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Istituzione di una Commissione parlamentare di inchiesta sul finanziamento pubblico dei giornali e degli altri organi di stampa o di comunicazione di massa. Onorevoli Senatori. -- La codificazione del diritto umano universale alla conoscenza -- ossia il diritto di conoscere in che modo e perché i governi a vari livelli prendano determinate decisioni -- non nasce più soltanto da questioni di carattere politico militare di cui, col tempo, si scopre l'occultamento. I meccanismi di controllo democratico esistenti -- per garantire il progresso di uno Stato di diritto democratico, nazionale e internazionale, e l'effettivo rispetto dei diritti umani -- si rivelano insoddisfacenti soprattutto perché, in questo momento storico, lo Stato si ritrae dinanzi al cattivo utilizzo dei mezzi di comunicazione di massa (segnatamente quelli pubblici, ma non soltanto). I gruppi di interesse -- che, con sempre maggiore invadenza, posseggono giornali, stampa e televisioni -- realizzano una vera e propria censura preventiva, escludendo dalla tribuna pubblica minoranze, gruppi, coalizioni sociali e semplici cittadini che hanno qualcosa da dire, soprattutto se si tratta di qualcosa di dissonante rispetto al dominante «pensiero unico». Il venir meno di importanti centri di ascolto che, in passato, hanno monitorato l'impiego degli spazi pubblici (soprattutto televisivi) rende ancor più grave questa compressione del ruolo stesso della libera stampa, che per i testi classici dovrebbe essere il «cane da guardia» della democrazia e che invece, sempre di più, si trasforma in un infido comprimario: assente durante la nascita della mala gestio , connivente nell'attingere ai suoi proventi, smemorata ed aggressiva quando da altre fonti (soprattutto quelle delle inchieste penali) si apprende tardivamente dell'esistenza e delle dimensioni dello scandalo. La seconda conferenza internazionale, tenutasi quest’anno a Bruxelles presso il Parlamento europeo sul tema «Stato di diritto contro ragion di Stato», va a merito nel movimento radicale: si tratta di un movimento che è storicamente stato vittima della violazione del diritto alla conoscenza, sia per l'ostruzionismo patito nel 2003 al tempo dell'offerta di esilio per Saddam Hussein, sia per le molteplici, inadempiute pronunce dell'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni sulla violazione degli spazi televisivi ad esso dovuti (pronunce consacrate da sentenze dei giudici amministrativi di riconoscimento di una tutela, rimasta purtroppo soltanto simbolica e per la quale si attende giustizia soltanto dalle sedi giurisdizionali internazionali). Ma si tratta anche di un movimento che già evidenziò -- nel corso della sua esperienza parlamentare della scorsa legislatura -- un caso esemplare di connivenza della stampa, nei confronti dell'incredibile artificio semantico che nel 1997 diede luogo alla trasformazione dei rimborsi elettorali in finanziamento pubblico ai partiti. In sede di esame del disegno di legge atto Senato n. 3321 («Norme in materia di riduzione dei contributi pubblici in favore dei partiti e dei movimenti politici, nonché misure per garantire la trasparenza e i controlli dei rendiconti dei medesimi. Delega al Governo per l'adozione di un testo unico delle leggi concernenti il finanziamento dei partiti e dei movimenti politici e per l'armonizzazione del regime relativo alle detrazioni fiscali»), la questione sospensiva a primo firmatario Perduca ricordò che «un referendum abrogativo dell'anomalia di un finanziamento pubblico ad associazioni private, prive di qualsiasi controllo sostanziale, ha incontrato il consenso della maggioranza assoluta dei cittadini, per essere poi disatteso nel 1997-1999 da leggi che hanno solo nominalisticamente ribattezzato "rimborsi elettorali" i finanziamenti pubblici. La natura elusiva delle norme vigenti è evidenziata dal fatto che nessun collegamento è instaurato tra il "rimborso" rapportato ai voti conseguiti (nelle varie consultazioni elettorali prese a riferimento) e le spese elettorali per le quali la legge n. 515 del 1993 impone l'obbligo di rendicontazione ad ogni candidato e ad ogni partito». Nel citare articoli di stampa indignati sulla scoperta di questa truffa semantica, il documento ne evidenziava la data (2012) vistosamente successiva -- e di molti anni -- alla decisione di violare il referendum : decisione, va ricordato, assunta non nel segreto di stanze fumose, ma in Parlamento, sotto il vigile sguardo dei giornalisti in tribuna, delle affollate sale stampa, e poi pubblicato in una Gazzetta Ufficiale aperta alla lettura di tutti i qualificatissimi commentatori, che si sono ben guardati dal commentare. Ma anche il partito socialista è stato vittima di questo metodo, che colloca nel cono d'ombra le decisioni solo formalmente pubbliche, negandone la conoscenza (ed il giudizio) ai cittadini. La vicenda del fallimento dell’«Avanti» è esemplare perché, acquisitane la certezza, si è proceduto col piano B. Il governo Prodi I proponeva, nella XIII legislatura, il disegno di legge atto Senato n. 3053 (Remunerazione dei costi relativi alla trasmissione radiofonica dei lavori parlamentari effettuata dal Centro di produzione S.p. A.) , esclusivamente per sanare la condizione di Radio radicale nell'erogare un servizio pubblico. Licenziato dal Senato in testo pressoché conforme alla proposta del governo, il disegno di legge approdava alla Camera dei deputati, dove registrava un peculiarissimo iter : il 20 maggio 1998 la VII Commissione referente registrava il deposito del testo di alcuni emendamenti, tra cui quello (numerato 1.04 a firma dei deputati De Murtas, Giulietti, Riva, Dalla Chiesa, Bianchi Clerici, Bicocchi, Bracco, Malgieri) che inseriva un nuovo articolo rubricato «Mutui agevolati per l'estinzione delle passività per il settore editoriale». Ancor più stranamente, tale emendamento non veniva posto ai voti, ma il testo, senza modifiche, veniva inviato in Assemblea, dove si svolgeva una discussione generale sul testo del Senato il 25 maggio del 1998. Successivamente, su richiesta del relatore, l'Assemblea deliberò di rinviare il testo in Commissione, la quale, il 17 giugno 1998, ottenne il trasferimento alla sede legislativa. Solo in questa sede riaffioravano gli emendamenti di cui sopra; su di essi emergeva soltanto una dichiarazione del sottosegretario per le comunicazioni Vincenzo Vita («Governo apprezza il lavoro svolto dalla Commissione e si rimette a quella che sembra essere la soluzione conclusiva, nel rispetto dell'autonomia della Commissione e del Parlamento. Come infatti abbiamo sostenuto fin dall'inizio, si tratta di un tema squisitamente parlamentare ed il Governo si affida al ruolo decisivo del Parlamento per la scelta della pubblicità da dare ai propri lavori. Per parte nostra intendiamo cooperare anche in questa seduta affinché il lavoro che l'onorevole Risari ha condotto così bene possa concludersi positivamente. Non mi sento di dire, onorevole Vignali -- né acconsentirei per quanto mi riguarda a questa interpretazione --, che si è assunta un'iniziativa nel chiuso di qualche stanza.