[pronunce]

A tale proposito la Camera osserva che con l'ordinanza di ammissibilità del conflitto (n. 498 del 2000) la Corte aveva assegnato al Tribunale ricorrente un termine di sessanta giorni, a far data dalla comunicazione dell'ordinanza stessa (comunicazione avvenuta il 17 novembre 2000), per la notifica del ricorso e dell'ordinanza di ammissibilità alla Camera dei deputati. Dopo che il Tribunale ricorrente aveva inviato, a mezzo di raccomandata con ricevuta di ritorno, una comunicazione di cancelleria, pervenuta alla Camera il 30 novembre 2000, cui erano allegate sia la propria ordinanza-ricorso sia l'ordinanza di ammissibilità della Corte costituzionale, la Camera dei deputati, «nonostante il ricorso del Tribunale [...] fosse manifestamente inammissibile», aveva provveduto, «per scrupolo difensivo», a costituirsi in giudizio con proprio atto del 19 dicembre 2000. Solo in un secondo momento il Tribunale ricorrente assolveva agli oneri imposti dalla citata ordinanza della Corte, notificando alla Camera dapprima (21 dicembre 2000) la sola ordinanza di ammissibilità e successivamente (5 gennaio 2001) sia l'ordinanza di ammissibilità che la propria ordinanza-ricorso, provvedendo infine, in data 8 gennaio 2001, al deposito previsto dal terzo comma dell'art. 26 delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale. A fronte dell'esposta sequenza di atti adottati dal ricorrente per completare gli adempimenti e dare avvio alla seconda fase del giudizio sul conflitto, la Camera rimette al «prudente apprezzamento» della Corte ogni valutazione circa l'ammissibilità del ricorso. Nel merito, la difesa della Camera, richiamandosi alla più recente giurisprudenza della Corte relativa a quelli che devono essere i criteri di verifica per appurare la sussistenza del nesso funzionale fra le dichiarazioni rese extra moenia e quelle espresse nell'esercizio di funzioni propriamente parlamentari, e ribadendo in particolare la sussistenza del citato nesso funzionale anche quando esso intercorra tra le dichiarazioni di un parlamentare e atti tipici direttamente riferibili ad altri parlamentari, insiste per una pronuncia di infondatezza del ricorso.1. - Il Tribunale di Roma - V sezione stralcio, investito di un giudizio civile promosso dal deputato Massimo D'Alema per risarcimento del danno determinato da dichiarazioni ritenute diffamatorie rilasciate dal deputato Vittorio Sgarbi, solleva conflitto costituzionale di attribuzione nei confronti della Camera dei deputati, in riferimento alla delibera del 3 novembre 1998 con la quale la Camera stessa ha dichiarato l'insindacabilità, a norma dell'art. 68, primo comma, della Costituzione, di tali dichiarazioni. Il conflitto è stato dichiarato ammissibile con ordinanza n. 498 del 2000 di questa Corte. 2. - Nell'atto di costituzione in giudizio, la Camera dei deputati eccepisce l'inammissibilità del ricorso, per difetto di notificazione a norma degli artt. 37, quarto comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87, e 26, terzo comma, delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale. In effetti, la costituzione in giudizio della resistente (19 dicembre 2000), avvenuta «per puro scrupolo difensivo», secondo le parole dell'atto defensionale, ha fatto seguito non alla notificazione del ricorso e dell'ordinanza della Corte costituzionale che lo dichiara ammissibile ma a una mera comunicazione di cancelleria. Sennonché, in momenti successivi, tutti rientranti nel termine stabilito nell'ordinanza di ammissibilità della Corte costituzionale, il Tribunale ricorrente ha provveduto a notificare alla Camera dei deputati, prima, la sola ordinanza di ammissibilità del ricorso e, poi, l'ordinanza e il ricorso, secondo quanto previsto dalle disposizioni della legge n. 87 del 1953 e delle norme integrative sopra menzionate. Preso atto di questa sequela di atti, la Camera resistente, nella memoria depositata in prossimità dell'udienza, si rimette al prudente apprezzamento della Corte costituzionale la quale non può non constatare che, con l'ultima notificazione (cui è seguito il deposito degli atti presso la Corte medesima, nel termine previsto dal terzo comma dell'art. 26 delle norme integrative), si sono completati gli adempimenti richiesti per la valida instaurazione del giudizio. La costituzione in giudizio della resistente, avvenuta prima del completamento degli adempimenti richiesti al ricorrente, d'altro canto, non viola alcuna disposizione procedurale e non ha compromesso l'esercizio del suo diritto di difesa, esplicabile (ed esplicato) senza limitazioni tramite il deposito di memorie fino al termine di dodici giorni liberi prima dell'udienza, come previsto dall'art. 10 delle norme integrative. Non sussistono pertanto ragioni per escludere l'ammissibilità del ricorso. 3. - Nel merito, il ricorso è fondato. Le dichiarazioni che la Camera dei deputati ha ritenuto coperte dalla garanzia del primo comma dell'art. 68 della Costituzione consistono - secondo le espressioni ricordate testualmente nell'esposizione dei fatti - nell'asserzione, ripresa da quanto si riferisce affermato da un soggetto «pentito» o comunque indagato, che il deputato che si reputa diffamato è stato destinatario di finanziamenti illeciti («tangenti»), nella sua qualità di «numero due» del suo partito politico, con la conclusione che i moralizzatori non sono diversi da quelli che essi vorrebbero moralizzare. Contrariamente a quanto ritenuto dalla Camera dei deputati, le predette dichiarazioni, rese fuori dell'esercizio delle funzioni parlamentari tipiche, cioè nel corso di una trasmissione televisiva di cui il deputato era conduttore, a tali funzioni non possono essere ricondotte e quindi la garanzia del primo comma dell'art. 68 della Costituzione non può essere invocata nella specie. La Camera dei deputati, con la delibera che ha dato luogo al presente conflitto, pare persistere nel ritenere che la garanzia costituzionale «copra» ogni affermazione collegata tematicamente a questioni comunque oggetto di attività parlamentare. In conseguenza di questa convinzione, essa ha ritenuto che le dichiarazioni sopra richiamate, «ancorché espresse in forme e toni [...] non condivisibili, possono [...] essere considerate una proiezione estrema delle [...] funzioni parlamentari» (Camera dei deputati, XIII legislatura, Relazione della Giunta per le autorizzazioni a procedere in giudizio, Doc. IV-ter, n. 49/A), poiché il tema del finanziamento del partito di appartenenza del deputato che si ritiene diffamato era stato oggetto di numerosi atti di controllo ispettivo, alcuni dei quali promossi dallo stesso deputato chiamato a rispondere per diffamazione nel giudizio civile. In questo modo, però, si è trascurato di considerare che, per poter identificare dichiarazioni rese al di fuori dell'esercizio di attività parlamentari con espressioni di attività rientranti nella garanzia dell'art. 68, primo comma, della Costituzione, non basta la semplice comunanza di argomenti né, tantomeno, la semplice riconducibilità a un medesimo contesto politico.