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Per quanto concerne l'area, lato sensu , trattamentale, va anzitutto rammentato che, nei confronti dei minori, diventa categorico, più di quanto già non lo sia per gli adulti, l'imperativo di depotenziare al massimo la dimensione segregante della pena detentiva, al fine di ridurre, nei limiti del possibile, lo iato sussistente tra la funzione ad essa assegnata dalla Carta costituzionale (in particolare dall'articolo 27 della Costituzione) e le sue caratteristiche strutturali, tali da aggravare -- se non corrette -- il processo di desocializzazione. L'impegno del disegno di legge su questo versante è particolarmente significativo e tocca la sua vetta più alta nella regolamentazione delle comunità penali a custodia attenuata (articolo 27), dove massima è l'osmosi tra il dedans e il dehors , ma che, si può dire, ha guidato la mano dei compilatori un po' dovunque. L'articolo 4 stabilisce che, ad esempio, previo consenso degli interessati, l'osservazione della personalità e il programma di trattamento individualizzato «sono predisposti anche nei confronti dei soggetti in custodia cautelare». Per i soggetti condannati il menù delle misure extramurarie è molto più ricco. Si tratta di una ricchezza che risalta anche nel raffronto con le corrispondenti misure riservate agli adulti. Da una comparazione ravvicinata emergono più fattori che facilitano un'esecuzione proiettata sul territorio: anzitutto la quantità delle misure da utilizzare (presentano carattere di novità sia i permessi premio «speciali» di cui all'articolo 9, sia la detenzione domiciliare nei fine settimana di cui all'articolo 17, sia la liberazione anticipata per positivo svolgimento di attività riparatorie prevista dall'articolo 23); secondariamente, ma non certo per importanza, i presupposti di fruibilità, poiché sono stati fatti «saltare» i limiti di carattere oggettivo che, nel caso degli adulti, ostacolano o posticipano nel tempo l'accesso alle singole misure. In particolare, l'articolo 8, sancisce la fruibilità dell'intera gamma delle misure extramurarie (lavoro all'esterno, permessi premio, misure alternative) a prescindere dalle «limitazioni relative al titolo del reato, al momento dell'esecuzione e alla durata della pena irrogata». Oltretutto la disposizione citata consente un'opportuna razionalizzazione delle misure alternative anche sul versante della progressività del trattamento, eliminando una delle più vistose incongruenze della normativa vigente: si vuole alludere al fatto che mentre, da un lato, la liberazione condizionale può essere concessa «in qualunque momento dell'esecuzione e qualunque sia la durata della pena inflitta» (articolo 21 del regio decreto-legge 20 luglio 1934, n. 1404, convertito, con modificazioni, dalla legge 27 maggio 1935, n. 835), dall'altro, le misure alternative disciplinate dalla legge 26 luglio 1975, n. 354, anche se logicamente propedeutiche alla liberazione condizionale, presentano condizioni di accesso assai meno favorevoli. In base al disegno di legge, i servizi e la magistratura di sorveglianza potrebbero, invece, «dosare» al meglio le misure, adeguandole alle esigenze del singolo percorso trattamentale. Con più specifico riferimento alle misure extramurarie il comma 1 dell'articolo 9 contempla la possibilità di utilizzare quale base logistica, durante il permesso premio speciale, «luoghi di accoglienza individuati in collaborazione con i servizi sociali minorili o dell'ente locale», proprio al fine di ovviare all'assenza di «riferimenti familiari nel territorio nazionale». Quest'innovativa previsione non viene ripetuta laddove il disegno di legge si occupa delle misure alternative, ma si tratta di una circostanza che non ne impedisce il recupero, essendo difficile sostenere che una tale operazione debba ritenersi impedita per il semplice fatto che la durata delle misure alternative nel tempo è superiore a quella dei permessi. La strada da seguire deve essere quella indicata nell'articolo 9 (l'attivazione dei servizi) anche per quanto concerne il reperimento di un'attività risocializzante che costituisce, a sua volta, una condizione fondamentale per la concessione di una misura alternativa. Per quanto concerne il regime intramurario, comunque, ci si è sforzati di contrastare, nei limiti del possibile, i nocivi effetti della permanenza nelle strutture detentive, attenuando la separatezza di tali strutture dalla società civile. A questo proposito si possono citare la previsione secondo cui per ogni detenuto bisogna progettare un percorso riabilitativo personalizzato, che deve essere seguito da un operatore socio-educativo di riferimento, in modo da assicurare la continuità del rapporto interpersonale (articolo 3, comma 1, lettera l) ); la possibilità di concedere l'autorizzazione ai colloqui non solo ai familiari, ma anche alle persone che possono vantare un «riconosciuto legame affettivo» con il soggetto detenuto (articolo 10, comma 1); la programmazione, da formalizzare nell'ambito del progetto di istituto, della partecipazione di soggetti ed enti esterni «per attivare e sostenere attività culturali, di studio, di avviamento al lavoro, di sport e di tempo libero» (articolo 26, comma 2). Meritano, in particolare, di essere segnalate sia la disposizione che proietta dopo il fine-pena il sostegno dei servizi minorili, prevedendo la loro collaborazione per un certo periodo, non superiore a tre mesi, con i servizi territoriali, sia la previsione in base alla quale, nell'ambito degli istituti penali per giovani adulti, devono essere allestiti, in un'area separata e distante da quella detentiva, dei microalloggi autonomi per quei giovani che, terminata l'espiazione della pena, non dispongono di una collocazione abitativa (articolo 28, comma 1). Il disegno di legge può costituire senz'altro una base di partenza per l'avvio di un fruttuoso confronto parlamentare a condizione, naturalmente, che il Parlamento riesca a dare prova di una reale sensibilità verso le tematiche minorili, non strumentalizzando le esigenze della sicurezza sociale, e si proponga non solo di legiferare, ma di scrivere, finalmente, una vera pagina riformatrice.. I PRINCÌPI E CONDIZIONI GENERALI PER IL TRATTAMENTO DEI MINORENNI IN ESECUZIONE DI MISURE LIMITATIVE DELLA LIBERTÀ PERSONALE I PRINCÌPI GENERALI 1 (Ambito di applicazione) 1 Le norme della presente legge si applicano ai minori di anni diciotto e ai giovani adulti che hanno commesso il reato non oltre il compimento della maggiore età. 2 Le norme della presente legge non si applicano o cessano di applicarsi al compimento del venticinquesimo anno di età dei soggetti di cui al comma 1. 3 L'esecuzione delle misure cautelari e delle pene nei confronti di chi ha commesso un reato da minorenne è affidata fino al compimento del venticinquesimo anno di età al personale dei servizi minorili della giustizia. 4 Le disposizioni dei commi 1, 2 e 3, non si applicano ai soggetti di età superiore a ventuno anni che per il reato commesso da maggiorenni sono sottoposti a misura cautelare detentiva o hanno riportato ulteriori condanne a pena detentiva.