[pronunce]

«Nell'ipotesi, invece, in cui la parte abbia scelto di proporre appello senza avvalersi dell'ufficiale giudiziario, l'unico deterrente per indurre l'appellante a fornire tempestivamente alla segreteria del giudice di primo grado la documentata notizia della proposizione dell'appello stesso è rappresentato dalla sanzione d'inammissibilità prevista dalla norma denunciata. Al fine di ottenere un ordinato e spedito svolgimento del processo, appare, perciò, non irragionevole che il legislatore - con la norma censurata - abbia posto a carico dell'appellante l'onere di depositare copia dell'atto d'impugnazione a pena d'inammissibilità» (sentenza n. 321 del 2009, punto 6.2 del Considerato in diritto); che, sempre secondo la rimettente, quando la notifica avvenga a mezzo posta, «si sanziona con l'inammissibilità un'attività che deve essere posta in essere dall'agente postale e, pertanto, viene punita un'inadempienza da parte di un soggetto diverso dall'appellante»; che anche al riguardo questa Corte si è già pronunciata, osservando che «il presupposto interpretativo da cui muove il rimettente è errato. Infatti, nell'ipotesi di notificazione dell'appello a mezzo posta, nessuna disposizione pone a carico dell'agente postale né l'obbligo di depositare presso la segreteria del giudice di primo grado la copia dell'appello notificato, né l'obbligo di effettuare un avviso analogo a quello previsto per l'ufficiale giudiziario dall'art. 123 disp. att. cod. proc. civ. Al contrario, la norma denunciata pone a carico del solo appellante l'onere di depositare la copia dell'appello notificato a mezzo posta» (sentenza n. 321 del 2009, punto 6.3 del Considerato in diritto); che, ad avviso del giudice a quo, sarebbe riscontrabile una disparità di trattamento, con conseguente contrasto con l'art. 3 Cost., in quanto l'analogo obbligo posto a carico dell'ufficiale giudiziario dall'art. 123 disp. att. cod. proc. civ. non sarebbe sanzionato in alcun modo; che, richiamate le considerazioni in precedenza svolte, si deve ribadire che nessuna ingiustificata disparità di trattamento è ravvisabile, trattandosi di modalità diverse di notificazione, conformate in modo diverso dal legislatore nel ragionevole esercizio della discrezionalità che gli appartiene (sentenza n. 17 del 2011, punto 4 del Considerato in diritto); che, infine, «irragionevole, e quindi contrario ai canoni degli artt. 3 e 24 Cost. è la mancanza di un termine perentorio entro cui effettuare un'attività dalla cui mancanza scaturisce un effetto paralizzante come l'inammissibilità»; che, in realtà, come questa Corte ha già chiarito (sentenza n. 321 del 2009, punto 6.4 del Considerato in diritto), «un termine perentorio per il deposito della copia dell'appello nella segreteria della Commissione tributaria provinciale è sicuramente ricavabile, in via interpretativa, dal complesso delle norme in materia di impugnazione davanti alle commissioni tributarie. Tale termine (come si è visto ai punti 6.1 e 6.2) non può che identificarsi con quello stabilito per la costituzione in giudizio dell'appellante; costituzione che avviene mediante il deposito del ricorso in appello presso la segreteria della Commissione tributaria regionale entro trenta giorni dalla proposizione dell'appello (artt. 53, comma 2, e 22, commi 1 e 3, del d.lgs. n. 546 del 1992); che, conclusivamente, sulla base delle considerazioni che precedono, le questioni di legittimità costituzionale sollevate con le ordinanze indicate in epigrafe devono essere dichiarate manifestamente infondate. Visti gli artt. 26, secondo comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87, e 9, commi 1 e 2, delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale.. per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE riuniti i giudizi; dichiara la manifesta infondatezza delle questioni di legittimità costituzionale dell'articolo 53, comma 2, secondo periodo, del decreto legislativo 31 dicembre 1992, n. 546 (Disposizioni sul processo tributario in attuazione della delega al Governo contenuta nell'articolo 30 della legge 30 dicembre 1991, n. 413), periodo introdotto dall'art. 3-bis, comma 7, del decreto-legge 30 settembre 2005, n. 203 (Misure di contrasto all'evasione fiscale e disposizioni urgenti in materia tributaria e finanziaria), convertito, con modificazioni, dall'art. 1, comma 1, della legge 2 dicembre 2005, n. 248, sollevate, in riferimento agli articoli 3 e 24 della Costituzione, dalla Commissione tributaria regionale dell'Umbria e dalla Commissione tributaria regionale della Toscana, Sezione distaccata di Livorno, con le ordinanze indicate in epigrafe. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 6 aprile 2011. F.to: Ugo DE SIERVO, Presidente Alessandro CRISCUOLO, Redattore Gabriella MELATTI, Cancelliere Depositata in Cancelleria il 15 aprile 2011. Il Direttore della Cancelleria F.to: MELATTI