[pronunce]

e, d'altra parte, la stessa sentenza in ultimo citata aveva riconosciuto rientrare nella discrezionalità del legislatore il potere di disporre in merito alla base retributiva da computare per i trattamenti di fine rapporto. La difesa erariale ha quindi rilevato che le doglianze del giudice remittente si traducono, in effetti, in una richiesta di sindacato della discrezionalità legislativa, con conseguente inammissibilità della questione. D'altra parte, l'illegittimità costituzionale non deriverebbe - secondo il ragionamento fatto dalla Corte d'appello di Bologna - dall'inserimento dell'indennità integrativa speciale, nella misura del 60 per cento, nella base di calcolo dell'indennità di buonuscita, scelta che non viene criticata; quanto, piuttosto, dall'ulteriore riduzione disposta dall'art. 38 del d.P.R. n. 1032 del 1973, il che si traduce in un'intrinseca contraddittorietà della questione, finalizzata a contestare una scelta legislativa discrezionale, peraltro in sé già ritenuta congrua. 3.— Nel giudizio relativo all'ordinanza n. 340 del 2003 il Presidente del Consiglio dei ministri, in prossimità della camera di consiglio, ha depositato una memoria nella quale ha aggiunto ulteriori argomenti a sostegno delle richieste avanzate nell'atto di intervento, ponendo principalmente l'accento sul fatto che il diritto vivente di cui attualmente si discute è del tutto conforme alla finalità primaria dell'art. 1 della legge n. 87 del 1994. Infatti la statuizione, in esso contenuta, secondo cui il computo dell'indennità integrativa speciale nell'indennità di buonuscita (e negli analoghi trattamenti di fine rapporto) deve essere effettuato in percentuale e l'individuazione di percentuali diverse rispettivamente per i dipendenti compresi nella lettera a) e nella lettera b) della disposizione sono principalmente finalizzate alla realizzazione di una soddisfacente equità ed omogeneità del risultato finale del calcolo del trattamento di fine rapporto tra i vari comparti del settore pubblico, da un lato, e tra questi e il settore privato, dall'altro, onde contenere gli effetti della diversità delle rispettive discipline, secondo le indicazioni fornite nella sentenza di questa Corte n. 243 del 1993. L'orientamento giurisprudenziale di cui si tratta ha valorizzato tale obiettivo, mentre la diversa interpretazione auspicata dalla Corte remittente darebbe luogo ad una sensibile sperequazione tra i vari settori a favore di quello pubblico.1. — La Corte di appello di Bologna dubita della legittimità costituzionale dell'art. 1, comma 1 - recte: art. 1, comma 1, lettera b) - della legge 29 gennaio 1994, n. 87 (Norme relative al computo dell'indennità integrativa speciale nella determinazione della buonuscita dei pubblici dipendenti), nella parte in cui - secondo la costante interpretazione giurisprudenziale costituente diritto vivente - dispone che per i pubblici dipendenti ivi contemplati (e, in particolare, per i lavoratori iscritti all'Istituto postelegrafonici) l'inserimento della prescritta percentuale dell'indennità integrativa speciale (60 per cento) nella base di calcolo dell'indennità di buonuscita (e degli analoghi trattamenti di fine rapporto) debba avvenire attraverso l'applicazione anche a tale percentuale della decurtazione (del 20 per cento) stabilita, dall'art. 38 del d.P.R. 29 dicembre 1973, n. 1032, per tutti gli altri emolumenti che concorrono a formare la base contributiva da prendere in considerazione per la liquidazione dell'indennità di buonuscita. Il giudice remittente ritiene che la norma censurata, in base alla quale la percentuale di indennità integrativa speciale presa in considerazione ai suddetti fini viene ad essere in concreto determinata nella misura del 48 per cento, sia in contrasto con gli artt. 36 e 38 Cost. in quanto l'incisiva riduzione della misura utile dell'indennità integrativa speciale che essa comporta, da un lato, si traduce in una quantificazione di tale indennità palesemente inadeguata alla sua natura retributiva e, dall'altro, dà luogo ad una quantificazione dell'indennità di buonuscita tale da non consentire al suddetto trattamento, nella sua natura di retribuzione differita, di svolgere la funzione di concorrere ad assicurare mezzi adeguati alle esigenze di vita dei lavoratori nel corso della vecchiaia. 2.— La questione viene sollevata con due ordinanze di contenuto identico, pertanto i relativi giudizi possono essere riuniti per essere definiti con unica pronuncia. 3. — Deve, in primo luogo, essere respinta l'eccezione di inammissibilità presentata dall'Avvocatura dello Stato sul rilievo che il remittente avrebbe dovuto egli stesso attribuire alla norma impugnata il significato ritenuto più idoneo a superare i prospettati dubbi di legittimità costituzionale. Si deve, infatti, osservare che, in presenza di un orientamento giurisprudenziale consolidato che abbia acquisito i caratteri del «diritto vivente», la valutazione se uniformarsi o meno a tale orientamento è una mera facoltà del giudice remittente. 4.— Nel merito la questione non è fondata. Secondo l'orientamento di questa Corte la disciplina dettata dalla legge n. 87 del 1994 deve considerarsi il frutto di una ragionevole scelta effettuata dal legislatore, nell'ambito della discrezionalità che gli compete in materia di introduzione di benefici di carattere retributivo e previdenziale, per perseguire in modo adeguato l'obiettivo considerato ineludibile dalla sentenza n. 243 del 1993, consistente nella previsione di meccanismi di computo dell'indennità integrativa speciale nell'ambito dei trattamenti di fine rapporto dei pubblici dipendenti (v., per tutte, sentenze n. 103 del 1995 e n. 175 del 1997). La ragione che indusse la Corte a considerare necessaria - al fine di ricondurre la relativa normativa «a piena conformità ai principi costituzionali» - la previsione del suddetto computo e a ritenere, nel contempo, indispensabile, a tal fine, un intervento del legislatore, è stata quella di riuscire a realizzare un sistema idoneo ad assicurare «una effettiva e ragionevole equivalenza» del calcolo complessivo dei diversi trattamenti di fine rapporto - non solo nell'ambito del settore pubblico ma anche nei confronti del lavoro privato - modellato in modo da attribuire adeguata considerazione, oltre che ai principi di proporzionalità e sufficienza, alle persistenti diversità di regolamentazione, onde evitare l'eventuale creazione di forme di squilibrio ulteriori - e, in ipotesi, di segno opposto - rispetto a quelle all'epoca esaminate. In base a quanto espressamente affermato dall'art. 1 della citata legge n. 87 del 1994 la determinazione dei suddetti trattamenti, con l'inclusione della prescritta percentuale di indennità integrativa speciale, deve avvenire «in applicazione delle norme già vigenti con riferimento allo stipendio e agli altri elementi retributivi considerati utili».