[pronunce]

n. 5 del 2017, per vulnus ai medesimi parametri costituzionali, nella parte in cui non prevede che anche la persona che ha proposto domanda di rettificazione di attribuzione di sesso e l'altro contraente dell'unione civile possano, fino alla precisazione delle conclusioni, con dichiarazione congiunta resa personalmente in udienza, esprimere la volontà, in caso di accoglimento della domanda di rettifica, di unirsi in matrimonio, effettuando le eventuali dichiarazioni riguardanti il regime patrimoniale e la conservazione del cognome comune, nonché nella parte in cui non prevede che il tribunale, con la sentenza che accoglie la domanda, ordini all'ufficiale dello stato civile del comune di costituzione dell'unione civile, o di registrazione se costituita all'estero, di iscrivere il matrimonio nel relativo registro e di annotare le eventuali dichiarazioni rese dalle parti sulla scelta del cognome e del regime patrimoniale; e) l'art. 70-octies, comma 5, del d.P.R. n. 396 del 2000, aggiunto dall'art. 1, comma 1, lettera t), del d.lgs. n. 5 del 2017, sempre per contrasto con gli artt. 2, 3 e 117, primo comma, Cost., quest'ultimo in relazione agli artt. 8 e 14 CEDU, nella parte in cui non prevede che anche nell'ipotesi di cui all'art. 31, comma 4-bis, del d.lgs. n. 150 del 2011, come emendato al punto precedente, l'ufficiale dello stato civile del comune di costituzione dell'unione civile, o di registrazione se costituita all'estero, ricevuta la comunicazione della sentenza di rettificazione di attribuzione di sesso, proceda alla trascrizione del matrimonio nel relativo registro, con le eventuali annotazioni relative al cognome ed al regime patrimoniale. 3.- In punto di rilevanza, il giudice a quo, nella premessa che l'attore ha richiesto la rettifica dell'attribuzione di sesso nei registri dello stato civile senza essersi sottoposto ad intervento chirurgico demolitivo-ricostruttivo degli organi sessuali, ma solo ad una terapia ormonale, e ha dedotto di aver acquisito, indipendentemente dalle caratteristiche anatomiche degli organi sessuali, l'identità di genere femminile, attraverso un processo di natura psicologica, che attesterebbe la definitività ed irreversibilità di tale orientamento personale, evidenzia che, in base ai più recenti approdi della giurisprudenza costituzionale e di quella di legittimità, è da escludere che l'intervento chirurgico costituisca una precondizione imprescindibile della pronuncia di mutamento del sesso (sono citate la sentenza di questa Corte n. 221 del 2015 e la sentenza della Corte di cassazione, prima sezione civile, 20 luglio 2015, n.15138). Da tale rilievo desume che «ove le circostanze di fatto allegate trovassero riscontro nella documentazione in atti e nell'istruttoria in ipotesi espletabile, l'attore vanterebbe dunque, in abstracto, la legittima aspettativa all'acquisizione di una nuova identità di genere indipendentemente dall'intervento chirurgico di adeguamento dei caratteri sessuali primari». È in tale contesto - prosegue il rimettente - che l'attore ha richiesto, in connessione logico-giuridica con la rettificazione anagrafica del sesso, che si proceda alla iscrizione nel registro degli atti di matrimonio dell'unione civile dallo stesso contratta con il partner R. I., che egli suppone debba sopravvivere a seguito della rettificazione. Al contrario, la normativa vigente - conclude il giudice a quo &#8210; non autorizza tale conclusione. 3.1.- Al riguardo, nell'ordinanza di rimessione si sottolinea il carattere "lapidario" della disciplina dettata per l'unione civile, di cui è stabilito il solo automatico scioglimento all'esito dell'intervenuta rettifica del sesso (art. 1, comma 26, della legge n. 76 del 2016), senza alcuna previsione - lacuna ritenuta non colmabile attraverso una lettura costituzionalmente orientata della norma &#8210; analoga a quanto invece stabilito per il matrimonio, in relazione al quale si dispone che, in caso di rettifica anagrafica del sesso di uno dei suoi componenti, i coniugi possano manifestare, nel processo e fino alla precisazione delle conclusioni, la volontà di convertire il matrimonio in unione civile (art. 1, comma 27, della legge n. 76 del 2016 e art. 31, comma 4-bis, del d.lgs. n. 150 del 2011, aggiunto dall'art. 7, comma 1, del d.lgs. n. 5 del 2017) , per una effettiva tutela conservativa della formazione familiare alla base del vincolo giuridico preesistente. Anche la tecnica normativa prescelta dal legislatore di dar corpo ad una disposizione autonoma - quale il richiamato art. 1, comma 26 -, anziché rinviare, nei limiti della compatibilità, alla disciplina del matrimonio, per regolamentare l'incidenza della rettificazione anagrafica del sesso in materia di unione civile, deporrebbe per la volontà di non equiparare l'uno all'altra. Né la norma indubbiata potrebbe essere diversamente interpretata, con estensione della conversione del vincolo, attraverso il riferimento all'art. 3, comma 1, numero 2), lettera g), della legge 1° dicembre 1970, n. 898 (Disciplina dei casi di scioglimento del matrimonio), non richiamato nella disciplina in esame. Quest'ultima disposizione, che indica la rettificazione del sesso come una delle cause di scioglimento o cessazione degli effetti civili del matrimonio, riconducibile alla volontà delle parti, in quanto costituente esito di una domanda in tal senso proposta dalle stesse, non varrebbe, infatti, ad escludere il cosiddetto "divorzio imposto", che opera nel nostro ordinamento, in caso di scioglimento, o cessazione degli effetti civili, del matrimonio per intervenuta sentenza di rettifica anagrafica del sesso di uno dei coniugi, vuoi per l'esistenza di un archetipo matrimoniale modellato sulla eterosessualità dei suoi componenti (si citano la sentenza di questa Corte n. 170 del 2014 e la ordinanza "interlocutoria" della Corte di cassazione, sezione prima civile, 6 giugno 2013, n. 14329), vuoi perché con la legge 6 marzo 1987, n. 74 (Nuove norme sulla disciplina dei casi di scioglimento di matrimonio), il cui art. 7, comma 1, ha aggiunto la lettera g) all'art. 3, comma 1, numero 2), della legge n. 898 del 1970, si è inteso solo procedere alla razionalizzazione del sistema precedente e alla instaurazione di un modello processuale più spedito ed efficiente, nella impossibilità della permanente durata del matrimonio tra persone dello stesso sesso. Ancora, rileva il rimettente che la norma sullo scioglimento del matrimonio, in punto di conversione del vincolo matrimoniale in unione, non può nemmeno essere specularmente recuperata attraverso la clausola di rinvio di cui all'art. 1, comma 20, della legge n. 76 del 2016, il quale stabilisce che le disposizioni che si riferiscono al matrimonio, e quelle contenenti le parole «coniuge», «coniugi» o termini equivalenti, ovunque ricorrano, si applicano anche ad ognuna delle parti dell'unione civile tra persone dello stesso sesso.