[pronunce]

In ogni caso, alla vicenda de qua sarebbe pienamente applicabile non già la legge regionale n. 17 del 2004, ma l'art. 6 del decreto-legge n. 136 del 2004, come del resto avrebbe mostrato di ritenere la stessa ricorrente chiedendo a questa Corte di dichiarare che «non spetta allo Stato nominare con decreto ministeriale, senza previa intesa con la Regione, il Presidente dell'Autorità portuale di Trieste». In particolare la norma statale si presterebbe a disciplinare la fattispecie in quanto norma competente in materia; in quanto disposizione volta ad enunciare un principio fondamentale; in quanto, infine, disposizione successiva alla legge regionale; mentre, rispetto alle modifiche introdotte dalla legge di conversione, la norma del decreto-legge, nella sua originaria versione, sarebbe applicabile in considerazione dell'operatività ex nunc di tali modifiche e dell'espressa salvezza degli effetti del decreto-legge. La deducente sostiene la piena legittimità della indicazione di un solo nominativo, da parte degli enti chiamati a indicare la terna, essendo la previsione normativa meramente funzionale alla possibilità, che si vuole garantire ai diversi soggetti coinvolti nella procedura, di esprimere (eventualmente) ognuno un candidato diverso. Del resto la piena compatibilità con i principî di buona amministrazione, di leale collaborazione e di lealtà della proposizione di un unico candidato sarebbe convalidata dalla diffusione della prassi della designazione unica, seguita in numerose procedure di nomina di Presidente di Autorità portuale, procedure dettagliatamente indicate e in ordine alle quali la Corte viene sollecitata ad assumere informazioni. Peraltro, una simile irregolarità procedurale, quand'anche esistente – e al pari di quella relativa al mancato decorso del termine di trenta giorni dall'entrata in vigore del decreto-legge, nel momento in cui la questione era stata sottoposta al Consiglio dei ministri – avrebbero potuto e dovuto essere fatte valere in sede di impugnativa dell'atto amministrativo, non involgendo all'evidenza censure di rango costituzionale. Quanto poi alla pretesa violazione del principio di leale collaborazione, sostiene l'interveniente che sarebbe stata la Regione a violarlo, con la provocatoria iniziativa di approvazione della legge regionale n. 17 del 2004, e ciò benché l'autorità governativa avesse atteso l'esito delle elezioni del 2003 per concordare il nome del Presidente dell'Autorità portuale col nuovo organo regionale. Assolutamente pretestuosa, e smentita dalla sua ventennale esperienza nel settore, sarebbe altresì l'asserita mancanza, nel Presidente nominato, dei necessari requisiti professionali. Né, infine, sussisterebbe la lamentata violazione dell'art. 44 dello statuto della Regione Friuli-Venezia Giulia perché, a prescindere dai profili di inammissibilità della censura per mancata indicazione delle norme di attuazione asseritamente violate, non sarebbe ravvisabile nella fattispecie la condizione dell'interesse differenziato della Regione rispetto alla questione trattata nella seduta del Consiglio dei ministri, alla quale il suo Presidente non venne invitato a partecipare. Peraltro, non sussisterebbe alcuna incidenza della questione stessa sull'indirizzo politico della Regione, e quindi alcuna necessità della sua partecipazione alla seduta del Consiglio dei ministri; senza dire che la nomina del Presidente dell'Autorità portuale ricadrebbe nella materia «organizzazione degli enti pubblici nazionali», che l'art. 117, comma secondo, lettera g), Cost. attribuisce in via esclusiva allo Stato.1. – Preliminarmente, deve essere dichiarato ammissibile l'intervento spiegato nel presente giudizio dall'Autorità portuale di Trieste: essendo questa, pacificamente, parte di giudizi pendenti davanti al TAR del Friuli-Venezia Giulia, aventi ad oggetto la legittimità del provvedimento di nomina del Presidente dell'Autorità portuale, trova applicazione il principio, enunciato da questa Corte in fattispecie analoghe, secondo il quale il potere di intervento non può essere precluso quando «l'esito del conflitto è suscettibile di condizionare la stessa possibilità che il giudizio comune abbia luogo» (sentenze n. 225 e n. 76 del 2001; sentenza n. 154 del 2004). 2. – Il ricorso è inammissibile. 2.1. – La Regione Friuli-Venezia Giulia solleva conflitto di attribuzioni nei confronti dello Stato chiedendo a questa Corte di dichiarare «che non spetta allo Stato nominare con decreto ministeriale, senza previa intesa con la Regione, il Presidente dell'Autorità portuale di Trieste» e, conseguentemente, di annullare il decreto 15 luglio 2004 del Ministro delle infrastrutture e dei trasporti e la delibera 3 giugno 2004 del Consiglio dei ministri. La Regione – ricordato che il Ministro, a seguito della mancata intesa prevista dall'art. 8, comma 1, della legge 28 gennaio 1994, n. 84 (Riordino della legislazione in materia portuale) aveva proceduto, con decreto 10 ottobre 2003, alla nomina del Commissario dell'Autorità portuale di Trieste – ravvisa la menomazione delle sue attribuzioni nel decreto 15 luglio 2004 con il quale il Ministro – a ciò autorizzato, previo interpello delle competenti Commissioni parlamentari, dalla delibera 3 giugno 2004 del Consiglio dei ministri – ha proceduto alla nomina del Presidente dell'Autorità portuale di Trieste. Di tale decreto la Regione deduce l'illegittimità a) perché esso si fonda su una norma viziata da illegittimità costituzionale, e cioè sull'art. 6 del decreto-legge 28 maggio 2004, n. 136 (Disposizioni urgenti per garantire la funzionalità di taluni settori della pubblica amministrazione); b) perché il procedimento, dal quale è scaturito il decreto ministeriale, non è neanche conforme a quello prescritto dalla norma viziata di incostituzionalità, e ciò sotto più profili; infine, c) per l'inapplicabilità, nella Regione Friuli-Venezia Giulia, dell'art. 6 del decreto-legge n. 136 del 2004, in quanto nella Regione vigerebbe, in materia, soltanto la citata legge regionale n. 17 del 2004. 2.2. – La parti danno concordemente atto che le questioni prospettate sub a) e c) sono oggetto di ricorsi proposti in via principale sia dallo Stato (n. 78 del 2004) avverso l'art. 9, commi 2 e 3, della legge regionale n. 17 del 2004, sia dalla Regione (n. 79 e 92 del 2004) avverso l'art. 6 del decreto-legge n. 136 del 2004 e la legge di conversione n. 186 del 2004; tanto che la Regione ricorrente dichiaratamente riproduce, a fondamento di dette questioni, le medesime argomentazioni svolte negli scritti difensivi relativi ai citati giudizi. Per incidens va detto che, con sentenza n. 378 del 2005, questa Corte ha deciso tali questioni dichiarando l'illegittimità costituzionale sia dell'art. 9, commi 2 e 3, della legge regionale n. 17 del 2004, sia dell'art. 6 del decreto-legge n. 136 del 2004 e dell'art. 1, comma 2, della legge di conversione n. 186 del 2004. 2.3.