[pronunce]

La semilibertà viceversa non è di per sé legata ad un massimo di pena da scontare, ma presuppone in generale l'esito positivo di quello che la legge indica come “trattamento” penitenziario del condannato, svoltosi per un periodo pari ad almeno metà della pena, ed una prognosi favorevole circa la possibilità di un suo graduale reinserimento nella società, attraverso le attività che egli può svolgere nelle ore di permanenza fuori dal carcere». Secondo la difesa erariale, le indicate differenze varrebbero a giustificare un regime applicativo che, mentre ai fini dell'affidamento in prova può prescindere dalla preventiva espiazione di un periodo di restrizione carceraria del condannato, per la semilibertà presuppone tale preventiva espiazione, tranne che nell'ipotesi di condanna a pena non superiore a sei mesi. È vero, infatti, che la prima misura tende alla rieducazione del condannato e la seconda al suo progressivo reinserimento sociale. In altri termini, secondo l'Avvocatura generale, non potendosi istituire un raffronto tra i due istituti, sarebbe evidente l'insussistenza del vizio di irragionevolezza della norma censurata. La difesa dello Stato conclude evidenziando che l'odierna ordinanza di rimessione non presenta alcun elemento di novità rispetto al quadro normativo esaminato dalla Corte costituzionale con la richiamata sentenza n. 100 del 1997, sicché la questione andrebbe risolta in modo analogo.1. - Il Tribunale di sorveglianza di Roma ha sollevato, in riferimento all'articolo 3, primo comma, della Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell'art. 50, comma 2, della legge 26 luglio 1975, n. 354 (Norme sull'ordinamento penitenziario e sull'esecuzione delle misure privative e limitative della libertà), nella parte in cui prevede che i condannati per uno dei reati indicati nel comma 1 dell'art. 4-bis della stessa legge possano essere ammessi al regime di semilibertà solo se abbiano espiato i due terzi della pena, anche quando il residuo non eccede i tre anni. 2. – La questione non è fondata. 2.1. – È utile descrivere la normativa vigente in tema di semilibertà, con specifico riferimento a quella parte che viene in rilievo ai fini della decisione della presente questione. In via generale, tutti i condannati possono essere ammessi al regime di semilibertà, se hanno «dimostrato la propria volontà di reinserimento nella vita sociale». Tuttavia, quando si tratta di condannati per reati previsti dall'art. 4-bis della legge n. 354 del 1975 (tra i quali è oggi compreso quello di violenza sessuale su minore di anni quattordici, previsto dagli artt. 609-bis e 609-ter, primo comma, numero 1), del codice penale, per il quale è stato condannato il soggetto che richiede di essere ammesso al regime di semilibertà), e non si rientri nei casi di pene molto lievi disciplinati nel comma 1 dell'art. 50 della legge n. 354 del 1975, è necessario per la concessione del beneficio che l'interessato abbia espiato almeno due terzi della pena. I condannati per reati diversi da quelli inseriti nel catalogo dell'art. 4-bis devono invece avere espiato metà della pena (art. 50, comma 2, della legge n. 354 del 1975). Se la pena detentiva inflitta non supera i tre anni, il condannato può essere affidato al servizio sociale fuori dell'istituto per un periodo uguale a quello della pena da scontare (art. 47, comma 1, della legge n. 354 del 1975). Il provvedimento è adottato nei casi in cui si può ritenere che lo stesso, anche attraverso le opportune prescrizioni, contribuisca alla rieducazione del reo e assicuri la prevenzione del pericolo che egli commetta altri reati (art. 47, comma 2, della medesima legge). Nella ricorrenza dei suddetti presupposti, l'affidamento in prova può essere concesso anche ai condannati per reati elencati nell'art. 4-bis della legge citata. Se detti presupposti invece mancano, il condannato per un reato diverso da quelli indicati nel comma 1 del citato art. 4-bis può essere ammesso al regime di semilibertà anche prima dell'espiazione di metà della pena (art. 50, comma 2, della legge n. 354 del 1975), mentre nell'ipotesi in cui il reato per cui vi è stata condanna appartenga all'elenco di cui all'art. 4-bis sopra menzionato, resta comunque condizione necessaria l'espiazione di due terzi della pena. 2.2. – Il rimettente afferma che la norma censurata, a parità di pena da scontare, consente ai condannati per reati compresi nell'elenco dell'art. 4-bis di accedere al regime più favorevole dell'affidamento in prova, ma non a quello, meno favorevole, della semilibertà. Il punto centrale dell'argomentazione del giudice a quo è costituito dalla individuazione di una sorta di rapporto di continenza tra affidamento in prova e semilibertà, con la conseguenza che sarebbe irragionevole consentire allo stesso soggetto l'accesso al regime più favorevole e precludere, invece, la concessione del beneficio meno favorevole, da ritenersi incluso, come parte minore, nel primo. Su questa base, il rimettente chiede alla Corte costituzionale di rimuovere, relativamente alla misura della semilibertà, la condizione della espiazione necessaria dei due terzi della pena per i condannati per reati di cui al citato art. 4-bis, parificandoli, a questo fine, ai condannati per reati diversi. 3. – Questa Corte ha già avuto modo di rilevare che il regime dell'affidamento in prova e della semilibertà non è omogeneo a causa della «sostanziale diversità di presupposti delle due misure» (sentenza n. 100 del 1997). Occorre precisare che, dopo la pubblicazione della suddetta pronuncia, il quadro normativo è parzialmente mutato, nel senso che il presupposto dell'esito positivo del «trattamento» penitenziario, valorizzato nella sentenza citata non è più indispensabile nei casi previsti dall'art. 47 (art. 5 della legge 27 maggio 1998, n. 165, recante «Modifiche all'articolo 656 del codice di procedura penale ed alla legge 26 luglio 1975 n. 354 e successive modificazioni»). Il venir meno di tale presupposto non ha avuto tuttavia l'effetto di una completa parificazione dei due istituti. Difatti, per la concessione dell'affidamento in prova è necessaria una prognosi di rieducazione del reo, opportunamente assistito, e di prevedibile assenza del rischio di recidive. In altre parole, il soggetto che può essere ammesso a godere di tale regime presenta, al momento dell'osservazione, una personalità tale da indurre alla ragionevole previsione che lo stesso non commetterà altri reati. Se questa è la valutazione effettuata sulla residua pericolosità del condannato, nel caso concreto ed alla luce di tutti i parametri indicati dalla legge, si giustifica la parificazione tra coloro che hanno commesso reati in astratto valutati con particolare severità, come quelli previsti dall'art. 4-bis, e tutti gli altri condannati, sempre che la pena da espiare non superi i tre anni.