[pronunce]

A sua volta, l'art. 31 del contratto collettivo del 22 gennaio 2004 appena citato disciplina le c.d. "risorse decentrate", ossia «le risorse finanziarie destinate alla incentivazione delle politiche di sviluppo delle risorse umane e della produttività», stabilendo che esse «vengono determinate annualmente dagli enti con effetto dal 31.12.2003 ed a valere per l'anno 2004, secondo le modalità definite dal presente articolo» (comma 1). Il successivo comma 2 dello stesso art. 31 individua «le risorse aventi carattere di certezza, stabilità e continuità determinate nell'anno 2003», aggiungendo che il relativo importo resta confermato ed «è suscettibile di incremento ad opera di specifiche disposizioni dei contratti collettivi nazionali di lavoro nonché per effetto di ulteriori applicazioni della disciplina dell'art. 15, comma 5, del CCNL del 1° aprile 1999 limitatamente agli effetti derivanti dall'incremento delle dotazioni organiche». Ad avviso della Regione Marche, il legislatore regionale ben poteva incrementare l'importo delle c.d. "risorse decentrate", aggiungendovi quelle relative al trattamento economico accessorio del personale addetto agli uffici di diretta collaborazione già previsto dalla legge della Regione n. 54 del 1997, poiché l'art. 31, comma 2, del contratto collettivo del 22 gennaio 2004 è diretto solamente a costituire un presidio minimo a garanzia dell'importo delle risorse in questione, mediante la specifica previsione delle fonti di finanziamento che necessariamente debbono confluire nel fondo delle "risorse decentrate" e, altresì, mediante la previsione degli incrementi cui obbligatoriamente l'ente interessato debba considerarsi assoggettato. Il contratto collettivo, invece, non vieta in alcun modo che l'ente interessato provveda spontaneamente ad incrementare l'importo delle "risorse decentrate" oltre la misura minima obbligatoria contrattualmente stabilita. La difesa regionale menziona, quindi, le disposizioni contrattuali che prevedono che le «risorse decentrate siano dirette a promuovere miglioramenti dei livelli di efficienza dei servizi erogati dall'ente pubblico e a premiare la qualità delle prestazioni lavorative» (art. 17 del contratto collettivo del 1° aprile 1999; art. 18 dello stesso contratto collettivo, come sostituito dall'art. 37 del contratto collettivo del 22 gennaio 2004; art. 5 del contratto collettivo del 31 luglio 2009). In conclusione, a parere della Regione Marche, si deve escludere che il legislatore regionale abbia invaso il campo di disciplina del rapporto di lavoro riservato alla contrattazione collettiva e la competenza legislativa statale nella materia dell'ordinamento civile, perché la norma impugnata, senza alcun maggiore onere per la spesa pubblica, si è limitata a disporre che le risorse finanziarie destinate al trattamento economico accessorio del personale degli uffici di diretta collaborazione degli organi politici regionali assumano quei caratteri di certezza, stabilità e continuità tali da consentirne la confluenza tra le c.d. "risorse decentrate" previste nel vigente contratto collettivo nazionale di comparto da distribuire secondo i criteri di premialità rispetto alla effettiva qualità e quantità della prestazione lavorativa e come strumenti di incentivazione della produttività e di miglioramento dei servizi così come disciplinati dalla contrattazione collettiva. Ne conseguirebbe, da un lato, il pieno riconoscimento da parte della Regione del ruolo che la legislazione statale vigente assegna alla contrattazione collettiva e, dall'altro, un'anticipazione (ancorché solo parziale) dell'adeguamento dell'ordinamento regionale ai nuovi principi fondamentali stabiliti nel decreto legislativo 27 ottobre 2009, n. 150 (Attuazione della legge 4 marzo 2009, n. 15, in materia di ottimizzazione della produttività del lavoro pubblico e di efficienza e trasparenza delle pubbliche amministrazioni), e, in particolare, dell'art. 31, comma 2, di tale decreto legislativo che prevede espressamente che «le regioni, anche per quanto concerne i propri enti e le amministrazioni del Servizio sanitario nazionale, e gli enti locali, nell'esercizio delle rispettive potestà normative, prevedono che una quota prevalente delle risorse destinate al trattamento economico accessorio collegato alla performance individuale venga attribuita al personale dipendente e dirigente che si colloca nella fascia di merito alta e che le fasce di merito siano comunque non inferiori a tre». Del resto, un'eventuale pronuncia di accoglimento della questione determinerebbe un nuovo dispiegamento della vis normativa degli artt. 9, 10 e 11 della legge della Regione Marche n. 54 del 1997, con tutti gli effetti ad essi connessi di perdurante sottrazione al regime della contrattazione collettiva e di attribuzione forfetaria del trattamento economico accessorio del personale addetto agli uffici di diretta collaborazione degli organi politici. 2.2. - Quanto alla questione relativa all'art. 57, comma 1, della legge della Regione Marche n. 31 del 2009, la Regione sostiene anzitutto che le censure con le quali il Presidente del Consiglio dei ministri lamenta la violazione del diritto comunitario sarebbero inammissibili. In particolare, quanto all'asserito contrasto della norma «con i principi di cui all'art. 6 della direttiva 2001/77/CE», il ricorrente avrebbe omesso di indicare il parametro costituzionale necessario a configurare la questione di costituzionalità. Invece, quanto alla doglianza concernente la violazione dell'art. 117, primo comma, Cost., il ricorrente ha individuato, quali norme comunitarie interposte, gli artt. 43 e 81 del Trattato CE, ormai non più vigenti a seguito dell'entrata in vigore del Trattato di Lisbona e sostituiti, rispettivamente, dagli artt. 49 e 101 del Trattato sul funzionamento dell'Unione europea. Nel merito, la Regione Marche afferma che il presupposto interpretativo dal quale muove la controparte (e secondo cui dalla disposizione censurata si ricaverebbe il divieto di autorizzazione per gli impianti alimentati a biomasse che non possiedano le caratteristiche individuate nella disposizione medesima) sarebbe erroneo. Infatti, proprio nel rispetto della logica della «promozione prioritaria degli impianti cogenerativi di potenza elettrica inferiore a 5 MW» di cui all'art. 5, comma 1, lettera g), del d.lgs. n. 387 del 2003 e sulla base degli indirizzi contenuti nel PEAR, il legislatore regionale ha fissato una volta per tutte le condizioni e le caratteristiche degli impianti alimentati a biomasse in presenza delle quali il rilascio della relativa autorizzazione deve considerarsi automatico, eliminando in via generale e astratta, per gli impianti dotati di determinati requisiti, qualunque potere discrezionale dell'autorità competente al rilascio dell'autorizzazione e anche il potere della medesima autorità di imporre specifiche prescrizioni per la realizzazione e l'esercizio del singolo impianto. Rimarrebbe del tutto impregiudicata la possibilità di autorizzare secondo le ordinarie procedure amministrative gli impianti che non presentino quei requisiti. In questo senso la norma censurata sarebbe coerente con la logica dell'art. 6 della direttiva n. 2001/77/CE, attuata in Italia con il d.lgs.