[pronunce]

- Le eccezioni di irricevibilità dell'atto introduttivo del giudizio e di inammissibilità del conflitto, sollevate dalla difesa della Camera, non sono fondate, come questa Corte ha già deciso con le sentenze nn. 420, 321, 320, 58, 56, 11 e 10 del 2000; né, al riguardo, sono state prospettate nuove argomentazioni che inducano ad un loro riesame. Quanto alla doglianza relativa alla omessa esposizione delle ragioni costituzionali del conflitto - desumibile, secondo la resistente, dalla mancata indicazione delle norme costituzionali che regolano la materia -, tali ragioni sono sintetizzate nel riferimento ai presupposti di applicabilità dell'art. 68, primo comma, Cost., contenuto nel dispositivo dell'ordinanza della Corte ricorrente. L'art. 68 della Costituzione è infatti norma deputata a definire e a limitare le rispettive sfere della prerogativa parlamentare e della giurisdizione, per cui ogni illegittima estensione dell'una si risolve automaticamente in una lesione dell'ambito dell'altra; il richiamo alla citata disposizione consente quindi di ritenere adempiuto l'onere di indicare i principi costituzionali che regolano la materia (v. sentenza n. 320 del 2000). Infine, circa l'eccezione relativa alla mancanza, nel dispositivo, della richiesta di una pronuncia che dichiari che non spetta alla Camera la valutazione contenuta nella delibera impugnata e che annulli l'atto invasivo, tali requisiti sono implicitamente desumibili sia dal contesto complessivo dell'ordinanza, sia dallo stesso dispositivo, nel quale la Corte ricorrente dichiara di sollevare "conflitto di attribuzione in ordine al corretto uso del potere di decidere con riferimento alla ricorrenza dei presupposti di applicabilità dell'art. 68, primo comma, della Costituzione, come esercitato dalla Camera dei deputati con delibere del 16 marzo 1999". 3. - Nel merito il ricorso è fondato. La Corte è chiamata ad accertare se le manifestazioni verbali e i comportamenti materiali tenuti in occasione di una perquisizione nella sede di un partito politico, e qualificati dall'Autorità giudiziaria come oltraggio e resistenza a pubblico ufficiale, oggetto delle deliberazioni d'insindacabilità cui si riferisce il presente conflitto, siano "identificabili come espressione di attività parlamentari" (sentenze nn. 321, 320, 58, 11 e 10 del 2000) e siano quindi assistiti dalla prerogativa di cui all'art. 68, primo comma, Cost. Presupposto delle attività coperte dalla prerogativa parlamentare è la riconducibilità delle opinioni espresse all'esercizio delle attribuzioni proprie del parlamentare (sentenze n. 329 del 1999, 289 del 1998, 375 del 1997); riconducibilità che va intesa non come "semplice collegamento di argomento o di contesto fra attività parlamentare e dichiarazione, ma come identificabilità della dichiarazione stessa quale espressione di attività parlamentare" (v. sentenze n. 58, 11 e 10 del 2000, nonché sentenze nn. 320 e 321 del 2000), cioè quale sostanziale corrispondenza di contenuti tra le dichiarazioni e l'atto parlamentare tipico. Ebbene, nelle espressioni ("fascisti", "mafiosi", "Pinochet") indirizzate dai deputati agli ufficiali e agenti di pubblica sicurezza che stavano eseguendo la perquisizione non è dato riscontrare alcun collegamento con l'esercizio delle funzioni proprie del parlamentare né, tantomeno, alcuna corrispondenza sostanziale con atti parlamentari tipici svolti nell'esercizio di tali funzioni. La prerogativa parlamentare non può infatti essere estesa sino a comprendere gli insulti - di cui è comunque discutibile la qualificazione come opinioni - solo perché collegati con le "battaglie" condotte da esponenti parlamentari in favore delle loro tesi politiche; così argomentando, il nesso funzionale, lungi dal tradursi in una corrispondenza tra espressioni verbali e atti parlamentari tipici, si risolverebbe in un generico collegamento con un contesto politico indeterminabile, del tutto avulso dall'esercizio di funzioni parlamentari suscettibili di essere concretamente individuate. A maggior ragione la prerogativa parlamentare di cui all'art.68 della Costituzione non può essere riferita ai comportamenti materiali che sono stati qualificati come resistenza a pubblico ufficiale. L'art. 68, primo comma, della Costituzione si riferisce unicamente alle "opinioni espresse" e ai "voti dati" dai membri del Parlamento nell'esercizio delle loro funzioni, mentre gli atti di resistenza e di violenza descritti nel capo di imputazione riprodotto nell'ordinanza della Corte di appello ricorrente non sono in alcun modo qualificabili come tali. Adottando le deliberazioni di insindacabilità in oggetto, la Camera dei deputati ha perciò interferito illegittimamente con le attribuzioni dell'Autorità giudiziaria; di conseguenza deve essere disposto l'annullamento delle deliberazioni oggetto di impugnativa.. per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE Dichiara che non spetta alla Camera dei deputati deliberare che i fatti per i quali è in corso avanti alla Corte di appello di Milano procedimento penale nei confronti dei deputati Roberto Maroni, Umberto Bossi, Davide Carlo Caparini, Piergiorgio Martinelli e Roberto Calderoli per i reati di oltraggio e di resistenza a pubblico ufficiale, e del deputato Mario Borghezio per il reato di oltraggio, concernono opinioni espresse nell'esercizio delle loro funzioni a norma dell'art. 68, primo comma, della Costituzione ; Annulla, per l'effetto, le deliberazioni di insindacabilità adottate dalla Camera dei deputati nella seduta del 16 marzo 1999. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 9 maggio 2001. Il Presidente: Ruperto Il redattore: Neppi modona Il cancelliere: Di Paola Depositata in cancelleria il 17 maggio 2001. Il direttore della cancelleria: Di Paola