[ddlpres]

Modifica dell'articolo 403 e introduzione nel libro I del codice civile del titolo XI- bis in materia di provvedimento d’urgenza a tutela del minore. Onorevoli Senatori. -- L'articolo 403 del codice civile nasce contestualmente alla promulgazione dell'attuale codice civile, approvato con regio decreto 16 marzo 1942, n. 262. La suindicata norma codicistica, inserita nel libro I «Delle persone e della famiglia», titolo XI «Dell'affiliazione e dell'affidamento», la cui rubrica è «Intervento della pubblica autorità a favore dei minori» oggi recita: «Quando il minore è moralmente o materialmente abbandonato o è allevato in locali insalubri o pericolosi, oppure da persone per negligenza, immoralità, ignoranza o per altri motivi incapaci di provvedere all'educazione di lui, la pubblica autorità, a mezzo degli organi di protezione dell'infanzia, lo colloca in luogo sicuro, sino a quando si possa provvedere in modo definitivo alla sua protezione». La su riportata norma, oramai per tanti aspetti anacronistica, ha dato adito a numerosi contrasti interpretativi, sia in ordine ai soggetti attualmente legittimati ad assumere l'iniziativa sopra descritta e sia in ordine alle sue modalità di esecuzione. L'applicazione di tale norma sul piano pratico, a causa della propria attuale formulazione, genera inoltre sull'intero territorio nazionale una serie di prassi, a dir poco anomale, e che di fatto provocano più traumi sui minori dei danni che, proprio tale norma, vorrebbe evitare di produrre sui medesimi. Sempre più diffusamente infatti i mass media e non solo, ci propongono casi in cui i minori sono allontanati dalle proprie famiglie per lunghi periodi di tempo per poi farvi rientro solo dopo che sia stata accertata l'inesistenza della situazione in forza della quale l'allontanamento era stato operato. Casi in cui i genitori, recandosi a scuola ove hanno portato i propri figli, ricevono la notizia che questi ultimi sono stati prelevati in forza di tale articolo di legge e che, pertanto, per avere notizie ed informazioni sul loro conto, dovranno recarsi presso il competente tribunale per i minorenni. Tutto ciò è attualmente possibile proprio a causa di una norma codicistica che presta adito a prassi applicative assolutamente dannose. Sempre più spesso la stampa ci offre l'evidenza del ripugnante business sui minori che le prassi di allontanamenti facili sembrano impinguire. Andando per ordine, si rileva che la norma codicistica conferisce il potere di intervento alla «pubblica autorità». Sul significato di pubblica autorità sono emerse interpretazioni divergenti. Il legislatore del 1942, con tale termine, si riferiva ai vari enti preposti alla protezione dell'infanzia, trattandosi di norma che riproduce sostanzialmente l'articolo 19 della legge 10 dicembre 1925, n. 2227, sostituendo, al riferimento ai patronati dell'Opera nazionale per la protezione della maternità e dell'infanzia, il più ampio concetto di pubblica autorità. Sebbene parte della giurisprudenza escluda che per pubblica autorità possa essere inteso il pubblico ministero del tribunale per i minorenni ed identifichi con tale termine – mutuando dall'articolo 9 della legge n. 184 del 1983 la chiave interpretativa – «i pubblici ufficiali, gli incaricati di un pubblico servizio, gli esercenti un servizio di pubblica necessità» e la distingua dal pubblico ministero minorile, che è invece il destinatario della segnalazione al quale si riconosce unicamente il potere di assumere «le necessarie informazioni» prima di inoltrare le richieste al tribunale, non sono mancati provvedimenti di allontanamento operati autonomamente dal pubblico ministero. Attenendoci strettamente alla interpretazione sopra espressa, non si può tacere che la varietà delle figure che possono procedere con l'allontanamento del minore dalla propria famiglia, incidendo di fatto su diritti costituzionalmente rilevanti, determina comunque la necessità di intervenire a modifica della norma in questione. A volte infatti ci si trova di fronte ad allontanamenti operati dalla sola assistente sociale ed avallati dalla responsabile del servizio sociale, senza una previa, vera e concreta indagine sulla situazione familiare del minore, ma solo per il timore del pericolo che l'assistente sociale ha potuto, in un determinato contesto, avvertire. Pericolo che, altrettante volte, si appalesa inesistente. Il problema reale è che nel frattempo il minore è stato allontanano dai propri genitori e che, affinché possa emergere la effettiva condizione in cui versava il minore prima dell'allontanamento e la non necessità dello stesso, trascorrono persino numerosi anni! Corre inoltre l'obbligo di evidenziare che la norma oggi in vigore non esplicita in alcun modo un obbligo di segnalazione al tribunale da parte della pubblica autorità che ha operato l'allontanamento, né tantomeno un termine entro cui ciò debba avvenire. A causa di tale circostanza, non è raro purtroppo che la segnalazione al tribunale arrivi a distanza di mesi da quando si è operato l'allontanamento del minore. Se si pensa che la norma, così come attualmente formulata, legittima un sindaco, un prefetto, un vigile urbano ad operare un allontanamento e che ciò accade più spesso di quanto si possa immaginare, ben si comprende l'urgenza di un intervento legislativo in tale materia. Tenuto altresì conto che la norma di cui si tratta non contempla un procedimento ritualmente articolato che permetta il contraddittorio della parte titolare dei diritti di rango costituzionale e sovranazionale su cui il provvedimento incide, è altresì evidente come l'attuale articolo 403 del codice civile possa suscitare altresì fondati dubbi circa la propria costituzionalità. In particolare, presupposto dell'articolo 403 del codice civile, desumibile ma non letteralmente rinvenibile nella norma di cui si tratta, è una situazione di urgenza che renda necessario proteggere il minore «sino a quando si possa provvedere in modo definitivo alla sua protezione». I presupposti, invece, testualmente indicati dalla norma come legittimanti l'allontanamento del minore dalla famiglia sono elencati in modo talmente vago e generico da prestare il fianco a qualsiasi interpretazione: si contempla infatti una non meglio precisata situazione di abbandono, non necessariamente materiale, bensì morale in cui versa il minore; o l'esistenza di locali insalubri o pericolosi. Da notare che tali ultime condizioni ben potrebbero essere derivanti, come spesso accade, non certo da una scelta genitoriale, ma, verosimilmente, da una condizione di difficoltà economica familiare, tanto da non consentire il rinvenimento di un'abitazione dignitosa. Alla luce di tale circostanza è evidente come tale previsione possa essere in conflitto con il principio indicato nella legge 4 maggio 1983, n. 184 («Disciplina dell'adozione e dell'affidamento dei minori» in seguito «Diritto del minore ad una famiglia»), come modificata dalla legge 28 marzo 2001, n. 149, secondo cui «Le condizioni di indigenza dei genitori o del genitore esercente la potestà genitoriale non possono essere di ostacolo all'esercizio del diritto del minore alla propria famiglia. A tal fine a favore della famiglia sono disposti interventi di sostegno e di aiuto».