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Si evidenzia in particolare che ai cittadini deve essere data la possibilità di partecipare ai processi decisionali, fornendo loro tutte le informazioni necessarie almeno in materia ambientale, in quanto si ritiene che l'accesso alle informazioni unito alla partecipazione attiva del pubblico possa migliorare la qualità e l'applicabilità delle decisioni, prevenendo così il sorgere di eventuali conflitti ambientali. Con il decreto legislativo 16 gennaio 2008, n. 4, recante « Ulteriori disposizioni correttive e integrative del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, recante norme in materia ambientale », e il decreto-legge 24 giugno 2014, n. 91, recante « Disposizioni urgenti per il settore agricolo, la tutela ambientale e l'efficientamento energetico dell'edilizia scolastica e universitaria, il rilancio e lo sviluppo delle imprese, il contenimento dei costi gravanti sulle tariffe elettriche, nonché per la definizione immediata di adempimenti derivanti dalla normativa europea », convertito, con modificazioni, dalla legge 11 agosto 2014, n. 116, tali diritti furono espressamente recepiti nel cosiddetto « testo unico ambientale » mediante l'introduzione dell'articolo 3 -sexies rubricato, per l'appunto, « diritto di accesso alle informazioni ambientali e di partecipazione a scopo collaborativo ». Da allora è emersa sempre di più la necessità di adottare nuovi e diversi modelli di partecipazione degli stakeholders nei processi decisionali improntati ad una « cultura del dialogo », passando da un approccio « DAD » (decidi, annuncia e difendi) – che negli ultimi anni ha dimostrato tutti i suoi limiti – a un intervento più « open minded » perché volto alla risoluzione alternativa dei potenziali conflitti ambientali. Una di queste formule innovative e alternative di formazione della volontà, finalizzata anche all'eventuale reperimento delle decisioni condivise, si ritiene possa essere l'utilizzo dell'istituto della mediazione applicato ai conflitti ambientali e paesaggistici, potenziali o già in essere, al fine di svolgere procedimenti partecipativi anche avanti ad un soggetto terzo neutrale, a maggior ragione visto che con la decisione 1386/2013/UE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 20 novembre 2013, l'Unione europea ha espressamente fissato nel settimo programma di azione per l'ambiente, tra i propri obiettivi, quello di « promuovere la risoluzione stragiudiziale delle controversie per trovare soluzioni efficienti in via amichevole per le controversie in ambito ambientale ». Nel nostro ordinamento la mediazione è disciplinata – seppur limitatamente alle sole controversie civili e commerciali – dal decreto legislativo 4 marzo 2010, n. 28, attuativo della direttiva 2008/52/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 21 maggio 2008. La mediazione è un procedimento in cui due o più parti di una controversia tentano, su base volontaria, di raggiungere un accordo con l'assistenza di un mediatore il quale, è bene precisarlo, non è né un giudice né un arbitro e non ha alcun potere di decidere la controversia, distribuendo torti o ragioni, bensì è un soggetto neutrale e imparziale che aiuta le parti a cercare di raggiungere volontariamente un accordo, anche formulando una proposta di conciliazione della stessa. Lo strumento della mediazione è oggi già applicabile per la soluzione dei conflitti ambientali di carattere civilistico, come ad esempio nelle controversie in materia di: danni ambientali o comunque danni patrimoniali e/o non patrimoniali derivanti da fatti illeciti risarcibili ex articolo 2043 del codice civile; danni da immissioni intollerabili ex articolo 844 del codice civile; danni derivanti da attività pericolose o da cose in custodia ex articoli 2050 e 2051 del codice civile. Ciò è emerso chiaramente nel corso del progetto sperimentale « La mediazione dei conflitti ambientali » avviato dalla camera arbitrale di Milano nel 2015 con la partecipazione di diverse fondazioni ed associazioni di categoria (Fondazione Cariplo, Camera di commercio di Milano, Monza-Brianza e Lodi, Assolombarda, Confcommercio, AssoRinnovabili, Fondazione AEM – Gruppo A2A, FISE Assoambiente, FISE Unire) e con la partecipazione del comune di Milano e della regione Lombardia. Da tale sperimentazione è infatti emerso che il ricorso alle tecniche di mediazione può effettivamente agevolare la risoluzione di alcuni conflitti ambientali, anche complessi, favorendo l'incontro e il confronto diretto delle parti, focalizzando l'attenzione sul problema concreto da cui origina il conflitto e sui reali interessi delle parti, consentendo di discutere anche delle modalità operative di cui avvalersi ai fini della composizione della lite e facilitando soluzioni raggiungibili in tempi rapidi e con costi minori. Nel corso della sperimentazione sono state rilevate, per contro, alcune criticità soprattutto nell'ambito delle controversie ambientali che coinvolgono le amministrazioni pubbliche. Sono emerse, in particolare, da un lato la « diffidenza » delle amministrazioni pubbliche nel ricorrere allo strumento della mediazione per la soluzione dei conflitti ambientali e dall'altro lato la tendenza delle stesse a non partecipare alla mediazione, seppur formalmente convocate; ciò per le seguenti ragioni: 1) la difficoltà di mediare su interessi complessi, potenzialmente in conflitto tra amministrazione pubblica e privati, peraltro relativi a un bene giuridico, l'ambiente, definito « adespota » e quindi indisponibile; 2) la complessità del processo di costruzione della volontà della parte pubblica e delle conseguenti decisioni; 3) la difficoltà di individuare il funzionario pubblico legittimato ad esprimere la volontà dell'amministrazione rappresentata e ad impegnarla alla sottoscrizione di un « accordo conciliativo » con conseguente assunzione della responsabilità amministrativa/contabile della decisione assunta, anche sotto il profilo del danno erariale, qualora la Corte dei conti contesti l'entità della definizione finanziaria della mediazione; 4) l'assenza di normativa che legittimi l'amministrazione pubblica all'instaurazione di una procedura di mediazione per la soluzione di conflitti ambientali. Per dare uno sviluppo concreto e numericamente significativo all'istituto della mediazione per la soluzione dei conflitti ambientali e paesaggistici si ritiene pertanto indispensabile un intervento legislativo che disciplini analiticamente la partecipazione delle amministrazioni pubbliche nei procedimenti di mediazione, tenuto conto che, allo stato, non vi è alcuna preclusione al perseguire gli interessi pubblici affiancando agli strumenti tipici del diritto pubblico anche gli strumenti del diritto privato. Anzi, al contrario, è sempre più convincimento diffuso che, in alcune ipotesi, i moduli negoziali di tipo privatistico (accordi, contratti, intese, eccetera) possano addirittura soddisfare gli interessi pubblici contemplati dalla norma con maggior efficacia rispetto agli atti aventi carattere autoritativo. Si pensi, ad esempio, alla transazione nell'ambito dei procedimenti di bonifica dei siti di interesse nazionale di cui all'articolo 306 del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152.