[pronunce]

che in ordine alla pretesa violazione dell'art. 36, primo comma, della Costituzione, la Regione rileva che non sarebbe possibile instaurare un raffronto significativo tra prestazioni svolte da dipendenti regionali per amministrazioni distinte, dotate di organizzazione diversa e svolgimento di funzioni diverse, né, peraltro, la norma costituzionale stabilirebbe un principio giuridico di comparazione intersoggettiva; che, infine, in relazione alla pretesa violazione dell'art. 97 della Costituzione, la Regione assume che il buon andamento sarebbe stato pregiudicato qualora si fosse addivenuti, per l'adeguamento retroattivo delle retribuzioni, ad una rilevantissima spesa per le finanze regionali; che nei giudizi introdotti con le ordinanze nn. 604, 605 e 607 si sono costituiti i rispettivi ricorrenti nei giudizi a quo, che hanno concluso per la declaratoria di illegittimità costituzionale della normativa impugnata; che nell'imminenza della data fissata per la pubblica udienza la Regione Lazio ha depositato memorie, con le quali insiste per le conclusioni già rassegnate nell'atto di costituzione, ponendo in rilievo la diversità delle situazioni esistenti tra i dipendenti del ruolo Idisu ed altre categorie di dipendenti della Regione stessa, nonché l'ampia discrezionalità riservata al legislatore nella realizzazione della perequazione tra dette categorie e il carattere transitorio della disciplina in questione; che anche le parti private costituite (r.o. nn . 604, 605 e 607) hanno depositato memorie, con cui insistono nelle conclusioni già rassegnate, illustrandole ampiamente. Considerato che stante la identità delle questioni si può procedere alla riunione dei giudizi; che questa Corte ha avuto modo di precisare, con riferimento agli artt. 36 e 97 della Costituzione, che la scelta in concreto dei meccanismi di perequazione è riservata al legislatore ordinario (v. ordinanza n. 439 del 2001), chiamato a compiere il bilanciamento tra le varie esigenze nel quadro della politica economica generale e delle disponibilità finanziarie e che questa valutazione va operata non nel senso di un doveroso, costante allineamento, ma nel senso che il verificarsi di un macroscopico ed irragionevole scostamento è indice sintomatico della non idoneità del meccanismo, in concreto prescelto, a preservare la sufficienza dei trattamenti per assicurare al lavoratore e alla sua famiglia mezzi adeguati ad una esistenza libera e dignitosa (sentenza n. 126 del 2000; ordinanza n. 254 del 2001); che la finalità di omogeneizzazione e perequazione di trattamenti di varie categorie di dipendenti devono portare ad una armonizzazione tra loro, con caratteristiche e qualità di trattamento e attribuzioni non divergenti, in una unità di disegno complessivo; tuttavia nella fase di transizione - come quella per cui si controverte, che presupponeva precedenti divergenze e divaricazioni di ordinamenti e di trattamento economico - potevano persistere diversità, proprio in relazione ai differenti punti di partenza, per arrivare alla omogeneizzazione perequativa complessiva, attuata con il sistema a regime (sentenza n. 451 del 2000); che queste anteriori e preesistenti diversità di situazioni, anche in relazione alle differenze originarie di ordinamento e di funzioni, come giustificavano un regime differenziato di passaggio transitorio, così non possono comportare, in questo periodo transitorio, un trattamento economico non proporzionato alla qualità e quantità del lavoro prestato (ordinanza n. 451 del 2000), a parte la considerazione - anche essa decisiva - che non è configurabile un raffronto significativo tra prestazioni svolte da dipendenti regionali di distinte amministrazioni, con caratteristiche differenti di organizzazione di funzioni; che, sotto i profili dell'art. 97 e dell'art. 3 della Costituzione, le lamentate differenze, in regime transitorio, dell'assetto giuridico-organizzativo, attribuito con effetti retroattivi meramente figurativi, rispetto alla non retroattività del mutato trattamento economico per un periodo trascorso, in cui la realtà delle prestazioni lavorative è stata effettuata secondo l'ordinamento e l'inquadramento preesistenti, non comportano, di per sé, alcuna lesione sia al principio di eguaglianza sia al buon andamento della pubblica amministrazione (ordinanze n. 451 e n. 296 del 2000); che il beneficio della retroattività della decorrenza giuridica delle posizioni di inquadramento (retroattiva e meramente figurativa) disposto secondo una scelta discrezionale del legislatore, non può produrre - sul piano costituzionale - un obbligo, per lo stesso legislatore, di dare un analogo beneficio sul piano retributivo, che comporterebbe retroattivi aumenti del trattamento economico per prestazioni effettuate con ordinamento, inquadramento e corrispondenti funzioni non coincidenti; che non è manifestamente irragionevole o palesemente arbitraria la scelta del legislatore di graduare nel tempo la concessione e la retroattività di benefici economico-retributivi, anche diversamente rispetto a quelli giuridici e di inquadramento (per di più retroattivi), in una fase di attuazione progressiva della omogeneizzazione dei trattamenti di personale, appartenente a differenti ruoli e quindi con diverse provenienze; che, ai fini anzidetti della valutazione della ragionevolezza, giova sottolineare che una retroattività, estesa agli effetti economici degli inquadramenti di cui alla norma denunciata, e cioè dal 1981 al 1994 (data di entrata in vigore della legge) determinerebbe effetti finanziari, tutt'altro che a costo zero - come sostenuto dalle parti private -, in quanto la previsione della spesa attualmente derivante dalla legge regionale n. 39 del 1994, si noti senza effetti economici retroattivi per gli inquadramenti, ammonta a un miliardo di lire per il solo anno 1993 e che, conseguentemente, la richiesta estensione della retroattività degli effetti economici determinerebbe una situazione incostituzionale di sfondamento notevolissimo di copertura finanziaria, non rimediabile con i normali assestamenti di bilancio; che, pertanto, la questione denunciata è manifestamente priva di fondamento sotto tutti i profili denunciati.. . per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE riuniti i giudizi, dichiara la manifesta infondatezza delle questioni di legittimità costituzionale dell'art. 8, comma 5, della legge della Regione Lazio 12 settembre 1994, n. 39 (Individuazione delle strutture organizzative degli Istituti per il diritto allo studio universitario - Idisu del Lazio e determinazione dell'organico del ruolo del personale degli istituti), sollevate, in riferimento agli artt. 3, 36, primo comma, e 97, primo comma, della Costituzione, dal Tribunale amministrativo regionale del Lazio, con le ordinanze indicate in epigrafe. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 5 giugno 2002. F.to: Cesare RUPERTO, Presidente Riccardo CHIEPPA, Redattore Giuseppe DI PAOLA, Cancelliere Depositata in Cancelleria il 14 giugno 2002. Il Direttore della Cancelleria F.to: DI PAOLA