[pronunce]

n. 286 del 1998, di due cittadini stranieri ai quali era stato intimato di lasciare il territorio dello Stato entro cinque giorni dalla notifica di decreti di espulsione redatti in italiano e tradotti in inglese, lingua che i due arrestati (assistiti all'udienza da interpreti madrelingua) dichiaravano di non conoscere. Secondo il giudice a quo, nei casi in esame nulla consente di affermare che il questore che ha emesso l'intimazione abbia omesso la traduzione nelle lingue conosciute dagli arrestati; al contrario gli atti acquisiti fanno ritenere che la scelta della traduzione nella lingua inglese sia stata fatta nell'esercizio legittimo di una specifica facoltà attribuita dalla legge all'autorità amministrativa, quando ricorrano condizioni di pratica impossibilità di traduzione nella lingua materna. Ad avviso del giudice rimettente la disposizione censurata viola l'art. 27 Cost. poiché, in contrasto col principio costituzionale della personalità della responsabilità penale, consente la formulazione dell'ordine amministrativo la cui violazione concreta il reato, pur quando la comprensione del significato dell'intimazione e delle conseguenze della sua violazione è preclusa allo straniero. 4. - È intervenuto in entrambi i giudizi di legittimità costituzionale il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo alla Corte di dichiarare le questioni inammissibili o infondate. Osserva preliminarmente l'Avvocatura che, dalla sintetica esposizione contenuta nelle due ordinanze, non si ricavano elementi atti a collegare la disposizione impugnata con i profili di violazione dell'art. 27 Cost., dal momento che gli stranieri arrestati non rispondono né per fatti altrui, né per fatti loro estranei, ma della violazione di un provvedimento che è stato loro comunicato in una lingua comunque facilmente traducibile. Rileva ancora la difesa erariale che lo straniero colpito da ordine di espulsione ha la possibilità di adire direttamente il tribunale, ai sensi dell'art. 13, comma 8, del d.lgs. n. 286 del 1998, per far valere in quella sede anche l'eventuale vizio di forma relativo alla comunicazione del provvedimento e che la conseguenza dell'inosservanza dell'ordine resta sempre e soltanto l'espulsione, sia pure aggravata dal trasferimento coattivo alla frontiera. Quanto alla scelta del legislatore di non estendere a tutti gli idiomi della terra la traduzione degli atti relativi agli stranieri, la stessa deriva da evidenti ragioni pratiche; il legislatore ha trovato un “equilibrato compromesso” indicando le lingue maggiormente diffuse a livello mondiale, scelta questa non solo italiana, se si considera la proposta di direttiva del Consiglio dell'Unione europea, che reca norme minime relative all'accoglienza dei richiedenti asilo, il cui art. 5 prevede obblighi di informazione per iscritto e, “per quanto possibile”, in una lingua che il richiedente comprende. 5. - Il Tribunale di Milano, con ordinanza del 31 marzo 2003, ha sollevato questione di legittimità costituzionale dell'art. 13, comma 7, e dell'art. 14, comma 5-bis, del d.lgs. 25 luglio 1998, n. 286, nella parte in cui non prescrivono la traduzione nella lingua del destinatario del provvedimento prefettizio di espulsione e del provvedimento del questore che intima l'allontanamento, per violazione dell'art. 24 Cost. Il rimettente è investito del giudizio di convalida dell'arresto di un cittadino ucraino che si è reso inadempiente all'ordine del questore che gli intimava di lasciare il territorio nazionale entro cinque giorni, provvedimento che era stato tradotto in inglese, lingua che l'arrestato sostiene di non conoscere, avendo egli una limitata conoscenza solo della lingua francese. Il giudice a quo, dopo aver descritto la fattispecie concreta sottoposta al suo esame e dopo aver riportato parte della motivazione della sentenza della Corte n. 198 del 2000, rileva che la legge n. 189 del 2002 ha modificato profondamente la disciplina dell'espulsione dello straniero, facendo seguire all'inottemperanza dell'ordine di allontanamento una sanzione penale. Secondo il rimettente il principio della concreta conoscibilità da parte dell'interessato degli effetti del provvedimento espulsivo va inteso in modo rigoroso, ciò che implica la traduzione del provvedimento nella lingua del destinatario, non essendo sufficiente il ricorso, in caso di impossibilità, alle lingue più diffuse. Ad avviso del giudice a quo, le conseguenze penali dell'inottemperanza al provvedimento fanno sì che l'omessa previsione dell'obbligo di traduzione integri la violazione del diritto di difesa di cui all'art. 24 Cost., in quanto l'interessato potrebbe subire conseguenze penali anche senza colpa. Quanto alla rilevanza della questione, il Tribunale di Milano osserva che nel procedimento a quo non sarebbe possibile riconoscere la buona fede e la non colpevolezza dell'imputato sul solo presupposto che non egli non abbia avuto effettiva conoscenza del provvedimento di espulsione. 6. - Anche in questo giudizio di legittimità costituzionale è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo alla Corte di dichiarare la questione manifestamente infondata. Osserva l'Avvocatura che il diritto di difesa costituzionalmente garantito non viene conculcato, in quanto allo straniero viene richiesto unicamente di informarsi del contenuto di un provvedimento che lo riguarda e che gli viene comunicato in una lingua facilmente traducibile, tanto che il suo comportamento colposo ben può integrare gli estremi della contravvenzione prevista dalla legge. Secondo la difesa erariale la scelta del legislatore di non estendere l'obbligo di traduzione in tutte le lingue deriva da incontestabili e giustificate ragioni pratiche, pervenendo ad un equilibrato compromesso tra esigenze di conoscenza e adozione delle lingue maggiormente diffuse a livello mondiale. Inoltre, l'amministrazione si troverebbe in estrema difficoltà se fosse prevista la redazione di un atto, per sua natura urgente, in lingue per le quali non esistono, in ipotesi, traduttori facilmente disponibili. Ricorda infine l'Avvocatura che la scelta del legislatore italiano trova conferma nella proposta di direttiva del Consiglio dell'Unione europea recante norme minime relative all'accoglienza dei richiedenti asilo che prevede obblighi di informazione scritta e, “per quanto possibile”, in una lingua compresa dal richiedente.1. - Tutti i rimettenti dubitano della legittimità costituzionale dell'art. 13, comma 7, del decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286 (Testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell'immigrazione e norme sulla condizione dello straniero), nella parte in cui non prevede l'obbligo di tradurre il decreto di espulsione notificato allo straniero nella sua lingua madre, ovvero in una lingua che risulti dallo stesso effettivamente conosciuta, e, ove ciò non sia possibile, consente invece la traduzione del provvedimento in lingua francese, inglese o spagnola.