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n. 163 del 2006, in quanto tale ultima norma è stata modificata successivamente dal decreto legislativo 11 settembre 2008, n. 152 (Ulteriori disposizioni correttive e integrative del decreto legislativo 12 aprile 2006, n. 163, recante il Codice dei contratti pubblici relativi a lavori, servizi e forniture, a norma dell'articolo 25, comma 3, della legge 18 aprile 2005, n. 62); g) all'art. 22, che l'art. 154 del d.P.R. n. 554 del 1999 avrebbe recepito «solo incidentalmente» una prassi contrattuale disciplinandola unicamente a livello contabile e che, comunque, il codice degli appalti pubblici non avrebbe fatto riferimento alla tipologia dei contratti aperti. 4.- Anche la Regione ha depositato una memoria nell'imminenza dell'udienza pubblica. In particolare si osserva con riferimento all'art. 1, che «là dove si parla di "esecuzione", la norma intende riferirsi non alla specifica fase dell'esecuzione ma di tutto quello che serve per arrivare alla realizzazione dell'opera pubblica». In relazione all'art. 2, si deduce che «l'Avvocatura cerca (...) di mutare la censura, lamentando che la Regione intenda regolare l'esecuzione dei lavori pubblici anche con riguardo a soggetti già contemplati dalla legislazione statale codicistica e quindi indebitamente rimodulando l'applicabilità soggettiva della inderogabile disciplina nazionale». Per quanto attiene all'art. 13, comma 3, si osserva che anche in questo caso «l'Avvocatura rettifica la censura avanzata nel ricorso», sostenendo che la norma censurata «attiene al prezzo dell'appalto e, quindi, tocca "questione appartenente alla disciplina contrattuale, ricadente nell'ambito dell'ordinamento civile"». La difesa regionale osserva comunque che la censura sarebbe infondata sotto tale profilo sia perché la norma impugnata non disciplinerebbe il prezzo dell'appalto ma l'operatività temporale degli elenchi prezzi sia perché, anche qualora fosse riconducibile all'ordinamento civile, la diversità rispetto alla legislazione statale sarebbe limitata. Con riferimento all'art. 16 si deduce che la difesa statale avrebbe mutato prospettiva difensiva assumendo che «mentre il ricorso evidenziava l'asserita difformità tra l'art. 16 e l'art. 92, comma 5, ora si lamenta la possibile difformità nella fase di attuazione dell'art. 16»; tale censura, osserva la difesa regionale, «è inammissibile (oltre che per la novità) per la mancanza di attualità della lesione, nel senso che le possibili future vicende applicative non possono condurre a dichiarare l'illegittimità costituzionale di una norma di legge». Sul punto, si ribadisce che l'unica competenza statale è quella relativa alla individuazione dei criteri che presiedono all'articolazione della progettazione in più livelli. E, si aggiunge, «non è chiaro come la previsione dell'incentivo di cui all'art. 92, comma 5, del d.lgs. n. 163 del 2006 favorisca la concorrenza». Infine, si deduce che «l'Avvocatura (...) cerca di estendere la censura alla parte della norma relativa ad attività diverse dalla progettazione: ma in questa parte la questione è inammissibile perché non contenuta nel ricorso». Per quanto attiene alla censura riferita all'art. 19, comma 1, si richiama quanto affermato dalla sentenza n. 221 del 2010. Con tale decisione sarebbe stata già dichiarata non fondata una questione di legittimità costituzionale avente ad oggetto una norma analoga che prevedeva una preferenza per il criterio dell'offerta economicamente più vantaggiosa. Si sottolinea nella memoria come l'art. 266 del d.P.R. 5 ottobre 2010, n. 207 (Regolamento di esecuzione ed attuazione del decreto legislativo 12 aprile 2006, n. 163, recante "Codice dei contratti pubblici relativi a lavori, servizi e forniture in attuazione delle direttive 2004/17/CE e 2004/18/CE") stabilisca la obbligatorietà dell'utilizzo del predetto criterio. In relazione all'art. 20, comma 3, si deduce che «tale norma non incide affatto sulla "materia delle gare per l'aggiudicazione di contratti pubblici", non riguardando né le procedure di affidamento né i criteri di aggiudicazione, ma solo le modalità di determinazione del corrispettivo». Nella memoria si rileva che la norma «non regola l'ordinamento civile, ma il comportamento della Regione in una procedura negoziata». Inoltre, «ove pure si volesse vedere nella norma una interferenza con l'ordinamento civile, si dovrebbe rilevare che la divergenza della norma regionale - che espressamente richiama il decreto ministeriale in materia di corrispettivi delle attività di progettazione e delle altre attività, ai sensi della legge n. 109 del 1994 - dalla norma statale è modesta e, dunque, non esorbita dai limiti entro i quali le Regioni possono incidere su profili privatistici». Infine, «in estremo subordine (...) ove la norma regionale apparisse eccedere i predetti limiti, dovrebbe essere considerato non corretto soltanto il riferimento al d.m. 4 aprile 2001, anziché al decreto di cui al comma 2 dell'art. 92 del decreto legislativo n. 163 del 2006, quale base di riferimento per l'affidamento negoziato». Per quanto riguarda l'art. 22, commi 3 e 4, la difesa regionale sottolinea come l'Avvocatura dello Stato non abbia riproposto più la censura basata sulla atipicità dei contratti aperti, insistendo sulla lesione della competenza statale in materia di tutela della concorrenza.1.- Il Presidente del Consiglio dei ministri ha promosso questione di legittimità costituzionale degli articoli 1, comma 1, 2, 13, comma 3, 15, 16, 19, comma 1, 20, comma 3, 22, commi 3 e 4, e 28 della legge della Regione Umbria 21 gennaio 2010, n. 3 (Disciplina regionale dei lavori pubblici e norme in materia di regolarità contributiva per i lavori pubblici), per asserita violazione dell'articolo 117, commi secondo, lettere e) ed l), e terzo della Costituzione. 2.- Prima di esaminare le singole censure proposte con il ricorso, è opportuno richiamare gli orientamenti di questa Corte sul riparto di competenza tra Stato e Regioni a statuto ordinario in materia di appalti di lavori pubblici. 2.1.- La giurisprudenza costituzionale (tra le altre, sentenze n. 45 del 2010, n. 160 del 2009 e n. 401 del 2007) è costante nel ritenere che, in mancanza di una espressa indicazione nel nuovo art. 117 Cost., i lavori pubblici «non integrano una vera e propria materia, ma si qualificano a seconda dell'oggetto al quale afferiscono» e pertanto possono essere ascritti, di volta in volta, a potestà legislative statali o regionali. Ne deriva che non è «configurabile né una materia relativa ai lavori pubblici nazionali, né tantomeno un ambito materiale afferente al settore dei lavori pubblici di interesse regionale» (sentenza n. 401 del 2007).