[pronunce]

che tali disposizioni si inseriscono in un contesto in cui la disciplina non è più concepita come un valore fine a se stesso, ma risulta funzionale "ai compiti istituzionali delle Forze armate ed alle esigenze che ne derivano" (art. 2, comma 1, del regolamento); che il nuovo assetto normativo è inconciliabile con la costruzione, prospettata dal giudice rimettente, dell'art. 173 cod. pen. mil. di pace come norma penale in bianco, nella quale l'individuazione dei comportamenti penalmente sanzionabili sarebbe rimessa alla mera volontà del superiore gerarchico, in linea con l'intenzione del legislatore del 1941 di "tutelare un concetto di disciplina militare eticamente inteso"; che la disposizione censurata, in cui il rifiuto, il ritardo o l'omissione di obbedienza sono comunque puntualizzati con riferimento a "un ordine attinente al servizio o alla disciplina", va pertanto letta - come è preciso dovere dell'interprete - alla luce del quadro normativo che si è progressivamente formato nel corso del periodo repubblicano; che le norme sopra menzionate rendono evidente che il reato non si sostanzia nella disobbedienza ad un "ordine" qualsiasi proveniente da un superiore gerarchico, in quanto solo la disobbedienza a un ordine funzionale e strumentale alle esigenze del servizio o della disciplina, e comunque non eccedente i compiti di istituto, integra gli estremi del modello legale di cui all'art. 173 cod. pen. mil. di pace; che, infatti, oggetto della tutela apprestata dalla norma censurata non è il prestigio del superiore in sé e per sé considerato, ma il corretto funzionamento dell'apparato militare, in vista del conseguimento dei suoi fini istituzionali, così come puntualmente messo in rilievo da quella giurisprudenza di legittimità e di merito che ha sottolineato che l'ordine deve sempre avere fondamento nell'interesse del servizio o della disciplina e non può trovare causa in pretese di carattere personale o in contrasti di natura privata tra superiore e inferiore; che, non essendo dato riscontrare alcuna violazione dei parametri costituzionali evocati dal rimettente, la questione va dichiarata manifestamente infondata. Visti gli artt. 26, secondo comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87, e 9, secondo comma, delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale.. . per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE Dichiara la manifesta infondatezza della questione di legittimità costituzionale dell'art. 173 del codice penale militare di pace, sollevata, in riferimento agli artt. 3, 13, 24, 25, secondo comma, e 112 della Costituzione, dal giudice per le indagini preliminari del tribunale militare di Torino, con l'ordinanza in epigrafe. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 5 febbraio 2001. Il Presidente: Ruperto Il redattore: Neppi Modona Il cancelliere: Di Paola Depositata in cancelleria il 14 febbraio 2001. Il direttore della cancelleria: Di Paola