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ma come fa, Presidente, a portare avanti una politica di questo tipo, dal momento che i due partiti della sua maggioranza, Lega e MoVimento 5 Stelle, in occasione di quella votazione al Parlamento europeo hanno espresso voto contrario? Come fa, adesso, a proporre in Europa quelle stesse misure? Tra l'altro, Presidente, lei non arriva forte della legge di bilancio, ma ancora più indebolito, dato che su di essa avete trovato un accordo stanotte. Si tratta di un'accozzaglia di misure assistenzialistiche e di uno sfregio, non soltanto a tutti gli appelli a livello internazionale, ma soprattutto al futuro delle giovani generazioni nel nostro Paese. Per questo mi chiedo quali probabilità avrà, durante questo Consiglio, di conseguire risultati a beneficio dell'Italia e degli italiani. Noi del Partito Democratico siamo molto preoccupati dell'evolversi del suo agire. Vediamo come sia crollata la capacità negoziale dell'Italia in Europa, cosa grave, perché ne va della vita e del futuro di centinaia di migliaia di uomini e donne nel Paese e fuori da esso, per esempio in Gran Bretagna. (Applausi dal Gruppo PD). PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Pellegrini Marco. Ne ha facoltà. PELLEGRINI Marco (M5S) . Signor Presidente, colleghe senatrici, colleghi senatori, signor Presidente del Consiglio, onorevoli rappresentanti del Governo, ci occupiamo di temi molto delicati e sentiti, lungamente dibattuti negli ultimi mesi e anni, che spesso hanno provocato contrapposizioni ideologiche, a volte strumentali alla lotta politica domestica. Il tema della pressione migratoria è stato affrontato dall'Unione europea probabilmente in modo tardivo e solo dopo la crisi del 2015. Da allora, sono state adottate una serie di misure che hanno sì ridotto complessivamente i flussi e controllato meglio le frontiere esterne, ma tali misure non sono state applicate in modo omogeneo, né era possibile farlo, considerata la diversità fisica tra le diverse frontiere dell'Unione europea, e ciò ha creato una pressione maggiore su alcuni Paesi, tra cui il nostro, e minore su altri. L'Unione europea ha più volte affermato che intende proseguire su questa politica del maggior controllo delle frontiere esterne ai fini del contenimento della immigrazione illegale su tutte le rotte, quindi sia su quella del Mediterraneo orientale e occidentale, sia su quella del Mediterraneo centrale, che è quella che ci riguarda più da vicino e che al momento crea maggiori preoccupazioni. Per disincentivare il traffico di essere umani nel Sahel, in Libia, nel Corno d'Africa e nel resto del continente africano, l'Unione europea deve sostenere le attività della Guardia costiera libica, a cui il nostro Paese ha donato motovedette proprio a questo scopo, favorire i rimpatri umanitari volontari, ma soprattutto deve cercare di eliminare o limitare i motivi che originano le migrazioni di massa, ossia i conflitti, la povertà, le diseguaglianze economiche e sociali. Questi obiettivi, come si vede, sono ambiziosi e radicali, perché si tratterebbe di favorire da un lato la composizione o cessazione di conflitti decennali, alcuni dei quali nati per lo sfruttamento di risorse naturali, e dall'altro si tratterebbe di intraprendere politiche di cooperazione volte alla trasformazione socio-economica del continente africano, sulla base dei principi e degli obiettivi definiti dalle Nazioni africane nella loro agenda 2063, nei settori nevralgici dell'istruzione, della salute, delle infrastrutture, dell'innovazione, del buon governo e della emancipazione femminile. Sono progetti ambiziosi, che presuppongono il significativo incremento delle politiche di cooperazione in termini di quantità e di qualità e di conseguenza saranno necessari maggiori fondi, ma anche misure intese a creare le condizioni che facilitino l'aumento degli investimenti privati, siano essi africani o europei. In conseguenza di tutto ciò, aumenteranno gli scambi commerciali tra Africa e Europa. Progetti ambiziosi, che noi tutti speriamo prendano corpo il prima possibile e che portino frutti nel più breve lasso di tempo, ma purtroppo, nell'attesa che tutto ciò accada (tra l'altro sento parlare di queste cose da quando ero ragazzo) occorre occuparsi di vite umane in pericolo sia in mare, sia nel deserto, sia nei campi in Libia, sia nel resto dell'Africa. Da questo punto di vista, l'Unione europea doveva e deve fare molto di più e invece spesso si è limitata a denunciare norme di principio, a tratteggiare programmi futuristici che però hanno lasciato alcuni Paesi più di altri sottoposti alla pressione migratoria, costretti a causa della loro posizione geografica a dover gestire l'accoglienza di centinaia di migliaia di esseri umani, di nostri fratelli bisognosi di cure. Per non scontentare i Paesi meno propensi all'accoglienza, l'Unione europea ha recentemente lasciato agli Stati membri la possibilità, su base volontaria purtroppo, di partecipare a un programma comune secondo cui chi viene salvato a norma del diritto internazionale dovrebbe essere trasferito in appositi centri da istituire in tutti gli Stati membri partecipanti, dove dopo una rapida attività di indagine dovrebbe essere possibile - questo negli auspici - distinguere i migranti irregolari, che devono essere subito rimpatriati, dalle persone bisognose di protezione internazionale o di asilo, a cui si applicherebbe il principio di solidarietà. Se però la partecipazione a questi programmi non è obbligatoria e se non si modifica il regolamento di Dublino, la solidarietà europea rimane più sulla carta che nei fatti e di conseguenza l'accoglienza viene effettuata in gran parte da alcuni Paesi, tra cui il nostro, e poco o pochissimo o nulla da altri. A parole, le nostre frontiere esterne a Sud sono frontiere europee, ma nei fatti, o almeno fino ad oggi, sono frontiere italiane e tocca a noi gestirle, con tutto ciò che consegue in termini di costi economici e sociali. D'altro canto, le sofferenze e i soprusi cui sono sottoposti molti migranti sono per noi inaccettabili, perché cozzano contro i principi europei, con quelli della solidarietà e con la nostra dignità di uomini e donne. Considerato che siamo uno dei Paesi fondatori della Comunità prima e poi dell'Unione europea deve essere un nostro precipuo compito fare in modo che questa tendenza sia invertita e che quindi tutti gli Stati dell'Unione siano coinvolti nella gestione delle frontiere dei flussi migratori. Tutti, nessuno escluso. Non si può essere europei ed europeisti quando si devono ricevere i fondi e poi diventare nazionalisti quando invece si deve dare una mano ad un altro Paese europeo e ad essere umani che sono nostri fratelli e sorelle. Purtroppo molti errori sono stati fatti in passato e alcuni si ripetono ancora oggi. Mi riferisco, per esempio, all'intervento militare in Libia del 2011 che ha destabilizzato quel Paese, cui purtroppo partecipò anche l'Italia, o alle modalità di sfruttamento delle risorse africane da parte di alcuni Paesi europei, che si comportano non come partner commerciali ma quasi come se esistessero ancora le colonie, a volte tentando di condizionarne lo sviluppo socio-economico e causando vaste sacche di povertà; ciò è una delle concause all'origine dei flussi migratori. Il discorso sarebbe lungo e quindi torno alle attuali politiche europee in tema di immigrazione e sicurezza interna: