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Misure alternative alla detenzione in carcere nel caso di inadeguata capienza dell'istituto di pena. Onorevoli Senatori. – Da più di trent'anni il sistema penitenziario italiano vive una condizione di sovraffollamento strutturale, come è stato definito dalla Corte europea dei diritti umani nel caso Torreggiani e altri c. Italia, che ha portato nel 2013 all'adozione di una sentenza pilota (sentenza dell'8 gennaio 2013) e al monitoraggio delle misure messe in atto dall'Italia per superare questa condizione di lesione continuativa della dignità e dei diritti delle persone private della libertà per motivi di giustizia. A fronte di una capienza regolamentare di circa 51.000 posti detentivi, di cui poco più di 47.000 effettivamente disponibili (al netto della manutenzione ordinaria e straordinaria costantemente in essere sul patrimonio penitenziario italiano), salvo le brevi parentesi di adozione di misure straordinarie (indulto 2006, misure conseguenti alla citata sentenza pilota Torreggiani nel 2013-2015 e misure straordinarie anti COVID-19), le presenze in carcere tendono costantemente a superare le 60.000 unità, generando condizioni strutturali di violazione della dignità e dei diritti umani delle persone detenute. Non stupisce pertanto che l'Italia, il 16 luglio del 2009, sia stata condannata una prima volta dalla Corte europea per i diritti dell'uomo (CEDU) nel caso Sulejmanovic per aver violato l'articolo 3 della Convenzione di Strasburgo del 1950 che proibisce la tortura e ogni altra forma di trattamento inumano o degradante. Dopo il luglio del 2009 verranno presentati centinaia di ricorsi direttamente da detenuti o da associazioni, a proposito di persone trovatesi nella stessa situazione detentiva del signor Sulejmanovic. Così i giudici di Strasburgo all'unanimità nel citato caso Torreggiani condannano nuovamente l'Italia con una sentenza pilota per cui viene riconosciuto il carattere sistemico e non occasionale della condizione degradante di vita nelle carceri. Pur essendo i fatti contestati riguardanti le prigioni di Busto Arsizio e Piacenza, viene affermato con nettezza che la questione dei trattamenti inumani dovuti all'affollamento riguarda l'intero sistema carcerario italiano. Secondo la Corte europea per i diritti dell'uomo tenere una persona detenuta in meno di 3 metri quadrati (al netto dei servizi igienici e degli arredi che impediscano la libertà di movimento) costituisce indice di violazione dell'articolo 3 della Convenzione del 1950 che proibisce la tortura e ogni trattamento inumano o degradante. Tale presunzione può essere vinta, secondo la giurisprudenza consolidata della CEDU, soltanto dimostrando la simultanea presenza di tre fattori che cumulativamente siano in grado di compensare tale mancanza di spazio vitale: 1) la brevità, l'occasionalità e la minore rilevanza della riduzione dello spazio personale minimo richiesto; 2) la sufficiente libertà di movimento e lo svolgimento di adeguate attività all'esterno della cella; 3) la generale adeguatezza della struttura, in assenza di altri aspetti che aggravino le condizioni di privazione della libertà. Gli standard del Comitato europeo per la prevenzione della tortura e delle pene o trattamenti inumani o degradanti (European Committee for the Prevention of Torture and Inhuman or Degrading Treatment or Punishment - CPT) sono a tal fine inequivocabili e stringenti e fissano un criterio minimo per lo spazio vitale che deve essere garantito a ogni persona reclusa: 6 metri quadrati in cella singola e 4 metri quadrati in cella multipla, al netto dei servizi igienici. Da alcuni anni, tuttavia, il CPT riconosce standard auspicabili per le celle multiple, partendo dalla constatazione che lo standard di 4 metri quadrati rischia di portare a situazioni di angustia inaccettabili. Pertanto, lo spazio vitale dovrebbe essere di almeno 10 metri quadrati per due detenuti, 14 metri quadrati per tre detenuti e 18 metri quadrati per quattro detenuti (Cfr. Espace vital par détenu dans les établissements pénitentiaires: Normes du CPT, 2015, CPT/Inf (2015) 44). Il CPT tiene conto anche di altri fattori di vita carceraria, ad esempio il numero di ore di aria o di socialità. D'altra parte, in relazione al calcolo dello spazio vitale disponibile in cella occorre ricordare come la giurisprudenza interna, con la sentenza n. 6551 del 2021 pronunciata dalla Corte di cassazione a sezioni unite in data 24 settembre 2020, in relazione al calcolo dello spazio vitale, abbia ormai chiarito che nella valutazione dello spazio individuale minimo di 3 metri quadrati si debba avere riguardo alla superficie che assicura il normale movimento nella cella e, pertanto, occorre detrarre gli arredi tendenzialmente fissi al suolo, tra cui rientrano i letti a castello, impartendo così una direttiva concreta e vieppiù stringente in relazione ai criteri di calcolo. In merito alle strategie per ridurre il sovraffollamento, si ricorda, come chiarito dall'Ufficio delle Nazioni Unite sulla droga e il crimine nell' Handbook on strategies to reduce overcrowding in prisons , che: « la costruzione di ulteriori alloggi si è rivelata una strategia generalmente inefficace per affrontare il problema del sovraffollamento. I dati dimostrano che finché non si affrontano le carenze del sistema di giustizia penale e delle politiche di giustizia penale per razionalizzare l'afflusso di detenuti e non si attuano misure di prevenzione del crimine, le nuove carceri si riempiranno rapidamente e non rappresenteranno una soluzione sostenibile alla sfida del sovraffollamento carcerario. Pertanto, la mancanza di infrastrutture carcerarie non dovrebbe essere considerata come la “causa” principale del sovraffollamento, ma spesso come un sintomo di disfunzioni all'interno del sistema di giustizia penale. » A seguito della citata sentenza Torreggiani, il nostro ordinamento penitenziario ha previsto una specifica modalità di ricorso avverso il trattamento in violazione dell'articolo 3 della Convenzione europea dei diritti umani, disciplinato dall'articolo 35- ter della legge 26 luglio 1975, n. 354, e i conseguenti rimedi risarcitori. Resta però inesplorata la via della prevenzione della detenzione in condizioni inumane e degradanti, da attuarsi attraverso la sospensione dell'esecuzione della pena detentiva che debba scontarsi in tali condizioni. Con la sentenza del 22 novembre 2013, n. 279, la Corte costituzionale si è pronunciata sulle questioni di legittimità costituzionale sollevate dai tribunali di sorveglianza di Venezia e di Milano, relative all'articolo 147 del codice penale, nella misura in cui non prevede la possibilità di un rinvio facoltativo della pena in caso di detenzione che debba svolgersi in condizioni inumane o degradanti.