[pronunce]

A ciò si deve aggiungere che, mentre l'allontanamento ingiustificato dai luoghi in cui il condannato è obbligato a permanere o a prestare il lavoro di pubblica utilità, anche se compiuto una tantum, è sufficiente ad integrare il reato, non così è stabilito per gli altri obblighi e divieti inerenti alle due pene di cui sopra, che devono essere violati «reiteratamente senza giusto motivo» (comma 2) perché la norma incriminatrice sia applicabile. L'ordinamento riserva dunque una risposta graduata ai comportamenti trasgressivi posti in essere dai condannati a pene «paradetentive», ricorrendo alla pena detentiva solo nelle ipotesi più gravi, per le quali il legislatore ha ritenuto di non dover consentire l'applicazione di pene sostitutive. L'oggetto del presente giudizio di legittimità costituzionale è dunque la rigidità di tale estremo esito sanzionatorio, anche in rapporto a quanto disposto dalla legge per la generalità delle pene detentive brevi. 3. - Il fulcro del ragionamento del rimettente poggia sulla abrogazione - ad opera dell'art. 4 della legge n. 134 del 2003 - dell'art. 60 della legge n. 689 del 1981, che prevedeva una serie di esclusioni oggettive dall'applicabilità delle pene sostitutive, riguardanti specifici reati in esso elencati. Tale innovazione legislativa è avvenuta in occasione dell'introduzione nel codice di procedura penale del cosiddetto «patteggiamento allargato», con il chiaro intento di incentivare la scelta del rito premiale, favorendo la conclusione di accordi su pene detentive brevi, con la contestuale previsione che le stesse possano essere sostituite, quale che sia il reato in contestazione, ai sensi dell'art. 53 della legge n. 689 del 1981. La sopravvivenza di un'esclusione oggettiva per il solo reato di inosservanza delle pene inflitte dal giudice di pace avrebbe determinato, secondo il rimettente, una illegittimità costituzionale sopravvenuta, essendo irragionevole che tale ultimo reato sia soggetto ad un trattamento più rigoroso di quello riservato a fatti di indole analoga, ed anche più gravi, come l'evasione, per i quali invece le pene sostitutive sono ammesse. 3.1. - L'illegittimità costituzionale ravvisata dal rimettente sussisterebbe solo se vi fosse una identità di ratio tra le esclusioni oggettive previste dall'abrogato art. 60 della legge n. 689 del 1981 e la preclusione disposta dalla norma censurata. L'esame delle fattispecie in oggetto, e del contesto in cui le singole norme spiegano i loro effetti, induce tuttavia a concludere che dette norme non esprimano rationes sovrapponibili, con la conseguenza che l'evocazione di altre fattispecie penali, come termini di confronto ai fini di un giudizio di irragionevolezza, non vale a dimostrare la fondatezza della questione. Giova innanzitutto notare che le sanzioni «paradetentive» non sono pene sostitutive, ma principali, e costituiscono l'effetto di un'apertura fiduciaria verso i condannati - assente invece quanto al reato di evasione, almeno nell'ipotesi della restrizione in carcere - che l'ordinamento ha voluto esprimere mediante la loro previsione come pene edittali. La misura domiciliare che, anche in via cautelare, sostituisce la detenzione intramuraria, implica una valutazione fiduciaria che il giudice può dare caso per caso, e che, nell'eventualità di trasgressioni, viene revocata, con conseguente ripristino della restrizione in carcere. Nell'ipotesi delle pene «paradetentive» - che consistono in partenza in misure limitative non carcerarie - il comportamento trasgressivo non può determinare, invece, alcun inasprimento del regime originario. L'effetto dissuasivo si connette, dunque, unicamente alla sanzione applicabile per la violazione degli obblighi concernenti la permanenza domiciliare o il lavoro di pubblica utilità, e sarebbe fortemente ridotto se detta sanzione fosse attenuabile con la pena sostitutiva, in quanto il trasgressore verrebbe a trovarsi in una situazione molto vicina a quella iniziale. Questa Corte - in tema di applicabilità delle sanzioni sostitutive - ha già messo in rilievo che l'elemento cui deve essere attribuito un ruolo centrale nel giudizio di eguaglianza, per giustificare o non il differente trattamento tra reati, non è l'entità della pena edittale, bensì l'efficacia deterrente ragionevolmente esercitabile dalla pena sostitutiva in rapporto ai caratteri oggettivi della condotta (ordinanza n. 184 del 2001). Nel caso di specie, l'efficacia deterrente di una pena, potenzialmente convertibile in un trattamento simile a quello proprio della sanzione «paradetentiva» inflitta ab initio, sarebbe minima, con la conseguenza di rendere scarsamente effettivo il sistema delle pene irrogabili dal giudice di pace, ispirato a particolare mitezza, sul presupposto di una fiducia che l'ordinamento accorda al reo. 3.2. - Va anche considerato, d'altra parte, che il massimo edittale della pena detentiva irrogabile per le ipotesi di trasgressione di cui al comma 1 dell'art. 56 del d.lgs. n. 274 del 2000 è la reclusione per un anno. È appena il caso di ricordare che la pena in concreto applicata può essere soggetta a sospensione condizionale e che non è precluso al condannato l'accesso a misure alternative in fase di esecuzione. Il necessario rigore «astratto» - volto ad evitare che le pene «paradetentive» siano considerate trascurabili - può quindi essere attenuato nei casi concreti, avendo riguardo alle caratteristiche specifiche della condotta, alle sue motivazioni ed alla personalità del soggetto. In definitiva, la norma censurata non è irragionevole per i profili denunciati in quanto bilancia, con il divieto di conversione della pena per i trasgressori degli obblighi nascenti da pene «paradetentive», l'impossibilità di aggravare il trattamento concernente la sanzione originariamente irrogata, come invece è previsto riguardo alle fattispecie evocate in comparazione dal rimettente. Riguardo a queste ultime, il comportamento trasgressivo incontra una doppia risposta sanzionatoria, il che giustifica la possibilità che per la seconda delle risposte in questione, cioè la pena irrogata per la trasgressione, possa eventualmente essere applicata una sanzione sostitutiva, secondo la disciplina generale dei reati che comportano pene detentive brevi. Si tratta di sistemi diversi, ispirati a logiche in parte differenti e quindi non del tutto omologabili, come invece sarebbe necessario per rilevare una violazione dell'art. 3 Cost.. per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE dichiara non fondata la questione di legittimità costituzionale dell'art. 56, comma 3, del decreto legislativo 28 agosto 2000, n. 274 (Disposizioni sulla competenza penale del giudice di pace, a norma dell'articolo 14 della legge 24 novembre 1999, n. 468), sollevata, in riferimento all'art. 3 della Costituzione, dalla Corte di cassazione con l'ordinanza indicata in epigrafe. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 28 aprile 2010. F.to: