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una previsione di crescita economica negativa, confermata dalla stima di un -0,2 per cento del PIL per quest'anno; un calo dei consumi privati e degli investimenti fissi lordi; un aumento del tasso di disoccupazione e del nostro debito pubblico. Questi dati, se letti in relazione alla netta bocciatura che l'OCSE ha fatto delle principali misure adottate dal Governo, dovrebbero far scattare un campanello d'allarme. E invece la maggioranza non è in grado di dare risposte serie e concrete. Intanto gli investimenti sono fermi, i cantieri non aprono e il Paese si avvia verso una recessione che avevamo scongiurato dopo anni di lavoro serio e lungimirante. Siamo l'unico Paese europeo ad essere in recessione. Ecco, di fronte ad una situazione così desolante, oggi qui, tra di noi, c'è qualcuno che vorrebbe mettere le mani sulle riserve auree del nostro Paese. E per farci che cosa? Per coprire i costi di una gestione irresponsabile delle risorse pubbliche? Per farci ancora dell'ulteriore e becera propaganda? Signori, ma anche basta! Colleghi, il senso della nostra mozione va esattamente nella direzione opposta a quella che qualcuno prospetta in quest'Aula, assicurando e garantendo il rispetto degli impegni tesi a garantire stabilità al mercato dell'oro e dei mercati finanziari (impegni assunti in accordo con altri Stati ed istituzioni internazionali), ed escludendo soprattutto qualsiasi intervento che riduca la disponibilità delle nostre risorse auree per coprire o sostenere altri interventi assurdi i cui costi di sistema sarebbero ben superiori - come ho avuto modo di illustrare brevemente - ai benefici attesi. (Applausi dal Gruppo PD) . PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Bonfrisco. Ne ha facoltà. BONFRISCO (L-SP-PSd'Az) . Signor Presidente, il tema trattato in questo punto dell'ordine del giorno è tutt'altro che una questione di lana caprina e non è nemmeno la celebrazione dell'ovvio. Infatti, come è risaputo, la Banca d'Italia è il quarto detentore di riserve auree al mondo, dopo la Federal reserve statunitense, la Bundesbank tedesca e il Fondo monetario internazionale. Poi, via via vengono Paesi come la Francia, la Spagna ed altri. Il quantitativo totale di oro detenuto dell'Istituto, a seguito del conferimento di 141 tonnellate alla Banca centrale europea, in virtù della nostra adesione, è pari a 2.452 tonnellate, che fa più o meno, alle rivalutazioni attuali, circa 110 miliardi di euro. L'oro dell'Istituto è custodito prevalentemente nei propri caveau e in buona parte però anche all'estero presso alcune banche centrali. Ma facciamo un passo indietro. Tengo molto a fare un brevissimo excursus storico per capire cosa hanno rappresentato veramente le riserve auree possedute dai diversi Paesi e come si sono formate. Lo ha citato prima benissimo il collega Pichetto Fratin: inevitabilmente si parte dal 1945, da quella Bretton Woods impegnata ad allontanare dai mercati, dagli Stati e dalle economie gli effetti della crisi del 1929, con il gold exchange standard , un accordo di convertibilità della carta moneta in oro, come ha ricordato il collega Martelli, per stabilizzare i cambi con gli USA, usciti vincitori dalla Seconda guerra mondiale, nonché maggiori detentori di riserve auree del mondo, come ancora oggi è. Questo fino al 1971, quando venne accantonato quanto stabilito nel 1945 a Bretton Woods con la separazione dei due mondi, prima uniti: da una parte la cartamoneta infinita, cioè l'infinito monetario staccato dal mondo reale, e dall'altra il finito reale, come l'oro. È da qui che nasce quel mondo finanziario come lo conosciamo oggi, compresa la sua degenerazione della turbofinanza, figlia di una scellerata deregulation; ed è da qui che nasce la ricchezza separata dai Paesi e il capitale separato dal lavoro. Lo abbiamo già sottolineato in occasione dell'approvazione del reddito di cittadinanza. Ma torniamo al nodo cruciale oggetto delle mozioni: l'oro di chi è? È della Banca d'Italia? Non la pensava così Trichet, all'epoca governatore della Banca centrale europea quando retoricamente si chiedeva: «Siamo sicuri che l'oro sia della Banca d'Italia e non del popolo italiano?» come, ad esempio, avviene in Francia? E non la pensava così nemmeno Mario Draghi, allora governatore della Banca d'Italia, quando il ministro Tremonti, a caccia di risorse senza però tassare ulteriormente gli italiani, propose invece di tassare non l'oro ma le plusvalenze generate dalla detenzione dell'oro da parte della Banca d'Italia, che nel frattempo erano rapidamente passate dai 22 miliardi di euro del 1999 agli 85 miliardi di euro dell'epoca, cioè l'anno 2009. Risolto quindi l'enigma? Le parole di Draghi e quelle di Trichet hanno risolto la questione? Ma neanche per idea; anzi, la realtà giuridica sembra essere ancora molto più ambigua ed ha la sua ragione e la sua origine nella privatizzazione delle banche partecipanti la Banca d'Italia in virtù di quel decreto Ciampi-Amato (quella formidabile coppia) che segna la principale datazione dello smantellamento del sistema bancario in Italia, quel cigno nero da più parti definito che doveva consentire, con le sue ali dispiegate, l'acquisizione attraverso i mercati e il mercatismo del secondo risparmio al mondo dopo quello della Germania, cioè quello italiano. Lo statuto della Banca d'Italia, infatti, all'epoca sanciva, all'articolo 1, che essa era un istituto di diritto pubblico e, all'articolo 2, che le sue quote non potevano essere detenute se non da casse di risparmio, emanazioni di istituzioni pubbliche locali o comunque istituti di credito all'epoca tutti pubblici. Il carattere pubblico, perciò, era fuori discussione - ecco perché ha ragione il collega Pichetto Fratin quando lo ricorda - ma poi avviene la privatizzazione e con essa il panorama muta radicalmente. Logica avrebbe voluto che da queste privatizzazioni fossero escluse le quote di partecipazione al capitale della Banca d'Italia che per legge non potevano essere detenute se non da organismi di natura pubblica e quelle fondazioni, trasformate in ex bancarie, non avevano più questo profilo giuridico. Ora, invece, ci troviamo ad avere la Banca d'Italia che è ancora di diritto pubblico i cui soci, però, nella stragrande maggioranza sono società private cui appartengono, oltre al capitale, anche il patrimonio immobiliare e i beni preziosi, anche quindi le riserve auree. Nulla dicono le norme o lo statuto. Il tema è rimasto sospeso e ambiguo dalla coppia Ciampi-Amato, tant'è che quelle banche, un tempo pubbliche, oggi sono appartenenti agli investitori internazionali perché nessuno può smentire il fatto che le due principali banche azioniste della Banca d'Italia - Banca Intesa e Unicredit - stando sul mercato, appartengano al mercato degli investitori istituzionali. Queste però, hanno potuto utilizzare il patrimonio pubblico della Banca d'Italia a garanzia, per esempio, delle recenti prescrizioni della BCE sugli indici di patrimonializzazione delle banche stesse, sottoposte ai famosi stress test.