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Signor Presidente, rappresentanti del Governo, onorevoli colleghi, francamente non ho tutte le certezze che ha questa maggioranza in merito agli effetti positivi che potrà produrre la novella che verrà probabilmente - anzi, quasi certamente - introdotta con il voto di quest'Assemblea. Lo dico perché vengo da un'esperienza sul campo, maturata da oltre trent'anni, quando iniziai a fare la professione e ancora vigeva il vecchio codice di procedura penale. Allora i procedimenti in corte d'assise erano anche quelli relativi alla rapina e al tentato omicidio, quindi già in gioventù si faceva una certa esperienza. Poi, come ricordava prima il presidente Grasso, nell'ottobre del 1989 è entrato in vigore il nuovo codice di procedura penale che ha inserito alcuni riti deflattivi, tra i quali il rito abbreviato e il cosiddetto patteggiamento, l'applicazione di pena su richiesta. Perché vennero inseriti? Per una serie innumerevole di ragioni. Voglio ricordare innanzitutto - qui il ragionamento investe questioni di politica criminale - che allora, prima degli anni Novanta, il numero di reati commessi in Italia era sostanzialmente esiguo rispetto a quello al quale assistiamo oggi. Oggi abbiamo anche cittadini stranieri che delinquono in Italia; non vorrei ripetere in quest'Assemblea i numeri della nostra situazione carceraria, ma sicuramente è un sistema ingolfato. Se allora dobbiamo fare i conti con la realtà delle cose, con la patologia di questo sistema, dobbiamo domandarci se l'eliminazione della possibilità di accedere al rito abbreviato per determinati reati porti effettivamente o meno a risultati concreti. Ebbene, io non ho tutte le certezze che ha quest'Assemblea. Mi permetto di riferirmi al presidente Grasso che ha citato l'intervento in Commissione dell'ex procuratore generale Bruti Liberati, il quale indicava che nei procedimenti conclusi a Milano per un processo famoso - del quale parlerò successivamente - c'erano circa 161 imputati, molti dei quali decisero per il rito abbreviato (circa 120 dei 161) mentre 41 andarono all'ordinario. Ebbene, di questi 161, i 120 che scelsero il rito abbreviato finirono complessivamente il procedimento - iniziato nel 2010 - nell'anno 2014, mentre quelli che andarono a rito ordinario nell'anno 2015. Il procuratore generale di Milano ha detto una cosa esattamente opposta a quanto affermato oggi dal senatore Grasso in Aula; ha fatto un esempio retorico: se tutti fossero finiti davanti alla corte d'assise, cosa sarebbe accaduto? Saremmo riusciti a realizzare la giustizia in tempi così contenuti? Francamente chi vi parla ha parecchi dubbi, ma non solamente io. Colleghi, noi di Forza Italia abbiamo una concezione di difesa delle garanzie del processo; vogliamo un processo giusto, equilibrato. Vogliamo un processo che rispetti soprattutto il principio di proporzionalità tra il fatto commesso e la condanna ricevuta, non altro; vogliamo anche una politica criminale che metta il sistema in grado di reagire e fare fronte a quest'incalzante ondata di reati gravi. Dire quindi, per esempio, che per l'omicidio ci vuole l'ergastolo è un'idea più politica che giudiziaria. Benissimo: in linea di principio siamo tutti d'accordo, se colui che commette un reato particolarmente efferato e risulta essere colpevole dopo il procedimento viene condannato all'ergastolo, ma non possiamo farne una regola; molto spesso, nel processo entrano tanti elementi a partire dal fattore umano e non esiste un processo uguale ad un altro. Quali sono allora le ragioni essenziali per cui, come Gruppo Forza Italia, ci permettiamo di evidenziare le criticità? Innanzitutto, farei riferimento all'articolo 303 del codice di procedura penale, che detta i termini e i limiti della custodia cautelare di grado. Il rischio è proprio che in determinati maxiprocessi si allunghino i tempi e si arrivi a scarcerazioni eccellenti, com'è avvenuto in passato e come tutti anche in quest'Aula immagino ricorderanno. Questo è un principio, una cosa reale e concreta, non ci stiamo inventando nulla di nuovo, ma si tratta di un problema che sottopongo all'Assemblea: immaginate cosa significhi in un maxiprocesso con 200 imputati e 400 avvocati riuscire semplicemente a realizzare le notifiche per tutti e organizzare il personale ausiliario necessario e il procedimento; è qualcosa di ciclopico. Cerchiamo allora di rimanere con i piedi per terra e renderci conto che lo strumento del rito abbreviato ha effettivamente una funzione deflattiva. D'altra parte, ho sentito dire in Aula e ho anche letto sui giornali alcune cose che non rispondono assolutamente a verità, come il fatto che davanti al giudice delle indagini preliminari, in caso di rito abbreviato, non può essere concessa la pena dell'ergastolo. Ricordiamo, ed è giusto ribadire, che la pena dell'ergastolo, ove richiesta, può essere convertita nei trent'anni, ma, quando viene richiesta per particolari efferati delitti, la pena dell'ergastolo con l'isolamento diurno può essere inflitta in esclusiva, senza l'isolamento diurno. Questo elemento, a mio avviso, ha grande importanza. Sempre parlando di politica giudiziaria e di corti d'assise, non pensiamo a quello che vediamo in televisione nei processi all'americana, con la giuria popolare, che esiste certamente anche nel nostro sistema, ma è composta da sei giudici popolari e due togati; questo significa che nella giuria di una corte d'assise o di una corte d'assise d'appello sottraiamo magistrati importanti, che, al contrario, potrebbero esercitare le loro funzioni o in corte d'appello o in tribunale. Si tratta di un'altra criticità estremamente importante, che riteniamo debba essere evidenziata. Il procedimento con rito abbreviato, d'altra parte, non solamente è deflattivo, ma si definisce allo stato degli atti. Molto spesso, la stessa procura della Repubblica avrebbe o ha interesse a definirlo in questo modo, perché le prove vengono raccolte dal pubblico ministero, portate davanti al giudice per le indagini preliminari e, sulla base di dette prove, viene espresso un giudizio. La differenza sta anche nel fatto che, mentre il giudice per le indagini preliminari è a conoscenza degli atti, in un processo ordinario in corte d'assise o in corte d'assise d'appello, o meglio ancora in primo grado, non si ha contezza perpetua, con precisione estrema di quanto è avvenuto, ma parte tutto ex novo . Il decorrere del tempo comporta limiti molto gravi per la tenuta di un procedimento. Pensiamo non solamente alle eccezioni che possono essere presentate, ma addirittura ai testimoni, che, a distanza di tanti anni, rischiano di non ricordare più. Un conto è fare un processo in tempi rapidi, che la giustizia d'altra parte vorrebbe realizzare; altro è uno con lungaggini inenarrabili. Siamo allora davvero convinti che anche le persone offese possano trarre beneficio da questa novella? Io ho seri dubbi ed è per questo che noi, senatori di Forza Italia, esprimeremo un voto di astensione. E lo facciamo convintamente, perché siamo certi di non dover inseguire quanto detto in moltissimi casi dalla gente comune nei bar, invocando magari codici draconiani.