[pronunce]

, come sostituito dall'art. 6 della legge n. 251 del 2005, nella parte in cui prevede un termine prescrizionale di tre anni quando per il reato la legge stabilisce pene diverse da quella detentiva e da quella pecuniaria; che, secondo quanto riferito dal rimettente, nel giudizio principale si procede per un fatto di lesioni personali (art. 582 cod. pen.), commesso il 15 luglio 2003, e la difesa dell'imputato ha sollecitato una declaratoria di estinzione del reato, essendo decorso, anche nell'estensione prorogata, il termine prescrizionale fissato dal quinto comma dell'art. 157 cod. pen. ; che, secondo il giudice a quo, tale ultima norma non sarebbe riferibile ai reati di competenza del giudice di pace, giacché, altrimenti, si perverrebbe all'assurdo della configurazione di un termine prescrizionale inferiore a quello ordinario proprio per i delitti più gravi tra quelli rimessi alla competenza dello stesso giudice di pace; che, inoltre, le pene della permanenza domiciliare e del lavoro di pubblica utilità sono, per «ogni effetto giuridico», equiparate alle sanzioni detentive comuni secondo il disposto dell'art. 58 del d.lgs. n. 274 del 2000; che il rimettente prosegue osservando come, poiché le pene cosiddette paradetentive sono applicabili in alternativa a quelle pecuniarie, la commisurazione del termine prescrizionale verrebbe fatta dipendere «non da una pena astrattamente prevista, ma dalla possibilità dell'applicazione di una sanzione che, in concreto, può anche non essere applicata»; che peraltro, secondo il giudice a quo, «quanto sopra» implicherebbe una lesione dei principi di ragionevolezza e uguaglianza, e dunque la questione sollevata sarebbe rilevante e non manifestamente infondata; che il Giudice di pace di Bergamo, con ordinanza dell'11 luglio 2007 (r.o. n. 838 del 2007) , ha sollevato – in riferimento all'art. 3 Cost. – questione di legittimità costituzionale dell'art. 157, quinto comma, cod. pen. , come sostituito dall'art. 6 della legge n. 251 del 2005, nella parte in cui non dispone che il termine triennale di prescrizione previsto per i reati puniti con pena diversa da quella detentiva e da quella pecuniaria si applichi, inoltre, a tutti gli ulteriori reati di competenza del giudice di pace; che nel giudizio a quo si procede nei confronti di persona accusata dei reati di lesioni personali (art. 582 cod. pen.) e minaccia (art. 612 cod. pen.), commessi l'11 aprile 2003; che, secondo il rimettente, con il riformato quinto comma dell'art. 157 cod. pen. , il legislatore avrebbe inteso riferirsi agli illeciti di competenza del giudice di pace per i quali siano comminate le cosiddette sanzioni paradetentive, cioè né detentive né pecuniarie, posto che, «se diversamente intesa, la norma risulterebbe inapplicabile, in quanto priva di qualsivoglia concreto riferimento»; che la disposizione censurata, inoltre, si applicherebbe anche nei casi in cui la sanzione «diversa» sia comminata in alternativa a quella pecuniaria, essendo comunque compresa nella previsione edittale; che il giudice a quo, poste tali premesse, osserva come, per i reati di competenza del giudice di pace puniti unicamente con la sanzione pecuniaria, il termine prescrizionale sia pari a quattro anni o addirittura a sei (a seconda che si tratti di contravvenzioni o delitti), mentre gli illeciti più gravi, per i quali è applicabile anche (o solo) una sanzione coercitiva della libertà personale (ancorché non detentiva), sarebbero suscettibili di estinzione nell'arco di un triennio; che tale disciplina sarebbe irrazionale e darebbe luogo a palesi disparità di trattamento, anche con riferimento a sequenze criminose di progressione nell'offesa ad un medesimo bene, poiché, ad esempio, le percosse recate senza ferire la persona offesa (art. 581 cod. pen.) sarebbero suscettibili di prescrizione in sei anni, ed invece, per la causazione di lesioni personali lievi (punibili anche con la permanenza domiciliare o il lavoro sostitutivo, a norma dell'art. 582 cod. pen.), il termine per l'estinzione del reato scenderebbe a tre anni; che l'irrazionalità della disciplina, secondo il giudice a quo, dovrebbe essere eliminata attraverso una parificazione dei termini prescrizionali per i reati attribuiti alla competenza del giudice di pace, in particolare estendendo a tutti la previsione del quinto comma dell'art. 157 cod. pen. , posto che l'allineamento del termine sui valori meno elevati sarebbe congruo con il sistema di «diritto mite» che caratterizza, appunto, la giurisdizione penale di pace; che la questione sollevata sarebbe rilevante nel caso di specie, ove il più grave dei reati contestati risulterebbe già prescritto, mentre quello meno grave si estinguerebbe, appunto, in caso di dichiarata illegittimità della norma censurata; che il Tribunale di Barcellona Pozzo di Gotto, sezione distaccata di Milazzo, con ordinanza del 25 settembre 2007 (r.o. n. 28 del 2008) , ha sollevato – in riferimento all'art. 3 Cost. – questione di legittimità costituzionale dell'art. 157, quinto comma, cod. pen. , come sostituito dall'art. 6 della legge n. 251 del 2005, nella parte in cui prevede un termine prescrizionale di tre anni quando per il reato la legge stabilisce pene diverse da quella detentiva e da quella pecuniaria; che nel giudizio principale si procede per un reato non indicato dal rimettente, il quale peraltro assume trattarsi di fattispecie punibile con sanzione «paradetentiva», e dunque suscettibile di estinzione per prescrizione, in base alla disposizione censurata, entro il termine di tre anni, nella specie già decorso; che il giudice a quo, ribadita la pertinenza della norma censurata ai reati punibili con la permanenza domiciliare od il lavoro di pubblica utilità, prospetta una violazione del principio di uguaglianza, poiché il responsabile dei reati più gravi, tra quelli rimessi alla competenza del giudice di pace, sarebbe trattato più benevolmente di colui che ponga in essere condotte criminose meno rilevanti; che il Giudice di pace di Forlì, con ordinanza del 10 luglio 2007 (r.o. n. 29 del 2008) , ha sollevato – in riferimento all'art. 3 Cost. – questione di legittimità costituzionale dell'art. 157, quinto comma, cod. pen. , come sostituito dall'art. 6 della legge n. 251 del 2005, nella parte in cui prevede un termine prescrizionale di tre anni quando per il reato la legge stabilisce pene diverse da quella detentiva e da quella pecuniaria; che il rimettente – dando atto di provvedere a seguito di «eccezione di illegittimità costituzionale sollevata dalla difesa dell'imputato», senza fornire indicazioni circa l'epoca e la natura del reato contestato – osserva come la previsione del quinto comma dell'art. 157 cod. pen. sembri ineluttabilmente riferirsi ai reati punibili con le pene della permanenza domiciliare e del lavoro di pubblica utilità;