[pronunce]

Si ritiene, infatti, irrazionale, la scelta operata con la legge 27 marzo 2001, n. 97 (Norme sul rapporto tra procedimento penale e procedimento disciplinare ed effetti del giudicato penale nei confronti dei dipendenti delle amministrazioni pubbliche) di attribuire alla sentenza di “patteggiamento” «la stessa efficacia del giudicato in senso stretto (scaturente, cioè, dalla celebrazione del dibattimento) con riguardo al (solo) procedimento disciplinare, finendo, in pratica, per assegnare il medesimo valore ad una pronuncia che contiene un pieno accertamento positivo e ad una che si alimenta di una mera verifica negativa; in tal modo operandosi un’ingiustificata ed irrazionale parificazione effettuale di situazioni ontologicamente diverse». Sotto altro profilo, si reputa parimenti irrazionale la scelta del legislatore di assegnare alla sentenza di patteggiamento efficacia nel giudizio disciplinare, escludendola, invece, per i giudici civili ed amministrativi. Considerato, infatti, che il procedimento disciplinare «produce conseguenze economiche e mortificazioni esistenziali, questi effetti possono senz’altro essere posti sullo stesso piano (se non superiore) di quello su cui si apprezzano gli effetti di un procedimento civile o amministrativo», coinvolgendo, comunque beni fondamentali della persona. Risulterebbe inoltre violato l’art. 24 Cost., in quanto il combinato disposto delle disposizioni censurate determinerebbe, nella specie, una violazione del diritto costituzionale di difesa, essendo precluso «al giudice disciplinare di neutralizzare l’interferenza prodotta dalla sentenza irrevocabile di cd. patteggiamento che lo obbliga a conferire a quel fatto ed alla responsabilità dell’agente i tratti morfologici che ne risultano disegnati in sede penale, senza possibilità di scostamento». Si configurerebbe, infine, un contrasto anche con l’art. 111, secondo comma, Cost. sotto il profilo del giusto processo, «declinabile come garanzia del contradditorio», rispetto al quale non può venire in discorso una rinuncia, ai sensi del quinto comma dell’art. 111 Cost., in quanto tale rinuncia «non può che configurarsi come atto espresso e consapevole e riferito al contesto (processuale) in cui detto atto viene compiuto», mentre non potrebbe esservi «spazio per un’abdicazione implicita maturata in un contesto autonomo e separato rispetto al procedimento disciplinare, quale è quello della giurisdizione penale». 2. – La questione non è fondata. Il nucleo delle censure che il Collegio rimettente propone, ruota, infatti, attorno a due premesse argomentative e sistematiche che non possono essere condivise. Da un lato, si denuncia la irragionevolezza intrinseca che caratterizzerebbe la scelta normativa di perequare, agli effetti del giudizio disciplinare, la «efficacia probatoria» che scaturisce da due tipi di pronunce fra loro divergenti quanto a natura ed a caratteristiche strutturali, quali sono, appunto, la pronuncia di «condanna a seguito di dibattimento e quella di applicazione della pena su richiesta delle parti». Dall’altro lato, si lamenta l’ulteriore incoerenza rappresentata dal fatto che, a fronte della medesima sentenza di patteggiamento, si assegni alla stessa una efficacia di giudicato nel giudizio disciplinare, mentre identici effetti sono esclusi nel giudizio civile ed in quello amministrativo. Quanto al primo profilo, la riscontrata aporia di sistema risiederebbe, in particolare, nella circostanza che, mentre la sentenza di condanna pronunciata all’esito del dibattimento si fonda su un accertamento positivo di responsabilità, alimentato dalla esaustiva delibazione del materiale di prova raccolto nel contraddittorio fra le parti, la sentenza che applica la pena su richiesta si radica, invece, soltanto sulla riscontrata assenza di cause di non punibilità, a norma dell’art. 129 del codice di rito. A conferma di tale assunto, il Consiglio rimettente evoca due elementi che univocamente contrassegnerebbero la richiamata differenziazione, qualificata come «ontologica», tra i due “tipi” di sentenze poste a raffronto. Proprio a dimostrare, infatti, la minor “pregnanza” probatoria che caratterizzerebbe l’in se della sentenza di patteggiamento – osserva l’ordinanza di rimessione – viene richiamata la tesi, affermata dalla giurisprudenza di legittimità (si cita, al riguardo, la sentenza «Cass. pen. Sez. unite 26.2.2007 [recte: 1997], n. 3600»), secondo la quale la sentenza di patteggiamento non giustificherebbe la revoca della sospensione condizionale della pena in precedenza accordata. Così come – rileva ancora l’ordinanza –, e ancora una volta proprio in considerazione della diversità «ontologica» che presenta la sentenza di patteggiamento rispetto alla sentenza di condanna pronunciata all’esito del dibattimento, si giustifica l’opinione giurisprudenziale che esclude, per la prima, l’istituto della revisione. Né l’uno né l’altro degli accennati rilievi può ritenersi, però, condivisibile. A proposito del problema relativo alla revocabilità della sospensione condizionale della pena ad opera della sentenza di patteggiamento, la più recente giurisprudenza delle Sezioni unite della Corte di cassazione, ribaltando il precedente orientamento, citato dal Consiglio rimettente, alla luce delle profonde modifiche subite nel corso del tempo dall’istituto del patteggiamento, è infatti pervenuta alla affermazione del principio di diritto secondo il quale «la sentenza emessa all’esito della procedura di cui agli artt. 444 e segg. c.p.p. poiché è, ai sensi dell’art. 445, comma 1-bis, equiparata “salvo diverse disposizioni di legge a una pronuncia di condanna” costituisce titolo idoneo per la revoca, a norma dell’art. 168, 1° comma, n. 1, c.p., della sospensione condizionale della pena precedentemente concessa» (Cass., Sez. un., 29 novembre 2005, n. 17781/06). Quanto, invece, alla revisione, è direttamente intervenuto il legislatore, il quale, modificando l’art. 629 del codice di procedura penale, attraverso l’art. 3 della legge 12 giugno 2003, n. 134 (Modifiche al codice di procedura penale in materia di applicazione della pena su richiesta delle parti), ha appunto stabilito la possibilità di proporre richiesta di revisione, consentita «in ogni tempo a favore dei condannati», anche per le sentenze «emesse ai sensi dell’art. 444, comma 2»; così ponendo i “condannati” a seguito di patteggiamento sullo stesso piano dei “condannati” a seguito di procedimento ordinario, in riferimento a tutte le ipotesi di revisione, ivi compresa, evidentemente, anche quella prevista dall’art. 630, comma 1, lettera c), cod. proc. pen. , che si realizza nei casi in cui «dopo la condanna sono sopravvenute o si scoprono nuove prove che sole o unite a quelle già valutate, dimostrano che il condannato deve essere prosciolto a norma dell’articolo 631».