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Si prevede il reclutamento di figure con elevate competenze in materia di digitalizzazione, semplificazione dei procedimenti amministrativi, contrattualistica pubblica, controllo di gestione e di ispezione. Sarebbe però opportuno coordinare queste norme con le previsioni contenute in legge di bilancio, ricordando che già la legge di bilancio del 2017 aveva istituito un Fondo per il pubblico impiego con una dotazione di 1,48 miliardi di euro per il 2017 e 1,93 miliardi a decorrere dal 2018 per la contrattazione collettiva nel pubblico impiego e le assunzioni a tempo indeterminato nell'ambito delle amministrazioni dello Stato, inclusi i Corpi di polizia e il Corpo dei vigili del fuoco, ma soprattutto sarebbe opportuno prevedere già da subito i pensionamenti con le normative di accesso anticipato per non trovarsi con una pubblica amministrazione sprovvista di personale. Già oggi i cittadini e le cittadine trovano gli uffici chiusi per carenza di personale, non possiamo permetterci di accentuare queste difficoltà. I dati dell'OCSE, in tal senso, evidenziano come l'Italia risulti nettamente indietro rispetto agli altri Paesi dell'Unione europea. Nel 2015, il numero di occupati nella pubblica amministrazione ogni 1.000 abitanti è risultato nel nostro Paese pari a 48,9, cioè poco più della metà di quello della Francia e quasi un terzo di quello della Svezia. Ma non basta assumere, anzi. I nuovi fabbisogni organizzativi e del capitale umano richiederebbero un grande piano di formazione, di riqualificazione e aggiornamento del personale già in servizio e nell'accesso alle selezioni c'è bisogno di valorizzare anche i dipendenti interni. E per tutti far crescere una nuova « cultura del valore del servizio pubblico », rafforzare cultura amministrativa, spirito di corpo, educare al culto della dimensione pubblica, all'integrità. È indispensabile un investimento forte, sistematico e consapevole sulle singole persone al lavoro che formano la burocrazia e che consentono la trasformazione di affermazioni di principio, su cui tutti concordano per definizione, in fatti concreti, in comportamenti professionali consonanti. La pubblica amministrazione deve porsi un obiettivo strategico veramente sfidante, di alto profilo e di lungo periodo, che impone di dotarsi di funzionari qualificati e corretti (competenti ed onesti per dirla con il Cicerone delle Verrine), di persone motivate e, soprattutto, garantirne con lenta continuità la crescita professionale. La pubblica amministrazione per dotarsi di buoni funzionari, che agiscono il valore dell'integrità nella pratica professionale, dovrebbe prevedere, senza ulteriori rimandi, processi di selezione del personale basati su competenze e merito ed assicurare formazione continua investendo sul personale già interno, valorizzandone competenze ed esperienza. Una formazione, insomma, mirata che dia il senso di « appartenenza » e ai dirigenti il senso del « progetto ». Ma di questa « cura » del personale della pubblica amministrazione, nelle cui mani è spesso la nostra vita quotidiana e quella del tessuto produttivo del Paese, nel provvedimento non vi è traccia. Al contrario, anche e soprattutto nell'articolo 2 del disegno di legge, « Misure per il contrasto all'assenteismo », si preferisce controllare piuttosto che motivare. La motivazione infatti sarebbe l'unico potente antidoto contro l'insoddisfazione e la frustrazione che provocano l'assenteismo. Nella relazione di accompagnamento si parla di « gravità e diffusione » del fenomeno assenteista, affermazione questa non suffragata da dati certi. Anzi, grazie al già citato decreto-legge n. 90 del 2014, i licenziamenti per assenteismo in Italia, che erano stati appena 3 nel 2016 e 34 nel 2017, sono arrivati a 54 nel 2018; i procedimenti avviati sono stati 15 nel 2016, 90 l'anno scorso, 139 quest'anno. Si introducono sistemi di verifica biometrica e di videosorveglianza in sostituzione dei sistemi di rivelazione automatica attualmente in uso. Il Partito Democratico ritiene che sia un intervento sbagliato, fondato sul presupposto che milioni di lavoratrici e lavoratori pubblici, circa 3,05 milioni, impiegati su tutto il territorio nazionale dai comuni, alle scuole, ai Ministeri, siano potenzialmente fannulloni. Persino i dirigenti, la cui attività professionale è già vincolata al raggiungimento di obiettivi, rientreranno nelle misure di sorveglianza. Abbiamo invece proposto che il relativo fondo, 35 milioni di euro, sia investito in un grande piano per la formazione dei dipendenti pubblici: solo la motivazione e il senso di appartenenza garantiscono il rispetto delle regole. È per questo che il Garante per la protezione dei dati personali ha spronato noi legislatori a introdurre il criterio di « proporzionalità » in ossequio alla normativa europea e alla nostra Costituzione, principio che dovrebbe accompagnare il nostro buonsenso. Per colmo, il provvedimento prevede verifica biometrica e di videosorveglianza: sembra trattarsi di metodiche che richiamano ambienti disciplinari sottoposti a regole di massima sicurezza. Che siano puniti i dipendenti che truffano e non rispettano orari e regole è sacrosanto, ma è chiaro che è esagerato controllare tutti i dipendenti pubblici che fanno il loro dovere, dalle scuole, ai piccoli comuni, ai Ministeri, con apparecchi biometrici, cioè con impronte digitali o con l'iride, che sono sistemi invasivi della nostra delicata identità personale. A questo punto è ingiustificata l'esclusione dalla verifica dell'orario di lavoro del personale contrattualizzato in regime di diritto pubblico, avendo anche incluso la dirigenza. Non si può ancora di più aumentare la distanza tra classi sociali e lavorative. Finora abbiamo mantenuto differenze per la verifica della presenza in servizio tramite firme o badge , ma ora non si possono accettare disparità, se entriamo in un sistema biometrico che interviene così pesantemente su dati personali e d'identità. Per quanto riguarda l'articolo 5, la misura sui buoni pasto, si dà risposta alle attese delle lavoratrici e dei lavoratori che erano stati destinatari dei buoni non spendibili o che non hanno potuto essere spesi negli esercizi convenzionati per le vicende che hanno interessato alcune società del settore, prevedendo il ritiro dei buoni maturati e non spesi e la sostituzione con nuovi buoni di valore corrispondente. Ci sembra dunque una norma opportuna. Allo stesso tempo però, come sottolineato dalle più importanti società che emettono buoni pasto, questa è un'occasione mancata per varare una riforma organica del settore nell'ottica di una maggiore solidità degli operatori, a tutela di lavoratrici e lavoratori ed esercenti. Purtroppo questo Governo dimostra di non essere all'altezza del suo ruolo nella gestione di un problema annoso come quello dell'efficienza della pubblica amministrazione, proponendo a tal fine soluzioni illusorie, senza una visione lungimirante finalizzata a dare risposte concrete e durature, soprattutto senza il coinvolgimento delle persone che prestano il loro servizio nell'amministrazione pubblica e che sono il bene più prezioso della nostra comunità. Parente relatrice di minoranza.