[pronunce]

ORDINANZA ha pronunciato la seguentenel giudizio di legittimità costituzionale dell'art. 5 della legge 13 aprile 1988, n. 117 (Risarcimento dei danni cagionati nell'esercizio delle funzioni giudiziarie e responsabilità civile dei magistrati), promosso con ordinanza del 20 gennaio 2003 della Corte di appello di Venezia nel procedimento di reclamo tra la Presidenza del Consiglio dei ministri e Santo Marino Scolari ed altri, iscritta al n. 183 del registro ordinanze 2003 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 15, prima serie speciale, dell'anno 2003. Visti l'atto di costituzione di Marisa Nebbia, nonché l'atto di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri; udito nell'udienza pubblica del 30 novembre 2004 il Giudice relatore Romano Vaccarella; uditi l'avvocato Andrea Pasqualin per Marisa Nebbia e l'avvocato dello Stato Giuseppe Fiengo per il Presidente del Consiglio dei ministri. Ritenuto che la Corte di appello di Venezia – chiamata a giudicare del reclamo proposto dal Presidente del Consiglio dei ministri avverso il decreto del Tribunale ordinario di Venezia in data 5 novembre 2002, con il quale era stata dichiarata ammissibile la domanda, proposta da Santo Marino Scolari nei confronti del reclamante, per il risarcimento dei danni subiti per effetto di “comportamenti, atti e provvedimenti” posti in essere da magistrati componenti il Tribunale per i minorenni di Brescia nell'esercizio delle loro funzioni – solleva, con ordinanza del 20 gennaio 2003, questione di legittimità costituzionale dell'art. 5 della legge 13 aprile 1988, n. 117 (Risarcimento dei danni cagionati nell'esercizio delle funzioni giudiziarie e responsabilità civile dei magistrati), nella parte in cui «non prevede la facoltà di proporre reclamo avverso il decreto, adottato ai sensi del primo comma di detto articolo, che dichiari l'ammissibilità della domanda», in riferimento agli artt. 3 e 24 della Costituzione; che la Corte rimettente premette che la norma denunciata va interpretata – sia per la sua letterale formulazione sia per la specialità della disciplina – nel senso che il reclamo è proponibile esclusivamente contro il decreto con il quale sia dichiarata l'inammissibilità della domanda, e non anche contro il decreto con il quale essa venga dichiarata ammissibile; che, quanto alla rilevanza della questione, il giudice a quo osserva che da essa dipende la decisione sulla ammissibilità o meno del reclamo del quale è chiamato a giudicare; che, quanto alla non manifesta infondatezza, la Corte rimettente osserva che l'impossibilità, per lo Stato convenuto in giudizio e per il magistrato eventualmente intervenuto, di chiedere il riesame del provvedimento di ammissibilità costituisce violazione del diritto di difesa garantito dall'art. 24 Cost., ove si consideri, da un lato, che la fase preliminare di verifica dell'ammissibilità della domanda è intesa dal “diritto vivente” come fase di “cognizione piena e definitiva” in ordine ai presupposti e ai termini dell'azione (di cui agli artt. 2, 3 e 4 della medesima legge n. 117 del 1988) e di cognizione sommaria del merito, in termini di non manifesta infondatezza ex actis, e, dall'altro lato, che la dichiarazione di ammissibilità della domanda comporta l'ulteriore effetto dell'obbligatorio esercizio da parte del Procuratore generale presso la Corte di cassazione dell'azione disciplinare nei confronti del magistrato, per i fatti che hanno dato causa all'azione di risarcimento (art. 9 della legge n. 117 del 1988); che, sotto altro profilo, il diverso trattamento che la norma denunciata riserva alle parti del processo, consentendo solo all'attore di proporre reclamo contro il decreto dichiarativo dell'inammissibilità, si risolve in una squilibrata attribuzione dei mezzi di tutela, che viola l'art. 3 Cost., non risultando tale disparità giustificata dalla particolarità della situazione, per essere tutte le parti – e non solo quella che chiede il risarcimento – portatrici di un pari interesse al corretto funzionamento del “filtro” previsto dalla norma in questione; che è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, il quale ha concluso per la dichiarazione di inammissibilità della questione, in quanto, per quel che concerne la prospettata violazione dell'art. 24 Cost. in relazione al procedimento disciplinare, il magistrato chiamato a rispondere in sede disciplinare non è la parte ricorrente in sede di reclamo e, peraltro, la doglianza si appunta su una norma – l'art. 9 della legge n. 117 del 1998 (che prevede l'obbligatorio esercizio dell'azione disciplinare in caso di dichiarazione di ammissibilità della domanda risarcitoria) – della quale non deve farsi applicazione nel giudizio a quo; che la questione è, a giudizio dell'Avvocatura generale dello Stato, anche infondata, in quanto la norma denunciata sottopone ad uno speciale regime solo alcuni dei decreti di inammissibilità, ma non esclude l'applicabilità della disciplina generale dell'art. 739 del codice di procedura civile a tutti gli altri decreti di ammissibilità o inammissibilità; che, a giudizio dell'Avvocatura, ove volesse seguirsi l'opposta interpretazione, fatta propria dal giudice rimettente, non potrebbe, comunque, ravvisarsi l'incostituzionalità della norma impugnata né con riguardo all'art. 3 Cost., poiché – come è stato chiarito dalla Corte di cassazione – «il provvedimento di ammissibilità della domanda ha carattere solo incidentale nel giudizio di merito», né con riguardo all'art. 24 Cost., dal momento che fin dalla contestazione dell'addebito il magistrato è posto in grado di svolgere compiutamente ogni difesa; che è intervenuta, altresì, la dottoressa Marisa Nebbia, giudice del Tribunale per i minorenni di Brescia, già intervenuta nel giudizio dinanzi al Tribunale ordinario di Venezia, la quale ha concluso, in via principale, per la infondatezza della questione, ben potendo ritenersi che, nulla prevedendo l'art. 5 della legge n. 117 del 1988 circa la reclamabilità del decreto che dichiari l'ammissibilità della domanda risarcitoria, tale provvedimento sia assoggettabile al reclamo previsto, in via generale avverso i provvedimenti camerali, dall'art. 739 cod. proc. civ. ;