[pronunce]

Nel solco della tradizione propria dei reati associativi e del precedente specifico, la disposizione distingue due forme di partecipazione al sodalizio criminoso, definibili, con una certa approssimazione, come quelle delle figure soggettive "di vertice" o "apicali", titolari di poteri decisionali a vario livello (destinatarie delle sanzioni più rigorose), e dei partecipanti "semplici", il cui ruolo è prevalentemente esecutivo. Il comma 1 dell'art. 74 t.u. stupefacenti stabilisce, in specie, che, quando tre o più persone si associano allo scopo di commettere più delitti tra quelli previsti dal precedente art. 73 - nonché, a seguito della modifica successivamente operata dal decreto legislativo 24 marzo 2011, n. 50, recante «Attuazione dei Regolamenti (CE) numeri 273/2004, 111/2005 e 1277/2005, come modificato dal Regolamento (CE) n. 297/2009, in tema di precursori di droghe, a norma dell'articolo 45 della legge 4 giugno 2010, n. 96», più delitti tra quelli previsti dall'art. 70, commi 4, 6 e 10, dello stesso testo unico (concernenti i precursori di droghe, con talune esclusioni), - chi promuove, costituisce, dirige, organizza o finanzia l'associazione è punito, «per ciò solo» (a prescindere, cioè, dalla realizzazione dei reati-scopo), con la reclusione non inferiore a venti anni. Il comma 2 dell'art. 74 t.u. stupefacenti riserva, poi, a chi partecipa all'associazione (senza ricoprire i ruoli "apicali" sopra indicati) la pena della reclusione non inferiore a dieci anni. Non essendo indicato in entrambi i casi il massimo edittale, esso coincide - sia per i soggetti "apicali", sia per i partecipanti "semplici" - con il limite massimo generale della pena della reclusione, pari a ventiquattro anni (art. 23 cod. pen.). Per temperare il rigore di tale quadro repressivo - che sarebbe risultato palesemente inadeguato a fronte della estrema variabilità delle organizzazioni operanti nei traffici illeciti di stupefacenti - il legislatore del 1990 ha introdotto una figura associativa "minore", avente come tratto distintivo la "levità" del suo programma criminoso, la quale si pone come pendant della fattispecie tipizzata dall'art. 73, comma 5, t.u. stupefacenti in riferimento ai reati-fine. Il comma 6 dell'art. 74 stabilisce, in specie, che «[s]e l'associazione è costituita per commettere i fatti descritti dal comma 5 dell'articolo 73» - ossia fatti «di lieve entità» - «si applicano il primo e il secondo comma dell'articolo 416 del codice penale», e dunque le pene, di gran lunga più miti, stabilite per l'associazione a delinquere "comune". I soggetti "apicali" sono quindi puniti con la reclusione da tre a sette anni; i partecipanti "semplici", con la reclusione da uno a cinque anni. Come il rimettente ricorda, la giurisprudenza di legittimità è consolidata nel senso che quella così delineata sia anch'essa una fattispecie autonoma di reato, e non già una circostanza attenuante dei delitti di cui ai commi 1 e 2: ciò desumendosi dalla dizione della disposizione, chiaramente indicativa della volontà del legislatore di riservare all'ipotesi criminosa in questione un regime diverso, in ragione del minore allarme sociale suscitato dai fatti e della minore pericolosità sociale dei loro autori (Cassazione, sentenza n. 34475 del 2011). Quanto al perimetro applicativo di tale fattispecie, secondo un orientamento giurisprudenziale parimente consolidato, per la sua configurabilità non è sufficiente considerare la natura dei singoli episodi di cessione accertati in concreto, ma occorre valutare il momento genetico dell'associazione, nel senso che essa deve essere stata costituita al solo scopo di commettere cessioni di stupefacente di lieve entità, nonché le potenzialità dell'organizzazione con riferimento ai quantitativi di sostanze che il gruppo è in grado di procurarsi (tra le altre, Corte di cassazione, sezione sesta penale, sentenze 16 febbraio-29 marzo 2022, n. 11526 e 19 gennaio-24 marzo 2016, n. 12537). L'associazione potrebbe essere finalizzata alla commissione di fatti di cessione di droga che, considerati singolarmente, presentano le caratteristiche di cui all'art. 73, comma 5, t.u. stupefacenti, e tuttavia la complessiva attività di spaccio, in concreto esercitata, potrebbe esorbitare dalla previsione del fatto di lieve entità, avuto riguardo alla molteplicità degli episodi, alla loro reiterazione in un ampio arco di tempo e alla predisposizione di un'idonea e strutturata organizzazione (tra le altre, Corte di cassazione, sezione quarta penale, sentenza 25 novembre 2021-12 gennaio 2022, n. 476 e sezione terza penale, sentenza 6 febbraio-8 ottobre 2018, n. 44837). 4.- Sulla scorta di tale excursus, è quindi possibile passare all'esame delle due eccezioni di inammissibilità delle questioni formulate dall'Avvocatura dello Stato, le quali si rivelano entrambe non fondate. 4.1.- Quanto alla prima, attinente all'insufficiente descrizione della fattispecie concreta e al difetto di motivazione sulla rilevanza, vale osservare che il giudice a quo ha riferito in modo adeguato sui fatti contestati ai quattro imputati (partecipazione a un'associazione «finalizzata a commettere una serie indeterminata di delitti connessi al commercio di stupefacenti, quali l'acquisto, il trasporto, la detenzione, il confezionamento, la vendita al dettaglio o all'ingrosso di cocaina, predisponendo i mezzi necessari per l'esecuzione del programma delittuoso ed operando secondo articolata e specifica divisione dei ruoli») e sulle circostanze che, sempre in base alle imputazioni, valgono a definire i ruoli svolti da ciascuno (apicali per i primi tre, di semplice partecipe per il quarto). Contrariamente a quanto sostiene l'Avvocatura, non si può dire, dunque, che il rimettente abbia omesso di indicare le circostanze fattuali che, «quantomeno in astratto», consentono di ritenere configurabile un'associazione per il narcotraffico. Il giudice a quo ha posto, inoltre, in evidenza la circostanza che agli imputati è stata applicata la misura della custodia cautelare in carcere, sul presupposto della sussistenza della gravità indiziaria in ordine alla fattispecie associativa loro ascritta e che la misura è stata confermata dal Tribunale del riesame, il quale ha condiviso, in particolare, la qualificazione della fattispecie stessa come associazione "ordinaria", e non già "di lieve entità". E, se pure è chiaro che - come nota l'Avvocatura - le decisioni assunte in sede cautelare non vincolano il giudice del merito, il richiamo appare però rappresentativo della seria consistenza dell'ipotesi di accusa.