[pronunce]

che, per converso, anche il curatore non potrebbe richiedere all'assicuratore di pagare direttamente al danneggiato perché egli deve invece acquisire le somme e ripartirle secondo le regole interne alla procedura fallimentare; che, con atto depositato in data 3 giugno 2009, è intervenuto in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che la questione sia dichiarata inammissibile o, in subordine, infondata; che, secondo l'Avvocatura, la questione proposta sarebbe inammissibile, per difetto di adeguata motivazione sulla rilevanza, dato che il Tribunale muoverebbe dal presupposto, asseritamente consolidato in diritto vivente, secondo cui la sopravvenienza del fallimento impedirebbe all'assicuratore di pagare l'indennizzo direttamente al danneggiato; che, in realtà, secondo l'Avvocatura, il giudice a quo non avrebbe approfondito in alcun modo questo presupposto e non avrebbe esplorato la possibilità di un'interpretazione alternativa, alla stregua della quale le facoltà di pagamento diretto previste dall'art. 1917, secondo comma, cod. civ. possano sopravvivere al fallimento dell'assicurato; che, invero, la tesi del venir meno delle facoltà di pagamento diretto contemplate dall'art. 1917, secondo comma, cod. civ. al sopravvenuto fallimento potrebbe considerarsi consolidata in un vero e proprio diritto vivente, tale da rendere del tutto implausibile, in un nuovo caso, l'adozione di una interpretazione diversa; che, invero, l'ordine all'assicuratore di pagare direttamente al terzo danneggiato potrebbe essere configurato non come una mera forma di adempimento dell'obbligazione dell'assicuratore, bensì come una vera delegazione di debito (art. 1268 cod. civ.); e, allo stesso modo, il pagamento diretto spontaneamente deciso dall'assicuratore potrebbe essere qualificato come espromissione (art. 1272 cod. civ.); che, nel merito, la questione sollevata dovrebbe essere ritenuta manifestamente infondata, dato che, secondo l'Avvocatura, se il problema nasce dal venir meno delle facoltà di pagamento diretto di cui all'art. 1917, secondo comma, cod. civ. , quest'ultimo avrebbe dovuto essere censurato in modo coerente con questa premessa, non per il fatto di non prevedere l'azione diretta in caso di sopravvenuto fallimento, bensì per il fatto di non prevedere, in tal caso, la sopravvivenza delle facoltà di pagamento diretto di cui al secondo comma; che, per altro verso, in materia di infortuni sul lavoro, sussisterebbe già un autonomo sistema di assicurazione obbligatoria dei lavoratori presso gli istituti pubblici a ciò preposti, retto dai suoi autonomi principi, del tutto idonei a somministrare una adeguata tutela; che non vi sarebbe, per altro verso, disuguaglianza costituzionalmente apprezzabile neppure in relazione all'azione diretta per le retribuzioni non pagate concessa ai dipendenti dell'appaltatore di lavori o di manodopera poi fallito, verso il committente di questo, dato che in quel caso il lavoratore non dispone di garanzie sostanziali per il pagamento delle retribuzioni a fronte dell'insolvenza del datore di lavoro; che, in questo complesso quadro, rientrerebbe nella discrezionalità del legislatore decidere se introdurre a favore dei soli lavoratori dipendenti la deroga al principio della par condicio (che è in sé un'attuazione del principio di uguaglianza) patrocinata dall'ordinanza di rinvio; che, infine, non vi sarebbe violazione dei parametri costituzionali invocati in relazione alla maggiore complessità e durata procedurale del fallimento rispetto all'azione ordinaria diretta, dato che, come la stessa ordinanza rileva, i crediti del tipo in esame sono assistiti, nell'ambito del concorso, da privilegio generale, il che già li differenzia da molti altri crediti. Considerato che il Tribunale di La Spezia, dubita, con riferimento agli artt. 2, 3 e 32 della Costituzione, della legittimità costituzionale dell'art. 1917, secondo comma, del codice civile e dell'art. 52 del regio decreto 16 marzo 1942, n. 267 (Disciplina del fallimento, del concordato preventivo, dell'amministrazione controllata e della liquidazione coatta amministrativa), nella parte in cui, nel loro congiunto operare, imporrebbero ai titolari di crediti di risarcimento del danno connessi a lesioni del diritto alla salute o di diritti strettamente personali la partecipazione al concorso fallimentare, non consentendo loro il realizzo diretto sull'indennità dovuta dall'assicuratore, in relazione al contratto di assicurazione per i danni a terzi stipulato dal fallito quando era in bonis; che il Tribunale rimettente, nella motivazione sulla rilevanza della questione, qualifica la richiesta di essere autorizzato a soddisfarsi sull'indennizzo a carico della Compagnia di assicurazione, avanzata dal titolare del credito al risarcimento del danno vantato contro la società fallita, come una istanza di ricognizione dei diritti di terzi, ai sensi dell'art. 35 r.d. n. 267 del 1942; che la predetta norma non è invocabile nel caso di specie, perché essa è riferita ai diritti dei terzi sul patrimonio del fallito e non, come sembra presupporre il rimettente, a crediti intercorrenti tra terzi (nel caso di specie, presunto diritto di un creditore del fallito verso un debitore dello stesso); che, invero, un simile atto autorizzativo costituirebbe rinuncia a un credito da parte della curatela, tipologia neppure contemplata nell'elencazione di atti eccedenti l'ordinaria amministrazione consentiti dall'art. 35 della legge fallimentare; che, a prescindere dall'erronea invocazione dell'art. 35 r.d. n. 267 del 1942, il rimettente sollecita in buona sostanza l'introduzione nell'ordinamento di un'ipotesi di azione diretta - quella per il pagamento dell'indennità dovuta dall'assicuratore - non contemplata dal legislatore, in una materia, quale quella fallimentare, in cui già sono in gioco contrapposti valori costituzionali da bilanciare; che inoltre, con la recente sentenza n. 131 del 2009, questa Corte, nell'affrontare un'analoga questione di legittimità costituzionale riguardante proprio l'art. 1917 cod. civ. , ha già sottolineato il carattere eccezionale delle norme che prevedono ipotesi tipizzate di azioni dirette, precisando che tali norme sono tutte ispirate da rationes specifiche e derogatorie di principi generali; che, per tale carattere eccezionale e per la conseguente discrezionalità delle scelte normative coinvolte, nonché per la descritta necessità di effettuare un bilanciamento tra valori contrapposti, deve escludersi che questa Corte possa introdurre nell'ordinamento, con una sentenza additiva, un'ulteriore ipotesi di azione diretta non prevista dal legislatore (v. sentenze n. 240 e n. 325 del 2008, ordinanze n. 185 e n. 233 del 2007 e n. 186 del 2008); che, dunque, per i motivi sopra precisati, la questione si presenta inammissibile.