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Questo presupposto culturale mi vede molto favorevole e mi fa dire che la visione della transizione ecologica all'interno di una politica di ecologia integrale non solo è l'unica capace di salvaguardare il pianeta, ma è anche quella necessaria per la crescita economica, per tenere insieme la sostenibilità sociale con quella lavorativa, con quella economica e con quella ambientale. Questa è la visione integrale che parte da una visione culturale per cui persona equivale a relazione, non solo tra le persone, ma con il mondo, con il cosmo ed uso questo termine non a caso, perché è esattamente l'opposto del caos , anche nell'antica filosofia. Il cosmo è dunque il luogo in cui l'uomo, costruendo delle relazioni sane, riconosce il valore della natura e costruisce un gioco virtuoso. Per rispondere, fra gli altri, ad un senatore della Lega che è intervenuto prima, per noi la cura della natura della quale facciamo parte non è semplicemente attenzione alla tutela, ma è anche coltivazione: la natura la si tutela anche coltivandola; l'attività dell'uomo, quando riconosce il valore di una cosa, la rispetta e la riporta a ciò che è in origine, è un'operazione di valorizzazione. Tutela e valorizzazione, quindi, sono esattamente due facce della medesima medaglia. Presidente, ho tenuto molto alto il tono di questo intervento, perché ritengo che il cambio della denominazione debba corrispondere a una modifica innanzitutto culturale, dopodiché ci sono tutte le ricadute, perché sappiamo che c'è l'attivazione del Comitato interministeriale per la transizione ecologica, il cosiddetto CITE, che approva il piano per la transizione ecologica fatto di punti dettagliati, che noi più volte abbiamo posto in quest'Aula e nelle Commissioni: la politica sulla riduzione dei gas climalteranti, la mobilità sostenibile e dolce, il contrasto al dissesto idrogeologico, il contrasto al consumo del suolo, le risorse idriche e le relative infrastrutture, la qualità dell'aria e l'economia circolare. Speriamo vivamente, Presidente, che questo nuovo Ministero definisca, con il cambio di denominazione, un cambio di passo necessario per il futuro nostro e dei nostri figli. (Applausi) . PRESIDENTE. Forse le interesserà sapere che non ha sbagliato neanche di un secondo e che ha concluso il suo intervento esattamente nel tempo prefissato. È iscritta a parlare la senatrice Corrado. Ne ha facoltà. CORRADO (Misto) . Signor Presidente, signori colleghi, ricorderete che la fenice, il mitico uccello citato anche da Erodoto, rinasceva periodicamente dalle proprie ceneri del tutto rinnovato e più splendido di prima. Vorrei poter usare questa metafora per alludere al neonato Ministero della cultura, ma non posso. Dal 1974 ad oggi, infatti, il Dicastero al quale la Repubblica ha affidato i nostri beni culturali ha cambiato pelle in più occasioni senza mutare la propria essenza. Diversamente, il riordino delle attribuzioni dei Ministeri che oggi affrontiamo sancisce senza dubbio la nascita del Ministero della cultura, ma certifica al contempo l'avvenuto decesso del Ministero dei beni culturali (lo chiamo così per comodità) e la sua è una morte stentata, una morte senza abbandono avrebbe detto il poeta, una morte soprattutto senza speranza di resurrezione. Richiamando il più celebre forse degli elogi funebri, il monologo di Marco Antonio per la morte di Giulio Cesare nell'omonimo dramma shakespeariano, vorrei dire che io vengo a seppellire quel Ministero, non a lodarlo. Franceschini dice che il Ministero dei beni culturali era obsoleto, grave colpa, e che tutti già lo chiamavano Ministero della cultura, quindi non c'è da rammaricarsi del cambio di denominazione e Franceschini è un uomo d'onore. Ma io vengo a parlarvi del Ministero che non c'è più. Dopo l'eccellente lavoro svolto negli anni 1964-1967 dalla Commissione che per beffa del destino si chiamò anch'essa Franceschini, il Ministero voluto da Giovanni Spadolini fu istituito con il decreto-legge 14 dicembre 1974, n. 657, convertito nella legge 29 gennaio 1975, n. 5. A che scopo un nuovo Ministero? Per attuare l'articolo 9 della Costituzione. Dunque, per garantire la tutela organica di beni di rilevanza assoluta per la Nazione, cioè per il popolo italiano, quali il patrimonio storico artistico e il paesaggio (tutela che è un interesse costituzionale primario) e per gestirli in quell'ottica. Sanità, istruzione e patrimonio culturale sono pilastri costituzionali, ben piantati sulla base solidaristica, irrinunciabili perciò e prioritari. Tuttavia, sostiene Franceschini, il Ministero per i beni culturali era obsoleto. E Franceschini è uomo d'onore. L'organizzazione del nuovo dicastero fu assicurata dal decreto del Presidente della Repubblica 3 dicembre 1975 n. 805 e, un paio di anni dopo, la legge n. 285 del 1977 garantì carne e sangue alla macchina appena messa in funzione. Le migliaia di giovani assunti in quella stagione sono andati e stanno andando in pensione da circa tre anni, sguarnendo l'organico del dicastero al punto che, teoricamente, esso conta oggi 19.000 unità (da 25.000 che erano prima dei tagli), ma in servizio effettivo ce ne sono appena 12.300, destinati a calare a 10.000 entro il 2025. Con fredda premeditazione non sono state fatte assunzioni per colmare questa emorragia prevedibile e prevista e per trasmettere l'esperienza accumulata. Pensate solo al concorso del 2019 per 1052 assistenti alla fruizione, accoglienza e vigilanza (i cosiddetti AFAV), bloccato dopo la prova preselettiva, ufficialmente dalla pandemia, senza che se ne senta più parlare. Meglio per voi ignorare, colleghi, perché che cosa accadrebbe se voi lo sapeste? Dovreste tradire l'uomo d'onore che ha annientato la creatura di Spadolini? Ma torniamo alla storia: con il decreto legislativo n. 368 del 1998 fu istituito il Ministero per i beni e le attività culturali, che ereditava quanto già spettante al predecessore, con l'aggiunta, però, delle competenze sullo sport e sulla promozione dello spettacolo in ogni sua forma. A fine 2007 fu approvato il nuovo regolamento di riorganizzazione e si intervenne ancora, il 2 luglio 2009, con il DPR n. 91, rafforzando l'azione di tutela e riconoscendo centralità alla salvaguardia del paesaggio. Tutti voi amaste quel Mibac un tempo, colleghi, non senza causa. Quale causa vi impedisce oggi di piangerlo? Il declino è cominciato nel 2013, con il Governo Letta, quando il Mibac rivendica la competenza sul turismo, già della Presidenza del Consiglio. Nasce allora il Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo (Mibact). L'onorevole Franceschini, che subentra nel 2014 e che, ad oggi, ha collezionato oltre 1700 giorni da componente dell'Esecutivo, con ben quattro Governi diversi, realizza in un biennio il grosso delle riforme, mandante il presidente del Consiglio Renzi, che stravolgono il dicastero.