[pronunce]

che invero, a parere del rimettente, dopo l'adozione di un provvedimento dell'autorità giudiziaria che applica la misura di sicurezza in via provvisoria (con le garanzie procedurali di cui all'art 313 cod. proc. pen. , quali la necessità dell'interrogatorio), non sono previste «pronunce espresse dell'autorità giudiziaria eventualmente in occasione degli accertamenti periodici» (spesso limitati, nel caso di ricovero provvisorio in ospedale psichiatrico giudiziario, all'invio d'ufficio da parte della direzione della struttura stessa, di una relazione sanitaria a cui non viene dato alcun riscontro), né è prevista la fissazione di una durata massima della misura di sicurezza provvisoriamente applicata, durata eventualmente suscettibile di proroga; che, secondo il giudice a quo, il sistema degli accertamenti periodici semestrali – con possibilità di revoca della misura provvisoriamente applicata – appare non adeguato al rispetto dei principi costituzionali, poiché non sono previsti l'obbligo dell'autorità procedente di rinnovare il provvedimento a norma dell'art. 206, primo comma, cod. pen. , ovvero la previsione di un termine di scadenza della misura, eventualmente prorogabile all'esito dell'esame delle relazioni sanitarie periodiche , e tale carenza nella disciplina dell'applicazione provvisoria dell'istituto si riflette inevitabilmente sulla fase esecutiva, «creando incertezze sulla scadenza delle misure di sicurezza, sul titolo in base al quale le misure di sicurezza devono ritenersi tuttora valide e efficaci nella loro applicazione»; che, infine, il giudice a quo ritiene la censura relativa agli artt. 206 e 208 cod. pen. non manifestamente infondata anche in riferimento alla violazione del parametro di cui all'art. 32 Cost., poiché tali disposizioni impongono al magistrato di sorveglianza di tenere conto della durata della misura di sicurezza detentiva applicata in via provvisoria nel momento in cui, all'esito del giudizio di pericolosità sociale, egli determina l'esecuzione della stessa, stabilendo un termine minimo di durata (non inferiore ad anni due, cinque o dieci), con la fissazione della scadenza per il riesame della pericolosità, detraendo il periodo già sofferto, ai sensi dell'art. 206, terzo comma, cod. pen. ; che questo provvedimento, secondo il rimettente, finirebbe per “ratificare” tutto il periodo di restrizione della libertà personale trascorso fino a quel momento, in contrasto con il contenuto terapeutico e di cura che dovrebbe essere assegnato alle misure di sicurezza, in violazione del principio di cui all'art. 32 Cost.; che la restrizione della libertà personale, anche in presenza di una infermità mentale e della pericolosità sociale del soggetto, presuppone sempre – ad avviso del rimettente – un atto motivato dell'autorità giudiziaria, i cui effetti non potrebbero protrarsi oltre la durata minima fissata dal giudice nella sentenza, solo perché manca un esplicito provvedimento di revoca, sempreché non siano emessi ulteriori provvedimenti da parte dell'autorità giudiziaria procedente. Considerato che il Magistrato di sorveglianza di Reggio Emilia dubita della legittimità costituzionale degli artt. 206, 208 e 222 del codice penale, in riferimento agli artt. 3, 13 e 32 della Costituzione, perché l'art. 208 cod. pen. non prevede l'obbligo dell'autorità procedente di rinnovare il provvedimento ai sensi dell'art. 206 cod. pen. , «eventualmente in occasione degli accertamenti periodici», né un termine di scadenza della misura, eventualmente prorogabile all'esito dell'esame delle relazioni sanitarie periodiche e perché, dovendo il magistrato di sorveglianza tenere conto della durata della misura di sicurezza detentiva applicata in via provvisoria (ai sensi dell'art. 206, terzo comma, cod. pen.) nel momento in cui, all'esito del giudizio di pericolosità sociale, egli determina l'esecuzione della stessa stabilendo un termine minimo di durata, finisce per “ratificare” l'intero periodo di restrizione della libertà personale trascorso, in contrasto con il contenuto terapeutico e di cura che deve essere assegnato alle misure di sicurezza; che la questione è manifestamente inammissibile per più motivi concorrenti; che, in primo luogo, dalla formulazione della questione di legittimità costituzionale non si comprende quale sia la decisione richiesta alla Corte in riferimento alle disposizioni censurate, risultando mancante, indeterminato e comunque non riconoscibile un petitum specifico, in quanto il rimettente ha omesso d'indicare in modo chiaro quali interventi vengano richiesti con riguardo ai rilievi formulati (ex plurimis: ordinanze n. 117 del 2009, n. 223 del 2008, n. 393 e n. 35 del 2007); che, in secondo luogo, la rilevanza della questione è stata valutata dal giudice a quo sulla base di un presupposto interpretativo erroneo (ordinanze n. 34 del 2009, n. 447 e n. 390 del 2008), costituito dalla considerazione che il protrarsi del ricovero in ospedale psichiatrico giudiziario, disposto con l'applicazione in via provvisoria di tale misura di sicurezza, configuri una restrizione priva di titolo, mentre il controllo sulla legittimità del perdurare dell'applicazione provvisoria della misura di sicurezza è attribuito dalla legge al giudice che procede attraverso il sistema del riesame semestrale della pericolosità sociale ai sensi dell'art. 72 cod. proc. pen. , richiamato espressamente dal disposto dell'art. 313, comma 2, cod. proc. pen. ; che, inoltre, il giudice rimettente non motiva in ordine alla possibilità di interpretare le disposizioni in modo costituzionalmente orientato, in riferimento al parametro di cui all'art. 32 Cost., in quanto, in materia di misure di sicurezza, è indirizzo ormai consolidato quello che esclude ogni automatismo nell'applicazione delle misure a carattere detentivo, «anche quando una misura meno drastica, e in particolare una misura più elastica e non segregante come la libertà vigilata, accompagnata da prescrizioni stabilite dal giudice medesimo, si riveli capace, in concreto, di soddisfare contemporaneamente le esigenze di cura e tutela della persona interessata» (sentenza n. 208 del 2009; ordinanze nn. 341 e 226 del 2008); che, ancora, il giudice a quo postula la sussistenza di termini minimi per la durata della misura, «secondo scaglioni predeterminati e pertanto vincolanti in ragione della natura del reato», ma trascura di considerare che spetta al giudice il potere di revoca della misura di sicurezza – ove sia accertata la cessazione dello stato di pericolosità – anche prima che sia decorso il tempo corrispondente alla durata minima stabilita dalla legge (sentenza n. 110 del 1974), e che, ai fini del riesame della pericolosità, quando vi sia ragione di ritenere che il pericolo sia cessato, il giudice può, in ogni tempo, procedere a nuovi accertamenti (art. 208, secondo comma, cod. pen.); che, quanto alla mancata previsione di un termine massimo di durata della misura di sicurezza detentiva applicata in via provvisoria, diversamente dalla disciplina della custodia cautelare (art. 303 cod. proc.