[pronunce]

che, infine, secondo il rimettente, la disciplina censurata, regolando in modo «divergente a fini cautelari situazioni oggettive e soggettive coincidenti», senza «calibrare la cautela anche in relazione agli sviluppi del procedimento», viola pure il principio della finalità rieducativa della pena sancito dall'art. 27 Cost., «dovendosi intendere le misure cautelari quale momento in senso ampio "rieducativo"», sotto il profilo della rimozione delle spinte a delinquere; che è intervenuto in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che la questione sia dichiarata non fondata; che, con riferimento al primo dei parametri evocati dal Giudice rimettente, l'Avvocatura sostiene che l'individuazione del passaggio in giudicato della sentenza di condanna per il reato di evasione, quale momento dal quale far decorrere il quinquennio ostativo alla concessione degli arresti domiciliari, «lungi dal contrastare con l'art. 3 della Costituzione, risponde pienamente al principio di uguaglianza e di ragionevolezza, costituendo la sentenza di condanna l'epilogo di un giudizio volto ad accertare l'effettiva sussistenza del reato di evasione contestato»; che sarebbe, invece, irragionevole (e contrastante con l'art. 3 Cost.) la diversa soluzione indicata dal giudice a quo di far decorrere tale termine dalla data di commissione del reato, potendone conseguire «sensibili ed arbitrarie disparità di trattamento»: da un lato, infatti, potrebbe essere negata la misura degli arresti domiciliari ad un soggetto, solo «perché raggiunto dalla contestazione del reato di evasione, asseritamente commessa nel quinquennio antecedente alla data di applicazione della misura cautelare, nonostante la successiva assoluzione» per tale reato; dall'altra, la medesima misura potrebbe essere applicata ad un altro soggetto «sulla base del già avvenuto decorso dell'intervallo temporale in questione, successivamente condannato irrevocabilmente per il predetto reato»; che la norma censurata, in conformità al «principio della certezza del diritto», collega il termine in pendenza del quale è preclusa l'applicazione degli arresti domiciliari con il momento in cui è divenuto incontrovertibile l'accertamento della responsabilità del destinatario della misura cautelare per il reato di evasione; che inconferenti sarebbero poi gli altri parametri evocati: l'art. 111 Cost., perché l'irragionevole durata del processo non è conseguenza della corretta applicazione della norma censurata; l'art. 27 Cost., perché il principio della finalità rieducativa della pena costituisce un fondamentale criterio di conformazione del trattamento sanzionatorio, mentre la norma della cui legittimità si dubita attiene alla disciplina dell'applicazione delle misure cautelari, «operante su un piano assolutamente diverso rispetto a quello dell'esecuzione della pena irrogata mediante l'emissione di una sentenza di condanna definitiva». Considerato che, con ordinanza del 10 maggio 2013, il Giudice dell'udienza preliminare del Tribunale di Brescia ha sollevato, in riferimento agli artt. 3, 27 e 111 della Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell'art. 284, comma 5-bis, del codice di procedura penale, nella parte in cui, ai fini del divieto di concessione degli arresti domiciliari a chi sia stato condannato per il reato di evasione, «fa decorrere il termine di cinque anni dalla sentenza di condanna anziché dalla commissione del reato di evasione»; che l'art. 284, comma 5-bis, cod. proc. pen. stabilisce che «Non possono essere, comunque, concessi gli arresti domiciliari a chi sia stato condannato per il reato di evasione nei cinque anni precedenti al fatto per cui si procede»; che dunque, nel caso di accoglimento della questione, la preclusione opererebbe per i fatti commessi nel periodo di tempo di cinque anni decorrente dalla commissione dell'evasione, anziché dalla condanna per tale reato; che dall'ordinanza di rimessione risulta che l'evasione risale al 29 dicembre 2007, mentre i reati per i quali si procede sono stati commessi il 27 settembre 2012 e, dunque, rientrerebbero entro il termine di cinque anni, anche se questo dovesse decorrere dal giorno dell'evasione; che, secondo l'orientamento della giurisprudenza della Corte di cassazione, richiamato dallo stesso rimettente (sentenza 9 giugno 2010, n. 35164), la preclusione di cui all'art. 284, comma 5-bis, cod. proc. pen. , comporta che una volta avvenuta la commissione del nuovo reato nel termine quinquennale previsto dalla norma citata, la misura degli arresti domiciliari non può essere applicata anche se il provvedimento cautelare deve essere adottato dopo la fine del quinquennio; che, quindi, l'eventuale accoglimento della questione sollevata dal rimettente non avrebbe alcun rilievo nel giudizio a quo (ordinanza n. 315 del 2012), dato che l'applicazione degli arresti domiciliari resterebbe preclusa anche se il dies a quo fosse riferito alla commissione del reato di evasione invece che alla relativa condanna; che la questione di legittimità costituzionale, pertanto, deve essere dichiarata manifestamente inammissibile. Visti gli artt. 26, secondo comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87, e 9, commi 1 e 2, delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale.. . per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE dichiara la manifesta inammissibilità della questione di legittimità costituzionale dell'art. 284, comma 5-bis, del codice di procedura penale, sollevata, in riferimento agli artt. 3, 27 e 111 della Costituzione, dal Giudice dell'udienza preliminare del Tribunale di Brescia, con l'ordinanza indicata in epigrafe. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, l'11 dicembre 2013. F.to: Gaetano SILVESTRI, Presidente Giorgio LATTANZI, Redattore Roberto MILANA, Cancelliere Depositata in Cancelleria il 27 dicembre 2013. Il Cancelliere F.to: Roberto MILANA