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Disposizioni per la promozione della natalità, il sostegno delle famiglie e del lavoro femminile e la sicurezza in ambito scolastico, nonché deleghe al Governo in materia di gratuità dell'accesso ai servizi educativi per l'infanzia e alle scuole dell'infanzia nonché per la revisione del trattamento tributario del reddito. Onorevoli Senatori . – Gli articoli 29, 30 e 31 della Costituzione sono dedicati alla famiglia e al ruolo che ad essa è riservato nell'ordinamento, con particolare riferimento ai rapporti tra i coniugi, ai doveri e ai diritti rispetto ai figli e ai compiti dello Stato nel sostegno da accordare alla formazione della famiglia e alla tutela della maternità, dell'infanzia e della gioventù; è perciò compito del legislatore promuovere la formazione della famiglia e tutelarla in relazione ai singoli aspetti. Al riguardo, l'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico ha definito quali politiche per la famiglia quelle che « aumentano le risorse dei nuclei familiari con figli a carico; favoriscono lo sviluppo del bambino; rimuovono gli ostacoli ad avere figli e alla conciliazione tra vita lavorativa e vita familiare e promuovono pari opportunità nell'occupazione ». É ormai noto che la denatalità e lo squilibrio demografico rappresentano una delle prime grandi emergenze italiane nella fase storica attraversata dalla nostra Nazione: l'ISTAT stima che al 1° gennaio 2019 la popolazione in Italia ammontava a 60.391.000 residenti, oltre 90.000 in meno rispetto al 2017, 5 milioni dei quali erano stranieri. Sempre secondo i dati dell'ISTAT, nel 2018 sono avvenute 449.000 nascite, il minimo storico dall'Unità d'Italia, ossia 9.000 in meno rispetto al 2017, con una costante e progressiva diminuzione delle nascite dal 2008 al 2018, che in soli dieci anni ha visto 128.000 bambini in meno venire alla luce; nel medesimo arco temporale sono diminuiti anche i decessi, che nel 2018 sono stati 636.000, 13.000 meno di quelli avvenuti nel 2017. La dinamica naturale delle nascite e dei decessi nel 2018 è stata negativa e l'ISTAT ha calcolato che le prossime nascite non saranno sufficienti a compensare i futuri decessi, nonostante la fecondità sia prevista in rialzo da 1,34 a 1,59 figli per donna nel periodo 2017-2065. La società italiana sta, dunque, invecchiando in maniera estremamente veloce, senza che vi sia un ricambio generazionale, con ripercussioni sociali drammatiche nel prossimo futuro, che richiedono lo sviluppo di strategie a lungo termine, quali politiche più mirate di sostegno alle famiglie. Secondo quanto evidenziato durante il Festival della statistica e della demografia del 2018, le donne italiane in età riproduttiva sono sempre meno e hanno una propensione sempre più bassa ad avere figli e ciò porterà a una drastica riduzione della popolazione che, nei prossimi cento anni, arriverà a poco più di 16 milioni di abitanti, rispetto agli oltre 60 milioni attuali, con inevitabili importanti ricadute sul sistema del welfare . L'Italia, contrariamente ad altri Paesi europei, non ha sinora avuto un Piano nazionale delle politiche familiari, inteso come un quadro organico e di medio termine di politiche specificatamente rivolte alla famiglia, cioè aventi la famiglia come destinatario e come soggetto degli interventi. Il Piano nazionale per la famiglia varato nel 2012, che prendeva le mosse proprio dalla constatazione che sino ad allora avevano « largamente prevalso interventi frammentati e di breve periodo, di corto raggio, volti a risolvere alcuni specifici problemi delle famiglie senza una considerazione complessiva del ruolo che esse svolgono nella nostra società, oppure si [erano] avuti interventi che solo indirettamente e talvolta senza una piena consapevolezza hanno avuto (anche) la famiglia come destinatario » e che « in particolare, sono state largamente sottovalutate le esigenze delle famiglie con figli », non ha avuto alcun seguito e da allora non è stato adottato alcun nuovo piano. Anche la legge di bilancio per il 2019 non ha fatto che confermare la linea di misure frammentate e una tantum che ha caratterizzato gli interventi in favore della famiglia degli ultimi anni, senza adottare, ancora una volta, iniziative strutturali, in grado di offrire un reale sostegno ai cittadini che decidono di mettere al mondo dei figli. Il passivo demografico è uno dei problemi cardine dell'Italia: la crisi demografica è un tema strategico per il futuro ed è necessario, dunque, mettere in campo contromisure imponenti e immediate, atte all'adozione di politiche di incentivo alla natalità e di sostegno alla maternità. A questi fattori si aggiungono, nondimeno: l'assenza di politiche efficaci a sostegno della famiglia e della maternità, unitamente alla scarsa tutela accordata alle donne lavoratrici; l'insufficienza e l'inadeguatezza dei servizi di assistenza, con servizi educativi e scolastici costosi e con la mancanza di una rete sussidiaria. Un'altra difficoltà rilevata è quella concernente la relazione tra maternità e disoccupazione femminile, cioè l'impossibilita, per le donne, di proseguire a lavorare dopo essere diventate madri, una questione strettamente legata alla presenza o all'accessibilità dei servizi per l'infanzia. É stato stimato, infatti, che solamente 43 donne su 100 continuano a mantenere il proprio lavoro in seguito alla nascita di un bambino e spesso le neomamme subiscono anche una grave decurtazione stipendiale, che può arrivare anche al 20 per cento nei venti mesi successivi al parto. Dare maggiori possibilità alle madri di mantenere il posto di lavoro ha una serie di ricadute in termini di crescita del prodotto interno lordo, di sostenibilità finanziaria della spesa sociale, di capacità delle famiglie di sostenersi (i dati indicano che le famiglie monoreddito sono esponenzialmente più a rischio di povertà), ma perché ciò avvenga non bastano i bonus , ma urge piuttosto una riforma strutturale; la rete dei servizi per la prima infanzia è uno strumento essenziale sia per il benessere e lo sviluppo dei bambini, sia per il sostegno al ruolo educativo dei genitori nell'ambito della conciliazione dei tempi di lavoro con quelli della famiglia. In Italia si continuano a registrare considerevoli ritardi nel recepimento delle iniziative normative europee in materia di sostegno alla genitorialità e di servizi alla famiglia e da anni l'Europa raccomanda all'Italia di moltiplicare gli strumenti che facilitano l'ingresso nel mondo del lavoro di chi ha una famiglia, per poter puntare all'equilibrio dei conti pubblici e tornare a crescere dopo anni di debolezza. L'obiettivo fissato in sede europea, che prevedeva una copertura territoriale dei servizi per l'infanzia almeno pari al 33 per cento entro il 2010, è ancora oggi largamente disatteso in Italia, dove tale copertura arriva in media ad appena il 20 per cento, con punte minime del 13 per cento nelle regioni meridionali. A questo si aggiunge la scarsa diffusione di modelli di accoglimento alternativi agli asili nido, sul modello, ad esempio, delle tagesmutter tedesche.