[resaula]

a oltre un anno dall'offensiva lanciata dal generale Haftar verso la capitale libica e nonostante la conferenza di Berlino, la situazione in Libia rimane particolarmente preoccupante. I nuovi equilibri determinatisi sul territorio pongono nuovamente il rischio di una pericolosa escalation , che avrebbe nuovamente come vittima principale il popolo libico, che già versa in condizioni umanitarie preoccupanti. La situazione sul terreno continua ad essere resa ancora più complessa dalle ingerenze di attori esterni, che attraverso il costante afflusso di uomini e materiale in violazione dell' embargo ONU, continuano ad irrigidire le posture delle parti contrapposte; l'Italia è sempre stata in prima linea nel sostegno internazionale alla ricerca di una soluzione politica alla crisi libica, ed è tra i Paesi più direttamente esposti agli effetti destabilizzanti della situazione nel Paese in termini di minaccia terroristica, sicurezza energetica e pressione migratoria; l'impegno dell'Italia si è recentemente concretizzato in un intenso attivismo diplomatico nei confronti dei diversi attori libici, dei principali partner internazionali e regionali e in seno all'Unione europea, come testimoniato dai recenti contatti del Presidente del Consiglio dei ministri e del Ministro in indirizzo con il presidente libico Serraj e con il generale Haftar e da ultimo, dalla recente missione del ministro Di Maio in Turchia il 19 giugno 2020. L'impegno italiano si è ampiamente manifestato anche in seno all'Unione europea, dove l'Italia si è assicurata il comando dell'operazione "IRINI" finalizzata al monitoraggio del rispetto dell' embargo ONU sulle armi, si chiede di sapere quali siano le azioni che l'Italia ha intrapreso o intende intraprendere nel prossimo futuro per sostenere gli sforzi dell'ONU per il raggiungimento di un cessate il fuoco, anche alla luce della recente riattivazione del dialogo in seno al comitato militare misto 5+5, e per rilanciare il negoziato per una soluzione politica stabile e duratura della crisi libica. Atto n. 3-01721 LAFORGIA DE PETRIS Al Ministro dell'economia e delle finanze Premesso che: a causa del lockdown , misura che si è resa necessaria per contrastare il dilagare del contagio da COVID-19, e della conseguente chiusura di molte parti del sistema economico e culturale di questo Paese, molti lavoratrici e lavoratori hanno subito una contrazione significativa del proprio reddito; in questo quadro, non tutte le figure professionali sono state penalizzate allo stesso modo e la crisi, come è sempre accaduto nella storia dei sistemi economici, rischia di aumentare divari già esistenti; la frammentarietà del mercato del lavoro italiano e l'esistenza di una molteplicità di tipologie contrattuali caratterizzate da intermittenza, precarietà e assenza di sistemi di protezione, oltre a bassi tassi di partecipazione che riguardano innanzitutto le donne e i più giovani, hanno reso il blocco delle attività ancora più drammatico e l'intervento sui sistemi di protezione e sugli ammortizzatori ancora più urgente; nonostante le importanti iniziative governative e parlamentari volte a sostenere il reddito delle persone, a partire dai primi decreti per contrastare l'emergenza economica, le rivendicazioni, sindacali e non, che si registrano ormai quotidianamente, mostrano come le misure adottate rischiano di lasciare scoperte categorie e realtà economiche e culturali fondamentali per l'Italia; vi è un mondo vasto che riguarda realtà differenti fra loro, a partire dai precari, disoccupati, esodati, persone costrette a lavorare in nero, titolari di partite IVA, autonomi, operatori di cooperative sociali, lavoratori stagionali, lavoratori dell'arte e dello spettacolo, solo per citarne alcune, che sono ancora poco tutelati dalle misure di sostegno; la spirale tra lavoro povero e assenza o insufficienza dei sistemi di protezione rischia di avere un impatto negativo sull'economia oltre che sulla dignità delle persone; l'analisi della fondazione studi "Consulenti del lavoro" segnala come per 3,7 milioni di persone sia venuta meno l'unica fonte di reddito familiare, e secondo cui "ad essere più colpite sono le coppie con figli (1.377 mila, 37%) e i genitori 'soli' (439 mila, 12%) con il rischio di non riuscire a fronteggiare le spese quotidiane. Un dato preoccupante se si considera che ben il 47,7% dei lavoratori dipendenti dei settori 'che hanno chiuso' guadagnava meno di 1.250 euro mensili e il 24,2% si trova addirittura sotto la soglia dei mille euro"; ad essere coinvolta, oltre ai ceti più deboli a rischio (o già in) povertà, è anche la vasta platea di lavoratori a reddito medio-basso, per la quale l'assenza di reddito anche per un solo mese può determinare una situazione di grave disagio; in difficoltà poi sono "i giovani che hanno stipendi più bassi (oltre il 60% della popolazione tra i 25 e i 29 anni abitualmente non supera i 1.250 euro) e inferiore disponibilità di risparmio"; se si osserva la sottopopolazione degli occupati costretti a casa dall'emergenza sanitaria, si nota che "2,5 milioni di donne (in particolare le addette nelle attività di vendita e le occupate part-time) sono per 2/3 (65,8%) al di sotto di uno stipendio di 1.250 euro al mese contro il 36% dei maschi. Da un punto di vista territoriale è al Sud che si ha la maggiore concentrazione di disagio con una incidenza, tra i lavoratori dipendenti temporaneamente senza lavoro, dei monoreddito, pari al 49,6% (contro il 35,2% dei residenti del Centro e il 34,3% del Nord Italia)"; la situazione appare più critica tra gli autonomi: "non solo la quota di quanti non lavorano per effetto delle chiusure da Covid-19 è più alta (55% contro il 38,2% dei dipendenti), ma tra questi ultimi è più elevata anche la percentuale di chi vive in famiglie monoreddito (sono il 42% contro il 38% dei dipendenti), e dove pertanto nei mesi in questione viene a mancare l'unica fonte di reddito familiare"; la Banca d'Italia osserva che "l'esclusione degli iscritti alle casse professionali potrebbe comportare disparità di trattamento in quei casi in cui le casse stesse non dispongano di ammortizzatori sociali adeguati" e che "non è chiaro se possano richiedere il sostegno anche lavoratori autonomi di fatto inattivi anche prima dell'emergenza sanitaria". L'istituto guidato da Ignazio Visco, pur ritenendo i 25 miliardi di euro stanziati dal Governo adeguati in questa prima fase, chiede di potenziare la Naspi, cioè l'indennità di disoccupazione. "Considerato anche il temporaneo (per due mesi) blocco dei licenziamenti disposto dal decreto, i lavoratori a termine avranno ridotte possibilità di rimanere occupati alla scadenza del contratto e dovranno ricorrere alla Naspi, che tuttavia garantisce trattamenti di durata ridotta a disoccupati con carriere discontinue"; a parere degli interroganti è importante prevenire che un numero così alto di persone sia impattato dal lockdown , attraverso misure di sostegno come quelle già messe in campo dal Governo, come il sostegno al reddito dei lavoratori indipendenti e la cassa integrazione per i dipendenti, che però potrebbero non essere sufficienti;