[pronunce]

a) introduce un «ingiustificabile ed irragionevole privilegio a favore del concessionario per le entrate tributarie», arrecando cosí una lesione del principio di parità di trattamento (fissato dall'art. 3 Cost.), lesione che non trova un adeguato correttivo né nell'eventuale esercizio del potere amministrativo di autotutela da parte dell'amministrazione finanziaria, ai sensi dell'art. 39 del suddetto decreto, né nella possibilità per l'esecutato di proporre nei confronti dell'agente della riscossione una successiva azione risarcitoria, ai sensi dell'art. 59 del medesimo decreto; b) lede il principio dell'effettività della tutela giurisdizionale dei diritti (fissato dal primo comma dell'art. 24 Cost.) senza che tale vulnus trovi giustificazione nell'esigenza di riscuotere con speditezza le imposte non pagate (tenuto conto anche «delle nuove misure e mezzi che il legislatore, con il DL 203/2005 ha attribuito ai concessionari»); che, in ordine alla rilevanza, il giudice rimettente afferma che: a) non ha consumato il proprio potere cautelare, perché deve ancora provvedere sulla conferma della sospensione dell'esecuzione, a suo tempo disposta solo in via provvisoria ed inaudita altera parte; b) l'inammissibilità delle opposizioni all'esecuzione esattoriale - stabilita dal denunciato comma 1, lettera a), dell'art. 57 del d.P.R. n. 602 del 1973 -esclude, nella specie, la sussistenza del fumus boni iuris processuale necessario (ai sensi dell'art. 60 dello stesso decreto) per concedere in via definitiva la suddetta sospensione; c) l'accoglimento della sollevata questione di legittimità costituzionale comporterebbe il definitivo accoglimento della domanda cautelare di sospensione dell'esecuzione; che si è costituito in giudizio l'agente della riscossione Equitalia Polis s.p.a. eccependo l'inammissibilità o, comunque, l'infondatezza della questione; che l'inammissibilità deriverebbe, ad avviso della parte, da quattro diverse ragioni: in primo luogo, dall'omessa descrizione della fattispecie (non essendo stata indicata la data di notificazione delle cartelle di pagamento); in secondo luogo, dall'inesistenza dei presupposti per la concessione del provvedimento cautelare di sospensione dell'esecuzione, in considerazione della mancanza sia del fumus boni iuris circa la dedotta prescrizione dei crediti tributari (dato l'avvenuto deposito nel giudizio a quo della copia delle relate di notificazione delle cartelle di pagamento e data la non necessità, al fine di accertare l'interruzione della suddetta prescrizione, del deposito delle cartelle stesse) sia del periculum in mora (in quanto l'esborso di una somma di denaro non costituisce un danno irreparabile); in terzo luogo, dall'omesso tentativo di del rimettente di interpretare in modo conforme a Costituzione le disposizioni denunciate; in quarto luogo, infine, dalla carente motivazione del prospettato dubbio di legittimità; che l'infondatezza deriverebbe, sempre a parere della medesima parte: a) dal fatto che gli atti antecedenti all'avviso della procedura di riscossione coattiva di entrate tributarie sono impugnabili davanti alle commissioni tributarie, con la conseguenza che ammettere l'opposizione all'esecuzione esattoriale con riferimento a tali atti comporterebbe l'elusione dei termini decadenziali previsti per la loro impugnazione nonché una irragionevole sovrapposizione tra la giurisdizione tributaria e quella ordinaria ; b) dalla ragionevolezza della previsione per la quale «è possibile impugnare un atto per i soli vizi suoi propri, non certo per motivi relativi ad un atto precedente, che, tuttavia, è rimasto inoppugnato»; che è intervenuto in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che la questione sia dichiarata inammissibile per manifesta infondatezza o, comunque, non fondata; che, per la difesa dello Stato (la quale richiama numerose pronunce della Corte costituzionale), il procedimento di riscossione coattiva delle imposte, improntato a criteri di semplicità e speditezza, risponde all'esigenza di pronta realizzazione del credito fiscale a garanzia del regolare svolgimento della vita finanziaria dello Stato, cosí da giustificare un trattamento differenziato dell'esecuzione esattoriale, rispetto all'ordinario processo esecutivo, e da escludere la violazione dei princípi di uguaglianza e di ragionevolezza, non sussistendo, oltretutto, un principio costituzionalmente rilevante di necessaria uniformità di regole procedurali; che, in particolare, la suddetta Avvocatura generale, nel richiamarsi alla relazione al d.lgs. n. 46 del 1999, osserva che l'impugnabilità innanzi alle Commissioni tributarie delle cartelle di pagamento di tributi e dei relativi avvisi di mora «rende inutile la previsione di un'opposizione ex art. 615 c.p.c. o ex art. 617» e, quindi, anche della sospensione dell'esecuzione ai sensi dell'art. 60 del d.P.R. n. 602 del 1973, dati gli strumenti di difesa posti dalla legge a disposizione del contribuente, il quale ha la possibilità non solo di chiedere la sospensione dell'efficacia delle cartelle e degli avvisi di mora al giudice tributario (ai sensi dell'art. 47 del d.lgs. n. 546 del 1992) ovvero alla stessa amministrazione finanziaria (ai sensi dell'art. 39 del d.P.R. n. 602 del 1973) , ma anche di proporre azione risarcitoria nei confronti dell'agente della riscossione dopo il compimento dell'esecuzione (ai sensi dell'art. 59 del d.P.R. n. 602 del 1973); che, per la difesa dello Stato, in conclusione, «la pretesa del tribunale di estendere all'esecuzione esattoriale la disciplina prevista dall'art. 615 cod. proc. civ. non solo determina una superflua duplicazione dei rimedi processuali già offerti dall'ordinamento tributario, ma comporta altresí lo sconfinamento dei poteri cognitivi del giudice ordinario in materia riservata alla giurisdizione esclusiva di altro giudice»; che, con memoria depositata in prossimità della pubblica udienza, la Equitalia Polis s.p.a., quale agente della riscossione, ha ribadito quanto dedotto nell'atto di costituzione, insistendo nelle già formulate conclusioni. Considerato che il Giudice dell'esecuzione del Tribunale di Venezia, sezione di Mestre, dubita - in riferimento agli artt. 3 e 24, primo comma, della Costituzione - della legittimità «del combinato disposto» degli artt. 57, comma 1, lettera a), e 60 del decreto del Presidente della Repubblica 29 settembre 1973, n. 602 (Disposizioni sulla riscossione delle imposte sul reddito), come sostituiti dall'art. 16 del decreto legislativo 26 febbraio 1999, n. 46 (Riordino della disciplina della riscossione mediante ruolo, a norma dell'articolo 1 della legge 28 settembre 1998, n. 337), in vigore dal 1° luglio 1999, secondo i quali: