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Nel 1953 era infatti opinione comune che dovesse prevalere la prassi statutaria secondo la quale era il Presidente del Consiglio a proporre al Re il decreto di scioglimento, accompagnando la proposta con un'ampia relazione ministeriale che veniva pubblicata nella Gazzetta Ufficiale come parte integrante dello stesso decreto di scioglimento. Sappiamo dalla ricostruzione storica che se nel 1953 non ci fu una deliberazione del Consiglio dei ministri e una proposta formale del Presidente del Consiglio, ciò avvenne solo per la scelta di De Gasperi, che pure rivendicava la responsabilità governativa, di evitare in seno al Consiglio dei ministri uno scontro con i partiti laici che erano contrari allo scioglimento anticipato del Senato. Fu solo questa la ragione della assenza della proposta governativa e della conseguente forma «presidenzialista» assunta dal decreto di scioglimento del 1953. L'esito di quelle elezioni, con la mancata attivazione del premio di maggioranza, fu poi decisivo per escludere successivamente la responsabilità governativa dello scioglimento. Dopo De Gasperi, il Presidente del Consiglio, trasformato in debole mediatore, venne schiacciato, anche nella «sostanza», sulla «forma» assunta dal decreto di scioglimento nel 1953 (anche se, durante la prima fase della Repubblica, divenne decisiva la volontà del sistema dei partiti, mentre il ruolo del Presidente della Repubblica fu sostanzialmente notarile). Dopo l'introduzione, nel 1993, del sistema elettorale maggioritario sarebbe stato possibile, considerata l'elasticità e lo «schema aperto» delle norme costituzionali sulla forma di governo, giungere in via convenzionale ad una loro diversa lettura, riconoscendo al Presidente del Consiglio il potere di proporre lo scioglimento delle Camere. Ma sono note le vicende politiche che non lo hanno consentito, come sono anche note le conseguenze negative che ciò ha comportato sulla stabilità delle maggioranze di governo, già messa in causa dalla formazione di coalizioni disomogenee (coalizioni che sono però risultate stabili a livello locale e regionale, proprio grazie all'esistenza di forti meccanismi indirizzati a questo fine). Da qui l'esigenza fondamentale di procedere ad una revisione dell'articolo 88 della Costituzione, sia pure, come detto, attraverso l'intervento minimo necessario. Infatti, non si ritiene necessario e opportuno irrigidire il sistema disciplinando in dettaglio il rapporto intercorrente tra la formale richiesta di scioglimento da parte del Presidente del Consiglio («previa deliberazione del Consiglio medesimo», quindi non come iniziativa del solo Capo dell'esecutivo) e le decisioni che il Presidente della Repubblica dovrà conseguente assumere alla luce della situazione politico-parlamentare. Saranno le motivazioni della richiesta di scioglimento, l'eventuale superamento dei fattori di instabilità della maggioranza che hanno dato luogo alla richiesta di scioglimento, ovvero i mutamenti del quadro politico (fino all'eventuale approvazione da parte della Camera dei deputati di una mozione con l'indicazione di un nuovo Presidente del Consiglio, di fatto una mozione di sfiducia costruttiva), ovvero ancora l'assenza di tali eventualità a indirizzare il Presidente della Repubblica nell'assunzione delle conseguenti decisioni, anche in relazione al tempo residuo della legislatura, con la nomina di un nuovo Presidente del Consiglio («sulla base dell'esito dell'elezione della Camera dei deputati») o con la indizione di nuove elezioni. Il presente disegno di legge costituzionale consta anche di un terzo articolo che prevede l’entrata in vigore il giorno successivo a quello della pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale successiva alla promulgazione. Dato che le proposte di modifica degli articoli 88 e 92 della Costituzione presuppongono il quadro normativo scaturente dalla riforma costituzionale relativa al superamento del bicameralismo paritario, si prevede l’applicazione delle disposizioni della presente legge costituzionale a decorrere dal primo giorno della legislatura successiva a quella in corso alla data di entrata in vigore della legge costituzionale che reca disposizioni, tra le altre, volte al superamento del bicameralismo paritario attribuendo alla sola Camera dei deputati la titolarità del rapporto di fiducia con il Governo.. 1 1 All'articolo 88 della Costituzione, dopo il primo comma, è inserito il seguente: «Il Presidente del Consiglio dei Ministri, previa deliberazione del Consiglio medesimo, può richiedere al Presidente della Repubblica di sciogliere la Camera dei deputati». 2 1 Il secondo comma dell'articolo 92 della Costituzione è sostituito dal seguente: «Il Presidente della Repubblica, sulla base dell'esito dell'elezione della Camera dei deputati, nomina il Presidente del Consiglio dei Ministri e, su proposta di questo, nomina e revoca i Ministri». 3 1 La presente legge costituzionale entra in vigore il giorno successivo a quello della sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale successiva alla promulgazione. Le disposizioni della presente legge costituzionale si applicano a decorrere dal primo giorno della legislatura successiva a quella in corso alla data di entrata in vigore della legge costituzionale recante «Disposizioni per il superamento del bicameralismo paritario, la riduzione del numero dei parlamentari, il contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni, la soppressione del CNEL e la revisione del titolo V della parte II della Costituzione».