[pronunce]

Il legislatore ha ritenuto, tuttavia, di dover introdurre un correttivo agli effetti prodotti dalla modifica (alla quale è conseguita una sensibile e generalizzata contrazione dei termini prescrizionali relativi ai reati di media gravità). Ha stabilito, cioè, che per alcune figure criminose - ritenute, secondo quanto emerge dai lavori parlamentari, di particolare allarme sociale e tali da richiedere complesse indagini probatorie - il termine di prescrizione risultante dall'applicazione della regola generale dianzi ricordata (oltre che di quelle enunciate dai successivi commi dello stesso art. 157 cod. pen.) è raddoppiato (nuovo art. 157, sesto comma, cod. pen. , norma oggi censurata). Nell'elenco dei reati coinvolti nel regime del raddoppio - elenco successivamente ampliato da plurime novelle legislative - figurano, in prima fila, i delitti colposi di danno contro la pubblica incolumità previsti dall'art. 449 cod. pen. (cosiddetti disastri colposi). Tale disposizione punisce, al primo comma, con la reclusione da uno a cinque anni «chiunque, al di fuori delle ipotesi previste nel secondo comma dell'articolo 423-bis, cagiona per colpa un incendio o un altro disastro preveduto dal capo primo di questo titolo» (ossia dal capo I del titolo VI del libro secondo del codice penale, relativo ai «delitti di comune pericolo mediante violenza»). La previsione punitiva viene, quindi, a coniugarsi alle diverse norme incriminatrici presenti nella partizione normativa richiamata, rendendo punibile la forma colposa dei delitti da esse contemplati. In questo modo, si è venuta, peraltro, a determinare una anomalia: e, cioè, che per taluni fra i delitti in questione il termine di prescrizione della fattispecie colposa è divenuto più lungo di quello della corrispondente ipotesi dolosa (assolutamente identica sul piano della condotta e dell'evento, stante la tecnica di descrizione della fattispecie mediante mero rinvio, utilizzata dal citato art. 449 cod. pen.). Il fenomeno si manifestava in modo particolarmente vistoso con riguardo al delitto di incendio (previsto, quanto all'ipotesi dolosa, dall'art. 423 cod. pen. e da questo punito con la reclusione da tre a sette anni). Se commesso con dolo, tale delitto si prescriveva, infatti, in sette anni (tempo corrispondente al massimo della pena edittale, ai sensi dell'art. 157, primo comma, cod. pen.); se commesso con colpa, in un tempo largamente superiore, e cioè in dodici anni: il termine minimo di prescrizione dei delitti (sei anni) - operante nella specie, trattandosi di reato punito con pena detentiva massima inferiore a tale soglia (cinque anni, ai sensi dell'art. 449, primo comma, cod. pen.) - risultava, infatti, raddoppiato in forza della norma censurata. 5.- Con la sentenza n. 143 del 2014 - richiamata da tutti i rimettenti a sostegno delle loro censure - questa Corte ha ritenuto l'anomalia ora indicata contrastante con l'art. 3 Cost., dichiarando, di conseguenza, costituzionalmente illegittimo l'art. 157, sesto comma, cod. pen. , nella parte in cui prevedeva il raddoppio del termine di prescrizione del delitto di incendio colposo (art. 449, in riferimento all'art. 423 cod. pen.). Al riguardo, si è rilevato che la prescrizione, pur potendo assumere una valenza anche processuale, in rapporto alla garanzia della ragionevole durata del processo (art. 111, secondo comma, Cost.), costituisce, nel vigente ordinamento, un istituto di natura sostanziale (ex plurimis, sentenze n. 324 del 2008 e n. 393 del 2006, nonché, più di recente, ordinanza n. 24 del 2017): istituto la cui ratio «si collega preminentemente, da un lato, all'"interesse generale di non più perseguire i reati rispetto ai quali il lungo tempo decorso dopo la loro commissione abbia fatto venir meno, o notevolmente attenuato, [...] l'allarme della coscienza comune" (sentenze n. 393 del 2006 e n. 202 del 1971, ordinanza n. 337 del 1999); dall'altro, "al 'diritto all'oblio' dei cittadini, quando il reato non sia così grave da escludere tale tutela" (sentenza n. 23 del 2013)» (sentenza n. 143 del 2014). Tali finalità si riflettono nella tradizionale correlazione del tempo necessario a prescrivere al livello della pena edittale, indicativo della gravità astratta del reato e del suo disvalore nella coscienza sociale: correlazione divenuta, peraltro, ancor più stretta e diretta a seguito della legge n. 251 del 2005. La regola generale di computo congegnata in questa chiave non è, di certo, inderogabile da parte del legislatore, «non potendo in essa scorgersi un "momento necessario di attuazione - o di salvaguardia - dei principi costituzionali" (sentenza n. 455 del 1998, ordinanza n. 288 del 1999)». Soluzioni ampliative dei termini di prescrizione ordinari possono essere giustificate, in specie, «sia dal particolare allarme sociale generato da alcuni tipi di reato, il quale comporti una "resistenza all'oblio" nella coscienza comune più che proporzionale all'energia della risposta sanzionatoria; sia dalla speciale complessità delle indagini richieste per il loro accertamento e dalla laboriosità della verifica dell'ipotesi accusatoria in sede processuale, cui corrisponde un fisiologico allungamento dei tempi necessari per pervenire alla sentenza definitiva» (sentenza n. 143 del 2014). La discrezionalità legislativa in materia deve essere esercitata, tuttavia, nel rispetto del principio di ragionevolezza e in modo tale da non determinare ingiustificabili sperequazioni di trattamento tra fattispecie omogenee, come invece era avvenuto nel caso dell'incendio. Con riguardo a questo, a fronte di fattispecie identiche sul piano oggettivo, il legislatore aveva infatti ribaltato la «scala di gravità» espressa dalle comminatorie di pena, in coerenza con il rapporto sistematico che intercorre tra il dolo e la colpa, prevedendo per l'ipotesi meno grave (quella colposa) un termine di prescrizione quasi doppio di quello valevole per l'omologa ipotesi dolosa. Un simile regime non poteva essere giustificato né con considerazioni legate all'allarme sociale, essendo palesemente contrario a logica che un incendio causato per colpa - ossia per imprudenza, imperizia o inosservanza di regole cautelari - "resista all'oblio", nella coscienza sociale, molto più a lungo del medesimo incendio causato intenzionalmente; né con ragioni di ordine probatorio, essendo parimente insostenibile che provocare un incendio per colpa, anziché con dolo, innalzi verticalmente, nella generalità dei casi, il tasso di complessità della indagini.