[pronunce]

SENTENZA ha pronunciato la seguentenel giudizio per conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato sorto a seguito delle disposizioni di cui all'articolo 3, comma 57, della legge 24 dicembre 2003, n. 350 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato – legge finanziaria 2004), e all'articolo 2, comma 3, del decreto legge 16 marzo 2004, n. 66 (Interventi urgenti per i pubblici dipendenti sospesi o dimessisi dall'impiego a causa di procedimento penale, successivamente conclusosi con proscioglimento), convertito con modificazioni dall'articolo 1 della legge 11 maggio 2004, n. 126, promosso con ricorso del Consiglio superiore della magistratura, notificato il 23 marzo 2005, depositato in cancelleria il 31 successivo ed iscritto al n. 16 del registro conflitti 2005. Visti gli atti di costituzione della Camera dei deputati, del Senato della Repubblica, del Presidente del consiglio dei ministri, nonché l'atto di intervento di Carnevale Corrado; udito nell'udienza pubblica del 5 luglio 2005 il Giudice relatore Ugo De Siervo; uditi gli avvocati Federico Sorrentino per il Consiglio superiore della magistratura, Massimo Luciani per la Camera dei deputati, Nicolò Zanon per il Senato della Repubblica e l'avvocato dello Stato Ignazio Francesco Caramazza per il Presidente del Consiglio dei ministri.. Ritenuto in fatto Considerato in diritto 1. – Con ricorso depositato il 13 dicembre 2004, il Consiglio superiore della magistratura – in persona del Vice Presidente pro-tempore – ha sollevato conflitto di attribuzione nei confronti della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica e, «ove occorra» del Governo, in relazione alle disposizioni di cui all'art. 3, comma 57, della legge 24 dicembre 2003, n. 350 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato – legge finanziaria 2004), e all'art. 2, comma 3, del decreto legge 16 marzo 2004, n. 66 (Interventi urgenti per i pubblici dipendenti sospesi o dimessisi dall'impiego a causa di procedimento penale, successivamente conclusosi con proscioglimento), convertito in legge, con modificazioni, dall'art. 1 della legge 11 maggio 2004, n. 126. 2. – Secondo la ricostruzione del ricorrente, il Governo sarebbe intervenuto in via d'urgenza sulla disciplina introdotta dall'art. 3, comma 57, della legge n. 350 del 2003, la quale aveva introdotto una peculiare tutela risarcitoria in forma specifica per quei pubblici dipendenti che «abbiano subito un'ingiusta sospensione o che siano stati indotti ad abbandonare il pubblico impiego in ragione di un procedimento penale» successivamente conclusosi con la loro assoluzione. Tuttavia, si osserva nel ricorso, mentre la citata disposizione legislativa – nella formulazione originaria – demandava la sua attuazione ad un regolamento, il Governo avrebbe ritenuto di provvedere mediante il decreto legge n. 66 del 2004. La disciplina risultante dai due atti normativi richiamati individuerebbe quale beneficiario dell'intervento il pubblico dipendente che, essendo stato sospeso dal servizio o dalla funzione e comunque dall'impiego, o avendo chiesto di essere collocato anticipatamente in quiescenza a seguito di un procedimento penale, sia stato successivamente prosciolto. Risulterebbe, inoltre, una netta diversificazione a seconda che il provvedimento di proscioglimento sia stato adottato con formula assolutoria piena, ovvero con formule assolutorie diverse; nel primo caso il dipendente vanterebbe un vero e proprio diritto soggettivo perfetto al ripristino o prolungamento del rapporto d'impiego, a fronte del quale all'amministrazione non residuerebbe alcuno spazio per valutazioni discrezionali (art. 3, comma 57, della legge n. 350 del 2003); nel secondo caso, sulla domanda dell'interessato l'amministrazione avrebbe la facoltà di disporre il reintegro, previo accertamento negativo dei profili di responsabilità disciplinare (art. 3, comma 57-bis, della legge n. 350 del 2003). Sempre secondo quanto si riferisce nel ricorso, alcuni magistrati, collocati anticipatamente in quiescenza a seguito di procedimenti penali dai quali sono poi risultati assolti con formula piena, avrebbero presentato istanza per essere riammessi in servizio. L'Assemblea plenaria del CSM, nella seduta del 3 novembre 2004, ritenendo la disciplina dettata dall'art. 3, comma 57, della legge n. 350 del 2003 e dall'art. 2, comma 3, del d.l. n. 66 del 2004 lesiva della sfera di attribuzioni garantita dall'art. 105 della Costituzione, ha ritenuto di sollevare conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato dinanzi a questa Corte. 3. – Il CSM lamenta anzitutto la lesione delle proprie prerogative di cui all'art. 10 della legge 24 marzo 1958, n. 195 (Norme sulla costituzione e sul funzionamento del Consiglio superiore della magistratura), in quanto il Governo, intervenendo con un decreto legge su norme concernenti l'amministrazione della giustizia e l'ordinamento giudiziario, avrebbe impedito che, a causa della ristrettezza dei termini per l'emanazione e la conversione del decreto legge, venisse chiesto il parere del CSM, reso necessario dal principio di leale collaborazione tra i poteri dello Stato. Inoltre, il Consiglio risulterebbe esautorato delle sue funzioni più tipiche dall'introduzione di un automatico meccanismo di reintegrazione o di prolungamento del rapporto di lavoro dei magistrati, come si verificherebbe nell'ipotesi di istanza presentata a seguito di proscioglimento con formula piena, dal momento che l'organo dovrebbe «totalmente prescindere dalla valutazione circa la rilevanza disciplinare dei fatti che hanno formato oggetto di procedimento penale, ai fini dell'accertamento, in termini di attualità, della idoneità e delle attitudini del richiedente ad esercitare nuovamente le funzioni». Ulteriore lesione delle competenze attribuite al CSM si riscontrerebbe nell'art. 2, comma 3, del decreto legge n. 66 del 2004, così come convertito nella legge n. 126 del 2004, laddove stabilisce che al magistrato riammesso in servizio venga conferita, in caso di anzianità non inferiore a dodici anni nell'ultima funzione esercitata, una funzione di livello immediatamente superiore, anche in soprannumero, previa valutazione della sola anzianità di ruolo e delle attitudini desunte dalle ultime funzioni esercitate e, nel caso di anzianità inferiore, una funzione, anche in soprannumero, dello stesso livello. Si osserva, al riguardo, che – nel caso di domanda dell'interessato di conferimento di funzioni di livello superiore – rimarrebbe al CSM la sola possibilità di assumere il provvedimento, valutando unicamente l'anzianità di ruolo del magistrato al momento della cessazione dal servizio, rimanendo ad esso sottratta la valutazione discrezionale in ordine alla «idoneità specifica, in concreto, del magistrato a rivestire quelle determinate funzioni in relazione al posto richiesto». 4.