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proprio in quella stessa zona cittadina interessata dagli articoli 5 e 6 del protocollo, lungo l'attuale linea ferroviaria l'interrogante ha rilevato la realizzazione di nuovi edifici da parte dell'Azienda territoriale edilizia residenziale; in dettaglio, si tratta di alloggi e relative pertinenze di edilizia agevolata che vengono posti in locazione con contratto della durata di anni 4 più 4, ulteriormente prorogabili. Il canone di locazione è calcolato secondo i criteri di cui all'articolo 2, comma 3 della legge regionale n. 431 del 1998; se la nuova tratta da realizzare coinvolgesse le unità abitative poste sul lato destro della linea guardando verso nord, si avrebbe: a) il paradosso che nonostante fosse conosciuto il progetto, l'Ater, che non era tenuta a saperlo, ma ad informarsi, è stata comunque autorizzata dal Comune di Verona alla realizzazione degli edifici (si veda l'articolo 6 del protocollo); b) che gli espropri costerebbero di più rispetto al terreno vuoto ante costruzioni; c) che il denaro pubblico impegnato per le costruzioni poteva essere intanto destinato in altra località; l'interrogante osserva, nel caso di conferme, l'assoluta inadeguatezza delle scelte fatte, testimonianze di una realtà in totale confusione, si chiede di sapere: se il progettista Italferr sia a conoscenza dei fatti descritti e, nel caso affermativo, da quale ente o ufficio sia stato informato; che cosa accadrebbe per la definizione degli espropri se venisse accertato che le costruzioni sono state realizzate post decisione assunta con il protocollo del 14 maggio 2013 di realizzare la nuova linea sul luogo ove sono in corso di costruzione i due edifici, ovvero se questo determinerebbe un contenzioso a sfavore delle quote spettanti all'Ater per gli espropri medesimi. Atto n. 3-00188 PUCCIARELLI Al Ministro dell'economia e delle finanze Preso atto che il decreto-legge n. 16 del 2012, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 44 del 2012 del Governo pro tempore Monti, concernente le semplificazioni fiscali, ha abolito la tassa sulle rimesse degli immigrati irregolari, che imponeva a chi spediva denaro all'estero il pagamento di un'imposta di bollo pari al 2 per cento del denaro spedito; tenuto conto che erano esentati dal pagamento di tale imposta i cittadini dell'Unione europea o extraeuropei dotati di matricola Inps e codice fiscale; ritenuto che le rimesse degli immigrati irregolari, sebbene siano senza dubbio una forma di finanziamento per lo sviluppo dei Paesi d'origine degli immigrati stessi, devono essere tassate, perché provenienti da una zona d'ombra, sia economica che sociale, che il nostro Paese non può tollerare; appurato che il Governo pro tempore Monti abolì l'imposta di bollo sulle rimesse degli irregolari in nome di accordi internazionali favorevoli a tale fenomeno, si chiede di sapere: se l'attuale quadro normativo nazionale e internazionale permetta la reintroduzione dell'imposta di bollo del 2 per cento sul denaro spedito da immigrati non muniti di matricola Inps e codice fiscale; se sia intenzione del Ministro in indirizzo reintrodurre l'imposta, valutando la possibilità di innalzarla oltre il 2 per cento. Atto n. 3-00189 URSO DE BERTOLDI Al Ministro dell'economia e delle finanze Premesso che: come è noto sono molte le piccole e medie imprese che hanno acquistato e iscritto nei propri bilanci azioni di Banca popolare di Vicenza e Veneto banca negli anni precedenti al crollo del valore dei relativi titoli azionari e al loro assoggettamento alla procedura concorsuale di liquidazione coatta amministrativa, anche perché, come emerso in particolare con riguardo a Banca popolare di Vicenza, era assai frequente la prassi dell'istituto di richiedere la sottoscrizione di titoli a latere dell'erogazione di credito; una prima svalutazione in bilancio di questi titoli, secondo corretti principi contabili, si è resa necessaria forse già nel bilancio dell'esercizio 2015 (sulla base degli avvenimenti dei primi mesi del 2016) e sicuramente nel bilancio dell'esercizio 2016, dopodiché nel corso dell'esercizio 2017 è sopravvenuta la messa in liquidazione coatta amministrativa; sull'indeducibilità fiscale delle svalutazioni operate nel 2015-2016, sia nel caso in cui le azioni fossero iscritte nell'attivo circolante, sia nel caso in cui fossero iscritte tra le immobilizzazioni finanziarie, nulla quaestio , stante l'irrilevanza fiscale delle svalutazioni di bilancio operate sulle azioni, ai sensi degli artt. 92, comma 4, e art. 110, comma 2, del testo unico delle imposte sui redditi, di cui al decreto del Presidente della Repubblica n. 917 del 1986; con l'avvio della procedura concorsuale nel 2017, tuttavia, è lecito chiedersi se non siano sorti i presupposti per considerare pienamente realizzata (e non meramente "valutata") la perdita di valore relativa a quelle azioni, con conseguente sua deducibilità sul piano fiscale, purché naturalmente le partecipazioni non risultino caratterizzate dai "requisiti pex", di cui all'art. 87 del testo unico (posto che in questo caso l'indeducibilità fiscale non è limitata alle svalutazioni, ma anche alle minusvalenze da realizzo, così come del resto, per queste partecipazioni, sono fiscalmente irrilevanti per il 95 per cento anche le plusvalenze da realizzo); sul punto, va preliminarmente osservato che nonostante l'art. 101 del testo unico non contempli, tra le ipotesi "realizzative di una perdita" equiparate a una cessione a titolo oneroso, i casi di liquidazione volontaria o di assoggettamento a procedura concorsuale della partecipata (a differenza di quanto espressamente previsto dall'art. 86, comma 5- bis , per quel che attiene al diverso caso in cui venga realizzata non una perdita, bensì una plusvalenza), la prassi dell'Agenzia delle entrate ha già avuto modo di chiarire che questa equiparazione opera anche nel caso di un risultato economico negativo (risoluzione del 5 novembre 2008, n. 420); tuttavia, con riguardo ai profili temporali, la stessa Agenzia afferma che "le minusvalenze derivanti dal fallimento o dalla liquidazione volontaria della partecipata si considerano realizzate (…) al momento della chiusura della procedura di fallimento, ovvero alla chiusura della procedura di liquidazione volontaria della partecipata" (circolare del 5 febbraio 2003, n. 7, paragrafo 13); considerato che: stando così le cose, le aziende che hanno acquistato azioni delle due banche, il cui valore nei bilanci è stato chiaramente ormai portato a zero, si ritroverebbero con l'ulteriore beffa di non poter neppure recuperare fiscalmente la perdita fino alla chiusura della procedura concorsuale che, nella migliore delle ipotesi, richiederà almeno una decina d'anni;