[pronunce]

Altrettanto non potrebbe dirsi, invece, per il testo vigente della norma considerata, che ha indicato per i detenuti in questione un limite massimo coincidente con il limite minimo previsto per tutte le altre persone ristrette in ambiente carcerario. È prospettata anche una violazione dell'art. 3 Cost., perché la disparità di trattamento tra soggetti in regime speciale e detenuti a regime ordinario non sarebbe giustificabile in rapporto alle esigenze di tutela che sottendono all'intera costruzione dell'art. 41-bis. In particolare, il rimettente ritiene che i rischi di contatto con l'esterno dei detenuti particolarmente pericolosi non possano essere ridotti attraverso la diminuzione del numero di ore che si consente loro di trascorrere all'aria aperta. 2. - Il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, è intervenuto nel giudizio mediante atto depositato in data 26 gennaio 2010, chiedendo che sia dichiarata la manifesta infondatezza delle questioni sollevate. Riguardo al reclamo concernente i contenuti del provvedimento sospensivo, l'Avvocatura osserva anzitutto che tale provvedimento, secondo la giurisprudenza richiamata dallo stesso rimettente, attiene alle modalità esecutive di una pena detentiva irrogata dall'autorità giudiziaria, e non assume l'autonoma veste di provvedimento restrittivo della libertà personale, di talché sarebbe privo di pertinenza il richiamo all'art. 13 Cost. Per quanto attiene alla denunciata violazione degli artt. 24 e 113 Cost., il Tribunale di sorveglianza avrebbe preso le mosse da un'errata ricostruzione del quadro normativo. L'eliminazione del riferimento alla «congruità di contenuto» del provvedimento sospensivo non comporta infatti - secondo la difesa erariale - che l'interessato non possa denunciare vizi di legittimità del provvedimento stesso, contestando la «sua rispondenza anche nel contenuto al dettato normativo». In particolare, il reclamo potrebbe ancora avere ad oggetto limitazioni non consentite dal comma 2-quater dell'art. 41-bis, norma del resto caratterizzata, ormai, da regole predeterminate circa le prescrizioni da impartirsi con il provvedimento applicativo. Quanto alla pretesa violazione dell'art. 3 Cost., per la discriminazione tra detenuti in ordine al numero delle ore spendibili all'aperto, l'Avvocatura dello Stato ritiene che le differenze di trattamento siano legittimate dalla pericolosità dei soggetti interessati dal regime speciale. Si osserva, inoltre, anche in riferimento al divieto di trattamenti disumani o degradanti, che il limite posto dalla norma censurata non è inferiore al minimo che viene riconosciuto agli stessi detenuti comuni, i quali anzi, per motivi eccezionali, possono subire a loro volta la riduzione ad un'ora del tempo da trascorrere all'aperto (art. 10 dell'ordinamento penitenziario). In sostanza, la legge non farebbe che riconoscere la ricorrenza delle stesse pressanti esigenze di cautela per soggetti la cui pericolosità sia tale da indurre la sospensione delle regole trattamentali.1. - Il Tribunale di sorveglianza di Roma, con ordinanza del 6 ottobre 2009, ha sollevato questione di legittimità costituzionale dell'art. 41-bis, commi 2-quinquies e 2-sexies, della legge 26 luglio 1975, n. 354 (Norme sull'ordinamento penitenziario e sull'esecuzione delle misure privative e limitative della libertà), nella parte in cui non consente la presentazione di un reclamo, per difetto di congruità del contenuto, avverso il provvedimento di sospensione delle regole trattamentali adottato a norma del comma 2 dello stesso art. 41-bis. La normativa censurata - il cui testo è frutto delle modifiche introdotte dall'art. 2, comma 25, lettere g) ed h) della legge 15 luglio 2009, n. 94 (Disposizioni in materia di sicurezza pubblica) - contrasterebbe anzitutto con il secondo comma dell'art. 13 della Costituzione, escludendo ogni forma di controllo giudiziale su provvedimenti dell'Amministrazione penitenziaria che incidono sulla libertà personale. I soggetti interessati, per la stessa ragione, sarebbero privi di mezzi per agire in giudizio a tutela dei propri diritti, in particolare riguardo ad atti lesivi della pubblica amministrazione, con diretta violazione del primo comma dell'art. 24 e del primo comma dell'art. 113 Cost. Di quest'ultima norma sarebbe violato anche il secondo comma, poiché le norme censurate «limitano a un particolare mezzo di impugnazione, cioè il reclamo sulla sussistenza dei presupposti, la tutela giurisdizionale contro il provvedimento del Ministro». 1.1. - Con lo stesso provvedimento citato in apertura, il Tribunale di sorveglianza di Roma ha sollevato un'ulteriore questione di legittimità costituzionale, avuto riguardo all'art. 41-bis, comma 2-quater, lettera f), della legge n. 354 del 1975, nella parte in cui limita ad un massimo di due ore al giorno la permanenza all'aperto dei detenuti ed internati nei cui confronti sia stato adottato il provvedimento di sospensione delle regole trattamentali di cui al comma 2 dello stesso art. 41-bis. La norma censurata - il cui testo è frutto delle modifiche recate dall'art. 1, comma 25, lettera f), n. 3, della legge n. 94 del 2009 - violerebbe il divieto di trattamenti sanzionatori contrari al senso di umanità, sancito dal terzo comma dell'art. 27 Cost. Per altro verso, la discriminazione introdotta tra detenuti soggetti al regime speciale ed altri detenuti sarebbe ingiustificata, e dunque illegittima nella prospettiva dell'art. 3 Cost., perché priva di funzionalità rispetto alla ratio essenziale del regime in questione, cioè la limitazione dei «contatti con l'esterno» di soggetti particolarmente pericolosi. 2. - La prima delle questioni sollevate è inammissibile. 2.1. - La censura relativa all'asserita cancellazione di ogni controllo di legalità sul contenuto del provvedimento ministeriale applicativo delle prescrizioni dettate dall'art. 41-bis, comma 2-quater, della legge n. 354 del 1975, nel testo modificato dalla legge n. 94 del 2009, è frutto di una mancata ricostruzione sistematica del quadro normativo vigente. Da una siffatta ricostruzione il rimettente avrebbe potuto trarre elementi per pervenire ad una interpretazione costituzionalmente orientata, tale da escludere il dubbio di legittimità proposto nell'atto introduttivo del presente giudizio. Viceversa, il giudice a quo è giunto a conclusioni negative, circa la possibilità di una interpretazione adeguatrice, perché si è fermato alla considerazione della sola disposizione censurata, isolandola dal contesto dell'ordinamento penitenziario, quale risulta dalle modificazioni normative succedutesi negli anni, anche in seguito alle pronunce di questa Corte. 2.2.