[pronunce]

con la conseguenza che la riforma del 2009 è venuta, di fatto, a produrre effetti analoghi a quelli della riforma del 1993, vale a dire un innalzamento "secco" del rapporto di cambio tra pene detentive e pene pecuniarie. Si tratta, come è evidente, di una modifica che torna a vantaggio dell'imputato, allorché sia la pena pecuniaria a dover essere ragguagliata alla pena detentiva (ad esempio, in sede di verifica della fruibilità dei benefici della sospensione condizionale della pena e della non menzione della condanna nel certificato del casellario giudiziale); mentre va a suo discapito nell'ipotesi inversa, così come tipicamente avviene quando si discuta dell'applicazione dell'istituto di cui all'art. 53 della legge n. 689 del 1981. 4.2.- Con l'odierna questione, il rimettente chiede a questa Corte di sostituire - con effetti limitati all'istituto della sostituzione delle pene detentive brevi - il coefficiente di ragguaglio di 250 euro con quello di 97 euro: importo, quest'ultimo, che il giudice a quo individua applicando al precedente coefficiente (euro 38) un aumento percentuale pari a quello massimo che - secondo i suoi calcoli - avrebbe dovuto essere apportato, in termini reali, alle pene pecuniarie in forza dei criteri di delega di cui all'art. 3, comma 65, della legge n. 94 del 2009. In questo modo, il rimettente invoca, peraltro, un intervento sostitutivo della disciplina sottoposta a scrutinio che comporta scelte riservate al legislatore, in assenza di una soluzione costituzionalmente obbligata. Secondo quanto dianzi evidenziato, il legislatore, con la legge n. 94 del 2009 - così come con la precedente legge n. 402 del 1993 - ha inteso modificare il rapporto tra pena detentiva e pena pecuniaria oltre i limiti necessari a compensare la svalutazione monetaria intervenuta medio tempore, fissando un "tasso di monetizzazione" oggettivamente più elevato della pena limitativa della libertà personale. Si tratta di una scelta di politica criminale che rientra nell'ambito della discrezionalità legislativa, alla quale il giudice a quo muove critiche che attengono, nella sostanza, al piano della mera opportunità. Il parametro cui agganciare l'auspicato intervento di "riequilibrio" del sistema non potrebbe essere costituito, in ogni caso, dai coefficienti di rivalutazione delle pene pecuniarie previsti dall'art. 3, comma 65, della legge n. 94 del 2009. Prospettando un simile intervento, il rimettente contrappone, in realtà, alla scelta legislativa censurata una propria soluzione personale, ritenuta più adeguata, ma non certo costituzionalmente imposta. L'idea sottesa a tale soluzione - e, cioè, che l'incremento del coefficiente di ragguaglio debba andare di pari passo a quello di aumento delle pene pecuniarie - non corrisponde, infatti, ad una esigenza costituzionale: e ciò tanto più ove si consideri che, nel frangente, l'aumento delle pene pecuniarie - che dovrebbe fornire il parametro di raffronto - è rimasto privo di concreta attuazione. 5.- La questione va dichiarata, pertanto, inammissibile (sulla inammissibilità delle questioni che richiedono interventi in materie riservate alla discrezionalità del legislatore, in assenza di una soluzione costituzionalmente obbligata, ex plurimis, sentenze n. 134 e n. 36 del 2012).. per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE dichiara inammissibile la questione di legittimità costituzionale della disposizione combinata dell'art. 135 del codice penale, come modificato dall'art. 3, comma 62, della legge 15 luglio 2009, n. 94 (Disposizioni in materia di sicurezza pubblica), e dell'art. 53, secondo comma, della legge 24 novembre 1981, n. 689 (Modifiche al sistema penale), sollevata, in riferimento agli artt. 3 e 27 della Costituzione, dal Tribunale ordinario di Imperia. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 9 luglio 2014. F.to: Sabino CASSESE, Presidente Giuseppe FRIGO, Redattore Gabriella MELATTI, Cancelliere Depositata in Cancelleria il 18 luglio 2014. Il Direttore della Cancelleria F.to: Gabriella MELATTI