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L'articolo 30, comma 1, lettera d) , punisce con l'arresto fino a sei mesi cumulato all'ammenda la violazione di una serie di divieti contenuti nell'articolo 21 della medesima legge relativi al luogo in cui è esercitata la caccia. Non presentano peculiari problemi le fattispecie che sanzionano la caccia nei parchi nazionali, nei parchi naturali regionali e nelle riserve naturali. Altrettanto pacifica è l'individuazione degli ambiti delle oasi di protezione e delle zone di ripopolamento e cattura, nonché dei terreni adibiti ad attività sportive. Qualche problema interpretativo deriva dall'espressione «parchi e giardini urbani», dal momento che l'articolo 21, comma 1, lettera a) , vieta l'esercizio venatorio nei giardini, nei parchi pubblici e privati, nei parchi storici e archeologici e nei terreni adibiti ad attività sportive. Non è chiaro se il legislatore abbia voluto sanzionare penalmente solo la caccia nei giardini e nei parchi urbani, restringendo l'ambito oggettivo della fattispecie, o se invece si tratta di una scorretta formulazione della disposizione. Nel caso in cui la caccia sia esercitata negli altri luoghi vietati dall'articolo 21, come le foreste demaniali o dove esistono beni monumentali o all'interno di aie, cortili o altre pertinenze di fabbricati rurali, si applica la sanzione amministrativa di cui all'articolo 31, comma 1, lettera e) , che sanziona la caccia in zona di divieto. Infine chi esercita la caccia sparando da autoveicoli, da natanti o aeromobili (lettera i) del comma 1 dell'articolo 30) è punito con l'arresto fino a tre mesi o l'ammenda. La caccia da veicolo fermo non rientra in questa fattispecie. III) Mezzi di caccia e uccellagione. La lettera h) del comma 1 dell'articolo 30 prevede una sanzione esclusivamente pecuniaria per chi esercita la caccia con mezzi vietati. Si tratta di una fattispecie aperta. L'articolo 13 della legge stessa vieta infatti tutte le armi e tutti i mezzi per l'esercizio venatorio non espressamente ammessi dal medesimo articolo. Qualche problema interpretativo si è posto riguardo all'individuazione del concetto non tanto di armi consentite (fucile con canna liscia o rigata con le limitazioni e le specificazioni nello stesso articolo previste) quanto della definizione dei mezzi vietati. Significativo al riguardo è il contributo della giurisprudenza: l'articolo 13, comma 5, vieta, oltre all'uso delle armi, «tutti i mezzi per l'esercizio venatorio non esplicitamente ammessi» dal medesimo articolo; tale disposizione si riferisce -- come ha ritenuto la Corte costituzionale con ordinanza n. 95 del 1995 -- ai soli mezzi diretti all'abbattimento delle prede, e non anche ai mezzi ausiliari. Pertanto non si configura il reato in esame nel caso di uso di apparecchi radio ricetrasmittenti adoperati dai cacciatori per tenersi in contatto fra loro e coordinare i loro movimenti, nulla rilevando, ai fini penali, che tali apparecchi siano vietati dalla normativa regionale, sotto comminatoria di sanzioni amministrative (Cassazione penale, sezione III, 19 maggio 1999, n. 1920). La giurisprudenza ha precisato inoltre che la cattura di uccelli con le mani integra il reato di cui all'articolo 30, comma 1, lettera h) , atteso che siffatto mezzo, non essendo compreso fra quelli consentiti tassativamente indicati dall'articolo 13 della stessa legge, rientra tra quelli vietati ai sensi del comma 5 di quest'ultima disposizione, che considera tali tutti quelli non espressamente ammessi (Cassazione penale, sezione III, 13 novembre 2000, n. 139). La norma ha ribadito la sanzione a carico di chi usa richiami vietati dall'articolo 21, comma 1, lettera r) , accompagnandola con la confisca obbligatoria degli stessi richiami. Tale norma vieta di usare come richiami uccelli vivi accecati, mutilati ovvero legati per le ali. La lettera e) del comma 1 dell'articolo 30 riguarda uno dei più peculiari reati venatori: l'uccellagione, sanzionata con l'arresto fino ad un anno o con l'ammenda. Tale fattispecie è tenuta distinta e sanzionata in modo più grave rispetto alla cattura di uccelli con mezzi vietati di cui alla lettera h) del medesimo comma 1, benché i confini tra le due pratiche non siano così precisi. Secondo una giurisprudenza consolidata, la linea di demarcazione tra l'uccellagione e la caccia con mezzi vietati è rappresentata dalla possibilità, insita nella prima, che si verifichi un indiscriminato depauperamento della fauna selvatica a cagione delle modalità dell'esercizio venatorio e in considerazione della particolarità dei mezzi adoperati (Cassazione penale, sezione III, 9 marzo 2000, n. 5046). La distinzione tra uccellagione e generica cattura di uccelli non risiede dunque nell'uccisione degli uccelli, ma nell'impiego di qualsiasi impianto, mezzo e metodo di cattura o di soppressione, in massa o non selettiva o che possa portare localmente all'estinzione di una specie (Cassazione penale, sezione III, 20 febbraio 1997, n. 2423). Costituisce, pertanto, uccellagione l'installazione di trappole munite di lacci di crine, per la cattura e lo strangolamento di volatili, atteso che in tale modo si realizza la possibilità, caratteristica appunto dell'uccellagione, di un depauperamento, sia pure parziale, della fauna selvatica, riconducibile alle modalità indiscriminate dell'esercizio venatorio (Cassazione penale, sezione III, 2 giugno 1999, n. 9607). La cattura di uccelli, senza uso di armi da fuoco e dopo appostamenti e ricerche fra gli alberi, integra anche il reato di uccellagione, in quanto l'uccellagione deve ritenersi consistere non solo nell'atto finale della apprensione di uccelli vivi e vitali con mezzi diversi dalle armi da fuoco, ma altresì negli atti, preparatori e strumentali, quali il vagare o il soffermarsi in attesa o nella ricerca dei volatili. Pertanto anche il prelievo di uova, nidi e piccoli nati integra una ipotesi di uccellagione per la lettera e la ratio della norma. La giurisprudenza consolidata ritiene ormai che l'uccellagione (come la «cattura») possa essere rivolta al mantenimento dell'animale catturato oltre che al suo abbattimento, benché precedenti giurisprudenziali considerassero penalmente sanzionata solo l'uccellagione (nel senso di cattura con soppressione di volatili) contrapposta alla «cattura» (Cassazione penale, sezione III, 21 giugno 1996, n. 8698). Peculiari problemi si pongono quindi in ordine al rapporto tra le fattispecie in esame e il reato di maltrattamento di animali di cui all'articolo 727 del codice penale.