[pronunce]

che, a giudizio del rimettente, le disposizioni censurate determinano una disparità di trattamento, priva di ragionevole giustificazione, in quanto diversa e più compiuta tutela è assicurata alla parte soccombente non per sua colpa dall'art. 94 cod. proc. civ. che prevede la possibilità di condannare personalmente alle spese chi, pur non essendo parte nel processo, rappresenta o assiste le parti in giudizio in presenza di gravi motivi, tra cui è annoverabile anche la mancanza di normale prudenza, e che, per altro verso, l'attribuzione della qualità di difensore, ex art. 82 cod. proc. civ. a chi non può difendere il cliente nel processo di appello da lui tardivamente instaurato, si traduce in una lesione del diritto di difesa; che, a prescindere dal rilievo che con l'invocata pronuncia il giudice rimettente chiede a questa Corte di intervenire su una materia, quella processuale, nella quale la Costituzione non impone un modello unico e infungibile al legislatore, lasciando a quest'ultimo la più ampia discrezionalità nella conformazione degli istituti, purché sia salvaguardato il limite della ragionevolezza (ex plurimus, si veda l'ordinanza n. 383 del 1987), la questione è manifestamente infondata; che, per affermare l'irragionevolezza delle norme censurate, il rimettente opera una commistione tra àmbiti diversi nei quali si collocano, da una parte, il rapporto tra cliente e difensore, regolato dalle norme civilistiche del mandato che prevedono, in caso di colpa del mandatario, un risarcimento del danno non commisurato necessariamente al solo costo del processo, e, dall'altra, il rapporto tra parte, difensore e giudice, strettamente funzionale alle esigenze proprie del giudizio, nel quale confluiscono aspetti pubblicistici riguardanti anche l'esigenza di assicurare la difesa tecnica e di garantire una equilibrata posizione delle parti in lite; che, proprio per questa netta distinzione di àmbiti non è irragionevole la scelta del legislatore di mantenere separato il piano sostanziale del mandato alla lite da quello strettamente processuale della soccombenza; che non può essere evocato come “tertium comparationis” l'art. 94 cod. proc. civ. , in quanto esso concerne l'istituto - del tutto distinto dalla rappresentanza tecnica - della “parte in senso formale”, che assume la qualità di parte per rappresentare quella “sostanziale” o per integrarne la capacità; che del tutto privo di fondamento è il richiamo dell'art. 24 Cost., in ordine alla dedotta violazione del diritto di difesa della parte, essendo sempre fatto salvo il diritto di questa di agire in separata sede nei confronti del difensore negligente, in base alle regole della responsabilità professionale; che, pertanto la questione è manifestamente infondata.. . per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE dichiara la manifesta infondatezza della questione di legittimità costituzionale degli artt. 82 e 91 del codice di procedura civile, sollevata, in riferimento agli artt. 3 e 24 della Costituzione, dalla Corte di appello di Torino con l'ordinanza in epigrafe. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 21 novembre 2007. F.to: Franco BILE, Presidente Luigi MAZZELLA, Redattore Giuseppe DI PAOLA, Cancelliere Depositata in Cancelleria il 30 novembre 2007. Il Direttore della Cancelleria F.to: DI PAOLA