[pronunce]

che, infatti, tale carattere non sussisterebbe, sia perché non sarebbe possibile riscontrare nessun atto qualificabile come «iniziativa» ad opera del Ministro, sia perché non potrebbe ritenersi che il ricorrente «abbia prestato alcun consenso a fronte di questa condotta», non potendo il medesimo evincersi dalla lettera inviata al Ministro in data 30 ottobre 2018; che la richiamata clausola contrattuale di cui all'art. 5, comma 3, sarebbe in ogni caso inoperante nella vicenda in questione, perché la decadenza ex lege dell'incarico verrebbe ad operare come «distinta causa di conclusione del rapporto», con la conseguenza che, ove questa causa fosse legittima, «verrebbero a perdere di fondatezza tutte le domande che il ricorrente ha formulato in giudizio»; che, a fronte di ciò, la controversia non sarebbe altrimenti decidibile se non facendo applicazione della disposizione contenuta nell'art. 2, comma 160, del d.l. n. 262 del 2006; che i dubbi di costituzionalità riguardanti tale disposizione sarebbero, ad avviso del giudice rimettente, anche non manifestamente infondati; che la norma censurata ha operato un'assimilazione, quanto al regime di cessazione dell'incarico, tra le figure previste dall'art. 19, comma 3, del d.lgs. n. 165 del 2001 (quali i segretari generali, i direttori di strutture articolate al loro interno in uffici dirigenziali generali e figure equivalenti) e i direttori delle Agenzie fiscali; che, mentre in relazione alla prima categoria di incarichi si potrebbe ravvisare una «maggiore coesione con gli organi politici» rispetto ad altri incarichi dirigenziali (è richiamata la sentenza di questa Corte n. 103 del 2007), tale caratteristica «non sembra invece possa essere ravvisata nel caso del Direttore dell'Agenzia delle dogane e dei monopoli»; che ad escludere una simile equiparazione, sarebbe innanzi tutto l'attribuzione all'Agenzia di una personalità giuridica autonoma, secondo quanto previsto dall'art. 61, comma 1, del d.lgs. n. 300 del 1999; che «[a]ltro evidente motivo di differenziazione» sarebbe quello legato all'esistenza della convenzione disciplinata dall'art. 59 del d.lgs. n. 300 del 1999, che opererebbe come «strumento normativamente previsto al fine di assicurare raccordo e coerenza di indirizzi tra il vertice politico rappresentato dal Ministro e l'Agenzia stessa», introducendo una contrattualizzazione dei relativi rapporti che varrebbe a segnare in modo netto la distinzione tra ruoli politici e quelli dell'amministrazione e, così, a escludere che il rapporto tra Ministro e direttore dell'Agenzia sia connotato da fiduciarietà; che, infine, al direttore dell'Agenzia sarebbero attribuite «funzioni tutte riconducibili alla gestione amministrativa», il che varrebbe a collocare quest'ultimo nell'ambito dei titolari di funzioni amministrative di esecuzione dell'indirizzo politico; che si è costituito in giudizio di fronte a questa Corte G. K., chiedendo l'accoglimento della questione sollevata dal rimettente; che la difesa della parte privata, premessa la configurazione delle Agenzie fiscali quali «soggetti autonomi, non inquadrati all'interno dell'organizzazione ministeriale e, anzi, volutamente ed espressamente distinte e separate rispetto ai ministeri», evidenzia come per esse risulti determinante lo svolgimento di un'attività di missione che si traduce, per i direttori che ne sono al vertice, nell'attribuzione di compiti attinenti alla gestione e senza alcuna partecipazione alle attività di indirizzo politico-amministrativo; che ciò si desumerebbe sia dalle norme di legge, già richiamate, che disciplinano la convenzione triennale stipulata tra le Agenzie fiscali e il Ministro, sia dal ruolo che le convenzioni medesime assegnano al Dipartimento delle finanze quale articolazione del Ministero che esercita, nei limiti segnati dalle predette convenzioni, il potere di vigilanza e controllo nei confronti delle Agenzie; che tali aspetti renderebbero incostituzionale l'equiparazione del regime di cessazione dell'incarico applicabile ai direttori delle Agenzie fiscali con quello dei segretari generali e dei capi di dipartimento dei ministeri, difettando per i primi lo svolgimento di funzioni di raccordo tra il vertice politico e l'apparato amministrativo e il diretto coinvolgimento nell'attività di proposta e di elaborazione delle scelte di indirizzo affidate al Ministro, che invece connotano il ruolo e l'attività dei secondi; che è intervenuto in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che la questione sia dichiarata inammissibile e, comunque, infondata; che, ad avviso dell'Avvocatura, non potrebbe dubitarsi della equivalenza tra l'incarico di segretario generale ovvero di capo di dipartimento di un ministero e quello di direttore dell'Agenzia, in quanto tutti di natura apicale e contrassegnati da una maggiore coesione con gli organi politici; che, con riferimento al direttore dell'Agenzia, una simile conclusione si ricaverebbe innanzi tutto dalla procedura di nomina, che risulta anch'essa (secondo quanto prevede l'art. 67, comma 2, del d.lgs. n. 300 del 1999) «incardinata su un decreto del Presidente della Repubblica» e non preceduta da alcun avviso pubblico o forma di selezione; che a deporre nel senso dell'assimilazione sarebbero anche le attribuzioni spettanti al direttore dell'Agenzia, da individuarsi anche sulla base di quanto stabilisce l'art. 8, comma 4, lettera a), del d.lgs. n. 300 del 1999, il quale prevede una sostanziale equiparazione tra i compiti dei direttori delle Agenzie e i capi di dipartimento dei ministeri di cui all'art. 5 del medesimo d.lgs. ; che il «rapporto istituzionale diretto e immediato» tra Ministro e direttore dell'Agenzia si ricaverebbe anche dal potere del primo di misurare e valutare le performance del secondo (in base a quanto previsto dal d.P.C.m. 15 giugno 2016, n. 158, contenente il «Regolamento recante determinazione dei limiti e delle modalità di applicazione delle disposizioni dei titoli II e III del decreto legislativo 27 ottobre 2009, n. 150, al Ministero dell'economia e delle finanze e alle Agenzie fiscali») , di nominare un Commissario straordinario nei casi previsti dall'art. 69 del d.lgs. n. 300 del 1999 , nonché di stipulare la richiamata convenzione triennale con ciascuna Agenzia; che dall'insieme di tali previsioni dovrebbe discendere, ad avviso dell'Avvocatura, la legittimità della norma censurata, atteso che essa ha esteso ai direttori delle Agenzie fiscali il meccanismo dello spoils system «non sulla base dell'equiparazione organizzativa e funzionale con il Segretario generale o con il Capo dipartimento bensì in ragione dell'assimilazione del ruolo apicale che tali figure rivestono e del loro legame diretto con l'organo di Governo»;