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In quest'area si registra un avvallamento occultato da uno strato di argilla tombata, a causa dello sversamento illegale, con conseguente grave degrado ambientale dovuto alla presenza di collinette di spazzatura e, in particolare, di una alta alcuni metri che potrebbe contenere tonnellate di materiali pericolosi, comprese ceneri di cui si ignora la composizione e la provenienza; 2) discarica, in località Le Mate, attiva in cui si conferiscono rifiuti indifferenziati da Lizzanello, Cavallino, San Donato e rispettive frazioni per un bacino di utenza di circa 40.000 abitanti. Tale discarica, ampliata nel 2016, in cui l'umido è conferito unitamente al secco, costituisce un serio pericolo per la salute dei cittadini in quanto i miasmi che da essa si irradiano rendono l'aria irrespirabile per le emissioni odorigene nauseabonde; 3) discarica in località massera Guarini, attiva in post gestione, con biostabilizzatori e impianti di produzione di combustibile derivato da rifiuti, in previsione di ampliamento. Il Consiglio di Stato ha confermato l'illegittimità del progetto per mancata osservanza della distanza minima dai centri abitati e dai siti sensibili. Ciò nonostante il medesimo progetto è stato riproposto dal commissario Grandaliano, con assenso da parte del Comune di Cavallino; considerato che: inoltre, l'anno scorso, quando il nuovo Governo ancora non si era formato, veniva dato il via libera dal Ministro pro tempore dello sviluppo economico Calenda alla costruzione di un impianto sperimentale di trasformazione dell'amianto nella zona industriale di Cavallino: la Direzione generale del Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, sempre nel periodo del Governo Gentiloni, determinava l'esclusione dalla procedura di valutazione dell'impatto ambientale del progetto dell'impianto, pur essendo il sito a meno di 200 metri da un grande centro commerciale, frequentato da migliaia di cittadini ogni giorno, provenienti da tutta la provincia di Lecce; all'impianto sono stati imposti i seguenti, a parere degli interroganti poco chiari, limiti alla sperimentazione: durata 24 mesi, 20 chilogrammi al giorno di trattamento dell'amianto per non più di 400 chilogrammi al mese; la stessa autorizzazione parla di trattamento di rifiuto speciale pericoloso, attraverso la decomposizione con siero di latte esausto, ma manca l'indicazione del luogo o dei luoghi di provenienza dell'amianto (da Lecce e provincia, dalla regione Puglia o da tutta l'Italia); le amministrazioni comunali di Lizzanello, San Donato, San Cesario e Lequile, paesi limitrofi all'impianto hanno fatto ricorso al TAR di Lecce contro il Comune di Cavallino e, in attesa della decisione la società appaltatrice, Pra Srl, ha presentato la segnalazione certificata di inizio attività (SCIA) presso lo stesso Comune, si chiede di sapere quali provvedimenti, nell'ambito delle proprie competenze, i Ministri in indirizzo intendano adottare per segnare un preciso cambio di direzione anteponendo la tutela della salute e dell'ambiente agli interessi economici, anche al fine di sollecitare la Regione Puglia perché favorisca, consenta e garantisca la corretta gestione dei rifiuti nei comuni interessati. Atto n. 4-01954 GALLICCHIO GRASSI L'ABBATE MININNO DONNO ANASTASI ORTIS LUCIDI CORRADO ANGRISANI CASTALDI D'ANGELO ROMANO PRESUTTO Ai Ministri dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare e per la pubblica amministrazione Premesso che, a quanto risulta agli interroganti: l'articolo pubblicato su "La Nuova del Sud" del 24 giugno 2019 denuncia una situazione allarmante all'interno dell'Arpab, l'Agenzia regionale per la protezione dell'ambiente della Basilicata, cui compete l'attività di vigilanza e controllo in materia ambientale; secondo l'articolo, la gestione confusionaria e la carenza di personale, dovuta al pensionamento anticipato di alcuni dipendenti, ne starebbero compromettendo il corretto funzionamento, tanto da pregiudicare lo svolgimento dei controlli ordinari e straordinari da parte dell'ente; l'articolo pubblicato sul giornale "Le Cronache lucane" dell'11 luglio 2019 aggiunge un tassello alla situazione descritta, denunciando la precaria situazione finanziaria dell'Agenzia, che è in attesa di ricevere dalla Regione Basilicata il finanziamento di 10 milioni e 491.000 euro, necessario ad assicurare il pagamento delle fatture per le obbligazioni già assunte sul Masterplan, ossia il progetto straordinario di potenziamento delle attività dell'Agenzia finanziato dalla stessa Regione; nell'articolo si evidenzia come l'Arpab, con lettera del 2 luglio 2019, abbia formalmente messo in mora la Regione, precisando che, in assenza del pagamento entro 10 giorni dal ricevimento della richiesta, sussisterebbe il "rischio di causare all'Arpab danni non solo gestionali, ma anche di natura operativa per le ricadute sull'espletamento di monitoraggi e controlli"; i problemi organizzativi e gestionali dell'ente sono cosa nota e risalente nel tempo: nel 2018 "il Fatto Quotidiano", in un articolo del 26 febbraio, denunciava l'impiego su larga scala di lavoratori interinali da parte dell'Arpab e l'inquadramento del personale con diverse forme contrattuali: non solamente con il contratto collettivo previsto per il comparto della sanità pubblica, ma anche con contratti di natura privatistica, come il contratto collettivo chimici e di somministrazione di lavoro; considerato che: l'articolo 36, comma 1, del decreto legislativo n. 165 del 2001 prevede che, per le esigenze connesse con il proprio fabbisogno ordinario, le pubbliche amministrazioni assumono esclusivamente con contratti di lavoro subordinato a tempo indeterminato; il ricorso al lavoro flessibile (tempo determinato, somministrazione lavoro e lavoro accessorio) è previsto, a norma dello stesso articolo, esclusivamente per rispondere ad esigenze di carattere temporaneo o eccezionale; in spregio a tale disposizione normativa, nel 2016 la Regione Basilicata ha indetto una gara del valore di 7,5 milioni di euro per la conclusione di un accordo quadro per l'affidamento triennale del servizio di somministrazione di lavoro temporaneo per l'Arpab, in forza del quale solo nel 2018 sono stati stipulati ben 66 contratti di somministrazione a fronte di 129 unità di personale assunto a tempo indeterminato; al riguardo, l'art. 23, comma 1, del decreto legislativo n. 81 del 2015 prevede che "non possono essere assunti lavoratori a tempo determinato in misura superiore al 20 per cento del numero dei lavoratori a tempo indeterminato in forza al 1° gennaio dell'anno di assunzione", mentre nel caso dell'Arpab tale limite è stato ampiamente superato, raggiungendo la soglia del 50 per cento; a parere degli interroganti il ricorso al lavoro interinale non solo è avvenuto in violazione delle citate disposizioni normative, ma ha determinato altresì uno spreco di denaro pubblico, in quanto i costi per l'utilizzo di lavoratori somministrati sono superiori a quelli per l'assunzione diretta, dal momento che si deve sommare a questi anche il compenso dell'agenzia interinale, pari a 622.000 euro oltre Iva, e un prevedibile abbassamento del livello di professionalità dei suoi addetti;