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Essa è uno strumento insostituibile di comunicazione e va difesa da alterazioni incompatibili con questa funzione, che provengono anche dall'uso indiscriminato e ingiustificato di parole straniere, neologismi, abbreviazioni, simboli il cui uso è favorito dall'abitudine a interagire negli ambienti virtuali, assoggettandosi alle distorsioni grafiche imposte dal limite di 280 caratteri previsti dalle più diffuse forme di comunicazione telematica. Non può sfuggire come, senza adeguate misure correttive, questo processo sia destinato a ridurre il vocabolario utilizzato a pochi termini essenziali se non elementari, al tempo stesso inaridendo la lingua e la persona. È infatti evidente come una forma linguistica rudimentale finisca per pregiudicare la capacità di esprimere concetti complessi e di articolare dialetticamente il pensiero. Di qui il constatato degrado del ragionamento argomentativo, spesso sostituito da una sequela di affermazioni tanto perentorie quanto sconnesse. Enormi sforzi sono stati compiuti per un'unificazione linguistica tale da superare i dialetti che contraddistinguevano le comunità territoriali (a volte persino eccessivamente sacrificati nel loro valore tradizionale, che potrebbe ora essere ricuperato come segno di ricchezza in un quadro culturale più vasto). Tali sforzi rischiano di andare perduti se, in assenza di interventi specifici, l'accettazione passiva delle contaminazioni e l'utilizzo acritico dei nuovi metodi di comunicazione finiranno per indebolire l'italiano al punto da renderlo incapace di trovare vocaboli propri per dire cose nuove. Come in un intervento del nel 2016 scriveva Vittorio Coletti, «se l'italiano cede all'inglese tutti i settori più importanti della conoscenza, impoverisce il proprio vocabolario e si condanna a non poter più nominare il cambiamento, si reclude nel silenzio per il futuro». Tuttavia, mutuando il titolo della trasmissione che negli anni ’60 portava il maestro Manzi nelle case degli italiani, mi sento di dire: «Non è mai troppo tardi». Questo motto, che propugnava allora l'alfabetizzazione di quanti non avevano avuto la possibilità di studiare, oggi chiama a un impegno, alla consapevolezza che l'italiano va preservato dal declino perché, a parere degli esperti, in assenza di interventi, in poco più di ottant'anni potrebbe subire il collasso fino alla definitiva scomparsa. In un interessante intervento sulla difesa della lingua, pubblicato nel sito internet dell'Istituto dell'Enciclopedia italiana (www.treccani.it), scrive Luigi Romani: «Non è difficile, con il Leopardi dello Zibaldone , ricusare l'idea che di una lingua si possa o si debba, in qual si voglia modo, definire la purezza, per quel tanto di astratto che in un tale assunto è implicito: "Conservare la purità della lingua è un'immaginazione, un sogno, un'ipotesi astratta, un'idea non mai riducibile ad atto". Detto ciò, "la libertà nella lingua deve venire dalla perfetta scienza e non dall'ignoranza" e la novità che, di volta in volta, si vuole introdurre deve essere "giudiziosa e conveniente"». Se è infatti riconosciuta l'impossibilità di impedire i processi di evoluzione del modo di esprimersi, il limite per governare questa dinamica è la consapevolezza della natura, della funzione e delle caratteristiche intrinseche e distintive di ciascuna lingua. L'assuefazione all'utilizzo passivo di parole e costrutti provenienti da lingue straniere (oggi già più di 4.000 di uso comune) rischia di condurre alla dissoluzione dell'italiano e alla perdita di un elemento costitutivo dell'identità nazionale, in stridente contrasto rispetto a quanto avviene in Europa in Paesi di affine cultura come la Francia e la Spagna. Eminenti esponenti dell'Accademia della Crusca, il più importante ente operante per lo studio scientifico e per la tutela della lingua italiana, hanno ricordato che una comunità che si riconosce da secoli unitaria culturalmente, e che su questa base ha conseguito anche l'unità politica, deve difendere la forza linguistica fra una pluralità di tradizioni concorrenti. Essi hanno rilevato a questo riguardo: «Il processo di formazione di una comunità culturale e sociopolitica evoluta, specialmente di tipo moderno, è infatti chiaramente guidato dal decisivo affermarsi, in mezzo a una pluralità di tradizioni linguistiche concorrenti, di una lingua capace di assolvere tutte le funzioni proprie di una società complessa, cioè da una lingua dotata delle seguenti caratteristiche essenziali: disponibilità di una forma scritta stabilizzatasi attraverso una lunga pratica; formazione e accettazione di una norma esplicita (elaborata dalla tradizione grammaticale e lessicografica) sufficientemente univoca, tale da essere utilizzata anche per la didattica formalizzata alla lingua stessa; possesso di strutture sintattiche e di un patrimonio lessicale rispondenti non solo a libere creazioni letterarie, ma altrettanto ai contenuti del pensiero critico (filosofico, giuridico) e delle scienze esatte; (...) adeguatezza agli usi ufficiali per il governo della vita civile organizzata dell'intera comunità che adotta tale lingua; capacità di confronto e corrispondenza con altre lingue in ambito internazionale». Queste ragioni e preoccupazioni hanno portato l'Accademia della Crusca a intervenire sia su pubblicazioni del Ministero dell'istruzione, dell'università e della ricerca sia nei riguardi del Parlamento affinché siano preferiti vocaboli italiani o locuzioni capaci di rendere a pieno il significato di un termine straniero, almeno nelle comunicazioni istituzionali, nella pubblica amministrazione, nei corsi di istruzione. L'Accademia della Crusca non ha risparmiato critiche neppure alle università italiane che per alcuni corsi di laurea magistrale hanno adottato l'uso esclusivo della lingua inglese. Al di fuori di limitati settori per cui l'inglese è divenuto una lingua tecnica internazionale, ciò prefigura l'instaurazione di una pericolosa sudditanza culturale, la rinunzia a rivendicare per la lingua italiana lo status di lingua di cultura acquisito in secoli di storia, relegandola al livello di un dialetto o di una lingua ignorata nell'ambito internazionale. Da alcuni anni il problema della pericolosa deriva a cui è esposta la lingua italiana è oggetto di approfondito dibattito. Numerose sono state le proposte di legge per la tutela della lingua italiana che si sono arenate con la fine delle legislature. Eguale sorte hanno avuto le iniziative volte a modificare l'articolo 12 (o forse meglio, ratione materiae , l'articolo 6) della Costituzione, per introdurvi il riconoscimento dell'italiano come lingua ufficiale della Repubblica. Peraltro, tale riconoscimento è stato operato con legge ordinaria – la legge n. 482 del 1999 – nell'ambito di un intervento riguardante la tutela e la valorizzazione delle lingue e delle culture delle minoranze linguistiche storiche esistenti nel territorio nazionale. Va ricordato che l'italiano è la lingua ufficiale dello Stato della Città del Vaticano e della Repubblica di San Marino ed è una delle lingue riconosciute nella Confederazione svizzera.