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Con la sentenza n. 211 del 2018 la Corte costituzionale ha, invece, dichiarato l'illegittimità costituzionale dell'articolo 47- ter , comma 1, lettera b), e comma 8, dell'Ordinamento penitenziario, in relazione all'articolo 3 della Costituzione, nella parte in cui non si prevede la non punibilità per il delitto di evasione per il soggetto sottoposto al regime della detenzione domiciliare "ordinaria", il quale sia anche padre e affidatario di prole di minore età, alla pari della previsione di cui all'articolo 47- sexies dell'Ordinamento penitenziario che consente, invece, un allontanamento non superiore alle dodici ore alla madre che non possa affidare la cura dei bambini al padre o ad altri. Secondo la Corte costituzionale, violerebbe il fondamentale principio di uguaglianza-ragionevolezza la mancata parificazione della condizione del padre di prole di età inferiore ai dieci anni ammesso alla detenzione domiciliare "ordinaria", alla condizione del padre in regime di detenzione domiciliare speciale, trattandosi di fatto di due istituti che - sebbene applicabili sulla base di diversi presupposti - sono indirizzati a consentire la cura dei figli minori fuori dal carcere. Con la sentenza n. 187 del 2019, la Corte Costituzionale, infine, ha dichiarato l'illegittimità dell'articolo 58- quater , commi 1, 2 e 3, dell'Ordinamento penitenziario, nella parte in cui, nel loro combinato disposto, prevedono che non possa essere concessa, per la durata di tre anni, la detenzione domiciliare speciale (prevista dall'articolo 47- quinquies dell'Ordinamento penitenziario), al condannato nei cui confronti è stata disposta la revoca di una delle misure indicate nel comma 2 dello stesso articolo 58- quater . La declaratoria opera, in via consequenziale, per parte in cui le dette norme prevedono che neppure possa essere concessa, per la durata di tre anni, la detenzione domiciliare, prevista dall'articolo 47- ter , comma 1, lettere a) e b), dell'Ordinamento penitenziario, al condannato nei cui confronti è stata disposta la revoca di una delle misure indicate al comma 2 dello stesso articolo 58- quater , sempre che non sussista un concreto pericolo di commissione di ulteriori delitti. Secondo la Corte, la preclusione - risultante dal combinato disposto dei censurati primi tre commi dell'articolo 58- quater dell'Ordinamento penitenziario - si pone in contrasto con l'articolo 31, secondo comma, della Costituzione in virtù della speciale rilevanza costituzionale e internazionale "dell'interesse del figlio minore a mantenere un rapporto continuativo con ciascuno dei genitori dai quali ha diritto di ricevere cura, educazione e istruzione". L'assoluta impossibilità per il condannato, madre o padre, di accedere al beneficio della detenzione domiciliare speciale, prima che sia decorso un triennio dalla revoca di una precedente misura alternativa, finirebbe per sacrificare a priori  e per l'arco temporale di un intero triennio, un periodo di tempo lunghissimo nella vita di un bambino  l'interesse di quest'ultimo a vivere un rapporto quotidiano con almeno uno dei genitori, precludendo al giudice ogni bilanciamento tra tale basilare interesse e le esigenze di tutela della società rispetto alla concreta pericolosità del condannato. La dichiarazione di illegittimità costituzionale è estesa, inoltre, in via consequenziale, anche al divieto  pure stabilito dal combinato disposto delle disposizioni censurate  di concessione della detenzione domiciliare "ordinaria", nei casi previsti dall'articolo 47- ter , comma 1, lettere a) e b), dell'Ordinamento penitenziario, nel triennio successivo alla revoca di una delle misure alternative elencate nel comma 2. A ben vedere, tale detenzione domiciliare, prevista per madri e padri con figli di meno di dieci anni condannati a pene detentive non superiori a quattro anni, anche se costituenti residuo di maggior pena, non potrebbe essere assoggettata a una disciplina deteriore rispetto a quella applicabile per condannati a pene superiori ai quattro anni, cui si rivolge la disciplina della detenzione domiciliare speciale. La sentenza 26 settembre 2018, n. 186 riguarda invece il cosiddetto regime del carcere duro, di cui all'articolo 41- bis dell'Ordinamento penitenziario: con questa sentenza la Corte costituzionale ha dichiarato l'illegittimità costituzionale per contrasto con gli articoli 3 e 27 della Costituzione di tale disposizione, laddove prevede il divieto, per i detenuti sottoposti al regime differenziato, di cuocere cibi. La dichiarazione di illegittimità del divieto di cottura dei cibi si basa fondamentalmente sulla rilevata incongruità della restrizione rispetto alle finalità di prevenzione del regime del carcere duro: si tratterebbe di deroga ingiustificata all'ordinario regime carcerario (e per questo in contrasto con l'articolo 3 della Costituzione), dotata di valenza meramente afflittiva  e, pertanto, contraria all'articolo 27 della Costituzione. Di particolare rilievo è da ultimo la sentenza 20 febbraio 2019, n. 99 in materia di salute mentale e detenzione. Con questa decisione la Corte costituzionale ha dichiarato l'illegittimità costituzionale dell'articolo 47- ter , comma 1- ter , dell'Ordinamento penitenziario, nella parte in cui non prevede l'applicazione della detenzione domiciliare (in deroga ai limiti di cui al comma 1 del medesimo articolo 47- ter dell'Ordinamento penitenziario) anche nell'ipotesi di grave infermità psichica sopravvenuta durante l'esecuzione della pena. Più nel dettaglio i giudici di palazzo della Consulta, confermando i dubbi del giudice rimettente, hanno dichiarato illegittima la suddetta disposizione nella parte in cui non prevede che, nell'ipotesi di grave infermità psichica sopravvenuta, il Tribunale di sorveglianza possa disporre l'applicazione al condannato della detenzione domiciliare "umanitaria", dunque per pene anche residue superiori ai quattro anni. Secondo la Corte costituzionale, la mancanza di qualsiasi alternativa al carcere - per chi, durante la detenzione, è colpito da una grave malattia mentale, anziché́ fisica - crea anzitutto un vuoto di tutela effettiva del diritto fondamentale alla salute e si sostanzia in un trattamento inumano e degradante quando provoca una sofferenza così grave che, cumulata con l'ordinaria afflittività della privazione della libertà, determina un soprappiù di pena contrario al senso di umanità e tale da pregiudicare ulteriormente la salute del detenuto. L'ordito dell'Ordinamento penitenziario, pur senza risultarne stravolto, riceve da tutte queste decisioni sollecitazioni importanti: esse meritano da parte del Legislatore una valutazione, che può meglio essere assunta dopo un'apposita procedura informativa. Il seguito dell'esame congiunto è quindi rinviato. SUI LAVORI DELLA COMMISSIONE Proposta di indagine conoscitiva sul trattamento dei soggetti al regime carcerario italiano, inerente agli affari assegnati con Doc. VII, nn. 13, 18, 21, 24, 49, 55 e 59