[pronunce]

SENTENZA ha pronunciato la seguentenel giudizio di legittimità costituzionale dell'art. 24 del d.P.R. 28 gennaio 1988, n. 43 (Istituzione del servizio di riscossione dei tributi e di altre entrate dello Stato e di altri enti pubblici, ai sensi dell'articolo 1, comma 1, della legge 4 ottobre 1986, n. 657) e dell'art. 18 della legge della Regione Siciliana 5 settembre 1990, n. 35 (Istituzione e disciplina del servizio di riscossione dei tributi e di altre entrate), promosso con ordinanza del 5 marzo 2002 dal Tribunale di Palermo, iscritta al n. 563 del registro ordinanze 2002 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 2, prima serie speciale, dell'anno 2003. Visti gli atti di costituzione di Emilio Giannelli, Alberto Ranucci, Vittorio Mazzoni della Stella, Giovanni Grottanelli de' Santi, nonché l'atto di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri e della Regione Siciliana; udito nell'udienza pubblica del 20 gennaio 2004 il Giudice relatore Valerio Onida; uditi l'avvocato Gilberto Lozzi per Vittorio Mazzoni della Stella e l'avvocato dello Stato Giancarlo Mandò per il Presidente del Consiglio dei ministri e per la Regione Siciliana.. Ritenuto in fatto Considerato in diritto 1. - Con ordinanza pronunciata il 5 marzo del 2002 e pervenuta a questa Corte il 9 dicembre 2002 (reg. ord. n. 563 del 2002) il Tribunale di Palermo in composizione monocratica, “facendo propria l'ordinanza già emessa dal Pretore di Palermo in data 14 luglio 1999” (il cui testo viene allegato all'atto di rinvio), ha sollevato questione incidentale di legittimità costituzionale dell'art. 24 del d.P.R. 28 gennaio 1988, n. 43 (Istituzione del servizio di riscossione dei tributi e di altre entrate dello Stato e di altri enti pubblici, ai sensi dell'articolo 1, comma 1, della legge 4 ottobre 1986, n. 657), e dell'art. 10 (recte: 18) della legge della Regione Siciliana 5 settembre 1990, n. 74 (recte: n. 35), recante “Istituzione e disciplina del servizio di riscossione dei tributi e di altre entrate”, in riferimento agli articoli 3 e 41 della Costituzione. Tali disposizioni, nel medesimo processo penale a quo, erano state infatti già rese oggetto di impugnativa, con ordinanza mai ritualmente pervenuta a questa Corte, a causa di un disguido postale. Espone il giudice remittente che gli imputati, nella qualità di membri del consiglio di amministrazione della società Monte dei Paschi Banca s.p.a. ovvero della società Monte Paschi Serit s.p.a., erano stati tratti a giudizio per rispondere del reato di concorso in interruzione aggravata di un servizio pubblico o di pubblica utilità, previsto e punito dagli articoli 110, 112, numero 1, e 331, primo comma, del codice penale. In particolare, premette il remittente che la società Monte Paschi Serit s.p.a. (di cui la società Monte dei Paschi Banca s.p.a. è unica azionista) è stata nominata, con decreto assessoriale n. 1 del 9 gennaio 1991, commissario governativo delegato provvisoriamente alla riscossione dei tributi nella Regione Sicilia. Con atto del 18 giugno 1996 (recte: 24 giugno 1996) la Monte Paschi Serit s.p.a., a seguito di conforme delibera della Monte dei Paschi Banca s.p.a., ha comunicato alla Regione Siciliana il proprio recesso unilaterale dal rapporto così costituito; successivamente la Monte Paschi Serit ha chiuso al pubblico gli stabilimenti e gli sportelli della società: in tale fattispecie il pubblico ministero ha appunto ravvisato gli estremi del reato di interruzione di pubblico servizio. Nel giudizio penale a quo alcuni imputati hanno tuttavia eccepito l'illegittimità costituzionale delle norme oggetto dell'odierna questione. Il giudice remittente ritiene che le disposizioni impugnate si pongano in contrasto con gli articoli 3 e 41 della Costituzione. Il commissario governativo delegato provvisoriamente alla riscossione, infatti, investito di obblighi “in relazione ai quali il (n.d.r. : di lui) concorso di volontà negoziale (…) è del tutto inesistente e irrilevante”, si troverebbe a “gestire il servizio non solo secondo le regole del concessionario, vale a dire con l'alea imprenditoriale, ma contestualmente con l'obbligo contributivo 'del non riscosso come riscosso'” (art. 26 del d.P.R. n. 43 del 1988), per un periodo di tempo indeterminato (nel caso di specie, protrattosi per “oltre cinque anni”). Il combinato disposto delle norme richiamate rischierebbe di generare, “sotto il profilo della libertà economica e dei principi di uguaglianza e ragionevolezza, scompensi di natura economico-finanziaria”, in danno non solo dell'impresa delegata provvisoriamente alla riscossione (i cui amministratori sono soggetti, aggiunge il giudice a quo, alla previsione dell'art. 2621 del codice civile in materia di false comunicazioni sociali), ma degli stessi “cittadini che abbiano investito i loro risparmi” presso tale istituto di credito. Pertanto, il remittente dubita della legittimità costituzionale delle dette disposizioni, “laddove impongono al commissario governativo delegato provvisoriamente alla esazione dei tributi gli obblighi, ma non i diritti del concessionario privato, alla cui disciplina normativa viene operato testuale rinvio, con ciò comportando il determinarsi di una situazione obbligatoria svincolata dalle esigenze di economicità della gestione aziendale e potenzialmente in antitesi ad essa, senza che nelle norme censurate venga in alcun modo determinato, facendo ricorso a criteri cronologici o di altra natura legale, un limite ragionevole all'esercizio di tale potere, da parte dell'ente pubblico”. 2. - Sono intervenuti in giudizio con un unico atto il Presidente del Consiglio dei ministri e il Presidente della Regione Siciliana, entrambi rappresentati e difesi dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che la questione sia dichiarata inammissibile e comunque infondata. In via preliminare, gli intervenienti eccepiscono l'inammissibilità della questione per difetto di motivazione sulla rilevanza della stessa, posto che il giudice a quo, sul punto, si è limitato ad asserire che “la prospettata situazione di incostituzionalità appare rilevante per la decisione del presente processo attenendo alla ricorrenza degli elementi integrativi della fattispecie criminosa in contestazione”. Osserva l'Avvocatura che il remittente non dubita della legittimità costituzionale delle norme oggetto “per quanto esse prevedono (…) il potere dell'Amministrazione di nominare temporaneamente (…) un commissario governativo”, sicchè la questione potrebbe essere rilevante solo in altra sede, in cui il commissario abbia ad accampare diritti o a contestare la legittimità di atti “con i quali l'Amministrazione comunque non «acconsenta» al «recesso» dal rapporto, manifestato (…) dal commissario governativo”.