[ddlpres]

Ciò nonostante, anche dopo l'intervento del 1984, « il riparto dei seggi fra le circoscrizioni ha continuato ad avvenire, come in precedenza, in proporzione ai voti validi, a prescindere dalla previa assegnazione in ragione della popolazione ». Difatti anche le successive modifiche, intervenute fino alla legge n. 10 del 2009 (che ha introdotto una soglia di sbarramento calcolata sul totale dei voti validi ottenuti sul piano nazionale), non hanno corretto l'aporia tra la norma di principio (contenuta nell'articolo 2 della legge n. 18 del 1979) e le procedure di assegnazione contenute nella medesima legge. È invece la natura politicamente discrezionale della scelta di individuare la più appropriata tra le differenti possibilità in concreto di eliminare o « ridurre l'effetto di slittamento di seggi da una circoscrizione all'altra » che ha impedito alla Corte costituzionale di adottare l'interpretazione additiva richiesta dal giudice rimettente. Sostiene il Giudice delle leggi che « non può che spettare al legislatore individuare, con specifico riferimento all'organo rappresentativo preso in considerazione, la soluzione più idonea a porre rimedio alla lamentata incongruenza della disciplina censurata. In presenza di una pluralità di soluzioni, nessuna delle quali costituzionalmente obbligata, questa Corte non potrebbe sostituirsi al legislatore in una scelta ad esso riservata ». Va ricordato che il Consiglio di Stato, successivamente alla richiamata sentenza che ha rigettato il ricorso teso a far dichiarare l'illegittimità costituzionale della norma, ha statuito sul caso oggetto del giudizio « razionalizzando » il contrasto tra l'articolo 2 e l'articolo 21 della legge elettorale europea, procedendo alla sua interpretazione sistematica e integrata – in via sussidiaria – con le disposizioni del testo unico delle leggi per la elezione della Camera dei deputati, di cui al decreto del Presidente della Repubblica n. 361 del 1957, che vincolano alla circoscrizione territoriale l'attribuzione dei seggi, e correggendo in tal guisa la rappresentanza italiana in corso di legislatura. Se adottasse tale criterio, l'Ufficio elettorale centrale nazionale presso la suprema Corte di cassazione ben potrebbe procedere a un revirement dell'orientamento seguito finora, come, al contrario, pure potrebbe – in assenza dell'intervento del legislatore invocato dalla Corte costituzionale – proseguire nel dare prevalenza alla norma procedurale contenuta nell'articolo 21 della legge n. 18 del 1979 rispetto alla disposizione di principio recata dall'articolo 2 della medesima legge. Per attribuire certezza giuridica alla modalità di attribuzione dei seggi in un senso rispettoso sia della volontà popolare espressa nelle elezioni sia dell'assegnazione della rappresentanza basata sulla popolazione residente nelle diverse circoscrizioni territoriali, il presente disegno di legge opta per la modifica dell'articolo 21, primo comma, numero 3), della legge n. 18 del 1979. L'attribuzione dei seggi avviene circoscrizione per circoscrizione, e si basa sul calcolo di un quoziente elettorale circoscrizionale, che si ottiene dividendo il totale dei voti validi delle liste ammesse al riparto in campo nazionale per il numero dei seggi assegnati alla circoscrizione. A ogni lista ammessa al riparto su base nazionale (e dunque a tutte quelle che hanno superato la soglia del 4 per cento dei voti validi) si assegnano tanti seggi quanti quozienti circoscrizionali interi abbia conseguito. Gli eventuali seggi residui sono attribuiti secondo la graduatoria decrescente delle parti decimali, fino all'attribuzione di tutti i seggi spettanti alla circoscrizione. Le operazioni di calcolo iniziano dalla circoscrizione più piccola per popolazione. Via via che si procede nell'assegnazione, non si prendono più in considerazione le liste che hanno già ottenuto tutti i seggi a esse spettanti sulla base dei calcoli effettuati in ambito nazionale. In questo modo si evita qualsiasi effetto disproporzionale e si trasforma integralmente in seggi il risultato politico conseguito da ogni lista ammessa al riparto, senza tuttavia far conseguire alcun vantaggio alle liste più grandi a causa dell'inutilizzazione dei resti. Difatti, i seggi che eventualmente rimanessero ancora da assegnare a una lista sono attribuiti alla lista stessa nelle circoscrizioni ove essa ha ottenuto i maggiori resti, utilizzando per primi i resti che non hanno già dato luogo all'attribuzione di seggi. Il secondo aspetto su cui interviene il presente disegno di legge è la definizione geografica delle circoscrizioni, istituendone una sesta mediante la scomposizione dell'attuale V circoscrizione Italia insulare in due differenti constituency : la Sicilia e la Sardegna. Le motivazioni di tale innovazione sono molteplici. Innanzitutto, la già citata necessità di dare attuazione all'articolo 119, sesto comma, della Costituzione, anche per quanto riguarda la possibilità per Sicilia e Sardegna di avere una piena e indipendente rappresentanza al Parlamento europeo. Inoltre, occorre ricordare che l'articolo 158, secondo paragrafo, del Trattato che istituisce la Comunità economica europea, come sostituito dal Trattato di Amsterdam del 2 ottobre 1997, ratificato ai sensi della legge 16 giugno 1998, n. 209, assegnava alla Comunità il compito di « ridurre il divario tra i livelli di sviluppo delle varie regioni ed il ritardo delle regioni meno favorite o insulari », compito conformato dal vigente Trattato sul funzionamento dell'Unione europea (TFUE) all'articolo 174 . A tutt'oggi, dunque, con specifico riguardo alle regioni insulari, il TFUE ammette espressamente la condizione di oggettivo svantaggio connessa allo status di insularità, riconoscendo a tali regioni il diritto a godere di un trattamento differenziato rispetto agli altri enti di natura regionale o federale costituiti nell'ambito dell'Unione europea. Tale riconoscimento si inserisce a sua volta nel solco delle significative aperture – avvenute negli ultimi anni – verso la costituzione di un'« Europa delle regioni » in cui le autonomie regionali e locali, concorrendo con gli Stati e con le istituzioni europei alla realizzazione del processo di integrazione, rendano più credibile il principio di condivisione allargata e di avvicinamento ai cittadini delle decisioni assunte a livello europeo. Al fine di evitare che il divario con la parte più sviluppata dell'Europa piuttosto che ridursi si accresca ulteriormente, tutte le regioni, anche quelle più svantaggiate e periferiche, devono infatti trovare quanto meno un accesso diretto alla rappresentanza. Per altro verso, le esigenze di integrazione delle regioni insulari nel mercato interno rendono necessaria l'adozione di misure calibrate e differenziate non solo rispetto alle altre realtà regionali, ma anche tra le stesse regioni insulari, che evidentemente presentano caratteristiche e disagi del tutto peculiari. In tale senso, già dopo le modifiche introdotte nel 1997 dal Trattato di Amsterdam, deve ritenersi indispensabile un corrispondente adeguamento della nostra legislazione interna in materia di elezione dei membri del Parlamento europeo, attraverso il riconoscimento alla Sardegna e alla Sicilia del diritto a esprimere una rappresentanza differenziata in seno alle istituzioni comunitarie.