[pronunce]

che nei giudizi relativi alle ordinanze iscritte al n. 554 del registro ordinanze del 2003 e ai numeri 19 e 324 del registro ordinanze del 2004 è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che le questioni siano dichiarate inammissibili e comunque infondate; che ad avviso dell'Avvocatura rientrerebbe infatti nella discrezionalità del legislatore «l'estensione o meno di una particolare disciplina, per di più speciale, […] in una determinata area giurisdizionale»; che, in ogni caso, l'esclusione del patteggiamento sarebbe «immediatamente desumibile dalla legge-delega», in quanto gli istituti individuati dall'art. 2 del decreto legislativo n. 274 del 2000, e segnatamente il patteggiamento, sono «estranei alla natura» del procedimento davanti al giudice di pace; che il rispetto del criterio della massima semplificazione, la vocazione conciliativa del giudice di pace, la modesta gravità dei fatti devoluti alla sua cognizione, nonché la natura delle relative sanzioni, comunque non detentive, hanno appunto indotto il legislatore a non prevedere riti alternativi «al di fuori dei meccanismi di improcedibilità per tenuità del fatto, nonché di estinzione del reato conseguente a condotte riparatorie e all'oblazione»; che il Giudice di pace di Conegliano, con ordinanze del 14 novembre 2003 (r.o. n. 668 del 2004) e del 21 novembre 2003 (r.o. n. 669 del 2004), ha sollevato, su eccezione della difesa, in riferimento agli artt. 3 e 24 Cost., questione di legittimità costituzionale dell'art. 2 del decreto legislativo n. 274 del 2000, sulla base di considerazioni sostanzialmente analoghe a quelle svolte nell'ordinanza n. 19 del registro ordinanze del 2004; che, infine, con ordinanza del 13 febbraio 2004 (r.o. n. 670 del 2004) il Giudice di pace di Conegliano ha sollevato, in riferimento all'art. 3 Cost., questione di legittimità costituzionale dell'art. 2 del decreto legislativo n. 274 del 2000, riproponendo le stesse argomentazioni svolte nelle ordinanze numeri 668 e 669 del registro ordinanze del 2004; che inoltre il giudice a quo, nel prendere in esame il reato di atti contrari alla pubblica decenza (art. 726 cod. pen.), per cui procede, rileva che tra tale fattispecie e quella di atti osceni (art. 527 cod. pen.) intercorre un rapporto di genere a specie, in quanto il delitto di atti osceni «offende più intensamente ed in modo più grave il pudore sessuale»; ciononostante, l'art. 44 del decreto legislativo 30 dicembre 1999, n. 507 (Depenalizzazione dei reati minori e riforma del sistema sanzionatorio), che ha depenalizzato l'ipotesi colposa disciplinata dal capoverso dell'art. 527 cod. pen. , ha mantenuto la punibilità, a titolo di colpa, per la fattispecie prevista dall'art. 726 cod. pen. ; che, alla luce di tali considerazioni, il giudice a quo solleva, su eccezione della difesa, in riferimento agli artt. 3 e 27 Cost., questione di legittimità costituzionale dell'art. 44 del decreto legislativo n. 507 del 1999 e degli artt. 1 e 7, comma 1, lettera c), della legge 25 giugno 1999, n. 205 (Delega al Governo per la depenalizzazione dei reati minori e modifiche del sistema penale e tributario), in relazione all'art. 726 cod. pen. (Atti contrari alla pubblica decenza), nella parte in cui non prevedono la depenalizzazione, «sotto il profilo della colpa», della contravvenzione descritta da tale norma; che, in particolare, l'art. 3 Cost. sarebbe violato per irragionevolezza e per disparità di trattamento, in quanto «se un soggetto commette atti indecenti (colposi) è punito con sanzione penale, mentre se commette atti osceni (colposi) va esente da pena»; che per gli stessi motivi sarebbero violati il principio di colpevolezza e la finalità rieducativa della pena (art. 27 Cost.). Considerato che tutti i rimettenti sollevano questione di legittimità costituzionale dell'art. 2 del decreto legislativo 28 agosto 2000, n. 274 (Disposizioni sulla competenza penale del giudice di pace, a norma dell'articolo 14 della legge 24 novembre 1999, n. 468), nella parte in cui non consente il ricorso ai riti alternativi e, in particolare, all'applicazione della pena su richiesta delle parti nel procedimento davanti al giudice di pace; che deve pertanto essere disposta la riunione dei relativi giudizi; che le questioni sono sollevate in riferimento all'art. 3 della Costituzione da tutti i rimettenti, in riferimento anche all'art. 24 Cost. nelle ordinanze numeri 19, 668 e 669 del registro ordinanze del 2004, e in riferimento altresì agli artt. 76 e 77 Cost. nelle ordinanze n. 554 del registro ordinanze del 2003 e n. 324 del registro ordinanze del 2004; che, quanto alla violazione dell'art. 3 Cost., i rimettenti in sostanza lamentano l'ingiustificata disparità di trattamento riservata agli autori dei reati di competenza del giudice di pace, per i quali soltanto è esclusa la possibilità di accedere al patteggiamento, nonché l'irragionevolezza di una disciplina che consente l'applicazione della pena su richiesta in relazione a reati di maggiore gravità, attribuiti alla competenza del tribunale o della corte d'assise, e la preclude, invece, per violazioni di minore gravità, di competenza del giudice di pace; che la lesione del principio di eguaglianza e l'irragionevolezza della disciplina sarebbero particolarmente evidenti quando, verificandosi ipotesi di connessione ai sensi dell'art. 6 del decreto legislativo n. 274 del 2000, reati di competenza del giudice di pace vengono ad essere giudicati dal giudice ordinario, con conseguente possibilità per l'imputato di patteggiare anche con riferimento a tali reati; che ad avviso del Giudice di pace di Vittorio Veneto e del Giudice di pace di Conegliano l'impossibilità di fruire del patteggiamento violerebbe altresì il diritto di difesa dell'imputato; che, in riferimento agli artt. 76 e 77 Cost., i Giudici di pace di Pavia e di Vittorio Veneto (r.o. n. 554 del 2003 e n. 324 del 2004) lamentano che, in assenza di un'espressa esclusione dei riti alternativi nella legge-delega, la scelta operata dal legislatore delegato non appare conforme ai principî ispiratori del procedimento davanti al giudice di pace e, soprattutto, al principio della massima semplificazione, posto che proprio il ricorso al patteggiamento contribuirebbe ad assicurare tale obiettivo;