[pronunce]

che tale norma, inoltre, non ha in alcun modo rapportato il predetto momento processuale «al tempo trascorso dal commesso reato», ovvero in alternativa «alla precedente causa interruttiva», ma piuttosto «a un elemento temporale del tutto casuale», quale quello costituito dal giorno successivo alla pubblicazione della legge n. 251 del 2005 sulla Gazzetta Ufficiale; che, così operando, la norma stessa ha «ignorato l'elementare esigenza, riconducibile al principio di eguaglianza, per la quale il termine allungato di prescrizione», come risultante all'esito della modifica in melius recata dalla nuova disciplina «a regime», si dovrebbe applicare indifferentemente a tutti i reati, i quali, «per componenti sostanziali oggettive e soggettive, siano stati dal legislatore ritenuti meritevoli di appartenere a uno stesso “comparto prescrizionale allungato”»; che il censurato art. 10, comma 3, della legge n. 251 del 2005 non ha, quindi, «razionalmente mediato tra l'esigenza di salvaguardia dei processi giunti in avanzato stadio nel rispetto dei termini precedenti» e quella, opposta, di evitare «enormi discrepanze tra previsioni prescrizionali parallele, particolarmente in tema di termini allungati di prescrizione»; che, con la seconda delle citate ordinanze (r.o. n. 167 del 2006), il Tribunale di Bologna censura la norma suddetta, ipotizzandone il contrasto con gli artt. 3, 10, primo comma, 27, terzo comma, e 111, secondo comma, Cost; che il rimettente – nel premettere che taluni dei reati di bancarotta fraudolenta sottoposti al suo vaglio «sarebbero oggi prescritti», se l'applicazione della nuova disciplina sui termini di prescrizione del reato non fosse preclusa, ai sensi dell'art. 10, comma 3, della legge n. 251 del 2005, dal già avvenuto espletamento dell'incombente processuale ex art. 492 cod. proc. pen. – evidenzia come la prescrizione sia «istituto di diritto sostanziale»; che, ravvisato il fondamento della prescrizione anche nel cambiamento che «la personalità del colpevole» potrebbe aver subito, «trascorso un certo periodo di tempo dalla commissione del reato», il giudice a quo sottolinea che, verificatasi la condizione da ultimo descritta, l'irrogazione della sanzione penale «avrebbe solo funzione afflittiva e retributiva», e non pure di rieducazione del reo, in contrasto con quanto stabilito dall'art. 27 della Carta fondamentale, atteso che, secondo la giurisprudenza costituzionale, nessuna delle finalità che tale articolo attribuisce al trattamento sanzionatorio penale potrebbe essere «obliterata» dal legislatore; che il giudice a quo – non senza rammentare che la «determinazione del tempo necessario a prescrivere è compito discrezionale del legislatore», anche perché l'art. 25, secondo comma, Cost. «non garantisce la retroattività delle disposizioni più favorevoli» per il reo – evidenzia come la Corte di giustizia delle Comunità europee (nella già citata sentenza del 3 maggio 2005) abbia riconosciuto il principio dell'applicazione retroattiva della pena più mite come appartenente alle «tradizioni costituzionali comuni degli Stati membri», e dunque come «parte integrante dei principi generali del diritto comunitario che il giudice nazionale deve osservare»; che, pertanto, appare «difficile negare» che il principio di retroattività della disposizione più favorevole «trovi tutela nell'art. 10 della Carta Costituzionale»; che, inoltre, il Tribunale di Bologna evidenzia che il legislatore, nello scegliere «il dies a quo per l'applicazione del trattamento più favorevole», avrebbe dovuto compiere detta opzione «ragionevolmente e nella salvaguardia del principio di eguaglianza», e dunque secondo i canoni «sanciti dall'art. 3 della Costituzione»; che, per contro, la scelta compiuta con la censurata disposizione ha dato luogo, a seconda del maggiore o minore grado di progressione del processo, ad «ingiustificate e irrazionali disparità di trattamento», e ciò «non solo fra imputati dello stesso reato, ma anche fra coimputati e concorrenti nello stesso reato»; che lo stato di avanzamento del processo, e segnatamente l'avvenuta dichiarazione di apertura del dibattimento, diviene, in base alla norma de qua, la (sola) «ragione che giustifica l'applicazione di una pena che, dato il decorso del tempo necessario a prescrivere e secondo la valutazione normativa già in vigore, è divenuta anacronistica e ingiustificata»; che ipotizza, da ultimo, il rimettente «anche una violazione del principio di ragionevole durata del processo», in quanto, se la disciplina della prescrizione del reato è diretta «ad offrire un punto di riferimento certo», quanto all'estinzione delle fattispecie criminose, «una sua diversificazione tra imputato e imputato che tenga conto dell'andamento del processo», seppure giustificata «in nome dell'interesse alla conservazione del processo», determina «sperequazioni incompatibili con la situazione giuridica soggettiva direttamente protetta dalla norma costituzionale» di cui all'art. 111, secondo comma, Cost.; che anche il Tribunale di Santa Maria Capua Vetere dubita – in riferimento agli artt. 3, 24 e 111 Cost. – della legittimità costituzionalità dell'art. 10, comma 3, della legge n. 251 del 2005, «nella parte in cui non prevede che possa applicarsi la disciplina contenuta nel testo legislativo richiamato anche ai processi in corso di celebrazione in primo grado, processi in cui sia stato dichiarato aperto il dibattimento»; che il rimettente – preliminarmente dedotto che «il fatto per cui si procede (art. 479 c.p.)» sarebbe già estinto «per effetto di intervenuta prescrizione», ove la censurata disposizione non individuasse nell'avvenuto espletamento dell'incombente ex art. 492 cod. proc. pen. lo «sbarramento» per applicare la nuova normativa sulla prescrizione del reato – contesta, innanzitutto, la ragionevolezza della scelta compiuta dal legislatore; che difatti, secondo il giudice a quo, sebbene la condizione dei soggetti imputati di un medesimo reato sia identica, trattandosi «di presunti innocenti in attesa di primo giudizio», gli stessi, «nell'applicazione della norma più favorevole sul piano del diritto sostanziale», risultano assoggettati «senza ragione» ad un differente regime, conseguente «all'accidente processuale di mero rito, connesso, come esplicitato, alla formale apertura del dibattimento di primo grado»; che alla denunciata violazione dell'art. 3 Cost. segue quella dell'art. 111 della Carta fondamentale, in quanto esso, nel costituzionalizzare il principio del giusto processo, «tende innanzitutto, nel rispetto delle regole sostanziali e di rito, ad una sentenza giusta», e cioè ad un risultato che può ritenersi raggiunto «solo quando la decisione di differenziare il trattamento normativo si fondi su ragioni solide, logiche e razionali»; che tale evenienza, però, deve escludersi nel caso di specie, giacché la posizione degli imputati è stata distinta «sulla scorta di un accidente processuale, assolutamente casuale»;