[pronunce]

che, d'altra parte, neppure appare senza significato – proseguono i ricorrenti – la circostanza che «un principio di non sovrapposizione tra consultazioni referendarie e consultazioni politiche» sia «del tutto assente con riferimento al referendum costituzionale, referendum che, con tutta evidenza, incide in profondità sul rapporto di rappresentanza politica e più in generale sulla forma di governo»; che, del pari, non irrilevante – osservano conclusivamente i ricorrenti – appare la circostanza che la legge n. 352 del 1970 «ha già evidenziato carenze importanti anche sotto altri profili», costringendo la Corte costituzionale «a pronunciarsi con sentenza additiva sulla portata di alcune disposizioni (è il caso dell'art. 39, che formò oggetto della nota sentenza n. 68 del 1978)»; che, tutto ciò premesso, i ricorrenti hanno rassegnato le conclusioni già sopra illustrate. Considerato che, in questa fase, la Corte è chiamata, a norma dell'articolo 37, terzo e quarto comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87, a delibare esclusivamente se il ricorso sia ammissibile, valutando, senza contraddittorio tra le parti, se sussistano i requisiti soggettivo e oggettivo di un conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato; che, sotto il profilo soggettivo, la giurisprudenza di questa Corte è costante nel ritenere che va riconosciuto agli elettori, in numero non inferiore a 500.000, sottoscrittori della richiesta di referendum – dei quali i promotori sono competenti a dichiarare la volontà in sede di conflitto – la titolarità, nell'ambito della procedura referendaria, di una funzione costituzionalmente rilevante e garantita, in quanto essi attivano la sovranità popolare nell'esercizio dei poteri referendari (vedi, ex multis, ordinanze n. 198 del 2005 e n. 137 del 2000); che, ancora sotto il profilo soggettivo, il conflitto, secondo la prospettazione effettuata nel ricorso, è proponibile sia nei confronti del Governo, sia nei confronti del Parlamento; che, in relazione al requisito oggettivo, occorre verificare se la controversia instaurata attenga alla salvaguardia di una sfera di attribuzioni del comitato promotore che tragga origine da norme costituzionali; che, nella specie, i ricorrenti assumono che le suddette attribuzioni sarebbero state lese: in primo luogo, dal cattivo uso fatto dal Governo del potere di fissare la data di svolgimento della consultazione referendaria; in secondo luogo, dall'automatismo della sospensione del referendum già indetto previsto dal secondo comma dell'art. 34 della legge 25 maggio 1970, n. 352 (Norme sui referendum previsti dalla Costituzione e sull'iniziativa legislativa del popolo); che, secondo l'assunto dei ricorrenti, il Governo, in assenza di un obbligo costituzionale di immediata indizione, avrebbe esercitato in maniera non corretta la discrezionalità nella scelta del momento in cui deliberare la data di fissazione delle operazioni elettorali referendarie, con ciò determinando una violazione del diritto degli elettori a partecipare, in tempi ragionevoli, alla consultazione stessa; che, più in particolare, al fine di garantire il principio del favor per il referendum e in un'ottica di leale collaborazione tra poteri dello Stato, il Governo non avrebbe dovuto indire il referendum stesso «qualche ora prima dello scioglimento delle Camere con l'effetto di concretizzare le condiciones legali necessarie per determinare la sospensione del relativo iter ai sensi dell'art. 34, secondo e terzo comma, della legge n. 352 del 1970»; che, in relazione al secondo aspetto, in via sostanzialmente subordinata, i ricorrenti sottolineano la valenza lesiva del citato secondo comma dell'art. 34, il quale prevede che «nel caso di anticipato scioglimento delle Camere o di una di esse, il referendum già indetto si intende automaticamente sospeso all'atto della pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale del decreto del Presidente della Repubblica di indizione dei comizi elettorali per la elezione delle nuove Camere o di una di esse»; che tale norma si porrebbe in contrasto con gli artt. 1, 2, 48 e 75 della Costituzione, «introducendo una previsione contraddistinta da un pregiudiziale e ingiustificato sfavore per l'esercizio del referendum abrogativo»; che, in particolare, nel ricorso si osserva come l'art. 1 della Costituzione, nell'attribuire la sovranità al popolo, «impone al legislatore ordinario di adottare soluzioni organizzative e procedurali che non sacrifichino l'un circuito della democrazia (quello diretto, previsto dall'art. 75 Cost.) all'altro (quello rappresentativo, previsto dagli artt. 55-70 Cost.)»; che, ai fini della esatta individuazione del thema decidendum del presente conflitto, appare opportuno indicare la sequenza degli eventi che fanno da sfondo al ricorso proposto: questa Corte, con le sentenze numeri 15, 16 e 17 depositate in data 30 gennaio 2008, ha dichiarato ammissibili le richieste di referendum popolare per l'abrogazione di alcune disposizioni del decreto del Presidente della Repubblica 30 marzo 1957, n. 361, e successive modifiche (Approvazione del testo unico delle leggi recanti norme per la elezione della Camera dei deputati) e del decreto legislativo 20 dicembre 1993, n. 533, e successive modifiche (Testo unico delle leggi recanti norme per l'elezione del Senato della Repubblica); i referendum sono stati indetti con d.P.R. 5 febbraio 2008 per domenica 18 maggio del corrente anno e per il lunedì successivo; le Camere sono state sciolte con decreto del Presidente della Repubblica del 6 febbraio 2008, n. 19; i comizi elettorali per la elezione delle nuove Camere sono stati convocati con decreto del Presidente della Repubblica n. 20 emanato e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale in pari data; la sospensione del referendum si è prodotta a decorrere dalla suddetta pubblicazione per effetto di quanto previsto dal citato secondo comma dell'art. 34 della legge n. 352 del 1970; che, chiarito ciò, deve rilevarsi, in relazione alla contestata lesività del d.P.R. 5 febbraio 2008 di indizione del referendum, come il suddetto atto non sia idoneo ad incidere, neanche astrattamente, sulla sfera di attribuzioni costituzionalmente garantite al comitato promotore; che, infatti, l'art. 34, primo comma, della citata legge n. 352 del 1970 attribuisce al Consiglio dei ministri un ampio potere di valutazione nell'effettuare la proposta al Presidente della Repubblica – cui spetta l'adozione del relativo provvedimento formale – sia in ordine al momento di indizione del referendum, sia per quanto attiene alla fissazione della data della consultazione referendaria, ponendo quale unico limite indeclinabile che le relative operazioni di voto si svolgano tra il 15 aprile e il 15 giugno; che, a tale proposito, questa Corte - in relazione ad una fattispecie che, contrariamente a quanto sostenuto dai ricorrenti, ha evidenti aspetti di analogia con la presente - ha già avuto modo di affermare che «rientra nella sfera delle attribuzioni del comitato la pretesa allo svolgimento delle operazioni di voto referendario, una volta compiuta la procedura di verifica della legittimità e della costituzionalità delle relative domande;