[pronunce]

ORDINANZA ha pronunciato la seguentenel giudizio di legittimità costituzionale dell'articolo 339, terzo comma, del codice di procedura civile, promosso dal Tribunale ordinario di Napoli, in composizione monocratica, nel procedimento vertente tra C. F. e G. S. ed altri con ordinanza del 30 gennaio 2012, iscritta al n. 164 del registro ordinanze 2012 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 35, prima serie speciale, dell'anno 2012. Visto l'atto di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri; udito nella camera di consiglio del 20 novembre 2012 il Giudice relatore Paolo Grossi.. Ritenuto che, nel corso di un giudizio di appello avverso una sentenza resa dal Giudice di pace di Napoli in una controversia civile di risarcimento danni derivanti da sinistro stradale, il Tribunale ordinario di Napoli, in composizione monocratica, con ordinanza emessa il 30 gennaio 2012, ha sollevato - in riferimento agli articoli 3, primo comma, 24, primo comma, 101, secondo comma, 111, primo comma, e 117, primo comma, della Costituzione («quest'ultimo in quanto in relazione di interposizione rispetto all'art. 6 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali, cui l'Italia aderisce, ed al diritto vivente derivatone») - questione di legittimità costituzionale dell'articolo 339, terzo comma, del codice di procedura civile, nel testo modificato dall'art. 1 del decreto legislativo 2 febbraio 2006, n. 40 (Modifiche al codice di procedura civile in materia di processo di cassazione in funzione nomofilattica e di arbitrato, a norma dell'articolo 1, comma 2, della L. 14 maggio 2005, n. 80), «nella parte in cui non prevede che le sentenze del giudice di pace pronunciate secondo equità a norma dell'art. 113 co. 3 c.p.c. siano appellabili anche per i casi che, se ricorrenti per sentenze pronunciate in appello o in unico grado, renderebbero ammissibile la revocazione in base all'art. 395 c.p.c.»; che (premesso di avere dichiarato, con sentenza non definitiva emanata in pari data nello stesso giudizio, che la sentenza di primo grado è stata «pronunciata in equità dal giudice di pace ex art. 113, co. 2 c.p.c.» e riportate le ragioni di tale decisione) il rimettente, in termini di rilevanza della questione, osserva che l'applicabilità della norma censurata nel giudizio a quo discende (oltre che da tale accertamento) dal fatto che, nei motivi di appello, è espressa una doglianza «relativa a vizi della sentenza impugnata che, se fosse possibile l'appello a critica limitata ex art. 339 c.p.c. anche per motivi corrispondenti a quelli di cui al rimedio per revocazione ex art. 395 - e in particolare n. 4 - c.p.c. , darebbero luogo [...] ad accoglimento della doglianza»; che in tal senso il rimettente, anche sulla scorta della giurisprudenza di legittimità in materia, intesa quale diritto vivente, esprime ed analizza le ragioni per le quali nella specie si configurerebbe il vizio revocatorio in cui sarebbe incorso il giudice di primo grado nella lettura quantomeno di una deposizione testimoniale; che, inoltre, il rimettente sottolinea che - mentre, prima della novella della norma censurata, avverso le sentenze del giudice di pace pronunciate secondo equità, allora inappellabili e quindi pronunciate in unico grado, era pienamente ammissibile la domanda di revocazione (ai sensi dell'art. 395 cod. proc. civ.) - ora «la sentenza equitativa del giudice di pace non è né una sentenza pronunciata in grado di appello né una sentenza pronunciata in unico grado», e quindi essa «non deve ritenersi impugnabile per revocazione, in particolare, per quanto qui interessa, ex art. 395 n. 4 c.p.c. » ; che, sul punto, il rimettente rileva come, data l'eccezionalità della disciplina del rimedio revocatorio, non sia praticabile una lettura estensiva dell'art. 395 cod. proc. civ. , che parifichi la sentenza equitativa del giudice di pace, appellabile, a una sentenza emessa in unico grado, la qual cosa avrebbe come implicazione quella di ammettere un "concorso di impugnazioni" previo approntamento di norme volte a coordinare lo svolgimento dei procedimenti relativi; e ritiene altresì non condivisibile l'eccezione proposta dagli appellati, secondo i quali la parte appellante avrebbe semmai dovuto proporre istanza in revocazione, pur inammissibile, sollevando in tale sede l'eccezione di illegittimità costituzionale dell'art. 395 cod. proc. civ. , nella parte in cui non prevede la revocazione avverso le sentenze equitative del giudice di pace, poiché, a giudizio del Tribunale, è «coessenziale al sistema che la revocazione e l'appello siano mezzi di impugnazione tra loro coordinati nel senso dell'esserne esclusa la contemporanea proponibilità»); che, secondo il rimettente, dunque - dandosi per appurata la non esperibilità della revocazione ordinaria contro le sentenze equitative del giudice di pace rese secondo equità - i dubbi di incostituzionalità sembrano derivare solo dalla limitazione dei motivi di appello introdotta, dalla riforma del 2006, nell'art. 339, terzo comma, cod. proc. civ. , il quale, inserendosi nel sistema preesistente, non darebbe rimedi né con la revocazione (inammissibile trattandosi di sentenza appellabile), né con l'appello (previsto a motivi limitati non comprendenti i vizi revocatori); che, quanto alla non manifesta infondatezza, il giudice a quo ritiene che la mancata previsione, nella norma censurata, tra i motivi limitati ammissibili a sostegno dell'appello avverso sentenze in equità del giudice di pace (anche) dei motivi di cui all'art. 395, n. 4, cod. proc. civ. , contrasti: a) con i canoni di ragionevolezza e di eguaglianza, di cui all'art. 3 Cost., in quanto priva alcuni utenti della giustizia di uno strumento residuale concesso a quelli cui la causa sia stata decisa in diritto, senza che ciò possa dirsi giustificato dalla ratio legis - correlata «all'esigenza di differenziare le impugnazioni, evitando che 1'appello avverso la sentenza equitativa del giudice di pace sia una nuova sede di valutazione di parametri equitativi oramai definitivamente forgiati dal primo giudice sul caso concreto, facendone una sede di revisione da parte del giudice superiore delle sole ingiustizie della sentenza che siano frutto di violazioni di norme processuali o, per quelle sostanziali, apicali del sistema» - la quale deporrebbe «a favore, piuttosto che contro, rispetto alla parificazione a detti motivi limitati di appello di quelli di cui all'art. 395 c.p. c.