[pronunce]

che in tal modo si perviene – afferma ancora il Tribunale – «ad una graduatoria rapportata alla medesima base percentuale (100), con la determinazione di un quoziente che rappresenta, per un verso, il valore proporzionale dell'apporto arrecato dai candidati di una lista in ambito collegiale per il conseguimento dei seggi conquistati dalla medesima lista su base provinciale, per altro verso il valore elettorale di ciascuna lista in ciascun collegio “relativizzato” con l'analogo “valore” collegiale delle altre liste»; che il “correttivo”, per il quale i seggi residui vengono attribuiti partendo dai collegi con popolazione legale meno numerosa, toglierebbe ogni significato alla omogeneizzazione dei risultati di ciascuna lista in ciascun collegio, penalizzando il migliore risultato elettorale e premiando, invece, un risultato deteriore, di tal ché viene ad essere irragionevolmente depotenziato il principio di maggiore rappresentatività (relativa), che deve presiedere all'assegnazione dei seggi; che il giudice rimettente non ignora che su analoga questione, sollevata dallo stesso Tribunale in altro giudizio, la Corte costituzionale si è già pronunciata con l'ordinanza n. 361 del 2004, dichiarando la manifesta inammissibilità della questione stessa; che, tuttavia, il Tribunale ritiene di dover riproporre la questione sulla base di «una più approfondita prospettazione», sottolineando che ben possono essere contemperate «le fondamentali esigenze di rispettare il valore proporzionale e di salvaguardare la rappresentanza territoriale», in quanto «l'elemento da cui va iniziato nell'assegnazione dei seggi è costituito dal miglior quoziente, in relazione, ovviamente, ad un duplice riferimento: un collegio ed una lista»; sicché «se vi è disponibilità di seggi nel collegio relativo a tale miglior quoziente, il seggio non potrà non essere assegnato alla lista che vanta tale quoziente», e si procederà, poi, «all'assegnazione dei seggi alle liste cui sono attribuiti quozienti immediatamente seguenti, via via decrescenti»; che, al contrario, la norma censurata introduce un criterio che provoca effetti distorsivi, e perciò essa viola – conclude il rimettente – sia il principio di uguaglianza, inteso come canone di coerenza e ragionevolezza imposto dall'art. 3 Cost. al legislatore, sia il precetto dell'art. 51, primo comma, Cost., il quale ribadisce il principio di uguaglianza per quanto concerne l'accesso ai pubblici uffici e alle cariche elettive; che si è ritualmente costituito nel giudizio di costituzionalità Francesco Concetto Calanna, controinteressato nel giudizio a quo, il quale ha chiesto che la questione di legittimità costituzionale sia dichiarata inammissibile, in quanto, così come formulata dal giudice rimettente, essa lascerebbe residuare, in caso di accoglimento, una normativa non autosufficiente, che richiederebbe un successivo intervento del legislatore in una materia (quale appunto quella elettorale) in cui l'esistenza di una normativa è costituzionalmente necessaria; che le operazioni di assegnazione dei seggi residui – per soddisfare sia l'esigenza della rappresentatività territoriale dell'eligendo Consiglio provinciale sia quella della rappresentatività politica dei risultati elettorali – debbono necessariamente avere inizio da un collegio determinato, che la legge impugnata individua in quello con popolazione legale meno numerosa; che l'eliminazione di siffatto criterio non consentirebbe l'applicazione della normativa residua, ben potendo accadere che in uno stesso collegio si concentrino i migliori risultati percentuali di un numero di liste superiore ai seggi assegnati in base alla popolazione residente, con la conseguenza che, in caso di saturazione del collegio, si dovrebbe assegnare il seggio nel primo collegio ancora capiente, e quindi nel collegio dove la lista non ha ottenuto il più elevato quoziente; che, peraltro, la questione è inammissibile sotto altro profilo, postulando essa il sindacato di una scelta di politica legislativa rimessa alla discrezionalità del legislatore, come dimostra la circostanza che, anteriormente alle modifiche introdotte dall'art. 14 della legge regionale n. 26 del 1993, la legge regionale n. 14 del 1969 prescriveva che si partisse dal collegio con popolazione più numerosa; che la questione, in subordine, sarebbe manifestamente infondata, in primo luogo, perché sono omogenei tra loro solo i quozienti riportati in ciascun collegio (e, quindi, delle varie liste che in esso competono), non anche quelli degli altri collegi; che, infatti, il quoziente ottenuto in un collegio più popoloso è solo apparentemente superiore, in quanto esso si ottiene moltiplicando la percentuale dei voti riportati dalla lista nel collegio per il numero dei seggi assegnati al medesimo collegio; che la ragionevolezza della soluzione prescelta dal legislatore regionale è dimostrata anche dalla circostanza che per l'elezione della Camera dei deputati l'art. 83, comma primo, n. 4, del d.P.R. 30 marzo 1957, n. 361 (Approvazione del testo unico delle leggi recanti norme per la elezione della Camera dei deputati), come modificato dall'art. 5 della legge 4 agosto 1993, n. 277 (Nuove norme per l'elezione della Camera dei deputati), prevede un sistema analogo di attribuzione dei seggi «a partire dalla circoscrizione di minore dimensione demografica»; che è intervenuto il Presidente della Regione siciliana, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, per chiedere che la questione sia dichiarata inammissibile per mancanza del requisito della incidentalità; che, comunque, la questione è manifestamente infondata in quanto la norma impugnata tende ad assicurare maggiore rappresentatività ai piccoli partiti che ottengono risultati più consistenti (in termini numerici) nei collegi più popolosi, in quanto i partiti maggiori conseguono i seggi residui nei collegi meno popolosi dai quali, secondo la legge, inizia l'assegnazione dei seggi residui; che, pertanto, il sistema elettorale delineato dalla legge regionale, pur se diverso da quello previsto dalla legge statale 25 marzo 1993, n. 81 (Elezione diretta del sindaco, del presidente della provincia, del consiglio comunale e del consiglio provinciale), porta a risultati non sostanzialmente difformi, sicché non può ritenersi che il legislatore regionale, nell'esercizio della potestà legislativa primaria in materia elettorale - giusta gli artt. 14 e 15 dello statuto della Regione siciliana (approvato con regio decreto legislativo 15 maggio 1946, n. 455, convertito nella legge costituzionale 26 febbraio 1948, n. 2) - abbia dettato norme irrazionali in violazione dell'art. 51 Cost. (Corte costituzionale, sentenza n. 108 del 1969); che è intervenuto, altresì, Giuseppe Lucchese, candidato non eletto al Consiglio della Provincia regionale di Messina, il quale aveva proposto analogo ricorso al TAR della Sicilia, fondato sull'identica questione di legittimità costituzionale, già dichiarata inammissibile dalla Corte costituzionale con l'ordinanza n. 361 del 2004.