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Tuttavia questo scambio, seppur giustificato sul piano demografico, risulta iniquo sul piano sociale, se applicato indiscriminatamente, cioè senza prendere in considerazione le diseguaglianze professionali nella salute e il loro impatto sulla speranza di vita delle diverse categorie professionali. Ulteriore grave criticità concerne il fatto che, per accedere al beneficio pensionistico, occorre aver raggiunto almeno 7 anni di lavoro usurante negli ultimi 10 e, dal 2018, addirittura metà degli anni di lavoro svolto. Questo requisito è uguale per tutte le mansioni inserite nella tabella. Una siffatta previsione, omologante e qualunquista, non trova nessuna plausibilità scientifica. Inoltre, il requisito di aver svolto un lavoro usurante per «metà della vita lavorativa», previsto a regime, risulta comunque troppo lungo per determinate attività, e pare anch'esso trovare la sua unica giustificazione nella mera sostenibilità economica. Infine la normativa attualmente in vigore, per come è strutturata, non tiene conto del fatto che l'usura in campo lavorativo non è un dato esattamente e facilmente quantificabile, ma per sua natura in continuo divenire. Si tratta infatti di un concetto proprio della scienza medica soggetto a ridefinizione continua sotto il profilo fisio-patologico, anche a causa dei cambiamenti tecnologici della struttura produttiva stessa. Questo è il motivo per cui è opportuno che la tabella contenente le mansioni usuranti sia costantemente monitorata, aggiornata e rivista. Nel tempo alcune mansioni potrebbero uscirne, altre invece potrebbero esservi inserite. La delega al Governo contenuta nel presente disegno di legge ha per oggetto la revisione della disciplina pensionistica dei soggetti che svolgono lavori usuranti, secondo principi e criteri che vanno nella direzione di superare le criticità sopra evidenziate. Alla lettera a) del comma 1 dell'articolo 1, si incide sulla prima criticità descritta, vale a dire la non esaustività dell'elenco delle mansioni usuranti oggi in vigore, delegando il Governo a riformulare l'elenco dei lavori usuranti, estendendolo a determinate mansioni non previste dalla normativa vigente, in particolare i conducenti di veicoli pesanti adibiti al trasporto di merci di lunga percorrenza, gli esposti nelle diverse categorie professionali a cancerogeni, i medici-chirurghi esposti a radiazioni ionizzanti, obbligati peraltro all'uso di dispositivi di protezione individuale (OPI) come camici di piombo che peggiorano il rischio ergonomico-biomeccanico annesso all'assunzione di posture incongrue e protratte, gli addetti con diverse mansioni al settore edile. Nel caso degli autisti, infatti, il riferimento alla «capienza complessiva non inferiore ai nove posti compreso il conducente» del veicolo guidato, previsto dalla normativa vigente, appare restrittivo. È dunque opportuna la dicitura -- più ampia -- di «conducenti di veicoli pesanti adibiti a trasporto di persone o merci di lunga percorrenza». In tal modo, si supera peraltro una problematica evidente, ossia il fatto che con la disciplina attuale restano esclusi gli autisti di mezzi di trasporto privato, che esercitano tale attività in forma autonoma. Peraltro i conduttori di mezzi di trasporto sono una categoria caratterizzata da molti eccessi di morbosità in particolare con riferimento a patologie dismetaboliche croniche nonché ad infortuni verso se stessi e verso terzi. Ripensare i limiti di idoneità al lavoro in queste categorie trova giustificazione anche in una prevenzione volta a ridurre gli incidenti stradali che tanto impattano in termini di sanità pubblica. Con riferimento ai chirurghi, tale categoria è esposta a una combinazione di fattori di rischio che producono effetti tra loro additivi e moltiplicativi, come le radiazioni ionizzanti, il rischio chimico, i fattori legati alla disergonomia tra cui biomeccanici, stress lavoro-correlato, lavoro notturno, biologico. Essi inoltre assai spesso sono tenuti ad indossare camici in piombo in dotazione al personale radio-esposto, e sono soggetti ad ulteriori fattori di rischio biomeccanico, quali ad esempio la postura eretta prolungata. Quanto ai lavoratori del settore edile e affini, tale categoria si caratterizza per l'alto rischio infortunistico, l'elevata prevalenza di malattie professionali, un elevato tasso di mortalità in generale e per svariate neoplasie. Inoltre il lavoratore edile è esposto ad agenti fisici (rumore, vibrazioni, raggi solari, microclima sfavorevole, temperature severe), biologici (tetano, leptospira), chimici (polveri, fibre, solventi) e cancerogeni. Rilevanti sono inoltre la movimentazione manuale dei carichi, i movimenti ripetitivi e le attività svolte in posture incongrue. In uno studio di settore, pubblicato nel 2011 dall'OSHA-UE (Agenzia europea per la sicurezza e la salute sul lavoro) sul sito https://osha.europa.eu/en/sector/construction/, riguardante i lavori usuranti, spicca il dato legato al settore edile in Europa, che detiene uno dei peggiori record in materia di salute e sicurezza sul lavoro. Tra il 2003 e il 2011 inoltre, la SIMLII (Società italiana della medicina del lavoro e igiene industriale) ha svolto uno studio, nell'ambito del progetto «Tutela della salute nei cantieri edili» (nato da una collaborazione tra la scuola edile CPT di Bergamo e l'Unità di medicina del lavoro degli Ospedali Riuniti di Bergamo, promossa dall'allora Dipartimento di prevenzione provinciale dell'ASL di Bergamo), che ha visto sottoposti a sorveglianza sanitaria un campione di 2069 lavoratori edili. Al termine dello studio, sono state diagnosticate 291 malattie professionali (14,06 per cento) in 251 lavoratori (12,13 per cento del campione). I risultati riportano sordità e malattie muscolo scheletriche come prevalenti, seguite da dermatiti e malattie da strumenti vibranti. I lavoratori più anziani sarebbero quelli maggiormente esposti al rischio: dallo studio emerge infatti che tra gli edili è affetto da malattia professionale il 17 per cento dei lavoratori fra i 40 e 50 anni e il 41 per cento sopra i 50 anni. La lettera b) del comma 1 dello stesso articolo 1 prevede l'introduzione di un requisito anagrafico ridotto da uno a dieci anni, in misura proporzionale al tipo e al periodo di attività usurante svolto. Alla lettera c) si prevede che i lavoratori che rientrano nelle categorie indicate nella tabella debbano aver svolto un periodo lavorativo minimo, individuato in base al tipo e alle specificità di rischio delle attività e delle mansioni svolte, in modo da garantire il carattere della proporzionalità circa i requisiti di accesso ai benefici pensionistici, tenendo conto delle peculiarità di ciascuna attività. In particolare, a ciascuna categoria, è previsto venga assegnato un punteggio, dato dal prodotto tra gli anni di lavoro e il coefficiente usurante associato alla mansione svolta, come valutato e quantificato da apposita commissione tecnico-scientifica. La lettera d) riguarda il processo accertativo dei requisiti per l'accesso al beneficio pensionistico. Le lettere e) e f) prevedono le sanzioni. La lettera g) disciplina le eventuali controversie in merito all'accertamento dello svolgimento di mansioni usuranti.