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Anche a livello internazionale emerge tale esigenza, sia dalla trattazione che ne fa la Convenzione europea dei diritti dell'uomo, sia dal contenuto dei provvedimenti frutto dell'attività giurisprudenziale della Corte di giustizia dell'Unione europea la quale ha riconosciuto specifici doveri di « penalizzazione » da parte dei singoli Stati, che hanno trovato una loro collocazione formale nella « Decisione quadro del Consiglio dell'Unione europea del 15 marzo 2001 relativa alla posizione della vittima nel procedimento penale » pubblicata nella Gazzetta Ufficiale delle Comunità europee L82 del 22 marzo 2001. Tale decisione è stata ora sostituita dalla direttiva 2012/29/UE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 25 ottobre 2012, che istituisce norme minime in materia di diritti, assistenza e protezione delle vittime di reato. In particolare, tale direttiva garantisce alle vittime il diritto a ricevere informazioni sin dal primo contatto con l'autorità e durante tutto il procedimento, ad avere accesso ai servizi di sostegno per le vittime, a ottenere il rimborso delle spese, nonché a essere trattate in modo rispettoso, sensibile e professionale. A tale direttiva, l'ordinamento italiano ha dato attuazione con il decreto legislativo 15 dicembre 2015, n. 212, recante modifiche al codice di procedura penale. A tale riguardo, si ricorda che, sin dal 1902, Raffaele Garofalo, rappresentante della scuola positiva italiana, affermava che la « riparazione a coloro che soffrirono per un delitto » era, insieme a quella concernente la riparazione dell'errore giudiziario, la « parte difettosa delle legislazioni moderne » e che il « colmare questa lacuna sarà un'opera di vera civiltà ». Negli ultimi anni, l'Unione europea ha emanato una serie di provvedimenti normativi, alcuni vincolanti per i Paesi membri, come per esempio la direttiva 2004/80/CE sull'indennizzo alle vittime di reati e la citata direttiva 2012/29/UE, recante norme minime in materia di diritti, assistenza e protezione delle vittime di reato, obbligandoli ad adeguarsi alla moderna concezione del reato, inteso come violazione dei diritti individuali delle vittime, oltre che come fatto socialmente dannoso, e a intervenire, conseguentemente, a favore delle stesse, a prescindere dalla loro nazionalità di appartenenza. Ed è proprio a partire da quel periodo che si è assistito, sino a oggi, a un lungo percorso politico-legislativo che ha portato numerosi Stati membri dell'Unione europea, in conseguenza di molteplici stimoli della stessa Commissione europea, a farsi carico dell'introduzione, nei rispettivi impianti giudiziari, di norme che garantissero la tutela delle vittime dei reati. In Italia il legislatore, pur conformandosi alla volontà comunitaria, ha proceduto settorialmente e limitatamente ad alcune tipologie di vittime. Cosicché, a parte la frammentarietà, il nostro quadro normativo di tutela delle vittime di reato appare attualmente ancora abbastanza lontano dagli standard stabiliti in ambito europeo. Di talché la Corte di giustizia dell'Unione europea è intervenuta a più riprese contro il nostro Paese, sia dichiarandolo inadempiente in relazione al sistema d'indennizzo delle vittime di reati intenzionali violenti (Corte UE, sentenza 11 ottobre 2016), sia criticando l'aver riconosciuto l'indennizzo alle sole vittime degli Stati transfrontalieri e non anche a quelle residenti in Italia, nonché sentenziando che l'importo dell'indennizzo disposto dalla legge del 7 luglio 2016, n. 122, e consequenziale decreto del Ministero dell'interno del 31 agosto 2017, pur non dovendo corrispondere al ristoro integrale dei danni, non può e non deve essere puramente simbolico (Corte UE, sentenza 16 luglio 2020) ma adeguato alla gravità del reato. Il 24 giugno 2020, sulla base della considerazione che le vittime di reato sono ancora impossibilitate a far valere pienamente i loro diritti a causa di un incompleto recepimento e di una limitata attuazione del complesso normativo adottato dall'Unione europea nei singoli ordinamenti, la Commissione ha delineato una strategia dell'UE in materia di diritti delle vittime, For a new EU victims' rights strategy 2020/2025. La Commissione europea ha definito le azioni che dovranno essere realizzate negli anni 2020/2025, incentrandole principalmente sulle seguenti cinque priorità: 1. garantire una comunicazione efficace con le vittime e un ambiente sicuro affinché queste possano denunciare i reati; 2. migliorare la protezione e l'assistenza delle vittime più vulnerabili; 3. agevolare l'accesso delle vittime al risarcimento; 4. rafforzare la cooperazione e il coordinamento tra tutti i soggetti competenti in materia di diritti delle vittime; 5. rafforzare la dimensione internazionale dei diritti delle vittime. Pur continuando a verificare, nel frattempo, l'efficacia delle normative comunitarie nei singoli Paesi e le loro eventuali lacune, la Commissione europea si è data comunque una scadenza, individuando nell'anno 2022 il termine entro cui avrebbe dovuto valutarsi la necessità di intervenire con nuove proposte legislative, finalizzate a rafforzare ulteriormente i diritti delle vittime. Al momento si è in attesa di nuove determinazioni. Su questo tema si è avuta una notevole sensibilizzazione anche negli Stati Uniti d'America, che hanno approvato una proposta di emendamento alla Costituzione ( Crime Victims Bill of Rights ), volta a garantire una serie di diritti alle vittime dei crimini violenti: in particolare, quello a informare e a essere informati, a presenziare a tutte le fasi del procedimento, a essere ascoltato in ogni fase del processo come avviene per l'imputato, a essere informati su tutto ciò che riguarda l'aggressore, ad avere un processo rapido, a ottenere il risarcimento totale dei danni da parte dell'imputato una volta che sia stato condannato, a essere ragionevolmente protetto dagli atti violenti dell'imputato o del condannato, nonché a essere informato sui diritti spettanti alle vittime. Di fronte a tali tendenze e previsioni normative internazionali, che mirano a superare ritardi e vuoti legislativi fortemente pregiudizievoli per il soggetto più debole e meno garantito, diviene ancora più necessario e doveroso intervenire a tutela della vittima del reato, anche all'interno delle regole del « giusto processo ». Per superare questi vuoti e questi ritardi, oltre che per riconoscere il livello istituzionale più elevato possibile alla tutela delle vittime e dei più deboli, si propone di riconoscere, nel testo dell'articolo 111 della nostra Costituzione, cittadinanza processuale alla vittima del reato, attraverso la previsione che a essa vanno applicate tutte le norme dettate a garanzia della persona accusata di un reato. Si ritiene che sarà sufficiente questo richiamo « costituzionalizzato » per indurre il legislatore ordinario a dare attuazione al quadro normativo dettato a garanzia dei diritti delle vittime di reato in sede di Consiglio d'Europa, superando ritardi e dimenticanze e dando, così, avvio a un processo penale certamente più giusto per tutte le parti e, quindi, anche per le vittime dei reati.. Art. 1. 1. All'articolo 111 della Costituzione, dopo il quinto comma è inserito il seguente: