[pronunce]

obbligando, inoltre, all'art. 16, gli Stati contraenti a prendere adeguate misure a tutela dei migranti la cui vita o incolumità è posta in pericolo dalle predette condotte; che, con ordinanza del 4 novembre 2009 (r.o. n. 140 del 2010) , il Tribunale di Modena, in composizione monocratica, ha sollevato, in riferimento agli artt. 2, 3, 25, 27, 30, 32 e 117 Cost., questione di legittimità costituzionale dell'art. 10-bis del d.lgs. n. 286 del 1998, nella parte in cui prevede come reato il soggiorno illegale dello straniero nel territorio dello Stato, e dell'art. 16, comma 1, del medesimo decreto legislativo, nella parte in cui prevede che il giudice, nel pronunciare sentenza di condanna per il reato di cui al citato art. 10-bis, possa sostituire la pena pecuniaria con la misura dell'espulsione per un periodo non inferiore a cinque anni; che il giudice a quo premette di essere chiamato a celebrare il giudizio direttissimo nei confronti di uno straniero proveniente dalla Tunisia, tratto in arresto per il delitto di cui all'art. 73 del d.P.R. 9 ottobre 1990, n. 309 (Testo unico delle leggi in materia di disciplina degli stupefacenti e delle sostanze psicotrope, prevenzione, cura e riabilitazione dei relativi stati di tossicodipendenza), perché trovato in possesso di sostanza stupefacente; che al momento dell'arresto, lo straniero era risultato privo di permesso di soggiorno o di altro titolo che gli consentisse di permanere nel territorio dello Stato, sicché il giudizio direttissimo era stato instaurato anche per i reati connessi di cui agli artt. 10-bis e 6, comma 3, del d.lgs. n. 286 del 1998, per essersi l'imputato introdotto e trattenuto illegalmente nel territorio dello Stato e per non aver ottemperato all'obbligo di esibire i documenti di identificazione e il permesso di soggiorno; che, ritenendo rilevante e non manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale dell'art. 10-bis del d.lgs. n. 286 del 1998 (oltre che della collegata previsione di cui all'art. 16, comma 1, dello stesso decreto legislativo) , il giudice a quo ha disposto la separazione dei processi; che, anche dopo detta separazione, il Tribunale rimettente si reputa comunque legittimato a sollevare la questione, essendosi ormai radicata la propria competenza in ordine al reato previsto dalla norma censurata in virtù del principio della perpetuatio iurisdictionis; che, ad avviso del giudice a quo, l'art. 10-bis del d.lgs. n. 286 del 1998 va sottoposto a scrutinio di costituzionalità limitatamente alla parte in cui prevede come reato la condotta di soggiorno illegale: nel caso oggetto di giudizio, infatti, l'imputato risulta essere entrato in Italia prima dell'entrata in vigore della legge n. 94 del 2009, con la conseguenza che egli non potrebbe essere chiamato a rispondere del reato di ingresso illegale, non essendo all'epoca il fatto penalmente rilevante; che, ciò premesso, il rimettente rileva come la norma denunciata, nel configurare, in parte qua, un reato omissivo proprio - integrato dal mancato allontanamento dello straniero dal territorio dello Stato - non contempli alcun termine, esplicito o implicito, per l'adempimento del precetto: con la conseguenza che, al momento di entrata in vigore della legge n. 94 del 2009, il reato sarebbe venuto automaticamente a perfezionarsi per i tutti i cittadini extracomunitari irregolarmente presenti in Italia; che la disposizione incriminatrice verrebbe a porsi, di conseguenza, in contrasto con i principi di «tassatività-determinatezza» della fattispecie penale (art. 25, secondo comma, Cost.), di non punibilità della condotta inesigibile (art. 27, primo comma, Cost.) e di inviolabilità del diritto di difesa (art. 24, secondo comma, Cost.): principi a fronte dei quali la previsione di un termine per il compimento dell'azione prescritta configurerebbe elemento imprescindibile del reato omissivo proprio; che la medesima disposizione violerebbe, altresì, il principio di eguaglianza (art. 3 Cost.), per irragionevole disparità di trattamento rispetto alla figura criminosa descritta dall'art. 14, comma 5-ter, del d.lgs. n. 286 del 1998, che attribuisce rilievo penale alla mancata ottemperanza all'ordine di allontanamento impartito dal questore solo dopo la scadenza del termine di cinque giorni; che il principio di eguaglianza sarebbe leso anche in conseguenza dell'omessa previsione della non punibilità del fatto commesso per «giustificato motivo», diversamente da quanto avviene in rapporto alla più grave fattispecie delittuosa di cui al citato art. 14, comma 5-ter, del d.lgs. n. 286 del 1998: con una concorrente violazione del principio di personalità della responsabilità penale (art. 27, primo comma, Cost.), essendo sottoposto a pena anche lo straniero che, trovandosi illegalmente in Italia prima dell'entrata in vigore della novella legislativa, non si sia allontanato dal territorio dello Stato «perché impedito da gravi difficoltà che rendono il precetto inesigibile»; che sarebbe violato, ancora, l'art. 27, terzo comma, Cost., giacché la comminatoria di una pena pecuniaria nei confronti di soggetti normalmente insolvibili, quali i migranti irregolari, risulterebbe priva di efficacia deterrente e, dunque, inidonea ad esplicare una funzione rieducativa; che risulterebbe, in effetti, evidente come la sanzione penale venga nella specie impiegata per una finalità diversa da quella indicata dall'art. 27, terzo comma, Cost., e, cioè, unicamente per allontanare lo straniero "irregolare" dal territorio dello Stato: prospettiva nella quale l'incriminazione si rivelerebbe irrazionale, sovrapponendosi - senza reali benefici - al preesistente istituto dell'espulsione amministrativa, con conseguente lesione anche del principio di buon andamento della pubblica amministrazione (art. 97 Cost.); che priva di giustificazione, e pertanto lesiva dell'art. 3 Cost., risulterebbe anche la sancita inapplicabilità al reato in esame dell'oblazione (art. 10-bis, comma 1, secondo periodo, del d.lgs. n. 286 del 1998); che, a propria volta, la possibilità, prevista dall'art. 16, comma 1, del d.lgs. n. 286 del 1998, di sostituire la pena pecuniaria con la misura dell'espulsione per un periodo non inferiore a cinque anni, sarebbe fonte di una ingiustificata disparità di trattamento degli autori del reato in esame rispetto agli altri destinatari della misura (identificati dallo stesso art. 16, comma 1, negli stranieri "irregolari" cui sia inflitta una pena detentiva entro il limite di due anni, sempre che non ricorrano le condizioni per ordinarne la sospensione condizionale); che, da ultimo, l'art. 10-bis del d.lgs.