[pronunce]

Nel merito la difesa contesta l'affermazione, avanzata nell'atto introduttivo, che la non operatività della garanzia costituzionale di cui si parla debba discendere dal fatto che nella specie «le opinioni diffuse attraverso la trasmissione televisiva costituivano un commento, avente carattere di immediatezza, alle notizie di cronaca giudiziaria divulgate dalla stampa quotidiana che l'on. Sgarbi diffondeva ai propri ascoltatori nella veste di opinionista o di notista politico e non certo in quella di membro del parlamento». Sarebbe infatti da escludere che l'esposizione di opinioni politiche al di fuori dell'ambito parlamentare comporti di per sé la dismissione dello status di deputato e delle garanzie che vi si accompagnano. Dalla stessa giurisprudenza costituzionale potrebbe argomentarsi che il nesso tra le opinioni espresse e l'attività politico-parlamentare non venga infranto ut sic dal ruolo svolto da chi quelle medesime opinioni abbia ritenuto di esprimere. Ad avviso della Camera, le dichiarazioni per le quali si nega il nesso funzionale troverebbero, invece, riscontro nell'attività politico-parlamentare. Quanto alla critica rivolta al modo di procedere della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Milano, in riferimento a tutti i magistrati che ne facevano parte, vengono richiamati gli atti posti in essere dall'on. Sgarbi, tra i quali l'intervento in aula nella seduta del 25 ottobre 1995, nel corso del quale il deputato esponeva opinioni duramente critiche nei confronti di «quei magistrati che – ad avviso dell'interveniente – tengono in carcere per mille giorni un uomo senza ragione» e, per di più, faceva un puntuale ed esplicito riferimento al dott. Ielo a proposito dei metodi (ritenuti) discutibili di magistrati «ambiziosi di potere, di gloria, di vantaggio politico». Con riguardo poi alla notazione critica relativa alla (ritenuta) ostilità della stessa Procura della Repubblica nei confronti di un determinato gruppo aziendale, la difesa richiama l'interrogazione n. 3/00189, presentata il 1° agosto 1994, in cui si parla di «metodi arbitrari e meramente inquisitori che nulla hanno a che fare con la civiltà del diritto, ma richiamano piuttosto alla mente altre epoche e altri modelli di giudici inquisitori». È, inoltre, citata l'interrogazione n. 3/00190, sempre presentata il 1° agosto 1994, nella quale si denunzia la «insanabile e oggettiva conflittualità del pool di mani pulite con la Fininvest», per cui si richiede il trasferimento d'ufficio della inchiesta denominata come sopra «dalla Procura di Milano a quella della città più vicina (Brescia) anche e soprattutto per fugare ogni dubbio e permettere una continuazione serena, incontrovertibile, dell'inchiesta» (sulla medesima linea argomentativa, si richiamano anche le interrogazioni n. 3/00191, ugualmente presentata il 1° agosto 1994, e n. 4/10497, presentata il 31 maggio 1995). Qualora si prenda in esame la denunzia riguardante le disparità di trattamento, ad opera della Procura milanese, che sarebbero venute alla luce nel corso della inchiesta giudiziaria sul finanziamento illecito dei partiti (nelle frasi incriminate si parla di «due pesi e due misure» con riferimento alla posizione degli organi inquirenti nei confronti, rispettivamente, di PSI e PCI), appare alla difesa della Camera innegabile che siffatta denunzia incarni un tema di fondo dell'impegno politico-parlamentare del deputato di cui si tratta. Del resto, il tentativo del giudice ricorrente di negare che la questione del finanziamento dei partiti, e delle sue implicazioni giudiziarie, fosse «il nucleo del tema trattato dall'on. Sgarbi in corso di trasmissione» sarebbe in contraddizione con l'ammissione dello stesso giudice secondo la quale il tema del finanziamento dei partiti è stato «ampiamente trattato dal Parlamento», con ciò che dovrebbe conseguirne sotto l'aspetto della sussistenza, nella specie, dei requisiti per l'attivazione della garanzia della insindacabilità. Al riguardo si richiama l'interrogazione n. 4/04801, presentata in data 4 novembre 1994, dove si stigmatizza fortemente – fino ad ipotizzarsi, nella visuale critica dell'interrogante, il reato di omissione di atti d'ufficio – che, per motivi di «opportunità politica», si sia ritardata l'inchiesta giudiziaria sulla situazione finanziaria del PCI-PDS. Altrettanto significativo sarebbe l'intervento nella seduta della Camera dei deputati del 2 agosto 1994, in cui si parla esplicitamente, con riferimento al tema del finanziamento ai partiti, di «giustizia strabica, stranamente strabica». D'altra parte, anche gli interventi di altri parlamentari – dettagliatamente elencati dalla difesa della Camera – testimonierebbero circa la «piena appartenenza al dibattito politico-parlamentare del ventaglio dei motivi critici enunciati nelle opinioni sulle quali verte il presente conflitto». In conclusione si chiede che la Corte costituzionale affermi la spettanza alla Camera dei deputati del potere di dichiarare l'insindacabilità, ai sensi dell'art. 68, comma primo, Cost., delle opinioni espresse dal deputato di cui si tratta. 4.–– In prossimità dell'udienza la Camera dei deputati ha depositato una memoria nella quale, oltre a ribadire le deduzioni già avanzate nell'atto di costituzione, ha prospettato un ulteriore motivo di improcedibilità del conflitto per asserita tardività del deposito del ricorso, desunta dal fatto che esso è avvenuto dopo lo scadere del termine di venti giorni di cui all'art. 26, comma 3, delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale, che dovrebbe farsi decorrere dal momento della consegna dell'atto all'ufficiale giudiziario ai fini della notifica a mezzo posta, in quanto in base alla giurisprudenza della Corte costituzionale questo è il momento in cui la notifica si deve considerare perfezionata per il notificante.1. –– La Corte d'appello di Brescia ha promosso conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato, nei confronti della Camera dei deputati, in relazione alla delibera del 27 ottobre 2004 (doc. IV-quater, n. 77), con la quale l'Assemblea ha approvato la proposta della Giunta per le autorizzazioni di dichiarare che i fatti per i quali il deputato Vittorio Sgarbi è sottoposto a processo penale per il delitto di diffamazione a mezzo stampa del magistrato Paolo Ielo, all'epoca sostituto procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Milano, costituivano opinioni espresse dall'imputato nell'esercizio delle funzioni di parlamentare ed erano quindi insindacabili ai sensi dell'art. 68, primo comma, della Costituzione. Il ricorrente espone che, secondo l'accusa, nel corso della trasmissione televisiva “Sgarbi quotidiani” del 28 dicembre 1995, il deputato, nel riferire che il presidente di una società televisiva era stato assolto dalla imputazione di finanziamento illecito di partiti politici per aver eseguito forniture gratuite, avrebbe testualmente detto quanto segue: «Viene fuori che si è condotta un'inchiesta per due anni infamando una persona, in questo caso Confalonieri, soltanto con riferimento a quanto egli aveva versato o aveva dato attraverso gli stand al partito socialista. Fino ad oggi quell'accusa era una responsabilità ed era un fatto.