[pronunce]

2 settembre 1997, n. 313 (Norme in materia di imposta sul valore aggiunto), decreto legislativo emanato in attuazione dell’art. 3, comma 66, lettera b), della legge di delegazione 23 dicembre 1996, n. 662 (Misure di razionalizzazione della finanza pubblica), in relazione alle attività sanitarie esenti dall’IVA ai sensi dell’art. 10, primo comma, numero 19), dello stesso d.P.R. n. 633 del 1972; che, secondo il giudice rimettente, la disposizione denunciata, stabilendo che «Non è detraibile l’imposta relativa all’acquisto o all’importazione di beni o servizi afferenti operazioni esenti o comunque non soggette all’imposta […]», víola gli evocati parametri, nella parte in cui si riferisce a quelle attività sanitarie che l’art. 10, primo comma, numero 19), del medesimo d.P.R. n. 633 del 1972 dichiara esenti dall’IVA («le prestazioni di ricovero e cura rese da enti ospedalieri o da cliniche e case di cura convenzionate nonché da società di mutuo soccorso con personalità giuridica e da ONLUS, compresa la somministrazione di medicinali, presidi sanitari e vitto, nonché le prestazioni di cura rese da stabilimenti termali»); che in particolare, ad avviso del giudice a quo, la censurata disposizione – in quanto, come sopra visto, prevede l’indetraibilità (e, quindi, la non rimborsabilità da parte dell’erario) dell’IVA, pagata in via di rivalsa sugli acquisti di beni e servizi, per i soggetti che abbiano acquistato ed utilizzato quei beni e servizi al fine di svolgere un’attività sanitaria esente da IVA – violerebbe, in primo luogo, gli artt. 76 e 77 Cost., perché si porrebbe in contrasto con l’art. 3, comma 66, lettera b), della citata legge di delegazione n. 662 del 1996, il quale, sempre ad avviso del giudice rimettente, limita l’esclusione dal diritto alla detrazione «ai soli acquisti di beni e servizi destinati a finalità estranee all’esercizio dell’attività (impresa, arte o professione) per la quale opera l’esenzione, utilizzati esclusivamente per operazioni non soggette all’imposta»; che, in secondo luogo, sarebbe violato anche l’art. 117, primo comma, Cost., perché: a) la disposizione censurata provocherebbe «una distorsione (invertita) della concorrenza rispetto alle imprese commerciali soggette all’IVA, le quali, in ipotesi, eroghino servizi analoghi, potendo recuperare l’IVA pagata sull’acquisto di beni e servizi utilizzati per la loro attività», e, pertanto, si porrebbe in contrasto con il principio di neutralità dell’imposta, affermato sin dalla direttiva n. 67/227/CEE, in forza del quale l’imposta deve ricadere sul consumo in modo proporzionale al prezzo dei beni e servizi, indipendentemente dalle transazioni intervenute nel processo di produzione e distribuzione antecedente; b) le operazioni rientranti nell’esercizio dell’azienda sanitaria, «secondo una costante giurisprudenza, sono operazioni soggette alla normativa IVA, per le quali la direttiva IVA prevede il diritto alla detrazione»; che, in terzo luogo, la suddetta previsione di indetraibilità dell’IVA violerebbe l’art. 3 Cost., perché: a) facendo irragionevolmente gravare l’onere fiscale sul soggetto produttore del servizio e, quindi, sul costo, vanificherebbe la finalità della citata esenzione, intesa a non far gravare sull’utente l’imposta sulla produzione di quello specifico servizio di pubblico interesse; b) non consentendo all’azienda che eroga il servizio sanitario di detrarre l’IVA pagata in rivalsa per l’acquisto di beni e servizi destinati esclusivamente alla prestazione del servizio esente da detta imposta, irragionevolmente contraddirebbe sia il fondamento sia la neutralità dell’imposta stessa, la quale dovrebbe gravare sul consumatore finale e non sull’ente sanitario; c) comporterebbe un’ingiustificata disparità di trattamento tra i soggetti (non gravati dall’IVA) che non ricorrono al mercato per acquistare i beni e servizi utilizzati per erogare la prestazione sanitaria ed i soggetti (gravati, invece, dall’IVA) che ricorrono al mercato per acquistare i suddetti beni e servizi; d) comporterebbe una ingiustificata disparità di trattamento tra, da un lato, i soggetti che (ai sensi del comma 1 dell’art. 19 del d.P.R. n. 633 del 1972) detraggono l’IVA pagata in via di rivalsa per l’acquisto di beni e servizi utilizzati per operazioni rientranti nell’esercizio dell’impresa e non esenti dall’IVA e, dall’altro, i soggetti che (ai sensi del censurato comma 2 del medesimo art. 19) non possono detrarre l’IVA pagata in via di rivalsa per l’acquisto di beni e servizi utilizzati per operazioni esenti dall’IVA rientranti nell’esercizio dell’azienda sanitaria; che, in quarto luogo, infine, il censurato primo periodo del comma 2 dell’art. 19 del d.P.R. n. 633 del 1972 si porrebbe in contrasto anche con l’art. 53 Cost., perché, per «quanto sopra considerato», renderebbe l’imposta «sganciata anche da una manifestazione di capacità contributiva»; che le questioni sono manifestamente inammissibili, per avere il giudice a quo omesso di motivare sulla loro rilevanza e, in particolare, sulla necessità di fare applicazione, nel giudizio principale, della disposizione denunciata; che, infatti, il rimettente si limita ad affermare, al riguardo, che la disposizione censurata costituisce l’unico ostacolo all’accoglimento della domanda, proposta dalla appellante Unità Sanitaria Locale (ULSS), di rimborso dell’IVA sugli acquisti di beni e servizi inerenti alla sua attività sanitaria, esente dall’IVA; che, ad avviso del giudice a quo, l’Unità Sanitaria conduce un’azienda ed esercita un’«impresa» e pertanto, ove non sussistesse il comma 2 dell’art. 19, non sarebbe equiparabile ad un consumatore finale, ma sarebbe, «come soggetto passivo d’imposta, […] legittimata a chiedere il rimborso» dell’IVA pagata in via di rivalsa; che il giudice rimettente, tuttavia, omette di considerare che: a) il non censurato comma quinto, secondo periodo, dell’art. 4 del d.P.R. n. 633 del 1972 stabilisce, tra l’altro, che «non sono considerate attività commerciali: […] le prestazioni sanitarie soggette al pagamento di quote di partecipazione alla spesa sanitaria erogate dalle unità sanitarie locali e dalle aziende ospedaliere del servizio sanitario nazionale»; b) ai sensi dell’art. 1 del d.P.R. n. 633 del 1972, costituiscono operazioni imponibili, ai fini dell’IVA, solo «le cessioni di beni e le prestazioni di servizi effettuate nel territorio dello Stato nell’esercizio di imprese o nell’esercizio di arti e professioni da chiunque effettuate»;