[ddlpres]

Istituzione del Garante dei diritti delle persone private della libertà personale. Onorevoli Senatori. -- Il presente disegno di legge nasce dall'esigenza di garantire in maniera più efficace il rispetto e la salvaguardia dei diritti dei soggetti sottoposti a misure restrittive della libertà personale, colmando un vuoto normativo ed un'assenza di tutela già stigmatizzata dagli organismi internazionali per la protezione dei diritti umani, ed in particolare dal Comitato europeo per la prevenzione della tortura e delle pene o trattamenti inumani o degradanti -- istituito ai sensi dell'articolo 1 della Convenzione europea adottata a Strasburgo il 26 novembre 1987, di cui alla legge 2 gennaio 1989, n. 7 -- e dal Comitato contro la tortura delle Nazioni Unite, istituito dall'articolo 17 della Convenzione firmata a New York il 10 dicembre 1984, di cui alla legge 3 novembre 1988, n. 498. Come noto, infatti, la raccomandazione R (87) 3 del Comitato dei ministri del Consiglio d'Europa, del 12 febbraio 1987, ha in primo luogo osservato come «la detenzione, comportando la privazione della libertà, è una punizione in quanto tale. La condizione della detenzione e i regimi penitenziari non devono quindi aggravare la sofferenza inerente ad essa, salvo che come circostanza accidentale giustificata dalla necessità dell'isolamento o dalle esigenze della disciplina». Sulla base di queste considerazioni, il Comitato dei ministri del Consiglio d'Europa ha quindi sottolineato con forza l'esigenza che ciascuno Stato membro provveda all'istituzione di organi interni di controllo delle condizioni e delle modalità di detenzione, al fine di garantire un'efficace tutela della salvaguardia dei diritti e della dignità delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale. I frequenti reclami di detenuti ed internati nei nostri istituti penitenziari, avverso atti dell'amministrazione lesivi dei loro diritti, le innumerevoli proteste dei soggetti ivi reclusi, ma anche quelle dei funzionari dell'amministrazione e della polizia penitenziarie, che lamentano le condizioni di tensione e disagio caratterizzanti gli istituti di pena, costituiscono un dato estremamente rappresentativo della realtà del carcere, oggi, in Italia. È la realtà di un luogo in cui ci si uccide diciotto volte di più di quanto succeda fuori, e prima ancora di essere condannati, quando cioè si gode della presunzione di innocenza. È questo un dato fortemente significativo delle condizioni di estremo disagio ed intollerabile frustrazione in cui versano condannati ed imputati in attesa di giudizio. È un dato di cui non si può non tenere conto, al fine di valutare l'opportunità di procedere ad una strutturale ed incisiva riforma del sistema penitenziario, quale parte di una più ampia modifica del sistema penale nel suo complesso. Ma la modifica che nel momento attuale si presenta più urgente ed improrogabile, anche per adeguare l'ordinamento italiano agli auspici formulati dagli organismi internazionali, concerne il sistema di garanzia dei diritti e della dignità dei soggetti sottoposti a misure restrittive della libertà personale. Tale esigenza di garanzia è in primo luogo funzionale all'attuazione della finalità rieducativa attribuita alla pena dall'articolo 27, terzo comma, della Costituzione. È infatti evidente che l'esecuzione della pena detentiva in condizioni suscettibili di ledere i diritti e la dignità del condannato non potrebbe esplicare alcuna funzione risocializzante, impedendo al detenuto di portare avanti in maniera spontanea e consapevole il processo rieducativo, a sua volta funzionale a finalità di prevenzione generale e speciale, nella misura in cui l'avvenuta risocializzazione del condannato ne ostacola l'attitudine alla recidività. La previsione di un sistema di garanzie efficaci per la salvaguardia dei diritti e della dignità dei detenuti rappresenta quindi una modalità ineludibile di attuazione del principio rieducativo della pena, di cui si avvantaggerebbe la collettività nel suo complesso, oltre al singolo condannato. È significativo ricordare che in una importante sentenza del 1974 la Corte suprema degli Stati Uniti ha sottolineato l'esigenza di abbattere la «cortina di ferro» tra le carceri e le garanzie sancite dalla Carta costituzionale. Principio di assoluto rilievo, che è stato ripreso e puntualizzato in più occasioni dal nostro Giudice delle leggi, il quale, a partire dalla sentenza n. 114 del 25 luglio 1979, si è espresso nel senso che «la restrizione della libertà personale (...) non comporta affatto una capitis deminutio di fronte alla discrezionalità dell'autorità preposta alla sua esecuzione». Per poi aggiungere, più di recente (sentenza n. 26 dell'8-11 febbraio 1999), che, nel concreto operare dell'ordinamento, la duplice statuizione contenuta nell'articolo 27, comma terzo, della Costituzione si traduce «non soltanto in norme e direttive obbligatorie rivolte all'organizzazione e all'azione delle istituzioni penitenziarie, ma anche in diritti di quanti si trovino in esse ristretti». È infatti chiaro che la pena, in quanto orientata alla rieducazione del condannato, non può essere eseguita in maniera tale da sancire un'illimitata supremazia dell'interlocutore di per sé in posizione di forza, riproponendo così una singolare e paradossale simmetria con i ruoli dell'autore e della vittima del reato. In secondo luogo, tale sistema di garanzia per la salvaguardia dei diritti e della dignità dei soggetti sottoposti a misure restrittive della libertà personale dovrebbe estendersi anche ad internati ed imputati in attesa di giudizio, parimenti esposti al rischio di atti dell'amministrazione lesivi dei loro diritti. Ma se il carcere -- in quanto istituzione «totale», la cui caratteristica strutturale risiede nella separatezza dalla collettività e dalla realtà sociale -- è il luogo in cui più di frequente si verifica la violazione dei diritti delle persone che vi sono recluse, non è certamente l'unico. La cronaca ha infatti dimostrato come ad analoghi rischi di violazione dei propri diritti siano esposti anche i soggetti trattenuti nelle camere di sicurezza esistenti presso commissariati di pubblica sicurezza, caserme dell'Arma dei carabinieri o del Corpo della guardia di finanza, ovvero gli immigrati condotti nei centri di identificazione ed espulsione (c.i.e.), previsti dall'articolo 14 del testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell'immigrazione e norme sulla condizione dello straniero, di cui al decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286. Anche rispetto a queste realtà è pertanto assolutamente necessario prevedere l'istituzione di un sistema di salvaguardia della dignità e dei diritti delle persone che vi siano ristrette. L'ordinamento italiano è sotto questo profilo assolutamente carente. L'organo cui spetta in ultima istanza la decisione in ordine alla fondatezza dei reclami dei soli detenuti od internati in istituti penitenziari è infatti il magistrato di sorveglianza.