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Rosario Livatino fu in prima linea contro la mafia, ma con sorprendente dote profetica seppe denunciare precocemente mali sociali che oggi, a trentacinque anni di distanza, si sono purtroppo mostrati in tutta la loro drammatica forza. Previde la deriva di una certa magistratura quando in un discorso tenuto il 7 aprile del 1984 disse: «L'indipendenza del giudice non è solo nella propria coscienza, nella incessante libertà morale, nella fedeltà ai principi, nella sua capacità di sacrificio, nella sua conoscenza tecnica, nella sua esperienza, nella chiarezza e linearità delle sue decisioni, ma anche nella sua moralità, nella trasparenza della sua condotta anche fuori delle mura del suo ufficio, nella normalità delle sue relazioni e delle sue manifestazioni nella vita sociale, nella scelta delle sue amicizie, nella sua indisponibilità ad iniziative e ad affari, tuttoché consentiti ma rischiosi, nella rinunzia ad ogni desiderio di incarichi e prebende, specie in settori che, per loro natura o per le implicazioni che comportano, possono produrre il germe della contaminazione ed il pericolo dell'interferenza». Parole davvero profetiche. Previde e stigmatizzò anche i pericolosi esperimenti di ingegneria sociale con i quali oggi si mira a distruggere l'uomo e la famiglia, esperimenti oggi purtroppo all'ordine del giorno. Il 30 aprile del 1986 parlò chiaramente contro l'eutanasia, dicendo: «La posizione della morale cristiana sul punto è semplice e cristallina: essa si informa al principio dell'intangibilità, della sacralità e dell'inviolabilità della vita umana». Parlò chiaramente anche contro la fecondazione assistita e l'utero in affitto, in quanto attività che potevano togliere al donatore la responsabilità di prendersi cura della discendenza, togliere ai figli la bellezza di conoscere il padre e la madre. Un uomo, un magistrato, un profeta e ora anche un beato: abbiamo bisogno di uomini come questi. Speriamo che dal Cielo interceda per noi. (Applausi) . SBROLLINI (IV-PSI) . Domando di parlare. PRESIDENTE. Ne ha facoltà. SBROLLINI (IV-PSI) . Signora Presidente, onorevoli colleghi, rappresentanti del Governo, voglio ringraziare innanzitutto la Presidenza per averci offerto l'opportunità di ricordare la figura di Rosario Livatino e di riflettere sull'attualità del tema dell'impegno contro ogni forma di sopraffazione mafiosa, che inquina la vita economica, politica e sociale. Del resto, occasioni come questa assumono un significato tale che, se si rifugge dalla retorica, diventano momenti per riflettere e occasioni per rinnovare la memoria dell'esempio di Livatino e del suo sacrificio, guardando al presente e al futuro, perché quei valori di legalità e di libertà si proiettino nell'impegno cui ciascuno è chiamato ogni giorno. Il mese di maggio è purtroppo denso di anniversari, da quello della strage di Portella della Ginestra, del primo maggio di settantaquattro anni fa, ai barbari omicidi di Pietro Scaglione e di Peppino Impastato, fino alla strage di Capaci. È impossibile non cogliere un legame proprio fra l'assassinio di Livatino e la purtroppo lunga sequela di morti che insanguinarono i primi anni Novanta. Ho vivo il ricordo di quegli anni, del clima di paura, ma anche della capacità mostrata dalla magistratura e dalle Forze dell'ordine, dalla scuola e dalla società civile, di saper reagire e di rispondere alla violenza mafiosa, non solo colpendo i responsabili, ma anche affermando la cultura della legalità, intesa non solo come nome, per quanto doveroso, ma come rispetto delle norme e come corollario e condizione di libertà, come libertà dalla paura e dal ricatto, libertà di vivere e di costruire, di pensare, di parlare e di fare impresa. A distanza ormai di una trentina d'anni da uno dei momenti più lunghi, nella lunga storia della Sicilia e del Paese intero, nel ricordare Livatino, al pari degli altri, tanti, troppi caduti nella lotta alla mafia, possiamo dire che quella stagione ha contribuito ad un profondo cambiamento culturale e al rifiuto da parte delle nuove generazioni del pesante retaggio mafioso. Diremmo oggi che Livatino era un ragazzo, o per meglio dire un giovane uomo, che semplicemente guardava al futuro, un futuro in cui, più che la mafia e persino l'antimafia, il rispetto delle leggi fosse la normalità. Da giurista attento, era capace di cogliere la delicatezza del ruolo di magistrato che ricopriva, attento a ribadire l'indipendenza della giurisdizione, ma anche i doveri connessi alla funzione. Valgono in tal senso, più di ogni altra cosa, le sue stesse parole. Infatti egli diceva che: «l'indipendenza del giudice (...) non è solo nella propria coscienza, nella (...) libertà morale, nella fedeltà ai principi (...), nella chiarezza e linearità delle sue decisioni, ma anche nella sua moralità, (...) nella normalità delle sue relazioni e delle sue manifestazioni nella vita sociale» e «nella sua credibilità, che riesce a conquistare nel travaglio delle sue decisioni e in ogni momento della sua attività». Suona più che mai attuale il monito sull'esigenza di imparzialità, sostanziale e formale, di chi è chiamato a giudicare senza cedere alle sirene del protagonismo mediatico e anche in questo la lezione rappresentata dal pensiero e dalla stessa condotta di vita di Livatino offre lo spunto per riflettere, anche sul pericolo sempre attuale di strumentalizzazione dell'antimafia, di una sua trasformazione in professionismo. In questo, la profonda fede religiosa seppe accompagnarlo nell'affrontare il suo cammino, come qualcosa che completava e rafforzava la sua dedizione alla giustizia. Non è certo un caso che appena tre anni dopo, proprio nella sua stessa città... (Il microfono si disattiva automaticamente). ( Applausi) . PRESIDENTE. La ringrazio, senatrice Sbrollini. Può consegnare il testo del suo intervento affinché sia allegato agli atti. URSO (FdI) . Domando di parlare. PRESIDENTE. Ne ha facoltà. URSO (FdI) . Signor Presidente, anche noi del Gruppo Fratelli d'Italia vogliamo rendere omaggio in questa sede al giudice Rosario Livatino, in occasione della sua beatificazione, essendo stato riconosciuto - come lei stessa, signor Presidente, ha affermato -, martire della giustizia e della fede. In questa sede vogliamo innanzitutto sottolineare e celebrare il suo valore come eroe civile: il giudice scrupoloso, lungimirante, soprattutto coraggioso e di elevato, eccezionale rigore morale. Apolitico, autonomo e indipendente, lontano da condizionamenti di qualsiasi natura, ma anche pronto al dialogo e al rispetto di tutti gli attori del procedimento, non ultima certamente la persona da giudicare. Un uomo giusto, appunto un giudice, un magistrato col senso dello Stato, mai di parte. Non faceva interviste, Livatino; schivo nel carattere e del tutto privo di protagonismo, agiva con gli atti nei procedimenti, mai sui giornali. Un giudice come noi tutti vorremmo, e da cui noi tutti - ove mai accadesse - vorremmo essere giudicati. Anche se era considerato e definito «il giudice ragazzino», era in qualche misura un giudice all'antica, ma aveva nel contempo grande lungimiranza: