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È pertanto evidente che al momento della stipula dell'Accordo del 14 ottobre 2021 sussisteva già la condizione contrattualmente individuata per procedere alla pronuncia, da parte dell'Amministrazione concedente, della decadenza di ASPI dalla Convenzione del 12 ottobre 2007; il comma 3 dell'art. 9 di quella Convenzione prevedeva un criterio di quantificazione dell'indennizzo in favore del concessionario decaduto da quantificarsi in base al "valore attuale netto dei ricavi di gestione, prevedibile dalla data del provvedimento di decadenza sino alla scadenza della concessione". Su tale criterio è intervenuto il Governo con l'art. 35 del decreto-legge 30 dicembre 2019 n. 162, stabilendo che "qualora l'estinzione della concessione derivi da inadempimento del concessionario si applica l'art. 176, comma 4, lett. a) del Dlgs 18.04.2016 n. 50, anche in sostituzione delle eventuali clausole convenzionali, sostanziali e procedurali difformi, anche se approvate per legge, da intendersi come nulle ai sensi dell'art. 1419, secondo comma, del codice civile". Con il richiamo all'art. 176 del Codice degli Appalti (decreto legislativo n. 50 del 2016), in sostanza, il Governo ha modificato il criterio dell'indennizzo del concessionario decaduto, sostituendo quello del riconoscimento del mancato utile con quello, ben più contenuto, del solo valore delle opere realizzate, al netto degli ammortamenti. Alla luce della sostituzione autoritativa della clausola prevista dall'art. 9, comma 3, della Convenzione 12 ottobre 2007, l'Amministrazione aveva evidente convenienza, oltre che diritto, a perseguire la strada della risoluzione o decadenza per inadempimento del concessionario, anche perché l'ultima parte del comma 3 dell'art. 9 della citata convenzione (disposizione questa non attinta dalla modifica autoritativa disposta con il menzionato art. 35 del decreto-legge n. 162 del 2019) espressamente prevedeva che l'importo da corrispondere al concessionario dichiarato decaduto per grave inadempienza dovesse essere decurtato, a titolo di penale, di una somma pari al 10 per cento dello stesso, facendo poi "salvo il maggior danno subito dal Concedente per la parte eventualmente eccedente la predetta penale forfettaria". In tal modo la convenzione riconosceva all'amministrazione concedente la possibilità di imputare alla controparte inadempiente l'enorme danno economico (comprendente anche quello per la lesione all'immagine) provocato direttamente e mediatamente dalla tragica vicenda del crollo del viadotto Polcevera. Invece, con l'accordo del 14 ottobre 2021 l'Amministrazione pubblica ha deciso di rinunciare al diritto di azionare la decadenza del concessionario e il conseguente profilo risarcitorio, assoggettandosi ad una operazione che manifesta evidenti profili di sudditanza nei confronti della controparte privata. Sudditanza rintracciabile nelle premesse dell'accordo del 14 ottobre 2021 ai punti xl, xli, xlii , che amplificano elementi qualificati come profili di criticità, che tuttavia tali non possono essere considerati. Tra questi, la difficoltà a reperire nuovi operatori in sostituzione di ASPI (pertanto l'Amministrazione pubblica dovrebbe evitare in modo assoluto ogni forma di successione nell'affidamento di concessioni, fino alla scadenza naturale delle stesse), o l'invito a evitare la discontinuità nella gestione; considerato che con l'accordo 14 ottobre 2021 non solo l'Amministrazione pubblica ha rinunciato alla procedura di decadenza del concessionario e alla conseguente legittima richiesta di integrale risarcimento dei danni, ma tale rinuncia è subordinata al perfezionamento del negozio di acquisto della quasi totalità del capitale sociale del concessionario medesimo. Peraltro con un'operazione alquanto "originale", anziché perseguire la responsabilità contrattuale della sua controparte, lo Stato non solo ne acquista la proprietà, ma lo fa a incredibili condizioni economiche: prezzo di acquisto del pacchetto azionario pari all'88,06 per cento di ASPI per un equivalente di 9,1 miliardi di euro; accollo del debito di ASPI pari a 8,8 miliardi; accollo degli indennizzi conseguenti al crollo del ponte "Morandi" pari a 3,4 miliardi (cifra peraltro equivalente a quella prevista dall'art. 3 dell'accordo 14 ottobre 2021 come quota di investimenti imposti dal Ministero ad ASPI in forma di indennizzo risarcitorio dell'interesse pubblico), per un costo totale pari a 21,3 miliardi di euro. Peraltro l'Amministrazione pubblica ha ritenuto di quantificare il valore del pacchetto azionario non in base ai dati nel Piano economico e finanziario vigente alla data di pendenza della procedura di rescissione in danno (PEF 2013), bensì al nuovo PEF che avrebbe dovuto attivarsi a seguito dell'atto transattivo 14 ottobre 2021. Questo escamotage negoziale ha consentito alla società proprietaria di ASPI, Atlantia S.p. A., di ottenere il sostanziale aggiramento del contenuto normativo dell'art. 35 del decreto-legge n. 162 del 2019, e di conquistare un corrispettivo finanziario di molto superiore a quello che avrebbe potuto ottenere in base al criterio previsto dall'art. 176, comma 4, lett. a) del Codice degli Appalti, giacché equiparato ai ricavi previsionali del nuovo PEF, ed ulteriormente accresciuto degli ingenti debiti ASPI. Se il Ministero avesse portato a compimento l'intrapreso procedimento di decadenza dalla concessione, avrebbe al più dovuto corrispondere ad ASPI 13,8 miliardi di euro, con i quali, però, ASPI avrebbe dovuto pagare il debito pregresso (per 8,8 miliardi) e i danni provocati dal crollo del ponte "Morandi" (per 3,4 miliardi), si chiede di sapere: se i Ministri in indirizzo ritengano che vada ripristinata la procedura rescissoria e risarcitoria prevista dalla convenzione del 12 ottobre 2007, il cui costo di indennizzo a carico dello Stato è di certo ampiamente inferiore al generoso importo versato ad Atlantia; se intendano intervenire per ricostruire la catena delle responsabilità alla luce degli aspetti critici descritti, chiaramente lesivi dei principi di prudenza e convenienza della gestione amministrativa, che si sono concretizzati in artifizi capaci di veicolare verso soggetti privati finanziamenti o contributi o comunque erogazioni dello Stato del tutto ingiustificati, costituenti profitto per i privati beneficiari con equivalente danno per le casse dello Stato, secondo uno schema operativo che sembra sovrapponibile a quello previsto dall'art. 640- bis del codice penale. Atto n. 3-02980 LANNUTTI ANGRISANI CASTALDI Al Ministro dell'economia e delle finanze Premesso che: in caso di mancato versamento periodico dell'IVA, prima di provvedere alla formazione del ruolo per la riscossione coattiva, l'Agenzia delle entrate e riscossione procede inviando al contribuente una lettera di compliance , quale strumento finalizzato ad incentivare l'adempimento spontaneo, che consente al contribuente di rimettersi in regola, beneficiando della riduzione delle sanzioni con ravvedimento operoso;