[pronunce]

SENTENZA ha pronunciato la seguentenel giudizio di legittimità costituzionale dell'art. 6, comma 1, lettera i), del decreto legislativo 12 maggio 1995, n. 199 (Attuazione dell'art. 3 della legge 6 marzo 1992, n. 216, in materia di nuovo inquadramento del personale non direttivo e non dirigente del Corpo della Guardia di finanza), promosso dal Consiglio di Stato, sezione seconda, nel procedimento vertente tra A. C. ed il Ministero dell'economia e delle finanze, con ordinanza del 3 maggio 2023, iscritta al n. 98 del registro ordinanze 2023 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 33, prima serie speciale, dell'anno 2023. Visto l'atto di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri; udito nella camera di consiglio del 6 febbraio 2024 il Giudice relatore Marco D'Alberti; deliberato nella camera di consiglio del 6 febbraio 2024.. Ritenuto in fatto Considerato in diritto 1.- Con ordinanza del 3 maggio 2023 (reg. ord. n. 98 del 2023) , il Consiglio di Stato, sezione seconda, ha sollevato, in riferimento agli artt. 3, 4, 27, terzo comma, 35, 51 e 97 della Costituzione, questioni di legittimità costituzionale dell'art. 6, comma 1, lettera i), del decreto legislativo 12 maggio 1995, n. 199 (Attuazione dell'art. 3 della legge 6 marzo 1992, n. 216, in materia di nuovo inquadramento del personale non direttivo e non dirigente del corpo della Guardia di finanza), nella parte in cui, disciplinando i requisiti per l'ammissione al corso per la promozione a finanziere mediante concorso, prevede quale causa di esclusione dall'arruolamento anche «la guida in stato di ebbrezza costituente reato». 1.1.- Il rimettente descrive la fattispecie oggetto del giudizio a quo nei seguenti termini. A. C., arruolatosi come volontario in ferma prefissata dell'Esercito, ha partecipato in tale veste al concorso per il reclutamento di 1409 allievi finanzieri, indetto dal Capo del primo reparto del comando generale del Corpo della Guardia di finanza con determinazione del 3 settembre 2021. Superate con esito positivo le selezioni iniziali, il candidato è stato tuttavia escluso dalla procedura concorsuale, perché ritenuto carente dei «requisiti di moralità e di condotta previsti dall'articolo 2, comma 1, lettera g), del bando di concorso», essendo stato emesso nei suoi confronti un decreto penale di condanna per il reato di guida sotto l'influenza dell'alcool. A. C. ha impugnato davanti al Tribunale amministrativo regionale per il Lazio la determinazione di esclusione deducendone l'illegittimità, in quanto costituirebbe applicazione di un bando di concorso fondato, in parte qua, sulle previsioni di cui all'art. 6, comma 1, lettera i), del d.lgs. n. 199 del 1995, che sarebbero a propria volta viziate da illegittimità costituzionale, ritualmente eccepita. Tale disposizione, letteralmente riprodotta nella clausola del bando di concorso richiamata nel provvedimento di esclusione, dopo avere previsto che i candidati devono «essere in possesso dei requisiti di cui all'articolo 26 della legge 1° febbraio 1989, n. 53» e che, «[a] tal fine, il Corpo della guardia di finanza accerta, d'ufficio, l'irreprensibilità del comportamento del candidato in rapporto alle funzioni proprie del grado da rivestire», aggiunge che «[s]ono causa di esclusione dall'arruolamento anche l'esito positivo agli accertamenti diagnostici, la guida in stato di ebbrezza costituente reato, l'uso o la detenzione di sostanze stupefacenti o psicotrope a scopo non terapeutico, anche se saltuari, occasionali o risalenti». Quest'ultima previsione è stata introdotta dall'art. 33, comma 1, lettera c), numero 1.6), del decreto legislativo 29 maggio 2017, n. 95, recante «Disposizioni in materia di revisione dei ruoli delle Forze di polizia, ai sensi dell'articolo 8, comma 1, lettera a), della legge 7 agosto 2015, n. 124, in materia di riorganizzazione delle amministrazioni pubbliche». Là dove prevede «la guida in stato di ebbrezza costituente reato», essa costituirebbe, secondo A. C., un'ipotesi di illegittima esclusione automatica dalla procedura concorsuale, fondata su un'arbitraria e irrazionale presunzione assoluta di censurabilità della condotta, che impedisce la necessaria valutazione in concreto, da parte dell'amministrazione, del disvalore ad essa sotteso. Respinto il ricorso dal TAR Lazio, sezione quarta, con sentenza del 30 giugno 2022, n. 8859, A. C. ha presentato appello, riproponendo sostanzialmente davanti al Consiglio di Stato, che ha rimesso le questioni a questa Corte, le stesse eccezioni di illegittimità costituzionale sollevate in primo grado. 1.2.- Sulla rilevanza, il rimettente osserva, innanzi tutto, che la mancata impugnazione del bando di concorso, contenente la clausola di esclusione dall'arruolamento, non inciderebbe sull'ammissibilità del ricorso originario, in quanto la lesività del bando sarebbe stata percepita da A. C. solo al momento della sua esclusione dalla procedura concorsuale, quando l'amministrazione, esponendo le ragioni di tale provvedimento, considerò irrilevante, per mancata eliminazione dell'illiceità della condotta e del pregiudizio che ne era derivato, la dichiarazione da lui presentata in ordine all'estinzione del reato, dovuta all'esito positivo del lavoro di pubblica utilità. Secondo il rimettente, dunque, la sopravvenuta estinzione del reato avrebbe presumibilmente indotto l'interessato a non sentirsi leso dalla specifica clausola riferita alla «guida in stato di ebbrezza costituente reato». In secondo luogo, l'accoglimento delle questioni sollevate farebbe venir meno «la causa ostativa al reclutamento», trasformandola in una «fattispecie valutabile, alla stregua di qualsivoglia altro episodio» idoneo a incidere sull'incensurabilità della condotta del candidato. 1.3.- Quanto alla non manifesta infondatezza, il rimettente osserva che il chiaro tenore letterale della disposizione censurata non sembra lasciare spazio a un'interpretazione diversa da quella che individua nella «guida in stato di ebbrezza costituente reato» un'ineludibile condizione ostativa al reclutamento, tale da rendere sufficiente anche il mero accertamento della condotta, non essendo richiesta «[l']avvenuta condanna ovvero [l']applicazione della pena ai sensi dell'art. 444 c.p.p.». Una previsione siffatta non rispetterebbe i criteri di razionalità e di proporzionalità, costituenti un limite all'esercizio della discrezionalità del legislatore.