[ddlpres]

così, per l'esistenza di fasce più o meno cospicue di impunità, le disfunzioni nell'accertamento dei reati e nell'individuazione dei colpevoli, la difforme incidenza degli apparati repressivi in rapporto alla posizione economica e sociale del colpevole. Si afferma inoltre la consapevolezza degli effetti criminogeni dell'istituzione penitenziaria, quale dispensatrice di un unico destino sociale di emarginazione e subcultura. La risposta a questi problemi si è orientata, com'è noto, in una duplice direzione: fuga dalla sanzione, da un lato, e, dall'altro, ricerca di sostituti efficaci della pena detentiva» (si veda Mario Romano, Giovanni Grasso, Tullio Padovani, Commentario sistematico del codice penale , volume III, Milano, 1994, 125). Ciò spiega per quale ragione anche in altri ordinamenti venga battuta sempre più frequentemente la via della depenalizzazione. Così, in Germania, «l'utilizzazione del meccanismo proprio della depenalizzazione consente di ottenere risultati "rapidi" e "sicuri", molto più che con l'intervento del giudice penale attraverso meccanismi penali e processuali penalistici» (Marco Siniscalco, Depenalizzazione e garanzia , Bologna, 1995, 30). 5. Conclusioni. In definitiva si può certamente affermare che la trasformazione in illeciti amministrativi di illeciti penali non è indice di minore tutela per i beni protetti: anzi, essa è in grado di garantire una maggiore effettività nell'applicazione della sanzione e quindi una maggiore tutela di tali beni. Il ricorso al sistema penale è necessario solo laddove si vogliano prevedere sanzioni limitative della libertà personale, perché in questo caso i precetti costituzionali impongono una serie di peculiari garanzie per il soggetto imputato. Nel caso della caccia, dunque, l'unica possibilità che verrebbe meno è quella di applicare una pena detentiva. Ove si consideri che per tutta una serie di ragioni spiegate in precedenza (si veda il paragrafo 3.3), oggi in materia di caccia non si perviene mai all'applicazione della pena detentiva, si giunge dunque alla conclusione che il sistema penale attuale -- a fronte di una serie di notevolissimi inconvenienti (sia per il singolo che per la collettività) -- non garantisce nulla di più di quello che, con molti inconvenienti (e costi sociali) in meno, potrebbe garantire un sistema sanzionatorio amministrativo: vale a dire, giustappunto, l'applicazione di sanzioni pecuniarie (ed eventualmente di sanzioni accessorie). Tutto ciò con una notevole diminuzione del carico di lavoro per gli uffici giudiziari e con l'esclusione di uno stigma criminale per condotte tutto sommato non così gravi, con tutte le conseguenze negative che questo determina sul piano sociale e giuridico. Né certo si può aprioristicamente negare l'efficacia del sistema sanzionatorio amministrativo in questa materia: alla luce del diritto positivo la «capacità» delle sanzioni amministrative di svolgere un ruolo forte di prevenzione speciale e generale in materia di caccia è attestata dalla previsione anche in tali materie di illeciti amministrativi (si veda l'articolo 31 della legge n. 157 del 1992 e le fattispecie previste dalle norme regionali). In definitiva la ragionevolezza della scelta di depenalizzare i reati in oggetto è innegabile, perché a fronte di una maggiore effettività per i beni tutelati (risultato sicuramente desiderabile), si eviterebbero notevoli conseguenze obiettivamente indesiderabili sia per la collettività che per i singoli; il tutto in perfetta aderenza con quanto da tempo sostiene la dottrina penalistica, e cioè che la tutela penale deve essere riservata esclusivamente ai casi nei quali gli altri strumenti giuridici si rivelino inidonei a garantire un'adeguata tutela degli interessi che il legislatore intende proteggere (concezione della tutela penale come extrema ratio ). La soluzione proposta (trasformazione in illeciti amministrativi delle attuali fattispecie penali) non comporta inoltre una rinuncia ad adeguate forme di tutela (anche penale) laddove i comportamenti tenuti dai responsabili si rivelino particolarmente gravi o rivestano il carattere della reiterazione. Sotto il primo profilo, non è affatto esclusa la possibilità di sanzionare penalmente quelle violazioni che -- seppure connesse con la caccia -- ledono o mettono in pericolo beni giuridici di maggiore rilevanza: a tale fine è sufficiente mantenere in vigore la clausola contenuta attualmente nell'articolo 30, comma 3, della legge n. 157 del 1992 («continuano ad applicarsi le disposizioni di legge e di regolamento in materia di armi»); in tale modo rispetto a questo tipo di violazioni rimarrebbe il ricorso alla tutela penale. Sotto il secondo profilo (reiterazione delle violazioni), l'articolo 94 del decreto legislativo n. 507 del 1999 ha introdotto nel corpo della legge n. 689 del 1981 l'articolo 8- bis , che disciplina la reiterazione delle violazioni: si ha reiterazione «quando, nei cinque anni successivi alla commissione di una violazione amministrativa, accertata con provvedimento esecutivo, lo stesso soggetto commette un'altra violazione della stessa indole»; la norma precisa comunque che si ha reiterazione anche quando più violazioni della stessa indole commesse nel quinquennio sono accertate con un unico provvedimento esecutivo. È evidente l'analogia di disciplina con la recidiva cosiddetta «aggravata» prevista dagli articoli 99 e seguenti del codice penale: tuttavia lo stesso articolo 8- bis , quinto comma, precisa che la reiterazione «determina gli effetti che la legge espressamente stabilisce»: ai fini di un'applicazione dell'istituto in esame alla materia della caccia sarebbe quindi sufficiente che l'articolato nel quale fossero previsti gli illeciti amministrativi derivanti dalla depenalizzazione in materia di caccia contenesse un riferimento alla reiterazione e alle sue conseguenze sul piano sanzionatorio. In questo modo sarebbe possibile applicare sanzioni più gravose a carico di quei soggetti che reiterassero nel tempo i comportamenti vietati.. Art. 1. 1. Il comma 1 dell'articolo 30 della legge 11 febbraio 1992, n. 157, è sostituito dal seguente: « 1 . Per le violazioni delle disposizioni della presente legge e delle leggi regionali si applicano le seguenti sanzioni: a) la sanzione amministrativa da euro 2.700 a euro 7.500 per chi esercita la caccia in periodo di divieto generale, intercorrente tra la data di chiusura e la data di apertura fissata dall'articolo 18; b) la sanzione amministrativa da euro 2.250 a euro 6.000 per chi abbatte, cattura o detiene mammiferi o uccelli compresi nell'elenco di cui all'articolo 2; c) la sanzione amministrativa da euro 3.000 a euro 18.000 per chi abbatte, cattura o detiene esemplari di orso, stambecco, camoscio d'Abruzzo, muflone sardo; d) la sanzione amministrativa da euro 900 a euro 3.000 per chi esercita la caccia nei parchi nazionali, nei parchi naturali regionali, nelle riserve naturali, nelle oasi di protezione, nelle zone di ripopolamento e cattura, nei parchi e giardini urbani, nei terreni adibiti ad attività sportive;