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Sleale perché la stessa tipologia dei disordini e le morti che sono purtroppo avvenute in queste circostanze, alcune delle quali ormai acclarate e collegate a un uso di metadone e di sostanze stupefacenti assunte negli assalti alle infermerie e alle strutture sanitarie, ci confermano ancora una volta che c'è una spirale tra l'approvvigionamento delle sostanze stupefacenti, i colloqui con i familiari, la permanenza in carcere e il sovraffollamento. Tutto questo si tiene assieme in un unico circuito perverso, che rende le carceri molto spesso aree di produzione di nuove emarginazioni. Pensate alle persone che hanno sbagliato, che hanno magari gravemente sbagliato e vorrebbero semplicemente riprendere un percorso di reinserimento nella società, come la nostra Costituzione assicura loro. Queste situazioni vengono da lontano. In questi giorni ci sono state delle proteste. Colleghi, qui dobbiamo intenderci su un punto; ho delle idee forse sbagliate, ma chiare: secondo me siamo in una guerra mondiale. Questa è la terza guerra mondiale che la nostra generazione è impegnata a vivere. Non è qualcosa di minore, ma è destinato a cambiare le nostre abitudini assai di più che l'11 settembre. Ricordo, da presidente della Camera dei deputati di allora, come abbiamo vissuto l'11 settembre e che cosa ci ha obbligato a fare. Certo, ci ha obbligato a cambiare alcuni nostri comportamenti. Probabilmente da allora, quando andiamo negli aeroporti, i controlli sono più stringenti, ma è nulla rispetto a quello che sta accadendo oggi, che mina anche i nuclei familiari e mette le persone nelle condizioni di non potersi vedere per paura dei contagi. Davanti a questo scenario da guerra mondiale, il Ministro ci è venuto a riferire di disordini che sono stati organizzati. Infatti è impossibile che potessero scoppiare contemporaneamente sull'intero territorio nazionale e hanno diviso la popolazione carceraria tra le persone perbene, che avevano l'autentica preoccupazione in ordine al coronavirus e hanno fatto proteste civili, finalizzate a colloqui con i dirigenti dei carceri (questi carcerati non vanno abbandonati, perché si sono comportati con rispetto verso la legalità e le istituzioni dello Stato), e gli altri, che sono come quei sabotatori che durante le guerre mondiali agivano non contro il nemico, ma all'interno delle linee amiche. Questi personaggi, queste violenze organizzate e questi criminali devono avere dallo Stato la risposta di una tolleranza zero: non è possibile parlare di atti di clemenza o di alleggerimento della pena davanti a questi facinorosi, che devono avere una sola risposta dallo Stato: quella della fermezza nel far rispettare le regole. Colleghi, stiamo attenti: questa è l'avvisaglia di quello che rischiamo di veder accadere tra qualche giorno in altri settori del nostro Stato, se la risposta non sarà ferma e decisa. Non siamo uno stato dittatoriale e non vogliamo che il coronavirus trasformi l'Italia in uno stato dittatoriale, perché amiamo la democrazia e perché questi banchi sono le espressioni di una vita democratica. Anche i nostri contrasti, anche quelli che abbiamo avuto con lei, signor Ministro, sulla prescrizione, sono figli di una vita democratica che vogliamo rispettare. Però, colleghi, la vita democratica in momenti di emergenza come questi, mentre i nostri vecchi rischiano di non avere la possibilità di essere curati negli ospedali, va alimentata non solo con la comprensione, ma anche con l'inflessibilità nel rispetto della legge. Allora, signor Ministro, mi sento confortato dalle sue parole e ancor più mi sento confortato dai suoi comportamenti nei prossimi giorni, perché credo che su questa frontiera delle carceri, purtroppo, rischiamo di giocarci in questi momenti qualcosa che nelle prossime ore - Dio non voglia - potremmo doverci giocare in altri ambiti. Lo Stato ci deve essere, perché se potremo superare il coronavirus, lo dovremo certamente all'intelligenza dei cittadini, ai comportamenti che cambiano della gente, ma anche al fatto che lo Stato ci sia e faccia rispettare le regole. (Applausi dai Gruppi Aut (SVP-PATT, UV), PD e IV-PSI e dei senatori Laforgia e Lonardo). PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Faraone. Ne ha facoltà. FARAONE (IV-PSI) . Signor Presidente, partiamo dall'assunto che la violenza non è accettabile e non si fanno trattative con chi devasta le strutture carcerarie, con chi evade, con chi crea disordini o colpisce gli agenti di polizia penitenziaria, a cui va tutta la nostra solidarietà e il ringraziamento per il lavoro che hanno svolto e stanno svolgendo, devo dire, in pochissimi rispetto alla popolazione carceraria. Con coloro che hanno generato tale violenza non si può aprire alcun tipo di trattativa. Però, caro Ministro, non è accettabile nemmeno l'incompetenza, oltre che la violenza. Il capo del DAP ha gravissime responsabilità in questa vicenda ed è bene che vada a casa perché non si può far finta che nulla sia accaduto. La tempesta perfetta di un'Italia zona rossa sanitaria ed economica, a cui si somma lo tsunami che arriva dalle carceri - l'emergenza nell'emergenza - è qualcosa che non possiamo permetterci. In quelle carceri così affollate c'è lo specchio di quelle politiche giustizialiste che tante volte abbiamo contestato. In questi anni, attraverso politiche sbagliate, si è reso più facile l'ingresso in carcere; sono state rese più lunghe le condanne ed è stato reso più difficile uscire dal carcere, con un'idea perversa che si è incuneata nella nostra democrazia, e cioè che quanta più gente c'è in galera tanto più il nostro sistema di giustizia e di sicurezza funziona. È l'esatto contrario, signor Ministro: rieducare, dice la nostra Costituzione, e invece noi ci esaltiamo quando riusciamo a dire e a gridare di mettere sotto chiave, di punire. Sessantamila persone l'una sull'altra in quelle celle; persone costrette in condizioni pietose, tra l'altro con una previsione di crescita della popolazione carceraria che arriverà nei prossimi anni a 70.000 unità, in una condizione per cui, al contrario, le strutture carcerarie cresceranno in numero e in dimensioni in maniera inversamente proporzionale a quanta gente andrà in carcere. Tutto questo, tra l'altro, quando l'indice di delinquenza - per fortuna, grazie alle Forze dell'ordine e grazie alle azioni messe in campo in questi anni - sta calando. Non c'è più la lotta armata in questo Paese e la mafia ha abbassato il livello della sua violenza; quindi, aumenta la presenza di detenuti nelle nostre carceri in un contesto in cui, invece, il nostro Paese ha dimostrato di saper mettere in campo condizioni di sicurezza adeguate. Naturalmente, condivido quanto detto dal presidente Casini, ovvero che non si può imputare a lei, signor Ministro, la condizione delle carceri in questo momento, però sicuramente mi chiedo come si faccia a non comprendere - da parte di chi dirige le carceri in Italia - che in questa situazione così drammatica basta pochissimo per scatenare il caos.