[pronunce]

che la vicenda che forma oggetto del procedimento a quo si differenzia, peraltro, da quella esaminata dalla Corte europea nella sentenza Scoppola, giacché, nella specie, il condannato non è stato ammesso al giudizio abbreviato e, pertanto, il processo nei suoi confronti si è svolto con rito ordinario; che l'evidenziato tratto differenziale non renderebbe, tuttavia, manifestamente infondata l'istanza; che la Corte costituzionale ha dichiarato, infatti, a più riprese illegittima la disciplina del giudizio abbreviato, nella parte in cui non riconosceva il diritto allo sconto di pena all'imputato cui l'accesso al rito fosse stato ingiustificatamente negato (sentenze n. 169 del 2003, n. 23 del 1992 e n. 81 del 1991); che, in tali occasioni, la Corte ha affermato che il giudice del successivo segmento processuale deve poter sindacare il diniego dell'ammissione al rito speciale e, ove lo ritenga ingiustificato, procedere egli stesso alla riduzione di pena: principio del quale il Tribunale rimettente assume di poter fare «senza problema alcuno» diretta applicazione anche nel caso sottoposto al suo vaglio; che, a questo proposito, si imporrebbe, tuttavia, una considerazione differenziata dei tre omicidi per i quali l'istante ha riportato condanna; che i primi due omicidi sono stati, infatti, commessi in date anteriori alla sentenza n. 176 del 1991 della Corte costituzionale e, dunque, in un momento nel quale il codice di rito consentiva di accedere al giudizio abbreviato anche per i delitti puniti con la pena dell'ergastolo e così di contenere nei limiti di trenta anni di reclusione il relativo trattamento sanzionatorio; che in relazione a detti reati, pertanto, il diniego dell'accesso al rito speciale da parte del Giudice dell'udienza preliminare in ragione della sopravvenuta dichiarazione di incostituzionalità dell'art. 442, comma 2, cod. proc. pen. risulterebbe illegittimo, essendosi risolto nell'applicazione retroattiva di una norma penale sfavorevole, in violazione del divieto sancito dall'art. 25 Cost. e dall'art. 7 della CEDU: divieto da reputare operante anche quando la disciplina penale più severa derivi da una declaratoria di illegittimità costituzionale; che il terzo omicidio, al contrario, risulta commesso in data posteriore alla sentenza n. 176 del 1991 e, dunque, in un momento nel quale la legge in vigore non permetteva il giudizio abbreviato per i reati puniti con l'ergastolo: sicché, rispetto ad esso, il rigetto della richiesta in sede di udienza preliminare non potrebbe essere ritenuto illegittimo; che, con riguardo a detto episodio criminoso, si porrebbe, tuttavia, il diverso problema della violazione del principio di retroattività della norma più favorevole sopravvenuta, rappresentata dall'art. 30, comma 1, lettera b), della legge n. 479 del 1999, che ha reintrodotto la possibilità di definire con giudizio abbreviato i processi per i reati in questione; che nessun rilievo avrebbe, a questo proposito, il successivo intervento del decreto-legge 24 novembre 2000, n. 341 (Disposizioni urgenti per l'efficacia e l'efficienza dell'amministrazione della giustizia), convertito, con modificazioni, dalla legge 19 gennaio 2001, n. 4, il cui art. 7 - aggiungendo un ulteriore periodo all'art. 442, comma 2, cod. proc. pen. - ha previsto che, in caso di giudizio abbreviato, la pena dell'ergastolo con isolamento diurno (inflitta nella specie all'imputato) è sostituita da quella dell'ergastolo, anziché dalla pena detentiva temporanea: alla stregua dei principi affermati nella sentenza Scoppola, tale disciplina resterebbe infatti inoperante nel caso in esame, trattandosi di normativa penale sfavorevole sopravvenuta, insuscettibile di applicazione retroattiva; che, ciò posto, nel caso di specie la mancata fruizione della diminuzione di pena reintrodotta dalla legge n. 479 del 1999 sarebbe imputabile alla disciplina transitoria recata dall'art. 4-ter del decreto-legge n. 82 del 2000, che - come detto - ha riaperto i termini per la proposizione della richiesta di giudizio abbreviato solo nei processi pendenti nei gradi di merito e nei quali rimanessero da compiere atti di istruzione dibattimentale; che il giudice a quo dubita, tuttavia, della legittimità costituzionale di tale disposizione, nella parte in cui non ha esteso la riammissione in termini anche ai processi che - come nella specie - pendessero davanti alla Corte di cassazione; che la norma censurata si porrebbe, per tal verso, in contrasto con l'art. 3 Cost., avendo sottoposto gli imputati nei suddetti processi ad un trattamento deteriore rispetto a coloro che avessero commesso reati dello stesso tipo; che tale disparità di trattamento non potrebbe essere giustificata con considerazioni connesse alla finalità deflattiva del rito speciale: anche nei giudizi di cassazione, infatti, la riapertura dei termini avrebbe potuto essere fonte di benefici in termini di economia processuale, posto che, alla luce dei correnti orientamenti giurisprudenziali, la richiesta del rito abbreviato comporta la sanatoria per accettazione di tutte le nullità non assolute, il superamento delle questioni di competenza e l'irrilevanza delle questioni di inutilizzabilità «non patologica»; che la disposizione denunciata violerebbe, inoltre, l'art. 117 Cost., in riferimento agli artt. 6 e 7 della CEDU, ponendosi in contrasto tanto con il principio di retroattività della lex mitior che con il diritto all'equo processo; che non potrebbe ritenersi, in effetti, rispondente a quest'ultimo paradigma una disciplina processuale che, nel caso di rimozione di un ostacolo normativo all'accesso ad un rito speciale, non ne consenta la fruizione all'imputato che avesse tempestivamente formulato in precedenza la relativa richiesta, vedendola respinta proprio a causa dell'ostacolo normativo rimosso; che la possibilità di far valere i denunciati vizi di illegittimità costituzionale non sarebbe, d'altro canto, preclusa dall'avvenuta formazione del giudicato; che la sentenza della Corte europea sul caso Scoppola si atteggerebbe, infatti, alla stregua di un fatto normativo sopravvenuto «di rilievo costituzionale», ai sensi dell'art. 117 Cost., posto che, prima di essa, l'incostituzionalità della disciplina in esame non sarebbe stata agevolmente sostenibile: prospettiva nella quale non potrebbe ammettersi che la «cortina del giudicato» cali «su di una incostituzionale situazione di trattamento deteriore dell'imputato»; che la questione sarebbe, infine, rilevante nel giudizio a quo, giacché solo in caso di suo accoglimento sarebbe possibile sostituire la pena irrogata all'istante con quella di trenta anni di reclusione, conformemente alla sua richiesta: in caso contrario, infatti, la riduzione diretta, da parte dello stesso Tribunale rimettente, della pena inflitta per i primi due omicidi non sortirebbe alcun effetto concreto, giacché il condannato - in forza del disposto dell'art. 72, terzo comma, cod. pen.