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Le storie, le tradizioni e le culture infatti contano. La storia del Mediterraneo e la cultura machista è esistita e ha condizionato un certo tipo di rappresentazione della donna e, soprattutto, un certo tipo di rapporto tra la donna e l'uomo: noi abbiamo ancora nella tradizione, nella cultura e nei riferimenti simbolici l'idea che un uomo (il padre) consegni la figlia a un uomo (il marito): c'è un passaggio di proprietà. Questo è un fondamento della nostra tradizione culturale e, quindi, è chiaro che, quando si è di fronte a un passaggio di proprietà, la proprietà si comporta come tale: deve fare ciò che ti aspetti da lei e, quando non succede, poiché sei il proprietario, non capisci perché una tua proprietà non si comporti come ti aspetteresti. È come se uno va in cucina la notte, tenta di aprire il frigorifero per prendere l'acqua e il frigorifero si rifiuta di aprirsi; questa persona darebbe di matto. Ho voluto raccontarlo con un estremo paradosso per dire che siamo ancora dentro non ai retaggi - sarebbe meglio - ma a questo tipo di cultura, che dobbiamo combattere. Abbiamo voluto istituire in questo Parlamento una Commissione di inchiesta e lo abbiamo voluto fare in maniera straordinaria dandole anche un tempo importante di lavoro, evidentemente perché individuiamo questo come uno dei principali problemi del Paese. Come si decide che c'è un problema di lotta alla mafia, che c'è un problema sul traffico e la gestione dei rifiuti, c'è un problema drammatico di femminicidio, che ovviamente è la punta dell' iceberg e l'elemento radicalmente più grave, ma che arriva alla fine di tanti altri aspetti di violenza e di sopraffazione. Il lavoro estremamente rigoroso fatto in questi mesi, di cui la relazione dà giustamente memoria e sulla quale però si prendono degli impegni, è collettivo. Io credo che da questo Parlamento possano uscire oggi tre messaggi veramente significativi e importanti. Vi è innanzitutto un messaggio unanime di appoggio e di supporto a tante persone, innanzitutto a chi è vittima di violenza, che deve poter sapere e che potrebbe sapere dai nostri discorsi e - ci auguriamo - da un'attenzione mediatica al tema, dai titoli dei giornali, che il clima e la cultura stanno cambiando. Vi è poi un messaggio a chi combatte la violenza, a tutti coloro che operano in questo settore nei centri antiviolenza, ma anche a tutti coloro che operano nel campo della giustizia: sappiano che il Parlamento e i cittadini italiani, che noi rappresentiamo, li supportano. Il terzo messaggio riguarda noi come legislatori, che decideremo le priorità economiche e dove investire le risorse, e anche il Governo: dobbiamo fare di più; stiamo facendo, ma dobbiamo fare di più perché abbiamo di fronte un'enorme sfida culturale e vinceremo e combatteremo questa piaga solo se rivolteremo come un calzino la cultura italiana e il livello di attenzione rispetto a temi come questi. (Applausi) . PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Malan. Ne ha facoltà. MALAN (FIBP-UDC) . Signor Presidente, la questione della violenza sulle donne è molto complessa e giustamente è stata istituita una Commissione che se ne occupa. Ringrazio pertanto il Presidente e tutti i componenti della Commissione per il lavoro che hanno svolto e per le relazioni che stanno preparando e che stanno presentando all'Assemblea, che giustamente le deve esaminare. Anche se sembrerebbe quasi superfluo farlo, voglio dire che la violenza di un uomo su una donna è esecrabile, ripugnante e da rigettare sotto qualunque punto di vista e da qualunque versante culturale, sociale e storico la si guardi. La prerogativa della difesa della dignità della donna non è solo dell'ideologia recente, ma ogni cultura decente e ogni società precedente l'ha fatta propria, pur con evidenti carenze ed eccezioni. Detto questo, vorrei parlare di un problema molto particolare, con cui sono venuto a contatto occupandomi di altro. Presiedo da cinque anni un'associazione, che si occupa dei bambini fuori famiglia, dei bambini tolti alle famiglie, dei percorsi che devono affrontare e a volte degli abusi che vengono commessi nel togliere i bambini alle famiglie. La cosa è diventata molto di attualità lo scorso anno, quando il caso che ha coinvolto una nota località in provincia di Reggio Emilia è diventato di dominio nazionale. Il fenomeno, però, non è certo limitato solo a quell'area e non è certo nato l'anno scorso, ma va avanti da anni. Ebbene cosa c'entra questo tema con la violenza sulle donne? Alcuni casi di persone che si sono rivolte o che comunque sono finite all'attenzione di questa associazione, denominata «Rete sociale», avvenivano nel modo che mi appresto ad illustrare. Spero di essere smentito, ma purtroppo da anni chiedo e mi informo su questa condizione e, ahimè, non ho trovato smentite. Per quanto ne so io, tutte o comunque la stragrande maggioranza delle donne che si rivolgono ai centri antiviolenza o si recano nelle "case rifugio" - o come le vogliamo chiamare, visto che hanno diverse denominazioni o "ragioni sociali" - vengono sottoposte alla valutazione da parte dei servizi sociali per accertare se siano in condizione di esercitare la responsabilità genitoriale. Detto in modo chiaro, vengono immediatamente messe sotto analisi per vedere se togliere loro i bambini, o meno. Questo accade a tutte, a quanto mi risulta. Trovo che già questo sia un abuso e una violenza. Ma come? Stiamo parlando infatti di una donna che trova il coraggio di rivolgersi a questi centri ed è un coraggio che non vale solo per se stessa e a difesa di se stessa, ma è a difesa dei propri figli (che a volte sono vittime loro stessi, perché spesso gli uomini violenti con la loro donna lo sono anche con i bambini, e a volte no, ma sta di fatto che ovviamente ai bambini non faccia bene stare in un ambiente in cui l'uomo picchia, maltratta o esercita violenza, a volte grave, sulla sua compagna, moglie o quello che sia). Ebbene, queste donne vengono messe immediatamente sotto osservazione, per vedere se sono buone madri. C'è un provvedimento frequente che riguarda i loro figli: succede infatti che se una donna, ad esempio questa mattina o oggi pomeriggio, denuncia una violenza, le viene chiesto da quando il marito abbia cominciato ad avere atteggiamenti violenti. Quando la donna risponde che saranno, ad esempio, due o tre anni, due o tre mesi o due o tre settimane, le viene domandato come mai abbia aspettato tutto questo tempo per venire a denunciare, con i figli che sono in pericolo. Anche se magari i figli non sono mai stati toccati, si considerano comunque in pericolo e si sospetta dunque che la donna sia una cattiva madre e così dal sospetto si passa all'azione. Ci sono molti provvedimenti di tribunali, che prevedono la seguente formula, riguardante i bambini di qualunque età, ovviamente minorenni: «Venga collocato il minore in uno spazio protetto con la facoltà della madre di accudirlo». «Facoltà» vuol dire: «se vuoi e puoi» - poi discuterò anche di questo aspetto - «Cara madre puoi stare con tuo figlio; se però, per qualsiasi motivo, non puoi o non vuoi sia chiaro che il bambino resta qui e tu vai o dove ti pare o dove decidiamo noi».