[pronunce]

In alcune pronunce questa Corte avrebbe affermato che la necessaria motivazione degli atti amministrativi costituirebbe un baluardo dei cittadini contro un esercizio arbitrario del potere discrezionale della pubblica amministrazione (sentenze n. 12 del 1972 e n. 12 del 1965), nonché strumento di controllo democratico del Parlamento su scelte lato sensu politiche dell'esecutivo (sentenza n. 86 del 1977). Inoltre, la Corte avrebbe asserito la copertura costituzionale (art. 97 Cost.) dei principi sanciti dalla legge 7 agosto 1990, n. 241 (Nuove norme in materia di procedimento amministrativo e di diritto di accesso ai documenti amministrativi), con riguardo al giusto procedimento e alla regola della motivazione degli atti amministrativi, in quanto l'esternazione delle ragioni alla base delle scelte amministrative garantirebbe la trasparenza e la verificabilità delle stesse, anche in funzione del controllo giurisdizionale (sentenze n. 34 del 2010; n. 390 del 2008; n. 103 del 2007, in tema di spoil system; n. 377 del 2007, in tema di responsabile del procedimento nelle procedure tributarie). Alla luce delle suddette argomentazioni, ad avviso del rimettente, la regola della motivazione degli atti amministrativi dovrebbe applicarsi anche nei procedimenti valutativi di correzione di elaborati scritti nell'ambito di concorsi pubblici o di esami di abilitazione allo svolgimento delle professioni, essendo comunque necessaria una adeguata giustificazione quanto ai criteri prescelti e alla loro applicazione al caso concreto. Infatti, non potendo il giudice amministrativo operare un autonomo apprezzamento della situazione di fatto, la motivazione costituirebbe lo strumento, attraverso il quale egli potrebbe operare un «sindacato indiretto» sulla correttezza della valutazione, anche sulla base della verifica della attendibilità del criterio scientifico applicato. Come già affermato da questa Corte, la trasparenza delle scelte amministrative andrebbe assicurata anche se assunte da organi tecnici, in quanto il carattere non politico dell'organo non assicurerebbe l'imparzialità dell'esercizio della funzione pubblica (sentenza n. 453 del 1990). Ad avviso del rimettente, la mancanza di motivazione del «voto numerico» dei provvedimenti di non ammissione alle prove orali dei candidati partecipanti agli esami di abilitazione alla professione forense comporterebbe un difetto di trasparenza in contrasto con il principio di imparzialità che postula la conoscibilità e pubblicità delle scelte amministrative anche tecniche (art. 97 Cost.), nonché con il principio di uguaglianza e di pari dignità di tutti i cittadini di fronte all'esercizio del potere amministrativo (art. 3 Cost.). Peraltro, secondo il giudice a quo, la "sufficienza" del voto numerico per i provvedimenti di non ammissione dei partecipanti agli esami di abilitazione alla professione forense contrasterebbe con gli artt. 4 e 41 Cost., sotto il profilo dell'interesse legittimo (avente natura sostanziale e non solo processuale) degli stessi candidati all'accesso al lavoro, nonché con l'art. 24 Cost., sotto il profilo dell'interesse della collettività, e degli aspiranti all'esercizio della professione, alla adeguatezza e preparazione della classe forense, stante l'imprescindibile ruolo degli avvocati ai fini della rappresentanza in giudizio e quindi dell'esercizio del diritto di difesa. Infine, sarebbe violato anche l'art. 117 Cost., costituendo i principi del giusto procedimento e della trasparenza parte del «patrimonio costituzionale comune dei Paesi europei» in forza dell'art. 253 del Trattato istitutivo delle Comunità europee del 25 marzo 1957, operante nell'ordinamento interno come norma interposta in forza del richiamo operato dallo stesso art. 117 Cost. Secondo il rimettente, il punteggio numerico indicherebbe il risultato finale della valutazione, ma non consentirebbe di comprendere l'iter logico attraverso il quale la commissione esaminatrice ha fatto applicazione dei criteri di valutazione da essa stessa prestabiliti secondo legge. Il giudizio espresso in termini meramente numerici impedirebbe, pertanto, ogni forma di controllo sulla scelta tecnico - discrezionale e ogni «sindacato indiretto» sulla correttezza della valutazione della commissione esaminatrice, in violazione dei principi di trasparenza e imparzialità dell'azione della pubblica amministrazione. 2. - In ciascun giudizio è intervenuto, con atti depositati il 14 settembre 2010, il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dalla Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che le questioni siano dichiarate manifestamente infondate. 2.1. - La difesa dello Stato - dopo avere richiamato le pronunce di questa Corte sulla manifesta inammissibilità delle questioni (con riferimento all'art. 3 della legge n. 241 del 1990 e alle norme denunciate nei giudizi in oggetto), in quanto finalizzate ad ottenere un avallo interpretativo sulla inesistenza di un obbligo di motivazione analitica per gli esami di abilitazione e i concorsi in genere, senza che tale tesi costituisse «diritto vivente» - sottolinea che la Corte stessa, con la sentenza n. 20 del 2009, preso atto della consolidata giurisprudenza del Consiglio di Stato sulla sufficienza della motivazione espressa con punteggio numerico, ha dichiarato non fondata la questione di legittimità delle medesime norme denunciate nei giudizi in oggetto, in riferimento agli artt. 24, 111, 113 e 117, primo comma, Cost., ritenendo, in sostanza, i parametri evocati operanti sul piano esclusivamente processuale. Pertanto, ad avviso della Presidenza del Consiglio, con riferimento all'art. 24 Cost., la presente questione dovrebbe essere dichiarata manifestamente infondata. 2.2. - Per quanto concerne l'asserita violazione del principio di uguaglianza ai sensi dell'art. 3 Cost., secondo il Presidente del Consiglio dei ministri non sarebbe ravvisabile - né il rimettente chiarirebbe al riguardo alcunché - disparità di trattamento dei candidati all'esame di abilitazione rispetto all'esercizio del potere, posto che per tutti il criterio di manifestazione del giudizio sarebbe estrinsecato con le medesime modalità. Quanto all'asserita violazione anche dell'art. 97 Cost., la difesa dello Stato pone in evidenza come l'art. 3 della legge n. 241 del 1990, collegando la motivazione alle risultanze dell'istruttoria, farebbe riferimento all'attività amministrativa provvedimentale e non già all'attività valutativa di giudizio. Ne conseguirebbe che il voto, associato ai criteri generali definiti a livello normativo (d.l. n. 112 del 2003, convertito dalla legge n. 180 del 2003), nonché ai criteri di massima stabiliti dalla commissione esaminatrice, consentirebbe di ricostruire l'iter logico seguito nella valutazione degli elaborati scritti da parte della commissione medesima.