[pronunce]

Ordinanza ha pronunciato la seguentenel giudizio di legittimità costituzionale dell'art. 660, comma 5, del codice di procedura penale, promosso con ordinanza emessa il 10 luglio 2000 dal magistrato di sorveglianza di Bari, iscritta al n. 685 del registro ordinanze 2000 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 46, 1ª serie speciale, dell'anno 2000. Visto l'atto di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri; Udito nella camera di consiglio del 23 maggio 2001 il giudice relatore Carlo Mezzanotte. Ritenuto che il magistrato di sorveglianza di Bari, con ordinanza in data 10 luglio 2000, ha sollevato, in riferimento agli articoli 3, 24, secondo comma, 25, secondo comma, e 101 della Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell'art. 660, comma 5, del codice di procedura penale, nella parte in cui prevede che il ricorso per cassazione contro l'ordinanza che dispone la conversione delle pene pecuniarie non eseguite per insolvibilità del condannato ne sospende l'esecuzione e non attribuisce al giudice la facoltà di inibire l'effetto sospensivo quanto meno nelle ipotesi di palese inammissibilità del ricorso; che il remittente premette di avere, con ordinanza in data 18 maggio 1999, previo accertamento della sua insolvibilità, disposto la conversione delle pene pecuniarie comminate nei confronti di un condannato nella sanzione della libertà controllata in misura corrispondente, e rileva che tale ordinanza, regolarmente notificata nel giugno 1999, è divenuta "inoppugnabilmente esecutiva", essendo spirato il termine utile per proporre ricorso per cassazione; che tuttavia - precisa il giudice a quo - in data 16 giugno 2000, e cioè circa un anno dopo le rituali notifiche, il difensore ha proposto ricorso per cassazione e in data 19 giugno 2000 ha presentato istanza di sospensione dell'esecuzione del provvedimento impugnato ai sensi dell'art. 660, comma 5, codice procedura penale, istanza sulla quale egli è chiamato a decidere; che il magistrato di sorveglianza di Bari, rilevato che l'art. 660, comma 5, codice procedura penale espressamente prevede che la semplice proposizione del ricorso produce automaticamente la sospensione dell'efficacia dell'ordinanza impugnata ed esclude qualsiasi valutazione da parte del giudice che ha disposto la conversione, individua la ratio di tale previsione nell'esigenza di evitare che nella sfera giuridica dei condannati si producano gli effetti di provvedimenti, la cui legittimità potrebbe essere disattesa dalla Corte di cassazione; che, tutto ciò premesso, il remittente dubita della legittimità costituzionale del citato art. 660, comma 5, codice procedura penale in riferimento all'art. 3 della Costituzione, in quanto: sarebbe contraddittorio ed illogico "il riconoscimento della sospensione dell'esecuzione dell'ordinanza a fronte di un ricorso che, in partenza, appare assolutamente inidoneo a incidere sulle statuizioni sinora adottate"; non apparirebbe incongruo riconoscere al giudice che ha pronunciato il provvedimento impugnato la possibilità di prendere atto di una ipotesi di inammissibilità del gravame così manifesta, quale quella del ricorso presentato fuori termine, e inibire in tali casi l'effetto sospensivo dell'impugnazione; escludere che il giudice possa procedere, nella fattispecie in esame, al mero accertamento dello spirare del termine di impugnazione significherebbe, attraverso una interpretazione formalistica della disposizione censurata, legittimare un palese "aggiramento" della ratio della norma stessa: lo strumento del ricorso potrebbe, infatti, essere utilizzato, ben oltre i termini concessi, a scopo puramente dilatorio, cioè al fine di impedire, nelle more della pronuncia da parte del giudice dell'impugnazione, l'efficacia del provvedimento con cui è stata disposta la conversione; che, secondo il giudice a quo la disposizione censurata sarebbe in contrasto con gli artt. 3 e 24, secondo comma, della Costituzione, in ragione, da un lato, della contraddittorietà del sistema e della irrazionale parità di posizioni che verrebbe a determinarsi tra il condannato diligente (che presenti ritualmente e tempestivamente ricorso per cassazione) e il condannato negligente, che si preoccupi esclusivamente di paralizzare l'efficacia del provvedimento impugnato, e, dall'altro, dello "sfruttamento" di un diritto inviolabile, quale quello di difesa, per il perseguimento di scopi che non sarebbero meritevoli di tutela; che l'art. 660, comma 5, codice procedura penale sarebbe in contrasto altresì con l'art. 25, secondo comma, della Costituzione, poiché il principio di legalità "rende doverosa non solo la repressione delle condotte violatrici della legge penale, ma anche l'applicazione, nel caso di colpevolezza accertata con sentenza di condanna divenuta irrevocabile, delle relative sanzioni", e "abbisogna, per la sua concretizzazione, della "legalità" del procedere di tutti i soggetti processuali", nonché con l'art. 101 della Costituzione, per violazione del principio della indefettibilità della giurisdizione; che, ad avviso del remittente, la norma impugnata violerebbe l'art. 3 della Costituzione anche sotto un altro profilo: premesso che la libertà controllata, oltre ad essere disposta, come nel caso di specie, dal magistrato di sorveglianza, su richiesta del pubblico ministero, in conversione di una pena pecuniaria non eseguita per insolvibilità del condannato, può essere irrogata, in sentenza, dal giudice della cognizione in sostituzione delle pene detentive brevi, in questa seconda ipotesi troverebbe applicazione l'art. 666, comma 7, codice procedura penale, e l'esecuzione non sarebbe sospesa a seguito della proposizione del ricorso per cassazione, sicché un medesimo istituto (la libertà controllata) sarebbe irragionevolmente differenziato nella sua disciplina e nei suoi effetti; che è intervenuto in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, e, rilevato che è precluso al giudizio di costituzionalità ogni intervento in materia penale che si risolva in un trattamento sfavorevole per l'imputato, anche quando, come nel caso di specie, riguardi il regime della esecuzione della pena, ha chiesto che la questione sia dichiarata manifestamente inammissibile. Considerato che questa Corte, con la sentenza n. 108 del 1987, ha dichiarato la illegittimità costituzionale del comma 7 dell'art. 586 del codice di procedura penale previgente, nella parte in cui escludeva che l'opposizione avverso il provvedimento che ordinava la conversione della pena pecuniaria avesse effetto sospensivo;