[pronunce]

Sentenza ha pronunciato la seguentenel giudizio di legittimità costituzionale dell'art. 1, comma 1, lettera c) e comma 2, del decreto legge 31 dicembre 1996, n. 669 (Disposizioni urgenti in materia tributaria, finanziaria e contabile a completamento della manovra di finanza pubblica per l'anno 1997), convertito in legge 28 febbraio 1997, n. 30, promosso con ordinanza emessa il 30 ottobre 2000 dalla Commissione tributaria provinciale di Bologna sul ricorso proposto da SLIM S.p.a. contro la Direzione regionale delle entrate per l'Emilia-Romagna, iscritta al n. 852 del registro ordinanze 2000 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 3, 1ª serie speciale, dell'anno 2001. Visti l'atto di costituzione della SLIM S.p.a. nonché l'atto di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri; Udito nell'udienza pubblica del 20 novembre 2001 il giudice relatore Franco Bile; Uditi l'avvocato Gianni Marongiu per la SLIM S.p.a. e l'avvocato dello Stato Giorgio D'Amato per il Presidente del Consiglio dei ministri.. Ritenuto in fatto Considerato in diritto 1. - Con ordinanza pronunciata il 3 ottobre 2000, la Commissione tributaria provinciale di Bologna, nel corso di un giudizio instaurato, con ricorso del 10 dicembre 1998, dalla SLIM S.p.a. avverso il silenzio rifiuto tenuto dall'Ufficio delle entrate di Bologna su un'istanza di rimborso presentata il 3 dicembre 1997, relativamente a somme versate a titolo di I.R.PE.G. e I.LO.R., ha sollevato, in riferimento agli articoli 77 e 53 della Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell'art. 1, comma 1, lettera c), del decreto legge 31 dicembre 1996, n. 669 (Disposizioni urgenti in materia tributaria, finanziaria e contabile a completamento della manovra di finanza pubblica per l'anno 1997) - che ha modificato l'art. 69 del decreto del Presidente della Repubblica 22 dicembre 1986, n. 917 (Approvazione del testo unico delle imposte sui redditi), avente ad oggetto il regime degli ammortamenti per i beni gratuitamente devolvibili alla scadenza di una concessione - e dell'art. 1, comma 2, dello stesso decreto legge, nella parte in cui prevede che la disposizione del comma 1, lettera c), si applichi "a decorrere dal periodo di imposta in corso alla data del 31 dicembre 1996". Riferisce l'ordinanza di rimessione che, con il ricorso introduttivo del giudizio, la società ricorrente - sulla premessa che anteriormente all'intervento del suddetto decreto legge, per i beni gratuitamente devolvibili alla scadenza di una concessione erano consentiti in via cumulativa due tipi di ammortamento, quello tecnico, ai sensi degli articoli 67 e 68 del citato d.P.R. e quello finanziario, regolato dall'art. 69, mentre il decreto legge li aveva resi alternativi ed aveva disposto che il nuovo regime retroagisse al 1 gennaio 1996 e che, qualora l'ammontare delle quote di ammortamento già dedotte nell'esercizio precedente fosse stato superiore al costo dei beni, l'eccedenza dovesse concorrere a formare il reddito per il periodo di imposta in corso alla data del 31 dicembre 1996 - aveva dedotto d'aver subito, in conseguenza della modifica legislativa, un aggravio di I.R.PE.F. ed I.LO.R. di lire 1.308.413.391. Di tale importo aveva inutilmente richiesto il rimborso alla Direzione regionale delle entrate di Bologna, sul rilievo del contrasto della normativa con gli articoli 77 e 53 della Costituzione. Essendosi formato il silenzio rifiuto, la ricorrente aveva proposto il ricorso, chiedendo che fosse sollevata la questione di legittimità costituzionale suesposta e nel merito che, una volta accolta la stessa, l'amministrazione finanziaria fosse condannata al rimborso della suddetta somma, con gli interessi. L'ufficio non si costituiva in giudizio. 2. - Dopo questi cenni sulla vicenda oggetto del giudizio, la rimettente rileva che la nuova disciplina degli ammortamenti in discorso sarebbe stata introdotta a distanza di oltre un decennio da quella originaria e che il legislatore "ha fatto retroagire il nuovo regime di deducibilità fiscale degli ammortamenti" al 1 gennaio 1996, "sicché le imprese, che avevano iniziato il periodo d'imposta con la disciplina previgente, si sono trovate all'ultimo a dover fare i conti con una normativa completamente diversa e con un carico fiscale assai più gravoso". Peraltro, la concorrente deducibilità delle due tipologie di quote di ammortamento era prevista già dall'art. 70 del decreto del Presidente della Repubblica 29 settembre 1973, n. 597 (Istituzione e disciplina dell'imposta sul reddito delle persone fisiche), applicabile anche all'I.R.PE.G., in forza del richiamo di cui all'art. 5 del decreto del Presidente della Repubblica 29 settembre 1973, n. 598 (Istituzione e disciplina dell'imposta sul reddito delle persone giuridiche), e rispondeva all'esigenza di sottrarre a tassazione quanto il concessionario complessivamente sborsi per acquistare e mantenere cose destinate al concedente. Il decreto legge n. 669 del 1996 avrebbe, invece, disciplinato la materia in modo completamente diverso negando la possibilità del cumulo, esistente fino al 1996, e la modifica del regime precedente non si inserirebbe in un contesto di completamento della normativa vigente in materia, ma avrebbe avuto carattere completamente innovativo, ispirandosi a criteri totalmente diversi da quello su cui era basata la precedente legislazione. Sarebbero stati violati in tal modo gli articoli 77 e 53 della Costituzione. La prima norma sarebbe vulnerata, in quanto non sarebbe stato rispettato il presupposto di costituzionalità della decretazione d'urgenza, costituito dalla ricorrenza dei presupposti straordinari della necessità e dell'urgenza. Ciò, sia per il fatto che si sarebbe intervenuti su una normativa esistente da tempo nell'ordinamento, sia per il fatto che non sarebbe stato sussistente il presupposto giustificativo della straordinarietà, atteso che il decreto legge n. 669 del 1996 obbediva solo all'esigenza di completamento della manovra di finanza pubblica per il 1997, come si desumerebbe dal suo preambolo. A sostegno della censura vengono richiamati i principi affermati da questa Corte nella sentenza n. 29 del 1995. La violazione dell'art. 53 della Costituzione viene argomentata previa invocazione - in via peraltro esemplificativa - dei principi affermati da questa Corte nella sentenza n. 390 del 1995 (adducendosi che con essa sarebbero stati fissati dei limiti alla possibilità di estendere retroattivamente l'ambito di applicazione di una legge e segnatamente quello dell'affidamento del cittadino nella sicurezza giuridica) e nella sentenza n. 315 del 1994 (adducendosi che con essa la Corte ha fondato il riconoscimento della legittimità del carattere retroattivo di una legge sulla prevedibilità dell'imposta, desumibile dal completamento sul piano legislativo della disciplina di una determinata materia).