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Nella medesima Costituzione, però, disposizioni in materia di lingua furono inserite nell'articolo 3, che stabilisce il principio di eguaglianza di tutti i cittadini «senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali» e nell'articolo 6, con il quale viene affidata alla legge ordinaria la disciplina della tutela delle minoranze linguistiche. Con carattere innovativo, quindi, rispetto all'ordinamento precedente, la Carta costituzionale poneva le basi per la tutela delle minoranze linguistiche grazie alla norma fondamentale contenuta nell'articolo 6 della Costituzione che recita: «La Repubblica tutela con apposite norme le minoranze linguistiche». Fino al 1999, l'attuazione del dettato dell'articolo 6 della Costituzione è stata realizzata con l'approvazione di norme specifiche per la tutela di alcuni gruppi linguistici: in particolare, la comunità germanofona dell'Alto Adige, quella francofona della Valle d'Aosta e gli sloveni della Venezia Giulia. Con la legge 15 dicembre 1999, n. 482, sono state, inoltre, introdotte nonne generali valide per tutte le minoranze linguistiche storiche esistenti nel territorio italiano. La legge ordinaria suddetta, infatti, ha dato attuazione proprio a fondamentali princìpi costituzionali All'articolo 1, comma 1, si legge: «La lingua ufficiale della Repubblica è l'italiano». Essa, inoltre, prescrive sia la valorizzazione del patrimonio linguistico e culturale della lingua italiana, sia la promozione delle altre lingue e culture tutelate dalla legge. La difesa delle lingue minoritarie ha trovato, poi, un ulteriore radicamento di rango costituzionale nell'approvazione degli statuti speciali delle regioni Valle d'Aosta e Trentino-Alto Adige e, più recentemente, con la riforma del titolo V della parte seconda della Costituzione nel 2001, attraverso l'inserimento nell'articolo 116, primo comma, della doppia denominazione delle regioni stesse (Trentino-Alto Adige/Südtirol e Valle d'Aosta/Vallée d'Aoste). La presente nuova disposizione costituzionale, se approvata dal Parlamento, completerà il quadro dei principi costituzionali, in maniera sinergica e complementare rispetto all'articolo 6 della Costituzione. In tale complementarità dei princìpi che sanciscono l'autonomia costituzionale delle minoranze linguistiche e il riconoscimento dell'italiano quale lingua ufficiale della Repubblica, si colloca la non più rinviabile valorizzazione normativa e culturale del patrimonio linguistico del nostro Paese, della storia e dell'evoluzione delle sue varietà regionali, dialettali e locali. L'affermazione di un principio di identità linguistica e culturale comune e condivisa assume aspetti di rinnovata importanza nell'attuale contesto sociale e politico, caratterizzato da plurilinguismo e multiculturalismo. In esso, la lingua italiana rappresenta il primo strumento di autentica integrazione e, insieme alle regole fondamentali della convivenza civile, essa costituisce il veicolo per la costruzione del diritto di cittadinanza dal punto di vista civile e politico. Come rileva il parere summenzionato elaborato dall'Accademia della Crusca: «Da quanto detto sin qui segue che l'inserimento in Costituzione, nell'articolo 12, della menzione dell'italiano come lingua ufficiale della Repubblica è un gesto opportuno e auspicabile, perché riconosce e sintetizza una realtà di fatto secolare, voluta e condivisa da tutte le aree culturali del nostro Paese e non può in nessun modo essere inteso come un 'imposizione o un gesto di "separazione" da nuclei di popolazione portatori di altre tradizioni linguistiche. È quanto chiedeva già anni fa l'allora Presidente dell'Accademia della Crusca, Giovanni Nencioni, con una petizione firmata anche da altre personalità del nostro Paese. L'inserimento di tale menzione, oltre che un riconoscimento di un fatto storico, nella realtà italiana trova anche altri motivi a suo favore, per l'effetto di concreto richiamo che esso esercita su: -- una larga parte della popolazione che nel nostro "giovane" stato è meno a conoscenza dei fatti storico-culturali da noi prospettati nella prima parte di questo documento; -- sui responsabili dell'istruzione scolastica e delle attività di formazione del personale destinato alla scuola; -- sui responsabili della comunicazione istituzionale dell'uso dei grandi mezzi di comunicazione; -- sui responsabili di ogni azione di politica estera, specialmente nelle sedi europee, nelle quali è quotidiano il confronto con la pressione di altre lingue che tendono a togliere spazio all'italiano». La comparazione internazionale sul tema supporta il merito della presente proposta legislativa. Quasi tutti i Paesi dell'Unione hanno nella propria Costituzione norme in materia di lingua. Sei fra essi, prevedono il riconoscimento di una (Austria, Francia, Portogallo e Spagna) o più lingue (Finlandia e Irlanda) ufficiali o nazionali. La Costituzione del Belgio non prevede alcuna lingua ufficiale, ma divide il territorio nazionale in quattro regioni linguistiche. In Francia l'introduzione della disposizione relativa alla lingua nazionale è relativamente recente: nel 1992, in sede di ratifica del Trattato di Maastricht, è stata approvata la legge costituzionale 92-554 che, oltre ad aggiungere alla costituzione del 1958 un titolo dedicato alle comunità europee e all'Unione europea, ha inserito un nuovo comma all'articolo 2 della Costituzione per cui la lingua della Repubblica è il francese. L'attuale crisi economica in corso ha evidenziato la necessità di un profondo consolidamento dell'Unione sia in termini di progressivo allargamento che di costruzione e rafforzamento di nuovi strumenti economico-istituzionali. Ciò incide su alcuni aspetti nevralgici degli apparati nazionali di governo politico-economico, ma anche su princìpi fondanti le singole società. In tale ambito, la lingua riveste un carattere simbolico. L'Europa e tutto il processo di integrazione europea si fondano sul principio del multiculturalismo e del multilinguismo ed è proprio per questa ragione che diversi Paesi europei hanno sentito la necessità di inserire nelle proprie Costituzioni il riferimento alla lingua ufficiale fin dall'approvazione del Trattato di Maastricht. Da ultimo, il Trattato che adotta una Costituzione per l'Europa affrontava la questione linguistica sin dai suoi princìpi fondamentali (articolo I-3 recante gli obiettivi dell'Unione) e poneva l'accento sul rispetto della ricchezza e della diversità culturali e linguistiche. Il senso principale di questa nuova previsione legislativa si coglie, quindi, proprio nella prospettiva internazionale, ove emerge con maggiore evidenza la necessità di un impegno a sostenere ulteriormente in Italia e nel mondo lo studio della lingua e della cultura italiana. Il riconoscimento costituzionale dell'italiano quale lingua ufficiale è anche, tra le altre cose, un atto di attenzione che il Parlamento rivolge alla lingua, alla sua cura e alla sua tutela e al suo insostituibile ruolo di identificazione della nostra identità, dentro e fuori i confini nazionali. Per concludere, mutuando le parole dell'Accademia della Crusca: