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Considero anche importante che ci sia stata una partecipazione con una presenza, perché in passato, quando si affrontavano argomenti come questi, la natura dell'Aula cambiava ed era caratterizzata dalla sola presenza di donne, con gli uomini assolutamente assenti e distratti. Io credo che il grande salto culturale fatto negli ultimi anni è rappresentato dal fatto che noi uomini siamo qui, interveniamo, ci mettiamo la faccia e diciamo che questi temi ci appartengono, ci riguardano direttamente. Credo che in questa legislatura di passi avanti ne sono stati fatti tanti. Credo che sono state approvate importanti leggi sui temi che riguardano le questioni che portano alla violenza di genere. Ritengo tuttavia, signor Presidente, che non dobbiamo accontentarci di approvare leggi, perché purtroppo spesso arrivano troppo in ritardo all'interno delle mura domestiche dove si compiono violenze. Dobbiamo fare uno sforzo ulteriore, che credo sia alla base della relazione che oggi voteremo e del lavoro svolto in questi mesi. Dobbiamo cioè riuscire a costruire un percorso di prevenzione; altrimenti staremo sempre a commemorare vittime, a piangerci addosso su bambini che restano orfani e non avremo evitato un fenomeno che, purtroppo, è diffuso e riguarda circa 7 milioni di donne che subiscono violenza. Ciò significa che ci sono 7 milioni di uomini che compiono violenza e o noi agiamo su quei 7 milioni di uomini o rischieremo di mettere in campo misure magari spot, che ci riempiono d'orgoglio per averle comunicate bene, ma che poi non producono risultati concreti. Il tema è quindi come costruiamo i percorsi di prevenzione, perché poi vediamo che il 50 per cento degli uomini, che senza vergogna e con maturità decidono, dopo il primo o il secondo gesto di violenza, di mettere in campo un percorso di recupero, non compiono più violenza, cambiano vita, cambiano atteggiamento. Ciò vuol dire che i percorsi di prevenzione funzionano. Ora il tema è come valorizzarli e come far comprendere che quello è un percorso naturale, un percorso di maturità. È importante che l'uomo decida di non vergognarsi della consapevolezza acquisita e che la società accetti quella consapevolezza, senza criminalizzarlo e senza puntargli il dito addosso. Se noi compiamo questo percorso, questo salto culturale, avremo risolto il problema alla radice. Conta tanto l'educazione, conta tanto la scuola, conta scalfire un modello patriarcale della nostra società, che è alla base di tutto quello che avviene. Quando c'è una concezione proprietaria della donna, quando c'è l'idea gerarchica dell'uomo sulla donna, quando c'è questa cultura poi viene fuori la violenza. Io credo che da questo punto di vista possiamo fare tanto e abbiamo già fatto tanto con le leggi approvate. Dobbiamo riuscire a mettere in campo tutti i percorsi di prevenzione che ci consentano di poter finalmente parlare del tema del femminicidio come di un tema che deve essere debellato. Si tratta di un reato che credo non abbia conosciuto mai una riduzione nel numero; purtroppo il numero dei reati di femminicidio e degli atti di violenza sulle donne è sempre costantemente alto e sempre in crescita. Si tratta quindi di un fenomeno pericoloso, che va affrontato con durezza. Voglio ringraziarvi per il lavoro che avete svolto e credo che quest'Aula avrà la maturità per utilizzare l'anno di legislatura che abbiamo davanti per compiere altri atti come quello in esame, che possano farci fare un salto culturale. Grazie ancora e buon lavoro. (Applausi) . PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Balboni. Ne ha facoltà. BALBONI (FdI) . Signor Presidente, oggi siamo tutti impegnati a ribadire l'impegno del Senato e del Parlamento per combattere le violenze contro la donna: un fenomeno allarmante che, nonostante il costante impegno delle istituzioni, non si riesce a debellare e anzi sembra purtroppo in aumento. Nulla è più odioso della violenza contro le donne e - mi permetto di aggiungere - anche contro i bambini, che a volte sono vittime delle violenze cui assistono. Fratelli d'Italia condivide le conclusioni della relazione in discussione, con particolare riguardo alla necessità di regolamentare in base a standard omogenei, coordinare e soprattutto potenziare i centri per il trattamento degli uomini autori di violenza; centri che sono sorti finora perlopiù in modo spontaneo e a macchia di leopardo sul territorio nazionale. L'azione di questi centri è fondamentale sia per la prevenzione vera e propria, quando cioè la violenza è ancora allo stato potenziale, ma si manifestano già i cosiddetti i comportamenti spia che la annunciano, sia per intervenire quando la violenza è in atto, al fine di impedire ulteriori gradi di escalation di atti violenti e soprattutto i casi di recidiva, che - come è noto e molti colleghi lo hanno già ricordato - molto spesso sono anche gli episodi più gravi. Le statistiche disponibili dimostrano che la recidiva nei reati contro le donne è altissima: parliamo dell'85 per cento. Ma sappiamo anche, grazie ai numerosi studi citati nella relazione, che un trattamento adeguato, soprattutto se fatto su basi quanto più possibile volontarie, può arrivare ad abbattere la recidiva fino alla metà, e cioè fino al 50 per cento. Per questo motivo è importante che il trattamento venga assicurato anche nel corso dell'esecuzione della pena, come prescrive la riforma dell'ordinamento penitenziario, approvata con il cosiddetto codice rosso. Ma è ancora più importante che non venga interrotto questo trattamento al momento della scarcerazione, come invece avviene purtroppo ancora troppo spesso. Va quindi sottolineata la giusta osservazione della relazione, secondo la quale è proprio al momento del ritorno in libertà che maggiori sono i rischi per la vittima. È importante ricordare - come fa la relazione - la buona prassi del tribunale di Milano, che ha attivato l'invio degli autori di violenza presso specifici programmi territoriali di recupero. Un altro strumento fondamentale, anch'esso introdotto con il codice rosso, è la nuova disciplina dell'articolo 165 del codice penale, che subordina la concessione della sospensione condizionale della pena, nei casi di condanna per reati di violenza sessuale, stalking , violenza domestica e così via, alla partecipazione del reo a specifici percorsi di recupero; motivo in più - secondo noi - per valorizzare i centri che sono preposti a questo obiettivo. Tanti altri sarebbero gli spunti di riflessione offerti dalla relazione, sui quali manca il tempo di soffermarsi. Mi limito a ribadire che Fratelli d'Italia in gran parte li condivide e, anche per questa ragione, voteremo a favore della risoluzione che richiama la relazione. Tuttavia, colleghi, in conclusione, mi sia consentito esprimere alcune perplessità circa l'affermazione apodittica secondo cui - cito testualmente a pagina 43 della relazione - sia proprio «il modello patriarcale quello all'interno del quale si sviluppano le azioni individuali di violenza contro le donne».