[pronunce]

rinuncia alla garanzia del pubblico dibattimento; limiti all'appello originariamente previsti dall'art. 441, commi 1 e 2, cod. proc. pen. , rispetto alle ipotesi di condanna a pena sostitutiva o a pena pecuniaria - che giustificavano, per l'imputato, il trattamento premiale consistente nella riduzione di un terzo della pena: donde l'irragionevolezza delle perduranti limitazioni alle facoltà del pubblico ministero, e in particolare di quella che qui interessa; che nel giudizio di costituzionalità è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che la questione sia dichiarata infondata sulla base delle medesime considerazioni svolte in rapporto alla questione r.o. n. 381 del 2001. Considerato che i giudizi di costituzionalità promossi dalle due ordinanze in esame hanno ad oggetto analoghe questioni, onde gli stessi possono venir riuniti per essere decisi con un'unica pronuncia; che nell'ordinanza di rimessione della Corte di appello di Venezia risulta omessa l'esposizione, sia pur sommaria, dei fatti di causa e, in particolare, non viene univocamente specificato se, nel caso concreto, il pubblico ministero abbia proposto appello avverso la sentenza emessa in prime cure e di quale tipo (principale o incidentale): indicazioni, queste, indispensabili ai fini della verifica della rilevanza del quesito di costituzionalità nel giudizio a quo; che, pertanto, la questione va dichiarata manifestamente inammissibile; che, quanto al dubbio di costituzionalità sollevato dalla Corte di appello di Torino, va osservato come l'attuale secondo comma dell'art. 111 Cost., inserito dalla legge costituzionale 23 novembre 1999, n. 2 - nel conferire veste autonoma ad un principio, quale quello di parità delle parti, pacificamente già insito nel pregresso sistema dei valori costituzionali - non abbia inciso sulla validità dell'affermazione, cui si è costantemente ispirata in precedenza la giurisprudenza di questa Corte, in forza della quale il principio di parità tra accusa e difesa non comporta necessariamente l'identità tra i poteri processuali del pubblico ministero e quelli dell'imputato: infatti una disparità di trattamento può risultare giustificata, nei limiti della ragionevolezza, sia dalla peculiare posizione istituzionale del pubblico ministero, sia dalla funzione allo stesso affidata, sia da esigenze connesse alla corretta amministrazione della giustizia (cfr., ex plurimis sentenze n. 98 e n. 324 del 1994, n. 432 del 1992, n. 363 del 1991; ordinanza n. 426 del 1998); che, in tale ottica, questa Corte ha già escluso - proprio in riferimento alla nuova disciplina del giudizio abbreviato introdotta dalla legge 16 dicembre 1999, n. 479 - che il mancato riconoscimento al pubblico ministero di un potere di iniziativa probatoria, analogo a quello attribuito dall'art. 438, comma 5, cod. proc. pen. all'imputato che abbia presentato la richiesta del rito alternativo, violi il nuovo parametro costituzionale: e ciò in quanto si tratta di asimmetria ragionevolmente giustificata dalla diversa posizione in cui vengono a trovarsi i due soggetti processuali nell'ambito del giudizio abbreviato, tenuto conto del ruolo svolto dal pubblico ministero nelle indagini preliminari, sulla base delle cui risultanze l'imputato consente di essere giudicato (cfr. sentenza n. 115 del 2001); che, a sua volta - nella cornice di un sistema nel quale il doppio grado di giurisdizione di merito non forma oggetto di garanzia costituzionale e il potere di impugnazione del pubblico ministero non costituisce estrinsecazione necessaria dei poteri inerenti all'esercizio dell'azione penale (cfr. sentenza n. 280 del 1995; ordinanza n. 426 del 1998) - la preclusione dell'appello della parte pubblica avverso le sentenze di condanna (quando non vi sia stata modifica del titolo del reato), oggetto dell'odierno scrutinio di costituzionalità, continua a trovare giustificazione - come per il passato (cfr. sentenze n. 98 del 1994 e n. 363 del 1991; ordinanze n. 305 del 1992 e n. 373 del 1991) - nell'obiettivo primario di una rapida e completa definizione dei processi svoltisi in primo grado secondo il rito alternativo di cui si tratta: rito che - sia pure, oggi, per scelta esclusiva dell'imputato - implica una decisione fondata, in primis, sul materiale probatorio raccolto dalla parte che subisce la limitazione censurata, fuori delle garanzie del contraddittorio; che, infatti - come questa Corte ha già avuto modo di sottolineare - anche dopo le modifiche introdotte dalla citata legge n. 479 del 1999, sulle quali il giudice rimettente richiama l'attenzione, il minor dispendio di tempo e di energie processuali, rispetto all'ordinario giudizio dibattimentale, resta un carattere essenziale del giudizio abbreviato (cfr. sentenza n. 115 del 2001); che, pertanto, la questione deve essere dichiarata manifestamente infondata. Visti gli artt. 26, secondo comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87, e 9, secondo comma, delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale.. . per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE Riuniti i giudizi, dichiara la manifesta inammissibilità della questione di legittimità costituzionale degli artt. 443, comma 3, e 595 del codice di procedura penale, sollevata, in riferimento al "principio di ragionevolezza" e all'art. 111 della Costituzione, dalla Corte di appello di Venezia con l'ordinanza in epigrafe; Dichiara la manifesta infondatezza della questione di legittimità costituzionale dell'art. 443, comma 3, del codice di procedura penale, sollevata, in riferimento all'art. 111 della Costituzione, dalla Corte di appello di Torino con l'ordinanza in epigrafe. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 3 dicembre 2001. Il Presidente: Ruperto Il redattore: Flick Il cancelliere: Di Paola Depositata in cancelleria il 21 dicembre 2001. Il direttore della cancelleria: Di Paola