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Modifiche all'articolo 580 del codice penale e modifiche alla legge 22 dicembre 2017, n. 219, in materia di disposizioni anticipate di trattamento e prestazione delle cure palliative. Onorevoli Senatori . – Il 23 ottobre 2018 la Corte costituzionale ha esaminato la questione di legittimità dell'articolo 580 del codice penale, nella parte in cui incrimina le condotte di aiuto al suicidio in alternativa alle condotte di istigazione. La questione era stata sollevata con l'ordinanza del 14 febbraio 2018 dalla I corte d'assise di Milano nel procedimento penale a carico di Marco Cappato, imputato per aver agevolato il suicidio di Fabiano Antoniani – conosciuto come Dj Fabo –, aiutandolo a recarsi in Svizzera alla clinica Dignitas, dove è poi avvenuto il decesso. Con l'ordinanza n. 207 del 24 ottobre 2018 la Consulta, rinviando la decisione all'udienza del 24 settembre 2019, ha dedicato non poche pagine a sostenere che la norma penale impugnata ha qualche ragione di permanenza nell'ordinamento – tutelare le persone più deboli e in difficoltà, per le quali il suicidio è una tentazione da non assecondare – ma che, tuttavia, deve essere rivista. Per la prima volta da quando esiste la Corte costituzionale, la citata ordinanza n. 207 del 2018, nel disegnare i profili di una presumibile illegittimità dell'articolo 580 del codice penale, nella parte in cui punisce l'agevolazione al suicidio, non è pervenuta alla declaratoria di incostituzionalità: l'ha differita alla propria udienza del 24 settembre 2019, sollecitando il Parlamento–per evitarla – a varare una legge per il recepimento delle indicazioni della Corte medesima. Con tutto il rispetto per la Consulta, va sollevato qualche dubbio sul fatto che assegnare al Parlamento i compiti da svolgere, e persino il tempo entro cui svolgerli, realizzi quella « leale e dialettica collaborazione istituzionale » (paragrafo 11 del provvedimento) cui pure la Corte afferma di ispirarsi. Di norma per un provvedimento di rinvio è sufficiente una motivazione telegrafica, mentre l'ordinanza n. 207 del 2018 assume la struttura, l'articolazione e la sostanza di una sentenza di illegittimità, se pure a effetto procrastinato. In effetti, nella Relazione sull'attività svolta nel 2018, il presidente della Corte Giorgio Lattanzi ha qualificato la decisione con l'espressione, del tutto nuova, di « illegittimità prospettata »: l'aggettivo « prospettata » proietta a breve la pronuncia definitiva, il sostantivo « illegittimità » non ha bisogno di specificazioni. Il 7 agosto 2009 Forza Italia presentò un disegno di legge a prima firma della senatrice Binetti (AS 1464) recante « Modifiche all'articolo 580 del codice penale e modifiche alla legge 22 dicembre 2017, n. 219, in materia di disposizioni anticipate di trattamento e prestazione delle cure palliative », il cui esame ebbe inizio il 26 aprile 2022 e non terminò l' iter di approvazione. Con la sentenza n. 242 del 2019, la Corte ha quindi dichiarato costituzionalmente illegittimo, per violazione degli articoli 2, 13 e 32, secondo comma, della Costituzione, l'articolo 580 del codice penale, nella parte in cui non esclude la punibilità di chi, con le modalità previste dalla legge 22 dicembre 2017, n. 219, recante norme in materia di consenso informato e di disposizioni anticipate di trattamento, agevola l'esecuzione del proposito di suicidio, autonomamente e liberamente formatosi, di una persona tenuta in vita da trattamenti di sostegno vitale e affetta da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche o psicologiche che ella reputa intollerabili, ma pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli, sempre che tali condizioni e le modalità di esecuzione siano state verificate da una struttura pubblica del Servizio sanitario nazionale, previo parere del comitato etico territorialmente competente. Inoltre, la verifica delle condizioni che rendono legittimo l'aiuto al suicidio è affidata, « in attesa della declinazione che potrà darne il legislatore », a strutture pubbliche del Servizio sanitario nazionale, cui spetterà vagliare anche « le relative modalità di esecuzione, le quali dovranno essere evidentemente tali da evitare abusi in danno di persone vulnerabili, da garantire la dignità del paziente e da evitare al medesimo sofferenze ». Con riguardo agli effetti della pronuncia sul piano temporale la Corte specifica che i requisiti procedimentali indicati, quali condizioni per la non punibilità dell'aiuto al suicidio prestato a favore di persone che versino nelle situazioni indicate analiticamente nella sentenza, valgono per i fatti successivi alla pubblicazione della sentenza stessa nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica (avvenuta il 27 novembre 2019). Il principio della libertà di autodeterminazione nelle scelte terapeutiche è stato affermato dalla citata legge n. 219 del 2017 che ha disciplinato le modalità di espressione e di revoca del consenso informato, la legittimazione ad esprimerlo e revocarlo, l'ambito e le condizioni e ha regolamentato le disposizioni anticipate di trattamento (DAT), con le quali il dichiarante enuncia i propri orientamenti sul « fine vita » nell'ipotesi in cui sopravvenga una perdita irreversibile della capacità di intendere e di volere. La Corte individua, in attesa dell'intervento del Parlamento, un « punto di riferimento già presente nel sistema », nella « disciplina racchiusa negli articoli 1 e 2 della legge n. 219 del 2017 », tenuto conto del fatto che l'intervento del giudice delle leggi è circoscritto « in modo specifico ed esclusivo all'aiuto al suicidio prestato a favore di soggetti che già potrebbero alternativamente lasciarsi morire mediante la rinuncia a trattamenti sanitari necessari alla loro sopravvivenza, ai sensi dell'articolo 1, comma 5, della legge stessa: disposizione che, inserendosi nel più ampio tessuto delle previsioni del medesimo articolo, prefigura una “procedura medicalizzata” estensibile alle situazioni che qui vengono in rilievo ». Dopo 15 anni non si può non ricordare la vicenda del 9 febbraio 2009, in cui mentre nell'aula del Senato era in corso un drammatico dibattito sul disegno di legge presentato tre giorni prima dal Governo Berlusconi IV in una clinica di Udine si spegneva Eluana Englaro, la giovane lecchese da 17 anni in stato vegetativo dopo un incidente stradale, morta dopo il distacco del sondino per la nutrizione assistita il 7 febbraio. Il disegno di legge era l'estremo tentativo per rendere immediatamente operativi gli effetti del testo del decreto-legge approvato in Consiglio dei ministri venerdì 6 febbraio, su proposta del Presidente Silvio Berlusconi, che il presidente Napolitano non firmò e quindi non procedette all'emanazione. Il citato decreto-legge vietava, in attesa di una completa e organica disciplina legislativa in materia di fine della vita, la sospensione dell'alimentazione e dell'idratazione quali forme di sostegno vitale da parte di chi assiste soggetti non in grado di provvedere a sé stessi.