[pronunce]

- Nell'imminenza della data fissata per la pubblica udienza, hanno depositato memorie sia l'Avvocatura, sia la L.A.P.E.T. La prima, nel ribadire le conclusioni rassegnate, pone l'accento sul fatto che la certificazione tributaria costituisce attuazione di uno dei fini essenziali della legge di delega, e cioè la riorganizzazione del lavoro degli uffici finanziari, agevolandone l'operato quanto al controllo delle dichiarazioni fiscali, senza, peraltro, previsione di alcuna preclusione alla effettuazione di controlli sia sulla correttezza dell'operato del contribuente, sia sulla legittimità della certificazione rilasciata. Per altro verso, proprio in ragione dei particolari effetti riconducibili a detta certificazione, la relativa attività non potrebbe essere rimessa a qualsiasi soggetto che sia in grado di tenere la contabilità, imponendosi, invece, secondo l'Avvocatura generale dello Stato, la necessità di prescriverne l'affidamento a persone che, appartenendo alle categorie professionali abilitate, siano anche in possesso di determinati requisiti che, sulla base di una scelta appartenente alla sfera di discrezionalità del legislatore, lo stesso ha ritenuto comprovare un'idonea esperienza e capacità professionale. Anche la L.A.P.E.T., nel dedurre la inammissibilità dell'intervento del Consiglio nazionale dei dottori commercialisti, per non essere lo stesso parte nel giudizio a quo e per non essere neppure portatore di un interesse giuridicamente qualificato, non essendo centro di imputazione rappresentativo degli interessi dei soggetti abilitati a rilasciare la certificazione tributaria, ha concluso per la rilevanza della questione, osservando che la eventuale dichiarazione di illegittimità della norma impugnata inciderebbe sul decreto ministeriale attuativo, nel senso di comportarne la caducazione proprio nella parte in cui, con la norma di cui costituisce attuazione, condiziona la certificazione tributaria alla tenuta della contabilità, in tal modo rifluendo positivamente sull'ambito di attività che i consulenti tributari assumono essere stata loro illegittimamente preclusa. Nel merito, l'Associazione insiste nelle proprie conclusioni, sottolineando, in particolare, i contenuti e gli effetti dell'attività di certificazione, che indirizzerebbe i controlli dell'amministrazione finanziaria verso le componenti di reddito diverse da quelle certificate. L'amministrazione, infatti, nella ipotesi di certificazione tributaria, conserverebbe la facoltà di esercitare il potere di controllo solo adducendo una congrua motivazione in ordine alle ragioni per cui intende discostarsi dalla regola procedendo a controllo sovraordinato rispetto a quello del certificatore: tali ragioni vengono individuate nella presenza di indizi di irregolarità o di elementi di riscontro (circolare dell'amministrazione finanziaria n. 55 del 24 marzo 2000). In tale situazione, sussisterebbe l'eccesso di delega lamentato dal collegio a quo, in quanto la legge di delega imponeva al legislatore delegato di attenersi alla previsione di disposizioni riguardanti modalità di presentazione delle dichiarazioni, individuando soggetti intermedi che consentissero una maggiore semplificazione di dette modalità ed effettuassero controlli formali ed automatici, e non già un controllo intrinseco sull'operato del contribuente. Infine, la previsione del collegamento dell'attività di certificazione tributaria con la tenuta della contabilità e con la predisposizione della dichiarazione dei redditi determinerebbe da un lato una confusione di interessi tra controllato e controllore, dall'altro posizioni ingiustificate di esclusiva o di vantaggio in relazione ad attività sempre espletate liberamente nel libero mercato.1. - La questione sottoposta, in via incidentale, all'esame della Corte riguarda l'art. 36 del decreto legislativo 9 luglio 1997, n. 241 (Norme di semplificazione degli adempimenti dei contribuenti in sede di dichiarazione dei redditi e dell'imposta sul valore aggiunto, nonché di modernizzazione del sistema di gestione delle dichiarazioni), nel testo risultante dall'art. 1 del decreto legislativo 28 dicembre 1998, n. 490 (Disposizioni integrative del decreto legislativo 9 luglio 1997, n. 241, concernenti la revisione della disciplina dei centri di assistenza fiscale), nella parte in cui introduce la "certificazione tributaria", conferendo il potere del relativo rilascio in via esclusiva a determinate categorie di professionisti, cioè ai revisori contabili iscritti da almeno cinque anni negli albi dei dottori commercialisti, dei ragionieri e periti commerciali e dei consulenti del lavoro, a condizione che gli stessi abbiano tenuto le scritture contabili dei contribuenti nel corso del periodo di imposta cui si riferisce la certificazione. È denunciata la violazione: degli artt. 76 e 77 della Costituzione, per eccesso di delega, in quanto, nell'ambito della delegazione attribuita dall'art. 3, comma 134, della legge 23 dicembre 1996, n. 662, il legislatore delegato si sarebbe dovuto limitare a dettare disposizioni riguardanti le modalità di presentazione delle dichiarazioni, senza affidare a determinate categorie di professionisti controlli di natura diversa da quelli meramente formali ed automatici, e in ogni caso non avrebbe dovuto conferire esclusiva di attività a determinate categorie professionali; degli artt. 3, 4 e 35 della Costituzione, per la ingiustificata limitazione alla scelta lavorativa ed al libero svolgimento di attività lavorative nei confronti di soggetti che legittimamente potrebbero esercitarle; dell'art. 97 della Costituzione, perché sarebbe contrario ad ogni principio di buona amministrazione che il soggetto certificatore e controllore in luogo del fisco sia colui che ha tenuto la contabilità. 2. - Preliminarmente devono essere affrontati i profili attinenti alla ammissibilità dell'intervento del Presidente del Consiglio nazionale dei commercialisti e le eccezioni di inammissibilità sollevate nei riguardi delle questioni sollevate. L'intervento del Presidente del Consiglio nazionale dei commercialisti, sia in proprio sia nella qualità, deve essere dichiarato inammissibile, sia perché egli non è stato parte in causa nel giudizio a quo (v., per tutte, l'ordinanza n. 289 del 1999), sia perché è portatore, nella duplice qualità, di un interesse meramente riflesso ed eventuale rispetto alla presente controversia (cfr. ordinanza letta in udienza 20 febbraio 2001, allegata alla sentenza n. 189 del 2001). In ordine alla ammissibilità delle questioni, sotto il profilo della rilevanza, l'eccezione sollevata dalla difesa dello Stato è priva di fondamento in quanto il giudice a quo fornisce una motivazione plausibile della rilevanza stessa, valevole per tutti i profili denunciati, che porterebbero in astratto alla pronuncia di illegittimità della disposizione regolamentare impugnata avanti allo stesso giudice, come conseguenza della illegittimità costituzionale della norma di legge denunciata, cui lo stesso regolamento dà attuazione e su cui si basa. Di fronte a tale motivazione non è consentito in questa sede un ulteriore sindacato sull'effettivo interesse nel giudizio a quo ad un annullamento - e sull'ampiezza dello stesso annullamento - degli atti impugnati avanti al Tar, per effetto di una caducazione della norma di legge denunciata, che costituisce la base ed il presupposto degli stessi atti impugnati avanti al giudice amministrativo. 3. - La questione non è fondata.