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Positiva la proroga dei contratti oltre i trentasei mesi per il personale assunto a tempo determinato, ma, a parte il fatto che quel personale è largamente insufficiente rispetto all'immane compito da svolgere (vagliare e licenziare decine di migliaia di pratiche), i contratti in questione scadranno a metà del prossimo anno e l'unica soluzione individuata è stata quella di prevederne di nuovi attraverso le agenzie interinali. Meglio sarebbe stato, dal nostro punto di vista, avviare un confronto serio con l'Unione europea, perché non crediamo sia impossibile spiegare che, nell'arco di tre anni, non è ragionevole che la ricostruzione dell'Italia centrale si completi e che, quindi, è dissennato sperperare questo patrimonio di conoscenza e professionalità creando nuovi contratti, anziché rinnovando quelli in essere. Male, molto male che non si sia accettato di semplificare il codice dei contratti pubblici in merito agli affidamenti sotto soglia comunitaria, che avrebbe consentito l'avvio dei lavori attraverso procedure negoziate con aziende estratte dall'elenco delle prefetture. L'obiettivo, pertanto, sarebbe stato quello di sbloccare milioni di euro fermi, in coerenza con principi ovviamente condivisibili come quelli di trasparenza e legalità. Mancano inoltre le procedure per il controllo dello stato di avanzamento dei lavori e il pagamento alle imprese (quelle stesse imprese che, soprattutto le più piccole, non riescono a farsi pagare per i pochi lavori già avviati). Ma soprattutto, a nostro avviso, manca l'introduzione della Zona economica speciale, che sarebbe stato l'unico vero provvedimento in grado di dare una prospettiva di futuro a famiglie e ad aziende, altrimenti condannate a vivere in un territorio desertificato economicamente e fatalmente destinato allo spopolamento. La verità, colleghi, è che, negli oltre tre anni e mezzo trascorsi dalla prima scossa, non è stato fatto nulla di significativo per dare un futuro alle quasi 50.000 famiglie che tuttora vivono fuori dalle loro case, lontane dalle proprie radici e dalle proprie attività economiche, e ai 600.000 italiani che vivono all'interno del cratere e risiedono nei 140 Comuni interessati. Si dice che siano Comuni a rischio di spopolamento. Non è un rischio, non dobbiamo essere ipocriti e non possiamo nasconderci la realtà: è una certezza, lo spopolamento; è una certezza a livello nazionale. Il fenomeno è noto da anni, ma è evidente che, in Comuni terremotati che non hanno alcuna prospettiva di futuro, lo spopolamento sarà un fenomeno col quale dovremo fare fatalmente i conti. Non si tratta solo del destino di decine di migliaia di famiglie - e già questo sarebbe sufficiente - bensì di uno sfregio all'identità nazionale: l'Italia è il Paese dei piccoli Comuni, dei borghi storici, delle aree interne; questo è l'elemento identitario. Il periodo più glorioso della nostra storia Patria fu quello delle municipalità cittadine. I piccoli Comuni che si spopolano rappresentano l'Italia che muore. Il problema non sono i piccoli Comuni, ma la Nazione. E non possiamo rassegnarci a tutto questo, anche perché questo vorrebbe dire un'ulteriore esposizione del nostro Paese al rischio frane, valanghe, esondazioni. È infatti evidente che un territorio privo della presenza umana è fatalmente destinato a disfarsi. Colleghi, uno Stato degno di questo nome non abbandona al proprio destino centinaia di migliaia di cittadini che hanno avuto la sola colpa di essere colpiti da una disgrazia. Sinceramente mi chiedo se questo Governo e questa maggioranza si rendano conto del fatto che uno Stato latitante su una questione così viva e così vivamente simbolica sia uno Stato che tradisce il contratto sociale, quel patto implicito tra cittadini ed istituzioni in ragione del quale i cittadini rinunciano a parte delle proprie libertà e al proprio arbitrio in cambio di protezione. Se la protezione viene meno, se lo Stato denuncia quel patto, la fiducia nelle istituzioni scompare e ad essere delegittimati siamo tutti noi. La soluzione, a nostro avviso, sarebbe stata semplice ma drastica: un cambio di paradigma culturale. Sarebbe necessario passare dalla logica del sospetto al principio di responsabilità, dall'approccio burocratico ordinario all'intervento eccezionale e straordinario, come eccezionale e straordinario è un terremoto. Se aveste applicato questi banali ed evidenti princìpi di buon senso liberale, avremmo potuto condividere sia il metodo che il merito di questo decreto-legge. Non lo avete fatto perché quelle norme giacobine che avreste dovuto confutare le avete scritte voi stessi. È stato un peccato perché è indice di scarsa sensibilità alle esigenze reali del Paese e di scarsa capacità autocritica; scarsa sensibilità che viene fuori anche dal fatto che ancora non è stato neanche valutata l'opportunità di scrivere un Testo unico per le emergenze e le ricostruzioni in un Paese fragile come il nostro, più di altri esposto al rischio di calamità naturali. Signor Presidente, la storia è la seguente: il Governo Renzi parlò molto di terremoto e non fece nulla; il Governo Gentiloni non parlò e non fece; ne parlarono molto i due leader di partito che poi andarono a costituire il successivo Governo, Luigi Di Maio e Matteo Salvini, ma quel Governo, il Conte I, si assestò perfettamente in una linea di continuità rispetto ai Governi del Partito Democratico che l'avevano preceduto. Il Governo Conte II qualcosa ha fatto: timidi passi nella direzione giusta, ma largamente insufficienti. Non possiamo rassegnarci a questa inerzia, ne va della nostra credibilità e del rispetto che dobbiamo ai tanti sindaci, terremotati a loro volta, che si sono caricati in spalla responsabilità non proprie, e in alcuni casi, come in quello del sindaco Nico Alemanno di Norcia, sono stati per questo perseguiti dalla magistratura. (Applausi dal Gruppo FIBP-UDC. Congratulazioni) . PRESIDENTE . Dichiaro aperta la discussione generale. È iscritta a parlare la senatrice Modena. Ne ha facoltà. MODENA (FIBP-UDC) . Signor Presidente, stiamo esaminando l'ennesimo provvedimento che mi fa ricordare l'espressione tipica, tra l'altro abbastanza umbra, «a tozzi e a bocconi». Infatti, le questioni relative al sisma del 2016 e a quelli successivi sono state affrontate a tozzi e a bocconi. Abbiamo discusso vari provvedimenti, peraltro sempre decreti‑legge, quindi sempre caratterizzati dall'urgenza, e i problemi sono stati evidenziati fin dall'inizio, per la semplicissima ragione che, purtroppo, il nostro Paese ha un'ampia esperienza in materia di sisma e di ricostruzione; tuttavia vi è stata molta sordità prima di riuscire a individuare le questioni e risolverle un pezzo per volta. Ancora oggi, ad esempio, vi sono pezzi mancanti. Era necessario risolvere alcune questioni peraltro evidenziate dai relatori di minoranza, che ritengo debbano essere sottolineate. In linea generale, riteniamo che non si stiano risolvendo le questioni attinenti allo spopolamento del territorio e all'emergenza specifica delle zone in cui ancora ci sono le macerie. Ma ancor più grave risulta il fatto che una serie di emendamenti continui a non essere presa in considerazione, per cui il lavoro fatto alla Camera non è stato integrato.