[pronunce]

che tale affermazione – ad avviso del giudice a quo – non sarebbe stata superata dalle successive decisioni, nelle quali questa Corte ha escluso una diretta e generale correlazione tra potere di impugnazione della parte pubblica e obbligatorietà dell'esercizio dell'azione penale: tali decisioni riguarderebbero, infatti, un'ipotesi ben diversa da quella oggi in esame, essendo riferite alla norma che impediva al pubblico ministero di proporre appello contro le sentenze di condanna emesse a conclusione del giudizio abbreviato; vale a dire nell'ambito di un rito che – dopo il positivo esercizio dell'azione penale – persegue obiettivi di semplificazione processuale, in relazione ai quali può considerarsi «appagante» un epilogo «comunque coincidente con le essenziali finalità perseguite dall'accusa»; che nella specie, per contro, verrebbe in rilievo un limite direttamente incidente sull'atto di esercizio dell'azione penale, che non ha realizzato il proprio obiettivo del giudizio dibattimentale: onde non si comprenderebbe «con quale coerenza “costituzionale”» la legge ordinaria possa interdire al pubblico ministero di chiedere al superiore giudice di merito una diversa valutazione circa la non superfluità del dibattimento; che tale conclusione si imporrebbe a maggior ragione ove si consideri che la preclusione all'appello concerne una sentenza di carattere processuale, emessa nell'ambito di un giudizio «essenzialmente cartolare»: sicché, rispetto alla preclusione censurata, non potrebbero valere le ragioni che sono alla base dell'inappellabilità delle sentenze di proscioglimento, introdotta dalla stessa legge n. 46 del 2006, non sussistendo il rischio che il giudice di appello capovolga, «leggendo solo le carte», la decisione che il primo giudice ha adottato dopo aver assistito alla formazione della prova in contraddittorio; che nel giudizio di costituzionalità si è costituito A. G., parte civile nel processo a quo, il quale – condividendo i dubbi di costituzionalità del giudice \rimettente – ha chiesto l'accoglimento della questione; che con l'ulteriore ordinanza indicata in epigrafe, la Corte d'appello di Salerno ha sollevato, in riferimento agli artt. 3, 111, secondo comma, e 112 Cost., questione di legittimità costituzionale dell'art. 428 cod. proc. pen. , come sostituito dall'art. 4 della legge n. 46 del 2006, nella parte in cui esclude che il pubblico ministero possa proporre appello contro la sentenza di non luogo a procedere; nonché dell'art. 10 della citata legge n. 46 del 2006, nella parte in cui rende applicabile tale nuova disciplina ai procedimenti in corso alla data della sua entrata in vigore, stabilendo, altresì, che l'appello anteriormente proposto dal pubblico ministero avverso una sentenza di proscioglimento viene dichiarato inammissibile con ordinanza non impugnabile, salva la facoltà dell'appellante di proporre ricorso per cassazione entro quarantacinque giorni dalla notifica del provvedimento di inammissibilità; che la Corte rimettente riferisce che, con sentenza dell'11 ottobre 2001, il Giudice dell'udienza preliminare del Tribunale di Salerno ha dichiarato non doversi procedere nei confronti di una persona imputata del reato di cui all'art. 317 cod. pen. , perché il fatto non sussiste; e che avverso la decisione è stato proposto ricorso per cassazione, da parte del Procuratore della Repubblica, e appello, da parte del Procuratore generale; che detto appello – di cui la Corte rimettente è investita – dovrebbe essere dichiarato, ad avviso della Corte stessa, inammissibile ai sensi del citato art. 10 della legge n. 46 del 2006, sopravvenuta alla proposizione del gravame; che il giudice a quo dubita, peraltro, della legittimità costituzionale tanto della disciplina «a regime», introdotta con il nuovo art. 428 cod. proc. pen. , che di quella transitoria stabilita dall'art. 10 della legge n. 46 del 2006; che il novellato art. 428 cod. proc. pen. risulterebbe lesivo, anzitutto, del principio di parità delle parti nel processo, enunciato dall'art. 111, secondo comma, Cost.; che la norma denunciata, difatti – stabilendo che il pubblico ministero e l'imputato possono proporre ricorso per cassazione avverso la sentenza di non luogo a procedere emessa al termine dell'udienza preliminare – porrebbe solo formalmente le parti su uno stesso piano; essendo evidente come, in realtà, la disposizione limiti il potere di impugnazione della sola parte che vi ha interesse, in quanto soccombente rispetto alla pretesa punitiva azionata: ossia il pubblico ministero, al quale verrebbe impedito di pervenire, attraverso l'appello, all'accertamento della verità materiale, cui il processo penale dovrebbe tendere; che, anche dopo la riforma operata dalla legge 16 dicembre 1999, n. 479, la sentenza di non luogo a procedere ha mantenuto la natura di pronuncia «processuale», essendo destinata esclusivamente a «paralizzare» la domanda di giudizio formulata dal pubblico ministero sulla base di una prognosi di inutilità del dibattimento. che, in modo del tutto coerente, l'art. 428 cod. proc. pen. , nel testo anteriore alla legge n. 46 del 2006, riconosceva quindi al pubblico ministero il potere di proporre appello avverso la sentenza di non luogo a procedere, consentendogli, così, di provocare una «rivalutazione» nel merito della fondatezza della propria richiesta di rinvio a giudizio: possibilità, per contro, irragionevolmente rimossa dalla novella, posto che il ricorso per cassazione è ammesso solo per specifici motivi (art. 606 cod. proc. pen.), tra i quali non rientra «la “sufficienza o meno” degli elementi per il giudizio»; che l'«anomalia» risulterebbe ancor più grave, ove si consideri che – come affermato da questa Corte (sentenza n. 115 del 2001) – il pubblico ministero, prima dell'udienza preliminare, è tenuto a svolgere indagini complete, stante anche la facoltà dell'imputato di chiedere di essere giudicato con rito abbreviato, sulla base degli elementi raccolti; che, in tale situazione, il giudizio del giudice dell'udienza preliminare, circa l'inutilità del dibattimento, verrebbe ad incidere, con evidente vulnus dell'art. 112 Cost., sullo stesso esercizio dell'azione penale: giacché, in pratica, la scelta tra il perseguimento della pretesa punitiva e il suo definitivo abbandono risulterebbe sottratta all'organo dell'accusa e rimessa all'apprezzamento inappellabile del giudice dell'udienza preliminare; assetto, questo, tanto più irragionevole, in quanto, per taluni reati, anche di rilevante gravità (art. 550 cod. proc. pen.), detta pretesa viene esercitata senza alcun «filtro» e in forma diretta; che la norma impugnata sarebbe lesiva, ancora, del principio di ragionevolezza (art. 3 Cost.), apparendo sostanzialmente priva di scopo;