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Modifiche al codice delle leggi antimafia e delle misure di prevenzione, di cui al decreto legislativo 6 settembre 2011, n. 159, in materia di misure di prevenzione patrimoniale. Onorevoli Senatori . – A seguito della legge 13 agosto 2010, n. 136, recante piano straordinario contro le mafie nonché delega al Governo in materia di normativa antimafia, il 6 settembre 2011 è stato introdotto nel nostro ordinamento il codice delle leggi antimafia e delle misure di prevenzione, nonché nuove disposizioni in materia di documentazione antimafia, di cui al decreto legislativo 6 settembre 2011, n. 159 (cosìddetto « codice antimafia »). Tale codice costituisce per gli operatori del diritto sostanzialmente un « codice delle misure di prevenzione », disciplinate nel libro I. Sostrato comune di tale corpus normativo può essere ravvisato in un modello disancorato dal paradigma penalistico legato alla commissione di un reato, ove non vale più il concetto di pericolosità, bensì il binomio colpevolezza per il fatto-pena. Non si può più parlare delle misure di prevenzione quali sanzione amministrative, ma di vere e proprie sanzioni penali, fondate sul diritto penale della pericolosità, cioè, appunto, quello riguardante le misure di prevenzione praeter delictum . Eppure, tradizionalmente, tanto la Corte costituzionale quanto le sedi europee hanno collocato il modello sottostante alle misure di prevenzione in ambito amministrativo, anziché in ambito penale. Tale collocazione ha consentito e consente la violazione di fondamentali princìpi costituzionali in materia penale e processual-penalistica, tramite l'utilizzo di « scorciatoie », incompatibili con sistema gravemente afflittivo dei diritti fondamentali della persona, dando luogo a quella indicata dalla più attenta dottrina quale palese « truffa delle etichette ». In particolare, in relazione alle misure di prevenzione patrimoniali, le riforme del 2008/2009 (i cosìddetti « pacchetti sicurezza ») hanno reso la confisca ai sensi dell'articolo 24, pensata quale principale strumento di lotta alla criminalità organizzata, un potente strumento di ablazione dei patrimoni, a prescindere dalla loro origine lecita o illecita. La peculiarità della disciplina delle misure di prevenzione, giustificata, in chiave di politica contro la criminalità, dalla necessità di strumenti straordinari per contrastare il crimine organizzato, ha compromesso in maniera significativa il sistema delle garanzie e delle tutele delle persone. Nella pratica giudiziaria sono sempre più frequenti e numerosi i casi in cui le misure di prevenzione vengono applicate nei confronti di soggetti che, per gli stessi fatti, vengono assolti in sede penale. La prassi dimostra, inoltre, che la maggior parte delle aziende colpite dalle misure di prevenzione viene posta in liquidazione nel corso delle complesse more procedurali. Ciò produce effetti macroeconomici devastanti nei territori in cui le misure vengono applicate: perdita di posti di lavoro, calo del gettito fiscale, compromissione dell'intero tessuto economico in cui le aziende in sequestro o in confisca operano, caratterizzato da un sempre crescente clima di incertezza. La minaccia sempre costante dell'applicazione di sequestri e confische, specie nel Meridione d'Italia, sommata al rischio di impresa e alla crisi economica, costituisce un potente deterrente ad investire in questi territori, incrementando la povertà e il degrado sociale, che costituiscono proprio gli elementi di cui si alimentano le mafie storiche intese come fenomeni sociali e criminali. La confisca di prevenzione, malgrado quanto sancito la giurisprudenza nazionale, alla luce dei princìpi fissati dalla Corte europea dei diritti dell'uomo (Grande Camera) nella nota sentenza Engel e altri c. Paesi Bassi dell'8 giugno 1976, ha un contenuto fortemente punitivo-afflittivo. Dal momento che prescinde dalla attuale pericolosità sociale della persona, non previene alcunché mentre affligge, guardando al passato (ovvero all'origine dei beni), il soggetto che la subisce. Togliere ad una persona tutto il patrimonio, finanche la casa familiare, significa privare il soggetto interessato ed il suo nucleo familiare di ogni mezzo di sostentamento; significa travolgere il suo passato e distruggere il suo futuro. La tesi della natura non penale delle misure di prevenzione – che muove dal concetto metafisico della pericolosità intrinseca del bene – costituisce una vera e propria ancora di salvataggio dell'intero sistema preventivo, altrimenti non conciliabile con i princìpi e le garanzie espresse dalla Costituzione. Infatti, nel nostro ordinamento giuridico, in forza del principio di legalità penale, le pene possono essere applicate solo nei confronti di chi ha commesso un reato accertato con sentenza definitiva, all'esito di un giusto procedimento svoltosi innanzi ad un giudice terzo ed imparziale. La confisca di prevenzione, in particolare, al di là delle fraudolente etichettature, è una sanzione, motivo per il quale non potrebbe essere applicata in assenza di una condanna penale. La prevenzione, allora, costituisce una scorciatoia attraverso la quale si perseguono, con elusione dei princìpi garantistici propri della materia penale, intenti punitivi e afflittivi. Non a caso, essa appartiene al più ampio genus delle confische « per sproporzione », per tali intendendosi, appunto, la confisca di prevenzione di cui all'articolo 24 del codice antimafia e quella allargata ex articolo 12- sexies del decreto-legge 8 giugno 1992, n. 306, convertito, con modificazioni, dalla legge 7 agosto 1992, n. 356: quest'ultima inserita, altresì, nell'articolo 240- bis del codice penale con il decreto legislativo 1° marzo 2018, n. 21, in materia di riserva di codice. I due istituti presentano evidenti profili di comunanza e si distinguono per il solo fatto di essere la prima – la confisca ex articolo 24 – misura praeter delictum che, in quanto tale, prescinde da qualsivoglia accertamento di reati in capo al preposto, a differenza della confisca « misura di sicurezza » che, invece, presuppone l'accertamento di taluno dei reati indicati dallo stesso legislatore. Solo la confisca di cui all'articolo 240- bis del codice penale soggiace ai princìpi costituzionali in materia penalistica, ponendo evidenti criticità circa la costituzionalità della limitrofa confisca di prevenzione. La persona che subisce una misura, qualora sia un imprenditore, subisce non solo la violazione del diritto di proprietà o di iniziativa economica (dotate di guarentigie costituzionali più attenuate rispetto alla libertà personale), ma anche la violazione del diritto al lavoro, considerato, a mente dell'articolo 1 Costituzione, il fondamento della Repubblica italiana. Nel momento stesso della applicazione del sequestro la persona, con i suoi familiari, viene allontanata dalla sua azienda. Difficile, inoltre, che il proposto possa trovare un qualunque tipo di occupazione a causa degli effetti dello stigma sociale conseguente l'applicazione di un provvedimento antimafia.