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Il problema quindi non è l'Europa in sé, ma è l'uso che singoli Stati fanno degli strumenti che l'Europa mette loro a disposizione. Permettetemi quindi in conclusione di fare una sorta di appello al Governo, a cui oggi consegniamo una serie di deleghe che gli consentiranno di legiferare sugli argomenti più disparati, ma al contempo, sempre in tema europeo, ha la grande responsabilità di stilare progetti attrattivi e funzionali per usufruire dei fondi del recovery fund . Con il programma Next generation EU l'Europa ha l'ambizione di trasformare le macerie lasciate dal Covid-19 in un'opportunità per ricostruire un Continente più efficiente, più moderno e più green , un'Europa dei diritti e delle opportunità; un'area in cui la libertà economica e sociale permetta a tutti di costruirsi un futuro di speranza e di successo. Ma l'Europa, tanto quando sbaglia, tanto quando fa la cosa giusta, non è sola; è una comunità. Il mio appello al Governo va proprio in questo senso. Non fate tutto da soli per favore, non gestite questi fondi da soli. Si crei un percorso di collaborazione, perché non è accettabile che il recovery plan italiano sia rappresentato da poche pagine scritte fra di voi e senza coinvolgimento alcuno del Parlamento e della società civile. Non è così che sfrutteremo la straordinaria opportunità che l'Europa ci offre e non è così che cambieremo il volto dell'Italia. Forza Italia ha da subito manifestato la propria assoluta e sincera disponibilità a dare una mano. C'è bisogno di unità di intenti e di superare gli steccati ideologici per riuscire a portare l'Italia fuori dalla situazione in cui ci troviamo. Con questo provvedimento in Commissione abbiamo dimostrato che è possibile farlo. Ora sta al Governo accettare la sfida e lasciare da parte le divergenze spicciole per perseguire obiettivi comuni. Non lo chiedo io, lo chiede a gran forza il Paese. (Applausi) . PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Candiani. Ne ha facoltà. CANDIANI (L-SP-PSd'Az) . Signor Presidente, potremmo argomentare in diverse maniere, andando a vedere - come ha detto prima anche il relatore - gli emendamenti o i singoli articoli di questo dispositivo di legge o la stessa relazione di partecipazione dell'Italia all'Unione europea. Ma mi limiterò ad alcuni elementi, tre in particolare, che credo siano stati abbastanza emblematici di come purtroppo la maggioranza di Governo, per l'ennesima volta, ha utilizzato male uno strumento così importante come la legge di delegazione europea, banalizzando alcune situazioni che invece necessitano di grande considerazione, a nostro avviso, oppure semplicemente per partito preso, dicendo di no, perché a proporre queste cose era l'opposizione. Quella stessa opposizione che prepara emendamenti e li propone e non mi si venga a dire che poi si deve anche votare a favore, perché qualche emendamento viene accolto. Questo è un provvedimento estremamente ampio. Quello che abbiamo chiesto innanzitutto alla Commissione, ovvero alla maggioranza, è che ci fosse consapevolezza di che cosa vuol dire acquisire, a normativa italiana, disposizioni europee che portano poi costi sulle nostre imprese e costi sulle nostre attività produttive, tanto più in un momento grave come quello che stiamo vivendo di crisi economica. Tutto questo, Presidente, è stato condensato in un emendamento proposto all'articolo 1 che per brevità vado a leggere: «Nell'esercizio della delega per il recepimento delle direttive europee e l'attuazione degli altri atti dell'Unione europea di cui al comma precedente, il Governo assicura che gli oneri, siano essi finanziari o amministrativi, che ricadono sulle amministrazioni centrali, sulle autorità amministrative indipendenti, sugli enti regionali o locali, sugli operatori economici e sui cittadini siano: a) il meno gravosi possibile; b) commisurati all'obiettivo da conseguire; c) adeguatamente attenuati attraverso la concessione di contributi o detrazioni». Un concetto molto semplice. C'è una normativa europea, questa viene recepita. Bisogna considerare che questa per essere recepita comporta dei costi, che spesso e volentieri mandano le nostre imprese fuori mercato. Allora noi abbiamo fatto una considerazione: si mettano a disposizione, come dicevo, detrazioni e anche contributi diretti, in modo tale che la normativa possa essere recepita velocemente e agevolmente, ma nello stesso tempo si eviti di gravare in maniera determinante, tanto più in una circostanza nella quale la nostra economia è tanto messa a dura prova con questa crisi economica. L'emendamento non è stato recepito da parte della maggioranza. Al limite in questi casi ci si limita all'ordine del giorno o alla raccomandazione che purtroppo - lo dico ancora una volta - troppo inflazionati, hanno perso di qualsiasi significato. Anzi, se c'è una modifica da fare al nostro Regolamento e anche nel rapporto tra Governo e Parlamento, Presidente, sarebbe proprio quella di stabilire che se si prende un impegno, che sia una mozione, un ordine del giorno o una raccomandazione, quando la si prende, lo si fa seriamente e poi se ne deve dare conto. (Applausi). Altrimenti prendiamo in giro noi stessi e i cittadini. Questo non è ammissibile; approvate un ordine del giorno, lo si sbandiera anche sui giornali che è stato approvato, la maggioranza lo fa apparire come fosse una concessione e - come direbbe Totò e mi fermo qui - con quello ci si può soffiare il naso. Questa è la prima questione: è stato sottovalutato completamente l'impatto economico di questa normativa tanto più in una situazione di grave crisi economica. Badate bene; non sto dicendo né bene, né male, sul fatto di recepire la normativa. Dico solo che recepirla senza considerare il costo che essa produce, tanto più in una circostanza come questa, può produrre due effetti, caro relatore: mettiamo i nostri cittadini e le nostre imprese in obbligo di seguire norme che trasgrediranno, perché rispettarle può voler dire andare fuori mercato, oppure che noi stessi alleggeriremo ovviamente la maglia dei controlli, perché altrimenti chiudiamo le nostre imprese, ci troveremo in infrazione e creeremo una condizione paradossale. Abbiamo recepito la norma, ci siamo messi a posto con la forma, ma nella sostanza tutto questo crea un ulteriore problema. Mi soffermo poi su un'altra questione che non è da meno. Presidente, nei sei mesi del Covid-19 abbiamo perso di vista un tema che è invece purtroppo sempre di attualità. Mi riferisco ai debiti della pubblica amministrazione. Presidente, il 28 gennaio del 2020, quando purtroppo noi eravamo presi da tutti altri problemi, la Corte di giustizia europea, in grande sezione, ha sentenziato. Lascio la sentenza agli atti perché non la leggerò tutta, ma per ovvia brevità, vado direttamente in fondo: alla luce dell'insieme delle considerazioni che precedono, si deve dichiarare che non assicurando che le sue pubbliche amministrazioni rispettino effettivamente i tempi di pagamento stabiliti all'articolo 4, paragrafi 3 e 4, della direttiva 2011/7 la Repubblica italiana è venuta meno agli obblighi ad essa incombenti in forze di tali disposizioni. Per questi motivi la Corte, in grande sezione, dichiara e statuisce in primo luogo che: