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Come cerniera tra questi due obiettivi ci sono coloro che assistono queste persone, che hanno le loro difficoltà, ma anche loro i loro diritti. Ecco il primo punto che desidero lasciare veramente chiaro e in evidenza nel mio intervento. Il secondo punto riguarda un campo totalmente diverso - d'altra parte, il decreto-legge è talmente eterogeneo con i suoi 50 articoli che c'è di tutto - ovvero prevalentemente l'università, la cultura della valutazione e in qualche modo quel cambiamento positivo (in termini di innovazione e di sviluppo) che deve venire dal mondo della ricerca, dal mondo dello studio e anche dal mondo coraggioso di chi riesce ad andare oltre gli schemi e le formule consolidate. Non è stato facile; il dibattito su questa parte del provvedimento non è stato affatto facile, tanto è vero che si pretendeva di fare parte di questa riforma utilizzando le risorse economiche già stabilite in bilancio, sottraendo, quindi, alla scuola e all'università quella iniezione di risorse nuove che dovrebbe rappresentare il volano positivo del cambiamento. È stato duro combattere in Commissione; è stato duro difendere ciò a cui si aveva diritto, ed è un po' il paradosso di questo Governo: se da un lato ipotizzi una grande abbondanza di risorse economiche che dovrebbero arrivare e che stanno arrivando; dall'altro, nel momento in cui formalizzi il cambiamento, la risposta che emerge è che non ci sono abbastanza risorse. È stato duro difendere, per esempio, il bonus per i docenti, fare in modo che il personale conservasse la sua consistenza, anche nella prospettiva che ci sono effetti negativi significativi da politiche demografiche che registrano un Paese a crescita zero, quali, per esempio, il minor fabbisogno di docenti. Ma noi vogliamo non solo che quei docenti restino, come è stato approvato nel dibattito faticoso - insisto - della Commissione, e vadano incontro a un processo di potenziamento, ma anche che le risorse relative a questo restino comunque nel comparto della scuola. Abbiamo bisogno di mantenere uno sguardo lungo, profondo e significativo sul mondo della formazione e, tornando al tema dell'università, per esempio, sul mondo del reclutamento dei docenti universitari. Il decreto-legge insiste su un passaggio che io chiamo la cultura della valutazione e che enfatizza proprio le modalità con cui devono svolgersi i concorsi e chiede che essi rispondano a criteri di oggettività e di trasparenza, ma anche di efficacia ed efficienza nei parametri che si utilizzano per valutare le persone. Tutto ciò rientra nella prospettiva di immaginare che non solo la pubblica amministrazione, ma anche e soprattutto il mondo dell'università devono rappresentare davvero lo snodo fondamentale perché i nostri giovani, compresi quelli che fanno corsi di dottorato, persone in qualche modo brillanti e capaci, possano trovare il loro radicamento in un contesto di professionalizzazione. Dobbiamo riuscire a vincere l'imbuto formativo, che è l'accumulo di persone con titolo di studio che però non trovano posto di lavoro, oppure quell'altro tipo di imbuto lavorativo per cui noi formiamo persone per lavori che non esistono più. Da questo punto di vista, la cultura della formazione, che occupa gli ultimi punti del decreto-legge in esame, oggi dovrebbe diventare il fiore all'occhiello del nostro Paese. Abbiamo detto tante volte che il nostro è il Paese della cultura: lo è, come ci riconosce tutto il mondo. Peccato però che contestualmente a questo nostro essere il mondo della cultura, siamo anche il mondo degli abbandoni scolastici, quello in cui il numero dei laureati è il più basso a livello europeo. Questo perché il nostro sistema di formazione dei docenti non risponde sufficientemente alle aspettative degli studenti, delle famiglie e ai bisogni del mondo del lavoro. Se mettiamo insieme questi tre elementi, ce n'è d'avanzo per poterci seriamente porre il problema non solo delle riforme da fare nel nostro Paese per rispondere all'Europa, ma anche di quelle da noi lungamente attese e che garantiscono che la qualità di chi insegna trascini con sé la competenza di un saper fare e la qualità di una motivazione alla cittadinanza attiva, da parte di tanti giovani che in questo momento sembrano parcheggiati in attesa di qualche cosa che potrebbe avvenire, ma che non sappiamo se avverrà. Io credo che il decreto-legge in discussione, così potente e che riguarda l'applicazione del PNRR, in un certo senso faccia già esso stesso da cerniera tra misure approvate in precedenza, senza avere un immediato riguardo al territorio, all'evoluzione della situazione e a ciò che avverrà. Noi dobbiamo già avere questi passaggi di ritocco sul nostro stesso PNRR, sapendo andare incontro alle esigenze dell'Europa, con la consapevolezza di chi vuole difendere autenticamente uno sviluppo e una spinta innovativa che ricomincia dai giovani e che valorizza, nella loro intelligenza, nella loro creatività, ma anche nelle loro energie fisiche, morali e intellettuali, proprio la spinta a trasformare un'Italia che invecchia - perché questo siamo - in un'Italia capace di ritrovare una seconda gioventù. (Applausi dal Gruppo FIBP-UDC) . PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Faggi. Ne ha facoltà. FAGGI (L-SP-PSd'Az) . Signor Presidente, colleghi, vorrei iniziare il mio intervento ringraziando innanzitutto quanti sono intervenuti prima di me, che hanno anche fatto puntualizzazioni su alcune parti del provvedimento in esame, che è molto importante. Devo, però, rilevare la scarsità dei presenti: quando parliamo di Piano nazionale di resistenza e resilienza, che tutti i giorni invochiamo come strumento volano per la ripresa dell'Italia, dovrebbe essere invece prestata una attenzione massima. Focalizzo questo intervento su due fondamentali valutazioni che ho avuto la possibilità di fare nelle ultime giornate, anche abbastanza frenetiche, ringraziando innanzitutto le Commissioni, la 1 a e la 7 a , che hanno lavorato alacremente, e in generale tutto il Parlamento in modo trasversale. È evidente che spesso le valutazioni politiche fatte sulle problematiche e sulle tematiche del Piano nazionale di resilienza e resistenza hanno una convergenza politica, per cui tutti le componenti del Parlamento sono d'accordo su emendamenti, su proposte, su quello che si deve portare avanti. Succede lo stesso ai Ministeri. Purtroppo, però, dopo quando le due realtà devono congiungersi, c'è lo scollamento. Tutto il Parlamento, al di là del colore e delle appartenenze, chiede con grande forza di portare avanti emendamenti che possano, in qualche maniera, semplificare e andare nella direzione di attuare questo strumento così importante, che ci viene chiesto anche dall'Europa. Ed ecco che i Ministeri, una volta uno, una volta l'altro, non trovano convergenza; oppure succede il contrario, con i Ministeri che avallano l'emendamento e i partiti che sono d'accordo, ma il Governo non è d'accordo. Questa è una modalità che non va bene. Non va bene perché noi siamo agli sgoccioli di questa legislatura, molto difficile e complessa, che ci ha visto partecipi di situazioni fuori dalla norma, a partire dalla pandemia fino alla guerra. Ora abbiamo tra le mani uno strumento che dovremmo usare tutti e bene, per poter arrivare a intraprendere veramente quel percorso di ricrescita, di apertura reale che ci viene chiesto. Al contrario, tutte le volte si ripete la stessa situazione: