[pronunce]

In primo luogo, l'art. 4 non è stato mai sottoposto all'esame, per il parere, della Conferenza unificata, non essendovi alcuna previsione corrispondente nello schema di decreto preso in visione dalla Conferenza, né alcun collegamento con gli emendamenti suggeriti nel parere. La mancanza della necessaria consultazione delle regioni attraverso la Conferenza Stato-regioni o Conferenza unificata (così come prevista dalla vigente normativa sui rapporti Stato-regioni) ha, invero, l'effetto di viziare quella singola ed autonoma disposizione non inclusa nel testo su cui il parere è stato chiesto ed espresso e che, oltretutto, neppure è stata inserita per l'adeguamento alle modifiche suggerite in sede consultiva. Con ciò non si esclude, in via tassativa, che lo Stato possa introdurre modifiche aggiuntive ed innovative (a parte quelle di mero coordinamento formale) ad un testo concordato in sede di Conferenza, ma si afferma l'esigenza - del resto rispondente ad una interpretazione delle norme procedurali conforme ai più elementari principi di leale collaborazione tra Stato e regioni - che in tali evenienze si proceda ad una nuova consultazione della Conferenza: il che non risulta sia avvenuto nella fattispecie con riguardo all'art. 4 in esame. In secondo luogo, il carattere aggiuntivo e la natura di nuova disposizione dell'art. 4 del d.P.C.m. impugnato (rispetto allo schema originario sottoposto alla Conferenza) risulta evidente dalla constatazione del relativo contenuto, che stabilisce priorità tassative alle quali dovrebbero attenersi le regioni e i comuni, con valore precettivo e vincolante sull'azione regionale e comunale nella predisposizione dei progetti da finanziare, senza le garanzie procedurali e sostanziali del legittimo esercizio della funzione di indirizzo e coordinamento (v. sentenza n. 169 del 1999). Pertanto, deve dichiararsi che non spetta allo Stato, e, per esso, al Presidente del Consiglio dei ministri, di fissare con d.P.C.m. le priorità cui devono attenersi le regioni ed i comuni per la predisposizione dei progetti da presentare per il finanziamento del fondo nazionale di intervento per la lotta alla droga per gli esercizi finanziari 1997 e 1998, quando non siano state previamente consultate le regioni mediante Conferenza unificata e al di fuori della ipotesi di legittimo esercizio delle funzioni di indirizzo e coordinamento. Conseguentemente deve essere annullato, nella parte riguardante le regioni e i comuni, l'art. 4 del d.P.C.m. 19 ottobre 1998, firmato per delega dal Ministro per la solidarietà sociale, impugnato con il ricorso in epigrafe. 4. - Gli altri motivi proposti dalla Regione Lombardia sono privi di fondamento. In ordine al secondo motivo, superata in punto di fatto l'asserita mancata audizione delle regioni, deve escludersi che la scelta delle percentuali di ripartizione sia palesemente irragionevole. Da un canto deve tenersi conto che la ripartizione è contenuta nei limiti minimi degli stanziamenti previsti dalla legge per le regioni, che si tratta di finanziamenti di carattere straordinario ed aggiuntivo dello Stato e che essa non esclude ed anzi presuppone (date le finalità dei progetti) che le regioni intervengano in materia di azione di prevenzione e assistenza per i soggetti a rischio di droga anche con proprie ulteriori iniziative e mediante l'utilizzo di fondi del proprio bilancio. D'altro canto, a conferma della non irragionevolezza della previsione, assume un significato notevole, sul piano logico-giuridico, la circostanza che la Conferenza unificata aveva espresso, sul punto e senza alcun dissenso, parere favorevole; come pure la circostanza che le competenze regionali sui servizi sociali erano all'epoca in una fase transitoria di non completa attuazione. Sicché non è irragionevole la differenza rispetto alle successive percentuali di ripartizione. Del resto, è evidente il carattere transitorio dei criteri di ripartizione, limitati agli anni 1997 e 1998, in attesa dell'attuazione dell'art. 132 del d.lgs. 31 marzo 1998, n. 112, e della elaborazione delle nuove norme in materia di lotta alla droga, che nel complesso avrebbero determinato un ampliamento delle funzioni regionali e quindi giustificato una modifica delle percentuali di ripartizione del fondo. Quanto alla mancata considerazione di progetti di iniziativa delle aziende sanitarie locali (A.S.L.), è sufficiente il rilievo che le A.S.L. non erano all'epoca previste come soggetti legittimati a presentare direttamente progetti da finanziare sui predetti fondi statali (si veda il d.P.R. n. 309 del 1990, nell'originario testo), e che non vi era alcuna preclusione a che tali progetti rientrassero senz'altro nella quota dei comuni, come interventi comunali in collaborazione con le A.S.L. territorialmente competenti (ciò, nonostante l'annullamento della previsione prioritaria dell'art. 4, ultimo comma, del d.P.C.m. ) . Tale interpretazione rafforza la non irragionevolezza della scelta operata sulle percentuali da ripartire alle regioni. 5. - Anche per il terzo motivo è caduto il profilo attinente alla mancata consultazione delle regioni. Per quanto riguarda i dati di riferimento ai fini della ripartizione, l'art. 2 del d.P.C.m. si richiama a dati nazionali (ISTAT) solo per la popolazione giovanile residente, mentre non esiste alcun limite circa la provenienza degli altri elementi base, alla cui elaborazione certamente possono concorrere le regioni, anche in merito alla ripartizione regionale dei fondi destinati ai comuni. Sicché deve escludersi qualsiasi lesione della sfera regionale e negarsi conseguentemente fondatezza al motivo proposto dalla Regione Lombardia. 6. - Egualmente privo di fondamento è il quinto motivo, in quanto la previsione dell'art. 6 del d.P.C.m. impugnato, relativa al concorso delle regioni nella valutazione dei progetti presentati dai comuni, non rappresenta affatto una devoluzione di istruttoria (con i relativi oneri e aggravi di spese) alle regioni; ciò in quanto l'istruttoria è affidata espressamente ad una apposita commissione istituita presso la Presidenza del Consiglio dei ministri (art. 6, comma 1), del resto in conformità al sistema istruttorio (mediante apposita commissione) previsto dall'art. 127, comma 6, del d.P.R. 9 ottobre 1990, n. 309 (nel testo anteriore alla legge 18 febbraio 1999, n. 45) e dall'art. 1, comma 10, della legge 28 marzo 1997, n. 86. La partecipazione regionale, mediante preliminare esame dei progetti dei comuni - pienamente accettata dalle regioni in sede di Conferenza unificata -, deve leggersi come avente la finalità esclusiva di rispetto sia delle prerogative regionali sia del principio di leale collaborazione nei rapporti Stato-regioni. Soprattutto tale previsione risponde all'esigenza che ciascuna regione (nell'ambito della rispettiva competenza territoriale) sia, quanto meno, partecipe e coinvolta nel procedimento di finanziamento delle iniziative e dei progetti dei comuni (ed altri enti locali).