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SENATO DELLA REPUBBLICA Legislatura 18 Resoconto di Commissione AGRICOLTURA E PRODUZIONE AGROALIMENTARE (9ª) 16 VALLARDI La seduta inizia alle ore 15,30. ESAME DI ATTI E DOCUMENTI DELL'UNIONE EUROPEA Proposta di direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio in materia di pratiche commerciali sleali nei rapporti tra imprese nella filiera alimentare Doc COM (2018) 173 definitivo Proposta di direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio in materia di pratiche commerciali sleali nei rapporti tra imprese nella filiera alimentare (Esame, ai sensi dell'articolo 144, commi 1 e 6, del Regolamento, del documento dell'Unione europea e rinvio) La relatrice ABATE ( M5S ) riferisce sulla proposta di direttiva in esame che, come chiarito nella relazione illustrativa di accompagnamento, mira a contrastare, nell'ambito della filiera alimentare, le cosiddette "pratiche commerciali sleali", intese come quelle pratiche che si discostano ampiamente dalla buona condotta commerciale, sono in contrasto con la buona fede e la correttezza e sono imposte unilateralmente da un partner commerciale alla controparte. Fa presente che la proposta intende tutelare tutti i soggetti che fanno parte della filiera alimentare, purché di piccole e medie dimensioni (dai produttori agricoli, comprese le relative organizzazioni di produttori, come le cooperative, alle altre piccole e medie imprese fornitrici della filiera, come venditori al dettaglio, trasformatori di prodotti alimentari, grossisti) e limitare il comportamento degli acquirenti che non sono piccole e medie imprese. La relazione illustrativa evidenzia infatti che, a causa del loro scarso potere contrattuale rispetto ai grandi operatori della filiera (ad esempio, catene commerciali e grande distribuzione), gli operatori più piccoli sono, in generale, più soggetti a pratiche commerciali sleali. Inoltre, i produttori agricoli sono particolarmente vulnerabili a tali pratiche, in quanto mancano spesso di un potere contrattuale che corrisponda a quello dei loro partner a valle che acquistano i loro prodotti. Ciò è dovuto al fatto che le alternative di cui dispongono per far giungere i loro prodotti ai consumatori sono limitate. Inoltre, negli ultimi anni si è registrato uno spostamento del potere di contrattazione, che ha avvantaggiato principalmente il settore del commercio al dettaglio e alcune imprese transnazionali a scapito dei fornitori, in particolare dei produttori primari. Sempre secondo la relazione, le pratiche commerciali sleali possono esercitare pressione sui profitti e i margini degli operatori, portando a una distribuzione inefficiente delle risorse e persino all'uscita dal mercato di operatori altrimenti sani e competitivi. Secondo un recente sondaggio riportato dalla Commissione europea, condotto presso i produttori agricoli e le cooperative agricole, il danno stimato causato dalle pratiche commerciali sleali ammonta a oltre 10 miliardi di euro l'anno. Inoltre, produttori di prodotti alimentari hanno riferito che i costi legati alle pratiche commerciali sleali costituivano lo 0,5 per cento del loro fatturato. Rileva quindi che la proposta concerne i "prodotti alimentari", ossia i prodotti agricoli ad uso alimentare elencati nell'allegato I del Trattato sul funzionamento dell'Unione europea (TFUE), inclusi quelli della pesca e dell'acquacoltura, nonché i prodotti agricoli trasformati ad uso alimentare (che non rientrano nel citato allegato I) e commercializzati lungo tutta la filiera alimentare. La relazione illustrativa motiva la necessità dell'intervento a livello europeo con il fatto che nell'Unione non esiste una legislazione unitaria volta a contrastare in maniera specifica le pratiche commerciali sleali nella filiera alimentare tra imprese, mentre altre norme di carattere settoriale sono inadeguate a prevenire molte delle fattispecie esistenti. Sottolinea inoltre che, a livello nazionale la situazione si presenta molto variegata: la maggior parte degli Stati membri ha affrontato il problema delle pratiche commerciali sleali adottando approcci diversi, per lo più di tipo normativo: in particolare l'Italia ha regolato la materia con l'articolo 62 del decreto legge n. 1 del 2012. Altri Stati membri hanno scelto l'autoregolamentazione tra gli operatori di mercato: tra le varie iniziative è da citare il codice di condotta volontario del settore privato Supply Chain Initiative (SCI, "Iniziativa della catena di approvvigionamento"), che ha l'obiettivo di migliorare l'equità nelle relazioni commerciali lungo la filiera. Tuttavia, la relazione rileva che i diversi approcci normativi adottati dagli Stati membri possono creare condizioni di concorrenza differenti per gli operatori e il coordinamento tra le autorità di contrasto degli Stati membri è molto scarso. Per tali ragioni, la proposta in esame intende offrire, attraverso lo strumento della direttiva, un livello minimo di tutela comune a tutta l'Unione europea, con un elenco di pratiche commerciali sleali vietate e un elenco di pratiche ammissibili solo se espressamente concordate tra gli operatori fatta salva la facoltà degli Stati membri di mantenere o adottare norme più rigorose, a condizione che siano compatibili con quelle relative al mercato interno. Segnala poi che gli Stati membri devono designare un'autorità pubblica di contrasto, incaricata di far rispettare i divieti di pratiche commerciali sleali a livello nazionale, che possa svolgere indagini, sia su richiesta che di propria iniziativa, comminare sanzioni e pubblicare le proprie decisioni nonché i nomi dei trasgressori. Le autorità nazionali collaborano tra loro nelle indagini che presentano una dimensione transfrontaliera. La proposta di direttiva tiene conto anche del fatto che le pratiche commerciali sleali non risultano sempre da un contratto scritto e possono verificarsi, in generale, in qualsiasi fase dell'operazione commerciale tra l'acquirente e il fornitore della filiera alimentare, anche dopo la conclusione di un contratto. Inoltre, la proposta integra, senza sostituirlo, il già citato codice di condotta della SCI. Infine, la relazione illustrativa dà conto del processo di consultazione dei portatori d'interesse e della valutazione d'impatto che ha condotto all'adozione della proposta. Passa quindi a illustrare il contenuto della proposta di direttiva, che si compone di 14 articoli. L'articolo 1 stabilisce l'oggetto della direttiva: definire un elenco minimo di pratiche commerciali sleali vietate tra acquirenti e fornitori lungo la filiera alimentare e le relative norme minime di applicazione. La tutela si applica soltanto alle piccole e medie imprese fornitrici della filiera alimentare per quanto riguarda le vendite agli acquirenti che non sono piccole e medie imprese e i contratti stipulati dopo la data di recepimento della direttiva. L'articolo 2 reca le definizioni di acquirente, fornitore, piccola e media impresa, prodotti alimentari e prodotti alimentari deperibili. In particolare, segnala che mentre l'acquirente deve essere stabilito nell'Unione europea, il luogo di stabilimento del fornitore può essere anche al di fuori dell'Unione europea. In tal modo, anche i fornitori stranieri possono accedere alle tutele contro le pratiche commerciali sleali previste dalla proposta in esame. L'articolo 3 elenca le pratiche commerciali sleali, distinguendo tra quelle non soggette alla discrezione contrattuale delle parti (primo paragrafo) e quelle subordinate alla libertà contrattuale delle parti (secondo paragrafo).