[pronunce]

Sentenza ha pronunciato la seguentenel giudizio per conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato sorto a seguito dell'art. 1 del decreto del Ministro dell'interno n. 1070/M/22(6) Gab. del 4 marzo 2000, relativo alla delegabilità delle attività di polizia giudiziaria ai servizi centrali delle varie forze di polizia da parte dei Procuratori della Repubblica, promosso con ricorso del Procuratore distrettuale della Repubblica presso il Tribunale di Napoli, notificato il 30 novembre 2000, depositato in cancelleria il 13 dicembre 2000 e iscritto al n. 60 del registro conflitti 2000. Visto l'atto di costituzione del Presidente del Consiglio dei Ministri; Udito nell'udienza pubblica del 3 luglio 2001 il giudice relatore Gustavo Zagrebelsky; Uditi il Sostituto Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Napoli dott. Raffaele Cantone e l'avvocato dello Stato Franco Favara per il Presidente del Consiglio dei Ministri.. Ritenuto in fatto Considerato in diritto 1. - Il Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Napoli, quale Procuratore distrettuale a norma dell'art. 51, comma 3-bis, cod. proc. pen. , con ricorso depositato l'11 maggio 2000, ha sollevato conflitto di attribuzione fra poteri dello Stato nei confronti del Presidente del Consiglio dei ministri, in relazione al decreto del Ministro dell'interno 4 marzo 2000, n. 1070/M/22 (6) Gab. , assumendo la lesione delle attribuzioni riconosciute al pubblico ministero dagli artt. 109 e 112 della Costituzione. 2.1. - Premesse talune argomentazioni (a) quanto alla propria legittimazione attiva, (b) quanto alla legittimazione passiva del Governo e, per esso, del Presidente del Consiglio dei ministri, e (c) quanto all'interesse attuale alla proposizione del conflitto, il ricorrente Procuratore della Repubblica muove dalla norma primaria - richiamata espressamente dalle premesse del decreto ministeriale impugnato - della quale quest'ultimo costituisce attuazione e svolgimento, cioè dall'art. 12 del d.l. 13 maggio 1991, n. 152 (Provvedimenti urgenti in tema di lotta alla criminalità organizzata e di trasparenza e buon andamento dell'attività amministrativa), convertito, con modificazioni, dalla legge 12 luglio 1991, n. 203. Questa disposizione, ricompresa in un contesto di legislazione speciale degli anni 1991-1992 finalizzata a contrastare la criminalità organizzata, è contenuta in un capo del decreto-legge, il VI, intitolato "Coordinamento dei servizi di polizia giudiziaria", e ciò ne illustra già - sottolinea il ricorrente - la ratio legislativa. L'articolo 12 citato prevede: (a) al comma 1, la costituzione di servizi centrali e interprovinciali della Polizia di Stato, dell'Arma dei Carabinieri e del Corpo della Guardia di Finanza, "per assicurare il collegamento delle attività investigative relative a delitti di criminalità organizzata"; (b) al comma 2, la possibilità che in determinate aree e per determinate esigenze siano costituiti servizi interforze; (c) al comma 3, la possibilità di un coordinamento dei nuovi servizi con altri servizi di polizia giudiziaria, oltre che con organi di polizia esteri; (d) al comma 4, infine, la facoltà per il pubblico ministero che procede per delitti di criminalità organizzata di avvalersi "di regola, congiuntamente, dei servizi di polizia giudiziaria" ai quali, secondo i commi 1 e 2 sopra detti, è attribuito il compito di svolgere le indagini relative a tale categoria di delitti. Dalla disposizione risulta dunque - osserva il ricorrente - che il pubblico ministero può avvalersi, per le proprie indagini, sia dei servizi centrali e interprovinciali (comma 1), sia dei servizi interforze, qualora istituiti (comma 2), e che non può sorgere alcun dubbio circa la qualifica di organi di polizia giudiziaria di tutte e tre le tipologie di servizi sopra dette: in tal senso orientano sia la ricordata rubrica del capo, sia la possibilità di coordinamento con "altri" servizi (comma 3) di polizia giudiziaria, sia infine la natura dell'attività in vista della quale gli organi sono istituiti, consistente in compiti - delegati dal pubblico ministero - riconducibili alla funzione di polizia giudiziaria, a norma del codice di procedura penale. Una volta inquadrate le strutture in esame nell'ambito degli organi che esercitano funzioni di polizia giudiziaria - prosegue il ricorrente - ne deriva che i servizi cui ha riguardo il decreto ministeriale, alla luce dell'art. 109 della Costituzione, debbono essere (senza eccezioni, secondo quanto affermato nella sentenza n. 122 del 1971 della Corte costituzionale) a diretta disposizione dell'autorità giudiziaria, e in particolare del pubblico ministero, conformemente a quanto stabilito dall'art. 58, comma 3, cod. proc. pen. , che rappresenta una "diretta esplicazione del principio costituzionale". 2.2 - È alla stregua di questa premessa, prosegue il ricorrente, che deve essere valutato l'intervento dell'esecutivo che, attraverso il decreto ministeriale del 4 marzo 2000, disciplina i compiti dei servizi centrali e interprovinciali. A tale riguardo, benché a una prima lettura dell'art. 1 del decreto ministeriale possa sembrare che ai servizi centrali non siano riconosciuti poteri di indagine, essendo l'accento collocato su "compiti di analisi, di raccordo informativo e di supporto tecnico-logistico relativamente alle attività investigative svolte dai servizi interprovinciali in materia di contrasto della criminalità organizzata" [secondo quanto recita l'art. 1, lettera a), primo periodo, del decreto], tuttavia la medesima disposizione attribuisce ai responsabili dei servizi interprovinciali la facoltà di segnalare ai Procuratori della Repubblica distrettuali la necessità di richiedere il "concorso" dei servizi centrali alle attività di indagine in presenza di certe condizioni e cioè quando si tratti di indagini da svolgersi nei confronti di organizzazioni criminali che operano nell'ambito di più distretti o con collegamenti internazionali e il suddetto "concorso" investigativo sia ritenuto utile ai fini dello svolgimento di accertamenti che richiedono il supporto di speciali risorse investigative umane e materiali, quali sono disponibili dai servizi centrali medesimi [lettera a), secondo periodo]. La disposizione in esame, dunque, anziché presupporre in via generale i poteri investigativi dei servizi centrali, li disciplina in collegamento con specifiche fattispecie - caratterizzate da particolare gravità e da esigenze di ampliamento del quadro di investigazione - nelle quali assume rilievo la valutazione e l'iniziativa - la "segnalazione" al Procuratore distrettuale della Repubblica - da parte dei servizi interprovinciali. L'esposta disciplina, afferma ancora il ricorrente, non potrebbe poi, sotto altro profilo, essere interpretata nel senso che, prima delle "segnalazioni" sopra ricordate, ai servizi centrali non sia affidato alcun potere investigativo e che pertanto, prima di quel momento, l'autorità giudiziaria non possa dolersi della lesione delle proprie prerogative costituzionali in materia di utilizzazione e disponibilità della polizia giudiziaria.