[pronunce]

che, inoltre, la norma censurata determinerebbe una irragionevole disparità di trattamento tra imputati a seconda che la vocatio in ius sia avvenuta con decreto che dispone il giudizio a seguito di udienza preliminare o con citazione diretta, in quanto solo in questo secondo caso, mediante la prevista restituzione degli atti al pubblico ministero, l'imputato è posto in condizione di chiedere i riti alternativi nella nuova udienza preliminare; che il rimettente muove dal presupposto che il sistema introdotto dal decreto legislativo n. 51 del 1998 e dalla legge 16 dicembre 1999 n. 479, e successive modifiche, preclude di presentare richiesta di applicazione della pena al tribunale in composizione collegiale e non consente la restituzione nel termine dell'imputato avanti a tale organo, sulla falsariga della soluzione seguita dalla sentenza n. 265 del 1994, e ritiene che, per porre rimedio ai denunciati vizi di illegittimità costituzionale, dovrebbe essere prevista la restituzione degli atti al pubblico ministero anche nell'ipotesi in cui l'udienza preliminare si sia già tenuta; che la soluzione prospettata è tuttavia eccentrica e incongrua rispetto all'attuale sistema, che conosce, contrariamente a quanto ritiene il rimettente, ipotesi in cui il tribunale è chiamato a pronunciarsi sulla richiesta di applicazione della pena (artt. 446 e 451, comma 5, nonché art. 448 cod. proc. pen.) e che, anche per quanto riguarda l'inosservanza delle regole di attribuzione dei reati (artt. 33-quinquies e seguenti cod. proc. pen.), è complessivamente improntato, per evidenti ragioni di speditezza e di economia processuale, all'opposto principio di non regressione del procedimento; che le sentenze di questa Corte n. 265 del 1994 e n. 530 del 1995, citate dal rimettente, avevano individuato nella restituzione nel termine avanti allo stesso giudice il rimedio idoneo a conciliare il rispetto del diritto di difesa e del principio di eguaglianza con le esigenze di economia processuale nelle ipotesi in cui la nuova contestazione fosse intervenuta dopo la dichiarazione di apertura del dibattimento, che segnava allora il limite preclusivo per la richiesta di patteggiamento; che in particolare questa Corte nella sentenza n. 265 del 1994 aveva affermato che il patteggiamento &laquo;è una forma di definizione pattizia del contenuto della sentenza che non richiede particolari procedure e che pertanto, proprio per tali sue caratteristiche, si presta ad essere adottata in qualsiasi fase del procedimento, compreso il dibattimento&raquo; e, richiamando la sentenza n. 101 del 1993, aveva ricordato che &laquo;nei casi in cui la inosservanza del termine per formulare la richiesta di applicazione della pena “sia stata determinata da un evento non evitabile dall'interessato” è possibile fare applicazione dell'istituto della restituzione nel termine; e che, in tali ipotesi, “nulla impedisce che il rito speciale in esame (…) trovi collocazione nel corso del dibattimento”, subendo, tuttavia, “un inevitabile adattamento ricavabile dal sistema”&raquo; ; che, a prescindere dalla possibilità di estendere i principi ora ricordati in tema di contestazione in dibattimento di un fatto diverso e di un reato concorrente alla ipotesi della contestazione di una circostanza aggravante, il mutamento del quadro normativo non comporta che siano da ritenere superate la ratio e la portata delle sentenze menzionate dal rimettente, tanto più ove si consideri, da un lato, che l'attuale ripartizione della competenza a celebrare i riti alternativi tra giudice dell'udienza preliminare e giudice del dibattimento risponde essenzialmente, nell'intenzione del legislatore, a ragioni di speditezza processuale, dall'altro che tali ragioni sono oggi assistite dal principio costituzionale della ragionevole durata del processo enunciato nel secondo comma dell'art. 111 Cost.; che la questione deve pertanto essere dichiarata manifestamente infondata. Visti gli artt. 26, secondo comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87, e 9, secondo comma, delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale.. . per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE dichiara la manifesta infondatezza della questione di legittimità costituzionale dell'art. 521-bis del codice di procedura penale, in relazione agli artt. 516 e 517 dello stesso codice, sollevata, in riferimento agli artt. 3 e 24 della Costituzione, dal Tribunale di Napoli, con l'ordinanza in epigrafe. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 20 novembre 2002. F.to: Cesare RUPERTO, Presidente Guido NEPPI MODONA, Redattore Giuseppe DI PAOLA, Cancelliere Depositata in Cancelleria il 26 novembre 2002. Il Direttore della Cancelleria F.to: DI PAOLA