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la pratica di far pagare gli interessi sugli interessi, adottata dagli istituti di credito per oltre mezzo secolo, espressamente vietata dal legislatore dal 1° gennaio 2014, è diventata a tutti gli effetti consentita su base annua da un emendamento del 7 aprile 2016, approvato al Senato dalla maggioranza di Governo con il decreto di riforma delle banche di credito cooperativo e dalla delibera n. 343 del Comitato interministeriale per il credito e il risparmio (CICR), organismo presieduto dal Ministro dell'economia e delle finanze, varata il 3 agosto 2016, in attuazione dell'articolo 120 del TUB, che accoglie l'articolo 17- bis del decreto-legge n. 18 del 2016, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 49 del 2016; i tre procedimenti per pratiche commerciali scorrette, avviati dall'Antitrust (Autorità garante della concorrenza e del mercato, Agcm) nei confronti di Bnl, Intesa Sanpaolo e Unicredit, hanno portato in data 17 novembre 2017 una multa da 11 milioni di euro, per avere applicato l'addebito di interessi sugli interessi, sanzione per "condotte aggressive", finalizzate a ottenere dai clienti l'autorizzazione preventiva ad applicare l'anatocismo. Le comunicazioni fornite in filiale e attraverso l' home banking "non consentivano di fornire il diniego" e informavano solo sulle conseguenze negative in caso di mancata sottoscrizione, volti ad accertare se le tre banche avessero posto in essere condotte in violazione del codice del consumo (di cui al decreto legislativo n. 206 del 2005) in relazione alla pratica dell'anatocismo bancario, fino all'entrata in vigore del decreto banche (decreto-legge n. 18 del 2016) che all'articolo 17- bis ha ribadito il divieto di anatocismo, contenuto nella legge di stabilità per il 2014, ed anche dopo il nuovo e definitivo fermo del decreto banche del 2016; considerato che, a quanto risulta all'interrogante: in data 3 marzo 2017, a fronte di evidenti abusi, Adusbef aveva presentato esposti denunce alle maggiori procure della Repubblica, ipotizzando l'omissione d'ufficio della Banca d'Italia, che, doverosamente informata dalle associazioni dei consumatori presenti nel CNCU (Consiglio nazionale consumatori ed utenti), invece di esercitare la potestà prevista dall'art. 128 del testo unico bancario, per "inibire ai soggetti che prestano le operazioni e i servizi disciplinati dal presente titolo la continuazione dell'attività, anche di singole aree o sedi secondarie, e ordinare la restituzione delle somme indebitamente percepite e altri comportamenti conseguenti" (art. 1, lettera a) ), non sarebbe intervenuta, come di consueto, per non disturbare gli interessi delle banche socie, configurando, oltre all'omissione in atti d'ufficio, eventuali più gravi reati a danno degli utenti dei servizi bancari; in particolare, aveva scritto Adusbef negli esposti presentati, alla luce dei fatti, nonché dei richiami giurisprudenziali, dottrinali e alle disposizioni di legge indicati, anche nell'art. 128 del TUB, si chiedeva alla Procura di accertare: a) se sotto il profilo degli omessi controlli e della mancata vigilanza non si configurasse il reato, ex art. 328 del codice penale (Rifiuto d'atti d'ufficio. Omissione); b) se dal tenore letterale delle missive e dalle palesate minacce non si configurassero i reati, ex artt. 640 del codice penale e seguenti, nonché ex art. 646 (Appropriazione indebita); c) se la responsabilità penale eventualmente accertata ed imputabile ai soggetti richiamati non potesse altresì aver configurato il reato, ex art. 170- bis del decreto legislativo n. 58 del 1998, e altri eventuali illeciti penali come rubricati nel decreto legislativo n. 58 del 1998; facendo un calcolo sul volume medio degli impieghi affidati, ricapitalizzati con l'illecito anatocismo, effettuati dagli esperti contabili Adusbef, si evincerebbe un indebito lucro, solo per i fidi alle imprese, di 2.410 miliardi di euro dal 1° gennaio 2014 al 31 ottobre 2016 (ossia 811,830 miliardi di euro nel 2014; 808,338 nel 2015; 790,085 miliardi di euro tra il 1° gennaio ed il 30 settembre 2016), di 34,33 euro ogni 1.000 euro di scoperto, quindi una somma da rimborsare o compensare, approssimata per difetto, tra 6,7 e 7,8 miliardi di euro, incamerati dal sistema bancario, che non dovevano essere percepiti e che in virtù della legge e delle pronunce dei tribunali nelle inibitorie, dovrebbero essere restituiti. Invece di procedere alla restituzione del "maltolto" ad imprese ed altri affidati, il sistema bancario avrebbe preteso, dal 1° marzo 2017, interessi capitalizzati nel trimestre 30 settembre-30 dicembre 2016 e gli interessi di mora a partire da mercoledì 1° marzo 2017, in virtù del ripristino dello stesso anatocismo, evitando, accuratamente, il diritto alla restituzione o compensazione, di circa 7 miliardi di euro in media, stimati su impieghi affidati e tassi di interessi medi praticati, intimando che, a far data dal 1° marzo 2017, l'istituto di credito provvederà ad addebitare gli interessi debitori relativi al trimestre 1° ottobre-31 dicembre 2016, ed ordinando alla clientela di provvedere alla copertura, pena il blocco operativo del conto corrente; risulta all'interrogante che almeno 2 procure della Repubblica (Milano e Palermo) abbiano aperto l'inchiesta dopo le denunce di Adusbef, si chiede di sapere: quali siano le ragioni che avrebbero indotto la Banca d'Italia ad attivare quella che all'interrogante appare una violazione dell'art. 128 del testo unico bancario, per inibire ai soggetti che prestano le operazioni e i servizi disciplinati dall'articolo la continuazione dell'attività, anche di singole aree o sedi secondarie, e ordinare la restituzione delle somme indebitamente percepite e altri comportamenti conseguenti, alla luce di azioni inibitorie e sentenze dei tribunali, che avevano condannato le principali banche a non praticare più alcuna forma di capitalizzazione degli interessi passivi e ogni pratica anatocistica in tutti i contratti di conto corrente con i consumatori; se risponda al vero che le procure della Repubblica di Milano e di Palermo abbiano attivato indagini per verificare i reati penalmente rilevanti dall'illecita prassi dell'anatocismo dal 1° gennaio 2014 al 30 settembre 2016, lucrando in media 7 miliardi di euro, che devono essere restituiti o compensati, e quale sia la situazione odierna delle inchieste giudiziarie;