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e, in caso di separazione (qualora vi sia il concreto pericolo che il genitore straniero si allontani con il figlio), è possibile chiedere al giudice tutelare territorialmente competente di vietare l'espatrio del minore senza il consenso di entrambi i genitori, anche inserendo il suo nominativo nelle liste di frontiera. Insomma, anche se i casi di sottrazione internazionale di minori sono sempre più numerosi, gli strumenti per difendere le vittime del kidnapping potrebbero essere adottati, ma questo comporta una conoscenza dei fatti non da tutti acquisibile (a cominciare dal passaporto personale dei figli custodito da persona di comune fiducia). Rimane comunque il grave aspetto sociale e psicologico di sapere che dove prima c'è stato l'amore, poi si insinuano una ferocia e una crudeltà tali da privare un genitore del bene più profondo, quello del proprio figlio, e che, purtroppo, ci sono ancora alcuni Stati (quelli che non hanno firmato le due convenzioni del 1980) che tutelano non le vittime, ma i «carnefici». Quindi, vi sono tanti motivi che spingono oggi i cittadini a sentire come insufficiente e inefficace l'azione giudiziaria a difesa dei loro diritti in questa materia. La sensazione di essere dentro a una crisi di sistema, con conseguenze sociali e sulla salute dei minori sottratti e contesi, è ovunque percepita in modo allarmante, anche perché vi è un'inadeguatezza di fondo della legislazione nazionale, che limita la categoria degli operatori del diritto. Occorre, perciò, porvi rimedio, adeguando a tale drammatica realtà il nostro codice penale: la sottrazione non è un delitto contro l'assistenza familiare, ma è un delitto contro la libertà personale. Se questo è vero per tutti i cittadini, lo è ancora di più se pensiamo ai bambini, ossia coloro che dal diritto dovrebbero trovare una protezione più forte. Vi sono tanti paradossi nel nostro sistema giuridico e ciò è dovuto al fatto che esso è, per la gran parte, prodotto di una cultura che gli avvocati amano definire adulto-centrica e, in gran parte, vittima dell'idea che la migliore protezione del bambino sia sempre e comunque la sua famiglia. È chiaro che dovrebbe essere così, e non si potrebbe non sostenere che la famiglia non sia per il bambino la più grande delle risorse. Però la realtà ci dimostra il contrario: essa, infatti, dimostra che la famiglia è il teatro della gran parte delle forme di violenza, di maltrattamento e di sfruttamento dei bambini. Perciò la famiglia può essere il luogo più ambivalente che esiste, anche perché è innanzitutto un luogo di relazioni primarie e fondanti per la personalità dell'individuo e poi perché dalla famiglia non ci si può sottrarre facilmente. Si può decidere di non formare una famiglia propria, di non fare figli o di non sposarsi, ma, comunque, si resta ineliminabilmente figli dei propri genitori! Non è il figlio che chiede di essere messo al mondo. Da ciò l'importanza di mettere a punto diverse ed efficaci strategie di protezione delle parti deboli della famiglia, i bambini, che possono, altrimenti, vivere e conoscere devastanti situazioni di violenza e di sopraffazione. Vi è la necessità impellente di affinare forme di protezione che incontrino il bisogno del bambino e, nel contempo, il senso di giustizia sociale che di fronte a tante tragedie resta frustrato. Una delle situazioni di maggiore evidenza e d'incomprensibile sperequazione tra reati consimili, che vedono i minori vittime inconsapevoli, è proprio quello della sottrazione di minore. La fattispecie, peraltro, è nata nel nostro diritto per sanzionare comportamenti sporadici che alle volte venivano messi in atto dal fidanzato maggiorenne per forzare al matrimonio la famiglia della partner contraria: una sanzione minima alla cosiddetta «fuitina», poco più che simbolica. Oggi la sottrazione di minore è un fatto che si colloca nei contesti molto diversi e duramente conflittuali delle relazioni tra i genitori. Come è noto, tutta la vicenda legata alla separazione coniugale o alla rottura del legame di convivenza di due genitori è affrontato ancora oggi, nonostante i recenti sviluppi normativi, in modo tale per cui un figlio diventa, nelle cause di separazione o nella rottura dei legami, il « totem », della vittoria della relazione tra gli adulti. In termini simbolici, e non solo, la sottrazione del minore corrisponde a questo «uso strumentale» della relazione, la vittima -- il bambino -- ai fini del «ricatto» verso la controparte. Non si può più pensare, in sostanza, come si faceva al tempo in cui la norma penale è stata codificata, che la forte relazione affettiva tra la vittima e l'autore del reato sia una scusante; anzi, è necessario iniziare a valutare quali effetti possa avere questo terribile gioco conflittuale in cui vengono messi a dura prova i suoi legami di fedeltà con i genitori. Il bambino rapito da uno o dall'altro dei genitori, infatti, è privato della libertà di agire, spesso vive in situazioni di «semi clandestinità», nascosto e carico di segreti e in conflitto permanente tra il sentire la mancanza dell'altro genitore, non poterla esprimere e temere di essere stato abbandonato da lui, nonché sentire di doversi adattare nella nuova situazione dovendo comunque vivere con il suo rapitore che, nonostante tutto, è un suo genitore. Egli sa che nel conflitto tutti e due i genitori stanno lottando per averlo con sé e, dunque, può addirittura sentirsi di essere la colpa della loro separazione. Tutti questi sono elementi che generano forti danni nella formazione della personalità di un bambino e di un adolescente. Paradossalmente, la vittima di un sequestro a scopo di estorsione si può appellare, dentro di sé, alla certezza che la sua famiglia si stia attivando per la sua liberazione. Un bambino sottratto da un genitore all'altro non sa a quale membro della famiglia affidarsi per sopravvivere. Insomma, tecnicamente, siamo di fronte a un «sequestro di persona di fatto impunito». Se, infatti, il sequestro di persona può costare all'autore molti anni di carcere, la sottrazione di minore non comporta quasi mai l'effettiva esecuzione di una qualche pena ma, anzi, espone il minore a rischi e a situazioni che sono in tutto simili a quelli del sequestro, aggravati dal conflitto di fedeltà. Questo ritardo giuridico del nostro ordinamento si riconosce e si perpetua anche nella protezione internazionale contro tale reato, precedentemente illustrata. Non di rado, infatti, la sottrazione del minore è attuata tra cittadini di diversa nazionalità che, tramite questo comportamento, mettono in essere un «conflitto di applicazione» della giurisdizione e della legislazione di riferimento. In questi casi vigono norme di diritto internazionale che, però, sono soprattutto tese a definire, come già esaurientemente esposto, quale sia l'autorità giurisdizionale competente ad applicare il proprio diritto sul minore e sulla situazione. Regolate dalla citata convenzione de L'Aja del 1980, queste norme sono state riviste con regolamenti comunitari attuativi nel 2000 e nel 2004, quantomeno in relazione all'applicazione di una rafforzata cooperazione tra i Paesi europei.