[pronunce]

L'invocata pronuncia di illegittimità del quinto comma dell'art. 157 cod. pen. implicherebbe che anche i fatti meno gravi, tra quelli ascritti all'imputato, resterebbero esenti da pena per la sopravvenuta prescrizione. 1.1. – Il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, è intervenuto nel giudizio con atto depositato il 13 novembre 2006. Secondo la difesa erariale, la questione proposta è «inammissibile e infondata», pur prescindendo «dall'irrilevanza in questo stato del procedimento […] posto che il procedimento non si trova avanti il giudice competente e posto che non viene concretamente in discussione l'entità della effettiva pena e la sua applicabilità». Il rimettente – a giudizio dell'Avvocatura generale – muoverebbe da una soluzione interpretativa non ineluttabile, e cioè che i reati di competenza del giudice di pace, quando puniti con la sola pena pecuniaria, si prescrivano nei termini indicati al primo comma dell'art. 157 cod. pen. Al contrario, anche in chiave di interpretazione «adeguatrice», dovrebbe ritenersi che la norma appena citata non riguardi le pene pecuniarie applicate dal giudice di pace, e che anche i reati sanzionati con tali pene ricadano, di conseguenza, nella previsione del quinto comma del citato art. 157. A sostegno del proprio assunto, la difesa erariale osserva come il legislatore, fin dall'approvazione della legge 24 novembre 1999, n. 468 (Modifiche alla legge 21 novembre 1991, n. 374, recante istituzione del giudice di pace. Delega al Governo in materia di competenza penale del giudice di pace e modifica dell'articolo 593 del codice di procedura penale), abbia inteso creare per la giustizia penale di pace un «microsistema sanzionatorio», con caratteristiche di forte peculiarità. Da questa scelta sarebbe scaturito il sostanziale superamento della distinzione tra delitti e contravvenzioni, ed avrebbe preso vita un sistema di pene principali (sanzione pecuniaria, permanenza domiciliare, lavoro di pubblica utilità) con un autonomo regime di applicazione nella fase cognitiva come in quella dell'esecuzione. Per i reati trasferiti alla cognizione del giudice di pace, il legislatore non avrebbe semplicemente previsto un meccanismo di sostituzione delle sanzioni, ma avrebbe operato una novazione delle disposizioni sanzionatorie per ciascuna delle fattispecie incriminatrici interessate. Dunque la pena pecuniaria inflitta dal giudice di pace non consisterebbe in una multa o in un'ammenda, quanto piuttosto in un novum, ancora non collocato come tale in norme di carattere generale ma non per questo meno originale rispetto alle sanzioni regolate dal codice penale. A conferma dell'assunto, tra l'altro, il rilievo che, in caso di omissione del pagamento, non si dà luogo alla conversione nelle pene della libertà controllata o del lavoro sostitutivo – secondo quanto disposto per la multa e per l'ammenda dal combinato disposto dell'art. 136 cod. pen. e dell'art. 102 della legge 24 novembre 1981, n. 689 (Modifiche al sistema penale) – ed opera invece un autonomo meccanismo di conversione, che investe le sanzioni «para-detentive» applicabili dallo stesso giudice di pace (art. 55 del d.lgs. n. 274 del 2000). La circostanza che la sanzione pecuniaria inflitta dal magistrato di pace non possa mai dar luogo all'esecuzione di pene detentive dimostrerebbe, a parere dell'Avvocatura, la sua sostanziale estraneità alla «previsione unificante» dell'art. 17 cod. pen. Sarebbe significativa, nella prospettazione della difesa erariale, anche la previsione che, ricorrendo determinate aggravanti per alcuni reati, la competenza del giudice di pace venga meno e restino applicabili, correlativamente, le sanzioni «ordinarie» già comminate dalla legge (comma 3 dell'art. 4 del d.lgs. n. 274 del 2000). In definitiva, il primo comma dell'art. 157 cod. pen. farebbe «riferimento ai soli reati che sono devoluti alla competenza del giudice ordinario, per i quali rimane ferma la distinzione fra delitti e contravvenzioni e fra pene detentive e pene pecuniarie di cui al combinato disposto degli artt. 17 e 29 cod. pen.». Per converso, riferendosi a reati puniti con pene diverse da quella detentiva o pecuniaria, il quinto comma del citato art. 157 comprenderebbe «tutti i reati per i quali il legislatore ha previsto un sistema sanzionatorio del tutto autonomo rispetto a quello previsto dal codice penale, dovendosi ritenere del tutto irrilevante il ricorso ad una terminologia simile, come nel caso della pena pecuniaria». 2. – Il Tribunale di Reggio Emilia in composizione monocratica, con ordinanza del 27 aprile 2006 (r.o. n. 436 del 2006), ha sollevato – in riferimento all'art. 3 Cost. – questione di legittimità costituzionale dell'art. 157, primo comma, cod. pen. , come sostituito dall'art. 6 della legge n. 251 del 2005, nella parte in cui assoggetta ai più lunghi termini di prescrizione in esso previsti, anziché ad un termine triennale, i reati di competenza del giudice di pace puniti con la sola pena pecuniaria. Il rimettente, che procede per i reati di ingiuria e minaccia, chiarisce che la propria competenza è radicata dalla disciplina transitoria di cui all'art. 64 del d.lgs. n. 274 del 2000 (la quale prevede, in combinazione con il successivo art. 65, che i reati trasferiti alla competenza del giudice di pace siano conosciuti dal giudice ordinario se commessi prima del 2 gennaio 2002, data di entrata in vigore del citato decreto legislativo). Sempre a titolo di premessa, poi, il Tribunale illustra alcuni enunciati a carattere interpretativo. Le sanzioni della permanenza domiciliare e del lavoro di pubblica utilità sarebbero comprese nella previsione del quinto comma dell'art. 157 cod. pen. , in quanto diverse da quelle detentive e da quelle pecuniarie. Risulterebbe irrilevante, a tale proposito, l'eventuale previsione cumulativa o alternativa di pene pecuniarie, dato che il quarto comma dello stesso art. 157 dispone in tal senso con norma a carattere generale. Neppure potrebbe essere proposta, a parere del rimettente, una assimilazione delle pene «para-detentive» a quelle detentive, con conseguente inapplicabilità del quinto comma dell'art. 157 cod. pen. Il primo comma dell'art. 58 del d.lgs. n. 274 del 2000, in effetti, dispone che «per ogni effetto giuridico la pena dell'obbligo di permanenza domiciliare e il lavoro di pubblica utilità si considerano come pena detentiva della specie corrispondente a quella della pena originaria». Tuttavia, nel testo attualmente vigente, il quinto comma dell'art. 157 cod. pen. dovrebbe qualificarsi come legge posteriore e speciale rispetto alla norma appena evocata, prevalendo su di essa e stabilendo di conseguenza, per i più gravi tra i reati assegnati alla competenza del giudice di pace, un termine di prescrizione triennale.