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è, tuttavia, emerso come soltanto alcune delle piattaforme digitali abbiano sviluppato un sistema di procedure tempestive e chiare per gli utenti, per la segnalazione e rimozione dei messaggi illeciti. Un quadro analogo è risultato anche dal terzo monitoraggio, del gennaio 2018: a fronte di un ulteriore aumento dei casi di rimozione, pari a circa il 70 per cento delle segnalazioni, continuano a permanere significative differenze nei sistemi di rimozione tra le singole società digitali. Alla luce di tali risultati, come di tutta evidenza non ancora del tutto soddisfacenti, il 1° marzo 2018, la Commissione ha adottato la raccomandazione (UE) 2018/334, del 1° marzo 2018, sulle misure per contrastare efficacemente i contenuti illegali online , contenente una serie di misure operative, indirizzate sia alle aziende che operano in rete, sia agli Stati membri, « to effectively tackle illegal content online ». Pertanto, pur a fronte dei progressivi miglioramenti monitorati dalla Commissione, le criticità ancora persistenti in ordine alla tempestività e all'effettività dei meccanismi di rimozione ha portato larga parte della dottrina a dubitare dell'efficacia di una strategia fondata esclusivamente sull'autoregolamentazione. Da più parti, infatti, si ritiene possa essere più incisivo articolare un quadro d'interventi che veda responsabilità più vincolanti per gli intermediari informatici, alla stregua di quanto già previsto per altri settori di disciplina, come la tutela del diritto d'autore, la pedopornografia o il terrorismo. L'approccio del legislatore italiano è cambiato negli anni, passando da un'impostazione che metteva al centro dell'intervento normativo la tutela dell'ordine pubblico, ad una volta a contrastare il carattere discriminatorio e l'elemento psicologico della condotta posta in essere. Nell'ordinamento italiano, le istanze di criminalizzazione dei discorsi d'odio hanno trovato una prima codificazione, mediante la disciplina di cui alla legge 13 ottobre 1975, n. 654, attraverso l'introduzione dei reati di diffusione di idee razziste, di incitamento alla discriminazione e alla violenza razzista e di associazione finalizzata ad incitare all'odio o alla discriminazione. Tali disposizioni sono state oggetto di successive modificazioni, prima con l'entrata in vigore del decreto-legge 26 aprile 1993, n. 122, convertito, con modificazioni, dalla legge 25 giugno 1993, n. 205 (cosiddetta legge Mancino), che ha riformulato le norme previgenti ed introdotto la circostanza aggravante, avente portata generale, della finalità di discriminazione o di odio. Al riguardo, occorre, inoltre, menzionare la legge 24 febbraio del 2006, n. 85, che ha ulteriormente novellato la definizione delle condotte penalmente rilevanti, sostituendo i verbi « diffondere » e « incitare », rispettivamente, con « propagandare » e « istigare ». Più di recente, il legislatore ha introdotto, con la legge 16 giugno 2016, n. 115, l'aggravante di negazionismo, ulteriormente modificata dalla legge 20 novembre 2016, n. 167, in forza della quale si applica « la pena della reclusione da due a sei anni se la propaganda ovvero l'istigazione e l'incitamento, commessi in modo che derivi concreto pericolo di diffusione, si fondano in tutto o in parte sulla negazione, sulla minimizzazione in modo grave o sull'apologia della Shoah o dei crimini di genocidio, dei crimini contro l'umanità e dei crimini di guerra, come definiti dagli articoli 6, 7 e 8 dello statuto della Corte penale internazionale, ratificato ai sensi della legge 12 luglio 1999, n. 232 ». Infine, le disposizioni fin qui citate sono state trasferite all'interno del codice penale ed inserite al capo III del titolo XII del libro II del codice penale, che disciplina i « Delitti contro l'eguaglianza ». Al quadro già esposto occorre aggiungere la particolare specificità dell'incitamento all'odio via web che vede sempre più l'attacco e l'istigazione al compimento di delitti sessuali contro le donne, come anche testimoniato dai più recenti fatti di cronaca. Un fenomeno complesso, che sta assumendo contorni sempre più rimarchevoli e che appare legato al protagonismo pubblico esercitato dalle donne italiane negli ultimi anni. Non appare, dunque, casuale che una maggiore istigazione all'odio, ad un linguaggio sessista e violento, utilizzando il web quale strumento di linciaggio pubblico, laddove non anche strumento di propaganda politica, si registri proprio mentre da più parti si tenta con insistenza di ricacciare la forza delle donne e il loro empowerment in una sfera tutta privata. Con il presente disegno di legge, quindi, si intende introdurre una disciplina organica volta a contrastare efficacemente l'odioso fenomeno dell'istigazione all'odio sul web . In particolare, l'articolo 1 chiarisce le finalità del disegno di legge in oggetto, che, in attuazione della decisione quadro 2008/913/GAI sulla lotta contro talune forme ed espressioni di razzismo e xenofobia mediante il diritto penale, e del protocollo addizionale alla Convenzione del Consiglio d'Europa sulla criminalità informatica, si pone l'obiettivo di prevenire e sanzionare il fenomeno dell'istigazione all'odio sul web. L'articolo 2 definisce il campo d'applicazione della nuova disciplina e i destinatari della stessa, individuabili nei « gestori » informatici, come definiti dall'articolo 1, comma 3, della legge 29 maggio 2017, n. 71, recante disposizioni a tutela dei minori per la prevenzione ed il contrasto del cyberbullismo. L'articolo 3 definisce le condotte illecite estendendo al web le condotte già riconducibili all'attuale disciplina penale in materia di discriminazione etnica, razziale e religiosa. L'articolo 4 introduce la nuova fattispecie penale di cui all'articolo 604- quater del codice penale che punisce il delitto di istigazione all'odio sul web . La diffusione di contenuti che istigano all'odio via web integra una condotta che presenta significativi tratti differenziali rispetto a fattispecie comuni già punite dal codice penale. Laddove ad esempio, la diffamazione (articolo 595 del codice penale) mira a reprimere una lesione della reputazione individuale, nel caso di diffusione via web di contenuti che istighino all'odio deve essere considerata la più vasta platea di destinatari del contenuto diffuso, la permanenza di tali contenuti in rete e la loro più agevole reperibilità, nonché soprattutto la circostanza che - quasi sempre - detti contenuti non sono rivolti a persone singolarmente individuate, bensì a intere categorie di soggetti, identificati in ragione di specifiche condizioni personali o sociali (come ad esempio il genere e l'identità di genere, l'orientamento sessuale, l'appartenenza etnica o religiosa). Inoltre, proprio in considerazione di tale specifico tratto della condotta lesiva, si preferisce introdurre una autonoma fattispecie di reato nel titolo che il codice penale dedica ai delitti contro l'eguaglianza, piuttosto che tipizzare un'aggravante speciale per i delitti d'istigazione all'odio già previsti.