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La rapidità e l'efficacia con cui sono state trovate le risorse per compensare almeno in parte le mancate entrate delle attività economiche hanno ancora una volta dimostrato l'attenzione che questo Governo, insieme al Parlamento, riversando verso una pandemia che sta cambiando paradigmi e visioni in ogni situazione a livello planetario. In questo sciagurato periodo, che ormai va avanti da circa un anno, in tutte le occasioni non si è mai mancato di sottolineare come la collaborazione politico-istituzionale, oltre che di tutte le attività private e dei cittadini, fosse assolutamente necessaria per arrivare al traguardo dell'uscita definitiva dall'emergenza causata dalla pandemia. Non ci stanchiamo di ribadire questo concetto, poiché tutte le manifestazioni di disinteresse o di vacua polemica non faranno altro che porre ulteriori ostacoli al raggiungimento del risultato. Inoltre, ci tengo a sottolineare che non è più possibile abbassare la guardia sulla prevenzione. È indispensabile incrementare gli sforzi per contrastare eventuali nuove evoluzioni di virus di varia provenienza attraverso il rafforzamento della ricerca scientifica. Ma è essenziale il miglioramento delle strutture sanitarie presenti sul territorio italiano, che hanno mostrato in modo evidente grossi limiti derivati dai tagli e dalla mala gestione degli ultimi anni. Il decreto-legge ristori in esame deve essere il trampolino di lancio verso una nuova visione di economia, di sviluppo e di lavoro, quella che finora non c'è stata, e i risultati disastrosi sono sotto gli occhi di tutti. Questo Governo sta dando una svolta al sistema che ha logorato la nostra bella Italia, aiutando tutti a rialzarsi per rinascere. (Applausi). PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Dal Mas. Ne ha facoltà. DAL MAS (FIBP-UDC) . Signor Presidente, il decreto-legge ristori, anzi questa pluralità di decreti-legge risponde in realtà a quelle esigenze di economia di guerra e di sussidi, peraltro dati ad alcuni mentre altri sono stati completamente dimenticati: lo hanno detto i miei colleghi prima ed è inutile che lo ribadisca. Il mio intervento sarà limitato a un settore ben preciso - come ha detto prima la senatrice Modena - che fa parte dei decreti-legge in questione, con ben dieci - anzi, di più - articoli, ma che è stato completamente ignorato nella Commissione di merito attraverso un passaggio quasi da fuggitivo della situazione, cioè tutto il tema giustizia. In un momento di emergenza e in uno stato di eccezione, qual è quello che stiamo vivendo, conseguente alla pandemia e che qualcuno ha definito una vera e propria situazione bellica, il tema giustizia reca con sé dei paradigmi, soprattutto per quanto riguarda gli aspetti penali e il processo penale, che non sono trascurabili. Il paradigma è il seguente: dematerializzazione, remotizzazione e cartolarizzazione del processo. Questo significa che, se con il decreto-legge cura Italia e con il suo articolo 83 abbiamo introdotto dei principi dovuti all'esigenza e al momento, e cioè il fatto che le udienze si possono svolgere da remoto purché in esse non si debbano sentire ed esaminare testimoni o sentire le parti (quindi con dei limiti ben precisi), inopinatamente con il decreto-legge ristori bis irrompe sulla scena un altro principio. In base ad esso addirittura il processo penale di secondo grado, tolta l'ipotesi della rinnovazione dibattimentale, diventa un processo cartolare: il pubblico ministero fa l'appello, la difesa non c'è mai stata in primo grado e presenta delle conclusioni scritte - se arrivano, perché non si sa in che modo - ai giudizi riuniti in camera di consiglio; anzi, non sono riuniti simultaneamente, ma ognuno dal proprio ufficio, ognuno dalla propria residenza e attraverso una riunione simbolica. Ecco, ciò significa dematerializzare, perché si è inteso in tal modo affrontare un'emergenza. Questo certamente è comprensibile, ma noi lo avremmo compreso nella misura in cui tutto ciò serva ad agevolare l'attività degli operatori del diritto. Tutto ciò l'avremmo compreso nella misura in cui non ci siano norme incongruenti tipo quella del 415- bis del codice di procedura penale, per cui alla conclusione delle indagini l'avvocato difensore della parte può presentare memorie solo attraverso il portale penale telematico, che sappiamo esistere e funzionare a macchia di leopardo nel nostro Paese. Tutto ciò pone una difficoltà oggettiva, tant'è vero che i nostri emendamenti erano chiarissimi e dicevano di togliere la parola «esclusivamente» per consentire la possibilità di ricorrere molto più semplicemente a una comune e banale PEC, certamente certificata dai sistemi del Ministero. Che cosa cambia? Cambia l'epistemologia giudiziaria, e cioè la concezione stessa del processo. E cambia in modo pericoloso perché, se a un processo che si svolge nella parità, nel contraddittorio della formazione della prova tra due parti uguali, noi togliamo ad una di esse, che normalmente è minoritaria nell'esercizio dei poteri, ossia la parte della difesa, il proscenio, la possibilità di esercitarsi e di esercitare le sue funzioni davanti a un giudice terzo, abbiamo ucciso il processo penale. Questo è evidente e si rifletterà. Se quello è l'indirizzo che volete imprimere all'era post Covid - e ci auguriamo tutti che l'emergenza finisca realmente, secondo quanto dice questo decreto, il 31 gennaio 2021 - mi chiedo quali e quante norme saranno in vigore allora, perché non abbiamo già oggi l'esatta contezza di quali norme saranno applicabili nel momento in cui la pandemia sarà superata. Per quanto riguarda il processo civile, da questa maggioranza è stata depositata la legge delega sulla riforma del processo civile. La materia era più facile, perché il processo civile telematico esiste già da tempo. Il processo civile in Italia dura tremila giorni, oltre il doppio di quanto accade mediamente nei Paesi europei. E questo produce - secondo statistiche riconosciute da tutti - un danno di circa tre miliardi per le imprese e un mancato guadagno, in termini di investimento, di circa 11 miliardi nel nostro Paese. Vogliamo capire che, se le idee camminano sulle gambe degli uomini, così anche la giustizia non può che camminare sulle gambe degli uomini? Abbiamo bisogno di informatici nel sistema giustizia. Abbiamo bisogno di assistenti, di dirigenti, di personale amministrativo che non c'è. (Applausi) . Il grido disperato da parte di chiunque è che non si sa a chi rivolgersi. Lo dico in modo molto chiaro, anche perché ultimamente ho ascoltato alcuni interventi in Commissione dei vari Sottosegretari che cortesemente hanno risposto alle nostre interrogazioni. Poi c'è una questione di fondo, secondo me costituzionale, che non è stata esplorata in modo opportuno. Noi sappiamo che l'articolo 111 della Costituzione riserva l'attuazione del giusto processo alla legge, e cioè contiene un'espressa riserva di legge.