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Con il cosiddetto «Rapporto Sylla» del 3 settembre 2003 e con la conseguente risoluzione n. 2002/2013 (INI) del Parlamento europeo, del 4 settembre 2003, si è auspicata l'estensione, all'interno degli Stati membri, delle discipline in tema di coniugio o di adozione, anche a forme di convivenza non tradizionali, di carattere omosessuale od eterosessuale, ma comunque non fondate sul matrimonio. L'esigenza di adeguamento dell'ordinamento italiano alle disposizioni dell’Unione europea si manifesta peraltro anche in ragione della doverosa implementazione della direttiva 2004/38/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 29 aprile 2004, che sancisce il principio della libera circolazione, in ambito europeo, delle persone e dei loro familiari, intendendosi per «familiare», non solo il coniuge o la prole nel contesto di una famiglia fondata sul matrimonio, ma anche il componente di un'unione civile registrata (la giurisprudenza dell’Unione europea ha infatti fondato su questa norma numerose decisioni volte ad estendere i diritti riconosciuti ai membri delle famiglie tradizionali, anche ai componenti di unioni di fatto). Ai principi sanciti in sede comunitaria, in tema di riconoscimento giuridico delle unioni civili, si sono del resto già da tempo adeguate quasi tutte le nazioni europee. La legge danese n. 372 del 7 giugno 1989 consente alle coppie omosessuali di registrare la loro unione secondo il modello del « registered partnership ». La Svezia, dal 1994 riconosce alle unioni civili tra persone dello stesso sesso gran parte degli effetti giuridici propri del regime matrimoniale. Analoghe le normative finlandese, ungherese, belga, olandese, tedesca, austriaca, portoghese e slovena. La Francia, con la legge n. 99-944 del 15 novembre 1999, ha introdotto il patto civile di solidarietà, quale nuova forma di unione, distinta dall'istituto matrimoniale. Il Patto civile di solidarietà è un contratto concluso tra due persone maggiorenni, anche del medesimo sesso, al fine di organizzare la loro vita in comune, ed è regolato da una disciplina più dettagliata ed incisiva rispetto a quella prevista per l'unione di fatto, caratterizzata secondo la legge «da una convivenza stabile e continuativa tra due persone di sesso diverso o dello stesso sesso, che vivono in coppia», cui sono riconosciuti soltanto alcuni dei diritti spettanti alle prime due forme di convivenza (ad esempio in materia di locazione, assistenza sanitaria ed assicurativa). Il Lussemburgo, dal 2004 riconosce la partnership registrata; analogamente la Gran Bretagna, con il Civil Partnership Act del 2004, accorda i medesimi diritti dei coniugi alle parti delle unioni omosessuali. La Spagna consente il matrimonio alle coppie dello stesso sesso dal 2005 anche se, nelle regioni di Navarra, Aragona e Catalogna, già dal 1988 è stata introdotta la legge sulle unioni stabili. Sarebbe quindi opportuno che anche il nostro ordinamento si adeguasse alle direttive di fonte europeo ed alla realtà sociale, da cui emerge una sempre maggiore domanda di riconoscimento delle unioni atipiche, anche a base omosessuale. Riconoscimento che non solo è necessario per conformare il nostro ordinamento alle norme europee, ma che non potrebbe neppure ritenersi contrario ai precetti costituzionali rilevanti in materia. Nel sancire il riconoscimento, da parte dello Stato, dei «diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio», l'articolo 29 della Costituzione si limita infatti ad enunciare il dovere statuale di tutelare la comunità familiare quale entità metagiuridica, di formazione sociale e naturale quindi, e non giuridico-positiva. Il riferimento al matrimonio quale fondamento della famiglia non rappresenta tuttavia, nella struttura della norma, il requisito esclusivo necessario al riconoscimento dei diritti delle forme di convivenza giuridicamente rilevanti, non potendosi evincere dal dettato normativo alcuna preclusione in ordine alla legittimità ed al riconoscimento giuridico di società naturali fondate sulla convivenza e sulla comunione di vita materiale e spirituale, prive del vincolo matrimoniale. La norma non tipizza del resto la differenza di sesso quale requisito costitutivo del vincolo coniugale, né in tal senso potrebbe intendersi l'attributo «naturale», con cui viene definita la formazione sociale della famiglia. Il carattere naturale della comunità familiare, richiamato dalla norma, va quindi riferito alla natura meta-- (e pre--) giuridica di tale forma di convivenza. L'attributo «naturale» esprime quindi, nel testo della norma, l'esigenza di una disciplina giuridica dello «stare insieme» adeguata e conforme alla realtà naturale, appunto, e sociale, delle forme di convivenza, nella loro spontanea evoluzione, che il diritto non dovrebbe quindi guidare ma limitarsi a registrare e regolamentare. Del resto, la negazione di ogni rilevanza giuridica alle forme di convivenza «non tradizionali» e la configurazione del matrimonio, quale unico modello giuridico possibile per la convivenza, determinano una palese violazione non soltanto del principio di eguaglianza di cui all'articolo 3 della Costituzione, ma anche dei diritti inviolabili, riconosciuti all'individuo «sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità» (articolo 2 della Costituzione), risolvendosi in una denegatio tutelae per quanti ritengano l'istituto matrimoniale, così come rigidamente disciplinato dalla nostra normativa, conforme alla propria forma di convivenza, ovvero per coloro che, come gli omosessuali, non possano accedervi. Costoro non possono quindi essere privati della possibilità di legittimare la propria unione, né di vedersi riconosciuto il diritto fondamentale ed inviolabile alla costituzione di un rapporto di convivenza che ne consenta la libera esplicazione della personalità. La stessa evoluzione del diritto di famiglia ha infatti contributo a delineare un concetto di convivenza quale unione finalizzata al naturale sviluppo ed alla libera autorealizzazione del singolo, alla luce dell'impostazione personalistico-solidaristica sottesa all'ordinamento costituzionale nel suo complesso, e con specifico riferimento alla materia in esame agli articoli da 29 a 31 della Costituzione, non a caso ricompresi all'interno del titolo II della parte prima, dedicato ai «rapporti etico-sociali». Impostazione, questa, che ha sancito il superamento della concezione eteronoma della famiglia e della sua strumentalizzazione a fini statalistici, in favore di un'idea della convivenza quale condizione funzionale al naturale sviluppo della persona ed al riconoscimento della sua dignità. È peraltro importante sottolineare che, ampliando la categoria dei modelli di convivenza giuridicamente riconosciuti, il presente disegno di legge, conformemente al diritto comunitario, lungi dall'affievolire la tutela pubblicistica tradizionalmente riconosciuta all'istituto matrimoniale, conferisce invece a quest'ultimo una nuova legittimazione sociale. Liberando infatti il tradizionale vincolo matrimoniale dalla funzione di forma necessaria imposta al fine di un riconoscimento giuridico della convivenza tra due persone, si delinea l'istituto matrimoniale quale frutto di una consapevole e libera scelta, tra diverse modalità di regolamentazione giuridica dello «stare insieme».