[pronunce]

La questione, inoltre, ad avviso del giudice a quo, non è manifestamente infondata, poiché la scelta di non rendere applicabile la disciplina della legge n. 251 del 2005 ai procedimenti pendenti in appello non appare sorretta da giustificazioni di ordine logico e giuridico né ispirata a finalità tali da giustificare il diverso trattamento riservato a diverse categorie di cittadini. Afferma ancora lo stesso giudice che la Corte costituzionale, con la sentenza n. 393 del 2006, ha dichiarato l'illegittimità costituzionale dell'art. 10, comma 3, della legge n. 251 del 2006, limitatamente alle parole «dei processi già pendenti in primo grado ove vi sia stata dichiarazione di apertura del dibattimento, nonché», ritenendo non ragionevole la scelta del legislatore di non applicare la disciplina ai processi di primo grado già in corso, alla data di entrata in vigore della legge medesima. La Corte costituzionale, dopo aver rilevato che anche le norme sulla prescrizione costituiscono legge più favorevole, ha statuito che «lo scrutinio di costituzionalità ex art. 3 Cost., sulla scelta di derogare alla retroattività di una norma penale più favorevole al reo deve superare un vaglio positivo di ragionevolezza», in quanto, sebbene il principio della retroattività della lex mitior non sia costituzionalmente garantito, tuttavia lo stesso è sancito sia dalla normativa interna (art. 2 cod. pen.), per la quale la retroattività della legge più favorevole è la regola (salvo il giudicato), sia dalle norme internazionali (articolo 15 del Patto internazionale sui diritti civili e politici, adottato a New York il 16 dicembre 1966, ratificato e reso esecutivo con la legge 25 ottobre 1977, n. 881, recante Ratifica ed esecuzione del patto internazionale relativo ai diritti economici, sociali e culturali, nonché del patto internazionale relativo ai diritti civili e politici) ed europee (Trattato sull'Unione Europea nel testo risultante dal Trattato sottoscritto ad Amsterdam il 2 ottobre 1997, ratificato e reso esecutivo con la legge 16 giugno 1998, n. 209, recante Ratifica ed esecuzione del trattato di Amsterdam che modifica il Trattato sull'Unione europea; decisioni della Corte di giustizia delle comunità europee, Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea, proclamata a Nizza il 7 dicembre 2000). Conclude, infine, la rimettente, affermando che non risulta ragionevole non applicare la nuova disciplina della prescrizione ai processi già pendenti in appello, non essendo indicata la pendenza in appello tra gli atti interruttivi della prescrizione e dipendendo la pendenza stessa dalla data in cui il processo perviene presso il giudice ad quem, data che dipende a sua volta da una pluralità di fattori esterni (gli incombenti di cancelleria per la trasmissione del fascicolo) e non da attività puramente giurisdizionale, e che, inoltre, il fatto da giudicare nel processo d'appello, proprio per l'ulteriore decorso del termine rispetto a quello di primo grado, sarebbe connotato da minore allarme sociale e al contempo renderebbe più difficile l'esercizio del diritto di difesa. 2.2. – Nei giudizi introdotti con le citate ordinanze di rimessione, è intervenuto il Presidente del Consiglio dei Ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, con tre distinti ma identici atti, chiedendo che la questione venga dichiarata infondata. Secondo l'Avvocatura, da un attento esame della sentenza n. 393 del 2006 della Corte costituzionale, è possibile argomentare l'infondatezza della presente questione di legittimità costituzionale. Nella citata sentenza, la rilevanza attribuita al decorso del tempo non assumerebbe valore decisivo; dirimente sarebbe, invece – al fine di escludere la scelta legislativa che aveva individuato nell'apertura del dibattimento di primo grado il momento a partire dal quale non fosse applicabile la nuova disciplina della prescrizione ove più favorevole all'imputato –, il rilievo dell'incongruità del riferimento al principio di non dispersione della prova, richiamato nella relazione illustrativa della legge, posto che, prima dell'apertura del dibattimento, non sono state compiute attività istruttorie suscettibili di essere vanificate. Sarebbe evidente, sempre secondo l'Avvocatura, che tale rilievo non varrebbe nel caso di pendenza del processo in grado di appello al momento di entrata in vigore della predetta legge, trattandosi di una fase processuale successiva all'istruttoria dibattimentale svoltasi in primo grado, i cui risultati probatori sarebbero vanificati dall'applicazione della più favorevole disciplina della prescrizione sopravvenuta alla conclusione del primo grado di giudizio. Con riferimento a tale fattispecie, la deroga al principio della retroattività della lex mitior apparirebbe dunque giustificata dal principio di non dispersione della prova, reiteratamente affermato dalla Corte costituzionale (sentenze nn. 254 e 255 del 1992), principio strettamente connesso al fine della ricerca della verità, indicato dalla stessa Corte costituzionale quale principio immanente al processo penale (sentenze n. 363 del 1991, n. 432 del 1992, n. 280 del 1995). 3.1. – Con ordinanza del 10 gennaio 2007 (r.o. n. 347 del 2007), la Corte d'Appello di Roma ha sollevato, in riferimento all'art. 3 Cost., questione di legittimità costituzionale dell'art. 10, comma 3, della stessa legge n. 251 del 2005, nella parte in cui esclude l'applicazione dei termini di prescrizione più brevi ai processi già pendenti in appello alla data di entrata in vigore della medesima legge. Sottolinea il rimettente di dover decidere l'appello di un soggetto condannato dal Tribunale di Roma con sentenza 18 settembre 2001, concesse le attenuanti generiche e ritenuta la continuazione, per il delitto di cui all'art. 648 cod. pen. , per avere acquistato o ricevuto da ignoti mobili e dipinti antichi compendio di un furto commesso il 13 settembre 1994, in Roma, in data antecedente e prossima al 5 ottobre 1994; per il delitto di cui all'art. 640 cod. pen. , per avere, con artifici e raggiri, indotto in errore l'acquirente dei mobili di cui sopra, conseguendo l'ingiusto profitto di settantacinque milioni di lire versatigli a titolo di prezzo, in Roma, il 5 ottobre 1994. Il giudice a quo ritiene che la questione è rilevante in quanto l'appello è stato ritualmente proposto (notificato al contumace il 31 ottobre 2001 e depositato il 30 novembre 2001); che il reato di truffa si è prescritto in data 6 aprile 2002; che la ricettazione, per cui è intervenuta l'affermazione di responsabilità, si prescriverà in tempo antecedente e prossimo al 6 ottobre 2009, successivo al 14 settembre 2009, in applicazione della disciplina anteriore al 15 dicembre 2005, n. 251;