[pronunce]

che, dunque, secondo il rimettente, i tribunali militari avrebbero, in tempo di pace, cognizione sul reato militare di abuso di ufficio di cui all'art. 323 cod. pen. commesso, con abuso dei poteri o violazione dei doveri inerenti allo stato di militare, dall'appartenente ai corpi di spedizione all'estero cui sia applicabile il codice penale militare di guerra, e ciò determinerebbe una ingiustificata disparità di trattamento rispetto alle fattispecie di abuso di ufficio realizzate, con abuso dei poteri o violazione dei doveri inerenti allo stato di militare, da appartenenti alle Forze armate non destinati a missioni o spedizioni all'estero; che, per contro, nella parte speciale del codice penale militare di pace sarebbero già previsti reati militari il cui fatto tipico, in quanto coinvolgente la violazione di doveri di correttezza e di imparzialità del militare avente funzioni amministrative, potrebbe anche integrare il reato di abuso di ufficio; che, secondo il rimettente, ciò potrebbe riscontrarsi, per esempio, nel reato di abuso nel lavoro delle officine o di altri laboratori militari (art. 136 del codice penale militare di pace) oppure nell'abuso nell'imbarco di merci o passeggeri (art. 135 del codice penale militare di pace), nella minaccia a un inferiore per costringerlo a fare un atto contrario ai propri doveri (art. 146 del codice penale militare di pace) e finanche nella stessa violata consegna aggravata (art. 120, comma secondo, del codice penale militare di pace); che, a parere del rimettente, ciò determinerebbe una totale irragionevolezza della ripartizione di giurisdizione in esame, ma anche la violazione dell'art. 111, secondo comma, della Costituzione, laddove detta norma costituzionale, in evidente collegamento con il principio stabilito dall'art. 6, comma 1, della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell'uomo, stabilisce che la legge «assicura» la ragionevole durata del processo; che, invero, la lamentata mancanza comporterebbe che il giudice militare, competente, in tempo di pace, a giudicare del fatto «abusivo» che abbia caratteristiche aggiuntive e specializzanti rispetto a quello tipizzato dall'art. 323 c.p. (nel caso in esame, per esempio, il fatto è contestato all'imputato a titolo di peculato militare), non possa procedere, ai sensi dell'art. 521, comma 1, cod. proc. pen. , alla diversa definizione giuridica del fatto nell'ambito della residuale norma incriminatrice di abuso di ufficio qualora, come nella fattispecie, si ritenga che difettino gli elementi specializzanti ipotizzati dall'accusa; che l'irragionevolezza appare al rimettente accentuata dalla circostanza che, per quanto detto in precedenza, in virtù dell'art. 47 del codice penale militare di guerra il giudice militare potrebbe effettuare la diversa qualificazione, quand'anche in tempo di pace, se il fatto abusivo da derubricare fosse contestato ad un militare appartenente ad un corpo di spedizione all'estero cui fosse applicabile il codice penale militare di guerra; che, in data 11 febbraio 2009, è intervenuto nell'incidente di costituzionalità il Presidente del Consiglio dei ministri, con il ministero dell'Avvocatura generale dello Stato, ed ha chiesto che la questione sia dichiarata inammissibile, perché attinente a una materia rientrante nella discrezionalità del legislatore; che, nel merito, secondo il Presidente del Consiglio, sarebbe insussistente la pretesa omogeneità delle situazioni, dato che la presenza di militari in missioni di pace all'estero sarebbe circostanza assolutamente eccezionale e di durata limitata nel tempo, tale quindi da giustificare un regime, per l'appunto, che faccia “eccezione” alla regola insita nel codice militare di pace, che esclude la natura militare del reato in esame; che la portata eccezionale della norma si giustificherebbe proprio in ragione del suo campo di applicazione: il reato commesso da militare all'estero in situazioni assimilabili al “tempo di guerra”, ciò che renderebbe più utile (e semplice) consegnare ad una sola giurisdizione, quella militare, l'accertamento dei reati in tale situazione commessi; che, quanto alla supposta violazione dell'articolo 111 Cost., l'attribuzione della giurisdizione al tribunale militare non garantirebbe con sicurezza la contrazione dei tempi del processo e comunque varrebbe solo in caso di reato monosoggettivo o commesso in concorso esclusivamente da militari, laddove invece, in caso di concorso di militari e civili nel reato di abuso d'ufficio, prevarrebbe (art. 264 del codice penale militare di pace) la competenza dell'autorità giudiziaria ordinaria. Considerato che la Corte militare d'appello di Roma dubita, in relazione agli articoli 3 e 111 della Costituzione, della legittimità costituzionale dell'art. 37 del codice penale militare di pace, nella parte in cui non prevede, come reato militare, il reato di abuso di ufficio di cui all'art. 323 del codice penale, qualora commesso dall'appartenente alle Forze armate con abuso dei poteri o violazione dei doveri inerenti allo stato militare; che il rimettente reputa irragionevole il criterio di riparto della giurisdizione previsto dall'art. 37 del codice penale militare di pace, in base al quale, per i fatti commessi in tempo di pace, sono devolute alla giurisdizione dei tribunali militari le sole fattispecie incriminatrici autonomamente disciplinate nel codice penale militare di pace e – diversamente da quanto disposto dall'art. 47 del codice penale militare di guerra per i reati commessi in tempo di guerra e per i reati commessi nel corso delle spedizioni militari all'estero – non anche tutti i reati comunque lesivi di interessi militari, ancorché non contemplati nel predetto codice; e reputa, in particolare, irragionevole che l'abuso di ufficio sia devoluto, per effetto del descritto criterio di riparto, alla giurisdizione comune, ancorché il legislatore, per fattispecie incriminatrici analoghe, ad avviso del rimettente, a tale reato, perché connotate da un rapporto di specialità con lo stesso, abbia invece stabilito la giurisdizione dei tribunali militari; che la Corte rimettente, in sostanza, chiede una pronuncia di tipo manipolatorio, sollecitando la ridefinizione del meccanismo di attribuzione della giurisdizione previsto dal legislatore per i reati commessi in tempo di pace, mediante l'inserimento nella disciplina di un criterio di riparto specificamente dettato, dall'art. 47 del codice penale militare di guerra, per situazioni del tutto eterogenee, di guerra o di particolare esposizione a pericolo (le missioni all'estero), al solo, limitato scopo di ottenere l'attribuzione di una singola fattispecie criminosa (l'abuso d'ufficio) alla giurisdizione penale dei tribunali militari; che, peraltro, come già chiarito da questa Corte nell'ordinanza n. 402 del 2008, l'intervento invocato, proprio perché destinato ad avere effetto solo su una specifica ipotesi di reato, non determinerebbe affatto il superamento di quella frammentazione della giurisdizione che il rimettente chiede di rimuovere;