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attività che la legislazione nazionale o la normativa dell’Unione riservino espressamente ai cittadini dello Stato in questione, dell’UE o del SEE, a condizione che tale normativa fosse vigente alla data di entrata in vigore della direttiva 2003/109/CE. Con riguardo invece ai titolari dello status di protezione sussidiaria, l’articolo 25, comma 2, del decreto legislativo n. 251 del 2007 di attuazione della direttiva 2004/83/CE garantisce la possibilità di accedere al pubblico impiego solo agli aventi lo status di rifugiato e non anche ai titolari dello status di protezione sussidiaria. Ai sensi dell’articolo 26, paragrafo 3, della direttiva sopra richiamata, gli Stati membri autorizzano i beneficiari dello status di protezione sussidiaria ad esercitare un’attività dipendente o autonoma nel rispetto della normativa generalmente applicabile alle professioni e agli impieghi nella pubblica amministrazione, non appena sia stato loro riconosciuto lo status di protezione sussidiaria. Ai sensi della predetta norma e alla luce di quanto ribadito dalla Corte di giustizia (causa C-149/79; causa C-290/94), al titolare dello status di protezione sussidiaria deve essere garantito lo stesso accesso al pubblico impiego riconosciuto ai cittadini dello Stato interessato, salvo nel caso di attività che implicano la partecipazione all’esercizio di pubblici poteri o che abbiano ad oggetto la tutela di interessi generali dello Stato; attività temporaneamente escluse in considerazione della situazione esistente sul mercato del lavoro dello Stato membro. Alla luce dei rilievi mossi dalla Commissione europea, sono state predisposte le modifiche di cui al comma 1, lettera b) , dell’articolo 8 in esame, il quale aggiunge all’articolo 38 del decreto legislativo n. 165 del 2001 un ulteriore comma per far sì che le disposizioni in materia di accesso al pubblico impiego che riguardano i cittadini dell’Unione si applichino anche ai cittadini di Paesi terzi che siano titolari del permesso di soggiorno CE per soggiornanti di lungo periodo o che siano titolari dello status di rifugiato ovvero dello status di protezione sussidiaria. La modifica di cui al comma 2, infine, è stata predisposta per ragioni sistematiche e di chiarezza. L’inserimento di tale articolo nel presente disegno di legge si giustifica ai sensi dell’articolo 30, comma 3, lettera c) , della legge n. 234 del 2012 (disposizioni necessarie per dare attuazione o per assicurare l’applicazione di atti dell’Unione europea). Il Capo II reca disposizioni in materia di fiscalità. L’articolo 9 modifica il trattamento fiscale applicabile, ai fini dell’imposta erariale sugli aeromobili privati, agli aeromobili privati immatricolati all’estero in registri aeronautici diversi da quello nazionale tenuto dall’ENAC. In particolare, nell’ambito del caso EU Pilot 3192/12/TAXU, è stato rilevato che la versione originaria del comma 14- bis dell’articolo 16 del decreto-legge 6 dicembre 2011, n. 201, convertito, con modificazioni, dalla legge 22 dicembre 2011, n. 214, stabiliva l’applicazione dell’imposta anche agli aeromobili esteri a seguito di una sosta sul territorio italiano superiore a 48 ore. Successivamente, con l’articolo 3- sexies , comma 1, lettera c) , del decreto-legge 2 marzo 2012, n. 16, convertito, con modificazioni, dalla legge 26 aprile 2012, n. 44, detto termine è stato esteso a 45 giorni. Al riguardo, la Commissione europea ha fatto notare che, nonostante detta estensione, la norma violerebbe l’articolo 3 della direttiva 83/182/CEE del Consiglio, del 28 marzo 1983, che impone agli Stati membri, per un periodo di sei mesi, l’applicazione di una franchigia da qualsiasi imposta di consumo in caso di importazione temporanea di aerei da turismo. Pertanto, al fine di evitare l’apertura di una procedura d’infrazione, è stato predisposto l’articolo in questione, con il quale, sostanzialmente, si eleva il presupposto impositivo a sei mesi prescrivendo l’applicazione dell’imposta solo al superamento di detto limite. L’articolo 10 reca modifiche alla normativa nazionale in materia di monitoraggio fiscale (in particolare il decreto-legge 28 giugno 1990, n. 167, e il decreto legislativo 19 novembre 2008, n. 195) al fine di renderla più proporzionale agli obiettivi perseguiti dallo Stato, così come richiesto dalla Commissione europea nell’ambito del caso EU Pilot 1711/11/TAXU. In particolare, il comma 1 reca le seguenti modifiche al decreto-legge 28 giugno 1990, n. 167, convertito, con modificazioni dalla legge 4 agosto 1990, n. 227. Articolo 1: alcuni operatori, fra i quali i money transfer (articolo 11, comma 1, lettere c) e c-bis) , del decreto legislativo n. 231 del 2007), finora non tenuti agli adempimenti di cui all’articolo 1 del decreto-legge n. 167 del 1990, vengono compresi nell’ambito applicativo della normativa sul monitoraggio a fini fiscali dei flussi transfrontalieri. Sarebbero monitorate tutte le operazioni di valore pari o superiore a 15.000 euro (limite stabilito nell’ambito della disciplina antiriciclaggio) anche nel caso di operazioni che appaiono fra loro collegate, cosiddette operazioni frazionate. Ai sensi delle disposizioni vigenti i trasferimenti verso l’estero effettuati tramite intermediari italiani da soggetti non residenti sono «monitorati» ai sensi del comma 4- bis dell’articolo 1 del predetto decreto-legge. La finalità di tale previsione è quella di impedire che vengano usati come prestanome soggetti non sottoposti al monitoraggio. Le modalità di monitoraggio di tali flussi transfrontalieri si differenziano da quelle previste nel caso di operazioni messe in essere da soggetti residenti e richiedono apposite e costose modalità di lavorazione. Inoltre, i particolari limiti ai trasferimenti posti da tale disposizione appaiono difficilmente verificabili. Si ricorda che i trasferimenti da parte di soggetti non residenti possono essere effettuati solo «nei limiti dei trasferimenti dall’estero complessivamente effettuati o ricevuti, e dei corrispettivi o altri introiti realizzati in Italia». Per effetto della proposta normativa in oggetto, i trasferimenti effettuati da soggetti non residenti sarebbero monitorati analogamente a quelli effettuati da soggetti italiani, utilizzando gli stessi programmi con notevole snellimento degli adempimenti degli intermediari. In sostanza, la normativa sul monitoraggio a fini fiscali risulterebbe allineata a quella sull’antiriciclaggio mutuandone i presupposti applicativi e, quindi, evitando, con riferimento alle medesime operazioni, la raccolta di dati diversi. Inoltre, in tal modo, vi sarebbe un’unica soglia al di sopra della quale gli intermediari sarebbero tenuti agli adempimenti sia ai fini dell’antiriciclaggio che del monitoraggio fiscale. Il limite sarebbe, quindi, unificato con riferimento ai trasferimenti di valore pari o superiore a 15.000 euro, anche per quanto concerne l’obbligo di rilevare e segnalare le operazioni frazionate. Articolo 2: