[pronunce]

che è ben vero che, secondo un orientamento altrettanto costante della giurisprudenza costituzionale, «mentre la sussistenza in concreto di una o più delle esigenze cautelari prefigurate dalla legge (l'an della cautela) comporta [...] l'accertamento, di volta in volta, della loro effettiva ricorrenza, non può invece ritenersi soluzione costituzionalmente obbligata quella di affidare sempre e comunque al giudice l'apprezzamento del tipo di misura in concreto ritenuta come necessaria (il quomodo della cautela), ben potendo tale scelta essere effettuata in termini generali dal legislatore»; che, tuttavia, la scelta legislativa dovrebbe essere operata pur sempre nel rispetto del limite della ragionevolezza e del corretto bilanciamento dei valori costituzionali coinvolti; che nell'ipotesi in esame, di contro, risulterebbe leso proprio il canone della ragionevolezza, sotto il duplice profilo della disparità di trattamento rispetto agli altri casi di sussistenza di gravi indizi di colpevolezza e di esigenze cautelari, nonché della disparità di trattamento «interna» tra le varie forme di manifestazione concreta della fattispecie criminosa considerata; che le ipotesi nelle quali la Corte costituzionale ha ritenuto non irragionevole l'imposizione da parte del legislatore della misura cautelare più rigorosa presenterebbero, infatti, particolarità atte a rendere chiara e ben delimitata la ragione della prevalenza sui principi di graduazione e di adeguatezza: tali, in specie, i casi della pregressa evasione, che impedisce l'applicazione della misura degli arresti domiciliari (artt. 276, comma 1-ter, e 284, comma 5-bis, cod. proc. pen. , vagliati, rispettivamente, dalle ordinanze n. 130 del 2003 e n. 40 del 2002 ), o dell'essere il soggetto gravemente indiziato di un reato aggravato dalle finalità di associazioni di tipo mafioso (art. 275, comma 3, cod. proc. pen. , scrutinato, in parte qua, dall'ordinanza n. 450 del 1995); che altrettanto non potrebbe dirsi per la fattispecie criminosa in esame, essendo evidenti le differenze tra il reato punito dall'art. 600-bis, primo comma, cod. pen. e quello di cui all'art. 416-bis cod. pen. ; che l'associazione per delinquere di stampo mafioso è, infatti, un delitto di pericolo a carattere permanente, che implica un vincolo «di appartenenza totalizzante» ad un sodalizio caratterizzato da una particolare forza intimidatrice e da un elevato grado di «diffusività» nel contesto ambientale, tali da porre a rischio, per comune sentire, primari beni individuali e collettivi: circostanze, queste, che renderebbero pienamente giustificabile la presunzione legislativa di adeguatezza della sola misura cautelare carceraria, in quanto indispensabile per neutralizzare la pericolosità del soggetto, provocandone il forzoso distacco dal sodalizio; che, di contro, il reato di induzione alla prostituzione di soggetto minorenne abbraccerebbe un'ampia gamma di condotte, tra loro estremamente diversificate, in quanto frutto di vari contesti ambientali e relazioni personali, spesso meramente contingenti; che, in particolare, detto reato può essere consumato nell'ambito di un ristretto spazio temporale e senza uso di violenza, e, al tempo stesso, non è necessariamente collegato alla criminalità organizzata, risultando quindi espressivo di un livello di pericolosità non paragonabile a quello insito nell'associazione di stampo mafioso; che, impedendo di tenere conto delle possibili varianti, la norma censurata determinerebbe, dunque, la equiparazione nel trattamento cautelare di situazioni diverse sul piano oggettivo e soggettivo, in violazione del principio di eguaglianza; che la norma genererebbe, altresì, rischi di confusione fra trattamento cautelare, improntato al principio del sacrificio minimo della libertà personale, e trattamento punitivo, avente connotazioni più propriamente retributive, con possibile attribuzione alla cautela di una funzione di anticipazione della pena, in contrasto con l'art. 27 Cost.; che, sotto altro profilo, poi, la Corte europea dei diritti dell'uomo - pronunciando anteriormente alla novella legislativa del 2009, allorquando la speciale disciplina dettata dall'art. 275, comma 3, cod. proc. pen. risultava circoscritta ai soli delitti di tipo mafioso - ha avuto modo di affermare che detta disciplina costituisce una deroga ai principi dettati dall'art. 5 della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali: deroga da ritenere giustificata alla luce delle particolari esigenze legate alla lotta contro i crimini di mafia, valendo la detenzione del soggetto accusato a interrompere i suoi legami con l'ambiente criminale (sentenza 6 novembre 2003, Pantano contro Italia); che analoghi argomenti non potrebbero essere estesi, per le ragioni già indicate, al reato di induzione alla prostituzione di un soggetto minorenne; che ne deriverebbe, dunque, la lesione anche dell'art. 117, primo comma, Cost., nella parte in cui sancisce l'obbligo del legislatore di rispettare i vincoli derivanti dagli obblighi internazionali: parametro rispetto al quale le norme della Convenzione europea dei diritti dell'uomo, nel significato loro attribuito dalla Corte di Strasburgo, costituiscono «norme interposte»; che è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, il quale ha chiesto che la questione sia dichiarata inammissibile, perché avente ad oggetto una norma già dichiarata incostituzionale da questa Corte con la sentenza n. 265 del 2010. Considerato che il Tribunale di Torino, sezione per il riesame, ha sollevato, in riferimento agli artt. 3, 13, 27 e 117, primo comma, della Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell'art. 275, comma 3, del codice di procedura penale, come modificato dall'art. 2 del decreto-legge 23 febbraio 2009, n. 11 (Misure urgenti in materia di sicurezza pubblica e di contrasto alla violenza sessuale, nonché in tema di atti persecutori), convertito, con modificazioni, dalla legge 23 aprile 2009, n. 38, nella parte in cui non consente «la sostituzione della misura della custodia cautelare in carcere con quella degli arresti domiciliari» per la persona raggiunta da gravi indizi di colpevolezza in ordine al delitto di induzione o sfruttamento della prostituzione minorile (art. 600-bis, primo comma, del codice penale); che, successivamente all'ordinanza di rimessione, con la sentenza n. 265 del 2010, questa Corte ha dichiarato l'illegittimità costituzionale della norma censurata, nella parte in cui - nel prevedere che, quando sussistono gravi indizi di colpevolezza in ordine ai delitti di cui agli artt. 600-bis, primo comma, 609-bis e 609-quater cod. pen. , è applicata la custodia cautelare in carcere, salvo che siano acquisiti elementi dai quali risulti che non sussistono esigenze cautelari - non fa salva, altresì, l'ipotesi in cui siano acquisiti elementi specifici, in relazione al caso concreto, dai quali risulti che le esigenze cautelari possono essere soddisfatte con altre misure;