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La Norvegia riconosce alla rappresentanza femminile almeno il 40 per cento negli organismi pubblici che eleggono comitati e direttivi e ha di recente allineato i premi in denaro per le nazionali di calcio maschile e femminile. Nonostante l'Europa fornisca modelli virtuosi, la parità nello sport è ancora molto lontana in Italia. Pur se è stata ricercata, la promessa è stata disattesa. I problemi in ambito sportivo restano e si traducono nel riconoscimento dei diritti e nella sostenibilità del sistema che finanzia a dismisura alcuni sport molto mediatici come il calcio e quasi per nulla le altre discipline che tornano di interesse solo in concomitanza di grandi manifestazioni ma che poi non trovano spazio in tv e sui giornali se non in modo assolutamente marginale e che, quindi, non favoriscono investimenti da parte degli sponsor . Nel 1985 l'UISP (Unione italiana sport per tutti) propose la Carta dei diritti delle donne nello sport che avrebbe dovuto garantire le pari opportunità e i medesimi diritti per gli sportivi. Nel 2007 fu proposta, invece, la carta dei Diritti dell'atleta che avrebbe dovuto fissare il principio del pari trattamento economico e normativo fra donne e uomini. Princìpi confermati dall'allora Presidente del consiglio dei ministri che propose di intervenire su questa materia con il progetto «Destinazione Sport», una iniziativa che avrebbe dovuto modificare la già citata legge n. 91 del 1981. Così come, fra le altre iniziative, fu lanciata una petizione al presidente del CONI per chiedere il riconoscimento per le atlete del professionismo, al fine di consentire loro di essere considerate lavoratrici. Per una donna è difficile mantenere il ranking nel periodo in cui è costretta a fermarsi per una gravidanza. Congelamento che oggi è recepito solo da alcune federazioni. Tuttavia un segnale positivo si è avuto a livello nazionale con la legge di bilancio 2018 (legge n. 205 del 2017) nella quale è previsto un contributo a favore delle atlete in maternità grazie all'istituzione di un fondo che, per tre anni e fino al 2020, si traduce in 1.000 euro al mese per un massimo di dieci mesi, a garanzia di una loro continuità retributiva in caso di gravidanza. La maternità, infatti, potrebbe non consentire più all'atleta di mantenere un alto livello di prestazione. Soprattutto è complicato coniugare allenamenti, ritiri e gare con allattamenti e notti insonni. Oggi praticano assiduamente lo sport quasi 15 milioni di cittadini per un interesse economico di 1,7 per cento di PIL che con l'indotto arriva al 4 per cento. Buona parte di questo universo è pagato con contratti di collaborazione con «compenso sportivo» che impedisce il lavoro dipendente o, in alternativa con co.co.co, (contratti di collaborazione coordinata e continuativa) formula classica per il dilettantismo. In base all'articolo 37 della legge n. 342 del 2000 molti compensi sono considerati rimborsi spese e i premi e i compensi per attività sportiva finiscono fra i «redditi diversi» non assimilabili a lavoro dipendente e non soggetti a imposizione fiscale fino a 7.500 euro per anno. L'attuale giungla legislativa, nella quale le donne sono forzatamente dilettanti, espone queste ultime a rischiare, in caso di infortunio, di non accedere ad alcuna forma risarcitoria o di non percepire alcuna indennità prevista per i casi di invalidità temporanea o malattia, a meno che esse non abbiano stipulato direttamente e a proprie spese, una polizza ad hoc . Così come – e questa è un'incredibile anomalia – nonostante la loro totale precarietà, debbano sottostare a un vincolo sportivo che le tiene legate, e a tempo indeterminato, alle società sportive di appartenenza. Un vincolo che può essere sciolto solo con il consenso della società, ma che l'articolo 6 della legge n. 91 del 1981 ha abolito per i professionisti. La legge n. 91 del 1981, che si vuole modificare introducendo il divieto di discriminazione da parte delle federazioni sportive nazionali circa il professionismo sportivo, divide la pratica sportiva in due distinte categorie. Professionismo svolto nelle società di capitali e attività dilettantistica svolta da sportivi e associazioni sportive dilettantistiche, cooperative e di capitali (ASD) senza finalità di lucro.. 1 (Modifiche alla legge 23 marzo 1981, n. 91) 1 Alla legge 23 marzo 1981, n. 91, sono apportate le seguenti modificazioni: a l'articolo 2 è sostituito dal seguente: «Art. 2. - (Professionismo sportivo). – 1. Ai fini dell'applicazione della presente legge, sono sportivi professionisti, senza distinzione di sesso, gli atleti, gli allenatori, i direttori tecnico-sportivi e i preparatori atletici, che esercitano l'attività sportiva a titolo oneroso con carattere di continuità nell'ambito delle discipline regolamentate dal Comitato olimpico nazionale italiano (CONI) e che conseguono la qualificazione dalle federazioni sportive nazionali, secondo le norme emanate dalle federazioni stesse. 2. Per ogni disciplina sportiva regolamentata dal CONI, nel rispetto di quanto sancito nella Costituzione, è vietata qualsiasi forma di discriminazione di genere per quanto concerne la qualifica di atleta professionista da parte delle federazioni sportive affiliate al CONI»; b all'articolo 4, primo comma, dopo le parole: «conformemente all'accordo stipulato», sono inserite le seguenti: «nel rispetto delle pari opportunità tra donne e uomini»; c all'articolo 10, primo comma, le parole: «con atleti professionisti» sono sostituite dalle seguenti: «con atleti e atlete professionisti». 2 (Clausola di invarianza finanziaria) 1 Dall'attuazione della presente legge non devono derivare nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica.