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Il diritto all'abitazione (considerato che il debitore esecutato potrebbe perdere l'unico immobile a scopo abitativo di cui dispone) trova un evidente pregiudizio a fronte di un diritto di credito, e già questo profilo motiva l'incontestabile dubbio di costituzionalità delle norme introdotte con il citato decreto-legge n. 59 del 2016. In questa situazione, che già pesantemente compromette il diritto di difesa del debitore, si abbatte il paragrafo 16 delle linee guida in materia di «buone prassi nel settore delle esecuzioni immobiliari», di cui alla delibera del Consiglio superiore della magistratura dell'11 ottobre 2017, con un passaggio non certo felice: «La pratica del processo esecutivo, peraltro, dimostra che può sicuramente sortire effetti benefici l'anticipazione (dell'emissione e anche dell'attuazione) dell'ordine di liberazione, posto che un bene libero è certamente più appetibile sul mercato. È dunque buona prassi che il giudice dell'esecuzione emetta detto ordine di liberazione contestualmente all'ordinanza di delega quando non ritiene di autorizzare il debitore a continuare ad abitare l'immobile ai sensi del terzo comma dell'articolo 560 del codice di procedura civile. La declinazione oramai self-executing di tale provvedimento – attraverso l'opera del custode giudiziario supportato eventualmente dalla forza pubblica (articolo 68 del codice di procedura civile e articolo 14 dell'ordinamento giudiziario) – esclude che dalla procedura immobiliare germini un'autonoma esecuzione per rilascio secondo le forme ordinarie e ne garantisce pertanto una pronta attuazione. Merita anche osservare che il provvedimento di antieconomicità, ex articolo 164- bis delle disposizioni di attuazione del codice di procedura civile, non potrebbe ritenersi correttamente emesso senza aver prima tentato di alienare il bene in assenza di occupanti ancorché sine titulo ». In sostanza, si ritiene «buona prassi» che il giudice dell'esecuzione emetta l'ordine di liberazione contestualmente all'ordinanza di delega, sostenendo altresì che il provvedimento di antieconomicità ex articolo 164- bis delle disposizioni di attuazione del codice di procedura civile non potrebbe ritenersi correttamente emesso senza aver prima tentato di alienare il bene in assenza di occupanti ancorché sine titulo . L'originaria formulazione dell'articolo 560, terzo comma, del codice di procedura civile prevedeva, previa autorizzazione del giudice, che il debitore potesse continuare ad abitare l'immobile pignorato, o almeno i locali strettamente necessari. Il provvedimento autorizzativo del giudice non era sottoposto alla sua discrezionalità ma doveva essere fondato sul giusto contemperamento tra le esigenze di speditezza della procedura esecutiva, dei diritti creditizi e del fondamentale diritto all'abitazione (di cui non si dubita il rango costituzionale) del debitore esecutato. Le presenti considerazioni introduttive non possono prescindere dal rilevare, altresì, l'ulteriore ratio della legge fallimentare (regio decreto 16 marzo 1942, n. 267), e in particolare dell'articolo 47. Tali norme, per pacifica dottrina, appartengono al gruppo delle regole che, in sede di espropriazione, assicurano al debitore un certo beneficium competentiae ; il summenzionato articolo 47, infatti, al secondo comma, riconosce (a differenza che per gli alimenti) un vero diritto soggettivo alla conservazione dell'abitazione per il fallito e la sua famiglia nella casa di sua proprietà, fino alla liquidazione totale delle attività, disponendo la norma che la casa «non può essere distratta sino a quell'evento». La conservazione della casa è limitata alle effettive esigenze della famiglia e, quindi, può essere attuata anche in modo parziale, ove possibile. La coscienza civile e quel dovere solidaristico dell'intera comunità (già richiamato lucidamente nelle sentenze della Corte costituzionale) esigono la piena disapprovazione a che non vi siano alternative atte ad evitare che un soggetto, anche con pregiudizio della sua stessa dignità personale, sia privato dell'abitazione. Del resto, la stessa Cassazione penale ha ricostruito la voluntas legis della norma fallimentare, con un'interpretazione costituzionalmente orientata, cosa che si auspica avvenga anche per la normativa oggi in discussione. La Suprema corte ha, infatti, statuito che: «Quanto al tema abitativo, una ormai più che risalente pronuncia (sentenza n. 2070 del 1959), che affermava il diritto soggettivo del fallito alla conservazione del godimento dell'alloggio di sua proprietà fino alla vendita, è parsa superata dalla dottrina e dalla prassi che, a proposito del contenimento del vincolo di destinazione dell'abitazione al fallito nei limiti della "necessità" di costui e della sua famiglia, legittimano provvedimenti del Giudice delegato volti ad alienare o locare la parte esuberante e, in via generale, giustificano il potere dell'ufficio fallimentare di liquidare la casa di proprietà del fallito anche prima della fase terminale della procedura, ove sia presente un preciso interesse in tal senso e si provveda in altro modo a carico della massa all'abitazione del fallito, fino al momento in cui il rilascio sarebbe stato legittimo. Giurisprudenza, dottrina e prassi accreditano, dunque, un'interpretazione della legge fallimentare, articolo 47, nel senso di subordinare la concessione del sussidio alimentare e dell'autorizzazione ad abitare la casa di proprietà, oltre che a un provvedimento di natura discrezionale, a condizioni e limiti nei termini sopra precisati. (...) Trattandosi di norma di favore, l'interpretazione sistematica porta a ritenere, unitamente alla interpretazione costituzionalmente e comunitariamente orientata, che il proposto/fallito abbia il diritto, unitamente alla sua famiglia, di abitare l'immobile di sua proprietà, senza la corresponsione di alcun canone. Il diritto alla abitazione rientra nella categoria dei diritti fondamentali inerenti alla persona, in forza dell'interpretazione desumibile da diverse pronunce della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo (CEDU) e nelle sentenze della Corte costituzionale nn. 348 e 349 del 2007, che delineano i rapporti tra diritto interno e diritto sovranazionale. Alla luce di tali considerazioni deve escludersi che il proposto debba corrispondere il canone di locazione relativamente alla propria abitazione, ancorché bene infruttifero, indipendentemente se sia in grado di far fronte con il suo patrimonio o con il suo reddito a tale spesa, non potendo, legge fallimentare, ex articolo 47, comma 2, essere privato della propria abitazione, senza che possa essere imposto allo stesso il pagamento di un canone locativo, indipendentemente dalla sua solvibilità». La Cassazione in sostanza ritiene applicabile l'articolo 47 della legge fallimentare, nel solo caso in cui proposto/terzo intestatario non si trovi in condizioni di emergenza abitativa, in quanto disponga di redditi adeguati o di altri immobili di proprietà; in tali casi dovrà escludersi l'assimilabilità della sua situazione a quella del fallito e, dunque, l'applicabilità dei provvedimenti di cui alla legge fallimentare.