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Io invito la relatrice a riflettere sul fatto che, se introduciamo delle regole altrettanto generiche, corriamo il rischio di non risolvere il problema. Nel testo del provvedimento si parla di «prolungato periodo di affidamento», ma bisogna chiarire cosa si intende: la legge, se un giudice la applica correttamente, afferma che l'affidamento dura ventiquattro mesi e solo fatti eccezionali, nell'interesse del minore, dovrebbero consentirne la proroga. Forse bisognerebbe cominciare con il dire che un prolungato periodo di affidamento non può essere di due anni, perché è un termine previsto dalla legge che prevede l'affidamento affinché, superato il periodo di crisi all'interno della famiglia, il bambino ritorni alla famiglia di origine. Dobbiamo tentare, allora, quantomeno, di specificare di cosa si tratta: o secondo l'emendamento che fu presentato dalla senatrice Alberti Casellati in Commissione (e se ho capito bene da quanto ha detto il senatore Falanga è stato ripresentato in Aula), si prevede che dopo ventiquattro mesi non ci possa essere una proroga, o si prevede che, nell'ipotesi in cui vi sia una proroga, il prolungato periodo di affidamento sia superiore a ventiquattro mesi. Dopodiché, non vi è la certezza matematica di ottenere l'adozione, perché si badi bene che nell'attuale valutazione per gli affidamenti non sempre la famiglia affidataria presenta le caratteristiche idonee anche per l'adozione: sono requisiti diversi e il giudice dovrà sempre fare una valutazione ulteriore. Nel provvedimento scriviamo che il giudice dovrà tenere conto dei legami affettivi, ma quale giudice corretto non ne terrebbe conto? La finalità di questa norma è allora evidentemente quella di sopperire ad alcune non corrette applicazioni della legge. Tutti sappiamo che in alcuni tribunali dei minorenni (non in tutti) si è verificato a volte che questo affidamento sia durato anche tre o quattro anni e questa è una situazione abnorme che quindi tentiamo di correggere, ma tentiamo di farlo nella convinzione che, essendo stato un provvedimento abnorme, probabilmente non si applicheranno nemmeno le altre norme che prevedono che il giudice debba tener conto dei legami con l'affidatario. Altrimenti, infatti, avrebbe già dovuto tenerne conto nella valutazione: ove ricorressero le condizioni per l'adozione tra i vari soggetti che doveva esaminare ai fini dell'adozione, certamente un giudice che avesse svolto il proprio lavoro secondo le norme e secondo quello che deve essere l'intervento del giudice all'interno non solo della famiglia, ma all'interno di qualsiasi posizione soggettiva delle persone, avrebbe dovuto valutare questo legame famigliare che si era venuto a creare. Noi interveniamo quindi solo per correggere, per dare un'indicazione ai giudici di non sbagliare, e questo lo condivido. Il mio è quindi un invito serio alla relatrice a fare in modo che la norma sia coerente, e se è vero che il senatore Falanga ha presentato quegli emendamenti, ne faccia una riformulazione, se vuole. Non lasciamo però questa espressione generica che non significa nulla e che potrà essere utilizzata in bonam partem o in malam partem , senza avere una possibilità di valutazione. Non mi soffermo, poi, sulla questione sollevata dal senatore Falanga relativa al fatto che nell'articolo 25 della legge n. 184 del 1983 l'anno potrebbe essere riferito all'affidamento preadottivo, però la invito a rileggere il primo comma dell'articolo 25 in questione perché si renda conto che non significa nulla dire che si applica anche al prolungato periodo di affidamento perché pur essendo, appunto, un prolungato periodo di affidamento, non aveva le caratteristiche dell'affidamento preadottivo. È solo una questione procedurale quella che viene descritta all'articolo 25 per cui io, onestamente, ho qualche dubbio relativamente all'utilità della norma, non tanto sotto il profilo dell'affermazione di principio quanto perché poniamo all'interprete il problema di capire che cosa volesse dire il legislatore. Quindi, credo che la relatrice - di cui conosciamo la bravura e la competenza - possa, attraverso riformulazioni, provvedere a correggere questi due aspetti che ci consentiranno di avere una norma che, anche se fatta solo per sopperire ad alcune violazioni di altre norme, almeno sia chiara e non dia luogo ad ulteriori dubbi interpretativi che comporterebbero una negazione della sua stessa finalità. (Applausi dal Gruppo FI-PdL XVII) . PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Uras. Ne ha facoltà. URAS (Misto-SEL) . Signor Presidente, a me pare che la prima cosa da dire riguardo a questo provvedimento normativo sia che finalmente arriva e arriva molto, ma molto in ritardo rispetto all'esigenza che viene trattata, al bisogno che ne è oggetto. Si tratta di regolare una questione relativa alla vita di bambini che provengono da situazioni sicuramente difficili e che, in ragione di tale provenienza, sono affidati dall'autorità pubblica a famiglie che ne curano l'educazione e si pongono il problema di costruire, insieme agli operatori che si occupano di queste vicende, un futuro migliore per queste giovani creature. Da che cosa parte questo bisogno e questa esigenza? Dal fatto che si costruisce un sistema, una rete di affetti, nell'ambito della famiglia affidataria, che non riguardano solo ed esclusivamente i genitori cui viene attribuita la principale responsabilità per l'educazione di questi minori ma riguarda relazioni più ampie già nell'ambito della stessa famiglia affidataria. Le famiglie affidatarie, infatti, possono avere altri figli e hanno sicuramente famiglie di provenienza, per cui ci sono i "nonni affidatari" che vengono coinvolti nei momenti principali di tale esperienza. C'è la rete delle relazioni umane e sociali coltivate dalla famiglia affidataria in cui questi bambini sono inseriti, con la costruzione, dunque, di una complessa condizione di vita. Fino a ieri, però - questo lo dobbiamo dire - l'autorità pubblica, lo Stato si preoccupava più della possibilità di costruire, in modo quasi compromettente per la positiva evoluzione del bambino, una solidità di questo tipo di relazioni sociali ed affettive. Per cui il pericolo principale erano proprio le relazioni sociali e affettive che si costruivano all'interno e nel contorno della famiglia affidataria. Pertanto, dopo tutte le pratiche per costruire una condizione per un affidamento più stabile e dopo tutti gli atti preliminari richiesti per questo tipo di esperienza, la stessa esperienza veniva poi viziata dalla possibilità di un'interruzione violenta di quel tipo di relazioni affettive e sociali quando si procedeva all'adozione. Accadeva allora che la famiglia affidataria, anziché essere il principale punto di riferimento di quel percorso, veniva esclusa in genere dall'affidamento stabile attraverso l'istituto dell'adozione: una cattiveria.