[pronunce]

Il giudice rimettente, infatti, con riferimento al suddetto parametro costituzionale, non ha articolato alcuna censura, essendosi limitato ad affermare, senza motivarla, l'illegittimità costituzionale della disposizione censurata. Ciò comporta, in base alla costante giurisprudenza di questa Corte, la manifesta inammissibilità della questione (ex plurimis: ordinanze n. 72 del 2007; n. 414 e n. 311 del 2005). 4.2. – Per i medesimi motivi è inammissibile anche la questione posta dall'ordinanza r.o. n. 120 del 2008 con riferimento all'art. 111 Cost., essendo tale questione del tutto priva di argomentazione. 4.3. – In secondo luogo, la difesa erariale, quanto all'ordinanza r.o. n. 120 del 2008, eccepisce la manifesta inammissibilità, per difetto di rilevanza, delle questioni concernenti gli anni d'imposta 2000 e 2001, con riferimento a tutti i parametri evocati. L'eccezione è fondata, perché la notificazione degli avvisi di accertamento relativi a tali anni è stata tempestivamente effettuata in data 10 ottobre 2005, cioè entro l'originario termine di cui agli artt. 43 del d.P.R. n. 600 del 1973 e 57 del d.P.R. n. 633 del 1972 (quarto anno successivo a quello in cui è stata presentata la dichiarazione) e non nel termine prorogato previsto dalla norma denunciata. Ne consegue che il giudice rimettente non deve fare applicazione, in riferimento agli anni d'imposta suddetti, della norma censurata e, pertanto, la questione è irrilevante. 4.4. – In terzo luogo, la difesa erariale eccepisce, con riguardo al giudizio r.o. n. 124 del 2008, la manifesta inammissibilità della questione sollevata in riferimento all'art. 3 Cost. Secondo l'Avvocatura generale dello Stato, tale inammissibilità deriverebbe dal fatto che il giudice rimettente riconosce la ragionevolezza della proroga dei termini di accertamento delle imposte relative al solo «anno di imposta in scadenza alla data di entrata in vigore della legge 289/2002» (e cioè al 2003, essendo la legge entrata in vigore il 1° gennaio 2003), ma non considera che «in tale anno scadevano le sole dichiarazioni presentate nel 1998 per il 1997, in quanto a norma dell'art. 43 del D.P.R. n. 600/73 e dell'art. 57 del D.P.R. n. 633/72 il termine per gli accertamenti scadeva il 31 dicembre del 5° anno successivo per le imposte dirette (ridotto al quarto anno solo per le dichiarazioni successive al 1.1.1999) e il 31 dicembre del 4° anno per l'IVA». Anche tale eccezione è fondata. Il giudice a quo afferma che il censurato art. 10 della legge n. 289 del 2002 è «irragionevole perché la norma non si è limitata a prorogare l'ultimo anno in scadenza [rectius: “i termini per la notificazione dell'accertamento aventi scadenza”] alla data di entrata in vigore della legge 289/2002 [scilicet: nell'anno 2003], come è avvenuto con l'art. 32, sesto comma, della legge 516/1982, bensí cinque anni d'imposta [rectius: “i termini per la notificazione dell'accertamento relativo a cinque anni d'imposta”]». Il rimettente, pertanto, denuncia l'irragionevolezza della disposizione solo in quanto quest'ultima proroga i termini per la notificazione dell'accertamento che non scadono nel 2003. Tuttavia, nella specie, il giudizio a quo ha ad oggetto un avviso di accertamento dell'IRPEG, dell'IRAP e dell'IVA notificato in data 27 dicembre 2005 e riguardante l'anno d'imposta 1998, con termine per la notificazione dell'accertamento avente originariamente scadenza – ai sensi dei citati artt. 43 del d.P.R. n. 600 del 1973 e 57 del d.P.R. n. 633 del 1972 – proprio nel 2003 (anno di entrata in vigore della disposizione censurata), cioè nel quarto anno successivo a quello (1999) in cui è stata presentata la dichiarazione. Pertanto, l'irragionevolezza dedotta dalla Commissione tributaria provinciale di Cosenza non rileva nel giudizio a quo, perché prospettata con esclusivo riferimento ad anni di imposta diversi da quello oggetto dell'impugnazione del contribuente. La questione è, di conseguenza, manifestamente inammissibile. 5. – Nel merito, la Commissione tributaria provinciale di Frosinone (ordinanza r.o. n. 120 del 2008) afferma che la norma denunciata, nel disporre la proroga dei termini decadenziali per l'accertamento nei confronti dei contribuenti che non si avvalgono delle agevolazioni previste dagli articoli da 7 a 9 della legge n. 289 del 2002, víola l'art. 3 Cost., nella parte in cui si applica «ad un soggetto giuridico sottoposto ad Amministrazione Straordinaria ex d.lgs. 270/99 nel caso in cui l'autorità fiscale non abbia già provveduto ad iscrivere il proprio credito nello stato passivo della procedura». Detta disposizione comporterebbe, infatti, una irragionevole disparità di trattamento tra chi, avvalendosi del “condono”, «può accedere al meccanismo “premiale”» previsto dalla legge n. 289 del 2002 e chi invece, non potendovi aderire per il fatto del terzo – cioè dell'amministrazione finanziaria che non ha insinuato il proprio credito tributario nello stato passivo della procedura –, «subisce soltanto il meccanismo “punitivo” della proroga dei termini per l'accertamento». In altri termini, il rimettente denuncia l'irragionevolezza della previsione di un'identica proroga dei termini decadenziali riguardo a situazioni da lui reputate diverse: da un lato, la situazione di chi sceglie di non avvalersi del condono, potendosene avvalere, e, dall'altro, quella di chi non si avvale del condono, non avendo la possibilità giuridica di avvalersene. La questione sollevata si basa su due distinti presupposti interpretativi: a) che la denunciata proroga dei termini per l'accertamento ha carattere “punitivo” nei confronti del contribuente che sceglie di non avvalersi del condono, potendosene avvalere; b) che il contribuente sottoposto ad amministrazione straordinaria non può accedere, anche volendolo, al condono se l'amministrazione finanziaria non ha provveduto ad insinuare il proprio credito tributario nello stato passivo della procedura. La questione non è fondata, per l'erroneità di entrambi i presupposti interpretativi da cui muove il rimettente. 5.1.