[pronunce]

Del resto, lo stesso Ministro della giustizia, nella lettera del 28 luglio 1999 con la quale comunica al suo corrispondente dell'amministrazione statunitense l'avvenuto riconoscimento delle sentenze da eseguire in Italia, non riferisce di un riconoscimento giudiziario ma esclusivamente dell'accoglimento governativo delle condizioni, accoglimento di cui la sentenza della Corte d'appello si limita a dare atto. Inoltre, mancando una specifica disciplina convenzionale o legislativa delle condizioni apposte all'accordo di trasferimento e della loro efficacia, allo stato della legislazione vigente, non risulta quale possa essere il significato giuridico del riconoscimento che ha operato l'autorità giudiziaria in tale caso. Da ultimo - quali che siano la portata e il fondamento normativo di tale riconoscimento, accompagnato da condizioni, della sentenza straniera l'eccezione in esame implica una concezione per la quale esso, piuttosto che a riconoscimento di una sentenza secondo le nostre leggi processuali, si atteggerebbe a una sorta di ordine di esecuzione di una disciplina individuale dell'esecuzione della pena concordata tra Governi, idoneo a farla valere nell'ordinamento e a dotarla di forza tale da precludere ogni possibile, futura azione a difesa dei diritti del detenuto. Il che, tanto più in quanto si tratta di norme in materia di diritti indisponibili, il cui rispetto non è perciò reso facoltativo nemmeno dal consenso del soggetto interessato, dimostra, con l'assurdità della conseguenza, l'insostenibilità della premessa. 2.2. In secondo luogo, per il Presidente del Consiglio, l'eventuale accoglimento della questione di costituzionalità potrebbe determinare l'applicazione di una disposizione della legge italiana in contrasto con le condizioni nell'accordo stabilite. In tal caso varrebbe però la clausola di nullità dell'accordo stesso e opererebbe il consenso preventivamente prestato dal Governo italiano e dalla persona interessata alla richiesta del Governo degli Stati Uniti di ripristinare la detenzione nello Stato di condanna per l'esecuzione della parte restante di pena. La questione di costituzionalità sarebbe allora irrilevante, non potendosi comunque pervenire, in tale contesto di impegni italiani, all'applicazione dell'art. 147 del codice penale. Sennonché, la citata clausola dell'accordo, riguardante i Governi sul piano dei rapporti internazionali - a parte l'incertezza circa il vincolo che ne possa derivare nei confronti dell'autorità giudiziaria sotto la cui giurisdizione si svolge l'esecuzione della pena in Italia e della quale occorrerebbe comunque un provvedimento di autorizzazione al ritrasferimento negli Stati Uniti - non esclude affatto di per sé l'adozione di provvedimenti da parte dell'autorità giudiziaria stessa, incompatibili con le condizioni stabilite nell'accordo. Essa prevede invece gli effetti conseguenti all'eventuale adozione di tali provvedimenti, effetti, oltretutto, rimessi a una possibilità - la richiesta del Governo degli Stati Uniti - e non dipendenti dalla necessità, ciò che conferisce all'eccezione di irrilevanza un carattere soltanto ipotetico. 2.3. - In terzo luogo, il Presidente del Consiglio osserva che l'inapplicabilità dell'art. 147 del codice penale, prima ancora che dal contenuto delle clausole che accompagnano l'accordo tra i Governi, deriva dalla stessa Convenzione o, meglio, dal meccanismo, regolato dalla Convenzione e prescelto dall'Italia in sede di adesione e ratifica: il meccanismo della continuazione dell'esecuzione della pena inflitta dallo Stato estero (previsto in alternativa a quello della conversione della condanna). La continuazione di per sé, indipendentemente da specifici accordi, comporterebbe, per l'evidente incompatibilità concettuale, l'impossibilità di concepire un differimento dell'esecuzione. E ciò, ancora, confermerebbe l'irrilevanza della questione. L'eccezione non può essere accolta per il suo carattere nominalistico. La continuazione, infatti, sta solo a significare, alla stregua dell'art. 10, paragrafo 1, della Convenzione, che l'esecuzione prosegue, dopo il trasferimento, così come è stabilita nella sentenza di condanna (salva l'eventualità dell'adattamento, previsto nel paragrafo 2 del medesimo articolo 10), a differenza di quanto accade con il sistema della conversione della condanna, il quale comporta la sostituzione di una condanna all'altra, nel rispetto degli accertamenti contenuti nella prima sentenza e della natura della pena con essa disposta, secondo l'art. 11 della Convenzione. E lo stesso art. 10, paragrafo 1, postula il mantenimento della natura e della durata della pena, ma né l'una né l'altra, evidentemente, sono intaccate dal mero differimento della sua esecuzione. 2.4. - Infine, il Presidente del Consiglio subordinatamente al mancato accoglimento delle precedenti eccezioni di inammissibilità - concorda con la parte privata nel ritenere che non spetti alla Corte costituzionale, ma spetti se mai al giudice ordinario, la valutazione circa la conformità all'ordinamento italiano dell'accordo tra i Governi degli Stati Uniti e dell'Italia, un accordo che sarebbe privo di natura normativa e, comunque, di forza di legge. È sufficiente peraltro osservare in contrario che la questione di costituzionalità, per quanto dalla sua soluzione possano derivare conseguenze circa la valutazione della legittimità dell'accordo, non riguarda direttamente l'accordo stesso ma la legge che ha dato esecuzione alla Convenzione, contenente una norma in base alla quale, secondo la prospettazione del rimettente, l'accordo sarebbe stato stipulato dalle autorità di governo dei due Paesi. 3. - La questione di legittimità costituzionale dell'art. 2 della legge 25 luglio 1988, n. 334 ammissibile per le ragioni sopra indicate è peraltro infondata, alla stregua delle considerazioni che seguono. 3.1. - L'orientamento di apertura dell'ordinamento italiano nei confronti sia delle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute, sia delle norme internazionali convenzionali incontra i limiti necessari a garantirne l'identità e quindi, innanzitutto, i limiti derivanti dalla Costituzione. Ciò vale perfino nei casi in cui la Costituzione stessa offre all'adattamento al diritto internazionale uno specifico fondamento, idoneo a conferire alle norme introdotte nell'ordinamento italiano un particolare valore giuridico. I "principi fondamentali dell'ordinamento costituzionale" e i "diritti inalienabili della persona" costituiscono infatti limite all'ingresso tanto delle norme internazionali generalmente riconosciute alle quali l'ordinamento giuridico italiano "si conforma" secondo l'art. 10, primo comma, della Costituzione (sentenza n. 48 del 1979); quanto delle norme contenute in trattati istitutivi di organizzazioni internazionali aventi gli scopi indicati dall'art. 11 della Costituzione o derivanti da tali organizzazioni (sentenze nn. 183 del 1973; 176 del 1981; 170 del 1984; 232 del 1989 e 168 del 1991). E anche le norme bilaterali con le quali lo Stato e la Chiesa cattolica regolano i loro rapporti, secondo l'art. 7, secondo comma, della Costituzione, incontrano, quali ostacoli al loro ingresso nell'ordinamento italiano, i "principi supremi dell'ordinamento costituzionale dello Stato" (sentenze nn. 30 e 31 del 1971; 12 e 195 del 1972; 175 del 1973; 16 del 1978;