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Si segnala, peraltro, che il Parlamento europeo già nel 2006 disponeva audizioni conoscitive sui femminicidi in Messico e Guatemala, e l’11 ottobre 2007 adottava una risoluzione sui femminicidi in Messico e America Centrale e sul ruolo dell’Unione europea nel contrasto di questo fenomeno. Ancora, nel 2008, il Consiglio d’Europa menzionava il femmicidio nelle linee guida sulla violenza nei confronti delle donne e, nell’aprile 2009, la Presidenza europea si congratulava per la sentenza di «Campo Algodonero». Nell’ambito del sistema delle Nazioni Unite, la relatrice speciale dell’ONU sulla violenza contro le donne, Rashida Manjoo, nel giugno 2012 ha presentato al Consiglio dei diritti umani il rapporto annuale, dedicato per la prima volta agli omicidi basati sul genere (femmicidi). La redazione del rapporto è stata preceduta da una consultazione preparatoria di esperte governative e non governative provenienti da tutto il mondo, ed è possibile verificare che l’unica esperta presente per l’area europea è stata proprio un’italiana. Gli omicidi di donne basati sul genere, secondo la relatrice, «seguono una logica istituzionale, quella di definire e sostenere relazioni sociali gerarchiche basate su ineguaglianze di razza, genere, sessualità, e classe». La relatrice speciale ha evidenziato che quando uno Stato fallisce nel perseguire questi reati, l’impunità non solo intensifica la subordinazione e l’impotenza di colei a cui queste violenze sono indirizzate, ma manda anche un messaggio alla società, che la violenza nei confronti delle donne è accettabile e inevitabile. La conseguenza di un approccio inadeguato delle istituzioni al femminicidio è la normalizzazione dei comportamenti violenti nei confronti delle donne. Per questo motivo, la Manjoo nel suo Rapporto ha consegnato agli Stati una serie di raccomandazioni per un adeguato approccio al femminicidio, da sviluppare a livello internazionale, regionale e nazionale. Il Rapporto è stato accolto con favore dagli Stati, tanto che anche a livello europeo ha avuto inizio una fruttuosa collaborazione con la società civile, che si è espressa ad esempio attraverso la Dichiarazione di Vienna, presentata al Consiglio economico e sociale delle Nazioni Unite, durante la ventiduesima sessione della Commissione sulla prevenzione del crimine e la giustizia penale, quale esito di un simposio di alto livello che, ancora una volta, ha visto la partecipazione di esperte italiane, ed a cui è seguita, sempre nell’ambito della medesima sessione, l’adozione della risoluzione «Intraprendere azioni per il contrasto di omicidi basati sul genere di donne e bambine», appoggiata, tra gli altri, anche dallo Stato italiano. Nonostante ciò, l’Italia è tra i molti Paesi che prestano scarsa considerazione per verificare la propria capacità di esercitare in maniera adeguata la dovuta diligenza nella prevenzione e nel contrasto alla violenza maschile sulle donne seguendo gli standard internazionali. Infatti, nonostante la relatrice speciale dell’ONU sulla violenza contro le donne abbia inviato al nostro Governo un questionario a cui rispondere proprio su questo tema, funzionale alla preparazione del suo rapporto annuale del 2013, presentato il 3 giugno al Consiglio dei diritti umani dell’ONU, l’Italia risulta essere tra quegli Stati che non hanno fornito riscontri al questionario inviato. Di conseguenza, evidente risulta la discrasia, attualmente esistente e necessariamente da superare, tra elaborazione e approfondimento degli ostacoli materiali portato avanti dalla società civile e mancanza di impatto di questa elaborazione sulla attività legislativa parlamentare. Ora, nel caso del nostro Paese, oltre a questo ultimo rilievo, numerose e gravi sono le mancanze imputabili allo Stato italiano nell’adempiere alle obbligazioni internazionali in materia di discriminazione e violenza nei confronti delle donne, in particolare quelle sancite dalla ratifica della CEDAW, riportate dettagliatamente nel Rapporto Ombra, elaborato dalla Piattaforma «Lavori in corsa: 30 anni CEDAW» e presentato il 17 gennaio 2012 alla Camera dei deputati, insieme alle raccomandazioni del Comitato CEDAW. È emblematico che, proprio sulla base delle informazioni fornite al Comitato, nelle raccomandazioni del Comitato CEDAW al Governo italiano si ammetta chiaramente che, stando alle evidenze raccolte, potrebbe sussistere una responsabilità dello Stato per i femminicidi in aumento. Il Comitato infatti si dichiara «preoccupato per l’elevato numero di donne uccise da partner ed ex partner (femmicidi), che può indicare un fallimento delle autorità dello Stato nel proteggere adeguatamente le donne vittime dei loro partner o ex partner ». È quindi evidente che tale censura mossa dal Comitato CEDAW al Governo italiano impone alle istituzioni, facendo seguito alla ratifica della Convenzione di Istanbul di rilevare in maniera adeguata le dimensioni del femminicidio in Italia, i fattori di discriminazione strutturale correlati al femminicidio, e la risposta istituzionale a tutte le forme di violenza che lo precedono, al fine di identificare in maniera puntuale le modifiche normative e le ulteriori misure necessarie a rimuovere gli ostacoli materiali che, ad oggi, impediscono un’adeguata prevenzione del fenomeno, una efficiente protezione delle donne, un celere risarcimento del danno. Per questo è fondamentale che si istituisca una Commissione bicamerale che risponda al dovere istituzionale, oltreché internazionale, di domandarsi se è stato fatto tutto quello che si poteva fare o se occorre un cambiamento più strutturale nelle azioni di prevenzione e contrasto alla violenza sulle donne. È allora forse il caso di ricordare che, mentre la maggior parte dei Paesi latino-americani ad oggi dispone di osservatori e di raccolte che consentono di avere dati disaggregati per genere, in Italia il numero dei femminicidi è noto quasi esclusivamente grazie alle volontarie della «Casa delle donne per non subire violenza» di Bologna che, dal 2005, li raccoglie a partire dalle notizie fornite dalla stampa. Il nostro Paese infatti non dispone di un sistema di raccolta dati capace di rilevare tutti gli indicatori richiesti per il funzionamento del database sugli omicidi della Commissione economica per l’Europa delle Nazioni Unite, impedendo quindi anche una comparabilità dei casi di femminicidio a livello europeo. Quando il 14 luglio 2011 più esponenti del Comitato CEDAW, nel corso della sessione presso le Nazioni Unite dedicata al dialogo costruttivo tra rappresentanti del Governo e membri del Comitato CEDAW circa l’implementazione della CEDAW in Italia negli ultimi quattro anni, ha fatto richiesta all’Italia di fornire i dati sui femminicidi, il Governo italiano non è stato in grado di fornire questa risposta, semplicemente perché le istituzioni non raccolgono i dati sugli omicidi facendo utilizzo di tutti gli indicatori di genere e rendendo quindi impossibile distinguere quanti, tra gli omicidi di donne, possano considerarsi omicidi basati sul genere (femmicidi).