[pronunce]

n. 152 del 2006, secondo la Regione Piemonte, regolerebbe con disposizioni di dettaglio «procedimenti attinenti alla gestione del demanio idrico» che rientrerebbero nelle competenze già trasferite alle Regioni dal d.lgs. n. 112 del 1998, «in coerenza con il dettato dell'art. 118 della Costituzione». In tal modo, ad avviso della ricorrente, da un lato, verrebbero private di efficacia le regolamentazioni regionali già esistenti come, ad esempio, il d.P.G.r. 29 luglio 2003, n. 10/R (Disciplina dei procedimenti di concessione di derivazione di acqua pubblica), che avrebbe adeguato le procedure del r.d. 11 dicembre 1933, n. 1775 (Testo unico delle disposizioni di legge sulle acque e impianti elettrici), ai principi della semplificazione amministrativa e del coordinamento delle attività di prelievo idrico con le pianificazioni di tutela ambientale. Dall'altro, risulterebbero «attratte nella competenza ministeriale senza giustificato motivo funzioni di rilievo locale, quali l'intervento per l'espressione di parere sulle piccole derivazioni d'acqua con la nomina di un commissario ad acta da parte del Ministro dell'ambiente». 6.4. – In terzo luogo, la Regione Piemonte deduce l'illegittimità costituzionale dell'art. 104, comma 3, del d.lgs. n. 152 del 2006, il quale assegnerebbe «senza giustificato motivo» l'attribuzione «dell'autorizzazione dello scarico di acque risultanti dall'estrazione di idrocarburi nelle unità geologiche profonde» alla «competenza ministeriale», anziché a quella regionale. 6.5. – Gli artt. 113, comma 1, e 114, comma 2, del d.lgs. n. 152 del 2006 risulterebbero, del pari, illegittimi in quanto «la potestà normativa regionale sulla disciplina delle acque meteoriche di dilavamento e sulla disciplina di restituzione delle acque» verrebbe «inopinatamente subordinata e condizionata ad attività amministrativa ministeriale “previo parere del Ministero dell'ambiente”». 6.6. – Quanto agli artt. 116 e 121, comma 2, del d.lgs. n. 152 del 2006, la difesa regionale deduce che, nella parte in cui, rispettivamente, sottopongono «all'approvazione dell'Autorità di bacino il programma di misure integrativo del piano di tutela di cui all'art. 121» e prevedono che le «Regioni trasmettano il piano di tutela al Ministro dell'ambiente “per le verifiche di competenza”», evidenzierebbero «una logica di subordinazione delle potestà regionali di pianificazione e programmazione […] alla supervisione ed […] al controllo di organismi ed organi statali», in contrasto sia con il riparto costituzionale delle competenze sia con il quadro complessivo delle rispettive attribuzioni amministrative scaturite dal d.lgs. n. 112 del 1998. 7. – Con atto depositato in data 6 luglio 2006, si è costituito in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che il ricorso sia dichiarato inammissibile o, comunque, infondato, riservandosi di depositare successive memorie illustrative. Preliminarmente, a confutazione della tesi di fondo prospettata dalla Regione Piemonte, la difesa erariale osserva che il «cosiddetto carattere trasversale della materia ambientale, se legittima la possibilità delle Regioni di provvedere attraverso la propria legislazione esclusiva o concorrente (governo del territorio, agricoltura, sanità, edilizia etc.) su temi che hanno riflessi sulla materia ambientale», non costituirebbe per contro «limite alla competenza esclusiva dello Stato a stabilire regole omogenee nel territorio nazionale per procedimenti e competenze che attengono specificamente alla tutela dell'ambiente ed alla salvaguardia del territorio». In particolare, ad avviso della difesa erariale, la legislazione statale, pur potendo tener conto delle «incidenze dirette ed indirette delle proprie leggi sugli assetti normativi ed organizzativi delle Regioni», non risulterebbe tuttavia «condizionata ad una intesa forte, oltretutto di difficile perseguibilità in sede di redazione di testi normativi di notevole complessità ed impatto». 8. – Con ricorso notificato il 13 giugno 2006 e depositato il successivo 16 giugno (registro ricorsi n. 72 del 2006), la Regione Umbria ha impugnato, fra gli altri, gli artt. 95, comma 5, 96 e 101, comma 7, del d.lgs. n. 152 del 2006, per violazione degli artt. 76, 117 e 118 Cost. 8.1. – La ricorrente premette che l'art. 95, rubricato «Pianificazione del bilancio idrico», al comma 5 stabilisce che, «per le finalità di cui ai commi l e 2, le Autorità concedenti effettuano il censimento di tutte le utilizzazioni in atto nel medesimo corpo idrico sulla base dei criteri adottati dal Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio con proprio decreto, previa intesa con la Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le Regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano», e che «le medesime Autorità provvedono successivamente, ove necessario, alla revisione di tale censimento, disponendo prescrizioni o limitazioni temporali o quantitative, senza che ciò possa dar luogo alla corresponsione di indennizzi da parte della pubblica amministrazione, fatta salva la relativa riduzione del canone demaniale di concessione». Ad avviso della Regione Umbria, la materia della «tutela quantitativa della risorsa idrica e della pianificazione dell'utilizzazione di essa» rientrerebbe nella competenza regionale, come dimostrerebbe lo stesso d.lgs. n. 152 del 2006 il quale attribuisce alle Regioni il compito di elaborare il Piano di tutela delle acque (art. 121, commi 2 e 5, del d.lgs. n. 152 del 2006). La norma impugnata, dunque, introducendo la necessità di non meglio precisati «criteri» che devono essere prefissati con decreto ministeriale – e così modificando la disciplina dettata dall'art. 22, comma 6, d.lgs. n. 152 del 1999, che già consentiva alle Autorità concedenti di limitare le utilizzazioni idriche –, da un lato, paralizzerebbe l'applicabilità della norma «fino all'adozione dei criteri in questione», dall'altro, lederebbe le competenze regionali, in violazione degli artt. 117, terzo comma, e 118 Cost. Inoltre, prosegue la ricorrente, poiché non si comprenderebbe «l'utilità» dei menzionati criteri ministeriali, l'art. 95, comma 5, prima parte, violerebbe altresì l'art. 76 Cost., in relazione ai principi di «economicità» e di «semplificazione» rispettivamente fissati agli artt. 1, comma 9, e 1, comma 9, lettera b), della legge n. 308 del 2004. Detta violazione dell'art. 76 Cost. si tradurrebbe, ad avviso della ricorrente, «in lesione delle competenze regionali, dato che la previsione dei criteri ministeriali costituisce un vincolo per l'attività amministrativa regionale», interferendo, pertanto, con «l'autonomia normativa della Regione». 8.2. – Quanto all'art. 96 del d.lgs.