[pronunce]

che la ricostruzione prospettata dal rimettente non trova riscontro nell'origine storica, nei contenuti e nei rapporti sistematici tra le due disposizioni prese in considerazione; che l'istituto dell'esame a distanza è stato introdotto nell'ordinamento dal decreto-legge 8 giugno 1992, n. 306, convertito con modificazioni nella legge 7 agosto 1992, n. 356, per le persone ammesse a programmi o misure di protezione con la espressa finalità di assicurare, indipendentemente dallo stato detentivo del dichiarante, le "cautele necessarie alla tutela della persona sottoposta all'esame"; finalità che continua ad essere presente nelle successive modifiche legislative che hanno ampliato la sfera di applicazione dell'istituto; che la partecipazione al dibattimento a distanza, prevista per la prima volta nell'ordinamento dalla legge 7 gennaio 1998, n. 11, è invece sorretta - come emerge con particolare chiarezza dall'elenco dei casi che ne giustificano il ricorso e dalla Relazione al disegno di legge poi sfociato nella legge n. 11 del 1998 - dalle preminenti esigenze: a) di fronteggiare le "gravi ragioni di sicurezza o di ordine pubblico" connesse alla posizione di imputati detenuti capaci di esercitare intimidazioni nei confronti degli altri partecipanti al processo e di inquinare le fonti di prova; b) di evitare che la traduzione dagli stabilimenti carcerari alle sedi giudiziarie in cui si celebrano i relativi dibattimenti consenta collegamenti con le associazioni criminali di provenienza, così vanificando l'efficacia dei provvedimenti di sospensione delle ordinarie regole di trattamento ex art. 41-bis dell'ordinamento penitenziario; c) di accelerare la celebrazione di dibattimenti di particolare complessità e durata, sovente in corso contemporaneamente in diverse sedi giudiziarie (v. anche sentenza n. 342 del 1999, par. 2 del Considerato in diritto); che, pertanto, mediante la partecipazione al dibattimento a distanza viene assicurato il &laquo;livello minimo di garanzie&raquo; necessario per tutelare il diritto di difesa di imputati detenuti per reati di eccezionale gravità, nei cui confronti il diritto di &laquo;"partecipare", e quindi difendersi, per tutto l'arco del dibattimento&raquo; (sentenza n. 342 del 1999) va contemperato con le esigenze di sicurezza della collettività e dell'ordinato svolgimento dei processi; che l'esame a distanza è invece finalizzato a porre il collaboratore di giustizia nelle condizioni di assolvere all'impegno - assunto all'atto della sottoscrizione delle speciali misure di protezione di cui all'art. 12, comma 2, lettera b), del decreto- legge 15 gennaio 1991, n. 8, convertito con modificazioni nella legge 15 marzo 1991, n. 82, quale risulta a seguito delle modifiche o sostituzioni operate dalla legge 13 febbraio 2001, n. 45, - di "sottoporsi a interrogatori, a esame o ad altro atto di indagine", in modo che sia assicurata l'incolumità fisica e la libertà morale del dichiarante e siano prevenute eventuali forme di intimidazione che potrebbero inquinare la genuinità della prova; che i due istituti, contrariamente a quanto ritiene il rimettente, non sono dunque assimilabili, ma rispondono a differenti finalità, sì che risulta impossibile e fuorviante estendere la sfera di applicazione dell'art. 146-bis disp. att. cod. proc. pen. a situazioni diverse da quelle ivi tassativamente previste; che, infine, l'intervento additivo prospettato dal rimettente si fonda sul presupposto che la disciplina dell'art. 146-bis disp. att. cod. proc. pen. sia strumento indispensabile per la tutela dell'incolumità personale del collaboratore di giustizia sottoposto a speciale programma di protezione, così da consentirgli il pieno esercizio del diritto di difesa, ma il giudice a quo trascura di considerare che tale esigenza può e deve essere assicurata, anche per quanto riguarda la partecipazione alle udienze, ricorrendo a forme e modalità peculiari, affidate all'autorità a ciò preposta, che vi provvede, tenendo conto della concreta situazione di pericolo e del ruolo processuale di tale soggetto, attraverso l'adozione delle speciali misure di protezione previste dagli artt. 12 e 13 del decreto-legge n. 8 del 1991, così come modificati dalla legge n. 45 del 2001; che la questione va pertanto dichiarata manifestamente infondata in riferimento a tutti i parametri evocati dal rimettente. Visti gli artt. 26, secondo comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87, e 9, secondo comma, delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale.. . per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE dichiara la manifesta infondatezza della questione di legittimità costituzionale degli artt. 146-bis e 147-bis delle norme di attuazione del codice di procedura penale sollevata, in riferimento agli artt. 3, 24 e 111 della Costituzione, dal Tribunale di Gela, con l'ordinanza in epigrafe. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 20 novembre 2002. F.to: Riccardo CHIEPPA, Presidente Guido NEPPI MODONA, Redattore Giuseppe DI PAOLA, Cancelliere Depositata in Cancelleria il 26 novembre 2002. Il Direttore della Cancelleria F.to: DI PAOLA