[pronunce]

che, per quel che concerne la questione di legittimità costituzionale dell'art. 96, ultimo comma, del d.P.R. n. 115 del 2002, la difesa erariale ne eccepisce la contraddittorietà e la astrattezza, e quindi la irrilevanza nel giudizio a quo, dal momento che con essa il remittente mira ad escludere la eventualità di dover revocare un beneficio che deve ancora essere concesso, eventualità che potrebbe comunque verificarsi in esito agli accertamenti successivi all'ammissione, da espletarsi a cura del competente ufficio finanziario, cui il decreto di ammissione al patrocinio a spese dello Stato deve essere trasmesso, e che possono interessare tanto la mancanza originaria quanto quella sopravvenuta delle condizioni di reddito; che, inoltre, prosegue l'Avvocatura, poiché il remittente non ha precisato se, nella specie, le informazioni richieste alla Guardia di finanza siano o meno pervenute, né se queste portino ad escludere lo stato di non abbienza dell'interessato, la questione risulterebbe proposta in modo astratto; che, in ogni caso, ad avviso dell'Avvocatura, la questione sarebbe anche infondata, dal momento che, contrariamente a quanto sostenuto dal remittente, non vi sarebbe identità o sovrapposizione tra le verifiche della Guardia di finanza direttamente disposte dal giudice e quelle che il competente ufficio finanziario deve svolgere a seguito della trasmissione del decreto di ammissione, essendo queste esperibili solo in caso di concessione del beneficio al fine di accertare le condizioni reddituali dell'interessato, sia originarie che sopravvenute, entro il termine di cinque anni dalla definizione del processo, da effettuarsi anche con riferimento a redditi che non sono stati assoggettati ad imposta perché non rientranti nella base imponibile, o esenti o provenienti da attività illecite; che, infine, osserva la difesa erariale, la previsione secondo cui il giudice deve pronunciarsi nel termine di dieci giorni dalla presentazione dell'istanza a pena di nullità degli atti successivi, anche nel caso in cui abbia richiesto informazioni, risponde all'esigenza, imposta dall'art. 24, terzo comma, Cost., che l'interessato non sia privato dell'assistenza difensiva nel periodo necessario ad accertare la veridicità delle condizioni economiche dichiarate; che, con ordinanza in data 10 aprile 2003, la Corte d'appello di Torino, chiamata a decidere sull'istanza di ammissione al patrocinio a spese dello Stato presentata da un imputato al quale erano state contestate diverse violazioni della legge 7 agosto 1982, n. 516, ha sollevato, in riferimento agli artt. 3 e 24, secondo e terzo comma, Cost., questione di legittimità costituzionale dell'art. 91, comma 1, lettera a), del d.P.R. n. 115 del 2002; che il remittente rileva, in primo luogo, che, mentre l'art. 24, terzo comma, Cost., impone al legislatore di assicurare ai non abbienti, con appositi istituti, i mezzi per agire e difendersi davanti ad ogni giurisdizione, senza porre ulteriori condizioni, la disposizione censurata esclude la possibilità di usufruire del patrocinio a spese dello Stato per tutti coloro che, pur risultando non abbienti, siano indagati, imputati o condannati per una determinata tipologia di reati fiscali; che, ricorda il giudice a quo, questa Corte, con la sentenza n. 243 del 1994, aveva ritenuto ammissibili cause di esclusione dal patrocinio diverse da quelle della non abbienza, sul presupposto che ai soggetti esclusi poteva comunque applicarsi la disciplina del gratuito patrocinio contenuta nel r.d. 30 dicembre 1923, n. 3282; che, tuttavia, poiché la legge 29 marzo 2001, n. 134, ha disposto l'abrogazione del citato regio decreto (abrogazione ribadita dall'art. 289 del d.P.R. n. 115 del 2002), ai soggetti non abbienti, che si trovino nella condizione di cui all'art. 91, comma 1, lettera a), verrebbe a mancare ogni tutela, con violazione dell'art. 24 Cost.; che la medesima disposizione contrasterebbe poi con l'art. 3 Cost., dal momento che, se può essere considerato ragionevole che coloro che sono chiamati a rispondere di reati che procurano un danno patrimoniale allo Stato non possano godere di agevolazioni patrimoniali da parte di quest'ultimo, non sarebbe altrettanto ragionevole che un simile trattamento non sia applicato anche nei confronti di chi sia indagato, imputato o condannato per reati, diversi da quelli considerati, che del pari consentono di accumulare ricchezze sottratte al prelievo fiscale; che anche in tale giudizio è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, la quale, richiamando la memoria depositata nel giudizio introdotto con ordinanza n. 576 del 2002, ha chiesto che la questione sia dichiarata non fondata; che in una memoria depositata in prossimità della trattazione della questione in camera di consiglio, l'Avvocatura dello Stato ha eccepito la inammissibilità della questione, perché sollevata in modo contraddittorio, assumendosi, da un lato, il contrasto della norma con i canoni di cui all'art. 24, secondo e terzo comma, Cost., e sostenendosi, dall'altro, la ragionevolezza della norma stessa con riguardo ai reati in essa considerati e chiedendosi, anzi, un ampliamento del suo ambito di applicazione; che il remittente, quindi, non avrebbe tenuto conto del fatto che il principio di coerenza e ragionevolezza dell'ordinamento costituisce criterio fondamentale di valutazione dei modi di attuazione di ogni altro canone costituzionale, operando conseguentemente valutazioni atomistiche, tra loro collidenti, senza neppure avvertire l'esigenza di individuare un criterio di prevalenza o di composizione delle medesime, non consentendo di cogliere la logica della denunzia; che, sotto altro profilo, l'Avvocatura rileva che il giudice a quo postula che il soggetto richiedente sia non abbiente, senza fornire alcuna precisazione al riguardo, e senza considerare che a fondamento della norma censurata si trova una valutazione legislativa tipicizzata di inattendibilità dell'autocertificazione reddituale del soggetto indagato, imputato o condannato per reati commessi in violazione delle norme per la repressione dell'evasione in materia fiscale, ovvero di incompatibilità della situazione presupposta dal reato contestato con la condizione di non abbienza cui è ancorato il beneficio. Considerato che le ordinanze di rimessione pongono questioni in parte coincidenti e che quindi i relativi giudizi possono essere riuniti e decisi congiuntamente; che entrambe le questioni di legittimità costituzionale dell'art. 91, comma 1, lettera a), del d.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, nella parte in cui stabilisce che l'ammissione al patrocinio a spese dello Stato è esclusa per l'indagato, l'imputato o il condannato per reati commessi in violazione delle norme per la repressione dell'evasione in materia di imposte sui redditi e sul valore aggiunto, debbono essere dichiarate manifestamente inammissibili, sia pure per ragioni diverse;