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Modifiche agli articoli 22, 176 e 177 del codice penale, in materia di conversione della pena dell'ergastolo. Onorevoli Senatori. -- L'ergastolo, come dice la sua stessa etimologia, è un residuato dei lavori forzati. La parola è venuta alla luce con questo significato: ergastolo, infatti, deriva storicamente dalla denominazione del luogo dove erano rinchiusi per la notte gli schiavi o i detenuti per debiti, addetti al lavoro dei campi (la radice greca «ergazomai» lavorare, lo spiega). L' ergastulum per i romani era un luogo di lavoro forzato dove un privato proprietario teneva, in catene, quegli schiavi che, a suo arbitrio, egli giudicava incorreggibili. La pena dell'ergastolo, in seguito, non è menzionata nelle fonti per lungo tempo: il Medioevo non conobbe condanne ai lavori forzati, soprattutto perché mancava un'efficiente organizzazione statale a cui potessero tornare utili. Si cominciò, però, nel Medioevo e più precisamente nella Chiesa medievale a dare alla parola un significato diverso, quello di carcere a cui conferivano una nota di particolare rigore, la segregazione perpetua e non il lavoro, ma l'ozio forzato. Con questo significato la parola si può leggere in alcune fonti canoniche, come un canone del Concilio di Toledo del 675 e uno del Concilio di Trebur del 895: per il primo i sacerdoti che avevano emesso o eseguito condanne a morte o a mutilazione, per il secondo i religiosi o le religiose che erano venuti meno al voto di castità, erano rinchiusi in ergastula a far penitenza delle loro colpe «vita natural durante», avendo per unico conforto quello di potersi accostare alla comunione in punto di morte. Nel XV e XVI secolo, le condanne ai lavori forzati tornarono in uso prima nella forma di condanna al remo e alle galere e i criminalisti dell'epoca assimilarono queste pene all'antica damnatio ad metalla, per le similitudini riscontrate. In età moderna il campo di applicazione di questa specie di pena fu di nuovo ampliato è si riparlò di «lavori forzati» e di ergastolo (secolo XVIII) per indicare il luogo di pena, lo stabilimento destinato alla reclusione e ai lavori di pubblica utilità. In questo senso parlava più volte di «ergastolo» la Constitutio criminalis Theresiana del 1768 (articolo 7), mentre l'ergastolo di Pizzighettone, istituito nel 1782, fu oggetto di due interessanti consulte di Cesare Beccaria. Può senz'altro affermarsi che l'ergastolo, inteso nell'accezione di pena perpetua, fu estraneo, in generale, alla concezione romana e a quella germanica, per le quali il carcere serviva di regola soltanto come custodia e restò a lungo una peculiarità del regime penitenziale della Chiesa. Cesare Beccaria, com'è noto, affermò nel Dei delitti e delle pene che l'ergastolo poteva essere adottato dal legislatore come una pena sostitutiva della pena di morte, perché più efficace in quanto più lunga e dolorosa da scontare. L'ergastolo, disse Beccaria, è più crudele della morte perché è più molesto, più duro, più lungo da scontare, con l'ergastolo la pena viene rateizzata nel tempo e non condensata in un momento come la morte: è proprio questa perpetuità la sua forza ammonitrice ed esemplare. Il terrore della morte può essere attenuato ed addolcito dalla religione, la pena dell'ergastolo impegna per tutta la vita: l'esempio è doloroso per chi lo subisce ed esemplare per quanti stanno a guardare. Nel nostro ordinamento giuridico l'ergastolo è la massima pena prevista per un delitto. L'ergastolo è previsto dall'articolo 22 del codice penale. La pena è perpetua, cioè a vita, ed è scontata in uno degli stabilimenti a ciò destinati, con l'obbligo del lavoro e con l'isolamento notturno (l'articolo 22 del codice penale deve intendersi implicitamente modificato in parte qua , poiché l'articolo 6, comma 2, della legge 26 luglio 1975, n. 354, dispone che «i locali destinati al pernottamento dei detenuti consistono in camere dotate di uno o più posti senza distinguere la pena da eseguire»). Ne deriva che l'isolamento notturno non è più attuato, mentre quello diurno rimane vigente per via del summenzionato articolo. Il condannato all'ergastolo può essere ammesso al lavoro all'aperto. In Italia esistono due tipi di ergastolo: quello normale e quello ostativo. Il primo concede al condannato la possibilità di usufruire di permessi premio, semilibertà o liberazione condizionale. Il secondo, invece, nega al detenuto ogni beneficio penitenziario, a meno che non sia un collaboratore di giustizia. Ostativo è uno status particolare di quei detenuti (non necessariamente ergastolani) che si trovano ristretti in carcere a causa di particolari reati classificati efferati dal nostro ordinamento giuridico: articolo 416- bis del codice penale, articolo 630 del codice penale, articolo 74 del decreto del Presidente della Repubblica testo unico delle leggi in materia di disciplina degli stupefacenti di cui al decreto del Presidente della Repubblica 9 ottobre 1990, n. 309, eccetera i quali ostacolano la concessione dei benefici previsti dalla legge (ad esempio: assegnazione lavoro all'esterno; permessi premio; misure alternative alla detenzione; affidamento in prova, detenzione domiciliare, eccetera). La pena dell'ergastolo -- ancora prevista dal nostro sistema penale, a differenza degli ordinamenti della maggior parte dei Paesi europei comporta seri dubbi di costituzionalità laddove appare come una palese violazione del principio di umanità e di finalità rieducativa e di recupero della pena di cui all'articolo 27, terzo comma, della Costituzione. Tanto è ancor più evidente nella misura in cui -- analogamente alla pena capitale, cui del resto il diritto romano assimilava l'ergastolo -- priva il condannato per sempre del suo status inalienabile di persona, come tale parte dell'ordinamento giuridico e solo temporaneamente assoggettabile a misure privative della libertà personale, legittime unicamente nella misura in cui siano funzionali al reinserimento sociale del reo. Il problema della compatibilità dell'ergastolo con la Costituzione fu sollevato, d'altronde, già in sede di Assemblea costituente, nella discussione che si svolse per l'approvazione di quello che divenne poi l'articolo 27 della Costituzione. Tale discussione ebbe un obiettivo soprattutto etico e sociale volto a rimuovere dal regime carcerario del nostro paese quanto in esso potesse essere ancora contrario al senso umano e lesivo della dignità individuale. Tuttavia, anche se tutti avvertirono la necessità di risolvere il problema, già allora si formarono correnti di pensiero antagoniste. Il divieto di irrogazione di pene contrarie al senso di umanità e lesive della dignità umana, il carattere necessariamente rieducativo della pena, i principi di proporzionalità tra reato e pena sono del resto parametri cogenti di legittimità della sanzione penale, sanciti come tali anche da numerose norme di diritto internazionale e sopranazionale.