[pronunce]

, delle norme processuali, nonché di quelle in cui la regola del giudizio è contenuta in una norma di procedura che rinvia ad una norma sostanziale. Sarebbe così venuto meno l'obbligo di rispetto dei principi regolatori della materia e dei principi generali dell'ordinamento, ferma restando l'osservanza delle norme costituzionali nonché di quelle comunitarie, prevalenti su quelle ordinarie (in tal senso ancora le Sezioni unite, nella sentenza 15 ottobre 1999, n. 716). La questione di legittimità costituzionale posta dal rimettente - che plausibilmente assume la giurisprudenza richiamata in termini di diritto vivente - riguarda dunque, ricondotta nei suoi termini essenziali, la compatibilità di un giudizio di equità così inteso con il principio di legalità su cui si fonda tanto la garanzia di tutela giurisdizionale dei diritti, di cui all'art. 24, primo comma, della Costituzione, quanto la soggezione del giudice alla legge, imposta dall'art. 101, secondo comma, della Costituzione. 3.2.- Occorre, al riguardo, muovere dalla constatazione, di indubbia evidenza, che il testo attuale dell'art. 113, secondo comma, del codice di procedura civile, interpretato nei termini indicati, esprime una visione di netta separazione tra l'equità e la legge. Secondo il legislatore della novella, il giudizio di equità, pur se in ipotesi coincidente con quello derivante dalla applicazione delle norme di diritto, troverebbe le sue fonti in valori e principi esterni all'ordinamento legislativo, con il solo limite rappresentato dal rispetto delle norme costituzionali e comunitarie. L'equità verrebbe in tal modo a contrapporsi alla legge, come se quest'ultima fosse per definizione mera statuizione positiva e non piuttosto espressione di scelte che devono ispirarsi ai principi e valori della Costituzione. Ma una simile concezione dell'equità, intesa come fonte autonoma e alternativa alla legge, si porrebbe inevitabilmente in contrasto con i parametri evocati dal rimettente. La sola funzione che alla giurisdizione di equità può riconoscersi, in un sistema caratterizzato dal principio di legalità a sua volta ancorato al principio di costituzionalità, nel quale la legge è dunque lo strumento principale di attuazione dei principi costituzionali, è quella di individuare l'eventuale regola di giudizio non scritta che, con riferimento al caso concreto, consenta una soluzione della controversia più adeguata alle caratteristiche specifiche della fattispecie concreta, alla stregua tuttavia dei medesimi principi cui si ispira la disciplina positiva: principi che non potrebbero essere posti in discussione dal giudicante, pena lo sconfinamento nell'arbitrio, attraverso una contrapposizione con le proprie categorie soggettive di equità e ragionevolezza. Il giudizio di equità, in altre parole, non è e non può essere un giudizio extra-giuridico. Esso deve trovare i suoi limiti in quel medesimo ordinamento nel quale trovano il loro significato la nozione di diritto soggettivo e la relativa garanzia di tutela giurisdizionale, il che era del resto ciò che esprimeva il testo previgente della norma, attraverso la previsione dell'obbligo di osservanza dei «principi regolatori della materia». Ed appare al riguardo significativo che anche nella più recente giurisprudenza di legittimità emergano «dubbi e perplessità» riguardo alla coerenza con l'ordinamento vigente dell'indirizzo interpretativo di cui si è dato conto, affermato dalle Sezioni unite della Corte di cassazione nella sentenza del 1999 più sopra ricordata: dubbi e perplessità derivanti dal rischio che un'equità priva di limiti normativi possa minare alla base la certezza delle relazioni giuridiche (così Cassazione, 11 maggio 2004, n. 8948). L'attuale testo della norma impugnata, nella interpretazione assunta dal rimettente come diritto vivente, risulta dunque in contrasto con gli artt. 24, primo comma, e 101, secondo comma, della Costituzione e va perciò ricondotto a legittimità costituzionale attraverso la limitazione della discrezionalità del giudice, nella determinazione della regola del caso concreto, entro i confini dei principi informatori della materia. 4.- Una volta stabilito che il giudizio di equità deve svolgersi nel rispetto dei principi informatori della materia, ne discende la ricorribilità per cassazione delle relative sentenze, ai sensi dell'art. 360, primo comma, numero 3, del codice di procedura civile, per la violazione dei detti principi. Restano pertanto assorbite le censure riguardanti gli artt. 111, settimo comma, e 134 della Costituzione. 5.- Quanto ai profili riferiti alla violazione del principio di eguaglianza, è sufficiente osservare che la scelta legislativa di riservare il giudizio di equità - nei termini costituzionalmente corretti derivanti dalla presente pronuncia - alle sole controversie cosiddette bagatellari appare non manifestamente irragionevole e che d'altro canto l'esclusione da siffatto giudizio delle controversie, pur rientranti nei medesimi limiti di valore, attribuite ratione materiae ad altro giudice, costituisce mero riflesso della disciplina della competenza, caratterizzata da ampia discrezionalità legislativa. La questione, sotto tali aspetti, risulta perciò non fondata, mentre è inammissibile per quanto riguarda la prospettata disparità di trattamento originata dalla sottrazione al giudizio di equità delle controversie derivanti dai cosiddetti contratti di massa di cui all'art. 1342 del codice civile. È infatti evidente che, ai fini del giudizio di legittimità costituzionale per violazione dell'art. 3 Cost., non può essere assunta a tertium comparationis, rispetto alla norma generale, una norma di carattere sicuramente eccezionale quale quella introdotta dall'art. 1 del decreto-legge n. 18 del 2003.. per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE dichiara l'illegittimità costituzionale dell'art. 113, secondo comma, del codice di procedura civile, nella parte in cui non prevede che il giudice di pace debba osservare i principi informatori della materia; dichiara in parte infondata ed in parte inammissibile, nei termini di cui in motivazione, la questione di legittimità costituzionale della medesima norma sollevata, in riferimento all'art. 3 della Costituzione, dal Giudice di pace di Trento, con l'ordinanza in epigrafe. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 5 luglio 2004. F.to: Gustavo ZAGREBELSKY, Presidente Annibale MARINI, Redattore Gabriella MELATTI, Cancelliere Depositata in Cancelleria il 6 luglio 2004. Il Cancelliere F.to: MELATTI