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La pandemia ci ha colpito in maniera così forte perché la nostra era ed è ancora una società troppo fragile e troppo divisa da ingiustizie e diseguaglianze. Abbiamo bisogno di riforme, non fini a se stesse, ma che raccolgano le istanze sociali, che correggano le storture che la pandemia ha mostrato impietosamente. Storture che sono un fatto politico, a cui dobbiamo dare una risposta politica, cambiando le cose rispetto a come erano prima, costruendo un nuovo modello di sviluppo che metta al centro la persona e il lavoro proprio nel momento in cui la rivoluzione delle tecnologie, degli algoritmi, dell'intelligenza artificiale reclama l'esigenza di un ruolo più forte della politica per dare voce a chi è invisibile o a chi si percepisce come invisibile. Ci sono, infatti, lavori e ci sono vite intere che per le nostre leggi è come se non esistessero. Uno di questi è il lavoro creativo e culturale delle arti performative e dello spettacolo. La pandemia ha colpito più duramente su questo terreno perché questo mondo, così complesso e frammentato, non solo è stato chiuso per un tempo molto lungo, ma perché è anche più esposto, più fragile e più ingiusto. Un mondo, che non appena è riemerso dal lockdown , è sceso in piazza. Nelle tante manifestazioni c'erano cartelli con su scritto: «siamo invisibili, ma indispensabili». Noi abbiamo ascoltato questo mondo in questi mesi e con loro abbiamo scritto disegni di legge che stanno andando avanti. Eppure intorno a noi continua a essere un momento non solo difficile, ma per tantissimi drammatico con il rischio di perdere intere generazioni di artisti e di tecnici. Li cito insieme perché è un unico mondo, un'unica filiera. C'è una dispersione professionale che costa moltissimo al nostro Paese, perché cultura e spettacolo sono la rappresentazione dell'Italia nel mondo e sono allo stesso tempo un formidabile moltiplicatore di sviluppo, crescita economica e occupazionale, idee, futuro, legami e coesione sociale. Sono una delle forme vitali e indispensabili della nostra democrazia; è l'Italia, amata e riconosciuta nel mondo per le sue arti. Eppure tutto ciò ha un prezzo alto e spesso inaccettabile, perché poggia sul vuoto del mancato riconoscimento professionale di questi lavori. È per questo che chiediamo di introdurre finalmente in Italia uno statuto sociale dei lavori delle arti performative e creative che riconosca a tutti tutele in caso di malattia e di maternità, che riconosca assicurazioni, previdenza e la possibilità di crescere la possibilità per il lavoro creativo di diventare impresa culturale e creativa, con dei sostegni specifici. L'emergenza non finirà finché non avremo cambiato un sistema che oggi è ingiusto. L'emergenza c'era già prima della pandemia, ma si faceva finta di non vederla. Per far cessare l'emergenza non bastano misure tampone, misure una tantum , che pure sono importanti nell'immediato, ma che rischiano di essere un sostegno conservativo che alla fine avvantaggia chi è già più forte. Serve, invece, una riforma strutturale che innanzitutto riconosca tutte le professioni (in un mondo che sta cambiando continuamente per le innovazioni digitali e in cui si affermano nuovi lavori e nuove tipologie) per fare in modo che nessuno rimanga fuori da un sistema universale di tutele. E per farlo la prima urgenza è riconoscere finalmente il carattere discontinuo del lavoro creativo; discontinuo perché l'arte e la tecnica artistica, per compiersi, hanno bisogno di un tempo di studio, di ricerca, di azione, di preparazione, di aggiornamento professionale. Questo tempo preparatorio è un lavoro, va riconosciuto come lavoro e va remunerato. Oggi, in questa legge di bilancio c'è un primo passo, un fondo di 70 milioni di euro; è un primo passo, anche se non ancora sufficiente, perché servono e serviranno molte più risorse. Però è un primo riconoscimento delle istanze di questi mesi e noi proveremo a indirizzarlo subito, già nella discussione della legge delega (che è in corso), verso la creazione di una vera e propria indennità di discontinuità che sia strutturale e che sia perno per misure universali di welfare per tutte le tipologie contrattuali, sia autonome che subordinate, che sia perno per riconoscere finalmente a tutti i lavoratori del settore creativo la possibilità di avere un trattamento pensionistico. Oggi per un lavoratore dello spettacolo è difficilissimo raggiungere i requisiti per il diritto alla pensione, a causa di un effetto distorsivo e di norme capestro, per cui accade che il fondo dei lavoratori dello spettacolo presso l'INPS abbia un avanzo patrimoniale di 5 miliardi e 400 milioni. Noi diciamo: utilizziamo! Perché sono risorse frutto dei contributi dei lavoratori dello spettacolo e delle arti performative; queste risorse vanno redistribuite ai lavoratori dello spettacolo in termini di misure di welfare universali. Noi pensiamo che intorno al riconoscimento del lavoro, che è la prima riforma e che deve essere il centro di questa nuova progettualità, altri tasselli poi debbano marciare insieme. Per questo deve affiancarsi la legge che abbiamo proposto a sostegno delle imprese, dei luoghi e degli spazi della cultura e dello spettacolo. Pensiamo ai live club , ai piccoli teatri di prossimità e di quartiere, ai centri culturali; c'è anche qui il riconoscimento di un sistema imprenditoriale e produttivo, ma insieme il riconoscimento di una rete di comunità e di presidio sociale che cambia vite e che tiene in piedi quartieri e città. Questa, Presidente, è una sfida tutta politica; non è una vertenza di categoria, ma è una sfida decisiva per l'intero sistema Paese, se è vero (ed è vero) che il mondo nuovo che vogliamo costruire dopo la pandemia dovrà essere quello in cui crescita e inclusione non sono più distinte, ma stanno insieme, perché non potrà esserci ripresa economica senza una visione politica, non potrà esserci protezione senza emancipazione. Questo lo dobbiamo in particolare alle nuove generazioni e a chi di più sta pagando questa crisi. Per fare in modo che mai più nessuno si senta e sia invisibile. (Applausi) . PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Fenu. Ne ha facoltà. FENU (M5S) . Signor Presidente, vorrei innanzitutto ringraziare tutti coloro che in questi ultimi giorni e in queste ultime notti hanno lavorato senza sosta per portare a termine l'esame degli emendamenti al disegno di legge di bilancio: gli uffici dei Ministeri, che hanno lavorato ai pareri e alle riformulazioni, anche se non sempre ci sono piaciute, anche se qualche emendamento, come quello a prima firma del collega senatore Floris sui lavoratori di Air Italy, ha avuto parere contrario (questa non è stata una bella notizia), anche se sulla rottamazione- ter e sulle rate scadute e non pagate il 14 dicembre non è stato fatto nulla, nonostante gli ordini del giorno presentati al decreto fiscale e nonostante tanti contribuenti non siano riusciti ad adempiere nei termini. Ringrazio i colleghi della Commissione bilancio, il presidente Pesco, i relatori, i Capigruppo e tutti i membri del Governo che hanno partecipato alle sedute. Sì, è vero, sono stati approvati diversi emendamenti localistici, settoriali, talvolta definiti in altro modo, spesso denigratorio, ma non sono tutti emendamenti da denigrare, né da sminuire nella loro importanza.