[pronunce]

che, quanto alla rilevanza delle questioni, il giudice rimettente si limita ad affermare che dalla loro decisione dipende l'accoglimento o il rigetto dell'appello proposto dall'Amministrazione finanziaria avverso la sentenza di primo grado favorevole al contribuente; che è intervenuto in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo, con atto illustrato da successiva memoria, che «la questione prospettata sia dichiarata inammissibile, perché manifestamente infondata, o sia comunque rigettata per infondatezza». Considerato che la Commissione tributaria regionale del Piemonte dubita della legittimità costituzionale: a) «sotto un primo aspetto», del combinato disposto degli artt. 37, sesto comma, del decreto del Presidente della Repubblica 26 ottobre 1972, n. 633 (Istituzione e disciplina dell'imposta sul valore aggiunto), e 43, primo comma, dello stesso d.P.R., nonché del combinato disposto degli artt. 37, sesto comma, del medesimo d.P.R. e 5, comma 1, del decreto legislativo 18 dicembre 1997, n. 471 (Riforma delle sanzioni tributarie non penali in materia di imposte dirette, di imposta sul valore aggiunto e di riscossione dei tributi, a norma dell'articolo 3, comma 133, lettera q, della legge 23 dicembre 1996, n. 662), in riferimento all'art. 3 della Costituzione; b) «sotto un secondo alternativo aspetto», dell'art. 37, sesto comma, del citato d.P.R. n. 633 del 1972, in riferimento agli artt. 3 e 97, primo comma, Cost.; c) «inoltre», del medesimo art. 37, sesto comma, del d.P.R. n. 633 del 1972, in riferimento all'art. 77, primo comma, Cost.; che per il giudice rimettente, in particolare, le disposizioni denunciate – nel considerare omesse le dichiarazioni annuali dell'IVA presentate dal contribuente con un ritardo superiore a trenta giorni e nello stabilire che tali dichiarazioni costituiscono titolo per la riscossione delle imposte dovute in base agli imponibili in esse indicati – violerebbero, rispettivamente: a) i princípi di uguaglianza e di ragionevolezza di cui all'art. 3 Cost., perché sia l'art. 43, primo comma, del d.P.R. n. 633 del 1972, sia l'art. 5, comma 1, del decreto legislativo n. 471 del 1997 prevedono (in quanto richiamate dall'art. 37, sesto comma, del d.P.R. n. 633 del 1972) il medesimo trattamento sanzionatorio di fattispecie radicalmente diverse tra loro, quali, da un lato, l'omissione della dichiarazione annuale dell'IVA e, dall'altro, la presentazione della stessa dichiarazione oltre trenta giorni dalla scadenza del termine; e ciò indipendentemente dall'individuazione, tra le predette due norme sanzionatrici, di quella più favorevole al contribuente e, quindi, di quella in concreto applicabile nel giudizio a quo, ai sensi degli artt. 25, commi 1 e 2, e 3 del decreto legislativo 18 dicembre 1997, n. 472, nonché del decreto legislativo 5 giugno 1998, n. 203; b) gli artt. 3 e 97, primo comma, Cost., perché dalla presentazione della dichiarazione annuale dell'IVA con un ritardo superiore a trenta giorni deriverebbe una irragionevole diversità di effetti per il contribuente (per il quale tale tardività è equiparata all'omissione) e per l'Amministrazione finanziaria (per la quale la dichiarazione tardiva del contribuente costituisce titolo per riscuotere il debito di imposta dichiarato), cosí da imporre a quest'ultima – quale soggetto che sanziona l'illecito del contribuente e che, contemporaneamente, è “parte privilegiata” del rapporto tributario – un comportamento non imparziale; c) l'art. 77, primo comma, Cost., in relazione alla norma interposta di cui all'art. 5, primo comma, numero 9, della legge di delegazione 9 ottobre 1971, n. 825 (Delega legislativa al Governo della Repubblica per la riforma tributaria), perché l'equiparazione del ritardo superiore a trenta giorni all'omissione della dichiarazione annuale dell'IVA, in quanto previsione non “necessaria all'applicazione dell'imposta”, si porrebbe in contrasto con il principio e criterio direttivo fissato dalla indicata norma della legge di delegazione, la quale attribuisce al Governo il potere della «regolamentazione della contabilità, della documentazione e delle dichiarazioni o comunicazioni alla amministrazione finanziaria necessarie per l'applicazione dell'imposta in modo da consentire, in quanto possibile, l'unificazione degli obblighi dei soggetti e l'utilizzazione di scritture contabili obbligatorie ad altri effetti»; che, nella prospettazione del rimettente, l'affermata rilevanza delle questioni è ricollegata ai seguenti due presupposti interpretativi: a) che la fattispecie di illecito oggetto del giudizio principale e prevista dalle norme censurate, cioè la presentazione della dichiarazione annuale dell'IVA con un ritardo legislativamente equiparato all'omissione della dichiarazione stessa (c.d. dichiarazione “ultratardiva”), sia rimasta immutata anche alla stregua della normativa vigente al momento del deposito dell'ordinanza di rimessione; b) che le medesime denunciate norme sanzionatrici, le quali prevedono pene pecuniarie in misura proporzionale all'imposta dovuta, siano applicabili anche al caso – come quello di specie – in cui il contribuente, pur avendo presentato una dichiarazione “ultratardiva”, abbia tuttavia tempestivamente versato l'intera imposta dovuta; che l'erroneità di tali presupposti e la mancanza di una adeguata diversa motivazione del rimettente sulla rilevanza rendono manifestamente inammissibili le sollevate le questioni; che, per quanto attiene all'indicato primo presupposto interpretativo, deve premettersi che, alla data del deposito dell'ordinanza di rimessione (16 novembre 2005), la normativa in tema di termini per la presentazione delle dichiarazioni annuali dell'IVA risulta mutata rispetto a quella vigente al momento della scadenza del termine per la presentazione della dichiarazione annuale dell'IVA relativa al 1992 (15 marzo 1993), nel senso che la normativa piú recente considera “ultratardiva” la dichiarazione presentata con ritardo superiore a novanta giorni, mentre in precedenza era considerata tale quella presentata con ritardo superiore a trenta giorni; che, al riguardo, la Commissione tributaria regionale ha considerato «valide», secondo la normativa da essa ritenuta rilevante, soltanto le dichiarazioni tempestive o presentate con ritardo non superiore a trenta giorni e, pertanto, ha trascurato di precisare se, nel caso di specie, il ritardo, superiore a trenta giorni, abbia o no superato anche novanta giorni; che tale circostanza è, invece, essenziale per valutare, nella stessa prospettiva del rimettente, la rilevanza delle sollevate questioni;