[pronunce]

Sotto altro profilo, si osserva, infine, che le disposizioni denunciate sarebbero in contrasto con gli artt. 3, 35, 97 e 117 della Costituzione, perché introdurrebbero una differenziazione di disciplina rispetto ai rapporti di lavoro regolamentati dalla medesima fonte normativa (d.l. n. 180 del 1998) e aventi la medesima natura. Da qui la violazione, oltre che dell'autonomia regionale e del principio di buon andamento dell'azione amministrativa, del principio di uguaglianza tra lavoratori assunti da enti diversi. 2.5.- È intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, il quale ribadisce le premesse già svolte nel precedente atto e le considerazioni sopra riportate in ordine all'assunta illegittimità costituzionale dell'art. 2 della legge n. 365 del 2000. Per quanto attiene all'art. 6-bis del d.l. n. 279 del 2000, la difesa erariale sottolinea che, nel valutare la portata della disposizione, occorre tenere conto delle straordinarie esigenze di personale derivanti dalle nuove attribuzioni assegnate all'Autorità di bacino di rilievo nazionale. La razionalità della soluzione adottata troverebbe conferma nella disposizione contenuta nell'art. 6-ter del citato decreto-legge, che prevede analoga facoltà di assunzione per le Regioni e gli enti locali colpiti dalla crisi sismica del 27 settembre 1997. 3.- Con ricorso notificato il 10 gennaio 2001 e depositato il successivo 16 gennaio la Regione Emilia-Romagna ha impugnato: l'art. 1-bis, commi 2, 3, 4 e 5, del decreto-legge 12 ottobre 2000, n. 279, inserito, in sede di conversione, dalla legge 11 dicembre 2000, n. 365, per contrasto con gli artt. 5, 9, 44, secondo comma, 117, 118 della Costituzione, e 3 e 97 della Costituzione, nonché con il principio di leale collaborazione; l'art. 2, commi 1 e 2, della predetta legge, per contrasto con gli artt. 5, 117, 118, 3, 44, secondo comma, e 97 della Costituzione; gli artt. 6-bis e 6-ter del decreto-legge citato, per contrasto con gli artt. 3 e 97 della Costituzione. 3.1.- In relazione al primo ordine di censure la ricorrente premette che i piani di bacino - disciplinati dalla legge n. 183 del 1989 - possono essere realizzati anche per stralci relativi a settori funzionali (art. 17, comma 6-ter) che, a norma dell'art. 1 del d.l. n. 180 del 1998, le autorità di bacino di rilievo nazionale, interregionale e regionale devono adottare entro il 30 giugno 2001. Sulla base di queste disposizioni è stato adottato in data 11 luglio 1999 il progetto di piano stralcio per l'assetto idrogeologico - relativo al bacino di rilievo nazionale del fiume Po - dalla preposta autorità di bacino. Aperta la fase di partecipazione di cui all'art. 18, commi 3, 4, 5, 6, 7, e 8, della legge n. 183 del 1989 sarebbero all'esame dei competenti uffici regionali - continua la ricorrente - le osservazioni pervenute ai fini delle controdeduzioni sulle stesse e del parere sul progetto di piano (art. 18, comma 9, della legge n. 183 del 1989). 3.2.- In tale situazione di diritto e di fatto sarebbe intervenuta la norma impugnata che avrebbe, secondo la ricorrente, innovato la disciplina prevista dalla legge n. 183 del 1989 stabilendo quanto segue: a) l'adozione” dei piani di stralcio deve essere effettuata, sulla base degli atti e dei pareri disponibili, non oltre il termine perentorio del 30 aprile 2001 per i progetti di piano adottati antecedentemente alla legge di conversione del decreto n. 279 del 2000 (comma 2), situazione in cui si troverebbe il piano del bacino del Po. Dalla formulazione letterale della riportata disposizione si desumerebbe, secondo la ricorrente, la possibilità di poter prescindere dal preventivo parere delle competenti regioni anche per la complessità del contenuto del parere stesso e la ristrettezza dei termini previsti; b) le Regioni convocano una conferenza programmatica (articolata per sezioni provinciali o per altro ambito territoriale) ai fini dell'adozione e attuazione dei piani di stralcio e della necessaria coerenza tra pianificazione di bacino e pianificazione territoriale, alla quale partecipano, oltre alla regione e ad un rappresentante dell'autorità di bacino, le province e i comuni interessati (comma 3). Detta conferenza esprime un parere - che tiene luogo di quello di cui all'art. 18, comma 9, della legge n. 183 del 1989 - sul progetto di piano con particolare riferimento alla integrazione a scala provinciale e comunale dei contenuti del piano, prevedendo le necessarie prescrizioni idrogeologiche ed urbanistiche; delle determinazioni della conferenza deve tenere conto l'autorità di bacino in sede di adozione del piano (comma 4). La ricorrente ritiene, da un lato, che il parere della conferenza programmatica, alla luce del chiaro dettato normativo, sostituisce il parere della regione di cui all'art. 18, comma 9, della legge n. 183 del 1989; dall'altro che il predetto parere è “ugualmente eventuale”. In conclusione, secondo la Regione Emilia-Romagna, le riportate disposizioni normative determinerebbero un esautoramento o restringimento delle attribuzioni regionali in materia di tutela dell'assetto idrogeologico del territorio in un sistema normativo (legge n. 59 del 1997 e d. lgs. n. 112 del 1998), che avrebbe visto recentemente conferite alle regioni ulteriori consistenti attribuzioni anche nel settore della difesa del suolo, con consequenziale violazione degli artt. 117 e 118 della Costituzione. La violazione sarebbe aggravata, sempre secondo la Regione, dal fatto che la procedura di adozione dei piani di stralcio - che produrrebbero gli stessi effetti dei piani di bacino - non avrebbe una valenza meramente transitoria dettata dalla contingente situazione di urgenza, ma sarebbe destinata ad operare a regime; anche se così non fosse - si prosegue - neppure la necessità di addivenire rapidamente all'adozione dei piani di stralcio per l'assetto idrogeologico potrebbe giustificare la lesione delle prerogative regionali in materia. 3.3.- La composizione e i compiti che la conferenza programmatica è chiamata ad assolvere determinerebbero poi “la commistione di interessi e valori diversi, insuscettibili di essere adeguatamente apprezzati e graduati”, con conseguente violazione dei principi di ragionevolezza e di buon andamento. L'“irragionevolezza sostanziale” deriverebbe, altresì, dalla “indeterminatezza” e “indefinibilità giuridica” dello stesso organismo chiamato a rendere il parere. Da qui l'assunta violazione dell'art. 97 della Costituzione.