[pronunce]

sicché sarebbe irragionevole che, per i fatti commessi fino al 17 settembre 2011, operi per il delitto di cui all'art. 10-bis una soglia di punibilità più bassa.1.- La Corte d'appello di Milano, il Tribunale ordinario di Verona (con due ordinanze di rimessione), il Tribunale ordinario di Forlì e il Giudice per le indagini preliminari del Tribunale ordinario di Bergamo dubitano della legittimità costituzionale dell'art. 10-bis del decreto legislativo 10 marzo 2000, n. 74 (Nuova disciplina dei reati in materia di imposte sui redditi e sul valore aggiunto, a norma dell'articolo 9 della legge 25 giugno 1999, n. 205), nella parte in cui, con riferimento ai fatti commessi sino al 17 settembre 2011, punisce l'omesso versamento delle ritenute risultanti dalla certificazione rilasciata ai sostituiti - ovvero, secondo la Corte d'appello di Milano e il Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Bergamo, l'omesso versamento «di ritenute certificate, dovute in base alla relativa dichiarazione annuale» - per importi non superiori, per ciascun periodo d'imposta, ad euro 50.000, anziché ad euro 103.291,38. Ad avviso dei giudici rimettenti, la norma censurata violerebbe l'art. 3 della Costituzione, per la irragionevole disparità di trattamento della fattispecie considerata sia rispetto ai più gravi delitti di dichiarazione infedele e di omessa dichiarazione (artt. 4 e 5 del d.lgs. n. 74 del 2000), integrati da condotte maggiormente insidiose e lesive degli interessi del fisco; sia rispetto alla fattispecie criminosa analoga dell'omesso versamento dell'imposta sul valore aggiunto (IVA), prevista dall'art. 10-ter del d.lgs. n. 74 del 2000, quale risultante a seguito della dichiarazione di illegittimità costituzionale parziale di cui alla sentenza n. 80 del 2014 di questa Corte. Il solo Tribunale di Forlì deduce, altresì, la violazione dell'art. 24 Cost. 2.- Le ordinanze di rimessione sollevano questioni identiche o analoghe, sicché i relativi giudizi vanno riuniti per essere definiti con unica decisione. 3.- Le eccezioni di inammissibilità per insufficiente descrizione della fattispecie concreta e difetto di motivazione sulla rilevanza, formulate dall'Avvocatura generale dello Stato in relazione alle questioni sollevate dalle ordinanze r.o. n. 187, n. 195 e n. 196 del 2014, sono infondate. I giudici rimettenti hanno, infatti, riferito di essere investiti di processi penali relativi a fatti di omesso versamento di ritenute certificate per importi compresi tra i 50.000 e i 103.291,38 euro, commessi prima del 17 settembre 2011: fatti che diverrebbero, dunque, penalmente irrilevanti nel caso di accoglimento della questione. Parimenti infondata è l'eccezione di inammissibilità per difetto di rilevanza formulata dalla difesa dello Stato con riguardo alla questione sollevata dal Tribunale di Verona con l'ordinanza r.o. n. 195 del 2014, per la parte in cui denuncia la disparità di trattamento fra la fattispecie di cui all'art. 10-ter del d.lgs. n. 74 del 2000 (omesso versamento dell'IVA) e quella di cui all'art. 10-quater (indebita compensazione), ove realizzata al fine di omettere il pagamento dell'IVA: reati entrambi non contestati nel giudizio a quo. La predetta disparità di trattamento è stata, infatti, dedotta dal rimettente al solo fine di corroborare l'assunto dell'illegittimità costituzionale della norma censurata, e non già per introdurre una distinta questione avente ad oggetto le citate disposizioni. 4.- La questione sollevata dal Giudice per le indagini preliminari del Tribunale ordinario di Bergamo (ordinanza r.o. n. 15 del 2015) è manifestamente inammissibile. La questione è stata, infatti, proposta nell'ambito di un procedimento di esecuzione volto all'applicazione della disciplina della continuazione, ai sensi dell'art. 671 del codice di procedura penale, fra i reati oggetto di tre condanne definitive, una delle quali per un fatto di omesso versamento di ritenute certificate che rientrerebbe nella sfera di operatività della richiesta declaratoria di illegittimità costituzionale. Come questa Corte ha già evidenziato, tuttavia, non è consentito sollevare nel procedimento di esecuzione un incidente di legittimità costituzionale concernente una norma applicata nel giudizio di cognizione (la questione avrebbe dovuto essere, infatti, proposta nell'ambito di quest'ultimo). L'unica eccezione è rappresenta dall'ipotesi in cui venga in discussione, in riferimento all'art. 117, primo comma, Cost., la necessità di conformarsi ad una sentenza della Corte europea dei diritti dell'uomo in materia sostanziale, in fattispecie che non richieda la riapertura del processo, ma possa trovare direttamente rimedio in sede esecutiva (sentenza n. 210 del 2013). Ipotesi che non ricorre nel caso in esame. Resta con ciò assorbita l'ulteriore eccezione di inammissibilità per difetto di motivazione sulla rilevanza della Presidenza del Consiglio dei ministri, basata sul rilievo che il giudice a quo non avrebbe precisato se, nel caso di specie, sussistano effettivamente i presupposti di applicabilità dell'art. 671 cod. proc. pen. 5.- La questione sollevata dal Tribunale ordinario di Forlì è anch'essa manifestamente inammissibile quanto alla denunciata violazione dell'art. 24 Cost., per totale difetto di motivazione in ordine alla non manifesta infondatezza. Detto parametro costituzionale è stato, infatti, invocato dal giudice a quo senza alcun argomento di supporto (ex plurimis, ordinanze n. 20 del 2014 e n. 261 del 2012). 6.- Nel merito, le questioni sollevate dalle ordinanze r.o. n. 187, n. 195, n. 196 del 2014 e n. 17 del 2015 in riferimento all'art. 3 Cost. non sono fondate. I dubbi di legittimità costituzionale prospettati dai giudici a quibus traggono alimento dalla sentenza n. 80 del 2014 di questa Corte, concernente il delitto di omesso versamento dell'IVA, previsto dall'art. 10-ter del d.lgs. n. 74 del 2000. Tale norma incriminatrice - introdotta dall'art. 35, comma 7, del decreto-legge 4 luglio 2006, n. 223 (Disposizioni urgenti per il rilancio economico e sociale, per il contenimento e la razionalizzazione della spesa pubblica, nonché interventi in materia di entrate e di contrasto all'evasione fiscale), convertito, con modificazioni, dalla legge 4 agosto 2006, n. 248 - punisce con la reclusione da sei mesi a due anni il contribuente che non versi l'imposta sul valore aggiunto, dovuta in base alla dichiarazione annuale, entro il termine per il versamento dell'acconto relativo al periodo di imposta successivo, qualora la somma non versata superi i 50.000 euro (importo, questo, individuato - al pari della pena - tramite un rinvio alle previsioni del precedente art. 10-bis).