mentre, sotto altro profilo, vi sarebbe da chiedersi se non sia proprio la pretesa "genericità" delle opinioni espresse a dimostrare, di per sé, il carattere della loro insindacabilità, perché intese a manifestare "il significato essenziale dell'impegno svolto in sede di esercizio del mandato parlamentare". 3. - Il ricorso è fondato.