[resaula]

Io voglio raggiungere il risultato di una norma che sia idonea a garantire ai nostri cittadini una tutela per chi si trova nelle condizioni previste dal disegno di legge Zan e nello stesso tempo una garanzia a tutti i cittadini di non essere coinvolti in una guerra di religione in un certo senso. Molti infatti non intervengono in quest'Aula forse perché hanno il timore di ritrovarsi tacciati di omofobia per aver detto qualcosa che non ha alcuna volontà di essere inquadrata in quella fattispecie. Io mi domando se sia possibile. Ieri tutti hanno parlato dell'articolo 4, facendo riferimento a una norma già prevista dalla Costituzione all'articolo 21 sulla libertà di espressione. I Padri della nostra Costituzione, quelli che sono venuti prima della Costituzione per difendere la libertà di espressione nel nostro Paese, sono arrivati a perdere la vita per difendere i principi fondamentali della nostra democrazia, della nostra Costituzione (Applausi) . E voi volete calpestarli dicendo che la libertà di espressione vale fino a quando non ci sia per caso un determinato pericolo. Vi rendete conto? Chi farà una tale valutazione? Vanno stabilite regole certe che possano essere applicate dal giudice; invece avete individuato un precetto a metà, in cui date una soluzione finale senza dire qual è il percorso, per quali condizioni il giudice possa condannare una persona per aver violato il principio. Così non è. Voi dite di far passare la legge così com'è, ma allora io non ho capito e forse il senatore Errani me lo potrà spiegare, perché credo che non dovrebbe avere la condizionalità del segretario del Partito Democratico. Me lo dovrà spiegare, perché non c'è una ragione specifica per votare una norma che pone quella serie di problemi che ho posto in evidenza, sia pure indicandone solo alcuni. Occorre allora individuare le ragioni che sono alla base di un'azione politica che probabilmente è fatta soltanto per acquisire qualche consenso. A me non pare che sia una cosa che faccia acquisire consensi: basta pensare al voto di ieri sulle pregiudiziali. Spaccare il Paese, spaccare il Parlamento in due è una cosa non da grandi politici, ma da politicanti. (Applausi) . PRESIDENTE. Ha chiesto di intervenire il senatore Malan per illustrare la questione sospensiva QS3. Ne ha facoltà. MALAN (FIBP-UDC) . Signor Presidente, non entrerò nel merito e nei contenuti del disegno di legge in esame, perché ci saranno molte altre occasioni per farlo nei prossimi giorni. Richiamo i colleghi al rispetto della Costituzione in una forma estremamente specifica: non si può proseguire su questo provvedimento ignorando quanto è stato fatto pervenire in un primo tempo dalla Segreteria di Stato della Santa Sede e più specificamente - poi dirò perché - da due Chiese titolari delle intese. Nel nostro Paese la questione della libertà religiosa, che già aveva fatto alcuni passi ai tempi del 1848, prima ancora che l'Italia fosse unita, è stata inserita nel Trattato di pace alla fine della Seconda guerra mondiale e l'Italia si è impegnata a tutelare la libertà religiosa per esplicita richiesta degli Stati Uniti d'America, che avevano e hanno a cuore questo tema. Infatti, la nostra Costituzione in diversi punti si occupa della questione della libertà religiosa: nell'articolo 3, che prevede che non vi sia alcuna discriminazione per ragioni religiose, tutte le religioni naturalmente; negli articoli 19 e 20, che si occupano specificamente della libertà religiosa, su cui non ci possono essere speciali limitazioni. Tuttavia, il rispetto della Costituzione dovrebbe essere insito in tutte le leggi e questa non è una novità. Quante volte nelle questioni pregiudiziali e sospensive, da entrambe le parti, nelle varie fasi in cui ci si trova all'opposizione, vengono sollevati dubbi sull'incostituzionalità di certe parti. Ma qui vi è un fatto procedurale che non lascia scampo: l'articolo 7 della nostra Costituzione prevede che i rapporti fra lo Stato e la Chiesa cattolica siano regolati dai Patti lateranensi, che, quando è stata scritta la Costituzione, erano i Patti del 1929, poi rinnovati nel 1984 e firmati per la Repubblica Italiana dal presidente del Consiglio Bettino Craxi e dalla sua controparte, il Segretario di Stato della Città del Vaticano. L'articolo 14 di quell'Accordo, l'ultimo, recita: «Se in avvenire sorgessero difficoltà di interpretazione o di applicazione delle disposizioni precedenti, la Santa Sede e la Repubblica italiana affideranno la ricerca di un'amichevole soluzione ad una commissione paritetica da loro nominata». La nota verbale consegnata il 17 giugno dalla Segreteria di Stato del Vaticano all'ambasciatore d'Italia presso la Santa Sede richiama precisamente questo: richiama l'articolo 2 dei Patti lateranensi, che prevede la libertà per la Chiesa di professare il suo magistero e per i singoli credenti di praticare la propria religione. Qui non abbiamo un letterale richiamo alla situazione in cui siamo, anche se la lettera della Segreteria di Stato mi sembra che lasci pochi dubbi. La laicità dello Stato qui non c'entra nulla. Non c'entra nulla, perché si tratta di rispettare un trattato; che poi questo trattato sia con la Santa Sede anziché con un altro Stato (la Bulgaria, l'Algeria o chissà quale) poco rileva. Bisogna rispettare i trattati, specialmente quando sono specificamente previsti dalla Costituzione. Ma nella Costituzione c'è anche l'articolo 8. Giustamente, i Padri costituenti vollero regolare i rapporti con la Chiesa cattolica, per le note vicende che conosciamo sorte dal 1870 in poi. Ma, per questioni di libertà religiosa, che deve essere garantita a tutti, previdero l'articolo 8, e cioè le intese con le altre confessioni religiose. Bene, fra quelle ci sono le intese con la Chiesa apostolica in Italia e la Chiesa di Gesù Cristo dei santi degli ultimi giorni, entrambe approvate dal Parlamento nel 2012 e firmate già nel 2007. Per ottenere tali intese occorre un decorso molto lungo; per la confessione che l'ha avuta più rapidamente sono occorsi dodici anni, mentre per le due chiese di cui stiamo parlando più di trent'anni. Non è certo una cosa fatta alla leggera. Ricordo che quelle intese hanno un lungo processo e che le fasi finali sono tre: la terzultima è la sigla da parte della Repubblica italiana e della confessione religiosa interessata. Per la Repubblica italiana quella sigla fu messa dal sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Enrico Letta, nome che a qualcuno di voi specialmente dovrebbe ricordare qualche cosa. (Applausi) . E non ha firmato perché voleva fare quello, ma perché rappresentava la Repubblica italiana. La firma vera e propria, che avviene dopo una serie ulteriore di accertamenti, viene fatta dal Presidente del Consiglio, che all'epoca si chiamava Romano Prodi (altro nome che dovrebbe essere familiare a molti). Ma quella firma, di nuovo ovviamente, non l'ha messa lui come persona; sarebbe come se l'avesse posta qualunque altro dei Presidenti del Consiglio, come se l'avessero messa Mario Draghi, Giuseppe Conte, Silvio Berlusconi, Mario Monti o qualunque Capo del Governo, perché rappresentanti la Repubblica italiana come noi rappresentanti la Repubblica italiana.