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(Applausi dal Gruppo L-SP-PSd'Az) . Adesso non ho ben capito se parlano come Partito Democratico o come Italia Viva, non è molto chiaro: di fatto, però, il cambio di rotta è stato straordinario e in Commissione, onestamente, un po' di imbarazzo l'abbiamo notato. Chiudo questo mio intervento sulle aree di crisi complessa del Paese. Il provvedimento in esame, a mio avviso, non entra abbastanza nel merito di come risolvere le situazioni. L'affare assegnato, da me proposto e promosso con il sostegno di tutta la Commissione (che ringrazio), ha potuto affrontare caso per caso le varie aree di crisi complessa, cercando di affrontare nello specifico le diverse problematiche e di proporre alla Commissione risoluzioni, frutto di un percorso di audizione e confronto. A questo proposito, la Commissione ha licenziato all'unanimità due risoluzioni sulle aree di crisi complessa di Savona e delle Marche, senatore Cangini. Lo rivendico e, allo stesso tempo, ringrazio la Commissione, che proprio ieri sera ha votato a favore di due ordini del giorno che impegnano il Governo, nella prossima legge di bilancio, ad aumentare le risorse per queste due aree. Per questo provvedimento, ovviamente, non posso che essere orgoglioso e ringraziare tutti. Spero solo che ciò possa essere esteso in seguito a tutte le aree di crisi che valuteremo durante l'affare assegnato, anche perché questo Paese e il suo tessuto economico meritano la nostra attenzione, senza posizioni ideologiche preconcette, che pongano le nostre imprese e i nostri lavoratori fuori dal mercato e senza futuro. Caro Presidente, cari colleghi, concludo quest'intervento con un pizzico di rammarico, perché si sarebbero potute fare molte cose in più e meglio. Sarebbe bastato solo più coraggio, che evidentemente manca a tutti. (Applausi dal Gruppo L-SP-PSd'Az. Congratulazioni) . PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Floris. Ne ha facoltà. FLORIS (FI-BP) . Signor Presidente, onorevoli membri del Governo, colleghe e colleghi. Il Governo ha dimostrato tutta l'approssimazione nell'aver inserito norme sui rider in un decreto-legge che esso stesso ha modificato poco dopo, le quali quindi non erano necessarie né urgenti. Con le norme sui rider , che questi ultimi peraltro non vogliono, vengono ampliate le maglie della subordinazione. Così come le recenti riforme hanno portato a un mercato del lavoro sempre più frammentato, nel quale, pur diminuendo le ore lavorate (che ammontano a 550 milioni, come abbiamo sentito dall'intervento precedente del collega Cangini), aumenta il numero dei lavoratori, cresce il numero delle prestazioni occasionali, dei contratti intermittenti e, in misura minore, delle assunzioni stagionali, in un contesto che creerà un sistema di previdenza sociale e di welfare sempre più difficile da sostenere nel futuro. Rispetto a tale sistema il reddito di cittadinanza sta creando ulteriori iniquità di fronte a pensioni da lavoro e ammortizzatori sociali che spesso sono d'importo più basso dell'assegno medio. Nel mio intervento desidero concentrarmi soprattutto sulle norme che, agendo sulle aree di crisi complessa, consentono l'attivazione di ulteriori strumenti a favore dei lavoratori, con particolare riferimento alle crisi aziendali che riguardano la zona di Portovesme, nel Sulcis, una delle aree più povere della Sardegna e, conseguentemente, d'Italia. Mi concentrerò pertanto sugli articoli 9 (ammortizzatori sociali) e 13 (transizione verso l'energia decarbonizzata) del provvedimento in esame. Per quest'area del Sulcis il Governo stanzia nuovi fondi per il 2019, dopo quelli precedenti (mi riferisco a cassa integrazione guadagni straordinaria e mobilità). Il finanziamento è condizionato alla contestuale applicazione delle misure di politica attiva finalizzate alla rioccupazione dei lavoratori, attraverso l'attuazione dei piani di recupero occupazionale. Molti lavoratori, pur anziani, oggi sono ancora lontani da quota 100 o da altre forme di pensionamento anticipato, ma non possono proseguire con gli ammortizzatori sociali, che spesso si sostanziano in un assegno di circa 500 euro al mese, più basso di quello del reddito di cittadinanza. In tale ambito si intrecciano quindi problematiche ulteriori. Vi è anzitutto un quadro economico in cui non è facile ricollocare i lavoratori in un contesto territoriale di economia debole, che interessa anche altri comparti, oltre a quello industriale. Sarebbe allora certamente più opportuno valutare la possibilità di riattivare i processi produttivi, mettendo queste fabbriche in grado di fare quello per cui sono nate. A Portovesme le due grandi fabbriche dell'Alcoa e dell'Eurallumina sono caratterizzate da prodotti - l'acciaio e l'alluminio - che le contraddistinguono per l'alto assorbimento di energia e l'alto impatto ambientale. Entrambe sono ormai in mani straniere e controllate da nuovi azionisti, che però sono disposti a investire cifre importanti pur di riattivarle. Vanno quindi superati, con grande decisione e volontà, i limiti posti soprattutto da un colpevole ritardo della politica, che spesso male interpreta le regole e gli obiettivi europei. La decisione del Governo sulla decarbonizzazione porterebbe alla chiusura delle due centrali a carbone dell'isola. Farlo entro il 2025 farebbe anche venir meno l'accordo con l'Enel per il trasferimento dell'energia termica attraverso il vapordotto, condizione vitale per far ripartire lo stabilimento dell'alluminio, che - giova ricordarlo - conta 1.400 dipendenti. Questo passaggio va chiarito bene. Non si può, in nome dell'ambientalismo e di un green new deal delineato solo a parole, buttare all'aria migliaia di posti di lavoro. Le due centrali, oltre a fornire energia per le imprese, sono anzitutto esse stesse imprese, quindi non possono essere chiuse dall'oggi al domani. Più opportuna sarebbe una loro graduale riconversione al metano, per poi eventualmente passare al biometano e, in un futuro prossimo, anche all'idrogeno per produrre energia pulita. Peraltro, la creazione delle dorsali, infrastrutture indispensabili, e dei collegamenti a esse connessi consentirebbe di portare il metano non solo alle centrali, ma anche alle città e all'intera isola. La transizione energetica andrebbe quindi perseguita in modo più ragionato e anzitutto nell'interesse dell'economia dell'isola. Se anche la Germania si è data come termine per la transizione verso le energie rinnovabili il 2038, rimane incomprensibile perché la Sardegna debba anticiparla al 2025 e come possa farlo. In Sardegna il comparto industriale contribuisce per meno del 10 per cento al valore aggiunto regionale, contro una media dell'Italia pari a quasi il 20. Inoltre, l'economia dell'isola non può essere fatta solo di turismo o agricoltura (fatto che ci sta portando verso il rientro nell'Obiettivo 1, che non è certo lo scopo che la Sardegna intende darsi). La decisione da prendere per quanto riguarda la fabbrica dell'alluminio deve arrivare entro il novembre di quest'anno, altrimenti l'azionista, che è disposto a investire altri 167 milioni di euro, sposterà i propri investimenti altrove.