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di conseguenza, l'intervento del Governo non poteva che orientarsi nella selezione tra diversi meccanismi previsti dalla legge del 2016, per promuovere parità di accesso alle cariche elettive, verso il modello della doppia preferenza, basata appunto sul genere. Anche su questo terreno, dunque, vi sono stati piena consapevolezza e rispetto da parte del Governo dei limiti che un siffatto intervento era tenuto ovviamente a rispettare. Proprio considerati gli elementi di cautela con cui si è operato nelle condizioni date, consentitemi allora una considerazione dal significato più politico per sottolineare l'importanza di un intervento che, per la prima volta, attiva i poteri sostitutivi previsti dall'articolo 120 della Costituzione per affermare l'equilibrio di genere nella rappresentanza delle istituzioni. Molti lo hanno considerato un intervento sostitutivo di notevole portata; alcuni l'hanno considerato eccessivo; tutti - credo saremo d'accordo su questo - lo consideriamo un intervento che avremmo preferito non fare. Ciò, però, non ci deve esimere dal considerare, ancora con più convinzione, la bontà, oltre che la piena legittimità, del passo compiuto dal Governo, pure in via del tutto eccezionale. Dico soltanto che, se si usa questo potere di intervento per garantire parità tra donne e uomini, non si compie alcun abuso di potere, non si viola il principio di leale collaborazione tra Stato e Regioni, non si sta restringendo la sfera dei diritti, ma al contrario la si sta semplicemente ampliando. Lo Stato sta semplicemente adempiendo al ruolo di protezione della sfera dei diritti, che devono essere tutelati in modo omogeneo su tutto il territorio nazionale. Il compito principale della nostra democrazia è proprio quello di far avanzare i diritti di tutti i cittadini in maniera uniforme; è questo il senso pieno dell'articolo 3 della nostra Costituzione che, nella piena collaborazione reciproca tra Stato, Regioni, Comuni ed enti territoriali, tutti devono perseguire. Presidenza del vice presidente LA RUSSA (ore 10,15) ( Segue VALENTE, relatrice ). Le modifiche del decreto legislativo n. 216 del 2013, in materia di parità di genere nei Consigli regionali, venivano soprattutto dalla considerazione, ampiamente condivisa - dati alla mano - e dalla necessità di un intervento a livello regionale. Dopo quattro anni, quei numeri non sono cambiati molto: secondo i dati del febbraio 2020, la presenza delle donne nei Consigli regionali in media non arriva al 25 per cento. Ci sono eccezioni virtuose come quelle dell'Emilia-Romagna, del Lazio, dell'Umbria e della Toscana, ma anche Regioni in calo e, soprattutto, Regioni dove le donne elette in Consiglio non superano il 10 per cento degli uomini. L'obiettivo di superare tale squilibrio ci riguarda tutte e tutti, a prescindere dalla forza politica di appartenenza. È una di quelle sfide che impongono - credo - lo sforzo di lasciare un passo indietro le appartenenze agli schieramenti per far fare un passo in avanti all'interesse generale che tutti noi rappresentiamo. Lo abbiamo fatto già molte volte in passato; abbiamo più volte saputo trovare convergenze ampiamente maggioritarie proprio sul tema dei diritti delle donne e delle pari opportunità per tutte e tutti, a partire dalla convinta condivisione delle richiamate riforme costituzionali. Oggi con questo provvedimento abbiamo l'occasione di lanciare al Paese un ulteriore messaggio di coesione dinnanzi alla tutela e alla promozione dei diritti indiscussi e indiscutibili di ciascuno di noi. Chiedo a tutta l'Assemblea di farlo insieme ancora una volta. (Applausi). PRESIDENTE . Ha chiesto di intervenire il senatore Calderoli per illustrare una questione pregiudiziale. Ne ha facoltà. CALDEROLI (L-SP-PSd'Az) . Signor Presidente, ai sensi dell'articolo 93 del Regolamento, intendo presentare una questione pregiudiziale, ovvero che l'argomento non debba essere discusso. La materia apparentemente non sembra un granché: è tra quelli che possono essere definiti "decretini", che non è una parolaccia, ma si riferisce alla dimensione del decreto. Così probabilmente non è per il Governo che, invece, ha usato toni esaltanti nei confronti del provvedimento. Il presidente Conte, infatti, ha proclamato che con questo imperativo morale, politico e giuridico è stata scritta una pagina della storia italiana dei diritti politici. Il ministro Boccia - che saluto - ha dichiarato, invece, che la doppia preferenza appartiene alla categoria dei diritti universali. Il ministro Provenzano, invece, ha stabilito che si è trattato di un passo avanti nella lotta alle disuguaglianze. Nei corridoi il decreto non è stato considerato in questa maniera; lo considerano un "decretino". Lo chiamano in maniera impropria - e, mi sembra, anche abbastanza volgare - il decreto delle donne. È stato esaminato e discusso dalla Camera dei deputati nel giro di un paio d'ore. Io, invece, ritengo che tutte le volte che un decreto-legge interviene in materia elettorale sia un fatto molto grave. Dal punto di vista normativo e costituzionale, per i tempi, il buonsenso e gli effetti che produce credo si possa parlare di un vero e proprio obbrobrio. Un obbrobrio per i suoi contenuti. Infatti, che il Governo vari un decreto-legge e sbagli non un riferimento normativo, ma il testo, è un qualcosa che solitamente non dovrebbe accadere. Nell'articolo 1 si parla del mancato recepimento nella legislazione regionale in materia di sistemi di elezione del Presidente e degli altri componenti della Giunta regionale nonché della legge 15 febbraio 2016, n. 20. Ebbene, peccato che nella legge a cui si fa riferimento non si parla di elezione dei membri della Giunta, che fra l'altro non vengono eletti da nessuno. Ci si è dimenticati la parola «incompatibilità»; ma in un testo di legge che riprende una normativa sarebbe molto discusso e discutibile il fatto che si usi un riferimento sbagliato nei contenuti. Vi è di più. Ciascuna delle Camere ha un proprio Regolamento che, nella gerarchia delle fonti, può essere considerato quasi paracostituzionale. A livello dell'ordinamento della Presidenza del Consiglio, sul funzionamento del Governo l'equivalente è la legge n. 400 del 1988, che specificamente dice che non si può usare la decretazione d'urgenza nelle materie indicate al quarto comma dell'articolo 72 della Costituzione, per cui nella materia elettorale è sempre adottata la normale procedura di esame e di approvazione diretta da parte della Camera. Questo esclude che si possano adottare decreti-legge in materia elettorale. È vero che in passato c'è stato qualche pericoloso precedente, ma solitamente lo si faceva quando c'era l'accordo di tutte le forze politiche, e qui nessuno è stato consultato, oppure si è intervenuti sul procedimento elettorale, non sul sistema o sulla legge elettorale. E se qualcuno interviene sulla composizione delle liste - e, di più, quando si esprime la preferenza - vuol dire che si incide su quella parte che trasforma il voto in eletto; quindi è completamente al di fuori di un discorso costituzionale. Prima ho parlato di riferimenti temporali.