[pronunce]

Friuli-Venezia Giulia n. 1 del 2016. Tali questioni sarebbero rilevanti, anche se nel ricorso introduttivo del giudizio era richiesto un piano di rimozione delle sole modalità di documentazione, in quanto se è «incostituzionale "a monte" la previsione dello stesso requisito da documentare», l'illegittimità di quest'ultimo «condurrebbe in ogni caso all'accoglimento sostanziale della domanda», volta a ottenere un trattamento paritario tra cittadini UE ed extra UE. 6.2.1.- La sentenza n. 9 del 2021 di questa Corte in riferimento all'accesso alla casa ha già qualificato come palesemente irrilevante e pretestuoso un requisito siffatto, di modo che tanto più ciò dovrebbe valere «con riferimento all'accesso a un modesto contributo economico, rispetto al quale davvero non si può spiegare perché mai la proprietà di un altro alloggio (ferma la sua eventuale incidenza sul reddito e sull'indicatore ISEE) dovrebbe avere addirittura un effetto preclusivo se il nucleo familiare risiede in Italia, vive in locazione e si trova in condizioni economiche disagiate». Anzi, il requisito in discorso potrebbe avere anche effetti distorsivi, sol si pensi che persone in minor bisogno - perché con indicatore ISEE vicino ai massimi - potrebbero accedere alla prestazione, a differenza di chi versa in condizione di maggior bisogno che, «per il solo fatto di essere proprietario di un alloggio dall'altra parte del mondo, dal quale non ricava alcun reddito e che comunque non ha alcun effetto sulla sua condizione di persona bisognosa residente in Italia», non potrebbe invece ottenere il contributo. L'irrazionalità della disposizione censurata sarebbe altresì confermata dall'«assoluto arbitrio con il quale sono individuate le cause di esenzione». La violazione del principio d'eguaglianza sarebbe dunque palese e il richiamo alla direttiva 2003/109/CE, a integrazione del parametro di cui all'art. 117, primo comma, Cost., dovrebbe considerarsi «superfluo» o comunque assorbito nell'art. 3 Cost., «anche per non limitare gli effetti della pronuncia ai soli stranieri lungosoggiornanti, lasciando gli altri (italiani compresi) soggetti a una norma così illogica». 6.3.- Anche le ulteriori questioni sull'onere di documentazione aggiuntiva, ove non si ritenessero assorbite, troverebbero uno specifico precedente nella citata sentenza n. 9 del 2021, che aveva ad oggetto «una norma assolutamente identica», dichiarata costituzionalmente illegittima in quanto irragionevole e discriminatoria. La difesa delle parti private osserva, ad ogni modo, che il legislatore regionale sarebbe consapevole di avere introdotto un requisito «impossibile da provare documentalmente», tant'è che avrebbe consentito «ai cittadini italiani di autocertificare (mediante la dichiarazione sostitutiva unica che precede il rilascio dell'ISEE) l'assenza di proprietà immobiliari in Italia, mentre per quanto attiene l'ulteriore requisito della impossidenza "globale" ha ritenuto, per i cittadini italiani, di affidarsi alla dichiarazione dell'interessato», verificabile solo mediante rapporti con Paesi esteri e, evidentemente, facendo leva sul fatto che la proprietà all'estero va denunciata ai fini del pagamento dell'imposta sul valore aggiunto (art. 19, comma 13, del decreto-legge 6 dicembre 2011, n. 201, recante «Disposizioni urgenti per la crescita, l'equità e il consolidamento dei conti pubblici», convertito, con modificazioni, nella legge 22 dicembre 2011, n. 214). Il medesimo trattamento andrebbe riservato ai cittadini stranieri, che si troverebbero in «condizione assolutamente identica», in quanto su di loro graverebbe l'obbligo fiscale di denuncia dell'eventuale immobile e quello di presentare l'ISEE e, inoltre, la pubblica amministrazione avrebbe identiche possibilità di controllo. Tra l'altro, il fatto che l'onere documentale attenga ai soli Paesi di origine e di provenienza sarebbe parimenti irragionevole in quanto non realizza neppure «quell'effetto di certezza in ordine al requisito di impossidenza planetaria». 7.- Con atto depositato il 5 settembre 2023, si è costituita in giudizio anche la Regione autonoma Friuli-Venezia Giulia, chiedendo che le questioni sollevate siano dichiarate inammissibili o non fondate. 7.1.- Nel ricostruire le vicende del giudizio a quo e il quadro normativo regionale di riferimento, la Regione autonoma osserva, in particolare, che il comma 1-bis del censurato art. 29 è stato aggiunto a seguito dei rilievi delle commissioni chiamate ad effettuare le graduatorie, secondo le quali l'art. 3, comma 2, del d.P.R. n. 445 del 2000 non consentirebbe «agli stranieri di autocertificare il possesso di immobili all'estero». Il comma 3-bis aggiunto all'art. 9 del regolamento regionale n. 066 del 2020, volto a consentire agli stranieri di effettuare una dichiarazione sostitutiva, sarebbe stato introdotto a seguito delle pronunce giurisdizionali che avevano giudicato discriminatorie le norme legislative e regolamentari sull'onere documentale. 7.2.- Secondo la Regione autonoma, le questioni di legittimità costituzionale sollevate sarebbero tutte inammissibili. 7.2.1.- Esse, innanzitutto, sarebbero state prospettate contraddittoriamente. Le questioni sollevate in via principale sull'onere di documentazione, infatti, potrebbero «giuridicamente e praticamente porsi soltanto se si presuppone l'applicazione della disposizione relativa all'impossidenza». Il giudice rimettente, pertanto, avrebbe invertito la priorità logica delle questioni - quelle sulle modalità di dimostrazione del requisito dell'impossidenza essendo rilevanti solo se è legittimo il requisito stesso - rendendo così «perplesso o ancipite» il carattere della loro prospettazione. 7.2.2.- Le questioni sarebbero inammissibili anche perché il Tribunale di Udine non avrebbe motivato in ordine alla giurisdizione sulla domanda di modifica del regolamento regionale. Se è vero, infatti, che l'esistenza della legge regionale impedisce al giudice di ordinare la modifica del regolamento regionale che la riproduca - questione, questa, sottesa al giudizio iscritto al n. 2 reg. confl. tra enti 2023 - a parere della difesa regionale esisterebbe anche un «divieto più generale», concretizzantesi nella «impossibilità legale per il giudice comune di ordinare alla Regione di adottare o modificare atti normativi secondari». Nel giudizio a quo, pertanto, manca o è «massimamente discutibile» la sussistenza della giurisdizione sulla domanda volta a ottenere «un ordine di modifica di norme secondarie». Il dubbio della Regione autonoma sarebbe comprovato dalle pronunce della Corte di cassazione che hanno ricondotto i poteri del giudice ordinario nell'ambito dei giudizi antidiscriminatori «allo schema della disapplicazione incidentale degli atti amministrativi illegittimi» (sono richiamate, in proposito, le medesime pronunce di legittimità già richiamate nella sede del conflitto tra enti).