[pronunce]

3.- Deve, invece, essere dichiarata d'ufficio inammissibile la questione formulata in riferimento all'art. 101, secondo comma, Cost. Secondo il rimettente, il principio della soggezione del giudice soltanto alla legge sarebbe vulnerato da una disposizione che, come quella censurata, vincoli il giudice del dibattimento alle determinazioni, in ipotesi erronee, di un altro giudice - nel caso in esame, il GUP - relative all'attribuzione della causa alla cognizione del tribunale in composizione collegiale o monocratica. Questa Corte ha, tuttavia, già avuto modo di chiarire che il principio della cosiddetta indipendenza "interna" del giudice, pure desumibile dalla previsione costituzionale in parola, non osta affatto a che la sua potestas iudicandi sia delimitata, in conformità alla legge processuale vigente, da provvedimenti di altri giudici, dovendosi più in generale escludersi «che possa prodursi un vulnus all'art. 101, secondo comma, Cost. in presenza di vincoli alla potestas iudicandi del singolo giudice stabiliti dalla legge processuale, che è anch'essa parte integrante di quella "legge" a cui il giudice è soggetto» in forza di tale previsione costituzionale (ordinanza n. 28 del 2023; in senso analogo, sentenza n. 116 del 2023, punto 4 del Considerato in diritto). Ne consegue, conformemente a quanto ritenuto nei precedenti appena citati, la palese inconferenza del parametro evocato, e la conseguente inammissibilità della censura. 4.- Nel merito, le restanti censure non sono fondate, nei termini di seguito illustrati. 4.1.- Tutte le doglianze del rimettente ruotano attorno all'argomento secondo cui sarebbe illogico pretendere che l'imputato sollevi, già in sede di udienza preliminare, un'eccezione relativa alla inosservanza delle regole, fissate dagli artt. 33-bis, 33-ter e 33-quater cod. proc. pen. , sull'attribuzione della causa al tribunale in composizione collegiale o monocratica, a pena di decadenza. Osserva in proposito il rimettente - ripercorrendo l'iter argomentativo seguito da questa Corte nell'ordinanza n. 395 del 2001, seppure sfociata in un dispositivo di inammissibilità - che la disciplina del censurato art. 33-quinquies cod. proc. pen. avrebbe avuto un chiaro significato nel contesto normativo originario determinato dal d.lgs. n. 51 del 1998, cui si deve la sua introduzione nel codice di rito. In quel contesto, infatti, l'udienza preliminare era prevista per i soli reati attribuiti alla cognizione del tribunale in composizione collegiale; sicché l'imputato che si trovasse in udienza preliminare necessariamente sapeva che, in caso di rinvio a giudizio, la causa sarebbe stata assegnata alla cognizione del tribunale in composizione collegiale, e pertanto ben poteva esigersi che egli sollevasse immediatamente eventuali eccezioni in proposito. La coerenza del sistema sarebbe invece venuta meno, secondo il rimettente, in seguito alle modifiche apportate dalla legge n. 479 del 1999 ("legge Carotti"), per effetto della quale l'udienza preliminare fu prevista anche per un'ampia serie di reati attribuiti alla cognizione del tribunale in composizione monocratica. In questo nuovo contesto normativo, l'udienza preliminare può preludere a un rinvio a giudizio avanti al tribunale nell'una o nell'altra composizione; sicché - prosegue il rimettente - l'eventuale violazione delle regole sull'attribuzione potrebbe essere eccepita dall'imputato soltanto in seguito al provvedimento di rinvio a giudizio pronunciato dal giudice dell'udienza preliminare, la cui vocatio in ius determinerebbe per la prima volta la concreta attribuzione della causa al tribunale nell'una o nell'altra composizione. La disciplina del censurato art. 33-quinquies cod. proc. pen. continuerebbe invece a esigere dall'imputato un irragionevole onere di eccepire - in chiave, per così dire, "prospettica" o "a futura memoria" - la violazione delle norme sull'attribuzione prima ancora che tale violazione si sia in concreto verificata. 4.2.- Secondo l'Avvocatura generale dello Stato, per contro, l'apparente irrazionalità denunciata dal rimettente verrebbe meno laddove la disposizione censurata venga interpretata in conformità alla lettura fornitane dalle sezioni unite della Corte di cassazione, nella sentenza n. 48590 del 2019, che il giudice a quo non avrebbe adeguatamente valorizzato nella pur articolata ordinanza di rimessione. Secondo le Sezioni unite, l'onere per l'imputato di eccepire in udienza preliminare la violazione dei criteri di attribuzione alla cognizione del tribunale in formazione collegiale o monocratica «richiede [...] necessariamente la preesistenza, e quindi la conoscibilità per le parti, del presupposto per l'esercizio della facoltà, sicché il regime dell'eccezione di parte di cui all'art. 33-quinquies cod. proc. pen. e la relativa decadenza devono necessariamente riferirsi all'imputazione originaria così come formulata dal pubblico ministero e non si applicano alla diversa ipotesi del mutamento dell'imputazione per effetto di una sopravvenuta diversa valutazione da parte del giudice dell'udienza preliminare. Diversamente opinando, si determinerebbe un vulnus all'esercizio dei poteri della difesa». In sostanza, dunque, le Sezioni unite avrebbero posto le basi per una interpretazione costituzionalmente orientata dell'art. 33-quinquies cod. proc. pen. , secondo cui l'onere di eccepire la violazione delle regole sull'attribuzione può ragionevolmente operare soltanto con riferimento a quelle violazioni già desumibili dall'imputazione originaria, come formulata nella richiesta di rinvio a giudizio del pubblico ministero, e non già rispetto a quelle riconducibili a eventuali mutamenti di tale imputazione ad opera del giudice dell'udienza preliminare, effettuati in esito all'udienza preliminare stessa. Rispetto però alle violazioni già desumibili dall'imputazione originaria - questa la conclusione dell'Avvocatura generale dello Stato - del tutto ragionevolmente la disposizione censurata porrebbe in capo alle parti un onere di immediata eccezione. 4.3.- Questa Corte condivide la prospettazione dell'Avvocatura generale dello Stato, per le ragioni seguenti. 4.3.1.- Anzitutto, è indubitabile che il sistema processuale penale, nel suo complesso, mira ad affrontare e risolvere prima possibile sia le questioni di competenza per territorio e derivante da connessione (art. 21, commi 2 e 3, cod. proc. pen.), sia quelle relative all'attribuzione della cognizione della causa al tribunale in formazione collegiale o monocratica, in modo da evitare regressioni o, comunque, stasi in fasi avanzate del processo, con conseguente dispersione delle attività già svolte. E ciò in ossequio, anzitutto, a esigenze (di rango assieme costituzionale e convenzionale) di tutela della ragionevole durata dei processi penali. Il luogo privilegiato per affrontare tali questioni, ai sensi tanto dell'art. 21, commi 2 e 3, quanto del censurato art. 33-quinquies cod. proc. pen. , è per l'appunto l'udienza preliminare, quando prevista.