[pronunce]

n. 270 del 1999, il quale vieta l'esercizio delle azioni revocatorie nella procedura di ristrutturazione, consentendole solo nella procedura di tipo liquidatorio; che la distinzione fra «risanamento su base soggettiva», finalizzato al salvataggio dell'imprenditore, e «risanamento su base oggettiva», finalizzato al salvataggio dell'attività d'impresa, non ha pregio, perché nella procedura disciplinata dalla “legge Marzano” si attuano entrambi per effetto del concordato, previsto dall'art. 4-bis del decreto-legge n. 347 del 2003, e cioè «si realizza la soddisfazione dei creditori e i debiti dell'imprenditore insolvente vengono integralmente estinti permettendo a quest'ultimo di tornare in bonis e, qualora desiderasse farlo, di riavviare l'attività»; che la norma denunciata contrasterebbe, altresì, con il principio di ragionevolezza, in quanto la previsione dell'esperibilità delle revocatorie nell'ambito di una procedura di risanamento dell'impresa «è incompatibile con la funzione e la struttura della stessa azione revocatoria», e il «vittorioso esperimento di un'azione revocatoria fallimentare non rappresenterebbe altro che una forma di finanziamento forzoso (a carico delle parti che il commissario abbia deciso di convenire in giudizio con l'azione revocatoria) a favore dell'impresa insolvente, atteggiandosi a strumento di reperimento di liquidità volto a sovvenire l'impresa insolvente e a favorirne il percorso di risanamento»; che la norma in questione colliderebbe con l'art. 41 Cost., sotto il profilo della libertà di concorrenza, in quanto determinerebbe effetti distorsivi sul mercato; che si è costituita Parmalat Finance Corporation s.p.a. in amministrazione straordinaria, in persona del commissario straordinario, la quale ha concluso per l'inammissibilità o, comunque, l'infondatezza delle questioni; che in entrambi i giudizi dinanzi alla Corte è intervenuta Parmalat s.p.a., in persona del legale rappresentante pro tempore, la quale ha svolto argomentazioni coincidenti con quelle di Parmalat s.p.a. in amministrazione straordinaria e ha formulato identiche conclusioni; che nei medesimi giudizi dinanzi alla Corte è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, che ha eccepito l'inammissibilità e, comunque, l'infondatezza delle questioni, richiamando quanto statuito da questa Corte con la sentenza n. 172 del 2006, e ribadendo quanto dedotto nei precedenti giudizi (numeri 1 e 56 r.o. 2006), aventi il medesimo oggetto; che, in prossimità della camera di consiglio, hanno presentato memorie, nel giudizio n. 162 r.o. 2006, GE Capital Finance s.p.a. e Parmalat s.p.a. in amministrazione straordinaria, unitamente a Parmalat s.p.a., nel giudizio n. 163 r.o. 2006, UBS Limited e Parmalat Finance Corporation s.p.a. in amministrazione straordinaria, unitamente a Parmalat s.p.a; che GE Capital Finance s.p.a. riprende le argomentazioni già svolte nell'atto di costituzione, mentre UBS Limited aggiunge, a quanto già rappresentato nell'atto di costituzione, che non è condivisibile la tesi, sostenuta nella sentenza di questa Corte n. 172 del 2006, secondo cui la “legge Marzano” «non esclude affatto che la procedura si evolva - fin dalla redazione del programma, o anche successivamente - verso programmi aventi un indirizzo ed un esito diversi da quello indicato nella sua istanza dall'impresa insolvente», ovvero verso «esiti conservativo-liquidatori» propri di un programma di cessione dei complessi aziendali di cui all'art. 27, comma 2, del d.lgs. n. 270 del 1999, giacché simile evoluzione, ad avviso della deducente, «può avvenire solamente a seguito del diniego dell'autorizzazione al programma di ristrutturazione originariamente proposto», ma «non può avvenire semplicemente per la scelta di attuare il programma di ristrutturazione, ai sensi dell'art. 4 della “legge Marzano”, con la modalità del concordato con assuntore», come in concreto è avvenuto nel caso della procedura “Parmalat”, essendo, sempre a suo avviso, il concordato «un elemento assolutamente neutro rispetto alle finalità cui si ispira e cui è volta la procedura» e, quindi, «al fine della qualificazione dell'indirizzo della procedura concorsuale»; che la citata sentenza n. 172 del 2006 – laddove afferma che nel concordato con assuntore «le azioni revocatorie assolvono la loro tipica funzione redistributiva […] e recuperatoria […]; ciò che deve a fortiori affermarsi quando i creditori chirografari accettino, come nella specie, di essere pagati con azioni della società assuntrice, e pertanto con la prospettiva, a parziale riduzione della falcidia subita, di ricevere “vantaggio”, quali azionisti, dall'esito vittorioso delle revocatorie» – non considera che non è ammissibile «che il vantaggio dei creditori venga individuato in una generica e indeterminata possibilità che il valore delle azioni assegnate in pagamento del credito vantato possa aumentare, in funzione eventualmente anche dell'esperimento delle azioni revocatorie; né può ritenersi che il vantaggio dei creditori consista nell'eventuale distribuzione di utili della nuova Parmalat s.p.a.», dal momento che il «vantaggio dei creditori» deve essere «concreto e immediato nonché predeterminato al momento dell'approvazione del concordato». Considerato che il Tribunale ordinario di Parma, con due ordinanze di contenuto pressoché identico, solleva questioni di legittimità costituzionale, in riferimento agli artt. 3 e 41 della Costituzione, dell'art. 6 del decreto-legge 23 dicembre 2003, n. 347 (Misure urgenti per la ristrutturazione industriale di grandi imprese in stato di insolvenza), convertito, con modificazioni, nella legge 18 febbraio 2004, n. 39, come modificato dagli artt. 4-ter e 4-quater dal decreto-legge 3 maggio 2004, n. 119 (Disposizioni correttive ed integrative della normativa sulle grandi imprese in stato di insolvenza), convertito, con modificazioni, nella legge 5 luglio 2004, n. 166, nella parte in cui consente l'esercizio delle azioni revocatorie, previste dagli articoli 49 e 91 del decreto legislativo 8 luglio 1999, n. 270 (Nuova disciplina dell'amministrazione straordinaria delle grandi imprese in stato di insolvenza, a norma dell'articolo 1 della legge 30 luglio 1998, n. 274), in costanza di un programma di ristrutturazione dell'impresa sottoposta ad amministrazione straordinaria; che i due giudizi, avendo ad oggetto la medesima norma e ponendo identiche questioni, devono essere riuniti; che le sollevate questioni sono sostenute da argomentazioni del tutto coincidenti con quelle che questa Corte ha già esaminato e disatteso con la sentenza n. 172 del 2006, dichiarando l'infondatezza di analoghe questioni; che, conseguentemente, deve essere dichiarata la manifesta infondatezza, non essendo le considerazioni svolte dalle parti private intervenute idonee a far pervenire questa Corte a diverse conclusioni;