[pronunce]

che il primo argomento poggia sulla ineccepibile constatazione che l'art. 19 della legge di delegazione n. 205 del 1999, che prevede nuovi termini per la proposizione della querela, non riguarda il reato di oltraggio a pubblico ufficiale di cui all'abrogato art. 341 del codice penale, ma alcuni altri reati, che in precedenza erano perseguibili d'ufficio e che solo in forza di tale legge e dei successivi decreti legislativi sono divenuti perseguibili a querela; che l'ulteriore rilievo che questa disposizione non è suscettibile di estensione analogica non può non essere condiviso, tanto più se si considera che, nella specie, si tratterebbe di una estensione in malam partem intesa cioè a far sopravvivere la punibilità di un fatto al di fuori di una esplicita e specifica previsione legislativa: questa Corte del resto, già nell'ordinanza n. 175 del 2001, nel respingere l'ipotesi di estendere con una propria pronuncia l'operatività dell'art. 19 della legge n. 205 del 1999 alle fattispecie di oltraggio, non ha mancato di rilevare che, nel caso di pura e semplice abrogazione di una norma che prevede un reato perseguibile di ufficio, l'introduzione di condizioni di procedibilità e di punibilità non esplicitamente previste dal legislatore si risolverebbe in un aggravamento della posizione sostanziale dell'imputato, precluso al giudice delle leggi non meno che al giudice comune; che l'assenza di una disciplina transitoria e il divieto di estendere in via analogica quella dettata dall'art. 19 della legge n. 205 del 1999 per reati diversi dall'oltraggio impongono di ritenere che si versi in un'ipotesi di abolitio criminis regolata dall'art. 2, secondo comma, del codice penale, e non di successione nel tempo di norme penali incriminatrici: se il legislatore del 1999 avesse soltanto inteso rendere sanzionabili a titolo di ingiuria anche per il passato fatti di oltraggio, non si sarebbe potuto esimere dal regolare i modi e i tempi per la proposizione della querela, pena, altrimenti, la violazione del canone di ragionevolezza delle classificazioni legislative; che infatti l'interpretazione propugnata dal remittente finisce con l'imputare al legislatore scelte tra loro inconciliabili: la persistente punibilità a titolo di ingiuria dei pregressi reati di oltraggio e l'ineluttabile improcedibilità per mancanza di querela dei giudizi pendenti; che anche l'ulteriore argomento che, insieme alla constatata assenza di una disciplina transitoria, ha indotto il giudice di legittimità a interpretare la vicenda abrogativa dell'art. 341 del codice penale come abolitio criminis argomento che fa leva sui limitati poteri dei quali è investito il giudice dell'esecuzione ai sensi dell'art. 673 del codice di procedura penale, non risponde soltanto alla dogmatica processualpenalistica in tema di rapporti tra giudizio di cognizione e giudizio di esecuzione, ma assume il valore dell'interpretazione costituzionalmente conforme, che non potrebbe essere disattesa se non violando principi costituzionali; che al giudice dell'esecuzione penale non è in effetti consentito modificare l'originaria imputazione né accertare il fatto in modo difforme da quello ritenuto dalla sentenza passata in giudicato, e non gli è quindi neppure permesso estendere il suo giudizio a istituti, che, secondo l'orientamento delle sezioni unite, opererebbero come esimenti solo nell'ingiuria, quali la ritorsione o la provocazione; che la soluzione che postulasse la titolarità in capo al giudice dell'esecuzione di poteri pieni in ordine alla rivalutazione del fatto contrasterebbe con i criteri direttivi di cui ai numeri 96 e 97 dell'art. 2 della legge di delega per il nuovo codice di procedura penale (legge 16 febbraio 1987, n. 81), che simili poteri riconoscono, in sede di esecuzione penale, solo ai fini dell'applicazione della disciplina del concorso formale e della continuazione di reati, e comporterebbe quindi a carico dell'art. 673 cod. proc. pen. un vizio di eccesso di delega; che il vincolo all'interpretazione costituzionalmente conforme, come questa Corte ha già affermato (cfr. da ultimo sentenza n. 292 del 2000), si impone tutte le volte in cui una disposizione di un decreto legislativo, diversamente interpretata, eccederebbe i limiti fissati nella legge di delegazione, con violazione dell'art. 76 della Costituzione; che l'ulteriore canone interpretativo, che depone nel senso dell'abolitio criminis si trae dall'art. 24 della Costituzione, che proclama inviolabile il diritto di difesa in ogni stato e grado del procedimento e che verrebbe leso dall'applicazione dell'art. 2, comma terzo, del codice penale, nei casi in cui al condannato per oltraggio non sia stata offerta, nel corso del giudizio di cognizione, l'opportunità di provare l'esistenza delle eventuali esimenti proprie del delitto di ingiuria, che non potrebbe certo essere provata di fronte al giudice dell'esecuzione, il quale è sfornito di pieni poteri valutativi; che non può essere condivisa neppure l'osservazione del remittente, secondo cui la soluzione dell'abolitio criminis lascerebbe senza tutela i pubblici ufficiali che siano stati offesi da pregressi fatti di oltraggio, poiché in relazione a tali fatti essi vengono soltanto privati del sostegno della pretesa punitiva dello Stato, ma non vengono spogliati del loro diritto di ottenere il risarcimento del danno; che invero, nel caso di condanna passata in giudicato, l'abolitio criminis comporta sì la revoca della sentenza da parte del giudice dell'esecuzione ai sensi dell'art. 673 cod. proc. pen. , ma solo relativamente ai suoi capi penali (in questa logica si è mossa questa Corte nell'ordinanza n. 57 del 2001), non anche a quelli civili, la cui esecuzione ha luogo secondo le norme del codice di procedura civile, con la conseguenza che, se vi è stata costituzione di parte civile e condanna al risarcimento dei danni, quest'ultima resta ferma, mentre, in ogni altro caso, permane per la persona che abbia subito un ingiusto pregiudizio la possibilità di esercitare l'azione civile nella sede sua propria fino al termine di prescrizione, giacché la formula assolutoria per l'ipotesi di sopravvenuta abrogazione della norma incriminatrice ("il fatto non è previsto dalla legge come reato") non è fra quelle alle quali l'art. 652 cod. proc. pen. attribuisce efficacia nel giudizio civile; che, in conclusione, una volta accertato che la vicenda legislativa della abrogazione dell'art. 341 cod. pen. integra un'ipotesi di abolitio criminis disciplinata dall'art. 2, secondo comma, del codice penale, è erroneo il presupposto interpretativo sul quale il giudice remittente ha basato entrambe le questioni di legittimità costituzionale; che, pertanto, le questioni stesse devono essere dichiarate manifestamente infondate. Visti gli artt. 26, secondo comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87, e 9, secondo comma, delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale.. .