[pronunce]

ORDINANZA ha pronunciato la seguentenel giudizio di legittimità costituzionale dell'art. 630 del codice penale promosso con ordinanza del 19 maggio 2006 dal Tribunale di Padova nel procedimento penale a carico di D.S. ed altri, iscritta al n. 428 del registro ordinanze 2006 e pubblicata nella Gazzetta ufficiale della Repubblica n. 43, prima serie speciale, dell'anno 2006. Visto l'atto di costituzione di D.G. nonché l'atto di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri; udito nell'udienza pubblica del 17 aprile 2007 il Giudice relatore Giovanni Maria Flick. Ritenuto che, con l'ordinanza indicata in epigrafe, il Tribunale di Padova ha sollevato, in riferimento agli artt. 3, primo comma, e 27, primo e terzo comma, della Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell'art. 630 del codice penale, nella parte in cui stabilisce, per il delitto di sequestro di persona a scopo di estorsione, la pena minima di «anni venticinque di reclusione in difetto di circostanza attenuante speciale per i fatti di minore entità o gravità»; che il giudice a quo premette di essere investito del processo penale nei confronti di tre cittadini albanesi, imputati del reato previsto dalla norma denunciata, per aver privato della libertà personale altro cittadino extracomunitario allo scopo di ottenere, come prezzo della sua liberazione, il pagamento del corrispettivo di una cessione di sostanza stupefacente, precedentemente effettuata a favore del sequestrato; che il rimettente riferisce, in particolare, che quest'ultimo era stato condotto a forza da quattro persone, armate di coltello (successivamente identificate nei tre imputati ed in un minorenne), presso un casolare abbandonato, ove era stato costretto a contattare, tramite telefono cellulare, propri connazionali al fine di reperire la somma di cui era debitore, richiesta come condizione per la sua liberazione e con minaccia di morte ove il versamento non fosse avvenuto; che il sequestrato era rimasto quindi segregato nel casolare – legato ed imbavagliato – fino alla mattina del giorno successivo, allorché, a seguito della «segnalazione di un cittadino», i Carabinieri avevano provveduto alla sua liberazione; che, ad avviso del giudice a quo, nel fatto ascritto agli imputati sarebbe ravvisabile il contestato delitto di sequestro di persona a scopo di estorsione – punito, nella «forma base», con la reclusione da venticinque a trenta anni – e non già il concorso fra i reati di cui agli artt. 605 e 629 cod. pen. ; che, al riguardo, si dovrebbe ritenere, infatti, «sostanzialmente vincolante», e comunque condivisibile, l'interpretazione accolta dalle Sezioni unite della Corte di cassazione, in forza della quale – ai fini della configurabilità del delitto in questione – l'ingiustizia del profitto perseguito dall'agente va apprezzata non in base alla personale valutazione di costui, ma con riferimento a canoni legali: con la conseguenza che il reato di sequestro di persona a scopo di estorsione resterebbe integrato anche quando l'agente miri ad ottenere il pagamento di un debito derivante da un rapporto illecito precedentemente intercorso con la vittima (quale, nella specie, la cessione di sostanza stupefacente), trattandosi di pretesa priva di tutela legale; che, ciò premesso, il rimettente dubita, tuttavia, della legittimità costituzionale dell'art. 630 cod. pen. , avuto riguardo alla rigidità della risposta sanzionatoria da esso prefigurata; che – rimarcato come la discrezionalità del legislatore nella determinazione della pena per i singoli reati incontri il limite della ragionevolezza – il giudice a quo assume segnatamente che il minimo edittale di venticinque anni di reclusione, «per la sua estrema severità e soprattutto per l'assenza di una fattispecie attenuata speciale per i casi di minore entità», violerebbe i principi di personalità della responsabilità penale e della finalità rieducativa della pena, sanciti dall'art. 27, primo e terzo comma, Cost.; che l'irragionevolezza di detto minimo emergerebbe in modo evidente ove si consideri che per il delitto di omicidio volontario – il quale comporta il sacrificio irreparabile del «bene giuridico più protetto ed elevato», ossia la vita umana – è prevista una pena minima inferiore, pari ad anni ventuno di reclusione (art. 575 cod. pen.); mentre per la riduzione in schiavitù – che implica la privazione globale degli attributi della personalità, con totale asservimento e mercificazione della persona – la pena è della reclusione da otto a venti anni (art. 600 cod. pen.); che con riguardo, poi, a fattispecie criminose che presenterebbero elementi tipici più prossimi ed in parte sovrapponibili a quelli del delitto di cui all'art. 630 cod. pen. – trattandosi, in tutti i casi, di delitti contro il patrimonio – il rimettente evidenzia come la rapina aggravata dalla violenza, consistita nel porre taluno in stato di incapacità di agire (la quale potrebbe, di fatto, equivalere alla transitoria privazione della libertà personale) risulti punita con la pena minima di quattro anni e sei mesi di reclusione (art. 628, terzo comma, numero 2, cod. pen.); mentre per l'estorsione aggravata da analoga circostanza è comminata la pena detentiva minima di sei anni (art. 629, secondo comma, cod. pen.); che l'eccezionale inasprimento del trattamento sanzionatorio del delitto in questione, attuato, da ultimo, con la legge 30 dicembre 1980, n. 894 (Modifiche all'articolo 630 del codice penale) – prosegue il giudice a quo – risponderebbe, in effetti, a fini di prevenzione generale, in rapporto allo straordinario incremento, verificatosi negli anni 1970-1980, dei sequestri di persona a scopo di estorsione posti in essere da organizzazioni criminali: sequestri protrattisi, in taluni casi, per anni, con episodi di efferata crudeltà ed in vista del conseguimento di profitti ingentissimi; che a fronte di tale ratio storica, correlata ad un fenomeno transeunte, la norma incriminatrice verrebbe peraltro a punire con pena di inusitata severità e fortemente compressa “verso l'alto” – essendo il minimo di venticinque anni di reclusione assai prossimo al massimo di trenta – comportamenti che possono risultare significativamente differenziati per durata della condotta, modalità della stessa ed entità della sofferenza arrecata alla vittima: e ciò tenuto conto anche del fatto che – secondo la costante giurisprudenza di legittimità – il delitto in questione si configura anche se la privazione della libertà personale del sequestrato si protrae per un tempo assai limitato (persino poche ore); che, in tal modo, verrebbero quindi frustrate sia la finalità rieducativa della pena, «finalità che una pena sproporzionata in re ipsa non raggiunge»; sia la natura personale della responsabilità penale, la quale presupporrebbe «equità, e non esacerbata reazione punitiva», tramite l'adeguamento del trattamento sanzionatorio alle peculiarità del caso concreto;