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È stato detto, in una versione forse più compatibile con un assetto accusatorio, che con l'espressione «cultura della giurisdizione» si intendono una sensibilità alla tutela dei diritti e un'attenzione «non alla logica del risultato ma a quella delle regole» (relazione di minoranza della 2ª Commissione permanente per il disegno di legge di delega al Governo per la riforma dell'ordinamento giudiziario, del 14 novembre 2003). A ben vedere, quest'ultima versione non sembra troppo diversa da quella che prevale in un Paese a tradizione accusatoria come l'Inghilterra. Ad esempio, in quel Paese si sottolinea che il pubblico ministero debba essere corretto (fair) , indipendente e obiettivo e non farsi influenzare dalle origini etniche o nazionali, dal sesso, dalla religione, dalle preferenze politiche o sessuali della vittima, dell'accusato o del testimone (The Code for Crown Prosecutors , 2004, 2.2. Ma anche negli Stati Uniti sono presenti norme simili: Pizzi e Montagna, « The Battle to Establish an Adversarial Trial System in Italy », Michigan Journal of lnternational Law , 2004, pagina 446). Il dovere del pubblico ministero è di far sì che la persona giusta (right) sia accusata del reato giusto (e nel fare questo deve sempre agire nell'interesse della giustizia e non solo con l'obiettivo di ottenere una condanna: The Code for Crown Prosecutors , 2.3), che la legge sia correttamente applicata e che tutti gli elementi di fatto rilevanti siano forniti alla corte (The Code for Crown Prosecutors , 2.5). In altre parole, il fatto di essere parte non esime il pubblico ministero dal seguire alcune regole di correttezza e dal comportarsi in modo da evitare ingiustificate discriminazioni nei confronti dei cittadini. Ci si può a questo punto domandare se in Italia la separazione sia destinata ad avere un impatto negativo su atteggiamenti collegati alla cultura della giurisdizione, che peraltro abbiamo visto presenti in un contesto che da sempre vede giudice e pubblico ministero separati, almeno da un punto di vista organizzativo. In realtà, non sembra che oggi, con un corpo unico, atteggiamenti di tipo «giurisdizionale» siano da noi così diffusi. Una ricerca recente ha messo in luce come, almeno secondo la stragrande maggioranza degli avvocati, i comportamenti dei pubblici ministeri siano ispirati a princìpi molto diversi da quelli che dovrebbero caratterizzare la cultura della giurisdizione, in qualunque versione la si voglia concepire. Ad esempio, quasi la metà degli avvocati intervistati esclude che il pubblico ministero ricerchi anche le prove a discarico dell'imputato e percentuali molto superiori denunziano vari tipi di scorrettezze (Di Federico e Sapignoli, Processo penale e diritti della difesa , Carocci, 2002, in particolare le pagine 16-17). Soprattutto, la maggioranza degli avvocati dubita dell'imparzialità del giudice per le indagini preliminari e anche dell'imparzialità dei giudici di primo grado (mentre il giudizio migliora per i gradi successivi, forse perché i giudici lì sono meno vicini a chi ha iniziato le indagini). Quindi, non si può dire che l'attuale assetto garantisca in modo particolare la «cultura della giurisdizione» del pubblico ministero o almeno la sua percezione da parte di uno dei protagonisti del processo, il difensore. Il fatto che questa percezione possa essere considerata «di parte» non cambia la sostanza delle cose: un processo in cui una delle parti dubita sistematicamente dell'imparzialità del giudice non è un buon processo. Va poi aggiunto che, se è vero che il pubblico ministero, in quanto parte pubblica, dovrebbe seguire canoni di comportamento improntati alla correttezza -- come giustamente richiamato dal citato Code inglese -- è anche vero che nessun sistema processuale -- come nessuna organizzazione -- è in grado di funzionare bene se i principali attori non condividono alcuni princìpi comuni, alcuni tratti culturali. Qui importante diventa la presenza di una formazione comune: fra pubblico ministero e giudice ma anche fra magistrati e avvocati. Da questo punto di vista, il nostro assetto è seriamente carente, specie da quando le facoltà di giurisprudenza -- prese d'assalto, come molte altre, da decine di migliaia di studenti -- hanno visto declinare la loro capacità formativa, di fornire una «cultura comune» ai propri laureati. Se si vuole quindi che i protagonisti del processo siano in grado di «intendersi» e di seguire alcuni principi di reciproca correttezza -- che cioè la cultura giuridica interna mantenga una sua coerenza -- allora una più accentuata formazione comune è necessaria. L'esigenza di specializzazione, che pure va tenuta in conto, non deve diventare un ostacolo all'interscambio fra le varie professioni giuridiche. Oltretutto, non si può pensare che l'abito mentale all'imparzialità sia automaticamente acquisito col concorso in magistratura ed eventualmente con l'esperienza di pubblico ministero o di giudice. Anzi, è certamente molto più difficile arrivarci senza aver fatto esperienza come difensore (il caso inglese è a questo riguardo sempre istruttivo: i giudici inglesi sono di regola nominati dopo aver svolto sia le funzioni di difensore sia quelle di accusatore e cioè dopo aver appreso ad analizzare i casi da due punti di vista). Quindi, la necessità di mantenere il pubblico ministero «all'interno della cultura della giurisdizione» non è certo di ostacolo ad una separazione organizzativa, anche radicale. Il punto veramente importante è facilitare lo sviluppo di una cultura comune a tutti i protagonisti del processo. Il che in concreto significa creare dei percorsi professionali che coinvolgano tutti e tre gli attori del processo e quindi facilitare l'accesso in magistratura ad avvocati e docenti universitari. Oggi la magistratura italiana appare come una delle più chiuse, anche fra i Paesi di civil law . Si pensi, ad esempio, che in Spagna fra un quarto ed un quinto dei posti dei vari gradi sono messi a concorso fra giuristi «di riconosciuta competenza». In Francia, circa il 25 per cento dei magistrati è reclutato in modi diversi dal tradizionale concorso burocratico aperto ai neo-laureati -- che comunque devono poi seguire un periodo di formazione presso la Scuola nazionale della magistratura. In Italia negli ultimi anni sono state varate due leggi che avrebbero dovuto facilitare il reclutamento laterale: la legge n. 303 del 1998 e la legge n. 48 del 2001. Solo la prima -- quella sulla nomina in Cassazione -- ha avuto una limitatissima applicazione. Da queste considerazioni emerge così come la riforma varata con la legge n. 150 del 2005 andasse in realtà nella direzione sbagliata. Infatti, non separava magistratura giudicante e requirente dal punto di vista organizzativo ma, dopo cinque anni, costringeva il giovane magistrato a fare una scelta irreversibile, fino alla pensione. In questo modo, la separazione fra le professioni legali sarebbe stata ulteriormente accentuata, anche perché nulla si proponeva di fare in tema di reclutamento laterale. Sulla base di queste premesse le soluzioni possono essere diverse. Un'ipotesi non del tutto soddisfacente, ma sempre migliore dell'assetto attuale, sarebbe l'introduzione di un Consiglio superiore della magistratura a «geometria variabile», sul modello francese, con una più netta separazione delle due funzioni.