[pronunce]

che, ad avviso del rimettente, una simile configurazione dei poteri del giudice del riesame – limitando la funzione giurisdizionale di quest'ultimo alla sola verifica della astratta configurabilità del reato ipotizzato dall'accusa a fondamento della cautela reale – non consentirebbe un effettivo «controllo di legalità» sulla misura, alterando così la condizione di parità delle parti e compromettendo, in pari tempo, la terzietà del giudice; che la questione proposta finisce, tuttavia, per risolversi in una impropria richiesta, a questa Corte, di “interpretazione” del principio di diritto che il rimettente è chiamato ad applicare, come dimostra anche il carattere meramente “discorsivo” del petitum, insuscettibile di tradursi nei contenuti necessariamente specifici di una «pronuncia additiva» di illegittimità costituzionale; che il rimettente non si adopera, in effetti, per ricercare un'interpretazione di detto principio conforme a quella che il rimettente stesso reputa essere una lettura “costituzionalmente orientata” dei poteri dell'organo del riesame; che il giudice a quo assume, difatti, in modo del tutto apodittico, che – per effetto del vincolo scaturente dalla regula iuris enunciata dalla Corte di legittimità – il proprio potere giurisdizionale resterebbe circoscritto ad un riscontro, puramente “estrinseco” e “cartolare”, dei presupposti di adozione del sequestro preventivo, senza alcuna possibilità di verificare se, nel caso concreto, «sia ravvisabile il fumus del reato prospettato dall'accusa»; che, in realtà – alla luce delle indicazioni della stessa ordinanza di rimessione – il principio di diritto, cui il giudice a quo è tenuto ad uniformarsi, si limita a fissare, nel solco di un risalente e consolidato indirizzo giurisprudenziale, la preclusione, per il giudice del riesame delle cautele reali, di un accertamento sul merito dell'azione penale, nella precipua ottica di evitare un sindacato sulla concreta fondatezza dell'accusa compiuto nella fase delle indagini preliminari; che, più in particolare, il nucleo centrale del principio in parola – per quel che espone lo stesso giudice a quo – non si discosta dal tradizionale (e incontestato) rilievo secondo il quale, riguardo alle misure cautelari reali, non è richiesto il presupposto della gravità indiziaria, postulato, invece, in tema di cautele personali, in correlazione alla diversità – pure di rango costituzionale – dei valori coinvolti; che una simile ratio si riflette anche sulla ampiezza del sindacato giurisdizionale relativo alla verifica della “base fattuale” richiesta per l'adozione delle misure cautelari: valendo il paradigma della “elevata probabilità di responsabilità” nel caso delle misure cautelari personali; ed il diverso metro del “fumus commissi delicti” in tema di sequestri: e ciò tenuto conto anche del fatto che il nesso di pertinenzialità che, ai fini dell'applicabilità della cautela, deve sussistere tra oggetto del sequestro e reato, può prescindere – secondo il corrente indirizzo giurisprudenziale – da qualsiasi profilo di responsabilità del titolare del bene sequestrato; che, in questa prospettiva, il principio di diritto de quo non risulta dunque prescrivere soltanto un controllo meramente “cartolare” e formale; né, correlativamente, esso risulta impedire – negli ovvi limiti, dianzi ricordati, propri del giudizio di riesame delle misure cautelare reali – la verifica, «nel singolo caso concreto», del «fumus» del reato ipotizzato dall'accusa, come risulta evidente, nella specie, dall'esplicito riferimento del principio di diritto stesso alla rilevabilità del difetto di elemento soggettivo, purché «ictu oculi»; che la mancata verifica, da parte del rimettente, delle effettive preclusioni scaturenti dal principio di diritto affermato nella sentenza rescindente rende, pertanto, la questione manifestamente inammissibile. Visti gli artt. 26, secondo comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87, e 9, comma 2, delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale.. . per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE dichiara la manifesta inammissibilità della questione di legittimità costituzionale dell'art. 324 del codice di procedura penale, sollevata, in riferimento all'art. 111, secondo comma, della Costituzione, dal Tribunale di Parma con l'ordinanza indicata in epigrafe. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 18 aprile 2007. F.to: Franco BILE, Presidente Giovanni Maria FLICK, Redattore Roberto MILANA, Cancelliere Depositata in Cancelleria il 4 maggio 2007. Il Cancelliere F.to: MILANA