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Ricordare Giuseppe Di Vittorio oggi non è solo un giusto e doveroso tributo all'uomo e alle sue battaglie per l'emancipazione della società e per i diritti dei lavoratori; non è solo una commemorazione di maniera. Quelle lotte purtroppo sono attualissime, perché le battaglie sul cottimo, sulla precarizzazione e sulla dignità del lavoro; le lotte per un salario equo che consenta una vita dignitosa e permetta di far crescere i propri figli, farli studiare e diventare protagonisti della società sono tutti temi che, purtroppo, sono riapparsi prepotentemente negli ultimi anni, gli anni della gig economy . (Applausi). FEDELI (PD) . Domando di parlare. PRESIDENTE. Ne ha facoltà. FEDELI (PD) . Signor Presidente, colleghe e colleghi, è un onore per me oggi ricordare Giuseppe Di Vittorio da parlamentare, da componente della Commissione lavoro del Senato, da donna dirigente sindacale che ha trascorso la vita nella CGIL. Un grande antifascista, un Padre della Patria, un politico e un grande sindacalista, Di Vittorio è stato un protagonista della nostra storia del sindacalismo mondiale, un esempio per tante donne e uomini che si sono con lui e dopo di lui battuti per i diritti e la dignità del mondo del lavoro. Di Vittorio nasce nel 1892 in un Italia liberale e agricola, in una fase di inasprimento dei conflitti sociali e territoriali, in un contesto in cui lavoratori e braccianti non avevano alcun diritto, alcuna istruzione, alcuna rappresentanza politica, alcuna speranza e vivevano in condizioni indecenti. Quando muore, nel 1957, lascia una Repubblica democratica fondata sul lavoro alla vigilia del boom economico e industriale nella quale, anche e molto grazie al suo contributo, lavoratrici e lavoratori sono riconosciuti, hanno iniziato un percorso di progressiva affermazione dei diritti e hanno trovato rappresentanza politico-parlamentare e sindacale. Il racconto del suo funerale fatto da Pier Paolo Pasolini per «Vie Nuove» descrive perfettamente questa trasformazione, la capacità che Di Vittorio ha avuto di costruire una rappresentanza che è fatta di fisicità, fatica condivisa ma anche di emancipazione, di crescita personale e cambiamento organizzato. «Non ho mai visto gente così, a Roma. Mi sembra di essere in un'altra città» scrive Pasolini. «Migliaia e migliaia di uomini e di donne, quasi tutti vestiti con abiti che non sono di lavoro, ma neanche quelli buoni, della festa: gli abiti che indossano la sera, dopo essersi lavati dall'unto o dal fumo, per scendere in strada, sulla piazzetta». Dice ancora Pasolini «sono uomini induriti (...)», «Incalliti dappertutto. Ma come il feretro è appena passato (...) vedo dal loro atteggiamento che qualcosa accade dentro di loro. Uno, davanti a me, piega un po' la testa da una parte: vedo la guancia lunga, nera di barba e il pomello rosso. La pelle gli si contrae, come in uno spasimo: piange, come un bambino. Guardo anche gli altri. Piangono, con una smorfia di dolore disperato. Non si curano né di nascondere né di asciugare le lacrime di cui hanno pieni gli occhi». Ecco, piangevano un uomo, un sindacalista, un leader che aveva dedicato a loro - ai braccianti e ai lavoratori - tutta la propria vita, aiutandoli a prendere coscienza di sé, a diventare quello che lui chiamava il popolo lavoratore, che riteneva il senso stesso dell'Italia e della Repubblica, tanto che non c'era separazione, in lui, tra l'interesse dei lavoratori e l'interesse generale del Paese. Da questa convinzione profonda deriva anche il valore centrale che ha sempre riconosciuto all'unità dei lavoratori e, quindi, delle organizzazioni sindacali che li rappresentano, convinto che solo il sindacato e solo un sindacato unitario, non corporativo, mai subalterno e rispettoso della funzione delle imprese, potesse tenere insieme gli interessi dei lavoratori e creare una comunità popolare e nazionale. Non c'era nulla che non fosse disposto a sacrificare per l'unità dei lavoratori, a differenza di altri storici dirigenti comunisti. Per lui, la prima appartenenza restò sempre quella al mondo del lavoro, e così anche la condanna all'intervento sovietico del 1956 in Ungheria fu motivata proprio dall'assumere il punto di vista dei lavoratori e dalla convinzione che la democrazia fosse sempre la scelta da preferire per difenderne gli interessi. Di Vittorio aveva fiducia nei lavoratori, aveva fiducia nelle persone, aveva fiducia nella Repubblica e nella società italiana. Come ha scritto Bruno Trentin in una lettera alla sorella, anche in modo ingenuo Di Vittorio vedeva nella società capitalistica italiana la ricchezza che poteva essere prodotta, e che non lo era, piuttosto che la povertà esistente, ed era l'idea della ricchezza a entusiasmarlo. Anche il contributo che ha dato in Assemblea costituente ha permesso di affermare la rappresentanza sociale come pilastro dello Stato democratico, strumento di partecipazione dei lavoratori agli indirizzi politici nazionali, grazie a un sindacato libero, democratico, indipendente, orizzontale, unitario; un modello di sindacato che ha poi fatto vivere in CGIL, cui seppe dare autonomia, identità, strategia economica, sindacale e politica, voglia di stare al passo con i tempi per restare sempre in contatto con chi lavora. In questo c'è anche una proiezione sull'organizzazione dell'esperienza personale di Di Vittorio, che non si rassegna a un destino di ignoranza. Da autodidatta riesce a diventare leader sindacale e politico, stimato e riconosciuto, e si convince che conoscenza e cultura sono strumenti di emancipazione, di uguaglianza, di cambiamento, e qui c'è quella capacità di ispirare, di far identificare e di guidare al meglio. Lo dice lui stesso in un discorso al II Congresso della cultura popolare a Bologna, nel 1953: «Io credo di essere rappresentativo di quegli strati profondi delle masse popolari più umili e più povere che aspirano alla cultura, che si sforzano di studiare e cercano di raggiungere quel grado del sapere che permette loro non solo di assicurare la propria elevazione come persone singole, di sviluppare la propria personalità, ma di conquistarsi quella condizione che conferisce alle masse popolari un senso più elevato della propria funzione sociale, della propria dignità nazionale e umana». Ecco, nel ricordare oggi una figura come Di Vittorio, non possiamo non pensare a quanto possa ancora essere d'esempio e di ispirazione per tutte e tutti noi, per le lavoratrici e i lavoratori, per le nuove generazioni. Per concludere, prendo in prestito le parole di Luciano Lama, che una volta spiegò nel modo seguente cosa c'è da imparare da Di Vittorio: «Il coraggio di affrontare la realtà, anche quella che non ti piace. Lo sforzo costante di non appagarsi della superficie, ma di vedere quello che c'è sotto le cose. Infine, l'abitudine a pensarci su, a non essere frettoloso nei giudizi, ma poi ad avere il coraggio di esprimerli anche controcorrente». (Applausi) . RIVOLTA (L-SP-PSd'Az) . Domando di parlare. PRESIDENTE. Ne ha facoltà. RIVOLTA (L-SP-PSd'Az) . Signor Presidente, interveniamo anche noi come Gruppo Lega per ricordare la figura di un deputato eletto nel 1946 all'Assemblea costituente e, quindi, uno dei Padri costituenti.