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L'infiltrato - si sa - è uno che agisce sotto copertura in un'indagine giudiziaria relativa a un delitto che è già stato ideato e sta per essere commesso. L'agente infiltrato, in sostanza, si limita ad acquisire la prova di un comportamento criminale già esistente. Nel caso dei reati contro la pubblica amministrazione è stato previsto nella norma che le dazioni, le accettazioni di danaro siano in esecuzione di un accordo illecito già concluso da altri. Non ci possono essere dubbi, né differenti interpretazioni. È facile rendersi conto di come siano infondate - a mio avviso - le obiezioni di chi si oppone all'introduzione delle operazioni sotto copertura, facendole impropriamente coincidere con la figura dell'agente provocatore, sull'assunto che indurrebbero in tentazione persone che altrimenti non commetterebbero il reato. Nel nostro ordinamento giuridico le operazioni sotto copertura sono da tempo già previste per molti altri delitti e non solamente per i terroristi o per i mafiosi, come si è detto fino a ora. Sono previste per tanti altri reati, per reati che hanno bisogno di particolari mezzi investigativi per essere scoperti. Il favoreggiamento dell'immigrazione clandestina, il traffico di rifiuti, i delitti sessuali: tutti questi reati hanno già la possibilità di essere perseguiti tramite questo strumento. Perché dunque per la corruzione non deve essere possibile? Sulla scorta di queste motivazioni, con la garanzia di specifiche modalità - non dimentichiamo che qualsiasi operazione è autorizzata e controllata dalla magistratura per la raccolta di prove e non per la creazione di nuovi reati - sono favorevole all'opportunità di estendere questa tecnica investigativa ai delitti in materia di corruzione e ai reati contro la pubblica amministrazione. Ma se - come detto - l'elemento chiave nel combattere la corruzione consiste nella possibilità di far emergere il reato, non si deve sottovalutare l'importanza di poterlo poi perseguire efficacemente. È stato detto "fine pena mai"; forse si dovrebbe dire "pena mai e impunità spesso". Sarebbe di certo stato meglio - lo sappiamo e lo sa anche lei, Ministro - legare la discussione sulla prescrizione all'epocale, quanto non più procrastinabile, riforma del processo penale. La possibilità di mettere un punto fermo tanto atteso è un'occasione da non perdere. Sono stati citati i dati del Ministero della giustizia, ma voglio ricordarne uno in particolare: 125.564 reati prescritti nel 2017 in Italia. Per un reato su 10 non si arriva a decisione e il disegno di legge in discussione prevede la definitiva sospensione e comunque la cessazione del corso della prescrizione dopo il primo grado di giudizio. Uno dei rischi paventati è che i tempi della giustizia possano allungarsi ulteriormente, senza alcuna certezza per l'imputato di veder concluso il proprio processo in tempi la cui durata sia ragionevole, secondo l'articolo 111 della Costituzione, introdotto nel 1999. Vorrei sapere da tutti coloro che lamentano questo fatto quali sono le norme sinora emanate per accelerare veramente il processo penale: vorrei che fossero citate. Si continua a dire che il processo penale è lungo, che occorre accorciare i tempi, ma bisogna finalmente intervenire. Occorre una riforma organica del processo penale, e lei lo sa bene, signor Ministro. Abbiamo una procedura ipergarantista, che però si allunga a dismisura e fa allungare i tempi dei processi. Ha fatto fallire i riti alternativi, nella fondata speranza che un bravo difensore possa far ottenere all'imputato l'estinzione del reato per prescrizione. Ho cercato di proporre una serie di emendamenti al disegno di legge in esame, una sorta di pacchetto sui tempi della giustizia per incominciare a lavorare su questo punto, quello cioè di accorciare i tempi. Ho proposto - per esempio - l'ascolto a distanza dei testimoni, dei periti e dei consulenti; l'introduzione finalmente delle notifiche via PEC anche in sede penale (perché in sede civile sì e in sede penale no?); la lettura degli atti di polizia giudiziaria al dibattimento: tutta una serie di spunti che non cambiavano la filosofia del processo penale, ma che potevano cominciare ad accelerarne il corso. Un altro suggerimento riguardava la decorrenza della prescrizione per alcuni reati contro la pubblica amministrazione non dalla commissione del fatto, ma dall'acquisizione della notizia del reato: sono reati che non esistono sul piano criminale perché non vengono scoperti, se non dopo anni e per caso. Non c'è nessuno che li denuncia, non c'è una vittima: l'unica vittima è la collettività. Bisogna tener conto che tali reati si scoprono dopo molto tempo e spesso si prescrivono prima ancora di arrivare al primo grado di giudizio. Sono 66.000 i reati che si prescrivono prima di arrivare al dibattimento: sono il 50 per cento e non il 70, com'è stato detto. E perché si prescrivono? Perché nascono già con i tempi mozzati dalla scoperta in ritardo. I tempi delle indagini si sa quali sono: sei mesi prorogabili e due anni per la criminalità organizzata; non si hanno dieci anni per le indagini e, quindi, non possono prescriversi. Si prescrivono perché si scoprono e perché la data del commesso reato è il momento da cui decorre la prescrizione. Mi chiedo quindi perché non mettere tutti sullo stesso piano, in maniera tale che tutti coloro che vengono indagati per corruzione vedano la prescrizione decorre dal momento dell'inizio dell'indagine. A me sembra lapalissiano. Concludo, signor Presidente, dicendo che avremmo potuto discutere, avremmo dovuto migliorare questo testo, signor Ministro. Da magistrato lo avrei considerato un'ottima base di partenza per un proficuo lavoro parlamentare e non cambio opinione da senatore, ancorché di opposizione. Su temi di questa rilevanza, ai quali ho legato la mia intera vita processuale e professionale, non può e non deve esistere alcun calcolo politico, ma solo l'interesse generale dei cittadini. Nel mio primo giorno da senatore nella scorsa legislatura - lo sa - ho presentato un disegno di legge contro la corruzione. La logica complessiva di quel lavoro fu purtroppo recepita solo in parte, al termine di un lunghissimo iter parlamentare, cui ho assistito inerme da Presidente del Senato senza poter intervenire: era il mio disegno di legge. Ebbene, per coerenza oggi da senatore dell'opposizione avrei voluto lavorare con lei, con il suo Governo, per migliorare il testo. E lo avrei fatto con convinzione. È un'altra occasione sprecata a causa della vostra debolezza al Governo, nel Parlamento e presto - credetemi - nel Paese, ma io sono fiducioso. (Applausi dal Gruppo Misto-LeU) . PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore La Russa. Ne ha facoltà. LA RUSSA (FdI) . Signor Presidente, il mio intervento sarà molto breve, perché ha già parlato il collega del Gruppo Fratelli d'Italia e ha espresso il motivo per cui, pur considerando positivi alcuni aspetti del provvedimento in esame - penso all'aumento di pena e a tutta una serie di sereni intendimenti con i quali si manifesta la volontà di cercare veramente di ridurre l'impatto che ha la corruzione nel nostro Paese - tuttavia non possiamo essere d'accordo su alcuni punti.