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Ancora la Corte ha ribadito che «il regime differenziato si fonda non già astrattamente sul titolo di reato oggetto della condanna o dell'imputazione, ma sull'effettivo pericolo della permanenza dei collegamenti, di cui i fatti reato costituiscono solo una logica premessa; dall'altro lato le restrizioni apportate rispetto all'ordinario regime carcerario non possono essere liberamente determinate, ma possono essere -- sempre nel limite del divieto di incidenza sulla qualità e quantità della pena e di trattamenti contrari al senso di umanità -- solo quelle congrue rispetto alle predette specifiche finalità». E infine che «non vi è dunque una categoria di detenuti, individuati a priori in base ad un titolo di reato, sottoposti ad un regime differenziato: ma solo singoli detenuti (...) in grado di partecipare, attraverso i loro collegamenti interni o esterni, alle organizzazioni criminali e alle loro attività», che per questa ragione possono essere sottoposti «a quelle sole restrizioni che siano concretamente idonee a prevenire tale pericolo». Questo insegnamento, viceversa, non appare coerentemente recepito nella novella di cui alla legge n. 94 del 2009 con particolare riguardo alla formulazione dell'articolo 41- bis , commi 2, 2- bis e 2- quater , lettere a), b) e f) , che appaiono in stridente contrasto con i principi enunciati. Alla luce di quanto esposto, va sottolineato che il rispetto della sicurezza nel carcere dovrebbe sempre regolare la vita all'interno dei luoghi di custodia e, con riguardo a persone che nel corso della detenzione compromettano la sicurezza o si avvalgano dello stato di soggezione nei confronti di altri detenuti o la cui appartenenza a sodalizi criminali sia in via di accertamento o sia stata definitivamente accertata, questo bene può essere maggiormente tutelato, con misure diversificate a seconda delle diverse situazioni, ma ciò deve essere realizzato attraverso strumenti assolutamente rispettosi dei princìpi costituzionali. Nell'ordinamento penitenziario è previsto uno strumento ordinario (articolo 14- bis) volto alla tutela di particolari esigenze di sicurezza legate al comportamento dei detenuti come concretamente verificato nel corso della detenzione. Tale strumento è caratterizzato dalla temporaneità, dall'impugnabilità in sede giurisdizionale e dall'intangibilità di taluni diritti del detenuto. All'interno di tale normativa si è dunque enucleato, accanto a quelli attualmente previsti, un ambito di applicazione diversificato e riguardante una categoria di detenuti, non già individuati meramente e automaticamente in base al titolo di reato del quale gli stessi debbano rispondere, bensì sulla base della concreta verifica, nei confronti degli stessi, della sussistenza di quei collegamenti attuali con le organizzazioni criminali esterne al carcere che l'ampliamento della normativa intende impedire. In tal modo si è inteso raggiungere lo scopo della tutela di quelle esigenze di sicurezza -- e solo di quelle -- che la sottoposizione a un particolare regime di controllo vuole garantire. In ragione delle particolari esigenze di sicurezza che si prospettano sono state previste talune particolari restrizioni specificamente rivolte ai contatti del detenuto con l'esterno, con esclusione di limitazioni o di misure meramente afflittive o comunque non legate alla tutela di tale aspetto. Tenuto conto dell'incidenza delle restrizioni sui diritti del detenuto, per garantire un controllo più penetrante rispetto ai presupposti di applicazione delle misure e anche una maggiore uniformità di trattamento, è stato previsto che l'imposizione delle restrizioni consegua a un provvedimento del magistrato di sorveglianza. Questa soluzione peraltro è stata estesa a tutte le ipotesi di sorveglianza particolare, dunque anche a quelle previste dall'attuale formulazione dell'articolo 14- bis dell'ordinamento penitenziario. In ossequio al principio previsto dall'articolo 27 della Costituzione, si è previsto che la sottoposizione al regime di sorveglianza particolare, come previsto nelle ipotesi di cui all'articolo 14- bis , non comporti la sospensione delle regole del trattamento e delle norme dell'ordinamento penitenziario. Al fine di rendere effettivo il controllo giurisdizionale, e in ragione della limitatezza dei periodi temporali di applicazione dei provvedimenti applicativi, sono state previste ipotesi di decadenza nei casi nei quali la decisione del giudice dell'impugnazione non intervenga entro termini prestabiliti. In questo contesto si inserisce anche la modifica del contenuto della normativa di cui all'articolo 4- bis dell'ordinamento penitenziario che, nel presente disegno di legge, è modificata sotto due fondamentali aspetti. Da un lato, è disposta la sensibile diminuzione delle ipotesi in cui, eccezionalmente, possano essere sospesi i permessi premio e le misure alternative alla detenzione previste dal capo VI dello stesso ordinamento, sempre che ricorra il presupposto della prova dell'esistenza concreta di collegamenti tra il detenuto e l'organizzazione criminosa al momento della valutazione della richiesta. Ipotesi che si limitano al delitto di associazione di tipo mafioso e a quei delitti per i quali è stata contestata l'aggravante di cui all'articolo 7 del decreto-legge 13 maggio 1991, n. 152, convertito, con modificazioni, dalla legge 12 luglio 1991, n. 203. Dall'altro lato, si dispone l'abrogazione della norma che attualmente consente l'applicazione dei benefici in presenza della collaborazione con la giustizia del detenuto, ritenendosi che l'applicazione delle regole del trattamento e degli istituti dell'ordinamento penitenziario non debba essere compressa e limitata in ragione di scelte processuali che, per lo stesso effetto che si vuole scongiurare, non sarebbero né spontanee né disinteressate. Riassumendo, si è intervenuto enucleando un'ipotesi di riforma che: riformi l'articolo 4- bis dell'ordinamento penitenziario in modo da restringerne l'ambito di applicazione al solo delitto di cui all'articolo 416- bis del codice penale e ai delitti per i quali è contestata l'aggravante dell'articolo 7 del decreto-legge n. 152 del 1991, eliminando il presupposto della collaborazione di giustizia e introducendo il criterio della prova concreta della permanenza dei rapporti tra il detenuto e l'organizzazione criminale al momento della richiesta dei benefici; ricomprenda nel regime di sorveglianza particolare, già previsto nell'ordinamento penitenziario, anche le situazioni riguardanti i detenuti per i quali, sulla base di elementi concreti e specifici, sia fornita la prova di un collegamento attuale con un'associazione criminale e, dunque, sia maggiormente da tutelare l'esigenza di sicurezza con specifico riguardo ai collegamenti con l'esterno del carcere (articolo 14- bis , comma 2, dell'ordinamento penitenziario, come sostituito dall'articolo 2 del presente disegno di legge); in tali casi, in luogo della generica sospensione delle regole del trattamento e dell'ordinamento penitenziario, preveda che l'ordinario regime di sorveglianza particolare possa comportare specifiche e tipizzate limitazioni ulteriori (articolo 14- quater , comma 4, dell'ordinamento penitenziario, come sostituito dall'articolo 4 del presente disegno di legge);