[pronunce]

In particolare, il giudice a quo avrebbe trascurato di considerare gli aspetti vantaggiosi che l'art. 32, comma 5, legge n. 183 del 2010 avrebbe introdotto per il lavoratore evidenziati anche dalla sentenza n. 303 del 2011 di questa Corte costituzionale, ed in particolare l'irrilevanza della costituzione in mora del creditore, l'irrilevanza dell'aliunde perceptum e del percipiendum sull'entità del risarcimento, la conversione a tempo indeterminato del contratto a termine. Secondo l'ASP, la questione nel merito sarebbe non fondata. In particolare, l'art. 32, comma 5, della legge n. 183 del 2010 esulerebbe dall'ambito di applicazione della direttiva e dell'accordo. La clausola 8.3, che sancisce il principio di non regresso, sarebbe infatti volta ad impedire che gli Stati membri approfittino della attuazione della direttiva per ridurre il livello di tutela già offerto ai lavoratori. Essi tuttavia sarebbero liberi di introdurre riforme che riducano le tutele preesistenti laddove giustificate da esigenze oggettive diverse dalla mera applicazione della normativa comunitaria. La stessa Corte di giustizia avrebbe escluso che la clausola in parola imponga una cristallizzazione delle tutele (è richiamata la sentenza della Corte di giustizia Ue, terza sezione, 23 aprile 2009 - cause riunite da C-378/07 a 380/07, Angelidaki ed altri). La legge n. 183 del 2010 non potrebbe considerarsi finalizzata alla attuazione della direttiva né dell'accordo, non costituendo essa una trasposizione, diretta o indiretta, di tali atti né emergendo alcun collegamento con essi. In subordine la difesa della ASP sostiene che la disposizione censurata, anche laddove rientrasse nell'ambito di applicazione dell'accordo, sarebbe comunque conforme alla disciplina comunitaria. Si osserva, al riguardo, che tanto questa Corte (nella sentenza n. 303 del 2011) quanto la Corte di giustizia (nella sentenza 24 giugno 2010, causa C-98/09, Sorge) hanno affermato che la verifica di una reformatio in peius deve essere effettuata con riguardo all'insieme delle norme e delle tutele apprestate complessivamente dall'ordinamento. Sulla base di tale premessa questa Corte ha ritenuto che la disciplina dettata dall'art. 32, comma 5, legge n. 183 del 2010, confrontata con quella previgente, risulta certamente più favorevole al lavoratore. Essa infatti, oltre a prevedere la conversione del rapporto di lavoro a tempo determinato in rapporto a tempo indeterminato, prevedrebbe la corresponsione automatica di una somma di denaro a titolo risarcitorio sulla base del solo accertamento della illegittimità del termine apposto al contratto, affrancando il lavoratore da qualsiasi onere probatorio, a prescindere dall'esistenza di un danno effettivo e senza che abbia rilevanza la messa in mora del datore di lavoro. L'indennità fissata dal legislatore, dunque, garantirebbe maggior certezza. Quanto poi al termine di decadenza introdotto dall'art. 32, comma 3, della legge n. 183 del 2010 esso costituisce misura che si allinea a tutte le altre modifiche che hanno accelerato e/o semplificato il rito lavoristico e risponde ad esigenze di certezza e celerità. In tal modo il legislatore avrebbe voluto assicurare che il risarcimento del danno liquidato in giudizio sia il più possibile conforme a quello effettivamente subito dal lavoratore. Sostiene infine la difesa della ASP che la norma di interpretazione autentica contenuta nell'art. 1, comma 13, della legge n. 92 del 2012 non avrebbe alterato tale situazione dal momento che essa non avrebbe efficacia innovativa, ma si sarebbe limitata a codificare gli approdi della dottrina e della giurisprudenza, nel senso che l'indennità ivi prevista è destinata a rifondere i pregiudizi sofferti dal lavoratore nel periodo compreso tra la scadenza del termine apposto al contratto di lavoro e la sentenza che ne accerta la nullità. Solo dopo tale sentenza il lavoratore maturerà il diritto alla corresponsione delle retribuzioni dovute. 3.- È intervenuto in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri rappresentato e difeso dall'Avvocatura dello Stato la quale ha chiesto, innanzitutto, che la questione prospettata sia dichiarata inammissibile dal momento che il giudice che ritenga una disposizione interna in contrasto con la normativa comunitaria dovrebbe disapplicare la disposizione nazionale ovvero, qualora nutra dubbi sulla portata della disposizione comunitaria, dovrebbe sollevare questione pregiudiziale avanti alla Corte di giustizia. Nel merito l'Avvocatura sostiene che la questione sarebbe manifestamente infondata. La rimodulazione dei criteri in base ai quali corrispondere il risarcimento al lavoratore, operata dal legislatore nazionale, non sarebbe avvenuta in base all'accordo quadro che non contiene alcuna disposizione al riguardo, bensì per fronteggiare, in base a criteri di equità sostanziale, l'orientamento giurisprudenziale eccessivamente oneroso per il datore di lavoro che si era formato al riguardo. Le norme censurate, inoltre, fornirebbero adeguata e piena tutela al lavoratore assicurando la conversione del rapporto di lavoro in rapporto a tempo indeterminato. Le disposizioni censurate, inoltre, sarebbero «giustificate da superiori ragioni di rispetto dei parametri della contabilità pubblica» e dall'esigenza di riequilibrio dei conti pubblici. Non sussisterebbe, dunque, l'asserito arretramento di tutela dal momento che le disposizioni in questione sarebbero rispettose dei principi di diritto comunitario in quanto - come chiarito da questa Corte con la sentenza n. 303 del 2011 - sarebbero volte a introdurre un criterio di liquidazione del danno di più agevole, certa ed omogenea applicazione. Inoltre, la limitazione dell'entità del risarcimento rientrerebbe nell'esigenza di riequilibrare le opposte posizioni del datore di lavoro e del lavoratore. Neppure rilevante sarebbe la apposizione di un termine di decadenza ai fini della impugnazione della illegittima stipulazione del contratto a tempo determinato, in quanto sarebbe misura volta a dare certezza alla regolamentazione dei rapporti sociali. Ad avviso dell'Avvocatura la questione sollevata sarebbe infondata anche sotto altro profilo. La giurisprudenza europea avrebbe infatti chiarito che la riduzione della tutela offerta ai lavoratori a tempo determinato non sarebbe preclusa in quanto tale dall'accordo quadro, ma che essa sarebbe vietata solo laddove fosse collegata all'applicazione di tale accordo ed avesse, inoltre, ad oggetto il livello generale di tutela dei lavoratori a tempo determinato. Pertanto non rientrerebbe nel divieto una normativa diretta a promuovere un altro obiettivo rispetto a quello della applicazione dell'accordo.