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Norme in materia di procreazione medicalmente assistita. Onorevoli Senatori. -- Con sentenza del 9 aprile 2014, n. 162, la Corte costituzionale ha dichiarato l'illegittimità costituzionale dell'articolo 4, comma 3, della legge 19 febbraio 2004, n. 40 (Norme in materia di procreazione medicalmente assistita), nella parte in cui stabilisce il divieto del ricorso a tecniche di procreazione medicalmente assistita di tipo eterologo, qualora sia stata diagnosticata una patologia che sia causa di sterilità o infertilità assolute ed irreversibili. La medesima sentenza ha dichiarato, altresì, l'illegittimità costituzionale: dell'articolo 9, comma 1, della legge n. 40 del 2004, limitatamente alle parole «in violazione del divieto di cui all'articolo 4, comma 3»; dell'articolo 9, comma 3, limitatamente alle parole «in violazione del divieto di cui all'articolo 4, comma 3», nonché dell'articolo 12, comma 1, che punisce con la sanzione amministrativa pecuniaria da 300.000 a 600.000 euro chiunque, a qualsiasi titolo utilizza a fini procreativi gameti di soggetti estranei alla coppia richiedente. La sentenza è stata pronunciata all'esito dei giudizi di legittimità costituzionale promossi dal tribunale ordinario di Milano, dal tribunale ordinario di Firenze e dal tribunale di Catania che hanno sollevato questioni sui citati articoli della legge n. 40 del 2004, in riferimento agli articoli 2, 3, 29, 31 e 32 della Costituzione e che la Consulta ha giudicato fondate. Al riguardo occorre sottolineare come la previsione del divieto appariva in evidente contrasto con il comma 1 dello stesso articolo 1 della legge, che nel prevedere le finalità, chiarisce che: «Al fine di favorire la soluzione dei problemi riproduttivi derivanti dalla sterilità o dalla infertilità umana è consentito il ricorso alla procreazione medicalmente assistita». Affermare un tale principio e prevedere successivamente all'articolo 4, l'esclusione per un'intera categoria di soggetti, in possesso dei requisiti per l'accesso alle metodiche, poiché in una situazione di sterilità o infertilità umana assoluta, ha posto da sempre più di un dubbio sulla ragionevolezza e coerenza dell'intero impianto normativo. Come noto e, come confermato anche da ultimo con la citata sentenza 162/2014, vi è un costante orientamento del Giudice delle leggi in base al quale l'articolo 3 della Costituzione risulta violato anche in tutti i casi in cui il legislatore proceda all'esclusione di tutti quei soggetti la cui condizione risulti assimilabile alla categoria dei soggetti presi in considerazione dalla normativa. A quanto detto, si aggiunga che secondo l'Osservatorio sul turismo procreativo, solo nel 2011, 4.000 coppie italiane sono andate all'estero per praticare la fecondazione medicalmente assistita. Secondo la Società europea di riproduzione umana ed embriologica (ESHRE), il fenomeno del turismo procreativo riguarda circa 30.000 coppie in tutta Europa: quasi un terzo (32 per cento) sono coppie italiane e di queste il 40 per cento vanno all'estero per aggirare il divieto di fecondazione eterologa. Si è, quindi, verificata negli anni, come opportunamente sottolineato dai giudici della Consulta, una disparità tra cittadini abbienti, capaci di sopportare tali spese e quindi di accedere al diritto al formarsi una famiglia, e cittadini che si sono visti negare lo stesso diritto per ristrettezze economiche, fenomeno proprio delle «democrazie censitarie», più che di una moderna democrazia occidentale. La legge 19 febbraio 2004, n. 40, ha avuto negli anni un sofferto percorso giudiziario, accanto alla sentenza da ultimo pronunciata dalla Consulta, diverse sono state le pronunce susseguitesi. Val la pena ricordare la sentenza del tribunale di Cagliari del 22 settembre 2007, nonché l'ordinanza del 19 febbraio 2008 del tribunale di Firenze che avevano affermato il diritto della coppia sterile e portatrice di malattie genetiche trasmissibili di avere conoscenza dello stato di salute dell'embrione ottenuto mediante la procreazione medicalmente assistita e, successivamente alla verifica, ad effettuare il trasferimento in utero dei soli embrioni sani o portatori sani rispetto alla patologia di uno o entrambi i componenti della coppia. Successivamente era stata la stessa Corte costituzionale, con sentenza 1º aprile 2009, n. 151, a dichiarare l'illegittimità costituzionale dell'articolo 14, comma 2, della legge limitatamente alle parole «a un unico e contemporaneo impianto, comunque non superiore a tre», riferito al numero massimo di embrioni che era possibile produrre in occasione di ogni singolo trattamento. Anche il tribunale di Salerno, con ordinanza 9 gennaio 2010 era intervenuto affermando che il ruolo dominante assunto dalla salute della madre, nel riassetto dato dalla Corte costituzionale con la predetta sentenza n. 151 del 2009 alla disciplina contenuta nella legge n. 40 del 2004, consente di ritenere ammesso il ricorso alla procreazione medicalmente assistita anche alle coppie, pur non sterili né infertili, che rischiano di mettere al mondo figli affetti da gravi malattie a causa di patologie genetiche trasmissibili e che, attraverso la diagnosi preimpianto sugli embrioni, possono evitare questo rischio. Il 28 agosto del 2012 è, invece, una sentenza della Corte europea dei diritti dell'uomo (CEDU) a intervenire sulla disciplina in materia di fecondazione assistita a seguito del ricorso Costa-Pavan. Secondo la CEDU, infatti: «È giocoforza constatare che, in materia, il sistema legislativo italiano manca di coerenza. Da un lato, esso vieta l'impianto limitato ai soli embrioni non affetti dalla malattia di cui i ricorrenti sono portatori sani; dall'altro, autorizza i ricorrenti ad abortire un feto affetto da quella stessa patologia». A tal proposito, giova ricordare che il Ministro della salute, con il decreto 21 luglio 2004, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 191 del 16 agosto 2004, aveva adottato le linee guida per l'attuazione della legge sulla procreazione medicalmente assistita. Nella parte relativa alle «Misure di tutela dell'embrione», le linee guida stabiliscono il divieto di «ogni diagnosi preimpianto a finalità eugenetica» e la possibilità di effettuare ogni indagine relativa allo stato di salute degli embrioni creati in vitro solo a scopo «osservazionale». E proprio in relazione a tale divieto la Corte di Strasburgo sottolinea l'incoerenza dell'impianto normativo italiano. Da ultimo, con ordinanza del 14 agosto la prima sezione civile del tribunale di Bologna ha accolto due ricorsi presentati da due coppie anteriormente alla sentenza della Consulta, autorizzando il centro di PMA SiSMer e Tecnobios del capoluogo emiliano a somministrare il trattamento per la fecondazione eterologa alle coppie medesime.