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Per uscire dalla recessione e per rilanciare una nuova prosperità, London riteneva fondamentale imporre una domanda continua, volta ad alimentare la produzione e il profitto delle imprese. Al riguardo London scriveva: « Secondo il mio progetto, i governi assegneranno un “tempo di vita” alle scarpe, alle case, alle macchine, ad ogni prodotto dell'industria manifatturiera, mineraria e dell'agricoltura, nel momento in cui vengono realizzati. Questi beni saranno venduti e usati nei termini “definiti” della loro esistenza, conosciuti anche dal consumatore. Dopo che questo periodo sarà trascorso, queste cose sarebbero legalmente “morte” e [...] distrutte nel caso ci sia una disoccupazione diffusa. Nuovi prodotti sarebbero costantemente immessi dalle fabbriche sui mercati, per prendere il posto di quelli obsoleti ». Le idee di London non furono attuate, ma la teoria dell'obsolescenza programmata fu di nuovo decisamente propugnata, agli inizi degli anni Cinquanta, dal designer statunitense Clifford Brooks Stevens attivo nel campo dell'arredamento, nel mondo delle automobili, in quello delle motociclette e più in generale nei settori dei trasporti ferroviari e della grafica – che definì, appunto, l'obsolescenza come « il desiderio del consumatore di possedere qualcosa un po’ più nuovo, un po’ meglio, un po’ prima del necessario », suggerendo, con riferimento ai processi di propaganda dei prodotti, di « creare un consumatore insoddisfatto del prodotto di cui ha goduto affinché lo venda di seconda mano e lo comperi più nuovo con una immagine più attuale ». Le parole di Stevens non rimasero relegate al solo ambito del design e dell'industria manifatturiera, ma diventarono lo stile di vita dell'intero Occidente: si pensi, ad esempio, al pensiero dell'economista americano Victor Lebow, membro del gruppo di analisti economici del Presidente degli Stati Uniti d'America Eisenhower, che, nel 1955, disse al riguardo: « La nostra economia incredibilmente produttiva ci richiede di elevare il consumismo a nostro stile di vita, a trasformare l'acquisto e l'uso di merci in rituali, di far sì che la nostra realizzazione personale e spirituale venga ricercata nel consumismo. Abbiamo bisogno che sempre più beni vengano consumati, distrutti e sostituiti ad un ritmo sempre maggiore ». Da quanto precede si può desumere come esistano ben due tipi di obsolescenza pianificata di fatto configurabili: quella programmata, di cui l'accordo Phoebus rappresenta chiara dimostrazione, e quella percepita, ovvero quella teorizzata da Stevens. Ne deriva che dal punto di vista tecnico-legislativo risulta molto più semplice disciplinare, contrastandola, l'obsolescenza programmata rispetto a quella percepita. Anche per questo motivo quando si parla di « obsolescenza pianificata » ci si riferisce di fatto ad entrambe le tipologie di obsolescenza, sia quella programmata, sia quella percepita. Un studio di pochi anni fa commissionato dal gruppo parlamentare tedesco Verdi-Bündnis e realizzato da Stefan Schridde (esperto in gestione d'impresa), insieme con Christian Kreiss (docente di organizzazione aziendale all'università di Aalen), dimostrerebbe che molti elettrodomestici e numerosi oggetti di uso quotidiano sarebbero programmati per rompersi velocemente dopo lo scadere del periodo di garanzia, che in Germania è fissato in due anni. Detto studio si è concentrato sull'esame di oltre venti prodotti di uso comune cercando di verificare la sussistenza di fenomeni di obsolescenza programmata. Per comprendere meglio la portata di tale studio, si ritiene utile citare alcuni esempi pratici dei difetti programmati riscontrati in alcuni beni presi in considerazione: 1) stampanti che si bloccano dopo un prestabilito numero di copie stampate; 2) lavatrici con le barre di riscaldamento realizzate con leghe o metalli che arrugginiscono facilmente; 3) spazzolini da denti a batteria con la pila sigillata e quindi non sostituibile; 4) giacconi invernali con chiusure lampo i cui denti sono fatti a spirale in modo da rompersi molto prima del dovuto; 5) scarpe con suole incollate la cui sostituzione, dopo il loro rapido consumo, è di fatto impossibile. Lo studio, poi, evidenzia come spesso non esistano pezzi di ricambio oppure gli stessi risultino, di fatto, talmente costosi da indurre il consumatore a comperare un nuovo oggetto invece di farlo riparare. Viene poi documentato come, ormai, l'obsolescenza programmata sia un fenomeno di massa e come sia legata al graduale deterioramento della qualità dei prodotti, nonché alla massimizzazione dei profitti delle aziende produttrici. Infine, è posto l'accento sul costo dell'obsolescenza programmata: secondo le stime di questo studio, equivarrebbe a circa 100 miliardi di euro all'anno il risparmio che i tedeschi potrebbero ottenere se non fossero costretti a comprare continuamente elettrodomestici e prodotti nuovi a causa del fenomeno dell'obsolescenza. A livello europeo, si segnala un'interessante interrogazione della parlamentare finlandese Anneli Jäätteenmäki (ALDE) che, nel 2011, ha chiesto alla Commissione europea di sapere se l'obsolescenza programmata sia considerata o meno un problema e se non si ritenga necessario un intervento legislativo europeo per contrastarla. Altrettanto interessante appare la risposta fornita dalla Commissione europea, che ha riconosciuto come l'obsolescenza programmata abbia un impatto negativo sugli interessi dei consumatori, sull'ambiente e sulla concorrenza leale, specificando, inoltre, come questa pratica sia in netto contrasto con gli obiettivi fissati nella strategia « Europa 2020 » per l'uso efficiente delle risorse. Sempre secondo la Commissione europea, esistono già alcuni strumenti per il contrasto dell'obsolescenza quali: 1) la direttiva 1999/44/CE, relativamente al periodo minimo di garanzia pari a due anni, che può essere aumentato dai singoli Stati membri; 2) la direttiva 2005/29/CE, relativamente alle disposizioni sulle pratiche commerciali sleali: in forza di tale direttiva, l'operatore economico che non informa il consumatore se il prodotto sia stato progettato per avere una durata limitata è passibile di sanzione da parte di ciascuno Stato membro; 3) il Trattato sul funzionamento dell'Unione europea, in forza del quale un accordo tra aziende (il cosiddetto « cartello ») che mira a ridurre la durata di vita dei loro prodotti può integrare una violazione della normativa europea sulla concorrenza; inoltre, un'impresa dominante che attua un tale comportamento può essere considerata responsabile di abuso di posizione dominante. È tuttavia evidente come tali strumenti normativi siano insufficienti per contrastare il fenomeno dell'obsolescenza programmata, in quanto non specificamente rivolti a perseguire tale scopo. Esistono, poi, alcune direttive europee che dovrebbero essere comunque prese in considerazione per valutare il fenomeno dell'obsolescenza programmata nella prospettiva di un intervento legislativo. Si tratta, in particolare: – della direttiva 2006/66/CE, relativa alla smaltimento di pile e accumulatori, con la quale si stabiliscono le regole per l'immissione sul mercato, la raccolta, il trattamento, il riciclaggio e lo smaltimento dei rifiuti;