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Nuova disciplina della riparazione dell'errore giudiziario, della riparazione per l'ingiusta detenzione e dell'equa riparazione in caso di violazione del termine ragionevole del processo. Onorevoli Senatori. -- I primi quattro articoli del presente disegno di legge hanno ad oggetto la disciplina della riparazione dell'errore giudiziario, della riparazione per l'ingiusta detenzione (in conseguenza del rinvio contenuto nell'articolo 315 del codice di procedura penale) e dell'equa riparazione in caso di violazione del termine ragionevole del processo. Si tratta di discipline volte ad apprestare modelli procedurali finalizzati alla corresponsione di un trattamento riparatorio a fronte di ipotesi in cui risulta già accertato, in un distinto contesto procedurale, un anomalo e non corretto funzionamento della macchina giudiziaria. Proprio in considerazione di ciò è apparsa meritevole di specifica considerazione -- nelle fattispecie in questione -- l'esigenza di innovare l'attuale assetto normativo introducendo soluzioni suscettibili di escludere in radice non solo il rischio, ma persino l'astratta possibilità che su materie di simile delicatezza -- in cui i diritti del cittadino risultano già aver subito una violazione -- possa maturare il sospetto di decisioni influenzate dall'esclusiva appartenenza dei decisori al medesimo ordine al quale appartengono i soggetti alla cui condotta, quantomeno in termini oggettivi, deve farsi risalire la genesi della lesione dei diritti del cittadino. A tal fine si è proposto di istituire un'apposita commissione presso ciascun distretto di corte di appello, prevedendo che la stessa sia composta da due magistrati, il più anziano dei quali la presiede, nominati dal consiglio giudiziario tra i propri componenti, nonché da un professore universitario in materie giuridiche e da un avvocato nominati, sempre tra i componenti del consiglio giudiziario, dal Consiglio universitario nazionale e dal Consiglio nazionale forense con le modalità di cui all'articolo 9 del decreto legislativo 27 gennaio 2006, n. 25. Tale composizione paritaria è apparsa un ragionevole punto di equilibrio in grado di rispondere alla finalità sopra indicata, senza peraltro estromettere del tutto dall'organo decisore la componente magistratuale. La predetta commissione è configurata come un organo avente natura amministrativa, una soluzione che, da un lato, è apparsa preferibile, considerate le premesse esposte, a quella di istituire una sezione specializzata presso gli organi giudiziari ordinari e che, dall'altro, deve ritenersi obbligata alla luce del disposto di cui all'articolo 102 della Costituzione che esclude la possibilità per il legislatore ordinario di istituire nuovi giudici speciali (si veda in tal senso ex multis Corte costituzionale n. 394 del 4 dicembre 1998). Dalla scelta di configurare la predetta commissione come un organismo amministrativo, e dalla considerazione delle situazioni soggettive su cui interverranno le decisioni dello stesso, consegue l'ulteriore scelta di attribuire la cognizione in sede giurisdizionale delle relative controversie alla giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo. Una soluzione questa che, certamente non obbligata, è apparsa però come la più coerente con l'esigenza di fondo sopra delineata di evitare il timore di un condizionamento domestico delle funzioni decisorie nelle materie qui specificamente considerate. Sotto il profilo della copertura finanziaria, le disposizioni in oggetto non comportano oneri in quanto l'incarico di componente della commissione è svolto a titolo gratuito da magistrati, avvocati e professori universitari che sono componenti dei consigli giudiziari (e che tra l'altro in questa veste beneficiano anche della corresponsione di gettoni di presenza per la partecipazione alle sedute dei consigli giudiziari medesimi). Gli articoli 5, 6 e 7 del presente disegno di legge intervengono invece sulla legge 13 aprile 1988 n. 117, in materia di risarcimento dei danni cagionati nell'esercizio delle funzioni giudiziarie e di responsabilità civile dei magistrati, proponendo in primo luogo -- con l'articolo 5 -- una diversa disciplina dell'azione di rivalsa di cui all'articolo 8 della legge medesima, volta sia a prevedere che l'azione di rivalsa debba essere proposta secondo le norme ordinarie relative alla responsabilità amministrativa dei pubblici dipendenti, sia ad aumentare il limite reddituale entro il quale il magistrato è tenuto a rispondere nell'ipotesi di rivalsa muovendo dal presupposto dell'eccessiva ristrettezza del limite attuale. Gli articoli 6 e 7 sono invece volti a ricondurre all'ambito di applicabilità delle norme generali in tema di responsabilità amministrativa dei pubblici dipendenti tutte le ipotesi ricadenti nell'articolo 2 della citata legge n. 117 del 1988, nonché nell'articolo 2 della legge 24 marzo 2001, n. 89. Ad evitare qualsiasi rischio di interferenza con l'attività giurisdizionale, il comma 2 dell'articolo 7 richiama, ai fini qui considerati, la disposizione che allo stesso fine venne a suo tempo inserita nell'articolo 2, comma 2, della legge n. 117 del 1988 (per formulazioni sostanzialmente analoghe a quella dell'articolo 2, comma 2, della legge n. 117 del 1988 si vedano anche l'articolo 2, comma 2, del decreto legislativo 23 febbraio 2006, n. 109 e l'articolo 11, comma 2, del decreto legislativo 5 aprile 2006, n. 160). Per meglio chiarire la portata innovativa delle disposizioni di cui ai citati articoli 5, 6 e 7 può essere opportuno rammentare quale sia l'attuale assetto normativo in tema di responsabilità amministrativa dei magistrati nell'esercizio delle funzioni giudiziarie.