[ddlpres]

Si tratta di una normativa che – oltre a sollevare gravi dubbi di contrasto con la Costituzione e con la normativa europea – paga un altissimo tributo al molto discutibile, e molto discusso, principio secondo cui tale misura, affiancata agli incentivi per l'assunzione di nuovi lavoratori, agevolerà la ripresa economica e riattiverà positivamente il mercato del lavoro. Laddove i dati dell'Istituto nazionale della previdenza sociale (INPS) e del Ministero del lavoro e delle politiche sociali più recenti indicano un andamento non positivo dell'occupazione (in generale, nonché, in particolare, di quella) a tempo pieno e indeterminato, specialmente dopo la cessazione/riduzione degli incentivi per i nuovi contratti di lavoro a tempo indeterminato stipulati sulla base della normativa del Jobs Act . 4. – Al di là degli effetti deleteri che la precarietà, e a un tempo la svalutazione delle professionalità e delle libertà professionali, hanno prodotto e che – per quanto appena detto – potrebbero produrre ancor di più nel prossimo futuro sul piano socio-economico e del mercato del lavoro, non può essere trascurato quello, ulteriormente destrutturante, e anche più pericoloso per l'incidenza sugli equilibri democratici del nostro Paese, rappresentato dal rischio di cedimento del ruolo del sindacato come soggetto di equilibrio redistributivo della ricchezza nazionale e di bilanciamento dei poteri economici tanto in azienda quanto all'esterno di essa, a livello locale e nazionale. Questo rischio, per il vero, è insito anche, forse primariamente, nell'atteggiamento di rifiuto del confronto con le forze sindacali che, con intensità differente (e salvo qualche eccezione), è affiorato spesso, a partire almeno dal 2001 (anno del Libro bianco sul mercato del lavoro del Ministro Maroni), nelle forze politiche che si sono succedute nel tempo alla guida del Paese. Un atteggiamento che non si è tradotto solo nel rigetto del metodo concertativo, ma è arrivato ormai fino alla mancata consultazione delle (o talora anche di soltanto alcune delle) forze sociali rispetto all'assunzione di decisioni determinanti per il mondo del lavoro. Ma a parte questa dimensione prettamente politica, il rischio predetto si manifesta altresì in relazione alla creazione di una società fondata sulla generale precarizzazione del lavoro, ovvero sulla futura debolezza strutturale di tutti i rapporti di lavoro, in quanto privi delle garanzie di stabilità. A questo riguardo, è un dato inconfutabile il decremento in percentuale dei lavoratori iscritti al sindacato verificatosi nel corso degli anni che sono alle nostre spalle; e appare evidente come questo dato debba essere posto in larga misura in collegamento con la scarsa propensione dei lavoratori precari ad associarsi ai soggetti collettivi che storicamente hanno tutelato gli interessi del mondo del lavoro. Ciò, peraltro, deriva non tanto, o comunque non solo, da una sorta di sopravvenuta diffidenza delle nuove generazioni di lavoratori nei confronti dei sindacati, che verrebbero percepiti – in verità soprattutto a causa di una strumentale « cattiva pubblicità » operata dai grandi mezzi di informazione e comunicazione – come « elefanti burocratici » pronti a difendere più gli interessi degli occupati che quelli dei precari e dei disoccupati. In realtà, questa pretesa contrapposizione tra difesa degli interessi degli insider e degli outsider è una parola d'ordine tipica di una cultura scientifica e politica di fondamento neoliberista, che guarda con favore a un riallineamento delle tutele del lavoro tra le varie categorie di lavoratori non verso l'alto, come invece si intende fare con il presente disegno di legge, ma verso il basso, con il depauperamento del patrimonio di conquiste dei lavoratori e il ritorno alla possibilità di sfruttarli secondo modelli ottocenteschi. Ove dunque non si voglia indulgere in strumentalizzazioni, occorre riconoscere, piuttosto, che la riduzione del tasso di iscrizione al sindacato da parte dei lavoratori disoccupati e precari deriva, oltre che dalla frequente mobilità cui essi sono soggetti (e dalla conseguente difficoltà di coinvolgerli nell'organizzazione sindacale), soprattutto dal timore che le imprese che non gradiscono questa disponibilità dei lavoratori alla coalizione per la difesa dei propri interessi possano preferire, in fase di attivazione, rinnovo e conservazione dei rapporti di lavoro precari, soggetti non sindacalizzati. Non si dice nulla di nuovo, d'altronde, ove si ricordi quante volte, nel sistema delle relazioni industriali italiane, sia affiorata tra le imprese una scarsa cultura del rispetto della controparte: per non andare troppo lontano nel tempo, basti richiamare la recente discriminazione di massa operata dalla più grande impresa italiana nei confronti dei lavoratori iscritti al più grande sindacato in essa operante, accertata e condannata dalla magistratura e finanche dall'Organizzazione internazionale del lavoro. Insomma, precarizzazione generale del lavoro significa mutamento dei rapporti di forza nei luoghi di produzione, nel mercato del lavoro e nella stessa società; e questo è vero – è bene sottolinearlo con forza, perché viene solitamente obliterato nell'asettico discorso politico-economico fondato sull'efficientamento dell'uso della forza lavoro – non soltanto sul piano, appena esaminato, delle relazioni sindacali, ma anche su quello dei rapporti individuali di lavoro. La loro precarizzazione produce, infatti, inevitabilmente, uno squilibrio di poteri all'interno della relazione contrattuale di scambio tra imprenditore e lavoratore, imponendo a quest'ultimo, permanentemente soggetto al ricatto occupazionale, di sottostare in toto alle pressioni datoriali nell'organizzazione quotidiana del lavoro. L'assenza di tutela sindacale e la paura permanente di perdere il lavoro esaltano, insomma, i poteri giuridici e di fatto vantati dall'imprenditore, dando la stura, nei luoghi di lavoro, a forme di sfruttamento che riportano la nostra società indietro nel tempo, agli albori del capitalismo industriale, con buona pace delle tanto sbandierate positività del progresso tecnologico, come fattore di coinvolgimento professionale e personale del lavoratore nei successi della propria impresa. 5. – Si è detto più sopra della crisi del modello della flexicurity alla luce della sua concreta attuazione, non soltanto nei Paesi mediterranei, gravemente colpiti dalla crisi economica e quindi meno in grado di sostenere i costi derivanti dallo « spostamento » delle tutele del lavoro nel mercato, ma anche in quelli del Nord Europa, dove inizia a essere evidente la difficoltà di sostenere il peso finanziario di efficienti sistemi di protezione occupazionale e reddituale necessari a fronteggiare i bisogni di mercati del lavoro altamente flessibili. In realtà, gli sconfortanti dati occupazionali che sono davanti ai nostri occhi e le profonde, penose trasformazioni del tessuto sociale prodotte dalla tendenziale assenza di lavoro stabile rendono ormai evidente come le ragioni della crisi di quel modello non vadano ricercate soltanto nei costi eccessivi di un welfare posto al servizio di un mercato del lavoro improntato a una flessibilità « totale », ma riguardino la stessa essenza lavoristica di quel modello.