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una più equa competizione al suo interno e a livello globale, con una politica commerciale ambiziosa e che protegga l'Unione europea contro le pratiche scorrette. L'Unione europea, anche nella prospettiva della nuova legislatura dopo le elezioni per il Parlamento europeo, deve lavorare a una vera strategia industriale europea, capace di creare crescita e occupazione attraverso il sostegno, con adeguate risorse, alle nuove tecnologie, alla ricerca e all'innovazione e capace di tutelare imprese e mercati europei da strategie aggressive di Paesi terzi. Questi impegni e l'obiettivo primario di sostenere crescita, lavoro e inclusione sociale sono al centro dell'azione del Governo italiano, ma la sfida di un'economia che cresca e crei posti di lavoro richiede uno sforzo europeo, come dimostra la recente polemica in materia di tecnologia delle comunicazioni. Dovremmo domandarci come mai uno spazio economico affollato da mezzo miliardo di persone, con livelli di istruzione tra i più elevati, con standard di vita tra i più alti al mondo, non sia stato capace di sviluppare sul tema delle telecomunicazioni un'infrastruttura alla frontiera della tecnologia, capace di soddisfare a pieno tutte le proprie e nuove esigenze. Non credo francamente che sia dipeso da carenze di intelligenze o di risorse destinate alla ricerca; credo piuttosto che questa inefficienza riveli un'altra manifestazione della mancanza di visione di lungo periodo dell'Europa a cui l'Italia può porre rimedio rilanciando l'idea di un'Europa protagonista nel mondo. Si tratta di un percorso in cui l'Italia, Paese fondatore e potenza industriale europea e globale, intende fare la sua parte e adoperarsi affinché la politica industriale, anche nel sostegno alle piccole e medie imprese e nella regolazione degli aiuti di Stato alle imprese europee, sia accompagnata da un approccio equilibrato e da politiche di convergenza, senza le quali solo alcuni Stati membri potranno sostenere i costi della citata politica industriale. Quanto alla politica commerciale, è fondamentale preservare la coesione dell'Unione europea nei confronti degli altri attori globali, dagli Stati Uniti (con cui l'Unione deve proseguire il dialogo e l'agenda commerciale positiva che è stata definita tra il presidente Juncker e il presidente Trump lo scorso 25 luglio) alla Cina, su cui ovviamente mi soffermerò tra breve. Prima di farlo, considero doveroso richiamare il sostegno italiano a un approccio ambizioso dell'Unione europea ai cambiamenti climatici, che considero componente essenziale di un'economia europea moderna e che saranno oggetto di un breve paragrafo delle conclusioni del Consiglio europeo, volto a consolidare un linguaggio unitario rispetto a un'intensa agenda del Consiglio ambiente dell'Unione. Alla sfida dei cambiamenti climatici l'Unione europea deve dedicare il meglio della sua capacità di adattamento ai mutamenti globali. Anche in questo caso gli sforzi nazionali da soli non bastano per garantire un futuro migliore. Il tema della sostenibilità è centrale anche ai fini della crescita del continente. Il potenziale di crescita dell'Europa - e questo spesso viene trascurato - potrebbe tornare ai livelli sperimentati nel passato, se solo decidessimo di accelerare la transizione verso un'Europa decarbonizzata. Un grande piano di investimenti pubblici, finalizzati a questo scopo, darebbe un grande impulso anche a quelli privati, garantendo una robusta crescita ecocompatibile all'intero continente. Questa visione è coerente con il recente richiamo autorevolmente effettuato dal presidente Mattarella il 12 marzo scorso a Belluno, in occasione della cerimonia commemorativa dell'alluvione che ha afflitto la Regione Veneto lo scorso ottobre. La sessione economica del Consiglio europeo non avrà, a differenza del Consiglio europeo di dicembre scorso, un corrispettivo in forma di Eurosummit; rimane non di meno oggetto della nostra attenzione il percorso verso l'Eurosummit di giugno che, con una legittimazione in parte attenuata, a seguito delle elezioni per il Parlamento europeo di fine maggio, dovrà attuare, preparate dall'Eurogruppo, le decisioni dell'Eurosummit dello scorso dicembre. Sono in gioco, tuttavia - e conviene su questo soffermarsi un attimo - argomenti di fondamentale importanza per il futuro assetto economico e finanziario dell'Unione europea. Mi limito a richiamare, tra gli altri, i temi del budget dell'Eurozona, dello schema europeo di garanzia dei depositi (il cosiddetto EDIS) e degli emendamenti al Trattato sul meccanismo europeo di stabilità. In particolare, è attualmente aperta in seno all'Eurogruppo la discussione sulla definizione di uno strumento di bilancio per la competitività e la convergenza, appunto il budget dell'Eurozona, nell'ambito del prossimo quadro finanziario pluriennale. La questione è molto delicata per i nostri interessi nazionali: come sempre, ogni nuovo strumento può tornare utile ed efficace per rafforzare il nostro sistema economico-finanziario, ma, al contrario, può rivelarsi anche molto insidioso, a seconda di come venga concepito e concretamente strutturato. Per l'Italia - lo voglio chiarire subito - è prioritario che tale strumento sia di dimensioni adeguate, prevedendo anche una sua capacità di prendere a prestito sui mercati finanziari, che offra un vero supporto a investimenti e riforme, che abbia funzioni anticicliche e di stabilizzazione e, soprattutto, che non sia sottoposto a condizionalità che finiscano per penalizzare quegli Stati membri che più hanno bisogno di riforme strutturali e di investimenti. La discussione sulle relazioni esterne, prevista alla cena di lavoro del Consiglio europeo di giovedì 21, riguarderà i rapporti tra l'Unione europea e la Cina, in vista del vertice Unione europea-Cina, previsto come sapete per il 9 aprile, che potrebbe seguire di pochi giorni - e l'argomento, comprendete bene, non è da trascurare - la conclusione del negoziato economico-commerciale in corso tra Washington e Pechino. Il vertice Unione europea-Cina a Bruxelles avverrà, inoltre, a poco più di due settimane dalla conclusione della visita di Stato del presidente Xi Jinping in Italia. Agli omologhi europei, giovedì, potrò quindi ribadire la piena coincidenza tra la visione italiana del rapporto con la Cina e la strategia seguita dall'Unione europea, che sarà persino rafforzata dall'approccio italiano. Confido che il 9 aprile il nostro memorandum con Pechino sull'iniziativa Belt and Road - una delle tante intese che verranno firmate, voglio precisare - non desterà più grande attenzione. In questi giorni, però, è alta l'attenzione dell'opinione pubblica ed evidentemente anche vostra verso i contenuti e le finalità di questo documento. Ho avuto già modo di evidenziare e dichiarare pubblicamente: non è un accordo internazionale. Non crea vincoli giuridici. Se proprio volessimo definirlo da un punto di vista tecnico, potremmo, più correttamente, ragionare di una mera intesa programmatica che, ribadisco, pur non dando luogo a impegni giuridicamente vincolanti, delinea obiettivi, principi, modalità di collaborazione nell'ambito dell'iniziativa Belt and Road, che è un grande progetto di connettività euroasiatica e che, sin dal suo lancio, nel 2013 (quindi, non ieri e neppure l'altro ieri), ha attirato l'interesse dell'Italia e dei suoi Governi.