[pronunce]

Era stata, tuttavia, posta la condizione che fossero rispettati i parametri indicati dall'art. 23, comma 4, lettere a) e b), del decreto legislativo 25 maggio 2017, n. 75, recante «Modifiche e integrazioni al decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, ai sensi degli articoli 16, commi 1, lettera a), e 2, lettere b), c), d) ed e) e 17, comma 1, lettere a), c), e), f), g), h), l), m), n), o), q), r), s) e z), della legge 7 agosto 2015, n. 124, in materia di riorganizzazione delle amministrazioni pubbliche». Tali parametri avrebbero dovuto essere definiti con apposito decreto del Presidente del Consiglio dei ministri, cui il medesimo art. 23 rinvia. Tuttavia, il d.P.C.m. è stato pubblicato solo in data 4 maggio 2019 ed è entrato in vigore nell'ordinario termine di quindici giorni, quindi «a distanza di un solo giorno dal termine previsto dall'art. 13 ultimo comma del CCNL». La Regione sostiene che ne sarebbe derivata «la sostanziale, oggettiva impossibilità di procedere, entro tale termine, alle verifiche richieste dal citato comma 800, nonché alle ulteriori attività necessarie per l'attuazione del riassetto organizzativo», presupponendo quest'ultimo «la stipula del contratto collettivo decentrato» recante, ai sensi dell'art. 7, comma 4, lettera a), del CCNL sottoscritto il 21 maggio 2018, i «criteri di ripartizione delle risorse disponibili per la contrattazione integrativa». In un siffatto contesto, la legge regionale, censurata dallo Stato, non costituirebbe «un tentativo di lesione di prerogative nazionali», ma risulterebbe «espressione degli autonomi poteri organizzativi dell'ente», ai sensi dell'art. 5 del d.lgs. n. 165 del 2001. In sostanza, secondo la Regione resistente, tale legge avrebbe disciplinato «un aspetto squisitamente organizzativo», come tale escluso dalla contrattazione collettiva secondo quanto previsto dall'art. 40 del d.lgs. n. 165 del 2001 e rimesso alla «discrezionalità programmatica» della Regione. Non sarebbe stata lesa la competenza dello Stato nella materia dell'ordinamento civile, poiché non vi sarebbe stata invasione alcuna nell'area riservata alla contrattazione collettiva. Inoltre, secondo la Regione, il termine indicato dall'art. 13 del CCNL sottoscritto il 21 maggio 2018 sarebbe da intendersi quale termine ordinatorio e non perentorio e non comporterebbe decadenza alcuna. In conclusione, afferma la Regione, la legge impugnata sarebbe stata emanata nell'esercizio della competenza legislativa regionale residuale, ai sensi dell'art. 117, quarto comma, Cost., in materia di ordinamento e organizzazione amministrativa regionale. Neppure vi sarebbe violazione dell'art. 3 Cost., posto che «la norma trova applicazione per tutti i titolari di posizione organizzativa nell'ambito della Regione». 3.- Con successiva memoria, depositata in prossimità della data fissata per l'udienza, la Regione ha ribadito le proprie argomentazioni difensive, insistendo - in particolare - sulla «buona fede» del proprio operato, avendo essa, ancor prima della pubblicazione del d.P.C.m. , avviato il necessario confronto sindacale prodromico alla revisione delle posizioni organizzative. Queste ultime - come la Regione riferisce - sono state, infine, conferite (a seguito dei decreti del Direttore generale n. 14618 del 9 settembre 2019, e n. 14668 del 10 settembre 2019) in data 12 settembre 2019, in esito ad apposita procedura di avviso. Entrambe le parti hanno chiesto la decisione della causa allo stato degli atti, ai sensi del punto 1, lettera c), del decreto della Presidente della Corte costituzionale del 24 marzo 2020 (Ulteriori misure per garantire la continuità dei giudizi costituzionali durante l'emergenza COVID-19).1.- Il Presidente del Consiglio dei ministri ha impugnato l'intera legge della Regione Toscana 7 maggio 2019, n. 22 (Disposizioni transitorie ed urgenti in materia di incarichi di posizione organizzativa della Regione Toscana), che si compone di tre articoli. L'art. 1 detta la disciplina degli incarichi di posizione organizzativa della Regione, prevedendo il proseguimento della loro efficacia «fino al completamento delle procedure di attribuzione attivate successivamente all'entrata in vigore del decreto del Presidente del Consiglio dei ministri di cui all'articolo 23, comma 4, del D.Lgs. 75/2017 e, comunque, non oltre il 31 ottobre 2019». L'art. 2 stabilisce che dalla legge regionale «non derivano nuovi o maggiori oneri a carico del bilancio regionale». L'art. 3, infine, individua il giorno di entrata in vigore della legge. Il ricorrente deduce la violazione dell'art. 117, secondo comma, lettera l), della Costituzione, in relazione alle disposizioni dettate dal decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165 (Norme generali sull'ordinamento del lavoro alle dipendenze delle amministrazioni pubbliche), e ritiene che vi sia contrasto con l'art. 13 del Contratto collettivo nazionale di lavoro (da ora in avanti: CCNL) del comparto «Funzioni locali», per il periodo 2016-2018, sottoscritto in data 21 maggio 2018. Tale art. 13, al comma 3, prevede che gli incarichi di posizione organizzativa ancora in essere, già conferiti sulla base dei precedenti contratti collettivi nazionali di comparto, avrebbero potuto essere prorogati - nelle more della definizione del nuovo assetto delle posizioni organizzative - non oltre il termine di un anno dalla data di sottoscrizione dello stesso CCNL. La legge regionale impugnata, inoltre, contrasterebbe anche con l'art. 3 Cost., poiché, «autorizzando un'ulteriore proroga degli incarichi di posizione organizzativa conferiti, da cui evidentemente discendono effetti economici», determinerebbe una irragionevole disparità di trattamento tra il personale della Regione Toscana e il restante personale destinatario dell'art. 13 del CCNL sottoscritto il 21 maggio 2018. 2.- Preliminarmente, in punto di ammissibilità delle questioni proposte, deve evidenziarsi che l'impugnazione del Presidente del Consiglio dei ministri investe l'intera legge reg. Toscana n. 22 del 2019, composta, come detto, di tre articoli. Anche se le specifiche doglianze si riferiscono al contenuto del solo art. 1 della legge regionale, è di tutta evidenza che i tre articoli sono tenuti insieme da un forte e coerente nesso, tanto da non ingenerare incertezze circa il contenuto delle censure e, in conseguenza, circa lo scrutinio di costituzionalità (sentenza n. 22 del 2006).