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Nella Costituzione italiana manca esplicitamente il richiamo al valore fondamentale del cristianesimo come principio di collegamento e unione tra i popoli che compongono l'Italia. Dopo il crollo del muro di Berlino e della cortina di ferro, l'unità degli Stati membri non può con tutta evidenza essere più costruita sulla base di trattati cartacei: sul tappeto vi è una serie di problemi che vanno ben al di là dell'estensione dell'area di libero mercato, dell' austerity , dell'allargamento della NATO o dell'individuazione di regole costituzionali condivise, di leggi elettorali o micro-liberalizzazioni senza senso. L'ingegneria costituzionale non crea né ricostruisce autentici legami sociali. Occorre riannodare il tessuto culturale e sociale brutalmente lacerato dai totalitarismi politici del Novecento e oggi nuovamente minacciati da neo-totalitarismi religiosi: ritrovare un patrimonio spirituale e culturale comune, una memoria e un'identità condivise. L'Europa e l'Italia non hanno bisogno di burocrazia ma di un'anima, e quest'anima, ossia il loro principio vitale e unificatore, non può essere che il cristianesimo. È dato pensare che i Padri costituenti dessero, viceversa, pressoché per scontate le radici cristiane dell'Italia, e non intesero pertanto sottolineare in modo esplicito che la Repubblica si riconosceva in esse. Il collante che, nella nostra visione di costruzione di una Nazione, è rappresentato dall'accettazione dei valori cristiani, dovrà quindi trovare il posto che gli spetta, costituendo in tal modo un momento di crescita spirituale per l'intero Paese e per il continente europeo. La Costituzione di un Paese deve cercare di coagulare nella sua struttura un sistema di valori condivisi dalla maggior parte del popolo: da ciò deriva la necessità del riferimento diretto alle radici cristiane. Ciò potrà anche servire a rendere più coesa l'architettura italiana, formata da un insieme di popoli che hanno ancora difficoltà a riconoscersi nel sentimento patriottico, coraggiosamente riproposto dall'allora Presidente della Repubblica Ciampi fin dal suo insediamento al Quirinale, e che attraverso il riconoscimento di queste radici comuni avranno la possibilità di creare un futuro migliore e ricco di pace e di prosperità per tutto il Paese. L'identità italiana – spesso sconosciuta o non compresa dagli stessi italiani – deve essere plasmata dalla condivisione di una storia comune, da rapporti di scambio e di solidarietà con le altre culture e dal rispetto reciproco delle nostre differenze. Solo attraverso la sottolineatura di quanto ci unisce, non certo annientandosi in una piatta uniformità, l'Europa e l'Italia potranno farsi valere nel mondo intero, per il bene della loro gente e di tutti i popoli che le compongono. Senza un'identità comune, fortemente compresa e riconosciuta, verranno in superficie le divisioni campanilistiche che fecero dire a Massimo d'Azeglio « Fatta l'Italia bisognerà fare gli italiani » e che potrebbero solo far accrescere i dubbi circa il nostro essere e il nostro sistema di regole. Per ciò che riguarda le radici cristiane del nostro continente e del nostro Stato, è sempre necessario ricordare come storicamente l'uomo europeo si è distinto nella sua etica comportamentale per un insieme di valori che hanno la loro fonte nel cristianesimo, nel comune sentire cristiano. Erano certamente tempi diversi quelli nei quali i Padri costituenti redassero la nostra Carta fondamentale, nei quali non vi era la necessità – a fronte di una scarsa immigrazione di altre culture e religioni – di marcare una precisa identità che era data perlopiù per scontata. Oggi, viceversa, per consentire un'integrazione effettiva a chi entra nel nostro Paese e nel continente è fondamentale che le popolazioni autoctone siano pienamente coscienti della propria storia, cultura e tradizione, e le rispettino per prime dando il buon esempio agli altri. L'errore che si deve assolutamente evitare è quello di considerare il presente disegno di legge costituzionale come un provvedimento cattolico-confessionale ostile alle altre religioni o culture. La laicità dello Stato italiano non verrebbe infatti in alcun modo compromessa da questo riferimento, ma verrebbe viceversa rispettata la verità storica, senza la quale non può esistere identità. A sostegno di tutto ciò possiamo ricordare John Fowles che ne « La donna del tenente francese » scrisse: « C'è solo una buona definizione di Dio: la libertà che permette l'esistenza di altre libertà ». A tale proposito ci sovvengono e sostengono ancora più le nostre convinzioni le parole di Luigi Bobba, proveniente dal mondo delle Associazioni cristiane lavoratori italiani (ACLI), che correttamente asserì che « l'affermazione dell'identità non è la negazione del dialogo, anzi il suo presupposto ». Che quando si parla di radici cristiane « non si tratta di confessionalismo, ma solo di riconoscere appunto la storia ». Ma ancor più devono essere d'esempio – per non cadere in facili strumentalizzazioni dei fautori del « politicamente corretto », cioè di coloro che venerano il relativismo dei valori e che istigano all'accusa di intolleranza nei confronti di chi obietta – le parole lungimiranti e riconoscenti di alcuni noti musulmani residenti nel nostro Stato, tra i quali l'ex deputato – dello schieramento opposto – Khaled Fouad Allam, professore di islamistica all'università di Trieste e noto giornalista, purtroppo scomparso da qualche anno. Fouad scrisse che « L'Europa – dunque ancor più l'Italia che ad essa ha dato vita – è debitrice verso il cristianesimo: perché, che lo voglia o no, esso le ha dato forma, significato e valori. Rifiutare tutto ciò significa, per l'Europa, negare sé stessa. La questione delle radici cristiane d'Europa, in un momento in cui tutti parlano di eterogeneità delle culture e di multietnicità, suscita altre problematiche: come accogliere l'altro se si nega se stessi? Come saldare un patto fra le comunità umane se l'Europa rifiuta di riconoscersi? Le radici affondano nella terra, dove incontrano e incontreranno altre radici. Se le radici del cristianesimo affondano nel mondo ebraico e in quello greco, oggi esso incontra l'islam, domani l'Asia e l'Africa. L'incontro è possibile soltanto se si è consapevoli delle proprie radici. Pensare alle radici d'Europa significa pensare ai possibili, a volte inediti, prolungamenti del continente. Oggi l'America, la Cina e l'Africa ci interrogano, ognuna con le proprie radici fatte di dolore e di speranza, mentre in terra d'Europa l'inquietudine ha già preso forma e si sta diffondendo. L'Europa, faccia a faccia con sé stessa, è ricca di saperi ma restia ad accettarsi. Ma per me essa rappresenta l'albero d'ulivo che nel Corano, al versetto 35 della Sura della Luce, è “né d'oriente né d'occidente” ». E ancora Magdi Allam in « Io amo l'Italia ma gli italiani la amano? » scrive: « Sì al valore fondamentale della libertà, sì alla centralità della persona, sì ad un'identità forte e condivisa. La battaglia comune che ci attende, in Italia, in Occidente e nei Paesi musulmani, è essenzialmente una battaglia di idee affinché trionfino valori in grado di cementare una comune civiltà dell'uomo.