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La posizione di esperto archeologico si configura perciò, di fatto, volta a volta come "feudo" di un'università o di un istituto, come dimostrano proprio gli esempi sopra citati; all'esperto/a archeologico in Egitto è anche richiesto di mantenere attiva ed efficiente la biblioteca presente presso la sede del "centro archeologico italiano". Tale istituzione, però, non esiste, e il "centro" altro non è che l'appartamento in Sharia Champollion 14 dove un tempo (pur non essendo di proprietà italiana) si trovava il consolato italiano, e dove, nel 1995, è stata trasferita la biblioteca egittologica dell'istituto italiano di cultura formata dalla compianta Maria Carla Burri negli anni '60-'70 del Novecento. All'epoca del trasferimento, la biblioteca risultava abbastanza aggiornata ed era stata significativamente aumentata con un acquisto di libri e donazioni ricevute dagli istituti archeologici stranieri a Il Cairo. Oggi, invece, lo scarso interesse dimostrato dalle tre esperte archeologiche dell'ultimo ventennio e l'ammassamento del fondo librario per fare spazio ad aule dedicate all'insegnamento dell'italiano ne fanno un ricettacolo di libri preziosi privo, però, di un reale valore scientifico, perché di troppe annate mancano gli aggiornamenti; valutato che, a parere degli interroganti: nell'avviso si auspica anche la fondazione di un "nuovo e potenziato" centro archeologico italiano, proprio mentre ormai gli istituti stranieri presenti a Il Cairo smobilitano oppure cambiano modalità di presenza. Negli ultimi anni l'Egitto ha infatti registrato una maggiore aspirazione della popolazione locale a partecipare alla gestione del patrimonio archeologico: un fenomeno che non sorprende, poiché anche Italia, Grecia, Turchia e altri Paesi di area mediterranea sul cui territorio vi sono importanti testimonianze dell'antichità e monumenti hanno compiuto lo stesso cammino. La "decolonizzazione" in atto in Egitto, tendenza che andrà sicuramente accentuandosi nei prossimi anni, trova espressione proprio nella rivendicazione di una gestione autonoma del patrimonio culturale nazionale e nella continua richiesta di rimpatrio dei reperti e monumenti finiti all'estero. Ciò deve far ritenere la creazione, oggi, di un istituto archeologico italiano al Cairo una decisione fuori tempo massimo e un mero spreco di risorse finanziarie, meglio utilizzabili implementando, invece, progetti puntuali e con una partecipazione egiziana maggioritaria; la situazione delle missioni archeologiche italiane in Egitto è poi a dir poco triste: malgrado si fregino di appartenere ad istituzioni come università e musei prestigiosi, esse hanno fama di scarsa presenza sui cantieri di scavo (al limite del vacanziero) o scarsa professionalità nell'utilizzo di tecnologie e metodologie di scavo, si chiede di sapere: se il Ministro in indirizzo non condivida l'opportunità di ritirare l'avviso per l'individuazione del nuovo esperto archeologico, voce di spesa non più giustificabile, sia per l'uso particolaristico dell'incarico fatto dai più recenti designati sia per lo scarso contributo che ha dato e potrà dare allo sviluppo dell'attività archeologica italiana in Egitto, dov'è in atto un processo di "decolonizzazione" che rende la presenza straniera semplicemente tollerata, imponendo di ripensare in modo radicale la politica archeologica italiana in quel Paese; se non avverta l'urgenza di potenziare il settore archeologico dell'istituto italiano di cultura a Il Cairo con personale egiziano, assicurando così quell'elemento di interfaccia tra missioni, studiosi, ambasciata e autorità locali che è prioritario allo sviluppo dei progetti archeologici italiani in Egitto, tanto più che occorre superare l'increscioso divario della mancata conoscenza della lingua araba persino da parte della stragrande maggioranza dei direttori di missione. Ciò consentirebbe, inoltre, l'attuazione di progetti aventi realmente la funzione di diffondere quanto lì viene fatto dagli italiani dal punto di vista archeologico, superando l'esperienza corrente dei colloqui organizzati con grande dispendio di fondi e poco o punto ritorno in visibilità per l'Italia; se non ritenga di ricollocare la sezione archeologica di Sharia Champollion nell'edificio dell'Istituto italiano a Il Cairo e dislocare la biblioteca in un contesto scientifico provinciale, dove l'accesso a patrimoni librari egittologici in grado di supportare una seria ricerca non è così agevole come a Il Cairo o a Luxor. Atto n. 4-07417 CORRADO Margherita ANGRISANI Luisa LANNUTTI GRANATO Bianca Laura Al Ministro della cultura Premesso che, negli ultimi 30 anni, a Lausdomini (Napoli), le chiese di San Marcellino, del Santissimo Sacramento e di Santa Caterina di Alessandria sono state vittime di una costante opera criminosa che le ha spogliato di pregevoli opere d'arte. Particolarmente grave è la situazione della storica chiesa di via Fratelli Bandiera, dedicata a San Marcellino, privata, grazie a diversi clamorosi saccheggi, di molti antichi tesori di storia, d'arte e di spiritualità; considerato che: a seguito di una ricognizione parziale svolta in più riprese (in particolare tra il 1994, il 1999 e il 2003) dall'allora Soprintendenza per i beni storici e artistici di Napoli e provincia e dalla Soprintendenza per i beni architettonici, paesaggistici, storici e artistici di Napoli e provincia, fu accertata ex post la scomparsa di una coppia di acquasantiere a pila, tre sedie cerimoniali e diversi inginocchiatoi, una coppia di anfore in maiolica dipinta, diversi marmi policromi degli altari antichi, "scarabattole" lignee, pastori settecenteschi, un trono in legno dorato del Seicento per le esposizioni della Quarantore e di una serie di dipinti del XVII-XVIII secolo, già allocati negli ambienti della canonica e nei locali posti sul contiguo salone parrocchiale, tra cui una "Incredulità di san Tommaso" di scuola caravaggesca, un san Michele arcangelo e un san Giuseppe di scuola napoletana (XVII secolo); negli anni Novanta del Novecento, poi, suscitò grande sconcerto tra i fedeli il furto sacrilego di arredi liturgici quali ostensori, pissidi e calici del 1774, nonché di un pannello maiolicato del XVIII secolo posto sul muro di cinta esterno della canonica (sostituito nel 1999 da un antico dipinto su pietra che l'ex ministro Melandri ordinò di rimuovere e musealizzare) e del "tesoro del patrono", custodito in cassaforte e costituito da manufatti metallici di gran pregio: antichi anelli e preziose catenine, orologi, orecchini, spille e spilloni, pendenti, bracciali ma anche corone, pietre, ex voto , oggetti in corallo e madreperla di grande valore storico-artistico e simbolico, oltre che economico; rilevato che nelle banche dati accessibili ai cittadini non sembra esservi traccia delle opere d'arte trafugate, si chiede di sapere: se il Ministro in indirizzo possa confermare l'avvenuto accertamento, da parte degli uffici ministeriali, di un aumento delle denunce di furti a danno delle chiese storiche di Lausdomini negli ultimi tre decenni;