[pronunce]

SENTENZA ha pronunciato la seguentenel giudizio per conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato sorto a seguito della deliberazione della Camera dei deputati del 7 febbraio 2001 relativa alla insindacabilità, ai sensi dell'art. 68, primo comma, della Costituzione, delle opinioni espresse dall'on. Vittorio Sgarbi nei confronti del dott. Gherardo Colombo, promosso con ricorso del Tribunale di Brescia, seconda sezione penale, notificato il 22 gennaio 2002, depositato in Cancelleria il 31 successivo ed iscritto al n. 3 del registro conflitti 2002. Visto l'atto di costituzione della Camera dei deputati; udito nell'udienza pubblica del 30 novembre 2004 il Giudice relatore Annibale Marini; udito l'avv. Sergio Panunzio per la Camera dei deputati.. Ritenuto in fatto Considerato in diritto 1. – Con ricorso del 19 marzo 2001, il Tribunale di Brescia, seconda sezione penale, in composizione monocratica, ha sollevato conflitto di attribuzione avverso la delibera della Camera dei deputati – adottata dall'Assemblea in data 7 febbraio 2001– con la quale è stato dichiarato che i fatti per cui è in corso il procedimento penale per diffamazione aggravata nei confronti del deputato Vittorio Sgarbi costituiscono opinioni espresse da un membro del Parlamento nell'esercizio delle sue funzioni, ai sensi dell'art. 68, primo comma, della Costituzione. Premette il Tribunale di Brescia che i fatti per cui si procede penalmente contro l'on. Sgarbi si concretano – secondo il capo di imputazione – in talune dichiarazioni, ritenute offensive della reputazione del dott. Gherardo Colombo, pronunciate nel corso del programma televisivo «Sgarbi quotidiani», trasmesso il 18, 19 e 20 dicembre 1996. Nel ricorso si espone che l'on. Sgarbi, conduttore del citato programma – ricostruendo la vicenda relativa all'ipotizzato incontro a Palazzo Chigi tra l'on. Berruti e l'on. Berlusconi, allorché quest'ultimo rivestiva la carica di Presidente del Consiglio dei ministri – nell'affrontare la questione relativa al “passi d'ingresso” alla sede della Presidenza del Consiglio, utilizzato dai magistrati della Procura della Repubblica di Milano quale prova dell'incontro, aveva affermato che il “passi d'ingresso” era stato falsificato nell'ambito «di un piano molto preciso», definito «diabolico», diretto a coinvolgere nell'indagine il Presidente Berlusconi, piano di cui il “passi d'ingresso” doveva costituire il principale elemento d'accusa. Nella circostanza il conduttore televisivo aveva riportato, sintetizzandoli, brani di dichiarazioni testimoniali, relative sia al rilascio del “passi”, sia all'incontro tra l'on. Berruti e l'on. Berlusconi, tutte convergenti nel senso di escludere e il rilascio del “passi” e l'incontro in questione. Peraltro, lo stesso on. Sgarbi aveva precisato e ricordato che l'on. Berruti non aveva mai negato di essersi recato a Palazzo Chigi in quel giorno, ma aveva affermato solo di non essersi incontrato con l'on. Berlusconi. Il ricorrente – rammentato l'orientamento della giurisprudenza costituzionale, secondo cui l'insindacabilità sussiste «se l'opinione di cui si discute sia stata espressa nell'esercizio delle funzioni parlamentari, alla luce della nozione di tale esercizio che si desume dalla Costituzione» – osserva che, nel caso di specie, il contesto in cui le dichiarazioni risultano rese, non consente di considerarle manifestazione della funzione parlamentare. Il ricorrente ricorda altresì come la Corte abbia specificato che, ai fini della sussistenza della prerogativa in questione, non è sufficiente la comunanza di argomento tra le opinioni incriminate e quelle espresse in sede parlamentare, né tanto meno «la ricorrenza di un contesto genericamente politico in cui la dichiarazione si inserisca», dovendo verificarsi «l'identificabilità della dichiarazione stessa quale espressione di attività parlamentare». Nel merito, osserva il giudice ricorrente come sia evidente l'insussistenza di alcun nesso tra le opinioni espresse dall'on. Sgarbi nelle citate trasmissioni e la sua funzione di componente della Camera dei deputati. Non risulta, infatti, in atti né emerge dall'esame della delibera assunta dalla Camera dei deputati che quelle opinioni fossero riproduttive di opinioni espresse in sede parlamentare; del resto, nel corso della discussione, la decisione di insindacabilità venne motivata con richiami assai generici alla «polemica politica», alla «forte critica politica», alla «costante e intensa battaglia politica», svolta dall'on. Sgarbi «in Parlamento e al di fuori di esso sulle tematiche della giustizia», senza alcun richiamo da parte dello stesso on. Sgarbi, intervenuto nel dibattito parlamentare, a specifiche dichiarazioni rese in Parlamento ed «analoghe a quelle oggetto dell'odierna imputazione». 2. – Con ordinanza n. 418 del 2001 questa Corte ha dichiarato ammissibile il conflitto. Il Tribunale di Brescia, seconda sezione penale, ha notificato in data 22 gennaio 2002 il ricorso e l'ordinanza di ammissibilità alla Camera dei deputati, depositandoli, poi, insieme con la prova dell'avvenuta notifica, nella cancelleria della Corte in data 31 gennaio 2002. 3. – Nel giudizio si è costituita, in data 7 febbraio 2002, la Camera dei deputati, chiedendo che il ricorso del Tribunale di Brescia sia dichiarato inammissibile o comunque infondato. La difesa della Camera, nel riservarsi «di meglio valutare gli eventuali motivi di inammissibilità del ricorso», ritiene nel merito il ricorso infondato. In particolare, la difesa della Camera richiama la giurisprudenza costituzionale formatasi su conflitti originati dal programma «Sgarbi quotidiani» (sentenza n. 289 del 2001; sentenze n. 58, n. 56 e n. 11 del 2000), sottolineando come la stessa affermi che, essendo pacifico il contesto in cui si collocano le dichiarazioni rese dall'on. Sgarbi, l'unico punto da verificare è solo se le dichiarazioni medesime rappresentino o meno «la divulgazione all'esterno (sia pure col mezzo televisivo) di una opinione già espressa, o contestualmente espressa, nell'esercizio di funzioni parlamentari». D'altra parte, rileva che la Corte, nelle recenti sentenze n. 321 e n. 320 del 2000, ha affermato che «l'attività dei membri delle Camere nello Stato democratico rappresentativo è per sua natura destinata […] a proiettarsi al di fuori delle aule parlamentari, nell'interesse della libera dialettica politica che è condizione di vita delle istituzioni democratico-rappresentative». Sulla base di questa giurisprudenza, la difesa della Camera osserva che l'ambito della «politica parlamentare» non si esaurisce soltanto nei puntuali atti di esercizio attivo dei poteri del parlamentare, ma può ricomprendere anche l'intera comunicazione politico-parlamentare di cui egli è stato partecipe: anche ascoltando, leggendo e valutando dichiarazioni rese da altri parlamentari. La difesa della Camera riassume, a riprova del suo assunto, la vicenda complessiva – alla quale si riferivano le dichiarazioni dell'on.