[pronunce]

ORDINANZA ha pronunciato la seguentenel giudizio di legittimità costituzionale dell'art. 23 del d.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917 (Approvazione del testo unico delle imposte sui redditi), come modificato dall'art. 8 della legge 9 dicembre 1998, n. 431 (Disciplina delle locazioni e del rilascio degli immobili adibiti ad uso abitativo), promosso con ordinanza del 14 gennaio 2003 dalla Commissione tributaria regionale di Cagliari sul ricorso proposto dall'Agenzia delle entrate di Cagliari 1 contro Boy Verina, iscritta al n. 1194 del registro ordinanze 2003 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 4, prima serie speciale, dell'anno 2004. Visto l'atto di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri; udito nella camera di consiglio del 7 luglio 2004 il Giudice relatore Romano Vaccarella. Ritenuto che, nel corso di un giudizio di appello, promosso dall'Agenzia delle entrate di Cagliari 1, avverso la decisione della Commissione tributaria provinciale di Cagliari in data 7 luglio 2000, con la quale erano stati accolti i ricorsi proposti da una contribuente, la Commissione tributaria regionale di Cagliari, con ordinanza del 14 gennaio 2003, ha sollevato questione di legittimità costituzionale, in riferimento agli artt. 3 e 53 della Costituzione, dell'art. 23 del d.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917 (Approvazione del testo unico delle imposte sui redditi), come modificato dall'art. 8 della legge 9 dicembre 1998, n. 431 (Disciplina delle locazioni e del rilascio degli immobili adibiti ad uso abitativo), nella parte in cui non consente ai locatori di immobili ad uso commerciale di beneficiare del credito di imposta di ammontare pari all'importo dei canoni venuti a scadenza e non percepiti, riconosciuto ai locatori di immobili ad uso abitativo; che, come riferisce il giudice rimettente, la ricorrente, proprietaria di un immobile ubicato in Cagliari, aveva dichiarato fra i redditi imponibili i canoni di locazione di detto immobile, ancorché non percepiti, ma successivamente, avendo ottenuto la convalida dello sfratto per morosità e non avendo recuperato i canoni insoluti, aveva chiesto il rimborso delle imposte versate (IRPEF e CSSN) sui medesimi canoni relativamente agli anni 1995 e 1996; che l'istanza era stata respinta dalla Direzione regionale delle entrate, per essere stata presentata oltre il termine perentorio di diciotto mesi dalla data dei versamenti, previsto dall'art. 38 del d.P.R. 29 settembre 1973, n. 602 (Disposizioni sulla riscossione delle imposte sul reddito); che avverso il diniego l'interessata aveva proposto ricorso alla Commissione tributaria provinciale, deducendo l'inapplicabilità del termine di decadenza, in quanto prescritto solo per le ipotesi di «errore materiale, duplicazione ed inesistenza totale o parziale dell'obbligo di versamento»; che, avendo l'adita Commissione accolto i ricorsi, l'Agenzia delle entrate aveva proposto impugnazione, deducendo: a) la violazione dell'art. 122 (rectius: 112) del codice di procedura civile, per omessa pronuncia sulla eccezione relativa alla mancata notifica del ricorso per l'anno 1995 all'ufficio competente (la Direzione regionale delle entrate), ai sensi degli artt. 20 e 22 del decreto legislativo 31 dicembre 1992, n. 546 (Disposizioni sul processo tributario in attuazione della delega al Governo contenuta nell'art. 30 della legge 30 dicembre 1991, n. 413); b) la violazione dell'art. 122 (rectius: 112) cod. proc. civ. , per omessa pronuncia sulla eccezione relativa alla decadenza conseguente al decorso del termine di diciotto mesi, previsto dall'art. 38 del d.P.R. n. 602 del 1973, quanto alla istanza di rimborso per l'anno 1995; c) la falsa applicazione dell'art. 23 del d.P.R. n. 917 del 1986; che l'appellata, costituitasi in giudizio, aveva resistito all'impugnazione, sollevando pregiudizialmente l'eccezione di illegittimità costituzionale della norma testé citata; che il giudice rimettente, quanto alla non manifesta infondatezza della questione, rileva che l'art. 23, primo comma, del d.P.R. n. 917 del 1986 è stato modificato dall'art. 8 della legge n. 432 del 1998, di talché, al primo periodo, il quale stabilisce: «I redditi fondiari concorrono, indipendentemente dalla percezione, a formare il reddito complessivo dei soggetti che possiedono gli immobili a titolo di proprietà, enfiteusi, usufrutto o altro diritto reale…», ne sono stati aggiunti altri due, a tenore dei quali: «I redditi derivanti da contratti di locazione di immobili ad uso abitativo, se non percepiti, non concorrono a formare il reddito dal momento della conclusione del procedimento giurisdizionale di convalida di sfratto per morosità del conduttore. Per le imposte versate sui canoni venuti a scadenza e non percepiti come da accertamento avvenuto nell'ambito del procedimento giurisdizionale di convalida di sfratto per morosità è riconosciuto un credito di imposta di pari ammontare»; che il giudice rimettente osserva come, a seguito della modifica, siano rimasti esclusi dal beneficio i locatori di immobili commerciali, i quali, a differenza dei locatori di immobili ad uso abitativo, sono sempre tenuti a dichiarare i canoni di locazione, anche se non riscossi, e non possono usufruire del credito di imposta di ammontare pari alle imposte versate sui canoni non percepiti, con violazione sia dell'art. 3 Cost., sia dell'art. 53 Cost.; che nel giudizio è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, il quale ha chiesto dichiararsi l'inammissibilità e, comunque, l'infondatezza della questione di legittimità costituzionale; che, in particolare, il giudice a quo non avrebbe adeguatamente esaminato la rilevanza della questione, dal momento che l'istanza di rimborso si riferisce a imposte versate negli anni 1995 e 1996, laddove la normativa, sulla quale si fonda la censura di violazione del principio di uguaglianza, è stata introdotta con la legge n. 431 del 1998 (entrata in vigore il 30 dicembre 1998); che, inoltre, a giudizio dell'Avvocatura l'ordinanza di rimessione è insufficientemente motivata, là dove implicitamente ritiene che la dichiarazione di incostituzionalità della norma censurata comporterebbe il rigetto dell'appello (quindi, la conferma dell'accoglimento della domanda di rimborso), senza che: a) siano analizzate le questioni giuridiche inerenti al contenuto e agli effetti delle disposizioni dell'art. 23 del d.P.R. n. 917 del 1986; b) sia detto alcunché sulla prova della mancata percezione dei canoni di locazione;