[pronunce]

L'eccezione riguardante i casi di doppia condanna – per i quali, secondo l'ultima parte della lettera d) del comma 1 dell'art. 303 cod. proc. pen. , si applicano solo i termini di chiusura fissati al successivo comma 4 della stessa norma – sarebbe giustificata dalla particolare attendibilità assunta, nella specie, dalla prognosi di condanna irrevocabile. Il rischio di un prolungamento sproporzionato della restrizione di libertà sarebbe infine escluso, anche con riferimento ai termini generali, dalla norma che preclude in ogni caso una custodia cautelare eccedente la durata della pena concretamente inflitta all'imputato (art. 300, comma 4, cod. proc. pen.).1. - La Corte d'appello di Catanzaro dubita della legittimità costituzionale dell'art. 303, comma 4, del codice di procedura penale, in riferimento agli artt. 3 e 13 della Costituzione, nella parte in cui dispone che i termini di durata complessiva della custodia cautelare siano commisurati ai valori edittali di pena propri del reato per cui si procede, e non invece «alla concreta punibilità dell'illecito, nei termini già ritenuti in sentenza». 2. - La questione è inammissibile. Il giudice rimettente chiede a questa Corte la pronuncia di una sentenza additiva, volta ad introdurre nel sistema processuale penale un criterio di computo della durata massima della custodia cautelare nuovo e diverso rispetto a quelli attualmente regolati dalla legge. L'art. 303 del codice di rito, oggetto di censura nel presente giudizio, prevede infatti due metodi di calcolo, riferiti a fasi e situazioni processuali diverse, secondo precise scelte del legislatore. Il primo fa riferimento, ai sensi dell'art. 278 cod. proc. pen. , alla pena edittale prevista per il reato in contestazione, senza tener conto della continuazione, della recidiva e delle circostanze, fatta eccezione dell'aggravante di cui all'art. 61, numero 5, del codice penale e dell'attenuante di cui all'art. 62, numero 4, dello stesso codice, nonché delle circostanze per le quali la legge stabilisce una pena di specie diversa da quella ordinaria e di quelle ad effetto speciale. Il secondo criterio è basato invece sulla pena concretamente irrogata con la sentenza di primo grado o di appello, e si applica ovviamente nelle fasi processuali successive alle suddette pronunce. Il giudice a quo chiede, in sostanza, che la Corte introduca un terzo criterio di computo, valido solo per il termine complessivo (quello cioè che la custodia – ai sensi del comma 4 dell'art. 303 cod. proc. pen. – non può superare, quali che siano le concrete vicende processuali e la fase in cui si trova il giudizio). Tale criterio, infatti, non si baserebbe sulle regole fissate nell'art. 278 cod. proc. pen. (ove viene esclusa, tra l'altro, la rilevanza di quasi tutte le circostanze attenuanti comuni), e neppure sulla pena concretamente irrogata in primo grado o in appello. Dovrebbe tenersi conto, piuttosto, di ogni aspetto della qualificazione giuridica del fatto determinata dal giudice mediante la propria sentenza, anche con riguardo a profili irrilevanti per la disposizione generale di cui al citato art. 278 cod. proc. pen. Una tale qualificazione giuridica, essendo verosimilmente più approssimata alla realtà perché frutto della verifica operata nel processo, sarebbe, secondo il giudice a quo, base più idonea per il calcolo del termine massimo di custodia cautelare di quanto lo sia quella attualmente prevista dall'art. 303, comma 4, cod. proc. pen. , che viene pertanto denunciato come lesivo dell'art. 13 in combinazione con l'art. 3 Cost., in quanto in contrasto con i principi di adeguatezza e di proporzionalità. Pur non disconoscendo che una modifica dell'attuale normativa potrebbe razionalizzare i criteri di computo, allo scopo di attuare in modo migliore l'adeguatezza e la proporzionalità della custodia cautelare rispetto al reato per cui concretamente si procede, questa Corte deve constatare che un intervento additivo come quello richiesto dal giudice rimettente avrebbe lo scopo e l'effetto di introdurre una nuova metodologia di computo, rispetto a quelle, non palesemente irragionevoli, previste dal vigente codice di rito. Il legislatore infatti, prevedendo un termine di durata della custodia cautelare riferito all'intero svolgimento del giudizio, ha utilizzato un criterio astratto (quello dei valori di pena), anche perché detto termine può maturare in una qualunque fase processuale, ritenendo invece che all'interno delle singole fasi, dopo la pronuncia della relativa sentenza, il calcolo dovesse essere legato alla pena in concreto irrogata dal giudice. Questa scelta di fondo è bilanciata da altre disposizioni, che determinano un equilibrio assai delicato. L'ultimo inciso della lettera d) del comma 1 dell'art. 303 cod. proc. pen. prevede, per l'ipotesi (ricorrente nel giudizio a quo) di condanna in primo grado confermata in appello, e per quella di appello del solo pubblico ministero, che la durata massima della custodia, in ragione della probabilità particolarmente elevata di una condanna in via definitiva, si commisuri al termine complessivo, incentrato sui valori edittali della sanzione, e non sull'ordinario termine endofasico che segue la sentenza di appello. Da rilevare, per altro verso, che l'art. 300, comma 4, cod. proc. pen. prevede, come clausola generale di garanzia, che la durata della custodia cautelare non possa mai eccedere l'entità della pena inflitta mediante una o più sentenze non definitive. 3. - Dall'esposizione che precede si evince che il legislatore ha operato un articolato dosaggio di termini, seguendo i criteri ritenuti più appropriati per le varie fasi ed evenienze processuali, sempre con riferimento alla gravità del reato per cui si procede. Si tratta di un sistema integrato, che non può essere manipolato senza generare squilibri, i quali dovrebbero essere corretti mediante scelte discrezionali di questa Corte, che andrebbero a sovrapporsi a quelle adottate dal legislatore. L'intervento additivo richiesto comporterebbe una serie di precisazioni normative molto dettagliate, possibili in una revisione legislativa della norma censurata, ma che non possono derivare da una sentenza del giudice delle leggi. Bisognerebbe ad esempio, una volta trasformata la disposizione censurata nel senso prospettato dal giudice rimettente, stabilire una disciplina specifica per l'ipotesi di regressione del processo alla fase delle indagini preliminari. Occorrerebbe, inoltre, introdurre un'ulteriore addizione normativa per evitare che l'intervento della Corte produca un effetto paradossale, vale a dire una modificazione in malam partem della disciplina vigente. Secondo il criterio invocato dal giudice a quo, infatti, l'eventuale applicazione di aggravanti comuni da parte del giudice, nell'assenza di attenuanti in rapporto di prevalenza o equivalenza, inciderebbe sul computo del termine della custodia, allungandone la durata massima. Attualmente invece, come sopra precisato, le aggravanti comuni, pur ritenute dal giudice con la propria sentenza, restano escluse dal calcolo.