[pronunce]

ORDINANZA ha pronunciato la seguentenel giudizio di legittimità costituzionale degli articoli 2 e 20 del decreto legislativo del 28 agosto 2000, n. 274 (Disposizioni sulla competenza penale del giudice di pace, a norma dell'art. 14 della legge 24 novembre 1999, n. 468), promosso con ordinanze del 13 gennaio 2005 dal Giudice di pace di Pattada nel procedimento penale a carico di F.S. ed altra, e del 27 ottobre 2005 dal Giudice di pace di Patti nel procedimento penale a carico di A.M. ed altri, iscritte ai numeri 271 e 595 del registro ordinanze 2005 e pubblicate nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 21, prima serie speciale, dell'anno 2005 e n. 2, prima serie speciale dell'anno 2006. Visto l'atto di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri; udito nella camera di consiglio del 10 gennaio 2007 il Giudice relatore Giovanni Maria Flick. Ritenuto che con l'ordinanza in epigrafe, emessa nel corso di un processo penale nei confronti di persona imputata dei reati di cui agli artt. 581 e 612 del codice penale, il Giudice di pace di Pattada ha sollevato, su eccezione della difesa, questione di legittimità costituzionale, in riferimento agli artt. 3 e 24, secondo comma, della Costituzione, dell'art. 2 del decreto legislativo 28 agosto 2000, n. 274 (Disposizioni sulla competenza penale del giudice di pace, a norma dell'art. 14 della legge 24 novembre 1999, n. 468), nella parte in cui preclude all'imputato il ricorso ai riti alternativi – e, in particolare, al giudizio abbreviato e all'applicazione della pena su richiesta delle parti – nel procedimento davanti al giudice di pace; che, ad avviso del rimettente, la preclusione censurata poggerebbe sul presupposto – «indimostrato ed erroneo» – della maggiore «mitezza» delle eventuali condanne pronunciate in esito a detto procedimento, connessa segnatamente all'esclusione della pena detentiva dal novero delle sanzioni irrogabili dal giudice di pace; che tale valutazione non terrebbe conto, tuttavia, né delle diseguaglianze di fatto esistenti tra le condizioni economiche di coloro che vengono tratti a giudizio, a fronte delle quali è ben possibile che, nell'ottica del non abbiente, una limitata pena detentiva risulti preferibile, e dunque più mite, rispetto ad una pesante pena pecuniaria; né della circostanza che il giudice di pace può comunque applicare sanzioni che incidono sulla libertà personale, quali la permanenza domiciliare e il lavoro di pubblica utilità (artt. 53 e 54 del d.lgs. n. 274 del 2000); che, in simile prospettiva, risulterebbe quindi del tutto ingiustificata la sottrazione all'imputato di strumenti – quali i riti alternativi – che permettono di mitigare la condanna, sia essa a pena pecuniaria o detentiva, emessa nei confronti del non abbiente, «consentendogli di esplicare anche in sede processuale» il «diritto alla difesa»; che la questione sarebbe altresì rilevante, dato che la norma censurata impedirebbe all'imputato nel giudizio a quo di accedere al giudizio abbreviato, pur sussistendone tutti i presupposti; che nel giudizio di costituzionalità è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che la questione sia dichiarata manifestamente inammissibile, per carenza di motivazione in ordine alla rilevanza del quesito, ovvero manifestamente infondata; che con l'ordinanza indicata in epigrafe il Giudice di pace di Patti ha sollevato, su eccezione della difesa, questione di legittimità costituzionale, in riferimento agli artt. 3, 24, secondo comma, e 111, terzo comma, Cost., degli artt. 2, comma 1, lettera f), e 20 del d.lgs. n. 274 del 2000, nella parte in cui, rispettivamente, escludono l'applicazione delle norme relative al giudizio abbreviato nel procedimento davanti al giudice di pace e non prevedono che l'atto di citazione a giudizio davanti al medesimo giudice debba, a pena di nullità, contenere l'avviso che l'imputato, qualora ne ricorrano i presupposti, ha facoltà di chiedere il giudizio abbreviato; che, secondo il giudice a quo, le disposizioni denunciate determinerebbero una irragionevole disparità di trattamento fra l'imputato citato a giudizio davanti al giudice di pace e l'imputato citato davanti al tribunale; che diversamente, infatti, che con riguardo al primo – cui l'art. 2, comma 1, lettera f), del d.lgs. n. 274 del 2000 preclude espressamente il rito abbreviato – con riferimento al secondo l'art. 552 cod. proc. pen. stabilisce che il decreto di citazione a giudizio debba recare, a pena di nullità, l'avviso della facoltà di accedere a forme alternative di definizione del procedimento; che risulterebbe di conseguenza vulnerato anche il diritto di difesa, dato che all'imputato per reati di competenza del giudice di pace verrebbe impedito di scegliere una via processuale diversa e più vantaggiosa rispetto a quella ordinaria; che sarebbe compromesso, infine, l'art. 111, terzo comma, Cost., giacché la mancata previsione dell'obbligo di rendere edotto l'imputato della facoltà di scelta di un rito alternativo gli impedirebbe un esercizio consapevole di tale facoltà. Considerato che le ordinanze di rimessione sollevano analoghe questioni, onde i relativi giudizi vanno riuniti per essere definiti con unica pronuncia; che l'eccezione dell'Avvocatura dello Stato, di inammissibilità della questione sollevata del Giudice di pace di Pattada, non è fondata; che il giudice a quo ha infatti motivato, sia pur sinteticamente, in ordine alla rilevanza della questione, osservando come la norma censurata impedisca all'imputato nel procedimento a quo di accedere al giudizio abbreviato, del quale pure sussisterebbero gli ordinari presupposti; mentre la manifestazione della volontà del giudicabile di richiedere tale rito alternativo appare implicita nel fatto – riferito nell'ordinanza di rimessione – che l'eccezione di illegittimità costituzionale sia stata sollevata dalla difesa; che, nel merito, questa Corte ha già reiteratamente escluso – con specifico riferimento al patteggiamento – che la mancata previsione dei riti alternativi nel procedimento davanti al giudice di pace, risultante dal disposto dell'art. 2, comma 1, del d.lgs. 274 del 2000, possa reputarsi in contrasto con gli artt. 3 e 24, secondo comma, Cost., dichiarando manifestamente infondate le questioni di legittimità costituzionale al riguardo sollevate (ordinanze n. 228 e n. 312 del 2005);