[pronunce]

SENTENZA ha pronunciato la seguentenel giudizio di legittimità costituzionale dell'art. 128 del regio decreto-legge 4 ottobre 1935, n. 1827 (Perfezionamento e coordinamento legislativo della previdenza sociale), convertito, con modificazioni, nella legge 6 aprile 1936, n. 1155, promosso con ordinanza del 21 dicembre 2001 dal Tribunale di Alessandria nel procedimento di esecuzione promosso dalla CA.R.AL.T. s.p.a. contro Riccino Renato ed altro, iscritta al n. 117 del registro ordinanze 2002 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 13, prima serie speciale, dell'anno 2002. Udito nella camera di consiglio del 25 settembre 2002 il Giudice relatore Romano Vaccarella.. Ritenuto in fatto Considerato in diritto 1.- Nel corso di un processo di espropriazione forzata presso terzi di una pensione erogata dall'INPS, sulla richiesta del creditore procedente - concessionario del servizio di riscossione dei tributi della Provincia di Alessandria che aveva agito per il recupero di un credito tributario diretto dovuto allo Stato a titolo di IRPEF - di assegnazione del credito staggito e sulla contrapposta richiesta del debitore esecutato di ridurre entro i limiti legali e, comunque, al minimo la trattenuta relativa al pignoramento, il giudice dell'esecuzione del Tribunale di Alessandria, con ordinanza 21 dicembre 2001, ha sollevato questione di legittimità costituzionale dell'art. 128 del regio decreto-legge 4 ottobre 1935, n. 1827 - recante “Perfezionamento e coordinamento legislativo della previdenza sociale” - convertito, con modificazioni, nella legge 6 aprile 1936, n. 1155, per contrasto con gli articoli 3 e 53 della Costituzione, nella parte in cui non consente - a differenza di quanto disposto, per gli ex dipendenti pubblici, dall'art. 2, primo comma, numero 3, del d.P.R. 5 gennaio 1950, n. 180 - il pignoramento, nei limiti di un quinto del loro importo, delle pensioni INPS per tributi dovuti allo Stato. 2.- Con riguardo alla rilevanza della questione, considera il giudice a quo di dover fare applicazione della norma contenuta nell'art. 128, del r.d.l. 4 ottobre 1935, n. 1827, la quale dispone che le pensioni ordinarie erogate dall'INPS non sono cedibili, sequestrabili o pignorabili, salvo che per il pagamento di diarie di ospedali pubblici e ricoveri, con ciò stabilendo, quindi, il principio della loro impignorabilità assoluta. A tale principio si sarebbe richiamato il debitore esecutato nel formulare l'istanza di riduzione del prelievo al minimo della trattenuta, con ciò evitando anche di porre il tema della rilevabilità d'ufficio della impignorabilità delle pensioni cui, peraltro, il giudice a quo aveva ritenuto, in altro procedimento avente ad oggetto pensioni di anzianità e vecchiaia, di dare risposta affermativa con sostanziale estensione dell'analogo principio di recente affermato dalla Corte di cassazione con riguardo alla pensione di invalidità (sentenza n. 5761 dell'11 giugno 1999). 3.- Quanto alla non manifesta infondatezza della questione, il giudice rimettente rileva che il principio della assoluta impignorabilità delle pensioni erogate dall'INPS, sancito dalla norma impugnata conosce - oltre quanto previsto per le diarie ospedaliere - solo l'eccezione disciplinata dall'art. 69 della legge 30 aprile 1969, n. 153, per i crediti vantati dal medesimo Istituto per omissioni contributive o ripetizione di indebite prestazioni nei limiti di un quinto del loro ammontare eccedente l'importo della pensione minima, e quella, risultante dalla sentenza n. 1041 del 1988 della Corte, che ha dichiarato la illegittimità costituzionale del citato art. 128 nella parte in cui non ne consentiva la pignorabilità per crediti alimentari nei limiti di cui all'art. 2, primo comma, numero 1, del d.P.R. 5 gennaio 1950, n. 180. Proprio tale ultima norma stabilisce che le pensioni degli ex dipendenti pubblici sono pignorabili, nei limiti di un quinto (rectius, di un terzo) del loro importo, per crediti alimentari e, nei limiti di un quinto, anche per tributi dovuti allo Stato, alle province e ai comuni, facenti carico, fin dalla loro origine, all'impiegato o salariato [art. 2, primo comma, numero 3]. Ciò che, opina il rimettente, versandosi nel caso di specie in ipotesi di actio executiva esercitata per il recupero di un credito avente natura di tributo dovuto allo Stato, renderebbe aggredibile, nei limiti di un quinto, la pensione del debitore ove questi fosse pensionato dello Stato o di altri enti pubblici, mentre invece, essendo questi di fatto pensionato INPS, la norma applicabile alla sua posizione, cioè l'art. 128 citato, non ne consente in via assoluta il pignoramento. Assunto dunque a tertium comparationis l'art. 2, primo comma, numero 3, del d.P.R. 5 gennaio 1950, n. 180, la differente disciplina dettata per le pensioni erogate dall'INPS dalla disposizione denunciata, ad avviso del giudice a quo, non risponderebbe ad alcuna logica di razionalità normativa; tanto più che appare perfettamente traslabile al caso in esame il ragionamento effettuato dalla Corte nella menzionata sentenza n. 1041 del 1988. Né, per altro verso, può tracciarsi un discrimen fondato sulla diversa rilevanza costituzionale dei crediti comparati. Vero è, infatti, che «l'interesse sotteso alla riscossione anche coattiva dei tributi, e cioè quello a che lo Stato disponga di mezzi necessari a perseguire gli interessi pubblici dei quali si pone come esponenziale», è dotato, non meno di quello connesso ai crediti alimentari per i quali v'è stato esplicito riconoscimento in tal senso da parte della Corte costituzionale (sentenza n. 99 del 1993), di una particolare rilevanza, anche costituzionale, ai sensi dell'art. 53 ed anche dell'art. 2 Cost. Osserva inoltre il rimettente che, anche ove si volesse attribuire a tale interesse rilievo inferiore rispetto a quello sotteso ai crediti alimentari, inidoneo a determinarne la prevalenza su quello che trova tutela nell'attribuzione agli ex dipendenti privati del trattamento pensionistico, resterebbe da spiegare perché questa minor rilevanza gli consente invece di prevalere sugli interessi dei pensionati pubblici. Sotto tale aspetto, sarebbe evidente il vulnus portato al principio di eguaglianza di cui all'art. 3 Cost., non giustificato neppure ove si ritenga che la retribuzione del pubblico dipendente si differenzi da quella del privato per l'interesse pubblico, tutelato mediatamente, alla efficienza ed al buon andamento della pubblica amministrazione, tenuto conto che la norma impugnata costituisce, secondo un percorso inverso, un trattamento di favore riservato al dipendente privato nel raffronto con quello pubblico.