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Poi a partire dal 1991 la Corte costituzionale è intervenuta sul giudizio abbreviato una prima volta con una pronuncia di illegittimità nella parte in cui non prevedeva alcuna decisione del giudice sulla opposizione del pubblico ministero alla richiesta del rito, motivandola con il rischio di una disparità di trattamento tra due imputati con identica accusa nel caso in cui il pubblico ministero acconsentisse al rito soltanto per l'uno e non per l'altro. Con una successiva sentenza la Consulta ha stabilito che era il giudice del dibattimento l'organo deputato a decidere sulla fondatezza del dissenso del pubblico ministero e quindi sulla sussistenza dei requisiti per il giudizio abbreviato. In seguito ci furono diverse sentenze della Corte costituzionale soprattutto sul problema del giudizio allo stato degli atti, quelli cioè che erano stati acquisiti nel corso delle indagini istruttorie e quindi invitò il legislatore a introdurre meccanismi d'integrazione probatoria che hanno così snaturato il rito originario, perché si poteva ottenere il premio della riduzione e consentire l'integrazione per quanto riguarda la prova. Nel 1999 fu approvata la legge Carotti, che eliminava qualsiasi possibilità di opposizione del pubblico ministero alla richiesta dell'imputato, così facendo nascere un diritto a richiedere il giudizio abbreviato. Proprio con la citata legge viene ripristinata la possibilità del ricorso al rito abbreviato anche con riferimento a reati punibili con l'ergastolo. Attualmente, dunque, non vi sono reati per i quali è precluso l'accesso al rito abbreviato. Questa è la ricostruzione storica dell'istituto, arricchita dalla più recente riforma approvata nella scorsa legislatura su impulso dell'allora ministro della giustizia Orlando. Il disegno di legge oggi in esame propone di escludere dall'ambito di applicabilità del giudizio abbreviato i delitti puniti con la pena dell'ergastolo. Si tratta di delitti di indiscussa gravità che sono stati già enunciati, come la devastazione, il saccheggio, la strage, l'omicidio aggravato, il femminicidio (non è stato citato tra le varie ipotesi), nonché le ipotesi aggravate di sequestro di persona. Si prevede inoltre che quando si procede per un delitto non punito con l'ergastolo e si applica il rito abbreviato sia sempre possibile tornare al procedimento penale ordinario se il quadro accusatorio si aggrava e il pubblico ministero contesta un delitto punito con l'ergastolo. Di contro, se l'originale imputazione per il delitto punito con l'ergastolo viene derubricato alla fine dell'udienza preliminare, l'imputato, come è suo diritto, sarà avvertito della possibilità di richiedere il rito abbreviato. Inoltre la riforma, secondo una precisa disposizione di legge che sgombra il campo da qualsiasi dubbio interpretativo, si applicherà ai soli fatti commessi successivamente alla sua entrata in vigore; si tratta quindi di una norma che potremo sperimentare forse tra quattro o cinque anni. Il rischio paventato - l'abbiamo sentito - è che l'approvazione di questo disegno di legge comporterà un aggravio di lavoro per le corti d'assise, le quali evidentemente saranno chiamate a giudicare un maggior numero di reati. Tuttavia, dobbiamo considerare che restituiamo al giudice precostituito per legge, quel giudice di corte d'assise che rappresenta l'applicazione dell'articolo 102 della Costituzione, con la rappresentanza del popolo italiano all'amministrazione della giustizia, i reati per cui è competente. Nella piena consapevolezza che il giudice del dibattimento è quello che meglio può valutare e graduare la pena, sarà la corte d'assise, finalmente, a poter giudicare la pena più equa, per adeguarla al caso concreto, sia esso più o meno grave. Al momento, come abbiamo appreso dai dati che sono stati forniti, il rito abbreviato viene raramente chiesto da chi vede nella prescrizione una possibilità per sottrarsi al processo, mentre una buona parte degli imputati per delitti che prevedono l'ergastolo vede proprio nell'abbreviato la certezza di uno sconto di pena per la mera scelta del rito; e questo non va assolutamente bene. Se sconto devi avere, lo devi avere perché il giudice, valutate le circostanze del fatto, può determinare qual è la pena più equa da applicare. Non deve essere questa la strada per ridurre i tempi della giustizia. Occorre restituire al rito abbreviato la ratio originaria, quella di un rito deflattivo, premiale, garantito ma non per questo sfruttato da chi si è macchiato dei crimini più orribili, che meritano un'attenta cognizione in corte d'assise anche da parte della giuria popolare, come prevede la Costituzione. La ratio dietro al giudizio abbreviato si riduce tutta in questa valutazione: è sempre lecito, per ogni tipo di reato, diminuire di un terzo la pena in cambio di un risparmio di tempo di circa un anno? Questi sono i dati resi in audizione dal procuratore Bruti Liberati. Egli ha detto che i processi in primo grado sono durati quattro anni con il rito abbreviato e cinque anni con il rito ordinario. Onestamente a me pare che, nella valutazione di costi e benefici, sia meglio restituire alla competenza della corte d'assise questi reati così gravi. Un Paese funziona meglio ed è più sicuro quando la macchina della giustizia agisce in maniera efficace ed equa. Questo disegno di legge corregge certamente una stortura del sistema, ma - è opportuno ricordarlo in questa sede - non è con interventi normativi spot che si possono ottenere risultati sistemici, ma con riforme strutturali e di lungo respiro, che è quello che più ci auguriamo per accrescere la possibilità di avere una giustizia che funzioni. (Applausi dal Gruppo Misto) . PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Valente. Ne ha facoltà. VALENTE (PD) . Signor Presidente, sono sicura che a nessuno di noi sia passato inosservato il modo in cui si è aperta questa drammatica settimana: in meno di ventiquattr'ore, altri due casi di femminicidio, altre due donne uccise dai loro ex mariti. Come sapete, questa volta è successo a Nuoro e ad Enna, per una contabilità tragica, che dall'inizio dell'anno registra ormai 17 casi di femminicidio. Ricordo tutto questo non perché in materia penale si debba intervenire sulla scia della cronaca quotidiana; ho ricordato questi fatti drammatici per un altro motivo, perché uno dei metri con cui noi dobbiamo valutare questo disegno di legge è se esso sia effettivamente in grado di raggiungere gli obiettivi che si dà o se, invece, rimarrà l'ennesima norma manifesto, che anziché risolvere i problemi li lascerà aperti, introducendone addirittura di nuovi. Certezza ed effettività della pena sono stati e saranno sempre obiettivi imprescindibili per il Partito Democratico; obiettivi da perseguire, però, con politiche serie ed avanzate, non - permettetemelo - con medaglie da mettere all'asta sul mercato del consenso. Noi non abbiamo mai pensato di negare il problema da cui questo disegno di legge ha origine, perché semplicemente è vero, è un tema reale; lo era nella scorsa legislatura e lo è adesso.