[pronunce]

Le ordinanze di rimessione sospettano il contrasto di tale norma con il principio di ragionevolezza, in quanto essa - proponendosi, a distanza di quasi dieci anni dall'emanazione della legge n. 223 del 1991, di sanare un contrasto interpretativo inesistente - fornisce un'esegesi che non rientra tra le possibili varianti di senso del testo originario; finisce per imporre ai datori di lavoro che assumono lavoratori iscritti nelle liste di mobilità il pagamento di un premio INAIL maggiore rispetto a quello previsto per i lavoratori ordinari; lede inoltre il principio di affidamento del cittadino sulla stabilità del quadro normativo, che non può essere leso da norme retroattive irragionevolmente incidenti su una disciplina legislativa pacificamente intesa dalla giurisprudenza. I Tribunali di Taranto e di Alessandria hanno poi censurato la medesima norma anche sotto il profilo della lesione della libertà di iniziativa economica (art. 41 Cost.), in quanto essa impone, con efficacia retroattiva , costi aggiuntivi non previsti, né prevedibili, ai soggetti svolgenti attività imprenditoriale che abbiano assunto lavoratori facendo affidamento nel beneficio contributivo in esame ; e della lesione dell'autonomia della funzione giurisdizionale (artt. 101, 102 e 104 Cost.), in quanto la norma incide su controversie non ancora definite e, a fronte di un univoco orientamento giurisprudenziale, mira a vincolare l'attività interpretativa del giudice introducendo una regola in precedenza non rinvenibile nell'ordinamento. 2. I giudizi, in quanto aventi ad oggetto la medesima disposizione censurata, risultano oggettivamente connessi e quindi possono essere riuniti. 3. La questione non è fondata. 4. A proposito delle cd. leggi di interpretazione autentica, questa Corte ha più volte affermato che il legislatore può porre norme che retroattivamente precisino il significato di altre norme preesistenti, ovvero impongano una delle possibili varianti di senso del testo originario, purché compatibile con il tenore letterale di esso (sentenze n. 421 del 1995; n. 376 del 1995; n. 15 del 1995; n. 397 del 1994). Ed ha precisato che in tali casi il problema da affrontare riguarda non tanto la natura della legge, quanto piuttosto i limiti che la sua portata retroattiva incontra, alla luce del principio di ragionevolezza (sentenze n. 229 del 1999; n. 525 del 2000). Infatti il divieto di retroattività della legge - pur costituendo fondamentale valore di civiltà giuridica e principio generale dell'ordinamento, cui il legislatore ordinario deve di regola attenersi - non è stato elevato a dignità costituzionale, salva, per la materia penale, la previsione dell'art. 25 della Costituzione; e quindi il legislatore, nel rispetto di tale previsione, può emanare norme con efficacia retroattiva - interpretative o innovative che siano - purché la retroattività trovi adeguata giustificazione sul piano della ragionevolezza e non contrasti con altri valori ed interessi costituzionalmente protetti. Inoltre - esaminando, in riferimento ai medesimi parametri e nella stessa materia degli sgravi dei contributi previdenziali, l'allora censurato comma 5 dell'art. 68 della legge n. 388 del 2000, che con la tecnica dell'interpretazione autentica aveva attribuito retroattivamente ad una norma un significato difforme da quello accolto in sede giurisprudenziale e conforme invece all'interpretazione sempre sostenuta dall'INPS - la Corte ha ritenuto l'intervento legislativo ragionevole e non lesivo di valori e interessi costituzionalmente protetti, perché volto ad evitare il prolungamento dell'incertezza derivante da tale situazione, connotata dalle rilevanti dimensioni del contenzioso in corso e dalla gravità dei suoi riflessi sulla spesa previdenziale (sentenza n. 374 del 2002). 5. La norma impugnata si inserisce nel contesto della riforma della disciplina della cassa integrazione, della mobilità e dei trattamenti di disoccupazione. L'art. 8 della legge n. 223 del 1991 ha apprestato, in favore dei lavoratori collocati in mobilità o assoggettati a procedura di mobilità ai sensi della medesima legge, alcune misure dirette a favorirne il reimpiego, tra cui, al secondo comma, la possibilità di essere assunti con contratto a termine, con il beneficio di una contribuzione ridotta, ai sensi dell'ultimo periodo di tale comma, secondo cui &laquo;la quota di contribuzione a carico del datore di lavoro è pari a quella prevista per gli apprendisti dalla legge 19 gennaio 1955, n. 25&raquo;. Il riferimento testuale alla &laquo;quota di contribuzione a carico del datore di lavoro&raquo; si prestava ad una duplice interpretazione. Poteva innanzi tutto intendersi, in un'accezione testuale del termine, nel senso che il beneficio della contribuzione ridotta si riferisse a quella parte della contribuzione gravante sul datore di lavoro, destinatario del beneficio. In effetti, sia il meccanismo di ripartizione - con una &laquo;quota&raquo; gravante sul datore di lavoro e un'altra a carico del lavoratore - sia il riferimento testuale alla &laquo;contribuzione&raquo; , evocavano piuttosto le assicurazioni gestite dall'INPS, che non l'assicurazione contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali, che prevede un &laquo;premio&raquo; dovuto all'INAIL dal solo datore di lavoro, secondo il tipo di attività svolta. Questa lettura, maggiormente aderente al dato testuale, pareva poi coonestata dal successivo ottavo comma, secondo cui i trattamenti ed i benefici previsti dai commi precedenti, tra i quali appunto quello della contribuzione ridotta, rientravano nella sfera di applicazione dell'art. 37 della legge 9 marzo 1989, n.88, ossia nell'ambito della "Gestione degli interventi assistenziali e di sostegno alle gestioni previdenziali" prevista per l'INPS; mentre nulla era contemplato per la copertura finanziaria di un'eventuale riduzione anche dei premi dovuti all'INAIL. Non meno plausibile era però una diversa interpretazione, secondo cui per &laquo;quota di contribuzione a carico del datore di lavoro&raquo; - in un'accezione ampia, meno legata alla lettera della disposizione e più orientata a dare rilievo alla finalità di agevolare i datori di lavoro che si determinassero ad assumere a termine lavoratori iscritti nelle liste di mobilità - si sarebbe potuto anche intendere l'ammontare complessivo tanto della &laquo;quota di contribuzione&raquo; dovuta dal datore di lavoro all'INPS quanto dei &laquo;premi&raquo; da lui dovuti all'INAIL. Mentre la prima interpretazione è stata subito accolta dall'INAIL, con la circolare n. 24 del 4 maggio 1992, a favore della seconda sono invece intervenute, alcuni anni dopo, due pronunce della Corte di cassazione. Per l'Istituto è sorto quindi il problema della restituzione dei premi già versati dai datori di lavoro nella misura ordinaria e risultati poi (in massima parte) non dovuti. A questo punto il legislatore è intervenuto con la norma oggi impugnata, disponendo che &laquo;l'art. 8, comma 2, della legge 23 luglio 1991, n. 223, si interpreta nel senso che il beneficio contributivo ivi previsto non si applica ai premi INAIL&raquo;.