[pronunce]

Sentenza ha pronunciato la seguentenei giudizi di legittimità costituzionale dell'art. 4 della legge 27 marzo 2001, n. 97 (Norme sul rapporto tra procedimento penale e procedimento disciplinare ed effetti del giudicato penale nei confronti dei dipendenti delle amministrazioni pubbliche), promossi con ordinanze emesse il 13 giugno 2001, il 4 luglio 2001 e l'8 agosto 2001 dal Tribunale amministrativo regionale della Campania, rispettivamente iscritte ai numeri 699, 778 e 949 del registro ordinanze 2001 e pubblicate nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica numeri 38, 40 e 49, 1ª serie speciale, dell'anno 2001. Visti gli atti di costituzione di Falvo Sergio nonché gli atti di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri e di Calabrese Francesca; Udito nell'udienza pubblica del 12 marzo 2002 il giudice relatore Annibale Marini; Uditi gli avvocati Giovanni Di Gioia per Falvo Sergio, Luca Verrienti per Calabrese Francesca e l'avvocato dello Stato Gaetano Zotta per il Presidente del Consiglio dei ministri.. Ritenuto in fatto Considerato in diritto 1. - Con tre ordinanze, sostanzialmente identiche, emesse il 13 giugno 2001, il 4 luglio 2001 e l'8 agosto 2001, il Tribunale amministrativo regionale della Campania ha sollevato, in riferimento agli artt. 3, 4, 24, 27, 35, 36 e 97 della Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell'art. 4, commi 1 e 2, della legge 27 marzo 2001, n. 97 (Norme sul rapporto tra procedimento penale e procedimento disciplinare ed effetti del giudicato penale nei confronti dei dipendenti delle amministrazioni pubbliche). La disposizione impugnata stabilisce che i dipendenti di amministrazioni o di enti pubblici ovvero di enti a prevalente partecipazione pubblica, i quali abbiano riportato condanna anche non definitiva per alcuno dei delitti previsti dall'art. 3, comma 1, della precitata legge n. 97 del 2001, sono sospesi dal servizio e che la sospensione perde efficacia se per il fatto sia successivamente pronunciata sentenza di proscioglimento o di assoluzione anche non definitiva e in ogni caso decorso un periodo di tempo pari a quello di prescrizione del reato. La questione è detta rilevante nei tre giudizi, avendo questi ad oggetto domande di annullamento di provvedimenti di sospensione cautelare dal servizio adottati dall'amministrazione di appartenenza, ai sensi della norma denunciata, a seguito di condanne non definitive inflitte ai ricorrenti per taluno dei reati indicati nella norma stessa. Il dubbio di costituzionalità della norma di cui al comma 1 si incentra essenzialmente, ad avviso del rimettente, sulla "ragionevolezza del bilanciamento operato dal legislatore tra le esigenze di buon andamento e imparzialità della pubblica amministrazione e la tutela dei diritti compressi dalla misura cautelare". Il rimettente afferma di non ignorare che la Corte costituzionale si è già espressa in argomento con la sentenza n. 206 del 1999, dichiarando non fondata, nei sensi di cui in motivazione, la questione di legittimità costituzionale dell'art. 15, comma 4-septies della legge 19 marzo 1990, n. 55 (Nuove disposizioni per la prevenzione della delinquenza di tipo mafioso e di altre gravi forme di manifestazione di pericolosità sociale). Si dice altresì consapevole del fatto che, con la norma denunciata, si è inteso proprio reinserire nel sistema una disposizione analoga a quella di cui al predetto art. 15 della legge n. 55 del 1990, nel frattempo abrogato dal decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267 (Testo unico delle leggi sull'ordinamento degli enti locali). Assume, peraltro, che la sentenza n. 206 del 1999 riguarderebbe esclusivamente la legittimità costituzionale della previsione di sospensione automatica dal servizio nell'ipotesi di condanna (recte: rinvio a giudizio) per reato associativo di stampo mafioso e che la motivazione della sentenza sarebbe incentrata solo sulla particolare gravità di quel reato, mentre, per ogni altro caso, la previsione di una misura cautelare automatica per il dipendente pubblico condannato con sentenza non definitiva dovrebbe ritenersi contrastante con il principio di ragionevolezza. Aggiunge il rimettente, in via evidentemente subordinata, che la Corte "dovrà inoltre valutare se la discrezionalità del legislatore nel determinare per legge il periodo di sospensione dal servizio sia stata razionalmente esplicata nell'art. 4 della legge n. 97/2001 ove, come già notato, la sospensione si rapporta ad un periodo di tempo, pari a quello di prescrizione del reato, e perciò di durata quanto mai lunga, tanto da dubitarsi che la stessa abbia il carattere di provvedimento fondato su "esigenze cautelari". 2. - Si è costituito nel primo dei tre giudizi il ricorrente Sergio Falvo, il quale ha concluso per la declaratoria di illegittimità costituzionale della norma impugnata, "nella parte in cui dispone l'obbligatoria sospensione dal servizio per i dipendenti delle amministrazioni pubbliche condannati con sentenza non definitiva per i delitti richiamati nella stessa norma, per contrasto con gli artt. 3, 4, 24, 27, 33, 35, 36 e 97 della Costituzione". Assume la parte privata che la sospensione de qua costituirebbe, in realtà, non una misura cautelare, ma una sanzione anticipata, in quanto per sua natura disposta a notevole distanza di tempo dal fatto, in base al dato meramente formale della pronunzia giudiziale e senza alcuna possibilità di valutare l'effettiva ricorrenza di esigenze cautelari e la congruità, rispetto a queste, della misura stessa. La previsione della sospensione in esame contrasterebbe perciò con i principi di ragionevolezza e proporzionalità, di cui all'art. 3 della Costituzione, nonché - per il rigido automatismo che la caratterizza - con quelli di imparzialità e buon andamento dell'amministrazione, garantiti dall'art. 97 della Costituzione. Per il suo carattere anticipatamente afflittivo essa si porrebbe, inoltre, in contrasto con la presunzione di non colpevolezza di cui all'art. 27, secondo comma, della Costituzione, nonché con i diritti del lavoratore tutelati dagli artt. 4, 35 e 36 della Costituzione. Afferma la parte privata di non ignorare che il legislatore ha la facoltà, espressamente riconosciutagli dalla sentenza di questa Corte n. 206 del 1999, di identificare ipotesi circoscritte, nelle quali l'esigenza cautelare che fonda la sospensione può essere apprezzata in via generale ed astratta dalla stessa legge. Ma, aggiunge che nella circostanza si trattava di vere e proprie misure cautelari previste in relazione a delitti di criminalità organizzata, tali cioè da far sorgere il sospetto di un inquinamento dell'apparato pubblico da parte di organizzazioni criminali e rendere perciò necessaria l'adozione di provvedimenti idonei ad escludere anche solo l'apparenza di simili infiltrazioni.