[resaula]

Quel web oggi deve essere attenzionato dal Parlamento, con la stessa premura che si sta ponendo all'odierno disegno di legge, perché futuri interventi normativi divengano corollario e completamento di questo provvedimento, educando gli utenti della rete e responsabilizzando i genitori, perché competenza digitale ed educazione digitale non sono in alcun modo l'una sinonimo dell'altra e devono far parte entrambe del bagaglio culturale di noi tutti, adulti e ragazzi, nessuno escluso. Del resto lo stereotipo vuole che il web inteso come un oggetto sia fortemente superato: il web è un luogo a tutti gli effetti, è luogo sconfinato e senza protezione. Io da donna ad essere sincera quella assenza di protezioni in rete l'avverto in maniera nitida. L'insulto, l' hate speech e la minaccia sono dietro l'angolo, pronti ad essere lanciati contro un popolo di odiatori e di mazzieri del web e se sei donna si perde anche il limite. Le donne abusate e violentate assomigliano a fiori recisi - questa è l'immagine che mi sovviene - e come fiori recisi sono destinati ad appassire prima. È la loro anima che appassisce, prima ancora che il corpo. È il dolore che le attraversa a spegnerle e ogni donna che si spegne rappresenta un fallimento per le istituzioni e per la società tutta. Mi sento di dire che questo Parlamento non fallirà, non perderà l'occasione per fare la sua parte nella storia contro la violenza alle donne e contro la violenza in generale, così come dimostra il disegno di legge che stiamo per votare, al quale dichiaro il mio voto favorevole. (Applausi) . UNTERBERGER (Aut (SVP-PATT, UV)) . Domando di parlare per dichiarazione di voto. PRESIDENTE. Ne ha facoltà. UNTERBERGER (Aut (SVP-PATT, UV)) . Signor Presidente, colleghe e colleghi, il mio percorso politico è iniziato nel 1999, quando sono stata eletta presidente del Comitato per le pari opportunità del Sud Tirolo. All'epoca eravamo molto attive nella battaglia per i diritti delle donne e abbiamo fatto molte campagne per sensibilizzare contro la violenza sulle donne. Ne ricordo in particolare una, in cui era ritratta una giovane donna, con due lividi blu sugli occhi e la scritta: «Gli occhi blu sono di suo padre»; oppure un'altra, in cui era ritratto un ragazzino che picchiava una ragazzina, con la scritta: «Lo fa anche papà». All'epoca queste campagne suscitarono grandi discussioni e molti uomini si dissero offesi da tali rappresentazioni. A vent'anni di distanza ho l'onore di parlare di questi temi in Senato e mi sembra che nulla sia cambiato. Oggi quelle campagne, probabilmente, non susciterebbero più scandalo e tutte le più alte cariche dello Stato si esprimono pubblicamente contro la violenza sulle donne, ma il fenomeno non si è arrestato e, anzi, i numeri ci dicono che la situazione è peggiorata, con 93 femminicidi solo quest'anno, di cui due proprio in queste ore. Ci si chiede allora come tutto questo sia possibile, nonostante le campagne, l'attivismo delle femministe e le leggi, che nei vari Paesi europei hanno inasprito le pene. L'unica risposta è che il maschilismo è un principio fondativo delle nostre società e ha radici talmente profonde, che ci vorranno davvero tanto tempo e tanti sforzi prima di rimuoverlo della nostra cultura. È chiaro che se l'uomo, nel suo inconscio, crede di essere superiore alla donna e questa poi si ribella, non facendo quello che vuole lui, o addirittura aspira a una vita senza di lui, spesso egli reagisce nell'unico modo che ha disposizione, ovvero la violenza. Quindi, ciò che principalmente c'è da fare è contrastare questa cultura di presunta supremazia maschile, che troppo spesso trova alimento nei mass media , dalla pubblicità alla rappresentazione della donna nelle serie televisive. Basta leggere i giornali degli ultimi giorni: a Torino una maestra condivide alcune immagini della propria intimità col suo fidanzato, che le invia alla chat della sua squadra di calcio, fino a quando queste non finiscono alla preside, che chiama la maestra per spingerla a lasciare il lavoro; tutti discutono di cosa fa questa donna nel suo privato e nessuno parla di chi ha commesso reati, dalla preside che l'ha indotta al licenziamento a tutti coloro che hanno condiviso i video. Per non dire poi della Rai: solo grazie alla protesta delle donne non è stata mandata in onda l'intervista all'uomo che ha sfregiato Lucia Annibali, spruzzandole dell'acido sul volto. Come ha ricordato Michela Murgia, a nessun ladro viene fatta un'intervista per sapere perché ha rapinato una banca. D'altro canto, a nessuno verrebbe mai in mente di pensare che la banca possa avere una qualche responsabilità per il furto che ha subito. Invece nelle donne, nelle vittime, l'opinione pubblica cerca sempre una colpa, come si può leggere nel commento di Vittorio Feltri sulla vicenda della diciottenne, che, mentre partecipava a una festa, è stata portata in una stanza, rinchiusa e violentata per una notte intera. Per Feltri la ragazza si è comportata da ingenua e per questo dice di voler concedere le attenuanti generiche alla vittima. Se non fosse stata ingenua, secondo la logica di Feltri, sarebbe stata pienamente colpevole. Questa cultura del «com'era vestita», del «perché è entrata nella sua camera da letto» e del «cos'ha fatto per far perdere la testa a uno per bene» è tanto radicata nelle menti delle persone. Il compito di noi donne, di noi femministe, quindi è proprio quello di rilevare i meccanismi invisibili della denigrazione delle donne, che si nascondono ovunque, anche nel linguaggio, che conosce la forma femminile solo per le posizioni basse, mentre quelle di spicco esistono solo al maschile, o in cui vengono usate metafore come quella della riverginazione dell'imene. Ecco l'aspetto più difficile della battaglia a questo insidioso fenomeno, ma naturalmente non è l'unico. Ci sono ancora lacune legislative che vanno colmate con urgenza: il codice rosso ha introdotto nuove fattispecie di reato molto importanti come il revenge porn , ma il reato di istigazione all'odio di genere non ha ancora visto la luce. Tuttavia, la più grande cassa di risonanza della cultura maschilista e misogina è la Rete. Qui, in un clima di vera e propria impunità, l'odio contro le donne che non si comportano come qualcuno vorrebbe raggiunge i massimi livelli. Manca altresì una norma efficace contro la violenza economica. Sappiamo che quest'ultima è il terreno fertile per ogni tipo di violenza. In Italia l'occupazione femminile è la più bassa d'Europa e c'è un alto numero di casalinghe senza alcun tipo di tutela economica. In Austria e in Germania hanno diritto a una percentuale del reddito del marito, che possono ottenere con esecuzione forzata anche in costanza di matrimonio. Ci sarebbero tanti altri esempi sulle lacune del diritto di famiglia a danno delle donne, ma purtroppo la discussione da noi è solo intorno ai padri separati. Bene allora il provvedimento in esame che, col miglioramento delle statistiche, contribuisce a inquadrare meglio il fenomeno e può essere anche uno strumento importante per le decisioni della politica, che deve lavorare per la parità, perché la lotta per la parità e quella contro la violenza sono due facce della stessa medaglia;