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Se infatti andiamo a definire le ragioni della frattura tra cittadini e partiti e la contestuale domanda di istituzioni credibili e autorevoli, si dovrebbe cogliere il punctum dolens di questo disequilibrio istituzionale nella debolezza del nesso potere-responsabilità. La nostra democrazia parlamentare infatti, così com'è strutturata, non permette una nitida individuazione del nesso potere-responsabilità. C'è sempre la possibilità per un Capo del governo uscente di scaricare su qualcun altro il fallimento del proprio operato; così come c'è sempre la possibilità per una formazione politica minoritaria di chiamarsi fuori da un'esperienza di governo senza dover necessariamente fare i conti con le elezioni a breve che misurerebbero in modo implacabile la responsabilità presso l'elettorato di quella scelta politica fondamentale. In tutte le democrazie occidentali la personalizzazione della politica agisce da principio di responsabilizzazione dei politici e del sistema, dappertutto tranne che in Italia e in Grecia. In Francia ad esempio il Presidente della Repubblica uscente e sconfitto alle elezioni presidenziali, Nicolas Sarkozy, dovette dire: «è tutta colpa mia». Assumendosi quindi in toto la responsabilità della sconfitta. Similmente la sconfitta dei democratici americani alle elezioni di mid-term nel 2010 fu riconosciuta da Barack Obama. Stessa assunzione di responsabilità la riscontriamo nella recente sconfitta alle presidenziali da parte della Clinton: «è colpa mia». La personificazione della sconfitta ha da contraltare la personificazione della vincita. Il recente confronto tra Macron e Marine Le Pen ha rappresentato il più chiaro esempio di demarcazione nei confronti dell'elettorato di due posizioni contrapposte sulla concezione dell'Europa: da una parte il rafforzamento e rilancio delle istituzioni europee e della zona euro, dall'altra posizioni di stampo più propriamente populiste. Questo ha comportato una individuazione chiara nei leader in competizione delle diverse proposte elettorali e delle conseguenti responsabilità nei confronti del corpo elettorale. Del resto, è proprio nella confusione delle responsabilità che è maturato il discredito del sistema dei partiti trasformatosi, nella coscienza dei cittadini, da sistema democratico a sistema oligarchico. La ricostruzione del nesso potere-responsabilità infatti non è determinata da un'appartenenza ideologica ma dalla organizzazione e strutturazione del sistema politico. Un sistema politico opaco che nasconde le responsabilità genera discredito. Un sistema politico competitivo, conflittuale, presidenziale concorre alla chiarezza delle opzioni e alla partecipazione trasparente e consapevole dei cittadini. L'Italia ha provato ad avvicinarsi a questo tipo di esperienze con modelli elettorali che di fatto consegnavano nelle mani del vincitore lo scettro del governo: già dal 2001 i nomi dei leader del centro-destra e del centro-sinistra erano indicati sulla scheda elettorale; con le primarie si scelgono ormai d'abitudine i candidati per le cariche monocratiche e con le primarie sono stati scelti il segretario nazionale e i segretari regionali del Partito democratico, elevando le decisioni individuali di moltissimi cittadini là dove non erano mai arrivate, nella scelta dei massimi dirigenti. Ma tali possibilità, sviluppatesi a stagioni alterne, trovando fondamento unicamente sulla base della fonte primaria della legge elettorale, non hanno trovato il giusto consolidamento nell'assetto istituzionale, come ha spiegato Giovanni Sartori: «la costituzione di un sistema di premiership sfugge largamente alla presa dell'ingegneria costituzionale. Le varianti britannica o tedesca di parlamentarismo limitato (di semi-parlamentarismo) funzionano come funzionano soltanto per la presenza di condizioni favorevoli». E, come abbiamo sperimentato, un «passaggio incrementale», a piccoli passi, del parlamentarismo puro al parlamentarismo con premiership rischia di inciampare ad ogni passo. Non per caso, Sartori ritiene che «in questi casi la strategia preferibile non è quella del gradualismo, ma piuttosto una terapia d'urto». Insomma, le probabilità di riuscita sono minori nella direzione del semi-parlamentarismo, e maggiori se si esalta il semi-presidenzialismo. Il vecchio sistema dei partiti è sepolto e lo si è visto anche nei tentativi di ripristinare modelli elettorali misti tra maggioritario e proporzionale, come è avvenuto con la legge 3 novembre 2017, n. 165, base normativa per le ultime elezioni del 4 marzo. La metamorfosi è ormai avvenuta. Nel vecchio sistema ci si faceva cittadini nel partito e del partito, perché non si riusciva ad esserlo interamente nello Stato e dello Stato. Adesso che l'identificazione e l'appartenenza (all'ideologia, all'utopia, alla morale del partito) non ci sono più, l'unica strada praticabile è quella di esaltare la possibilità di scelta, l'esercizio della cittadinanza nello Stato. Non si tratta di una questione tecnico-istituzionale, ma di una questione etico-politica. Caduti gli stimoli del passato, bisogna chiedersi come è possibile riattivare la partecipazione alla politica senza che questa si traduca in una mera negazione dello status quo. In tutte le società industriali avanzate, le condizioni di prosperità economica raggiunte hanno modificato i nostri valori. Ora, rispetto alle generazioni del periodo postbellico, l'autoespressione, la qualità della vita, la scelta individuale sono diventate centrali. E questa nuova visione del mondo si accompagna a una de-enfatizzazione di tutte le forme di autorità. In pratica, invece di essere diretti dall’ élite , tutti s'impegnano in attività dirette a sfidare l’ élite . Quello che è avvenuto in questo trentennio non può ascriversi ad una mera parentesi antistorica, un'invasione degli Hyksos, ma rappresenta una trasformazione non reversibile. Per tutte queste ragioni è oggi opportuno che la nostra Repubblica democratica e il nostro Parlamento valutino con serietà l'ipotesi di trasformazione del sistema politico istituzionale, dalla forma di governo parlamentare alla forma di governo presidenziale o semi-presidenziale sul modello della Francia. Il presidenzialismo sembra essere sempre di più quel sistema che lungi dal liquidare la democrazia rappresentativa e la forma partito è piuttosto in grado di aggiornarla e di adeguarla alle nuove dinamiche della vita democratica che richiedono un livello più alto, diretto e consapevole di partecipazione da parte dei cittadini. Il presidenzialismo sembra essere dunque quel passaggio che manca e che è necessario per riallineare nella democrazia italiana forma del governo e sostanza del governo, quel passaggio che sembra essere in grado di portare finalmente e definitivamente l'Italia in quella democrazia competitiva, governante e dei cittadini a cui milioni di persone hanno lavorato negli ultimi venti anni e più. Il tutto senza stravolgere l'impianto costituzionale vigente, come intendevano fare alcune riforme costituzionali del passato, e che, forse proprio per l'eterogeneità degli interventi, non hanno trovato accoglimento tra i cittadini durante il referendum confermativo. A far propendere poi per questa opzione dovrebbero essere anche gli ultimi segnali che vedono affermarsi sul piano della rappresentanza forze di protesta e in gran parte sostanzialmente antisistema ma che ambiscono a conquistare una forte posizione parlamentare.