[pronunce]

SENTENZA ha pronunciato la seguentenel giudizio di legittimità costituzionale degli articoli 4, 5 e 6 della legge della Regione Piemonte 3 giugno 2002, n. 14 (Regolamentazione sull'applicazione della terapia elettroconvulsivante, la lobotomia prefrontale e transorbitale ed altri simili interventi di psicochirurgia), promosso con ricorso del Presidente del Consiglio dei ministri, notificato il 29 luglio 2002, depositato in cancelleria il 7 agosto 2002 ed iscritto al n. 47 del registro ricorsi 2002, e nel giudizio di legittimità costituzionale dell'art. 3, commi 2, 3 e 4, della legge della Regione Toscana 28 ottobre 2002, n. 39 (Regole del sistema sanitario regionale toscano in materia di applicazione della terapia elettroconvulsivante, la lobotomia prefrontale e transorbitale ed altri simili interventi di psicochirurgia), promosso con ricorso del Presidente del Consiglio dei ministri, notificato il 2 gennaio 2003, depositato in cancelleria l'11 successivo ed iscritto al n. 3 del registro ricorsi 2003. Visti gli atti di costituzione della Regione Piemonte e della Regione Toscana, nonché l'atto di intervento del Comitato dei cittadini per i diritti dell'uomo (C.C.D.U.); udito nell'udienza pubblica del 30 settembre 2003 il Giudice relatore Valerio Onida; uditi l'avvocato dello Stato Franco Favara per il Presidente del Consiglio dei ministri e gli avvocati Anita Ciavarra per la Regione Piemonte e Fabio Lorenzoni per la Regione Toscana.. Ritenuto in fatto Considerato in diritto 1.- Con ricorso notificato il 29 luglio 2002 e depositato il 7 agosto 2002 (reg. ric. n. 47 del 2002) il Presidente del Consiglio dei ministri ha sollevato in via principale questione di legittimità costituzionale della legge della Regione Piemonte 3 giugno 2002, n. 14 (Regolamentazione sull'applicazione della terapia elettroconvulsivante, la lobotomia prefrontale e transorbitale ed altri simili interventi di psicochirurgia), in riferimento agli articoli 2, 32, 33, primo comma, 117, terzo comma (tutela della salute e professioni), della Costituzione. 2.- Le censure del ricorrente cadono “segnatamente” sugli articoli 4, 5 e 6 di tale legge. L'art. 4 (Limiti di utilizzo) introduce il divieto di praticare terapia elettroconvulsivante (TEC), lobotomia prefrontale e transorbitale e “altri simili interventi di psicochirurgia” “in tutte le strutture regionali” su bambini, anziani e donne in stato di gravidanza (salvo, per queste ultime, il ricorso alla sola TEC su espressa richiesta della paziente e autorizzazione del coniuge e dei “familiari diretti”). L'art. 5 (Deontologia medica) dispone che “è eliminato ogni riferimento che possa contemplare una responsabilità professionale del medico” che decida di non praticare TEC, lobotomia e simili interventi di psicochirurgia, “salvo rispondere dei propri atti nei termini previsti dalla normativa sulla responsabilità professionale”. L'art. 6 (Monitoraggio, sorveglianza e valutazione) impone che i pazienti cui è stata praticata la TEC siano successivamente sottoposti a verifiche e controlli sanitari generali periodici, prevedendo a tale scopo che l'assessorato regionale istituisca procedure di valutazione e revisione dell'applicazione della TEC su scala regionale, tramite una commissione di professionisti esterni e rappresentanti locali delle associazioni di settore. 3.- Lo Stato premette che un precedente “in termini” sulla illegittimità costituzionale di disposizioni normative regionali di analogo contenuto sarebbe costituito dalla sentenza n. 282 del 2002 di questa Corte, che ha dichiarato costituzionalmente illegittima la legge della Regione Marche n. 26 del 2001, recante divieto temporaneo, nell'ambito del territorio regionale, della pratica della terapia elettroconvulsivante, della lobotomia e di altri simili interventi di psicochirurgia. In tale occasione, la Corte avrebbe ricondotto l'intervento legislativo regionale nella sfera della potestà concorrente prevista dall'art. 117, terzo comma, della Costituzione (tutela della salute), precisando che, dedotti i principi fondamentali della materia dalla legislazione statale in vigore, confligge con gli stessi un intervento legislativo regionale fondato su “valutazioni di pura discrezionalità politica”, ed avulso da conformi acquisizioni tecnico-scientifiche verificate dagli organismi competenti (di regola nazionali o sovranazionali). Tale rilievo, a parere dello Stato, è risolutivo nel caso di specie per affermare l'illegittimità costituzionale degli articoli 4, 5 e 6 della legge impugnata. La Regione, difatti, non potrebbe, senza “l'apporto di adeguate istituzioni tecnico-specialistiche”, dare indicazioni su specifiche terapie mediche, venendo ad incidere sui “diritti di personalità dei cittadini, persino costituzionalmente garantiti”, poiché entra in gioco “un momento logicamente preliminare persino rispetto alla determinazione” dei livelli essenziali delle prestazioni di cui all'art. 117, secondo comma, lettera m, della Costituzione, necessariamente riservato allo Stato. Allo stesso modo, secondo il ricorrente, spetterebbe allo Stato “sia configurare sia disciplinare” il campo dei diritti fondamentali del paziente (artt. 2 e 32 della Costituzione), della responsabilità, anche civile, del medico, e delle “linee di ricerca degli studiosi dediti alla scienza medica” (art. 33, primo comma, della Costituzione), che verrebbe viceversa invaso dalle disposizioni censurate. Ciò viene affermato “in particolare” in relazione all'art. 5 della legge impugnata. Le norme censurate, in ogni caso, contrasterebbero con i predetti articoli 2, 32 e 33, primo comma, della Costituzione e con i principi recati da norme statali interposte (articoli 1, 2, 3 e 5 della legge 13 maggio 1978, n. 180; articoli 33, 34 e 35 della legge 23 dicembre 1978, n. 833; articoli 1 e 14 del d.lgs. 30 dicembre 1992, n. 502; art. 114 (recte: 115) , comma 1, lett. b e d del d.lgs. 31 marzo 1998, n. 112; art. 47-ter, lett. a e b, del d.lgs. 30 luglio 1999, n. 300). 4.- Si è costituita in giudizio la Regione Piemonte, chiedendo che la questione sia dichiarata inammissibile e infondata. Secondo la Regione, il ricorso dello Stato si fonda su un'erronea interpretazione della normativa oggetto di censura. Essa, infatti, non interferirebbe con la ricerca scientifica e l'attività medica, ma si limiterebbe a prevedere “particolari cautele” nei riguardi di “soggetti particolarmente vulnerabili”, “assicurando la riduzione dei fattori di maggiore rischio”, anche al fine di prevenire azioni risarcitorie nei riguardi dell'ente pubblico erogatore della prestazione.