[pronunce]

n. 286 del 1998, ma alla normativa del Paese estero di destinazione del migrante, ammesso che tale Paese sia individuabile con certezza: circostanza, quest'ultima, per nulla «scontata», stante la struttura della norma incriminatrice, la quale punisce anche i semplici «atti diretti» a procurare l'ingresso in altro Stato, indipendentemente dal risultato conseguibile. La norma suddetta potrebbe definirsi come norma penale «in bianco», il cui precetto si ricava mediante il rinvio ad una legge straniera: e ciò in violazione tanto della riserva di legge sancita dall'art. 25 Cost., quanto del principio di tassatività e determinatezza delle norme incriminatrici. Ad avviso del rimettente, la carenza di determinatezza della fattispecie criminosa de qua non potrebbe essere “sanata” neppure valorizzando le modalità concrete della condotta, e, cioè, ritenendo che la norma punisca l'agevolazione a lasciare il territorio nazionale con modalità «clandestine». Tale soluzione interpretativa porterebbe, difatti, ad una «pericolosa confusione di piani», posto che l'emigrazione in condizione di «illegalità» – vista nell'ottica della legge italiana, e dunque, in pratica, riferita a chi si trova in Italia come clandestino – non è destinata a sfociare, sempre e comunque, in una situazione di clandestinità rispetto a qualunque Paese straniero: ciò in quanto il migrante potrebbe appartenere ad una delle categorie di persone cui lo Stato di destinazione consente l'acquisizione di un titolo di residenza permanente (minori, richiedenti asilo, coniugi o parenti di cittadini del Paese estero di destinazione). Così intesa, dunque, la fattispecie criminosa – che si configura come reato a consumazione anticipata – finirebbe per colpire una «illegalità» solo futura ed eventuale. Lo status di clandestino in Italia comporterebbe che non vengano utilizzati, ove necessari, documenti validi per l'espatrio: sicché – nell'anzidetta prospettiva ermeneutica – qualsiasi atto diretto ad agevolare l'emigrazione di chi non si trovi regolarmente sul territorio italiano risulterebbe passibile di sanzione penale, persino ove miri a permettere al soggetto favorito di rientrare nel Paese d'origine senza doversi «autodenunciare» come clandestino, ove il rimpatrio non possa avvenire se non attraversando altri Stati esteri. Proprio per evitare tale risultato «paradossale», la giurisprudenza di legittimità sarebbe stata «costretta» – secondo il rimettente – a «singolari oscillazioni» nelle prime applicazioni della nuova disciplina. In talune pronunce, infatti, la Corte di cassazione ha escluso la configurabilità del reato quando l'ingresso nello Stato straniero, oggetto di agevolazione, abbia carattere solo momentaneo o provvisorio. In altre decisioni, al contrario, la stessa Corte ha ritenuto irrilevante che detto ingresso fosse finalizzato all'attraversamento del territorio dello Stato estero per raggiungere il Paese d'origine: e ciò in base alla considerazione che, diversamente opinando, l'integrazione del reato per il favoreggiatore verrebbe a dipendere dalle «dichiarazioni di intenti» del soggetto favorito, senza che vi sia modo di controllare né la serietà dell'intenzione dichiarata, né la sua effettiva realizzazione. A parere del giudice a quo, la giurisprudenza più recente si sarebbe peraltro orientata – tanto in rapporto alla fattispecie «semplice» di cui al comma 1 dell'art. 12, che a quella «qualificata» del comma 3 – proprio nel senso di far dipendere la configurabilità del reato dalle «dichiarazioni di intenti» del migrante circa la sua destinazione finale e dal «tasso di affidabilità» di queste ultime. Le operazioni ermeneutiche ora ricordate renderebbero, peraltro, ancor più evidente la denunciata lesione del principio di determinatezza, rivelando come la norma censurata sia suscettibile di generare «pericolosi divari interpretativi», legati non già alla valutazione della condotta del soggetto agente, ma alla vicenda concreta del soggetto favorito; situazione, questa, da ritenere «inaccettabile» sul piano del rispetto del principio costituzionale in parola. Sempre per il giudice a quo, la norma impugnata si porrebbe in contrasto con l'art. 35, quarto comma, Cost., che riconosce, come diritto della persona, la libertà di emigrazione. Se pure, infatti, il precetto costituzionale contiene una «riserva di legge», la compressione dell'anzidetto diritto – compressione che verrebbe di fatto attuata, allorché si punisce l'agevolatore – dovrebbe ritenersi consentita solo in presenza di condizioni eccezionali, collegate a situazioni di pericolosità o ad esigenze di tutela dell'ordine pubblico, non ravvisabili in rapporto alla fattispecie oggetto di censura. 2. – È intervenuto nel giudizio di costituzionalità il Presidente del Consiglio dei ministri, chiedendo che la questione sia dichiarata manifestamente infondata. Quanto all'asserita violazione dell'art. 25 Cost., la difesa erariale assume che il requisito di illegalità dell'emigrazione, richiesto dalla disposizione denunciata, troverebbe, in realtà, «piena e puntuale disciplina» nella normativa regolamentare – comune ai Paesi interessati – concernente il «visto uniforme», istituito, ai fini della circolazione delle persone nel territorio dell'insieme delle Parti contraenti, dalla Convenzione del 19 giugno 1990, di applicazione dell'Accordo di Schengen del 14 giugno 1985, ratificata e resa esecutiva in Italia con la legge 30 settembre 1993, n. 388. Un problema di costituzionalità della norma – sotto il profilo del rinvio «in bianco» a discipline straniere, in ipotesi ignote agli organi giurisdizionali, oltre che ai destinatari delle stesse – potrebbe porsi, secondo l'Avvocatura generale dello Stato, solo rispetto ai Paesi non appartenenti all'«Area Schengen» e per i quali manchino, altresì, convenzioni o accordi internazionali ratificati, relativi all'ingresso di cittadini degli Stati contraenti: ipotesi, queste, che non verrebbero peraltro in rilievo nel giudizio a quo. Quanto, poi, alla pretesa compromissione dell'art. 35, quarto comma, Cost., sarebbe sufficiente osservare che la norma incriminatrice in esame concerne la tematica dell'immigrazione, e non quella dell'emigrazione, avendo riguardo ad ipotesi nelle quali «lo Stato italiano funga da tramite, o da ponte», rispetto «a fenomeni migratori da e per Stati esteri».1. – Il Giudice dell'udienza preliminare del Tribunale di Torino dubita della legittimità costituzionale dell'art. 12, comma 1, del decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286 (Testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell'immigrazione e norme sulla condizione dello straniero), come sostituito dall'art. 11, comma 1, della legge 30 luglio 2002, n. 189 (Modifica alla normativa in materia di immigrazione e di asilo), nella parte in cui punisce chi «compie atti diretti a procurare l'ingresso illegale in altro Stato del quale la persona non è cittadina o non ha titolo di residenza permanente».