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Modifiche alla legge 22 dicembre 2017, n. 219, recante norme in materia di consenso informato e di disposizioni anticipate di trattamento. Onorevoli Senatori. – Con il presente disegno di legge s'intende dare concreta applicazione al riconosciuto principio di autodeterminazione nel campo delle cure mediche, diritto di cui ogni individuo gode, in relazione alle scelte riguardanti la propria salute, sia nel senso di accettare sia nel senso di rifiutare l'intervento medico, e che si realizza attraverso la consapevolezza che si acquisisce con una corretta informazione. L'ambito, le modalità ed i limiti attraverso cui queste scelte sono espresse e acquistano rilevanza giuridica trascendono argomenti prettamente biologici-sanitari, per coinvolgere aspetti della vita umana quali quelli etici, religiosi e giuridici. Occorre preventivamente chiarire che la scelta e la conseguente dichiarazione di volontà preventiva in merito al trattamento medico, o alle diverse opzioni curative, non intende consentire, neanche in via interpretativa o analogica, il ricorso all'eutanasia o all'accanimento terapeutico. In base a quanto disposto dai princìpi fondamentali del nostro ordinamento, infatti, il bene della vita risulta sottratto a qualsivoglia profilo di disponibilità. L'eutanasia non è assolutamente consentita dai codici del nostro Paese, neanche in presenza del consenso del malato: ragion per cui essa costituisce reato rientrando nelle fattispecie di cui all'articolo 575 del codice penale (omicidio) o, nel caso si riesca a dimostrare il consenso del malato, all'articolo 579 del codice penale (omicidio del consenziente) e all'articolo 580 del medesimo codice (istigazione o aiuto al suicidio). Inoltre il nuovo codice medico deontologico, in merito all'assistenza dei morenti, vieta ogni azione capace di abbreviare la vita del malato. Parimenti condannato dall'ordine dei medici (nonché da Papa Francesco) è il cosiddetto accanimento terapeutico, cioè il protrarsi di inutili trattamenti sanitari. I princìpi posti a fondamento della Dichiarazione internazionale dei diritti dell'uomo e della nostra Costituzione delimitano l'ambito intangibile della vita e della dignità umana, che non può esser sottoposto al potere umano. Lo scopo di queste norme è opportunamente quello di tutelare il soggetto più debole; la società civile, infatti, non può accettare che qualcuno, peraltro di difficile individuazione, di propria iniziativa ponga fine ad una vita, anche se si tratta di una persona che soffre, ma deve interrogarsi se sia stato fatto tutto il possibile per lenire il dolore, supportare le difficoltà della persona ed evitare, quindi, di portarla alla disperazione che invoca la morte. Compito della società è garantire e tutelare la vita dei cittadini assicurando loro tutti i mezzi a disposizione per le terapie curative o palliative migliori, a garanzia di un'esistenza dignitosa fino all'ultimo. Il presente intervento normativo mira a far sì che ogni individuo, nel pieno possesso della capacità di intendere e volere, cioè di comprensione e conseguente autodeterminazione, possa preventivamente disporre, nei limiti consentiti dalle norme costituzionali, civili e penali, in merito ai trattamenti sanitari cui intenda o meno essere sottoposto, al trattamento del proprio corpo o delle proprie spoglie, nonché esprimere le proprie convinzioni religiose. Tale esternazione può essere effettuata attraverso due mezzi: la dichiarazione anticipata di trattamento, con la quale dare precise indicazioni in merito alle proprie scelte sanitarie, oppure, in previsione dello stato di incapacità che può sopraggiungere in presenza di alcune patologie, il mandato in previsione dell'incapacità, delegando una persona affinché decida in nome e per conto del fiduciario in merito ai trattamenti cui essere sottoposto. La formalizzazione di tale volontà si rende, poi, oggi ancor più necessaria in conseguenza del venir meno, in casi sempre più frequenti, della famiglia quale naturale filtro, sostegno e assistenza del malato. Presupposto di tale esternazione di volontà è il diritto del paziente di conoscere e di essere informato in modo completo sui dati sanitari che lo riguardano, sulla diagnosi, sulla prognosi, sui vantaggi e rischi delle procedure diagnostiche e terapeutiche suggerite dal medico e su ogni possibile alternativa, in modo che possa esprimere, nel pieno possesso delle sue capacità, il proprio consenso o rifiuto in relazione ai trattamenti sanitari che stiano per essere eseguiti o che siano prevedibili nello sviluppo della patologia in atto. Il presente disegno di legge riscrive completamente, quindi, la legge 22 dicembre 2017, n. 219, recante «Norme in materia di consenso informato e di disposizioni anticipate di trattamento», per colmare le criticità della stessa di seguito indicate. Già durante la discussione al Senato, in sede di approvazione della stessa, la prima firmataria del presente disegno di legge aveva evidenziato numerosi profili critici: come già allora ampiamente dimostrato e anticipato da oltre 250 giuristi nelle loro dichiarazioni pubbliche, essa si scontra infatti con gli articoli 2, 3, 13 e 32 della nostra Costituzione. Innanzitutto il termine «disposizioni» al contrario di «dichiarazioni» è qualcosa che nessuno può confutare; quindi si riduce il medico a un esecutore testamentario. Peraltro, a questo riguardo la nostra Costituzione vieta l'eutanasia, l'omicidio del consenziente, l'istigazione e l'aiuto al suicidio, ma in realtà nel caso della legge n. 219 del 2017 si rende disponibile il bene della vita (contrariamente a ciò che invece la nostra Costituzione dichiara) e pertanto, come è disponibile la vita, potrebbero esserlo anche il sangue, un rene, la vendita di un nostro organo, del nostro corpo (si pensi, ad esempio, alla pratica dell'utero in affitto). Tale impostazione, quindi, decisamente va contro un principio costituzionale molto importante. C'è un altro punto importantissimo, quello che riguarda la definizione dei termini «nutrizione» e «idratazione». Ora, il fatto che queste non siano considerate come trattamenti di cura della persona ma come trattamenti sanitari è veramente qualcosa che porta la persona, tra atroci sofferenze, alla morte. Quindi, è certamente un modo ipocrita di voler accompagnare, come si dice, le dichiarazioni e le disposizioni della persona stessa. La soppressione e l'interruzione della nutrizione e dell'idratazione obbligano il medico a contribuire attivamente alla morte del paziente. E questo diventa un atto di eutanasia attiva. Non parliamo, poi, della revoca delle DAT (dichiarazioni anticipate di trattamento). Chiaramente una persona può revocare le proprie disposizioni, ma se questa persona non è cosciente nel momento in cui, come è stato già sottolineato, è ricoverata in ospedale, in che situazione si troverà il medico del pronto soccorso quando dovrà decidere in fretta se intubare o meno un paziente, magari davanti a dichiarazioni rilasciate, ma poi dimenticate, venti anni prima? Quindi, che fa il medico? Se salva la vita al paziente riceverà il ringraziamento della famiglia, che dirà che è un miracolo che il paziente sia vivo. Ma se, per caso, il medico lo intuba e poi dagli esiti della patologia per la quale è stato intubato dovessero derivare danni, il medico sarà denunciato, magari anche dai familiari o dal paziente stesso.