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Integrazione della legge 15 febbraio 1953, n. 60, in materia di incompatibilità parlamentare, e abrogazione dell'articolo 10 del testo unico delle leggi recanti norme per la elezione della Camera dei deputati, di cui al decreto del Presidente della Repubblica 30 marzo 1957, n. 361, in materia di ineleggibilità. Onorevoli Senatori. -- L'articolo 10, primo comma, del testo unico delle leggi recanti norme per la elezione della Camera dei deputati, di cui al decreto del Presidente della Repubblica 30 marzo 1957, n. 361, reca disposizioni volte ad evitare che il parlamentare venga a trovarsi in conflitto d'interessi ove intrattenga, «in proprio» o quale esponente di imprese private a scopo di lucro, rapporti contrattuali di notevole entità economica con le pubbliche amministrazioni. A distanza di 56 anni dall'entrata in vigore del citato testo unico, possiamo confermare la piena validità della finalità generale che si prefiggeva il legislatore. Non altrettanto possiamo dire di taluni effetti specifici che derivano dall'ormai datata formulazione della norma in oggetto. In particolare, l'espressione «in proprio» dà luogo a un evidente paradosso, già più volte rilevato da numerosi giuristi: il presidente, l'amministratore delegato, il direttore generale e perfino un semplice consulente di una società titolare di una concessione di pubblico servizio o di altro contratto rilevante con la amministrazione pubblica non può essere eletto al Senato e alla Camera, mentre lo può essere l'azionista che li nomina. Finora, la Giunta delle elezioni e delle immunità parlamentari ha inteso che l'espressione «in proprio» sia riferita alla persona fisica titolare del rapporto contrattuale. Sulla base di un'interpretazione costante, la norma di cui all'articolo 10 del testo unico viene infatti riferita alle concessioni ad personam , assegnate cioè a persone fisiche. È stata pertanto ritenuta causa di ineleggibilità soltanto la proprietà di imprese individuali e la rappresentanza legale di società di capitali, non altrettanto la detenzione della proprietà della maggioranza delle azioni o delle quote sociali di una società titolare di una concessione di notevole entità economica. Ciò comporta la situazione paradossale per cui attualmente può essere dichiarato ineleggibile un imprenditore individuale titolare di una concessione di notevole entità economica, ma non chi di una tale società abbia il controllo azionario ma non rivesta in essa alcuna carica formale. Esemplificativa, sotto questo profilo, la «giurisprudenza» parlamentare sulla cosiddetta «ineleggibilità d'affari». Dopo un lungo periodo, dalla I alla X legislatura repubblicana, in cui le pronunce delle Giunte sembravano orientate a tutelare il profilo sostanziale dell'interesse pubblico nella disciplina sulle ineleggibilità al fine di evitare conflitti di interesse, nelle legislature successive la «giurisprudenza» parlamentare ha avvalorato un'interpretazione decisamente restrittiva delle cause di ineleggibilità disciplinate dall'articolo 10, numero 1), del citato decreto del Presidente della Repubblica n. 361 del 1957. Ci si riferisce, in particolare, al «caso D'Angelo» (1989) -- il deputato Guido D'Angelo era presidente di un consiglio di amministrazione di una società vincolata con lo Stato da contratti di appalto e concessione -- e al «caso Berlusconi» (1994, 1996 e 2002). In questi casi è stata respinta la tesi di coloro che propendevano per un'interpretazione estensiva della norma che, al fine di scongiurare conflitti d'interesse, riconduce l'inciso «in proprio», citato in precedenza, agli aspetti «sostanziali» del nesso con l'attività di impresa. Secondo tale tesi -- uscita sconfitta nelle sedi parlamentari una volta che il legislatore abbia sancito l'ineleggibilità di «rappresentanti, amministratori, dirigenti, consulenti legali e amministrativi», che sono in un rapporto di lavoro permanente con l'impresa titolare di concessioni -- non si vede come non si debba riconoscere a fortiori la stessa ineleggibilità a chi, nella sostanza, mediante una partecipazione azionaria assolutamente dominante, controlla l'impresa concessionaria (Guido Rivosecchi, Incandidabilità, ineleggibilità, incompatibilità con la carica di membro del Parlamento ). La lettura sostanzialista della norma, finora -- lo ripetiamo -- non prevalente, tende dunque a estendere l'espressione «in proprio» anche all'azionista di controllo della società titolare del contratto. Ma che cosa significa controllare una società per azioni nell'Italia del 2013? E perché, per tanti anni, e ben prima che la questione assumesse un grande rilievo politico per effetto del caso Fininvest, il legislatore non si è peritato di chiarire l'equivoco, se equivoco c'era? Il fatto è che, nell'Italia degli anni Cinquanta, la pervasiva presenza dello Stato nell'economia aveva ridotto al minimo le occasioni nelle quali un parlamentare potesse essere azionista di controllo di società in rapporti contrattuali rilevanti con lo Stato. Le autostrade e le imprese aeroportuali erano state riservate senza gara a concessionarie costituite da enti pubblici economici o da enti locali. I servizi postali e ferroviari facevano capo a direzioni ministeriali. La RAI aveva il monopolio della televisione. Il gruppo ENI quello del gas, di cui aveva avuto in esclusiva i diritti di estrazione in Val Padana. Di lì a qualche anno, l'intera industria elettrica verrà concentrata nell'Enel, ente pubblico economico. Società dell'IRI possedevano gran parte delle telecomunicazioni e delle linee aeree e di navigazione. È solo negli anni Ottanta e, più ancora, negli anni Novanta che si diffonde la cultura delle liberalizzazioni, ed è questa cultura che induce i governi a spezzare alcuni dei vecchi monopoli e a perseguire una politica della concorrenza. Le liberalizzazioni si accompagnano alle privatizzazioni, e talvolta le precedono. Vengono così alla ribalta imprese ed esponenti d'impresa che diventano controparti contrattuali dello Stato concedente e interlocutori essenziali dello Stato regolatore. Sotto la spinta delle nuove tecnologie, in taluni settori il rapporto contrattualistico degli operatori privati con lo Stato si allenta. La concessione viene sostituita dalla licenza d'uso. Ma il peso della regolazione, impostata dal Governo e poi implementata e condotta dalle Autorità, i cui collegi vengono comunque eletti dal Parlamento, diventa decisivo per le fonti di reddito e le condizioni di esercizio delle imprese regolate. Basti pensare alle tariffe di interconnessione tra telefonia fissa e mobile, all'accesso all'ultimo miglio della rete di telecomunicazioni, ai modi di funzionamento dei mercati dell'energia elettrica e del gas o al diverso spazio per la pubblicità nella RAI e nelle TV commerciali o basti anche pensare, per citare questioni ancora largamente aperte, al conflitto tra le Ferrovie dello Stato e gli operatori privati sulla proprietà della rete ferroviaria e sul relativo diritto d'accesso.