[pronunce]

ORDINANZA ha pronunciato la seguentenel giudizio di legittimità costituzionale dell'art. 2, comma 160, del decreto-legge 3 ottobre 2006, n. 262 (Disposizioni urgenti in materia tributaria e finanziaria), convertito, con modificazioni, nella legge 24 novembre 2006, n. 286, promosso dal Tribunale ordinario di Roma, in funzione di giudice del lavoro, nel procedimento vertente tra G. K. e il Ministero dell'economia e delle finanze e altro, con ordinanza del 19 novembre 2019, iscritta al n. 42 del registro ordinanze 2020 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 21, prima serie speciale, dell'anno 2020. Visti l'atto di costituzione di G. K., nonché l'atto di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri; udito nell'udienza pubblica del 1° dicembre 2020 il Giudice relatore Stefano Petitti; uditi l'avvocato Luisa Torchia per G. K., in collegamento da remoto, ai sensi del punto 1) del decreto del Presidente della Corte del 30 ottobre 2020, e l'avvocato dello Stato Pio Giovanni Marrone per il Presidente del Consiglio dei ministri; deliberato nella camera di consiglio del 3 dicembre 2020. Ritenuto che il Tribunale ordinario di Roma, in funzione di giudice del lavoro, con ordinanza del 19 novembre 2019, iscritta al n. 42 del registro ordinanze 2020, ha sollevato, in riferimento agli artt. 97 e 98 della Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell'art. 2, comma 160, del decreto-legge 3 ottobre 2006, n. 262 (Disposizioni urgenti in materia tributaria e finanziaria), convertito, con modificazioni, nella legge 24 novembre 2006, n. 286, nella parte in cui prevede che ai direttori delle Agenzie fiscali si applichi il meccanismo di cessazione automatica dell'incarico conseguente al decorso di novanta giorni dal voto sulla fiducia al Governo, contemplato dall'art. 19, comma 8, del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165 (Norme generali sull'ordinamento del lavoro alle dipendenze delle amministrazioni pubbliche); che il rimettente premette di essere stato adito da G. K., che riferisce di essere stato nominato direttore dell'Agenzia delle dogane e dei monopoli con decreto del Presidente della Repubblica del 6 ottobre 2017; che, in data 16 ottobre 2017, il ricorrente nel giudizio a quo ha stipulato un contratto con il Ministero dell'economia e delle finanze nel quale, con l'accettazione dell'incarico, le parti convenivano tra l'altro che il contratto potesse essere risolto in via automatica (art. 5, comma 1) in caso di nomina di un commissario straordinario, ai sensi del comma 1 dell'art. 69 del decreto legislativo 30 luglio 1999, n. 300 (Riforma dell'organizzazione del Governo, a norma dell'articolo 11 della legge 15 marzo 1997, n. 59) , ovvero consensualmente «su iniziativa del Ministro e dietro corresponsione di una indennità pari al trattamento economico complessivo lordo riferito a due annualità» , oppure su iniziativa dello stesso ricorrente, in questo caso nel rispetto del periodo di preavviso di quattro mesi e con facoltà per il Ministro di far conoscere le proprie determinazioni entro trenta giorni dalla scadenza di tale termine (art. 5, comma 3); che il 12 settembre 2018 è stato nominato nel medesimo incarico B. M.; che il 30 ottobre 2018 G. K. ha inviato una lettera al Ministro dell'economia e delle finanze, con la quale veniva chiesta la corresponsione dell'indennità prevista dall'art. 5, comma 3, del contratto per il caso di risoluzione consensuale da parte del Ministro, facendosi comunque offerta della propria prestazione lavorativa e contestando la legittimità della rimozione dall'incarico; che G. K. ha quindi domandato al giudice rimettente, in via principale, la condanna dell'amministrazione convenuta al pagamento della indennità prevista dall'art. 5, comma 3, del contratto individuale di lavoro in ragione del recesso unilaterale ante tempus dell'amministrazione; che, in via subordinata, il ricorrente ha sostenuto la nullità del recesso perché discriminatorio, con conseguente obbligo dell'amministrazione al pagamento di tutte le retribuzioni maturate dal settembre 2018 fino alla naturale scadenza del rapporto; che, in via ulteriormente subordinata, G. K. ha eccepito l'illegittimità costituzionale dell'art. 2, comma 160, del d.l. n. 262 del 2006, come convertito, per violazione degli artt. 3, 97 e 98 Cost., «nonché dei principi costituzionali di buon andamento, imparzialità e ragionevolezza»; che il Ministero dell'economia e delle finanze e l'Agenzia delle dogane e dei monopoli, rappresentati e difesi congiuntamente dall'Avvocatura generale dello Stato, hanno eccepito, nel giudizio principale, che il decreto presidenziale del 6 ottobre 2017, con il quale il ricorrente era stato nominato direttore dell'Agenzia delle dogane e dei monopoli, conteneva un espresso riferimento sia all'art. 19, comma 8, del d.lgs. n. 165 del 2001, che prevede la cessazione automatica dell'incarico al verificarsi delle condizioni ivi indicate, sia all'art. 2, comma 160, del d.l. n. 262 del 2006, come convertito, che tale automatismo estende ai direttori delle Agenzie, incluse le Agenzie fiscali; che, inoltre - aveva dedotto l'Avvocatura dello Stato -, tale meccanismo di cessazione automatica dell'incarico era stato espressamente richiamato nel successivo contratto individuale di lavoro; che in ogni caso gli artt. 19, comma 8 e 2, comma 160, sopra indicati, per il loro carattere inderogabile, sarebbero stati egualmente applicabili alla fattispecie in esame quand'anche non fossero state recepite nel decreto presidenziale di nomina e le parti non le avessero richiamate nel contratto di lavoro; che pertanto, sempre ad avviso dell'Avvocatura dello Stato, la "decadenza ex lege" dall'incarico si era verificata per effetto dell'applicazione di queste disposizioni, e cioè, in via principale, del decreto presidenziale di nomina e del contratto, e comunque, in via subordinata, per diretta applicazione delle richiamate disposizioni di legge; che tale decadenza, escludendo nel contempo qualsiasi profilo di discrezionalità in quanto «direttamente correlata alla natura fiduciaria dei rapporti tra organo politico e dirigenza apicale», assicurerebbe l'imparzialità dello svolgimento delle funzioni; che il giudice rimettente non ha ritenuto di accogliere la domanda che il ricorrente ha formulato in via principale, perché il tenore della disposizione contrattuale presupporrebbe in ogni caso il carattere consensuale della risoluzione cui le parti pervengano per iniziativa del Ministro;