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Nuovo libro primo del codice civile, recante norme sul diritto della persona. Onorevoli Senatori. -- Vi è nel Paese un fermento, che il Parlamento ha il dovere di recepire. Vi è un disagio, una domanda di cambiamento, vi è la sofferenza umana legata a situazioni che il diritto, allo stato, non tutela adeguatamente. Tutto ciò deriva dal mancato intervento di riforme, in tema di diritto di famiglia, dopo la stagione degli anni settanta, nella quale, in particolare con la legge n. 151 del 19 maggio 1975, fu operata una millenaria rivoluzione, capovolgendo concetti che vigevano da tempo immemorabile ed adeguando il diritto ai valori di democrazia, uguaglianza, tutela delle parti più deboli, elaborati nei secoli dalla nostra storia. L'opera realizzata, in tal senso, nel 1975, doveva essere completata. Ciò non è avvenuto nei decenni successivi e, per molta parte, l'attività riformatrice è rimasta incompiuta. Intanto, nuove esigenze sono maturate, nuovi nodi sono arrivati al pettine. La società ha continuato a progredire, la democrazia ad evolversi. Il costume sociale ha prodotto nuovi risultati e nuovi problemi ed il diritto non si è adeguato. Vi è pertanto ora un ritardo che è indispensabile colmare. Tale ritardo è evidente se si paragona la legislazione italiana, in tema di diritto di famiglia, a quella europea. Il confronto mostra in modo stridente anacronismi ed irrazionalità della nostra legislazione, la quale se nel 1975 poteva dirsi sufficientemente moderna ed adeguata ai tempi, ora certamente non lo è più. Nel 1975, la riforma adeguò ai precetti costituzionali il rapporto tra marito e moglie, ponendo fine ad uno stridente contrasto tra Costituzione, che imponeva l'uguaglianza di uomo e donna nel matrimonio, e codice civile, che invece parlava di «capo» della famiglia. Nel 2009, tale contrasto esiste ancora su altri punti, tanto da giustificare le parole di chi assume che esistono, per numerose categorie di soggetti, diritti riconosciuti dalla Carta costituzionale e negati, di fatto, dalla legislazione in vigore. Un esempio è costituito dalla posizione dei figli, i quali, nonostante ciò sia considerato intollerabile da buona parte della pubblica opinione, sono ancora divisi in «categorie» a seconda delle vicende della loro nascita e sono, per questo, soggetti a regole sostanziali e processuali diverse. Un'altra esigenza che in Europa è fortemente avvertita è quella di unificare le norme in tema di diritto di famiglia, dando luogo ad un'unica ed organica legislazione. Ad esempio, il 1° settembre 2008 è entrata in vigore, in Germania, una legge che provvede in tal senso. In Italia, invece, le norme sul diritto di famiglia sono ancora «disseminate» in leggi e codici diversi e, quando viene effettuata una sia pur minima attività riformatrice (si veda la legge n. 54 del 2006 in tema di affido condiviso dei figli nella separazione), si procede intervenendo su punti unici, senza un'ottica di coordinamento generale. Nel Paese, inoltre, prevale una visione diversa da quella consolidata nei codici e nelle leggi. Più di una volta sondaggi (esempio: divorzio breve) hanno dimostrato che vi è una forte divergenza tra ciò che pensano i cittadini e ciò che il legislatore decide (o non decide). Tutto ciò, dimostra la necessità di un intervento globale di riscrittura, unificazione e modernizzazione di tutto il libro primo del codice civile. Questo intervento è stato attuato con l'ausilio di studiosi di varie branche ed associazioni, i quali hanno lavorato e si sono confrontati per lungo tempo, dando luogo al progetto trasfuso nella proposta che si sta illustrando. La comprensione piena di essa richiede un breve excursus , che parta dalle origini del diritto vigente all’epoca in cui si tenne la Conferenza sull’amore civile, del 12 maggio 2008 . 1) Il diritto romano Il nostro diritto civile deriva dal diritto preunitario, che trae origine dal diritto francese, il quale a sua volta deriva dal diritto vigente nel medioevo e dal diritto romano-barbarico, entrambi diretta conseguenza del diritto romano. Evidente è altresì l'influenza, per ciò che concerne in particolare il diritto di famiglia, delle norme del codice canonico. Nel corso di tale processo di trasmissione, non vi è soluzione di continuità. Alcune norme si sono evolute, mentre altre sono rimaste identiche. Spesso, interi gruppi di norme sono stati trasfusi, senza sostanziali modifiche, dal codice di un'epoca storica al successivo. In ragione di ciò, alcune disposizioni di legge sono sopravvissute alle ragioni per cui erano state scritte e sono divenute illogiche ed anacronistiche. Ad esempio, nel nostro codice, nel capitolo relativo alla filiazione, sussiste ancora la norma che attribuisce il figlio alla madre (e di conseguenza al marito della donna) se nato entro centottanta giorni dalla celebrazione del matrimonio e prima che siano trascorsi trecento giorni dallo scioglimento di esso, poiché tali date erano state dettate dalle cognizioni della scienza medica dell'epoca di Ippocrate. (Si vedano gli articoli 232 e seguenti del codice civile). Ciò è illogico, considerate le attuali conoscenze, che consentono di stabilire su basi scientifiche paternità e date. L'esempio citato non è unico. In molti casi l'influenza del diritto antico è palese e la sopravvivenza di norme antiche non è giustificata o, addirittura, è paradossale . Nessuno ha pensato, finora (se si esclude la rivoluzione sostanziale del 1975), di compiere una revisione-generale ed una modernizzazione delle norme del diritto di famiglia. Ciò appare invece indispensabile, considerato il diritto del cittadino di avere norme adeguate all'epoca in cui egli vive. 2) La riforma del 1975 Nel 1975, nel corso di una stagione di vitalità travolgente delle tendenze riformiste, fu varato il nuovo diritto di famiglia. Con esso, mutò radicalmente la concezione della famiglia, trasformatasi da istituzione gerarchicamente organizzata («il marito è il capo») in società tra uguali. Per effetto della precedente, ma strettamente connessa, introduzione del divorzio, il matrimonio si era contemporaneamente trasformato da entità indissolubile in istituzione reversibile, dando luogo, nel nostro Paese, «all'inizio dell'era moderna». I princìpi su cui la riforma del 1975 si basava furono, in particolare, l'uguaglianza tra uomo e donna e la fine delle discriminazioni nei confronti dei figli nati fuori del matrimonio. Sul primo versante, la riforma risultò fortemente incisiva, anche se ad essa sopravvissero alcune norme tuttora non egalitarie, come quelle relative al cognome della donna sposata e dei figli. Anche dal punto di vista dell'abolizione delle discriminazioni, la riforma operò una radicale trasformazione, stabilendo, con il nuovo articolo 261 del codice civile, la parità dei diritti tra figli legittimi e figli naturali ed abolendo la definizione di «figli illegittimi», prima vigente. L'articolo 261, tuttavia, era destinato ad operare solo nei rapporti tra genitori e figli.