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Ho sentito dire che la Costituzione non prevedeva i casi di emergenza, eppure nel 1947 conoscevano bene cosa fosse un'emergenza, visto che una guerra devastante era appena finita e vent'anni prima c'era stata un'epidemia simile a quella di oggi, ma che in Italia ha causato probabilmente un numero di morti dieci volte maggiore (non si conosce neanche il numero certo). Ebbene, c'era uno strumento: il decreto-legge. Il Governo ha deciso di ricorrere ad un altro strumento, il decreto del Presidente del Consiglio dei ministri, che ovviamente agli occhi del grande pubblico sembra la stessa cosa, ma la differenza è che non passa in Parlamento che quindi non può proporre modifiche, per cui non è sottoposto ad una serie di controlli. Ciò diversamente dal decreto-legge che il Parlamento può subito esaminare e che, nel caso, potrebbe anche far decadere subito. Noi, che teniamo innanzitutto al bene degli italiani e a un'efficace e pronta risposta all'emergenza, non abbiamo attaccato su questo punto, ce ne deve dare atto, signor Presidente del Consiglio, pur avendo molti dubbi, anzi, la certezza che non fosse questo lo strumento adatto. Prima di tutto, però, vediamo di salvare la nave e poi vediamo se i modi per salvarla sono stati adatti. Mesi di emergenza, task force di 400 persone che hanno finito per sostituire il Parlamento e uno dice: «Però i risultati sono stati efficaci». I risultati non sono stati efficaci: le norme erano talmente confuse che hanno dovuto esserci circolari interpretative. Lei stesso, Presidente, in una delle sue numerose conferenze stampa nell'ora dei massimi ascolti, ha dovuto dare un'interpretazione alle circolari interpretative e si andava dai dubbi sul sapere se i bambini potevano o non potevano uscire di casa, ai dubbi su quale tipo di attività si potesse fare e quale tipo di lavoro potessero fare le aziende. Le aziende, anche in questi giorni, si trovano in condizione di non sapere esattamente ciò che è in regola e ciò che non lo è. La certezza che hanno riguarda il rischio di avere delle multe (Applausi) , di dover pagare delle tasse e di avere tutt'al più una dilazione del pagamento, salvo alcune eccezioni lodevoli. Ci vuole certezza. Se le leggi scritte di vostro pugno sono confuse, senza dover neanche avere il disturbo di approvarle in Consiglio dei ministri e di passare dal Parlamento, allora dobbiamo davvero dire che questo non è stato uno strumento efficace, perché l'incertezza è la cosa peggiore per le attività economiche, per chi fa impresa: anche chi ha un semplice negozio deve sapere cosa deve e può fare lunedì o martedì prossimi, non può aspettare l'ultimo momento e poi rischiare la multa. Diversamente accade che, oltre a tutti gli altri problemi, ci sono coloro che, nel dubbio tra riaprire, tenere in piedi un'azienda e tenere ancora i dipendenti o chiudere tutto, scelgono di chiudere tutto, perché è sempre meglio che trovarsi con lo Stato che ti blocca l'azienda per una qualche ragione e che addirittura poi prevede le multe non sapendo bene perché. Conosciamo bene i limiti cui si è arrivati, sappiamo della famiglia multata perché portava la bambina a un controllo dopo un grave intervento chirurgico (Applausi) , del marito che andava a prendere la moglie che usciva dal lavoro all'una di notte, multato perché la signora doveva tornare necessariamente con i mezzi pubblici (Applausi) , con le realtà che, com'è noto, ci sono a una certa ora, specialmente nelle grandi città. I risultati, invece, sono stati questi. Per le mascherine, dopo mesi ancora non si è arrivati a una definizione: l'unica cosa certa è stato il limite irrazionale al prezzo. Non serve il limite al prezzo, bisogna fornirle a un prezzo inferiore e fornirle gratis a chi ne ha veramente bisogno. L'unica cosa delle mascherine che è rimasta, invece, è l'IVA al 22 per cento (Applausi) : di questo davvero si poteva fare a meno. È un presidio medico, è indispensabile, è obbligatorio, eppure è rimasta l'IVA al massimo livello. Ora abbiamo una risposta: non c'è più il decreto del Presidente del Consiglio dei ministri, abbiamo un decreto-legge, il decreto rilancio emanato in questi giorni, semplicissimo: sono 266 articoli, centinaia di pagine. Scritto su una sola riga sarebbe lungo 2.100 metri, venti campi di calcio. È un provvedimento in cui è difficile districarsi, in cui poi c'è soprattutto un distacco dalla realtà. Quando si dice alle imprese nel settore del turismo e del commercio, per esempio, di fare i lavori necessari per rispettare le norme, cosa si dà in cambio? Un credito di imposta: si invitano le strutture turistiche ad ospitare delle persone con un buono dato proprio per incoraggiare le persone ad andare nelle nostre strutture - nobile intenzione - dandogli in cambio un credito d'imposta. Ma quale imposta, se queste sono aziende in perdita, che già hanno perso gli incassi dei mesi scorsi? Vanno incontro a una situazione nella quale non si sa quanti turisti arriveranno, perché dall'estero per ora non possono arrivare; quanto agli italiani, se è giusto l'invito a dire di fare le vacanze in Italia - intanto a chi ha i soldi per farle e che è giusto che cerchi di spenderli in Italia - il problema è che chi ha l'impresa, chi ha l'albergo e lo stabilimento balneare come fa a sapere se queste persone verranno? (Applausi). Deve sicuramente spendere i soldi per mettersi a norma e, in cambio, tra qualche anno, se per caso avrà dei profitti, potrà pagare qualche tassa in meno, ma intanto la liquidità, quella promessa ampiamente, non c'è. C'è troppo poco. Ci sono previsioni come i bonus sull'acquisto di monopattini e biciclette; benissimo, lodevole. Ma sono norme irrazionali perché valgono solo per monopattini e biciclette nelle città con una popolazione superiore ai 50.000 abitanti. Quindi, nella mia provincia, quella di Torino, 310 Comuni su 315 non potranno accedere a questo buono; proprio i posti dove tra l'altro è più agevole. (Applausi). È più facile girare in bicicletta a Luserna San Giovanni che a Torino. Detto questo, incoraggiamone l'uso dappertutto almeno, non soltanto nelle grandi città. Pensiamo, poi, all'aiuto alle scuole paritarie. Non si può dire che non abbiate fatto nulla sulle paritarie perché avete stanziato 70 milioni, cioè circa 80 euro (non mensili) per ogni bambino, per ogni studente. (Applausi). I 900.000 studenti delle paritarie se si riverseranno sulle scuole pubbliche costeranno nel complesso 7-8 miliardi allo Stato. Ci sono 120.000 persone tra insegnanti e altro personale che perderebbero il lavoro se queste scuole chiudessero, e rischiano di chiudere se continua così, se non arrivano davvero aiuti consistenti e reali, non certo 80 euro per bambino, che è meglio di niente, ma rischia di essere come fosse niente. Abbiamo fatto tante proposte. Ho sentito colleghi della maggioranza chiederci che cosa abbiamo fatto noi. Abbiamo proposto una serie di interventi: