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L'accresciuta migrazione ha comportato un deciso aumento della consistenza numerica delle comunità italiane all'estero ( Rapporto italiani nel mondo della Migrantes , 2018). Secondo le anagrafi consolari, gli italiani all'estero potrebbero essere di più e sfiorare quasi i 6 milioni, ma bisognerebbe valutare meglio le discrasie tra le varie statistiche. Tra l'altro, se si verificano i dati amministrativi degli altri Paesi europei, si nota che fra emigranti temporanei e a più lunga permanenza probabilmente gli italiani all'estero sono ancora di più (secondo alcuni analisti addirittura un milione di più), ma non si registrano per vari motivi, fra i quali la precarietà dei loro impieghi, anche di quelli ad alto livello ed alto reddito. In ogni caso, sulla base dei dati a disposizione, si nota come le mete dei flussi italiani dell'attuale millennio siano in maggior parte europee. Un buon 70 per cento degli espatriati si muove in Europa, in primis tra Germania e Regno Unito, ma anche in Svizzera, Francia e Spagna. Soltanto il 22 per cento si dirige verso le Americhe, dove le comunità più forti restano quelle negli Stati Uniti e Brasile, con una coda in Argentina, mentre le mete annuali variano anche in ragione della congiuntura politica ed economica. Infine Africa, Asia e Oceania si dividono il restante 8 per cento con qualche interessante esperienza, ma una mobilità e una costruzione di comunità stabili ancora da verificare. Alla fine, sommando partenze recenti e consistenze tradizionali, al 1° gennaio 2019, i 5.288.281 italiani ufficialmente all'estero sono ormai in prevalenza nel Vecchio Mondo: il 54,3 per cento in Europa (in primis Germania, Svizzera, Francia e Regno Unito); il 40,2 per cento nelle Americhe (in primis l'Argentina e il Brasile). Le altre mete sono residuali: Oceania 2,9 per cento; Asia e Africa 1,3 per cento a testa. Bisogna anche tener presente la possibile differenza fra consistenza e origini delle comunità all'estero (che nascono dopo la seconda guerra mondiale, anzi spesso nel ventennio 1955-1975, quando parte una grossa ondata emigratoria) e consistenza e direzione dei nuovi flussi. In occasione della Prima Conferenza degli Italiani nel Mondo (Roma, 11-15 dicembre 2000) la Caritas di Roma ha tratteggiato il quadro statistico dell'emigrazione italiana di allora: al 30 ottobre, il 29 per cento di chi è partito proviene dal nord della Penisola, l'11,1 per cento dal centro, il 39 per cento dal sud e il 20,9 per cento dalle isole. Complessivamente, si poteva dire che su dieci italiani all'estero, alla fine di quel mese di ottobre, due erano di origine siciliana, uno di origine campana, uno di origine pugliese e uno di origine calabrese. Inoltre, erano ben rappresentati pure Abruzzo, Molise e Basilicata, mentre tra gli emigranti settentrionali spiccavano trentini, veneti e friulani. Nel tempo tale quadro è cambiato, anche se in termini assoluti la prima regione di partenza resta la Sicilia (con oltre 755.000 iscritti all'AIRE). Se, però, ci si concentra sulla diaspora recente, si registrano come regioni di partenza, in ordine decrescente: Lombardia, Veneto, Sicilia, Lazio, Piemonte, Emilia-Romagna, Campania, Toscana, Calabria, Puglia, Friuli-Venezia Giulia, Marche, Abruzzo, Trentino Alto Adige, Liguria, Sardegna, Umbria, Basilicata, Molise, Valle d'Aosta. Dunque, fra le prime cinque regioni di esodo risultano tre settentrionali (Lombardia, Veneto e Piemonte), una centrale (Lazio) e soltanto una meridionale (Sicilia). Un dato ancora più interessante è offerto dalle prime dieci città di partenza della recente diaspora: Roma, Milano, Torino, Napoli, Genova, Palermo, Trieste, Catania, Bologna e Firenze. Da notarsi che, in queste città, la percentuale di espatri oscilla tra il 4 e il 6 per cento della popolazione, ma a Roma si supera il 10 per cento e a Trieste si arriva al 14 per cento. Il tutto fa sì che nelle comunità odierna, compresi vecchi e nuovi arrivi, la presenza settentrionale è ormai complessivamente maggioritaria: soltanto il 32 per cento proviene dal meridione e il 16,9 per cento dalle isole, mentre il 15,6 per cento è partito dal centro e il 35,5 per cento dal nord Italia. Ci si troverebbe, dunque, di fronte a una emigrazione centro-settentrionale e, siccome il livello di scolarizzazione dei partenti è più alto negli ultimi venti anni di quello dei partecipanti all'ondata del 1955-1975, si è potuto parlare di fuga dei cervelli. In realtà, al massimo, siamo davanti a una fuga di giovani, più che di cervelli, perché tutta la società italiana si è scolarizzata, nonostante che i suoi livelli al proposito siano ancora lontani dagli standard dell'Europa occidentale. Sennonché anche questo è un discorso riduttivo, in primo luogo perché la categoria giovani è applicata a persone che vanno dai 18 ai 49 anni (sia pure suddivisi tra giovani-giovani e giovani-adulti), dunque con caratteristiche assai diverse, e, in secondo luogo, perché il fenomeno è più complesso. Da un lato, abbiamo molte partenze che non sono di giovani singoli, ma di intere famiglie o per formare famiglie (il fenomeno dei matrimoni e delle coppie "europee") e qui conta, evidentemente, il problema di aver figli e trovare alloggi in Italia. Dall'altro, non partono soltanto gli under-50, questi infatti coprono meno dei due terzi del totale e il resto è composto da minori (i figli delle coppie emigrate), over -50 che hanno perso il lavoro (sempre nel 2017 l'11,3 per cento degli iscritti all'AIRE) e, infine, anziani in età di pensione (il 7,1 per cento degli iscritti). Anche qui si sono levate grida di allarme, soprattutto dopo che Tito Boeri, allora presidente dell'INPS, ha spiegato, nel luglio 2017 come il suo Istituto pagasse 373.000 pensioni all'estero. I media e i social hanno puntato il dito verso ricchi pensionati che vivrebbero in resort di lusso, mentre si ha piuttosto l'impressione che partano pensionati che hanno garantito un reddito scarso e cercano di ottimizzarlo in Paesi che costano meno, oppure genitori anziani di coppie emigrate (od anche rimaste) all'estero: in questo caso abbiamo il doppio fenomeno del ricongiungimento familiare e dell'assistenza nonni ai nipoti, garantendo risparmi sulle spese familiari. A quanto sin qui detto, andrebbe aggiunta la questione dei frontalieri e, soprattutto ,dei cosiddetti notificati, cioè degli interinali frontalieri. Mentre i primi sono un fenomeno "antico", nelle regioni di frontiera ne abbiamo traccia da quando esistono i collegamenti ferroviari, i secondi sembrerebbero far parte di una mobilità precaria che ormai, oltre all'espatrio definitivo, o comunque a medio termine, accompagna quello giornaliero. Occorrerebbe, in effetti, verificare non soltanto quanti frontalieri siano precari a tempo, ma anche quanti emigrati.