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Riorganizzazione della cooperazione allo sviluppo e delle politiche di solidarietà internazionale. Onorevoli Senatori. -- In un'epoca attraversata da grandi crisi globali, da quella climatica a quella finanziaria a quella alimentare, temi quali la cooperazione allo sviluppo, la lotta alla povertà e la solidarietà internazionale devono ritornare con forza al centro della discussione politica e non. Siamo convinti che la lotta alla povertà e all'esclusione sociale e l'impegno per la conversione ecologica dell'economia riguardano non solo il nostro Paese ma una prospettiva cosmopolita e la proiezione dell'Italia al di là dei confini nazionali, come attore responsabile in Europa e nel mondo. Esistono da anni pratiche e modalità, tra soggetti sociali, comunità ed enti locali, che costruiscono relazioni paritarie, a forte vocazione territoriale, che sono improntate al protagonismo diretto delle popolazioni locali e ancorate ai criteri fondati sui diritti umani e sulla giustizia ecologica e ambientale. Realtà composite che operano nella convinzione che non basti farsi «attuatori» di progetti o di strategie preconfezionati dai Governi o dai grandi donatori e che ritengono che vada, anzi, superata tale logica per restituire alla cooperazione il suo significato più prettamente «politico», di strumento atto ad «aggredire» le cause che sono alla radice dell'impoverimento, dal debito estero all'assenza di riconoscimento dei diritti, all'espansione incontrollata dei mercati e degli investimenti diretti esteri, alla mercificazione dei beni comuni. L'Italia, per motivi culturali, storici e geografici, è chiamata a ricoprire in questo ambito -- e nella cooperazione internazionale in generale -- un ruolo di primo piano. La cooperazione internazionale rappresenta uno strumento essenziale per la promozione della giustizia e della pace tra i popoli e, per un Paese economicamente avanzato quale l'Italia, un elementare dovere giuridico, previsto dagli articoli 1, paragrafo 3, 55 e 56, dello Statuto delle Nazioni Unite, reso esecutivo dalla legge 17 agosto 1957, n. 848. Il ruolo del nostro Paese sulla scena internazionale sarebbe inoltre rafforzato da una politica di cooperazione allo sviluppo congrua, efficace e coerente che dia priorità alla lotta alla povertà, all'esclusione sociale e alla solidarietà verso i più deboli. Ventisei anni sono passati da quando fu approvata la legge che finora è il riferimento principale in materia di cooperazione allo sviluppo, la legge 26 febbraio 1987, n. 49. Da allora sono intercorsi importanti e rapidi mutamenti sulla scena internazionale, dalla fine della guerra fredda allo sviluppo di nuovi processi di integrazione globale commerciale, economica e finanziaria, dall'ascesa rapida di nuove potenze economiche regionali e macroregionali, all'emergere di nuove problematiche ambientali, sociali e in materia di tutela dei diritti umani fondamentali. Non ultima, la Conferenza sullo sviluppo sostenibile di Rio de Janeiro +20 -- conclusasi con un risultato di bassissimo livello, senza impegni chiari e vincolanti verso una trasformazione ecologica dei modelli produttivi ed economici -- ha riaffermato con forza l'urgenza di aumentare le risorse finanziarie per la lotta alla povertà e pensare a nuove modalità di intervento. A Rio de Janeiro sono stati lanciati due processi negoziali rilevanti per la lotta alla povertà, uno relativo ai cosiddetti «obiettivi di sviluppo sostenibile» e l'altro agli strumenti per l'attuazione dei programmi, tra cui proprio la cooperazione internazionale. Dopo Rio de Janeiro il segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki Moon ha convocato un panel internazionale di personalità che dovrà disegnare gli scenari e le opportunità di lavoro dal 2015 in poi, anno nel quale si suppone dovrebbero essere raggiunti i cosiddetti «obiettivi di sviluppo del millennio», lanciati a suo tempo nel Millennium Summit dell'ONU. Nei documenti di lavoro del panel si identificano princìpi quali: eguaglianza, sostenibilità e diritti umani. I pilastri intorno ai quali ricostruire un partenariato globale per lo sviluppo si articolano su quattro dimensioni chiave: sviluppo sociale inclusivo, sostenibilità ambientale, sviluppo economico inclusivo, pace e sicurezza. Il lavoro di confronto ed elaborazione collettiva sulle priorità e sulle strategie per un nuovo partenariato globale per lo sviluppo culminerà nel 2015 in una conferenza sullo sviluppo. La cooperazione allo sviluppo e l'aiuto pubblico allo sviluppo (APS) devono misurarsi con nuove realtà quali l'emergenza umanitaria, il mancato rispetto dei diritti umani, le migrazioni e disastri ambientali. Per tutti questi motivi, si rivela oggi necessaria e urgente un'ampia riforma della cooperazione allo sviluppo. Come confermato dai giudizi riportati dal «peer review» o «giudizio dei pari» dell'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE) nell'esame-Paese che analizza lo stato della cooperazione allo sviluppo dell'Italia, la credibilità stessa del Paese verso i Paesi partner e l'opinione pubblica ha fortemente risentito di tali inadeguatezze e ritardi. L'Italia non è stata in grado fino ad oggi di rispettare gli impegni presi a livello internazionale per un aumento dei fondi da destinare all'APS, tra i quali gli obiettivi di Barcellona a livello di Unione europea e quelli del Monterrey Consensus , sottoscritto nel corso della Conferenza dell'ONU sulla finanza per lo sviluppo, tenutasi in Messico nel 2002. L'Italia è agli ultimi posti nell'elenco dei Paesi donatori, ben lontana dall'obiettivo di destinare alla cooperazione internazionale lo 0,7 per cento del proprio prodotto interno lordo (PIL). Oltre un miliardo di donne e di uomini deve sopravvivere con meno di un dollaro al giorno. Nonostante l'APS dai Paesi del Nord a quelli del Sud del mondo, si è avuto negli anni un trasferimento netto, negativo di risorse finanziarie da sud a nord, effetto di meccanismi e di flussi di natura finanziaria, economica e commerciale, nonché del peso insostenibile del debito estero. Questa tendenza va invertita, assicurando che il nostro Paese tenga finalmente fede agli impegni presi a livello internazionale per un aumento dell'APS, per la sua riqualificazione e per l'armonizzazione delle sue politiche verso i Paesi impoveriti. Secondo gli ultimi studi, in assenza di un maggiore impegno della comunità internazionale, impegno addizionale che la Banca mondiale stima tra i 40 e i 60 miliardi di dollari aggiuntivi ogni anno fino al 2015, gli Obiettivi di sviluppo del millennio promossi nel 2000 dall'ONU non verranno raggiunti. Questi esempi, e il rischio concreto di un fallimento di portata storica per la comunità internazionale, testimoniano la necessità e l'urgenza di dotarsi degli strumenti adeguati per fare fronte alle sfide che il mondo si trova ad affrontare. È quindi necessario armonizzare le risorse destinate alla cooperazione allo sviluppo con un incremento, chiaro anche se modulato, che permetta di raggiungere progressivamente e in tempi certi l'obiettivo dello 0,7 per cento del PIL.