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Quella di Patrick Zaki non è semplicemente la storia di un ragazzo (ovviamente, con la parola «semplicemente» tra tante virgolette) detenuto illegalmente da quindici mesi, così come la storia di Giulio Regeni non era e non è quella di un ragazzo ammazzato ingiustamente. Se la derubricassimo a una vicenda di singoli, non ne capiremmo la natura e non riusciremmo ad affrontare nel migliore dei modi una discussione delicata che investe più piani. È la storia di un Paese, il nostro, che, come dicevo, ha accolto lo studente Zaki e sente Patrick come suo figlio, addirittura da chiederne, come stiamo facendo oggi, la cittadinanza italiana. Tuttavia è una storia di relazioni tra Paesi e di relazioni diplomatiche in difesa dei diritti umani. Non abbiamo né dobbiamo avere la pretesa - per usare un'espressione che è stata drammaticamente in voga negli anni Novanta - di esportare la democrazia, ma dobbiamo essere consapevoli del ruolo e della funzione di un Paese come il nostro nel mondo, a tal punto da pretendere la difesa e il rispetto di diritti civili e dei diritti umani, quando questi non dovessero essere rispettati da altri Paesi, anche da quelli con cui intratteniamo giustamente e legittimamente relazioni di natura economica, commerciale e diplomatica. Lo dico perché un passaggio come quello odierno, che deve far sentire tutta la solennità di questo strumento, non è semplicemente un atto di indirizzo, ma l'espressione del Parlamento italiano che chiede la cittadinanza italiana per un ragazzo che è stato imprigionato, torturato e ingiustamente detenuto, che non può avere diritto a un processo e che non ha contatti con il resto del mondo. Se non lo prendiamo da questo punto di vista, il passaggio odierno non è la votazione su una mozione o su un atto di indirizzo, ma diventa una mozione degli affetti di cui possiamo farci ben poco sul piano della risoluzione dei problemi, ma soprattutto della possibilità di mettere al centro le grandi questioni di cui stiamo discutendo. Questa non è semplicemente la storia di un ragazzo, né quella del nostro Paese, e non riguarda soltanto il nostro Paese, e com'è stato già detto. Stiamo parlando di qualcosa che ha investito l'Europa; è una discussione che ha investito il mondo. Una risoluzione del Parlamento europeo, ricordata negli interventi che mi hanno preceduto e votata il 18 dicembre 2020, fa tre affermazioni: la prima è richiedere misure restrittive per i funzionari egiziani responsabili di violazioni più gravi, perché l'impunità non può essere un elemento sostenibile sul piano democratico; non possiamo considerare democrazia un Paese che mette al riparo i suoi aguzzini, che si macchiano di reati gravi come quelli di cui stiamo discutendo. In secondo luogo, la risoluzione denuncia il tentativo da parte dell'Egitto di ostacolare le indagini su Giulio Regeni. È stato ricordato anche questo aspetto: la vicenda di Patrick Zaki è legata a doppio filo con quella di Giulio Regeni, perché riguarda non solo la rivendicazione del rispetto di diritti civili e diritti umani, ma un tema che è persino sovraordinante rispetto a questi, cioè quello della verità, e noi su Giulio Regeni continuiamo a chiedere la verità e dobbiamo continuare a farlo. La mozione chiede poi di subordinare la cooperazione con l'Egitto ai progressi delle riforme democratiche, dello Stato di diritto e dei diritti umani. In questo senso, il nostro lavoro non è una mozione degli affetti, ma un lavoro tutto politico, che vuol dire diplomatico, perché investe la sfera dei rapporti tra i Paesi, e vuol dire ancora chiedere questo all'Egitto, così come ci è capitato e ci dovrà ricapitare, per esempio, di chiedere la stessa cosa alla Turchia, subordinando quindi la cooperazione al suo rientro nella Convenzione di Istanbul. Ne abbiamo discusso poco tempo fa. È un rapporto che dobbiamo stabilire con i Paesi verso i quali non abbiamo e non dobbiamo avere la pretesa di insegnare la democrazia, ma rispetto ai quali dobbiamo puntare i piedi e usare tutte le armi a disposizione per richiedere il rispetto dei diritti. In questo senso, signor Presidente, la domanda, che definirei scomoda, è la seguente: dove finisce la realpolitik e dove inizia la sacrosanta richiesta, che mi pare tutti stiamo formulando, del rispetto dei diritti umani? Chiedo ancora dove finisce la legittima volontà del nostro Paese di considerarsi amico dell'Egitto e di continuare a intrattenere relazioni commerciali e dove inizia, finita questa, la pretesa della verità e del rispetto di diritti per Zaki, ma anche la pretesa, come dicevo prima, della verità su Giulio Regeni. Vorrei esprimere una mia opinione personale, di cui mi assumo la responsabilità, su un punto cui non è stato forse fatto riferimento da altri in questo dibattito. Quando dico che bisogna usare tutte le armi a disposizione per ottenere la verità, voglio dire anche di usare come arma piuttosto estrema, ma efficace, quella di immaginare persino il ritiro della missione diplomatica italiana in Egitto, a fronte di un diniego di collaborazione da parte di quel Paese per aiutare il nostro a far luce su quanto è accaduto a Giulio Regeni e soprattutto, poi, per la liberazione di Patrick Zaki, di cui stiamo ragionando oggi. Infine, come diceva il collega Ruotolo, come si scioglie il nodo di contraddizione tra rivendicare tutto questo e non fornire - come non dovremmo fare, se vogliamo essere coerenti - commesse militari all'Egitto? Ci sono contraddizioni che ci riguardano, che investono il Governo e il nostro Parlamento e di cui dobbiamo sentire la responsabilità, in relazione alla possibilità di scioglierle. Se non vogliamo infatti che la mozione che stiamo discutendo diventi semplicemente un modo per lavarci la coscienza - e non lo è - ma vogliamo dare un contributo fattivo alla liberazione di Zaki, dobbiamo affrontare la discussione esattamente in quest'ottica. Signor Presidente, in conclusione, penso che questo primo passo debba essere considerato tale, per chiedere la cittadinanza, ma anche per impegnare tutte le energie a disposizione per chiedere la liberazione di Zaki e la verità su Giulio Regeni, nonché per dare il contributo decisivo dell'Italia affinché si entri in una nuova stagione del mondo, fatta del rispetto dei diritti, di pace e di libertà. (Applausi) . CRAXI (FIBP-UDC) . Domando di parlare per dichiarazione di voto. PRESIDENTE. Ne ha facoltà. CRAXI (FIBP-UDC) . Signor Presidente, onorevoli colleghi, la questione che oggi ci troviamo a discutere in quest'Aula rappresenta l'essenza del nostro vivere le istituzioni democratiche e plasma il modo stesso di concepire le relazioni internazionali e la nostra presenza sullo scenario internazionale. Libertà e diritti umani non conoscono frontiere o colore politico, né sono orpelli da utilizzare alla bisogna, nelle varie contingenze, nella polemica politica o nel conflitto tra Nazioni, ma sono un patrimonio dell'umanità che, dichiarazioni e convenzioni a parte, riteniamo eticamente vincolante e su cui non ci possono essere distrazioni o compromessi. La vicenda di Patrick Zaki, che si protrae da oltre un anno, ha scosso le coscienze in tutto il mondo, o meglio in quella parte del mondo libero, l'Occidente, di cui siamo parte integrante, non solo per ragioni geografiche, quanto per appartenenza culturale e valoriale.