[pronunce]

Alla disuguaglianza non potrebbe porsi rimedio con la disapplicazione del risalente decreto ministeriale, direttamente richiamato dalla legge. Quand'anche poi si ritenesse possibile il ricorso al criterio generale di liquidazione dei compensi per prestazioni d'opera o servizi, fissato nell'art. 2225 del codice civile, la retribuzione resterebbe incompatibile col principio di uguaglianza, perché necessariamente ridotta di un terzo in applicazione dell'art. 106-bis del citato d.P.R. n. 115 del 2002. Il rimettente sostiene che la disciplina censurata ostacola il buon andamento dell'amministrazione della giustizia, poiché incentiva i migliori professionisti a sottrarsi con ogni possibile espediente all'ufficio loro conferito, e comunque spingerebbe gli ausiliari ad indicare in eccesso il tempo utilizzato per la propria prestazione, così aggravando gli oneri di controllo del giudice e determinando un sistema irrazionale, non compatibile con il principio di ragionevole durata del processo. 3.2.5.- La congenita inadeguatezza della disciplina primaria di computo dei compensi - aggravata, come sostiene il rimettente, per effetto dell'introduzione, nel d.P.R. n. 115 del 2002, del nuovo art. 106-bis, che impone la riduzione di un terzo degli onorari spettanti, tra l'altro, ai consulenti nominati dal giudice - determinerebbe altresì la violazione dell'art. 53 Cost.: verrebbero infatti perseguiti obiettivi di bilancio attraverso l'imposizione di oneri ad una parte soltanto dei contribuenti, senza alcun riguardo per la loro capacità contributiva. 4.- È intervenuto nel giudizio, con atto depositato l'11 novembre 2014, il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che le questioni siano dichiarate inammissibili ovvero manifestamente infondate. Sostiene l'Avvocatura generale - in primo luogo - che la materia della determinazione dei compensi da corrispondere per le prestazioni cui sono chiamati gli ausiliari del giudice sarebbe riservata alla discrezionalità legislativa, e non sarebbe dunque sindacabile, fuori del caso della manifesta irrazionalità. In tal senso si sarebbe più volte già pronunciata la stessa Corte costituzionale (sentenza n. 88 del 1970 e ordinanza n. 128 del 2002). Queste stesse decisioni (cui si aggiunge la sentenza n. 41 del 1996) smentirebbero l'assunto presupposto alle questioni sollevate ex artt. 3, 35 e 36 Cost., e cioè che l'attività dell'ausiliario consista di una prestazione di lavoro. Sarebbe dunque impropria l'evocazione delle tariffe professionali quale metro di riferimento dei compensi. Resterebbe attuale, d'altra parte, l'impossibilità di valutare l'effettiva incidenza dei singoli contributi sull'intera attività professionale degli interessati, e quindi sui redditi complessivamente ricavati dalla medesima attività. Anche la presunta violazione dell'art. 53 Cost. sarebbe già stata esclusa dalla giurisprudenza costituzionale (sentenza n. 2 del 1981), trattandosi di prestazioni di facere prive di ogni attinenza alla capacità contributiva, e non giustificandosi l'affermazione del rimettente che la disciplina censurata scaricherebbe solo su alcune categorie di lavoratori i costi delle politiche di bilancio. 5.- Con ordinanza del 28 maggio 2014 (r.o. n. 216 del 2014) il Tribunale ordinario di Lecce, in composizione collegiale, ha sollevato plurime questioni di legittimità costituzionale in rapporto a norme che disciplinano la liquidazione degli onorari spettanti agli ausiliari del giudice. In particolare, è dedotta l'illegittimità: 1) dell'art. 4, comma 2, della legge n. 319 del 1980, nella parte in cui determina in euro 14,68 l'importo liquidabile per la prima vacazione, e in euro 8,15 l'importo per le vacazioni successive; 2) dell'art. 106-bis del d.P.R. n. 115 del 2002, come introdotto dall'art. 1, comma 606, lettera b), della legge n. 147 del 2013, nella parte in cui dispone la riduzione di un terzo dei compensi spettanti all'ausiliario del magistrato; 3) dell'art. 1, comma 607, della citata legge n. 147 del 2013, nella parte in cui stabilisce che la disposizione di cui alla lettera b) del precedente comma 606 si applica alle liquidazioni successive alla entrata in vigore della stessa legge n. 147 del 2013, e dunque anche nei casi in cui la prestazione dell'ausiliario sia stata completamente espletata in epoca anteriore. La terza delle norme censurate contrasterebbe con l'art. 3 Cost., mentre le altre due violerebbero il disposto degli artt. 3, 35, 36 e 53 Cost. 5.1.- A titolo di premessa, ed in punto di rilevanza, il rimettente informa che deve procedere alla liquidazione dei compensi concernenti lo svolgimento di dieci incarichi peritali ad opera di uno stesso soggetto, tutti consistenti in indagini grafologiche. La richiesta del perito è stata depositata ampiamente oltre il termine decadenziale di cui all'art. 71 del d.P.R. n. 115 del 2002. Il Tribunale, tuttavia, all'esito di una lunga disamina, conclude che il ritardo sarebbe nella specie dovuto a causa di forza maggiore (la malattia e la morte di un familiare dell'interessato), il che, anche per effetto di una interpretazione costituzionalmente orientata della disciplina, dovrebbe escludere l'intervenuta decadenza dal diritto alla liquidazione, con conseguente necessità per lo stesso Tribunale di valutare il merito della relativa domanda, esercitando una funzione propriamente giurisdizionale (idonea dunque alla proposizione dell'incidente di costituzionalità). Sempre a titolo di premessa, dopo aver ricostruito il quadro normativo in materia, il rimettente afferma che nella specie andrebbero riconosciute al perito 110 vacazioni per ognuno dei dieci incarichi assegnatigli, per un importo complessivo che, al lordo della prescritta riduzione di un terzo, assommerebbe a 9.033,00 euro, cui dovrebbe aggiungersi una piccola somma ulteriore per i tempi di trasferimento e permanenza presso gli uffici giudiziari. Il compenso, secondo il rimettente, non sarebbe adeguato all'impegno profuso dal perito per l'espletamento degli incarichi. D'altra parte, pur essendosi gli incarichi anzidetti esauriti (compreso l'esame del perito in sede dibattimentale) prima dell'entrata in vigore della legge n. 147 del 2013, l'importo indicato dovrebbe essere ridotto di un terzo, portando la retribuzione oraria per le vacazioni successive alla prima sotto la soglia dei 3 euro. Assume infatti il Tribunale che il menzionato art. 106-bis del d.P.R. n. 115 del 2002 dev'essere applicato «retroattivamente», anche ai periti d'ufficio in quanto ausiliari del giudice, a prescindere dalla circostanza che la loro prestazione si riferisca ad un giudizio nel quale sia stata accolta una domanda di patrocinio a spese dello Stato.