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invece di migliorare il processo produttivo, sfruttando le tecnologie nello smaltimento e garantendo economia circolare e sostenibilità ambientale paradossalmente, in difetto di tale normativa, le imprese vivono nella preoccupazione di finire sotto inchiesta per traffico illecito di rifiuti; per la definizione della normativa sulla questione end of waste dei prodotti tessili sono stati effettuati vari incontri tra operatori del settore e rappresentanti del Ministero della transizione ecologica e che già da molto tempo è in fase di elaborazione la normativa, si chiede di sapere se il Ministro in indirizzo sia a conoscenza dei fatti esposti e quali azioni di competenza intenda intraprendere al fine di portare a conclusione la definizione del decreto in materia di end of waste per i prodotti tessili e quali siano i tempi previsti per la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale del decreto. Atto n. 4-05417 DI MICCO LANNUTTI GRANATO ANGRISANI LEZZI MORONESE ORTIS ABATE CRUCIOLI MORRA GIANNUZZI Al Ministro della cultura Premesso che: a Napoli, in via San Biagio dei Librai, civico 114, nel centro di Spaccanapoli, si trova l'antica sede del Sacro Monte di Pietà, il vecchio Banco dei Pegni di Napoli. A fondarlo nel 1539 fu un gruppo di nobili napoletani con l'intento di concedere prestiti gratuiti su pegno a persone bisognose. Qualche anno dopo l'attività si ampliò cominciando a ricevere depositi e trasformandosi così in esercizio bancario. Dopo alcune sedi provvisorie, nel 1597 il Monte di Pietà di Napoli acquistò il palazzo dalla vedova di Girolamo Carafa, demolendolo e ricostruendolo su disegno dell'architetto Giovan Battista Cavagni. Al palazzo venne aggiunta anche una piccola cappella. Quest'opera e ciò che ha rappresentato per Napoli per lunghi secoli, compreso la Cappella del Monte di Pietà, scrigno di opere d'arte di inestimabile valore realizzate dai Pietro Bernini, Battistello Caracciolo, Fabrizio Santafede, Cosimo Fanzago e tanti altri artisti di primario valore, e di meravigliosi mobili intagliati del '700 ed altri arredi e paramenti coevi, di proprietà del gruppo Intesa- Banco di Napoli, rischia di passare in mano privata con probabili intenti speculativi; agli inizi di aprile, dopo aver appreso la notizia che Intesa San Paolo stesse per cedere questo bene dal valore immenso a un imprenditore, svendendolo per la cifra di 8 milioni di euro, la seconda municipalità di Napoli aveva approvato all'unanimità un ordine del giorno in Consiglio municipale, che sanciva il diniego alla cessione del palazzo storico. Nella nota, indirizzata al Presidente del Consiglio dei ministri, Mario Draghi, si chiede di intervenire per impedire la vendita del bene "che resti nella disponibilità dell'Ente Pubblico, innanzitutto come sede museale". Si chiede anche che si eserciti un diritto di prelazione "al fine di poter continuare ad essere il Monte di Pietà, quella nobile e caritatevole finalità per cui è nato e per renderlo fruibile per i suoi beni incommensurabili alla collettività, attraverso un progetto di fattibilità"; la notizia ha sollevato la protesta di tanti cittadini napoletani e di molte associazioni, che nei giorni scorsi hanno dato vita ad una accesa protesta in strada, poiché il sospetto è che il Monte di Pietà possa essere trasformato in un ristorante o in una location per matrimoni. A rendere credibile questa opzione il fatto, riportato in diversi articoli di quotidiani, tra cui "Napolitoday", che chi è interessato all'acquisto si è rivolto ad un noto wedding planner ; tali circostanze hanno spinto il comitato per la tutela del complesso Pio Monte di Pietà a farsi promotore di una petizione, che ha già raccolto migliaia di firme, indirizzata al Presidente della Regione Campania, Vincenzo De Luca, e al Ministro della cultura, Dario Franceschini. Nella suddetta petizione si legge: «la Città di Napoli che è stata Capitale di un regno millenario già è stata 'spogliata' di molte delle sue più importanti memorie storico-culturali mettendo a rischio l'Identità per la quale è famosa nel Mondo. È ora di fermare il degrado e l'impoverimento della Napoletanità e avviare percorsi virtuosi capaci di valorizzare il grande patrimonio lasciatoci dai nostri Padri per far rinascere il senso civico e ad avviare nuovi percorsi di sviluppo e di riscatto, sociale ed economico, con lo strumento della Bellezza e della Cultura»; considerato che: il banco di Napoli venne fuso con BNL e poi ceduto, poiché appesantito da debiti inesigibili, ma il tempo ha rivelato che non era vero e i crediti sono stati tutti recuperati. Intanto la banca ha cambiato vari assetti fino a scomparire del tutto. A causa della superficialità con cui sono state fatte le privatizzazioni in Italia, ci si trova di fronte a un bene immobile estraneo all'attività creditizia e finanziaria della banca. Finché è stato all'interno del patrimonio del Banco di Napoli, istituto di credito di diritto pubblico, era garantita la protezione dell'interesse generale alla conservazione del valore artistico e culturale del bene; come messo in luce da Luigi De Falco, vicepresidente di "Italia Nostra" (sezione Napoli), il piano regolatore di Napoli non individua sul palazzo un vincolo di destinazione pubblica. Il PRG prende invece atto del fatto che il palazzo è di proprietà privata, ma nelle norme che ne disciplinano trasformazioni e usi possibili, stabilisce chiare destinazioni che privilegiano l'originaria (art. 103), non escludono quella attuale, ma aprono anche ad altri usi del bene. Spazi commerciali sono ammessi "al minuto" al piano terra, o a supporto di attrezzature culturali (musei, biblioteche, sedi espositive, centri di ricerca, archivi), e sedi di istituzioni pubbliche, oppure religiose (la chiesa resta a servizio del quartiere), assistenziali in genere, scolastiche, ricettive, abitazioni specialistiche o collettive, mentre il frazionamento in più unità resta ammesso solo nei casi condivisi dalla Soprintendenza. La norma di PRG vale per tutte le tipologie edilizie appartenenti al tipo "speciale", nel quale il PRG identifica il palazzo. Tuttavia su ogni possibile trasformazione e su ogni possibile utilizzo, per legge prevale il giudizio della Soprintendenza, che sarà chiamata a esprimersi sugli interventi di restauro, ma pure sulle più consone utilizzazioni; già nel 2017 Banca Intesa aveva tentato la vendita del Monte di Pietà ad un privato e sulla questione si era espresso l'amministratore del Museo Cappella Sansevero, l'avvocato Nino Masucci, dichiarando: "Lascia perplessi che Banca Intesa, dopo aver avuto una idea illuminata, quella di ricostituire le banche del territorio, pensi di vendere un pezzo della storia di Napoli?. Visto che sopravvive il nome Banco Napoli sia pure soltanto di facciata, Intesa abbia la accortezza di conservare il collegamento storico anche col Monte di Pietà, dalla cappella straordinaria, ed è importante che vi sia una istituzione che ne conservi l'integrità: parliamo di una struttura che potrebbe assolutamente mantenersi in autogestione una volta creata una istituzione museale, proprio come Cappella Sansevero";