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a livello mondiale, il suicidio è diventato la seconda causa di morte tra i 15 e i 29 anni e lo stesso vale per l'Italia, dove interessa soprattutto i giovani tra i 15 e i 24 anni, come riportava l'ospedale pediatrico "Bambino Gesù" di Roma nel 2019; in Italia, la salute viene riconosciuta come fondamentale diritto dell'individuo e interesse della collettività. È un diritto riconosciuto dalla Carta costituzionale (articolo 32, primo comma, della Costituzione) ed in questo senso il contenuto del diritto alla salute appare come diritto sociale fondamentale, essendo intimamente connesso al valore della dignità umana: diritto a un'esistenza degna e rientra nella previsione dell'articolo 3 della Costituzione; nella Convenzione internazionale sui diritti dell'infanzia e dell'adolescenza (CRC), il termine salute ricorre in diversi passaggi del testo, dal Preambolo agli articoli specifici (artt. 18, 23, 24, 25, 26, 27), in cui si evincono i diritti da garantire alle persone di minore età sul piano del loro pieno sviluppo e benessere psico-fisico, della promozione della salute fisica e mentale, della parità di accesso ai servizi, della garanzia di adeguati sistemi di assistenza e protezione e in definitiva del riconoscimento del diritto di ogni fanciullo a raggiungere un livello di vita sufficiente per consentire il suo sviluppo fisico, mentale, spirituale, morale e sociale; la salute mentale ha le sue radici nell'infanzia, a partire dal concepimento, si svolge lungo tutto l'arco dell'età evolutiva. Invero, la ricerca scientifica mostra come la maggior parte dei disturbi psichiatrici che si evidenziano in età evolutiva, se non sono adeguatamente e tempestivamente individuati e trattati, permangano anche in età adulta, con evidenti conseguenze sulla salute dei soggetti affetti e delle loro famiglie, con inevitabili ricadute sulla società nel suo complesso; è indispensabile, quindi, programmare interventi di promozione della salute mentale degli adolescenti coinvolgendo contesti scolastici, educativi e sociali, in modo da contenere la fase di disagio psicologico che può essere considerato fisiologico, ma che potrebbe evolvere, a seconda di una serie di fattori concatenati, in disturbi; caposaldo della legislazione nazionale in tema di salute mentale è la legge 13 maggio 1978, n. 180, nota anche come «legge Basaglia», dal nome del suo promotore, lo psichiatra Franco Basaglia. Tale legge ha disposto la chiusura degli ospedali psichiatrici (cosiddetti manicomi); a completamento di tale percorso sono state poi emanate le leggi n. 9 del 2012 e n. 81 del 2014, che hanno decretato il superamento degli ospedali psichiatrici giudiziari (OPG). Nel 2017 si è completata la chiusura di tutti e 6 gli OPG italiani. Gli OPG sono stati sostituiti dalle REMS (Residenze per le misure di sicurezza), strutture sanitarie residenziali con non più di 20 posti letto; a tutt'oggi, però, la legge Basaglia non ha avuto integrale applicazione, poiché presenta diverse criticità. Invero, tale legge si è limitata a trasferire alle regioni le funzioni amministrative concernenti l'assistenza psichiatrica, non fornendo alcuna precisa indicazione operativa, non avendo fissato modi e tempi di applicazione e, soprattutto, non avendo previsto sanzioni in caso di inadempimento. Tutto ciò ha comportato la disapplicazione della legge e l'applicazione difforme del dettato normativo e, dunque, un quadro assolutamente disomogeneo tra regione e regione. Ancora oggi, a 43 anni dall'entrata in vigore della presente legge, l'attuazione rimane disomogenea; il fulcro dell'organizzazione territoriale è rappresentato dal Dipartimento di salute mentale (DSM), che include tutte le strutture e i servizi adibiti alla cura, all'assistenza e alla tutela della salute mentale nel territorio. I servizi compresi nel DSM sono: i centri di salute mentale (CSM), i servizi psichiatrici di diagnosi e cura (SPDC), le strutture semiresidenziali, le strutture residenziali di lungo-assistenza e residenzialità; come riportato da uno studio della Società italiana di psichiatria, le risorse riservate alla malattia mentale non sono sufficienti rispetto ai numeri del fabbisogno. L'Italia risulta al ventesimo posto in Europa come numero di psichiatri che lavorano nel comparto pubblico e come spesa per la salute mentale. In Italia si investe solo il 3,5 per cento del budget della sanità per il settore della salute mentale, a fronte di medie del 10-15 per cento di altri grandi Paesi europei. Questo significa lasciare i servizi privi di personale: attualmente si riscontra un deficit di operatori che va dal 25 al 75 per cento in meno dello standard ; i centri di salute mentale non sono equamente distribuiti. In alcune regioni, per via delle razionalizzazioni e degli accorpamenti, vanno ulteriormente riducendosi di numero, insistendo su aree estese e popolazioni sempre più numerose. Molte volte sono aperti per fasce orarie ridotte, ad eccezione di alcune realtà regionali, 8-12 ore al giorno per 5 giorni alla settimana. Frequente è la riduzione alle sole visite ambulatoriali, limitatamente a mere prescrizioni farmacologiche; per quanto concerne la dotazione dei posti letto nel sistema pubblico di salute mentale, l'effetto della legge n. 180 e del «Progetto Obiettivo per la tutela della Salute Mentale 1994-96» (decreto del Presidente della Repubblica 7 aprile del 1994), con il quale veniva fissato per le regioni italiane il parametro di riferimento di 10 letti per 100.000 abitanti, è stato quello di collocare il nostro Paese all'ultimo posto per dotazione di posti letto psichiatrici per 100.000 abitanti, a fronte di un livello medio europeo quasi 7 volte maggiore (66). Detta distribuzione di posti letto risulta poi fortemente disomogenea tra Regione e Regione: si va da un minimo di 3.5 posti letti per la Basilicata a 16.9 posti letto nella Provincia di Bolzano; il servizio sanitario per la salute mentale è poi completato da una rete di circa 2.000 strutture residenziali e 850 semi residenziali, che offrono rispettivamente 50 e 30 posti letto per 100.000 abitanti sul territorio: si tratta di strutture generalmente piccole di 13 e 18 posti per struttura. Anche per queste strutture si ha una forte diseguaglianza nella distribuzione regionale: si va da un minimo di 30 posti per 100.000 abitanti in regioni come la Campania e la Calabria, ad un massimo di 180/200 posti in regioni come la Liguria e la Valle d'Aosta; un dato allarmante riguarda anche l'assistenza ai più giovani: in Italia ci sono solo 325 posti letto di neuropsichiatria infantile. Dunque, solo un terzo dei bambini e degli adolescenti che hanno bisogno di un ricovero in neuropsichiatria infantile per un disturbo psichiatrico acuto riescono ad essere ricoverati effettivamente in questo reparto; il comparto pubblico di salute mentale, dunque, è incapace di soddisfare la domanda di coloro che sono affetti da tali disturbi, e che sono dunque costretti, se ne hanno le possibilità economiche, a rivolgersi a strutture private, sobbarcandosi l'intero costo delle cure;