[resaula]

la violenza, qualunque essa sia, contro chiunque e per qualunque motivo, resta sempre la versione meno umana dell'uomo, quella biologicamente più vicina alla componente animale che ognuno di noi ha, quando, non avendo il bene della parola, soltanto la forza e la violenza determinano le scelte. Per noi non è così, però immagino che questo dibattito aiuti anche moltissimo le persone a curare il loro linguaggio, ad essere prudenti e consapevoli che le parole feriscono e che quindi non si possono utilizzare termini capaci di mortificare l'altro, a cui va riconosciuta la libertà di poter esistere nella complessità delle scelte affettive che ha inteso fare. Questa è già una conquista del presente dibattito: gli uni più prudenti nell'esprimere sempre e comunque il proprio pensiero, stando bene attenti che l'espressione del pensiero non rappresenti quella punta di violenza che umilia e mortifica l'altro; gli altri più convinti di una libertà di scelte che hanno fatto e della certezza che in questa inclusione saranno le proprie famiglie, a cominciare da queste, ad essere accoglienti. In questo periodo mi sono espressa diverse volte con i colleghi sui termini del disegno di legge in discussione. I senatori che seguono, con cui ci siamo scambiati idee e punti di vista, sanno come la penso e sanno che per me il punto della mediazione della legge è la conditio sine qua non per la sua approvazione. Noi abbiamo assolutamente bisogno di offrire uno strumento così. Sono talmente convinta che la mediazione debba rappresentare il punto di forza dell'intera questione che stiamo dibattendo per il rispetto delle persone nella possibilità di formulare ognuno le proprie scelte in una relazione che legittima gli uni e gli altri nelle proprie posizioni, che io stessa ho firmato il disegno di legge a prima firma della senatrice Licia Ronzulli. Si tratta, però, di un disegno di legge in cui il punto forte, che rappresenta il cuore di tutto il dibattito, ribadisce questo rifiuto della violenza e quindi rilancia l'idea di una civiltà e di una civilizzazione che mi piace chiamare, come faceva Paolo VI, la civiltà dell'amore in senso profondo. Che noi possiamo avere delle perplessità (e mi riferisco a una parte anche significativa non solo dell'area del mondo cattolico) è veramente un senso comune anche diffuso. Noi possiamo difendere l'assoluta libertà di due ragazzi o di due ragazze di stare insieme e di dare a questa relazione tutte le caratteristiche e la connotazione previste sotto il profilo anche della loro sessualità; proprio questo rispetto per la libertà suscita in molti di noi moltissime perplessità a che questa scelta libera abbia un coinvolgimento importante nell'asse generazionale. Voi tutti sapete, anche se la legge non lo afferma così espressamente, che tutte le perplessità e le preoccupazioni emerse sono sorte in ordine ai figli, ai più giovani, ai piccoli, anche quando parliamo del famoso articolo 7, che preoccupa nella misura in cui quella che dovrebbe essere un'indicazione all'inclusione, all'accoglienza e anche al rispetto reciproco possa tradursi in un indottrinamento. Non possiamo essere accusati di inventare le cose e per questo cito tre esempi. In primo luogo, in genere su questi argomenti dei diritti civili la società anglosassone è più avanti a noi. Quando dico più avanti a noi non intendo dire meglio di noi, ma semplicemente cronologicamente più avanti a noi: accade prima lì e poi qui. Tutte le situazioni che sono state citate, anche un po' aberranti, si sono verificate in quella civiltà, ma noi sappiamo che facendo il giro lungo potrebbero arrivare da noi. Non è una paura sospesa per aria; è un'esperienza reale: sappiamo che accade prima lì e poi arriva qui, volenti o nolenti. La seconda cosa l'abbiamo vissuta tutti con i libri di testo che non sto qui a citare: è una forzatura dover considerare la diversità sessuale come un elemento intrinsecamente discriminante. Voglio citare i libri delle elementari con i pinguini, per non avere una madre e un padre, e mille esempi in cui si finisce con lo sfociare in un anonimato della sessualità. Non va bene. Ci sono state modalità di critica, se volete, non violente nei gesti ma nelle parole, quando tutti noi sappiamo che, pur nascendo con una determinata sessualità, con un determinato genere, comunque esiste un'azione forte, che è quella dell'educazione, che offre meccanismi di rinforzo. L'educazione precedente, di qualche decennio fa, aveva una serie di meccanismi di rinforzo all'identità di genere. Uso questa espressione intenzionalmente. Si cercava di coltivare nelle bambine la loro femminilità e nei maschi la loro mascolinità. Probabilmente si commettevano degli errori, ma vi era la consapevolezza che questa identità dovesse essere sostenuta attraverso meccanismi di educazione. È stata fatta una campagna quasi a tappeto per eliminare tutti i cosiddetti stereotipi di genere sul piano educativo, lasciando i bambini davanti, davvero, all'indeterminatezza del sé. Ciò non può essere assunto, in questo momento, come un'argomentazione a sostegno di questa teoria; piuttosto va preso atto, dal punto di vista educativo, che noi dobbiamo sostenere, nei modi, nei tempi, nelle circostanze, con i modelli, tutti quei processi che rafforzano nei ragazzi e nelle ragazze questa identità. Concludo, signor Presidente, e la ringrazio per questa manciata di secondi in più. Credo davvero che il disegno di legge Zan, come presentata in questo momento, non passerà. Non voglio fare una profezia, ma voglio dirvi che non può passare, perché contiene al suo interno una serie di distorsioni reali. Lavoriamo su quei punti, perché abbiamo la possibilità di farlo; non lo faremo in Commissione, pazienza. Lo faremo con gli emendamenti, che possiamo presentare fino a martedì, alle ore 12, ma leggiamoli, studiamoli, valutiamoli seriamente: sono l'unico strumento che abbiamo per migliorare il testo. Su questi emendamenti si gioca la vita della legge, se passa o no, e il messaggio forte che lanciamo ai ragazzi e alle ragazze della comunità LGBTQ+, ma anche a tutto il resto della società. Non abbiate paura: lo diciamo agli uni e agli altri. La nostra forza sarà la forza degli emendamenti e la nostra responsabilità sarà la responsabilità degli emendamenti. (Applausi) . PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Pizzol. Ne ha facoltà. PIZZOL (L-SP-PSd'Az) . Signor Presidente, colleghi, sono profondamente contraria all'approvazione di questo disegno di legge, in particolare nei confronti di alcuni articoli. Penso che ai bambini non debba assolutamente essere trasmessa l'ideologia gender ; spetta ai genitori educarli, non certo ad altri. Non siamo nell'ex Unione Sovietica, dove i bambini venivano tolti alle famiglie ed educati dal Partito. (Applausi) . I vostri desideri non vanno confusi con i diritti: sono dei capricci ideologici che limitano le libertà degli altri e per questo mi opporrò con ogni mezzo lecito ad evitare una legge siffatta, che strangola la mia libertà e quella di chi mi ha eletto e che rappresento. I bimbi hanno diritto ad un padre e una madre. Quando sono grandi vogliono sapere perché la madre biologica li ha abbandonati e soffriranno moltissimo per tutta la vita.