[pronunce]

ORDINANZA ha pronunciato la seguentenel giudizio di legittimità costituzionale degli articoli 529 e 649, comma 2, del codice di procedura penale, promosso con ordinanza del 24 maggio 2002 dal Tribunale di Terni, in composizione monocratica, iscritta al n. 363 del registro ordinanze 2002 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 34, prima serie speciale, dell'anno 2002. Visto l'atto di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri; udito nella camera di consiglio del 9 aprile 2003 il Giudice relatore Carlo Mezzanotte. Ritenuto che, con ordinanza emessa il 24 maggio 2002, il Tribunale di Terni, in composizione monocratica, nel corso di un procedimento nei confronti di una persona imputata dei reati di ingiuria e violenza privata, ha sollevato, in riferimento agli articoli 111, secondo comma, 3 e 24 della Costituzione, questione di legittimità costituzionale degli articoli 529 e 649, comma 2, del codice di procedura penale, nella parte in cui non prevedono la condanna dello Stato al rimborso delle spese in favore dell'imputato, quando si pronuncia nei suoi confronti sentenza di proscioglimento per il divieto di un secondo giudizio; che il remittente ricorda che con precedente ordinanza aveva sollevato, in riferimento ai medesimi parametri, questione di legittimità costituzionale dell'art. 530 cod. proc. pen. , nella parte in cui non prevede la condanna dello Stato al rimborso delle spese in favore dell'imputato da assolversi, e che tale questione era stata dichiarata manifestamente inammissibile perché l'art. 530 cod. proc. pen. non avrebbe potuto trovare applicazione nel giudizio principale; che, nel riproporre la questione, il giudice a quo riferisce che l'imputato era stato giudicato con una sentenza pronunciata il 16 aprile 1999 ed era stato rinviato a giudizio con decreto del 18 maggio 1999, nonostante che nella denuncia-querela, dalla quale era scaturito il decreto di citazione a giudizio, fosse stata indicata la pendenza di altro procedimento in relazione al medesimo fatto; che, evidenzia ancora il giudice a quo, non essendovi contrasto tra la difesa dell'imputato e il pubblico ministero sull'esito del secondo giudizio per il medesimo fatto, avendo entrambi chiesto il proscioglimento per il divieto di un secondo giudizio sugli stessi fatti, la difesa dell'imputato ha chiesto anche la condanna alle spese nei confronti dello Stato, depositando la relativa nota spese; che, quindi, prosegue il remittente, essendo passata in giudicato la prima sentenza di condanna emessa nei confronti dell'imputato per il medesimo fatto, non si dovrebbe più dubitare che le disposizioni applicabili siano quelle di cui agli artt. 529 e 649, comma 2, cod. proc. pen. , sicché la questione sarebbe rilevante ai fini della decisione che egli è chiamato ad adottare sul punto; che, quanto alla non manifesta infondatezza, il giudice a quo rileva, in primo luogo, che in base all'attuale normativa non è consentito al giudice condannare lo Stato alla rifusione delle spese sostenute dall'imputato quando questi venga assolto, neanche nel caso in cui l'azione penale sia stata promossa, come nella specie, sulla base di un evidente errore da parte del pubblico ministero, non avvedutosi della esistenza di una precedente sentenza per i medesimi fatti; che le disposizioni censurate si porrebbero quindi in contrasto, ad avviso del remittente, con il secondo comma dell'art. 111 Cost., il quale, nel testo risultante dalla legge costituzionale n. 2 del 1999, stabilisce che “Ogni processo si svolge nel contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità, davanti ad un giudice terzo ed imparziale”, dovendosi riferire l'espressione “in condizioni di parità” non al solo contraddittorio, ma “a tutto lo svolgimento del processo, compresa la fase delle spese”; che, pertanto, prosegue il remittente, per la regolamentazione del regime delle spese processuali dovrebbe farsi riferimento a quanto stabilito per il processo civile, con la conseguenza che, anche nel processo penale, la parte vittoriosa (imputato assolto) dovrebbe avere diritto all'integrale ristoro delle spese sostenute per difendersi da un'accusa rivelatasi infondata; che la mancata previsione della condanna dello Stato alle spese non potrebbe trovare più giustificazione nell'originaria configurazione del pubblico ministero come parte dotata di una posizione preminente, in quanto tale posizione sarebbe venuta meno con l'introduzione, in Costituzione, del principio della parità delle parti dinanzi a un giudice terzo, che potrebbe ritenersi pienamente realizzata solo se al giudice venisse attribuito il potere di condannare alle spese lo Stato soccombente: non potrebbe infatti sostenersi, ad avviso del remittente, che le parti siano in posizione di parità se il giudice può, anzi deve, condannare una di esse al pagamento delle spese in caso di soccombenza (rectius: condanna), ma non può fare altrettanto in caso di diversa soluzione (assoluzione o, come nella specie, proscioglimento per errore nell'attivazione del secondo giudizio, in violazione del divieto di cui all'art. 649, comma 2, cod. proc. pen.); che le disposizioni censurate contrasterebbero poi, secondo il giudice a quo, con il principio di ragionevolezza, che non verrebbe rispettato da una normativa che prevede per una parte di un processo (l'accusa) il favore delle spese e per l'altra parte (l'imputato) solo la condanna in caso di soccombenza e nessun favore delle spese in caso di vittoria: in ogni caso, l'imputato, se dichiarato innocente, subirebbe un depauperamento delle proprie sostanze in misura quantomeno pari all'esborso sostenuto per affrontare il processo; che, prosegue il remittente, l'art. 3 Cost. sarebbe violato anche sotto un diverso profilo, poiché “se non si concede il ristoro delle spese in caso di vittoria (assoluzione o proscioglimento), ma si condanna in caso di soccombenza (condanna) al rimborso delle spese, i due casi (i due cittadini), benché uguali, sono trattati diversamente dal giudice”; che, infine, sarebbe violato l'art. 24 Cost., in quanto chi deve spendere ingenti somme per difendersi, sapendo che certamente non le recupererà, potrebbe non difendersi adeguatamente e così il diritto di difesa potrebbe non essere garantito; che è intervenuto nel presente giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che la questione sia dichiarata non fondata; che la difesa erariale contesta in primo luogo l'assunto dal quale muove il remittente, e cioè che le condizioni di parità di cui all'art. 111, secondo comma, Cost., possano coinvolgere la tematica delle spese processuali: il testo della disposizione costituzionale, infatti, si riferirebbe esclusivamente alla parità delle parti rispetto al contraddittorio e quindi alle tematiche della prova, ma non si estenderebbe alle spese processuali, come del resto dimostrerebbero i lavori preparatori della legge costituzionale n. 2 del 1999;