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Il resto è una manipolazione egoistica. Io non voglio che nessuno vada a scuola a dire a mio figlio che non è un maschio, ma che deciderà il suo sesso in seguito. Nessuno deve permettersi di invadere la sfera educativa di mio figlio, che è disciplinata da suo padre e da sua madre. State lontani dai bambini. Voglio ricordare che l'onorevole Zan qualche giorno fa ha dichiarato che ci sono bambini e bambine che percepiscono un sesso diverso dal loro sesso biologico e che dobbiamo aiutare questi bambini in un percorso di transizione. Ecco la vera intenzione. Io aiuterei proprio lui a risolvere tali conflitti dentro di sé, visto che è già da tempo in età adulta. La natura fa il suo corso anche per questi dubbi, che esistono e che vanno risolvendosi nel processo evolutivo; non occorre l'aiuto di nessuno per fare ciò che la natura ha già disposto. L'unico aiuto che possiamo dare è studiare forme di sostegno psicologico e culturale per i genitori che ancora non rispettino le identità sessuali dei figli, perché il rispetto dell'identità sessuale è un dovere ed è un percorso rivolto eventualmente ai genitori e non ai figli, ai quali pensa già la natura con la sua perfezione. Un figlio nasce dall'amore di un uomo e di una donna che decidono di donare la vita: voglio continuare a dire tutto ciò, senza essere tacciata di omofobia. È doveroso e necessario rispettare dei limiti etici, che non possono essere superati dall'egoismo personale e dal narcisismo e tutto questo non ha nulla a che vedere con il doveroso rispetto dell'omosessualità e di ogni forma di legittima identità sessuale. (Applausi) . PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Nugnes. Ne ha facoltà. NUGNES (Misto) . Signor Presidente, ringrazio il collega che è salito fino a qui e mi ha consigliato di non arrabbiarmi, perché seguirò il suo consiglio, che ho apprezzato molto. Devo dire però che partivo col piede sbagliato, perché quando si parla delle persone, della loro sofferenza e dell'identità intima di ognuno, mi fa rabbia vedere come da più parti la questione venga strumentalizzata. Credo che tutti dovremmo abbassare i toni, abbassare la testa e parlare di ciò che è vero e concreto. Qui non si tratta di imporre agli altri la nostra visione del mondo, ma di accettare il mondo per quello che è. Non si tratta di stabilire se le carriere dei magistrati debbano essere o meno divise: questa è una visione politica. In questo caso stiamo cercando di approvare un atto legislativo che, nella sua definizione, sia dissuasivo nei confronti di azioni di odio verso persone che, non per scelta ma per natura, hanno una percezione diversa della propria sessualità. Stiamo provando, con un disegno di legge, a fare un atto di cultura, per far comprendere a tutti che non siamo tutti binari e che ci sono persone che, non per scelta ma per nascita, per il proprio sentire, prendono una strada di transizione. Questa strada di transizione, naturalmente, porterà ad una definizione e a un'identità diversa rispetto al sesso di nascita, ossia il sesso biologico. Veniamo quindi all'articolo 1, in cui troviamo la definizione di termini, che tutti riteniamo di conoscere, come sesso, orientamento sessuale, genere e identità di genere. Mi sembra che in Assemblea, ma anche nel dibattito fuori di qui, molti siano spaventati dall'espressione identità di genere, quasi fosse un neologismo. Non è però un neologismo, tanto che in Europa sono già 11 i Paesi che prevedono tutele per l'identità di genere (sono 20, se consideriamo il Consiglio d'Europa). In Europa se ne sta parlando dal 2000 e nel 2010 il Comitato dei Ministri fece una raccomandazione per misure legislative di contrasto ai crimini d'odio - questo è il nostro caso - per l'orientamento sessuale e l'identità di genere. C'è poi la Convenzione di Istanbul, che usa questo termine e che noi abbiamo ratificato nel 2013. Dunque, questa definizione spaventa tanto perché afferma che «per identità di genere si intende l'identificazione percepita e manifestata di sé in relazione al genere, anche se non corrispondente al sesso, indipendentemente dall'aver concluso un percorso di transizione». Mi accorgo che molti parlano senza conoscere i fatti. Cosa c'è dietro questa affermazione, ovvero il fatto di non aver concluso il percorso di transizione? C'è un mondo di gente messa ai margini, che non è ammessa all'attività lavorativa e culturale né a partecipare alla vita sociale, perché la nostra legge prevede che soltanto all'atto finale della transizione l'identità di genere sia riconosciuta, mettendo queste persone in condizione di non poter accedere al mondo del lavoro. Questo non risolve la questione, ma è un primo passo, in quanto la riconoscibilità della propria identità di genere anche in una frase di transizione non conclusa è un fatto fondamentale. Stiamo compiendo un atto culturale, ci sono persone costrette a vivere nell'illegalità, nella prostituzione, come gli invisibili presenti sul nostro territorio a causa di alcuni decreti del 2018, impossibilitati ad avere una casa in affitto, ad accedere a un lavoro. Ci sono italiani che stanno facendo un percorso di transizione e vengono esclusi dal mondo. Questo è un dato ed è sulla pelle della gente, sulla pelle delle persone, sulla loro sofferenza. È inutile, poi, dire che verranno uccisi, che si suicideranno, purtroppo è un dato di fatto, la cronaca è piena di questi episodi e noi di questa sofferenza ci dobbiamo fare carico. A preoccupare tanto c'è anche l'articolo 4, perché contiene questa specifica che è stata introdotta alla Camera per rassicurare quelli che ritenevano che l'opinione sarebbe stata perseguita, che non ci sarebbe più stata la possibilità di esprimere la propria opinione: si ribadisce che l'articolo 21 della Costituzione è assolutamente e sempre tutelato, e ci mancherebbe altro! Quello che non si può fare è istigare all'odio e si parla di reato di pericolo concreto. Neanche questa è un'espressione nuova, perché fa parte del nostro ordinamento giuridico, nel quale i reati sono divisi in pericolo astratto, in pericolo concreto e in danno e questo vale in tutti gli ambiti, anche per il danno ambientale c'è il pericolo concreto e sono fattispecie già presenti nel nostro ordinamento, sono conosciute. Ebbene, se il pericolo viene giudicato astratto, il reato non sussiste, quindi è chiaro che è il giudice che dovrà valutare, perché c'è la divisione dei poteri, la legge non può imporre al giudice come dovrà valutare - vivaddio - ma se il giudice riterrà che non c'è un pericolo concreto, ma che il pericolo di istigazione all'odio è solo astratto, il reato non sussiste e un'opinione non può mai essere un'istigazione all'odio, semmai lo volesse essere.