[resaula]

Non c'è lo spazio per la demagogia dell'Ottocento e del Novecento, che continua a dividere maggioranza e opposizione su slogan inadeguati nella lettura della crisi pandemica perché le disuguaglianze aumenteranno e l'esigenza della progressività - che per voi è una brutta parola, mentre per noi è bella e significa far pagare in proporzione al reddito prodotto - deve intervenire anche per dare una mano alle imprese in maniera diversa rispetto a chi è più colpito da chi, magari, non ha subito gli effetti della crisi o dentro la crisi è stato in grado di reggere la sfida. Per poter uscire dall'emergenza, l'esigenza che abbiamo oggi è di cominciare ad accompagnare nel prossimo decreto delle misure per uscire dall'emergenza. Ciò significa che probabilmente diverse misure economiche dovranno essere equiparate alla trasformazione in chiave energetica dell'economia; diverse misure economiche dovranno essere direttamente collegate allo sviluppo dell'Italia digitale. Le diverse misure economiche, quindi, dovranno tenere conto dei primi programmi, del quadro nuovo nelle dinamiche europee e richiedono nuovi strumenti. Io ne cito uno solo per tutti. Ci accorgeremo sempre di più che la transizione ecologica dell'energia e dell'economia e la transizione digitale richiedono un percorso di formazione universale. Noi avremo bisogno degli ammortizzatori selettivi, di un reddito di formazione e di aiutare le persone deboli e fragili che restano indietro con il reddito di cittadinanza, ma avremo bisogno di un reddito di formazione per accompagnare le dinamiche del lavoro verso il futuro. Le politiche attive richiedono una riforma. Allora, dico con grande chiarezza che questa deve essere l'asticella della sfida. Con il decreto ristori bisogna cominciare a traguardare un'uscita dell'Italia dalla crisi. Questa non è mancanza di programmazione, ma capacità di lettura delle ricadute pandemiche che dobbiamo affrontare insieme. (Applausi) . PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Binetti. Ne ha facoltà. BINETTI (FIBP-UDC) . Signor Presidente, rappresentanti del Governo, da ieri pomeriggio e per tutto l'arco della mattinata abbiamo assistito a una discussione surreale sul ristori uno, ristori due, ristori tre e ristori quattro. Ora, come giustamente è stato annunciato e ricordato, sappiamo che ci sarà il ristori cinque. Eppure, la cosa che mi ha sorpreso maggiormente in questa fase di intreccio che c'è tra i diversi decreti-legge, l'uno dentro l'altro come scatole cinesi - in cui davvero non si capisce cosa contenga l'una, ma si capisce quanto sia facile che sia in contraddizione con quella che la precede e con quella che la segue - ciò che, ripeto, mi ha veramente sorpreso sono state tre testimonianze di pochi minuti fa. La prima è stata quella del Governo, concretamente nella persona del sottosegretario Guerra, la quale ha voluto giustamente rivendicare la qualità del lavoro fatto anche dal Parlamento, dal Senato, riconoscendo limiti ed errori dei provvedimenti così come erano usciti dalle mani stesse del Governo. È stato un tono molto pacato il suo, direi anche molto umile, ma chiaramente decisamente orientato a sottolineare i limiti strutturali dei documenti che ci sono stati consegnati e la mancata attività di revisione degli stessi documenti, l'uno accanto all'altro, che il Governo per primo avrebbe dovuto fare. Il Governo avrebbe dovuto cercare il punto di sintesi di ciò che presentava al Parlamento e non affidare a quest'ultimo i diversi testi perché ne cogliessimo le contraddizioni, le convergenze, e di conseguenza ne proponessimo - in una sintesi costruttiva - gli elementi positivi. È mancato questo lavoro proprio da parte del Governo; non lo dico io evidentemente, ma l'ha detto il Sottosegretario ed è agli atti. La seconda testimonianza che vorrei sottolineare - anch'essa mi ha colpito molto - si riferisce a quando il collega senatore Faraone, capogruppo di Italia Viva, si è alzato in piedi chiedendo dieci minuti, un quarto d'ora, ovvero il tempo necessario a cercare di capire che diamine avremmo votato. Ora, evidentemente non è un Capogruppo dell'opposizione; è un Capogruppo della maggioranza, ma a questo punto tutti potremmo immaginare che - si sa - quelli di Italia Viva ogni giorno che passa ce ne hanno una per negoziare la loro posizione e il loro ruolo all'interno del Governo e provare a contare di più. Insomma, avremmo potuto pensare che il buon Faraone prendeva quella posizione per evidenziare e denunciare il fatto che eravamo sollecitati a votare uno strumento normativo del cui contenuto la stessa maggioranza era ignara. Terza testimonianza che mi ha parimenti colpito è stata quella del relatore, che per primo ha detto di voler leggere che cosa avremmo votato. Il relatore, il garante della legge, colui che in qualche modo garantisce non solo il prodotto finale, ma anche le procedure alla luce delle premesse, non sapeva che cosa avremmo votato; quindi, giustamente, ha chiesto tempo. Il Governo, un partito di maggioranza e il relatore del disegno di legge si trovavano davanti a quello che una volta avremmo chiamato un oggetto misterioso: non so su che cosa ci stanno chiedendo la fiducia. È evidente, colleghi, che chiedere la fiducia su un oggetto che i principali responsabili non sanno cosa contenga è un atto di grande arroganza. È un atto che sta a significare: non importa che cosa ti dico, tu la fiducia me la dai perché io governo, perché tu sei tu e quindi ti devi fidare. È molto difficile, come si dice, affidarsi e fidarsi di qualcuno che non sa che cosa chiede, di qualcuno che ha perso di vista il processo, perché quando il relatore dice di voler leggere cosa c'è scritto vuol dire che egli stesso ha perso di vista il filo di Arianna, che avrebbe dovuto attraversare l'intero procedimento. Signori, tra pochi minuti ci chiederete la fiducia nominatim , sappiamo già come finirà: l'opposizione dirà chiaramente no, stando nella verità dei fatti; la maggioranza dirà di sì per qualche misteriosa alchimia, perché lei stessa non sa come stiano davvero i fatti. Maggioranza e opposizione saranno però condannate a un gioco delle parti in cui l'opposizione fungerà da parte che non collabora e non collabora perché non può dare un consenso a condizioni di così grave disinformazione. Il consenso, lo impariamo tutti, è un consenso informato: senza correttezza dell'informazione il consenso è veramente un abuso di fiducia, una mancanza radicale di quella virtù straordinaria per l'arte del buon governo che è la prudenza. Richiamo cose che sono state dette pochi minuti fa da interlocutori che tutti quanti abbiamo potuto ascoltare, in un contesto in cui tutto è completamente agli atti. Detto questo, è evidente che, in questa sequenza di decreti ristori, guardiamo con orrore anche al quinto decreto, l'ennesima provocazione. Ma è mai possibile che il Governo non sappia pensare all'oggi, non dico per il dopodomani, ma per il domani? È mai possibile che debba pensare un oggi per l'ora, per l' hic et nunc , per questo momento per cui, cambiando le condizioni al contorno, deve cambiare anche la norma data? Questa improvvisazione è veramente lesiva della dignità del Senato.