[pronunce]

Per questo verso, la normativa censurata violerebbe, dunque, l'art. 3 Cost., non essendo ravvisabile alcuna ragione atta a giustificare un diverso trattamento delle due ipotesi, sostanzialmente assimilabili sotto il profilo considerato. In secondo luogo, la tesi in discorso attenuerebbe eccessivamente il legame tra giudice e fatto, «ponendolo nelle mani di una incontrollabile discrezionalità non solo del legislatore ordinario, ma anche del titolare del potere di definizione del fatto oggetto del processo», e cioè del pubblico ministero. Il principio del giudice naturale precostituito per legge tutelerebbe, in effetti, anzitutto l'interesse delle parti a che la loro controversia sia giudicata da un giudice imparziale, e dunque da «un giudice che nessuna parte possa scegliersi in danno dell'altra». A tale esigenza assolverebbe segnatamente il principio della precostituzione, che affida in via esclusiva alla legge l'individuazione, in via generale ed astratta, del giudice chiamato a conoscere di determinate categorie di cause. Valendosi dell'aggettivo «naturale», l'art. 25 Cost. avrebbe posto, peraltro, anche un limite alla discrezionalità del legislatore, richiedendo che la controversia venga decisa da un giudice «"naturalmente" competente rispetto al fatto», da identificare, «per convenzione diffusa», nel giudice del luogo ove il fatto è avvenuto. Deroghe all'esigenza costituzionale di uno «stretto legame naturalistico» tra il giudice e il luogo di verificazione del fatto sarebbero tollerabili nei soli casi eccezionali in cui sia necessario evitare la lesione di altri valori di rilievo costituzionale. In questa prospettiva, sarebbe costituzionalmente legittima, ad esempio, la disciplina in tema di rimessione del processo, che sottrae la decisione ad un giudice condizionabile dal contesto ambientale, come pure quella relativa ai processi riguardanti magistrati, intesa a prevenire le possibili «influenze distorsive» connesse alla qualità di una delle parti del giudizio. La speditezza del processo - cui è ispirata la disciplina della connessione dei procedimenti - non rientrerebbe, per converso, tra le ragioni idonee a legittimare deroghe al principio in questione, potendo giustificare, semmai, solo la previsione di limiti temporali alla rilevabilità delle questioni di competenza. L'art. 111, secondo comma, Cost. demanda, infatti, il compito di assicurare la ragionevole durata del processo alla legge, la quale deve sempre muoversi nel rispetto dei principi costituzionali, a cominciare da quello - da reputare prioritario - del giudice naturale, posto a garanzia dell'imparzialità e dell'indipendenza dell'organo giudicante, quali connotati essenziali del «giusto» processo. Ciò posto, e rilevato altresì come, per costante giurisprudenza, la competenza debba essere determinata in relazione al fatto quale contestato nell'imputazione, il rimettente osserva come tale metodo garantisca il pieno rispetto del principio del giudice naturale precostituito per legge, anche con riferimento all'ipotesi della connessione teleologica, solo nei limiti in cui, da un lato, «si accolga una nozione delimitata e ristretta del fatto quale singolo fatto reato», e, dall'altro, si prevedano meccanismi processuali idonei ad evitare che il pubblico ministero possa strumentalmente scegliere di contestare un fatto diverso da quello effettivamente realizzato, al solo fine di incidere sulla competenza. Entrambe tali condizioni non sarebbero riscontrabili nel caso considerato. Le norme censurate introdurrebbero, infatti, ai fini della determinazione della competenza per connessione, una «nozione di fatto-reato» che, in quanto comprensiva anche del nesso di strumentalità che lo lega ad altri reati, risulterebbe troppo ampia e, dunque, lesiva del principio del giudice naturale. Al tempo stesso, il sistema processuale non offrirebbe adeguate tutele contro il rischio che il pubblico ministero influisca sulla individuazione del giudice competente tramite un'arbitraria formulazione dell'imputazione e, in particolare, tramite la strumentale contestazione dell'aggravante di cui all'art. 61, numero 2), cod. pen. Del tutto insufficiente sarebbe, in specie, la tutela offerta dall'art. 521, comma 2, cod. proc. pen. - in forza del quale il giudice deve disporre la trasmissione degli atti al pubblico ministero, ove accerti che il fatto è diverso da come descritto nell'imputazione - dovendosi escludere, alla luce dei correnti indirizzi giurisprudenziali, che dia luogo a diversità del fatto, ai sensi della disposizione ora citata, la mera esclusione di una circostanza. Alla luce di tali considerazioni, il giudice a quo ritiene non manifestamente infondata e rilevante nel processo principale, in quanto condizionante la decisione sull'eccezione di incompetenza sollevata dalle difese, la questione di legittimità costituzionale della disposizione combinata degli artt. 12, comma 1, lettera c), e 16 cod. proc. pen. , nella parte in cui, nel caso di connessione teleologica, attribuirebbe la competenza per tutti i reati e per tutti gli imputati al giudice del luogo in cui è stato commesso il reato più grave, anche se questo non risulti contestato a tutti gli imputati del reato meno grave. 2.- È intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, il quale ha chiesto che la questione sia dichiarata inammissibile o, comunque, infondata. La difesa dello Stato rileva come la giurisprudenza di legittimità abbia da tempo fornito una interpretazione costituzionalmente orientata delle norme censurate, giungendo a conclusioni opposte a quelle del giudice rimettente. Nella quasi totalità delle decisioni sul tema, la Corte di cassazione ha, infatti, affermato che lo spostamento della competenza derivante dalla connessione teleologica si determina solo nei confronti di coloro cui sia contestata anche l'imputazione dotata di vis actractiva. In materia, dovrebbe ritenersi, infatti, prevalente l'interesse dell'imputato a non essere sottratto al suo giudice naturale, rispetto all'interesse ordinamentale alla trattazione unitaria del processo. La questione sarebbe, di conseguenza, inammissibile, non avendo il rimettente verificato la possibilità di una interpretazione secundum Constitutionem della normativa censurata, e avendo anzi disatteso il «diritto vivente» enucleabile dal consolidato orientamento giurisprudenziale dianzi ricordato. Anche aderendo all'esegesi del rimettente, la questione sarebbe comunque infondata. Il principio del giudice naturale precostituito per legge risponderebbe, infatti, essenzialmente all'esigenza che, a garanzia di una rigorosa imparzialità degli organi giudicanti, la loro competenza sia stabilita in base a criteri generali fissati in anticipo, e non in vista di singole controversie. Nel caso in esame, tale esigenza risulterebbe pienamente soddisfatta, essendo chiaramente determinato a priori, in sede legislativa, il criterio attributivo della competenza territoriale derivante dalla connessione.