[pronunce]

D'altro canto, l'argomento sul quale si fonda la denuncia di irragionevolezza della scelta legislativa formulata dal giudice a quo — ossia la complessità dell'accertamento del reato, la quale implicherebbe la necessità di prevedere una prescrizione più lunga di quella ordinaria — sarebbe confutabile sia in linea di principio che in linea di fatto. Sotto il primo profilo, l'istituto della prescrizione rappresenterebbe attuazione del diritto del cittadino sottoposto a procedimento penale — in rapporto al quale è prevista dall'art. 27, secondo comma, Cost. la presunzione di non colpevolezza — ad essere giudicato in un tempo ragionevole: diritto garantito tanto dalla Convenzione europea dei diritti dell'uomo che dal novellato art. 111 Cost., nella parte in cui sancisce il principio della ragionevole durata del processo. In questa prospettiva, l'applicazione ad una nuova fattispecie di reato del termine ordinario di prescrizione costituisce dunque la regola, mentre la previsione di un termine speciale rappresenterebbe l'eccezione: e sarebbe semmai l'eccezione — non già la regola — a dover essere giustificata dal legislatore in termini di ragionevolezza. Sul piano concreto, poi, è proprio seguendo il ragionamento del giudice a quo che si perverrebbe a conseguenze di dubbia costituzionalità. La complessità dell'accertamento dei reati e la lentezza dei relativi processi non basterebbero, difatti, a giustificare una deroga al regime ordinario, non potendo considerarsi ragionevole la scelta di un legislatore che — anziché introdurre norme che accelerino i processi, in accordo con i principi enunciati negli accordi internazionali e nella stessa Costituzione — operasse viceversa nel senso di allungare i termini di prescrizione, dilatando così indirettamente la durata dei procedimenti giudiziari. 3.1. — Con l'ordinanza in epigrafe il Tribunale di Milano ha sollevato questioni di legittimità costituzionale: a) dell'art. 11, comma 1, lettera a), numero 1), della legge 3 ottobre 2001, n.366, nella parte in cui — nel dettare i principi e criteri direttivi per la riforma della disciplina penale delle società commerciali, oggetto di delega legislativa al Governo — prescrive di precisare, quanto alla nuova formulazione del reato di false comunicazioni sociali, «che le informazioni false od omesse devono essere rilevanti e tali da alterare sensibilmente la rappresentazione della situazione economica, patrimoniale e finanziaria della società o del gruppo al quale essa appartiene, anche attraverso la previsione di soglie quantitative»; nonché nella parte in cui prescrive, agli stessi fini, di «prevedere idonei parametri per i casi di valutazioni estimative», per violazione dell'art. 76 della Costituzione; b) dell'art. 2621, terzo e quarto comma, del codice civile, come modificato dal d.lgs. n. 61 del 2002 — che dà attuazione ai criteri di delega dianzi indicati — per violazione degli artt. 3, 25, 76 e 117 della Costituzione, quest'ultimo in relazione all'art. 8 della Convenzione OCSE sulla lotta alla corruzione di pubblici ufficiali stranieri nelle operazioni economiche internazionali, fatta a Parigi il 17 dicembre 1997 e ratificata con legge 29 settembre 2000, n. 300. L'ordinanza osserva, in via preliminare, come i quesiti di costituzionalità sollevati — inerenti alle «soglie di punibilità» che caratterizzano la nuova disciplina delle false comunicazioni sociali — debbano considerarsi ammissibili alla luce della giurisprudenza di questa Corte. Secondo quest'ultima, infatti, sarebbe possibile sottoporre a sindacato di costituzionalità, anche in malam partem, le «norme penali di favore» — ossia le norme che abbiano l'effetto di escludere o attenuare la responsabilità penale in favore dell'agente — dato che l'invalidazione di tali disposizioni non determina la configurazione di nuove fattispecie penali, ma si limita a ricondurre alle norme penali comuni casi che la disposizione impugnata vi abbia, in ipotesi, arbitrariamente sottratto. Tale sarebbe, appunto, l'effetto della caducazione delle soglie di punibilità censurate, la quale, senza creare alcuna nuova norma penale, varrebbe soltanto a riportare le falsità rimaste al di sotto delle soglie nell'ambito della «norma generale» di cui allo stesso art. 2621 cod. civ. Le questioni sarebbero inoltre rilevanti nel giudizio a quo, in quanto il pubblico ministero — nel riformulare l'originaria imputazione per adeguarla alle sopravvenute modifiche legislative, riconducendola dapprima all'ipotesi di cui all'art. 2622 cod. civ. e poi, preso atto della mancanza di querela, a quella dell'art. 2621 cod. civ. — non ha contestato il superamento delle soglie: circostanza che, d'altra parte, non potrebbe neppure reputarsi contestata implicitamente, stante il tenore delle imputazioni che, «attribuendo il valore delle omissioni oggetto del reato a più annualità, non consente, tramite il raffronto con i bilanci, di considerare all'evidenza superate le soglie in relazione alle singole annualità». In simile situazione, l'accoglimento delle questioni inciderebbe dunque sulla formula di proscioglimento che il Tribunale rimettente è chiamato ad adottare. Infatti, sulla base dell'attuale normativa, proprio a fronte della mancata contestazione di uno degli «elementi costitutivi» della fattispecie (il superamento delle soglie), gli imputati dovrebbero essere prosciolti perché il fatto non è più previsto dalla legge come reato; invece, nel caso di abolizione delle soglie, andrebbe dichiarata la prescrizione del reato contravvenzionale contestato. Tale differenza, alla stregua di quanto affermato da questa Corte con sentenza n. 148 del 1983, varrebbe senz'altro ad integrare il requisito della rilevanza. Quanto alla non manifesta infondatezza delle questioni, il giudice a quo osserva che l'art. 11, comma 1, lettera a), numero 1), della legge di delegazione legislativa n. 366 del 2001 dava mandato all'esecutivo di precisare, in sede di revisione della fattispecie criminosa delle false comunicazioni sociali, che «le informazioni false od omesse devono essere rilevanti e tali da alterare sensibilmente la rappresentazione della situazione economica, patrimoniale e finanziaria della società o del gruppo al quale essa appartiene, anche attraverso la previsione di soglie quantitative»; nonché di «prevedere idonei parametri per i casi di valutazioni estimative». A fronte di tale criterio direttivo, il decreto legislativo n. 61 del 2002, nel riformulare gli artt. 2621 e 2622 cod. civ. , ha quindi escluso la punibilità sia «se le falsità o le omissioni non alterano in modo sensibile la rappresentazione della situazione economica, patrimoniale o finanziaria della società», e comunque «se le falsità o le omissioni determinano una variazione del risultato economico di esercizio, al lordo delle imposte, non superiore al 5 per cento o una variazione del patrimonio netto non superiore all'1 per cento»; sia, in ogni caso, quando il fatto è «conseguenza di valutazioni estimative che, singolarmente considerate, differiscono in misura non superiore al 10 per cento da quella corretta».