[pronunce]

A suo avviso, la norma sarebbe conforme anche ai principi vigenti anteriormente alle innovazioni introdotte dal d.lgs. n. 229 del 1999, poiché nel sistema definito dall'art. 8, commi 5 e 6, del d.lgs. n. 502 del 1992 le Regioni e le USL dovevano adottare i provvedimenti necessari per l'instaurazione dei nuovi rapporti, «fondati sul criterio dell'accreditamento delle istituzioni, sulla modalità di pagamento a prestazione, sull'adozione del sistema di verifica e previsione della qualità delle attività svolte per prestazione erogata». Inoltre, il diritto di scelta, secondo un principio enunciato da questa Corte, dovrebbe comunque essere bilanciato con l'esigenza di realizzare l'equilibrio nella gestione delle risorse finanziarie pubbliche. La norma censurata, conclude infine la Regione, neppure violerebbe l'art. 97 della Costituzione, in quanto l'interesse al contenimento delle spese sanitarie giustifica il potere dell'amministrazione di sospendere l'accesso alle strutture che non accettino i limiti di compatibilità economica stabiliti dall'amministrazione, occorrendo peraltro considerare che la norma disciplina l'accesso alle strutture accreditate in via transitoria e nelle more della definizione degli accordi contrattuali. In altri termini, si tratta di una disciplina di carattere transitorio, coerente con i principi di programmazione e controllo economico-finanziario che le Regioni sono tenute ad attuare, che non comprime il diritto alla salute del cittadino. 3.1. — La Regione Marche, nella memoria depositata in prossimità dell'udienza pubblica, ha ribadito le argomentazioni svolte nell'atto di costituzione, sottolineando, in particolare, che, secondo le norme statali, l'assistito può esercitare la facoltà di libera scelta esclusivamente con riferimento alle strutture accreditate con le quali sono stati stipulati gli accordi contrattuali previsti dal d.lgs. n. 229 del 1999. Inoltre, a suo avviso, di pregnante rilievo, soprattutto al fine di escludere il contrasto con l'art. 97 della Costituzione, sarebbe la circostanza, sopra già indicata, che la disciplina stabilita dalla norma censurata è applicabile soltanto nelle more della stipulazione degli accordi contrattuali con le strutture sanitarie. 4. — All'udienza pubblica la Regione Marche ha insistito per la dichiarazione di infondatezza della questione.1. — Il TAR per le Marche dubita della legittimità costituzionale dell'art. 37, comma 3, della legge della Regione Marche 17 luglio 1996, n. 26 (Riordino del servizio sanitario regionale), il quale dispone che, fino alla definizione degli accordi di cui all'art. 5, comma 4, di detta legge, restano valide le modalità di accesso alle prestazioni così come disciplinate dall'art. 19 della legge 11 marzo 1988, n. 67, e cioè che, in via provvisoria, resta fermo l'obbligo della preventiva autorizzazione per l'accesso alle strutture sanitarie non pubbliche, entro i limiti ed i termini stabiliti da quest'ultima norma. Secondo il giudice a quo, la norma impugnata violerebbe anzitutto l'art. 117 della Costituzione, dato che, in contrasto con i principi fondamentali stabiliti nelle leggi dello Stato in materia di accreditamento e di libera scelta da parte dell'assistito della struttura sanitaria alla quale richiedere l'erogazione delle prestazioni, avrebbe reintrodotto l'obbligo di un'autorizzazione per l'accesso alle strutture private accreditate, subordinando il suo rilascio all'insufficienza della struttura pubblica. Inoltre, a suo avviso, la norma regionale, stabilendo che, una volta intervenuto l'accordo previsto dall'art. 5, comma 4, della stessa legge, viene meno il limite alla libertà di scelta dell'assistito, permetterebbe alla pubblica amministrazione di imporre a dette strutture le condizioni contrattuali ritenute opportune, attribuendole in tal modo l'arbitrario potere di sospendere, di fatto, l'accreditamento, in contrasto con il canone di imparzialità e di buon andamento dell'amministrazione. 2. ¾ La questione non è fondata. La censura in esame si incentra essenzialmente sulla violazione dell'art. 117 della Costituzione, in quanto la disposizione regionale impugnata non avrebbe attribuito all'assistito, in contrasto con i principi fondamentali della legislazione statale, la facoltà di “libera scelta” della struttura sanitaria, subordinandola invece, nell'attesa di appositi accordi, al rilascio di un'autorizzazione per l'accesso alle strutture private accreditate, che abbiano accettato il budget imposto dalla USL territorialmente competente. Questa questione va esaminata tenendo conto dell'evoluzione della disciplina concernente il sistema di erogazione e retribuzione delle prestazioni specialistiche. Ed è proprio alla stregua di questa evoluzione che, nel sistema sanitario nazionale, il principio di libera scelta non appare affatto assoluto, dovendo invece essere contemperato con altri interessi, costituzionalmente tutelati, puntualmente indicati da norme di principio della legislazione statale. Ed invero, già nella prima fase della riforma sanitaria l'accesso alle strutture private convenzionate con il servizio sanitario nazionale era subordinato da varie norme statali -tra cui proprio l'art. 19 della legge 11 marzo 1988, n. 67, al quale rinvia la disposizione regionale impugnata- alla duplice condizione che il servizio pubblico non fosse in grado di soddisfare la richiesta di prestazioni specialistiche entro quattro giorni dalla presentazione e che fosse rilasciata apposita autorizzazione dalla USL territorialmente competente. Anche nel successivo regime dell'accreditamento, introdotto dall'art. 8, comma 5, del d.lgs. 30 dicembre 1992, n. 502, così come integrato dall'art. 6, comma 6, della legge 23 dicembre 1994, n. 724, il quale appare improntato alla logica della parificazione e della concorrenzialità tra strutture pubbliche e strutture private, la facoltà di libera scelta delle strutture e dei professionisti accreditati è esercitabile dall'assistito soltanto a condizione che “risultino effettivamente in possesso dei requisiti previsti dalla normativa vigente e accettino il sistema della remunerazione a prestazione”. Ulteriori limiti a tale facoltà si hanno con l'art. 2 della legge 28 dicembre 1995, n. 549, il quale al comma 8 stabilisce, nella specificazione dell'art. 1, comma 32, della legge 23 dicembre 1996, n. 662, che le USL competenti, sulla base di piani preventivi regionali che fissano anche il tetto massimo di spesa sostenibile, contrattano con le strutture pubbliche e private la quantità presunta e la tipologia delle prestazioni erogabili, anche al fine degli oneri organizzativi e finanziari da sopportare. Successivamente questo indirizzo legislativo ha trovato altra conferma nell'art. 32, comma 8, della legge 27 dicembre 1997, n. 449, che prevede che sia una delibera regionale a ripartire in via preventiva e contestuale tra i soggetti accreditati il volume di prestazioni erogabili in base alla programmazione.