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La vallicoltura, esercitata da secoli con modalità compatibili con l'ambiente e l'ecosistema, si è trasformata in attività preclusa ai più, ma quel che qui rileva, del tutto priva di titolo giuridico. Le valli da pesca della laguna di Venezia sono demaniali. Così hanno statuito sentenze irrevocabili penali (di Cassazione) ed amministrative (di Consiglio di Stato e TAR), e sentenze civili di secondo grado, nonché -- da ultimo -- le Sezioni unite della Corte di cassazione civile (16 febbraio 2011). Quanto alle sentenze penali, la Cassazione penale sezione VI ha dichiarato inammissibili, con sentenza 11 novembre 1997-3 marzo 1998, i ricorsi dei vallicoltori tesi ad ottenere un'assoluzione con formula che cancellasse quella secondo cui «il fatto non costituisce reato» che la Corte d'appello di Venezia IV sezione penale aveva pronunciato con sentenza n. 1289 del 18 dicembre 1995 sulla contravvenzione di occupazione abusiva di occupazione di spazi acquei demaniali, con ciò confermando esplicitamente la demanialità delle valli da pesca. In sede amministrativa il Consiglio di Stato si esprimeva nello stesso senso con la decisione n. 1205 del 16 dicembre 1977 pubblicata il 17 novembre 1978 concernente la Valle Millecampi. E successivamente la sentenza del TAR del Veneto n. 475 del 7 maggio 1992, irrevocabile, emessa nei confronti delle principali aziende esercitanti vallicoltura e attività venatoria e sedicenti proprietarie, ribadiva che «le aree vallive prevalentemente sommerse comprese nella conterminazione lagunare, appartengono effettivamente al demanio marittimo». «Precisamente sono demaniali» si legge «quegli specchi o bacini di acqua salsa e salmastra che facendo parte della laguna di Venezia (trovandosi cioè all'interno della sua conterminazione) allo stato di natura possiedono e/o possedevano le caratteristiche proprie del demanio marittimo (ossia la libera comunicazione col mare almeno una parte dell'anno, secondo la definizione data dall'articolo 28 del codice della navigazione, approvato con regio decreto 30 marzo 1942, n. 327)». Quanto al contenzioso civile tra l'amministrazione statale e i sedicenti proprietari delle valli da pesca, continuano fino a questi giorni ad essere emesse sentenze (oltre una decina) della Corte d'appello di Venezia che, valle per valle, ribadiscono che ciascuna valle appartiene alla laguna ed alla proprietà pubblica. È necessaria un'iniziativa di legge che, se vuole regolamentare l'esistente (e magari sanare le situazioni ormai incancrenitesi di occupazioni di fatto sulla base di presunti titoli, o di piccoli e marginali occupanti), mantenga ben fermi i princìpi consolidati nel diritto, anche remoto, che regola la laguna di Venezia, senza stravolgere la consolidata giurisprudenza, anzi assecondandola, che sta per concludere un pluridecennale contenzioso giudiziario e secolari dispute. Va detto a questo punto che, nel corso della XVI Legislatura, la Commissione Agricoltura del Senato, nell'ambito dei suoi lavori, dopo la discussione generale, ha ricevuto il seguente parere della competente Commissione Giustizia del Senato: «La Commissione Giustizia, esaminati i provvedimenti in titolo, per quanto di propria competenza, esprime parere favorevole sul disegno di legge n. 1239 (Casson ed altri), sottolineando come le cosiddette "valli da pesca" della laguna di Venezia e di Marano-Grado devono essere considerate come appartenenti ab origine al bacino demaniale marittimo delle lagune stesse e sottolinea che la determinazione del diritto di proprietà non può spettare a un organo amministrativo, quale il magistrato alle acque, cui può competere solo un'attività ricognitiva». All'inizio di questa nuova legislatura, si ritiene di dover depositare il seguente nuovo testo di legge. Entrando nel merito delle proposte normative formulate, si osserva quanto segue. All'articolo 1, il comma 1 rende esplicita l'appartenenza delle valli da pesca alla laguna di Venezia, già ricavabile dalle norme speciali (legislazione su Venezia e codice della navigazione) e dal codice civile. Il comma 2 definisce in via generale le valli da pesca: si tratta in pratica di tutti quei bacini lagunari con acque salse o salmastre, poco profonde, generalmente marginali alle lagune stesse, all'interno dei quali si trovano o si trovavano specchi d'acqua più o meno estesi alimentati sempre dalla marea e spesso anche da un filo d'acqua dolce, chiamati «laghi di valle» o «chiari di valle» ; canali naturali o artificiali più o meno profondi con ramificazioni chiamate «ghebi», attraverso i quali l'acqua di marea si estende nei laghi o chiari di valle; zone di fondali emergenti chiamate «barene», «velme» o «dossi»; zone dove in determinati periodi dell'anno migrano o migravano spontaneamente (montata) numerose specie di pesci adulti o allo stato di novellame, e da dove dopo uno stanziamento di alcuni mesi (le anguille anche 6-8 anni) ritornano o meglio ritornavano al mare (smontata) per riprodursi. Il fatto che siano chiusi, più o meno abusivamente e stabilmente, arginati, che l'afflusso delle acque sia regolamentato artificialmente, che vengano denominati fossi, stagni o altro non ne cambia il regime giuridico, anche se ha mutato profondamente l'ecosistema. E nemmeno il fatto che si qualifichino talora alcuni bacini come laguna morta (che significa solo che l'acqua di marea ha più difficoltà a raggiungere queste aree) muta la loro natura di spazi «con» acque (perché vi sono anche barene, soggette all'andamento della marea, e arginature, spesso abusive, ma comunque pertinenze delle acque), rientranti tra le valli da pesca e dunque a pieno titolo facenti parte dell'unitario bacino lagunare. Il comma 3 dichiara che quella dei primi commi è interpretazione autentica della definizione di laguna che si legge nell'articolo 1 della legge 5 marzo 1963, n. 366, e dell'articolo 28 del codice della navigazione, includendovi espressamente le valli da pesca. L'articolo 2 attribuisce al Magistrato alle acque di Venezia il rilevamento del perimetro delle isole, delle valli da pesca e degli specchi d'acqua aperti utilizzati da privati, entro il termine di dodici mesi. L'articolo 3 rappresenta, in continuità con la legislazione anche anteriore alla Repubblica italiana, che, in conformità ai princìpi dell'ordinamento, i privati sono «utenti» e mai proprietari di beni demaniali, e li possono utilizzare in base a titolo concessorio dell'amministrazione competente. Indefettibili sono i princìpi che non consentono di amputare la laguna di una così grande e fondamentale parte qual è l'ecosistema ove insistono le valli da pesca, anche in considerazione della dichiarata valenza nazionale della tutela di Venezia e della sua laguna (articolo 1, primo comma, della legge 16 aprile 1973, n. 171). L'articolo 4 consente la chiusura del contenzioso con lo Stato nei confronti degli occupanti delle valli da pesca, che potranno ottenere, nei modi previsti dall'ordinamento, concessione cinquantennale di utilizzo della valle da pesca.