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Più di recente, il cosiddetto « codice dell'ambiente », decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, recante norme in materia ambientale, si è proposto di recepire la direttiva 2000/60/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 23 ottobre 2000, e di descriverne gli obiettivi e gli strumenti da utilizzare , in primis la suddivisione del territorio nazionale in distretti idrografici, per ognuno dei quali dev'essere istituita un'Autorità di bacino distrettuale. La normativa in materia di tutela delle acque dall'inquinamento e di gestione delle risorse idriche è infatti contenuta nella parte terza del codice dell'ambiente. Lo stesso codice indica che per tutte le concessioni di acque pubbliche superficiali e sotterranee, tuttora disciplinate dal testo unico delle disposizioni di legge sulle acque e impianti elettrici, di cui al regio decreto 11 dicembre 1933, n. 1775, deve essere garantito il minimo deflusso vitale e l'equilibrio del bilancio idrico, oltre all'impossibilità di riutilizzo di acque reflue depurate o provenienti dalla raccolta di acque piovane, oppure, dove sussistano tali possibilità, il riutilizzo non risulta sostenibile sotto il profilo economico. Uno dei problemi più rilevanti è dovuto al fatto che molte concessioni di acque pubbliche superficiali e sotterranee continuano ad essere date in assenza del calcolo del deflusso minimo vitale e del bilancio idrogeologico basato su dati omogenei, completi e di dettaglio. Vi è tuttavia un vero e proprio ritardo strutturale nel recepimento delle direttive europee che porta troppo spesso all'apertura di procedure di infrazione, che in tema ambientale sono le più numerose. Sembra che la difficoltà italiana sia costituita dalla mancanza di una strategia, dalla difficoltà di fare sistema e creare strutture capaci di recuperare le esperienze passate e allo stesso tempo di rinnovarsi in linea con gli sviluppi europei. Certamente il problema dell'elaborazione dei piani di gestione è collegato direttamente ai criteri con i quali si sono delineati i distretti idrografici, criteri che sono stati fortemente criticati per la mancanza di logicità e per la totale inidoneità a rappresentare e governare realtà diverse e in gran parte prive di rapporti strutturati. Questa modalità di definizione è certamente indice di una mancanza di dialogo istituzionale tra il centro e le periferie e dell'inadeguato ricorso agli strumenti di raccordo, come la Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano, la Conferenza Stato-città ed autonomie locali, che anzi, spesso hanno denunciato un atteggiamento prevaricatore del centro. Soprattutto in tema di pianificazione emerge quasi una miopia delle amministrazioni nel concepire i canali costituzionali, così come anche quelli che potrebbero emergere dall'applicazione piena e trasparente della partecipazione attiva e dell'integrazione e razionalizzazione delle procedure, non come aggravi procedurali, ma come una concreta opportunità per uscire dal blocco che ci costringe a inseguire costantemente l'Unione europea nelle sue emanazioni. Per quanto concerne la gestione delle risorse idriche in Italia, degli studi rivelano che le regioni del Nord possono godere di risorse abbondanti e regolarmente disponibili, il che ha peraltro comportato un utilizzo intenso dell'acqua. Al contrario la disponibilità naturale del Sud è assai ridotta e la gran parte degli approvvigionamenti idrici si basa su trasferimenti a lunga distanza e grandi opere di invaso. Per quanto concerne l'ulteriore questione controversa rappresentata dalla gestione del servizio idrico integrato, il 12 e il 13 giugno 2011 si è tenuto il referendum popolare, che si è pronunciato per l'abrogazione dell'articolo 23- bis del decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112, convertito, con modificazioni, dalla legge 6 agosto 2008, n. 133, concernente l'affidamento e la gestione dei servizi pubblici locali di rilevanza economica, nonché per l'abrogazione del comma 1 dell'articolo 154 del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, nella parte in cui prevedeva che la tariffa del servizio idrico integrato dovesse essere determinata tenendo conto dell'adeguatezza della remunerazione del capitale investito. Con il decreto del Presidente della Repubblica 18 luglio 2011, n. 113, ed il decreto del Presidente della Repubblica 18 luglio 2011, n. 116, sono state conseguentemente disposte l'abrogazione dell'articolo 23- bis del decreto-legge n. 112 del 2008, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 133 del 2008, nel testo risultante a seguito della sentenza della Corte costituzionale n. 325 del 2010, in materia di modalità di affidamento e gestione dei servizi pubblici locali di rilevanza economica, e l'abrogazione parziale del comma 1 dell'articolo 154 del decreto legislativo n. 152 del 2006 in materia di determinazione della tariffa del servizio idrico integrato in base all'adeguata remunerazione del capitale investito. A seguito del referendum è stata adottata una nuova disciplina sui servizi pubblici locali, contenuta nell'articolo 4 del decreto-legge 13 agosto 2011, n. 138, convertito, con modificazioni, dalla legge 14 settembre 2011, n. 148, che ha parzialmente escluso dalla sua applicazione il servizio idrico integrato. La predetta disciplina, comprensiva delle successive modificazioni, è stata però dichiarata incostituzionale dalla sentenza n. 199 del 2012 della Corte costituzionale. Al servizio idrico si applica l'articolo 3- bis del citato decreto-legge n. 138 del 2011, introdotto dall'articolo 25 del decreto-legge 24 gennaio 2012, n. 1, convertito, con modificazioni, dalla legge 24 marzo 2012, n. 27, che ha disciplinato gli ambiti territoriali e i criteri di organizzazione dello svolgimento dei servizi pubblici locali e che è stato successivamente novellato dall'articolo 34, comma 23, del decreto-legge n. 18 ottobre 2012, n. 179, convertito, con modificazioni, dalla legge 17 dicembre 2012, n. 221, che specifica che le funzioni di organizzazione dei servizi pubblici locali a rete di rilevanza economica, di scelta della forma di gestione, di determinazione delle tariffe all'utenza per quanto di competenza, di affidamento della gestione e relativo controllo, sono esercitate unicamente dagli enti di governo degli ambiti o bacini territoriali ottimali e omogenei istituiti o designati, dalle regioni e dalle province autonome di Trento e di Bolzano, ai sensi del comma 1 dell'articolo 3- bis , che prevede un eventuale intervento sostitutivo del Governo. Da segnalare, inoltre, che i commi da 20 a 22 dell'articolo 34 del decreto-legge n. 179 del 2012 hanno previsto che l'affidamento dei servizi pubblici locali di rilevanza economica sia basato su una relazione dell'ente affidante, da rendere pubblica sul sito internet dell'ente stesso. Nella relazione devono essere indicate le ragioni della forma di affidamento prescelta e deve essere attestata la sussistenza dei requisiti previsti dall'ordinamento europeo. Dalla relazione devono risultare gli specifici obblighi di servizio pubblico e di servizio universale.