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Creare un bilancio nella zona euro entro il 2021 è una cosa che non possiamo che valutare positivamente, pensando, ad esempio, che la Germania era contraria. Noi sappiamo come questo serva a rafforzare la competitività, rilanciando gli investimenti e come sia stato chiesto con forza dall'Italia negli ultimi quattro anni, in particolare dal Partito Democratico. Tuttavia, per il momento, non se ne precisa l'ammontare e - soprattutto - se deve essere inglobato nel bilancio comunitario, oppure no. Ci sono poi diversi altri punti che, invece, non possono essere accolti, in primis la condizionalità cui sarebbe sottoposto l'intervento dell'ESM se si trasformasse in Fondo monetario europeo. Agirebbe, nei casi di difficoltà di un Paese, solo previa ristrutturazione del debito e ciò finirebbe per dare un potere non indifferente a Francia e Germania sulle decisioni del Fondo monetario europeo. Meno peggio il potenziale accordo perché il meccanismo europeo di stabilità dell'ESM diventi il paracadute del Fondo di risoluzione unico, anche se la dotazione data effettivamente viene ritenuta ancora troppo bassa, nonostante, anche su questo, la Germania non fosse d'accordo. Il secondo punto, come è emerso anche in altri interventi, penso rappresenti il vero e proprio problema: il completamento dell'unione bancaria. Dopo il primo pilastro - il meccanismo unico di vigilanza - e il secondo pilastro - il meccanismo di risoluzione unico, che è partito dal 1° gennaio 2016 - non possiamo accettare che non si arrivi alla realizzazione, nel più breve tempo possibile, del terzo pilastro. Mi riferisco al Fondo di risoluzione unico, che è stato solo abbozzato attraverso un percorso che è di una complessità eccessiva. La prima fase è quella del meccanismo del cofinanziamento, la seconda fase è quella del meccanismo della coassicurazione e solo nella terza fase si arriverebbe allo schema europeo di garanzia dei depositi bancari (EDIS). Questo non va assolutamente bene. Purtroppo nella riunione dei 27 Stati dell'Eurogruppo del 21 giugno scorso è stata ribadita la necessità di un approccio graduale e penso che questa dichiarazione sia stata fortemente condizionata dal vertice franco-tedesco di Mesenberg del 19 giugno, che ha introdotto un principio che porta ad una sequenza della riduzione dei rischi e della condivisione degli stessi. Ebbene, questo è ancora un aspetto secondario ma molto grave, se lo poniamo in relazione all'obiettivo che vuole essere introdotto di ridurre gli NPL lordi dei prestiti totali al 5 per cento e quelle netti al 2,5 per cento, sapendo che il benchmark di riferimento è l'11,1 e il 6 per i secondi. Questo perché non si tiene conto dello sfondo strutturale che è stato realizzato da parte dell'Italia, che è riuscita a creare le condizioni per passare in un anno, dal 2017, da uno stato di 230 miliardi lordi a uno di 186. In questo ci sta la valutazione di quello che è questo processo di sequenza, che deve tenere nella stessa considerazione sia la riduzione dei rischi, sia la condivisione. Se non si fa questo, il processo finisce per essere un processo monco, ma soprattutto non si dice in maniera chiara e trasparente che non vengono presi in considerazione i fondi liquidi che sono 3.580 miliardi, il 44 per cento dei quali detenuti dalle banche francesi e il 30 per cento dalle banche tedesche. Va bene allora rafforzare l'eurozona, va bene non danneggiare gli interessi nazionali, ma penso che dobbiamo porci come obiettivo quello di creare le condizioni perché non si presenti il pericolo di titoli liquidi (gli L2 a cui faceva riferimento la senatrice Bottici). Quanto prima il senatore Parrini diceva che non abbiamo visto cambiamenti tangibili, devo dire che invece un cambiamento tangibile l'ho visto perché due anni fa non lei, ma il MoVimento 5 Stelle queste cose non le avrebbe mai dette. In conclusione vorrei porre una domanda al nostro Presidente del Consiglio. Io non penso che il Governo italiano sia disposto ad accettare questo pericolo, ma il rischio è di doverlo fare per due motivi: o a causa della debolezza dei conti o a causa, a leggere i giornali dell'altro giorno, della necessità di ottenere concessioni sul deficit per poter realizzare promesse elettorali in una visione di scarsissimo respiro per il bene del Paese. Ebbene, Presidente, facendole un'apertura di credito, sono convinto che lei si opporrà e che - utilizzando le parole che ha pronunciato prima - con la forza e la consapevolezza di un Governo che in Europa parla con una voce sola, ferma e risoluta, farà in modo che questo non avvenga, anche se - da quello che ho visto per ora - ho qualche ragionevole dubbio che ciò possa avvenire. (Applausi dal Gruppo PD) . PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Pucciarelli. Ne ha facoltà. PUCCIARELLI (L-SP) . Signor Presidente, onorevoli colleghi, l'Italia ha finalmente assunto un ruolo propositivo e attivo in Europa. L'Italia, guidata da un Governo che si è insediato da pochi giorni, ha finalmente alzato la voce. È stato necessario farlo, per invertire la rotta dopo anni di politiche servili verso gli Stati esteri, in particolare verso il cosiddetto asse franco-tedesco. L'obiettivo dichiarato della proposta italiana è colmare le evidenti lacune delle politiche finora attuate nell'ambito dell'Unione europea in materia di immigrazione e asilo, politiche che hanno, di fatto, portato alla situazione di grave emergenza che stiamo subendo: una emergenza strutturale. Secondo i dati resi noti dal Ministero dell'interno a cura del Dipartimento per le libertà civili e l'immigrazione, dal 2013 al 2017 su oltre 600.000 arrivi registrati solo via mare in Italia, le domande di protezione internazionale complessivamente presentate sono in numero inferiore (429.195), e di quelle esaminate oltre la metà hanno ricevuto un diniego dalle Commissioni territoriali. Sempre secondo gli stessi dati, dal 2013 al 2017 la media delle domande di protezione internazionale accolte a cui è stato riconosciuto lo status di rifugiato è stata del 7,2 per cento, media confermata anche per le domande esaminate quest'anno dalle Commissioni territoriali. I dati non sono suscettibili di interpretazioni: l'Italia è diventata la meta privilegiata di un flusso migratorio composto principalmente da migranti economici, e solo in una minima parte da persone in fuga dalle guerre e bisognose di aiuto. (Applausi dal Gruppo L-SP) . Questo flusso è stato gestito, negli ultimi anni, in maniera fallimentare. L'Unione europea ha scaricato sull'Italia sia il peso della difesa dei confini dai clandestini (confini che sono sì italiani, ma anche europei), sia l'onere di accogliere chi ha realmente bisogno di un Paese dove rifugiarsi perché perseguitato politicamente. (Applausi dal Gruppo L-SP) . Si pensi, ad esempio, al programma di ricollocamento dei richiedenti asilo proposto dalla Commissione europea e adottato con due decisioni del Consiglio UE nel settembre 2015. Esso prevedeva in due anni, ossia entro settembre 2017, il ricollocamento di 160.000 richiedenti asilo da Italia e Grecia negli altri Paesi europei in base a un sistema di quote.