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Voglio, però, far notare che siffatto provvedimento oggi è inserito in un contesto politico di contrasto all'immigrazione ben diverso da quello che si è realizzato nel precedente Governo: un contrasto all'immigrazione che, soprattutto per impulso del Ministro dell'interno, sta vedendo il nostro Paese in prima fila in Europa, teso a svegliare tutti i Paesi affinché contrastino un fenomeno particolarmente grave che mette a repentaglio - lo ha sottolineato anche oggi, in questa sede, il presidente Casini - la sicurezza sociale, la tranquillità, la serenità, sostanzialmente la nostra società. Crediamo che questa svolta sia importante e la sosteniamo sotto ogni aspetto perché - a nostro avviso - il fenomeno è certamente globale. Riteniamo che l'Italia da sola non possa contrastarlo, ma crediamo anche nel fatto che non è ineluttabile e che l'Italia possa e debba dare il suo contributo per porre fine al fenomeno. Mi rivolgo alla senatrice Bonino: le persone in questione, i migranti che fuggono dalla disperazione e dalla miseria, in qualche caso anche i profughi che fuggono dalla guerra, non fuggono dalla Libia; non sono libici. Fuggono da altre aree dell'Africa attraverso la Libia. Se il fenomeno si è creato, lo si è creato e lo si è ingigantito proprio perché la percezione che quelle popolazioni avevano, in Nigeria come in Corno d'Africa, era quella di una navigazione attraverso il Mediterraneo supportata poi dalle navi delle organizzazioni non governative. Mi ha colpito, cari colleghi, qualche anno fa la dichiarazione di alcune persone che portavano l'esempio molto semplice, e chiaro a tutti noi, secondo il quale qualunque pastore del Centro Africa, del Niger piuttosto che dell'Etiopia, attraverso il proprio telefonino cellulare - e il 70 per cento degli africani possiede un telefonino cellulare - ha oggi le stesse conoscenze e informazioni sul mondo di cui venticinque anni fa era in possesso solo il Presidente della Repubblica americana. Voglio dire che attraverso quel telefonino il pastore del Mali o della Nigeria è consapevole che esiste un mondo diverso e altresì che delle navi raccolgono i profughi nelle acque territoriali della Libia per poi portarli in Europa, e quindi si muovono sulla base di questa illusione. Il telefonino trasmette siffatta speranza e centinaia di migliaia di persone, sulla base di quella immagine, spesso di quella illusione, finiscono in Libia nelle mani sanguinarie dei trafficanti di uomini, che sono peggiori dei trafficanti di droga. Questa illusione noi dobbiamo eliminare o se eliminiamo questa illusione e quelle immagini, noi freniamo alla fonte la migrazione che parte dall'Africa centrale. Questo ci pone il problema anche di cosa fare per quei popoli e lo dico con grande responsabilità. Mi dispiace che nel dibattito molto politico, che si è aperto per alcune ore, nessuno abbia citato ad esempio,- come abbiamo già fatto in Commissione e in quest'Aula in altra sede e per pochi secondi - il capitolo di pace che si è aperto nel Corno d'Africa. Lo sottolinea il Governo, lo sottolinea l'Europa e lo sottolinea questa Assemblea: se vogliamo fermare la migrazione biblica che viene da quelle terre - e almeno un terzo dei migranti che cercano di giungere in Europa attraverso l'Italia parte da quelle terre - vorrei che il Governo, l'Italia e l'Unione europea cogliessero quei segnali di pace e di stabilizzazione che riguardano l'Etiopia, l'Eritrea, la Somalia citata in quest'Aula, il Sud Sudan e anche il Sudan e il Kenya, tutta un'area geografica particolarmente fondamentale per noi perché fonte del flusso di migrazione, talvolta di profughi che migrano e di disperati che cercano soluzioni di benessere nel nostro territorio. Una politica volta a fronteggiare questa migrazione che possa dirsi completa deve da una parte, certamente - come stanno facendo il Governo e soprattutto il Ministro dell'interno - bloccare, per quanto ci riguarda, la migrazione clandestina che sbarca nei porti italiani; dall'altra parte, certamente con questo provvedimento, che non è piccolo, perché non si limita a fornire dodici navi all'autorità libica, dà un segnale importante all'autorità libica di legittimazione di quelle istituzioni, e le istituzioni libiche hanno bisogno di essere legittimate; e dà il segnale importante all'Unione europea e alla Francia che l'Italia punta a stabilizzare quel Governo e quel Paese. Noi sappiamo, infatti, da chi è venuto l'attacco che ha destabilizzato il Governo di Gheddafi e ha portato alla sua morte, per questioni non soltanto petrolifere, ma anche monetarie, perché Gheddafi si stava liberando dalla sudditanza monetaria alla Francia ed era una minaccia per tutti i Paesi del Centro Africa che subiscono siffatta dominazione. Io credo che questo segnale sia molto più importante delle dodici motovedette concesse alle autorità libiche: è un segnale alle istituzioni libiche, è un segnale all'Unione europea, è un segnale alla Francia, è un segnale all'Italia che deve sviluppare una politica complessiva e che noi dobbiamo realizzare laddove possiamo. (Applausi dal Gruppo FdI) . La Libia è certamente importante, ma il Corno d'Africa forse è ancora più importante, perché è la fonte di tanti guai e di tanta immigrazione. Anche su questo il Governo prenda una iniziativa significativa ed avrà il nostro consenso. (Applausi dal Gruppo FdI e del senatore Fantetti) . ALFIERI (PD) . Domando di parlare per dichiarazione di voto. PRESIDENTE. Ne ha facoltà. ALFIERI (PD) . Signor Presidente, quello al nostro esame è un provvedimento certamente limitato e relativamente semplice dal punto di vista tecnico. È però evidente che si inserisce in un contesto geopolitico difficile e complesso, dentro il quale matura la scelta del Partito Democratico che - come spesso accade quando si parla di politica estera - non matura a cuor leggero. In queste scelte, infatti, si mescolano ragionamenti e valutazioni di tipo politico, diplomatico, a volte economico e commerciale, che si mischiano con questioni che hanno a che fare con la sfera etica, con i convincimenti personali, con i principi e i valori alla base della nostra cultura. Ed è evidente che, quando ci si confronta con contesti diversi, esse creano anche conflitti identitari. È dunque complicato e difficile maturare queste scelte. Siamo consapevoli anche noi - come ha sottolineato la senatrice Bonino nel suo intervento - della situazione maledettamente complicata in Libia, di una statualità che non esiste, ma che non esiste oggi così come non esisteva prima. Era originale infatti anche la statualità ai tempi del rais , quando le diverse tribù - le stesse tribù che adesso si organizzano in maniera diversa - erano unificate in una sorta di sistema feudale, dove egli era il feudatario e i capi tribù erano i vassalli e i valvassori: già allora c'era un meccanismo di scambio. Lo stesso vale anche per il concetto stesso di diritti umani e per la concezione di dignità umana, che là è diversa. Dunque, per questo motivo, non dovremmo avere rapporti e non dovremmo tentare di costruire dei ponti con un Paese che è di fronte a noi, la cui relazione è strategica, non fosse altro per il fatto che siamo immersi nel Mediterraneo e, anche non volendo, subiamo gli effetti negativi di un contesto non stabilizzato? Penso che dobbiamo tornare indietro. È stato citato più volte il Trattato di Bengasi.