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Disposizioni concernenti la procedura per il riconoscimento dello status di apolidia in attuazione della Convenzione del 1954 sullo status delle persone apolidi. Onorevoli Senatori. -- Con la legge 29 settembre 2015, n. 162, il Parlamento ha autorizzato la ratifica della Convenzione Onu sulla riduzione dell'apolidia del 1961. Si tratta di un passaggio fondamentale al fine di affrontare la questione della tutela delle persone apolidi nel nostro Paese. Oltre a questo strumento, la comunità internazionale aveva infatti adottato, in seno alle Nazioni Unite all'indomani della seconda guerra mondiale, anche la Convenzione relativa allo status delle persone apolidi del settembre 1954, ratificata dall'Italia nel 1962. Manca tuttavia in Italia una normativa organica affinché le persone apolidi possano effettivamente essere riconosciute e godere pertanto dei diritti, nonché adempiere ai doveri, previsti a livello internazionale. Occorre quindi continuare sulla strada intrapresa procedendo a una riforma delle procedure per il riconoscimento dello status di apolide. Nasce da tale esigenza questo disegno di legge, frutto del lavoro congiunto della Commissione diritti umani del Senato, dell'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR) e del Consiglio italiano per i rifugiati (CIR), le due organizzazioni maggiormente impegnate sul tema dell'apolidia in Italia. Gli apolidi vivono in un limbo e spesso considerano loro stessi come dei fantasmi. Essere privi di una nazionalità significa non avere documenti, non poter fruire dei più basilari diritti, come quello di sposarsi, di riconoscere legalmente i propri figli, di trasmettere loro una cittadinanza. Nel mondo sono almeno 10 milioni le persone senza nazionalità, di cui 3-5 milioni di bambini. In Europa ce ne sono 600.000, in Italia 15.000, per la maggior parte provenienti dalla ex Jugoslavia, ma anche da Palestina, Tibet, Eritrea, Etiopia e dai paesi ex Urss. Numeri impressionanti, se si pensa che ogni dieci minuti viene al mondo un neonato apolide. Il testo della Convenzione del 1954 fornisce la definizione di apolide come la «persona che nessuno Stato considera come suo cittadino nell'applicazione della sua legislazione» e delinea la cornice giuridica entro la quale inquadrare lo status delle persone apolidi nell'ordinamento nazionale degli Stati parte del trattato, per garantire una serie di garanzie e di diritti uniformi a livello internazionale. La Convenzione stabilisce un vasto elenco di diritti civili, economici, sociali e culturali da attribuire agli apolidi, suddivisi tra status giuridico ( status personale, diritti di proprietà, diritto di associazione, accesso alla giustizia), accesso al lavoro retribuito (incluso impiego salariale, lavoro autonomo, accesso alle professioni liberali), stato sociale (incluso razionamento, alloggi, istruzione pubblica, soccorso pubblico, legislazione del lavoro, sicurezza sociale) e provvedimenti amministrativi (inclusi assistenza amministrativa, libertà di movimento, documenti di identità, documenti di viaggio, carico fiscale, trasferimento di beni, espulsione e naturalizzazione). Al fine, tuttavia, di implementare la Convenzione, va da sé che vi deve essere un meccanismo, a livello nazionale, che permetta alle autorità nazionali di determinare se un determinato individuo sia da considerare apolide o meno ai sensi della Convenzione. Tale compito viene svolto dalle cosiddette procedure per la determinazione dello status di apolide. In soli quattordici Paesi al mondo, tra cui l'Italia, sono state istituite tali procedure (i restanti tredici sono: Filippine, Francia, Georgia, Kosovo, Lettonia, Messico, Moldavia, Regno Unito, Turchia, Spagna, Svizzera, Slovacchia, Ungheria). Il 4 novembre 2014, l'UNHCR ha lanciato la campagna «I BELONG», con l'obiettivo di porre fine entro dieci anni al problema dell'apolidia, un limbo legale devastante per dieci milioni di persone al mondo. Già nel 2012, l'Alto Commissariato ha adottato le «Linee Guida n. 2 sull'apolidia: Procedure per la determinazione dello status di apolide», sulla base delle responsabilità derivanti dal proprio mandato in materia di apolidia. Le Linee Guida definiscono una serie di garanzie che devono caratterizzare tali procedure: accesso alle procedure (senza limiti di tempo o criteri inerenti alla regolarità del soggiorno), assistenza e informazioni in una lingua comprensibile, garanzie specifiche per i minori e per le persone prive in tutto o in parte di autonomia, diritto a un colloquio individuale e a presentare una domanda scritta nonché la possibilità di richiedere assistenza per la stesura, coordinamento fra procedure per il riconoscimento dello status di apolide e quelle inerenti allo status di rifugiato. E ancora, tra i diritti del richiedente vengono individuati: il divieto di espulsione durante la procedura, la disponibilità di assistenza legale, il diritto ad ottenere un permesso di soggiorno provvisorio per la durata della procedura, la definizione dell'onere della prova condiviso fra il richiedente e l'autorità, il diritto di poter contattare l'UNHCR nonché quello a ricevere una decisione scritta in un lasso di tempo ragionevole. Le «Raccomandazioni dell'UNHCR sugli aspetti rilevanti della protezione degli apolidi in Italia», pubblicate nell'ottobre 2014, dedicano particolare attenzione al tema delle procedure, raccomandando il miglioramento dell'attuale sistema di riconoscimento dello status di apolide, in vista di una sua organicità, razionalizzazione, maggiore efficienza e trasparenza. La presente proposta legislativa segue fedelmente le indicazioni fornite dalle linee guida e dalle raccomandazioni dell'UNHCR. Inoltre, molti interventi sono stati modulati sull'esperienza diretta degli esperti del Consiglio italiano per i rifugiati, da anni impegnato sul tema anche attraverso il sostegno diretto alle persone che potrebbero aver diritto al riconoscimento dello status di apolide. Gli studi in materia realizzati dal CIR hanno approfondito alcuni aspetti fondamentali del problema: tra gli altri, lo stretto legame tra l'acquisizione della nazionalità italiana e la prevenzione dell'apolidia stessa, soprattutto in riferimento ai bambini che nascono in Italia, e le cause e le conseguenze dell'apolidia all'interno delle comunità rom. Sulla base delle evidenze emerse tanto dall'attività di supporto alle persone quanto di ricerche sul campo, il CIR ha evidenziato come l'attuale normativa presenti requisiti di accesso troppo tassativi che molte persone hanno difficoltà se non impossibilità pratica di soddisfare. Per accedere alla procedura amministrativa -- regolata oggi dal solo articolo 17 del regolamento di cui al decreto del Presidente della Repubblica n. 572 del 1993 -- vengono infatti richiesti l'atto di nascita e la documentazione relativa alla residenza legale in Italia che, nella prassi, si traduce nella richiesta di presentare il permesso di soggiorno e la residenza legale. È evidente che la maggior parte dei richiedenti sono fondamentalmente esclusi dall'intraprendere tale procedimento.