[pronunce]

Ne conseguirebbe appunto la violazione dell'art. 63 dello statuto e del principio di leale collaborazione, non essendo stata attivata al riguardo alcuna «procedura di consultazione», la quale, peraltro, si sarebbe utilmente prestata a rendere edotto il legislatore «delle gravi conseguenze che le decisioni assunte avrebbero prodotto, in assenza di adeguati correttivi». Secondo la ricorrente, sussisterebbe infine la lesione del «principio di corrispondenza tra entrate e funzioni, implicito nel sistema statutario ed espresso nell'art. 119, comma quarto, della Costituzione». Si assume infatti che «la dimensione quantitativa delle entrate regionali era stata predisposta in correlazione con l'ampiezza delle funzioni proprie della stessa Regione», laddove un rilevante «taglio» delle risorse determinerebbe invece uno squilibrio tra queste e le funzioni, «mettendo a repentaglio per la Regione la possibilità di assicurare l'erogazione delle prestazioni nei livelli essenziali prescritti dalla normativa statale». Osserva, peraltro, la Regione Friuli-Venezia Giulia che è stato lo stesso legislatore statale a riconoscere l'evocato principio di corrispondenza tra entrate e funzioni, stabilendo, all'art. 10 della legge 7 aprile 2003, n. 80 (Delega al Governo per la riforma del sistema fiscale statale), che «fino al completamento del processo di riforma costituzionale sono garantiti in termini quantitativi e qualitativi gli attuali meccanismi di finanza locale e regionale, nel rispetto, per le regioni a statuto speciale e per le province autonome di Trento e di Bolzano, dei rispettivi statuti e delle relative norme di attuazione», e che, segnatamente, «la progressiva riduzione dell'IRAP sarà compensata, d'intesa con le regioni, da trasferimenti o da compartecipazioni, da attuare nell'ambito degli equilibri di finanza pubblica». Conclude, quindi, la ricorrente ribadendo che «le norme impugnate appaiono illegittime nella parte in cui non prevedono un adeguato riequilibrio a favore della Regione, corrispondente a quello attuato a favore del bilancio statale». 2. ¾ Si è costituito in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, contestando la fondatezza del ricorso, del quale chiede il rigetto. Nella memoria si rammenta preliminarmente che, ai sensi del comma 38 dell'art. 1 della legge n. 311 del 2004, le Regioni a statuto speciale e le Province autonome, in relazione agli esercizi 2005, 2006 e 2007, concordano con il Ministero dell'economia e delle finanze, entro il 31 marzo di ciascun anno, «il livello delle spese correnti e in conto capitale e dei relativi pagamenti in coerenza con gli obiettivi di finanza pubblica». Detti obiettivi costituirebbero, dunque, «il limite di ordine generale entro il quale il livello delle spese correnti e in conto capitale dovrà essere fissato con il consenso delle regioni a statuto speciale, la cui autonomia viene, pertanto, salvaguardata». Il comma 38 citato – osserva ancora il resistente – va raccordato con il successivo comma 569, che introduce una clausola di salvaguardia in favore delle autonomie speciali, disponendo che le norme della legge finanziaria 2005 si applichino «compatibilmente con le norme dei rispettivi statuti» e, dunque, anche nel rispetto dell'autonomia della Regione Friuli-Venezia Giulia. Pertanto, ad avviso dell'Avvocatura generale, il ricorso sarebbe di per sé infondato, così che «solo per completezza di difesa» si imporrebbe l'esame delle singole censure. Quanto alla denuncia dei commi 347, 348, 349, 350 e 352 dell'art. 1 della legge n. 311 del 2004, la difesa erariale sostiene che la tesi seguita dalla ricorrente porterebbe alla conclusione che «allo Stato sarebbe preclusa qualsiasi manovra economica realizzata attraverso la leva fiscale», giacché, ogni qualvolta «dovesse ridurre le proprie imposte una quota delle quali, secondo la legge statale, è devoluta alle Regioni, queste dovrebbero essere compensate in corrispondenza». In definitiva, prosegue il resistente, si vorrebbe accreditare l'esistenza di una aspettativa «a non veder diminuito il gettito dell'imposta degli anni precedenti o, quanto meno, a non veder modificati i criteri di calcolo». Si osserva, però, che la legge finanziaria deve valutarsi «nel complesso delle operazioni che prevede» e la legge n. 311 del 2004 si propone dichiaratamente «di sollecitare la ripresa economica anche attraverso una riduzione di aliquote di alcune imposte erariali», tenuto conto che in tempi di «rallentamento economico la materia tassabile si riduce», con conseguente diminuzione del gettito fiscale, e pertanto «mantenere alte le aliquote non necessariamente significa gettiti maggiori». In tal senso, prosegue l'Avvocatura, l'intervento legislativo denunciato dalla Regione si inserisce «in una manovra complessa, che interessa non soltanto il settore tributario» e che ha come scopo «la ripresa economica», così da aumentare la «materia tassabile» e, conseguentemente, incrementare il gettito fiscale complessivo e quindi determinare anche un aumento «delle disponibilità delle Regioni». Una siffatta manovra dovrebbe pertanto essere considerata nel suo complesso, «e non voce per voce», nonché essere oggetto di valutazione non «in via preventiva ed in astratto, ma a consuntivo, in base agli effetti economici che sarà in grado di produrre». Peraltro, secondo la difesa erariale, le tesi esposte dalla ricorrente troverebbero già smentita nella giurisprudenza di questa Corte. Allo Stato spetta, infatti, la competenza esclusiva in materia di «perequazione delle risorse finanziarie», in cui rientrerebbero «le iniziative in esame». Inoltre, va considerato che ogni legge finanziaria «produce effetti per l'anno di riferimento» e che la legge n. 311 del 2004 ha fissato, nell'art. 1, comma 1, «il livello massimo del saldo netto per l'anno 2005 e le sue varie disposizioni mirano a questo fine». Con ciò – sostiene il resistente, richiamando la sentenza n. 381 del 2004 – gli interventi statali di carattere temporaneo «sono non solo giustificati, ma necessari, in attesa di un complessivo ridisegno dell'autonomia tributaria delle Regioni nel quadro dell'attuazione del nuovo art. 119 Cost.». Sicché, conclude l'Avvocatura, non potrebbe, come affermato dalla sentenza n. 431 del 2004, «essere effettuata una atomistica considerazione di isolate disposizioni modificative del tributo, senza considerare nel suo complesso la manovra fiscale entro la quale esse trovano collocazione, ben potendosi verificare che, per effetto, di plurime disposizioni, contenute nella stessa legge finanziaria oggetto di impugnazione o in altre leggi, il gettito complessivo destinato alla finanza regionale non subisca riduzioni». 3. ¾ In prossimità dell'udienza hanno depositato memoria entrambe le parti costituite.