[resaula]

l'interrogante evidenzia inoltre che, come indicato dall'Agenzia delle entrate con risposta all'interpello n. 265 del 14 agosto 2020, il revisore nominato ha l'obbligo di svolgere le normali attività di revisione, nonché di occuparsi della certificazione della documentazione contabile relativa a crediti d'imposta (il caso specifico dell'interpello fa riferimento al credito d'imposta per finalità di "R&S" e non anche al credito d'imposta "Formazione 4.0"); l'obbligo fa venire meno pertanto la possibilità per le imprese beneficiarie dei crediti d'imposta di recuperare il costo del revisore fino ad un massimo di 5.000 euro (art. 1, comma 70, lettera f) , della legge 30 dicembre 2018, n. 145, credito d'imposta R&S, e art. 1, comma 53, della legge 27 dicembre 2017, n. 205, credito d'imposta formazione 4.0); oltretutto le imprese dovrebbero farsi carico anche del costo accessorio della certificazione dei crediti d'imposta che, come indicato dall'Agenzia delle entrate nella circolare n. 8/e del 10 aprile 2019 e richiamato nell'interpello n. 265, riguardano un'attività che non è sovrapponibile a quella che regolarmente svolgono per la certificazione dei bilanci: "si ritiene, stante la natura e le finalità della stessa, che tale attività non possa essere svolta, in analogia con le attività di revisione del bilancio, con criteri di selezione a campione dei documenti o dei contratti da verificare"; l'interrogante evidenzia pertanto come si verrebbe a configurare un "assurdo giuridico", fondato su una situazione premiale, a vantaggio esclusivo delle imprese che non hanno adempiuto nei termini iniziali alla nomina dei revisori, ed una contestuale penalizzazione per le aziende diligenti che invece hanno osservato tale obbligo nei termini inizialmente previsti; questi ultimi soggetti, infatti, oltre al costo relativo all'incarico del revisore che stanno sostenendo dal momento della nomina (il primo bilancio da certificare riguardava l'esercizio 2019), qualora intendano beneficiare dei crediti d'imposta per ricerca e sviluppo R&S o Formazione 4.0, dovranno anche sostenere il costo aggiuntivo per la certificazione delle spese inerenti, senza poter computare tale costo in aggiunta al credito d'imposta maturato (operazione consentita per l'asseverazione del credito da parte di revisori operanti in situazioni di imprese che non abbiano alcun obbligo di nomina del revisore); l'interrogante rileva altresì che in alternativa, oltre al già citato assurdo giuridico, le conseguenze potrebbero ricadere sui revisori stessi, i quali, già incaricati per le funzioni contrattuali che non includenti l'asseverazione relativa ai crediti d'imposta 4.0, si troverebbero nella scomoda condizione di dover assicurare alle imprese parti contrattuali, per una prestazione professionale peraltro di grande responsabilità, senza percepire alcun compenso per un'attività accessoria che, secondo l'eventuale risposta alla presente interrogazione, potrebbero risultare obbligati a svolgere, si chiede di sapere: quali valutazioni di competenza i Ministri in indirizzo intendano esprimere con riferimento a quanto esposto; quale interpretazione intendano inoltre fornire in relazione a quanto sopra, in particolare sulla facoltà per le imprese che hanno già provveduto alla nomina del revisore entro la scadenza originaria del 16 dicembre 2019 ex art. 379 del decreto legislativo n. 14 del 2019, al fine di incaricare, per l'asseverazione del credito d'imposta denominato "Formazione 4.0" (sul quale la citata circolare n. 256 dell'Agenzia delle entrate non si pronuncia), un diverso revisore e consentire di recuperare il relativo costo nel massimale di 5.000 euro sommandolo al credito d'imposta maturato (come attualmente possibile per le imprese che non abbiano ancora osservato l'obbligo giuridico di nomina, in virtù del differimento dei termini). Atto n. 3-02336 DE BERTOLDI Al Ministro dell'economia e delle finanze Premesso che: secondo quanto risulta da un documento in possesso dell'interrogante, il Ministero dell'economia e delle finanze, attraverso la Ragioneria generale dello Stato, ha inviato al Ministero del lavoro e delle politiche sociali e al Ministero della giustizia una nota nella quale si riporta l'invio, in data 17 giugno 2020, del bilancio d'esercizio 2019 della cassa nazionale di previdenza e assistenza forense, approvato dal comitato nazionale dei delegati; il documento rileva inoltre che, in relazione alle misure di contenimento della spesa, la medesima cassa ha esercitato per l'esercizio 2019 l'opzione prevista, ex articolo 1 della legge n. 147 del 2013 (legge di stabilità per il 2014), successivamente modificato dall'articolo 50, comma 5, del decreto-legge n. 66 del 2014, provvedendo al versamento di 1.203.260,62 euro al bilancio dello Stato, pari al 15 per cento dei consumi intermedi del 2010, imputato alla voce "oneri diversi di gestione"; tra i crediti dell'attivo circolante, evidenzia ancora la nota, si rileva che è stato iscritto l'importo di 1.068.238 euro a titolo di credito nei confronti dello Stato, conseguente all'istanza che la cassa ha inviato allo stesso Ministero, al fine di ottenere la ripetizione delle somme versate al bilancio dello Stato (anni 2012-2013), ai sensi di quanto disposto dall'articolo 8, comma 3, del decreto-legge n. 95 del 2012, dichiarato parzialmente illegittimo dalla Corte costituzionale, con la sentenza n. 7 del 2017; la sentenza sulla legittimità costituzionale della disposizione normativa del decreto-legge n. 95 del 2012, recante "Disposizioni urgenti per la revisione della spesa pubblica, con invarianza dei servizi ai cittadini, nonché misure di rafforzamento patrimoniale delle imprese del settore bancario", conferma la declaratoria di incostituzionalità del citato comma 3 dell'articolo 8, nella parte in cui impone che le somme derivanti dalle riduzioni di spesa previste, siano versate annualmente "dalla Cassa Nazionale di previdenza e assistenza per i dottori commercialisti, ad apposito capitolo di entrata del bilancio dello Stato"; in considerazione dello stretto tenore letterale del dispositivo, la nota della Ragioneria generale dello Stato evidenzia che non può non sottolinearsi come la Corte medesima abbia espressamente limitato l'incostituzionalità della norma nei soli riguardi della CNPADC (emettendo una sentenza "interpretativa" di accoglimento, con formula di illegittimità costituzionale parziale della normativa impugnata che, pertanto, non riguarderebbe la totalità degli enti previdenziali privatizzati); la pronuncia di incostituzionalità non espunge nella sostanza dall'ordinamento giuridico la norma in contestazione ex tunc , con effetto erga omnes , cosa che sarebbe avvenuta solo qualora la formula di incostituzionalità avesse recato una pronuncia riferita a tutti gli enti previdenziali privatizzati;