[pronunce]

Ove si lasciasse operare solo il limite di superficie e non anche quello di volumetria si perverrebbe, infatti, alla paradossale situazione di una edilizia sostanzialmente priva di limiti, nella quale il libero sviluppo verticale degli edifici consentirebbe una anarchica compromissione del territorio. Il necessario cumulo dei due limiti assolverebbe anche alla funzione di evitare che legislatori regionali prodighi di facoltà edificatorie finiscano per frustrare la ratio della disciplina, pregiudicando in modo irreversibile interessi di rango costituzionale. In quest'ottica, la norma statale censurata risponderebbe, quindi, perfettamente al fine - assegnato dalla legge delega - di assicurare la coerenza logica del sistema. Quanto, poi, alla ipotizzata violazione della competenza legislativa regionale concorrente, l'Avvocatura dello Stato assume che la competenza legislativa esclusiva dello Stato in tema di conservazione ambientale e paesaggistica sarebbe in grado di giustificare, già di per sé sola, una norma statale che imponga un parametro massimo di edificabilità in carenza di pianificazione urbanistica, ammettendo l'intervento di norme regionali solo in funzione di una maggior tutela, ossia esclusivamente se diretto ad imporre vincoli più severi. Peraltro, anche a voler restare nella logica del governo del territorio, spetterebbero in ogni caso allo Stato le determinazioni rispondenti ad esigenze meritevoli di disciplina uniforme sull'intero territorio nazionale, con la conseguenza che, anche in tale prospettiva, l'intervento regionale sarebbe possibile solo in quanto implichi un innalzamento dei livelli di tutela, e non già una deroga in senso peggiorativo. La censura di violazione del principio di ragionevolezza sarebbe inammissibile, per la genericità delle motivazioni che la sorreggono. In ogni caso, le considerazioni dianzi richiamate indurrebbero a ritenere del tutto ragionevole la norma denunciata. I profili di irragionevolezza ravvisati dal rimettente sarebbero, in effetti, «del tutto soggettivi» e non terrebbero conto del fatto che ogni pianificazione fissa limiti di grandezza che formano il contenuto di regole sull'uso del territorio e che possono addirittura portare alla negazione della capacità edificatoria dei suoli. Egualmente insussistente sarebbe, infine, l'ipotizzata violazione delle garanzie costituzionali che assistono l'iniziativa economica privata e il diritto di proprietà. Tali diritti subiscono, infatti, le limitazioni nascenti dalla legge, e in particolare dal potere di pianificazione del territorio, mentre risulterebbe estranea alla materia in esame l'evocata necessaria temporaneità dei vincoli di inedificabilità. 3.- Si è costituita, altresì, la parte ricorrente nel giudizio a quo, la quale ha svolto considerazioni adesive alle tesi del giudice rimettente, chiedendo l'accoglimento delle questioni. La parte privata osserva, in particolare, come la norma censurata, ove interpretata nei sensi prospettati dal Comune di Sant'Anastasia, determini un irragionevole svuotamento del diritto di proprietà e della libertà di iniziativa economica, contrastante con gli artt. 3, 41 e 42 Cost. L'applicabilità degli standard legali di edificabilità alle zone con vincoli decaduti risponderebbe all'esigenza di offrire un rimedio all'eccessiva compressione dello ius aedificandi che deriva dall'indeterminatezza temporale dei vincoli. In questo quadro, la diversa articolazione dei limiti, secondo che si discuta di interventi a scopo residenziale o produttivo, sarebbe conforme a criteri di ragionevolezza. L'edificazione a scopo produttivo necessiterebbe, infatti, di una cubatura più ampia rispetto all'edilizia a scopo residenziale, a fronte dell'esigenza di allocazione degli impianti e dei macchinari destinati all'esercizio dell'attività. La previsione - in aggiunta al limite superficiario - di un limite di volumetria pari ad appena 0,03 metri cubi per metro quadro rappresenterebbe, di conseguenza, un vincolo eccessivo tanto per l'attività produttiva quanto per le aspettative edificatorie del proprietario.1.- Il Tribunale amministrativo regionale per la Campania dubita della legittimità costituzionale dell'art. 9, comma 1, lettera b), del decreto legislativo 6 giugno 2001, n. 378, recante «Disposizioni legislative in materia edilizia (Testo B)», trasfuso nell'art. 9, comma 1, lettera b), del d.P.R. 6 giugno 2001, n. 380, recante il «Testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia edilizia (Testo A)», nella parte in cui, nel prevedere limiti agli interventi di nuova edificazione fuori del perimetro dei centri abitati nei comuni sprovvisti di strumenti urbanistici: a) fa salva l'applicabilità delle leggi regionali unicamente ove queste prevedano limiti «più restrittivi»; b) stabilisce che, «comunque», nel caso di interventi a destinazione produttiva, si applica - in aggiunta al limite relativo alla superficie coperta (un decimo dell'area di proprietà) - anche il limite della densità massima fondiaria di 0,03 metri cubi per metro quadrato. Ad avviso del giudice a quo, la norma censurata violerebbe l'art. 76 della Costituzione, per eccesso di delega, in quanto apporterebbe innovazioni sostanziali alla previgente disciplina recata dall'art. 4, ultimo comma, della legge 28 gennaio 1977, n. 10 (Norme per la edificabilità dei suoli): innovazioni non legittimate dai principi e criteri direttivi enunciati dall'art. 7 della legge 8 marzo 1999, n. 50 (Delegificazione e testi unici di norme concernenti procedimenti amministrativi - Legge di semplificazione 1998), che aveva affidato al Governo l'emanazione di testi unici finalizzati al semplice coordinamento delle disposizioni vigenti, consentendo modifiche di queste ultime solo se necessarie per garantire la coerenza logica e sistematica della normativa. La norma impugnata comprimerebbe, altresì, indebitamente la potestà legislativa regionale nella materia di competenza concorrente «governo del territorio» (art. 117, terzo comma, Cost.), introducendo una disciplina di dettaglio destinata a rimanere applicabile anche quando le Regioni abbiano emanato norme proprie più favorevoli. Sarebbe violato, ancora, il principio di ragionevolezza (art. 3 Cost.), in quanto l'applicazione congiunta dei limiti di densità fondiaria e di superficie farebbe sì che, per realizzare edifici idonei allo svolgimento di attività produttive, sia necessario disporre di aree molto estese. Rendendo più difficili le nuove iniziative imprenditoriali, la norma in esame menomerebbe irrazionalmente anche la libertà di iniziativa economica, garantita dall'art. 41, primo comma, Cost. La disposizione denunciata si porrebbe, infine, in contrasto con l'art. 42, secondo e terzo comma, Cost., limitando in modo eccessivo le possibilità di esplicazione dello ius aedificandi, costituente «uno dei contenuti fondamentali del diritto dominicale, in quanto tali non surrettiziamente espropriabili».