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Misure per il sostegno della famiglia. Onorevoli Senatori. -- È prioritario mettere al centro del dibattito politico il tema della famiglia, della natalità e delle esigenze ad esse legate. La famiglia è infatti non solo il soggetto promotore dello sviluppo e del benessere sociale, ma anche il luogo in cui coltivare il futuro, il desiderio di maternità e di paternità. Secondo l'ISTAT il tasso di fecondità nel nostro Paese è attestato sull'1,39 figli per donna in età fertile (anno 2013). Quello italiano è uno dei livelli più bassi di fecondità osservato nei Paesi sviluppati ed è il risultato di una progressiva diminuzione delle nascite che è in atto da circa un secolo. La diminuzione della fecondità è stata, tra l'altro, accompagnata da importanti mutamenti nelle modalità scelte dalle coppie per avere dei figli. L'età della madre alla nascita del primo figlio, ad esempio, è andata aumentando a partire dalle generazioni di donne nate nella seconda metà degli anni cinquanta, raggiungendo oggi la soglia dei ventinove anni. In realtà in Italia si fanno pochi figli non perché non siano desiderati ma per le oggettive difficoltà economiche, lavorative e di organizzazione. In Europa esistono Paesi -- come quelli scandinavi, la Germania e la Francia -- dove il Governo ha investito largamente nelle politiche familiari, determinando un incremento notevole della natalità. Ad esempio, in Francia si registra ormai un indice di fecondità assestato attorno ai due figli per donna. Queste valutazioni risentono fortemente sia del regime di welfare che delle forme di sostegno sociale per le coppie, per le famiglie e per l'infanzia. Lo Stato, con particolare riferimento all'attività del legislatore, possiede non solo le potenzialità, ma anche la responsabilità sociale di efficaci politiche a sostegno della natalità. La Francia -- la cui struttura assistenziale è più vicina a quella italiana -- sembra essere attualmente il Paese che meglio ha interpretato tali necessità attualizzando politiche volte al sostegno della famiglia, considerando quest'ultima come fattore di sviluppo e crescita; basti pensare che il 3 per cento del prodotto interno lordo (PIL) viene destinato alle cosiddette «prestazioni familiari»: assegni generali di mantenimento (assegno di sostegno familiare, assegno per il genitore solo), prestazioni di mantenimento e di accoglienza legate alla piccola infanzia (premio alla nascita o all'adozione, assegno mensile erogato in presenza di determinate condizioni di reddito dalla nascita ai tre anni di età del bambino o al momento dell'adozione del bambino, integrazione di libera scelta di attività, integrazione della libera scelta del modo di custodia), prestazioni ad assegnazione speciale (assegno per l'istruzione di un figlio disabile, assegno per l'inizio dell'anno scolastico, assegno di presenza parentale, assegno d'alloggio, indennità di trasloco) e altre misure di agevolazione fiscale per le famiglie. L'incremento del tasso di natalità, come è noto, è un vantaggio incomparabile -- nel medio e lungo termine -- per l'economia di un Paese: maggior numero di occupati, di consumatori e di contribuenti. La politica adottata in Francia porterà, in prospettiva, a un primo rimedio degli squilibri crescenti del sistema di previdenza, mentre nel breve periodo porterà a un'espansione del settore degli impieghi legati alla cura e all'educazione dei bambini. La presente proposta di legge ha l'ambizione di varare anche in Italia una organica politica per l'inversione di tendenza nel tasso di natalità, tenendo conto -- è ovvio -- delle specificità del sistema di welfare italiano, nonché delle compatibilità di finanza pubblica, ma puntando decisamente in questa direzione. La proposta individua tre filoni di intervento: 1) trattamento fiscale delle famiglie con figli a carico e dei genitori a carico; 2) misure specifiche di sostegno alla natalità e di incentivo al suo incremento e corrispondenti misure a favore della conciliazione lavoro-vita familiare; 3) agevolazioni per l'accesso alla locazione da parte delle giovani coppie e trattamento fiscale dell'abitazione principale. Con il Capo I (Trattamento fiscale della famiglia) si introducono norme immediatamente applicabili che avvicinano il nostro ordinamento fiscale ad un organico sistema di quoziente familiare. In particolare, l'articolo 1 rivede profondamente il sistema delle detrazioni: -- elevando gli attuali massimali per i figli a carico; -- riconoscendo una più accentuata progressione per le famiglie via via più numerose; -- riconoscendo una specifica detrazione aggiuntiva per i genitori a carico del contribuente, al fine di incentivare il sostegno dei genitori in difficoltà economiche o non autonomi da parte dei figli: la famiglia, infatti, è luogo primario di formazione della personalità se concepita e vissuta, sempre più, come fonte di diritti e di corrispondenti doveri; -- rimediando (con l'articolo 1, comma 2) ad una palese irrazionalità della disciplina tributaria. Infatti, il testo unico delle imposte sui redditi, di cui al decreto del Presidente della Repubblica n. 917 del 1986, ha introdotto il limite entro il quale un familiare viene considerato a carico: 5.550.000 lire, corrispondente agli attuali 2.840,51 euro. Da allora, nonostante siano passati quasi trenta anni, tale importo non è mai stato modificato. Nel frattempo questo limite è stato fortemente eroso dall'inflazione. Il mancato adeguamento dell'importo ha comportato una duplice stortura: da un lato, rende più difficile l'autonomia economica dei giovani e, dall'altro, favorisce la ricerca di lavori in nero, al fine di non perdere i benefici delle detrazioni e degli assegni familiari. Tale situazione risulta particolarmente evidente per gli studenti universitari che, a fronte delle importanti spese che le famiglie devono sostenere per gli studi e il mantenimento (specie per i fuori sede), hanno la necessità di ricercare piccoli lavori per garantirsi un minimo di autonomia economica. L'articolo 2 dispone la modulazione in base al carico familiare dell'importante contributo degli «80 euro», introdotto per i lavoratori dipendenti e per i pensionati dal decreto-legge n. 66 del 2014, convertito con modificazioni dalla legge 23 giugno 2014, n. 89. La modifica ha anche la finalità di stabilizzare l'istituto e radicarlo nell'ordinamento. L'articolo 3 interviene in materia di addizionale regionale IRPEF. Infatti, l'articolo 6 del decreto legislativo n. 68 del 2011 ha stabilito, a decorrere dal 2012, un aumento delle addizionali regionali dell'imposta sul reddito delle persone fisiche (IRPEF), con un'aliquota base dell'1,23 per cento che può essere maggiorata: a) fino a 0,5 punti percentuali per gli anni 2012 e 2013; b) fino a 1,1 punti percentuali per l'anno 2014; c) fino a 2,1 punti percentuali a decorrere dall'anno 2015. Il decreto-legge n. 138 del 2011, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 148 del 2011, ha stabilito che i comuni possono gestire le addizionali comunali con aumento dall'aliquota fino allo 0,80 per cento.