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solo con la legge 17 febbraio 2012, n. 9, e la legge 30 maggio 2014, n. 81, è stata stabilita la chiusura dei sei ospedali psichiatrici giudiziari, le cui condizioni erano simili se non peggiori rispetto a quelle dei vecchi manicomi. Il superamento effettivo di queste strutture è stato completato nel 2017 per far posto non solo alle residenze per le misure di sicurezza detentive (Rems), ma soprattutto a percorsi di cura e riabilitazione individuali con misure di sicurezza non detentive; le Rems dovrebbero ospitare ex lege non più di 20 posti letto, mentre invece nella struttura più grande d'Italia, a Castiglione delle Stiviere (Mantova), nata dalle ceneri del vecchio ospedale psichiatrico giudiziario, sono ricoverati 160 pazienti, di cui 140 uomini e 20 donne; si tratta di 28 strutture presenti in tutta Italia, di cui 4 definitive, per 604 persone ricoverate. Sono forti le differenze tra le regioni visto che accanto a edifici all'avanguardia, provvisti di spazi verdi, laboratori e aree ricreative, resistono strutture che assomigliano a piccole carceri in cui si applica persino il regolamento penitenziario nonostante l'accordo della Conferenza unificata del 26 febbraio 2015; una particolare criticità è rappresentata dalla lista d'attesa per l'ingresso in una Rems: in teoria, sarebbero oltre 400 le persone con misura di sicurezza detentiva che non hanno trovato ancora posto, ma in realtà molte di queste persone hanno già trovato una soluzione con l'inserimento in altre strutture sanitarie, mentre suscita preoccupazione la situazione delle persone rimaste in carcere. La soluzione, come ha rappresentato anche il Consiglio superiore della magistratura, non è l'aumento dei posti in Rems (da considerarsi extrema ratio ), quanto una più puntuale attuazione della legge n. 81 del 2014 per l'adozione di misure di sicurezza non detentive; anche i servizi psichiatrici di diagnosi e cura e i centri di salute mentale sono spesso oggetto di critiche, poiché tra le regioni ci sono molte differenze nei servizi di cura alle persone con disturbi mentali: così come oggetto di critica sono le modalità con cui troppo spesso viene adottato il trattamento sanitario obbligatorio, regolamentato dalla legge n. 833 del 1978 (articoli 33-35): un atto composito, di tipo medico e giuridico, che consente l'effettuazione di determinati accertamenti e terapie ad un soggetto contro la sua volontà, che talvolta è stato praticato in modo violento con episodi estremi di morte del paziente; al di là delle criticità evidenziate, c'è bisogno di diffondere una maggiore cognizione sulla curabilità dei gravi disturbi psichiatrici, dai quali si può guarire, avendo ben presente che, secondo le attuali conoscenze scientifiche, sono da considerarsi multifattoriali con componenti psicologiche, biologiche e sociali; è necessario comunque dare risposte concrete a queste critiche, senza per altro giustificare pericolose scorciatoie verso un ritorno alla logica manicomiale; appare oggi sempre più urgente assicurare un'uniformità di trattamento ai malati mentali su tutto il territorio nazionale, con interventi che si pongano in continuità con la legge n. 180 e con il progetto obiettivo "Tutela salute mentale 1998-2000"; affinché si possa affermare un dibattito privo di conflitti ideologici, utile alla stesura di norme che partano dalle buone pratiche che esistono nel nostro Paese, è necessario che le istituzioni ascoltino e dialoghino con chi quotidianamente affronta la malattia mentale: le oltre 800.000 persone malate, i circa 2 milioni di familiari che le seguono, gli operatori del servizio sanitario nazionale; anche da quanto è emerso dall'inchiesta sui dipartimenti di salute mentale della Commissione parlamentare di inchiesta sull'efficacia e l'efficienza del servizio sanitario nazionale avviata dal Senato nel corso della XVI Legislatura, le normative vigenti sulla tutela della salute mentale offrirebbero sufficienti possibilità di attuazione ed organizzazione dei servizi, attraverso la filosofia di cura territoriale, individualizzata e centrata sui luoghi di vita delle persone, come delineata già dalla legge n. 180: dove l'applicazione della normativa vigente è avvenuta senza indugio e i servizi di salute mentale sono stati realizzati in modo efficiente, gli stessi sono stati valutati dall'Organizzazione mondiale della sanità (Oms) come un modello di eccellenza internazionale; ove ciò non è avvenuto, si sono prodotte lacune, anche gravi, nella rete globale dell'assistenza sanitaria, fino a situazioni di degrado. Peraltro, le diverse declinazioni regionali delle normative nazionali, anche quando legittimamente congrue agli indirizzi generali, hanno comunque prodotto una difformità di servizi sul territorio nazionale, con differenze, anche sostanziali, nelle possibilità di cura del cittadino nel luogo di vita; ove le norme non vengono applicate, per disimpegno politico o incapacità amministrativa, sono conseguite carenze e difformità negli interventi sociosanitari per la psichiatria a livello regionale e locale, come ad esempio l'apertura solo diurna dei centri di salute mentale, spesso per fasce orarie ridotte, e l'esiguità di interventi territoriali individualizzati ed integrati con il sociale; in una disciplina come la psichiatria e nel campo più vasto della salute mentale, più che l'uso di tecnologie sofisticate (pur esistendo un sempre migliore ed evoluto trattamento farmacologico), conta la relazione interpersonale e la presenza di personale sufficiente, motivato e competente come condizione necessaria per la realizzazione di interventi di qualità; il quadro complessivo del personale dei dipartimenti di salute mentale in Italia risente di un contenimento finanziario ma anche di difficoltà di investimento per quanto riguarda le risorse umane del servizio sanitario (si vedano, ad esempio, i recenti rapporti della Siep, la Società italiana di epidemiologia psichiatrica); la riduzione del personale ha riguardato in modo rilevante i dipartimenti italiani, nei quali operano in media 57,7 unità di personale per 100.000 abitanti di età superiore ai 18 anni, dato significativamente inferiore al 66,6 per 100.000 indicato nel progetto obiettivo citato; da ultimo, se si riconosce che i bisogni e i diritti di chi soffre di disturbi mentali, anche gravi, sono da rispettare, diventa fondamentale che l'inclusione sociale, abitativa e lavorativa rientri a pieno titolo nel percorso terapeutico-riabilitativo; infatti, una delle maggiori problematiche aperte nel campo della salute mentale è rappresentata dalla difficoltà che gli utenti, le famiglie e i servizi hanno nel portare avanti percorsi di inserimento lavorativo. Ai sensi della legge 12 marzo 1999, n. 68, le aziende hanno l'obbligo di assumere persone rientranti nelle categorie protette in relazione al numero dei propri dipendenti; inoltre, le cooperative sociali rappresentano una reale opportunità di impiego per chi soffre di disturbi psichiatrici anche gravi. Si tratta, però, di due possibilità ancora troppo poco utilizzate ed estremamente difficoltose per le quali un importante ruolo può essere svolto dai dipartimenti di salute mentale, come dimostrano le esperienze più avanzate;