[pronunce]

, nella parte in cui nel diritto vivente tali norme prevedono" "la comunicazione del decreto assunto dal tribunale per i minorenni nei procedimenti camerali ablativi o modificativi della potestà genitoriale con la forma abbreviata del biglietto di cancelleria, anziché la notificazione mediante consegna al destinatario di copia per esteso conforme all'originale del decreto nelle forme dell'art. 137 del codice di procedura civile". La medesima questione viene prospettata anche con riferimento "al combinato disposto degli artt. 739, comma 2, e 741 cod. proc. civ. , nella parte in cui dispongono che nei procedimenti camerali del tribunale per i minorenni ablativi e modificativi della potestà genitoriale il termine di dieci giorni per proporre reclamo e il termine di efficacia del decreto decorrano dalla comunicazione del decreto con la forma abbreviata del biglietto di cancelleria, anziché della notificazione mediante consegna al destinatario di copia per esteso conforme all'originale del decreto nelle forme dell'art. 137 cod. proc. civ.". Quanto alla rilevanza della questione, la rimettente osserva che la reclamante, avendo ricevuto soltanto la comunicazione del dispositivo del provvedimento e non avendo potuto apprendere da tale comunicazione le ragioni del medesimo, non avrebbe potuto preparare nel brevissimo termine di dieci giorni previsto per il reclamo un ricorso che tenesse conto dei motivi per i quali il figlio veniva da lei allontanato e si sarebbe limitata a proporre la questione di costituzionalità, senza poter sviluppare le difese di merito. Dopo di che osserva di avere autorizzato "in passato" in situazioni simili, il rilascio alla parte reclamante di copia integrale del decreto reclamato, e concesso alla stessa un termine per completare con memoria le proprie difese. Ma alla rimettente "pare però giusto che, attesa la rilevanza della questione e la frequenza con cui viene proposta dai difensori con i motivi di impugnazione, sia la Corte costituzionale a valutare se le attuate modalità di comunicazione del solo dispositivo del decreto negli accennati procedimenti siano addirittura costituzionalmente illegittime". 3. - La rimettente, inoltre, solleva d'ufficio una serie di altre questioni, che investono il secondo e il terzo comma dell'art. 336 cod. civ. La prima questione investe l'art. 336, secondo comma, nella parte in cui non prevederebbe che nei procedimenti camerali ablativi o modificativi della potestà genitoriale sia sentito anche il genitore contro cui il provvedimento non è richiesto. Ad avviso della rimettente, questa mancata previsione aveva un significato anteriormente alla riforma del diritto di famiglia del 1975, quando un solo genitore (di norma il padre) era titolare della potestà, ma non si giustificherebbe più in un regime di potestà congiunta e paritaria, in cui alla decadenza o alla limitazione della potestà di un genitore corrisponde una maggiore pienezza della potestà dell'altro genitore. La limitazione dell'audizione ad un solo genitore, violerebbe: a) l'art. 3, primo comma, Cost., per lesione del principio di eguaglianza fra i genitori, e per irragionevolezza della diversità rispetto alla disciplina di cui all'art. 10, quinto comma, della legge 4 maggio 1983, n. 184, che, per i procedimenti limitativi o sospensivi della potestà nel corso del procedimento di adottabilità, impone l'audizione preventiva di entrambi i genitori e, se c'è, del tutore; b) l'art. 24, secondo comma, Cost., per lesione del "diritto di autodifesa, con facoltà di farsi assistere da un difensore, del genitore non sentito e, quindi, neppure informato della procedura"; c) l'art. 30, primo comma, Cost., per l'esclusione di un genitore dalla possibilità di intervenire in un procedimento relativo ai doveri e diritti dell'altro genitore di mantenere, istruire ed educare i figli; d) l'art. 111, primo e secondo comma, Cost., per l'esclusione di "un contraddittorio tra le parti, i due genitori in proprio e quali legali rappresentanti del figlio, in condizioni di parità, davanti ad un giudice terzo ed imparziale"; e) l'art. 18, comma 1, della Convenzione sui diritti del fanciullo stipulata a New York il 20 novembre 1989 e ratificata e resa esecutiva in Italia con la legge 27 maggio 1991, n. 176 (Ratifica ed esecuzione della convenzione sui diritti del fanciullo, fatta a New York il 20 novembre 1989), che impegna lo Stato al riconoscimento nella propria legislazione del principio per cui entrambi i genitori hanno una comune responsabilità per l'educazione del fanciullo e per provvedere al suo sviluppo, e comporta che entrambi debbano essere sentiti nel procedimento limitativo della potestà di uno di essi. La questione così prospettata sarebbe rilevante, in quanto la madre non sarebbe stata informata e convocata, né in proprio né quale legale rappresentante del figlio, esercente la potestà ex art. 317-bis cod. civ. , pur avendo richiesto di essere sentita, ed altresì in quanto il suo reclamo contro il provvedimento nella sua interezza comprenderebbe la disposizione di decadenza dell'altro coniuge dalla potestà, che, dunque, apparterrebbe al thema decidendum. 4. - Altra questione viene poi proposta - sempre con riguardo all'art. 336, secondo comma, cod. civ. - con riferimento alla mancata previsione (nei procedimenti camerali ablativi o limitativi della potestà genitoriale) dell'audizione del figlio minore, direttamente da parte del giudice se "già grandicello" e tramite un rappresentante se si tratti di un "bambino più piccolo". Tale mancata previsione violerebbe: a) "il principio di protezione della gioventù contenuto negli artt. 2 e 31" secondo comma, Cost., di cui sarebbe espressione l'ascolto del minore previsto dall'art. 12, comma 2, della già citata Convenzione sui diritti del fanciullo, che dispone appunto l'ascolto del minore in ogni procedura giudiziaria e amministrativa; b) "il principio di ragionevolezza di cui all'art. 3, commi 1 e 2, Cost." per la disparità di trattamento rispetto alla procedura di adottabilità, per la quale l'art. 10, secondo e quarto comma, della legge n. 184 del 1983 prevede che ogni provvedimento temporaneo nell'interesse del minore, salvo il caso di urgente necessità, debba essere preceduto dall'audizione, da parte del tribunale per i minorenni, del minore che ha compiuto dodici anni e, se ritenuto opportuno, del minore di età inferiore. La disparità di trattamento emergerebbe perché per l'adozione di provvedimenti con lo stesso contenuto (prescrizioni, allontanamento, rimozione dalla potesta) non sarebbe prevista l'audizione del minore in ogni caso; c) l'art. 111, primo e secondo comma, Cost., "non essendovi un giusto processo" laddove il minore non venga sentito, direttamente se abbia un'età appropriata, come quella di dodici anni stabilita dall'art. 10, quarto comma, cit.