[pronunce]

che è connaturato ad una società pluralistica il fatto che anche gli avvocati possano raccogliersi attorno a concezioni comuni circa il ruolo, le aspirazioni o gli interessi della classe forense e che i fattori di aggregazione, come quelli di diversificazione e di divisione degli iscritti che intendano farsi eleggere al Consiglio dell'ordine possano essere i più diversi: ideologici, politici, culturali in senso lato; che, nel raffrontare il sistema elettorale per liste concorrenti e quello maggioritario plurinominale, che il remittente mostra di ritenere assimilabili, occorre considerare che sul sostrato di libertà individuale e associativa, che è il comune presupposto di ogni sistema elettorale, si innestano le scelte del legislatore, le quali possono essere orientate a valorizzare il momento organizzativo, conferendo rilievo giuridico alla presentazione delle candidature e alla aggregazione dei candidati in liste, ovvero a confinare tali attività nella sfera della pura fattualità, onde esaltare la scelta del singolo elettore, a cui è attribuita la facoltà di indirizzare il numero di voti di cui dispone nei confronti di iscritti all'ordine, che, in quanto tali, hanno titolo e legittimazione per essere eletti; che il peculiare sistema plurinominale previsto dalla legge oggetto di censura dà luogo a questa seconda eventualità: nella votazione per il Consiglio dell'ordine degli avvocati non sussiste alcuna divisione formale dei candidati in liste e l'intuitus personae viene a costituire il solo elemento giuridicamente rilevante ai fini della votazione, libero restando l'elettore di fondare la propria opzione sulle motivazioni le più diverse; che è da ritenere pertanto inesatta la premessa dalla quale muove il giudice a quo, secondo cui nel sistema elettorale plurinominale di cui è questione la possibilità per l'elettore di esprimere una pluralità di preferenze porrebbe in ombra l'elemento soggettivo e personale della elezione, attenuando, fino ad eliderla del tutto, la contrapposizione di un candidato rispetto all'altro; che, al contrario, avendo inteso imprimere alla votazione un carattere fortemente personalistico, il legislatore ha non irragionevolmente ritenuto di privilegiare il ricorso ad elezioni suppletive per la sostituzione dei componenti deceduti o dimissionari rispetto all'istituto della surrogazione, il quale, comportando il subingresso di un non eletto sulla base del criterio puramente numerico dei voti riportati, postula una sostanziale fungibilità tra tutti i candidati e perciò svaluta l'elemento personale della scelta, che costituisce la ragione d'essere del sistema elettorale; che nemmeno potrebbe dirsi che l'indizione di elezioni suppletive determini lesione del principio di eguaglianza del voto sancito nell'articolo 48 della Costituzione; che questa Corte ha già affermato che tale principio è diretto ad assicurare la parità di condizione dei cittadini nel momento in cui il voto viene espresso, ma non si estende al risultato concreto della votazione, che dipende dalla scelta del sistema elettorale, rimessa alla discrezionalità del legislatore ordinario (cfr. sentenze n. 107 del 1996; n. 429 del 1995; e n. 43 del 1961); che, nella specie, lo svolgimento di elezioni suppletive, lungi dal determinare, come prospetta il remittente, un “ingiustificato sacrificio del diritto di voto già espresso”, appare coerente con il sistema elettorale previsto per il Consiglio dell'ordine degli avvocati, poiché assicura, attraverso la reiterazione della consultazione elettorale, la rispondenza della scelta del nuovo consigliere alla volontà espressa dagli elettori; che quanto infine agli inconvenienti - denunciati in riferimento all'art. 97 Cost. - che deriverebbero dall'elevato quorum strutturale richiesto anche per le elezioni suppletive, essi non possono essere addebitati alla scelta di tale sistema di reintegrazione del collegio, ma semmai alla specifica disciplina del quorum, che non forma di per sé oggetto di censura e che costituisce comunque un punto di equilibrio tra le istanze di rappresentatività degli eletti e quelle di permanente completezza dell'organo, che spetta al legislatore eventualmente riconsiderare; che, pertanto, la questione deve essere dichiarata manifestamente infondata.. . per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE dichiara la manifesta infondatezza della questione di legittimità costituzionale dell'articolo 15, terzo comma, del decreto legislativo luogotenenziale 23 novembre 1944, n. 382 (Norme sui Consigli degli ordini e collegi e sulle Commissioni centrali professionali), sollevata, in riferimento agli articoli 3, 48 e 97 della Costituzione, dal Tribunale amministrativo regionale del Lazio, con l'ordinanza indicata in epigrafe. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 17 giugno 2002. F.to: Cesare RUPERTO, Presidente Carlo MEZZANOTTE, Redattore Giuseppe DI PAOLA, Cancelliere Depositata in Cancelleria il 20 giugno 2002. Il Direttore della Cancelleria F.to: DI PAOLA