[pronunce]

che, osserva il rimettente, se è vero che l'iter delineato negli artt. 180, 183 e 184 cod. proc. civ. è stato costruito dal legislatore della legge 26 novembre 1990, n. 353 (Provvedimenti urgenti per il processo civile), e poi della legge 20 dicembre 1995, n. 534 (Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 18 ottobre 1995, n. 432, recante interventi urgenti sul processo civile e sulla disciplina transitoria della legge 26 novembre 1990, n. 353, relativa al medesimo processo) per definire fasi ontologicamente distinte, quali la verifica della corretta introduzione della causa nonché la precisazione del thema decidendum e del thema probandum, con connesso regime di preclusioni, destinato a scattare alla chiusura di ciascuna fase, solo con l'accoglimento della prospettata questione «si potrebbe avere (…) un'applicazione del predicato della ragionevole durata, prevalente sui principi del contraddittorio e della parità processuale», senza sovvertire i consolidati orientamenti che negano ogni valenza sostanziale alla contumacia, laddove essa l'ha solo sul piano delle regole processuali; che è intervenuto in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, il quale ha chiesto alla Corte di dichiarare inammissibile o manifestamente infondata la prospettata questione, sottolineando che lo stesso rimettente si mostra consapevole della possibilità che la norma censurata sia interpretata nel senso che del rinvio si può fare a meno, quando nessuna delle parti vi abbia interesse; che rientra certamente nella libera e discrezionale scelta del legislatore disporre un differimento della trattazione della causa di qualche giorno, nell'interesse a una «conferma meditata» della scelta processuale operata dalle parti: rinvio che, oltre a non compromettere il principio della ragionevole durata del processo, non appare irragionevole, né in altro modo lesivo del diritto di difesa. Considerato che il Tribunale di Viterbo, sezione distaccata di Civita Castellana, dubita della legittimità costituzionale, in riferimento agli articoli 3, comma primo, 24, comma secondo, e 111, comma secondo, della Costituzione, dell'articolo 180, secondo comma, terzo periodo, del codice di procedura civile nella parte in cui prevede che (il giudice istruttore) «in ogni caso fissa a data successiva la prima udienza di trattazione» e dell'art. 183 cod. proc. civ. ; che la questione è manifestamente inammissibile; che, infatti, il Tribunale rimettente lamenta di dovere, in base al consolidato orientamento della Corte di cassazione, necessariamente fissare l'udienza di trattazione per ciò solo che il convenuto è stato ritualmente dichiarato contumace, ma riferisce che, nel giudizio davanti a lui pendente, l'attore non aveva chiesto l'immediata assunzione, nell'udienza di prima comparizione di cui all'art. 180 cod. proc. civ. , o anche solo l'ammissione dei mezzi istruttori, bensì la fissazione di un'udienza successiva per poter articolare compiutamente le sue istanze istruttorie; che, pertanto, l'esigenza di fissare l'udienza di trattazione – «ontologicamente omogenea», ricorda lo stesso rimettente, a quella di cui all'art. 184 cod. proc. civ. , e quindi potenzialmente idonea a renderla superflua – non deriva, nel caso di specie, dal censurato consolidato orientamento della Suprema Corte, ma dalla legittima richiesta dell'attore di uno spatium deliberandi per definire le sue istanze istruttorie; che, quindi, la questione di legittimità costituzionale sollevata non è rilevante nel giudizio a quo. Visti gli artt. 26, secondo comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87, e 9, comma 2, delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale.. . per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE dichiara la manifesta inammissibilità della questione di legittimità costituzionale degli artt. 180, secondo comma, terzo periodo e 183 del codice di procedura civile, sollevata, in riferimento agli artt. 3, comma primo, 24, comma secondo, e 111, comma secondo, della Costituzione, dal Tribunale di Viterbo, sezione distaccata di Civita Castellana, con l'ordinanza in epigrafe. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 16 novembre 2005. F.to: Annibale MARINI, Presidente Romano VACCARELLA, Redattore Maria Rosaria FRUSCELLA, Cancelliere Depositata in Cancelleria il 25 novembre 2005. Il Cancelliere F.to: FRUSCELLA