[pronunce]

4.- Ciò posto, venendo ad illustrare la rilevanza della questione, il rimettente osserva che nel caso di specie sussisterebbe il presupposto sostanziale, poiché il fatto accertato a carico del convenuto nel giudizio principale, in quanto commesso da questo nell'esercizio delle proprie funzioni, non aveva leso soltanto «l'integrità fisica dei pacifici astanti», ma aveva altresì «inferto alla reputazione pubblica dell'Amministrazione della Polizia di Stato un grave pregiudizio di immagine». Difetterebbe, pertanto, il solo requisito della condanna penale irrevocabile, in presenza di una sentenza dichiarativa della prescrizione del reato; detta sentenza, rileva infatti il rimettente, pur avendo «pienamente accertato la responsabilità dei fatti di reato ascritti al funzionario di Polizia», non consente l'esperibilità dell'azione da parte della Procura contabile, stante il chiaro tenore della norma impugnata, che richiede una condanna in sede penale come «limite legislativo invalicabile e imprescindibile per l'interprete» e non rivela alcun intento del legislatore di prendere in considerazione un «surrogato normativo». Di qui la rilevanza della questione, in quanto l'applicazione delle disposizioni censurate determinerebbe l'improponibilità della domanda di risarcimento del danno all'immagine per carenza del presupposto della condanna penale irrevocabile. 5.- In ordine alla non manifesta infondatezza, il rimettente assume anzitutto che le norme censurate violerebbero l'art. 3 Cost. Esse sarebbero infatti intrinsecamente irragionevoli laddove escludono l'esercizio dell'azione risarcitoria quando il danno consegue a reati dolosi dichiarati prescritti con sentenza irrevocabile che ha comunque accertato la responsabilità dei fatti ai fini della condanna dell'imputato al risarcimento dei danni alle parti civili. Tale scelta del legislatore pare al rimettente contraria al «canone di conformità dell'ordinamento a valori di giustizia ed equità [...] ed a criteri di coerenza logica, teleologica e storico-cronologica», poiché consente che la tutela dell'immagine dell'amministrazione venga accordata o meno non già in base all'accertata sussistenza di fatti lesivi, bensì in forza di un diverso fattore, estraneo a tali profili. 5.1.- Sempre in relazione all'art. 3 Cost., il rimettente denunzia inoltre la violazione del principio di eguaglianza sostanziale con riferimento al diverso trattamento - per i medesimi fatti storici - riservato ai privati cittadini lesi nell'integrità fisica, rispetto al diritto alla reputazione dell'amministrazione, atteso che i primi possono ottenere il risarcimento di tutti i danni patiti anche a fronte di una sentenza dichiarativa della prescrizione del reato. 5.2.- Ad avviso del rimettente, inoltre, dall'irragionevolezza delle norme impugnate deriverebbe una violazione del principio di buon andamento ed imparzialità dell'azione amministrativa, di cui all'art. 97 Cost. Al riguardo, l'ordinanza osserva che il pur condivisibile obiettivo, già affermato in proposito da questa Corte, di circoscrivere il perimetro della responsabilità amministrativa dei pubblici dipendenti, onde consentire «un esercizio dell'attività di amministrazione della cosa pubblica, oltre che più efficace e più efficiente, il più possibile scevro da appesantimenti» (sentenza n. 355 del 2010), non può essere ottenuto precludendo l'azione risarcitoria per fatti di reato commessi da un pubblico dipendente «sottrattosi alla sanzione penale solo per intervenuta prescrizione»; in tal senso, la restrizione dei confini della responsabilità per i danni causati all'amministrazione entro il dato formale di una condanna penale irrevocabile, con esclusione dell'obbligo risarcitorio perché quest'ultima «non è stata raggiunta per intervenuta prescrizione, dopo condanna nel merito», costituirebbe una «misura eccessiva ed esuberante rispetto allo scopo e, pertanto, secondo il parametro dell'art. 97, intrinsecamente irrazionale». 5.3.- Infine, il rimettente deduce che il combinato disposto delle norme censurate, nel ridurre l'area della proponibilità della domanda risarcitoria, arrecherebbe un vulnus al principio di effettività della tutela in sede giudiziaria, con conseguente violazione degli artt. 103, secondo comma, e 76 Cost., atteso che la delega affidata al Governo con la legge 7 agosto 2015, n. 124 (Deleghe al Governo in materia di riorganizzazione delle amministrazioni pubbliche), prodromica all'emanazione del cod. giust. contabile, prescriveva, all'art. 20, comma 2, lettera b), l'adozione di norme idonee a garantire il rispetto dei principi di concentrazione ed effettività della tutela. 6.- Con memoria depositata l'11 dicembre 2018 è intervenuto in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, il quale ha anzitutto eccepito l'inammissibilità delle questioni per omessa interpretazione delle norme in senso conforme a Costituzione da parte del giudice a quo. La difesa erariale ha infatti sostenuto che l'art. 51 cod. giust. contabile non si riferisce in via generale al danno all'immagine, cui è specificamente dedicato il solo comma 6, peraltro irrilevante nell'ottica del giudizio di legittimità, ma attiene all'individuazione degli obblighi di trasmissione di sentenze irrevocabili per l'eventuale promovimento di azione di ogni danno patito dall'erario. Il richiamo alla sentenza irrevocabile contenuto nel comma 7 sarebbe pertanto riconducibile all'acquisizione della notizia di danno, e non alle condizioni per la promovibilità dell'azione di risarcimento del danno all'immagine. 6.1.- Nel merito, la difesa erariale ha poi dedotto l'infondatezza delle questioni, richiamandosi ai precedenti di questa Corte (sono richiamate la sentenza n. 355 del 2010 e le ordinanze n. 219, n. 220, n. 221 e n. 286 del 2011) che hanno ricondotto i limiti all'esercizio dell'azione risarcitoria da parte del pubblico ministero contabile ad una scelta discrezionale del legislatore, non sindacabile se non per arbitrarietà od irragionevolezza, nella specie non sussistenti. Al riguardo, il Presidente del Consiglio ha evidenziato che, nel valutare i profili attinenti alla responsabilità amministrativa, il legislatore deve necessariamente contemperare l'esigenza di una tutela risarcitoria con quella del buon andamento della pubblica amministrazione, che potrebbe vedersi gravemente incisa da un'estensione dell'area della responsabilità dei suoi dipendenti. In tale ottica, ha peraltro sottolineato che non appare illogico e discriminatorio, rispetto ad altre fattispecie di danno, prevedere come necessario un giudicato penale, al fine di circoscrivere obiettivamente i casi nei quali si è in presenza di un danno all'immagine risarcibile e distinguere fra i vari soggetti autori del comportamento, selezionandone alcuni, onde sottoporli alla giurisdizione contabile.