[pronunce]

– Con atto depositato il 4 agosto 2006 si è costituita nel giudizio la parte ricorrente nel procedimento a quo. Nel richiamare i rilievi formulati per iscritto avanti al Tribunale amministrativo, la parte privata rammenta come la Corte costituzionale abbia considerato il potere giudiziale di sospensione dell'atto amministrativo quale «elemento connaturale di un sistema giurisdizionale incentrato sull'annullamento degli atti della P.A.», specificando che l'eventuale preclusione violerebbe il principio di eguaglianza se non fosse sorretta da una ragionevole giustificazione (è citata la sentenza n. 284 del 1974). Nella specie farebbe difetto ogni ragione giustificatrice del trattamento deteriore riservato ai soggetti colpiti dal provvedimento di espulsione, tale da comprimere per lungo tempo e con conseguenze irreparabili il diritto alla difesa ed alla tutela giurisdizionale contro gli atti dell'amministrazione. La disciplina concernente la sospensiva, dunque, sarebbe in contrasto con gli artt. 3, 24, 111 e 113 Cost. Analogo contrasto segnerebbe il comma 4-bis (recte: comma 5) dell'art. 3 del decreto-legge n. 144 del 2005, che collega una sospensione necessaria ed assai prolungata del processo ad una scelta discrezionale dell'Amministrazione. Sarebbe ingiustificata, in particolare, la disparità di trattamento istituita tanto con riguardo all'ordinario processo di giustizia amministrativa quanto rispetto al procedimento di convalida cui è chiamato, in materia di espulsione, il giudice di pace, posto che in tali contesti «non solo non sono previsti istituti quali quello siffatto, ma anzi sono previsti istituti e procedure entro termini acceleratori ragionevoli». Nell'esprimere la propria adesione ai rilievi esposti dal Tribunale amministrativo nell'ordinanza di rimessione, la parte intervenuta fa osservare, da ultimo, come il sesto comma del citato art. 3 limiti nel tempo l'efficacia delle disposizioni contenute nei commi 2 e 5 dello stesso art. 3, ma nulla disponga in merito ai commi 4 e 4-bis, e ribadisce che la disciplina censurata ostacola la tutela giurisdizionale delle posizioni soggettive potenzialmente lese dal provvedimento impugnato per un periodo di tempo non ragionevole. 4.– Con memoria depositata il 7 novembre 2007, la difesa erariale ha ribadito le conclusioni già assunte con l'atto di intervento. Secondo l'Avvocatura dello Stato, la Corte costituzionale avrebbe già stabilito che, nell'ambito del giudizio di opposizione al decreto di espulsione, l'omessa previsione di strumenti cautelari di sospensione dell'efficacia del provvedimento non contrasterebbe con la Costituzione. Il riferimento concerne la sentenza n. 161 del 2000, deliberata con riguardo all'art. 13 del d.lgs. n. 286 del 1998, nel testo introdotto dall'art. 3 del decreto legislativo 13 aprile 1999, n. 113 (Disposizioni correttive al testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell'immigrazione e norme sulla condizione dello straniero, a norma dell'articolo 47, comma 2, della legge 6 marzo 1998, n. 40). La norma allora scrutinata prevedeva la possibilità di un ricorso avanti al pretore, prescrivendo che la decisione di merito fosse adottata entro dieci giorni dal deposito del ricorso medesimo. Poiché anche nell'assetto vigente, a parere della difesa erariale, la disciplina censurata stabilirebbe «tempi rapidissimi per la decisione», la decisione già assunta dalla Corte varrebbe a confermarne la legittimità costituzionale. Nella memoria sono richiamate ulteriori decisioni della Corte costituzionale, che avrebbero ammesso la legittimità di norme che comprimano temporaneamente diritti garantiti dalla Costituzione in vista di esigenze eccezionali (sono citate le sentenze nn. 349 e 410 del 1993), e comunque avrebbero riconosciuto al legislatore ampia discrezionalità nella disciplina concernente l'ingresso ed il soggiorno degli stranieri.1. – Il Tribunale amministrativo regionale del Lazio dubita della legittimità costituzionale dell'art. 3, commi 4, 4-bis e 5, del decreto-legge 27 luglio 2005, n. 144 (Misure urgenti per il contrasto del terrorismo internazionale), convertito, con modificazioni, dall'art. 1, comma 1, della legge 31 luglio 2005, n. 155, nella parte in cui dispone, nel caso di espulsione dello straniero deliberata dal Ministro dell'interno, o dal Prefetto per sua delega, a norma dell'art. 13, comma 1, del decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286 (Testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell'immigrazione e norme sulla condizione dello straniero), e dell'art. 3, comma 1, dello stesso decreto-legge n. 144 del 2005, che il ricorso al tribunale amministrativo non sospende l'esecuzione del provvedimento (comma 4), che tale esecuzione non può essere sospesa in via cautelare dal giudice adito (comma 4-bis), e che – qualora venga opposto il segreto di Stato relativamente ad atti la cui cognizione sia necessaria per la decisione sul ricorso – il procedimento è sospeso per un tempo pari nel massimo a due anni (comma 5). Ad avviso del Tribunale rimettente, una disciplina siffatta contrasta con l'art. 3, primo comma, della Costituzione, che consacra il principio di uguaglianza e quello di ragionevolezza. Vi sarebbe violazione, ancora, del primo e del secondo comma dell'art. 24 Cost., che garantiscono il diritto di difesa in sede giurisdizionale per la tutela dei diritti e degli interessi legittimi. Sarebbero infine eluse le prescrizioni di cui ai commi primo e secondo dell'art. 113 Cost., che assicurano una effettiva tutela giurisdizionale contro gli atti della pubblica amministrazione e stabiliscono che tale tutela non venga esclusa o limitata a particolari mezzi di impugnazione o per determinate categorie di atti. 2. – Le questioni relative ai commi 4-bis e 5 dell'art. 3 del decreto-legge n. 144 del 2005 sono inammissibili. 3. – Per quanto riguarda il comma 4-bis, il rimettente lamenta che tale norma, nel precludere la sospensione dell'esecuzione del decreto di espulsione in sede giurisdizionale, introduce una irragionevole menomazione del diritto di difesa e dei rimedi giurisdizionali assicurati a tutti i cittadini nei confronti degli atti della pubblica amministrazione. Sarebbe riscontrabile quindi la violazione degli artt. 3, 24 e 113 Cost. Il giudice a quo non chiarisce tuttavia se e in che modo si sia conclusa, nel procedimento principale, la fase cautelare. Nell'ordinanza di rimessione si legge che il ricorrente ha chiesto l'annullamento dell'atto impugnato, «previa sospensione». Si apprende inoltre che l'amministrazione intimata si è costituita, eccependo l'inammissibilità della sospensione cautelare del provvedimento e l'infondatezza nel merito del ricorso.