[pronunce]

ORDINANZA ha pronunciato la seguentenei giudizi di legittimità costituzionale dell'art. 12-bis, primo comma, della legge 1° dicembre 1979 (recte: 1970), n. 898 (Disciplina dei casi di scioglimento del matrimonio), promossi dal Tribunale di Trani e dal Tribunale di Orvieto, rispettivamente con ordinanze del 21 luglio 2001 e del 20 marzo 2002, iscritte al n. 946 del registro ordinanze 2001 e al n. 230 del registro ordinanze 2002 e pubblicate nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 49, prima serie speciale, dell'anno 2001 e n. 21, prima serie speciale, dell'anno 2002. Visti gli atti di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri; udito nella camera di consiglio del 23 ottobre 2002 il Giudice relatore Francesco Amirante. Ritenuto che, nel corso di un giudizio relativo alla dichiarazione di cessazione degli effetti civili di un matrimonio concordatario, il Tribunale di Trani ha sollevato, in riferimento agli artt. 3, 29, secondo comma e 38, primo comma, della Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell'art. 12-bis, primo comma, della legge 1° dicembre 1979 (recte: 1970), n. 898 (Disciplina dei casi di scioglimento del matrimonio), nella parte in cui «secondo l'interpretazione fornita dalla giurisprudenza di merito e di legittimità, prevede il diritto del coniuge non passato a nuove nozze nonché titolare di assegno divorzile ad una quota del trattamento di fine rapporto percepito dall'altro coniuge solo qualora detto trattamento sia maturato al momento della proposizione della domanda introduttiva del giudizio di divorzio o successivamente ad essa e non anche in caso di maturazione dell'indennità nelle more tra il passaggio in giudicato della sentenza di separazione (o l'emissione del decreto di omologazione della separazione consensuale) e la proposizione della domanda di divorzio»; che il giudice remittente precisa che, nel procedimento de quo, la moglie separata consensualmente (in base a decreto di omologazione del 21 luglio 1992), nel costituirsi in giudizio come convenuta, ha chiesto oltre alla corresponsione dell'assegno divorzile anche l'attribuzione, in base alla norma impugnata, di una quota del trattamento di fine rapporto percepito dal marito; che lo stesso giudice soggiunge che nel corso del giudizio non è emersa alcuna contestazione in merito alla attribuzione alla convenuta dell'assegno, nella misura determinata nell'udienza presidenziale o in altra da definire, mentre l'attore si è opposto al riconoscimento del diritto della moglie (con la quale vigeva il regime della comunione legale dei beni) ad ottenere la richiesta quota di trattamento di fine rapporto, avendo egli riscosso tale provvidenza nel luglio 1996 e, cioè, circa due anni prima della proposizione dell'attuale domanda di cessazione degli effetti civili del matrimonio (presentata nel maggio 1998); che, secondo il giudice remittente, tale ultima deduzione è conforme alla interpretazione che dell'impugnato art. 12-bis, primo comma, hanno fornito sia la Corte di cassazione nella sentenza n. 5553 del 1999 sia la giurisprudenza di merito, affermando che esso deve essere inteso nel senso che il diritto in questione sorge solo qualora il trattamento di fine rapporto sia maturato al momento della proposizione della domanda introduttiva del giudizio di divorzio o successivamente ad essa e non anche quando - come è avvenuto nel caso di specie - la relativa maturazione e riscossione si siano verificate prima del suddetto momento; che tale indirizzo ermeneutico, ancorché possa considerarsi, nel silenzio della norma, rispettoso della reale intenzione del legislatore - essendo in sintonia con l'art. 4, decimo comma, della stessa legge n. 898 del 1970, il quale consente di anticipare gli effetti patrimoniali della pronuncia costitutiva di divorzio facendo, appunto, riferimento al momento della proposizione della relativa domanda - porta tuttavia, ad avviso del remittente, a dei risultati insoddisfacenti; che il Tribunale di Trani, dopo aver ricordato che sia la richiamata sentenza della Corte di cassazione sia la precedente sentenza della stessa Corte n. 7249 del 1995 hanno affermato che il diritto di cui si discute può essere riconosciuto anche con lo stesso provvedimento attributivo dell'assegno divorzile, sostiene che in tale ultima decisione è stato, fra l'altro, ritenuto, che se l'indennità di fine rapporto è maturata in costanza di separazione personale dei coniugi essa è, di regola, subordinata al regime della comunione legale e che, ove non sia in tutto o in parte utilizzata, rientra ex art. 177, lett. c), del codice civile, nella c.d. comunione de residuo; che in base a tale ultima statuizione mentre, nella ipotesi di maturazione del trattamento di fine rapporto durante la separazione, al momento dello scioglimento della comunione dei beni (coincidente con il passaggio in giudicato della sentenza di separazione o l'emissione del decreto di omologazione della separazione consensuale) la parte di indennità di fine rapporto eventualmente non consumata è attribuibile a ciascun coniuge per la metà, viceversa in caso di maturazione dell'indennità dopo lo scioglimento della comunione ma prima della introduzione del giudizio di divorzio l'altro coniuge non può avanzare al riguardo alcuna pretesa, salva restando la sua facoltà di chiedere una conseguente modifica delle condizioni della separazione ai sensi dell'art. 710 cod. proc. civ. ; che, secondo il remittente, quest'ultima eventualità non consente, tuttavia, di superare il prospettato dubbio di legittimità costituzionale, sia perché ai fini della valutazione della complessiva situazione patrimoniale del coniuge obbligato - rilevante ex art. 710 cod. proc. civ. - si deve considerare che, nella maggior parte dei casi, la riscossione dell'indennità in argomento è accompagnata da un peggioramento della posizione reddituale dell'interessato conseguente al suo pensionamento, sia perché la facoltà di agire per la revisione delle statuizioni patrimoniali è riconosciuta dall'art. 9 della legge n. 898 del 1970 anche al coniuge divorziato cui viene attribuito il beneficio di cui si discute; che il giudice remittente osserva che la denunciata violazione degli artt. 3 e 29, secondo comma, della Costituzione sarebbe rappresentata dalla disparità di trattamento che si viene a creare - quando la maturazione dell'indennità di fine rapporto avviene dopo il passaggio in giudicato della sentenza di separazione o l'omologazione del decreto di separazione consensuale - a seconda che la data di tale maturazione sia antecedente o successiva alla proposizione della domanda di divorzio, in quanto solo nel primo caso il coniuge beneficiario dell'assegno rimarrebbe privo di qualsiasi diritto rispetto alla suddetta indennità, senza alcuna razionale giustificazione e con il rischio di speculazioni da parte del coniuge debitore, il quale potrebbe appositamente anticipare la risoluzione del rapporto di lavoro rispetto al divorzio;