[pronunce]

che, in punto di non manifesta infondatezza, il giudice a quo, dopo avere riportato il contenuto dell'art. 2 della legge n. 218 del 2011, osserva che detta norma, avuto riguardo al suo preciso tenore letterale, non potrebbe essere interpretata in modo diverso dal senso reso palese dal significato proprio delle parole, per cui non potrebbe essere disapplicata nella sua efficacia retroattiva, né interpretata in modo conforme ai principi costituzionali sanciti dal giudice delle leggi e dalla Corte EDU in materia di retroattività delle leggi; che il Tribunale sottolinea come la Corte di cassazione (sezione prima civile, sentenza 17 maggio 2012, n. 7792) si sia già espressa nel senso della manifesta infondatezza della questione di legittimità costituzionale della citata norma, ma il caso preso in esame atteneva ad un'opposizione a decreto ingiuntivo iscritta a ruolo in data 6 marzo 2002, cioè in epoca in cui la pregressa giurisprudenza della Corte di cassazione era costante nell'affermare che il termine di costituzione dell'opponente si riduce automaticamente a cinque giorni quando l'opponente si sia avvalso della facoltà di indicare un termine di comparizione inferiore a quello ordinario (Corte di cassazione, sezione prima civile, sentenza 30 marzo 1998, n. 3316 e sezione seconda civile, sentenza 7 aprile 1987, n. 3355); che, pertanto, le argomentazioni svolte dalla Corte di cassazione nella sentenza sopra richiamata, per ritenere conforme a Costituzione la norma censurata senza scorgere «alcuna intrusione indebita del legislatore nei procedimenti in corso», sarebbero da riferire ad un giudizio instaurato e deciso dai giudici di merito in epoca anteriore alla sentenza, a sezioni unite, della Corte di cassazione n. 19246 del 2010; che la società Pennino, invece, aveva proposto l'opposizione nell'ottobre del 2011, cioè dopo oltre un anno dalla sopra richiamata pronuncia, secondo cui l'automatico dimezzamento dei termini di costituzione dell'opponente opererebbe, nel giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo, anche nel caso in cui quest'ultimo abbia assegnato all'opposto un termine a comparire non inferiore a quello ordinario; che, pertanto, ad avviso del rimettente, la società ben poteva essere a conoscenza dell'interpretazione data all'art. 165 cod. proc. civ. dalla Corte di cassazione a sezioni unite, nell'esercizio della funzione nomofilattica ad essa riservata dall'ordinamento e, quindi, ben poteva costituirsi in giudizio nel termine abbreviato di cinque giorni dalla notificazione dell'atto di citazione in opposizione; che - aggiunge il giudice a quo - l'opposto, nell'avviare lo speciale procedimento di cui agli artt. 633 e seguenti cod. proc. civ. , sapeva di potere fare affidamento su di una norma che, secondo l'interpretazione datane dalle sezioni unite della Corte di cassazione, successivamente non contrastata da alcun difforme giudicato, garantiva una più sollecita trattazione del procedimento di opposizione mediante la previsione del dimezzamento automatico del termine di costituzione in giudizio dell'opponente, per il solo fatto che si trattasse di un'opposizione a decreto ingiuntivo e, quindi, a prescindere dalla volontà dell'opponente medesimo di assegnare un termine di comparizione inferiore a quello previsto per il processo di cognizione ordinario; che l'intervento del legislatore, realizzato con la censurata norma transitoria interpretativa, avrebbe comportato un mutamento delle "regole del gioco" a procedimento già in corso, senza che vi fosse una situazione di oggettiva incertezza del dato normativo né un dibattito giurisprudenziale irrisolto; che, secondo il rimettente, la norma censurata violerebbe, altresì, i limiti costituzionali dell'efficacia retroattiva delle leggi; che il Tribunale osserva, al riguardo, come, sebbene il divieto di retroattività della legge (art. 11 delle disposizioni sulla legge in generale) non riceva nell'ordinamento la tutela privilegiata di cui all'art. 25 Cost., l'introduzione da parte del legislatore di norme retroattive debba trovare adeguata giustificazione nell'esigenza di tutelare beni costituzionalmente rilevanti, che assurgano a «motivi imperativi di interesse generale», e non debba violare i limiti generali dell'efficacia retroattiva delle leggi, come individuati dalla Corte costituzionale (sentenza n. 78 del 2012) e dalla Corte Edu; che, ad avviso del rimettente, la norma censurata violerebbe, in primo luogo, il principio generale di ragionevolezza, che si riflette nel divieto di introdurre ingiustificate disparità di trattamento (art. 3 Cost.); che, mentre le cause di opposizione a decreto ingiuntivo, caratterizzate da analoga questione di improcedibilità per la costituzione dell'opponente oltre il termine di cinque giorni dalla notifica dell'atto di citazione, che siano state decise medio tempore tra l'arresto giurisprudenziale di cui alla sentenza n. 19246 del 2010 delle sezioni unite della Corte di cassazione e l'intervento legislativo di cui alla legge n. 218 del 2011, hanno trovato una definizione in rito con dichiarazione di improcedibilità dell'opposizione, anche con sentenze passate in giudicato, altre cause contemporanee, non definite alla data di entrata in vigore della legge n. 218 del 2011, per un mero e casuale dato temporale, non potrebbero essere decise, in base ad una norma precedentemente vigente, come interpretata dalle sezioni unite della Corte di cassazione, in senso favorevole ai creditori opposti; che, pertanto, secondo il rimettente, la norma censurata violerebbe l'art. 3 Cost., per ingiustificata disparità di trattamento di situazioni simili, per inosservanza dei limiti di coerenza e di certezza dell'ordinamento giuridico, nonché per violazione dell'affidamento legittimamente sorto nei soggetti, quale principio connaturato allo Stato di diritto; che, per gli stessi motivi, risulterebbero violati anche il principio della tutela dei diritti davanti all'autorità giurisdizionale (art. 24 Cost.) e quello del giusto processo (art. 111 Cost.); che, ad avviso del giudice a quo, il citato art. 2 contrasterebbe anche con l'art. 117, primo comma, Cost., per violazione dell'art. 6 della Convenzione Edu, come interpretato in modo consolidato dalla Corte di Strasburgo; che il rimettente ricorda come, secondo la Corte di Strasburgo, il legislatore possa intervenire retroattivamente modificando le norme vigenti in materia civile, purché non vengano ad essere violati i principi della preminenza del diritto e dell'equo processo sanciti dall'art. 6 della CEDU, così ingerendosi nell'amministrazione della giustizia, con incidenza su cause in corso, salvo che per imperative ragioni di interesse generale (ex plurimis, CEDU, sezione seconda, sentenza 7 giugno 2011, Agrati ed altri contro Italia);