[pronunce]

che la sperequazione censurata non sarebbe giustificabile neppure con una finalità di deflazione processuale, posto che, anche rispetto all'imputato già rinviato a giudizio, l'espulsione previo nulla osta dell'autorità giudiziaria potrebbe aver luogo prima che sia aperto il dibattimento; che la previsione per cui il dibattimento può proseguire contro lo straniero già espulso violerebbe, altresì, il diritto di difesa, non potendosi ritenere applicabili, nell'ipotesi considerata, le disposizioni in tema di legittimo impedimento dell'imputato (artt. 484, comma 2-bis, e 420-ter cod. proc. pen.): e ciò in quanto, da un lato, ove si facesse applicazione di dette disposizioni, si determinerebbe una sospensione a tempo indefinito del processo in dipendenza di provvedimenti amministrativi; e, dall'altro lato, la lettera dell'art. 13, comma 3-quater, del d.lgs. n. 286 del 1998 lascerebbe intendere che si debba comunque procedere nei confronti degli imputati espulsi, già rinviati a giudizio; che sarebbe violato, da ultimo, l'art. 111 Cost., il quale enuncia, con riguardo al processo penale, una serie di principi e di regole di garanzia – principio del contraddittorio, diritto a disporre di condizioni adeguate per preparare la propria difesa, diritto di interrogare o fare interrogare i dichiaranti a carico, diritto all'interprete – che presuppongono la facoltà dell'imputato di presenziare al processo a suo carico, risultando dunque incompatibili con le norme che limitano tale facoltà; che con l'ordinanza in epigrafe il Tribunale di Pesaro ha sollevato, in riferimento all'art. 3 Cost., questione di legittimità costituzionale dell'art. 13, comma 3-quater, del d.lgs. n. 286 del 1998; che il rimettente ritiene rilevante e non manifestamente infondata la questione prospettata dalla difesa dell'imputato, stante la palese e non giustificata disparità di trattamento tra gli indagati extracomunitari espulsi, nei cui confronti si procede per reati che prevedono l'udienza preliminare, in ordine ai quali soltanto, se non è stato ancora emesso il provvedimento che dispone il giudizio, deve essere pronunciata sentenza di non luogo a procedere; e tutti gli altri indagati, nonché gli imputati tratti a giudizio con citazione diretta – come nel caso di specie – i quali non potrebbero ottenere analoga sentenza; che nei giudizi di costituzionalità relativi alle ordinanze del Tribunale di Ascoli Piceno e del Tribunale di Lucera è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, il quale ha chiesto che le questioni siano dichiarate inammissibili o infondate. Considerato che le ordinanze di rimessione sollevano analoghe questioni, onde i relativi giudizi vanno riuniti per essere definiti con unica pronuncia; che la questione sollevata dal Tribunale di Ascoli Piceno è manifestamente inammissibile, essendo la sua rilevanza nel giudizio a quo solo futura ed ipotetica; che il Tribunale rimettente invoca, difatti, una pronuncia che consenta anche al giudice del dibattimento di emettere la sentenza di non luogo a procedere per avvenuta espulsione dell'imputato, di cui all'art. 13, comma 3-quater, del d.lgs. 25 luglio 1998, n. 286; che, tuttavia, il giudice a quo formula il quesito di costituzionalità prima del dibattimento, in sede di decisione sulla richiesta di rilascio del nulla osta all'espulsione di uno straniero ancora presente nel territorio nazionale; che, di conseguenza, la questione risulta palesemente prematura, giacché nel giudizio principale il problema dell'asserita esigenza costituzionale di estendere l'ambito applicativo della norma denunciata nei termini dianzi indicati non è attuale; che tale problema avrà ragione di porsi, infatti, solo dopo l'avvenuta esecuzione dell'espulsione e sempre che questa abbia concretamente luogo prima che il dibattimento sia concluso: evenienza che – giova aggiungere – ove si consideri che nella specie l'imputato risultava citato a giudizio a poco più di un mese dalla data dell'ordinanza di rimessione, non può considerarsi ineluttabile non solo in punto di fatto, attese le difficoltà che possono concretamente frapporsi alla materiale attuazione dei provvedimenti espulsivi; ma neppure in punto di diritto, posto che l'art. 14 del d.lgs. n. 286 del 1998 contempla, in presenza di determinati presupposti, la possibilità del trattenimento preliminare dello straniero espellendo presso un centro di permanenza temporanea fino ad un massimo di sessanta giorni (oltre che del ricorso al meccanismo dell'intimazione, penalmente sanzionata, a lasciare il territorio nazionale); che con riguardo, poi, alla questione sollevata dal Tribunale di Lucera, il giudice a quo dubita, analogamente, della legittimità costituzionale dell'art. 13, comma 3-quater, del d.lgs. n. 286 del 1998, nella parte in cui subordina la pronuncia della sentenza di non luogo a procedere per avvenuta espulsione alla condizione negativa espressa dall'inciso «se non è ancora stato emesso il provvedimento che dispone il giudizio»: impedendo, così, al giudice del dibattimento la declaratoria di improcedibilità; che, ad avviso del rimettente, la norma impugnata si porrebbe in contrasto, anzitutto, con l'art. 3 Cost., determinando una disparità di trattamento fra gli imputati in dipendenza di fattori puramente casuali, legati al rapporto cronologico tra esecuzione dell'espulsione e rinvio a giudizio (l'imputato “beneficia” dell'improcedibilità solo se la prima si realizza anteriormente al secondo); che, in proposito, questa Corte ha peraltro reiteratamente affermato che rientra nella discrezionalità del legislatore, una volta individuata una causa estintiva del reato, stabilire gli effetti ed i limiti temporali di essa, in relazione allo stato dell'azione penale (cfr. sentenza n. 85 del 1998; ordinanze n. 219 del 1997; n. 137 e n. 294 del 1996); che il principio è stato ritenuto estensibile anche alle cause sopravvenute di non punibilità legate a condotte lato sensu riparatorie, valendo anche in relazione a queste il rilievo che si tratta di una non punibilità dovuta a ragioni di politica criminale, e non già conseguente alla caduta dell'antigiuridicità per cause intrinseche al nucleo sostanziale dell'illecito (cfr. ordinanza n. 155 del 2005); che ad analoga conclusione deve peraltro pervenirsi anche in rapporto all'istituto contemplato dall'art. 13, comma 3-quater, del d.lgs. n. 286 del 1998: istituto nel quale può scorgersi – al lume delle correnti ricostruzioni – una condizione di procedibilità atipica, che trova la sua ratio nel diminuito interesse dello Stato alla punizione di soggetti ormai estromessi dal proprio territorio, in un'ottica similare – anche se non identica – a quella sottesa alle previsioni degli artt. 9 e 10 cod. pen. , non disgiunta, peraltro, da esigenze deflattive del carico penale;