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Al contrario nelle norme contenute nelle direttive europee susseguitesi dagli anni ’90 ad oggi, come pure nella giurisprudenza della Corte di giustizia, l’attività professionale appare assimilata a quella imprenditoriale, perché la nozione di impresa attrae qualsiasi entità che eserciti un’attività economica a prescindere dallo status giuridico e dalle sue modalità di finanziamento, purchè in grado di fornire beni o servizi in un determinato mercato. Di conseguenza ogni prestazione di servizio, inclusa quella del professionista intellettuale, offerta dietro retribuzione, allo scopo di conseguire un profitto è assimilata all’attività di impresa e ad essa si applicano le norme comunitarie sulla concorrenza, che tratta, il riconoscimento delle fondamentali libertà di stabilimento e di prestazione di servizi, come previsto dal Trattato sul funzionamento dell’Unione europea al fine di realizzare gli obiettivi del Trattato che istituisce la Comunità economica europea, senza mai operare una diretta assimilazione tra professione intellettuale ed impresa. Quindi l’assimilazione al regime d’impresa deve considerarsi «parziale» e «strumentale» per quanto riguarda la regolamentazione dei servizi e non può far venir meno pertanto quelle caratteristiche intrinseche ed esclusive della professione e dell’esercizio professionale, che rendono impossibile una equiparazione lineare tout court , come specificato d’altra parte nell’ordinamento giuridico domestico e in virtù dell’esistenza degli ordini professionali che ne sanciscono la formale distinzione. Per una strana ironia della sorte, quasi a voler ribaltare il principio vitruviano della firmitas , le professioni intellettuali e tecniche, a partire dal 1994, non riescono più a trovare la necessaria stabilità, proprio in ragione dei continui rimaneggiamenti normativi e procedurali introdotti dal recepimento dalle direttive comunitarie, che impediscono alle strutture professionali medio-piccole, il reale tessuto produttivo professionale italiano, di riorganizzare e adeguare la propria attività alle richieste del mercato e dei processi di globalizzazione. Al peggioramento delle condizioni lavorative dei liberi professionisti hanno contribuito inoltre cosiddette le «lenzuolate di Bersani» contenute nel decreto-legge 4 luglio 2006, n. 223, convertito, con modificazioni, dalla legge 4 agosto 2006, n. 248. L’abolizione dei tariffari minimi, peraltro non richiesta direttamente ed esplicitamente dall’Unione europea e la mancata previsione di adeguati correttivi e contrappesi, lungi dal creare un mercato più concorrenziale e favorevole ai cittadini, ha prodotto ulteriore confusione, inefficienza e ingiustizia. Ciò ha favorito infatti la diffusa pratica dell’offerta economica al massimo ribasso sul costo del lavoro, determinando sia perdita di competitività, reddito e valore sociale, di intere categorie professionali, quasi a generare un fenomeno di «emarginazione professionale», sia uno scadimento della qualità delle prestazioni rese. Diversamente si poteva e doveva fare, mentre l’errore è stato replicato nella legge 24 marzo 2012 n. 27, di conversione del cosiddetto «decreto legge Monti sulle liberalizzazioni» (decreto-legge 24 gennaio 2012, n. 1) e con l’introduzione negli ordinamenti professionali di gran parte dei contenuti della cosiddetta «direttiva Bolkestein» sui servizi. In una dimensione comparata, si segnala il caso della Germania dove i professionisti lavorano sulla base di tariffe molto dettagliate. Questo metodo rappresenta una garanzia di trasparenza e chiarezza per i cittadini, consentendo loro un più agevole controllo dell’attività del singolo professionista e un maggiore rispetto delle regole deontologiche specifiche per ogni singola professione. La legittimità del sistema delle tariffe, comprese quelle minime, è stata confermata sia dalla Corte di Giustizia dell’Unione europea che dalla Corte di cassazione anche in considerazione dell’interpretazione difforme e discrezionale da parte dei giudici di merito nella determinazione dei compensi in sede di contenzioso. Curiosamente i recepimenti delle direttive comunitarie da un lato obbligano giustamente il professionista alla stesura del contratto con esplicitata la chiara pattuizione dei compensi, dall’altra, crea una situazione di asimmetria informativa tra il professionista e il cliente, perché quest’ultimo non dispone di parametri di riferimento certi, emessi dai Ministeri vigilanti per la determinazione della congruità dei compensi. Ad oggi in Italia i liberi professionisti, sono l’unica categoria di lavoratori a non disporre di un criterio valido e certo per la determinazione dei propri compensi professionali. Alla luce dei princìpi costituzionali e comunitari vigenti, nonché delle criticità concretamente emerse a seguito dell’incauto recepimento delle direttive europee in materia di liberalizzazione delle professioni, pare opportuno sanare tale situazione, introducendo l’istituto giuridico dell’equo compenso a garanzia del decoro e dignità del professionista, ma anche di trasparenza circa la congruità del compenso richiesto dal medesimo, operazione che il committente può effettuare solo se in grado di comparare quanto richiestogli con dei riferimenti oggettivi. Vogliamo garantire il libero mercato e la tenuta delle identità e dei talenti nazionali, senza ignorare le necessità dei professionisti e dei cittadini.. 1 (Oggetto e finalità) 1 La presente legge disciplina i princìpi fondamentali dell'ordinamento delle professioni intellettuali, scientifiche e di elevata specializzazione, ai sensi degli articoli 33, 35, 41, 117 e 118 della Costituzione e nel rispetto dei vincoli derivanti dall'ordinamento dell'Unione europea e dei princìipi della normativa europea in materia di concorrenza. 2 (Definizioni) 1 Ai fini della presente legge: a per «professione intellettuale, scientifica e di elevata specializzazione» si intende l'attività economica diretta al compimento di atti e alla prestazione di servizi o di opere a favore di soggetti terzi, pubblici e privati, in modo personale, esercitata abitualmente e in via prevalente, mediante lavoro intellettuale e tecnico garantito dal possesso delle pertinenti qualifiche professionali. L'attività professionale deve essere svolta nel rispetto dei principi di responsabilità, autonomia e indipendenza di giudizio, intellettuale e tecnica; b per «prestazione professionale» si intende il compimento di atti e l’erogazione di servizi e opere attinenti a una professione intellettuale, scientifica e di elevata specializzazione, nel rispetto delle disposizioni di cui al libro quinto, titolo III, capo II, del codice civile e dei princìpi fondamentali dell’ordinamento dell'Unione europea, con particolare riferimento all’articolo 59 del Trattato sul funzionamento dell'Unione europea ed agli articoli 15 e 16 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, in materia di tutela della libertà professionale e della libertà di impresa. 3 (Esercizio della professione) 1 Le professioni intellettuali, scientifiche e di elevata specializzazione sono esercitate nel rispetto dei pertinenti principi deontologici, al fine di tutelare l'affidamento del committente nonché di garantire la qualità della prestazione e la migliore tutela degli interessi generali. 2 Le professioni intellettuali, scientifiche e di elevata specializzazione possono essere esercitate in forma individuale, in forma associata o in forma societaria. In caso di esercizio delle suddette professioni in forma associata o societaria devono comunque essere garantite e tutelate l'autonomia e l'indipendenza intellettuale e tecnica del professionista, anche per prevenire il verificarsi di situazioni di conflitto di interesse.