[pronunce]

4.7.- Cionondimeno, questa Corte non è persuasa che tali considerazioni siano di tale cogenza da indurla a modificare la propria giurisprudenza in materia di foglio di via: giurisprudenza che ha costantemente ricondotto tale misura all'area di tutela dell'art. 16 Cost. e alla quale si sono ispirati tutti gli interventi del legislatore concernenti le misure di prevenzione. 4.7.1.- Come si è poc'anzi ricordato, nell'ambito delle misure che comportino un effetto di «degradazione giuridica», la giurisprudenza di questa Corte ha sempre individuato la linea discretiva tra quelle che incidono sulla libertà personale anziché sulla libertà di circolazione in relazione alla diversa intensità dell'incisione della libertà di movimento nello spazio discendente dalla misura. E tale intensità è stata in concreto "pesata" sulla base della diversa natura degli obblighi che discendono dalla misura di volta in volta esaminata. Per quanto gravoso esso possa risultare in concreto, l'obbligo stabilito con il foglio di via consiste essenzialmente nel divieto di recarsi in un luogo determinato. Una volta infatti che l'interessato abbia eseguito l'ordine iniziale di lasciare il territorio del comune dal quale è allontanato, l'obbligo che gli è imposto per tutta la durata della misura, e che è presidiato da sanzioni penali nel caso di violazione, si risolve nel mero divieto di ritornare in quello specifico comune: il che lascia libero in ogni momento il soggetto di recarsi in qualunque altro luogo desideri. Ed è precisamente sulla base di tale considerazione che questa Corte ha ritenuto distinguibile questa misura da quella - considerata restrittiva della libertà personale - della sorveglianza speciale di pubblica sicurezza, che comporta invece i numerosi obblighi elencati, oggi, nell'art. 8 cod. antimafia, tra cui quello di rincasare entro una determinata ora e di non uscire di casa prima di una certa ora. Obbligo, questo ultimo, che costringe il soggetto - sotto minaccia di severe sanzioni penali in caso di inosservanza - a restare nella propria abitazione durante le ore notturne, vietandogli così di recarsi in qualsiasi altro luogo. Questo criterio discretivo, individuato dalla giurisprudenza costituzionale ha, sin dalla fine degli anni cinquanta, orientato tutte le scelte successive del legislatore in materia di misure di prevezione; e ha altresì ispirato, nel 2011, il loro riordinamento organico nel codice antimafia, nel quale è stata mantenuta la tradizionale distinzione tra misure "minori" (foglio di via obbligatorio e avviso orale), disposte dall'autorità di pubblica sicurezza senza convalida giudiziale, e la più gravosa misura della sorveglianza speciale con o senza divieto od obbligo di soggiorno, la cui applicazione è riservata all'autorità giudiziaria. A tale criterio si è, altresì, ispirato il legislatore in materia di DASPO. L'art. 6 della legge n. 401 del 1989, che ha disciplinato il "DASPO sportivo" - il progenitore di tutte le attuali misure di prevenzione "atipiche" -, ha previsto un procedimento di convalida giudiziale modellato sull'art. 13 Cost. soltanto nell'ipotesi, contemplata dal comma 2 del medesimo articolo, in cui all'interessato venga imposto, oltre che il divieto di accesso ai luoghi in cui si svolgono manifestazioni sportive, anche l'obbligo positivo di comparire presso un ufficio di polizia negli orari in cui si svolgono tali manifestazioni. In tutte le altre ipotesi di "DASPO sportivo", nelle quali non si prevede alcun obbligo di recarsi in un luogo determinato, ma soltanto il divieto di accedere in determinati luoghi, nessuna convalida è oggi prevista. Analogamente, la disciplina del DASPO cosiddetto "antispaccio" e "antirissa" - contenuta rispettivamente negli artt. 13 e 13-bis del d.l. n. 14 del 2017 - prevede la convalida giudiziale soltanto nelle ipotesi in cui la misura sia caratterizzata dall'imposizione di obblighi ulteriori rispetto al divieto di accedere in determinati luoghi, che parimenti possono essere disposti dal solo questore. 4.7.2.- La linea discretiva così individuata dalla giurisprudenza di questa Corte, e alla quale il legislatore si orienta ormai da molti decenni nel disegnare la disciplina delle misure di prevenzione, riposa evidentemente sull'assunto che il divieto di recarsi in un certo luogo sia, di regola, meno gravoso per l'interessato rispetto all'obbligo di recarsi, o di rimanere, in un luogo determinato. Tale assunto offre a tutt'oggi una guida relativamente sicura nel distinguere tra i diversi livelli di intensità delle misure che comunque incidono sulla libertà della persona di muoversi nello spazio: il che assicura prevedibilità e coerenza alle decisioni di questa Corte, a beneficio anzitutto del legislatore, che a tali decisioni si ispiri. Prevedibilità e coerenza che, invece, risulterebbero necessariamente indebolite da un approccio alternativo che conducesse a "pesare" caso per caso l'intensità delle restrizioni della libertà di movimento, indipendentemente dalla loro natura, discendenti da ciascuna singola misura. Naturalmente, questa giurisprudenza ben potrà essere riconsiderata nell'ipotesi in cui il legislatore dovesse, in futuro, dilatare eccessivamente i divieti inerenti alle misure in esame, in termini sia di estensione degli spazi dai quali il soggetto venga interdetto, sia di durata della stessa interdizione, rendendo così non più sostenibile l'assunto, sul quale tale giurisprudenza implicitamente si fonda, della generale minore incidenza del divieto di recarsi in un luogo determinato rispetto all'obbligo di recarsi periodicamente presso un ufficio di polizia, o di rimanere nella propria abitazione durante le ore notturne. 4.7.3.- D'altra parte, nemmeno potrebbe ritenersi che gli approdi cui questa Corte è pervenuta si pongano in frizione con gli obblighi internazionali di rispetto dei diritti umani ai quali l'Italia è vincolata. Per ciò che concerne, in particolare, il quadro giuridico convenzionale, né l'art. 5 CEDU in materia di libertà personale, né l'art. 2 del Protocollo n. 4 CEDU in materia di libertà di circolazione esigono che il provvedimento restrittivo della libertà della persona sia adottato da un'autorità giudiziaria, ovvero che esso sia convalidato da un giudice in esito a un procedimento da attivare in ogni singolo caso ex officio, come richiesto invece dall'art. 13 Cost. Quest'ultima norma, sotto il profilo ora all'esame, offre dunque una tutela più elevata del diritto fondamentale in gioco rispetto a quella assicurata dalla Convenzione e dai suoi protocolli, che richiedono semplicemente la possibilità di un ricorso effettivo al giudice successivo all'adozione del provvedimento, e attivabile a istanza di parte.