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Sono 3.300 i lavoratori interessati. E soprattutto parliamo di una lunga storia di contributo alla crescita del tessuto imprenditoriale locale. La nostra posizione è questa ed è sempre coerentemente a sostegno per dette motivazioni. È, però, sul tavolo più ampio del rilancio del Sud Italia, che sostengo, che va giocata la partita e non sul caso singolo. Sappiamo tutti che per le imprese del Sud è difficile finanziarsi; il costo del denaro e i finanziamenti al Sud costano di più rispetto al Centro-Nord (1,6 punti in più). È una partita che si gioca su un tavolo anche più ampio e importante. In questo momento è fondamentale valutare anche la possibilità di un'aggregazione tra più popolari proprio per realizzare delle economie di scala. Ma il progetto deve aprirsi anche ad altri contributi e puntare al coinvolgimento nelle sorti dell'economia meridionale di intermediari che siano anche portatori sani di maggiore efficienza. Nel Mezzogiorno le criticità da risolvere hanno anche altre dimensioni e sono diverse come la difficoltà di accesso al credito; una minore efficienza della macchina amministrativa; minori disponibilità di risorse pubbliche e, a volte, tempi della giustizia lunghi; presenza, purtroppo tante volte, anche della criminalità che soffoca l'economia del Mezzogiorno. Presidente, certamente nessuno oggi si aspetta dei miracoli dalla creazione di una banca pubblica per gli investimenti. Ma è comunque fondamentale e - direi - necessario in un momento di crisi come quello attuale dare un segnale tutti uniti di fiducia aumentando e cercando non solo di salvaguardare il caso singolo, ma anche e soprattutto di guardare all'interesse generale e, quindi, aumentare le disponibilità e le risorse per iniziative di sviluppo del Mezzogiorno d'Italia. (Applausi dal Gruppo FIBP-UDC) . PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Marino. Ne ha facoltà. MARINO (IV-PSI) . Signor Presidente, onorevoli senatrici e senatori, signor Sottosegretario, ci troviamo a confrontarci su un provvedimento molto importante che, ancora una volta, il Senato non ha potuto gestire e rispetto al quale vi è una sostanziale presa d'atto. Lo dobbiamo ammettere. Ci troviamo di fronte a un monocameralismo de facto e forse, se avessimo dato attuazione alla riforma costituzionale, almeno lo avremmo inserito in Costituzione, ma ci troviamo ad agire in questa maniera. Detto ciò, schematizzando, il decreto-legge ha fondamentalmente due obiettivi: il primo di carattere strutturale è favorire il superamento della situazione di sottodimensionamento del sistema produttivo del Mezzogiorno, con una particolare attenzione ai sistemi bancario e finanziario e l'altro, invece, di carattere congiunturale - chiamiamo le cose con il loro nome e cognome - riguarda la Banca Popolare di Bari. Per l'obiettivo di carattere strutturale, il divario dimensionale esistente tra il sistema produttivo e finanziario del Mezzogiorno e il resto d'Italia, già storicamente aumentato, si è notevolmente ampliato nel corso della doppia recessione che è andata dal 2007 al 2013. Ciò è avvenuto in maniera considerevole, tanto è vero che i dati del 2018 ci dicono che il PIL del Sud è ancora 10 punti in meno rispetto a quello del 2007, quando lo stesso dato per l'Italia è 4 punti in meno, mentre per l'Unione europea si è in linea con il versante pre-crisi. Così, le imprese meridionali si trovano in una situazione di minore produttività perché minore è la dimensione; fanno fatica a fare investimenti e sviluppo e a esportare verso i mercati internazionali. Le banche meridionali, che sono deputate al finanziamento delle piccole e medie imprese locali, risentono di una dimensione eccessivamente contenuta. Da tutto ciò emerge chiaramente una necessità di intervento che agevoli il superamento di questi deficit dimensionali. Il secondo tema invece è quello di carattere congiunturale, ovvero - come dicevo - la crisi della Banca Popolare di Bari. Bankitalia ci dà un quadro della situazione economico-patrimoniale della Banca Popolare di Bari molto preciso, articolato e - direi - quasi esaustivo. Vi faceva riferimento in parte anche il relatore. È importante soffermarsi, però, su alcuni di questi aspetti. Sappiamo che la Banca Popolare di Bari ha una quota di mercato significativa in Puglia, Basilicata e Abruzzo; 600.000 clienti; 100.000 imprese che rappresentano circa il 60 per cento degli impieghi dell'intermediario, una massa notevole (8 miliardi di depositi, di cui 4,5 miliardi inferiori ai 100.000 euro e, quindi, tutelati dal Fondo interbancario di tutela dei depositi). C'è, però, il tema delicato e importante delle azioni, che sono ampiamente diffuse nel pubblico dei risparmiatori. Prima, il relatore ha parlato di circa 70.000 azionisti che hanno una partecipazione media di circa 2.500 azioni. Sapete che il meccanismo per stabilire il prezzo delle azioni delle popolari è deciso dall'assemblea. Ebbene, l'assemblea che approvò il bilancio della banca nel 2015 retrocesse il prezzo da 9,53 euro a 7,50 euro. In tal modo ha determinato un significativo squilibrio tra le richieste di vendita e quelle di acquisto, costringendo a sospendere quell'attività interna di incrocio degli ordini dei clienti che la banca offriva tra i suoi servizi, e ha portato a dati per cui al 31 dicembre 2016 c'erano ordini di vendita per 38,9 milioni di azioni, che corrispondono a un quarto del capitale. Nel novembre 2019, gli ultimi contratti sono stati conclusi a 2,38 euro di azione: capite il danno che ne hanno avuto i risparmiatori. Contemporaneamente, sul versante NPL si è passati dal 12,6 per cento di crediti in portafoglio del 2011 al 22,9 del 30 giugno 2019. C'è una base valida, ci sono 350 filiali; in molti territori chiudere quella banca significherebbe chiudere l'unica banca del paese; ci sono 3.000 dipendenti. Ma il tema è: come si è arrivati a tali dati? È spontaneo interrogarsi su questo. La lettura dei giornali, soprattutto di «la Repubblica» - ha fatto un'inchiesta interessante in questi giorni - ci dà un quadro inquietante, che emergeva, però, anche dalle osservazioni fatte da Bankitalia: una cattiva gestione con una mancanza di trasparenza, problemi seri di governance , una carenza delle funzioni di controllo. Ma non soltanto Banca d'Italia, anche Consob rilevava questi elementi e, durante l'aumento di capitale - tra il 2014 e il 2015 - evidenziò e sanzionò diverse violazioni delle regole di trasparenza nelle prestazioni di servizi di investimento verso i clienti della banca. Che cos'era successo? Erano stati venduti prodotti della banca stessa - azioni, obbligazioni, subordinate - a clienti non sempre in grado di comprendere i reali livelli di rischio. Ora, poiché questo è uno schema che abbiamo già visto ripetersi in altre banche, forse anche noi - su questo tornerò velocemente dopo - dovremmo essere chiamati a un'azione in tal senso.