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Norme per la riorganizzazione del sistema pubblico radiofonico, televisivo e multimediale, nonché per la dismissione della partecipazione dello Stato nel capitale della società RAI-Radiotelevisione italiana Spa. Onorevoli Senatori. -- Stiamo assistendo ad un mutamento generale dell'intero sistema mediale sia a livello tecnologico che normativo. Il passaggio dalle trasmissioni in tecnica analogica a quelle in digitale terrestre ha aperto una nuova era per la televisione, eppure il servizio pubblico radiotelevisivo italiano rimane ancorato a logiche arcaiche e superate. Abbiamo centinaia di canali a disposizione, offerte in chiaro, a pagamento e canali tematici ma continua a esistere una televisione pubblica che di servizio pubblico ha solo il ricordo del passato. La legge 6 agosto 1990, n. 223, nel riconoscere «preminente interesse generale» all'attività di diffusione di programmi radiofonici e televisivi, in linea con l'assetto normativo precedente, ha disposto che l'affidamento del servizio pubblico generale radiotelevisivo fosse affidato, mediante concessione, ad una società per azioni avente totale partecipazione pubblica, identificata nella RAI -- Radio audizioni italiane Spa. L'11 giugno 1995 un referendum abrogativo proposto dal gruppo parlamentare della Lega nord e dai Radicali, con il 54,9 per cento dei sì ha, di fatto, trasformato la natura stessa della RAI-Radiotelevisione italiana Spa, di seguito «RAI», aprendo al possibile ingresso dei privati nel capitale sociale dell'azienda e decretando così la fine di quanto previsto dalla legge del 1990. La Corte costituzionale, nella sentenza n. 7 del 1995 che ha dichiarato l'ammissibilità del referendum , ha ammesso che una partecipazione privata al capitale azionario della RAI non si porrebbe in contrasto «con la natura pubblica del servizio radiotelevisivo ovvero con il carattere di società di interesse nazionale riconosciuto, ai sensi dell'articolo 2461 del codice civile, alla concessionaria di tale servizio». Ad avviso della Corte: «Tali elementi possono, infatti, operare indipendentemente dalla qualità pubblica o privata dei soggetti titolari del capitale azionario, riguardando, invece, la specialità del complessivo regime giuridico del servizio pubblico esercitato tramite concessionaria: specialità connessa al raggiungimento di quei fini di interesse generale cui, in ogni caso, non può non ispirarsi lo svolgimento di tale servizio». Inoltre, nella sentenza n. 284 del 2002, la Corte costituzionale ha ribadito che il venir meno del monopolio statale non comporta il venir meno della giustificazione costituzionale del servizio pubblico radiotelevisivo, che risiede nella sua funzione specifica, volta a soddisfare il diritto all'informazione ed i connessi valori costituzionali, primo fra tutti il pluralismo, nonché a diffondere la cultura per concorrere allo sviluppo sociale e culturale del Paese. In una direzione di privatizzazione della televisione pubblica è intervenuta la legge 3 maggio 2004, n. 112, che ha previsto una serie di passaggi per trasformare la RAI in una public company ad azionariato diffuso, lasciando lo Stato come azionista di maggioranza. Ma il processo di privatizzazione non si è mai concluso e attualmente la concessione del servizio pubblico radiotelevisivo è affidata, fino al 2016, alla RAI-Radiotelevisione italiana Spa, una società per azioni a totale partecipazione pubblica il cui capitale è detenuto per il 99,56 per cento dal Ministero dell'economia e delle finanze e per lo 0,44 per cento dalla Società italiana degli autori ed editori (SIAE). Nonostante negli anni si sia cercato più volte di trasformare la televisione pubblica per svincolarla da logiche politiche e per migliorare il servizio offerto, i cittadini continuano a dover pagare un canone istituito con un regio decreto-legge nel 1938, riscosso come tassa sulla proprietà di un apparecchio atto o adattabile alla ricezione delle radioaudizioni. Tralasciando il fatto che le parole utilizzate nel regio decreto-legge del 1938 risultano oggi quanto mai inappropriate, visto che nella tipologia di «apparecchi atti o adattabili alla ricezione dei segnale» potrebbero essere ricompresi personal computer , telefoni cellulari e perfino videocitofoni e tralasciando anche un particolare non certo insignificante che è quello che nel 1938 gli apparecchi televisivi erano ancora sconosciuti a tutti, la tassa sulla proprietà di un apparecchio televisivo lascia aperta un'altra ambiguità: la proprietà dell'etere da parte dello Stato e la ragion d'essere a fronte delle nuove tecnologie che comprendono Adsl , Wi-fi , cavo, analogico e satellitare. La Corte costituzionale, nel 2002, ha riconosciuto al canone la natura sostanziale d'imposta, per cui la legittimità dell'imposizione è fondata sul presupposto della capacità contributiva e non sulla possibilità dell'utente di usufruire del servizio pubblico radiotelevisivo al cui finanziamento il canone è destinato. Quindi il canone di abbonamento è da riconoscere in forza della mera detenzione di un apparecchio televisivo indipendentemente dall'utilizzo che ne sia fatto o delle trasmissioni seguite o che per motivi orografici non sia possibile ricevere uno o più canali della concessionaria del servizio pubblico radiotelevisivo. E così la RAI incassa circa 1,6 miliardi di euro. E come si evince dalla relazione della Corte dei conti di aprile 2011, le performance economico-finanziarie e patrimoniali della RAI e del Gruppo hanno registrato un notevole peggioramento: dalla perdita di 4,8 milioni di euro nel 2007 si è passati alla perdita di 37 milioni di euro nel 2008 e di 79,9 milioni di euro nel 2009. La gestione dell'azienda pubblica desta qualche perplessità che impone una riflessione seria e concreta sulle modalità di trasformazione della televisione pubblica. La cittadinanza chiede, a ragione, che ci siano regole trasparenti alla base delle assunzioni (desta qualche perplessità il fatto che la RAI abbia, alle proprie dipendenze, il triplo dei lavoratori del proprio maggiore competitore sul mercato) e che le cifre pagate agli artisti e ai lavoratori che, a vario titolo, ricevono compensi dalla RAI, siano più contenute. La società pubblica RAI non è più attuale: questo è un fatto. È necessario intervenire sul mercato televisivo liberandolo dalle costrizioni e dalle regole ormai superate, cominciando a demolire quelle strutture politicizzate che difendono gli interessi di pochi a scapito della popolazione. Come sottolineato dall'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni (AGCOM) in Italia, a differenza degli altri Paesi europei, non è mai stato attuato un piano di allocazione delle risorse frequenziali per il servizio televisivo: tale circostanza ha prodotto un assetto dei mercati a monte della trasmissione del segnale televisivo caratterizzato dall'esistenza di notevoli problemi sia di congestione dello spettro, sia interferenziali, nonché da un elevato livello di concentrazione. Se a ciò si aggiunge l'elevato grado di integrazione verticale degli operatori televisivi nazionali, tale livello di concentrazione si è poi trasferito a valle in un esito di mercato insoddisfacente nell'offerta di contenuti televisivi e nella raccolta pubblicitaria.