[pronunce]

che, con particolare riferimento all'ipotesi del rinvio facoltativo – l'unica che viene in rilievo nel giudizio a quo (con conseguente inconferenza delle censure del rimettente focalizzate sulla distinta ipotesi del rinvio obbligatorio) – l'assetto normativo censurato riflette, infatti, il diverso grado di pericolosità sociale del condannato; che mentre, cioè, in situazione di pericolosità sociale assente – tale, dunque, da permettere la liberazione pura e semplice del condannato, alla luce dell'art. 147, quarto comma, cod. pen. – il legislatore ha consentito l'intervento, in via provvisoria, del giudice monocratico; in presenza, invece, di un residuo margine di pericolosità sociale – preclusivo di detta liberazione – il legislatore ha inteso riservare in via esclusiva la concessione della detenzione domiciliare al giudice collegiale; che, in sostanza, dunque, sono due gli indici che, cementandosi tra loro, giustificano – rendendola non palesemente irrazionale – la riserva al collegio di ogni decisione, nell'ipotesi de qua: ossia il livello della pena e la residua pericolosità sociale del condannato; che quanto, poi, agli ulteriori parametri della rieducazione del condannato, del divieto di pene contrarie al senso di umanità (art. 27 Cost.) e del diritto alla salute (art. 32 Cost.), deve ribadirsi che, nella specie, si discute di ipotesi di rinvio facoltativo della esecuzione della pena, che presuppongono condizioni di salute del condannato non a tal segno inconciliabili con la detenzione carceraria da escludere – com'è, invece, per le ipotesi di rinvio obbligatorio – ogni possibile bilanciamento con le contrapposte esigenze di tutela della collettività: tanto è vero che – alla stregua di una previsione la cui legittimità costituzionale non è posta in discussione dal giudice a quo – ove la pericolosità sociale del condannato risultasse incompatibile, non solo con la liberazione pura e semplice, ma anche con la detenzione domiciliare, l'esecuzione della pena nelle forme ordinarie dovrebbe comunque essere attuata o proseguita; che, per completezza, va aggiunto che alle esigenze più urgenti del condannato nel limitato periodo “interinale” rispetto alla decisione del tribunale di sorveglianza potrebbe eventualmente sopperirsi, nei congrui casi, tramite lo strumento generale del ricovero in ospedali civili o in altri luoghi esterni di cura, previsto dall'art. 11, secondo comma, della legge n. 354 del 1975: provvedimento per il quale è competente il magistrato di sorveglianza; che la questione deve essere dichiarata, pertanto, manifestamente infondata. Visti gli artt. 26, secondo comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87, e 9, comma 2, delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale.. . per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE dichiara la manifesta infondatezza della questione di legittimità costituzionale dell'art. 47-ter, comma 1-quater, della legge 26 luglio 1975, n. 354 (Norme sull'ordinamento penitenziario e sull'esecuzione delle misure privative e limitative della libertà), introdotto dall'art. 4 della legge 27 maggio 1998, n. 165 (Modifiche all'articolo 656 del codice di procedura penale ed alla legge 26 luglio 1975, n. 354), sollevata, in riferimento agli artt. 3, 27 e 32 della Costituzione, dal Magistrato di sorveglianza di Alessandria con l'ordinanza indicata in epigrafe. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 20 giugno 2005. F.to: Piero Alberto CAPOTOSTI, Presidente Giovanni Maria FLICK, Redattore Maria Rosaria FRUSCELLA, Cancelliere Depositata in Cancelleria l'1 luglio 2005. Il Cancelliere F.to: FRUSCELLA