[pronunce]

Considerato che - al di là della cadenza con cui i diversi profili di incostituzionalità sono evocati e sviluppati nel contesto dell'ordinanza di rimessione - il nucleo argomentativo di fondo svolto dal Tribunale di Napoli ruota essenzialmente intorno alla contestata impossibilità di celebrare un simultaneus processus (per cause asseritamente connesse per oggetto e titolo) presso un'autorità giudiziaria scelta secondo gli stessi criteri di competenza territoriale fissati dalla norma impugnata, che darebbero maggiori garanzie di imparzialità e terzietà nell'esame di condotte direttamente o indirettamente riferibili a magistrati; che, tuttavia, il Tribunale non tiene in debito conto che la giurisprudenza di questa Corte - ferma, sotto altro aspetto, nel sottolineare come il principio costituzionale di eguaglianza non comporti il divieto di regolamentare modelli processuali diversi, onde le soluzioni volte a garantire un giusto processo non devono seguire linee direttive necessariamente identiche per ogni tipo di processo (sentenze n. 147 del 2004, n. 444 e n. 78 del 2002, n. 51 del 1998) - è altrettanto consolidata nell'affermare che l'esigenza del simultaneus processus non è elevata a regola costituzionale, ma si configura quale mero espediente processuale finalizzato (ove possibile) all'economia dei giudizi ed alla prevenzione del pericolo di giudicati contraddittori (di recente, ordinanze n. 90 del 2002 e n. 398 del 2000); sicché la sua inattuabilità non riguarda né il diritto di azione né quello di difesa, una volta che la pretesa sostanziale del soggetto interessato possa essere fatta valere nella competente, pur se distinta, sede giudiziaria con pienezza di contraddittorio e di difesa (sentenze n. 451 del 1997 e n. 295 del 1995); che tali considerazioni consentono, in primo luogo, di superare le censure riferite alla dedotta violazione dell'art. 24 Cost., anche con riferimento all'ulteriore profilo relativo alla conseguente necessità per la parte di sostenere i costi di separati giudizi, rispetto al quale è sufficiente ribadire che la duplicazione dell'onere delle spese processuali, a carico di chi non possa avvalersi del simultaneus processus, non costituisce violazione del diritto di azione, che non garantisce la gratuità della prestazione giudiziaria, ma al contrario - imponendo di assicurare ai non abbienti i mezzi per agire e difendersi davanti a ogni giurisdizione - muove dal presupposto che sia legittimo imporre oneri patrimoniali a carico di coloro nei cui riguardi è esplicata un'attività di giustizia (ordinanza n. 18 del 1999); che, in secondo luogo, l'impossibilità di celebrare un unico giudizio non può cagionare, di per sé, le paventate «lungaggini incidenti anche sulla ragionevole durata del processo», e quindi la violazione anche dell'art. 111 Cost., giacché le diverse cause ben possono essere proposte e trattate contemporaneamente; mentre all'eventuale possibilità di giudicati contrastanti può ovviarsi, o preventivamente (ricorrendone le condizioni), mediante la sospensione ex art. 295 cod. proc. civ. , o successivamente, attraverso il ricorso ai normali strumenti impugnatori; che la palese erroneità della prospettiva da cui muove il rimettente – basata sull'attribuzione di un'eccessiva valenza al simultaneus processus, evocato senza neppure porre il problema della compatibilità del rito ordinario del processo contro il Ministero della giustizia con quello speciale disciplinato dall'art. 5 della legge n. 117 del 1988 (cfr. sentenza n. 67 del 2005) - si manifesta anche con riferimento all'assunta interdipendenza delle condotte su cui i due diversi giudici sarebbero, nella specie, chiamati a pronunciarsi, che determinerebbe la dedotta violazione degli artt. 3 e 111 Cost.; che infatti - anche a prescindere dalla considerazione che in nessuno dei due giudizi compaiono magistrati come parti formali o sostanziali (ordinanza n. 301 del 1999) - dalla stessa descrizione dei fatti riportata nell'ordinanza di rimessione emerge come le due domande risarcitorie proposte dall'attore abbiano per oggetto la condanna del Ministero della giustizia e del Presidente del Consiglio dei ministri, chiamati a rispondere «ciascuno per il proprio titolo e per le proprie sfere di competenza nelle descritte vicende», rispettivamente per responsabilità dell'organizzazione dei servizi amministrativi della giustizia, da un lato, e per responsabilità dei magistrati, dall'altro; che, dunque, le due cause (diverse per soggetti, petitum e causa petendi) possono, al massimo, implicare un'eventuale mera connessione probatoria in riferimento a condotte strutturalmente diverse (in quanto connotate dalla diversa funzione rivestita) di soggetti che non sono parti dei due giudizi, palesemente inidonea a costituire condizione per l'invocato spostamento di competenza o a fondare una solidarietà passiva delle parti convenute; che infine, con riferimento all'art. 25 Cost., il principio del giudice naturale è comunque rispettato da una regola di competenza prefissata rispetto all'insorgere della controversia e non è invece utilizzabile per sindacare la scelta legislativa che in quella regola si esprime (ordinanza n. 193 del 2003); che, pertanto, la sollevata questione, relativamente a tutti gli evocati profili, deve essere dichiarata manifestamente infondata. Visti gli artt. 26, secondo comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87, e 9, comma 2, delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale.. . per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE dichiara la manifesta infondatezza della questione di legittimità costituzionale dell'art. 4, comma 1, della legge 13 aprile 1988, n. 117 (Risarcimento dei danni cagionati nell'esercizio delle funzioni giudiziarie e responsabilità civile dei magistrati), sollevata, in riferimento agli artt. 3, 24, 25, 101 e 111 della Costituzione, dal Tribunale di Napoli, con l'ordinanza indicata in epigrafe. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 21 marzo 2005. F.to: Guido NEPPI MODONA, Presidente Franco BILE, Redattore Giuseppe DI PAOLA, Cancelliere Depositata in Cancelleria il 25 marzo 2005. Il Direttore della Cancelleria F.to: DI PAOLA