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considerato che: la trasmissione di RAI Tre "Report" ha condotto un'inchiesta sull'olio, dalla quale emerge che il semplice fatto che l'olio sia imbottigliato in Italia fa lievitare il prezzo di circa due volte. Il meccanismo fa gola soprattutto alle multinazionali dell'olio. "Carapelli Firenze", per esempio, oggi non ha nulla a che fare con la Toscana. Risalendo la catena di proprietà si passa per una holding olandese controllata da una società lussemburghese, a sua volta detenuta da un fondo d'investimento schermato nell'isola di Jersey, canale della Manica. Lo stesso fondo controlla anche la multinazionale dell'olio "Deoleo" con sede in Spagna. Un documento riservato dell'Agenzia delle Dogane, mostrato da "Report", ha illustrato come il gruppo "Deoleo" acquisti olio in Spagna e lo rivenda a sé stesso in Italia per imbottigliarlo come "Carapelli Firenze" o con gli altri marchi di sua proprietà: "Bertolli" e "Olio Sasso"; secondo "Report", molti produttori italiani hanno la potenza di un marchio, lo riempiono con l'olio di altri, perché non sono in grado di produrne abbastanza. In Spagna l'olio costa meno. Lì si compra l'olio vergine, si paga una parte e poi l'azienda italiana fa scrivere in fattura agli spagnoli che hanno venduto olio extravergine d'oliva; considerato, inoltre, che: l'olio lampante si ottiene spremendo olive marce o mal conservate, ha un elevato livello di acidità ed e? sgradevole al gusto e all'odore. È l'olio di peggiore qualità; Josè Luis, direttore Frantoio S.C.A. San Juan in Andalusia, ha dichiarato a "Report": «Gli italiani comprano quello lampante, o al massimo il vergine»; Luca Veglia, dirigente dell'Ispettorato tutela qualità e repressione frodi, ha dichiarato a "Report": «L'olio lampante viene ripulito attraverso un passaggio in raffineria che toglie i difetti a questo olio. Viene addizionato poi di una parte, più o meno consistente, di un olio buono, di un vero extravergine di oliva, e come e? emerso anche dalle nostre indagini, ci si può fare l'olio extra vergine. Una frode, insomma. Il vantaggio e? che guadagna, su un'autobotte questi, su 300 quintali di olio, a comprare l'olio italiano, a comprare queste schifezze, ci guadagni 100 mila euro ad autobotte»; il flusso di olio contraffatto dalla Spagna e? talmente alto che gli investigatori che indagano sulla vicenda parlano di associazione per delinquere. Migliaia di tonnellate di olio di bassa qualità acquistate in Spagna vengono spacciate per olio italiano, o per extravergine e rivenduto ai frantoi che lo imbottigliano. E negli ultimi anni sono aumentate le ditte italiane che scelgono di imbottigliare olio direttamente in Spagna o in Tunisia; considerato, infine, che secondo i dati ISTAT, dai prodotti controllati in tutta Italia e? emerso che il 13 per cento non sarebbe a norma, si chiede di sapere: se il Ministro in indirizzo sia a conoscenza di quanto riportato in premessa; se, per tutelare i marchi italiani onesti, non intenda introdurre la tracciabilità nelle etichette dell'olio, indicando esattamente il Paese di provenienza dell'olio, la quantità che viene messa nella bottiglia anche di prodotto italiano, il nome dell'oleificio e la località dove viene coltivata l'oliva; se non intenda intervenire a livello comunitario per stabilire regole di coltivazione e di raccolta dell'oliva e di produzione dell'olio uguali per tutti i Paesi. Atto n. 4-05925 GASPARRI Ai Ministri del lavoro e delle politiche sociali e dello sviluppo economico Premesso che: da autorevoli organi di stampa si apprende che il Garante per la protezione dei dati personali avrebbe multato con 2,5 milioni di euro la società "Deliveroo" per aver trattato in modo illecito i dati dei circa 8.000 rider ; non è la prima volta che la società Deliveroo viene coinvolta in provvedimenti e polemiche relativamente alla gestione dei propri collaboratori, i cosiddetti rider ; la società si sarebbe giustificata sostenendo di aver adottato misure correttive nell'utilizzo dei dati sensibili, si chiede di sapere se i Ministri in indirizzo siano a conoscenza della vicenda esposta e quali iniziative intendano intraprendere per tutelare ulteriormente la categoria dei rider che troppo spesso denuncia lo sfruttamento lavorativo e in casi come quello citato subisce la violazione dei propri diritti di privacy . Atto n. 4-05926 PIARULLI CROATTI FERRARA TRENTACOSTE Al Ministro dell'istruzione Premesso che: la sentenza del Tribunale di Roma n. 2823 del 22 marzo 2019 ha sancito il principio secondo cui l'abilitazione all'insegnamento è una mera procedura di reclutamento non prevista dalla normativa dell'Unione europea e il titolo di laurea, unitamente ai 24 crediti formativi universitari (CFU), rappresenta il nuovo titolo di "abilitazione"; una sentenza, che richiamandosi alla normativa comunitaria, evidenzia l'irrilevanza del concetto di abilitazione all'insegnamento; considerato che: nel caso di specie, la ricorrente agiva in giudizio chiedendo, previa disapplicazione del decreto ministeriale n. 374 del 1° giugno 2017, art. 2, lettera a) e dei successivi decreti ministeriali e direttoriali conseguenti, connessi e consequenziali, in quanto illegittimi, di accertare e dichiarare che la stessa fosse in possesso di un titolo abilitante all'insegnamento costituito dal diploma di laurea e dai 24 CFU e di ordinare al Ministero convenuto di inserire la ricorrente nella seconda fascia (II fascia) delle graduatorie di istituto del personale docente per la classe di concorso di riferimento, ovvero per quelle ritenute accessibili in corso di causa, nella posizione secondo il punteggio spettante e maturato, come per legge; la ricorrente, evidenzia il Tribunale di Roma, può partecipare alla fase transitoria del concorso riservato agli abilitati, ma non può accedere alle graduatorie di seconda fasci, pur riservate ai docenti abilitati: ciò viene a configurare una disparità di trattamento e una negazione all'accesso al pubblico impiego, in violazione degli articoli 3 e 97 della Costituzione; questa interpretazione "costituzionalmente orientata", è comunque sostanzialmente imposta, o comunque fortemente consigliata, dalla normativa europea che non prevede alcun titolo abilitativo per insegnare. Il giudice deve quindi cercare una soluzione interpretativa in senso conforme a questa "cornice sovranazionale", dovendo altrimenti rimettere gli atti alla Corte Costituzionale. Soluzione che, come si è visto, appare senz'altro possibile nel caso di specie. (?) "la ricorrente è in possesso di un titolo abilitante all'insegnamento costituito dal diploma di laurea e dai 24 cfu" ("orizzontescuola", 26 febbraio 2020); le procedure cosiddette abilitative sono, in realtà, mere procedure amministrative di reclutamento che consentono di "programmare gli accessi";