[pronunce]

- Il comma 36 dell'art. 2 del decreto-legge n. 138 del 2011 è impugnato, infine, dalla Regione autonoma Friuli-Venezia Giulia nella parte in cui prevede che «A partire dall'anno 2014, il Documento di economia e finanza conterrà una valutazione delle maggiori entrate derivanti, in termini permanenti, dall'attività di contrasto all'evasione» e stabilisce che: «Dette maggiori entrate, al netto di quelle necessarie al mantenimento del pareggio di bilancio ed alla riduzione del debito, confluiranno in un Fondo per la riduzione strutturale della pressione fiscale e saranno finalizzate alla riduzione degli oneri fiscali e contributivi gravanti sulle famiglie e sulle imprese». La ricorrente ne denuncia il contrasto con l'art. 49 dello statuto, che attribuisce alla Regione compartecipazioni al gettito di entrate tributarie erariali percette nel proprio territorio, nonché con il principio di leale collaborazione. Si osserva, sotto il primo profilo, che le maggiori entrate ricavate dalla messa in opera di strumenti di contrasto dell'evasione fiscale non costituiscono entrate "nuove", perché non apportano alcuna modificazione alla disciplina delle aliquote e dei tributi esistenti; sotto il secondo profilo, che la quantificazione delle maggiori entrate derivanti dalla lotta all'evasione è operata nel Documento di economia e finanza senza alcuna intesa con la Regione benché tale quantificazione incida direttamente e negativamente sulla dimensione delle risorse ad essa spettanti. 8.- I commi 36-bis e 36-quater, 36-quinquies e 36-decies dell'art. 2 del decreto-legge n. 138 del 2011 sono denunciati, in combinato disposto con il comma 36, dalla Regione autonoma Friuli-Venezia Giulia. I commi 36-bis e 36-quater dispongono, rispettivamente, l'incremento, ai fini IRES, della quota di utili netti annuali delle società cooperative destinati alla riserva obbligatoria che sono sottratti al regime di esenzione e l'esclusione dal regime di esenzione anzidetto del 10 per cento di tali riserve. I commi 36-quinquies e 36-decies prevedono la maggiorazione dell'aliquota IRES, pari a 10,5 punti percentuali, a carico delle cosiddette "società di comodo" (le società di cui all'art. 30, comma 1, della legge 23 dicembre 1994, n. 724 recante "Misure di razionalizzazione della finanza pubblica") e delle società che presentano per tre periodi di imposta consecutivi dichiarazioni in perdita fiscale. La ricorrente ne denuncia il contrasto con l'art. 49, primo comma, numero 2), dello statuto, che riserva alla Regione «quattro decimi e mezzo del gettito dell'imposta sul reddito delle persone giuridiche» riscossa sul suo territorio. 9. - In via logicamente subordinata rispetto alle impugnazioni proposte, tutte le ricorrenti - tranne la Regione Sicilia - prospettano un'interpretazione adeguatrice secondo la quale le disposizioni impugnate non sarebbero applicabili alle Regioni ad autonomia speciale. Tale interpretazione si fonda sull'art. 19-bis del decreto-legge n. 138 del 2011, il quale prevede che «L'attuazione delle disposizioni del presente decreto nelle regioni a statuto speciale e nelle province autonome di Trento e di Bolzano avviene nel rispetto dei loro statuti e delle relative norme di attuazione e secondo quanto previsto dall'articolo 27 della legge 5 maggio 2009, n. 42». Detto articolo, a sua volta, dispone che le Regioni a statuto speciale e le Province autonome concorrano al conseguimento degli obiettivi di perequazione e di solidarietà indicati dalla medesima legge delega «secondo criteri e modalità stabiliti da norme di attuazione dei rispettivi statuti, da definire, con le procedure previste dagli statuti medesimi». Da queste premesse normative le ricorrenti traggono la conclusione che l'espressa clausola di salvaguardia degli statuti inserita nel richiamato art. 19-bis nonché il rinvio al citato art. 27 della legge delega sul federalismo fiscale n. 42 del 2009, consentono di ritenere non operante la disciplina impugnata nei confronti delle Regioni ad autonomia differenziata. 10.- Si è costituito in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che i ricorsi siano rigettati. Con riferimento ai ricorsi promossi dalle Regioni siciliana e Sardegna, il resistente ne eccepisce preliminarmente l'inammissibilità «per la mancanza di prova di un "vulnus" diretto e concreto alla finanza regionale» (si richiama in proposito la sentenza di questa Corte n. 145 del 2008). Le disposizioni impugnate - secondo la difesa del Presidente del Consiglio dei ministri - «in quanto finalizzate al reperimento di entrate aggiuntive rispetto a quelle ordinarie, non si risolvono, infatti, nella sottrazione di risorse alle autonomie territoriali, né sono dirette a ridurre la misura delle compartecipazioni ai tributi erariali previsti dai rispettivi statuti di autonomia». Non vi sarebbe, perciò, alcuna lesione diretta e concreta alle finanze regionali. Il solo ricorso siciliano sarebbe inoltre inammissibile per la genericità delle censure, che non sarebbero suffragate da idonei supporti motivazionali. Nel merito, la difesa dello Stato premette in via generale che le disposizioni impugnate sono «norme finanziarie "eccezionali" finalizzate a fronteggiare una situazione economica "emergenziale"», in quanto inserite in un percorso di risanamento della finanza pubblica al quale devono concorrere anche le autonomie speciali. Infatti - prosegue il resistente - l'autonomia finanziaria degli enti locali «non si pone in termini quantitativi, ma nell'ambito di una valutazione comparativa delle esigenze dell'intera collettività». In questa cornice, lo Stato, nell'esercizio della sua competenza legislativa esclusiva in materia di sistema tributario, tutela del risparmio e dei mercati, nonché perequazione delle risorse finanziarie (art. 117, secondo comma, lettera e, Cost.), ha piena potestà di disporre in merito alla disciplina dei tributi da esso istituiti, anche se il gettito relativo sia di spettanza regionale, a condizione che non sia alterato il rapporto tra complessivi bisogni regionali e mezzi finanziari per farvi fronte; circostanza, questa, che - secondo la difesa del Presidente del Consiglio dei ministri - non è stata dedotta in punto di fatto dalle ricorrenti. La difesa del Presidente del Consiglio osserva che gli incrementi di entrata previsti dalle disposizioni impugnate sono riferibili a tributi istituiti e disciplinati dalla legge statale; che essi sono espressamente diretti - limitatamente a un periodo di cinque anni - al soddisfacimento di «esigenze prioritarie di raggiungimento degli obiettivi di finanza pubblica concordati in sede europea»; che tali obiettivi non sono piú precisamente elencati nelle norme censurate perché essi devono essere concordati con i partner europei; che, comunque, nel caso di specie, non si tratta, come sostenuto erroneamente dai ricorrenti, «di manovre finanziarie volte a perseguire semplici obiettivi di riequilibrio della finanza pubblica, ma di un mezzo necessario a scongiurare gli effetti di una crisi economico finanziaria di portata internazionale».