[pronunce]

Quest'ultima è stata infatti trasferita in Italia, in applicazione della Convenzione di Strasburgo del 1983, per "continuare" [secondo l'art. 9, paragrafo 1, lettera a), della Convenzione] l'esecuzione delle pene irrogate negli Stati Uniti d'America, e il consenso al trasferimento da parte dell'amministrazione statunitense è stato espressamente subordinato al rispetto di puntuali condizioni concernenti il regime detentivo, condizioni che costituiscono il presupposto dell'accordo tra Stato di condanna - gli Stati Uniti - e Stato di esecuzione - l'Italia - e che sono state espressamente accettate dalla detenuta, cittadina italiana, in sede di prestazione del consenso al trasferimento, consenso che è richiesto come necessario dall'art. 3 della Convenzione. E la Corte d'appello, nel procedere al riconoscimento delle sentenze penali emesse negli Stati Uniti, ha affermato la legittimità delle condizioni di detenzione concordate tra i due Governi. Ora, osserva il tribunale, l'accordo intergovernativo detta, al punto 5 dell'allegato A che ne fa parte, la seguente condizione: "Che la condanna venga eseguita senza la possibilità di permessi dallo stabilimento penale, anche per brevi periodi. Ciò includerebbe permessi per fine settimana, per giorni festivi, assenze di qualsiasi tipo, permessi di lavoro, libertà provvisoria di qualsiasi tipo, inclusa libertà vigilata oppure reclusione in strutture meno restrittive, o qualsiasi altra forma di visite o attività al di fuori dello stabilimento". Per quanto specificamente concerne i profili sanitari, al successivo punto 6 si prevede, per il caso di malattia, che la detenuta "resti reclusa in uno stabilimento ospedaliero penale e non in altro stabilimento e che ogni altro problema medico venga trattato nella stessa maniera in cui lo sarebbe se [la persona] continuasse a scontare la pena negli U.S.A.". E a tale riguardo, nell'allegato B all'accordo si precisa (punto d) che negli Stati Uniti d'America esistono strutture ospedaliere penitenziarie idonee a far fronte a qualunque patologia. Ancora, il punto 7 dell'allegato A all'accordo prescrive che le condizioni suddette vengano applicate "anche se persone in circostanze analoghe condannate e recluse in Italia possano ricevere un trattamento diverso o [essere] ammesse a uno o a tutti i benefici che non potranno essere concessi" alla condannata. Il successivo punto 11, infine, prevede che l'accordo vincoli lo Stato italiano, e non solo l'attuale Governo, e che, nel caso del mancato rispetto di una qualunque di dette condizioni, "l'accordo di trasferimento sia nullo" e l'Italia e l'interessata acconsentano, "senza appello", alla richiesta degli Stati Uniti di riportare la persona condannata in uno stabilimento penitenziario dello Stato di condanna per scontare la parte restante della pena, senza possibilità da parte dell'Italia di rilascio dalla reclusione "in pendenza di una decisione o altra risoluzione in merito a tale richiesta". Il quadro così delineato preclude dunque qualsiasi forma di rilascio dalla carcerazione, sia pure come reclusione in ambiente meno restrittivo (ad esempio attraverso la detenzione domiciliare), indipendentemente dalla causa che possa esserne alla base e pertanto anche in presenza di esigenze sanitarie non eludibili. Anzi, afferma il rimettente, avrebbe potuto perfino dubitarsi della legittimità, rispetto all'accordo, dello stesso ricorso alla misura temporanea di cui all'art. 11 dell'ordinamento penitenziario, anche se il magistrato di sorveglianza e l'amministrazione competente hanno, sul punto, fornito una interpretazione adeguatrice, imposta dalla totale indisponibilità di centri clinici interni alle strutture carcerarie idonei a svolgere gli interventi sanitari resisi indispensabili. Ma, conclude su tale punto il rimettente, ciò che sicuramente può escludersi a tenore dell'accordo è la possibilità di ricorrere al differimento temporaneo dell'esecuzione di pena. 1.5. - Il tribunale di sorveglianza svolge quindi una disamina delle finalità della Convenzione di Strasburgo, rivolta essenzialmente a favorire il reinserimento sociale di chi sia condannato in un Paese estero, attraverso l'espiazione della pena nel Paese di origine; pena, si precisa, quale è stata inflitta dallo Stato di condanna, essendo lo Stato di esecuzione vincolato alla natura giuridica e alla durata della sanzione così come stabilite dal primo, pur con gli adattamenti che risultassero indispensabili (art. 10 della Convenzione). In tale assetto, è coerente che lo Stato di condanna - che non è obbligato a disporre il trasferimento - voglia garantirsi condizioni di detenzione nel Paese di esecuzione il più possibile prossime a quelle sue proprie, escludendo gli eventuali trattamenti penitenziari più vantaggiosi previsti nell'ordinamento dello Stato di destinazione. In simili casi, aggiunge il tribunale, può dirsi che comunque, nonostante la rinuncia a uno o più benefici penitenziari, è preferibile, alla stregua della ratio della Convenzione, effettuare un trasferimento regolato da condizioni restrittive piuttosto che impedire, per rispetto di una uniformità astratta, il trasferimento medesimo; e ciò, osserva, non è contraddetto dalla disposizione dell'art. 9, paragrafo 3, della Convenzione, secondo cui "l'esecuzione della condanna è regolata dalla legge dello Stato di esecuzione [che] è l'unico competente a prendere ogni decisione al riguardo", formulazione questa che, nel quadro così delineato, deve essere intesa, restrittivamente, in riferimento al solo regime materiale di esecuzione. È appunto sulla base di questa ricostruzione che la Corte d'appello, valutando la compatibilità tra le condizioni negoziate dai due Governi e i principi dell'ordinamento giuridico italiano (specie quanto a natura e durata della pena), ha recepito le medesime condizioni, in quanto conformi alla finalità primaria della Convenzione. La conseguenza di quanto sopra detto, conclude il tribunale di sorveglianza, è che l'esecuzione della pena in Italia nei confronti della persona trasferita si svolge secondo le norme penitenziarie interne così come integrate e in larga misura derogate dall'accordo intergovernativo citato, e che la sentenza della Corte d'appello italiana è il titolo che legittima la carcerazione secondo il quadro delineato, titolo che non compete al tribunale di sorveglianza sindacare. 1.6. - Tutto ciò posto, il tribunale di sorveglianza ritiene che l'impossibilità di applicare, alla stregua dell'accordo, un istituto del diritto interno posto a presidio della integrità personale del detenuto, quale è il rinvio dell'esecuzione di pena ex art. 147 cod. pen. , si ponga in contrasto con diversi parametri costituzionali. 1.7. - Per un primo aspetto, il rimettente ravvisa un contrasto con gli artt. 2 e 32 della Costituzione, poiché tra i diritti inviolabili dell'uomo, che la Repubblica riconosce e garantisce, rientra il diritto alla salute, che riveste carattere di diritto fondamentale e, appunto, inviolabile, connesso a un bene indisponibile da parte del singolo. Né potrebbe dubitarsi dell'inclusione, nell'ambito soggettivo di tutela, della persona in stato di detenzione;