[pronunce]

Nel caso disciplinato dalla norma censurata non sussisterebbe, invece, ragione alcuna per privare l'amministrazione del potere di valutare discrezionalmente l'esigenza di disporre la sospensione dal servizio e, pertanto, la norma stessa, comportando un ingiustificato sacrificio dei diritti del singolo, sarebbe costituzionalmente illegittima. L'automatismo della misura cautelare contrasterebbe, sotto altro aspetto, anche con l'art. 24 Cost., in quanto priverebbe il dipendente pubblico del potere di far valere concretamente le proprie ragioni, in sede amministrativa e giurisdizionale, contro il provvedimento di sospensione dal servizio. 3. - È intervenuto nei tre giudizi, con memorie di analogo contenuto, il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, concludendo per la declaratoria di non fondatezza della questione. La parte pubblica, affermata la natura cautelare del provvedimento di sospensione previsto dalla norma impugnata, rileva come la legge n. 97 del 2001 rappresenti l'epilogo del processo di revisione operato in tema di responsabilità penale per fatti che ledono l'interesse dello Stato al regolare, proficuo svolgimento dell'attività della pubblica amministrazione. Il legislatore si sarebbe mosso, nell'occasione, lungo due direttive: l'una finalizzata a potenziare la risposta punitiva dello Stato di fronte alle condotte illecite poste in essere dai soggetti rivestiti di funzioni pubbliche, nell'esercizio delle stesse; l'altra intesa a limitare l'area di sindacato discrezionale delle pubbliche amministrazioni nell'adozione di misure cautelari, limitatamente a quelle fattispecie di reato atte ad incidere sul raggiungimento degli scopi propri dell'attività amministrativa. In tale ottica sarebbe stata dunque prevista la sospensione ope legis dal servizio, in riferimento a quei delitti per i quali la semplice sussistenza di un'accusa in capo ai pubblici impiegati fa sorgere nell'opinione pubblica il sospetto di inquinamento dell'intero apparato, così da eliminare il rischio di condizionamenti dell'Amministrazione che potrebbero alterarne le valutazioni ed evitare al tempo stesso le possibili disparità di trattamento conseguenti al diverso atteggiamento delle amministrazioni di appartenenza. Premesso che la norma censurata - diversamente dall'art. 15, comma 4-septies della legge n. 55 del 1990, oggetto della sentenza n. 206 del 1999 - opera non già a seguito del semplice rinvio a giudizio del dipendente, bensì solo in presenza di una pronuncia di condanna, ancorché non definitiva, l'Avvocatura sostiene innanzitutto l'infondatezza della censura riferita all'art. 27 Cost., in quanto tutte le misure cautelari sarebbero destinate per loro natura ad operare prima dell'accertamento definitivo di colpevolezza. La norma impugnata non contrasterebbe, sotto altro aspetto, con il canone di ragionevolezza, in quanto un accertamento di responsabilità penale del pubblico dipendente, anche se non definitivo, sarebbe senz'altro idoneo ad incrinare il rapporto di fiducia che dovrebbe esistere tra lo Stato ed i cittadini. Né d'altro canto potrebbe ravvisarsi sproporzione tra la situazione tutelata e la misura cautelare della sospensione dal servizio, prevista dalla norma stessa. Privo di pregio - ad avviso ancora della parte pubblica - sarebbe poi il riferimento all'art. 24 Cost., in quanto il diritto di difesa, costituzionalmente garantito, riguarderebbe la possibilità effettiva di far valere in giudizio le proprie situazioni giuridicamente protette ma non l'esistenza ed il contenuto di queste ultime, cosicché non potrebbe essere invocato quando manchi la situazione di diritto sostanziale che si vorrebbe tutelare. L'esclusione di qualsiasi discrezionalità in capo all'amministrazione nell'adozione del provvedimento non comporterebbe poi alcuna lesione del principio di buon andamento dell'amministrazione, tutelato dall'art. 97 dela Costituzione. Assume infatti l'Avvocatura che non potrebbe negarsi al legislatore, nell'esercizio di una non irragionevole discrezionalità, la facoltà di identificare ipotesi circoscritte nelle quali l'esigenza cautelare che fonda la sospensione è apprezzata in via generale ed astratta dalla stessa legge unitamente all'opportunità di far prevalere l'esigenza cautelare su altri eventuali interessi della stessa amministrazione. I parametri evocati dal rimettente non risulterebbero, infine, lesi dalla norma impugnata nemmeno nella parte in cui questa fissa la durata massima della sospensione fino al termine della prescrizione del reato. La disposizione censurata, infatti, risulterebbe in linea con quella previgente, che, nello stabilire la cessazione di efficacia dei provvedimenti di sospensione cautelare alla scadenza del quinquennio, non avrebbe comportato l'automatica riassunzione in servizio del dipendente non essendo esclusa né preclusa l'adozione del distinto provvedimento di sospensione cautelare facoltativa previsto dalla legge n. 833 del 1961, concernente lo stato giuridico dei finanzieri. 4. - Con atto depositato il 28 febbraio 2002 è intervenuta nel giudizio Francesca Calabrese "in adesione all'atto di costituzione [...] di Falvo Sergio del 19 ottobre 2001". La Calabrese, premesso di essere stata a sua volta colpita da provvedimento di sospensione dal servizio ai sensi della norma impugnata, ritiene di essere titolare di un interesse diretto ed individualizzato tale da giustificare il suo intervento nel presente giudizio, pur non essendo parte in nessuno dei giudizi a quibus. 5. - Con ordinanza emessa all'udienza pubblica del 12 marzo 2002 è stata dichiarata l'inammissibilità dell'intervento spiegato dalla Calabrese.1. - Il Tribunale amministrativo regionale della Campania, con tre distinte ordinanze, dubita, in riferimento agli artt. 3, 4, 24, 27, 35, 36 e 97 della Costituzione, della legittimità costituzionale dell'art. 4 della legge 27 marzo 2001, n. 97 (Norme sul rapporto tra procedimento penale e procedimento disciplinare ed effetti del giudicato penale nei confronti dei dipendenti delle amministrazioni pubbliche), secondo cui i dipendenti pubblici, in caso di condanna, anche non definitiva, per alcuno dei delitti previsti dagli artt. 314, primo comma, 317, 318, 319, 319-ter e 320 del codice penale e dall'art. 3 della legge 9 dicembre 1941, n. 1383, sono sospesi dal servizio e la sospensione perde efficacia se per il fatto è successivamente pronunciata sentenza di proscioglimento o di assoluzione anche non definitiva ed in ogni caso decorso un periodo di tempo pari a quello di prescrizione del reato. Il rimettente solleva in effetti due distinte questioni.