[resaula]

Mi rivolgo a lei, Presidente, per il suo tramite, affermando che - come la collega ha stigmatizzato un tratto di violenza nell'approccio e nel linguaggio - mi piacerebbe ascoltare certi colleghi che siedono oggi in quest'Assemblea stigmatizzare frasi, che abbiamo ascoltato nel corso dei mesi passati, quali «Dobbiamo obbligare le donne a partorire». Questa è violenza ed è esattamente la violenza che noi dobbiamo condannare e stigmatizzare. (Applausi dal Gruppo PD e delle senatrici De Petris e Unterberger). Dobbiamo partire da qui, indossando idealmente - se mi permette, signor Presidente - la maglietta che il Capo di Governo canadese ha indossato qualche tempo fa, che recava la scritta « je parle féministe». Deve partire innanzitutto da noi, da noi uomini e da uomini che fanno politica. (Applausi dal Gruppo PD e delle senatrici Bonfrisco, De Petris e Unterberger). Se non affrontiamo il tema con questo approccio, con questa ambizione e con questo taglio, non ne usciremo e non riusciremo a costruire qualcosa di buono, perché c'è una prima dimensione tutta culturale, che fa parte di come abbiamo costruito il nostro modello di società. Mi riferisco all'idea che gli uomini - e mi riferirò a loro, cioè a noi, ossessivamente - sembrano non alfabetizzati al rapporto con le donne. Questa è la discussione che abbiamo bisogno di affrontare e ci sono gli elementi per poterlo fare. Alcuni interventi che mi hanno preceduto hanno fatto riferimento a ciò che è contenuto nella Convenzione di Istanbul; al fatto - ad esempio - che, a proposito della dimensione educativa del problema, l'articolo 24 prevede l'inclusione nei programmi scolastici di ogni ordine e grado di materiali didattici sulla parità tra sessi, ruoli di genere non stereotipati e il reciproco rispetto. Questo è il tema: bisogna educare i nostri figli, i bambini e le bambine, a convivere e a sapersi rispettare. È un elemento che viene prima di tutti gli altri, da cui non si può scappare. Ce ne sono poi altri importanti, che riguardano l'esecuzione materiale, la possibilità materiale di poter aggredire in modo efficace il tema del femminicidio e della violenza sulle donne. Innanzitutto vi è il tema delle risorse che dobbiamo mettere sul piatto per i centri antiviolenza e per le case rifugio. Quelle risorse non possono e non devono essere toccate e, anzi, bisogna fare lo sforzo massimo affinché si possa fare un investimento serio su strumenti che hanno funzionato, possono funzionare e che tirano fuori molte donne dalla condizione di solitudine nella quale sono finite e dalla quale bisogna farle uscire. C'è poi una questione che riguarda il meccanismo giuridico penale per individuare in modo preventivo i casi di pericolosità. Molto spesso, infatti, le donne sono vittime di violenza e finiscono per essere ammazzate nonostante i tanti allarmi che esse stesse hanno lanciato nel tempo. Ritengo quindi che questo meccanismo debba essere messo a punto e reso più efficace. C'è inoltre tutta la questione che riguarda le vittime collaterali, come ho detto all'inizio del mio intervento. E mi riferisco ai familiari che cercano di far finta di vivere una vita normale, ma questo non è possibile per loro, dopo aver perso una figlia ammazzata per mano di un uomo. Mi riferisco ai figli che restano orfani dopo aver perso la loro mamma in una vicenda così drammatica. Almeno, risparmiamo loro la beffa di doversi destreggiare nei meandri della burocrazia! (Applausi delle senatrici Bonfrisco, De Petris e Taverna). Togliamo loro l'idea che, nella condizione nella quale si trovano, lo Stato possa essere addirittura vissuto come una sorta di avversario, come l'ideatore di un meccanismo che non facilita misure di tutela, quelle che noi dovremmo mettere in campo per proteggere, molto spesso, minori che restano orfani. Noi dobbiamo investire su questo terreno, e farlo velocemente. Noi dobbiamo fare dei passi in avanti sostanziali e dobbiamo farli in modo trasversale. Questo non può essere un elemento di battaglia politica, pur nel rispetto delle sensibilità diverse che potranno emergere. In tal senso, io mi auguro anche che l'istituzione della Commissione d'inchiesta sul femminicidio possa lavorare esattamente con questo spirito. E dobbiamo farlo alzando lo sguardo sul mondo, perché il tema del femminicidio, il tema della violenza sulle donne, riguarda sì le cosiddette civiltà avanzate - lo dico con un qualche elemento di ironia - come la nostra, ma riguarda anche molte altre realtà in giro per il mondo. Lo slogan «Non una di meno», che è davvero bello, in realtà è mutuato da un altro slogan , quel « Ni una más » inventato da Susana Chávez . Susana Chávez è stata un'attivista e poetessa messicana ammazzata a trentatré anni. E ciò è accaduto perché quella giovane donna scriveva poesie proprio per denunciare la vicenda drammatica, che continua tutt'ora ad essere in corso, di centinaia di giovani donne che, in quel Paese e in particolare in alcune sue città, come Ciudad Juárez, sono scomparse, sono state ammazzate e, molto spesso, mutilate. Quella giovane donna denunciava tale drammatica vicenda attraverso le sue poesie. È come se il potere avesse mostrato tutta la sua fragilità e avesse avuto paura della poesia. Noi dovremmo prendere esempio da questo. Dovremmo lavorare su questo tema con tutta la profondità che possiamo metterci perché, se lo facciamo, renderemo più forte la politica, renderemo più credibili le istituzioni e sicuramente renderemo più civile il nostro Paese. (Applausi dai Gruppi Misto-LeU, M5S, L-SP-PSd'Az e PD). Saluto ad una rappresentanza di studenti PRESIDENTE . Rivolgo il saluto dell'Aula del Senato a una rappresentanza di studenti del Liceo scientifico «Terenzio Mamiani» di Roma, che sta assistendo ai nostri lavori. (Applausi). Ripresa della discussione delle mozioni nn. 49, 51, 53, 54 (testo 2), 55, 56 e 58 UNTERBERGER (Aut (SVP-PATT, UV)) . Signor Presidente, è da venti anni che mi occupo della tematica della violenza contro le donne e mi sembra che si sia sempre allo stesso punto; anzi, a volte mi sembra che la violenza contro le donne sia aumentata. Questo è sicuramente dovuto anche al fatto che le donne non si vergognano più e trovano il coraggio per denunciare. Positivo è anche che la questione abbia guadagnato l'attenzione del dibattito pubblico. Venti anni fa era una tematica per poche donne che si battevano per i diritti, mentre oggi è l'intero Senato che discute della problematica e la maggior parte dei colleghi maschi ha preso coscienza di questa piaga sociale. Insomma, la questione è all'ordine del giorno della politica. Negli ultimi anni ci sono state innumerevoli convenzioni internazionali, a partire da quella di Istanbul, che obbligano tutti gli Stati a introdurre una serie di reati che puniscono la violenza sulle donne.