[pronunce]

Il CSM, infatti, non si sarebbe trovato nell'alternativa indicata nel ricorso tra applicare la legge ovvero disapplicarla, ma avrebbe potuto darne un'interpretazione conforme a Costituzione (secondo la propria prospettazione) e, enfatizzando il profilo della previa valutazione delle attitudini, avrebbe potuto negare, in ipotesi, il ripristino del rapporto di servizio. A ciò sarebbe seguito un giudizio amministrativo nel quale il Consiglio avrebbe potuto prospettare la propria lettura delle norme e, in subordine, eccepirne l'incostituzionalità. Il Senato rileva inoltre l'anomalia di un conflitto con cui si chiede alla Corte un controllo astratto di costituzionalità di una legge, nonché la pronuncia di sentenze di annullamento additive. Nel merito, il ricorso sarebbe infondato. Le riserve di legge previste dalla Costituzione in materia di ordinamento giudiziario (art. 108) e in materia di poteri del CSM (art. 105), siano esse da intendere come assolute, ovvero come relative, farebbero sì che sia pur sempre la legge a stabilire i criteri cui deve essere ancorato l'esercizio della discrezionalità del Consiglio. Invece, ad avviso della difesa del Senato, il ricorso si baserebbe sulla pretesa del CSM di sovrapporre le proprie scelte discrezionali a quelle legislative. Peraltro, la disciplina legislativa sarebbe del tutto ragionevole. Per i magistrati che siano stati assolti nel giudizio penale con formula «non piena», il Consiglio avrebbe solo una facoltà di ripristinare il rapporto di impiego, nonché la possibilità di verificare se risultino elementi di responsabilità disciplinare o contabile. Nel caso di assoluzione con formula «piena», vi sarebbe invece l'obbligo della riassunzione del magistrato e sarebbe esclusa l'autonoma valutazione della rilevanza disciplinare dei fatti che hanno formato oggetto del giudizio penale. In sostanza, il legislatore avrebbe differenziato le due ipotesi, bilanciando diversamente i valori in gioco, da un lato, i diritti soggettivi e gli interessi legittimi dell'istante, dall'altro, il prestigio e la considerazione di cui deve godere l'ordine giudiziario. Infondata sarebbe, comunque, l'asserita sottrazione di poteri valutativi circa la rilevanza disciplinare dei fatti oggetto del processo penale, dal momento che dopo la riammissione in servizio, il magistrato ben potrebbe essere sottoposto a procedimento disciplinare, ricorrendone le condizioni. Inoltre, a differenza di quanto sostenuto nel ricorso, la legge n. 350 del 2003 e il decreto legge n. 66 del 2004 non escluderebbero il potere del Consiglio di valutare l'idoneità specifica ed in concreto del magistrato a rivestire le funzioni in relazione al posto richiesto, essendo anzi espressamente previsto che debbano essere valutate le sue attitudini desunte dalle funzioni da ultimo esercitate. Sostiene, ancora, il Senato che non spetterebbe al CSM un potere di consultazione preventiva su tutte le materie che attengono all'ordinamento giudiziario: esso contrasterebbe con il procedimento costituzionalmente previsto di approvazione delle leggi, nell'ambito del quale neppure sarebbe ipotizzabile un principio di leale collaborazione. Inoltre, destinatario del parere previsto dall'art. 10 della legge n. 195 del 1958 sarebbe il Ministro della giustizia e non il Parlamento. 9. – Anche il Presidente del Consiglio dei ministri si è costituto in giudizio, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, deducendo «l'inammissibilità del ricorso per conflitto contro il Governo per difetto di legittimazione passiva». Il conflitto, infatti, sarebbe sorto a seguito della adozione di normativa primaria da parte del Parlamento cui il Governo avrebbe partecipato solo in via parziale e temporanea, cioè attraverso l'adozione di un decreto legge, destinato tuttavia, come tale, a «tramutarsi» in legge. Pertanto, a seguito della conversione in legge del suddetto decreto, la legittimazione passiva del Governo sarebbe venuta meno retroattivamente. Comunque, la funzione consultiva del CSM, prevista dall'art. 10 della legge n. 195 del 1958 di cui si afferma la lesione, sarebbe estranea all'esercizio dell'autogoverno. 10. – In prossimità della data fissata per l'udienza pubblica, il CSM ha depositato una memoria nella quale replica alle eccezioni sollevate dalla Camera e dal Senato. Con riguardo al profilo della ammissibilità del conflitto, il ricorrente osserva che, in base alla giurisprudenza costituzionale, mentre il conflitto di attribuzione su norma di legge sarebbe strumento di difesa delle attribuzioni del ricorrente, la proposizione della questione di legittimità costituzionale sarebbe un generale e oggettivo mezzo di controllo della costituzionalità delle leggi, nel quale la norma sarebbe «scrutinata in base alla sua conformità a qualunque parametro costituzionale». Lo strumento del conflitto di attribuzione sarebbe perciò inutilizzabile allorché il potere dello Stato, che si assume leso, abbia la possibilità di ricorrere davanti al giudice contro l'atto applicativo della norma che ritiene invasiva delle proprie attribuzioni, in quanto in tal caso otterrebbe uno scrutinio «ampio» ed «una più completa soddisfazione della propria pretesa». Viceversa, quando non vi sia un atto applicativo della norma lesiva, o quando esso non sia impugnabile da parte dello stesso organo o soggetto che si afferma leso, non sarebbe configurabile un idoneo giudizio. Nel caso in esame, l'ammissibilità del conflitto proposto dal CSM discenderebbe dall'obbligo imposto dalla legge di «riammettere in servizio, assegnando loro le relative funzioni» i magistrati, obbligo che determinerebbe la lesione delle attribuzioni costituzionali del ricorrente, anche indipendentemente dalla sua esecuzione. Inconsistente sarebbe poi l'eccezione di inammissibilità del ricorso fondata sulla esistenza di una riserva di legge, posta dalla Costituzione, in ordine alla disciplina delle funzioni del CSM. Tale riserva, infatti, non escluderebbe la sanzionabilità da parte della Corte in sede di conflitto della «esorbitanza della legge dai propri limiti costituzionali». Infondata sarebbe, altresì, l'eccezione secondo cui la legittimazione a sollevare il conflitto spetterebbe alla sezione disciplinare del Consiglio e non già al plenum, dal momento che, se è vero che la Corte ha riconosciuto che tale sezione possa promuovere direttamente il conflitto avverso atti che ostacolano l'esercizio del potere disciplinare ad essa attribuito dalla legge, ciò peraltro non escluderebbe che la funzione disciplinare sia attribuita dalla Costituzione direttamente al Consiglio, che potrebbe pertanto rivendicarne la titolarità. Il ricorrente, inoltre, precisa che oggetto della propria contestazione è che la legge escluda la possibilità per il CSM di «valutare sotto il profilo disciplinare, ai fini della assegnazione delle funzioni ai magistrati cessati dal servizio, i medesimi fatti che furono oggetto del giudizio penale»; di conseguenza, unico organo legittimato a proporre il conflitto sarebbe il plenum.