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Inoltre, la nostra economia registra ormai da tempo un preoccupante fenomeno di allontanamento dei ragazzi dai valori dell'artigianato, complici il disinteresse verso l'autonomia individuale e il rifiuto per il lavoro manuale. Del resto, è innegabile l'incapacità del nostro sistema formativo di rispondere alle esigenze delle imprese artigiane. Per tali motivi, l'articolo 4, comma 1, stabilisce che le regioni riconoscano la qualifica di bottega-scuola alle imprese artigiane richiedenti. Deve trattarsi, in ogni caso, di imprese che svolgono attività di artigianato nella sua espressione territoriale, artistica e tradizionale e il cui titolare (o socio lavoratore) disponga della qualifica di maestro artigiano o di mestiere. Al comma 2 si dispone che le regioni, prima di rilasciare il titolo, debbano verificare in capo all'impresa il possesso di determinati requisiti – profilo professionale del maestro artigiano, adeguatezza dei locali ai fini dell'apprendimento, acquisizione di specifica qualificazione professionale –, comunque oggetto di definizione in sede di Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano. La trasmissione del sapere artistico e tradizionale non può non transitare anche per il ciclo di studi di chi intraprende un peculiare tipo di percorso didattico. Sulla scorta di virtuose ma estemporanee esperienze maturate sul territorio, la scuola secondaria di secondo grado dovrebbe poter ospitare in maniera sistematica l'insegnamento dei maestri artigiani o di mestiere. Specie l'istruzione artistica e professionale richiede un supplemento pratico di formazione, tale da poter stimolare e accrescere nei discenti la consapevolezza circa il lavoro di domani. Ecco quindi spiegata la scelta operata dall'articolo 5 del disegno di legge di devolvere a un decreto ministeriale l'individuazione – per i licei artistici e gli istituti tecnici superiori dell'area industria e artigianato – di puntuali attività di didattica laboratoriale, le cui modalità di espletamento prevedano il coinvolgimento e il relativo affiancamento al personale docente dei maestri artigiani, fermo restando il necessario perfezionamento di un'intesa in sede di Conferenza unificata. In questo senso, l'attivazione di laboratori didattici strutturati, ai fini dell'esperimento di un circoscritto numero di ore, rappresenterebbe un utile contributo al raggiungimento degli obiettivi didattici fissati in sede ministeriale. In aggiunta a questo, urge assicurare la trasmissione intergenerazionale del saper fare artigiano, accrescere le opportunità di partecipazione dei giovani all'organizzazione economica del Paese e promuovere le condizioni che rendano effettivo il diritto al lavoro delle nuove generazioni. È chiaro che per realizzare un programma di siffatta vastità si constata la necessità di riconoscere a favore dell'artigiano operante nel settore artistico e tradizionale alcuni benefici di natura fiscale, ultronei rispetto a quelli già previsti per gli ordinari percorsi di apprendistato, in virtù del maggior impegno profuso nell'attività formativa. Da questo punto di vista, l'apprendistato professionalizzante costituisce, tuttora, il canale privilegiato per la formazione continua, la trasmissione del sapere, l'assunzione stabile, l'innovazione nella produzione dei beni e il passaggio generazionale dell'attività. Tanto premesso, l'articolo 6 individua due agili rimedi per la specializzazione dei giovani artigiani, tenuto conto che il legame diretto apprendista-maestro nasce per definizione nel contesto storico della bottega artigiana, non replicabile, all'opposto, in altre realtà d'impresa. Segnatamente, il comma 1 riconosce a favore delle imprese artigiane a vocazione artistica e tradizionale lo sgravio contributivo totale per l'intera durata del contratto di apprendistato professionalizzante. In linea di principio, la misura risulta piuttosto contenuta, posto che in casi come questo l'attuale aliquota contributiva a carico del datore di lavoro corrisponde soltanto al 10 per cento. Va da sé, allora, che la voluntas legislatoris è preordinata ad apprestare un incentivo ulteriore all'utilizzo di questa forma di inserimento al lavoro, atta a coniugare utilmente formazione e occupazione. Volontà ancor più marcata al comma 2, giacché si intesta, esclusivamente ai datori di lavoro delle imprese che esercitano attività di artigianato nella sua espressione territoriale, artistica e tradizionale, la possibilità di portare in deduzione dal reddito d'impresa un importo pari al 150 per cento dell'ammontare della retribuzione lorda corrisposta a ogni apprendista assunto con contratto di apprendistato professionalizzante. La spettante deduzione – soggiunge la norma – è proporzionalmente ridotta del 10 per cento a conclusione di ogni anno di apprendistato svolto. Il che vuol dire che la deduzione è costruita in modo che l'entità della misura risulti decrescente di anno in anno, sull'assunto che l'impegno formativo gravante sull'artigiano tende a ridursi nel tempo, se si considera la diversa utilità recata dall'apprendista con l'avanzamento del periodo di pratica. Fin qui l'enigma della trasmissione del saper fare. Ma, a latere di questo, marcia inesorabile il problema del mancato passaggio generazionale. Specie nel panorama dell'artigianato artistico e tradizionale, vieppiù si assiste alla chiusura delle attività per il pensionamento del titolare, con danni irreparabili in termini di dispersione di valore d'impresa, opportunità di impiego, competenze e industriosità. Eppure, molte aziende risultano in cerca di un artigiano che ne assuma la direzione. Parimenti, una crescente componente di giovani aspira a intraprendere una nuova attività d'impresa, così come tanti addetti o collaboratori intendono rilevare la guida del laboratorio in cui si sono formati. Per tali ragioni, sembra opportuno favorire l'incrocio di queste due opposte aspettative. La circolazione di imprese e imprenditori può fare la differenza nell'ottica di rilanciare il settore. Senonché, sulla decisione di trasferire un'azienda a titolo oneroso rivestono un peso decisivo le disposizioni fiscali. Si tratta di oneri che incidono sul corrispettivo finale di vendita dell'azienda, sia con riferimento al dante causa (cedente) che all'avente causa (cessionario). Nell'ipotesi di cessione dell'unica azienda, il fisco agisce su più fronti, per mezzo: a) della tassazione diretta ai fini dell'imposta sul reddito delle persone fisiche (IRPEF), dell'imposta sul reddito delle società (IRES) e dell'imposta regionale sulle attività produttive (IRAP) degli incrementi del valore dell'azienda, maturati durante la gestione imprenditoriale; b) della tassazione indiretta del valore dell'azienda trasferita ai fini dell'IVA, dell'imposta di registro o dell'imposta sulle successioni e donazioni; c) della tassazione del valore degli immobili strumentali ai fini delle imposte ipotecarie e catastali. Sul mercato permangano in tal guisa aziende gestite da artigiani demotivati, che non cessano l'attività soltanto perché intimoriti dal pagamento dei tributi connessi all'incremento del valore degli immobili o all'avviamento d'impresa.