[pronunce]

ORDINANZA ha pronunciato la seguentenel giudizio di legittimità costituzionale dell'articolo 7 della legge 16 dicembre 1999, n. 479 (Modifiche alle disposizioni sul procedimento davanti al tribunale in composizione monocratica e altre modifiche al codice di procedura penale. Modifiche al codice di procedura penale e all'ordinamento giudiziario. Disposizioni in materia di contenzioso civile pendente, di indennità spettanti al giudice di pace e di esercizio della professione forense), promosso con ordinanza del 20 febbraio 2003 dal Giudice dell'udienza preliminare del Tribunale militare di Roma nei procedimenti penali riuniti a carico di Federighi Raffaello, iscritta al n. 288 del registro ordinanze 2003 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 21, prima serie speciale, dell'anno 2003. Udito nella camera di consiglio dell'11 febbraio 2004 il Giudice relatore Valerio Onida. Ritenuto che, con ordinanza emessa il 20 febbraio 2003, pervenuta il 7 aprile 2003, il Giudice dell'udienza preliminare del Tribunale militare di Roma ha sollevato, in riferimento agli articoli 3, primo comma, e 24, secondo comma, della Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell'art. 7 della legge 16 dicembre 1999, n. 479 (Modifiche alle disposizioni sul procedimento davanti al tribunale in composizione monocratica e altre modifiche al codice di procedura penale. Modifiche al codice di procedura penale e all'ordinamento giudiziario. Disposizioni in materia di contenzioso civile pendente, di indennità spettanti al giudice di pace e di esercizio della professione forense), "nella parte in cui non prevede che i praticanti avvocati dopo il conseguimento dell'abilitazione possano comparire dinanzi agli organi giudiziari militari per quegli stessi reati per i quali ciò è loro riconosciuto dinanzi al giudice di pace ed al tribunale in composizione monocratica"; che il remittente osserva come oggi i tribunali militari operino "in un quadro normativo (e culturale) contrassegnato da un inarrestabile avvicinamento del rito militare alle regole della giurisdizione ordinaria", nel quale è stato abrogato fra l'altro l'art. 53 del regio decreto 9 settembre 1941, n. 1022 (Ordinamento giudiziario militare), che disciplinava la difesa davanti ai tribunali militari (allora definiti) territoriali; che in tale nuovo quadro occorrerebbe valutare la legittimità costituzionale dell'art. 7 della legge n. 479 del 1999, il quale - argomenta il giudice a quo - mentre nulla dispone per la difesa nelle cause penali davanti ai tribunali militari, prevederebbe che negli affari di competenza del giudice di pace e dinanzi al tribunale in composizione monocratica i praticanti abilitati possano esercitare la difesa nelle cause per i reati per i quali la legge stabilisce una pena detentiva non superiore nel massimo a quattro anni ovvero una pena pecuniaria sola o congiunta alla predetta pena detentiva, nonché per i reati elencati alla lettera b, numero 2, di detto art. 7; che, ad avviso del remittente, sarebbe irragionevole, e perciò lesivo dell'articolo 3, primo comma, della Costituzione, escludere la possibilità del patrocinio del praticante avvocato abilitato dinanzi ai tribunali militari per quegli stessi reati per i quali egli può assumere la difesa dinanzi al giudice di pace o davanti al tribunale in composizione monocratica: e ciò anche se nel processo penale militare non si applica il c.d. rito monocratico, atteso che tale esclusione non sarebbe fondata sull'esigenza di assicurare la capacità tecnica del difensore, ma esclusivamente sulla specialità dell'ordinamento militare; che sotto la denominazione di pena detentiva, cui fa riferimento l'art. 7 in esame, sarebbe compresa anche la reclusione militare; che, inoltre, dubbi di costituzionalità sussisterebbero anche in riferimento all'art. 24, secondo comma, della Costituzione, in quanto precludere all'imputato di un reato militare, punito con una pena detentiva non superiore nel massimo a quattro anni, la possibilità di farsi assistere da un praticante abilitato ne potrebbe limitare ingiustificatamente l'esercizio del diritto di difesa; che il remittente osserva che il praticante abilitato non può svolgere la propria attività professionale in relazione a qualsiasi reato attribuito alla cognizione dei tribunali militari, anche quando, come nel caso di specie, si tratti del giudice dell'udienza preliminare, di per sé monocratico, mentre a norma dell'art. 7 della legge n. 479 del 1999 e dell'art. 13 del codice di procedura penale potrebbe difendere davanti al tribunale in composizione monocratica un imputato per un reato militare connesso con un reato comune più grave, rientrante comunque fra quelli per i quali è prevista la competenza del giudice monocratico; che il giudice a quo conclude osservando che la questione è rilevante, atteso che l'imputato, il quale ha nominato fra i propri difensori un praticante abilitato, è chiamato a rispondere di reati militari (disobbedienza aggravata e concorso in simulazione di infermità pluriaggravata) per i quali è prevista una pena detentiva non superiore nel massimo a quattro anni. Considerato, preliminarmente, che il remittente fa riferimento, come tertium comparationis e, al tempo stesso, come norma di cui chiede l'estensione ai processi davanti ai tribunali militari, ad un testo dell'art.7 della legge 16 dicembre 1999, n. 479 che non è quello in vigore, oggi e al momento in cui è stata emessa l'ordinanza di rimessione; che, infatti, l'art. 2-terdecies del decreto-legge 7 aprile 2000, n. 82 (Modificazioni alla disciplina dei termini di custodia cautelare nella fase del giudizio abbreviato), convertito, con modificazioni, dalla legge 5 giugno 2000, n. 144, ha sostituito la lettera b di detto art. 7, relativa agli affari penali nei quali è consentito ai praticanti avvocati abilitati di esercitare l'attività professionale ai sensi dell'art. 8 del regio decreto-legge 27 novembre 1933, n. 1578, recante: