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al contrario, date le sue caratteristiche di bacino semichiuso, la grandissima densità abitativa che caratterizza le sue coste e la presenza di numerosi corsi d'acqua dolce che in esso sfociano, possiede tutte le caratteristiche per essere uno dei mari più colpiti. Si stima siano almeno 250 miliardi i frammenti di plastica sparsi per tutto il Mediterraneo. La centralità dell'argomento ha spinto gruppi di ricerca di numerosi Paesi che si affacciano sul mare nostrum ad intraprendere delle campagne di monitoraggio, al fine di comprendere la reale entità dell'impatto delle microplastiche sull'ambiente marino. Nel 2012 è stato condotto un esteso campionamento in tutto il Mediterraneo nord-occidentale durante i mesi estivi del 2010, concentrandosi principalmente lungo le coste italiane e francesi. In tale circostanza è stata riscontrata una concentrazione media di 0.116 frammenti/m 2 di superficie, fino ad un massimo di oltre 0.36 frammenti/m 2 al largo dell'Isola d'Elba. Tuttavia, oltre all'importanza dei numeri forniti da tale studio, è stato messo in relazione un fortissimo legame tra distribuzione delle particelle di microplastiche ed il vento. Infatti il campionamento ha subìto un'interruzione a causa del maltempo, precisamente tra il 22 ed il 25 luglio 2010, ed una volta ristabilitesi le condizioni meteo-marine adatte per la raccolta dati, si è osservato come la concentrazione media dei frammenti fosse diminuita nelle stazioni a « sopravento ». L'area è infatti molto esposta a venti provenienti da W e NW (come il Maestrale); il vento agisce quindi come forzante per tale materiale che si distribuisce nell'interfaccia acqua-aria, ed insieme alle correnti superficiali è in grado di ridistribuire ed indirizzare i frammenti lungo quelle rotte su cui agiscono maggiormente tali forze. Risultati simili sono stati riscontrati in analisi condotte in Corsica e lungo le coste occidentali della Sardegna, in particolare nel golfo di Oristano. Qui le concentrazioni sono confrontabili con quanto osservato nel Mediterraneo nord-occidentale, in media 0.15 frammenti/m 2 ; la maggior parte del materiale è composto dal di-2-etilesilftalato (odiottilftalato, DEHP), plastificante noto per il suo basso costo, che compone il PVC, e noto per essere velocemente metabolizzato da vertebrati ed invertebrati. Nel Mar Mediterraneo è difficile parlare di « isole di plastica » così come ci si riferisce ai casi sopra citati dei bacini oceanici; infatti non esiste un sistema di circolazione ciclonico e anticiclonico su così larga scala. Bisogna tuttavia sottolineare che l'esistenza di accumuli di rifiuti è stata segnalata nel Tirreno centrale e nel Mar Egeo. In conclusione, è necessario ampliare il numero di studi nel Mediterraneo al fine di comprendere al meglio la reale densità delle microplastiche, le maggiori sorgenti e soprattutto come esse si distribuiscano in relazione alla circolazione superficiale che caratterizza il bacino. I dati numerici finora elencati potrebbero essere sufficienti a far comprendere la portata dell'inquinamento da microplastiche. Tuttavia, per comprendere pienamente questa tematica è necessario considerarne gli effetti sugli ecosistemi acquatici. In molti animali tali particelle creano danni fisici, come il soffocamento (tipicamente osservabile in molti invertebrati filtratori). Ma è solo l'inizio: è infatti di portata decisamente maggiore la tossicità che scaturisce dall'inquinamento da microplastiche, esponenzialmente incrementata da adsorbimento e bioaccumulo di sostanze inquinanti. Gli inquinanti organici persistenti che più frequentemente vengono adsorbiti sono ad esempio gli ftalati, i policlorobifenili (PCB), le organoclorine e i metalli pesanti. Questo processo fa sì che una piccola superficie quale quella di una microparticella possa concentrare grandi quantitativi di inquinanti, favorendone la dispersione in mare e diventano una vera e propria « bomba a orologeria ». Già a metà del 1800, il grande filosofo tedesco Ludwig Andreas Feuerbach sosteneva che: « Noi siamo quello che mangiamo » . Questa affermazione è pienamente contestualizzabile anche in ambiente marino: « i pesci sono quello che mangiano » e dato che sovente ingeriscono microplastiche, per sillogismo « i pesci sono plastica tossica » . Considerando che si consumano, infatti, circa 23 chili di pesce per persona all'anno, che salgono a 25 chili in Italia, un valore pari a meno della metà del Portogallo che con 56 chili a testa è leader in Europa, gli effetti sulla salute umana sono facilmente intuibili (Coldiretti – Impresa Pesca, 2015). Sono tantissime le specie affette da questa forma di inquinamento, dai filtratori, come i molluschi bivalvi (le classiche cozze e vongole che frequentemente arricchiscono i nostri pasti) e i crostacei cirripedi (balani), gli invertebrati detritivori, come oloturie, isopodi, anfipodi e policheti (in particolar modo Arenicola marina ). È quindi frequente che gli animali a vita bentonica accumulino direttamente microplastiche anche di cospicue dimensioni, mentre le particelle più piccole possono essere ingerite anche da organismi planctonici, come i copepodi e gli eufasiacei, ma ovviamente l'accumulo diretto è riscontrabile anche ai livelli più alti della catena trofica, come nella balenottera comune ( Balaenoptera physalus ), che accumula notevoli quantitativi di ftalati (in media circa 45 ng/g di grasso), o nello squalo elefante ( Cetorhinus maximus ). Alla luce delle riflessioni appena svolte e dei dati scientifici citati, si pone la presente iniziativa legislativa composta da cinque articoli. L'articolo 1 introduce il divieto di immettere in commercio ed utilizzare in luoghi aperti i cosiddetti « coriandoli e/o petali » di materiale plastico. Tale divieto viene introdotto attraverso la modifica al decreto legislativo 11 aprile 2011, n. 54, in materia di sicurezza dei giocattoli che recepisce la direttiva 2009/48/CE, e in coerenza con quanto disposto dal regolamento (CE) n. 1907/2006 del Parlamento europeo e del Consiglio del 18 dicembre 2006 concernente la registrazione, la valutazione, l'autorizzazione e la restrizione delle sostanze chimiche (REACH). In particolare, i commi da 1 a 6 dell'articolo 3, capo 2, titolo 1 del suddetto regolamento definiscono le sostanze chimiche e ne delimitano l'ambito di applicazione. Va rilevato infatti che le sostanze chimiche di cui si compongono i coriandoli ed i petali in plastica non si degradano naturalmente nell'ambiente circostante, anzi, essi si depositano su prati e terreni e alle prime piogge vengono prima trascinati nelle condotte fognarie e poi finiscono in mare. Recentemente, alcuni amministratori locali, tra i quali i sindaci di Venezia, di Rimini, di Livorno e di Fano hanno introdotto il divieto su tutto il territorio comunale, ed in particolare nei centri storici, di utilizzare coriandoli in plastica e altri prodotti similari (ad esempio, stelle filanti in plastica, cannoni spara coriandoli in plastica ed in materiali non naturali) anche in occasioni di feste, manifestazioni ed eventi e durante la celebrazione del Carnevale.