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con circolare n. 15350/117/3 del 10 aprile 2020, il Ministro dell'interno avvisava i prefetti del disagio sociale ed economico dovuto al COVID-19 ed invitava gli stessi ad una maggiore attività di prevenzione e di contrasto dei fenomeni criminosi e di ogni forma di illegalità; con PEC del 17 marzo 2020 l'Associazione famiglie ed aziende libere per la ripresa di Alberobello (Bari), segnalava al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro dell'interno, al Prefetto antiracket e, per competenza, al Prefetto di Bari i gravi disagi e il bisogno di aiuto di centinaia di famiglie e PMI a conduzione familiare che avevano denunciato usura non di tipo criminale ma di tipo bancario; con circolare del 23 marzo 2020 - avente ad oggetto il decreto-legge cosiddetto "Cura Italia" (decreto-legge n. 18 del 2020), riguardante "Precisazioni in materia di segnalazioni alla Centrale dei rischi" la Banca d'Italia invitava a porre la massima attenzione ai criteri segnaletici previsti dal decreto suddetto, ad altre previsioni di legge e ad accordi o protocolli d'intesa; considerato che: è noto che le tutele e le elargizioni previste dalla legge n. 44 del 1999 per le vittime di usura, le modifiche operate dalla legge n. 3 del 2012 ed altre disposizioni hanno previsto che l'intervento del procuratore o del pubblico ministero, laddove la vittima ha richiesto accesso al fondo di solidarietà, deve avvenire ope legis e senza discrezionalità, con concessione della sospensione dei termini ed altre agevolazioni atte a consentire la ripresa socio-economica della vittima; purtroppo, tutto ciò non avviene, a causa della mancanza di controlli atti a vigilare su determinati comportamenti che dovrebbero essere impartiti dal commissario straordinario antiracket . Accade, quindi che la vittima che denuncia la banca per usura non ottiene in sede penale - tranne che in rare occasioni - nessuna tutela, nonostante che in sede civile sia stata riconosciuta l'usurarietà del titolo posto a base dell'esecuzione immobiliare; sarebbe, pertanto, opportuno che gruppi di imprenditori rimasti a proteggere i loro beni, a lavorare - vivendo spesso alla giornata - e che non possono permettersi fermi o ferie forzate come quelle imposte dal COVID 19, ricevessero al più presto adeguate tutele. Questi dovrebbero essere riammessi al credito legale proprio al fine di scongiurare il pericolo di dover ricorrere alla cosiddetta "usura di strada"; alla luce di tali considerazioni, sembrerebbe ragionevole ipotizzare una modifica alla legge n. 44 del 1999 nella parte in cui prevede che i mutui agevolati devono poter essere elargiti anche in favore di coloro che hanno ottenuto la sospensione civile delle procedure; portare a conoscenza delle prefetture, delle procure e dei pubblici ministeri della semplice proposizione della domanda di accesso al fondo delle vittime di usura, da parte del commissario straordinario antiracket , è motivo di sospensione dei termini delle condizioni stabilite dalla legge, si chiede di sapere: se il Presidente del Consiglio dei ministri ed i Ministri in indirizzo non ritengano di dovere assumere misure finalizzate alla concessione di mutui agevolati anche a coloro che hanno ottenuto la sospensione civile delle procedure, affinché un quadro normativo più incisivo possa tutelare maggiormente la salute, la dignità ed il rispetto sociale delle vittime che hanno denunciato e continuano denunciare l'annoso problema dell'usura, con gravi rischi di infiltrazioni mafiose. Atto n. 4-03289 LANNUTTI GIANNUZZI PRESUTTO VANIN TRENTACOSTE PAVANELLI Ai Ministri della giustizia, dell'economia e delle finanze e dell'interno Premesso che: nell'atto di sindacato ispettivo 4-01202, pubblicato il 5 febbraio 2019, nella seduta n. 87, indirizzato ai Ministri della giustizia, dell'economia e delle finanze e dell'interno veniva evidenziato che: "articoli di stampa (in particolare "la Repubblica", edizione di Genova, del 28 ottobre 2017) richiamavano gravi errori di Equitalia Giustizia riconducibili alla gestione del recupero crediti conseguente alle note vicende processuali del G8 di Genova, relativamente ai fatti della caserma "Diaz" (per un importo complessivo di circa un milione di euro solo per i fatti della caserma), conclusa con un cospicuo contenzioso promosso dagli imputati condannati, stante l'erroneità della quantificazione operata da Equitalia Giustizia in via solidale anziché pro quota, in violazione dell'art. 535 del codice di procedura penale; numerose sentenze hanno accolto le doglianze dei ricorrenti, confermando l'erronea quantificazione delle spese di giustizia le cui cartelle relative al G8 sono state pagate dal Ministero dell'interno, impropriamente notificate quale coobbligato, determinando la grottesca situazione dello Stato che paga a sé stesso"; le giustificazioni addotte da Equitalia-Giustizia e trasmesse ai Ministeri destinatari dell'atto di sindacato ispettivo, al di là dell'artificiosa ricostruzione della vicenda dal punto di vista tecnico, contengono l'indicazione di dati radicalmente sbagliati e valutazioni errate; considerato che: in primo luogo si afferma che la quantificazione è stata effettuata correttamente ai sensi dell'art. 541 del codice di procedura penale, e non ai sensi dell'art. 535, non applicabile alla fattispecie; tale affermazione appare evidentemente, forse volutamente errata e fuorviante; l'art. 541 disciplina unicamente il regime dei crediti vantati dalle parti civili nei confronti dei soggetti condannati e dei responsabili civili, i Ministeri interessati, tutti obbligati in solido a garanzia dei crediti dei soggetti danneggiati; un diverso regime è previsto nell'ipotesi in cui sia lo Stato, e non i privati, ad agire per il recupero delle spese anticipate alle parti civili ammesse al gratuito patrocinio; in tale ipotesi si applica l'art. 535 del Codice, che vieta, dal lontano 2009, di agire in via solidale. Ciascun condannato è tenuto pro quota e non per l'intero; si afferma inoltre che esistono poche sentenze di accoglimento dei ricorsi per erronea quantificazione. Anche questa affermazione è sbagliata; l'errore di quantificazione è accertato da numerosissime sentenze e provvedimenti cautelari che già all'epoca dell'atto di sindacato ispettivo si erano pronunciate in tal senso; il 70 per cento dei provvedimenti giurisdizionali ritengono le cartelle viziate da erronea quantificazione e pertanto le annullano o le sospendono; il restante 30 per cento dichiara la cessata materia del contendere per il pagamento del Ministero dell'interno e sono state appellate dai ricorrenti che pretendono l'annullamento per evitare il regresso del Ministero stesso; i numeri corretti già a marzo 2019 erano: 41 cartelle di pagamento impugnate; 25 provvedimenti giurisdizionali (di cui 6 sentenze di annullamento); 11 sospensive cautelari; 8 per cessata materia del contendere dopo il pagamento del Ministero dell'interno; le cartelle sono state notificate anche al Ministero dell'interno che ha pagato; si è così ottenuto un risultato a dir poco surreale;