[pronunce]

Parimenti richiamabile, secondo la difesa della Camera, sarebbe l'interpellanza n. 2/252 del 21 ottobre 1996, sottoscritta dal deputato Mancuso, con cui si sono ipotizzate «irregolarità e illegalità compiute dalla procura della Repubblica di Palermo», in ragione della supposta violazione del segreto d'ufficio e dell'inserimento agli atti di un procedimento penale di dichiarazioni «non rilevanti ai fini penali», con l'ipotetico obiettivo, da parte della Procura di Palermo, di «lanciare sospetti infamanti nei confronti di parlamentari della Repubblica e di un movimento politico». La Camera invoca, altresì, numerosi atti parlamentari successivi alle dichiarazioni ritenute insindacabili, affermando che essi possano essere ugualmente utilizzati per la verifica del nesso funzionale, a prescindere da tale circostanza cronologica e dal fatto che parte di essi non provenga direttamente dal deputato Mancuso, che ne ha sottoscritti solo alcuni. Tali atti conterrebbero «dure critiche nei confronti della Procura di Palermo» e sarebbero perciò in corrispondenza funzionale con le dichiarazioni giudicate insindacabili. 4. – Nell'imminenza dell'udienza pubblica, la Camera dei deputati ha depositato memoria, insistendo affinché il ricorso sia dichiarato in rito improcedibile o inammissibile, o comunque infondato nel merito, e ribadendo a sostegno di tali conclusioni le argomentazioni precedentemente svolte.1. – Il giudice per l'udienza preliminare del Tribunale di Roma nega che spetti alla Camera dei deputati deliberare, nella seduta del 6 marzo 2001 (documento IV-quater, n. 179), che i fatti per i quali era in corso il procedimento penale nei confronti del deputato Filippo Mancuso, al quale era stato contestato il reato di diffamazione aggravata a mezzo stampa in danno del dott. Giancarlo Caselli, Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Palermo, riguardavano opinioni espresse da un membro del Parlamento nell'esercizio delle funzioni parlamentari e pertanto insindacabili ai sensi del primo comma dell'art. 68 della Costituzione. In particolare, era contestato al deputato Mancuso di avere offeso la reputazione del dott. Caselli dichiarando, in un'intervista radiofonica concessa il 31 luglio 1997, che tra quest'ultimo e il pluripregiudicato Giovanni Brusca non vi sarebbero state “differenze”, e che «parte della magistratura di Palermo è criminale», sicché molte inchieste ivi svolte sarebbero «condotte da criminali vestiti da giudici, oltre che dissennati». Il giudice ricorrente ritiene insussistenti i presupposti dell'insindacabilità di cui all'art. 68, primo comma, della Costituzione, mancando il nesso funzionale con alcun atto parlamentare del deputato Mancuso avente ad oggetto i fatti di cui alle dichiarazioni oggetto del giudizio. 2. – Deve, preliminarmente, essere ribadita l'ammissibilità del conflitto, sussistendone i presupposti soggettivi ed oggettivi, come già ritenuto da questa Corte nell'ordinanza n. 154 del 2003. 3. – Nel merito, il ricorso è fondato. Spetta a questa Corte valutare se le dichiarazioni rese dal deputato Mancuso, di cui la Camera dei deputati ha dichiarato l'insindacabilità ai sensi dell'art. 68, primo comma, della Costituzione, siano legate da nesso funzionale con le attività svolte dall'interessato nella sua qualità di membro della Camera, ed in particolare se esse siano «sostanzialmente riproduttive di un'opinione espressa in sede parlamentare» (v., tra le molte, le sentenze n. 28 del 2005 e numeri 11 e 10 del 2000). In tale indagine, non assumono rilievo né gli atti attribuibili ad altri parlamentari (v. sentenze numeri 193, 164 e 146 del 2005 e n. 347 del 2004), né quelli posti in essere dal deputato Mancuso in data posteriore alle dichiarazioni oggetto del presente giudizio (sentenze numeri 223, 164, 146 e 28 del 2005; numeri 347 e 246 del 2004; n. 521 del 2002 e n. 289 del 1998). Pertanto, la verifica circa la sostanziale identità di contenuti tra attività parlamentare e dichiarazioni oggetto di declaratoria di insindacabilità deve essere circoscritta ai soli atti parlamentari che verranno presi in considerazione. Va, infatti, ribadito – nonostante le contrarie deduzioni della difesa della Camera circa l'invocabilità di atti posteriori alle dichiarazioni, ovvero formulate da altri membri delle Camere – che, in linea di principio, il “contesto politico” o comunque l'inerenza a temi di rilievo generale dibattuti in Parlamento, entro cui tali dichiarazioni si possano collocare, non vale in sé a connotarle quali espressive della funzione. Infatti, ove esse, non costituendo la sostanziale riproduzione delle specifiche opinioni manifestate dal parlamentare nell'esercizio delle proprie attribuzioni, non siano il riflesso del peculiare contributo che ciascun deputato e ciascun senatore apporta alla vita parlamentare mediante le proprie opinioni e i propri voti (come tale coperto, a garanzia delle prerogative delle Camere, dall'insindacabilità), esse sono una ulteriore e diversa articolazione di siffatto contributo, elaborata ed offerta alla pubblica opinione nell'esercizio della libera manifestazione del pensiero assicurata a tutti dalla Costituzione. In applicazione di tale premessa, questa Corte non può, anzitutto, che escludere la ricorrenza di qualsivoglia nesso funzionale tra dichiarazioni intese a caratterizzare il complessivo operato della Procura della Repubblica di Palermo, ed in particolare del suo Procuratore, in termini espressivi di modalità “criminali” e di stampo mafioso, ed atti parlamentari riferibili al deputato Mancuso, con cui sono poste in luce vicende asseritamente significative, per usare l'espressione della Camera, della «perdurante polemica […] tra potere legislativo e potere giudiziario», attribuibili ad altro ufficio giudiziario, ossia alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Milano (interrogazione del 24 luglio 1997; interrogazione del 21 novembre 1996; interrogazione del 7 novembre 1996). In secondo luogo, l'interrogazione del 16 ottobre 1996 si limita a segnalare pretesi abusi nel ricorso alle intercettazioni telefoniche da parte di numerose Procure della Repubblica, tra cui quella di Palermo, mentre l'interpellanza del 21 ottobre 1996 sollecita un'ispezione ministeriale presso la Procura di Palermo, con riguardo ad uno specifico episodio di pretesa violazione del segreto d'ufficio; si tratta di atti che non investono in termini generali la conduzione della Procura palermitana, ma isolano peculiari fattispecie ritenute degne di indagine, la cui eventuale sussistenza in nessun modo potrebbe condurre alla affermazione che il Procuratore della Repubblica sia un criminale, dedito intenzionalmente a violare la legge con metodo mafioso, nel corso della propria attività di indagine.