[pronunce]

Considerato che la Corte d'assise d'appello di Milano dubita, in riferimento agli artt. 3 e 27, terzo comma, della Costituzione, della legittimità costituzionale dell'art. 99, quinto comma, del codice penale, come sostituito dall'art. 4 della legge 5 dicembre 2005, n. 251 (Modifiche al codice penale e alla L. 26 luglio 1975, n. 354, in materia di attenuanti generiche, di recidiva, di giudizio di comparazione delle circostanze di reato per i recidivi, di usura e di prescrizione), «nella parte in cui prevede il divieto di prevalenza della circostanza attenuante speciale di cui all'art. 630, 5° comma cod. pen. e della ulteriore circostanza attenuante ordinaria introdotta nell'art. 630 cod. pen. dalla sentenza della Corte costituzionale n. 68/2012»; che la questione è manifestamente inammissibile per mancanza di motivazione sulla rilevanza; che nel giudizio a quo gli imputati - a cui era stato contestato il reato di sequestro di persona a scopo di estorsione - sono stati condannati per un diverso titolo di reato (art. 605 cod. pen.); che questa mutata qualificazione giuridica è stata contestata dal pubblico ministero con l'atto di appello; che la Corte rimettente ha ritenuto che l'eventuale condanna per il delitto di cui all'art. 630 cod. pen. avrebbe comportato l'applicazione della recidiva prevista dall'art. 99, quinto comma, cod. pen. e il conseguente divieto di prevalenza delle circostanze attenuanti previste dallo stesso art. 630 cod. pen. ; che, quindi, ad avviso del giudice a quo, la «richiesta del PG», da un lato, e l'«astratta possibilità» di dover decidere se applicare l'art. 630 cod. pen. e le relative circostanze attenuanti, dall'altro, renderebbero rilevante la questione, imponendo un «giudizio di mera equivalenza» fra tali circostanze e la recidiva; che la Corte rimettente non spiega perché la norma censurata dovrebbe trovare applicazione nel caso sottoposto al suo esame, considerato che la sentenza impugnata ha condannato gli imputati per sequestro di persona (art. 605 cod. pen.) e, che, quindi, la configurabilità della diversa e più grave fattispecie prevista dall'art. 630 cod. pen. (sequestro di persona a scopo di estorsione) è meramente ipotetica, così come ipotetica è l'applicazione delle circostanze attenuanti speciali previste dall'art. 630 cod. pen. ; che la formulazione della questione in termini meramente ipotetici si risolve in un difetto di motivazione sulla rilevanza; che, inoltre, la questione è manifestamente inammissibile anche perché, nel formulare il quesito di costituzionalità, il giudice a quo ha erroneamente individuato la disposizione da censurare; che la Corte rimettente, infatti, ha sottoposto a scrutinio di costituzionalità una norma inconferente rispetto all'oggetto delle proprie censure, avendo denunciato come contrario ai parametri costituzionali evocati l'art. 99, quinto comma, cod. pen. , come modificato dall'art. 4 della legge n. 251 del 2005, che si limita a introdurre un'ipotesi di recidiva obbligatoria, quando, invece, il rilevato vulnus costituzionale sarebbe scaturito, semmai, dall'art. 69, quarto comma, cod. pen. , come modificato dall'art. 3 della legge n. 251 del 2005, che pone il divieto di prevalenza delle circostanze attenuanti sulla recidiva reiterata prevista dal quarto comma dell'art. 99 cod. pen. ; che, peraltro, appare dubbia l'applicabilità del censurato limite al giudizio di bilanciamento tra circostanze di segno opposto, quando non ricorra la recidiva del quarto comma dell'art. 99 cod. pen. , ma esclusivamente quella del successivo quinto comma, oggetto della questione in esame; che l'inesatta identificazione della norma da censurare, per costante giurisprudenza costituzionale, comporta la manifesta inammissibilità della questione (ex plurimis, ordinanze n. 358 del 2010, n. 198 e n. 42 del 2007); che la questione va dichiarata, pertanto, manifestamente inammissibile. Visti gli artt. 26, secondo comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87, e 9, comma 2, delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale.. . per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE dichiara la manifesta inammissibilità della questione di legittimità costituzionale dell'art. 99, quinto comma, del codice penale, come sostituito dall'art. 4 della legge 5 dicembre 2005, n. 251 (Modifiche al codice penale e alla L. 26 luglio 1975, n. 354, in materia di attenuanti generiche, di recidiva, di giudizio di comparazione delle circostanze di reato per i recidivi, di usura e di prescrizione), sollevata, in riferimento agli artt. 3 e 27, terzo comma, della Costituzione, dalla Corte d'assise d'appello di Milano, con l'ordinanza indicata in epigrafe. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 29 aprile 2015. F.to: Alessandro CRISCUOLO, Presidente Giorgio LATTANZI, Redattore Gabriella Paola MELATTI, Cancelliere Depositata in Cancelleria l'1 luglio 2015. Il Direttore della Cancelleria F.to: Gabriella Paola MELATTI