[pronunce]

ORDINANZA ha pronunciato la seguentenel giudizio di legittimità costituzionale dell'art. 49, comma 1, del decreto legislativo 31 dicembre 1992, n. 546 (Disposizioni sul processo tributario in attuazione della delega al Governo contenuta nell'art. 30 della legge 30 dicembre 1991, n. 413), promosso dalla Commissione tributaria regionale della Sicilia, sezione staccata di Catania, nel procedimento cautelare vertente tra la s.r.l. Diamante Fruit e l'Agenzia delle entrate, ufficio di Acireale, con ordinanza del 20 ottobre 2011, iscritta al n. 62 del registro ordinanze 2012 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 16, prima serie speciale, dell'anno 2012. Visto l'atto di intervento del Presidente del Consigli dei ministri; udito nella camera di consiglio del 20 giugno 2012 il Giudice relatore Franco Gallo.. Ritenuto che, nel corso di un procedimento instaurato a séguito dell'istanza proposta da una contribuente per ottenere, in via cautelare, la sospensione dell'esecuzione di una sentenza tributaria di secondo grado impugnata per cassazione, la Commissione tributaria regionale della Sicilia, sezione staccata di Catania, con ordinanza pronunciata e depositata il 20 ottobre 2011, ha sollevato - in riferimento agli artt. 3, 24, 111 e 113 della Costituzione - questione di legittimità del comma 1 (unico comma) dell'art. 49 del decreto legislativo 31 dicembre 1992, n. 546 (Disposizioni sul processo tributario in attuazione della delega al Governo contenuta nell'art. 30 della legge 30 dicembre 1991, n. 413), il quale stabilisce che «Alle impugnazioni delle sentenze delle commissioni tributarie si applicano le disposizioni del titolo III, capo I, del libro II del codice di procedura civile, escluso l'art. 337 e fatto salvo quanto disposto nel presente decreto»; che il primo comma dell'art. 337 del codice di procedura civile prevede, a sua volta, che «L'esecuzione della sentenza non è sospesa per effetto dell'impugnazione di essa, salve le disposizioni degli artt. 283, 373, 401 e 407»; che il primo comma dell'art. 373 cod. proc. civ. , infine, stabilisce che «Il ricorso per cassazione non sospende l'esecuzione della sentenza. Tuttavia il giudice che ha pronunciato la sentenza impugnata può, su istanza di parte e qualora dall'esecuzione possa derivare grave ed irreparabile danno, disporre con ordinanza non impugnabile che la esecuzione sia sospesa e che sia prestata congrua cauzione»; che, in particolare, la Commissione tributaria regionale ha denunciato il menzionato art. 49, comma 1, del d.lgs. n. 546 del 1992 «nella parte in cui esclude l'applicabilità degli artt. 337 e 373 c.p.c. al processo tributario»; che, secondo quanto riferito dal giudice a quo in punto di fatto: a) con la propria sentenza n. 499/17/09, emessa in sede di appello e depositata il 12 novembre 2009, aveva in parte annullato - in parziale riforma della sentenza di primo grado appellata dalla contribuente nei confronti dell'Agenzia delle entrate - l'avviso di accertamento relativo al reddito del 2005; b) la contribuente, in data 3 giugno 2011, aveva presentato alla Commissione tributaria regionale un'istanza di sospensione in via cautelare dell'esecuzione della sentenza di secondo grado, deducendo di avere impugnato per cassazione detta pronuncia con ricorso depositato il 16 gennaio 2011; c) a sostegno della richiesta cautelare la parte istante - dopo aver affermato che l'agente della riscossione, in base alla sentenza d'appello, le aveva notificato una cartella di pagamento dell'importo di euro 2.411.538,33 - aveva invocato l'applicazione dell'art. 373 cod. proc. civ. ed aveva sostenuto che, per l'accoglimento dell'istanza, si poteva prescindere dal fumus boni iuris (desumibile, ad avviso della stessa contribuente, dai motivi del ricorso per cassazione) ed era sufficiente il periculum in mora (desumibile, sempre ad avviso di tale parte, dall'elevato ammontare delle somme iscritte a ruolo, superiore alle sue disponibilità finanziarie); che, secondo quanto premesso dal medesimo giudice a quo in punto di diritto: a) la disposizione impugnata, nello stabilire l'inapplicabilità al processo tributario degli artt. 337 e 373 cod. proc. civ. nella loro interezza, senza distinguere tra la regola enunciata nel primo periodo e l'eccezione indicata nel secondo periodo del primo comma di detto art. 373, non è suscettibile di essere interpretata nel senso che il giudice possa concedere una tale sospensione; b) la vigente disciplina del processo tributario, in particolare, appare incompatibile con i citati artt. 337 e 373 cod. proc. civ. , in quanto attribuisce al solo giudice di primo grado il potere di sospendere l'esecutività dell'atto impositivo impugnato (art. 47 del d.lgs. n. 546 del 1992) ovvero si limita a consentire in via eccezionale al giudice di appello di sospendere l'esecuzione dei provvedimenti di irrogazione delle sanzioni tributarie (art. 19 del d.lgs. 18 dicembre 1997, n. 472, recante «Disposizioni generali in materia di sanzioni amministrative per le violazioni di norme tributarie, a norma dell'articolo 3, comma 133, della legge 23 dicembre 1996, n. 662», in relazione al comma 4 dell'art. 18 dello stesso decreto legislativo, secondo cui, in riferimento alle suddette sanzioni, «Le decisioni delle commissioni tributarie [...] sono immediatamente esecutive nei limiti previsti dall'articolo 19») oppure introduce una peculiare disciplina in materia di riscossione dei tributi in pendenza di giudizio (art. 68 del d.lgs. n. 546 del 1992); c) la sentenza di inammissibilità n. 217 del 2010 pronunciata dalla Corte costituzionale, con la quale viene adombrata una diversa interpretazione dell'impugnata disposizione, costituisce un «parere autorevole ma non vincolante», perché una interpretazione conforme a Costituzione è stata già esclusa dalla precedente giurisprudenza costituzionale (ordinanze n. 119 del 2007; n. 310 del 2002; n. 325 del 2001 ; n. 165 del 2000) e, comunque, «difficilmente potrà essere esaminata ed ottenere l'avallo della Corte di cassazione, e finirebbe per dare luogo, oltretutto, a soluzioni divergenti, ispirate alla logica del caso per caso»; che, sulla base di tali premesse, il giudice rimettente afferma che, in attesa di un auspicabile intervento legislativo, la legittimità della disposizione denunciata deve essere valutata dalla Corte costituzionale «in relazione ai princípi costituzionali di uguaglianza e di diritto alla difesa, come pure del giusto processo e della pienezza ed effettività della tutela giurisdizionale, consacrati negli articoli 3, 24, 111 e 113 della Costituzione»;