[pronunce]

SENTENZA ha pronunciato la seguentenel giudizio di legittimità costituzionale dell'art. 17, comma 1, della legge 6 agosto 1990, n. 223 (Disciplina del sistema radiotelevisivo pubblico e privato), e dell'art. 1, comma 3, del decreto legge 19 ottobre 1992, n. 407 (Proroga dei termini in materia di impianti di radiodiffusione), convertito, con modificazioni, dalla legge 17 dicembre 1992, n. 482, promosso con ordinanza del 4 novembre 2002 dal Consiglio di Stato sul ricorso proposto da Radio Nordtirol 1 s.r.l. contro il Ministero delle comunicazioni ed altri, iscritta al n. 556 del registro ordinanze 2002 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 1, prima serie speciale, dell'anno 2003. Visto l'atto di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri; udito nella camera di consiglio dell'11 febbraio 2004 il Giudice relatore Valerio Onida.. Ritenuto in fatto Considerato in diritto 1. - Con ordinanza emessa il 4 novembre 2002, pervenuta a questa Corte il 3 dicembre 2002, il Consiglio di Stato ha sollevato, in riferimento agli articoli 3, 21, 41 e 97 della Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell'art. 17, comma 1, della legge 6 agosto 1990, n. 223 (Disciplina del sistema radiotelevisivo pubblico e privato) , e dell'art. 1, comma 3, del decreto legge 19 ottobre 1992, n. 407 (Proroga dei termini in materia di impianti di radiodiffusione), convertito, con modificazioni, dalla legge 17 dicembre 1992, n. 482, il quale fa rinvio alla prima disposizione ai fini della fissazione dei requisiti per la prosecuzione nell'esercizio degli impianti di radiodiffusione sonora. La questione è stata sollevata nell'ambito di un giudizio - promosso dalla S.r.l. Radio Nordtirol 1 contro il Ministero delle comunicazioni (subentrato al Ministero delle poste e delle telecomunicazioni) ed altri - avverso il decreto con il quale il Ministero aveva respinto la domanda presentata dalla società al fine di ottenere la concessione per la radiodiffusione sonora privata, in quanto controllata da persona fisica di nazionalità straniera, ed avverso la successiva ordinanza con la quale era stata ordinata la disattivazione, mediante sigillo, degli impianti di radiodiffusione dell'emittente. Il Consiglio di Stato afferma preliminarmente di non condividere la tesi dell'appellante, ad avviso del quale l'art. 1 della legge 27 ottobre 1993, n. 422, di conversione del decreto legge 27 agosto 1993, n. 323, avendo espunto dal testo dell'art. 1, comma 3, del decreto legge n. 407 del 1992 il richiamo all'art. 17, commi 1 e 2, della legge n. 223 del 1990, avrebbe sancito l'abrogazione del divieto del possesso di maggioranze di azioni da parte di soggetti di nazionalità straniera ai fini della prosecuzione nell'esercizio di impianti di radiodiffusione sonora. Ad avviso del giudice remittente, infatti, anche a seguito di tale modifica normativa, l'art. 1 del decreto legge n. 407 del 1992, nel testo applicabile ratione temporis, richiederebbe, ai fini del rilascio della concessione, il possesso dei requisiti di cui all'art. 16, comma 10, della legge n. 223 del 1990, norma che, a sua volta, rinvia proprio all'art. 17 della stessa legge, il quale dispone il suddetto divieto del rilascio del titolo in favore di società nelle quali la maggioranza del pacchetto azionario sia di pertinenza di soggetti di nazionalità straniera. Il Collegio reputa peraltro che i dubbi di legittimità costituzionale sollevati dall'appellante siano, oltre che rilevanti (il provvedimento di diniego essendo infatti motivato con riguardo al possesso della maggioranza delle quote da parte di cittadino straniero, nella specie austriaco), anche non manifestamente infondati. Al riguardo, il remittente interpreta l'art. 17, comma 1, della legge n. 223 del 1990 nel senso che, mentre per le società costituite in Italia e caratterizzate dalla posizione predominante di un socio straniero vi sarebbe un divieto assoluto di conseguire il titolo concessorio, per converso detta preclusione non opererebbe con riguardo alle società costituite in altri Stati dell'Unione europea e in altri Stati esteri ove vige un regime di reciprocità. Ad avviso del Consiglio di Stato, l'opposta soluzione ermeneutica offerta dalla difesa erariale, a tenore della quale il divieto di appartenenza della maggioranza delle azioni da parte di soggetti non italiani né comunitari varrebbe anche per le citate società estere, pur se capace di restituire razionalità al tessuto normativo, non sarebbe confortata dal dato positivo, che, al contrario, in modo esplicito (art. 17, comma 1, terzo periodo), escluderebbe che per le società in esame operino i divieti di cui ai periodi precedenti della stessa disposizione, ossia il divieto di controllo del pacchetto azionario o delle quote di controllo da parte di soggetti stranieri, con ciò in positivo ammettendo senza limitazione alcuna dette società al conseguimento del titolo concessorio. Tale essendo l'esegesi del dato positivo, il divieto assoluto, risultante dalle disposizioni censurate, per le società costituite in Italia e controllate da soggetti di nazionalità straniera di conseguire un titolo concessorio per converso accessibile a società straniere versanti nelle medesime condizioni, violerebbe, ad avviso del remittente, gli articoli 3, 21, 41 e 97 della Costituzione. In relazione alla denunciata violazione dei principi di eguaglianza e di ragionevolezza di cui all'art. 3 della Costituzione, il Consiglio di Stato osserva che la norma impugnata sancisce una non motivata diversità di trattamento tra società italiane ed estere versanti nelle medesime condizioni (controllo del pacchetto azionario o delle quote da parte di cittadini stranieri), inibendo alle prime e consentendo alle seconde il conseguimento della concessione per la radiodiffusione sonora. In particolare, la vulnerazione del principio di eguaglianza deriverebbe dalla disomogeneità di trattamento tra società italiane e società appartenenti ad altri paesi della Comunità, il che si tradurrebbe in una "discriminazione a rovescio" ai danni degli operatori nazionali, come tali anch'essi comunitari, nell'ambito di uno spazio economico comune. E tale diversità di trattamento mal si concilierebbe con la ricorrenza, in entrambe le fattispecie oggetto di differente trattamento legislativo, della medesima ratio di evitare un controllo straniero su attività considerate di preminente interesse nazionale. L'irragionevolezza della disparità di trattamento renderebbe per conseguenza evidente l'incisione negativa dei valori costituzionali protetti dagli articoli 21, 41 e 97 della Costituzione. Ad avviso del giudice a quo, il divieto in questione limiterebbe in modo discriminatorio l'esercizio dell'iniziativa economica nel campo della comunicazione e, quindi, inciderebbe negativamente sull'imparzialità e sul buon andamento dell'amministrazione in sede di valutazione delle domande e di adozione dei provvedimenti conseguenziali.