[pronunce]

pertanto, ad avviso della parte privata costituita nel presente giudizio, la questione sarebbe inammissibile in quanto irrilevante ai fini della definizione del giudizio a quo, che dovrebbe essere deciso sulla base delle ordinarie disposizioni sull'onere della prova, e nel quale non troverebbe applicazione la norma impugnata. 3.1.- Al riguardo, deve rilevarsi che questa Corte ha costantemente affermato che ad essa non spetta, nei giudizi di legittimità costituzionale sollevati in via incidentale, la valutazione circa i presupposti di esistenza del giudizio a quo, «a meno che questi non risultino manifestamente e incontrovertibilmente carenti», essendo sufficiente che «l'ordinanza di rimessione argomenti non implausibilmente la rilevanza della questione di legittimità costituzionale» (ex plurimis, sentenze n. 270 del 2010 e n. 41 del 2011; ordinanza n. 25 del 2012). Ora, nell'ordinanza in esame, il giudice remittente ha rilevato che nell'atto introduttivo con il quale chiedevano il risarcimento dei danni ai sensi dell'art. 1669 cod. civ. per i gravi difetti rilevati nel bene immobile oggetto di compravendita, i ricorrenti non lamentavano la generica violazione delle regole d'arte nella costruzione degli edifici ma, più specificamente, chiedevano l'accertamento della violazione delle disposizioni relative ai requisiti acustici previste dal d.P.C.M. 2 dicembre 1997, emanato in attuazione dell'art. 3, comma 1, lettera e), della legge n. 447 del 1995, a tal fine chiedendo l'acquisizione del fascicolo relativo all'accertamento tecnico preventivo già espletato ai sensi dell'art. 696 bis cod. proc. civ.. Inoltre, nella medesima ordinanza, si procede ad una esauriente ricostruzione del quadro normativo alla base del decreto richiamato, come sopra riportata, evidenziando, in particolare, l'incidenza della norma interpretativa impugnata su quella applicabile nel giudizio in corso, mediante la previsione dell'effetto retroattivo all'art. 3, comma 1, lettera e), citato che esclude, fino all'emanazione dei decreti legislativi finalizzati ad integrare nell'ordinamento nazionale le norme comunitarie previste dalla direttiva 2002/49/CE, l'applicabilità delle norme relative ai requisiti acustici passivi degli edifici «nei rapporti tra privati e, in particolare, nei rapporti tra costruttori-venditori e acquirenti di alloggi». Pertanto, deve ritenersi che il giudice, rilevando l'incidenza della disposizione impugnata sulle norme applicabili relative ai requisiti acustici nel giudizio a quo, abbia motivato in modo non implausibile sulla rilevanza della questione sollevata, restando invece a lui rimessa, in ragione dell'autonomia del giudizio costituzionale rispetto a quello a quo, la valutazione circa l'esistenza della prova offerta dalla parte in ordine alla violazione delle suddette norme acustiche. Di conseguenza, l'eccezione di inammissibilità della questione prospettata dalla parte privata costituita deve essere rigettata. 4.- Nel merito, la questione è fondata. Questa Corte ha ripetutamente affermato che il divieto di retroattività della legge, previsto dall'art. 11 delle disposizioni sulla legge in generale, pur costituendo valore fondamentale di civiltà giuridica, non riceve nell'ordinamento la tutela privilegiata di cui all'art. 25 Cost. (sentenze n. 78 e n. 15 del 2012, n. 236 del 2011, e n. 393 del 2006), e che «il legislatore - nel rispetto di tale previsione - può emanare norme retroattive, anche di interpretazione autentica, purché la retroattività trovi adeguata giustificazione nell'esigenza di tutelare principi, diritti e beni di rilievo costituzionale, che costituiscono altrettanti «motivi imperativi di interesse generale», ai sensi della Convenzione europea dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali (CEDU). La norma che deriva dalla legge di interpretazione autentica, quindi, non può dirsi costituzionalmente illegittima qualora si limiti ad assegnare alla disposizione interpretata un significato già in essa contenuto, riconoscibile come una delle possibili letture del testo originario (ex plurimis: sentenze n. 271 e n. 257 del 2011, n. 209 del 2010 e n. 24 del 2009). In tal caso, infatti, la legge interpretativa ha lo scopo di chiarire «situazioni di oggettiva incertezza del dato normativo», in ragione di «un dibattito giurisprudenziale irrisolto» (sentenza n. 311 del 2009), o di «ristabilire un'interpretazione più aderente alla originaria volontà del legislatore» (ancora sentenza n. 311 del 2009), a tutela della certezza del diritto e dell'eguaglianza dei cittadini, cioè di principi di preminente interesse costituzionale. Accanto a tale caratteristica, questa Corte ha individuato una serie di limiti generali all'efficacia retroattiva delle leggi, attinenti alla salvaguardia, oltre che dei principi costituzionali, di altri fondamentali valori di civiltà giuridica, posti a tutela dei destinatari della norma e dello stesso ordinamento, tra i quali vanno ricompresi il rispetto del principio generale di ragionevolezza, che si riflette nel divieto di introdurre ingiustificate disparità di trattamento; la tutela dell'affidamento legittimamente sorto nei soggetti quale principio connaturato allo Stato di diritto; la coerenza e la certezza dell'ordinamento giuridico; il rispetto delle funzioni costituzionalmente riservate al potere giudiziario (sentenza n. 209 del 2010, citata, punto 5.1, del Considerato in diritto). La norma impugnata nel presente giudizio travalica i limiti individuati dalla giurisprudenza della Corte ora richiamata. Innanzitutto, seppure formulata quale norma di interpretazione autentica, essa non interviene ad assegnare alla disposizione interpretata un significato già in questa contenuto, «riconoscibile come una delle possibili letture del testo originario», al fine di chiarire «situazioni di oggettiva incertezza del dato normativo» in ragione di «un dibattito giurisprudenziale irrisolto» o di «ristabilire un'interpretazione più aderente alla originaria volontà del legislatore» a tutela della certezza del diritto e degli altri principi costituzionali richiamati. La ricostruzione del quadro normativo nel quale si inserisce la disposizione censurata conferma questa conclusione. La norma "interpretata" [art. 3, comma 1, lettera e), della legge n. 447 del 1995] disciplina infatti la modalità di esercizio della competenza statale nella individuazione dei requisiti acustici degli edifici, regolando il procedimento per l'adozione del relativo d.P.C.M., ma non considera in alcun modo i riflessi di tali disposizioni nei rapporti tra privati.