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E ciò perché compito del giudice dell'esecuzione, cui spetta il controllo sulla legalità del titolo esecutivo formatosi nell'ordinamento interno, è quello di valutare la validità del titolo detentivo, anche alla luce di quelle sopravvenienze (come ad esempio la sentenza della Corte europea), che gli potrebbero consentire di escludere la conformità all'articolo 13 della Costituzione di uno stato di detenzione che consegua ad un processo, sia pur in parte, non conforme ai princìpi di equità fissati dall'articolo 6 della CEDU. Anche la Corte di cassazione (Dorigo, sentenza del 1º dicembre 2006) ha sostenuto che «( ... ) la prolungata inerzia dell'Italia corrisponde alla trasgressione dell'obbligo previsto dall'articolo 46 della Convenzione di conformarsi alla sentenza definitiva della Corte europea e, quindi, costituisce una condotta dello Stato italiano qualificabile come flagrante diniego di giustizia». Nella medesima decisione la Corte di cassazione, nel sostenere l'illegittimità del titolo detentivo, perché sorretto da un processo iniquo, ha osservato come il diritto al nuovo processo sia stato riconosciuto al signor Dorigo dalla Corte europea in relazione ad una essenziale garanzia dell'imputato (quella di «interrogare o fare interrogare i testimoni a carico») e che la violazione è stata reputata di determinante influenza sull'esito del giudizio. È stato pertanto fissato il seguente principio di diritto: «Il giudice dell'esecuzione deve dichiarare, a norma dell'articolo 670 del codice di procedura penale, l'ineseguibilità del giudicato, quando la Corte europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali abbia accertato che la condanna è stata pronunciata per effetto della violazione delle regole sul processo equo sancite dall'articolo 6 della Convenzione europea e abbia riconosciuto il diritto del condannato alla rinnovazione del giudizio, anche se il legislatore abbia omesso di introdurre nell'ordinamento il mezzo idoneo ad instaurare il nuovo processo». Tale orientamento, tuttavia, se verrà in prosieguo condiviso da altri giudici dell'esecuzione, è in grado di determinare un'anomala conseguenza: la pendenza di un processo che vanamente attenderà di essere rinnovato, pur in parte, nell'inesistenza di un meccanismo legislativo che assicuri in concreto tale obbligo, a fronte dell'accoglimento dell'istanza di sospensione dell'esecuzione. Occorre, pertanto, interrompere il «corto circuito» che si è venuto a creare e introdurre un nuovo mezzo dì impugnazione che consenta all'organo giudicante nazionale chiamato ad intervenire non solo di valutare la possibilità di ripetizione del processo (ovvero di una parte di esso, limitatamente agli atti peri quali è stata accertata la violazione), ma anche di decidere sulla sospensione dell'esecuzione: di qui la presente iniziativa legislativa. L'architrave del disegno di legge è costituito dalla concentrazione della funzione di filtro dell'ammissibilità dello strumento straordinario della revisione in capo alla Suprema Corte di cassazione. Del resto, già altri due Stati dell'Unione europea hanno optato per tale soluzione. Si tratta della Francia e del Belgio. La Francia ha adottato la legge 2000-516 del 15 giugno 2000 ed ha attribuito alla Corte di cassazione il compito di valutare l'ammissibilità dell'istanza di riapertura del processo a seguito della decisione della Corte di Strasburgo che ha constatato l'iniquità del processo. In particolare, è prevista una Commission de réexamen , composta da sette magistrati della Corte di cassazione, chiamata a valutare l'ammissibilità dell'istanza di revisione, quando la Corte europea dei diritti dell'uomo ritenga che una sentenza irrevocabile di condanna penale sia stata emessa in violazione delle regole della CEDU sul giusto processo e, quindi, comporti per natura e gravità conseguenze dannose alle quali l'equa soddisfazione non possa porre rimedio ed esista un nesso di causalità fra tali conseguenze e la violazione delle regole. La domanda di riesame deve essere presentata, entro un anno dalla pronuncia, dal Ministro della giustizia, dal condannato (o dal legale rappresentante o dagli aventi diritto) ovvero dal Procuratore generale presso la Cassazione. La Commission , che può sospendere in qualsiasi momento l'esecuzione della condanna, su 27 richieste presentate ne ha inviate a riesame 10, riconoscendo la possibilità della revisione in occasione della violazione del diritto alla difesa (caso Hakkar, 2000); in violazione del diritto ad essere giudicati da un giudice imparziale (caso Remli, 2001); in violazione del diritto alla difesa di un avvocato (caso Van Pelt, 2002); in violazione del diritto di ricorso in Cassazione (caso Cheniti, Hasane e Kamel Omar, 2002); in violazione del diritto ad un giudizio equo in Cassazione (caso Slimane Kald 2002). La legge belga risale al 1º aprile 2007. Essa prevede la riapertura dei procedimenti penali giudicati iniqui dalla Corte europea. La legge, intitolata « Loi modifiant le Code d'instruction criminelle en vue de la réouverture de la procédure en matière pénale », è entrata in vigore il 1º dicembre 2007 ed è applicabile anche ai casi pregressi. Si prevede che, in presenza di una sentenza definitiva della Corte europea dei diritti dell'uomo che ha constatato una violazione alla relativa convenzione, può essere chiesta la riapertura della procedura che ha condotto alla condanna del ricorrente o alla condanna di un'altra persona per lo stesso fatto e fondata sugli stessi mezzi di prova. La domanda, che può essere presentata anche dal pubblico ministero, deve essere depositata entro sei mesi dalla data in cui è divenuta definitiva la sentenza della Corte europea ed è valutata dalla Corte di cassazione. La legge prevede che sia disposta la riapertura allorquando venga accertato che «la decisione impugnata è contraria nel merito alla convenzione europea o quando la violazione constatata dalla Corte europea è la conseguenza di errori di procedura cosi gravi da rendere serio il dubbio sui risultati della stessa procedura, e il condannato continui a soffrire per le conseguenze negative molto gravi che solo una riapertura può riparare». La Corte di cassazione o annulla la sua precedente decisione, emettendo una nuova pronunzia, o rinvia il caso alla giurisdizione di merito, qualora sia stata giudicata non equa la procedura o la sentenza di merito. Le esperienze riportate costituiscono una tendenza ormai consolidata, rispondente al fine comune di rendere effettiva la tutela del singolo, ma anche di uniformare le procedure interne. Di qui la necessità del presente disegno di legge e l'opportunità della scelta di affidare alla Corte di cassazione la funzione di filtro. L'intervento legislativo mira a modificare, attraverso la tecnica della novellazione, il codice di procedura penale, inserendo con l'articolo 1, nel libro nono, dopo il titolo IV, il titolo IV- bis e una serie di disposizioni dopo l'articolo 647 del codice di procedura penale.