[pronunce]

Essa sottolinea, in particolare, il «rilievo degli interessi nazionali e generali che ineriscono i provvedimenti» contemplati dalle censurate disposizioni, ritenendo, pertanto, che gli stessi, a prescindere dalla loro formale imputazione alle gestioni commissariali, siano «adottati dalla amministrazione centrale», sebbene essa agisca «per il tramite di propri organi delegati operanti a livello locale»; di conseguenza, la questione «non afferisce alla sottrazione al Tribunale amministrativo regionale locale (quello della Sicilia nel caso di specie) di una competenza allo stesso attribuita ex lege», bensì attiene «alla corretta riconduzione ad un unico, eguale e paritario organo giudiziario di questioni aventi rilievo nazionale». Questi rilievi vengono invocati per escludere la fondatezza anche del dubbio di costituzionalità prospettato ai sensi dell'art. 25, primo comma, Cost. Tale questione sarebbe, difatti, «erroneamente posta», in quanto già prima dell'introduzione dei censurati commi 2-bis, 2-ter e 2-quater, dell'art. 3 «doveva essere individuato quale giudice naturale il Tribunale amministrativo regionale del Lazio, in virtù della provenienza ministeriale (ovvero dell'amministrazione governativa centrale) della figura del Commissario delegato». D'altra parte, anche a ritenere il contrario, e dunque escludendo tale competenza “originaria” del Tribunale amministrativo regionale del Lazio, ciò non determinerebbe l'illegittimità, per contrasto con il citato art. 25, primo comma, Cost., della disposta translatio iudicii, non esistendo nella giurisprudenza costituzionale – si assume – «un chiaro ed univoco orientamento o principio che escluda ex se la possibilità di una modifica del giudice naturale, anche in corso di causa». In particolare, è richiamata la sentenza n. 207 del 1987 (che a sua volta riprende la precedente sentenza n. 72 del 1976), secondo cui il principio del giudice naturale «viene rispettato quando la legge, sia pure con effetto anche sui processi in corso, modifica in generale i presupposti o i criteri diretti ad individuare il giudice competente, poiché in tali casi lo spostamento di competenza non avviene in conseguenza di una deroga alla disciplina generale, che sia adottata in vista di una determinata o di determinate controversie, ma per effetto di un nuovo ordinamento – e, dunque, della designazione di un nuovo giudice naturale – che il legislatore, nell'esercizio del suo insindacabile potere di merito, sostituisce a quello vigente». 1.2.4.- Si è costituita in giudizio anche la Provincia Regionale di Catania (anch'essa parte del giudizio principale), la quale – oltre a ribadire, in via di sintesi, gli argomenti già svolti nell'ordinanza di rimessione a sostegno della sollevata questione di legittimità costituzionale – ipotizza anche l'esistenza di «una violazione del principio della separazione dei poteri», in quanto, «ove mai le disposizioni in materia di riforma o revoca dei provvedimenti cautelari di primo grado dovessero imporre di fatto al giudice di primo grado di nuova competenza di intervenire» sui medesimi provvedimenti, si dovrebbe concludere che «un atto legislativo rifluirebbe direttamente sui contenuti di un atto giurisdizionale». 1.2.5.- Si è costituita in giudizio, peraltro oltre il termine di legge, l'Associazione Legambiente, Comitato Regionale Siciliano, insistendo per l'accoglimento della sollevata questione di legittimità costituzionale. 1.3. — Anche il Consiglio di giustizia amministrativa per la Regione Siciliana (r.o. n. 336 del 2006) ipotizza che l'art. 3, commi 2-bis, 2-ter (ma limitatamente all'inciso secondo cui le «questioni di cui al comma 2-bis sono rilevate d'ufficio») e 2-quater, del decreto-legge n. 245 del 2005, violi gli artt. 3, 24 e 125 Cost. e l'art. 23 dello statuto regionale, prospettando, subordinatamente, l'illegittimità costituzionale – alla stregua degli stessi parametri – del solo comma 2-bis, limitatamente alle parole «e dei consequenziali provvedimenti commissariali», ovvero – in via ulteriormente gradata – unicamente del comma 2-quater, per contrasto con gli artt. 24 e 25 della Carta fondamentale. Il giudice rimettente evidenzia di dover conoscere dell'appello proposto avverso il provvedimento con cui il Tribunale amministrativo regionale della Sicilia ha disposto la sospensione di un'ordinanza e degli atti consequenziali adottati dal Sindaco del Comune di Palermo nella veste di Commissario delegato per l'attuazione degli interventi volti a fronteggiare l'emergenza ambientale determinatasi nella città nel settore del traffico e della mobilità. Richiesto dal Comune di Palermo di dichiarare il proprio difetto di competenza, il rimettente ha sollevato questione di legittimità costituzionale delle norme suddette. Il giudice a quo reputa, difatti, che le disposizioni censurate violino, innanzitutto, l'art. 125 Cost., «che prevede una organizzazione su base regionale degli organi statali di giustizia amministrativa di primo grado», finalizzata non solo «a ripartire in modo razionale e equiordinato l'organizzazione dei giudici amministrativi di primo grado», ma anche ad «agevolare il ricorso delle parti alla giustizia amministrativa, in coerenza e continuità logica con i principi desumibili dall'art. 24 della Costituzione». A queste esigenze risponde la disciplina, di cui agli artt. 2 e 3 della legge n. 1034 del 1971, che fissa i criteri di distribuzione territoriale della competenza tra i diversi tribunali amministrativi regionali, disciplina certamente derogabile, a condizione, però, che la deroga sia «sorretta da giustificazioni logiche», giacché altrimenti essa sarebbe destinata a tradursi in un ingiustificato «aggravio per l'attività di alcuni Tribunali e per l'attività difensiva delle parti». Così, ad esempio, la giurisprudenza costituzionale – sottolinea il rimettente – ha ritenuto (sentenza n. 189 del 1992) «compatibile con il dettato costituzionale l'art. 4 della legge 12 aprile 1990, n. 74» (che devolve in via esclusiva al Tribunale amministrativo regionale del Lazio l'impugnativa di atti del Consiglio superiore della Magistratura riguardanti i magistrati ordinari), giustificando, tuttavia, tale norma derogatoria «avuto riguardo alla particolare posizione che il Consiglio Superiore della Magistratura occupa nell'ordinamento costituzionale», oltre che alla «peculiare funzione svolta dai magistrati ordinari». Nessuna valida ragione giustificativa ricorrerebbe, invece, nel caso in esame, come confermerebbe anche la circostanza che il legislatore del 2006 ha inteso riferirsi a tutte le situazioni di emergenza di cui all'art. 5, comma 1, delle legge n. 225 del 1992.