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L'altra realtà produttiva, quella a ciclo integrale, invece, fondata sull'utilizzo del carbon coke, ha avuto un declino inevitabile e anche prevedibile, viste le chiusure degli stabilimenti di Bagnoli, prima, di Cornigliano, Piombino e recentemente di Trieste. Trattasi di una realtà produttiva fuori contesto dai mercati, molto impattanti su ambiente e salute pubblica, non accettata sul piano sociale superata sul piano tecnologico, con un basso valore aggiunto e un'elevata incidenza del costo del lavoro. È, quindi, divenuta insostenibile sul piano economico, ambientale, sociale e della redditività. Gli impianti a ciclo integrale risultano realizzati a metà del '900, non si sono evoluti sul piano tecnologico e furono concepiti in un momento storico irripetibile per rispondere all'esigenza della ricostruzione post-bellica, caratterizzata dalle produzioni fordiste di massa, dalle economie di scala, da una concorrenza internazionale quasi assente, da mercati in forte espansione e chiusi, dal basso costo delle materie prime, del lavoro e dagli alti costi del trasporto marittimo. A fronte di questa contrapposizione produttiva, le nostre imprese siderurgiche hanno scelto le produzioni a forno elettrico, puntando sull'innovazione di processo e sviluppando un'alta capacità tecnologica. Il successo di questa scelta è attestato dalla composizione della stessa produzione italiana di acciaio, dove a fronte di una capacità produttiva complessiva media di circa 23 milioni di tonnellate, l'82 per cento è realizzata con forno elettrico, ovvero circa 19 milioni di tonnellate (dati di Federacciai, anno 2020). Una produzione, quella a forno elettrico, divenuta progressivamente di eccellenza, che si concentra nel Nord del Paese, dove la classe politica, imprenditoriale e sindacale ha saputo prendere decisioni lungimiranti e coraggiose, programmando e realizzando per tempo processi virtuosi di transizione industriale ed economica. Tutto questo, però, non è accaduto per l'ultimo impianto a ciclo integrale ancora funzionante, alimentato peraltro a carbone, cioè l'impianto siderurgico di Taranto, dove nell'anno 2020 la produzione ha superato di poco i 3 milioni di tonnellate (dati di Federacciai, anno 2020). Per tale impianto, dopo oltre 30 anni di incompiuta e inefficiente gestione, prima pubblica, poi privata, affidata a soggetti, prima italiani e poi stranieri, non si è riusciti a dare soluzioni tecnologiche ed economiche valide per soddisfare le primarie ed essenziali esigenze di corretta funzionalità, e le necessarie e indispensabili attese di salvaguardia dell'ambiente e della salute pubblica. La crisi dello stabilimento siderurgico di Taranto non è una crisi di origine "giudiziaria", risalente a quando 9 anni fa la magistratura sequestrò gli impianti, e perseguì penalmente proprietari e dirigenti nell'ambito di un'inchiesta per disastro ambientale, dove la fabbrica venne definita "fonte di malattie e morti per chi ci lavora e per chi abita nelle vicinanze". E, invece, una crisi strutturale dovuta all'obsolescenza degli impianti e all'assenza di investimenti di ammodernamento tecnologico, di processo e di manutenzioni straordinarie e persino ordinarie. Se nel 2020 ArcelorMittal, società che gestisce in affitto lo stabilimento siderurgico di Taranto, ha prodotto e venduto poco più di 3 milioni di tonnellate di acciaio, non è perché l'Autorità Giudiziaria le ha impedito di produrre e dunque vendere di più, ma perché l'acciaio prodotto oggi a Taranto non ha mercato, come dimostra, d'altronde, l'avvio della cassa integrazione per crisi di mercato promossa dalla stessa società nel luglio del 2019, quando l'attuale pandemia era relegata al mondo dei brutti sogni. A nessuno può sfuggire come tale impianto non abbia mai raggiunto, nella sua storia, la sostenibilità economica, così come a nessuno può sfuggire l'eccessiva dimensione e capacità produttiva dell'impianto rispetto alle reali esigenze del mercato (nazionale ed estero). Si consideri che la produzione effettiva è pari a circa un terzo della reale capacità produttiva installata, al momento del suo concepimento e successivo, assurdo, ampliamento. Ciò è dovuto a problemi di commercializzazione legati alla congiuntura, alla forte concorrenza, ma anche alla qualità e al costo della produzione, come dimostra la perdita di commesse nel settore auto-motive, con conseguenti gravi ripercussioni sugli investimenti a tutela dell'ambiente e della salute di lavoratori e cittadini. Sullo stabilimento siderurgico di Taranto non servono approcci ideologici, ma azioni risolutive ispirate solo e soltanto alla sostenibilità, sia ambientale che economica, mai garantita, di fatto, in oltre cinquanta anni di esistenza. Servono scelte coraggiose e, soprattutto, sostenibili, garantendo subito ingenti e precisi investimenti in grado di riconvertire radicalmente i processi produttivi e di rimettere la fabbrica sul mercato. Per fare questo è necessario abbandonare il ciclo integrale a carbon coke, non più sostenibile, orientando la produzione a forno elettrico, sperimentando nuovi processi produttivi innovativi (come, ad esempio, quelli a idrogeno), ampliando le attività di lavorazione a freddo e prevedendo, nel periodo di transizione, un "accordo di programma" finalizzato a gestire le linee produttive destinate alla chiusura, la loro riconversione e la riqualificazione e reimpiego delle unità lavorative in esubero. Allo stesso tempo, è necessario garantire la città, oggi ancora agli ultimi posti per la qualità della vita, sulla tutela ambientale e della salute. Sotto quest'ultimo profilo, ribadisco con forza in questa sede che la valutazione del danno sanitario, contenuta nel decreto Balduzzi-Clini del 2013, oggi ancora in vigore, è un'arma spuntata, superata, inefficace, fuori contesto. Tale decreto interministeriale, come è noto, fu emesso dopo il sequestro penale dell'area a caldo e la pubblicazione dell'aggiornamento dello studio epidemiologico "Sentieri". Tuttavia, la Valutazione del danno sanitario introdotta con quel decreto, secondo l'autorevole parere di diversi esperti, non viene avviata qualora le autorità di controllo riscontrino valori al di sotto della soglia limite stabilita per legge, per ciascuno degli inquinanti presi in esame. Si tratta di un paradosso inaccettabile per lo più dopo otto anni dalla sua introduzione e per i rischi a cui la popolazione continua ad essere esposta. Infatti, se i livelli di diossine, polveri, benzo(a)pirene e altri inquinanti emessi dall'acciaieria si mantengono entro i limiti di legge, non si procede a una stima del danno sanitario che quegli stessi cancerogeni provocano sulla salute dei cittadini. Sul tema, già nel 2018, ho depositato la proposta di legge, a mia prima firma, per modificare tale disposizione, introducendo un dispositivo che preveda la valutazione integrata del danno ambientale e sanitario, a prescindere dal superamento dei valori limiti previsti dalla legge. Si tratta di introdurre la cosiddetta Valutazione Integrata di Impatto Ambientale e Sanitario (VIIAS).