[pronunce]

ORDINANZA ha pronunciato la seguentenel giudizio per conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato sorto a seguito della deliberazione del Senato della Repubblica del 21 dicembre 2007, con la quale, ai sensi dell'art. 68, terzo comma, Cost., è stata negata l'autorizzazione all'utilizzo dei tabulati telefonici nei confronti del sen. Giuseppe Valentino, promosso con ricorso del Giudice delle indagini preliminari del Tribunale di Roma, depositato in cancelleria il 21 febbraio 2008 ed iscritto al n. 4 del registro conflitti tra poteri dello Stato 2008, fase di ammissibilità. Udito nella camera di consiglio del 25 giugno 2008 il Giudice relatore Gaetano Silvestri. Ritenuto che il Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Roma, con ricorso depositato il 21 febbraio 2008, ha sollevato conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato nei confronti del Senato della Repubblica, a seguito della delibera del 21 dicembre 2007 (doc. IV, n. 1), con la quale, in conformità alla proposta adottata all'unanimità dalla Giunta delle elezioni e delle immunità parlamentari, è stata negata l'autorizzazione all'utilizzazione dei tabulati telefonici concernenti l'utenza in uso a Michele Sinibaldi, nella parte relativa ai contatti con l'utenza in uso al senatore Giuseppe Valentino; che, premette il ricorrente, il senatore Valentino è indagato, unitamente a Michele Sinibaldi, per il delitto previsto dall'art. 378 del codice penale, «per avere aiutato Giampiero Fiorani ad eludere le indagini sul medesimo condotte, riferendogli l'esistenza di operazioni di intercettazione telefonica a suo carico, per il tramite di Ricucci Stefano»; che, nell'ambito del predetto procedimento, la Procura della Repubblica presso il Tribunale di Roma, in data 27 luglio 2007, formulava istanza ai sensi degli artt. 268 del codice di procedura penale e 6 della legge 20 giugno 2003, n. 140 (Disposizioni per l'attuazione dell'articolo 68 della Costituzione nonché in materia di processi penali nei confronti delle alte cariche dello Stato), affinché l'odierno ricorrente, previa verifica circa la rilevanza dei tabulati in oggetto, inoltrasse alla Camera di appartenenza la richiesta di autorizzazione all'utilizzo degli stessi nei confronti del parlamentare indagato; che lo stesso ricorrente, con atto del 13 novembre 2007, inviava la richiesta di autorizzazione dopo che, con ordinanza in pari data, assunta all'esito della camera di consiglio, aveva ritenuto necessaria l'utilizzazione dei relativi tabulati; che il Giudice ricorrente richiama l'argomento in base al quale la Giunta delle elezioni e delle immunità parlamentari ha motivato la proposta di diniego dell'autorizzazione, e cioè che, nella relativa richiesta, non si sarebbe dato adeguatamente conto della «necessità di utilizzazione» dei tabulati telefonici, come previsto dall'art. 6 della legge n. 140 del 2003, essendosi l'autorità richiedente limitata ad evidenziare il profilo della pertinenza dei predetti tabulati rispetto al fatto oggetto del procedimento; che nel ricorso è richiamato l'ulteriore argomento della Relazione della Giunta secondo cui la motivazione della richiesta, calibrata sul parametro della «mera pertinenza» dei tabulati alle risultanze delle indagini in corso, non avrebbe consentito all'organo parlamentare di «individuare un collegamento inequivoco con i fatti oggetto del procedimento, ben potendo detta deduzione, tra l'altro, essere agevolmente superata dalla allegata molteplicità e frequenza dei contatti, anche quotidiani, tra i soggetti coinvolti»; che, in riferimento alla previsione contenuta nell'art. 6 della legge n. 140 del 2003, il ricorrente evidenzia la peculiarità dei tabulati telefonici, i quali si limitano a documentare i contatti intercorsi tra utenze, e non anche il contenuto delle relative comunicazioni, sicché la valutazione circa la rilevanza degli stessi, richiesta dalla norma citata, non potrebbe che essere basata sulla verifica della «pertinenza» alle indagini in corso, ponendosi ogni diversa interpretazione in contrasto con il principio dell'obbligatorietà dell'azione penale; che, nel caso di specie, la ritenuta necessità dell'utilizzazione dei tabulati conseguirebbe alla verifica che l'ipotesi investigativa, secondo la quale il senatore Valentino sarebbe l'autore della divulgazione di notizie riservate in favore di Giampiero Fiorani, per il tramite di Michele Sinibaldi e Stefano Ricucci, avrebbe trovato parziale riscontro nelle dichiarazioni rese dal citato Fiorani nel corso dell'interrogatorio svoltosi il 17 maggio 2005 davanti al giudice per le indagini preliminari presso il Tribunale di Milano; che, di conseguenza, la delibera del Senato della Repubblica risulterebbe assunta nell'ambito di valutazioni che trascendono i limiti del sindacato previsto dall'art. 68, terzo comma, Cost., in quanto inerenti alla necessità dell'acquisizione probatoria dei tabulati telefonici, che l'art. 6, comma 2, della legge n. 140 del 2003 attribuirebbe in via esclusiva al giudice penale, con conseguente invasione della sfera di attribuzioni riservata all'autorità giudiziaria dagli artt. 101 e 104 Cost.; che, infatti, all'organo parlamentare spettava di valutare se la richiesta di autorizzazione denotasse un intento persecutorio nei confronti del senatore Valentino, ovvero una indebita (in quanto immotivata) ingerenza nella sua sfera privata, o, ancora, se l'intero procedimento a suo carico costituisse il pretesto per esercitare un indiretto condizionamento sull'esercizio del mandato parlamentare; che, al contrario, la delibera del Senato avrebbe espresso valutazioni inerenti alla «necessità dell'acquisizione probatoria, rappresentata dai tabulati già presenti agli atti, in rapporto allo sviluppo attuale del procedimento ed alle sue prospettive future», cioè avrebbe deciso in merito alla «gestione processuale di una prova già formata», con conseguente illegittima interferenza sull'andamento del procedimento; che, a tale ultimo proposito, il ricorrente richiama la sentenza della Corte costituzionale n. 26 del 2008, nella quale è ribadito il principio già affermato nella sentenza n. 13 del 1975, secondo cui «il normale corso della giustizia […] non può essere paralizzato a mera discrezione degli organi parlamentari, potendo e dovendo arrestarsi unicamente nel momento in cui l'esercizio di questa verrebbe illegittimamente ad incidere su fatti soggettivamente ed oggettivamente ad essa sottratti e in ordine ai quali sia stata ritenuta la competenza degli organi parlamentari»; che, infine, il ricorrente evidenzia come la portata invasiva della delibera parlamentare non risulterebbe attenuata dalla già richiamata sentenza della Corte costituzionale n. 390 del 2007, che ha dichiarato l'illegittimità costituzionale dell'art. 6, commi 2, 5 e 6, della legge n. 140 del 2003 «nella parte in cui stabilisce che la disciplina ivi prevista si applichi anche nei casi in cui le intercettazioni debbano essere utilizzate nei confronti di soggetti diversi dal membro del Parlamento, le cui conversazioni o comunicazioni sono state intercettate»;