[resaula]

In tale maniera il pubblico ministero toma a essere il dominus dell'azione penale, avendo piena contezza di quanto effettivamente trascritto dalle operazioni di polizia giudiziaria. Modulando il bilanciamento tra esigenze investigative, diritto di difesa e privacy , il legislatore si è fatto garante del principio di proporzionalità tra privacy e mezzi investigativi, su cui la Corte di giustizia ha fondato la sua più lungimirante giurisprudenza, nonché delle indicazioni rese dalla Corte europea dei diritti dell'uomo, in particolare rispetto all'utilizzo di intercettazioni irrilevanti. Schematizzando le novelle apportate al decreto legislativo n. 216 del 2017, la riforma della riforma incide su un triplice fronte: in primis , il legislatore accentra nella sfera di competenza del pubblico ministero l'opera di selezione del materiale raccolto rilevante ai fini delle indagini, nell'ottica di una maggiore efficacia dell'accertato; in secondo luogo, raffina le modalità di deposito dei verbali redatti, nell'ottica di una maggiore garanzia di trasparenza delle attività condotte, rafforzando - da un lato - il contraddittorio con il difensore dell'indagato e - dall'altro - le esigenze di segretezza e riservatezza delle informazioni apprese durante l'esecuzione delle operazioni; infine, modificando la procedura di acquisizione e trascrizione, velocizza le tempistiche procedimentali, garantendo la correttezza e speditezza degli adempimenti burocratici. Inoltre, è lodevole la voluntas legis di potenziare la garanzia del diritto di difesa in vista di una partecipazione procedimentale maggiormente consapevole. La normativa del 2017 viene infatti riformata nell'ottica di un ampliamento dei poteri dei difensori che, oltre alla facoltà di esaminare gli atti, ascoltare le registrazioni e prendere cognizione dei flussi di comunicazioni informatiche o telematiche, sono legittimati a ottenere copia delle registrazioni e degli atti, una volta acquisiti. Altrettanto pregevole è l'intento di adeguare il sistema normativo alle sfide proprie dell'era tecnologica, denotando una maggiore sensibilità del legislatore al dato scientifico: si nota la volontà di rafforzare il ricorso allo strumento della consultazione telematica dell'archivio digitale, in cui vengono custoditi i verbali, gli atti e le registrazioni delle intercettazioni per tracciare il compimento delle operazioni e, di conseguenza, garantire la legittimità dell'operato degli organi inquirenti. Pare apprezzabile, infine, la scelta di introdurre ex novo la disciplina della catena di custodia dei dati e delle informazioni acquisite mediante l'impiego del captatore informatico, al fine di garantire l'integrità dei dati stessi e la loro perfetta corrispondenza rispetto a quanto registrato e trasmesso, nonché la maggiore attenzione dedicata alla tutela della riservatezza e alla reputazione delle persone intercettate attraverso l'introduzione del divieto assoluto di pubblicazione delle intercettazioni acquisite irregolarmente e la previsione, di cui al nuovo articolo 268, comma 2- bis, del codice di procedura penale, che il pubblico ministero dia indicazioni e vigili affinché non vengano trascritte, se non sono essenziali ai fini delle indagini, le espressioni lesive della reputazione e della riservatezza degli intercettati. Per le ragioni appena esposte non si ravvisano questioni ostative alla prosecuzione e alla positiva conclusione dell'esame del decreto-legge, che - lo ribadisco - apporta un nuovo e migliore bilanciamento fra una serie di diritti e interessi costituzionalmente rilevanti di importanza primaria. Pertanto, annuncio il voto contrario del Gruppo cui appartengo alle questioni pregiudiziali in esame. (Applausi dal Gruppo M5S) . CALIENDO (FIBP-UDC) . Domando di parlare. PRESIDENTE. Ne ha facoltà. CALIENDO (FIBP-UDC) . Signor Presidente, sottolineo che vi è innanzitutto una forte responsabilità del Ministro della giustizia, che ha elaborato il decreto-legge in esame sostenendo che vi erano tutte le garanzie sotto il profilo della strumentazione necessaria per l'attivazione delle intercettazioni. Abbiamo ascoltato procuratori della Repubblica che hanno affermato che non ci sono gli strumenti e non è possibile far entrare in vigore il provvedimento se non fra sei mesi. Abbiamo altresì sentito le agenzie che si occupano delle intercettazioni con i loro strumenti e anche loro hanno detto che è impossibile che il sistema di raccordo diretto dalla intercettazione effettuata al registro digitale possa funzionare. Tutti si sono espressi in questi termini, dopodiché abbiamo disposto una nuova audizione e questa volta il Ministero, dopo aver indicato ulteriori elementi, ha preteso una precisazione da alcune agenzie che hanno parlato, anziché di impossibilità, di difficoltà che rimangono. Dopodiché con un emendamento parlamentare si è spostata l'entrata in vigore del provvedimento al 30 aprile 2020: per un decreto-legge approvato a dicembre, rispetto al quale si diceva che erano disponibili tutti gli strumenti e tutte le attività erano già avviate, si è invece riscontrata un'insufficienza al punto tale da spostarne di quattro mesi l'entrata in vigore. Ma non è tutto: il nostro Paese era rispettato nel mondo per aver lottato contro il terrorismo senza mai alterare le garanzie processuali. Il decreto-legge in esame, invece, altera le garanzie processuali presenti nel nostro sistema. La prima questione è che non è possibile, nel momento in cui viene introdotto il principio di poter utilizzare le intercettazioni (non quelle con il trojan, quelle normali) assunte per uno qualsiasi dei reati di cui all'articolo 266, comma 1, del codice di procedura penale, stabilire che possono essere utilizzate per qualsiasi altro reato citato in quell'articolo. Faccio l'esempio di un'intercettazione disposta per traffico di stupefacenti, per contrabbando o per reati contro la pubblica amministrazione. Sono una serie di reati per i quali le intercettazioni possono essere utilizzate indifferentemente, una volta acquisite in un processo, anche per altri processi, perché sono indicati nell'articolo 266 senza alcun riferimento alla necessità di una connessione tra i diversi reati. L'ignoranza di questo Parlamento è tale che non ha voluto tener conto di una sentenza, risalente ad appena venticinque giorni fa, della Corte di cassazione a sezioni unite che pretendeva la necessità della connessione, ex articolo 12 del codice di procedura penale. Quindi, vi sarebbe stata una specifica indicazione. Si è detto di no, perché si è voluto introdurre nel nostro Paese un sistema - come ha detto il collega Vitali - da Stato di polizia, perché si tratta di allargare qualsiasi ipotesi senza alcuna garanzia per il soggetto indagato. Altrettanto accade con il trojan . Con tale dispositivo vengono eliminate tutte le garanzie previste. Infatti, con il provvedimento spazza corrotti i reati contro la pubblica amministrazione erano diventati uguali a quelli di mafia e terrorismo. Vorrei solo ricordarvi che, dall'epoca di Giovanni Falcone, il doppio binario per le leggi di mafia e di terrorismo è stato giustificato proprio perché limitato a questo settore. Se invece lo allarghiamo, non ha più senso.