[pronunce]

e cfr. anche sentenza n. 52 del 1998). La legge dunque, nel prevedere la Sezione disciplinare e nel regolarne la composizione ed il funzionamento (artt. 4, 5 e 6 della legge 24 marzo 1958, n. 195, e successive modificazioni), non ha dato vita ad un organo autonomo dal Consiglio superiore della magistratura, né ha frazionato il "potere" di cui il Consiglio è titolare ed espressione, ma si è limitata a disciplinarne l'organizzazione interna, ferma restando l'unicità del potere medesimo. L'esercizio della potestà disciplinare attribuita al Consiglio superiore è stato poi configurato per le ragioni più volte messe in luce da questa stessa Corte (cfr. sentenze n. 145 del 1976, n. 289 del 1992, n. 71 del 1995 e n. 497 del 2000) con caratteri formalmente giurisdizionali, il che si riflette, fra l'altro, sulle modalità di funzionamento della Sezione disciplinare (composizione fissa, con sostituzione dei componenti assenti o impediti ad opera dei supplenti: articolo 6, primo, secondo, terzo e quarto comma, della legge n. 195 del 1958 e succ. modif.), e sui caratteri ed il regime delle relative decisioni (qualificate come sentenze, impugnabili davanti alle sezioni unite della Corte di cassazione: art. 37 del r.d.lgs. n. 511 del 1946 e art. 17, terzo comma, della legge n. 195 del 1958). Per ritenere sussistente la legittimazione a proporre conflitto di attribuzione, è dunque sufficiente constatare, da un lato, che l'attribuzione che si suppone lesa dalla delibera del Senato è una di quelle spettanti al Consiglio superiore della magistratura in base all'art. 105 della Costituzione; e, dall'altro lato, che la Sezione disciplinare è competente a "dichiarare definitivamente la volontà" del potere cui appartiene - vale a dire del Consiglio superiore - in quanto le sue determinazioni in materia disciplinare sono insuscettibili di qualsiasi revisione o avocazione da parte del plenum e costituiscono piena e definitiva espressione della potestà disciplinare attribuita dalla Costituzione. Né può porsi un problema di legittimazione a sottoscrivere il ricorso, posto che, nella specie, questo è sottoscritto da chi, nello stesso tempo, era vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura e presidente del collegio giudicante che ha deliberato di sollevare il conflitto. 3. - Nel merito, il ricorso è fondato. I comportamenti addebitati al magistrato incolpato, e oggetto del conflitto, non sono qualificabili come "opinioni" (né tanto meno come "voti") espresse nell'esercizio delle funzioni parlamentari, e non possono dunque essere ricondotti in alcun modo alla sfera della insindacabilità garantita dall'art. 68, primo comma, della Costituzione. Ciò vale, anzitutto, per le condotte omissive e commissive descritte nel capo 2, lett. a) e b) dell'incolpazione, consistenti rispettivamente nell'avere omesso di informare i colleghi, chiamati a sostituire il magistrato incolpato nella conduzione di un procedimento, sullo stato del procedimento medesimo, e nell'avere disposto la cancellazione di dati da computer utilizzati dal magistrato e dai suoi collaboratori, creando così un oggettivo danno alla futura conduzione di detto procedimento. Stabilire se e in che limiti la cessazione dell'attività, conseguente al collocamento del magistrato in aspettativa, prima in vista della presentazione della candidatura al Parlamento, poi a seguito dell'elezione, e il conseguente dovere di astensione da ogni interferenza del candidato e dell'eletto nelle attività giudiziarie dell'ufficio di provenienza, possano condurre ad escludere in concreto la violazione di un dovere di diligenza e di collaborazione, è questione di merito da risolversi nell'ambito del procedimento disciplinare. Quale che fosse l'eventuale convinzione del magistrato eletto in Parlamento circa la sussistenza o i limiti di tale dovere di collaborazione, e quindi quali che fossero le ragioni che hanno determinato le condotte a lui addebitate in sede disciplinare, queste ultime sono, in ipotesi, contrarie ad un dovere di collaborazione collegato esclusivamente allo status di magistrato, sia pure in aspettativa, e non potrebbero certo qualificarsi come esercizio, in forma di espressione di opinione, della funzione parlamentare. Tanto meno ciò potrebbe dirsi per condotte tenute dal magistrato - come, almeno in parte, si ipotizza nella specie - prima dell'elezione, sia pure nel periodo in cui egli era collocato in aspettativa per la candidatura all'elezione parlamentare, e quindi quando non rivestiva ancora lo status di parlamentare. 4. - Alla medesima conclusione deve giungersi anche con riguardo all'altro addebito in contestazione, relativo alla frequentazione non occasionale - risalente, secondo la Sezione ricorrente e secondo il capo di incolpazione, ad epoca anteriore alla elezione del magistrato al Senato della Repubblica - di persona da ritenersi di dubbia fama in considerazione dei suoi precedenti penali e giudiziari. Si tratta, ancora una volta, di condotta - già di per sé non agevolmente qualificabile come espressione di un'opinione - addebitata e addebitabile esclusivamente in relazione allo status di magistrato e ai connessi doveri, e in nessun modo riconducibile, invece, alle funzioni di membro del Parlamento successivamente assunte dal magistrato medesimo. Non viene nemmeno qui in considerazione il quesito, se in capo al magistrato eletto in Parlamento possa ipotizzarsi la permanenza di qualcuno dei doveri collegati allo status di magistrato tuttora rivestito: nella specie, infatti, ciò di cui si discute è l'ipotesi di una violazione di tali doveri nel periodo in cui l'interessato non aveva ancora assunto la qualità di membro del Parlamento. In ogni caso, dunque, sia per i caratteri materiali della condotta addebitata, sia - decisivamente - per la sua inerenza ad un periodo anteriore all'assunzione dello status di parlamentare, essa non può ricondursi all'ambito della insindacabilità garantita dall'art. 68, primo comma, della Costituzione.. per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE a) dichiara che non spetta al Senato della Repubblica dichiarare che i fatti, oggetto di addebito disciplinare, di cui ai capi di incolpazione n. 2, lettere a e b e n. 4, nel procedimento disciplinare pendente nei confronti del magistrato dott. Angelo Giorgianni davanti alla Sezione disciplinare del Consiglio superiore della magistratura, concernono opinioni espresse da un membro del Parlamento nell'esercizio delle sue funzioni, ai sensi dell'art. 68, primo comma, della Costituzione; e conseguentemente; b) annulla la deliberazione del Senato della Repubblica, in data 29 luglio 1999, con cui si dichiara che i fatti addebitati al senatore Giorgianni concernono opinioni espresse da un membro del Parlamento nell'esercizio delle sue funzioni, limitatamente alla parte in cui si riferisce ai fatti di cui al precedente capo a). Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 17 giugno 2002. Il Presidente: Ruperto Il redattore: Onida Il cancelliere: Di Paola Depositata in Cancelleria il 24 giugno 2002. Il direttore della cancelleria: Di Paola