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Riutilizzo e riduzione vengono menzionati nei piani, ma quasi sempre senza nessuna applicazione che influisca realmente sui volumi e che vada, nei casi migliori, al di là di iniziative di pura testimonianza. Ciò accade nonostante la direttiva detti una chiara definizione di riutilizzo e preparazione per il riutilizzo, obbligando altresì gli Stati membri a introdurre il riutilizzo nei piani di gestione dei rifiuti a partire da obiettivi chiari e appoggiandosi alle « reti locali già esistenti ». La mancata applicazione di modelli efficienti di intercettazione dei rifiuti riutilizzabili conferiti nei centri di raccolta comunali e mediante altri strumenti della raccolta dei rifiuti urbani inibisce la reimmissione in circolazione di almeno 600.000 tonnellate l'anno di beni che, secondo le stime contenute nel Rapporto nazionale sul riutilizzo 2018, potrebbero essere riutilizzati senza bisogno di riparazione; tali beni hanno infatti prezzi di mercato sufficienti a coprire costi operativi e a garantire posti di lavoro. Stimare quanti posti di lavoro possano essere creati dipende dal ruolo di sistema che la preparazione per il riutilizzo riuscirà a conquistarsi: basti qui riflettere sul dato per cui, a parità di volumi trattati, a un posto di lavoro nell'industria del riciclo ne corrispondono almeno cinque nelle attività di riutilizzo. La funzione ambientale che viene assolta dall'attività degli operatori dell'usato è anche la leva principale attraverso cui muoviamo proposte di ordine fiscale, chiedendo la rimozione di alcune distorsioni. In definitiva, non è più possibile che chi previene e riutilizza abbia gli stessi oneri di chi non fornisce alcuna esternalità positiva nel settore ambientale. In generale, le nostre richieste sono orientate alla rimozione di alcuni ostacoli che impediscono il pieno sviluppo del settore, non determinando saldi negativi per la raccolta fiscale. È corretto mettere in evidenza le reali capacità di apporto di un operatore dell'usato nei confronti dell'intero territorio comunale e quindi dell'intera collettività, mediante una seria attività di prevenzione, basata sull'agevolazione alla reintroduzione dell'oggetto al suo utilizzo congenito. La presenza nel territorio di un soggetto in grado di assicurare, in maniera fissa e continuativa, il proprio apporto ambientale (è stato calcolato che un singolo negozio dell'usato, di medie dimensioni, possa distogliere dalla discarica e dalle relative lavorazioni inquinanti l'equivalente di circa 100 tonnellate di materiale ogni anno) si ritiene debba essere incoraggiata e supportata (agevolata) anche mediante l'applicazione di misure fiscali e tariffarie adeguate ed eque, tali cioè da non penalizzarne la permanenza. A tale proposito è giusto evidenziare che alcune amministrazioni locali, maggiormente virtuose, hanno già manifestato la propria sensibilità sul tema recependo le istanze presentate dai singoli operatori con il supporto associativo, riclassificandone, o prendendone seriamente in esame, i ruoli (da esercizio commerciale a esposizione, da magazzino senza vendita diretta o laboratorio artigianale a deposito) ai fini della tariffa sulla raccolta e sulla lavorazione dei rifiuti. In conclusione, si può crescere senza inquinare: il disaccoppiamento tra queste due azioni che hanno finora segnato insieme l'impronta dell'uomo sul pianeta è esemplificato in maniera perfetta dal mondo dell'usato e dalle attività che ruotano intorno ad esso. Disaccoppiare crescita e inquinamento è anche il programma strategico dell'Unione europea. Il mondo dell'usato vuole dare piena efficacia a questo principio, nel solco del quale si pone la nostra iniziativa legislativa di disciplina e di promozione. Si può creare lavoro a costo zero: riordinare, autorizzare, legittimare e fare sistema sono atti che non richiedono somme ingenti per essere realizzati, eppure possono fornire grandi risultati nell'emersione dell'informalità, nell'inclusione sociale e nella creazione di nuovo lavoro. Il potenziale di un rilancio del riutilizzo è molto alto: si stima che nelle abitazioni degli italiani siano giacenti circa 1.750 euro di beni usati non più utilizzati che, moltiplicati per il numero delle stesse (oltre 24.135.177 milioni secondo l'ultimo censimento dell'ISTAT), genererebbero l'iperbolica cifra di oltre 40 miliardi di euro da reimmettere in circolo, con la relativa nuova immissione di fiscalità generale e locale, ed è a tal proposito che il settore del riuso rientra a pieno titolo come il più nobile protagonista della circular economy , sostenuta da tutti i Governi europei. Nel 1976, fu presentato alla Commissione europea uno studio, dal titolo « The Potential for Substituting Manpower for Energy », in cui gli autori, Stahel e Reday, prospettarono analiticamente la visione di un'economia circolare e il suo impatto positivo sulla creazione di posti di lavoro, con un notevole risparmio di risorse e una fortissima riduzione dei rifiuti. È questo un altro importante tema di generazione di valore: infatti un minor apporto di rifiuti, oltre a generare meno costi di smaltimento, evita l'erosione di suolo e di spazi altrimenti destinati alle discariche. Nell'undicesimo piano quinquennale della Cina venne promossa l'applicazione del modello di economia circolare a partire dal 2006; la Ellen Mac Arthur Foundation , un ente indipendente nato nel 2010 e subito diventato punto di riferimento, ha recentemente delineato l'opportunità economica di questo modello. I maggiori obiettivi dell'economia circolare sono l'estensione della vita dei prodotti, la produzione di beni di lunga durata, le attività di ricondizionamento e la riduzione della produzione di rifiuti. Insiste inoltre sull'importanza di vendere servizi piuttosto che prodotti, in riferimento al concetto della « functional service economy », che rientra nella nozione più ampia di « performance econom y ». L'aspetto economico è di assoluto rilievo per « estrarre » nuova materia prima da una fonte esistente e diffusa su tutto il territorio. Infatti, laddove si generano nuovi flussi economici, i primi a beneficiarne, oltre al cittadino stesso, sono gli esercenti commerciali tramite l'accresciuto potere di spesa del loro bacino d'utenza; questo significa anche riattivare le filiere locali di produzione di beni e servizi oggi depresse da un forte cambiamento delle abitudini e dalle sempre più crescenti difficoltà economiche ed occupazionali. Proprio sul tema occupazionale il settore del riuso viene indicato come il maggiore possibile creatore di posti di lavoro non precari proprio per l'alto potenziale prospettico d'incremento dei volumi, oggi in affanno per mancanza di una chiara regolamentazione che inibisce tutti gli attori, (imprese, cooperative ambulanti eccetera) nell'assumersi rischi discrezionali. Un altro aspetto di estrema importanza è rappresentato dall'ambiente e dal depauperamento incontrollato delle risorse. L'Earth Overshoot Day , l'Osservatorio che calcola quante risorse naturali vengono consumate dalla popolazione mondiale, ha indicato che abbiamo consumato tutto quello che la Terra è in grado di generare al 1° agosto 2018: da tale data in poi tutto quello che consumiamo genera un deficit di risorse. Nel 1969, anno di inizio della mappatura, i consumi erano in perfetto equilibrio tra generazione e consumi e lo sono rimasti fino alla prima parte degli anni 70;