[pronunce]

disposizione della quale la stessa Corte di cassazione ha ripetutamente escluso il contrasto con gli artt. 3 e 35 Cost. 2.4.- Quanto, poi, alla questione prospettata con riferimento all'art. 36 Cost., il parametro della retribuzione proporzionata e sufficiente non avrebbe alcuna attinenza con il giudizio nel quale è stato sollevato l'incidente di costituzionalità, posto che il lavoratore ricorrente non ha mai lamentato di aver percepito, per effetto della retrocessione impugnata, un trattamento retributivo inferiore al minimo costituzionale. Si tratterebbe, dunque, di censura meramente ipotetica e, perciò, inammissibile. In ogni caso, la violazione ipotizzata non sarebbe configurabile. Il lavoratore retrocesso percepisce, infatti, la retribuzione contrattualmente dovuta per le mansioni di destinazione: la retribuzione è, quindi, certamente proporzionale alla quantità e qualità del lavoro svolto, perché è quella percepita da tutti i lavoratori che svolgono tali mansioni. 2.5.- Per quel che attiene, infine, alla questione posta in riferimento agli artt. 1 e 4 Cost., la censura sarebbe anche in questo caso inammissibile, mancando nell'ordinanza di rimessione qualsiasi indicazione in ordine ai motivi del supposto conflitto con i parametri evocati. La Corte rimettente si sarebbe, infatti, limitata a riportare uno stralcio della sentenza n. 194 del 2018 della Corte costituzionale, nel quale si fa riferimento anche agli artt. 1 e 4 Cost. per porre in evidenza il «particolare valore che la Costituzione attribuisce al lavoro»: affermazione indiscutibile, ma che non varrebbe affatto a spiegare le ragioni per le quali la retrocessione dell'autoferrotranviere vulnererebbe tali parametri. Peraltro, se si considera che la retrocessione, consistendo in un'alternativa al licenziamento, determina una riduzione delle ipotesi nelle quali il datore di lavoro ha la facoltà di licenziare, si dovrebbe necessariamente concludere che la previsione di tale sanzione è pienamente conforme alla garanzia di promozione e valorizzazione del diritto al lavoro, desumibile dall'art. 4, primo comma, Cost., valendo a preservare l'interesse del lavoratore al mantenimento dell'occupazione, pur in presenza di un grave inadempimento. 3.- Il Presidente del Consiglio dei ministri non è intervenuto in giudizio.1.- La Corte di cassazione, sezione lavoro, dubita della legittimità costituzionale degli artt. 37, primo comma, numero 5), limitatamente alla «punizione» della retrocessione, 44 e 55, secondo comma, limitatamente all'ipotesi della retrocessione, dell'Allegato A al regio decreto 8 gennaio 1931, n. 148 (Coordinamento delle norme sulla disciplina giuridica dei rapporti collettivi del lavoro con quelle sul trattamento giuridico-economico del personale delle ferrovie, tranvie e linee di navigazione interna in regime di concessione). Ad avviso della Corte rimettente, le norme censurate si porrebbero in contrasto con l'art. 3 della Costituzione. La sanzione disciplinare - di stampo «militaresco» - della retrocessione, da esse prevista nei confronti degli addetti al servizio pubblico di trasporto in regime di concessione, apparirebbe, infatti, «inattuale» e irragionevole: ripercuotendosi a tempo tendenzialmente indeterminato sulla qualifica professionale conseguita dal lavoratore, essa assumerebbe i tratti di una vera e propria pena dal contenuto «mortificante», priva di riscontro nei trattamenti disciplinari riservati alla generalità degli altri dipendenti civili, anche di categorie similari. Le medesime disposizioni violerebbero, altresì, l'art. 2 Cost., che garantisce i diritti inviolabili dell'uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, stante il «retrivo aspetto etico-sociale» della sanzione considerata; l'art. 35 Cost., in quanto il carattere afflittivo e la durata tendenzialmente indeterminata della retrocessione risulterebbero incompatibili con l'imperativo costituzionale di promuovere la formazione e l'elevazione professionale dei lavoratori; l'art. 36 Cost., per la negativa incidenza della sanzione sul diritto del lavoratore a una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del lavoro, e in ogni caso sufficiente ad assicurare un'esistenza libera e dignitosa; infine, gli artt. 1 e 4 Cost., dai quali emerge il particolare valore che la Costituzione attribuisce al lavoro quale strumento per realizzare un pieno sviluppo della personalità umana. 2.- In via preliminare, va escluso che le questioni di legittimità costituzionale sollevate debbano essere dichiarate inammissibili per difetto di incidentalità, in ragione del fatto che l'unico motivo addotto dal ricorrente nel giudizio a quo a sostegno della propria domanda è rappresentato dalla denunciata incostituzionalità di due delle tre disposizioni oggi sottoposte a scrutinio (gli artt. 37 e 44 dell'Allegato A al r.d. n. 148 del 1931), sulla cui base gli sono state inflitte le sanzioni disciplinari di cui chiede di rimuovere gli effetti (eccezione formulata dalla parte costituita nel secondo grado del giudizio principale, ma non riproposta nel presente giudizio). Non vi è, infatti, coincidenza tra petitum del giudizio incidentale e petitum del giudizio principale: l'accoglimento delle questioni rappresenta solo la pregiudiziale logico-giuridica per l'ottenimento del risultato cui mira la domanda, costituito dalla reintegrazione del lavoratore nella qualifica e dalla cessazione della proroga del termine normale per gli aumenti delle retribuzioni (sull'ammissibilità della questione in consimili ipotesi, ex plurimis, sentenze n. 119 del 2020 e n. 16 del 2017; ordinanza n. 138 del 2017). 3.- Neppure ricorre la ragione che indusse questa Corte a dichiarare manifestamente inammissibili precedenti questioni di legittimità costituzionale, intese a censurare la sanzione disciplinare di cui si discute (ordinanze n. 60 del 1994 e n. 458 del 1992). In entrambe le occasioni, questa Corte rilevò che le questioni erano state sollevate da un giudice ordinario (il Pretore di Napoli, sezione distaccata di Pozzuoli), da ritenere ictu oculi carente di giurisdizione, a fronte di quanto disposto dall'art. 58 dell'Allegato A al r.d. n. 148 del 1931, che devolveva la giurisdizione in tema di sanzioni disciplinari a carico del personale addetto ai servizi pubblici di trasporto in concessione al giudice amministrativo. Tale motivo di inammissibilità non è riscontrabile nell'odierno frangente.