[pronunce]

Ne consegue, per il giudice a quo, il contrasto della norma censurata con l'art. 27, terzo comma, della Costituzione per la lesione dei principi di proporzionalità e individualizzazione della pena, di progressività trattamentale e finalismo rieducativo della pena, del tutto ignorati dalla nuova legge, che non consente alcuna prognosi di idoneità rieducativa in relazione al grado di rieducazione raggiunto e ai progressi compiuti dal condannato nel corso del trattamento, né una prognosi di idoneità preventiva, e inoltre per il suo automatismo che svilisce l'efficacia pedagogico-propulsiva degli altri istituti previsti dall'ordinamento penitenziario, privando il sistema di efficacia deterrente in caso di violazioni o abusi commessi nel corso dell'esecuzione. Va, al riguardo, ricordato – secondo il rimettente – che la Corte costituzionale ha affermato che, pur potendo il legislatore, di volta in volta, nei limiti della ragionevolezza, far tendenzialmente prevalere l'una o l'altra delle finalità della pena (afflittiva, retributiva, rieducativa), nessuna delle finalità assegnate alla pena dalla Costituzione deve, però, risultare obliterata (sentenza n. 306 del 1993). Nella disposizione censurata, la prognosi di idoneità preventiva, generalmente demandata alla magistratura di sorveglianza, è sostituita da una valutazione legale di non pericolosità in base al tipo di reato commesso. Se tale tipizzazione, sia pure non condivisibile in quanto non esaustiva delle ipotesi di pericolosità sociale, che andrebbe valutata caso per caso e in concreto dal giudice, può essere ritenuta indicativa di una qualche preoccupazione del legislatore di non trascurare del tutto la finalità preventiva della pena (intento che pare cogliersi anche nella previsione delle prescrizioni di cui all'art. 4 e delle altre condizioni ostative previste alle lettere b e c del comma 3 dell'art. l della legge n. 207 del 2003), risulta, invece, del tutto obliterata la funzione rieducativa della pena, e appaiono violati i canoni della proporzionalità e individualizzazione del trattamento, oltre che della progressività trattamentale. La stessa Corte costituzionale ha avuto modo di affermare (sia pure con riferimento a diverse previsioni restrittive introdotte per i condannati per reati di particolare allarme sociale) che «la tipizzazione per titoli di reato non appare lo strumento più idoneo per realizzare appieno i principi di proporzione e individualizzazione della pena che caratterizzano il trattamento penitenziario» (sentenza n. 445 del 1997). La previsione della obbligatoria concessione del beneficio sulla sola base dell'assenza di situazioni ritenute in astratto dal legislatore sintomatiche di pericolosità sociale, appare sottendere una presunzione legale di non necessità, per i condannati che si trovano nelle condizioni per godere del beneficio, di un trattamento rieducativo individualizzato, proporzionato e improntato a criteri di progressività, con lesione dell'art. 27, terzo comma, della Costituzione. Alla luce delle considerazioni che precedono, viene anche rilevata l'irragionevolezza di un sistema che, a fronte di determinati comportamenti del condannato, tali da determinare la revoca di una misura alternativa, gli preclude l'accesso per un certo tempo a determinati benefici, ma nel contempo gli consente, in presenza di requisiti formali, di accedere a un beneficio più ampio di quello appena dimostratosi inidoneo e dei benefici la cui concessione gli è preclusa, senza che possa essere in alcun modo valutato quello stesso comportamento precedentemente sanzionato con la revoca. L'automatismo del sistema introdotto dalla legge n. 207 del 2003, non temperato da alcuna valutazione di merito del giudice, contrasterebbe, pertanto, con l'art. 3 della Costituzione sotto il profilo della ragionevolezza e appare censurabile anche sotto il profilo della razionale uniformità del trattamento normativo, in quanto, in presenza dello stesso presupposto (un fatto colpevole sanzionato con la revoca), l'ordinamento impone, da una parte, al giudice il divieto di concedere altri benefici per tre anni (art. 58-quater, secondo comma, della legge n. 354 del 1975), mentre, dall'altra, gli impedisce di tenere in debita considerazione lo stesso fatto, imponendogli, per converso, l'obbligo di concedere un beneficio extramurario della massima portata. La rinuncia dello Stato all'applicazione della pena, dopo la condanna irrevocabile, deve essere esercitata nelle forme previste dalla Costituzione, ovverosia con la maggioranza dei due terzi prevista dall'art. 79 della Costituzione. Non è sottaciuto, infine, che il denunciato automatismo, che impone al giudice l'obbligo di ammettere una persona condannata a una pena detentiva legalmente inflitta a un ampio beneficio extramurario previa la mera verifica della sussistenza dei requisiti previsti dalla legge, senza alcuna valutazione di merito, priva l'attività del giudice chiamato a decidere sull'istanza di qualsivoglia contenuto giurisdizionale, con conseguente lesione dell'art. 102, primo comma, della Costituzione. 2. – Si è costituito in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura dello Stato, chiedendo che la questione venga dichiarata inammissibile o infondata. Secondo la difesa erariale, infatti, l'ordinanza di rimessione si è semplicemente limitata ad affermare che sussistono tutti i requisiti di legittimità di cui all'art. 1 della legge n. 207 del 2003 per la concessione del beneficio, senza esplicitarli. Nel merito, secondo l'Avvocatura, la relazione al progetto di legge sull'“indultino” sarebbe chiara sui principi sottesi all'intervento legislativo: risolvere l'insostenibilità del sovraffollamento carcerario, per migliorare le condizioni di detenzione – che attualmente non assicurano il rispetto della dignità della persona – e garantire, al contempo, le esigenze di tutela della collettività. La sospensione dell'esecuzione della pena è accompagnata da precise prescrizioni che, solo se adempiute dal condannato, porterebbero all'estinzione della pena. Dunque il c.d. “indultino” ha finalità di ovviare al sovraffollamento carcerario (che rappresenta un grave ostacolo alla funzione rieducativa) e punta alla salvaguardia della dignità della persona umana, senza però dimenticare il fine del recupero sociale del condannato: questi, infatti, vede sostituito un trattamento penale scarsamente significativo (detenzione non superiore a due anni) con un altro trattamento di durata assai più lunga (cinque anni) che ha la funzione di stimolo all'astenersi dall'infrangere ulteriormente la normativa penale, con conseguente esclusione di qualsiasi irrazionalità che possa comportare una violazione dell'art. 3 della Costituzione. La difesa erariale richiama poi la sentenza n. 278 del 2005, secondo cui rientra nella discrezionalità del legislatore modulare in vario modo i benefici da concedere ai condannati, con l'unico limite della non manifesta irragionevolezza.