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Norme in materia di prostituzione. Onorevoli Senatori. -- Come noto, anteriormente all'entrata in vigore della legge 20 febbraio 1958, n. 75 (recante abolizione della regolamentazione della prostituzione e lotta contro lo sfruttamento della prostituzione altrui, cosiddetta «legge Merlin»), il testo unico delle leggi di pubblica sicurezza, di cui al regio decreto 18 giugno 1931, n. 773, disciplinava in maniera alquanto minuziosa l'esercizio di tale attività, prevedendo un complesso sistema di autorizzazioni, controlli e divieti, che riguardava sia i locali nei quali l'esercizio stesso era consentito, sia le persone che in essi prestavano la propria opera. Nelle intenzioni della senatrice Merlin, la legge si rendeva necessaria al fine di garantire le libertà civili e l'eguaglianza tra i sessi, compresse e svilite da una disciplina ritenuta discriminatoria, vessatoria, degradante, e dunque incompatibile con il mutato quadro costituzionale di riferimento. Ma dalla lettura degli atti del lungo dibattito parlamentare che occorse affinché il progetto si trasformasse in legge, si ricava che le iniziali, nobili preoccupazioni di tutela dei diritti fondamentali dell'individuo cedettero il passo a istanze del tutto diverse: e infatti, più che di diritti violati e di princìpi costituzionali vanificati, si discusse di costumi morali corrotti e di degradazione della società. Particolarmente illuminante appare, a questo proposito, l'intervento del senatore Caporali, presidente della Commissione sanità, che ebbe a dichiarare: «Bisogna abolire tutto ciò che è lurido. lo sono fervente abolizionista, ma non in modo unilaterale [ ... ] sono abolizionista nel senso di chiudere quelle carceri, carceri del resto alle quali si sono le stesse donne rinchiuse spontaneamente, per i loro fatali errori, per le loro debolezze, per le loro degenerazioni». Quello che si operò fu, dunque, la traslazione della questione dal piano giuridico-normativo a quello morale, e la legge in parola, nell'indifferenza generale verso l'effettiva violazione di diritti costituzionalmente protetti, si trasformò nel braccio armato di istanze moralizzatrici della società che, più che punire lo sfruttamento della prostituzione, intendevano punire i cattivi costumi delle prostitute e, in parte, dei loro clienti. Non c'è, a questo punto, da stupirsi se gli effetti della legge Merlin sono stati quelli che tutti abbiamo sotto gli occhi: i fenomeni sociali, specie se intrinsecamente pericolosi come quello in esame, vanno infatti governati attraverso idonei strumenti giuridici, giacché l'assenza di regolamentazione -- ove non accompagnata, come nel caso di specie, dalla completa proibizione delle condotte -- ne determina inevitabilmente lo sviluppo. A questo proposito non dimentichiamo che, grazie alla chiusura delle case di tolleranza, l'offerta è divenuta più visibile e accessibile, e ha quindi indotto un consistente aumento della domanda, dando al settore un impulso prima impensabile. Parallelamente, l'assenza di controlli e regole ha favorito l'aumento della criminalità legata al mercato della prostituzione, tradizionalmente assai redditizio. Cosicché oggi le strade pullulano di persone, spesso giovanissime, che si prostituiscono perché -- nella maggioranza dei casi --vittime di organizzazioni criminali che con violenza, minaccia o inganno, le reclutano, le gestiscono, ne recepiscono i profitti e, ovviamente, impediscono a chi lo voglia di abbandonare l'attività. Orbene, dalle brevi considerazioni che precedono ritengo emerga con chiarezza la necessità di assoggettare nuovamente a disciplina il fenomeno della prostituzione, sì da riportarlo nell'alveo del diritto, sull'esempio di quanto è stato fatto negli ultimi anni in diversi Paesi europei quali, tra gli altri, Svezia, Olanda e Germania. Un esame delle norme dagli stessi approvate può rivelarsi, a questo punto, assai utile a costruire anche da noi un sistema legislativo valido, che abroghi la legge Merlin, superandone gli insanabili vizi. I modelli legislativi adottati, pur molteplici, registrano comunque il superamento delle tradizionali categorie del proibizionismo, del regolamentarismo e dell'abolizionismo -- risalenti al 1800 e imperniati sull'equivalenza tra prostituzione e offesa ai pubblici costumi --, e la loro rielaborazione in modelli che danno conto del mutato atteggiamento generale nei confronti della sessualità. Cosicché nel neoregolamentarismo come nella depenalizzazione, nel semiproibizionismo come nella criminalizzazione del cliente, la prostituzione è considerata come un vero e proprio lavoro, cioè un fatto sociale pienamente accettato, soggetto o meno a regole e divieti. Adottare un sistema piuttosto che un altro, significa, in primo luogo, stabilire se si voglia considerare lecito l'esercizio della prostituzione o se, viceversa, si preferisca considerarlo reato, indipendentemente dalle modalità dello stesso: la prostituzione è infatti lecita nel regolamentarismo, nell'abolizionismo, e nelle relative rielaborazioni (adottate, da ultimo, in Olanda e Germania); è illecita nel proibizionismo e nella criminalizzazione del cliente (vigenti, tra gli altri, in Svezia, Irlanda e Stati Uniti). A questo punto, preso atto del fallimento del sistema abolizionista previsto dalla legge Merlin, e ritenendo che l'esercizio della prostituzione debba continuare ad essere considerato lecito, crediamo che il cosiddetto neoregolamentarismo costituisca, tra i vari modelli prospettati, quello che meglio risponde all'esigenza di bilanciare tra i diritti delle persone che si prostituiscono e quelli dell'intera collettività. In esso la prostituzione viene legalizzata attraverso la previsione di regole non discriminatorie, che consentono di controllare il fenomeno, restituendo dignità e diritti ai soggetti che si prostituiscono. In questo si sostanzia la ratio del presente disegno di legge, la cui architettura generale ricalca il modello della legge sulla prostituzione entrata in vigore in Germania nel gennaio 2002. Passando ad una rapida analisi degli articoli che compongono la proposta in esame, e soffermandoci sulle sole novità introdotte, occorre, in primo luogo, dire che la prostituzione diventa un'attività pienamente lecita, purché esercitata volontariamente da parte di soggetti maggiorenni. In conseguenza di ciò, da un lato, il contratto avente ad oggetto la cessione di prestazioni sessuali cessa di essere nullo ai sensi dell'articolo 1343 del codice civile; dall'altro, chi si prostituisce è tenuto al pagamento delle tasse e degli oneri previdenziali e assistenziali. In secondo luogo, il divieto generale di esercitare la prostituzione in case o altri luoghi chiusi viene sostituito dal divieto di esercitare la prostituzione in luoghi pubblici o aperti o esposti al pubblico, che, come visto, alimentano il fenomeno e mettono in pericolo sia i diritti di chi si prostituisce, sia la sicurezza generale. Il compito di stabilire le condizioni per l'esercizio della prostituzione al chiuso viene demandato nel rispetto di alcuni principi inderogabili fissati dalla legge -- ai singoli comuni, in ragione della maggiore conoscenza che essi hanno dei territori, degli abitanti e delle loro specifiche esigenze.