[pronunce]

e precisa che - intervenuta nelle more del giudizio la legge n. 46 del 2006 che ha abrogato l'art. 577 e modificato gli artt. 593 e 576 cod. proc. pen. - gli appelli proposti dovrebbero essere dichiarati inammissibili, in forza di quanto previsto dall'art. 10 della citata legge n. 46 del 2006; che, quanto al contrasto della disciplina censurata con l'art. 97 Cost., la Corte d'appello di Lecce ritiene che il meccanismo della declaratoria di inammissibilità dell'appello proposto dal pubblico ministero e della “conversione” forzosa in ricorso per cassazione entro i quarantacinque giorni successivi alla notifica della relativa ordinanza - secondo il regime transitorio previsto nell'art. 10 della legge n. 46 del 2006 - violerebbe il principio del buon andamento della pubblica amministrazione, applicabile anche agli organi giurisdizionali; che, infatti, «senza un'apparente ragione», risulterebbe vanificato «il lavoro svolto dal pubblico ministero, costretto a rimodulare la sua impugnazione e a trasformarla in ricorso», gravando contemporaneamente il lavoro della Corte di cassazione, fino a comprometterne l'efficienza; che anche la Corte d'appello di Bologna (r.o. n. 577 del 1006) solleva analoghe questioni di legittimità costituzionale: a) dell'art. 10, commi 1, 2 e 3, della legge n. 46 del 2006, in riferimento agli artt. 3, 24, 97, 111 e 112 Cost.; b) dell'art. 593, comma 2, cod. proc. pen. , come sostituito dall'art. 1 della legge n. 46 del 2006, «nella parte in cui limita l'appello dell'imputato e del pubblico ministero, contro le sentenze di proscioglimento, alle sole ipotesi ivi previste, nonché dalle parole “Qualora il giudice…”, sino alla fine del comma», in riferimento agli artt. 3, 97, 111 e 112 Cost.; c) dell'art. 576, comma 1, cod. proc. pen. , come modificato dall'art. 6 della legge n. 46 del 2006, nella parte in cui impedisce «alla parte civile di proporre impugnazione, con il mezzo previsto per il pubblico ministero, contro la sentenza di proscioglimento pronunciata nel giudizio», in relazione agli artt. 3, 24, 97 e 111 della Costituzione; che la Corte d'appello rimettente è chiamata a celebrare il giudizio d'appello, in esito ad impugnazione proposta tanto dal pubblico ministero, quanto dalla parte civile costituita, avverso una sentenza di assoluzione e – sul presupposto interpretativo che entrambe le impugnazioni dovrebbero essere dichiarate inammissibili – motiva diffusamente circa la rilevanza delle questioni; che anche la Corte d'appello di Bologna ritiene che la soppressione dell'appello del pubblico ministero avverso le sentenze di proscioglimento si ponga in contrasto con l'art. 111, secondo comma, Cost. per violazione del principio della parità fra le parti e della ragionevole durata del processo; nonché con l'art. 3 Cost., in relazione al mantenimento in capo all'organo della pubblica accusa del potere di proporre appello avverso le sentenze di condanna; che il contrasto con l'art. 97 Cost. è argomentato sul rilievo che una «norma che impedisca, al pubblico ministero, di emendare l'erroneo proscioglimento dell'imputato ed, alle vittime, di vedere corrisposta la propria legittima aspettativa di punizione», violerebbe il principio del buon andamento e dell'imparzialità della pubblica amministrazione: sia sotto il profilo della inefficienza della «macchina giudiziaria»; sia sotto quello della legittima aspettativa, per tutti i cittadini, «del più completo ed imparziale perseguimento del fine di repressione dei reati»; che, infine – richiamando un indirizzo «anche se più datato» della Corte costituzionale, che avrebbe ricollegato la facoltà di appello del pubblico ministero al principio dell'obbligatorietà dell'azione penale – la Corte rimettente deduce il contrasto della disciplina censurata con l'art. 112 Cost.; che, quanto alle censure mosse all'art. 576 cod. proc. pen. , nella parte in cui tale norma impedirebbe alla parte civile di proporre appello avverso le sentenze di assoluzione, si lamenta il contrasto della disciplina censurata con l'art. 111 Cost., sotto il profilo della violazione del principio di parità rispetto all'imputato; con l'art. 24 Cost., per lesione del diritto di difesa del soggetto danneggiato dal reato; con l'art. 3 Cost., per la irragionevole disparità di trattamento che si determinerebbe fra il danneggiato che ha scelto di esercitare l'azione civile nel processo penale e si vedrebbe privato di uno strumento di impugnazione, da un lato, e il danneggiato che «percorre la strada del processo civile» ed al quale sarebbe garantito il doppio grado di giudizio di merito, dall'altro; che, infine, secondo la Corte rimettente la disciplina transitoria contenuta nell'art. 10 della legge n. 46 del 2006 sarebbe, con riferimento alla parte civile, priva di ragionevolezza (art. 3 Cost.) oltre che contraria al diritto di difesa (art. 24 Cost.), in quanto sottrarrebbe alla parte privata un mezzo di gravame su cui «aveva riposto congruo affidamento perché, al momento dell'impugnazione, quel mezzo gli era garantito dall'ordinamento»; che anche il regime transitorio dettato per la parte pubblica è ritenuto in contrasto con l'art. 3 Cost., sotto il profilo della discriminazione tra «la posizione di coloro che hanno proposto appello prima dell'entrata in vigore della legge» e «quella di coloro che proporranno l'impugnazione solo in seguito»: infatti, solo in relazione «a questi ultimi, e non ai primi, è concessa la facoltà d'appello contro i proscioglimenti, seppur nei limiti del novellato secondo comma dell'art. 593 cod. proc. pen.». Considerato che le ordinanze di rimessione sollevano questioni identiche, onde i relativi giudizi vanno riuniti per essere definiti con unica pronuncia; che le Corti d'appello rimettenti dubitano, in riferimento agli artt. 3, 24, 97, 111 e 112 della Costituzione, della legittimità costituzionale della preclusione - conseguente alla modifica dell'art. 593 del codice di procedura penale ad opera dell'art. 1 della legge 20 febbraio 2006, n. 46 (Modifiche al codice di procedura penale, in materia di inappellabilità delle sentenze di proscioglimento) - dell'appello delle sentenze di proscioglimento emesse all'esito del giudizio di primo grado da parte del pubblico ministero; e della immediata applicabilità di tale regime, in forza dell'art. 10 della legge, ai procedimenti in corso alla data di entrata in vigore della medesima; che i giudici a quibus - muovendo dalla comune premessa interpretativa in forza della quale la citata legge n. 46 del 2006 avrebbe soppresso il potere di appello della parte civile - sollevano, in riferimento agli artt. 3, 24, 97 e 111 Cost., questione di legittimità costituzionale anche dell'art. 576 cod. proc. pen.