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Trovandosi in un «limbo», non essendo riconosciuta giuridicamente, la professione di osteopata ricerca, in collaborazione con la politica istituzionale, europea, nazionale e regionale, normative sull'esercizio professionale osteopatico, collezionando, in grandi quantità, progetti di legge, audizioni nelle Commissioni parlamentari, progetti di legge quadro, collaborazioni istituzionali, eccetera, utili al principio, ma inconsistenti ai fini pratici. Tuttavia, in Italia svolgono la loro attività «professionale» numerosi osteopati, con molte associazioni o accademie deputate alla loro formazione. Tale situazione dà origine a due filoni di indagine e di intervento: a) da parte dell'autorità amministrativa; b) da parte dell'autorità giudiziaria. Quanto all'autorità amministrativa, essa sembrava voler trovare una soluzione più che altro in riferimento alla posizione degli osteopati in Italia; le autorità locali, con in testa sindaci e aziende sanitarie locali, hanno ritenuto l'attività dell'osteopata come «abusiva» in quanto coloro che la esercitano non risultano in possesso del titolo di abilitazione all'esercizio professionale in contrasto quindi con l'articolo 100 del testo unico delle leggi sanitarie, di cui al regio decreto 27 luglio 1934, n. 1265. Una siffatta impostazione del problema risulta giuridicamente errata, come di seguito esposto. La Corte costituzionale si limita a dire che la professione dell'osteopata non necessita né di speciale abilitazione né di iscrizione in appositi albi o elenchi. Ma non ci dice -- e giustamente -- che il ricondurre la professione dell'osteopata agli articoli 35 e 41 della Costituzione significa negare che la professione dell'osteopata sia oggi in Italia una professione inserita nel mondo sanitario e nel correlato sistema giuridico-normativo. In altri termini, se le professioni intellettuali e non, comunque gravitanti o incidenti sul mondo sanitario e, principalmente, nel campo della salute dei cives , sono disciplinate dalla legge ordinaria, la constatazione che l'attività dell'osteopata non è, al contrario, disciplinata dalla normativa statale in materia sanitaria, sta a dimostrare che tale attività è libera ai sensi dell'articolo 41 della Costituzione, quale espressione della libertà d'iniziativa economica, ma siamo alla presenza di una «libertà di fatto» che si proietta nel mondo della tutela del lavoro in tutte le sue forme ai sensi dell'articolo 35, primo comma, della Costituzione. In quanto libertà di fatto non ha però la tutela specifica di una normazione ordinaria, riceve tutela per normazione di grado costituzionale nei limiti della sua individuazione o configurazione e nulla più. Se manca la norma ordinaria che la preveda e ne disciplini l'attività, questa non può essere procedimentalizzata. Da tale angolo visuale, la constatazione che in Italia l'attività dell'osteopata è configurabile come libertà di fatto viene a dequalificare l'attività stessa che non è ascrivibile a professione intellettuale per la quale è necessaria l'iscrizione in appositi albi o elenchi. L'iscrizione assolve a funzione fondamentale: quella di garanzia per i cives circa la professionalità dell'operatore-lavoratore in date materie. Questo disinteresse della legislazione ordinaria, cioè la mancata attuazione della riserva di legge di cui all'articolo 2229 del codice civile nei confronti dell'attività dell'osteopata, è una lacuna del nostro ordinamento positivo, specie se si constata l'attenzione dimostrata da altri ordinamenti giuridici statali nei confronti dell'osteopatia. Sul piano giuridico, la conseguenza più rilevante è che il sempre crescente numero di italiani che in Italia esercitano l'attività di osteopata, abbiano o non abbiano conseguito il diploma di osteopata, sono semplicemente «lavoratori» cui non è possibile, per diritto positivo, attribuire la qualifica di «operatori sanitari», né tanto meno quella di esercenti una professione intellettuale primaria (in quanto in possesso di diploma di laurea) nel vasto mondo della cura della salute dei cittadini. Non è per caso che la Corte costituzionale non abbia fatto alcun richiamo all'articolo 32 della Costituzione che sancisce e garantisce la tutela della salute come fondamentale diritto dell'individuo e interesse della collettività nel parlare dell'attività dell'osteopata: questi non esercita, sempre stando al nostro diritto positivo, un'attività definibile in termini di «cura» o di «trattamento sanitario» nel senso dell'articolo 32 della Costituzione. Siamo alla presenza di meccanismi e di procedimenti non lineari e neppure trasparenti, posti in essere per ovviare a un vuoto della legge ordinaria che non prefigura l'osteopata disciplinandone l'attività. Tutto ciò accade perché in Italia la cura della salute -- fondamentale diritto dell'individuo -- è ancora appannaggio della medicina tradizionale e delle corrispondenti organizzazioni mediche, le quali sono per principio, se non contrarie, certo non propense a individuare nell'osteopatia una scienza e un'arte afferente alla cura della salute. Oltretutto, poiché l'osteopatia si propone come scienza e arte distinta dalla medicina tradizionale, in quanto i suoi fondamenti originano da presupposti differenti, nonostante l' iter formativo di base presenti similitudini con quello dei medici, e nonostante il diritto-dovere di entrambe alla diagnosi e alla proposta di un piano di cure, il «conflitto», se così può dirsi, risulterebbe inevitabile non fosse altro che per una ragione «costante»: l'osteopata ha fatto la scelta di curare senza farmaci e senza chirurgia (essendo tali compiti di competenza medica). Per ovviare al «conflitto» e per colmare la «lacuna» legislativa, può essere utile ricordare la direttiva 2005/36/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 7 settembre 2005, relativa al riconoscimento delle qualifiche professionali, che concede tale riconoscimento, tra l'altro, in caso di esercizio di una professione per tre anni consecutivi. D'altronde lo stesso articolo 45, del Trattato sul funzionamento dell'Unione europea, nell'assicurare la libera circolazione dei lavoratori, implica segnatamente la facoltà di esercitare una professione, a titolo indipendente o dipendente, in uno Stato membro diverso da quello nel quale gli interessati hanno acquistato le loro qualifiche professionali. Recentemente, come già rilevato, alcuni Paesi membri dell'Unione europea hanno riconosciuto legislativamente l'osteopatia come professione sanitaria primaria, accogliendo pienamente le attese dei professionisti e del vasto pubblico dei pazienti. Si tratta della Danimarca, della Gran Bretagna, del Belgio e della Francia, cui si devono aggiungere i Paesi che hanno da poco fatto il loro ingresso nella Comunità, Svezia e Finlandia. Fermo restando che alcuni Stati membri dell'Unione europea hanno se non altro già una regolamentazione generale delle metodiche curative non convenzionali, altri Stati sono prossimi all'approvazione di provvedimenti analoghi. Proprio alla luce della citata direttiva 2005/36/CE e dell'attenzione favorevole che gli ordinamenti giuridici di sempre più numerosi Stati membri dell'Unione europea mostrano, s'impone una disciplina normativa per l'osteopatia.. Capo I DEFINIZIONE DELL'OSTEOPATIA E SUO INSEGNAMENTO Art. 1. 1.