[resaula]

Signor Presidente, signor rappresentante del Governo, colleghi, oggi siamo in quest'Aula per approvare e rendere operativo un decreto che nel suo titolo informale contiene una parola d'ordine, un imperativo categorico, un termine che farà la differenza tra lo sviluppo e la crescita del Paese rispetto alla possibilità nefasta di rimanere al palo. Questa parola è «semplificazione», la prima grande riforma senza la quale perdono senso tutte le altre. Nella tragedia sanitaria, nella difficoltà sociale ed economica del Covid, un effetto positivo la pandemia lo ha prodotto: si è ingenerata finalmente la consapevolezza dello stato di necessità del Paese rispetto a un sistema burocratico ormai diventato un'armatura di gesso, ingestibile, paralizzante. L'Italia è il Paese che ha fatto dell'ingegno la propria materia prima. È un Paese la cui ossatura è formata dalle piccole e medie industrie, dal manifatturiero, dalle attività produttive. È un Paese in cui la libera iniziativa produce capolavori, ma è anche un Paese dove la capacità di creare prodotto e lavoro viene frenata, messa in difficoltà e osteggiata da un sistema burocratico complesso, ingiustificato e ormai pletorico per un Paese che non solo deve dimostrare resilienza - termine che vuol dire tornare come si era - ma necessita di crescere e di evolversi. Il Piano nazionale di ripresa e resilienza - lo abbiamo sostenuto, ripetuto e continueremo a ripeterlo - è un'occasione unica per rilanciare il Paese, che dovrà dimostrare di saper trasformare un debito in leverage , in una leva per produrre redditività, crescita e lavoro. È stato molto chiaro il presidente Draghi nel suo discorso di insediamento, nel suo passaggio darwiniano. Il Governo sosterrà l'intraprendenza, cioè chi saprà dimostrare non solo di resistere passivamente, come dicevo prima, di tornare come prima, ma di sapersi evolvere. Il provvedimento oggi al nostro esame necessiterà di ulteriori passaggi e altri momenti. Questo è un primo step . Il Senato oggi non ha la possibilità di esprimersi come vorrebbe e questo ormai è un dato di fatto; allo stesso tempo domani dovremo esaminare un altro provvedimento importante, che è quello sul reclutamento, dove abbiamo avuto noi la possibilità di intervenire. Quindi, ognuno fa la propria parte in questo sistema integrato. Questo provvedimento è comunque la fionda che aspettavamo per consentire di scardinare l'armatura soffocante che opprime il Paese, che impedisce ai tanti ingegnosi di realizzare gli obiettivi di crescita e creare nuovi posti di lavoro. Per far marciare rapidamente il PNRR era indispensabile eliminare i colli di bottiglia che avrebbero potuto ritardare gli investimenti, l'attuazione dei progetti, mettendo a rischio l'intera strategia per il rilancio del Paese o almeno cominciare a farlo. Grazie a questo provvedimento, che è la prima pietra miliare del PNRR, l'Italia potrà ottenere a breve l'anticipo di 25 miliardi sui circa 200 miliardi di fondi UE che spettano al nostro Paese. Adesso non ricorderò tutte le semplificazioni contenute all'interno del decreto-legge, in particolare quelle che a me stanno particolarmente a cuore, che riguardano la green economy , le velocizzazioni per l'installazione di impianti, il dissesto idrogeologico, le zone economiche speciali (ZES), il codice degli appalti e il superbonus al 110 per cento. Insomma, ce ne sono veramente tante. L'opposizione dice che ci sono tanti articoli: ebbene, ci sono tanti articoli perché ci sono tante semplificazioni, tanti temi, tanti argomenti che meritavano di essere di essere toccati e semplificati. È evidente quanto questo decreto sia decisivo per realizzare le opere del Piano nazionale di ripresa e resilienza, ma anche per determinare un cambio culturale e strutturale del nostro sistema statale, fattore decisivo di competitività, visto che da diverse analisi, in particolare quella dell'ufficio studi di Confcommercio, le inefficienze della pubblica amministrazione incidono in modo diretto sulla crescita dell'economia nazionale, con una perdita di circa 70 miliardi di PIL. Questo non ce lo possiamo permettere. Il recovery plan è forse la più grande sfida di modernizzazione che il nostro Paese si trova ad affrontare dal dopoguerra, una sfida di grande ricostruzione dopo una lunga crisi aggravata da questa terribile pandemia. Quindi, noi oggi, pur dispiaciuti di non aver potuto dare un ulteriore contributo, ma sicuramente consapevoli che non mancheranno future occasioni, siamo contenti che la semplificazione non sia più soltanto una parola, ma diventi effettivamente e oggettivamente un percorso e una realtà. (Applausi) . PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Pazzaglini. Ne ha facoltà. PAZZAGLINI (L-SP-PSd'Az) . Signor Presidente, onorevoli rappresentanti del Governo, colleghi, venti anni fa, appena eletto sindaco, chiedevo ai dipendenti comunali come avessero intenzione di interpretare il loro ruolo, che cosa avessero intenzione di fare: se essere un filtro tra il privato e il risultato da raggiungere, oppure se essere uno strumento tra il progetto da realizzare e il privato cittadino. Era un po' una provocazione, un po' un ragionamento filosofico, che però aveva delle implicazioni profonde, perché è evidente a tutti che se la pubblica amministrazione inizia a collaborare con il privato nel perseguimento del proprio obiettivo, la realizzazione avviene in tempi più rapidi e in maniera più efficace. Finalmente, dopo venti anni, ecco un provvedimento che va nella direzione da me auspicata: finalmente, perché si punta a cambiare quello che sarà il rapporto tra pubblica amministrazione e privati, perché è quello che serve al Paese. Sappiamo tutti che questo provvedimento è funzionale al PNRR. Sappiamo tutti che le risorse del recovery plan dovranno essere spese entro il 2026, ma sappiamo tutti altrettanto bene che l'Italia non è mai stata brava a spendere rapidamente e bene le risorse o quantomeno non lo è stata fino a che la Lega non è diventata motore trainante di un Governo. (Applausi) . Questo è avvenuto dopo la tragedia del ponte Morandi, reduci dall'esperienza del terremoto del Centro-Italia del 2016, quella che all'epoca definivo come la base di una delle peggiori ricostruzioni d'Italia; i fatti poi mi hanno dato ragione, visto che a cinque anni stiamo iniziando ora a ripartire, anche grazie alle semplificazioni che sono state introdotte nel frattempo. Come dicevo, ciò è avvenuto finché la Lega non ha deciso di cambiare il paradigma e introdurre un modello che è poi diventato un riferimento anche culturale e un esempio da seguire, ripetere e replicare, indicato da tutti come modello di efficacia ed efficienza non solo per la ricostruzione di un ponte, ma anche per ciò che diventerà il nostro vero recovery plan, il nostro vero decreto ristori. Infatti, la possibilità di spendere in maniera rapida ed efficace le risorse del recovery plan ci consentirà di creare centinaia di migliaia di posti di lavoro. La creazione di posti di lavoro, a sua volta, creerà economia e, grazie a questo, il Paese potrà finalmente ripartire.