[pronunce]

giurisdizione che si connota - oltre che per la presenza di un autonomo apparato sanzionatorio - anche e soprattutto per le accentuate particolarità del rito, le quali esaltano - in correlazione alla natura delle fattispecie criminose devolute alla cognizione del giudice onorario (di ridotta gravità ed espressive, per lo più, di conflitti a carattere interpersonale) - la funzione conciliativa di tale giudice tramite strumenti processuali volti a favorire la riparazione del danno e la conciliazione tra autore e vittima del reato; che, in questa prospettiva, si è ritenuta quindi preminente l'esigenza di evitare lo svuotamento delle funzioni del giudice di pace, che sarebbe potuto derivare dall'attrazione delle competenze presso il giudice superiore, limitando l'operatività della connessione eterogenea al solo caso del concorso formale di reati: ipotesi nella quale - come pure si legge nella relazione governativa - «attesa l'unicità della condotta, è effettivamente più elevato il rischio di giudicati contrastanti in caso di processi separati»; che, sulla base di tale premessa, questa Corte ha rilevato che, al di là di ogni possibile valutazione sul merito della scelta legislativa, la disposizione censurata non può ritenersi lesiva dell'art. 3 Cost: e ciò in particolare sotto il profilo - denunciato dall'odierno rimettente - della disparità di trattamento fra il soggetto che, imputato di più reati in continuazione, di competenza in parte del giudice di pace e in parte di altro giudice, sarebbe costretto ad affrontare processi separati davanti a giudici diversi; e l'imputato di più reati, egualmente esecutivi del medesimo disegno criminoso, ma di competenza in parte del tribunale e in parte della corte d'assise, cui sarebbe viceversa garantito - in base all'art. 12, comma 1, lettera b), del codice di procedura penale - il «diritto ad un unico giudizio»; che a prescindere, infatti, dal rilievo che la sussistenza di un'ipotesi di connessione non comporta automaticamente il simultaneus processus - potendo la riunione dei processi connessi essere disposta o meno in base ad una valutazione discrezionale, che tiene conto del pregiudizio che ne potrebbe derivare alla loro sollecita definizione (art. 17 cod. proc. pen.) - resta dirimente la considerazione che la disparità di trattamento denunciata non può ritenersi priva di giustificazione; che essa trova, infatti, la sua ratio nelle ricordate peculiarità della giurisdizione penale del giudice di pace, che il favor separationis mira a preservare: giurisdizione che - per consolidata giurisprudenza della Corte - si esprime in un modulo processuale improntato a finalità di snellezza, semplificazione e rapidità, tali da renderlo non comparabile con il procedimento davanti al tribunale e da giustificare, comunque, sensibili deviazioni rispetto al modello ordinario; che un vulnus dell'art. 3 Cost. non discende neppure dalla circostanza che l'art. 6, comma 1, del d.lgs. n. 274 del 2000 possa ostacolare o addirittura precludere l'applicazione dell'istituto della continuazione in sede cognitiva, rendendo così necessario - al fine di garantire all'imputato la fruizione del più favorevole trattamento previsto dall'art. 81 cod. pen. - il ricorso al giudice dell'esecuzione, ai sensi dell'art. 671 cod. proc. pen. ; che detto intervento in sede esecutiva rappresenta, difatti, il naturale riflesso del favor separationis che ispira la norma impugnata, onde valgono, rispetto ad esso, le medesime ragioni che sorreggono detto favor: e ciò senza considerare, da un lato, che la continuazione può essere riconosciuta, nei congrui casi, anche in sede di cognizione a prescindere dalla riunione dei processi, e, dall'altro, che proprio le previsioni dell'art. 671 cod. proc. pen. rendono palese e attuano l'intenzione del legislatore di agevolare, senza pregiudizio per le garanzie difensive, lo svolgimento di processi separati, quando la riunione potrebbe ritardarne la definizione, in conformità con il precetto costituzionale di ragionevole durata (art. 111, secondo comma, Cost.); che quanto, infine, alla lesione dell'art. 97 Cost., il parametro evocato è inconferente; che, per consolidata giurisprudenza della Corte, infatti, il principio di buon andamento dei pubblici uffici è riferibile all'amministrazione della giustizia solo per quanto attiene all'organizzazione e al funzionamento degli uffici giudiziari, ma non anche in rapporto all'attività giurisdizionale in senso stretto (ex plurimis - oltre alla citata sentenza n. 64 del 2009 - sentenze n. 272 del 2008 e n. 117 del 2007; e, con specifico riferimento alla disciplina della connessione nel processo civile, ordinanza n. 398 del 2000); che nessun argomento nuovo, rispetto a quelli già scrutinati dalla Corte, è stato addotto dall'odierno rimettente; che la questione va dichiarata, pertanto, manifestamente infondata. Visti gli artt. 26, secondo comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87, e 9, comma 2, delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale.. per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE dichiara la manifesta infondatezza della questione di legittimità costituzionale dell'art. 6, comma 1, del decreto legislativo 28 agosto 2000, n. 274 (Disposizioni sulla competenza penale del giudice di pace, a norma dell'articolo 14 della legge 24 novembre 1999, n. 468), sollevata, in riferimento agli artt. 3 e 97 della Costituzione, dal Tribunale di Genova con l'ordinanza indicata in epigrafe. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 10 febbraio 2010. F.to: Ugo DE SIERVO, Presidente Giuseppe FRIGO, Redattore Giuseppe DI PAOLA, Cancelliere Depositata in Cancelleria il 18 febbraio 2010. Il Direttore della Cancelleria F.to: DI PAOLA