[pronunce]

Risulterebbe leso, in secondo luogo, l'art. 13, quinto comma, Cost., giacché l'inserimento, tra gli elementi ostativi alla scarcerazione, di un evento, quale il passaggio in giudicato della sentenza di condanna per il reato contestato con la prima ordinanza cautelare, violerebbe la regola costituzionale - debitamente valorizzata dalla giurisprudenza di questa Corte - in forza della quale la durata massima della custodia cautelare deve essere determinata dal legislatore, e non dipendere da iniziative, dolose o colpose, del pubblico ministero, ovvero da circostanze accidentali estranee alle esigenze di garanzia della libertà personale dell'imputato nel corso del processo (quali la colpa del giudice nella conoscenza degli atti processuali, l'eccessivo carico di lavoro gravante sugli uffici, le loro disfunzioni o la loro efficienza). L'avere stabilito che la formazione del giudicato in ordine al primo reato in connessione qualificata fa venire meno la condizione di operatività della retrodatazione, costituita dalla contestualità delle misure, rifletterebbe, d'altra parte, una concezione del giudicato ormai superata dagli sviluppi della legislazione. Lungi dal cristallizzare in modo definitivo la situazione processuale, anche con riferimento alla pena inflitta, il giudicato sarebbe divenuto ormai «permeabile», tanto da poter essere modificato e «ridotto» a fronte di eventi successivi, quale, in particolare, il riconoscimento della continuazione tra il reato già giudicato e altro «sub iudice». In questa prospettiva, la sopravvenienza del giudicato relativamente al reato oggetto della prima ordinanza cautelare non avrebbe alcun significato rilevante, tale da giustificare il depotenziamento della ratio di garanzia sottesa alla disciplina della retrodatazione, la cui applicazione non sopporterebbe limitazioni che non si connettano a interessi di pari o superiore rango costituzionale. Conclusione, questa, condivisa anche da alcune pronunce della stessa Corte di cassazione, sia pure in rapporto alla diversa fattispecie del giudicato intervenuto successivamente all'emissione della seconda ordinanza cautelare. La norma censurata violerebbe, da ultimo, la presunzione di non colpevolezza, sancita dall'art. 27, secondo comma, Cost. Attribuendo al giudicato formatosi in relazione a uno solo dei reati in connessione qualificata un effetto ostativo alla retrodatazione, si correrebbe, infatti, il rischio di imputare l'esecuzione della pena, in corso per il reato già giudicato, ove questo sia meno grave - stante la più che probabile riduzione conseguente al riconoscimento del nesso della continuazione - alla pena conseguente ai reati più gravi oggetto della seconda ordinanza cautelare e ancora da giudicare: sicché, in pratica, l'imputato sconterebbe una pena per reati relativamente ai quali non è ancora intervenuta una sentenza definitiva.1. - La Corte di cassazione, prima sezione penale, dubita della legittimità costituzionale dell'art. 297, comma 3, del codice di procedura penale, nella parte in cui - secondo l'interpretazione accolta dalle Sezioni unite della stessa Corte di cassazione, qualificabile come «diritto vivente» - «impedisce la retrodatazione della custodia cautelare in carcere nelle ipotesi in cui per i fatti contestati nella prima ordinanza l'imputato sia stato condannato con sentenza passata in giudicato, prima della adozione della seconda misura». Ad avviso del giudice a quo, la norma censurata, intesa in tali termini, violerebbe, anzitutto, l'art. 3 della Costituzione, determinando una irragionevole disparità di trattamento di situazioni eguali. In particolare, i coimputati dei medesimi reati si vedrebbero negato o riconosciuto il diritto alla scarcerazione, a seconda che nei loro confronti si sia formato o meno il giudicato sui fatti oggetto della prima ordinanza cautelare, col risultato, tra l'altro, di penalizzare coloro che abbiano scelto riti alternativi e omesso di impugnare la sentenza di condanna. Sarebbe leso, altresì, l'art. 13, quinto comma, Cost., giacché l'attribuzione al giudicato sui fatti contestati con la prima ordinanza di un effetto ostativo alla retrodatazione violerebbe la regola che vuole i termini massimi della custodia cautelare predeterminati dal legislatore, e non dipendenti da iniziative, dolose o colpose, del pubblico ministero, ovvero da circostanze accidentali estranee alle esigenze di garanzia della libertà personale dell'imputato nel corso del processo. La norma denunciata si porrebbe in contrasto, da ultimo, con la presunzione di non colpevolezza, sancita dall'art. 27, secondo comma, Cost.: presunzione che rischierebbe di essere elusa, ove risulti prevedibile che la pena definitiva in corso di esecuzione - relativa ai reati meno gravi contestati con la prima ordinanza cautelare - dovrà essere imputata, in forza del vincolo della continuazione con i reati più gravi ancora da giudicare, oggetto della seconda ordinanza, alla pena conseguente al futuro giudicato di condanna per questi ultimi. 2. - In riferimento agli artt. 3 e 13, quinto comma, Cost., la questione è fondata, nei termini di seguito specificati. 3. - Il quesito di costituzionalità sottoposto all'esame della Corte investe la disciplina delle cosiddette contestazioni a catena: disciplina che - raccordandosi in modo diretto ai parametri costituzionali ora evocati - trova la sua ratio fondante nell'esigenza di evitare che prassi artificiose o colpevoli inerzie dell'autorità giudiziaria possano incidere in senso negativo sulla permanenza in vinculis dell'imputato, determinando uno spostamento in avanti del dies a quo per il computo dei termini massimi di durata delle misure cautelari. Giova, al riguardo, ricordare come, nel vigore del codice di procedura penale del 1930 - che ignorava, in origine, il fenomeno - fosse stata la giurisprudenza di legittimità ad enucleare, in via interpretativa, eccezioni al principio di autonoma decorrenza dei termini in rapporto a ciascun titolo custodiale, finalizzate ad arginare possibili fenomeni elusivi. Si era ritenuto, in particolare, che nel caso in cui una persona risultasse colpita da una pluralità di provvedimenti cautelari, la colpevole inerzia dell'autorità giudiziaria nell'adottare i provvedimenti successivi al primo, e a maggior ragione l'artificioso ritardo nelle nuove contestazioni, non potessero dar luogo a un prolungamento della custodia: dovendo, in tal caso, operare una regola di retrodatazione, in forza della quale i termini di durata delle misure successive andavano computati dal momento di esecuzione del primo provvedimento. Detto orientamento giurisprudenziale trovava una eco normativa dapprima nell'art. 2 della legge 28 luglio 1984, n. 398 (Nuove norme relative alla diminuzione dei termini di carcerazione cautelare e alla concessione della libertà provvisoria), che sostituiva l'art. 271 del codice di rito del 1930;