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dobbiamo superare tutte quelle situazioni di burocrazia, chiamiamola così, o di eccesso di prescrizioni normative che spesso imbrigliano la capacità affettiva e di tutela che alcune famiglie danno al bambino. Avete ricordato in tanti la questione dell'età: ormai vi sono il congelamento dell'ovulo e la fecondazione eterologa (e non è che quando ci si sottopone a tale pratica venga chiesta l'età: ne abbiamo esempi lampanti, non solo nel nostro Paese, ma anche in Europa). Mi rifaccio allora ad un'altra provocazione fatta precedentemente dal senatore Falanga (e mi dispiace parlare davanti ai banchi totalmente vuoti di Forza Italia, cui il collega appartiene). Intanto, senatore, non ho visto nessuna sua notazione in Commissione giustizia, né un intervento né il deposito di un emendamento sulla modifica dell'articolo 6 della legge n. 184 (e sapete che me ne sto occupando in modo particolare nell'ambito del provvedimento sulle unioni civili che presto avremo in Aula). Noi siamo pronti a far saltare i limiti dell'articolo 6, ma sappiamo dove porta, ossia verso una direzione che a me piace tantissimo: una situazione in cui è possibile adottare da single o al di fuori di quella che voi continuate a chiamare «famiglia tradizionale», composta da donne e uomini eterosessuali. Per me, invece, la famiglia è qualunque formazione giuridica in cui vi sia amore. Siamo dunque pronti a mettere in discussione l'articolo 6, ma voglio vedere chi di voi ci seguirà e se il collega Falanga presenterà un articolo in tal senso. Ricordatevi che il tribunale dei minori di Roma, nel mese di luglio, ha concesso a due donne l'adozione di una bambina, proprio sostenendo che la continuità affettiva sia fondante e geneticamente capace di procreare e creare quel vincolo sulla responsabilità genitoriale. Se però ciò non venisse riconosciuto né lo fosse la capacità di crescere un figlio anche da soli - come nel caso dell'ultima adozione fatta a Cagliari di un bambino affidato - verrebbe allora messa in discussione la capacità di una mamma vedova, divorziata o separata di crescere i propri figli. Forse è vero, dunque, che dobbiamo avere il coraggio di mettere mano all'articolo 6: se così fosse, però, non vorrei più neanche sentir parlare di situazioni che invocano il diritto naturale o addirittura il creazionismo (anche di questo si è parlato)! Qualcuno ha citato perfino l'esperto canonista medioevale Modestino nelle nostre audizioni in Commissione giustizia. Rimettiamo i piedi per terra e capiamo che il Parlamento italiano si adegua molte volte a quello che la società civile, che è molto più avanti di noi, qui fuori fa e riconosce questa nuova possibilità alle famiglie affidatarie di diventare famiglia adottanti. Bene ha fatto il collega Uras a parlare del bambino di sua figlia; potrei raccontarvi della meravigliosa esperienza che hanno avuto i miei genitori nell'adottare da affidanti un giovane di sedici anni, età difficilissima, come ha detto la collega Mattesini. Un conto è prendere in affido un neonato o un bambino di quattro o cinque anni, un conto è un giovane di sedici o diciassette anni, un ragazzo che ha già avuto tante esperienze di dolore e che, molte volte, è difficile introdurre in una situazione di stabilità. Concludo nel dire che questo è un testo importante e su questo abbiamo lavorato in Commissione giustizia. Sicuramente è un passo iniziale verso lo scardinamento, che già esiste nella nostra società, rispetto alla famiglia tradizionale fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna che non è più la sola, con rispetto di tutte quelle che esistono, di cui anche io sono una rappresentante. La società ci dimostra essere diversa: ci sono le famiglie allargate, le famiglie arcobaleno, le famiglie monogenitoriali, le famiglie adottanti, le famiglie affidatarie. Tutte le famiglie sono meritevoli della stessa tutela. Tutelare un tipo di famiglia non vuol dire depauperarne un'altra. Tutti gli amori sono meritevoli della stessa dignità. Come mi tocca dire continuamente sul testo delle unioni civili, che spero arrivi presto in Aula, l'uguaglianza è uguaglianza. Tutto quello che non è uguaglianza è discriminazione. (Applausi dal Gruppo PD. Congratulazioni) . PRESIDENTE. Dichiaro chiusa la discussione generale. Rinvio il seguito della discussione del disegno di legge in titolo ad altra seduta. Saluto al gruppo scout «Fidenza 2» PRESIDENTE . Salutiamo il gruppo scout «Fidenza 2» dell'AGESCI di Fidenza, in provincia di Parma, che ha seguito i lavori del Senato. (Applausi) . Interventi su argomenti non iscritti all'ordine del giorno FAVERO (PD) . Domando di parlare. PRESIDENTE. Ne ha facoltà. FAVERO (PD) . Signor Presidente, onorevoli colleghi, il mio intervento tratta della banda larga. Nello scorso Consiglio dei ministri del 3 marzo 2015 c'è stata l'approvazione della strategia italiana per la banda ultralarga e la crescita digitale 2014-2020 che mira a colmare quel ritardo digitale del Paese sul fronte delle infrastrutture e dei servizi. L'Italia, purtroppo, è il Paese con la minor copertura di reti digitali di nuova generazione in Europa, sotto la media europea di oltre 40 punti percentuali. Questo chiaramente crea parecchi problemi. Si è reso quindi necessario recuperare il gap per raggiungere l'obiettivo strategico di massimizzare la copertura entro il 2020 da un punto di vista infrastrutturale, raggiungendo come minimo gli obiettivi definiti per il secondo pilastro dell'Agenda digitale europea. Le risorse pubbliche impegnate nel nuovo piano nazionale per la banda ultralarga sarebbero complessivamente pari a 6 miliardi di euro, provenienti dai fondi europei e dal Fondo di sviluppo e coesione, a cui si sommano i fondi collegati del Piano Juncker. Il presidente di Confindustria digitale Elio Catania afferma che il piano mette al centro della politica di crescita la trasformazione digitale del Paese, ma ci sono dei divari perché le infrastrutture tradizionali, che sono molto importanti (autostrade e ferrovie) hanno bisogno di forti investimenti, ma molto di più ne hanno bisogno quelli della banda larga, che sono le autostrade telematiche e del digitale. Ci troviamo allora ad avere delle grandi sperequazioni, perché nel Nord Italia - grandi città a parte - c'è un ritardo non più tollerabile. Abbiamo anche visto, infatti, che è stato denunciato che in Piemonte, nonostante un forte finanziamento e l'impegno della Regione, l'autostrada di Internet superveloce è inutilizzata o inattiva per l'80 per cento e questa situazione è ricalcata in molte Regioni italiane. Il problema quindi è duplice: da un lato l'alto costo di connessione per le imprese e le famiglie, che aumenta ed è spesso insostenibile nei territori decentrati, dall'altro l'assenza di competitività tra operatori proprio in periferia. A questo si aggiunge un gap culturale, che andrebbe colmato, per la diffusione dell'utilizzo delle tecnologie anche tra gli anziani e anche per i servizi al cittadino (penso anche alla sanità e alla domotica), in analogia con quanto avviene in altri Paesi europei.