[pronunce]

l'ipotesi di un'abrogazione tacita del r.d. n. 800 del 1923 sarebbe, infatti, esclusa dalla circostanza della mancata emanazione di «norme successive regolanti la medesima materia e incompatibili con esso» e, invece, «la salvaguardia» di detto decreto risulterebbe, piuttosto, «imposta dal principio di cui all'art. 14, comma 14, lettera c), della l. 246/05» a tutela di «diritti costituzionali fondamentali», la cui lesione costituirebbe, «per l'intera popolazione provinciale (a prescindere dal gruppo linguistico di appartenenza)», «quantomeno, un insormontabile ostacolo alla libertà di movimento»; 3) anche il terzo motivo di ricorso sarebbe infondato: nella prospettiva, sostenuta dalla ricorrente, secondo cui ogni intervento normativo in materia di denominazione dei comuni altoatesini dovrebbe seguire, ai sensi dell'art. 107 dello statuto, le procedure ivi previste, risulterebbe, infatti, illegittima anche l'abrogazione del r.d. n. 800 del 1923 disposta dalla legge di conversione del d.l. n. 200 del 2008 al di fuori di quelle procedure. D'altra parte, il decreto legislativo impugnato «non ha introdotto alcuna innovazione nella disciplina della toponomastica provinciale»: limitandosi ad impedire che il r.d. n. 800 del 1923 «perdesse vigore», ha lasciato, invece, che questo, per l'appunto, rimanesse «ininterrottamente in vigore», costituendo «la sola fonte normativa regolante la materia»; 4) parimenti infondato sarebbe il quarto motivo di ricorso, secondo il quale, sul presupposto della competenza esclusiva della Provincia nella materia de qua, risulterebbe illegittima qualsiasi legge dello Stato che intendesse disciplinarla. Disponendosi soltanto che il r.d. n. 800 del 1923 (rispetto alla cui adozione è indubbio che sussistesse la competenza dello Stato) «permanesse in vigore senza soluzione di continuità» o restasse escluso dall'abrogazione, non si sarebbe introdotta «alcuna nuova disciplina inerente alla denominazione dei comuni» né, in assenza di un obbligo costituzionale di abrogazione, si sarebbe provocata alcuna lesione nella sfera di competenza della Provincia. 3. - In prossimità dell'udienza, la ricorrente ha presentato una memoria per insistere nella richiesta di una pronuncia caducatoria, ribadendo gli argomenti esposti per sostenere che «la reintroduzione», attraverso le disposizioni impugnate, del r.d. n. 800 del 1923 «significa l'introduzione nell'ordinamento di una serie di prescrizioni lesive delle prerogative riconosciute alla Provincia autonoma di Bolzano per la presenza di minoranze linguistiche sul suo territorio e a tutela delle stesse nonché dei specifici vincoli in tema di uso della lingua tedesca e ladina e comprime le competenze provinciali in materia di toponomastica». Diversamente da quanto eccepito dall'Avvocatura, l'abrogazione del r.d. n. 800 del 1923 sarebbe, infatti, stata disposta «ovvero confermata» già con l'art. 2, comma 1, del d.l. n. 200 del 2008 a decorrere dal 16 dicembre 2009 e la sottrazione all'effetto abrogativo sarebbe stata ottenuta proprio con l'entrata in vigore, il giorno precedente, del decreto legislativo n. 179 del 2009 munito della "clausola d'urgenza". Quanto all'argomento secondo cui la «persistente vigenza» del r.d. n. 800 del 1923 discenderebbe dall'art. 105 dello statuto speciale, la Provincia osserva, in replica, che l'applicazione, in materia, delle leggi dello Stato «non significa e non può significare che si debba mantenere in vigore un decreto con il quale è stata identificata una nomenclatura esclusivamente italiana per tutte le denominazioni tedesche, di conseguenza vietate, salve rare eccezioni» (e pertanto non «idonea a garantire i diritti di entrambi i gruppi linguistici», «in evidente contrasto» anche con l'art. 3 Cost.): dovendosi piuttosto detta applicazione potersi riferire alle «sole regole procedurali per l'individuazione» dei toponimi «sulla base di studi storico-linguistici» e non a quelle che in un dato momento ne abbiano imposto un uso determinato. Il richiamo al solo art. 105 dello statuto sarebbe, del resto, «fuori luogo», «data la marea di fonti normative da cui discende la disciplina delle denominazioni». E, in ogni caso, l'unico strumento disponibile «per introdurre ovvero reintrodurre normative in materia di toponomastica» sarebbe stata la procedura, in altre occasioni attivata, di cui all'art. 107 dello statuto speciale, che prevede, in linea con il principio di leale collaborazione, istituti di cooperazione paritaria quali la Commissione paritetica, per l'emanazione di speciali norme come quelle di attuazione dello statuto. Quanto al denunciato vizio di eccesso di delega, in riferimento all'art. 76 Cost., la Provincia sottolinea di aver con ciò lamentato, come indicato da costante giurisprudenza costituzionale, la lesione di proprie competenze, che «la reviviscenza» del r.d. n. 800 del 1923 violerebbe. D'altra parte, «tale decreto non poteva essere mantenuto in vigore», e andava invece considerato «obsoleto e, quindi, abrogato tacitamente» in base ai princìpi di cui alla stessa legge di delega, tenuto conto della opposta volontà espressa dal legislatore ordinario «appena dieci mesi prima dell'entrata in vigore del decreto legislativo n. 179 del 2009» (e che, perciò, risulterebbe innovativo nella disciplina della materia). Né l'abrogazione del r.d. n. 800 del 1923 avrebbe potuto tradursi, come eccepito dall'Avvocatura, «nella lesione di diritti costituzionali fondamentali per la popolazione provinciale», dal momento che detto decreto «non può assolutamente considerarsi normativa sulla toponomastica, essendo la procedura per denominare i luoghi prevista da ben altre norme». Nel vigente sistema, infatti, al legislatore regionale spetterebbe la competenza «per le denominazioni dei Comuni e per le modifiche alle denominazioni preesistenti» ed a quello provinciale quella «per la rimanente toponomastica locale», «con la conseguenza che il legislatore statale non può intervenire sulla materia»: ciò che, invece, sarebbe avvenuto proprio «facendo rivivere il r.d. 800/1923». 4. - Anche il Presidente del Consiglio dei ministri ha, in prossimità dell'udienza, presentato una memoria per insistere nella richiesta di una declaratoria di inammissibilità o di non fondatezza della questione promossa. L'inammissibilità riguarderebbe il profilo relativo alla denominazione dei Comuni, la cui competenza esclusiva, ai sensi dell'art. 7 dello statuto speciale, risulta attribuita alla Regione Trentino-Alto Adige/Südtirol e non a quella della Provincia autonoma di Bolzano, competente, invece, in base all'art. 8, n. 2, dello statuto medesimo, in materia di toponomastica locale (si richiama, al riguardo, la sentenza di questa Corte n. 28 del 1964). La non fondatezza riguarderebbe la questione anche se limitata alle denominazioni di luogo diverse da quelle dei Comuni.