[pronunce]

che l'art. 4 della Carta sociale europea contiene una clausola («ad eccezione di alcuni casi particolari»), la quale consente allo Stato firmatario di regolare diversamente la fattispecie per finalità rilevanti, come è avvenuto nel caso di specie, avendo il legislatore introdotto una deroga parziale giustificata da fondamentali esigenze di riequilibrio del bilancio statale; che, peraltro, l'art. 4 della Carta sociale europea va correttamente inteso, alla luce della sua ratio (quale emerge anche dal secondo comma), nel senso che il legislatore nazionale deve tendere ad assicurare una «equa retribuzione», e questa è, comunque, garantita dalla normativa sospettata di incostituzionalità, posto che la contrattazione collettiva del settore (pur avendo previsto l'invarianza della misura del compenso del lavoro straordinario) attribuisce al lavoratore benefici ed utilità, che complessivamente tengono in reale considerazione il lavoro prestato e le sue caratteristiche; che, infine, non può trascurarsi che, in sede di trattative sindacali, proprio perché si è tenuto conto della esistenza del “blocco” del compenso dello straordinario, si sono concordati altri benefici economici e normativi, realizzando un complessivo equilibrio economico, che il rimettente pretenderebbe di alterare con l'espunzione della norma censurata; che, nel corso di un altro giudizio civile, promosso dinanzi al Tribunale ordinario di Genova da Roberto Salvadori nei confronti della Rete Ferroviaria Italiana s.p.a., per vedersi riconoscere il diritto alla retribuzione per il lavoro straordinario, effettuato fino al 31 dicembre 1999, con maggiorazione di almeno il 10% rispetto alla retribuzione per il lavoro ordinario, l'adito Tribunale, in persona di altro giudice monocratico, con ordinanza del 1° ottobre 2004 (iscritta al n. 1051 del r.o. del 2004), ha sollevato analoga questione di legittimità costituzionale, in riferimento non solo all'art. 117, comma primo, ma anche all'art. 11 Cost., denunciando le medesime norme già impugnate con la prima ordinanza, nelle parti in cui, «nello stabilire il blocco degli aumenti, non hanno riguardo unicamente ai meccanismi automatici di indicizzazione, ma si estendono anche a voci contrattate, come il compenso per il lavoro straordinario»; che il giudice rimettente svolge considerazioni del tutto coincidenti con quelle esposte nella precedente ordinanza di rimessione, della quale riproduce la motivazione, soltanto aggiungendo che già prima della modifica dell'art. 117 Cost. si riteneva immanente nel sistema il principio, ora espresso nel primo comma, che si ricollegava all'art. 11 Cost.; che si è ritualmente costituita la convenuta Rete Ferroviaria Italiana s.p.a., la quale ha concluso per la inammissibilità e, comunque, l'infondatezza della questione, riproponendo le argomentazioni già sviluppate nel precedente atto di costituzione, ed aggiungendo che, secondo consolidata giurisprudenza della Corte costituzionale (a partire dalle sentenze numeri 47, 48, 81 e 113 del 1985), non spetta alla medesima Corte lo scrutinio di legittimità delle norme di legge interna per contrasto con le norme della Comunità europea; che è intervenuto nel giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, il quale ha chiesto che la questione sia dichiarata inammissibile o, comunque, infondata, con atto di contenuto identico a quello del precedente giudizio; che in prossimità dell'udienza pubblica le parti costituite hanno presentato memorie, con le quali hanno ribadito e ulteriormente illustrato le rispettive conclusioni; che il ricorrente Fortunato Bognolo – ricordato che l'art. 36 Cost. prevede che, a tutela della sicurezza e della salute dei lavoratori, la durata massima della giornata lavorativa è stabilita dalla legge – osserva che l'art. 2108 cod. civ. , nell'ammettere il lavoro straordinario come «prolungamento dell'orario normale», esige che esso sia compensato con un aumento di retribuzione rispetto a quella dovuta per il lavoro ordinario, così garantendo che l'orario “normale” resti tale e non diventi normalità ciò che deve rimanere “straordinario” proprio per tutelare sicurezza e salute dei lavoratori; che, in piena coerenza con la normativa interna, il diritto comunitario del lavoro (direttive 93/104 CE e 03/88 CE) considera anch'esso il lavoro straordinario, da prestarsi comunque nei limiti della durata massima inderogabile della prestazione lavorativa, come un prolungamento dell'orario normale e la Carta sociale europea riconosce ai lavoratori il diritto «ad un tasso retributivo maggiorato per le ore di lavoro straordinario» (art. 4, punto 2); che «la normalità dell'orario è destituita di significato se il lavoro che venga qualificato come straordinario, rispetto all'orario normale, può essere ottenuto dal datore di lavoro a condizioni pari o addirittura migliori di quelle in cui può essere ottenuto il lavoro ordinario», tanto che la Corte di giustizia europea ha ritenuto contrario al diritto comunitario che ore di straordinario, in quanto costituenti prolungamento dell'orario di lavoro normale, siano retribuite in modo maggiorato solo al superamento di un certo numero di ore (Corte di giustizia, 15 dicembre 2004, in C-399/92, C-409/92, C-50/93 e C-78/93); che la stessa Corte ha anche affermato che i princípi generali del diritto internazionale richiedono, affinché i limiti normali possano essere superati, che il lavoratore, da tutelarsi come “contraente debole”, presti un consenso «esplicitamente e liberamente espresso», senza che il datore di lavoro abbia «facoltà di influenzare la volontà dell'altro contraente o di imporgli una restrizione dei suoi diritti» (Corte di giustizia, 5 ottobre 2004, in C-397/01 e C-403/01); che, pertanto, il principio per cui il lavoro straordinario deve essere retribuito a tasso maggiorato è imprescindibile, «giacché l'accettazione senza alcun incentivo di lavoro straordinario dal lavoratore, il quale in tal guisa rinunci al periodo di riposo che gli è normalmente accordato per la tutela della propria sicurezza e salute, non può presumersi, in base alla comune esperienza, che come un'accettazione indebita ed “estorta”, strappata facendo leva su di uno stato di bisogno economico pressante o su altri mezzi di pressione indebiti»; che, in definitiva, il contrasto delle norme impugnate con il diritto europeo e internazionale è conclamato, e non può essere escluso da una interpretazione restrittiva dell'art. 117 Cost., poiché, da un lato, gli obblighi internazionali in materia di lavoro sono già di per sé richiamati dall'art. 35 Cost. e, dall'altro, i princípi di diritto internazionale ed europeo attinenti alla sicurezza e alla salute dei lavoratori, che vengono qui in rilievo, sono autonomamente presidiati dall'art. 11 Cost. e destinati, per di più, a valere come norme generalmente riconosciute agli effetti dell'art. 10 Cost.;