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A quel punto, votiamo in Commissione lo stralcio di quel che vuole essere stralciato in Aula e poi torniamo qui mercoledì 23, dimostrando che il fatto di votare una cosa su cui fino a sei mesi fa tutti la pensavamo in maniera contraria, non è solo una bandierina da mettere qui oggi, ma è un gesto di dignità, di buon senso e di decoro delle istituzioni. (Applausi) . PRESIDENTE . Ai sensi dell'articolo 93 del Regolamento, sulle questioni pregiudiziale e sospensiva presentate si svolgerà un'unica discussione, nella quale potrà intervenire un rappresentante per Gruppo, per non più di dieci minuti. MARTELLI (Misto) . Domando di parlare. PRESIDENTE. Ne ha facoltà. MARTELLI (Misto) . Signor Presidente, ho apprezzato molto il discorso del collega De Falco perché, soprattutto per il fatto che siamo in campagna elettorale per il referendum , in questo dibattito va introdotto il concetto che la riduzione del numero dei parlamentari è un pezzetto del disegno che si va configurando, quello cioè per cui il bicameralismo paritario è un problema. Stranamente il bicameralismo paritario, nella forma introdotta in Italia con la votazione del 1948, fin da subito non è piaciuto, nel senso che prima piaceva e dopo non più. Il primo e brutto esempio di manomissione del bicameralismo paritario c'è stato quando la durata della legislatura, inizialmente differenziata tra i due rami del Parlamento, per il Senato è stata ridotta da sei a cinque anni, così da equipararla a quella della Camera. Tuttavia, il senso di un bicameralismo paritario - e le grandi democrazie lo insegnano - è quello di valorizzare e non di comprimere la differenza tra le due Camere. Un esempio, perché è interessante fare un confronto con altri ordinamenti, è quello del bicameralismo paritario degli Stati Uniti d'America, dove il Senato federale e il Congresso hanno quasi la stessa forza, anche se in realtà il Senato è un po' più potente. La legislatura dura quattro anni per il Congresso, mentre per il Senato sei; per di più, ogni due anni un terzo del Senato americano viene rinnovato. La considerazione che è stata fatta è che è giusto ed importante che non ci sia una maggioranza cristallizzata per l'intera durata della legislatura, perché l'elettore deve avere un controllo, anche di medio termine - le famose elezioni di medio termine del Congresso - sull'attività legislativa, il che è mutuato anche in altre Nazioni, come per esempio l'Australia. L'altra cosa importante è che le riforme che hanno interessato il bicameralismo paritario americano sono andate nel senso di estendere e non di indebolire la forza di questa situazione. Un esempio è quello dell'emendamento presentato nel maggio del 1913, con il quale il Senato americano divenne elettivo (prima non era eletto a suffragio universale). Il bicameralismo paritario italiano ha la sua forza nel fatto che è stato costruito così per un motivo. Perché gli elettorati attivi e passivi del Senato sono diversi? Perché l'Assemblea Costituente aveva concluso che il Senato dovesse rappresentare una Camera di riflessione, composta quindi da persone mediamente più mature per età - anche se ovviamente dobbiamo riconoscere che la maggiore età non fa una maggiore maturità - anche dal punto di vista dell'elettorato. Non solo: si è ritenuto di differenziare anche il sistema elettorale, uno su base regionale e uno su base nazionale. Ogni tentativo di comprimere questa differenza, cioè di fare del Senato una fotocopia della Camera ha inevitabilmente un unico sbocco, quello di creare due Camere uguali, per poi poter dire che una delle due è di troppo e quindi passare al bicameralismo differenziato, con una sola Camera titolare del rapporto fiduciario, che ha quindi il potere legislativo. È stato anche detto dal relatore, il quale ha affermato che è importante avere una maggioranza omogenea alla Camera e al Senato. Invece no: è importante che non sia così, perché il controllo dell'elettore si verifica nel momento in cui si differenzia anche il modo in cui vengono eletti i due rami del Parlamento. Meglio ancora sarebbe avere uno sfasamento tra il momento in cui si elegge una Camera e quello in cui si elegge l'altra, sempre per il famoso controllo elettorale. Invece si va in senso contrario. Il disegno generale che, poco per volta, si sta svelando non può essere portato avanti in questi termini. Per fortuna, è stato introdotto nel dibattito questo singolo segmento e il relatore ha affermato quello che ha affermato, perché così possiamo dire che la riforma costituzionale in atto e quelle che stanno arrivando dovrebbero essere rifiutate e che si dovrebbe votare in senso contrario. Questo perché sono tutte riforme volte a ridurre il potere di scelta dell'elettore: le chiamerei «riforme di mandato in bianco». Passa, cioè, l'idea per cui una legislatura debba essere cristallizzata nel volere elettorale iniziale e nell'attività legislativa governativa. Infatti, meno controllo dell'elettore e meno differenziazione consentono un maggior potere per l'Esecutivo, che già ne ha abbastanza di suo. Tutti gli altri accessori che naturalmente sono all'interno del dibattito (come la sfiducia costruttiva, eccetera) sono orpelli, che in realtà servono solamente per cercare di riequilibrare quello che ormai si è perso, ossia la forza di un bicameralismo. Ciò che mi preoccupa e colpisce è che, all'interno di questa stessa Assemblea, non si rilevi questa esigenza. Ho sentito molto spesso parlare di come rafforzare il potere del Parlamento: bene; se ne parla, ma alla fine fattivamente non si fa. Non ho mai visto un affare assegnato, con un ciclo di audizioni, nel quale si ponga esattamente questo principio o si sentano anche rappresentanti di altre Camere elettive in giro per il mondo. È sempre un discorso autoreferenziale. Gli Stati Uniti sono un esempio, ma esiste anche quello del Parlamento federale svizzero, nel quale è previsto che la minoranza e l'opposizione partecipino al Governo; oppure il caso della Svezia, dove, nel momento in cui il Governo va sotto durante l'esame di un provvedimento in Aula, non si apre una stagione di piaghe, ma semplicemente i parlamentari prendono atto che quel testo non è condiviso e che, di conseguenza, ha bisogno di ulteriore approfondimento. Ben venga, quindi, qualunque riforma che aumenta il potere del Parlamento e mal venga qualunque riforma che lo diminuisce; ben venga qualunque modifica regolamentare che potenzia l'attività del Parlamento, senza che necessariamente questa vada ad inficiare l'attività governativa. Una delle più grandi riforme che potremmo concepire sarebbe questa: svincolarci dall'idea che il Governo debba per forza essere un monolite che non può mai subire un voto negativo. È una cosa che non fa bene alla democrazia, perché di fatto cristallizza una situazione per la durata della legislatura. Anche il tentativo forzoso di portare avanti una legislatura fino alla sua scadenza può avere un senso solamente in un altro tipo di ordinamento, non nel nostro, nel quale è fisiologico che, a un certo punto, il parlamentare sia libero, visto che rappresenta la Nazione e non una parte politica. Ricordiamolo, visto che ho ancora tempo: