[pronunce]

nel merito ha contestato la fondatezza delle pretese, chiedendone il rigetto. Il Tribunale osserva che, in data 12 giugno 2012, ha fissato l'udienza di discussione, anche sui dubbi in merito alla legittimità costituzionale dell'art. 32, comma 4, lettera b), della legge n. 183 del 2010 - nella parte in cui prevede l'applicazione del termine di decadenza stabilito dal riformato art. 6 della legge n. 604 del 1966 anche ai contratti a termine già conclusi alla data di entrata in vigore della medesima legge - in relazione al disposto dell'art. 3 Cost. Ciò premesso, il rimettente svolge le medesime argomentazioni formulate nell'ordinanza di rimessione n. 301 del 2012. In particolare, con riferimento alla fattispecie oggetto del giudizio a quo, osserva che - a prescindere dall'adesione o meno all'opzione interpretativa circa l'applicabilità a tutte le ipotesi indicate nel citato art. 32 in ordine al differimento dell'efficacia del termine di decadenza al 31 dicembre 2011, e circa la non applicabilità dello stesso a tutte le decadenze a tale data già maturate - non vi sarebbe ragione di dubitare che, nel caso di specie, essendo il contratto a termine cessato il 30 giugno 2009, ed avendo il ricorrente formalizzato la propria impugnazione con lettera del 9 novembre 2011, esso sia incorso nella decadenza prevista dalla norma in esame, come eccepito dalla convenuta. In questo quadro, la questione sarebbe rilevante ai fini della decisione, in quanto, qualora si applicasse la norma oggetto di scrutinio al caso di specie, non si potrebbe che dichiarare la decadenza del ricorrente dal diritto di agire in giudizio per ottenere l'accertamento della nullità del termine apposto al contratto di lavoro stipulato con la società resistente. 7.- Con atto depositato il 5 febbraio 2013 si è costituita nel presente giudizio Poste Italiane spa, chiedendo che la questione di legittimità costituzionale sia dichiarata inammissibile o non fondata, alla luce delle stesse argomentazioni svolte nella memoria di costituzione depositata nel giudizio originato dall'ordinanza di rimessione n. 301 del 2012. 8.- Con atto depositato il 5 febbraio 2013 è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, chiedendo che la questione sia dichiarata inammissibile o non fondata, sulla base delle medesime argomentazioni esposte nell'atto d'intervento nel giudizio di legittimità costituzionale originato dall'ordinanza di rimessione n. 301 del 2012. 9.- Con atto depositato nella stessa data si è costituito C.G., chiedendo alla Corte di dichiarare l'illegittimità costituzionale dell'art. 32, comma 4, lettera b), della legge n. 183 del 2010. Dopo aver riferito sulle circostanze inerenti alla causa intrapresa con il ricorso depositato il 29 febbraio 2012 e sulle domande con esso proposte, la parte privata ricorrente dà atto della costituzione della convenuta società e, a sostegno delle ragioni dedotte a fondamento dell'ordinanza di rimessione, osserva quanto segue. In primo luogo, pone in rilievo la palese discriminazione creata dalla disposizione in esame in relazione a situazioni tra loro identiche, trattate in modo uguale dallo stesso legislatore, il quale le avrebbe equiparate nel medesimo testo legislativo, per quel che concerne «la necessità dell'esternalizzazione dell'opposizione del lavoratore all'atto datoriale, giustificata dalla necessità della certezza dei rapporti nella realtà economica». Si tratterebbe, dunque, di una norma comportante indebite differenziazioni tra situazioni riconosciute come uguali, ovvero delle assimilazioni indebite di situazioni diverse. La difesa della parte privata prosegue osservando che questa Corte avrebbe cercato di definire «i criteri in base ai quali operare il giudizio di eguaglianza delle leggi»: correttezza della classificazione effettuata dal legislatore in relazione ai soggetti considerati ; previsione di un trattamento omogeneo, ragionevolmente commisurato alle caratteristiche essenziali della classe di persone cui quel trattamento è riferito; proporzionalità del trattamento giuridico previsto rispetto alla classificazione operata dal legislatore, tenendo conto del fine obiettivo insito nella disciplina normativa considerata e che va esaminata in relazione agli effetti pratici prodotti. Sulla scorta di tali generali principi sarebbe evidente l'indebita differenziazione operata dalla legge n. 183 del 2010, «laddove ritiene - ingiustificatamente - a fronte di situazioni ritenute nel medesimo provvedimento legislativo tra loro analoghe, al punto di applicare una disciplina identica, con riferimento alle decadenze disposte, di differenziare l'applicazione della decadenza stessa anche ai rapporti in corso per una sola di queste, senza che sia ravvisabile una seria ragione che giustifichi questa scelta legislativa, oggettivamente punitiva per i soggetti che hanno stipulato rapporti a termine». Si tratterebbe, peraltro, di una valutazione non limitata alla mera analisi strutturale del disposto della norma dettata dall'art. 32 della legge n. 183 del 2010, ma estesa alla ratio del provvedimento legislativo. Come già notato, esso avrebbe la finalità di far emergere in breve tempo i possibili contenziosi in materia di contratti di lavoro, «evitando che il tessuto dei rapporti socio-economici che si susseguono nel mondo del lavoro sia esposto all'incertezza delle azioni giudiziarie per un tempo indefinito, ritenuto incompatibile con il più rapido avvicendarsi delle modifiche nel mondo del lavoro che ha caratterizzato l'evoluzione socio economica degli ultimi decenni. Tuttavia, tale finalità sussisterebbe per tutti i tipi di rapporti sui quali è intervenuto il citato art. 32, ovviamente disponendo che la nuova disciplina si applicasse ai rapporti che andavano a costituirsi successivamente all'entrata in vigore della legge. Soltanto per i contratti a termine - e senza giustificazione alcuna - il legislatore avrebbe disposto che la decadenza si applicasse anche ai rapporti in corso e, soprattutto, a quelli già conclusi, con l'effetto di penalizzare una specifica categoria, cioè i lavoratori assunti a termine. Né potrebbe assumere rilievo, come bene ricorda il rimettente, la circostanza (peraltro, avente natura fattuale e non giuridica) relativa al massiccio contenzioso riguardante l'altra parte in causa, vale a dire Poste Italiane spa. Questa Corte, nella sentenza n. 303 del 2011, avrebbe affermato che il legislatore, con la legge n. 183 del 2010, avrebbe operato sul piano generale e astratto delle fonti e che la "innovativa disciplina", di cui si tratta, avente carattere generale, non favorirebbe «selettivamente lo Stato o altro ente pubblico», del resto neppur figuranti tra i destinatari delle disposizioni censurate. Ne deriverebbe che la disciplina applicativa della decadenza ai rapporti a termine già conclusi, diversamente da tutte le altre fattispecie regolate temporalmente per il futuro quanto all'obbligo d'impugnazione, non avrebbe alcuna ragione specifica legata al particolare settore di cui si tratta, «con la inevitabile valutazione di contrarietà alla disciplina di cui all'art. 3 Cost., per violazione del principio di uguaglianza».