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Egregio Presidente, colleghe, rappresentanti del Governo, con il presente decreto-legge si conclude il quartetto di decreti (cura Italia, liquidità, rilancio, agosto) approvati per tamponare la grave crisi economica, sanitaria e sociale che il Covid ha comportato per il nostro Paese. Sono dieci mesi di interventi, 100 miliardi di nuovo indebitamento netto, 210 miliardi di saldo netto da finanziare. Sono numeri capaci di raccontare nella loro efficacia tutta la drammaticità e anche la straordinarietà del momento che stiamo vivendo. Va detto in maniera piuttosto chiara che 100 miliardi sono serviti a tamponare il collasso dell'economia italiana, riportandola però a tassi di crescita simili a quelli pre-crisi; tassi di crescita non compatibili con il nuovo debito pubblico, salito al 158 per cento, e non compatibili con un percorso che ci veda realmente percorrere la via della rinascita e della resilienza del nostro Paese. Quindi in questa Aula oggi, con l'approvazione del decreto agosto, va detto molto chiaramente che crescere, ritornare a crescere, è non una scelta, ma un obbligo imprescindibile per il nostro Paese. Siamo in un momento difficile e rischiamo moltissimo. Per avere parametri di finanza pubblica buoni e, quindi, lavoro e benessere diffuso, serve per prima cosa evitare, con tutta la ragionevolezza e l'accortezza del caso, un nuovo lockdown . Oggi Madrid è di nuovo in lockdown ; anche la Francia si sta avvicinando nuovamente a una decisione drastica. L'Italia e la sua economia non possono permetterselo: è un elemento che dobbiamo avere molto chiaro. Un'altra questione prioritaria è iniziare a lavorare con massima serietà per ottenere le risorse del recovery fund , del piano Next generation EU. Abbiamo chiari gli obiettivi, li abbiamo sentiti decantare in moltissime Aule, in questa sede, in Commissione e nelle varie Commissioni bicamerali. È chiaro che noi vogliamo costruire un Paese innovativo, dinamico, green , socialmente integrato e paritario. Per arrivare tuttavia a raggiungere questo obiettivo servono dei prerequisiti politici, tecnici, di competenze e prerequisiti umani che ancora oggettivamente non si vedono. Giovedì approveremo le linee guida sul recovery fund e, entro aprile, approveremo il Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR). Naturalmente e necessariamente dovremo approvarlo a gennaio, non ad aprile, in modo tale da essere il prima possibile nelle condizioni di ricevere il primo acconto dall'Europa. Il recovery plan e il PNRR sono un patto sociale e politico; certo, sono la decisione di dove, come e quando investire le risorse: è fondamentale e importantissimo. Si può dire che sono anche un esercizio nuovo per il nostro Parlamento e la nostra democrazia, ma sono soprattutto un bivio: decidere di avere una nuova generazione europea in Italia, oppure lasciarci scivolare nell'inedia, nelle scaramucce politiche quotidiane, negli interessi di parte o nella lentezza di alcune burocrazie. Quello che affronteremo giovedì è quindi non un fatto cartaceo, ma un fatto esistenziale. Il cosiddetto decreto agosto, pur avendo investito 25 miliardi, non è stato propriamente un passaggio esistenziale; un passaggio sicuramente importante, ma una misura calata ancora nella fase di emergenza, molto ricca di aiuti necessari e indispensabili in questa fase. Si tratta però pur sempre di aiuti. Abbiamo visto molte proroghe di misure adottate nel cura Italia e nel decreto rilancio; molta cassa integrazione e ancora indennità, bonus, giustamente diritti per lo smart working , risposte agli eventi calamitosi (dalle gelate alle alluvioni) e poi ampliamenti dell'ambito soggettivo per accedere alle garanzie del Fondo garanzia PMI; ampliamenti dell'ambito soggettivo per accedere al bonus ristorazioni; rinvio di imposte - molto richieste, ma pur sempre e semplicemente un rinvio -, fiscalità di vantaggio; fondi per tamponare il turismo, le terme, la scuola e, giustamente, fondi per arginare il gravissimo effetto della crisi sociale, che è quello della violenza e della discriminazione. Tutto è necessario, l'abbiamo votato in Commissione e stiamo per votarlo in Assemblea; va detto però molto chiaramente che ancora non si vede nulla di decisivo per la rinascita, la resilienza e la ripartenza del nostro Paese. Dobbiamo ancora accogliere moltissime delle istanze del mondo produttivo, che chiede di potersi modernizzare, di poter pagare, giustamente, le tasse, ma incentivando tutti i fattori produttivi, di potersi aggregare e di diventare più competitivo, di essere messo nelle condizioni di trainare questo Paese fuori dalla difficoltà. Ancora non abbiamo affrontato il nodo del reddito di cittadinanza. È chiaro, ormai, a tutti noi che, così come è stato votato dalla Lega e dal MoVimento 5 Stelle due anni fa, è un aiuto fine a se stesso, ma che non dà alcuna prospettiva di riscatto, né personale né lavorativa. Quindi non è compatibile, così com'è, con una prospettiva di rinascita del Paese. In questa fase dobbiamo dirci che servono dei prerequisiti, un cronoprogramma di lavoro, delle linee strategiche per evitare di perdersi ancora in singole richieste e in singoli interventi di aiuto. Sarà anche una politica faticosa, sarà anche una politica poco popolare, quella seria, ma in questo momento non abbiamo moltissime alternative. Nel momento della grande responsabilità di traghettare il Paese fuori da questa situazione, è meglio farlo con una sorta di unità nazionale, dove tutti sono chiamati a responsabilità. Sicuramente la maggioranza deve cambiare atteggiamento e deve averne uno nuovo per rialfabetizzare il Paese. Abbiamo fatto molto sulla coesione sociale e territoriale, ma sulla rialfabetizzazione del Paese ancora non abbastanza, come sulle competenze digitali e infrastrutturali e sul piano del dissesto idrogeologico. Mi sembra che le immagini drammatiche di questi giorni dicano molto sui ritardi che dobbiamo colmare: infrastrutture, ponti, porti e metropolitane. Mi pare che in questo momento, e lo dico unendomi a chi lo ha chiesto con forza, serva un punto politico di maggioranza: un programma chiaro, strategico, e maggiori competenze. Maggiori competenze, perché, quando i problemi da risolvere sono difficili, servono maggiore competenze e soggettivo coraggio nell'affrontare le decisioni, anche impopolari. E tutto questo non è chiesto solo alla politica, ma è chiesto a tutte le classi dirigenti, ai corpi intermedi (da Confindustria alla CGIL), che ci stanno stimolando da questo punto di vista, e anche ai dirigenti, pubblici e privati. Qui è in gioco il futuro di tutti, anche di quelli che, fino ad oggi, sono stati i più garantiti. Quindi, questo messaggio deve entrare nel circuito mentale di tutti. Tutti, perciò, devono mettersi in gioco, studiando di più, facendo più fatica e anche cercando di porsi nella prospettiva di una politica dei fatti. E i fatti non sono compatibili ai rinvii. Talvolta i dossier sono complessi, le decisioni anche. Sono difficili da assumere, ma sono inevitabili. Allora, in questo momento, la decisione di affrontare lo strumento dell'ammortizzatore sociale unico diventa imprescindibile. Abbiamo visto che sono serviti quattro decreti-legge per colmare tutte le lacune degli attuali strumenti di garanzia, che non sono compatibili né con l'emergenza né con un Paese come quello che vogliamo costruire.