[pronunce]

SENTENZA ha pronunciato la seguentenel giudizio di legittimità costituzionale dell'art. 3, commi 1 e 2, del decreto legislativo 4 marzo 2015, n. 23 (Disposizioni in materia di contratto di lavoro a tempo indeterminato a tutele crescenti, in attuazione della legge 10 dicembre 2014, n. 183), promosso dal Tribunale ordinario di Ravenna, sezione lavoro, nel procedimento vertente tra H. S. e GI GROUP spa, con ordinanza del 27 settembre 2023, iscritta al n. 140 del registro ordinanze 2023 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 43, prima serie speciale, dell'anno 2023. Visti l'atto di costituzione di H. S., nonché l'atto di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri; udito nell'udienza pubblica del 7 maggio 2024 il Giudice relatore Giovanni Amoroso; uditi l'avvocato Davide Baiocchi per H. S. e, nonché l'avvocato dello Stato Sergio Fiorentino per il Presidente del Consiglio dei ministri; deliberato nella camera di consiglio del 4 giugno 2024.. Ritenuto in fatto Considerato in diritto 1.- Con ordinanza del 27 settembre 2023 (reg. ord. n. 140 del 2023) , il Tribunale ordinario di Ravenna, sezione lavoro, ha sollevato questioni di legittimità costituzionale, in riferimento agli artt. 1, 2, 3, primo e secondo comma, 4, primo comma, 24, primo comma, 35, primo comma, 41, primo e secondo comma, 76 e 117, primo comma, della Costituzione, quest'ultimo in relazione all'art. 24 della Carta sociale europea, riveduta, con annesso, fatta a Strasburgo il 3 maggio 1996, ratificata e resa esecutiva con legge 9 febbraio 1999, n. 30, aventi ad oggetto la disciplina del licenziamento individuale per giustificato motivo oggettivo, prevista dall'art. 3, commi 1 e 2, del decreto legislativo 4 marzo 2015, n. 23 (Disposizioni in materia di contratto di lavoro a tempo indeterminato a tutele crescenti, in attuazione della legge 10 dicembre 2014, n. 183). 1.1.- Il giudice a quo è chiamato a decidere dell'impugnazione del licenziamento per giustificato motivo oggettivo intimato, in data 11 novembre 2021, da un'impresa di somministrazione di lavoro, a un dipendente assunto a tempo indeterminato dal 1° dicembre 2018, con la qualifica di operaio specializzato. 1.2.- In punto di fatto, il ricorrente deduceva di aver svolto un paio di incarichi (o missioni) per la durata complessiva di meno di due anni, e che, cessato l'ultimo di essi, il datore di lavoro - in asserita assenza di ulteriori prospettive di reimpiego - aveva attivato, in data 18 luglio 2020, la procedura di messa in disponibilità per mancanza di occasioni di lavoro (MOL), di cui all'art. 25 del Contratto collettivo nazionale di lavoro (CCNL) per la categoria delle Agenzie di somministrazione di lavoro del 15 ottobre 2019, all'esito del cui infruttuoso esperimento gli aveva comunicato la risoluzione del rapporto di lavoro per giustificato motivo oggettivo. Pacifica la presenza dei requisiti dimensionali delle imprese sopra-soglia (ex art. 9 del d.lgs. n. 23 del 2015) , il dipendente contestava che si fosse determinata una situazione di assenza di offerte disponibili per posizioni richiedenti la sua professionalità, in quanto le stesse erano state in realtà destinate ad altri lavoratori, e chiedeva in via principale - ai sensi del comma 2 dell'art. 3 del d.lgs. n. 23 del 2015 - la reintegra nel posto di lavoro, oltre al pagamento di una indennità risarcitoria, commisurata all'ultima retribuzione di riferimento per il calcolo del trattamento di fine rapporto dal giorno del licenziamento all'effettiva reintegra, e, in subordine, la liquidazione dell'indennizzo di cui al comma 1 della medesima disposizione. 1.3.- Il datore di lavoro resisteva in giudizio sostenendo di aver inutilmente segnalato il ricorrente, per alcuni mesi, a potenziali clienti senza ricevere alcun riscontro positivo. 1.4.- Il rimettente premette che, a seguito di acquisizione documentale disposta nel corso del giudizio, era emersa la presenza di una notevole mole di contratti di somministrazione (una cinquantina in totale), mai offerti al ricorrente e rispetto ai quali il suo nominativo non risultava tra quelli proposti alle imprese terze utilizzatrici, benché si trattasse di incarichi compatibili con la sua professionalità e rientranti come sede di lavoro nell'ambito della provincia di residenza dello stesso. 1.5.- In punto di rilevanza, il giudice a quo osserva che, poiché a fronte di plurime offerte di potenziale e concreto interesse per il ricorrente (poi effettivamente trasformate in contratti di somministrazione, alcuni anche a tempo indeterminato, con altri lavoratori) mai ne fu tentato il collocamento, senza alcuna reale ragione giustificatrice, sussisteva un evidente fumus di fondatezza della domanda e che la presenza di oltre cinquanta contratti di somministrazione relativi alla professionalità del ricorrente, stipulati con aziende del territorio realmente interessate ad utilizzare un lavoratore, senza che ad alcuna di esse venisse proposto il suo nominativo, risultava una situazione potenzialmente idonea a configurare l'«insussistenza del fatto» posto a giustificazione del licenziamento, dimostrata direttamente in giudizio. 1.6.- Dovendo fare applicazione dell'art. 3 del d.lgs. n. 23 del 2015, nell'insussistenza dei motivi fondanti il licenziamento intimato per giustificato motivo oggettivo - ossia determinato da «ragioni inerenti all'attività produttiva, all'organizzazione del lavoro e al regolare funzionamento di essa» ex art. 3 della legge 15 luglio 1966, n. 604 (Norme sui licenziamenti individuali) - il Tribunale di Ravenna dubita della legittimità costituzionale della suddetta disposizione nella parte in cui esclude la tutela reintegratoria nell'ipotesi in cui il giudice accerti l'insussistenza del fatto. 1.7.- In via preliminare, il rimettente dà atto dell'impossibilità di procedere a una interpretazione adeguatrice del dettato normativo, la cui chiara formulazione è nel senso di escludere la reintegra in caso di licenziamento per giustificato motivo oggettivo, pur gravemente ingiustificato, quale tratto maggiormente "qualificante" della riforma dei licenziamenti del 2015. 1.8.- Sebbene l'assenza di tutela reintegratoria in caso di licenziamento per giustificato motivo oggettivo sia riconducibile alla sua mancata previsione nel comma 1 dell'art. 3, del d.lgs. n. 23 del 2015, laddove il comma 2 la prevede solo per i licenziamenti per giusta causa e giustificato motivo soggettivo, il rimettente censura entrambi i commi, sul presupposto che il vulnus costituzionale deriverebbe dal combinato operare delle due disposizioni (una che prevede la sola tutela indennitaria; l'altra che limita la tutela reintegratoria ai soli casi di licenziamento disciplinare).