[pronunce]

L'attribuzione al giudice di pace di larga parte dei giudizi in materia di sanzioni amministrative aveva, infatti, comportato un incremento del numero dei ricorsi per cassazione, mirando le parti ad ottenere un sindacato indiretto sul merito della controversia, in contrasto con la funzione nomofilattica e con l'effetto di gravare la Corte suprema di cassazione di un numero di giudizi tale da pregiudicare l'efficiente svolgimento di detta funzione. Questo obiettivo dovrebbe essere apprezzato anche alla luce dell'art. 1, comma 2, della legge-delega il quale, stabilendo che il Governo, con il decreto delegato, avrebbe dovuto provvedere «a realizzare il necessario coordinamento con le altre disposizioni vigenti», renderebbe chiara l'esigenza di evitare il persistere di situazioni pregiudizievoli al corretto svolgimento della funzione nomofilattica, che ha reso imprescindibile la modifica realizzata dalla norma censurata.1. – Le questioni sollevate dal Tribunale ordinario di Reggio Emilia e dalla Corte d'appello di Brescia investono l'art. 26, comma 1, lettera b), del decreto legislativo 2 febbraio 2006, n. 40 (Modifiche al codice di procedura civile in materia di processo di cassazione in funzione nomofilattica e di arbitrato, a norma dell'articolo 1, comma 2, della legge 14 maggio 2005, n. 80), che ha abrogato l'ultimo comma dell'art. 23 della legge 24 novembre 1981, n. 689 (Modifiche al sistema penale), rendendo appellabile la sentenza che decide l'opposizione avverso il provvedimento che irroga una sanzione amministrativa, prima soltanto ricorribile per cassazione. Secondo entrambi i rimettenti, la norma censurata, prevedendo la proponibilità dell'appello avverso sentenze prima impugnabili soltanto con ricorso per cassazione, violerebbe l'art. 76 della Cosituzione, nonché, ad avviso del Tribunale ordinario di Reggio Emilia, l'art. 77, primo comma, Cost., in quanto la delega oggetto dell'art. 1 della legge 14 maggio 2005, n. 80 (Conversione in legge, con modificazioni, del decreto legge 14 marzo 2005, n. 35, recante disposizioni urgenti nell'ambito del Piano di azione per lo sviluppo economico, sociale e territoriale. Deleghe al Governo per la modifica del codice di procedura civile in materia di processo di cassazione e di arbitrato nonché per la riforma organica della disciplina delle procedure concorsuali), concerneva esclusivamente l'introduzione di modificazioni al codice di procedura civile ed al processo di cassazione, non all'art. 23 della legge n. 689 del 1981. Il primo dei due giudici a quibus deduce, inoltre, che neanche l'art. 1, comma 3, lettera a), della legge n. 80 del 2005, attribuendo al legislatore delegato il potere di stabilire la «non ricorribilità immediata delle sentenze che decidono di questioni insorte senza definire il giudizio», legittimerebbe la modifica della disciplina dell'impugnazione delle sentenze oggetto del citato art. 23. Secondo la Corte d'appello di Brescia, la previsione di una nuova fase di merito neppure sarebbe strumentale rispetto all'obiettivo della legge-delega, di garantire l'efficienza della funzione nomofilattica. Le sentenze oggetto del citato art. 23 sarebbero, infatti, pronunciate all'esito di un giudizio di carattere “demolitorio”, deciderebbero della legittimità di un provvedimento amministrativo e della sussistenza di un illecito ed avrebbero un contenuto tipico, tale da definire il giudizio. La mancanza nella legge-delega di un espresso riferimento a dette pronunce sarebbe stata giustificata dall'esigenza di garantire «una logica di sistema», in coerenza con la specificità della materia e con la natura dell'accertamento oggetto del relativo giudizio che, in passato, avevano appunto indotto ad escluderne l'appellabilità. Pertanto, l'eventuale ambiguità della lettera dell'art. 1, comma 4, della legge n. 80 del 2005 e l'attribuzione al legislatore delegato del potere di «revisionare la formulazione letterale […] delle altre norme processuali civili vigenti non direttamente investite dai principi di delega» neanche costituirebbero idonea base giuridica di una norma di contenuto non pertinente con la «materia delegata». 2. – I giudizi, avendo ad oggetto la stessa norma, censurata in riferimento a parametri costituzionali in parte coincidenti, sotto profili e con argomentazioni sostanzialmente analoghe, devono essere riuniti e decisi con un'unica sentenza. 3. – Le questioni non sono fondate. 3.1. – Il controllo della conformità della norma delegata alla norma delegante, secondo la giurisprudenza di questa Corte, richiede un confronto tra gli esiti di due processi ermeneutici paralleli: l'uno, relativo alla norma che determina l'oggetto, i princípi e i criteri direttivi della delega; l'altro, relativo alla norma delegata, da interpretare nel significato compatibile con questi ultimi (tra le più recenti, sentenze n. 340, n. 170 e n. 50 del 2007). Relativamente al primo di essi, va ribadito che il contenuto della delega deve essere identificato tenendo conto del complessivo contesto normativo nel quale si inseriscono la legge-delega ed i relativi princípi e criteri direttivi, nonché delle finalità che la ispirano, verificando, nel silenzio del legislatore delegante sullo specifico tema, che le scelte del legislatore delegato non siano in contrasto con gli indirizzi generali della medesima (sentenze n. 341 del 2007; n. 426 del 2006; n. 285 del 2006). I princípi posti dal legislatore delegante costituiscono poi non solo base e limite delle norme delegate, ma anche strumenti per l'interpretazione della loro portata; e tali disposizioni devono essere lette, fintanto che sia possibile, nel significato compatibile con detti princípi (sentenza n. 96 del 2001), i quali, a loro volta, vanno interpretati alla luce della ratio della legge delega (sentenze n. 413 del 2002; n. 307 del 2002; n. 290 del 2001). Peraltro, come questa Corte ha anche affermato, la varietà delle materie riguardo alle quali si può ricorrere alla delega legislativa comporta che neppure è possibile enucleare una nozione rigida valevole per tutte le ipotesi di "principi e criteri direttivi", quindi «il Parlamento, approvando una legge di delegazione, non è certo tenuto a rispettare regole metodologicamente rigorose» (sentenze n. 340 del 2007; n. 250 del 1991). Relativamente al secondo dei suindicati processi ermeneutici, va confermato l'orientamento di questa Corte, secondo il quale la delega legislativa non esclude ogni discrezionalità del legislatore delegato, che può essere più o meno ampia, in relazione al grado di specificità dei criteri fissati nella legge delega (ordinanze n. 213 del 2005; n. 490 del 2000).