[pronunce]

I criteri emergenti dal d.m. 15 febbraio 1999 non attuano un'equa e ragionevole composizione degli interessi pubblici (dell'erario e del CONI) e delle agenzie concessionarie, come la giurisprudenza costituzionale richiede. Solo il Ministero delle finanze è chiamato a decidere, senza che nessun meccanismo ne verifichi la discrezionalità, il cui esercizio, diversamente, potrebbe essere equilibrato dalla collaborazione di più organi, anche tecnici: il che dipende, conclusivamente, dalla carente formulazione, alla luce dell'art. 23 Cost., dell'art. 3, comma 231, della legge n. 249 del 1995, che prevede le quote di prelievo, e dell'art. 4, comma 1, lettera b), numero 2, del d.lgs. 504 del 1998, che, applicando l'aliquota su quelle, determina l'imposta unica sulle scommesse. Con riguardo alla dedotta violazione dell'art. 76 Cost. da parte dell'art. 3 del d.lgs. n. 504 del 1998, laddove individua soggetti passivi diversi rispetto a quelli di cui al quadro normativo in precedenza vigente, senza che la norma delegante (art. 1, comma 2, della legge n. 288 del 1998) l'avesse previsto, si osserva nella memoria che, secondo la legislazione previgente, gli unici soggetti passivi dell'imposta erano il CONI e l'UNIRE, cui il d.lgs. 14 aprile 1948, n. 496, attribuiva la riserva nell'esercizio dei giochi di abilità e del consorzio pronostici (art. 6, primo comma) e l'imposizione di una tassa sugli introiti lordi conseguiti (art. 6, terzo comma). La tassa assumeva la denominazione di imposta unica sui giochi di abilità e sui concorsi pronostici, per effetto dell'art. 1 della legge n. 1379 del 1951, e diventava sostitutiva (art. 5) di ogni tassa sugli affari, sui redditi e di qualsiasi altro tributo. È la legge n. 1379 del 1951 l'oggetto del riordino disposto dalla delega, che non può comprendere il mutamento della soggettività passiva dell'imposta. A tal proposito, la recente sentenza n. 303 del 2005 e l'ordinanza n. 359 del 2005 della Corte costituzionale, hanno stabilito che la delega legislativa (art. 3, comma 78, della legge 23 dicembre 1996, n. 662) ad emanare un regolamento per il riordino della materia delle scommesse relative alle corse dei cavalli, non contenendo princípi in merito ai soggetti passivi dell'imposta, «lascia immutata la disciplina legislativa concernente gli elementi strutturali del tributo», imponendo al regolamento di delegificazione di mantenere gli stessi soggetti passivi indicati dalla legislazione preesistente. Se ne deduce che la delega volta semplicemente al riordino della materia non autorizza previsioni innovative, precisando anzi quelle pronunce che «la delega deve essere intesa – in assenza di principi e criteri direttivi che giustifichino la riforma della normativa preesistente – in un senso minimale, tale da non consentire, di per sé, l'adozione di norme delegate sostanzialmente innovative rispetto al sistema legislativo». Con riguardo alla questione sollevata dalla Commissione tributaria provinciale di Pistoia, dunque, la mancata previsione, nella legge delega, di princìpi e criteri direttivi in relazione ai soggetti passivi comporta che il decreto legislativo, che invece individua tra i soggetti passivi anche i concessionari, si pone in contrasto con l'art. 76 della Costituzione. Né rileverebbe che oggetto delle citate pronunce del 2005 della Corte costituzionale fosse la delega ad un regolamento di delegificazione, mentre nel caso attualmente all'esame si tratta di un decreto legislativo: la portata minimale da attribuirsi alla previsione del riordino è professata dalla Corte proprio nel rapporto tra legge delega e decreto legislativo delegato (così le sentenze n. 354 del 1998, n. 305 del 1996 e n. 427 del 2000). Il riordino può comportare solo il coordinamento tecnico della stratificazione normativa previgente. In tale opera di riordino, relativa alla legge n. 1379 del 1951, non può ammettersi che si tenga conto delle modifiche che nella disciplina dell'imposta unica avrebbe introdotto l'art. 3, comma 229, della legge n. 549 del 1995, che non ha modificato la prima. Inoltre, le decisioni del 2005 della Corte costituzionale, intervenute quando quest'ultima legge era già entrata in vigore, affermano che l'individuazione, tra i soggetti passivi delle scommesse, dei soggetti privati gestori, contenuta nel d.P.R. 8 aprile 1998, n. 169, non poteva essere applicata, trovando invece applicazione la legge vigente in materia (la legge n. 1379 del 1951). Ne conseguirebbe che anche la previsione della legge delega n. 288 del 1998, che pure ha disposto il riordino dell'imposta disciplinata dalla legge n. 1379 del 1951, in assenza di specifica previsione in ordine all'individuazione dei soggetti passivi, non consentirebbe al decreto legislativo delegato di mutarli. Infine, la nuova disciplina delineata da legge delega e decreto delegato ignorerebbe la capacità contributiva dei soggetti passivi. Il principio della capacità contributiva si pone come limite sostanziale al potere discrezionale del legislatore: ogni prelievo tributario deve avere una causa giustificatrice in indici rivelatori di ricchezza, e di conseguenza la misura massima del tributo non può mai essere superiore alla capacità dimostrata dall'atto o dal fatto economico. In particolare, la determinazione degli indici rivelatori non deve essere irragionevole (Corte costituzionale, sentenze n. 156 e n. 155 del 2001). L'art. 2 del d.lgs. n. 504 del 1998 stabilisce che la base imponibile per le scommesse è costituita dall'ammontare della somma giocata per ciascuna scommessa. Nelle scommesse a quota fissa, il gestore deve riconoscere allo scommettitore vincente quanto versato dallo stesso, aumentato della quota concordata: ciò può determinare un saldo negativo, in quanto l'importo delle entrate per le scommesse può essere inferiore all'importo delle vincite riconosciute, e l'imposta continua ad essere calcolata sull'importo della scommessa, anche quella risoltasi in perdita, ovvero anche in assenza di capacità contributiva. Non è un caso che, nel settore delle case da gioco, si stabilisce che l'imposta (art. 3 del d.P.R. 26 ottobre 1972, n. 640) è applicata ad una base imponibile costituita giornalmente dalla differenza attiva tra le somme introitate per i giochi e quelle pagate ai giocatori, quindi con esclusivo riferimento ad una effettiva manifestazione di ricchezza del soggetto passivo. 5. – Nell'imminenza dell'udienza pubblica, l'Avvocatura generale dello Stato ha presentato memoria con cui insiste nell'eccezione di inammissibilità della questione per insufficiente descrizione della fattispecie oggetto del giudizio a quo, in particolare per la scarsa chiarezza sull'oggetto del giudizio, se, cioè, si tratti di scommesse al totalizzatore o a quota fissa, e per l'omesso esame della rilevanza della normativa sopravvenuta (legge n. 311 del 2004).