[pronunce]

La disposizione in esame prevede moduli di definizione del procedimento, informati alle regole della semplificazione amministrativa e della celerità, espressivi in quanto tali di un principio fondamentale di diretta derivazione comunitaria. Del resto, l'evoluzione attuale dell'intero sistema amministrativo si caratterizza per una sempre più accentuata valenza dei “principî di semplificazione” nella regolamentazione di talune tipologie procedimentali ed in relazione a determinati interessi che vengono in rilievo (cfr. artt. 19 e 20 della legge n. 241 del 1990, come modificati dall'art. 3 del decreto-legge 14 marzo 2005, n. 35, recante «Disposizioni urgenti nell'ambito del Piano di azione per lo sviluppo economico, sociale e territoriale», convertito, con modificazioni, nella legge 14 maggio 2005, n. 80). Nel caso di specie, la pluralità delle esigenze e dei valori di rilevanza costituzionale sottesi alle “materie” nel cui ambito rientrano le disposizioni censurate, in una con la finalità complessiva di garantire un rapido sviluppo dell'intero sistema delle comunicazioni elettroniche (cfr. sentenza n. 307 del 2003) secondo i dettami sanciti a livello comunitario, induce a ritenere che le norme in esame siano espressione di principî fondamentali. Questa Corte ha, inoltre, già avuto modo di precisare – sia pure con riferimento a procedimenti aventi una esclusiva valenza urbanistica – in relazione alla denuncia di inizio attività di cui all'art. 2, comma 60, della legge 23 dicembre 1996, n. 662 (Misure di razionalizzazione della finanza pubblica), ora confluito nell'art. 22 del d.P.R. n. 380 del 2001, che «le fattispecie nelle quali, in alternativa alle concessioni o autorizzazioni edilizie, si può procedere alla realizzazione delle opere con denuncia di inizio attività a scelta dell'interessato integrano il proprium del nuovo principio dell'urbanistica (…). In definitiva, le norme impugnate perseguono il fine, che costituisce un principio dell'urbanistica, che la legislazione regionale e le funzioni amministrative in materia non risultino inutilmente gravose per gli amministrati e siano dirette a semplificare le procedure» (sentenza n. 303 del 2003, punto 11.2. del Considerato in diritto). 13.— Oggetto di censura è anche quanto stabilito dall'art. 88 del Codice, il quale per l'ipotesi in cui l'installazione di infrastrutture di comunicazione elettronica presupponga la realizzazione di opere civili o, comunque, l'effettuazione di scavi e l'occupazione di suolo pubblico, definisce un procedimento analogo a quello descritto nell'art. 87, con la previsione della conferenza di servizi e del silenzio-assenso e fissa regole affinché gli enti pubblici definiscano i programmi di manutenzione ordinaria e straordinaria delle rispettive opere. Le censure proposte sono analoghe a quelle sollevate avverso l'art. 87. Esse si indirizzano in particolare alle disposizioni che disciplinano la conferenza di servizi, nonché la conclusione del procedimento amministrativo mediante silenzio-assenso. 13.1. — Al riguardo, è da osservare che la norma impugnata non determina alcun vulnus alle competenze regionali per le medesime ragioni sopra esposte in relazione alle censure rivolte nei confronti dell'art. 87, di talché la questione avente ad oggetto il predetto art. 88 del d.lgs. n. 259 del 2003 deve ritenersi non fondata. 14.— Entrambe le ricorrenti impugnano l'art. 89, nella parte in cui definisce le regole di condivisione e coubicazione di infrastrutture. Si tratta, in particolare, di regole concernenti la «condivisione dello scavo» e la «coubicazione dei cavi di comunicazione elettronica». Le ricorrenti assumono che le prescrizioni contenute in detto articolo violerebbero l'art. 117, terzo comma, della Costituzione, perché detterebbero una disciplina dettagliata nelle materie del “governo del territorio”, dell'“ordinamento della comunicazione” e della “tutela della salute”, attribuite alla competenza concorrente. 14.1.— La censura è inammissibile per genericità. A prescindere dalla possibile riconducibilità di alcune previsioni contenute nella disposizione impugnata alla materia dell'“ordinamento civile”, di competenza legislativa esclusiva dello Stato (art. 117, secondo comma, lettera l, Cost.), la ricorrente non svolge alcuna argomentazione a sostegno della illegittimità costituzionale delle disposizioni censurate, non specificando neppure le parti dell'articolo impugnato che eccederebbero dalla formulazione di un principio fondamentale. 15.— Le Regioni ricorrenti censurano, altresì, sotto due diversi profili, l'art. 93. Esso, dopo aver previsto, al comma 1, che le pubbliche Amministrazioni, le Regioni, le Province ed i Comuni non possono imporre, per l'impianto di reti o per l'esercizio dei servizi di comunicazione elettronica, oneri o canoni che non siano fissati per legge, stabilisce, al comma 2, che gli operatori che forniscono reti di comunicazione elettronica hanno l'obbligo – fatta eccezione per tasse, canoni e contributi specificamente indicati dalla stessa norma in esame – di tenere indenne l'ente locale, ovvero l'ente proprietario, dalle spese necessarie per le opere di sistemazione delle aree pubbliche coinvolte dagli interventi di installazione e manutenzione, nonché l'obbligo di ripristinare a regola d'arte le aree medesime nei tempi stabiliti dall'ente locale. Sotto un primo aspetto entrambe le ricorrenti deducono la violazione dell'art. 117 della Costituzione perché l'articolo de quo detterebbe, in ambiti materiali attribuiti alla competenza regionale, una disciplina “uniforme” delle infrastrutture per le quali, invece, si dovrebbe tener conto dello specifico contesto territoriale e normativo di ciascuna Regione. Sotto un diverso profilo la sola Regione Marche deduce la illegittimità delle norme nelle parti in cui fissano in modo puntuale – per gli operatori – gli oneri connessi alle attività di installazione, scavo ed occupazione di suolo pubblico, ritenendo che le stesse sarebbero costituzionalmente illegittime per contrasto con l'art. 119 Cost. In particolare, si sostiene che il principio dell'autonomia finanziaria, sotto il profilo dell'autonomia di spesa, unitamente «alla norma secondo cui per provvedere a scopi diversi dal normale esercizio delle loro funzioni lo Stato destina risorse aggiuntive ed effettua interventi speciali in favore di determinati Comuni, Province, Città metropolitane e Regioni», implicherebbe che tutte le funzioni amministrative spettanti alle Regioni, diverse da quelle “ordinarie”, risultino finanziate attraverso l'attribuzione diretta ai loro bilanci di risorse adeguate, senza vincoli sulle modalità di spesa. La Regione Marche aggiunge che sussisterebbe, inoltre, la violazione dell'art. 119 Cost. anche perché si imporrebbero «oneri finanziari a carico – sia pure indirettamente – delle Regioni». 15.1.— Sotto entrambi i profili la censura non è fondata.