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A tanta trascuratezza, al di là del voler imputare a chicchessia la precipua responsabilità della gestione delle fondazioni lirico-sinfoniche e di stigmatizzare una politica poco attenta verso tale settore artistico, per converso, corrisponde, in maniera diametralmente opposta, una generale e diffusa attenzione della comunità sociale verso tale espressione culturale: infatti, emerge, da tutte le statistiche economiche e finanziarie delle fondazioni lirico-sinfoniche, un rapporto tra costi di produzione e ricavi di incasso per le produzioni dei corpi di ballo che vede sempre e costantemente un notevole attivo patrimoniale (come segnalano tutte le rendicontazioni della Sezione controllo della Corte dei conti); segno del coinvolgimento popolare e dell'attenzione che la comunità dedica a tale aspetto artistico e del nutrimento che ne trae la propria identità culturale. Dall'analisi è emerso che la danza è molto amata e seguita dal pubblico, che partecipa numeroso alle rappresentazioni ed è in costante aumento; tanto che si riscontrano spesso, in corrispondenza di una adeguata e oculata programmazione, situazioni di « tutto esaurito » e una usuale difficoltà nel reperimento dei biglietti, al di là del numero di repliche edite in cartellone. A tale disattenzione della politica, è poi corrisposta una gestione che si è mostrata spesso poco capace, sotto il profilo manageriale e un disinteresse delle istituzioni preposte. Sono mancati progetti artistici e specifiche scelte politico-istituzionali, in netta controtendenza rispetto alle finalità attribuite alle fondazioni lirico-sinfoniche. Si è assistito, infatti, negli ultimi venti anni a una vera e propria crescente migrazione artistica professionale dei coreuti italiani verso i corpi di ballo di istituzioni europee e internazionali, a tutto detrimento della cultura artistica italiana del balletto e della danza: in tantissime compagnie europee e internazionali si assiste alla presenza di danzatori italiani che spesso ricoprono ruoli di primaria importanza. Le nuove giovani leve italiane della danza emigrano in maniera sempre più costante e numerosa verso compagnie e istituzioni estere, essendo costrette a reperire all'estero le possibilità di una concreta aspirazione professionale. Risultano assenti, in Italia, sufficienti punti di riferimento concreti e fondativi per i giovani professionisti della danza, in netta controtendenza con quanto, invece, accade in altri Paesi europei (es. Francia e Germania). È innegabile riscontrare una precisa negligenza che ha condotto, attraverso la riduzione della produzione artistica relativa al balletto, alla riduzione e alla soppressione degli organici funzionali, in assenza di precise ed efficaci norme che potessero impedire la distrazione delle risorse finanziarie destinate alla danza e di alimentare squilibri tra i settori in favore di lobby o di agenzie interessate all'accaparramento di finanziamenti pubblici, dirottati verso altre tipologie di produzione artistica. Il tutto, in netta controtendenza rispetto alla crescita del pubblico fruitore e alla crescita degli allievi danzatori e delle scuole di danza private, pur in assenza di reali esigenze economiche e finanziarie. È noto, infatti, che nel corso degli anni sono state soppresse, del tutto inopinatamente, le compagnie di ballo di fondazioni e teatri, come quello di Torino, Bologna, Venezia, Genova, Catania e Trieste, e nei tempi più recenti anche quelle di Verona e Firenze; sebbene le produzioni di danza messe in scena da tali fondazioni siano state spesso di elevata qualità artistica e culturale, in presenza di artisti italiani di grande reputazione internazionale, come è stato riscontrato dalla numerosa partecipazione del pubblico e dalla critica nazionale e internazionale. L'Arena di Verona vede ormai impiegati solo tersicorei precari e quasi esclusivamente nel periodo estivo, avendo provveduto all'intera e deliberata soppressione della compagnia stabile, senza alcuna ragione o esigenza economica e finanziaria, fatto che ha dato luogo ad indagini della magistratura che sono ancora in corso. La documentazione contabile e i resoconti offerti dalla Corte dei conti negli ultimi venti anni segnalano una spesa costante, sempre più sottratta alla produzione di danza, a cui non corrisponde alcun vantaggio finanziario delle fondazioni, né alcuna agevolazione per perseguire il vincolo di bilancio. Al contrario, le fondazioni che hanno un proprio corpo di ballo dispongono di una struttura produttiva di interesse collettivo e di promozione, diffusione e tutela artistica e culturale della danza italiana che rappresenta un concreto e positivo fattore economico che, oltre a costituire un volano di incentivazione indiretta dell'intera produzione artistica culturale, coinvolgendo tutti i settori artistici, permette la realizzazione anche di spettacoli di un genere diverso da quello lirico e sinfonico, con una spesa notevolmente più contenuta. Infatti, i costi di produzione di spettacoli coreutici sono nettamente inferiori (fino a 8-10 volte in meno) rispetto a quelli dei costi degli allestimenti lirici, oltre a impegnare tempi di prova e di produzione in palcoscenico molto più brevi. Tali elementi fattuali inducono, a fronte della maggiore produzione di danza, al sensibile aumento del numero complessivo del numero delle recite che annualmente si possono realizzare con impegni finanziari certamente più contenuti e con il l'incremento effettivo dell'efficienza delle strutture e del personale. Il che, poi, consente la realizzazione di ricavi derivanti dalla vendita di un maggior numero di biglietti per i balletti, a fronte di un minore costo per gli allestimenti scenici, rispetto ai ricavi riscossi dagli altri organici funzionali: così come si legge, chiaramente, dalle rendicontazioni economiche e finanziarie vagliate dalla Corte dei conti nei vari anni di analisi contabile. La forte riduzione dell'espressione e della tutela del patrimonio artistico e culturale della danza in Italia rappresenta, da un lato, una parziale eterogenesi dei fini istituzionali delle fondazioni e, dall'altro, una perdita inestimabile del patrimonio artistico e dell'identità culturale appartenenti all'indiscusso genio artistico italiano. Il che, oltre a provocare una pesante decadenza culturale, ha determinato, nel settore della danza, anche una gravissima perdita di posti di lavoro e una costante migrazione verso l'estero. Le prospettive di un serio futuro professionale in Italia per i moltissimi studenti delle scuole e delle accademie di danza sono ormai residuali, nonostante le giovani generazioni pongano, ai primi posti, tra le proprie aspirazioni, il poter lavorare come ballerini (come già segnalavano anche i dati Eurispes nel V Rapporto nazionale sulla condizione dell'infanzia e dell'adolescenza del 2004). È così messo in rilievo come la danza possegga un altissimo valore formativo pedagogico: basti solo pensare alla disciplina e alla costanza che richiede necessariamente lo studio della danza per comprenderne agevolmente l'alto valore formativo. La danza in Italia è stata sopraffatta da una ideologia di business che considera inutile la cultura e rende strutturalmente fragile l'intero settore culturale. In modo particolare, si pensa che l'arte coreutica non sia in grado di attrarre l'interesse di quanti nell'arte investono ingenti capitali, anche solo per averne in contropartita significativi profitti: