[pronunce]

che la possibilità che il giudice del dibattimento si avvalga degli atti di indagine raccolti dal pubblico ministero ai fini della decisione cautelare implicherebbe, anzitutto, una violazione dei principi di imparzialità del giudice e del contraddittorio processuale, sanciti dall'art. 111, secondo comma, Cost.; che il giudice del dibattimento si troverebbe, infatti, ad operare una pregnante valutazione di merito sullo stesso oggetto sostanziale del processo basata su atti strutturalmente e funzionalmente estranei alla fase dibattimentale in corso; che la conoscenza di tali atti porrebbe, d'altra parte, il giudice del dibattimento in uno «stato psicologico naturalisticamente diverso» da quello del giudice immune da tale conoscenza, con conseguente alterazione degli equilibri del contraddittorio dibattimentale; che l'interpretazione avversata si porrebbe, altresì, in contrasto con la presunzione di non colpevolezza dell'imputato, enunciata dall'art. 27, secondo comma, Cost., non potendosi ritenere coerente con quest'ultima la possibilità che il giudice del dibattimento anticipi il giudizio di colpevolezza, anziché sulla base degli elementi cognitivi da lui stesso acquisiti nel contraddittorio tra le parti, sulla base di atti assunti da organi inquirenti in altra fase del procedimento; che la predetta interpretazione violerebbe, altresì, «il principio di eguaglianza, proporzionalità e ragionevolezza dei trattamenti giuridici», stabilito dall'art. 3 Cost., determinando una ingiustificata disparità di trattamento dell'ipotesi considerata rispetto a fattispecie analoghe, nelle quali - in forza di disposizioni di legge (quale l'art. 34, comma 2-bis, cod. proc. pen.) o di pronunce della Corte costituzionale (quali le sentenze n. 131 del 1996, n. 439 del 1993 e n. 399 del 1992) - trova applicazione l'istituto dell'incompatibilità del giudice; che il rimettente ritiene, dunque, di dover sollevare questione di legittimità costituzionale dell'art. 291 cod. proc. pen. , nei termini indicati in principio: questione che apparirebbe rilevante nel giudizio a quo, giacché in caso di inutilizzabilità delle risultanze investigative a sostegno della richiesta di aggravamento della misura cautelare proposta dal pubblico ministero, la stessa andrebbe senz'altro respinta, in quanto sfornita di qualsiasi elemento di supporto; che quanto, poi, alla non manifesta infondatezza, il giudice a quo rileva che, «sul piano concettuologico», la «solidità» della questione apparirebbe «compromessa» dalla possibilità di evitare i vulnera denunciati tramite una interpretazione diversa e costituzionalmente orientata della norma censurata: interpretazione che - per quanto in precedenza evidenziato - risulterebbe ampiamente consentita «dal dato linguistico legislativo di riferimento»; che il Tribunale toscano non ritiene, tuttavia, di poter adottare una simile interpretazione, in contrasto con la funzione nomofilattica della Corte di cassazione: giacché, se così facesse, assumerebbe una decisione destinata, con «somma probabilità», ad essere «riforma[ta] nei susseguenti gradi di giurisdizione cautelare», e come tale «fallimentare in relazione al prioritario scopo di scongiurare la perpetuazione della applicazione [...] della legge costituente espressione della norma interpretativa di diritto vivente della cui costituzionalità si dubita»; che è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, il quale ha chiesto che la questione sia dichiarata inammissibile in ragione della sua intrinseca contraddittorietà, avendo lo stesso giudice rimettente prospettato una interpretazione alternativa della norma, ritenuta conforme ai principi costituzionali, o che, comunque, sia dichiarata manifestamente infondata nel merito; che si è costituita, altresì, la parte civile nel giudizio a quo, chiedendo, in via principale, che la questione venga dichiarata manifestamente inammissibile sia perché irrilevante, potendo, nella specie, il Tribunale decidere sulla richiesta cautelare in base ai soli atti già contenuti nel fascicolo per il dibattimento, sia perché volta a censurare una scelta discrezionale del legislatore, operata nella logica del bilanciamento dei valori; in subordine, che la questione sia rigettata in quanto infondata. Considerato che il Tribunale ordinario di Grosseto dubita, in riferimento agli artt. 3, 27, secondo comma, e 111, secondo comma, della Costituzione, della legittimità costituzionale dell'art. 291 del codice di procedura penale, nella parte in cui - alla luce dell'orientamento espresso da due pronunce della Corte di cassazione, assunto quale "diritto vivente" - «consente al pubblico ministero di presentare a fondamento della richiesta cautelare elementi diversi da quelli utilizzabili dal giudice che procede secondo le disposizioni regolative del procedimento o della fase del procedimento penale di cognizione in corso di svolgimento, e comunque nella parte in cui consente al giudice dibattimentale di utilizzare in funzione decisoria sulla richiesta cautelare elementi diversi da quelli legittimamente acquisiti nel dibattimento»; che - conformemente a quanto eccepito dall'Avvocatura generale dello Stato - la questione risulta prospettata in termini intrinsecamente contraddittori; che il giudice a quo sottopone, infatti, a diffusa e insistita critica l'indirizzo interpretativo della Corte di cassazione che forma oggetto del quesito di costituzionalità, concludendo che è ampiamente praticabile, alla luce tanto del dato letterale che di argomenti di ordine logico e sistematico, una diversa interpretazione della norma censurata, ritenuta conforme ai principi costituzionali: interpretazione che viene, anzi, chiaramente prospettata come l'unica corretta; che il rimettente dichiara, tuttavia, di non poter adottare la predetta interpretazione alternativa in ragione della «somma probabilità» che il provvedimento su di essa basato venga riformato nei successivi gradi di giurisdizione cautelare; che risulta quindi evidente come il giudizio incidentale di legittimità costituzionale sia stato, nella specie, utilizzato all'improprio scopo di ottenere da questa Corte un avallo dell'interpretazione ritenuta dal rimettente corretta e costituzionalmente adeguata, nella prospettiva di preservare l'emanando provvedimento da censure in sede di impugnazione; che, per costante giurisprudenza di questa Corte, un simile uso improprio dell'incidente di costituzionalità rende la questione manifestamente inammissibile (ex plurimis, ordinanze n. 161 del 2015, n. 205 del 2014 e n. 363 del 2010): e ciò a prescindere dal rilievo che la soluzione prospettata dal giudice a quo conduce a risultati palesemente disfunzionali, rendendo, di fatto, quasi sempre impossibile, o fortemente problematica, non solo l'applicazione delle misure cautelari, ma anche, di riflesso, la loro revoca o sostituzione a vantaggio dell'imputato, nella fase che precede l'inizio dell'istruzione dibattimentale (o, amplius, la compiuta acquisizione della prova);