[pronunce]

questione che, espressamente affrontata dalla ordinanza n. 713 del 1988 e dalla sentenza n. 19 del 1989, è stata da questa Corte risolta nel senso che «l'art. 11 disp. prel. cod. civ. non può assumere per il legislatore regionale altro e diverso significato da quello che esso assume per quello statale, con la possibilità per l'uno e per l'altro di emanare fuori della materia penale norme legislative alle quali possa essere attribuita efficacia retroattiva». In ragione di ciò non sono condivisibili le considerazioni del ricorrente volte a sottolineare, a fronte della (pretesa) univocità della norma oggetto di interpretazione autentica, che «non è consentito al legislatore distorcere la tipica funzione dell'interpretazione autentica, con il connaturato effetto retroattivo, attribuendo carattere interpretativo a disposizioni che hanno, invece, portata innovativa», chiaro essendo che ben può il legislatore (anche regionale) conferire – con i limiti più volte precisati da questa Corte, e di seguito ribaditi – efficacia retroattiva ad una legge anche se essa non si autoqualifichi, né sia, di interpretazione autentica. Coerentemente con questa premessa, la giurisprudenza di questa Corte è da tempo univoca nel ritenere che quello della ragionevolezza e del non contrasto con altri valori e interessi costituzionalmente protetti costituisce il limite della potestà del legislatore di conferire efficacia retroattiva alla legge, quale che sia lo strumento (“una apposita norma … o l'autodefinizione di interpretazione autentica”: sentenze n. 36 del 1985 e n. 123 del 1988) a tal fine utilizzato; con la conseguenza che «non è decisivo verificare se la norma censurata abbia carattere effettivamente interpretativo (e sia perciò retroattiva) ovvero sia innovativa con efficacia retroattiva. Infatti, il divieto di retroattività della legge – pur costituendo valore di civiltà giuridica e principio generale dell'ordinamento, cui il legislatore deve in linea di principio attenersi – non è stato tuttavia elevato a dignità costituzionale, salva per la materia penale la previsione dell'art. 25 Cost. Quindi il legislatore, nel rispetto di tale previsione, può emanare norme con efficacia retroattiva – interpretative o innovative che esse siano – purché la retroattività trovi adeguata giustificazione sul piano della ragionevolezza e non si ponga in contrasto con altri valori e interessi costituzionalmente protetti» (sentenza n. 374 del 2002; in senso conforme: sentenze n. 229 del 1999 e n. 419 del 2000; ordinanza n. 263 del 2002). 1.2. – Discende da ciò che l'asserita “distorsione della funzione della legge di interpretazione autentica … per mascherare norme effettivamente innovative dotate di efficacia retroattiva” (cfr. sentenze n. 155 del 1990 e n. 397 del 1994) non determina, di per sé, l'illegittimità costituzionale della legge (sentenza n. 23 del 1967), ma può, al più, costituirne un indice, dal momento che occorre pur sempre verificare se siano stati valicati i limiti sopra indicati al potere del legislatore di conferire efficacia retroattiva alla legge; così come, per converso, anche ove la legge sia qualificabile come di interpretazione autentica, occorre verificare se, esercitando il potere di chiarire la portata della precedente norma, il legislatore abbia rispettato «i principî generali di ragionevolezza e di uguaglianza, quello della tutela dell'affidamento legittimamente posto sulla certezza dell'ordinamento giuridico e quello del rispetto delle funzioni costituzionalmente riservate al potere giudiziario» (sentenze n. 525 del 2000 e n. 26 del 2003). 2. – È evidente che, nel caso in esame, la “distorsione” della funzione della legge di interpretazione autentica – con il conseguente indizio di illegittimità costituzionale – non può desumersi dagli elementi posti a fondamento del ricorso, ed in particolare dalla asserita esistenza di un “diritto vivente” che avrebbe recepito l'inequivoco significato dell'art. 13 della legge regionale 20 giugno 1997, n. 19 (Criteri per le nomine e designazioni di competenza regionale di cui all'articolo 1 della legge regionale 28 marzo 1995, n. 22. Funzionamento della Commissione paritetica – articolo 43 dello Statuto siciliano –. Prima applicazione della legge 23 ottobre 1992, n. 421. Disposizioni in materia di indennità e permessi negli enti locali. Modifiche alla legge regionale 20 marzo 1951, n. 29). Non può non condividersi, in proposito, quanto osserva la Regione resistente, e cioè non solo che una isolata decisione della Corte di cassazione non costituisce certamente “diritto vivente”, ma anche che la stessa Corte di cassazione non ha mancato di sottolineare “l'imperfetta tecnica normativa seguita dal legislatore regionale” e che questa Corte, nella sentenza n. 306 del 2003, si è limitata a definire “non implausibile” l'interpretazione che di quella “imperfetta” norma offriva la Corte di cassazione nel sollevare la questione di costituzionalità olim decisa. Peraltro, non può certamente dirsi che la formulazione del citato art. 13 – oggetto di critica, per la sua equivocità, già in sede di approvazione: cfr. seduta dell'Assemblea regionale dell'11 giugno 1997 – fosse tale da non giustificare dubbio di sorta sul suo contenuto precettivo, così come non può dirsi che il significato alla norma attribuito con la legge di interpretazione autentica sia incompatibile con la lettera della norma originaria e non sia “ascrivibile ad una tra le possibili varianti di senso del testo originario” (sentenza n. 26 del 2003). 2.1. – Condotto lo scrutinio di legittimità costituzionale – come si deve per le considerazioni che precedono – in base ai criteri che riguardano le leggi di interpretazione autentica, deve osservarsi che il ricorso non fornisce elementi di sorta a sostegno della invocata illegittimità costituzionale: non quanto al profilo della irragionevolezza, né quanto all'intento di incidere illegittimamente su un contenzioso pendente. Rilevato, a tale ultimo proposito, che l'incidenza sui rapporti pendenti è un effetto insito nel fenomeno dell'interpretazione autentica (sentenza n. 26 del 2003), va osservato che non viene dedotta dal ricorrente la violazione degli artt. 101 e seguenti Cost., ma esclusivamente la indiretta limitazione – che dalla norma “nuova” discenderebbe – del diritto di accesso alla carica elettiva, in danno di una delle parti del giudizio in corso, e pertanto la violazione dell'art. 51 Cost. Ma, così prospettata, la censura è evidentemente infondata: da un lato, non è dato vedere come la eliminazione di talune cause di ineleggibilità possa limitare il diritto di accedere alle cariche elettive in condizioni di eguaglianza;