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il modello di vita e di attività degli ultimi decenni, con mobilità di persone e di merci sempre più globalizzate e interattive, ha incentivato, e vieppiù accelerato e rafforzato, l'interscambio di tecnologie e di merci tra aree di ogni longitudine e di ogni latitudine, intensificando le correlazioni e le interdipendenze tra economie, sistemi e modelli di vita, creando inevitabilmente le condizioni, nonostante gli sforzi e le azioni di prevenzione per evitarlo, per una maggiore e più accelerata mobilità e approdo nelle varie realtà anche di parassiti, organismi e patologie nei vari contesti prima mai conosciuti, anche con effetti e conseguenze allo stato non compiutamente valutabili; il consolidarsi nei decenni passati di un modello di produzione agricola basato in larga parte sulla specializzazione e sulla massimizzazione delle rese per ettaro e abbattimento dei costi di produzione, con il conseguente uso crescente di diserbanti e di prodotti fitosanitari, miranti in molti casi più all'eliminazione delle manifestazioni e delle conseguenze di un disequilibrio ambientale, che non alla ricostruzione dell'equilibrio compromesso, ha oggettivamente, per una stagione non breve, contribuito a comprimere la biodiversità, e anche in alcuni casi a generare pesanti conseguenze ambientali. Gli effetti di tale tendenza hanno evidenziato la necessità e l'urgenza di correzioni di rotta e di approcci diversi che, anche grazie allo stimolo e al sostegno delle politiche messe in atto dall'Unione europea, hanno orientato e accompagnato un intensificarsi di studi, di ricerche, di sperimentazioni e applicazioni finalizzati a un'agricoltura più attenta all'ambiente, alla biodiversità e alla sostenibilità prospettica, e indirettamente anche alla creazione di migliori condizioni di vita per api e impollinatori in genere. Sono significativamente cresciute l'agricoltura biologica e forme di agricoltura integrata e in generale più ampiamente sostenibili e salubri per l'uomo, per gli animali e per l'ambiente. A questa rinnovata sensibilità ha sicuramente contribuito anche la comunità apistica, che ha saputo sviluppare una propria capacità autonoma di denuncia, di sensibilizzazione e di proposta, verso istituzioni e categorie produttive, anche a partire da crescenti conoscenze scientifiche ed esperienze di campo; la consapevolezza che l'agricoltura è al tempo stesso uno degli attori ambientali più importanti e un imprescindibile custode e attivatore della qualità del contesto territoriale e della fertilità dello stesso ha portato a compiere scelte importanti per la natura, per gli animali e anche e soprattutto per il comparto apistico. Si è così giunti per la prima volta all'introduzione di importanti divieti e limiti ad alcune famiglie di insetticidi e ad alcune molecole biocide che avevano avuto un impatto devastante sulla salute di api, insetti impollinatori e ambiente, riconoscendo alle api, e agli apicoltori, il ruolo di indispensabili partner dell'agricoltura di oggi e di domani; premesso, inoltre, che: secondo i più recenti dati dell'Osservatorio nazionale miele e dell'Istituto di servizi per il mercato agricolo alimentare (ISMEA), l'Italia risulterebbe il quarto Paese europeo per numero di alveari (1,6 milioni), dopo Spagna (3 milioni), Romania e Polonia (rispettivamente 2 e 1,7 milioni), con una consistenza in aumento del 7,5 per cento nel 2019 rispetto all'anno precedente; l'effettiva produzione italiana di miele, sempre secondo i dati dell'Osservatorio nazionale miele e di ISMEA, per l'anno 2019 si è attestata su circa 15.000 tonnellate, contro una produzione nazionale attesa di 23.000 tonnellate. La produzione 2020 in leggero recupero si sarebbe invece assestata intorno alle 18.500 tonnellate; la produzione di miele, come accennato, proviene da oltre 1,6 milioni di alveari, di cui oltre 780.000 stanziali e 650.000 nomadi; una piccola quota residua è poi rappresentata da alveari non meglio classificati. Il 74 per cento degli alveari totali (oltre 1.230.000) sono gestiti da apicoltori commerciali che allevano le api per professione. La grande prevalenza di alveari detenuti da apicoltori con partita IVA sottolinea l'elevata professionalità del settore e l'importanza del comparto nel contesto agro-economico. Nel 2019 sono stati quasi oltre 190.000 gli alveari che hanno prodotto miele biologico, mentre quasi 1,4 milioni di alveari producono miele convenzionale. Nei primi sei mesi del 2020 questi alveari sono saliti rispettivamente a quasi 210.000 e a 1,45 milioni; a livello geografico la produzione è diffusa in tutte le regioni (con le maggiori concentrazioni in Piemonte con oltre 5.000 tonnellate stimate, Toscana con oltre 3.000 tonnellate, Emilia-Romagna con oltre 2.000 tonnellate). Dai dati produttivi medi stimati per regione emergerebbe una resa media per alveare, per le aziende professioniste che praticano nomadismo, di circa 13 chili per alveare per le regioni del Nord e del Centro e circa 25 chili per alveare per le regioni del Sud e delle isole, con una resa media a livello nazionale di circa 18 chili per alveare; dopo il picco del 2018, le importazioni italiane di miele si sono ridimensionate nel 2019, riducendosi del 12 per cento, e il trend sembrerebbe in flessione anche nel 2020, contestuale riduzione si sarebbe avuta anche nell' export con un calo in valore anche del 25 per cento. La principale provenienza dell' import resta l'Ungheria, dalla quale proviene il 42 percento dei volumi importati; dal 2015 al 2019 la spesa per gli acquisti domestici di miele è cresciuta dell'8,8 per cento a fronte di un incremento del 4 per cento dei volumi. Tale dinamica, tuttavia, è il saldo tra un triennio di risultati estremamente positivi (dal 2015 al 2017) e il ripiegamento accusato nel biennio 2018 e 2019. Nel 2020 gli acquisti di miele hanno registrato una tendenza di crescita dei consumi con un recupero delle vendite; considerato che: per quanto concerne l'aspetto produttivo, come registrato anche nei rapporti annuali dell'ISMEA, la produzione del miele italiano è da alcuni anni in forte calo in tutto il Paese. Per quanto concerne la campagna 2020, sebbene in lieve recupero rispetto al 2019, è proseguita la tendenza negativa delle produzioni su gran parte del territorio nazionale e quella 2021 non sta dando al momento nuovi motivi di speranza. Molto eterogenee e complessivamente deludenti, tranne che per alcune eccezioni in specifiche aree vocate, risultano le produzioni dei monoflora di punta, sia per il Nord (l'acacia) che per il Sud (gli agrumi), così come risulta un'annata pessima per la sulla; diversi fattori fra loro concomitanti e spesso sovrapponibili risulterebbero aver inciso negativamente sulla produzione di miele: a) i cambiamenti climatici con il susseguirsi di inverni miti e siccitosi a ritorni di freddo primaverili repentini e l'intensificarsi di fenomeni estremi quali grandine, alta ventosità e precipitazioni torrenziali che hanno comportato una serie di conseguenze negative, dirette e indirette, sullo sviluppo delle piante e sul benessere delle api.