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Disposizioni in materia di modalità per la risoluzione del contratto di lavoro per dimissioni volontarie della lavoratrice, del lavoratore, nonché del prestatore d'opera e della prestatrice d'opera. Onorevoli Senatori. -- La richiesta di «dimissioni firmate in bianco» al momento dell'assunzione, ovvero nel momento in cui il rapporto di forza tra i contraenti è a favore del datore di lavoro, è una pratica vessatoria che mette la lavoratrice e il lavoratore nell'impossibilità di far valere i propri diritti e la propria dignità, pena la certezza di un licenziamento in tronco, ammantato dalla finzione della volontarietà. Tale pratica riguarda in particolare le donne, ma non è un fenomeno esclusivamente di genere ed è legata anche a fenomeni fiscali: si usa per esempio al fine di sgravare l'impresa dal pagamento dei periodi di assenza dal lavoro per imprevisti, quali infortuni o malattia. Le cosiddette «dimissioni in bianco» sono una delle piaghe più sommerse e invisibili del mercato del lavoro in Italia, la clausola nascosta del 15 per cento dei contratti a tempo indeterminato; un ricatto che colpisce due milioni di dipendenti, in gran parte donne (si veda il Dossier curato da Maria Novella De Luca su «Repubblica» del 20 gennaio 2012). Questo fenomeno si annida dappertutto e rappresenta oltre il 10 per cento di tutte le controversie di lavoro dei patronati Acli, il 5 per cento di quelle degli uffici vertenze della Cisl. Esso è diffuso e spunta tra le commesse dei negozi di lusso come tra gli impiegati delle agenzie di servizi, nell’edilizia senza regole che cementifica le nuove periferie, ma anche nelle botteghe artigiane dell'orgoglio made in ltaly . E nell'80 per cento dei casi resta un reato impunito e taciuto. Questa prassi illegale coinvolge il 60 per cento delle lavoratrici donne e il 40 per cento dei lavoratori maschi, la manodopera operaia, tessile e artigiana, e si estende anche, e con una percentuale del 25 per cento, al personale impiegatizio di piccole e medie aziende. Si può essere «dimissionati» per decine di pretesti, ma i motivi più frequenti sono la nascita di un figlio, una malattia, l'età, i rapporti con il sindacato. O semplicemente, per lo scadere dei benefici della legge 29 dicembre 1990, n. 407, che permette ai datori di lavoro cheassumono a tempo indeterminato di non pagare per tre anni i contributi al neo-dipendente che viene coperto direttamente dall'Inps. Passati quei mille giorni la lettera salta fuori e il lavoratore è «dimissionato», mentre se ne assume un altro per poter usufruire di nuovo dei benefici di legge. Ottocentomila donne nate dopo il 1973 hanno raccontato all’Istat di essere state licenziate o costrette a dimettersi dopo la maternità In quel preciso momento nel quale il bambino compie il primo anno di vita, le donne non sono più protette dalla previsione di cui all'articolo 55, comma 4, del testo unico di cui al decreto legislativo 26 marzo 2001, n. 151, sulla tutela delle lavoratrici madri, e dunque le aziende sanno che sia le «dimissioni in bianco» sia i licenziamenti diventano meno attaccabili e sanzionabili. «Il dato è davvero critico -- commenta Linda Laura Sabbadini, direttore del dipartimento di statistiche sociali e ambientati dell'Istat -- perché questa condizione sta addirittura peggiorando tra le donne più giovani». Diverse sono anche le forme di mobbing a seconda del genere: ad esempio l'esclusione delle donne da progetti importanti; la richiesta, più o meno velata, dei datori di lavoro che invitano a posticipare la scelta di maternità o comportamenti a vario titolo scorretti di questi ultimi, che riescono così a far firmare dimissioni in bianco. Purtroppo il fenomeno rimane prevalentemente sommerso e le statistiche non riescono a rappresentare la vera portata di questa prassi. Contro la piaga endemica delle dimissioni in bianco, che -- stima, ad esempio, l'ufficio vertenze della Cgil di Pistoia -- «riguarda il 15 per cento di tutti i contratti a tempo indeterminato», quindi circa due milioni di lavoratori, il Parlamento aveva approvato una legge illuminata, la legge 17 ottobre 2007, n. 188. Con questa legge veniva imposto che le dimissioni fossero presentate su moduli identificati da codici numerici progressivi e validi non oltre quindici giorni dalla data emissione. Per evitare appunto la data «in bianco». Purtroppo la legge è entrata in vigore soltanto all'inizio del 2008, poco prima che si sciogliessero le Camere. Eppure l'aver semplicemente annunciato sanzioni e provvedimenti contro la prassi delle dimissioni in bianco aveva già avuto un effetto deterrente. Tutto ciò è durato solo pochi mesi, perché il primo provvedimento del governo Berlusconi è stata proprio la cancellazione di quella legge, ad opera del ministro Sacconi. Un colpo di spugna che, unito alla crisi, ha ancor di più inabissato il fenomeno, peggiorando le condizioni delle donne dopo la maternità, degli immigrati e di chi lavora nell'edilizia, con l'aggravante che questi lavoratori non possono accedere né alla indennità di disoccupazione, né ad altri ammortizzatori sociali. Secondo i dati forniti dagli uffici vertenza della CGlL, ogni anno circa duemila donne chiedono assistenza legale per estorsione di finte dimissioni volontarie. Purtroppo si contano in poche decine i casi in cui l'onere probatorio (che è in capo alla lavoratrice) si traduce in una prova (scritta o testimoniale) in grado di rendere nullo l'atto di cessazione del rapporto. Nel corso della XV legislatura -- come già ricordato -- in seguito all'approvazione dell'Atto Camera n. 1538 (presentato dai deputati Marisa Nicchi, Titti Di Salvo ed altri) fu approvata la legge 17 ottobre 2007, n. 188, con la quale si introduceva un meccanismo procedurale (mediante un modulo prestampato) diretto a porre un rimedio generale contro le dimissioni in bianco del lavoratore o della lavoratrice. Poco tempo dopo la sua entrata in vigore essa fu abrogata, su iniziativa del Governo Berlusconi, dall'articolo 39, comma 10, lettera l) , del decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112, convertito, con modificazioni, dalla legge 6 agosto 2008, n. 133. In ambito sindacale e politico, in seguito, all'appello «188 donne per la legge 188» (febbraio 2012) per chiedere il ripristino della legge contro le dimissioni in bianco si sono svolte iniziative e mobilitazioni in tutta Italia. Sulla materia, infine, è intervenuto l'articolo 4 (commi da 16 a 23) della legge 28 giugno 2012, n. 92 (cosiddetta «legge Fornero» sul mercato del lavoro) che ha modificato la disciplina delle dimissioni presentata dalla lavoratrice o dal lavoratore in alcune fattispecie. Innanzitutto, si è confermata ed ampliata una procedura che da più di dieci anni ha mostrato la sua inefficacia nell'impedire le dimissioni in bianco.