[pronunce]

che, richiamando le esigenze di tutela anche nel processo dell'identità della minoranza linguistica, cui mirano, secondo la giurisprudenza costituzionale, le norme speciali sull'uso della lingua vigenti in Trentino-Alto Adige, il giudice a quo reputa che riconoscere alle parti - in aggiunta alla facoltà di una rinuncia radicale della lingua processuale inizialmente prescelta attraverso l'istituto dell'adesione alla lingua della controparte -, anche quella di rinunciare solo a un uso contestuale anche della seconda lingua da parte dell'ufficio, «amplierebbe [...] le possibilità di raggiungere un giusto equilibrio, rispondente nel caso concreto alle esigenze e preferenze delle parti processuali, tra i contrapposti interessi in gioco, quello superindividuale alla tutela dell'identità linguistica degli appartenenti alla minoranza etnica, e quello individuale della singola parte processuale a un più spedito svolgimento del procedimento»; che la norma impugnata violerebbe altresì l'art. 100, quarto comma, dello statuto speciale per il Trentino-Alto Adige, che, nel prevedere l'uso disgiunto dell'una o dell'altra delle due lingue come regola, e l'uso congiunto come eccezione, in particolare negli «atti destinati alla generalità dei cittadini, negli atti individuali destinati ad un uso pubblico e negli atti destinati a pluralità di uffici», non sembra giustificare la previsione della necessaria redazione bilingue anche delle sentenze del giudice, che, pur essendo «pubblicate» mediante deposito in cancelleria, non sono istituzionalmente destinate a un «uso pubblico»; che, quanto alla rilevanza della questione, il rimettente osserva che, qualora la stessa venisse ritenuta fondata, gli ulteriori provvedimenti e verbali e la sentenza definitiva, «stante la rinuncia come sopra espressa dalla parte», non dovrebbero più essere redatti in entrambe le lingue, ciò che, unitamente al «concomitante snellimento anche di altre procedure bilingui pendenti» davanti allo stesso giudice, «permetterebbe una definizione più celere del procedimento»; che nel giudizio così promosso è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, che ha concluso per l'infondatezza della questione; che nel giudizio è altresì intervenuta la Provincia autonoma di Bolzano, che, richiamando l'ordinanza della Corte costituzionale n. 277 del 1997 quanto all'ammissibilità del proprio intervento in giudizi costituzionali aventi a oggetto disposizioni di legge concernenti aspetti dell'autonomia provinciale, come definita dal relativo statuto speciale, ha concluso per l'irrilevanza o comunque per l'infondatezza della questione. Considerato che il Tribunale di Bolzano, in composizione monocratica e in funzione di giudice del lavoro, ha sollevato, in riferimento agli artt. 3, 97 e 111, secondo comma, della Costituzione e 100, quarto comma, dello statuto speciale per il Trentino-Alto Adige (d.P.R. 31 agosto 1972, n. 670), questione di legittimità costituzionale dell'art. 20 del d.P.R. 15 luglio 1988, n. 574, come sostituito dall'art. 8 del decreto legislativo 29 maggio 2001, n. 283, nella parte in cui non consente alle parti del processo civile «bilingue» di rinunciare alla stesura nelle due lingue dei verbali nonché delle sentenze e degli altri provvedimenti del giudice; che, preliminarmente, deve essere dichiarato ammissibile l'intervento della Provincia autonoma di Bolzano, che non è parte del processo principale, trattandosi di giudizio in cui è controversa la costituzionalità di norme di attuazione dello statuto speciale, le quali riguardano un aspetto dell'autonomia provinciale e sono adottate secondo la procedura di cui all'art. 107 dello statuto medesimo che coinvolge la stessa Provincia, risultando pertanto l'esistenza di un interesse giuridicamente rilevante di quest'ultima all'esito del presente giudizio (ordinanza di questa Corte pronunciata nell'udienza pubblica del 20 maggio 1997, pubblicata in allegato all'ordinanza n. 277 del 1997); che il Tribunale rimettente richiede a questa Corte, secondo gli argomenti e in relazione ai parametri esposti, una pronuncia additiva che, introducendo una nuova ipotesi nella disciplina della lingua del processo che si svolge dinanzi alle autorità giudiziarie della Regione Trentino-Alto Adige, sia tale da consentire alla parte attrice di un processo civile «bilingue» - cioè di un giudizio nel quale l'atto introduttivo e la comparsa di risposta, o gli atti equipollenti, sono redatti in lingua diversa, a norma dell'art. 20 del d.P.R. n. 574 del 1988 - di rinunciare alla traduzione (altrimenti prescritta a pena di nullità rilevabile d'ufficio: art. 23-bis dello stesso d.P.R. n. 574) di taluni atti del processo, e precisamente degli atti del giudice, quali le sentenze e gli altri provvedimenti giurisdizionali, nonché dei verbali di causa; che, relativamente alla lamentata violazione dell'art. 111, secondo comma, della Costituzione, la disciplina contenuta nell'impugnato art. 20 del d.P.R. n. 574 del 1988 esprime un non irragionevole punto di equilibrio, individuato dal legislatore nella sua discrezionalità, tra la tutela delle minoranze linguistiche riconosciute - che costituisce un principio fondamentale dell'ordinamento (per tutte, sentenza n. 312 del 1983) - e la garanzia della parte a un processo di ragionevole durata, secondo una scelta che tiene conto dell'esigenza di stabilità dell'uso della lingua nel processo, in funzione del regolare ed efficiente svolgimento del processo medesimo (ordinanza n. 411 del 1997); che la pretesa violazione dell'art. 111, secondo comma, della Costituzione si rivela infondata altresì sotto il profilo dell'affermato «effetto aggregato» del rallentamento dei processi, poiché con tale argomento non si adducono tanto aspetti di incostituzionalità della disciplina legislativa quanto piuttosto inconvenienti di carattere pratico, derivanti dalla situazione dell'ufficio giudiziario in cui il rimettente è chiamato a operare e che esigono risposte sul piano organizzativo (ordinanze n. 408 e n. 32 del 2001); che manifestamente infondata è altresì la censura sollevata in riferimento all'art. 97 della Costituzione, poiché, secondo il costante orientamento di questa Corte, il principio di buon andamento dei pubblici uffici, pur estendendosi all'amministrazione della giustizia, non può essere invocato in relazione a norme - quali quella denunciata - che attengono alla funzione giurisdizionale in senso stretto (ex plurimis, ordinanze n. 431 e n. 204 del 2001, sentenza n. 115 del 2001);