[pronunce]

2.3.- Il Tribunale trevigiano dubita, in secondo luogo, della legittimità costituzionale dell'art. 3, comma 2, della legge n. 18 del 2015, che, abrogando l'art. 5 della legge n. 117 del 1988, ha eliminato qualunque filtro sulla domanda risarcitoria, nonché degli artt. «4 e/o 7» della legge n. 117 del 1988, come riformulati, «nella parte in cui non prevedono, per l'appunto, alcun meccanismo di filtro volto a delibare la manifesta infondatezza della domanda di risarcimento». Il rimettente denuncia innanzitutto il contrasto delle norme censurate con gli artt. 101, 104 e 113 Cost., ricordando come il «rilievo costituzionale» del meccanismo di filtro - quale strumento di salvaguardia dei valori dell'indipendenza e dell'autonomia della magistratura - fosse stato specificamente affermato dalla Corte costituzionale nelle sentenze n. 468 del 1990 e n. 18 del 1989. Il filtro apparirebbe, peraltro, ancora più necessario nel nuovo regime, essendo tutt'altro che remota la possibilità che l'azione di responsabilità venga esercitata quando il giudizio in cui si sarebbe verificato il danno pende ancora dinanzi al giudice "accusato" dell'illecito civile. È vero, infatti, che l'art. 4, comma 2, della legge n. 117 del 1988, come novellato, subordina l'esercizio dell'azione risarcitoria contro lo Stato all'esperimento dei mezzi ordinari di impugnazione o dei rimedi previsti avverso i provvedimenti cautelari e sommari, ovvero - se tali rimedi non sono previsti - all'esaurimento del grado di giudizio nell'àmbito del quale si è verificato il fatto che ha cagionato il danno. Il successivo comma 3 aggiunge, tuttavia, che «l'azione può essere esercitata decorsi tre anni dalla data del fatto che ha cagionato il danno se in tal termine non si è concluso il grado del procedimento nell'ambito del quale il fatto stesso si è verificato». La possibile sovrapposizione dei due giudizi - quello che si assume produttivo di danno e quello risarcitorio - provocherebbe, peraltro, un «grave "cortocircuito giudiziario"», che aprirebbe la strada a ricusazioni e astensioni, con conseguente lesione anche del principio del giudice naturale precostituito per legge (art. 25 Cost.). Il rimettente lascia alla Corte costituzionale il compito di stabilire se, ai fini della tutela dei valori costituzionali evocati, il filtro debba riguardare, ab origine, la domanda di risarcimento proposta dal danneggiato contro lo Stato oppure la successiva domanda di rivalsa dello Stato nei confronti del magistrato. 2.4.- Il giudice a quo censura, infine, l'art. 8, comma 3, della legge n. 117 del 1988, come sostituito dall'art. 5 della legge n. 18 del 2015, «nella parte in cui prevede che l'esecuzione della rivalsa da parte dello Stato nei confronti del magistrato, quando viene effettuata mediante trattenuta sullo stipendio, può comportare il pagamento per rate mensili fino ad un importo corrispondente ad un terzo dello stipendio». Il rimettente rileva come la norma tratti i magistrati in modo deteriore rispetto a tutti gli altri dipendenti pubblici, i cui emolumenti - in forza dell'art. 2 del d.P.R. 5 gennaio 1950, n. 180 (Approvazione del testo unico delle leggi concernenti il sequestro, il pignoramento e la cessione degli stipendi, salari e pensioni dei dipendenti dalle Pubbliche Amministrazioni) e dell'art. 33, ottavo comma, del d.P.R. 10 gennaio 1957, n. 3 (Testo unico delle disposizioni concernenti lo statuto degli impiegati civili dello Stato) - possono formare oggetto di sequestro e di pignoramento solo nei limiti del quinto del rateo mensile. Tale disparità di trattamento, oltre a violare anch'essa gli artt. «101 e seguenti» Cost., togliendo serenità al magistrato, si porrebbe in contrasto con l'art. 3 Cost., risultando priva di ogni ragionevole giustificazione. Quest'ultima non potrebbe essere rinvenuta, in specie, nell'ammontare dello stipendio, essendovi notoriamente dipendenti pubblici che percepiscono stipendi più elevati di quello dei magistrati. 2.5.- È intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dell'Avvocatura generale dello Stato, il quale ha eccepito l'inammissibilità delle questioni per difetto di rilevanza sulla base di considerazioni analoghe a quelle svolte in rapporto all'ordinanza r.o. n. 198 del 2015, contestandone, in ogni caso, la fondatezza nel merito. Quanto alle questioni aventi ad oggetto l'art. 7 della legge n. 117 del 1988, la difesa dell'interveniente rileva che la cosiddetta clausola di salvaguardia non è stata eliminata dal legislatore, ma solo ridisegnata anche al fine di renderla conforme alle pronunce della Corte di giustizia dell'Unione europea. L'«erosione» della clausola sarebbe stata, d'altra parte, ragionevolmente circoscritta ai casi di «manifesto e ingiustificato esercizio non corretto dell'attività di interpretazione delle norme e di valutazione dei fatti e delle prove». Infondate sarebbero anche le questioni inerenti all'abolizione del filtro di ammissibilità, previsto dall'art. 5 della legge n. 117 del 1988, per le stesse ragioni indicate in rapporto all'ordinanza r.o. n. 198 del 2015. Con particolare riguardo all'assunto del rimettente, secondo il quale la Corte costituzionale dovrebbe valutare se il filtro sia indispensabile in relazione alla causa contro lo Stato ovvero solo per l'azione di rivalsa, l'Avvocatura generale dello Stato aggiunge che la presenza del filtro nell'azione di rivalsa non avrebbe, in realtà, alcun senso, tanto da non essere prevista neppure nella previgente disciplina. Quanto, infine, alle questioni inerenti alla misura della rivalsa, nel caso di esecuzione mediante trattenuta sullo stipendio, le posizioni poste a confronto dal rimettente - quella del magistrato e quella degli altri dipendenti pubblici - sarebbero palesemente diverse e non comparabili. 3.- Con ordinanza del 6 febbraio 2016 (r.o. n. 113 del 2016), il Tribunale ordinario di Catania ha sollevato questioni di legittimità costituzionale: a) dell'art. 7 della legge n. 117 del 1988, come sostituito dall'art. 4, comma 1, della legge n. 18 del 2015, nella parte in cui prevede che l'azione di rivalsa sia esperibile anche nelle ipotesi di ritenuto «travisamento del fatto o delle prove di cui all'art. 2, commi 2, 3», per contrasto con gli artt. 3, 24, 28 e «101-113» Cost.; b) dell'art. 3, comma 2, della legge n. 18 del 2015, che ha abrogato l'art. 5 della legge n. 117 del 1988, per contrasto con gli artt. 3 e «101-113» Cost.;