[pronunce]

pen, che però è testualmente riferito alla testimonianza del solo minore di sedici anni, ha sollevato d'ufficio questione di legittimità costituzionale, in riferimento agli artt. 2, 3, 24, 32 e 111 della Costituzione, dell'art. 398, comma 5-bis, cod. proc. pen. , nella parte in cui non prevede, analogamente a quanto previsto per i minori di anni sedici, che si possa procedere all'assunzione della testimonianza di persona offesa, che sia adulta e inferma di mente, nell'ambito dei reati sessuali, con le “modalità protette” ivi contemplate (ad es. con l'impiego di mezzi di riproduzione fonografica o audiovisiva, con l'assistenza di un esperto, in una stanza separata da quella in cui si trovano le parti e mediante l'utilizzo di vetro specchio unidirezionale etc.). In punto di rilevanza il Giudice per le indagini preliminari reputa che la questione sia ammissibile in quanto relativa a norma di legge non suscettibile di applicazione in via analogica ex art. 14 delle preleggi, e che la eventuale declaratoria di incostituzionalità in parte qua permetterebbe l'esame del teste nelle forme protette, salvaguardando la genuinità della prova e la personalità della vittima del reato. Quanto al merito, l'autorità remittente ritiene che la mancata estensione della norma nel senso indicato si porrebbe in contrasto, anzitutto, con l'art. 2 della Costituzione, non assicurandosi piena tutela dei diritti inviolabili dell'uomo nel processo penale quando l'adulto infermo di mente, vittima di reati sessuali, è chiamato a deporre su vicende e questioni particolarmente delicate e scabrose afferenti alla sfera più intima della sua personalità, in un'aula di tribunale e alla presenza del giudice e delle parti. Lo stesso Giudice delle leggi, ricorda il remittente, ha già sottolineato il rilievo costituzionale delle esigenze di salvaguardia della personalità del teste (cfr. sentenze n. 262 del 1998 e 283 del 1997). Inoltre l'estensione della norma si porrebbe in perfetta armonia con le decisioni adottate in materia dalla Comunità europea (non meglio specificate dal giudice a quo ma probabilmente da riferirsi alla decisione quadro del Consiglio del 15 marzo 2001, n. 220), in base alle quali ciascuno Stato membro deve garantire che «le vittime particolarmente vulnerabili beneficino di un trattamento specifico che risponda in modo ottimale alla loro situazione». In secondo luogo, la norma denunciata sarebbe in contrasto con l'art. 3 della Costituzione, sotto il profilo della irragionevole disparità di trattamento di situazioni che possono essere analoghe, considerato che anche il minorato psichico, come il minore infrasedicenne, versa in uno stato di debolezza e fragilità mentale ed è facilmente suggestionabile. In terzo luogo, il giudice a quo denuncia un contrasto con l'art. 24 della Costituzione, in quanto la mancata estensione della norma impugnata si tradurrebbe in un difetto di adeguata e piena tutela giurisdizionale: soltanto ove sia rimesso al giudice stabilire caso per caso tempo, luogo e modalità particolari di escussione del teste si porrebbe l'infermo di mente nella concreta ed effettiva condizione di difendere appieno i propri diritti. Ancora, la norma impugnata violerebbe l'art. 32 della Costituzione, considerato che porre il teste infermo di mente a stretto ed immediato contatto con la viva realtà processuale e con il suo presunto aggressore significherebbe farlo testimoniare in un ambiente carico di tensione e sottoporlo ad uno stress emotivo che in una persona con un equilibrio psichico già fortemente minato e compromesso può tradursi in una lesione alla integrità e al benessere fisico e psichico. Infine, il remittente denuncia il contrasto con l'art. 111 della Costituzione, perché non sarebbe garantito il “processo giusto”, volto alla ricerca della verità, dato che l'esame del teste infermo di mente non può essere effettuato con le modalità più adeguate a garantire la genuinità e la incontestabilità della prova. 4.– È intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, per il tramite dell'Avvocatura generale dello Stato, concludendo per l'infondatezza della questione nei termini di seguito precisati. Il ragionamento della difesa erariale muove dall'art. 401, comma 5, cod. proc. pen. , il quale stabilisce che l'assunzione anticipata della prova nell'incidente probatorio si svolge secondo le regole dettate per il dibattimento, e dunque anche dall'art. 498, comma 4, del codice di rito, come integrato dalla sentenza n. 283 del 1997, integrazione la cui ratio sottesa informerebbe di sé, secondo l'Avvocatura, l'intera disposizione. Ciò premesso, in virtù di una sorta di proprietà transitiva delle norme in questione, il richiamo che l'art. 498, comma 4-bis, del codice di procedura penale, quale integrato nei presupposti dalla pronuncia della Corte costituzionale citata, fa all'impugnato art. 398, comma 5-bis, dello stesso codice, estenderebbe ad esso i suoi effetti per il semplice argomento che, essendo l'incidente probatorio una anticipazione della istruttoria dibattimentale, non può che soggiacere alle medesime regole, quali risultanti anche dalle pronunce della Corte costituzionale. «Sicché se nel dibattimento l'esame della persona inferma di mente può essere condotto dal presidente, tale regola deve valere anche per l'esecuzione dell'incidente probatorio». Tale interpretazione sarebbe stata avvalorata, secondo la difesa erariale, dallo stesso giudice costituzionale nella sentenza n. 114 del 2001, con la quale si sarebbe riconosciuta «la sostanziale equivalenza del meccanismo di cui all'art. 498, comma 4-bis, e [di] quello originario dell'art. 398, comma 5-bis», onde non vi sarebbe alcun ostacolo, in via di interpretazione, ad utilizzare, nel corso dell'incidente probatorio, le modalità protette per l'assunzione della prova di persona maggiorenne inferma di mente.1. – Le questioni che i due remittenti sollevano riguardano le modalità di esame “protetto”, nell'ambito del processo penale, del teste persona offesa da reato sessuale, maggiorenne all'epoca del processo, che sia infermo di mente. Precisamente, il Tribunale di Biella, nel corso del dibattimento, solleva questione di legittimità costituzionale dell'art. 498, comma 4-bis, del codice di procedura penale, che dispone l'applicabilità nel dibattimento, su richiesta di una parte o se il presidente lo ritiene necessario, dell'art. 398, comma 5-bis, del codice di procedura penale, a tenore del quale, nel caso di indagini concernenti reati sessuali, quando fra le persone interessate all'assunzione della prova vi siano minori di sedici anni, il giudice stabilisce il luogo (anche fuori del tribunale, presso strutture specializzate o in mancanza presso l'abitazione del minore), il tempo e le modalità particolari attraverso cui procedere all'incidente probatorio, quando le esigenze del minore lo rendono necessario od opportuno;