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Dunque questi cambiamenti, davvero molto veloci e repentini, tipici dell'epoca che stiamo vivendo, impongono anche la capacità di intercettare attraverso una previsione anticipata - lasciatemela definire così - quello che potrebbe succedere domani. Se non si ha questa capacità di anticipare, si rischia non dico il fallimento, ma certamente una situazione negativa per il contesto produttivo del Paese. Quindi questi professionisti dovrebbero essere in grado di separare molto bene le aziende che magari devono ristrutturare un debito estremamente importante, ma che sono ancora in grado di affrontare i cambiamenti e le nuove sfide, dalle aziende che invece potrebbero avere un debito meno importante e molto più semplice da ristrutturare, ma che non hanno al loro interno quei fattori produttivi in grado di intercettare le nuove sfide. Se si sbaglia questa distinzione, in un contesto in cui ci sono strumenti che agevolano l'interlocuzione dell'imprenditore con il suo professionista di fiducia per gestire un momento di crisi e riportare l'azienda nella competizione economica, si rischia di salvare tutte le aziende. Quindi la mia raccomandazione è certamente di avere una grande attenzione al contesto produttivo, ma se un'azienda non ce la fa, è inutile sforzarsi per volerla salvare a tutti i costi. Torno quindi alla riflessione iniziale, che riguarda i fattori produttivi, ma soprattutto le risorse umane e, di conseguenza, il vero problema del nostro Paese, che è il ricambio generazionale. Abbiamo una serie di piccole e medie imprese a conduzione familiare in cui, come sapete, il ricambio generazionale rappresenta la vera sfida, su cui siamo in estremo ritardo. La conduzione familiare non ha infatti aperto un processo di delega, anche verso i componenti della famiglia - cosa su cui sono personalmente molto critica - oppure, come sarebbe preferibile, verso soggetti esterni e manager , che potrebbero entrare in aziende con un potenziale ancora da esprimere. C'è ancora una considerazione da fare: ho letto proprio oggi che il nostro Vice Ministro dello sviluppo economico ha proposto di utilizzare una parte significativa delle risorse, pari ad 1,5 miliardi di euro, non solo per introdurre la formazione digitale, ma anche per la formazione finanziaria nelle scuole. Ciò è molto importante, perché credo che in Italia ci siano due analfabetismi: quello digitale e quello finanziario. La leva finanziaria è complessa, ma non è niente di così impossibile da comprendere: si può perfettamente conoscere e, se si conosce bene in tutto il suo potenziale, può essere certamente utilizzata per produrre ricchezza vera nell'economia reale: questo è un ragionamento che rientra perfettamente in tutti i discorsi che abbiamo fatto, a proposito dei contenuti del provvedimento in esame. Così facciamo dunque il bene del Paese e del tessuto produttivo, non solo degli imprenditori, ma anche dei lavoratori. Pensate alla differenza tra i lavoratori che lavorano in un'impresa decotta, in cui rischiano ogni giorno di non prendere lo stipendio, e i lavoratori che invece hanno la possibilità di stare in imprese sfidanti e innovative e in cui hanno anche possibilità di carriera decisamente più gratificanti. Nel primo caso i lavoratori saranno portati a spendere molto meno e quindi il loro atteggiamento sui consumi e sui risparmi si riverbererebbe sull'economia in maniera negativa; nel secondo caso, spenderebbero invece molto di più. In conclusione va fatta una riflessione anche sul sistema bancario perché spendiamo tantissime risorse per professionisti, che costano molto perché skillati su queste crisi di impresa, i quali invece di dedicarsi a rilanciare le imprese e comprendere il business di ogni singolo imprenditore, devono impiegare le loro risorse - che, lo ripeto, sono estremamente costose - in queste procedure per risolvere le crisi. (Applausi) . PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore De Bertoldi. Ne ha facoltà. DE BERTOLDI (FdI) . Signor Presidente, in quest'Aula un po' vuota, in cui non vedo presenti - se non in misura molto ridotta - gli amici del Partito Democratico, vorrei chiedere loro se mi ritengono fuori dall'arco costituzionale, dal momento che il vice segretario del Partito Democratico (quindi non certo l'ultimo iscritto) si è rivolto alla mia Presidente nazionale dicendo che è posta fuori dall'arco costituzionale. Lo ha scritto, non lo ha detto, quindi verba volant, scripta manent . Prima di iniziare il mio intervento, voglio quindi rivolgermi ai colleghi, sperando che non ritengano me e il partito che oggi viene considerato dalla maggior parte dei sondaggisti il primo partito italiano al di fuori dell'arco costituzionale per volontà del vice segretario del Partito Democratico. Entro quindi nel merito dei problemi perché non sono uso scapparne, ma certamente sono anche solito ricordare le affermazioni poco democratiche che vengono pronunciate in questi giorni, in un clima nel quale il confronto civile dovrebbe essere dimostrato prima di tutto da chi ha incarichi politici e ricopre ruoli importanti e di riferimento per il nostro Paese. Noi siamo qui oggi a parlare di crisi di impresa in un momento di crisi pandemica, nel quale ci sono davvero centinaia di imprese in sofferenza. Penso ad alcuni settori, come quelli del ballo e del gioco, ma anche ai momenti di grande difficoltà che hanno vissuto i settori della ristorazione, alberghiero e turistico. Ebbene, a fronte di tutte queste crisi, c'è un decreto che di buono dispone fondamentalmente una sola cosa, ossia le proroghe. La montagna ha di fatto partorito il topolino della proroga, che ci voleva, ma certamente occorreva molto di più, come Fratelli d'Italia ha chiesto e come i nostri validissimi colleghi di Gruppo, tra cui il collega Balboni, hanno più volte ribadito nelle Commissioni competenti. Perché con questo decreto, oltre alle proroghe, non si è voluto dare dei riscontri anche in termini di aiuti? Gli aiuti sono stati insufficienti, anche solo raffrontandoli a quelli degli altri Paesi di quell'Europa a cui tanto si fa riferimento. Qualche aiuto si doveva e si poteva dare ai settori più colpiti dalla crisi e dalla pandemia. Si poteva affrontare anche il tema del credito, perché sappiamo - o, meglio, dovrebbe sapere chi è uso a impegnarsi professionalmente nelle aziende italiane - che il credito è uno dei temi fondanti e fondamentali della crisi d'impresa. Conosciamo benissimo tutte le preoccupazioni in merito ai non performing loans (NPL), che dal prossimo anno, a seguito della fine delle moratorie, potrebbero aggravare il nostro sistema economico nazionale. Sappiamo benissimo che le piccole e medie imprese italiane, che ho citato prima e che più di altre hanno sofferto la crisi pandemica, già negli ultimi dieci anni, secondo i dati della CGIA di Mestre, hanno registrato un meno 26 per cento di accesso al credito. Tra pochi giorni, alla fine di questo mese, avremo la completa attuazione di Basilea 3, con ulteriori difficoltà per dare liquidità e credito alle nostre imprese. E questo decreto-legge, colleghi, ha previsto qualcosa? Nel momento in cui abbiamo e avete discusso nelle Commissioni di questi temi, mi pare che nulla sia stato detto su quello che è forse il problema fondamentale di un'impresa in crisi, cioè il credito.