[pronunce]

Per tale vicenda era stato iniziato un procedimento penale per il reato di concussione, che aveva portato alla condanna in primo grado e all'assoluzione in appello perché «il fatto non costituisce reato». 8.1.1.- Secondo il giudice a quo la questione sarebbe rilevante, in quanto la norma, applicabile ai giudizi in corso, in ragione della sua natura processuale, impedirebbe la definizione nel merito della controversia, dovendo la Corte declinare la propria giurisdizione. 8.1.2.- Con riferimento al giudizio sulla non manifesta infondatezza, si assume, innanzitutto, la violazione dell'art. 2 Cost. che, letto in combinato disposto con l'art. 2059 cod. civ. , assicurerebbe il risarcimento del danno per lesione del diritto all'immagine della pubblica amministrazione a prescindere dalla sussistenza di un fatto di reato. In questa prospettiva, sottolinea il giudice a quo, la norma censurata porrebbe «un limite irragionevole (e, soprattutto, incomprensibile) alla piena protezione di un primario valore costituzionale garantito anche per una figura soggettiva pubblica». 8.1.3.- Sarebbe violato, altresì, l'art. 97 Cost., in quanto la previsione legislativa censurata favorirebbe «l'irresponsabilità dei dipendenti pubblici, non più soggetti al giudizio di responsabilità innanzi alla Corte di conti in caso di comportamenti illeciti causativi di danno all'immagine dell'ente di riferimento al di fuori delle ipotesi di reato». 8.1.4.- L'asserita violazione dell'art. 3 Cost. deriverebbe dal fatto che sarebbe intrinsecamente irragionevole limitare l'azione risarcitoria in esame prescindendo da qualunque valutazione circa le caratteristiche e la specifica gravità del comportamento illecito. 8.1.5.- La irragionevolezza sarebbe, inoltre, ulteriormente rafforzata dal fatto che la norma è inserita in una corpus normativo che dovrebbe avere la finalità di introdurre misure idonee al recupero di risorse utili per il Paese. La norma impugnata, invece, favorendo il «lassismo e l'irresponsabilità dei (soli) dipendenti pubblici», si muoverebbe in una contraria direzione. 8.1.6.- L'art. 3 Cost. sarebbe violato anche per la disparità di trattamento che la norma introduce, da un lato, tra l'ente pubblico e le altre figure soggettive, in quanto solo questi ultimi godrebbero di una tutela piena del proprio diritto all'immagine; dall'altro, tra dipendenti pubblici e amministratori, atteso che la norma censurata non comprenderebbe nel proprio ambito applicativo anche tale ultima categoria di soggetti. 8.1.7.- La Corte remittente assume, inoltre, che sarebbe stato violato, anche in relazione all'art. 25, l'art. 103, secondo comma, Cost., che attribuisce in via generale alla Corte dei conti la giurisdizione nelle materie di contabilità pubblica, tra le quali rientrerebbe anche quella in esame. 8.1.8.- Sarebbe violato anche l'art. 24 Cost., in quanto «l'irrazionale e macchinoso "doppio binario"» inciderebbe sulla legittimazione ad agire del pubblico ministero contabile, «con una presumibile minore tutela dell'erario, in carenza di un organo dotato di strumenti di indagine e poteri istruttori di cui gli ordinari uffici pubblici certo non possono disporre». 8.1.9.- Infine, si deduce la violazione dell'art. 77 Cost., in quanto mancherebbero i presupposti di necessità e di urgenza ai fini dell'emanazione della norma censurata; presupposti che dovrebbero esistere anche in relazione alle norme, quale quella censurata, previste direttamente dalla legge di conversione del decreto-legge. A tale proposito, il giudice a quo sottolinea che il principio affermato nella sentenza n. 391 del 1995 della Corte costituzionale, secondo cui i predetti presupposti non devono sussistere in relazione alle norme introdotte in sede di conversione, sarebbe stato superato dalla successiva giurisprudenza costituzionale (si richiamano le sentenze n. 128 del 2008 e n. 171 del 2007), secondo cui anche gli emendamenti al decreto-legge in sede di conversione, il cui contenuto sia «dissonante» con quello del decreto, devono rispettare i requisiti della straordinaria necessità ed urgenza. 8.2.- È intervenuto anche in questo giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, con il patrocinio dell'Avvocatura generale dello Stato, ribadendo quanto già esposto a proposito di altre ordinanze di rimessione, con riferimento alle censure prospettate in relazione agli artt. 2, 3, 24, 25, 97, 103 Cost. Per quanto attiene all'asserita violazione dell'art. 77 Cost., si assume che la stessa non è fondata, in quanto i requisiti della necessità ed urgenza devono essere presenti soltanto con riferimento al decreto-legge e non anche alla legge di conversione. Si puntualizza, a tale proposito, che la sentenza n. 128 del 2008 della Corte, richiamata nell'ordinanza a sostegno della fondatezza della doglianza, riguarderebbe una fattispecie in cui l'asserito difetto dei presupposti era riferito alla norma contenuta nel decreto-legge. 9.- L'art. 17, comma 30-ter, periodi secondo e terzo, è stato censurato anche, con ordinanza del 10 dicembre 2009 (reg. ord. n. 145 del 2010) , dalla Corte dei conti, sezione giurisdizionale per la Regione Toscana. 9.1.- Il giudice a quo espone che la procura contabile aveva citato in giudizio taluni agenti della polizia di Stato in servizio presso la stazione ferroviaria di Firenze perché venissero condannati al risarcimento del danno all'immagine subito dall'amministrazione, in conseguenza della condanna dei predetti agenti, con sentenza irrevocabile, per avere commesso, con abuso di autorità, reati di violenza sessuale e di falsità ideologica in atti pubblici. 9.1.2.- La questione di costituzionalità sarebbe rilevante, in quanto la norma impugnata consente la proposizione dell'azione di risarcimento del danno all'immagine soltanto in presenza di delitti contro la pubblica amministrazione. Ne conseguirebbe che, nella specie, se la norma non venisse dichiarata incostituzionale, la Corte dovrebbe dichiarare il proprio difetto di giurisdizione. 9.1.3.- Esposto ciò, si assume, innanzitutto, che la norma censurata contrasterebbe con l'art. 3 Cost., in quanto essa, in maniera irragionevole ed arbitraria, ammetterebbe la tutela risarcitoria del diritto all'immagine della pubblica amministrazione soltanto in presenza di talune condotte illecite. 9.1.4.- Sarebbe, altresì, violato l'art. 24, primo comma, Cost., in quanto la norma limiterebbe il diritto della pubblica amministrazione di agire in giudizio per fare valere i propri diritti ed interessi. 9.1.5.- Viene evocato anche l'art. 97 Cost., in quanto sarebbe violato, da un lato, il principio di buon andamento in ragione della «perdita di fiducia che i cittadini possono nutrire nei confronti delle istituzioni, dando luogo ad una visione poco affidabile dell'amministrazione»;