[pronunce]

Per alcuni fra i reati in questione il termine di prescrizione della fattispecie colposa è divenuto, infatti, più lungo di quello della corrispondente ipotesi dolosa (identica quanto a condotta ed evento, stante la tecnica di descrizione della fattispecie mediante mero rinvio, utilizzata nel citato art. 449 cod. pen.). Il fenomeno era particolarmente vistoso rispetto al delitto di incendio. Se commesso con dolo, il reato si prescriveva, infatti, in sette anni (durata massima della pena prevista dall'art. 423 cod. pen.); se realizzato con colpa, in un tempo largamente superiore, ossia in dodici anni. Il termine minimo di prescrizione dei delitti (sei anni) - operante nella specie, discutendosi di reato punito con pena detentiva massima inferiore a tale soglia - risultava, infatti, raddoppiato dalla norma censurata. 4.- Con la sentenza n. 143 del 2014 - richiamata da entrambi gli odierni rimettenti a sostegno delle loro censure - questa Corte ha ritenuto la suddetta anomalia contrastante con l'art. 3 Cost. Al riguardo, si è rilevato come l'istituto della prescrizione abbia, nel nostro ordinamento, natura sostanziale (ex plurimis, sentenze n. 324 del 2008 e n. 393 del 2006, nonché, più di recente, ordinanza n. 24 del 2017), trovando la sua ratio, da un lato, nella cessazione, con il passar del tempo, dell'allarme sociale generato dal reato (sentenze n. 393 del 2006 e n. 202 del 1971, ordinanza n. 337 del 1999); dall'altro, nel "diritto all'oblio" dei cittadini, quando il reato non sia così grave da escludere tale tutela (sentenza n. 23 del 2013). Tali finalità si riflettono nella tradizionale scelta di correlare il tempo necessario a prescrivere alla gravità del reato, segnata dal livello della pena edittale. Il legislatore - si è ulteriormente osservato - è certamente abilitato a introdurre deroghe alla regola generale da lui stesso dettata, nella quale non può scorgersi una forma necessaria di attuazione dei principi costituzionali (sentenza n. 455 del 1998, ordinanza n. 288 del 1999). Resta in facoltà del legislatore, in specie, stabilire termini di prescrizione più lunghi di quelli ordinari per determinati reati, in ragione sia del particolare allarme sociale da essi generato, che conferisca loro «una "resistenza all'oblio" nella coscienza comune più che proporzionale all'energia della risposta sanzionatoria»; sia della speciale complessità delle indagini richieste per l'accertamento dei fatti integrativi dei reati stessi e della laboriosità della loro verifica processuale, «cui corrisponde un fisiologico allungamento dei tempi necessari per pervenire alla sentenza definitiva» (sentenza n. 143 del 2014). La discrezionalità legislativa in materia deve essere esercitata, peraltro, sempre nei limiti del rispetto del principio di ragionevolezza e in modo tale da non determinare ingiustificabili sperequazioni di trattamento tra fattispecie omogenee, come invece era avvenuto nel caso dell'incendio. Riguardo a questo, il legislatore aveva, infatti, ribaltato la «scala di gravità» dei reati, sottoponendo la fattispecie ontologicamente meno grave, perché connotata dalla colpa, a un termine prescrizionale quasi doppio di quello valevole per la fattispecie più grave, identica sul piano oggettivo, ma connotata dal dolo. Un simile assetto non poteva essere giustificato né con considerazioni legate al grado di allarme sociale, essendo impensabile che un fatto di incendio commesso per colpa "resista all'oblio" nella coscienza sociale assai più a lungo dello stesso fatto commesso con dolo (e, dunque, con atteggiamento psicologico maggiormente pregno di connotazioni negative); né con ragioni di ordine probatorio, essendo egualmente insostenibile che causare un incendio con colpa, anziché con dolo, innalzi verticalmente, nella generalità dei casi, il tasso di complessità dell'attività di accertamento dell'illecito (sentenza n. 143 del 2014). 5.- Secondo gli odierni rimettenti, analoghe conclusioni si imporrebbero anche in relazione ai delitti di frana colposa e di naufragio colposo, risultanti dal combinato disposto, rispettivamente, degli artt. 449 e 426 cod. pen. e degli artt. 449 e 428 cod. pen. Le ipotesi in questione presentano, peraltro, un evidente tratto differenziale rispetto a quella scrutinata dalla sentenza n. 143 del 2014. Stante il livello delle pene edittali, il meccanismo del raddoppio rende il termine di prescrizione dei delitti in parola, non già nettamente più lungo (com'era per l'incendio), ma esattamente uguale a quello dei corrispondenti delitti dolosi. Il reato di frana dolosa si prescrive, infatti, in base alla regola generale dell'art. 157, primo comma, cod. pen. , in dodici anni (massimo edittale della pena previsto dall'art. 426 cod. pen.). Lo stesso tempo di dodici anni occorre per la prescrizione del delitto di frana colposa. Il termine ordinario di sei anni - termine minimo di prescrizione dei delitti, applicabile nella specie in quanto la pena massima prevista dall'art. 449, primo comma, cod. pen. è, come detto, di cinque anni - viene, infatti, raddoppiato dal sesto comma dell'art. 157 cod. pen. Identico discorso vale con riferimento al delitto di naufragio, laddove questo riguardi una nave non adibita a trasporto di persone: ipotesi che viene in rilievo nel giudizio principale di cui è investita la rimettente sezione quarta penale della Corte di cassazione e alla quale risultano, di fatto, chiaramente circoscritte le sue censure. Anche in questo caso, tanto la fattispecie dolosa, quanto quella colposa si prescrivono nello stesso termine di dodici anni (diversa è la situazione ove si tratti di naufragio di nave adibita a trasporto di persone, la cui causazione per colpa è punita dal secondo comma dell'art. 449 cod. pen. con pena doppia: il che implica che il termine prescrizionale della fattispecie colposa lieviti a venti anni). Ad avviso dei giudici a quibus, il tratto differenziale ora posto in evidenza non cambierebbe le cose. Sarebbe irragionevole e lesivo del principio di uguaglianza che fatti identici, quanto a condotta ed evento, ma puniti in modo sensibilmente diverso in ragione del grado di partecipazione psicologica del reo, siano trattati esattamente allo stesso modo dal punto di vista della prescrizione. 6.- Questa Corte ha già avuto modo, peraltro, di negare validità alla tesi dei rimettenti con la sentenza n. 265 del 2017, successiva alle ordinanze di rimessione. Con la citata pronuncia, questa Corte ha dichiarato, in specie, non fondate analoghe questioni di legittimità costituzionale dell'art. 157, sesto comma, cod. pen. , sollevate con specifico riguardo al delitto di crollo di costruzioni o altro disastro colposo, di cui al combinato disposto degli artt. 449 e 434 cod. pen. (cosiddetto disastro innominato colposo):