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Le isole minori oggetto del disegno di legge (si veda l'allegato A annesso al medesimo) sono quelle di notevole importanza dimensionale e demografica (ad esempio Ponza, Lipari, Favignana, Lampedusa, Pantelleria, per non parlare di Capri, di Ischia, del Giglio, dell'Elba, eccetera, che hanno una configurazione diversa) sul Tirreno, e le Tremiti sull'Adriatico, piccole e quasi disabitate. Esse hanno tutte in comune la completa dipendenza dal continente per quanto riguarda, tra l'altro, l'approvvigionamento idrico ed energetico. Ritorniamo così al concetto di dipendenza già precedentemente introdotto come considerazione generale. Lo ritroviamo in quel caso estremo che investe le necessità primarie: acqua ed energia. Siamo cioè in presenza del grado massimo e conseguentemente della più bassa qualità di dipendenza, tanto che tutte le altre dipendenze (politica, amministrativa, economica, culturale) ne risultano condizionate in senso irrimediabilmente negativo. La mancanza di acqua e di energia, quando viene provocata da calamità naturali o indotte (terremoti, inondazioni, eventi bellici), costituisce un'emergenza temporanea. Le isole di cui parliamo sono casi di emergenza permanente. Allo Stato, inefficiente o solerte che sia, si pongono comunemente due alternative. Una (quella praticata al presente) si riassume in un complesso di provvedimenti fondamentalmente assistenziali, che tendono ad aggravare gli squilibri già descritti. L'acqua viene portata periodicamente per mezzo di navi cisterna, con spese enormi, dissipazioni di energie, disagi economici, e con costi crescenti per i cittadini. Il problema energetico provoca il sorgere discontinuo, mal programmato, sotto o sopradimensionato secondo alterne fortune, di costose centrali termoelettriche. Oppure, magari quando interessi di svariate qualità e validità vengono a coagularsi intorno a qualche luogo fortunato, nascono progetti di allaccio al continente con condotte e cavi sottomarini e costi da capogiro. L'altra alternativa è un cambiamento totale di indirizzi e direttive. Ciò richiede fantasia e l'abbandono di molte consuetudini mentali ed operative. Si tratta di mettere in campo tecnologie appropriate che assicurino il recupero di tecniche edilizie fortemente legate alle risorse locali, la produzione di energia da fonti rinnovabili (eolico, solare, geotermico, eccetera), lo smaltimento e il riciclaggio dei rifiuti solidi urbani in forme innovative. Le attrezzature prevedibili come necessarie possono comprendere dissalatori, generatori di energia elettrica, depuratori, potabilizzatori, inceneritori di rifiuti. Le attrezzature dovranno inserirsi armonicamente nel territorio dell'isola. L'eventuale posa su natanti può introdurre un elemento nuovo nel paesaggio marino e quindi sarà fondamentale la cura che dovrà porsi, nel disegno progettuale, al risultato estetico finale. Particolare attenzione e cura devono essere poste alla questione degli approdi, che devono essere resi sicuri e adeguatamente attrezzati. Le isole potranno, inoltre, rappresentare un sistema attrezzato di ricerca permanente sulla fauna e sulla flora marine, sui pericoli dell'inquinamento, sulle possibilità di sfruttamento a fini alimentari, estrattivi o semplicemente scientifici. In questo pensare alle isole come future sedi di università del mare o presìdi ecologici o grandi fazenda marine ci si avvia verso la mitologia futuribile nominata in premessa, di imprevedibili ed entusiasmanti risultati. Come dal punto di vista economico e sociale la vita isolana richiede di utilizzare determinate tecnologie o particolari accorgimenti, così è necessario dare un pieno riconoscimento alla «particolarità» e alla «vulnerabilità» delle isole nel sistema giuridico del nostro Paese, dotando la nostra legislazione degli strumenti di base necessari. Gli obiettivi da perseguire sono ormai chiari e unanimemente riconosciuti. Il presente disegno di legge è frutto della collaborazione con il Comitato di parlamentari per l'innovazione tecnologica e lo sviluppo sostenibile (COPIT) e vuole dare una prima prospettiva alla doverosa iniziativa dello Stato. L'intento è quello di indurre il Governo centrale, in pieno accordo con le regioni interessate e con la partecipazione consapevole delle popolazioni locali, a riconsiderare le modalità dell'intervento pubblico finora attuate, a qualificare la spesa statale finalizzandola all'innovazione tecnologica, a mutare l'approccio ai problemi delle isole instaurando un dialogo con queste realtà. È giocoforza perciò istituire un centro di promozione, di direzione, di coordinamento di questo complesso sforzo, che -- in considerazione dell'emergente profilo di permanente straordinarietà della condizione delle isole -- si è ritenuto opportuno individuare nella Presidenza del Consiglio dei ministri. Ciò premesso, il disegno di legge mira a delineare gli strumenti primari, essenziali a produrre la svolta necessaria per affrontare in termini nuovi le problematiche delle isole minori. Con il presente disegno di legge si intendono porre le premesse per l'avvio di una legislazione ad hoc . L'articolo 1 definisce la finalità della legge all'interno del quadro istituzionale e dell'esercizio delle competenze, così come delineato nel titolo V della parte seconda della Costituzione, in modo da dare ai problemi delle isole minori soluzioni coordinate e non episodiche. Con l'articolo 2 vengono indicati gli obiettivi di valorizzazione e sviluppo con l'individuazione non solo dei settori oggetto di intervento, ma anche di alcuni strumenti per risolvere i relativi problemi. Con gli articoli 3 e 4 è istituito il Comitato istituzionale delle isole minori italiane quale organo paritetico operativo e consultivo per il Governo e per il Parlamento nelle materie oggetto del disegno di legge. Al Comitato sono anche demandati i compiti di indirizzo, di elaborazione e di proposta circa i programmi di sviluppo sostenibile della regione mediterranea, con riguardo particolare alle isole minori dell'intero bacino mediterraneo. L'articolo 5 prevede l'istituzione di un Fondo unico pluriennale, in modo dare continuità programmatoria e di attuazione agli interventi individuati all'interno di un Documento unico di programmazione. L'articolo 6 individua -- tra gli strumenti per la concertazione -- quello dell'accordo quadro per lo sviluppo locale, effettuando la scelta di non cambiare un percorso già iniziato dal 1999 e che ha dimostrato la sua validità come momento di codecisione e di concertazione di politiche, di individuazione di interventi e di attuazione di progetti. Con le procedure definite nell'accordo ancora in essere, infatti, i finanziamenti iniziali, assegnati con delibera del CIPE, sono stati impegnati e spesi nell'arco temporale di circa quattro anni (salvo qualche eccezione).