[pronunce]

che al riguardo il giudice a quo osserva, in generale, che nel sistema penale la confisca è una misura di sicurezza che si fonda sulla pericolosità della disponibilità di alcune cose, che sono servite o che sono state destinate a commettere il reato o che di questo sono il prodotto o il profitto, e che pertanto essa - anche secondo la giurisprudenza è caratterizzata dalla finalità "cautelare", in quanto mira a prevenire la commissione di ulteriori reati; che nella disposizione censurata, viceversa, la confisca assume - ancora ad avviso del rimettente - un mero carattere punitivo, trattandosi di misura "del tutto slegata dall'accertamento della pericolosità della cosa", in quanto la variazione patrimoniale costituirebbe solo l'"occasione" dell'insorgere dell'obbligo di comunicazione, la cui violazione determina l'applicazione della misura della confisca del bene acquistato o del corrispettivo del bene venduto, senza che si possa ravvisare quel nesso di strumentalità tra il fatto e il bene che invece è richiesto in generale nella configurazione della confisca quale misura di sicurezza facoltativa - alla quale egli riferisce l'argomentazione della questione sollevata, in quanto misura prevista solo in caso di condanna -, rappresentando la variazione patrimoniale, in sé considerata, un "elemento neutro"; che a sostegno della questione il giudice rimettente pone a raffronto la previsione impugnata, da un lato, con l'art. 12-sexies del decreto-legge 8 giugno 1992, n. 306 (Modifiche urgenti al nuovo codice di procedura penale e provvedimenti di contrasto alla criminalità mafiosa), convertito con modificazioni dalla legge 7 agosto 1992, n. 356, che prevede, in caso di condanna o di pronuncia di "patteggiamento" per alcuni delitti, tra cui quello di associazione di tipo mafioso di cui all'art. 416-bis cod. pen. , la confisca del denaro, dei beni o delle altre utilità di cui il condannato non può giustificare la provenienza e di cui, anche per interposta persona fisica o giuridica, risulti essere titolare o disporre a qualsiasi titolo in valore sproporzionato al proprio reddito o alla propria attività economica; dall'altro, con la specifica confisca che può essere disposta nell'ambito del procedimento di prevenzione, a norma dell'art. 2-ter della legge 31 maggio 1965, n. 575 (Disposizioni contro la mafia); che, nel raffronto con queste disposizioni, il rimettente individua un primo profilo di incostituzionalità per disparità di trattamento di situazioni analoghe, poiché ciò che è ammesso nei due casi anzidetti - la dimostrazione della legittima provenienza dei beni - è invece precluso a chi sia condannato per il reato di omessa comunicazione previsto dall'impugnato art. 31 della legge n. 646 del 1982; che ulteriore aspetto di contrasto della norma con l'art. 3 della Costituzione è ravvisato dal giudice a quo nella circostanza che la misura della confisca si applica, senza distinzione alcuna, anche a beni pervenuti per successione ereditaria o per donazione, o relativamente ai quali il condannato abbia, in ipotesi, acceso un mutuo bancario, pagando le relative rate con i proventi del proprio lavoro, con una indiscriminata applicazione che appare, al rimettente, indice di sproporzione rispetto alla finalità legislativa di controllo dei movimenti patrimoniali dei soggetti mafiosi, a fronte della già ricordata mancanza di pericolosità intrinseca del bene; che, sulla base di questi rilievi, il giudice di merito censura la norma in questione per violazione del principio di uguaglianza e del canone di coerenza e razionalità della legge, risultando la confisca inadeguata ed eccedente rispetto agli obiettivi del legislatore, e altresì per violazione degli artt. 35, 41 e 42 della Costituzione, essendo prevista l'ablazione di beni e utilità anche quando siano il prodotto del lavoro e del risparmio e dunque quando l'acquisto della proprietà derivi da attività consentite e protette dal diritto; che con altra Ordinanza emessa il 18 aprile 2001 (r.o. 582/2001), in distinto procedimento penale, il giudice dell'udienza preliminare del Tribunale di Trapani ha sollevato questione di costituzionalità degli artt. 30 e 31 della legge n. 646 del 1982, testualmente identica a quella precedentemente detta e riferita agli stessi parametri costituzionali; che nel giudizio promosso con quest'ultima ordinanza è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, tramite l'Avvocatura generale dello Stato, che ha concluso per l'inammissibilità e comunque per l'infondatezza delle questioni sollevate. Considerato che le due ordinanze, di contenuto corrispondente tra loro, sollevano le medesime questioni e che pertanto i relativi giudizi possono essere riuniti per essere definiti con unica pronuncia; che, quanto alle questioni - più ampiamente indicate in (a) e in (b) della parte narrativa - relative, rispettivamente, alla disposizione che stabilisce l'obbligo di comunicazione delle variazioni patrimoniali (art. 30 della legge n. 646 del 1982) e alla disposizione che stabilisce le sanzioni penali della reclusione e della multa per l'inosservanza dell'obbligo (art. 31 della legge n. 646 del 1982), questa Corte, chiamata a vagliare le medesime censure, prospettate con ordinanze emesse dallo stesso ufficio giudiziario rimettente, ne ha dichiarato, con ordinanza n. 442 del 2001, successiva alle ordinanze di rinvio ora in esame: quanto alla questione in (a), la manifesta inammissibilità, per essere con essa sollevato un mero dubbio di carattere interpretativo, originato dalla formulazione testuale della norma, dubbio che spetta al giudice dissolvere, e, quanto alla questione in (b), la manifesta infondatezza, risolvendosi essa in considerazioni critiche circa l'opportunità della norma, non traducibili in censure di costituzionalità apprezzabili, a fronte della ampia discrezionalità del legislatore nella determinazione dei reati e delle relative sanzioni; che, in assenza di qualsiasi ulteriore profilo argomentativo nelle ordinanze ora all'esame di questa Corte, non v'è motivo di discostarsi dalla decisione anzidetta, cosicché per le questioni sopra richiamate deve giungersi alle stesse conclusioni; che, quanto alla questione, indicata in (c) nella parte narrativa, relativa alla previsione della confisca dei beni acquistati e del corrispettivo dei beni alienati con le operazioni patrimoniali della cui effettuazione sia stata omessa la comunicazione da parte del soggetto obbligato, nei termini di legge, si deve osservare, in via preliminare, che la questione attiene a una statuizione giudiziale di natura accessoria, perché necessariamente susseguente all'affermazione di responsabilità del soggetto per il reato di cui all'art. 30 della legge n. 646 del 1982; che, proprio per questo carattere derivato della questione, in tanto potrebbe porsi un dubbio di costituzionalità specificamente concernente la misura ablativa in quanto sia risolto, nel senso affermativo, il tema della responsabilità penale dell'imputato, sotto ogni profilo oggettivo e soggettivo;