[pronunce]

che palesemente priva di fondamento si rivela la censura di eccesso di delega mossa all'art. 225 del decreto legislativo 28 luglio 1989, n. 271, nella parte in cui ha stabilito che continuano ad osservarsi le disposizioni di cui al citato art. 41 del regio decreto n. 773 del 1931: censura prospettata dal rimettente in riferimento all'art. 2, numero 31), della legge delega 16 febbraio 1987, n. 81 (Delega legislativa al Governo della Repubblica per l'emanazione del nuovo codice di procedura penale), ove si prevedeva che le perquisizioni da parte della polizia giudiziaria potessero consentirsi solo in casi predeterminati di necessità ed urgenza; che, infatti, questa Corte non ha mancato in passato di sottolineare come la disposizione dettata dall'art. 41 del regio decreto n. 773 del 1931 appaia giustificata dalla esigenza di porre gli organi di polizia giudiziaria "in grado di provvedere con prontezza ed efficacia in ordine a situazioni (quali la detenzione clandestina o comunque abusiva di armi, munizioni o materie esplodenti) idonee, per loro stessa natura, ad esporre a grave pericolo la sicurezza e l'ordine sociale", reputando, quindi, l'impugnata normativa in linea, non soltanto con le previsioni dettate dall'art. 14 Cost., ma anche con la disciplina stabilita in via generale dal codice di rito dell'epoca "per quanto attiene ai presupposti che eccezionalmente consentono, in ipotesi di necessità e di urgenza, la ricerca e l'assicurazione delle prove da parte della polizia giudiziaria" (v. sentenze n. 110 del 1976 e n. 173 del 1974); che per quanto attiene infine alla questione relativa all'art. 191 cod. proc. pen. , va osservato come il giudice rimettente fondi il dubbio di costituzionalità sulla considerazione per cui, avendo il legislatore stabilito in materia di perquisizione precise modalità costituenti "condizioni minime essenziali per garantire il cittadino da abusi", la relativa inosservanza dovrebbe comportare la totale inutilizzabilità dell'atto: epilogo, questo, che risulterebbe peraltro ostacolato dall'orientamento della giurisprudenza di legittimità, secondo il quale il sequestro deve essere mantenuto anche in presenza di una nullità della perquisizione; che da ciò il rimettente desume il contrasto del citato art. 191 del codice di rito con l'art. 24 Cost., nella parte in cui "consente l'utilizzazione di prove che derivino, non solo in via diretta, ma anche in via mediata da un atto posto in essere in violazione di divieti, ed in particolare l'utilizzazione del risultato di una perquisizione nulla"; che, al riguardo, occorre tuttavia rilevare come la disciplina dettata dalla norma impugnata sia frutto di una precisa scelta del legislatore delegato volta a dissolvere - come si precisa nella Relazione al Progetto preliminare - il senso di "profonda insoddisfazione" espresso dalla dottrina "circa il modo di operare della nullità in rapporto a divieti probatori che il regime delle sanatorie costringe a ritenere come non scritti, quando è acquisita una prova contra legem ... ed il vizio non viene tempestivamente eccepito"; che tale finalità è stata in particolare perseguita delineando "un regime normativo che esclude in via generale l'utilizzabilità delle prove acquisite in violazione di uno specifico divieto probatorio": un regime che, pertanto, supera il profilo del vizio dell'atto processuale e delle relative conseguenze sanzionatorie in termini di invalidità, diretta o derivata, per incidere - attraverso l'autonoma categoria della inutilizzabilità - non sull'atto processuale illecito, in sé e per sé considerato, ma direttamente sulla sua idoneità giuridica a svolgere funzione di prova; che alla stregua di simili rilievi traspare dunque con evidenza che la soluzione prospettata dal giudice a quo finisce per confondere fra loro fenomeni - quali quelli della nullità e della inutilizzabilità - tutt'altro che sovrapponibili, mirando in definitiva il rimettente a trasferire nella disciplina della inutilizzabilità un concetto di vizio derivato che il sistema regola esclusivamente in relazione al tema delle nullità: sicché, in definitiva, l'accoglimento del quesito comporterebbe, da parte di questa Corte, l'esercizio di opzioni che l'ordinamento riserva esclusivamente al legislatore, in una tematica, per di più, che - quale quella dei rapporti di correlazione o dipendenza tra gli atti probatori - ammette, già sul piano logico, un'ampia varietà di possibili configurazioni e alternative; che, pertanto, la questione da ultimo indicata deve essere dichiarata manifestamente inammissibile. Visti gli artt. 26, secondo comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87, e 9, secondo comma, delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale.. . per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE Dichiara: 1) la manifesta inammissibilità delle questioni di legittimità costituzionale dell'art. 41 del regio decreto 18 giugno 1931, n. 773 (Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza) e dell'art. 191 del codice di procedura penale, sollevate, rispettivamente in riferimento agli artt. 14 e 24 della Costituzione, dal giudice per le indagini preliminari presso il tribunale di Bolzano con l'ordinanza in epigrafe; 2) la manifesta infondatezza della questione di legittimità costituzionale dell'art. 225 del decreto legislativo 28 luglio 1989, n. 271 (Norme di attuazione, di coordinamento e transitorie del codice di procedura penale), sollevata, in riferimento all'art. 76 della Costituzione, con la medesima ordinanza. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 24 settembre 2001. Il Presidente: Ruperto Il redattore: Flick Il cancelliere: Di Paola Depositata in cancelleria il 27 settembre 2001. Il direttore della cancelleria: Di Paola