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Modifiche all'articolo 7 e abrogazione dell'articolo 8 del testo unico delle leggi recanti norme per la elezione della Camera dei deputati, di cui al decreto del Presidente della Repubblica 30 marzo 1957, n. 361, in materia di ineleggibilità dei magistrati. Onorevoli Senatori. -- Il disegno di legge in esame è volto a introdurre alcune importanti e significative modifiche alla vigente disciplina in materia di ineleggibilità e di incompatibilità alla carica parlamentare. Da molto tempo, tra le forze politiche e nell'opinione pubblica, è fortemente avvertita l'esigenza di colmare le lacune di una normativa che non appare in grado di garantire adeguatamente i princìpi costituzionali dell'imparzialità e dell'indipendenza dell'ordine giudiziario da possibili pericolose commistioni con il potere legislativo, al fine di tutelare la corretta separazione dei poteri dello Stato. Se è vero che è costituzionalmente garantito il diritto alla partecipazione alle cariche elettive, risulta tuttavia indispensabile individuare le cause che escludono l'eleggibilità di alcuni titolari di funzioni pubbliche che, per loro natura, potrebbero esercitare un'indebita influenza o pressione sul corpo elettorale. In particolare, dovrebbe escludersi l'eleggibilità di coloro ai quali è demandata la tutela giurisdizionale dei diritti dei cittadini, così da scongiurare, da un lato, il pericolo di un utilizzo strumentale da parte del candidato della titolarità dell'ufficio giudiziario ricoperto, allo scopo di influenzare a proprio vantaggio gli elettori, e da rendere, dall'altro lato, l'esercizio della giustizia immune da qualsiasi condizionamento politico, atteso che il magistrato deve dare garanzia di assolute imparzialità e terzietà, deve essere e apparire super partes. Al fine di impedire l'esercizio di qualsiasi « captatio benevolentiae » sugli elettori, assicurando la genuinità e la libera espressione del voto, e di evitare qualsiasi interferenza tra il potere legislativo e quello giudiziario (una sorta di «conflitto di interessi» che vedrebbe il magistrato creare la norma giuridica e successivamente applicarla e interpretarla), si dovrebbe prevedere opportunamente che non possano candidarsi alla carica parlamentare coloro che fino a poco prima abbiano potuto godere della notorietà e del consenso derivanti dalla funzione giudiziaria esercitata e che, del pari, non possano tornare a svolgere le funzioni giudiziarie i magistrati che abbiano espletato il mandato parlamentare. L'adozione di una disciplina più restrittiva della partecipazione dei magistrati alle elezioni politiche era stata invocata dallo stesso Consiglio superiore della magistratura (CSM) in una risoluzione del 18 marzo 1996 in cui, preso atto delle richieste di collocamento in aspettativa formulate da molti magistrati e rilevato che tale situazione poteva determinare lesioni all'immagine di imparzialità e terzietà della funzione giudiziaria, lo stesso CSM riteneva opportuno individuare «un adeguato bilanciamento tra il diritto costituzionalmente garantito allo svolgimento delle funzioni elettive ed i valori costituzionali attinenti alla speciale posizione dei magistrati e all'esigenza che essi siano ed appaiano imparziali», invitando Parlamento e Governo ad assumere le opportune iniziative per una nuova disciplina legislativa. Numerosi sono stati i progetti di legge presentati nelle passate legislature in materia di ineleggibilità e di incompatibilità dei magistrati fino all'entrata in vigore della legge 3 febbraio 1997, n. 13, recante modifica all'articolo 8 del testo unico delle leggi per la elezione della Camera dei deputati, di cui al decreto del Presidente della Repubblica 30 marzo 1957, n. 361, al quale fa espresso rinvio anche la disciplina del testo unico delle leggi per l'elezione del Senato della Repubblica, di cui al decreto legislativo 20 dicembre 1993, n. 533. Il citato articolo 8 del testo unico di cui al decreto del Presidente della Repubblica n. 361 del 1957 definisce una disciplina speciale della candidatura dei magistrati alle elezioni politiche, prevedendo al primo comma un caso di ineleggibilità relativa (laddove pone loro il divieto di candidarsi nelle circoscrizioni sottoposte, in tutto o in parte, alla giurisdizione degli uffici ai quali sono stati assegnati o presso i quali hanno esercitato le loro funzioni in un periodo compreso nei sei mesi antecedenti la data di accettazione della candidatura, sia in caso di durata fisiologica della legislatura, sia, in base alla modifica introdotta dalla legge n. 13 del 1997, nell'eventualità dello scioglimento anticipato delle Camere) e un caso di ineleggibilità assoluta (laddove impone loro di porsi in aspettativa all'atto dell’accettazione della candidatura). Se poi alla candidatura non segue l'elezione, il secondo comma del medesimo articolo 8 stabilisce che il magistrato non può comunque esercitare per un periodo di cinque anni le proprie funzioni nella circoscrizione nel cui ambito si sono svolte le elezioni. Da tale previsione sono peraltro esclusi i magistrati in servizio presso le giurisdizioni superiori, ossia presso la Corte di cassazione, il Consiglio di Stato, le sezioni centrali della Corte dei conti, e tutte quelle giurisdizioni i cui uffici giudiziari coincidono con il territorio nazionale, poiché tale estensione rende inapplicabile nei loro confronti la limitazione di eleggibilità riferita a un particolare ambito territoriale. Anche in ambito europeo e internazionale è fortemente avvertita l'esigenza di porre notevoli limitazioni alla capacità di elettorato passivo dei magistrati. In Francia, l'articolo LO 133 del Code électoral e l'articolo 6 dell'ordinanza n. 58-998 del 24 ottobre 1958, recante la legge organica relativa alle condizioni di eleggibilità ed incompatibilità parlamentari (quantunque recentemente abrogati con la legge organica n. 2011-410 del 14 aprile 2011, che ne ha comunque riproposto i contenuti sostanziali), sanciscono un'ineleggibilità relativa per i magistrati. In particolare si prevede che non possano essere eletti nell'ambito dell'intera circoscrizione compresa nel territorio nel quale svolgono le loro funzioni o nel quale hanno cessato di svolgere le funzioni da meno di sei mesi, i magistrati delle corti di appello e di tribunale, nonché i membri dei tribunali amministrativi. Per quanto attiene all'incompatibilità, l'articolo LO 142 del Code électoral dispone, in generale, che l'esercizio delle funzioni pubbliche non elettive è incompatibile con il mandato di deputato, mentre l'articolo LO 140 del medesimo Codice prevede più in particolare che l'esercizio delle funzioni di magistrato è incompatibile con l'esercizio di un mandato all'Assemblea nazionale. Inoltre, ai sensi dell'articolo LO 151, nel testo precedente la citata modifica legislativa, il deputato che al momento dell'elezione si trova in una condizione di incompatibilità deve dimettersi dalle funzioni o dai mandati incompatibili con il mandato parlamentare ovvero, se è titolare di un impiego pubblico, deve chiedere di essere collocato nella speciale posizione prevista dal suo statuto.