[pronunce]

del comma 181, lettera a), nella parte in cui non prevede che, per le imprese ed i professionisti in contabilità semplificata, tali parametri debbano essere applicati solo qualora dal verbale di ispezione, redatto ai sensi dell'art. 33 del d.P.R. 29 settembre 1973, n. 600, risulti l'inattendibilità della contabilità. 1.3.- Intervenuto in giudizio a mezzo dell'Avvocatura dello Stato, il Presidente del Consiglio dei ministri preliminarmente eccepisce l'inammissibilità della questione laddove assolutamente non risulta motivata con riferimento all'art. 53 Cost. Sarebbe del pari inammissibile, ovvero infondata nel merito, quanto ai profili dedotti in relazione all'art. 3 Cost. In particolare, osserva il deducente che la «denuncia, testualmente riferita al comma 186 (il quale riguarda le forme di approvazione e di pubblicazione dei parametri de quibus), deve intendersi attinente - in effetti - al precedente comma 184 dello stesso art. 3 legge n. 549 del 1995», il quale «espressamente prescrive che i parametri debbano elaborarsi “in base alle caratteristiche e alle condizioni d'esercizio della specifica attività svolta”, con ciò manifestamente alludendo ai connotati concreti dell'impresa esercitata ed agli elementi - anche territoriali e di mercato - che la diversifichino nell'ambito del “tipo” di appartenenza». Di tanto avrebbe tenuto conto il d.P.C.m. 29 gennaio 1996 che, nella nota allegata, effettua una valutazione statistica riferita a gruppi omogenei di contribuenti applicando, per la parte non colta dal metodo statistico, un fattore di adeguamento personalizzato riferito alle “diverse situazioni gestionali e dall'influenza della localizzazione. ” Pertanto sospetta di illegittimità costituzionale non potrebbe mai essere la norma di legge, ma, al più, la relativa disposizione di attuazione la quale, per il rango subprimario assegnatole nella gerarchia delle fonti, sfuggirebbe al controllo della Corte costituzionale, con la necessità di dichiarare l'inammissibilità della questione testualmente riferita al comma 186 dell'art. 3 cit. Con riguardo al merito, l'Avvocatura rileva la evidente ragionevolezza del diverso sistema di accertamento tributario riservato alle imprese, rispettivamente in regime di contabilità ordinaria e semplificata, osservando come per le prime, caratterizzate da una sistematica e puntuale rappresentazione dei fatti di gestione, sia ben possibile subordinare l'applicazione dei parametri di determinazione presuntiva degli imponibili alla constatata inattendibilità delle registrazioni analitiche effettuate; ciò che non pare invece realizzabile per le seconde, per le quali il sistema semplificato di rilevamento dei fatti di gestione giustifica di per sé controlli ed accertamenti condotti secondo un criterio statistico di verosimiglianza, seppure mitigato da alcuni correttivi. Per altro verso, ritiene l'Avvocatura che (benché non esplicitamente riferita dal rimettente al comma 189 dell'art. 3 cit. , secondo il quale le disposizioni sui parametri presuntivi sono applicabili per gli accertamenti relativi al periodo d'imposta in corso al 31 dicembre 1995) la questione di legittimità costituzionale sollevata con riguardo alla ritenuta irragionevolezza dell'applicabilità del complesso di norme nei confronti di imprese minori alle quali, per il 1995, era ormai preclusa la facoltà di optare per il regime di contabilità ordinaria è infondata. Ed infatti, ferma la garanzia della tutela giudiziale mediante la contestazione dell'illegittimità dell'accertamento presuntivo, «è certo che irragionevole dovrebbe riconoscersi l'affidamento - non tutelato - del contribuente nella mancanza d'esercizio (ancorché in forme nuove) dei poteri d'accertamento tributario a fronte d'un regime di contabilità (semplificata) pur sempre riconducibile ad una libera scelta dello stesso soggetto passivo d'imposta». 2.- Nel corso di quattro distinti processi tributari, intrapresi da altrettanti contribuenti avverso gli avvisi di accertamento notificati dell'Ufficio distrettuale delle imposte dirette di Catania con i quali venivano rettificati, determinando maggiori ricavi, i redditi d'impresa ed il volume di affari dichiarati in relazione all'anno 1995 ai fini IVA, IRPEF e CSSN, la Commissione tributaria provinciale di Catania, con ordinanze del 28 giugno 2001, ha sollevato d'ufficio questione di legittimità costituzionale dell'art. 3, commi 181, 182, 183, 184, 185, 186, 187, 188 e 189, della legge 28 dicembre 1995, n. 549, per asserito contrasto con gli articoli 3, 23, 24 e 53, primo comma, della Costituzione. 2.1.- In punto di fatto, il Giudice a quo riferisce che, ad avviso dei ricorrenti, l'accertamento operato dall'Ufficio sulla base dei parametri di cui all'art. 3, commi 181-189, della legge 28 dicembre 1995, n. 549 ed emanati con d.P.C.m. 29 gennaio 1996, era da considerarsi nullo in quanto erroneo per non aver tenuto conto dei criteri variabili a seconda della fattispecie concreta in valutazione. Di contro, l'Ufficio distrettuale II.DD. chiedeva il rigetto del ricorso, ribadendo la legittimità dell'accertamento effettuato secondo i criteri di cui al comma 181 dell'art. 3 cit. 2.2.- In sede di scrutinio della rilevanza e non manifesta infondatezza della questione, la Commissione rimettente rileva che l'accertamento compiuto sulla base dei parametri di cui al d.P.C.m. 29 gennaio 1996 in relazione all'art. 3, comma 181, della legge 28 dicembre del 1995, n. 549 non può ritenersi legittimo dal punto di vista costituzionale perché in contrasto con gli artt. 3, 23, 24 e 53, primo comma, della Costituzione. In particolare, sussisterebbe secondo il rimettente violazione della riserva di legge di cui all'art. 23 Cost. posto che la “prestazione tributaria”, conseguente all'accertamento per cui è processo, risulta fondata sul d.P.C.m. 29 gennaio 1996 che ha invece natura amministrativa. Ne discenderebbe la incostituzionalità dell'art. 3, commi 181-189 della legge n. 549 del 1995, nella parte in cui rimette al Presidente del Consiglio dei ministri l'emanazione dei decreti integrativi della norma anziché prevedere essa stessa una compiuta disciplina degli elementi che fanno scaturire l'obbligazione tributaria. La stessa normativa violerebbe, inoltre, il principio di eguaglianza sancito dall'art. 3 Cost. «dal momento che per alcune categorie di soggetti l'obbligazione tributaria personale e patrimoniale non scaturirebbe da una norma di legge, bensì da un decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri», in contrasto col «diritto di vedere usato dall'Amministrazione Finanziaria un trattamento identico, ossia normativamente previsto e non già rimesso al Presidente del Consiglio dei Ministri» il quale, peraltro, non è autorizzato ad emanare norme in materia fiscale da alcuna disposizione dell'ordinamento giuridico.