[pronunce]

2.2.- Osserva il giudice rimettente che il principio ne procedat iudex ex officio, affermato in via generale dall'art. 2907 cod. civ. e dagli artt. 99 e 112 del codice di procedura civile, trova una delle sue più rilevanti eccezioni nella legge fallimentare, laddove l'art. 6 prevede che il fallimento dell'imprenditore commerciale in stato di insolvenza possa essere dichiarato anche per iniziativa autonoma dello stesso tribunale territorialmente competente, in carenza di esercizio della cosiddetta «azione fallimentare» da parte di soggetti a tanto legittimati (ossia da parte di uno o più creditori, dello stesso debitore o del pubblico ministero), diversi dall'organo giudiziario chiamato a decidere. Osserva, ancora, che il potere di iniziativa officiosa del tribunale è dotato dalla legge fallimentare di due (non esclusivi) canali di attivazione: il primo è costituito dall'obbligo ex art. 8 legge fall. del giudice civile di riferire circa lo stato di insolvenza di un imprenditore, emerso nel corso di un giudizio in cui questi sia parte; il secondo dall'obbligo ex art. 13 legge fall. di trasmissione al presidente del tribunale degli elenchi dei protesti cambiari per mancato pagamento. Osserva, altresì, che andrebbero tenute distinte dalla fattispecie prevista dall'art. 6 legge fall. , in quanto caratterizzate da una situazione di mera doverosità, e perciò non integranti un vero e proprio esercizio officioso dell'«azione fallimentare», le ipotesi di “automatica” dichiarazione di fallimento, previste nella patologia del concordato preventivo (artt. 162, secondo comma, 163, secondo comma, 173, 179, 181, secondo comma, 186, terzo comma, legge fall.) e dell'amministrazione controllata (artt. 192, terzo comma, 193, secondo comma, legge fall.). Accanto a queste andrebbero collocate le ipotesi di dichiarazione di fallimento di grandi imprese soggette ad amministrazione straordinaria ex art. 30 del decreto legislativo 8 luglio 1999, n. 270 (Nuova disciplina dell'amministrazione straordinaria delle grandi imprese in stato di insolvenza, a norma dell'art. 1 della legge 30 luglio 1998, n. 274), e di dichiarazione di stato di insolvenza di imprese soggette a liquidazione coatta amministrativa ex art. 195, settimo comma, legge fall. e di imprese soggette ad amministrazione straordinaria ex art. 3 del d.lgs. n. 270 del 1999. 2.3.- Ad avviso del rimettente, l'orientamento della giurisprudenza di legittimità, secondo cui il tribunale, a norma dell'art. 6 legge fall. , non può dichiarare d'ufficio il fallimento in base alla conoscenza di uno stato di insolvenza in qualsiasi modo ricevuta, ma - com'è desumibile dall'art. 8 legge fall. - in tutte le ipotesi in cui esso tribunale acquisisca la conoscenza dell'insolvenza di un imprenditore nell'esercizio della sua ordinaria attività giurisdizionale, ovvero grazie al rapporto di un altro giudice per situazioni emerse in un diverso procedimento giurisdizionale (Cass. 9 marzo 1996, n. 1876), non può essere condiviso, perché, da un lato, finisce col privare di ratio la norma dell'art. 13 legge fall. , la quale, invece, è preordinata all'esercizio officioso dell'«azione fallimentare» in assoluta carenza sia di domanda di parte sia di previa attività giurisdizionale, e, dall'altro, non tiene conto che la segnalazione del giudice civile ex art. 8 legge fall. in sé non è diversa da qualunque altra notizia di insolvenza emersa aliunde. Sostiene, pertanto, che l'art. 6 legge fall. va interpretato nel senso che l'iniziativa officiosa è attivabile ogni qual volta il tribunale apprenda una notitia decoctionis in qualunque modo, non quindi esclusivamente attraverso il canale informativo dell'art. 8 legge fall. , com'è - a suo avviso - costante indirizzo della giurisprudenza di merito. 2.4.- Così delineato il quadro normativo di riferimento, il giudice a quo ritiene non manifestamente infondata la questione, in quanto i principi del “giusto processo”, introdotti nell'art. 111 Cost. dalla legge costituzionale 23 novembre 1999, n. 2 - già rintracciabili nella Carta costituzionale attraverso una lettura combinata di altre norme (artt. 24, 25, 97, 101 e 106 Cost.) -, hanno fatto sì che ad «una presenza diffusa e non concettualmente espressa» dei principi di terzietà e imparzialità del giudice si sostituisse «l'attribuzione di autonoma dignità costituzionale ai caratteri fondanti il “giusto processo”»; sicché la violazione dell'imparzialità e della terzietà del giudice assurge de iure condito a vizio di incostituzionalità non recuperabile altrimenti. Secondo il rimettente, pertanto, l'iniziativa officiosa del tribunale per la dichiarazione di fallimento, prevista dall'art. 6 legge fall. , confligge con i principi di terzietà e imparzialità del giudice, «di cui il canone nulla iurisdictio sine actione costituisce l'indefettibile corollario logico»: il concetto di terzietà e imparzialità del giudice è connaturato ad una dialettica processuale tra una parte che dice e una che contraddice, rispetto alle quali il giudice si trova in posizione di equidistanza, e viene leso quando la stessa autorità che deve decidere si è autonomamente attivata contro la parte cui il provvedimento decisorio è destinato. I principi di terzietà e imparzialità - prosegue il giudice rimettente - «subiscono un'inevitabile compressione laddove il giudice si comporti sostanzialmente come attore, rischiando perciò di condividere pregiudizialmente la prospettazione attribuita ab intra al caso da sé posto al proprio vaglio». Per di più - egli aggiunge - il giudice non solo deve essere, ma deve apparire terzo ed imparziale, e non può ammettersi che l'imprenditore chiamato a difendersi davanti al tribunale che lo deve giudicare possa anche soltanto dubitare della terzietà e della imparzialità del tribunale medesimo. Il giudice rimettente osserva, poi, che il paradigma del “giusto processo” ex art. 111, secondo comma, Cost. risulta insidiato anche sotto il profilo del contraddittorio, giacché, dovendo il giudice essere “terzo”, non è più ipotizzabile un processo giurisdizionale senza (almeno) due parti contrapposte: ove manchi il contraddittorio fra parti contrapposte, come avviene nel caso del procedimento prefallimentare aperto d'ufficio ex artt. 6 e 8 legge fall., in cui di fronte al debitore non vi è un legittimo contraddittore, il convincimento del giudice non può dirsi immune da “pre”-giudizi, «proprio perché matura in una logica autoreferenziale sottratta alla ginnastica dialettica del contraddittorio coessenziale alla dinamica del “giusto processo”».