[pronunce]

ORDINANZA ha pronunciato la seguentenei giudizi di legittimità costituzionale dell'art. 10, comma 3, della legge 5 dicembre 2005, n. 251 (Modifiche al codice penale e alla legge 26 luglio 1975, n. 354, in materia di attenuanti generiche, di recidiva, di giudizio di comparazione delle circostanze di reato per i recidivi, di usura e di prescrizione), promossi con ordinanze del 6 febbraio 2006 dal Tribunale di Roma, del 12 gennaio 2006 dal Tribunale di Chiavari, del 21 dicembre 2005 dal Tribunale di Genova, del 12 gennaio 2006 dal Tribunale di Bologna, del 13 gennaio 2006 dal Tribunale di Santa Maria Capua Vetere, del 10 marzo 2006 dal Tribunale di Bologna, del 16 marzo 2006 dal Tribunale di Roma, del 20 gennaio 2006 e del 16 dicembre 2005 dal Tribunale di Perugia, sezione distaccata di Gubbio, del 12 dicembre 2005 dal Tribunale di Paola, sezione distaccata di Scalea, del 12 dicembre 2005 dal Tribunale di Perugia, sezione distaccata di Gubbio, del 15 febbraio 2006 dal Tribunale di Teramo, del 20 dicembre 2005 dal Tribunale di Venezia, sezione distaccata di San Donà di Piave, del 23 marzo 2006 dal Tribunale di Frosinone, del 1° marzo 2006 dal Tribunale di Monza, del 16 febbraio 2006 dal Tribunale di Frosinone, sezione distaccata di Alatri e del 28 gennaio 2006 dal Tribunale di Perugia, rispettivamente iscritte ai nn. 77, 81, 84, 86, 100, 167, 171, 181, 182, 292, 296, 305, 310, 390, 395, 419, 462 del registro ordinanze 2006 e pubblicate nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica nn. 13, 14, 15, 23, 24, 25, 37, 41, 43 e 44, prima serie speciale, dell'anno 2006. Visti l'atto di costituzione di R.F. nonché gli atti di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri; udito nella camera di consiglio del 21 febbraio 2007 il Giudice relatore Alfonso Quaranta. Ritenuto che i Tribunali di Roma, Chiavari, Genova, Bologna, Santa Maria Capua Vetere, Perugia (sede centrale e sezione distaccata di Gubbio), Paola (sezione distaccata di Scalea), Teramo, Venezia (sezione distaccata di San Donà di Piave), Frosinone (sede centrale e sezione distaccata di Alatri) e Monza, hanno sollevato, con le ordinanze di cui in epigrafe, questioni di legittimità costituzionale – in riferimento, nel complesso, agli articoli 3, 10, 11, 24, 25, 27, 97, 111 e 117 della Costituzione – dell'art. 10, comma 3, della legge 5 dicembre 2005, n. 251 (Modifiche al codice penale e alla legge 26 luglio 1975, n. 354, in materia di attenuanti generiche, di recidiva, di giudizio di comparazione delle circostanze di reato per i recidivi, di usura e di prescrizione); che tutti i rimettenti censurano la predetta norma, nella parte in cui prevede che l'applicazione delle più favorevoli disposizioni per il reo in ordine al termine di prescrizione del reato, contenute nell'art. 6 della medesima legge n. 251 del 2005, sia limitata, quanto ai processi di primo grado, unicamente a quelli per i quali non «sia stata dichiarata l'apertura del dibattimento»; che il Tribunale di Roma, con due ordinanze di identico contenuto, dubita della legittimità costituzionale della norma suddetta, evocando quali parametri gli artt. 3, 10 e 11 della Carta fondamentale; che il rimettente – nel premettere che le fattispecie criminose sottoposte al suo esame risulterebbero, in entrambi i giudizi a quibus, ormai estinte per prescrizione, se l'applicazione della nuova (e più favorevole) disciplina relativa alla predetta causa di estinzione del reato non fosse preclusa dalla già avvenuta dichiarazione di apertura del dibattimento – censura la scelta operata dal legislatore con l'art. 10, comma 3, della legge n. 251 del 2005 di far dipendere dal compimento o meno di tale incombente processuale l'operatività della lex mitior; che il rimettente – pur dicendosi consapevole che, secondo la giurisprudenza costituzionale, la garanzia di cui all'art. 25, secondo comma, Cost. deve intendersi limitata al «divieto di retroattività della norma penale incriminatrice», non investendo «anche il principio della retroattività della norma penale più favorevole» – evidenzia, tuttavia, come le deroghe a tale ultimo principio (sancito, in via generale, dall'art. 2, quarto comma, del codice penale) debbano essere «sorrette da valutazioni e giustificazioni non irragionevoli»; che detta evenienza, però, ad avviso del giudice a quo, non ricorrerebbe nel caso di specie, atteso che la scelta compiuta con la censurata disposizione – e cioè l'individuazione, quale discrimine temporale per l'applicazione retroattiva della lex mitior, del momento della dichiarazione di apertura del dibattimento, in luogo di quello della pronuncia della sentenza di primo grado – non appare giustificata dalla «necessità di “neutralizzare” un accertamento giurisdizionale già effettuato sotto il vigore della precedente disciplina»; che la detta opzione legislativa, per contro, «determina una selezione tra le due normative» (in tema di prescrizione) «collegata a profili di aleatorietà, non dipendenti da un atto di impulso processuale avente obiettiva rilevanza», donde la sua irrazionalità; che il rimettente ipotizza, inoltre, la violazione degli artt. 10 e 11 Cost.; che, al riguardo, egli sottolinea, innanzitutto, come «il principio di necessaria applicazione retroattiva della norma penale più favorevole» sia enunciato dall'art. 15 del Patto internazionale relativo ai diritti civili e politici adottato a New York il 16 dicembre 1966 (reso esecutivo in Italia con la legge 25 ottobre 1977, n. 881), e dall'art. 49, comma 1, della Carta dei diritti fondamentali, approvata a Nizza il 7 dicembre 2000, articolo riprodotto nell'art. II-109, comma 1, del Trattato che adotta una Costituzione per l'Europa, firmato a Roma il 29 ottobre 2004 (reso esecutivo in Italia con la legge 7 aprile 2005, n. 57); che tale principio, inoltre, è stato qualificato dalla Corte di giustizia delle Comunità europee (sentenza 3 maggio 2005, C-387/02, C-391/02 e C-403/02) come appartenente «alle tradizioni costituzionali comuni agli Stati membri», e dunque quale «parte integrante dei principi generali del diritto comunitario che il giudice nazionale deve osservare»;