[pronunce]

Secondo il ricorrente, la Corte d'appello avrebbe erroneamente negato efficacia preclusiva all'ordinanza resa in sede di reclamo dalla stessa Corte, che aveva ritenuto ammissibile l'azione, riguardante l'istanza risarcitoria in tutte le sue componenti, compresi i danni non patrimoniali. Inoltre, avrebbe immotivatamente ed erroneamente ritenuto non fondate le questioni di legittimità costituzionale dell'art. 2, comma 1, della legge n. 117 del 1988, nella sua formulazione originaria, e dell'art. 2, comma 1, lettera a), della legge n. 18 del 2015, per non aver previsto una norma transitoria che consentisse l'applicazione ai giudizi in corso della nuova disciplina. 3.- La Corte di cassazione, disattesi i primi due motivi di ricorso, nonché il primo profilo del terzo motivo, ritiene, viceversa, rilevanti e non manifestamente infondate le questioni di legittimità costituzionale indicate in epigrafe. 3.1.- In merito alla rilevanza dei dubbi di legittimità costituzionale relativi all'art. 2, comma 1, della legge n. 117 del 1988, nella sua formulazione originaria, il giudice a quo precisa che solo la dichiarazione di illegittimità costituzionale della norma potrebbe determinare la cassazione della sentenza impugnata. I fatti posti alla base della richiesta risarcitoria - precisa il rimettente - si sono verificati nella vigenza di tale testo normativo e, d'altro canto, non sarebbe stato dedotto che i danni non patrimoniali lamentati dal ricorrente si siano verificati in epoca successiva. Pertanto, a parere del giudice a quo, deve ritenersi applicabile, ratione temporis, il testo dell'art. 2 della legge n. 117 del 1988 non ancora novellato dalla legge n. 18 del 2015, posto che il sorgere del diritto al risarcimento del danno dipenderebbe dal «momento in cui si verificarono i fatti lesivi e i danni conseguenti». 3.2.- Sempre in punto di rilevanza, con riferimento ai due gruppi di questioni sollevate, il giudice a quo, per un verso, esclude che l'art. 2, comma 1, della legge n. 117 del 2018 possa essere interpretato in senso conforme alla Costituzione e, per un altro verso, confuta che dall'art. 2, comma 1, lettera a), della legge n. 18 del 2015 si possa inferire, in via ermeneutica, la retroattività della norma. L'interpretazione adeguatrice della prima disposizione sarebbe, infatti, ostacolata dal «chiaro tenore letterale della legge», che impedirebbe di adeguarla «ai mutamenti economici e sociali intervenuti nel frattempo», ciò che sarebbe invece consentito rispetto a «una formula legislativa generica od ampia». Quanto alla possibilità di inferire in via ermeneutica la retroattività della riforma, introdotta con l'art. 2, comma 1, lettera a), della legge n. 18 del 2015, essa sarebbe inibita proprio dalla vigenza del principio di irretroattività, che richiederebbe una previsione espressa. D'altro canto, tale riforma - a detta del giudice a quo - non potrebbe ritenersi meramente ricognitiva di valori già presenti nell'ordinamento interno o in quello sovranazionale. Da ultimo, secondo il rimettente, dall'ordinamento dell'Unione europea non sarebbe desumibile una disciplina che obblighi al risarcimento di qualsiasi danno derivante dall'attività giurisdizionale, sicché sarebbe escluso il possibile ricorso alla disapplicazione. 4.- In punto di non manifesta infondatezza, la Corte di cassazione ravvisa, sia nell'art. 2, comma 1, della legge n. 117 del 1988, nella sua originaria formulazione, sia nell'art. 2, comma 1, lettera a), della legge n. 18 del 2015, un vulnus agli artt. 2, 3 e 32 Cost. 4.1.- Con riguardo al primo gruppo di censure, il rimettente contesta che, «nell'ambito di un ordinamento giuridico che riconosce massima espansione ai diritti della persona e alla tutela dei suoi valori [...,] il riconoscimento o l'esclusione del risarcimento per poste afferenti ad una medesima categoria di pregiudizio (quello non patrimoniale)» possano farsi dipendere «dal solo fatto che l'illecito che ha determinato il danno sia o non sia costituito da un provvedimento limitativo della libertà personale, con totale irrilevanza delle conseguenze, in concreto intervenute, di attività giudiziarie che nelle peculiarità della singola fattispecie possano essersi rivelate particolarmente invasive della sfera dell'individuo e lesive di valori di rango costituzionale». Un simile sacrificio di diritti inviolabili della persona non appare al rimettente giustificato da presunte ragioni di bilanciamento con i principi di indipendenza dei magistrati e di autonomia e pienezza della funzione giudiziaria, «a fronte di una normativa che riconosceva l'idoneità delle condotte individuate dall'art. 2 della l. n. 117/1988 a determinare danni sia patrimoniali che non patrimoniali» e nell'ambito di un contesto normativo che, già nel testo del 1988, «prevedeva la responsabilità diretta unicamente a carico dello Stato e solo quella indiretta, per di più con rivalsa limitata, per il magistrato autore degli atti e provvedimenti causativi del danno». Peraltro, il giudice a quo chiarisce che, seppure la Corte costituzionale abbia in passato riconosciuto la non irragionevolezza di alcuni bilanciamenti, che hanno imposto un "tetto" risarcitorio (è citata la sentenza n. 235 del 2014), gli stessi argomenti non potrebbero essere spesi per giustificare la norma in questa sede sospettata di illegittimità costituzionale, non essendoci un rapporto «di vicendevole dipendenza fra il contenimento dei risarcimenti e quello dei premi», «apprezzabile con immediata evidenza». 4.2.- Quanto alle questioni sollevate con riferimento all'art. 2, comma 1, lettera a), della legge n. 18 del 2015, la Corte di cassazione ritiene che l'assenza di una estensione della nuova formulazione dell'art. 2, comma 1, della legge n. 117 del 1988 a fatti verificatisi anteriormente, ma ancora sub iudice, legittimerebbe la perdurante applicazione di un regime risarcitorio ormai superato sul piano normativo. Ciò rileverebbe «sotto i profili della disparità di trattamento e della violazione dei principi di effettività ed integralità del risarcimento correlato alla violazione di diritti primari della persona; e, in definitiva, della ragionevolezza di una disciplina, non altrimenti interpretabile, [...] abrogata fin dal 2015 siccome ritenuta non più rispondente alla mutata sensibilità sociale». 5.- Nel giudizio è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, che ha chiesto di dichiarare le questioni non fondate. L'Avvocatura rileva, in primo luogo, la necessità di restringere il thema decidendum al solo art. 2, comma 1, della legge n. 117 del 1988, nella sua formulazione originaria, in quanto norma pacificamente applicabile all'epoca dei fatti.