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Attenzione: la narrazione secondo la quale l'Italia non spende i fondi europei è profondamente scorretta; li ha sempre spesi, ma lo ha sempre fatto malissimo, perché purtroppo sono rimasti vittime del clientelismo regionale. Ecco perché mi riporto ai grandi progetti con un faro da parte della Commissione europea, del Governo e della Presidenza. Andando avanti, Confindustria aveva deciso di presentare la seguente proposta: in caso di rallentamento della spesa dei fondi europei, queste risorse dovevano passare direttamente al credito d'imposta. Ora so che Confindustria è stata già ampiamente beneficiaria di autorevoli incarichi presso la Presidenza. Mi auguro che receda rispetto a questa proposta, perché avremmo uno Stato che rinuncia di nuovo alle infrastrutture in favore del Sud. (Applausi dal Gruppo M5S) . Per le imprese si deve infatti agire su altri temi e in altri tavoli, abbassando le tasse alle imprese e agevolando il lavoro e gli investimenti da parte delle imprese, ma non con i soldi delle infrastrutture per il Sud. Le stesse imprese che operano al Sud hanno infatti estrema necessità di infrastrutture, perché adesso non riescono a crescere e ad andare oltre il loro bacino, proprio perché sono fortemente penalizzate dalla mancanza di infrastrutture sicure e veloci, come nel resto del Paese. (Applausi della senatrice Moronese) . Si è parlato di semplificazioni, tema assai importante, prima di tutto perché fino ad ora la complessità della spesa ha fornito un alibi alle Regioni per spendere male. Non si è però parlato di un altro aspetto, a mio avviso di fondamentale importanza, ovvero il vincolo della condizionalità macroeconomica. Non so, a questo punto, se il Governo vuole ancora procedere all'eliminazione di questa clausola, perché, nel momento in cui non si rispettano le regole europee, non devono né possono essere i territori più deboli a pagare. A beneficio di chi ci ascolta fuori da quest'Aula, è bene specificare che questa clausola prevede che, nel momento in cui non si rispettano determinate regole e vincoli europei, si possono immediatamente fermare i trasferimenti dei fondi europei. Questo non bisogna assolutamente consentirlo: si tratta di una questione di fondamentale importanza. Ho dubbi circa il collegamento tra le politiche di coesione e le riforme strutturali. A me interessa che le politiche di coesione siano libere di compiere la loro missione, così come previsto nei trattati europei. Le politiche di coesione devono rimuovere gli ostacoli e ridurre finalmente il divario esistente, senza essere subordinate a riforme strutturali che magari provengono da principi o desideri europei. Non vogliamo quindi altri jobs act e precarizzazioni, per poter usufruire delle politiche di coesione. Anche su questo aspetto bisogna stare molto attenti al collegamento con il semestre europeo. Fino ad ora la politica di coesione non è mai stata collegata al semestre europeo, dunque occorre essere davvero molto attenti, perché, come sempre, si rischia che a pagare siano le regioni più svantaggiate, quindi i cittadini più deboli, ma questo non deve accadere. Sono comunque molto contenta che si stia procedendo verso la definizione del negoziato, perché sarebbe importante concluderlo il prima possibile, al fine di iniziare a progettare e a spendere già dall'anno prossimo. La volta scorsa, a seguito di questo negoziato, si è iniziato a spendere le risorse con due anni di ritardo, proprio perché veti e contro-veti hanno portato una dilazione dei tempi che adesso stiamo purtroppo scontando. Occorre però fare attenzione al fatto che le politiche di coesione devono essere tali anche a livello nazionale. È vero che, a proposito della regola del 34 per cento, che per la terza volta è stata riscritta, c'era già un vincolo ex ante per tutte le amministrazioni, anche per l'Anas (Ente nazionale per le strade) e RFI (Rete ferroviaria italiana), che lei stesso, signor presidente Conte, aveva sottoscritto nel maggio del 2019. Ora l'abbiamo riscritta: l'importante è che venga osservata, perché addirittura sta già diventando vecchia senza essere osservata; altrimenti, saranno di nuovo inutili le politiche di coesione, che fino ad ora hanno soltanto sostituito la spesa ordinaria. Quindi, basta chiamare "sprecare"… (Il microfono si disattiva automaticamente). La ringrazio, signor Presidente. Concludendo, mi auguro che finalmente ci sia molta attenzione a questo genere di discorsi, riguardanti il Sud. Spesso si sente dire che se riparte il Sud, riparte il Paese. Lo si è sentito dire negli ultimi cinquant'anni, ma non lo si è mai fatto. Questa è quindi l'occasione giusta per invertire finalmente la tendenza, a partire anche dalle autonomie, perché, come ha chiesto il MoVimento 5 Stelle, stiamo andando nella direzione precedente, di individuare e attuare i Livelli essenziali delle prestazioni. Ora bisogna parlare dell'invarianza finanziaria e davvero di una coesione sociale e territoriale che fino ad ora non c'è stata. Se davvero lo si vuole, è giusto fare un tavolo aperto su politiche europee e autonomia, proprio perché tutto deve andare insieme ed essere concertato e coordinato, con l'unico grande obiettivo di far crescere anche quella parte di Paese che può aiutare l'intero sistema Italia, che fino ad ora, purtroppo, è rimasto indietro rispetto a tutto il resto d'Europa. (Applausi dal Gruppo M5S) . PRESIDENTE.È iscritto a parlare il senatore De Bonis. Ne ha facoltà. DE BONIS (Misto) . Signor Presidente, cari colleghi, la proposta della Commissione europea per la Politica agricola comune (PAC) prevede uno stanziamento di 365 miliardi di euro a prezzi correnti: una dotazione che corrisponde a una percentuale media del 28 per cento circa del bilancio complessivo dell'Unione, previsto per lo stesso arco di tempo, quantificato in 1.135 miliardi di euro. L'importo totale a prezzi correnti della spesa PAC, nell'ambito del precedente quadro finanziario pluriennale, è stato di 408 miliardi di euro, corrispondenti al 37 per cento del bilancio generale dell'Unione europea a 28 Stati membri. Secondo la Commissione europea, la PAC, nel prossimo settennio, subirebbe una riduzione del 5 per cento a prezzi correnti rispetto al precedente periodo, il che equivarrebbe a una riduzione di circa il 12 per cento a prezzi costanti. Secondo il Parlamento europeo il taglio ammonterebbe al 15 per cento. Signor Presidente, la riduzione degli stanziamenti per la PAC è preoccupante; avviata già dal periodo di programmazione 2000-2006, così come quella per un altro settore tradizionale come la politica di coesione, viene giustificata dalla Commissione europea con l'aumento di risorse in altri settori (ricerca, ambiente, difesa, innovazione) e tiene conto anche dell'uscita del Regno Unito, con la conseguente perdita di risorse, che farà ridurre di circa 12 miliardi di euro il gettito fiscale. Dell'importo totale di 365 miliardi di euro, 286 miliardi sono destinati al Fondo europeo agricolo di orientamento e di garanzia (FEOGA), il primo pilastro della PAC, che finanzia le nostre aziende agricole, i pagamenti diretti agli agricoltori e le misure di mercato, senza necessità di cofinanziare i progetti.