[pronunce]

Considerato che le ordinanze di rimessione sollevano analoghe questioni, onde i relativi giudizi vanno riuniti per essere definiti con un'unica decisione; che, per quanto concerne l'asserita violazione dell'art. 97 Cost., è costante giurisprudenza di questa Corte che il principio del buon andamento della pubblica amministrazione, pur essendo riferibile anche agli organi dell'amministrazione della giustizia, attiene esclusivamente alle leggi concernenti l'ordinamento degli uffici giudiziari e il loro funzionamento sotto l'aspetto amministrativo; mentre è estraneo all'esercizio della funzione giurisdizionale, che nel frangente viene in rilievo (cfr., ex plurimis, ordinanze n. 225 del 2003; n. 204 e n. 408 del 2001); che, riguardo al preteso contrasto della norma impugnata con l'art. 15, secondo comma, Cost., il giudice a quo richiede a questa Corte di introdurre, in via additiva, uno specifico meccanismo di controllo giurisdizionale sulle modalità di esecuzione delle operazioni di intercettazione, in particolare per quanto attiene alla congruità della motivazione del provvedimento del pubblico ministero che autorizza l'impiego di impianti diversi da quelli installati presso la procura della Repubblica; che l'intervento richiesto, peraltro, non solo implica una manipolazione del vigente sistema processuale a carattere marcatamente 'creativo', ma si presenta, altresì, palesemente inadeguato rispetto allo stesso obiettivo che il rimettente intende raggiungere; che nel vigente sistema processuale, difatti, mentre la decisione circa l'effettuazione delle intercettazioni è di competenza del giudice — tramite lo strumento dell'autorizzazione preventiva o della convalida del provvedimento d'urgenza del pubblico ministero — la determinazione delle modalità di esecuzione delle operazioni è rimessa al pubblico ministero (art. 267, comma 3, primo periodo, cod. proc. pen.); che, in quest'ottica, il controllo sulla congruità della motivazione del provvedimento del pubblico ministero in tema di utilizzazione di impianti esterni, che il rimettente vorrebbe introdurre, si rivela del tutto 'eccentrico' rispetto alle linee del sistema; che in via di principio, infatti, il sindacato sulla motivazione di un atto probatorio è tipicamente devoluto o all'organo dell'impugnazione, ovvero a quello destinato a fruire del mezzo probatorio cui la motivazione si riferisce: funzioni, queste, entrambe estranee a quelle che il giudice della convalida o della proroga delle intercettazioni è chiamato ad esercitare; che in ogni caso, poi, l'ipotetica introduzione di un controllo del giudice sul provvedimento de quo nel momento della convalida del decreto d'urgenza del pubblico ministero o della prima proroga dell'autorizzazione già concessa, da un lato, lascerebbe irrazionalmente 'scoperta' l'ipotesi di autorizzazione preventiva del giudice non seguita da alcuna richiesta di proroga (che è, nel sistema della legge, l'ipotesi ordinaria); dall'altro lato — mentre ovviamente non avrebbe alcun effetto 'sanante' riguardo alle operazioni già compiute — non terrebbe neppure conto, quanto alle operazioni successive, del fatto che le modalità esecutive delle intercettazioni possono bene mutare in itinere (almeno sul piano teorico, nulla esclude, difatti, che una intercettazione iniziata con impianti interni alla procura della Repubblica venga 'dirottata' dal pubblico ministero — con provvedimento successivo alla convalida del giudice o alla prima proroga — su impianti esterni, e viceversa); che, pertanto, il ventilato 'effetto preventivò rispetto ad intercettazioni inutilizzabili — assegnato dal rimettente al meccanismo di controllo invocato — sarebbe ipotetico, parziale ed inappropriato; che, in realtà, l'obiettivo del giudice a quo si realizzerebbe solo ove si estendesse il meccanismo dell'autorizzazione preventiva o della convalida giudiziale — attualmente previsto soltanto in rapporto all'adozione del mezzo di ricerca della prova in questione — anche alla scelta dell'impiego di apparecchiature esterne: in sostanza, ove anche tale scelta fosse sottratta al pubblico ministero ed affidata al giudice per le indagini preliminari; che appare evidente, tuttavia, come la soluzione di disciplinare diversamente la verifica dei presupposti di legittimità dell'intercettazione rispetto alla verifica dei presupposti di impiego di apparecchiature esterne — fermo restando comunque il controllo giurisdizionale a posteriori assicurato dalla sanzione di inutilizzabilità — rientra nell'ambito di una ragionevole discrezionalità legislativa, atteso il differente livello degli interventi (riguardanti l'uno l'an, l'altro il quomodo) ed il diverso tipo di valutazioni ad essi sottesi; che le considerazioni che precedono rendono quindi chiaramente inaccoglibile il quesito, a prescindere da ogni altra possibile considerazione, relativa anche ai limiti di conferenza del parametro evocato; che la questione deve essere dichiarata, pertanto, manifestamente infondata. Visti gli artt. 26, secondo comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87, e 9, secondo comma, delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale.. . per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE riuniti i giudizi, dichiara la manifesta infondatezza delle questioni di legittimità costituzionale dell'art. 268, comma 3, del codice di procedura penale, sollevate, in riferimento agli artt. 15, secondo comma, e 97 della Costituzione, dal Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Reggio Calabria con le ordinanze indicate in epigrafe. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta il 13 luglio 2004. F.to: Gustavo ZAGREBELSKY, Presidente Giovanni Maria FLICK, Redattore Giuseppe DI PAOLA, Cancelliere Depositata in Cancelleria il 27 luglio 2004. Il Direttore della Cancelleria F.to: DI PAOLA