[pronunce]

In tale ipotesi, e solo in tale ipotesi, il giudice investito di un procedimento, del quale sia parte (o al quale, comunque, partecipi) l'imprenditore, può legittimamente acquisire la conoscenza di una situazione di fatto, delibata positivamente la quale deve avviare la procedura prefallimentare e giudicare, dopo aver consentito all'imprenditore il pieno esercizio del diritto di difesa in relazione ai fatti delibati, della fondatezza della notitia decoctionis. Infatti il tribunale, acquisita, nelle forme di legge, la notizia di una situazione di fatto nella quale si profilano i presupposti di cui agli artt. 1 e 5 legge fall. e delibatane la consistenza, è tenuto ad aprire il procedimento per accertare la sussistenza degli anzidetti presupposti, senza avere alcuna discrezionalità al riguardo, essendogli del tutto preclusa dalla legge ogni valutazione di opportunità: in simile ipotesi, quindi, l'iniziativa officiosa è “doverosa”, non meno che nelle specifiche ipotesi (sub 4.1.) di dichiarazione di fallimento d'ufficio previste dalla legge fallimentare. Le prevalenti finalità pubblicistiche, che caratterizzano la procedura fallimentare (sentenze n. 141 e n. 142 del 1970, n. 110 del 1972, n. 148 del 1996), impongono al tribunale di attivarsi anche in assenza di un'iniziativa di parte, dando così attuazione alla volontà della legge, che ha già valutato, preventivamente e una volta per tutte, l'interesse pubblico sotteso; di tal che non può dubitarsi che il tribunale, procedendo d'ufficio, «agisca non come attore, ma nella sua veste giurisdizionale e quindi super partes» (sentenza n. 148 del 1996). Ed è solo all'esito della successiva attività istruttoria, da espletarsi nel pieno rispetto delle garanzie difensive e del principio del contraddittorio, che può pervenirsi all'accertamento dei presupposti del fallimento: è da escludere, dunque, che l'imprenditore, convocato in camera di consiglio, possa trovarsi di fronte ad un giudice che abbia già maturato il suo convincimento (il «convincimento di un giudice-attore», per usare ancora un'espressione della sentenza n. 148 del 1996), questo dovendo formarsi dopo, non già prima, dell'atto di iniziativa officiosa. L'esigenza che il tribunale sia formalmente investito di un procedimento dal quale emerga lo stato di insolvenza giustifica pienamente - oltre alla dichiarazione d'ufficio connessa a procedure concorsuali minori (retro 4.1. ) - la estensione d'ufficio del fallimento della società ai soci illimitatamente responsabili (art. 147 legge fall.), mentre la medesima conclusione non può essere tratta a proposito dell'art. 13 legge fall. : tale norma, infatti, si limita a prevedere che il presidente del tribunale - come tale non investito di alcuna “ordinaria attività giurisdizionale” - riceva l'elenco dei protesti levati nei quindici giorni precedenti, e, pertanto, si limita a far acquisire un elemento istruttorio, utilizzabile (dal collegio) ove sia legittimamente iniziato il procedimento, disponendo l'audizione del fallendo (ordinanza n. 411 del 2002). Analogamente, non può dirsi legittimamente investito di un procedimento il singolo magistrato componente di un collegio, se al collegio soltanto la legge riconosce la qualità di giudice e se il collegio soltanto, quindi, può legittimamente acquisire e legittimamente delibare la notitia decoctionis (nel caso di cui alle ordinanze di rimessione nn. 348, 349, 368 e 372 del 2002, fornita da un ispettore nominato ex art. 2409, secondo comma, cod. civ. ): non può certamente riconoscersi - ove la legge non riservi al singolo componente del collegio (ad es., al giudice istruttore) una sua propria funzione - né al relatore né al presidente del collegio, uti singuli, la qualità di giudice, sicché soltanto al collegio spetta il potere di disporre l'audizione del fallendo, in tal modo determinando l'inizio del procedimento. È del tutto ovvio, peraltro, che l'eventuale iniziativa adottata da singoli magistrati, e non già dal giudice (id est, dal collegio), non pone questioni di legittimità costituzionale degli artt. 6 e 8 legge fall. , bensì questioni di legittimità del procedimento devolute al giudice di merito. 4.4.- A maggior ragione si sottrae alla censura d'incostituzionalità l'ipotesi (esplicitamente disciplinata dall'art. 8 legge fall.) in cui un giudice civile - diverso dal tribunale competente per la dichiarazione di fallimento - riferisca a quest'ultimo dell'insolvenza emersa nel corso di un giudizio civile davanti a lui pendente e del quale sia parte l'imprenditore insolvente. Non è revocabile in dubbio, infatti, che in questa ipotesi si è in presenza di una notitia decoctionis non soltanto “formalizzata”, ma acquisita ab externo, sicché è escluso in radice che il tribunale, essendo chiamato ad accertare con pienezza di poteri l'esistenza dei presupposti (soggettivo e oggettivo) che altro giudice - investito come tale di un procedimento giurisdizionale - si è limitato a sommariamente delibare, possa assumere, anche solo apparentemente, la veste di attore. 5.- In conclusione, gli artt. 6 e 8 legge fall. , correttamente interpretati, non confliggono con la denunciata norma della Costituzione, rientrando nella discrezionalità del legislatore riconoscere al giudice il potere officioso sopra descritto ovvero disporre che il giudice riferisca in ogni caso dell'insolvenza, perché si attivi, al pubblico ministero.. per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE riuniti i giudizi, dichiara non fondate le questioni di legittimità costituzionale dell'articolo 6 del regio decreto 16 marzo 1942, n. 267 (Disciplina del fallimento, del concordato preventivo, dell'amministrazione controllata e della liquidazione coatta amministrativa), e degli articoli 6 e 8 del medesimo regio decreto, sollevate, in riferimento entrambe all'articolo 111, secondo comma, della Costituzione, rispettivamente dalla Corte d'appello di Venezia e dal Tribunale di Saluzzo con le ordinanze in epigrafe. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 30 giugno 2003. F.to: Riccardo CHIEPPA, Presidente Romano VACCARELLA, Redattore Giuseppe DI PAOLA, Cancelliere Depositata in Cancelleria il 15 luglio 2003. Il Direttore della Cancelleria F.to: DI PAOLA