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A dimostrazione che parlare di federalismo è cosa diversa dal volere il federalismo e dall’agire con convinzione e determinazione per cambiare il sistema-Paese, il disegno di riforma, la cosiddetta «Devoluzione» fu respinta con il referendum confermativo del 25 e 26 giugno 2006. La campagna per votare «no» fu orchestrata da quelle stesse forze politiche che, a parole, si dichiarano a favore del federalismo. In questa legislatura, l’obiettivo di arrivare al cambiamento è stato perseguito con altri progetti di legge riguardanti, tra le altre, la riforma delle autonomie locali, la cosiddetta «Carta delle Autonomie» e con proposte inerenti la riduzione del numero dei componenti la Camera dei deputati e il Senato della Repubblica. In questa legislatura, il processo di riforma del Paese in ottica federale, ha avuto una evoluzione positiva con l’approvazione della legge 5 maggio 2009, n. 42, in materia di federalismo fiscale e dei relativi decreti legislativi attuativi. Con il federalismo fiscale, infatti, si interviene sull’assetto dei rapporti finanziari tra Stato, regioni ed enti locali modificando in profondità il modello che ha regolato, fino ad ora, il finanziamento degli enti territoriali, al fine di rendere migliore il funzionamento delle amministrazioni, la qualità della spesa e gli equilibri di finanza pubblica. La riforma prevede il superamento definitivo della «finanza derivata», con l’attribuzione a comuni, province, città metropolitane e regioni di autonomia di entrata e di spesa. Un sistema innovativo nel quale, superati i trasferimenti, le risorse finanziarie derivano da tributi ed entrate propri, da compartecipazioni al gettito di tributi erariali e dal fondo perequativo per i territori a minore capacità fiscale. Con l’introduzione del federalismo fiscale è stato avviato un cambiamento epocale che segna una netta inversione di rotta. Il federalismo fiscale non troverà mai, però, la sua piena attuazione senza che vi sia una riforma istituzionale della Repubblica in senso federale. L’idea di una macroregione del Nord, che si configuri come una federazione infraregionale sul piano interno, ha una lunga storia nella cultura politica e istituzionale di questo Paese ed è una prerogativa esclusiva della Lega Nord, movimento politico nato per rappresentare e tutelare gli interessi del Grande Nord. È legittimata -- nella sostanza -- dall’unità organica delle comunità volontarie territoriali della valle del Po. Unità che ha, oggi, anzitutto una dimensione economico-produttiva e fiscale: la capacità produttiva e la schiavitù fiscale sono due elementi essenziali. Ma su di essa insiste anche una forte omogeneità in termini di mentalità collettiva, di modelli di cultura e di comportamento, di storia, usi, costumi e tradizioni civiche, che risalgono al XIII secolo, cioè all’età comunale. La Questione settentrionale -- da intendersi per quello che è, non già letta attraverso la lente deformante del meridionalismo o del centralismo romano -- e la sua soluzione in un progetto aggregativo che parta dal basso e configuri la macroregione del Grande Nord è una costante della storia della Repubblica e riemerge, come se fosse un torrente carsico, circa ogni quarto di secolo. Affrontare questo tema significa anzitutto fare i conti con il pensiero di Gianfranco Miglio. I primi a parlarne, all’indomani della Seconda guerra mondiale, furono i giovani animatori -- tra i quali Gianfranco Miglio -- del movimento comasco «Il Cisalpino», guidati dal professore della Cattolica di Milano Tommaso Zerbi, che pubblicavano un «settimanale federalista nazionale». Sin dal primo numero il loro orientamento era molto chiaro: cantoni, non regioni era il titolo dell’articolo di spalla alla notizia della Liberazione della valle del Po il 27 aprile 1945. Su «Il Cisalpino», foglio deliberatamente ispirato al programma elaborato da Carlo Cattaneo nella notte del 17 marzo 1848, all’inizio delle Cinque giornate. Il leader dell’insurrezione di Milano aveva infatti in animo di pubblicare un giornale per annunciare la nascita della nuova Lombardia repubblicana (la Repubblica cisalpina), che si configurava come uno Stato autonomo e libero, democratico e indipendente. Il movimento cisalpino -- che pubblicava un settimanale «federalista nazionale» -- nasceva per contrastare il nazionalismo fascista. Come scriveva l’allora ventisettenne Gianfranco Miglio, il nazionalismo fascista era stato «il cavallo di Troia per mezzo del quale l’assolutismo dittatoriale aveva superato le mura delle garanzie costituzionali e aveva distrutto lo Stato democratico». Nasceva soprattutto per tutelare gli interessi dell’Italia settentrionale, sino a quel momento considerata «una monumentale mucca da mungere» ovvero «il Paese di Bengodi». Si trattava delle perverse dinamiche di una politica «verniciata di tricolore». I meridionali infatti «si convinsero anzitutto di avere diritto a ricevere dal settentrione tutto quanto loro occorreva e di avere, perciò, il dovere di sostenere le vedute "unitarie" del governo». Una repubblica federale sarebbe stata la risposta più efficace: questo era l’auspicio degli animatori del movimento cisalpino, in cui militava il giovane e promettente studioso Gianfranco Miglio. Lo si intuiva bene da un editoriale intitolato «Unità e federazione». Al posto dell’articolazione regionale decentrata dello Stato, gli aderenti al movimento proponevano una suddivisione del territorio della Penisola su base cantonale, secondo il modello elvetico, con la costituzione di un cantone cisalpino che racchiudeva tutta la valle del Po, compresa l’Emilia «La Liguria, il Piemonte, la Lombardia, l’Emilia e le Tre Venezie, ossia tutta l’Italia settentrionale costituisce un’armonica unità geografica, economica, etnica e spirituale, ben degna di governare sé stessa». La capitale cantonale sarebbe stata Milano, baricentro della Val padana. E tuttavia, nel breve volgere di pochi mesi assai «misteriosamente» il nordismo di Zerbi si sbiadì: «Il Cisalpino» chiuse i battenti ed egli aderì alla Democrazia cristiana per essere poi eletto deputato all’Assemblea costituente e diventare sottosegretario al Bilancio nel settimo governo De Gasperi. Al contrario, Miglio rimase -- e per tutta la sua vicenda culturale e intellettuale -- fedele sino in fondo, al progetto politico del Cisalpino e alla prospettiva cantonale derivante dalla scomposizione e dalla nuova articolazione, su base macroregionale, del Paese. Tale profondo convincimento migliano si traduceva nel costante e ostinato richiamo al modello funzionale, sotto il profilo politico e amministrativo, dell’ordine politico svizzero, imperniato sulle comunità territoriali cantonali, libere e autonome, sin dal patto eterno confederale stipulato il 1° agosto del 1291 sul prato del Grütli, che si affaccia sul Lago dei Quattro Cantoni, tra Uri, Schwyz e Unterwalden. Massima garanzia di libertà, autonomia e autogoverno dei popoli: il cantone -- per i Cisalpini -- è « un razionale spazio geofisico, economicamente e demograficamente individuato e costituito di unità capace di fornire materia per una vita politico-amministrativa autonoma e fattiva, col minimo possibile di ciarpame burocratico ».