[pronunce]

Rispetto al quadro legislativo già operante, si riscontrano significative innovazioni, non giustificate da esigenze di coordinamento ed anzi apportatrici di elementi di contraddizione ed incoerenza ed improntate ad un accentramento di compiti, anche di limitata gestione, nella sede ministeriale, determinandosi compressione del ruolo delle Regioni e delle autonomie locali. Il principio dell'unitarietà fonda la competenza statale ove siano ravvisabili esigenze di uniformità e omogeneità strategica, con la definizione di standard, pur sempre con il contemperamento delle procedure di leale collaborazione e intesa per la codeterminazione dei contenuti interessanti anche l'ambito di competenza regionale. 3.1. – Nel giudizio promosso dalla Regione Piemonte, si è costituito il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dell'Avvocatura generale dello Stato, che ha concluso per la inammissibilità o infondatezza della questione. Hanno poi spiegato intervento la Società Italiana Centrali Termoelettriche – SICET S.r.l. , la Biomasse Italia S.p.a. , la Ital Green Energy S.r.l. , la E.T.A. – Energie tecnologie ambiente S.p.a. , senza svolgere considerazioni direttamente attinenti al tema in oggetto. 4. – Con ricorso notificato al Presidente del Consiglio dei ministri il 13 giugno 2006, la Regione Liguria (reg. ric. n. 74 del 2006) ha chiesto a questa Corte la declaratoria d'illegittimità costituzionale di una serie di disposizioni del d.lgs. n. 152 del 2006, che avrebbero violato le competenze regionali sotto molteplici aspetti. Le censure riguardano, tra l'altro, il settore della «Tutela delle acque dall'inquinamento», oggetto della Sezione II della Parte III del decreto legislativo. L'art. 74 reca le definizioni rilevanti nella materia, e tra queste il comma 1, lettera ff), definisce “scarico” qualsiasi immissione di acque reflue in acque superficiali, sul suolo, nel sottosuolo e in rete fognaria, indipendentemente dalla natura inquinante, e pur sottoposta a preventivo trattamento di depurazione. In questo modo, l'immissione non deve più essere «diretta tramite condotta». Sono stati così modificati il concetto di “scarico”, quale risultante dall'art. 2, comma 1, lettera bb), del d.lgs. n. 152 del 1999, e la sua distinguibilità dal concetto di “rifiuto”, viceversa costituito da reflui di cui il detentore si disfi senza versamento diretto nei corpi ricettori, con avvio allo smaltimento, trattamento o depurazione a mezzo di trasporto comunque non canalizzato. La norma in esame, dunque, rimette in discussione il difficile rapporto tra normativa sulle acque e normativa sui rifiuti, limitando in sostanza l'applicazione di questa – i rifiuti liquidi sono in tal modo sottratti alla normativa sui rifiuti e assimilati agli scarichi idrici: l'art. 8 del decreto legislativo 5 febbraio 1997, n. 22 (Attuazione della direttiva 91/156/CEE sui rifiuti, della direttiva 91/689/CEE sui rifiuti pericolosi e della direttiva 94/62/CE sugli imballaggi e sui rifiuti di imballaggio), esclude dal proprio ambito di applicazione le acque di scarico – e riducendo i controlli sui casi di introduzione di sostanze nei corpi ricettori in assenza di condotta. Tale innovazione, oltre ad essere irragionevole (con violazione dell'art. 3 Cost.), contrasterebbe con la legge delega, sia per il fatto stesso di essere un'innovazione (il Governo aveva meri compiti di «riordino, coordinamento e integrazione delle disposizioni legislative nei seguenti settori e materie») sia perché diminuisce la tutela dell'ambiente e della salute (mentre l'art. 1, comma 8, lettera a), della legge delega n. 308 del 2004 pone come principio direttivo la garanzia della salvaguardia, della tutela e del miglioramento della qualità dell'ambiente, della protezione della salute umana). Ne consegue una menomazione della posizione regionale, in primo luogo perché è il territorio stesso della Regione che viene danneggiato dal fatto che i rifiuti liquidi siano sottratti alla normativa sui rifiuti e assimilati agli scarichi idrici, con conseguente lesione della posizione regionale di rappresentante generale degli interessi della popolazione stanziata su quel territorio; in secondo luogo, l'attività legislativa ed amministrativa che la Regione svolge nella materia in questione (di pacifica competenza regionale) risente dell'illegittimità delle norme statali di base, perché quell'attività è costretta a svolgersi in un quadro illegittimo, con conseguente rischio di illegittimità derivata. Infine, la diminuita tutela dell'ambiente aggrava i compiti che la Regione e gli enti locali devono svolgere per far fronte ai possibili danni, per cui la palese violazione dell'art. 76 (e dell'art. 3) Cost. si traduce in una lesione dell'autonomia amministrativa e finanziaria della Regione e degli enti locali. L'art. 74, comma 1, lettera h), introduce nella definizione di acque reflue industriali il criterio “qualitativo” in sostituzione di quello della “provenienza” di cui all'art. 2, comma 1, lettera h), del d.lgs. n. 152 del 1999. Ciò costituisce un oggettivo passo indietro nella tutela delle acque dall'inquinamento, tale da determinare gravi complicazioni applicative. Inoltre, la nuova norma non rispetta neppure la definizione prevista dall'art. 2 della direttiva 91/271/CEE sul trattamento delle acque reflue urbane. È dunque ravvisabile violazione dell'art. 117, primo comma, Cost., del principio di ragionevolezza e, per le stesse ragioni sopra esposte, dell'art. 76 della Costituzione. Attraverso tali violazioni, la norma lede le prerogative regionali, per le ragioni esposte in relazione all'art. 74, comma 1, lettera ff). L'art. 74, comma 1, lettera n), innova la definizione di agglomerato di cui all'art. 2, comma 1, lettera m), del d.lgs. n. 152 del 1999, facendo riferimento alle attività produttive (invece che alle attività economiche) e all'imprecisato concetto di “fognatura dinamica”. Anche tale norma risulta di difficile applicazione, con conseguente pregiudizio per la tutela dell'ambiente, e inoltre è in contrasto con la definizione di agglomerato stabilita dall'art. 2 della direttiva 91/271/CEE. Essa, dunque, violerebbe (per le ragioni viste nel punto precedente) gli artt. 3, 76, e 117, primo comma, Cost., arrecando lesione alle prerogative regionali in materia di competenza della Regione. L'art. 74, comma 1, lettera oo), e comma 2, lettera qq), fornisce due definizioni di «valore limite di emissione»; la seconda è conforme a quella fornita dall'art. 2, n. 40, della direttiva 2000/60/CE, mentre la lettera oo) aggiunge, irragionevolmente, una seconda e diversa definizione, che determina incertezza del diritto e difficoltà interpretative ed applicative: