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Oggi le cose dovrebbero cambiare e gli elementi ostativi ad un provvedimento di affidamento congiunto dovrebbero risiedere in situazioni eccezionali (ad esempio il trasferimento di un genitore all'estero) tali da sconsigliare, nell'interesse primario del figlio il ricorso ad un affidamento congiunto e da giustificare, con provvedimento motivato il ricorso all'affidamento esclusivo. In caso contrario, la riforma dell'articolo 155 del codice civile resterebbe priva di vita giuridica. A sei anni dall'entrata in vigore della legge n. 54 del 2006, la concreta applicazione della normativa sull'affidamento condiviso e del principio della bigenitorialità incontra, ancora oggi, forti resistenze culturali in molti tribunali ordinari e dei minori. Se numerose sono le testimonianze culturali a sostegno della norma (anche da parte di insigni rappresentanti della magistratura), nulla sembra essere cambiato nel merito. Questo primo lungo periodo di osservanza della legge n. 54 del 2006, infatti, è stato caratterizzato da una vasta disomogeneità dei provvedimenti in cui l'affidamento condiviso è stato spesso negato ora per la reciproca conflittualità, ora per l'età dei figli o, ancora, per la distanza tra le rispettive abitazioni dei genitori. Ciò ha causato nei cittadini interessati la sensazione diffusa di una vera e propria perdita della certezza dei diritti. In molti tribunali della nostra Repubblica sono frequenti i casi in cui il giudice consente ancora l'omologazione di affidamenti esclusivi concordati tra le parti senza che vi siano indicate le ragioni di pregiudizio a carico del genitore da escludere, derivando da ciò un'evidente violazione del diritto indisponibile del minore a un rapporto equilibrato e continuativo con entrambi i genitori (primo comma dell'articolo 155 del codice civile). Un'osservanza così parziale e disomogenea pone l'Italia in una posizione di sensibile arretramento culturale, se paragonata agli altri Paesi del mondo occidentale dove i principi della bigenitorialità sono affermati e applicati con puntualità. Appare necessario, pertanto, cogliere l'occasione per completare la riforma e per introdurre modifiche che possano riportare il nostro diritto di famiglia verso posizioni di elevata civiltà giuridica e, allo stesso tempo, dare concreta tutela ai diritti dei figli nella separazione. Sulla scorta delle esposte premesse e grazie al contributo di diverse associazioni di genitori, svariate proposte di legge sono state depositate in Parlamento (sia alla Camera, sia al Senato), con l'obiettivo di apportare opportune modifiche in materia di affidamento condiviso. La proposta di legge atto Camera n. 2209 della XVI legislatura, per esempio, contemplava: 1) la disposizione di tempi di permanenza paritetici dei minori presso entrambi i genitori, salvi diversi accordi fra le parti o particolari impegni lavorativi che ne impediscano l'attuazione; 2) l'introduzione della doppia residenza dei minori presso le rispettive abitazioni di entrambi i genitori; 3) l'introduzione di sanzioni finalmente efficaci per le inottemperanze ai provvedimenti del giudice, valide anche in caso di inadempimento ai doveri di cura della prole (il deplorevole fenomeno dei genitori assenti); 4) la disciplina della sindrome, che molti bambini sviluppano in occasione della separazione dei genitori, denominata alienazione genitoriale o parentale. Una volta introdotta in ambito legislativo, tale previsione porrebbe il nostro sistema giuridico in posizione di avanguardia pari a quelle dei Paesi più evoluti; 5) il divieto al genitore di allontanarsi con la prole e un forte deterrente economico contro il trasferimento coatto e arbitrario dei figli con conseguente allontanamento dall'altro genitore e dall'ambiente in cui sono cresciuti; 6) l'introduzione di una forte sanzione penale contro le false accuse tra coniugi; 7) la valutazione del comportamento tenuto precedentemente alla cosiddetta udienza presidenziale. In questo periodo, infatti, non trovano disciplina fatti anche gravi che coinvolgono i minori: la previsione di sanzioni per le azioni documentate potrà costituire un valido deterrente in grado di far assumere ai coniugi, anche negli attimi concitati della separazione, un atteggiamento di maggiore responsabilità verso i bambini; 8) l'introduzione di un passaggio obbligato presso una struttura di mediazione familiare da parte dei genitori in procinto di separarsi; 9) il rafforzamento del ruolo svolto dai centri di mediazione o di composizione familiare, che dovranno rispondere a determinati requisiti di competenza e professionalità; 10) la definizione di un assegno perequativo periodico non superiore ad un massimo determinato dal costo dei figli e dal principio di proporzionalità dei redditi, con previsione di competenza, per ognuno dei genitori, secondo capitoli di spesa. Nella generalità dei casi, poi, la più vistosa forma di mancata applicazione della legge n. 54 del 2006 si rinviene nella concessione puramente formale e nominale dell'affidamento condiviso, al quale, però, vengono attribuiti contenuti pressoché identici a quelli di un affidamento esclusivo, soprattutto attraverso l'introduzione della figura del «genitore convivente» o «collocatario prevalente», di origine esclusivamente giurisprudenziale e di cui il legislatore non fa menzione. Così facendo, si svuota di significato e di ambito applicativo la normativa, si riproduce l'antico modello del genitore affidatario (dei figli e della casa coniugale) e si mantiene elevato il livello del conflitto tra ex coniugi, a danno dei figli. Ciò, evidentemente, è l'esatto contrario di quello che si era proposta la riforma del 2006, introdotta per sostituire il modello monogenitoriale con quello bigenitoriale. Tutto ciò premesso la giurisprudenza dimostra che: i tribunali hanno applicato il principio dell'affidamento condiviso solo sulla carta, poiché in caso di separazione giudiziale si decide quasi sempre (nel 98 per cento dei casi) per il collocamento presso la figura materna che, quindi, continua ad essere sempre e solo il genitore affidatario del minore perché, a priori, la si ritiene la persona più indicata (peculiare la vicenda in relazione alla quale un giudice negli Stati Uniti d'America affermò: «Non ho mai visto i vitelli seguire i buoi, seguono sempre la mucca; perciò io do sempre la custodia alle mamme»: Commissione d'indagine sul pregiudizio legato al sesso nel sistema giudiziario, Relazione alla Corte suprema della Georgia, 1992); nell'80 per cento dei casi, le denunce nei confronti dei padri sono false. In alcuni casi sono state prodotte intercettazioni ambientali del minore che viene istigato dalla mamma ad accusare il padre al solo scopo di revocargli la patria potestà; dati oggettivi dimostrano che, in caso di mancato pagamento, o anche solo di un ritardo, degli alimenti stabiliti dal tribunale è previsto un reato a carico del padre; di contro, non è previsto reato alcuno per una madre che sottrae il figlio al padre senza farglielo vedere per anni, adducendo scuse pretestuose; nella maggior parte dei casi il padre, ancorché veda il minore per qualche ora, non potrà mai vivere con suo figlio la quotidianità che solo la convivenza può offrire.