[pronunce]

che, soggiunge il rimettente, il fatto che la domanda di pensione proposta dalla ricorrente sia successiva alla entrata in vigore della legge n. 335 del 1995 non renderebbe comunque applicabile tale legge al caso di specie e, del resto, neppure sarebbe consentita una interpretazione che facesse decorrere il trattamento pensionistico in discussione da epoca successiva alla vigenza della legge medesima; che, quindi, il giudice a quo ribadisce di dover denunciare la disciplina dettata dagli artt. 17, comma 3, della legge 8 agosto 1991, n. 274 e 7, primo comma, della legge 22 novembre 1962, n. 1646, in quanto regolamentazione «applicabile ratione temporis», dovendosi appunto aver riguardo, «ai fini dell'individuazione dei soggetti aventi diritto al relativo trattamento di riversibilità», alla «disciplina vigente alla data del decesso dell'assicurato o del pensionato», tanto più che la stessa legge n. 274 del 1991 prevede, al primo comma dell'art. 18 (rubricato «pensioni indirette o di riversibilità»), che «le condizioni soggettive previste per il diritto al trattamento indiretto o di riversibilità debbono sussistere alla morte del dipendente o del pensionato e debbono permanere»; che, tanto premesso, il rimettente, nel sostenere che la tutela previdenziale garantita dalla pensione di riversibilità si correla all'evento morte, il quale, per presunzione legislativa, «crea una situazione di bisogno per i familiari del defunto», osserva, richiamando la sentenza n. 286 del 1987 di questa Corte, che «la relativa disciplina, in un primo momento diversa per i dipendenti pubblici e per i lavoratori del settore privato, ha ormai un fondamento sostanzialmente identico», caratterizzandosi per una funzione di «garanzia della continuità del sostentamento ai superstiti, già viventi a carico del lavoratore deceduto», come tale riconducibile all'art. 38 Cost.; che, dunque, gli artt. 17, comma 3, della legge n. 274 del 1991 e 7, primo comma, della legge n. 1646 del 1962, «nella parte in cui non contemplano e, quindi, implicitamente escludono dal novero dei superstiti aventi diritto alla riversibilità della pensione, i figli nati da precedente matrimonio del coniuge del pensionato di cui risulti provata la convivenza a carico dello stesso dante causa», violerebbero l'art. 3 Cost., sotto diversi profili; che, segnatamente, risulterebbe irragionevole ed ingiustificato «il deteriore trattamento riservato al figlio nato da precedente matrimonio del coniuge di dipendente pubblico iscritto alle Casse facenti parte degli Istituti di previdenza – escluso dal novero dei soggetti aventi titolo alla riversibilità – rispetto al figlio nato da precedente matrimonio del coniuge del dipendente privato, per contro incluso fra i soggetti aventi titolo alla pensione ai superstiti, secondo il sistema dell'assicurazione generale obbligatoria»; che, inoltre, sul presupposto della natura di retribuzione differita propria anche della pensione di riversibilità, ne conseguirebbe che, come è stata ritenuta ingiustificata la disparità di trattamento fra dipendenti pubblici e privati in relazione alla mancata inclusione dei figli nati da precedente matrimonio del coniuge nel novero dei familiari viventi a carico del lavoratore ai fini dell'attribuzione delle quote di aggiunta di famiglia (art. 4, primo comma, del decreto legislativo luogotenenziale 21 novembre 1945, n. 722, dichiarato incostituzionale in parte qua dalla sentenza n. 181 del 1988), «del pari e specularmente» dovrebbe reputarsi ingiustificato il «deteriore trattamento riservato ai figliastri, secondo l'ordinamento delle Casse pensioni facenti parte degli II.PP. , con la loro esclusione dal novero dei superstiti aventi titolo alla riversibilità della pensione»; che, peraltro, in considerazione del fatto che gli obblighi di entrambi i coniugi verso la famiglia, ai sensi dell'art. 143 del codice civile, non possono non riferirsi anche ai figli nati dal precedente matrimonio di un coniuge e che la riversibilità dei trattamenti pensionistici realizza, sul piano previdenziale, una «forma di ultrattività della solidarietà familiare» (sentenza n. 180 del 1999), sarebbe appunto in contrasto con l'art. 3 Cost. «l'esclusione, da tale forma di ultrattività della solidarietà familiare, dei figli nati da precedente matrimonio del coniuge del pensionato, conviventi a carico del pensionato stesso»; che sussisterebbe anche la violazione dell'art. 38 Cost., giacché il trattamento di riversibilità è volto a garantire la continuità del sostentamento ai superstiti; che, inoltre, il giudice a quo denuncia le medesime disposizioni, «nella parte in cui non contemplano e, quindi, implicitamente escludono dal novero dei superstiti aventi diritto alla riversibilità della pensione, i nipoti ex fratre del pensionato di cui risulti provata la convivenza a carico dello stesso dante causa», assumendone il contrasto con gli artt. 3 e 38 Cost.; che, ad avviso del rimettente, il quale si diffonde sul punto in ampie argomentazioni, il vulnus, in definitiva, si verrebbe a concretizzare per il fatto che risulterebbe irragionevole e in contrasto con la tutela dei superstiti l'esclusione dalla «forma di ultrattività della solidarietà familiare», assicurata dal trattamento di riversibilità, «dei familiari legati da vincoli di parentela entro il quarto grado con il dante causa e conviventi a suo carico, a fronte dell'espressa contemplazione, nel novero dei superstiti aventi titolo alla riversibilità, degli affiliati, e cioè di soggetti non legati da vincoli di sangue con il dante causa ma solo da un rapporto di natura assistenziale»; che, infine, quanto alla rilevanza delle proposte questioni di legittimità costituzionale, il giudice a quo ne assume la pregiudizialità sostenendo che l'eventuale declaratoria di incostituzionalità delle impugnate disposizioni, «in relazione all'uno o all'altro dei profili prospettati», comportando la «equiparazione agli orfani, ai fini della riversibilità della pensione, dei figli nati da precedente matrimonio del coniuge del pensionato conviventi a carico di quest'ultimo e/o dei nipoti ex fratre conviventi a carico del dante causa», farebbe venir meno l'unico motivo addotto dall'INPDAP a fondamento della determinazione di non dare ulteriore corso all'istanza pensionistica della ricorrente.