[pronunce]

che il dubbio di costituzionalità si fonda sull'effetto penalizzante che deriverebbe dall'erronea celebrazione dell'udienza preliminare, in punto di compressione dello spatium temporis garantito all'imputato ai fini dell'accesso ai predetti riti alternativi: infatti, mentre nel rito con udienza preliminare la presentazione della relativa richiesta è soggetta a limiti temporali collegati all'udienza stessa, l'avviso della cui fissazione deve essere notificato all'imputato (rilievo, questo, non sviluppato dal rimettente, ma implicito nelle sue deduzioni) con un termine dilatorio di soli dieci giorni (art. 419, comma 4, cod. proc. pen.); nel rito con citazione diretta, la richiesta può essere invece presentata sino alla dichiarazione di apertura del dibattimento (art. 555, comma 2, cod. proc. pen.), onde l'imputato si vede in fatto assicurato, ai fini considerati, il più ampio termine dilatorio di sessanta giorni, previsto per la notifica del decreto di citazione (art. 552, comma 3, cod. proc. pen.); che, al riguardo, occorre peraltro osservare come il rito con udienza preliminare offra indubitabilmente, nel suo complesso, maggiori garanzie all'imputato rispetto al rito con citazione diretta, in quanto caratterizzato da un vaglio giudiziale aggiuntivo sull'esercizio dell'azione penale; che il carattere maggiormente “garantito” del rito con udienza preliminare non rappresenta, d'altro canto, solo un dato di evidenza irrefutabile, ma anche un principio che orienta la disciplina processuale positiva: basti considerare che in forza dell'art. 551 cod. proc. pen. , nel caso di procedimenti connessi, se la citazione diretta è ammessa solo per alcuni di essi, il pubblico ministero deve presentare per tutti la richiesta di rinvio a giudizio (prevale, cioè, il rito con udienza preliminare); che questa Corte ha ritenuto, in tale ottica, costituzionalmente legittima, anche in riferimento all'art. 3 Cost., la generalizzata applicazione del rito con udienza preliminare nel procedimento penale militare, pure quando si tratti di reati militari corrispondenti a reati comuni per i quali si procede con citazione diretta: rilevando, in proposito, come si sia al cospetto di una disparità di trattamento in melius, che accresce, e non già riduce, le garanzie dell'imputato (cfr. ordinanza n. 204 del 2001); che, in simile prospettiva — a prescindere da ogni rilievo circa la validità dell'assunto del giudice a quo, in forza del quale l'imputato sarebbe legittimato a dolersi in dibattimento dell'erronea celebrazione dell'udienza preliminare anche quando non abbia sollevato la relativa eccezione nel corso di detta udienza (assunto che appare di problematica compatibilità, sul piano sistematico, col disposto dell'art. 33-quinquies cod. proc. pen.) — deve comunque escludersi che l'adozione della sequenza processuale complessivamente più “garantita”, in relazione a reati per i quali essa non era dovuta, possa ritenersi foriera di disparità di trattamento in peius e di pregiudizi al diritto di difesa solo perché, nel confronto su singoli e specifici aspetti della disciplina — e, segnatamente, in relazione allo spazio temporale per la richiesta di riti alternativi —, il rito con citazione diretta possa risultare, nella valutazione dell'imputato, preferibile al primo; che la contraria affermazione del rimettente sarebbe condivisibile, in effetti, solo qualora il termine del quale l'imputato dispone, nel caso di celebrazione dell'udienza preliminare, per formulare la predetta richiesta risultasse, di per sé, oggettivamente inadeguato (il che peraltro implicherebbe, più a monte, l'illegittimità costituzionale della norma che lo prevede): conclusione alla quale, tuttavia, nemmeno lo stesso giudice a quo perviene (ipotizzando egli non già una lesione del diritto di difesa, quanto piuttosto del diritto alla «migliore delle difese»); e che appare, d'altra parte, tanto meno plausibile ove si consideri che la persona sottoposta alle indagini è oggi destinataria della preventiva notificazione dell'avviso della conclusione delle indagini preliminari, con i termini collegati di cui all'art. 415-bis comma 3 cod. proc. pen. ; che la dedotta violazione dell'art. 111 Cost. non risulta, inoltre, in alcun modo motivata; che la questione va dichiarata, pertanto, manifestamente infondata. Visti gli artt. 26, secondo comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87, e 9, secondo comma, delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale.. . per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE dichiara la manifesta infondatezza della questione di legittimità costituzionale dell'art. 33-sexies del codice di procedura penale, sollevata, in riferimento agli artt. 3, 24 e 111 della Costituzione, dal Tribunale di Lecce con l'ordinanza indicata in epigrafe. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 19 maggio 2003. F.to: Riccardo CHIEPPA, Presidente Giovanni Maria FLICK, Redattore Giuseppe DI PAOLA, Cancelliere Depositata in Cancelleria il 23 maggio 2003. Il Direttore della Cancelleria F.to: DI PAOLA