[pronunce]

Il principio è stato ribadito e puntualizzato dalle sezioni unite con la più recente sentenza 26 giugno 2014-22 luglio 2014, n. 32351, nella quale si afferma che, ove la qualificazione del fatto operata in sede di contestazione non consenta il procedimento di oblazione, è onere dall'imputato sindacare la correttezza della qualificazione stessa, investendo il giudice di una specifica richiesta di oblazione in riferimento alla qualificazione giuridica del fatto ritenuta corretta, in modo da permettere, all'esito del necessario contraddittorio, una decisione altrettanto specifica sul punto. In tale prospettiva, qualora l'imputato ometta di muovere la predetta contestazione, assumendo una posizione di «nolo contendere» in ordine alla pertinenza del nomen iuris attribuito alla fattispecie dedotta nell'imputazione, nessun tipo di doglianza potrà poi formulare, riguardo alle preclusioni che ne possono essere derivate per i riti alternativi, ove il giudice, in sede di decisione, abbia ritenuto di dover dare a quel fatto una diversa qualificazione giuridica. Si tratterebbe semplicemente, per l'imputato, di esercitare il proprio diritto a una qualificazione giuridica corretta: diritto che costituirebbe, al tempo stesso, un onere che, se non adempiuto, ben può far sorgere la preclusione temporale connessa alla procedura di oblazione, quale istituto teso ad evitare, e non a seguire, gli esiti del dibattimento. A questo principio si è uniformata la giurisprudenza di legittimità successiva, sia pure sulla base di rationes decidendi calibrate sulle peculiarità delle singole fattispecie processuali oggetto di giudizio. 1.6.- L'approdo ermeneutico ora ricordato - qualificabile come "diritto vivente" - non sarebbe, peraltro, idoneo a rendere la norma censurata compatibile con l'art. 24, secondo comma, Cost. Le argomentazioni, svolte a sostegno del principio di diritto affermato dalle sezioni unite della Corte di cassazione nella più recente delle due pronunce dianzi citate, implicherebbero, infatti, una sorta di "riabilitazione" del criterio della prevedibilità, da parte dell'imputato, di una «emendatio iuris dell'originaria contestazione nel corso del dibattimento», con conseguente configurabilità, a carico dell'imputato stesso, di un onere di sollecitazione preventiva del contraddittorio sul punto e di formulazione di una tempestiva e "cautelativa" domanda di oblazione. La configurazione di simili oneri processuali - non previsti da alcuna norma del codice di rito - si porrebbe in contrasto con i principi affermati dalla Corte costituzionale nella sentenza n. 530 del 1995 e ribaditi, in termini perentori e generali, in pronunce più recenti, e particolarmente con la sentenza n. 82 del 2019. Pur non potendosi negare l'oggettiva diversità delle vicende modificative del fatto nella sua dimensione storica rispetto a quelle attinenti alla sua qualificazione giuridica, sarebbe, però, altrettanto innegabile che quando - come nel giudizio a quo - la prospettiva di una riqualificazione giuridica del fatto emerga soltanto dalle risultanze probatorie dibattimentali, l'avvenuto superamento del limite temporale, previsto per la proposizione della domanda di oblazione, «non può dirsi riconducibile ad una libera scelta dell'imputato, e cioè ad un'inerzia allo stesso addebitabile, dal momento che la facoltà di proporre quella domanda non può che sorgere nel momento in cui il reato stesso è oggetto di contestazione». Tale affermazione, contenuta nella sentenza n. 530 del 1995, dovrebbe ritenersi valevole - alla luce della consolidata giurisprudenza della Corte di Strasburgo in precedenza richiamata - anche in rapporto alla diversa qualificazione del titolo del reato, quale prerogativa funzionale del giudice, a prescindere da una eventuale iniziativa dell'organo titolare dell'azione penale. 2.- Il Presidente del Consiglio dei ministri non è intervenuto in giudizio.1.- Il Tribunale ordinario di Teramo, in composizione monocratica, dubita della legittimità costituzionale dell'art. 141, comma 4-bis, del decreto legislativo 28 luglio 1989, n. 271 (Norme di attuazione, di coordinamento e transitorie del codice di procedura penale), in relazione all'art. 162-bis del codice penale, «nella parte in cui non prevede che l'imputato è rimesso in termini per proporre domanda di oblazione qualora nel corso del dibattimento, su iniziativa del giudice e in mancanza di una modifica formale dell'imputazione da parte del pubblico ministero, emerga la prospettiva concreta di una definizione giuridica del fatto diversa da quella contestata nell'originaria imputazione e per la quale l'oblazione non era ammissibile». Ad avviso del giudice a quo, la norma censurata violerebbe l'art. 24, secondo comma, della Costituzione, giacché la preclusione dell'accesso all'oblazione nel caso considerato implicherebbe una lesione del diritto di difesa dell'imputato, non essendo il superamento dell'ordinario limite temporale per la proposizione della relativa richiesta addebitabile a un'inerzia dell'imputato stesso, le cui scelte, in punto di accesso ai meccanismi alternativi di definizione del processo, restano necessariamente condizionate dalla concreta configurazione dell'imputazione, anche per quanto attiene alla definizione giuridica del fatto, costituente un aspetto qualificante del thema decidendum. 2.- La questione non è fondata. Il Tribunale rimettente pone novamente all'attenzione di questa Corte, sotto un particolare profilo, la tematica concernente i rapporti tra mutamenti dell'imputazione e diritto dell'imputato di accedere a meccanismi alternativi di definizione del procedimento a carattere "premiale". Il problema sollevato dal giudice a quo è segnatamente quello del recupero, da parte dell'imputato, della facoltà di oblazione a fronte di una diversa qualificazione giuridica del fatto ope iudicis, che comporti il passaggio da una ipotesi di reato non oblabile ad altra oblabile. Come è noto, il vigente codice di procedura penale regola in modo nettamente differenziato le modifiche dibattimentali in facto dell'imputazione (contestazione del fatto diverso, del reato concorrente o di una circostanza aggravante, del fatto nuovo: artt. 516, 517 e 518 del codice di procedura penale) e le modifiche in iure (diversa qualificazione giuridica del fatto: art. 521, comma 1, cod. proc. pen.). Le prime - le modifiche di ordine fattuale - sono appannaggio del pubblico ministero, quale titolare dell'esercizio dell'azione penale, e implicano il riconoscimento all'imputato di specifici diritti difensivi. A fronte di esse l'imputato può chiedere, infatti, un termine per la difesa e l'ammissione di nuove prove (art. 519 cod. proc. pen.); mentre, se l'imputato è assente, la nuova contestazione deve essergli notificata (art. 520 cod. proc. pen.). Per naturale corollario, quindi, se il giudice, a seguito della valutazione delle prove, accerta che il fatto è diverso da come descritto nell'imputazione, non può pronunciarsi sul merito dell'accusa, ma deve disporre con ordinanza la trasmissione degli atti al pubblico ministero (art. 521, comma 2, cod. proc. pen.), affinché eserciti (se del caso) una nuova azione penale.