[pronunce]

Per la definizione delle censure rivolte avverso la parte della decisione che ha riconosciuto la competenza del comune a rendere parere sismico, il Collegio ritiene necessaria la rimessione a questa Corte della questione di legittimità costituzionale dell'art. 24, comma 9, della legge reg. Umbria n. 11 del 2005. 4.- La citata disposizione, nel prevedere che «[i]l comune, in sede di adozione del piano attuativo [...], esprime parere ai fini dell'articolo 89 del D.P.R. n. 380/2001 ed ai fini idrogeologici e idraulici, sentito il parere della commissione comunale per la qualità architettonica ed il paesaggio», attribuirebbe al comune la competenza di esprimere il parere ai fini idrogeologici e idraulici, che l'art. 89 t.u. edilizia riserva, invece, all'organo tecnico regionale. Secondo il giudice a quo, l'art. 24, comma 9, della legge reg. Umbria n. 11 del 2005, così disponendo, si porrebbe in contrasto con l'art. 117, terzo comma, Cost., poiché violerebbe i principi fondamentali in materia di «governo del territorio» e «protezione civile», espressi dal citato art. 89. 4.1.- Innanzitutto, il Collegio rimettente afferma che la questione è rilevante, dato che la decisione sul motivo in esame dovrebbe scontare l'applicazione alla fattispecie, ratione temporis, della norma censurata e, qualora essa venisse dichiarata costituzionalmente illegittima, conseguirebbe l'accoglimento del motivo di appello basato sulla incompetenza del comune ad esprimere, in sede di adozione del piano, il parere di cui all'art. 89 del d.P.R. n. 380 del 2001. 4.1.1.- Sempre in punto di rilevanza il rimettente svolge ulteriori considerazioni. Il Consiglio di Stato premette che la disposizione censurata è stata abrogata dall'art. 271, comma 1, lettera p), della legge reg. Umbria n. 1 del 2015, ma che, tuttavia, il suo contenuto normativo è stato riprodotto dall'art. 28, comma 10, della medesima legge regionale. Senonché, quest'ultima disposizione è stata dichiarata costituzionalmente illegittima, unitamente al successivo art. 56, comma 3, con la sentenza n. 68 del 2018. La declaratoria di illegittimità costituzionale ha colpito le citate disposizioni proprio nella parte in cui stabilivano che fossero i comuni, anziché l'ufficio tecnico regionale competente, a rendere il parere sugli strumenti urbanistici generali ed attuativi dei comuni siti in zone sismiche. La questione di legittimità costituzionale avrebbe pertanto ad oggetto una norma, applicata ratione temporis alla fattispecie che ha dato origine al giudizio, anche se non più in vigore nell'ordinamento giuridico. 4.1.2.- Il Collegio rimettente afferma, tuttavia, di non poter ignorare, ai fini della valutazione sulla rilevanza, «la nota distinzione tra "disposizione" e "norma"», ossia tra la proposizione normativa (o enunciato), la disposizione, e il risultato dell'attività interpretativa di una disposizione, la norma; distinzione, questa, che rifletterebbe la dialettica tra legislazione e interpretazione. Sulla base di tale distinzione, infatti, il giudice a quo rileva che le proposizioni normative recate dall'art. 24, comma 9, della legge reg. Umbria n. 11 del 2005 e dall'art. 28, comma 10, della legge reg. Umbria n. 1 del 2015, sono diverse, ma le norme si appaleserebbero identiche; nella controversia al suo esame andrebbe applicata, pertanto, una norma regionale non più esistente nella «corrente interpretazione che ne ha fornito la Corte costituzionale». Il che significherebbe - sempre a parere del rimettente - applicare al rapporto tuttora pendente una norma dichiarata costituzionalmente illegittima, pur se «presente nell'ordinamento giuridico come "diritto astratto", in ragione della disposizione (testo legislativo) che la veicola». Poiché l'oggetto del sindacato di costituzionalità «sono, non sempre le disposizioni, quanto, piuttosto, proprio le norme», si potrebbe ritenere - così si continua - che la norma di cui all'art. 24, comma 9, della legge reg. Umbria n. 11 del 2005, «non sia più cogente» a seguito della sentenza costituzionale n. 68 del 2018. 4.1.3.- A parere del Consiglio di Stato, tale soluzione si configurerebbe, tuttavia, quale «attività interpretativa» che, pur potendosi legittimare alla luce dei principi costituzionali, anche di matrice europea, di economia processuale, sottrarrebbe a questa Corte la dichiarazione di illegittimità costituzionale della legge e, per di più, non potrebbe sortire l'effetto espulsivo della norma dall'ordinamento giuridico. Quest'ultima, infatti, continuerebbe ad «esistere nella gerarchia formale delle fonti» e a generare incertezza negli operatori e nell'attività regolatrice dei rapporti amministrativi, incisi temporalmente dalla norma in questione. E verrebbero, così, compromessi i valori ordinamentali dell'effettività di tutela e della certezza del diritto. 4.1.4.- Alla luce di tali considerazioni, il giudice a quo ritiene, quindi, rilevante la questione, rimettendone lo scrutinio a questa Corte, alla quale si chiede anche di chiarire se il sindacato di legittimità costituzionale «può e deve essere esercitato tutte le volte che di "efficacia" (art. 136 Cost.) e di "applicazione" (art. 30, legge 11 marzo 1953, n. 87) della legge possa parlarsi», indipendentemente dalla avvenuta abrogazione della norma ad opera di una legge regionale sopravvenuta, ma inapplicabile ratione temporis, o dalla dichiarazione di illegittimità costituzionale che ha investito la norma sopravvenuta recante il medesimo contenuto precettivo; oppure se, allorché vi siano disposizioni diverse, ma norme perfettamente identiche, la declaratoria di illegittimità costituzionale della norma successiva possa esonerare il giudice dalla necessità di operare, sempre e in ogni caso, il rinvio anche della norma anteriore, ab illo tempore vigente, il cui «testo materiale» continua ad essere presente nell'ordinamento «gerarchico formale»; ciò, pur se il suo contenuto, identicamente riprodotto in una norma successiva, e poi dichiarata costituzionalmente illegittima, non costituisca «più, di fatto, diritto vivente». Nonostante tali considerazioni, il giudice a quo conchiude, a conforto della rilevanza della questione, che la legge reg. Umbria n. 11 del 2005, e con essa la norma censurata, è stata abrogata, come detto, dall'art. 271, comma 1, lettera p), della successiva legge reg. Umbria n. 1 del 2015, a decorrere dalla data di entrata in vigore di quest'ultima, ossia dal 29 gennaio 2015. Fino a tale data, pertanto, il cesurato art. 24, comma 9, avrebbe prodotto effetti e regolato il procedimento da cui è sorto il giudizio che ha investito il rimettente.