[pronunce]

che secondo la ricorrente, andrebbe riconosciuta anche la legittimazione attiva della Procura contabile, non potendosi dubitare della natura di potere dello Stato della Corte dei conti, né del fatto che la Procura contabile, nell'esercizio delle sue funzioni, sia competente a dichiarare definitivamente la volontà del potere cui appartiene; che quanto al requisito oggettivo, la Procura contabile osserva come la Corte costituzionale, nella sentenza n. 385 del 1996, abbia precisato che la giurisdizione nelle materie di contabilità pubblica è disciplinata da norme ordinarie, e che, dunque, attraverso il semplice richiamo all'art. 103, secondo comma, Cost., non sarebbe data materia di conflitto; tuttavia, ad avviso della ricorrente, il presente conflitto sarebbe diverso da quello risolto con la richiamata sentenza, in quanto non verrebbe lamentata una lesione di attribuzioni riconducibili all'art. 103, secondo comma, Cost., cioè relative all'esercizio dell'azione di responsabilità da parte dell'organo inquirente, ma la menomazione delle prerogative di indipendenza che l'art. 108, secondo comma, Cost., direttamente assicura al pubblico ministero presso la Corte dei conti, nel rispetto della riserva assoluta di legge; che secondo la ricorrente, infatti, l'indipendenza del magistrato contabile nell'esercizio delle sue funzioni integrerebbe un attributo del proprio status che trova la sua fonte diretta nella Costituzione; in particolare, vi sarebbe una stretta correlazione tra diritto di difesa e tutela del principio costituzionale di indipendenza del pubblico ministero contabile, atteso che tra le «misure volte a evitare ogni indebito condizionamento [...] rientrano quelle dirette ad assicurare un'efficace difesa» (sentenza n. 87 del 2009); che in altri termini, ad avviso della Procura regionale, conculcare in modo illegittimo facoltà difensive volte a rendere effettiva l'indipendenza garantita al pubblico ministero contabile dall'art. 108, secondo comma, Cost., ridonderebbe in una lesione di tale parametro costituzionale; che nel diritto di difesa rientrerebbe anche il riconoscimento della più ampia libertà ed autonomia nella scelta delle ragioni in fatto e in diritto su cui impostare le proprie argomentazioni difensive; che tale autonomia risulterebbe menomata, tuttavia, laddove alla Corte costituzionale fosse reso possibile, ex post e per un mero lapsus calami, attribuire alla Procura ricorrente ragioni in fatto non solo distanti da quelle fatte effettivamente valere, ma addirittura contrarie a quelle poste a fondamento del proprio ricorso, senza poi consentire alla Procura stessa l'accesso al giudizio di correzione di errori materiali; che neppure potrebbe escludersi che anche un'ordinanza di mera estinzione del processo possa contenere errori materiali che necessitino di una correzione da parte della Corte costituzionale; di qui, ad avviso della Procura contabile, il proprio interesse a sollevare il presente conflitto; che l'ammissibilità dello stesso non sarebbe neppure preclusa dall'art. 137, terzo comma, Cost., il quale opererebbe esclusivamente con riguardo alle «decisioni» (sentenze ed ordinanze) ritualmente emesse dalla Corte costituzionale nella sua composizione collegiale, al termine dei giudizi rimessi alla sua competenza (e poi pubblicate nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana), mentre non fornirebbe alcuno scudo protettivo a provvedimenti sui generis ed extra ordinem di un suo organo; che secondo la ricorrente, l'impugnato provvedimento presidenziale sarebbe affetto da palese incompetenza, atteso che non spetta al Presidente della Corte costituzionale decidere quelli che la costante giurisprudenza di questa Corte definisce i «giudizi» per la correzione di errore materiale; che tali giudizi, ai sensi dell'art. 32 delle norme integrative, possono essere avviati d'ufficio o su istanza di parte; devono essere celebrati in camera di consiglio dinanzi alla Corte costituzionale in composizione collegiale e previo avviso alle parti; devono necessariamente concludersi con una ordinanza collegiale di accoglimento o reiezione dell'istanza che verrà poi pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica, con le garanzie di ufficialità e trasparenza che questo comporta; che pertanto tale schema procedimentale non potrebbe essere eluso omettendo di investire la Corte con il rituale esame di tale istanza; che a questo riguardo vengono richiamate due ordinanze (n. 524 del 1990 e n. 154 del 1991) adottate all'esito di giudizi nei quali la Corte costituzionale, investita di istanze di correzione materiale, pervenne alla conclusione che fossero infondate solo dopo la rituale instaurazione dei relativi giudizi; che nel caso in esame, invece, questo iter sarebbe stato inspiegabilmente pretermesso ed il Presidente della Corte costituzionale avrebbe disposto l'archiviazione dell'istanza secondo una procedura non prevista ed anzi in contrasto con il richiamato art. 32 delle norme integrative; che il provvedimento presidenziale, inoltre, non risulterebbe neppure pubblicato nella Gazzetta Ufficiale; né potrebbe sostenersi che il Presidente della Corte costituzionale abbia equivocato l'oggetto della richiesta formulata dalla Procura contabile, atteso che è lo stesso provvedimento impugnato a chiarire quale sia il suo oggetto; che lo stesso incipit del provvedimento «Sentita la Corte», lungi dall'integrare una corretta applicazione dell'art. 32 delle norme integrative, costituirebbe evidente dimostrazione dell'illegittimità dello stesso; che l'assoluta indeterminatezza di tale locuzione, infatti, non soddisferebbe l'esigenza di certezza che dovrebbe connotare ogni atto pubblico di natura decisoria, non essendo chiaro se la Corte sia stata sentita nella sua collegialità o nell'ambito di una sua articolazione interna; che quand'anche la questione fosse stata discussa in una camera di consiglio della Corte costituzionale, ciò non giustificherebbe comunque la circostanza che la decisione sia stata poi assunta dal Presidente con un provvedimento sui generis, anziché dalla Corte costituzionale con ordinanza; che, pertanto, il Presidente della Corte costituzionale, a mezzo del provvedimento impugnato, si sarebbe attribuito una competenza in ordine all'istanza di correzione di errore materiale che non gli è riconosciuta dall'ordinamento; che la ricorrente osserva, altresì, che dietro la formula della "manifesta irricevibilità" dell'istanza, la natura del provvedimento impugnato sarebbe chiaramente quella di una decisione nel merito della richiesta di correzione dell'ordinanza n. 323 del 2013; che tale formula non avrebbe alcun fondamento logico se riguardata alla luce delle motivazioni del provvedimento impugnato; che l'irricevibilità, infatti, costituirebbe un destino processuale che la Corte costituzionale generalmente riserva agli atti depositati oltre i termini di legge; nel caso in esame, invece, l'istanza di correzione di errore materiale non era soggetta ad alcun termine, essendo, dunque, palesemente "ricevibile"; che tale atto presidenziale, dunque, avrebbe leso le prerogative di indipendenza riconosciute alla ricorrente dall'art. 108, secondo comma, Cost., impendendole di ottenere la correzione degli errori materiali contenuti nell'ordinanza n. 323 del 2013, i quali mistificherebbero totalmente il contenuto di un suo precedente ricorso;