[pronunce]

che il giudice a quo – esposto preliminarmente che, in difetto della norma censurata, «i reati ipotizzati a carico di tutti gli imputati» sarebbero estinti «per la maturazione del termine massimo di prescrizione di anni 7 e mesi 6» – solleva questione di legittimità dell'art. 10, comma 3, della legge n. 251 del 2005, nella parte in cui esclude, in relazione al processo nel quale sia stato dichiarato aperto il dibattimento alla data di entrata in vigore della medesima legge, l'operatività del «termine massimo di prescrizione, come più favorevolmente stabilito, rispetto alla disciplina pregressa»; che secondo il rimettente, sebbene la giurisprudenza costituzionale abbia stabilito che il principio del favor rei può essere derogato a condizione che ricorra una «pertinente ragione giustificativa» (individuata «nell'esigenza di salvaguardare la certezza dei rapporti ormai esauriti», e dunque «l'intangibilità delle sentenze divenute irrevocabili»), la norma censurata attribuisce rilievo ad una circostanza – l'avvenuta dichiarazione di apertura del dibattimento – «che non ha nulla a che vedere con l'irrevocabilità della sentenza»; che trattandosi, per vero, di «un momento processuale iniziale rispetto allo svolgimento del processo di primo grado», esso risulta «non sintomatico di apprezzabile avanzamento della pretesa punitiva», come conferma la circostanza che lo stesso «è privo di qualsiasi rilievo nella disciplina (vecchia e nuova) delle cause interruttive della prescrizione»; che, pertanto, secondo il rimettente, «non appare ragionevole una differenziazione dei termini massimi di prescrizione per fattispecie criminose, che siano identiche sotto il profilo sostanziale e diverse solo quanto all'avanzamento processuale»; che il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, è intervenuto in tutti i giudizi, salvo che in quelli che traggono origine dai provvedimenti di rimessione pronunciati dai Tribunali di Roma, Bologna (limitatamente a quello di cui all'ordinanza r.o. n. 88 del 2006), Perugia (limitatamente a quelli di cui alle ordinanze r.o. n. 181 e 182 del 2006) e Monza; che la difesa erariale sostiene che la questione sottoposta all'esame della Corte, non comportando alcuna soluzione costituzionalmente “obbligata” (ed, anzi, ammettendo una serie di possibilità nell'individuazione di una diversa fase processuale quale discrimine temporale per l'applicabilità della nuova disciplina in tema di prescrizione), risulta per ciò stesso inammissibile; che in ogni caso – conclude l'Avvocatura generale dello Stato – la questione si palesa infondata, posto che, per un verso, il principio della retroattività della norma più favorevole al reo «non risponde ad un precetto costituzionale» e che, per altro verso, la scelta del legislatore pare comunque ispirata alla ragionevolezza nell'individuazione dell'apertura del dibattimento – vale a dire, il segmento del processo «legato all'inizio del momento del pieno contraddittorio», ovvero idoneo ad assicurare il rispetto del principio di «non dispersione della prova» – quale momento rilevante per l'applicazione delle nuove disposizioni; che è intervenuto, nel giudizio che trae origine dalla seconda delle ordinanze di rimessione (r.o. n. 167 del 2006) pronunciate dal Tribunale di Bologna, uno degli imputati nel processo pendente innanzi al predetto giudice a quo; che l'interveniente – fatti propri i rilievi del Tribunale rimettente in ordine alla illegittimità costituzionale dell'art. 10, comma 3, della legge n. 251 del 2005, e non senza richiamare le norme di diritto comunitario ed internazionale che enuncerebbero il principio della necessaria applicazione retroattiva della lex mitior (in particolare l'art. 15 del Patto internazionale di New York del 1966 relativo ai diritti civili e politici e l'art. II-109, comma 1, del Trattato costituzionale europeo) – sottolinea, in particolare, il difetto di ragionevolezza della censurata disposizione; che, difatti, questa – nello stabilire un discrimine temporale per l'applicazione della nuova (più favorevole) disciplina sulla prescrizione del reato sulla base dell'avvenuta apertura del dibattimento – «non risulta coerente e conseguente rispetto alle esigenze e agli scopi del regime transitorio in tema di prescrizione»; che, ad avviso della parte privata, una scelta ragionevole sarebbe stata, invece, quella di correlare «l'irretroattività a fatti processuali che siano indicativi della persistenza dell'interesse punitivo dello Stato», come, ad esempio, gli atti interruttivi del corso della prescrizione contemplati dall'art. 160 cod. pen. ; che la norma censurata, inoltre, «è irragionevole anche rispetto ad un bilanciamento degli interessi processuali in gioco», dal momento che non tende a salvaguardare «interessi processuali meritevoli di protezione, quali ad esempio la conservazione di una sentenza ancorché non definitiva». Considerato che i Tribunali di Roma, Chiavari, Genova, Bologna, Santa Maria Capua Vetere, Perugia (sede centrale e sezione distaccata di Gubbio), Paola (sezione distaccata di Scalea), Teramo, Venezia (sezione distaccata di San Donà di Piave), Frosinone (sede centrale e sezione distaccata di Alatri) e Monza, hanno sollevato, con le ordinanze di cui in epigrafe, questioni di legittimità costituzionale – in riferimento, nel complesso, agli articoli 3, 10, 11, 24, 25, 27, 97, 111 e 117 della Costituzione – dell'art. 10, comma 3, della legge 5 dicembre 2005, n. 251 (Modifiche al codice penale e alla legge 26 luglio 1975, n. 354, in materia di attenuanti generiche, di recidiva, di giudizio di comparazione delle circostanze di reato per i recidivi, di usura e di prescrizione); che tutti i rimettenti censurano tale norma, nella parte in cui prevede che l'applicazione delle più favorevoli disposizioni per il reo in ordine al termine di prescrizione del reato, contenute nell'art. 6 della medesima legge n. 251 del 2005, sia limitata, quanto ai processi di primo grado, unicamente a quelli per i quali non «sia stata dichiarata l'apertura del dibattimento»; che, data la connessione esistente tra i vari giudizi, se ne impone la riunione ai fini di un'unica pronuncia; che, successivamente alle ordinanze di rimessione, questa Corte, chiamata a pronunciarsi su questione identica a quelle in esame, con sentenza n. 393 del 2006, ha dichiarato l'illegittimità costituzionale del predetto art. 10, comma 3, della legge n. 251 del 2005, limitatamente alle parole «dei processi già pendenti in primo grado ove vi sia stata la dichiarazione di apertura del dibattimento, nonché»;