[pronunce]

il legislatore, per evitare sperequazioni, avrebbe potuto prevedere un più ampio numero di coefficienti di moltiplicazione ovvero disporre che gli aumenti avrebbero dovuto essere proporzionali al reddito; che irragionevolmente, secondo il giudice a quo il legislatore avrebbe poi ancorato tutte le modificazioni al reddito percepito dal nucleo familiare nel 1993, senza attribuire alcun rilievo alle eventuali successive modificazioni di tale reddito; che una ulteriore violazione del principio di eguaglianza, ad avviso del Tribunale di Ancona, consisterebbe nel fatto che l'art. 20 della legge 8 maggio 1998, n. 146, solo per i conduttori di immobili di proprietà pubblica che siano dipendenti pubblici ha, a far data dal 1 gennaio 1994, interamente assoggettato la regolamentazione del rapporto locativo alle disposizioni dalla legge 27 luglio 1978, n. 392; che l'art. 32 della legge n. 724 del 1994, ad avviso del remittente, violerebbe anche i principi di imparzialità e buon andamento della pubblica amministrazione, di cui all'art. 97, primo comma, della Costituzione, in quanto dalla sua applicazione deriverebbero effetti non coerenti rispetto alla finalità perseguita dal legislatore di assicurare una adeguata redditività del patrimonio immobiliare pubblico; che, infine, secondo il remittente, anche l'art. 5, comma 7-bis del decreto-legge n. 415 del 1995, convertito dalla legge n. 507 del 1995, violerebbe l'art. 3 della Costituzione per la disparità di trattamento che esso introdurrebbe tra conduttori di immobili di proprietà dello Stato e conduttori di immobili titolari di un rapporto intercorrente con privati, giacché gli aggiornamenti del canone, come rideterminato nel 1995, andrebbero computati, per i soli immobili pubblici, in base all'intera variazione ISTAT dei prezzi al consumo, mentre la legge sull'equo canone esclude il recupero integrale; che si è costituita la parte privata e ha concluso per l'accoglimento della questione; che è intervenuto nel presente giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, e ha chiesto che le questioni di legittimità costituzionale sollevate dal Tribunale di Ancona vengano dichiarate non fondate. Considerato che viene all'esame di questa Corte l'art. 32 della legge 23 dicembre 1994, n. 724, il quale, secondo il Tribunale di Ancona, nello stabilire per gli immobili appartenenti al demanio e al patrimonio dello Stato destinati ad uso abitativo la rivalutazione del canone di locazione rapportata al reddito complessivo del nucleo familiare del conduttore nell'anno di imposta 1993, contrasterebbe con l'art. 3 della Costituzione sotto vari profili e con il principio di buon andamento della pubblica amministrazione; che la censura riguarda anche l'art. 5, comma 7-bis del decreto-legge 2 ottobre 1995, n. 415, convertito con modificazioni, dalla legge 29 novembre 1995, n. 507, poiché, in contrasto con l'art. 3 della Costituzione, solo per gli immobili di proprietà dello Stato dispone l'aggiornamento dei canoni in base all'intera variazione dell'indice dei prezzi al consumo accertata dall'Istituto centrale di statistica (ISTAT), anziché limitarla al settantacinque per cento come previsto dalla legge sull'equo canone; che, preliminarmente all'esame del merito, occorre rilevare che le anzidette questioni sono state sollevate nel corso di un procedimento di convalida di sfratto per morosità, nel quale risultava non controverso il fatto che la conduttrice aveva smesso di corrispondere i canoni di locazione e da lungo tempo godeva dell'immobile senza versare all'amministrazione statale locatrice alcun corrispettivo; che secondo il consolidato orientamento della giurisprudenza di legittimità, anche nelle ipotesi in cui il canone sia determinato ex lege, la sospensione del pagamento da parte del conduttore, costituisce un fatto arbitrario, idoneo a determinare di per sé la risoluzione per inadempimento; che, nella descritta situazione, la rilevanza della questione è motivata in maniera del tutto insufficiente, poiché il remittente non avrebbe potuto ignorare, come invece ha fatto, quel consolidato orientamento giurisprudenziale ed avrebbe quanto meno dovuto esporre le ragioni che lo inducevano a discostarsene; che pertanto le questioni devono essere dichiarate manifestamente inammissibili.. . per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE Dichiara la manifesta inammissibilità delle questioni di legittimità costituzionale dell'art. 32, commi 1, 2 e 4, della legge 23 dicembre 1994, n. 724 (Misure di razionalizzazione della finanza pubblica) e dell'art. 5, comma 7-bis del decreto-legge 2 ottobre 1995, n. 415 (Proroga di termini a favore dei soggetti residenti nelle zone colpite dagli eventi alluvionali del novembre 1994 e disposizioni integrative del decreto-legge 23 febbraio 1995, n. 41, convertito, con modificazioni, dalla legge 22 marzo 1995, n. 85), convertito, con modificazioni, dalla legge 29 novembre 1995, n. 507, sollevate, in riferimento agli artt. 3 e 97 della Costituzione, dal Tribunale di Ancona, in composizione monocratica, con l'ordinanza indicata in epigrafe. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 25 febbraio 2002. Il Presidente: Ruperto Il redattore: Mezzanotte Il cancelliere: Di Paola Depositata in cancelleria il 6 marzo 2002. Il direttore della cancelleria: Di Paola