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Signor Presidente, onorevoli colleghi, grazie alla banda larga i nostri dati e le nostre informazioni viaggiano velocemente. Si tratta di una velocità che ci consente di innovare e utilizzare servizi on line pubblici e privati, migliorando, grazie a questi, le nostre vite e i nostri impegni quotidiani. Spostarsi, sentirsi al sicuro, gestire gli acquisti e i pagamenti on line o guardare un video fanno parte di un modo di vivere che viaggia sulla Rete, attraverso le connessioni che abilitano le comunicazioni elettroniche. Abitiamo un'epoca di grandi trasformazioni tecnologiche e sociali che, mentre ci permettono di proiettarci in affascinanti evoluzioni del prossimo futuro, hanno già cambiato radicalmente il nostro presente. Questo scenario, in cui tutti siamo immersi, più o meno consapevolmente, può funzionare ed essere funzionale solo se alla base delle infrastrutture, dei servizi pubblici e privati o dei dati e dei contenuti c'è un sistema affidabile e sicuro. Signor Presidente, colleghi, la sicurezza informatica è un settore cruciale sul quale urge una normativa di sistema. Non basta la banda larga a permettere alle imprese di evolversi e sviluppare nuovi business e ai cittadini di vivere appieno le opportunità del digitale. Per essere efficienti ed efficaci è fondamentale garantire un perimetro di sicurezza all'interno del quale queste informazioni e servizi viaggino in maniera affidabile. È per questo che oggi deliberiamo su come definire le regole e gli interventi per fare in modo che tale perimetro diventi efficace e abilitante per la società digitale. Il primo ostacolo da superare riguarda proprio la consapevolezza che investire in sicurezza fa la differenza per un sistema Paese al passo con le esigenze di uno Stato innovatore. Ecco perché un concetto di saldo zero è in contrasto con i concetti di digitalizzazione e innovazione. Prendiamo ad esempio Singapore, una città Stato con la densità abitativa di Roma. Negli ultimi anni ha scalato le classifiche internazionali, arrivando nel 2017 al primo posto nel Global cybersecurity index, il rapporto dell'ONU che prende in esame gli sforzi nazionali sulla sicurezza informatica di 193 Nazioni. Singapore è un esempio di come investire seriamente nelle politiche di sicurezza informatica consenta a uno Stato di supportare lo sviluppo dei mercati e dei servizi digitali della pubblica amministrazione. Si tratta di un atteggiamento efficace proprio perché nasce dalla consapevolezza delle problematiche esistenti e delle soluzioni da attuare. Traslando questa impostazione alla condizione italiana, la prima consapevolezza che dobbiamo avere è che non si risolvono i rischi legati agli attacchi informatici senza investire seriamente, così come non serve trovare soluzioni che partono da zero e che, quindi, hanno un'efficacia limitata nel breve e medio periodo. Al contrario, c'è bisogno di scelte che valorizzino ed evolvano le eccellenze già presenti nelle amministrazioni italiane, realtà che lavorano quotidianamente per garantire un perimetro di sicurezza alle infrastrutture e ai servizi su cui viaggiano i nostri dati e le informazioni sensibili. Un sistema fortemente sanzionatorio, ma che non prevede strumenti che abilitino le amministrazioni a gestire in maniera strutturata il rischio informatico, non è sicuramente in grado di tutelare le politiche di sicurezza ad ogni livello amministrativo e questa è la seconda consapevolezza che dobbiamo avere. Quello che manca non sono di certo le sanzioni, che finora, anzi, hanno gravato sulle spese delle amministrazioni, senza indurre queste ultime a cambiamenti positivi che facciano leva su strumenti di verifica e di rispondenza ai requisiti emessi dalla norma. Cosa fare, allora? Secondo noi occorre partire dalle eccellenze già presenti nelle amministrazioni italiane e predisporre, ad esempio, strumenti che consentano di valutare e affrontare i rischi legati alla sicurezza informatica per migliorare la sicurezza e l'affidabilità di sistemi, servizi e informazioni. In conclusione, signor Presidente, noi proponiamo la creazione di un national vulnerability database , un archivio nazionale delle vulnerabilità, a partire dagli strumenti di analisi del rischio già a disposizione del settore pubblico, per far crescere le azioni di rientro dai rischi di sicurezza informatica. Il national vulnerability database , l'archivio nazionale delle vulnerabilità, rappresenterebbe senza dubbio il fattore abilitante del perimetro cibernetico di cui stiamo discutendo oggi in quest'Aula e questa sarebbe una garanzia per la nostra sicurezza, per la sicurezza del Paese e di tutti i nostri cittadini. (Applausi dal Gruppo FI-BP) . PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore D'Alfonso. Ne ha facoltà. D'ALFONSO (PD) . Signor Presidente, l'argomento che oggi curiamo nell'istruttoria di competenza dell'Aula è eminentemente politico. Ieri mi sono trovato a dare un contributo anche nella 1 a Commissione permanente, dove abbiamo cercato di fare un'analisi, un'attività di lettura istruttoria che tenesse conto, sia del profilo tecnico che di quello giuridico, all'interno di un quadro di lettura anche politica. Che cosa accade con questo decreto-legge, già istruito alla Camera dei deputati e che, per compiutezza, è rimesso anche al lavoro del Senato? Attraverso un decreto-legge abbiamo il rafforzamento dell'attività istruttoria riferita alla cibernetica, alle telecomunicazioni, stabilendo come valore, in termini naturali, il mantenimento della certezza della sicurezza nazionale informatica. Il bene da presidiare e da assicurare è dunque quello della sicurezza informatica dal punto di vista della sicurezza nazionale. Quali sono le norme a presidio, per fare in modo che la sicurezza nazionale venga garantita? Il riferimento è, innanzitutto, agli articoli 3 e 24 del Trattato sul funzionamento dell'Unione europea, in cui si configura un perimetro dello spazio nazionale, superando la categoria del perimetro statuale nazionale. È già accaduto per quanto concerne la mobilità aerea e qui viene confermato e non poteva che essere così sul piano della infrastrutturazione telematica. Dalla notte dei tempi, lo Stato ha avuto bisogno di confini (ci sarebbero voluti qui adesso illustri componenti di questa Assemblea: penso, ad esempio, al sardo Guido Melis, che ha studiato a fondo le istituzioni politiche, al presidente emerito della Repubblica Francesco Cossiga o, ancora, a Ettore Rotelli e a Gianfranco Miglio, che ci hanno lasciato in testimonianza autorevoli studi sul come lo Stato è nato e come si è garantito). E di quale tipo di confini ha avuto bisogno lo Stato? Di confini naturali, resi tali dalla presenza di forze umane armate in termini tradizionali. Ma basterebbe oggi assicurare la sagoma dei confini dello Stato, coniugando le risorse naturali dell'acqua, dell'altura, della difficoltà di superamento o del numero di forze fisiche umane, per rendere certa l'intangibilità del suolo e addirittura della sovranità? Assolutamente no. In ragione di quello che ha detto a tratti anche la collega Binetti, quando ha affermato che la tecnologia ha superato la forza dei confini naturali (quelli che possono essere considerati tradizionali) di confinare e di difendere. La Regione Lombardia, credo anche a seguito degli utili dibattiti al tempo della Conferenza delle Regioni retta da Vasco Errani, pose nel 2012 il tema del piano regolatore del sottosuolo.