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Disposizioni in materia di assoggettabilità delle piattaforme petrolifere ad IMU e TASI. Onorevoli Senatori. -- La Corte di cassazione, con sentenza 24 febbraio 2016, n. 3618, ha ritenuto che le piattaforme petrolifere siano soggette ad accatastamento e quindi assoggettabili all’imposta comunale sugli immobili (ICI) e, conseguentemente, anche all’imposta municipale propria (IMU) e al tributo per i servizi indivisibili (Tasi). La sentenza è molto importante perché pone fine ad una diatriba in corso da anni, che ha visto i comuni contrapporsi sia alle società petrolifere in materia di applicazione dei tributi immobiliari, ma anche all'Agenzia delle entrate che nei fatti ha sempre ritenuto che le piattaforme petrolifere non fossero da iscrivere in catasto, con ciò alimentando ancora di più il contenzioso tributario. L'importanza della questione è evidenziata anche dalla presenza di diverse interrogazioni parlamentari, nelle quali si richiama una giurisprudenza di merito incapace di pervenire ad una soluzione uniforme e si dà conto degli elevati importi in contenzioso. Peraltro, la pronuncia della Corte va oltre il caso specifico oggetto del giudizio, enunciando principi di diritto molto importanti, come l'obbligatorietà dell'assoggettamento all'imposta dei fabbricati non iscritti in catasto, indipendentemente dalle eventuali problematiche collegate alla determinazione del loro valore imponibile. Per quanto attiene alla accatastabilità delle piattaforme petrolifere, la Corte ha affrontato preliminarmente il problema della natura delle piattaforme petrolifere, ritenendo che queste ultime debbano essere considerate come «immobili», ai sensi dell'articolo 812 del codice civile, essendo «saldamente infisse nel sottosuolo marino». Si tratta di beni immobili che insistono sul territorio dello Stato, visto che il fondo marino appartiene al demanio dello Stato ed il diritto al suo sfruttamento minerario è soggetto a concessione. Essi soddisfano quindi il presupposto dell'ICI, così come definito dall'articolo 1, comma 2, del decreto legislativo n. 504 del 1992, che si realizza con il possesso di fabbricati «siti nel territorio dello Stato, a qualsiasi uso destinati, ivi compresi quelli strumentali...». L'obbligo di accatastamento delle piattaforme petrolifere deriva direttamente dall'articolo 4 del regio decreto-legge n. 652 del 1939, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 1249 del 1939, che qualifica come immobili urbani i fabbricati e le costruzioni stabili «di qualunque materiale costituite» ed include tra questi anche «gli edifici sospesi o galleggianti, stabilmente assicurati al suolo». Dalle norme richiamate, secondo la Cassazione, consegue che le piattaforme stabilmente assicurate al suolo demaniale marino debbono essere accatastate. La Corte affronta, poi, il problema della categoria catastale da attribuire, visto che il giudice di secondo grado aveva ritenuto che le piattaforme potessero essere annoverate tra gli immobili con destinazione E/9 e quindi comunque esenti dalle imposte patrimoniali immobiliari perché riconosciute di pubblica utilità. Secondo la Suprema corte, invece, «le piattaforme petrolifere, così come le centrali cui sono annesse, sono classificabili nella categoria catastale D/7, svolgendosi operazioni qualificabili quali attività industriale». Per quanto attiene il soggetto attivo d'imposta, la commissione tributaria regionale aveva escluso la potestà impositiva del comune sulle acque territoriali e quindi l'assoggettabilità ad ICI delle piattaforme in ragione della loro allocazione a mare. La Corte, dopo aver rilevato che «non può concepirsi un luogo del territorio nazionale che non "appartenga" ad un Comune» ha ritenuto che esiste una naturale potestà degli enti locali nell'ambito del mare territoriale, paragonabile a quella esercitata sul proprio territorio, fino ad una distanza di 12 miglia marine, «con estensione della sovranità dello Stato e, per esso, dei relativi Comuni, sul mare territoriale, pur con i limiti derivanti dalle convenzioni internazionali». Dopo aver individuato la competenza territoriale comunale, la Cassazione ha affrontato il problema dell'inquadramento del caso di specie tra le ipotesi di soggettività passiva, individuandola nel «possesso a titolo di concessione». Secondo la Corte, «anche se il mare non è ricompreso tra i beni del demanio marittimo, che concernono solo il lido, la spiaggia e le terre emerse, tuttavia i beni infissi nel fondo del mare territoriale sono equiparabili a quelli del demanio marittimo». Conseguentemente, le strutture stabilmente infisse nel fondo del mare territoriale sono soggette al potere impositivo comunale, in quanto possedute in base ad una concessione demaniale, ai sensi dell'articolo 3, comma 2, del decreto legislativo n. 504 del 1992. Per quanto attuazione alla determinazione del valore imponibile, ad avviso della parte intimata (ENI SpA), il comune sarebbe carente del potere di «determinare il valore delle piattaforme ai fini ICI, essendo la base imponibile determinata con riferimento alla rendita catastale», con conseguente competenza dell'Agenzia delle entrate. Su tale punto la Corte enuncia principi molto importanti, che vanno al di là del caso concreto analizzato, in quanto, come noto, a seguito della incomprensibile abrogazione del comma 4 dell'articolo 5 del decreto legislativo n. 504 del 1992, che autorizzava l'uso della rendita presunta, parte della giurisprudenza di merito sembra ritenere che al comune sia preclusa l'attività di accertamento con riferimento a fabbricati non iscritti in catasto o iscritti con rendita non più adeguata, pur nei casi di inerzia sia dell'intestatario catastale sia dell'Agenzia delle entrate, la quale anche in caso di attivazione della procedura ex articolo 1, comma 336, della legge finanziaria 2005 (legge n. 311 del 2004), in molti casi non opera con la necessaria tempestività. Si è configurata così una situazione che stride con la logica e con la piana applicazione dei principi che regolano l'imposizione fiscale, perché la debenza del tributo, pur in presenza di fabbricato che ne soddisfa il presupposto, dipenderebbe dalla volontà del contribuente di procedere all'aggiornamento catastale, ovvero dalla tempestività dell'intervento in surroga dell'Agenzia delle entrate, senza che tali fattori aleatori deroghino espressamente al termine decadenziale entro il quale il comune può notificare atti di accertamento per recuperare gli importi dovuti. Su tale questione, la sentenza in commento effettua una significativa precisazione, laddove afferma che «tutti i fabbricati siti nel territorio dello Stato sono imponibili, soggiacciono all'imposta ICI e non può considerarsi " condicio sine qua non " ai fini impositivi, la iscrizione catastale in mancanza di una correlazione normativa tra "imponibililà" e "accatastabilità", essendo soggetti ad ICI tutti gli immobili, ancorché non accatastati e potendo essere determinata l'imposta in base ai criteri residuali». L'affermazione appare perfettamente aderente al dettato normativo, laddove è previsto che soddisfa il presupposto d'imposta il possesso di fabbricati iscritti o che devono essere iscritti in catasto.