[pronunce]

Il Giudice per le indagini preliminari nel Tribunale di Palmi, dal canto proprio, dubita della legittimità costituzionale della norma citata, in riferimento agli artt. 3, 15 e 97 Cost., poiché la norma stessa – pur disponendo che, nei ventiquattro mesi successivi alle relative comunicazioni, i dati concernenti il traffico telefonico venissero acquisiti, su istanza del pubblico ministero, con decreto giudiziale motivato – non avrebbe rimesso al giudice alcuna possibilità di vaglio effettivo e «critico» della richiesta. Anche il Giudice per le indagini preliminari nel Tribunale di Roma, infine, ha sollevato questione di legittimità costituzionale dell'art. 132 del d.lgs. n. 196 del 2003, in riferimento agli artt. 2, 3, 13, 14, 24, 32, 42, 101, 104, 111 e 112 della Costituzione. La questione concerne, in questo caso, la disciplina dell'accesso ai dati di traffico telefonico ad oltre ventiquattro mesi dall'effettuazione delle relative comunicazioni, nella parte in cui preclude l'acquisizione dei dati stessi per finalità di repressione di reati non compresi nella previsione di cui all'art. 407, comma 2, lettera a), del codice di procedura penale. 2. – Tutte le questioni indicate riguardano il disposto dell'art. 132 del d.lgs. n. 196 del 2003, nel testo introdotto dall'art. 3 del d.l. n. 354 del 2003, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 45 del 2004. Può essere quindi disposta la riunione dei relativi giudizi. 3. – Le ordinanze dei Giudici per le indagini preliminari nei Tribunali di Pavia, Cuneo e Palmi, hanno ad oggetto la disciplina dell'accesso ai dati di traffico telefonico nei ventiquattro mesi successivi alle relative comunicazioni, ed attengono in vario modo alla necessità di un intervento del giudice, a carattere autorizzatorio se non addirittura materialmente acquisitivo, affinché il pubblico ministero potesse ottenere – secondo la normativa vigente alle date dei rispettivi atti introduttivi – le informazioni richieste presso i gestori del servizio di telefonia. La materia è stata profondamente innovata, dopo le ordinanze di rimessione, dall'art. 6 del decreto-legge 27 luglio 2005, n. 144 (Misure urgenti per il contrasto del terrorismo internazionale), come convertito, con modificazioni, dalla legge 31 luglio 2005, n. 155. Nel testo attualmente in vigore, il comma 3 dell'art. 132 del d.lgs. n. 196 del 2003 dispone che, nel termine di ventiquattro mesi dall'effettuazione delle comunicazioni relative, i dati di traffico telefonico sono acquisiti direttamente dal pubblico ministero, con un proprio decreto motivato. Una tale disciplina incide, all'evidenza, su tutti gli aspetti delle questioni sollevate, elidendo i problemi connessi ai presupposti ed alla motivazione del provvedimento giudiziale, rimettendo al pubblico ministero il controllo sui tempi dell'indagine ed assegnandogli, infine, un potere di iniziativa diretta analogo a quello già previsto per il difensore della persona sottoposta alle indagini o imputata. Con riguardo poi alle investigazioni successive di oltre ventiquattro mesi alla raccolta dei dati di traffico, per le quali ancor oggi è necessario che il giudice – ove ritenga la sussistenza di sufficienti indizi dei delitti di cui all'art. 407, comma 2, lettera a), cod. proc. pen. – rilasci un'autorizzazione con proprio decreto motivato, è prevista la possibilità di un provvedimento urgente del pubblico ministero, secondo la procedura descritta al comma 4-bis del nuovo testo dell'art. 132 sopra citato. Gli atti vanno quindi restituiti ai giudici a quibus per un nuovo esame della rilevanza delle questioni proposte alla luce dello ius superveniens. 4. – La questione posta dal Giudice per le indagini preliminari nel Tribunale di Roma – il quale dubita della legittimità costituzionale dell'art. 132 del d.lgs. n. 196 del 2003, nella parte in cui esclude, decorso il termine di ventiquattro mesi, che possano essere acquisiti e utilizzati dati di traffico telefonico per finalità di repressione di reati diversi da quelli di cui all'art. 407, comma 2, lettera a), cod. proc. pen. – è inammissibile con riferimento ai parametri di cui agli artt. 2, 13, 14, 32, 42, 101, 104 e 112 della Costituzione, data l'assenza di motivazione sulla non manifesta infondatezza. 5. – Con riferimento all'art. 3, in connessione con gli artt. 24 e 111 Cost., la questione non è fondata. 5.1. – Il legislatore ha operato un bilanciamento tra il principio costituzionale della tutela della riservatezza dei dati relativi alle comunicazioni telefoniche, riconducibile all'art. 15 Cost. (sentenza n. 81 del 1993), e l'interesse della collettività, anch'esso costituzionalmente protetto, alla repressione degli illeciti penali. Il sindacato di legittimità di questa Corte deve limitarsi alla verifica che la norma impugnata non abbia imposto limitazioni manifestamente irragionevoli dell'uno o dell'altro. 5.2. – Lo scrutinio di costituzionalità non deve essere effettuato in astratto, tra i valori in sé e per sé considerati, ma in concreto, valutando l'interazione reciproca tra l'accrescimento di tutela dell'uno e la corrispondente diminuzione di garanzia dell'altro, come disposti dal legislatore in vista della composizione del potenziale contrasto. Con riferimento al caso de quo, non è condivisibile l'argomentazione del giudice rimettente, tesa a dimostrare la presunta irragionevolezza della norma che dispone l'accessibilità dei dati, da parte dell'autorità giudiziaria, per ventiquattro mesi ai fini dell'accertamento e della repressione dei reati in generale, e per ulteriori ventiquattro mesi quando si tratti dei reati di cui all'art. 407, comma 2, lettera a), cod. proc. pen. Tale argomentazione si basa sul rilievo che vi sarebbe un sacrificio maggiore dell'interesse alla repressione della generalità dei reati rispetto a quello riguardante i delitti elencati nella suddetta norma del codice di rito penale, senza che da tale differenziazione derivi una maggiore tutela per il diritto alla riservatezza. In altre parole, secondo il giudice rimettente, l'esistenza fisica dei dati, non ancora distrutti, comporterebbe un tasso di pericolosità, derivante dalla possibile illecita diffusione degli stessi, destinato a rimanere costante per tutto il tempo anteriore la loro distruzione, senza subire variazioni in rapporto alla gravità dei reati. Da ciò discenderebbe l'irragionevolezza della bipartizione – contenuta nella norma censurata – dei termini di accessibilità dei dati da parte dell'autorità giudiziaria. L'infondatezza del ragionamento si coglie se si pensa all'influenza reciproca tra le due tutele, che si mantengono in equilibrio – secondo la valutazione del legislatore – sin quando sono messe a confronto entità di peso ritenuto equivalente (ventiquattro mesi a fronte della generalità dei reati, esclusi quelli di cui all'art. 407, comma 2, lettera a), cod. proc. pen.).