[pronunce]

19 novembre 2007, n. 251 (Attuazione della direttiva 2004/83/CE recante norme minime sull'attribuzione, a cittadini di Paesi terzi o apolidi, della qualifica di rifugiato o di persona altrimenti bisogna di protezione internazionale, nonché norme minime sul contenuto della protezione riconosciuta), fatta espressamente salva dal comma 6 dello stesso art. 10-bis del d.lgs. 286 del 1998, che prevede la sospensione del procedimento penale per il reato in esame nel caso di presentazione della relativa domanda e, nell'ipotesi di suo accoglimento, la pronuncia di una sentenza di non luogo a procedere (sentenza n. 250 del 2010, ordinanza n. 32 del 2011); che con riguardo, poi, allo specifico assunto del rimettente, secondo il quale la norma censurata renderebbe configurabile una responsabilità a titolo di concorso nel reato a carico di chiunque, anche per mera solidarietà, presti aiuto al migrante irregolare in quanto persona bisognosa, va ulteriormente rilevato che il giudice a quo non tiene affatto conto della cosiddetta scriminante umanitaria contemplata dall'art. 12, comma 2, del d.lgs. n. 286 del 1998: disposizione in forza della quale, fermo restando quanto previsto dall'art. 54 del codice penale (e, dunque, anche al di fuori delle ipotesi riconducibili alla scriminante comune dello stato di necessità), «non costituiscono reato le attività di soccorso e assistenza umanitaria prestate in Italia nei confronti degli stranieri in condizioni di bisogno comunque presenti nel territorio dello Stato»; che, pertanto, tutte tali censure sono manifestamente infondate; che, nel resto, relativamente alle questioni volte a contestare specifiche articolazioni della disciplina sostanziale o processuale del reato in esame, questa Corte ha parimenti escluso che sia censurabile sul piano della legittimità costituzionale, in rapporto al principio di ragionevolezza (art. 3 Cost.), la scelta di prevedere per detto reato la pena dell'ammenda; che è ben vero, in effetti, che tale pena presenta un ridotta capacità dissuasiva, a fronte della condizione di insolvibilità in cui assai spesso (ma, comunque, non indefettibilmente) versa il migrante irregolare e della difficoltà di convertire la pena pecuniaria ineseguita in lavoro sostitutivo o in obbligo di permanenza domiciliare (art. 55 del d.lgs. n. 274 del 2000), risultando il condannato spesso privo di fissa dimora e, comunque, non abilitato a risiedere legalmente in Italia; che «simili valutazioni - al pari di quella attinente, più in generale,al rapporto fra "costi e benefici" connessi all'introduzione della nuova figura criminosa, rapporto secondo molti largamente deficitario [...] - attengono, tuttavia, all'opportunità della scelta legislativa su un piano di politica criminale e giudiziaria: piano di per sé estraneo al sindacato di costituzionalità» (sentenza n. 250 del 2010, ordinanze n. 32 del 2011 e n. 321 del 2010); che manifestamente inammissibili per difetto di rilevanza risultano, d'altro canto, le censure di violazione dell'art. 3 Cost., per assenza nella descrizione del fatto incriminato della clausola «senza giustificato motivo», e di violazione dell'art. 27 Cost., in rapporto alla prevista declaratoria del non luogo a procedere per avvenuta espulsione dello straniero; che anche nel frangente, infatti, dall'ordinanza di rimessione non consta né che nel caso di specie ricorrano situazioni qualificabili come «giustificato motivo» di inosservanza del precetto (ordinanza n. 318 del 2010); né che gli imputati nel giudizio principale siano stati materialmente espulsi (sentenza n. 250 del 2010); che analoga considerazione vale in riferimento alla censura di violazione degli artt. 10 e 117 Cost., legata all'asserito contrasto dell'incriminazione censurata con gli artt. 5 e 16 del Protocollo addizionale alla Convenzione delle Nazioni Unite contro la criminalità organizzata transnazionale per combattere il traffico illecito di migranti, adottato il 15 dicembre 2000, ratificato e reso esecutivo con legge 16 marzo 2006, n. 146; che - a prescindere da ogni rilievo in ordine alla fondatezza della doglianza - è dirimente, infatti, la constatazione che il rimettente non ha dedotto che, nella fattispecie concreta sottoposta al suo vaglio, ricorra il presupposto di applicabilità delle norme internazionali pattizie evocate: vale a dire, che gli imputati nel giudizio a quo siano stati oggetto delle condotte di traffico di migranti descritte dall'art. 6 del citato Protocollo (ordinanza n 32 del 2011); che manifestamente inammissibile è anche la censura di violazione dell'art. 27 Cost., per l'asserita attitudine della norma incriminatrice a punire anche gli stranieri già presenti irregolarmente in Italia prima dell'entrata in vigore della legge n. 94 del 2009: ciò in quanto - indipendentemente da ogni altra considerazione - il rimettente non specifica se gli imputati versino concretamente in detta situazione, con conseguente difetto di motivazione sulla rilevanza; che manifestamente inammissibile per inconferenza della norma denunciata è, da ultimo, la censura, formulata in rapporto all'art. 3 Cost., che investe la prevista facoltà del giudice di sostituire la pena pecuniaria comminata per la contravvenzione in esame con la misura dell'espulsione per un periodo non inferiore a cinque anni; che prescindendo, di nuovo, da ogni considerazione di merito, la lesione costituzionale denunciata non deriva, infatti, dall'art. 10-bis del d.lgs. n. 286 del 1998 - unica norma sottoposta a scrutinio dall'ordinanza di rimessione in esame - ma semmai sarebbe recata da norme distinte, non coinvolte nella denuncia di incostituzionalità, che recano la disciplina fatta oggetto di censura (art. 16, comma 1, del d.lgs. n. 286 del 1998 e art. 62-bis del d.lgs. n. 274 del 2000) (sentenza n. 250 del 2010, ordinanza n. 32 del 2011); che, pertanto, tali ulteriori censure sono manifestamente inammissibili. Visti gli artt. 26, secondo comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87, e 9, comma 2, delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale.. per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE riuniti i giudizi, 1) dichiara la manifesta inammissibilità delle questioni di legittimità costituzionale dell'art. 10-bis del decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286 (Testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell'immigrazione e norme sulla condizione dello straniero), sollevate, in riferimento agli artt. 3, 24, 25, 27 e 97 della Costituzione, dal Giudice di pace di Lecco, sezione distaccata di Missaglia, e dal Giudice di pace di Pordenone con le ordinanze indicate in epigrafe; 2) dichiara la manifesta inammissibilità delle questioni di legittimità costituzionale degli artt. 10-bis e 16, comma 1, del d.lgs.