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Signor Presidente, dopo mesi drammatici vissuti dentro un'emergenza sanitaria senza precedenti che ha condizionato e in larga parte determinato i tempi e le modalità attraverso le quali Governo e Parlamento hanno assunto decisioni urgenti e improcrastinabili, tutti, io credo, avvertiamo l'urgente esigenza, dopo la fine del lockdown , di allargare e rilanciare il confronto istituzionale, politico e sociale. Serve un confronto a tutto campo, a partire dalle forze politiche presenti in Parlamento, con le tantissime preziose energie delle professioni sanitarie, del mondo scientifico, dell'università, del volontariato e dell'associazionismo. Una forte sinergia istituzionale e sociale è la bussola che può consentirci di attraversare la terribile tempesta che, passo dopo passo, stiamo cercando di mettere alle nostre spalle. Sarebbe un errore imperdonabile illudersi che la nostra prossima navigazione sia scevra da ulteriori rischi e soprattutto, passate le giornate più drammatiche della burrasca, dividerci immotivatamente nell'azione di rilancio e riforma del nostro Servizio sanitario nazionale. In quest'Aula, nel mio primo intervento da Ministro della salute quando il Covid non aveva ancora segnato le nostre vite, ho affermato che sulla sanità, sulla tutela del diritto fondamentale alla salute, tutti dobbiamo fare uno sforzo in più per far prevalere sempre l'interesse generale, abbassando le bandierine di fazione. Oggi ancor più di ieri ne sono profondamente convinto. Oggi ancor più di ieri sono convinto che il nostro è un grande Paese che ha la forza, l'energia e le competenze per attuare quanto previsto dal magistrale articolo 32 della nostra Costituzione. Serve una limpida dialettica tra maggioranza ed opposizione, tra forze che, a diversi livelli istituzionali, hanno nella gestione della sanità rilevanti e concorrenti responsabilità di Governo, così come definito dall'articolo 117 della nostra Costituzione. Per me la collaborazione non è una scelta, ma un vero e proprio obbligo istituzionale. Con questo spirito oggi dico a nome del Governo che non considero questa discussione un passaggio formale, un semplice ed inevitabile adempimento procedurale in ossequio a quanto previsto dal comma 1 dell'articolo 2 del decreto-legge n. 19 del 2020, come recentemente modificato e approvato dalle Camere. Sono qui per informarvi del lavoro svolto e degli orientamenti che stiamo maturando rispetto ai prossimi provvedimenti che dovremo adottare e sono qui per ascoltare con attenzione preventivamente le valutazioni, le proposte e gli indirizzi che il Parlamento riterrà opportuno proporre all'Esecutivo. Non vengo quindi con un pacchetto chiuso, ma con linee guida aperte che, in un percorso di continuità rispetto a quanto fatto finora ed alla luce dell'evoluzione epidemiologica del Paese, pongo a base di una discussione parlamentare da cui mi auguro possano arrivare contributi importanti al lavoro che ci aspetta nei prossimi giorni. Mi pare questo il modo migliore di rispettare lo spirito della nuova disposizione legislativa, che proprio oggi trova la sua prima attuazione, e di favorire la migliore relazione possibile tra Governo e Parlamento. Mi sia concessa, però, una premessa che giudico essenziale. Non dobbiamo perdere mai, nemmeno per un secondo, la memoria di quanto abbiamo tragicamente vissuto. Ogni scelta, anche quelle di cui discutiamo oggi, deve tenere presente cosa sono stati gli ultimi mesi per il nostro Paese. Lo dico con tutta la forza che ho dentro di me. Non possiamo, asciugate le lacrime, lenito il dolore, dimenticare l'incubo che abbiamo vissuto. No, non solo non dobbiamo dimenticare, ma abbiamo l'obbligo politico e morale di essere conseguenti, di trarre gli insegnamenti da una lezione senza precedenti. È questo anche il modo migliore per ricordare chi non ce l'ha fatta. Nessuno di noi potrà dire, in un giorno che spero non rivivremo mai più: non lo sapevo, siamo stati colti disarmati di fronte alla violenza di una nuova pandemia. No, adesso abbiamo l'obbligo di fare tesoro dell'esperienza, di valorizzare e mettere nelle condizioni di lavorare meglio tutto il personale sanitario e di correggere e superare i limiti che l'emergenza ha messo in evidenza. Dobbiamo farlo con equilibrio, consapevoli del lavoro che, in condizioni inedite e drammatiche, le istituzioni repubblicane nel loro insieme hanno svolto, senza giudizi autolesionisti che fanno male all'Italia, ma anche senza chiudere gli occhi dinanzi a quello che non ha funzionato come sarebbe stato necessario. Non dobbiamo perdere la memoria. Sono trascorsi centoquaranta giorni da quando il 22 gennaio, con zero casi in Italia, abbiamo istituito la task force per monitorare l'andamento dell'epidemia da Covid-19; quella decisione, come tante altre che si sono succedute, è stata adottata prima delle indicazioni dell'Organizzazione mondiale della sanità (OMS) e prima di tutti gli altri Paesi europei; solo nove giorni dopo, il 31 gennaio, abbiamo dichiarato lo stato d'emergenza; è il 21 febbraio quando esplode il primo focolaio di Codogno e in poche ore cambia drammaticamente tutto. Scrivendo questo mio intervento, rimettendo in ordine cronologico i diversi avvenimenti, ho rivissuto la durezza di queste tantissime giornate, le tante ore drammatiche che abbiamo trascorso. È una progressione impressionante di fatti e decisioni, succedutesi senza un attimo di respiro per il Governo nazionale e per i Governi regionali. Il 22 febbraio vengono istituite le prime zone rosse in Lombardia ed in Veneto. Seguono, poi, le ordinanze a doppia firma concernenti il Piemonte, il Friuli-Venezia Giulia, l'Emilia-Romagna, la Liguria. Il 25 febbraio sono bloccate le attività museali, le gite scolastiche e le partite di calcio potranno svolgersi solo a porte chiuse. Il primo marzo l'Italia viene suddivisa in tre zone e il 4 marzo assumiamo quella che, a mio avviso, è stata la decisione più dolorosa: la sospensione delle attività scolastiche. Dal 9 al 23 marzo, con successivi decreti del Presidente del Consiglio dei ministri ed ordinanze entriamo in un lockdown progressivamente sempre più severo e totale. In mezzo a queste date, c'è la nostra lotta contro il tempo per attrezzare una risposta adeguata. Non solo il lavoro senza sosta dei nostri medici ed infermieri, di tutto il personale sanitario, ma anche tante donne uomini che hanno svolto il proprio dovere con onore. C'è la fondamentale attività delle Forze di polizia, della Protezione civile, di migliaia di volontari. A tutti loro, andrà sempre la nostra più profonda gratitudine. (Applausi). C'è la ricerca difficilissima in tutto il mondo delle mascherine, la caccia a tamponi e reagenti e, soprattutto, la corsa ad acquistare respiratori per le nostre terapie intensive. C'è un'iniziativa costante a livello europeo, nel G7 e nel G20, per coordinare le iniziative e le risposte su una scala sovranazionale, perché il virus, come più volte ricordato, non ha mai conosciuto muri e confini nazionali. Ci sono i risultati raggiunti tra mille difficoltà, il raddoppio delle terapie intensive, la triplicazione dei posti nei reparti di pneumologia e malattie infettive. C'è un costante aumento dei tamponi eseguiti.