[pronunce]

che per tali ragioni il giudice tributario, con ordinanza del 14 novembre 1994, ha per la prima volta sollevato la questione di legittimità costituzionale dell'art. 32, primo comma, del d.l. n. 429 del 1982, per contrasto con l'art. 3 della Costituzione, questione che la Corte costituzionale, con l'ordinanza n. 42 del 1998, ha dichiarato manifestamente inammissibile in quanto l'ordinanza di rimessione era "priva di qualsiasi elemento di individuazione della fattispecie oggetto del giudizio principale" e carente di una "sia pur sintetica motivazione della rilevanza della questione"; che la Commissione tributaria regionale del Veneto, investita della medesima controversia, ha condiviso i dubbi di legittimità costituzionale esposti dal primo giudice remittente ed ha pertanto nuovamente sollevato la questione davanti alla Corte per la dedotta violazione dell'art. 3 della Costituzione; che il giudice a quo, nell'intento di spiegare le ragioni di rilevanza della questione, ha in primo luogo esposto i singoli passaggi della vicenda controversa, che sono scanditi in linea di massima, dai seguenti atti: la notifica dell'avviso di accertamento (in una data compresa nella "zona condono"); la presentazione della dichiarazione integrativa formulata in conformità alle previsioni dell'art. 16 del d.l. n. 429 del 1982; la liquidazioneeseguita dall'Amministrazione finanziaria; l'iscrizione a ruolo con emissione della cartella esattoriale; la presentazione del ricorso da parte del contribuente, il quale aveva richiesto che la liquidazione dell'imposta fosse effettuata a norma dell'art. 19 anziché a norma dell'art. 16 del d.l. n. 429 del 1982; che, in secondo luogo, il giudice a quo ha ribadito che la disposizione dell'art. 32, primo comma, del d.l. n. 429 del 1982, non consentirebbe all'Amministrazione finanziaria di provvedere a liquidare il tributo in forme diverse da quelle regolate dall'art. 16 e che è proprio tale disposizione che impedirebbe l'accoglimento della pretesa della società ricorrente, altrimenti fondata sugli effetti derivanti dalla declaratoria di incostituzionalità pronunciata dalla sentenza n. 175 del 1986 più volte citata; che la questione, inoltre, è ritenuta dal giudice a quo non manifestamente infondata, dal momento che l'applicazione del principio di irrevocabilità è tale da svuotare delle sue ragionevoli conseguenze la sentenza n. 175 del 1986: sebbene l'accertamento d'ufficio fosse nullo, in quanto notificato dopo l'entrata in vigore del d.l. n. 429 del 1982, la dichiarazione integrativa su di esso basata avrebbe prodotto pieni effetti, abilitando l'Amministrazione ad assumerla a parametro per la liquidazione dell'imposta; si tratterebbe di una vera e propria ultrattività della disposizione già dichiarata incostituzionale, con inevitabile violazione dei principia di ragionevolezza e di parità di trattamento; che nel presente giudizio è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, che ha chiesto che la questione di legittimità costituzionale sia dichiarata inammissibile o comunque infondata; che, in primo luogo, l'interveniente ricorda che, in conformità a quanto dispone l'art. 16 del d.P.R. n. 636 del 1972 (oggi l'art. 19 del d.lgs. n. 546 del 1992) , il ricorso avverso il ruolo per motivi diversi da quelli relativi a vizi propri di questo è ammesso solo quando l'iscrizione a ruolo non sia stata preceduta dalla notificazione dell'avviso di accertamento o dell'avviso di liquidazione di imposta; che nella controversia in oggetto l'unico motivo di impugnazione dell'iscrizione a ruolo si sostanzia nel richiamo alla sentenza n. 175 del 1986 (e dunque ad un motivo "esterno"), mentre il giudice a quo nulla preciserebbe circa l'ammissibilità del ricorso del contribuente in relazione alla pretesa notificazione dell'avviso di liquidazione avverso il quale, sempre secondo l'Avvocatura generale dello Stato, in presenza di una notificazione tempestivamente effettuata, il ricorrente avrebbe dovuto proporre l'immediata impugnazione, senza poter invocare, a giustificazione del ritardo, la sopravvenienza della sentenza n. 175 del 1986, onde in mancanza di siffatta impugnazione, ne sarebbe derivata l'acquiescenza del contribuente; che in secondo luogo secondo la difesa erariale, a fronte della pretesa del ricorrente volta ad ottenere una diversa valutazione giuridica della domanda di condono, il giudice rimettente non avrebbe spiegato l'eventuale sussistenza dei presupposti per realizzare una "conversione" della dichiarazione inizialmente proposta ai sensi dell'art. 16 del d.l. n. 429 del 1982; che nel merito, a parere dell'interveniente, la questione sarebbe nondimeno infondata, poiché l'irretrattabilità delle dichiarazioni integrative presentate ai sensi del d.l. n. 429 del 1982 discenderebbe dalla circostanza che esse poggiano comunque le basi su un'acquiescenza e sulla valutazione di convenienza espressa dal contribuente interessato, che, nella specie, in presenza di un avviso di accertamento notificato oltre il termine di entrata in vigore del d.l. n. 429 del 1982, avrebbe potuto proporre immediato ricorso contro tale avviso, deducendo la medesima eccezione di illegittimità costituzionale accolta con la sentenza n. 175 del 1986; che la norma che sancisce l'irrevocabilità della dichiarazione integrativa, dunque, sarebbe tutt'altro che irragionevole e la questione di costituzionalità si rivelerebbe infondata. Considerato che il giudice a quo ha omesso di considerare che rientrava nei suoi poteri di giudicante sulla controversia tributaria valutare gli effetti della dichiarazione di incostituzionalità dell'art. 16 del d.l. 10 luglio 1982, n. 429, come modificato con la legge di conversione 7 agosto 1982, n. 516, "nella parte in cui consente la notifica degli accertamenti di rettifica o di ufficio sino alla data di presentazione della dichiarazione integrativa, anziché sino alla data di entrata in vigore del d.l. n. 429 del 1982" (sentenza n. 175 del 1986), di modo che, per questo periodo colpito da illegittimità costituzionale, doveva essere verificato se fosse configurabile una carenza di potere dei provvedimenti di accertamento tra le diverse soluzioni idonee a garantire un'effettività di tutela al contribuente; che lo stesso giudice a quo certamente non poteva dare ulteriore efficacia ad accertamenti tributari basati su norme di cui sia sopravvenuta la dichiarazione di illegittimità costituzionale, sia pure parziale, salvo che si trattasse di situazioni divenute comunque definitive e non soggette a tutela giurisdizionale per acquiescenza o per decorso dei termini di impugnazione, cioè in tutti i casi in cui sia preclusa una ulteriore tutela giurisdizionale;