[pronunce]

In particolare, per il suo carattere assoluto e l'assenza di qualunque bilanciamento, il sacrificio del diritto individuale della persona con identità non binaria non potrebbe trovare giustificazione nell'interesse pubblico alla certezza dei rapporti giuridici, segnatamente all'esatta differenziazione tra i generi presupposta dall'attuale sistema di diritto familiare. L'art. 1 della legge n. 164 del 1982 violerebbe altresì il principio di uguaglianza, poiché a coloro che percepiscono un'identità di genere non binaria sarebbe preclusa la rettificazione di sesso viceversa consentita alle persone con identità binaria, in tal modo evidenziandosi nella norma censurata un'irragionevole lacuna. 1.3.2.- Quanto all'art. 31, comma 4, del d.lgs. n. 150 del 2011, richiamata la giurisprudenza costituzionale sul carattere non necessario dell'intervento chirurgico ai fini della rettificazione di attribuzione del sesso - è citata la sentenza n. 221 del 2015 -, il Tribunale di Bolzano dubita «della ragionevolezza del regime autorizzatorio previsto dalla normativa censurata, la quale impone un apprezzamento di natura giudiziale sulla necessità dell'intervento chirurgico che dovrebbe per contro essere demandato in via esclusiva ad una valutazione di natura medica e psicologica». Con specifico riferimento alla sentenza n. 151 del 2009 di questa Corte, il rimettente evoca i limiti che la discrezionalità legislativa incontra nella materia della pratica terapeutica, nella quale la regola di fondo dovrebbe essere l'autonomia e la responsabilità del medico, che, con il consenso del paziente, opera le necessarie scelte professionali. L'opzione legislativa di condizionare gli interventi chirurgici di adeguamento dei caratteri sessuali all'autorizzazione del tribunale non risponderebbe a necessità e proporzionalità, giacché tempi e costi della procedura giudiziale ostacolerebbero l'affermazione del diritto del paziente che pure abbia ottenuto un'indicazione medica favorevole, dalla quale peraltro difficilmente il giudice potrebbe discostarsi. Sarebbero dunque violati gli artt. 2, 3 e 32 Cost., per l'ingiustificata compressione dell'autodeterminazione individuale e del diritto alla salute. Apparirebbe d'altronde irragionevole la disparità di trattamento fra chi debba sottoporsi a un intervento chirurgico di modificazione dei caratteri sessuali per una disforia di genere e chi debba sottoporsi a un intervento chirurgico di altra natura, ma ugualmente irreversibile, per il primo soltanto esigendosi - oltre alla valutazione sanitaria - l'autorizzazione del tribunale. Il regime autorizzatorio neppure potrebbe essere giustificato dall'interesse pubblico alla certezza delle relazioni giuridiche sotto il profilo della definizione del genere, poiché a tale interesse corrisponderebbe la verifica giudiziale sul completamento della transizione ai fini della rettificazione anagrafica, mentre resterebbe ad esso estranea l'autorizzazione ai trattamenti chirurgici di adeguamento dei caratteri sessuali. 2.- È intervenuto in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, che ha chiesto dichiararsi le questioni inammissibili o non fondate. 2.1.- Le questioni relative all'art. 1 della legge n. 164 del 1982 sarebbero inammissibili per il carattere «creativo» del petitum, «eccedente rispetto ai poteri della Corte costituzionale, implicando scelte affidate alla discrezionalità politica del legislatore». Esse inoltre darebbero «per scontate risultanze scientifiche, come l'esistenza di un sesso diverso da quello maschile e femminile, sulle quali invece la comunità scientifica è ben lontana dall'aver raggiunto un consenso e un'opinione pienamente condivisa». Poiché il giudizio a quo riguarda un adulto transessuale, sarebbe poi irrilevante ogni riferimento alla condizione degli intersessuali, giacché questa concernerebbe essenzialmente «il quadro clinico di bambini, per i quali può risultare difficile, alla nascita, riconoscere il sesso biologico, o per i quali possono emergere, nel corso dello sviluppo, degli elementi di disarmonia delle varie componenti del sesso biologico». Immotivata sarebbe poi la questione riferita all'art. 117, primo comma, Cost., in relazione all'art. 8 CEDU, giacché la Corte europea dei diritti dell'uomo non avrebbe mai statuito «che la tutela della percezione di genere richieda l'inserimento nei registri di stato civile di un terzo sesso, come vorrebbe il giudice a quo». 2.2.- La censura dell'art. 31, comma 4, del d.lgs. n. 150 del 2011 sarebbe inammissibile per difetto di rilevanza, in quanto dagli atti del giudizio principale «non emerge che alla parte ricorrente sia stata negata l'esecuzione di un intervento chirurgico non autorizzato giudizialmente e che la stessa abbia successivamente investito il giudice della questione relativa alla legittimità di tale diniego»; poiché «è la stessa parte ricorrente ad aver applicato la norma in questione nel promuovere il giudizio da cui è scaturito l'incidente di costituzionalità, rivolgendosi al giudice prima che al medico», essa «non può dolersi ex post dell'asserita illegittimità di quella stessa norma, che non viene in rilievo nella soluzione della controversia sub iudice». L'inammissibilità della censura sarebbe resa evidente dalla constatazione che il suo accoglimento negherebbe la potestas iudicandi del medesimo giudice adito dalla parte. 2.3.- Le questioni relative all'art. 1 della legge n. 164 del 1982 sarebbero comunque non fondate, poiché «l'identità di genere, per sua natura mutevole, anche giornalmente se del caso - si pensi al caso dei "genderfluid" - non è un dato che si presta a essere fatto oggetto di attestazioni di stato civile». Il riferimento legislativo all'identità sessuale, anziché all'identità di genere, sarebbe razionale in funzione della certezza dei rapporti giuridici e della stabilità dello stato civile, nonostante la differente evoluzione del diritto dell'Unione europea, la cui competenza «si arresta alla definizione di un perimetro normativo orientato ad escludere opzioni normative lesive della piena esplicazione del diritto all'identità di genere non già a conformare positivamente in un senso o nell'altro le scelte del legislatore nazionale, ove il rispetto dei diritti fondamentali della persona sia soddisfatto». 2.4.- Non fondate sarebbero anche le questioni relative all'art. 31, comma 4, del d.lgs. n. 150 del 2011, essendo «del tutto ragionevole affidare al giudice il vaglio ultimo sull'effettiva appropriatezza dell'intervento chirurgico», nell'ambito di una valutazione complessiva, «che non si limita al solo aspetto medico, ma determina rilevanti conseguenze sociali». Non sarebbe quindi prospettabile una disparità di trattamento rispetto ad altri trattamenti sanitari irreversibili, ma ininfluenti sullo stato civile della persona, i quali, proprio per questa ininfluenza, non esigerebbero un vaglio ulteriore a quello medico.