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Ma l'onore dei quattro fucilati, così come quello di tutti coloro che allora furono giustiziati sommariamente e ingiustamente deve ancora essere restituito. Nel 1919 un'amnistia ha sì cancellato le sentenze, ma non ha fatto né risorgere i morti né ridato loro la giusta riabilitazione. Siamo in ritardo rispetto agli altri Paesi europei belligeranti. Confidiamo che il Parlamento approvi la proposta di legge sui giustiziati per colpe disciplinari, che ridarà loro almeno la riabilitazione della memoria. Quattro alpini, con il loro valore e le loro storie. E con il loro amore per la patria: Ortis è stato decorato al valor militare per la guerra di Libia, e Massaro è tornato da Düsseldorf, dove lavorava, per combattere per l'Italia. Uomini in carne ed ossa, con le loro vite e i loro affetti, condannati con un processo sommario: un processo-farsa. Le carte d'archivio non documentano tutto, ma documentano abbastanza per farci comprendere la disumanità e l'enormità di quel processo e di quella sentenza. E c'è qualcosa che le carte d'archivio non riusciranno mai a raccontare: lo stravolgimento dei vissuti; le sofferenze delle vittime, dei loro familiari, dei loro commilitoni ed amici. Uno stravolgimento che inizia prima della condanna e prima ancora dell'episodio che porta ad essa. Uno stravolgimento dei princìpi di umanità, e al tempo stesso uno stravolgimento che coinvolge un intero mondo e anche i luoghi: e in questo caso i luoghi erano spesso conosciuti e amati. Non avviene solo qui, non avviene solo in Carnia. Molte testimonianze europee hanno al centro proprio lo stravolgimento della natura prodotto dalla guerra. « Alberi falciati come campi di grano », scriveva Henri Barbusse, antimilitarista convinto ma volontario per difendere la Francia invasa. E un soldato tedesco annotava: « Il bosco che circonda il campo di battaglia sarà assassinato con la stessa certezza con cui il soldato sarà ucciso mentre guida l'attacco. Il bosco assassinato è il mio compagno ». È lo stesso stravolgimento evocato quarant'anni fa da Leonardo Zanier, poeta della Carnia e del mondo, parlando proprio di queste montagne, Las Monts : « iù das Gjermanias/ e su das Sicilias/ (giù dalle Germanie e su dalle Sicilie – diceva quella poesia) a emplelas di canonadas/ (a riempirle di cannonate). Las barelas van suvueitas/ e tornin iù cjamadas/ (le barelle salgono vuote e scendono cariche) ». In quella stessa raccolta (che richiama la prima Guerra mondiale fin dal titolo, Che Diaz ... us al meriti ) Zanier proponeva il suo Projekt für einen Grabstein al pass di Mont di Cros, Progetto per una lapide al passo di monte Croce , giustamente in due lingue. Proponeva di dedicarla a « Joseph Schneider von Mauthen, ch'a vena stai sartor (Giuseppe Schneider, che vorrebbe dire sarto, di Mauthen) e a Bepo di Lanudesc, murador, ex emigrant in Austria » che si erano uccisi a vicenda sul Freikofel. Qui si è svolta dunque la tragedia del giugno e del luglio del 1916 e qui la dobbiamo ricordare, grati a quanti ce l'hanno fatta conoscere, ma in realtà l'avevamo già vista, questa storia: con altri protagonisti e su altri fronti ma la stessa, identica storia. L'aveva raccontata a tutto il mondo nel 1957 un maestro del cinema come Stanley Kubrick in un film-capolavoro: « Orizzonti di gloria ». Difficile dimenticare quel film dopo averlo visto: con gli alti comandi che vogliono imporre a tutti i costi una missione suicida; con un plotone che la rifiuta ed è accusato di tradimento; e con l'esecuzione difesi dal loro sensibile comandante, uno straordinario Kirk Douglas. Il film fu vietato in Francia per quasi vent'anni, sino al 1975: una grande amarezza per Kubrick, che si attenuò solo pochi mesi prima della sua morte. È infatti del novembre del 1998 il discorso del Presidente francese Lionel Jospin che chiedeva di accogliere nella memoria collettiva i soldati fucilati nella prima Guerra mondiale « pour l'exemple »: « soldati che avevano già duramente e gloriosamente combattuto », disse Jospin. Dieci anni dopo, nel 2008, le parole di Jospin sono state fatte proprie dal Presidente Nicolas Sarkozy e alcuni atti simbolici sono stati compiuti: nel Museo dell'esercito, all' Hotel national des Invalides , oggi vi è uno spazio dedicato ai « fusillés pour l'exemple » (fucilati per l'esempio): un'espressione terribile. In Inghilterra è stata approvata dieci anni fa, nel 2006, una misura di legge che considera « caduti per la patria » i fucilati in seguito a sentenze dalle corti marziali (e già in precedenza ad essi era stato dedicato un memoriale). La stessa via era stata già percorsa dalla Nuova Zelanda e dal Canada. In questo più ampio scenario si colloca il ripensamento ancora incompiuto dell'Italia, avviato vent'anni fa proprio da qui, sostenuto in modo crescente dalle amministrazioni e dalla popolazione di Cercivento, della Carnia e della regione. Con i primi risultati, a partire dalla risoluzione del 2000 della Commissione Difesa della Carnera che auspicava un processo di revisione (risoluzione fatta propria dal Governo: poteva annunciarlo con soddisfazione il sottosegretario alla Giustizia di allora, Franco Corleone, che si era impegnato per questa causa). In tempi più recenti sono cresciuti appelli ed iniziative – si sono espressi anche il Consiglio regionale e quello della provincia di Udine – sino alla proposta di legge per la riabilitazione dei soldati fucilati per atti di indisciplina e diserzione, approvata all'unanimità dalla Camera nel maggio 2015 e rimasta ferma poi al Senato. Non c'è dubbio: « la memoria dei mille e più italiani uccisi dai plotoni di esecuzione interpella la nostra coscienza di uomini liberi e il nostro senso di umanità », come è stato autorevolmente detto. Li interpella, perché chiedere questa riflessione, e chiedere atti ufficiali che la rendano pubblica e condivisa, non significa certo voler riscrivere la storia con spirito orwelliano, come qualcuno ha detto per opporsi alla legge. Non significa cioè volerla modificare a proprio arbitrio, annullando ogni altro pensiero. Riflettere su questi eventi non significa neppure mettere in discussione la disciplina in sé, o l'esercito in sé come forse qualcuno ha paventato o paventa. Lo dico avendo negli occhi le parate che si tengono il 2 giugno di ogni anno: questo è l'esercito di un Paese democratico, e proprio per questo è giusto chiedere che le ingiustizie e le disumanità del passato siano condannate in modo fermo e chiaro. E che le vittime incolpevoli siano almeno riabilitate agli occhi del Paese: l'unica consolazione, purtroppo, che possiamo offrire ai loro discendenti. Non si chiederebbe questa revisione se non si avesse un vero amore per la patria: una patria che deve identificarsi con la giustizia e l'umanità. Anche per questo dobbiamo essere molto grati a chi ha avviato questa riflessione con il coraggioso cippo posto in quei luoghi vent'anni fa. Anche per questo, un secolo dopo, siamo qui a dire: Onore a voi, Silvio Gaetano Ortis, Giovanni Battista Coradazzi, Basilio Matiz, Angelo Primo Massaro..