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Se il tema interessa, rinvio all'analisi di Guzzi e Lisciandro pubblicata su «Lavoce.info» del 21 novembre 2017: «Gli occupati risalgono, le ore lavorate no». (Applausi dai Gruppi LS-P e M5S) . «Lavoce.info», pur essendosi privata di firme autorevoli, resta sempre un punto di riferimento molto interessante. Io concordo con la collega Malpezzi: certo, questi sono i dati con i quali fare i conti, cioè, come ha sottolineato la collega Rivolta, sarebbero stati dati con i quali voi avreste dovuto fare i conti. (Applausi dai Gruppi LS-P e M5S). Cambiando il modo verbale, il risultato cambia. Se siamo tornati a governare, è perché non ci siete riusciti. Se falliremo anche noi, tornerete a governare voi e io faccio auguri costruttivi nell'interesse del Paese, perché se voi farete meglio di noi, va bene così. Ho sentito parlare di un imponente patrimonio infrastrutturale e di risorse. Perdonatemi, dopo aver tentato per anni di animare il dibattito a sinistra, cioè fra gli ottimati, poi sono diventato un bieco populista. Lasciatemi essere populista: di queste ingenti risorse per le infrastrutture devo dirvi che nel mio collegio terremotato nessuno se n'è accorto, quindi c'è qualcosa che non funziona. (Applausi dai Gruppi LS-P e M5S). Quello di cui si sono accorti nel mio collegio - un collegio che ho particolarmente nel cuore perché solo capitando lì sono riuscito a garantire una minima libertà alla mia elaborazione e alla mia voce - è che gli investimenti pubblici sono scesi da 54 miliardi al 2009 a 33 miliardi del 2017, come è stato rievocato più volte dai colleghi dei banchi della destra, cosa paradossale forse, secondo una certa logica, ma che va salutata, perché da qualche parte c'è qualcuno che i dati li guarda e questo è molto importante. Circa i processi di riforma della pianificazione, insomma, io un po' l'Italia me la sono girata: incontro solo amministratori che si lamentano del codice degli appalti. Ci saranno anche state le risorse, quindi forse gli investimenti, se non ci fossero state queste riforme sarebbero stati di meno 100 miliardi - così mi sembra di capire, in questa strana aritmetica -, però un dato è certo: non si riesce a sbloccarli. Quindi, cosa cambia? Vorrei fare un appunto di metodo, perché le questioni di dettaglio sono tante: qui c'è un problema di subalternità a un modello estero. Mi ha colpito il collega Siclari, quando ha detto che la Germania è cresciuta perché ha agganciato l'Est del Paese. Leggendo il testo «Anschluss» di Vladimiro Giacchè, il presidente del CER, uno degli organismi ai quali l'Ufficio parlamentare di bilancio si rivolge per la validazione delle previsioni (quindi ritengo abbia un minimo di autorevolezza), ho letto una storia diversa e la storia è che il reddito pro capite dell'Ovest oggi è quasi il 30 per cento in più di quello dell'Est in Germania. (Applausi dai Gruppi LS-P e M5S). Il divario territoriale è sì inferiore a quello italiano, che con la crisi è arrivato a quasi il 40 per cento, ma indica un processo di convergenza che è largamente incompiuto e che inoltre si è arrestato, nonostante gli sforzi dei media e dello stesso Governo tedesco di nascondere questa realtà. Quindi, scusate, non vorrei sembrare antitedesco, ma qui si tratta di non idolatrare falsi modelli: in tema di coesione territoriale, così come in tema di motori diesel , noi non abbiamo nulla da imparare dal nostri fratelli tedeschi! (Applausi dai Gruppi LS-P, M5S e FdI ). Cui vogliamo bene e vorrei che queste parole fossero intese per quello che sono: non sono parole di pregiudizio antitedesco, sono parole di realismo e di solidarietà con il popolo tedesco, che è la prima vittima di questi modelli politici. Chi idolatra la Germania dovrebbe leggerne la stampa. «Deutsche welle» nel novembre 2017 ci racconta di un Paese dove, nonostante cresca il PIL, cresce anche la povertà e questo significa una cosa molto semplice e chiara, e cioè che anche lì aumenta in modo folgorante la disuguaglianza. Allora, se poi la disuguaglianza cresce anche da noi, dobbiamo chiederci se non è proprio perché ci siamo prosternati, con una subalternità culturale che umilia il nostro Paese, a dei modelli che fatalmente portano a siffatti risultati. (Applausi dai Gruppi L-SP e M5S). Dobbiamo parlarne in questa sede. Il dibattito andava aperto in questa sede. Purtroppo nella mia precedente attività, quella di intellettuale - parola ambiziosa - di sinistra - parola ambiziosissima - (Applausi dai Gruppi L-SP e M5S e del senatore Ruspandini) ho dovuto sperimentare le due subalternità della sinistra: quella della sinistra a sinistra della sinistra, per cui, se una cosa viene menzionata da Salvini, non se ne può parlare perché è un tema di Salvini. E mi riferisco al tema della immigrazione, su cui avete voluto assumere delle posizioni irrazionali che vi hanno penalizzato. (Applausi dai Gruppi L-SP e M5S e del senatore Ruspandini) . Vi è poi la subalternità della sinistra di Governo, che ha continuato per anni a dirci che le regole erano stupide, ma dovevamo osservarle per essere credibili e per poterle poi rinegoziare. Non funziona così! È un invito accorato che rivolgo e che spero sia accolto anche dal Governo attuale. Se le regole sono irrazionali, indeboliscono il Paese e un Paese più debole ha minore forza contrattuale. (Applausi dai Gruppi L-SP e M5S). Si negozia avendo cura di arrivare al tavolo con rapporti di forza non penalizzanti. In altri termini, non desidero che le mie parole siano interpretate in senso di dichiarazioni antieuropee, perché non lo sono, non è questo il punto. Il punto è che l'Europa non sarà mai un forum efficace di mediazione degli interessi nazionali se quest'ultimi non vengono espressi con competenza e con autorevolezza e ciò nell'interesse dello stesso progetto europeo. Non opera nell'interesse del progetto europeo chi nega che esistano interessi nazionali in nome di un fantomatico interesse europeo o chi derubrica gli interessi nazionali a un residuato bellico fascista. (Applausi dai Gruppi L-SP e M5S e del senatore De Bertoldi). Non funziona così. Un'altro aspetto al quale suppongo bisognerà stare attenti è guardare in faccia la realtà, e in termini non solo di quadro previsionale, ma anche di scelte politiche. Ho sentito parlare con toni abbastanza generici, salvifici delle riforme: la crescita dipende dalle riforme. Un attimo: le riforme non sono tutte uguali. Quelle che sono nell'agenda europea - come è stato chiaramente evidenziato da diversi interventi - vanno nel senso della deflazione salariale, chiamiamola riduzione del costo del lavoro.