[pronunce]

che nel giudizio così promosso è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, che ha concluso per l'inammissibilità o infondatezza della questione; che si è costituita la parte privata proponente la ricusazione, che, con argomentazioni pressoché identiche a quelle poste a base dell'ordinanza di rimessione, ha concluso per una dichiarazione di illegittimità costituzionale della norma censurata. Considerato che il tribunale di Genova, nell'ambito di un giudizio incidentale di ricusazione di un giudice civile, solleva, in riferimento al principio di imparzialità del giudice di cui all'art. 111 della Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell'art. 51, primo comma, numero 4), del codice di procedura civile, chiedendone una dichiarazione di incostituzionalità nella parte in cui non prevede l'obbligo di astensione del giudice che abbia già pronunciato su causa formalmente distinta ma con contenuto sostanzialmente identico a quello della causa su cui è ulteriormente chiamato a decidere; che, svolgendo le proprie argomentazioni nei termini precedentemente esposti, il giudice rimettente assume, quale premessa della questione sollevata, l'identità "sostanziale" delle due cause - quella ancora da decidere, assegnata al giudice della cui ricusazione si tratta, e quella già in precedenza definita dal collegio con il concorso del medesimo giudice - in quanto originate da azioni di risarcimento del danno a norma della legge n. 117 del 1988 (a) promosse dallo stesso soggetto, (b) esercitate in relazione a due atti processuali penali (i decreti di archiviazione specificati nell'esposizione dei fatti) formalmente distinti ma che costituiscono l'uno la ripetizione dell'altro, stante la motivazione del secondo per relationem con quella del primo, annullato per vizio di forma e (c) sorrette dalle stesse doglianze da parte dell'attore, traendo da queste circostanze la conseguenza che la odierna funzione giurisdizionale di trattazione della causa nella fase di ammissibilità della domanda risarcitoria ex legge n. 117 del 1988 si presenterebbe come una mera iterazione della stessa attività in precedenza esercitata, tale da ledere la garanzia dell'imparzialità e terzietà del giudice prescritta dall'art. 111, secondo comma, della Costituzione; che il giudice a quo, sembra tuttavia contestualmente escludere che detta identità di sostanza tra il precedente e il nuovo giudizio possa tradursi nella nozione giuridica di "stessa causa" rilevante ai fini dell'applicazione degli istituti della litispendenza e della continenza di cause ovvero della riunione dei giudizi (artt. 39 e 273 cod. proc. civ.), motivando tale assunto con la "diversità dei provvedimenti e delle cause che in essi trovano il loro riferimento", dunque valorizzando distinzioni obbiettive di carattere formale, che appaiono essere in contraddizione con le premesse sopra sintetizzate; che, sotto altro profilo, lo stesso giudice rimettente formula il rilievo secondo cui "si potrebbe dubitare se in questi casi un'appropriata applicazione dei criteri d'identificazione delle azioni, alla luce dei quali va condotto il giudizio sull'identità o diversità di cause", non possa condurre a ravvisare, in una ipotesi quale è quella del giudizio principale, una "stessa causa" (non nel senso che rileva per i citati artt. 39 e 273 cod. proc. civ. , ma) agli effetti dell'applicazione della stessa disposizione sospettata di incostituzionalità (art. 51, primo comma, numero 4), cod. proc. civ.), dunque in maniera tale da rendere la fattispecie concreta "direttamente sussumibile" tra quelle considerate dalla norma denunciata, anche alla stregua della lettura estensiva che di quest'ultima ha fornito la sentenza n. 387 del 1999 di questa Corte; che, ancora sotto questo profilo, il rimettente afferma, in pari tempo, di non poter direttamente pervenire al risultato interpretativo che si è detto, in quanto la nozione di "stessa causa" (ai fini dell'art. 51) resti - ipoteticamente - "ancorata all'interpretazione che ne viene comunemente data", cioè all'interpretazione che esclude di poter addivenire a questa soluzione del problema sollevato; che, in presenza di una simile impostazione della questione - anche indipendentemente dalle anomalie della vicenda processuale dalla quale il presente giudizio ha preso avvio -, è preliminare il rilievo che il giudice della ricusazione prospetta una duplice possibilità interpretativa, per un verso affermando la astratta possibilità di pervenire a una soluzione della questione attraverso una "appropriata applicazione" dei criteri di identificazione delle azioni in modo da condurre a una diretta inclusione dell'ipotesi dedotta nell'ambito della norma impugnata, senza necessità di un intervento di questa Corte, ma per altro verso contestualmente dubitando di tale possibilità, alla stregua della interpretazione che della medesima norma viene "comunemente data"; che è su questa irrisolta duplice possibilità che il giudice a quo, chiama questa Corte a un intervento sulla disposizione censurata, in modo tale da superare la "comune" interpretazione che lo stesso rimettente sembra non fare propria né condividere; che, in tal modo impostata, la questione risulta sollevata essenzialmente in vista della soluzione di una alternativa interpretativa circa la portata della disposizione processuale: una alternativa che spetta al giudice risolvere, assegnando alla norma un preciso significato, prima di prospettare un problema di conformità alla Costituzione; che, per questo, la sollevata questione deve essere dichiarata, conformemente al costante orientamento di questa Corte, manifestamente inammissibile (per tutte, ordinanze n. 418 e n. 201 del 2000).. . per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE Dichiara la manifesta inammissibilità della questione di legittimità costituzionale dell'art. 51, primo comma, numero 4), del codice di procedura civile, sollevata, in riferimento all'art. 111 della Costituzione, dal tribunale di Genova con l'ordinanza indicata in epigrafe. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 10 luglio 2002. Il Presidente: Ruperto Il redattore: Zagrebelsky Il cancelliere: Di Paola Depositata in cancelleria il 18 luglio 2002. Il direttore della cancelleria: Di Paola