[pronunce]

che l'irrazionalità della disciplina, secondo il giudice a quo, dovrebbe essere eliminata attraverso una parificazione dei termini prescrizionali per i reati attribuiti alla competenza del giudice di pace, in particolare estendendo a tutti la previsione del quinto comma dell'art. 157 cod. pen. ; che la contraria soluzione dell'allineamento del termine sui valori più elevati, infatti, sarebbe preclusa dal divieto di manipolazione in malam partem della disciplina, e d'altronde, a parere del rimettente, una prescrizione particolarmente sollecita sarebbe congrua con il sistema di «diritto mite» che caratterizza, appunto, la giurisdizione penale di pace; che il Tribunale di Reggio Emilia, con ordinanza dell'8 maggio 2007 (r.o. n. 734 del 2007), ha sollevato – in riferimento all'art. 3 Cost. – questione di legittimità costituzionale dell'art. 157, primo comma, cod. pen. , come sostituito dall'art. 6 della legge n. 251 del 2005, nella parte in cui assoggetta ai più lunghi termini di prescrizione in esso previsti, anziché ad un termine triennale, i reati di competenza del giudice di pace puniti con la sola pena pecuniaria; che nel giudizio a quo si procede per i reati di ingiuria (art. 594 cod pen.), minaccia (art. 612 cod. pen.) e lesioni personali (art. 582 cod. pen.); che, secondo il rimettente, la previsione del quinto comma dell'art. 157 cod. pen. sarebbe riferibile alle sanzioni della permanenza domiciliare e del lavoro di pubblica utilità, in quanto «diverse» da quelle detentive e da quelle pecuniarie; che le sanzioni appena citate, in particolare, non potrebbero essere assimilate alle pene detentive (con conseguente inapplicabilità del termine prescrizionale breve) in base a quanto disposto dal primo comma dell'art. 58 del d.lgs. n. 274 del 2000, secondo cui «per ogni effetto giuridico la pena dell'obbligo di permanenza domiciliare e il lavoro di pubblica utilità si considerano come pena detentiva della specie corrispondente a quella della pena originaria»; che la previsione del quinto comma dell'art. 157 cod. pen. , infatti, sarebbe norma «successiva e speciale», come tale derogatrice, ai fini della prescrizione, della regola, generale ed antecedente, di analogo trattamento tra sanzioni detentive e sanzioni cosiddette paradetentive; che dunque, a parere del rimettente, i reati di competenza del giudice di pace puniti con la permanenza domiciliare ed il lavoro di pubblica utilità si prescriverebbero in tre anni, mentre i reati puniti con la sola pena pecuniaria, riconducibili alla previsione del primo comma dell'art. 157 cod. pen. , sarebbero suscettibili di prescrizione in un tempo pari almeno a quattro anni; che tale disciplina, per la sua palese irrazionalità, e per il trattamento più sfavorevole ingiustificatamente riservato ai reati meno gravi, violerebbe l'art. 3 Cost.; che infine, in punto di rilevanza, il rimettente osserva come solo l'eventuale dichiarazione di illegittimità della norma censurata, nel senso auspicato dallo stesso rimettente, possa implicare un immediato effetto estintivo per i reati di minaccia ed ingiuria contestati nel giudizio a quo, che altrimenti resterebbero perseguibili, a differenza del più grave reato di lesioni personali, già prescritto; che il Tribunale di Reggio Emilia, con ordinanza del 14 maggio 2007 (r.o. n. 735 del 2007), ha sollevato – in riferimento all'art. 3 Cost. – questione di legittimità costituzionale dell'art. 157, primo comma, cod. pen. , come sostituito dall'art. 6 della legge n. 251 del 2005, nella parte in cui assoggetta ai più lunghi termini di prescrizione in esso previsti, anziché ad un termine triennale, i reati di competenza del giudice di pace puniti con la sola pena pecuniaria; che, secondo quanto riferito dal rimettente, nel giudizio a quo si procede per i reati di ingiuria (art. 594 cod pen.) e minaccia (art. 612 cod. pen.), in ordine ai quali sarebbe applicabile un termine prescrizionale pari a sei anni, nella specie non ancora decorso; che peraltro – osserva il giudice a quo – ulteriori e più gravi reati di competenza del giudice di pace, punibili con le sanzioni della permanenza domiciliare e del lavoro di pubblica utilità, sarebbero suscettibili di prescrizione nel termine di soli tre anni, secondo quanto disposto al quinto comma dell'art. 157 cod. pen. ; che infatti la disposizione appena citata, riguardante pene «diverse» da quelle detentive e da quelle pecuniarie, andrebbe riferita proprio alle sanzioni «paradetentive» applicabili dal giudice di pace, per le ragioni illustrate dal medesimo rimettente anche in altra ordinanza, già sopra riassunta (r.o. n. 734 del 2007); che dunque, a parere del Tribunale, i reati di competenza del giudice di pace puniti con la permanenza domiciliare ed il lavoro di pubblica utilità si prescriverebbero in tre anni, mentre i reati puniti con la sola pena pecuniaria, riconducibili alla previsione del primo comma dell'art. 157 cod. pen. , sarebbero suscettibili di prescrizione in un tempo pari almeno a quattro anni; che tale disciplina, per la sua palese irrazionalità e per il trattamento più sfavorevole ingiustificatamente riservato ai reati meno gravi, violerebbe l'art. 3 Cost.; che infine il rimettente osserva, in punto di rilevanza, come solo l'eventuale dichiarazione di illegittimità della norma censurata, nel senso auspicato dallo stesso rimettente, possa implicare un immediato effetto estintivo per i reati contestati nel giudizio a quo; che il Tribunale di Reggio Emilia, con ordinanza dell'8 maggio 2007 (r.o. n. 786 del 2007), ha sollevato – in riferimento all'art. 3 Cost. – questione di legittimità costituzionale dell'art. 157, primo comma, cod. pen. , come sostituito dall'art. 6 della legge n. 251 del 2005, nella parte in cui assoggetta ai più lunghi termini di prescrizione in esso previsti, anziché ad un termine triennale, i reati di competenza del giudice di pace puniti con la sola pena pecuniaria; che, secondo quanto riferito dal rimettente, nel giudizio a quo si procede per il reato di ingiuria (art. 594 cod. pen.), in ordine al quale sarebbe applicabile un termine prescrizionale pari a sei anni, nella specie non ancora decorso; che a parere dello stesso rimettente – il quale riprende rilievi sviluppati in analoghe e già considerate ordinanze di rimessione (r.o. numeri 734 e 735 del 2007) – i reati di competenza del giudice di pace puniti con la permanenza domiciliare ed il lavoro di pubblica utilità, cui si riferisce il quinto comma dell'art. 157 cod. pen. , si prescriverebbero in tre anni, mentre i reati puniti con la sola pena pecuniaria, riconducibili alla previsione del primo comma dello stesso art. 157, sarebbero suscettibili di prescrizione in un tempo pari almeno a quattro anni;