[pronunce]

che, rileva ancora il remittente, l'accoglimento della prospettata questione di costituzionalità consentirebbe di applicare l'art. 673 cod. proc. pen. tutte le volte in cui la successiva legge più favorevole escludesse la punibilità del fatto, per qualsiasi ragione (anche attinente al regime di procedibilità) ovvero l'applicazione di una pena detentiva; che, ad avviso del giudice a quo entrambe le questioni sollevate, indipendenti l'una dall'altra e invocabili "in via alternativa, non essendo ravvisabile un rapporto di dipendenza logico per l'eterogeneità delle premesse e delle norme denunziate", sarebbero rilevanti; che, nel corso di altro procedimento di esecuzione avente ad oggetto la richiesta di revoca di una sentenza pronunciata ex art. 444 cod. proc. pen. per il reato di oltraggio a pubblico ufficiale a seguito dell'intervenuta abrogazione dell'art. 341 cod. pen. disposta dall'art. 18 della legge 25 giugno 1999, n. 205, il tribunale di Rovereto, in composizione monocratica, con ordinanza in data 20 gennaio 2000 (r.o. n. 524 del 2000), solleva, sulla base delle medesime argomentazioni, identiche questioni di legittimità costituzionale sia dell'art. 341 cod. pen. , sia del combinato disposto di cui agli artt. 2, terzo comma, cod. pen. e 673 cod. proc. pen; che è intervenuto in entrambi i giudizi il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, e ha concluso, quanto alla prima questione, nel senso della manifesta inammissibilità per intervenuta abrogazione della disposizione censurata e, quanto alla seconda questione, chiedendo che la stessa venga dichiarata non fondata, poiché, a differenza del principio di irretroattività della legge penale (art. 25, secondo comma, Cost.), quello di retroattività della norma più favorevole non è costituzionalizzato e la regola enunciata dall'art. 2, terzo comma, cod. pen. rappresenterebbe un ragionevole contemperamento tra il principio del favor rei e quello di intangibilità del giudicato. Considerato che, poiché le ordinanze di rimessione sollevano identiche questioni di legittimità costituzionale, i relativi giudizi vanno riuniti per essere decisi con unica pronuncia; che il giudice a quo muovendo dal presupposto che l'abrogazione dell'art. 341 del codice penale disposta dall'art. 18 della legge 25 giugno 1999, n. 205 (Delega al Governo per la depenalizzazione dei reati minori e modifiche al sistema penale e tributario) non avrebbe comportato una vera e propria abolitio criminis ma avrebbe dato luogo ad una semplice successione nel tempo di leggi penali incriminatrici, solleva due questioni di legittimità costituzionale; che, con la prima questione, il remittente, pur nella consapevolezza della sua intervenuta abrogazione, sottopone al giudizio di questa Corte l'art. 341 cod. pen. , ritenendo che una eventuale declaratoria di illegittimità costituzionale di tale disposizione comporterebbe l'applicazione, in luogo dell'art. 2, terzo comma, cod. pen. , dell'art. 30 della legge 11 marzo 1953, n. 87, che non consentirebbe di distinguere l'ipotesi della abolitio criminis da quella della successione nel tempo di leggi penali, con la conseguenza che la sentenza di condanna per il reato di oltraggio potrebbe essere revocata ai sensi dell'art. 673 cod. proc. pen; che, con la seconda questione, il medesimo remittente denuncia il combinato disposto degli articoli 2, terzo comma, del codice penale e 673 del codice di procedura penale, nella parte in cui non consente la modifica del giudicato, in sede di procedimento di esecuzione, nel caso di successione di leggi penali nel tempo con effetto meramente modificativo e conseguente abrogazione di una norma incriminatrice, perlomeno nei casi in cui l'intervento legislativo viene a porre in discussione l'an della sanzione, mediante la modifica del regime di procedibilità del reato, ovvero il quantum o la species della pena, prevedendo la nuova disciplina la pena pecuniaria (sia pure in alternativa) in luogo di quella detentiva; che, a prescindere da ogni valutazione circa la plausibilità della interpretazione dalla quale muove il remittente in ordine all'effetto della abrogazione dell'art. 341 cod. pen. , nel senso cioè che questa abbia dato luogo ad una successione nel tempo di leggi penali, con conseguente applicabilità dell'art. 2, terzo comma, cod. pen. , piuttosto che ad una vera e propria abolitio criminis, osta allo scrutinio nel merito un preliminare profilo di inammissibilità; che, infatti, il remittente, nel sollecitare l'intervento di questa Corte, ha precisato che le questioni di legittimità costituzionale rilevanti sarebbero due, "ciascuna delle quali indipendente dall'altra e invocabile in via alternativa, non essendo ravvisabile un rapporto di dipendenza logico per l'eterogeneità delle premesse e delle norme denunziate"; che, in tal modo, il giudice a quo prospetta quesiti plurimi, di portata affatto differente, ponendo esplicitamente i quesiti stessi in un legame irrisolto di alternatività, senza un collegamento di subordinazione logica che consentirebbe la delibazione della questione subordinata in caso di rigetto o di dichiarazione di inammissibilità di quella che la precede; che, pertanto, secondo la consolidata giurisprudenza di questa Corte, le questioni devono essere dichiarate manifestamente inammissibili (ordinanze n. 78 del 2000, n. 286 del 1999, n. 449, n. 384 e n. 146 del 1998). Visti gli articoli 26, secondo comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87, e 9, secondo comma, delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale.. . per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE Riuniti i giudizi; Dichiara la manifesta inammissibilità delle questioni di legittimità costituzionale dell'art. 341 del codice penale, e del combinato disposto degli articoli 2, terzo comma, del codice penale e 673 del codice di procedura penale, sollevate in riferimento, rispettivamente, agli artt. 1, secondo comma, 2, 3, primo e secondo comma, 25, secondo comma, 27, terzo comma, 28, 54 e 97, primo comma, della Costituzione, e agli artt. 3, primo comma, 13, 25, secondo comma, e 27, terzo comma, della Costituzione, dal tribunale di Rovereto, in composizione monocratica, con le ordinanze indicate in epigrafe. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 22 marzo 2001. Il Presidente: Ruperto Il redattore: Mezzanotte Il cancelliere: Di Paola Depositata in cancelleria il 10 aprile 2001. Il direttore della cancelleria: Di Paola