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(Applausi della senatrice Rizzotti) . Se non le piace, collega... FARAONE (PD) . Presidente, io aspetto di parlare! PRESIDENTE. Senatore Aimi, si rivolga a me. Il collega ha concluso. AIMI (FI-BP) . Mi rivolgo a lei, Presidente, ma sento in sottofondo un brusio, anche con l'uso di parole che non vi si convengono a quest'Assemblea, soprattutto se rivolte a un Ministro, a cui si deve comunque portare rispetto. (Applausi dai Gruppi FI-BP, M5S e L-SP-PSd'Az. Proteste dal Gruppo PD) . MARCUCCI (PD) . Ma tu cosa c'entri, sei maggioranza? MALPEZZI (PD) . Presidente, faccia parlare il senatore Faraone! PRESIDENTE. Senatrice, lei non c'entra, stia tranquilla e si segga. (Commenti dal Gruppo PD). Per cortesia, stiamo parlando di una cosa seria. Prego, senatore Aimi. AIMI (FI-BP) . Presidente, io continuo. Se non fossi continuamente disturbato, lo farei molto volentieri. Ci provo. Forza Italia ha una grande responsabilità. Si è sempre dimostrata responsabile, soprattutto in tema di politica estera. Abbiamo sempre approvato, anche in passato, missioni importanti per portare la pace e la cooperazione internazionale in territori difficili, consentendo all'Italia di assumere un ruolo centrale nel sistema di alleanze necessario per poterci definire un Paese importante nello scacchiere internazionale. Lo abbiamo fatto e vogliamo continuare a farlo. Ed è questa la ragione per cui - lo anticipo - noi voteremo a favore. Sono missioni di cooperazione allo sviluppo, come dicevamo prima. Già c'è un impegno molto importante, perché gli oneri che dobbiamo tributare a queste missioni sono pari a circa un miliardo e mezzo di euro. Abbiamo migliaia di ragazzi, di giovani in divisa che fanno il loro dovere per mantenere la pace e dobbiamo secondo me avere senso di responsabilità di fronte a questa situazione. (Applausi dal Gruppo FI-BP) . La centralità dell'Italia si conquista anche in questo modo, in un momento di difficoltà internazionale (consentitemi di dirlo). La situazione mondiale è estremamente difficile. Proviamo a fare il possibile e devo dire che la nostra forza molto responsabilmente fa il possibile affinché queste missioni possano essere realizzate. Però mi permetto di dire che dobbiamo fare grande attenzione alle ragioni per le quali siamo impegnati all'estero, che sono anche quelle di bloccare l'immigrazione clandestina, il traffico di armi e di sostanze stupefacenti. Siamo impegnati in scacchieri importanti come l'Afghanistan, la Siria, il Sahel, la Libia e la Tunisia (tra queste, forse, una delle realtà meno complicate). Abbiamo questo compito importante, che dobbiamo e vogliamo assolutamente onorare. Anche se il provvedimento è arrivato in Aula con un minimo di ritardo, nessuno di noi vuole fare polemica. Ci limitiamo semplicemente a evidenziare che una visione politica come quella di Forza Italia potrebbe essere condivisa dall'intera Assemblea, perché il punto centrale, secondo me, in questo momento è che noi siamo esposti a un'immigrazione clandestina molto forte e quindi abbiamo la necessità di operare nel Mediterraneo. Abbiamo soprattutto la necessità di intervenire con operazioni navali importanti, impedendo che i confini della Patria vengano violati. Vede, signor Presidente, noi abbiamo sempre rispettato la Carta costituzionale. C'è un articolo, l'articolo 52, che è estremamente importante e che credo debba essere ricordato in quest'Aula; esso riguarda la difesa della Patria, che è un sacro dovere del cittadino. Quindi, se dobbiamo difendere la Patria, dobbiamo difendere anche i nostri confini; credo sia una cosa più che legittima. E per difendere i nostri confini abbiamo la necessità di schierare unità della Guardia di finanza, della Guardia costiera e della Marina militare a presidiarli. A seguito di quanto avvenuto ultimamente, con alcune ONG che hanno forzato i nostri confini, ci siamo ritrovati in enorme difficoltà. D'altra parte, la domanda che dobbiamo porci è questa: può l'Italia da sola far fronte a un'immigrazione di questa portata? In Africa abbiamo 1.250 milioni di individui, di cui circa 450 milioni in condizioni di estrema povertà; non sono io a dirlo, ma è la banca mondiale (in povertà sono coloro che devono sopravvivere con meno di 2 dollari al giorno). Si è diffuso un tam tam, una voglia di arrivare in Italia, perché l'Italia è diventato un Paese penetrabile in cui si può rimanere, magari anche senza lavorare. Cosa fare quindi, oltre al rafforzamento dei confini? Io credo che noi dovremmo, come prima operazione, considerare innanzitutto il problema della Tunisia. Devo ringraziare la senatrice Craxi, perché tra la fine di settembre e i primi di ottobre dell'anno scorso abbiamo svolto una missione molto importante in quei luoghi. In base al Trattato di Dublino, se i migranti arrivano in Italia devono essere accolti e registrati in Italia; mi permetto tuttavia di evidenziare che il primo porto più sicuro è quello della Tunisia. Non lo dico e non lo diciamo semplicemente perché è di per sé un porto materialmente sicuro, ma per un'altra ragione molto semplice: la Tunisia ha sottoscritto importanti convenzioni internazionali, a partire da quella di Ginevra fino a quella di Amburgo sulla ricerca e sul salvataggio marittimo e alla Dichiarazione del Cairo sulla protezione dei profughi e dei rifugiati. Ricordo che in Tunisia è consentito il libero ingresso, senza visto obbligatorio, ai cittadini addirittura di 10 Stati africani. Esistono strutture di accoglienza, gestite dalla Croce Rossa, dalla Mezzaluna Rossa, dall'Organizzazione internazionale per le migrazioni (OIM), dal Consiglio italiano per i rifugiati e addirittura dalla Caritas. In Tunisia è riconosciuto l'asilo politico, previsto dall'articolo 26 della Costituzione e, ancora, in Tunisia è presente l'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR), che si occupa dell' accoglienza dei rifugiati e dei richiedenti asilo. È quindi garantita anche l'assistenza sanitaria, ai sensi dell'articolo 38 di quella stessa Costituzione. Mi dovete dunque spiegare perché la Tunisia non è un porto di approdo sicuro. Questo dovrebbe essere, dunque, per coloro che provengono dalla Libia, il primo punto di riferimento. Se così è, dovremmo avere anche la capacità di rafforzare le intese e soprattutto i rapporti internazionali in quella direzione. Mi permetto ancora di evidenziare un altro aspetto, ovvero quello delle ONG. Abbiamo il problema delle navi, che battono una bandiera. Battere la bandiera di uno Stato, per una nave non è semplicemente un fatto folkloristico o di costume, non è solo una cosa colorata. Battere la bandiera per una nave significa avere dei diritti e dei doveri ed essere registrata nei registri navali di quello stesso Stato. Così come avviene per gli aeromobili o per le ambasciate, ciò significa che nel momento in cui si mette piede all'interno di un'ambasciata, di un aeromobile o di un natante battente una determinata bandiera, si è sottoposti alle leggi di quella nazione.