[pronunce]

carattere di fronte al quale la giurisprudenza costituzionale (e, in particolare, la sentenza n. 18 del 1989) aveva escluso che l'originario impianto della legge n. 117 del 1988 si esponesse a rilievi sul piano della legittimità costituzionale. La formula «travisamento del fatto o delle prove» - evidentemente non riferibile alle ipotesi dell'affermazione o della negazione di un fatto incontrastabilmente escluso o emergente dagli atti del procedimento, già originariamente contemplate dalla legge n. 117 del 1988 e da essa tuttora menzionate - risulterebbe, infatti, generica ed ambigua, apparendo idonea a ricomprendere un numero indefinito di casi e prestandosi, perciò, a letture soggettive e opinabili. L'ipotesi di responsabilità in questione rischierebbe, quindi, di instaurare «una sorta di "contro-processo"», sovrapponendo al giudizio del giudice naturale precostituito per la definizione della controversia quello di altro giudice, con sostanziale soppressione della clausola di salvaguardia pure formalmente ribadita dall'art. 2, comma 2, della legge n. 117 del 1988, volta a tutelare «l'indipendenza del giudice nel cuore della propria attività» (quella di valutazione del fatto e delle prove). La norma censurata violerebbe anche il «principio di legalità» desumibile dalle previsioni degli artt. 28 e 101 Cost., in forza del quale dovrebbe essere il legislatore a stabilire in quali casi il giudice è civilmente responsabile. Con l'adozione di formule così generiche quale quella censurata, il predetto compito verrebbe, di fatto, delegato al giudice dell'azione risarcitoria, con conseguente rischio di affermazioni di responsabilità basate semplicemente sulla mancata condivisione dei criteri valutativi e interpretativi applicati nel giudizio che si assume produttivo di danno. Sarebbero violati, ancora, i principi di indipendenza ed autonomia del giudice «di cui agli artt. 101-113 Cost.». La mera possibilità che il giudice sia sottoposto ad azione di rivalsa per aver "travisato" il materiale probatorio o il fatto genera il pericolo che egli sia indotto a scegliere, tra più opzioni disponibili, non quella ritenuta più giusta, ma quella che appare «meno rischiosa», favorendo così - in contrasto con il principio del libero convincimento - «atteggiamenti remissivi o conformisti». In questo modo, il giudice verrebbe anche privato - in contrasto con l'art. 111 Cost. - della sua terzietà, perdendo la propria necessaria "indifferenza" rispetto alle parti e alla causa. Il timore di pregiudizi personali lo porterebbe, infatti, «istintivamente» ad adottare soluzioni "accomodanti", tanto più quando taluna delle parti vanti particolari risorse economiche od ostenti «atteggiamenti audaci ovvero velatamente minacciosi». Il pericolo di condizionamenti non è escluso dal fatto che, in base alla norma denunciata, l'azione di rivalsa deve essere esercitata solo se il travisamento del fatto o delle prove siano stati determinati da dolo o da «negligenza inescusabile». Tale condizione non è, infatti, prevista dall'art. 2, comma 3, della legge n. 117 del 1988, nel testo vigente, ai fini della proponibilità dell'azione risarcitoria nei confronti dello Stato. Di conseguenza, il mero risarcimento del danno per ritenuto travisamento assoggetterebbe il giudice alla decisione del Presidente del Consiglio dei ministri di attivare l'azione di rivalsa, potendo ogni ulteriore valutazione dell'elemento soggettivo rilevare in tale sede. In ogni caso, il presunto travisamento potrebbe attenere ad una attività di valutazione che il giudice ha svolto con perfetta consapevolezza, nell'adempimento del suo dovere di decidere secondo il proprio convincimento: sicché egli potrebbe essere chiamato a rispondere addirittura per aver travisato il fatto con dolo. Per superare gli esposti rilievi non si potrebbe far leva sugli indirizzi della giurisprudenza comunitaria, secondo i quali l'esclusione della responsabilità civile, nei casi di danno determinato da un'errata interpretazione di norme di diritto o di valutazione del fatto o delle prove, non è compatibile con il diritto dell'Unione europea. L'affermazione riguarda, infatti, la sola responsabilità dello Stato e non investe la responsabilità del singolo giudice, rispetto alla quale, anzi, lo stesso Comitato dei ministri del Consiglio d'Europa - con la raccomandazione CM/Rec(2010) 12 del 17 novembre 2010 - ha sollecitato gli Stati aderenti ad evitare aggravamenti suscettibili di minacciare un esercizio della funzione giurisdizionale conforme ai principi dello Stato di diritto. Le limitazioni apposte dalla legge n. 18 del 2015 alla clausola di salvaguardia («Fatti salvi i commi 3 e 3-bis») sarebbero quindi giustificabili in rapporto alla responsabilità dello Stato, ma non in relazione alla responsabilità del giudice. 3.3.- Il Tribunale etneo dubita, altresì, della legittimità costituzionale dell'art. 3, comma 2, della legge n. 18 del 2015, che abroga l'art. 5 della legge n. 117 del 1988. L'eliminazione, «senza [...] appositi bilanciamenti», del filtro di ammissibilità sulla domanda risarcitoria previsto dalla norma abrogata violerebbe i principi di ragionevolezza (art. 3 Cost.) e di indipendenza e autonomia della magistratura (artt. «101-113» Cost.). In occasione dello scrutinio dell'impianto originario della legge n. 117 del 1988, la Corte costituzionale aveva, infatti, posto in rilievo come il meccanismo fosse indispensabile al fine di garantire i valori costituzionali evocati, ponendo al riparo il magistrato da azioni temerarie e intimidatorie (sentenze n. 468 del 1990 e n. 18 del 1989). La soppressione del filtro non potrebbe essere logicamente giustificata con la supposizione che l'istituto abbia favorito, in passato, atteggiamenti «di tipo corporativo», posto che analoghi atteggiamenti potrebbero, comunque sia, manifestarsi, dopo la sua scomparsa, nelle sedi di merito. L'intervento sarebbe contrario, per converso, alle esigenze di deflazione e di efficienza del sistema, creando fenomeni di congestione degli uffici giudiziari competenti sulle domande risarcitorie. Nell'attuale sistema, d'altro canto, qualsiasi domanda risarcitoria, indipendentemente dalla sua fondatezza, esporrebbe il giudice a pregiudizi di carattere non patrimoniale, dovendo egli preoccuparsi di predisporre un'adeguata difesa, eventualmente già come interveniente nel giudizio risarcitorio ai sensi dell'art. 6 della legge n. 117 del 1988. Di qui un ulteriore possibile stimolo a scelte accomodanti e arrendevoli.