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E allora è nostro dovere - oggi parleremo di Santa Maria Capua Vetere - riflettere sì anzitutto sulla contingenza, ma anche sulle cause profonde che hanno portato, un anno fa in quel carcere, a un uso così smisurato e insensato della forza. Fatti di questa portata richiedono una risposta immediata da parte dell'autorità giudiziaria, che deve far luce su tutto e accertare le responsabilità penali. Ma fatti di questa portata sono spie di qualche cosa che non va e che dobbiamo indagare. Dobbiamo intervenire con azioni di lungo periodo perché non accada mai più. Come ho già avuto modo di dire proprio lì a Santa Maria Capua Vetere, durante la visita con il Presidente del Consiglio, questi gravissimi fatti, oltre a sollecitare la nostra più ferma condanna, reclamano un'indagine più ampia, perché si conosca quanto successo in tutti gli istituti penitenziari nell'ultimo drammatico anno, un anno in cui la pandemia ha esasperato le condizioni del carcere, già difficili per il sovraffollamento, per la fatiscenza delle strutture, per la carenza del personale e per tante altre ragioni. E allora guardiamo in faccia a tutti i problemi, spesso cronici, dei nostri istituti penitenziari, affinché non si ripetano atti di violenza né contro i detenuti, né contro gli agenti della Polizia penitenziaria, troppo spesso aggrediti, né contro tutto il resto del personale, che opera in condizioni difficili. (Applausi) . Il carcere è specchio della nostra società ed è parte della nostra Repubblica; non possiamo rimuoverlo dallo sguardo e dalle nostre coscienze. Violenze e umiliazioni si sono viste a Santa Maria Capua Vetere; violenze e umiliazioni inflitte ai detenuti, che recano una ferita gravissima alla dignità della persona, alla persona di chi le ha subite, ma sono in spregio anche alla dignità di chi le ha commesse. La dignità è pietra angolare della nostra convivenza civile, come ci chiede la Costituzione, che è nata - ricordiamolo sempre - dalla storia di un popolo che ha conosciuto e pagato sulla sua pelle il disprezzo del valore della persona e per questo si pone a scudo di tutti, specie di chi si trova in posizione di maggiore vulnerabilità. L'uso della forza, anche da parte di chi legittimamente lo può esercitare, sia sempre strumento di difesa, di difesa soprattutto dei più deboli, mai di aggressione, mai di violenza, mai di sopruso. (Applausi) . I fatti sono noti, sono tristemente noti, anche per il meritorio lavoro della stampa, che ringrazio, perché ha acceso davvero i riflettori su una vicenda che non poteva rimanere nascosta. Il 6 aprile dello scorso anno è stata disposta una perquisizione straordinaria nel reparto Nilo del carcere di Santa Maria Capua Vetere. Le accuse, che hanno coinvolto agenti della Polizia penitenziaria e personale dell'amministrazione, sono gravi. Esse riguardano delitti di concorso in torture pluriaggravate, maltrattamenti, lesioni personali, falso in atto pubblico, calunnia, favoreggiamento, frode processuale, depistaggio. Tutti i delitti sono pluriaggravati dalla minorata difesa, dall'aver agito per motivi abietti o futili, con crudeltà, con abuso di potere, in violazione dei doveri inerenti alla funzione pubblica, con l'uso delle armi e per l'aver concorso negli eventi un numero di persone superiore alle cinque unità. Invero le notizie della stampa già dallo scorso autunno riferivano di violenze e indagini in atto all'interno di quell'istituto. C'era già stata un'interrogazione parlamentare in proposito. Mi sono chiesta e ho chiesto all'amministrazione penitenziaria come mai i fatti emersi non avessero dato luogo a un'azione da parte del Ministero. Mi è stato spiegato nelle ultime settimane - ed è stato confermato dall'autorità giudiziaria - che l'amministrazione penitenziaria aveva chiesto informazioni ai giudici che procedevano, ma il giudice procedente non poteva rispondere per ragioni di segreto investigativo. È per questo che - come spiegherò più avanti - tutte le iniziative di cui darò conto nell'ambito del Ministero sono successive ai fatti emersi alla luce della cronaca da parte dei giornali. Di quali fatti si tratti lo sappiamo. Non voglio insistere sulle immagini che tutti conosciamo, ma non posso togliermi dallo sguardo e dalla mente - ad esempio - l'immagine di un detenuto costretto a inginocchiarsi prima di essere colpito. È non solo violenza, ma proprio il gusto dell'umiliazione. Un altro caso riguarda un detenuto in carrozzella. E tutto avveniva sotto le videocamere che hanno ripreso tutto. Non vi era alcuna sommossa in atto. Si è trattata non di una reazione necessitata da una situazione di rivolta, ma di violenza a freddo. Secondo quanto emerge dagli atti giudiziari, la perquisizione straordinaria del 6 aprile è stata disposta fuori dai casi consentiti dalla legge, non sono state rispettate le forme richieste e non vi è stato alcun provvedimento del direttore, che è l'unico che può disporre e ha il potere di farlo. Secondo quanto emerge dagli atti - cito dall'ordinanza - vi sarebbe stato solo un provvedimento orale, e cioè un ordine verbale, per svolgere una perquisizione a scopo dimostrativo, preventivo e satisfattivo, finalizzato a recuperare il controllo del carcere e appagare presunte aspettative del personale della Polizia penitenziaria. Queste le parole dell'ordinanza del gip. Il giorno prima c'era stata una rivolta in carcere e nella sua ordinanza il gip riporta alcune intercettazioni che - per esempio - parlano di un segnale per riprendersi l'istituto. In ogni caso, sempre dalla lettura degli atti, emerge che non era una perquisizione volta a ricercare strumenti atti all'offesa presuntivamente detenuti dai detenuti, o altri oggetti che non potevano essere tenuti in carcere, ma nella quasi totalità dei casi - leggo testualmente dal provvedimento - era mera copertura fittizia per la consumazione di condotte violente, contrarie alla dignità e al pudore delle persone recluse. Si tratta di contestazioni di una gravità inaudita. Ancora sui fatti, permettetemi di far riferimento alla situazione di un detenuto, di cui forse avete letto sui giornali. Sto parlando di Lamine Hakimi, un detenuto affetto da schizofrenia, morto nella sezione Danubio del carcere il 4 maggio, un mese dopo le violenze subite. Il gip scrive che non vi sono le evidenze che dimostrino che il detenuto sia morto in conseguenza dei colpi e delle ferite riportate il 6 aprile, ma soggiunge anche che è possibile che il sopravvenuto decesso sia da ricondurre all'assunzione di farmaci resi necessari per curare quelle ferite e contusioni, che, sommati ai farmaci che assumeva per la sua malattia (la schizofrenia), hanno provocato un arresto cardiaco. Mi è stato chiesto - e ripeto qui - cosa ci faceva un malato di schizofrenia in carcere. E questo apre un altro capitolo, un'altra riflessione, anch'essa resa ancora più drammatica ed esasperata dopo l'anno di pandemia: la tutela e la cura della salute mentale dentro e fuori dal carcere. (Applausi) . Abbiamo davvero strutture necessarie? Questo punto meriterà un grande approfondimento.