[resaula]

L'iniziativa ha riscosso un enorme successo, raccogliendo 1,4 milioni di firme di cittadini europei, di cui oltre 90.000 italiani. La petizione è stata sostenuta, inoltre, da 140 scienziati, tra cui anche l'etologa e ambientalista di fama mondiale Jane Goodall; anche importanti aziende hanno pubblicamente dato il loro sostegno. A seguito di questa grande mobilitazione, proprio la scorsa settimana, il Parlamento europeo ha votato con una schiacciante maggioranza una risoluzione che esorta la Commissione europea a vietare l'uso delle gabbie negli allevamenti entro il 2027, impegnandosi a sostenere gli allevatori e produttori con sussidi che favoriscano e sostengano la transizione a sistemi senza gabbie. Il commissario per la salute Stella Kyriakides ha partecipato al dibattito e ha commentato che l'impegno della Commissione per migliorare il benessere degli animali rimane un imperativo morale, sanitario ed economico. Aggiungo che non si tratta solo di una sensibilità verso gli animali, ma anche a tutela della salute pubblica, se è vero che tali metodi sono causa dell'antibiotico-resistenza negli uomini, dell'eccessiva produzione di anidride carbonica e di metano e anche, com'è stato provato, della diffusione di epidemie. La transizione verso sistemi più rispettosi del benessere degli animali, che è stata chiesta con forza e democraticamente dai cittadini italiani ed europei, è oggi quindi un'istanza di grande rilievo. Il Parlamento europeo ha ascoltato la richiesta e anche nel nostro Paese, a livello locale, le Regioni Abruzzo ed Emilia-Romagna hanno votato importanti risoluzioni in tal senso. Si registra quindi la volontà di non rimanere indietro. Per questo motivo è fondamentale oggi approvare il sostegno finanziario agli allevatori per la transizione a sistemi senza gabbie, con l'emendamento a prima firma del senatore Pesco, che al punto 3 chiede di aggiungere l'articolo 1- bis sugli incentivi ad allevatori per il passaggio a metodi di allevamento a stabulazione libera, estensivi, pascolivi, come l'allevamento all'aperto. La transizione a sistemi senza gabbia è lo standard di più alto livello per il benessere animale, ormai inevitabile. La priorità ora è fare in modo che il nostro Paese non resti indietro e provveda con i necessari strumenti a far sì che la zootecnia italiana non subisca la concorrenza di altri Paesi europei. In tal senso, vorrei ringraziare, oltre al senatore Daniele Pesco, primo firmatario, anche il nostro capogruppo in Commissione bilancio Gianmauro Dell'Olio e il nostro ministro Stefano Patuanelli, che sta sostenendo questo importante passaggio di civiltà, etico, economico e sanitario. (Applausi) . PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore De Carlo. Ne ha facoltà. DE CARLO (FdI) . Signor Presidente, sia il senatore Calandrini, sia la senatrice Drago, che mi hanno preceduto, hanno spiegato come di fatto, una volta di più, il metodo utilizzato dia poco spazio sia alla Commissione, come in questo caso, sia all'Assemblea. Le Commissioni, infatti, sono destinatarie di mere informative per grande parte del PNRR, mentre una manovra mascherata - o, meglio, un provvedimento che costa e indebita la Nazione come una manovra finanziaria - imporrebbe ben altro dibattito, quantomeno per rispetto nei confronti dei soldi pubblici che andiamo a utilizzare. Questa è l'ennesima manovra a debito: ricordo a tutti che stiamo parlando di PNRR e di recovery plan come fossero la panacea e la soluzione di tutti i mali, quando questo Parlamento in un anno e mezzo ha già deliberato l'utilizzo di risorse a debito per lo stesso importo, oltre 200 miliardi. A dire la verità, là fuori se ne sono accorti in pochi, anche perché il metodo utilizzato, quello dei contributi a pioggia, spesso ha segnato ben poca concretezza (con molti slogan , molte marchette, diciamocelo, e poca concretezza). Del resto, è dal marzo 2018 che assistiamo a manovre di questo tipo, lo abbiamo imparato. Questo PNRR è una manovra a debito, dopo che per anni l'Europa invece ci aveva costretti all' austerity. Gli esponenti dei partiti che hanno governato fino ad oggi ci hanno sempre spiegato che ce lo chiedeva l'Europa, che ci imponeva cioè di frenare sugli investimenti, sul sociale e sul welfare in nome, appunto, dell' austerity. I dati, badate bene, sono abbastanza impietosi: prendo a riferimento quelli elaborati dal nostro centro studi, che esiste da diversi anni, anche se oggi qualcuno vanta a scopo elettorale di avere un centro studi, ma al massimo può vantarsi di aver copiato da Fratelli d'Italia, che uno efficiente e valido ce l'ha ormai da anni. Ebbene, prendo spunto da quei dati per dire che il PIL dal 1999 al 2019 in Italia è cresciuto del 7,9 per cento, mentre la Germania, ad esempio, è cresciuta del 32 per cento, la Francia del 32,4 per cento e la Spagna addirittura del 43,6 per cento. Per non parlare delle persone sulla soglia della povertà, che qui non sono certo diminuite: nel 2005 erano il 3,3 della popolazione, nel 2020 il 9,4 (e il dato dell'Istat di ieri è ancora peggiore). In questi anni lo Stato è arretrato, in nome di quell' austerity di cui vi siete riempiti la bocca, che ha portato a una bassa produttività delle nostre imprese e all'incapacità - purtroppo, dato proprio il sistema produttivo di questa Nazione - di cogliere le opportunità, per una mancanza infrastrutturale. È una realtà legata alle nostre piccole medie imprese, che da anni qualcuno - come dice sempre bene il collega De Bertoldi - vede quasi come un intralcio al grande sistema mondialista, che vorrebbe tutto concentrato nelle mani di pochi e che noi fossimo meri consumatori, asettici, alla mercé di questi grandi gruppi. In realtà, le nostre piccole e medie imprese costituiscono da sempre la forza di questa Nazione, la vera biodiversità economica, altro termine di cui vi riempite la bocca, nella maggior parte dei casi senza sapere nemmeno cosa significhi (però abbiamo capito che il modus operandi è questo, quindi non ci stupiamo più di tanto). Dicevo infatti che lo Stato non solo ha frenato, ma ha proprio tirato i remi in barca rispetto a tanti temi, come dimostrano ancora i numeri, che sono impietosi, quando vengono letti e non si nascondono sotto il tappeto, dentro un tomo del PNRR dato all'ultimo minuto, per fare in modo che nessuno li legga o che si leggano solo i titoli o le figure (se dovessero essercene). Gli investimenti in Italia sono aumentati, sempre negli stessi anni di riferimento, del 66 per cento, mentre in Europa del 118. Ecco, basterebbe questo dato per farci capire che forse quelle politiche imposte erano fallimentari. La quota pubblica di investimenti però è scesa dal 14,6 al 12,7 per cento, a dimostrazione di quello che dicevo, cioè che non solo si è frenato, ma si è tornati addirittura indietro. La causa viene addebitata alla mancanza di riforme ed è vero; attenzione, però, perché le riforme che questo PNRR ci chiede sono difficili e la Nazione le aspetta da anni.