[pronunce]

che, invero, a parte la possibile erroneità del richiamo all'art. 3 (relativo all'indennità dei Sindaci) anziché all'art. 5 (relativo alle indennità degli assessori) della legge statale n. 816 del 1985 (a quest'ultimo articolo, infatti, si riferisce l'art. 6 della successiva legge regionale n. 4 del 1999, recante “Integrazione del fondo per i comuni di cui all'articolo 11 della legge regionale 30 marzo 1998, n. 5. Realizzazione di progetti di utilità collettiva. Disposizioni finanziarie” - peraltro non rilevante nel giudizio a quo - nello stabilire che “i benefici previsti dall'articolo 5 della legge 27 dicembre 1985, n. 816, come recepita dalla legge regionale 24 giugno 1986, n. 31, sono estesi agli assessori dei Comuni con popolazione superiore a 5.000 abitanti”), sta di fatto che, in base alla legge statale, sul punto non modificata dalla legge regionale n. 31 del 1986, nei Comuni con popolazione inferiore a 5.000 abitanti non era prevista la corresponsione di alcuna indennità in favore degli assessori; che la nuova disposizione regionale può dunque intendersi come volta a rendere possibile, in Sicilia, la corresponsione dell'indennità anche agli assessori (oltre che ai presidenti dei consigli comunali, parificati quanto a trattamento indennitario agli assessori dei Comuni delle stesse classi demografiche, ai sensi dell'art. 8-bis della legge regionale n. 31 del 1986, aggiunto dall'art. 1 della legge regionale n. 41 del 1996) dei Comuni più piccoli, esclusi da essa in base alla legge statale; mentre, se ci si fosse voluti riferire al beneficio del raddoppio di tale indennità per detti assessori, oltre a risultare erroneo il richiamo all'art. 3, anziché all'art. 5, della legge statale, non si spiegherebbe la scelta della soglia massima di 5.000 abitanti, laddove secondo la normativa statale, già applicata anche in Sicilia, detto beneficio era riconosciuto solo nei Comuni con più di 50.000 abitanti; che, in ogni caso, l'art. 12 in esame non riconosce senz'altro agli assessori dei Comuni con meno di 5.000 abitanti i benefici in esso richiamati, ma si limita a renderne possibile (“si possono applicare”) l'estensione: il che, oltre a rendere più plausibile una interpretazione restrittiva della norma, che la riferisca solo all'attribuzione dell'indennità e non al suo raddoppio, in ordine al quale non avrebbe razionalità una mera facoltà di attribuzione del beneficio rimessa alla discrezionalità degli organi comunali, impedisce ancora una volta di riferirsi utilmente a tale norma come valido tertium comparationis; senza dire che, intendendo la norma nel senso ipotizzato dal remittente, essa risulterebbe contenere una previsione eccezionale ed anzi extravagante - rispetto alla disciplina concernente gli assessori di tutti gli altri Comuni con meno di 50.000 abitanti - della quale non si potrebbe plausibilmente chiedere l'estensione (tanto meno alla sola fascia di Comuni compresi fra i 10.000 e i 50.000 abitanti, ai quali espressamente si riferisce il giudice a quo), e che, semmai, apparirebbe essa stessa affetta da seri dubbi di legittimità costituzionale; che, per quanto riguarda in particolare la censura di violazione dell'art. 51 della Costituzione, quest'ultimo - come questa Corte ha già avuto occasione di affermare, anche proprio con riguardo all'art. 3, secondo comma, della legge n. 816 del 1985, “come recepito” in Sicilia dalla legge regionale n. 31 del 1986 - si limita, al terzo comma, a garantire il diritto di chi è chiamato a funzioni pubbliche di “disporre del tempo necessario al loro adempimento e di conservare il suo posto di lavoro”, restando per il resto “affidato al legislatore di stabilire se il tempo impiegato debba essere o meno compensato, in quale misura e se ciò debba avvenire a carico del datore di lavoro ovvero della collettività” (sentenza n. 52 del 1997, e, già prima, sentenza n. 35 del 1981); che, pertanto, la questione si palesa manifestamente infondata sotto tutti i profili. Visti gli artt. 26, secondo comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87, e 9, secondo comma, delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale.. . per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE dichiara la manifesta infondatezza della questione di legittimità costituzionale dell'art. 3 della legge della Regione Siciliana 12 novembre 1996, n. 41 (Disposizioni in materia di permessi, indennità ed incarichi negli enti locali. Modifiche ed integrazioni alle leggi regionali concernenti le elezioni di organi degli enti locali, il Comitato regionale di controllo, il personale dell'Amministrazione regionale e degli enti locali. Abrogazione di norme), e dell'art. 12 della legge della Regione Siciliana 20 giugno 1997, n. 19 (Criteri per le nomine e designazioni di competenza regionale di cui all'articolo 1 della legge regionale 28 marzo 1995, n. 22. Funzionamento della Commissione paritetica - articolo 43 dello Statuto Siciliano -. Prima applicazione della legge 23 ottobre 1992, n. 421. Disposizioni in materia di indennità e permessi negli enti locali. Modifiche alla legge regionale 20 marzo 1951, n. 29), sollevata, in riferimento agli articoli 3 e 51 della Costituzione, dal Tribunale di Termini Imerese con l'ordinanza in epigrafe. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 10 maggio 2004. F.to: Gustavo ZAGREBELSKY, Presidente Valerio ONIDA, Redattore Giuseppe DI PAOLA, Cancelliere Depositata in Cancelleria il 14 maggio 2004. Il Direttore della Cancelleria F.to: DI PAOLA