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in altre parole il giudice può ordinare -- e ciò nella prassi accade molto frequentemente -- che l'esecuzione della pena rimanga sospesa per un periodo di due anni, trascorsi i quali il reato si estingue (a meno che l'interessato non commetta reati della stessa indole: confronta articolo 167 del codice penale). Quindi alla condanna penale generalmente non consegue alcuna sanzione. In secondo luogo, per i reati in materia di caccia puniti con la sola pena pecuniaria o con la pena pecuniaria in alternativa a quella detentiva è possibile l'oblazione a norma degli articoli 162 e 162- bis del codice penale: in altre parole il contravventore è ammesso a pagare -- prima dell'apertura del dibattimento o del decreto penale di condanna -- una somma pari alla terza parte del massimo edittale e tale pagamento estingue il reato. Anche in questo caso, dunque, non viene mai applicata concretamente la pena detentiva e al più il trasgressore versa una modesta somma di denaro. 4. I vantaggi di un sistema sanzionatorio amministrativo. A fronte dei notevoli inconvenienti che il sistema sanzionatorio penale presenta nella materia in esame, si può invece osservare che il ricorso ad un sistema sanzionatorio di tipo amministrativo per le condotte descritte dall'articolo 30 della legge n. 157 del 1992 presenta una serie di vantaggi, di cui è opportuno dare compiuta descrizione. 4.1. La diminuzione del carico per gli uffici giudiziari. Le sanzioni amministrative sono applicate dall'amministrazione all'esito di un procedimento amministrativo e non richiedono dunque un previo procedimento giurisdizionale (come accade invece per le sanzioni penali). All'interno di tale procedimento l'interessato non gode di un vero e proprio diritto di difesa, ma di un ben più limitato diritto di partecipazione (si veda l'articolo 18 della legge n. 689 del 1981, che prevede la facoltà di essere sentiti o di presentare memorie e documenti); di conseguenza l'amministrazione può applicare la sanzione anche se non c'è stato un vero e proprio contraddittorio con l'autore della violazione: evidentemente ciò semplifica molto le modalità di applicazione della sanzione. Inoltre, secondo una giurisprudenza ormai costante (Cassazione I, 11 febbraio 1999, n. 1142; Cassazione I, 19 gennaio 2000, n. 664; Cassazione, sezione tribunale, 25 maggio 2001, n. 7143; Cassazione, sezione lavoro, 8 marzo 2000, n. 2642), a carico dell'autore dell'illecito amministrativo sussiste una presunzione di colpevolezza: in altre parole si presume che tale soggetto abbia agito (quantomeno) con colpa, con la conseguenza che non deve essere la parte pubblica a dimostrare la sussistenza della colpa (requisito soggettivo sufficiente all'applicazione della sanzione amministrativa: si veda l'articolo 3 della legge n. 689 del 1981), bensì l'autore della violazione. Si ha perciò un significativo ribaltamento dell'onere probatorio rispetto a quanto accade per gli illeciti penali, per i quali è necessario il previo accertamento dell'elemento soggettivo (ciò vale non solo per i delitti, ma anche per le contravvenzioni). Si capisce quindi che anche sotto questo aspetto è molto più semplice giungere alla concreta applicazione della pena rispetto al sistema penale. Infine, si noti che anche il processo ha per le sanzioni amministrative un ruolo ben diverso da quello rivestito in relazione alle sanzioni penali: da necessario presupposto per l'applicazione della sanzione (penale), esso diviene infatti nel caso delle sanzioni amministrative una fase meramente eventuale, che prende avvio solo per iniziativa dei soggetti sanzionati e si svolge peraltro non innanzi al giudice penale, bensì innanzi a quello civile. Tutto ciò, come è facile comprendere, comporta una notevole diminuzione del carico di lavoro per gli uffici giudiziari, a fronte di una maggiore effettività nell'irrogazione della sanzione: infatti, soprattutto a fronte di sanzioni di entità non elevata, l'autore dell'illecito che non abbia fondate ragioni per opporsi in giudizio, finirà per «accettare» la sanzione irrogata dall'amministrazione, piuttosto che sobbarcarsi i costi di un processo dagli esiti incerti. A questo proposito bisogna anche ricordare che il verbale d'accertamento dell'illecito amministrativo -- redatto dagli organi cui la legge demanda questo compito (confronta articolo 13 della legge n. 689 del 1981) -- costituisce atto pubblico, con la conseguenza che le sue risultanze fanno piena prova fino a querela di falso relativamente ai fatti che l'organo accertatore ha potuto constatare personalmente senza margini di opinabilità (Cassazione III, 25 febbraio 2002, n. 2734); l'autore della violazione non può quindi contestare in giudizio questo tipo di risultanze (a meno di non ricorrere alla querela di falso). A fronte di questa notevole semplificazione nell'accertamento dei fatti, il giudice investito dell'opposizione può limitarsi in pratica a prendere atto della versione dei fatti fornita dal verbalizzante: è molto probabile quindi che il trasgressore sia indotto a non intentare opposizioni «temerarie» (e quand'anche lo faccia esse si risolvono nel breve volgere di un'udienza con la conferma della sanzione). 4.2. L'idoneità dello strumento sanzionatorio amministrativo a tutelare anche beni giuridici di maggiore rilevanza. Tradizionalmente si è ritenuto che la tutela penale fosse connaturale ad interessi di maggiore rilevanza rispetto a quelli protetti tramite la previsione di sanzioni amministrative. Infatti la stessa reintroduzione di sanzioni penali operata dalla legge n. 157 del 1992 è stata considerata uno strumento di rafforzamento della tutela degli interessi in questione. Questa tesi è stata tuttavia chiaramente smentita dalla Corte costituzionale con alcune decisioni in materia ambientale, cioè in riferimento ad un bene che la Corte qualifica «primario» in rapporto all'articolo 9 della Costituzione: secondo la Corte il legislatore può scegliere «in base ad un apprezzamento largamente discrezionale, se ricorrere alle sanzioni penali -- che non costituiscono l'unico strumento di tutela degli interessi ambientali -- o a quelle amministrative in relazione alle violazioni in esame, non potendosi d'altra parte meccanicamente ricavare dal tipo di sanzione l'esistenza di un diverso livello di tutela dell'ambiente, anche tenuto conto che la scelta delle sanzioni è legata essenzialmente ad una valutazione, ampiamente discrezionale, di efficacia e proporzionalità delle medesime» (Corte costituzionale, ordinanza 30 marzo 2001, n. 86, e ordinanza 17 maggio 2001, n. 150); ancora più chiaramente la Corte ha affermato, in altra occasione, che «la repressione penale non costituisce, di per sé, l'unico strumento di tutela di interessi come quello ambientale, ben potendo risultare altrettanto e persino più efficaci altri strumenti, anche sanzionatori» (Corte costituzionale n. 456 del 1998, citata). Non vi è un vincolo costituzionale alla scelta di un regime penale in relazione alla sussistenza di beni giuridici da proteggere di maggiore rilievo: