[pronunce]

che, quanto al merito, in contrasto alla tesi dell'obbligo della "preventiva escussione", la norma in discorso coinvolgerebbe l'"erogante" solo in quanto il compenso non sia stato corrisposto, dovendo diversamente essere versato dal percettore; che questa lettura parrebbe avvalorata dalla norma di cui al comma 7-bis dello stesso art. 53 denunciato, che assoggetta a giudizio di responsabilità erariale soltanto il pubblico dipendente "indebito percettore" di quel compenso che abbia omesso di versare alla amministrazione; che si è anche costituito il militare originario ricorrente nel giudizio opposto, il quale ha chiesto dichiararsi l'illegittimità costituzionale della norma censurata; che, rievocata diffusamente la vicenda processuale e le considerazioni svolte nell'ordinanza di rimessione, la memoria di costituzione segnala la rilevanza della questione in quanto, nell'ipotesi del rigetto, il militare si troverebbe esposto all'ingiustificato versamento della somma percepita, sottolineandosi, peraltro, che, in base all'art. 896 del codice dell'ordinamento militare, incomprensibilmente ritenuto ratione temporis inapplicabile dal TAR, la norma denunciata non si applicherebbe al personale militare; che la questione sarebbe, nel merito, fondata per più ragioni ed in riferimento a vari parametri: in riferimento agli artt. 3 e 36 Cost., in quanto la disciplina della prestazione di lavoro resa in violazione di norme imperative non potrebbe determinare la negazione del compenso; in riferimento agli artt. 3 e 24 Cost., in quanto il recupero delle somme, da un lato, sarebbe irragionevole "per difetto di proporzionalità" e, d'altro lato, l'entità del reintegro sarebbe stabilita astrattamente, senza possibilità di prova contraria; in riferimento agli artt. 3, 97, 23 e 53 Cost., in quanto si determinerebbe un ingiustificato arricchimento per l'amministrazione, con introduzione per il dipendente di una sanzione per illecito di "pericolo", in assenza, inoltre, delle condizioni previste per pretendere prestazioni patrimoniali personali; in relazione agli artt. 3, 24 e 103 Cost., infine, in quanto non sarebbe consentito al lavoratore di dedurre l'inesistenza di un concreto pregiudizio per la pubblica amministrazione; che, quanto ai princìpi di cui all'art. 36 Cost., la rilevanza disciplinare della condotta serbata dal militare non dovrebbe, comunque, pregiudicare il diritto alla remunerazione per il lavoro svolto, senza che risulti dimostrata la sussistenza di un pregiudizio a danno dell'amministrazione; che è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che la questione sia dichiarata inammissibile o infondata; che, secondo l'Avvocatura, l'ordinanza di rimessione non chiarirebbe l'opzione interpretativa del giudice rimettente e, dunque, la norma sulla quale egli appunta le censure; che nel dispositivo dell'ordinanza sarebbe, infatti, enunciato come parametro anche l'art. 41 Cost., richiamato nella motivazione a sostegno dei dubbi che riguardano l'interpretazione cui ha aderito la sentenza opposta, dandosi così vita a due questioni di legittimità costituzionale fra loro alternative, restando, nella sostanza, immotivato il riferimento alla violazione dell'art. 97 Cost.; che, nel merito, i dubbi sarebbero infondati, atteso che, quanto al principio di buon andamento della pubblica amministrazione, la norma denunciata mirerebbe a rafforzare la garanzia che il lavoro dei pubblici dipendenti a favore di terzi non si riverberi negativamente sul servizio d'istituto e, quanto alla libertà di iniziativa economica, la stessa prevedrebbe limiti in ragione dell'interesse generale; che il richiamo dell'art. 36 Cost. si rivelerebbe "palesemente improprio", dal momento che la norma censurata non inciderebbe in alcun modo sul diritto del pubblico dipendente alla propria retribuzione; che, infine, "non sembra possa avere diritto di cittadinanza il beneficio dell'escussione a carico dell'erogante disciplinato dall'articolo 53 comma 7, soprattutto nel caso in cui il soggetto obbligato a dover versare per primo il compenso non sia una pubblica amministrazione come nella fattispecie concreta qui all'esame (società opponente)" e tanto più quando i compensi siano stati già erogati; che, in prossimità dell'udienza, la Residenze Anni Azzurri srl ha depositato una memoria nella quale ha ribadito la richiesta di una declaratoria di inammissibilità della questione, sul fondamento dei rilievi già esposti, sottolineando, peraltro, come, poco dopo la pubblicazione della sentenza opposta, sia entrata in vigore la norma di cui al comma 7-bis dello stesso art. 53 del d.lgs. n. 165 del 2001, che stabilisce un'ipotesi di responsabilità contabile per il pubblico dipendente in relazione alle somme indebitamente percepite per attività non autorizzate; che, in prossimità dell'udienza, ha depositato memoria anche la parte privata ricorrente nell'originario giudizio, insistendo nella richiesta di accoglimento della questione, per gli argomenti già esposti; che la disposizione denunciata, oltre che imporre il versamento della retribuzione percepita dal pubblico dipendente senza alcun "titolo causale" per l'amministrazione, si rivelerebbe, per il suo "automatismo", irragionevolmente afflittiva e in contrasto con la tradizione civilistica, dal momento che: a) si cumulerebbe con le sanzioni disciplinari; b) priverebbe il dipendente di tutti i corrispettivi percepiti senza limiti temporali di recupero; c) prescinderebbe da qualsiasi accertamento in ordine al pregiudizio subìto dall'amministrazione; che lo ius superveniens, di cui al comma 7-bis dell'art. 53 del d.lgs. n. 165 del 2001, avvalorerebbe, d'altra parte, la tesi secondo la quale, al pari di ogni altra ipotesi di responsabilità erariale, sarebbe necessario accertare se la prestazione non autorizzata abbia determinato un danno in concreto alla pubblica amministrazione, diversamente evidenziandosi l'ulteriore irragionevolezza dell'automatismo sanzionatorio, in contrasto con l'art. 36 Cost. Considerato che il Tribunale amministrativo regionale per la Puglia, sezione di Lecce, con ordinanza depositata il 27 giugno 2013, ha sollevato, in riferimento agli artt. 36, primo comma, 41, primo comma, e 97, primo comma, della Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell'art. 53, comma 7, del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165 (Norme generali sull'ordinamento del lavoro alle dipendenze delle amministrazioni pubbliche), nella parte in cui prevede che, per i dipendenti pubblici che abbiano svolto incarichi retribuiti non conferiti o previamente autorizzati dalla amministrazione di appartenenza, «il compenso dovuto per le prestazioni eventualmente svolte deve essere versato, a cura dell'erogante o, in difetto, del percettore, nel conto dell'entrata del bilancio dell'amministrazione di appartenenza del dipendente per essere destinato ad incremento del fondo di produttività o di fondi equivalenti»;