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CASINI (Aut (SVP-PATT, UV)) . Signor Presidente, vorrei ringraziare il vice presidente La Russa per la sua idea di ricordare in quest'Aula una data molto importante per la nostra storia: trent'anni fa cadeva il muro di Berlino, la cui costruzione ha rappresentato una delle pagine più drammatiche della storia contemporanea del Novecento, con la divisione tra i Paesi europei caduti sotto il giogo del Comunismo e dell'Unione Sovietica. La democrazia veniva abbattuta, con la forza delle idee. Non servirono i carri armati, non servirono manifestazioni di forza: l'unico grande elemento insopprimibile, che riuscì a scalfire quel grandissimo ignobile muro, fu la forza della democrazia. Nel confronto tra il blocco dei Paesi dell'Unione Sovietica e il blocco dei Paesi europei democratici, in quel giorno drammatico, dopo mesi e mesi di logoramento, dopo una vicenda storica che ha segnato il mondo contemporaneo, prevalse la forza della libertà e della democrazia. Ho visitato Berlino Est negli anni passati, negli anni in cui il muro c'era. Ricordo la mia prima visita nel 1973: avevo diciott'anni e partecipavo ad un corso di formazione della Fondazione Adenauer a Berlino Ovest. Con un gruppo di giovani, molti dei quali ho ritrovato poi sui banchi del Parlamento nella Democrazia Cristiana e in altri partiti, entrai in quella sorta di città spettrale che era Berlino Est. Provenendo da Berlino Ovest noi giovani eravamo stupefatti di come il mondo non potesse aver chiara la percezione della differenza che c'era. Una città spettrale e buia, in cui la gente era triste e impaurita; e, dall'altra parte, la vetrina dell'Occidente. Ho visitato diverse volte Berlino prima della caduta del Muro e invito tutti voi ad andarla a vedere oggi: una meravigliosa città del nostro mondo, una grande città in cui una classe dirigente straordinaria, capitanata da quel gigante contemporaneo che è stato Helmut Kohl, è riuscita in poco tempo a omologare la città e a far crescere anche Berlino Est come Berlino Ovest. Ricordiamoci quello che capitò dopo la caduta del muro e l'unificazione tedesca: vi ricordo la scelta drammatica di Kohl, che gli costò anche la rielezione, di stabilire la parità tra il marco dell'est e il marco dell'ovest, perché il marco dell'est era chiaro a tutti che aveva un valore praticamente insussistente rispetto al marco dell'ovest. Quella scelta pose le condizioni per creare la Repubblica federale tedesca unificata, che io credo sia anche per noi italiani un punto di riferimento e un alleato fondamentale, nella buona e nella cattiva sorte. Bene, colleghi, vorrei terminare questo brevissimo intervento rendendo omaggio alle grandi personalità della storia, di diverse visioni, che hanno consentito che quel muro cadesse. Il primo, che io ho avuto l'onore grandissimo di ricevere nel Parlamento, è stato Giovanni Paolo II. (Applausi dai Gruppi FI-BP, L-SP-PSd'Az, FdI e IV-PSI) . Senza quel grande Papa non ci sarebbe stata la possibilità di una caduta così rapida del comunismo. L'altro è Gorbaciov, che fece una scelta a prezzo di grandissime incomprensioni nel suo Paese, al punto che oggi stesso è un leader certamente non amato dai russi, anzi i russi in qualche modo lo detestano. Quella scelta di evitare di tirare fuori dalle caserme i carri armati sovietici ha consentito che il muro cadesse in pace, senza spargimento di sangue, dopo che tanti - lo ha ricordato il senatore La Russa - morirono proprio per passare quel muro da una parte e dall'altra. Infine Ronald Reagan, che, dopo il famoso discorso Ich bin ein Berliner (Anch'io sono un berlinese) di Kennedy, due anni prima della caduta del muro, con un discorso analogo, diede un grande contributo. Si tratta di personalità che sono state dei giganti della storia e che credo debbano essere ricordate, perché il Parlamento non solo deve legiferare, ma deve anche coltivare intatto il valore della memoria. (Applausi dai Gruppi FI-BP, L-SP-PSd'Az, PD, FdI e IV-PSI). DE PETRIS (Misto-LeU) . Domando di parlare. PRESIDENTE. Ne ha facoltà. DE PETRIS (Misto-LeU) . Signor Presidente, trent'anni fa credo che abbiamo tutti partecipato a quella festa popolare che fu la distruzione del Muro. Abbiamo condiviso la gioia dei berlinesi, che dopo ventisette anni riprendevano possesso della loro città, dei tedeschi che vivevano la fine dell'incubo, dei popoli dell'Est che vedevano finalmente la libertà a un passo. Abbiamo tutti pensato e sperato allora che il mondo stesse voltando pagina, una volta per tutte. Per coloro che, come me, militavano nei movimenti pacifisti e che negli anni '80 si erano battuti ogni giorno per allontanare la minaccia della guerra e della distruzione, quella speranza fu ancora più intensa. Quel muro era molto più alto dei suoi tre metri e mezzo e molto più lungo dei 155 chilometri. Quel muro era il simbolo della divisione del mondo, della minaccia sempre latente, della degenerazione di un sistema che, nato con l'obiettivo di liberare il genere umano, si era trasformato in un'oppressione. Diventava quasi improvvisamente possibile, o almeno così ci sembrava, immaginare un mondo senza guerre, ma anche un mondo dove fosse possibile conciliare i valori della libertà con quelli della giustizia sociale. Dopo tre decenni, senza nulla concedere alla nostalgia per sistemi che opprimevano i loro cittadini e senza alcun rimpianto per una divisione in blocchi che teneva il mondo sotto la spada di Damocle della distruzione totale, dobbiamo però dirci con franchezza e con tristezza proporzionale alla gioia di allora che le speranze si sono rivelate in larga misura illusorie. Il grande Muro è caduto, ma una miriade di piccoli muri ne ha preso il posto e continua a moltiplicarsi. (Applausi della senatrice Nugnes). Presidenza del vice presidente ROSSOMANDO (ore 12,03) ( Segue DE PETRIS). Certo, non c'è più la minaccia della guerra mondiale, almeno per ora, che sembra uscita di scena; al suo posto, però, è emersa la realtà di un mondo dilaniato ovunque da guerre nazionali, etniche, razziali e religiose feroci, nel quale risorgono i fantasmi del razzismo, del nazionalismo e dell'intolleranza. L'incubo dell'olocausto nucleare non ci accompagna più quotidianamente, ma l'impero di una logica basata solo sul profitto ha fatto rapidamente crescere minacce altrettanto letali per il nostro pianeta. Nel complesso, il mondo e anche le nostre società non sono diventati più giusti, ma spesso meno liberi. Forse allora avremmo dovuto ascoltare con maggiore attenzione papa Giovanni Paolo II, il pontefice che si era impegnato come pochi altri per abbattere quel muro, ma che subito dopo aveva messo in guardia dai pericoli che quella vittoria comportava e dagli elementi di degenerazione impliciti nel sistema sociale ed economico che non conosceva più rivali e dunque neppure più freni.