[pronunce]

né potrebbero trovare applicazione analogica le disposizioni dettate per il relativo compenso dei curatori nelle procedure concorsuali liquidatorie, i quali svolgono un'attività molto diversa. La conseguente esclusione di un compenso per lo svolgimento dell'attività di accertamento dei crediti e di assistenza al giudice delegato svolta dagli amministratori giudiziari nella verifica degli stessi potrebbe porsi in contrasto, ad avviso del giudice a quo, tanto con l'art. 36 Cost., ossia con il principio per il quale ogni forma di lavoro deve essere adeguatamente retribuita, quanto con l'art. 54 Cost., perché gli amministratori giudiziari sono ausiliari del giudice. Né sarebbe conforme «ad equità» trarre ispirazione dai criteri che presidiano la determinazione del compenso del curatore fallimentare (recte: nella liquidazione giudiziale) per analoghe attività, in quanto dovrebbe invece essere previsto un compenso per tutti i crediti analizzati, al fine di evitare un potenziale conflitto di interessi del professionista rispetto all'attività ad esso demandata. In punto di rilevanza, infine, sottolinea la Corte rimettente che, dovendo essere disapplicato l'art. 3, comma 3, del d.P.R. n. 177 del 2015, perché emanato in assenza di una valida base normativa, in assenza di un intervento di questa Corte, non residuerebbe alcun criterio per il riconoscimento di un compenso all'amministratore ricorrente. 2.- Si è costituito nel giudizio di legittimità costituzionale l'amministratore giudiziario E. R. osservando che non è possibile, ai fini della determinazione del compenso degli amministratori giudiziari per l'attività di accertamento dei crediti fatti valere nei confronti del prevenuto e di assistenza al giudice delegato nella verifica dei crediti, fare riferimento ai criteri previsti per il curatore fallimentare, trattandosi di attività eterogenee, poiché solo i primi devono effettuare a tal fine le specifiche e complesse attività ad essi demandate dal codice antimafia. Secondo la parte ciò comporta che nelle procedure di prevenzione, di norma, è ammesso un numero di crediti significativamente inferiore rispetto a quanto avviene nelle procedure di liquidazione giudiziale (e, in precedenza, di fallimento). 3.- Con atto depositato il 13 marzo 2023 è , inoltre, intervenuto in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, deducendo, sotto un primo profilo, l'inammissibilità delle questioni perché fondate su parametri quali gli artt. 36 e 54 Cost., evocati in maniera generica e non pertinente e, sotto un secondo profilo, la loro manifesta infondatezza. In particolare, quanto all'art. 54 Cost., la difesa dello Stato rileva che non si comprenderebbe l'attinenza della dedotta assenza di una disposizione che disciplina il regime dei compensi dell'amministratore giudiziario per le attività di verifica dei crediti rispetto al dovere di tutti i cittadini di essere fedeli alla Repubblica e di osservarne la Costituzione e le leggi, ovvero quello di adempiere con disciplina ed onore alle funzioni pubbliche loro affidate. Con riferimento all'art. 36 Cost., il Presidente del Consiglio dei ministri sottolinea che il giudice rimettente non solo assimila il compenso dell'ausiliario alla retribuzione, ma non descrive le ragioni della violazione del detto parametro, vieppiù alla luce dell'elevata remuneratività dei compensi degli amministratori giudiziari. La questione, inoltre, sarebbe inammissibile in quanto sottoposta a questa Corte in modo contraddittorio, poiché, per un verso, il Collegio a quo assume che manca una disposizione che disciplina il compenso degli amministratori giudiziari per tale specifica attività e, per un altro, contesta l'utilizzo a tal fine di un criterio analogo a quello previsto per i curatori «fallimentari». Sempre in punto di inammissibilità, rileva l'Avvocatura generale dello Stato che non viene indicato nell'ordinanza di rimessione alcun valido tertium comparationis al quale ancorare nel merito una eventuale pronuncia additiva proprio perché non è condivisa l'assimilazione al modello normativo prescelto dal d.P.R. n. 177 del 2015, che si riconduce ai criteri di cui al d.m. 25 gennaio 2012 sul compenso per i curatori fallimentari. Sicché la determinazione del compenso degli amministratori giudiziari sarebbe rimessa a un'inammissibile attività "creativa" di questa Corte. Ad ogni modo, sottolinea ulteriormente la stessa difesa dello Stato, la questione sarebbe manifestamente infondata perché non esiste la lacuna denunciata dalla Corte d'appello di Roma, atteso che l'art. 3, comma 3, del d.P.R. n. 177 del 2015, prevede espressamente un compenso supplementare in favore dell'amministratore giudiziario se assiste il giudice per la verifica dei crediti, non potendosi assimilare il rapporto tra legge e regolamento a quello tra legge delega e decreto legislativo, vieppiù considerando che il predetto decreto è, come indicato dalla norma primaria censurata, un regolamento sia di attuazione che di integrazione, consentita alla normazione secondaria ex art. 17, comma 1, lettera b), della legge 23 agosto 1988, n. 400 (Disciplina dell'attività di Governo e ordinamento della Presidenza del Consiglio dei ministri), in materie non riservate alla legge. Osserva, di poi, il Presidente del Consiglio dei ministri che, nell'ambito della propria discrezionalità, in maniera non irragionevole il legislatore ha individuato regole uniformi per la determinazione dei compensi del curatore fallimentare e dell'amministratore giudiziario atteso che è del tutto indimostrato l'assunto di una maggiore complessità dell'attività del secondo, poiché in entrambe le ipotesi è il giudice delegato a dover verificare i crediti. Infine, secondo l'Avvocatura generale, in ogni caso, i parametri evocati non comporterebbero l'illegittimità costituzionale di una previsione che avesse effettivamente escluso uno specifico compenso dell'amministratore giudiziario per le attività di assistenza del giudice nella verifica dei crediti delle misure di prevenzione patrimoniale, poiché, da un lato, l'art. 54 Cost. descrive l'esercizio delle funzioni pubbliche come munus, ciò che legittima la previsione di limiti alla rimunerazione dell'ufficio esercitato e, per un altro, quanto all'art. 36 Cost., i compensi degli amministratori giudiziari, come dimostrato proprio nella procedura presupposta dove il professionista aveva già percepito un elevato compenso, rende evidente che gli stessi sarebbero comunque proporzionali alla qualità e quantità del lavoro prestato.