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Per queste ragioni, annuncio il voto contrario del gruppo Uniti per la Costituzione-CAL (Costituzione, Ambiente, Lavoro) a una riforma che, analogamente a quella della giustizia, rappresenta l'ennesimo vulnus per la Costituzione e i calpestati diritti dei cittadini contribuenti. Signor Presidente, non mi ricandiderò alle elezioni, pertanto credo che questo sia il mio ultimo contributo a quest'Assemblea in quest'Aula. (Prolungati applausi. Molte congratulazioni) . MARINO (IV-PSI) . Domando di parlare per dichiarazione di voto. PRESIDENTE. Ne ha facoltà. MARINO (IV-PSI) . Signora Presidente, onorevoli senatrici, onorevoli senatori, signore rappresentanti del Governo, siamo finalmente giunti in Aula ad affrontare il disegno di legge sulle disposizioni in materia di giustizia e di processo tributari. La necessità di riformare la giustizia tributaria nei suoi vari aspetti è un tema avvertito da tempo dagli operatori del diritto tributario, dai cittadini e dalle imprese. In realtà, era stato fatto un lungo lavoro durante la diciassettesima legislatura, ripreso in diversi disegni di legge, fra cui quello a mia prima firma (Atto Senato n. 1687), che erano stati anche il frutto di un dibattito pubblico piuttosto intenso. C'erano stati i lavori fatti dalla Commissione interministeriale della Cananea ed infine è arrivato il disegno di legge di iniziativa governativa. Questa è una materia che per sua natura non può che collocarsi nel novero delle più alte decisioni politiche. Dispiace oggettivamente la compressione del dibattito in un tempo esiguo, con le Camere sciolte e un Governo dimissionario, in un torrido agosto. La materia meritava qualcosa di più e qualcosa di meglio. Questo è un disegno di legge che, non costituendo una riforma ordinamentale in senso proprio, come avremmo sperato, interviene su un profilo di straordinaria rilevanza, quello dei giudici tributari, oggetto di alterne vicende nell'intera storia costituzionale italiana. Ricordo solo che l'interrogativo su quale assetto dare alla giustizia tributaria fu materia di discussione nell'Assemblea costituente, ove si confrontarono diverse opinioni ancora oggi di attualità. Ma non siamo qui per ragionare di passato, bensì su quale aspetto attestarci per il futuro. Il dibattito intorno all'assetto della giustizia tributaria ha subito solo recentemente una tardiva accelerazione in funzione del fatto che la riforma rientra tra i traguardi individuati dal Piano nazionale di ripresa e resilienza. Vale subito però la pena di evidenziare che il PNRR era preoccupato esclusivamente dai tempi della giustizia tributaria, invitando a elaborare proposte di interventi organizzativi e normativi per la deflazione e la riduzione dei tempi di definizione del contenzioso tributario. Sul raggiungimento di questo obiettivo attraverso lo strumento che ci apprestiamo ad approvare ho qualche serio dubbio, ma nel corso dell'intervento analizzerò anche questo aspetto. Le modifiche al disegno di legge di iniziativa governativa, dopo l'intervento emendativo operato dalle Commissioni riunite, realizzano un indubbio miglioramento, ancorché solo parziale, ma sono soprattutto le questioni processuali a trovare una risposta per lo più soddisfacente. Tra le modifiche, vi è la soppressione del ricorso nell'interesse della legge del rinvio pregiudiziale, che tante critiche aveva sollecitato circa la loro utilità ed opportunità; la previsione dell'obbligo di fissazione dell'udienza di sospensione entro trenta giorni dall'istanza e comunque separatamente dall'udienza di trattazione del merito, come del resto avviene in tutte le altre giurisdizioni, che serve a dare una risposta agli oltre due terzi di istanze di sospensiva che rimangono oggi inevase, nonostante i gravi danni economici a cittadini ed imprese che l'esecuzione coattiva tributaria può provocare. Vi è poi la possibilità di richiedere l'udienza da remoto, anche una volta che sia stata comunicata la data di trattazione, considerato l'orientamento di talune commissioni tributarie di non accettare tale richiesta una volta trasmesso l'avviso di trattazione. Inoltre, si è proceduti all'eliminazione dell'avverbio «assolutamente» che precedeva la parola «necessario» per quanto riguarda la testimonianza scritta che ne avrebbe di fatto esclusa ogni reale operatività. Tra le modifiche apportate vi è poi l'annullamento dell'atto impositivo nel caso di vizi della prova circa la relativa fondatezza che serve a superare tutte quelle inversioni probatorie via via elaborate nel tempo dalla giurisprudenza, quali eccezioni al generale onere della prova gravante in capo al fisco per porlo invece in capo al contribuente. Da ultimo, vi è l'importante eliminazione di quel vero e proprio mostro giuridico rappresentato dalle limitazioni all'appello di sentenze rese secondo diritto e non già secondo equità, come accadeva per l'articolo 339 del codice di procedura civile erroneamente preso quale riferimento nel disegno di legge governativo. Sulla parte ordinamentale, però, come dicevo prima, le modifiche sono invece più carenti. Mi preme sottolineare come resta innanzitutto fermo l'inquadramento di giudici tributari sotto il MEF, cosa che noi riteniamo una deminutio. Si sono versati negli anni fiumi di inchiostro per stigmatizzare l'assenza di una piena indipendenza dei giudici dal MEF già nel previgente assetto normativo e quasi tutti i disegni di legge parlamentari convergevano univocamente nello spostare i giudici sotto la Presidenza del Consiglio dei ministri. Adesso, la situazione è persino più grave e paradossale, perché i nuovi giudici, così come i togati che transiteranno dalla magistratura tributaria, diventeranno direttamente dipendenti del MEF, sicché, in ultima analisi, il contribuente si troverà a essere giudicato da un giudice dipendente di un ente che, con la sua tipica controparte rappresentata dall'Agenzia delle entrate, stipula una convenzione in cui il raggiungimento degli obiettivi è misurato anche in funzione del gettito ottenuto, il quale gettito dipende a sua volta anche dall'esito degli atti impositivi emanati dall'Agenzia delle entrate sulla cui legittimità quel giudice deve pronunciarsi. A tale indesiderabile assetto non ha fatto da contraltare un significativo rafforzamento dell'organo di autogoverno dei giudici tributari, né in termini di dotazione, né in termini di struttura organizzativa, né in termini di poteri, rimanendo pertanto del tutto inascoltati gli appelli della dottrina. Particolarmente critica è poi la questione dell'organico e dei concorsi, dove l'unica misura davvero apprezzabile è quella relativa al tirocinio e all'obbligo di formazione continua, che rappresentano elementi essenziali imprescindibili della figura del nuovo magistrato, soprattutto in una materia quale il diritto tributario sottoposto a continui cambiamenti normativi e giurisprudenziali sia nazionali, sia sovranazionali. Per il resto, restano irrisolti due problemi principali. Il primo è l'incentivazione del passaggio di 100 fra gli attuali giudici tributari togati dalla loro giurisdizione di appartenenza alla magistratura tributaria. Il problema, purtroppo, non è stato risolto, sicché il rischio che questo transito vada deserto o quasi permane.