[pronunce]

Il giudice a quo ritiene che il criterio utilizzato dall'art. 8, comma 3, della legge provinciale n. 10 del 1991 sia «del tutto simile» al criterio del valore agricolo medio, ritenuto illegittimo in quanto «elusivo del legame che l'indennità deve avere con il valore di mercato del bene ablato», secondo la giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell'uomo, e non «rispondente all'esigenza di garantire un serio ristoro più volte espressa dalla giurisprudenza costituzionale». Il giudice rimettente richiama anche la sentenza della Corte costituzionale n. 187 del 2014, che ha dichiarato l'illegittimità costituzionale dell'art. 13 della legge della Provincia autonoma di Trento 19 febbraio 1993, n. 6 (Norme sulla espropriazione per pubblica utilità), disposizione anch'essa ritenuta assimilabile a quella oggetto del presente giudizio. In definitiva, secondo il giudice a quo, l'art. 8, comma 3, della legge della Provincia autonoma di Bolzano n. 10 del 1991, come sostituito dall'art. 38, comma 7, della legge della Provincia autonoma di Bolzano n. 4 del 2008, violerebbe gli artt. 42, terzo comma, e 117, primo comma, Cost., quest'ultimo in relazione all'art. 1 del Protocollo addizionale alla CEDU. Quanto alla rilevanza della questione, il rimettente sottolinea la differenza che, secondo le conclusioni del CTU, sussiste tra l'indennità calcolata in base alla norma provinciale contestata (euro 200.951) e l'indennità «determinata sulla base del valore di mercato dell'area ablata che, a seconda delle modalità di calcolo seguite, può risultare pari a euro 1.008.235,00 ovvero a euro 353.850,00». 2.- Le parti del giudizio a quo non si sono costituite davanti a questa Corte costituzionale. Il Presidente della Provincia autonoma di Bolzano non è intervenuto nel giudizio.1.- La Corte d'appello di Trento dubita della legittimità costituzionale dell'art. 8, comma 3, della legge della Provincia autonoma di Bolzano 15 aprile 1991, n. 10 (Espropriazioni per causa di pubblica utilità per tutte le materie di competenza provinciale), come sostituito dall'art. 38, comma 7, della legge della Provincia autonoma di Bolzano 10 giugno 2008, n. 4 (Modifiche di leggi provinciali in vari settori e altre disposizioni), in riferimento agli artt. 42, terzo comma, e 117, primo comma, della Costituzione, quest'ultimo in relazione all'art. 1 del Protocollo addizionale alla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali (d'ora in avanti «CEDU»), firmata a Roma il 4 novembre 1950, ratificata e resa esecutiva con la legge 4 agosto 1955, n. 848. La questione ha origine in un giudizio di opposizione alla stima dell'indennità espropriativa, promosso dalla Weingut Schloss Sigmundskron sas davanti alla Corte d'appello di Trento, sezione distaccata di Bolzano, in relazione ad una vicenda espropriativa - riguardante un'area di 26.824 mq di proprietà della società stessa - volta alla «realizzazione da parte del Comune di Bolzano delle opere di risanamento dell'ex discarica di Castel Firmiano». Tale giudizio, a seguito della cassazione con rinvio della sentenza della Corte d'appello di Trento, sezione distaccata di Bolzano, veniva riassunto davanti alla Corte d'appello di Trento, tenuta a rideterminare l'indennità in base alla disposizione dichiarata applicabile dalla Corte di cassazione, cioè all'art. 8, comma 3, della legge provinciale n. 10 del 1991, come sostituito dall'art. 38, comma 7, della legge provinciale n. 4 del 2008, secondo il quale «[l]'indennità d'espropriazione per le aree non edificabili consiste nel giusto prezzo da attribuire, entro i valori minimi e massimi stabiliti dalla Commissione di cui all'articolo 11, all'area quale terreno agricolo considerato libero da vincoli di contratti agrari, secondo il tipo di coltura in atto al momento dell'emanazione del decreto di cui all'articolo 5» (cioè del decreto che determina l'indennità di esproprio). Il giudice rimettente dubita della conformità di tale norma ai parametri sopra indicati in quanto contemplerebbe un criterio di determinazione dell'indennità di esproprio, per le aree non edificabili, «del tutto simile» a quello del valore agricolo medio, utilizzato da due disposizioni legislative già censurate da questa Corte: l'art. 5-bis, comma 4, del decreto-legge 11 luglio 1992, n. 333 (Misure urgenti per il risanamento della finanza pubblica), convertito, con modificazioni, dall'art. 1, comma 1, della legge 8 agosto 1992, n. 359, in combinato disposto con l'art. 16, commi quinto e sesto, della legge 22 ottobre 1971, n. 865 (Programmi e coordinamento dell'edilizia residenziale pubblica; norme sulla espropriazione per pubblica utilità; modifiche ed integrazioni alle leggi 17 agosto 1942, n. 1150; 18 aprile 1962, n. 167; 29 settembre 1964, n. 847; ed autorizzazione di spesa per interventi straordinari nel settore dell'edilizia residenziale, agevolata e convenzionata), e l'art. 13 della legge della Provincia autonoma di Trento 19 febbraio 1993, n. 6 (Norme sulla espropriazione per pubblica utilità), dichiarati costituzionalmente illegittimi, rispettivamente, con le sentenze n. 181 del 2011 e n. 187 del 2014. Dunque, l'art. 8, comma 3, della legge provinciale n. 10 del 1991 violerebbe gli artt. 42, terzo comma, e 117, primo comma, Cost., quest'ultimo in relazione all'art. 1 del Protocollo addizionale alla CEDU, in quanto il criterio di determinazione dell'indennità espropriativa da esso previsto prescinderebbe dal valore effettivo del bene espropriato e non terrebbe conto delle sue caratteristiche specifiche; in altre parole, tale criterio sarebbe «elusivo del legame che l'indennità deve avere con il valore di mercato del bene ablato», secondo la giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell'uomo, e non «rispondente all'esigenza di garantire un serio ristoro più volte espressa dalla giurisprudenza costituzionale». 2.- In via preliminare, occorre precisare che la norma censurata dal giudice rimettente è ancora vigente ma non si trova, attualmente, nell'art. 8, comma 3, della legge provinciale n. 10 del 1991, bensì nell'art. 7-quater della medesima legge, a seguito delle modifiche recate ad essa dalla legge provinciale 13 novembre 2009, n. 9 (Norme in materia di espropriazione ed altre disposizioni): la disposizione oggetto del presente giudizio, dunque, è rimasta inalterata nel suo contenuto, ma ne è mutata la collocazione. Avuto riguardo alla disposizione applicabile nel giudizio a quo, lo scrutinio di questa Corte verterà sul citato art. 8, comma 3. 3.- La questione di legittimità costituzionale non è fondata.