[pronunce]

Il giudice rimettente soggiunge che la normativa sopravvenuta non solo non esplicita una variante di senso dell'originaria disposizione, ma contraddice l'interpretazione avvalorata in precedenza dal legislatore, con l'art. 21 della legge n. 730 del 1983 e con la salvezza, allora disposta, di tutte le previsioni - nessuna esclusa - dell'art. 10, del d.l. n. 17 del 1983. Poste tali premesse, il giudice a quo ravvisa una violazione dell'art. 117, primo comma, Cost., sulla base dell'art. 6 della CEDU, che assurge a parametro interposto, nell'interpretazione enunciata dalla Corte europea dei diritti dell'uomo. Dalla norma convenzionale - argomenta il giudice contabile - discende l'illegittimità di ogni innovazione legislativa retroattiva, che alteri le condizioni di parità processuale delle parti e si traduca in un'ingerenza del potere legislativo nel funzionamento del potere giudiziario, diretta ad influenzare la decisione della lite. 2.- Nel giudizio è intervenuto l'INPS e ha insistito per la declaratoria di manifesta infondatezza della questione di legittimità costituzionale. L'INPS, a sostegno di tali conclusioni, ha rilevato che le norme sospettate d'illegittimità costituzionale si situano in un contesto di emergenza e perseguono l'obiettivo di salvaguardare gli equilibri di bilancio e di contenere la spesa previdenziale. Nel caso di specie, il ricorrente conserverebbe inalterato l'importo della pensione percepita, in quanto la norma inciderebbe soltanto sull'indennità integrativa speciale. La retroattività della norma non contrasterebbe neppure con il canone di ragionevolezza: le indefettibili esigenze di finanza pubblica, la necessità di preservare la tenuta complessiva del sistema sarebbero preminenti rispetto all'interesse di una categoria di pensionati, cessati anticipatamente dal servizio. La difesa dell'INPS puntualizza, inoltre, che le norme convenzionali, evocate quale parametro interposto, devono essere contemperate con altri diritti costituzionalmente protetti e richiama, a tale riguardo, le enunciazioni della giurisprudenza costituzionale (sentenza n. 264 del 2012). 3.- Nel giudizio è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, e ha chiesto di dichiarare la questione di legittimità costituzionale inammissibile o, comunque, infondata. La difesa dello Stato osserva che è solo apparente il contrasto tra l'art. 21, comma 9, della legge n. 730 del 1983, che salvaguarda la disciplina dell'art. 10, senza indicare analiticamente i disparati ed eterogenei commi che lo compongono, ed il combinato disposto dei commi 6 e 8 dell'art. 18, che specifica come, dalla salvaguardia della disciplina dell'art. 10, sia esclusa la previsione del quarto comma. Secondo questa prospettazione, la normativa sopravvenuta darebbe conto di un'abrogazione implicita, già desumibile per effetto dell'entrata in vigore della legge n. 730 del 1983. Il giudice rimettente, dal canto suo, si limiterebbe a porre l'accento sull'apparente antitesi tra le due norme, senza approfondirne la reale portata precettiva. La difesa dello Stato nota che le norme della CEDU, come interpretate dalla Corte europea dei diritti dell'uomo, devono essere bilanciate con altre norme costituzionali, che a loro volta garantiscono diritti fondamentali, suscettibili di essere pregiudicati dall'espansione di una singola tutela. Per quel che riguarda l'asserita retroattività della norma, il divieto di retroattività non avrebbe rango costituzionale e incontrerebbe l'unico limite della ragionevolezza e del rispetto degli altri valori ed interessi costituzionalmente protetti, limite che, nella specie, non sarebbe in alcun modo travalicato. Peraltro, la norma impugnata, lungi dall'essere innovativa, si collocherebbe in una situazione di contrasto ermeneutico e interverrebbe a chiarire in maniera plausibile il significato della legge precedente. Difatti, per una parte della giurisprudenza, la legge n. 730 del 1983 avrebbe reso inoperante il disposto dell'art. 10, comma 4, del d.l. n. 17 del 1983. Secondo tale indirizzo, l'art. 21 della legge n. 730 del 1983, riconoscendo la perequazione dell'intero trattamento pensionistico nelle due componenti di pensione e indennità integrativa speciale, risulterebbe incompatibile con l'attribuzione dell'indennità integrativa speciale, secondo gli incrementi riconosciuti dall'art. 10, comma 4, del d.l. n. 17 del 1983. La norma interpretativa, sottoposta al vaglio di legittimità costituzionale, avrebbe l'unico intento di ribadire uno dei possibili significati della norma originaria, senza incorrere in alcuna violazione dell'art. 6 della CEDU. La difesa dello Stato, nel passare in rassegna la giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell'uomo e della Corte costituzionale, esclude che sussista, nell'ordinamento, un divieto assoluto di interventi legislativi retroattivi. A questa stregua, sarebbero legittime le norme retroattive, soprattutto quando sorrette, come avviene nella vicenda dibattuta, da preminenti interessi generali e da ragioni imperative, che investono gli stessi equilibri della finanza pubblica.1.- La Corte dei conti, sezione giurisdizionale per la Regione siciliana, dubita della legittimità costituzionale dell'art. 18, commi 6, 7 e 8, del decreto-legge 6 luglio 2011, n. 98 (Disposizioni urgenti per la stabilizzazione finanziaria), convertito, con modificazioni, dall'art. 1, comma 1, della legge 15 luglio 2011, n. 111. Le disposizioni censurate incidono sul meccanismo di calcolo delle variazioni dell'indennità integrativa speciale, spettante a quanti abbiano fruito del pensionamento anticipato e stabiliscono che, sin dall'entrata in vigore della legge 27 dicembre 1983, n. 730 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato - legge finanziaria 1984), tali variazioni si debbano calcolare sulla quota dell'indennità «effettivamente spettante in proporzione all'anzianità conseguita alla data di cessazione dal servizio». Il giudice rimettente assume che le disposizioni impugnate, dietro lo schermo della dichiarata natura interpretativa, si atteggino come sostanzialmente retroattive e distorcano l'univoco significato della legge n. 730 del 1983, che faceva salve tutte le previsioni dell'art. 10 del decreto-legge 29 gennaio 1983, n. 17 (Misure per il contenimento del costo del lavoro e per favorire l'occupazione), convertito, con modificazioni, dalla legge 25 marzo 1983, n. 79. Ad avviso della Corte rimettente, il legislatore non aveva affatto inteso escludere - da una salvaguardia che si caratterizzava come generale - il quarto comma dell'art. 10 del d.l. n. 17 del 1983, che disciplinava specificamente l'attribuzione per l'intero delle variazioni dell'indennità integrativa speciale.