[pronunce]

che successive disposizioni - posteriori, peraltro, alla vicenda oggetto del giudizio a quo: in particolare, i commi 436 e 437 dell'art. 1 della legge 30 dicembre 2004, n. 311, recante «Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (legge finanziaria 2005)», poi sostituiti dall'art. 2, comma 223, della legge 23 dicembre 2009, n. 191, recante «Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (finanziaria 2010)» - nel regolare le procedure di dismissione del patrimonio immobiliare dello Stato, hanno nuovamente previsto un termine di quindici giorni per l'esercizio del diritto di prelazione da parte degli enti territoriali, identificandone, tuttavia, in modo diverso la data di decorrenza (in base all'art. 1, comma 437, della legge n. 311 del 2004, come sostituito dalla novella del 2009, detto termine decorre, in specie, «dal ricevimento della determinazione a vendere comunicata dall'Agenzia del demanio prima dell'avvio delle procedure»); che la Corte rimettente non fa, tuttavia, alcun riferimento alle ricordate modifiche normative - e, in particolare, a quella operata dall'art. 4, comma 3, della legge n. 488 del 1999 - omettendo correlativamente di chiarire per quali ragioni ritenga applicabile, nel giudizio a quo, una disposizione che, non soltanto alla data dell'ordinanza di rimessione, ma già all'epoca dell'esercizio del diritto di prelazione di cui si discute, risultava sostituita da altra priva della previsione della cui legittimità costituzionale si dubita; che tale onere motivazionale non viene meno a fronte della circostanza - riferita dal giudice a quo - che nell'avviso di vendita il Ministero delle finanze avesse indicato in quindici giorni, a decorrere dalla comunicazione dell'ufficio procedente, il termine per l'esercizio del diritto di prelazione da parte degli enti territoriali, citando specificamente anche l'art. 14 della legge n. 449 del 1997: è evidente, infatti, che il mero (e non motivato) riferimento dell'amministrazione finanziaria a una disciplina normativa già in precedenza sostituita non esclude che il rimettente debba verificare se detta disciplina sia realmente operante in rapporto al caso di specie, esplicitandone, nel caso di conclusione affermativa, i motivi; che, pertanto ? indipendentemente dall'ulteriore eccezione di inammissibilità formulata dall'Avvocatura dello Stato e a prescindere, altresì, da ogni rilievo in ordine al merito della questione, sia per quanto attiene alla pretesa impossibilità, per il Comune, di esercitare il diritto di prelazione nel termine in discussione, sia per quel che concerne la discrezionalità, che al legislatore va riconosciuta, nel bilanciamento tra i diversi interessi coinvolti nelle procedure di cui si tratta (quello dello Stato al conseguimento di risorse finanziarie, quello del Comune a beneficiare la comunità territoriale e quello dell'aggiudicatario alla certezza del proprio acquisto) - l'omessa verifica dell'incidenza delle ricordate modifiche legislative, risolvendosi in una insufficiente ponderazione del quadro normativo e in un difetto di motivazione sulla rilevanza della questione sollevata, contempla la manifesta inammissibilità di quest'ultima (ex plurimis, ordinanze n. 341 del 2011 e n. 76 del 2010).. per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE dichiara la manifesta inammissibilità della questione di legittimità costituzionale dell'articolo 14, comma 12, della legge 27 dicembre 1997, n. 449 (Misure per la stabilizzazione della finanza pubblica), sollevata, in riferimento agli articoli 3 e 97 della Costituzione, dalla Corte d'appello di Brescia con l'ordinanza indicata in epigrafe. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 4 aprile 2012. F.to: Alfonso QUARANTA, Presidente Giuseppe FRIGO, Redattore Gabriella MELATTI, Cancelliere Depositata in Cancelleria il 18 aprile 2012. Il Direttore della Cancelleria F.to: MELATTI