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Solo in casi eccezionali, laddove non fosse risultata possibile la separazione degli ospedali dedicati alla gestione esclusiva del paziente affetto da COVID-19 da quelli non COVID-19, i percorsi clinico-assistenziali e il flusso dei malati avrebbero dovuto essere nettamente separati; in questi mesi, dunque, occorreva individuare specifiche strategie organizzative e gestionali che, nel più breve tempo possibile, avrebbero dovuto consentire la netta separazione delle attività COVID-19 da quella "non COVID"; l'interrogante lo scorso 21 aprile ha depositato un atto di sindacato ispettivo (4-03216), che non ha avuto riscontro, con cui richiedeva di accertare eventuali responsabilità dell'azienda ospedaliera operante a Trieste per non aver garantito il corretto adempimento di tutte le procedure di sicurezza necessarie a garantire la tutela della salute dei cittadini e degli operatori sanitari e di fornire indicazioni più stringenti sulle strategie organizzative e gestionali da adottare, al fine di consentire negli ospedali del territorio nazionale, e in particolare a Trieste, la netta separazione delle attività COVID-19 dalle altre strutture ospedaliere non COVID-19; inoltre, secondo quanto stabilito dal comma 4 dell'art. 2 del decreto-legge 19 maggio 2020, n. 34, le Regioni e le Province autonome, dopo aver individuato unità assistenziali in regime di ricovero per pazienti affetti da COVID-19, nell'ambito delle strutture ospedaliere, avrebbero dovuto provvedere a consolidare la separazione dei percorsi rendendola strutturale, assicurando altresì la ristrutturazione dei punti di pronto soccorso con l'individuazione di distinte aree di permanenza per i pazienti sospetti COVID-19 o potenzialmente contagiosi, in attesa di diagnosi; lo stesso Ministro in indirizzo a luglio dichiarava in Parlamento: "Mi fa molto piacere informare il Parlamento che entro pochi giorni il ministero avrà terminato l'esame di tutti i progetti pervenuti dalle regioni per gli ospedali Covid. Conseguentemente saranno trasmessi al commissario all'emergenza per mettere in essere, con procedure straordinarie, tutti gli adempimenti necessari per la loro rapida realizzazione. Si tratta, di un passo in avanti fondamentale per rafforzare la nostra rete dell'emergenza, delle terapie intensive e sub intensive e contemporaneamente rendere più sicuri i nostri ospedali superando qualsiasi forma di promiscuità tra la rete Covid e quella non Covid"; all'interrogante sono giunte segnalazioni circa la mancanza, nelle strutture sanitarie, di percorsi rigorosamente differenziati per i malati; preso atto, inoltre, che è quanto mai evidente la necessità di garantire le opportune misure cautelative per scongiurare qualsiasi rischio di trasmissione del virus, in particolare presso le strutture sanitarie; in particolare, a Trieste i reparti dedicati ai malati COVID-19 sono distribuiti nei due ospedali cittadini, e l'ospedale di Cattinara non sembra strutturalmente idoneo alla netta separazione dei percorsi; tenuto conto che quello di Cattinara è l'unico ospedale dell'azienda sanitaria giuliano-isontina predisposto alla cura delle patologie complesse tempo dipendenti di alta specializzazione, si chiede di sapere: quali iniziative di competenza il Ministro in indirizzo intenda adottare per garantire una maggiore protezione ai pazienti e agli operatori sanitari coinvolti quotidianamente in prima linea per le cure necessarie ai pazienti con COVID-19 all'interno delle aziende ospedaliere, e in particolare a Trieste; se non ritenga opportuno intervenire affinché nei due ospedali della città avvenga una netta differenziazione tra ospedali COVID e non COVID, considerate anche le difficoltà strutturali che ha uno dei due edifici; se intenda intervenire al fine di risolvere con la massima urgenza la situazione descritta, così da garantire e tutelare la salute di tutti i cittadini e del personale sanitario, assicurando tempestivo e opportuno intervento a tutti i malati, in condizioni di completa sicurezza sanitaria. Atto n. 3-02118 BERGESIO CENTINAIO VALLARDI DE VECCHIS CASOLATI Ai Ministri delle politiche agricole alimentari e forestali, della salute e dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare Premesso che: a distanza di due mesi dalla comparsa in Germania di un caso di peste suina africana l'allarme per una sua possibile diffusione anche in Italia resta alto, e ciò richiede un rafforzamento delle misure di controllo e contenimento di questa pericolosa malattia animale; i divieti e le limitazioni imposti all'esercizio dell'attività venatoria nelle zone indicate come "rosse" e "arancioni", per effetto dell'attuazione, con ordinanze del Ministero della salute, di quanto disposto dal decreto del Presidente del Consiglio dei ministri 3 novembre 2020, hanno riacceso il dibattito sulla necessità di interventi selettivi di contenimento della fauna selvatica, rappresentando questa il principale vettore della diffusione della malattia; l'arrivo in Italia di questa malattia comporterebbe un danno incalcolabile per l'economia italiana, e in particolar modo della Lombardia, dove viene allevato il 53 per cento dei suini italiani, alla base delle grandi filiere agroalimentari; alle Regioni, nonostante il Paese abbia attivato un piano di sorveglianza e prevenzione della PSA, approvato dalla Commissione europea, è lasciata la responsabilità di implementarlo con rigorosi interventi di contrasto della malattia, anche attraverso l'adozione di misure di contenimento della fauna selvatica; il proliferare dei cinghiali, acuitosi a seguito delle misure restrittive imposte dal Governo all'esercizio dell'attività venatoria, rischia di sfuggire dal controllo, determinando seri pericoli, non solo per gli allevatori e gli agricoltori, ma anche per i cittadini, aumentando oltre tutto il rischio di un'eventuale diffusione della stessa PSA, con ricadute anche sul comparto della suinicoltura nazionale; il settore suinicolo in Italia vanta un fatturato di circa 3 miliardi di euro per la fase agricola e di circa 8 miliardi di euro per quella industriale, incidendo per il 5,8 per cento sul totale agricolo e agroindustriale nazionale. Operano nel comparto circa 25.000 aziende agricole, che gestiscono 8,3 milioni di capi, e circa 3.500 aziende di trasformazione. La produzione di carne si aggira intorno a 1,45 milioni di tonnellate. L'Italia è il settimo Paese produttore in Unione europea; è evidente che si parla di un settore altamente competitivo che non può essere messo in crisi dall'inerzia del nostro Paese nell'approntare un'organica revisione della legge 11 febbraio 1992, n. 157, che contempli anche la possibilità di adottare specifici piani di gestione, controllo e contenimento selettivo della fauna selvatica; il Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali, in sede di risposta ad interrogazioni con risposta immediata alla Camera dei deputati lo scorso 4 novembre, aveva annunciato l'imminente adozione di un decreto-legge per la gestione e il controllo delle popolazioni dei cinghiali, al fine di prevenire la diffusione della peste suina.