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In questo senso, si distinguono dagli indici di commisurazione della pena di cui all'articolo 133 del codice penale, diretti più che altro «a ricostruire la personalità dell'agente, emergente dal fatto e dalle condotta di vita», e come tali funzionali ad assecondare maggiormente gli obiettivi di prevenzione speciale e rieducazione che caratterizzano la stessa funzione della pena nella fase della concreta irrogazione giudiziale. Si è ritenuto quindi, dopo aver esaminato con particolare attenzione la proposta di eliminazione delle circostanze, di mantenere la loro efficacia ultraedittale soprattutto per la loro capacità di: 1) esprimere una maggiore o minore intensità dell'offesa rispetto al bene protetto dalla norma incriminatrice; 2) tutelare beni diversi da quelli protetti dalla norma incriminatrice (ad esempio, articoli 61, numeri 2) e 9), 625, numero 2), e 576, numero 5), del codice penale) in caso di condotte plurioffensive; 3) precisare atteggiamenti psichici o caratteristiche tipiche della personalità dell'offensore che si riflettono sul grado di colpevolezza e sul disvalore complessivo della condotta. Si è ritenuto che -- mantenendo l'obbligatorietà della loro applicazione e collocandole nell'alveo della commisurazione legale della pena -- le circostanze possono svolgere ancora oggi una importante funzione retributiva e general-preventiva. Tuttavia, anche in considerazione dell'orientamento di parte della dottrina favorevole all'eliminazione delle circostanze -- e come punto di equilibrio tra le diverse posizioni (basate su argomentazioni pregevoli) -- si è deciso di ridurne il catalogo e contenere gli spazi di discrezionalità relativi sia all'applicazione delle circostanze sia all'entità degli aumenti o delle diminuzioni di pena. Si segnala, in particolare, la previsione di nuove circostanze aggravanti comuni (articolo 18, comma 2), tra cui «l'aver commesso il fatto per finalità di discriminazione razziale, religiosa, di nazionalità, di lingua, di opinioni politiche, di genere e di orientamento sessuale»; nonché «l'aver commesso il fatto per finalità terroristiche ovvero per agevolare associazioni di stampo mafioso o associazioni con finalità di terrorismo anche internazionale». La commissione Pisapia ha condiviso la scelta di eliminare fattispecie circostanziali di dubbio significato (ad esempio, l'avere agito per suggestione della folla in tumulto) o di indistinto e indiscriminato valore (aggravante teleologica). Le circostanze incidono sulla commisurazione legale della pena e non sulla commisurazione giudiziale: si è quindi ritenuto di non prevedere le circostanze indefinite e di subordinare la previsione di tutte le future previsioni circostanziali al vincolo della determinatezza. Ne consegue la preclusione nei confronti delle aggravanti direttamente e scopertamente in contrasto con l'articolo 25, secondo comma, della Costituzione (si pensi alle aggravanti speciali espresse con le formule «nei casi più gravi», «di particolare gravità», come ad esempio quelle previste nell'articolo 1 della legge n. 400 del 1985, che incrimina l'abusiva riproduzione di opere cinematografiche, o per i reati ministeriali data dalla «eccezionale gravità» del fatto, prevista dall'articolo 4 della legge costituzionale 16 gennaio 1989, n. 1). Sono situazioni in contrasto con l'inviolabilità del diritto di difesa, nelle quali sono già stati notoriamente ravvisati i margini di una potenziale illegittimità costituzionale dei casi indefiniti di aggravamento della pena. Per quanto concerne le attenuanti generiche si è ritenuta opportuna, proprio sulla base delle considerazioni sopra accennate, la loro abolizione: la loro indeterminatezza, se non collide con i princìpi costituzionali in tema di previsioni penali sfavorevoli, rappresenta tuttavia un veicolo di discrezionalità (se non di arbitrio) giudiziale, ben poco rispettoso del canone di certezza che pur deve informare la predeterminazione legislativa della cornice edittale ed orientare (sia pure con i debiti temperamenti) la commisurazione della pena da parte del giudice. Ne è conseguita la decisione della commissione di escludere le attenuanti generiche, la cui funzione storica si è sempre risolta nell'estemporaneo quanto improvviso surrogato di un'adeguata riforma dei limiti edittali e del sistema sanzionatorio. Si è peraltro cercata, non senza perplessità da parte di componenti della commissione, una soluzione meno drastica, quale quella di prevedere una specifica norma («correttivo di equità») che permette al giudice, dopo aver determinato la pena in concreto, di applicare una diminuzione fino ad un terzo quando risulti eccessiva rispetto all'effettivo disvalore del fatto (articolo 35). Il correttivo di equità, a differenza delle circostanze attenuanti generiche, è, nelle intenzioni della commissione Pisapia, uno strumento da utilizzare in casi eccezionali e particolari quali quelli in cui le conseguenze del reato abbiano già determinato una «pena naturale» ritenuta più che sufficiente in relazione al disvalore del fatto: l'esempio di scuola è quello relativo a un omicidio colposo per violazione del codice della strada in cui la vittima, o le vittime, sono persone legate da forti legami affettivi al responsabile del reato. È questo il motivo per cui, nell'ultima versione di tale criterio direttivo, si è voluto specificare che la diminuzione di pena possa essere applicata solo quando la pena inizialmente prevista sia «palesemente eccessiva» rispetto all'effettivo disvalore del fatto. E si è voluto specificare, proprio per evitare una interpretazione estensiva, che, in caso di applicazione del «correttivo di equità» la decisione debba essere «analiticamente motivata» proprio per evitare qualsiasi indiscriminata applicazione di una norma di favore, garantendo, anche attraverso il controllo di legittimità, che la pena sia effettivamente adeguata al caso concreto. È stata anche valutata, nell'ambito della commissione Pisapia, la proposta di prevedere, in casi simili, anche la possibilità di una specifica causa di non punibilità, in quanto, secondo alcuni commissari, già era sufficiente la «pena» e la «sofferenza» derivante dalle conseguenze del reato e un'eventuale altra sanzione non avrebbe avuto alcuna giustificazione proprio in considerazione della finalità che la pena deve avere ai sensi dell'articolo 27 della Costituzione. La commissione, a larga maggioranza, non ha accolto tale proposta e si è orientata per la norma prevista dall'articolo 35, la cui finalità -- giova sottolinearlo onde evitare equivoci -- è ben diversa da quella dell'attuale articolo 62- bis del codice penale. Quanto agli effetti delle circostanze ad effetto ordinario, si prevede -- anche in funzione limitativa dello spettro sanzionatorio su cui si muove il potere discrezionale del giudice in ordine alla commisurazione della pena in concreto -- un criterio più restrittivo dell'attuale (sulla scia dell'articolo 69, comma 2, del progetto Grosso): l'aumento o la diminuzione va da un sesto a un quarto della pena che il giudice applicherebbe in assenza di circostanze. In caso di concorso di due o più circostanze aggravanti, ovvero due o più circostanze attenuanti, ad effetto ordinario, gli aumenti o le diminuzioni di pena possono essere complessivamente fino alla metà dei limiti previsti dalla legge per il reato base.