[ddlpres]

Volendo pervenire a un riassetto proprietario dei beni pubblici, occorre innanzitutto tener presente che sono stati pochi i veri giuristi che si sono interessati alla materia (si pensi soprattutto a Massimo Severo Giannini e a Piero Perlingeri), in quanto la maggior parte di essi si è lasciata bendare gli occhi dall'infausto e cinico pensiero neoliberista, che elimina la « proprietà pubblica » del popolo, con l'ingannevole strumento della « privatizzazione » dei beni demaniali, e cede tali beni, pressoché gratuitamente, a singoli speculatori o a multinazionali. La verità è che alla maggioranza dei giuristi è sfuggito il fatto di fondamentale importanza che, transitandosi dallo Stato persona sancito dallo Statuto albertino, sotto il cui impero fu emanato il nostro codice civile, allo Stato comunità introdotto dalla nostra Costituzione, si è passati da uno Stato « soggetto singolo » (la persona giuridica) a uno Stato « soggetto plurimo » (il popolo), per cui è cambiata anche la natura dell'appartenenza dei beni allo Stato, che, per lo « Stato persona singola » coincide con il concetto di « proprietà privata » (con tutte le contrastanti ricadute sull'istituto del demanio pubblico), in base alla quale esso ha un potere pieno sull'utilizzazione dei « beni demaniali », potendo mantenerli « inalienabili » o « sdemanializzarli », ovvero ancora svuotarli di contenuto, mediante la concessione della sua gestione a terzi; mentre per lo Stato comunità, soggetto plurimo, la natura dell'appartenenza assume il carattere della « proprietà pubblica », cioè, come subito osservò Massimo Severo Giannini, di una « proprietà collettiva demaniale » di tutti i cittadini, la quale, proprio perché appartenente a tutti, non può essere trasferita a singoli, mediante la « sdemanializzazione », né può essere svuotata del suo contenuto (l'articolo 42, secondo comma, della Costituzione parla chiaramente di una proprietà piena) mediante la concessione della gestione a terzi. Emerge chiaramente, a questo punto, il nuovo concetto del demanio costituzionale. Esso, al contrario del demanio civilistico, che riserva alla « proprietà privata del sovrano » alcuni beni di preminente interesse generale (si pensi che la parola « demanium » compare per la prima volta nel Liber Constitutionum del Regno di Sicilia, emanato a Melfi nel 1231 dall'imperatore Federico II, proprio per sottrarre alla frammentazione della proprietà privata beni di rilevante interesse pubblico, come le strade, i fiumi, i palazzi cittadini e così via), riserva, non alla proprietà privata del sovrano, ma alla proprietà pubblica del popolo quei beni ritenuti di preminente interesse generale, sulla base dei principi e dei diritti fondamentali sanciti dalla Costituzione e che, proprio in base a questi, devono ritenersi costitutivi e, identificativi dello Stato comunità, nonché indispensabili al suo mantenimento e al suo progresso. È agevole notare, a questo punto, che il bandolo della matassa sta tutto nella previsione costituzionale (articolo 42 della Costituzione) della « proprietà pubblica », la quale esprime il dominio del popolo su beni di rilevante interesse generale e fa sì che essi siano soggetti a un particolare regime, che consiste nell'essere posti fuori commercio (proprio perché appartenenti a tutti), di avere il carattere della demanialità, che significa essere « inalienabili, inusucapibili e imprescrittibili », nonché il carattere della pienezza, nel significato, sopra riportato di non poter essere svuotati del loro contenuto attraverso la concessione a privati della loro gestione (si ricordi l'acqua pubblica), con il conseguente, non trascurabile, trasferimento del diritto di percepirne i profitti. A quest'ultimo proposito è comunque da notare che, se per l'espletamento, ad esempio, di un servizio pubblico, che, come presto si vedrà, è da ritenere un bene demaniale (si pensi al servizio balneare o al servizio di taxi), c'è bisogno dell'aiuto di privati, essendo impossibile assumere altri dipendenti pubblici, è certamente utile far ricorso all'istituto dell'appalto per espletamento di precise e determinate attività, facendo ricorso, non a una pubblica gara, ma a un semplice concorso tra cittadini, in modo da accertarne la capacità e la professionalità. In tal modo si eviterebbe che il profitto della concessione, sottratto allo Stato comunità, finisca nelle mani di speculatori o multinazionali, con conseguenze negative anche sull'offerta di posti di lavoro, che verrebbe gestita, non più da un ente pubblico, per finalità di interesse generale, ma da un soggetto privato, per finalità individuali o, addirittura, speculative. Né si può dire che, in questi casi, la gara per le concessioni ci è imposta dall'Europa, poiché, secondo il principio dei contro limiti sopra citato, il diritto europeo deve ritrarsi quando si tratta di attuare principi e diritti fondamentali, come la tutela dell'interesse generale e il diritto al lavoro. E non sfugge, che, in questa prospettiva, la proprietà pubblica del popolo, possa definirsi anche « proprietà comune » del popolo, ponendo le basi per una chiara definizione dei beni comuni. A tal proposito, va peraltro sottolineato che la proprietà pubblica, come dimostra, a tacer d'altro, la storia della fondazione di Roma, è una « proprietà originaria » nel senso che nasce nel momento in cui nasce una comunità (che è formata, come è noto, dall'unione dei tre elementi del popolo, del territorio e della sovranità) e costituisce, come notò Carl Schmitt, il « primo rapporto giuridico » sorto tra soggetto e oggetto, tra popolo e territorio (inteso quest'ultimo come una estensione di terreni delimitati da confini), dando luogo alla progressiva costruzione di un ordinamento giuridico, che, sempre secondo Carl Schmitt, ha carattere « terrestre », nel senso che è fondato sulla natura della « iustissima tellus ». Si può dunque concludere sul punto affermando che, nel quadro sopra descritto, i beni comuni sono da definire beni « demaniali » in proprietà pubblica originaria del popolo, posti fuori commercio e aventi i caratteri della inalienabilità, inusucapibilità, inespropriabilità e, l'aggiunta è d'obbligo, della incomprimibilità tramite concessioni a privati. Resta soltanto da avvertire che detti beni possono essere naturalmente produttivi di utilità pubblica a causa della loro natura: si pensi all'acqua, al mare, ai fiumi e via dicendo, ovvero a seguito dell'attività dell'uomo, come avviene per i beni artistici e storici se ci poniamo sul piano culturale, o per le industrie strategiche se ci poniamo sul piano economico produttivo. Passando al tema della identificazione dei beni costituenti il demanio costituzionale, è da sottolineare che il nuovo ordine costituzionale è ben diverso da quello previsto dallo Statuto albertino e che la modernità delle sue previsioni, perfettamente aderenti alla mutata realtà odierna, consente la costruzione di un concetto di demanio che possa servire da scudo contro gli assalti del mercato generale speculativo e contro le incostituzionali privatizzazioni e concessioni a privati della gestione del demanio stesso.