[pronunce]

Se la sopravvenuta modifica normativa è stata riconosciuta dal Presidente del Consiglio dei ministri pienamente satisfattiva delle proprie pretese - venendo, con ciò, in essere la prima delle due condizioni che la giurisprudenza di questa Corte richiede quali requisiti per la declaratoria di cessazione della materia del contendere (ex plurimis, ordinanza n. 208 del 2013) -, l'assenza di qualsiasi indicazione (non essendosi, tra l'altro, costituita la Regione resistente) circa la mancata applicazione medio tempore della norma censurata induce a ritenere non provato tale ulteriore requisito per l'indicata declaratoria, anche in considerazione del tempo di vigenza della norma abrogata (ex plurimis, sentenza n. 272 del 2013). Per decidere la questione, è utile premettere alcune considerazioni circa lo stato della legislazione e della giurisprudenza di questa Corte con riguardo ai profili evocati dal ricorrente, che si possono in tal modo sintetizzare: a) esistenza di norme interposte espressive di un principio di intrasferibilità assoluta di risorse tra spese obbligatorie e discrezionali; b) automatica incidenza negativa di tale trasferimento sull'equilibrio di bilancio tutelato dall'art. 81, quarto comma, Cost.; c) incidenza causale di tale operazione sull'equilibrio di cassa dell'ente che la pone in essere. 3.1.- Il profilo sub a) comporta, a sua volta, l'intrecciarsi di due distinte questioni: se una norma regionale di contabilità possa essere considerata norma interposta nella materia del coordinamento della finanza pubblica e se esista nell'ordinamento contabile un principio di intrasferibilità assoluta tra spese obbligatorie e spese discrezionali. Quanto alla prima, è da escludere che una disposizione di contabilità regionale - come quella evocata nella fattispecie - possa, di per sé, essere considerata norma interposta utile a scrutinare altre norme regionali dello stesso rango. Al massimo, una norma di contabilità regionale può essere riproduttiva di un principio ricavabile direttamente da una norma di rango costituzionale o, in via di specificazione, da una disposizione interposta statale. Ad avviso del ricorrente, questa relazione si verificherebbe tra la norma regionale evocata (art. 27 della legge reg. Abruzzo n. 3 del 2002) e l'art. 34, comma 1, del d.lgs. n. 76 del 2000, in un contesto espressivo di un principio di coordinamento della finanza pubblica. Tuttavia, come il significato letterale della norma statale testimonia - «1. La legge regionale disciplina la formazione e la struttura del bilancio della regione, e le procedure di gestione del bilancio medesimo, in conformità ai principi del presente decreto, ai sensi dell'articolo 119 della Costituzione» -, detta disposizione è il fondamento non tanto di un coordinamento finalizzato a guidare in modo omogeneo la morfologia e la gestione dei conti degli enti territoriali, bensì il parametro legittimante l'autonomia finanziaria degli stessi, che può essere consentita soltanto entro i limiti fissati dai principi generali della materia di contabilità pubblica. Chiariti i termini della prima questione, occorre considerare - in relazione alla seconda - che non vi è nella legislazione statale un principio di intrasferibilità assoluta tra spese obbligatorie e discrezionali. In realtà, con legge regionale «si possono sempre operare gli storni da un capitolo all'altro di bilancio, quando nel capitolo vi sia una eccedenza di stanziamento» (sentenza n. 17 del 1961) e le variazioni attinte da partite di spesa di natura obbligatoria sono sempre possibili «una volta che il titolo di una determinata spesa sia venuto meno [e, conseguentemente,] si possa procedere ad un differente utilizzo delle relative disponibilità. Del resto [...] la copertura delle nuove spese [può] rinvenirsi anche mediante riduzione di precedenti autorizzazioni legislative di spesa [...] a seguito del venir meno del [relativo] capitolo di bilancio» (sentenza n. 244 del 1995). Ciò non comporta, peraltro, una sorta di deregolamentazione delle variazioni di bilancio in corso di esercizio. Molte norme espressive di principi inderogabili sono contenute nella legislazione statale di settore ed in particolare nella legge 31 dicembre 2009, n. 196 (Legge di contabilità e finanza pubblica), la quale non si limita a disciplinare nel dettaglio la copertura della spesa nell'ambito del bilancio statale, ma contiene principi e metodologie vincolanti anche per gli enti del settore pubblico (art. 19). Così, ad esempio, dal combinato disposto degli artt. 21, comma 6, e 33, comma 4, della legge n. 196 del 2009 si ricava che le variazioni compensative tra dotazioni finanziarie possono avvenire nell'ambito delle spese rimodulabili, mentre non sono possibili quando l'amministrazione «non ha la possibilità di esercitare un effettivo controllo, in via amministrativa, sulle variabili che concorrono alla loro formazione, allocazione e quantificazione» (art. 21, comma 6); principio che riguarda anche le spese obbligatorie di natura fissa o predeterminate in modo inderogabile nel quantum. Analogamente, dall'art. 21, comma 6, della medesima legge si ricava anche un principio di istruttoria e di motivazione tecnica delle variazioni di bilancio «in relazione alla loro tipologia e natura». 3.2.- Con riguardo ai profili sub b) e c), inerenti alla pretesa automatica incidenza negativa della variazione sull'equilibrio di bilancio tutelato dall'art. 81, quarto comma, Cost. e sull'equilibrio di cassa dell'ente che la pone in essere, è utile ricordare che l'art. 33, comma 4, della medesima legge n. 196 del 2009 esprime il principio che le variazioni compensative tra dotazioni finanziarie sono consentite per l'adeguamento al fabbisogno nell'ambito delle spese rimodulabili «nel rispetto dell'invarianza dei saldi di finanza pubblica». 4.- Alla luce delle esposte premesse, la questione non è fondata né in riferimento all'art. 81, quarto comma, Cost., né in riferimento all'art. 117, terzo comma, Cost. in relazione al combinato degli artt. 27 della legge reg. Abruzzo n. 3 del 2002 e 34 del d.lgs. n. 76 del 2000. 4.1. - Quanto alla pretesa lesione dell'equilibrio del bilancio, non può essere configurata, nel modo automatico prospettato dal Presidente del Consiglio dei ministri, l'incidenza negativa di uno storno da un capitolo all'altro del bilancio senza collegare la censura all'eventuale assenza, nel capitolo attinto, di un'eccedenza di stanziamento sufficiente a coprire la nuova spesa deliberata (sentenza n. 17 del 1961) o alle ipotesi di carenza di istruttoria in ordine ai presupposti della variazione.