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Ai fini della sussistenza dell'elemento soggettivo nel delitto di abuso di ufficio di cui all'articolo 323 del codice penale, infatti, non è sufficiente né il dolo eventuale – cioè l'accettazione del rischio del verificarsi dell'evento – nè quello diretto – cioè la rappresentazione dell'evento come realizzabile con elevato grado di probabilità o addirittura con certezza, senza essere un obiettivo perseguito – ma è richiesto il dolo intenzionale: cioè la rappresentazione e la volizione dell'evento di danno altrui o di vantaggio patrimoniale, proprio o altrui, come conseguenza diretta e immediata della condotta dell'agente e obiettivo primario da costui perseguito (sentenza della Corte di cassazione penale del 24 febbraio 2004, n. 21091, sezione 6). L'uso dell'avverbio « intenzionalmente » per qualificare il dolo implica, pertanto, che sussista il reato solo quando l'agente si rappresenti e voglia l'evento di danno altrui o di vantaggio patrimoniale proprio o altrui, come conseguenza diretta ed immediata della sua condotta e come obiettivo primario perseguito, e non invece quando egli intende perseguire l'interesse pubblico come obiettivo primario (sentenza della Corte di cassazione penale dell'8 ottobre 2003, n. 708, sezione 6). Nell'ambito della tutela dei diritti dei minori si assiste generalmente ad una sorta di presunzione che chi agisce lo faccia per la tutela di un non meglio definito « superiore interesse del minore », asserito proprio dal soggetto che in realtà lo danneggia. Allo stato attuale della normativa e della sua applicazione, tutti i soggetti che a vario titolo entrano nel sistema di tutela del minore allontanato dal contesto familiare, qualora disapplichino la legge vigente, sono, per lo più, destinati a rimanere impuniti. Solo nei rari casi in cui emergano altre condotte criminose può accadere che la giustizia si interessi della violazioni delle leggi che dovrebbero evitare allontanamenti ingiustificati. Il risultato è che coloro i quali sottraggono senza valido motivo dei bambini alla loro famiglia, causando traumi e devastando le vite dei minori, dei loro genitori, nonni e altri affetti, restano del tutto impuniti, e paradossalmente, per il solo fatto di asserire di aver agito in nome del superiore interesse del minore. Tutto ciò concorre in modo probabilmente decisivo a produrre quindi la prassi degli affidamenti « sine die » che, pur essendo in palese contrasto con l'articolo 4 della legge n. 184 del 1983, è predominante. Si rende dunque necessario introdurre un reato specifico rispetto a coloro i quali sono coinvolti nella qualità di pubblici ufficiali o incaricati di un pubblico servizio e configurabile sia nel momento della applicazione della legge che tutela delle persone minori di età, mediante l'assunzione di un provvedimento giudiziario o amministrativo, sia nel momento della sua effettiva attuazione pratica. La condotta oggettiva che la nuova fattispecie criminosa intende colpire è la violazione della n. 184 del 1983, relativamente agli affidamenti da parte di colui il quale è chiamato ad emettere un provvedimento giudiziario o amministrativo oppure a darne attuazione, riguardante un minore di età – a prescindere dalla intenzionalità specifica di conseguire un vantaggio economico o di altra natura o di arrecare un danno. All'uopo si introducono all'articolo 70 della legge n. 184 del 1983 tre ulteriori commi volti a sanzionare chiunque, nella sua qualità di pubblico ufficiale o incaricato di un pubblico servizio, nello svolgimento delle proprie funzioni o del servizio, assume un provvedimento amministrativo o giudiziario in violazione degli articoli 1, 2, 3 e 4 della medesima legge n. 184 del 1983, con la previsione della reclusione fino a quattro anni, o che con azioni o omissioni concorre nel determinare la sostanziale disapplicazione dei suddetti articoli della medesima legge, con la previsione della reclusione fino a due anni. Per i casi più gravi, in cui si è verificato un danno per il minore o per i prossimi congiunti, è prevista, quale ulteriore sanzione accessoria, l'estinzione del rapporto di lavoro o di pubblico impiego nei confronti del dipendente di amministrazioni o di enti pubblici ovvero di enti a prevalente partecipazione pubblica.. 1 1 All'articolo 70 della legge 4 maggio 1983, n. 184, dopo il comma 2 sono aggiunti i seguenti: « 2-bis . I pubblici ufficiali o gli incaricati di un pubblico servizio che assumono un provvedimento amministrativo o giudiziario in violazione degli articoli 1, 2, 3 e 4 della presente legge sono puniti con la reclusione fino a quattro anni e con la multa da euro 5.000 a euro 50.000. Alla stesse pene soggiace colui che limita senza necessità i contatti del minore fuori dalla sua famiglia di origine con la famiglia medesima, o induce in esso sentimenti avversi ai genitori con notizie false o prospettazioni fuorvianti. 2-ter. I pubblici ufficiali o gli incaricati di un pubblico servizio che con azioni o omissioni concorrono a determinare la disapplicazione degli articoli 1, 2, 3 e 4 sono puniti con la reclusione fino a due anni e con la multa da euro 2.500 a euro 25.000. 2-quater. La violazione di cui ai commi 2- bis e 2- ter che causa un grave nocumento al minore o ai suoi prossimi congiunti comporta l'estinzione del rapporto di lavoro o di pubblico impiego nei confronti del dipendente di amministrazioni od enti pubblici ovvero di enti a prevalente partecipazione pubblica ».