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Disposizioni per il contrasto al fenomeno del mobbing. Onorevoli Senatori. – La conoscenza del fenomeno mobbing nell'Europa continentale si è sviluppata negli anni ’80 del secolo scorso grazie soprattutto agli studi del prof. Heinz Leymann, psicologo tedesco emigrato in Svezia, che ebbe il merito di riconoscere per primo la forte connessione tra alcuni problemi psicologici denunciati da suoi ammalati e le difficoltà che le stesse persone denunciavano di incontrare sul luogo di lavoro. È stato lo stesso Leymann a utilizzare la parola mobbing , che in inglese significa accerchiare, isolare, ma in Inghilterra il fenomeno in questione è definito bullyng at work-place; negli Stati Uniti sono state utilizzate definizioni quali work abuse, mentre in Francia il fenomeno viene definito come harcèlement moral . Il termine, ormai di uso comune nel linguaggio corrente, deriva dall'inglese to mob che significa attaccare, assalire tumultuosamente, circondare qualcuno, ed è stato inizialmente coniato dall'etologo Konrad Lorenz per descrivere l'attacco di un gruppo di uccelli contro l'intrusione di un altro animale. Più precisamente, in ambito scientifico appare sostanzialmente consolidata la definizione data dal Leymann: « una comunicazione (o meglio, un rapporto – n.d.a.) conflittuale sul posto di lavoro tra colleghi o tra superiori e dipendenti nella quale la persona attaccata viene posta in una posizione di debolezza e aggredita direttamente o indirettamente da una o più persone in modo sistematico, frequentemente e per un lungo periodo di tempo, con lo scopo o la conseguenza della sua estromissione dal mondo del lavoro ». Si tratta di un fenomeno di notevole rilevanza sociale, per la sua diffusione e la gravità delle possibili conseguenze, che si sostanzia in una violenza o persecuzione psicologica, attuata con una serie di comportamenti di varia natura (anche legittimi se considerati individualmente) che la vittima viene a subire nell'ambiente di lavoro. Non è richiesto che la condotta persecutoria sia finalizzata ad indurre la vittima ad abbandonare il lavoro: in ogni caso, anche senza tale proposito, il mobbing si sostanzia in un abuso perpetrato volontariamente nei confronti della dignità di una persona e dal quale possono derivare danni di natura psicologica, fisica ed economica. La considerazione dell'essere umano non più solo come titolare di diritti a contenuto patrimoniale o di un diritto alla protezione della propria salute tanto fisica quanto psichica, bensì come persona che ha diritto a vedere rispettata, in ogni circostanza, la propria dignità e la propria sfera esistenziale, ha condotto alla necessità di una tutela della persona nella sua interezza e in tutte le sue attività costituzionalmente tutelate, con conseguente evoluzione dalla nozione di danno non patrimoniale. Infatti, con la sentenza interpretativa n. 233 del 30 giugno – 11 luglio 2003 la Corte costituzionale (peraltro preceduta da diverse pronunce della Cassazione in tal senso: vedi ad esempio Cassazione 31 maggio 2003 n. 8827) rigettava una eccezione di illegittimità costituzionale sollevata dal tribunale di Roma in ordine all'articolo 2059 del codice civile, osservando che il predetto articolo poteva essere interpretato in modo costituzionalmente corretto ricomprendendo nell'astratta previsione della norma ogni danno di natura non patrimoniale derivante da lesione di valori inerenti alla persona e quindi il danno morale soggettivo, il danno biologico in senso stretto, il danno derivante dalla lesione di altri interessi di rango costituzionale, il danno esistenziale. In particolare, dopo tale decisione, le fattispecie di danno sono state integrate con la individuazione – pur all'interno del danno non patrimoniale – del danno esistenziale, inteso quale danno al benessere della persona, considerato come un valore in sé indipendentemente dal fatto dell'insorgenza nella vittima di uno stato patologico qualificabile come malattia. Il Parlamento europeo, con la risoluzione 2001/2339, impegnava i Paesi membri a dotarsi di una legislazione anti- mobbing . Su questo piano dunque il nostro Paese è in ritardo rispetto a quasi tutti gli altri Paesi europei che, come la Svezia o la Francia, si sono già dotati di regole volte a prevenire e sanzionare i comportamenti che possono qualificarsi come mobbing . L'importanza dell'intervento legislativo deriva però non solo dalla esigenza di allinearsi agli altri Paesi dell'Unione europea, ma dalla necessità di assicurare adeguata tutela alla dignità ed integrità della persona. Ormai non è più procrastinabile un intervento destinato a prevenire, o quanto meno limitare, le conseguenze deleterie che le pratiche di mobbing possono avere sulla vita della vittima, con ricadute negative sulla intera realtà sociale ed economica del Paese. Le conseguenze pregiudizievoli alla integrità psico-fisica della vittima, coinvolta in una spirale negativa dai risvolti sovente drammatici, hanno infatti pesanti ripercussioni nella vita di relazione ed interpersonale, in specie in ambito familiare (cosiddetto doppio- mobbing ). Il decadimento dello stato di salute si ripercuote, poi, sulla struttura sanitaria nazionale, in termini di aggravio delle spese per l'assistenza. La stessa azienda risente della diminuzione della produttività e della motivazione al lavoro, spesso non limitata alla vittima, ma anche ai colleghi, e dell'eventuale risarcimento qualora venga avviata un'azione legale; la collettività subisce infine i costi dei trattamenti sanitari e dell'eventuale riduzione, o addirittura della perdita, della capacità lavorativa della vittima. Un intervento legislativo chiarificatore ed adeguatamente severo può, inoltre, evitare il frequente ricorso alla giurisdizione per reprimere ogni tipo di condotta asseritamente vessatoria, con il conseguente aumento di cause per risarcimento del danno da mobbing . Come è noto, le regioni non possono legiferare sul mobbing : con la sentenza n. 359 del 10-19 dicembre 2003, su ricorso del Presidente del Consiglio dei ministri, la Corte costituzionale ha dichiarato l'illegittimità della legge regionale del Lazio n. 16 dell'11 luglio 2002, per violazione dell'unicità di legislazione (avendo introdotto una nozione di mobbing prima che vi fosse una definizione del fenomeno da parte del legislatore nazionale) e per aver assegnato compiti precisi al Servizio sanitario nazionale (SSN), sottratto al potere direttivo delle singole regioni. Dopo questo intervento della Corte costituzionale, alcune regioni si sono dotate di una legislazione latamente anti- mobbing : la regione Umbria, con la legge del 28 febbraio 2005, n. 18; la regione Friuli-Venezia Giulia, con la legge 8 aprile 2005, n.7 (recante interventi regionali per l'informazione, la prevenzione e la tutela delle lavoratrici e dei lavoratori dalle molestie morali e psico-fisiche e da fenomeni vessatori e discriminatori nell'ambiente di lavoro), nonché la regione Abruzzo, con la legge 11 agosto 2004, n. 26; questi enti, tenuto conto dell'esperienza negativa toccata alla legge regionale del Lazio, hanno evitato di dare una definizione del fenomeno mobbing e inserito la propria normativa – che pure spesso riecheggia quella della regione Lazio – in un quadro più generale di miglioramento socio-culturale della qualità della vita dei cittadini.