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Normativa sulle unioni civili e sulle unioni di mutuo aiuto. Onorevoli Senatori. -- Riproponiamo il medesimo disegno di legge gia presentato nella XV legislatura (AS 1208) prima firmataria la senatrice Maria Luisa Boccia. Dopo un lungo e approfondito dibattito avvenuto in commissione Giustizia del Senato, che era arrivata a redigere un testo unificato sulla materia in oggetto, l' iter legislativo è stato interrotto dalla fine anticipata delle legislatura. Il presente disegno di legge intende riconoscere normativamente uno statuto essenziale e «leggero» di diritti, doveri e disciplina giuridica alle forme di convivenza non basate sul vincolo matrimoniale. Si tratta in primo luogo di eliminare gli effetti socialmente pregiudizievoli di un'irragionevole discrasia tra la realtà sociale (che in Italia conta più di un milione e duecentomila unioni di fatto) e la disciplina giuridica, che come noto prevede esclusivamente il matrimonio quale forma giuridicamente rilevante di convivenza. Al punto che le forme di convivenza non fondate sull'istituto matrimoniale vengono significativamente definite «unioni di fatto», come tali irrilevanti ai fini giuridici. Tuttavia, questa lacuna normativa determina effettivamente irragionevoli disparità di trattamento ed ipotesi di vera e propria denegatio tutelae nei confronti dei conviventi more uxorio tanto più nel contesto di unioni di carattere omosessuale, oggetto di inammissibili discriminazioni, tali da rendere improrogabile l'introduzione di una disciplina giuridica adeguata alla realtà sociale. Si pensi, a titolo di esempio, che conviventi anche di lunga data sono privati del diritto di visita o di assistenza al partner gravemente malato, in ragione del carattere non formalizzato nelle forme tradizionali del matrimonio, della convivenza instaurata. O si pensi, ancora, che il convivente more uxorio che voglia effettuare una disposizione testamentaria in favore del compagno è soggetto alle gravose misure fiscali previste in materia di successione a terzi estranei al nucleo familiare, con evidente violazione del principio di eguaglianza-ragionevolezza di cui all'articolo 3 della Costituzione. Non sono del resto mancati, nella prassi, tentativi (peraltro vani), di correggere gli effetti irragionevoli di tale lacuna normativa. Alcune coppie di fatto hanno ad esempio sottoscritto convenzioni atte a regolare singoli aspetti della loro convivenza, incontrando tuttavia diversi limiti, soprattutto in materia di lasciti ereditari, in ragione del divieto di patti successori di cui all'articolo 458 del codice civile. La giurisprudenza di legittimità ha mostrato un certo grado di sensibilità verso la questione, talora riconducendo le ipotesi di liberalità tra conviventi alla categoria delle obbligazioni naturali, ovvero, in altra materia, riconoscendo al convivente, in caso di omicidio del partner , il diritto al risarcimento del danno morale e patrimoniale jure proprio , nei confronti dell'autore dell'illecito. La Suprema Corte ha precisato che perché possa parlarsi di famiglia di fatto distinta da un semplice rapporto occasionale, deve tenersi conto soprattutto del carattere di stabilità che conferisce certezza al rapporto di fatto e lo rende rilevante sotto il profilo giuridico. Tale tipo di unione, pur non potendo essere equiparata alla famiglia legittima, è stata ritenuta una formazione sociale idonea ad assolvere fondamentali funzioni di socializzazione, prevalendo così il tentativo di proporre una nozione di famiglia di fatto quale modello di convivenza alternativo alla famiglia legittima e ravvisando nella base normativa un adeguato sostegno al fine di giustificarne la rilevanza giuridica (articoli 2, 3, 30 e 31 della Costituzione). L'esigenza, avvertita anche dalla prassi, di fornire uno statuto minimo di diritti e doveri alle forme di convivenza non tradizionali, che rappresentano oggi una grande parte della realtà sociale italiana (e non solo), dimostra quindi la necessità di una disciplina, sia pur minimale e flessibile (così detta soft law ), che ne determini il riconoscimento giuridico. La sempre più forte domanda sociale di tale riconoscimento giuridico sottende infatti non soltanto una legittima richiesta di diritti e facoltà, ma aspira anche e soprattutto al riconoscimento sociale dell'identità e della pari dignità delle forme di convivenza non tradizionali. È domanda di riconoscimento giuridico ed insieme affermazione di valori propri e autonomi; esigenza di non discriminazione e ad un tempo aspirazione alla libertà ed alla possibilità di scegliere liberamente come convivere, come stare insieme. In favore dell'introduzione, anche in Italia, di una disciplina giuridica delle unioni civili, depongono anche e soprattutto ragioni di conformità del nostro ordinamento con le norme comunitarie. L'articolo 9 della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea, firmata a Nizza il 7 dicembre 2000, sancisce infatti che «il diritto di sposarsi e di costituire una famiglia sono garantiti secondo le leggi nazionali che ne disciplinano l'esercizio». L'importanza di questa norma non risiede nel mero riconoscimento dell'autonomia delle legislazioni nazionali in ordine alla disciplina delle modalità di convivenza e dei loro effetti giuridici, ma nel consentire il riconoscimento delle più diverse forme di convivenza. Una delle note esplicative della disposizione precisa infatti che essa «non vieta né impone la concessione dello status matrimoniale ad unioni tra persone dello stesso sesso». La norma legittima pertanto le più diverse forme di convivenza alla luce dei diritti fondamentali della persona, quale espressione significativa della dignità individuale, cui espressamente si intitola la sezione della Carta di Nizza, in cui è compreso l'articolo 9. Norma che deve essere interpretata alla luce dell'articolo 22 della stessa Carta, ove si sancisce che «l'Unione rispetta la diversità culturale, religiosa e linguistica», nonché dell'articolo 53, secondo cui «nessuna disposizione della presente Carta deve essere interpretata come limitativa o lesiva dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali riconosciuti [...] dal diritto internazionale [...] e dalle costituzioni degli Stati membri». La funzione dell'articolo 9 della Carta di Nizza, nel favorire il riconoscimento della pluralità delle forme di convivenza, anche quelle fondate su unioni omosessuali, emerge del resto alla luce di un'interpretazione sistematica della norma, in combinato disposto con il divieto assoluto di discriminazioni, fondate inter alia sull'orientamento sessuale, inserito dagli Stati membri dell'Unione europea nell'articolo 13 del Trattato che istituisce la Comunità europea, come introdotto dal Trattato di Amsterdam. È peraltro significativo l'interesse dimostrato, dalle istituzioni dell’Unione europea, rispetto alla questione del riconoscimento giuridico delle forme di convivenza non fondate sul matrimonio, verso le quali si è adottata, a livello europeo, una impostazione di politica del diritto di carattere promozionale. Il Parlamento europeo, con lo strumento della risoluzione, ha invitato infatti gli Stati membri (nel 1994 e successivamente nel 2000) ad adottare una normativa di riconoscimento delle unioni di fatto, anche a base omosessuale.