[pronunce]

Il Presidente del Consiglio dei ministri, costituitosi a mezzo dell'Avvocatura generale dello Stato, eccepisce l'inammissibilità o comunque la manifesta infondatezza del dubbio di costituzionalità. Ricordato preliminarmente che il Tribunale di Genova ripropone una questione già sollevata in altra occasione e dichiarata inammissibile dalla Corte costituzionale con ordinanza n. 233 del 2002, per difetto di adeguata motivazione sul problema interpretativo concernente la norma del contratto collettivo che in quel caso veniva in rilievo, sostiene che l'incidente dovrebbe avere lo stesso esito di quello precedente. Evidenzia, poi, l'insussistenza del lamentato contrasto delle norme censurate con gli artt. 24 e 111 Cost., sia perchè il mezzo predisposto dal legislatore comporta solo un breve differimento del processo, sia in quanto esso presuppone un testo contrattuale oscuro al punto che «l'eventuale accordo mai potrebbe essere accusato di produrre effetti ablatori di diritti già acquistati dalle parti del rapporto», sia, infine, (con riferimento alle argomentazioni svolte in punto di incompatibilità della disciplina impugnata con i rimedi di urgenza) perché alcuna domanda cautelare risulta attivata nel giudizio a quo. Sostiene, inoltre, che proprio la ratio sottesa al riconoscimento alle norme pattizie del regime proprio degli atti normativi - ratio connessa al rilievo della speciale posizione del datore di lavoro nel momento della loro applicazione - spunta la fondatezza della denunzia di disparità di trattamento, rispetto al diverso regime processuale vigente per gli atti di autonomia collettiva del settore privato, perché dà conto della sostanziale disomogeneità delle situazioni poste a raffronto, come ritenuto anche dalla Corte di cassazione nella sentenza n. 10974 del 2000. In ordine alla seconda questione di costituzionalità, inerente al terzo comma dell'art. 64 del d.lgs. n. 165 del 2001, l'Avvocatura evidenzia l'assoluta ragionevolezza della disciplina impugnata e la sua congruenza rispetto alla divisata finalità di evitare sprechi di attività processuale. 2.2.- Il Presidente del Consiglio dei ministri ha, successivamente, depositato memoria nella quale ha ulteriormente illustrato le ragioni addotte a sostegno delle sopra riferite conclusioni.1.- Il Tribunale di Genova dubita della legittimità costituzionale dell'art. 64, commi 1, 2 e 3, del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165 (Norme generali sull'ordinamento del lavoro alle dipendenze delle amministrazioni pubbliche) in riferimento, quanto ai primi due commi, agli artt. 3, 24, 39, 76, 101, 102 e 111 Cost. e, quanto al terzo comma, in riferimento agli artt. 3, 76 e 111 Cost. 2.- Le questioni sollevate sono in parte inammissibili ed in parte infondate. 2.1.- Premesso che il rimettente espone di aver sollevato la questione di legittimità costituzionale non appena sorto «un delicato problema di interpretazione» relativamente al contratto di comparto, deve essere, in primo luogo, valutata la rilevanza nel giudizio a quo della questione posta, in riferimento agli artt. 101, 102 e 111 Cost., relativamente alla idoneità dell'accordo - raggiunto dall'ARAN e dalle organizzazioni sindacali stipulanti il contratto collettivo circa l'interpretazione autentica o la modifica della clausola controversa - ad incidere sulla controversia già insorta davanti al giudice, imponendosi con efficacia retroattiva al giudice stesso e, quindi, «configurandosi come interferenza di un potere normativo in un processo in corso». Il rimettente, inoltre, censura - in relazione al combinato disposto degli artt. 24 e 111, commi primo e secondo, Cost. (questi ultimi trasposizione - osserva il rimettente - dei principi sulla "parità delle armi" di cui all'art. 6 della Convenzione europea di salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali) - l'art. 64, commi 1 e 2, del d.lgs. n. 165 del 2001, in quanto il pubblico dipendente «non dispone più… di una sede in cui far valere il proprio punto di vista, mentre la controparte attraverso l'ARAN, che è un rappresentante della P.A., può far valere le proprie ragioni nella sede delle trattative sindacali, sede che… viene, sia pure in via eventuale, a sostituire quella processuale». La norma censurata, ancora, confliggerebbe con l'art. 39 Cost., laddove il principio della libertà sindacale (comma primo) comporterebbe «la facoltà per il singolo di prospettare, in ordine ai prodotti della contrattazione collettiva, le proprie esigenze, il proprio punto di vista, e di manifestare il proprio dissenso»; facoltà della quale sarebbe «spogliato persino in sede giurisdizionale». Violati sarebbero altresì i commi secondo, terzo e quarto dell'art. 39 Cost., in quanto l'accordo di cui all'art. 64, comma 2, del d.lgs. n. 165 del 2001 potrebbe intervenire, con efficacia erga omnes, con le organizzazioni sindacali firmatarie del contratto da interpretare o modificare, «a prescindere dalla loro attuale rappresentatività», e, quindi, con violazione del principio di maggioranza al quale, viceversa, si ispira (in relazione alla stipula di contratti collettivi efficaci erga omnes) l'art. 43 del d.lgs. n. 165 del 2001. È del tutto evidente il carattere meramente ipotetico, e con ciò stesso l'irrilevanza, delle questioni fin qui esposte, non essendosi certamente verificata nel giudizio a quo - per non essere stata rimessa all'ARAN, ex art. 64, comma 2, del d.lgs. n. 165 del 2001, la questione interpretativa e per non essere stata, quindi, nemmeno avviata la procedura eventualmente idonea a sfociare in un accordo - la paventata «situazione caratterizzata da una commistione fra il piano normativo e quello giudiziario» ed il conseguente (asserito) trasferimento della «decisione… dalla sede del processo in corso… ad altra sede»; così come non si è in concreto verificata la situazione suscettibile di dar luogo agli ulteriori, pretesi contrasti con i precetti costituzionali. 2.2.- Gli altri profili della questione di legittimità costituzionale, in quanto investono la disciplina del procedimento quale segue al sorgere della questione interpretativa, sono ammissibili - essendo rilevante il modus procedendi, in sé considerato, al quale il giudice è tenuto ad uniformarsi, quando sorga una questione interpretativa -, ma, come si è detto, essi sono infondati per le considerazioni che seguono. 3.- L'art. 64, comma 2, del d.lgs. n. 165 del 2001 viene censurato, in riferimento all'art. 3 Cost., per l'ingiustificata disparità della disciplina processuale applicabile al pubblico dipendente rispetto al lavoratore privato; disparità che si concreterebbe in un trattamento deteriore per il pubblico dipendente, nonostante la riforma del pubblico impiego tendesse alla "omogeneizzazione della disciplina sostanziale e processuale" di tutto il lavoro dipendente, pubblico e privato. La censura è priva di fondamento.