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La posizione nel nostro Gruppo e del partito Fratelli d'Italia sarà espressa in maniera compiuta tra poco in una conferenza stampa da parte del presidente Giorgia Meloni. Non sta a me anticiparla, ancorché sia chiara a tutti, perché il nostro comportamento è sempre stato chiaro, trasparente e lineare in tutte le occasioni. Tanto più quando si parla della Costituzione, delle nostre istituzioni e quindi della nostra democrazia la nostra posizione sarà coerente con ciò che abbiamo espresso in precedenza e con la posizione della destra politica italiana, da sempre assolutamente convinta della necessità della riforma delle istituzioni italiane e - corollario a questo - della riduzione del numero dei parlamentari. È vero che purtroppo qui si parte con il piede sinistro, con il piede sbagliato; nella storia e nella cultura italiana partire dal lato sinistro significa sempre partire dal lato sbagliato. Non a caso si parla di «mano sinistra» o di «destino sinistro»: qualunque cosa sia emanazione della sinistra sembra negativa rispetto alla mano giusta, cioè la mano destra, o al piede destro, quello giusto. Tuttavia si parte e si raggiunge un obiettivo che noi tentammo di realizzare, insieme ad altri, in una riforma compiuta, nel 2005, come ricorda perfettamente il presidente La Russa e i tanti che allora ne furono protagonisti, poi bocciata dal corpo elettorale. Quella era una riforma compiuta, o quasi, perché in quel testo, oltre a ridurre il numero dei parlamentari, si cambiavano anche le funzioni dei due rami del Parlamento. Qui non si fa nemmeno questo. L'attuale bicameralismo - è una riflessione che voglio sottoporvi - apparentemente perfetto, quando iniziò nel dopoguerra era perfetto nelle funzioni ma difforme nella legittimità. Allora infatti, il Senato era eletto in collegi uninominali tendenzialmente maggioritari e faceva leva sulla persona, mentre la Camera era eletta in collegi proporzionali, vastamente intesi. Oggi non c'è questa differenza di legittimità e di corpo elettorale, perché Camera e Senato vengono eletti nello stesso modo in collegi proporzionali e collegi uninominali. Oggi, quindi, ci sarebbe più bisogno di ieri di cambiare le funzioni di Camera e Senato, cosa che voi non avete voluto fare in questa riforma. C'è tuttavia una riduzione del numero dei parlamentari. L'obiettivo di portare a 400 il numero dei deputati in questo Paese riuscì soltanto negli anni Venti, quando il presidente del Consiglio era Benito Mussolini; egli riuscì a ridurre il numero dei parlamentari - non del Senato del Regno, ovviamente, ma della Camera dei deputati, che era la camera rappresentativa - da 538 (perché era cresciuto nel tempo) a 400, esattamente il numero cui verranno ridotti con questa riforma parlamentare. C'è quindi un paragone, un confronto storico (solo storico, ovviamente non politico). VERDUCCI (PD) . La storia è politica, senatore. URSO (FdI) . Ancorché allora il numero degli italiani votanti fosse di gran lunga inferiore e quei 400 rappresentassero un corpo elettorale di gran lunga più piccolo dell'attuale. VERDUCCI (PD) . Che è, la riforma di Mussolini? URSO (FdI) . E ancorché allora la terminologia utilizzata in quel dibattito, molto presente in Italia e non solo, fosse appunto quella che il collega dei 5 Stelle ha riportato in quest'Aula: senescenza della democrazia rappresentativa. Esattamente la stessa: senescenza della democrazia rappresentativa e necessità di rappresentare la società. Infatti allora fu poi creata una Camera delle corporazioni che rappresentava la società. È un paragone esclusivamente storico per dirvi che questo problema della democrazia rappresentativa risale molto indietro nel tempo, ma deve essere affrontato oggi più che mai. Colleghi, il problema deve essere affrontato oggi più che mai in maniera compiuta - e noi ci auguriamo che questo sia un incentivo a farlo al più presto - perché la democrazia rappresentativa nasce con gli Stati nazionali. C'è poi il discorso della globalizzazione e della creazione di realtà continentali, di imperi continentali, ai quali spesso fate riferimento, come ad esempio l'impero cinese (il Sottosegretario al commercio estero ne parla come la democrazia migliore esistente oggi nel globo), l'impero russo, lo stesso impero americano e forse anche il vicino impero che il turco Erdogan cerca di realizzare. Queste forme istituzionali, che sono presenti perché derivanti dall'effetto della globalizzazione e dallo svuotamento del sentimento e della sovranità nazionale, si ricompongono in realtà continentali, quale potrebbe essere la stessa Unione europea, che tende a diventare o ad essere, per certi versi, un impero neosovietico. Queste forme di rappresentanza andrebbero discusse in maniera seria e approfondita, tanto più in Italia dove lo Stato è recente ma la Nazione è antica, in un contesto europeo in cui, non a caso, nascono gli Stati nazionali con la democrazia rappresentativa. Il problema europeo è proprio questo: la crisi della Stato nazionale porta con sé la crisi della democrazia rappresentativa. Noi dobbiamo chiederci se questo non sia un vulnus che colpisce i diritti degli individui, delle persone e delle comunità, così come configurati all'interno degli Stati nazionali perché, al di fuori degli stessi - e quindi della democrazia rappresentativa - non c'è nemmeno la cultura giuridica dei diritti della persona, della comunità e delle libertà nelle diverse manifestazioni religiose, civili e politiche. Il riferimento, come dicevo, è sempre strettamente all'interno degli Stati nazionali e infatti, non a caso, si parla di diritti della civiltà giudaico-cristiana europea. È assolutamente necessario e noi ci auguriamo che questo sia un piede sinistro che ci obbliga a fare il passo destro e a costruire una riforma costituzionale che incida soprattutto sulla comprensione di quella che oggi è la sovranità nazionale e di come essa viene esplicata. Senza sovranità nazionale, infatti, non c'è democrazia, come dimostrano le realtà continentali in cui la democrazia viene cancellata o comunque considerata superata, e mi riferisco non soltanto a quelle asiatiche, ma anche a quelle continentali europee e mediterranee e persino, per certi versi, a quella americana, che però ha dei contrappesi molto forti. Nell'ambito di questo discorso la soluzione sempre più accreditata è quella della repubblica presidenziale, nel momento in cui si riesce a coniugare la necessità della democrazia rappresentativa di dare una forma al Governo con la possibilità che il Governo possa incidere in tempi reali, anche con un tweet , senza dover assistere a quello che sta avvenendo purtroppo proprio in Italia, dove non si decide mai e tutto viene rinviato di giorno in giorno, sempre con un tweet . Come Fratelli d'Italia pensiamo allora che questo debba essere - così com'è stato, ancorché in maniera sinistra - il passo obbligato per costringere il Parlamento a fare tutto il resto. Diversamente sarebbe davvero pericolosa una riduzione del numero dei parlamentari che contragga il potere delle minoranze, senza che vi sia una riforma costituzionale completa che cambi l'attuale bicameralismo - ormai davvero perfetto perché, a differenza di quarant'anni fa, perfetta ed uguale è la stessa fonte di legittimità - e che certamente e tanto più si ponga il problema di realizzare un sistema presidenziale, in cui vi sia quello che oggi manca, vale a dire il Premier .