[pronunce]

che detta presunzione, salvo essere superata dalla valutazione circa l'assenza di esigenze cautelari, è derogabile soltanto nelle tassative ipotesi previste dalla medesima norma, di seguito indicate: 1) se l'imputata sia donna incinta o madre di prole di età inferiore a tre anni con lei convivente, ovvero padre, qualora la madre sia deceduta o assolutamente impossibilitata a dare assistenza alla prole; 2) se imputata sia persona che abbia superato l'età di settanta anni; 3) se imputata sia persona affetta da AIDS conclamata o da grave deficienza immunitaria accertate ai sensi dell'art. 286-bis, comma 2, cod. proc. pen. ; 4) se imputata sia persona affetta da altra malattia particolarmente grave, per effetto della quale le sue condizioni di salute risultano incompatibili con lo stato di detenzione e, comunque, tali da non consentire adeguate cure in caso di detenzione in carcere; che, ad avviso del giudice a quo, attraverso la previsione delle dette ipotesi, il legislatore ha inteso codificare il principio di attenuazione della custodia cautelare in carcere nei confronti di quelle persone che si trovano «in particolari condizioni soggettive che di per sé sconsiglierebbero la restrizione in carcere»; che le ipotesi innanzi indicate, seppure differenti, presenterebbero - ad avviso del collegio - un comune denominatore, ravvisabile nella necessità di garantire la protezione di soggetti deboli non necessariamente coincidenti con il destinatario esclusivo della misura cautelare; che, infatti, nel primo caso il beneficiario della previsione normativa sarebbe il minore di età inferiore ai tre anni, convivente, per assicurare la tutela del quale il legislatore avrebbe prescritto il divieto di custodia cautelare in carcere della madre, ovvero del padre qualora la madre sia deceduta o assolutamente impossibilitata a prestargli assistenza, onde si tratterebbe di ipotesi tassative e non suscettibili di interpretazione analogica; che, in proposito, il rimettente ricorda la giurisprudenza della Corte di cassazione, la quale, con più pronunzie, ha affermato che, in tema di provvedimenti coercitivi, il divieto di disporre la custodia cautelare in carcere, previsto dall'art. 275, comma 4, cod. proc. pen. , costituendo norma eccezionale, non è applicabile estensivamente ad altre ipotesi non espressamente contemplate ed ha carattere eccezionale, sicché ne è preclusa l'applicazione a casi analoghi; che, inoltre, il rimettente riferisce che i giudici di legittimità hanno evidenziato, occupandosi di un caso analogo a quello in esame, che «in tema di provvedimenti coercitivi, la "ratio" della limitazione al potere del giudice di scegliere la misura cautelare personale, introdotta dall'art. 5 legge 8 agosto 1995, n. 332», che ha modificato l'art. 275, comma 4, cod. proc. pen. , secondo cui non può essere disposta la custodia cautelare in carcere, salvo casi eccezionali, quando imputati siano donna incinta o madre di prole di età inferiore ai tre anni con lei convivente, ovvero padre, qualora la madre sia deceduta o assolutamente impossibilitata a dare assistenza alla prole , va individuata nell'avvertita esigenza di garantire ai figli l'assistenza familiare in un momento particolarmente significativo e qualificante della loro formazione fisica e, soprattutto psichica, qual è quello fino ai tre anni, giacché con il superamento di tale limite di età può, considerarsi concluso il primo e il più importante ciclo formativo ed aperto uno nuovo, nel quale le esigenze della prole possono essere soddisfatte da un qualsiasi altro congiunto ed, all'occorrenza, dai pubblici istituti a ciò deputati. Non è pertanto consentito interpretare estensivamente la norma fino a ricomprendere nel divieto ivi previsto ulteriori ipotesi, non espressamente contemplate, in cui si deduca la necessità, da parte dell'indagato, di prestare assistenza a familiari diversi da quelli indicati nella disposizione predetta» (Corte di cassazione, sez. II, sentenza 14 febbraio 1996, n. 795); che il rimettente, inoltre, prosegue osservando come la scelta del legislatore, di ancorare la possibilità di applicare la misura cautelare degli arresti domiciliari al limite (convenzionale) fissato in tre anni di età del figlio ed al presupposto della convivenza, impedirebbe di seguire l'interpretazione estensiva invocata dal difensore dell'indagata; che, pertanto, superato tale limite di età, in considerazione del fatto che lo Stato dovrebbe offrire le provvidenze legislative a favore ed a sostegno della genitorialità (anche attraverso il ricorso ad istituti sostitutivi ed economici, quali asili nido, o scuole dell'infanzia pubbliche e private convenzionate con il sistema pubblico), non sarebbe invocabile l'applicazione della norma anche nell'ipotesi in cui il minore sia, per il suo stato di portatore di handicap totalmente invalidante, incapace di provvedere da solo alle più elementari esigenze quotidiane ed anche se, da un punto di vista mentale (ma non anagrafico), si possa equiparare ad un minore di anni tre; che il Tribunale, dunque, alla luce delle argomentazioni esposte, ritiene che la disciplina vigente, siccome finalizzata alla tutela e protezione di determinate categorie di soggetti "deboli", sia in contrasto con il principio di uguaglianza e di ragionevolezza, in quanto contemplerebbe un trattamento difforme in ordine a situazioni familiari analoghe ed equiparabili tra loro, quali sono quella della madre di un figlio minore di anni tre e quella della madre di un figlio disabile e totalmente incapace di provvedere da solo anche alle più elementari esigenze: quest'ultimo, ancorché maggiore degli anni tre, avrebbe necessità di essere assistito dalla madre allo stesso modo di un bambino di età inferiore agli anni tre; che il giudice a quo si sofferma sull'orientamento maggioritario della giurisprudenza di legittimità (sopra richiamato) circa la ratio della limitazione al potere del giudice di scegliere la misura cautelare personale, introdotta dall'art. 5 della legge 8 agosto 1995, n. 332 (Modifiche al codice di procedura penale in tema di semplificazione dei procedimenti, di misure cautelari e di diritto di difesa). Tuttavia, ritiene che, se essa fosse la ratio esclusiva della previsione normativa, allora sarebbe ragionevole la scelta del legislatore di escludere dalla previsione normativa stessa l'ipotesi in cui imputata sia madre di figlio maggiore di tre anni, totalmente e permanentemente invalido, perché oltre tale limite (discrezionalmente fissato dal legislatore) non vi sarebbe più necessità della presenza materna, dovendosi considerare già compiuta la fase iniziale dello sviluppo psico-fisico del minore e possibile il ricorso, anche in via esclusiva, a strutture a sostegno della genitorialità; che, ad avviso del collegio, la disposizione impugnata dovrebbe essere considerata alla luce del più generale contesto in cui essa è inserita, con la conseguenza che, nella valutazione della scelta legislativa, non si potrebbe prescindere, da un lato, dalla finalità di assicurare il ricongiungimento tra madre e figlio incapace, e, dall'altro, da quello che è il comune denominatore delle ipotesi previste dai commi 4 e 4-bis dell'art. 275 cod. proc. pen. , ossia la tutela e la protezione di determinate categorie di soggetti deboli;