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Assolto in primo grado perché il fatto non costituisce reato, è stato condannato in appello. La Sezione VI della Corte di cassazione ha annullato la condanna perché il fatto non sussiste, ma ha ammesso che « le manifestazioni d'inerzia della direzione, tenute nonostante i ripetuti solleciti e richiami dell'autorità giudiziaria a procedere alle indagini e alle segnalazioni di competenza, abbiano costituito violazione delle linee guida dettate » dal procuratore generale presso la corte d'appello. La Corte ha altresì rilevato che tali linee guida, « a fronte di casi di mesotelioma o asbesto correlati, prescrivevano al servizio di prevenzione e sicurezza sul lavoro l'obbligo di attivarsi immediatamente e prioritariamente per lo svolgimento della relativa attività ispettiva e per la raccolta di ogni informazione utile, coordinandosi ove opportuno con gli uffici della procura della repubblica ». Tuttavia, osserva la Corte che « l'inerzia della struttura operativa complessa di prevenzione e sicurezza negli ambienti di lavoro diretta dall'imputato (di possibile rilevanza nella competente sede amministrativa o disciplinare), rispetto al prescritto obbligo di procedere all'inchiesta e all'analisi dei diffusi casi di malattia professionale da mesotelioma pleurico o asbesto correlati – come richiesto per motivi di giustizia dalla competente autorità giudiziaria non consente affatto di ritenere perfezionata, insieme con l'inadempimento di quel dovere per la mancata risposta alle prescrizioni e sollecitazioni dell'a.g., altresì la violazione dell'obbligo di denunzia da parte del pubblico ufficiale di un reato di cui abbia avuto notizia nell'esercizio delle sue funzioni e del quale debba riferire all'autorità giudiziaria ». Spiega che « tale obbligo, la cui inosservanza è penalmente sanzionata dall'articolo 361 del codice penale, sorge, giusta il consolidato orientamento giurisprudenziale di legittimità, solo quando il pubblico ufficiale è posto in grado di individuare gli elementi del reato ed acquisire ogni altro dato utile per la formazione della relativa denuncia ». Precisa che siffatta « fattispecie astratta » è « diversa a ben vedere da quella descritta nell'imputazione contestata, nella quale l'omissione concretamente addebitata all'imputato ha per oggetto non la denunzia di un reato, bensì l'avvio di una pur doverosa attività ispettiva, mirata all'esame dei singoli casi di malattia professionale, sia per finalità epidemiologiche sia per selezionare fra essi quelli di rilevanza penale, laddove fossero effettivamente emersi elementi qualificati di reato a carico dei datori di lavoro, sì da determinarne – ma solo a questo punto l'obbligo di denuncia alla competente autorità giudiziaria ». D'altra parte, secondo quanto riferito dal dott. Marinaccio, direttore del registro nazionale dei mesoteliomi (ReNaM): « La sorveglianza epidemiologica dei casi incidenti di mesotelioma è affidata dal decreto del Presidente del Consiglio dei ministri n. 308 del 2002 al registro nazionale dei mesoteliomi (ReNaM) istituito presso l'Istituto nazionale per l'assicurazione contro gli infortuni sul lavoro (INAIL), Dipartimento di medicina, epidemiologia, igiene del lavoro ed ambientale. Il ReNaM si struttura come un network ad articolazione regionale. Presso ogni regione è istituito un centro operativo regionale (COR) con compiti di identificazione di tutti i casi di mesotelioma diagnosticati nel rispettivo territorio e di analisi della storia professionale, residenziale e ambientale dei soggetti ammalati ». Attualmente sono stati istituiti i registri regionali in tutte le regioni italiane, ma, come documentato nei rapporti, nelle regioni Molise, Calabria e Sardegna, la capacità operativa del COR è ridotta e la rilevazione dei casi non può essere considerata esaustiva e di incidenza. Inoltre, recentemente, i COR delle regioni Campania e Abruzzo hanno comunicato una condizione di cessazione delle attività dovuta all'assenza di finanziamento e a modifiche di ordine organizzativo nelle rispettive regioni. Dal punto di vista della capacità dei centri di rilevare le modalità di esposizione, come riportato e discusso nel VI rapporto ReNaM, la quota complessiva (nell'intero periodo di attività del ReNaM e per l'insieme delle regioni) è pari al 78,2 per cento dei casi registrati. A fronte di questo elevato valore per l'intero territorio nazionale, è presente una notevole componente di variabilità regionale e, in alcune regioni, tale percentuale scende sotto il 50 per cento. Il compito fondamentale che è necessario perseguire è, senz'altro, la capacità del sistema di rilevare tutti i casi incidenti e di accrescere fino al suo massimo fisiologico la quota di casi intervistati rispetto ai casi diagnosticati e registrati. Si noti che, nell'intento di tutelare la salute pubblica, la legge n. 257 del 1992 predispone lo strumento della sorveglianza epidemiologica come procedura atta all'individuazione di situazioni di rischio ambientale o occupazionale precedentemente sconosciute o sottostimate, al fine di contribuire all'individuazione delle priorità degli interventi di risanamento ambientale. Più recentemente, anche alla luce dei lunghi tempi di latenza delle patologie asbesto-correlate, la sorveglianza epidemiologica della patologia da amianto ha acquisito una ulteriore valenza, cioè la messa a punto di un sistema di osservazione atto a valutare, in prospettiva, l'efficacia degli interventi di prevenzione attraverso la misura della riduzione del carico della patologia da amianto nel tempo e nello spazio. Pressante è dunque l'esigenza di andare in tutto il Paese alla ricerca dei tumori asbesto correlati e di evitare che continuino a restare sepolti negli archivi dei comuni e degli ospedali e a non essere segnalati all'autorità giudiziaria, né al COR. Lo scopo non è solo quello di celebrare i processi penali a carico dei responsabili e di far risarcire le vittime e i loro congiunti, bensì anche di scoprire luoghi insospettati e insospettabili di esposizione a rischi di cancro. Coerentemente a quanto analizzato: – il comma 11 dell'articolo 15 della legge n. 257 del 1992, introdotto dall'articolo 1, comma 1, lettera f) del presente disegno di legge, stabilisce obblighi di comunicazione dei casi di patologie asbesto-correlate che sottraggano l'osservanza di tali obblighi da controproducenti discrezionalità e che siano assistiti da un adeguato regime sanzionatorio. Il comma in questione prevede, pertanto, che chiunque, avendo nell'esercizio di un pubblico servizio, di una pubblica funzione o di una professione sanitaria prestato il suo ufficio, funzione, assistenza od opera in caso di mesotelioma, ovvero in caso certo o sospetto di altra patologia correlabile all'esposizione ad amianto, omette di riferire senza ritardo all'autorità giudiziaria la patologia, nonché, ove conosciute, le generalità, il domicilio e quanto altro valga alla identificazione della persona interessata e di coloro che siano informati sui fatti, è punito con la reclusione fino a un anno e con la multa da euro 10.000 a euro 30.000.