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nessuno vuole e può nascondere il fatto che l'Unione europea, pur di fronte a un evento di portata epocale, in certi frangenti è sembrata voler rispondere più guardando agli interessi del proprio orticello che non al cuore del problema. Un dato è certo: l'ultimo Consiglio europeo ha certificato l'inserimento - nel pacchetto di soluzioni messe in campo - dell'istituzione del fondo per la ripresa, il cosiddetto recovery fund, definito urgente nei documenti conclusivi. Si tratta di un risultato importantissimo, il cui merito va in buona parte ascritto al Governo italiano che ha saputo farsi capofila di una serie di Paesi che, durante le trattative, hanno chiesto l'utilizzo di strumenti di debito comune. Mi riferisco alle lettere dei nove Paesi, tra cui, appunto, Italia, Spagna e Francia, ma voglio essere chiaro: nessuno si illude che il riferimento al recovery fund sia di per sé un colpo di bacchetta magica. Sappiamo benissimo che al momento possiamo considerare quel riferimento come l'embrione di un percorso molto difficile. Dovremo trattare ancora una volta per dotare questo strumento delle risorse adeguate a far sì che buona parte di queste siano assegnate agli Stati sotto forma di trasferimenti e non di prestiti. Questi ultimi, infatti, non farebbero altro che appesantire i debiti pubblici nazionali già in sofferenza come quello italiano. Aver ottenuto l'inserimento del principio del recovery fund è un risultato di assoluto valore. È un impegno politico a cui Eurogruppo, Consiglio europeo e Commissione devono sentirsi vincolati. È da qui che deve partire la svolta, quella accelerazione dei processi di cambiamento a cui facevo riferimento in precedenza. Le risposte europee che accompagnano l'impegno a istituire un fondo per la ripresa, da questo punto di vista, non sembrano rappresentare le caratteristiche di una svolta. Il piano Sure contro la disoccupazione ha un potenziale di 100 miliardi di euro che, però, verrebbero dati sempre in prestito. In più, non potrebbe mettere a disposizione più di 10 miliardi di euro l'anno, cifra davvero troppo esigua rispetto all'enorme sfida della protezione del lavoro. L'investimento della Banca europea degli investimenti (BEI) si basa sulla logica dei prestiti, che potranno essere erogati solo dopo la prestazione di garanzie degli Stati per 25 miliardi. Infine, il MES, dal canto suo, per il MoVimento 5 Stelle continua a essere uno strumento del tutto inadeguato e insufficiente. Stante l'attuale tenore dei trattati, non esclude, anzi, impone rigorose condizionalità al Paese che dovesse chiedere l'accesso ai suoi fondi. Esso metterebbe a disposizione 36 miliardi che non possono essere considerati una risposta all'altezza della situazione, soprattutto se questa cifra è l'anticamera per esigere un domani aggiustamenti macroeconomici che già hanno fatto danni inenarrabili per altri Paesi. Presidente, colleghi, oggi sono vent'anni che l'Italia ha un avanzo primario, cioè chiude il bilancio per entrate superiori alle spese, al netto degli interessi sul debito, eccezion fatta soltanto per un anno. Ma questo non ha portato il debito a diminuire e non ha messo il Paese in una direzione di crescita. In più, come certificato da autorevoli stime, questo virtuoso percorso contabile ha portato il Servizio sanitario nazionale a essere definanziato per 37 miliardi di euro negli ultimi dieci anni. Allora io mi chiedo e vi chiedo: dovremmo andare a chiedere al MES 36 miliardi di euro per il Servizio sanitario nazionale, ossia quegli stessi miliardi che a colpi di aggiustamenti macroeconomici sono stati negati nell'ultimo decennio ai nostri ospedali, ai nostri medici e ai nostri infermieri? Per poi magari sentirci dire dai signori del MES che in cambio dobbiamo sottoporci a quegli stessi aggiustamenti macroeconomici? In tutto questo resta centrale il ruolo della BCE, che recentemente ha potenziato e allargato il suo raggio d'azione nell'acquisto dei titoli di Stato. Siamo consapevoli dei limiti statutari che permangono; ma, proprio perché occorre un ribaltamento degli schemi sin qui seguiti, dobbiamo insistere sull'ulteriore ampliamento del modus operandi della Banca centrale europea a protezione dei debiti pubblici più fragili. Non è il momento di riproporre l'austerità, ma è il momento di andare incontro alla sofferenza dei cittadini e delle imprese. Il MoVimento 5 Stelle è immerso in questa sofferenza e intende lottare fino alla fine per portare il Paese fuori da tutto questo. (Applausi dal Gruppo M5S) . PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Tosato. Ne ha facoltà. TOSATO (L-SP-PSd'Az) . Signor Presidente, i dati di questo Documento di economia e finanza sono sicuramente molto preoccupanti, direi drammatici. Mi riferisco al -8 per cento di previsione del PIL per il 2020 e al 155 per cento del rapporto tra debito pubblico e PIL; queste previsioni dicono tutto, dicono che la situazione della nostra economia rischia di diventare insostenibile. Io credo però che non dobbiamo addentrarci in una discussione che stabilisca se queste previsioni siano più o meno attendibili e se i numeri siano corretti o meno; il tema di fondo è se questo Governo ha affrontato e sta affrontando in modo efficace e coerente l'emergenza sanitaria che ha creato questo dissesto nei conti pubblici e se sta affrontando in modo efficace l'emergenza economica. Noi siamo convinti - e credo che lo siano la maggior parte degli italiani - che il Governo non è stato assolutamente all'altezza di affrontare né l'emergenza sanitaria, né tantomeno quella economica. (Applausi dal Gruppo L-SP-PSd'Az) . Non è stato all'altezza di affrontare l'emergenza sanitaria perché noi sappiamo ora che già da gennaio si sapeva che esistevano dei rischi di pandemia causati dal coronavirus e si è perso più di un mese colpevolmente, con un ritardo inaccettabile, in un momento in cui dovevamo invece creare le condizioni per avere a disposizione posti letto per le terapie intensive, respiratori necessari per affrontare questa ondata pandemica, dispositivi medici e mascherine utili al nostro personale sanitario e alla nostra comunità. Tutto ciò non è stato fatto; il Governo ha agito in ritardo e ci siamo trovati nel pieno di una pandemia senza nemmeno avere la possibilità di essere pronti ad affrontarla. Abbiamo ovviamente attivato un lockdown che era assolutamente necessario per salvaguardare la sicurezza degli italiani. Ma la domanda è: durante il lockdown sono stati portati avanti quei provvedimenti necessari a tenere in piedi l'economia? Noi siamo convinti di no. I famosi 350 miliardi di prestiti non si sono attivati, la cassa integrazione è in ritardo e non ci sono segnali di riapertura. Quest'ultima è avvenuta in modo assolutamente inadeguato, partendo dalle librerie e dalle biblioteche o da altri settori che sicuramente sono importanti, ma di fatto senza una strategia univoca. Possiamo ora aspettare ulteriormente la riapertura? Noi siamo convinti di no. Non possiamo aspettare un vaccino che non sappiamo quando arriverà, fra un anno o forse più; è il momento di prendere decisioni. Questo Governo in Europa è stato debole e diviso e in Italia è apparso lento e confuso.