[pronunce]

ripugna ai principî che sorreggono il nostro ordinamento l'idea stessa che una persona, per un medesimo fatto, possa espiare la pena due volte, seppure in Stati diversi. L'art. 138 cod. pen. dispone infatti che quando il giudizio celebrato all'estero è rinnovato nello Stato la pena scontata all'estero è sempre computata tenendo conto della specie di essa. In sede di riparazione per la detenzione che si assume ingiustamente sofferta per duplicazione della pena è assorbente l'accertamento della identità del fatto e dell'avvenuta espiazione, proprio per quel fatto, di una pena detentiva. Ma una volta che tale accertamento vi sia stato e abbia dato esito positivo, non è di ostacolo all'applicazione dell'art. 314 cod. proc. pen. - che a seguito della sentenza n. 310 del 1996 di questa Corte comprende anche le ipotesi di detenzione subita sulla base di un ordine di esecuzione erroneo - la circostanza che, nel momento dell'adozione dell'ordine di esecuzione, la sussistenza di fatti che lo proibivano o che avrebbero dovuto indurre alla riduzione della pena da scontare fosse ignota. Non è questo l'ambito sul quale il giudice della riparazione deve portare la sua cognizione. Egli è soltanto tenuto a verificare, con valutazione ex post, se la pena indicata nell'ordine di esecuzione non fosse già stata espiata, in tutto o in parte, all'estero, e ciò proprio perché in tale caso quella pena, sin dall'inizio, non poteva essere posta in esecuzione nella sua interezza. Il fenomeno della illegittimità sopravvenuta, entro il quale il remittente vorrebbe inquadrare la vicenda, non assume, di regola, alcun rilievo ai fini dell'equa riparazione. Anche un ordine di esecuzione subiettivamente legittimo nel momento in cui è stato adottato risulta obiettivamente contra jus se successivamente si accerta che la pena in tutto o in parte era già stata espiata. La portata prescrittiva dell'art. 138 cod. pen. è nel senso che quella pena deve essere necessariamente conteggiata nell'ordine di carcerazione, sicché, quali che siano le ragioni che hanno impedito un computo tempestivo, la violazione della norma resta e, con essa, il vulnus alla libertà personale. Questa Corte ha, del resto, già chiarito che il riconoscimento del diritto all'equo indennizzo non è precluso dalla legittimità del provvedimento che determina la privazione della libertà personale, né richiede che la detenzione sia conseguenza di una condotta illecita. Ciò che rileva è l'obiettiva ingiustizia di quella privazione che, per la qualità del bene coinvolto, postula una misura riparatoria (sentenza n. 446 del 1997). 3. - In conclusione, la fattispecie su cui il remittente è chiamato a pronunciarsi rientra appieno nella sfera applicativa dell'art. 314 cod. proc. pen. , in forza di quanto già statuito da questa Corte con la sentenza n. 310 del 1996, che ha esteso alle ipotesi di ordine di esecuzione erroneo il diritto alla riparazione della ingiusta detenzione.. per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE dichiara non fondata la questione di legittimità costituzionale dell'articolo 314 del codice di procedura penale, sollevata, in riferimento agli articoli 3 e 24 della Costituzione, dalla Corte d'appello di Palermo, con l'ordinanza indicata in epigrafe. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 10 luglio 2003. F.to: Riccardo CHIEPPA, Presidente Carlo MEZZANOTTE, Redattore Giuseppe DI PAOLA, Cancelliere Depositata in Cancelleria il 30 luglio 2003. Il Direttore della Cancelleria F.to: DI PAOLA