[pronunce]

n. 152 del 2006 in riferimento agli artt. 5, 97, 114, 117, 119 e 120 Cost., perché nessuno dei motivi indicati dalla ricorrente può essere ricondotto a tali parametri costituzionali, attenendo, invece, agli artt. 3, 76 e 118 della Costituzione. 4.3. – La questione è inammissibile anche con riferimento alla denunciata violazione dell'art. 76 Cost., perché l'asserita lesione di tale parametro è motivata con l'impossibilità di coordinare tra loro i termini previsti dall'art. 121 e quelli previsti dal successivo art. 122, ma la ricorrente non indica i motivi per i quali la pretesa violazione – sotto questo aspetto – dell'art. 76 ridonderebbe in lesione di prerogative che la Costituzione riconosce alle Regioni. 4.4. – Con riferimento alla denunciata violazione degli artt. 3 e 118 Cost., la questione, invece, non è fondata. In effetti, i dubbi sulla funzionalità del sistema di pianificazione sorgerebbero proprio dalla collocazione del piano di tutela delle acque allo stesso livello del piano di bacino e di quello di gestione, come preteso dalla ricorrente. Una simile scelta, infatti, introdurrebbe elementi di frammentazione nel sistema di pianificazione disciplinato dal d.lgs. n. 152 del 2006. Quest'ultimo, all'art. 54, adotta le stesse definizioni di “bacino idrografico”, “sottobacino” e “distretto idrografico” enunciate nella direttiva 2000/60/CE, secondo cui “bacino idrografico” è il «territorio nel quale scorrono tutte le acque superficiali attraverso una serie di torrenti, fiumi ed eventualmente laghi per sfociare al mare in un'unica foce», “sottobacino” è il «territorio nel quale scorrono tutte le acque superficiali attraverso una serie di torrenti, fiumi ed eventualmente laghi per sfociare in un punto specifico di un corso d'acqua» e “distretto idrografico” è la «area di terra e di mare, costituita da uno o più bacini idrografici limitrofi e dalle rispettive acque sotterranee e costiere». Il d.lgs. n. 152 del 2006, prevede poi, quali strumenti di pianificazione: il piano di bacino distrettuale (art. 65), il piano di gestione (art. 117) ed il piano di tutela delle acque (art. 121). Il piano di bacino distrettuale è definito dall'art. 65 del d.lgs. n. 152 del 2006 come «piano territoriale di settore» e «strumento conoscitivo, normativo e tecnico-operativo mediante il quale sono pianificate e programmate le azioni e le norme d'uso finalizzate alla conservazione, alla difesa e alla valorizzazione del suolo e alla corretta utilizzazione della acque, sulla base delle caratteristiche fisiche ed ambientali del territorio interessato». La procedura per la sua emanazione è la seguente: la Conferenza istituzionale permanente (organo dell'Autorità di bacino composto da rappresentanti del Governo e delle Regioni il cui territorio è compreso nel distretto idrografico di cui si tratta) stabilisce indirizzi, metodi e criteri; l'Autorità di bacino redige il piano di bacino; la Conferenza istituzionale permanente lo adotta ed infine esso è approvato con d.P.C.m. (artt. 65 e 66). Il piano di gestione è definito dall'art. 117 come «articolazione interna del Piano di bacino distrettuale» e «piano stralcio del Piano di bacino» medesimo. È emanato con la stessa procedura e dalle stesse autorità già viste a proposito del piano di bacino. Esso, dunque, si pone sullo stesso piano giuridico del piano di bacino, concerne lo stesso ambito territoriale e si distingue dal piano di bacino perché ha ad oggetto esclusivamente la tutela delle acque (e non anche del suolo). Infine, il piano di tutela delle acque è definito dall'art. 121 come «specifico piano di settore» e concerne il singolo bacino idrografico. La procedura per la sua emanazione è la seguente: l'Autorità di bacino definisce gli obiettivi su scala di distretto; la Regione adotta il piano; questo è trasmesso al Ministero dell'ambiente ed all'Autorità di bacino per le verifiche di competenza; le Regioni approvano il piano. Orbene, se i piani di tutela delle acque fossero stati qualificati come piani stralcio della pianificazione di bacino, essi avrebbero rischiato di sostituirsi irragionevolmente – per quanto di loro competenza, e cioè per la tutela delle acque – ai piani di bacino, svuotandoli di importanza e compromettendo così la coerenza del complessivo sistema ideato dal legislatore (non è inutile ricordare che la stessa direttiva 2000/60/CE, all'art. 2, concepisce il distretto idrografico come «principale unità per la gestione dei bacini idrografici»). 5. – La Regione Calabria propone, in riferimento all'art. 118 Cost., questione di legittimità costituzionale dell'art. 119 del d.lgs. n. 152 del 2006, nella parte in cui attribuisce il compito di attuare le politiche dei prezzi dell'acqua alle «Autorità competenti», e dell'art. 121, comma 4, lettera h), del d.lgs. n. 152 del 2006, nella parte in cui non specifica i soggetti competenti a dare attuazione alle disposizioni di cui allo stesso art. 119 concernenti il recupero dei costi dei servizi idrici. Ad avviso della ricorrente, la lesione del menzionato parametro costituzionale deriverebbe dalla genericità dell'espressione «Autorità competenti» (tale da ingenerare incertezza in ordine all'effettiva titolarità dei poteri in questione) e dal fatto che, se la predetta espressione non fosse interpretabile come equivalente a «Regioni e Province autonome», le norme impugnate comporterebbero la sottrazione a Regioni e Province autonome di attività amministrative di loro competenza. 5.1. – La questione non è fondata, poiché le due disposizioni censurate non hanno la potenzialità lesiva che la ricorrente attribuisce loro. In effetti, esse nulla dicono a proposito della distribuzione delle competenze in materia di politiche dei prezzi dell'acqua. Sono evidentemente altre le norme che individuano le autorità titolari del potere di fissare quei prezzi. Le norme in oggetto si limitano, invece, a dettare alcuni dei criteri che quelle autorità dovranno rispettare e, pertanto, non sono idonee ad operare alcuna attribuzione o sottrazione di competenze. 6. – La Regione Calabria impugna l'art. 120, comma 2, del d.lgs. n. 152 del 2006, deducendo che tale norma, prevedendo che le Regioni adottano i programmi per la conoscenza e la verifica dello stato qualitativo e quantitativo delle acque superficiali e sotterranee all'interno di ciascun bacino idrografico «in conformità alle indicazioni di cui all'allegato 1 alla parte terza del presente decreto», violerebbe l'art. 118 Cost., perché il predetto allegato 1 è talmente dettagliato da rendere l'attività della Regione espressione, non di autonomia amministrativa, bensì di funzione operativa ed ausiliaria rispetto ai desiderata dello Stato. 6.1. – La questione non è fondata.