[pronunce]

ORDINANZA ha pronunciato la seguentenei giudizi di legittimità costituzionale degli artt. 25, 26 e 27 del decreto legislativo 28 agosto 2000, n. 274 (Disposizioni sulla competenza penale del giudice di pace, a norma dell'articolo 14 della legge 24 novembre 1999, n. 468), promossi, nell'ambito di diversi procedimenti penali, dal Giudice di pace di Vicenza con ordinanza del 12 settembre 2003, dal Giudice di pace di Marsiconuovo con ordinanza del 13 gennaio 2004, dal Giudice di pace di Vicenza con ordinanza del 18 febbraio 2004, dal Giudice di pace di Osimo con ordinanza del 3 giugno 2003, dal Giudice di pace di Napoli con ordinanza del 21 ottobre 2004, rispettivamente iscritte al n. 935 del registro ordinanze del 2003, ai numeri 250, 561 e 621 del registro ordinanze del 2004, al n. 70 del registro ordinanze del 2005 e pubblicate nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 46, prima serie speciale, dell'anno 2003, numeri 15, 25 e 27, prima serie speciale, dell'anno 2004 e n. 9, prima serie speciale, dell'anno 2005. Visti gli atti di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri; udito nella camera di consiglio dell'8 giugno 2005 il Giudice relatore Guido Neppi Modona. Ritenuto che il Giudice di pace di Vicenza con due ordinanze di identico contenuto (r.o. n. 935 del 2003 e n. 561 del 2004) ha sollevato, in riferimento all'art. 24 della Costituzione, questione di legittimità costituzionale degli artt. 26 e 27 del decreto legislativo 28 agosto 2000, n. 274 (Disposizioni sulla competenza penale del giudice di pace, a norma dell'articolo 14 della legge 24 novembre 1999, n. 468), nella parte in cui non prevedono che il giudice adito con ricorso immediato ex art. 21 del citato decreto legislativo possa «disporre, in via residuale, l'imputazione coatta»; che il giudice a quo, che procede a seguito di ricorso immediato della persona offesa volto ad ottenere la citazione a giudizio del soggetto a cui è attribuito il reato, non condivide la richiesta di «archiviazione del procedimento per manifesta infondatezza» presentata dal pubblico ministero e sostiene di trovarsi nell'impossibilità di emettere il decreto di convocazione delle parti in udienza previsto dall'art. 27 del decreto legislativo n. 274 del 2000, non avendo il pubblico ministero formulato l'imputazione che deve essere trascritta nel decreto a pena di nullità; che il rimettente non ritiene possibile interpretare la disposizione censurata nel senso di attribuire in tali casi al giudice «il potere di formulare l'imputazione sulla scorta della prospettazione del ricorrente» in quanto tale soluzione, già di per sé contraria alla lettera della legge, «costituirebbe un grave vulnus al principio della terzietà del giudice nonché al principio della titolarità dell'azione penale in capo al pubblico ministero»; che alla luce di tali premesse il rimettente, considerato che nel caso in esame non è previsto, «a differenza di quanto avviene per il giudice di pace in funzione di giudice per le indagini preliminari, in virtù del comma 4 dell'art. 17 del decreto legislativo n. 274 del 2000, alcuno strumento giuridico idoneo a provocare l'imputazione coatta», e che la situazione descritta può comportare la paralisi del procedimento, solleva questione di legittimità costituzionale degli artt. 26 e 27 del decreto legislativo in esame, assumendo violato il «diritto alla difesa del ricorrente, costituzionalmente tutelato»; che nel giudizio introdotto con ordinanza n. 935 del registro ordinanze del 2003 è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che la questione sia dichiarata inammissibile e comunque infondata; che, ad avviso dell'Avvocatura, nella situazione sottoposta all'esame della Corte è lo stesso «ricorrente a determinare l'avvio del procedimento, indipendentemente dalle valutazioni del pubblico ministero», che si limita infatti a esprimere il proprio parere, così che l'imputazione in senso tecnico «può, quindi, anche non essere formulata» e l'atto di citazione può recare anche la sola «enunciazione degli elementi di accusa contenuti nel ricorso»; che il Giudice di pace di Marsiconuovo (r.o. n. 250 del 2004) ha sollevato questione di legittimità costituzionale dell'art. 25 del decreto legislativo n. 274 del 2000, in riferimento all'art. 112 Cost., nella parte in cui, privando il pubblico ministero della possibilità di valutare i fatti e di verificarne la fondatezza e attribuendogli esclusivamente «il ruolo di formalizzare un'azione penale che ha nel ricorrente l'unico dominus», gli sottrae «l'effettivo esercizio dell'azione penale»; che il rimettente, che procede a seguito di ricorso della persona offesa ex art. 21 del decreto legislativo n. 274 del 2000, sostiene che il pubblico ministero è «di fatto obbligato ad esercitare l'azione penale (rectius: a formulare il capo d'imputazione) a semplice “richiesta” del ricorrente», senza avere alcuna possibilità di svolgere indagini per verificare la fondatezza dei fatti denunciati; che il pubblico ministero dovrebbe invece esercitare l'azione penale solo nell'ipotesi in cui, all'esito delle indagini preliminari, verifichi «la mancanza dei presupposti che rendono doverosa l'archiviazione»; che la disposizione censurata, impedendo al pubblico ministero di controllare la fondatezza dei fatti denunciati, lo priverebbe dell'esercizio effettivo dell'azione penale, in violazione dell'art. 112 Cost.; che nel giudizio è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che la questione sia dichiarata infondata; che, infatti, sarebbe erroneo il presupposto che il principio dell'obbligatorietà dell'azione penale comporti necessariamente l'espletamento di indagini da parte del pubblico ministero, rientrando nella discrezionalità del legislatore la scelta di un sistema processuale «che preveda […] l'obbligo di esercitare l'azione penale allorché non si profili manifestamente infondata la notitia criminis»; che nel caso di ricorso ex art. 21 del decreto legislativo n. 274 del 2000 il legislatore ha previsto che la notitia criminis non solo non deve apparire manifestamente infondata, ma deve altresì essere «(potenzialmente) corredata da idoneo supporto probatorio», in quanto la mancata indicazione delle fonti di prova è causa di inammissibilità del ricorso;