[ddlpres]

Delega per la predisposizione di uno Statuto dei lavori e disposizioni urgenti in materia di lavoro. Onorevoli Senatori. -- La regolazione non fa il lavoro ma lo può distruggere o, quanto meno, inibire. A un anno e mezzo dalla sua approvazione i risultati della Riforma Fornero sono sotto gli occhi di tutti: la disoccupazione segna ogni mese nuovi record negativi. Le imprese ancora lamentano l'irrigidimento asfissiante delle tipologie contrattuali flessibili, a favore di quel contratto a tempo indeterminato considerato «prevalente», ma in costante diminuzione quantitativa. Le patologie di pochi, contrastabili con l'attività ispettiva, hanno dato luogo all'inibizione di molti ad avviare nuovi rapporti di lavoro o a confermarne altri alla loro scadenza. Alcune fonti hanno sostenuto, senza argomentare, che la legge Biagi avrebbe disciplinato oltre quaranta modelli contrattuali, molta parte dei quali sarebbe stata fonte di quella precarietà dei lavori che è invece riconducibile alle incertezze dell'economia. In realtà, sono stati regolati quattro modelli di lavoro subordinato (apprendistato, tempo indeterminato e determinato, orario modulato) e due modelli di lavoro autonomo anche se coordinato con il committente (associazione in partecipazione e collaborazione a progetto). Con il buono prepagato è possibile poi regolarizzare piccoli spezzoni lavorativi altrimenti sommersi. Ed infine l'imprenditore può acquisire con fattura prestazioni lavorative da un’agenzia di somministrazione (i cui rapporti di lavoro sono di tipo subordinato) o da un professionista a partita IVA. I pochi modelli possono poi diventare milioni di contratti originali perché, opportunamente, l'imprenditore e il lavoratore si possono adattare reciprocamente. Non sono ancora pienamente attivi i timidi interventi correttivi approvati da questo Governo la scorsa estate che già i media sono occupati da proposte di riforma del mercato del lavoro caratterizzate dalla stessa filosofia novecentesca della disastrosa legge 28 giugno 2012, n. 92: la convinzione che sia possibile ingabbiare la dinamicità del mercato del lavoro in una forma contrattuale unica, che magicamente riesca a creare nuova occupazione e a debellare la pericolosa piaga della precarietà. La giusta richiesta di semplificazione delle regole è così banalmente ridotta al vano tentativo di costruire un contratto uguale per tutte le persone, tutti i settori e tutte le attività. È vero il contrario! Il dinamismo e pluralismo del mercato del lavoro richiede soluzioni su misura adeguate alle condizioni da regolare e nel rispetto di un nucleo inderogabile e limitato di diritti universali. I bisogni dell'impresa hanno accentuazioni diverse sulla base della dimensione, dell’appartenenza al primario, al secondario, al terziario o al quaternario, della merceologia specifica, dell'intensità di lavoro in rapporto al capitale, dell'orientamento al mercato interno o internazionale. E sono ovunque condizionati dall'incertezza del futuro, dall'impossibilità di predeterminare rigidamente gli andamenti di mercato e quindi i costi fissi in base ai quali competere, di definire schematicamente le mansioni, di adattare gli orari ai tempi e alle quantità degli ordini. Ove più, ove meno, il lavoro deve avere caratteristiche di competenza, produttività e fiducia che nel tempo si possono consumare. Non vi sono più i margini per mantenere comunque nell'impresa un lavoratore ritenuto inidoneo o in esubero tanto quanto è cercata la fidelizzazione dei lavoratori capaci. Non si può ancora rinviare il necessario e risolutivo intervento in materia di licenziamento individuale, superando definitivamente l'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Impresa e lavoratore hanno bisogno di regole, semplici, certe, prevedibili nella loro interpretazione e nel loro costo, per essere incoraggiati a crescere, ad assumere, a rischiare. Allo stesso tempo la grave crisi economica che stiamo vivendo ha reso quanto mai urgente per il lavoratore la formazione di competenze che lo rendano sempre occupabile, grazie in primis al vero contratto a tutele crescenti, ovvero l'apprendistato, che dobbiamo rendere ancor più fruibile ed efficace. La recente degenerazione della cassa integrazione in deroga, che pure ha consentito il contenimento della crisi sociale e la sopravvivenza di molte imprese, induce ad ampliare la platea dei lavoratori assicurati obbligatoriamente contro le temporanee sospensioni dal lavoro. Così come gli stessi lavoratori autonomi, anche coordinati con il committente, su base volontaria, devono poter aderire all'assicurazione pubblica contro la disoccupazione (ASpI) secondo un particolare regime di contribuzioni e prestazioni. Non possono sfuggire all'esigenza di modernizzazione, guardando alle migliori esperienza straniere, le politiche attive, indirizzate da un’Agenzia nazionale per il lavoro e la formazione che, d'intesa con le regioni, non sprechi i preziosi finanziamenti europei. Lo stesso salario non può più essere uguale per tutti se vogliamo che le nostre imprese competano nel mondo. La retribuzione, per quanto garantita in una sua componente minima, deve riflettere gli obiettivi di efficienza e i risultati dell'impresa. Adattabilità, occupabilità e semplificazione sono le parole chiave di un intervento sul mercato del lavoro che sia capace di leggere il bisogno reale di imprese e lavoratori. Adattabilità perché lavoratore e imprenditore si devono reciprocamente adattare cercando l'incontro possibile tra i rispettivi bisogni. Occupabilità è sinonimo di sicurezza grazie all'accesso alle competenze e alle conoscenze richieste dalle imprese. Semplificazione è la necessaria condizione di un diritto del lavoro moderno perché comprensibile, sussidiario, globale. Un diritto del lavoro scritto in inglese c'è già: è quello dell’Unione europea. Esso è vincolante, incorpora i principi costituzionali e internazionali, ma dovrebbe essere recepito senza appesantimenti che ci spiazzano nell'ambito della stessa Unione. Lo strumento per regolare tutto il resto non può più essere la rigida norma parlamentare, per definizione lenta e in ritardo, ma l'autonomia negoziale, tanto quella collettiva, quanto quella individuale se assistita e certificata. Per questo il presente disegno di legge intende sia riproporre la delega per la redazione di un vero e proprio testo unico sul lavoro denominato «Statuto dei lavori», incentrato sull’autonomia e sulla responsabilità negoziale di sindacati e singole persone, sia sottoporre alla vostra valutazione alcune misure urgenti per incoraggiare la propensione ad assumere e dare protezione attiva ai senza lavoro. Le soluzioni tecniche individuate vanno quindi nella direzione opposta a quella degli ultimi interventi di riforma in materia di lavoro. Il riferimento è da ricercarsi nella innovativa filosofia dell'articolo 8 del decreto-legge 13 agosto 2011, n. 138, convertito, con modificazioni, dalla legge 14 settembre 2011, n. 148, qui modificato nel comma 1, che individua nei contratti di prossimità e in quelli individuali, se assistiti e certificati, lo strumento più indicato per tutelare il lavoratore e rispondere alle esigenze di dinamicità dell'impresa moderna. L'articolo 1 elenca le finalità dell'intervento, che si compone di tre capi e 22 articoli.