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La prima è che in questa tornata elettorale si vota sia in Puglia e in altre Regioni, ma anche in Valle D'Aosta, Regione a Statuto speciale dove non c'è la doppia preferenza di genere: allora le donne della Valle d'Aosta sono diverse dalle donne della Puglia? (Applausi) . Le donne della Valle d'Aosta non hanno gli stessi identici diritti di parità di accesso in partenza? E come risolviamo il problema, visto che voi vi atteggiate a voler risolvere il problema della Puglia? E poi in Calabria, dove si è votato qualche mese fa, che cosa accadeva? E cosa succede per il Piemonte e il Friuli-Venezia Giulia? Colleghi, atteggiamoci in maniera diversa, in modo più sincero, più schietto, più normale, con meno retorica e meno spocchia, perché tutti noi siamo fortemente favorevoli a mettere in campo ogni provvedimento legislativo che contempli la difficoltà di conciliazione della donna con tutta una serie di problemi legati al doppio ruolo. Lo siamo tutti noi e chi più di noi può esserlo, visto che il nostro partito vede come leader nazionale una donna che alla politica ha sacrificato tutto? Ecco, rispetto a ciò, le lezioncine non le prendiamo. Quanto alle bandiere, ognuno si tenga le proprie ed evitiamo di ammantarci di bandiere che non ci appartengono. Vedremo cosa accadrà in futuro, a valle della conversione del decreto-legge in esame. Voglio auspicare che ciascun consiglio regionale si assumerà le proprie responsabilità e si procederà verso l'adozione di provvedimenti che consentano alla donna di partecipare con piena parità a tutte le competizioni elettorali: con parità di partenza e non con le riserve indiane delle quote di approdo. (Applausi) . CONZATTI (IV-PSI) . Domando di parlare per dichiarazione di voto. PRESIDENTE. Ne ha facoltà. CONZATTI (IV-PSI) . Signor Presidente, oggi è il 6 agosto 2020 e parliamo ancora di parità nell'accesso alle cariche elettive politiche. Ne dobbiamo purtroppo ancora parlare perché, dopo settantaquattro anni di Repubblica democratica basata su noti princìpi di uguaglianza e parità sociale tra cittadini e cittadine, esiste ancora un gap . Molti in quest'Assemblea lo hanno detto: le donne hanno conquistato l'elettorato attivo, ma non hanno ancora pienamente conquistato quello passivo. Come ho appena sentito dire, alle donne non è ancora dato poter partecipare alle elezioni muovendo dallo stesso nastro di partenza degli uomini. Questa è la situazione. Oggi abbiamo un panorama nazionale con Regioni che esprimono solo due Presidenti donne (pari a meno del 10 per cento) e la media delle consigliere regionali elette in Italia è di poco superiore al 20 per cento. Questa è una disuguaglianza. Le disuguaglianze persistono in Italia per motivi certamente culturali, ma anche perché molte Regioni non hanno adempiuto ai loro doveri e adottato normative rispondenti ai princìpi costituzionali di parità di accesso alle cariche elettive politiche. È evidente che l'adozione di queste norme non vuol dire garantire il risultato dell'elezione alle donne - ci mancherebbe altro - ma significa certamente promuovere la parità di accesso. «Promuovere» è un verbo dinamico e vuol dire che le Regioni devono fare, come prescritto anche dall'articolo 117 della Costituzione: è chiaro da moltissimi anni, non è che dobbiamo dirlo oggi per la prima volta. In questo Parlamento abbiamo recentemente adottato leggi specifiche, come la legge 15 febbraio 2016, n. 20, che dicono esattamente alle Regioni cosa devono fare. Per quanto riguarda i sistemi di elezione proporzionali, con l'espressione delle preferenze, come nel caso della Puglia, si stabiliscono tre cose chiare, neanche particolarmente complicate: che le liste devono essere composte, almeno per il 40 per cento, dal genere meno rappresentato (non si capisce come mai non sia prevista la parità, perché mi sarei aspettata il 50 per cento, comunque siamo al 40); che si debba esprimere una doppia preferenza di genere, con libertà nell'espressione della prima preferenza, ma con la seconda preferenza che deve essere di genere diverso, pena la decadenza della seconda preferenza espressa; che - giustamente - le donne abbiano la stessa visibilità degli uomini nell'ambito della campagna elettorale sui mezzi di comunicazione. Purtroppo, nonostante queste previsioni siano costituzionali e siano anche molto chiare, molte Regioni non hanno adottato la normativa, oppure lo hanno fatto solo in parte. Oggi parliamo della Puglia, ma vale anche per il Piemonte, per la Calabria e per alcune Regioni a Statuto speciale, come il Friuli-Venezia Giulia e la Valle d'Aosta e, come si diceva prima, la Provincia autonoma di Bolzano. In queste Regioni che non hanno adottato o hanno adottato parzialmente le norme sulla parità di accesso, la sottorappresentazione femminile nei Consigli regionali è evidente nei numeri. In Piemonte la presenza femminile è addirittura retrocessa dal 25,5 per cento della passata legislatura all'attuale 15 per cento, mentre in Calabria siamo fermi al 10 per cento, quando è noto a tutti che le donne sono in numero anche superiore al 50 per cento della popolazione italiana, così come lo è il corpo elettorale femminile. Veniamo alla Puglia, dove la rappresentanza femminile è ferma al 10 per cento. Dall'approvazione della legge n. 20 del 2016 non si è fatto nulla, neanche dopo la messa in mora del Governo, che scadeva il 28 luglio e quindi oggi è assolutamente necessario e opportuno approvare il decreto-legge in esame, per attivare il potere sostitutivo dello Stato. Quello che è interessante dirsi in quest'Aula, in modo molto chiaro, è il perché di queste resistenze. Nel corso di questi anni di impegno politico - grazie a Dio non troppi - ho capito che gli usi e le consuetudini radicate in un modello di società maschile persistono. Non me ne sono accorta solo io, tanto che ci sono scrittori e sociologi, come Aldo Bonomi, che parlano del modello sociale dell'uomo bianco di mezza età dal posto fisso, modello culturale molto radicato in Italia. Tale modello persiste anche, naturalmente, perché è un modello di potere e di solito il potere si autoconserva e per autoconservarsi cosa ha fatto? Ha esercitato il potere di non scegliere di investire risorse in servizi che avrebbero reso la nostra società, nelle Regioni e naturalmente nel complesso, realmente paritaria. Ha scelto di non investire nei nidi, di non investire nei servizi di cura, ha scelto di non investire per incentivare l'occupazione femminile, tanto che siamo fermi a meno del 50 per cento delle donne che lavorano. Queste sono scelte che pesano come macigni sul modello di Stato Italia. Purtroppo mi sono resa conto, e questo l'ho vissuto personalmente, che molte delle resistenze dipendono anche da un modello pre-culturale che definisco un po' "machista". Nel consiglio della Provincia autonoma di Trento che fu degasperiana - per fortuna lo fu, ma purtroppo non lo è più - ho sentito affermazioni irripetibili, ribadite però per ore, per creare un ostruzionismo tale da impedire l'approvazione della doppia preferenza di genere.