[pronunce]

ORDINANZA ha pronunciato la seguentenei giudizi di legittimità costituzionale: - degli artt. 459 e 460 del codice di procedura penale, promosso, nell'ambito di un procedimento penale, dal Tribunale di Marsala con ordinanza del 5 marzo 2002, iscritta al n. 273 del registro ordinanze 2002 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 24, prima serie speciale, dell'anno 2002; - dell'art. 459 del codice di procedura penale, promossi, nell'ambito di diversi procedimenti penali, dal Tribunale di Avellino con ordinanza del 25 gennaio 2002, dal Tribunale di Torre Annunziata con ordinanza del 7 marzo 2002, dal Tribunale di Avellino con due ordinanze del 5 giugno 2002, rispettivamente iscritte al n. 280, al n. 286, al n. 393 e al n. 394 del registro ordinanze 2002 e pubblicate nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 24, n. 25 e n. 37, prima serie speciale, dell'anno 2002. Visti gli atti di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri; udito nella camera di consiglio del 4 dicembre 2002 il Giudice relatore Guido Neppi Modona. Ritenuto che il Tribunale di Marsala (r.o. n. 273 del 2002) ha sollevato, in riferimento agli artt. 3, 24 e 111 della Costituzione, questione di legittimità costituzionale degli artt. 459 e 460 del codice di procedura penale, nella parte in cui «non prevedono che il giudice per le indagini preliminari anteriormente all'emissione del decreto penale di condanna debba consentire l'intervento della difesa sia pure sotto il profilo della produzione di memorie difensive e di documentazione»; che ad avviso del Tribunale la disciplina del procedimento per decreto «mal si concilia con il quadro di riferimento introdotto dalla recente normazione in materia di "giusto processo"», che tende ad assicurare la parità tra le parti processuali e una efficace tutela dell'imputato e dell'indagato a fronte della pretesa punitiva dello Stato; che in particolare le norme censurate, non prevedendo che all'imputato venga notificata la richiesta di emissione del decreto penale di condanna, violerebbero l'art. 3 Cost., in quanto determinano un'evidente disparità di trattamento tra colui nei cui confronti è emesso il decreto di condanna e l'imputato tratto a giudizio con le forme ordinarie, al quale, mediante l'avviso della conclusione delle indagini preliminari di cui all'art. 415-bis cod. proc. pen. , viene data la possibilità di interloquire e di svolgere efficacemente la propria difesa in vista dell'esercizio dell'azione penale; che tale disciplina violerebbe inoltre l'art. 111 Cost., ad avviso del rimettente applicabile anche alla fase delle indagini preliminari, dal momento che «la richiesta di emissione del decreto penale di condanna costituisce esercizio dell'azione penale e determina il sorgere della fase processuale in senso proprio, tant'è che l'indagato assume la qualità di imputato», cui vanno assicurate le garanzie del contraddittorio e della parità tra le parti previste dal secondo comma del parametro costituzionale evocato; che il contraddittorio differito che si instaura a seguito dell'eventuale opposizione non vale ad escludere il contrasto con l'art. 111 Cost., posto che l'imputato opponente rimane comunque privato del diritto di vedere definita la sua posizione processuale senza dovere affrontare «i costi economici e morali» del pubblico dibattimento; che le norme censurate violerebbero infine gli artt. 3 e 24 Cost., in quanto privano irragionevolmente l'indagato della possibilità di presentare documenti o memorie al giudice per le indagini preliminari e di svolgere investigazioni difensive, dal momento che il condannato per decreto non è normalmente in condizione di conoscere anticipatamente che nei suoi confronti vengono svolte indagini; che, quanto alla rilevanza, il rimettente precisa che l'accoglimento della questione, sollevata su eccezione della difesa, «comporterebbe una nullità di ordine generale del decreto penale di condanna opposto» con conseguente regressione del procedimento; che il Tribunale di Avellino con tre ordinanze (r.o. n. 280, n. 393 e n. 394 del 2002) ha sollevato analoga questione, dubitando, in riferimento agli artt. 24 e 111 Cost., della legittimità costituzionale dell'art. 459 cod. proc. pen. , nella parte in cui non prevede che la difesa sia posta in condizione di contraddire, sia pure a livello meramente cartolare, sulla richiesta del pubblico ministero di emissione del decreto di condanna; che nelle tre ordinanze (le ultime due identiche) il Tribunale rimettente svolge sostanzialmente le medesime considerazioni, precisando, quanto alla rilevanza, che l'accoglimento delle questioni comporterebbe la nullità di ordine generale del decreto penale di condanna opposto, emesso inaudita altera parte, e la regressione del procedimento; che, nel merito, il rimettente ritiene che la mancanza di ogni forma di contraddittorio e l'impossibilità della difesa di interloquire nella fase processuale successiva alla richiesta del pubblico ministero di emissione del decreto penale di condanna, se potevano conciliarsi con il sistema processuale anteriore alla modifica dell'art. 111 Cost., si pongono ora in evidente contrasto con i principi del giusto processo; che, in particolare, l'art. 459 cod. proc. pen. , consentendo al giudice di emettere il decreto di condanna sulla base della sola richiesta del pubblico ministero, violerebbe l'art. 111 Cost., in quanto tale richiesta, integrando una delle possibili forme di esercizio dell'azione penale e comportando l'assunzione, da parte dell'indagato, della qualità di imputato, determina l'insorgere della fase processuale in senso stretto, nella quale deve in ogni caso essere garantito il contraddittorio fra le parti, in condizioni di parità; che la violazione dell'art. 111 Cost. sarebbe ancora più evidente ove si consideri che i poteri del giudice chiamato a decidere sulla emissione del decreto penale si estendono alla valutazione della sussistenza delle condizioni per un proscioglimento ex art. 129 cod. proc. pen. o per la restituzione degli atti al pubblico ministero; che, con riferimento a tale ventaglio di possibili epiloghi decisionali, la mancanza di contraddittorio lede anche il diritto di difesa dell'imputato, in quanto la decisione del giudice per le indagini preliminari - che potrebbe anche comportare il proscioglimento dell'imputato - viene presa senza alcuna considerazione delle eventuali ragioni di quest'ultimo, impossibilitato ad esprimerle nella fase iniziale dell'attuale procedimento per decreto; che il contraddittorio, eventuale e differito, conseguente all'opposizione al decreto di condanna, non vale a sanare la precedente violazione del diritto di difesa, posto che l'indagato rimane comunque privato della possibilità di interloquire sulla richiesta del pubblico ministero al fine di ottenere un proscioglimento anticipato; che un contraddittorio meramente cartolare, realizzabile mediante la concessione di un breve termine per la presentazione di memorie da parte della difesa, potrebbe adeguatamente bilanciare i diversi interessi in gioco, e non sarebbe incompatibile con le peculiarità dell'istituto del decreto penale di condanna, finalizzato alla rapida definizione di procedimenti concernenti reati "minori";