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Istituzione della Giornata nazionale in memoria degli immigrati vittime dell'odio razziale e dello sfruttamento sul lavoro. Onorevoli Senatori . – L'obiettivo del presente disegno di legge è quello di ricordare gli immigrati vittime dell'odio razziale e dello sfruttamento sul lavoro. L'istituzione di una giornata commemorativa che coincida con il 18 settembre non è casuale. Risale infatti al 18 settembre 2008 la strage di Castel Volturno (detta anche strage di San Gennaro), che ha portato alla morte di sette persone, sei dei quali immigrati africani, vittime innocenti della strage, in due blitz distinti da parte dello stesso gruppo di fuoco camorristico guidato da Giuseppe Setola, avvenuti a mezz'ora di distanza l'uno dall'altro. Gli immigrati africani uccisi si chiamavano Kwame Antwi Julius Francis, Affun Yeboa Eric, Christopher Adams del Ghana, EI Hadji Ababa e Samuel Kwako del Togo e Jeemes Alex della Liberia e si trovavano presso la sartoria Ob Ob Exotic Fashion a Ischitella, altra frazione di Castel Volturno, comune della provincia di Caserta. Dagli accertamenti effettuati dagli inquirenti successivamente alla strage, è emerso che nessuno degli immigrati (tutti giovanissimi, il più vecchio aveva poco più di trent'anni) era coinvolto in attività di tipo criminale e che nessuno di loro era legato ad associazioni di tipo mafioso o camorristico. Il massacro degli immigrati provocò, il giorno successivo, una rivolta popolare contro la criminalità organizzata a cui partecipò gran parte dell'intera comunità africana di Castel Volturno, che costituì il primo episodio di questo genere in Italia. L'unico dei sopravvissuti degli immigrati all'interno della sartoria fu Joseph Ayimbora, un cittadino ghanese che abitava a Castel Volturno da otto anni. Egli si finse morto e nonostante fosse stato gravemente ferito, riuscì a memorizzare i volti di tre dei malviventi e collaborò poi con le forze dell'ordine: la sua testimonianza in giudizio si rivelò determinante nell'individuazione dei responsabili della strage. Joseph Ayimbora è poi anch'egli deceduto a causa di un aneurisma cerebrale nel febbraio 2012 e in seguito, il 16 gennaio 2013, gli fu assegnata la medaglia d'oro al valor civile da parte del Presidente della Repubblica. L'accertamento giudiziale sulla strage di Castel Volturno portò la magistratura a individuare, oltre all'aggravante di avere agito con metodo mafioso e della finalità di agevolare l'associazione mafiosa denominata « clan dei Casalesi », anche l'aggravante di avere agito con finalità di discriminazione e odio razziale, poiché diversi elementi indicavano un odio indiscriminato del gruppo di Setola fondato su un pregiudizio di razza, in base al quale si voleva assoggettare l'intera comunità nera alla volontà del clan. Oltre a questo, venne individuata dal giudice per le indagini preliminari (Gip) l'aggravante della finalità terroristica della strage, finalizzata a incutere terrore nella collettività, attraverso un'azione volutamente eclatante, che aveva come obiettivo quello di minare la fiducia dell'intera comunità di immigrati nello Stato, in modo da convincerli ad accettare l'assoggettamento al clan e al versamento di una tangente per poter lavorare. Kwame Antwi Julius Francis: nato in Ghana, era fuggito dal suo Paese nel 2002. Lavorava come muratore e piastrellista e si era iscritto a un corso di formazione per apprendere il mestiere di saldatore. Viveva in un appartamento situato sopra la sartoria dove è avvenuta la strage ed era sceso in strada perché Eric, un'altra delle vittime, lo aveva chiamato: aveva un lavoro da offrirgli come muratore. Affun Yeboa Eric: il suo cadavere è stato ritrovato riverso al volante della sua auto, parcheggiata davanti alla sartoria. Eric era in Italia dal 2004, proveniva dal Ghana ed era sprovvisto di permesso di soggiorno. Da poco tempo si era trasferito a Castel Volturno, dove aveva iniziato a lavorare come carrozziere. EI Hadji Ababa: veniva dal Togo e gestiva la sartoria Ob Ob Exotic Fashions . Il suo corpo è stato ritrovato senza vita accasciato sulla macchina per cucire. Jeemes Alex: cittadino liberiano, lavorava saltuariamente come muratore o nelle campagne. Samuel Kwako: veniva dal Togo, faceva il muratore e lavorava nelle campagne. Christopher Adams: aveva 28 anni ed era ghanese. Era in Italia dal 2002 e aveva ottenuto il permesso di soggiorno per protezione umanitaria. Adams faceva il barbiere a Napoli. Joseph Ayimbora: di origine ghanese, fu l'unico sopravvissuto alla strage, nonostante le gravi ferite alle gambe e all'addome. A seguito della strage rimase invalido, tanto da essere costretto all'uso delle stampelle per poter camminare, essendo stato pesantemente attinto da numerosi proiettili ad entrambe le gambe; è morto nel febbraio del 2012 per un aneurisma. C'è un filo rosso che lega la strage di Castel Volturno ai tanti, troppi episodi di violenza accaduti in Italia le cui vittime sono immigrati, spesso in fuga da Paesi in guerra o nei quali avrebbero subito persecuzioni, colpevoli solo di cercare nel nostro Paese la serenità di un lavoro sicuro. Filo rosso che passa dall'assassinio di Jerry Masslo, avvenuto a Villa Literno nel lontano 24 agosto 1989, e racconta delle durissime condizioni di vita cui ancora oggi sono sottoposti le migliaia di immigrati che lavorano nelle campagne, per arrivare a Thomas Daniel, operaio liberiano di 41 anni morto in un cantiere abusivo a Pianura, quartiere di Napoli, il primo giugno 2020. In mezzo, del tutto simili, innumerevoli episodi di violenza e sfruttamento, aggravati dall'odio razziale. I dati sono impietosi. Mentre il settore agroalimentare genera ogni anno profitti milionari, sono numerosi gli studi che evidenziano la sistematica presenza di abusi nelle filiere nazionali, denunciando le condizioni di grave sfruttamento, ai limiti della schiavitù, subite dai lavoratori immigrati che nelle campagne italiane raccolgono la frutta e la verdura destinata agli scaffali dei supermercati europei. Ad essere intollerabili sono soprattutto le condizioni di vulnerabilità che affliggono donne e migranti, spesso reclutati da caporali e costretti a vivere e lavorare in condizioni inumane e degradanti. L'Agro Pontino nel Lazio, il Tavoliere nel foggiano in Puglia, la zona di Saluzzo in Piemonte e la piana di Metaponto in Basilicata. Sono solo alcune delle aree rurali in cui si sono sviluppate e radicate forme di agricoltura intensive alimentate dallo sfruttamento della manodopera migrante e precaria. In totale, secondo i dati del V Rapporto Agromafie e caporalato a cura dell'Osservatorio Placido Rizzotto della Flai-Cgil che fotografa la situazione nel settore agroalimentare dal 2018 al 2020, sarebbero almeno 180.000 i lavoratori vulnerabili allo sfruttamento.