[pronunce]

prevede l'esigenza che l'avviso di vendita contenga l'indicazione (evidentemente, attuale) della destinazione urbanistica del terreno risultante dal certificato (comma quarto) e che al decreto di trasferimento sia «allegato il certificato di destinazione urbanistica […] che conserva validità per un anno dal suo rilascio o, in caso di scadenza, altro certificato sostitutivo» (comma ottavo). Rilevato, dunque, che la “validità” del certificato è subordinata dalla legge alla duplice condizione della sua anteriorità non superiore ad un anno e della dichiarazione dell'alienante che non sono intervenute modificazioni degli strumenti urbanistici, è evidente che, anche quando è prodotto dal creditore procedente, il certificato in questione – in quanto, ovviamente, privo della “dichiarazione dell'alienante” (id est del debitore) – non è idoneo ad assolvere pienamente alla funzione sua propria, ma soltanto a quella di fornire precari elementi conoscitivi che necessitano di costanti, successivi aggiornamenti fino al decreto di trasferimento, al quale la norma ne prescrive l'allegazione (in ossequio a quanto è previsto, a pena di nullità, per gli atti tra vivi: art. 30, comma 2, del d.P.R. n. 380 del 2001). Peraltro, è evidente che, essendo la destinazione urbanistica del terreno (censito al catasto terreni o, se costituente pertinenza di un edificio censito nel nuovo catasto edilizio urbano, di superficie superiore a cinquemila metri quadri) rilevante ai fini della determinazione del valore dell'immobile (art. 568 cod. proc. civ.), non può l'esperto nominato dal giudice dell'esecuzione (né il giudice stesso) prescindere dall'acquisire autonomamente conoscenza di tale destinazione. 2.6. – Le considerazioni fin qui svolte – con riguardo alle norme ratione temporis applicabili nel giudizio a quo – sono confortate dalle innovazioni che, in questa materia, ha introdotto recentemente l'art. 2 del decreto-legge 14 marzo 2005, n. 35 (Disposizioni urgenti nell'ambito del Piano di azione per lo sviluppo economico, sociale e territoriale) come modificato dalla legge di conversione 14 maggio 2005, n. 80 (Conversione in legge, con modificazioni, del d.l. 14 marzo 2005, n. 35, recante disposizioni urgenti nell'ambito del Piano di azione per lo sviluppo economico, sociale e territoriale. Deleghe al Governo per la modifica del codice di procedura civile in materia di processo di cassazione e di arbitrato nonché per la riforma organica della disciplina delle procedure concorsuali). Se è vero, infatti, che il legislatore non ha risolto l'antinomia insita nell'art. 567 cod. proc. civ. , è anche vero che – sia pur rendendo meno iugulatori i termini perentori previsti per il deposito della documentazione – esso ne ha confermato la ratio, quale sopra si è individuata, di impedire che il mancato deposito della documentazione indispensabile per l'ulteriore svolgimento della procedura ne consenta la inerte pendenza sine die. Depongono in tal senso non solo e non tanto le norme nelle quali si ribadisce che l'avviso di vendita deve contenere l'indicazione (evidentemente, attuale) della destinazione urbanistica del terreno (art. 173-quater disp. att. cod. proc. civ.) e che al decreto di trasferimento, se previsto dalla legge, deve essere allegato il certificato di destinazione urbanistica dell'immobile (art. 591-bis), quanto la nuova formulazione dell'art. 569 cod. proc. civ. e l'analitica descrizione del compito dell'esperto, contenuta nell'art. 173-bis disp. att. cod. proc. civ. : norme, queste ultime, con le quali si chiarisce che la determinazione del valore dell'immobile deve sempre essere affidata ad un esperto, il quale deve provvedere alla «identificazione del bene, comprensiva dei confini e dei dati catastali» e deve, tra l'altro, quantificarne il valore dopo aver proceduto alla «verifica della regolarità edilizia e urbanistica del bene» (formula che presuppone, come logicamente pregiudiziale rispetto alla “verifica della regolarità urbanistica”, l'accertamento della destinazione urbanistica del terreno). 3. – In conclusione, deve essere dichiarata infondata la questione di legittimità costituzionale sollevata dal giudice a quo, in quanto essa sollecita una pronuncia che, al fine di risolvere una contraddizione interna dell'art. 567 cod. proc. civ. , estenderebbe ad un'ipotesi (quella in cui il creditore sia ricorso all'opera del notaio) – ragionevolmente disciplinata, ai fini dell'estinzione – quanto previsto, ma in contrasto con la ratio di tale istituto, per l'altra ipotesi di creditore che non si avvalga dell'opera del notaio: laddove anche tale ultima ipotesi, sulla base di una lettura sistematica della disciplina in questione (a fortiori, ciò vale per quella introdotta dal legislatore nel 2005), può essere interpretata in modo che – escludendosi la dichiarabilità dell'estinzione per la mancata produzione dell'estratto delle mappe censuarie e del certificato di destinazione urbanistica – sia risolto ogni contrasto con i principî costituzionali. È appena il caso di rilevare che, non potendo imputarsi alla norma censurata l'irragionevolezza lamentata dal ricorrente, ancor meno essa è censurabile in riferimento all'art. 111 Cost., dal momento che (a prescindere da altri rilievi) la mancata produzione dell'estratto delle mappe censuarie e del certificato di destinazione urbanistica non determina affatto «una quiescenza sine die della procedura d'espropriazione».. per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE dichiara non fondata la questione di legittimità costituzionale dell'articolo 567, commi secondo e quarto, del codice di procedura civile sollevata, in riferimento agli articoli 3 e 111 della Costituzione, dal Tribunale di Caltanissetta con l'ordinanza in epigrafe. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 28 settembre 2005. F.to: Piero Alberto CAPOTOSTI, Presidente Romano VACCARELLA, Redattore Giuseppe DI PAOLA, Cancelliere Depositata in Cancelleria il 7 ottobre 2005. Il Direttore della Cancelleria F.to: DI PAOLA