[pronunce]

che siffatta scelta, secondo il rimettente, determina un pregiudizio del diritto di difesa degli odierni imputati, ai quali è inibita la possibilità di ottenere l'oblazione, senza che il denunciato vulnus possa essere rimediato in via interpretativa, «non vertendosi in tema di qualificazione giuridica del fatto ma di identità di fatti, lesivi di un identico bene giuridico, tuttavia puniti con pene irragionevolmente differenziate»; che lo stesso rimettente esclude di poter risolvere la rilevata contraddizione facendo ricorso ai principi che regolano la successione delle norme penali, posto che nella specie mancherebbe il presupposto del fenomeno successorio, e cioè l'abrogazione espressa o tacita di una delle disposizioni incriminatrici, in quanto le norme poste in comparazione coesistono immutate nel sistema normativo ambientale; che tale ricostruzione sarebbe confermata dal recente intervento legislativo, attuato con il d.lgs. n. 128 del 2010, che ha riprodotto il contenuto dell'art. 16 del d.lgs. n. 59 del 2005 nell'art. 29-quattuordecies, del d.lgs. n. 152 del 2006, limitandosi a regolare in maniera più articolata il procedimento di rilascio dell'autorizzazione integrata ambientale, senza incidere in alcun modo sulla disciplina contenuta nel d.lgs. n. 133 del 2005; che peraltro, secondo il giudice a quo, anche ragionando nella prospettiva della successione tra norme incriminatrici, nella specie dovrebbe trovare applicazione la disposizione che prevede il trattamento di maggior rigore, e ciò in quanto le condotte realizzatesi dopo l'entrata in vigore del d.lgs. n. 133 del 2005 ricadrebbero nel campo di applicazione del predetto decreto; che pertanto le questioni risulterebbero in ogni caso rilevanti; che in conclusione, secondo il rimettente, la norma censurata comporterebbe un trattamento sanzionatorio irragionevolmente differenziato rispetto a quello previsto dall'art. 16 del d.lgs. n. 59 del 2005, con lesione del diritto di difesa degli imputati, i quali non possono accedere all'oblazione, e con violazione del principio di necessaria finalizzazione rieducativa della pena, risultando quest'ultima non proporzionata al disvalore del fatto; che, con atto depositato il 12 aprile 2011, è intervenuto in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, ed ha chiesto che le questioni siano dichiarate inammissibili, o, comunque, non fondate; che la difesa dello Stato eccepisce preliminarmente l'inammissibilità delle questioni aventi ad oggetto l'intero art. 19 del d.lgs. n. 133 del 2005, anziché le sole disposizioni contenute nei commi 1 e 2, concernenti il reato di esercizio dell'impianto di incenerimento (o di coincenerimento) di rifiuti senza le prescritte autorizzazioni; che, infatti, l'intera motivazione dell'ordinanza di rimessione riguarderebbe esclusivamente il trattamento sanzionatorio previsto dalle norme poste in comparazione per l'ipotesi di esercizio dell'impianto in mancanza delle prescritte autorizzazioni, mentre nessuna censura risulterebbe prospettata dal rimettente in riferimento alle sanzioni previste per gli altri reati contestati nel giudizio principale; che, secondo l'Avvocatura dello Stato, anche così circoscritte le questioni sarebbero inammissibili, in quanto il rimettente non avrebbe verificato la possibilità di sussumere le fattispecie contestate in quelle previste dalla norma censurata e dalle altre disposizioni che sanzionano l'attività di incenerimento di rifiuti senza autorizzazione; che, peraltro, la corretta ricostruzione del quadro normativo di riferimento consentirebbe di rilevare come la disciplina generale configuri distinte ipotesi di reato contravvenzionale, in ragione della natura dell'autorizzazione richiesta per l'esercizio dell'impianto; che l'art. 16 del d.lgs. n. 59 del 2005 (oggi trasfuso nell'art. 29-quattuordecies del d.lgs. n. 152 del 2006) riguarda l'esercizio delle attività previste nell'allegato I al d.lgs. n. 59 del 2005 (oggi allegato VIII alla parte seconda del d.lgs. n. 152 del 2006) in mancanza di autorizzazione integrata ambientale; che l'art. 279 del d.lgs. n. 152 del 2006 si riferisce, a sua volta, all'esercizio di impianti in mancanza di altre autorizzazioni, diverse dall'AIA, eventualmente prescritte; che, invece, il censurato art. 19, commi 1 e 2, del d.lgs. n. 133 del 2005 non opera alcuna distinzione in base alla natura dell'autorizzazione prescritta per l'esercizio dell'impianto, diversificando il trattamento sanzionatorio soltanto in base alla categoria di rifiuti, pericolosi o non, oggetto di incenerimento, e rinviando, quanto al regime autorizzatorio, alle previsioni generali; che dunque, a parere della difesa statale, la norma sanzionatoria applicabile nel processo a quo andrebbe individuata in considerazione del tipo di autorizzazione di cui gli imputati avrebbero dovuto munirsi per l'incenerimento dei rifiuti trattati: nella specie, sia l'autorizzazione integrata ambientale, sia le altre autorizzazioni prescritte per l'incenerimento di rifiuti assimilabili a quelli urbani, speciali e pericolosi; che dalla ricostruzione del quadro normativo emergerebbe con evidenza il carattere di specialità della normativa contenuta nel d.lgs. n. 133 del 2005, confermato dalla circostanza che la relativa disciplina è stata espressamente fatta salva sia con l'introduzione del Testo unico ambiente, sia in occasione dei provvedimenti «correttivi» sopravvenuti; che la normativa speciale, a differenza di quanto affermato dal rimettente, non riguarderebbe indistintamente gli impianti sottoposti ad autorizzazione integrata ambientale - cui si riferisce l'art. 16 del d.lgs. n. 59 del 2005 - o le immissioni di sostanze in atmosfera - cui si riferisce l'art. 279 del d.lgs. n. 152 del 2006 -, bensì l'esercizio dei soli impianti di incenerimento (e coincenerimento) di rifiuti e le conseguenti immissioni in atmosfera di sostanze che derivano dall'incenerimento (e coincenerimento), con la sola distinzione riferita alla pericolosità, o non, dei rifiuti da trattare; che la particolare natura degli impianti in esame e delle immissioni dagli stessi prodotte giustificherebbe l'adozione di una disciplina differenziata, oltretutto imposta dalla direttiva 4 dicembre 2000, n. 2000/76/CE (direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio sull'incenerimento dei rifiuti), che si caratterizza anche per un trattamento sanzionatorio più rigoroso; che dunque non potrebbe definirsi manifestamente irragionevole la scelta di maggiore severità che connota l'art. 19 del d.lgs. n. 133 del 2005, dato che la norma sanziona l'esercizio di impianti di incenerimento (o coincenerimento) in assenza delle prescritte autorizzazioni; che peraltro, e conclusivamente, l'Avvocatura dello Stato osserva come l'ambito di applicazione dell'art. 16 del d.lgs.