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Disposizioni in materia di contrasto al linguaggio sessista nei media. Onorevoli Senatori. – La violenza di genere è una violazione dei diritti umani tra le più diffuse al mondo: lo dichiara la Convenzione di Istanbul, approvata dal Comitato dei ministri del Consiglio d'Europa nel 2011 e ratificata dall'Italia nel 2013, che condanna « ogni forma di violenza sulle donne e la violenza domestica » e riconosce il raggiungimento dell'uguaglianza come elemento chiave per prevenire la violenza. Per ogni forma di violenza si intende anche la violenza verbale. Quotidianamente le donne vengono sminuite, ghettizzate, denigrate, ridicolizzate, insultate sulle pagine dei giornali, nei siti web e nei social network , nelle radio, in televisione. Troppo spesso le pubblicità presentano le donne come mero oggetto sessuale oppure come persone dedite principalmente alle faccende domestiche. Perfino il linguaggio della burocrazia ufficiale affida alle donne il compito di spalla degli uomini. In televisione e nei generi mediali di intrattenimento, rappresentazioni che mercificano il corpo e sviliscono l'intelletto vengono fatte passare per moderne e progressiste o vengono giustificate con la retorica della libertà di scelta. Difficilmente, tuttavia, può darsi libertà di scelta se il novero dei ruoli femminili proposti dai media è limitato e se il modello sociale di successo che viene presentato alle bambine e alle adolescenti (la popolazione femminile più influenzabile, perché non ancora in possesso per ragioni anagrafiche degli strumenti critici necessari) è quello della soubrette , della fidanzata del calciatore, della « tronista » o della influencer. Molti contenuti mediali hanno fatto dell'apparire la loro linea editoriale e della donna cui non è richiesta l'intelligenza la loro icona. Anche le forme mediali dedicate all'informazione (tra cui i media tradizionali e i blog ) proiettano un'immagine sessista del genere femminile. Il diritto di cronaca non può trasformarsi in un abuso. Ogni giornalista è tenuto al rispetto della verità sostanziale dei fatti. Non deve cadere in morbose descrizioni o indugiare in dettagli superflui, violando norme deontologiche e trasformando l'informazione in sensazionalismo. Non è più tollerabile che ancora oggi quasi la metà degli italiani sia convinta che gli stupri siano causa dell'abbigliamento sbagliato che le donne indossano. La narrazione mediatica, però, favorisce proprio tale pensiero. Il rapporto tra immagine femminile e discriminazione permea aspetti intrinsecamente connessi alla vita lavorativa, sociale, economica, politica e religiosa, in quanto attiene alla concezione della donna e alle sottese diramazioni che sfociano e nutrono l'immaginario collettivo. La rappresentazione sessista della donna trasmessa dai media e dalla pubblicità incide soprattutto sulle giovani generazioni. Lo mostrano i risultati delle ricerche che hanno analizzato i processi psicologici di oggettivazione e di auto-oggettivazione. Pubblicità e media presentano il corpo femminile come mero oggetto sessuale, esistente per l'uso e il piacere altrui. Nel processo di oggettivazione, il corpo femminile perde la sua integrità, viene minimizzato ad alcune sue parti, rappresentate come elementi separati dalla persona, ridotte alla funzione di meri strumenti, e l'immagine femminile viene privata di individualità e personalità. I processi di oggettivazione causano, a loro volta, processi di auto-oggettivazione, nei quali si interiorizza la prospettiva dell'osservatore esterno. L'auto-oggettivazione, frequente soprattutto nelle preadolescenti, nelle adolescenti, nelle donne giovani, si manifesta attraverso un'ossessiva attenzione al corpo, provoca manifestazioni di ansia e aumento di emozioni negative – in primis vergogna, ma anche senso di colpa –, riduce la consapevolezza dei propri stati interni. Purtroppo, provoca anche conseguenze molto serie sul benessere psico-fisico delle persone che la subiscono; è infatti correlata a un aumento dei disturbi depressivi, delle disfunzioni sessuali, dei disordini alimentari. Nel 2007, anno europeo delle pari opportunità, grazie alle sollecitazioni dell'Unione europea, la Presidenza del Consiglio dei ministri (Dipartimento della funzione pubblica e Dipartimento per le pari opportunità), con la direttiva « Misure per attuare parità e pari opportunità tra uomini e donne nelle amministrazioni pubbliche », ha richiamato le amministrazioni pubbliche ad utilizzare in tutti i documenti di lavoro (relazioni, circolari, decreti, regolamenti eccetera) un linguaggio non discriminatorio e a curare, in tal senso, la formazione e l'aggiornamento del personale, ivi compreso quello con qualifica dirigenziale. Sul piano internazionale, a livello istituzionale, si segnalano alcuni interventi. In primo luogo, quello del Consiglio d'Europa, il cui Comitato dei ministri ha adottato, il 21 febbraio 1990, la raccomandazione n. R (90) 4 sull'eliminazione del sessismo nel linguaggio, con cui raccomanda agli Stati membri di « promuovere l'uso di un linguaggio che rispecchi il principio della parità tra l'uomo e la donna e di prendere tutte le misure che ritengano opportune al fine di (...) far sì che la terminologia usata nei testi giuridici, nella pubblica amministrazione e nell'istruzione sia in armonia con il principio della parità tra i sessi ». In secondo luogo, quello dell'Unesco, che nel 1999 ha emanato le proprie linee guida per un linguaggio neutro dal punto di vista del genere, nelle quali si invita a evitare l'utilizzo di termini « che possono dare l'impressione che le donne non siano prese (sufficientemente) in considerazione (“il candidato”), le parole che escludono le donne (“i politici”), i termini che escludono gli uomini (“le infermiere”), le formule che riflettono una visione stereotipata dei ruoli di genere (“i delegati e le loro mogli”) ». Più recentemente, il Parlamento europeo, il 17 aprile 2018, ha votato una risoluzione sulla parità di genere nel settore dei media nell'Unione europea (2017/2210(INI)), in cui ha riconosciuto gli aspetti di socializzazione di genere, argomentando che la pubblicità è una componente dell'economia di mercato che, a causa della sua pervasività, ha un'innegabile influenza sul comportamento dei cittadini e sulla formazione delle loro opinioni. Nella risoluzione si legge: « che i media agiscono come un quarto potere, hanno la capacità di influenzare e in definitiva plasmare l'opinione pubblica; che i mezzi di comunicazione sono uno dei cardini delle società democratiche e che, in quanto tali, hanno il dovere di garantire la libertà d'informazione, la diversità di opinione e il pluralismo dei media, di promuovere il rispetto della dignità umana e di lottare contro tutte le forme di discriminazione e di disuguaglianza, anche presentando modelli di ruoli sociali diversificati; che, pertanto, occorre sensibilizzare le organizzazioni nel settore dei media; considerando che la quarta Conferenza mondiale sulle donne, tenutasi a Pechino nel 1995, ha riconosciuto l'importanza del rapporto tra le donne e i media per conseguire la parità tra uomini e donne e ha integrato due obiettivi strategici nella piattaforma d'azione di Pechino: a) accrescere la partecipazione delle donne e permettere loro di esprimersi e di accedere ai processi decisionali nei media e nelle nuove tecnologie di comunicazione e attraverso di essi; b) promuovere una rappresentazione equilibrata e non stereotipata delle donne nei media;