[pronunce]

Nella specie, infatti, la prova contraria risulterebbe senz'altro raggiunta, alla luce del lunghissimo lasso temporale intercorso tra la custodia cautelare ingiustamente sofferta dal richiedente e i fatti cui attiene la pena da espiare. 2.- È intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che la questione sia dichiarata inammissibile o infondata. Ad avviso della difesa dello Stato, la questione sarebbe inammissibile, in quanto a carattere alternativo. Il rimettente avrebbe chiesto, infatti, al tempo stesso, un intervento ablatorio e uno di tipo additivo sulla norma censurata, senza chiarire se le due richieste siano in rapporto di «alternatività irrisolta» o di subordinazione. Quanto al merito, la questione sarebbe già stata affrontata e risolta dalla Corte costituzionale con la sentenza n. 442 del 1988, che ha dichiarato infondata una questione analoga relativa al previgente art. 271, quarto comma, del codice di procedura penale del 1930. Le considerazioni svolte nell'occasione dovrebbero condurre anche in questo caso a ritenere che la disciplina legislativa dell'istituto della cosiddetta fungibilità della detenzione ingiustamente patita «non contiene in alcun modo, regole irragionevolmente discriminatorie», né viola gli altri parametri invocati dal rimettente. 3.- Si è costituito, altresì, M.E., condannato istante nel giudizio a quo, chiedendo l'accoglimento della questione. 4.- Con successiva memoria, la parte privata - oltre a ripercorrere e sviluppare le censure formulate dal giudice rimettente, da essa pienamente condivise - ha rilevato come la previsione dell'art. 657, comma 4, cod. proc. pen. si ponga in contrasto anche con l'art. 24, quarto comma, Cost., che impone al legislatore di determinare «le condizioni e i modi per la riparazione degli errori giudiziari». Il divieto stabilito dalla disposizione denunciata vanificherebbe, infatti, «tali procedure riparatorie e lo stesso esercizio del diritto di difesa, di per sé ancora più incomprimibile se volto a tutelare la libertà della persona». La parte privata ha contestato, per altro verso, la fondatezza dell'eccezione di inammissibilità della questione, sollevata dal Presidente del Consiglio dei ministri: dalla lettura dell'ordinanza di rimessione risulterebbe, infatti, palese come il giudice a quo abbia chiesto un intervento ablatorio, accennando all'ulteriore richiesta a carattere additivo solo in via argomentativa e per completezza di trattazione. Non sarebbe altresì conferente, nel merito, il richiamo dell'Avvocatura dello Stato alla sentenza n. 442 del 1988, relativa all'art. 271, quarto comma, del codice di rito abrogato, trattandosi di pronuncia le cui argomentazioni - sintoniche con l'impostazione inquisitoria di detto codice - avrebbero perso di attualità a seguito del passaggio ad un modello processuale di tipo accusatorio, operato dal codice del 1988.1.- Il Tribunale di Lucera dubita della legittimità costituzionale dell'art. 657, comma 4, del codice di procedura penale, in forza del quale, nella determinazione della pena detentiva da eseguire, si tiene conto soltanto della custodia cautelare subita o delle pene espiate senza titolo dopo la commissione del reato per il quale la pena che deve essere eseguita è stata inflitta. Ad avviso del giudice a quo, la norma censurata violerebbe i principi di eguaglianza (art. 3 della Costituzione) e del favor libertatis (desumibile dall'art. 13, primo comma, Cost.), determinando una ingiustificata disparità di trattamento fra i soggetti che hanno riportato una condanna definitiva a pena detentiva e subito una ingiusta carcerazione. A parità di situazione, la possibilità di "compensare" la seconda con la prima verrebbe, infatti, a dipendere da un fattore meramente casuale di natura temporale, quale la circostanza che l'ingiusta carcerazione segua, e non già preceda, la commissione del reato per il quale deve essere determinata la pena da eseguire. Sarebbe violato, inoltre, l'art. 27, terzo comma, Cost., giacché la preclusione censurata - che colpirebbe il soggetto, in realtà, maggiormente meritevole del beneficio, avendo subito l'ingiusta detenzione quando era ancora incensurato - vanificherebbe la finalità rieducativa della pena ed ostacolerebbe il reinserimento del condannato nel tessuto sociale. La norma denunciata violerebbe i principi di eguaglianza e di ragionevolezza (art. 3 Cost.) anche perché fondata su una presunzione assoluta arbitraria: quella, cioè, che la possibilità di scomputare la detenzione ingiustamente sofferta dalla pena inflitta per un successivo reato si risolva in un incentivo a delinquere. Detta presunzione non esprimerebbe, infatti, una regola di esperienza generalizzata, essendo agevolmente ipotizzabili casi nei quali proprio la traumatica vicenda di aver conosciuto «il carcere da innocente», lungi dallo stimolare, distoglie chi l'ha subita dal commettere reati solo per "riscuotere" il corrispondente "credito di pena". Per questo verso, si potrebbe anche ritenere - secondo il giudice a quo - che il vulnus ai parametri costituzionali evocati derivi, anziché dalla presunzione in sé, dal suo carattere assoluto: prospettiva nella quale la compatibilità con la Costituzione andrebbe assicurata trasformando la presunzione in relativa e, segnatamente, dichiarando l'illegittimità costituzionale della norma censurata nella parte in cui non prevede che il giudice possa derogare al divieto quando l'interessato abbia offerto la prova che il temuto effetto criminogeno non si è, di fatto, realizzato. 2.- L'eccezione di inammissibilità formulata dall'Avvocatura dello Stato, sull'assunto che si tratti di questione "ancipite", non è fondata. Al di là di qualche ambiguità di ordine lessicale, dal complessivo tessuto motivazionale dell'ordinanza di rimessione emerge con sufficiente chiarezza che il rimettente chiede, in via principale, a questa Corte l'ablazione della norma censurata, prospettando solo in via subordinata un intervento di tipo additivo, che renda superabile la limitazione sancita dalla norma stessa in presenza di elementi probatori di segno contrario alla presunzione su cui essa - in assunto - si fonda. Gli interventi richiesti non si pongono, pertanto, in rapporto di alternatività irrisolta, ma di subordinazione fra loro: circostanza che rende la questione ammissibile (ex plurimis, sentenza n. 280 del 2011).