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Nel caso di incassi e versamenti di importi superiori a 516,46 euro per le società sportive dilettantistiche e 1.000 euro per le altre associazioni è d'obbligo il pagamento con mezzi tracciabili (bonifici, carte di credito, bancomat), dichiarare alla SIAE gli incassi relativi alle manifestazioni organizzate. Pertanto risulta paradossale che vi sia un'esenzione dalle imposte sui redditi se il reddito imponibile è inferiore a 51.000 euro, ma contemporaneamente che detti enti, oltre agli altri adempimenti, debbano presentare la dichiarazione dei redditi naturalmente con un reddito imponibile pari a zero. Si consideri, infine, che l'Agenzia delle entrate ha a disposizione on line i dati relativi alle movimentazione finanziarie. Si propone, pertanto, di esonerare detti enti dall'obbligo di presentare la dichiarazione di redditi, fintantoché i proventi da attività commerciali connesse agli scopi istituzionali, con un massimo di due manifestazioni annuali e i proventi da raccolta fondi, siano inferiori a 30.000 euro. Si indica il limite di 30.000 euro, in quanto si ritiene che per somme superiori, anche se si tratta di redditi esenti, si necessiti di conoscerne l'ammontare se non altro a fini statistici. L'articolo 13, alla lettera a) , modifica l'articolo 17- ter del decreto del Presidente della Repubblica n. 633 del 1972, introdotto dalla legge n. 190 del 2014 (legge di stabilità 2015), prevedendo che consorzi o cooperative che rifatturano in toto o in percentuale superiore al 70 per cento gli importi oggetto dei servizi prestati all'ente pubblico possano incassare l'IVA come i professionisti, non potendo essi aspettare la tempistica prevista per i rimborsi. Si noti che i soci o consorziati fatturano all'ente soggetto a split payment i loro compensi e gli stessi sono imponibili. D'altro canto, il consorzio si troverebbe a non poter incassare l'IVA dall'ente pubblico ed in contemporanea a doverla versare ai consorziati. Interviene, inoltre, alla lettera b) , per confermare il regime forfettario della legge 16 dicembre 1991, n. 398, per gli enti associativi, nonché in merito alla pubblicazione di un elenco degli enti pubblici tenuti all'applicazione dello split payment . In materia di pagamento dei rimborsi IVA trimestrali, l'articolo 14 prevede che questi rimborsi vengano pagati dall'amministrazione finanziaria entro il secondo mese successivo al trimestre di riferimento (ad esempio per il primo trimestre entro il mese di maggio). Questa necessità è ancora più sentita considerando anche l'introduzione dello split payment , che prevede che la pubblica amministrazione che ha acquistato beni o servizi per attività istituzionale non versi l'IVA al fornitore. Diretta conseguenza di questo è che molti fornitori si troveranno con ingenti importi di IVA a credito e mancherà liquidità. Il contribuente in situazioni di incertezza può chiedere all'amministrazione finanziaria in via preventiva chiarimenti inerenti fattispecie concrete di dubbia applicazione di norme. La disposizione attuale prevede che l'amministrazione abbia un termine molto lungo di risposta (centoventi giorni); stanti le esigenze di celerità che sempre caratterizzano questi casi si propone, con l'articolo 15, anche in un'ottica di maggior efficienza dell'apparato pubblico, di ridurre il termine a sessanta giorni. La responsabilità tributaria in caso di cessione d'azienda è regolata dall'articolo 14 del decreto legislativo n. 472 del 1997, il cui comma 1 dispone che il cessionario è responsabile in solido per il pagamento dell'imposta e delle sanzioni riferibili alle violazioni commesse nell'anno in cui è avvenuta la cessione e nei due precedenti, nonché per quelle già irrogate e contestate nel medesimo periodo, anche se riferite a violazioni commesse in epoca anteriore. Il cessionario quindi richiede al cedente un documento che attesti la situazione fiscale. Il cedente può richiedere all'Agenzia delle entrate un certificato in merito ai «carichi tributari» e, se non vi è riscontro entro quaranta giorni, si configura il silenzio assenso. Nel momento in cui vi sono trattative per la cessione di un'azienda, quaranta giorni sono effettivamente eccessivi e si necessita di ridurre (articolo 16) il termine a quindici giorni, salve specifiche motivazioni. La disposizione contenuta nell'articolo 17 si muove nella direzione di agevolare la ricomposizione dell'assetto patrimoniale dei beni dell'imprenditore individuale. Essa consentirebbe allo stesso di estromette dal patrimonio aziendale i beni immobili strumentali per destinazione che l'imprenditore detiene per l'esercizio dell'attività, trasferendoli «figurativamente» nella propria sfera personale mediante il pagamento di un’imposta sostitutiva di IRPEF, IRAP e IVA del 10 per cento. Pertanto l'immobile «estromesso» non concorrerebbe più alla formazione del reddito di impresa sulla base dei costi e dei ricavi, ma diventerebbe produttivo di reddito fondiario e, nel caso di una successiva cessione, troverebbero applicazione le disposizioni sui redditi diversi anziché quelle sul reddito di impresa. Il trasferimento farebbe emergere eventuali plusvalenze, calcolate quale differenza fra il valore di costo ed il valore determinato con i criteri catastali e non sulla base del valore normale di mercato. Infatti tali immobili sono perlopiù datati nel tempo e spesso costruiti in economia, per cui il loro valore di costo è normalmente molto basso ed il raffronto con il valore di mercato farebbe emergere delle plusvalenze e la conseguente tassazione in misura insopportabile. Va considerato, infine, che il «trasferimento» in queste circostanze non è da considerare come un’ordinaria cessione a terzi o un’operazione speculativa e, pertanto, sarebbe iniquo tassarlo come tale, essendo invece una semplice ricomposizione patrimoniale individuale. L'articolo 18 disciplina l'assegnazione agevolata di beni ai soci e la trasformazione in società semplice, con una duplice finalità: da una parte consente alle società di «eliminare» dai propri bilanci, con un basso costo fiscale, i beni che non rientrano nell'attività specifica dell'azienda e che di fatto sono utilizzati dai soci e, dall'altra, consente allo Stato di incassare una considerevole somma a titolo di imposta sostitutiva. Detta opzione era stata introdotta con successo alla fine degli anni Novanta. Con l'articolo 19 si affronta il tema dei coefficienti normativamente previsti per verificare se una società sia di comodo oppure no. La normativa in tema di società di comodo, infatti, impone alle società il raggiungimento di ricavi minimi, determinati in base a coefficienti fissi da applicare alle voci dell'attivo di bilancio. Il mancato raggiungimento di tali ricavi, salvo il ricorrere di specifiche cause di esclusione o di disapplicazione, ha conseguenze estremamente rilevanti per le società (obbligo di dichiarare un reddito minimo, divieto della compensazione per il credito IVA, divieto del riporto delle perdite fiscali, perdita del credito IVA in caso di mancato raggiungimento dei limiti per tre anni).