[resaula]

con riferimento al COVID-19, il Governo ha più volte affermato che la situazione di allerta sanitaria avrà termine solamente quando si avrà disponibilità di un vaccino, che secondo il Governo sarà, probabilmente, disponibile in una quantità molto limitata entro il 31 dicembre 2020. Tale disponibilità non rappresenta una reale soluzione al problema sanitario, tra l'altro con l'arrivo della prossima stagione invernale; tra i trattamenti farmacologici, molti medici e rappresentanti della comunità scientifica internazionale segnalano il farmaco antimalarico idrossiclorochina: hanno riscontrato effetti positivi sui pazienti se utilizzato nella fase precoce della malattia. L'idrossiclorochina, alterando il PH dei lisosomi, impedirebbe l'ingresso e la replicazione del virus nelle cellule, e quindi diminuirebbe la necessità di ospedalizzazioni e i decessi, riducendo il picco viremico e rendendo l'evoluzione della malattia meno aggressiva; alla data del 20 ottobre 2020 si contano 143 pubblicazioni scientifiche sull'efficacia del farmaco (85 peer review ). Di questi, 143 studi, oltre il 70 per cento, sono a favore del farmaco e la quasi totalità degli studi sulla somministrazione "precoce" del farmaco dimostrano una riduzione delle ospedalizzazioni e la mortalità. Meno del 30 per cento sono studi che tendono a dimostrare che il farmaco non abbia effetti significativi contro il virus; una meta-analisi pubblicata dal dottor Harvey Risch, professore di epidemiologia presso il Dipartimento di epidemiologia e sanità pubblica presso la Yale school of public health, ha tenuto in considerazione solamente studi "randomizzati" e ha concluso che il farmaco riduce la mortalità del 24 per cento; l'OMS per i suoi test sull'idrossiclorochina ha utilizzato nella sperimentazione una dose di carico iniziale molto elevata, una quantità di 2.400 milligrammi per il studio "Recovery", e 2.000 milligrammi per il trial "Solidarity". Questi sono dosaggi anomali, da considerarsi potenzialmente tossici, secondo letteratura scientifica sulla molecola. Il dosaggio, mai somministrato prima per altre terapie (né tanto meno per l'ascesso epatico amebico), potrebbe aver compromesso i risultati di entrambi i trial dell'OMS. Un altro limite di questo studio è dato dal fatto che il farmaco è stato somministrato in pazienti ospedalizzati, e quindi in fase avanzata della malattia, mentre l'antivirale idrossiclorochina potrebbe avere un ruolo potenziale se assunto precocemente, ovvero alla comparsa dei primi sintomi, cioè entro 24-72 ore al massimo; la determina AIFA del 26 maggio, aggiornata al 22 luglio, in cui si motiva il blocco del farmaco, fa riferimento a 3 studi "randomizzati". Il primo è il sopra ricordato Recovery, il secondo è uno studio pubblicato sul "New England journal of medicine": in questo studio i pazienti si sono fatti l'autoanalisi, non risultano effettuati i tamponi, non si sa nemmeno se i pazienti fossero malati. Lo studio afferma, testualmente: "Il reclutamento è stato eseguito principalmente con l'uso dei social media", e ancora: "L'aderenza tra i partecipanti allo studio è stata moderata. La piena adesione all'intervento di prova differiva a seconda del gruppo di prova, con il 75% dei partecipanti al gruppo idrossiclorochina (312 su 414) che avevano assunto tutte le 19 compresse prescritte", il che significa che non si bene che cosa abbia fatto il 25 per cento dei partecipanti, se abbia assunto o meno le compresse. La determina AIFA sostiene che: "L'utilizzo di alte dosi HCQ o CQ può essere associato a eventi avversi seriamente negativi per la salute". Eppure, proprio gli studi citati da AIFA affermano il contrario: "non venivano riportati eventi avversi gravi"; il terzo studio si basa anch'esso su indagini telefoniche, on line , senza tamponi per circa il 50 per cento dei pazienti, con il farmaco inviato per posta. Va anche precisato che nel gruppo trattato con idrossiclorochina si sono verificati 4 ricoveri e un decesso, mentre nel gruppo "placebo" si sono verificati 10 ricoveri e un decesso. Quindi il farmaco avrebbe ridotto i ricoveri del 60 per cento. Inoltre, riguardo agli effetti collaterali, anche in questo studio "non è stato osservato nessun evento avverso grave attribuito al farmaco"; il farmaco è usato da 50 anni e la comunità scientifica ben conosce la farmacocinetica e la sicurezza dell'idrossiclorochina, che è utilizzata anche come profilassi antimalarica. Va aggiunto che in Italia circa 60.000 persone usano tale farmaco ogni giorno per trattare il lupus e l'artrite reumatoide; l'AIFA è ben a conoscenza che a livello internazionale vi sono studi scientifici e dichiarazioni di medici e ricercatori di chiara fama che affermano come l'uso ambulatoriale dell'idrossiclorochina per la profilassi o il trattamento precoce del COVID-19 abbia ridotto significativamente la gravità dell'infezione. Peraltro, l'AIFA dovrebbe ben conoscere i limiti degli studi controllati e randomizzati quando questi coinvolgono Paesi diversi e modalità tecniche e di esecuzione che variano di molto pur in presenza di simili protocolli di studio. E se lo studio randomizzato e controllato eseguito sotto l'egida di un'autorità sanitaria quale, ad esempio, l'OMS è quello su cui basa le proprie decisioni, ci si chiede perché continui ad autorizzare l'uso del remdesivir quando i dati del trial Solidarity non ne dimostrano alcun reale beneficio clinico. Sarebbe invece importante che oltre agli RCT vengano presi in considerazione anche importanti studi osservazionali ma controllati che, pur nei loro limiti, offrono uno spaccato importante della sanità europea e ne rappresentano l'epidemiologia dell'infezione e della malattia negli ospedali; è importante ricordare tre importanti studi nazionali pubblicati recentemente in riviste specialistiche quali l'"European journal of internal medicine", l'"International journal of antimicrobial agents" e l'"International journal of infectious diseases", eseguiti rispettivamente da ricercatori italiani, belgi e olandesi. Nel complesso, questi studi hanno reclutato circa 15.000 pazienti dei maggiori ospedali dei tre Paesi di cui una metà circa trattati con una dose totale corretta e per pochi giorni di idrossiclorochina e gli altri con sola terapia di supporto od altri farmaci. Gli studi hanno dimostrato una chiara e rilevante riduzione del rischio di mortalità (fra il 20 ed il 30 per cento) (studi italiano e belga) o di accesso alle terapie intensive (studio olandese) nei trattati con idrossiclorochina. In particolare, lo studio olandese prevedeva che ogni ospedale scegliesse indipendentemente se somministrare o meno l'idrossiclorochina, ed è rilevante perché questa scelta terapeutica indipendente ha alcuni crismi di randomizzazione. In questo studio, l'idrossiclorochina, se data a dose bassa e soprattutto somministrata la prima dose di 8oo milligrammi entro il primo giorno di ricovero, ha ridotto l'uso della terapia intensiva in più del 50 per cento dei soggetti trattati, cosa di estrema importanza oggi in cui la seconda ondata di COVID-19 sta già mettendo a rischio la disponibilità di posti in terapia intensiva nel nostro come in altri Paesi europei;