[pronunce]

- Il Tribunale di Lecce, in composizione collegiale, con l'ordinanza indicata in epigrafe, dubita della legittimità costituzionale, in riferimento agli articoli 3, 24, 111, terzo comma, e 117, primo comma, della Costituzione, degli articoli 424, 429 e 521, comma 1, del codice di procedura penale nella parte in cui «consentono al GUP di disporre il rinvio a giudizio dell'imputato in relazione ad un fatto qualificato, di ufficio, giuridicamente in maniera diversa, senza consentire il previo ed effettivo sviluppo del contraddittorio sul punto, chiedendo al P.M. di modificare la qualificazione giuridica del fatto e, in caso di inerzia dell'organo d'accusa, disponendo la trasmissione degli atti al medesimo P. M.». Il rimettente riferisce che il giudice dell'udienza preliminare ha disposto il giudizio nei confronti degli imputati R. T., G. G. e C. E. per il reato previsto e punito dagli articoli 110, 81 cpv. , 319 del codice penale, così riqualificata l'originaria imputazione per il reato di concussione, formulata dal pubblico ministero nella richiesta di rinvio a giudizio. In particolare, il giudice a quo pone in evidenza che il Giudice dell'udienza preliminare ha ritenuto non condivisibile l'originaria contestazione, in quanto dagli atti processuali non risultava che la società G avesse subito la volontà dei pubblici ufficiali, operanti in concorso con un terzo, ma piuttosto emergeva che essa era stata parte con gli imputati di una transazione di natura illecita, dalla quale aveva ricavato un proprio significativo tornaconto. Il collegio rimettente riferisce, inoltre, che, nell'ambito delle questioni preliminari di cui all'art. 491 cod. proc. pen. , i difensori hanno eccepito la nullità del decreto che ha disposto il giudizio per l'indeterminatezza dell'imputazione che, sebbene rubricata quale ipotesi di corruzione, in fatto non conteneva gli elementi tipici di tale reato, ed hanno posto in evidenza l'anomalia di una contestazione rimasta ancorata all'originaria imputazione, ma riferita dal giudice dell'udienza preliminare al reato di cui all'art. 319 cod. pen. I difensori, dunque, hanno eccepito che il giudice «avrebbe impropriamente disposto il rinvio a giudizio per il reato di corruzione in quanto, a fronte dell'insistenza del PM in relazione all'originaria contestazione di concussione, avrebbe dovuto o pronunciare sentenza di proscioglimento in base agli atti a disposizione, ovvero restituire gli atti al medesimo PM. Il decreto di rinvio a giudizio sarebbe, pertanto, affetto da nullità o, comunque, abnorme, avendo disposto il rinvio a giudizio dei prevenuti per un diverso reato». Il giudice a quo, infine, rileva che, come risulta dal verbale dell'udienza preliminare, il giudice aveva sollecitato il pubblico ministero di udienza a riqualificare giuridicamente il reato di concussione in quello di corruzione, ma questi aveva insistito nell'originaria contestazione. Alla luce di tali considerazioni, il collegio ritiene rilevante il dubbio di legittimità costituzionale prospettato, per gli effetti che l'eventuale fondatezza della questione avrebbe sulla validità del decreto che ha disposto il giudizio, procedendo alla riqualificazione giuridica del fatto «senza alcun effettivo e pieno contraddittorio sul punto». Il medesimo collegio, poi, considera la questione non manifestamente infondata, perché «l'operazione compiuta dal GUP presso il Tribunale di Lecce, allo stato della pacifica giurisprudenza della S. C., rientra nell'ambito della riqualificazione giuridica del fatto, in quanto espressione del principio iura novit curia codificato nell'art. 521, 1° comma, c. p. p.». Il giudice a quo considera la disciplina censurata in contrasto con gli artt. 3, 24 e 111, terzo comma, Cost., in quanto penalizza, sotto il profilo difensivo, l'imputato rinviato a giudizio per un fatto diversamente qualificato, rispetto all'imputato che tale modifica non viene a subire. L'assenza di una preventiva conoscenza dell'accusa da parte dell'imputato, anche sotto il profilo della qualificazione giuridica, non consente di "calibrare" le attività difensive in sede di udienza preliminare. Ciò con riferimento alla possibilità di argomentare, durante la discussione, sulla imputazione formulata con la richiesta di rinvio a giudizio e con riguardo alle facoltà di produrre elementi ai sensi dell'art. 391-bis cod. proc. pen. , di sollecitare lo svolgimento di nuove indagini o l'assunzione di nuove prove ai sensi degli artt. 421-bis e 422 cod. proc. pen. e, inoltre, di accedere ai riti alternativi. Ad avviso del rimettente, quindi, nel caso in cui il rappresentante della pubblica accusa non ritenga di modificare il nomen iuris del fatto contestato ed il giudice disponga il giudizio, attribuendo al fatto una diversa qualificazione giuridica, non è assicurato il contraddittorio, avendo l'imputato svolto attività difensiva soltanto con riferimento alla originaria imputazione. Infine, la disciplina impugnata è in contrasto con il disposto dell'art. 117, primo comma, Cost., in relazione all'art. 6 della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali, firmata a Roma il 4 novembre 1950 (ratificata e resa esecutiva con legge 4 agosto 1955, n. 848), come interpretato dalla Corte Europea dei diritti dell'uomo, secondo cui il diritto ad un processo equo comporta non solo che l'imputato debba essere informato nel più breve tempo possibile dei fatti materiali posti a suo carico, ma anche, in modo dettagliato, della qualificazione giuridica attribuita a quei fatti. 2. - La questione è inammissibile. Si deve premettere che l'art. 521 cod. proc. pen. ha codificato il principio della necessaria correlazione tra imputazione contestata e sentenza, in base al quale il giudice può attribuire al fatto una definizione giuridica diversa, senza incorrere nella violazione del suddetto principio, soltanto quando l'accadimento storico addebitato rimanga identico negli elementi costitutivi tipici, cioè quando risultano immutati l'elemento psicologico, la condotta, l'evento e il nesso di causalità. Se il giudice, invece, accerta che il fatto è diverso da quello descritto nell'imputazione, deve disporre la trasmissione degli atti al pubblico ministero. L'anzidetto principio è diretto a garantire il contraddittorio e il diritto di difesa dell'imputato, il quale deve essere posto nelle condizioni di conoscere l'oggetto dell'imputazione nei suoi elementi essenziali e di difendersi, secondo la linea ritenuta più opportuna, in relazione ad esso. La necessaria correlazione tra accusa e sentenza, inoltre, è posta anche «al fine del controllo giurisdizionale sul corretto esercizio dell'azione penale, dal che si desume che la costante corrispondenza dell'imputazione a quanto emerge dagli atti è una esigenza presente in ogni fase processuale e, quindi, anche nell'udienza preliminare» (sentenza n. 88 del 1994).