[pronunce]

ORDINANZA ha pronunciato la seguentenei giudizi legittimità costituzionale dell'art. 69, comma 6, della legge 26 luglio 1975, n. 354 (Norme sull'ordinamento penitenziario e sull'esecuzione delle misure privative e limitative della libertà), promossi con ordinanze del 20 febbraio 2006 (n. 4 ordinanze) dal Magistrato di sorveglianza di Macerata, del 21 marzo e del 16 ottobre 2006 dal Magistrato di sorveglianza di Ancona, rispettivamente iscritte ai nn. da 187 a 190 ed ai numeri 260 e 261 del registro ordinanze 2007 e pubblicate nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 15, prima serie speciale, dell'anno 2007 e nella edizione straordinaria del 26 aprile 2007. Visti gli atti di costituzione di C.V. ed altri, nonché gli atti di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri; udito nella camera di consiglio del 7 novembre 2007 il Giudice relatore Gaetano Silvestri. Ritenuto che il Magistrato di sorveglianza di Macerata, con quattro ordinanze di identico tenore deliberate, in altrettanti procedimenti, il 20 febbraio 2006 (r.o. numeri da 187 a 190 del 2007), ha sollevato – con riferimento agli artt. 3, 24, primo e secondo comma, e 111 della Costituzione – questione di legittimità costituzionale dell'art. 69, comma 6, della legge 26 luglio 1975, n. 354 (Norme sull'ordinamento penitenziario e sull'esecuzione delle misure privative e limitative della libertà), nella parte in cui prevede la competenza del magistrato di sorveglianza sui reclami dei detenuti e degli internati concernenti l'osservanza delle norme riguardanti l'attribuzione della qualifica lavorativa, la mercede e la remunerazione, nonché lo svolgimento delle attività di tirocinio e di lavoro e le assicurazioni sociali; che il rimettente, in ciascuno dei giudizi a quibus, è investito dell'azione proposta da lavoratori detenuti, secondo le forme previste dall'art. 14-ter della legge n. 354 del 1975, con riguardo a crediti asseritamente maturati per prestazioni effettuate in ambito penitenziario, ed in qualche caso anche ad aspetti diversi del rapporto di lavoro; che lo stesso rimettente premette come, secondo un diritto vivente affermatosi attraverso ripetute pronunce della Suprema Corte di cassazione, anche a sezioni unite, la competenza a conoscere delle controversie concernenti il lavoro dei detenuti appartenga in via esclusiva al magistrato di sorveglianza; che, peraltro, la «procedura ex art. 14-ter» dell'Ordinamento penitenziario, a parere del giudice a quo, non assicura alle parti della controversia di lavoro un'adeguata tutela dei rispettivi diritti, poiché la relativa udienza è sottratta al regime di pubblicità, non prevede la partecipazione del datore di lavoro (identificato nell'Amministrazione penitenziaria) né la presenza del lavoratore, il quale, comunque, non può essere sentito personalmente; l'azione, inoltre, è soggetta agli stretti limiti previsti per il reclamo, e non può condurre ad una deliberazione di condanna, la quale del resto – a differenza di quanto avviene nel rito del lavoro – sarebbe priva di valore immediatamente esecutivo; manca infine, nella procedura, un doppio grado di giudizio sul merito della controversia; che una siffatta disciplina, secondo il rimettente, determina anzitutto la violazione dell'art. 3 Cost., per la discriminazione ingiustificata introdotta tra i lavoratori, a seconda che si tratti di detenuti o di persone non sottoposte a restrizione di libertà, sul piano della tutela dei rispettivi diritti; che nella procedura prescritta dalla norma censurata, inoltre, sarebbe violato il diritto delle parti alla difesa (art. 24 Cost.) ed al contraddittorio, poiché il lavoratore potrebbe esercitarlo solo in forma cartolare, ed il datore di lavoro sarebbe addirittura escluso da ogni forma di interlocuzione e privo della legittimazione ad impugnare il provvedimento adottato dal magistrato di sorveglianza, anche nella sola forma del ricorso di legittimità (con specifica violazione, sotto questo profilo, dell'art. 111 Cost.); che dunque, secondo il giudice a quo, la norma censurata dovrebbe essere dichiarata illegittima nella parte in cui sottrae alla cognizione del giudice del lavoro le controversie riguardanti detenuti, o, in subordine, nella parte in cui esclude la facoltà per il lavoratore detenuto di avvalersi, in via alternativa, del ricorso «interno» all'organizzazione carceraria ovvero di una azione ordinaria proposta secondo il rito del lavoro; che il Magistrato di sorveglianza di Ancona, con ordinanza del 21 marzo 2006 (r.o. n. 260 del 2007), ha sollevato – con riferimento agli artt. 3, 24, primo e secondo comma, e 111 Cost. – questione di legittimità costituzionale dell'art. 69, comma 6, della legge n. 354 del 1975, nella parte in cui prevede la competenza del magistrato di sorveglianza sui reclami dei detenuti e degli internati concernenti l'osservanza delle norme riguardanti l'attribuzione della qualifica lavorativa, la mercede e la remunerazione, nonché lo svolgimento delle attività di tirocinio e di lavoro e le assicurazioni sociali; che il rimettente è stato investito, con le forme prescritte dall'art. 14-ter della legge n. 354 del 1975, delle azioni proposte da cinque lavoratori detenuti, aventi ad oggetto crediti per prestazioni effettuate in ambito penitenziario e presunti trattamenti discriminatori subiti nello svolgimento del rapporto di lavoro; che lo stesso rimettente, pur dando conto del fatto che la giurisprudenza ha episodicamente prospettato per il lavoro dei detenuti due sedi concorrenti di tutela, quella cioè della giurisdizione ordinaria e quella del procedimento di sorveglianza, rileva come, alla stregua del diritto vivente (formatosi attraverso ripetute pronunce della Suprema Corte, anche a sezioni unite), la competenza a conoscere delle relative controversie appartenga esclusivamente al magistrato di sorveglianza; che il giudice a quo assume la piena ragionevolezza di una tale attribuzione, data la peculiare condizione personale dei lavoratori interessati e considerato, soprattutto, che le prestazioni effettuate in favore dell'Amministrazione penitenziaria presentano finalità particolari, di natura rieducativa e trattamentale, e sono regolate da disposizioni e prassi particolari (ad esempio, turnazione, relativa pregnanza del criterio economico, forte incidenza del potere disciplinare); che tuttavia, sempre secondo il giudice rimettente, risulta censurabile sotto vari aspetti la procedura che il magistrato di sorveglianza deve seguire (anche) per definire le controversie di lavoro, giacché non è prevista la partecipazione del datore di lavoro (identificato nell'Amministrazione penitenziaria) né la presenza del lavoratore, che non può essere sentito personalmente; inoltre l'azione è soggetta agli stretti limiti previsti per il reclamo, e non può condurre ad una deliberazione di condanna, la quale per altro – a differenza di quanto avviene nel rito del lavoro – non potrebbe assumere valore immediatamente esecutivo;