[resaula]

Signor Ministro, ci sono tre nodi e glieli voglio dire proprio perché questo dibattito parlamentare deve vederci uniti e anche capaci di affrontare le sfide future. Il primo è capire come si concilieranno i tagli previsti nel bilancio pluriennale con le progressive e maggiori esigenze legate alla nostra necessità di intervenire all'estero. Il secondo è l'atteggiamento del Governo verso la richiesta di un maggiore impegno finanziario nell'ambito della NATO, che non è soltanto un numero di bilancio (2 per cento), ma è legato alla decisione degli Stati Uniti di smobilitare progressivamente il proprio impegno nella difesa dell'Europa. (Applausi dal Gruppo FI-BP) . Il terzo: vorremmo capire quale sarà l'atteggiamento o la modalità con cui coordineremo le nostre missioni internazionali rispetto ad una prospettiva di difesa comune europea che è tanto annunciata ma ancora molto, molto distante. Non voglio rubare ulteriore tempo al dibattito, perché mi pare che sia stato molto esaustivo. Nel dichiarare il nostro voto favorevole alla risoluzione sulle missioni internazionali, desidero infine ricordare il personale che è caduto o che è stato ferito nell'esercizio del proprio dovere e tutte le donne e tutti gli uomini che ogni giorno ci rappresentano e rappresentano l'Italia negli scenari più pericolosi e delicati del Pianeta. (Applausi dal Gruppo FI-BP) . PETROCELLI (M5S) . Domando di parlare per dichiarazione di voto. PRESIDENTE. Ne ha facoltà. PETROCELLI (M5S) . Signor Presidente, colleghi, siamo arrivati alla fine di questo lungo dibattito che riguarda la risoluzione sulle missioni internazionali del nostro Paese. Vorrei tentare di ricomporre un po' le questioni sollevate in alcuni momenti - c'è stato anche qualche momento acceso -, ma devo dire che sostanzialmente diversi aspetti sono stati affrontati negli interventi dei colleghi ed anche nelle dichiarazioni di voto. Partirei soprattutto da una considerazione che per me è importante, ed è la seguente. La prosecuzione del consistente impegno militare dell'Italia all'estero che, come è già stato detto da diversi colleghi, riguarda oltre 7.000 uomini, 35 missioni in 22 Stati su tre continenti, conferma una cosa importante, a mio modo di vedere: la centralità dell'Italia nel mantenimento della pace e della sicurezza internazionale. E non è una cosa di poco conto. (Applausi dal Gruppo M5S) . Credo che questo sia un impegno molto particolare che, non solo umanamente ma anche finanziariamente, è davvero oneroso e i nostri alleati non devono sottovalutarlo quando parlano del contributo italiano alle spese per la difesa e la sicurezza collettiva. Questo contributo, all'interno del quale - tengo a sottolinearlo - quest'anno aumenteranno del 15 per cento i fondi destinati alle iniziative di cooperazione allo sviluppo, a testimoniare l'importanza attribuita a questo fondamentale e prezioso strumento di stabilizzazione internazionale, non può essere negato, non credo che venga negato e ritengo non sia stato negato da nessuno in quest'Aula. Come ha già ricordato il collega senatore Ferrara, il MoVimento 5 Stelle ha sempre chiesto che gli impegni militari internazionali del nostro Paese si concentrassero nei teatri di maggiore rilevanza per l'Italia. Se parliamo d'interesse nazionale, dobbiamo necessariamente concentrare la nostra attenzione sullo scenario libico, aspetto sul quale si sono soffermati moltissimi interventi. La gravità della situazione in Tripolitania oggi è sotto gli occhi di tutti, con il crescente coinvolgimento nel conflitto di diversi Paesi (soprattutto Francia, Egitto, Emirati, con Haftar, e in particolar modo Turchia e Qatar, con al-Sarraj) e con la progressiva escalation dei combattimenti. Si vedano ad esempio il bombardamento criminale - davvero lo è - del centro migranti e il numero dei morti che negli scontri ha ormai superato la quota di 1.000 persone. Ritengo che, come molti hanno sottolineato, questa situazione comporti due enormi problemi per il nostro Paese. Il primo è la minaccia diretta ai nostri interessi economici e il rischio concreto di vederci tagliati fuori dai giochi politici ed economici della Libia di domani, che va scongiurato. Il secondo è una crisi umanitaria, sottolineata praticamente da tutti gli interventi, che, insieme all'evidente impossibilità ormai di considerare la Libia come un porto sicuro, rischia di generare un flusso di rifugiati che non può certo essere respinto al punto di partenza. Da qui la necessità, a mio modo di vedere, di proseguire a rafforzare la presenza e l'impegno dell'Italia a supporto delle legittime autorità libiche guidate dal al-Sarraj, che, per la cronaca, stanno respingendo con successo l'offensiva del generale Haftar. Questo consentirebbe all'Italia, in primo grado, di rimanere in partita in Libia con un ruolo da protagonista, contribuendo alla pacificazione del Paese ed evitando di farsi scalzare dai competitori europei e arabi. In secondo luogo, consentirebbe all'Italia di continuare a costruire quel dispositivo aeronavale libico a cui, quando la Libia tornerà ad essere porto sicuro ed entità statale unificata, spetterà il compito di monitorare le acque territoriali libiche, per contrastare il traffico di esseri umani diretto verso l'Europa. Qual è il punto, su quest'argomento? Oggi la Guardia costiera libica è ancora infiltrata da soggetti legati ai narcotrafficanti - è impossibile negarlo - ed è dotata di mezzi inadeguati e di personale non qualificato. Qui il nostro intervento è importante, perché non è ancora in grado di svolgere bene il suo lavoro e se ci tirassimo indietro proprio adesso, come qualcuno vorrebbe, quando abbiamo iniziato ad addestrare il personale, fornire mezzi navali adeguati e ripristinare mezzi aerei di sorveglianza, la situazione non migliorerebbe mai, ne sono certo. Qual era il nostro obiettivo e quale dev'essere la nostra prospettiva? Era e resta una Guardia costiera libica e una Marina militare libica che, nel prossimo futuro, siano in grado di intercettare e soccorrere i barconi operando nella Sar libica in maniera professionale, affidabile e autonoma. Il nostro obiettivo naturalmente era anche di riportare in Libia i migranti soccorsi in acque libiche, non certo nei lager sotto le bombe, che vanno subito evacuati, ma in centri di accoglienza adeguati e sicuri, gestiti dalle Nazioni Unite, dai quali organizzare i rimpatri volontari non solo nei Paesi d'origine, ma verso tutti quelli europei e quelli sicuri della Regione mediterranea e mediorientale, a partire da quanti oggi soffiano sul fuoco del conflitto (e li ricordavo prima). Raggiungere questo obiettivo credo porterebbe in breve tempo a svuotare i centri prosciugando la fonte del business per i trafficanti e fermando quindi, come seconda istanza, le partenze dei barconi. Colleghi, la pacificazione della Libia è la priorità numero uno della politica estera e di difesa italiana. Come ho detto già mesi fa, se gli appelli al cessate il fuoco e le pressioni diplomatiche dovessero continuare a rimanere inascoltati, faremmo bene - lo ritengo fermamente - a considerare seriamente l'ipotesi di una missione di pace dei caschi blu dell'ONU prima che sia troppo tardi.