[pronunce]

Il rimettente premette che l'imputato aveva formulato in udienza preliminare richiesta di giudizio abbreviato subordinata all'espletamento di una formale ricognizione di persona, rigettata dal giudice che aveva ritenuto l'integrazione probatoria non necessaria ai fini della decisione e incompatibile con le finalità di economia processuale proprie del procedimento. Nella fase degli atti introduttivi del dibattimento l'imputato aveva rinnovato la richiesta di giudizio abbreviato condizionata, eccependo, qualora la richiesta fosse stata ritenuta inammissibile, l'illegittimità costituzionale degli artt. 438, 441 e 442 cod. proc. pen. nei termini sopra precisati. Nell'aderire all'eccezione proposta, il rimettente osserva che la decisione con la quale il giudice dell'udienza preliminare rigetta la richiesta di giudizio abbreviato condizionata non è allo stato sindacabile da alcun organo giurisdizionale, in quanto nessuna norma consente al giudice del dibattimento di valutare nel merito la fondatezza della decisione del giudice dell'udienza preliminare e non è ipotizzabile il conflitto fra giudice del dibattimento e giudice dell'udienza preliminare, ammesso dalla giurisprudenza di legittimità esclusivamente per la differente ipotesi in cui con provvedimento abnorme o comunque illegittimo venga rigettata la richiesta di giudizio abbreviato "semplice". Nell'ordinanza si dà inoltre atto che nella sentenza n. 54 del 2002 la Corte costituzionale ha affermato che la soluzione, adottata nella sentenza n. 23 del 1992, di applicare, in esito al dibattimento, la diminuzione di pena prevista dall'art. 442 cod. proc. pen. risulta incongrua alla luce delle innovazioni introdotte dalla legge n. 479 del 1999 e che l'eventuale riesame della decisione del giudice &laquo;non deve essere più necessariamente collocato all'esito del dibattimento&raquo;. Sulla base dei principi espressi dalla Corte nelle sentenze ora citate, il rimettente ritiene che la questione di legittimità costituzionale, così come prospettata dalla difesa, sia non manifestamente infondata. In riferimento all'art. 3 Cost., il giudice a quo denuncia la disparità di trattamento rispetto alla disciplina del patteggiamento e in particolare alle situazioni nelle quali, in caso di dissenso del pubblico ministero o di rigetto da parte del giudice per le indagini preliminari, è consentito all'imputato di rinnovare la richiesta al giudice del dibattimento a norma dell'art. 448 cod. proc. pen. Il diverso trattamento sarebbe palesemente irragionevole, posto che si tratta in entrambi i casi di procedimenti alternativi, rimessi alla disponibilità delle parti, e che anzi il rito abbreviato può essere richiesto solo dall'imputato. Sarebbe inoltre violato l'art. 24 Cost., in quanto l'insindacabilità del provvedimento di rigetto della richiesta di giudizio abbreviato condizionata determina per l'imputato &laquo;effetti sostanziali pregiudizievoli, consistenti nella omessa riduzione della pena, prevista per legge&raquo;. Infine, quanto alla rilevanza della questione il rimettente osserva che la prova alla quale l'imputato ha subordinato la richiesta di giudizio abbreviato è necessaria ai fini della decisione, poiché &laquo;le modalità della individuazione fotografica effettuata nel corso delle indagini preliminari sono state tali da non garantire la genuinità dell'atto istruttorio, come risulta dall'esame del fascicolo fotografico prodotto dalla difesa con il consenso del pubblico ministero&raquo;. 6. - Nel giudizio è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che la questione venga dichiarata manifestamente infondata alla luce delle sentenze n. 54 del 2002 e n. 115 del 2001.1. - Sia la Corte d'assise di Catanzaro, sia il Tribunale di Milano, censurando rispettivamente gli artt. 458, comma 2, 438, commi 3 e 5, 441 e 442 e gli artt. 438, 441 e 442 del codice di procedura penale, lamentano che, in caso di rigetto della richiesta di giudizio abbreviato subordinata ad una integrazione probatoria ex art. 438, comma 5, cod. proc. pen. , non sia previsto che l'imputato possa rinnovare la richiesta negli atti introduttivi del dibattimento. Comuni sono i parametri costituzionali evocati dai rimettenti: l'art. 24 della Costituzione, in quanto una disciplina che non prevede alcuna forma di sindacato giurisdizionale sul rigetto della richiesta di giudizio abbreviato condizionata appare priva di ragionevolezza e lesiva del diritto di difesa, determinando &laquo;effetti sostanziali pregiudizievoli&raquo; per l'imputato cui venga negata la possibilità di fruire della riduzione di pena prevista per il rito speciale; l'art. 3 Cost., a cagione della ingiustificata disparità di trattamento rispetto alla disciplina della applicazione della pena su richiesta, che prevede, in caso di dissenso del pubblico ministero o di rigetto del giudice per le indagini preliminari, la facoltà dell'imputato di rinnovare la richiesta al giudice del dibattimento a norma dell'art. 448, comma 1, cod. proc. pen. La parziale difformità delle disposizioni censurate, dipendendo esclusivamente dalla diversità dei percorsi processuali che hanno dato origine ai giudizi a quibus, non incide sulla identità delle questioni sollevate dai rimettenti, i quali nella sostanza lamentano che l'art. 458, comma 2, nel caso di giudizio immediato, e l'art. 438, comma 6, cod. proc. pen. , nel caso di udienza preliminare, non prevedano che il rigetto della richiesta di giudizio abbreviato condizionata sia suscettibile di sindacato ad opera del giudice del dibattimento: i relativi giudizi vanno pertanto riuniti per essere decisi con un'unica pronuncia. 2. - Le questioni sono fondate. 3. - Prima delle modifiche apportate alla disciplina del giudizio abbreviato dalla legge 16 dicembre 1999, n. 479, in un contesto normativo in cui presupposti per l'instaurazione del rito erano, da un lato, la richiesta dell'imputato e il consenso del pubblico ministero, dall'altro, una valutazione positiva del giudice per le indagini preliminari in ordine alla possibilità di definire il processo allo stato degli atti, questa Corte, con la sentenza n. 23 del 1992, aveva affermato che l'assenza di qualsiasi controllo sulla decisione del giudice contraria all'adozione del rito determinava, in considerazione delle conseguenze che ne derivavano sul piano sanzionatorio, una irragionevole limitazione del diritto di difesa dell'imputato. La soluzione per porre rimedio alla violazione dell'art. 24 Cost. venne allora individuata attribuendo al giudice il potere di sindacare, in esito al dibattimento, la precedente decisione del giudice per le indagini preliminari e di applicare la riduzione della pena.