[pronunce]

Il limite alla potestà legislativa primaria delle Regioni sarebbe quindi imposto in virtù degli obblighi di salvaguardia di standard uniformi di tutela dei beni primari. 5.4. - Secondo il resistente la Regione ritiene non necessaria un'autorizzazione regionale formale, come richiesta invece nelle censurate norme statali per l'utilizzazione di queste acque, in base ad un'errata lettura dell'Allegato II della direttiva 2009/54/CE. La Regione richiama nel ricorso la disciplina dettata all'art. 41 della legge reg. Toscana n. 38 del 2004, ove si prevede che l'avvio di un'attività di utilizzazione dell'acqua minerale naturale di sorgente sia assoggettato ad una DIA, presentata al Comune, attestante il possesso dei requisiti previsti all'art. 42 e dal regolamento (CE) n. 853/2004, e che l'attività possa essere avviata dalla data di ricevimento della dichiarazione. Secondo la difesa erariale questa normativa regionale sarebbe incompatibile con quella statale contenuta nel d.lgs. n. 176 del 2011, che realizza l'attuazione della direttiva n. 2009/54/CE, riprendendo interamente la disciplina previgente di cui al d.lgs. n. 105 del 1992 e del d.lgs. n. 339 del 1999, a loro volta attuativi delle direttive n. 80/777/CEE e n. 96/70/CE, uniche fonti di riferimento per la disciplina delle acque di sorgente e minerali a livello nazionale e comunitario. La previsione del rigoroso regime dell'autorizzazione formale all'utilizzazione delle acque minerali naturali, nonché all'immissione in commercio delle acque di sorgente ai sensi degli artt. 6 e 7, comma 1, 22 e 23, comma 1, del d.lgs. n. 176 del 2011, oggetto di censura, costituirebbe pertanto adempimento di un preciso vincolo comunitario che escluderebbe margini di discrezionalità, ponendosi a tutela di valori assoluti e primari quali l'ambiente e la salute, che imporrebbero di dettare una disciplina uniforme valevole su tutto il territorio nazionale. Sarebbe pertanto infondato il rilievo regionale per cui la direttiva comunitaria non prevedrebbe il necessario preventivo accertamento della sussistenza dei requisiti propri delle acque minerali naturali ai fini del rilascio dell'autorizzazione all'utilizzazione. E tale tesi sarebbe vieppiù smentita dall'Allegato II della direttiva 2009/54/CE. Secondo il resistente la Regione oblitererebbe la lettura del punto 4 dell'Allegato II della direttiva, ai sensi del quale: «l'autorità responsabile del paese di origine procede periodicamente a controlli: a) della conformità dell'acqua minerale naturale, di cui sia autorizzata l'utilizzazione della sorgente, alle disposizioni dell'Allegato I, parte I». Dalla corretta analisi di quest'ultima disposizione emergerebbe all'evidenza che il richiamo operato dal legislatore comunitario al punto I dell'Allegato II al «previo accertamento della sua conformità ai criteri di cui all'All. I parte I» sarebbe da interpretarsi nel senso che l'autorizzazione all'utilizzazione non possa essere rilasciata automaticamente, ogni qual volta l'acqua sia stata riconosciuta quale acqua minerale naturale o di sorgente, ma che al contrario, nonostante l'avvenuto riconoscimento, ciò possa avvenire esclusivamente previo accertamento dell'attuale sussistenza della conformità dell'acqua ai criteri previsti dalla legge per il rilascio della qualificazione. Tale interpretazione sarebbe confermata anche dalla lettura del quinto Considerando, per cui «le norme in materia di acque minerali naturali perseguono l'obiettivo prioritario di proteggere la salute del consumatore», obiettivo che si realizzerebbe pienamente solo attraverso un sistema autorizzativo preventivo, laddove la DIA o la SCIA, in una materia come quella delle acque minerali naturali o di sorgente destinate all'alimentazione umana, non potrebbero garantire la piena ed effettiva tutela della salute del consumatore, comportando il rischio di immettere in libera circolazione acque non conformi a legge, nel caso in cui dopo il riconoscimento statale, per una qualunque ragione, la fonte stessa sia pervasa da un agente inquinante. D'altra parte la proposta di inserimento in sede di Conferenza Stato-Regioni di un sistema di SCIA ai sensi dell'art. 19 della legge 7 agosto 1990, n. 241 (Nuove norme in materia di procedimento amministrativo e di diritto di accesso ai documenti amministrativi), come quello adottato dalla Regione ricorrente (art. 41 della legge reg. Toscana n. 38 del 2004), in luogo del regime di autorizzazione, non è stata recepita in quanto comportante l'eliminazione della fase di controllo della conformità ai criteri richiesti dalla direttiva europea che si sarebbe tradotto in carente recepimento. Alla luce delle osservazioni svolte emergerebbe, secondo il resistente, l'infondatezza dell'avversa censura di incostituzionalità degli artt. 6, 7 comma 1, 22 e 23 del d.lgs. n. 176 del 2011. 5.5. - Rileva il Presidente del Consiglio che secondo l'interpretazione accolta dalla Corte costituzionale nelle sentenze n. 79 del 2011 e n. 303 del 2003, il principio di sussidiarietà stabilito dall'art. 118 Cost. allo scopo di sovrintendere alla distribuzione delle funzioni amministrative fra Stato, Regioni, Città metropolitane, Province e Comuni si espande a livello legislativo, nel senso che, tendendo tale principio ad una migliore distribuzione delle competenze tra Stato e Regioni, la sua effettiva attuazione postula l'assorbimento della competenza legislativa regionale in capo allo Stato ogni qual volta sussistano esigenze di unitarietà dell'ordinamento nazionale. Ne deriverebbe che la disciplina statale uniforme prevista dal d.lgs. n. 176 del 2011 vada considerata strettamente necessaria, sia perché di attuazione comunitaria, sia perché una diversa normativa regionale in materia di requisiti necessari al rilascio delle autorizzazioni per l'utilizzazione delle acque comporterebbe una disparità di trattamento tra gli utilizzatori, in violazione del principio costituzionale di uguaglianza, in ragione di un diverso livello di tutela del diritto alla salute e di tutela dell'ambiente. La direttiva 2009/54/CE del Parlamento europeo e del Consiglio sull'utilizzazione e la commercializzazione delle acque minerali naturali, di cui il d.lgs. n. 176 del 2011 costituisce attuazione, individuerebbe infatti quale suo obiettivo primario quello della libera circolazione delle acque minerali naturali e di sorgente all'interno del mercato unico, da raggiungersi attraverso il riavvicinamento della normativa dei diversi Stati membri in materia. Pertanto l'individuazione di una disciplina uniforme dei requisiti per il rilascio dell'autorizzazione all'utilizzazione delle acque non costituirebbe una scelta irragionevole del legislatore nazionale, dovendosi al contrario ritenere l'unico strumento utilizzabile, in ossequio al disposto comunitario, per il raggiungimento degli scopi perseguiti, ossia la tutela dell'ambiente, della salute, dell'uguaglianza, intesa come diritto all'utilizzazione delle acque a pari condizioni per tutti gli utilizzatori, della libera circolazione delle merci sul suolo nazionale ed europeo. 6.