[ddlcomm]

Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 28 gennaio 2019, n. 4, recante disposizioni urgenti in materia di reddito di cittadinanza e di pensioni. Onorevoli senatori. – Siamo giunti alla terza lettura del disegno di legge di conversione del decreto-legge su reddito di cittadinanza e « quota 100 ». Le parti modificate dall'altro ramo del Parlamento riguardano sostanzialmente il reddito di cittadinanza. Nell’ iter parlamentare, nonostante le numerose e, purtroppo sempre respinte, proposte del partito democratico, il decreto sul reddito di cittadinanza non ha mutato l'impianto di fondo, confondendo sostegno al lavoro e contrasto alla povertà. In tutti gli altri Paesi del mondo queste due misure sono messe in opera attraverso politiche pubbliche specifiche e separate, proprio perché i loro diversi obiettivi richiedono differenti modalità di realizzazione. Il sostegno al lavoro abbisogna, oltre che di un sistema di accompagnamento alle persone, della promozione di un clima imprenditoriale che favorisca gli investimenti e crei nuove opportunità di lavoro, soprattutto nelle aree più deboli del Paese come il nostro Mezzogiorno. La lotta alla povertà porta con sé l'individuazione reale dei veri poveri, dei senza tetto, di tutti coloro che vivono spesso in famiglie a forte rischio di disagio sociale. Pur con tutti i limiti, i Governi della diciassettesima legislatura avevano individuato da una parte, il Reddito di inclusione e, dall'altra la costituzione, per la prima volta nella storia italiana, di un'Agenzia nazionale per le politiche attive del lavoro (ANPAL), con la conseguente impostazione di una nuova impalcatura di diritti, come ad esempio l'assegno di ricollocazione per chi perde il lavoro. Secondo il partito democratico andava proseguita e rafforzata la strada intrapresa. La confusione, al contrario, in questo decreto di misure di sostegno al lavoro e contrasto alla povertà crea un mostro giuridico e il rischio concreto di non aiutare davvero proprio i poveri veri, le disoccupate e i disoccupati, le persone con disabilità e in molti casi le donne. E fa male, come cittadina ancor più che come rappresentate dei cittadini, rendersi conto che l'Italia farà un salto nel buio perché questa normativa, fatta frettolosamente e guardando un orizzonte risicato nel tempo come le prossime scadenze elettorali, aumenterà il debito pubblico italiano e quello personale di ognuno di noi, aumento che si tradurrà in interessi più alti su mutui e sui finanziamenti alle imprese e avrà conseguenze sulla nostra vita quotidiana. I nostri figli si troveranno domani a vivere in un Paese incapace di prendere decisioni di politiche economiche perché stretto dalla morsa del debito, come è già accaduto purtroppo nella nostra storia. E tutto questo senza dare vita a provvedimenti giusti, equi e strutturali perché il reddito di cittadinanza lascerà indietro persone e famiglie davvero bisognose e « quota 100 » rappresenta un intervento pensionistico « a termine » fino al 2021, che con la necessità dei due requisiti insieme, 62 anni di età e 38 di contributi, non intercetterà lavoratrici e lavoratori più deboli e con carriere discontinue. Focalizzerò ora alcune modifiche apportate dalla Camera in tema soprattutto di intesa Stato-regioni, disabilità, assunzioni, controlli, livelli essenziali delle prestazioni. Nel corso dell'esame presso la Camera dei deputati sono state introdotte novità importanti, soprattutto in tema di intesa Conferenza Stato-regioni, intesa che era necessaria per materie di legislazione concorrente come quelle del lavoro e ancor di più per le politiche sociali sulle quali la potestà legislativa è demandata alle regioni in un quadro di determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni spettante allo Stato. Rimarco, a questo proposito, che la minoranza parlamentare si è trovata a esercitare un ruolo di garante della necessità dell'intesa con le regioni, attraverso l'ascolto vero dei rappresentati istituzionali delle regioni stesse in audizione e la conseguente attività emendativa che è stata regolarmente respinta dalla maggioranza in prima lettura del provvedimento, salvo poi modificare il testo alla Camera nella direzione auspicata. Il Governo avrebbe dovuto preoccuparsi del dialogo con le regioni prima dell'approdo del testo in Parlamento. Sarebbe stato di sua competenza e responsabilità. Mi domando perché non l'abbia fatto. Le risposte potrebbero essere molteplici: incompetenza, scarsa visione di uno Stato rispettoso dei vari livelli istituzionali o, cosa ancor più grave e preoccupante, tentativo di scavalcare le fondamenta e le regole del nostro vivere democratico. Riteniamo che anche l'accordo « politico » con i livelli regionali, recepito nel testo approvato dalla Camera, sia stato importante, anche per mitigare e arginare regolamentazioni a nostro avviso sbagliate di avvio e gestione del Reddito di cittadinanza. E così il comma 3 dell'articolo 12 da una decina di righe nell'impianto iniziale è diventato nel testo Camera di due pagine, aggiungendo i commi 3- bis , 3- ter e 3- quater . Questo provvedimento, come molti altri del Governo, risente di una scrittura dei testi ridondante, noncurante dell'accessibilità delle norme, soprattutto quando esse si rivolgono a cittadine e cittadini più fragili. Il disordine è indice della difficoltà di una maggioranza non compatta, che va avanti per somma di provvedimenti senza una visione d'insieme e unitaria del Paese. Per l'avvio del Reddito di cittadinanza nel testo iniziale erano stati previsti contratti di collaborazione per « professionalità » selezionate da ANPAL Servizi, professionalità che nell'opinione pubblica hanno assunto la denominazione di « navigator », nel numero di 6000. Ora nel testo modificato le risorse sono state ridimensionate a favore delle regioni e queste figure saranno 3000 con contratti di collaborazione. Dunque a termine e senza una certezza di lavoro continuativo, per svolgere la delicata funzione attribuita dalla legge, ovvero di aiutare a trovare occupazione ai beneficiari del Reddito di cittadinanza. Inoltre è stata definita la funzione di questi collaboratori e queste collaboratrici che andranno a fornire assistenza tecnica e, nell'ambito del Piano straordinario di potenziamento dei centri per l'impiego e delle politiche attive del lavoro, previsto ora dal nuovo comma 3 dell'articolo 12, « i contingenti di risorse umane individuati nel piano medesimo possono svolgere la propria attività presso le sedi territoriali delle regioni ». Rimane il peccato originale: si immettono nel sistema di servizi al lavoro italiano 3000 precari, laureati, le cui modalità di selezione non sono ancora rese pubbliche, che dovranno essere formati sul campo presumibilmente da altri precari che sono già operanti nell'ambito di ANPAL Servizi. A tale proposito nel testo modificato dalla Camera all'articolo 12 è stato aggiunto all'ultimo minuto un comma 4 -bis che prevede 25 milioni di euro nell'arco di tre anni per non definite spese di funzionamento di ANPAL. Il partito democratico propone ancora una volta di assumere i 652 precari di ANPAL Servizi e di destinare parte di queste risorse aggiuntive a tale obiettivo per proseguire il percorso di stabilizzazione del personale con contratto di lavoro a tempo determinato e con contratto di collaborazione coordinata e continuativa, tramite procedura concorsuale riservata.