[pronunce]

Quanto alle Province, «sono istituite» quelle del Nord-Est Sardegna, dell'Ogliastra, del Sulcis Iglesiente e del Medio Campidano, che si aggiungono alle già esistenti Province di Oristano e di Nuoro, quest'ultima interessata anche da una variazione territoriale. Infine, in conseguenza di tali mutamenti, l'art. 2, comma 2, della indicata legge regionale dispone la soppressione delle esistenti Province di Sassari e del Sud Sardegna. L'art. 2, comma 3, stabilisce poi che, entro trenta giorni dall'entrata in vigore della legge regionale, la Giunta «aggiorna lo schema di riforma dell'assetto territoriale della Regione». Tale schema, atto amministrativo che si affianca alla legge regionale (in funzione, peraltro non chiara, sia ricognitiva che "integrativa" di essa), deve così suddividere il territorio della Sardegna nelle due Città metropolitane di Cagliari e Sassari e nelle sei Province di Nuoro, Oristano, Nord-Est Sardegna, Ogliastra, Sulcis Iglesiente e Medio Campidano; deve inoltre conformarsi a quanto disposto dai successivi artt. 3, 4 e 5 della legge, che individuano ed elencano puntualmente i Comuni afferenti alle due Città metropolitane di Sassari e Cagliari e alle Province oggetto di riforma. In questo complessivo quadro si inserisce, dunque, l'unica disposizione impugnata, ovverosia l'art. 6 della legge reg. Sardegna n. 7 del 2021, rubricato «Accertamento della volontà dei territori interessati». Il comma 1 di tale articolo prevede che, con una deliberazione del Consiglio comunale, adottata «all'unanimità» entro trenta giorni dalla data di pubblicazione sul Bollettino ufficiale della Regione autonoma della Sardegna (BURAS) dello schema approvato dalla Giunta regionale, i Comuni indicati negli artt. 3, 4 e 5 della legge stessa possono esercitare l'«iniziativa per il distacco», rispettivamente, dalla Città metropolitana o dalla Provincia in cui sono stati inclusi e «optare per l'accorpamento» in altra Città metropolitana o Provincia limitrofa. Al comma 2 è stabilito che, se l'unanimità non sia stata raggiunta, «[s]i procede a referendum consultivo delle popolazioni dei comuni che hanno esercitato l'iniziativa per il distacco», da svolgersi in un'unica tornata per tutti i Comuni interessati. «[I]n ogni caso», è precisato al comma 3, si procede a referendum consultivo quando ne faccia richiesta almeno un terzo degli elettori iscritti nelle liste elettorali del Comune, entro novanta giorni dalla scadenza del termine di cui al comma 1, cioè del termine previsto per l'approvazione delle delibere consiliari. Anche in questo caso il Presidente della Regione indice i referendum in un'unica tornata. Secondo il comma 4, il quesito referendario è definito nella deliberazione consiliare (laddove intervenuta) oppure nella richiesta di referendum (quando il Consiglio comunale non si sia pronunciato entro il termine previsto). La proposta sottoposta a referendum si intende approvata «se partecipa al voto la metà più uno degli aventi diritto e se ottiene la risposta affermativa della maggioranza dei voti validi». Entro trenta giorni dallo svolgimento del referendum o dalla scadenza del termine per la richiesta referendaria, a tenore del comma 5, la Giunta «conferma lo schema di riforma [...] o lo approva con le modifiche derivanti dalle volontà espresse dei consigli comunali o del corpo elettorale». Il nuovo «definitivo» schema deve essere pubblicato sul BURAS entro cinque giorni dalla sua approvazione. Al comma 6, infine, è stabilito che il referendum si svolge secondo alcune delle disposizioni, puntualmente richiamate, della legge Regione Sardegna 17 maggio 1957, n. 20 (Norme in materia di referendum popolare regionale) e della legge della Regione Sardegna 30 ottobre 1986, n. 58 (Norme per l'istituzione di nuovi comuni, per la modifica delle circoscrizioni comunali e della denominazione dei comuni e delle frazioni). Tra queste, ed è oggetto di contestazione da parte dello Stato, non è richiamato l'art. 20 della legge reg. Sardegna n. 20 del 1957, ai cui sensi «[q]ualora al referendum non partecipi almeno un terzo degli elettori, la proposta sottoposta a referendum si intende respinta». 1.2.- Come si vede, il procedimento disciplinato dall'art. 6 della legge reg. Sardegna n. 7 del 2021 per l'«accertamento delle volontà dei territori interessati» prevede, sia iniziative dei singoli Comuni, che devono assumere la forma di delibere dei rispettivi Consigli, sia l'intervento delle popolazioni interessate tramite referendum. Quanto a quest'ultimo, esso è obbligatorio se la delibera consiliare non abbia raggiunto l'unanimità. In questo caso, infatti, il comma 2 dell'art. 6 dispone che la deliberazione consiliare sia trasmessa alla Giunta e che «il Presidente della Regione con proprio decreto indice [...] i referendum». In tutti gli altri casi («in ogni caso») lo svolgimento del referendum è eventuale, perché, ai sensi del comma 3, è condizionato alla circostanza che ne «faccia richiesta almeno un terzo degli elettori». Dal tenore complessivo dell'art. 6 della legge regionale risulta, insomma, che il corpo elettorale deve essere interpellato se una delibera consiliare sia intervenuta, ma non abbia raggiunto l'unanimità; può invece esserlo, a richiesta, quando la delibera consiliare sia stata adottata all'unanimità o quando il Consiglio comunale non si sia espresso entro il termine indicato. È inoltre previsto che, all'esito della fase deputata all'accertamento della volontà dei territori interessati dalla riforma, la Giunta riapprovi lo schema di riforma dell'assetto territoriale, cioè l'atto amministrativo che ha la ricordata funzione "ricognitivo-integrativa" della legge regionale, già adottato ai sensi dell'art. 2, comma 3: confermandone o modificandone l'originaria formulazione, a seconda della volontà espressa dai territori interessati. Lo schema «definitivo», infine, dovrà essere pubblicato sul BURAS entro cinque giorni dalla sua approvazione. 2.- Secondo il ricorrente, l'art. 6 della legge reg. Sardegna n. 7 del 2021 sarebbe lesivo dell'art. 43, secondo comma, dello statuto di autonomia della Regione Sardegna, ai cui sensi «[c]on legge regionale possono essere modificate le circoscrizioni e le funzioni delle province, in conformità alla volontà delle popolazioni di ciascuna delle province interessate espressa con referendum». Sebbene affiancata e, a tratti, intrecciata con rilievi critici ulteriori, come si dirà, una censura, in particolare, ha un'evidente precedenza logica rispetto a ogni altra, fondandosi su una precisa interpretazione della disposizione statutaria appena ricordata. Secondo l'Avvocatura generale dello Stato, infatti, per qualunque intervento sull'assetto degli enti territoriali che implichi modifica delle circoscrizioni provinciali, l'art. 43, secondo comma, dello statuto speciale prescriverebbe un «tipico procedimento legislativo "rinforzato"», di cui il referendum costituirebbe fase necessaria.