[pronunce]

ORDINANZA ha pronunciato la seguentenel giudizio di legittimità costituzionale dell'art. 26, comma 3, ultimo periodo, della legge 30 dicembre 2010, n. 240 (Norme in materia di organizzazione delle università, di personale accademico e reclutamento, nonché delega al Governo per incentivare la qualità e l'efficienza del sistema universitario), promosso dal Tribunale ordinario di Torino - sezione lavoro, nel procedimento vertente tra S.C. e l'Università degli studi di Torino, con ordinanza del 21 aprile 2011, iscritta al n. 184 del registro ordinanze 2011 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 39, prima serie speciale, dell'anno 2011. Visto l'atto di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri; udito nella camera di consiglio del 25 gennaio 2012 il Giudice relatore Sabino Cassese.. Ritenuto che, con ordinanza del 21 aprile 2011, pervenuta presso la cancelleria di questa Corte il 22 luglio 2011 (reg. ord. n. 184 del 2011) , il Tribunale ordinario di Torino - sezione lavoro, ha sollevato questione di legittimità costituzionale dell'art. 26, comma 3, ultimo periodo, della legge 30 dicembre 2010, n. 240 (Norme in materia di organizzazione delle università, di personale accademico e reclutamento, nonché delega al Governo per incentivare la qualità e l'efficienza del sistema universitario), per violazione degli artt. 3, 24 e 111 Cost., nonché dell'art. 117, primo comma, Cost., in relazione all'art. 6 della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali; che l'art. 26, comma 3, della legge n. 240 del 2010 stabilisce che: «L'articolo 1, comma 1, del decreto-legge 14 gennaio 2004, n. 2, convertito, con modificazioni, dalla legge 5 marzo 2004, n. 63, si interpreta nel senso che, in esecuzione della sentenza della Corte di giustizia delle Comunità europee 26 giugno 2001, nella causa C-212/99, ai collaboratori esperti linguistici, assunti dalle università interessate quali lettori di madrelingua straniera, il trattamento economico corrispondente a quello del ricercatore confermato a tempo definito, in misura proporzionata all'impegno orario effettivamente assolto, deve essere attribuito con effetto dalla data di prima assunzione quali lettori di madrelingua straniera a norma dell'art. 28 del decreto del Presidente della Repubblica 11 luglio 1980, n. 382, sino alla data di instaurazione del nuovo rapporto quali collaboratori esperti linguistici, a norma dell'art. 4 del decreto-legge 21 aprile 1995, n. 120, convertito, con modificazioni, dalla legge 21 giugno 1995, n. 236. A decorrere da quest'ultima data, a tutela dei diritti maturati nel rapporto di lavoro precedente, i collaboratori esperti linguistici hanno diritto a conservare, quale trattamento retributivo individuale, l'importo corrispondente alla differenza tra l'ultima retribuzione percepita come lettori di madrelingua straniera, computata secondo i criteri dettati dal citato decreto-legge n. 2 del 2004, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 63 del 2004, e, ove inferiore, la retribuzione complessiva loro spettante secondo le previsioni della contrattazione collettiva di comparto e decentrata applicabile a norma del decreto-legge 21 aprile 1995, n. 120, convertito, con modificazioni, dalla legge 21 giugno 1995, n. 236. Sono estinti i giudizi in materia, in corso alla data di entrata in vigore della presente legge»; che la questione di costituzionalità, avente ad oggetto l'ultimo periodo dell'art. 26, comma 3 («Sono estinti i giudizi in materia, in corso alla data di entrata in vigore della presente legge»), è stata sollevata nel corso di un giudizio che - secondo quanto riferisce il Tribunale rimettente - concerne la fondatezza della «richiesta, da parte di un collaboratore esperto linguistico, assunto presso l'Università degli studi di Torino, di ottenere l'equiparazione del proprio trattamento economico a quello del ricercatore assunto a tempo definito, con conseguente condanna dell'Università convenuta al pagamento delle differenze retributive per il passato e all'adeguamento del trattamento economico per il futuro»; che, ad avviso del Tribunale rimettente, «la rilevanza della norma è del tutto palese: infatti, la novella legislativa è senz'altro applicabile ai giudizi in corso e la controversia de quo dovrebbe essere necessariamente decisa (o meglio dovrebbe essere immediatamente estinta) sulla base dell'art. 26, comma 3» della legge n. 240 del 2010, con conseguente rilevanza della questione di legittimità costituzionale ai fini della definizione del giudizio principale; che, in ordine alla non manifesta infondatezza, il giudice rimettente nega la possibilità di operare un'interpretazione costituzionalmente orientata della norma censurata, in quanto la stessa «è assolutamente stringente e, prevedendo un'ipotesi extra ordinem di estinzione del processo, impedisce ogni possibile ulteriore azione al giudice diversa dalla ordinanza dichiarativa, appunto, dell'estinzione»; che, secondo il giudice rimettente, l'ultimo periodo dell'art. 26, comma 3, lederebbe innanzi tutto il diritto di difesa sancito dall'art. 24, primo comma, Cost., poiché «la parte privata vedrebbe definire il procedimento dalla medesima iniziata per tutelare il proprio asserito diritto mediante una pronuncia di mero rito, che non prende in esame la fondatezza della propria pretesa ma che si limita ad estinguere il processo»; che, inoltre, ad avviso del Tribunale rimettente, la norma censurata violerebbe il principio del giusto processo - sancito dall'art. 111 Cost. e dall'art. 6 della CEDU, che vincola il legislatore nazionale ai sensi dell'art. 117, primo comma, Cost. - sia sotto il profilo della parità delle armi, in quanto lo Stato «utilizza un mezzo inaccessibile all'altra parte, posteriore all'inizio del procedimento nonché isolato nel nostro sistema giuridico, per ottenere l'assoluzione dalle pretese avanzate nel giudizio», sia sotto il profilo della ragionevole durata del processo, in quanto l'estinzione del processo in conseguenza dell'applicazione della norma impugnata determinerebbe una situazione nella quale, «sia che il ricorrente decida di presentare un nuovo ricorso, sia che decida di impugnare il provvedimento che dichiara l'estinzione del giudizio, vi è un evidente e inevitabile prolungamento dei tempi processuali, senza che vi sia alcuna ragione effettiva a giustificarlo»;