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Disposizioni in materia di imprenditoria diffusa quale modello gestionale a sostegno dei giovani. Onorevoli Senatori. -- L'economia italiana sta attraversando, ormai da anni, una fase di seria crisi. Una crisi dettata, tra le varie cause, anche dal non aver compreso i cambiamenti che hanno caratterizzato il mondo del lavoro, imposti da una rigidità ed ingessamento di un sistema non allineato con un Paese dove è necessario rilanciare la crescita. Per dare nuova luce al made in Italy e restituire respiro alla nostra economia servono metodi e contenuti nuovi. Il mondo del lavoro sta cambiando, servono nuovi modelli di organizzazione dello stesso che spingano i giovani a fare impresa mettendo da parte la «cultura» del posto fisso. È necessario integrare i vecchi sistemi di inquadramento e classificazione del personale, in grado di valorizzare l'apporto individuale di ciascun singolo individuo. Una necessaria trasformazione del lavoro deve condurre verso modelli di gestione e produzione snelli, improntati all'autonomia personale delle risorse impiegate, alla collaborazione e soprattutto alla partecipazione ad un obiettivo, anche imprenditoriale, comune. Da ciò la necessità della creazione di un modello di imprenditoria diffusa dove ogni singolo lavoratore dell'impresa acquista una importanza strategica nel governo e nell'implementazione di processi di gestione o produzione. Questo vuol dire passare da un mercato composto da grandi aziende, ad un vibrante, innovativo ed imprenditoriale mercato medio, fatto da network di imprese. Un modello cooperativo che vede il lavoratore dare il pieno apporto alla costruzione dell'impresa ed alla gestione della stessa, un modello in cui capitale e forza lavoro trovano la giusta sinergia senza alcuna evidente conflittualità (superando di fatto quelle contrapposizioni tra padrone e lavoratore che hanno caratterizzato lo scorso secolo). Un virtuoso esempio è costituito dal modello tedesco della «cogestione» aziendale, improntato sulla partecipazione attiva dei lavoratori nei processi decisionali delle aziende, oltre che sulla partecipazione ai risultati economici e alla redistribuzione degli utili; quest'ultima però deve avvenire secondo particolari regole dettate al fine di «non vampirizzare» economicamente l'azienda. Difatti, le aziende cogestite non solo beneficiano della gestione congiunta e del potere duale, ma anzi guadagnano in competitività rispetto a quelle governate secondo il modello proprietario e gerarchico tradizionale. La previsione di non distribuire gli utili dell'impresa (se non in particolari circostanze: in caso di scioglimento anticipato della società o per volontà della società madre o in caso di impossibilità sopraggiunta oggettiva di perseguire l'oggetto sociale) permette di creare un percorso virtuoso teso alla patrimonializzazione delle imprese (e non alla dissipazione della ricchezza prodotta). L'adozione di nuove forme di organizzazione del lavoro comporta tre aspetti fondamentali: puntare su una maggiore autonomia dei collaboratori e sulla loro partecipazione attiva nella soluzione dei problemi e nell'integrazione dei processi, così da espandere un vero e proprio prototipo di «imprenditoria diffusa», tesa al raggiungimento di obiettivi etico e sociali. Le imprese italiane appaiono ancora carenti dal punto di vista dell'incentivazione all'autonomia dei lavoratori, circostanza questa che comporta anche la mancata ricerca di elevata competenza professionale sia singola che collettiva. In generale, occorre fare rete d'impresa. I soggetti coinvolti nella imprenditoria diffusa dovranno improntare i loro rapporti sulla gestione dell'impresa avente obiettivi etici e sociali, gestione improntata sulla collaborazione, la cui strutturazione -- disciplinata nel presente disegno di legge -- viene regolamentata in un percorso di crescita al termine del quale il lavoratore diviene imprenditore di gestione cioè capace di gestire con attenzione e professionalità tutti gli aspetti dell'impresa. Quest'ultimo acquisterà una sensibilità imprenditoriale data dal rischio e dal merito, caratteristiche che sono ravvisabili solo in capo ad un imprenditore e non riscontrabili nelle classiche forme di lavoro subordinato. Il «mettere il lavoratore al centro dell'impresa», con l'obiettivo di farlo divenire imprenditore, attraverso un processo di crescita progressiva prestabilito, comporterà un'ulteriore conseguenza positiva ossia la creazione di un sistema in grado di liberare ed incentivare il potenziale creativo e le capacità del capitale umano. Adottando tale sistema, infatti, vi sarà un significativo aumento della produttività sia del singolo che di tutte le imprese collegate alla rete. Va anche osservato come l'implementazione del lavoro di squadra, la consultazione dei collaboratori sulle problematiche aziendali fino a meccanismi di compenso basati sullo sviluppo di competenze e professionalità (previste nel sopradescritto processo di crescita) comporterà un notevole impulso alla crescita generale. Lo sviluppo della imprenditoria diffusa ha come conseguenza la costruzione di una nuova idea di impresa, fondata innanzitutto sull'accordo tra i soggetti coinvolti nella gestione delle varie attività, i quali verranno remunerati attraverso la partecipazione alla vita dell'impresa, la quale dovrà avere sempre degli obiettivi etici e sociali per poter far parte della rete. Vista la molteplicità delle attività facenti parte di tale progetto imprenditoriale i lavoratori coinvolti stipuleranno accordi di collaborazione denominati «contratti di imprenditoria diffusa» con la società «madre», a condizione che gli stessi aderiscano espressamente alla ideologia di condivisione che muove l'intero progetto teso al raggiungimento di scopi etici e sociali. In dettaglio, i soggetti coinvolti potranno partecipare all'attività di impresa ed alla gestione della stessa, beneficiando oltre che delle strutture fornite dalla società di partenza, anche dell'assistenza tecnica e della consulenza sui metodi di lavoro, rispettandone gli standard e i modelli di gestione e di produzione, nel rispetto delle norme contrattuali che regolano il rapporto nonché in ossequio dei princìpi etici e sociali adottati dalla società «madre». Sotto il profilo meramente operativo il progetto di imprenditoria diffusa proposto nel presente disegno di legge prevede la creazione di una nuova figura di imprenditore di gestione legata allo sviluppo di realtà produttive nuove ed eticamente sostenibili. In concreto, la società madre, detta anche «incubatore di impresa», offre la possibilità a terzi (collaboratori) di collaborare all'interno della azienda acquisendo tutte le capacità per diventare imprenditori di gestione. La finalità è potenziare l'autoimprenditorialità e creare nuova occupazione, nel rispetto dei princìpi etico sociali su cui si fonda il presente disegno di legge. Il contratto di imprenditoria diffusa, regola il processo di crescita del lavoratore da «collaboratore ad imprenditore di gestione» e pone diversi livelli di crescita alla fine dei quali quest'ultimo potrà assumere la qualifica di imprenditore e perciò entrare in un network di nuove imprese (create dall'incubatore di impresa di cui sopra) di cui ne curerà la gestione. Questo sistema nasce per favorire lo sviluppo di nuova occupazione in quanto il neo imprenditore che gestirà la neoimpresa (o il ramo d'impresa) messo a disposizione dall'incubatore, non sarà obbligato a versare alcun capitale sociale, dovrà esclusivamente gestire la struttura secondo i modelli, i princìpi e le regole etiche e sociali acquisite grazie al suo percorso di crescita con l'incubatore di impresa.