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Penso che - lo diciamo tutti - dobbiamo mettere al centro il modo per creare le condizioni effettive per aumentare l'occupazione, per creare buona occupazione, per creare un'occupazione stabile, qualificata e aggiungo - e di questi tempi non è un'aggiunta casuale - sicura. In altre parole, credo che il primo investimento che dobbiamo affrontare seriamente per parlare di investimenti sul lavoro riguardi proprio la sicurezza. (Applausi) . Ritengo sia stato importante che il Governo Draghi abbia incontrato le organizzazioni di rappresentanza del mondo del lavoro e dell'impresa, mettendo al centro proprio questo tema, perché un lavoro deve partire dal fatto che nessuno può andare a lavoro e non ritornare a casa. Questo è un elemento fondamentale che porta evidentemente con sé anche ulteriori scelte: sono scelte di investimento esattamente in spesa corrente, che vanno fatte, non possiamo soltanto essere enunciate. Si tratta di un aspetto secondo me prioritario e importante. Ciò vuol dire aumentare gli ispettori del lavoro, specializzandoli per contesti diversi e per situazioni diverse, perché dobbiamo accompagnare i processi di cambiamento anche da questo punto di vista, nell'uso delle tecnologie, nella trasformazione dei modelli di lavoro all'interno delle filiere e, in particolare, nelle piccole e medie imprese, perché sono processi necessari, sono investimenti che vanno fatti. Questo, a mio avviso, è il primo elemento fondamentale. Dobbiamo sapere poi che abbiamo una priorità, di cui anche il documento in esame dice nelle sue linee e che è stata ripresa anche dalla relatrice in Aula. Dobbiamo sapere che c'è un asse fondamentale, a fronte delle analisi che tutti abbiamo sempre fatto delle insufficienze, del rapporto tra crescita e fabbisogno di competenze. Dobbiamo investire tantissimo sulle politiche attive del lavoro: deve essere questo il nostro asse. Investire sulle politiche attive del lavoro vuol dire creare una connessione nuova e più solida con le politiche formative, che devono essere sistematizzate all'interno di questo percorso, partendo dagli investimenti da zero a sei anni, con le famose questioni riguardanti anche i nidi. Tutto questo ha a che fare anche con la povertà educativa, su cui fare investimenti, e con l'altro asse che in questa fase è particolarmente importante: mi riferisco all'investimento sulla funzione fondamentale degli Istituti tecnici superiori (ITS) e delle lauree professionalizzanti. Altrettanto importante è l'investimento in una solida politica della ricerca, perché questi sono i filoni necessari per incrociare - cosa che in Italia storicamente si fatica a fare - la crescita economica, gli investimenti delle imprese in capitale con il capitale umano, che oggi è il punto di connessione fondamentale. Sappiamo che su questo abbiamo un'arretratezza molto forte. Questa scelta implica come conseguenza, perché è un intreccio mettere al centro le politiche per il lavoro come politiche di sistema, la riforma degli ammortizzatori sociali. Anche su questo spendo due parole: riforma degli ammortizzatori sociali, che devono coprire tutte le diverse fattispecie e accompagnare la transizione dei diversi processi, che in fasi diverse le imprese e le filiere produttive ricoprono. Questo significa anche che adesso bisogna fare la scelta fino in fondo; dobbiamo mettere al centro l'aumento dell'occupazione femminile e giovanile, in particolare l'occupazione femminile, su cui il divario è un classico e ce lo continuiamo a dire. L'aumento dell'occupazione femminile, trasversale a tutte queste misure, intanto riduce la povertà e le diseguaglianze; aumenta la ricchezza prodotta per tutte e per tutti, oltre all'autonomia e alla libertà delle donne, e ovviamente, con gli investimenti nelle infrastrutture sociali, produce esattamente un'inversione della curva demografica. C'è bisogno però che tutto il Paese sia coinvolto in questo straordinario processo di cambiamento. Pertanto, io non amo usare la parola «patto» in astratto. Il patto di Ciampi, a suo tempo, aveva una finalità diversa; il dialogo sociale in Europa aveva una funzionalità diversa. Oggi stiamo parlando di un coinvolgimento democratico di tutte le istituzioni che hanno responsabilità istituzionali e sociali, sia a livello nazionale che a livello territoriale, perché questo è il grande cambiamento che si può solo governare insieme, ciascuno per le sue funzioni e responsabilità, ma è altrettanto importante. Diversamente, anziché utilizzare al meglio questa straordinaria opportunità di risorse, rischieremmo soltanto di aumentare il divario e non affrontare il gap che questo Paese ha di fronte. (Applausi) . PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Saccone. Ne ha facoltà. SACCONE (FIBP-UDC) . Signora Presidente, signora Sottosegretaria, senza giri di parole questa Nota di aggiornamento al DEF è coraggiosa e direi anche lungimirante ed è un'importante iniezione di ottimismo per tutti quei soggetti che operano nella nostra economia. Senza ottimismo è difficile poter investire ed è difficile poter creare lavoro. Prima di entrare nel merito, vorrei soffermarmi su alcuni punti sfiorati in Aula da alcuni colleghi che mi hanno preceduto. L'Europa è vero che è stata silente e sorda ai tanti richiami, è inutile nasconderci, però c'è qui dentro chi si è diviso tra coloro i quali chiedevano un'Europa più vicina, più forte e più unita, e chi chiedeva addirittura di uscire dall'euro e dall'Europa. Oggi sembra preistoria, ma fino a un anno e mezzo fa sentivamo questi discorsi in quest'Aula. Il clima dell'austerità, che purtroppo ha persistito e ha profondamente danneggiato coloro i quali credono in un'Europa più forte, a nostro modo di vedere, si è inclinato con la guida di Draghi alla BCE: è inutile nascondercelo. Draghi ha salvato l'euro e ha salvato l'Europa con il quantitative easing . Questi sono dati che sarebbe sbagliato trascurare. Certamente la pandemia - altrimenti sembra che viviamo una realtà diversa - ha accelerato questo processo, a nostro avviso in un modo che dovrebbe essere normalizzato. La battaglia di tutti noi oggi dovrebbe essere proprio quella di non tornare indietro: questa è la sfida vera del Parlamento, ma mi auguro non solo di quello italiano, ed è il motivo per cui bisogna accettare quei parametri del 2,04 (col trucchetto 2,4), perché purtroppo o per fortuna viviamo in una comunità di regole ed è strano che proprio chi auspica il rispetto delle regole poi chieda delle deroghe. Mettiamoci a parti invertite: se siamo in un trattato internazionale, che è l'Unione europea, necessariamente dobbiamo, se vogliamo essere un Paese credibile, rispettare quelle regole. Oggi quelle regole, se Dio vuole, sono state frantumate e dobbiamo fare in modo che non vi si ritorni. Però fin quando si firma un trattato e si vuole essere credibili nello scacchiere interazionale lo si deve rispettare; poi si può combattere per modificarlo, per allargarne le maglie, ma di certo non si può non rispettarlo, anche perché i danni, se non lo si rispetta, non li paga il Presidente del Consiglio o il singolo senatore, ma un Paese di 60 milioni di abitanti. Grazie a Dio abbiamo avuto il quantitative easing, perché altrimenti il Paese sarebbe saltato, non per colpe altrui, forse anche per compiti che non abbiamo eseguito.