[pronunce]

Considerato che il rimettente dubita, in riferimento agli artt. 3 e 27, primo e terzo comma, della Costituzione, della legittimità costituzionale dell'art. 58-quater, commi 2 e 3, della legge 26 luglio 1975, n. 354 (Norme sull'ordinamento penitenziario e sull'esecuzione delle misure privative e limitative della libertà), nella parte in cui introduce un generale divieto di ammissione a determinati benefici penitenziari per i condannati nei cui confronti è stata disposta la revoca dell'affidamento in prova al servizio sociale, della detenzione domiciliare e della semilibertà, prima che siano decorsi tre anni dal momento in cui è stato emesso il provvedimento di revoca; che ad avviso del rimettente la disciplina censurata si pone in contrasto con i principi di proporzionalità e personalità della pena, perché la preclusione triennale alla concessione dei benefici è conseguenza automatica della revoca di una delle misure alternative prese in considerazione, quale che sia la gravità delle violazioni che hanno dato origine alla revoca stessa, e in quanto la revoca della misura alternativa non sempre è imputabile soltanto al condannato; che, nell'esporre le ragioni a sostegno del contrasto della disciplina censurata con il principio di proporzionalità della pena, il giudice a quo richiama la sentenza di questa Corte n. 343 del 1987, che, movendo dal presupposto che i principi di proporzionalità e di individualizzazione della pena operano non solo nella fase di cognizione, ma anche in quella esecutiva, ha dichiarato l'illegittimità costituzionale dell'art. 47, decimo comma (trasfuso nel comma 11 per effetto della legge 10 ottobre 1986, n. 663), dell'ordinamento penitenziario nella parte in cui, in caso di revoca del provvedimento di ammissione all'affidamento in prova per comportamento incompatibile con la prosecuzione della prova, non consente al tribunale di sorveglianza di determinare la residua pena detentiva da espiare, tenuto conto delle limitazioni patite dal condannato e del suo comportamento durante l'affidamento in prova; che il richiamo alla sentenza n. 343 del 1987 non appare pertinente, posto che con tale decisione la Corte ha affermato la diversa esigenza di determinare la durata della residua pena detentiva in caso di revoca dell'affidamento in prova, in quanto la disciplina allora sottoposta a scrutinio di costituzionalità non consentiva di tenere in alcun conto la restrizione della libertà personale sofferta durante il periodo trascorso in affidamento, sì che ne derivava, in caso di revoca della misura alternativa, «l'irrogazione di un supplemento di pena conseguente all'integrale ripristino di quella originaria»; che, nel censurare la rigidità della durata del divieto scaturente dalla revoca, il giudice a quo omette di considerare che la preclusione triennale in esame consegue ad una revoca delle misure alternative che non è “automatica”, bensì basata su di una valutazione in concreto e caso per caso delle situazioni in cui il comportamento del condannato, contrario alla legge o alle prescrizioni, risulti incompatibile con la prosecuzione dell'affidamento in prova (art. 47, comma 11, dell'ordinamento penitenziario) o della detenzione domiciliare (art. 47-ter, comma 6, dell'ordinamento penitenziario), ovvero delle situazioni in cui il soggetto non si palesi idoneo al trattamento in semilibertà (art. 51, comma 1, dell'ordinamento penitenziario); che il giudice a quo pone quindi erroneamente sullo stesso piano i profili relativi ai presupposti per la revoca della misura alternativa e quelli concernenti gli effetti di tale revoca, come è dimostrato anche dalla censura concernente la violazione del principio della personalità della pena: l'eventuale concorso di terzi nel fatto che ha dato luogo alla revoca della misura attiene infatti esclusivamente alla valutazione del comportamento del condannato che deve compiere il tribunale di sorveglianza chiamato a decidere in relazione alla revoca della misura alternativa precedentemente concessa; che la questione deve pertanto essere dichiarata manifestamente infondata. Visti gli artt. 26, secondo comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87, e 9, secondo comma, delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale.. . per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE dichiara la manifesta infondatezza della questione di legittimità costituzionale dell'art. 58-quater, commi 2 e 3, della legge 26 luglio 1975, n. 354 (Norme sull'ordinamento penitenziario e sull'esecuzione delle misure privative e limitative della libertà), sollevata, in riferimento agli artt. 3 e 27, primo e terzo comma, della Costituzione, dal Tribunale di sorveglianza di Torino, con l'ordinanza in epigrafe. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 26 febbraio 2004. F.to: Gustavo ZAGREBELSKY, Presidente Guido NEPPI MODONA, Redattore Giuseppe DI PAOLA, Cancelliere Depositata in Cancelleria il 9 marzo 2004. Il Direttore della Cancelleria F.to: DI PAOLA