[pronunce]

Considerato che il Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Grosseto, in funzione di giudice dell'esecuzione, dubita, in riferimento all'art. 3 della Costituzione, della legittimità costituzionale del combinato disposto degli artt. 460, comma 5, del codice di procedura penale e 136 delle norme di attuazione, di coordinamento e transitorie del codice di procedura penale, nella parte in cui non prevedono, quale limite all'effetto estintivo del decreto penale non opposto, l'essersi il condannato volontariamente sottratto all'esecuzione della pena inflitta; che il dubbio di costituzionalità viene avanzato tanto sotto il profilo della intrinseca irragionevolezza della disciplina, quanto sotto quello della disparità di trattamento fra situazioni analoghe; che, quanto al profilo dell'irragionevolezza, si assume che, per il procedimento monitorio, non risulta riprodotto il limite che l'art. 136 disp. att. cod. proc. pen. detta invece per il rito del “patteggiamento”, nel quale l'effetto estintivo non si produce se la persona nei cui confronti la pena è stata applicata si sottrae volontariamente alla sua esecuzione: così rendendo, sul punto, irragionevolmente differente la disciplina degli effetti della sentenza di applicazione della pena su richiesta delle parti e quella del decreto penale di condanna, perfettamente omologa alla prima per gli ulteriori benefici premiali; che, quanto al profilo della disparità di trattamento, si denunzia che l'effetto estintivo del reato viene a dipendere – nei confronti di un identico comportamento del condannato – unicamente dal tipo di rito applicato; e che, inoltre, il condannato, il quale ha puntualmente ottemperato al provvedimento di condanna pagando la pena pecuniaria, può beneficiare dell'effetto estintivo del reato al pari di colui che, viceversa, omette di adempiere volontariamente al provvedimento di condanna; che il petitum avanzato dal rimettente è dunque volto ad estendere al rito monitorio la limitazione dell'effetto estintivo del reato già prevista, per l'applicazione della pena su richiesta delle parti, dall'art. 136 delle norme di attuazione, di coordinamento e transitorie del codice di procedura penale; che, tuttavia, la disposizione di cui all'art. 460, comma 5, cod. proc. pen. , a prescindere dalla sua collocazione, riveste indubbio carattere di norma sostanziale e non meramente processuale, in quanto - come evidenziato anche dalla sua concorde lettura ad opera della giurisprudenza di legittimità - incide sulla stessa esistenza del reato determinandone l'estinzione; che, a riprova di tale qualificazione, la norma censurata è stata applicata, secondo l'esegesi del giudice di legittimità, anche ai decreti penali divenuti esecutivi prima dell'entrata in vigore della novella di cui alla legge n. 479 del 1999, in forza del principio del favor rei di cui all'art. 2, terzo comma, del codice penale, in materia di successione di leggi penali nel tempo, anziché del principio del tempus regit actum, che governa la successione della legge processuale nel tempo; che, pertanto, il petitum formulato dal rimettente si risolve nella richiesta di una pronuncia volta a restringere l'effetto estintivo del reato previsto dalla norma medesima e, dunque, in una pronuncia additiva in malam partem in materia penale sostanziale; che, peraltro, tale intervento - alla luce delle costanti affermazioni di questa Corte (cfr., tra le molte, sentenze n. 394 del 2006 e n. 161 del 2004; ordinanza n. 317 del 2000) - risulta precluso dal principio della riserva di legge sancito nell'art. 25, secondo comma, della Costituzione, il quale impedisce, tra l'altro, anche di «incidere in peius sulla risposta punitiva o su aspetti comunque inerenti alla punibilità», così come avverrebbe con la pronuncia additiva invocata dall'odierno rimettente; che la questione deve pertanto essere dichiarata manifestamente inammissibile. Visti gli artt. 26, secondo comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87, e 9, comma 2, delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale.. . per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE dichiara la manifesta inammissibilità della questione di legittimità costituzionale degli artt. 460, comma 5, del codice di procedura penale e 136 del d.lgs. 28 luglio 1989, n. 271 (Norme di attuazione, coordinamento e transitorie del codice di procedura penale), sollevata, in riferimento all'art. 3 della Costituzione, dal Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Grosseto con l'ordinanza in epigrafe. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 21 novembre 2007. F.to: Franco BILE, Presidente Giovanni Maria FLICK, Redattore Giuseppe DI PAOLA, Cancelliere Depositata in Cancelleria il 30 novembre 2007. Il Direttore della Cancelleria F.to: DI PAOLA