[pronunce]

che, conseguentemente, la questione va dichiarata manifestamente inammissibile per difetto di adeguata motivazione sulla rilevanza; che, quanto alle residue ordinanze, questa Corte ha reiteratamente affermato che rientra nella discrezionalità del legislatore, una volta individuata una causa estintiva del reato, stabilire gli effetti ed i limiti temporali di essa, in relazione allo stato dell'azione penale (cfr. sentenza n. 85 del 1998; ordinanze n. 219 del 1997; n. 137 e n. 294 del 1996); che il principio risulta evidentemente estensibile anche alle cause sopravvenute di non punibilità legate a condotte lato sensu riparatorie, ove si dovesse qualificare in tali termini – secondo una diffusa opinione – l'«esclusione della punibilità» contemplata dalla norma impugnata: valendo anche in tal caso il rilievo che si tratta di una non punibilità dovuta a ragioni di politica criminale – per di più, nel caso del condono, a carattere contingente – e non certo conseguente alla caduta dell'antigiuridicità per cause intrinseche attinenti al nucleo sostanziale dell'illecito (cfr. ordinanza n. 137 del 1996); che, in particolare, la scelta di porre come limite preclusivo l'esercizio dell'azione penale – scelta attuata con la norma di modifica di cui all'art. 5-bis del decreto-legge n. 282 dal 2002, aggiunto dalla legge di conversione n. 27 del 2003, essendo la preclusione originariamente connessa al semplice «avvio» del procedimento penale – appare espressiva dell'intento di negare la possibilità di una sottrazione “a basso costo” alla responsabilità penale, per coloro che abbiano commesso reati non soltanto già scoperti dall'autorità giudiziaria, ma in ordine ai quali siano stati altresì già acquisiti elementi sufficienti a giustificare l'instaurazione della fase processuale: e ciò in linea con la concezione del condono tributario come beneficio applicabile solo a contribuenti che non versino in situazioni già “compromesse” sul piano dell'accertamento; che tale scelta, pertanto – a prescindere da valutazioni di politica criminale, estranee alla sfera del sindacato di costituzionalità – non può ritenersi, di per sé, manifestazione irrazionale ed arbitraria; che quanto, poi, all'ulteriore elemento integrativo della preclusione, rappresentato dalla «formale conoscenza» dell'esercizio dell'azione penale da parte del contribuente prima della presentazione della dichiarazione per la definizione, la relativa ratio risiede essenzialmente – come rimarcato anche dall'Avvocatura dello Stato – in una esigenza di garanzia: quella, cioè, di evitare che il contribuente, non avendo avuto notizia della causa ostativa in atto, perfezioni un condono destinato all'inefficacia; che, in tale ottica, le disparità di trattamento denunciate dai giudici rimettenti – legate al gioco dei molteplici fattori che possono rendere più o meno celere, nei singoli casi concreti, l'esercizio dell'azione penale e la sua rituale comunicazione al contribuente – si risolvono in disparità di mero fatto, inidonee come tali, per costante giurisprudenza di questa Corte, a fondare un giudizio di violazione del principio di eguaglianza (cfr., ex plurimis, ordinanze n. 173 del 2003; n. 311 e n. 481 del 2002) ; che quanto, infine, alla violazione dell'art. 24 Cost. ventilata dal Giudice dell'udienza preliminare del Tribunale di Modena, la censura si presenta sfornita di qualsiasi supporto argomentativo; che le questioni vanno dichiarate, pertanto, manifestamente infondate. Visti gli artt. 26, secondo comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87 e 9, comma 2, delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale.. . per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE riuniti i giudizi, a) dichiara la manifesta inammissibilità della questione di legittimità costituzionale dell'art. 9, comma 14, della legge 27 dicembre 2002, n. 289 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato – legge finanziaria 2003), come modificato dall'art. 5-bis del decreto-legge 24 dicembre 2002, n. 282 (Disposizioni urgenti in materia di adempimenti comunitari e fiscali, di riscossione e di procedure di contabilità), convertito, con modificazioni, in legge 21 febbraio 2003, n. 27, sollevata, in riferimento all'art. 3 della Costituzione, dal Tribunale di Venezia, sezione distaccata di Chioggia, con l'ordinanza indicata in epigrafe; b) dichiara la manifesta infondatezza delle questioni di legittimità costituzionale dell'art. 9, comma 10, lettera c), e comma 14, lettera b), della citata legge n. 289 del 2002, sollevate, in riferimento agli artt. 3 e 24 della Costituzione, dal Giudice dell'udienza preliminare del Tribunale di Cagliari e dal Giudice dell'udienza preliminare del Tribunale di Modena con le ordinanze indicate in epigrafe. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 4 aprile 2005. F.to: Guido NEPPI MODONA, Presidente Giovanni Maria FLICK, Redattore Giuseppe DI PAOLA, Cancelliere Depositata in Cancelleria il 12 aprile 2005. Il Direttore della Cancelleria F.to: DI PAOLA