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Esistono il confronto, le letture diverse o critiche ma niente potrà mai negare il ruolo fondamentale del Partito Comunista Italiano nella storia di questo Paese, il ruolo del Partito Comunista Italiano come cofondatore della democrazia italiana e nella vita concreta, così come nell'immaginario, di milioni e milioni di uomini e donne. Basta ricordare qui l'impegno determinante e decisivo nella lotta al terrorismo nero e rosso. Ora è cambiato tutto ma il Partito Comunista Italiano fu una grande forza popolare capace di avere una visione del mondo e nulla e nessuno potrà disconoscere questa concreta verità. Del resto la costruzione di una nuova cultura politica, di una nuova visione del mondo di oggi, con i suoi straordinari cambiamenti, rimane una grande questione che interroga la sinistra e l'intera politica di oggi. Testo integrale dell'intervento del senatore Lannutti sul 100° centenario della fondazione del Partito Comunista Italiano "La storia, maestra di vita, non ha mai scolari" - scriveva Antonio Gramsci - morto in carcere nel 1937 dopo la promulgazione delle "leggi speciali" fasciste e l'arresto dell'8 novembre 1926, fondatore del quotidiano «l'Unità» ed uno dei protagonisti - con Bordiga e Terracini - della scissione di Livorno del 21 gennaio 1921, durante il XVII Congresso del Partito Socialista Italiano, per fondare il Partito Comunista d'Italia, sezione della terza Internazionale, che entrò nella clandestinità e mantenne la sua denominazione fino al giugno 1943, quando fu modificata in Partito Comunista Italiano. I primi anni di vita del Partito Comunista d'Italia furono contrassegnati dalla sconfitta del movimento operaio e dalla violenta reazione del regime fascista foraggiato da industriali e latifondisti, col gruppo dirigente guidato da Bordiga che si spostò sulle posizioni più estremiste di una parte dell'Internazionale; dei suoi stretti legami con il regime sovietico nato con la rivoluzione d'ottobre, che cominciò ad allentare i suoi rapporti con la Russia dopo l'invasione dell'Ungheria del 1956, che costrinsero il PCI a riflettere sulla propria strategia e sul socialismo realizzato, prendendo le distanze dall'unitarismo sovietico prevalente nel movimento comunista mondiale. Durante la Seconda guerra mondiale, il PCI - che il 12 novembre 1989, tre giorni dopo la caduta del Muro di Berlino, venne sciolto da Achille Occhetto nella cosiddetta svolta della Bolognina, con la nascita di un nuovo partito della sinistra italiana - svolse un ruolo importante nella Resistenza contro l'occupazione tedesca ed il fascismo, dopo che Palmiro Togliatti attuò una politica di collaborazione con le forze democratiche cattoliche, liberali e socialiste, proponendo per primo la «via italiana al socialismo» ed ebbe un'importante influenza nella creazione e nella difesa delle istituzioni repubblicane, attraversate dalla lunga stagione delle stragi iniziate il 12 dicembre 1969 a Milano con Piazza Fontana, la strategia della tensione, il tentativo di sovvertire lo Stato coi servizi segreti deviati e la loggia massonica P2 di Licio Gelli. Ho conosciuto molti di quei dirigenti, dai quali ho tratto insegnamento, durante gli anni di piombo, la nascita delle brigate rosse ed il rapimento di Aldo Moro, quando facevo il segretario del professor Mario Spallone, il medico di Togliatti: Luigi Longo, Giorgio Amendola, Nilde lotti, Pietro Ingrao, Umberto Terracini, Giancarlo Paietta, il presidente Napolitano, Giglia Tedesco, Luciano Lama ed altri, tutti accomunati nella missione di tutela dei diritti di lavoratori, operai, impiegati e contadini per migliorare le loro condizioni di vita e costruire le basi della democrazia dell'alternanza, diventata più facile dopo la caduta del Muro di Berlino, avendo sempre a cuore l'interesse generale ed il bene comune. Più di tutti il segretario Enrico Berlinguer, che in una intervista del luglio 1981 pose il problema della questione morale. I partiti di oggi sono soprattutto macchine di potere e di clientela: scarsa o mistificata conoscenza della vita e dei problemi della società e della gente, idee, ideali, programmi pochi o vaghi, sentimenti e passione civile, zero. Gestiscono interessi, i più disparati, talvolta anche loschi e senza alcun rapporto con le esigenze e i bisogni umani distorcendoli, senza perseguire il bene comune. La loro stessa struttura si è ormai conformata su questo modello e non sono più organizzatori del popolo, ma federazioni di correnti, di camarille, ciascuna con un "boss" e dei "sotto-boss". I partiti hanno occupato lo Stato e le sue istituzioni, enti locali, istituti culturali e di previdenza, banche, aziende pubbliche, ospedali, università, la RAI e grandi giornali. Tutto è lottizzato e spartito. E il risultato è drammatico. Tutte le "operazioni" che gli attuali dirigenti sono chiamati a compiere vengono viste in funzione dell'interesse del partito, della corrente o del clan cui si deve la carica. Un credito bancario viene concesso se è utile a questo fine, se procura vantaggi e clientela; un'autorizzazione viene data, un appalto aggiudicato, una cattedra assegnata e un'attrezzatura di laboratorio finanziata, se i beneficiari fanno atto di fedeltà al partito. Noi pensiamo che il privilegio vada combattuto e distrutto ovunque si annidi, che i poveri e gli emarginati, gli svantaggiati, vadano difesi, e vadano date loro voce e la possibilità concreta di contare nelle decisioni per cambiare le proprie condizioni, che certi bisogni sociali e umani ignorati vadano soddisfatti, che professionalità e merito siano premiati. Noi - diceva Berlinguer - vogliamo che i partiti cessino di occupare lo Stato". Sono stati anni terribili di contrapposizioni e scontri violenti nelle università e piazze, ma tra gli avversari di allora, che non erano nemici politici, vigeva il rispetto reciproco. ln questa epoca difficile di convivenza con la tragedia planetaria da Covid-19 e della società della sorveglianza, del dominio incontrastato dei giganti del web , la cui deriva autoritaria è imputabile a responsabilità politiche, che hanno consentito agli Stati sovrani di essere sostituiti dai Trattati, la giustizia dagli arbitrati, le democrazie dalla dittatura di spread ed algoritmi, il potere democratico dei governi scelti con libere elezioni, con l'assolutismo dei click , occorre ritornare al primato della politica. Per tutelare i cittadini, prima narcotizzati ed obnubilati dai social , poi degradati al rango di consumatori costretti ad utilizzare servizi imposti dal regime oligopolistico e dispotico dei giganti del web , che, sfruttando l'assenza di limiti e contrappesi democratici, hanno edificato potenti strutture oligarchiche, orientando il mercato globale a loro esclusivo uso e consumo, svuotando il ruolo degli Stati sovrani, per innescare cicli infiniti di recessioni ed un regime di autoritarismo e libero arbitrio. La storia, maestra di vita, deve essere d'insegnamento perché chi non la conosce è condannato a replicarla, anche per evitare che il ripetersi delle tragedie del passato - sostituite dalle persuadenti dittature invisibili, come insegnato da Karl Marx - le trasformi in farsa. Grazie per l'attenzione.