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Anche a voler accogliere l’onnicomprensiva definizione della sentenza n.154 del 1985 -- in cui la Corte Costituzionale affermò che «le guarentigie (...) non vanno considerate singolarmente, bensì nel loro insieme» -- non si può non rilevare come il micro-ordinamento parlamentare italiano (e le connesse giurisdizioni domestiche) va ben oltre l’immunità dei membri delle Camere, l’immunità delle rispettive sedi, il divieto alla forza pubblica ed a qualsiasi persona estranea di entrare nell’aula, che discendono dall’articolo 68 della Costituzione. Per tutto il residuo, si affermava una nozione «geografica» della tutela, del tutto svincolata dalla funzione a salvaguardia della quale è dettato il sistema delle guarentigie. Il diniego che ne risultò escluse dall’ambito del sindacato della Corte le fonti regolamentari -- in assunto regolatrici dell’istituto impugnato -- ma con un apparato motivazionale talmente travolgente di ogni diritto o interesse legittimo, toccato dall’ordinamento interno delle Camere, da ricalcare in latitudine lo stesso ambito onnicomprensivo della pur confutata consuetudine costituzionale. Ciò fu tanto dirompente che le stesse Camere si decisero a creare organi paragiurisdizionali al loro interno, innanzi ai quali consentire l’instaurazione di procedure contenziose di tutela contro le decisioni dell’Amministrazione. Eppure tali organi, pur puntualmente creati, non possono in alcun modo definirsi dotati di terzietà, né per il procedimento di selezione, né per i poteri. Né cambia di molto la situazione l’ultimo sviluppo sulla tutela giurisdizionale relativa agli atti dell’Amministrazione non concernenti lo stato giuridico, economico e disciplinare dei dipendenti. Semmai, quest’ultimo sviluppo dimostra la vis espansiva dell’autodichia, che ormai sempre più cerca di assumere ambiti ulteriori rispetto alla semplice gestione del personale: la possibilità di ricorso o impugnativa -- attribuita anche a «soggetti estranei» alla Camera (dal 1998) o al Senato (dal 2005) -- lascia intendere che decisioni riguardanti i Gruppi parlamentari (le loro risorse ed i loro dipendenti), le attribuzioni di lavori (con un’ampia platea di interessati al rispetto della normativa generale sui lavori pubblici) siano tutti atti disciplinati dai «regolamenti minori» delle Camere e, pertanto, rientrerebbero nella giurisdizione domestica. La sentenza della Corte costituzionale n.379 del 2 novembre 1996 (relatore Mezzanotte) suggerisce però di non sopravvalutare la sua capacità derogatoria del diritto comune, perché la funzione di autorganizzazione non può spingersi fino a negare o limitare il ricorso agli organi di giurisdizione esterna titolari della salvaguardia di beni tutelati dall’ordinamento in generale. Il coinvolgimento di beni personali di altri membri delle Camere, o di beni che comunque appartengano a terzi, impedisce di considerare una fattispecie come per intero sussumibile sotto la disciplina del regolamento parlamentate: in tal caso deve prevalere la «grande regola» dello Stato di diritto ed il conseguente regime giurisdizionale al quale sono normalmente sottoposti, nel nostro sistema costituzionale, tutti i beni giuridici e tutti i diritti (articoli 24, 112 e 113 della Costituzione). Non è un caso che la giurisprudenza della Corte costituzionale (culminata nelle sentenze nn.10 ed 11 del 17 gennaio 2000), in sede di conflitto di attribuzione con la magistratura ordinaria, è giunta a «ritenere del tutto estranei al peculiare regime di insindacabilità degli atti o dei comportamenti "interni" le attività poste in essere in violazione dei diritti della persona, le quali conservano integro il loro regime e postulano il sindacato del giudice civile, o anche penale quando la loro tutela sia rafforzata dalla legge con norme incriminatrici». Gli atti previsti dai regolamenti -- tanto quelli «maggiori» ai quali si riferisce la Corte, quanto a maggior ragione quelli «minori» sul personale e sugli uffici -- non possono determinare «l’esistenza di zone franche, esenti da qualsiasi sindacato e controllo». Ciò comporta una lettura degli atti interni al microordinamento parlamentare, che li riporta alla funzione parlamentare ed evita che il loro fuoriuscire dall’ambito proprio delle competenze dell’istituzione Parlamento possa restare senza sanzione o mezzo di tutela. La Corte costituzionale italiana riconobbe sempre (e solo) che «le procedure parlamentari possono trovare regola soltanto nell’esplicazione dell’autonomia conferita alle singole assemblee; a favore delle quali perciò deve riconoscersi, in materia, una riserva di competenza normativa» (sentenza n.9 del 28 gennaio 1970). Anche quando si sbilanciò nell’ obiter dictum della citata sentenza n.154 del 1985 -- circa l’indipendenza guarentigiata delle Camere nei confronti di qualsiasi altro potere -- non ha invocato altro che guarentigie attinenti «all’immunità dei membri delle Camere ovvero all’immunità delle rispettive sedi»: coerente col dispositivo di mero rito, assunto in quella sentenza, fu la preclusione di «ogni sindacato degli atti di autonomia normativa ex articolo 64, primo comma, della Costituzione», e non certo la possibilità dei regolamenti parlamentari di fuoriuscire liberamente dai limiti attinenti alla funzione parlamentare per spaziare ad nutum in tutto l’universo giuridico, sottraendo alla giurisdizione porzioni considerevoli dei rapporti giuridici con dipendenti e terzi che con l’Amministrazione vengano in relazione. 1.2. Unicità del caso italiano nel panorama comparatistico La lettura funzionale dell’indipendenza parlamentare è imposta, oltre che dalla corretta lettura della giurisprudenza costituzionale, dalla razionalità giuridica e dai precedenti comparatistici. In realtà, già quando la Corte costituzionale, nella sentenza n.129 del 10 luglio 1981, faceva riferimento al «regime fondamentalmente comune a tutti gli organi costituzionali (...), rinsaldato da una lunga tradizione e radicato nell’autonomia spettante agli organi stessi» , non poteva certo dilatare la nozione di guareritigia oltre quella che è accordata nelle tradizioni comuni degli Stati membri dell’Unione europea, tra i quali vi sono le più antiche democrazie parlamentari moderne, che da tempo non conoscono più l’istituto dell’autodichia . È una legge ordinaria, agli articoli 1 e 12 della legge sul contenzioso amministrativo n.29/1998, che attribuisce in Spagna la competenza a giudicare gli atti e le disposizioni in materia di personale, amministrazione e gestione patrimoniale adottati dalle Camere alla Sala del Contencioso Administrativo del Tribunal supremo che decide in unico grado, con la possibilità di proporre, nel termine di venti giorni dalla decisione della Sala, il recurso de amparo, nel caso di violazione dei diritti e delle libertà garantiti dalla Costituzione, in base all’articolo 43 della legge organica sul Tribunal Constitucional. Nella Repubblica federale tedesca, secondo il Bundesrecht, i dipendenti del Bundestag e del Bundesrat, sono considerati Bundesbeamte, cioè impiegati federali: essi sono pertanto equiparati anche nella tutela giurisdizionale agli altri pubblici dipendenti.