[pronunce]

con il conseguente venir meno della stessa giustificazione logica su cui si fondano i rilievi posti a fondamento del quesito di costituzionalità; che, infatti, il rimettente, nel prospettare la asserita “incoerenza” del regime transitorio, omette di considerare la complessiva eterogeneità dei moduli processuali che, attraverso la sollecitata pronuncia additiva, mirerebbe a “combinare” fra loro, giacché, mentre è chiamato ad applicare il “nuovo” sistema - che consente l'audizione come “teste assistito” del coimputato “patteggiante”, prima incompatibile con l'ufficio di testimone - intenderebbe continuare comunque ad avvalersi degli atti assunti sotto la vigenza del “vecchio” modello, sia pure ai fini delle contestazioni: atti, in particolare, consistenti nella specie in dichiarazioni erga alios, non soltanto prive del preliminare e pregiudiziale avviso di cui all'art. 64, comma 3, lett. c), cod. proc. pen. , ma, anche e soprattutto, rese nella qualità di indagato e, dunque, in posizione non certo corrispondente a quella - di testimone assistito - ricoperta da chi dovrebbe “ricevere” la contestazione; un regime, quest'ultimo, che soltanto il legislatore sarebbe abilitato ad introdurre; che, d'altra parte, questa Corte ha già ritenuto del tutto ragionevole la scelta del legislatore di individuare, nella intervenuta acquisizione delle dichiarazioni al fascicolo per il dibattimento, il “fatto processuale” che contrassegna il passaggio da un regime all'altro (v. la richiamata sentenza n. 381 del 2001); sicché le censure formulate a tal proposito dal giudice rimettente, non evidenziando profili nuovi o diversi da quelli allora esaminati, non possono che indurre alle medesime conclusioni di infondatezza; che, di conseguenza, una volta superati i dubbi di ragionevolezza in merito alla disposizione transitoria oggetto di impugnativa, vengono meno anche i rilievi che l'ordinanza svolge in punto di lesione del diritto di difesa e di asserita violazione del principio del contraddittorio, giacché, giustificandosi la scelta normativa con l'esigenza di calibrare il passaggio tra due modelli processuali non poco difformi, i vizi denunciati si traducono soltanto in censure di opportunità di quella scelta, evidentemente estranee ai limiti del sindacato riservato a questa Corte; che, pertanto, la questione proposta deve essere dichiarata manifestamente infondata. Visti gli artt. 26, secondo comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87, e 9, secondo comma, delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale.. . per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE dichiara la manifesta infondatezza della questione di legittimità costituzionale dell'art. 26 della legge 1° marzo 2001, n. 63 (Modifiche al codice penale e al codice di procedura penale in materia di formazione e valutazione della prova in attuazione della legge costituzionale di riforma dell'articolo 111 della Costituzione), sollevata, in riferimento agli artt. 3, 24 e 111 della Costituzione, dal Tribunale di Milano con l'ordinanza in epigrafe. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 12 marzo 2003. F.to: Riccardo CHIEPPA, Presidente Giovanni Maria FLICK, Redattore Giuseppe DI PAOLA, Cancelliere Depositata in Cancelleria il 14 marzo 2003. Il Direttore della Cancelleria F.to: DI PAOLA