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Riconversione ecologica delle città e limitazione al consumo di suolo. Onorevoli Senatori. -- La profonda crisi ambientale che ha colpito l'intero pianeta, e che si manifesta sempre più spesso attraverso eventi meteorologici violenti e dalle conseguenze spesso tragiche, impone una riflessione attenta sulle impostazioni culturali e socio-economiche che guidano la nostra società. L' Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC), istituito dall' Environment Programme delle Nazioni Unite (UNEP) e dall'Organizzazione meteorologica mondiale (WMO) ha individuato nell'azione umana la principale causa dei mutamenti climatici, con un margine di certezza scientifica pari al 95 per cento. Non si può dunque in alcun modo minimizzare la necessità di un intervento responsabile in materia urbanistica ed ambientale, materia sulla quale il presente disegno di legge impatta, proprio per gli effetti che a tali scelte sono connesse. Il presente disegno di legge, elaborato grazie anche alla collaborazione dell’architetto urbanista Luisa Calimani, non tocca, né intende farlo, i numerosi e interconnessi argomenti che compongono un tema che andrebbe affrontato nella sua complessità, il «governo del territorio», per il quale occorre procedere con urgenza all'elaborazione di un unico disegno di «legge quadro». Tuttavia, considerata l'impellenza del problema, è quantomeno necessario affrontare, in via preliminare, il tema del consumo di suolo, che è all’origine dei numerosi eventi calamitosi che ormai riguardano gran parte del territorio italiano e quasi tutte le sue aree urbanizzate. Nel presentare questo disegno di legge, dunque, si auspica che in sede parlamentare si proceda altresì, senza por tempo in mezzo, ad adottare linee guida di salvaguardia del suolo e a procedere verso l'elaborazione di una legge capace di ricomprendere il tutto in un quadro organico e coerente. Premessa al disegno di legge è la considerazione che il territorio è un unicum e non sia possibile trattare territori urbanizzati, semiurbanizzati e non urbanizzati senza una visione di insieme che li consideri inscindibili e interconnessi tra loro. È necessario ricercare un equilibrio sulla base di quanto affermato nella Convenzione europea del paesaggio, ratificata in Italia con la legge n. 14 del 2006, in particolare del suo articolo 2 laddove si precisa che «la Convenzione si applica a tutto il territorio e riguarda gli spazi naturali, rurali, urbani e periurbani. Essa comprende [...] sia i paesaggi che possono essere considerati eccezionali, sia i paesaggi della vita quotidiana, sia i paesaggi degradati». Ne dovrebbe derivare che una legge ben fatta deve occuparsi di tutti i tipi di paesaggio, salvaguardandone gli aspetti più qualificanti, dove presenti, e restituendo qualità, dove assente. Il fine primario è dunque tutelare le aree agricole e quelle naturali, ma anche riqualificare i luoghi urbani degradati, con particolare attenzione alle aree adibite a verde, parco o bosco all'interno dei centri urbani, al fine di garantire una maggiore qualità del vivere per i cittadini che abitano e lavorano nei centri urbani. Vitale risulta infatti il tessuto verde interstiziale in città per le sue efficaci capacità di ridurre la temperatura estiva, di migliorare la qualità dell'aria, di aumentarne l'ossigenazione, di permettere la vita ludica e sportiva dei suoi abitanti, in particolare dei più piccoli e dei più anziani, esposti ai rischi più alti connessi con l'eccessiva pressione antropica e cementizia. Ben l'80 per cento della popolazione è dunque interessata a queste attività, che determinano un forte recupero di naturalità e benessere. Ne deriva, perciò, che debbano essere evitate nuove edificazioni nelle aree semiurbanizzate e in quelle agropolitane, recuperando un equilibrio tra città e campagna che valorizzi il ruolo produttivo e sociale di quest'ultima, fermando l'espandersi dello sprawl urbano e favorendo l'individuazione di corridoi ecologici nei piani di area vasta e nei piani regionali. Per quanto riguarda il recupero e la riqualificazione delle aree urbane degradate, deve valere il principio della sostenibilità ambientale. La storia edilizia italiana si è sviluppata con un modello di insediamento diffuso, che oggi rende più complessa l'organizzazione del territorio e meno netto il confine tra ciò che è urbano e non urbano. É quindi necessario riconsiderare la terra come bene prezioso, ma soprattutto bene finito, e favorire interessi con prospettiva di medio e lungo periodo, anziché di breve respiro. È importante conservare il territorio rimasto intatto e non continuare l'attività di sfruttamento che oggi, nonostante milioni di volumi vuoti e inoccupati, insiste nell'impermeabilizzare ogni anno una porzione di suolo ampia quanto il comune di Napoli. Questo dato dovrebbe farci seriamente riflettere, considerati i danni -- alcuni dei quali irreversibili -- che da tempo paghiamo in termini economici e soprattutto di vite umane, per un dissesto che è strettamente collegato alla cementificazione e all'abuso sulla terra. Da dati dell'Istituto superiore per la ricerca ambientale (ISPRA), rielaborati dall’Associazione artigiani e piccole imprese di Mestre (CGIA), nel 2012 l'estensione del suolo coperto da asfalto o cemento ha raggiunto il 7,3 per cento dell'intera superficie nazionale. A livello territoriale guidano questa speciale graduatoria le regioni più popolate, come la Lombardia e il Veneto (entrambe col 10,6 per cento), la Campania (9,2 per cento), il Lazio (8,8 per cento), l'Emilia Romagna (8,6 per cento), la Puglia e la Sicilia (entrambe con l'8,5 per cento). Le conclusioni tratte da questi dati sono purtroppo inequivocabili: le realtà maggiormente interessate dalla cementificazione sono anche quelle che in questi ultimi anni hanno subìto i danni ambientali più pesanti a seguito di allagamenti, esondazioni, frane e smottamenti. Dove si è costruito di più, il dissesto idrogeologico è stato maggiore. Da altre fonti, che riassumono in poche cifre consistenti i «numeri del dissesto idrogeologico» (fonti ISPRA, IRPI CNR, ISTAT; AVI; Istituto nazionale di urbanistica; CRESME; Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare; Centro Euro-Mediterraneo sui cambiamenti climatici), il consumo del suolo è aumentato dal 1956 ad oggi del 156 per cento, a fronte di un incremento della popolazione del 24 per cento; il costo complessivo dei danni per frane e inondazioni, nel periodo 1944-2012, risulta consistere in oltre 61,5 miliardi di euro; i fondi necessari per la messa in sicurezza del territorio dovrebbero raggiungere l'enorme cifra di 40 miliardi di euro; e la quota destinata al dissesto idrogeologico nel triennio 2014-2016, invece, consiste in soli 180 milioni di euro. Si propone dunque un Piano del verde, attraverso cui dotarsi di strumenti capaci di regolare la riconversione ecologica, responsabilizzando enti pubblici e privati in un graduale processo di adeguamento dello sviluppo edilizio italiano nei prossimi decenni.