[pronunce]

Il reato oggetto delle questioni di costituzionalità è caratterizzato, secondo la giurisprudenza della Corte di cassazione, dal dolo generico, «il quale esige la semplice consapevolezza dei presupposti di fatto da cui sorge l'obbligo di comunicazione (qualità di condannato o di sottoposto a misura di prevenzione del soggetto obbligato, superamento della soglia di rilevanza dell'operazione), senza che l'inadempiente debba essere animato dallo specifico scopo di occultare alla polizia tributaria le informazioni che vengono in rilievo» (sentenza n. 81 del 2014), e il giudice rimettente, nell'affermare che non erano «contestat[i]» ed erano comunque ampiamente provati dagli atti del processo gli elementi costitutivi del reato, ha implicitamente, ma in modo chiaro, dato ragione anche dell'esistenza dell'elemento psicologico. 4.- Nel merito le questioni non sono fondate. 5.- L'art. 30 della legge n. 646 del 1982, nel testo novellato dall'art. 7, comma 1, lettera b), della legge 13 agosto 2010, n. 136 (Piano straordinario contro le mafie, nonché delega al Governo in materia di normativa antimafia), prevede che le persone condannate con sentenza definitiva per delitti di criminalità organizzata (art. 51, comma 3-bis, del codice di procedura penale) o per trasferimento fraudolento di valori (art. 12-quinquies, comma 1, del decreto-legge 8 giugno 1992, n. 306, recante «Modifiche urgenti al nuovo codice di procedura penale e provvedimenti di contrasto alla criminalità mafiosa», convertito, con modificazioni, dall'art. 1, comma 1, della legge 7 agosto 1992, n. 356), ovvero sottoposte, con provvedimento definitivo, a misura di prevenzione personale ai sensi della legge 31 maggio 1965, n. 575 (Disposizioni contro le organizzazioni criminali di tipo mafioso, anche straniere), debbano comunicare al nucleo di polizia tributaria del luogo di dimora abituale tutte le variazioni nell'entità e nella composizione del loro patrimonio concernenti elementi di valore non inferiore ad euro 10.329,14. La comunicazione va effettuata entro trenta giorni dal fatto, ovvero entro il 31 gennaio di ciascun anno per le variazioni dell'anno precedente che, sommate, risultino di valore non inferiore a detto importo (ciò, onde evitare elusioni del precetto tramite l'artificioso frazionamento delle operazioni). Questo obbligo dura dieci anni. Il successivo art. 31 punisce l'omissione della comunicazione con la reclusione da due a sei anni e con la multa da 10.329 a 20.658 euro, stabilendo, altresì, che alla condanna segue la confisca obbligatoria (anche "per equivalente") dei beni acquistati e anche del corrispettivo dell'alienazione. È da aggiungere che «la norma precettiva e quella sanzionatoria risultano ora trasfuse, rispettivamente, negli artt. 80 e 76, comma 7, del d.lgs. n. 159 del 2011, limitatamente alle persone sottoposte a misure di prevenzione. Le disposizioni della legge n. 646 del 1982 restano, dunque, in vigore per i soli condannati» (sentenza n. 81 del 2014). Nonostante la pluralità delle disposizioni costituzionali poste a fondamento delle questioni sollevate, l'essenza delle censure si racchiude nella pretesa violazione dell'art. 25, secondo comma, Cost.; gli altri parametri non richiedono un autonomo e distinto scrutinio, perché appaiono strettamente dipendenti dall'esito dell'esame compiuto alla stregua del principio di offensività. Il bene giuridico protetto dall'art. 31, comma 1, della legge n. 646 del 1982 e dall'art. 76, comma 7, del d.lgs. n. 159 del 2011 è rappresentato dall'ordine pubblico, perché l'obbligo di comunicazione imposto tende, da un lato, «a garantire che il nucleo di polizia tributaria venga effettivamente e sollecitamente a conoscenza della variazione intervenuta nel patrimonio di soggetti di accertata pericolosità sociale (e non semplicemente che la possa conoscere, effettuando indagini di propria iniziativa); dall'altro, a rendere obbligatoria per l'amministrazione una verifica altrimenti solo eventuale» (sentenza n. 81 del 2014). La questione si pone per un caso particolare che, rendendo problematica l'applicazione della previsione punitiva, ha dato luogo a più questioni di legittimità costituzionale. È il caso in cui la variazione patrimoniale non comunicata alla polizia tributaria deriva da un'operazione soggetta a forme di pubblicità legale, e che, anche per il rigoroso trattamento sanzionatorio, presenta, come questa Corte ha già rilevato, «un indubbio profilo di criticità» (sentenza n. 81 del 2014). Secondo il giudice rimettente un caso del genere sarebbe sostanzialmente inoffensivo, e non meriterebbe alcuna punizione. A suo avviso, quando le variazioni patrimoniali dipendono da atti soggetti a pubblicità legale «non ci può essere offesa», perché, «per quanto riguarda le Autorità, la trascrizione e (anche) la registrazione determinano la conoscenza effettiva del negozio giuridico che ne forma oggetto, sicché tali Autorità, a seguito di detti adempimenti, acquisiscono effettivamente e concretamente notizia delle variazioni patrimoniali». Lo stesso giudice rimettente riconosce che queste «Autorità» sono diverse da quella (nucleo di polizia tributaria del luogo di dimora abituale) che deve ricevere la comunicazione prescritta dall'art. 30 della legge n. 646 del 1982, ma ritiene che ciò non possa dare luogo a una «rilevante offesa», idonea a giustificare il sacrificio della libertà personale di colui che ha omesso la comunicazione. Questa tesi non può essere condivisa. Nel sistema congegnato dal legislatore con gli artt. 30 e 31 della legge n. 646 del 1982, al contrario di quanto ha sostenuto il giudice rimettente, la mancanza della comunicazione della variazione patrimoniale al nucleo di polizia tributaria che ne è destinatario risulta tutt'altro che priva di offensività. La giurisprudenza della Corte di cassazione ha infatti più volte negato rilevanza, ai fini del perfezionamento del reato, alla veste pubblica o meno che abbia assunto l'atto dispositivo del soggetto obbligato alla comunicazione, in quanto scopo della norma incriminatrice è quello di permettere l'esercizio di un controllo patrimoniale penetrante e analitico della polizia tributaria «nei confronti di persone ritenute particolarmente pericolose onde accertare per tempo se le variazioni patrimoniali dipendano o meno dall'eventuale svolgimento di attività illecite» (Corte di cassazione, sezione quinta, sentenza 3 dicembre 2015, n. 13077/2016). Per raggiungere questo scopo occorre un monitoraggio costante sui beni delle persone pericolose gravate dal legislatore dell'obbligo in questione; monitoraggio che non può essere assicurato dalla registrazione e dalla trascrizione degli atti che determinano le variazioni patrimoniali.