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Si tratta di una catena di odio che rischia di alimentarsi all'infinito e che è necessario interrompere, a partire da una forte condanna sociale e dal ripudio di un linguaggio che fa apparire normale ciò che normale non è; parole che denigrano le donne sui social , sulla carta stampata, nelle aule di tribunale; parole di giornalisti, come dell'uomo qualunque, ma anche linguaggio dei politici, un linguaggio non solo discriminatorio, ma offensivo e degradante, che la rete dei social amplifica, rischiando di certificare come normale e di uso comune l'insulto contro le donne, sintomo di una pericolosa deriva sessista. In tale quadro condividiamo il tentativo di eliminare quell'area di rischio che è rappresentata per la donna che denuncia dal tempo che intercorre tra l'acquisizione della notizia di reato e la successiva applicazione di una misura coercitiva, ma soprattutto di quelle misure che consentano alle donne di rimanere nella propria abitazione, anziché dover scappare e cercare protezione. Questi tempi, dunque, devono necessariamente essere compressi. Forti perplessità rimangono, tuttavia, sull'efficacia dell'obbligo di interrogare la vittima entro il termine perentorio dei tre giorni, quando molti uffici giudiziari, soprattutto minori, non hanno a disposizione personale, in particolare specializzato. Per questo ritenevamo che l'iscrizione a ruolo con priorità e modalità protette di trattazione fosse il tema da definire con maggior attenzione, oltre alla necessità di interventi tempestivi rispetto alla misura coercitiva dell'allontanamento e all'arresto obbligatorio, anche in assenza di flagranza, con arresti e sanzioni necessari, inoltre, per chi violi le misure di prevenzione e di allontanamento, perché senza sanzione non esiste obbligo e non vi è tutela. Ci sono dunque spazi ancora da riempire. Avrei voluto inoltre che, in tema di procedibilità, fosse approvata la proposta a mia prima firma di estendere a un anno l'attuale termine di sei mesi entro cui una donna può presentare denuncia per una violenza subita. Tale previsione, che non avrebbe impedito comunque di agire nell'immediatezza, avrebbe garantito il diritto alla giustizia anche quando fosse trascorso quel tempo in cui il dolore del danno subito, la vergogna e la solitudine non lasciano alla vittima la forza di trasformare la rabbia in azione giuridica. Oggi più donne denunciano e tentano di uscire dall'invisibilità, ma il tema centrale rimane la tutela dei figli che subiscono o assistono a violenze in famiglia. Il conflitto di separazione cela spesso contrasti e violenze, da riconoscere e far emergere. Per questo condividiamo la previsione che lega gli atti del processo civile a quello penale, nell'interesse dei minori e nella definizione della responsabilità genitoriale. I reati di violenza contro le donne - e concludo - aumentano, mentre il numero di reati in generale diminuisce: sintomo che c'è ancora molto terreno su cui come legislatori siamo chiamati a continuare a impegnarci sul fronte della protezione delle donne, perché anche questa è sicurezza cui lo Stato non può abdicare. (Applausi dal Gruppo PD) . PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Dal Mas. Ne ha facoltà. DAL MAS (FI-BP) . Signor Presidente, colleghi, signori rappresentanti del Governo, discutiamo oggi un provvedimento recante: «Modifica al codice penale, al codice di procedura penale e altre disposizioni in materia di tutela delle vittime di violenza domestica e di genere». Mi piacerebbe aggiungere «senza distinzione di genere», come spiegherò nel corso del mio intervento. In realtà questo provvedimento, che è stato licenziato dalla Camera dei deputati il 3 aprile, con un consenso allora consistente, ha visto l'introduzione di quattro nuove fattispecie penali; tra queste spicca, in particolare, di stridente attualità il cosiddetto revenge porn¸ vale a dire la diffusione non consensuale di immagini attinenti alla sfera intima e privata, oltre ad altri delitti come quello relativo al divieto di avvicinamento, la cui natura è assolutamente discutibile perché contiene in sé la violazione di una norma cautelare, e il codice di procedura penale ci dice già che cosa si deve fare, che cosa l'autorità giudiziaria può fare quando viene violata la misura cautelare. Poi abbiamo l'introduzione del delitto di deformazione dell'aspetto della persona mediante lesioni permanenti, che inasprisce figure come lo sfregio permanente al viso. Nel nostro ordinamento ci sono già figure o reati che evidentemente lo richiamano, ma il legislatore, attraverso un'ampia maggioranza, ha ritenuto che fosse necessario introdurre l'articolo 583- quinquies . È inoltre prevista la modifica al codice di procedura penale, nell'intento di velocizzare i procedimenti. Le audizioni delle procure, degli avvocati, degli esperti e degli operatori del diritto delle varie associazioni che abbiamo svolto hanno messo in evidenza alcuni pericoli o insidie insite in questa normativa: ad esempio, la questione dei tre giorni, ossia l'obbligo di sentire, da parte del pubblico ministero, la persona offesa o la persona vittima, entro tre giorni dall'iscrizione della notizia di reato, che evidentemente espone, vista la particolarità e la tipologia delle fattispecie di cui stiamo parlando, le persone offese o le vittime a possibili rischi o potenziali aggravamenti della loro situazione. C'è una questione che, a mio avviso, non è stata sufficientemente esplorata. A fronte di un atteggiamento tetragono della maggioranza, che ha respinto tutti gli emendamenti di Forza Italia, del PD e in generale delle opposizioni, vi abbiamo invitato a riflettere sulla differenza di trattamento tra primo e secondo comma dell'articolo 612- ter di nuova introduzione. Mi riferisco alla distinzione tra la prima distribuzione delle immagini vietate non consensuali e la seconda distribuzione, per la quale addirittura prevedete il dolo specifico. La previsione del dolo specifico rafforza in noi la convinzione che questa previsione possa costituire una facile scappatoia per coloro i quali contribuiscono a diffondere queste immagini nella Rete, nel web , sui social . L'effetto potrebbe quindi essere contrario - non c'è certezza né c'è evidenza di casistica - allo spirito che ha suggerito l'introduzione di questa fattispecie. Sempre in ordine all'articolo 612- ter , c'è una questione rispetto alla quale abbiamo proposto uno specifico emendamento, che consiste nel fatto che ci siamo accorti che non è prevista una circostanza ad effetto speciale quando vittime sono i minori. Su questo il dubbio ci è venuto perché esiste una clausola di salvaguardia nella norma, quando si dice «salvo che il fatto costituisca più grave reato», ma la Cassazione ha recentemente stabilito che l'immagine immessa nella Rete da parte dello stesso minore, come accade nella stragrande maggioranza dei casi, non costituisce che l'ipotesi meno grave di cui all'articolo 600- ter , terzo comma, cioè della pedopornografia, che in questo caso verrebbe assorbita nel primo comma del nuovo articolo 612- ter . Quindi non c'è un'aggravante di fatto quando la vittima è un minore: questo perché, nella fretta sulla spinta che c'è stata per introdurre nei lavori alla Camera questo problema, probabilmente non si è riflettuto in modo adeguato su alcuni aspetti.