[pronunce]

ORDINANZA ha pronunciato la seguentenel giudizio di legittimità costituzionale dell'art. 459 del codice di procedura penale, promosso, nell'ambito di un procedimento penale, dal Tribunale di Cosenza con ordinanza del 20 febbraio 2002, iscritta al n. 272 del registro ordinanze 2002 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica, n. 24, prima serie speciale, dell'anno 2002. Visto l'atto di costituzione dell'imputato nel procedimento a quo; udito nell'udienza pubblica del 3 dicembre 2002 il Giudice relatore Guido Neppi Modona; udito l'avvocato Antonio Cersosimo per la parte costituita. Ritenuto che il Tribunale di Cosenza ha sollevato, in riferimento agli artt. 3, 24 e 111 della Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell'art. 459 del codice di procedura penale, nella parte in cui non prevede che, prima di chiedere al giudice per le indagini preliminari l'emissione del decreto penale di condanna, il pubblico ministero debba fare notificare all'indagato l'avviso di cui all'art. 415-bis cod. proc. pen. ; che il rimettente, premesso che è investito del giudizio a seguito di opposizione a un decreto penale di condanna e che nel corso del dibattimento il difensore dell'imputato ha eccepito l'illegittimità costituzionale dell'art. 459 cod. proc . pen. , rileva in primo luogo che la disciplina censurata si pone in contrasto con l'art. 111 Cost.; che infatti, mentre nel procedimento ordinario l'imputato è normalmente posto in condizioni di conoscere l'accusa a suo carico, perlomeno al termine delle indagini, mediante l'avviso di cui all'art. 415-bis cod. proc. pen. , nel procedimento per decreto l'imputato viene a conoscenza dell'accusa «solo ed esclusivamente all'atto della notificazione della pronuncia di condanna», in violazione del terzo comma dell'art. 111 Cost., che assicura all'accusato il diritto di essere informato, nel più breve tempo possibile, della natura e dei motivi dell'accusa elevata a suo carico; che la condanna per decreto violerebbe inoltre il principio del contraddittorio nella formazione della prova, enunciato dall'art. 111, quarto comma, Cost., in quanto si innesta in un procedimento caratterizzato da una struttura fortemente inquisitoria si fonda sul materiale investigativo raccolto unilateralmente dal pubblico ministero; che, infine, nel procedimento per decreto il consenso dell'imputato alla formazione della prova fuori dal contraddittorio verrebbe ad essere configurato come tacito e posticipato: «successivo, non solo alla formazione ed all'acquisizione della prova, ma anche al suo utilizzo, e persino, alla pronuncia di condanna», in palese contrasto con il quinto comma dell'art. 111 Cost.; che, nell'ambito di un sistema normativo che prevede che all'imputato sia dato l'avviso di chiusura delle indagini preliminari, addirittura a pena di nullità, prima del decreto di citazione a giudizio ex art. 552 cod. proc. pen. , la disciplina del procedimento per decreto violerebbe anche gli artt. 3 e 24 Cost., per l'irragionevole disparità di trattamento tra l'imputato nei cui confronti è emesso il decreto di condanna, al quale è assicurata «esclusivamente una tutela successiva che può concretamente attuarsi soltanto con il rimedio dell'opposizione», e l'imputato tratto a giudizio con decreto di citazione, e perché il diritto di difesa dell'imputato viene ridotto e compresso, potendo essere esercitato solo in sede di opposizione, quando il decreto, che è sostanzialmente una sentenza di condanna, è ormai stato emesso; che si è costituito l'imputato nel procedimento a quo, rappresentato e difeso dall'avvocato Antonio Cersosimo, insistendo per l'accoglimento della questione; che la parte, nello sviluppare le argomentazioni svolte nell'ordinanza di rimessione, sottolinea in particolare come la disciplina del procedimento per decreto, consentendo di pervenire ad un'affermazione di responsabilità dell'imputato senza che questi abbia avuto conoscenza dell'accusa a suo carico e abbia preventivamente espresso il consenso alla utilizzazione del materiale investigativo raccolto unilateralmente dal pubblico ministero, violerebbe l'art. 111 Cost., nonché il diritto di difesa dell'imputato; che, nonostante la Corte costituzionale abbia sinora escluso che la mancata previsione dell'invito a comparire determini l'illegittimità del rito monitorio, la portata del nuovo art. 111 Cost. non consentirebbe più di ritenere conforme a Costituzione un procedimento che garantisce il contraddittorio solo dopo la condanna, subordinandolo altresì alla proposizione dell'atto di opposizione, sulla sola base della circostanza che si tratta di un procedimento speciale, a contraddittorio eventuale e differito, circoscritto ad ipotesi di reato di lieve entità; che neppure l'esistenza di altri riti speciali potrebbe rendere ragione della disciplina del procedimento per decreto, dal momento che negli altri riti la rinuncia al contraddittorio nella formazione della prova è frutto (come nel patteggiamento) di una scelta dell'imputato, mentre nel decreto penale la specialità del rito e la conseguente elusione del contraddittorio vengono subiti dall'imputato, che può reagire solo dopo la condanna, proponendo opposizione; che la recente previsione dell'avviso della conclusione delle indagini preliminari, stabilito a pena di nullità del decreto di citazione a giudizio (artt. 415-bis e 552 cod. proc. pen.), determinerebbe infine un'evidente disparità di trattamento tra gli imputati che vengono tratti a giudizio nelle forme ordinarie e quelli nei cui confronti è emesso decreto penale di condanna. Considerato che il rimettente dubita, in riferimento agli artt. 3, 24 e 111 della Costituzione, della legittimità costituzionale dell'art. 459 del codice di procedura penale, nella parte in cui non prevede che prima di chiedere al giudice per le indagini preliminari l'emissione del decreto di condanna il pubblico ministero debba fare notificare all'indagato l'avviso di cui all'art. 415-bis cod. proc. pen. ; che il rimettente lamenta che la disciplina censurata determina un'irragionevole disparità di trattamento tra l'imputato nei cui confronti è emesso il decreto di condanna, al quale è assicurata «esclusivamente una tutela successiva che può concretamente attuarsi soltanto con il rimedio dell'opposizione», e l'imputato tratto a giudizio con decreto di citazione, destinatario dell'avviso di cui all'art. 415-bis cod. proc. pen. ; sacrifica il diritto di difesa dell'imputato, che può essere «esercitato solo in sede di opposizione, quando ormai il decreto, che è sostanzialmente una sentenza di condanna, è stato emesso»; consente che l'imputato venga a conoscenza dell'accusa a suo carico solamente all'atto della notificazione della pronuncia di condanna, in contrasto con il diritto ad essere informato nel più breve tempo possibile "della natura e dei motivi dell'accusa elevata a suo carico" (art. 111, terzo comma, Cost.);