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Determinazione e campi di applicazione dell'indicatore della situazione economica equivalente (ISEE). Onorevoli Senatori. – I mutamenti socio-economici che hanno interessato il nostro Paese nel corso degli ultimi decenni hanno determinato il radicarsi di alcuni preoccupanti fenomeni che impongono oggi il compimento di scelte strategiche e la realizzazione di importanti investimenti per scongiurare pesanti conseguenze sugli equilibri economico-sociali. Il dato è di quelli che tendono a non creare un tangibile senso di allarme ed imminente pericolo per la collettività, ma trascurarne l'importanza ed i potenziali effetti negativi sarebbe un errore imperdonabile che le future generazioni potrebbero pagare a caro prezzo. È, pertanto, necessario intervenire con la massima urgenza. Il tema è quello dei bassi livelli di natalità. I report sulla natalità, emanati con regolare cadenza dall'ISTAT, fotografano un Paese in cui, anno dopo anno, si registra un numero sempre più basso di nascite, con una perdita di oltre 120.000 nuovi nati nel corso dell'ultimo decennio, una contrazione a tassi superiori al 20 per cento: un dato senza precedenti. Nel 2017 sono stati iscritti in anagrafe per nascita 458.151 bambini, oltre 15.000 in meno rispetto al 2016, contro gli oltre 576.000 del 2008. La diminuzione dei nati è attribuibile prevalentemente alle nascite da coppie di genitori entrambi italiani, che sono scesi a 358.940 nel 2017. Questa riduzione è in parte dovuta agli effetti strutturali indotti dalle significative modificazioni della popolazione femminile in età feconda (basti pensare che il picco della fertilità per una donna si registra intorno ai 25 anni d'età), inoltre l'apporto positivo dell'immigrazione sta progressivamente perdendo il proprio impatto con l'invecchiamento del profilo per età della popolazione straniera residente, oltre che per effetto di un adattamento, da parte delle famiglie immigrate, al trend italiano. Sono in particolare i primi figli a ridursi in maniera ancora più marcata, con una contrazione media su base nazionale del 24,5 per cento circa e punte che raggiungono valori prossimi al 40 per cento. In particolare la propensione al primo matrimonio, da anni in diminuzione, dopo aver mostrato una lieve ripresa a partire dal 2015, ha subito una battuta d'arresto nel 2017 (419 primi matrimoni per mille uomini e 465,1 primi matrimoni per mille donne). Cresce, invece, l'età al primo matrimonio. Le rilevazioni 2017 attestano valori medi di 33,6 anni circa per gli uomini e 31,3 per le donne, con inevitabili ricadute negative, per le naturali implicazioni di carattere biologico, sui livelli di fecondità. Il confronto con i dati degli altri Paesi è impietoso! L'Italia è fra i Paesi al mondo con il livello più basso di nuovi nati ed ha una popolazione fra le più anziane, con un tasso di fecondità che ha raggiunto il record negativo che oscilla tra l'1,33 e l'1,35 figli per donna, un valore ben al di sotto del livello di sostituzione di 2 figli, necessario per mantenere l'equilibrio demografico. Le conseguenze, sul piano sociale ed economico, sono di grande portata ed impatto. La nascita di ogni nuovo figlio ha un rilevante effetto benefico sull'economia del Paese poiché costituisce un importante fattore di stimolo alla produzione di una vasta gamma di beni e servizi destinati alla cura ed alla crescita del bambino e del futuro cittadino, con un'incidenza complessiva sul prodotto interno lordo stimata in circa 35.000 euro annui per ogni nuovo nato. Un Paese che invecchia è, inoltre, un Paese con una minore propensione all'innovazione ed in cui il sistema previdenziale rischia, alla lunga, di implodere. Eppure nei giovani di oggi a mancare non è certo il desiderio di natalità. Secondo una ricerca condotta da Eurobarometro, l'Italia è uno dei Paesi dell'Unione europea in cui si registra il maggiore gap fra fecondità desiderata ed effettiva. Le aspettative di procreazione si collocano su un tasso atteso di 2,19 figli per madre, contro un valore effettivo, come già detto, di 1,33. I motivi che spingono i giovani a guardare con timore all'idea di procreare sono molteplici e gran parte di essi sono legati alla sfera economica ed alla mancanza di servizi ed efficaci politiche a sostegno delle esigenze delle famiglie e delle mamme, non solo lavoratrici. I giovani sono oggi fortemente sfiduciati e percepiscono un clima di abbandono e disinteresse da parte della società e delle istituzioni che dovrebbero accompagnarne la crescita e metterli nelle migliori condizioni per poter pensare alla costruzione della propria famiglia. In tale contesto sono, in particolare, le esigenze delle madri ad essere ampiamente sottovalutate. Secondo le risultanze di un'indagine ISTAT realizzata nel 2005, le necessità di una donna che diventa madre mutano profondamente al punto che una su cinque, anche a causa della mancanza di adeguato supporto da parte di organismi collettivi pubblici o carenza di altre forme di tutela previste dalla legislazione, decide di lasciare il lavoro. In molti altri casi queste si trovano costrette a modificare il loro approccio all'attività lavorativa, passando da un impegno full-time ad uno part-time : una soluzione in grado di coniugare al meglio le esigenze di molte donne lavoratrici, ma che, purtroppo, non sempre trova il favore del datore di lavoro che ne ostacola, conseguentemente, la concreta applicazione. Le difficoltà delle madri lavoratrici sono impietosamente testimoniate dai risultati di svariate indagini statistiche nelle quali emerge il fatto che i livelli di occupazione femminile diminuiscono drasticamente con la maternità passando dal 76 per cento circa al 55,1 per cento, per poi degradare ulteriormente fino a raggiungere valori prossimi al 37,4 per cento nelle famiglie con più di tre figli. Ad incidere in modo significativo è l'inadeguatezza dei servizi a supporto delle famiglie con figli. In particolare, nel confronto con gli altri Paesi dell'Unione europea, è possibile osservare come l'offerta di servizi sia prevalentemente veicolata attraverso soggetti privati (oltre il 60 per cento del mercato), mentre i servizi pubblici, pur se in crescita, si fermano, in alcuni casi, a valori particolarmente modesti. In uno scenario simile, fatto da storiche contraddizioni e contingenti vincoli di stabilità finanziaria, appare indispensabile ispirarsi ai princìpi statuiti nella Carta costituzionale come punto di partenza per l'elaborazione di un nuovo piano di politiche familiari che sappia infondere fiducia nei giovani che si apprestano a creare una famiglia. Un nuovo modello di welfare incentrato sull'investimento nella famiglia e nelle nuove generazioni è prioritario per assicurare, nel lungo periodo, l'inversione della preoccupante tendenza demografica fin qui descritta ed ampiamente sottovalutata dal legislatore, che, da sempre, ha normato con un approccio prevalentemente individualistico. Gli articoli 29 e 31 della Costituzione fanno esplicito riferimento all'idea di famiglia come soggetto di diritto, ma restano isolate le iniziative legislative che trattano la famiglia come soggetto al quale imputare compiutamente diritti.