[pronunce]

Se, infatti, possono aversi casi nei quali, per le connotazioni dell'organizzazione criminosa e della condotta di partecipazione "semplice" ad essa, il disvalore del fatto fa apparire adeguata e necessaria per permettere la risocializzazione del condannato una pena uguale o prossima al massimo edittale, nelle - probabilmente ben più numerose - ipotesi in cui la pericolosità della condotta, rispetto al bene giuridico della salute pubblica, appaia contigua, o comunque sia non troppo "distante", rispetto a quella della partecipazione di una associazione di "lieve entità", il minimo edittale di ben dieci anni di reclusione, previsto dall'art. 74, comma 2, t.u. stupefacenti, si tradurrebbe nell'imposizione di una pena assolutamente sproporzionata rispetto alla gravità del fatto contestato. Il contrasto con il principio costituzionale del finalismo rieducativo si farebbe «ancora "più drammatico"» in relazione alla partecipazione "qualificata", per la quale l'art. 74, comma 1, prevede una pena minima di venti anni. In tal modo, il giudice - pur a fronte dell'ampia varietà delle condotte sussumibili nella fattispecie - è costretto a muoversi all'interno di una forbice edittale assai angusta (quattro anni), tutta proiettata verso il massimo previsto dall'ordinamento per la pena della reclusione (art. 23, primo comma, cod. pen.). Rileva, in proposito, il rimettente come, secondo la costante giurisprudenza di questa Corte, allorché le pene comminate appaiano manifestamente sproporzionate alla gravità del fatto, si profila un contrasto con gli artt. 3 e 27 Cost., giacché una pena di tal fatta, venendo percepita dal condannato come ingiusta e inutilmente vessatoria, è destinata a non realizzare lo scopo rieducativo verso cui deve tendere. 1.6.- Quanto, poi, al minimo edittale che possa sostituirsi a quello previsto dalle norme censurate, il giudice a quo osserva che - sempre alla luce delle indicazioni di questa Corte - pur rientrando le valutazioni in tema di dosimetria della pena nella discrezionalità del legislatore, non sussistono ostacoli all'intervento del Giudice delle leggi ove le scelte adottate dal primo si siano rivelate manifestamente arbitrarie e irragionevoli e il sistema legislativo consenta l'individuazione di soluzioni, anche alternative tra loro, atte a ricondurre a coerenza le scelte già delineate a tutela di un determinato bene giuridico. Non è, quindi, necessario che esista un'unica soluzione costituzionalmente obbligata, ma è sufficiente che il sistema nel suo complesso offra precisi punti di riferimento e soluzioni già esistenti, che possano sostituirsi alla previsione sanzionatoria dichiarata costituzionalmente illegittima, garantendo, al contempo, coerenza alla logica perseguita dal legislatore. Secondo il giudice a quo, nella specie una simile soluzione non potrebbe coincidere - come ipotizzato in eccezioni difensive dichiarate manifestamente infondate dalla Corte di cassazione - nella assimilazione, quantomeno nel minimo, del trattamento sanzionatorio dell'associazione finalizzata al traffico di stupefacenti a quello di altre fattispecie associative già presenti nel nostro ordinamento (aventi, tra l'altro, cornici sanzionatorie tutte diverse tra loro). Estendere in toto alla figura criminosa in esame la disciplina generale prevista per l'associazione per delinquere dall'art. 416 cod. pen. si rivelerebbe illogico e contrastante con il principio di eguaglianza (nel senso di trattare in maniera identica situazioni diverse per gravità), oltre che certamente contrario alla logica perseguita dal legislatore, di reprimere con fermezza il fenomeno criminoso in questione, che comporta la diffusione di sostanze nocive per la salute pubblica e privata. Neppure potrebbe farsi riferimento al delitto di cui all'art. 416-bis cod. pen. , posto che l'associazione di stampo mafioso presenta peculiari caratteristiche criminologiche - che si traducono nella definizione del "metodo mafioso" - estranee, di per sé, al reato associativo di cui all'art. 74 t.u. stupefacenti (tant'è che, nei congrui casi, i due delitti possono concorrere). I reati previsti dagli artt. 270 e 270-bis cod. pen. avrebbero, poi, una oggettività giuridica del tutto eterogenea rispetto all'associazione di cui si discute, e lo stesso varrebbe per il delitto di associazione per delinquere finalizzata al contrabbando di tabacchi lavorati esteri, di cui all'art. 291-quater del d.P.R. 23 gennaio 1973, n. 43 (Approvazione del testo unico delle disposizioni legislative in materia doganale), che, più che salvaguardare la salute pubblica, tutelerebbe il monopolio dello Stato sul commercio nel settore merceologico di riferimento. Il rimedio conforme ai parametri costituzionali evocati, capace di ricondurre a razionalità il sistema, senza sconfessare le scelte di fondo di natura politico-criminale operate dal legislatore, sarebbe piuttosto quello di far coincidere il minimo edittale della fattispecie associativa di cui all'art. 74, commi 1 e 2, t.u. stupefacenti con il massimo della pena previsto, rispettivamente, dal primo e dal secondo comma dell'art. 416 cod. pen. , ossia dalla disposizione cui l'art. 74, comma 6, t.u. stupefacenti fa rinvio. I due reati associativi previsti dalla disciplina in materia di stupefacenti risultano, infatti, identici sul piano della condotta, differenziandosi unicamente per il grado di offesa all'interesse protetto, il quale, per sua natura, integra «un concetto quantitativo, che esprime la progressiva intensificazione della lesione o della messa in pericolo del bene giuridico protetto, senza soluzioni di continuità». Apparirebbe quindi conforme ai principi costituzionali evocati che il giudice sia chiamato a determinare la pena proporzionata alla gravità del fatto commesso, scegliendola nell'ambito di una cornice edittale che esprima quel continuum che, sul piano dell'offensività, sussiste fra i due reati associativi previsti dall'art. 74 t.u. stupefacenti. È ben vero - osserva da ultimo il rimettente - che in tal modo la forbice edittale dei delitti di cui al comma 1 e, soprattutto, di cui al comma 2, risulterebbe fortemente divaricata. Ma questo è un tratto che caratterizza anche la disciplina sanzionatoria dei reati scopo di cui all'art. 73 t.u. stupefacenti, e che rispecchia, pure in quel caso, la natura di «norma "collettore"» del citato art. 73, destinata a ricomprendere condotte con gradi di offensività assai eterogenei. 2.- È intervenuto nel giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che le questioni siano dichiarate inammissibili o manifestamente infondate. 2.1.- Ad avviso dell'Avvocatura dello Stato, le questioni sarebbero inammissibili a causa dell'incompleta descrizione della fattispecie concreta e della totale assenza della motivazione in ordine all'effettiva sussistenza, nel caso di specie, dei presupposti per l'applicazione delle disposizioni censurate.