[ddlpres]

Nel frattempo, è vero, è stata istituita la cosiddetta « Giornata del ricordo » (il 10 febbraio) e si sono avute le commemorazioni dei Presidenti della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi e Giorgio Napolitano. Tuttavia, è giunto il momento di essere finalmente concreti. Tale urgente esigenza di concretezza impone di tralasciare le buone intenzioni e le belle ed autorevoli parole, per lasciare spazio all'effettiva applicazione della disciplina internazionale e nazionale. I fatti – almeno quelli meritevoli di maggiore attenzione – sono i seguenti: 1) Privazione dei beni degli esuli per la risoluzione di problemi nazionali Il punto di partenza è rappresentato dall'obiettiva ingiustizia della privazione dei beni di cui si tratta, in quanto sia il debito di guerra nei confronti della Jugoslavia che il ritorno di Trieste all'Italia sono stati dei problemi nazionali (ossia propri dell'intero Paese). Non v'è, in sostanza, alcuna ragione per la quale il pagamento di un debito nazionale ed il corrispettivo affinché la Jugoslavia aderisse al Memorandum del 1954 siano stati posti a carico esclusivo dei profughi, imponendo a costoro un sacrificio eccessivo che avrebbe dovuto gravare sull'intera Nazione. Il Trattato di pace di Parigi, peraltro, ha espressamente vietato la possibilità di requisire « i beni dei cittadini italiani situati nei territori ceduti » a titolo di compensazione con i crediti vantati dalla Jugoslavia nei confronti dello Stato italiano (articolo 79, paragrafo 6, lettera f ). Non solo. Lo stesso trattato ha precisato che le proprietà private avrebbero dovuto essere restituite ai loro legittimi titolari. Cionondimeno, nei successivi accordi bilaterali – segnatamente in quelli del 1949, del 1950 e del 1954 – le Parti si sono accordate nel senso di contravvenire al sopramenzionato divieto sancito dal Trattato di pace di Parigi, 2) lrrisorietà ed inadeguatezza degli indennizzi sinora riconosciuti Ciò è riconducibile, innanzitutto, all'erroneità degli indici di stima dei beni calcolati al 1938, che non corrispondono al reale valore degli stessi: si consideri, al riguardo, che, a fronte della previsione normativa secondo cui i beni avrebbero dovuto essere valutati secondo il loro stato al 16 settembre 1947 (ossia, alla data di entrata in vigore del Trattato di Pace) e « sulla base dei prezzi del mercato libero nel 1938 » (articolo 3 della legge n. 1064 del 1949), si è addivenuti alla loro stima sulla scorta delle indicazioni fornite a distanza di dieci-quindici anni dal loro abbandono da parte dei profughi e dalla loro degradazione da parte dei nuovi occupanti. Inoltre, sono state equiparate situazioni immobiliari ictu oculi non comparabili, come, ad esempio, gli immobili dell'interno dell'Istria con quelli ubicati lungo la costa. In secondo luogo, gli indennizzi sinora riconosciuti – mediante l'attribuzione di coefficienti di rivalutazione maggiori e fissi per i beni inferiori ad un determinato valore e coefficienti minori per i maggiori patrimoni, tutti, però, nettamente inferiori alla svalutazione subita nel tempo dalla nostra moneta – sono palesemente risibili, in quanto corrispondenti a minime percentuali del valore reale dei beni stessi. Tale inadeguatezza è stata sottolineata sia dal Governo e dal Parlamento italiano, sia dalle stesse autorità dell’ ex Jugoslavia. Queste ultime hanno espresso il loro stupore per l'irrisorietà degli indennizzi riconosciuti in favore degli italiani, sottolineando la necessità di un risarcimento più dignitoso. Quanto al Governo italiano, nella proposta di legge atto Camera n. 6273 della XIV legislatura, presentata il 18 gennaio 2006 dall'allora Ministro degli affari esteri onorevole Fini, recante il riordino della disciplina in materia di indennizzi a cittadini italiani che abbiano perduto beni, diritti ed interessi nei territori della ex Jugoslavia già soggetti alla sovranità italiana, si rileva che « da una verifica degli indici di svalutazione ISTAT, comparati con quelli stabiliti dalla legge 5 aprile 1985, n. 135, ci si rende conto che gli indennizzi sino ad ora concessi sono, in taluni casi, del tutto irrisori ». Quanto al Parlamento, nei numerosi disegni di legge nel frattempo presentati dai parlamentari di ogni colore e schieramento si è evidenziata la irrisorietà delle somme versate e dei criteri posti a base della loro determinazione, e, soprattutto, nella legge n. 137 del 2001 si è riconosciuto « ai titolari di beni, diritti ed interessi abbandonati nei territori italiani ceduti alla ex Jugoslavia in base al Trattato di Pace del 10 febbraio 1947 e all'Accordo di Osimo del 10 novembre 1975, già indennizzati (...) ai sensi della legge 5 aprile 1985, n. 135, e della legge 29 gennaio 1994, n. 98 », un indennizzo ulteriore, sul presupposto – già innanzi evidenziato – che quello sino ad allora previsto fosse per l'appunto insufficiente. 3) Ritardo nella liquidazione degli attuali indennizzi Oltre che risibili, gli indennizzi sinora previsti sono stati erogati in misura parziale ed in tempi biblici. La stessa legge n. 137 del 2001 ad oggi è stata applicata soltanto in parte, tanto da indurre l'allora Ministro degli affari esteri onorevole Fini, nel già citato disegno di legge presentato il 18 gennaio 2006, a snellire ed accelerare le procedure burocratiche mediante l'istituzione di una Commissione per il riordino della disciplina sulla materia degli indennizzi e, prima ancora, per la ricognizione dello stato della loro erogazione in virtù della legge n. 137 del 2001. 4) Sperequazione rispetto ai rimpatriati dalle colonie e dall'estero Sotto altro profilo, si palesa la disparità di trattamento riservato ai giuliani (i quali, per l'appunto, erano cittadini italiani autoctoni delle terre perdute che sono stati costretti tutto ad un tratto ad abbandonare unitamente alla loro attività ed alla loro vita), rispetto a quello riconosciuto per i beni lasciati nei territori africani delle ex colonie dai cittadini italiani non autoctoni: a fronte della stima riferita al valore dei beni nel 1938, a questi ultimi si sono praticati coefficienti ben superiori, giacché ancorati ai valori nel 1964 per i beni in Tunisia, nel 1970 per quelli in Libia e nel 1975 per quelli in Etiopia. In punto di diritto, costituisce un punto di approdo inconfutabile la titolarità, in capo ai profughi, di un diritto soggettivo in ordine ai beni di cui si tratta. Il diritto di proprietà è espressamente tutelato dalla Costituzione italiana, il cui articolo 42, al comma secondo, recita: « La proprietà privata è riconosciuta e garantita dalla legge (...) ».