[pronunce]

ORDINANZA ha pronunciato la seguentenel giudizio di legittimità costituzionale dell'art. 36, comma 3, del codice di procedura penale, promosso dal Tribunale ordinario di Fermo, nel procedimento penale a carico di G. C., con ordinanza del 17 ottobre 2018, iscritta al n. 22 del registro ordinanze 2019 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 8, prima serie speciale, dell'anno 2019. Visto l'atto di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri; udito nella camera di consiglio del 20 novembre 2019 il Giudice relatore Franco Modugno. Ritenuto che il Tribunale ordinario di Fermo ha sollevato, con ordinanza del 17 ottobre 2018, questioni di legittimità costituzionale dell'art. 36, comma 3, del codice di procedura penale, in riferimento agli artt. 2 (recte: 3), 25, 97, 101 e 111 della Costituzione, nella parte in cui non prevede che la dichiarazione di astensione del giudice venga sottoposta per la decisione al capo dell'ufficio nelle sole ipotesi previste dalla lettera h) di detto articolo, vale a dire per il caso di astensione dovuta ad «altre gravi ragioni di convenienza»; che in punto di fatto il giudice rimettente ha premesso di essersi già pronunciato - adottando sentenza di non luogo a procedere ai sensi dell'art. 425 cod. proc. pen. - nei confronti del medesimo imputato in altro procedimento, nel quale era contestato il reato di falsa testimonianza, in quanto l'imputato, deponendo come testimone in un procedimento civile per opposizione alla esecuzione avverso atto di precetto, aveva dichiarato il falso affermando di non aver mai consegnato a due avvocati un assegno, sulla cui base era stata promossa l'azione esecutiva; che l'imputazione elevata nei confronti dello stesso imputato nel giudizio a quo riguardava, invece, la falsa denuncia di smarrimento del medesimo assegno, in realtà consegnato allo stesso legale, che veniva in tal modo indirettamente incolpato del delitto di ricettazione; che trattandosi, dunque, di fatti fra loro strettamente connessi, riguardanti proprio le false dichiarazioni e la falsa denuncia di smarrimento dello stesso titolo di credito da parte della medesima persona, il giudice formulava dichiarazione di «astensione obbligatoria ex art. 37 c.p.p. così come modificato dalla [C]orte [c]ostituzionale (sentenza n. 283 [del] 2000)»: dichiarazione che, peraltro, veniva respinta dal Presidente del Tribunale con nota del 30 settembre 2016; che lo stesso giudice rimettente, non condividendo tale determinazione, provvedeva a rinnovare la dichiarazione di astensione sulla base di ulteriori argomentazioni, e, a fronte di un nuovo rigetto da parte del Presidente del Tribunale, investiva, attraverso la formulazione di un quesito, il Consiglio superiore della magistratura, il quale rispondeva al quesito medesimo con nota del 22 febbraio 2018, ove si confermava «che il dirigente dell'ufficio investito della dichiarazione del motivo di astensione deve valutare la sussistenza delle circostanze dedotte a sostegno della dichiarazione stessa»; che, preso dunque atto dello stallo decisorio venutosi a determinare, il giudice a quo ha sollevato questioni di legittimità costituzionale dell'art. 36, comma 3, cod. proc. pen. , censurato nella parte in cui non limita l'intervento decisorio del presidente della corte o del tribunale in tema di dichiarazione di astensione ai soli casi di astensione dovuta alle altre «gravi ragioni di convenienza» di cui allo stesso art. 36, comma 1, lettera h), cod. proc. pen. ; che la norma censurata si porrebbe in contrasto con l'art. 3 Cost. (erroneamente indicato come art. 2), «sia sotto il profilo dell'ineguaglianza di situazioni ingiustificatamente differenti a seconda che vi sia un processo civile ovvero un processo penale», essendo il regime dell'astensione nel processo civile disciplinato dalle diverse regole dettate dall'art. 51 del codice di procedura civile, «sia sotto il profilo della manifesta irragionevolezza per il meno garantito trattamento riservato a situazioni uguali, che possano rispettivamente verificarsi nel processo civile [o] nel processo penale, ove, inoltre, vengono di regola [in] rilievo, a differenza che nel processo civile, diritti fondamentali»; che risulterebbe violato anche l'art. 25 Cost., «nella misura in cui vedere regolata da un semplice procedimento amministrativo, senza possibilità d'impugnazione e senza obbligo di motivazione, una fattispecie obiettiva di ipotesi di astensione obbligatoria», contrasterebbe con il principio del giudice naturale precostituito per legge; che sarebbe vulnerato anche l'art. 97 Cost., «a causa degli elementi di maggiore incertezza operativa che inevitabilmente deriverebbero dal far decidere il capo dell'ufficio circa l'ipotesi di astensione obbligatoria»; che apparirebbe leso l'art. 101 Cost., «nella misura in cui un soggetto che esercita attività giurisdizionale si vede sottratto, senza che a fondare tale scelta di legge ragioni di buona amministrazione possano rinvenirsi, il potere-dovere di decidere da un provvedimento amministrativo non impugnabile e senza obbligo di motivazione»; che compromesso sarebbe, infine, anche l'art. 111 Cost., «nella misura in cui viene a incidere con una normativa irragionevole sull'attività del giudice, così neutralizzando o limitando la sua funzione di terzietà o imparzialità»; che nel giudizio è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dalla Avvocatura generale dello Stato, la quale ha concluso chiedendo che le questioni siano dichiarate inammissibili e comunque infondate. Considerato che il Tribunale ordinario di Fermo solleva, in riferimento agli artt. 2 (recte: 3), 25, 97, 101 e 111 della Costituzione, questioni di legittimità costituzionale dell'art. 36, comma 3, del codice di procedura penale, nella parte in cui non limita l'obbligo di sottoporre la dichiarazione di astensione alla decisione del presidente della corte o del tribunale al solo caso di astensione previsto dallo stesso art. 36, comma 1, lettera h), vale a dire all'astensione dovuta ad altre «gravi ragioni di convenienza»;