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Una classe dirigente provinciale ha preferito chiudersi nel piccolo e accogliente feudo, escludendo dalla gestione operativa del sistema bancario nazionale persone dalle capacità e dagli orizzonti indiscutibilmente maggiori e più aperti rispetto a quelle dei politici o individuate dai politici in base a logiche clientelari. L'affermazione potrebbe apparire temeraria, ma ha trovato conferme eminenti. Per Guzzetti, presidente della Fondazione Cariplo, intervistato da Radio radicale, è da considerarsi normalissimo il fatto che Paolo Biasi, presidente di Fondazione Cariverona -- secondo azionista italiano di Unicredit -- abbia affermato: «tale decisione (di partecipare all'aumento di capitale) conferma l'impegno della Fondazione a sostenere, tramite Unicredit, le economie dei territori dove essa opera ( ... )». Non è invece, a nostro parere, accettabile che una persona indicata dalla politica di un territorio suggerisca in maniera esplicita a una banca internazionale di avere un occhio di riguardo per le imprese del «suo» territorio. Le aziende della Calabria o della Val d'Aosta hanno forse una fondazione in Unicredit che raccomanda il credito alle proprie imprese? Il risultato è stato disastroso: banche sottocapitalizzate, incapaci di creare valore economico e di allineare i propri asset a quelli dei partner internazionali. Ci si chiederà, ancora: «è colpa del sistema che ruota attorno alle fondazioni?» Si, perché hanno l'obiettivo effettivo, politico, di mantenere il controllo assoluto delle banche e non quello istituzionale, legale, della sana e prudente amministrazione del patrimonio. Medesima risposta affermativa deve darsi quando ad essere danneggiati sono i risparmiatori a causa delle decisioni sciagurate prese dal management delle banche (cooptato dalle fondazioni), sottoposti a forti pressioni per adottare strategie che possono portare gli istituti al dissesto. Dal dissesto di una banca si può danneggiare con facilità l'intero sistema bancario italiano, sia con le iniziative prese che con quelle impedite. A questo riguardo l'articolo 47 della Costituzione è chiaro, la Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme, disciplina, coordina e controlla l'esercizio del credito. Dal punto di vista economico, le banche dovrebbero facilitare i rapporti, fare da intermediarie tra coloro che hanno bisogno di prestiti e chi ha capitali disponibili e non altrimenti utilizzati. Quando salta il buon funzionamento di questo meccanismo, salta l'economia sana del Paese, si ostacola il lavoro e si gettano imprenditori onesti tra le braccia della criminalità organizzata, sempre in cerca di sistemi per «pulire il denaro sporco». Oppure si assiste alla migrazione di imprenditori e imprese in altri, più accoglienti, sistemi: la cosiddetta delocalizzazione, che ha fatto perdere al Paese tanti posti di lavoro e anche competitività, poichè il knowhow italiano, una volta acquisito, diviene bene comune del Paese che ospita i nostri connazionali costretti ad espatriare con l'impresa al seguito. Non va dimenticato che una parte rilevante delle entrate delle fondazioni deriva dai dividendi delle banche partecipate. Le fondazioni non possono fare a meno di queste entrate, pena la riduzione delle erogazioni sul territorio (ipotesi inevitabilmente verificatasi nell'ultimo anno poiché le fondazioni, dovendo ricapitalizzare le banche, hanno sottratto risorse allo scopo primario, quello di finanziare il welfare sussidiario di prossimità), e inevitabilmente tendono a premere sulle banche affinché queste, anche contro il loro interesse, emettano dividendi. In conclusione, i principali azionisti delle nostre banche, le fondazioni, non gestiscono i propri soldi o quelli di risparmiatori che scelgono di affidarglieli, ma soldi di cittadini che mai hanno scelto di consegnarglieli. Al contrario di un investitore privato di una banca, che si pone l'obiettivo di massimizzarne il valore, una fondazione bancaria con una forte presenza di politici di una regione definita del Paese potrebbe non fare lo stesso. Le banche devono essere gestite secondo criteri economici e non politici. I politici si limitino, se eletti, a scrivere buone regole che creino le condizioni perché le banche, libere da condizionamenti, possano divenire contendibili nella loro proprietà e poste in condizione di perseguire la massimizzazione del proprio valore. Se poi consideriamo che alcune delle principali fondazioni bancarie detengono quote azionarie in più istituti bancari -- non solo nella banca conferitaria -- comprendiamo come le fondazioni bancarie hanno assunto un ruolo decisivo nel capitalismo inquinato italiano. Un capitalismo dominato da intrecci che vedono sempre gli stessi protagonisti determinare le dinamiche di un sistema dove gli « insider », grazie al sistema di relazioni creato, si difendono dagli « outsider» , ai quali è spesso precluso trovare spazio. Creano artificiosamente un « no contestable market» per godere artificiosamente della rendita del monopolista. Va ricordato che le banche, e indirettamente le fondazioni bancarie, prestano soldi a imprese delle quali detengono quote azionarie. Al di là di un potenziale enorme conflitto d'interessi, questo aspetto dimostra il peso degli istituti bancari sulle imprese e l'importanza che hanno per la propria sopravvivenza. Inoltre, alcune fondazioni bancarie sono titolari di quote azionarie di Mediobanca, che a sua volta è creditrice verso di esse: il debitore è quindi nello stesso tempo azionista. È infine difficile comprendere che significato strategico possa avere, visti i fini delle fondazioni, la presenza diretta nei media. Ebbene, la Fondazione Cassa di risparmio di Trieste ha il 2 per cento del Gruppo Editoriale l'Espresso. Quando Tremonti diede vita alla riforma che donava le fondazioni ai partiti tramite gli enti locali, rispose, a chi gli chiese se la politica rientrava dalla finestra: «non la politica ma la democrazia ( ... )», «le fondazioni si mettono a fare il loro mestiere. Ma con un controllo democratico». Su questo punto è interessante notare come in molti statuti delle fondazioni approvati dal Ministero dell'economia e delle finanze si afferma che i membri indicati dagli enti locali non rappresentano gli enti e, di conseguenza, i cittadini che li hanno eletti, smentendo clamorosamente il Ministro Tremonti. Lo statuto della Fondazione Monte dei paschi di Siena riporta che «I membri della Deputazione Generale non rappresentano gli enti dai quali sono stati nominati, né rispondono a essi del loro operato». Tremonti nel 2002 concludeva che «( ... ) la confusione tra mercato e non profit non ci sarà più ( ... )» e aggiungeva «Primo passo: le fondazioni fuori dalle banche, che vanno sul mercato». Abbiamo già detto che aspettiamo ancora il fausto evento. Separiamo economia e partiti, restituiamo alla politica il ruolo nobile che la partitocrazia le ha scippato. Si tratta di una battaglia vitale per la nostra economia e per la tenuta sociale del capitalismo italiano: rimuovere il conflitto d'interessi tra l'esercizio dell'attività economica e finanziaria e coloro che sono chiamati dai cittadini a svolgere un ruolo politico di guida e di governo del Paese. Solo così potranno porsi quelle condizioni necessarie per un ripristino di competitività della nostra economia, per la necessaria apertura del nostro sistema finanziario e, soprattutto, per una democrazia liberata dal soffocante intreccio tra le oligarchie economiche e politiche..