[pronunce]

dall'altro, il principio di imparzialità «per gli evidenti effetti distorsivi che ciò comporta sull'organizzazione della pubblica amministrazione sotto il duplice profilo della ridotta potenzialità operativa ed efficienza nella cura dell'interesse pubblico». 9.2.- È intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, con il patrocinio dell'Avvocatura generale dello Stato, ribadendo le argomentazioni già esposte negli altri atti difensivi al fine di dimostrare la infondatezza anche della questione in esame. 10.- Il medesimo comma 30-ter, periodi secondo e terzo, è stato censurato anche, con ordinanza del 17 marzo del 2010 (reg. n. 162 del 2010) , dalla Corte dei conti, sezione prima giurisdizionale centrale d'appello. 10.1.- La Corte remittente, in via preliminare, illustra la vicenda oggetto del giudizio nei seguenti termini. La procura contabile aveva evocato in giudizio il Presidente dell'Anas, carica ricoperta dal Ministro pro-tempore dei lavori pubblici (dal 22 luglio 1989 al 28 giugno 1992), perché egli venisse condannato, a titolo di responsabilità amministrativa, al pagamento in favore dell'erario della somma 32 miliardi di lire. Tale danno erariale si sarebbe prodotto a causa dei maggiori costi sostenuti dall'amministrazione per l'abnorme diffusione del sistema delle trattative private in luogo delle licitazioni. Successivamente veniva notificato un atto di citazione integrativo con il quale, oltre a rimodulare l'importo del danno erariale patrimoniale (da 32 a poco più di 20 miliardi di lire), la procura contestava, quale ulteriore voce non ricompresa nell'atto, il danno all'immagine dell'amministrazione. Con sentenza di primo grado del 17 ottobre 2007, n. 1527 la sezione giurisdizionale per il Lazio ha condannato il convenuto al risarcimento del danno patrimoniale per l'importo di euro 5.000.000. Con la stessa sentenza è stata, invece, dichiarata inammissibile la richiesta di risarcimento del danno non patrimoniale perché la relativa contestazione sarebbe stata introdotta per la prima volta nell'atto di citazione integrativa realizzando una non consentita mutatio libelli. La predetta sentenza è stata appellata dalla procura. Il giudice remittente, con sentenza del 5 febbraio 2010 n. 75, ha accolto l'appello, ritenendo ammissibile la domanda di risarcimento per danno all'immagine, in quanto la stessa era stata preceduta da uno specifico invito a dedurre, sicché «la contestazione del danno all'immagine doveva prefigurarsi non come una mutatio libelli, bensì come una nuova ed autonoma domanda». A seguito di tale decisione si sarebbe dovuto disporre il rinvio al giudice di primo grado per l'analisi nel merito. A questo punto il giudice a quo si è posto la questione relativa alla disamina dell'eccezione della nullità dell'atto processuale introduttivo del giudizio di appello sollevata dall'appellato alla luce proprio di quanto previsto dalla norma impugnata. Il Collegio ha ritenuto, a tale proposito, che tale norma fosse suscettibile di applicazione in sede di appello «in quanto la sentenza di prime cure ha pronunciato l'inammissibilità della citazione sul punto del danno all'immagine senza entrare nel merito». Pertanto, la Corte invece di disporre il rinvio al giudice di primo grado in relazione al danno all'immagine, ha sollevato, con l'ordinanza sopra citata, questione di legittimità costituzionale della norma in esame. Per quanto attiene poi al procedimento penale, il giudice a quo descrive in maniera dettagliata tutti i passaggi di tale procedimento, rilevando come esso si sia concluso con una sentenza (n. 2257 del 2005), emessa dal giudice dell'udienza preliminare presso il Tribunale di Roma, di assoluzione «perché il fatto non sussiste». Ma ciò, si puntualizza, non è avvenuto «a seguito di un sostanziale riesame di merito, ovvero per vizi propri della sentenza di primo grado», ma «per la dichiarata incompetenza funzionale del collegio per i reati ministeriali (accertata dalla Corte d'appello applicando i principi resi da una sentenza della Corte costituzionale nelle more intervenuta) e a seguito dell'approvazione legislativa di una nuova norma di garanzia, incidente anche sul valore probatorio delle dichiarazioni già correttamente rese». 10.1.2.- Ciò premesso, il giudice remittente sottolinea come la questione proposta sia rilevante, in quanto l'applicazione della norma impugnata precluderebbe l'analisi nel merito della domanda di risarcimento del danno all'immagine della pubblica amministrazione. 10.1.3.- Prima di esporre, nello specifico, le ragioni poste a fondamento del giudizio di non manifesta infondatezza, il predetto giudice rileva come la norma censurata possa «prefigurare due distinte opzioni interpretative, tra loro alternative». Secondo una prima interpretazione la disposizione in esame avrebbe ridotto l'area di configurabilità del danno all'immagine. Secondo una diversa interpretazione, invece, il legislatore avrebbe inteso ripartire la cognizione dei comportamenti lesivi del diritto all'immagine della pubblica amministrazione tra giudice contabile e giudice ordinario. Entrambe «le possibilità interpretative», puntualizza il giudice remittente, «non sembrano costituzionalmente conformi ed orientate». Infatti, in entrambe le evenienze verrebbero violati i principi di ragionevolezza e uguaglianza (art. 3 Cost.), nonché il principio di buon andamento (art. 97 Cost.). La prima interpretazione contrasterebbe, inoltre, con gli artt. 24 e 25 Cost. 10.1.4.- L'ordinanza assume che la norma impugnata violerebbe il principio di buon andamento e imparzialità di cui all'art. 97 Cost., in quanto «l'immagine della pubblica amministrazione si immedesima con il buon andamento e con l'imparzialità costituzionalmente protetti» e «rappresenta uno strumento per la percezione esterna della correttezza della gestione». 10.1.5.- Sarebbe violato anche il principio di ragionevolezza, atteso che il legislatore avrebbe limitato, senza alcuna giustificazione, che non potrebbe essere neanche individuata nella gravità delle condotte, il risarcimento del danno ai soli casi in cui sia stato commesso un delitto contro la pubblica amministrazione. 10.1.6.- La Corte remittente ritiene che sia stato violato anche l'art. 25 Cost., in quanto, accedendo all'interpretazione del «doppio binario», si distoglierebbe sia il dipendente, sia la pubblica amministrazione dal suo giudice naturale, che sarebbe sempre, nella materia della responsabilità amministrativa, la Corte dei conti. 10.1.7.- La norma censurata si porrebbe in contrasto pure con l'art. 24 Cost., atteso che, in presenza della lesione di un bene garantito dall'art. 2 Cost. anche alle persone giuridiche, non sarebbe assicurata all'amministrazione pubblica «una tutela completa ed efficace». 10.1.8.- Secondo la Corte remittente sarebbe violato, inoltre, il principio di uguaglianza, perché si creerebbe una disparità di trattamento: a) tra la pubblica amministrazione e le altre persone giuridiche pubbliche;