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Al momento della presentazione della propria offerta vincolante, irrevocabile e - cosa più importante - incondizionata, ArcelorMittal palesava di aderire a un'interpretazione cosiddetta restrittiva della novella normativa appena apportata alla norma in questione dal milleproroghe e lamentando, cioè, che l'esimente penale non fosse stata estesa al 23 agosto 2023, analogamente a quanto fatto con il termine per l'esecuzione dei lavori del piano ambientale. Pur criticando l'atteggiamento del legislatore, palesava la chiara intenzione di non voler condizionare la propria offerta a tale auspicato intervento normativo. La miglior prova di ciò si rinviene anzitutto nella qualificazione dell'offerta medesima come incondizionata e, in seconda battuta, alcuni mesi dopo, con la sottoscrizione di un contratto che non disciplinava minimamente la questione. La sottoscrizione è, pertanto, avvenuta ben prima che, sul profilo della durata temporale della medesima penale, l'Avvocatura generale dello Stato fornisse un'interpretazione di diverso avviso. Il parere - come detto - sarebbe arrivato al Ministero dello sviluppo economico nel settembre 2017, appena qualche giorno prima del varo del decreto del Presidente del Consiglio dei ministri di modifica del piano ambientale. Dalle considerazioni che precedono, pareva emergere come ArcelorMittal non fosse nelle condizioni di poter legittimamente invocare la risoluzione del contratto e con essa lo scioglimento del vincolo giuridico. Fermo restando quanto precede, occorreva in ogni caso prendere in considerazione la possibilità che ArcelorMittal, a fronte di detto intervento normativo, potesse ipso facto preferire sciogliersi unilateralmente e arbitrariamente dal negozio contrattuale. Quindi, con il decreto-legge n. 101 del 3 settembre 2019, si è previsto che le condotte poste in essere in attuazione del predetto piano ambientale, nel rispetto dei termini e delle modalità ivi stabiliti, non possono dare luogo a responsabilità penale e amministrativa, poiché costituiscono adempimento dei doveri imposti dal suddetto piano ambientale, operandosi quindi un chiaro richiamo al cosiddetto principio di non contraddizione, previsto dall'articolo 51 del codice penale. Nel decreto-legge n. 101 del 2019, nella formulazione uscita del Consiglio dei ministri e pubblicata in Gazzetta Ufficiale , si è previsto che, per il solo affittuario o acquirente, la disciplina delle esimenti si applica con riferimento alle condotte poste in essere in esecuzione del piano ambientale, sino alla scadenza dei termini di attuazione stabiliti dal piano stesso, per ciascuna prescrizioni ivi prevista, che venga in rilievo con riferimento alle condotte poste in essere da detti soggetti, mantenendo ferma in ogni caso la responsabilità in sede penale, civile, amministrativa eventualmente derivante dalla violazione di norme poste a tutela della salute e della sicurezza dei lavoratori. Come noto, il decreto in parola è stato convertito in legge lo scorso 2 novembre, da parte del Parlamento, senza l'articolo 14, con il che il dispositivo normativo è tornato a essere quello risultante a valle del decreto crescita e, conseguentemente, a partire dal momento della conversione in legge, cioè dallo scorso 2 novembre, l'esimente penale non è già più applicabile. Rammentata quindi l'evoluzione che ha portato all'affidamento e alla sottoscrizione del contratto e la parte che riguarda la tutela legale, ritengo doveroso notiziare l'Assemblea della lettera pervenuta il 4 novembre e del conseguente atto di citazione presso il tribunale di Milano. Con la lettera del 4 novembre 2019, destinata ai commissari straordinari, ArcelorMittal ha comunicato l'esercizio del diritto di recesso dal contratto di affitto, con obbligo di acquisto di rami d'azienda, sottoscritto in data 28 giugno 2017. Nella missiva viene evidenziato che la legge n. 128 del 2 novembre 2019, di conversione del decreto crisi, ha eliminato la protezione legale prevista all'articolo 2, comma 6, del decreto n.1 del 2015, che costituiva - a detta, direi esclusivamente, della società - un presupposto essenziale su cui l'affittuario aveva fatto esplicito affidamento e in mancanza del quale non avrebbe neppure accettato di partecipare all'operazione, né tantomeno di instaurare il rapporto disciplinato dal contratto. Secondo ArcelorMittal, si applicherebbe quindi l'articolo 27.5 del contratto, relativo al recesso. A valle di detta missiva, alle ore 4 del mattino di lunedì 5 novembre, è stato notificato all'organo commissariale dell'Ilva un atto di citazione presso il tribunale di Milano, con il quale ArcelorMittal domanda, in via principale, di accertare e dichiarare l'efficacia del diritto di recesso esercitato ex articolo 27.5 del contratto e, in via di gradato subordine, di pronunciare la risoluzione del contratto per impossibilità sopravvenuta, ovvero, in base ai principi in tema di presupposizione; ovvero, in via di ulteriore subordine, di annullare il contratto per dolo o di risolvere il contratto per inadempimento di Ilva in amministrazione straordinaria; ovvero per eccessiva onerosità sopravvenuta; ovvero ancora in forza delle clausole risolutive espresse contenute nei singoli contratti d'affitto attuativi. Questa non è certamente un aula di tribunale. Tuttavia, vorrei rappresentarvi, con riguardo alla principale tesi avanzata da ArcelorMittal, ovvero quella del recesso, alcune brevissime notazioni che riguardano l'articolo 27.5 del contratto d'affitto. Il contratto è stato modificato inserendo nello specifico il punto 27.5, in conseguenza diretta dell'impugnativa effettuata dinanzi al TAR di Lecce, trasferita poi al TAR del Lazio, da parte della Regione Puglia e del Comune di Taranto, che riguarda il decreto del Presidente del Consiglio dei ministri del 29 settembre 2017, che ha approvato, ai sensi dell'articolo 1 del decreto n. 191 del 2015, le modifiche al piano ambientale approvato con decreto del Presidente del Consiglio dei ministri del 2014. Quindi nel 2014 il primo piano ambientale viene approvato con un decreto del Presidente del Consiglio dei ministri e nel 2017 viene modificato. Su queste modifiche, ovviamente concordate, interviene la richiesta di annullamento da parte del TAR. Posto che il rispetto del piano ambientale costituiva e costituisce condizione per la prosecuzione delle attività produttive e che le modifiche richieste da ArcelorMittal e consentite dalla normativa vigente erano collegate all'attuazione del piano industriale oggetto dell'offerta, ArcelorMittal ha voluto disciplinare gli effetti contrattuali derivanti dall'eventuale accoglimento, in tutto o in parte, di tali ricorsi. Alla data di sottoscrizione del contratto erano decorsi i termini per la presentazione di altri ricorsi. In sostanza ArcelorMittal, giustamente, voleva tutelarsi da eventuali successive modifiche al piano ambientale per effetto di una sentenza del TAR o per altri effetti conseguenti o per effetto di modifiche normative, dicendo che in quel caso avrebbe esercitato il diritto di recesso disciplinato dall'articolo che stiamo analizzando.