[ddlpres]

Istituzione di un programma nazionale sperimentale di interventi pubblici denominato « Green New Deal italiano» contro la recessione e la disoccupazione. Onorevoli Senatori. -- È l'occupazione che genera sviluppo, non il contrario. Le politiche di austerità promosse dai Paesi dell'Unione europea, compresa l'Italia, hanno portato a una recessione che ha dimostrato tutti i suoi effetti devastanti facendo correre i Governi di quegli stessi Paesi a invocare la crescita come rimedio alla crisi e all'emergenza rappresentata dalla disoccupazione. Però anche questa impostazione è sbagliata, in quanto vede nella crescita un totem in grado di produrre occupazione, per di più in un quadro immutato di politiche economiche restrittive, senza tener conto del fatto che le imprese aumentano la produzione, aumentando conseguentemente l'occupazione, solo se cresce la domanda o se vi sono concreti elementi i quali indichino che essa crescerà. Non è possibile, infatti, che un'impresa possa prima aumentare la produzione, in tal modo contribuendo ad innalzare il tasso di crescita del prodotto interno lordo (PIL), e dopo decidere di assumere. I progetti dei Governi continuano a non essere in grado di portare l'economia fuori dalla recessione, poiché non contrastano in maniera strutturale la disoccupazione, i cui effetti negativi incalcolabili sembrano trascurare. La disoccupazione ha costi economici che incidono direttamente sul PIL in misura molto maggiore del costo degli interventi per il sostegno del reddito dei disoccupati. I 25 milioni di disoccupati rilevati nell'Unione europea nel 2013 comportano una riduzione del PIL potenziale dell'intera Unione dell'ordine del 5 per cento annuo, corrispondente a circa 800 miliardi di euro. Per l'Italia si tratta di 80 miliardi di euro di ricchezza reale che non viene creata. La disoccupazione di lunga durata, inoltre, genera costi derivanti dalla perdita di produttività del lavoro, ma anche costi sociali quali povertà, perdita della casa, criminalità, denutrizione, abbandono scolastico, antagonismo etnico, crisi familiari, tensioni sociali potenzialmente esplosive. Lo studioso Amartya Sen, insignito del Premio Nobel, ha scritto: «le pene della disoccupazione possono essere enormemente più gravi di quanto possano suggerire le statistiche sulla distribuzione del reddito [...]. E i due problemi sono, come ovvio, interrelati, ma ciascuno è a modo suo significativo e va distinto dall'altro. I loro effetti negativi sono cumulativi, ed essi agiscono individualmente e congiuntamente nel loro scardinare e sovvertire la vita personale e sociale» (International Labour Review , 1987). I dati relativi al tasso di disoccupazione nel nostro Paese -- 3 milioni e 254 mila disoccupati a novembre 2013 secondo l'Istituto nazionale di statistica -- mostrano un quadro di estrema gravità che continua a peggiorare. Si tratta di una vera e propria emorragia di posti di lavoro, che colpisce in primo luogo le persone di età inferiore a 30 anni, ma non meno tutte le altre fasce di età. Quello che più turba è l'enorme crescita degli «scoraggiati», che hanno smesso di cercare lavoro perché ritengono di non poterlo trovare. La disoccupazione continua a crescere anche nell'ambito del lavoro precario, a prova del fatto che la scelta di favorire la stipulazione di contratti non a tempo indeterminato ha poco o scarso impatto sul problema occupazionale, mentre priva i lavoratori di molti diritti fondamentali. Il lavoro è diritto primario della persona solennemente sancito da molte Carte fondamentali, nazionali e sovranazionali, compresa la nostra, che tra i suoi princìpi fondamentali annovera non solo il riconoscimento, ma anche la promozione effettiva da parte della Repubblica delle condizioni che rendono effettivo il diritto al lavoro (articolo 4). Il presente disegno di legge intende risolvere il problema della disoccupazione indicando lo Stato come datore di lavoro di ultima istanza attraverso la creazione di un programma nazionale sperimentale di interventi pubblici detto Green New Deal italiano. Riteniamo che questa sia l'unica via per creare lavoro per milioni di disoccupati, perché, se anche il quadro mutasse e vi fosse un boom economico, occorrerebbero non meno di quindici anni per riportare l'occupazione a livelli che si possano considerare fisiologici e non si riuscirebbe comunque a tornare ai livelli precedenti (ad esempio al dato del 2005, che ha costituito l'anno migliore del nuovo secolo per l'occupazione negli Stati dell'Unione europea), tenendo presente che la maggior parte delle imprese sta provvedendo a sostituire in misura e con rapidità crescente il lavoro umano con varie forme di automazione. Come scritto dal professor Gallino nel suo libro Il colpo di Stato di banche e governi. L'attacco alla democrazia in Europa (Torino, Einaudi, 2013), esistono quattro vie per creare occupazione: la prima si presenta quando sono realizzate grandi invenzioni, come è accaduto con l'avvento dell'automobile o con l'informatizzazione; la seconda quando vi è un aumento di spesa pubblica per la realizzazione di grandi opere o l'acquisizione di armamenti; la terza mediante la creazione diretta di posti di lavoro da parte dello Stato; la quarta attraverso politiche fiscali per incentivare le assunzioni o stimolare i consumi. Purtroppo, la prima strada nel contesto odierno non è attuale; la quarta strada -- quella delle politiche fiscali -- si è dimostrata sovrastimata e non ha mai prodotto i benefìci sperati, come serissimi studi nazionali e internazionali hanno dimostrato; la seconda strada ha dimostrato di essere efficace, ma c'è da augurarsi che vengano sempre più ridotti gli investimenti nell'industria bellica e che la realizzazione di opere pubbliche in campo civile avvenga nel rispetto massimo dell'ambiente e della salute dell'uomo e degli altri esseri viventi. La terza strada, quella che vede lo Stato come datore di lavoro di ultima istanza, ha basi teoriche molto approfondite ed è in grado di creare occupazione in tempi rapidi, anche in una situazione di recessione. Essa, infatti, non dipende dalla domanda e può intervenire in ogni settore privilegiando l'occupazione di determinate persone, che si trovino, ad esempio, disoccupate di lungo periodo, con persone a carico, in situazione di povertà estrema. Per il programma si è scelto il nome di New Deal per richiamare il più famoso New Deal statunitense che tra il 1933 e il 1943 riuscì a creare occupazione per circa 8,5 milioni di lavoratori, e l'aggettivo Green per indicare l'obiettivo di dare all'Italia un nuovo modello produttivo irrinunciabile, avente al centro la tutela della salute umana e dell'ambiente, innanzitutto attraverso il recupero degli ecosistemi e della biodiversità e la conservazione di quelli non ancora devastati. Il disegno di legge persegue anche l'obiettivo di contribuire a trasformare il modello produttivo ancor oggi dominante, orientando i flussi di manodopera sia verso settori ad alta intensità di lavoro e di immediata utilità sociale, sia verso professioni che le macchine, per motivi tecnici o per ragioni di costo, difficilmente potranno sostituire.