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Lo «sforzo» dello stato centrale sembra molto meno oneroso dato che il suo ruolo sembra invece essere solo quello di concedere risorse, tra l'altro non a regime, perché non si tratta di una misura strutturale, quindi ogni anno l'efficacia e la reale portata della misura resteranno un'incognita. La vera misura di contrasto alla povertà: il reddito di cittadinanza La povertà e l'esclusione sociale costituiscono violazioni della dignità umana e dei diritti umani fondamentali. L'ISTAT stima che le famiglie residenti in Italia in condizioni di povertà assoluta siano pari a 1.582.000 e gli individui a 4.598.000 (il numero più alto dal 2005 a oggi). Secondo le rilevazioni ISTAT la povertà relativa risulta stabile nel 2015 in termini di famiglie (2.678.000, pari al 10,4 per cento delle famiglie residenti rispetto al 10,3 per cento del 2014) mentre aumenta in termini di persone (8.307.000, pari al 13,7 per cento delle persone residenti rispetto al 12,9 per cento del 2014). Il tasso di disoccupazione generale è del 12 per cento e quello di disoccupazione giovanile risulta pari al 40,1 per cento. Inoltre la percentuale di inattivi è pari al 34,8 per cento. In un mercato del lavoro destinato, come abbiamo visto, a diventare sempre più flessibile, l'unica misura che permetterebbe di avere una continuità economica per i periodi in cui non c'è occupazione e con reali effetti positivi innanzitutto per i lavoratori, ma anche per il mercato stesso per l'economia e per i consumi, è il reddito di cittadinanza. Il Movimento 5 Stelle è stata la forza politica che più coerentemente ha sostenuto, in questa legislatura, l'introduzione anche nell'ordinamento italiano di una misura di sostegno al reddito denominata «Reddito di cittadinanza» presentando un apposito disegno di legge in ciascun ramo del Parlamento (AS 1148, AC 2723). Tuttavia l' iter del provvedimento, e dei disegni di legge connessi, presso la Commissione 11ª del Senato, iniziato il 7 gennaio 2015, è stato di fatto bloccato all'inizio del 2016. Una scelta chiaramente dettata dalla volontà del Governo e della maggioranza di impedire un serio ed approfondito dibattito parlamentare in merito alla tematica del reddito di cittadinanza, aggirando l'ostacolo con la presentazione di un disegno di legge, quello in esame, che, come sottolineato più volte, appare totalmente differente sia come impostazione sia come possibili ricadute. Nel suo progetto di legge il Movimento 5 Stelle ha sostenuto, in particolare, la necessità dei seguenti punti: -- la misura deve essere condizionata alla soglia di rischio di povertà (AROPE) elaborata da EUROSTAT, la soglia di rischio di povertà è fissata al 60 per cento del reddito disponibile equivalente mediano nazionale; -- i regimi di reddito minimo dovrebbero assicurare l'erogazione di un reddito al di sopra della soglia di povertà, prevenire le situazioni di grave privazione materiale e far uscire le famiglie da tali situazioni; -- i regimi di reddito minimo devono essere integrati in un approccio strategico orientato all'integrazione sociale, che preveda sia misure generali sia politiche mirate relative ad alloggi, assistenza sanitaria, istruzione e formazione e servizi sociali, al fine di aiutare le persone a uscire dalla povertà e ad adoperarsi per l'accesso al mercato del lavoro poiché il reale obiettivo dei regimi di reddito minimo non sia semplicemente assistere, ma soprattutto sostenere i beneficiari a passare da situazioni di esclusione sociale a una vita attiva; -- è necessario definire appropriati criteri di ammissibilità per beneficiare di un adeguato regime di reddito minimo; -- per contrastare in modo efficace la «trappola della povertà» l'efficienza delle misure di sostegno al reddito, di contrasto della povertà e dell'esclusione sociale deve fortemente condizionata dagli investimenti nelle politiche attive del lavoro e in particolare nei servizi sociali e nei servizi per l'impiego pubblici; -- per le persone in età lavorativa tali prestazioni prevedono l'obbligo della partecipazione a reali misure attive di sostegno per incoraggiare l'inserimento o reinserimento nel mercato del lavoro, quali percorsi di formazione e riqualificazione professionale, ricerca attiva del lavoro, percorsi di accompagnamento all'inserimento lavorativo. In riferimento agli ultimi due punti il Movimento 5 Stelle, attraverso la proposta di introduzione del reddito di cittadinanza, propone anche una seria riforma dei CPI nell'ottica di rendere pienamente operativi tali organi statali, già esistenti, ma scarsamente efficienti, e renderli quindi finalmente produttivi. L'efficacia delle misure di cui all'AS 1148 è state riconosciuta dall'ISTAT, il quale nella memoria depositata in occasione della audizione il 15 giugno 2015 presso la Commissione 11ª del Senato scrive: «La proposta in esame presenta alcune caratteristiche ritenute auspicabili per questo tipo di provvedimenti, in particolare: i) è definita a livello familiare, per tener conto sia dei maggiori bisogni sia delle economie di scala consentite dalla condivisione delle spese nelle famiglie numerose; ii) copre in parte la differenza fra una soglia minima di intervento e il reddito familiare; iii) ripartisce il sussidio fra i diversi componenti della famiglia (attribuendolo a specifici beneficiari), al fine di tutelare sia l'autonomia di spesa degli individui per quanto riguarda le spese strettamente personali (per esempio l'abbigliamento), sia il loro potere decisionale ( power spending) sulle spese comuni della famiglia (per esempio l'affitto); iv) il beneficio diminuisce gradualmente al crescere del reddito, in modo da evitare che ad ogni minimo incremento del reddito corrisponda una riduzione del sussidio di pari importo (o addirittura maggiore), e per contenere i disincentivi all'offerta di lavoro (trappola della povertà). [...] Secondo i risultati della simulazione [circa l'applicazione del reddito di cittadinanza], non vi è dispersione [di risorse] a favore dei non poveri, essendo la spesa interamente destinata a 2 milioni e 759 mila famiglie con un reddito inferiore alla linea di povertà (10,6 per cento delle famiglie residenti in Italia). Di queste, la maggior parte (2 milioni e 640 mila) ha un reddito inferiore all'80 per cento della linea di povertà relativa calcolata sui redditi con la metodologia europea. Per effetto della misura, le risorse economiche delle famiglie beneficiarie aumentano in misura significativa in relazione inversa rispetto al reddito. Il beneficio medio è massimo, pari a circa 12 mila euro annui, per le 390 mila famiglie in condizioni di povertà più grave (che dispongono di un reddito inferiore al 20 per cento di quello della linea di povertà) e si riduce a meno di 200 euro per le 120 mila famiglie che hanno un reddito superiore all'80 per cento della linea di povertà. La misura tende a costituire una rete di protezione sociale "compatta", compensando eventuali insufficienze del sistema di welfare . Favorisce il contrasto alla povertà minorile e a quella dei giovani che vivono soli.