[pronunce]

Ne deriva, sempre ad avviso della Camera che, poiché il principio affermato dalla giurisprudenza costituzionale, per cui è inammissibile la riproposizione di un medesimo conflitto già dichiarato inammissibile dalla Corte, è ispirato ad un'esigenza di tempestiva definizione del conflitto tra poteri, anche nel caso di specie «non è […] pensabile che la facoltà di reazione nei confronti dell'atto parlamentare da parte degli organi giudiziari possa tranquillamente protrarsi per tutti i gradi di giudizio (sino all'ipotesi estrema, ma potenzialmente operativa, della revocazione), mantenendo aperta così per un lungo arco di tempo, pressoché imponderabile, la situazione di incertezza». Un secondo motivo di inammissibilità o improcedibilità è insito, ad avviso della Camera, nel fatto che la Corte d'appello ricorrente abbia omesso di chiarire se sia stata o meno sospesa l'efficacia della sentenza di primo grado. Infatti, sempre secondo la Camera, «ove l'efficacia della predetta sentenza fosse tuttora perdurante, in punto di accertamento della esimente di cui all'art. 68, primo comma, Cost., ne risulterebbe preclusa la configurabilità di un interesse attuale e concreto alla elevazione del conflitto». Sempre con riferimento all'eccepita inammissibilità del conflitto, la Camera richiama, infine, l'entrata in vigore, nelle more del giudizio, della legge 20 giugno 2003, n. 140 (Disposizioni per l'attuazione dell'articolo 68 della Costituzione nonché in materia di processi penali nei confronti delle alte cariche dello Stato), che dovrebbe ritenersi di immediata applicazione nel caso in esame «in quanto, a parte il suo profilo “più favorevole”, essa costituisce normativa di attuazione di disposizioni di rango costituzionale, introducendo inoltre nuovi fattori di valutazione in ordine alla estensione della garanzia dell'insindacabilità e alla ponderazione del collegamento tra dichiarazioni esterne ed attività parlamentare». Sussiste pertanto, ad avviso della Camera, la necessità che sia consentita al giudice una rivalutazione della perdurante sussistenza dei presupposti per l'elevazione del conflitto, alla luce della nuova normativa. 3.2. – In via subordinata, la Camera rileva l'infondatezza del ricorso nel merito, osservando, in primo luogo, che le dichiarazioni oggetto del giudizio civile non costituiscono, come sostenuto dalla Corte d'appello ricorrente, l'esplicazione di opinioni personali nell'ambito di una vicenda di carattere privato. Secondo la Camera, «le dichiarazioni di cui si tratta vanno ricondotte, anche per calibrarne correttamente il “tenore”, ad un contesto che – come si ha cura di puntualizzare nella relazione della Giunta per le autorizzazioni – aveva riguardato il Napoli “un ex agente del SISDE il cui nome era venuto alla ribalta della cronaca con riferimento alla cosiddetta inchiesta segreta sull'attuale senatore Antonio Di Pietro e al cosiddetto dossier Achille, la cui esistenza sarebbe stata – secondo quanto affermato dall'attore – disconosciuta dal Viminale (e, tra gli altri, dal generale Gaetano Marino, allora direttore del SISDE, accusato dal Napoli di aver mentito su Di Pietro anche al Comitato parlamentare di controllo sui servizi)”». La Camera menziona, a tale proposito, l'interpellanza n. 2/00281 in data 5 novembre 1996, dell'on. Veltri, «dove si fa, appunto, esplicito riferimento al cosiddetto “dossier Achille”» e richiama la relazione della Giunta per le autorizzazioni a procedere in giudizio, secondo la quale le dichiarazioni dell'on. Maroni sono correlate «a una vicenda di forte attualità politica che aveva visto coinvolto l'onorevole Maroni nella sua precedente qualità di Ministro dell'interno». A sostegno della riconducibilità delle affermazioni dell'on. Maroni alla funzione parlamentare, la Camera cita poi i resoconti delle sedute del Comitato parlamentare per i servizi di informazione e sicurezza e per il segreto di Stato e «i numerosissimi atti ispettivi che hanno investito l'argomento, ma anche le specifiche fattispecie evocate dall'on. Maroni (cfr. , tra i tanti, interrogazione, n. 4/08298 del 28.2.1996, presentatore on. Boso; interrogazione n. 4/15890 del 1°.7.1993, pres. on. Dosi; interpellanza, n. 2/01182, del 3.12.1993, pres. on. Tassi; interpellanza, n. 2/01232 del 13.1.1994, pres. on. Tassi; interrogazione, n. 3/00911 del 3.11.1993, pres. sen. Brutti; interrogazione, n. 3/01571 del 2.11.1993, pres. on. Crippa)». Osserva inoltre la Camera che Napoli aveva partecipato ad audizioni di fronte al Comitato parlamentare per i servizi di informazione e sicurezza e per il segreto di Stato, su diversi aspetti dell'attività, dell'organizzazione e della gestione del SISDE, prima sotto la presidenza dell'on. Brutti in data 25 maggio 1995 e poi sotto la Presidenza dell'on. Frattini, in data 21 gennaio 1997, con interventi di chiarimento e informazione di alcuni componenti del Comitato stesso, tra cui alcuni appartenenti allo stesso partito dell'on. Maroni. Il fatto che quest'ultimo non abbia direttamente partecipato alle attività del Comitato, non essendone componente, non esclude, ad avviso della Camera, la sussistenza di un collegamento tra le dichiarazioni oggetto del giudizio civile e l'attività parlamentare. Infatti, le funzioni parlamentari devono essere considerate unitariamente e non con esclusivo riferimento all'attività di singoli componenti, proprio in base alla «ratio di tutela di cui all'art. 68 primo comma Cost. inteso anche ad assicurare il libero esercizio della complessiva funzione parlamentare». Da ultimo, la Camera ricorda che la «questione dei dossier riservati e comunque delle deviazioni da una corretta attività informativa è stata al centro delle dichiarazioni rese nelle sedi parlamentari dall'on. Maroni, nella qualità all'epoca rivestita di Ministro dell'interno (cfr. in particolare l'interpellanza n. 2/00116 del 14.7.1994, presentatore on. Dorigo, nella quale si dà atto, appunto, delle notizie fornite al riguardo dal Ministro agli organi parlamentari)». 4. – Con memoria per l'udienza depositata il 22 marzo 2005, la Camera dei deputati ribadisce le argomentazioni già svolte ed osserva che in ogni caso il tenore delle dichiarazioni rese dall'on. Maroni non può valere «quale criterio ai fini della ponderazione in ordine alla sussistenza o meno della garanzia costituzionale», poiché il sindacato sulla lesività delle stesse è rimesso al giudice di merito. Precisa inoltre la Camera che «la parte lessicalmente più aspra delle dichiarazioni in esame risulta inscindibile dalla complessiva argomentazione polemica proposta dal deputato» e che ciò porta ad escludere che si tratti di meri insulti personali.1. – La Corte d'appello di Roma ha sollevato conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato nei confronti della Camera dei deputati, in relazione alla delibera adottata nella seduta del 29 settembre 1998 (doc.