[pronunce]

che in punto di rilevanza - motivate le ragioni dell'infondatezza delle questioni pregiudiziali prospettate dal ricorrente nel giudizio principale e premessa l'incontestata stipula di «un contratto di donazione mediante il quale [il contribuente] ha assunto [...] l'obbligo di donare» al partito politico una somma di denaro complessiva da versarsi in rate mensili nel periodo corrispondente alla durata dell'eventuale mandato parlamentare nel caso di elezione - il rimettente, a confutazione della natura liberale di tale atto, richiama la disciplina del codice civile sul fondamento e la validità della donazione (artt. 769, 771 e 772 del codice civile), per concludere che, nella specie, dette erogazioni in denaro «non possono essere considerate "erogazioni liberali" secondo l'accezione ex art. 15 co 1bis d.P.R. 917/1986»; che, sulla scorta della predetta interpretazione dell'art. 11, comma 4-bis, del d.l. n. 149 del 2013, il giudice a quo ritiene che il giudizio non possa essere definito indipendentemente dalla soluzione delle suddette questioni di legittimità costituzionale «in quanto, applicando la norma oggetto dello scrutinio richiesto, meriterebbe accoglimento il ricorso proposto» dal contribuente avverso l'avviso di accertamento; che in punto di non manifesta infondatezza il rimettente argomenta preliminarmente dall'art. 67 Cost. affermando che «il divieto di mandato imperativo persegue la finalità di garantire l'assoluta indipendenza dei membri del Parlamento da influenza, da qualunque parte provenga (quindi anche dai partiti politici di appartenenza che costituiscono una sorta di organo intermedio, previsto dall'art. 49 Cost., tra popolo e rappresentanti)»; che, ad avviso del rimettente, l'art. 11, comma 4-bis, del d.l. n. 149 del 2013, consentendo la detraibilità dall'imposta sui redditi di una quota delle erogazioni in denaro a favore dei partiti politici «anche se effettuati da membri dal Parlamento e senza la necessaria presenza dello spirito di liberalità (come, invece, richiesto dalla norma generale ex art. 15 co. 1bis d.P.R. 917/1986), presuppone ed, anzi, favorisce l'instaurazione di rapporti giuridici di credito tra i partiti politici ed i membri del Parlamento»; che proprio «l'esistenza a carico del parlamentare di debiti di natura giuridica nei confronti di un partito politico, con la conseguente responsabilità patrimoniale di natura personale e l'assoggettamento a possibili azioni di esecuzione forzata, introduce nelle relazioni tra parlamentare e partito politico fattori potenzialmente distorsivi in quanto estranei al rapporto rappresentativo», in violazione del divieto di mandato imperativo di cui all'art. 67 Cost.; che, a detta del rimettente, l'art. 11, comma 4-bis, del d.l. n. 149 del 2013 si pone, «altresì, in contrasto» con il principio di eguaglianza sancito al primo comma dell'art. 3 Cost., «laddove consente indiscriminatamente a chiunque di detrarre dall'imposta sui redditi una quota delle erogazioni a favore di partiti politici effettuate senza spirito di liberalità e quindi in esecuzione di obblighi giuridici, omettendo di considerare la peculiare situazione in cui versano, per effetto del divieto di mandato imperativo, i membri del Parlamento»; che, a quanto deduce il rimettente, l'evidente rapporto di antinomia con l'art. 67 Cost., «che, nel caso in esame, funge da tertium comparationis», configura «la possibilità di una manipolazione "a rime obbligate" della norma impugnata»; che, secondo il giudice a quo, la lesione dell'art. 3, primo comma, Cost., sarebbe avvalorata sotto un ulteriore profilo, poiché l'introduzione della disposizione in sede di conversione del decreto legge e la coincidenza tra l'efficacia retroattiva della norma e il tempo a disposizione dell'Amministrazione finanziaria per l'esercizio del potere di accertamento «fa dubitare persino degli effettivi caratteri di generalità ed astrattezza della norma impugnata»; che è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, per chiedere che le questioni vengano dichiarate inammissibili o comunque manifestamente infondate; che, in via preliminare, secondo l'Avvocatura dello Stato le considerazioni sviluppate nell'ordinanza di rimessione sono volte a mettere in discussione non tanto il trattamento fiscale delle elargizioni in esame, quanto la stessa prassi, utilizzata in passato da alcuni partiti politici, di finanziarsi stipulando contratti del tipo di quello dedotto dal contribuente nel giudizio principale; che, ancora ad avviso dell'Avvocatura, la censura in relazione all'art. 67 Cost. è da considerarsi inammissibile in quanto «si colloca in una sfera del tutto estranea all'ambito della norma ora scrutinata, la quale si limita a disciplinare solo il trattamento fiscale del fenomeno che il rimettente è andato censurando, concernendo effetti che costituiscono, sul piano logico, un "posterius" rispetto alla contestata "donazione" [...], sicché - se pure fosse espunta dall'ordinamento la norma ora in esame che prevede il beneficio fiscale della detrazione - non potrebbe essere raggiunto il risultato, auspicato dal giudice rimettente, di assicurare un pieno rispetto dell'art. 67 Cost. nella misura in cui non vi fosse nell'ordinamento una disposizione normativa volta a vietare tout court simili "donazioni" dei parlamentari o candidati al Parlamento in favore dei partiti politici»; che, sotto un profilo più generale, l'Avvocatura, dando conto dell'evoluzione normativa che ha condotto all'abrogazione dell'art. 15, comma 1-bis, del d.P.R. n. 917 del 1986 a fronte dell'autonoma previsione dell'art. 11, comma 4-bis, del d.l. n. 149 del 2013, ritiene che l'attuale disciplina, anche fiscale, delle contribuzioni volontarie ai partiti politici debba essere valutata in relazione al complesso della riforma trovando così il suo «non irragionevole fondamento [...] in un'ottica di trasparenza» e che «il riscontro dell'eventuale violazione del parametro di cui all'art. 3 della Cost. deve essere effettuato in relazione al suddetto specifico contesto»; che, pertanto, ad avviso dell'Avvocatura dello Stato, le questioni di costituzionalità formulate «con riferimento al principio di ragionevolezza» debbono ritenersi manifestamente infondate poiché si tratterebbe di uno scrutinio che direttamente investe il merito delle scelte del legislatore, possibile - per costante giurisprudenza - solo qualora l'opzione normativa contrasti in modo manifesto con il canone della ragionevolezza (è citata la sentenza n. 313 del 1995);