[pronunce]

- Nel primo conflitto menzionato, proposto dalla II sezione penale del Tribunale di Caltanissetta, si tratta di dichiarazioni (testualmente richiamate nell'esposizione dei fatti) con le quali il deputato, dopo aver ironizzato sul cognome di due magistrati (uno dei quali parte offesa) e averli additati all'attenzione e alla memoria della pubblica opinione, essendo necessario «fermarli finché si è in tempo» e combatterli come «complici», ha affermato con sovrabbondanza di espressioni colorite (a) che i medesimi magistrati appartengono a una magistratura cieca e inetta, che si preoccupa di colpire la cultura e di perseguitare, arrestandola e impedendole di lavorare, una persona quale il Sovrintendente ai beni archeologici di Siracusa, di cui essi non conoscono il valore e che ha bene meritato nella difesa del patrimonio artistico siciliano; (b) che ciò viene fatto in luogo di agire contro i delinquenti e i criminali e, in particolare, contro la mafia che uccide a Palermo (con specifico riferimento a una drammatica e non chiarita vicenda che ha portato al suicidio di un sottufficiale dell'Arma dei Carabinieri); (c) che l'azione giudiziaria contro difensori della cultura è intrapresa da «un giovane magistrato, che arriva, li guarda in faccia e li arresta»; (d) che, così operando, i magistrati mostrano di essere persone ignoranti, peggio dei nazisti nella persecuzione della cultura; (e) che essi sono «amici e sodali» di esponenti della magistratura e della vita politica locale i quali hanno fatto la loro fortuna soltanto usando il nome della mafia. La Camera dei deputati, nella delibera del 17 novembre 1999 con la quale ha invocato l'art. 68, primo comma, della Costituzione per opporre l'insindacabilità delle affermazioni fatte dal deputato, dopo avere sottolineato la posizione di quest'ultimo quale presidente della Commissione cultura della Camera, ha ritenuto, aderendo all'impostazione data alla questione dalla Giunta per le autorizzazioni a procedere, che «nella specie ci si trova in presenza di una manifestazione di critica politica nei confronti di un'azione processuale che aveva provocato un grande clamore nel mondo dell'arte e della cultura in genere, suscitando anche una grande attenzione dell'opinione pubblica siciliana e nazionale». Le citate dichiarazioni, secondo la Camera, costituirebbero «divulgazione e continuazione» di affermazioni fatte dal deputato in sede parlamentare, e precisamente in un dibattito svoltosi il 17 ottobre 1995 presso la Commissione stessa e in una Risoluzione del 19 ottobre 1995, di cui egli è stato cofirmatario con altri membri della Commissione. In tali atti parlamentari (riportati per esteso nell'esposizione dei fatti), oltre ad apprezzamenti negativi sullo stato della legislazione regionale siciliana in materia di beni culturali e sulla «sorta di “federalismo”» ch'essa realizzerebbe, con «danni così gravi al patrimonio artistico che è di interesse generale per il paese», e oltre alla segnalazione della necessità di promuovere iniziative per la riforma di tale legislazione, si trovano: (a) nel primo, una valutazione critica, oltre che dell'operato della magistratura con riferimento ad altro contesto regionale, dell'arresto, richiesto dal sostituto procuratore-parte lesa nel giudizio per diffamazione, e disposto da altro magistrato di Palermo - autori, entrambi, di comportamenti «autoritari al punto di poterli definire “nazisti”» e qualificati come «aggressione alla cultura» operata da magistrati che, ignari del grande valore scientifico e tecnico del Sovrintendente arrestato, «usano il codice come una clava per distruggere la dignità delle persone» -; (b) nel secondo, un riconoscimento dei meriti acquisiti dal Sovrintendente nella difesa e valorizzazione del patrimonio archeologico della Sicilia orientale e una dichiarazione di solidarietà nei suoi confronti per un arresto che è definito causa di «amarezza e perplessità». Ai fini della definizione del conflitto aperto dal ricorso del Tribunale di Caltanissetta, non rileva il fatto che gli interventi del deputato in questione possano definirsi di «critica politica», come affermato dalla Camera dei deputati, né la notorietà e il clamore della vicenda che li ha determinati. A stare alla giurisprudenza recente di questa Corte (a partire dalle sentenze n. 10 e n. 11 del 2000), ciò che occorre è stabilire se, tra le dichiarazioni del deputato nella sede parlamentare e quelle esterne a tale sede, possa individuarsi quella corrispondenza sostanziale di significato che permette di qualificare le seconde come divulgative delle prime. In questo caso, ma non in quello contrario, può essere invocato il primo comma dell'art. 68 della Costituzione per sostenere l'insindacabilità delle dichiarazioni fatte al di fuori del compimento di atti parlamentari tipici. E questa corrispondenza non è dato individuare nella specie poiché, in particolare nelle affermazioni riportate all'inizio del paragrafo alle lettere (b), (c) ed (e), è dato rilevare, oltre alla stigmatizzazione di un provvedimento giudiziario, una serie di valutazioni sulle qualità professionali e personali del magistrato e su sue asserite colpevoli inerzie nell'esercizio delle proprie funzioni, che non trovano alcun riscontro nelle considerazioni svolte in sede parlamentare. Questa constatazione è avvalorata, del resto, dalla stessa relazione della Giunta per le autorizzazioni a procedere sulla cui base l'Assemblea ha deliberato. Per motivare la proposta di insindacabilità, si dice che le dichiarazioni rappresentano, oltre che una «divulgazione», anche una «continuazione» di quelle svolte in sede parlamentare: cioè un andare al di là, oltre il limite da esse segnato. Il ricorso deve dunque essere accolto e la deliberazione parlamentare annullata per l'anzidetta ragione della carenza di sostanziale corrispondenza, senza che occorra esaminare gli ulteriori motivi prospettati dal Tribunale ricorrente a sostegno del conflitto proposto, in particolare quelli circa la non riconducibilità di principio al primo comma dell'art. 68 della Costituzione delle affermazioni fatte nel corso di trasmissioni televisive della cui conduzione si è responsabili in base a un contratto di prestazione professionale e circa l'irrilevanza, quale precedente, di attività parlamentari svolte dopo, sia pure di poco, rispetto alle dichiarazioni tenute al di fuori della sede parlamentare. 3.2.1. - Del secondo conflitto, proposto dalla I sezione penale del Tribunale di Caltanissetta, la difesa della Camera dei deputati sostiene l'inammissibilità per carenza di una sufficiente indicazione delle «ragioni di conflitto», secondo la previsione dell'art. 26 delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale. In particolare, il ricorrente avrebbe omesso di considerare il contenuto dei due atti parlamentari (verbale della seduta della Commissione cultura e risoluzione da questa approvata), ai quali la relazione della Giunta per le autorizzazioni a procedere ha fatto espresso riferimento per motivare la posizione favorevole all'insindacabilità. Ma vale in contrario la constatazione che, nel ricorso, tali atti sono menzionati e presi in considerazione, sia pure per concludere in poche parole per la loro irrilevanza. 3.2.2.