[pronunce]

d) la suddetta disposizione va interpretata, invece, nel senso che sono indeducibili i costi comunque «riconducibili» alla condotta criminosa; e) compete al giudice tributario l'accertamento, incidenter tantum, della penale rilevanza del fatto (posto che l'accertamento del giudice penale non fa stato nel giudizio tributario e che pertanto, per l'indeducibilità dei costi, non è richiesto dalla legge un giudicato penale di condanna); f) nella specie, risulta realizzato sotto il profilo materiale e psicologico il reato di cui all'art. 2 del d.lgs. n. 74 del 2000, oltre che il reato previsto dallo stesso decreto legislativo all'art. 8 (emissione o rilascio di fatture o altri documenti per operazioni - soggettivamente - inesistenti, al fine di consentire a terzi l'evasione delle imposte sui redditi o sul valore aggiunto); g) la necessaria applicazione, nel giudizio principale, della disposizione censurata comporta la rilevanza delle sollevate questioni; che è intervenuto nel giudizio di legittimità costituzionale il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che le questioni siano dichiarate inammissibili o infondate; che l'inammissibilità delle questioni viene eccepita sotto il profilo che l'indeducibilità dei costi da reato deriva, prima ancora che dalla disposizione denunciata, dai princípi giuridici applicabili all'ipotesi - oggetto del giudizio principale - della cosiddetta "frode carosello", cioè all'ipotesi di una serie di cessioni preordinata a consentire che uno degli operatori debitori dell'IVA ometta di versarla alle autorità fiscali per poi scomparire; che secondo il Presidente del Consiglio dei ministri, infatti, dalle sentenze della Corte di cassazione n. 9138 del 2010 (relativa all'anno d'imposta 1996) e n. 1737 del 2009 (relativa all'anno d'imposta 1991) si evince che anche prima dell'entrata in vigore della disposizione denunciata (1° gennaio 2003) vigeva il principio dell'illegittimità della deduzione di un costo derivante da un'operazione posta in essere mediante un comportamento penalmente illecito; che, sull'assunto che i costi sostenuti in una fattispecie di "frode carosello" sarebbero indeducibili anche in assenza della disposizione impugnata - meramente ricognitiva di un principio giuridico preesistente -, la difesa dello Stato conclude per l'irrilevanza delle questioni; che l'infondatezza delle medesime questioni viene sostenuta sotto il profilo che la norma denunciata, contrariamente a quanto affermato dal rimettente, non ha natura sanzionatoria, ma costituisce espressione della discrezionalità del legislatore nel disciplinare la deducibilità dei costi; che il Presidente del Consiglio dei ministri afferma al riguardo, in particolare, che: a) l'indeducibilità dei costi da reato è disposta al fine di impedire possibili evasioni fiscali e di tutelare l'interesse pubblico alla riscossione dei tributi e, perciò, non contrasta con l'art. 53 Cost. (viene citata la sentenza della Corte costituzionale n. 201 del 1970, riguardante una norma relativa all'indeducibilità di costi non fatti oggetto di apposite registrazioni); b) la norma censurata costituisce applicazione del principio generale dell'ordinamento secondo cui dall'esercizio di un'attività illecita non possono conseguirsi vantaggi; c) in base a tale principio generale, la Corte di cassazione ha ritenuto che gli immobili costruiti abusivamente non sono suscettibili di indennizzo (sentenza delle sezioni unite n. 11730 del 2010; sentenze n. 26260 del 2007, n. 25523 del 2006, n. 5046 del 2002) e la Commissione europea ha affermato che (come raccomandato dall'OCSE nell'aprile 1996 e come sottolineato nella comunicazione della stessa Commissione del 21 maggio 1997 sulla politica dell'Unione contro la corruzione) il costo rappresentato dalle tangenti è indeducibile (risposta della Commissione all'interrogazione scritta E-1716/00, pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale delle Comunità europee 20 marzo 2001 n. 089 E); d) la medesima norma impugnata è ragionevole, perché, ove fosse consentita la deducibilità del costo da reato da parte dell'acquirente a fronte della tassabilità del ricavo per il venditore, tale «simmetria» si verrebbe «a spezzare [...] in tutti i casi in cui quest'ultimo non viene assoggettato ad imposta», come quando, nelle "frodi carosello", la cosiddetta "cartiera" interposta scompare dopo poco tempo, senza aver versato il tributo. Considerato che, con ordinanza dell'11 aprile 2011, la Commissione tributaria regionale del Veneto, sezione staccata di Verona, dubita della legittimità del comma 4-bis dell'art. 14 della legge 24 dicembre 1993, n. 537 (Interventi correttivi di finanza pubblica), aggiunto dal comma 8 dell'art. 2 della legge 27 dicembre 2002, n. 289 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato - legge finanziaria 2003), in forza del quale: «Nella determinazione dei redditi di cui all'articolo 6, comma 1, del testo unico delle imposte sui redditi, di cui al decreto del Presidente della Repubblica 22 dicembre 1986, n. 917, non sono ammessi in deduzione i costi o le spese riconducibili a fatti, atti o attività qualificabili come reato, fatto salvo l'esercizio di diritti costituzionalmente riconosciuti»; che, ad avviso del giudice rimettente, il comma censurato víola: a) gli artt. 3, 25, 27 e 97 della Costituzione, perché: a.1) non è ragionevole che un prelievo tributario, per sua natura fondato sul principio di solidarietà, abbia una connotazione sanzionatoria derivante dall'indeducibilità di costi effettivamente sostenuti; a.2) la sanzione è irrazionale ed arbitraria; a.3) una sanzione pecuniaria con un ammontare indeterminato nel minimo e nel massimo, non proporzionato alla gravità dell'illecito, in quanto influenzato da fattori casuali (come il diverso rapporto tra costi e ricavi nei vari settori commerciali) e, quindi, indipendente dall'entità dell'imposta evasa, si pone in contrasto con i princípi costituzionali di legalità e di offensività; b) l'art. 27, primo comma, Cost., perché, in contrasto con il principio di personalità della responsabilità penale, determina una conseguenza sanzionatoria automatica ed oggettiva a carico degli enti persone giuridiche per le condotte penalmente rilevanti dei propri amministratori o legali rappresentanti alle quali siano riconducibili costi o spese di esercizio rivolti ad obiettivo vantaggio della persona giuridica;