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Separazione delle carriere giudicante e requirente all'interno dell'ordinamento della magistratura. Onorevoli Senatori. -- Sembra essersi radicato, sulla materia costituzionale della giustizia, una sorta di veto a legiferare, a tutela di una malintesa «indipendenza ed autonomia» della magistratura. In queste ultime settimane, su iniziativa dei penalisti italiani ed al loro fianco dei militanti del partito radicale transnazionale, il tema è stato ripreso ed è già posto all'ordine del giorno della prossima legislatura. I proponenti del presente disegno di legge intendono, però, che quel testo sia almeno già annunciato agli atti della presente e, pertanto, lo propongono come disegno di legge di iniziativa parlamentare, riproducendo a seguire anche la relativa relazione illustrativa. La proposta di separare le carriere di giudici e di pubblici ministeri ha prodotto nel tempo diversi equivoci ed è stata spesso inquinata da false prospettive ideologiche e da improprie attribuzioni politiche. È, pertanto, opportuno chiarire il significato che questa idea possiede nel contesto ordinamentale che governa la giustizia e la giurisdizione penale in particolare. Cosa si intende per «separazione delle carriere» e perché tale separazione dovrebbe produrre, nel nostro Paese, un migliore assetto della giustizia penale ed un aumento della qualità della giurisdizione? La separazione delle carriere, come è bene subito precisare, non è un fine ma un mezzo. Si tratta di un obiettivo la cui realizzazione non è più prorogabile perché è inscritto nella nostra Costituzione, ed è quello proclamato dall'articolo 111 il quale impone che il giudice sia non solo imparziale ma anche terzo. E terzietà non può che significare appartenenza del giudice ad un ordine diverso da quello del pubblico ministero. Noi crediamo che ogni cittadino dovrebbe farsi fautore di un modello di giustizia e di processo penale rispettoso dei diritti e delle garanzie che gli sono propri, e misurare la equità delle regole del processo ponendosi la domanda: «io vorrei essere giudicato secondo quelle regole?». La separazione delle carriere serve a rendere il processo penale più equo perché lo assegna ad un giudice terzo. La crisi del diritto e del processo che investe l'intero mondo occidentale, assume nel nostro Paese caratteristiche proprie. Se, infatti, nell'intero mondo occidentale il problema è quello della presenza di un giudice che oramai governa con le proprie decisioni, non solo i nodi essenziali dei diritti e delle garanzie individuali, ma anche quelli dell'economia, dell'ambiente e dello sviluppo tecnologico, sostituendosi di fatto al ruolo che un tempo esercitava la politica, improvvisando così soluzioni sul caso concreto, in Italia questa espansione si risolve in un duplice problema. Mentre nel mondo occidentale il problema della modernità riguarda il ruolo del giudice nella società, nel nostro Paese il problema è quello di trovare un «giudice» che possa autorevolmente e legittimamente coprire quel ruolo. L'anomalia, nel nostro Paese, è infatti nei rapporti ordinamentali che distorcono in radice gli equilibri giurisdizionali. È nella figura stessa di una magistratura «onnivora» che assimila giudici e pubblici ministeri, che confonde quella che dovrebbe essere la cultura del limite con la lotta ai fenomeni criminali, che tiene innaturalmente unite, in una cultura ibrida e ancipite, l'arbitro e il giocatore. Perché, mentre altrove è comunque un «giudice» ad esercitare quei nuovi poteri, nel nostro Paese è «un giudice che non è giudice» (in quanto privo del fondamentale requisito costituzionale della terzietà) a governare questi spazi smisurati: li crea, li alimenta o li elimina a suo piacimento. Giovandosi della ricerca del consenso, pur non essendo eletto. Governando la politica, pur essendo un funzionario. Collocandosi, di fatto, al vertice della produzione normativa, pur essendo un «burocrate». Collocato all'interno di una magistratura autocratica, questo tipo di giudice-non-giudice si sottrae con ostinazione agli interventi del potere legislativo. Quello che altrove è dunque un problema politico-ideologico ed esclusivamente una questione di delimitazione del ruolo, nel nostro Paese assume le dimensioni di un abisso istituzionale all'interno del quale la nostra stessa democrazia lentamente sprofonda. È un motivo sufficiente per tracciare una linea netta fra coloro che, all'interno della intera magistratura, ricoprono la figura di giudici terzi e di coloro che svolgono invece funzioni requirenti. Se vogliamo ricollocarci all'interno di un contesto europeo, moderno ed avanzato, dobbiamo certamente operare una correzione ed immaginare dei nuovi limiti all'agire della magistratura penale, e dobbiamo operare perché la politica assuma nuovamente su di sé la responsabilità del governo della società, ma non possiamo non essere consapevoli che gli effetti delle decisioni dei giudici sono destinati ad avere ricadute un tempo inimmaginabili sugli equilibri sociali ed economici, sulla sicurezza e sulla promozione e sulla tutela dei diritti e delle garanzie. Di fronte a questa prospettiva non possiamo non dotarci di un giudice osservante della «cultura del limite». Questa espressione riassume efficacemente tutte le aspettative che una democrazia liberale coltiva nei confronti di un potere giurisdizionale, che sia garante dei diritti di libertà dei cittadini di fronte all'autorità dello Stato, all'azione dei pubblici ministeri, agli atti investigativi della polizia giudiziaria che a quei pubblici ministeri risponde. Il giudice non può che assolvere istituzionalmente a questo compito essenziale che lo pone come ultimo «controllore» degli esiti dell'azione penale promossa dai pubblici ministeri. Ma se questo è il compito del giudice, non potremo non riconoscere che «controllore» e «controllato», giudice e pubblico ministero, non possono appartenere ad un unico ordine, non possono essere sottoposti al potere disciplinante di un unico organo, non possono condividere i medesimi meccanismi di selezione elettorale della loro classe dirigente. Il profilo di sofferenza del nostro attuale sistema, nato in un contesto nel quale il giudice regolava ancora spazi modesti del contesto sociale e lo poteva fare con una impronta ancora paternalistica, non è soltanto quello della «amicizia» in senso psicologico (riassunta nelle consuete espressioni: «PM e giudici prendono il caffè insieme» o «si danno del tu»), ma soprattutto quella della assenza di una necessaria «inimicizia» intesa in senso politico, come condizione di un indispensabile conflitto, di un fisiologico antagonismo fra poteri, volta alla efficienza e all'equilibrio di ogni sistema ordinamentale e istituzionale democratico, complesso e aperto. Quante volte nell'esperienza giudiziaria capita, infatti, di osservare giudici visibilmente «ostili» ai pubblici ministeri, ma non per questo terzi. Perché vediamo quegli stessi giudici supplire ad una presunta incapacità dell'accusa, prendere nel processo il posto del pubblico ministro, assumere su di sé il ruolo, i modi e il sentire dell'accusatore. Un fenomeno reso possibile dalla assunzione da parte dei magistrati, al di là della interpretazione delle distinte funzioni, di una identica cultura del processo visto come strumento di contrasto al crimine.