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Questo non è avvenuto nei precedenti dibattiti in prossimità dei Consigli europei: abbiamo ascoltato intendimenti, ma non proponimenti. E non è avvenuto nemmeno nella elaborazione dei tre provvedimenti in merito alla reazione sociale, sanitaria ed economica alla drammatica crisi del coronavirus. Di questi tre provvedimenti è emblematico, signor Presidente del Consiglio, l'ultimo: un decreto-legge che, come tale, dovrebbe essere omogeneo, di immediata applicazione ed è, invece, un provvedimento di mille pagine, che presuppone oltre cento decreti attuativi. È quindi un manifesto ideologico, ma non un provvedimento urgente, tempestivo e concreto. Purtroppo ciò è avvenuto anche con i precedenti decreti-legge, di cui ancora manca circa l'80 per cento dei decreti attuativi. Delle risorse stanziate (80 miliardi in debito), credo sia giunto a destinazione - secondo alcune analisi - non più del 20-25 per cento. L'unica misura su cui ci siamo trovati d'accordo ha riguardato lo scostamento di bilancio: vi abbiamo concesso di scostarci dal bilancio per questo ammontare significativo (80 miliardi di euro), che però non è giunto ai nostri cittadini e alle nostre imprese. Signor Presidente del Consiglio, ricordo una sua conferenza televisiva in cui annunciava l'immediata disponibilità di 400 miliardi per le imprese. Di quei 400 miliardi in debito, che sono soltanto appunto indebitamento, sono giunti alle imprese verosimilmente 51 miliardi, di indebitamento delle imprese. Per questo il nostro Paese è purtroppo indietro rispetto agli altri Paesi europei nel reagire alla crisi. E ciò è tanto è vero questo che le stime della Commissione europea e quelle di tutti gli altri organismi internazionali peggiorano di giorno in giorno per quanto riguarda il nostro Paese. L'ultima stima ci dice che il prodotto interno lordo si ridurrà di oltre il 12 per cento; e purtroppo tutti noi sappiamo che le stime sono sempre migliori rispetto alla realtà che poi si verifica. Il 12 per cento in meno: siamo il Paese che più di chiunque altro pagherà l'impatto della crisi economica tra tutti i Paesi dell'Unione e tra tutti i più grandi Paesi avanzati, perché abbiamo annunciato e promesso molto, ma realizzato poco. I nostri cittadini non sono soltanto e giustamente imbavagliati con la mascherina: i nostri cittadini e le nostre imprese hanno purtroppo ancora oggi, più di ieri, le mani legate e non riescono a mettersi in moto. È emblematico che il provvedimento chiamato "semplificazioni", che ancora non è stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale , perché c'è il "salvo intese", giunga mentre il Senato dovrebbe esaminare in poche ore (quindi leggere, discutere ed emendare) un provvedimento di 1.000 pagine. Il paradosso è che il divario tra un decreto-legge "semplificazioni" che dovrebbe giungere in Parlamento e l'ultimo lavoro legislativo del Governo e del Parlamento di 1.000 pagine rappresenta il divario tra l'Italia immaginata e l'Italia reale, tra le promesse e la realtà. Purtroppo in sede europea dobbiamo ancora ascoltare proponimenti, anche legittimi e giusti; lei ha utilizzato qui un certo piglio. Mi permetta però di dirle che questo non è il suo Governo. Lei, signor Presidente del Consiglio, ha parlato del "mio Governo". Questo è il nostro Governo e questo è il nostro Parlamento. Noi siamo espressione del nostro Paese. Se dovessimo invece considerarci in qualche misura con l'"io" - "questo è il mio Governo, questo è il mio Parlamento, questo è il mio Paese" - noi avremmo una postura sbagliata rispetto alla necessità di oggi, che è davvero drammatica, perché il contesto europeo è quello in cui - forse solo quattro, come lei ha detto - si distinguono alcuni Paesi. È noto che, tra gli altri 23, vi sono tutti i Paesi mediterranei, ma anche il blocco sovranista di Visegrád. Tra i nostri principali alleati in Europa vi è la Polonia, che guida il blocco di Visegrád e che è guidata da un partito sovranista a noi alleato (recentemente consacrato dalle elezioni presidenziali). Gli avversari dell'Italia sono altri: l'Olanda e gli altri Paesi cosiddetti frugali, quelli che una volta venivano considerati Paesi liberisti o comunque tali da essere osannati da una certa cultura ideologica della sinistra italiana. Ebbene, in questa coalizione noi abbiamo però una necessità impellente rispetto a quella degli altri: i tempi. E i tempi purtroppo per noi sono estremamente penalizzanti, perché le uniche vere misure realizzate in questi mesi sono quelle messe in campo non dalla Commissione europea, non dal Consiglio europeo, ma dalla Banca centrale europea, sotto l'impronta o la matrice dell'ex Governatore. Questo è l'unico istituto che ha messo in campo davvero strumenti efficaci; gli altri sono annunci e promesse, peraltro con mille condizionamenti. Ma, se gli altri Paesi possono aspettare, noi non possiamo aspettare, perché la drammaticità della situazione economica e imprenditoriale italiana, la drammaticità della situazione occupazionale e sociale ci impongono di mettere in campo subito le risorse nazionali, di farle giungere ai nostri cittadini e alle nostre imprese e di obbligare l'Europa ad anticipare e non posticipare - come vorrebbe fare con una tattica ostruzionistica e dilatoria - quello che può mettere in campo. Per questo - e concludo - ci pare improprio parlare di presentare il programma italiano di riforme dopo la pausa estiva, innanzitutto perché il Parlamento ha deciso di non aver alcuna pausa estiva. In questo Paese, con l'attuale drammaticità, con i cittadini italiani che non sanno davvero come giungere alla fine del mese, ben consapevoli che i provvedimenti sulla cassa integrazione non sono stati rinnovati - per la maggior parte delle imprese la cassa integrazione è scaduta e non sappiamo in queste ore se, come e per quali settori sarà prorogata - non vi sono certezze ed è questo il problema che le imprese purtroppo talvolta devono affrontare. Ebbene, parlare di pausa estiva è un errore macroscopico. Il Paese non si può fermare, il Governo e il Parlamento non si possono fermare nemmeno per la pausa estiva. Dopo la pausa estiva, se l'Europa non dovesse decidere davvero col prossimo Consiglio dei ministri, noi dovremo affrontare una drammatica situazione sociale, economica e imprenditoriale la cui responsabilità non sarà del suo Governo, del suo o del vostro Parlamento, ma sarà del nostro Governo, del nostro Parlamento, della nostra Italia. Per questo, noi come ultimo appello vi diciamo di lavorare insieme, di non rimanere abbarbicati alle vostre soluzioni di potere. Il rischio è che, dopo tanti annunci sul denaro che c'era e non c'è, sul denaro che arriverà e non arriverà, il Paese chiederà di rendere conto a tutti noi, ossia alla classe politica italiana e alla classe dirigente, degli errori e della miopia strategica che voi avete imposto al Parlamento e, quindi, anche all'opposizione. (Applausi). PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Richetti. Ne ha facoltà. RICHETTI (Misto) .