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Disposizioni relative alla corresponsione di borse di studio ai medici specializzandi ammessi alle scuole di specializzazione dal 1978, specializzati negli anni dal 1982 al 1992. Onorevoli Senatori. – I medici specializzatisi in varie discipline mediche, iscritti ai corsi tra gli anni 1978 e 1991, durante l'espletamento di tali attività di formazione non hanno percepito alcuna remunerazione ed il titolo conseguito non viene riconosciuto nell'ambito dell'Unione europea. Invero, in base alle direttive 75/362/CEE, del Consiglio, del 16 giugno 1975, 75/363/ CEE del Consiglio, del 16 giugno 1975, e 82/76/CEE del Consiglio, del 26 gennaio 1982, (in seguito coordinate dalla direttiva 93/16/CEE del Consiglio, del 5 aprile 1993) in materia di formazione dei medici specialisti e dei corsi per il conseguimento dei relativi diplomi, è stato prescritto che le attività di formazione, sia a tempo pieno, sia a tempo ridotto, dovessero formare oggetto di «adeguata remunerazione» ed i relativi titoli venissero riconosciuti presso tutti gli Stati membri. In particolare, l'articolo 16 della citata direttiva 82/76/CEE aveva indicato il 31 dicembre 1982 quale termine ultimo di attuazione delle direttive, in osservanza degli articoli 5 e 189, terzo comma, del Trattato che istituisce la Comunità europea. Il legislatore italiano, invece, non si è adeguato a tale perentoria disposizione, tanto è vero che la Corte di giustizia delle Comunità europee, con sentenza 7 luglio 1987 (causa C49/86), ha dichiarato che la Repubblica italiana è venuta meno agli obblighi ad essa incombenti in forza del Trattato CEE. Solo successivamente a tale pronuncia, con il decreto legislativo 8 agosto 1991, n. 257, il legislatore nazionale ha stabilito in favore degli specializzandi, una borsa di studio annuale di lire 21.500.000, applicando però (articolo 6, comma 1) tale disposizione solamente in favore dei medici ammessi alle scuole di specializzazione a decorrere dall'anno accademico 1991/1992. Per la ritardata e, comunque, parzialmente omessa attuazione delle direttive sopra richiamate, è stato avviato da numerosi medici un contenzioso conclusosi in larga parte con sentenze dei tribunali amministrativi regionali e del Consiglio di Stato, che hanno evidenziato dei provvedimenti tardivamente adottati dall'amministrazione, con conseguente annullamento, in quanto in contrasto con le direttive comunitarie. Successivamente e sempre con ritardo, la legge 19 ottobre 1999, n. 370, ha attribuito, all'articolo 11, una borsa di studio annua onnicomprensiva di 13 milioni di lire per ogni anno del corso in favore dei soli medici destinatari delle predette sentenze amministrative passate in giudicato. A ciò si aggiunga che la Corte di giustizia delle Comunità europee, con sentenze del 25 febbraio 1999 (causa C131/97) e del 3 ottobre 2000 (causa C371/97), ha individuato nell'applicazione retroattiva e completa delle misure di attuazione della direttiva la possibilità di rimediare alle conseguenze pregiudizievoli della precedente tardiva attuazione della stessa, anche al fine di assicurare un adeguato risarcimento del danno subito dagli interessati. In conseguenza di ciò, nel corso di questi anni, si è venuto a creare un imponente contenzioso nei confronti dello Stato italiano dinanzi ai giudici ordinari, promosso da decine di migliaia di medici, che avevano iniziato il rispettivo corso di specializzazione a decorrere dall'anno accademico 1982/1983, per ottenere il risarcimento dei danni subiti per effetto della mancata attuazione nei loro confronti delle richiamate direttive e consistente nel non aver potuto seguire corsi a tempo pieno, realizzare la formazione che le direttive hanno ritenuto necessaria per il riconoscimento e percepire l'adeguata remunerazione ad essa connessa. Da tale contenzioso hanno iniziato a susseguirsi una serie di pronunce giudiziali favorevoli ai medici, sia da parte dei tribunali, che delle corti di appello competenti, sia, in sede di legittimità, da parte della Suprema corte di cassazione, che hanno condannato la Presidenza del Consiglio dei ministri ed il Ministero dell'economia e delle finanze al pagamento degli indennizzi in favore dei predetti medici e che secondo alcune pronunce sono stati liquidati in oltre 100.000 euro per ciascuno di essi. Peraltro, secondo le più recenti decisioni della Suprema corte di cassazione la prescrizione è decennale (sezioni unite, n. 9147 del 17 aprile 2009) e non inizia a decorrere sino a quando il legislatore non adotta un provvedimento legislativo in favore dei predetti medici, esclusi dalle precedenti norme attuative (terza sezione, nn. 10813, 10814, 10815 e 10816 del 2011). In tale materia si è acceso un ampio dibattito giurisprudenziale e dottrinario sia in ordine al decorso della prescrizione, sia sull'ammontare del risarcimento. A tal riguardo autorevoli pareri hanno chiarito che i diritti vantati dai medici non si sono ancora prescritti in quanto l'effettività della tutela giurisdizionale è stata possibile solamente a partire dalla cessazione della situazione di grave incertezza in merito agli ambiti ed ai limiti di esercizio dei propri diritti, peraltro conseguente all'atteggiamento inadempiente imputabile allo Stato legislatore ed ai tempi occorsi alla giurisprudenza nazionale per pervenire ad una definizione del rimedio. In ordine alla quantificazione del danno, anche alla luce della recentissima sentenza 24 gennaio 2018, cause riunite C-616/16 e C-617/16, Pantuso, della Corte di giustizia dell'Unione europea, appare chiaro che non si tratta di remunerare in modo proporzionale gli specializzandi che hanno seguito corsi con il vecchio ordinamento, ma quello di risarcire a loro il danno sofferto e consistente nel non aver potuto seguire corsi a tempo pieno, non aver potuto realizzare la formazione in modo conforme alle direttive ed il non aver percepito l'adeguata remunerazione. A tal riguardo anche la Suprema corte di cassazione in plurime decisioni ha affermato che il danno corrisponde ad una perdita sofferta dagli specializzandi, i quali, se l'adempimento vi fosse stato avrebbero potuto seguire i corsi di specializzazione organizzati nei termini voluti dal diritto comunitario e conseguire i suddetti diritti. Il parametro di riferimento quindi sarebbe quello previsto dalla legge di trasposizione (decreto legislativo n. 257 del 1991) che attribuisce un importo di lire 21.500.000 pari ad euro 11.103,82 per ogni anno del corso, tuttavia tenuto conto del minor impegno in termini di ore di frequenza ai corsi precedenti la riforma e in un'ottica di contemperamento dei differenti interessi, la previsione di un importo di euro 8.000 per ogni anno del corso appare congruo.