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oppure lo scandalo della sede del Ministero dell'economia e delle finanze a Roma-EUR, dove sono stati abbandonati al degrado gli edifici di proprietà pubblica per tentare una speculazione edilizia e dove -- dopo sei anni -- lo Stato paga enormi canoni di locazione a proprietari fondiari privati, pur avendo a disposizione grandi contenitori, comprese le stesse torri dismesse, per ospitare le proprie attività istituzionali. Il presente disegno di legge prevede che prima di procedere a qualsiasi vendita si debbano effettuare quattro adempimenti: il censimento, da parte dei comuni, degli immobili sfitti situati all'interno del loro territorio; il censimento delle proprietà pubbliche; il censimento di tutti i contratti di locazione stipulati dalle pubbliche amministrazioni con privati proprietari per l'uso di immobili destinati allo svolgimento delle attività istituzionali; la verifica, effettuata con rigorose forme di pubblicità, delle esigenze di spazi lavorativi da parte di giovani imprenditori e di spazi abitativi per le famiglie in stato di disagio. Ulteriore tema affrontato dal disegno di legge è quello del finanziamento dei processi di rinnovo e riqualificazione urbana da parte dello Stato. Negli ultimi anni si è affermato il concetto: «Non ci sono i soldi». Problema serio e reale per gli elevati livelli di indebitamento della pubblica amministrazione. Problema mal posto ove si pensi che il «Piano città» è stato finanziato per 2 miliardi di euro, a fronte dello stanziamento di oltre 100 miliardi per le grandi opere, spesso inutili per delineare una prospettiva di sviluppo. Per uscire dalla crisi occorre investire invece in una serie estesa di «piccole opere» che, considerate nei loro aspetti sistemici, potrebbero portare benefici ben maggiori. Si tratta insomma di mutare la destinazione dei finanziamenti e di rilanciare gli interventi di riqualificazione urbana. Il disegno di legge, all'articolo 1, precisa i suoi obiettivi, e cioè la tutela dell'uso agricolo dei suoli, come previsto dall'articolo 44 della Costituzione, e il contenimento del consumo del suolo a fini insediativi o di trasformazione territoriale. L'articolo 2 reca le definizioni di «aree agricole», «aree a vocazione ambientale», «aree urbanizzate», «consumo di suolo» e «impermeabilizzazione del suolo», con l'obiettivo di conferire un quadro giuridico meno incerto e approssimativo ad una materia delicata come il governo del territorio. L'articolo 3 obbliga i comuni a individuare in modo univoco le aree di uso agricolo. Li obbliga, in altri termini, a tracciare una rigorosa suddivisione tra le aree urbanizzate e le aree che appartengono all'uso agricolo e alla conservazione della natura. Una volta tracciata entro sei mesi questa delimitazione, essa è trasmessa alla regione competente e al Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare. A seguito di ciò, ogni nuovo impiego di suolo dovrà avvenire all'interno del perimetro della città edificata, lasciando all'uso produttivo agricolo tutte le restanti aree. L'articolo 4 restituisce al paesaggio agrario la dignità di elemento costitutivo dell'identità culturale dell'Italia. Esso entra pertanto a far parte delle categorie dei beni vincolati ai sensi dell'articolo 142, comma 1, del codice dei beni culturali a del paesaggio, di cui al decreto legislativo 22 gennaio 2004, n. 42. L'articolo 5 risolve una questione di grande delicatezza giuridica, quella dei diritti edificatori. All'atto della perimetrazione dell'edificato, infatti, i comuni dovranno anche censire tutti i diritti edificatori fino ad allora maturati sul proprio territorio. Come è ampiamente noto, la legislazione urbanistica italiana intende per «diritto edificatorio» quanto maturato all'emissione del provvedimento abilitativo, lasciando tutte le previsioni edificatorie contenute nei piani urbanistici alla legittima potestà comunale di cancellarle sulla base di rigorose e imparziali motivazioni. Esistono a questo riguardo fondamentali sentenze, come ad esempio quella del Consiglio di Stato n. 6656 del 2012. La motivazione che sta alla base della cancellazione delle previsioni edificatorie contenute nei piani urbanistici è quella che dicevamo fin dall'inizio: non si può continuare a inflazionare la costruzione di immobili residenziali, se non vogliamo mettere a repentaglio i valori immobiliari ancora esistenti, ancorché fortemente decurtati rispetto a cinque anni fa. L'articolo 6 consente di recuperare alcune delle previsioni contenute negli strumenti urbanistici vigenti, la cui applicazione è sospesa dalla procedura prevista dall'articolo 3. I comuni in questo passo dovranno tuttavia indicare, con dati ufficiali e organici, l'entità dei fabbisogni abitativi o produttivi da soddisfare, e dimostrare altresì, sulla base della ricognizione esaustiva del numero degli immobili dismessi, abbandonati o confiscati esistenti all'interno del territorio comunale, che non è possibile ovviare a tali esigenze all'interno del perimetro dell'area edificata, come stabilito dall'articolo 3, o mediante il recupero e il reimpiego degli immobili inutilizzati o abbandonati. In ogni caso la possibilità di nuove edificazioni ad usi abitativi dovrà essere preventivamente accompagnata dalla realizzazione dei servizi connessi alla vita residenziale (scuole, ospedali, verde pubblico, eccetera), così come previsto dal decreto ministeriale n. 1444 del 1968. L'articolo 7 affronta un tema decisivo. Da alcuni anni, con la legge 24 dicembre 2007, n. 244, i ricavi ottenuti con i proventi dei titoli abilitativi in materia edilizia potevano essere utilizzati non soltanto per la realizzazione di opere di urbanizzazione ma anche per il finanziamento della spesa corrente. Tale provvedimento legislativo è stato una delle cause della cementificazione del nostro paese e dev'essere sollecitamente abrogato. Anzi, questo divieto opposto alla pratica della scorciatoia e della deroga fa parte di un più generale disegno di ripristino della legalità, di cui si sente fortemente l'esigenza. Altro intervento decisivo per riportare la legalità e la trasparenza nei processi di trasformazione urbana è proposto all'articolo 8. Con esso si pone un limite all'uso derogatorio, che in questi anni si è affermato con lo strumento dell'accordo di programma previsto dall'articolo 34 del testo unico di cui al decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267, relativamente all'insieme degli strumenti di negoziazione territoriale. La norma proposta stabilisce che all'accordo di programma possa ricorrersi soltanto a condizione che esista conformità urbanistica con gli strumenti di pianificazione paesaggistica e urbanistica vigenti. Basta, insomma, con la cultura delle varianti puntuali che hanno devastato le città e i territori italiani. Gli articoli da 9 a 11 rispondono all'esigenza di ricognizione sistematica dello stato del patrimonio edilizio pubblico inutilizzato e dei contratti di locazione stipulati dalle pubbliche amministrazioni, che sono causa di grande aggravio di spesa per lo Stato. L'articolo 12 reca misure in materia di trasparenza e pubblicità della mappatura del territorio, attraverso gli strumenti previsti dagli articoli 10 e 11.