[pronunce]

art. 3, comma 5, della legge n. 281 del 1970, nel testo sostituito dall'art. 4 della legge n. 158 del 1990), il quale dispone, invece, che «con legge regionale possono essere disposti, ogni anno, aumenti della tariffa anche con riferimento solo ad alcune voci, con effetto dal 1° gennaio dell'anno successivo, in misura non superiore al 20 per cento degli importi determinati per il periodo precedente, ovvero in misura non eccedente la maggiore percentuale di incremento disposta dallo Stato per le tasse sulle concessioni governative». 2. – La prima questione non è fondata. La censura del giudice a quo muove dall'erronea premessa che la soprattassa in questione costituisca un tributo distinto dalla tassa prevista per la concessione di costituzione di azienda faunistico-venatoria. Da ciò il rimettente fa discendere il sollevato dubbio di incostituzionalità: concernendo la delega l'emanazione della tariffa delle sole tasse sulle concessioni regionali, la soprattassa sarebbe stata istituita dal legislatore delegato oltre i limiti fissati dal legislatore delegante. 2.1. – L'erroneità della premessa risulta evidente dalla lettura coordinata della norma di delega (art. 3, comma 1, della legge n. 281 del 1970, nel testo sostituito dall'art. 4 della legge n. 158 del 1990) e di quella, oggetto di censura, emanata in sua attuazione (numero d'ordine 16 della tariffa approvata con il decreto legislativo n. 230 del 1991). L'art. 3, comma 1, della legge n. 281 del 1970 individua l'oggetto della delega al Governo nella formazione della tariffa delle tasse sulle concessioni regionali, da approvarsi «con decreto del Presidente della Repubblica, avente valore di legge ordinaria». In attuazione di tale delega, il citato decreto legislativo n. 230 del 1991 approva la tariffa; il numero d'ordine 16) di questa determina la tassa regionale di concessione per la costituzione di azienda faunistico-venatoria, fissandone l'ammontare nella somma di lire 6065 «per ogni ettaro o frazione di esso», e la correlativa nota prevede per le aziende faunistico-venatorie la indicata soprattassa di lire cento per ogni cento lire di tassa, da versare contestualmente. Dal confronto di tali disposizioni emerge che l'unico prelievo consentito dalla norma di delega per la costituzione di azienda faunistico-venatoria è rappresentato dalla tassa di concessione regionale e che, contrariamente alla tesi del rimettente, la soprattassa di cui alla suddetta nota, lungi dal costituire un altro ed autonomo tributo, rappresenta una mera maggiorazione della stessa tassa di concessione regionale. Infatti, non è dato rinvenire nelle disposizioni in esame alcun elemento in qualche modo idoneo a distinguere la soprattassa dalla tassa ed a renderla qualificabile, perciò, come distinto tributo, unici essendo per ambedue i prelievi sia il presupposto dell'imposizione (concessione di costituzione di azienda faunistico-venatoria), sia l'ente impositore (Regione), sia il soggetto passivo della prestazione (concessionario), sia infine la modalità di riscossione (versamento contestuale di tassa e soprattassa). In questo contesto normativo la soprattassa, non essendo distinguibile dalla tassa di concessione regionale, rappresenta dunque – nonostante l'improprio nomen juris – solo un maggiore importo della tassa stessa. 2.2. – Si deve inoltre osservare che il legislatore delegato, configurando la soprattassa nel modo sopra descritto, ha anche rispettato lo specifico vincolo quantitativo imposto dal comma 2, lettera c), dello stesso art. 3 della legge di delegazione n. 281 del 1970. Tale disposizione, al fine di garantire alle Regioni a statuto ordinario la continuità del gettito derivante dall'applicazione delle previgenti tasse sulle concessioni regionali, fissa il criterio direttivo, secondo cui «nel caso di provvedimento od atti già soggetti a tassa di concessione, sia governativa che regionale o comunale, l'ammontare del tributo sarà pari a quello dovuto prima della data di entrata in vigore della tariffa». Coerentemente a questo criterio, la nuova tariffa determina l'ammontare della soprattassa in misura percentuale pari a quella fissata dalla preesistente disciplina in materia di caccia e di tasse sulle concessioni regionali (v. l'art. 91, lettera h, del regio decreto 5 giugno 1939, n. 1016, recante «Approvazione del testo unico delle norme per la protezione della selvaggina e per l'esercizio della caccia»; nonché le numerose leggi regionali successive). Ne consegue che la previsione della soprattassa non solo rientra appieno, come si è visto, nell'oggetto della delega, ma costituisce anche, sotto il profilo quantitativo da ultimo considerato, puntuale applicazione dell'indicato criterio direttivo. 3. – Le altre due questioni sollevate dal rimettente sono inammissibili. La prima, avente ad oggetto il numero d'ordine 17 della tabella A allegata alla legge della Regione Piemonte n. 70 del 1996, è inammissibile per la sua evidente irrilevanza. La disposizione censurata non disciplina, infatti, la soprattassa di cui il contribuente chiede il rimborso nel giudizio a quo, bensì un tributo del tutto diverso, e cioè la tassa di concessione regionale relativa alla «abilitazione all'esercizio venatorio». La seconda questione, relativa al primo periodo della nota al numero d'ordine 16 della tabella medesima – secondo cui «per le aziende agrituristico-venatorie e per le aziende faunistico-venatorie per ogni 100 lire di tassa è dovuta una soprattassa di lire 100 che dovrà essere versata contestualmente alla tassa» – è parimenti inammissibile per la contraddittorietà della motivazione sulla non manifesta infondatezza. Il rimettente fonda l'illegittimità del denunziato aumento del tributo, conseguente all'applicazione della soprattassa, sul rilievo che il legislatore regionale, nel prevedere una soprattassa che si risolve sostanzialmente nel raddoppio della tassa di concessione («per ogni 100 lire di tassa è dovuta una soprattassa di lire 100»), avrebbe superato il limite di aumento del venti per cento annuo stabilito dall'art. 3, comma 5, della legge n. 281 del 1970, nel testo sostituito dall'art. 4 della legge n. 158 del 1990. Il legislatore regionale non si sarebbe così attenuto a quanto stabilito dal legislatore statale, violando il previgente testo dell'art. 119, primo comma, della Costituzione, secondo cui le Regioni hanno autonomia finanziaria esclusivamente «nelle forme e nei limiti stabiliti da leggi della Repubblica». Così argomentando, tuttavia, il giudice a quo prospetta la questione in modo contraddittorio. Esso, infatti, fornisce due opposte interpretazioni della normativa denunciata: per un verso, nel denunciare la violazione del citato art. 3, comma 5, presuppone – correttamente, sia pure contraddicendo l'interpretazione posta a base della già scrutinata questione avente ad oggetto la nota al numero d'ordine 16 della tariffa statale – che la soprattassa costituisca una mera maggiorazione della tassa;