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L'autonomia è una sanzione delle differenze e rende definitive le differenze e gli squilibri. Per noi del Sud è inaccettabile. Vorrei, infine, che si trovasse un modo di rappresentare nel nuovo contesto parlamentare ogni Provincia italiana, assegnando alle più piccole un minimo garantito di un senatore e di due deputati. In fondo, negli Stati Uniti avviene così legittimando una presenza parlamentare nel Senato che prescinda dalla preponderanza dei numeri che sono dati dalla popolazione. Se non c'è questo elemento di equilibrio costituzionale, le aree del Paese che soffrono già di un notevole spopolamento sarebbero ridotte a mere espressioni geografiche e sarebbero espropriate della loro titolarità. Avremmo le aree popolose del Paese a occupare spazi parlamentari in un Parlamento sempre più brutalizzato negli ultimi tempi nelle sue funzioni costituzionali. Se non c'è questo equilibrio, se le realtà più piccole non dovessero trovare la loro legittimazione democratica e costituzionale, allora mi dispiace molto ma la battaglia diventa di natura costituzionale qua e soprattutto fuori di qua. Non vorrei che questo disegno portasse a forme di mutismo geografico, ad espressioni di libertà di aree mutilate per ragioni di convenienza elettorale. No, così proprio non va. O si trova, per quanto mi riguarda, il modo di contemperare queste esigenze o, viceversa, esprimo le mie riserve su un impianto che finisce per offendere la dignità del luogo cardine dell'istituzione. Mi vado chiedendo: il disegno è volto ad una riduzione dei parlamentari o ad una riduzione delle funzioni dei parlamentari, visto il modo con il quale il Governo, eccedendo il suo potere e le sue prerogative, come ricordato recentemente dalla Corte costituzionale, ha marginalizzato e violentato il Parlamento, tentando di delegittimarlo? Sembra quasi che il Parlamento appaia alla maggioranza attuale come un intralcio, un inconveniente e un'espressione costituzionale retorica e barocca. Quando si modificano gli assetti istituzionali occorre che ci sia un dialogo serrato tra maggioranza e opposizione perché le istituzioni sono il luogo sacro della neutralità. In questo caso non è così. Ecco perché farò le mie valutazioni e deciderò secondo coscienza e libertà. (Applausi dal Gruppo FI-BP . Congratulazioni) . PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Comincini. Ne ha facoltà. COMINCINI (PD) . Signor Presidente, intervengo in questo dibattito sulla riforma costituzionale con il timore e la reverenza che deve avere chi ha la consapevolezza che la Costituzione definisce le regole della nostra convivenza civile e democratica stabilendo la nostra liturgia civile, dove la parola «liturgia» nell'antica Grecia significava azione per il popolo. Ci troviamo a discutere della proposta di ridurre il numero dei parlamentari. È una proposta avanzata da più parti negli ultimi trenta anni che, in linea di principio, non mi vede certo contrario. È una proposta, però, che si è sempre inserita in un'analisi più ampia dei bisogni di riforma della nostra Carta fondamentale. Se guardiamo alla storia dei tentativi di riformare la nostra Costituzione (dalla Commissione Bozzi del 1983 alla Commissione De Mita-Iotti del 1993, dal Comitato Speroni nel 1994 alla Commissione D'Alema nel 1997, dalla riforma Berlusconi nel 2005 alla Commissione dei saggi nel 2013, fino al disegno di legge Renzi-Boschi nel 2014), tutti i tentativi messi in campo sono stati sviluppati con una visione complessiva dell'assetto costituzionale. A prescindere dalla condivisione o meno degli aspetti politici, erano formulazioni solide ed evidenti. Tutte contemplavano modifiche al funzionamento del Parlamento, oltre che al numero dei parlamentari. Tali proposte sono state bocciate per fatti contingenti, come una fine anticipata della legislatura, subentrati dissidi politici o bocciature dei referendum popolari. Qual è invece la vision sottostante questa proposta? La riduzione dei costi della politica, per stessa ammissione dei proponenti. Non si può certo dire che si tratti di una vision , perché non si intravede come la nostra democrazia possa funzionare meglio, limitandoci alla riduzione del numero dei parlamentari. Basta vederlo in questo momento in Aula, del resto: siamo un centinaio scarso di senatori a parlare di una questione rilevante. Vi pare che questo numero ridotto di presenze ci permetta di dialogare meglio e confrontarci seriamente sul funzionamento costituzionale della nostra democrazia? Non mi pare affatto. Ho detto che la riduzione dei costi della politica è sottostante a questa proposta di riforma, ma il costo del funzionamento del Parlamento non ha a che fare con i costi della politica, bensì con quelli della democrazia: se questa differenza non è chiara e viene snaturata e nascosta ai cittadini, a cosa si sta puntando? I costi della politica - come quelli che state sostenendo, dopo aver riempito Palazzo Chigi di un numero spropositato di collaboratori dedicati alla comunicazione, mai visto prima - non diminuiranno per effetto dell'eventuale approvazione di questa riforma costituzionale. Quale obiettivo ci si vuole dare, quindi? I costi della politica che vengono sostenuti foraggiando una società privata, che dà input politici e suggerisce ad alcuni parlamentari, con un prontuario giornaliero, quanto dire e cosa fare, non diminuiranno per effetto dell'eventuale approvazione di questa riforma costituzionale. I costi della politica sono altra cosa rispetto a quelli della democrazia, questa è davvero demagogia. Se mettiamo in relazione questa proposta di riforma costituzionale con quella in discussione alla Camera dei deputati, relativa ai referendum propositivi alla modifica del quorum per quelli abrogativi, non ci si può non interrogare su come si possa conseguire l'obiettivo della riduzione dei costi - secondo la vostra volontà - posto che l'inevitabile aumento delle proposte referendarie comporterà un logico aumento dei costi per far esprimere i cittadini. E badate: se pensate che basterà far esprimere elettronicamente i cittadini per sostenere che i costi diminuiranno, vi state sbagliando; al netto dei costi d'investimento per avere gli strumenti necessari ad esprimersi elettronicamente, il grosso del costo di ogni consultazione democratica non sarebbe dato dalla carta per stampare le schede elettorali, che verrebbe risparmiata, ma dal personale coinvolto. Infatti, come peraltro sperimentato in Lombardia, con il primo voto elettronico avvenuto in Italia relativo al referendum consultivo per l'autonomia, non ci si può esimere dal sostenere i costi per il personale che gestisce il seggio (presidente, scrutatori, segretari), le Forze dell'ordine chiamate a vigilare che le operazioni di voto avvengano nei seggi in maniera corretta e senza incidenti di sorta o le ore di straordinario da rimborsare ai Comuni per il lavoro svolto dal personale addetto agli uffici elettorali. Nella Lombardia a guida leghista, che si vanta di essere la Regione più efficiente d'Italia, il voto elettronico per il referendum sull'autonomia, al netto dell'investimento di 23 milioni di euro per l'acquisto di 24.000 tablet necessari al voto, è costato 24 milioni di euro: