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Ho vissuto il Consiglio superiore durante gli anni del terrorismo e il presidente La Russa ricorderà che abbiamo combattuto la lotta al terrorismo senza leggi speciali, introducendo solo un'aggravante nel nostro ordinamento; eppure abbiamo vinto, perché non è possibile pensare di alterare gli equilibri costituzionali per raggiungere un determinato scopo. Lo scopo è estraneo alla giustizia: nessun giudice si porrà mai il problema di qual è il risultato o a cosa deve tendere il suo giudizio, che si basa sull'equilibrio, sul rispetto dei diritti e su quello che si è detto oggi, che ha richiamato la collega Rossomando. L'affermazione di un diritto è l'affermazione di qualcosa che evita che sia pretermesso o negato da altri: è questa la grande sfida di uno Stato democratico. In uno Stato che non è democratico, certo, quei sistemi si raggiungono e in quei sistemi mettiamo dentro di nuovo, ma non è così. Dobbiamo fare una battaglia che è perdente, per un certo periodo, ma poi diventerà vincente e deve mirare sempre all'eguaglianza e alla non previsione, al non sospetto e alla non affermazione del diritto del sospetto. Vado alla conclusione. Ora, stiamo svolgendo la discussione generale sapendo che già è prevista l'apposizione della fiducia, ed tutto è un po' alterato, ma voglio dire solo una cosa: cerchiamo di ricostruire lo stato della giustizia, eliminando i processi da remoto e garantendo la camera di consiglio in un solo contesto, perché è l'unico strumento di verifica effettiva. Il processo telematico è quello che garantisce l'accelerazione; ma, quando c'è da valutare un tizio o sentire un testimone - e il presidente La Russa ci potrà dire quanto il controesame nell'aula di udienza abbia determinato molte volte il raggiungimento della verità - è per questa ragione che... (Il microfono si disattiva automaticamente) . Ma tutti i sistemi di ADR (Alternative dispute resolution) - li privilegio, perché possono accelerare i tempi della giustizia - non sono condivisi dai cittadini. Provate a verificare con i cittadini se condividono tutti quei sistemi di ADR oppure preferiscono un anno o sei mesi in più, e avere un giudice che dia loro una sentenza. (Applausi). PRESIDENTE . Mi veniva in mente - essendo il senatore Caliendo magistrato, prima di essere parlamentare, ed essendo io avvocato - che di solito erano i magistrati, quando facevo le arringhe, a farmi un gesto con la mano per invitarmi a concludere: mi è venuto da ridere al pensiero che adesso sia toccato a me farlo a un magistrato. (Ilarità) . È iscritta a parlare la senatrice Stefani. Ne ha facoltà. STEFANI (L-SP-PSd'Az) . Signor Presidente, siamo forse all'ultimo atto della tragedia della giustizia al tempo del coronavirus. Forse, potrebbe essere una commedia se si potesse ridere su quanto accaduto alla giustizia e allo Stato in questi ultimi mesi. Un ultimo atto di una sequenza che parte con i noti decreti che, coperti dall'eleganza dei modi del presidente Conte, hanno quasi in sordina violato in un solo colpo tutti i presupposti per l'emanazione di decreti-legge, la gerarchia delle fonti, i diritti costituzionali e la funzione stessa del Parlamento. Abbiamo visto trasformare un'emergenza pandemica in una sorta di stato di eccezione, un istituto che è sconosciuto alla nostra Carta costituzionale. E se l'eccezione nel momento della paura ha giustificato i modi e le azioni, ora quell'eccezione solleva dei dubbi sull'esistenza stessa della necessità e dubbi e perplessità se questa eccezione possa permanere e sopravvivere alla paura diventando legge e diventando una procedura e una nuova regola. Occorre riconoscere, per quanto qui ci compete in materia di giustizia, che le norme inserite nei vari decreti adottati in questo periodo sono riuscite veramente d' un colpo a cancellare il rito processuale penale, l'unità di tempo, di luogo e di azione nel giudizio penale, i principi di oralità, di immediatezza e di concentrazione, i canoni del giusto processo, il diritto di difesa e il principio della inviolabilità della libertà personale. Se il processo a distanza ha trovato posto in questo panorama confuso di norme e di concetti, occorre pensare se questo ora ha trovato una dimora stabile nel nostro ordinamento. La preoccupazione è che in Italia tutto ciò che è provvisorio diventa definitivo, e vediamo se questa normativa emergenziale sarà limitata all'emergenza o se produrrà contraccolpi e incrinature nel nostro sistema e nel nostro ordinamento. Il problema è che nessuno si è veramente scandalizzato per questo modo di procedere, dei rinvii delle udienze, della sospensione della prescrizione e della funzione giurisdizionale. Gli affanni protocollari di cui ciascun ufficio giudiziario si è fatto pesantemente carico sono restati alla fine un onere per gli avvocati, per i magistrati, per il personale di cancelleria. Onorevoli colleghi, quando si paralizza il sistema della giustizia, si nega la giustizia ai cittadini. (Applausi). Il problema è che il sistema giudiziario si è paralizzato e che dove si è mosso ha creato danni. Ci sono state terribili rivolte in carcere che, a detta di alcuni attenti osservatori, non si ritrovano nemmeno nella storia della Colombia. A quegli episodi non si è risposto con fermezza e determinazione, ma con un provvedimento svuota-carceri che costituisce, tra l'altro, un precedente pericoloso. Se fosse stato fermo, forse sarebbe stato meglio. In questa pesante tragedia della giustizia vi è anche un altro passaggio. Il problema degli italiani è che dimenticano. Vi è stato un contraddittorio fra il Ministro della giustizia e un noto e stimato magistrato. Il tema del contendere è nientemeno che la nomina a capo del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria (quindi non a presidente della bocciofila), e questo non in un'aula di giustizia o in una sede istituzionale, ma in una trasmissione televisiva. C'è stato un disordine al CSM ed intercettazioni dove sono emersi patti scellerati, e siamo arrivati ad un avvitamento istituzionale dove chi ha creato e voluto una norma o ha cercato di affrontare questo periodo non ha saputo prevedere le conseguenze delle norme applicate. Il responsabile non ha saputo affrontare queste conseguenze. Vi è stato così un sistema di scarcerazioni, spero non volute, sfuggite da una logica procedimentale che si è inceppata e che è stata confusa, ma che non è mai stata orientata. Il risultato è stato che dei detenuti per crimini gravissimi, tra cui aderenti anche ad organizzazioni di stampo mafioso, hanno goduto di benefici penitenziari insperati. Quindi anni di indagine, di aule giudiziarie, di lavori di persone e Forze dell'ordine sono andati in fumo in pochi istanti. Allora ci troviamo oggi con il decreto-legge n. 28 del 2020 (il decreto-legge n. 29 del 2020 è rientrato con le sembianze di un emendamento) che alla fine non fa altro che cercare di intervenire su questa normativa, sugli errori commessi per aggiustare, per correggere, per mitigare gli effetti, per sopperire a mancanze, a vuoti legislativi e anche a delle confusioni; esso cerca inoltre di intervenire per cercare di eliminare gli effetti dell'avvitamento giudiziario sulle scarcerazioni, perciò in realtà confermando il grave errore commesso.