[pronunce]

Il rimettente, premesso che nel corso del dibattimento alcuni degli imputati hanno chiesto la sospensione del processo ai sensi dell'art. 5, comma 2, della legge n. 134 del 2003, rileva, quanto all'art. 5, comma 1, che l'istituto del patteggiamento ha finalità deflative e carattere «premiale»; che l'eliminazione del limite temporale di cui all'art. 446, comma 1, cod. proc. pen. e la conseguente facoltà delle parti di richiedere l'applicazione della pena nei processi penali nei quali il dibattimento è in corso, consentirebbe invece, del tutto irragionevolmente, di ridurre la pena anche nei casi in cui è stata compiuta una intensa attività istruttoria, senza alcun 'risparmio' per lo Stato. La disciplina del comma 2 del medesimo art. 5 violerebbe inoltre l'art. 111 Cost. e, in particolare, il principio della ragionevole durata del processo, in quanto all'imputato è accordato un termine così ampio da non trovare alcuna plausibile giustificazione, tanto più se posto a confronto con le cadenze, estremamente ravvicinate, imposte per la celebrazione del dibattimento dall'art. 477 cod. proc. pen. o con il termine di quindici giorni per la richiesta di patteggiamento a seguito di giudizio immediato. Analogamente al Tribunale di Firenze, anche il Tribunale di Roma ritiene inoltre che, qualora la richiesta di sospensione sia presentata solo da alcuni imputati, la necessaria separazione delle posizioni degli altri potrebbe rivelarsi del tutto inutile ove alla sospensione non faccia poi seguito una effettiva richiesta di patteggiamento, ovvero, a seconda dei casi, renderebbe il giudice incompatibile a giudicare gli altri coimputati o il richiedente. Del pari irragionevole sarebbe poi il decorso del termine di sospensione non già dall'entrata in vigore della legge, ma dalla prima udienza utile successiva alla sua data di pubblicazione, malgrado la sede dibattimentale in cui si colloca la richiesta sia garantita dalla partecipazione necessaria del difensore. Anche il giudice a quo sottolinea, infine, che la richiesta di applicazione della pena, quando interviene nel corso del dibattimento, non consente alla parte civile di ottenere una sollecita decisione. Quanto all'art. 1 della legge n. 134 del 2003, il rimettente ritiene che «con la norma in esame si sottrae al giudizio di cognizione piena una serie di reati di notevole gravità […] riducendo il sistema penale e processuale a un luogo di negoziazione che svilisce la funzione giurisdizionale», così determinando del tutto irragionevolmente un evidente contrasto con il principio del contraddittorio nella formazione della prova e con il principio secondo cui il processo deve essere celebrato pubblicamente, trasformando in principio generale l'eccezione prevista nell'art. 111, quinto comma, Cost. 3.1. - È intervenuto in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che le questioni siano dichiarate inammissibili e comunque infondate, riproponendo argomentazioni analoghe a quelle prospettate nell'atto di intervento depositato in relazione all'ordinanza del Tribunale di Firenze n. 747 del registro ordinanze del 2003. In particolare, con riferimento alla asserita lesione della posizione della parte civile costituita, l'Avvocatura rileva che, anche prima della modifica dell'istituto, la presentazione di un'istanza di patteggiamento precludeva al giudice la decisione sulla domanda della parte civile. 4. - Analoghe questioni di legittimità costituzionale, concernenti l'art. 1, comma 1, e l'art. 5, commi 1 e 2, della legge n. 134 del 2003, in riferimento agli artt. 3 e 111 Cost., sono state sollevate dal Tribunale di Roma con altre due ordinanze identiche in data 1° luglio 2003 (r.o. n. 866 e n. 867 del 2003). Anche nei giudizi a quibus solo alcuni imputati hanno chiesto la sospensione del processo ai sensi dell'art. 5, comma 2, della legge n. 134 del 2003. Nel merito, il rimettente, con particolare riferimento al nocumento recato alla parte civile dalla normativa censurata, sottolinea che la sentenza n. 443 del 1990, che ha ritenuto conforme a Costituzione l'esclusione della parte civile nel rito patteggiato, aveva preso in considerazione il sistema 'ordinario' di applicazione della pena e non già una normativa transitoria che, invece, consente l'applicazione della pena anche in corso di dibattimento, quando cioè la parte civile ha già compiutamente esercitato il suo diritto. 4.1. - È intervenuto in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, riportandosi integralmente all'atto di intervento già depositato in relazione all'ordinanza del Tribunale di Firenze iscritta al n. 747 del registro ordinanze del 2003. 5. - Con ordinanza in data 14 luglio 2003 (r.o. n. 865 del 2003) il Tribunale di Roma dubita della legittimità costituzionale dell'art. 1, comma 1, e dell'art. 5, commi 1 e 2, della legge n. 134 del 2003, in riferimento non solo agli artt. 3 e 111 Cost., ma anche all'art. 27 Cost. Per quanto concerne gli artt. 3 e 111 Cost. il rimettente prospetta argomentazioni del tutto analoghe a quelle contenute nelle ordinanze iscritte al n. 866 e al n. 867 del r.o. del 2003 , ma ritiene che la prevista riduzione 'premiale' fino a un terzo della pena, senza alcuna 'contropartita' o 'rinuncia' da parte dell'imputato - nei cui confronti potrebbe essere stato celebrato anche per intero il dibattimento - violi anche l'art. 27 Cost. 5.1. - È intervenuto in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, riportandosi integralmente all'atto di intervento già depositato in relazione all'ordinanza del Tribunale di Firenze n. 747 del registro ordinanze del 2003. 6. - Con due ordinanze di identico contenuto in data 1° agosto (r.o. n. 904 del 2003) e 19 settembre 2003 (r.o. n. 1016 del 2003) il Giudice dell'udienza preliminare del Tribunale di Pescara ha sollevato, in riferimento agli artt. 3 e 111 Cost., questione di legittimità costituzionale dell'art. 5, commi 1, 2 e 3, della legge n. 134 del 2003, nella parte in cui non consente all'imputato di chiedere nei giudizi abbreviati in corso alla data di entrata in vigore della legge la sospensione del procedimento al fine di valutare l'opportunità di formulare richiesta di applicazione della pena concordata ai sensi dell'art. 444 cod. proc. pen. , come modificato dalla stessa legge. Il rimettente premette che in entrambi i procedimenti gli imputati, ammessi al rito abbreviato, avevano formulato, nella prima udienza utile successiva alla data di entrata in vigore della legge, richiesta di sospensione del procedimento ai sensi dell'art. 5 della legge n. 134 del 2003.