[pronunce]

ORDINANZA ha pronunciato la seguentenel giudizio di legittimità costituzionale dell'art. 92, comma secondo, del codice di procedura civile promosso con ordinanza del 22 luglio 2003 dal Tribunale di Camerino nel procedimento civile vertente tra Piloni Ruggero e Trottini Ada ed altri, iscritta al n. 321 del registro ordinanze 2004 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 17, prima serie speciale, dell'anno 2004. Visto l'atto di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri; udito nella camera di consiglio del 17 novembre 2004 il Giudice relatore Romano Vaccarella. Ritenuto che, con ordinanza del 22 luglio 2003, il Tribunale di Camerino ha sollevato, in riferimento agli artt. 24 e 111 della Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell'art. 92, comma secondo, del codice di procedura civile, «nella parte in cui consente al giudice la facoltà di compensare, in tutto o in parte e ai danni della parte rimasta vittoriosa, le spese processuali, senza esporre espressa e giustificata motivazione dei “giusti motivi” di tale decisione»; che il giudice a quo riferisce di aver deciso il procedimento civile n. 176 del 1996 con sentenza del 24 giugno 2003 di accoglimento della domanda attrice e di avere, tuttavia, disposto la sospensione del processo limitatamente alla pronuncia accessoria sulle spese legali, perché, ritenendo di dover fare uso della facoltà di compensarle, ai sensi dell'art. 92, comma secondo, cod. proc. civ. , dubita della legittimità costituzionale di tale norma, «così come interpretata dalla giurisprudenza pressoché univoca e costante della Suprema Corte»; che il principio fissato dall'art. 91 cod. proc. civ. – secondo il quale gli oneri economici del processo vanno a carico della parte soccombente (principio di cui è applicazione l'ipotesi di compensazione per soccombenza reciproca) – ha come unica eccezione l'ipotesi della compensazione «per giusti motivi», perché in questo caso le spese vengono a gravare sulla parte vittoriosa; che l'applicazione del canone ermeneutico sancito dall'art. 12 delle preleggi, nonché l'esigenza di rendere trasparente l'iter argomentativo seguito dal decidente, allorché reputa di discostarsi dalla regola generale di cui all'art. 91 cod. proc . civ. , lascerebbero intendere che il giudice debba esplicitare le ragioni per le quali «dispone, in deroga al principio legale di soccombenza, la compensazione ai danni della parte vittoriosa»; che, tuttavia, la giurisprudenza pressoché costante e univoca della Cassazione (smentita dalla sola sentenza n. 4455 del 1999) ritiene che non vi sia alcun obbligo di motivare il capo della sentenza col quale viene disposta la compensazione delle spese “per giusti motivi”, trattandosi di statuizione discrezionale, assistita da una presunzione di conformità a diritto; che necessario corollario di tale affermazione – per la quale, in definitiva, il giudice è arbitro di ribaltare a proprio piacimento il principio della soccombenza – è che la parte vittoriosa, che si sia vista compensare le spese di lite, può impugnare il relativo capo della pronuncia solo nell'ipotesi in cui il giudice abbia esposto motivi di compensazione illogici o erronei, e non già invece quando abbia omesso ogni motivazione; che l'art. 92, comma secondo, cod. proc . civ. , nella lettura fattane dal “diritto vivente”, sembra al decidente palesemente in contrasto con gli articoli 24 e 111 della Costituzione, come rilevato anche dalla Corte di cassazione nella citata sentenza n. 4455 del 1999, che rappresenta, allo stato, il solo enunciato dissenziente in un panorama giurisprudenziale di segno contrario sostanzialmente compatto; che, riportati ampi stralci di tale pronuncia, il rimettente sottolinea che essa, accolta da un unanime coro di consensi da parte di tutti gli operatori giuridici, è stata tuttavia smentita dai successivi arresti del giudice di legittimità, con i quali, dopo aver negato l'applicazione, in parte qua, «del principio sancito dall'art. 111 della Costituzione, secondo cui ogni provvedimento giurisdizionale deve essere motivato», la Corte di cassazione (sentenza n. 1597 del 2002) ha affermato che «la garanzia costituzionale dell'effettività della tutela giurisdizionale non si estende fino al punto da ricomprendervi anche la condanna del soccombente»; che, in tale contesto, ritiene il rimettente che la norma impugnata violi gli artt. 24 e 111 della Costituzione, perché se è incontestabile che la compensazione delle spese di causa per giusti motivi menoma, sotto il profilo economico, il riconoscimento del diritto azionato, essa incide, per ciò stesso, sull'effettività della tutela giurisdizionale, con la conseguenza che il giudice è tenuto ad esporre «in modo esplicito e coerente» i motivi che, a suo avviso, giustificano, nel caso dedotto in giudizio, il sacrificio parziale o totale del diritto stesso, altrimenti incorrendo in una flagrante violazione dell'art. 111 della Costituzione ed essendo posto in condizioni di perpetrare, sotto l'ombrello della norma processuale impugnata, comportamenti inquadrabili nella fattispecie criminosa di cui all'art. 323 cod. pen. ; che, non a caso, la disciplina delle spese processuali avviene sovente in modo affatto arbitrario, posto che vi sono «compensazioni routinariamente disposte nei giudizi in cui è coinvolta una “certa parte” (per lo più enti pubblici)» e compensazioni negate in giudizi in cui essa dovrebbe invece essere obbligatoriamente ordinata, come quelli nei quali lo Stato, controparte in causa, fornisca «nel corso del processo un'interpretazione autentica diametralmente opposta alle decisioni già prese in casi identici»; che, in punto di rilevanza della prospettata questione, il rimettente precisa che, ove la norma impugnata venga ritenuta conforme agli artt. 24 e 111 della Costituzione, egli si pronuncerà nel processo a quo, «(come in tutti i processi a venire) senza esporre alcuna motivazione in merito alla scelta di compensare, parzialmente o totalmente, le spese processuali a discapito della parte vittoriosa, così derogando, per motivazioni che resteranno occulte e insuscettibili di sindacato, al principio legale della soccombenza processuale»; che nel giudizio è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, sostenendo l'inammissibilità o comunque l'infondatezza della proposta questione; che, sottolineata la peculiarità della «cesura» operata dal rimettente tra decisione della causa e regolazione delle spese e ricordato che è obbligo del giudice interpretare le norme in modo conforme alla Costituzione, l'interveniente deduce che nulla impediva al decidente di motivare in merito alla compensazione, così dando all'art. 92, comma secondo, cod. proc. civ. , un'attuazione conforme ai parametri costituzionali asseritamente violati dalla prevalente giurisprudenza.