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In merito alle disposizioni della lettera a) per incentivare l'inserimento nel mondo del lavoro del secondo percettore di reddito nelle famiglie a basso reddito, sono previsti interventi per destinare l'attuale detrazione per il coniuge a carico a favore del citato secondo percettore di reddito. A legislazione vigente, il coniuge è considerato a carico del primo percettore di reddito qualora abbia un reddito inferiore a 2.840,51 euro per anno d'imposta. L'ammontare della detrazione (percepita dal soggetto con il reddito più alto) non è fisso, ma varia in funzione del reddito complessivo posseduto nel periodo d'imposta. L'importo della detrazione per il coniuge a carico è di circa 700 euro per i redditi fino a 40.000 euro e al di sopra di tale reddito la detrazione diminuisce progressivamente fino ad azzerarsi al raggiungimento di 80.000 euro. Il presente disegno di legge intende trasformare la detrazione, anche qualora si superi il limite di reddito di 2.840,51 euro del secondo percettore, in un credito d'imposta a favore dello stesso secondo percettore così da non disincentivare la ricerca di occupazione. Questo assunto, naturalmente, è valido fino a una determinata soglia di reddito, perché oltre tale soglia non sussiste più il disincentivo all'offerta di lavoro ed è valido per le famiglie che hanno un valore dell'indicatore della situazione economica equivalente (ISEE) fino a 30.000 euro. Pertanto, si prevede che per i redditi fino a 29.000 euro si ha diritto a un credito d'imposta a favore del secondo percettore in modo pieno, corrispondente all'attuale detrazione per il coniuge a carico, e per i redditi da 29.001 a 40.000 euro si prevede la fruizione del beneficio sotto forma di detrazione in modo decrescente fino all'azzeramento al raggiungimento del limite massimo di 40.000 euro. La misura è comunque ipotizzata a termine e per i primi tre anni di attività lavorativa con contratto di lavoro a tempo indeterminato al fine di stabilizzare il rapporto di lavoro. Rimane ferma l'attuale detrazione per il coniuge a carico per tutti i casi in cui il coniuge abbia redditi inferiori a 2.840,51 euro. Inoltre, qualora il nucleo familiare abbia un valore dell'ISEE inferiore a 9.360 euro e sia in possesso di tutti gli altri requisiti necessari per il riconoscimento del reddito di cittadinanza, il presente disegno di legge prevede di continuare a concedere la metà del reddito di cittadinanza percepito dal secondo percettore sotto forma di credito d'imposta. In tal modo si incentiva anche una politica attiva del lavoro, ovvero interventi volti a promuovere e favorire l'occupazione (inserimento e reinserimento lavorativo) e l'occupabilità (migliore spendibilità del profilo della persona e maggiore vicinanza al mercato del lavoro) che, con il meccanismo attuale del reddito di cittadinanza, stentano a decollare (per citare solo un dato, secondo l'Osservatorio su reddito e pensione di cittadinanza dell'Istituto nazionale della previdenza sociale, su un totale di 700.000 beneficiari, solo 50.000 hanno firmato il Patto per il lavoro). Alla scadenza del godimento del beneficio, il presente disegno di legge prevede, per la medesima famiglia, il riconoscimento di un credito d'imposta a favore del secondo percettore di reddito che trova lavoro, per i successivi diciotto mesi, corrispondente al massimo al 50 per cento della retribuzione media giornaliera e, comunque, non superiore a 500 euro mensili per il pagamento documentato di rette scolastiche o di personale con contratto a tempo indeterminato dedicato alle attività di cura e di educazione dei figli minorenni. Quanto all'incentivo al rientro al lavoro per le madri, successivamente al periodo di astensione obbligatorio, si deve rilevare che, a normativa vigente, una donna che ritorna al lavoro dopo il periodo di astensione obbligatorio non ha alcun beneficio economico. Inoltre, la famiglia è costretta ad affrontare ingenti costi legati ai servizi di cura dei figli minorenni. Per i redditi più bassi il ritorno al lavoro diviene, in alcuni casi, sconveniente e pertanto, il più delle volte, la madre è costretta a fruire dei congedi parentali pari al 30 per cento della retribuzione media giornaliera. Il presente disegno di legge, all'articolo 3, intende concedere un aiuto al reddito in modo da rendere conveniente il ritorno al lavoro rispetto alla fruizione dell'attuale congedo parentale al 30 per cento che è previsto per un periodo massimo di sei mesi ed è fruibile dalla madre o dal padre entro i primi sei anni di età del bambino. Dai sei anni e un giorno agli otto anni di età del bambino, il congedo è fruibile per la parte ancora non goduta ma è retribuito al 30 per cento solo se il reddito individuale del genitore richiedente risulta inferiore a 2,5 volte l'importo annuo del trattamento minimo di pensione (16.756,35 euro); dagli otto anni e un giorno ai dodici anni di età del bambino il congedo non è indennizzato. Rispetto all'attuale congedo parentale, il presente disegno di legge, all'articolo 3, comma 1, lettera a) , prevede il riconoscimento di un credito d'imposta a favore delle donne che rientrano al lavoro dopo il periodo di astensione obbligatorio per maternità fruibile fino al terzo anno di vita del bambino, o dall'ingresso in famiglia in caso di adozione o di affidamento, corrispondente al massimo all'equivalente contributo previsto per il congedo parentale corrisposto al 30 per cento della retribuzione media giornaliera, dietro presentazione di documenti di spesa attestanti il pagamento di rette scolastiche di personale con contratto a tempo indeterminato dedicato alle attività di cura e di educazione dei figli minorenni, così da sostenere la famiglia nell'affrontare le spese fino all'iscrizione alla scuola dell'infanzia. Rimane comunque rimessa alla libera scelta della famiglia la possibilità di continuare a fruire del congedo parentale in modo continuativo e, al termine dei sei mesi previsti dalla legge, tornare al lavoro beneficiando dell'aiuto al reddito fino ai tre anni di età del bambino. La misura proposta porterebbe molti benefìci anche per l'economia del Paese, incrementando l'occupazione e creando nuovi posti di lavoro; aiuterebbe, inoltre, l'emersione dei contratti irregolari creando, al contempo, un nuovo mercato per figure professionali dedicate alla cura e all'educazione dei minori e strutturando un sistema di offerta di servizi. La misura è compatibile e non sostitutiva del beneficio previsto dal nuovo assegno unico universale per i figli di età inferiore a ventun anni, prefigurando un rafforzamento di tale intervento per una specifica funzione, che è quella di coprire le spese per la cura dei figli nelle ore di assenza dei genitori, ed è pensata per favorire i redditi medio-bassi applicando un beneficio minimo garantito di 200 euro mensili e un limite massimo di 500 euro mensili fino a 26.000 euro di reddito. In caso di redditi superiori a 26.000 euro è prevista una riduzione progressiva del beneficio al crescere del reddito che si azzera al raggiungimento di 40.000 euro annui. Nel caso di redditi molto bassi, tuttavia, l'incremento salariale del 30 per cento non permetterebbe comunque alla famiglia di sostenere le spese per la cura dei figli.