[pronunce]

che, quanto alla non manifesta infondatezza delle questioni, la sezione rimettente ritiene che la disposizione censurata violi l'art. 3 Cost., in quanto la condotta di peculato, così come configurata dal legislatore, non esprimerebbe «alcuno dei connotati idonei a sostenere una accentuata e generalizzata considerazione di elevata pericolosità del suo autore, trattandosi di condotta di approfittamento, a fini di arricchimento personale, di una particolare condizione di fatto (il possesso di beni altrui per ragioni correlate al servizio) preesistente, realizzata ontologicamente senza uso di violenza o minaccia verso terzi e difficilmente inquadrabile - sul piano della frequenza statistica delle forme di manifestazione - in contesti di criminalità organizzata o evocativi di condizionamenti omertosi», e che ben potrebbe risolversi, invece, «in un'unica occasione di consumazione, isolata e marcatamente episodica»; che, parimenti, sarebbe violato anche l'art. 27, terzo comma, Cost., in quanto la norma censurata sottrarrebbe «alla discrezionalità del tribunale di sorveglianza (con anticipazione degli effetti pregiudizievoli in tema di libertà personale derivante dalla previsione di legge di cui all'art. 656 co. 9 cod. proc. pen.)» l'apprezzamento concreto delle caratteristiche obiettive del fatto e della personalità dell'autore, con conseguente pregiudizio ai principi di individualizzazione della pena e del finalismo rieducativo; che è intervenuto in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che le questioni sollevate siano dichiarate inammissibili e, comunque, infondate; che, ad avviso dell'interveniente, le questioni sarebbero anzitutto inammissibili «a fronte di precedenti pronunce di questa Corte che hanno escluso l'incidenza del divieto di retroattività della legge penale sulla normativa penitenziaria» (sono citate la sentenza n. 273 del 2001 e l'ordinanza n. 280 del 2001), pronunce che sarebbero conformi al diritto vivente espresso dalla costante giurisprudenza della Corte di cassazione; che le questioni sarebbero altresì inammissibili, dal momento che con le stesse si solleciterebbe questa Corte a effettuare un sindacato sulla scelta discrezionale del legislatore di ricomprendere il delitto di peculato di cui all'art. 314, primo comma, del codice penale nell'elenco dei reati cosiddetti ostativi di cui all'art. 4-bis ordin penit. : scelta che non potrebbe ritenersi viziata da irragionevolezza o contrasto con il principio rieducativo della pena, «tenuto conto della gravità del fatto, in sé considerato, e del disvalore attribuito dalla legislazione recente al sistema dei delitti contro l'amministrazione pubblica»; che, con ordinanza del 29 maggio 2019 (r.o. n. 151 del 2019), la Corte d'appello di Palermo, sezione prima penale, ha sollevato: a) in via principale, in riferimento agli artt. 3 e 27, terzo comma, Cost., questioni di legittimità costituzionale dell'art. 656, comma 9, lettera a), cod. proc. pen. , come integrato dall'art. 4-bis ordin. penit. , a sua volta modificato dall'art. l, comma 6, lettera b), della legge n. 3 del 2019, nella parte in cui ha inserito il reato di cui all'art. 319-quater, primo comma, cod. pen. , nell'elenco di cui all'art. 4-bis, comma l, ordin. penit. ; b) in via subordinata, in riferimento agli artt. 3, 25, secondo comma, e 117, primo comma, Cost., quest'ultimo in relazione all'art. 7 CEDU, questione di legittimità costituzionale del medesimo combinato disposto normativo, nella parte in cui non ha previsto un regime transitorio che dichiari applicabile la modifica normativa ai soli fatti commessi successivamente alla sua entrata in vigore; che il collegio rimettente espone di essere investito, in qualità di giudice dell'esecuzione, di un'istanza di temporanea inefficacia dell'ordine di esecuzione della pena emesso nei confronti di A. D.N.; che, secondo quanto riferito dal giudice a quo, A. D.N. è stato condannato, con sentenza divenuta irrevocabile il 13 marzo 2019, alla pena di tre anni e quattro mesi di reclusione per il delitto di induzione indebita a dare o promettere utilità di cui all'art. 319-quater, primo comma, cod. pen. , commesso nel giugno 2010; che il pubblico ministero aveva emesso, il 26 marzo 2019, l'ordine di esecuzione della pena oggetto del ricorso; che il giudice rimettente esclude preliminarmente di poter accedere a una interpretazione costituzionalmente orientata del combinato disposto censurato, alla luce del diritto vivente - confermato dalla giurisprudenza di questa Corte (sono citate le sentenze n. 376 del 1997 e n. 306 del 1993) - che considera le disposizioni concernenti l'esecuzione delle pene detentive e le misure alternative alla detenzione quali norme processuali, come tali soggette al principio tempus regit actum; che, essendo la sentenza di condanna a carico dell'istante divenuta definitiva dopo l'entrata in vigore della legge n. 3 del 2019, non sarebbe possibile - a parere del collegio rimettente - accogliere la domanda di sospensione dell'ordine di esecuzione della pena, giusta il disposto dell'art. 656, comma 9, cod. proc. pen. , che esclude tale sospensione nel caso di condanna per uno dei delitti di cui all'art. 4-bis ordin. penit. ; che il giudice a quo dubita, tuttavia, della compatibilità con gli artt. 3 e 27, terzo comma, Cost. dell'inserimento nell'art. 4-bis ordin. penit. del delitto di induzione indebita a dare o promettere utilità di cui all'art. 319-quater, primo comma, cod. pen. , operato dalla legge n. 3 del 2019; che, in caso di accoglimento di tali questioni, l'istanza del ricorrente dovrebbe essere accolta, donde la rilevanza delle questioni medesime; che, quanto alla non manifesta infondatezza delle questioni, il rimettente ritiene - in esito ad un'estesa analisi della giurisprudenza costituzionale pertinente - che l'inclusione del delitto di cui all'art. 319-quater, primo comma, cod. pen. sia irragionevole e suscettibile di comprimere indebitamente la funzione rieducativa della pena, non essendo ravvisabili motivazioni della scelta legislativa, ulteriori rispetto a ragioni di mera deterrenza, che possano giustificare l'estensione a tale delitto del regime "ostativo" di cui all'art. 4-bis, primo comma, ordin. penit. , né il necessario periodo di osservazione intramuraria discendente dal divieto di sospensione dell'ordine di esecuzione; che, in via subordinata, il rimettente dubita della compatibilità con gli artt. 3, 25, secondo comma, e 117, primo comma, Cost., quest'ultimo in relazione all'art. 7 CEDU, della mancata previsione di una disposizione transitoria che escluda l'applicazione della modifica normativa in esame ai fatti commessi prima dell'entrata in vigore della legge n. 3 del 2019;