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Penso infine anche a quello che considero l'intervento più significativo del provvedimento, che ha consentito l'introduzione dell'autocertificazione, che - ricordo - scaturisce da un lavoro che ha raccolto le considerazioni dei diversi attori ascoltati in audizione, oltre che la nostra spinta verso un approccio meno rigido del sistema bancario. Con l'autocertificazione cadono ogni alibi o pretesto per chi non intende collaborare alla ripresa economica del nostro Paese. Dico questo perché abbiamo inizialmente assistito a comportamenti caratterizzati da una certa inerzia da parte di alcuni istituti di credito, che hanno disatteso diversi punti della normativa al riguardo, con la scelta di procedere alla valutazione del credito per le richieste di finanziamento garantite totalmente dallo Stato e con l'applicazione di tassi di interesse più alti rispetto a quelli previsti, fino a spingersi alla compensazione delle precedenti posizioni con i nuovi crediti, allo scopo di riqualificare il proprio portafoglio: cosa inaccettabile. Oggi, quindi, con la scelta - da un lato - di semplificare i procedimenti e - dall'altro lato, di responsabilizzare gli attori, sono convinto che ciascuno, in questa fase delicata del Paese, potrà fare la propria parte, raccogliendo pienamente quella che è stata la ratio di un intervento legislativo atteso e necessario. Per dirlo fuori dai denti, infatti, lo sforzo del legislatore di prodursi nella migliore norma possibile rischia di risultare vano senza un sincero contributo da parte del sistema, di tutti gli attori del sistema, non solo di recepire la norma, ma anche di comprendere l'esigenza stessa, la ratio che ne motiva l'emanazione. Con questo provvedimento, allora, diamo seguito all'impegno di sostenere le imprese e i lavoratori, ciascuno con le proprie rispettive famiglie, in una crisi senza precedenti e dalla quale - ormai è chiaro - non ci si può salvare da soli. È un bene, quindi, la scelta di mettere in campo garanzie importanti per la liquidità fino a 400 miliardi in un panorama europeo che è, a sua volta, al centro di un'evoluzione importante, che speriamo diventi una vera e propria rivoluzione, partita con l'adozione del temporary framework e che vede sul tappeto strumenti nuovi e rilevanti come il Sure, il recovery fund , il MES sanitario senza condizioni; un insieme di iniziative che ha un obiettivo che dovrebbe stare a cuore a tutti: riparare e preparare per la prossima generazione dell'Europa. Mi avvio alla conclusione, signor Presidente. Oggi rendiamo definitivo un provvedimento importante che, insieme al decreto cura Italia e al prossimo decreto rilancio, chiude una sorta di trilogia delle diverse fasi che hanno scandito l'emergenza da Covid-19. Ora serve però anche altro: serve accompagnare, rafforzare e, se necessario, migliorare ulteriormente le misure messe in campo. Siamo chiamati ad avviare una nuova fase, perché serve anche un nuovo indirizzo. La sfida che abbiamo dinanzi dovrà misurarsi sulla capacità di governare i processi di ripartenza, di convivere con il coronavirus e di ripensare un modello di sviluppo, facendo tesoro delle lezioni imposte dalla pandemia, tra tutte quella delle nuove tecnologie. Abbiamo fatto un'operazione intelligente di alfabetizzazione digitale che tante politiche dei Governi precedenti non avevano mai colto. Ora serve un passo ulteriore, a partire da una legge complessiva sullo smart working che ampli le opportunità, cambi le modalità di lavoro e ripensi anche la modalità sostenibile. Non sono necessarie solo risorse, quindi: è importante soprattutto una cornice normativa, perché sullo smart working si misura un'altra battaglia fondamentale di civiltà. Mi chiedo: «Ampliamo o diminuiamo le differenze di genere?». Questo è un punto fondamentale, che vale anche per la politica industriale, la scelta cioè di cosa è strategico per la nostra industria, per il nostro Paese, iniziando ad esempio dall' automotive e da nuovi indirizzi strategici, come l'auto che risponda alle politiche green e gli investimenti che garantiscano più occupazione. Anche riguardo ai fondi europei, smettiamola di litigare sulla loro dimensione, sulla loro entità o se si tratta di risorse a fondo perduto o di prestiti. Facciamo in modo, invece, che il dibattito verta sul progetto di quale modello di sviluppo e di quale idea abbiamo del nostro Paese per i prossimi vent'anni. Abbiamo l'obbligo morale, qui e oggi, di volgere questa crisi in un'opportunità, di scrollarci di dosso definitivamente il peso elefantiaco della burocrazia, ma di farlo davvero, di semplificare il sistema Paese, di dare finalmente gambe a un piano strategico per l'Italia puntato tutto sul suo futuro. (Applausi) . PRESIDENTE.È iscritto a parlare il senatore Pichetto Fratin. Ne ha facoltà. PICHETTO FRATIN (FIBP-UDC) . Signor Presidente, non intendo soffermarmi più sulla questione fiducia, ancorché la questione fiducia ponga un tema a tutto il Parlamento. Non è una mortificazione dell'opposizione: è una mortificazione complessiva, che ci pone dinanzi alla questione - di cui so che lei, signor Presidente, è ben cosciente - di come sono i Regolamenti parlamentari, anche rispetto alle nuove tecnologie e alle modalità di discussione. Io non so quale potrà essere la soluzione, ma certamente questo sistema che ha preso corso degli ultimi dieci anni, anche grazie alle nuove tecnologie, fa sì che diventi sempre molto difficile svolgere e concludere in entrambi i rami del Parlamento i temi che vengono portati in esame. A maggior ragione, in questo caso ci troviamo in un'emergenza che ha determinato l'intervento tramite decreti-legge e la chiusura obbligata. Ma già altri colleghi, di maggioranza e opposizione, hanno trattato il tema. Io sono già intervenuto ieri sulla questione del quadro burocratico del nostro Paese. Oggi voglio, invece, fare un'altra valutazione. A giorni, a ore - non so quando - verrà emanata la proposta del programma nazionale di riforma da parte del Governo. Vorrei ricordare che abbiamo approvato solo una parte del Documento di economia e finanza, perché in quel momento c'era l'emergenza, e in tale parte si rinviava a un dopo. I primi interventi sono dati dai tre provvedimenti: il decreto cura Italia, quello che stiamo discutendo in questo momento (il decreto liquidità), e il decreto rilancio (si chiama così ma rilancio non è: è ancora intervento sull'emergenza). Dobbiamo cominciare a livello di Parlamento e di forze politiche a valutare il Paese complessivamente, ad esempio sul fronte della disoccupazione, che esiste, e degli interventi fatti nell'emergenza sul versante della domanda, a copertura della necessità di liquidità, e su quello delle imprese. L'intervento sulla liquidità per le imprese aveva essenzialmente un'azione contingentata, volta a salvarle in quel momento, ma non si parlava di futuro. Parlare di liquidità per investimenti, di credito per investimenti vuol dire guardare avanti. In realtà - ma vale per la maggioranza come per l'opposizione: non riesco a dare una lettura solo di parte su una questione come questa - dobbiamo avere il coraggio di fare lo sforzo di leggere il Paese. Forse poi avremo soluzioni diverse, forse poi ci contrapporremo sulle soluzioni, ma ricordiamoci che abbiamo un debito pubblico di oltre 2.500 miliardi di euro, un PIL sceso a 1.600 miliardi e un rapporto debito-PIL quasi a 160: