[pronunce]

ORDINANZA ha pronunciato la seguentenel giudizio di legittimità costituzionale dell'articolo 3 della legge 20 giugno 2003 n. 140 (Disposizioni per l'attuazione dell'art. 68 della Costituzione nonché in materia di processi penali nei confronti delle alte cariche dello Stato), promosso con ordinanza del 27 gennaio 2004 dal Tribunale di Messina, nel procedimento civile vertente tra S.p.a. S.E.S. Società editrice siciliana e Vendola Nicola iscritta al n. 389 del registro ordinanze 2004 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 20, prima serie speciale, dell'anno 2004. Visti l'atto di costituzione della S.p.a. S.E.S. Società editrice siciliana, nonché l'atto di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri; udito nella camera di consiglio del 30 novembre 2005 il Giudice relatore Ugo De Siervo. Ritenuto che il Tribunale di Messina, con ordinanza in data 27 gennaio 2004, ha sollevato questioni di legittimità costituzionale dell'art. 3 della legge 20 giugno 2003, n. 140 (Disposizioni per l'attuazione dell'art. 68 della Costituzione nonché in materia di processi penali nei confronti delle alte cariche dello Stato), in relazione agli artt. 3, 24, 68, 102 e 111 Cost.; che il rimettente premette in fatto di essere chiamato a decidere sulla domanda di risarcimento dei danni morali e materiali proposta dalla S.E.S., Società editrice siciliana s.p.a., editrice del quotidiano La Gazzetta del Sud, nei confronti dell'on. Nicola Vendola, il quale, nel corso di una conferenza stampa tenuta presso la sede messinese del suo partito, aveva diffuso un dossier avente contenuto “gravemente” diffamatorio, dal titolo “L'Uomo del Ponte – Breve storia di Calarco e dell'ufficio stampa del Verminaio”; che, riferisce ancora il rimettente, il convenuto, costituitosi in giudizio tardivamente, aveva eccepito l'insindacabilità delle opinioni espresse, invocando la garanzia di cui all'art. 68 Cost., così come attuato dalla legge n. 140 del 2003; che, con nota pervenuta il 17 novembre 2003, il Presidente della Camera dei deputati comunicava al Tribunale che l'Assemblea, nella seduta del 13 novembre 2003, aveva deliberato che i fatti per i quali era in corso il giudizio, concernevano opinioni espresse da un membro del Parlamento nell'esercizio delle sue funzioni ai sensi dell'art. 68 Cost.; che la società S.E.S., nelle proprie difese, contestava la delibera di insindacabilità, assumendo la non riconducibilità dei fatti addebitati all'on. Vendola nell'area degli atti coperti dall'art. 68 Cost., affermando, inoltre, la sostanziale continuità della legge n. 140 del 2003 con il dettato costituzionale ed evidenziando che un'interpretazione estensiva della garanzia avrebbe determinato il contrasto dell'art. 3 della citata legge con gli artt. 68, 3 e 24 Cost e con l'art. 6 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo e invitava il Tribunale a sollevare conflitto di attribuzione avanti a questa Corte; che la difesa del parlamentare, invece, affermava la sussistenza di un nesso funzionale tra l'attività in contestazione e le funzioni di membro del Parlamento; che il Tribunale di Messina, ritenuti non manifestamente infondati i dubbi di legittimità costituzionale dell'art. 3 della legge n. 140 del 2003, ha promosso il giudizio di questa Corte nei termini di seguito esposti; che il giudice a quo rileva innanzitutto come, nel sistema delineato da tale disposizione, una volta che sia intervenuta la delibera di insindacabilità della Camera di appartenenza del parlamentare, il giudice sarebbe tenuto a prenderne atto ed a pronunciare, senza ritardo, i provvedimenti conseguenti di cui al comma 3 dell'art. 3, vale a dire, per ciò che concerne il giudizio civile, «l'affermazione della irresponsabilità del parlamentare convenuto in giudizio» e dunque il rigetto della domanda; che, tale conseguenza, ad avviso del rimettente, imponendosi anche nel giudizio a quo, giustificherebbe la rilevanza della questione di legittimità costituzionale; che la cosiddetta “pregiudiziale parlamentare”, introdotta dai vari decreti legge susseguitisi tra il 1993 ed il 1996, tutti decaduti, e poi ripristinata dalla legge n. 140 del 2003, non sarebbe di per sé in contrasto con la Costituzione, tenuto conto che nell'interpretazione data all'art. 68 Cost. da questa Corte, tale norma attribuisce alla Camera di appartenenza il potere di valutare la condotta addebitata ad un proprio membro e di qualificarla come esercizio delle funzioni parlamentari; che, invece, in contrasto con il dettato costituzionale sarebbe «l'inedito» meccanismo previsto dal comma 7 dell'art. 3 della legge n. 140 del 2003, il quale consente al membro del Parlamento di sottoporre direttamente la questione di insindacabilità alla Camera di appartenenza, «anticipando, prevenendo, o più semplicemente, ignorando gli sviluppi del procedimento civile»; che, in tal modo, si consentirebbe al parlamentare, «in totale assenza di contraddittorio», di provocare una decisione potenzialmente preclusiva dell'ulteriore corso del giudizio instaurato nei suoi confronti senza alcuna giustificazione; che, in sostanza, si consentirebbe allo stesso interessato di sottrarsi in via definitiva al contraddittorio e al processo che costituirebbe «la sede naturale anche dell'affermazione della insindacabilità» e di provocare una pronuncia definitiva «senza alcuna possibilità per la controparte di interloquire e di apportare» alla valutazione della Camera di appartenenza del convenuto «quel contributo di conoscenza che potrebbe scaturire, ad es., dall'esame degli atti del giudizio»; che tale irragionevole preclusione dello svolgimento del processo, e soprattutto il fatto che ciò avvenga ad iniziativa dello stesso interessato, sarebbe in palese contrasto con il principio di uguaglianza, con il diritto alla tutela giurisdizionale sancito dall'art. 24 Cost., nonché «con l'attribuzione della funzione giurisdizionale ai soli giudici ordinari» e con il diritto ad un processo caratterizzato dal contraddittorio e ad un giudice terzo ed imparziale (art. 111 Cost.); che il Tribunale di Messina, inoltre, dubita della legittimità costituzionale dell'art. 3, comma 1, della legge n. 140 del 2003, nella parte in cui, nel delimitare l'ambito di applicazione dell'insindacabilità di cui all'art. 68, primo comma, Cost., affianca agli atti parlamentari tipici «ogni altra attività di ispezione, di divulgazione, di critica e di denunzia politica, connessa alla funzione di parlamentare, espletata anche fuori dal Parlamento»;