[pronunce]

ORDINANZA ha pronunciato la seguentenei giudizi di legittimità costituzionale degli artt. 17 (recte: 15), 47, 128, 129 e 150 del decreto legislativo 9 gennaio 2006, n. 5 (Riforma organica della disciplina delle procedure concorsuali a norma dell'art. 1, comma 5, della legge 14 maggio 2005, n. 80), nonché degli artt. 24, 25 e 26 (rectius: artt. 24, comma 1, lettera n, 25, comma 1, lettera n, e 26, comma 1, lettera b) del decreto del Presidente della Repubblica 14 novembre 2002, n. 313 (Testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di casellario giudiziale, di anagrafe delle sanzioni amministrative dipendenti da reato e dei relativi carichi pendenti), promossi con ordinanza del 26 febbraio 2007 dal Tribunale ordinario di Udine, con 7 ordinanze del 19 gennaio 2007 e 3 ordinanze del 14 marzo 2007 dal Tribunale ordinario di Pescara, rispettivamente iscritte ai nn. 521, 624, 625, 626, 627, 628, 629, 719, 720, 721 e 722 del registro ordinanze 2007 e pubblicate nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica nn. 28, 36 e 42, prima serie speciale, dell'anno 2007. Visti gli atti di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri; udito nella camera di consiglio del 13 febbraio 2008 il Giudice relatore Paolo Maria Napolitano. Ritenuto che, nel corso di un giudizio originato dalla istanza di D. G. G., dichiarata fallita con sentenza del 5 giugno 1991, volta ad ottenere, dopo cinque anni dalla chiusura del fallimento, disposta con decreto del 19 ottobre 2000, la dichiarazione di riabilitazione ex art. 142 del regio decreto 16 marzo 1942, n. 267 (Disciplina del fallimento, del concordato preventivo, dell'amministrazione controllata e della liquidazione coatta amministrativa), il Tribunale ordinario di Udine, con ordinanza depositata il 26 febbraio 2007, ha sollevato, in riferimento agli artt. 3 e 24 della Costituzione, questione di legittimità costituzionale degli artt. 17 (recte: 15), 47, 128, 129 e 150 del decreto legislativo 9 gennaio 2006, n. 5 (Riforma organica della disciplina delle procedure concorsuali a norma dell'art. 1, comma 5, della legge 14 maggio 2005, n. 80), nonché degli artt. 24, 25 e 26 (rectius: artt. 24, comma 1, lettera n, 25, comma 1, lettera n, e 26, comma 1, lettera b) del decreto del Presidente della Repubblica 14 novembre 2002, n. 313 (Testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di casellario giudiziale, di anagrafe delle sanzioni amministrative dipendenti da reato e dei relativi carichi pendenti); che il Tribunale rimettente, osservato che, essendo stato abolito il registro dei falliti a seguito della intervenuta abrogazione dell'art. 50 della legge fallimentare, ed essendo, conseguentemente, anche caduta la previsione della iscrizione in esso del nominativo delle persone delle quali fosse stato dichiarato il fallimento, sono venute meno le conseguenze pregiudizievoli che erano connesse alla predetta iscrizione, rileva che deve ritenersi non più esperibile la procedura di riabilitazione connessa ai fallimenti già chiusi alla data di entrata in vigore del d.lgs. n. 5 del 2006, posto che l'art. 150 dello stesso decreto legislativo prevede che si continui ad applicare la precedente disciplina fallimentare solo alle procedure ancora pendenti al momento della entrata in vigore della nuova normativa, mentre la riabilitazione presuppone la già avvenuta chiusura del fallimento; che, prosegue il rimettente, sebbene la nuova disciplina dei fallimenti preveda, anche per quelli apertisi anteriormente alla sua entrata in vigore, la immediata cessazione di tutte le «incapacità del fallito» al momento della chiusura del fallimento, tuttavia non è possibile «cancellare» dal casellario giudiziale la iscrizione della sentenza dichiarativa del fallimento, se non in caso di revoca di questo; che, aggiunge il Tribunale di Udine, secondo quanto prescritto dall'art. 3, lettera q), del d.P.R. n. 313 del 2002, la iscrizione nel casellario giudiziale della sentenza di fallimento deve tuttora essere eseguita, col risultato che, anche per i fallimenti dichiarati sotto il vigore della nuova disciplina fallimentare, essendo stata abrogata la procedura di riabilitazione, non è più possibile ottenere, neppure dopo la chiusura del fallimento, la non menzione dell'avvenuto fallimento nei certificati del casellario giudiziale; che, secondo il rimettente, ciò determina sia «una palese compromissione dei diritti civili delle persone sottoposte a fallimento», risultando impossibile – a causa della abolizione del procedimento per la riabilitazione – anche per coloro che fossero stati dichiarati falliti sulla base delle norme previgenti e non avessero ancora maturato i requisiti per chiedere la riabilitazione, o comunque non lo avessero fatto prima della entrata in vigore del d.lgs. n. 5 del 2006, ottenere la «cancellazione» della dichiarazione di fallimento dal casellario giudiziale, sia un'inammissibile disparità di trattamento fra quanti, prima della entrata in vigore del d.lgs. n. 5 del 2006, hanno conseguito il predetto beneficio, e quanti, quale sia stata la legge regolatrice del loro fallimento, non avendo tempestivamente ottenuto la riabilitazione, continueranno ad essere gravati dalla menzionata pregiudizievole iscrizione; che è intervenuto nel giudizio di legittimità costituzionale il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dalla Avvocatura generale dello Stato, che ha concluso per la inammissibilità o, comunque, per l'infondatezza della questione sollevata; che, preliminarmente, la difesa erariale ha dedotto la inammissibilità della questione per difetto di rilevanza, affermando che, non sussistendo allo stato a carico della istante nel giudizio a quo alcuna conseguenza pregiudizievole della dichiarazione di fallimento, la medesima sarebbe, in quello stesso giudizio, carente di interesse a ricorrere; che, nel merito, la interveniente difesa ha osservato che il rimettente non avrebbe dimostrato quale lesione possa derivare, a chi sia fallito, dalla iscrizione, meramente rappresentativa del dato storico, della sentenza dichiarativa del fallimento nel casellario giudiziale; che, con dieci ordinanze, sostanzialmente di identico tenore – sette delle quali depositate il 19 gennaio 2007 e tre il 14 marzo 2007, pronunziate nel corso di altrettanti giudizi volti al conseguimento della riabilitazione da parte di coloro il cui fallimento, dichiarato anteriormente alla data di entrata in vigore del d.lgs. n. 5 del 2006, era stato chiuso oltre 5 anni prima di tale data – il Tribunale ordinario di Pescara ha sollevato, in riferimento all'art. 3 della Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell'art. 150 del d.lgs.