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Ciò per la evidente ragione che gli ambiti di esercizio della libertà di insegnamento e della libertà progettuale si sono ampliati a dismisura a seguito del conferimento alle istituzioni scolastiche dell'autonomia (didattica, organizzativa, di sperimentazione ricerca e sviluppo e, sotto il profilo strumentale, negoziale e finanziaria) in attuazione dell'articolo 21 della citata legge di delega n. 59 del 1997. Di qui la necessità di ripensare il modello organizzativo della collegialità, tecnica e non tecnica, interna alle istituzioni scolastiche, proprio in rapporto alle finalità del servizio. Si rifletta sull'osservazione che segue. L'attività didattica organizzata -- nella sua complessità -- non può essere riconducibile soltanto all'attività di insegnamento disciplinare, svolta dai singoli docenti che, in quanto tali, non sono in grado di garantire, nella sua globalità, il servizio di educazione, formazione (anche professionale) e istruzione al quale il discente ha diritto. Una strategia di intervento, in materia, richiede sempre l'elaborazione di un piano programmatico, che ha valore di piano politico, per la definizione di un vero e proprio sistema di obiettivi da conseguire. Elaborazione che non può essere opera del singolo docente, ma opera comune di un corpo professionale che esprime, al riguardo, una propria soggettività istituzionale, in termini di soggettività propositiva e soggettività progettuale. In quanto i membri del corpo professionale docente, di cui è elemento organico il dirigente scolastico, sono funzionalmente legati da un medesimo scopo da conseguire, che è poi quello della destinazione di scopo della funzione (educare, formare e istruire), ne deriva che l'attività del corpus , trascendendo quella dei singoli membri, conferisce alla medesima attività un carattere di organicità, unitarietà ed esclusività, che sono, a ben vedere, la qualità primaria di ciascun Piano dell'offerta formativa. Piano, ancora, come forma specifica di politica scolastica nel territorio da parte di ciascuna istituzione scolastica. Nella scuola il detto corpo professionale si esprime attraverso l'attività di più organi collegiali costituenti modelli organizzativi di tipo funzionale. Nel vigente sistema di autonomia scolastica la collegialità costituisce snodo strategico, unitamente alla dirigenza scolastica, di tutta la riforma in quanto ad essa è demandato il compito politico, istituzionale e organizzativo di elaborare il Piano dell'offerta formativa, a seguito di una rilevata domanda di formazione, e dettare le linee direttrici della sua concreta realizzazione. Istituzione della vicedirigenza scolastica e individuazione delle altre figure professionali del personale docente, di cui al comma 16 dell'articolo 21 della legge di delega 15 marzo 1997, n. 59 È nell'articolo 21, comma 16, della legge di delega 15 marzo 1997, n. 59, la previsione della individuazione di nuove figure professionali del personale docente, a seguito del conferimento della qualifica dirigenziale ai capi di istituto. Norma, questa, fino ad oggi mai attuata. L'articolo 25, comma 5, del decreto legislativo n. 165 del 2001, stabilisce -- tra l'altro -- che: «Nello svolgimento delle proprie funzioni organizzative e amministrative il dirigente può avvalersi di docenti da lui individuati, ai quali possono essere delegati specifici compiti (...)». Soluzione, questa, che aggira completamente quanto contenuto dal citato articolo 21, comma 16, della legge n. 59 del 1997. Soluzione propria e tipica della vecchia scuola apparato, del tutto incoerente e riduttiva rispetto alle finalità del servizio. Individuare nuove figure professionali del personale docente significa, in buona sostanza, pensarle in modo del tutto coerente e adeguato con la qualità del servizio da erogare e con una preparazione di base specifica rispetto all'attività docente vera e propria. Il presente disegno di legge individua nella vicedirigenza scolastica una di tali nuove figure professionali, indicando pure le modalità di individuazione delle altre possibili figure. È rilevante la considerazione che detta vicedirigenza, nel tempo, possa e debba costituire risorsa fondamentale nel reclutamento della stessa dirigenza scolastica, assegnando agli appartenenti alla qualifica, una consistente riserva di posti nel relativo concorso. Quale ruolo delle rappresentanze sindacali unitarie (RSU) nella scuola di Stato Con l'entrata in vigore del decreto legislativo. 27 ottobre 2009, n.150, sono state ricondotte nell'ambito della legge materie e competenze che non attengono all'ambito privatistico della contrattualizzazione del rapporto di pubblico impiego, ma, al contrario attengono alle finalità istituzionali da conseguire e all'organizzazione dei pubblici uffici (la materia, per altro, è coperta da riserva di legge: articolo 1, comma 3, lettera q) , legge n. 59 del 1997). Il decreto legislativo n.150 del 2009 ha, così, effettuato una rilegificazione di materie e competenze che coinvolge anche la contrattazione integrativa di istituto, ex articolo 6 del CCNL del comparto scuola del 2006. Sul tema si sono pronunciati più giudici del lavoro di diversi tribunali, concordando sulla disapplicazione della normativa di che trattasi (Tribunale di Catanzaro - sezione lavoro - ordinanza del 22 marzo 2011; Tribunale di Messina - sezione lavoro - decreto 10 maggio 2011; Tribunale di Roma - sezione lavoro - decreto 22 giugno 2011; Tribunale di Venezia - sezione lavoro - decreto 11 marzo 2011, e altri). Di qui una necessaria riflessione. Si ritiene, allo stato attuale della normativa ed alla luce dei princìpi ispiratori del presente disegno di legge, che la presenza delle RSU nelle scuole di Stato debba essere ridefinita in sede di elaborazione del prossimo CCNL del comparto scuola. Un codice deontologico per la professione docente, dirigente e ispettiva tecnica nella scuola La costituzione di un servizio nazionale di istruzione, in rapporto alle finalità di esso, richiede pure, per come detto, un profondo ripensamento in ordine alla definizione di un nuovo assetto di status dei titolari della funzione docente (docenti, dirigenti e dirigenti tecnici). Di qui, pure, la necessità di riguardare la materia nella prospettiva di un codice deontologico della professione docente, dirigente e dirigente tecnica. Eccone il perché: a) la ricerca delle regole che devono essere a fondamento di un tale codice non può avere altra fonte originaria che la qualità e il valore del bene sociale verso la cui garanzia e tutela l'attività professionale è diretta (si veda, analogamente, il codice di deontologia medica); b) è nei fatti che nel nuovo sistema di autonomia della scuola il bene che l'ordinamento giuridico intende garantire e tutelare, in attuazione di precisi precetti costituzionali, sono i diritti inviolabili e gli altri diritti che fanno capo alla persona del discente nell'ambito dello stesso servizio. Talché tutti i poteri d'azione e gli spazi d'azione che l'ordinamento conferisce alla funzione docente come elementi costitutivi di essa, tra cui il diritto alla libertà di insegnamento, proprio in quanto irrinunciabili vanno riguardati nel loro dover essere nei confronti del bene, per come detto, da garantire e tutelare;