[pronunce]

vulnus legato al fatto che le disposizioni allora impugnate (i novellati artt. 593 e 443, comma 1, cod. proc. pen.) determinavano una «dissimmetria radicale», facendo sì che una sola delle parti, e non l’altra, potesse chiedere la revisione nel merito della pronuncia a sé completamente sfavorevole; che, diversamente dalla sentenza di proscioglimento, la sentenza di non luogo a procedere non rappresenta, infatti, l’alternativa alla condanna, ma al rinvio a giudizio: e se, da un lato, con la novella del 2006, il potere di appello contro tale sentenza è stato sottratto ad entrambe le parti; dall’altro lato, l’epilogo alternativo dell’udienza preliminare, sfavorevole all’imputato – il decreto di rinvio a giudizio – non è impugnabile da parte di alcuno; che non giova obiettare che i due provvedimenti hanno una diversa valenza, giacché mentre la sentenza di non luogo a procedere paralizza la pretesa punitiva avanzata dal pubblico ministero, il decreto di rinvio a giudizio determina soltanto il passaggio alla fase dibattimentale, contro il cui epilogo – ove a sé sfavorevole – l’imputato potrà comunque proporre appello; che a prescindere, infatti, dall’impossibilità di porre a raffronto esiti alternativi di fasi processuali successive ed eterogenee (quali udienza preliminare e dibattimento), va osservato che la «paralisi» della domanda di giudizio, conseguente alla sentenza di non luogo a procedere, non è comunque definitiva, essendo il pubblico ministero abilitato a chiedere in ogni tempo la revoca di detta pronuncia, quando sopravvengano o si scoprano nuove prove (art. 434 cod. proc. pen. ): prospettiva nella quale la norma denunciata rappresenta frutto di scelta discrezionale del legislatore, non esorbitante dai limiti di compatibilità con il parametro costituzionale evocato; che questa Corte ha escluso, altresì, che il novellato art. 428 cod. proc. pen. possa reputarsi lesivo dell’art. 3 Cost., sotto il profilo dell’ingiustificata disparità di trattamento, quanto a regime di impugnazione, tra sentenza di non luogo a procedere e sentenze di proscioglimento pronunciate a seguito del dibattimento e del giudizio abbreviato: e ciò in quanto la sentenza di non luogo a procedere è eterogenea sotto plurimi aspetti – oggetto dell’accertamento, base decisionale, regime di stabilità e carenza di efficacia extrapenale – rispetto ai tertia comparationis; che inconferente risulta, poi, il richiamo alla sentenza n. 85 del 2008, che ha ripristinato il potere di appello dell’imputato contro le sentenze di proscioglimento dibattimentali con formula non ampiamente liberatoria, nell’ottica di rimuovere una riscontrata posizione di svantaggio dell’imputato rispetto al pubblico ministero e alla parte civile: posizione di svantaggio non ravvisabile nella specie e che, in ogni caso, resterebbe irrilevante rispetto al petitum del giudice a quo, che è di ripristino del potere di appello della parte contrapposta (il pubblico ministero); che quanto, poi, all’asserita inadeguatezza dell’unico rimedio accordato al pubblico ministero – il ricorso per cassazione – rispetto al tipo di valutazione sotteso alla sentenza di non luogo a procedere, in quanto apprezzamento di ordine prettamente fattuale, detta censura resta – a tacer d’altro – sul piano della mera critica di opportunità: critica che, nella sua perentorietà, non appare neppure confortata dall’esperienza giurisprudenziale (sentenza n. 242 del 2009); che si è esclusa anche l’ulteriore, ventilata violazione dell’art. 3 Cost., legata alla disparità di trattamento tra procedimenti con udienza preliminare e procedimenti a citazione diretta, nei quali la domanda di giudizio del pubblico ministero sfocia nell’immediata fissazione dell’udienza dibattimentale e la parte pubblica – dopo le sentenze n. 26 e n. 320 del 2007 – resta abilitata ad appellare la sentenza assolutoria di primo grado; che tale disparità di regime non può essere considerata, infatti, come una irrazionale limitazione della tutela della pubblica accusa nei procedimenti per i reati più gravi e di maggiore allarme sociale, ma rappresenta solo una conseguenza del diverso modulo processuale: modulo che, per i procedimenti a citazione diretta, disegnati con maggior snellezza di forme in considerazione sia del numero che della natura dei reati, consente l’apertura della fase dibattimentale senza passare attraverso il «filtro» dell’udienza preliminare; che, quanto alla censura di violazione del principio di ragionevole durata del processo, è dirimente il rilievo che una lesione di tale principio non è comunque configurabile ove l’allungamento dei tempi del procedimento, eventualmente indotto dalla norma denunciata, risulti compensato dal possibile risparmio di attività processuale su altri versanti; che, nella specie, l’effetto negativo indotto dall’eventuale regressione del procedimento – conseguente al fatto che, in caso di accoglimento del gravame del pubblico ministero, la Corte di cassazione deve annullare con rinvio la sentenza impugnata – appare comunque compensato dalla eliminazione del secondo grado di giudizio, la quale vale a comprimere i tempi processuali, specie in caso di infondatezza delle doglianze della parte pubblica; che inconferente è, da ultimo, il principio di obbligatorietà dell’esercizio dell’azione penale, essendo la giurisprudenza della Corte da tempo consolidata nel senso che il potere di impugnazione del pubblico ministero non costituisce estrinsecazione necessaria dei poteri inerenti all’esercizio dell’azione penale: e ciò anche quando si discuta delle sentenze di non luogo a procedere (sentenza n. 242 del 2009); che, con l’odierna ordinanza di rimessione, il giudice a quo non adduce argomenti nuovi e diversi, rispetto a quelli già precedentemente esaminati dalla Corte; che la questione va dichiarata, pertanto, manifestamente infondata. Visti gli artt. 26, secondo comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87, e 9, comma 2, delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale.. . per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE dichiara la manifesta infondatezza della questione di legittimità costituzionale dell’art. 428 del codice di procedura penale, come sostituito dall’art. 4 della legge 20 febbraio 2006, n. 46 (Modifiche al codice di procedura penale, in materia di inappellabilità delle sentenze di proscioglimento), sollevata, in riferimento agli artt. 3, primo comma, 111, secondo comma, e 112 della Costituzione, dalla Corte militare di appello con l’ordinanza indicata in epigrafe. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 27 gennaio 2010. F.to: Ugo DE SIERVO, Presidente Giuseppe FRIGO, Redattore Giuseppe DI PAOLA, Cancelliere Depositata in Cancelleria il 4 febbraio 2010. Il Direttore della Cancelleria F.to: DI PAOLA