[pronunce]

SENTENZA ha pronunciato la seguentenel giudizio per conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato sorto a seguito della deliberazione della Camera dei deputati del 7 marzo 2000 relativa alla insindacabilità, ai sensi dell'art. 68, primo comma, della Costituzione, delle opinioni espresse dagli onorevoli Filippo Mancuso e Tiziana Maiolo nei confronti del dott. Gian Carlo Caselli, promosso con ricorso del Giudice dell'udienza preliminare del Tribunale di Roma, notificato il 30 novembre 2000, depositato in Cancelleria il 6 dicembre 2000 ed iscritto al n. 57 del registro conflitti 2000. Visto l'atto di costituzione della Camera dei deputati; udito nell'udienza pubblica del 22 giugno 2004 il Giudice relatore Francesco Amirante; udito l'avvocato Massimo Luciani per la Camera dei deputati.. Ritenuto in fatto Considerato in diritto 1.- Con ricorso del 2 giugno 2000 (depositato presso la cancelleria di questa Corte il successivo 12 luglio) il Giudice dell'udienza preliminare del Tribunale di Roma ha sollevato conflitto di attribuzione avverso la delibera della Camera dei deputati – adottata dall'Assemblea in data 7 marzo 2000 con separate votazioni (doc. IV-quater n. 112) – con la quale si è stabilito che i fatti per i quali è in corso procedimento penale per il reato di diffamazione a carico dei deputati Filippo Mancuso e Tiziana Maiolo concernono opinioni espresse da un membro del Parlamento nell'esercizio delle sue funzioni, ai sensi del primo comma dell'art. 68 della Costituzione. Premette in punto di fatto il ricorrente che, a seguito di atto di querela presentato il 17 luglio 1998 dal dott. Gian Carlo Caselli, all'epoca Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Palermo, ha avuto inizio un procedimento penale a carico dei deputati Filippo Mancuso e Tiziana Maiolo (oltre che del senatore Centaro) per il delitto di cui sopra. In particolare, l'onorevole Mancuso è accusato di diffamazione in conseguenza di una serie di dichiarazioni rese nel corso della conferenza stampa del 9 luglio 1998, indetta dal partito politico “Forza Italia”, del seguente tenore: «Con un sistematico autore di insulti al Parlamento e a Forza Italia, come Gian Carlo Caselli, noi non sediamo nemmeno in un convegno scientifico… ; autore di insulti al Parlamento è un soggetto politico a tutti gli effetti che però con la tecnica del manifesto non vuole essere oggetto di critica» (così riportato dall'agenzia ADNKRONOS); «Quel personaggio che fino a ieri ha rivolto insulti al Parlamento, si comporta come soggetto politico a tutti gli effetti, illegittimo perché il suo ruolo pubblico non è politico, questo personaggio è Gian Carlo Caselli» (così riportato dall'agenzia AGI); «Accanto a personaggi di questo tipo, che sfruttano il potere di cattura che hanno e ai quali non si può replicare senza rischiare il reato di oltraggio … io non posso neanche sedere accanto» (così riportato dall'agenzia ANSA). Quanto all'onorevole Maiolo, invece, l'ipotesi di diffamazione prospettata dall'accusa si collega a dichiarazioni rese, nel medesimo contesto ed in pari data, del seguente tenore: «Il convegno sarebbe stato un'ottima occasione per continuare una sacrosanta battaglia politica contro l'uso politico delle istituzioni giudiziarie che fa il Procuratore Caselli» e inoltre «Esiste un'associazione a delinquere di tipo istituzionale pericolosa quanto Cosa Nostra». Nel riportare ampi stralci della motivazione con la quale la Giunta per le autorizzazioni a procedere ha proposto all'Assemblea della Camera dei deputati di ritenere siffatte dichiarazioni coperte dalla prerogativa di cui all'art. 68 Cost., il giudice ricorrente ricorda che la vicenda trae origine da una manifestazione promossa dalla Commissione parlamentare antimafia a Palermo, alla quale l'onorevole Mancuso avrebbe dovuto partecipare in qualità di vicepresidente della Commissione medesima. Tuttavia quest'ultimo aveva manifestato il proprio dissenso rispetto alla predetta manifestazione, comunicando che non vi avrebbe preso parte in segno di protesta verso una serie di comportamenti del dott. Caselli; tale decisione era stata condivisa dal gruppo parlamentare di “Forza Italia” che aveva indetto la conferenza stampa nel corso della quale erano state pronunciate le frasi sopra riportate. L'onorevole Maiolo, da parte sua, aveva invece scritto una lettera al presidente del gruppo parlamentare, affermando di non condividere la scelta di non partecipare al predetto convegno e diffondendo il contenuto della lettera nella sala stampa di Montecitorio. Sulla base di queste premesse il Giudice dell'udienza preliminare del Tribunale di Roma sostiene che nel caso specifico la Camera dei deputati ha erroneamente ritenuto esistente la prerogativa dell'insindacabilità, alla luce della più recente giurisprudenza costituzionale ed ordinaria. Richiamate, al riguardo, le sentenze n. 329 del 1999, n. 10, n. 11 e n. 56 del 2000 di questa Corte, nonché alcune sentenze emesse dalla Corte di cassazione, il ricorrente osserva che per aversi insindacabilità occorre una connessione tra le opinioni espresse dal parlamentare e l'esercizio delle relative funzioni, rimanendone quindi escluse tutte le attività estranee, come l'attività extraparlamentare esplicata all'interno dei partiti. In altre parole, ciò che il parlamentare dice ed esprime fuori del Parlamento non rientra di per sé nell'ambito dell'art. 68 Cost., essendo piuttosto manifestazione della libertà di pensiero riconosciuta a tutti i cittadini. Proprio le sentenze costituzionali appena citate hanno chiarito, infatti, che, in caso di dichiarazioni rese all'esterno tramite i mezzi di comunicazione o in occasione di dibattiti pubblici, il parlamentare gode della prerogativa dell'insindacabilità non quando vi sia una generica comunanza di argomento tra le dichiarazioni rese pubblicamente e le opinioni espresse in Parlamento, bensì solo quando le prime siano «sostanzialmente riproduttive» delle seconde. Ciò posto, il ricorrente, trattandosi nel caso in esame di affermazioni divulgate non in ambito parlamentare, passa in rassegna gli atti di funzione addotti a propria difesa dagli imputati, ritenendo che nessuno di questi possa supportare adeguatamente la dichiarazione di insindacabilità, poiché le esternazioni oggetto del capo di imputazione non risultano, a suo parere, sostanzialmente riproduttive delle opinioni espresse in sede parlamentare. Il ricorrente, quindi, afferma che la delibera presa dalla Camera dei deputati è da ritenere arbitraria, poiché i rilievi compiuti dalla Giunta (e poi recepiti nell'impugnata delibera), secondo cui le frasi proferite costituivano un giudizio ed una critica di natura politica, attengono piuttosto ad un diritto spettante a tutti i cittadini (quello di critica, appunto), che nulla ha a che vedere con l'art. 68 della Costituzione.