[pronunce]

SENTENZA ha pronunciato la seguentenel giudizio di legittimità costituzionale dell'art. 456, comma 2, del codice di procedura penale, promosso dal Tribunale militare di Roma, sezione seconda, nel procedimento penale militare a carico di S. S., con ordinanza del 25 marzo 2019, iscritta al n. 102 del registro ordinanze 2019 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 27, prima serie speciale, dell'anno 2019. Udito nella camera di consiglio del 29 gennaio 2020 il Giudice relatore Francesco Viganò; deliberato nella camera di consiglio del 30 gennaio 2020.. Ritenuto in fatto Considerato in diritto 1.- Con ordinanza del 25 marzo 2019 il Tribunale militare di Roma, sezione seconda, ha sollevato, in riferimento agli artt. 3 e 24 della Costituzione, questioni di legittimità costituzionale dell'art. 456, comma 2, del codice di procedura penale, nella parte in cui non prevede che il decreto di giudizio immediato debba contenere l'avviso della facoltà dell'imputato di chiedere la sospensione del procedimento con messa alla prova. 1.1- Il rimettente espone di essere chiamato a pronunciarsi sulla colpevolezza di un soggetto imputato dei reati - continuati e pluriaggravati - di allontanamento illecito e falso in foglio di via, previsti rispettivamente dagli artt. 147, primo comma, e 220 del codice penale militare di pace, a seguito dell'emissione da parte del giudice per le indagini preliminari, il 6 dicembre 2018, di un decreto di giudizio immediato, privo dell'avviso della facoltà dell'imputato di chiedere la sospensione del procedimento con messa alla prova. Il 1° marzo 2019 il difensore dell'imputato aveva formulato istanza scritta di rimessione nel termine per chiedere la sospensione del procedimento con messa alla prova. Alla prima udienza, svoltasi il 19 marzo 2019, l'imputato aveva reiterato la richiesta di essere messo alla prova, producendo la propria istanza all'Ufficio esecuzione penale esterna (UEPE), presentata il 13 marzo 2019, di elaborare un programma di trattamento ai sensi dell'art. 464-bis cod. proc. pen. , nonché la disponibilità di una ONLUS ad accoglierlo per lo svolgimento di un lavoro di pubblica utilità. Sempre nel corso della prima udienza, l'imputato aveva eccepito la nullità del decreto di giudizio immediato, perché privo dell'avviso della facoltà di chiedere la messa alla prova, ravvisando in ciò una nullità di ordine generale ai sensi dell'art. 178, comma 1, lettera c), cod. proc. pen. Secondo l'imputato, una tale soluzione si sarebbe imposta nonostante la mancata menzione espressa dell'obbligatorietà di tale avviso nell'art. 456 cod. proc. pen. , omissione cui dovrebbe porsi rimedio mediante una interpretazione costituzionalmente orientata della norma, prospettandosi altrimenti un dubbio di illegittimità costituzionale della norma medesima. Il giudice, ritenendo non praticabile la proposta interpretazione conforme, stante il silenzio dell'art. 456 cod. proc. pen. , ha tuttavia sollevato le questioni di legittimità costituzionale nei termini sopra riferiti. 1.2.- Tali questioni sarebbero, anzitutto, rilevanti. Verificata infatti la concreta e non meramente ipotetica intenzione dell'imputato di accedere alla messa alla prova, alla luce dell'istanza all'UEPE e della documentazione prodotta in udienza dallo stesso imputato, assieme alla sussistenza dei requisiti previsti dall'art. 168-bis del codice penale, il giudice a quo sottolinea come dall'eventuale accoglimento delle questioni deriverebbe la possibilità di dichiarare la nullità del decreto di giudizio immediato, con conseguente rimessione in termini dell'imputato per beneficiare della sospensione del procedimento con messa alla prova. 1.3.- Quanto alla non manifesta infondatezza delle questioni, il giudice a quo ritiene che la disciplina di cui all'art. 456, comma 2, cod. proc. pen. - ove si prevede che il decreto di giudizio immediato contenga l'avviso relativo alla facoltà per l'imputato di chiedere il giudizio abbreviato ovvero l'applicazione della pena ex art. 444 cod. proc. pen. , ma non anche l'avviso circa la facoltà di chiedere la sospensione del procedimento con messa alla prova - introduca una disparità di trattamento «irragionevole e contrastante con il parametro dell'art. 3 Cost., atteso che tutti i procedimenti sopra indicati hanno la medesima natura di procedimenti speciali [...] e si pongono come riti alternativi all'ordinario giudizio dibattimentale». 1.4.- Secondo il rimettente, la disciplina in parola violerebbe altresì l'art. 24 Cost., in quanto dall'omesso avviso nel decreto in questione della facoltà di formulare la richiesta di sospensione del procedimento con messa alla prova entro quindici giorni dalla notifica dello stesso deriverebbe «una lesione irreparabile del diritto di difesa» dell'imputato, al quale non verrebbe «offerta la possibilità di conoscere il suo diritto di accedere a tale rito alternativo» nei «rigidi termini decadenziali» stabiliti dall'art. 458, comma 1, cod. proc. pen. , richiamato dall'art. 464-bis, comma 2, cod. proc. pen. Ricorda in proposito il rimettente che questa Corte «ha già avuto modo di affermare che la richiesta di riti alternativi costituisce una modalità di esercizio del diritto di difesa, che sarebbe leso ove ne fosse preclusa la possibilità per mancanza del rituale avviso della facoltà di accedere a tali riti» (è citata la sentenza n. 497 del 1995). Il rimettente osserva inoltre che questa Corte, in passato, pur dichiarando l'infondatezza (nei sensi di cui in motivazione) di una questione relativa alla stessa norma oggi censurata, ha statuito che «[l]'effettivo esercizio della facoltà di chiedere i riti alternativi costituisce [...] una delle più incisive forme di "intervento" dell'imputato, cioè di partecipazione "attiva" alle vicende processuali, con la conseguenza che ogni illegittima menomazione di tale facoltà, risolvendosi nella violazione del diritto sancito dall'art. 24, secondo comma, Cost., integra la nullità di ordine generale sanzionata dall'art. 178, comma 1, lettera c), cod. proc. pen.» (è citata la sentenza n. 148 del 2004). Rammenta infine il rimettente come la questione della compatibilità dell'art. 456, comma 2, cod. proc. pen. sia stata di recente sottoposta a questa Corte, ma non sia stata esaminata nel merito solamente in ragione dei vizi di inammissibilità che affliggevano l'ordinanza di rimessione (è citata l'ordinanza n. 85 del 2018). 2.-