[pronunce]

Essendo la partecipazione dei parlamentari alle sedute preordinate alle votazioni, nonché alle votazioni medesime, indispensabile, nei termini quantitativi imposti dalla Costituzione, per la validità degli atti deliberativi, ogni impedimento a tale partecipazione si risolve in impedimento alla funzionalità del Parlamento, e dunque nella (pur potenziale) compromissione delle attribuzioni del potere legislativo. Né si potrebbe opporre che la lesione delle prerogative parlamentari deriverebbe, comunque, dalla scelta del singolo deputato. Ad avviso della ricorrente, perché tale obiezione fosse fondata, infatti, occorrerebbe che detta scelta fosse effettivamente libera, potendo il deputato optare, senza condizionamenti di sorta, per la partecipazione o meno alla votazione parlamentare. Ma detta scelta non sarebbe affatto libera, né priva di condizionamenti, in quanto il deputato sottoposto a procedimento penale esercita, partecipando alle udienze, il proprio diritto costituzionale alla difesa in giudizio; l'adempimento del dovere di partecipazione alle votazioni (funzionale al valido esercizio delle attribuzioni della Camera), confliggerebbe quindi, in questo caso, con un primario diritto costituzionale. La Camera lamenta inoltre la coartazione (ab extrinseco) della libertà dell'espletamento del mandato parlamentare, denunciando la violazione degli artt. 67 e 68 della Costituzione, anche in riferimento ai parametri sopra invocati. Sulla premessa che le prerogative che la Costituzione riconosce ai singoli deputati non sono loro guarentigie personali ma strumenti funzionali all'integrità della posizione costituzionale delle istituzioni di appartenenza, la ricorrente sostiene che, ogni volta che viene leso il libero esercizio del mandato parlamentare, garantito dall'art. 67 della Costituzione in una con l'art. 68, si ledono perciò l'autonomia e l'indipendenza della Camera di appartenenza, che in tanto possono sussistere, in quanto i singoli componenti siano tutelati nella loro libertà di esercitare il mandato parlamentare senza impedimenti. Infine, l'ordinanza della Corte d'assise sacrificherebbe integralmente, nel conflitto tra valori di pari rango costituzionale, in violazione dell'art. 3 Cost., quelli dell'autonomia, indipendenza e funzionalità delle istituzioni parlamentari, rispetto a quello dell'efficienza del processo, senza consentire di raggiungere, attraverso il bilanciamento delle contrapposte esigenze ed il rispetto del principio di leale collaborazione tra i poteri dello Stato, un punto di equilibrio, reso possibile dal non quotidiano espletamento delle votazioni, idoneo a garantire la certezza del diritto. L'ordinanza della Corte d'assise di primo grado di Reggio Calabria provvederebbe in realtà alla salvaguardia d'uno solo degli interessi in conflitto, sacrificando integralmente l'altro, mentre il modello disegnato dalla giurisprudenza costituzionale sarebbe diverso, occorrendo, come è stato precisato dalla sentenza n. 379 del 1996, un “equilibrio razionale e misurato tra le istanze dello Stato di diritto, che tendono ad esaltare i valori connessi all'esercizio della giurisdizione ... e la salvaguardia di ambiti di autonomia parlamentare ...". 2.- Questa Corte, con ordinanza n. 178 del 2001, ha dichiarato ammissibile il predetto conflitto di attribuzione proposto dalla Camera dei deputati, estendendo la notifica del ricorso, oltre che alla Corte di assise di primo grado di Reggio Calabria, anche al Senato della Repubblica, stante l'identità della posizione costituzionale dei due rami del Parlamento in relazione alle questioni di principio da trattare. Il ricorso è stato successivamente notificato e regolarmente depositato con la prova delle avvenute notifiche. 3.- Nel giudizio dinanzi alla Corte si è costituita la Corte di assise di primo grado di Reggio Calabria, concludendo per l'inammissibilità del ricorso per carenza di interesse ovvero per difetto della materia del conflitto e, nel merito, per la non fondatezza del medesimo. In relazione alla carenza di interesse a ricorrere, la Corte di assise resistente rileva che tra gli accadimenti assunti dalla Camera come lesivi delle proprie attribuzioni costituzionali e la proposizione del conflitto sono trascorsi circa due anni. Sebbene l'esperimento del ricorso non sia sottoposto al alcun termine di decadenza, tuttavia ciò non potrebbe in alcun modo tradursi nella perenne precarietà degli atti dei pubblici poteri, sussistendo interessi di primaria importanza che spingono verso una qualche delimitazione della sfera temporale nel cui ambito può essere proposto il ricorso. In ogni caso, ad avviso della Corte d'assise, l'interesse a ricorrere per la Camera dei deputati, ove pure fosse stato sussistente al momento della proposizione del conflitto, sarebbe ormai indubbiamente venuto meno, giacché, a seguito delle ultime elezioni politiche che hanno portato al rinnovamento della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica, l'on. Matacena non ricopre più la carica di deputato. La sopravvenuta estraneità dell'on. Matacena alla Camera oggi ricorrente renderebbe del tutto indipendenti le vicende del primo da quelle della seconda e ciò determinerebbe la sopravvenuta carenza di interesse. La resistente ritiene in conclusione che l'esigenza di certezza dei rapporti giuridici - particolarmente forte là dove essa riguarda i rapporti apicali nell'ordinamento costituzionale - e l'esigenza di evitare che la possibilità di sollevare il conflitto si presti a strumentalizzazioni, spingerebbero a considerare il conflitto tempestivamente proposto anche a distanza di molto tempo dagli accadimenti denunciati solo ove sussistano delle ragioni giustificatrici: ragioni che invece palesemente non sarebbero sussistenti nel caso di specie. Inoltre, ad avviso della resistente, che richiama in proposito l'ordinanza n. 101 del 2000 di questa Corte, il ricorso sarebbe inammissibile perché farebbe assolutamente difetto la materia del conflitto, non potendo costituire oggetto di conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato il modo in cui l'autorità giurisdizionale conforma il concreto atteggiarsi del diritto di difesa nei procedimenti che si svolgono dinanzi a sé. Sempre in via preliminare, la Corte di assise di Reggio Calabria deduce che la mancanza di interesse della Camera ricorrente alla risoluzione del conflitto risiederebbe anche nel fatto che l'on. Matacena avrebbe regolarmente partecipato ai lavori parlamentari svoltisi in data 16 novembre 1998, preferendo adempiere al suo mandato rappresentativo anziché presenziare all'udienza del processo che lo vedeva coinvolto in qualità di imputato. Non sussisterebbe quindi in alcun modo la necessità di ripristinare un assetto di attribuzioni vulnerato dal cattivo esercizio del potere giurisdizionale: anche se la valutazione operata dal giudice dovesse ritenersi erronea, essa non si tradurrebbe comunque in una lesione dell'attività della Camera, ma rimarrebbe mero error in iudicando, contro il quale l'unico soggetto eventualmente leso (il deputato-imputato on. Matacena) avrebbe a disposizione i consueti rimedi endoprocessuali.