[pronunce]

per gli arresti domiciliari, a sua volta richiamata dall'art. 47-ter, comma 4, ordin. penit. per la detenzione domiciliare "ordinaria" e 47-quinquies, comma 3, ordin. penit. per la detenzione domiciliare "speciale". Chi sia sottoposto agli arresti domiciliari, ovvero alla detenzione domiciliare alternativa alla detenzione, "ordinaria" o "speciale" può essere autorizzato dal giudice, allorché non possa «altrimenti provvedere alle sue indispensabili esigenze di vita» ovvero versi «in situazione di assoluta indigenza», ad assentarsi dal luogo di esecuzione della misura soltanto «per il tempo strettamente necessario alle suddette esigenze ovvero per esercitare una attività lavorativa» (art. 284, comma 3, cod. proc. pen.). Viceversa, ai sensi del censurato nuovo testo dell'art. 56, primo comma, della legge n. 689 del 1981, il condannato ha l'obbligo di rimanere nel luogo in cui la pena deve essere espiata per un termine minimo di dodici ore al giorno, stabilito caso per caso dal giudice in relazione a «comprovate esigenze familiari, di studio, di formazione professionale, di lavoro o di salute del condannato»; e in ogni caso deve essere autorizzato ad allontanarsi da tale luogo per almeno quattro ore al giorno, anche non continuative, per provvedere alle proprie «indispensabili esigenze di vita e di salute». 3.3.1.- Ora, la disciplina qui censurata - indubbiamente più favorevole per il condannato - risulta anzitutto funzionale a conferire spiccata finalità rieducativa alla pena sostitutiva, che nelle intenzioni del legislatore (delegante e delegato) non dovrebbe servire soltanto a evitare i noti effetti desocializzanti della pena detentiva breve, ma anche - in positivo - ad assicurare il mantenimento, e in ipotesi il potenziamento, dei legami del condannato con il proprio contesto lavorativo, educativo, affettivo e in generale sociale. E ciò sulla base di uno specifico «programma di trattamento elaborato dall'ufficio di esecuzione penale esterna, che prende in carico il condannato e che riferisce periodicamente sulla sua condotta e sul percorso di reinserimento sociale» (art. 56, secondo comma): in un'ottica complessiva che l'amicus curiae efficacemente definisce in termini di "pena-programma", caratterizzata da «elasticità nei contenuti, predeterminati dalla legge, perché funzionale alla individualizzazione del trattamento sanzionatorio», in funzione della garanzia di rieducazione e risocializzazione del condannato e, al contempo, di prevenzione speciale. Una tale ottica, invece, non solo è assente - come è ovvio - nel regime degli arresti domiciliari, applicati a persone ancora presunte innocenti; ma è anche scarsamente percepibile, sul piano della concreta disciplina legislativa, nelle due forme di detenzione domiciliare attualmente previste come misure alternative alla detenzione: la cui attuale configurazione è soprattutto funzionale ad assicurare l'espiazione della pena al di fuori del carcere a persone particolarmente vulnerabili (in ragione della loro giovane età o, all'opposto, dell'età avanzata o ancora delle precarie condizioni di salute), oppure a chi debba avere cura di figli in tenera età o comunque particolarmente bisognosi; e dunque appare oggi ispirata a ragioni in senso lato umanitarie o solidaristiche, piuttosto che autenticamente rieducative (in questo senso, sia pure con riferimento specifico all'ipotesi della detenzione speciale per i condannati ultrasettantenni di cui all'art. 47-ter, comma 01, ordin. penit. , sentenza n. 56 del 2021, punto 2.1. del Considerato in diritto). 3.3.2.- Per altro verso, il regime disegnato dalla disposizione censurata risulta funzionale anche alla seconda ratio perseguita dal legislatore delegante, e cioè alla finalità deflattiva del carico della giustizia penale, perseguita mediante l'incentivazione del ricorso a riti alternativi da parte degli imputati. Dal momento che il novero degli imputati cui la pena sostitutiva in parola risulta applicabile - quelli, cioè, esposti al rischio di una pena detentiva contenuta entro il limite dei quattro anni, anche per effetto delle riduzioni di pena connesse ai riti alternativi - coincide con la platea dei condannati ai quali il tribunale di sorveglianza potrebbe concedere l'affidamento in prova al servizio sociale, il legislatore delegato doveva necessariamente rendere in qualche modo conveniente per l'imputato la possibilità di negoziare sin da subito con il giudice della cognizione l'applicazione di una pena sostitutiva di per sé più gravosa rispetto all'affidamento in prova. Per conseguire tale obiettivo, il legislatore delegato ha connotato la pena sostitutiva in parola in modo da assicurare al condannato possibilità di allontanarsi dal domicilio durante la giornata più ampie rispetto a quelle concesse a chi si trovi agli arresti domiciliari o fruisca dei benefici di cui agli artt. 47-ter e 47-quinquies ordin. penit. , nell'ambito del programma individualizzato di trattamento di cui si è detto. In tal modo, il Governo ha confidato sulla possibilità che l'imputato possa accettare, in sede di patteggiamento, l'obbligo di permanenza nel domicilio per una parte della giornata in cambio del vantaggio di sottrarsi all'alea della possibile determinazione di una pena superiore al limite di quattro anni in esito a un processo ordinario, ovvero - nell'ipotesi di pena comunque applicata entro il limite dei quattro anni - all'alea di una decisione favorevole da parte del tribunale di sorveglianza sull'istanza di applicazione di una misura alternativa. Decisione, peraltro, che spesso interviene a svariati anni di distanza dal passaggio in giudicato della sentenza di condanna, con conseguente creazione di un enorme numero di cosiddetti "liberi sospesi": e cioè di circa novantamila persone condannate in via definitiva, la cui pena è attualmente sospesa ex art. 656, comma 5, cod. proc. pen. in attesa della decisione del tribunale di sorveglianza sulla misura alternativa richiesta (come emerge dalla risposta scritta del Ministro della giustizia all'interrogazione 4-00072, pubblicata lunedì 13 febbraio 2023 nell'Allegato B ai resoconti della seduta n. 50 della Camera dei deputati). 3.4.- Le scelte del legislatore delegato qui censurate, infine, si inseriscono coerentemente, dal punto di vista sistematico, nel quadro di un complessivo intervento legislativo volto anche - come concordemente sottolineano la difesa della parte privata e l'amicus curiae - ad assicurare risposte sanzionatorie al reato certe, rapide ed effettive, ancorché alternative rispetto al carcere. Tale risultato è conseguito sia mediante la regola dell'inapplicabilità della sospensione condizionale alle pene sostitutive (art. 61-bis della legge n. 689 del 1981), sia mediante la disciplina dell'esecuzione delle stesse dettata dall'art. 62 della stessa legge n. 689 del 1981: