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La società a cui puntavano i nostri costituenti era, quindi, fondata su un diritto di cittadinanza « attiva », che si integra perfettamente con i doveri sopra richiamati. Pertanto, nell'assumere questo filo conduttore come nervatura su cui scrivere una Costituzione ispirata a princìpi di giustizia, uguaglianza, fratellanza, i costituenti individuarono nella partecipazione dei lavoratori alle imprese un traguardo da raggiungere perché la democrazia si completi. A chiarire le intenzioni dei costituenti in tal senso sarebbe sufficiente la lettura del dibattito che precedette l'approvazione di quello che oggi è l'articolo 46. A presentare l'emendamento fu l'onorevole Gronchi che nel suo intervento esplicitò tre concetti fondamentali a cui l'articolo avrebbe dovuto ispirarsi: la « preminenza del lavoro », che deve essere elevato da strumento della produzione a collaboratore della stessa; la necessità di una progressività « nell'inserzione del lavoro nei posti direttivi della vita economica »; la necessità di operare « in armonia con le esigenze della produzione ». La spiegazione dell'emendamento di Gronchi, presentato unitamente con gli onorevoli Storchi, Fanfani e Pastore, non lascia dunque spazio a dubbi: la società progredisce attraverso il lavoro. Le imprese, che creano il lavoro, devono essere libere di operare in modo da produrre profitto e ricchezza patrimoniale, ma da sole non sono in grado di assicurare né la corretta redistribuzione della ricchezza prodotta né, soprattutto, la responsabilità sociale necessaria. È in questa visione ideale e al contempo pragmatica del lavoro che nasce l'articolo 46: l'elevazione del lavoratore a collaboratore dell'impresa, con l'intento di dare progressività alla norma fino a una sua piena evoluzione nella partecipazione, responsabilizza i lavoratori nel buon andamento dell'azienda e allo stesso tempo realizza una dimensione del capitalismo in cui il portatore di risorse finanziarie non può prevaricare l'interesse delle persone e della società. È l'idea questa di una democrazia che non si fermi a una costruzione fondata sul conflitto tra soggetti portatori della mera rappresentanza di interessi di classi o gruppi sociali, ma piuttosto sia destinata a progredire in una dimensione realmente partecipativa e cooperativa, lontana dalle velleitarie utopie della democrazia diretta ma di essa realisticamente interprete. Ebbene, i tempi correnti, la disaffezione dei cittadini alla politica, la sfiducia nei confronti del futuro economico della Nazione, testimoniata anche dal crescente accumulo di risparmio precauzionale da parte delle famiglie e dalla riduzione degli investimenti nelle imprese, non possono non allarmarci e non possono non richiamare la nostra attenzione a quell'embrione di democrazia economica che l'articolo 46 aveva tentato di introdurre nel nostro sistema economico, a partire dai lavoratori, cioè da coloro che per primi ad esso partecipano attivamente con il proprio impegno quotidiano. La democrazia economica può e deve essere uno strumento di coinvolgimento diretto dei cittadini nella vita del Paese attraverso il quale i cittadini e le cittadine possano, sempre richiamando il dettato costituzionale, svolgere pienamente la propria personalità. Con questi presupposti e questo spirito avanziamo la nostra proposta: il disegno di legge d'iniziativa popolare che segue, di cui è in corso la raccolta delle firme, ha lo scopo di dare finalmente attuazione all'articolo 46 della Costituzione, in coerenza con le conclusioni del dibattito parlamentare da cui nacque, tenendo conto che lo sviluppo di modelli partecipativi che in esso si invocava ha subito enormi impedimenti e ritardi, tanto che l'articolo in questione risulta di fatto tuttora inapplicato. È con questo intento che proponiamo anche strumenti di partecipazione diretta dei lavoratori nella gestione delle società a partecipazione pubblica, consci che gli stakeholder di queste imprese sono, a maggior ragione, i lavoratori che costituiscono il capitale intellettuale delle imprese stesse e i cittadini contribuenti. Tuttavia, come detto, non intendiamo limitarci a questo. Pensiamo infatti che l'evoluzione dei mercati finanziari e dei modelli del capitalismo, che nei decenni hanno sostituito quello strettamente legato alla territorialità degli insediamenti produttivi e alla individualità delle proprietà e delle conduzioni societarie, debba comportare anche un'evoluzione dei modelli di rappresentanza dell'azionariato diffuso nelle società per azioni. In tal senso recuperiamo alla nostra memoria anche ciò che su questo tema era stato scritto al capitolo 3 del protocollo del 23 luglio 1993. Sono quelle aziende, leader nei mercati di riferimento, che possono con il loro esempio condizionare il comportamento di interi settori, nel bene e nel male. Noi crediamo che la governance di queste società non possa non tenere conto degli interessi, non solo finanziari, dei tanti piccoli azionisti sparpagliati sul territorio che vorrebbero, oltre che un buon andamento economico del loro investimento, contribuire con i propri risparmi allo sviluppo del Paese, dell'occupazione, della società. Per questo abbiamo dedicato una parte della nostra proposta alla valorizzazione del ruolo di questi soggetti, immaginando che un'economia più democratica possa aiutare la democrazia del Paese intero. Infine noi crediamo che uno sviluppo sociale sostenibile necessiti di un sistema di controlli pubblici e privati efficiente ed efficace, perché i princìpi di giustizia a cui si ispira siano attentamente e costantemente presidiati. All'uopo, una particolare attenzione è stata riservata anche a questo tema. Da un punto di vista normativo, si registrano diverse esperienze di coinvolgimento dei lavoratori in imprese che, tuttavia, risultano caratterizzate da un ambito applicativo ristretto. La prima concerne la detassazione e la decontribuzione dei premi di risultato in caso di coinvolgimento paritetico dei lavoratori nell'organizzazione del lavoro, secondo le modalità e i limiti stabiliti dall'articolo 1, comma 189, della legge 28 dicembre 2015, n. 208 e dall'articolo 4 del decreto del Ministro del lavoro e delle politiche sociali 25 marzo 2016, di cui all'avviso pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 112 del 14 maggio 2016. Più nello specifico, è applicata un'imposta sostitutiva dell'IRPEF e delle addizionali regionali e comunali pari al 10 per cento ai premi di produttività legati a incrementi di produttività, redditività, qualità, efficienza e innovazione. Ai sensi del comma 189 dell'articolo 1 della legge n. 208 del 2015, in caso di coinvolgimento paritetico dei lavoratori dipendenti, oltre alla detassazione è prevista una forma di decontribuzione che si traduce in un esonero contributivo sui primi 800 euro di premio che riguarda tanto la parte di contribuzione a carico del datore di lavoro (riduzione di 20 punti percentuali dell'aliquota contributiva per il regime relativo all'invalidità, vecchiaia e superstiti), quanto quella a carico del lavoratore (esonero contributivo totale).