[pronunce]

ORDINANZA ha pronunciato la seguentenei giudizi di legittimità costituzionale dell'art. 213, comma 2-sexies (comma introdotto dall'art. 5-bis, comma 1, lettera c, numero 2, del decreto-legge 30 giugno 2005, n. 115, recante «Disposizioni urgenti per assicurare la funzionalità di settori della pubblica amministrazione», nel testo originario risultante dalla relativa legge di conversione 17 agosto 2005, n. 168), del decreto legislativo 30 aprile 1992, n. 285 (Nuovo codice della strada), promossi con tre ordinanze del 19 giugno 2007 dal Giudice di pace di Agrigento, rispettivamente iscritte ai numeri da 799 a 801 del registro ordinanze 2007 e pubblicate nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 49, prima serie speciale, dell'anno 2007. Visti gli atti di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri; udito nella camera di consiglio del 7 maggio 2008 il Giudice relatore Alfonso Quaranta. Ritenuto che il Giudice di pace di Agrigento, con le ordinanze indicate in epigrafe, ha sollevato – in riferimento agli articoli 2, 3, 24, 27, 42 e 111 della Costituzione – questioni di legittimità costituzionale dell'articolo 213, comma 2-sexies (comma introdotto dall'art. 5-bis, comma 1, lettera c, numero 2, del decreto-legge 30 giugno 2005, n. 115, recante «Disposizioni urgenti per assicurare la funzionalità di settori della pubblica amministrazione», nel testo originario risultante dalla relativa legge di conversione 17 agosto 2005, n. 168), del decreto legislativo 30 aprile 1992, n. 285 (Nuovo codice della strada); che il rimettente premette di essere investito, in tutti i casi al suo esame, del ricorso proposto dal proprietario di un ciclomotore, sanzionato per essere stato sorpreso alla guida del mezzo – sottoposto a sequestro in vista della successiva confisca – senza indossare il casco protettivo; che il giudice a quo, preliminarmente, sottolinea che analoghe questione di legittimità costituzionale risultano essere già state sollevate da altri Giudici di pace e definite dalla Corte costituzionale con l'ordinanza n. 453 del 2006, con la quale sono stati restituiti gli atti ai singoli rimettenti, affinché i medesimi valutassero la perdurante rilevanza e non manifesta infondatezza delle questioni sollevate, alla luce delle modifiche apportate al testo della norma censurata dall'art. 2, comma 169, del decreto-legge 3 ottobre 2006, n. 262 (Disposizioni urgenti in materia tributaria e finanziaria), comma aggiunto dalla relativa legge di conversione 24 novembre 2006, n. 286; che, tuttavia, secondo il rimettente, la questione sollevata – nonostante l'avvenuta modificazione, nelle more dei giudizi principali, della norma censurata – sarebbe egualmente rilevante, oltre che non manifestamente infondata, attesa l'applicabilità, alle fattispecie sottoposte al suo vaglio, della previsione originaria dell'art. 213, comma 2-sexies, del codice della strada, giacché, ai sensi di quanto previsto dall'art. 1 della legge 24 novembre 1981, n. 689 (Modifiche al sistema penale), le «leggi che prevedono sanzioni amministrative si applicano soltanto nei casi e per i tempi in esse considerati»; che, ciò premesso, il giudice a quo deduce l'esistenza di una «aperta violazione del principio di ragionevolezza e proporzionalità della sanzione», perché «il contenuto afflittivo della disposizione» risiederebbe «più nella sanzione accessoria disposta che in quella principale»; che, sempre in riferimento all'art. 3 Cost., il rimettente censura anche «la disparità di trattamento» che la norma denunciata introdurrebbe tra violazioni del codice della strada, secondo che le stesse siano commesse con ciclomotori o autoveicoli, pur essendo identica, per le une come per le altre, la ratio «di salvaguardia dell'integrità fisica del cittadino»; che il rimettente, in particolare, pur premettendo che le scelte sanzionatorie del legislatore sono di regola sottratte al sindacato di costituzionalità, sottolinea come la giurisprudenza costituzionale abbia riconosciuto, invece, l'ammissibilità di tale sindacato allorché, come sarebbe avvenuto nel caso di specie, l'opzione normativa contrasti in modo manifesto con il canone della ragionevolezza, vale a dire «si appalesi, in concreto, come espressione di un uso distorto della discrezionalità» (cita, in proposito, la sentenza n. 313 del 1995, nonché le ordinanze n. 144 del 2001, n. 58 del 1999, n. 297 del 1988); che pertanto, su tali basi non solo è stata già riconosciuta l'illegittimità costituzionale di talune ipotesi di confisca (è citata la sentenza n. 110 del 1996), ma è stato espresso più volte l'auspicio – sono citate le sentenze n. 349 e n. 435 del 1997 – che il legislatore provveda a «rimodellare il sistema della confisca, stabilendo alcuni canoni essenziali al fine di evitare che l'applicazione giudiziale della sanzione amministrativa produca disparità di trattamento»; che la norma censurata, viceversa, contravverrebbe a tali indicazioni, dando luogo ad una inammissibile «disparità di trattamento tra chi conduce una moto o un ciclomotore e chi guida un autoveicolo», cioè tra soggetti egualmente responsabili di infrazioni stradali (e particolarmente «tra chi non indossa il casco protettivo alla guida della moto e chi non indossa la cintura di sicurezza alla guida dell'autovettura»), in base esclusivamente alle caratteristiche del veicolo, derogando, così, al principio che vieta di riservare trattamenti diversi «ai cittadini che si trovano in situazione eguale» (è citata la sentenza n. 200 del 1972); che, infine, viene ipotizzato sia il contrasto con l'art. 42 Cost., atteso che con la sanzione della confisca obbligatoria si sottrarrebbe la proprietà del bene «al legittimo proprietario e/o possessore (che non coincide col trasgressore), gravandolo inoltre delle spese di custodia senza limite di tempo», sia la violazione degli artt. 24 e 111 della Carta fondamentale, giacché la disciplina impugnata «sottrae a qualsivoglia giudice terzo la comminatoria di una sanzione» di una tale «gravità economica» da superare, in alcune ipotesi, persino «l'entità di sanzioni pecuniarie previste dalle leggi penali»; che è intervenuto in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che le questioni siano dichiarate inammissibili ovvero non fondate;