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Tale esperimento di ingegneria sociale è purtroppo ormai realtà in alcuni Paesi, tra cui spicca la Svezia, con quasi la metà degli abitanti che ormai vivono da soli e con uno dei più alti tassi di ricorso alla compravendita di gameti per l'autofecondazione delle donne, oppure all'utero in affitto. Ci sono forze politiche, economiche e sociali che prevedono che l'intera Europa, in particolare per quel che interessa l'Italia, si debba incamminare in questa lugubre strada. Potenti organizzazioni, quali ad esempio Open Democracy, teorizzano apertamente ormai il superamento della famiglia naturale grazie proprio alla pandemia. Nel contempo, Presidente, il tasso di natalità nel nostro Paese è crollato, con un -21 per cento di nascite, unito - purtroppo - a un aumento della mortalità causata dal Covid. Nel 2020 si stima che siamo sotto i 400.000 nuovi nati e sopra i 740.000 morti. Le famiglie italiane, spesso da sole, hanno affrontato i carichi familiari, la pandemia, la DAD, la chiusura, il lockdown . Credo serva decisamente un cambio di rotta chiaro, nitido e coraggioso sia in Italia, sia in Europa. È necessario respingere questi tentativi. Pensiamo sia sbagliato investire nelle politiche individualiste e, al contrario, crediamo sia fortemente opportuno restituire fiducia alla famiglia naturale, unica società primordiale - oserei dire ecosostenibile - capace di far ripartire il nostro Paese sotto il profilo sia demografico ed economico, sia soprattutto umano. Per tutte queste ragioni, la Lega ha depositato negli scorsi giorni un disegno di legge per la tutela, la promozione e la valorizzazione della famiglia naturale e di tutte le mille attività che le famiglie italiane ogni giorno portano avanti in silenzio e con dignità, promuovendo il benessere e il futuro dei loro figli, degli anziani, delle persone vedove e delle persone con disabilità. Consegniamo questo disegno di legge all'attenzione del Parlamento e del Governo, con la speranza che in tempi rapidi si possa procedere a investire nuovamente sul migliore degli investimenti, quello che secondo Winston Churchill era mettere latte nei biberon . (Applausi) . BOLDRINI (PD) . Domando di parlare. PRESIDENTE. Ne ha facoltà. BOLDRINI (PD) . Signor Presidente, intervengo per sollecitare la risposta a un'interrogazione a mio parere urgente, anche se è stata depositata una decina di giorni fa, riguardante l'annuncio di ENI di voler chiudere definitivamente il cracking del petrolchimico di Porto Marghera. La chiusura dell'impianto di Porto Marghera potrebbe avere conseguenze pesanti anche per lo stabilimento di Ferrara. A rischio ci sono numerosi posti di lavoro e il futuro del comparto. Il Ministro non ha ancora risposto, ma ENI dovrebbe motivare le proprie scelte e spiegare il proprio piano industriale per i prossimi anni al fine di evitare ripercussioni sugli stabilimenti di Ferrara, Mantova e Ravenna. Nella sola città di Ferrara sono infatti a rischio 1.600 posti di lavoro, nonché il futuro di un comparto che è strategico per l'economia non solo locale, ma anche nazionale. Sollecito pertanto la risposta all'interrogazione da parte del Ministro dello sviluppo economico perché ho saputo, sempre dalla stampa - noi apprendiamo infatti dalla stampa queste informazioni, tra cui l'incontro che c'è stato tra l'amministratore delegato dell'ENI Claudio Descalzi e il sindaco di Venezia - che ci dovrebbe essere un tavolo ministeriale per approfondire la materia. Sollecito la risposta all'interrogazione, presentata nell'esercizio delle prerogative di sindacato ispettivo spettanti ai membri del Parlamento, affinché io e gli altri cofirmatari possiamo essere messi a conoscenza di ciò che sta avvenendo, di quale sia il piano industriale di ENI (comprese le relative ricadute occupazionali e ambientali per il sito di Porto Marghera, la cui strategicità deve essere mantenuta e non solo annunciata a parole) e di come ENI intenda relazionarsi con gli stakeholder e discutere con trasparenza le proprie politiche industriali, ovviamente anche con i parlamentari che hanno presentato l'interrogazione. MAGORNO (IV-PSI) . Domando di parlare. PRESIDENTE. Ne ha facoltà. MAGORNO (IV-PSI) . Signor Presidente, onorevoli colleghi, porto oggi all'attenzione dell'Assemblea il progetto del Recovery Sud, sostenuto da oltre 300 sindaci meridionali che si sono uniti con un solo fine: lavorare insieme per il bene dei cittadini e per rilanciare il Mezzogiorno. La Commissione affari costituzionali della Camera dei deputati ha già approvato un nostro documento recependone alcune indicazioni. Il Recovery Sud è un'esperienza storica dettata dalla consapevolezza che non bisogna consentire in alcun modo che l'unica e ultima possibilità di sanare definitivamente l'impietoso e anticostituzionale divario esistente tra Nord e Sud possa essere drammaticamente persa. Siamo pronti a collaborare nella necessaria revisione del Piano nazionale di ripresa e di resilienza, affinché risponda quanto più possibile alla necessità dei nostri territori in cui vivono milioni di storie, con donne e uomini che quotidianamente si impegnano a migliorare il proprio avvenire e soprattutto giovani che, oggi più di ieri, chiedono che venga loro restituito il diritto a sperare. Stiamo raccogliendo il grido di disperazione di genitori preoccupati per il futuro dei loro figli. Leggiamo negli occhi di commercianti, imprenditori, lavoratori precari, disoccupati, docenti e studenti lo sconforto e la voglia di reagire. Dalla distribuzione delle risorse stanziate con i cosiddetti provvedimenti ristori, ripartiti in base alla ricchezza fiscale dei territori, al ridotto turnover dei docenti e dei ricercatori universitari, alla diminuzione dei posti letto, alla crescita continua del differenziale di reddito, al sempre più risicato numero di dipendenti dei Comuni, alla spesa sociale pro-capite diseguale rispetto al Nord: tutto parla di un Mezzogiorno sempre più distante dal resto d'Italia. Al Sud devono essere date le stesse opportunità di crescita degli altri territori. Riteniamo che, oltre alla distribuzione settoriale, si debba tener conto di un'equa e calibrata ripartizione territoriale, applicando gli stessi criteri che l'Unione europea utilizza per determinare la cifra complessiva spettante al nostro Paese, che tenga conto anche del principio di interdipendenza economica tra macro-aree d'Italia. Chiediamo di destinare ai Comuni del Sud 5.000 figure in più rispetto a quelle già previste per redigere i progetti del Piano e di definire il livello territoriale in tutte le sue missioni, linee di progetto e risultati attesi per i cittadini e le imprese.