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Raccontare loro la bufala dei mini-BOT e che la flat tax si può fare con il risparmio del sommerso, è come dire che si vuole fare la flat tax in deficit . Tutto questo per le imprese è un danno infinito e, se le imprese non crescono, non cresce l'Italia e se l'Italia non cresce, il Governo non redistribuisce. PRESIDENTE.La invito a concludere, senatrice Conzatti. È finito il tempo a sua disposizione. CONZATTI (FI-BP) . Chi vuole la crescita non può darvi fiducia. Richiederete però la fiducia: siamo alla nona fiducia alla Camera dei deputati e alla quarta al Senato, in omaggio alla propaganda della scorsa legislatura. Chi vuole la crescita sa fare solo una cosa, ovvero lavorare per tempi migliori e noi stiamo lavorando. (Applausi dal Gruppo FI-BP) . PRESIDENTE.È iscritto a parlare il senatore De Bonis. Ne ha facoltà. DE BONIS (Misto) . Signor Presidente, rappresentanti del Governo, colleghe e colleghi senatori, il decreto-legge n. 34 del 2019 reca misure urgenti di crescita economica e per la risoluzione di specifiche situazioni di crisi attraverso interventi fiscali per la crescita, norme per il rilancio degli investimenti privati, disposizioni per la tutela del made in Italy e ulteriori interventi per la crescita. Il provvedimento è stato all'esame della Camera dei deputati per quasi due mesi ed è adesso all'attenzione del Senato per un tempo insufficiente ad assicurare una corretta dialettica tra Parlamento ed Esecutivo. Rispetto all'esigenza di coniugare le istanze di sviluppo economico con quelle del lavoro e alla necessità di favorire uno sviluppo industriale compatibile con le esigenze territoriali diversificate, le aspettative generate dal presente decreto rimangono ampiamente disattese, in particolare, per la scarsa crescita economica per l'anno in corso e l'assenza di una visione globale sulle misure da adottare. È mancato, inoltre, un reale confronto su come sostenere i consumi interni, incrementare i salari, creare nuovi posti di lavoro, investire sulla formazione e sulle nuove competenze. Ho presentato degli emendamenti e degli ordini del giorno in materia di Imu agricola, trivellazioni, tecnologia 5G, eolico e in materia di privatizzazione delle acque pubbliche. Sono stati accolti solo alcuni ordini del giorno, altri come raccomandazioni e altri ancora non sono stati presi in considerazione perché ormai il vero e proprio esame dei provvedimenti governativi è lasciato, ahimè, a un solo ramo del Parlamento. Mi voglio soffermare - come ha fatto il collega - su un importante emendamento e su alcuni ordini del giorno non accolti che riguardano l'acqua quale bene pubblico. Nel 2011 26 milioni di italiani, fra cui 270.000 lucani, si dichiarano a favore dell'acqua pubblica vincendo un referendum . Cosa significa, però, acqua pubblica sembra essere ben poco chiaro in quest'Aula. Ai rappresentanti istituzionali che sostengono che l'acqua resta dei cittadini voglio ricordare che non ha alcun senso parlare di acqua pubblica se il gestore diventa un privato e in qualsiasi momento può addirittura cedere ad altri soggetti la sua funzione di gestione dell'acqua, della risorsa idrica e delle fonti. La gestione dell'acqua, infatti, si configura di per sé come monopolio naturale in quanto sia le riserve che forniscono il bene che le opere che ne consentono l'utilizzo sono strettamente legati a uno specifico territorio e, se il gestore locale opera in regime monopolistico e non concorrenziale, va da sé che privatizzare il gestore equivale, di fatto, a privatizzare anche l'acqua. E se, come in questo caso, il gestore opera su un'area di grande estensione territoriale come la Puglia, la Basilicata e parte della Campania, la situazione diventa ancora più grave. Questa disposizione realizza il fenomeno fraudolento della privatizzazione e, cioè, il trasferimento di un bene demaniale di assoluta e primaria importanza come l'acqua da un ente pubblico (anche se SpA da più di un anno), tenuto a perseguire interessi pubblici, ad una società che adesso sarà privata, sia pur con partecipazione statale, che è tenuta secondo il codice civile a perseguire gli interessi dei soci e non quelli del popolo italiano. Non bisogna dimenticare che, ai sensi dell'articolo 144 del codice dell'ambiente, ovvero del decreto legislativo n. 152 del 2006, l'acqua è considerata un bene demaniale che appartiene al popolo sovrano e che, essendo fuori commercio, non può essere ceduto a una società privata. Anche la distribuzione dell'acqua, secondo la Costituzione, deve essere in mano pubblica. Non esiste, infatti, società privata, anche se partecipata da enti territoriali o da Ministeri, che sia in grado di attuare la disciplina che il citato articolo 144 del codice dell'ambiente sancisce per la gestione dell'acqua. Se l'ente gestore è costituito da una società il cui fine è solo il profitto economico, il perseguimento degli obiettivi di interesse generale diventerà via via sempre più impossibile e, comunque, certamente recessivo rispetto all'interesse economico privato. Se è vero che l'Ente per lo sviluppo dell'irrigazione e la trasformazione fondiaria in Puglia, Lucania ed Irpinia (EIPLI) è una SpA già da più di un anno, l'emendamento Daga non mira a chiudere una falla, ma introduce una cornice giuridica che apre un'autostrada ai privati. Non si comprende altrimenti perché sia arenato il suo disegno di legge voluto dal Forum italiano dei movimenti per l'acqua dell'acqua che giace nei cassetti della Camera. Nell'articolo 24 si confermano tutte le previsioni precedenti, a dimostrazione della completa subalternità a logiche di mercato che hanno un po' contraddistinto gli ultimi venticinque anni di politiche sui servizi pubblici locali e, in particolare, sulla gestione dell'acqua. L'entrata del sistema gestionale nel campo minato delle società per azioni, dove si opera in pieno regime di mercato a prescindere dalla proprietà delle quote, creerà per la gestione di un bene pubblico come l'acqua un vulnus per la sopravvivenza dell'uomo. Di conseguenza questa privatizzazione si pone in contrasto con diversi articoli della Costituzione, anche con l'articolo 1, secondo il quale «la sovranità spetta al popolo». Vorrei anche ricordare che il Santo Padre in diverse occasioni ha affermato il riconoscimento dell'accesso all'acqua potabile come un diritto che scaturisce dalla dignità umana, dunque incompatibile con la concezione dell'acqua come una qualsiasi merce. Tale emendamento ha quindi poco senso. Sembra che l'intento sia più quello di introdurre il divieto per alleggerire un passaggio dal pubblico al privato e poi un domani, con un primo provvedimento utile, rendere possibile l'estensione all'ingresso dei privati.