[pronunce]

SENTENZA ha pronunciato la seguentenel giudizio di legittimità costituzionale dell'art. 314, comma 3, del codice di procedura penale, promosso, nell'ambito di un procedimento per la riparazione della ingiusta detenzione, dalla Corte di cassazione con ordinanza del 28 marzo-5 giugno 2003, iscritta al n. 817 del registro ordinanze 2003 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 42, prima serie speciale, dell'anno 2003. Udito nella camera di consiglio del 27 ottobre 2004 il Giudice relatore Guido Neppi Modona.. Ritenuto in fatto Considerato in diritto 1. - Con ordinanza del 28 marzo 2003 la Corte di cassazione ha sollevato, in riferimento agli artt. 2, 3, 13 e 24, terzo (recte: quarto) comma, della Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell'art. 314, comma 3, del codice di procedura penale, «nella parte in cui non prevede, in caso di archiviazione del procedimento per morte del reo, la spettanza della riparazione per ingiusta detenzione qualora nello stesso procedimento o comunque sulla base dello stesso materiale probatorio si accerti nei confronti dei coimputati che il fatto non sussiste». La rimettente riferisce: - che le figlie di persona sottoposta agli arresti domiciliari dal 21 febbraio al 15 maggio 1992, la cui posizione era stata archiviata per morte (avvenuta il 6 dicembre 1992) nell'ambito di un procedimento all'esito del quale tutti i coimputati erano stati poi assolti (con sentenza di primo grado pronunciata il 5 luglio 2000, divenuta irrevocabile) con la formula 'il fatto non sussiste', avevano avanzato domanda di riparazione per l'ingiusta detenzione subita dal padre, sul presupposto che anch'egli sarebbe stato assolto se non fosse morto prima della pronuncia della sentenza sul merito dell'accusa; - che la Corte di appello aveva rigettato la richiesta, rilevando che l'ipotesi di archiviazione per morte del reo non rientra tra i casi di proscioglimento che consentono l'equo indennizzo; - che avverso tale decisione le eredi dell'indagato avevano proposto ricorso per cassazione, deducendo la violazione di legge per non essere stato applicato l'art. 12 delle disposizioni preliminari al codice civile, che impone il ricorso alle norme che regolano casi simili o analoghi allorché una controversia non può essere decisa sulla scorta di una precisa disposizione. Tanto premesso, la Corte di cassazione osserva, in punto di rilevanza, che sussiste «la legittimazione delle istanti, in virtù dell'art. 644, comma 1, cod. proc. pen. , richiamato dall'art. 315, comma 3, cod. proc. pen.» e che «nessun problema si pone [...] in ordine alla tempestività del ricorso, in quanto il termine iniziale di decadenza per la proposizione dell'istanza riparatoria decorre dalla notificazione del provvedimento di archiviazione, notificazione che in caso di morte non è prevista». Nel merito, la rimettente ritiene che correttamente la Corte di appello ha escluso che potessero 'estendersi' i casi di riparazione tassativamente previsti, che «costituiscono ius singulare, stante la loro natura indennitaria e non risarcitoria», e che il tenore testuale della disposizione censurata imporrebbe di dichiarare infondato il ricorso. In particolare, poiché l'art. 314, comma 3, cod. proc. pen. regola le ipotesi in cui un provvedimento di archiviazione fa sorgere il diritto alla riparazione per ingiusta detenzione facendo rinvio alle disposizioni dei commi l e 2 dello stesso articolo, qualora non venga in discussione l'ingiustizia formale della detenzione a norma del comma 2 del medesimo articolo, ma esclusivamente, come nel caso in esame, la sua ingiustizia 'sostanziale', soltanto l'archiviazione pronunciata perché il fatto non sussiste, per non aver commesso il fatto, perché il fatto non costituisce reato o perché il fatto non è previsto come reato potrebbe, in base alla disciplina positiva, dare luogo alla riparazione. 2. - Secondo la rimettente, tuttavia, se in via generale e di principio appare conforme alla logica del sistema che la riparazione per l'ingiustizia (sostanziale) della detenzione debba discendere dall'adozione di una delle formule di proscioglimento anzidette, non è altrettanto ragionevole che la riparazione debba essere negata in relazione alla detenzione subita dall'indagato la cui posizione sia stata archiviata per morte quando, proseguendo il procedimento nei confronti dei coindagati, l'insussistenza del fatto risulti accertata da sentenza irrevocabile. «L'insussistenza del fatto, per la sua essenza ontologica», non può difatti non riguardare anche colui nei cui confronti il reato è dichiarato estinto per morte, «ovviamente a condizione che l'accertamento dell'insussistenza del fatto avvenga nello stesso procedimento, o in altro procedimento, ma comunque sulla scorta del medesimo materiale probatorio». Sulla base dei principî affermati dalla Corte costituzionale nelle sentenze n. 310 del 1996 (con la quale è stata dichiarata l'illegittimità costituzionale dell'art. 314 cod. proc. pen. nella parte in cui non prevede la riparazione per ingiusta detenzione patita a causa di erroneo ordine di esecuzione) e n. 109 del 1999 (con la quale la medesima norma è stata dichiarata costituzionalmente illegittima nella parte in cui non prevede la riparazione in caso di arresto o fermo non convalidato dal giudice con decisione irrevocabile), primo fra tutti quello per cui «l'ingiusta detenzione va comunque ristorata», la disciplina censurata risulterebbe perciò affetta da plurimi profili di illegittimità costituzionale. In particolare, ad avviso della Corte di cassazione la disposizione censurata violerebbe l'art. 3 Cost., perché disciplina in modo ingiustificatamente deteriore la situazione relativa alla posizione di chi, privato della libertà personale in forza di una misura custodiale ingiusta, e quindi deceduto, non ha potuto ottenere il proscioglimento nel merito con una delle formule che consentono l'indennizzo, e perché irragionevolmente non permette neppure di porre a base della riparazione l'accertamento, operato a posteriori nei confronti dei coimputati, che il fatto non sussiste, che l'imputato non lo ha commesso, che il fatto non costituisce reato o che non è previsto dalla legge come reato. La previsione in esame violerebbe inoltre gli artt. 2 e 13 Cost., posto che, come rilevato dalla Corte costituzionale nelle sentenze n. 446 del 1997 e n. 109 del 1999, la riparazione per ingiusta detenzione ha «un fondamento squisitamente solidaristico: in presenza di una lesione della libertà personale rivelatasi comunque ingiusta con accertamento ex post, la legge, in considerazione della qualità del bene offeso, ha riguardo unicamente alla oggettività della lesione stessa».