[pronunce]

SENTENZA ha pronunciato la seguentenel giudizio di legittimità costituzionale dell'art. 503, commi 5 e 6, del codice di procedura penale, promosso dal Tribunale di Siracusa, sezione distaccata di Augusta, nel procedimento penale a carico di M.A.J.F.F. e L.N.S., con ordinanza del 13 marzo 2007, iscritta al n. 857 del registro ordinanze 2007 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 5, prima serie speciale, dell'anno 2008. Visto l'atto di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri; udito nella camera di consiglio del 22 aprile 2009 il Giudice relatore Giuseppe Frigo.. Ritenuto in fatto Considerato in diritto 1. – Con ordinanza depositata il 13 marzo 2007, il Tribunale di Siracusa, sezione distaccata di Augusta, ha sollevato, in riferimento agli artt. 24, secondo comma, e 111, quarto comma, della Costituzione, questioni di legittimità costituzionale: a) dell'art. 503, comma 5, del codice procedura penale, nella parte in cui non prevede che «le dichiarazioni alle quali il difensore aveva diritto di assistere assunte dal pubblico ministero o dalla polizia giudiziaria su delega del pubblico ministero», impiegate per le contestazioni all'imputato nel corso dell'esame ai sensi del comma 3 del medesimo articolo, «non possono essere utilizzate nei confronti di altri senza il loro consenso, salvo che ricorrano i presupposti di cui all'art. 500, comma 4, cod. proc. pen.»; b) dell'art. 503, comma 6, cod. proc. pen. , nella parte in cui non prevede che «le dichiarazioni, rese a norma degli articoli 294, 299, comma 3-ter, 391 e 422 cod. proc. pen.», parimenti impiegate per le contestazioni all'imputato nel corso dell'esame, «non possono essere utilizzate nei confronti di altri senza il loro consenso, salvo che ricorrano i presupposti di cui all'art. 500, comma 4, cod. proc. pen.». Il giudice a quo premette che, durante il dibattimento in un processo nei confronti di M.A.J.F.F. e L.N.S., imputati del delitto di cui agli artt. 110 del codice penale e 12, commi 1 e 3, del decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286 (Testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell'immigrazione e norme sulla condizione dello straniero), l'imputato M.A.J.F.F., esaminato nell'udienza del 5 luglio 2005 e, con l'assistenza di un interprete, nell'udienza del 30 giugno 2006, aveva negato la responsabilità propria e del coimputato, dando una versione dei fatti diversa da quella risultante dai verbali degli interrogatori resi, nella fase delle indagini, al pubblico ministero il 22 febbraio 2002, al giudice per le indagini preliminari in sede di udienza di convalida dell'arresto il 25 febbraio 2002 e alla polizia giudiziaria, delegata dal pubblico ministero, il 6 marzo 2002, quando aveva ammesso i fatti contestati e indicato L.N.S. come concorrente nel reato. Aggiunge che, nell'udienza del 5 luglio 2005, su richiesta del pubblico ministero e con l'opposizione della difesa, detti verbali, in quanto utilizzati per le contestazioni, erano stati acquisiti al fascicolo per il dibattimento ai sensi dell'art. 503, comma 5, cod. proc. pen. Ciò premesso, il rimettente osserva – in punto di rilevanza delle questioni – che, in base ad un asserito «diritto vivente, espresso dalla giurisprudenza della Corte di cassazione e dalla stessa Corte costituzionale», le precedenti dichiarazioni difformi rese dall'imputato davanti al pubblico ministero, alla polizia giudiziaria delegata e al giudice nella fase delle indagini preliminari e nell'udienza preliminare, in quanto utilizzate per le contestazioni ed acquisite al fascicolo per il dibattimento ai sensi dei commi 5 e 6 dell'art. 503 cod. proc. pen. , assumerebbero piena efficacia probatoria al fine dell'accertamento dei fatti «non solo nei confronti dell'imputato che le ha rese con la (possibilità della) presenza del difensore, ma anche nei confronti dei coimputati il cui difensore non aveva diritto di assistervi e che non hanno prestato il consenso all'utilizzazione delle stesse» (sono citate plurime sentenze della Corte di cassazione e la sentenza della Corte costituzionale n. 255 del 1992). Di conseguenza, nel giudizio a quo, il rimettente sarebbe tenuto a valutare il contenuto dei verbali dianzi indicati anche ai fini dell'affermazione della responsabilità del coimputato, il cui difensore non aveva diritto di assistere alle dichiarazioni in essi documentate e che non aveva consentito alla loro utilizzazione: donde la rilevanza delle questioni. Quanto alla non manifesta infondatezza, il giudice a quo – dopo aver effettuato un excursus sull'evoluzione della disciplina in tema di formazione e valutazione della prova, avutasi successivamente all'entrata in vigore del nuovo codice di procedura penale – rileva come, a seguito della legge costituzionale 23 novembre 1999, n. 2, di riforma dell'art. 111 Cost., e della legge 1° marzo 2001, n. 63, di attuazione della riforma, la disciplina in parola risulti ora interamente ispirata al «principio del contraddittorio nella formazione della prova, sia nella sua dimensione oggettiva sia nella sua dimensione soggettiva», con le sole eccezioni previste dal quinto comma del nuovo art. 111 Cost. Ne consegue, tra l'altro, che norme, quali, ad esempio, quelle degli artt. 238 e 513 cod. proc. pen. , che continuano a prevedere l'utilizzabilità in dibattimento dei verbali contenenti precedenti dichiarazioni rese dall'imputato, hanno un tratto comune consistente «in ciò che o si tratta di atti alla cui assunzione il difensore dell'imputato ha potuto partecipare e allora la prova si è già formata nel contraddittorio delle parti (in conformità al precetto del quarto comma dell'art. 111 Cost.) ovvero l'imputato ha prestato il suo consenso all'acquisizione dell'atto e allora si rende operante una delle deroghe previste dal quinto comma dell'art. 111 Cost.». A fronte di tale quadro normativo – ad avviso del rimettente – le disposizioni censurate dovrebbero ritenersi lesive, in parte qua, degli artt. 24, secondo comma, e 111, quarto comma, Cost. Il primo parametro risulterebbe vulnerato in quanto la possibilità di utilizzare le dichiarazioni difformi rese dall'imputato prima del dibattimento nei confronti di altri, senza il loro consenso, violerebbe il diritto di difesa dei coimputati, i cui difensori non abbiano potuto partecipare all'assunzione delle dichiarazioni stesse. L'art. 111, quarto comma, Cost. sarebbe leso, a sua volta, essendosi la prova formata in contraddittorio solo con l'imputato il cui difensore aveva diritto di assistere all'atto e non con gli altri imputati, i cui difensori erano privi di analogo diritto. Il nuovo testo dell'art. 111 Cost. avrebbe accolto, difatti, una concezione «massimalista» del contraddittorio, alla luce della quale «prova formata in contraddittorio» è unicamente la dichiarazione resa nel corso dell'esame incrociato: