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C'è una cultura, però, e ci sono dei costumi che ci uniscono e che esprimiamo nei più vari modi, finanche i tanti che simulano una gratuita e affettata idiosincrasia; cultura e maniere che si manifestano in un autentico sentimento della tolleranza e nell'ospitalità e nell'accoglienza; costumi che vanno anche oltre la nostra stessa consapevolezza: a volte muti e sovente finiamo per essere critici e litigiosi. E stamattina abbiamo avuto un esempio, quando, invece di gioire o approfittare di un'occasione per mantenere il silenzio, qualcuno ha creato una bagarre sulla liberazione dei nostri diciotto connazionali. Mi preme anche sottolineare, in quest'ambito, che tra quei diciotto pescatori c'erano italiani, tunisini, senegalesi e persino indonesiani. Detto ciò, tornando all'argomento in esame, la Consulta ha dichiarato l'illegittimità costituzionale di quella norma contenuta all'articolo 13 del decreto-legge n. 113 del 2018, che, di fatto, non riconosceva ai richiedenti protezione internazionale che ottenevano il permesso di soggiorno il diritto, ma anche il dovere -oserei dire - all'iscrizione anagrafica. Da tutti i punti di vista considerati, la norma censurata contraddice le finalità del decreto-legge n.113 del 2018, poiché la stessa non agevola il perseguimento delle finalità di controllo del territorio dichiarate dal decreto sicurezza stesso. La sicurezza la si ottiene con le regole chiare, con la possibilità di eseguire seri controlli per perseguire coloro che non rispettano le norme, anche le più elementari, e con la certezza della pena e la tempestività della stessa, come diceva un grande illuminista italiano. Elemento importante: il contesto attuale è anche cambiato rispetto a due anni fa. Quindi, con il decreto-legge in esame forniamo alle nostre Forze dell'ordine strumenti assai più efficaci di controllo per il rimpatrio degli irregolari. Abbiamo sempre creduto che la risposta più efficace fosse un sistema di accoglienza controllato, diffuso, efficiente e gestito in modo trasparente; punti tutti che, col presente decreto, vengono rafforzati. Ripetiamo, ancora una volta, che il tema è principalmente europeo e non dei soli Paesi di frontiera. Più in dettaglio, abbiamo dei percorsi per consentire un più facile monitoraggio ed evitare che quelle persone possano vagare per il nostro Paese e finire anche a delinquere. Evitiamo l'emarginazione, foriera di potenziali reazioni anche violente. Interveniamo sulle procedure di esame delle domande di asilo, con particolare attenzione verso le categorie particolarmente vulnerabili, come i minori, le donne in stato di gravidanza e gli anziani; ampliamo le competenze delle commissioni territoriali. Accorciamo i tempi di trattenimento per il rimpatrio degli irregolari, riducendo da centottanta a novanta giorni la permanenza nel nostro Paese e, soprattutto, ci rimettiamo in linea con le fondamentali norme di diritto internazionale. Noi non siamo per l'accoglienza indiscriminata, ma nemmeno per gli slogan su una materia così delicata e complessa: siamo per far funzionare il Paese e per renderlo più sicuro; un obiettivo che non è né di destra, né di sinistra. In conclusione, Presidente, il Governo ha lavorato proprio come Paese di frontiera con il nostro Ministro degli affari esteri una linea comune con la Spagna, la Grecia, Cipro e Malta. Circa 1.200 persone nel 2020 sono state rimpatriate dopo l'accordo con le autorità tunisine, che hanno dato la disponibilità a prevedere molti voli in più rispetto a quelli previsti. Consapevoli che la tratta di esseri umani non si sconfigge da soli e non la si può fermare in mare, né dentro i nostri porti, abbiamo rivolto al Governo tunisino una proposta di collaborazione che ha già avuto concreta attuazione. Non mi dilungo oltre. Ci sono anche norme più restrittive per i Daspo e per il contrasto al fenomeno dello spaccio di stupefacenti. In sintesi, sono tutte misure di buon senso, razionali, puntuali e soprattutto dettate da esigenze concrete, senza finalità demagogiche, sostenute da chi si oppone -come ho avuto modo di ascoltare - che, senza entrare nel merito delle misure, si rifà a metodi faziosi e di semplice propaganda. (Applausi). PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Urraro. Ne ha facoltà. URRARO (L-SP-PSd'Az) . Signor Presidente, Governo, colleghi senatori, l'intervento normativo in corso di conversione ha natura composita e disomogenea: interviene sulla disciplina dell'immigrazione e della protezione internazionale; introduce modifiche al codice penale e disposizioni in materia di sicurezza; ridefinisce il ruolo del Garante nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale; pone un tema non chiaro di successione delle leggi nel tempo con ipotesi di retroattività e riporta criticità diffuse. L'articolo 2 amplia l'ipotesi in cui l'impugnazione avverso il provvedimento emesso dalla commissione territoriale non ha effetto sospensivo, allargandolo all'ipotesi di rigetto di domande presentate da persone sottoposte a procedimento penale o condannate per reati che costituiscono causa di diniego dello status di rifugiato. Si tratta di norma di coordinamento assolutamente necessaria in quanto, in caso contrario, la proposizione dell'impugnazione avrebbe prodotto l'effetto di congelamento dell'ordine di espulsione conseguente al rigetto proprio nei casi più gravi e di immediato accertamento. La possibilità di accertare immediatamente la sussistenza di tali condizioni dovrebbe condurre, anche in tal caso, nell'ipotesi più che probabile di richiesta di inibitoria degli effetti del provvedimento impugnato, una decisione monocratica di accoglimento o di rigetto, con modifica dell'attuale previsione dell'articolo 35- bis del decreto legislativo n. 25 del 2008, che contempla ben due pronunce collegiali, sia in caso di accoglimento che di rigetto della richiesta di sospensione, con un unicum processuale, che non trova alcuna rispondenza con gli istituti in tema di inibitoria previsti dal codice di rito. Sembra indifferibile procedere verso l'individuazione di elementi diretti alla velocizzazione della fase del rito giurisdizionale dell'impugnazione dei provvedimenti delle commissioni territoriali. Ai sensi dell'articolo 35- bis, è bene ribadire che la richiesta di strumenti che consentono di rendere più agile e celere il rito è dovuta non soltanto - e ciò sarebbe bastevole -all'esigenza di affrancare i tribunali distrettuali da un numero insostenibile di procedimenti in materia di protezione, che costringono a sacrificare oltre ogni misura la tutela dei diritti dei cittadini, ma anche alla necessità di assicurare, in tempi ragionevoli e tali da essere conformi ai principi dell'articolo 111 della Costituzione, i diritti dei richiedenti asilo, nella consapevolezza che solo una tutela che intervenga in tempi celeri possa dirsi tale e sia in grado di proteggere l'effettività dei diritti fatti valere.