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Istituzione della «Giornata del Ricordo delle vittime del caporalato». Onorevoli Senatori. -- Il 13 luglio 2015, in una giornata di caldo soffocante, Paola Clemente, quarantanovenne di Taranto, moriva stroncata da un infarto mentre era intenta a lavorare, sfruttata e sotto pagata, sotto un telone nelle campagne di Andria. Era andata via di casa alle due di notte e, dopo aver preso il pulmino del caporale, era giunta sul campo intorno alle 5.30. Lì avrebbe dovuto lavorare per almeno una dozzina di ore, fino al pomeriggio, per guadagnare più o meno 27/28 euro al giorno, se la fatica non l'avesse uccisa nel disinteresse dei suoi datori di lavoro. Il «sistema» che ha stritolato questa povera bracciante potrebbe essere definito una forma evoluta di «caporalato», una sorta di caporalato 2.0, al passo con i tempi, che prevede, tra gli attori in parte, un'agenzia interinale, che assume i lavoratori, una ditta di trasporti, per gli spostamenti da e per i campi, e una rete di «sorveglianti». Tutti, a vario titolo, in accordo fra loro, hanno concorso a togliere la dignità a molti lavoratori sfruttati (inclusa Paola) obbligandoli a turni massacranti di lavoro retribuiti con paghe da fame, costringendoli a tenere la schiena curva e la bocca cucita, pena il licenziamento e la perdita di quel lavoro che, pure male retribuito, consentiva la sopravvivenza di intere famiglie. Le vittime dello sfruttamento di lavoro umano, in generale, sono uomini e donne, indifferentemente di nazionalità italiana o extracomunitari, tutti poverissimi e con figli da sfamare, che, per sopravvivenza, svolgono lavori faticosissimi in condizioni indegne. Lo sfruttamento del lavoro è una piaga diffusa in tutte le aree del Paese e in diversi settori dell'agricoltura ma colpisce, particolarmente, le regioni con un alto tasso di disoccupazione. Si stima che, oggi, il fenomeno del «caporalato», ovvero lo sfruttamento del lavoro e l'intermediazione illegale, prevalentemente in agricoltura, riguardi circa 400.000 lavoratori in Italia, anche stranieri. Il lavoro irregolare in agricoltura, associato al «caporalato» e alimentato, negli ultimi anni, anche dai costanti e crescenti flussi migratori, rappresenta quasi il doppio dei lavoratori in nero degli altri settori economici. Esso consiste nel reclutamento, ad opera di soggetti spesso collegati ad organizzazioni criminali, di lavoratori che, dopo essere stati trasportati sui campi o nei cantieri edili (perlopiù), vengono messi a disposizione dell'imprenditore. I lavoratori, persone in grande difficoltà economica o immigrati irregolari senza permesso di soggiorno, oltre a essere pagati assai poco per lavori faticosissimi, spesso subiscono maltrattamenti, violenze e intimidazioni proprio dai loro reclutatori ovvero dai «caporali» che gestiscono il traffico di lavoratori. Le modalità di sfruttamento poste in essere dai «caporali» non prevedono l'applicazione dei normali contratti di lavoro bensì la corresponsione di un salario di poche decine di euro a fronte di un orario di lavoro massacrante a cui si aggiungono le violenze, i ricatti, per gli immigrati irregolari anche la sottrazione dei documenti e l'obbligo di utilizzare un certo alloggio e taluni beni di prima necessità. Per tutti vi è, poi, l'obbligo di essere trasportati sul luogo di lavoro, dietro corresponsione di un esoso pagamento allo stesso «caporale» o a persona di sua fiducia. Il sistema del «caporalato» si avvale, per la sua organizzazione di figure diverse: Il «caponero» che organizza le squadre e il trasporto, il «venditore» che provvede alla vendita di beni di prima necessità a prezzi molto alti, «l'aguzzino» che controlla con metodi violenti i lavoratori, il «caporale amministratore delegato» che gestisce, per conto dell'imprenditore, i lavori. Talora, alcune varianti di «caporalato», per mascherare l'intermediazione illecita, utilizzano forme di reclutamento dei lavoratori che sembrano, all'apparenza, regolari: per esempio, attraverso agenzie interinali o cooperative, in accordo con le quali, poi, pagano molto poco un numero di giorni lavorati di gran lunga inferiore a quello effettivo. Nell'ambito della filiera agroalimentare il fenomeno del «caporalato», strettamente connesso con la criminalità organizzata, alimenta un'economia illegale di decine di miliardi di euro attraverso lo sfruttamento soprattutto delle lavoratrici donne, in larga parte di nazionalità italiana. La piaga del «caporalato» è nata in tempi lontani, in Italia e nel mondo, come forma di reclutamento di manodopera a basso costo da parte di reclutatori, che fungevano anche da mediatori economici, per conto di imprenditori prevalentemente agricoli. Il fenomeno si era sviluppato soprattutto nella parte centro-meridionale del Paese, a causa della cronica situazione di povertà, ma interessava anche le campagne del Nord. La pratica del «caporalato», proseguita fino alla metà dell'800 con l'introduzione anche di alcune forme di tutela dei lavoratori, dalla prima metà del secolo successivo si è trasformata in un vero e proprio fenomeno mafioso, appannaggio di clan e imprenditori agricoli che si spartivano i proventi destinati ai lavoratori ed è giunta fino ai giorni nostri assumendo vere e proprie caratteristiche criminali. Il fenomeno del «caporalato», certamente complesso, è stato per troppo tempo sottovalutato. Oggi la lotta al «caporalato» passa anche attraverso leggi efficaci ed adeguate. Lo sfruttamento del lavoratore a maggior ragione se anche in condizioni di degrado, è un abominio e un crimine contro l'umanità. Per combattere questa vera e propria piaga sociale, lo scorso 18 ottobre 2016 il Parlamento ha, finalmente, approvato, con alcuni anni di ritardo, la legge 29 ottobre 2016, n. 199, che si propone di garantire una maggiore efficacia nel contrasto al «caporalato». In particolare, la nuova normativa prevede, tra l'altro, misure specifiche per i lavoratori stagionali in agricoltura ed estende responsabilità e sanzioni per gli imprenditori che utilizzano l'intermediazione dei «caporali» e per i «caporali» stessi. Recentemente, a seguito di serrate indagini e anche in base alle nuove fattispecie di reato introdotte dalla citata legge n. 199 del 2016, è stata scoperchiata l'infame rete di sfruttamento che ha portato all'arresto per reati riconducibili al fenomeno del «caporalato», degli aguzzini di Paola Clemente. Occorre, comunque, tenere alta l'attenzione e, per contrastare ogni forma di «caporalato», occorre mettere in campo una seria attività di controllo del territorio al fine di prevenire e debellare il rischio di sfruttamento in ambito lavorativo che incombe su donne, uomini e anche minori, italiani ed extracomunitari, poveri e poverissimi.