[pronunce]

3.- In prossimità dell'udienza pubblica, i ricorrenti nel giudizio a quo e il resistente Comune di Bellona hanno presentato memorie, con le quali illustrano le rispettive conclusioni. 3.1.- I ricorrenti sostengono, citando alcune pronunce del Consiglio di Stato e del Consiglio di giustizia amministrativa per la Regione siciliana, che le controversie in materia di operazioni elettorali sono oggetto di giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo, in quanto esse attengono a posizioni giuridiche soggettive aventi natura di diritti soggettivi: il diritto in questione sarebbe quello dei candidati e degli altri soggetti legittimati «ad ottenere che i risultati elettorali cosituiscano una libera e fedele rappresentazione della volontà del corpo elettorale». Ne consegue - a loro avviso - che al giudizio amministrativo elettorale devono applicarsi le disposizioni dell'art. 35 del decreto legislativo 31 marzo 1998, n. 80 (Nuove disposizioni in materia di organizzazione dei rapporti di lavoro nelle amministrazioni pubbliche, di giurisdizione nelle controversie di lavoro e di giurisdizione amministrativa, emanate in attuazione dell'articolo 11, comma 4, della L. 15 marzo 1997, n. 59) - come modificato dall'art. 7 della legge 21 luglio 2000, n. 205 (Disposizioni in materia di giustizia amministrativa) -, il quale, al comma 3, prevede che il giudice amministrativo, nelle controversie devolute alla sua giurisdizione esclusiva, «può disporre l'assunzione dei mezzi di prova previsti dal codice di procedura civile, nonché della consulenza tecnica d'ufficio, esclusi l'interrogatorio formale e il giuramento». I ricorrenti sostengono, inoltre, in via subordinata, che la giurisdizione amministrativa in materia ha natura di "giurisdizione di merito”, atteso che il giudice ha il potere non solo di annullare le operazioni elettorali, ma anche di rettificarne i risultati. Ne consegue che nelle controversie de quibus è applicabile l'art. 27 del r.d. n. 642 del 1907, il quale consente al giudice amministrativo, nei casi in cui esercita giurisdizione di merito, di assumere ogni mezzo istruttorio che possa «condurre alla scoperta della verità». Pertanto, vuoi che si tratti di giurisdizione esclusiva vuoi che si tratti di giurisdizione di merito, la prova testimoniale - affermano i ricorrenti - è senz'altro ammissibile nel giudizio amministrativo elettorale. Ove si ritenga, invece, che le controversie in materia di operazioni elettorali, in quanto investirebbero posizioni di interesse legittimo, ricadono nella giurisdizione generale di legittimità, non può non ravvisarsi - deducono i ricorrenti - l'illegittimità costituzionale dell'art. 83/11 del d.P.R. n. 570 del 1960, nella parte in cui non consente in dette controversie l'assunzione della prova testimoniale. La norma sarebbe, innanzitutto, in contrasto con l'art. 3 Cost., poiché non è giustificato, come osservato dal giudice rimettente, il trattamento deteriore riservato a coloro che ricorrono al giudice amministrativo (quanto alle controversie in materia di operazioni elettorali) rispetto a coloro che adiscono il giudice ordinario (quanto alle controversie in materia di eleggibilità e incompatibilità). Infatti, la Corte costituzionale, con la sentenza n. 146 del 1987, nel dichiarare l'illegittimità costituzionale dell'art. 44, primo comma, del r.d. n. 1054 del 1924, dell'art. 26 del r.d. n. 642 del 1907, e dell'art. 7, primo comma, della legge n. 1034 del 1971, nella parte in cui, nelle controversie di impiego dei dipendenti dello Stato e di enti riservate alla giurisdizione esclusiva amministrativa, non consentono l'esperimento dei mezzi istruttori previsti negli artt. 421, secondo, terzo e quarto comma, 422, 424 e 425 cod. proc. civ. , non ha operato alcuna distinzione tra controversie in materia di diritti soggettivi e controversie in materia di interessi legittimi, rendendo esperibili detti mezzi istruttori anche quando si tratta di interessi legittimi. In secondo luogo, i ricorrenti osservano che, nel giudizio in esame, al giudice è attribuito, dall'art. 84 del d.P.R. n. 570 del 1960, non solo il potere di annullare totalmente o parzialmente le operazioni elettorali, ma anche quello di correggere, in caso di accoglimento del ricorso, il risultato delle elezioni e di sostituire ai candidati illegalmente proclamati eletti coloro che hanno diritto di esserlo, sicché in un giudizio siffatto non possono bastare i limitati poteri istruttori della giurisdizione di legittimità, tanto più che la tutela giurisdizionale è la sola tutela contemplata nella materia de qua, non essendo esperibile il ricorso straordinario al Presidente della Repubblica, né l'annullamento d'ufficio. La norma impugnata, pertanto, è in contrasto con l'art. 24 Cost., poiché pregiudica il diritto di difesa del ricorrente, non consentendo un compiuto accertamento dei vizi da lui denunciati. Infine, come rilevato dal giudice rimettente, l'acquisizione di mezzi di prova preclusi nel giudizio elettorale, facendo ricorso a processi da incardinare davanti ad altre giurisdizioni, comporterebbe la violazione del principio di ragionevole durata del processo, sancito dall'art. 111 Cost. In conclusione, i ricorrenti chiedono dichiararsi l'ammissibilità, secondo l'ordinamento vigente, della prova testimoniale nel giudizio amministrativo elettorale e, in subordine, dichiararsi l'illegittimità costituzionale dell'art. 83/11 del d.P.R. n. 570 del 1960, nella parte in cui «non derogando ai sistemi probatori ordinari del giudizio avanti alle magistrature amministrative, limita, nel giudizio elettorale, alle sole risultanze documentali i poteri istruttori fruibili per la definizione del merito». 3.2.- Il resistente Comune di Bellona eccepisce, in primo luogo, l'irrilevanza della questione rispetto al giudizio a quo. Ritiene, infatti, non condivisibile l'affermazione del giudice rimettente, secondo cui l'omessa verbalizzazione dell'anticipata apertura dell'urna elettorale e di alcune schede votate non integra gli estremi del falso ideologico. In proposito, osserva che secondo la giurisprudenza penale l'incompletezza di un'attestazione contenuta in un atto pubblico dà luogo a falsità ideologica ogni qual volta il contesto espositivo dell'atto sia tale da far assumere all'omissione dell'informazione relativa a un determinato fatto il significato della negazione della sua esistenza.