[pronunce]

Il rimettente osserva come la norma denunciata limiti la connessione tra procedimenti di competenza del giudice di pace e procedimenti di competenza di altro giudice al solo caso del concorso formale di reati, negando, con ciò, rilievo all'ipotesi del reato continuato. Di conseguenza, il giudice a quo dovrebbe dichiarare la propria incompetenza per materia in ordine al contestato reato di «lesioni volontarie lievissime» – devoluto alla cognizione del giudice di pace – dovendosi escludere che tale reato sia stato commesso in concorso formale con alcuno degli altri reati ascritti all'imputato. Le implicazioni di tale declaratoria di incompetenza risulterebbero, peraltro, irragionevoli, avuto riguardo segnatamente all'ipotesi di consecutive sentenze di condanna, emesse dai due diversi giudici competenti per i due processi. Tanto ove la sentenza di condanna fosse emessa prima dal tribunale e poi dal giudice di pace, quanto nel caso inverso, il giudice che si accingesse a pronunciare la seconda sentenza non potrebbe ignorare che il reato, o i reati, oggetto della prima decisione sono uniti dal vincolo della continuazione con quelli oggetto del proprio giudizio, e non potrebbe dunque astenersi dal determinare la pena in conformità della disciplina relativa. Ma al riguardo si dovrebbe considerare che il giudice di pace non può infliggere le pene della reclusione o dell'arresto, onde sarebbe «sommamente dubbio» che possa applicare un aumento della pena inflitta dal tribunale: e lo stesso rilievo varrebbe, mutatis mutandis, nel caso in cui la sentenza del tribunale intervenisse dopo quella del giudice onorario. È ben vero che l'ostacolo sarebbe superabile, essendo comunque possibile provvedere in sede di esecuzione ai sensi dell'art. 671 cod. proc. pen. , ma ciò darebbe luogo ad una «gratuita complicazione», con innegabile ritardo nella definizione del processo. Di qui la ritenuta non manifesta infondatezza della questione, la quale sarebbe altresì rilevante, in quanto, allo stato, il rimettente dovrebbe dichiararsi incompetente per materia in ordine ad uno dei reati contestati, ancorché esso risulti evidentemente commesso in esecuzione del medesimo criminoso sotteso agli altri reati (o, quantomeno, a quelli di minaccia e danneggiamento). 2.2. – È intervenuto nel giudizio di costituzionalità il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, il quale ha chiesto che la questione sia dichiarata non fondata sulla base di argomenti analoghi a quelli svolti in riferimento alla questione di costituzionalità del medesimo art. 6, comma 1, del d.lgs. n. 274 del 2000, sollevata dal Tribunale di Montepulciano.1. – Il Tribunale di Montepulciano dubita della legittimità costituzionale degli artt. 6, comma 1, e 7 del decreto legislativo 28 agosto 2000, n. 274 (Disposizioni sulla competenza penale del giudice di pace, a norma dell'articolo 14 della legge 24 novembre 1999, n. 468), nella parte in cui non prevedono, rispettivamente, che tra procedimenti di competenza del giudice di pace e procedimenti di competenza di altro giudice, nonché tra procedimenti tutti di competenza del giudice di pace si abbia connessione anche quando una persona è imputata di più reati commessi con più azioni od omissioni esecutive di un medesimo disegno criminoso. Ad avviso del rimettente, le disposizioni denunciate violerebbero l'art. 3 della Costituzione, determinando una ingiustificata disparità di trattamento fra la fattispecie del concorso formale di reati – che ai sensi delle disposizioni stesse dà luogo a connessione – e quella del reato continuato, quantunque l'art. 81 del codice penale riconnetta ad entrambe identiche conseguenze sul piano sanzionatorio. L'art. 3 Cost. risulterebbe compromesso anche sotto l'ulteriore profilo della irragionevole sperequazione tra l'imputato di più reati uniti dal vincolo della continuazione, taluno dei quali di competenza del giudice di pace, che si trova costretto ad affrontare plurimi processi davanti a giudici diversi, col rischio di giudicati contrastanti e di applicazione di pene più severe, e l'imputato di più reati, pure unificati dal vincolo della continuazione, di competenza del tribunale o del tribunale e della corte d'assise, il quale avrebbe invece diritto, ai sensi dall'art. 12, comma 1, lettera b), del codice di procedura penale, ad un unico giudizio. Le norme impugnate violerebbero, altresì, l'art. 24 Cost., giacché la trattazione separata e, quindi, la moltiplicazione dei processi per reati uniti dal vincolo della continuazione determinerebbe un ingiustificato aggravio nell'esercizio del diritto di difesa, con maggiorazione dei relativi costi; nonché l'art. 97 Cost., per lo sperpero di risorse collettive indotto dalla celebrazione di plurimi giudizi, in contrasto con il principio di buon andamento della pubblica amministrazione. Risulterebbe leso, infine, l'art. 111 Cost., in quanto lo svolgimento in via autonoma di procedimenti che pure sarebbero suscettibili di trattazione unitaria non contribuirebbe alla realizzazione del «giusto processo». 2. – L'art. 6, comma 1, del d.lgs. n. 274 del 2000 è sottoposto a scrutinio, nella parte in cui non annovera la continuazione fra le ipotesi di connessione, anche dal Tribunale di Velletri, sezione distaccata di Albano Laziale. Ad avviso del giudice a quo, la norma denunciata lederebbe l'art. 3 Cost., in quanto lo svolgimento separato dei processi renderebbe inutilmente più complessa, o addirittura impedirebbe l'applicazione in sede cognitiva del regime della continuazione. Verrebbe vulnerato, inoltre, l'art. 111, secondo comma, Cost., giacché la conseguente esigenza di far ricorso al giudice dell'esecuzione al fine di ottenere l'applicazione della disciplina recata per la continuazione dall'art. 81 cod. pen. si risolverebbe in una «gratuita complicazione», produttiva di ritardo nella definizione del processo. 3. – Le ordinanze di rimessione sollevano questioni analoghe, attinenti, in parte, alla medesima norma, sicché i relativi giudizi vanno riuniti per essere definiti con unica decisione. 4. – La questione di costituzionalità dell'art. 7 del d.lgs. n. 274 del 2000, sollevata dal solo Tribunale di Montepulciano, è manifestamente inammissibile per difetto di rilevanza. L'indicata norma regola, infatti, la connessione davanti al giudice di pace: ossia tra procedimenti tutti di competenza, ratione materiae, dello stesso (connessione cosiddetta omogenea). Nel giudizio a quo viene in rilievo, per contro, unicamente la disciplina della connessione eterogenea, dettata dall'art. 6, comma 1, del medesimo decreto legislativo: discutendosi, in specie, della possibilità di ravvisare il rapporto connettivo tra un reato di competenza del tribunale (lesioni volontarie con malattia di durata superiore a venti giorni) e altro reato di competenza del giudice di pace (minaccia semplice), unito al primo dal vincolo della continuazione. 5.