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La nuova direttiva europea, ma soprattutto le norme di cui agli articoli 20 e 21 della Carta di Nizza, e di cui all'articolo 14 della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali del 1950 (resa esecutiva dalla legge n. 848 del 1955), ora a pieno titolo norme di diritto europeo, in forza dell'articolo 6 del nuovo Trattato di Lisbona, nonché l'articolo 157 del Trattato sul funzionamento dell'Unione europea (TFUE), vietano ogni forma di discriminazione, e specificamente in materia di retribuzione, cui sono ricomprese, nella giurisprudenza internazionale ed europea, le prestazioni previdenziali. Nel concetto giuridico di retribuzione sono contemplate anche le prestazioni pensionistiche, secondo una nozione onnicomprensiva, rispetto alle quali è fatto obbligo di eguaglianza e di divieto di discriminazione (articolo 157 del TFUE), coerentemente con la direttiva 79/7/CEE del Consiglio, del 19 dicembre 1978, che vietava qualsiasi diversità di trattamento che non trovasse giustificazione in obiettivi diversi presupposti della fattispecie. La Corte di giustizia delle Comunità europee con decisione del 29 novembre 2001 nella causa C-366/99, successivamente con decisione del 13 dicembre 2001, nella causa C-206/2000, e in ultimo con decisione del 13 novembre 2008, nella causa C-46/2007, aveva ribadito il principio di eguaglianza e di non discriminazione anche in materia di accesso e di determinazione degli importi della prestazione pensionistica, ripudiandone ogni diversa regolamentazione come contraria al diritto europeo. Con quest'ultima sentenza, la Corte di giustizia, nel definire la causa C-46/2007, aveva condannato la Repubblica italiana per violazione dell'allora articolo 141 dell'allora Trattato istitutivo delle Comunità europea (TCE), ora articolo 157 del TFUE, in quanto le norme del pubblico impiego stabilivano una diversa età pensionabile degli uomini e delle donne, rispettivamente di sessantacinque e di sessanta anni, e soprattutto perché la pensione dell'Istituto nazionale di previdenza per i dipendenti dell'amministrazione pubblica (INPDAP), tenendo conto della media delle retribuzioni percepite negli ultimi anni e dei contributi corrispondentemente versati, deve essere qualificata come retribuzione. L'eguaglianza nelle prestazioni pensionistiche per identiche situazioni presuppone l'identità delle medesime, anche nelle modalità di accesso, proprio perché sono a pieno titolo delle prestazioni retributive, e coerentemente con le precedenti pronunce, già quella del 29 novembre 2001, nella causa C-366/99, nella quale veniva formalmente applicato il principio sancito nella direttiva 79/7/CEE e dall'articolo 141 del TCE, che si traduce nel princìpio di uguaglianza e di non discriminazione in ordine al diritto alla maturazione e all'entità della prestazione pensionistica, per effetto di maggiorazioni dell'anzianità contributiva. Nello stabilire l'entità delle retribuzioni (nozione di cui all'articolo 141 del TCE, ora articolo 157 del TFUE), l'eguaglianza sostanziale impone di corrispondere indennità dirette a compensare svantaggi professionali per i dipendenti pubblici donne. Al fine di adeguare le norme interne a quelle del diritto europeo e internazionale, nel rispetto della gerarchia delle fonti che le pone al vertice, si è deciso di predisporre il presente disegno di legge, con il quale, insieme al recepimento della direttiva 2009/148/CE, si vuole dare forza di atto legislativo alla tesi del TAR del Lazio, in piena conformità con i princìpi richiamati e con il principio di uguaglianza formale e sostanziale e di non discriminazione proprio anche della Carta costituzionale: gli atti di indirizzo ministeriale, per le province autonome di Trento e di Bolzano, e per le regioni a statuto speciale, devono essere parificati gli atti equipollenti, anche legislativi, del presidente e dell'assessore al lavoro delle stesse province autonome e regioni a statuto speciale. Il disegno di legge, quindi, nel recepire la direttiva, proroga ad un anno i termini per coloro che, alla data del 2 ottobre 2003, non avevano ancora acquisito il diritto ai benefìci di cui all'articolo 13, comma 8, della legge n. 257 del 1992 (dunque al di fuori della deroga di cui all'articolo 47, comma 6- bis , del decreto-legge n. 269 del 2003, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 326 del 2003, e all'articolo 3, comma 132, della legge n. 350 del 2003, rispetto ai quali non c'è decadenza dopo il 15 giugno 2005), a decorrere dalla data di entrata in vigore della legge, oltre a rimuovere ogni forma di discriminazione e di diverso trattamento non giustificato né giustificabile in danno dei lavoratori delle province autonome e delle regioni a statuto speciale. Si stabiliscono altresì termini specifici e tassativi per eseguire e per portare a termine la mappatura delle zone del territorio nazionale interessate dalla presenza di amianto, nonché la bonifica, ai sensi dell'articolo 20 della legge 23 marzo 2001, n. 93 e del regolamento di cui al decreto del Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare 18 marzo 2003, n. 101, atteso che l'assenza di termine finale rischia di prorogare sine die la bonifica e di esporre a rischio cittadini e lavoratori, con maggior rischio di insorgenza di malattie e lesione della pubblica incolumità e con maggiori oneri sociali e sanitari; stabilisce, inoltre, i termini perentori per la decontaminazione dei luoghi di lavoro e per il divieto di esposizione all'amianto, da applicare subito nei luoghi pubblici ed aperti al pubblico, e, a partire dal 2020, anche nei luoghi di lavoro.. 1 (Obbligo di bonifica dei locali pubblici e aperti al pubblico) 1 Nei locali pubblici e aperti al pubblico, compresi scuole e ospedali, è fatto obbligo alle amministrazioni competenti e ai proprietari privati di provvedere alla bonifica dell'amianto o dei materiali contenenti amianto entro il 1º gennaio 2020. 2 La violazione dell'obbligo di cui al comma 1 è punita, a titolo di colpa, se il fatto non costituisce più grave reato, con la pena della reclusione non inferiore a dodici mesi. 2 (Obbligo di bonifica nei luoghi di lavoro) 1 Nei luoghi di lavoro dove i lavoratori sono, o possono essere, esposti alla polvere proveniente da amianto o da materiali contenenti amianto ivi presente, il datore di lavoro, indipendentemente dalla concentrazione di amianto in sospensione e dal periodo di esposizione del lavoratore, deve provvedere alla bonifica di tali materiali entro il 1º gennaio 2020. 2 La violazione dell'obbligo di cui al comma 1 è punita, se il fatto non costituisce più grave reato, con la pena della reclusione non inferiore a un anno. 3 (Sicurezza dei lavoratori esposti)