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Istituzione di una Commissione parlamentare di inchiesta sull'uso politico della giustizia. Onorevoli Senatori . – Dopo il superamento dell'emergenza sanitaria legata al virus COVID-19, al centro della cronaca sono tornati – se si consente la metafora – i gravissimi sintomi di un'altra malattia, in questo caso istituzionale, del nostro sistema: una patologia conclamata, ma mai adeguatamente indagata e tanto meno curata nelle sue origini, nelle sue manifestazioni, nella sua reale estensione ai gangli vitali dell'ordinamento. Il riferimento è all'uso politico della giustizia: il fenomeno, seppure circoscritto a cerchie più o meno ristrette di magistrati, rispetto ad una larga maggioranza silenziosa che ogni giorno adempie alla sua nobile funzione in posizione terza e imparziale e con encomiabile impegno e dedizione, ha assunto, specie nel lasso di tempo intercorso dagli anni ’90 ad oggi, una dimensione sistemica, organizzata e pervasiva. Le sue ramificazioni si sono sviluppate, secondo una preoccupante catena, sia in senso verticale, dalle procure al Consiglio superiore della magistratura (CSM), sia in senso orizzontale, coinvolgendo movimenti politici, sistema dei media e poteri economici. In questo contesto, torna alla mente un celebre aforisma di Piero Calamandrei: « quando per la porta della magistratura entra la politica, la giustizia esce dalla finestra ». Tale considerazione epigrammatica condensa una serie di princìpi davvero coessenziali allo Stato di diritto e alla cultura costituzionalistica. La funzione giurisdizionale (non a caso definita « ordine giudiziario ») si distingue da quella spettante, tradizionalmente, al potere legislativo e al potere esecutivo – oltreché in relazione all'oggettivo contenuto delle attribuzioni, ai profili procedimentali e alle tipologie di atti adottabili – per l'assenza di ogni partecipazione alla determinazione dell'indirizzo politico dello Stato e, a maggior ragione, per l'assenza di qualsivoglia indirizzo politico proprio, espressione di opzioni e preferenze di parte o corporative. L'essenza della funzione giurisdizionale risiede nell'applicazione della legge – pur nell'ambito e nei limiti delle operazioni valutative implicite in ogni attività ermeneutica – intesa ampiamente come complesso delle norme che compongono l'ordinamento. E solo alla legge, in questa medesima accezione, la magistratura è soggetta (articolo 101 della Costituzione): aspetto che vale ad assicurarne l'indipendenza non solo rispetto a interferenze esterne, ma anche contro forme di condizionamento interno. Ebbene: già qui può cogliersi una prima verità del pensiero di Calamandrei, potendosi concludere che là dove vi sia politica, intesa come indirizzo di parte o pretesa di disporre dell'interesse generale frutto di condizionamenti eteronomi o di moti autonomi, non vi è più giustizia, perché a ben vedere non vi è più giurisdizione, per come essa deve essere intesa. Il compito di assicurare l'applicazione della legge, in posizione di terzietà e imparzialità, rispetto agli organi che concorrono a produrla, è a sua volta espressivo di due altri capisaldi del costituzionalismo. Ci si riferisce, anzitutto, al principio di legalità, che impone che ogni potere sia esercitato sulla base di una previa norma giuridica, con una netta distinzione – non solo dal punto di vista logico e cronologico, ma anche dal punto di vista degli organi preposti ai diversi segmenti procedurali – fra l'astratto disporre, il concreto provvedere e la valutazione di conformità della seconda attività alla prima. Si allude, poi, al principio di separazione dei poteri, il quale prescrive che le funzioni non siano concentrate in un unico soggetto istituzionale, poiché la concentrazione del potere è il primo e principale veicolo di instaurazione dell'assolutismo e della tirannide, più o meno occulta. Il secondo risvolto dell'aforisma di Calamandrei è, dunque, la comprensibile conclusione che là dove la magistratura esorbiti dal suo alveo, per debordare nel perimetro di competenze di altri poteri dello Stato, cessa ogni istanza di giustizia legale. Viene soprattutto dall'insegnamento del liberalismo l'idea che rifiuta ogni figura del giudice legislatore o del giudice amministratore che, forte della toga, si faccia carico di creare e applicare la sua personale giustizia in terra. Come pure è di matrice liberale l'idea che il processo deve restare il luogo dell'accertamento dei fatti e delle responsabilità individuali, non divenire il mezzo o il palcoscenico attraverso cui lo Stato regola i conflitti sociali, governa i flussi di consenso o veicola disegni di moralizzazione pubblica; e neppure il luogo in cui i magistrati perseguono disegni di ribalta politica o di procacciamento di consensi. Infine, occorre considerare il peculiare canale di legittimazione del potere giudiziario. In un sistema edificato sul principio di sovranità popolare, la giurisdizione costituisce un unicum : pur munita di rilevanti poteri, che incidono al cuore i diritti e le libertà fondamentali degli individui, essa è estranea al circuito democratico. Tale anomalia, solo apparente, è in realtà un consapevole congegno, volto ad assicurare ogni estraneità di chi è chiamato ad applicare le norme dall'agone politico, dalle contese di parte, dalla necessità e, al tempo stesso, dalla possibilità di procacciarsi il consenso. L'ingresso per concorso e la tendenziale inamovibilità rispondono alla stessa logica, laddove tutti gli altri organi sono direttamente o indirettamente soggetti al giudizio del corpo elettorale. La giurisdizione è un potere che, sotto il profilo della legittimazione, non si basa sul principio democratico, ma su princìpi diversi: autorevolezza, competenza, terzietà e imparzialità. Il protagonismo giudiziario danneggia in primo luogo la magistratura stessa: e questo è l'ultimo corollario dell'affermazione di Calamandrei citata in apertura. Prevenire sia l'uso politico della toga (cioè evitare che i magistrati esercitino le loro funzioni per propiziarsi la successiva carriera politica o per raccogliere il consenso dei politici), sia l'uso giurisdizionale della carica politica (cioè utilizzare l'incarico politico come prolungamento indebito della giurisdizione, con una sorta di pretesa assolutista del giudice legislatore) è uno sforzo che deve prendere le mosse dalla magistratura stessa, perché tali patologie la delegittimano agli occhi dei cittadini, che non accetteranno decisioni provenienti da soggetti privi di ogni certezza di imparzialità. Quando Montesquieu, ne Lo spirito delle leggi , allude al potere giudiziario « così terribile fra i cittadini » come potere che ha da essere « invisibile e neutro », affinché sia temuta « la magistratura, non i magistrati », intende evocare, fra l'altro, proprio questo: i rilevanti poteri di cui la magistratura dispone, sganciati dal controllo democratico, debbono basarsi su un naturale self restraint .