[pronunce]

Osserva il rimettente che, in quell'occasione, questa Corte ha escluso che dalla giurisprudenza della Corte EDU sia ricavabile l'affermazione di un vincolo di matrice convenzionale in ordine alla previsione negli ordinamenti dei singoli Stati del principio di retroattività con riferimento alla generalità delle sanzioni amministrative, dovendosi piuttosto procedere a una preventiva valutazione della singola sanzione come «convenzionalmente penale» alla luce dei cosiddetti criteri Engel. La questione ora prospettata, tuttavia, si riferirebbe «unicamente a una previsione normativa di carattere certamente afflittivo», la cui mancata applicazione retroattiva «non appare ragionevole»; e ciò anche alla luce della considerazione che «l'insider trading è un illecito civile che ha anche rilievo penale», di talché non vi sarebbero «ragioni per escludere l'applicazione della legge più favorevole in tale specifico campo, come è avvenuto per le violazioni tributarie». 1.3.4.- Il contrasto con i parametri costituzionali e convenzionali invocati, peraltro, «non potrebbe essere risolto ricorrendo a un'interpretazione conforme alla Convenzione EDU e ai parametri costituzionali, in quanto è riscontrabile una consolidata giurisprudenza di legittimità che in più occasioni ha ribadito la non applicabilità del principio della retroattività della lex mitior al settore degli illeciti amministrativi»; giurisprudenza fondata «sul rifiuto generalizzato di un'applicazione analogica dell'art. 2, secondo comma, cod. pen. , anche alla luce dell'art. 14» delle Preleggi. 1.3.5.- Osserva infine la Corte rimettente che la disposizione censurata, una volta riconosciutene la natura sostanzialmente penale, parrebbe «in netto contrasto anche con il principio di cui all'art. 49 della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea», il quale stabilisce che «[s]e, successivamente alla commissione del reato, la legge prevede l'applicazione di una pena più lieve, occorre applicare quest'ultima». 2.- È intervenuto in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato. 2.1.- Ad avviso dell'interveniente, la questione sollevata in relazione all'art. 77 (recte: 76) Cost. sarebbe inammissibile e, comunque, infondata. 2.1.1.- Anzitutto, la questione sarebbe irrilevante, in quanto la disposizione oggetto del dubbio di legittimità costituzionale non sarebbe applicabile al caso oggetto del processo a quo. Ciò in quanto il regime intertemporale dettato dall'art. 6, comma 2, del d.lgs. n. 72 del 2015 riguarderebbe soltanto le modifiche direttamente apportate dal medesimo decreto legislativo alle disposizioni del d.lgs. n. 58 del 1998, e non già la previsione - contenuta nell'art. 6, comma 3, del d.lgs. n. 72 del 2015 - dell'inapplicabilità della quintuplicazione delle sanzioni amministrative pecuniarie, disposta dall'art. 39, comma 3, della legge n. 262 del 2005. Tale quintuplicazione - rileva l'Avvocatura generale dello Stato - non si sarebbe mai tradotta in una diretta modifica delle sanzioni stabilite dal d.lgs. n. 58 del 1998, dal momento che il suo ambito applicativo si estende anche alle sanzioni previste dal decreto legislativo 1° settembre 1993, n. 385 (Testo unico delle leggi in materia bancaria e creditizia) e dalla legge 12 agosto 1982, n. 576 (Riforma della vigilanza sulle assicurazioni). L'inapplicabilità della quintuplicazione delle sanzioni previste dal d.lgs. n. 58 del 1998, stabilita dal comma 3 dell'art. 6 del d.lgs. n. 72 del 2015, non potrebbe, pertanto, essere qualificata come una delle «modifiche apportate alla parte V del decreto legislativo 24 febbraio 1998, n. 58» cui si riferisce il comma 2, in questa sede censurato. Il regime intertemporale della disciplina di cui al comma 3 si fonderebbe, pertanto, non già sul precedente comma 2, bensì sul «generale principio di irretroattività della legge di cui all'art. 11 disp. prel. cod. civ.», che comunque osterebbe all'applicazione retroattiva del più favorevole regime sanzionatorio derivante dall'inapplicabilità della quintuplicazione delle sanzioni. Di qui l'irrilevanza della questione. 2.1.2.- La questione sarebbe, comunque, infondata nel merito. La previsione dell'inapplicabilità, in via generale, della quintuplicazione delle sanzioni previste dal d.lgs. n. 58 del 1998 costituirebbe, infatti, una coerente attuazione del principio di delega fissato dall'art. 3, comma 1, lettera i), numero 1.2), della legge n. 154 del 2014, che dava mandato al Governo di rivedere i minimi e i massimi delle sanzioni in modo tale che «la sanzione applicabile alle persone fisiche sia compresa tra un minimo di 5.000 euro e un massimo di 5 milioni di euro» (lettera i, numero 1.2.2). La disposizione censurata, pertanto, non solo non avrebbe ecceduto i confini della legge di delegazione, ma anzi ne avrebbe costituito puntuale attuazione. 2.2.- Parimenti inammissibili, e comunque infondate, sarebbero, ad avviso dell'Avvocatura generale dello Stato, le questioni di legittimità costituzionale formulate in riferimento agli artt. 3 e 117, primo comma, Cost., in relazione all'art. 7 CEDU. 2.2.1.- Le questioni sarebbero anzitutto inammissibili dal momento che la disposizione che rende non retroattiva la nuova disciplina sanzionatoria risultante dall'inapplicabilità della quintuplicazione delle sanzioni amministrative in forza dell'art. 6, comma 3, del d.lgs. n. 72 del 2015 non sarebbe il censurato art. 6, comma 2, del medesimo decreto legislativo, bensì il principio generale sancito dall'art. 11 delle Preleggi. 2.2.2.- Le questioni sarebbero, comunque, infondate nel merito. Ad avviso dell'Avvocatura generale dello Stato, il Collegio rimettente intenderebbe applicare il principio del favor rei all'intero ambito delle sanzioni amministrative dal t.u. finanza, travalicando in tal modo l'obbligo discendente dall'art. 7 CEDU, che riguarderebbe invece - come sottolineato da questa Corte nella sentenza n. 193 del 2016 - «singole e specifiche discipline sanzionatorie, ed in particolare quelle che, pur qualificandosi come amministrative ai sensi dell'ordinamento interno, siano idonee ad acquisire caratteristiche "punitive" alla luce dell'ordinamento convenzionale». La questione sarebbe, d'altra parte, infondata anche in riferimento all'art. 3 Cost. La legge di delega aveva, infatti, prescritto al legislatore delegato di «valutare l'estensione del principio del favor rei ai casi di modifica della disciplina vigente al momento in cui è stata commessa la violazione» (art. 3, comma 1, lettera m, numero 1, della legge n. 154 del 2014): il legislatore delegato disponeva dunque di ampia discrezionalità nell'orientarsi in un senso o nell'altro.