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Ad esempio, se si considerano i dati forniti dal Dipartimento dell'energia americano, un impianto per la produzione di energia nucleare occupa un'area almeno 360 volte inferiore a un impianto eolico e almeno 75 volte inferiore a un impianto solare. Gli impianti nucleari sono in grado di produrre grandi quantità di energia, poiché 1 kg di uranio fornisce la stessa energia di 60 tonnellate di gas naturale, 80 tonnellate di petrolio o 120 tonnellate di carbone. E questi numeri potrebbero ancora salire con l'introduzione dei reattori di quarta generazione, nei quali non si sfrutta solo l'uranio 235, ma anche l'uranio 238, attraverso la trasmutazione in plutonio 239: in questo modo 1 kg di uranio arriverebbe a contenere la stessa energia di 3000 tonnellate di carbone. Ma i programmi per la ricerca, sviluppo e industrializzazione sulla fusione nucleare, attualmente condotta in oltre 50 Paesi, offre nuovi scenari ben più accattivanti. Più di 140 macchine per la fusione sono già operativi o in costruzione in tutto il mondo, sia a iniziativa privata che pubblica, utilizzando le tecnologie a confinamento magnetico « tokamak » e « stellarator ». In questo contesto è opportuno promuovere sia la libera iniziativa privata che la cooperazione tra settore pubblico e privato, a fronte di oltre miliardi di euro di investimenti attratti negli ultimi tre anni. Sul piano del diritto nucleare, la prima normativa che ha previsto la regolamentazione del nucleare in Francia (Paese ospitante il progetto intergovernativo a fusione nucleare ITER attualmente in costruzione a Cadarache) risale al 2 agosto 1961 con la legge contro l'inquinamento atmosferico e le emissioni di odori, che all'articolo 8 ha stabilito che i decreti del Consiglio di Stato avrebbero determinato le condizioni di creazione, funzionamento e sorveglianza degli impianti nucleari. È interessante sottolineare come nel 2005 il legislatore francese abbia preferito inserire la disciplina dell'energia nucleare nel code de l'environnement piuttosto che nel code de l'energie , ritenendosi la normativa nucleare di grande importanza per le politiche ambientali della Nazione e per la tutela della salute e dei cittadini francesi. Successivamente, nel 2006 in Francia si è giunti ad una legislazione organica di tale materia, con l'intento di seguire tre importanti obiettivi strategici: a) l'indipendenza energetica; b) la competitività del costo dell'energia elettrica prodotta da centrali nucleari; c) la lotta contro l'effetto serra. Da tempo la Francia detiene il primato in Europa per l'utilizzo dell'energia nucleare e, nonostante il logorio delle strutture, dei reattori e delle politiche attuate, gli obiettivi a lungo termine sono più ambiziosi dei risultati perseguiti. Basti pensare che le centrali nucleari coprono il 70 per cento del fabbisogno energetico francese, una delle percentuali più alte del mondo. Ma è interessante osservare come si sia evoluta la regolamentazione della fusione nucleare nelle altre più importanti Nazioni industrializzate: nel Regno Unito L' Office for Nuclear Regulation (ONR), il principale regolatore per la sicurezza nucleare, tradizionalmente operante sulla fissione nucleare, supervisiona anche gli aspetti della sicurezza degli impianti di fusione nucleare, proteggendo i lavoratori, il pubblico e l'ambiente dai pericoli associati alle operazioni nucleari. L'approccio regolatorio adottato dall'ONR è informato dal rischio e proporzionato ai pericoli presentati dall'impianto. L' Enviroment Agency (EA) in Inghilterra (e le sue controparti in Scozia, Galles e Irlanda del Nord) svolge un ruolo significativo nella regolamentazione degli aspetti della protezione ambientale dei siti nucleari, inclusi quelli coinvolti nella ricerca sulla fusione. Ciò implica l'attività di supervisione della gestione di qualsiasi rifiuto radioattivo e degli scarichi e le valutazioni dell'impatto ambientale per garantire la conformità con la legislazione ambientale. L' Health and Safety Executive (HSE) sotto il quale opera l'ONR, è responsabile della promozione e dell'applicazione delle normative sulla salute e sicurezza sul lavoro nel Regno Unito, il che include il dovere di garantire che gli impianti di ricerca sulla fusione e le future centrali elettriche offrano un ambiente di lavoro sicuro per i loro dipendenti e la comunità circostante. Il Parlamento di Londra ha approvato nel 2023 un Energy Act che ha introdotto una norma sulla fusione, modificativa della legge sugli impianti nucleari del 1965, intervenendo sulle autorizzazioni per i siti nucleari che producono energia da fusione, stabilendo che tali siti non debbano essere soggetti all'intera gamma di salvaguardie associate all'uso di materiali fissili, ma si dovrà tenere conto della radioattività residua dei proventi dell'attività di fusione. Riconoscendo il potenziale dell'energia della fusione, il governo del Regno Unito è stato favorevole alla ricerca e allo sviluppo della fusione. Ciò include investimenti in progetti come il programma Spherical Tokamak for Energy Production (STEP) dell' UK Atomic Energy Authority (UKAEA), che mira a costruire un impianto prototipo di fusione entro il 2040. I criteri per le attività specifiche di ricerca e sviluppo dell'energia nucleare sono in linea con gli obiettivi climatici e ambientali dell'Unione europea, a partire dalla legge europea sul clima ed in linea con la Strategia europea sui cambiamenti climatici, e contribuiranno ad accelerare il passaggio dai combustibili fossili solidi o liquidi, compreso il carbone, a un futuro neutrale dal punto di vista climatico. L'Italia è l'unico Paese industrializzato appartenente al G8 che non possiede impianti nucleari per la generazione di energia, nonostante oltre il 10 per cento dell'energia consumata in ambito nazionale derivi proprio da importazioni di energia nucleare, prevalentemente dalla Francia. È fondamentale per l'Italia, quindi, guardare con grande attenzione a questa scelta strategica e valutare tutte le soluzioni possibili per accelerare la transizione energetica e raggiungere gli obiettivi climatici assai ambiziosi per il 2030 e per il 2050, anche alla luce di quanto evidenziato nel Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici. Il Piano nazionale integrato energia e clima (PNIEC) per il 2023, attualmente oggetto di consultazione, evidenzia che « Gli interventi necessari per la crescente decarbonizzazione del sistema richiederanno la diffusa costruzione di impianti e infrastrutture che possono avere anche impatti ambientali. Alcuni di tali impatti possono essere attenuati – ad esempio promuovendo la diffusione del fotovoltaico su superfici già costruite o comunque non idonee ad altri usi – ma per garantire la stabilità del sistema energetico occorrerà costruire nel medio termine una serie di infrastrutture fisiche (potenziamento delle interconnessioni, resilienza delle reti, stoccaggi di energia su vasta scala, sistemi di cattura e stoccaggio dell'anidride carbonica) la cui realizzazione dovrà necessariamente avere tempi autorizzativi ridotti, pur nel rispetto del dialogo e della condivisione con i territori ». E ancora « ... Esistono inoltre grandi potenzialità per l'Italia per contribuire al rilancio dell'energia nucleare in Europa e nel mondo, in termini di partecipazione a programmi di sperimentazione su soluzioni innovative di generazione elettro-nucleare. Ciò per preparare la filiera nucleare italiana in una prospettiva al 2050 con l'impiego di tecnologie innovative.