[pronunce]

principio teso a conferire il massimo rilievo alle collettività locali, e particolarmente a quelle regionali (è citata la sentenza n. 365 del 1990). In tale cornice, la dedotta violazione dell'art. 3 Cost. si rivelerebbe insussistente, in quanto il principio di eguaglianza andrebbe coordinato con i principi di sussidiarietà, differenziazione e adeguatezza, sanciti all'art. 118, primo comma, Cost. Altrettanto dovrebbe dirsi con riguardo alla denunciata lesione dell'art. 5 Cost., che lo Stato avrebbe invocato menzionando una parte soltanto del suo contenuto - vale a dire la qualificazione della Repubblica come «una e indivisibile» - tacendo della successiva espressione «riconosce e promuove le autonomie locali», che afferma il principio del pluralismo. Quanto, poi, all'asserita violazione dell'art. 117, secondo comma, lettera g), Cost., la resistente osserva come l'ordinamento e l'organizzazione amministrativa dello Stato - che la disposizione evocata assegna alla competenza legislativa esclusiva dello Stato - siano cosa ben diversa dall'ordinamento della Repubblica. Prevedendo, con la legge censurata, l'obbligo di esporre la bandiera regionale all'esterno di edifici statali e in ulteriori circostanze, nonché ogni qualvolta sia esposta la bandiera della Repubblica o dell'Unione europea, la Regione Veneto avrebbe inteso abbinare i principi costituzionali di unità e indivisibilità della Repubblica al principio - egualmente degno - del «pluralismo autonomistico». L'ordine formale delle competenze, di cui all'art. 117 Cost., non sarebbe al riguardo risolutivo, dovendo essere valutato in correlazione al disposto dell'art. 114 Cost. e al principio di leale collaborazione, considerato il ruolo assegnato alle Regioni, definite dalla Corte costituzionale, nella citata sentenza n. 365 del 1990, come «soggetti reali del nostro ordinamento (che risulta unitariamente dalla loro molteplicità), punti sicuri di riferimento della sua consistenza democratica». La legge n. 22 del 1998, richiamata dal ricorrente, non detterebbe, a sua volta, una disciplina generale e inderogabile in ordine all'esposizione di qualsiasi bandiera all'esterno di organismi di diritto pubblico, ma si limiterebbe a individuare in modo uniforme le sedi degli organi tenuti ad esporre la bandiera nazionale e quella della Unione europea, affidando ad ulteriori norme di attuazione, statali e regionali, il compito di introdurre una disciplina più circostanziata, nonché previsioni di carattere integrativo. La normativa regionale impugnata non inciderebbe sugli aspetti regolati dalla citata legge statale, ma si limiterebbe ad integrarla, garantendo, in ogni caso di esposizione della bandiera regionale, la prioritaria dignità della bandiera nazionale. Si tratterebbe, quindi, di «una volontà di addizione e non di sottrazione; di integrazione e non di divisione». L'esposizione della bandiera veneta all'esterno degli edifici che ospitano le prefetture e gli uffici periferici dell'amministrazione statale mirerebbe, in particolare, ad esaltare il raccordo tra tali uffici e la realtà territoriale in cui operano, realizzando «quell'istanza di sintesi della pluralità in una unità che non cancelli, ma piuttosto salvaguardi le differenze»: istanza non dissimile, peraltro, da quella che giustifica l'accostamento della bandiera nazionale alla bandiera dell'Unione europea nelle sedi dei massimi organi dello Stato. 2.2.- Le medesime considerazioni sarebbero riferibili anche alla norma, di natura accessoria, relativa alle sanzioni, recata dall'art. 8, comma 1, della legge reg. Veneto n. 28 del 2017. 2.3.- La resistente contesta, infine, la sussistenza dei presupposti per la sospensione dell'efficacia delle disposizioni impugnate, sottolineando, in ogni caso, come la legge reg. Veneto n. 28 del 2017 sia rimasta inattuata, «sia perché le autorità statali periferiche attendono di sapere dai loro superiori come comportarsi, sia perché la Regione del Veneto attende a sua volta [...] la decisione [della] Corte». 3.- In prossimità dell'udienza pubblica, il Presidente del Consiglio dei ministri ha depositato una memoria, con la quale ha replicato agli argomenti difensivi della Regione, insistendo per l'accoglimento delle questioni. Quanto all'assunto della resistente, secondo il quale la normativa censurata troverebbe il proprio fondamento nel principio di riconoscimento e promozione delle autonomie locali, affermato dall'art. 5 Cost., sarebbe agevole obiettare che lo Stato non ha mai inteso contestare la potestà delle Regioni di disciplinare l'uso e le modalità di esposizione delle proprie bandiere e, amplius, dei propri simboli ufficiali. È stato contestato, invece, il potere delle Regioni, per un verso, di imporre l'esposizione della loro bandiera su edifici e beni mobili - quali le imbarcazioni - non di pertinenza regionale; per altro verso, di disciplinare, direttamente o indirettamente, l'uso e le modalità di esposizione della bandiera italiana - simbolo dell'unità nazionale - prescrivendo obblighi di esposizione congiunta dei vessilli. L'ulteriore affermazione della difesa regionale, stando alla quale il principio di cui all'art. 3 Cost. andrebbe letto in connessione con i principi di sussidiarietà, differenziazione e adeguatezza, enunciati dall'art. 118 Cost., risulterebbe inconferente rispetto alla censura formulata in rapporto al primo di tali parametri, intesa a porre in evidenza la palese irrazionalità di una disciplina che omologa situazioni ictu oculi diverse. Quanto, infine, alla lamentata violazione dell'art. 117, secondo comma, lettera g), Cost., la tesi difensiva della Regione - per cui l'«ordinamento e organizzazione amministrativa dello Stato e degli enti pubblici nazionali» sarebbe cosa diversa dall'ordinamento della Repubblica - risulterebbe smentita dalla giurisprudenza costituzionale, la quale ha avuto modo di chiarire come le Regioni non siano abilitate ad imporre nuovi compiti od obblighi ai titolari di uffici statali, pena la violazione del parametro evocato. Nella specie, di contro, prescrivendo l'esposizione della bandiera veneta all'esterno di edifici sedi di uffici pubblici statali e di organismi ed enti pubblici statali e nazionali, nonché sulle imbarcazioni di questi ultimi, la Regione Veneto avrebbe automaticamente gravato del relativo obbligo i titolari di quegli organi e uffici, assoggettandoli altresì alle sanzioni previste per i casi di inadempienza. Contrariamente a quanto sostiene la resistente, l'ordine delle competenze stabilito dall'art. 117 Cost. sarebbe decisivo al fine di escludere ogni possibilità di intervento delle Regioni nella materia considerata, o, meglio, di circoscrivere tale intervento nei limiti fissati dalle leggi dello Stato.