[pronunce]

sulla base di ciò, evidenzia come la previsione di un limite massimo al protrarsi della custodia cautelare – rispondendo al più generale principio “europeo” della durata ragionevole della custodia medesima – renda irrilevante la circostanza che il sistema processuale italiano preveda dei termini di fase e dei termini massimi, a differenza di altre legislazioni le quali, invece, fondano la ragionevolezza della durata della custodia cautelare esclusivamente su controlli di ufficio dell'autorità giudiziaria, obbligatori e periodici; che la piena rispondenza di questi ultimi alle esigenze di garanzia di cui all'art. 5, paragrafo 3, della Convenzione europea è stata peraltro certificata dal costante orientamento della Corte di Strasburgo, la quale, anzi, è giunta «in un caso a censurare la legislazione di quegli Stati, come l'Italia, nei quali il controllo sulla carcerazione preventiva è rimesso ad una disposizione di legge generale ed astratta»; che, quanto al sistema processuale tedesco, il giudice a quo avrebbe omesso, inoltre, di considerare che – accanto alla previsione di un limite temporale predeterminato della custodia, fino alla sentenza di primo grado – una serie di norme evocano, con la possibilità di proroga di tale termine, un sistema di criteri connessi alla proporzionalità e ragionevolezza della stessa proroga, peraltro eccezionale; talché ne risulta un sistema che si conforma pienamente tanto all'art. 5 della Convenzione europea, quanto alla interpretazione di essa fornita dalla Corte di Strasburgo; che, dunque, se si considera che l'obbligo del giudice italiano è nel senso di garantire l'effettività del diritto comunitario, ne deriva che l'art. 18, lettera e), della legge n. 69 del 2005 potrebbe essere interpretato secondo canoni di razionalizzazione sistematica: vale a dire, nel senso che il mandato di arresto europeo non possa essere rifiutato dall'Italia, quando lo Stato estero richiedente «ha una disciplina della custodia cautelare ispirata al principio della durata ragionevole della medesima custodia»; che, infine, l'Avvocatura dello Stato, a riprova della praticabilità della interpretazione adeguatrice sostenuta, fa rilevare che è stata rimessa alla Sezioni unite della Cassazione proprio la questione «se la disposizione di cui all'art. 18, lettera e), legge 22 aprile 2005, n. 69 debba essere valutata in termini restrittivi, oppure possa essere valutata in concreto, verificando, di volta in volta, se il sistema cautelare straniero fornisca una garanzia equivalente a quella offerta nel nostro ordinamento, attraverso il regime dei limiti massimi di custodia, prendendo in considerazione anche istituti diversi, comunque funzionali ad un effettivo controllo e limitazione della 'carcerazione preventiva'». Considerato che la Corte d'appello di Venezia dubita della legittimità costituzionale, in riferimento agli artt. 3, 11 e 117, primo comma, della Costituzione, dell'art. 18, comma 1, lettera e), della legge 22 aprile 2005, n. 69 (Disposizioni per conformare il diritto interno alla decisione quadro 2002/584/GAI del Consiglio, del 13 giugno 2002, relativa al mandato d'arresto europeo e alle procedure di consegna tra Stati membri), nella parte in cui configura, come causa ostativa alla consegna del soggetto nei cui confronti sia stato emesso mandato di arresto europeo, la mancata previsione, nella legislazione dello Stato membro di emissione, di «limiti massimi della carcerazione preventiva»; che, ad avviso della Corte rimettente, la norma impugnata risulterebbe lesiva del principio di ragionevolezza (art. 3 Cost.); essa, infatti, verrebbe ad “imporre” la soluzione dell'ordinamento italiano, in tema di previsione di limiti massimi di carcerazione preventiva, anche a Stati esteri che – come nel caso di specie – prevedono periodici controlli sulla legittimità ed opportunità della protrazione della custodia cautelare: soluzione, quest'ultima, giudicata maggiormente “garantista” della prima dalla stessa Corte europea dei diritti dell'uomo; che sarebbero compromessi, altresì, gli artt. 11 e 117, primo comma, Cost., giacché l'effetto della norma censurata - ossia il rifiuto di consegna del soggetto destinatario di mandato d'arresto europeo a Stati la cui disciplina della custodia cautelare, sebbene diversa da quella italiana, risulta non solo non contraria, ma addirittura maggiormente coerente ai «principi giuridici europei», e segnatamente all'art. 5, paragrafo 3, della Convenzione europea dei diritti dell'uomo - si risolverebbe in una «sostanziale vanificazione» degli obiettivi della decisione quadro che pure la legge n. 69 del 2005 era diretta ad attuare; che il rimettente esclude che la norma impugnata si presti ad una interpretazione “adeguatrice”, sulla scorta del mero richiamo ad una pronuncia della Corte di cassazione, senza peraltro esplicitare le ragioni della sua condivisione e della conseguente impossibilità di una diversa soluzione ermeneutica: soluzione successivamente adottata, peraltro, dalle Sezioni unite della stessa Corte di cassazione (sentenza 30 gennaio 2007, n. 46114); che - a prescindere da ogni rilievo circa tale assunto preliminare - il giudice a quo, nel formulare il quesito di costituzionalità, omette totalmente di esprimersi sul problema - condizionante, per sua stessa affermazione, la fondatezza o meno della questione - se la regola della previsione di termini massimi di carcerazione preventiva, che la norma denunciata mutua dall'art. 13, ultimo comma, Cost., sia o meno “cedevole” di fronte all'obbligo di rispetto dei vincoli scaturenti dall'ordinamento comunitario e dalle convenzioni internazionali, sancito a carico del legislatore nazionale dall'art. 117 Cost.; che, al riguardo, il giudice rimettente - limitandosi ad affermare che spetta a questa Corte «la soluzione interpretativa del problema del rapporto tra l'art. 13, ultimo comma, Cost.», che la norma impugnata «richiama», «ed i principi e le norme europee» - si astiene dichiaratamente dall'effettuare il doveroso scrutinio circa l'effettiva consistenza del dubbio di costituzionalità: giacché è proprio lo scioglimento di tale alternativa ermeneutica irrisolta a costituire la base logica della valutazione di non manifesta infondatezza, che spetta al giudice a quo compiere prima di sollevare la questione di costituzionalità; che la questione deve essere dichiarata, pertanto, manifestamente inammissibile. Visti gli artt. 26, secondo comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87, e 9, comma 2, delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale.. .