[pronunce]

In secondo luogo, la Camera impugna la sentenza resa dal medesimo Tribunale lo stesso 18 febbraio 1998, nella cui esposizione in fatto si ricordavano l'istanza dell'imputato e l'ordinanza di reiezione, e che, pronunciando sull'imputazione, condannava l'imputato medesimo ad una pena detentiva nonché al risarcimento del danno nei confronti della parte civile. Ancora, è impugnata la sentenza della Corte d'appello di Lecce 21 ottobre 1999-10 marzo 2000, nella quale la Corte rigettava fra l'altro l'eccezione di nullità della ricordata ordinanza 18 febbraio 1998 del Tribunale, osservando che non costituisce impedimento a comparire una semplice possibilità di impedimento; che nella specie l'imputato aveva rappresentato solo il 18 febbraio, e dunque con “palese tardività” rispetto all'epoca in cui gli era stato comunicato il calendario dei lavori della Camera, di avere partecipato alle votazioni svoltesi il giorno 17 e di dover partecipare ai lavori programmati per il pomeriggio successivo (riferendosi, evidentemente, non all'originaria istanza dell'imputato, ma al fax del giorno successivo inviato al Tribunale); che votazioni erano previste solo per il giorno 20; e concludendo che nessuna delle situazioni esposte rivestiva il carattere dell'impedimento assoluto a comparire la mattina del 18, e pure nel pomeriggio dello stesso giorno “per la non indispensabilità della presenza del medesimo al dibattito parlamentare a causa della estraneità del momento deliberativo all'o.d.g. ”. Infine è impugnata la sentenza della Corte di cassazione 15 febbraio-19 marzo 2001, nella quale si rigettava il ricorso dell'imputato, disattendendo fra l'altro il motivo incentrato sulla nullità del primo giudizio a seguito del mancato riconoscimento dell'impedimento in questione, con una motivazione in cui si osserva, in via generale, che “il delicato equilibrio tra la funzione giurisdizionale e quella parlamentare trova contemperamento nel bilanciamento degli interessi confliggenti, operato di volta in volta dal giudice, sulla scorta della concreta situazione processuale”, che “l'indiscriminata valenza dell'impedimento di natura parlamentare paralizzerebbe la definizione del procedimento, comportando la prescrizione del reato”, e che “la definizione del procedimento in tempi ragionevoli soddisfa non solo l'interesse (punitivo, ma non solo) dello Stato e le legittime aspettative della persona offesa, ma anche l'interesse dello stesso imputato, ove questi non si proponga fini dilatori”; e si afferma, quanto alla specie, che la pronuncia del giudice territoriale si sottrae al sindacato della stessa Corte di cassazione, “argomentando circa la tardività dell'impedimento dedotto con proposizioni logicamente e giuridicamente ineccepibili”. Nel ricorso - proposto, è opportuno ricordare, prima della sentenza n. 225 del 2001, in cui per la prima volta questa Corte si è pronunciata su un conflitto di attribuzioni fra la Camera dei deputati ed un'autorità giudiziaria in tema di mancato riconoscimento di un impedimento dell'imputato che sia membro delle Camere, derivante dalla contemporaneità di lavori parlamentari - la Camera chiede dichiararsi che non spetta alle autorità giudiziarie contro cui ricorre “negare che costituisca impedimento assoluto alla partecipazione del deputato on. Giancarlo Cito alla udienza dibattimentale presso il Tribunale di Taranto il diritto-dovere del medesimo di assolvere il mandato parlamentare partecipando alle votazioni dell'assemblea della Camera indette nello stesso giorno”; e, in particolare, non spetta alla Corte di cassazione “dichiarare riservato al bilanciamento del giudice penale, alla stregua delle risultanze processuali, il giudizio sulla spettanza del carattere di impedimento assoluto a partecipare all'udienza alla situazione dell'imputato parlamentare che sia impegnato in votazioni in assemblea concomitanti con l'udienza penale”. Chiede per l'effetto di annullare i provvedimenti giudiziari impugnati. Il ricorso deduce la lesione delle attribuzioni costituzionali della Camera con particolare riferimento alla circostanza che il deputato, nella specie, era stato chiamato ad esercitare il suo diritto-dovere di votare in assemblea, pur non escludendo che analoga lesione possa aversi anche quando non si tratti di votazione in assemblea. Secondo la ricorrente, la pretesa dell'autorità giudiziaria di rimettere al solo giudice, alla stregua della valutazione delle circostanze processuali, il giudizio sul carattere di impedimento assoluto di tutte le attività dei parlamentari, considerate fra loro “fungibili”, violerebbe gli articoli 64, 68 e 72 della Costituzione, che garantiscono il funzionamento interno dell'assemblea nei confronti delle interferenze di qualsiasi potere, e non realizzerebbe un contemperamento equilibrato tra le esigenze della giurisdizione e quelle della funzione parlamentare, in contrasto anche con il principio di leale cooperazione: l'impedimento derivante dalla concomitanza di lavori parlamentari comportanti votazioni in assemblea dovrebbe comunque essere riconosciuto come assoluto. Il diniego del carattere assoluto di detto impedimento lederebbe altresì la libertà del mandato parlamentare garantita dall'art. 67 della Costituzione, e perciò l'autonomia e l'indipendenza della Camera. Ancora, le decisioni impugnate comporterebbero il completo sacrificio delle esigenze della funzione parlamentare, operando un bilanciamento irragionevole, mentre solo il riconoscimento del carattere assoluto dell'impedimento nel caso di concomitanti votazioni in assemblea permetterebbe alle due funzioni di convivere in modo soddisfacente e di ovviare al problema delle pratiche dilatorie. Un ultimo motivo del ricorso - su cui la ricorrente ha in particolare insistito nella memoria, prendendo atto degli indirizzi nel frattempo enunciati da questa Corte nelle sentenze n. 225 del 2001 e n. 263 del 2003 - lamenta la violazione del principio di leale collaborazione e del dovere di lealtà e correttezza del giudice, che obbliga il potere giudiziario al rispetto effettivo delle prerogative degli altri organi costituzionali. Infatti i giudici avrebbero invocato una inesistente tardività della richiesta di rinvio, che invece era stata presentata tempestivamente, il giorno prima dell'udienza, con istanza che la Corte d'appello ha completamente ignorato; non avrebbero tenuto conto che dalla documentazione presentata si deduceva che l'imputato era chiamato a votare anche nel giorno precedente a quello dell'udienza, fino alle ore 23, il che avrebbe reso non praticabile la soluzione prospettata nell'ordinanza del Tribunale, di presenziare comunque all'udienza nella mattina del giorno 18 febbraio; la Corte d'appello avrebbe equivocato nell'affermare che votazioni erano previste solo per il giorno 20, mentre esse erano previste anche nei giorni precedenti; la Corte di cassazione avrebbe evocato i rischi di pratiche dilatorie in relazione ad una vicenda in cui l'impedimento parlamentare venne fatto valere dall'imputato in quell'unica occasione. Le motivazioni ed argomentazioni dei giudici di merito, definite “giuridicamente ineccepibili” dalla Corte di cassazione, sarebbero sintomatiche di un approccio non corretto e non ispirato all'impegno di riconoscere effettivamente le attribuzioni del potere parlamentare, che verrebbero invece aggirate.