[pronunce]

che il Collegio rimettente sostanzialmente condivide le conclusioni dell'appellante in ordine alla sussistenza della giurisdizione dell'adito giudice contabile, ma, come detto, dubita, in riferimento agli articoli 3, 101, 102, 104 e 108 della Costituzione, della legittimità costituzionale del predetto articolo 172 del decreto del Presidente della Repubblica n. 115 del 2002, secondo il quale «i magistrati e i funzionari amministrativi sono responsabili delle liquidazioni e dei pagamenti da loro ordinati e sono tenuti al risarcimento del danno subito dall'erario a causa degli errori e delle irregolarità delle loro disposizioni, secondo la disciplina generale in tema di responsabilità amministrativa»; che, quanto alla rilevanza della questione, la Corte dei conti – sezione giurisdizionale centrale, sostiene, anzitutto, che la norma censurata, sebbene sopravvenuta ai fatti contestati, sia nondimeno applicabile in quanto l'atto di citazione è stato depositato il 2 luglio 2002 (pertanto nella vigenza della disciplina dettata dal testo unico, entrato in vigore il 1° luglio 2002); che quanto al censurato articolo 172 dovrebbe, poi, «presumersi un'interpretazione estensiva e, quindi, con valenza retroattiva» delle disposizioni dettate dall'articolo «10, comma 3, del decreto legs.vo n. 237 del 1997, che riproduce testualmente l'articolo 455 del r.d. n. 827 del 1924 in cui la responsabilità per danni diretti era limitata ai funzionari e non anche ai magistrati», dagli «articoli 81, 82 e 83 del r.d 18.11.1923, n. 2440», dall'articolo «52 del r.d. n. 1214 del 1934 – che estende ai funzionari impiegati ed agenti, civili e militari, compresi quelli dell'ordine giudiziario» e dall'articolo «1 della l. n. 20 del 1994, che, peraltro, non si riferisce ai magistrati»; che, in sostanza, essa avrebbe interpretato estensivamente queste “tradizionali” ipotesi di responsabilità amministrativa, equiparando il magistrato agli altri pubblici dipendenti e ricomprendendolo tra i soggetti legittimati passivi dell'azione; che tale natura interpretativa ed estensiva (pertanto retroattiva) della norma censurata dovrebbe necessariamente essere riconosciuta in base ad una lettura orientata e, «almeno prima facie, secundum Constitutionem» della stessa, in quanto, secondo il rimettente, una diversa lettura, che la ritenesse innovativa (e pertanto non retroattiva), comporterebbe una evidente illegittimità della stessa, per violazione dell'articolo 76 della Costituzione, poiché una tale possibilità non sarebbe contemplata dalla legge delega «(art. 7 e punti n. 9, 10 e 11 dell'allegato 1 della legge 8.3.1999, n. 50 modificata dall'art. 1, comma 6, lettere d ed e della legge 24 novembre 2000, n. 340 intitolata “Delegificazione e testi unici di norme concernenti procedimenti amministrativi – legge di semplificazione 1998”)»; che, quanto alla non manifesta infondatezza della questione, il rimettente ritiene anzitutto che entrambe le attività oggetto di contestazione («mancata adozione della disposizione» di dissequestro «in sentenza e ritardo nell'emissione del provvedimento “riparatore”») siano da qualificarsi quali attività stricto sensu giudiziarie o, comunque, strumentali ad esse; che il rimettente sostiene, poi, che l'articolo 172 del testo unico n. 113 del 2002 (poi trasfuso nell'articolo 172 del testo unico n. 115 del 2002), nell'estendere, sia pure con una interpretazione autentica, le ipotesi di responsabilità dei magistrati per il non corretto esercizio della predetta attività giudiziaria (o strumentale) ai danni diretti (all'erario), non si darebbe carico di assicurare (diversamente da quanto invece dispone la legge n. 117 del 1988 per le ipotesi di danni indiretti ovvero arrecati ai terzi) le necessarie guarentigie alla loro peculiare posizione istituzionale e, in tal senso, violerebbe i principi costituzionali di indipendenza, insindacabilità e autonomia dei magistrati (artt. 101, 102, 104 e 108 Cost.); che, a dire del rimettente, «tale assunto» non sarebbe «smentito dalla sent. n. 385 del 1996 della Corte costituzionale – che, nel dirimere un conflitto di attribuzione, ha affermato la ipotizzabilità della giurisdizione della Corte dei conti per responsabilità dei magistrati, non essendo tale soluzione in contrasto con la Costituzione – poiché, nel caso, non si prospetta una incostituzionalità della giurisdizione di questo giudice sic et simpliciter, ben attribuibile dal legislatore (e del resto già prevista dalla legge n. 117 del 1988 per le sole ipotesi di reato, nel campo delle azioni per danni a terzi), bensì si prospetta una carenza di garanzie sull'autonomia, sull'indipendenza e sulla pienezza della funzione giudiziaria dei magistrati di cui si è preoccupata, invece, come detto, la citata legge n. 117 del 1988 nel prevedere ipotesi di responsabilità colpose quali quelle oggi all'esame»; che il rimettente richiama, inoltre, le sentenze n. 243 del 1989, n. 5, n. 406 e n. 468 del 1990 di questa Corte, dalle quali trae argomenti per sostenere la «indispensabilità di un “filtro”» per la responsabilità (civile o amministrativa) dei magistrati, non essendo possibile ricondurre la loro posizione alla disciplina risarcitoria della generalità dei dipendenti pubblici senza arrecare un vulnus ai sopra ricordati principi costituzionali; che l'articolo 172 del testo unico n. 113 del 2002 (poi trasfuso nell'articolo 172 del testo unico n. 115 del 2002) sarebbe, altresì, in contrasto con l'articolo 3 della Costituzione, per l'irragionevolezza della differenziazione tra la disciplina dei danni indiretti (assistiti da particolari guarentigie) e quelli diretti (non assistiti da alcuna guarentigia) derivanti da comportamenti colposi sempre riconducibili ad attività giudiziaria; che la norma impugnata sarebbe, infine, in contrasto, sotto diverso profilo, sempre con l'articolo 108 della Costituzione, in quanto, essendo stata «emanata con decreto legislativo basato su una normativa preesistente che non riguardava i magistrati» violerebbe la riserva di legge in materia di ordinamento giudiziario prevista da tale articolo della Costituzione; che è intervenuto in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, sostenendo la inammissibilità e la manifesta infondatezza della questione, in quanto la norma censurata non introdurrebbe innovazioni, neppure per interpretazione autentica, in ordine alla responsabilità del magistrato e la questione sottoposta a questa Corte non avrebbe, pertanto, una reale «norma oggetto»;