[pronunce]

A questo non sarebbe consentito liquidare tale somma «"per l'intero"»; egli potrebbe liquidarla solo per la parte «"residua"», rispetto alla riduzione di pena spettante e parzialmente inoperante. Insomma non sarebbe possibile estendere un potere, «già eccezionale e straordinario» nell'ambito del procedimento di sorveglianza ex artt. 666 e 678 del codice di procedura penale, e applicarlo in via analogica a ipotesi non previste. Conseguentemente l'impossibilità di accordare un ristoro effettivo per il pregiudizio subìto dal richiedente, sia attraverso l'applicazione analogica dell'art. 54, quarto comma, della legge n. 354 del 1975, sia attraverso il rimedio risarcitorio pecuniario previsto dall'art. 35-ter, comma 2, e l'impossibilità di avvalersi dell'azione civile disciplinata dal comma 3 dello stesso articolo, essendo il richiedente ancora detenuto, renderebbero la questione sollevata non manifestamente infondata. Sarebbe violato l'art. 3 Cost., in quanto la norma escluderebbe gli «ergastolani» dal trattamento risarcitorio senza alcuna ragionevole giustificazione. Si determinerebbe infatti una palese differenza di tutela dei diritti «fra detenuti temporanei e perpetui», posto che solamente i primi potrebbero beneficiare della riduzione della pena, e, in forma solo parziale, del ristoro patrimoniale, mentre i secondi potrebbero far valere le loro pretese unicamente attraverso un'azione da proporre davanti al giudice civile, ma solo nell'ipotesi, del tutto eventuale, di rimessione in libertà. La norma censurata violerebbe inoltre l'art. 24 Cost., perché renderebbe lo strumento giudiziale di tutela, per le persone condannate all'ergastolo, privo di effettività, nonostante la prescrizione, da parte della sentenza della Corte EDU, 8 gennaio 2013, Torreggiani contro Italia, di creare un ricorso o una combinazione di ricorsi aventi effetti preventivi e compensativi. Sarebbe, conseguentemente violato anche l'art. 117, primo comma, Cost., in relazione all'art. 3 della CEDU, in quanto l'art. 35-ter, escludendo qualsiasi meccanismo ristorativo per il condannato all'ergastolo, eluderebbe il giudicato della sentenza della Corte EDU, Torreggiani contro Italia, che «nell'invitare» all'introduzione nell'ordinamento di nuovi rimedi con effetti preventivi e compensativi «è rivolta [...] all'intera popolazione detenuta, senza distinzione fra ergastolani e reclusi comuni». Sarebbe violato infine l'art. 27, terzo comma, Cost., in quanto la protezione della sfera giuridica del detenuto costituirebbe elemento imprescindibile per consentire alla pena di tendere alla rieducazione del condannato. Di qui la questione di legittimità costituzionale dell'art. 35-ter della legge n. 354 del 1975, nei termini sopramenzionati. Il petitum del giudice a quo mira a «due addizioni normative all'art. 35-ter» della legge n. 354 del 1975, entrambe riferibili alla «condizione del condannato alla pena dell'ergastolo: 1) una riduzione di pena a titolo risarcitorio agli effetti del computo della misura di pena scontata per accedere ai benefici penitenziari dei permessi premio, della semilibertà e della liberazione condizionale; 2) l'estensione del ristoro economico, previsto al comma 2 della disposizione impugnata, al caso dell'ergastolano che abbia già scontato una frazione di pena che renda ammissibile la concessione della liberazione condizionale». Il giudice a quo si dichiara, peraltro, perfettamente consapevole del difetto di rilevanza dell'"addizione" sub 1), che a suo avviso potrebbe, però, essere oggetto di una dichiarazione di illegittimità consequenziale ai sensi dell'art. 27 della legge 11 marzo 1953, n. 87 (Norme sulla costituzione e sul funzionamento della Corte costituzionale), in caso di accoglimento della questione. 2.- È intervenuto in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che la questione sia dichiarata «in parte qua» inammissibile e «nel resto» non fondata. L'Avvocatura generale sostiene che la questione deve essere dichiarata inammissibile, per difetto di rilevanza, limitatamente alla censura relativa al comma 1 dell'art. 35-ter della legge n. 354 del 1975, nella parte in cui non prevede per i condannati all'ergastolo il computo della riduzione "risarcitoria" per determinare la misura di pena scontata, occorrente per avere accesso ai benefici penitenziari dei permessi premio, della semilibertà e della liberazione condizionale. Nel caso di specie, il reclamante, avendo già espiato 26 anni di pena detentiva, potrebbe essere ammesso alla liberazione condizionale, ex art. 176, terzo comma, del codice penale, che costituisce il massimo beneficio penitenziario concedibile ad un condannato all'ergastolo. Perciò un'eventuale sentenza additiva di accoglimento della questione di legittimità costituzionale che estendesse espressamente agli «ergastolani» una compensazione per il pregiudizio subìto, nei termini «detrattivi» previsti dal comma 1 dell'art. 35-ter, non avrebbe alcuna influenza sul giudizio principale e priverebbe la questione del requisito della rilevanza. La questione dovrebbe invece essere rigettata nella parte in cui viene censurato il comma 2 dell'art. 35-ter della legge n. 354 del 1975. La mera circostanza che il detenuto condannato all'ergastolo possa solo azionare la propria pretesa risarcitoria secondo le ordinarie norme civilistiche, e che non gli sia riconosciuto anche il diritto al ristoro economico ex art. 35-ter, comma 2, della legge n. 354 del 1975, non potrebbe determinare l'illegittimità costituzionale della norma in questione. 3.- Si è costituito in giudizio C.G., che ha proposto il reclamo nel procedimento a quo, e ha chiesto che la questione sia dichiarata fondata. La parte privata ha osservato che le lacune della norma impugnata non sono superabili in via interpretativa e che l'art. 35-ter della legge n. 354 del 1975 ha escluso ogni previsione riparativa in favore di categorie di soggetti che, seppure «non fuoriusciti dal circuito penitenziario e dunque non assoggettabili al giudice civile», non troverebbero «alcuna disciplina in seno alla Giurisdizione (naturale) della Sorveglianza». Il condannato all'ergastolo avrebbe già espiato la frazione temporale di pena che gli consentirebbe di chiedere ed ottenere l'accesso ai «benefici tipici delle pene limitate». Pertanto, un'eventuale pronuncia additiva della Corte nel senso di estendere ai condannati all'ergastolo il complessivo meccanismo compensativo di cui al citato art. 35-ter «(prima detrattivo e, [poi], solo in subordine monetario)», non avrebbe una capacità concretamente satisfattiva delle legittime pretese risarcitorie della parte ricorrente.