[pronunce]

Sentenza ha pronunciato la seguentenel giudizio di legittimità costituzionale dell'art. 34, comma 5, della legge 23 dicembre 1998, n. 448 (Misure di finanza pubblica per la stabilizzazione e lo sviluppo - Legge finanziaria 1999), promosso con ordinanza emessa il 31 luglio 2001 dal Tribunale di Ravenna nel procedimento civile Ragusa Carmela contro INPS, iscritta al n. 864 del registro ordinanze 2001 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 43, 1ª serie speciale, dell'anno 2001. Visto l'atto di costituzione dell'I.N.P.S. nonché l'atto di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri; Udito nell'udienza pubblica del 9 aprile 2002 il giudice relatore Fernanda Contri; Udito l'avvocato dello Stato Giuseppe Stipo per il Presidente del Consiglio dei ministri.. Ritenuto in fatto Considerato in diritto 1. - Nel corso di un giudizio promosso da Carmela Ragusa contro l'I.N.P.S., il Tribunale di Ravenna, con ordinanza emessa il 31 luglio 2001, ha sollevato questione di legittimità costituzionale, in riferimento agli artt. 3 e 38 della Costituzione, dell'art. 34, comma 5, della legge 23 dicembre 1998, n. 448 (Misure di finanza pubblica per la stabilizzazione e lo sviluppo - Legge finanziaria 1999), nella parte in cui, nell'escludere il titolo all'indennità di disoccupazione in caso di dimissioni, non distingue tra dimissioni per giusta causa ed altre forme di recesso del prestatore. Il giudice a quo premette in fatto che Carmela Ragusa ha agito contro l'I.N.P.S. chiedendo la condanna dell'Istituto al pagamento, con gli accessori di legge, dell'indennità di disoccupazione con requisiti ridotti ex art. 7 del decreto-legge 21 marzo 1988, n. 86, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 160 del 1988, in relazione all'anno 1999 in cui si era verificato uno stato di disoccupazione conseguente alle dimissioni per giusta causa, comunicate dalla lavoratrice al datore di lavoro, responsabile per non aver soddisfatto il pagamento delle retribuzioni maturate nel periodo da gennaio ad aprile 1999. Il diniego della prestazione da parte dell'Istituto previdenziale, motivato in base alla previsione dell'art. 34, comma 5, della legge n. 448 del 1998, viene contestato dall'attrice nel giudizio a quo sul rilievo che il citato disposto normativo, nell'escludere il titolo all'indennità in caso di dimissioni, non può ragionevolmente riferirsi anche alle ipotesi di risoluzione per giusta causa. Il diniego della prestazione da parte dell'Istituto previdenziale, motivato in base alla previsione dell'art. 34, comma 5, della legge n. 448 del 1998, viene contestato dall'attrice nel giudizio a quo sul rilievo che il citato disposto normativo, nell'escludere il titolo all'indennità in caso di dimissioni, non può ragionevolmente riferirsi anche alle ipotesi di risoluzione per giusta causa. 2. - Il Tribunale di Ravenna, acquisita la documentazione sull'esistenza del credito retributivo, rimette la questione dinanzi a questa Corte, ritenendola rilevante in quanto il riferimento contenuto nella disposizione censurata alla "cessazione del rapporto di lavoro per dimissioni" non consentirebbe di interpretare l'enunciato per giungere alla conclusione che nel suddetto fenomeno non sarebbero comprese le dimissioni dettate da giusta causa ai sensi dell'art. 2119 cod. civ. Nel motivare sulla non manifesta infondatezza della questione, il giudice rimettente osserva che il secondo comma dell'art. 38 della Costituzione sancisce, tra l'altro, il diritto ad una protezione previdenziale dei lavoratori estesa ai casi di disoccupazione involontaria e che i requisiti posti dalla legislazione vigente alla base della provvidenza economica per la disoccupazione sono generalmente riferiti ad una condizione che ha le sue radici nella mancanza di lavoro involontaria (artt. 45 e 73 r.d.l. n. 1827 del 1935). La suddetta condizione sarebbe rinvenibile non solo nella perdita del lavoro conseguente alla cessazione involontaria del rapporto, ma anche in altre ipotesi, quali "le sospensioni giornaliere della relazione subordinata" e "i periodi di sosta afferenti alle lavorazioni stagionali" rispetto ai quali questa Corte ebbe a pronunziarsi con la sentenza n. 160 del 1974, dalla cui motivazione, a giudizio del rimettente, può ricavarsi che l'adesione del prestatore "ad un'attività essenzialmente qualificata da interruzioni rappresenta una circostanza che coincide con una carenza di lavoro realmente involontaria, poiché il più delle volte l'adesione ad una simile attività è imposta dalle condizioni del mercato del lavoro concretandosi, in tal modo, una vera e propria mancanza di scelta per il prestatore tra più alternative possibili". Anche le dimissioni indotte da una causa insita in un difetto funzionale del rapporto di lavoro subordinato, così grave da impedire persino la provvisoria prosecuzione della relazione (art. 2119 cod. civ.) , comporterebbero, secondo il giudice a quo uno stato di disoccupazione involontaria, per cui la norma censurata, non distinguendo questa ipotesi da quella delle dimissioni riconducibili ad una libera scelta del lavoratore e integranti uno stato di disoccupazione volontaria, contrasterebbe con gli artt. 3 e 38 della Costituzione. 3 - Nel giudizio davanti a questa Corte si è costituito l'Istituto nazionale della previdenza sociale, per chiedere che la questione sollevata sia dichiarata infondata. Ad avviso dell'I.N.P.S., l'esclusione del diritto all'indennità in caso di dimissioni trarrebbe fondamento e legittimazione dall'art. 38 della Costituzione che, al secondo comma, prevede l'intervento previdenziale a sostegno del lavoratore nell'ipotesi di disoccupazione involontaria, tale non potendosi considerare, a livello di garanzia costituzionale, la condizione del lavoratore il cui rapporto sia cessato per effetto di una sua libera determinazione. Né potrebbero assumere rilevanza le ragioni della scelta operata che, se pur idonee a giustificare l'immediato recesso dal rapporto, non toglierebbero all'atto il carattere della volontarietà, essendo peraltro comunque possibile per il lavoratore scegliere tra l'uscita (con conseguente disoccupazione) o la permanenza in azienda, restando pur sempre nel secondo caso la possibilità di altri mezzi di tutela, compreso il ricorso all'azione giudiziaria, per la realizzazione del credito retributivo maturato. Secondo l'I.N.P.S., non sarebbe peraltro nemmeno del tutto pacifico nella giurisprudenza di legittimità che il mancato pagamento di alcune retribuzioni costituisca inadempienza talmente grave da giustificare l'immediata risoluzione del rapporto di lavoro (Cass. Sez. lav. , 22 dicembre 1987, n. 9589) e comunque la stessa giurisprudenza non mancherebbe di rilevare che nel caso di dimissioni l'effetto risolutorio del rapporto scaturirebbe pur sempre da un atto di volontà del lavoratore, anche nell'ipotesi di giusta causa (Cass. Sez. lav. , 25 marzo 1996, n. 2632).