[pronunce]

– ha ritenuto, anzitutto, che gli artt. 2 della legge n. 29 del 1979 e 4 della legge n. 299 del 1980 sarebbero norme «modulate tendenzialmente verso i pubblici dipendenti che fruiscono di un trattamento pensionistico assimilabile al combinato disposto» degli artt. 42 e 44 del d. P. R. 29 dicembre 1973, n. 1092 (Approvazione del testo unico delle norme sul trattamento di quiescenza dei dipendenti civili e militari dello Stato), «in base al quale, partendo da una pensione del 35% della base pensionabile con 15 anni di anzianità, si perviene alla percentuale dell'80% con 40 anni di servizio (aggiungendo, cioè, l'1,80% per ogni anno successivo ai 15 anni)», secondo un meccanismo sostanzialmente coerente con la percentuale del 2% indicata nel primo comma dell'art. 4 della legge n. 299 del 1980; – ha addotto, poi, che tale impostazione non sarebbe coerente con il sistema pensionistico del personale dipendente dalla Regione Siciliana, per il quale – in base all'art. 4 della legge regionale 23 febbraio 1962, n. 2 (Norme per il trattamento di quiescenza, previdenza ed assistenza del personale della Regione) – «la pensione è commisurata al 50% dell'ultima retribuzione annua qualora il dipendente sia collocato a riposo dopo 15 anni di servizio effettivo, con un aumento del 2,50% per ogni anno di servizio effettivamente prestato o riconosciuto utile e riscattato..., fino ad un massimo di 35 anni di servizio utile»; – ha valorizzato, quindi, la ratio del criterio di calcolo della riserva matematica e della quota di pensione, la quale andrebbe individuata «nel creare un sistema di equilibrio contributivo-finanziario nell'ordinamento che dovrà poi erogare la pensione complessiva e definitiva», con la conseguenza che «tale equilibrio, pensato ed ipotizzato con un sistema pensionistico, potrebbe non funzionare con un sistema diverso come quello della Regione Siciliana in quanto, ove si dovesse ritenere indiscriminatamente applicabile l'aliquota del due per cento […], studiata per un sistema diverso e meno favorevole, tale criterio potrebbe non consentire di raggiungere l'equilibrio normativamente perseguito, necessitando di alcuni adattamenti nel momento in cui viene applicato nella Regione siciliana»; – ha pertanto concluso che «l'equilibrio finanziario-contributivo nella Regione Siciliana non si può perseguire mutuando per intero un meccanismo calibrato per un sistema diverso (e meno favorevole)», bensì applicando le «percentuali di progressione della pensione regionale in relazione all'anzianità di servizio» (e cioè l'aliquota del 3,33% sino a 15 anni di servizio e l'aliquota del 2,50% per ogni anno successivo al quindicesimo); che, ad avviso del giudice a quo, tale soluzione giurisprudenziale sarebbe però «in palese e testuale quanto inconciliabile contrasto» con il disposto di cui agli artt. 18, primo comma, della legge regionale n. 73 del 1979 e 2, secondo comma, della legge regionale n. 114 del 1979, in quanto dette norme deporrebbero «per l'automatica ed integrale applicazione ai dipendenti della Regione siciliana di tutte le disposizioni statali dettate nella materia»; che il rimettente, nonostante ribadisca di non «potere prestare acquiescenza» alla predetta giurisprudenza, sostiene, tuttavia, che «proprio l'iter interpretativo seguito dai giudici d'appello […] per le norme in questione appare conducente per evidenziare fondati dubbi di legittimità costituzionale delle medesime, nella lettura che questo giudice, ritiene, invece, che ne debba essere fatta» e cioè quella per cui dovrebbe trovare applicazione la percentuale indicata nell'art. 4, primo comma, della legge 7 luglio 1980, n. 299 (2 per cento) e non le percentuali, «frutto di autonoma elaborazione, del 3,33 e 2,50 per cento decise dall'amministrazione e condivise dal giudice d'appello»; che in definitiva, secondo il giudice a quo, le disposizioni denunciate, che «prevedono l'automatico ed integrale recepimento della normativa statale», sarebbero censurabili «sotto il profilo della ragionevolezza (art. 3 Cost.) e della copertura della spesa e della tutela dell'equilibrio finanziario del sistema pensionistico regionale (art. 81 Cost.)»; e ciò in quanto «l'equilibrio finanziario-contributivo nella Regione Siciliana non si può perseguire mutuando per intero un meccanismo calibrato per un sistema diverso (e meno favorevole)», bensì applicando «le percentuali di progressione della pensione regionale in relazione all'anzianità di servizio o, comunque, attraverso l'elaborazione di meccanismi alternativi, la cui determinazione rientra nell'ambito della discrezionalità del legislatore, però idonei a garantire l'equilibrio finanziario del sistema pensionistico della Regione Siciliana»; che nei giudizi iscritti nel registro ordinanze dell'anno 2005 ai numeri 364, 376, 389, 408 e 435 si è costituita la Regione Siciliana, concludendo per l'inammissibilità ovvero l'infondatezza della questione; che, quanto all'inammissibilità, essa andrebbe ravvisata, secondo la Regione, oltre che nella carente specificazione dei termini della prospettata questione di costituzionalità ed in un difetto di motivazione sulla rilevanza, nel fatto che il giudice a quo «chiede un avallo a una sua interpretazione delle disposizioni impugnate al fine di preservare la stessa da un futuro giudizio di appello, posto che la Corte dei Conti – sezione giurisdizionale d'appello per la Regione Siciliana ha fornito un'interpretazione idonea ad attribuire alle norme regionali censurate il significato che essa ritiene conforme a Costituzione»; che, nel merito, la difesa regionale argomenta sulla non fondatezza della questione mutuando le proprie ragioni dall'orientamento giurisprudenziale, richiamato anche dal giudice a quo, espresso dalla sezione giurisdizionale d'appello per la Regione Siciliana della Corte dei conti, da intendersi quale interpretazione conforme a Costituzione.