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Proprio sulla questione della riparazione c'è un'altra questione aperta, in relazione all'articolo 30, paragrafo 2, che giustamente pone in capo allo Stato l'obbligo di risarcimento «se la riparazione del danno non è garantita da altre fonti, in particolare dall'autore del reato, da un'assicurazione o dai servizi medici e sociali». Su questo, infatti, il Governo precedente aveva manifestato l'intenzione di apporre una riserva, come del resto previsto dalla stessa Convenzione, visto che la previsione può essere considerata come una norma che richiede una copertura finanziaria. È una scelta su cui si avrà modo di riflettere. Il capitolo II contiene una serie di altri impegni che riguardano soprattutto il «metodo» -- per così dire -- l'approccio con cui gli Stati si impegnano ad affrontare il fenomeno. Qui si fa riferimento, tra l'altro, all'esigenza di coordinamento delle diverse politiche, al coinvolgimento delle organizzazioni non governative e della società civile, alla raccolta dei dati e così via. Ampio spazio viene dato, poi, al tema così detto della prevenzione, cui è dedicato il capitolo III, tema che richiederebbe una discussione a sé stante. Il cuore della prevenzione non può infatti essere l'aspetto propriamente giuridico, ma quello culturale, morale, psicologico, politico e così via. Il tema insomma allude a quelli che troppo superficialmente il dibattito sul tema chiama «stereotipi» e «pregiudizi». In realtà siamo di fronte a un fenomeno che ha radici ben più profonde, nelle modificazioni delle identità soggettive degli uomini e donne del nostro tempo e nella fragilità delle loro relazioni. Nella consapevolezza di questo, la Convenzione impegna le Parti non solo ad adottare le misure legislative per prevenire la violenza, ma anche alla promozione di campagne di sensibilizzazione e di programmi educativi che tengano conto di questi temi e di percorsi per la formazione di adeguate figure professionali. Altro punto fondamentale della Convenzione è la protezione delle vittime (capitolo IV). Particolare enfasi viene posta sulla necessità di creare meccanismi di collaborazione per un'azione coordinata tra tutti gli organismi, statali e non, che intervengono in materia (articolo 18). Per questo occorre potenziare le strutture atte all'accoglimento delle vittime e il personale preposto, che deve essere formato attraverso un'attività informativa adeguata la quale deve tenere conto anche del fatto che le vittime, nell'immediatezza dell'atto di violenza, non sono spesso nelle condizioni psico-fisiche idonee ad assumere decisioni pienamente informate. I servizi di supporto possono essere generali (ad esempio servizi sociali o sanitari offerti dalla pubblica amministrazione) oppure specializzati. Fra questi si prevede la creazione di case rifugio e quella di linee telefoniche di sostegno attive notte e giorno. Strutture ad hoc sono inoltre previste per l'accoglienza delle vittime di violenza sessuale. La Convenzione stabilisce poi l'obbligo per le Parti di adottare normative di adeguamento del proprio ordinamento interno sotto il profilo del diritto sostanziale e processuale, sia civile che penale. La Convenzione individua anche una serie di reati (tra cui la violenza psicologica, l'aborto forzato, le molestie sessuali, il matrimonio forzato), che gli Stati si impegnano a introdurre, qualora non siano già presenti, nel proprio ordinamento. Per i suddetti reati la Convenzione prevede l'obbligo delle Parti di adottare misure legislative o di altro tipo volte a garantire che le condotte tipiche delle varie fattispecie siano sottoposte a sanzioni penali o ad altre sanzioni legali. Le sanzioni devono essere «efficaci, proporzionali e dissuasive». La Convenzione torna in più punti sull'inaccettabilità di motivazioni fondate sulla «cultura, gli usi e costumi, la religione, le tradizioni o il cosiddetto 'onore'» a giustificazione delle violenze chiedendo tra l'altro alle Parti di introdurre le misure, legislative o di altro tipo, per garantire che nei procedimenti penali intentati per crimini rientranti nell'ambito della Convenzione, tali elementi non possano essere invocati come attenuante. A tale proposito ricordo come le disposizioni sul delitto d'onore e sul matrimonio riparatore sono state abrogate dal Parlamento Italiano con la legge 5 agosto 1981, n. 442. Persino dopo il referendum sul divorzio (1974), e dopo la riforma del diritto di famiglia (1975), l'articolo 587 del codice penale consentiva ancora, fino alla sua abrogazione, che fosse ridotta la pena per chi uccidesse la moglie, la figlia o la sorella al fine di difendere «l'onor suo o della famiglia». La circostanza prevista richiedeva che vi fosse uno stato d'ira, che veniva in pratica sempre presunto. Sia il delitto d'onore che il matrimonio riparatore erano infatti disciplinati dal codice Rocco, molto lontano dalla nuova, paritaria concezione della morale sessuale, della parità tra coniugi, dalla mentalità e sensibilità della società italiana. La violenza carnale era infatti considerata un reato contro la morale, e non contro la persona. Ricordo questo passaggio legislativo e culturale perché tuttora esiste, a mio avviso, una traslazione tra il concetto d'onore e quello di passione/gelosia con la medesima circostanza attenuante di stato d'ira. E ciò nonostante il cammino fin qui percorso, di cui la legge anti stalking (decreto-legge 23 febbraio 2009, n. 11, convertito, con modificazioni, dalla legge 23 aprile 2009, n. 38) e l'adozione del codice delle pari opportunità tra uomo e donna, di cui al decreto legislativo 11 aprile 2006, n. 198, sono solo gli ultimi atti. Vorrei sottolineare che i progressi realizzati dalla legislazione italiana, pure presenta tuttora diversi punti di arretratezza, e le riforme più importanti in questo ambito sono sempre state il prodotto di una sintesi di alto livello tra le migliori culture del nostro Paese. Auspico che la ratifica della Convenzione e le successive norme di adeguamento seguano questa tradizione. Un capitolo apposito (capitolo VII) è dedicato alle donne migranti, incluse quelle senza documenti, e alle donne richiedenti asilo, due categorie particolarmente soggette a violenze di genere. La Convenzione mira ad introdurre una prospettiva di genere nei confronti della violenza di cui sono vittime le migranti, ad esempio accordando ad esse la possibilità di ottenere uno status di residente indipendente da quello del coniuge o del partner (articolo 59). Inoltre, viene stabilito l'obbligo di riconoscere la violenza di genere come una forma di persecuzione -- ai sensi della Convenzione del 1951 sullo status dei rifugiati -- e ribadito l'obbligo di rispettare il diritto del non-respingimento per le vittime di violenza contro le donne. Vorrei chiarire due punti. Il primo è il tipo di strumento su cui oggi il Senato è chiamato ad esprimersi. Siamo infatti di fronte a una ratifica «secca», senza cioè norme di adeguamento dell'ordinamento interno. La scelta di questo strumento, condivisa con la Camera dei deputati, si giustifica con la volontà di pervenire nei tempi più rapidi possibili alla ratifica da parte del nostro Paese.