[pronunce]

Infine, la Regione Emilia-Romagna contesta la legittimità costituzionale del comma 21 dell’art. 61. Secondo la ricorrente, con tale disposizione, lo Stato addosserebbe la maggior parte delle conseguenze finanziarie dell’abolizione del ticket alle Regioni, potendo queste ultime «diminuire i tagli di cui ai commi 14, 16 e 20» solo reintroducendo il ticket, cioè togliendo «ai cittadini un beneficio che il legislatore statale ha espressamente voluto dare loro». Ciò però violerebbe «il principio di leale collaborazione e l’art. 119, comma quarto, Cost., cioè il principio di corrispondenza fra funzioni e risorse, perché dalle norme impugnate risulta chiaramente che il ticket è considerato dallo Stato stesso essenziale per il funzionamento del Servizio sanitario nazionale ma la legge statale lo abolisce senza preoccuparsi di fornire le risorse alternative». 4.2. – Si è costituito in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall’Avvocatura generale dello Stato. La difesa erariale chiede che le censure riferite ai commi 8 e 9 dell’art. 61 siano dichiarate inammissibili, per le stesse ragioni già esposte con riferimento al giudizio promosso dalla Regione Piemonte. La difesa dello Stato chiede, inoltre, che le altre censure siano dichiarate non fondate, dal momento che le disposizioni censurate devono essere valutate nella loro complessità e alla luce del contesto di risanamento della finanza pubblica in cui si inquadrano, in quanto «fortemente integrate al fine di sterilizzare gli effetti finanziari derivanti dall’abolizione a livello nazionale del ticket». 4.3. – In prossimità dell’udienza, l’Avvocatura generale dello Stato ha depositato una memoria a completamento e integrazione di quanto sostenuto nell’atto di costituzione, insistendo circa l’inammissibilità o comunque la non fondatezza del ricorso della Regione Emilia-Romagna. Con riferimento ai commi 8 e 9 dell’art. 61, in particolare, la difesa erariale propone le medesime argomentazioni dedotte nella memoria presentata per il giudizio promosso dalla Regione Piemonte. Con riguardo ai commi 14, 16, 20, lettera b), e 21 dell’art. 61, la difesa erariale rileva che le norme in questione, innanzitutto, debbono essere valutate unitariamente nel contesto economico finanziario di risanamento della finanza pubblica, posto che «sono dirette a evitare gli effetti finanziari negativi per le Regioni derivanti dall’abolizione a livello nazionale del ticket di 10 euro per ricetta sulla specialistica». Secondo l’Avvocatura generale dello Stato, le norme impugnate «non indicano attività e comportamenti vincolanti per le Regioni ma una serie di opzioni» che le Regioni stesse «possono liberamente adottare, potendo esse nella loro autonomia finanziaria trovare altre forme di finanziamento dei servizi cui è tenuta ad erogare». Le norme in questione, quindi, rientrerebbero nel potere generale dello Stato di coordinamento della finanza pubblica e non sarebbero disposizioni di dettaglio, «consentendo alle Regioni la massima flessibilità di intervento». Ad avviso della difesa erariale, dunque, l’unico limite delle norme in questione è rappresentato dalla necessità di garantire l’equivalenza finanziaria delle diverse misure che le Regioni, nell’ambito dell’autonomia finanziaria loro riconosciuta, intendono adottare. 4.4. – La Regione Emilia-Romagna, in prossimità dell’udienza, ha depositato una memoria in replica alle argomentazioni dedotte dall’Avvocatura generale dello Stato. Quanto al comma 8 dell’art. 61, la Regione sostiene innanzitutto che, nonostante la norma sia stata abrogata, la successiva approvazione di altra disposizione dall’identico tenore (comma 7-bis) consente il trasferimento delle censure sulla nuova norma. Nel merito, la ricorrente, con riguardo ai commi 8 e 9, da un lato, conferma le censure prospettate nel ricorso e osserva che tali disposizioni «non riguardano generici “cittadini” o “professionisti”, bensì dipendenti regionali e incidono su somme date ad essi dalla Regione per attività svolte per conto della Regione». Dall’altro, rileva che ove si interpretasse il combinato disposto dei commi 7-bis, 9 e 17 nel senso di applicare alle Regioni solo la riduzione di incentivi per la progettazione e di compensi per i dipendenti pubblici, ma non di imporre il versamento delle relative somme al bilancio dello Stato, «risulterebbero sostanzialmente soddisfatte le ragioni del ricorso». Con riferimento ai commi 14, 16, 20, lettera b), e 21 dell’art. 61, la Regione sottolinea, innanzitutto, che la difesa erariale non ha formulato alcuna replica specifica alle censure avanzate. Ad avviso della Regione, inoltre, «la possibilità alternativa “concessa” dal comma 21 non fa venir meno la lesività delle norme impugnate», poiché tale alternativa, in primo luogo, non esclude del tutto le misure previste ai commi 14, 16 e 20, lettera b), numero 2) – come farebbe intendere la formula «in luogo della completa adozione» usata dal legislatore statale – e, in secondo luogo, è «un’alternativa politicamente impraticabile e, comunque, vincolata nel suo contenuto, trattandosi pur sempre di reintrodurre forme di partecipazione dei cittadini alla spesa sanitaria». Mancherebbe, perciò, secondo la ricorrente, «la massima flessibilità d’intervento» delle Regioni prospettata invece dall’Avvocatura generale dello Stato. 5. – La Regione Veneto, con un primo ricorso (reg. ric. n. 70 del 2008) , ha impugnato i commi 8, 9, 14, 19, 20, lettera b), e 21 dell’art. 61, per contrasto con gli artt. 117, terzo comma, e 119 della Costituzione. Con successivo ricorso (reg. ric. n. 25 del 2009) , la Regione Veneto ha altresì impugnato l’art. 18, comma 4-sexies, del decreto-legge n. 185 del 2008, introdotto in sede di conversione dalla legge n. 2 del 2009, che ha inserito il comma 7-bis dell’art. 61, per violazione degli artt. 3, 97, 117, 118 e 119 Cost., nonché del principio di leale collaborazione. 5.1. – Con il primo ricorso, la Regione Veneto censura, innanzitutto, i commi 8 e 9 dell’art. 61, che, ad avviso della ricorrente, ove fossero ritenuti applicabili anche nei confronti delle Regioni e degli enti locali, concreterebbero una grave violazione dell’autonomia finanziaria di cui all’art. 119 Cost. Tali disposizioni, infatti, secondo la Regione Veneto, non soltanto stabiliscono «vincoli puntuali e significativi alle voci di spesa dei bilanci regionali», ma dispongono anche «unilateralmente che le risorse intercettate dalle norme confluiscano nel bilancio statale». I commi 14, 19, 20 e 21 dell’art. 61 presentano poi tutti, ad avviso della ricorrente, «i medesimi profili di contrasto al dettato costituzionale».