[resaula]

Nel Servizio sanitario nazionale c'è quindi bisogno di 7.000-8.000 professionisti specializzati a tempo indeterminato, in sostituzione di circa 5.000 pensionamenti e circa 3.000 dimissioni volontarie. La nazionalità maggiormente rappresentata al mondo tra i medici che lavorano all'estero rispetto al loro Paese di provenienza è quella italiana: noi formiamo medici e professionisti straordinari, ce ne facciamo carico in termini di costo di formazione e, a causa della cecità e di una aziendalizzazione malintesa e fraintesa, questi medici e professionisti mettono il naso dentro il Servizio sanitario nazionale, sentono l'odore o forse la puzza che ne emana e se ne vanno in tantissimi; stanno tutti nel Regno Unito, in Francia, in Germania, negli Stati Uniti, e sono stimati come fior di professionisti. Attenzione, colleghi, perché se noi non mettiamo rapidamente mano al problema, questi medici non tornano. L'alibi è quello di dire che vanno, prendono coscienza, imparano, acquisiscono competenze e rientrano; ma non è vero: non rientrano più e hanno pure ragione. In questo decreto-legge, qualora abbia la capacità di incidere, vedo solo ulteriore capacità di precarizzare. Eppure ci sarebbe da fare. Considerate, colleghi, che tra la decisione di assumere un medico e la sua presa in servizio in Italia ci vogliono più o meno due anni, quindi ben venga un provvedimento che snellisca queste farraginosità. Ben venga, e ci mancherebbe se noi non ne fossimo consapevoli. Ma questo non può avvenire attraverso la precarietà, perché il medico non si fa precarizzare; il medico giustamente vuole essere strutturato nella sua professionalità o come professionista autonomo o nel Servizio sanitario nazionale e in quelli regionali. Tutto ciò in questo provvedimento non c'è; anzi, c'è la possibilità che, utilizzando questo provvedimento, agiamo ulteriormente in termini di precarizzazione. E questa non è certamente la strada. Abbiamo grandi temi da affrontare, come l'imbuto formativo. Abbiamo notevolmente aumentato i posti disponibili nelle borse di specializzazione e questo va benissimo. Ancora non abbiamo colmato, come ho detto poco fa, neanche lontanamente la misura necessaria, ma a questo punto dobbiamo immediatamente agire - a valle o a monte, come preferite - sull'assurdità del numero chiuso. Adesso risolveremo aumentando le borse di specializzazione, ma se non liberiamo il tappo del numero chiuso non avremo medici professionisti disponibili a specializzarsi. Dobbiamo contrattualizzare da subito gli specializzandi al quarto e al quinto anno e lo dobbiamo fare nei servizi sanitari regionali, nella rete ospedaliera. In questo modo probabilmente, se riuscissimo a togliere di mezzo quel cattivo odore che il Servizio sanitario nazionale emana, forse riuscissimo a tenerli anche in Italia. Tutto ciò va fatto. In conclusione, colleghi, ho l'impressione che in Italia, nonostante il Ministro provenga da un compendio culturale e politico che teoricamente darebbe garanzie in questo senso (e non a caso guardo il collega Errani), si stia riformando la sanità all'insaputa dei medici. Sta accadendo questo, all'insaputa dei medici, che sono ospiti di tutto ciò che sta accadendo. Questa non è una battuta, quindi richiamo l'attenzione di tutti su questo comparto, che paradossalmente dovrebbe essere attenzionato in questo momento anche in termini di disponibilità e di risorse (ripeto, il PNRR destina l'8 per cento alla sanità). E dunque, anche in un provvedimento come quello in esame il grande assente è proprio il comparto sanità. (Applausi) . PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Dal Mas. Ne ha facoltà. DAL MAS (FIBP-UDC) . Signor Presidente, rappresentanti del Governo, potrei semplicemente richiamare gli interventi dei miei colleghi, come il senatore Pagano, che ha riassunto in modo esemplare la nostra posizione rispetto al Governo e ai temi trattati, la nostra collocazione all'interno di questo Governo, le speranze che noi affidiamo all'uscita di questo Paese dall'emergenza, come sta cercando in tutti i modi di fare, e al suo incamminarsi verso un futuro diverso e glorioso di crescita. Emblematico è il titolo del decreto-legge in esame, che parla di rafforzamento della capacità amministrativa della pubblica amministrazione funzionale all'attuazione del Piano nazionale di ripresa e resilienza. Il testo è stato ribattezzato come decreto reclutamento, con una formula non fantastica ma da economia di guerra (in fin dei conti abbiamo detto che è così). Il termine «reclutamento» è qualcosa che rimanda al razionamento, al rastrellamento; non è questo, possiamo migliorare le aggettivazioni nei provvedimenti e in questo senso mi riallaccio direttamente al richiamo puntuale, preciso, inappuntabile, dell'amico e mio Capogruppo in Commissione giustizia, senatore Caliendo, il quale ci richiama sulla funzione della politica parlamentare, che abbiamo dimenticato: il Parlamento parla, discute dialetticamente, affronta le questioni al di fuori degli schieramenti di maggioranza e opposizione e delle opposte tifoserie. Questo costante e continuo clima di tifo, di organizzatore di tifoserie non fa bene, perché la legge rappresenta la volontà generale; il suo discorso in un certo senso richiama Rousseau, ma lo supera. Lo dico a gli amici 5 Stelle che tanto amavano la citazione di un importante filosofo, ma il tema evidentemente lo ricolloca all'interno della funzione della politica, che è inutile, morta. Il senatore Zanda, quando era Capogruppo del PD, promosse un seminario con il professor Severino, che ci ha spiegato che la politica ormai può fare ben poco, è finita, perché è superata: la capacità di determinare i fini non appartiene alla politica, ma alla tecnica, che li sposta di volta in volta, quindi il rapporto tra mezzo, uomo e tecnica ha cambiato i nostri paradigmi. Passando al decreto-legge, la parte della giustizia va collegata evidentemente al gran lavoro che si sta facendo sulla riforma del processo civile e penale, parzialmente, ancora in nuce , dell'ordinamento giudiziario. Timidamente affrontiamo, nonostante il caso Palamara e tutto ciò che abbiamo visto, la riforma del Consiglio superiore della magistratura. Partiamo da un dato: lo smaltimento dei processi. L'Italia non sta andando male, nel senso che riusciamo a definire più processi di quanti ogni anno entrino nelle aule dei tribunali. Questo è un problema, perché vuol dire che abbiamo meno lavoro, vuol dire che si lavora meno nei tribunali a causa della pandemia, ma anche a causa del fatto che è cambiato il lavoro: 230.000 avvocati, 7.000 giudici ordinari, due milioni di cause pendenti. All'interno di questi dati dobbiamo organizzare la funzione della giustizia. L'Unione europea ci dice che dobbiamo arrivare a processi più veloci. Va benissimo: il ministro Cartabia organizza una riforma del processo civile che riduca del 20 o del 15 per cento il processo civile e il processo penale; un processo penale dura mediamente quattro anni, un processo civile sette anni, il collo di bottiglia lo abbiamo nel processo d'appello e nella Cassazione, guarda caso, è una tragedia. La legge Pinto stabilisce che il processo di Cassazione deve durare un anno, da noi dura anni.