[pronunce]

che, quanto al denunciato contrasto con gli artt. 24, 41 e 42 Cost., il rimettente afferma che le norme de quibus, senza alcun collegamento ad un pubblico interesse o utilità sociale prevalente, limitano irragionevolmente l'autonomia privata, posto che in materia la regola generale è quella della possibilità, nell'ambito della autonomia contrattuale, di derogare alla giurisdizione per affidarsi ad arbitri; che, inoltre, il Collegio arbitrale deduce la violazione dell'art. 117, primo comma, Cost. per contrasto con gli artt. 1 e 6 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo, i quali – pur non contemplando (a detta dello stesso rimettente) «disposizioni specificamente dedicate alla tutela dell'autonomia privata» – sono stati interpretati dalla Corte di Strasburgo nel senso che agli Stati contraenti è fatto divieto di introdurre limitazioni alla autonomia contrattuale, se non giustificate dalla tutela di un interesse generale; che, secondo il rimettente, la richiesta declaratoria di illegittimità costituzionale dovrebbe essere estesa in via consequenziale anche all'art. 253, comma 34, lettera d), secondo periodo, del decreto legislativo 12 aprile 2006, n. 163 (Codice dei contratti pubblici relativi a lavori, servizi e forniture in attuazione delle direttive 2004/17/CE e 2004/18/CE) che ha fatto ancora salvo il disposto delle norme impugnate, nonché all'art. 3, commi da 19 a 22, della menzionata legge n. 244 del 2007, che ha introdotto, come detto, il divieto di giudizio arbitrale per tutte le controversie scaturenti da appalti pubblici; che il Collegio rileva, poi, un «ulteriore» motivo di illegittimità costituzionale del solo art. 3, comma 2, del decreto-legge n. 180 del 1998, nella parte in cui esclude dall'applicazione del divieto di devoluzione a collegi arbitrali delle controversie in questione soltanto le «controversie per le quali sia stata già notificata la domanda di arbitrato alla data di entrata in vigore del presente decreto» e non tutte quelle relative a contratti già stipulati contenenti clausole compromissorie; che, in sintesi, la norma sarebbe lesiva degli artt. 3, 24, 25, 41, 42 e 97 Cost., in quanto – assumendo come momento di discrimine tra il vecchio e il nuovo regime quello della notificazione della domanda arbitrale anziché quello della sottoscrizione della clausola compromissoria e, quindi, determinando la nullità retroattiva di tutte le clausole compromissorie precedentemente stipulate – del tutto irragionevolmente violerebbe: a) l'autonomia privata delle parti, della quale l'arbitrato costituisce una modalità di manifestazione; b) il diritto di azione che viene esercitato dalle parti attraverso il giudizio arbitrale; c) il principio del giudice naturale, visto che il momento della sottoscrizione del compromesso coincide con quello della precostituzione, da parte dei contraenti, dell'organo destinato a definire ogni futura eventuale controversia; d) il principio di uguaglianza, in quanto la disposizione determina una ingiustificata disparità di trattamento rispetto alla disciplina contenuta nel decreto legislativo 2 febbraio 2006, n. 40 (Modifiche al codice di procedura civile in materia di processo di cassazione in funzione nomofilattica e di arbitrato, a norma dell'articolo 1, comma 2, della legge 14 maggio 2005, n. 80), in merito all'individuazione del momento di differenziazione applicativa della vecchia e della nuova disciplina, in materia di arbitrato; che, inoltre, la norma stessa violerebbe anche l'art. 117, primo comma, Cost. (per contrasto con gli artt. 1 e 6 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo, come interpretati dalla Corte di Strasburgo), poiché lo Stato non può intervenire ex post a modificare le condizioni del rapporto contrattuale, così incidendo sulla libertà di iniziativa economica privata, la quale comporta la necessità del rispetto dei princìpi di parità di trattamento tra gli operatori, di non discriminazione e di trasparenza, nonché determinando una situazione di «discriminazione a rovescio» in danno degli operatori colpiti dal contestato divieto; che si è costituita una delle parti private dell'arbitrato a quo, la quale, aderendo integralmente alle argomentazioni svolte nell'ordinanza di rimessione, sviluppate ulteriormente in una articolata memoria di udienza, ha concluso chiedendo la declaratoria di incostituzionalità delle norme censurate e concordando per l'estensione, in via consequenziale, della incostituzionalità all'art. 253, comma 34, lettera d), seconda parte, del decreto legislativo n. 163 del 2006, ed all'art. 3, commi da 19 a 22, della legge n. 244 del 2007; che è intervenuto in giudizio il Presidente del Consiglio del ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, che ha concluso – tanto più in considerazione di quanto disposto dalla legge n. 244 del 2007 – per la declaratoria di manifesta infondatezza delle questioni, in quanto analoghe o addirittura identiche a quelle già scrutinate con la sentenza n. 376 del 2001 e con le ordinanze n. 11 e n. 122 del 2003, deducendo altresì l'inconferenza del richiamo ad un preteso contrasto delle norme censurate con la CEDU. Considerato che il Collegio arbitrale di Napoli, in primo luogo, censura: a) l'art. 3, comma 2, del decreto-legge 11 giugno 1998, n. 180 (Misure urgenti per la prevenzione del rischio idrogeologico ed a favore delle zone colpite da disastri franosi nella regione Campania), convertito, con modificazioni, dalla legge 3 agosto 1998, n. 267; b) l'art. 8, lettera d) [recte: comma 1, lettera d)], del decreto legislativo 20 settembre 1999, n. 354 (Disposizioni per la definitiva chiusura del programma di ricostruzione di cui al titolo VIII della legge 14 maggio 1981, n. 219, e successive modificazioni, a norma dell'articolo 42, comma 6, della legge 17 maggio 1999, n. 144); c) l'art. 1, comma 2-quater, del decreto-legge 7 febbraio 2003, n. 15 (Misure urgenti per il finanziamento di interventi nei territori colpiti da calamità naturali e per l'attuazione delle disposizioni di cui all'articolo 13, comma 1, della legge 1° agosto 2002, n. 166. Disposizioni urgenti per il superamento di situazioni di emergenza ambientale), convertito, con modificazioni, dalla legge 8 aprile 2003, n. 62; che, secondo il rimettente, tali norme si porrebbero in contrasto con gli articoli 3, 5, 24, 41, 42, 117, primo comma, e 120 della Costituzione, nella parte in cui escludono che le controversie relative all'esecuzione di opere pubbliche comprese in programmi di ricostruzione di territori colpiti da calamità naturali possano essere devolute a collegi arbitrali;