[ddlpres]

« In tema di responsabilità da reato degli enti, la separazione delle posizioni processuali di alcuni degli imputati del reato presupposto per effetto della scelta di riti alternativi non incide sulla contestazione formulata nei confronti dell'ente, né riduce l'ambito della cognizione giudiziale, conseguendone che nemmeno dall'assoluzione di uno degli imputati del reato presupposto, non per insussistenza del fatto, discenda automaticamente l'esclusione della responsabilità dell'ente, dovendo il giudice procedere ad una verifica del reato presupposto alla stregua dell'integrale contestazione dell'illecito formulata nei confronti dell'ente, accertando la sussistenza o meno delle altre condotte poste in essere dai coimputati nell'interesse o a vantaggio dell'ente. In tema di responsabilità da reato degli enti, l'autonomia della responsabilità dell'ente rispetto a quella penale della persona fisica che ha commesso il reato-presupposto, di cui all'articolo 8 decreto legislativo n. 231 del 2001, deve essere intesa nel senso che, per affermare la responsabilità dell'ente, non è necessario il definitivo e completo accertamento della responsabilità penale individuale, ma è sufficiente un mero accertamento incidentale, purché risultino integrati i presupposti oggettivi e soggettivi di cui agli articoli 5, 6, 7 ed 8 del medesimo decreto ». D'altra parte, ultimamente, con la sentenza n. 13575 del 5 maggio 2020 la Corte di cassazione ha avuto occasione di annullare per intervenuta prescrizione la condanna del datore di lavoro per lesione personale colposa in danno di un dipendente e di confermare, invece, la condanna della società per l'illecito amministrativo, di cui all'articolo 25- septies , comma 3, del decreto legislativo n. 231 del 2001, alla sanzione pecuniaria di euro 30.000 e alla sanzione interdittiva del divieto di contrattare con la pubblica amministrazione per tre mesi. La società venne condannata « per l'adozione di un modello organizzativo insufficiente rispetto alle finalità di prevenzione e protezione contro i rischi e per il vantaggio economico consistito in un risparmio di spesa nonché maggior guadagno determinato dal non rallentamento della produzione dovuta ». La Sezione IV della Suprema Corte premette che, « in tema di responsabilità degli enti, in presenza di una declaratoria di prescrizione del reato presupposto, ai sensi dell'articolo 8, comma 1, lettera b) , del decreto legislativo n. 231 del 2001, il giudice deve procedere all'accertamento autonomo della responsabilità amministrativa della persona giuridica nel cui interesse e nel cui vantaggio l'illecito fu commesso che, però, non può prescindere da una verifica, quantomeno incidentale, della sussistenza del fatto di reato ». Precisa che, « in tema di responsabilità degli enti derivante da reati colposi di evento in violazione della normativa antinfortunistica, il vantaggio di cui all'articolo 5 del decreto legislativo n. 231 del 2001, operante quale criterio di imputazione oggettiva della responsabilità, può consistere anche nella velocizzazione degli interventi manutentivi che sia tale da incidere sui tempi di lavorazione ». Prende atto che la società « aveva risparmiato il danaro necessario all'acquisto di guanti di protezione, non aveva curato la formazione dei lavoratori mediante appositi corsi e si era avvantaggiata per l'imposizione di ritmi di lavoro in tal modo conseguendo, a scapito della sicurezza dei lavoratori, un aumento della produttività ». E sottolinea « l'adozione di un modello organizzativo insufficiente rispetto alle finalità di prevenzione e protezione contro i rischi derivanti dalla rimozione della plastica » e, dunque, « l'omessa adeguata previsione di un modello organizzativo adeguato, nel quale rientra anche la mancata formazione dei dipendenti ». « In tema di responsabilità degli enti, in presenza di una sentenza di applicazione della particolare tenuità del fatto, nei confronti della persona fisica responsabile della commissione del reato, il giudice deve procedere all'accertamento autonomo della responsabilità amministrativa della persona giuridica nel cui interesse e nel cui vantaggio il reato fu commesso; accertamento di responsabilità che non può prescindere da una opportuna verifica della sussistenza in concreto del fatto reato, in quanto l'applicazione dell'articolo 131- bis Codice penale non esclude la responsabilità dell'ente, in via astratta, ma la stessa deve essere accertata effettivamente in concreto; non potendosi utilizzare, allo scopo, automaticamente la decisione di applicazione della particolare tenuità del fatto, emessa nei confronti della persona fisica » (Sentenza della Corte di cassazione n. 9072 del 28 febbraio 2018). La medesima lettera f) prevede, ai commi 11 e 12 dell'articolo 15 della legge n. 257 del 1992, l'introduzione di una ricerca attiva e della notifica di patologie absesto-correlate, le quali troppo di rado sono comunicate all'autorità giudiziaria. Attualmente si riscontrano sul territorio comportamenti tesi a depotenziare il sistema di sorveglianza epidemiologica della patologia da amianto in Italia, sia attraverso il mancato supporto alle attività connesse alla registrazione dei mesoteliomi in alcune regioni italiane, sia attraverso la mancata notifica all'autorità giudiziaria dei casi di patologia asbesto correlata, certi o sospetti. Un più efficace contrasto a questi fenomeni che possono, direttamente o indirettamente, abbassare il livello della tutela della salute pubblica si rende quindi necessario. La preoccupazione relativa a tali mancanze sorge alla fine degli anni Ottanta, quando una nota rivista italiana di medicina del lavoro segnalò che, nel nostro Paese, l'eziologia occupazionale dei tumori era largamente misconosciuta. La rivista ci invitò ad andare alla ricerca dei tumori professionali perduti negli archivi degli ospedali e dei comuni. E dire che la sentenza pronunciata nel 1979 dalla Corte di cassazione sull'Ipca di Ciriè aveva spazzato ogni dubbio: il tumore causato dal lavoro deve essere vagliato dal magistrato penale quale possibile reato di lesione personale colposa o omicidio colposo; e, prima ancora, deve essere portato a conoscenza del magistrato penale mediante referto da parte dei medici. Purtroppo, a lungo, le cose sono andate diversamente. Fu necessario attendere la sentenza della Corte di cassazione n. 10750 del 19 settembre 1997, che confermò la condanna del costruttore del palazzo Rai di Torino per omicidio colposo in danno di un lavoratore addetto ad operazioni di coibentazione con uso di prodotto contenente amianto e deceduto per mesotelioma pleurico. Il fatto è che i casi di patologie asbesto-correlate continuano ad essere portati a conoscenza dell'autorità giudiziaria ancora troppo di rado. Significativa è la vicenda emersa dalla sentenza della Cassazione n. 27715 del 21 giugno 2019. Il dirigente medico e ufficiale di polizia giudiziaria, direttore responsabile di una struttura operativa complessa di prevenzione e sicurezza negli ambienti di lavoro è stato imputato del reato di cui all'articolo 361 del codice penale, per aver omesso o ritardato di provvedere ad almeno 253 segnalazioni di malattia professionale – soprattutto mesotelioma pleurico – oltre quelle giacenti in archivio e altre per le quali vi era delega da parte della procura della repubblica, con conseguente grave ritardo per le indagini.