[pronunce]

nella fattispecie in esame, invece, la competenza ci sarebbe e dunque il suo esercizio ben potrebbe essere oggetto di sindacato giurisdizionale nel quale sarebbe possibile sollevare la questione incidentale di legittimità costituzionale. Fuori delle ipotesi individuate nelle pronunce richiamate, il conflitto di attribuzione non potrebbe essere prospettato contro atti legislativi, se non nei casi puntualmente identificati dalla giurisprudenza, e cioè contro atti che comprimano diritti fondamentali e ne determinino un pregiudizio irreversibile e insanabile, così come chiarito nella sentenza n. 161 del 1995 e nell'ordinanza n. 73 del 1997 di questa Corte; e a ciò dovrebbe aggiungersi che, per quanto attiene al CSM, vi sarebbe una precedente pronuncia in termini con cui la Corte ha dichiarato l'inammissibilità di un conflitto identico a quello in esame (ordinanza n. 480 del 1995). In ogni caso, secondo la difesa della Camera, sarebbe inammissibile la censura relativa alla pretesa violazione dell'art. 97 Cost., dal momento che in sede di conflitto di attribuzione non potrebbe essere lamentata la violazione di norme diverse da quelle che definiscono l'ambito delle attribuzioni riconosciute dalla Costituzione al ricorrente. Infondate sarebbero poi le censure con cui il CSM lamenta la violazione dell'art. 10 della legge n. 195 del 1958, in conseguenza della mancata acquisizione del parere del Consiglio medesimo ai fini della adozione della legge di conversione del decreto legge n. 66 del 2004. Innanzitutto, osserva la Camera, detto parere sarebbe meramente facoltativo e non già obbligatorio, come sostenuto dal ricorrente. Inoltre, esso non sarebbe previsto dalla Costituzione, bensì da una legge ordinaria, e questa non potrebbe condizionare il procedimento di formazione delle leggi disciplinato dagli artt. 70 e ss. della Costituzione e dai regolamenti parlamentari. Né la necessità dell'acquisizione del parere del CSM potrebbe desumersi dal principio di leale collaborazione, il quale non sarebbe invocabile in relazione alla funzione legislativa, anche tenuto conto del fatto che tale principio opera solo rispetto ad un procedimento nel quale partecipino soggetti diversi, mentre il CSM non parteciperebbe in alcun modo al procedimento legislativo. Peraltro, anche con riguardo al CNEL che, a differenza del CSM, è espressamente qualificato dall'art. 99 Cost. come organo di consulenza delle Camere e del Governo, la Corte avrebbe negato l'obbligatorietà dei suoi pareri ai fini della adozione di leggi in materie di rilevanza economica e sociale (sentenza n. 44 del 1966). Infondata sarebbe altresì la censura secondo cui la adozione di un decreto legge avrebbe leso le prerogative del CSM impedendogli di rendere il parere di cui all'art. 10 della legge n. 195 del 1958; infatti, l'art. 14 del regolamento del CSM prevederebbe una procedura d'urgenza e, in concreto, il Consiglio in più occasioni avrebbe espresso il proprio parere su decreti legge. Inoltre, la disciplina di profili attinenti all'ordinamento giudiziario mediante la decretazione d'urgenza non solo sarebbe da ritenere pienamente ammissibile (sentenza n. 184 del 1974), ma di essa, nella specie, sussistevano tutti i presupposti, dovendosi dare sollecita attuazione alle guarentigie previste dall'art. 3 della legge n. 350 del 2003, attraverso le quali si sarebbe inteso tutelare il diritto al lavoro assicurando una sorta di risarcimento in forma specifica per i dipendenti che avessero subito una ingiusta sospensione dal lavoro o una cessazione dal medesimo. Infondata sarebbe, inoltre, la doglianza relativa alla lesione delle prerogative del CSM assicurate dall'art. 105 Cost. a seguito della limitazione della discrezionalità nel valutare la domanda di riassunzione dei magistrati. Innanzitutto, la Costituzione rinvia alla legge la disciplina dei poteri del Consiglio e la riserva di legge costituirebbe la migliore e più efficace garanzia dell'autonomia e indipendenza della magistratura. Peraltro, questa Corte avrebbe già chiarito che tale riserva deve intendersi rispettata allorché il legislatore enunci criteri sufficientemente precisi, in grado di orientare la discrezionalità dell'organo decidente (sentenza n. 72 del 1991). In sostanza, sarebbe la legge a definire i poteri del CSM, lasciando un margine di apprezzamento discrezionale, e sarebbe ancora la legge a definire e garantire l'interesse generale. In ogni caso, la limitazione, ad opera delle norme denunciate, dei poteri del Consiglio si giustificherebbe in ragione della adozione di speciali strumenti di tutela dei diritti fondamentali dei singoli. Quanto alla lamentata lesione delle prerogative del ricorrente a far valere eventuali profili di responsabilità disciplinare, la difesa della Camera ritiene tale censura innanzitutto inammissibile, sia in quanto le prerogative in materia di azione disciplinare spetterebbero a soggetti diversi dal Consiglio, sia in quanto, in tale materia, la facoltà di promuovere il conflitto di attribuzione spetterebbe non al Consiglio nella sua collegialità, ma alla sua sezione disciplinare. La censura sarebbe comunque infondata, dal momento che la scelta legislativa sarebbe non solo ragionevole, ma anche doverosa, tenuto conto della ingiustizia che il magistrato avrebbe subito essendo stato sottoposto a procedimento penale dal quale è stato poi assolto. La previsione della riammissione in servizio avrebbe dunque valore di risarcimento in forma specifica del danno subito. La lamentata lesione delle attribuzioni costituzionali del CSM in forza della compressione del suo potere di apprezzamento discrezionale nel decidere sulla domanda del magistrato di riammissione in servizio in una funzione immediatamente superiore, sarebbe inammissibile, dal momento che, in tal modo, il Consiglio – chiamato ad adottare provvedimenti amministrativi – censurerebbe la legge che delimita la sua discrezionalità nell'adozione degli atti amministrativi medesimi. La previsione legislativa non sarebbe comunque irragionevole, dal momento che il CSM manterrebbe il potere di valutare le attitudini del magistrato desumendole dalle funzioni già esercitate e ciò si giustificherebbe in quanto solo con riferimento a tali funzioni sarebbe possibile la valutazione, essendosi il rapporto di lavoro successivamente interrotto. 8. – Anche il Senato della Repubblica si è costituito in giudizio eccependo preliminarmente l'inammissibilità del conflitto in quanto proposto nei confronti di una legge. Rileva innanzitutto la difesa del Senato che una decisione di tal genere non sarebbe preclusa dall'ordinanza con cui è stato dichiarato ammissibile il conflitto, trattandosi di una pronuncia emessa in limine litis. In particolare, non ricorrerebbe nella fattispecie uno dei casi particolari in cui la Corte ha ammesso il conflitto di attribuzione in relazione ad atti legislativi e mancherebbe quel requisito della residualità del medesimo in forza del quale il conflitto dovrebbe escludersi nei casi in cui la legge da cui deriva la lesione delle competenze sia denunciabile dal soggetto interessato nel giudizio incidentale. Nel caso di specie un tale giudizio sarebbe pienamente configurabile.