[pronunce]

La questione, dunque, appare inammissibile, oltre che per erronea identificazione della norma impugnata, altresì per carenza di motivazione in ordine alla rilevanza, non avendo il giudice rimettente precisato per quale ragione trovi ancora applicazione, nella controversia al suo esame, la norma abrogata. Nel merito, la difesa erariale afferma che la pubblicità, di cui si discute, è pienamente idonea a soddisfare l'esigenza di conoscenza o conoscibilità del piano di riparto da parte dei creditori. Ricordato che la Corte costituzionale ha dichiarato la contrarietà a Costituzione di varie norme della legge fallimentare, che facevano decorrere termini di impugnativa dalla data del deposito in cancelleria (sentenze n. 155 del 1980 e n. 102 del 1986) o dalla data del provvedimento (sentenza n. 42 del 1981), osserva che, ben diversamente da quelle norme, la disposizione ora censurata, prevedendo l'inserzione nella Gazzetta Ufficiale, ossia una forma di pubblicità per definizione idonea a consentire una generale conoscibilità, e un termine congruo, fornisce adeguata tutela al diritto di difesa, nel contesto di una scelta discrezionale del legislatore, che, in assenza di manifesta irragionevolezza, non è sindacabile dal giudice delle leggi.1.- La Corte d'appello di Ancona dubita della legittimità costituzionale, in riferimento agli artt. 3, 24, 97 e 111 della Costituzione, dell'art. 213 del regio decreto 16 marzo 1942, n. 267 (Disciplina del fallimento, del concordato preventivo, dell'amministrazione controllata e della liquidazione coatta amministrativa), nella parte in cui fa decorrere il termine di venti giorni, per la proposizione da parte dei creditori delle contestazioni al piano di riparto finale, dall'inserzione nella Gazzetta Ufficiale dell'avviso dell'avvenuto deposito dell'atto presso la cancelleria del tribunale, anziché dalla ricezione della raccomandata con avviso di ricevimento contenente la notizia dell'avvenuto deposito. Analoga questione, in riferimento all'art. 24 Cost., solleva il Tribunale ordinario di Verona relativamente all'art. 1, quinto (recte: sesto) comma, «secondo inciso», della legge 3 aprile 1979, n. 95 – recte: del decreto-legge 30 gennaio 1979, n. 26 (Provvedimenti urgenti per l'amministrazione straordinaria delle grandi imprese in crisi), convertito, con modificazioni, nella legge 3 aprile 1979, n. 95 – per il «richiamo ivi operato» agli artt. 212 e 213 del r.d. n. 267 del 1942 (legge fallimentare), «nella parte in cui non prevede che del deposito dei piani di riparto parziali se ne debba dare notizia ai creditori con raccomandata con avviso di ricevimento». 2.- La sostanziale identità delle questioni poste dalle ordinanze di rimessione impone la riunione dei due giudizi. 2.1.- A tale proposito va chiarito che, ai fini della questione in esame, non rileva la circostanza che, nel giudizio di cui all'ordinanza n. 237 del 2004, si trattava di un credito prededucibile mentre, nel giudizio di cui all'ordinanza n. 500 del 2005, si trattava di un credito concorsuale, come tale già oggetto di valutazione ed accertamento in sede di formazione dello stato passivo. Il credito prededucibile, infatti, se riconosciuto sia nella sua esistenza sia nella sua entità dal commissario - come nel caso di specie - non necessita di alcuna altra verifica ed è, in tutto, assimilato ed assimilabile ai crediti ammessi allo stato passivo: sicché nella locuzione «crediti ammessi» devono ritenersi compresi, pur se non figurano nello stato passivo, anche i crediti prededucibili riconosciuti esistenti, anche nel loro ammontare, dal commissario. 3.- Le eccezioni di inammissibilità proposte dall'Avvocatura dello Stato nei confronti dell'ordinanza n. 500 del 2005 devono essere respinte. Questa Corte ha ripetutamente escluso (da ultimo, sentenza n. 224 del 2004) che «l'erronea indicazione della norma censurata ridondi in vizio dell'ordinanza quando dal contesto della motivazione sia agevolmente individuabile la norma effettivamente impugnata dal rimettente»: nella specie, è indubbio che entrambi i rimettenti - l'uno (ordinanza n. 237 del 2004) omettendo il riferimento alla norma della legge cosiddetta “Prodi” che la richiama, l'altro (ordinanza n. 500 del 2005) errando nell'indicazione del comma (quinto invece che sesto) dell'art. 1 e riferendo quest'ultimo alla legge di conversione (n. 95 del 1979) invece che al decreto-legge poi convertito (n. 26 del 1979) - hanno appuntato le loro censure nei confronti dell'art. 213 della legge fallimentare quale norma della quale essi erano tenuti a fare applicazione nelle rispettive procedure di amministrazione straordinaria. Quanto alla circostanza che i rimettenti non si siano dati carico della sopravvenuta abrogazione - ad opera del decreto legislativo 8 luglio 1999 n. 270 (Nuova disciplina dell'amministrazione straordinaria delle grandi imprese in stato di insolvenza, a norma dell'art. 1 della legge 30 luglio 1998, n. 274) - della precedente disciplina, è sufficiente rilevare che, poiché l'art. 106, comma 1, del d.lgs. n. 270 del 1999 dispone che «le procedure di amministrazione straordinaria in corso alla data di entrata in vigore del presente decreto continuano ad essere regolate dalle disposizioni anteriormente vigenti», non è implausibile la tesi secondo la quale le contestazioni del piano di riparto siano governate, nei giudizi a quibus, dall'art. 213 della legge fallimentare. 4.- Le questioni sono fondate. 4.1.- Preliminarmente, deve chiarirsi che la disciplina di cui all'art. 213 della legge fallimentare ha ad oggetto - come osservato dal Tribunale ordinario di Verona sulla base del costante orientamento della giurisprudenza - non solo il piano di riparto finale, ma anche quelli parziali, in quanto pure questi ultimi consistono in attribuzioni patrimoniali definitive ed irretrattabili (a differenza degli «acconti», caratterizzati dalla provvisorietà e revocabilità dell'erogazione): sicché la disciplina prevista da tale norma (deposito in cancelleria del piano, finale o parziale, di riparto autorizzato dall'autorità di vigilanza; inserzione nella Gazzetta Ufficiale dell'avviso dell'avvenuto deposito; decorrenza da tale inserzione del termine perentorio per la proposizione delle contestazioni al tribunale) concerne ogni ipotesi di riparto tra i creditori. 4.2.- Questa Corte ha avuto modo di pronunciarsi più volte - e proprio a proposito di disposizioni della legge fallimentare - sulla possibilità che la legge faccia decorrere termini perentori, previsti per impugnare provvedimenti (asseritamente) lesivi di diritti soggettivi, da momenti (emanazione del provvedimento, affissione) diversi da quello della notificazione o comunicazione dei provvedimenti stessi.