[pronunce]

27.— La società R.T.I. s.p.a., con memoria depositata all'esito dell'istruttoria, sostiene che il giudice rimettente avrebbe dovuto, seguendo criteri di consequenzialità logico-giuridica nella risoluzione della controversia sottoposta al suo esame, alla luce dei motivi del ricorso, accertare in via principale la legittimità delle procedure di rilascio dei titoli concessori e (a monte) degli atti di contenuto normativo. La conseguenza sarebbe stata — una volta caducate giudizialmente le concessioni assentite — l'automatico venir meno della base di calcolo dalla quale dipenderebbe la collocazione in posizione eccedentaria delle emittenti che superano i limiti anticoncentrativi fissati dalla legge. Con l'ulteriore conseguenza della perdita di qualsiasi rilevanza della questione sollevata, così da imporre alla Corte la restituzione degli atti al giudice a quo. Nella memoria vengono ribaditi gli errori nei quali sarebbe incorso il giudice rimettente. Al riguardo, la difesa della società riporta gli esiti di uno studio tecnico, depositato agli atti, che avrebbe accertato che gli impianti censiti non coinciderebbero con quelli pianificati. Ciò dimostrerebbe che la temporanea sopravvivenza delle reti eccedenti non avrebbe intaccato la provvista di frequenze pianificate. Una eventuale dichiarazione di illegittimità costituzionale provocherebbe, pertanto, la mera disattivazione delle reti eccedenti, "non assegnabili ad altri aspiranti e non utilizzabili ai fini (peraltro ormai accantonati) dell'adeguamento delle reti al piano". Viene ribadita, infine, la necessità di una restituzione degli atti al giudice a quo, a seguito della sopravvenuta fissazione del dies ad quem del regime transitorio da parte dell'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, nonché della legge n. 66 del 2001. Quest'ultima, sottolinea la difesa delle società, avrebbe consentito che la sperimentazione avvenga direttamente sugli impianti analogici censiti, senza previo adattamento degli impianti stessi al piano analogico, per evitare investimenti vanificati dalla sopravvenienza del piano digitale. Nel merito, la società deducente insiste nella dichiarazione di infondatezza della questione sollevata, ritenendo che l'attuale grado di pluralismo del sistema televisivo italiano sia rispettoso dei principi costituzionali. L'istruttoria avrebbe, infatti, dimostrato, secondo l'esponente, che in ciascun capoluogo di provincia ogni utente dispone di almeno quindici programmazioni nazionali e 10 locali. L'importanza del "pluralismo locale" sarebbe stata ribadita dallo stesso processo in atto di "trasformazione" di una rete RAI in una rete a prevalente vocazione regionalistica. In relazione alla posizione di Centro Europa 7, la società R.T.I. sottolinea come la posizione di detta concessionaria sia uguale a quella delle altre, in quanto nessuna di esse ha ottenuto le frequenze "promesse nelle concessioni (pianificate)"; l'attuale situazione di Centro Europa 7 dipenderebbe esclusivamente dalla mancanza di impianti in esercizio censiti "sufficienti al momento del rilascio della concessione". La parte evidenzia, inoltre, la "inspiegabile" mancanza di domanda di assegnazione provvisoria di frequenze (ex art. 3, commi 8 e 11, della legge n. 249 del 1997) da parte della predetta concessionaria. Ai fini della sperimentazione, quest'ultima potrebbe comunque avvalersi, ad avviso della società esponente, della possibilità di accedere con i propri programmi alle reti dei soggetti titolari di più di una concessione su scala nazionale. Nell'ultima parte della memoria, la difesa della società R.T.I., oltre a ribadire la "discontinuità" tra la situazione attuale e quella esistente all'epoca della sentenza n. 420 del 1994, si sofferma sulla "svolta digitale", evidenziando la irreversibilità della scelta "a pena di pericolo di grave ritardo tecnologico del Paese". 28.— La società TV Internazionale s.p.a. e Beta Television s.r.l., nella memoria depositata — in relazione a parte del contenuto delle relazioni predisposte all'esito dell'istruttoria — sostengono quanto segue: a) l'Autorità Garante della concorrenza e del mercato e lo stesso Ministero delle comunicazioni — affermando rispettivamente che "la struttura del mercato … continua … come al tempo della sentenza della Corte costituzionale n. 420 del 1994", e che le frequenze allo stato utilizzate sono "quelle censite ai sensi dell'articolo 32 della legge n. 223 del 1990" — avrebbero confermato la continuità della disciplina contenuta nella legge n. 249 del 1997 rispetto alla quella dichiarata incostituzionale con la citata sentenza n. 420 del 1994; b) l'Autorità Garante della concorrenza e del mercato avrebbe, altresì, attestato che la liberazione di frequenze terrestri potrebbe comportare la loro ricollocazione a vantaggio di operatori televisivi destinatari di concessione. Sul punto, vengono ritenute non condivisibili le affermazioni contenute nella relazione "istruttoria" del Ministero delle comunicazioni, in cui si ritiene che le principali ragioni della non attuazione del piano nazionale delle frequenze risiederebbero: 1) nel fatto che "i soggetti che hanno ricevuto [nel 1999] il decreto di diniego della concessione continuano a trasmettere sulla base di pronunce giurisdizionali"; le esponenti replicano che dette pronunce altro non sarebbero che ordinanze cautelari in relazione alle quali non sarebbe ancora conclusa la fase di merito e, in ogni caso, la copertura del territorio delle tre emittenti nazionali che ancora "sopravvivono" (Rete Capri, Rete Mia e Rete A) sarebbe assolutamente "risibile e disomogenea" ; 2) nella disciplina introdotta con la legge n. 66 del 2001, che avrebbe autorizzato la prosecuzione dell'esercizio della radiodiffusione anche da parte delle emittenti locali prive delle nuove concessioni (rilasciate nel 2001), purché in possesso di alcuni requisiti per l'ottenimento della concessione; la società replica sul punto che dette emittenti sarebbero soltanto 151 su un totale di 2019 reti locali e che, comunque, è stata chiesta la dichiarazione di incostituzionalità in via consequenziale delle disposizioni normative citate. La difesa delle società ribadisce l'ininfluenza dell'innovazione tecnologica digitale sulla attuale esigenza di garanzia del pluralismo nel settore radiotelevisivo, attesi i tempi lunghi per la diffusione delle nuove tecnologie, gli elevati costi di investimento, la mancanza di interesse delle imprese dominanti. Il quadro di riferimento non sarebbe neanche influenzato dalla convergenza multimediale, trattandosi, secondo quanto riferito dall'Agcom nella relazione istruttoria, di "un fenomeno ancora complessivamente marginale ". Nell'ultima parte della memoria si richiamano, ai fini ricostruttivi della attuale concezione e necessità di tutela del pluralismo informativo, quanto contenuto: nella sentenza n. 155 del 2002 di questa Corte; nel messaggio del Presidente della Repubblica indirizzato alle Camere il 23 luglio 2002; nelle direttive 2002/19/CE; 2002/20/CE; 2002/21/CE; 2002/22/CE del 7 marzo 2002.