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Disposizioni in materia di candidabilità, eleggibilità e ricollocamento dei magistrati in occasione di elezioni politiche e amministrative nonché di assunzione di incarichi di governo nazionale e negli enti territoriali. Modifiche alla disciplina in materia di astensione e ricusazione dei giudici. Onorevoli Senatori. – Il presente disegno di legge è volto ad apportare significative modifiche alla normativa vigente in materia di cause di ineleggibilità e di incandidabilità dei magistrati alle elezioni politiche e a quelle amministrative. L'esigenza di una rivisitazione dell'attuale disciplina legislativa nasce non solo perché la normativa in vigore per le elezioni politiche non risulta adeguata ad assicurare quanto affermato anche dalla Corte costituzionale («deve riconoscersi – e non sono possibili dubbi in proposito – che i magistrati debbono godere degli stessi diritti di libertà garantiti ad ogni altro cittadino ... ma deve, del pari, ammettersi che le funzioni esercitate e la qualifica rivestita dai magistrati non sono indifferenti e prive di effetto per l'ordinamento costituzionale... Per la natura della loro funzione, la Costituzione riserva ai magistrati una disciplina del tutto particolare...: questa disciplina, da un lato assicura una posizione peculiare, dall'altro, correlativamente, comporta l'imposizione di speciali doveri. I magistrati, per dettato costituzionale (artt. 101, secondo comma, e 104, primo comma, Cost.), debbono essere imparziali e indipendenti e tali valori vanno tutelati non solo con specifico riferimento al concreto esercizio delle funzioni giudiziarie, ma anche come regola deontologica da osservarsi in ogni comportamento al fine di evitare che possa fondatamente dubitarsi della loro indipendenza ed imparzialità» – Corte costituzionale, sentenza n. 224 del 2009), ma anche per colmare una lacuna del testo unico delle leggi sull'ordinamento degli enti locali, di cui al decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267, e della legge 2 luglio 2004, n. 165, per le cariche elettive regionali. La normativa da ultimo richiamata per gli enti locali e le regioni rende infatti possibile, in base alle previste cause di ineleggibilità e di incandidabilità, nonché alla disciplina dell'obbligo di aspettativa, il contemporaneo svolgimento delle funzioni politiche amministrative (di sindaco, di presidente della provincia, di consigliere provinciale e comunale, di componente delle giunte provinciali e comunali, di presidente della regione, di assessore e consigliere regionale) e di quelle giudiziarie, sia pure in ambiti territoriali diversi (come segnalato anche dal Consiglio superiore della magistratura con la risoluzione del 28 aprile 2010). Il magistrato che partecipi alle elezioni politiche o amministrative o assuma incarichi di governo nazionale o locale non può essere sfiorato nemmeno dal sospetto di aver strumentalizzato le proprie funzioni giudiziarie. L'autonomia e l'indipendenza della magistratura, nel disegno costituzionale, sono strumentali per assicurare la funzione di garanzia imparziale della giurisdizione. L'imparzialità che deve connotare il quotidiano agire del magistrato, anche sotto il profilo dell'immagine e non solo dell'essere, non attiene solo all'attività giurisdizionale, ma anche, e forse soprattutto, ai comportamenti, incidenti o meno direttamente sull'attività giurisdizionale. In base a tali princìpi, nella richiamata sentenza della Corte costituzionale n. 224 del 2009 le funzioni esercitate e la qualifica rivestita dai magistrati non sono indifferenti e prive di effetti per l'ordinamento costituzionale. Ne consegue la possibilità dell'imposizione di speciali doveri, con la possibilità di limitazioni sia in ordine alla candidabilità per quanto attiene all'elettorato passivo, sia in relazione al possibile ricollocamento in ruolo del magistrato alla cessazione dell'aspettativa. L'intervento normativo proposto riguarda tutte le magistrature (ordinaria, amministrativa, contabile e militare) e, per alcune disposizioni, anche quella onoraria, non potendo dubitarsi che i princìpi di indipendenza e imparzialità riguardino tutti i magistrati, incidendo sulla qualità e su un connotato essenziale della giurisdizione. Proprio perché il dovere di imparzialità grava su un magistrato e coinvolge anche il suo operare da semplice cittadino, anche quando risulti collocato fuori ruolo per lo svolgimento di un compito tecnico, si prevede che le modifiche in tema di candidabilità e di accesso a cariche elettive siano applicabili anche ai magistrati collocati fuori dal ruolo organico. L'articolo 1 prevede norme generali in tema di candidatura dei magistrati alle elezioni di ogni livello (Parlamento europeo, Parlamento nazionale, regioni, città metropolitane e comuni) stabilendo un divieto di candidatura nel territorio di competenza giurisdizionale dell'ufficio nel quale si esercitino le funzioni o si siano esercitate nei cinque anni antecedenti la data di accettazione della candidatura. Anche la «Commissione dei saggi» nominata dal Presidente della Repubblica ha segnalato l'opportunità che un magistrato non possa candidarsi in un luogo in cui abbia esercitato la giurisdizione (a meno che, com'è logico, non sia cessato dall'appartenenza all'ordine giudiziario) e che non possa amministrare giustizia in un luogo in cui sia stato candidato. Si prevede altresì che il magistrato debba trovarsi in aspettativa all'atto di accettazione della candidatura in caso di elezioni anticipate o da sei mesi prima dell'accettazione della candidatura in casi di scadenza naturale della legislatura o della consiliatura. Con le disposizioni degli articoli 2 e 4 viene fissato il principio che il magistrato debba essere collocato in aspettativa all'atto dell'assunzione di qualunque incarico di governo nazionale o locale e che l'aspettativa è obbligatoria per l'intero periodo del mandato elettorale o dell'incarico. Con l'articolo 3 si prevede che la dichiarazione di accettazione della candidatura sia accompagnata dalla dichiarazione di non versare in nessuna delle condizioni di incandidabilità previste dalla legge. L'articolo 4 reca disposizioni in materia di status dei magistrati in costanza di mandato o di incarico di governo, prevedendo l'obbligatorietà dell'aspettativa per l'intero periodo di svolgimento del mandato o dell'incarico di governo sia nazionale che locale. L'aspettativa comporta il collocamento fuori ruolo del magistrato. L'articolo 5 disciplina il ricollocamento in ruolo dei magistrati candidati e non eletti al Parlamento nazionale o europeo, con la previsione che non possano mai essere assegnati ad un ufficio della regione in cui si sono presentati o che è ricompresa nella circoscrizione elettorale, che il ricollocamento avvenga nella funzione giudicante per cinque anni e con vincolo di funzioni collegiali per tale periodo, nonché con il divieto di ricoprire incarichi direttivi o semidirettivi per lo stesso periodo.