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Credo che quei 180 miliardi fossero il nostro piano Marshall e mi permetto di dire una cosa al senatore che mi ha preceduto. Mi si permetterà di dire che una Nazione alquanto bizzarra non può non considerare questa cosa, così come - e non ha finito l'intervento, secondo me, dicendo che durante la pandemia c'era chi gestiva quei 180 miliardi - non può non considerare il fatto che eravamo semplici comparse - lo ricordo - mentre gli attori di quel piano erano altri e non potevamo fare altro che cercare di rimettere la barca sulla sua rotta. Signor Presidente, ho tanti difetti, ma la sincerità e l'onestà, almeno per quanto mi riguarda, credo sia fondamentale trasmetterle ai nostri figli. Ho quindi preso a cuore il lavoro sul recovery fund dal primo giorno, affrontando ogni dibattito con la massima serietà e disponibilità al dialogo e al confronto. L'ho fatto senza interessi di bottega, mentre ero in minoranza mesi fa, quando è iniziato tutto il percorso, ho continuato sino ad oggi a lavorare con la stessa tenacia e testardaggine. A differenza di quei 180 miliardi di euro buttati all'italiana, vorrei che queste altre risorse fossero spese con criterio e in modo corretto; lo dobbiamo a tutti quelli che hanno sofferto e che stanno soffrendo per questa pandemia, che mi sembra non finire più. La politica, si sa, è l'arte di mediare e cambiare le cose, e lo fa sempre a modo suo; talvolta anche io faccio fatica a capire come ci riesca. Tuttavia, per la politica è sempre difficile cambiare le persone come me: è una sorta di odio-amore. Sono stato il primo a denunciare in Commissione lo scarso, se non nullo, coinvolgimento del Parlamento. Sono stato il primo ad alzare i toni sulla scarsa capacità del Parlamento di entrare nel merito del Piano. E ricordo ancora quei sorrisetti infastiditi degli ex Ministri alle mie parole e parlo non della preistoria, ma solo di qualche mese fa. Sono stato il primo a dire che il Piano doveva essere centrato non sul Mezzogiorno, ma sull'Italia intera, perché la pandemia ha colpito a morte iniziando la sua discesa proprio dalla mia terra e poi successivamente ha affamato tutto il Paese. Non dimentichiamolo mai questo. Non è più il momento delle divisioni: è il momento di far ripartire insieme il nostro Paese. Lei non sa e nemmeno immagina quanto mi sarebbe piaciuto essere qui oggi con un quadro di impegni e di investimenti chiaro, da votare con orgoglio, da far vedere alla Nazione. Quanto mi sarebbe piaciuto avere tra le mani un piano di investimenti che dicesse nero su bianco agli italiani, all'Italia intera, dalla Valle d'Aosta alla Sicilia, quali sono i progetti, dove si sviluppano, quali per il Centro, quali per il Nord, quali per il Sud; quali saranno le ricadute economiche; quali saranno le analisi costi-benefici; come affronteremo le condizionalità. Oggi non abbiamo da presentare e da condividere tutto questo. Abbiamo audito quasi 300 persone, associazioni, Ministri, professori, comitati. Non ci siamo risparmiati su niente e di questo ringrazio il presidente Stefano, tutta la Commissione e le forze politiche che hanno partecipato, in un momento difficilissimo per tutti, fatto di zone rosse, di riunioni in presenza e a distanza. Io vorrei dare il mio contributo a questo Piano. È un mio dovere politico, civico e morale. Non voglio e non posso tirarmi indietro, perché non credo sia giusto. La politica deve responsabilizzarsi e alle volte fare scelte difficili. Oggi per me è una di quelle giornate fatte di scelte difficili: mi dovrò esprimere e dovrò indirizzare le mie decisioni sulla fiducia a un Piano di investimenti che, per un massimo di quasi 200 miliardi, verrà redatto da uffici tecnici; in sostanza, sarà quasi totalmente rifatto dai Ministeri; non sarà elaborato - come si vuol far credere - da questo Parlamento, che non lo ha nemmeno visto e non lo vedrà fino all'ultimo giorno utile prima di andare a Bruxelles per essere presentato, ma che responsabilmente se ne sta prendendo di fatto la paternità. Mi farebbe male, signor Presidente, scoprire un giorno che i nostri figli siano messi in condizione di pagare la scelta strategica che ha fatto un tecnico, perché quel benedetto tempo di lavorare in modo diverso purtroppo non c'era e non c'è mai. Capisco, dall'altra parte, le difficoltà del nuovo Governo ad affrontare in trenta giorni un lavoro che, come minimo, doveva durare otto o nove mesi. Capisco e vedo un lavoro, il precedente recovery plan, totalmente sbagliato, partito sul nascere in modo sbagliato, sottovalutato e lasciato inevitabilmente in mano a burocrati che stanno cercando di riscriverlo. Io sono moralmente costretto a votare la proposta di risoluzione di maggioranza proprio per il discorso di responsabilità che ho fatto prima, ma non posso permettere che il Paese perda anche un solo centesimo di quel Piano di investimenti. Spero solo che quegli uffici abbiano lavorato e lavorino in questi ultimi trenta giorni con la stessa tenacia e volontà che ci ho messo io e ci ha messo la Commissione. Abbiamo consegnato 73 pagine di relazione congiunta, più allegati e dettagliate relazioni delle Commissioni. Si tratta di una mole di lavoro gigantesca ; auspico che il Governo ne faccia buon uso e tenga conto delle segnalazioni che abbiamo fatto pervenire. Avviandomi alla conclusione, come diceva sant'Agostino, signor Presidente, la speranza ha due bellissimi figli, lo sdegno e il coraggio: lo sdegno per la realtà delle cose e il coraggio per cambiarle (Applausi) . PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Stabile. Ne ha facoltà. STABILE (FIBP-UDC) . Signor Presidente, vorrei portare all'attenzione di quest'Assemblea alcuni aspetti nell'ambito del tema della sanità. Abbiamo parlato di potenziamento della rete ospedaliera. Ricordo che in Italia, in seguito ai tagli degli ultimi decenni, abbiamo adesso 3,1 posti letto ogni 1.000 abitanti, mentre - secondo i dati dell'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico del 2018 - tra i Paesi vicini la Francia ne ha 5,9 e la Germania ne ha 8, e quindi più del doppio rispetto ai nostri. La pandemia, oltre ad aver evidenziato le gravi criticità della nostra medicina territoriale, ha anche letteralmente travolto - e sta continuando a farlo - i nostri ospedali. Tuttavia, avendo passato tutta la mia vita lavorativa a fare il medico in ospedale, già negli anni precedenti, ogni inverno - lo dico anche per esperienza, e c'è la testimonianza dei nostri colleghi - gli ospedali erano travolti dalle epidemie influenzali: non si trovava più un posto letto e, quindi, si avevano lunghe attese ai pronto soccorso, malati in barella, nei corridoi, negli atri, in ogni spazio disponibile. Chiedo pertanto che si esamini anche il numero di posti letto, ovvero si valuti una revisione del decreto ministeriale n. 70 del 2015 che stabilisce gli standard per quanto riguarda - se n'è parlato - non solo le terapie intensive, ma anche le degenze ordinarie e le semi-intensive, che hanno un certo grado di flessibilità e sono molto poco rappresentate in Italia, ma per far fronte a eventuali pandemie possono essere molto importanti. Oltre alle strutture, bisogna calcolare il personale.