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al momento non sono emerse valide alternative di coltivazione, soprattutto in determinati areali, sia per motivi di mercato sia per motivi agronomici e pedoclimatici; premesso altresì che: dal 2013, data la gravità del problema, alcuni enti locali del veronese e altri enti pubblici (Provincia di Verona e Camera di Commercio, Comuni di Sommacampagna, Valeggio sul Mincio, Villafranca e Sona; Consorzio kiwi del Garda) hanno iniziato a finanziare le prime ricerche, ad opera di CREA ed AGREA Centro Studi, per indagare il fenomeno e cercare di individuarne le cause; la problematica si è rivelato fin da subito estremamente complessa; successivamente, la Regione Veneto dal 2015 e la Regione Piemonte dal 2017 hanno finanziato altri ulteriori progetti, rispettivamente il progetto relativo alla "Individuazione di idonee strategie di contrasto alla moria del kiwi nel veronese", condotto in collaborazione tra Veneto Agricoltura (PD), Consorzio di tutela del kiwi del Garda (VR), AGREA Centro studi (VR) e CREA di Fiorenzuola (PC), e il progetto "Kimor", condotto da Agrion (CN), Università di Torino, Servizio fitosanitario e CREA di Torino. In tutti i progetti sono stati indagati gli aspetti agronomici legati alla struttura del terreno, alla sostanza organica ed alla regimazione delle acque; le ricerche portate avanti, pur avendo permesso di approfondire la conoscenza del fenomeno, non riescono purtroppo ancora a fornire risultati risolutivi: non si è potuto infatti chiarire in modo completo le cause del fenomeno, e di conseguenza individuare i rimedi più efficaci. Le evidenze preliminari ottenute indicano sì un legame della moria con la sistemazione del terreno e l'acqua, ma non permettono ancora di trarre conclusioni univoche, in grado di orientare in modo chiaro scelte su materiali vegetali, trattamenti fitosanitari, irrigazione e pratiche agronomiche; rilevato che: i cambiamenti climatici in atto stanno determinando una variazione della piovosità, sia in termini di frequenza che di intensità, e delle temperature, influenzando l'evapotraspirazione delle piante e comportando modificazioni significative sul fabbisogno di apporto idrico, anche alla luce del fatto che gli studi effettuati sulla fisiologia e sull'anatomia del kiwi hanno reso evidente la significativa richiesta di acqua ma anche la estrema sensibilità al ristagno idrico e a condizioni anossiche del suolo; è stato evidenziato che la sommersione sia uno dei fattori importanti nell'eziologia della moria del kiwi, e come essa possa portare, anche rapidamente, a condizioni di anossia in grado di compromettere lo stato fisiologico e le capacità di difesa della pianta; tuttavia, una gestione agronomica delle colture che provvedesse il miglioramento dell'aerazione del suolo ed evitasse i ristagni di acqua non è stata sufficiente a prevenire l'insorgenza del fenomeno; peraltro, prove in ambiente controllato svolte dall'Università degli Studi di Udine hanno dimostrato che la moria del kiwi non può essere semplificabile come una mera risposta fisiologica della pianta ai periodi di sommersione, dal momento che la sola applicazione di periodi di sommersione in terreni sterilizzati non ha indotto la comparsa dei sintomi, che si sono manifestati invece laddove i terreni erano stati prelevati in siti con moria; anche l'alta temperatura del suolo, è stata ipotizzata come possibile causa, o concausa, del fenomeno; i cambiamenti climatici potrebbero non solo influenzare la risposta fisiologica del kiwi, ma anche l'attività e l'equilibrio delle popolazioni microbiche del suolo: ad oggi mancano analisi su un'ampia casistica per poter ipotizzare quali fattori possano aver agito in favore di microrganismi patogeni; negli areali e nelle coltivazioni colpite è stata riscontrata la presenza di diversi microrganismi patogeni, anche non presenti contemporaneamente ad indicare un legame con la moria. Ad oggi sono state riscontrate diverse specie di oomiceti, di funghi e di batteri; l'impiego di portainnesti idonei potrebbe essere un approccio ipoteticamente risolutivo al fenomeno: per tutte le specie frutticole e orticole l'impiego dei portainnesti ha permesso spesso di superare problemi legati al terreno, sia di origine fisica che patologica. Si è iniziato a testare questa ipotesi con alcuni portainnesti recentemente apparsi sul mercato: questo studio deve essere approfondito ed ampliato con nuovi materiali e con una osservazione pluriennale. Per l'actinidia questo percorso è appena iniziato, ma vi sono grandi potenzialità dato l'ampio germoplasma esistente (soprattutto in Cina) da valutare per la tolleranza alla moria oltre che per il comportamento agronomico e produttivo con le varietà coltivate; considerato che: il fenomeno della moria del kiwi è un problema di estrema gravità, che ha già messo in ginocchio un comparto strategico dell'agricoltura nazionale; esso tuttavia, fino ad oggi, è stato studiato ed affrontato in maniera prevalentemente "locale", con azioni promosse da enti territoriali e di ricerca che hanno interessato specifici areali e talvolta senza sostegno economico finalizzato; il quadro complessivo delle cause della moria è ancora in attesa di una completa definizione: come si è visto, la struttura del terreno, l'acqua ed i microorganismi appaiono avere un ruolo importante, così come i cambiamenti climatici in atto, con le conseguenti variazioni di piovosità e temperature; anche l'impiego di portainnesti idonei rappresenta una via da perseguire, ma i riscontri sperimentali necessari in tale prospettiva richiedono l'introduzione di nuovi materiali ed osservazioni pluriennali; rilevato che: per trovare una soluzione concreta e duratura al problema bisogna conoscere meglio le cause e testare varie ipotesi, e questo è possibile esclusivamente con un apposito programma di ricerca nazionale pluriennale che consenta uno studio multidisciplinare del fenomeno, per indagarne ed approfondirne molti aspetti; le conoscenze di cui oggi disponiamo sono di fatto riconducibili al lavoro che alcuni enti ed istituzioni dei territori maggiormente colpiti hanno messo in campo in termini di ricerca, studio e sperimentazione in questi anni sul tema, dai servizi fitosanitari di Veneto, Emilia Romagna, Piemonte e Friuli Venezia Giulia, al Laboratorio di biotecnologie microbiche applicate all'agricoltura e all'agroindustria di Torino, il CREA-Centro Genomica e Bioinformatica di Fiorenzuola d'Arda, il CREA-Centro di ricerca Olivicoltura, Frutticoltura e Agrumicoltura di Roma, al Dipartimento di Scienze Agrarie, Forestali ed Alimentari AGROINNOVA e di Chimica del suolo dell'Università di Torino, il Dipartimento di Scienze agroalimentari, ambientali e animali dell'Università di Udine, ad Agrea Centro Studi di Verona, l'Agenzia Regionale per lo Sviluppo Rurale della regione Friuli Venezia Giulia , Veneto Agricoltura e la Fondazione AGRION per la ricerca, l'innovazione e lo sviluppo tecnologico dell'agricoltura di Cuneo; tutti questi soggetti si sono dati, proprio per ottenere una maggiore efficacia nel loro lavoro, un coordinamento spontaneo, che ha dovuto però scontare carenze dovute alle ridotte risorse disponibili; rilevato in conclusione che: