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E allora, andiamo a occuparci dei famosi 50 milioni di euro - su 25 miliardi - che sono stati inseriti nel decreto-legge, per un mondo che è così rappresentativo, come ho descritto nel corso mio intervento (lo 0,2 per cento dell'intera cifra stanziata). (Richiami del Presidente) . Vado a concludere, signor Presidente. Il ministro Spadafora ha detto che è stato rapido, tempestivo ed efficace. Rapido? Sono passati ventun giorni per l'emanazione del decreto attuativo. Tempestivo? Non so cosa voglia dire, ma lo cito a titolo di cronaca, perché secondo me corrisponde alla rapidità. Efficace? Sette pagine di un decreto attuativo che sta mandando in tilt non solo sport e salute, ma tutti gli operatori del mondo dello sport. Posso tranquillamente dire che il provvedimento, dal nostro punto di vista, è insufficiente per la copertura finanziaria, complicato per le procedure emanate e iniquo per la disparità di trattamento. Detto ciò, sull'unico segno di vita che c'è stato da parte del Governo per quanto riguarda lo sport, è bene però che in termini di responsabilità gli italiani sappiano a cosa è stato detto di no: alla sospensione dei canoni per gli impianti sportivi pubblici, all'aumento della somma necessaria per gli operatori sportivi, al credito d'imposta per gli affitti degli impianti privati, a un segnale minimo a una categoria del mondo dello sport che è in sofferenza, quella degli sport equestri, perché alle difficoltà dell'utenza si aggiunge anche quella del mantenimento dei cavalli. Voglio concludere con un auspicio: vorrei che tutto quello che abbiamo detto nel corso della trattazione del decreto-legge cura Italia possa essere preso a prestito per migliorare il prossimo provvedimento e soprattutto possa aggiungersi a qualcosa che sia in grado di smuovere l'economia, ovviamente, di tutto il Paese ma nel contesto specifico mi riferisco al mondo dello sport, perché di indebitamento l'Italia non ha bisogno. (Applausi dal Gruppo L-SP-PSd'Az). PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Cangini. Ne ha facoltà. CANGINI (FIBP-UDC) . Signor Presidente, membri del Governo, colleghi senatori, vorrei trattare due questioni di metodo e una di merito. Procediamo quotidianamente con la "conta dei caduti", abbiamo i militari nelle strade e abbiamo accettato di sospendere diritti e prerogative costituzionali che ritenevamo incomprimibili. Forse la metafora bellica non è la più adatta, ma di sicuro siamo nel pieno di uno stato d'eccezione. Personalmente non scandalizza affatto che, essendo nel pieno di uno stato di eccezione, i poteri si concentrino nelle mani di chi legittimamente li detiene, ossia il Presidente del Consiglio. Trovo discutibile il fatto che il Parlamento non sia messo nelle condizioni di esercitare a pieno e a testa alta le proprie funzioni - ce la possiamo raccontare come ci pare, ma questa è la realtà - e trovo inaccettabile che sia stato necessario un intervento del Capo dello Stato per far capire al Presidente del Consiglio che aveva il dovere di condividere con le opposizioni - non era una questione di opportunità, se volete, ma di legittimità - provvedimenti le cui conseguenze ricadranno sulla Nazione non per i prossimi anni ma presumibilmente decenni. Era il 23 di marzo, mi pare di ricordare. Da allora qualcosa è cambiato, ma solo formalmente: il confronto c'è stato, ma di fatto le proposte delle opposizioni, di Forza Italia e degli altri Gruppi, non sono state prese in considerazione. Lo testimonia il fatto che domani voteremo - anzi, voterete - la questione di fiducia e devo dire che quasi tutti gli emendamenti che avevamo proposto sono stati dichiarati inammissibili. Questo, a mio avviso, non è un comportamento consono allo stato eccezionale nel quale ci troviamo. Sicuramente è un comportamento che denuncia una mancanza di cultura istituzionale, la stessa che riscontriamo nella comunicazione del Presidente del Consiglio. Chiunque abbia assistito alla conferenza stampa di lunedì sera del premier Conte ne ha tratto la convinzione che all'indomani fosse sufficiente presentarsi in banca per avere la poderosa quantità di liquidità che veniva immessa nel sistema, anche se poi naturalmente si tratta di prestiti, per cui la BCE presta alle banche, le banche prestano ai cittadini, agli imprenditori, ai professionisti, i quali poi dovranno restituire e tutto questo farà parte di un debito pubblico che qualcuno prima o poi dovrà pagare. Le banche sono state prese d'assalto, con telefonate a migliaia - mi dicono - di imprenditori e di professionisti, ma non era così. Non era così perché non c'era ancora il decreto-legge; non era così perché sappiamo che, quando il decreto-legge graziosamente verrà pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale , poi dovremo necessariamente aspettare il parere della Commissione europea e bisognerà attendere che le banche si attrezzino. In sostanza, è stata creata un'aspettativa falsa che ha leso, a mio avviso, non tanto la credibilità del Presidente del Consiglio in quanto tale - che è un danno accettabile - ma quella dell'istituzione che il Presidente del Consiglio incarna e rappresenta. La questione di merito è quella che a me sta più a cuore e sono tante le categorie che non sono prese in considerazione dal cosiddetto cura Italia. Ce n'è una però che forse, anzi, sicuramente meritava più attenzione. Vedete, colleghi, quelle privazioni che tutti noi per la prima volta nella nostra vita siamo costretti ad accettare, e che ci auguriamo che vengano meno nel minor tempo possibile, rappresentano la normalità per una categoria di nostri connazionali: mi riferisco ai caregiver familiari, coloro i quali, prevalentemente donne, si prendono cura quotidianamente di un familiare costretto alla non autosufficienza da una malattia o da un incidente e che hanno la loro vita sociale e i loro redditi devastati, che si trovano quotidianamente, per una vita, da una vita e per tutta la vita in una condizione che a noi sembra inaccettabile per un breve periodo di tempo. Il cosiddetto cura Italia non cura affatto i bisogni di questa categoria di italiani. Di buono c'è che ho visto non accettato - e poi ritirato - un emendamento del MoVimento 5 Stelle che al danno univa la beffa, dal momento che prevedeva di attingere e rivolgere ad altro fondi destinati ai caregiver , fondi che si accumulano dal 2017 e che per colpa nostra, per colpa del legislatore, non sono stati spesi. Non è stato accettato neanche un mio emendamento, il 30.0.2, che prevedeva banalmente la possibilità di riconoscere ai caregiver familiari l'indennità di 600 euro che riconosciamo alle partite IVA per i due mesi iniziali della crisi (aprile e maggio), intanto per affermare la loro funzione sociale, perché si tratta di un meccanismo naturale che alleggerisce il Sistema sanitario nazionale, di cui tutti quanti oggi ci riempiamo la bocca. Era giusto così, era una questione di giustizia sociale oltre che simbolica, colleghi, perché mai come oggi i caregiver familiari sono il simbolo di questa nostra malata e sofferente Nazione. Mi è stato chiesto di trasformare quell'emendamento in ordine del giorno, ma la mia risposta è no e la affido alla Presidenza: non è sensato, bisognerebbe avere molta fiducia nell'interlocutore e francamente la fiducia non la riscontro.