[pronunce]

g) Cost. La ricorrente avrebbe, invece, denunciato "una moltiplicazione dei controlli sui costi della contrattazione integrativa" alla stregua dell'art. 117, terzo comma, Cost. in relazione alla materia del «coordinamento della finanza pubblica», stante il carattere non di principio della normativa. Questa, di fatto, stabilisce un inammissibile potere di controllo illimitato, conferendo al Governo "il potere di definire metodologie e criteri di riscontro, vale a dire una normativa di dettaglio e, per di più, di livello amministrativo". 8.3.- L'Avvocatura generale dello Stato, ribadite con riguardo all'art. 17, comma 2, della legge n. 448 del 2001 le difese già svolte in precedenza, precisa che le misure così adottate dal legislatore della finanziaria per il 2002 appaiono "a supporto della manovra per gli anni 2002-2006", nell'ambito della quale è sorta l'esigenza del contenimento della spesa corrente anche con riguardo al costo del lavoro; ciò che appare sostanzialmente confermato anche dalla preoccupazione espressa dalla Corte dei conti nella "Relazione sul rendiconto generale dello Stato - esercizio finanziario 2000" in ordine alla mancanza di stringenti controlli sulla coerenza della contrattazione integrativa con quella nazionale e alla trasparenza delle decisioni di spesa degli enti locali. 8.4.- La Regione Basilicata ribadisce le censure rivolte a tutte le norme impugnate, siccome violative degli artt. 3, 5, 114, 117 e 118 Cost. Essa rileva che il nuovo art. 114 Cost. ha posto sul medesimo piano le varie componenti della Repubblica e parallelamente l'art. 117 Cost. ha equiparato Stato e Regioni quanto alla titolarità della potestà legislativa, ribaltando, per di più, il precedente criterio di attribuzione: l'ente attributario in via ordinaria di tale potestà è oggi la Regione, fatte salve le materie riservate alla legislazione esclusiva dello Stato e quelle rientranti nella legislazione concorrente. Il favor per la legislazione regionale, che ne deriva, implica che nelle materie di legislazione concorrente la legge dello Stato deve limitarsi alla determinazione dei «principi fondamentali» (come espressamente stabilisce l'art. 117, terzo comma, Cost.), sicché non è più consentito ad essa dettare norme di dettaglio, fossero pur cedevoli (richiama al riguardo le sentenze di questa Corte n. 96 del 2003 e n. 282 del 2002). Ad avviso della ricorrente, la natura di "norme di dettaglio" delle disposizioni censurate emerge anche alla luce della precedente giurisprudenza costituzionale, la quale ha avuto occasione di qualificare come «principi fondamentali» norme che fossero fondate sull'«interesse nazionale» e inserite in un ampio disegno riformatore, tale da esigere un'attuazione uniforme su tutto il territorio nazionale (sentenza n. 171 del 1999). La scomparsa dell'«interesse nazionale», a seguito della riforma del titolo V della parte seconda Costituzione, e il carattere contingente delle disposizioni censurate, contenenti mera disciplina di dettaglio, non consentono di qualificare le stesse come «principi fondamentali», posto che un principio fondamentale deve essere sempre "colto ad un livello di maggiore astrattezza rispetto alla regola positivamente stabilita" (sentenza n. 65 del 2001). In particolare, quanto agli artt. 16, comma 7, e 19, commi 1, 3, 7, 8, e 14, della legge n. 448 del 2001, la ricorrente ribadisce che la materia dell'impiego presso la Regione e gli enti locali è assegnata alla competenza esclusiva delle Regioni. Alle obiezioni della difesa erariale, secondo cui si tratterebbe di disposizioni in materia di spesa, che non toccherebbero la disciplina del personale, ma soltanto gli oneri conseguenti; detterebbero principi in materia di armonizzazione dei bilanci pubblici e di coordinamento della finanza pubblica; e, infine, avrebbero lo scopo di far rispettare il "patto di stabilità interno" per il 2001, anche in relazione agli impegni comunitari, la ricorrente replica che le disposizioni de quibus recano "misure puntuali che incidono direttamente sulla capacità delle Regioni e degli enti locali di progettare e perseguire un'autonoma politica del personale, sicché invadono pesantemente la relativa sfera di legislazione esclusiva"; inoltre, esse contengono prescrizioni di dettaglio che non "coordinano" alcunché, ma impongono autoritativamente i comportamenti da tenere; infine, gli impegni comunitari non possono implicare deroghe all'ordine interno delle competenze, garantito da norme costituzionali. 8.5.- La Regione Emilia-Romagna, a sua volta, quanto all'art. 19, comma 1, della legge n. 448 del 2001, replicando all'Avvocatura generale dello Stato, che ritiene la disposizione giustificata dal "rango costituzionale" delle norme comunitarie e dall'esigenza di rispettare i vincoli da esse posti, ribadisce che "il perseguimento di un obiettivo comunitario di per sé non giustifica l'adozione di qualsiasi misura atta a favorirne il raggiungimento, anche in deroga all'ordinamento interno". Inoltre, essa osserva che la medesima disposizione è irragionevolmente lesiva dell'autonomia regionale, sia sotto il profilo della "strumentalità", poiché non si vede come la sanzione da essa disposta retroattivamente possa migliorare le prestazioni finanziarie passate degli enti che ne sono colpiti, né quale sia il nesso fra la spesa colpita e le cause di dette "cattive" prestazioni finanziarie; sia sotto il profilo della "proporzionalità", poiché trattasi di una sanzione rigida, non modulabile in ragione della concreta situazione di organico dell'ente, delle cause che hanno prodotto il deficit, dell'ammontare dello stesso. 9.- All'udienza pubblica le parti hanno insistito per l'accoglimento delle conclusioni rassegnate nelle difese scritte.1.- La Regione Basilicata impugna l'art. 16, comma 7, della legge 28 dicembre 2001, n. 448 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato - legge finanziaria 2002), assumendo che tale norma violerebbe gli artt. 3, 5, 114, 117 e 118 della Costituzione, nonché l'art. 11 della legge costituzionale 18 ottobre 2001 n. 3 (Modifiche al titolo V della parte seconda della Costituzione), in quanto, così ledendo la competenza legislativa esclusiva della Regione in materia di impiego presso la Regione stessa e gli enti locali, inciderebbe irragionevolmente sull'autonomia organizzativa regionale con il precludere la possibilità di una diversa articolazione delle disponibilità di bilancio ovvero di ricorrere a nuove fonti di finanziamento e con il vincolare l'azione dei comitati di settore agli atti di indirizzo previsti dall'art. 47 del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165 (Norme generali sull'ordinamento del lavoro alle dipendenze delle pubbliche amministrazioni). La censura è infondata. Premesso che, secondo la costante giurisprudenza di questa Corte (sia anteriore alla legge costituzionale n. 3 del 2001: sentenze n. 126 e 373 del 1997, n. 29 del 1995; sia posteriore: