[pronunce]

in riferimento all'art. 3 Cost., posto che la eventuale impossibilità di correggere l'errore in cui la Corte di cassazione sia incorsa condurrebbe alla ingiustificata differenza di trattamento «nel regime attinente la libertà tra persone che, trovandosi in situazione analoga, hanno sollecitato il controllo del giudice di legittimità e partecipato [a] giudizi svoltisi, in un caso, nel rispetto del contraddittorio e, nell'altro, senza che la persona e il suo difensore siano stati posti in condizione di partecipare all'udienza camerale»; che nel giudizio di legittimità costituzionale è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, e ha chiesto che la questione sia dichiarata infondata; che in primo luogo, secondo l'Avvocatura, dovrebbe escludersi l'incompatibilità della disciplina censurata con il principio del giusto processo, di cui all'art. 111, primo comma, Cost., e con l'art. 117, primo comma, Cost., in relazione all'art. 6 della CEDU; che entrambe le norme evocate quali parametri di costituzionalità dovrebbero essere interpretate, infatti, come riferibili al merito del processo e non anche alla fase incidentale del giudizio di legittimità delle misure cautelari; che neanche sarebbe prospettabile la violazione dell'art. 24, secondo comma, Cost., con riferimento all'ingiustificata compressione «del diritto dell'indagato e del suo difensore di essere informati del giudizio di cassazione e di essere posti in condizione di parteciparvi utilmente»; che tale presunta limitazione del diritto di difesa non discenderebbe da una previsione legislativa «tale da non attribuire» il diritto alla notificazione o alla comunicazione dell'avviso dell'udienza; che la scelta del legislatore di riservare il rimedio straordinario di cui all'art. 625-bis cod. proc. pen. ai soli casi di provvedimenti emessi nei confronti di un condannato non sarebbe censurabile sotto il profilo dell'art. 24, secondo comma, Cost., perché la posizione giuridica di una persona soggetta a una misura cautelare non avrebbe carattere di definitività, a differenza di quella di un condannato; che infatti, anche nell'ipotesi in cui si sia formato un "giudicato cautelare", la posizione di tale parte sarebbe suscettibile di nuova valutazione giurisdizionale; che priva di pregio sarebbe, inoltre, l'ulteriore censura, prospettata con riferimento all'art. 3 Cost., posto che la lamentata disparità di trattamento non costituirebbe la necessaria conseguenza della norma censurata, ma sarebbe meramente eventuale; che l'indagato nel giudizio principale si è costituito e ha chiesto l'accoglimento della questione, osservando come «una pronuncia di incostituzionalità della norma denunciata - laddove non si prevede né consente all'indagato di attivare tal ricorso straordinario in sede di correzione di errore materiale o di fatto nel procedimento de libertate - sia unico rimedio praticabile»; che, con memoria depositata il 18 marzo 2014, l'Avvocatura ha ulteriormente sviluppato gli argomenti già enunciati per sostenere l'infondatezza della questione. Considerato che la Corte di cassazione, terza sezione penale, ha sollevato, in riferimento agli artt. 3, 24, 111 e 117, primo comma, della Costituzione, quest'ultimo in relazione all'art. 6 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali (d'ora in avanti: «CEDU»), firmata a Roma il 4 novembre 1950, ratificata e resa esecutiva con la legge 4 agosto 1955, n. 848, questione di legittimità costituzionale dell'art. 625-bis del codice di procedura penale, «nella parte in cui non consente alla persona indagata di attivare la procedura di correzione dell'errore materiale o di fatto commesso dalla Corte Suprema di Cassazione decidendo nel procedimento "de libertate"»; che la questione è manifestamente inammissibile; che innanzi tutto l'ordinanza di rimessione presenta carenze di descrizione dei fatti e dei motivi di ricorso sui quali si sarebbe formato il giudicato cautelare e non indica se il provvedimento cautelare che aveva formato oggetto del ricorso per cassazione sia tuttora attuale oppure, come è ben possibile, se sia stato, nelle more, sostituito o revocato; che la sostituzione o la revoca del provvedimento avrebbero potuto far venire meno l'interesse al ricorso straordinario e quindi la rilevanza della questione; che, in particolare, l'interesse a coltivare l'impugnazione nei confronti di una misura cautelare revocata permane solo se, ai fini della richiesta di riparazione dell'ingiusta detenzione, la parte intenda servirsi dell'eventuale pronuncia favorevole e ne faccia una specifica e motivata deduzione (Corte di cassazione, sezioni unite penali, 16 dicembre 2010, n. 7931; sesta sezione penale, 21 marzo 2013, n. 19217); che inoltre un precedente analogo ricorso straordinario è stato dichiarato inammissibile dalla Corte di cassazione con ordinanza n. 20931 del 26 aprile 2013; che, come riconosce lo stesso giudice rimettente, questa ordinanza «ha definito la fase incidentale, così che può parlarsi di formazione del "giudicato cautelare"; essa costituisce un precedente che può inibire la presentazione di una nuova impugnazione»; che, secondo la giurisprudenza della stessa Corte di cassazione, deve ritenersi inammissibile il ricorso straordinario per errore materiale o di fatto riproposto per i medesimi motivi dopo una precedente decisione di inammissibilità (terza sezione penale, 3 marzo 2011, n. 23976); che, secondo il giudice rimettente, la regola di preclusione basata sull'esistenza di una precedente pronuncia dovrebbe essere superata per ragioni analoghe a quelle considerate dalla Corte costituzionale nella sentenza n. 113 del 2011; che il riferimento alla sentenza n. 113 del 2011 non è tuttavia pertinente, perché la questione di legittimità costituzionale di cui questa Corte ha riconosciuto l'ammissibilità era ben diversa dalla precedente «in rapporto a tutti e tre gli elementi che compongono la questione», mentre con il ricorso straordinario in esame è stata avanzata per la seconda volta la medesima richiesta, e non può ritenersi che l'oggetto di questa sia cambiato solo perché è stata prospettata una questione di legittimità costituzionale che avrebbe potuto e dovuto essere sollevata nel primo procedimento; che la questione va dichiarata, pertanto, manifestamente inammissibile. Visti gli artt. 26, secondo comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87, e 9, comma 2, delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale.. .