[pronunce]

L'unitarietà di ruolo della carriera diplomatica, sancita dall'art. 101, primo comma, del d.P.R. n. 18 del 1967, confermerebbe «la totale irragionevolezza insita nell'attribuire a due appartenenti alla carriera diplomatica trattamenti pensionistici quantitativamente assai diversi semplicemente in relazione ad una circostanza di fatto non più in essere», ovvero la permanenza all'estero al tempo del collocamento a riposo. Con il pensionamento, difatti, cesserebbero le differenze legate allo svolgimento delle funzioni in Italia o all'estero e verrebbe in rilievo soltanto il grado rivestito. L'irragionevolezza della disciplina in esame emergerebbe anche in una diversa prospettiva. Il rimettente argomenta che basterebbe «rientrare in Italia finanche poche settimane prima del collocamento a riposo» per beneficiare di un trattamento pensionistico ancorato alla misura massima dell'indennità di posizione. Si riscontrerebbe, pertanto, una sperequazione tra due diplomatici già in servizio all'estero, qualora uno di essi venisse richiamato presso l'Amministrazione centrale poco tempo prima del collocamento a riposo [...] e l'altro invece rimanesse a lavorare all'estero». La violazione del principio di eguaglianza si apprezzerebbe anche sulla scorta del raffronto con la disciplina pensionistica applicabile all'indennità integrativa speciale. Tale voce, pur negata a chi presti servizio all'estero, concorrerebbe, nondimeno, a determinare il trattamento di quiescenza. Alla disparità di trattamento denunciata non porrebbe rimedio l'attribuzione dell'indennità di servizio all'estero, che «non viene minimamente conservata nel trattamento di quiescenza», in quanto sarebbe sfornita di natura retributiva. 2.- I giudizi vertono sulla medesima disposizione ed evocano, in termini coincidenti, la violazione del medesimo parametro (art. 3 Cost.). È quindi opportuno che siano riuniti e congiuntamente decisi. 3.- Si deve considerare, preliminarmente, che nel giudizio di legittimità costituzionale originato dall'ordinanza di rimessione iscritta al n. 164 del registro ordinanze 2017 è intervenuto ad adiuvandum Giovanni Ferrero, aderendo alle argomentazioni dell'ordinanza di rimessione e chiedendo l'accoglimento della questione di legittimità costituzionale. Deve essere ribadita l'inammissibilità di tale intervento, per le ragioni esposte nell'ordinanza emessa all'udienza del 20 giugno 2018. Per costante giurisprudenza di questa Corte, la partecipazione al giudizio incidentale di legittimità costituzionale è circoscritta, di norma, alle parti del giudizio a quo, oltre che al Presidente del Consiglio dei ministri e, nel caso di legge regionale, al Presidente della Giunta regionale (artt. 3 e 4 delle Norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale). A tale disciplina è possibile derogare - senza contraddire il carattere incidentale del giudizio di costituzionalità - «soltanto a favore di soggetti terzi che siano titolari di un interesse qualificato, immediatamente inerente al rapporto sostanziale dedotto in giudizio e non semplicemente regolato, al pari di ogni altro, dalla norma o dalle norme oggetto di censura» (fra le molte, sentenza n. 77 del 2018, punto 4. del Considerato in diritto). Nel caso di specie, Giovanni Ferrero, che si limita ad affermare, senza altre specificazioni, la sussistenza di un interesse qualificato all'intervento, è titolare di una situazione soggettiva regolata dalla norma oggetto di censura, al pari delle situazioni soggettive dei ricorrenti nei giudizi a quibus. Da tali elementi, tuttavia, non è possibile desumere un interesse direttamente riconducibile all'oggetto dei giudizi principali e allo specifico rapporto sostanziale in essi dedotto. 4.- L'Istituto nazionale della previdenza sociale (INPS) ha eccepito, in linea preliminare, l'inammissibilità della questione per inesatta individuazione della disciplina applicabile. 4.1.- Le censure, in particolare, si indirizzerebbero contro la disposizione che regolamenta il trattamento retributivo del personale diplomatico in servizio all'estero. Nel caso di specie, tuttavia, verrebbe in rilievo la disciplina del trattamento pensionistico, dettata dall'art. 43 del decreto del Presidente della Repubblica 29 dicembre 1973, n. 1092 (Approvazione del testo unico delle norme sul trattamento di quiescenza dei dipendenti civili e militari dello Stato) e, nella successiva evoluzione, dall'art. 13 del decreto legislativo 30 dicembre 1992, n. 503 (Norme per il riordinamento del sistema previdenziale dei lavoratori privati e pubblici, a norma dell'articolo 3 della legge 23 ottobre 1992, n. 421) e dall'art. 2 della legge 8 agosto 1995, n. 335 (Riforma del sistema pensionistico obbligatorio e complementare). 4.2.- Nelle memorie illustrative depositate in vista dell'udienza i ricorrenti nei giudizi a quibus replicano che l'art. 43 del d.P.R. n. 1092 del 1973 è norma generale, «pensata per dipendenti pubblici che prestano il loro servizio interamente in Italia» e non per la peculiare posizione dei diplomatici, e soggiungono che la previsione richiamata comunque non preclude una più favorevole valutazione previdenziale della retribuzione di posizione per i diplomatici che conseguano all'estero il diritto alla pensione. 5.- L'eccezione è fondata. 5.1.- La vicenda sottoposta al vaglio del rimettente investe il trattamento previdenziale del personale diplomatico che conclude la carriera all'estero, sotto il peculiare profilo della rilevanza ai fini pensionistici della retribuzione di posizione. Il giudice a quo censura l'art. 170, primo comma, del d.P.R. n. 18 del 1967, che per il personale in servizio all'estero dispone l'attribuzione dell'indennità o retribuzione di posizione «nella misura minima prevista dalle disposizioni applicabili» e assume che tale disciplina sia foriera di una considerevole sperequazione sul versante previdenziale. Lo stesso rimettente, con argomentazioni riprese anche dai ricorrenti nei giudizi principali, dà conto della puntuale portata precettiva della previsione censurata, che concerne il trattamento retributivo e «ha soltanto l'effetto di limitare alla misura minima il quantum della retribuzione di posizione fintantoché il funzionario diplomatico presti servizio all'estero» (punto 13. delle ordinanze di rimessione). Il giudice a quo, peraltro, nel ripercorrere l'interpretazione propugnata dalla Corte dei conti in fase di gravame (Corte dei conti, sezione seconda giurisdizionale centrale d'appello, sentenza 22 febbraio 2017, n. 112), si premura di specificare che è stata proprio l'applicazione della disciplina previdenziale e, in particolare, dell'art. 43 del d.P.R. n. 1092 del 1973, a condurre al rigetto delle pretese pensionistiche del personale diplomatico collocato a riposo mentre era in servizio all'estero (punto 14. delle ordinanze di rimessione). 5.2.- Nella prospettiva del rimettente, sarebbe dunque la disciplina previdenziale, in correlazione con la disciplina delle diverse voci del trattamento retributivo, a recare il vulnus denunciato.