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Ebbene, con il provvedimento che stiamo per approvare, la prima andrà in pensione a sessantadue anni, mentre la seconda a sessantasette: un mega scalone di cinque anni per due persone che sono nate a un mese di distanza l'una dall'altra. Mi domando se tutto questo sia equo e soprattutto se sia sostenibile politicamente. Non c'è bisogno di essere degli indovini per capire che cosa un politico, nella pienezza delle proprie facoltà, farà nell'autunno del 2021, in piena legge di bilancio, di fronte alle richieste della seconda persona di andare anch'essa in pensione a sessantadue anni, come la prima. (Applausi dal Gruppo PD) . Se la politica non saprà frenare la spirale di aspettative e richieste crescenti, il nostro sistema previdenziale è destinato semplicemente a saltare, a non essere in grado di onorare detta spirale. Altro che superamento della riforma Fornero: con queste scelte irresponsabili si prepara il terreno per una «Fornero due, la vendetta», una riforma ancora più dura, dettata - anche questa volta - dall'irresponsabilità di chi l'ha preceduta. Vediamo ora a chi andranno i benefici della lotteria, a chi andranno i benefici dei 21 miliardi spesi nei prossimi tre anni. I vincitori - come hanno spiegato tutti gli osservatori indipendenti nelle audizioni - sono persone che rispondono a un identikit ben preciso; sono lavoratori maschi che hanno storie contributive più robuste e hanno maturato pensioni molto più alte della media. Non solo: quelli che riceveranno il premio maggiore hanno pensioni calcolate in larga parte sul metodo retributivo. Avevano quindi già vinto la lotteria nel 1995, con la cosiddetta riforma Dini, quando sono stati esclusi anche col proquota dal calcolo contributivo, e adesso avranno un nuovo premio. Insomma, sono i soliti noti del welfare all'italiana: non i più deboli, ma categorie elettoralmente ben rappresentate e robuste. (Applausi dal Gruppo PD) . Tra loro, stando alle prime domande delle ultime settimane, sono sopra rappresentati i dipendenti pubblici, ponendo problemi aggiuntivi di funzionamento della macchina pubblica a fronte di flussi di prepensionamento non programmati, senza che ci siano né risorse certe, né il superamento dei limiti alle assunzioni, da ultimi quelli che avete esteso nell'ultima legge di bilancio per poterli rimpiazzare. Dalla scuola alla sanità c'è un pezzo dello Stato italiano deputato a erogare servizi messo a rischio dall'incapacità di programmare e di prevedere detti prepensionamenti, anche con buona pace della propaganda sulla sostituzione tra lavoratori che escono e assunzioni di giovani. Chi pagherà il costo di questa lotteria? Lo pagheranno tutti i pensionati con assegni superiori a tre volte il minimo, a cui siete tornati a mettere le mani in tasca, più di un miliardo all'anno nei prossimi dieci anni; lo pagheranno i giovani per cui il decreto-legge non fa niente, se non mettere a rischio l'adeguatezza delle loro pensioni future. Lo pagheranno anche le categorie più deboli perché nella legge di bilancio, discutendo un provvedimento così importante sulle pensioni, c'erano le risorse per partire dalle categorie più svantaggiate. Si continua a usare, rispetto al tema dei prepensionamenti, la retorica e spesso anche l'esempio di un problema reale, vissuto da persone in carne e ossa, di un lavoratore edile che a sessantadue anni deve ancora salire su un'impalcatura. Bene, con il provvedimento al nostro esame dovrà continuare a farlo (Applausi dal Gruppo PD) , perché nell'edilizia non si raggiungono trentotto anni di contributi se non con grande fatica. Se si arriva a sessantadue anni senza avere un lavoro, un sussidio di disoccupazione e senza aver raggiunto trentotto anni di contributi, magari perché lavoratrice donna che ha avuto una carriera discontinua, ci deve essere una garanzia del reddito che va oltre i trentotto anni di contributi. Lo stesso discorso vale per chi si prende cura di familiari e persone con disabilità. Per questo nei nostri emendamenti proponevano di usare una parte di quelle risorse per fare quota 92, e non 100, ma non per tutti; non per i soliti noti del welfare italiano, perché non tutte le condizioni sono uguali, non tutti i lavori sono uguali, e la politica ha la responsabilità di distinguere e fare delle scelte. Per tale ragione proponevamo di usare 3 miliardi del fondo per disoccupati, lavoratori in occupazioni gravose e usuranti, persone con disabilità o familiari che si prendono cura di persone con disabilità. Questo avrebbe permesso di mettere al centro le persone con condizioni di bisogno e in difficoltà e di lasciare una parte delle risorse per la crescita, gli investimenti e il taglio del costo del lavoro. Inoltre, con i nostri emendamenti abbiamo proposto anche misure specifiche per le donne, come l'allungamento di ulteriori tre anni della cosiddetta opzione donna, fino al 2022, per poi farla convergere verso una nuova e più equa flessibilità in uscita, e una pensione contributiva di garanzia per i giovani che non hanno certezza dell'adeguatezza delle loro pensioni, se hanno carriere discontinue o redditi bassi nel sistema contributivo. Invece della lotteria di quota 100 per i soliti noti del welfare italiano, si sarebbe potuto fare di più, a partire dalle persone in condizioni di bisogno, dalle donne e dai giovani, per avere meno debiti e dare oggi più risposte a chi viene dimenticato dal provvedimento in esame. Concludo il mio intervento passando alla seconda misura principe contenuta nel decreto-legge in esame, ovvero il reddito di cittadinanza. In questo caso c'è poco da aggiungere rispetto all'analisi fatta dall'Alleanza contro la povertà, un grande esempio di partnership del sindacato e del terzo settore, che ha collaborato con i Governi della legislatura precedente, per costruire l'infrastruttura del reddito di inclusione. I rappresentanti di tale Alleanza, in occasione della loro audizione, ci hanno detto che il provvedimento in esame semplicemente dà maggiori risorse - e si riconosce il fatto positivo di avere maggiori risorse per il contrasto alla povertà nel Paese - ma peggiori risposte. Il rischio è che queste peggiori risposte finiscano per mettere a rischio, fra pochi anni, anche le maggiori risorse, quando le aspettative che si sono create verranno disattese. Quella in esame è una misura ibrida, che vuole prendersi cura della lotta alla povertà e anche favorire il lavoro, ma lo fa in maniera confusa, con strumenti ibridi che si sovrappongono tra di loro. Questa non è solo una critica "in punta di disegno", ma è una critica che mette in evidenza come il fatto di cercare continuamente di portare a casa troppi obiettivi con lo stesso strumento finisca per lasciare indietro proprio le persone che non devono essere lasciate indietro. Il provvedimento sul reddito di cittadinanza è pieno di "invisibili", che si aspettano tanto da un passo avanti del nostro sistema di welfare nel contrasto alla povertà, ma che non troveranno risposte adeguate per come è disegnato l'intervento. Sono invisibili i minori e le famiglie numerose. Lo hanno detto tutti: c'è una scala di equivalenza mai vista.