[ddlpres]

Modifiche agli articoli 4- bis , 14- bis , 14- ter , 14- quater e 41- bis della legge 26 luglio 1975, n.354, in materia di divieto di concessione dei benefici penitenziari, di regime di sorveglianza particolare e di soppressione del regime restrittivo con sospensione delle regole ordinarie di trattamento penitenziario per gravi motivi di ordine e di sicurezza pubblica. Onorevoli Senatori. -- La formulazione del presente disegno di legge -- elaborato con il fondamentale contributo dell'Unione camere penali italiane -- muove dal giudizio assolutamente negativo che i radicali e gli avvocati penalisti italiani hanno sempre espresso sulla normativa di cui agli articoli 4- bis e 41 -bis della legge 26 luglio 1975, n. 354, di seguito «ordinamento penitenziario». Con la presente proposta intendo pertanto ribadire che ogni trattamento del detenuto, il quale non realizzi compiutamente le finalità rieducative della pena e non rispetti i princìpi di umanità del trattamento previsti dall'articolo 27 della Costituzione e dai trattati internazionali, non può essere accolto nel nostro sistema. Per questo, anche in considerazione delle concrete modalità di applicazione del regime di cui all'articolo 41- bis dell'ordinamento penitenziario -- così come stabilite dalla sua entrata in vigore fino alle recenti modifiche apportate dalla legge n. 94 del 2009 e così come documentate da numerosi fonti sia interne che internazionali -- non si può che ribadire con forza la richiesta di soppressione di tale regime. Ciò posto, se il dichiarato scopo della normativa di cui all'articolo 41- bis dell'ordinamento penitenziario è quello di garantire la sicurezza negli istituti di pena e di impedire i rapporti tra i detenuti e gli appartenenti ai diversi sodalizi criminosi, fuori e dentro il carcere, non può essere accolta alcuna impostazione che, lungi dal realizzare tali finalità, si traduca solo in un regime di detenzione -- più afflittivo dell'ordinario -- per alcuni detenuti in ragione dei reati loro addebitati. Appare indiscutibile, infatti, che accettando un'impostazione di tal genere si manterrebbe nel sistema una normativa che, anziché garantire la sicurezza o interrompere i collegamenti tra i detenuti e il sodalizio criminale di appartenenza, è volta a istituire un regime carcerario diversificato per alcune categorie di detenuti, oltre che a condizionare le scelte processuali di coloro nei cui confronti viene applicato. Quest'ultimo aspetto, che è sempre stato l'obiettivo non dichiarato apertamente ma evidentemente sotteso alla normativa di cui al citato articolo 41- bis , e ancora più manifesto nella pratica attuazione della stessa, è reso inequivoco dal fatto che, in maniera del tutto incongrua rispetto alla richiamata ratio di maggior tutela della sicurezza, nel corso del tempo l'ambito applicativo del cosiddetto «carcere duro» è stato stabilizzato ed esteso anche a imputati o a condannati per reati che nulla hanno a che vedere con il fenomeno che si vorrebbe contrastare. Del resto, il legame tra le condizioni di vita dei detenuti sottoposti al regime di cui all'articolo 41- bis e il loro atteggiamento processuale è stato testimoniato da organismi internazionali, come il Comitato europeo per la prevenzione della tortura e delle pene o trattamenti inumani o degradanti, il quale fin dal 1995 ha preso atto con preoccupazione di una dichiarazione rilasciata dalle autorità italiane in sede di Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU), secondo cui «Grazie a questa misura speciale, un numero crescente di detenuti ha deciso di cooperare con le autorità giudiziarie fornendo indicazioni sulle organizzazioni criminali delle quali faceva parte». Al riguardo va sottolineato che un regime di detenzione deliberatamente più afflittivo, applicato anche nei confronti di imputati in attesa di giudizio, cui i detenuti possono porre termine solo mutando il proprio atteggiamento processuale, si traduce in un sistema di condizionamento della libertà di autodeterminazione del detenuto e influisce sulla spontaneità dei suoi atteggiamenti oltre che sulla credibilità delle sue dichiarazioni. Le ragioni dell'evidente inconciliabilità tra la dichiarata ratio della normativa di cui all'articolo 41- bis e il suo ambito applicativo risultano del tutto evidenti laddove si constati assoluta e inutile vessatorietà di talune misure e restrizioni che vengono adottate nei confronti dei detenuti sottoposti a tale regime (ad esempio, in materia di colloqui con i familiari, in specie con i figli minori, di divieti relativi al consumo di cibi, al vestiario eccetera). Accanto a tutto ciò non va poi dimenticato che qualsiasi misura, pur volta esclusivamente e specificamente alla tutela della sicurezza, non può mai travalicare il confine segnato dal rispetto dei diritti fondamentali degli uomini e portare all'inflizione di trattamenti disumani o degradanti, che il nostro sistema rifiuta radicalmente in quanto del tutto estranei alla cultura, prima ancora che all'ordinamento giuridico, del nostro Paese. Queste sono le ragioni complessive per le quali noi radicali -- insieme all'Unione camere penali italiane -- riteniamo che la normativa di cui all'articolo 41- bis si ponga in aperto contrasto con i più nobili princìpi accettati nel nostro sistema, il quale rigetta qualsiasi trattamento contrario al senso di umanità (articolo 27 della Costituzione), nonché le pene inumane o degradanti (articolo 3 della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali, firmata a Roma il 4 novembre 1950 e resa esecutiva dalla legge n. 848 del 1955) e tali da non svolgere l'imprescindibile funzione rieducativa del condannato (articolo 27 della Costituzione) nonché, da ultimo, metodi e tecniche idonei a influire sulla libertà di autodeterminazione delle persone nell'assunzione delle prove (articolo 188 del codice di procedura penale). La stessa Corte costituzionale ha avuto più volte modo di occuparsi del regime di cui all'articolo 41- bis dell'ordinamento penitenziario e, pur senza negare l'astratta necessità di tutela delle esigenze di sicurezza all'interno del carcere, ha richiamato il legislatore e gli interpreti a una lettura armonica di tale istituto con i princìpi costituzionali. In questo senso il Giudice delle leggi, attraverso una serie di sentenze interpretative di rigetto, ha legittimato la permanenza dell'istituto del cosiddetto «carcere duro» all'interno dell'ordinamento a condizione che il medesimo rispetti talune precise delimitazioni. A prescindere dalla valutazione della coerenza della giurisprudenza costituzionale rispetto agli stessi princìpi che la medesima ha costantemente richiamato sul regime di cui all'articolo 41- bis , un semplice richiamo alle indicazioni del Giudice delle leggi può consentire di delineare l'ambito entro il quale il legislatore deve mantenersi, in tale materia, al fine di non porsi al di fuori del dettato costituzionale. La Corte costituzionale infatti ha da ultimo sottolineato che «i provvedimenti applicativi devono essere concretamente giustificati in relazione alle esigenze di ordine e sicurezza» e che tali esigenze «specifiche ed essenzialmente discendenti dalla necessità di prevenire ed impedire i collegamenti tra detenuti» sono quelle che giustificano le restrizioni al regime carcerario.