[pronunce]

che altra «grave ricaduta» della norma censurata consisterebbe nell'insorgenza dell'obbligo, penalmente sanzionato, di denuncia del reato da parte dei pubblici ufficiali e degli incaricati di pubblico servizio che vengano a conoscenza della condizione di irregolarità dell'immigrato a causa o nell'esercizio delle loro funzioni; che, stante la vastissima gamma dei soggetti investiti di qualifiche pubblicistiche, il timore della denuncia costringerebbe, quindi, gli stranieri non regolari a vivere «nella paura, nell'isolamento, in una vera e propria clandestinità»: condizione «inumana, degradante, e questa sì pericolosa per la sicurezza»; che, per tale verso, la norma censurata si porrebbe dunque in contrasto con il principio della solidarietà, enunciato dagli artt. 2 e 3 Cost., contribuendo a creare un opposto clima di ostilità nei confronti di persone che, quali i migranti irregolari, sono generalmente sospinte a cercare migliori condizioni di vita dalla povertà e dall'oppressione sofferte nei paesi di origine; che sarebbero violati anche i principi di eguaglianza (art. 3 Cost.) e di personalità della responsabilità penale (art. 27 Cost.), giacché, sanzionando penalmente in modo indiscriminato gli stranieri che soggiornano illegalmente nel territorio dello Stato, la norma impugnata ne presupporrebbe arbitrariamente la pericolosità sociale: condizione che andrebbe accertata invece caso per caso; che la configurazione come reato dell'immigrazione illegale violerebbe, ancora, l'art. 10 Cost., ponendosi in contrasto con i principi del diritto internazionale generalmente riconosciuti; che, nelle convenzioni internazionali, la condizione del migrante, anche «non regolare», verrebbe infatti guardata con «comprensione» e «benevolenza», nella consapevolezza che non si tratta di un criminale, certo o possibile, ma anzitutto di un essere umano che abbandona la propria terra alla ricerca di migliori condizioni di vita; che emblematica di tale atteggiamento sarebbe, tra le altre, la Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo, adottata dall'Assemblea generale delle Nazioni Unite il 10 dicembre 1948, la quale riconosce ad ogni individuo il diritto a lasciare qualsiasi paese, compreso il proprio, e di ritornare nel proprio paese (art. 13), nonché di cercare e godere in altri paesi asilo dalle persecuzioni (art. 14), così implicitamente riconoscendo anche il diritto di cercare in altri paesi lavoro, cibo e condizioni di vita umane; che la norma impugnata violerebbe, infine, gli artt. 3 e 27 Cost., per non aver contemplato - diversamente da quanto avviene per il delitto previsto dall'art. 14, comma 5-ter, del d.lgs. n. 286 del 1998 - l'ipotesi in cui la permanenza nel territorio dello Stato sia determinata da un «giustificato motivo»: dando luogo, con ciò, ad una irrazionale disparità di trattamento fra persone imputate di fatti similari; che si è costituito l'imputato nel processo a quo, il quale ha chiesto che la questione venga accolta, svolgendo, quindi, nella memoria illustrativa, argomenti a sostegno della tesi della incostituzionalità della norma impugnata. Considerato che il Tribunale di Pesaro dubita, sotto plurimi profili, della legittimità costituzionale dell'art. 10-bis del decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286 (Testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell'immigrazione e norme sulla condizione dello straniero), aggiunto dall'art. 1, comma 16, lettera a), della legge 15 luglio 2009, n. 94 (Disposizioni in materia di sicurezza pubblica), «nella parte in cui prevede come reato il fatto dello straniero che si trattiene nel territorio dello Stato in violazione delle disposizioni del medesimo testo unico»; che, nel giudizio a quo, il rimettente procede, tuttavia, per un reato diverso da quello oggetto di censura: e, cioè, per il delitto di ingiustificata inosservanza dell'ordine del questore di lasciare entro cinque giorni il territorio dello Stato, previsto dall'art. 14, comma 5-ter, del d.lgs. n. 286 del 1998; che la motivazione sulla cui base il giudice a quo reputa egualmente rilevante la questione di costituzionalità sollevata non può essere, d'altro canto, condivisa; che secondo il rimettente, infatti, l'imputato dovrebbe essere assolto dal delitto ascrittogli in ragione della configurabilità di un «giustificato motivo» di inosservanza dell'ordine del questore: «giustificato motivo» consistente segnatamente nella circostanza - risultante dalla stessa motivazione del provvedimento - che l'interessato fosse privo di «documenti idonei all'espatrio»; che, peraltro - sempre ad avviso del giudice a quo - per il contestato periodo di inottemperanza successivo all'8 agosto 2009 (data di entrata in vigore della legge n. 94 del 2009), il fatto oggetto di giudizio risulterebbe riconducibile alla previsione punitiva di cui al neointrodotto art. 10-bis del d.lgs. n. 286 del 1998, che non reca alcuna clausola di salvezza del «giustificato motivo»: essendosi comunque al cospetto di una condotta di illegale trattenimento dello straniero nel territorio dello Stato; che, relativamente al suddetto periodo, il rimettente dovrebbe, quindi - a suo parere - previa diversa qualificazione giuridica del fatto, condannare imputato per la contravvenzione delineata dalla norma impugnata: donde - in tesi - la rilevanza della questione; che - a prescindere da ogni rilievo in ordine alla validità della duplice premessa del ragionamento ora ricordato (la configurabilità, nel caso di specie, di un «giustificato motivo» di inottemperanza all'ordine del questore e la possibilità di definire come diversa qualificazione giuridica del fatto, anziché come accertamento di un fatto diverso, il passaggio dalla figura criminosa di cui all'art. 14, comma 5-ter, a quella contemplata all'art. 10-bis del d.lgs. n. 286 del 1998) - il giudice a quo omette, peraltro, di considerare che la fattispecie contravvenzionale oggetto di censura è di competenza del giudice di pace (lettera s-bis dell'art. 4, comma 2, del d.lgs. 28 agosto 2000, n. 274, recante «Disposizioni sulla competenza penale del giudice di pace, a norma dell'articolo 14 della legge 24 novembre 1999, n. 468», aggiunta dall'art. 1, comma 17, lettera a, della legge n. 94 del 2009); che ciò comporta l'operatività della disposizione di cui all'art. 48 del d.lgs. n. 274 del 2000, la quale - in deroga alla disciplina generale relativa alla cosiddetta incompetenza per eccesso (artt. 23, comma 2, e 521, comma 1, del codice di procedura penale) - stabilisce che, «in ogni stato e grado del processo, se il giudice ritiene che il reato appartiene alla competenza del giudice di pace, lo dichiara con sentenza e ordina la trasmissione degli atti al pubblico ministero»;