[pronunce]

ORDINANZA ha pronunciato la seguentenel giudizio di legittimità costituzionale dell'art. 275, comma 3, del codice di procedura penale, come modificato dall'art. 2 del decreto-legge 23 febbraio 2009, n. 11 (Misure urgenti in materia di sicurezza pubblica e di contrasto alla violenza sessuale, nonché in tema di atti persecutori), convertito, con modificazioni, dalla legge 23 aprile 2009, n. 38, promosso dal Tribunale di Torino, sezione per il riesame, nel procedimento penale a carico di A.D., con ordinanza del 23 novembre 2009, iscritta al n. 329 del registro ordinanze 2010 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 43, prima serie speciale, dell'anno 2010. Visto l'atto di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri; udito nella camera di consiglio del 23 marzo 2011 il Giudice relatore Giuseppe Frigo.. Ritenuto che, con ordinanza depositata il 23 novembre 2009 (r.o. n. 329 del 2010), il Tribunale di Torino, sezione per il riesame, ha sollevato, in riferimento agli artt. 3, 13, 27 e 117, primo comma, della Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell'art. 275, comma 3, del codice di procedura penale, come modificato dall'art. 2 del decreto-legge 23 febbraio 2009, n. 11 (Misure urgenti in materia di sicurezza pubblica e di contrasto alla violenza sessuale, nonché in tema di atti persecutori), convertito, con modificazioni, dalla legge 23 aprile 2009, n. 38, nella parte in cui non consente «la sostituzione della misura della custodia cautelare in carcere con quella degli arresti domiciliari in relazione al reato di cui all'art. 600-bis [recte: 600-bis, primo comma,] del codice penale»; che il Tribunale rimettente è investito dell'appello avverso l'ordinanza dell'11 agosto 2009, con cui il Giudice per le indagini preliminari del medesimo Tribunale ha respinto la richiesta di revoca o di sostituzione della misura della custodia cautelare in carcere, applicata ad una persona imputata, tra l'altro, del delitto di favoreggiamento e sfruttamento della prostituzione minorile (art. 600-bis, primo comma, cod. pen.), aggravato dall'uso della violenza; che, in punto di rilevanza della questione, il rimettente osserva che, alla luce di una consolidata interpretazione giurisprudenziale, la disposizione impugnata, in quanto norma processuale, deve ritenersi applicabile - in base al principio tempus regit actum - anche alle misure cautelari da adottare per fatti delittuosi commessi, come nel caso di specie, anteriormente all'entrata in vigore della legge novellatrice; che non potrebbe, pertanto, essere accolta la richiesta di revoca della misura cautelare formulata dal difensore, non sussistendo elementi in grado di superare la presunzione relativa di sussistenza delle esigenze cautelari introdotta dal novellato art. 275, comma 3, cod. proc. pen. in rapporto al delitto in questione; che, anche a prescindere da tale presunzione, peraltro, le modalità del fatto - per il quale era già stata pronunciata condanna in primo grado, a seguito di giudizio abbreviato - e la personalità dell'imputato, quale emergerebbe dalle risultanze investigative, evidenzierebbero comunque la sussistenza delle esigenze cautelari di cui all'art. 274, comma 1, lettera c), cod. proc. pen. ; che, nondimeno, il pericolo della commissione di delitti della stessa specie potrebbe essere adeguatamente fronteggiato con la misura degli arresti domiciliari, accompagnata dal divieto di comunicare con soggetti diversi dai familiari conviventi, la quale non consentirebbe comunque all'imputato la libertà di movimento necessaria per poter svolgere l'attività di reclutamento e sfruttamento della prostituzione; che l'applicazione di detta misura risulterebbe, tuttavia, preclusa dalla norma censurata, la quale, a seguito della modifica apportata dall'art. 2 del decreto-legge n. 11 del 2009, stabilisce una presunzione assoluta di adeguatezza della sola misura cautelare della custodia in carcere in caso di sussistenza di gravi indizi di colpevolezza per il reato (tra gli altri) di induzione e sfruttamento della prostituzione minorile, di cui all'art. 600-bis, primo comma, cod. pen. ; che, con riguardo alla non manifesta infondatezza, il Tribunale rimettente rileva come la disciplina delle misure cautelari personali sia ispirata ai principi di proporzione, adeguatezza e graduazione, espressamente enunciati dall'art. 2, numero 59, della legge delega 16 febbraio 1987, n. 81 (Delega legislativa al Governo della Repubblica per l'emanazione del nuovo codice di procedura penale), la quale prevede, altresì, l'adeguamento del nuovo codice di rito ai principi della Costituzione e alla normativa convenzionale internazionale: normativa nell'ambito della quale verrebbe in particolare rilievo il disposto dall'art. 5, paragrafi 1, lettera c), e 4, della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali, firmata a Roma il 4 novembre 1950, ratificata e resa esecutiva con legge 4 agosto 1955, n. 848; che, in applicazione dei ricordati principi di proporzionalità, adeguatezza e graduazione, nel sistema del codice di procedura penale, una volta accertata l'esistenza di gravi indizi di colpevolezza e la sussistenza di esigenze cautelari, il giudice è chiamato ad operare la scelta della misura, esponendo specificamente, a pena di nullità - ove venga applicata la misura «massima» della custodia cautelare in carcere - le ragioni per le quali le esigenze cautelari non possono essere soddisfatte con altre misure (art. 292, comma 2, lettera c-bis, cod. proc. pen.); che la norma impugnata derogherebbe chiaramente a tali principi, che pure trovano riconoscimento negli artt. 13 e 27 Cost., discendendo - secondo quanto affermato da questa Corte - «direttamente dalla natura servente che la Costituzione assegna alla carcerazione preventiva rispetto alle finalità del processo, da un lato, ed alle esigenze di tutela della collettività, dall'altro, tali da giustificare, nel bilanciamento tra interessi, il temporaneo sacrificio della libertà personale di chi non è stato ancora giudicato colpevole in via definitiva» (sentenza n. 299 del 2005); con la conseguenza che - per costante orientamento della giurisprudenza costituzionale - deve essere comunque prescelta, in ossequio al favor libertatis che ispira l'art. 13 Cost., la soluzione che comporta il minore sacrificio possibile della libertà personale;