[pronunce]

che, in particolare, per effetto dell'intervenuta riforma, una simile disparità di trattamento sarebbe ravvisabile, da un lato, a causa dell'irragionevolezza del carattere meno favorevole della sanzione comminata, in ambito militare, per la condotta realizzata mediante distrazione (rispetto alla pena applicabile in ambito non militare per effetto della abrogazione del reato di malversazione e la conseguente, asserita sussunzione della fattispecie nella previsione dell'art. 323, cod. pen.) e, dall'altro, per l'irrazionalità del carattere più favorevole della disciplina penale militare rispetto alle ipotesi realizzate mediante appropriazione, ed oggi, in tal contesto, punite con la pena, più severa, della reclusione da tre a dieci anni; che, in punto di rilevanza nel giudizio a quo, quanto alla condotta di malversazione continuata a danno di altri militari, contestata all'imputato per essersi appropriato o comunque per aver distratto a proprio profitto - utilizzandolo per estinguere alcune rate di suoi mutui - denaro appartenente ad altro militare, del quale si trovava nella disponibilità per ragione del suo ufficio, il rimettente riferisce che all'imputato sono state addebitate sia condotte di malversazione mediante distrazione, sia condotte di malversazione per appropriazione; che tale affermazione è, tuttavia, smentita dal capo di imputazione, riportato dal rimettente, nel quale si fa riferimento ad una vera e propria appropriazione personale del denaro o, comunque, ad una distrazione a proprio vantaggio, e non già ad una distrazione verso altre finalità diverse da quelle per le quali il denaro gli era stato affidato; che, pertanto, la motivazione sulla rilevanza nel giudizio è fondata su una descrizione della fattispecie incompleta e contraddittoria, dal momento che, in realtà, la condotta contestata agli imputati è esclusivamente di natura appropriativa; che, inoltre, con riferimento alla asserita ingiustificata disparità di trattamento relativa alla condotta di malversazione mediante distrazione (rispetto alla corrispondente disciplina dettata per le condotte distrattive realizzate in ambito non militare), la questione deve ritenersi inammissibile per irrilevanza nel giudizio a quo; che, peraltro, sempre in relazione a tale tipologia di condotta, l'ordinanza di rimessione si basa sull'erroneo assunto interpretativo (incidente sulla rilevanza della questione) in base al quale, in caso declaratoria di illegittimità costituzionale della norma sulla malversazione militare, tutte le condotte di natura distrattive verrebbero ad essere punite dalla disposizione di cui all'art. 323 cod. pen. (abuso di ufficio); che, al contrario, tale sussunzione riguarderebbe soltanto le condotte che eventualmente assumessero le connotazioni tipiche della destinazione di risorse alla realizzazione di fini pubblici diversi da quelli istituzionali; condotte che, peraltro, sono difficilmente compatibili con l'elemento caratterizzante della malversazione rispetto al peculato, ossia la proprietà non pubblica del denaro o delle utilità amministrate dall'agente; che, tale auspicato effetto devolutivo, diversamente da quanto sembra ritenere il rimettente, non trova affatto conforto nella giurisprudenza di questa Corte, la quale ha affermato (sentenza n. 448 del 1991) che sono rifluite nell'ambito di applicazione della più favorevole norma incriminatrice dell'abuso d'ufficio, per effetto della abrogazione della norma del peculato con distrazione militare, solo alcune condotte di peculato, e in particolare quelle realizzate «mediante distrazione indebita di risorse pubbliche al di fuori di fini istituzionali dell'ente»; che, quanto, invece, alle condotte di natura appropriativa, il rimettente chiede che la Corte, attraverso la caducazione della norma di cui all'art. 216 cod. pen. mil. pace, censurata nella sua interezza, determini, anche in ambito militare, la riconducibilità delle condotte di malversazione in danno di privati (o meglio, di altri militari), attualmente punite con la pena della reclusione da due a otto anni, alla fattispecie del peculato, soggetto alla più aspra pena edittale della reclusione da tre a dieci anni; che, in tal modo, il rimettente invoca una pronuncia additiva che comporta una reformatio in peius dell'attuale trattamento sanzionatorio, la cui praticabilità è preclusa a questa Corte dal divieto di analogia in malam partem in materia penale (ex plurimis, sentenza n. 447 del 1998), divieto più volte ribadito da questa Corte anche con specifico riguardo alla materia dei reati contro la pubblica amministrazione e, in particolare, per il reato di peculato (sentenza n. 473 del 1990); che, pertanto, da qualsiasi angolazione la si esamini, l'odierna questione deve ritenersi, per più aspetti, manifestamente inammissibile. Visti gli artt. 26, secondo comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87, e 9, comma 2, delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale.. . per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE dichiara la manifesta inammissibilità della questione di legittimità costituzionale dell'articolo 216 del codice penale militare di pace, sollevata, in riferimento all'articolo 3 della Costituzione, dal Tribunale militare di Napoli con l'ordinanza indicata in epigrafe. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 20 maggio 2013. F.to: Franco GALLO, Presidente Luigi MAZZELLA, Redattore Gabriella MELATTI, Cancelliere Depositata in Cancelleria il 22 maggio 2013. Il Direttore della Cancelleria F.to: Gabriella MELATTI