[pronunce]

Le posizioni innanzi evidenziate trovano supporto, altresì, nella giurisprudenza del Consiglio di Stato e della Corte cassazione, sebbene in questi casi si sia affrontato piuttosto il tema della prescrizione degli stipendi dei dipendenti statali, la cui disciplina, tuttavia, è la stessa di quella delle pensioni, in base proprio alla norma denunciata. Con ciò, è di tutta evidenza che non può trovare accoglimento l'eccezione di inammissibilità della questione, sollevata sia dalla parte privata che dalla difesa erariale, per il presunto avallo interpretativo che il rimettente cercherebbe attraverso la prospettazione del dubbio di costituzionalità, in asserita assenza di un “diritto vivente”. 4. - Nel merito, la questione non è fondata. La ingiustificata disparità di trattamento prospettata dal rimettente, in correlazione con il dedotto vulnus alla garanzia prevista dall'art. 38 Cost., come derivante dalla norma censurata, non trova conforto, anzitutto, nella comparazione con le disposizioni sul termine prescrizionale delle rate di pensioni già a carico dalle Casse amministrate dai soppressi Istituti di previdenza presso il Ministero del tesoro (tra queste, l'art. 61 del r.d.l. 3 marzo 1938, n. 680, recante «Ordinamento della Cassa di previdenza per le pensioni agli impiegati degli enti locali»; l'art. 55 della legge 6 luglio 1939, n. 1035, recante «Approvazione dell'ordinamento della Cassa di previdenza per le pensioni dei sanitari»; art. 64 della legge 6 febbraio 1941, n. 176, recante «Ordinamento del monte-pensioni per gli insegnanti elementari»; l'art. 53 del r.d. 12 luglio 1934, n. 2312, recante «Approvazione del testo unico delle disposizioni legislative sull'ordinamento della Cassa di previdenza per le pensioni degli ufficiali giudiziari») ed attualmente erogate dall'I.N.P.D.A.P, giacché, sebbene per esse la prescrizione breve «si applica soltanto per le rate già ammesse a pagamento», secondo quanto previsto dalla norma di interpretazione autentica di cui all'art. 23 della legge 4 febbraio 1958, n. 87 (Riforma del trattamento di quiescenza della cassa per le pensioni ai sanitari e modifiche agli ordinamenti degli Istituti di previdenza presso il Ministero del tesoro), tuttavia il termine di prescrizione ivi contemplato è di 2 anni. Si tratta, dunque, di un termine differente da quello quinquennale stabilito dalla norma denunciata, così da rendere disomogenee le situazioni poste a raffronto. Peraltro, non può considerarsi un omogeneo termine di paragone la disciplina della prescrizione delle pensioni erogate dall'INPS, perché si tratta di regimi previdenziali diversi ed in particolare il regime pensionistico dei dipendenti statali prevede regole proprie in riferimento non solo alla liquidazione della pensione, ma anche alla stessa decorrenza della prescrizione della pensione, la quale, in ogni caso, non opera mai prima del giorno in cui il relativo provvedimento di liquidazione sia portato a conoscenza dell'interessato (art. 143 del d.P.R. 1092 del 1973). Non può, dunque, il raffronto tra regimi previdenziali diversi valere, di per sé, a dimostrare la lesione del principio di eguaglianza, soprattutto se la prospettazione medesima si limiti ad evidenziare isolati elementi di disparità di trattamento e non operi una globale comparazione tra i regimi previdenziali stessi (ex plurimis, sentenza n. 345 del 1999; ordinanza n. 133 del 2001). Né risulta decisivo l'argomento che il rimettente vorrebbe trarre dalla dichiarata incostituzionalità dell'art. 11 della legge 11 marzo 1988, n. 67 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato – legge finanziaria 1988), che aveva interpretato l'art. 129, primo comma, r.d.l. n. 1827 del 1935, in forza del quale le rate di pensione dovute dall'INPS e non riscosse entro cinque anni dalla loro scadenza sono prescritte, «nel senso che la prescrizione prevista si applica anche alle rate di pensione comunque non poste in pagamento». In quell'occasione la sentenza n. 283 del 1989 ebbe ad affermare che l'intervento legislativo, affetto da «concreta irrazionalità», era stato «disposto peraltro a distanza d'oltre un cinquantennio da una incontroversa applicazione della norma circoscritta alle somme già in riscossione». Nel caso attualmente oggetto di scrutinio, la legge n. 428 del 1985, che ha introdotto la prescrizione quinquennale a séguito dell'intervento innanzi ricordato della sent. n. 50 del 1981 , non è di interpretazione autentica (con effetti retroattivi), bensì di espressa modificazione della disciplina previgente con effetti dalla sua entrata in vigore. Pertanto, è su tale modificazione legislativa che si è venuto a consolidare un orientamento giurisprudenziale coeso, nei termini innanzi evidenziati, il quale ha, da sempre, accomunato, nei sensi sopra ricordati, le ipotesi di crediti pensionistici (o anche stipendiali) da riscuotere, con quelle di crediti non posti ancora in riscossione. Del resto, va ribadito che, in materia di fissazione del termine di prescrizione dei singoli diritti, il legislatore gode di ampia discrezionalità, con l'unico limite dell'eventuale irragionevolezza, qualora «esso venga determinato in modo da non rendere effettiva la possibilità di esercizio del diritto cui si riferisce, e di conseguenza inoperante la tutela voluta accordare al cittadino leso» (ex plurimis, ordinanze n. 16 del 2006 e n. 153 del 2000); limite che non risulta violato dalla norma di cui al denunciato art. 2, in quanto essa prevede un termine prescrizionale di 5 anni, che non può reputarsi incongruo rispetto ai suddetti fini.. per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE dichiara non fondata la questione di legittimità costituzionale l'illegittimità costituzionale dell'art. 2, primo comma, del regio decreto-legge 19 gennaio 1939, n. 295 (Ricupero dei crediti verso impiegati e pensionati, e prescrizione biennale di stipendi, pensioni ed altri emolumenti) – convertito nella legge 2 giugno 1939, n. 739 – nel testo sostituito dall'art. 2, quarto comma, della legge 7 agosto 1985, n. 428 (Semplificazione e snellimento delle procedure in materia di stipendi, pensioni ed altri assegni; riorganizzazione delle direzioni provinciali del tesoro e istituzione della Direzione generale dei servizi periferici del tesoro; adeguamento degli organici del personale dell'amministrazione centrale e del Ministero del tesoro e del personale amministrativo della Corte dei conti), sollevata, in riferimento agli artt. 3 e 38 della Costituzione, dalla Corte dei conti, Sezione terza centrale d'appello, con l'ordinanza in epigrafe indicata. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta il 23 giugno 2008. F.to: