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perché dentro l'unica, grande, strategica battaglia per mettere la conoscenza al centro, venga riconosciuta la specificità, la peculiarità, di ciascuna materia, con tutte le energie, le risorse, il peso specifico che ciascuna materia merita, evitando che l'una, in particolare la scuola, possa sovrastare e fagocitare le altre. Questi due Ministeri servono, invece, per dare maggiore forza, per avere maggiore retroterra sociale e dare credibilità maggiore ad una alleanza sociale per l'istruzione, per il diritto allo studio, per la ricerca, che non è settoriale, ma riguarda il sistema Paese, il nostro futuro. Nel mondo, i grandi Paesi, quelli che hanno un ruolo leader , sono quelli che investono massicciamente in formazione e ricerca. Nel mondo, le grandi società dove ci sono diritti e benessere diffuso sono quelle che investono grandi risorse pubbliche in istruzione pubblica; che ne fanno un grande bene comune, capace di presidiare le frontiere tecnologiche più avanzate e, su quello, anche di attrarre investimenti privati, ma tenendo sempre un governo pubblico, strategico, per evitare la cattura, la distorsione, da parte del mercato, degli oligopoli, delle grandi concentrazioni finanziarie. Questo è vitale in termini di competitività e, quindi, di forza economica, in termini di contrasto alla diseguaglianza e, quindi, di forza della nostra democrazia, in particolare nel tempo che viviamo, quello della rivoluzione digitale e tecnologica, per cui viene riscritto continuamente il mondo del lavoro, cambiano continuamente le professioni e, dunque la cittadinanza, le opportunità, i destini personali. I nuovi lavori richiedono nuove competenze, brevetti, innovazione, ricerca. E a fare la differenza, in termini di massa critica, non sono poche eccellenze, ma l'eccellenza che è diffusa. Quindi, un sistema formativo aperto, inclusivo, che sappia aggredire le sacche di dispersione, sia scolastica sia universitaria, che sono un grande problema per la nostra democrazia, per la nostra economia e per la forza della nostra società. Il fatto che il nostro Paese sia al vertice di quelli economicamente più sviluppati e, invece, al fondo delle classifiche degli investimenti in formazione, dall'età prescolare fino ai più alti gradi accademici, è una contraddizione insostenibile, che, se non affrontiamo subito con urgenza, ci condannerà al declino. Ma noi, questo, non solo non lo vogliamo: Noi siamo qui per invertire la rotta, e questo provvedimento, questo decreto-legge, serve a questo, a mettere i due Ministeri nella condizione di partire con funzionalità, con operatività. Le aspettative sono molte, in particolare per quello che riguarda il Ministero dell'università e della ricerca. Qui voglio rivolgere i migliori auguri al ministro Manfredi, che ha già dimostrato grande competenza, e, naturalmente, al ministro Azzolina. Voglio rimanere, però, sul terreno dell'università, perché, a mio avviso, c'è una grande "questione università", che non riguarda solamente gli addetti ai lavori, ma il futuro dell'Italia. Riguarda l'ascensore sociale bloccato. Molto spesso, chi vede chiudersi una porta in faccia, è perché si è visto impedito nell'andare avanti con lo studio oppure, dopo aver studiato, non vede riconosciuta la propria professionalità e la propria ambizione lavorativa. Questo senso di esclusione alimenta un senso di sfiducia nella democrazia. È un muro sociale ingigantito da una rete del diritto allo studio che non funziona, perché è troppo esigua e, allora, va allargata. Noi abbiamo introdotto la no tax area per chi è in difficoltà economiche. Quello strumento va allargato per tutti i redditi anche medi, per permettere a tutti di studiare e di puntare sul proprio talento, a prescindere da quelle che sono le condizioni di partenza. Per questo serve una legge sul diritto allo studio che allarghi il welfare studentesco, facendolo omogeneo in tutte le Regioni, senza più penalizzare gli studenti del Mezzogiorno. C'è poi il tema della precarietà, insostenibile nella ricerca, soprattutto nell'università, che espelle dal sistema la gran parte dei giovani ricercatori con un danno enorme per il Paese: spreco di energie, di investimenti, di capitale umano. È un tema che abbiamo posto al presidente Conte solamente qualche giorno fa in quest'Aula e che qui adesso ancora poniamo. È fondamentale un piano di reclutamento di 10.000 ricercatori in cinque anni, come da tempo chiediamo e come si è cominciato a fare, con i primi 1.600, con il decreto che domani voteremo. Al contempo, però, è fondamentale cancellare le norme della legge Gelmini che hanno provocato una precarietà enorme, strutturale, nemica della ricerca, che grava sulla vita di migliaia di ricercatori. Serve per questo una riforma del pre-ruolo, con l'introduzione di un meccanismo che protegga la carriera dei ricercatori, come avviene negli altri Paesi europei, con quel meccanismo di tenure track che abbiamo introdotto per gli enti di ricerca nel decreto scuola prima di Natale. C'è una nostra proposta qui in Senato, scritta insieme ai ricercatori di base e ai dottorandi, ma chiediamo che su questo ci sia l'impegno diretto del nuovo Ministro. Non si tratta, infatti, solo del tema della fuga dei cervelli, anzi, sappiamo che è importante che i nostri giovani possano condividere esperienze di ricerca in Europa e nel mondo. Il tema è il corto circuito che sta nel fatto che essi non possano tornare nel nostro Paese e che scienziati di altre nazionalità non trovino attrattivo il nostro sistema universitario e di ricerca, nonostante sia un sistema che produce tantissimo con poche risorse, con pochi laboratori, spesso con zero portafogli per i gruppi di ricerca, se si escludono i fondi Prin (Progetti di ricerca di rilevante interesse nazionale) o i progetti europei. Per questo l'Agenzia nazionale per la ricerca, un'intuizione importante che noi sosteniamo, è stata però accolta con freddezza perché, in assenza di risorse certe e strutturali per la ricerca di base, che ci devono essere entro il 2020, c'è il rischio di creare una grande scatola vuota. Serve invece una governance che sia larga, inclusiva, non verticistica, che rafforzi l'autonomia, la libertà, l'autogoverno della ricerca e che ne faccia strumento per coordinare risorse e progetti strategici a livello nazionale e internazionale. Questo è il senso anche del provvedimento di oggi: è un tassello dentro un mosaico più grande per costruire, a partire da formazione, università, ricerca, diritto allo studio, un "pensatoio-Italia" che smuova anche coscienze troppo spesso addormentate, che reclamino l'emancipazione necessaria al nostro Paese. In conclusione, signor Presidente, nel tempo così complicato che viviamo ogni bambino che entra in un asilo, ogni ragazza e ragazzo delle nostre scuole nei quartieri più difficili, delle nostre università e dei nostri laboratori di ricerca, nelle Regioni dove più faticoso è vivere, lavorare e avere fiducia in se stessi, ognuno di loro è molto più che se stesso e la propria storia, ma incarna un'idea di Paese, una sfida collettiva per il nostro futuro e incarna la dote più preziosa per le generazioni che verranno. (Applausi dal Gruppo PD e della senatrice Sbrollini. Congratulazioni) . PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Cangini. Ne ha facoltà. CANGINI (FIBP-UDC) .