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I pubblici ministeri, inoltre, non possono in alcun modo essere ritenuti responsabili per queste decisioni, nemmeno qualora le accuse – come è di fatto ricorrentemente successo – si rivelino, negli anni successivi, del tutto infondate nel corso del dibattimento, cioè quando le molteplici sanzioni sociali, politiche ed economiche o familiari, che di fatto spesso si collegano alle iniziative penali, hanno già prodotto appieno i loro dirompenti effetti sui cittadini indagati o imputati e sulle loro famiglie. Nella sostanza l'obbligatorietà dell'azione penale formalmente e definitivamente trasforma qualsiasi atto discrezionale del pubblico ministero in «atto dovuto». L'analisi delle decisioni che vengono prese nella gestione del personale togato e perfino nella giurisprudenza ordinaria rivelano ulteriori aspetti della discrezionalità dei magistrati inquirenti che rivestono notevole interesse: l'effettuazione di indagini assolutamente improduttive, anche di notevole costo, non può dar luogo ad alcuna forma di responsabilità del pubblico ministero ed è del tutto irrilevante ai fini della valutazione della sua professionalità; è possibile rilevare vari casi in cui i magistrati inquirenti hanno assunto decisioni motivandole con riferimento a documenti inesistenti o su affermazioni false senza che questo abbia dato luogo a sanzioni né disciplinari né tantomeno penali. In un caso si è persino stabilito che non sussisteva responsabilità disciplinare neppure in un caso in cui il pubblico ministero aveva omesso di rivelare al giudice del riesame l'esistenza di consistenti elementi a discarico di un imputato che si trovava in detenzione preventiva e che è stato poi scarcerato solo otto mesi dopo (sentenza della sezione disciplinare del CSM del 23 gennaio 1998 e successiva sentenza delle sezioni unite della Corte di cassazione). Esistono poi documentazioni videoregistrate di casi in cui il pubblico ministero prospetta ai testimoni la gravità dei reati di cui sarebbero accusati se non si decidono a «dire la verità» (interrogatorio di Gabriella Alletto dell'11 luglio 1997) e altri in cui i pubblici ministeri avvertono gli imputati dei gravi reati in cui potrebbero incorrere se rivelassero l'esistenza di reati commessi da persone contro cui il pubblico ministero stesso non desidera iniziare l'azione penale (C. Bonini, F. Misiani, Le toghe rosse, pagine 182-194). I casi appena indicati sono venuti alla luce solo accidentalmente ed è difficile dire quanto siano diffusi. Ciò che comunque fa assumere ad essi piena e gravissima rilevanza per chi intende prospettare riforme di tipo liberale ispirate a valori di tutela delle libertà del cittadino, è che eventi di quel genere possano avvenire e divenire pienamente noti senza che ne consegua alcuna responsabilità per i pubblici ministeri che ne sono stati protagonisti. Che non vengano in alcun modo sanzionati significa infatti che nel nostro sistema quei comportamenti sono pienamente legittimi. Di ciò il legislatore deve tenere conto non solo nel ridisegnare il ruolo del pubblico ministero ma anche nel rivedere le caratteristiche del procedimento disciplinare. Date queste condizioni, non deve sorprendere che la piena e irresponsabile indipendenza dei pubblici ministeri, intesa poi come attributo di ciascuno di loro, sia sfociata in un uso dei loro amplissimi poteri discrezionali che si differenzia da caso a caso, in base a orientamenti, preferenze o ambizioni personali. Un simile fenomeno – spesso evidenziato dalla stampa negli ultimi venti anni – emerge in tutta chiarezza dalle interviste condotte su un campione dei mille magistrati penalisti (si veda G. Di Federico, Codice di procedura penale e diritti della difesa, 1996) e dagli scritti di autorevoli magistrati inquirenti. Tra essi certamente il più noto, anche sul piano internazionale, Giovanni Falcone. In un suo scritto egli osserva infatti come in assenza di una politica giudiziaria vincolante «tutto sia riservato alle decisioni, assolutamente irresponsabili, dei vari uffici di procura e spesso dei singoli sostituti (...). Mi sento di condividere l'analisi secondo cui, in mancanza di controlli istituzionali sull'attività del pubblico ministero, saranno sempre più gravi i pericoli che influenze informali e collegamenti occulti con centri occulti di potere possano influenzare l'esercizio di tale attività. Mi sembra giunto, quindi, il momento di razionalizzare e coordinare l'attività del pubblico ministero finora reso praticamente irresponsabile da una visione feticistica dell'obbligatorietà dell'azione penale e dalla mancanza di efficaci controlli sulla sua attività» (G. Falcone, Interventi e proposte, 1994, pagine 173-174). Il tutto con la conseguenza di dare anche una «immagine della giustizia che a fronte di interventi talora tempestivi soltanto per fatti di scarsa rilevanza sociale, e talora tardivi per episodi di elevata pericolosità, appare all'opinione pubblica come una variabile impazzita del sistema» (ibidem, pagine 180-181). Una simile «frammentazione» delle iniziative dei pubblici ministeri e la totale assenza di responsabilità per l'esercizio personalizzato di un potere discrezionale di notevole ampiezza hanno ulteriormente moltiplicato le occasioni di diseguale trattamento dei cittadini davanti alla legge penale, che derivano comunque dalla mancata regolamentazione della discrezionalità. Ciò ha creato le condizioni più favorevoli per un uso distorto di ciò che l'allora giudice della Corte Suprema degli Stati Uniti Jackson aveva definito come «il potere più pericoloso del pubblico ministero» ossia «(...) quello di scegliere le persone da colpire piuttosto che i casi su cui indagare (...)» e quindi effettuare su di loro indagini a tutto campo (R.H. Jackson, The Federal Prosecutor, 1940), un'accusa che infatti è stata ripetutamente mossa ai nostri pubblici ministeri più attivi. Paradossalmente, quindi, proprio l'obbligatorietà dell'azione penale che era stata voluta dal Costituente per tutelare il valore dell'eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge è divenuta, anche per le interpretazioni che di essa sono date, il principale impedimento alla possibilità di regolare la discrezionalità dell'azione penale per rendere quella tutela effettiva. Due ulteriori conseguenze disfunzionali si connettono poi alla «personalizzazione delle funzioni requirenti» e alle quali in questa sede si può solo accennare. Da una parte essa ha spesso rappresentato un grave ostacolo alle indagini sulla criminalità organizzata che quasi sempre richiedono il coordinamento tra i diversi uffici di procura (i poteri di coordinamento attribuiti al Procuratore nazionale antimafia sono molto limitati). Dall'altra ha portato a trascurare quasi completamente il perseguimento e la repressione dei cosiddetti «reati minori» (furti negli appartamenti, aggressioni, scippi), cioè proprio di quei reati che più direttamente minano il senso di sicurezza del cittadino (G. Di Federico, Obbligatorietà dell'azione penale, coordinamento delle attività del pubblico ministero e loro rispondenza alle aspettative della comunità, 1991).