[pronunce]

Ad avviso del giudice a quo, la previsione che subordina la sussistenza del reato ad una alterazione «sensibile» della realtà — previsione contenuta tanto nella legge delega che nel decreto legislativo — contrasterebbe, per la sua indeterminatezza, con i principi di tassatività e di uguaglianza, sanciti dagli artt. 25 e 3 Cost. La formula normativa risulterebbe, infatti, talmente «astratta» che non sarebbe possibile attribuirle un contenuto «oggettivo, coerente e razionale»: sicché, da un lato, essa lascerebbe al giudice il compito, «svincolato da ogni parametro prefissato», di darle «concretezza»; e, dall'altro lato, proprio per l'inevitabile arbitrarietà di simile operazione, aprirebbe la via a contrastanti soluzioni giurisprudenziali. Quanto poi all'introduzione delle soglie numeriche, la formulazione della legge delega risulterebbe — tanto con riferimento alle falsità e alle omissioni, che in relazione alle valutazioni — così generica da tradursi in una delega «in bianco», lesiva come tale del precetto costituzionale dell'art. 76 Cost., alla luce della cui corretta lettura la legge di delegazione legislativa deve contenere principi e criteri direttivi effettivamente idonei ad orientare l'attività normativa del Governo. La previsione di generiche «soglie quantitative», senza alcun parametro di riferimento, non sarebbe infatti idonea ad indirizzare in alcun modo l'attività normativa del legislatore delegato, il cui ambito di intervento risulterebbe pertanto sganciato da ogni criterio prestabilito. La determinazione delle soglie contenuta nel decreto legislativo, d'altro canto, «proprio in quanto esulante dalla previsione della legge delega», violerebbe anche il principio della riserva assoluta di legge, di cui agli artt. 25, secondo comma, e 76 Cost., in base al quale resterebbe esclusa la possibilità che decreti governativi integrino il contenuto precettivo della norma penale in mancanza di direttrici fissate nella legge delega. Il legislatore delegato, inoltre, avrebbe attuato l'indicazione «vaga e generica» della legge delega procedendo alla «tipizzazione» delle soglie e spingendosi sino alla previsione di soglie percentuali, senza peraltro fornire alcuna spiegazione della scelta, se non in rapporto alla soglia del cinque per cento del risultato di esercizio. La giustificazione al riguardo addotta — consistente nel richiamo al criterio in assunto ritenuto corretto dalla Security and Exchange Commission degli Stati Uniti — risulterebbe peraltro «non veritiera», in quanto detta Autorità non solo non avrebbe avallato quel margine di tolleranza, seguito per prassi da alcune società di revisione nel sindacato sulle valutazioni di bilancio (e comunque escluso per le ipotesi di frode); ma lo avrebbe anzi fatto oggetto di specifica censura, giudicando irragionevole e contrastante con il diritto statunitense la pretesa di subordinare la rilevanza delle falsità di bilancio al superamento di soglie quantitative prefissate. In ordine alle valutazioni, d'altro canto, la relazione al d.lgs. n. 61 del 2002 ha motivato l'adozione della soglia del dieci per cento deducendo che essa è stata mutuata dalla recente normativa penale tributaria: con ciò, peraltro, fondando l'esercizio del potere discrezionale conferito al Governo su soluzioni adottate in una materia diversa da quella oggetto della delega legislativa; e dunque utilizzando criteri «tecnico-normativi» estranei e non pertinenti a tale potere, posto che l'evasione d'imposta è in ogni caso direttamente correlata all'entità del mendacio che sottrae la base imponibile. La scelta adottata, in punto di parametrazione delle soglie di punibilità, risulterebbe in ogni caso arbitraria e contrastante con il canone di ragionevolezza: infatti, a fronte della finalità — che pure la relazione governativa assegna alla figura criminosa in questione — di «salvaguardare quella fiducia che deve poter essere riposta da parte dei destinatari nella veridicità dei bilanci e delle comunicazioni dell'impresa organizzata in forma societaria», verrebbero privati di rilievo penale, tramite il meccanismo delle soglie, fatti suscettibili di pregiudicare gravemente la capacità informativa delle comunicazioni sociali. Risultati finali apparentemente corretti potrebbero essere difatti frutto di falsificazioni di poste che sono superiori di per sé alla «franchigia» prevista, ma si neutralizzano reciprocamente: con la conseguenza che la sanzione penale resterebbe esclusa pure a fronte di falsità di rilevanti proporzioni e, dunque, gravemente lesive dell'interesse protetto dalla norma incriminatrice. D'altra parte, i parametri stabiliti dal legislatore delegato — lungi dal limitarsi ad evitare la punibilità di comportamenti scarsamente offensivi — si tradurrebbero in una «offerta di impunità» per coloro che più abilmente, sfruttando anche le dimensioni dell'impresa, pongano in essere alterazioni assai sensibili della rappresentazione della situazione patrimoniale, economica e finanziaria della società; in sostanza, la responsabilità penale verrebbe a dipendere non dallo spessore del mendacio rapportato alle esigenze informative del destinatario (e quindi al bene oggetto della tutela penale), ma da fattori sganciati dal «processo lesivo» degli interessi protetti. Il meccanismo delle soglie si porrebbe inoltre in contrasto con la Convenzione OCSE del 17 dicembre 1997 sulla lotta alla corruzione di pubblici ufficiali stranieri nelle operazioni commerciali internazionali, ratificata con legge n. 300 del 2000. L'art. 8 di tale Convenzione prevede, al comma 1, che «per combattere la corruzione di pubblici ufficiali stranieri in modo efficace», ciascuna Parte debba «adottare le misure necessarie, nel quadro delle proprie leggi e regolamenti concernenti la tenuta di libri e scritture, la diffusione di rendiconti finanziari, le norme sulla contabilità e la verifica dei conti, per vietare la istituzione di contabilità fuori bilancio, l'effettuazione di operazioni non registrate o non adeguatamente identificate, l'iscrizione di spese inesistenti, l'iscrizione di passività il cui oggetto sia indicato in modo scorretto e l'uso di documenti falsi, da parte di imprese soggette a dette leggi e regolamenti, allo scopo di corrompere pubblici ufficiali stranieri o di occultare tale corruzione»; e soggiunge, al comma 2, che ciascuna Parte deve altresì «prevedere sanzioni civili, amministrative o penali efficaci, proporzionate e dissuasive per tali omissioni e falsificazioni di libri e scritture contabili e delle comunicazioni finanziarie di tali imprese». Tale disposizione — la cui importanza per la realizzazione dei fini della Convenzione è sottolineata nel relativo «commentario», adottato dalla Conferenza negoziale unitamente al testo — sarebbe essenzialmente diretta ad impedire o scoraggiare la costituzione di «fondi neri» utilizzabili a scopo di corruttela: attagliandosi, per tale aspetto, ai fatti contestati nel giudizio a quo, che si sostanziano per l'appunto nella creazione di riserve occulte.