[pronunce]

Essa punirebbe, infatti, una violazione meramente formale, indipendente dalla illegittima provenienza dei beni e che può risultare priva di ogni intento dissimulatorio - come nel caso in cui l'omessa comunicazione riguardi un trasferimento patrimoniale operato tramite atto pubblico rogato da un notaio, comunicato per legge all'amministrazione finanziaria - con la stessa pena detentiva minima prevista per il delitto di trasferimento fraudolento di valori al fine di eludere la legge in materia di misure di prevenzione o di commettere uno dei reati di cui agli artt. 648, 648-bis e 648-ter del codice penale (art. 12-quinquies del decreto-legge 8 giugno 1992, n. 306, recante «Modifiche urgenti al nuovo codice di procedura penale e provvedimenti di contrasto alla criminalità mafiosa», convertito, con modificazioni, dalla legge 7 agosto 1992, n. 356); pena alla quale si aggiunge una pena pecuniaria, non prevista per tale delitto, oltre alla misura patrimoniale della confisca obbligatoria del bene acquisito o del corrispettivo del trasferimento. La disposizione denunciata si porrebbe, altresì, in contrasto con l'art. 42 Cost., giacché, prevedendo la confisca obbligatoria anche quando l'operazione riguardi beni di legittima provenienza e sia stata effettuata con atto pubblico, impedirebbe di commisurare la risposta sanzionatoria all'effettivo disvalore della condotta, collegando ad una violazione puramente formale una eccessiva compressione del diritto di proprietà, in assenza di qualsiasi connotazione di pericolosità intrinseca del bene. Sarebbe violato, infine, l'art. 27, terzo comma, Cost., giacché la previsione di sanzioni sproporzionate per eccesso rispetto alla gravità della violazione ostacolerebbe la rieducazione del condannato. 2.- La questione è inammissibile. L'art. 30 della legge n. 646 del 1982, nel testo novellato dalla legge 13 agosto 2010, n. 136 (Piano straordinario contro le mafie, nonché delega al Governo in materia di normativa antimafia), prevede che le persone condannate con sentenza definitiva per delitti di criminalità organizzata (art. 51, comma 3-bis, del codice di procedura penale) o per trasferimento fraudolento di valori (art. 12-quinquies del d.l. n. 306 del 1992), ovvero sottoposte, con provvedimento definitivo, a misura di prevenzione personale ai sensi della legge 31 maggio 1965, n. 575 (Disposizioni contro le organizzazioni criminali di tipo mafioso, anche straniere), debbano comunicare al nucleo di polizia tributaria del luogo di dimora abituale tutte le variazioni nell'entità e nella composizione del loro patrimonio concernenti elementi di valore non inferiore ad euro 10.329,14. La comunicazione va effettuata entro trenta giorni dal fatto, ovvero entro il 31 gennaio di ciascun anno per le variazioni dell'anno precedente che, sommate, risultino di valore non inferiore a detto importo (ciò, onde evitare elusioni del precetto tramite l'artificioso frazionamento delle operazioni). L'obbligo sussiste per un periodo di dieci anni dalla definitività della sentenza o del provvedimento. Il successivo art. 31 punisce l'omessa comunicazione con la reclusione da due a sei anni e la multa da 10.329 a 20.568 euro, stabilendo, altresì, che alla condanna consegua la confisca obbligatoria (anche "per equivalente") dei beni acquistati o del corrispettivo dell'alienazione. La norma precettiva e quella sanzionatoria risultano ora trasfuse, rispettivamente, negli artt. 80 e 76, comma 7, del d.lgs. n. 159 del 2011, limitatamente alle persone sottoposte a misure di prevenzione. Le disposizioni della legge n. 646 del 1982 restano, dunque, in vigore per i soli condannati. 3.- L'ipotesi risultata maggiormente problematica, nell'applicazione della previsione punitiva, è quella in cui la variazione patrimoniale non comunicata alla polizia tributaria derivi da un'operazione soggetta a forme di pubblicità legali che ne assicurino la pronta e agevole conoscibilità. Il caso paradigmatico - che viene in rilievo nel giudizio a quo - è quello della compravendita immobiliare stipulata mediante atto pubblico rogato da notaio (s'intende, senza fittizie interposizioni di persona che dissimulino la partecipazione ad essa del condannato o del sottoposto a misura di prevenzione): atto del quale il notaio rogante è tenuto a curare entro brevi termini tanto la trascrizione nei registri immobiliari (art. 2671 del codice civile, art. 6 del d.lgs. 31 ottobre 1990, n. 347, recante «Approvazione del testo unico delle disposizioni concernenti le imposte ipotecaria e catastale»), quanto la registrazione a fini fiscali (artt. 10, comma 1, lettera b, e 13 del d.P.R. 26 aprile 1986, n. 131, recante «Approvazione del Testo unico delle disposizioni concernenti l'imposta di registro»), comunicandolo, in tal modo, direttamente all'amministrazione finanziaria. Sul presupposto che, in simili frangenti, l'operatività della norma incriminatrice in esame risultasse priva di adeguato fondamento razionale e tale da condurre a risultati iniqui, era emerso in giurisprudenza, all'inizio degli anni 2000, un indirizzo interpretativo volto ad escludere la configurabilità del reato: soluzione che faceva peraltro leva, più che sulla carenza di tipicità del fatto connessa ad un deficit di offensività, sulla ritenuta insussistenza dell'elemento soggettivo. Muovendo dal rilievo che lo scopo dell'incriminazione - anche a fronte della sua collocazione nel capo III della legge n. 646 del 1982, recante «Disposizioni fiscali e tributarie» - fosse quello di impedire l'occultamento all'amministrazione finanziaria degli incrementi dei patrimoni di soggetti collegati ad associazioni mafiose, se ne deduceva che il dolo del delitto di omessa comunicazione delle variazioni patrimoniali non potesse essere, a sua volta, che un «dolo di occultamento», logicamente non ipotizzabile quando l'operazione fosse stata compiuta con le modalità dianzi indicate. È in tale quadro interpretativo che si collocano le precedenti pronunce di questa Corte sull'argomento. Chiamata a scrutinare, a più riprese, tanto la norma precettiva (art. 30 della legge n. 646 del 1982) che quella sanzionatoria (art. 31), la Corte dichiarò le questioni manifestamente infondate, sul rilievo che le citate previsioni normative costituivano esercizio, non manifestamente arbitrario o irragionevole, dell'ampia discrezionalità spettante al legislatore in tema di configurazione degli illeciti penali e di determinazione delle relative sanzioni: e ciò, tanto più a fronte del fatto che la giurisprudenza dell'epoca, attraverso una lettura qualificata come «conforme a Costituzione», escludeva «la sussistenza dell'elemento soggettivo del reato quando la pubblicità sia comunque assicurata e dunque sia di per sé impossibile l'occultamento degli atti soggetti a comunicazione» (ordinanza n. 442 del 2001, sulla cui scia le ordinanze n. 362 e n. 143 del 2002).