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Ad opera del «ministro» Gelmini abbiamo assistito tutti a una precarizzazione del sistema della ricerca italiana: tutti abbiamo davanti agli occhi quanti precari ci sono nelle nostre università e nei nostri enti di ricerca; basti pensare allo scalpore che qualche settimana fa ha fatto il grande successo ottenuto dalle nostre ricercatrici dell'istituto Spallanzani, che, prime in Italia e in Europa, hanno sequenziato il genoma del coronavirus, salvo poi scoprire che anch'esse erano vittime di tale precarizzazione. Per fortuna, grazie agli interventi di questo e, in parte, del precedente Governo, stiamo andando incontro ad un rafforzamento della stabilizzazione del nostro personale della ricerca. Alcuni interventi sono stati fatti. Infatti una delle ricercatrici dello Spallanzani, pochi giorni dopo la sua scoperta, è stata finalmente stabilizzata (Applausi dal Gruppo M5S) , come usiamo dire oggi, grazie a una procedura concorsuale che aveva già avuto luogo. Altre stabilizzazioni ci saranno nell'immediato futuro. Il presidente Conte non più di qualche settimana fa aveva presentato un grande piano di assunzioni che prevede 10.000 ricercatori stabili nel nostro Paese nei prossimi cinque anni. Questo è un grande successo per noi. Parliamo continuamente di fuga di cervelli, dei nostri giovani che se ne vanno all'estero, e finalmente stiamo facendo dei passi per trattenerli qui e valorizzare ancora il nostro eccellente sistema dell'università e della ricerca italiana. (Applausi dal Gruppo M5S) . Siamo tutti consci che bisogna fare di più; stiamo mettendo in atto tutte le misure per fare di più. Esprimo quindi nuovamente la mia soddisfazione per la separazione di questi due Ministeri e per il fatto che l'università e il sistema della ricerca italiana abbiano nuovamente la dignità di un proprio Dicastero. Ritengo che questo sia solo un ulteriore passo nella direzione del rafforzamento del nostro eccellente sistema dell'università e della ricerca. (Applausi dal Gruppo M5S) . PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Tiraboschi. Ne ha facoltà. TIRABOSCHI (FIBP-UDC) . Signor Presidente, onorevoli colleghi senatori, signor Sottosegretario, non vorrei ripetere quanto detto dalla collega Binetti, che condivido, e provo a fare qualche riflessione che mi perdonerete se può sembrare non attinente al disegno di legge in discussione oggi, ma che giustifica, a mio personale avviso, come il Ministero dell'università, finalmente dopo undici anni, possa tornare ad avere un ruolo centrale, da protagonista, nella definizione del modello di sviluppo economico, sociale e sostenibile del nostro Paese, in una competizione internazionale che oramai - è inutile nascondercelo - evidenzia alcuni limiti del fenomeno della globalizzazione. Non ultimo il fatto che la ricchezza è stata redistribuita in maniera sempre meno equa. Sapete perfettamente quanto il fenomeno della redistribuzione della ricchezza non equa sia emerso in maniera prepotente negli Stati Uniti d'America, dove recentemente una ricerca ha significato che lo 0,1 per cento della popolazione possiede il 90 per cento della ricchezza. Dico tutto questo perché, se alla crisi sociale - che è evidente a tutti noi - si sovrappone il fenomeno dell'innovazione tecnologica, più noto come rivoluzione digitale, voi capite che la dimensione del problema diventa talmente grande e complessa da essere di difficile governabilità. Di conseguenza, quello che una volta eravamo abituati a definire come modello della tripla elica, ossia lo Stato e le istituzioni, le imprese e le università che insieme definivano il modello di sviluppo e di innovazione sociale (ricordo che era un pezzo della strategia di Lisbona sottoscritta dai Capi di Stato e di Governo nel 2000), oggi non è assolutamente più sufficiente. Questo perché sono entrati prepotentemente due attori nella scena economica e sociale: da una parte, le comunità con tutti i loro corpi intermedi; dall'altra parte, le giovani generazioni e l'ambiente. Un tratto caratteristico della rivoluzione digitale e della contingenza sociale che tutti noi stiamo osservando è che, a differenza della rivoluzione industriale degli ultimi centocinquant'anni, la rivoluzione digitale è completamente diversa. Tale rivoluzione prevede che il singolo individuo non ce la possa più fare da solo; ce la può fare solo se approccia la sua vita e in generale le sue scommesse sul futuro in maniera - si direbbe - olistica, cioè integrandosi con la comunità nella quale vive, cercando di essere molto ben radicato in essa e instaurando rapporti di collaborazione e relazioni costanti. Presidenza del vice presidente CALDEROLI (ore 17,55) ( Segue TIRABOSCHI). Stiglitz, che è stato Premio Nobel dell'economia nel 2001, nel suo libro dal titolo «La globalizzazione e i suoi oppositori», ha detto una frase che mi ha colpito, cioè che oggi sostanzialmente la crisi profonda dell'economia e della politica possono vedere protagonisti le organizzazioni no profit e tra queste c'è proprio l'università, che deve ad essere centrale nel modello di definizione di sviluppo del futuro. Le università, però, devono assolutamente cambiare, non possono più essere quelle che erano nel ventesimo secolo, devono viaggiare molto più velocemente, devono essere decisamente più flessibili e duttili, devono essere molto più efficienti, devono impostare i loro schemi di formazione in maniera completamente diversa rispetto al passato. Io direi che si potrebbe utilizzare un motto del seguente tipo: nell'università non si insegna, ma si impara tutti insieme. Penso, cioè, a quella comunità aperta in cui si ibridano le generazioni dei professori e degli studenti, che non devono più essere collegati da un modello di trasferimento lineare delle competenze e delle conoscenze. Quello è un modello che sicuramente ha risposto ad alcune logiche che andavano molto bene nel ventesimo secolo, che è stato molto robusto, ma che oggi non va assolutamente più bene, perché questa ibridazione costante non consente di tenere il modello di formazione statico, fermo e lineare. Pensate a tutto quello che ho detto prima riguardo alla rivoluzione digitale. A questo riguardo apprezzo molto (anche se non l'ho capito, così è stato riportato dagli organi di stampa) il fatto che il Ministro vuole fare un'università digitale. Io spero che il Ministro non voglia fare - passatemi questo termine inglese - un upgrade di tutti i corsi universitari sul digitale, perché in questo senso il digitale ci travolgerebbe avendo una velocità incredibile. È una rivoluzione veramente non paragonabile con quelle che io ho definito dalla prima alla quarta, che sono arrivate fino agli inizi del ventunesimo secolo. Spero quindi che il Ministro stia effettivamente pensando al digitale come un vero e proprio ecosistema e non come una disciplina verticale, dunque ad un corso universitario o a una laurea triennale, insomma a qualcosa di specifico su questo nuovo paradigma. L'unica nostra certezza è che non ci sono più punti di certezza e di sicurezza. Pertanto l'università, che può guidare il cambiamento della società e dell'economia, deve avere ben chiara questa incertezza, questa difficoltà di risolvere problemi complessi. Oggi non esiste più un'unica risposta ad un problema, ma esistono molteplici risposte a problemi estremamente complessi e queste risposte potrebbero anche rivelarsi non corrette.