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Ognuno - per carità - farà la sua parte, avrà la sua teoria da mettere in campo, ci dirà più o meno le sue ricette e la giornata politica del mercoledì parlamentare finirà a commentare l'ennesima informativa letta in Aula dal Ministro. Questa è la prassi. Per carità, è legittimo, fa parte del nostro lavoro. Ma ci rendiamo conto che siamo qui a parlarne non perché il problema c'è, ma perché è successo l'ennesimo episodio spiacevole, sbagliato e da condannare? Per carità di Dio, non voglio giustificare nessuno: chi ha sbagliato pagherà. Ancora una volta, non siamo in grado di anticipare i problemi, ma dobbiamo rincorrere l'ennesimo disastro. (Applausi) . Signor Ministro, non entro nel merito di cosa sia successo, che ci ha spiegato benissimo; lo farà chi di dovere, non certo io oggi. Tuttavia, sui fatti di Santa Maria Capua Vetere mi limito a osservare che non credo sia da Paese civile vedere nomi e cognomi di poliziotti sbattuti sui giornali, ancor meno prima di un processo serio. (Applausi) . Ritornando al ragionamento iniziale, al quale tengo molto, voglio ribadire a chiare lettere che stiamo dando un messaggio sbagliato. Infatti, dietro la nostra retorica parlamentare - l'ha sottolineato anche lei - oggi si nasconde un messaggio di rassegnazione del Parlamento nel non voler affrontare questo tema nella sua totalità, che inizia proprio da quel campanello d'allarme che le sigle sindacali della Polizia penitenziaria più volte hanno espresso; basterebbe ascoltarle un po' più spesso. Caro Presidente, caro Ministro, cari colleghi, non siamo qui a parlare perché vogliamo porre rimedio a tutte le falle che negli anni hanno reso impossibile gestire il sistema carcerario. Non siamo qui a parlarne perché abbiamo colto, dopo esserci confrontati con chi svolge questo servizio sul campo, i problemi e il disagio quotidiano nel far andare avanti proprio la quotidianità all'interno di queste strutture. Parliamo di situazioni che vanno oltre il limite umano di sicurezza sul lavoro degli operatori stessi. In media, abbiamo un agente attivo ogni 70 detenuti, in alcuni casi ogni 100. Parliamo di un alto numero di detenuti psichiatrici e autolesionisti, che necessitano di cure diverse dagli altri. Oggi tutte queste tipologie sono rinchiuse e ammassate negli stessi istituti di detenzione e quasi sempre sono seguite dalla Polizia penitenziaria e non da persone formate per seguire questo tipo specifico di patologie più complesse. In proposito, farei una riflessione sulle falle della legge Basaglia, perché ne scaturisce un disagio che va a discapito della sicurezza degli operatori e dei detenuti stessi. (Applausi) . Non si può più far finta di niente. C'è un dato allarmante e crescente, di cui nessuno parla, che ha visto gli agenti di Polizia penitenziaria togliersi la vita per quella che in psicologia viene definita sindrome da burnout , un grave problema per gli agenti che oggi lavorano negli istituti di detenzione. Non solo: parlando di Polizia penitenziaria, scopriamo che mancano divise idonee e protezioni di difesa adeguate, così come, in generale, dovrebbero essere riviste altre dotazioni. Potrei continuare per ore a mettere sul tavolo problematiche per cercare di parlarne, ma in questo caso più che contenuti sul tavolo servono risposte immediate e urgenti. Gli agenti di Polizia penitenziaria sono persone, ragazzi e ragazze che si arruolano con la speranza di migliorare la loro vita, mettendosi a disposizione del prossimo. Non lasciamoli soli e non facciamo di tutta l'erba un fascio, di fronte a un episodio spiacevole e ingiustificato, ma entriamo seriamente nell'ottica di sistemare il sistema di detenzione italiano, proprio per evitare che queste situazioni avvengano ancora. (Applausi) . PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Piarulli. Ne ha facoltà. PIARULLI (M5S) . Signor Presidente, onorevoli colleghi, signora Ministra, voglio ringraziarla per aver mostrato, unitamente al presidente Draghi, particolare attenzione alle problematiche in oggetto, come del resto aveva fatto anche in precedenza, in qualità di presidente della Corte costituzionale. I fatti di Santa Maria Capua Vetere sono abominevoli e certamente non possono essere giustificati, soprattutto nei confronti di soggetti vulnerabili e considerando che a compiere questo tipo di violenze sono coloro che rappresentano lo Stato. Questi comportamenti offendono non solo gli appartenenti al corpo della Polizia penitenziaria, ma tutti gli operatori penitenziari, che con mille difficoltà, quotidianamente, cercano di far funzionare gli istituti penitenziari, con scarsità di risorse umane, finanziarie e strumentali. Sono molto preoccupata, perché constato il fallimento dello Stato. Lo dico con il cuore in mano, perché, prima di fare il politico, sono un tecnico. Ho dedicato tutta la mia vita professionale e privata alla legalità. In qualità di direttore, il carcere non l'ho visto, ma l'ho vissuto e posso dire a gran voce che, senza il singolo operatore e il singolo direttore che con caparbietà cercano di portare avanti i percorsi di inclusione e di legalità, certamente la rieducazione e la risocializzazione previste dalla Costituzione diventano un'attività ardua. Teniamo infatti presente che la Costituzione parla di rieducazione e quindi il carcere interviene laddove la società, con la scuola e la famiglia, ha fallito e l'opera di rieducazione è certamente molto più complessa. Come diceva Voltaire: «Non fatemi vedere i vostri palazzi, ma le vostre carceri, poiché è da esse che si misura il grado di civiltà». (Applausi) . Purtroppo quella delle carceri, nel corso degli anni, è stata una realtà scomoda. È stato più semplice adottare indulti, amnistie e provvedimenti svuota carceri, ma in realtà non abbiamo affrontato il problema reale della necessità di adeguamento degli organici e degli spazi. Abbiamo avuto condanne da parte dell'Europa. Parliamo di educazione, ma l'Europa ci ha segnalato dove gli spazi sono ridotti e dove c'è una scarsa illuminazione e non dimentichiamo che ci sono ancora celle con il bagno a vista. Parliamo quindi di pena dignitosa, come ha fatto già il legislatore nel 1975, nel 2006 e nel 2018. Questa legislatura ha infatti portato avanti i decreti legislativi nn. 123, 124 e 128 del 2018, in cui abbiamo sottolineato la dignità della persona umana e del detenuto e anche che il trattamento non deve vedere differenze né di sesso, né di genere. D'altro canto, però, occorre visitare le carceri e andare nelle celle, ma non con visite preordinate. (Applausi) . Verifichiamo che in una cella di 21 metri quadrati ci sono sette detenuti, perché molto spesso i dirigenti penitenziari e i direttori, con tutto lo staff , si trovano a misurare la cella e a verificare se viene rispettato uno spazio di tre metri quadrati a detenuto. Questa è la realtà delle carceri! Oggi occorre quindi cercare di implementare le misure alternative, prevedendo anche misure di comunità. Molti di fatto non riescono a fruire delle misure alternative per assenza di domicili idonei e in questa situazione sono compresi tutti gli stranieri, che continuano a restare nelle carceri.