[resaula]

Io ieri avrei voluto parlare in inglese, ma mi hanno detto che non si fa, perché siamo nel Parlamento italiano. Ma vorrei tradurre la replica della Vestager alla mia domanda. La traduco in latino: « Innocens ego sum a sanguine hoc », che è quella di Pilato. (Applausi dai Gruppi L-SP-PSd'Az e M5S). Siccome qui si cita sempre il fatto che il suffragio universale è una cosa rischiosa, perché a suffragio universale venne salvato Barabba, allora fatalmente la mente corre a quell'episodio storico. E ieri abbiamo visto Pilato. Ieri Pilato cosa ci ha detto: "Sapete com'è andata? Purtroppo una volta il mercato delle sofferenze non c'era e quindi voi le avete cedute a prezzi stracciati mettendo in crisi il vostro sistema bancario. Adesso c'è, quindi adesso le cose vanno meglio. Tanti saluti e grazie". In altre parole: "Siete stati usati come cavie, fatti vostri". Questo è quello che ho sentito io ieri nell'Aula della 4 a Commissione dove si è svolta l'audizione del Commissario europeo Vestager nelle Commissioni congiunte di Camera e Senato. Se qualcuno ha sentito qualcos'altro, io sono ovviamente disposto a confrontarmi politicamente. Ma il punto è che, se vogliamo veramente ragionare in termini di interesse nazionale, allora bisognerebbe fare tutti uno sforzo, ed io prometto di farlo per parte mia (in un mondo ideale dovrebbe essere così), per evitare che, quando dall'estero arrivano censure, all'interno se ne goda per usarle in modo tattico e strumentale contro la parte politica avversa. Questa cosa non funziona; è dal tempo di Carlo VIII che non funziona. Mi vedo costretto a ripetermi. Affinché certi richiami alle istituzioni europee siano credibili, dovrebbero essere affiancati da questo: che le nostre opposizioni, nel momento in cui il Paese viene insultato - e a settembre lo fu, perché si parlò di un Paese in preda a tanti piccoli Mussolini - si unissero a noi nella ferma risposta a questo tipo di atteggiamenti e non accusassero il Governo se per la prima volta reagisce. Mi rendo conto che questa è una discontinuità, come pure è una discontinuità, a mio parere, quella che si introduce con la Commissione di inchiesta. La Commissione di inchiesta è stata evocata, perché sono stati evocati un po' da tutti i temi relativi alla vigilanza. Qualcuno l'ha definita una sceneggiata, ma io con molta serenità esorterei i colleghi dell'opposizione a non valutare le nostre proposte sulla base delle loro esperienze. Quella precedente mi sembra che non concluse molto, e forse un motivo c'era: era una Commissione nella quale una certa parte politica giudicava sé stessa sulle politiche che aveva condotto, il giudizio della Commissione è stato positivo, quello degli elettori lo sappiamo: fine delle trasmissioni. (Applausi dai Gruppi M5S e L-SP-PSd'Az). Adesso c'è da lavorare sul serio e siccome siamo tutti d'accordo sul fatto che c'è un problema di normazione, un problema di applicazione delle norme, un problema di come la vigilanza è stata esercitata - e questo tema lo vorrei affrontare più diffusamente in dichiarazione di voto - aiutateci voi a fare sì che questa Commissione di inchiesta non sia una sceneggiata, partecipando in modo costruttivo, perché nelle nostre intenzioni certamente non lo è. Sono state anche evocate - e sono molto grato al senatore Grimani che lo ha fatto - la contraddizione e l'asimmetria esistenti fra una supervisione che sempre più viene portata a livello europeo - come ciò è accaduto in tema bancario, perché ormai il processo è pressoché compiuto (ricordiamo che sta avvenendo anche sul tema della vigilanza dei mercati finanziari) - ed interventi che poi però rimangono in capo ai singoli Paesi. Come pensiamo che possa sopravvivere e possa non incrinarsi un sistema che si basa su una simile asimmetria? Chi è in crisi viene deciso altrove, rispetto a come rimediare alla crisi c'è una bella lavata di mani e siamo noi a dover intervenire. Tra l'altro, va anche detto che per quel che attiene al tema generale della supervisione, noi dovremmo essere promotori in Europa di un ripensamento generale dell'approccio che viene adottato, perché l'approccio basato sulla valutazione del rischio nella determinazione dei livelli di capitale proprio ieri sul «Financial Times» veniva seriamente messo in questione per il semplice motivo che si basa largamente su valutazioni delle banche. Siccome le banche vanno in crisi quando non sono in grado di valutare le circostanze, appoggiarsi alle loro valutazioni per decidere quale banca è in crisi comporta un dato ovvio: una rilevante sottovalutazione del rischio che poi si riflette sull'emergenza di incidenti come quelli del quale qui oggi ci dobbiamo occupare. C'è quindi proprio un problema di logica dell'approccio e questo è un problema culturale che convoca tutti noi; non è un problema di destra o di sinistra, su questo credo che saremo d'accordo. Quello che è di destra o di sinistra forse è la volontà di imporre una visione di interesse nazionale ai tavoli sovranazionali, sempre nell'ambito della solita considerazione di cornice che o l'Europa dimostra di essere un luogo efficiente per la mediazione di interessi diversi, oppure dimostra di non avere particolare ragione di esistere. Infatti, risolvere con conflitti bilaterali o anche multilaterali i nostri problemi è qualcosa che in Europa abbiamo sempre fatto. Sono sempre molto scettico quando si demonizza il conflitto: il conflitto occorre che emerga e che sia gestito in modo efficiente. L'idea che avremo la pace per sempre ce la possiamo dimenticare. Ci saranno sempre dei problemi; il punto è chi paga per questi problemi. A questo è legata una questione, sempre di ordine metodologico. Nella mia relazione ho parlato del fatto che l'episodio del quale ci occupiamo, come tanti altri, ha due ordini di motivazioni: una motivazione di ordine generale, la recessione, della quale qui tutti oggi siamo consapevoli, e una motivazione legata alla malagestione, perché naturalmente siamo tutti umani, anche i manager delle banche, e possiamo essere solleciti a interessi particolari o possiamo commettere errori di valutazione. Vorrei portare all'attenzione dell'Assemblea il fatto che, in uno studio di due anni fa (se non vado errato), Luigi Zingales, che è uno dei più eminenti economisti italiani, insieme a Angeloni e a Bofondi, ha fatto una valutazione della genesi dei non performing loan italiani, per capire da cosa dipendessero questi non performing loan . La sua valutazione quantitativa è la seguente: la percentuale di non performing loan attribuibili a fenomeni di mala gestio si colloca fra il 4 e l'8 per cento. Chi è un po' familiare con la statistica (qua ce ne saranno molti) sa che una percentuale simile è statisticamente quasi irrilevante. Il problema è sistemico. E allora, se il problema è sistemico, questo esalta la considerazione fatta dal collega Grimani, perché i problemi sistemici, che in un mercato finanziario interrelato e integrato come quello che abbiamo voluto costruire (forse con una certa avventatezza) qui in Europa necessariamente dipendono anche dai comportamenti di operatori in altri Paesi, non possono essere lasciati, quando si tratta di risolverli, unicamente sulle spalle delle autorità e delle collettività nazionali.