[pronunce]

ORDINANZA ha pronunciato la seguentenei giudizi di legittimità costituzionale dell'art. 593 del codice di procedura penale, come sostituito dall'art. 1 della legge 20 febbraio 2006, n. 46 (Modifiche al codice di procedura penale, in materia di inappellabilità delle sentenze di proscioglimento), e dell'art. 10 della stessa legge, promossi, nell'ambito di diversi procedimenti penali, con ordinanze del 2 maggio 2006 dalla Corte d'appello di Genova, del 25 maggio e del 16 giugno 2006 dalla Corte d'appello di Bologna, del 26 aprile, del 2 maggio e del 1° giugno 2006 dalla Corte d'appello di Ancona, del 16 maggio 2006 dalla Corte d'assise d'appello di Salerno, del 12 giugno 2006 dalla Corte d'appello di L'Aquila, del 10 ottobre 2006 dalla Corte d'appello di Ancona, del 4 luglio 2006 dalla Corte d'appello di Catania, del 30 marzo, del 6 (nn. 2 ordd.) e del 7 aprile e del 7 giugno 2006 dalla Corte d'appello di Napoli, del 23 gennaio 2007 dalla Corte d'appello di Perugia e dell'8 agosto 2006 (nn. 2 ordd. ) dalla Corte d'appello di Trieste rispettivamente iscritte ai nn. 10, 35, 42, 49, 50, 53, 68, 173, 216, da 266 a 269, 272, 273, 618, 659 e 660 del registro ordinanze 2007 e pubblicate nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica nn. 7, 8, 9, 14, 16 nell'edizione straordinaria del 26 aprile 2007, e nn. 17, 36 e 38, prima serie speciale, dell'anno 2007. Udito nella camera di consiglio del 12 dicembre 2007 il Giudice relatore Giovanni Maria Flick. Ritenuto che, con diciotto ordinanze di analogo tenore, le Corti d'appello di Genova (r.o. 10 del 2007), di Bologna (r.o. nn. 35 e 42 del 2007) , di L'Aquila (r.o. n. 173 del 2007), di Ancona (r.o. nn. 49, 50, 53 e 216 del 2007), di Catania (r.o. n. 266 del 2007), di Napoli (r.o. nn. 267, 268, 269, 272 e 273 del 2007), di Trieste (r.o. nn. 659 e 660 del 2007), di Perugia (r.o. 618 del 2007) e la Corte d'assise d'appello di Salerno (r.o. n. 68 del 2007) hanno sollevato, in riferimento agli artt. 3, 24, 25, 97, 111, primo, secondo, sesto e settimo comma, e 112 della Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell'art. 593 del codice di procedura penale, come sostituito dall'art. 1 della legge 20 febbraio 2006, n. 46 (Modifiche al codice di procedura penale, in materia di inappellabilità delle sentenze di proscioglimento), nella parte in cui non consente al pubblico ministero di proporre appello avverso le sentenze di proscioglimento se non nel caso previsto dall'art. 603, comma 2, cod. proc. pen. , quando cioè sopravvengano o si scoprano nuove prove dopo il giudizio di primo grado e sempre che tali prove risultino decisive, e dell'art. 10 della medesima legge; che, sotto il profilo della rilevanza, i rimettenti premettono che in forza dell'art. 10 della legge n. 46 del 2006 – il cui art. 1, sostituendo l'art. 593 cod. proc. pen. , ha sottratto al pubblico ministero il potere di appellare le sentenze di proscioglimento – i giudizi dovrebbero essere definiti con ordinanze non impugnabili di inammissibilità; che tutti i rimettenti dubitano della legittimità costituzionale della disciplina censurata in riferimento al precetto dell'art. 111, secondo comma, Cost., in forza del quale ogni processo deve svolgersi «nel contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità davanti ad un giudice terzo e imparziale»; che, secondo i giudici a quibus, i limiti all'appellabilità delle sentenze di proscioglimento introdotti dalla legge n. 46 del 2006 solo apparentemente soddisferebbero l'esigenza di parità tra le parti garantita dalla disposizione costituzionale, in quanto la preclusione all'appello è destinata ad incidere esclusivamente sulla parte (il pubblico ministero) che ha effettivo interesse all'impugnazione di tali sentenze, determinando irragionevolmente una squilibrio fra accusa e difesa, in danno esclusivo della parte pubblica; che l'introduzione di così significative limitazioni al potere di appello del pubblico ministero non risponderebbe, infatti, a nessuna delle esigenze in vista delle quali la Corte costituzionale ha in passato ritenuto possibile la previsione di limiti di appellabilità (esigenze che si compendiano nella peculiare posizione istituzionale del pubblico ministero, nella funzione allo stesso affidata, ovvero in esigenze connesse alla corretta amministrazione della giustizia), e non troverebbe, a giudizio dei rimettenti, giustificazione alcuna nella tutela di altri princîpi costituzionali; che, a questo riguardo, taluni rimettenti escludono che le modifiche all'art. 593 cod. proc. pen. siano imposte dalla necessità di dare attuazione all'art. 2 del Protocollo addizionale n. 7 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali, adottato a Strasburgo il 22 novembre 1984, ratificato e reso esecutivo con la legge 9 aprile 1990, n. 98; che, in particolare, alcuni rimettenti (Corte d'appello di Bologna, r.o. n. 35 e n. 42 del 2007; Corte d'appello di Catania, r.o. n. 266 del 2007) ritengono che il secondo comma dell'art. 2 di tale Protocollo addizionale introduca un'eccezione al principio del doppio grado di giurisdizione di merito proprio per l'ipotesi – che il legislatore avrebbe avuto di mira – di condanna in secondo grado a seguito di appello avverso sentenza di proscioglimento in primo grado; mentre altri rimettenti (Corte d'appello di Trieste, r.o. n. 659 e 660 del 2007) sottolineano come la Corte costituzionale abbia ripetutamente ribadito che il doppio grado di giurisdizione di merito non forma oggetto di garanzia costituzionale e che la formulazione di detto art. 2, nel demandare al legislatore interno ampi spazi per la disciplina dell'esercizio del diritto all'impugnazione, non esclude che il principio si sostanzi nella previsione del solo ricorso per cassazione; che dalla constatazione della mancata previsione costituzionale del principio del doppio grado di giurisdizione di merito muove la Corte d'assise d'appello di Salerno (r.o. n. 68 del 2007), per rilevare come non sia ragionevole «una soluzione che privi solo una delle due parti del secondo grado di merito davanti al giudice d'appello», atteso che «all'imputato è tuttora consentito proporre appello avverso le sentenze di condanna»;