[pronunce]

presunzione, peraltro, solo relativa, potendo il condannato vincerla giustificando la provenienza dei beni. La confisca "allargata" italiana si caratterizza, quindi, rispetto al modello di confisca "estesa" prefigurato dalla direttiva 2014/42/UE (la quale si limita, peraltro, a stabilire «norme minime», senza impedire agli Stati membri di adottare soluzioni più rigorose), per il diverso e più ridotto standard probatorio. La sproporzione tra il valore dei beni e i redditi legittimi del condannato - che in base all'art. 5 della direttiva costituisce uno dei «fatti specifici» e degli «elementi di prova» dai quali il giudice può trarre la convinzione che i beni da confiscare «derivino da condotte criminose» - vale, invece, da sola a fondare la misura ablativa in esame, allorché il condannato non giustifichi la provenienza dei beni, senza che occorra alcuna ulteriore dimostrazione della loro origine delittuosa. 8.- Al riguardo, costituisce, in effetti, approdo ermeneutico ampiamente consolidato nella giurisprudenza di legittimità - specie dopo l'intervento delle sezioni unite della Corte di cassazione con la sentenza 17 dicembre 2003-19 gennaio 2004, n. 920 - che, in presenza delle condizioni indicate dalla norma, il giudice non debba ricercare alcun nesso di derivazione tra i beni confiscabili ed il reato per cui è stata pronunciata condanna, e neppure tra i medesimi beni e una più generica attività criminosa del condannato. Si rileva, infatti, che, se fosse richiesto il nesso di "pertinenzialità" al reato per cui si è proceduto, la norma risulterebbe priva di "valore aggiunto" rispetto alla generale previsione dell'art. 240 cod. pen. , limitandosi a rendere obbligatoria la confisca di alcune cose che la disposizione del codice configura come facoltativa (senza considerare, peraltro, che in rapporto a plurimi delitti inseriti nella lista dei reati presupposto - quali, ad esempio, l'associazione mafiosa o l'usura - la confisca dei beni derivati dal reato è già prevista, in generale, come obbligatoria). L'art. 12-sexies del d.l. n. 306 del 1992 risulterebbe, anzi, paradossalmente più restrittivo della norma del codice, col richiedere anche la prova del carattere "sproporzionato" del patrimonio del condannato (si tratterebbe, in pratica, di una interpretatio abrogans). Né le cose cambierebbero ove il nesso di derivazione fosse rapportato ad una più ampia attività delittuosa del condannato. Parlare di attività delittuosa non significa altro che fare riferimento, sia pur generico, a reati commessi dal condannato: sicché il vincolo di derivazione andrebbe accertato per i singoli reati che compongono la serie, con le incongrue conseguenze in precedenza poste in evidenza. Di qui la conclusione per cui la confiscabilità non è esclusa dal fatto che i beni siano stati acquisiti in data anteriore o successiva al reato per cui si è proceduto, o che il loro valore superi il provento di tale reato. In questa prospettiva - come ulteriormente rilevato dalle sezioni unite nella sentenza da ultimo citata - la disposizione in esame si presenta espressiva di una «scelta di politica criminale del legislatore, operata con l'individuare delitti particolarmente allarmanti, idonei a creare una accumulazione economica, a sua volta possibile strumento di ulteriori delitti, e quindi col trarne una presunzione, iuris tantum, di origine illecita del patrimonio "sproporzionato" a disposizione del condannato per tali delitti»: presunzione che trova «base nella nota capacità dei delitti individuati dal legislatore [...] ad essere perpetrati in forma quasi professionale e a porsi quali fonti di illecita ricchezza». Si tratta di presunzione che questa Corte ha avuto già modo di ritenere, in termini generali, non irragionevole, all'indomani dell'introduzione della misura, con l'ordinanza n. 18 del 1996. 9.- Dichiarandosi di ciò consapevole, il giudice a quo non censura, tuttavia, l'istituto in sé, ma l'articolazione dell'elenco dei reati presupposto della misura, dolendosi segnatamente del fatto che in esso figuri (peraltro, fin dalle origini) anche il delitto di ricettazione: delitto che - a suo avviso - sarebbe privo, sul piano socio-criminologico, delle connotazioni che rendono razionalmente giustificabile la presunzione in parola. Secondo la Corte calabrese, a differenza dei condannati per ciascuno degli altri delitti inclusi nella lista - i quali dovrebbero ritenersi tutti parimente espressivi di un «modello di agente tipico», consentaneo alla presunzione di illecita accumulazione di ricchezza sottesa alla misura ablatoria - i condannati per ricettazione rappresenterebbero una platea tanto vasta quanto eterogenea, costituita, comunque sia, in modo preponderante da soggetti rivoltisi estemporaneamente al «mercato nero» dei beni provenienti da delitto per realizzare risparmi di spesa o per altre analoghe ragioni, e dunque da delinquenti meramente "occasionali". Annettere alla condanna per un simile reato la presunzione di origine illecita dell'intero patrimonio "sproporzionato" del condannato, salvo che questi ne dimostri la legittima provenienza - onere il cui assolvimento può risultare oltremodo problematico, specie allorché si discuta di beni acquisiti molti anni prima - costituirebbe soluzione ineluttabilmente contrastante con il principio di eguaglianza: e ciò sia per l'indebita assimilazione della ricettazione agli altri delitti elencati dalla norma, di diversa caratura ai fini considerati; sia per l'altrettanto irragionevole omologazione dell'intera platea dei condannati per il delitto in questione, composta da "tipi d'autore" marcatamente differenziati in punto di idoneità a fondare una presunzione di pericolosità sociale. 10.- A questo proposito, occorre peraltro osservare come la visione della Corte rimettente - secondo la quale il delitto di ricettazione rappresenterebbe, per le sue caratteristiche, un "unicum" nell'ambito della lista dei reati presupposto, sul piano dell'asserito difetto di correlazione con la ratio della misura - non trovi, in realtà, conforto dall'analisi di detta lista. Sebbene l'obiettivo della confisca "allargata" fosse stato esplicitamente individuato nel contrasto all'accumulazione dei patrimoni della criminalità organizzata, e mafiosa in specie, e alla loro infiltrazione massiccia nel circuito economico, la scelta dei "reati matrice" è risultata fin dal principio non rigorosamente sintonica rispetto a tale dichiarazione d'intenti.