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Leggevo poco fa sul soffitto di quest'Aula, tra i princìpi che avremmo l'obbligo di tenere a mente ogni giorno e ogni volta che entriamo qui dentro, proprio il principio della concordia. Ebbene devo dire, mio malgrado, che questa concordia c'è stata nelle parole, forse anche nelle intenzioni, ma purtroppo non c'è stata nei fatti, perché in tutto quello che è accaduto, soprattutto nelle prime fasi di questa emergenza sanitaria, non è stato detto come dovevano andare le cose e soprattutto le cose non sono andate come sarebbero dovute andare. È stato già ricordato che tutto è iniziato il 31 gennaio con un decreto legislativo del Governo Conte, col quale si stabiliva che, sulla base di un'indicazione dell'Organizzazione mondiale della sanità, era necessario stabilire per legge una fase di emergenza sanitaria ed era stato stabilito che dovesse durare sei mesi, fino al 31 luglio 2020. Quindi saremmo ancora dentro quel periodo. Poi c'è stata una fase sostanzialmente di poco o nulla, salvo alcuni provvedimenti emanati in quei giorni dal Ministro della sanità (com'era giusto che fosse, perché è lui che per legge si dovrebbe occupare di emergenza sanitaria), con i quali erano anche stati limitati i voli dalla Cina. Ebbene, quel decreto legislativo ha spostato l'attenzione verso il Presidente del Consiglio dei ministri e quel passaggio ha poi provocato una serie di decisioni, a nostro giudizio, assolutamente fuori dalle regole del gioco, cioè fuori dalla nostra Carta fondamentale. È giusto che ciascuno di noi conosca bene, in casi come questi, cosa stabilisce la nostra Costituzione. Esistono due articoli che si occupano di stati di emergenza: il 77 e il 78 della Costituzione. Il primo introduce il provvedimento del decreto-legge, che deve intervenire nei casi di emergenza, quali ad esempio questo: il secondo comma, infatti, recita testualmente: «Quando, in casi straordinari di necessità e di urgenza, il Governo adotta, sotto la sua responsabilità, provvedimenti provvisori con forza di legge, deve il giorno stesso presentarli per la conversione alle Camere, che, anche se sciolte» - pensate un po' - «sono appositamente convocate e si riuniscono entro cinque giorni». È chiarissimo quindi quanto hanno voluto dire i nostri Padri costituenti. L'articolo 78 prevede un caso ancor più estremo e grave, cioè lo stato di guerra. In modo chiaro e inequivocabile la nostra Costituzione recita: «Le Camere deliberano lo stato di guerra e conferiscono al Governo i poteri necessari». Orbene, è chiaro a tutti, anche a chi non studia in modo attento la nostra Costituzione, che il sistema adottato dal Presidente del Consiglio dei ministri - e non posso neanche dire dal Governo, perché in realtà il decreto del Presidente del Consiglio dei ministri l'ha fatto lui, non l'Esecutivo - è fuori dalle regole del gioco. Questo Governo avrebbe dovuto adottare sin dall'inizio l' iter del decreto-legge: è stato accennato da qualcuno, ma non è stato fatto; adottare sin dal primo momento un atto, che di fatto è amministrativo, come il decreto del Presidente del Consiglio dei ministri, è stata una scelta arrogante, sbagliata e soprattutto fuori dalle regole della Costituzione. È stato un errore da parte nostra anche votare il decreto-legge n. 6 del 2020 - che, per consenso, collega Bagnai, abbiamo voluto votare tutti - e forse frutto di una valutazione buonista, anche alla stregua del monito che ci era pervenuto dal Capo dello Stato. Ricorderemo tutti - anche se sono trascorsi, sì e no, tre mesi o forse meno - che il Capo dello Stato intervenne a reti unificate per dirci che al momento c'era un'emergenza sanitaria nazionale, tutto il popolo italiano doveva essere unito, le forze politiche in campo si dovevano dimostrare responsabili e quindi dovevamo perseguire l'unità nazionale. (Applausi). Sulla base di questo monito, da noi colto, abbiamo votato un decreto chiaramente incostituzionale, perché non stabiliva, caro collega Caliendo, i limiti che dovevano essere contenuti in quel decreto-legge e quindi era di fatto fuori dalla Costituzione. Il Presidente del Consiglio dei ministri avrebbe dovuto non solo tenere in considerazione quest'atteggiamento di disponibilità da parte delle forze dell'opposizione, ma anche dare seguito all'invito rivolto dal Capo dello Stato. Purtroppo tutto questo non è avvenuto, perché - si badi bene - tentare di arrivare all'unità nazionale e cercare di renderla reale nei fatti con atti legislativi e provvedimenti di legge non è convocare i capi dei partiti di opposizione a Palazzo Chigi per una chiacchierata in stile «Diteci quello che vorreste che si facesse». Non è questo. Non ha alcun valore, al di là del fatto che alcune di quelle indicazioni e proposte siano state tenute più o meno in considerazione. In una situazione di emergenza come quella, in cui le Camere non si riunivano in modo regolare, bisognava fare molto di più, quantomeno una Commissione speciale. Bisognava trovare un sistema perché quest'unità nazionale trovasse effettivamente una logica che doveva seguire anche il monito del Capo dello Stato. Non lo si è voluto fare e poi dirò, a mio avviso, per quale ragione. Sta di fatto che alla conversione del decreto-legge n. 19 del 2020, che oggi è in discussione, non potremo che votare contro, come ha indicato anche il collega della Lega. È evidente che voteremo contro, per una serie di ragioni, innanzi tutto di natura politica - che sto spiegando e lo farò ancor meglio nei minuti che verranno - ma anche e soprattutto costituzionali. Poco fa il collega Parrini ha citato il decreto-legge n. 33 del 2020, collegato alla cosiddetta fase 2, che però, cari colleghi, è stato approvato nello stesso giorno in cui è stato adottato il decreto del Presidente del Consiglio dei ministri sulla fase 2. Questo decreto-legge (n. 19), cari colleghi, interviene il 25 marzo a sanare una serie di decreti del presidente del Consiglio dei ministri (molti), che hanno gravemente limitato i diritti costituzionalmente garantiti a ciascuno di noi, non alcuni giorni dopo, ma molte settimane dopo. (Applausi). Quindi, si è vissuta una fase, anche abbastanza lunga, nel nostro Paese, in cui i nostri diritti costituzionalmente garantiti, come la libertà personale (articolo 13), la libertà di circolazione e soggiorno in qualsiasi parte del territorio nazionale (articolo 16), la libertà di riunione (articolo 17), il diritto di esercizio del pubblico culto (articolo 19) e altri ancora, diritti che sono stati, non limitati, ma addirittura esclusi, sono stati esclusi con un decreto del Presidente del Consiglio dei ministri. Quindi, nemmeno con una riunione del Governo! Non si è ritenuto nemmeno di trovare il tempo per riunire il Consiglio dei ministri ed adottare un decreto-legge al posto di un decreto del presidente del Consiglio dei ministri. (Applausi). Allora, io devo chiedermi: perché è accaduto questo? PRESIDENTE. Senatore Pagano, la invito a concludere. PAGANO (FIBP-UDC) . Sì, signor Presidente. In quei giorni si discuteva tanto della situazione nella quale si viveva.