[pronunce]

Sentenza ha pronunciato la seguentenel giudizio di legittimità costituzionale dell'art. 3-bis del decreto-legge 19 settembre 1992, n. 384 (Misure urgenti in materia di previdenza, di sanità e di pubblico impiego, nonché disposizioni fiscali), convertito, con modificazioni, nella legge 14 novembre 1992, n. 438, promosso, con ordinanza emessa il 21 dicembre 1999, dal tribunale di Ancona nel procedimento civile vertente tra Mazzoni Guido e l'INPS, iscritta al n. 488 del registro ordinanze 2000 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 39, prima serie speciale, dell'anno 2000. Visti gli atti di costituzione di Mazzoni Guido e dell'INPS nonché l'atto di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri; Udito nell'udienza pubblica del 25 settembre 2001 il giudice relatore Massimo Vari; Uditi gli avvocati Rino Pirani per Mazzoni Guido, Paolo Marchini e Fabio Fonzo per l'INPS e l'avvocato dello Stato Giuseppe Stipo per il Presidente del Consiglio dei ministri.. Ritenuto in fatto Considerato in diritto 1. - Con ordinanza del 21 dicembre 1999 (pervenuta alla Corte il 6 luglio 2000), emessa nel corso di un giudizio civile promosso da un assicurato nei confronti dell'INPS, il tribunale di Ancona, in funzione di giudice del lavoro, ha sollevato questione di legittimità costituzionale dell'art. 3-bis della legge 14 novembre 1992, n. 438 (recte: art. 3-bis del decreto-legge 19 settembre 1992, n. 384, recante "Misure urgenti in materia di previdenza, di sanità e di pubblico impiego, nonché disposizioni fiscali", convertito, con modificazioni, nella legge 14 novembre 1992, n. 438). Premette il giudice a quo che il ricorrente nel giudizio principale ha versato all'INPS, in relazione agli anni 1993-1994, "oltre la legittima contribuzione dovuta per l'assicurazione I.V.S. Gestione commercianti in qualità di agente di commercio", anche quella relativa al reddito di socio accomandante di una società in accomandita semplice, vedendosi negare, dal medesimo INPS, il rimborso contributivo successivamente richiesto in via amministrativa. E ciò in forza del denunciato art. 3-bis del decreto-legge n. 384 del 1992, il quale dispone che "il contributo annuo per i soggetti iscritti alle gestioni previdenziali degli artigiani e dei commercianti è rapportato alla totalità dei redditi di impresa denunciati ai fini IRPEF per l'anno al quale i contributi stessi si riferiscono" (comma 1); redditi di impresa tra i quali vanno inclusi, ai sensi dell'art. 6 del d.P.R. n. 917 del 1986, "anche i redditi del socio accomandante di società in accomandita semplice". 2. - Secondo il rimettente la disposizione censurata, "assoggettando dunque alla contribuzione previdenziale anche i redditi di società di persone", come società in nome collettivo e società in accomandita semplice, e non potendosi interpretare nel senso di escludere tali redditi dall'ammontare del contributo percentuale annuo, si pone in contrasto con gli artt. 3, 38, secondo comma, e 53 della Costituzione. La norma verrebbe, infatti, a determinare una ingiustificata discriminazione tra socio accomandante di società semplice e socio di società di capitali, "in quanto soltanto il reddito societario del primo è sottoposto a contribuzione INPS, e ciò benché vi sia sostanziale identità di natura tra le due tipologie di reddito (e quindi identità di posizione, sotto il profilo che interessa, tra le due categorie di soci), nel senso che entrambe si determinano senza il concorso di alcuna attività lavorativa, ma in conseguenza della sottoscrizione di quote di capitale sociale con versamento degli importi corrispondenti e a seguito della formazione degli utili". Quanto all'art. 38, secondo comma, della Costituzione, il rimettente sostiene che tale disposizione, nel prevedere il diritto al trattamento pensionistico per i lavoratori, "esclude che al sistema contributivo previdenziale possa concorrere un reddito non da lavoro"; sicché, non si comprende "a quale titolo un reddito non ricollegabile ad una prestazione lavorativa, come quello appunto di socio accomandante di una società in accomandita semplice, debba contribuire al sistema pensionistico". Ad avviso del giudice a quo, la norma denunciata "mal pare accordarsi", inoltre, "con l'art. 53 della Costituzione che sancisce il principio della capacità contributiva complessiva ai soli fini fiscali e non anche contributivo-previdenziali", sicché, se ai fini fiscali, "è corretto ritenere qualunque reddito oggetto di tassazione", ai fini previdenziali "soltanto i redditi da lavoro possono costituire oggetto di prelievo contributivo". Secondo l'ordinanza l'art. 3-bis censurato non si sottrae, infine, a dubbi di "manifesta irragionevolezza", giacché, "al solo malcelato scopo di ampliare la base contributiva, assoggetta a contribuzione quello che nella sostanza, al di là della qualificazione formale operata dall'art. 6, terzo comma, del d.P.R. n. 917 del 1986 a soli fini fiscali, è un mero reddito da capitale". 3. - Si è costituito il ricorrente nel giudizio a quo per sentir "dichiarare l'incostituzionalità dell'interpretazione attribuita dall'INPS" alla disposizione denunciata, ovvero per sentir dichiarare l'illegittimità costituzionale della medesima disposizione, in ragione degli stessi profili di censura argomentati dal rimettente. 4. - Si è costituito anche l'INPS, concludendo per l'inammissibilità o l'infondatezza della questione. Ad avviso della difesa dell'Ente previdenziale, la censura di violazione dell'art. 3 della Costituzione sarebbe "inammissibile per errata individuazione del tertium comparationis", a causa della sostanziale differenza tra i redditi (ed il relativo regime fiscale) del socio di società di persone e quelli del socio di società di capitali, tale da non consentire di porre in relazione "i due trattamenti" ai fini del giudizio di legittimità costituzionale. Quanto, poi, all'art. 38, secondo comma, della Costituzione, l'INPS nega che tale norma ponga "limiti al legislatore nella individuazione delle basi imponibili contributive", il cui gettito vale a finanziare la spesa pensionistica. Nel sostenere, inoltre, che la sollevata questione involge un vaglio sulla discrezionalità legislativa che non può essere rimesso alla Corte costituzionale, la parte osserva, quanto alla censura di violazione dell'art. 53 della Costituzione, che il principio della capacità contributiva, ammesso che sia "invocabile in materia contributivo-previdenziale", postula un "sacrificio in assenza di corrispettività e divisibilità dei servizi sociali approntati dallo Stato; mentre nella fattispecie, all'aumento del montante contributivo" fa riscontro "un miglior trattamento economico previdenziale futuro". 5. - È intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, il quale ha concluso per la manifesta infondatezza della questione.