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Ecco, qualche attimo di paradiso è quello che Paolo Rossi ha regalato ad ognuno di noi, per sempre. (Applausi) . BARACHINI (FIBP-UDC) . Domando di parlare. PRESIDENTE. Ne ha facoltà. BARACHINI (FIBP-UDC) . Il suo sorriso, la maglia azzurra numero 20, le braccia alzate al cielo: è questa l'immagine che rimarrà per sempre con noi. Un grido di gioia: una, due, tre volte, tutte nella stessa partita contro il Brasile; poi, di nuovo, in finale, nella notte magica di Madrid, per trasformare la speranza in un sogno, l'attesa in un attimo unico e irripetibile. "PaoloRossi", tutto attaccato, come lo chiamavano i suoi tifosi, e soprattutto come lo chiamavano sottovoce gli avversari, che lo temevano come nessun altro. Un fisico gracile sin da piccolo, quando sognava di fare l'astronauta, non il calciatore, non un fenomeno di atletica, ma capace di una volontà e di una rapidità straordinaria che gli consentiva di anticipare le mosse degli altri. Il destino nel nome, un nome comune da "signor Rossi", appunto, diventato unico, orgoglio di un Paese e di una generazione. Il Paolo nazionale, il "Pablito mundial", che ci portò in pochi giorni dove nessuno avrebbe nemmeno osato immaginare, perché davanti c'erano i fenomeni, i predestinati: da una parte, avversari che sembravano imbattibili, dall'altra, i nostri ragazzi di Spagna 1982, con quel centravanti apparentemente fragile, in disparte, intimidito da una lunga squalifica, ma pronto a guidare quella che si sarebbe rivelata una riscossa collettiva. La riscossa di un Paese che usciva da lotte sociali, crisi economica, divisioni politiche, dall'insensata temperie del terrorismo. Dai suoi gol, dagli abbracci degli azzurri, dalle bandiere tricolore, dalle feste di piazza l'Italia ritrovò fiducia, ottimismo, la voglia di rialzare la testa e vincere tante sfide, conoscendo un momento di autentica, insperata e totale felicità. Quel momento indimenticabile che tutti noi ricordiamo; ricordiamo dove eravamo, ricordiamo vicino a chi eravamo, come ricordiamo la filastrocca della formazione: «Zoff, Gentile, Cabrini (...)». Le immagini di Spagna '82, senza nulla togliere agli altri nostri trionfi sportivi, restano quelle più familiari, perché accompagnate da quel sorriso semplice, fresco, che diceva tutto e univa il Paese, oltre le appartenenze, le rivalità, il tifo, le simpatie. Una prova corale di un gruppo così determinato e affiatato al punto di fare della maglia azzurra l'abito della festa di un Paese intero, che aveva voglia di uscire a gridare la gioia di una comunità ritrovata. Un regalo straordinario in quelle serate di giugno e luglio, un'epifania fuori stagione, il trionfo di un'Italia che si immedesimava in quella Nazionale e nell'esultanza senza freni del suo presidente della Repubblica, Sandro Pertini. Di quei sentimenti Paolo Rossi è stato l'artefice, come gli hanno riconosciuto gli stessi compagni, inseparabili in campo e nell'amicizia. Da quello spirito di squadra Paolo Rossi ha saputo tirar fuori le energie giuste, anche nei momenti di solitudine, quando sembravano venir meno certezze e solidarietà. Paolo, come amava ripetere nelle interviste, e come ha scritto nel libro sulla sua vita, si rivedeva spesso appoggiato ai bordi del Bernabeu, contento di vedere tutta quella gente felice e spensierata. Ha detto di aver voluto fortemente che quell'attimo non finisse più, che durasse per sempre; ma poi ha saputo risvegliarsi, spogliarsi del vestito del supereroe e tornare a essere un uomo normale, un padre, un marito, ritrovando la felicità e l'attaccamento alla vita, giorno dopo giorno, fino all'ultimo, anche nella malattia. Dal campione all'uomo, la stessa persona ispirata ai valori in cui Paolo ha sempre creduto, a cominciare dalla sua fede, mai esibita, coltivata nella sfera intima, lontano dai riflettori. Un fuoriclasse, mai un personaggio, come ha detto sabato mattina, durante i funerali, don Pierangelo; un uomo sensibile, un campione che si era rialzato dalle cadute e dagli infortuni e che ci ha dato una lezione di forza, dignità e amore anche negli ultimi giorni. Li abbiamo visti i nostri eroi dell'82, ognuno al suo posto, emozionarsi sabato mattina come in campo, con la commozione, lo spirito, la medesima voglia di essere una famiglia. A nome del Gruppo Forza Italia mi unisco con affetto al dolore dei familiari e degli amici tutti, con la commossa partecipazione del nostro Paese, che ha salutato un uomo vero, una persona aperta, leale, ironica, attaccata alle radici della sua Prato, ma capace di farsi figlio anche di altre città: Perugia, Torino, Milano, Verona e la sua patria sportiva, Vicenza. Alla moglie Federica, alle figlie Maria Vittoria e Sofia Elena, ad Alessandro e alla mamma Simonetta, il nostro più vivo ringraziamento per aver testimoniato uno stile, una vicinanza, un'unione che dovrebbero esserci di incoraggiamento, anche e soprattutto nella grande prova che stiamo affrontando come Paese, istituzioni e comunità civile, e che dovremo sostenere anche nelle settimane difficili che abbiamo davanti. Ricordandolo in quest'Aula di Palazzo Madama - credo di interpretare il sentimento generale - siamo certi di aver avuto in Paolo Rossi un campione di generosità autentica, coltivata nei valori che contano, che sono e devono essere il vanto della nostra Italia di ieri, di oggi e di domani. Paolo Rossi: una bandiera del nostro essere italiani. (Applausi). STEFANI (L-SP-PSd'Az) . Domando di parlare. PRESIDENTE. Ne ha facoltà. STEFANI (L-SP-PSd'Az) . Signor Presidente, ci stringiamo alla famiglia e a tutto lo sport (quello con la S minuscola) per la perdita del grande Paolo Rossi. Fin da giovanissimo rivelò un grande talento e giunse a Vicenza che sembrava un ragazzo per giocare nella squadra locale. Ammaliò e conquistò la nostra città con il suo sorriso e la sua semplicità. Paolo Rossi era un ragazzo normale, anche se di straordinario aveva tutto. Era il ragazzo che apparentemente tutti potevano essere: sorridente, fiducioso, generoso, serio negli allenamenti, umile anche di fronte ai grandi risultati, come ha dimostrato nel corso della sua brillante carriera e lontanissimo dai divismi che hanno trascinato molti sportivi. Vicenza ha sempre amato quel ragazzo, poi diventato campione e lui ha sempre amato Vicenza e qui ha tenuto contatti, amici e interessi, tanto da sceglierla come luogo dove celebrare l'ultimo solenne saluto. L'Italia di quei tempi stava cercando di lasciare alle spalle i periodi tormentati degli anni di piombo. Tutto stava rinascendo e, parimenti alla squadra del Vicenza, gol dopo gol, quel mondo ebbe un'accelerazione e tutto divenne possibile. Grazie a Paolo Rossi, il Lanerossi Vicenza salì dalla serie B alla A e poi, in un anno, fino al secondo posto, dietro la Juventus. Fu uno sbalorditivo riscatto calcistico che andò di pari passo con una provincia che in pochi anni si era imposta come capitale dell'oro.