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Riforma della legge 4 maggio 1983, n. 184, in materia di diritto del minore ad una famiglia. Onorevoli Senatori. – Nel corso degli ultimi dieci anni sono state moltissime le proposte di modifica della legge 4 maggio 1983, n. 184, sul diritto del minore ad una famiglia, al fine di adeguare la normativa ivi prevista alla realtà sopravvenuta e di realizzare pienamente l'interesse superiore del minore, principio ispiratore della legge. La legge n. 184 del 1983, risalente ormai a ben trentacinque anni fa, è stata modificata dalla legge 31 dicembre 1998, n. 476, in materia di adozione internazionale, dalla legge 28 marzo 2001, n. 149, recante modifiche anche al titolo VIII del libro primo del codice civile (Dell'adozione di persone maggiori di età), e recentemente dalla legge 19 ottobre 2015, n. 173, sul diritto alla continuità affettiva dei bambini e delle bambine in affido familiare. Nel corso della precedente legislatura la Commissione Giustizia della Camera dei deputati aveva svolto un'indagine conoscitiva sullo stato di attuazione delle disposizioni legislative in materia di adozioni ed affido, anche alla luce della citata legge 19 ottobre 2015, n. 173. L'8 febbraio 2017 la Commissione presentò il documento conclusivo dell'indagine conoscitiva, la cui finalità è stata quella – come si legge nel documento – « (...) di verificare se la normativa vigente in materia sia, in base alla sua concreta applicazione, effettivamente adeguata a quanto sancito dalla Convenzione di New York sui diritti dell'infanzia e dell'adolescenza, approvata dall'Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 20 novembre 1989 e ratificata dall'Italia con la legge n. 176 del 27 maggio 1991 », ricordando che « il principio fondamentale sul quale si deve basare la normativa italiana in materia di adozione ed affido è sancito dal primo comma dell'articolo 21 della Convenzione, secondo cui “gli Stati parti che ammettono e/o autorizzano l'adozione si accertano che l'interesse superiore del fanciullo sia la considerazione fondamentale in materia” ». In continuità con quanto auspicato nell'analogo documento conclusivo predisposto dalla Commissione parlamentare per l'infanzia e l'adolescenza al termine della XVI legislatura, la Commissione Giustizia della Camera dei deputati aveva indicato nelle sue conclusioni diversi ambiti di intervento, auspicando in primis , l'intervento del legislatore per risolvere il problema degli affidamenti sine die. In tali casi, infatti, il minore non può essere dichiarato in stato di adottabilità, ma non risponde al suo prevalente interesse realizzare una proroga a tempo indefinito del rapporto di affidamento, che è fisiologicamente destinato a sopperire ad una situazione di temporanea difficoltà della famiglia di origine e quindi essenzialmente connotato da un carattere di precarietà. Al riguardo, si legge nel documento conclusivo, « potrebbe essere introdotto l'istituto dell'adozione “mite”, la cui caratteristica principale risiede nel fatto che il minore adottato non recide del tutto i suoi rapporti, giuridici ed affettivi, con la famiglia d'origine. A tale soluzione, peraltro, è già giunto in via interpretativa qualche tribunale dei minori, che ha applicato l'adozione in casi particolari, in presenza di affidi familiari scaduti, nei casi in cui il minore versi in una situazione di “semiabbandono”. L'introduzione nel nostro ordinamento dell'adozione “mite” è stata sollecitata anche dalla Corte europea dei diritti dell'uomo, che, nella sentenza del 21 gennaio 2014 (Zhou c. Italia), ha ritenuto che la normativa italiana in materia di adozione sia in contrasto con l'articolo 8 della Convenzione sui diritti dell'uomo, nella parte in cui non prevede l'applicazione dell'istituto dell'adozione in casi particolari, quando persista un ambiente familiare inidoneo, ma la famiglia di origine mantenga un legame affettivo con il proprio figlio ». In ragione poi dell'ampliamento della nozione giuridica di « famiglia », realizzato dalla riforma del 2012, e dell'unicità dello status filiationis , « appare ineludibile riconsiderare l'anacronistica definizione di adozione legittimante ». Riguardo la necessità di assicurare, nelle procedure di adottabilità, l'attuazione del principio del « giusto processo » e del necessario contraddittorio tra tutte le parti in causa, nel documento conclusivo dell'indagine conoscitiva si suggerisce l'introduzione di « un'espressa previsione che sancisca la necessaria collegialità, sin dall'inizio, del procedimento di adozione, secondo la prassi già seguita da alcuni tribunali, anche al fine di ridurre significativamente il rischio di eventuali e successive impugnazioni ». Ciò anche al fine di garantire un più efficace contraddittorio tra le parti. Fortemente sentita è altresì l'esigenza di rafforzare i servizi sociali potenziandone gli organici, garantendo un costante aggiornamento e un'adeguata formazione professionale del relativo personale nonché uniformi prestazioni degli operatori dei servizi sociosanitari sull'intero territorio nazionale. A tal fine si era ritenuto utile introdurre un modello standardizzato delle relazioni dei servizi sociali, mediante la predisposizione di comuni linee di indirizzo. Durante le audizioni era stato infatti sottolineato come la grave situazione di carenza di organico del personale dei servizi sociali rappresentasse la principale causa dell'eccessiva lunghezza del procedimento di adozione internazionale. L'indagine conoscitiva aveva posto poi in evidenza la necessità di prevedere iniziative di sostegno alle famiglie, delineando un adeguato percorso formativo, che le orientasse verso una scelta più consapevole e, analogamente, con riferimento alla fase successiva all'adozione, mettendo in atto incisivi interventi di sostegno alle famiglie, soprattutto per quelle che avevano accolto minori con « bisogni speciali », che necessitavano di particolare assistenza medica, psicologica o socioeducativa, mediante la costituzione di apposite équipe territoriali, volte a promuovere incontri di informazione e preparazione, nonché progetti di sostegno post-adottivo, che avrebbero concorso a ridurre sensibilmente il rischio dei cosiddetti « fallimenti adottivi ». L'indagine conoscitiva aveva poi affrontato uno dei temi più controversi di questi ultimi anni, troppo spesso delegato alle decisioni della giurisprudenza, ovvero il tema dei requisiti soggettivi per accedere all'adozione. In proposito, è stato osservato che essendo stato svincolato lo status filiationis da quello coniugale ed essendo stata recentemente approvata la legge 20 maggio 2016, n. 76, sulla regolamentazione delle unioni civili tra persone dello stesso sesso e disciplina delle convivenze, « ne consegue che il principale requisito da valutare ai fini dell'adozione dovrebbe essere l'idoneità affettiva della famiglia che si renda disponibile ad accogliere il minore adottando ». Come si vedrà più nel dettaglio in seguito con l'esame delle sentenze che si sono susseguite in questi anni, « è stato evidenziato, da parte di autorevoli esponenti della dottrina, della giurisprudenza e dell'avvocatura, che non vi è motivo di precludere l'adozione stessa alle coppie di conviventi, eterosessuali oppure omosessuali, così come alle parti di un'unione civile.