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Modifiche al codice civile e al codice di procedura civile in materia di affidamento condiviso dei figli e di mediazione familiare. Onorevoli Senatori. – Il crescente malessere legato alle problematiche familiari rende sempre più urgente un nuovo intervento sulla disciplina della separazione coniugale e dell'affidamento dei figli. In questo senso la società civile sta sollecitando da tempo il Parlamento, allo scopo di correggere le modalità di applicazione della legge 8 febbraio 2006, n. 54, e non a caso sia nella XVI che nella XVII legislatura era stato iniziato un percorso di riforma affidato alla Commissione Giustizia del Senato della Repubblica, portato avanti fino a un livello altamente evoluto di analisi attraverso numerosissime audizioni di esperti, rappresentativi di tutte le principali categorie interessate, con l'individuazione di un testo base da parte della relatrice, la presentazione di emendamenti e il voto sui medesimi. Tale impegnativa attività merita, dunque, di essere completata ed è ciò che intende fare il presente disegno di legge. Esso si fonda, come in precedenza, sull'osservazione della giurisprudenza che ha seguito la riforma del 2006, nonché sulle raccomandazioni della risoluzione n. 2079/2015 del Consiglio d'Europa – sull'uguaglianza e corresponsabilità genitoriale condivisa – e sulle successive prese di posizione della Società italiana di scienze forensi e della Società italiana di psicologia giuridica. Entrando nel merito, è noto che, a dispetto del costante avanzare nel mondo occidentale del principio della bigenitorialità, in Italia solo molto faticosamente, con un lavoro di quattro legislature, si è riusciti a far passare come forma privilegiata l'affidamento condiviso, inteso come partecipazione concreta di entrambi i genitori alla quotidianità dei figli e non come titolarità solo legale di diritti. Allo stesso modo, tuttavia, la sua concreta applicazione continua a incontrare sensibili ostacoli favoriti per alcuni aspetti dalla formulazione del testo, che in taluni passaggi sembra lasciare spazio a interpretazioni riduttive, per quanto non coerenti con la ratio legis . Si avverte, quindi, l'esigenza di una inequivocabile prescrittività resa necessaria dalla vera rivoluzione della scala delle priorità, che l'affidamento condiviso ha ribaltato, rispetto ai criteri adottati per decenni nei tribunali italiani, nei quali l'affidamento a un solo genitore era considerato come la forma da privilegiare, perché più adatta a limitare i danni che i figli subiscono dalla separazione dei genitori: adatta, in particolare, al contenimento della conflittualità, una delle principali condizioni per realizzare davvero l’«interesse del minore». Un concetto che i fautori dell'affidamento condiviso hanno fortemente contestato, ritenendo, al contrario, che fosse proprio l'affidamento esclusivo a non poter essere stabilito quando il conflitto è acceso, sia per la grave discriminazione che introduce tra le parti, ciascuna delle quali già tende a prevalere sull'altra, sia per la natura stessa dei suoi contenuti, prevedendo che le decisioni del quotidiano siano assunte dal genitore affidatario anche quando i figli si trovano presso l'altro: nulla di più adatto a creare rancori, anche dove non ve ne fossero. Il presente disegno di legge prende atto della totale incompatibilità tra i modelli mono e bigenitoriale e allo stesso tempo dell'inopportunità di mantenere l'attuale ambiguo e contraddittorio assetto, che opta per la soluzione bigenitoriale nella forma e per quella monogenitoriale nella sostanza, creando così le premesse per un contenzioso infinito tra i genitori. Constatata, dunque, l'impossibilità di una mediazione tecnica o politica e nella convinzione che sarebbe comunque controproducente tentare soluzioni ibride, si è optato, sotto tutti gli aspetti, per una soluzione concretamente e integralmente bigenitoriale. Nell'elaborazione del presente disegno di legge si è tenuto conto delle proposte di legge presentate nella XVI e XVII legislatura in entrambi i rami del Parlamento e, allo stesso tempo, delle novità introdotte dal decreto legislativo 28 dicembre 2013, n. 154. Passando a un'analisi puntuale dell'articolato, osserviamo che la lettera a) del comma 1 dell'articolo 1 intende mettere fine alla non circoscritta tendenza, già accennata, a concedere l'affidamento condiviso svuotandolo al contempo dei suoi essenziali requisiti, come il diritto del minore a un rapporto effettivamente equilibrato con entrambi i genitori, in modo che ciascuno di essi si impegni quanto l'altro nel fornirgli «cura» oltre che educazione e istruzione: condizioni che evidentemente non si realizzano se il figlio trascorre con uno di essi poco più di due fine settimana al mese o se nella sentenza si omette di stabilire per entrambi precisi compiti di accudimento. Si è, d'altra parte, introdotta una attenuazione – «per quanto possibile» – che va intesa, ovviamente, come dovuta alla necessità di considerare quei casi in cui condizioni di salute, allattamento o particolari impegni lavorativi dei genitori rendano materialmente impossibile una gestione paritaria; ma ciò non toglie che, ovunque realizzabile, questa debba essere assicurata al figlio. Per maggiore chiarezza, la legge non richiederà che un padre camionista o una madre assistente di volo lascino il lavoro per poter obbligatoriamente custodire i figli per metà tempo: queste situazioni rientreranno, ovviamente, tra quelle della «impossibilità materiale». Inoltre, si è inteso dare maggiore evidenza e più corretta collocazione al riferimento all’«interesse del minore». In realtà tutta la legge n. 54 del 2006 è mirata alla tutela di tale interesse; anzi, in un modo talmente pregnante da elevarne i contenuti principali a diritto. Il malvezzo interpretativo, che come visto ne è seguito, ha inteso legittimare la negazione di tali diritti, al di fuori delle previsioni dell'articolo 337- ter del codice civile, in nome del suo «interesse», valutato dal giudice con potere discrezionale assoluto. Adesso il riferimento all'interesse del minore si colloca al primo comma, dove del resto stava prima della riforma del 2006, eliminando l'ambiguità derivante dalla collocazione al secondo comma. Viene, inoltre, precisato come in pratica si realizza la tutela del rapporto con i due ambiti parentali, facendo riferimento al giudice del luogo certo di residenza anagrafica e non più all'ambiguo concetto di residenza abituale (prevedendo anche, all'articolo 8, l'abrogazione dell'articolo 317- bis del codice civile) . La lettera b) sostituisce il secondo comma dell'articolo 337 -ter del codice civile. I primi due periodi del comma così novellato esprimono più efficacemente la priorità dell'opzione bigenitoriale, quale mantenimento il più possibile inalterato delle condizioni antecedenti la separazione e rendono più evidenti e inderogabili i limitati ambiti di applicazione dell'affidamento esclusivo (articolo 337- quater) . Ciò avviene anche attraverso l'eliminazione del generico riferimento all'interesse del minore, del tutto fuori posto e fuorviante laddove una norma direttamente prescrittiva si propone di assicurare al figlio l'affidamento a entrambi i genitori, visto come aspetto prioritario della realizzazione del suo diritto e del suo interesse («Per realizzare la finalità di cui al primo comma (...)».