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È di tutta evidenza, infatti, che interventi legislativi di questo tipo concorrerebbero a "pubblicizzare" i partiti, a progressivamente ufficializzarli, a distruggere, insomma, ogni loro capacità di svolgere un ruolo che non costituisca proiezione dello Stato verso la società, ma, all'opposto, nella società affondi le radici sue proprie». Nel corso della discussione generale, il senatore Spadaccia gli obiettò: «Quello che contestiamo è la contraddizione della vostra impostazione... Ci possono essere due tipi di impostazione della funzione dei partiti nell'ordinamento costituzionale. Uno è quello di definire il partito come lo definisce la Costituzione: libera associazione per concorrere alla determinazione della volontà popolare con metodo democratico. Allora questo tipo di partito, associazione libera, espressione della società civile, viene finanziato nei momenti in cui incontra le istituzioni, nei momenti in cui la sua funzione si esplica nel determinare la volontà popolare. Sono i momenti elettorali... L'altra concezione, ugualmente legittima, era quella di dire che il partito è momento della vita istituzionale dello Stato, è istituzione. A quel punto ecco i controlli pubblici e l'ordinamento garantista; a quel punto entrano in gioco necessariamente il problema dei diritti dell'iscritto al partito, il problema della sua organizzazione, che non può essere affidata all'autonomia del partito, ma deve essere, se è istituzione dello Stato, regolata dalla legge dello Stato, regolati e garantiti dalla legge i meccanismi delle candidature, la selezione delle candidature, in un partito istituzione di uno Stato democratico che non voglia ridursi a stato corporativo con una classe dirigente che non si chiuda in sé stessa e si difenda corporativamente, ma che vuole continuare ad essere espressione delle esigenze della società civile». Nella replica Bonifacio aveva cercato di eludere la stringente obiezione di Spadaccia, affermando: «Voi disegnate un'immagine di partito politico che non è l'immagine del partito politico degli anni '80. Nella logica... sottostante al vostro disegno di legge, c'è un partito il cui modello appartiene all'epoca liberale democratica: il modello del partito come comitato elettorale o di attività paraelettorali, un comitato che si scioglie dopo il momento elettorale! Ma i nostri tempi -- non potete negarlo -- hanno conosciuto la grande realtà dei partiti di massa che sono tutt'altra cosa, come tutt'altra cosa è quel partito del quale parla l'articolo 49 della Costituzione... Non c'è divergenza sul finanziamento pubblico ai partiti, c'è divergenza sulla concezione del partito. La nostra è diversa dalla vostra». Non volle accettare, il senatore Bonifacio, il fatto che proprio la sua concezione del partito strideva con il «finanziamento senza regolamentazione». Al testo originario della Commissione non furono apportati sostanziali mutamenti dall'Aula del Senato. E alla Camera si procedette solo a una riformulazione, accorpando i diversi articoli e abolendo l'indicizzazione dei contributi elettorali, per vincere l'ostruzionismo radicale. Anche la legge 18 novembre 1981, n. 659, muovendosi sostanzialmente sulla falsariga della legge del 1974, non risolse quindi minimamente i problemi che quella normativa aveva lasciato aperti, non avendo voluto affrontare il problema della regolamentazione giuridica dei partiti. * * * La riflessione complessiva sui problemi istituzionali del Paese svolta tra il 1983 e il 1985 in seno alla Commissione Bozzi non trascurò di soffermarsi sul ruolo dei partiti. All'analisi di questo problema furono dedicate apposite sedute (il 19, 24, 26 luglio e il 25 settembre 1984) sulla base di una comunicazione introduttiva dello stesso Presidente Bozzi. Molte e interessanti furono le considerazioni sviluppate nel corso della discussione generale, ma su di essere non ci soffermeremo. Quello che merita ricordare sono le conclusioni cui pervenne la relazione di maggioranza, che propose di riformulare come segue l'articolo 49 della Costituzione: «Tutti i cittadini hanno diritto ad associarsi liberamente in partiti per concorrere, con strutture e metodi democratici, a determinare la politica nazionale. La legge disciplina il finanziamento dei partiti, con riguardo alle loro organizzazioni centrali e periferiche, e prevede le forme e le procedure atte ad assicurare la trasparenza e il pubblico controllo del loro stato patrimoniale e delle loro fonti di finanziamento. La legge detta altresì disposizioni dirette a garantire la partecipazione degli iscritti a tutte le fasi di formazione della volontà politica dei partiti, compresa la designazione dei candidati alle elezioni, il rispetto delle norme statutarie, la tutela delle minoranze». È noto che le conclusioni della Commissione Bozzi non si tradussero mai in concreti interventi legislativi, ma ci è sembrato opportuno richiamarle perché sono indicative di un orientamento circa il riconoscimento giuridico dei partiti nuovo, rispetto alle più restrittive interpretazioni dell'articolo 49 della Costituzione che avevano caratterizzato il dibattito politico negli anni precedenti. E in questa nuova logica si collocano anche le proposte di legge per la riforma del finanziamento pubblico e l'attuazione dell'articolo 49 della Costituzione presentate nel corso della IX e della X legislatura. Tra di esse ne ricorderemo solo due: quella dell'onorevole Spini (atto Camera n. 1995, IX legislatura), perché ha costituito il primo tentativo organico di affrontare la materia dopo il finanziamento pubblico, prevedendo in particolare, con significativa innovazione, un'Autorità indipendente preposta al controllo dell'osservanza delle disposizioni di legge concernenti i partiti; e quella dell'onorevole Galloni (atto Camera n. 4976, X legislatura), sottoscritta da deputati della DC, del PCI, del PLI, del PRI e del PSI, volta a una parziale applicazione dell'articolo 49. Nella relazione che illustrava questa seconda proposta, rovesciando la tesi sostenuta nel 1974 in occasione dell'approvazione della legge sul finanziamento pubblico, l'onorevole Galloni affermava: «I partiti non possono più essere considerati associazioni non riconosciute, sottratte a qualsiasi tipo di norma». E l'articolo unico del progetto di legge recitava: «I verbali dei deliberati di qualsiasi struttura e organizzazione delle formazioni politiche, rappresentate in almeno un consiglio regionale o che, a qualsiasi titolo, usufruiscono di un contributo o finanziamento pubblico, acquistano valore di atti pubblici a tutti gli effetti quando sono richiesti dai loro statuti interni e coloro i quali li sottoscrivono assumono nell'occasione le vesti di pubblici ufficiali». Abbiamo voluto soffermarci sulla proposta Galloni perché essa ci è parsa sintomatica dell'evoluzione intervenuta, rispetto a dieci anni prima, sul problema della regolazione dell'attività dei partiti. Lo stesso padre della legge del 1974 si era reso conto che l'esperienza del «finanziamento senza regolamentazione» si era rilevata del tutto insufficiente al fine di garantire gli obiettivi perseguiti. Le iniziative legislative che furono effettivamente discusse nel corso della X legislatura, peraltro, hanno riguardato non tanto il problema dell'attuazione dell'articolo 49, quanto quello della limitazione delle spese elettorali: