[pronunce]

, lo stesso, consentendo, attraverso il meccanismo delle contestazioni introdotto dalla sentenza n. 361 del 1998, l'acquisizione e la valutazione di dichiarazioni rese da persone che si sono sottratte all'interrogatorio da parte dell'imputato o del suo difensore, si porrebbe in contrasto con il principio del contraddittorio, con la facoltà di interrogare o far interrogare le persone che rendono dichiarazioni a carico e con il principio costituzionale per il quale "la colpevolezza dell'imputato non può essere provata sulla base di dichiarazioni rese da chi, per libera scelta, si è sempre volontariamente sottratto all'interrogatorio da parte dell'imputato o del suo difensore"; che nel giudizio promosso con l'ordinanza da ultimo citata è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dalla Avvocatura generale dello Stato, chiedendo disporsi la restituzione degli atti al giudice a quo per nuovo esame "su fondatezza e rilevanza della questione in base alla nuova normativa". Rileva, infatti, l'Avvocatura che il decreto-legge n. 2 del 2000 ha subito sensibili modifiche ad opera della successiva legge di conversione n. 35 del 2000, sicché è alla luce di tale normativa sopravvenuta che il giudice rimettente dovrà rivalutare i dubbi di legittimità costituzionale; che anche il giudice per le indagini preliminari presso il tribunale di Palermo ha sollevato, in riferimento all'art. 111, secondo e terzo comma, Cost., questione di legittimità costituzionale dell'art. 513, comma 2, cod. proc. pen. , nella parte in cui prevede che, qualora il dichiarante rifiuti o comunque ometta in tutto o in parte di rispondere su fatti concernenti la responsabilità di altri, già oggetto delle sue precedenti dichiarazioni, in mancanza dell'accordo delle parti alla lettura, si applichi l'art. 500, commi 2-bis e 4, cod. proc. pen. , indipendentemente dal verificarsi di uno dei casi previsti dall'art. 111, terzo comma, Cost; che a tal proposito il rimettente rileva, in particolare, che, non essendo stata ancora approntata una analitica disciplina dei casi in cui è consentito derogare al contraddittorio e data la immediata applicabilità dei nuovi principi costituzionali, alla luce di quanto disposto dal decreto-legge n. 2 del 2000, diverrebbe allora fondato "dubitare della legittimità costituzionale di un regime di acquisizione probatoria che, per il solo fatto che l'imputato abbia liberamente ritenuto di non rispondere all'esame, consenta di far transitare nel fascicolo per il dibattimento - e dunque di dotare di efficacia probatoria - le dichiarazioni rese senza la partecipazione della difesa, indipendentemente dal verificarsi di uno dei casi espressamente previsti dal comma terzo dell'art. 111 Cost."; che anche il tribunale di Venezia ha sollevato, in riferimento all'art. 111, quarto comma, Cost., questione di legittimità costituzionale dell'art. 513, secondo comma, ultimo periodo, cod. proc. pen. , come modificato dalla sentenza n. 361 del 1998 , e dell'art. 210, comma 4, dello stesso codice. Rileva, infatti, il tribunale rimettente che l'art. 513 del codice di rito, come modificato dalla citata sentenza di questa Corte, prevede la possibilità che, anche in assenza di accordo tra le parti, dichiarazioni in precedenza rese da persona che poi si è avvalsa della facoltà di non rispondere, siano acquisite al fascicolo per il dibattimento, in ciò determinandosi un contrasto con l'art. 111, quarto comma, Cost., in quanto si tratta di dichiarazioni che non hanno formato oggetto di contraddittorio, né al momento della loro originaria enunciazione, né in dibattimento, atteso il silenzio serbato dal dichiarante. Ove non fosse condivisa da questa Corte la fondatezza di tali rilievi - prosegue il giudice a quo - "sotto alternativo profilo altra normativa processuale presterebbe il fianco a censure di incostituzionalità, in quanto, ad impedire il principio costituzionale della formazione della prova in contraddittorio, sembrerebbe allora stare la norma di cui all'art. 210, quarto comma, c.p.p., che facoltizza l'imputato di reato connesso a non rispondere". Infatti - sottolinea il rimettente - è proprio l'esercizio di tale facoltà a dare avvio "ad un iter procedimentale che culmina con l'acquisizione delle dichiarazioni"; che, a sua volta, il tribunale di Milano solleva, in riferimento agli artt. 101 e 102 Cost., questione di legittimità costituzionale dell'art. 513, comma 1, cod. proc. pen. , nella parte in cui impone il consenso delle parti per una piena valutazione delle dichiarazioni rese "in istruttoria" da uno dei coimputati, che nel dibattimento siacontumace o assente o rifiuti di sottoporsi all'esame. Impugnativa che il giudice a quo fonda sul rilievo secondo il quale "la scelta di far dipendere l'utilizzabilità di un atto legittimamente acquisito al fascicolo per il dibattimento dalla mutevole circostanza che le parti prestino o meno il proprio consenso, implichi, ove consenso non vi sia, un assoluto impedimento della valutazione dell'atto medesimo, non ripetibile in virtù del principio secondo cui l'imputato non può essere obbligato a deporre; e impedimento della valutazione - deduce il rimettente - non può non significare impedimento di formazione del libero convincimento, ossia impedimento di un pieno esercizio della funzione giurisdizionale, in contrasto con le norme costituzionali che, invece, tale funzione impongono nella sua pienezza"; che in quest'ultimo giudizio ha depositato atto di intervento il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dalla Avvocatura generale dello Stato, chiedendo dichiararsi inammissibile e comunque infondata la proposta questione; che anche il tribunale di Massa solleva, in riferimento agli artt. 3, 25, 111, quarto e quinto comma, e 112 Cost., questione di legittimità costituzionale dell'art. 513, comma 2, cod. proc. pen. , come "interpretato" dalla sentenza n. 361 del 1998, nella parte in cui consente l'utilizzazione, nei confronti degli imputati, delle dichiarazioni rese nelle indagini preliminari dalla persona esaminata a norma dell'art. 210 cod. proc. pen. , a seguito della contestazione effettuata ai sensi dell'art. 500, commi 2-bis e 4, dello stesso codice, qualora il dichiarante si sia avvalso della facoltà di non rispondere, indipendentemente dal verificarsi di uno dei casi previsti dall'art. 111, quinto comma, della Costituzione. Ritiene in particolare il giudice a quo che, alla luce della nuova composizione delle diverse garanzie fondamentali scaturita dalle innovazioni introdotte con la legge costituzionale n. 2 del 1999, risulterebbe in contrasto con il principio costituzionale del diritto al contraddittorio - suscettibile di ristrettissime esclusioni, espressamente individuate dalla fonte costituzionale - la previsione della facoltà di non rispondere prevista dall'art. 210 cod. proc. pen. , quanto alle dichiarazioni che un imputato renda su fatti concernenti la responsabilità di altri;