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-- i costi complessivi di gestione e funzionamento delle province rappresentano l’1,35 per cento della spesa pubblica del paese (Fonti: Siope e Decisione di finanza pubblica 2010/2013); -- il costo degli amministratori provinciali ammontava nel 2011 allo 0,9 per cento del costo complessivo di funzionamento delle province (Fonte: Siope 2011); -- l’abolizione delle province comporterebbe un aumento della spesa pubblica, pari ad almeno il 25 per cento in più, che si avrebbe dal passaggio del personale delle province (56.000 unità) alle Regioni o dal trasferimento di competenze di area vasta ai comuni; -- il trasferimento delle funzioni e delle risorse oggi gestite dalle province (11 miliardi di euro secondo gli ultimi dati del Siope) avrebbe un forte impatto sui bilanci e sull’organizzazione delle Regioni e dei comuni già oggi gravati dalle difficili condizioni di sostenibilità del loro patto di stabilità; -- a seguito della mancata conversione in legge del decreto-legge 5 novembre 2012, n. 188, il legislatore statale ha sostanzialmente congelato il processo relativo al riordino delle province e il collegato processo di istituzione delle città metropolitane, non risolvendo però situazioni di grave incertezza istituzionale presenti sul territorio; -- con sentenza pronunciata il 3 luglio 2013, la Corte costituzionale ha dichiarato l’illegittimità delle disposizioni contenute nel decreto-legge n. 201 del 2011 e nel decreto-legge n. 95 del 2012 in tema di riordino delle province e di istituzione delle città metropolitane, «per violazione -- come si legge nel comunicato della stessa Corte -- dell’articolo 77 della Costituzione, in relazione agli articoli 117, comma 2, lettera p) , e 133, primo comma, della Costituzione, in quanto il decreto-legge, atto destinato a fronteggiare casi straordinari di necessità e urgenza, è strumento normativo non utilizzabile per realizzare una riforma organica quale quella prevista dalle norme censurate»; -- nella seduta del 5 luglio 2013, il Consiglio dei ministri ha approvato un disegno di legge costituzionale con cui disciplinare ex novo e a regime il complessivo riassetto delle province e delle città metropolitane, ma non ha certamente dissipato dubbi e incertezze ancora presenti; -- il sopracitato disegno di legge, sul quale è richiesto il parere della Conferenza unificata, prevede: a) l’abolizione delle province e la conseguente soppressione dei relativi riferimenti contenuti negli articoli 114, 117, 118, 119, 120 della Costituzione; b) la configurazione delle città metropolitane quali enti di governo delle aree metropolitane, di cui lo Stato definisce le funzioni fondamentali le modalità di finanziamento e l’ordinamento; c) la soppressione delle province entro sei mesi dall’entrata in vigore della legge costituzionale e l’individuazione da parte dello Stato e delle Regioni, sulla base di criteri e requisiti generali definiti con legge statale, delle forme e delle modalità di esercizio delle relative funzioni; -- nella relazione illustrativa al disegno di legge si riconosce l’esigenza di prevedere forme flessibili di organizzazione delle funzioni di area vasta, in un contesto caratterizzato da una varietà di situazioni che potrebbe rendere inefficaci soluzioni uniformi; considerato: che se per un verso è da valutare in termini positivi la scelta di rivedere in modo complessivo l’assetto dei livelli intermedi di governo fra regioni e comuni e di coinvolgere le Regioni nella regolamentazione delle funzioni attualmente in capo alle province, per altro verso non è dato alle Regioni stesse d’incidere sui contenuti della legge statale alla quale si rinvia, con il conseguente rischio che i criteri fissati dal legislatore statale finiscano per essere talmente stringenti da pregiudicare le esigenze di differenziazione in base alle peculiarità delle realtà regionali; il ruolo che compete alle Regioni di distribuire le funzioni fra i diversi livelli di governo del territorio secondo criteri di sussidiarietà, differenziazione e adeguatezza e, più in generale, di assicurarne l’effettivo svolgimento, rende imprescindibile che le Regioni possano incidere sulla determinazione dell’assetto dei livelli di governo degli enti intermedi; -- che in una realtà come quella lombarda sia per le dimensioni territoriali e demografiche, sia per l’articolazione istituzionale esistente deve essere prevista l’elezione diretta, fatte salve le esigenze legate ai risparmi di spesa; -- che è necessario che in una Regione con quasi 10 milioni di abitanti e più di 1.500 comuni venga preservato un livello intermedio di governo che renda gestibile il sistema dei servizi sul territorio; -- che le Regioni abbiano un ruolo anche nella definizione dell’ordinamento delle città metropolitane e nell’individuazione delle relative aree; impegna il Presidente della Giunta regionale e il proprio Presidente a compiere, anche insieme ad altre regioni, tutti gli atti necessari affinché: -- venga prevista per le Regioni la possibilità di individuare, secondo le proprie specificità, il modello organizzativo e le funzioni aggiuntive del livello intermedio; -- venga mantenuta l’elezione diretta degli organi; -- il tema dell’istituzione delle città metropolitane venga affrontato nel contesto della più ampia riflessione sul futuro assetto dei livelli di governo e sui relativi equilibri istituzionali; -- venga attribuita alle Regioni la determinazione dell’assetto istituzionale e dell’estensione territoriale delle città metropolitane; -- esprimano parere contrario, nelle opportune sedi istituzionali, nei confronti del disegno di legge recentemente approvato dal Governo recante disposizioni sulle città metropolitane, sulle province, sulle unioni e fusioni di Comuni; considerato, altresì, che: si sta concludendo il lavoro della Commissione per le riforme costituzionali nominata dal Presidente del Consiglio dei ministri con il compito di predisporre proposte di modifica, tra l’altro del Titolo V, parte seconda, della Costituzione e del «bicameralismo paritario», tematiche di grande rilievo per le Regioni e per il sistema delle autonomie locali e strettamente connesse con il riordino dei livelli di governo; impegna il proprio Presidente e il Presidente della Giunta regionale a individuare i possibili spazi di intervento del Consiglio regionale e della Giunta regionale della Lombardia per dare un proprio contributo alla definizione della riforma costituzionale del Titolo V, parte seconda e del «bicameralismo paritario», con particolare riguardo alla trasformazione del Senato in Camera di rappresentanza delle autonomie territoriali; impegna, altresì, il Presidente della Giunta regionale e il proprio Presidente a trasmettere il presente atto al Presidente del Consiglio dei ministri, al Presidente del Senato della Repubblica e al Presidente della Camera dei deputati, nonché ai componenti del Parlamento eletti in Lombardia. 0 0 Chiede l’abolizione delle province o la razionalizzazione del loro funzionamento. 0 0 Chiede l’unione o la fusione dei piccoli comuni con i comuni contigui o molto vicini.