[pronunce]

che tuttavia, osserva il giudice a quo, in relazione a tale soluzione, in base alla quale deve escludersi qualsiasi margine di valutazione circa la tempestiva richiesta da parte del pubblico ministero delle misure cautelari successive alla prima, con riferimento ai predetti fatti diversi, sarebbero state formulate riserve, soprattutto per quel che riguarda la congruità, in chiave di ragionevolezza, della regola come desunta dall'art. 297, comma 3, in particolare perché questa disposizione, così interpretata, non distinguendo a seconda della tempestività o meno dell'iniziativa del pubblico ministero in ordine alle misure cautelari successive alla prima, ancorché per fatti diversi, finirebbe per introdurre una sorta di presunzione assoluta di indebito prolungamento della custodia cautelare, sulla scorta di un meccanismo che non lascerebbe spazio ad alcun apprezzamento circa la sussistenza di una colpevole inerzia o di un artificioso ritardo del pubblico ministero nel richiedere la misura cautelare per il fatto diverso connesso a quello anteriormente contestato; che in altri termini, prosegue il remittente, un meccanismo processuale, quale quello previsto dall'art. 297, comma 3, cod. proc. pen. , risulterebbe del tutto ragionevole soltanto quando si verificassero situazioni di differimento contra legem, dovute ad inerzie o ritardi o ad altre improprie dilazioni nell'iniziativa del pubblico ministero in ordine all'adozione di provvedimenti cautelari tutti immediatamente azionabili, mentre in assenza di tali presupposti fattuali il medesimo meccanismo apparirebbe del tutto privo di ragionevolezza, in quanto l'alterazione (in chiave di retrodatazione del dies a quo di decorrenza) degli ordinari criteri di computo dei termini delle diverse misure, quali risultano dai commi 1 e 2 dell'art. 297 cod. proc. pen. , non troverebbe giustificazione nella esigenza di controbilanciare il rischio di un surrettizio svuotamento della garanzia rappresentata dalla definizione per legge dei termini massimi di durata delle misure cautelari; che tale orientamento interpretativo, osserva il remittente, si sarebbe definitivamente consolidato con la pronuncia delle sezioni unite 17 luglio 1997, Atene, la quale ha risolto in senso positivo il contrasto insorto sulla effettiva possibilità di estendere, alla luce della novella del 1995, il già esistente regime derogatorio del principio generale di autonomia delle ordinanze cautelari a situazioni cautelari afferenti a procedimenti diversi, utilizzando il riferimento alla desumibilità dagli atti non già come espressione del criterio ispiratore della norma, ma quale fondamentale e oggettivo parametro cui ancorare, al di là di valutazioni di tipo soggettivistico, l'operatività dell'istituto; che, ad avviso del Tribunale di Torino, il criterio della desumibilità dagli atti, concretamente ed efficacemente adottabile in un contesto processuale caratterizzato dalla intervenuta conclusione delle indagini preliminari relative al fatto o ai fatti oggetto della originaria contestazione cautelare (vertendosi in tale ipotesi in una situazione processuale ormai cristallizzata e integralmente conoscibile dalle parti), comporterebbe invece obiettive e insuperabili difficoltà ove riferito ad una ipotesi, quale quella delineata nella prima parte del comma 3, che inerisce ad una situazione processuale in divenire, non integralmente conoscibile dalle parti ed essenzialmente sottoposta, per quanto attiene alle possibili implicazioni di ordine indiziario, ad una insindacabile valutazione dell'organo inquirente, unico dominus delle scelte investigative di segno accusatorio concretamente prospettabili; che, infatti, prosegue sul punto il remittente, la desumibilità dagli atti di ipotesi delittuose ulteriori rispetto a quelle per le quali si sta procedendo costituirebbe, in molti casi, il frutto di una elaborazione logico-deduttiva svolta dall'organo inquirente sulla base di una valutazione squisitamente soggettiva e non efficacemente apprezzabile a posteriori in termini di obiettiva e inoppugnabile evidenza, e ciò senza considerare che l'impiego di tale criterio diverrebbe ancor più complesso perché, secondo quanto affermato dalla Corte di cassazione, non è sufficiente che entro i limiti temporali di cui al primo e al secondo periodo del comma 3 dell'art. 297 cod. proc. pen. sia stata acquisita e risulti dagli atti la mera notizia o il fatto-reato, essendo invece indispensabile che sussista il quadro legittimante l'adozione della misura cautelare sin dall'epoca della emissione della prima ordinanza cautelare (ovvero dall'epoca del rinvio a giudizio: art. 297, comma 3, ultima parte, cod. proc. pen.); che, ad avviso del giudice a quo, la interpretazione sopra richiamata si discosterebbe nettamente dall'orientamento seguito dalla Corte costituzionale nella sentenza 28 marzo 1996, n. 89, in quanto “attribuire alla norma in esame un implicito richiamo - anche fuori dei casi in cui sia intervenuto un provvedimento che dispone il giudizio relativamente ai fatti oggetto di una più remota contestazione - alla tardività della contestazione cautelare più recente quale presupposto imprescindibile per la retrodatazione dei termini di durata massima della misura, comporta, in assenza di parametri normativamente predeterminati, una situazione di incertezza in ordine alla data di decorrenza dei termini di durata massima delle misure applicate successivamente per fatti in rapporto di connessione qualificata rispetto a quelli di più remota contestazione, con conseguente indeterminatezza della durata complessiva delle misure stesse”; che la disposizione censurata si porrebbe quindi in contrasto con l'art. 13, ultimo comma, Cost., il quale, nel riservare alla legge la determinazione dei limiti massimi alla carcerazione preventiva, “demanda al legislatore non soltanto la scelta dei criteri di computo della durata massima della custodia cautelare, ma anche la impostazione di tali criteri secondo schemi operativi atti a precludere qualsivoglia margine di incertezza e discrezionalità in sede applicativa, sgombrando il campo da scomode e pericolose interferenze con ambiti endoprocedimentali governati da scelte discrezionali di taluna delle parti ed ancorando gli ambiti di decorrenza ad eventi endoprocessuali assolutamente certi ed obiettivi”; che, quanto alla rilevanza, il remittente osserva che, “in applicazione della legge vigente così come sopra interpretata, non dovrebbe essere riconosciuta ex art. 303 cod. proc. pen. l'inefficacia sopravvenuta della misura cautelare in corso di esecuzione”; che, con altra ordinanza in data 16 ottobre 2002, il Tribunale di Torino ha sollevato la medesima questione nel corso del procedimento avente ad oggetto l'appello di un imputato avverso l'ordinanza con la quale il GIP presso il medesimo tribunale aveva rigettato la richiesta di dichiarazione di inefficacia della misura cautelare applicata nei suoi confronti in data 26 giugno 2002, in relazione ai reati di cui agli artt. 74 d.P.R. n. 309 del 1990 e 110 cod. pen. , 73 e 80 del medesimo d.P.R., per decorrenza dei termini massimi di custodia cautelare;