[pronunce]

Inoltre, sotto il profilo storico, la previsione si ricollegherebbe al testo originario dell'art. 121, secondo comma, della Costituzione, il quale attribuiva ai Consigli regionali la potestà regolamentare, diversamente da quanto stabilito per il Parlamento, con previsione che, alla luce dei lavori dell'Assemblea costituente, avrebbe dovuto essere interpretata come attributiva al Consiglio regionale della potestà regolamentare esclusivamente in riferimento all'attuazione delle leggi statali (tesi peraltro disattesa nella legislazione e nella prassi). Pertanto, ad avviso della Regione Calabria, la scelta realizzata con lo statuto sarebbe in "armonia con lo spirito del Costituente", apparendo opportuno che la delicata potestà in esame sia gestita dall'organo rappresentativo del corpo elettorale, che fungerebbe "da longa manus del legislatore nazionale". In contrario, secondo la resistente, non rileverebbe la circostanza che, dopo l'entrata in vigore della legge cost. n. 1 del 1999, la Presidenza del Consiglio dei ministri-Dipartimento affari regionali, con parere reso il 15 marzo 2000, abbia ritenuto riservato alla Giunta regionale il potere regolamentare, nonché ricordare che il Governo ha disposto il rinvio delle delibere legislative regionali, che continuavano ad attribuire detto potere ai Consigli regionali. Infatti, la posizione assunta dal Governo non riguardava il tipo di regolamenti qui in esame, "trattandosi di una tipologia all'epoca sconosciuta", in quanto non era ancora entrata in vigore la legge cost. n. 3 del 2001 che ha previsto, al sesto comma dell'art. 117 della Costituzione, la facoltà dello Stato di delegare alle Regioni la potestà regolamentare nelle materie di legislazione esclusiva statale. Da altro punto di vista, gli argomenti dell'Avvocatura sarebbero da rigettare in considerazione della tesi - sostenuta anche da parte della dottrina - secondo la quale la legge cost. n. 1 del 1999, modificando il testo del secondo comma dell'articolo 121, della Costituzione, avrebbe attribuito agli statuti regionali la facoltà di scegliere l'organo o gli organi cui attribuire la potestà regolamentare. In tal senso deporrebbero il "significativo silenzio sul punto della disposizione costituzionale" (art. 121, secondo comma, della Costituzione), la considerazione che spetta comunque al Consiglio regionale la fissazione dei confini tra la disciplina legislativa e la disciplina regolamentare, nonché un significativo obiter dictum contenuto nell'ordinanza di questa Corte n. 87 del 2001. 10. - La resistente contesta poi le censure riferite all'art. 38, comma 1, lettera a) ed e), anzitutto ricordando che questa Corte, con la sentenza n. 196 del 2003, ha precisato che "la disciplina statutaria, cui è demandata la definizione della forma di governo regionale, condiziona inevitabilmente, in parte, il sistema elettorale per l'elezione del Consiglio". Il principio sarebbe confortato dalla considerazione dottrinale secondo la quale il sistema elettorale sarebbe una delle principali variabili della forma di governo, sicché apparirebbe "del tutto fisiologica" - dunque pienamente ammissibile - non solo "un'interferenza", ma addirittura "una vera e propria interposizione statutaria tra la normativa di principio statale (espressamente stabilita o desumibile) e la normativa di dettaglio regionale" in materia elettorale. In particolare, il modello di forma di governo scelto dalla Regione Calabria avrebbe quali corollari alcune scelte di fondo in tema di sistema elettorale; tra queste, il premio di maggioranza, necessario a garantire la stabilità di governo, nel rispetto del principio di rappresentanza delle minoranze, tutelato dalla previsione della elezione su base proporzionale, risultando inoltre garantita statutariamente la piena libertà di voto dell'elettore, grazie al voto di preferenza. D'altronde, queste opzioni non inciderebbero sul libero esplicarsi della legge regionale e sui poteri del Consiglio, dato che residuerebbero alla legge regionale ambiti di scelta di non poco conto. In ogni caso, secondo la resistente, l'art. 38, lettera e), non violerebbe il principio della "riserva di legge regionale", né limiterebbe i poteri del Consiglio o contrasterebbe con i principi della legge statale, in quanto si limiterebbe a riprodurre il contenuto dell'art. 122, primo comma, della Costituzione. Ancora, l'art. 38, comma 1, lettere a) ed e), non potrebbe essere ritenuto lesivo del "principio di democrazia diretta", in quanto spetterebbe allo statuto disciplinare l'iniziativa popolare referendaria, come prescritto dall'art. 123, primo comma, della Costituzione, non rilevando in senso inverso che le relative norme siano sottratte al referendum abrogativo; ciò in quanto esse resterebbero comunque suscettibili di essere sottoposte a referendum consultivo. Inoltre, nella medesima direzione deporrebbe la circostanza secondo la quale sarebbe comunque garantita la facoltà dei cittadini di esprimersi sul contenuto dello statuto per mezzo del referendum confermativo ex art. 123, terzo comma, della Costituzione. 11. - In riferimento alla censura concernente l'art. 50, la Regione Calabria - pur ammettendo che "sicuramente la disciplina sostanziale del rapporto di lavoro, quella contenuta nelle leggi civili, può essere attratta alla competenza legislativa dello Stato nell'ambito della materia 'ordinamento civile'" - osserva peraltro che a tale materia non potrebbero essere ricondotte le procedure e le modalità della contrattazione collettiva, da ritenersi riservate all'autonomia degli enti. In ogni caso - nota la resistente - già oggi parte della contrattazione collettiva si svolgerebbe in sede regionale ed in ambito locale. La norma statutaria si limiterebbe a richiamare questa realtà: e cioè che la Regione disciplina con propri provvedimenti normativi il regime contrattuale dei dirigenti, ovviamente per la parte di propria competenza. In relazione al documento della Conferenza dei Presidenti delle Regioni e delle Province autonome del 21 marzo 2002, citato dall'Avvocatura, la Regione evidenzia che lo stesso preciserebbe che all'interno della disciplina del rapporto di lavoro pubblico sono compresi profili ancora oggi disciplinati in regime pubblicistico e, quindi, di competenza esclusiva delle Regioni (inerendo all'ordinamento ed all'organizzazione amministrativa delle Regioni). 12. - Quanto alle censure concernenti l'art. 51 dello statuto, ad avviso della resistente esso recherebbe una disciplina tale da costituire "essenzialmente una ripetizione del dettato costituzionale", in quanto i primi quattro commi dell'articolo 51 riprodurrebbero quasi fedelmente le disposizioni dell'art. 119, della Costituzione, limitandosi, per alcune di esse, "a svolgerne i contenuti". Ciò varrebbe per il comma 2 dell'art. 51, il quale stabilisce che la Regione deve esercitare con la legge la propria competenza in materia di applicazione di entrate e tributi propri, specificando i contenuti di questa competenza; per il comma 3, lettera b), che prevede il coinvolgimento della Regione nel procedimento di definizione, da parte dello Stato, dell'entità e delle modalità di distribuzione del fondo perequativo; per il comma 5, che riproduce l'art. 120, primo comma, della Costituzione.