[pronunce]

SENTENZA ha pronunciato la seguentenel giudizio per conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato sorto a seguito della delibera della Camera dei deputati del 18 marzo 1998 relativa alla insindacabilità delle opinioni espresse dall'on. Vittorio Sgarbi nei confronti della prof.ssa Loredana Olivato, promosso con ricorso del Tribunale di Roma, notificato il 21 dicembre 2001, depositato in Cancelleria il 9 gennaio 2002 ed iscritto al n. 1 del registro conflitti 2002. Visto l'atto di costituzione della Camera dei deputati; udito nell'udienza pubblica del 21 maggio 2002 il Giudice relatore Giovanni Maria Flick; udito l'avv. Massimo Luciani per la Camera dei deputati.. Ritenuto in fatto Considerato in diritto 1. Il Tribunale di Roma, con ricorso depositato il 15 febbraio 2001, ha sollevato conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato nei confronti della Camera dei deputati, in relazione alla deliberazione assunta dall'Assemblea in data 18 marzo 1998 (doc. IV-ter, n. 37/A), nel corso di un giudizio civile promosso da Loredana Olivato contro il deputato Vittorio Sgarbi e la R.T.I. - Reti Televisive Italiane s.p.a. Tale giudizio ha ad oggetto il risarcimento del danno per il pregiudizio arrecato dal deputato Sgarbi all'onore ed alla reputazione della Olivato, con «affermazioni gravemente offensive e diffamatorie», relative «alla prova di esame per l'ammissione ai ruoli di professore universitario in storia dell'arte da egli stesso sostenuta nell'anno 1990, ed al ruolo svolto al riguardo dal membro della commissione prof.ssa Olivato». Le affermazioni in questione sono state rese dal predetto deputato nel corso delle trasmissioni televisive “Sgarbi quotidiani”, della rete “Canale 5” nei giorni 12 e 19 novembre 1994, nonché 9 febbraio e 14 marzo 1995; con la deliberazione in questione é stato dichiarato che le espressioni pronunciate dal deputato Sgarbi, nel corso di dette trasmissioni televisive, rientrano nell'ambito di immunità previsto dall'art. 68, primo comma, della Costituzione. Il Tribunale, dopo aver ampiamente evidenziato - riproducendone diffusi stralci - il contenuto delle dichiarazioni oggetto della delibera di insindacabilità, adottata dall'Assemblea «in difformità dalle valutazioni espresse dalla Giunta per le autorizzazioni a procedere», ha sottolineato, anzitutto, come la condotta del parlamentare, al fine di poter godere della prerogativa della irresponsabilità, debba esprimersi necessariamente «attraverso opinioni correlate alla funzione svolta». Ad avviso del ricorrente, fuori di tale ambito, «l'unica garanzia invocabile è quella della libera manifestazione del pensiero, che l'art. 21 Cost. assicura a tutti i consociati»: sicché, è soltanto il nesso di strumentalità «che intercorre rispetto all'ufficio ricoperto» a ricondurre l'opinione alla funzione e non già il suo, maggiore o minore,«tasso di politicità». Peraltro - prosegue il ricorrente - l'equilibrio tra autonomia parlamentare e principio di legalità-giurisdizione richiede che il sacrificio dell'onore della persona «sia indispensabile per soddisfare il valore antagonista» del libero svolgimento della attività parlamentare; e un tale bilanciamento postula «non solo l'essenzialità della condotta ai fini dell'esercizio della funzione», ma anche «quella contenutezza e misura che renda minima l'offesa al bene sacrificato». Il ricorrente richiama l'orientamento della giurisprudenza costituzionale (sentenze n. 10 e 11 del 2000, n. 329 e 417 del 1999, n. 289 del 1998 e n. 375 del 1997), secondo il quale la prerogativa della insindacabilità «non copre tutte le opinioni espresse dal parlamentare, ma solo quelle legate da “nesso funzionale” con le attività svolte “nella qualità” di membro delle Camere»: così da non potersi riconoscere tale nesso nel «semplice collegamento di argomento o di contesto tra attività parlamentare e dichiarazione, ma come identificabilità della dichiarazione stessa quale espressione di attività parlamentare». Il Tribunale reputa che «nella specie siano assolutamente carenti i profili esposti»; pertanto, a suo avviso, non può essere condivisa la delibera di insindacabilità, dovendosi ritenere che «le affermazioni rese dal deputato Sgarbi non abbiano contenuto politico-parlamentare e non possano quindi essere ricomprese nella previsione» dell'art. 68, primo comma, della Costituzione. Secondo il ricorrente, ciò deve dirsi ancor più perché quelle affermazioni sono state «rese nel corso di una trasmissione televisiva da persona che, pur essendo rivestita all'epoca di incarichi di rappresentanza popolare, non aveva nella veste indicata alcuna funzione politico-parlamentare». Tale, del resto - si evidenzia ancora nel ricorso - risulta essere stata anche la valutazione espressa dalla stessa Giunta per le autorizzazioni a procedere, con decisione presa all'unanimità il 6 agosto 1996, nella quale si pone in risalto, tra l'altro: che il deputato Sgarbi, nell'occasione, «non svolgeva la sua funzione parlamentare sub specie di attività connessa, ma esercitava una attività professionale di conduttore ed opinionista televisivo»; che le affermazioni rese «esprimono null'altro che dileggio, insulto gratuito, ingiuria»; che la relativa «vicenda ha connotazioni di esclusiva rilevanza personale, giacchè trae origine da avvenimenti per nulla connessi alla funzione parlamentare del deputato Sgarbi, ma relativi alla vita privata dello stesso, in tal guisa dovendosi ritenere la sua partecipazione ad una procedura concorsuale predisposta per il conseguimento dell'idoneità dei partecipanti all'insegnamento universitario». Il Tribunale ricorrente sostiene dunque, conclusivamente, «che la deliberazione assunta il 18 marzo 1998 dalla Camera di appartenenza non sia conforme all'ordinamento costituzionale (art. 68 Cost.) e debba quindi essere annullata». 2. Il conflitto è stato dichiarato ammissibile con ordinanza n. 391 del 2001. L'ordinanza è stata ritualmente notificata il 21 dicembre 2001 ed il conseguente deposito è stato eseguito il 9 gennaio 2002. 3. Con atto depositato il 10 gennaio 2002, la Camera dei deputati si è costituita nel giudizio deducendo l'inammissibilità del conflitto e comunque l'infondatezza delle pretese del ricorrente. Il conflitto sarebbe infatti inammissibile anzitutto perchè, mentre l'ordinanza n. 391 del 2001 di questa Corte aveva disposto la notificazione del ricorso con l'ordinanza stessa alla Camera in persona del suo Presidente, il ricorso era stato notificato al Presidente della Camera e non a quest'ultima (in persona del suo Presidente). La difesa della Camera osserva al riguardo che il Presidente è titolare di attribuzioni specifiche, le quali, pur derivando dalla titolarità della carica di Presidente della assemblea parlamentare, non si esauriscono in essa; sicché - deduce la resistente - la notificazione del ricorso per conflitto al Presidente della Camera dei deputati non equivale alla notificazione del ricorso alla Camera medesima in persona del suo Presidente.