[pronunce]

che la questione sarebbe infine rilevante nel giudizio a quo, in quanto, in caso di suo accoglimento, le dichiarazioni accusatorie rese dal «testimone assistito» potrebbero essere valutate alla stregua di qualsiasi altro elemento di prova e, dunque, ritenute idonee — «una volta superato il vaglio di credibilità intrinseca» — a fondare l'affermazione di responsabilità degli imputati pur in assenza di altri elementi di prova; che nel giudizio di costituzionalità è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, il quale ha chiesto che la questione sia dichiarata inammissibile o infondata. Considerato che il giudice rimettente dubita della legittimità costituzionale, in riferimento all'art. 3, primo comma, Cost., dell'art. 197-bis, comma 6, cod. proc. pen. , nella parte in cui rende applicabile ai c.d. «testimoni assistiti», di cui al comma 1 dello stesso articolo, la regola di valutazione probatoria sancita dall'art. 192, comma 3, cod. proc. pen. , per effetto della quale le dichiarazioni rese da detti soggetti sono valutate «unitamente agli altri elementi di prova che ne confermano l'attendibilità»; che il dubbio di costituzionalità poggia sull'assunto che la norma impugnata avrebbe, in tal modo, per un verso, ingiustificatamente equiparato i soggetti in parola agli imputati in un procedimento connesso o di reato collegato, sentiti ai sensi dell'art. 210 cod. proc. pen. ; e, per un altro verso, ingiustificatamente differenziato i soggetti medesimi rispetto ai testimoni ordinari; che, al riguardo, va peraltro rilevato come l'assetto normativo censurato rappresenti espressione della strategia di fondo che ha ispirato il legislatore della legge 1° marzo 2001, n. 63: strategia consistente nell'enucleare una serie di figure di 'dichiaranti' nel processo penale in base ai diversi 'stati di relazione' rispetto ai fatti oggetto del procedimento, secondo una graduazione che, partendo dalla situazione di assoluta indifferenza propria del teste ordinario, giunge fino alla forma 'estrema' di coinvolgimento, rappresentata dal concorso del dichiarante nel medesimo reato; che ai vari 'stati di relazione' corrisponde quindi una articolata scansione normativa di figure soggettive, di modalità di dichiarazione e di effetti del dichiarato; che, in tale ottica, e per quanto attiene specificamente all'odierna questione — concernente le dichiarazioni rese da persona già imputata del medesimo reato per il quale si procede, nei cui confronti è stata pronunciata sentenza irrevocabile di applicazione della pena ai sensi dell'art. 444 cod. proc. pen. — è sufficiente osservare che la totale equivalenza delle figure del teste ordinario e del teste 'assistito', postulata dal giudice a quo, non è, in realtà, affatto ravvisabile; che la circostanza, infatti, che nei confronti dell'imputato in un procedimento connesso o di reato collegato ex art. 371, comma 1, lettera b), cod. proc . pen. sia stata pronunciata sentenza irrevocabile di “patteggiamento”, vale a differenziare la posizione del soggetto considerato rispetto a quella degli imputati in un procedimento connesso o di reato collegato ancora in attesa di giudizio definitivo: giustificando, così, la scelta legislativa di permettere l'audizione del soggetto stesso in veste di testimone, con correlata restrizione (nei limiti normativamente previsti) del 'diritto al silenzio'; ma tale circostanza non basta ancora a 'ripristinaré, alla stregua di una ragionevole valutazione del legislatore, la condizione di assoluta indifferenza rispetto alla vicenda oggetto di giudizio che è propria del teste ordinario; che la norma censurata trova, in altre parole, la sua ratio fondante nella considerazione che chi è stato imputato in un procedimento connesso o di reato collegato ex art. 371, comma 2, lettera b), cod. proc. pen. , anche dopo che è divenuta definitiva la sentenza di cui all'art. 444 cod. proc. pen. , non è mai completamente 'terzo' rispetto alla imputazione cui la pena applicata si riferisce; l'originario coinvolgimento nel fatto lascia infatti residuare un margine di 'contiguità' rispetto al procedimento, che si riflette sulla valenza probatoria della dichiarazione; che, in questa prospettiva, l'assoggettamento delle dichiarazioni del «teste assistito» alla regola della necessaria 'corroborazione' con riscontri esterni, di cui all'art. 192, comma 3, cod. proc. pen. , lungi dal determinare un vulnus del principio di uguaglianza, si risolve in un esercizio — non irragionevole — della discrezionalità che al legislatore compete nella conformazione degli istituti processuali: e ciò tanto più a fronte del fatto che la regola censurata si inserisce in un più ampio 'corpo' di garanzie — quali quelle delineate dallo stesso art. 197-bis cod. proc. pen. — che, ad onta del contrario avviso del giudice a quo, riflettendo anch'esse la particolare relazione che lega il dichiarante alla regiudicanda, fanno in via generale del «testimone assistito» una figura significativamente differenziata, sul piano del trattamento normativo, rispetto al teste ordinario; che le considerazioni che precedono escludono, altresì, che la sottoposizione delle dichiarazioni rese dai «testimoni assistiti» alla medesima regola di valutazione probatoria operante in rapporto alle dichiarazioni dei soggetti sentiti ai sensi dell'art. 210 cod. proc. pen. — quantunque soltanto i primi, e non i secondi, abbiano l'obbligo, penalmente sanzionato, di dire la verità — determini, sotto altro profilo, una compromissione del parametro costituzionale evocato: fermo restando che la sussistenza o meno di un obbligo di verità del dichiarante potrà essere comunque opportunamente valorizzata dal giudice, in sede di determinazione dell'entità del riscontro esterno idoneo a confermare l'attendibilità della dichiarazione di cui si tratta; che la questione va dichiarata, pertanto, manifestamente infondata. Visti gli artt. 26, secondo comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87 e 9, secondo comma, delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale.. . per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE dichiara la manifesta infondatezza della questione di legittimità costituzionale dell'art. 197-bis, comma 6, del codice di procedura penale, sollevata, in riferimento all'art. 3, primo comma, della Costituzione, dal Tribunale di Novara con l'ordinanza indicata in epigrafe. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, l'8 luglio 2004. F.to: Gustavo ZAGREBELSKY, Presidente Giovanni Maria FLICK, Redattore Giuseppe DI PAOLA, Cancelliere Depositata in Cancelleria il 22 luglio 2004. Il Direttore della Cancelleria F.to: DI PAOLA