[pronunce]

SENTENZA ha pronunciato la seguentenei giudizi di legittimità costituzionale degli artt. 309, comma 8, e 127, comma 6, del codice di procedura penale, promossi dal Tribunale ordinario di Lecce, con una ordinanza del 19 giugno e due ordinanze del 29 agosto 2015, rispettivamente iscritte ai nn. 341, 342 e 343 del registro ordinanze 2015 e pubblicate nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 2, prima serie speciale, dell'anno 2016. Visti l'atto di costituzione di D. V., nonché gli atti di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri; udito nell'udienza pubblica e nella camera di consiglio del 24 ottobre 2017 il giudice relatore Franco Modugno; uditi l'avvocato Ladislao Massari per D. V. e l'avvocato dello Stato Maurizio Greco per il Presidente del Consiglio dei ministri.. Ritenuto in fatto Considerato in diritto 1.- Con tre ordinanze di analogo tenore, emesse il 19 giugno 2015 (r.o. n. 341 del 2015) e il 29 agosto 2015 (r.o. n. 342 e n. 343 del 2015), il Tribunale ordinario di Lecce, sezione per il riesame, solleva questioni di legittimità costituzionale degli artt. 309, comma 8, e 127, comma 6, del codice di procedura penale, «nella parte in cui non consentono che il procedimento per il riesame delle misure cautelari si svolga, su richiesta dell'indagato o del ricorrente, nelle forme della pubblica udienza», denunciando la violazione degli artt. 3, 111, primo comma, e 117, primo comma, della Costituzione, quest'ultimo in relazione all'art. 6, paragrafo 1, della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali, ratificata e resa esecutiva con legge 4 agosto 1955, n. 848 (d'ora in avanti, CEDU). Il giudice a quo premette di essere investito delle richieste di riesame delle ordinanze con le quali è stata applicata ai ricorrenti la misura della custodia cautelare in carcere per i reati di furto e ricettazione aggravata in concorso (nel caso di cui all'ordinanza r.o. n. 341 del 2015), di associazione di stampo mafioso (nel caso di cui all'ordinanza r.o. n. 342 del 2015) e di cessione illecita di sostanze stupefacenti (nel caso di cui all'ordinanza r.o. n. 343 del 2015). Riferisce, altresì, che in ciascuno dei casi il difensore dell'interessato ha chiesto preliminarmente che il procedimento sia trattato nelle forme dell'udienza pubblica. L'istanza - ad avviso del rimettente - non potrebbe essere accolta, ostandovi l'univoco disposto dell'art. 309, comma 8, cod. proc. pen. , a mente del quale il procedimento davanti al tribunale del riesame si svolge in camera di consiglio nelle forme previste dall'art. 127 cod. proc. pen. , e dunque - in forza del comma 6 di tale articolo - senza la presenza del pubblico. Il giudice a quo dubita, tuttavia, della legittimità costituzionale di tale disciplina. Essa violerebbe, anzitutto, l'art. 117, primo comma, Cost., per contrasto con il principio di pubblicità dei procedimenti giudiziari, sancito dall'art. 6, paragrafo 1, della CEDU, come interpretato dalla Corte europea dei diritti dell'uomo. Quest'ultima ha ritenuto, infatti, incompatibili con l'indicata garanzia convenzionale taluni procedimenti giurisdizionali dei quali la legge italiana prevedeva la trattazione in forma camerale, senza consentire la partecipazione del pubblico, e in specie i procedimenti per l'applicazione di misure di prevenzione (sentenza 13 novembre 2007, Bocellari e Rizza contro Italia). A tale conclusione la Corte europea è pervenuta richiamando la propria costante giurisprudenza, secondo la quale la pubblicità delle procedure giudiziarie tutela le persone soggette a giurisdizione contro una giustizia segreta, che sfugge al controllo del pubblico, e costituisce uno dei mezzi per preservare la fiducia nei giudici, contribuendo così a realizzare lo scopo dell'art. 6, paragrafo 1, della CEDU, ossia l'equo processo. La Corte ha escluso, altresì, che nel caso esaminato ricorresse alcuna circostanza eccezionale atta a giustificare una deroga generale e assoluta al principio di pubblicità dei giudizi. In particolare, ha osservato che - pur a fronte dell'elevato grado di tecnicismo che le procedure di prevenzione possono presentare e delle esigenze di protezione della vita privata di terze persone, in esse spesso riscontrabili - l'entità della «posta in gioco» e gli effetti che le procedure stesse possono produrre sulle persone coinvolte non consentono di affermare che il controllo del pubblico non rappresenti una condizione necessaria alla garanzia dei diritti dell'interessato. Di conseguenza, ha giudicato «essenziale», ai fini del rispetto del citato art. 6, paragrafo 1, della CEDU, che i soggetti coinvolti nelle procedure in questione «si vedano almeno offrire la possibilità di sollecitare una pubblica udienza davanti alle sezioni specializzate dei tribunali e delle corti d'appello». Alla luce di tali affermazioni, la Corte costituzionale ha dichiarato quindi illegittime, per violazione dell'art. 117, primo comma, Cost., le norme regolative del procedimento di prevenzione nella parte in cui non consentivano che, su istanza degli interessati, la procedura si svolgesse nelle forme dell'udienza pubblica, quanto ai gradi di merito (sentenza n. 93 del 2010). Nell'occasione, la Corte costituzionale ha escluso che la norma convenzionale, come interpretata dalla Corte europea, contrasti con le conferenti tutele offerte dalla nostra Costituzione. Pur in assenza di un'espressa menzione nella Carta costituzionale, il principio di pubblicità delle udienze - specie per quanto attiene al giudizio penale - deve ritenersi, infatti, connaturato ad un ordinamento democratico fondato sulla sovranità popolare, cui deve conformarsi l'amministrazione della giustizia, la quale - in forza dell'art. 101, primo comma, Cost. - trova in quella sovranità la propria legittimazione. Alle medesime conclusioni la Corte è successivamente pervenuta anche in rapporto al procedimento per l'applicazione delle misure di sicurezza (sentenza n. 135 del 2014), al procedimento davanti al tribunale di sorveglianza (sentenza n. 97 del 2015) e al procedimento di opposizione contro l'ordinanza in materia di applicazione della confisca in sede esecutiva (sentenza n. 109 del 2015). Secondo il giudice a quo, analoga declaratoria di illegittimità costituzionale si imporrebbe anche con riguardo al procedimento di riesame delle ordinanze che dispongono una misura coercitiva, disciplinato dall'art. 309 cod. proc. pen. Tale procedimento - al pari di quello di appello ai sensi dell'art. 310 cod. proc. pen. e di quello di riesame delle misure cautelari reali (art. 324 cod. proc. pen.) - non presenterebbe, infatti, almeno di regola, un «rilevante tasso di tecnicismo giuridico», attenendo ad un fatto storico concreto.