[pronunce]

che con riferimento, infatti, alla dedotta eccezione di inammissibilità della questione, la difesa erariale sottolinea come il remittente non abbia «chiarito se l'imputata si trovasse, alla data dell'ordine impartitole dal Questore di Latina, nelle condizioni lavorative indicate dall'art. 1, comma 1, del decreto legge» n. 195 del 2002, omettendo di fornire una adeguata motivazione anche in ordine alla «mancata ricorrenza delle condizioni, ostative alla regolarizzazione, previste dal comma 8 del medesimo articolo 1»; che l'Avvocatura generale dello Stato evidenzia, poi, come il comma da ultimo citato risulti essere stato modificato dalla legge 9 ottobre 2002, n. 222 (Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 9 settembre 2002, n. 195, recante disposizioni urgenti in materia di legalizzazione del lavoro irregolare di extracomunitari), prospettando pertanto – in via subordinata, rispetto alla richiesta declaratoria d'inammissibilità della questione – l'eventualità di una «restituzione degli atti al giudice a quo»; che reputa, infine, la difesa erariale – quanto al merito della questione – di dover confutare il solo dubbio di costituzionalità sollevato in riferimento all'art. 3 della Carta fondamentale, apparendo, invece, il contrasto con gli artt. 2 e 35 della Costituzione «enunciato ma non argomentato», donde l'esistenza rispetto a tali parametri di «un distinto profilo d'inammissibilità»; che, comunque, viene esclusa dall'Avvocatura dello Stato l'ipotizzata violazione del principio di eguaglianza (e quindi il paventato contrasto con l'art. 3 Cost.), giacché nel caso di specie «appare insussistente l'identità oggettiva e soggettiva delle due ipotesi poste a raffronto», atteso che nell'ipotesi contemplata dalla norma impugnata viene in rilievo la «denuncia di sussistenza di rapporto di lavoro», mentre in quella sottoposta al giudizio del rimettente si è in presenza di una «cittadina extracomunitaria priva apparentemente di lavoro»; che, d'altra parte, la disposizione censurata – conclude la difesa erariale – neppure «si presta a rilievi d'irrazionalità, attesa anche la considerazione che la tesi prospettata dal rimettente si risolverebbe in una (pur temporanea) sanatoria a favore di tutti i cittadini extracomunitari presenti sul territorio dello Stato». Considerato che il Tribunale di Latina, sezione distaccata di Gaeta, ipotizzando che l'art. 2 del decreto-legge 9 settembre 2002, n. 195 (Disposizioni urgenti in materia di legalizzazione del lavoro irregolare di extracomunitari), convertito, con modificazioni, nella legge 9 ottobre 2002, n. 222, violi gli articoli 2, 3 e 35 della Costituzione, ha, in sostanza, richiesto a questa Corte la pronuncia di una sentenza “additiva” la quale equipari – quanto all'impossibilità della espulsione contemplata dalla norma impugnata – a quei lavoratori extracomunitari già destinatari della dichiarazione di “legalizzazione”, presentata dai rispettivi datori di lavoro ai sensi del d.l. n. 195 del 2002, quanti potrebbero essere ancora interessati da siffatta dichiarazione, non essendo decorso il termine, sempre previsto dal decreto-legge suddetto, per la “emersione” del lavoro irregolare; che, tuttavia, nell'ordinanza di rimessione il giudice a quo non dà espressamente atto neppure della qualità di lavoratrice subordinata rivestita dalla straniera, imputata del reato di cui all'art. 14, comma 5-ter, del d.lgs. n. 286 del 1998 e sottoposta a rito direttissimo; che, pertanto, la circostanza secondo cui l'interessata potrebbe fruire della “dichiarazione di emersione dal nero” presentata dal proprio datore di lavoro (il quale – ad ulteriore riprova del difetto di motivazione che inficia l'ordinanza de qua – non risulta neppure compiutamente identificato) è data, dunque, per scontata dal rimettente, piuttosto che essere illustrata in modo circostanziato, come sarebbe stato invece necessario; che, significativamente, si tace persino sulla data d'inizio dell'attività espletata dall'imputata (assolutamente indispensabile, viceversa, al fine di stabilire se la stessa fosse occupata «nei tre mesi antecedenti la data di entrata in vigore» del d.l. n. 195 del 2002, e dunque in condizioni di fruire – ai sensi di quanto previsto dall'art. 1, comma 1, del medesimo decreto-legge – della cosiddetta “legalizzazione”), non precisandosi neanche se si tratti di una “comune” prestazione di lavoro subordinato, ovvero di una prestazione di assistenza domestica o familiare, come parrebbe desumersi da un – peraltro ambiguo – riferimento all'art. 33 della già citata legge 30 luglio 2002, n. 189 (Modifiche alla normativa in materia di immigrazione e di asilo); che, alla luce delle superiori considerazioni, si profila quindi la necessità di applicare al caso di specie il principio secondo cui «le ordinanze contenenti una insufficiente descrizione della fattispecie concreta, tale da non consentire un'adeguata valutazione della rilevanza, (…) sono manifestamente inammissibili» (così, da ultimo, ordinanza n. 189 del 2004; nello stesso senso – ex multis – ordinanze n. 188 del 2004, n. 141 del 2003, n. 119 del 2002). Visti gli artt. 26, secondo comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87, e 9, comma 2, delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale.. . per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE dichiara la manifesta inammissibilità della questione di legittimità costituzionale dell'art. 2 del decreto-legge 9 settembre 2002, n. 195 (Disposizioni urgenti in materia di legalizzazione del lavoro irregolare di extracomunitari), convertito, con modificazioni, nella legge 9 ottobre 2002, n. 222, sollevata, in riferimento agli artt. 2, 3 e 35 della Costituzione, dal Tribunale di Latina, sezione distaccata di Gaeta, con l'ordinanza indicata in epigrafe. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 10 gennaio 2005. F.to: Valerio ONIDA, Presidente Alfonso QUARANTA, Redattore Giuseppe DI PAOLA, Cancelliere Depositata in Cancelleria l'11 gennaio 2005. Il Direttore della Cancelleria F.to: DI PAOLA