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Disciplina delle cooperative di comunità. Onorevoli Senatori . – Tutto il mondo occidentale sta subendo i cambiamenti provocati da una nuova rivoluzione industriale, la quarta, la più complessa (dal punto di vista tecnologico e organizzativo) e la più rapida (dal punto di vista dei mutamenti sociali ed economici) che l'umanità abbia mai affrontato. A questa si aggiunge l'altra grande sfida del nostro tempo: la transizione ecologica. L'emergenza climatica e ambientale ci impone infatti di ridisegnare il nostro modello di sviluppo per renderlo sostenibile e in armonia con i limiti del pianeta, promuovendo un'economia low carbon , circolare e rispettosa della biodiversità, abbandonando progressivamente le fonti fossili di energia a favore di quelle rinnovabili. Il nostro Paese ha quindi di fronte sfide impegnative, le transizioni gemelle, che toccano nel profondo la collettività, i modelli sociali, le forme di organizzazione del lavoro. « La penisola italiana non aveva ancora trovato una sua unità politica quando, nel 1844 in piena Rivoluzione Industriale, un gruppo di tessitori spinti dalla pesante crisi economica decise di costituire nella cittadina inglese di Rochdale il primo spaccio cooperativo con lo scopo di “migliorare la situazione economica dei soci”. Nasceva di fatto la cooperazione e si inaugurava un periodo pionieristico che, alimentato dai primi incoraggianti successi, ben presto fece della struttura cooperativa un modello da imitare in ogni parte d'Europa » (da Storia della cooperazione ). Oggi come allora la cooperazione può rappresentare una risposta decisiva alle sfide sociali innescate dalla rivoluzione industriale se saprà mantenere quella capacità di innovazione e creatività che ha decretato il suo successo in questi decenni. Per questi motivi, in ottemperanza all'articolo 45 della Costituzione italiana (« La Repubblica riconosce la funzione sociale della cooperazione a carattere di mutualità e senza fini di speculazione privata. La legge ne promuove e favorisce l'incremento con i mezzi più idonei e ne assicura, con gli opportuni controlli, il carattere e le finalità ») riteniamo necessario per il nostro Paese rilanciare con forza il modello cooperativo. Intendiamo farlo con il presente disegno di legge che desidera promuovere e dare un quadro legislativo nazionale al nuovo strumento delle cooperative di comunità in grado di rappresentare un processo generativo di politiche di sviluppo locale per la loro innovativa infrastruttura. Attraverso tale declinazione, la cooperazione stessa dispiega le proprie ragioni implicite e fa evolvere i propri risultati verso la costituzione di un'azione collettiva e innovativa di sviluppo. Non è un caso, infatti, che tali forme cooperative si stiano diffondendo in più parti del mondo, e certamente anche a seguito della « grande recessione ». È importante quindi intanto capire cosa sia una cooperativa di comunità: la caratteristica che la contraddistingue forse meglio è il dato di oltrepassare la natura mutualistica circoscritta a particolari gruppi professionali, aprendosi alla società nel suo insieme. « Come suggerisce il nome, le cooperative di comunità offrono beni di interesse generale per un'intera comunità » (da Economia cooperativa. Rilevanza, evoluzione e nuove frontiere della cooperazione italiana , Terzo rapporto Euricse 2015). Se la cooperazione nasce storicamente dalla necessità di soddisfare in via prioritaria bisogni di specifici gruppi, realizzando una mutualità solidale interna, le cooperative di comunità sono al servizio della collettività in senso pieno e lato, configurandosi come un modello di innovazione sociale in cui i cittadini creano una specifica sinergia attraverso un sistema che mette in comune, appunto, le attività delle persone, ma anche delle istituzioni, delle imprese o delle associazioni, per rispondere a esigenze plurali di mutualità. La finalità è ovviamente produrre vantaggi sociali in favore di una collettività alla quale i soci appartengono. Di conseguenza, le cooperative di comunità non sono definite per tipologia di lavoro o per la loro univoca utenza o per le singole attività svolte, ma per la valorizzazione della società in cui si manifestano, con riferimento alla tenuta sociale, alla garanzia di beni e servizi di importanza pubblica, alla promozione della condivisione, alla creazione di ambiti o spazi per lo sviluppo di tutti, alla messa in luce delle caratteristiche di una peculiare aggregazione. Per questa forma di cooperazione, oggi, non esiste un quadro normativo nazionale, ma una varietà di leggi regionali: con questa legge intendiamo dunque dare una cornice alle tante attività che esistono già e che sono nate sui territori per far fronte a esigenze sentite da ampie parti della cittadinanza, anche a seguito dell'indebolimento (soprattutto derivante dagli anni della crisi e da quelli della pandemia) di alcuni servizi, ma pure per far fronte a necessità di crisi occupazionali, o per avviare attività in favore dell'ambiente, dei beni culturali, del turismo e altro ancora. Queste esperienze hanno saputo in alcuni casi creare occasioni di impiego e in tutti i casi fornire uno strumento di cittadinanza attiva per le persone coinvolte. Perché i cittadini possono essere utenti e anche soci lavoratori, prendendo parte alla vita della cooperativa stessa. In ogni caso l'attività offerta è ritenuta un « bene » per la comunità che insiste su di un territorio. Il quale, di conseguenza, è uno dei criteri fondamentali per inquadrare una cooperativa di comunità, che è ineluttabilmente legata a un insediamento umano chiaro, dunque a un luogo di riferimento e in cui si svolgono i lavori connessi e si forniscono servizi. La legge si prefigge quindi di definire cosa siano, a livello normativo, tali cooperative, fornendo un quadro in cui si muovano poi le iniziative regionali e fornendo infine una cornice per le misure di sostegno economico per tali realtà. Dunque prevedendo una « filiera », che parta da una definizione normativa e si sviluppi, come è giusto che sia, nelle concrete realtà territoriali. Che sono centrali per il corretto funzionamento di queste esperienze. In particolare, l'articolo 1 contiene la definizione di « cooperative di comunità », intese come società cooperative costituite ai sensi del codice civile che stabiliscono la propria sede ed operano prevalentemente in specifiche aree territoriali svantaggiate (aree interne, piccoli comuni montani, zone urbane degradate, comuni colpiti da eventi sismici). L'articolo 2 prevede l'istituzione di una apposita categoria per le cooperative di comunità presso l'Albo nazionale delle cooperative e disciplina i requisiti che devono essere indicati nell'atto costitutivo, come la delimitazione dell'ambito territoriale di operatività e i requisiti di appartenenza dei soci alla comunità. L'articolo 3 definisce le possibili categorie di soci (cooperatori, volontari, finanziatori, sovventori) ammesse nelle cooperative di comunità e introduce particolari tutele per i soci volontari (coperture assicurative, limiti d'impiego). L'articolo 4 elenca i possibili requisiti di collegamento dei soci alla comunità territoriale di riferimento. L'articolo 5 prevede un regime derogatorio e di vigilanza semplificata per le cooperative di comunità, in ragione della loro rilevanza sociale. L'articolo 6 incarica l'Istituto nazionale di statistica (ISTAT) di definire modalità per l'assegnazione di più codici ATECO relativi alla classificazione delle attività economiche.