[ddlpres]

Pertanto, con decreto ministeriale 18 maggio 2004, n. 150, il Ministro dell'economia e delle finanze ha emanato un nuovo regolamento che ha recepito gli indirizzi dettati nelle predette sentenze della Corte costituzionale. Altro rilevante intervento normativo è stata la legge 28 dicembre 2005, n. 262, cosiddetta «legge sul risparmio» che ha introdotto il divieto per le fondazioni di esercitare il diritto di voto nelle assemblee ordinarie e straordinarie delle società bancarie conferitarie e delle altre società non strumentali da esse partecipate per le azioni eccedenti il 30 per cento del capitale rappresentato da azioni aventi diritto di voto nelle medesime assemblee. Sono state escluse dall'applicazione di questa disposizione le fondazioni con patrimonio netto contabile risultante dall'ultimo bilancio approvato non superiore a 200 milioni di euro, nonché quelle con sedi operative prevalentemente in regioni a statuto speciale. In tema di incompatibilità è intervenuto, nel prosieguo, l'articolo 52 del decreto-legge 31 maggio 2010, n. 78, convertito, con modificazioni, dalla legge 30 luglio 2010, n. 122, che ha ripristinato il divieto per i soggetti svolgenti funzioni di amministrazione, direzione o controllo nelle fondazioni bancarie di svolgere medesime funzioni nelle società bancarie conferitarie e/o in società da queste controllate o partecipate. Al riguardo, l'articolo 27- quater del decreto-legge 24 gennaio 2012, n. 1 (convertito con la legge 24 marzo 2012, n. 27), ha esteso tale incompatibilità all'esercizio di cariche nelle società concorrenti della banca conferitaria o di società del suo gruppo. Una norma di analogo tenore è stata prevista dall'articolo 36 del decreto-legge 6 dicembre 2011, n. 201, convertito, con modificazioni, dalla legge 22 dicembre 2011, n. 214, per i titolari di cariche negli organi gestionali, di sorveglianza e di controllo e per i funzionari di vertice di imprese o gruppi di imprese operanti nei mercati del credito, assicurativi e finanziari. Infine, si segnala che l'articolo 52 del decreto-legge n. 78 del 2010 ha chiarito che il controllo di legittimità sulle fondazioni di origine bancaria è attribuito al Ministero dell'economia e delle finanze fino a quando, nell'ambito di una riforma organica delle persone giuridiche private di cui al titolo II del libro primo del codice civile, non verrà istituita una nuova apposita autorità. Le fondazioni che manterranno direttamente o indirettamente il controllo sulle società bancarie rimarranno sottoposte alla vigilanza del Ministero dell'economia e delle finanze anche successivamente all'istituzione della nuova autorità. Esaminato il quadro normativo di riferimento, da cui pur si desume una chiara tendenza a svincolare l'istituto bancario privato da forme di controllo e/o condizionamento delle fondazioni bancarie e di organismi politici (e/o di derivazione politica), è parso opportuno verificare se, in concreto ed in quali casi, le fondazioni abbiano conservato un potere di diretta incidenza sulle dinamiche dell'attività bancaria vera e propria. Ad oggi, secondo fonti dell'Associazione di fondazioni e casse di risparmio italiane (A.C.R.I.), su 88 fondazioni, 22 non hanno più alcuna partecipazione nella banca originaria, 53 hanno partecipazioni minoritarie in società bancarie appartenenti a 15 diversi gruppi bancari, mentre altre 13, di minori dimensioni, mantengono una quota di maggioranza alla luce della deroga introdotta dall'articolo 4 del decreto-legge 24 giugno 2003, n. 143, convertito, con modificazioni, dalla legge 1° agosto 2003, n. 212. La presenza delle fondazioni nei tre maggiori gruppi bancari è pari al 14 per cento in Unicredit, in cui sono presenti 14 fondazioni, al 27 per cento in Intesa San Paolo, quota detenuta da 16 fondazioni, ed al 33,5 per cento MPS, da parte dell'omonima ed unica fondazione. È evidente quindi che già sulla base di tale prima analisi il caso Monte dei Paschi si è rivelato come quello di maggiore preoccupazione in ordine al profilo del possibile condizionamento esercitabile dalla fondazione sulla società che gestisce l'azienda bancaria, poiché la fondazione possiede unitariamente una partecipazione di significativa rilevanza, di valore sproporzionatamente più alto rispetto a quello ordinario delle altre fondazioni, ed è l'unica nel nostro Paese a controllare, di fatto, la propria banca di riferimento. Ulteriormente grave è l'anomalia legata alla composizione dell'organo di indirizzo della fondazione che, nonostante le statuizioni della Corte costituzionale del 2003 (e prima della modifica statutaria introdotta recentemente in seguito all'esplosione del caso MPS) si è ininterrottamente caratterizzata per la netta prevalenza degli enti locali territoriali. Nel caso MPS, quindi, diversamente dal modello normativo che ha inteso rendere autonoma la società bancaria privata dalle fondazioni e prevenire collegamenti con organismi di stampo politico, si è, invece, consolidato nel tempo, un intreccio «strutturale» fra politica ed attività bancaria, che ha consentito una presenza decisiva di espressioni politiche nella gestione della banca senese, causa di inevitabili distorsioni. È parso dunque necessario interrogarsi su quale sia stato il ruolo effettivo della Fondazione rispetto al dissesto finanziario dell'istituto bancario, atteso che le attività che in teoria la Fondazione avrebbe dovuto svolgere, vale a dire la realizzazione di opere di utilità sociale, sono rimaste di fatto incompiute, anche alla luce del grave deficit di bilancio in cui la Fondazione è incorsa. Giova rammentare, infatti, che la Fondazione ha chiuso il bilancio consuntivo 2012, il diciottesimo dal conferimento della società per azioni bancaria, con un disavanzo negativo pari a 193,7 milioni di euro (nel 2011 il disavanzo era già di 331,7 milioni). Parimenti, la Banca MPS ha chiuso il 2012 con una pesante perdita pari a 3,7 miliardi di euro, che si sono aggiunti ai 4,6 miliardi di deficit del 2011. Ebbene, alle radici della crisi vi è stata l'acquisizione di Antonveneta dal Banco Santander per 9,3 miliardi di euro, oltre ad un miliardo di oneri aggiuntivi, a cui si sono sommati 8 miliardi di euro di debiti che MPS dovette saldare in tempi rapidi, senza poter attendere la restituzione dei corrispettivi crediti da parte del mercato, e per i quali chiese anche un prestito di 5 miliardi di euro alla stessa banca spagnola. Una vicenda su cui attualmente le inchieste giudiziarie intendono far luce. L'istituto ha cercato di coprire le perdite con complesse operazioni finanziarie speculative, dagli esiti tutt'altro che positivi. Nel 2005 MPS ha acquistato 400 milioni di euro di bond «Alexandria», titoli complessi e di natura particolarmente rischiosa tant'è che sono stati travolti dalla crisi finanziaria conseguente al fallimento della società americana Lehman Brothers. In seguito, MPS ha tentato di recuperare i 220 milioni di perdite derivanti dalla precedente operazione cedendo i bond al Gruppo giapponese Nomura ed acquistando 3 miliardi di euro di Btp trentennali finanziati dal medesimo Gruppo.