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Però questa soluzione, una soluzione quale quella che l'Italia conobbe fortunatamente alla fine della Seconda guerra mondiale, non viene resa possibile per la presenza di una fortissima destra radicale, che non può essere annoverata fra quelle che amano l'Unione europea, nemmeno se, come avviene in questi giorni, ti salvano dal precipitare dentro un baratro. Noi non abbiamo sempre condiviso le misure assunte dal Governo e non abbiamo sempre condiviso il metodo con cui queste sono state assunte; ne parleremo fra l'altro oggi pomeriggio, quando l'Assemblea discuterà la conversione del decreto-legge n. 19 del 25 marzo 2020. Ha prevalso sempre, signor Ministro, l'interesse nazionale sopra ogni altra valutazione, il silenzio sulle polemiche, la fiducia sul dissenso. Però - lo dico chiaro - il caso che oggi viene portato in Aula va trattato con perfetta attenzione, anche se la tempistica non è assolutamente perfetta, perché ne discutiamo in un momento particolarmente difficile, nel bel mezzo della fase 2 di una pandemia e nel bel mezzo del crollo di 9 punti e mezzo del nostro PIL, con tutte le conseguenze che ci aspettano, soprattutto - immagino - all'inizio del prossimo autunno. Nondimeno questo è l'argomento del giorno e quindi dobbiamo affrontarlo come tale, ma non dubito che sarebbe stato meglio farlo a valle, oppure a monte, di una situazione così critica, perché non fosse legato a doppio filo alla ragion di Stato e perché - non c'è dubbio - affrontare oggi il dibattito non fa altro che mettere il Ministro al riparo dal rischio, proprio perché si ragiona - e non dubito che sia un'opzione assolutamente corretta - di ragion di Stato. Tuttavia, per chi le parla, signor Ministro, ci sono dei princìpi che sono laicamente irrinunciabili, e oggi non è venuto il giorno per tradirli. In concreto, comincio dalla fine anche se - lo ammetto - non si tratta assolutamente del caso più eclatante, anzi, e sottolineo «anzi». Parlo del caso Bonafede-Di Matteo, che è la prova di quanto la separazione tra bene e male spesso non sia altro che una finzione: un candidato, da parte vostra, al Ministero della giustizia che si ribella al suo sponsor dopo aver subito - a suo dire - un secondo e chiaro impedimento. Noi le avevamo chiesto di venire in Aula mesi fa per spiegare perché prima si prende una decisione e poi la si contraddice. Non è stato fatto, ed è stato commesso un errore. Tuttavia, nulla giustifica la telefonata di un magistrato, peraltro membro del Consiglio superiore della magistratura, a una trasmissione televisiva, con una coda velenosa, rovesciando con questo un assioma al quale purtroppo anche lei spesso si è riferito, con una citazione rovesciata - quindi impropria - di Giovanni Falcone, e con una frase incompleta. Non si fa. La frase era la seguente: il sospetto «non è l'anticamera della verità, è l'anticamera del khomeinismo»; questo è il Giovanni Falcone pensiero. Purtroppo, la resa dei conti tra giustizialisti spesso provoca la reazione che mi fa ricordare le parole di Pietro Nenni: c'è sempre uno più puro alla fine che rischia di epurarti. La verità è che in questi due anni - e questa la ragione per la quale il Ministro non gode della nostra fiducia - mancata calendarizzazione del processo penale dopo gli impegni presi; cancellazione della prescrizione; gestione del Dipartimento delle politiche penitenziarie; mancata riforma del CSM - ancorché annunciata - hanno creato le condizioni perché i pilastri della civiltà giuridica venissero erosi e la tutela dei diritti dei cittadini venisse lesa. Questa è la motivazione che mi ispira a sostenere la mozione che è stata testé presentata. PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Dal Mas. Ne ha facoltà. DAL MAS (FIBP-UDC) . Signor Presidente, signor Ministro, membri del Governo, colleghi, possiamo dire che una trasmissione televisiva è stata il presupposto, l' ubi consistam , nel linguaggio cinematografico hitchcockiano il "MacGuffin" attraverso il quale abbiamo pensato e pensiamo di raccontare una storia. È la storia che oggi scriverà questo Parlamento distinguendosi intorno a due mozioni, che però hanno un medesimo fine, che evidentemente è quello di dimostrare l'incapacità - non dico l'inadeguatezza, perché sarebbe un'espressione eccessiva dal punto di vista morale - oggettiva da parte di un Ministro che ha fatto del rancore, del giustizialismo, del provvedimento spazzacorrotti, dell'eliminazione di princìpi costituzionali del giusto processo - penso alla prescrizione e al "fine processo mai" - una visione che praticamente ci riporta nel Medioevo del diritto, ad un rito che pensavamo di aver dimenticato. Non appartengo a coloro i quali ritengono che lei debba lasciare l'incarico di Ministro per effetto delle insinuazioni di un magistrato, che non si sa a chi risponda, perché, in questo cortocircuito di poteri, un magistrato del CSM può fare illazioni di ogni tipo e nessuno si pone il problema della fondatezza e della ricerca di quella verità che dice lui (Applausi) , mentre i politici rispondono in Parlamento, tant'è che lei, signor Ministro, oggi è qui a rispondere alle richieste del Parlamento. Il professor Fiandaca in questi giorni ha detto che, se c'è una ragione per la quale bisogna votare la sfiducia al ministro Bonafede, non è certo per ciò che è stato adombrato in una trasmissione televisiva, nel cosiddetto sistema del massimalismo, anzi di una magistratura che cerca gli aspetti solo mediatici. Non è per questo, ma per la sua inadeguatezza e per le riforme che ha fatto. La mozione illustrata dalla senatrice Bonino è intitolata giustamente ad un grande e dolorosa vicenda del Paese, quella di Enzo Tortora. (Applausi) . Lei, signor Ministro, in una trasmissione televisiva è riuscito a dire - poi si è corretto - che in Italia nessun innocente finisce in galera: ciò è smentito dai fatti, dalla storia (Applausi) , da ciò che è successo e dal fatto che il 30 per cento dei detenuti nelle nostre carceri, che sono sovraffollate e per cui siamo sotto continuo e costante giudizio da parte dell'Unione europea - le ricordo il caso Torreggiani: magari forse potrà rispolverare quel problema - è ancora in attesa di giudizio definitivo (e nella nostra Costituzione non si è colpevoli sino al giudizio definitivo). Signor Ministro, mi può allora spiegare come può affermare che nel nostro Paese una persona innocente non finisce mai in galera? (Applausi) . Ciò è smentito dai fatti, è smentito dalla storia ed è smentito dalla vicenda Tortora, ma potremmo citare mille altri casi. Signor Presidente, vedo che la luce sul microfono sta lampeggiando e quindi mi avvio alla conclusione, anche per lasciare spazio ai colleghi del mio Gruppo. Un importante penalista, in questi giorni, ci ha ricordato le parole di Beccaria, secondo cui non possiamo trasformare le persone in cose. Vorremmo che, in questo Stato democratico e nella nostra democrazia, frasi e princìpi come «Buttare via le chiavi» o «Deve marcire in galera» escano una volta per tutte dal nostro lessico politico (Applausi) ; non sono accettabili da coloro i quali occupano posizioni istituzionali!