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Signor Presidente, onorevole rappresentante del Governo, onorevoli colleghe e colleghi, dopo oltre un anno e mezzo di pandemia nel quale l'emergenza ha stravolto i programmi di Governo, ha dettato nuovi obiettivi, perseguiti con evidenza e in maniera diversa dai due Governi e determinato i conseguenti provvedimenti, ora siamo a discutere un disegno di legge che nulla ha a che fare con i ristori o i sostegni, con la cassa integrazione, le proroghe, gli incentivi per una auspicata ripresa, le risorse per i vaccini, le cure sanitarie. Coniugare l'emergenza e l'ordinarietà si può fare, dipende come, ovviamente. Ora ci troviamo a parlare di diritti civili. Infatti, il titolo del disegno di legge non è disegno di legge Zan, perché questa, in realtà, è la prima etichetta attribuita alla norma, che reca invece "Misure di prevenzione e contrasto della discriminazione e della violenza per motivi fondati sul sesso, sul genere, sull'orientamento sessuale, sull'identità di genere e sulla disabilità". Il titolo ben ci predispone, salvo poi, all'articolo 1, definire in modo arbitrario tali categorie e lasciare ampi margini di discrezionalità. Una attenta analisi del testo ha fatto emergere insidiose criticità, che sono state rilevate durante i lavori della Commissione, per le quali ringrazio il presidente Ostellari; criticità rilevate non soltanto da noi parlamentari, ma da nomi di comprovata competenza giuridica, come Carlo Nordio, il già citato Giovanni Maria Flick e da tanti altri auditi, e, non ultima, dalla preoccupazione espressa dal Vaticano. Una legge deve essere fatta bene, tenendo conto delle conseguenze che può avere a 360 gradi, non adducendo ad ambiguità che delegherebbero ai giudici non l'applicazione della legge, ma la sua interpretazione. Quando, all'articolo 4, si parla di libertà di espressione, «purché non idonea a determinare il concreto pericolo del compimento di atti discriminatori o violenti», chi deciderà l'entità di questo concreto pericolo? Chi determinerà l'ambito in cui l'opinione diventa minaccia e odio o quello in cui l'opinione resta espressione di un punto di vista? Sono confini non definiti, parametri inesistenti che rischiano tanti bavagli e tanti processi. Questo provvedimento, così come è stato scritto, persegue le idee e l'espressione delle stesse prima dei comportamenti, e questo per noi è inaccettabile. È vero: questo disegno di legge è stato approvato alla Camera dei deputati. E allora? Esistono proprio per questi motivi le due Camere. Esiste ancora il bicameralismo perfetto, nonostante in questa legislatura, anche prima della pandemia, sia stato continuamente affossato a colpi di fiducia, anche quando l'emergenza non era una prerogativa. Esiste ancora e lo hanno deciso gli italiani votando al referendum nel 2016. Esiste ancora, nonostante continue sferzate per affossarlo: l'ultima, il voto per il Senato ai diciottenni. Allora, se il bicameralismo esiste, non permettere al Senato di apportare modifiche a un provvedimento in discussione sarebbe addirittura incostituzionale. Poter correggere un testo, poterlo modificare per migliorarlo e ottenere così una maggiore condivisione, soprattutto in questo Governo di unità nazionale, dove una maggioranza composita sta trovando delle convergenze con l'unico obiettivo di portar fuori il Paese dalla crisi, significa non demolire un disegno di legge, ma imprimergli una forza maggiore, dando il giusto rilievo ai temi trattati. È evidente che il disegno di legge Zan, così concepito, divide il Paese a metà. Divide questo Parlamento a metà. Perché, allora, non provare a migliorarlo? Dispiace constatare che a certa parte politica interessi più poter mettere la propria bandierina e ideologizzare il provvedimento, piuttosto che affrontare il confronto per dare, tutti insieme, un voto favorevole alla lotta contro l'omotransfobia; una battaglia che deve non dividere, ma unire; che deve non degenerare i forti contrasti politici dentro e fuori il Parlamento, ma perseguire una dialettica anche accesa, ma sempre all'insegna del rispetto. (Applausi) . E questa parola, che sempre più spesso sparisce dal vocabolario, ma che in realtà dovrebbe tornare ad essere la parola chiave, sempre e in qualsiasi situazione, è veramente dimenticata. Quando si parla di rispetto nelle scuole, questo non deve poter essere confuso con la teoria del genere e di ogni forma educativa all'orientamento sessuale; prerogativa, questa, della sovranità educativa della famiglia. Non "anche i genitori hanno il diritto di seguire moralmente le inclinazioni naturali dei propri figli": loro hanno il diritto di farlo. La scuola, infatti, non può sostituirsi alla famiglia, perché si travalicherebbe la libertà dell'individuo, ovvero la libertà dei nostri bambini. POF e programmi condivisi con i genitori non possono essere uno strumento che ne assicura l'esclusione. L'insegnamento di certe teorie nella scuola non deve essere consentito a priori, in maniera chiara. Aprire e non chiudere: questo è quello che chiediamo. Le barricate ideologiche non portano a nulla di buono. Vogliamo difendere i diritti di tutti e combattere ogni forma di violenza, ma lo vogliamo fare in maniera efficace, scrivendo una legge in modo chiaro, che esprima la volontà del legislatore e non quella di chi la deve interpretare. In base ai nostri valori e alla nostra cultura liberale, condanniamo ovviamente qualsiasi discriminazione e qualsiasi manifestazione d'odio nei confronti di qualunque essere umano, titolare per definizione della propria altissima e intoccabile dignità. Per questo motivo e per adempiere al mandato del Governo, che convintamente sosteniamo, siamo stati e siamo quindi disponibili a concordare delle modifiche che ci permettano di votare questo provvedimento. C'è una questione di fondo, però, che mi preme evidenziare. Proprio per la nostra cultura e i nostri valori, crediamo fermamente che tutti i cittadini abbiano gli stessi diritti e non che vi siano alcuni che abbiano diritti che prevalgano rispetto ai diritti di altri. Questo provvedimento, come molti provvedimenti di matrice culturale di sinistra, è basato sulla categorizzazione dei cittadini, creando proprio per questo discriminazione tra categorie ed esclusione di alcuni rispetto ad altri. Con l'approccio per categorie, le casistiche che si vengono pertanto a creare per ricomprendere tutti sono innumerevoli, quasi infinite, perché innumerevoli e infinite sono le caratteristiche dei cittadini, in quanto esseri umani. Non è certo inserendo la categoria dei disabili che, tra parentesi, con l'orientamento e il genere sessuale non c'entra proprio niente, che si è risolto il problema. (Applausi) . È proprio l'approccio che è sbagliato. Basando invece i provvedimenti legislativi sulla considerazione del rispetto per tutti i cittadini, come titolari di pari dignità e di pari diritti, di pari livello, non si crea discriminazione e anzi vi si pone rimedio.