[pronunce]

che, in punto di inammissibilità, la difesa erariale eccepisce che il rimettente, nel limitarsi a prendere acriticamente atto delle dichiarazioni rese dalle parti private sul possesso dei requisiti necessari per l'abilitazione alla certificazione tributaria, avrebbe omesso qualsiasi valutazione sulla concreta attitudine degli elementi istruttori acquisiti a comprovare tale possesso e sarebbe così incorso in un vizio di carenza di motivazione sulla rilevanza, tale da indurre ad una pronuncia di manifesta inammissibilità non diversa da quella dell'indicata ordinanza n. 499 del 2002 della Corte costituzionale; che, quanto alla manifesta infondatezza, l'Avvocatura generale dello Stato afferma che sarebbe escluso il denunciato eccesso di delega, perché il legislatore delegato si sarebbe limitato, con la disposizione censurata, ad adempiere il cómpito demandatogli dalla legge di delegazione di specificare adempimenti e responsabilità di alcuni “studi professionali” – quali “strutture intermedie” tra i contribuenti e l'Amministrazione finanziaria dello Stato – nella presentazione delle dichiarazioni dei loro clienti in materia di imposte sul reddito e di IVA; che, sempre in ordine alla manifesta infondatezza, la difesa erariale, in relazione agli altri parametri costituzionali evocati, afferma che la delicatezza e l'importanza della potestà certificativa prevista dall'art. 36 del d.lgs. n. 241 del 1997 hanno indotto il legislatore delegato, con «scelta […] non soltanto ragionevole ma […] addirittura necessitata», ad attribuire tale potestà soltanto a soggetti appartenenti a determinate categorie in possesso di specifici requisiti professionali, in connessione con l'ulteriore requisito – ragionevole e coerente con le funzioni e responsabilità demandate agli stessi soggetti – consistente nella tenuta (o nel diretto controllo) delle scritture contabili dei clienti certificati, nel periodo d'imposta di riferimento, fermo restando che il controllo finale sull'operato del contribuente resta di pertinenza esclusiva dell'Amministrazione finanziaria, senza alcuna possibilità di conflitti di interesse tra professionista certificatore e contribuente certificato; che l'Avvocatura generale dello Stato, nell'escludere che la norma denunciata istituisca un “monopolio” di attività a favore di alcune categorie professionali, osserva che la certificazione tributaria non è condizione di validità della dichiarazione di imposta e che la circostanza che il contribuente possa in concreto ritenere preferibile avvalersi della consulenza di un professionista abilitato alla certificazione tributaria costituisce un mero accadimento di fatto, inidoneo a fondare il prospettato dubbio di legittimità costituzionale; che, nell'imminenza della pubblica udienza, le parti private hanno depositato una memoria illustrativa, affermando la rilevanza e la fondatezza della questione: la rilevanza conseguirebbe al contenuto delle dichiarazioni rilasciate dai ricorrenti nel giudizio principale, sia in punto di anzianità dell'iscrizione all'albo, sia in punto di tenuta della contabilità dei clienti; la fondatezza deriverebbe dalla duplice considerazione che «un'attività di consulenza fiscale “protetta”», quale quella dei dottori commercialisti o dei ragionieri, non potrebbe operare «a danno» degli avvocati tributaristi con qualifica di revisori dei conti, e che la certificazione tributaria è consentita dalla norma denunciata perfino ai periti commerciali ed ai consulenti del lavoro, ai quali non compete attività di consulenza fiscale o di tenuta di scritture contabili. Considerato che il Tribunale amministrativo regionale del Lazio dubita della legittimità costituzionale dell'art. 36, comma 1, del decreto legislativo 9 luglio 1997, n. 241 (Norme di semplificazione degli adempimenti dei contribuenti in sede di dichiarazione dei redditi e dell'imposta sul valore aggiunto, nonché di modernizzazione del sistema di gestione delle dichiarazioni), nel testo risultante dall'integrazione apportata dall'art. 1 del decreto legislativo 28 dicembre 1998, n. 490 (Disposizioni integrative del decreto legislativo 9 luglio 1997, n. 241, concernenti la revisione della disciplina dei centri di assistenza fiscale); che, secondo il giudice rimettente, la norma denunciata, nel riservare l'attività di certificazione tributaria ai revisori contabili iscritti negli albi dei dottori commercialisti, dei ragionieri e periti commerciali e dei consulenti del lavoro, alla condizione che abbiano esercitato la professione da almeno cinque anni e che abbiano tenuto le scritture contabili dei contribuenti loro clienti nel corso del periodo d'imposta cui si riferisce la certificazione, violerebbe: a) l'art. 35 Cost., perché «l'attribuzione a determinate categorie di soggetti, legittimati a rilasciare la certificazione, anche della tenuta della contabilità e dell'effettuazione della dichiarazione dei redditi» comporterebbe «una sorta di riserva monopolizzatrice» di tali attività a favore di alcuni professionisti e si risolverebbe, non ricorrendo ragioni di interesse generale, in una «ingiustificata limitazione alla scelta lavorativa e al libero svolgimento di attività lavorative»; b) l'art. 76 Cost., per eccesso di delega, perché, escludendo dal novero dei soggetti abilitati alla certificazione tributaria professionisti (come gli avvocati tributaristi) che offrono garanzie di esperienza e di provata professionalità pari a quelle dei soggetti abilitati, violerebbe la norma interposta di cui all'art. 3, comma 134, lettera d), della legge di delegazione legislativa 23 dicembre 1996, n. 662 (Misure di razionalizzazione della finanza pubblica), la quale stabilisce soltanto il criterio direttivo di individuare le modalità di presentazione delle dichiarazioni anche attraverso “strutture intermedie” tra contribuente ed amministrazione finanziaria, a fini di semplificazione e di agevolazione degli uffici finanziari; c) l'art. 3 Cost., perché si porrebbe in contrasto con il «principio perequativo»; d) l'art. 97 Cost., perché sarebbe contraria alla razionalità ed alla buona amministrazione; che la questione è stata già sollevata nel medesimo giudizio principale ed è stata dichiarata manifestamente inammissibile da questa Corte con ordinanza n. 499 del 2002, perché nell'ordinanza di rimessione mancava «qualsiasi specifico riferimento (salva la notazione che gli avvocati tributaristi ricorrenti sono revisori contabili) ai profili di rilevanza della questione nella concreta fattispecie all'esame del giudice a quo, in riferimento al possesso […] degli altri requisiti che devono accompagnare quello relativo all'iscrizione negli appositi albi dei revisori contabili (esercizio da parte dei revisori della professione per almeno cinque anni; tenuta di scritture contabili) per poter essere abilitati al rilascio, ai soli fini fiscali, della certificazione tributaria, di cui al comma 2 dell'art. 36 del decreto legislativo 9 luglio 1997, n. 241»;