[pronunce]

La previsione della confisca obbligatoria risulterebbe inconciliabile, oltre che - per i motivi esposti - con l'art. 3 Cost., anche con l'art. 42 Cost. Imponendo di adottare il provvedimento ablatorio anche quando l'operazione riguardi beni di legittima provenienza e sia stata effettuata mediante atto pubblico, la norma denunciata impedirebbe, infatti, al giudice di graduare la risposta sanzionatoria in rapporto all'effettivo disvalore della condotta, con il risultato di collegare ad una violazione puramente formale una eccessiva compressione del diritto di proprietà, in assenza di qualsiasi connotazione di pericolosità intrinseca del bene. La norma censurata violerebbe, da ultimo, l'art. 27, terzo comma, Cost., che, nello stabilire che le pene debbano tendere alla rieducazione del condannato, implica necessariamente una proporzione tra disvalore del fatto e sanzione. Nella specie, per converso, la pena minima e la confisca obbligatoria previste dall'art. 31 della legge n. 646 del 1982 rischierebbero di allontanare ulteriormente i soggetti interessati da un già difficile percorso di recupero sociale. Non di rado, infatti, tali sanzioni vengono applicate a persone che hanno scontato interamente la pena loro inflitta o il periodo di sottoposizione alla misura di prevenzione, colpendole pesantemente a distanza di anni nella libertà personale o nel patrimonio per un comportamento di mera disobbedienza, quando non per una mera dimenticanza o per la stessa ignoranza del precetto. La questione sarebbe, altresì, rilevante nel giudizio a quo, posto che - a fronte di quanto in precedenza riferito e non sussistendo ragioni per escludere l'elemento soggettivo del reato, anche alla luce dell'attuale orientamento della giurisprudenza di legittimità - l'imputato si troverebbe esposto all'applicazione delle sanzioni previste dalla norma denunciata, pur non avendo dissimulato in alcun modo l'atto di disposizione patrimoniale del quale si discute. 2.- È intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che la questione sia dichiarata inammissibile o manifestamente infondata. La difesa dello Stato rileva come la Corte costituzionale, nel dichiarare manifestamente inammissibili o manifestamente infondate precedenti questioni di legittimità costituzionale degli artt. 30 e 31 della legge n. 646 del 1982, abbia rimarcato la legittimità della scelta legislativa di sanzionare penalmente la mancata comunicazione delle operazioni patrimoniali da parte di una persona sottoposta con provvedimento definitivo a misura di prevenzione qualificata, nell'ambito di un sistema di contrasto della criminalità organizzata fortemente caratterizzato dall'utilizzo di strumenti di tipo patrimoniale. Né potrebbe ravvisarsi alcuna violazione del canone della ragionevolezza nel trattamento sanzionatorio dell'illecito. Al riguardo, occorrerebbe considerare come l'obbligo di comunicazione previsto dagli artt. 30 della legge n. 646 del 1982 e 80 del d.lgs. n. 159 del 2011 richieda un «impegno assolutamente irrisorio» a coloro che vi sono soggetti, onde sarebbe del tutto ragionevole che la sua inosservanza sia riguardata «in termini di massimo sospetto». Non condivisibile sarebbe, altresì, la valutazione del rimettente di «inoffensività» dell'omissione penalmente sanzionata, allorché - come nella specie - essa riguardi un trasferimento effettuato mediante atto pubblico, rogato da notaio: valutazione basata sull'assunto che, in tal caso, la comunicazione alla polizia tributaria risulterebbe "assorbita" dalla comunicazione dell'atto notarile all'agenzia delle entrate, obbligatoria per legge. Ben diversa sarebbe, infatti, la funzione delle comunicazioni in discorso. La comunicazione degli atti pubblici all'agenzia delle entrate, cui fa riferimento il giudice a quo, sembrerebbe identificarsi in quella prevista ai fini della loro registrazione dal d.P.R. 26 aprile 1986, n. 131 (Approvazione del testo unico delle disposizioni concernenti l'imposta di registro). Si tratterebbe, dunque, di una comunicazione avente una finalità meramente fiscale. Per converso, la comunicazione prescritta dall'art. 30 della legge n. 646 del 1982 e dall'art. 80 del d.lgs. n. 159 del 2011, da effettuare alla polizia tributaria, ha una funzione strumentale rispetto ai controlli periodici previsti dalla stessa normativa di prevenzione, intesi a verificare che non perduri il collegamento dell'interessato con la criminalità organizzata (art. 25 della legge n. 646 del 1982). La comunicazione in questione avrebbe, quindi, una finalità di ordine pubblico, iscrivendosi tra i meccanismi di contrasto del fenomeno associativo criminale di stampo mafioso. Per altro verso, poi, la Corte costituzionale avrebbe chiarito che la struttura stessa della fattispecie incriminatrice garantisce la possibilità di applicarla in maniera costituzionalmente corretta: ciò, in particolare, tramite l'esclusione dell'elemento soggettivo del reato «quando la pubblicità sia comunque assicurata e dunque sia di per sé impossibile l'occultamento degli atti soggetti a comunicazione» (ordinanza n. 442 del 2001). Indicazione, questa, che - ad avviso dell'Avvocatura dello Stato - sarebbe stata sostanzialmente recepita dalla giurisprudenza di legittimità, secondo la quale il dolo del reato in questione implica la consapevolezza da parte dell'imputato del presupposto da cui sorge l'obbligo e va desunto da elementi sintomatici, legati segnatamente alle vicende di acquisizione del bene e al valore dello stesso.1.- Il Giudice dell'udienza preliminare del Tribunale di Trapani dubita della legittimità costituzionale dell'art. 31 della legge 13 settembre 1982, n. 646 (Disposizioni in materia di misure di prevenzione di carattere patrimoniale ed integrazioni alle leggi 27 dicembre 1956, n. 1423, 10 febbraio 1962, n. 57 e 31 maggio 1965, n. 575. Istituzione di una commissione parlamentare sul fenomeno della mafia), parzialmente trasfuso nell'art. 76, comma 7, del decreto legislativo 6 settembre 2011, n. 159 (Codice delle leggi antimafia e delle misure di prevenzione, nonché nuove disposizioni in materia di documentazione antimafia, a norma degli articoli 1 e 2 della legge 13 agosto 2010, n. 136), nella parte in cui prevede, per il reato di omessa comunicazione delle variazioni patrimoniali, la pena minima di due anni di reclusione e di euro 10.329 di multa, nonché la confisca obbligatoria del bene acquistato o del corrispettivo dell'alienazione. A parere del rimettente, la norma censurata violerebbe l'art. 3 della Costituzione, per contrasto con i principi di eguaglianza e di ragionevolezza.