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Le dimissioni di Biraghi l'avrebbero probabilmente sottratto al licenziamento e avrebbero salvato il suo curriculum vitae . In tal modo, «non risultano contestazioni in documenti ufficiali, salvo gli atti interni dell'audit che sono riservati e fatte salve eventuali indagini giudiziarie». A questo proposito non si conosce il punto di vista di Biraghi e a giudizio dell'interrogante sarebbe interessante conoscerlo. In merito «non c'è stata alcuna dichiarazione ufficiale di Leonardo, né di Biraghi o di altri manager messi sotto accusa, tra i quali ci sono anche i suoi principali collaboratori. Uno di essi, Stefano Orlandini, capo degli acquisti della divisione "cyber", è stato licenziato (...) alla fine della scorsa settimana, per accuse simili a quelle rivolte al suo (ex) capo, Biraghi»; la vicenda sembra non conclusa. Secondo quanto scritto nel blog «ci sarebbero altri manager sotto accusa». A questo si potrebbe aggiungere che «vengono segnalate indagini interne e contestazioni disciplinari ad alcuni dirigenti di Mbda Italia, la società missilistica di cui l'ex Finmeccanica possiede il 25% (il 75% è diviso in parti uguali tra Airbus e Bae Systems). Un manager sarebbe stato licenziato e un'altra dirigente dopo aver ricevuto contestazioni ha lasciato l'azienda». Sostiene anche di lettere in cui si parla della «vendita di un ramo d'azienda delle tlc ad alta tecnologia e molto redditizio, Ants, venduta da Finmeccanica a fine 2015 a un'azienda dai soci vicini a Renzi. Dopo la caduta del governo Renzi, Ads è entrata in crisi». E ancora, nel primo trimestre del 2017, «quando il governo Gentiloni cercava un successore per Moretti alla guida di Finmeccanica, prima che venisse individuato Profumo, Biraghi aveva cercato di inserirsi nella lotta per il vertice, in competizione con Lorenzo Mariani, capo della divisione elettronica per la difesa terrestre e navale. Biraghi aveva rapporti anche con Marco Carrai, l'imprenditore amico di Renzi che ha forti interessi nella cyber security, soprattutto in Israele»; si legge in un articolo de "la Repubblica" del 10 novembre 2017: «"Nel 2017 Leonardo toccherà il fondo, dal 2018 comincerà la risalita", ha spiegato agli analisti il ceo, Alessandro Profumo. Parole che il mercato sembra avere interpretato alla lettera, portando subito giù il valore dell'azione in area 11 euro. Una notizia pessima per il Tesoro, azionista al 30% della società e che ha visto materializzarsi una perdita teorica di quasi mezzo miliardo nel giro di pochi minuti. Nei nove mesi Leonardo ha realizzato un utile netto di 272 milioni, in calo del 23% rispetto ai 353 milioni dello stesso periodo 2016. I ricavi sono stati pari a 7,984 miliardi (-0,6%), l'ebita a 703 milioni (-5,8%), gli ordini a circa 8 miliardi, con una crescita organica del 5% e 33,9 miliardi il portafoglio ordini». Infatti, il titolo in borsa, che aveva avuto una quotazione costante superiore ad una media di 14 euro nel 2017, con punte di oltre 16 euro, era poco più di 8 euro, a riprova di una gestione manageriale quantomeno approssimativa, si chiede di sapere: se risponda al vero siano state segnalate indagini interne e contestazioni disciplinari ad alcuni dirigenti di Mbda Italia; se risponda al vero la vendita di un ramo d'azienda delle telecomunicazioni ad alta tecnologia e molto redditizio, Ants, società venduta da Finmeccanica a fine 2015; se corrisponda al vero che Biraghi abbia rapporti con Marco Carrai; se la nomina del dottor Alessandro Profumo, aduso ai crolli delle società quotate, come accaduto con Unicredit, con gravi ricadute sui conti pubblici, non debba essere valutata alla luce dei disastri in borsa e sui mercati; quali misure urgenti si intenda attivare, per salvaguardare la stabilità di una grande azienda, Leonardo, che non sembra essere stata gestita al meglio da Alessandro Profumo, nominato dal Governo Gentiloni a giudizio dell'interrogante con criteri amicali e senza le dovute e necessarie esperienze, in un delicato settore, strategico per l'Italia. Atto n. 4-00310 DE PETRIS Ai Ministri dei beni e delle attività culturali e del turismo e dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare Premesso che: nella città di Pescara la zona denominata "pineta dannunziana", già "pineta D'Avalos", è soggetta a vincolo ai sensi della legge n. 1497 del 1939. Con decreto ministeriale 13 maggio 1965, sulla base di quanto stabilito dalla commissione provinciale di Pescara nella seduta del 26 aprile 1962, l'area fu dichiarata di notevole interesse pubblico e sottoposta a vincolo, successivamente inserito nello stralcio planimetrico della Soprintendenza belle arti e paesaggio per la Regione Abruzzo; il piano paesistico regionale, approvato dal Consiglio regionale con atto n. 141/21 del 21 marzo 1990, definiva l'ambito di appartenenza come A1, "conservazione integrale", e A2, "conservazione parziale"; la zona è costituita dalla pineta e da una zona edificata, che si estende dalla pineta stessa al mare, ed è prevalentemente composta da abitazioni costruite negli anni '20 con annessi giardini. Il progetto, detto "progetto pineta", fu presentato come città-giardino dall'ingegner Antonino Liberi al Consiglio comunale di Pescara, il 14 settembre 1912: l'idea era quella di un quartiere climatico balneare; da più di un decennio, tuttavia, nella pineta dannunziana vengono compiuti scempi edilizi, nonostante nelle norme di attuazione del piano regolatore generale del 17 marzo 2003 si stabilisca come tale zona ricada nella sottozona B1, "conservazione", e che "la demolizione e la ricostruzione degli edifici devono rispettare l'ingombro planimetrico ed altimetro esistente, il rapporto di copertura e il tessuto e le tipologie esistenti"; si segnala in tal senso come nel novembre 2003, in via Primo Vere n. 13, sia stato demolito un villino ad un piano degli anni '30, senza previa autorizzazione della Soprintendenza. Il Comune di Pescara aveva infatti rilasciato il permesso di costruire con concessione edilizia n. 430/2003; su segnalazione di un privato la Soprintendenza aveva successivamente negato il nulla osta, rendendo illegittima la concessione edilizia n. 430/2003: troppo tardi, essendo nel frattempo stato demolito il villino ed in via di realizzazione un nuovo edificio multipiano di una differente tipologia edilizia, con caratteristiche planimetriche, altimetriche e volumetriche molto diverse; dal 2 marzo 2004 il cantiere è stato sottoposto a sequestro da parte della Procura della Repubblica di Pescara. Il Comune ha, inspiegabilmente, rilasciato una nuova concessione in sanatoria simile al progetto iniziale, ricevendo il nulla osta negativo da parte della Soprintendenza de L'Aquila e costringendo il Comune al rilascio di una seconda sanatoria in data 22 novembre 2004, n. 411/2004;