[pronunce]

Alla luce di quanto riferito nell'ordinanza di rimessione, infatti, i predetti giudici hanno rilevato in modo corretto il tenore letterale del provvedimento su cui fa perno la richiesta di revisione - costituito dall'autorizzazione in sanatoria delle opere edili abusive per le quali l'imputato era stato tratto a giudizio - senza incorrere in alcuna falsa percezione dell'oggettiva realtà processuale. I medesimi giudici avrebbero invece errato, secondo la Corte rimettente, nell'interpretare una frase contenuta nella parte conclusiva del provvedimento - da essi definita «sibillin[a]» e che lo stesso giudice a quo qualifica come «contraddittoria» e «ambigua» - scorgendovi una conferma dell'abusività dei lavori in discussione, anziché una prescrizione condizionante la sanatoria, rispettata dall'imputato. Tema, questo, che - sempre secondo quanto riferito dalla Corte partenopea - costituiva un punto controverso sul quale la sentenza irrevocabile ha specificamente pronunciato. 4.- La circostanza che si sia, dunque, chiaramente di fronte ad un (supposto) errore a carattere valutativo, e non già ad un errore di fatto - come invece opinato dalla Corte rimettente - rende la questione inammissibile per difetto di rilevanza. Ciò, a prescindere da ogni rilievo sul merito delle censure, in ordine al quale varrebbero comunque considerazioni analoghe a quelle dianzi prospettate, posto che gli errori di fatto compiuti dai giudici del merito, «incontrovertibilmente emergent[i] da[lle] stesse prove» poste a base della loro decisione, sono emendabili (e debbono essere quindi dedotti) tramite i mezzi ordinari di impugnazione, mentre quelli incorsi nel giudizio di cassazione possono essere corretti (e vanno quindi dedotti) tramite il ricorso straordinario di cui all'art. 625-bis cod. proc. pen. (soggetto anch'esso a termine di decadenza, ai sensi del comma 2 di tale articolo, proprio al fine di evitare che la sentenza irrevocabile di condanna resti "instabile" a tempo indeterminato), senza che possa ravvisarsi la necessità costituzionale di consentire la deduzione sine die dei medesimi errori "a valle" del giudicato, tramite l'istituto della revisione.. per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE dichiara inammissibile la questione di legittimità costituzionale degli artt. 630 e 637, comma 3, del codice di procedura penale sollevata, in riferimento all'art. 24, quarto comma, della Costituzione, dalla Corte d'appello di Napoli con l'ordinanza indicata in epigrafe. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 7 aprile 2014. F.to: Gaetano SILVESTRI, Presidente Giuseppe FRIGO, Redattore Gabriella MELATTI, Cancelliere Depositata in Cancelleria il 10 aprile 2014. Il Direttore della Cancelleria F.to: Gabriella MELATTI