[pronunce]

che la seconda innovazione, a seguito della quale la norma censurata deve essere interpretata nel senso che non riguarda i cittadini di Paesi dell'Unione europea (art. 1, comma 1, della legge n. 94 del 2009), sarebbe priva di influenza nel caso di specie, che concerne solo cittadini extracomunitari; che, infine, non vi sarebbero interferenze tra la previsione censurata ed il reato di «ingresso e soggiorno illegale nel territorio dello Stato» (art. 10-bis del d.lgs. n. 286 del 1998), almeno con riguardo a fatti antecedenti alla relativa incriminazione, posto il divieto di applicazione retroattiva e considerato, di conseguenza, che mancherebbero le condizioni per un ipotetico «assorbimento» della fattispecie circostanziale nella nuova ipotesi contravvenzionale (o viceversa); che la norma censurata contrasterebbe, anzitutto, con i principi di ragionevolezza, uguaglianza e proporzionalità, come desumibili dall'art. 3 Cost., in ragione della carenza di connessione tra l'aggravamento di pena ed il fatto di volta in volta ascritto allo straniero; che mancherebbe, nella specie, una caratteristica tipica di alcune circostanze fondate su una qualifica personale dell'agente, e cioè l'abuso di tale qualifica per la commissione o la facilitazione del reato (sono citate le previsioni di cui ai numeri 9 e 11 dell'art. 61 cod. pen.); che ulteriori circostanze a carattere soggettivo - prosegue il rimettente - si fondano sulla condizione del reo, la quale però è conseguenza di un provvedimento giudiziale che accerta una pericolosità qualificata dell'agente, e palesa il reato da lui commesso quale concreta manifestazione di un «antagonismo» più spiccato (sono menzionate l'aggravante cosiddetta della latitanza - art. 61, n. 6, e art. 576, comma 1, n. 3, cod. pen. - e le fattispecie che presuppongono l'appartenenza a pericolose organizzazioni criminali o l'intervenuta applicazione di misure di prevenzione: art. 576, comma 1, n. 4, art. 628, comma 3, n. 3, art. 629, comma 2, cod. pen. , nonché art. 7 della legge n. 575 del 1965); che la fattispecie censurata non potrebbe essere comparata, ad avviso del giudice a quo, neanche alla recidiva, la quale pure non risponde ad una logica di necessaria e concreta relazione con la tipologia del reato contestato; che la recidiva si fonda, infatti, sulla responsabilità per un precedente illecito penale, definitivamente stabilita dal giudice, ed è applicabile, nella generalità dei casi, solo in base ad una concreta relazione tra i precedenti del reo e la gravità dello specifico fatto in contestazione; che, sul piano della razionalità del sistema, il rimettente osserva come la rilevanza penale generalizzata delle violazioni di norme concernenti l'ingresso ed il soggiorno nel territorio dello Stato comporti una moltiplicazione ingiustificata del trattamento punitivo, a titolo di sanzione per i reati specifici e di aggravamento della pena per l'ulteriore illecito commesso dallo straniero; che la previsione censurata opererebbe «una indiscriminata generalizzazione su base soggettiva», incidente «sulla pari dignità umana e sulla libertà personale», e dunque non potrebbe superare lo scrutinio di ragionevolezza, che «deve essere tanto più intenso e più rigoroso quanto è più rilevante, come nella specie, il diritto su cui incide» (è citata, in questa prospettiva, la sentenza della Corte costituzionale n. 519 del 1995); che la violazione dei principi di uguaglianza e ragionevolezza troverebbe conferma, a parere del Tribunale, nella norma di «interpretazione autentica» introdotta dal comma 1 dell'art. 1 della legge n. 94 del 2009, in base al quale l'aggravante in questione non è applicabile nei confronti dei cittadini di Paesi dell'Unione europea; che infatti, data la possibilità che anche i cittadini «comunitari» si trovino in condizione di soggiorno irregolare, vi sarebbe anzitutto una discriminazione ingiustificata tra cittadini stranieri nell'identica condizione, cioè «a parità di illegale presenza»; che la norma interpretativa comprometterebbe, più in generale, la ratio invocata a sostegno del maggior sanzionamento degli stranieri in condizione di soggiorno irregolare, cioè l'esigenza di assicurare il controllo dei flussi migratori, posto che l'immunità accordata ad una parte di quegli stranieri renderebbe «quel fine apparente o inidoneo»; che il principio di non discriminazione, sancito dall'art. 3 Cost., sarebbe ormai inserito in un «sistema multilivello» di garanzia (è citata, in proposito, la sentenza della Corte costituzionale n. 317 del 2009), del quale fanno parte l'art. 14 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo, l'art. 1 del relativo XII protocollo addizionale (pure non ratificato dall'Italia), gli artt. 20 e 21 della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea; che la Corte europea dei diritti dell'uomo - ricorda il rimettente - ha riconosciuto come l'art. 14 della Convenzione ponga il divieto di «un trattamento discriminatorio basato, o motivato, su una caratteristica personale ("situazione") attraverso la quale delle persone o gruppi di persone si distinguono gli uni dagli altri» (è citata la sentenza 1° dicembre 2009, G.n. ed altri contro Italia); che, sempre a parere del Tribunale, la previsione di cui al n. 11-bis dell'art. 61 cod. pen. contrasterebbe con il principio di ragionevolezza anche nella prospettiva dell'art. 13 Cost., norma la quale, attenendo ad un diritto inviolabile della persona, riguarda senza distinzione i cittadini e gli stranieri (è citata la sentenza della Corte costituzionale n. 62 del 1994); che, infatti, le privazioni della libertà personale non potrebbero legittimamente fondarsi su arbitrarie presunzioni di pericolosità (sono citate la sentenza della Corte costituzionale n. 58 del 1995 e, per altro verso, la sentenza n. 148 del 2008); che anche nei suoi profili applicativi, secondo il giudice a quo, la norma censurata darebbe luogo a molteplici situazioni di «evidente irragionevolezza»; che, infatti, alla luce della giurisprudenza in materia di successione nel tempo di leggi concernenti l'immigrazione (è citata la sentenza della Corte di cassazione, sezioni unite penali, n. 2451 del 2008), l'aggravante dovrebbe essere applicata anche nei confronti dello straniero che, dopo il fatto, abbia conseguito un valido titolo di soggiorno, con conseguente eliminazione della «ragione presuntiva della sua pericolosità»; che lo straniero il quale, dopo l'ingresso illegale in Italia, abbia chiesto l'asilo politico o lo status di rifugiato potrebbe essere definitivamente condannato con pena aumentata ex art. 61, numero 11-bis, cod. pen.