[pronunce]

Ordinanza ha pronunciato la seguentenei giudizi di legittimità costituzionale del combinato disposto degli articoli 97, comma 4, 105, comma 5, e 484 del codice di procedura penale e degli articoli 1 e 26 del regio decreto-legge 27 novembre 1933, n. 1578 (Ordinamento delle professioni di avvocato e procuratore), convertito, con modificazioni, nella legge 22 gennaio 1934, n. 36, promossi con ordinanze emesse il 20 e il 17 dicembre 1999 dal tribunale di Latina, iscritte ai nn. 130 e 131 del registro ordinanze 2000 e pubblicate nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 15, 1ª serie speciale, dell'anno 2000. Visto l'atto di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri; Udito nella camera di consiglio del 15 novembre 2000 il giudice relatore Carlo Mezzanotte. Ritenuto che, con ordinanza emessa il 20 dicembre 1999, il giudice monocratico del tribunale di Latina, in funzione di pretore ai sensi degli articoli 42 e 219 del decreto legislativo 19 febbraio 1998, n. 51, solleva, in riferimento agli articoli 3, 10, 24, 76, 77, 101 e 112 della Costituzione, questione di legittimità costituzionale degli articoli 97, comma 4, 105, comma 5, e 484 del codice di procedura penale "nella parte in cui non consentono la prosecuzione del dibattimento in assenza del difensore dell'imputato, qualora tutti i difensori immediatamente reperibili e designati dall'autorità giudiziaria rifiutino, senza legittimo impedimento, di assumere e svolgere le funzioni di sostituto del difensore che non partecipi al dibattimento in violazione del provvedimento che ritiene non sussistenti i requisiti di cui all'art. 486, comma 5, cod. proc. pen. "; che il giudice a quo premette in fatto che il processo ha già subito numerosi rinvii a causa dell'astensione collettiva dei difensori dalle udienze, iniziata nel luglio 1999 e destinata a protrarsi sino al marzo 2000, motivata dalla mancata copertura integrale dei posti nell'organico dei magistrati del tribunale di Latina e comunque dalla insufficienza dello stesso; che - prosegue il remittente - a seguito del rigetto della richiesta di rinvio, motivato dalla irragionevole durata della astensione dalle udienze, il difensore, nonostante l'evidente prossimità del compimento del termine prescrizionale, ha ribadito la propria volontà di non partecipare al dibattimento e tutti i sostituti immediatamente reperibili, nominati ai sensi dell'art. 97, comma 4, cod. proc. pen. , anche tra gli iscritti ad albi territoriali differenti, hanno dichiarato di aderire anch'essi alla astensione; che, in tale situazione, ad avviso del giudice a quo l'eventualità che un'astensione protrattasi così a lungo possa dare luogo a rilievi disciplinari o a sanzioni amministrative (nell'ordinanza si sottolinea peraltro che, secondo la sentenza di questa Corte n. 171 del 1996, non sono applicabili agli avvocati le sanzioni disciplinari previste dalla legge 12 giugno 1990, n. 146, e si esclude, in conformità alla giurisprudenza del tribunale di Latina, di poter ravvisare nella condotta dei difensori il reato di cui all'art. 340 cod. pen.), non inciderebbe sulla rilevanza della questione, poiché questa investe solo la mancanza di strumenti processuali che consentano di proseguire il giudizio e di ovviare a una stasi procedimentale destinata a protrarsi indefinitivamente; che, a giudizio del remittente, la situazione rappresentata sarebbe causata dalla mancanza di norme che disciplinino le procedure e le misure consequenziali alla violazione dell'art. 2 della legge n. 146 del 1990, quale risultante dalla sentenza n. 171 del 1996 di questa Corte, relativamente ai casi in cui le modalità attuative dell'astensione, per l'assoluta generalità delle adesioni e la mancanza di limiti temporali alla agitazione, rendano di fatto impossibile l'esercizio della giurisdizione anche nel caso in cui il giudice respinga la richiesta di rinvio, nomini un sostituto del difensore astenutosi e disponga procedersi oltre; che questa Corte - prosegue il remittente - nella citata sentenza, pur ritenendo non applicabili agli avvocati le disposizioni degli articoli 8-10 e 12-14 della legge n. 146 e lasciando al legislatore il compito di definire in modo organico le misure atte a realizzare l'equilibrata tutela dei beni coinvolti, evidenziava la necessità di impedire situazioni quale quella descritta in precedenza, ossia la impossibilità di trattare il dibattimento per periodi di tempo di durata tale da risultare all'evidenza irragionevoli; che, ad avviso del remittente, gli articoli 97, comma 4, 105, comma 5, e 484, cod. proc. pen. , nel loro combinato disposto, determinerebbero il blocco dell'attività giudiziaria imponendo al giudice l'obbligo di trattare il dibattimento alla presenza di un difensore anche nei casi in cui sia materialmente impossibile avvalersi di un iscritto agli albi per l'adesione di tutti i professionisti interpellati, compresi quelli iscritti in albi professionali diversi da quello locale, alla astensione dalle udienze; che, secondo il giudice a quo risulterebbe violato, innanzitutto, il canone della ragionevolezza, in quanto le disposizioni censurate non consentirebbero di procedere, in simili casi, in assenza del difensore che non partecipi al dibattimento ancorché non legittimamente impedito; che, sempre secondo il remittente, le suindicate disposizioni contrasterebbero, inoltre, con gli articoli 10, 76 e 77 della Costituzione, in relazione al mancato adeguamento degli istituti del codice ai principî internazionali in materia di giusto processo, desumibili dagli articoli 6 e 17 della convenzione europea dei diritti dell'uomo: impedire la celebrazione del dibattimento anche in casi quale quello in esame significherebbe, infatti, ad avviso del giudice a quo non soltanto non garantire la ragionevole durata del processo, ma addirittura sancire la possibilità istituzionale dell'abuso del diritto di associazione e di manifestazione del pensiero attuato mediante astensioni collettive a catena che potrebbero condurre all'estinzione dei reati per prescrizione; che, infine, gli articoli 97, comma 4, 105, comma 5, e 484, comma 2, cod. proc. pen. contrasterebbero, secondo il remittente, con l'articolo 101 della Costituzione, in quanto l'esercizio della giurisdizione e l'esecuzione dell'ordinanza dibattimentale, che nega la sussistenza di un legittimo impedimento, sarebbero rimessi alla volontà collettiva degli aderenti alla astensione; sarebbe altresì violato l'art. 112 della Costituzione, in quanto verrebbe impedito l'esercizio dell'azione penale, con una stasi processuale virtualmente perenne, la cui rimozione dipenderebbe esclusivamente dalla volontà dei partecipanti all'astensione;