[pronunce]

sentenza n. 296 del 2003), la ricorrente sottolinea come sia indubbio che l'IRAP integri «un'imposta ricadente nell'area del sistema finanziario regionale, nel senso che incide sulle risorse di cui la Regione può disporre per esercitare le proprie funzioni». Ciò premesso, quindi, sarebbe «essenziale porre una barriera alla discrezionalità del legislatore», prevedendo, in particolare, un «divieto per lo Stato di comprimere l'autonomia già riconosciuta alle Regioni, sottraendo risorse necessarie all'attuazione del dettato costituzionale». Su tali basi, quindi, secondo la ricorrente – risultando difficilmente comprensibile «come una disposizione di legge ordinaria dello Stato, che stabilisce una riduzione del tributo senza per altro prevedere alcuna forma compensativa per la finanza regionale, possa essere conforme al testo ed alla ratio degli artt. 114, 117, terzo comma, 118 e 119 Cost.» – dovrebbe pervenirsi alla declaratoria d'illegittimità della norma impugnata, giacché non si tratta «di mettere in discussione il potere statale di legiferare in punto di imposta regionale», bensì «di impedire che lo Stato, nell'esercitare malamente il suo potere, possa determinare una reformatio in peius del sistema fiscale regionale, con ciò violando l'art. 119 Cost.» (la Regione Veneto richiama, sul punto, la sentenza n. 37 del 2004). 4. — Insiste per la reiezione della questione proposta l'Avvocatura generale dello Stato, svolgendo ulteriori considerazioni a sostegno di tale conclusione nella memoria depositata il 16 novembre 2004. Preliminarmente, peraltro, la difesa erariale sottolinea come, attraverso l'impugnativa dell'art. 19 della legge n. 289 del 2002, la ricorrente censuri «solo il primo comma dell'art. 45» del già citato d.lgs. n. 446 del 1997, cioè a dire l'unica disposizione, tra quelle alle quali rinvia l'articolo impugnato, che «si riferisce all'IRAP». Essendo stato, tuttavia, tale comma «modificato dall'art. 2, comma 1, della legge 24 dicembre 2003, n. 350» (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato – legge finanziaria 2004), dovrebbe per tal motivo «essere dichiarata la cessazione della materia del contendere». In alternativa la difesa erariale insiste per la declaratoria d'infondatezza della questione proposta. Evidenzia, difatti, come sul testo dell'art. 45 del già citato d.lgs. n. 446 del 1997 il legislatore sia «intervenuto ripetutamente», menzionando a titolo esemplificativo le modifiche apportate dall'art. 9, comma 7, della legge 28 dicembre 2001, n. 448 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato – legge finanziaria 2002), nonché precedentemente dall'art. 6, comma 12, della legge 23 dicembre 2000, n. 388 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato – legge finanziaria 2001). L'imposta gravante sulle attività produttive – sottolinea l'Avvocatura generale dello Stato – ha, dunque, «richiamato ripetutamente l'attenzione del legislatore», e ciò «in vista della realizzazione di un programma di politica economica» che ha contemplato – «per favorire la ripresa delle attività produttive» – una riduzione dell'imposta «per un periodo breve», successivamente prorogato in ragione della «mancata ripresa dell'economia». La norma impugnata, dunque, «non può essere vista come un intervento a sé privo di ragionevolezza, ma come elemento di una manovra complessa rivolta a stimolare la ripresa, dopo la quale, irrobustitasi l'economia ed aumentata la materia imponibile, sarebbe aumentato il gettito dell'imposta». Ciò premesso, la difesa erariale – in aggiunta alle considerazioni di cui sopra – sottolinea come le aliquote non abbiano «un valore assoluto», dovendo anzi riconoscersi come «sul gettito complessivo» abbiano «un rilievo addirittura maggiore i criteri di determinazione della base imponibile», essendo noto che, «se si vuole evitare un carico tributario eccessivo, le aliquote vanno proporzionate all'ammontare della base imponibile» Nel ricorso, invece, «è denunciata “una riduzione del tributo”», essendosi però «a sostegno (…) richiamata la sola variazione delle aliquote», mancando, invece, qualsiasi accenno «all'ammontare complessivo del gettito», e cioè ad un dato – sostiene la difesa erariale – «che la Regione avrebbe dovuto indicare, dandone la prova», atteso che «la sola variazione delle aliquote non determina automaticamente per la Regione una diminuzione di risorse finanziarie». Alla stregua, pertanto, di tali considerazioni l'Avvocatura generale dello Stato reputa il ricorso infondato, analoga conclusione, peraltro, imponendosi – a suo dire – anche ove ci si voglia «soffermare sulla sola aliquota». Si sottolinea, difatti, come la norma impugnata sia parte di una «manovra economica complessa, della quale rappresenta solo un episodio», coordinandosi con altri analoghi interventi «sia anteriori che successivi», rientrando così nel novero di quelle iniziative che «non possono essere precluse allo Stato se non si vuole rendere impossibili politiche di largo respiro destinate a favorire la ripresa dell'economia». Di ciò, del resto, si sarebbe mostrata consapevole – conclude la difesa erariale – la stessa giurisprudenza costituzionale «quando ha rilevato (sentenza n. 37 del 2004) che non possono essere dichiarate costituzionalmente illegittime le norme quando “recano modifiche particolari ad aspetti di (…) tributi che erano già oggetto di specifica disciplina in preesistenti leggi statali e sui quali quindi il legislatore statale (…) conserva potere di intervento, fino alla definizione delle premesse del nuovo sistema delle Regioni e degli enti locali”».1. — La Regione Veneto, con il ricorso sopra meglio indicato, ha proposto questione di legittimità costituzionale dell'art. 19 della legge 27 dicembre 2002, n. 289 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato – legge finanziaria 2003), assumendone il contrasto con gli articoli 114, 117, terzo comma, 118 e 119 della Costituzione. 1.1. — La disposizione impugnata ha previsto, per l'anno 2002, talune proroghe di agevolazioni fiscali relative all'IRAP (Imposta regionale sulle attività produttive), inerenti all'agricoltura. La ricorrente, pertanto, sul presupposto che l'IRAP sia una imposta regionale, o che comunque ricada nell'ambito “del sistema tributario regionale”, si duole dell'avvenuta introduzione di una riduzione dell'aliquota del tributo de quo, senza che sia stata prevista alcuna forma compensativa per la finanza regionale, donde l'ipotizzato contrasto con gli invocati parametri costituzionali. 1.2.—