[pronunce]

2.1.1.- In primo luogo, viene richiamato l'art. 50-bis del d.l. n. 66 del 2014, introdotto in sede di conversione, ai sensi del quale «Le disposizioni del presente decreto si applicano alle regioni a statuto speciale e alle province autonome di Trento e di Bolzano secondo le procedure previste dai rispettivi statuti e dalle relative norme di attuazione». Tale disposizione conterrebbe una clausola di salvaguardia, nel cui ambito rientrano le disposizioni censurate, che assicura, secondo il resistente, «il pieno rispetto delle norme statutarie». 2.1.2.- In via subordinata, l'inammissibilità del ricorso deriverebbe dal fatto che «tutte le disposizioni censurate, in ragione del loro contenuto, costituiscono principi fondamentali della finanza pubblica che, come tali, non possono non imporsi a tutti i livelli di governo». 2.1.3.- Infine, il ricorso sarebbe inammissibile per la genericità delle censure. 2.2.- Secondo la difesa statale, inoltre, sarebbe cessata la materia del contendere alla luce dell'accordo in materia di finanza pubblica, sottoscritto tra il Ministero dell'economia e delle finanze e il Presidente della Regione siciliana in data 9 giugno 2014, con il quale sono stati definiti gli impegni per il periodo 2014-2017. 2.3.- Nel merito, il Presidente del Consiglio dei ministri deduce l'infondatezza delle censure. 2.3.1.- La doglianza nei confronti dell'art. 1, comma 11, della legge n. 89 del 2014 sarebbe infondata in quanto, per come formulata, fa riferimento «ad una presunta lesione dell'autonomia finanziaria regionale che non deriva, in via diretta ed immediata, dalla disposizione censurata ma potrà eventualmente originare da futuri decreti legislativi». Inoltre, secondo il resistente, la norma non determina una riduzione delle entrate regionali nel loro complesso, ma introduce un meccanismo di compensazione, volto a «garantire, da un lato, la copertura integrale delle esigenze della spesa regionale e, per altro verso, evitare aumenti della pressione fiscale complessiva a carico dei contribuenti». 2.3.2.- Sarebbe altresì infondata la censura nei confronti dell'art. 50, comma 10, del d.l. n. 66 del 2014, nella versione modificata in sede di conversione, per tre ordini di motivi: sussiste in capo allo Stato la possibilità di disporre dei tributi da esso istituiti, anche se il correlativo gettito sia di spettanza regionale, «purché non sia alterato il rapporto tra complessivi bisogni regionali e mezzi finanziari per farvi fronte»; le disposizioni censurate specificano la finalità erariale delle maggiori entrate, «essendo destinate alla copertura dei nuovi e maggiori oneri per il finanziamento di interventi, volti a soddisfare le particolari finalità contingenti o continuative dello Stato»; il principio di leale collaborazione di cui all'art. 27 della legge 5 maggio 2009, n. 42 (Delega al Governo in materia di federalismo fiscale, in attuazione dell'articolo 119 della Costituzione) non può reputarsi violato, trattandosi di norma ordinaria soggetta alle regole della successione delle leggi nel tempo.1.- Con il ricorso iscritto al n. 66 del registro ricorsi del 2014, la Regione siciliana ha promosso, tra le altre, questioni di legittimità costituzionale dell'art. 1, comma 11, della legge 23 giugno 2014, n. 89 (Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 24 aprile 2014, n. 66, recante misure urgenti per la competitività e la giustizia sociale. Deleghe al Governo per il completamento della revisione della struttura del bilancio dello Stato, per il riordino della disciplina per la gestione del bilancio e il potenziamento della funzione del bilancio di cassa, nonché per l'adozione di un testo unico in materia di contabilità di Stato e di tesoreria), e dell'art. 50, comma 10, del decreto-legge 24 aprile 2014, n. 66 (Misure urgenti per la competitività e la giustizia sociale), convertito, con modificazioni, dall'art. 1, comma 1, della legge 23 giugno 2014, n. 89, per violazione degli artt. 14, 17, 36, 37, 38 e 43 del regio decreto legislativo 15 maggio 1946, n. 455 (Approvazione dello statuto della Regione siciliana), convertito dalla legge costituzionale 26 febbraio 1948, n. 2, e dell'art. 2 del decreto del Presidente della Repubblica 26 luglio 1965, n. 1074 (Norme di attuazione dello Statuto della Regione siciliana in materia finanziaria), nonché del principio di leale collaborazione. La Regione siciliana lamenta la previsione di una illegittima riserva all'erario di maggiori entrate. Più precisamente, la prima disposizione, nella parte in cui prevede la compensazione degli oneri derivanti dall'entrata in vigore dei decreti legislativi di attuazione della delega di cui all'art. 1 della legge 11 marzo 2014 n. 23 (Delega al Governo recante disposizioni per un sistema fiscale più equo, trasparente e orientato alla crescita), realizzerebbe una diminuzione delle entrate spettanti alla regione in violazione delle norme statutarie. La seconda disposizione, laddove dispone che le maggiori entrate derivanti dall'entrata in vigore del d.l. n. 66 del 2014, come convertito, possono essere utilizzate al fine di compensare gli oneri derivanti dai commi precedenti del medesimo articolo, condurrebbe a includere ( attraverso una lettura sistematica delle disposizioni dello stesso decreto ( nel novero delle maggiori entrate riservate allo Stato anche quelle che dovrebbero spettare alla Regione ai sensi delle norme statutarie e delle relative norme di attuazione, quali quelle derivanti dall'imposta sul valore aggiunto in conseguenza di misure adottate ai sensi dello stesso provvedimento (art. 50, comma 11) e dall'aumento al 26 per cento dell'imposta sui redditi di natura finanziaria (art. 3, comma 1). Entrate, quelle indicate, che, se pur di natura tributaria e connotate della qualifica della novità, non soddisfarebbero il requisito della specificazione della loro destinazione. 2.- Riservata a separate pronunce la decisione sulle altre questioni promosse dalla ricorrente, vanno preliminarmente esaminate le eccezioni di inammissibilità sollevate dal Presidente del Consiglio dei ministri. 2.1.- Secondo l'Avvocatura generale dello Stato, il ricorso sarebbe in primo luogo inammissibile alla luce della clausola di salvaguardia contenuta nell'art. 50-bis del d.l. n. 66 del 2014. L'eccezione non può essere accolta. È pur vero che, secondo la costante giurisprudenza di questa Corte, una clausola di tale tenore «non costituisce una mera formula di stile, priva di significato normativo, ma ha la "precisa funzione di rendere applicabile il decreto agli enti ad autonomia differenziata solo a condizione che siano 'rispettati' gli statuti speciali" (sentenza n. 241 del 2012) ed i particolari percorsi procedurali ivi previsti per la modificazione delle norme di attuazione degli statuti medesimi» (sentenza n. 236 del 2013).