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b) il coinvolgimento del Consiglio delle autonomie locali, al fine di adempiere alla previsione costituzionale secondo cui occorre acquisire l'orientamento degli enti locali della regione interessata; c) la « inemendabilità » della legge parlamentare di recepimento dell'intesa, in conseguenza della immodificabilità del testo dell'intesa stessa; d) la possibilità di prevedere un'eventuale retrocessione allo Stato delle attribuzioni di maggior autonomia concesse alle regioni. Tutto ciò conferma come il tema centrale sotteso all'attuazione del regionalismo differenziato riguardi gli aspetti procedurali relativi alle modalità di approvazione dell'intesa di cui all'articolo 116, terzo comma, della Costituzione, e in particolare « con quale modalità possa essere coinvolto il Parlamento nella formazione dell'atto, e magari anche prima che lo stesso sia sottoposto all'intesa, in modo da garantire una partecipazione consapevole e responsabile delle Assemblee legislative ». La disposizione costituzionale in questione non indica infatti, come è noto, quale sia nel dettaglio il procedimento da adottare per la definizione dell'intesa né le conseguenti implicazioni sull' iter parlamentare di approvazione della relativa legge di recepimento. Pertanto, sono numerose le implicazioni derivanti dall'assenza di una legge di attuazione dell'articolo 116, terzo comma, della Costituzione, e non vi è un vero e proprio procedimento che possa assicurare un metodo uniforme di stipulazione dell'intesa tra lo Stato e le diverse regioni interessate, nonché adeguate forme di partecipazione del Parlamento alla definizione dell'intesa stessa. Il procedimento di natura negoziale tra il Governo e la regione interessata fa sì che il ruolo del Parlamento viene ridotto ad un « generico sindacato politico » delle scelte effettuate dal Governo, spettando al titolare della funzione legislativa – peraltro, fortemente incisa nel caso dell'attuazione del regionalismo differenziato – l'approvazione o meno con legge delle relative intese. Occorrerebbe, quindi, individuare un procedimento che assicuri la partecipazione effettiva del Parlamento al processo di attuazione del regionalismo differenziato, nel rispetto delle sue prerogative costituzionali e che, soprattutto, tenga conto della necessità di evitare l'interruzione dell 'iter parlamentare, per procedere alla rinegoziazione dell'intesa, nel caso in cui le Camere non condividano in tutto o in parte il contenuto essenziale dell'intesa stessa. Quanto alle ragioni dell'abrogazione del terzo comma dell'articolo 116 della Costituzione, occorre considerare che, oltre alle tante criticità formali, legate alla natura e alle caratteristiche peculiari dell' iter di approvazione della legge di attribuzione delle ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia alle regioni ordinarie, vi sono anche da considerare aspetti, per niente trascurabili, di natura sostanziale, che riguardano i princìpi fondamentali sanciti dagli articoli 2, 3 e 5 della Costituzione. Il principio fondamentale di unitarietà e indivisibilità della Repubblica, che riconosce e promuove le autonomie locali e attua il più ampio decentramento amministrativo nei servizi che dipendono dallo Stato, che assicura al contempo l'adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale e la garanzia dei diritti inviolabili dell'uomo, oltre al rispetto del principio di eguaglianza, formale e sostanziale, non è compatibile con le forme di autonomia introdotte dal legislatore costituzionale del 2001, che per altro non sono nemmeno connesse e pertinenti a esigenze e a particolarità del territorio regionale per il quale vengono richieste, con il risultato che nelle diverse regioni vi sarebbero discipline legislative differenti pur senza una differenza in fatto. Trattare in modo diverso situazioni uguali (così come trattare in modo uguale situazioni diverse) è una inammissibile violazione del principio di uguaglianza. Pertanto, una potestà legislativa autonoma che non si fondi su reali peculiarità territoriali è costituzionalmente inammissibile e costituisce una forma di secessione di fatto. L'articolo 116, terzo comma, offre un ampio ventaglio di competenze attribuibili alle regioni, consentendo a ciascuna di esse di avanzare richieste sulla base della propria peculiare condizione dal punto di vista territoriale, demografico, culturale, sociale ed economico. Tuttavia tali richieste, ad avviso della dottrina, possono essere fatte soltanto qualora, per la valorizzazione delle peculiarità delle singole regioni, la competenza legislativa concorrente non risulti sufficiente. In questo modo, dalla differenziazione dovrebbe conseguire un panorama sfaccettato, diverso da caso a caso, dal momento che le peculiarità regionali non possono, per definizione, essere ovunque le stesse e che, in ogni caso, non sempre sono suscettibili di esprimersi con la medesima « intensità ». Alla luce di quanto affermato, è da ritenere che le richieste delle regioni Veneto (attribuzione di 23 materie) e Lombardia (attribuzione di 20 materie) siano eccessive o, quantomeno, non rispondenti allo spirito del 116, terzo comma, poiché tali regioni hanno concretamente reclamato pressoché tutte le competenze « astrattamente reclamabili » e, in tal modo, si rischia di trasformare l'autonomia da strumento di realizzazione di sottostanti istanze materiali concrete, in valore in sé. Infatti, attribuire a una regione ordinaria tutte le competenze astrattamente trasferibili, ai sensi dell'articolo 116, terzo comma, sembrerebbe collidere con il dettato costituzionale, il quale invece permette di dirigersi verso ulteriori forme e condizioni, ciò in ragione della circostanza per cui vanno dimostrati gli interessi peculiari da soddisfare per ogni singola regione e che tendenzialmente non sembrano poter concretamente coincidere con tutte le materie. Senza la previsione di limiti al regionalismo differenziato, circoscritti alle specificità regionali, si avrebbe solo una mera frammentazione di asset strategici per l'unità del Paese: scuola, lavoro, autostrade, ferrovie, porti, aeroporti, beni culturali di primario rilievo e quant'altro. Senza una concreta definizione di costi e fabbisogni standard , si procederebbe con il concetto di spesa storica, inglobando tutte le intollerabili diseguaglianze esistenti. Se venisse consentito a Governo e singole regioni di contrattare il finanziamento delle funzioni, anche con riferimento ai tributi erariali maturati nel territorio regionale, si favorirebbero solo i territori più ricchi. Qualora si attuasse l'autonomia differenziata, lo Stato non avrebbe più le risorse economiche necessarie per dare attuazione all'articolo 119, nella parte in cui la norma costituzionale prevede l'istituzione di un « Fondo perequativo, senza vincoli di destinazione, per i territori con minore capacità fiscale per abitante ». Le regioni tratterrebbero larga parte del gettito fiscale generato nel territorio regionale. Il Veneto, ad esempio, tratterebbe il 90 per cento del gettito prodotto dai cittadini e dalle imprese che sono in quella regione, cioè circa 40 miliardi l'anno sottratti alle casse dello Stato. La Lombardia tratterrebbe oltre 100 miliardi e l'Emilia-Romagna 43. In totale si registrerebbe una diminuzione per l'Erario di oltre 180 miliardi annui sui 750 che costituiscono l'ammontare del bilancio annuale dello Stato.