[pronunce]

Neppure potrebbe sostenersi che la norma censurata determini un irrazionale allungamento della durata del processo, apparendo, in realtà, del tutto ragionevole che la sentenza di condanna ivi prevista possa venire emessa solo su richiesta del pubblico ministero, e non anche all'esito di un'autonoma valutazione del giudice dell'udienza preliminare. Si tratterebbe, infatti, di un assetto conforme al principio generale in forza del quale l'esercizio dell'azione penale spetta in via esclusiva al pubblico ministero ed è inibito al giudice pronunciare ex officio. Quanto, infine, alla pretesa violazione dell'art. 101, secondo comma, Cost., l'assunto del rimettente poggerebbe sull'erroneo presupposto che il giudice dell'udienza preliminare sia vincolato alla richiesta del pubblico ministero: laddove, al contrario, il tenore della disposizione denunciata renderebbe palese come il giudice sia chiamato ad una autonoma valutazione in ordine all'applicabilità, nel caso concreto, di una pena pecuniaria o di una pena detentiva sostituibile.1.- Il Giudice collegiale dell'udienza preliminare del Tribunale per i minorenni di Ancona dubita della legittimità costituzionale dell'articolo 32, comma 2, del decreto del Presidente della Repubblica 22 settembre 1988, n. 448 (Approvazione delle disposizioni sul processo penale a carico di imputati minorenni), il quale stabilisce che, «se vi è richiesta del pubblico ministero», il giudice dell'udienza preliminare «pronuncia sentenza di condanna quando ritiene applicabile una pena pecuniaria o una sanzione sostitutiva», nel qual caso «la pena può essere diminuita fino alla metà rispetto al minimo edittale». Ad avviso del rimettente, la norma censurata - nel subordinare la pronuncia della sentenza ora indicata alla richiesta del pubblico ministero - violerebbe il principio di parità delle parti processuali (art. 111, secondo comma, Cost.), conferendo alla pubblica accusa un potere che non è riconosciuto all'imputato e al suo difensore, e dal cui esercizio - meramente arbitrario - viene a dipendere la possibilità di fruire di una consistente riduzione della pena, talora determinante al fine di consentire la sostituzione della pena stessa, o la sua sostituzione con una sanzione più lieve. Sarebbe leso, altresì, l'art. 111, quinto comma, Cost., in forza del quale la legge regola i casi in cui la formazione della prova non ha luogo in contraddittorio «per consenso dell'imputato o per accertata impossibilità di natura oggettiva». La norma denunciata non consentirebbe, infatti, né all'imputato, né al difensore dell'imputato contumace o irreperibile (come nel caso di specie) di esprimere il consenso alla condanna in sede di udienza preliminare, sulla base degli atti di indagine. Detta disposizione sarebbe, inoltre, suscettibile di determinare un irrazionale allungamento dei tempi del processo, in contrasto con il principio di ragionevole durata (art. 111, secondo comma, Cost.). In assenza della richiesta del pubblico ministero, il giudice si troverebbe, infatti, obbligato a disporre il rinvio a giudizio, anche quando il processo appaia definibile nell'udienza preliminare tramite l'applicazione di una pena pecuniaria o di una sanzione sostitutiva. Risulterebbero lesi, infine, i principi di ragionevolezza e di soggezione del giudice soltanto alla legge (art. 101, secondo comma Cost.), posto che solo il giudice - organo super partes, chiamato nel processo minorile a tenere conto anche delle esigenze educative del minore - e non già il pubblico ministero, potrebbe valutare se risponda a dette esigenze e a quelle di giustizia la definizione del processo nell'udienza preliminare tramite la condanna in discorso. 2.- La questione è inammissibile. Il giudice a quo si duole del fatto che la norma censurata lasci al «mero arbitrio» del pubblico ministero l'attivazione del meccanismo di definizione del processo minorile di cui si discute, ma non indica in modo chiaro e univoco quale sia la soluzione alternativa auspicata (ex plurimis, sulla inammissibilità della questione per oscurità o indeterminatezza del petitum, ordinanze n. 21 del 2011, n. 115 del 2009 e n. 54 del 2008). Sebbene il dispositivo dell'ordinanza di rimessione sia formulato in termini di pronuncia puramente caducatoria, dalla qualità delle doglianze (espressa in motivazione) risulta, in effetti, chiaro che il rimettente non mira affatto ad ottenere una pronuncia ablativa della norma censurata, ma richiede piuttosto un intervento di tipo additivo o manipolativo, del quale - come eccepito anche dall'Avvocatura dello Stato - non viene, tuttavia, specificamente indicato il contenuto. Le censure svolte oscillano ambiguamente tra la soluzione del riconoscimento al giudice dell'udienza preliminare del potere di provvedere ex officio (soluzione in apparenza evocata dalle censure di violazione dei principi di ragionevole durata del processo e di soggezione del giudice soltanto alla legge) e la soluzione dell'attribuzione all'imputato o al suo difensore di un potere di richiedere la condanna a pena pecuniaria o sanzione sostitutiva simmetrico a quello spettante al pubblico ministero (soluzione apparentemente coerente con le censure di violazione dei principi di parità delle parti e di spettanza alla legge del compito di disciplinare i casi in cui la formazione della prova non ha luogo in contraddittorio «per consenso dell'imputato»). 3.- Giova aggiungere, peraltro, che la questione resterebbe inammissibile anche qualora si ritenesse possibile ricostruire l'obiettivo perseguito dal rimettente, nel senso che egli abbia invocato congiuntamente entrambe le soluzioni dianzi indicate: vale a dire, anche qualora si ritenesse che il giudice a quo abbia censurato l'art. 32, comma 2, del d.P.R. n. 448 del 1988, nella parte in cui non consente al giudice dell'udienza preliminare di pronunciare la sentenza di condanna ivi prevista sia d'ufficio che su richiesta dell'imputato o del suo difensore. Quanto, infatti, alla prima delle due articolazioni nelle quali si scompone l'ipotetico petitum, appare evidente come attribuire al giudice dell'udienza preliminare il potere di pronunciare ex officio la sentenza di condanna in questione - indipendentemente, non soltanto dalla richiesta del pubblico ministero, ma anche dalla richiesta o dal consenso dell'imputato - rappresenterebbe una soluzione non costituzionalmente obbligata e, anzi, fortemente asistematica. Si tratterebbe, in effetti, dell'unico caso nel quale il giudice potrebbe emettere una pronuncia di condanna sulla base di elementi di prova non raccolti in dibattimento, a prescindere dalla richiesta o dal consenso di almeno una delle parti interessate. Al di là di ciò, questa Corte ha già avuto modo di affermare che la pronuncia in udienza preliminare della sentenza di condanna prevista dalla norma denunciata necessita del consenso dell'imputato, ancorché tale condizione risulti formalmente prevista solo nel comma 1 dell'art. 32, in rapporto alle sentenze di non luogo a procedere che comunque presuppongono un accertamento di responsabilità (limitazione, quest'ultima, aggiunta dalla stessa Corte con la sentenza n. 195 del 2002).