[pronunce]

- In relazione all'art. 50 dello statuto, il ricorrente osserva che la norma disciplina l'organizzazione amministrativa regionale ed in particolare la figura dei dirigenti regionali, relativamente ai quali il quinto comma dell'art. 50 dispone: "Nell'esercizio della potestà statutaria, legislativa e regolamentare, la Regione provvede a disciplinare il regime contrattuale dei dirigenti, l'attribuzione e la revoca degli incarichi, l'accertamento delle responsabilità e la comminazione delle sanzioni, nonché ad istituire il ruolo dei dirigenti della Regione e il ruolo dei dirigenti del Consiglio regionale". Il riferimento ad una disciplina regionale del regime contrattuale dei dirigenti regionali violerebbe l'art. 117, secondo comma, lettera l), della Costituzione, che riserva alla competenza esclusiva dello Stato la materia "ordinamento civile", in quanto a questa sarebbero riconducibili sia gli aspetti fondamentali del rapporto di lavoro privato che del rapporto di lavoro pubblico, oltre che la disciplina del diritto sindacale. Ed infatti, nel documento approvato dalla Conferenza dei Presidenti delle Regioni e delle Province autonome il 21 marzo 2002 è stato espressamente affermato: "Poiché il rapporto di lavoro pubblico è stato fatto rientrare nella disciplina privatistica, possiamo quindi concludere che, parimenti ai lavoratori privati, anche per quelli alle dipendenze delle pubbliche amministrazioni, il legislatore regionale trova un limite invalicabile nella contrattazione nazionale, che può a sua volta ricevere una regolamentazione di sostegno da parte del legislatore regionale". 6. - Il ricorrente sostiene, infine, che l'art. 51 dello statuto violerebbe l'art. 123, primo comma, della Costituzione, in quanto ha ad oggetto l'esercizio della potestà normativa tributaria della Regione e quindi regola una materia che non rientra tra quelle che, secondo la norma costituzionale, possono costituire oggetto di disciplina da parte dello statuto. 7. - Nel giudizio si è costituita la Regione Calabria, in persona del Presidente pro tempore della Giunta regionale, chiedendo che il ricorso sia dichiarato inammissibile e comunque infondato. Relativamente alle censure aventi ad oggetto l'art. 33, la resistente osserva che esse sarebbero infondate, in quanto, sotto un profilo strettamente formale, elezione "a suffragio universale" vorrebbe dire che il Capo dell'esecutivo - nella specie, il Presidente della Giunta regionale - "deve essere eletto da tutti i soggetti facenti parte dell'ordinamento". L'elezione "a suffragio diretto" si avrebbe infatti quando tutti i titolari dell'elettorato attivo scelgono direttamente ed immediatamente il Capo dell'esecutivo in un'unica fase, senza che la loro scelta sia filtrata o mediata o comunque interferita da altri meccanismi o organi o procedure, con la conseguente immediata preposizione dell'eletto nella carica a cui è destinato. Nella norma impugnata, invece, non vi sarebbero siffatti caratteri, in quanto mancherebbe l'universalità del voto, nonché l'immediatezza tra il voto degli elettori e la sussunzione dell'eletto alla carica di Presidente, dato che il potere di conferire la carica di Presidente al candidato spetta al Consiglio regionale e non direttamente al corpo elettorale. Infatti, nonostante che l'art. 33 disponga che i candidati alla carica di Presidente e di Vice Presidente debbano essere indicati sulla scheda elettorale e votati contestualmente agli altri componenti del Consiglio regionale, dal comma 2 risulta che, anche dopo tale investitura - che dovrà essere concretamente modulata dalla legge elettorale regionale - essi rimangono meri candidati, poiché è solo il voto del Consiglio regionale a conferire loro la carica in questione. Ed è appunto per questo che l'art. 33, comma 8, stabilisce che l'insediamento avviene solamente dopo l'avvenuta elezione consiliare, non dopo la proclamazione degli eletti, dato che nel modello prescelto il voto degli elettori non realizza la preposizione degli eletti nella carica. Questa ricostruzione sarebbe confortata anche dalla sentenza n. 304 del 2002, che - nel respingere la tesi della difesa della Regione, secondo la quale l'art. 5 della legge costituzionale n. 1 del 1999 non avrebbe realizzato una vera e propria elezione a suffragio universale e diretto - ha ritenuto inutile approfondire nel merito la natura dell'elezione disciplinata dalla norma transitoria della legge cost. n. 1 del 1999, in considerazione dell'assimilabilità "nella valutazione del legislatore costituzionale" di questa elezione "ad una vera e propria elezione a suffragio diretto": assunto, quest'ultimo, dimostrato, secondo la citata sentenza n. 304 del 2002, dalla riproduzione nel comma 2 dell'articolo 5 del principio simul stabunt, simul cadent. Peraltro, secondo la resistente, nel sistema transitorio, anche in mancanza di previsione espressa, avrebbe dovuto ritenersi operante il meccanismo della "reciproca dissoluzione", in virtù dell'art. 126, ultimo comma, della Costituzione. Infatti, l'elezione del Presidente della Giunta regionale disciplinata dall'art. 5, comma 1, della legge cost. n. 1 del 1999, configurerebbe chiaramente un'elezione "a suffragio universale e diretto", in quanto la norma dispone che "è proclamato Presidente della Giunta regionale il candidato (capolista della lista regionale) che ha conseguito il maggior numero di voti validi in ambito regionale", senza necessità di alcun tipo di mediazione. Diversamente accadrebbe, invece, nel sistema definito dallo statuto della Regione Calabria, nel quale la scelta del corpo elettorale risulterebbe "filtrata" dall'intervento consiliare, quindi inidonea a determinare il conferimento della carica in mancanza dell'elezione da parte del Consiglio regionale. Sotto il profilo sostanziale, la scelta operata con lo statuto in esame non costituirebbe affatto "una forma di elezione sostanzialmente diretta", in quanto neppure è stata prevista un'elezione di tipo indiretto conformata sul modello nordamericano. Secondo la resistente, ulteriori ragioni conforterebbero la propria tesi. In primo luogo, diversamente dal modello statunitense, il Consiglio regionale potrebbe scegliere di non nominare quali Presidente e Vice Presidente i candidati indicati dal corpo elettorale, pur così determinando il proprio autoscioglimento. In secondo luogo, i membri del Consiglio regionale non sarebbero assimilabili ai "grandi elettori", in quanto farebbero parte di un "collegio perfetto" che deve votare sia per i candidati al vertice della Giunta, sia sul programma da questi presentato, previo dibattito, nelle forme previste dal regolamento interno (articolo 33, comma 2). Questo meccanismo assicurerebbe al Consiglio la facoltà di nominare soggetti tali da rappresentare gli interlocutori naturali nella cogestione della attività di indirizzo politico. Dunque, il programma della coalizione che vince le elezioni ed esprime i candidati alla Presidenza e alla Vicepresidenza (il programma della campagna elettorale) non si trasformerebbe automaticamente in programma di governo e quindi in indirizzo politico, in quanto, perché ciò avvenisse, sarebbe necessario un voto del Consiglio sul programma. Ad avviso della Regione, il sistema prescelto si impernierebbe su due fondamentali meccanismi: