[pronunce]

Ci si riferisce alle ipotesi previste dagli artt. 65 e 66, numeri 3), 4), e 5), della legge 17 luglio 1942, n. 907 (Legge sul monopolio dei sali e tabacchi), sanzionate dagli artt. 1 e 4 della legge 3 gennaio 1951, n. 27 (Modificazioni alla legge 17 luglio 1942, n. 907, sul monopolio dei sali e dei tabacchi) con la pena della reclusione (fino a due anni) e della multa (modulata tra un minimo di «lire 150.000» e un massimo di «lire 450.000» per ogni chilogrammo), quando la quantità del tabacco supera i quindici chilogrammi. Trattamento sanzionatorio, questo, all'evidenza meno afflittivo rispetto a quanto previsto dalla disciplina scrutinata; e ciò secondo canoni di differenziazione anche qui motivati dal diverso e maggiore allarme sociale che il contrabbando di t.l.e. esprime rispetto all'attività criminale avente ad oggetto il tabacco lavorato nazionale, in termini di «diffusività del fenomeno, di realizzazione di proventi e di collegamento con organizzazioni criminali sotto il profilo qualitativo e quantitativo» (Corte di cassazione, sezioni unite penali, sentenza 8 gennaio 1998, n. 119; resa con riferimento all'art. 2 della legge n. 50 del 1994). 7.4.- Il maggior rigore sanzionatorio che ispira le modifiche apportate, dalla legge n. 92 del 2001, all'originaria disciplina dettata in materia di repressione del contrabbando di t.l.e. , muove da una sempre più marcata consapevolezza della differenza di siffatta fattispecie rispetto alle altre violazioni doganali. Il pregiudizio ai consistenti interessi finanziari dello Stato mantiene di certo rilievo primario nella definizione della relativa previsione incriminatrice; ma l'intervento normativo realizzato introducendo, tra le altre, anche la disposizione censurata, come traspare con evidenza dai relativi lavori preparatori, abbraccia sempre più l'esigenza di reprimere adeguatamente un fenomeno criminale caratterizzato, come dianzi rilevato, da una crescente recrudescenza alla luce dell'ancora più marcato coinvolgimento delle organizzazioni criminali, anche sul piano internazionale, capaci di movimentare ingenti capitali e di realizzare profitti elevati su vasta scala. 7.5.- In particolare, con riguardo alle modifiche apportate in ordine alla pena pecuniaria da comminare, va sottolineata la scelta del legislatore di delineare ancora più nettamente la distanza tra le violazioni doganali in genere e quelle afferenti il contrabbando di t.l.e. A tale fine, assume un'evidente valenza esplicativa il giudizio, particolarmente negativo, espresso in occasione dei relativi lavori preparatori, sulla disciplina all'epoca vigente, configurata, per l'appunto, replicando i tratti della multa dettata per le altre violazioni doganali: trattamento sanzionatorio, quello oggetto di modifica, definito «risibil[e]» e, anche per le difficoltà di escussione della pena, comunque inadeguato allo scopo, perché non in grado di incidere in termini di effettiva deterrenza, risolvendosi in una insignificante monetizzazione del rischio legato a tale attività criminale (relazione di accompagnamento al disegno di legge governativo, Atto Camera n. 6333, presentato il 14 settembre 1999, XIII legislatura). 8.- La multa prevista dalla disposizione censurata, introdotta all'esito delle citate innovazioni apportate dalla legge n. 92 del 2001, rientra tra le pene pecuniarie proporzionali, contrapposte a quelle fisse dall'art. 27 cod. pen. A differenza di queste ultime, rispetto alle quali la misura della sanzione dipende unicamente dal valore predeterminato dal legislatore, quale che sia il disvalore riferibile alla fattispecie concreta, le pene pecuniarie proporzionali modulano il trattamento punitivo in considerazione della dimensione effettiva dell'illecito. Nel caso di specie, in particolare, la pena da comminare dipende dal prodotto di due fattori numerici, il primo dei quali è un coefficiente variabile, chiamato a disvelare la dimensione concreta della singola fattispecie (la quantità della merce contrabbandata); il secondo è un importo monetario predeterminato in modo fisso dal legislatore, destinato a descrivere il disvalore intrinseco della fattispecie astratta (cinque euro per ogni grammo convenzionale di prodotto). 8.1.- Prendendo le distanze dalla disciplina previgente e, dunque, da quanto previsto per le altre violazioni doganali, il legislatore della riforma ha correlato il coefficiente variabile previsto dalla fattispecie in esame alla quantità del tabacco oggetto di contrabbando, avvalendosi, al fine, della medesima unità di misura presa in considerazione per l'imposizione fiscale, id est il chilogrammo convenzionale fissato dall'art. 9 della legge n. 76 del 1985; disposizione, quest'ultima, abrogata dall'art. 4, comma 1, lettera c), del decreto legislativo 29 marzo 2010, n. 48 (Attuazione della direttiva 2008/118/CE relativa al regime generale delle accise e che abroga la direttiva 92/12/CEE), ma pedissequamente ribadita, nei relativi contenuti, dall'art. 39-quinquies, comma 1, della legge n. 504 del 1995 (in ragione di quanto previsto dall'art. 1, comma 1, lettera nn, del detto d.lgs. n. 48 del 2010). 8.2.- L'altro dato offerto dalla fattispecie in esame, il valore base monetario da moltiplicare al coefficiente variabile sopra indicato, è stato predeterminato dal legislatore in misura di cinque euro per ciascun grammo convenzionale di t.l.e., elevando l'incidenza afflittiva della sanzione in esame, soprattutto in considerazione dell'assenza di un tetto massimo di pena, coerentemente con quanto dettato in linea generale dall'art. 27 cod. pen. , per il quale le «pene pecuniarie proporzionali non hanno limite massimo». La pena in esame dipende, infatti, unicamente dalla quantità di t.l.e. oggetto di contrabbando e non trova limite in una soglia non altrimenti superabile (in precedenza individuata nel decuplo dei diritti di confine evasi). 9.- Ciò premesso sul piano sistematico, va evidenziato che le censure sono state prospettate dal rimettente evocando congiuntamente la violazione dell'art. 3 e dell'art. 27, primo e terzo comma, Cost. Possono tuttavia distinguersi due diverse angolazioni, autonome anche se strettamente connesse tra loro. Sotto il primo versante, le censure investono la rigidità del criterio di determinazione della multa prescelto dal legislatore, con le conseguenze che comporta sul piano della responsabilità personale e della funzione rieducativa della pena. E ciò in ragione sia della addotta impossibilità, per il giudice, di modulare la sanzione in funzione delle specifiche connotazioni, oggettive e soggettive, della condotta, sia della mancanza di un tetto massimo rispetto al trattamento prospettabile. Sotto il secondo versante, le censure investono l'asserita sproporzione tra il fatto preso in considerazione dalla norma incriminatrice e la pena pecuniaria da comminare nell'ottica della intrinseca irragionevolezza della disposizione in esame.