[pronunce]

nell'art. 73, comma 5, del d.P.R. 9 ottobre 1990, n. 309 (Testo unico delle leggi in materia di disciplina degli stupefacenti e sostanze psicotrope, prevenzione, cura e riabilitazione dei relativi stati di tossicodipendenza), per i reati in materia di stupefacenti; nell'art. 5 della legge 2 ottobre 1967, n. 895 (Disposizioni per il controllo delle armi), relativamente ai reati in tema di armi; o nell'art. 311 cod. pen. , in rapporto ai delitti contro la personalità dello Stato, ivi compreso quello di sequestro di persona a scopo di terrorismo o di eversione (art. 289-bis cod. pen.); che una circostanza attenuante di tal fatta è prevista anche dall'art. 3 della legge n. 718 del 1985, in relazione a una fattispecie criminosa analoga - secondo il rimettente - a quella considerata; che la disposizione ora citata punisce, infatti, con la reclusione da venticinque a trenta anni «chiunque, fuori dei casi indicati dagli articoli 289-bis e 630 del codice penale, sequestra una persona o la tiene in suo potere minacciando di ucciderla, di ferirla o di continuare a tenerla sequestrata al fine di costringere un terzo, sia questi uno Stato, una organizzazione internazionale tra più governi, una persona fisica o giuridica od una collettività di persone fisiche, a compiere un qualsiasi atto o ad astenersene, subordinando la liberazione della persona sequestrata a tale azione od omissione»; che il medesimo art. 3 della legge n. 718 del 1985 stabilisce, peraltro, al terzo comma, che «se il fatto è di lieve entità si applicano le pene previste dall'art. 605 del codice penale aumentate dalla metà a due terzi»; che, omettendo di prevedere una circostanza attenuante di analogo tenore, la norma denunciata si porrebbe, quindi, in contrasto con i principi di eguaglianza e di ragionevolezza (art. 3 Cost.), sanzionando con la medesima elevatissima pena episodi criminosi di gravità assai diversa, e comprometterebbe, altresì, la finalità rieducativa della pena (art. 27, terzo comma, Cost.), la quale esige che il trattamento sanzionatorio sia proporzionato all'effettivo disvalore del fatto; che la questione sarebbe rilevante nel giudizio a quo, giacché il suo accoglimento consentirebbe, tramite l'applicazione dell'auspicata attenuante, di adeguare la pena inflitta agli imputati alla reale gravità del fatto loro ascritto; che, nel giudizio di costituzionalità, è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che la questione sia dichiarata inammissibile per difetto di motivazione sulla rilevanza e per il suo carattere di mera critica a scelte di politica criminale, ovvero, in subordine, infondata; che si è costituito, altresì, uno degli imputati nel giudizio a quo, il quale - sulla scorta di articolate considerazioni - ha chiesto che l'art. 630 cod. pen. sia dichiarato costituzionalmente illegittimo nella parte in cui non prevede la circostanza attenuante indicata dal rimettente, «ovvero [...] altra circostanza ad effetto comune per i fatti di lieve entità». Considerato che il Giudice dell'udienza preliminare del Tribunale di Venezia denuncia come contraria agli artt. 3 e 27, terzo comma, della Costituzione la mancata estensione al delitto di sequestro di persona a scopo di estorsione della circostanza attenuante prevista dall'art. 3, terzo comma, della legge 26 novembre 1985, n. 718, in rapporto al reato - in assunto analogo - di cosiddetto sequestro di ostaggi: attenuante in forza della quale «se il fatto è di lieve entità si applicano le pene previste dall'art. 605 del codice penale aumentate dalla metà ai due terzi»; che l'eccezione di inammissibilità della questione per difetto di motivazione sulla rilevanza, formulata dall'Avvocatura generale dello Stato, è infondata; che il rimettente deduce, infatti, in modo argomentato che, alla luce delle peculiarità del fatto oggetto del giudizio a quo, gli imputati potrebbero fruire - in caso di accoglimento della questione - dell'attenuante dianzi indicata: attenuante che comporterebbe, d'altro canto, una riduzione della pena di gran lunga superiore a quella che potrebbe eventualmente derivare dalle attenuanti comuni di cui agli artt. 62, numeri 4), 5) e 6), 62-bis e 114, primo comma, cod. pen. , la cui applicabilità - secondo la difesa dello Stato - il giudice a quo avrebbe omesso di valutare; che parimenti infondata è l'ulteriore eccezione di inammissibilità, formulata dall'Avvocatura dello Stato sull'assunto che la questione si risolverebbe in una mera critica a scelte di politica criminale: trattandosi, al contrario, della deduzione di una violazione dei principi di eguaglianza e di ragionevolezza e della finalità rieducativa della pena basata su un ben preciso tertium comparationis; che, nel merito, il giudice a quo - denunciando la violazione dei principi di eguaglianza e di ragionevolezza, nonché della funzione rieducativa della pena - ravvisa la necessità costituzionale di omologare, in parte qua, il trattamento sanzionatorio del sequestro di persona a scopo di estorsione a quello del cosiddetto sequestro di ostaggi; che questa Corte ha già avuto modo, peraltro, di scrutinare una questione di legittimità costituzionale parzialmente analoga a quella odierna, volta a censurare, in riferimento ai medesimi parametri (oltre che all'art. 27, primo comma, Cost.), l'art. 630 cod. pen. nella parte in cui stabilisce la pena minima di «anni venticinque di reclusione in difetto di circostanza attenuante speciale per i fatti di minore entità o gravità»; che, nel dichiarare la questione manifestamente inammissibile per oscurità e indeterminatezza del petitum - vizio non riscontrabile nel caso oggi in esame - la Corte ha incidentalmente rilevato come la disciplina del sequestro di ostaggi - anche in quell'occasione evocata dal giudice rimettente - non costituisca comunque un tertium comparationis idoneo a dimostrare il vulnus costituzionale denunciato, trattandosi di fattispecie criminosa «più ampia e generica rispetto al delitto di cui all'art. 630 cod. pen.» (ordinanza n. 163 del 2007); che tale carattere di maggiore comprensività - attestato anche dalla clausola di sussidiarietà espressa con cui la norma incriminatrice del sequestro di ostaggi esordisce («fuori dei casi indicati negli articoli 289-bis e 630 del codice penale») - si coglie segnatamente in rapporto all'obiettivo della condotta, identificato nel generico «fine di costringere un terzo [...] a compiere un qualsiasi atto o ad astenersene»: finalità rispetto alla quale lo scopo di conseguire un ingiusto profitto, previsto dall'art. 630 cod. pen. , rappresenta una species negativamente connotata;