[pronunce]

La difesa dello Stato sottolinea che la modalità di misurazione realizzata seguendo l'andamento morfologico del terreno non è conosciuta dall'ordinamento e, infatti, in materia urbanistico-edilizia la giurisprudenza si richiama al sistema di misurazione lineare delle distanze tra i fabbricati, mentre la disciplina venatoria statale, per l'uso delle armi da fuoco, prende in considerazione il concetto di gittata massima (art. 21, comma 1, lettera f, della legge n. 157 del 1992), incompatibile con una misurazione che includa l'increspatura dei terreni. Conseguentemente, l'art. 15, comma 1, lettera q), della legge regionale impugnata si porrebbe in contrasto con lo standard di tutela uniforme in materia ambientale prescritto dal legislatore nazionale nell'esercizio della sua competenza esclusiva. 5.- Nella prospettazione dell'Avvocatura generale, le questioni di costituzionalità trovano fondamento nel fatto che le norme nazionali sono poste a protezione della fauna selvatica, bene di notevole rilievo che rientra nella materia tutela dell'ambiente e dell'ecosistema, di competenza esclusiva del legislatore nazionale ai sensi dell'art. 117, secondo comma, lettera s), Cost.; ne deriva che solo lo Stato può porre la relativa disciplina, integrante un limite invalicabile per l'attività legislativa della Regione. Sebbene, dunque, a quest'ultima competa la potestà legislativa in materia di caccia, il suo esercizio non può avvenire in contrasto con le prescrizioni nazionali in materia di tutela della fauna e, segnatamente, con le previsioni di cui alla legge n. 157 del 1992, che, come sancito da questa Corte con la sentenza n. 4 del 2000, costituisce il punto di equilibrio tra il primario obiettivo di salvaguardia del patrimonio faunistico e l'interesse all'esercizio dell'attività venatoria. La legge regionale impugnata, contrastando con la legge n. 157 del 1992, avrebbe abbassato il livello di tutela della fauna selvatica stabilito dal legislatore nazionale, con illegittima invasione della sfera di competenza statale esclusiva in materia di tutela dell'ambiente e dell'ecosistema e, pertanto, ne andrebbe dichiarata l'illegittimità costituzionale per violazione dell'art. 117, secondo comma, lettera s), Cost. 6.- Si è costituita in giudizio la Regione Lombardia chiedendo che il ricorso sia dichiarato infondato ed eccependo in primo luogo l'inesatta interpretazione, da parte dello Stato, della previsione introdotta dall'art. 15, comma 1, lettera j), della legge regionale impugnata, che ha previsto che i capi di selvaggina migratoria vanno annotati sul tesserino venatorio, sul posto di caccia, dopo gli abbattimenti e l'avvenuto recupero. A parere della difesa regionale, la prescrizione non avrebbe introdotto una condizione ulteriore rispetto a quanto disposto dalla legge statale, che impone che l'annotazione avvenga subito dopo l'abbattimento, ma avrebbe rafforzato l'obbligo, imponendo che anche il solo recupero sia oggetto di annotazione, nel caso, possibile, in cui la contezza dell'abbattimento, anche ad opera di terzi, avvenga solo al momento del recupero. A conferma di ciò permarrebbe la sanzione, prevista dall'art. 31, comma 1, lettera i), della legge n. 157 del 1992 in caso di mancata annotazione, e il fatto che quest'ultima debba avvenire sul posto di caccia, quindi, nell'immediatezza dell'abbattimento. La Regione dà conto del fatto che la norma statale interposta è stata modificata su richiesta della Commissione europea, che aveva rilevato che in Italia vi era una legislazione regionale che generava incertezza, poiché prevedeva l'annotazione subito dopo l'abbattimento solo per le specie stanziali, mentre, per quelle migratorie, l'adempimento era rinviato alla fine della giornata di caccia. Secondo la prospettazione della Regione, la legge regionale impugnata garantirebbe l'esigenza di certezza sulla consistenza del prelievo venatorio, poiché il recupero dell'animale, lungi dal costituire una condizione aggiuntiva per l'annotazione, consentirebbe di dirimere ogni dubbio in ordine all'effettività dell'abbattimento, che dovrebbe essere annotato anche se effettuato da terzi. Pertanto, la previsione censurata non si porrebbe affatto in contrasto con la norma statale interposta, ma anzi ne chiarirebbe la portata applicativa, senza alcun abbassamento del livello di tutela ambientale. 7.- Quanto all'art. 15, comma 1, lettera m), della legge regionale censurata, la difesa della Regione osserva che la norma si è limitata ad ampliare la zona per il recupero dell'animale colpito dall'appostamento di caccia, prevedendo che il suddetto recupero possa avvenire non nell'ambito di cento metri, già previsto dalla legge reg. Lombardia n. 26 del 1993, ma nell'ambito di duecento metri, così da consentire l'apprensione del capo ferito anche quando elementi naturali, come il vento o la corrente d'acqua, lo trasportino oltre il raggio di cento metri dal capanno. La norma non influirebbe in negativo sulla tutela dell'ambiente e della fauna e non violerebbe le norme interposte richiamate, ovvero l'art. 5, comma 5, e l'art. 12, comma 5, della legge n. 157 del 1992, che si occupano, rispettivamente, di definire quando un appostamento è da considerarsi fisso e quali siano le modalità per l'esercizio venatorio, precisando che si può scegliere solo una delle seguenti forme: vagante in zona Alpi; da appostamento fisso; altre forme consentite dalla legge e praticate nel rimanente territorio destinato all'attività venatoria programmata. Al contrario, secondo la difesa della Regione, il contenuto delle norme interposte sarebbe stato ribadito dalla norma impugnata poiché essa, ampliando la zona di recupero dell'animale ferito, ha espressamente previsto che rimane fermo il principio di esclusività della caccia e, conseguentemente, il radicamento del cacciatore sul territorio e il rispetto dell'equilibrio faunistico, senza che sia consentito effettuare la caccia in forma diversa da quella prescelta. Viceversa, a ritenere illegittima la previsione normativa, si svuoterebbe del tutto la competenza regionale in materia di caccia, inibendo anche la possibilità di modificare un aspetto tecnico della legislazione venatoria. Da ultimo, la Regione rappresenta che, in ogni caso, resta ferma la previsione dell'art. 5 della legge n. 157 del 1992 in materia di distinzione tra caccia da appostamento fisso e in forma vagante, con o senza richiami vivi, e che la normativa comunitaria nulla prescrive sulle distanze per il recupero del capo ferito, così che la norma regionale non può ritenersi con essa in contrasto.