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E d'altro canto deve essere comunque rilevata la finalità perseguita dal disegno di legge proposto attraverso l'istituzione di un marchio «Italian Quality» e consistente nell'assicurare un livello elevato di protezione dei consumatori, in conformità con il disposto di cui all'articolo 153 del Trattato che istituisce la Comunità europea. In questa prospettiva, con una risoluzione approvata il 26 settembre 2007, il Parlamento europeo ha invitato la Commissione di Bruxelles a valutare la possibilità di introdurre un marchio europeo per la sicurezza del consumatore e ha sollecitato il Consiglio degli Stati membri ad adottare l'etichetta «Made in» con la quale indicare il Paese di origine per i prodotti appartenenti ad alcuni settori merceologici (tessile e abbigliamento, gioielleria, vetro e ceramica, scarpe, cuoio, pellicce, mobili). Un'esigenza condivisa dalla maggioranza dei cittadini europei, che vedono nel marchio uno strumento di consapevolezza e sicurezza al momento dell'acquisto. Inoltre, in questo senso rileva la proposta di Regolamento comunitario concernente l'introduzione dell'obbligo di indicazione del Paese d'origine sull'etichettatura di taluni prodotti importati da Paesi terzi [COM(2005) 661], finalizzata a porre rimedio alla posizione di svantaggio della Comunità europea rispetto ai suoi partner commerciali come Canada, Cina, Giappone e Stati Uniti, i quali già impongono l'obbligo di un marchio di origine sulle loro importazioni. Tale proposta di Regolamento rappresenta un importante passo in avanti, in relazione alla necessità di assicurare una corretta informazione ai consumatori, i quali attribuiscono un importante valore commerciale all'informazione sull'origine geografica di un prodotto, e di tutelare la competitività dell'industria comunitaria. La proposta di Regolamento è stata affrontata nel 2005 dalla Commissione e successivamente approvata dal Parlamento europeo nell'ottobre del 2010, grazie all'appoggio ed il sostegno di alcuni Paesi come l'Italia, in primis , Francia e Spagna, seppure avversata da altri Paesi come Gran Bretagna, Germania, Olanda e Paesi nordici. Questa stessa proposta è stata però ritirata dal programma legislativo della Commissione nell'ottobre 2012 e solo il 13 febbraio 2013 la Commissione europea -- su iniziativa dei commissari europei all'Industria, Antonio Tajani (Vice Presidente della Commissione), e alla Salute e tutela dei consumatori, Tonio Borg -- ha varato due nuove proposte di Regolamento sul «Made in», con particolare riguardo alla sicurezza ed all'indicazione d'origine obbligatoria dei prodotti di consumo non alimentari e sul miglioramento della sorveglianza di mercato nell'Ue per questi stessi prodotti. Questa nuova proposta [COM(2013) 78 final] trae origine dal cambiamento della base giuridica e dalla volontà del Parlamento europeo che ha approvato a gennaio una risoluzione in cui sollecitava la Commissione a ripresentare una nuova proposta di Regolamento da inserire nel Programma legislativo 2013. Rispetto al Regolamento del 2005, la nuova proposta tende a superare le obiezioni dell'Organizzazione mondiale del commercio, prevedendo un obbligo di indicazione dell'origine non solo per i prodotti extracomunitari (come ad esempio «Made in China»), ma anche per gli stessi prodotti provenienti dall'Europa («Made in Europe»), con possibilità di indicare lo Stato membro di fabbricazione. In particolare, la proposta di Regolamento sulla sicurezza generale dei prodotti fissa delle regole per assicurare la loro piena tracciabilità, in base al quale vengono posti obblighi proporzionati e attentamente calibrati a tutti gli attori della filiera: dal produttore all'importatore, sino al distributore. Attraverso questo nuovo Regolamento, il consumatore potrà sapere esattamente cosa compra grazie a un'etichettatura in grado di identificare chiaramente le caratteristiche del prodotto. Nello specifico, la disposizione di cui all'articolo 7 del proposto Regolamento prevede l'indicazione di origine obbligatoria e risponde alla necessità di individuare dove un prodotto è stato fabbricato ai fini della sua piena tracciabilità e, quindi, ad una maggiore responsabilizzazione di autorità di controllo e produttori. Per i beni prodotti in Europa, l'impresa potrà scegliere se indicare genericamente «Made in Europe» o più precisamente, ad esempio, «Made in Germany» o «Made in Slovakia» piuttosto che «Made in Italy» o «Made in France». Questa disposizione è del tutto compatibile con le regole dell'Organizzazione mondiale del Commercio, in quanto non discriminatoria, applicandosi allo stesso modo a merci Ue e non. È questa la grande differenza rispetto alla proposta sul «Made in» del 2005 che imponeva la marcatura solo ai prodotti importati dai Paesi terzi. Quella proposta aveva come base giuridica l'articolo 133 del Trattato, oggi 207, quello che disciplina la competenza dell'Unione europea in materia di politica commerciale. La proposta dei commissari europei all'Industria e alla Salute è invece basata sull'articolo 114, che consente il ravvicinamento di legislazioni per l'instaurazione e il funzionamento del mercato interno. Disposizione che ci si aspetta possa essere fortemente sostenuta dal Parlamento europeo che, lo scorso 17 gennaio, ha adottato una Risoluzione nella quale sottolineava l'importanza di una corretta informazione del consumatore. Pertanto, la ratio del presente disegno di legge appare compatibile con i più recenti orientamenti comunitari in materia, realizzando un equo contemperamento dei citati interessi comunitari (libera circolazione delle merci tra Stati membri e corretta informazione dei consumatori). Per quanto concerne il livello nazionale, la disciplina dei marchi è contenuta in atti normativi di rango primario e, in particolare, nel decreto legislativo 10 febbraio 2005, n. 30, recante il Codice della proprietà industriale e negli articoli 2569 e ss. del codice civile. Rispetto delle competenze legislative costituzionalmente definite, il nuovo testo dell'articolo 117 della Costituzione, al comma secondo, lettera r) , attribuisce allo Stato la competenza legislativa esclusiva in materia di opere. Il marchio, in quanto segno distintivo -- volto cioè a distinguere i prodotti o servizi di un'impresa da quelli di altre imprese -- è istituto connesso alla materia delle opere dell'ingegno essendo comunemente utilizzato per identificare e tutelare queste ultime. Inoltre, deve considerarsi come la disciplina del marchio sia essenzialmente volta a prevenire ed a reprimere atti di concorrenza sleale e la materia della tutela della concorrenza risulti di esclusiva competenza dello Stato ai sensi del secondo comma, lettera e) , dell'articolo 117 della Costituzione. Così pure la disciplina del marchio, contenuta nel codice civile (articoli 2569-2572) e nel citato codice della proprietà industriale, deve essere ricondotta alla materia dell'ordinamento civile, di esclusiva competenza dello Stato ai sensi del secondo comma, lettera l) , dell'articolo 117 della Costituzione. La tutela sui mercati mondiali dei prodotti tipici del «Made in Italy» è stata poi più volte indicata tra le linee di azione prioritarie previste nei documenti di programmazione economico-finanziaria approvati nel corso delle passate legislature.