[resaula]

Signor Presidente, chiediamo che le votazioni riferite al disegno di legge n. 1385, recante ratifica ed esecuzione dell'Accordo tra il Governo della Repubblica italiana e il Governo della Repubblica popolare Cinese, vista la delicata e controversa materia, vengano effettuate a scrutinio simultaneo mediante procedimento elettronico. PRESIDENTE . Ciò è consentito dal Regolamento, senatrice Rauti. Dichiaro chiusa la discussione generale. Il relatore e il rappresentante del Governo non intendono intervenire in sede di replica. Comunico che è pervenuto alla Presidenza - ed è in distribuzione - il parere espresso dalla 5 a Commissione permanente sul disegno di legge in esame, che verrà pubblicato in allegato al Resoconto della seduta odierna. URSO (FdI) . Domando di parlare per dichiarazione di voto. PRESIDENTE. Ne ha facoltà. URSO (FdI) . Signor Presidente, ho chiesto di intervenire in questa sede a nome del Gruppo Fratelli d'Italia per motivare la nostra astensione politica alla ratifica ed esecuzione dell'Accordo tra il Governo della Repubblica italiana e il Governo della Repubblica popolare cinese per eliminare le doppie imposizioni in materie di imposte sul reddito e per prevenire le evasioni e le elusioni fiscali. Come i colleghi ben sanno, quella al nostro esame è una materia di politica commerciale, una delle poche materie rimaste allo Stato. Fino a pochi anni fa erano sostanzialmente due le materie su cui i singoli Stati potessero firmare con l'Unione europea accordi comunque di natura commerciale. Uno era il Trattato sulla doppia imposizione fiscale e, l'altro, il Trattato sulla protezione degli investimenti. Con l'ultimo Trattato dell'Unione europea però la protezione degli investimenti è passata di competenza esclusiva dell'Unione. Sono rimasti invece i Trattati sulla doppia imposizione fiscale, che sono appunto, in quanto fiscali, di competenza degli Stati e sono abitualmente trattati che servono a rendere competitive le imprese dei singoli Stati rispetto ai mercati che si aprono, come certamente è stato - e imparzialmente lo è ancora - il grande mercato della Repubblica popolare cinese. Per queste ragioni abitualmente noi siamo favorevoli nel merito di questa tipologia dei trattati; riconosciamo infatti che la Repubblica popolare cinese è un partner commerciale molto importante per il nostro Paese, non è tra i più importanti perché ce ne sono altri, come gli Stati Uniti, la Germania, la Francia e tanti altri con cui abbiamo un interscambio commerciale e una cooperazione industriale molto più significativa. Certamente però è un partner importante e tanto più lo potrà essere nei prossimi anni. Perché allora ci asteniamo invece di votare a favore, pur condividendo nel merito il Trattato? Lo facciamo perché è stato realizzato all'interno di una serie di accordi di natura prettamente politica, che hanno cambiato la postura e il quadro delle alleanze internazionali del nostro Paese quando il Presidente della Repubblica popolare cinese segretario generale del Partito comunista cinese e, di conseguenza, capo di tutti gli altri poteri cinesi, è giunto in Italia ed è stato accolto come un trionfatore dall'allora Governo Conte 1; mi riferisco al quadro dei cosiddetti accordi sulla via della seta, che solo l'Italia tra i grandi Paesi europei, del G7 e del mondo ha subìto, sottomettendosi al dominio esplicato dalla Cina attraverso di essi. In quel contesto sono apparsi ambigui quegli accordi e tutto il resto, tanto è vero che poi nella stessa maggioranza col tempo si è compreso il problema: basta leggere i giornali di oggi in riferimento alla svolta che il Partito Democratico sembra imprimere al Governo sulla questione della tecnologia cinese nell'ambito del 5G. Capiamo e comprendiamo che ora è in corso un ravvedimento operoso da parte della maggioranza forse anche rispetto all'atteggiamento da tenere nei confronti della Repubblica Popolare Cinese. Se possibile, vogliamo far comprendere che una cosa è avere riguardo, attenzione, rispetto e stipulare accordi di natura commerciale con un partner importante sul piano commerciale come la Cina, altra cosa è considerare la Cina come gli Stati Uniti o come gli altri Paesi europei, perché resta oggi più di ieri un avversario sistemico dell'Italia, dell'Europa e dell'Occidente. È un avversario sistemico oggi più di ieri perché, dall'elezione di Xi a segretario generale del partito comunista cinese, e di conseguenza a tutte le altre cariche che ricopre, la postura della Repubblica popolare cinese è profondamente cambiata. Mentre nei primi anni 2000, quando è entrata nell'Organizzazione mondiale del commercio, la Cina aveva una postura di apertura dei propri mercati alle imprese e, se volete, anche alla cultura occidentale, dall'ascesa di Xi ha cambiato atteggiamento, perché egli ha vinto il confronto interno nel partito comunista cinese su una linea politica, strategica e programmatica di imperialismo. Voi sapete bene che in quel momento si confrontavano due linee politiche: quella della sinistra interna era teorizzata da Bo Xilai, precedentemente ministro del commercio, che pensava di proseguire l'insegnamento di Deng Xiaoping sulla crescita interna del Paese per colmare i divari e le povertà interne. Questa era la Cina di Deng Xiaoping, quella che si apriva al mondo, quella delle prime zone economiche speciali di Shenzhen e poi delle altre. Quella Cina, che era un grande mercato anche per noi, nel frattempo è cambiata e, da mercato per le imprese europee, è diventata industria mondiale e noi a nostra volta siamo diventati mercato della loro industria. Soprattutto però è cambiata perché Xi ha imposto una strategia non di crescita interna, ma di crescita esterna sul piano militare, politico, tecnologico, infrastrutturale ed anche economico. Ciò si materializza anche nel cambiamento dello statuto del partito comunista cinese, laddove nel preambolo è stata inserita la via della seta come via per il dominio mondiale; subito dopo è stata cambiata la Costituzione cinese e anche al suo interno è stata inserita la via della seta come via per il dominio mondiale. Ciò si esplica sia nel fatto che la Cina si riarma con la costruzione di portaerei, sia nel fatto che sono state realizzate basi navali militari all'estero lungo la via della seta (come a Gibuti), sia nel fatto che essa manifesta una politica aggressiva nei confronti dei vicini per la conquista di spazi territoriali marittimi e terrestri. E si esplica, ancora, nella sua postura nei confronti di Taiwan, diventata aggressiva, così come nella sua postura interna nei confronti delle minoranze - che delinea il quadro di uno Stato totalitario e non soltanto autoritario, che controlla ogni cosa all'interno e presuppone di poter controllare ogni cosa all'esterno - nonché nei fatti di Hong Kong, dove la Cina ha cambiato stravolgendo gli accordi internazionali di ventisette anni fa che lasciavano ad Hong Kong, per un lungo periodo di cinquant'anni, le sue prerogative di libertà civili, personali ed economiche, che la Cina ha calpestato con la nuova legislazione sulla sicurezza nazionale. Non comprendere questo, che la Cina di Xi non è la Cina di Deng Xiaoping e che il cambiamento di postura - da crescita interna che aveva bisogno di noi a crescita esterna nel dominio nei nostri confronti - significa per noi, per l'Europa e per l'Occidente che la grande sfida dei prossimi anni sarà tra la nostra cultura delle libertà e la loro volontà di dominio nel mondo, calpestando quelle libertà. (Applausi) .