[pronunce]

Il giudice rimettente sottolinea che «trattandosi allora della medesima azione civile, se essa non viene considerata esperibile in sede civile in ragione dell'esclusività della giurisdizione del giudice contabile» sarebbe «implausibile una diversa conclusione sol che la stessa azione venga invece esercitata, come nella specie, in sede penale». 1.3. - Il rimettente sviluppa, infine, una ulteriore ampia serie di argomenti tesi ad avvalorare, alla luce delle evoluzioni della materia della responsabilità amministrativa, una sostanziale scissione tra la titolarità del diritto (sostanziale) al risarcimento e quella del conseguente diritto (processuale) di azione risarcitoria, la cui legittimazione spetterebbe alla sola Procura della Corte dei conti (ed in nessun caso alla amministrazione pubblica danneggiata, con conseguente difetto di legittimazione della stessa alla costituzione di parte civile nel processo penale). 2. - Prima di esaminare la questione proposta dal rimettente, devono essere valutate le eccezioni di inammissibilità sollevate dalla parte privata costituita. Il convenuto del giudizio a quo sostiene, anzitutto, la sopravvenuta irrilevanza della questione proposta in riferimento alla sospensione del giudizio contabile ai sensi dell'articolo 75, comma 3, cod. proc. pen. , per essere ormai passata in giudicato la sentenza penale relativa al medesimo fatto, statuente pure sugli effetti civili e, quindi, venuta meno, anche in astratto, ogni possibilità di sospensione. La parte privata prospetta, poi, l'irrilevanza della questione anche sull'assunto che l'azione di responsabilità erariale sarebbe prescritta e che, pertanto, a fronte della relativa eccezione sollevata dalla stessa parte nel giudizio a quo, il giudice rimettente avrebbe dovuto dichiarare la prescrizione del credito risarcitorio azionato e non sollevare la questione di legittimità costituzionale. Le eccezioni non sono fondate. 2.1. - Quanto alla prima, è pacifica la giurisprudenza di questa Corte nel riconoscere la irrilevanza dei successivi sviluppi del giudizio a quo, dopo una valida introduzione del giudizio di costituzionalità. 2.2. - Quanto alla seconda, è sufficiente osservare che la questione, pregiudiziale in senso tecnico, sulla sospensione del giudizio per pendenza di un processo penale interferente, cui è riferita la ordinanza di rimessione, è logicamente precedente rispetto a quella, preliminare di merito, relativa alla prescrizione del diritto. A tacer poi del fatto che, come costantemente ritenuto dalla giurisprudenza di questa Corte (ex plurimis, sentenza n. 100 del 1993), spetterebbe, comunque, al giudice rimettente la individuazione dell'ordine logico delle questioni sottoposte al proprio giudizio. 3. - La questione è, peraltro, inammissibile sotto diverso profilo. 3.1. - Il rimettente, sulla base di una assimilazione del giudizio contabile a quello civile, che egli fa derivare dal “diritto vivente” della Corte di cassazione (la quale considera concorrenti i due giudizi), ritiene che il giudizio contabile debba essere sospeso in caso di pronuncia del giudice penale anche sugli effetti civili del reato. La tesi è tuttavia contraddittoria ed è fondata su una erronea interpretazione della disposizione censurata. Infatti l'articolo 75, comma 3, cod. proc. pen. , collega l'effetto sospensivo del giudizio civile non alla circostanza che la decisione penale verta anche sugli effetti civili, ma alla proposizione dell'azione civile, alternativamente, dopo la costituzione di parte civile in sede penale ovvero dopo la sentenza penale di primo grado (indipendentemente dal fatto che essa statuisca o meno sugli effetti civili). Pertanto il rimettente censura una norma non enucleabile, ed anzi affatto diversa da quella dettata dalla disposizione impugnata. A ben vedere, però, l'errore di prospettiva, in cui incorre il rimettente, è più in radice. Questo, infatti, nel suo ragionamento trascura, anzitutto, di considerare che, non solo non sussiste un “diritto vivente” nel senso della sospensione del processo contabile, ma sussistono anzi diverse posizioni della Corte dei conti al riguardo, essendo state da questa affermate tanto la obbligatorietà quanto la impossibilità della sospensione del giudizio. Accanto ad una lettura (data evidentemente per pacifica dal rimettente) che assimila giudizio civile e amministrativo sul danno ai fini dell'applicazione dell'articolo 75 cod. proc. pen. , ne è stata, infatti, sostenuta una affatto diversa che, facendo leva sul tenore letterale di questa disposizione, ne esclude la riferibilità all'ambito di cognizione della Corte dei conti (cfr. ex multis Corte dei conti, sez. III, 4 novembre 2005, n. 651, e sez. I, 30 giugno 2004, n. 244) In effetti l'articolo 75 cod. proc. pen. (espressamente intitolato ai rapporti tra azione civile e penale) si riferisce puntualmente e solo al giudizio civile. Il che, a fronte delle logicamente collegate previsioni degli articoli 651 e 652 del medesimo codice (i quali si riferiscono, espressamente, tanto nel titolo, quanto nel testo, sia al giudizio civile sia al giudizio amministrativo di danno), potrebbe costituire (e, per la sopra riferita giurisprudenza, ha costituito) argomento a favore della inapplicabilità di questa previsione al giudice contabile; la cui cognizione resterebbe, allora, del tutto autonoma da quella ordinaria (salvo che già sussista un giudicato penale sul punto). Inoltre il rimettente omette di valutare l'applicabilità alla fattispecie in questione, come riconosce la dottrina, dell'articolo 538 del codice di procedura penale, il quale limita la giurisdizione del giudice penale in sede di pronuncia sul risarcimento del danno, alla sola condanna generica dell'imputato senza porre problemi di pregiudizialità, essendo questa venuta meno, con l'abrogazione dell'art. 3 del vecchio codice di procedura penale. 3.2 - Il rimettente, dunque, non dà conto della pluralità di soluzioni date dalla giustizia contabile alla questione della sospensione del processo ai sensi dell'articolo 75, comma 3, cod. proc. pen. , non valuta la possibile idoneità dell'articolo 538, comma 2, del medesimo codice a risolvere il prospettato problema di raccordo tra la giurisdizione ordinaria e contabile, né, soprattutto, svolge argomenti atti a comprovare che il censurato orientamento della Corte di cassazione in ordine alla concorrenza delle giurisdizioni confermi o, addirittura, imponga la sospensione del processo contabile. Alla luce di tale incerto indirizzo giurisprudenziale e a fronte del delineato quadro normativo, invece, proprio quelle ragioni che il rimettente individua a fondamento delle sue censure avverso la disposizione impugnata, avrebbero potuto direttamente condurre lo stesso a non sospendere il giudizio, risolvendo così, nell'esercizio della sua cognizione, una questione, in definitiva, meramente interpretativa, come tale inammissibile, in quanto estranea alla logica del proposto giudizio di costituzionalità..