[pronunce]

Il Tribunale di Palermo censura inoltre le norme in esame, come interpretate dalla Corte di cassazione, anche per violazione dell'art. 3 Cost., in quanto fondano una ingiustificata disparità di trattamento tra il datore di lavoro e tutti gli altri creditori del lavoratore ai quali, invece, può essere opposta l'impignorabilità oltre il quinto dei crediti di lavoro. 1.3. – Quanto alla rilevanza, il giudice rimettente precisa di sollevare la questione di legittimità costituzionale delle norme in esame nel significato normativo attribuito dalla giurisprudenza dominante, in quanto ormai valutabile quale “diritto vivente”, essendo frutto di una serie continua di pronunce uniformi. 2. – Si è costituito in giudizio il Banco di Sicilia s.p.a., opponente nel giudizio a quo, il quale ha, preliminarmente, invocato una pronuncia di manifesta inammissibilità della questione di costituzionalità sollevata dal Tribunale di Palermo, per essere diretta ad ottenere una mera revisione dell'interpretazione delle norme in esame effettuata dalla giurisprudenza di legittimità. 2.1. – Nel merito, la parte privata ha dedotto l'infondatezza delle censure innanzitutto con riguardo all'art. 36 Cost., considerando che proprio la giurisprudenza costituzionale ha stabilito che il principio per cui la retribuzione del lavoratore deve essere proporzionata alla quantità e qualità del lavoro e deve essere in ogni caso sufficiente ad assicurare al lavoratore ed alla sua famiglia un'esistenza libera e dignitosa non è un principio assolutamente insuperabile, quantomeno con riguardo alle conseguenze di eventi che prescindono dal rapporto di lavoro, inteso come scambio di prestazione lavorativa e retribuzione (sentenza n. 209 del 1975). Osserva infatti il deducente che, in applicazione di tali principi, la Corte ha ritenuto la legittimità dell'art. 545, comma quarto, cod. proc. civ. anche nell'ipotesi in cui il pignoramento del quinto di uno stipendio modesto determini la contrazione della retribuzione in modo da non assicurare al lavoratore il minimo indispensabile per vivere, tenuto conto del principio per cui il debitore risponde dell'adempimento delle obbligazioni con tutto il suo patrimonio e che il minimo vitale va in concreto individuato con riguardo al complesso dei beni oggetto del processo di esecuzione (sentenza n. 434 del 1997). Peraltro, l'orientamento giurisprudenziale non condiviso dal rimettente si è formato proprio con riguardo ad ipotesi, identiche a quella oggetto del giudizio a quo, in cui, anche ad avviso del Tribunale di Palermo, risulterebbe manifestamente ingiusto l'obbligo del datore di lavoro di corrispondere al dipendente licenziato per appropriazione indebita i quattro quinti del TFR senza poter defalcare quanto da questi illecitamente sottratto. 2.2. – Quanto alla ritenuta violazione dell'art. 3 Cost., il Banco di Sicilia osserva che la posizione del datore di lavoro è affatto diversa da quella degli altri creditori del lavoratore, tenuto conto che, proprio per il continuo insorgere di posizioni contrapposte di debito e di credito nel corso del rapporto di lavoro, il primo è particolarmente esposto all'insolvenza del proprio dipendente con la conseguenza che l'applicabilità dei limiti posti in tema di compensazione gli impedirebbe di esercitare il diritto di autotutela che l'ordinamento riconosce a ciascuna delle parti di un contratto a prestazioni corrispettive. 3. – È intervenuto in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, eccependo la manifesta inammissibilità ed infondatezza della questione. La difesa erariale deduce, in primo luogo, che l'ordinanza di rimessione, essendone stato comunicato il solo dispositivo, non è mai stata notificata, secondo il disposto dell'art. 23 della legge 11 marzo 1953, n. 87 (Norme sulla costituzione e sul funzionamento della Corte costituzionale), al Presidente del Consiglio dei ministri, che ne ha quindi avuto conoscenza solo attraverso la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale, ragion per cui non si sarebbe validamente costituto il rapporto processuale. Nel merito, l'Avvocatura deduce che scopo delle norme censurate è quello di permettere al lavoratore subordinato una dignitosa disponibilità dei frutti del proprio lavoro e non anche quello di assicurargli i proventi di condotte penalmente rilevanti, ragion per cui risulterebbe in contrasto con gli intenti del legislatore la diversa interpretazione propugnata dal giudice a quo. 4.- Con memoria depositata in prossimità dell'udienza, il Banco di Sicilia s.p.a. ha puntualizzato le proprie difese, in particolare osservando che, ove fosse censurato di illegittimità costituzionale l'orientamento giurisprudenziale in esame, dovrebbero essere ritenute illegittime anche tutte le norme che, in casi predeterminati e rispondendo a scelte mirate, consentono la riduzione della retribuzione al di sotto dei quattro quinti, come quelle che stabiliscono un tetto agli importi massimi dei trattamenti di integrazione salariale e di indennità di mobilità i quali, nel caso delle retribuzioni più alte, possono risultare fissati, infatti, ben al di sotto della soglia dei quattro quinti della normale retribuzione. Né, ad avviso della parte privata, avrebbe consistenza pratica il timore espresso dal giudice a quo, e cioè che la compensazione atecnica dei crediti da lavoro dipendente potrebbe consentire al datore di lavoro di rifiutarsi, mese per mese, di corrispondere la retribuzione al dipendente che continui a prestare la propria opera; occorre tener conto, infatti, che, a fronte di comportamenti integranti giusta causa di licenziamento, nessun datore di lavoro continuerebbe ad avvalersi dell'opera del dipendente inadempiente e, che, nel caso di specie, il rapporto di lavoro di P. B. è già stato risolto, sicché il credito oggetto di compensazione atecnica è relativo al TFR e non anche a voci retributive mensili. Quanto alla disparità di trattamento denunciata dal Tribunale di Palermo, il Banco di Sicilia sottolinea la non comparabilità della posizione del datore di lavoro con quella di qualsiasi altro creditore del dipendente, tenuto conto che solo il primo è onerato in via esclusiva del debito retributivo nei confronti di questi, ragion per cui ad ogni altra posizione creditoria il limite del quinto potrà essere opposto dal lavoratore «solo nella fase esecutiva, quale limite al pignoramento, giammai quale limite alla compensazione». Infine, dopo aver negativamente valutato l'effetto che deriverebbe dalla parificazione tra il datore di lavoro e gli altri creditori sotto il profilo della deresponsabilizzazione del dipendente, il quale, pur essendo negligente o avendo dolosamente attentato al patrimonio datoriale, si vedrebbe comunque garantito il credito retributivo nei limiti dei quattro quinti, il Banco di Sicilia osserva come il richiamo effettuato dal giudice a quo al principio del solve et repete, quale fondamento della previsione dei limiti legali alla compensazione, risulterebbe improprio, tenuto conto che questo è stato da sempre ritenuto illegittimo dalla Corte costituzionale in quanto in violazione sia del principio di eguaglianza che del diritto di agire in giudizio senza limitazioni;