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L'obiettivo era quello di dare vita a un movimento federalista nazionale e trasferire alla competenza del Cantone «gran parte del potere tributario, l'assistenza sociale, la legislazione del lavoro, la legislazione scolastica, i comuni servizi di polizia e di igiene, la polizia ecclesiastica, l'amministrazione della giustizia». Al governo centrale restavano la politica estera, la difesa, la moneta e i servizi pubblici generali; veniva altresì istituita una suprema corte per la difesa della costituzione federale e per dirimere le controversie nella ripartizione delle competenze tra il governo centrale e le istituzioni territoriali periferiche. La vera democrazia, infatti, si configura come «consapevole» autogoverno del popolo. Miglio rimase fedele a questo progetto anche quando, il 6 novembre 1975, il primo presidente della Regione Emilia-Romagna, il comunista Guido Fanti (scomparso di recente) rilasciò un'intervista a «La Stampa» di Torino, auspicando un accordo «permanente» tra Piemonte, Liguria, Lombardia, Veneto ed Emilia per superare la crisi economica che attanagliava il Paese. Il presidente della Giunta emiliana individuava nel superamento delle vecchie strutture dello Stato burocratico e accentratore e nella rapida attuazione di un nuovo Stato fortemente decentrato su base macroregionale la strada privilegiata per risollevare le sorti del Paese e rilanciarne l'organizzazione economica e le attività produttive. Miglio replicò alla provocazione di Fanti con l'articolo «La Padania e le grandi regioni» apparso sul «Corriere della Sera». Egli trovava seducente l'idea di una Macroregione del Nord autonoma dal punto di vista politico-amministrativo, anche perché ci pensava «da molto tempo», dagli anni della Resistenza e dall'immediato secondo dopoguerra, quando aderì al movimento federalista «Il Cisalpino». E tuttavia -- precisava -- «io non mi preoccupo affatto di sapere se tale soluzione del "caso italiano" si debba o non si debba realizzare, se cioè sia giusta bella, buona, e magari “progressiva”: penso soltanto che sia inevitabile». Come a dire che la Macroregione del Nord è inevitabile. È un ineluttabile destino, per una serie di ragioni di natura storica, politica e istituzionale, a cominciare dalla «pietosa» esperienza dello Stato unitario che dal punto di vista burocratico e amministrativo ha sempre funzionato poco e male. In quell'articolo sul «Corriere della Sera» pubblicato alla fine del 1975 Miglio esprimeva una considerazione di carattere politico e istituzionale molto valida ancora oggi, quando si avverte la generalizzata esigenza di una revisione dell'istituto regionale, che ha fatto il suo tempo. Le regioni sono in sostanza troppo piccole per avere politiche pubbliche ambiziose e articolate, ma sono troppo grandi per avere un rapporto diretto e un dialogo immediato con i cittadini. Rispondono a una dimensione ibrida figlia di una cultura istituzionale e amministrativa di matrice ottocentesca -- quella di Correnti e Maestri -- fondata sui distretti statistici. E sono fortemente penalizzate dalla fiscalità. Tra la caduta del Muro di Berlino -- con il crollo delle ideologie -- e la fine della Prima Repubblica, il dibattito sulla Macroregione del Nord si riaccende. Il tornante 1989-1994 è decisivo per il riemergere -- in modo netto e inequivocabile -- della «Questione settentrionale» e, di conseguenza, dell'idea di una Macroregione del Nord. Richiama l'attenzione su questa realtà, proprio in quegli anni, la Fondazione Agnelli, realizzando un'importante ricerca: «La Padania, una regione italiana in Europa» (1992). Ricerca dalla quale viene dimostrata con chiarezza l'esistenza di una Macroregione del Nord dalla fisionomia geo-economica e dalla vocazione europeista e federalista. Nello stesso anno appare anche la ricerca di un politologo di Harvard, Robert Putnam: «Le tradizioni civiche nelle regioni italiane» (1992). Le virtù civiche delle comunità territoriali della Valle del Po risalgono all'esperienza storica municipale del XII secolo, caratterizzata da un sistema articolato di comunità volontarie territoriali. Si trattava di comunità fondate sull'autonomia, l'autogoverno e le libertà commerciali. Ciò rappresentò la maggiore alternativa al feudalesimo allora dominante nel resto dell'Europa, compreso il Sud Italia normanno. Questa esperienza storica, politica e istituzionale, ma anche economica, sociale e culturale, ha inciso nella mentalità collettiva -- questa la tesi di Putnam -- sino a segnarla in profondità e a caratterizzarla in modo specificamente identitario. È in questo contesto, segnato dagli studi della Fondazione Agnelli e di Putnam, che Gianfranco Miglio -- allora coinvolto nell'avventura della Lega -- rilancia il suo progetto della Macroregione del Nord e delle tre Italie. Ciò avviene nel solco della tradizione, cioè dell'esperienza del Cisalpino, e di una continuità culturale e intellettuale -- da parte di Gianfranco Miglio -- davvero straordinarie. Oggi non si possono chiudere gli occhi di fronte al fatto che il 70 per cento del prodotto interno lordo -- cioè del fatturato del Paese -- viene dal grande Nord (Piemonte, Lombardia, Veneto ed Emilia) e che il Nord annualmente stacca un assegno a beneficio di Roma senza averne un ritorno in termini di servizi equivalenti. Questa è la realtà, che certifica l'esistenza della Questione settentrionale, espressione di un'area geografica ed economica dalla forte vocazione produttiva, all'avanguardia in Europa. L'ISTAT ha pubblicato i dati relativi al 2011: mentre il Nord -- che non ha problemi di debito pubblico e ha un'evasione fiscale assai modesta -- cresce dell'1 per cento malgrado la crisi, il Centro e il Sud sono fermi al palo. Baviera e Grecia, rispettivamente, rappresentano due dimensioni concrete che nascono dalla frattura prodotta dallo sviluppo duale della Penisola. Il problema -- dal punto di vista politologico -- risiede nel fatto che chi ha inteso governare questo Paese non ha mai fatto i conti sino in fondo con il Nord, se non attraverso la vessazione fiscale. Tuttavia, di fronte alla crisi economica in atto, oggi il Nord non può più permettersi il lusso di trasferire ingenti risorse al Mezzogiorno e neppure di sostenere il debito pubblico. Oggi, di fronte al cupio dissolvi dello Stato nazionale, burocratico e accentratore, riemergono le grandi unità regionali. Che non hanno nulla a che vedere con le regioni previste in una Costituzione concepita per quello Stato che sta morendo e che, nella sua deriva, trascina con sé anche la Carta e le vecchie regioni. Qui ci troviamo di fronte -- è questa la grande novità -- a unità macroregionali che rappresentano il vero antidoto alla crisi economica e alle perverse dinamiche della globalizzazione. Se prima la dicotomia era quella tra Stato e mercato, adesso essa ha mutato interlocutori ed è quella tra comunità territoriali e mercato globale. Comunità territoriali che, in forza del paradigma «glocal», devono essere messe nelle condizioni -- oltre l'oggettiva crisi, determinata dai processi di globalizzazione, in cui si dibatte lo Stato -- di sviluppare un'azione autonoma nel contesto internazionale.