[pronunce]

- La Provincia autonoma di Trento solleva questione di legittimità costituzionale dell'art. 7 della legge 19 ottobre 1998, n. 366 (Norme per il finanziamento della mobilità ciclistica) il quale prevede che il Ministro dei lavori pubblici, di concerto con il Ministro dei trasporti e della navigazione, emani un regolamento con il quale sono definite le caratteristiche tecniche delle piste ciclabili. La previsione di un tale potere statale, in quanto esercitabile in forma regolamentare e non fondato su interessi nazionali, violerebbe le competenze riconosciute alla provincia autonoma dallo Statuto speciale della Regione Trentino-Alto Adige in materia di urbanistica, tutela del paesaggio, lavori pubblici e comunicazioni di interesse provinciale. 2. - La questione non è fondata, alla stregua delle considerazioni che seguono. 3. - In quanto la disposizione impugnata attribuisce all'autorità governativa il potere di emanare norme regolamentari per la definizione di standard e prescrizioni tecniche finalizzati all'incolumità e alla sicurezza stradale, non può dubitarsi che si sia in presenza di una competenza che trascende la dimensione regionale e che quanto alle regole di tutela minime - deve esercitarsi uniformemente su tutto il territorio nazionale, essendo insuscettibile di esercizio frazionato [principio di portata generale, di cui è espressione l'art. 98, comma 1, lettera g), del decreto legislativo 31 marzo 1998, n. 112]. La tutela della sicurezza esige uniformità di parametri minimi che devono valere per l'intero territorio nazionale (sentenza n. 30 del 1998, relativa alle competenze proprie della Provincia di Trento). Conclusione questa che vale anche con riguardo alla disposizione impugnata, indipendentemente dall'interpretazione che se ne dia, quale prescrizione di portata generale in tema di piste ciclabili o come mera norma impositiva di un onere, per l'accesso allo speciale finanziamento statale disposto dalla legge in cui essa è contenuta. Così intesa la competenza di cui è manifestazione l'impugnato art. 7 della legge n. 366 del 1998, cade altresì il presupposto della censura in nome del principio di legalità, principio che domina i rapporti tra lo Stato e le autonomie riconosciute dalla Costituzione e comporta, in generale, l'inammissibilità delle interferenze in competenze costituzionali delle (regioni e delle) province autonome derivanti da atti regolamentari dello Stato: censura che presupporrebbe, per l'appunto, la riconducibilità della competenza in questione tra quelle della Provincia ricorrente (senza considerare che, comunque, quando si abbia a che fare con norme tecniche dalle quali non derivano limitazioni alle scelte rientranti nell'autonomia politico-amministrativa dell'ente, il principio di legalità può dirsi soddisfatto dall'esistenza, come nella specie, di norme legislative abilitative di organi del potere esecutivo, dotati di specifiche attitudini: sentenze nn. 356 del 1994 e 483 del 1991). 4. - Quasi superflua è, infine, la precisazione che dal rigetto del presente ricorso non deriva alcuna conseguenza sulla validità della disciplina provinciale delle piste ciclabili, in quanto essa non contrasti con le norme tecniche poste al fine della tutela minima dell'incolumità e della sicurezza stradale dal regolamento ministeriale, ma contenga, ad esempio, regole attinenti agli aspetti urbanistici, ambientali, di programmazione della mobilità, degli interventi provinciali; ovvero anche ad aspetti relativi alla sicurezza, ma ulteriori rispetto a quelli minimi fissati dagli standards contenuti nella normativa statale.. per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE dichiara non fondata la questione di legittimità costituzionale dell'art. 7 della legge 19 ottobre 1998, n. 366 (Norme per il finanziamento della mobilità ciclistica), sollevata, in riferimento agli artt. 8, numeri 5), 6), 17) e 18), e 16 del d.P.R. 31 agosto 1972, n. 670 (Approvazione del testo unico delle leggi costituzionali concernenti lo Statuto speciale per il Trentino-Alto Adige), dalla Provincia autonoma di Trento con il ricorso indicato in epigrafe. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 25 gennaio 2001. Il Presidente: Santosuosso Il redattore: Zagrebelsky Il cancelliere: Di Paola Depositata in cancelleria il 9 febbraio 2001. Il direttore della cancelleria: Di Paola