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Misure urgenti in materia di gestione e prevenzione del rischio idrogeologico. Onorevoli Senatori. -- Il delicato assetto geomorfologico del nostro Paese, reso vulnerabile da uno sviluppo antropico disordinato e spesso speculativo, e le sempre più frequenti piogge alluvionali che si abbattono sul territorio nazionale, in larga misura dovute ai cambiamenti climatici in atto, pongono drammaticamente in evidenza il problema del dissesto idrogeologico, dal quale ormai quasi nessuna regione italiana può considerarsi indenne. Fino alla metà degli anni Novanta sul territorio nazionale si registravano calamità atmosferiche, tra loro distanziate nel tempo, con effetti talvolta eclatanti e con conseguenti rilevantissimi danni. Negli ultimi quindici anni vi è stato un susseguirsi di eventi in tempi molto più ravvicinati che, oltre ad interessare regioni a rischio idrogeologico conclamato, si sono verificati anche in aree geografiche non particolarmente esposte alla stregua delle cognizioni scientifiche. Ogni volta che si produce un accadimento del genere, il dibattito si incentra sulla necessità di affrontare le questioni alla radice, prospettando soluzioni adeguate: la vulnerabilità del terreno e le manomissioni che la aggravano ulteriormente, la fragilità degli argini dei corsi fluviali, la conseguente insicurezza dell'abitato, l'urgenza di una radicata cultura della previsione e della prevenzione, di interventi di bonifica -- a partire dai costoni rocciosi nelle zone ad alta pericolosità, di sistemi di regimazione delle acque, di sofisticate azioni di monitoraggio del territorio e di più diffusi sistemi di alletta, e -- non da ultimo -- di una capillare e continuativa attivazione degli organi della Protezione civile, in quanto strumenti permanenti di tutela della incolumità delle persone e della salvaguardia dei territori. È altrettanto ricorrente che l'attenzione si soffermi anche sul disordine normativo, sull'esigenza di individuare con certezza attraverso la legge i soggetti istituzionali titolari delle diverse competenze; in una parola, sull'inadeguatezza e la frammentarietà del quadro vigente dal punto di vista legislativo e amministrativo. A questo particolare problema il presente disegno di legge, che riprende il testo dell'atto Senato n. 2644 presentato dal Senatore Andria nel corso della 16ª legislatura, intende dare una possibile risposta, a partire dall'oggettiva considerazione degli avanzamenti compiuti in materia, innanzitutto attraverso la legge 24 febbraio 1992, n. 225, istitutiva del Servizio nazionale della protezione civile e, più recentemente, con il decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, il cosiddetto testo unico in materia ambientale, che nella parte terza concentra le disposizioni legislative in materia di difesa del suolo e lotta alla desertificazione, di tutela delle acque dall'inquinamento e di gestione delle risorse idriche. A questa cornice legislativa generale si devono sommare le numerose disposizioni, spesso adottate con atti di decretazione d'urgenza in coincidenza di singoli eventi calamitosi, che hanno ulteriormente dettagliato gli interventi di gestione delle emergenze -- delineando nuovi organismi da attivare ad hoc o attribuendo nuove funzioni ai soggetti istituzionalmente preposti -- con il risultato di rendere a tutt'oggi ancora parzialmente confusa o scarsamente integrata la «filiera istituzionale delle competenze». In alcuni casi, tali provvedimenti d'urgenza -- pure riferiti a specifiche calamità -- sono confluiti nella legislazione generale: per esempio, il decreto-legge 11 giugno 1998, n. 180, convertito, con modificazioni, dalla legge 3 agosto 1998, n. 267, recante misure urgenti per la prevenzione del rischio idrogeologico ed a favore delle zone colpite da disastri franosi nella regione Campania, che nella parte relativa all'obbligo di adozione di piani stralcio per l'assetto idrogeologico (PAI) è stato assorbito dal citato testo unico in materia ambientale. Dal medesimo decreto-legge n. 180 del 1998, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 267 del 1998, si è peraltro originata una normativa che, sebbene di rango non primario, è tuttavia divenuta un importante punto di riferimento per l'individuazione dei soggetti istituzionali e degli organi territoriali coinvolti nelle attività di previsione e prevenzione del rischio e di gestione dell'emergenza. Il riferimento è alla direttiva del Presidente del Consiglio dei ministri 27 febbraio 2004, pubblicata nel supplemento ordinario alla Gazzetta Ufficiale n. 59 dell'11 marzo 2004, recante indirizzi operativi per la gestione organizzativa e funzionale del sistema di allertamento nazionale, statale e regionale per il rischio idrogeologico ed idraulico ai fini di protezione civile, che tra le altre cose prevede misure di previsione e prevenzione non strutturale del rischio idrogeologico ed idraulico che, per esplicare pienamente la loro efficacia, dovrebbero essere tradotte in norme di legge di rango primario e rafforzate attraverso nuovi e più vincolanti obblighi di ottemperanza a carico degli enti territoriali interessati. Il presente disegno di legge coglie, appunto, l'esigenza e le aspettative di riordino e di rafforzamento della «filiera istituzionale delle competenze», al duplice fine di dare concreta effettività agli obblighi di legge vigenti e di sostenere, anche finanziariamente, gli enti territoriali a questo titolo coinvolti. Le norme vigenti infatti già assorbono, attraverso una precisa indicazione, i problemi relativi alla mappatura del rischio idraulico e idrogeologico, e in fondo la risposta più compiuta che fino ad oggi sia stata data è proprio la predisposizione delle mappe del rischio idrogeologico (di cui all'articolo 67 del decreto legislativo n. 152 del 2006). Viceversa non hanno trovato esito -- salvo rare eccezioni -- altre opportune previsioni formulate nello stesso articolo del medesimo strumento legislativo: piani di emergenza per la salvaguardia dell'incolumità delle persone nelle aree a maggior rischio; misure di incentivazione da parte delle regioni alle quali accedere per l'adeguamento delle infrastrutture e per la rilocalizzazione delle attività produttive e delle abitazioni private. Vi è dunque in primo luogo la necessità di un meccanismo più stringente volto non soltanto a stabilire «chi fa che cosa», ma anche a richiamare alla rispettiva responsabilità e al puntuale adempimento del proprio compito ciascun soggetto preposto. L'altro aspetto preso in considerazione in questo contesto è quello della garanzia di un monitoraggio continuativo ed «esperto» del rischio idrogeologico e idraulico, che porti la responsabilizzazione istituzionale sempre più al livello delle funzioni amministrative ordinarie e non strettamente emergenziali. L'indicazione contenuta nel presente disegno di legge della costituzione di una struttura permanente, denominata appunto Comitato operativo permanente (COP), in ciascuna regione risponde a questa logica. Altrettanto si dica per la costituzione di presidi idrogeologici permanenti nelle aree classificate a rischio elevato e molto elevato, intesi quali organismi capaci di mobilitare per così dire «in tempo di pace» -- le competenze tecniche e gli strumenti di sorveglianza che l'ordinamento riserva oggi agli organismi funzionanti solo per il tempo dell'emergenza: