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Istituzione della zona franca del porto di Pozzallo e dell'aeroporto di Comiso. Onorevoli Senatori. -- Il presente disegno di legge ha come obiettivo quello di istituire una zona franca nelle aree circostanti (5 chilometri di raggio) il porto di Pozzallo, il maggiore della provincia di Ragusa, e l'aeroporto di Comiso, intitolato a Pio La Torre, che dista 5 km da Comiso e 15 km da Ragusa. Le aree franche oggi fanno da traino e sono riconosciute come il miglior volano dell'economia, servono a creare nuove opportunità di impiego. L'esigenza della zona franca nasce dai tanti eventi drammatici che hanno colpito le suddette aree, dalla drastica riduzione delle risorse per gli investimenti nel Mezzogiorno ai continui sbarchi di migranti che si riversano giornalmente a Pozzallo. Solo nei primi tre mesi del 2016 ne sono sbarcati più di 4.000; nel 2015 sono stati circa 17.000. In Sicilia, essendo la regione più vicina al braccio di mare che separa il Nord Africa dall'Europa, da anni si assiste alla preoccupante escalation di sbarchi di migranti che, spinti dalla fame, dai conflitti armati e dalle persecuzioni si mettono in viaggio su barconi di fortuna per raggiungere le coste siciliane. A causa di questa «invasione» molto spesso ci si interroga su quali siano per esempio i riflessi economici della stagione balneare del Ragusano che è alle porte. È innegabile il danno d'immagine e turistico che tutta la zona del ragusano subisce, oramai da tempo, senza alcuna contropartita o incentivo economico. Le zone franche, come già sottolineato, costituiscono uno strumento di fondamentale importanza per il rilancio economico per l'effetto trainante che esse determinano su vari settori. Le principali caratteristiche delle zone franche, localizzate in tutti i continenti, sono solitamente raggruppate in tre categorie. Nella prima categoria rientrano quegli istituti volti a favorire i consumi: si cerca in questo modo di migliorare le condizioni di vita di una determinata popolazione, nonché di incentivare i flussi turistici in quelle aree. Nella seconda categoria, invece, rientrano quegli istituti che mirano a incrementare lo sviluppo dei traffici e del commercio internazionale. A volte le zone franche svolgono le funzioni di transito e di spedizione delle merci, altre volte quella di sviluppo delle vendite e degli scambi commerciali con il resto del mondo. Nella terza categoria, infine, rientrano quegli istituti che mirano a favorire l'insediamento e la permeante localizzazione delle imprese in determinate zone: è questo un modo di incentivare lo sviluppo economico e commerciale di alcune zone. Dall'analisi comparata di questi istituti, documentata in numerosi studi, emerge un dato incontestabile: gli Stati che vi hanno ricorso, con un uso razionale e appropriato, ne hanno tratto vantaggi tanto economici quanto sociali: Bulgaria, Romania, Croazia, Madeira. L'area circostante il porto di Pozzallo ha l'urgente necessità dell'istituzione di una zona franca al fine di non compromettere la sua capacità di reggere la concorrenza della portualità mediterranea nonché di contribuire a garantire la crescita dell'economia regionale. Essa porterebbe all'area circostante il porto (5 chilometri) una nuova linfa alle attività ivi presenti, e diventerebbe uno strumento di propulsione per lo sviluppo socio-economico. Com'è noto con la locuzione «zona franca» sono indicati alcuni istituti di diritto doganale, caratterizzati dall'applicazione a un determinato ambito territoriale di un particolare regime di esenzione doganale, genericamente configurato come finzione giuridica di estraneità della porzione territoriale costituita in zona franca rispetto al territorio doganale dello Stato. La funzione di extraterritorialità non comporta, però, la reale esclusione dall'ordinamento doganale dello Stato del territorio franco, ma significa solo che quest'ultimo, sebbene di fatto situato entro il territorio doganale, agli effetti dell'imposizione tributaria è considerato fuori dalla linea doganale ordinaria, per essere assoggettato a un regime speciale che sostanzialmente consente di introdurre, depositare e, come in questo caso, manipolare, trasformare e consumare le merci estere nella zona franca in esenzione da tributi e da formalità doganali. La possibilità delle merci, di provenienza intercomunitaria, di transitare in una zona franca da diritti doganali o di confine verso aree di mercato extracomunitarie non è misconosciuta a livello europeo, specie quando la sua localizzazione non si appalesi come elemento di turbativa dei mercati interni, ma interagisca sul livello dei traffici mercantili internazionali favorendone altresì lo sviluppo. A tale proposito, la Comunità economica europea (CEE) aveva emanato, già nel 1969, la direttiva 69/75/CEE del Consiglio, del 4 marzo 1969, riguardante il regime delle zone franche, seguita dalla sesta direttiva 77/388/CEE del Consiglio, del 17 maggio 1977, relativa al sistema comune di imposta sul valore aggiunto, e dai regolamenti (CEE) n. 1999/85 del Consiglio, del 16 luglio 1985, sul perfezionamento attivo, n. 2503/88, sui depositi doganali, e n. 2504/88, sulle zone franche e sui depositi franchi, entrambi del Consiglio, del 25 luglio 1988, i quali prevedevano il riferimento non più all'articolo 100, ma all'articolo 113 del Trattato sulla politica commerciale comune, sancendo così, anche giuridicamente, che le zone e i depositi franchi contribuiscono alla promozione del commercio estero e in particolare alla redistribuzione delle merci all'interno come all'esterno della Comunità. Alle suddette normative comunitarie fecero poi seguito i regolamenti (CEE) n. 2561/90, sui depositi doganali, e n. 2562/90, sulle zone franche e sui depositi franchi, entrambi della Commissione, del 30 luglio 1990. Questo breve excursus sta a dimostrare l'interesse, già a partire dalla fine degli anni sessanta, della Comunità europea per quanto riguarda la possibilità di istituire zone e depositi franchi. Interesse confermato dalle nuove normative emanate dall'Unione europea che, abrogando le precedenti disposizioni, hanno provveduto a ridisciplinare la materia e delle quali si riportano, in sintesi, gli estremi: 1) regolamento (CE) n. 450/2008 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 23 aprile 2008, che istituisce il codice doganale comunitario e che ha sostituito il primo codice doganale comunitario di cui al regolamento (CEE) n. 2913/92 del Consiglio, del 12 ottobre 1992; 2) regolamento (CEE) n. 2454/93 della Commissione, del 2 luglio 1993, che fissa talune disposizioni d'applicazione del regolamento (CEE) n. 2913/92 del Consiglio che istituisce il codice doganale comunitario; 3) direttiva 2006/112/CE del Consiglio, del 28 novembre 2006, relativa al sistema comune d'imposta sul valore aggiunto; 4) regolamento di esecuzione (UE) n. 282/2011 del Consiglio, del 15 marzo 2011, recante disposizioni di applicazione della direttiva 2006/112/CE relativa al sistema comune di imposta sul valore aggiunto.