[pronunce]

e tenuto conto del fatto «che comunque il Collegio si vede costretto a inviare nuovamente alla Corte gli atti», per gli altri profili e dubbi di costituzionalità, talché «si ritiene di sottoporle anche detto profilo». L'art. 2 della legge regionale del Veneto n. 62 del 1999 contrasterebbe, altresì, con il principio di buon andamento della pubblica amministrazione, enunciato dall'art. 97 Cost., e con il principio di «proporzionalità dell'azione amministrativa»: ciò in quanto la competenza legislativa regionale sarebbe stata comunque esercitata in modo irragionevole ed intrinsecamente incoerente. La previsione del comma 1 del predetto articolo — in forza della quale possono essere individuati come «a prevalente economia turistica» solo i Comuni «situati in territorio montano, litoraneo, lacuale, termale … con almeno millecinquecento posti letto in strutture alberghiere ed extra alberghiere» — si tradurrebbe, infatti, in uno «sbarramento» al riconoscimento della qualità in parola del tutto irrazionale, e dunque lesivo, sotto vari profili, anche dell'art. 3 Cost. Innanzitutto, il requisito del numero dei posti-letto risulterebbe eccessivo ed irragionevole: tanto in assoluto; quanto in relazione al fatto che esso viene riferito al territorio di ogni singolo Comune, e non già ad un ambito più vasto, quale il comprensorio territoriale di più Comuni contigui. In secondo luogo, il legislatore regionale avrebbe potuto, più ragionevolmente, considerare il requisito dei posti-letto non quale condizione imprescindibile, ma quale semplice «indicatore» della qualità di Comune ad «economia prevalentemente turistica», alla stregua di altri indici (come, ad esempio, il rapporto tra popolazione residente e numero di presenze in esercizi alberghieri, o quello tra imprese turistiche ed occupati nelle stesse), che i Comuni interessati a detta qualificazione sono tenuti a documentare. In terzo luogo, l'esclusione della prevalente economia turistica in ragione della sola collocazione del territorio comunale – e, in particolare, della sua collocazione in pianura – si tradurrebbe in una restrizione incongrua e discriminatoria. Il tutto senza considerare che, nella specie, è stata negata ai Comuni ricorrenti una qualità loro riconosciuta da tempo sulla base della legislazione previgente e sulla quale, quindi, essi riponevano un «ragionevole affidamento … anche per il futuro». 2. – Si sono costituiti nel giudizio di costituzionalità il Consorzio operatori “Grand'Affi shopping center” e l'operatore commerciale Le Follie s.n.c., ricorrenti nel giudizio principale, i quali – condividendo le argomentazioni della ordinanza di rimessione – hanno chiesto che la questione venga accolta nei termini prospettati dal giudice a quo. In particolare, nella memoria di costituzione, le parti private insistono sulla circostanza che le regole ed i limiti in tema di orari e giorni di apertura di esercizi commerciali inciderebbero sulla concorrenza tra i diversi operatori commerciali; e che, per altro verso, i requisiti introdotti dalla legge regionale censurata, ai fini del riconoscimento più volte richiamato, risulterebbero del tutto illogici ed irragionevoli. Secondo le parti private, la rigida preclusione posta dai due concorrenti requisiti sopra indicati introdurrebbe una discriminazione per quei Comuni che, privi di tali requisiti, risultino comunque sostenuti da un'economia fortemente dipendente dai flussi turistici. 3. – Anche i Comuni di Affi, Costermano, Pastrengo, Rivoli Veronese, Cavaion Veronese si sono costituiti nel presente giudizio, con una memoria nella quale svolgono argomentazioni adesive a quelle contenute nell'ordinanza di rimessione ed analoghe a quelle delle parti private, chiedendo l'accoglimento della questione. In particolare, i Comuni – premesso di aver stipulato tra loro una convenzione per l'esercizio coordinato dell'attività di promozione turistica – evidenziano la «vocazione turistica» dei loro territori: vocazione, per contro, irragionevolmente esclusa dai criteri stabiliti nella legge impugnata, la quale assume come unico, determinante criterio, per l'individuazione dell'economia prevalentemente turistica, quello del numero dei posti-letto, peraltro irragionevolmente riferito non ad un comprensorio di più Comuni, ma al territorio di uno soltanto. Infine, gli enti in questione insistono nel censurare sia la disparità di trattamento tra i vari Comuni – per il solo dato estrinseco dell'ubicazione – scaturente dall'applicazione della legge censurata; sia l'irragionevolezza di una modifica in senso sfavorevole di un beneficio già goduto sulla scorta della normativa previgente: modifica, questa, che contrasta con il principio dell'affidamento del cittadino. 4. – È intervenuta la Regione Veneto, chiedendo che la questione sia dichiarata inammissibile o infondata. La difesa della Regione contesta, innanzitutto, l'ammissibilità della questione sollevata in relazione al nuovo testo dell'art. 117 Cost.: ciò in quanto il giudice a quo svolgerebbe le proprie argomentazioni in termini problematici, invocando l'intervento della Corte «in modo essenzialmente perplesso» ed in relazione ad un dubbio che origina, in realtà, non dalla ritenuta incostituzionalità della disciplina censurata, ma dalla complessità e delicatezza della materia in questione. Inoltre, la circostanza – evidenziata nell'ordinanza di rimessione – che la disciplina del commercio rientri, ai sensi del quarto comma dell'art. 117 Cost., nella potestà legislativa delle regioni, dimostrerebbe con evidenza l'inaccettabilità di una interpretazione la quale, esasperando la competenza statale sancita dall'art. 117, secondo comma, lettera e), in tema di concorrenza, renderebbe incompatibile con la Costituzione ogni normativa regionale avente un rilievo «nei rapporti tra imprese o una ricaduta sul mercato». La questione prospettata sarebbe comunque infondata posto che per “regole generali della concorrenza”, ai fini della competenza statale, non potrebbero certo intendersi tutte le misure regolamentari ed amministrative che incidono su una attività economica (in esse comprese le autorizzazioni o gli orari di apertura e chiusura degli esercizi commerciali), pena la limitazione eccessiva – o, meglio, la totale compressione – della stessa competenza regionale esclusiva nella materia del commercio. Con riferimento, poi, alle censure di violazione dell'art. 97 Cost., la difesa della Regione Veneto ne rileva in primo luogo l'inammissibilità, giacché con esse il rimettente avrebbe contestato il merito della scelta discrezionale operata dal legislatore regionale, piuttosto che la legittimità costituzionale di essa. Il rimettente, in sostanza, contrapporrebbe le proprie valutazioni a quelle del legislatore regionale, deducendo, in modo del tutto generico, l'irragionevolezza della disciplina censurata, senza tuttavia pervenire ad alcuna dimostrazione di essa: aspetto, questo, imprescindibile per ipotizzare la violazione del principio di buon andamento dell'amministrazione.