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il 18 ottobre 2021, su "RAI3", la trasmissione "Presa diretta" ha analizzato il mondo delle calzature con l'inchiesta "Il sassolino nella scarpa", un'industria che ogni anno produce 24,3 miliardi di scarpe, 66 milioni di paia al giorno. L'Italia è il primo produttore di scarpe in Europa: 4.100 aziende, 72.000 addetti, un fatturato che nel 2019, prima del COVID, valeva 14 miliardi e 300 milioni di euro, poi sceso del 15 per cento nel 2020. Un mercato che durante la pandemia ha subito una contrazione, ma a pagare sono stati soprattutto i piccoli artigiani e i produttori che lavoravano per il mercato del lusso; in particolare, il servizio giornalistico racconta come funzionano la complessa filiera delle scarpe e il sistema di appalti e subappalti. In Albania, ad esempio, migliaia di operaie cuciono senza diritti e con stipendi da fame alcune delle scarpe italiane più famose del mondo, che costano quasi come uno stipendio di un impiegato. Il COVID ha messo in crisi i piccoli artigiani che lavorano per i grandi gruppi che impongono margini bassi a chi lavora per loro. "La filiera delle scarpe è una delle più complesse e meno indagate nel mondo della moda, racconta la giornalista Giulia Bosetti, i marchi del lusso si forniscono di fornitori di primo, secondo e terzo livello, appalti e subappalti, per ogni brand decine o centinaia di terzisti tagliano, cuciono e assemblano le varie parti della scarpa, dalla tomaia che è la parte superiore, alla suola". Ci sono marchi dove la suola è fatta in Italia, mentre il resto è fatto e assemblato in Turchia, con un costo da 25 a 27 euro, prezzo non paragonabile a quello che si trova nei negozi italiani, dove quelle scarpe si vendono anche a 400 euro al paio. Questo è possibile grazie al fatto che tutti fornitori dei marchi del lusso sono costretti a firmare rigidissime clausole di riservatezza, perché se si dichiara per chi si lavora o ci si lamenta dei prezzi si è fuori dal mercato. "Nessuno denuncia", racconta uno di questi subfornitori, Carla Ventura, che ha avuto il coraggio di parlare di questo sistema, dice: "Ad un certo punto ho dovuto arrendermi all'evidenza e dire ho fallito, non ce la faccio e ho gettato la spugna". Questa imprenditrice ha chiuso la sua attività perché ha denunciato i ritardi nei pagamenti da parte di Tods, capofiliera della produzione; per ottenere prezzi sempre più bassi, i grandi brand si rivolgono all'estero, in Turchia e in Cina: lo fanno anche marchi che sul palco del Fashion awards difendono i diritti civili delle persone. Ma la realtà è diversa, perché i grandi brand producono gravi impatti là dove portano la produzione: impatti sull'ambiente, sulle condizioni di lavoro; tra questi c'è LVMH, una multinazionale del lusso, una delle più grandi al mondo, con 75 maison , 44,7 miliardi di euro di fatturato, e che detiene brand come Louis Vuitton, Fendi, Dior, Loropiana. L'azionista principale è Bernard Arnault, uno dei tre uomini più ricchi al mondo, con un patrimonio netto di 188 miliardi di dollari. C'è poi il gruppo Kering, 13 miliardi di fatturato e una galassia di brand che vanno da Gucci a Yves Saint Laurent, da Bottega Veneta a Balenciaga; nel servizio giornalistico viene intervistato Giuseppe Iorio, un manager del settore della moda, direttore della produzione della Ittierre, il quale racconta di aver delocalizzato aziende del settore per anni per i grandi gruppi "da un punto di vista economico io posso dire che hanno fatto un'operazione brillante perché comprare a 12 e vendere a 200, vuol dire che veramente hai il cervello, ma da un punto di vista morale, non è concepibile. Il tuo non è made in Italy ma sono prodotti nei peggiori tuguri della Tunisia... Questo gap , questa differenza finisce nelle tasche a dei produttori italiani che se ne sono andati in Romania, con la connivenza dei grossi marchi, con la connivenza di Confindustria e soprattutto con la connivenza della camera della moda"; considerato inoltre che: l'organizzazione non governativa "Abiti puliti" ha realizzato un report sulle scarpe italiane per capire quanto agiscano nel rispetto dei diritti umani ed è emerso che marchi come Geox, che ha fatturato 535 milioni di euro, sta chiudendo uno stabilimento in Serbia aperto grazie ai fondi del Governo serbo. Il gruppo Tods, 55 società controllate, 637 milioni di fatturato nel 2020, un'icona del made in Italy , a Durazzo ha uno stabilimento (dove c'è anche Hogan) dove lavorano le operaie prese dai villaggi in condizioni difficili, anche perché non ci sono sindacati a tutelare le persone. E le Hogan fatte in Albania e vendute da 200 a 300 euro sono made in Italy , ma sono prodotte da operaie pagate anche un euro all'ora; sperduta nelle campagne si trova un'azienda che lavora per il settore pubblico italiano: le t-shirt di Carabinieri e Guardia di finanza, per ospedali pubblici. Anche il pubblico si comporta in Albania come il privato, imponendo ai terzisti albanesi prezzi sempre più bassi che nemmeno bastano a ripagare dei costi della produzione; la Texprint è una fabbrica tessile di Prato, dove gli operai sono stati licenziati dopo aver protestato per le condizioni di sfruttamento in cui erano costretti a lavorare. Lavoravano con un contratto da apprendistato per 7 giorni su 7 e alla fine del periodo da apprendista venivano cacciati. Tante aziende in conto terzi nel settore dell'abbigliamento lavorano così: sfruttando le persone, con controlli insufficienti per cambiare la realtà, perché le sanzioni sono insufficienti, spiega un sindacalista del SI Cobas. Buste paghe false, contributi non versati, salari in nero, condizioni di lavoro poco igieniche, rischi per la salute per il contatto con sostanze chimiche, turni infiniti: queste le denunce degli operai di una di queste fabbriche del settore; considerato infine che: tutte queste filiere sono certificate da enti che dovrebbero certificare il rispetto ambientale, il rispetto dei diritti umani delle persone. RINA è una holding che opera nel settore dei trasporti e nel settore delle certificazioni; la Procura di Genova sta indagando su un giro di false certificazioni, come quelle rilasciate per la sostenibilità dei marchi della moda. Ad esempio, lo stabilimento tessile esploso in Pakistan nel 2012 aveva la certificazione, eppure era una trappola per chi ci lavorava dentro, non si rispettavano le norme di sicurezza, nessun salario minimo pagato, i controlli erano concordati, perché altrimenti si perdevano i clienti, racconta un auditor a "Presa diretta", si chiede di sapere: se i Ministri in indirizzo siano a conoscenza dei fatti esposti e quali azioni di propria competenza intendano intraprendere per tutelare i lavoratori sfruttati; se non ritengano improcrastinabile un intervento finalizzato ad affrontare la questione dello sfruttamento da parte dei grandi brand italiani, come rappresentato nella trasmissione di RAI3, per evitare che fiori all'occhiello dell'industria italiana finiscano per macchiare il buon nome del made in Italy ; quali strumenti di controllo incrociato e di contrasto intendano adottare nei confronti degli organi preposti alle certificazioni, per impedire che società come RINA facciano ulteriori danni in futuro.