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Avrei apprezzato di più che lei, come frutto della sua valutazione culturale, politica e sanitaria, dicesse: no, non può cominciare. Anche perché (lo anticipo subito) personalmente, dal punto di vista sportivo, penso che il campionato sarà comunque falsato, ma questo è un aspetto sportivo che devono decidere la Lega e la FIGC e non ha nulla a che vedere con il potere né politico, né sanitario. Il fatto che il campionato riprenda o no, per una questione calcistica e sportiva, esula dalle nostre competenze. A lei spetta dire quali sono le condizioni perché riprenda. Adesso il latino si usa sempre meno, ma nel diritto in latino si dice ad impossibilia nemo tenetur , cioè «nessuno è tenuto a fare l'impossibile»: se lei e il suo "comitatino" tecnico-scientifico, anzi "comitatone", imponete prescrizioni impossibili, diverse da quella della Germania, diverse da quelle dell'Inghilterra e da quelle della Francia e dell'Olanda, che hanno deciso di chiudere (vabbè, anche quella è una soluzione), e dite «sì, aprite pure, ma se per caso uno è contagiato tutti i componenti della la squadra devono stare quattordici giorni fermi», allora dite pure che il campionato secondo lei e secondo il comitato non può riprendere. Si dice: ma è uno sport di contatto! Ma perché, forse in Germania e in Inghilterra giocano senza contatto e stanno lontani? Hanno inventato un nuovo modo di giocare a calcio? Non regge quell'argomento. Come un giornalista di uno dei due giornali sportivi più importanti ha rilevato, anche a proposito della terminologia si sono persino inventati un termine, "stringentemente", per parlare della responsabilità dei medici sul rispetto delle misure di quarantena. Tocca ai medici delle società "stringentemente". Avrebbero potuto usare qualunque altro avverbio, dice Alessandro Barbano del giornale «Il Corriere dello Sport»: no, perché questo termine dà l'idea di una responsabilità totale e quasi fisica di un medico su cui volete scaricare le responsabilità. Noi riteniamo che, una volta fatto il protocollo, il problema sia rispettarlo o meno e non affidare ad altri responsabilità, magari anche penali, che non possono certo assumersi. Questa autocrazia scientifica ministeriale, messa su dall'insieme del comitato e sua, non ci piace, non ci piace per niente. Se c'è un caso di positività durante gli allenamenti - che non si sa ancora quando ci saranno - le soluzioni sono tre. Una è quella che avete proposto voi: finisce il campionato; se si riscontra un positivo, finisce il campionato. Allora perché parlo ripartire? Ci potrà essere. La seconda soluzione è fare i tamponi e farli stare fermi due o tre giorni; se sono positivi gli altri non possono riprendere, mentre se sono negativi continuano a giocare. Mi sembra sia quello che stanno facendo in Germania; chissà perché non lo possiamo fare noi. Si dice che non è giusto che possano usare i tamponi. Allora facciamogli pagare, magari salatamente, il triplo o il quadruplo, ma non arriviamo alla banalità di dire che il calcio deve usare i tamponi per ultimo. Perché per ultimo? Come gli altri: Diamo i tamponi a tutti: invece di parlare tanto, facciamo veramente crescere la possibilità, per chiunque ne abbia diritto o voglia comprarli di tasca propria, di averli. Si può fare, se vi impegnate in quel campo, anziché continuare, anche oggi, a discutere di lana caprina prima di fare il decreto. Ripeto: di lana caprina. Sono del parere che non possa addossarsi la responsabilità ai medici e che la Serie A non possa essere messa nella condizione di sapere che, se riprende, quasi certamente dopo due settimane dovrà smettere. Così il Ministro dirà: ve l'avevo detto che non dovevate riprendere. E certo, ha posto delle condizioni impossibili. Ognuno deve fare il suo. Poi, sotto l'aspetto sportivo, è tutto un altro discorso: deve decidere il calcio se vuole assegnare lo scudetto a chi oggi è in testa alla classifica; deve decidere, ad esempio, se in campo neutro far fare dei minitornei alle prime quattro squadre e alle ultime quattro, per vedere chi retrocede e chi invece vince il campionato. Si potrebbe fare anche questo e c'è un precedente: nel 1983 a Roma giocarono Catania, Cremonese e Como in una settimana, per decidere chi sarebbe salita in Serie A. La Lazio era già passata in testa alla classifica; lo ricordo perché assistetti a quelle partite. Ci sono varie soluzioni, ma attengono al mondo sportivo: possono anche decidere che quest'anno non venga assegnato lo scudetto; benissimo, non è un problema suo. Lei, signor Ministro, deve semplicemente mettere il Parlamento in condizione di decidere se, come gli altri sport, può esserci anche per quello che dà più soldi allo Stato, quello che aiuta più di tutti gli altri sport, il diritto di riprendere in condizioni di sufficiente sicurezza. Anche perché - e lei lo sa benissimo - un documento dell'Istituto superiore di sanità dice che fino ai quarant'anni, ad esclusione di chi aveva pregresse gravi malattie, il tasso di letalità è uguale a zero. Speriamo che questo numero rimanga per sempre (io ne sono convinto). Ma quando uno pensa alla sicurezza deve guardare al tasso di letalità. Lo guardi, perché il tasso di letalità non può essere considerato tale (alto) solo per il mondo del calcio, intendendo il calcio in quanto tale, non coloro che lo praticano. (Applausi) . PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice De Petris. Ne ha facoltà. DE PETRIS (Misto-LeU) . Signor Presidente, ho apprezzato molto la relazione del Ministro per due ordini di motivi, innanzitutto perché non si è solo concentrato sull'argomento che evidentemente appassiona tutti, cioè la questione di quando riprenderà il campionato di calcio, su cui dirò esattamente quello che penso, ma ha cercato di fornire un panorama abbastanza chiaro e condivisibile, per quanto ci riguarda, del tipo di interventi che si fanno in questa emergenza, sapendo perfettamente che l'emergenza Covid-19 non ha impattato soltanto sul campionato di calcio di Serie A, ma su tutti. Ha impattato sui nostri ragazzi, che non possono più andare a giocare a calcetto (magari così mio figlio si rompe meno legamenti crociati e questo può essere un vantaggio), ma su tutti i bambini, sulle tantissime associazioni e scuole, che sono una realtà molto importante nel nostro Paese, perché lei sa meglio di me quante siano le associazioni dilettantistiche, quante siano le scuole di calcio, quanti tipi di sport ci siano e che per fortuna stanno sempre più crescendo. Nella sua relazione lei ha voluto giustamente soffermarsi non solo sull'aspetto di cui parlano tutti i giornali, ma sull'emergenza che noi stiamo attraversando e sul suo impatto, in senso ampio, su tutta l'attività sportiva, compresi gli sport cosiddetti minori, che vengono sempre tralasciati, o sulle palestre e sulle piscine, con tutto quello che ciò comporta. Si tratta, quindi, di un impatto sociale notevole perché nel nostro Paese lo sport ha un connotato sociale molto forte.