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Infatti dal momento in cui è entrata in vigore la nuova normativa si è assistito al proliferare di sentenze in cui, soprattutto inizialmente, l'affidamento condiviso veniva illegittimamente negato per motivi non direttamente attribuibili al soggetto da escludere, ma esterni -- a dispetto di quanto stabilito dall'articolo 337- quater (allora 155- bis) , primo comma -- come la reciproca conflittualità, l'età dei figli, la distanza tra le abitazioni. E non meglio sono andate le cose sul piano dei contenuti, dovendosi assistere allo smantellamento in sede applicativa dei pilastri portanti della riforma, benché diritti della personalità attribuiti ai figli e pertanto indisponibili. A partire da quell'equilibrio nella presenza dei genitori («rapporto equilibrato e continuativo») e dalla necessaria partecipazione di entrambi non solo agli obblighi economici, ma all'uso concreto e diretto di tali risorse a vantaggio dei figli, espresso dall'esplicito riconoscimento del loro diritto «a ricevere cura, educazione e istruzione» da entrambi i genitori. È stata infatti introdotta la figura del «genitore collocatario», di origine esclusivamente giurisprudenziale, che trascorre con i figli un tempo largamente prevalente, resta comunque e sempre nella casa familiare a prescindere dal titolo di proprietà e gestisce i figli praticamente a sua discrezione. In sostanza è stata riprodotta nella prassi la figura e il ruolo del «genitore affidatario», lasciando all'altro il vecchio, risicato, «diritto di visita». E che le cose stiano così sul piano della concretezza lo si vede ancor meglio considerando la soluzione pressoché universalmente adottata per quanto riguarda gli aspetti economici, che negano quella che doveva semplicemente costituire l'estrinsecazione del fondamentale diritto dei figli alla «cura». In altre parole i genitori, entrambi affidatari, avrebbero dovuto essere entrambi impegnati a fornire personalmente al figlio i beni e i servizi che gli abbisognano, nell'ambito di una normale quotidianità, non delle situazioni eccezionali. Viceversa compiti di cura non se ne assegnano mai al «genitore non collocatario», ma gli si chiede di passare del denaro all'altro perché gestisca ogni necessità. In questo modo, oltre tutto, sono stati ignorati gli aspetti più rilevanti della forma diretta del mantenimento, quelli relazionali: come l'occasione per far godere al figlio la gratificante sensazione che entrambi i genitori hanno su di lui uno sguardo attento e premuroso; che nessuno di essi è esonerato dal raccogliere le sue esigenze della vita quotidiana; che non è obbligato a rinunciare al proprio tempo libero del fine settimana, che preferisce ovviamente trascorrere con i coetanei, perché altrimenti perderebbe del tutto di vista uno dei genitori. Insomma il senso del messaggio del legislatore era con tutta evidenza quello di una permanenza del figlio in una condizione il più possibile vicina alla normalità del vissuto precedente. Ma ciò non è stato assolutamente inteso e si è preferito sacrificare i suoi diritti (e ovviamente il suo interesse) privilegiando quello degli adulti ( rectius , dei cattivi genitori), i quali sono ben felici di chiudere ogni loro rapporto, guadagnando i padri assenti una pressoché totale indipendenza dalla vita precedente e le madri egocentriche la possibilità di gestire i figli e il relativo contributo economico in totale autonomia. Anche perché comunque, quando al genitore non collocatario viene chiesto di trasferire del denaro -- che sa di avere prodotto con la propria fatica e che è destinato alle esigenze dei figli -- all' ex partner , magari con altri convivente, senza delega e senza rendiconto, non stupisce che la sua classica reazione sia quella di cercare di sottrarsi al pagamento, con il risultato di un'altissima percentuale di inadempienze e una crescita esponenziale della conflittualità, a danno essenzialmente della prole. Tutto ciò, dunque, attesta che dei principi della riforma del 2006 non si è salvato praticamente nulla. Né c'è da sperare, ormai, che le sunnominate «devianze» restino confinate al periodo iniziale di applicazione della legge, che sia una questione di tempo o che si possa sperare in un cambiamento culturale e quindi basti attendere. Purtroppo neppure questo si sta verificando. Sotto il profilo della giurisprudenza, ad esempio, per quanto attiene alla conflittualità una sentenza di Cassazione del 2008, la n. 16593, aveva chiarito che non può essere utilizzata per negare l'affidamento condiviso. Ma successivamente, nella sentenza della Suprema corte, I sezione civile, n. 11062 del 19 maggio 2011, si sostiene che la decisione censurata (ovvero avere negato l'affidamento condiviso) «si fonda ... sulla verifica di una estrema e tesa conflittualità preclusiva della tendenzialità collaborativa tra le figure genitoriali necessaria ad assicurare le basi minimali di una cogestione responsabile delle scelte inerenti la vita quotidiana dei figli». E non diversamente si argomenta nella sentenza n. 18867 del 15 settembre 2011, sempre dovuta alla I sezione civile («avuto riguardo al suo superiore e prevalente interesse nonché all'incapacità dei genitori di evitare conflitti tra di loro in funzione di tale interesse, fosse allo stato impensabile disporre l'affidamento condiviso»). Sostanzialmente, il concetto che non scompare è che l'affidamento condiviso non può essere stabilito se lo si ritiene «nocivo per il minore», ovvero contrario al suo interesse (ad esempio, sentenza della Cassazione n. 5108 del 2012); tesi che può essere sostenuta ad libitum . In aggiunta la stessa cosa si è verificata per la forma diretta del mantenimento, altro pilastro della riforma del 2006. Se la sentenza n. 23411 del 2009 ne riconosce la priorità («l'assegno per il figlio» può essere disposto «in subordine, essendo preminente il principio del mantenimento diretto da parte di ciascun genitore»), si capovolge il giudizio secondo la sentenza n. 22502 del 2010, ove si sostiene che la differenza nei tempi della frequentazione è sufficiente a determinare la necessità di un assegno. Viceversa, è ovvio che non è la differenza dei tempi della frequentazione a determinare l'esigenza di un assegno, ma al più di essa si tiene conto nel caso in cui per altri motivi l'assegno si sia reso indispensabile. La ragione è evidente: il genitore che passa più tempo con il figlio potrebbe essere il più abbiente, a tacere della possibilità di compensazione mediante l'assegnazione di opportuni capitoli di spesa. Ancora più bizzarro il ragionamento sviluppato dalla sentenza n. 785 del 2012 che si basa sull'erronea tesi che l'affidamento condiviso sia più restrittivo di quello congiunto (quando è vero esattamente il contrario), essendo «non solo affidamento ad entrambi, ma fondato sul pieno consenso di gestione, sulla condivisione, appunto», a dimostrazione delle difficoltà della magistratura a comprendere dell'istituto perfino il suo significato generale. D'altra parte, che queste infedeli forme di lettura e applicazione siano di gran lunga quelle prevalenti è dimostrato dagli stessi prestampati che in numerosi tribunali sono a disposizione delle coppie che affrontano consensualmente la separazione, alcuni dei quali sono riportati a titolo di esempio da seguire sullo stesso sito del Ministero della giustizia.