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Credo che l'errore nel sostenere tutto ciò derivi da una cattiva lettura di un regolamento UE del 2018, relativo alla produzione biologica, dove compare la parola «biodinamica», ma non per un'equiparazione. È una mera citazione. Due citazioni danno la definizione di preparati biodinamici come miscele tradizionalmente utilizzate nell'agricoltura biodinamica. La terza citazione si limita a dire che è consentito l'uso dei preparati biodinamici. Questa citazione è sufficiente a sdoganare l'esoteria biodinamica nelle leggi italiane. Naturalmente il fine ultimo è creare mercato per prodotti che non hanno alcuna caratteristica superiore scientificamente accertata rispetto a quelli da agricoltura integrata, se non i costi. Continuerò, pertanto, a fare la mia doverosa parte per segnalare in ogni occasione che i prodotti biodinamici, come i prodotti da agricoltura biologica che si trovano nella grande distribuzione, non hanno migliori caratteristiche nutrizionali, né hanno miglior cura dell'ambiente, prevedendo entrambi i disciplinari, biologico e biodinamico, ampie deroghe che consentono loro di utilizzare pesticidi di sintesi, che salvano le nostre colture dagli attacchi dei parassiti, consentendo a tutti di avere buoni e salutari prodotti. Presidente, rimarco che abbiamo bisogno di prodotti sani per tutti e di fatto li abbiamo. Lo certifica la European food safety authority (ESFA). I nostri prodotti integrati bioconvenzionali sono tra i più sicuri al mondo ed è questo il messaggio di interesse nazionale che vorrei tutelato da una politica basata sulle evidenze. Concludo senza nascondervi che da cittadina, prima ancora che da studiosa di scienze della vita, con esperienza ormai trentennale, provo sconcerto, sconforto e, quindi, dissento di fronte alla legittimazione per via parlamentare nell'ordinamento di uno dei Paesi più avanzati al mondo di pratiche antiscientifiche, esoteriche e stregonesche, specialmente se penso che, a sancire la superiorità del cornoletame sulle evidenze scientifiche, è la Camera alta del Paese che guida il G20, proprio nell'anno in cui per combattere la pandemia da Covid-19 il ruolo indispensabile della scienza è stato universalmente riconosciuto, celebrato e, anche in quest'Aula, osannato. (Applausi) . PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore De Carlo. Ne ha facoltà. DE CARLO (FdI) . Signor Presidente, il verbo colere , che deriva dal latino, non significa solamente coltivare, ma anche abitare e venerare non certo i corni di vacca o le vesciche di cervo - ha ragione la senatrice Cattaneo - però ci dà la dimensione dell'importanza che l'agricoltura ha sempre rivestito nella nostra civiltà, che nasce proprio con l'agricoltura e, anzi, con la cerealicoltura all'inizio della nostra storia millenaria. Per diecimila anni l'agricoltura è stata il settore primario, da cui deriva anche il suo nome. Negli ultimi settant'anni, però, il suo ruolo è stato oggetto quasi di una mistificazione. La narrazione dell'agricoltura è totalmente cambiata. Diecimila anni di storia sono stati messi in un cassetto e dell'agricoltura si è data una lettura bucolica (quasi fosse un retaggio del passato, una tradizione che non si rinnovava) oppure l'agricoltura è stata vista come un qualcosa da demonizzare, come accaduto in tante trasmissioni, non ultima quella della Rai di pochi giorni fa, dove si criminalizzano gli agricoltori e gli allevatori come se fossero la causa assoluta di tutti i mali dell'ambiente. In realtà, non è così e lo vedremo. Gli agricoltori in Italia rappresentano soprattutto esempi di sostenibilità non solo ambientale, ma anche economica e, a volte, sociale. La nostra agricoltura è la sesta nel mondo per sostenibilità ambientale. Credo che dovremmo partire da questo per avere una corretta analisi di ciò che stiamo trattando anche oggi. Esaminiamo un provvedimento importante sul biologico, ma sicuramente limitato a determinate aree e produzioni. Ha ragione anche in questo caso la senatrice Cattaneo, quando dice che, del 15 per cento di terreni coltivati, la maggior parte è coltivata a foraggio o a pascoli, quindi non a produzioni antropiche importanti. Finiremo con il credere quello che un professor teorizza come la sindrome di Heidi, e cioè che l'agricoltura sia solamente le caprette che «ti fanno ciao» e non industrie e aziende agricole che negli anni hanno sviluppato una vera e propria capacità imprenditoriale che oggi le pone quale base di quel grande agroalimentare che fa della nostra Nazione una delle più importanti al mondo, se non la più importante. (Applausi) . Sono quasi 800 i nostri prodotti DOP e IGP riconosciuti universalmente in tutto il mondo, tanto che l' italian sounding vale 100 miliardi. Ciò vuol dire che ci riconoscono come talmente bravi da copiarci per 100 miliardi all'anno: quattro manovre finanziarie di questa Camera alta. Diamo quindi a Cesare quel che è di Cesare e leviamoci questa visione di un'agricoltura bucolica, fatta di sola tradizione e che non si rinnova mai. Storicamente, in questa Nazione, specialmente nel secolo scorso, ma anche nell'Ottocento, quando nascevano le grandi case agroalimentari (la Buitoni, la De Cecco, la Barilla), tutte a cavallo tra il 1850 e il 1870, ma anche dopo, la politica agricola è stata oggetto di forte intervento pubblico. Come non citare Strampelli, il genetista agrario che rivoluzionò il frumento e portò le nostre produzioni per ettaro superiori a quelle di qualsiasi altro Paese nel mondo? Anche solo nel 1984, quando qualcuno prendeva in giro l'agricoltura attraverso i film - ne cito uno su tutti, «Il ragazzo di campagna» - in cui la campagna era descritta come qualcosa di antiquato, in quello stesso anno avevamo le rese per ettaro per il mais superiori a quelle degli Stati Uniti. Questo, però, non ce l'ha raccontato nessuno. Faceva comodo far credere che il boom industriale avesse convertito questa Nazione da povera e agricola in una industriale. E non è un caso che la maggior parte degli agglomerati urbani sia nata durante quel periodo, perché, finché davamo una lettura dell'agricoltura di quel tipo, ne abbiamo assecondato il depauperamento; abbiamo fatto sì che ci fosse quel travaso di forze e di capacità, anche intellettive e scientifiche, dalla campagna alla città. Nessuno può scordare il ruolo che hanno avuto negli anni agronomi come Draghetti, Gibertini o Edoardo Bassi, che batté le campagne a spiegare quali fossero le evoluzioni dell'agricoltura o la riforma agraria degli anni Cinquanta e Sessanta, con gli espropri, i fertilizzanti e i fitofarmaci, che dettero un impulso grandissimo alle rese, se usati debitamente. A 7 miliardi di persone qualcuno dovrà pur dar da mangiare e, se la farm to fork dice che il 25 per cento delle superfici dev'essere dedicato all'agricoltura biologica, quel 75 per cento dovrà avere rese tali da consentirci non di fare la carne sintetico-scientifica, né di chiamare carne le polpette di soia, ma di avere una produzione tale da aumentare la nostra rendita per ettaro. Gli altri Paesi del mondo non stanno a dormire sull'agricoltura, fanno politica nazionale.