[pronunce]

SENTENZA ha pronunciato la seguentenei giudizi di legittimità costituzionale dell'art. 12, settimo comma, del d.P.R. 31 dicembre 1971, n. 1420 (Norme in materia di assicurazione obbligatoria per l'invalidità, la vecchiaia ed i superstiti gestita dall'Ente nazionale di previdenza e di assistenza per i lavoratori dello spettacolo), e dell'art. 11, comma 2, della legge 30 dicembre 1991, n. 412 (Disposizioni in materia di finanza pubblica), promossi dal Tribunale di Sanremo e dal Tribunale di Bologna con ordinanze rispettivamente dell'11 febbraio 2004 e del 18 febbraio 2004 (n. 2 ordinanze), iscritte ai n. 513, n. 1044 e n. 1045 del registro ordinanze 2004 e pubblicate nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 23, prima serie speciale, dell'anno 2004, e n. 3, prima serie speciale, dell'anno 2005. Visti gli atti di costituzione di M. B. e dell'ENPALS, nonché gli atti di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri; udito nell'udienza pubblica del 7 febbraio 2006 il Giudice relatore Francesco Amirante; uditi gli avvocati Federico Sorrentino per M. B., Maria Teresa Franchi, Angelo Pandolfo e Rossana Cardano per l'ENPALS e gli avvocati dello Stato Francesco Lettera e Giuseppe Fiengo per il Presidente del Consiglio dei ministri.. Ritenuto in fatto Considerato in diritto 1. — Nel corso di una controversia previdenziale – promossa nei confronti dell'Ente nazionale di previdenza e di assistenza per i lavoratori dello spettacolo per ottenere il ricalcolo della pensione sulla base della retribuzione giornaliera effettivamente percepita – il Tribunale di Sanremo, in funzione di giudice del lavoro, ha sollevato, in riferimento all'art. 3 della Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell'art. 12, settimo comma, del d.P.R. 31 dicembre 1971, n. 1420 (Norme in materia di assicurazione obbligatoria per l'invalidità, la vecchiaia ed i superstiti gestita dall'Ente nazionale di previdenza e di assistenza per i lavoratori dello spettacolo), sia nel testo attualmente vigente – formulato dall'art. 1, comma 10, del decreto legislativo 30 aprile 1997, n. 182 – sia in quello precedente, la cui validità è stata confermata in via transitoria dall'art. 13 del decreto legislativo 30 dicembre 1992, n. 503. Rileva preliminarmente il giudice a quo che la medesima questione è stata già sollevata nello stesso giudizio e dichiarata manifestamente inammissibile da questa Corte con ordinanza n. 385 del 2002. Il remittente precisa, quindi, che il ricorrente, già dipendente a tempo indeterminato del Casinò municipale di Sanremo con la qualifica di impiegato, è stato collocato a riposo in data 31 dicembre 1998 all'età di sessantaquattro anni, avendo maturato trentaquattro anni di anzianità di servizio, pari a complessive 10.620 giornate di contribuzione. La norma impugnata prevedeva nel testo previgente, confermato in via transitoria dall'art. 13 del d.lgs. n. 503 del 1992, che il limite massimo della retribuzione giornaliera pensionabile fosse quello di cui alla penultima classe della tabella F allegata al d.P.R. 27 aprile 1968, n. 488, aumentata del 5 per cento, pari, in concreto, a lire 315.000; orbene anche nella formulazione attuale detto limite è stato esplicitamente fissato in lire 315.000, sia pure col meccanismo correttivo della rivalutazione annuale a decorrere dal 1° gennaio 1998. Rileva il Tribunale che la domanda formulata dal ricorrente non sarebbe allo stato accoglibile, ma che la decisione della presente questione assume carattere pregiudiziale, perché il giudizio in corso non può essere deciso a prescindere dalla soluzione della medesima, donde la rilevanza della stessa. Nel merito, la questione pare al giudice a quo non manifestamente infondata; mentre, infatti, per i lavoratori assicurati col regime generale gestito dall'Istituto nazionale della previdenza sociale (INPS), l'art. 21, comma 6, della legge 11 marzo 1988, n. 67, prevede che la retribuzione eccedente quella fissata nel tetto pensionabile venga computata, con aliquota decrescente, ai fini della determinazione di un'ulteriore quota di pensione che va a costituire parte integrante di quella già erogata, la disposizione censurata non consente analogo meccanismo per i lavoratori assicurati presso l'ENPALS. 2. — Si è costituito in giudizio il lavoratore ricorrente, sollecitando l'accoglimento della prospettata questione. Dopo aver precisato che la medesima, ancorché già proposta nello stesso giudizio, è certamente riproponibile in virtù dell'ordinanza di questa Corte che ne ha dichiarato l'inammissibilità, la parte osserva che la questione è pure rilevante, poiché dal suo accoglimento deriverebbe anche l'accoglimento del ricorso. Ciò premesso, il ricorrente rammenta che la pensione di quanti sono assicurati presso l'ENPALS viene calcolata, in base all'art. 13 del d.lgs. n. 503 del 1992, in due diverse quote, riferibili l'una al periodo contributivo anteriore al 1° gennaio 1993 e l'altra al periodo successivo a tale data. L'istituto del massimale retributivo pensionabile è stato introdotto nel nostro ordinamento dall'art. 5 del d.P.R. n. 488 del 1968 e sottoposto al vaglio di questa Corte, la quale, con la sentenza n. 173 del 1986, ne dichiarò la conformità a Costituzione con l'auspicio che il legislatore istituisse dei meccanismi di proporzione tra contributi, retribuzione e pensione. Ciò dà conto del successivo passaggio costituito dall'art. 21, comma 6, della legge n. 67 del 1988, in base al quale la retribuzione imponibile che eccede il tetto pensionabile viene computata e va a costituire una quota aggiuntiva di pensione che si somma a quella determinata in base al tetto. Ora, nonostante l'art. 5 del decreto-legge 18 gennaio 1993, n. 11, convertito con modificazioni nella legge 19 marzo 1993, abbia stabilito che il citato art. 21, comma 6, debba applicarsi anche ai lavoratori assicurati presso l'ENPALS, di fatto la norma impugnata avrebbe reso impossibile, secondo la parte privata, l'operatività di siffatto meccanismo; con la conseguenza che la retribuzione giornaliera viene assoggettata a prelievo contributivo fino alla soglia di un milione di lire, mentre è computata ai fini di pensione soltanto fino al massimale previsto dalla legge, rivalutato annualmente (pari a lire 326.121 per l'anno 1999). Tale sistema si tradurrebbe, quindi, in un'evidente disparità di trattamento tra categorie omogenee di lavoratori dipendenti. 3. — Si è costituito in giudizio anche l'ENPALS, chiedendo che la questione venga dichiarata non fondata.