[resaula]

non so cosa immaginassero all'epoca gli illustri colleghi economisti, autori di quello studio. Invece gli squilibri ci sono stati e, come ha ricordato oggi il collega Molinari alla Camera, non dobbiamo nasconderci dietro un dito: l'assenza di alcuni strumenti di politica economica, come, ad esempio, la flessibilità del cambio nominale, li ha ampliati e abbiamo poi dovuto gestirli. Come? La strada della negazione dei problemi è sempre foriera di problemi più grandi. Ci siamo trovati ad affrontare un mercato economico, monetario e finanziario integrato senza avere una vigilanza unica, con una vigilanza segmentata; ci siamo trovati ad affrontare delle crisi e, in tutta fretta, abbiamo dovuto predisporre degli strumenti di cosiddetta stabilità. Mi soffermo, quindi, su uno di questi, il MES, di cui oggi abbiamo tanto parlato. Il MES non è stato un grande successo: è stata una cosa nella quale il nostro Paese ha messo 60 miliardi di euro (poi magari parliamo anche di dove li ha trovati e come), senza avere neanche una posizione nel board , nel consiglio di amministrazione di questo organismo, e senza, peraltro, avere alcuna seria prospettiva di beneficiarne. La riforma del meccanismo deve essere seguita con attenzione, perché proprio di questo si tratta: creiamo un meccanismo del quale potremmo eventualmente beneficiare o creiamo un meccanismo chiuso, che ci esclude? La constatazione del fatto che il MES non era stato un grande successo e che l'approvazione era stata particolarmente affrettata ebbe anche delle conseguenze sul nostro ordinamento. Mi hanno raccontato in questa augusta Istituzione, di cui i funzionari sono la nostra guida e la memoria storica, le vicende che hanno portato alla legge n. 234 del 2012. In particolare, l'articolo 5, quello che stabilisce uno specifico e particolare obbligo di informazione per i trattati in materia monetaria e finanziaria, in qualche modo risentiva proprio delle tristi vicende di questo MES, che forse, all'interno di quel Parlamento, qualcuno, anche dell'attuale opposizione, aveva vissuto come un passaggio eccessivamente affrettato, dove ci sarebbe stato bisogno di un supplemento di istruttoria. Mi permetta, quindi, signor Presidente del Consiglio, di ringraziarla per il fatto che lei, in applicazione di questa norma e in completa coerenza con quel principio di centralità del Parlamento che lei fin dal primo giorno affermò in questa sede di voler rispettare, sia venuto ad annunciarci che questo approfondimento tecnico ci sarà. Vent'anni dopo il 1991, il 16 novembre 2011, una fortunata congiunzione astrale fece accadere, in quel giorno fausto - o infausto, a seconda dei punti di vista - per il nostro Paese, due cose: il decreto del Presidente della Repubblica, pubblicato in Gazzetta Ufficiale n. 269, che nominò Presidente del Consiglio un mio attuale collega (anche allora collega in quanto economista), e la pubblicazione del regolamento n. 1176 del Parlamento e del Consiglio dell'Unione europea, che stabiliva il quadro di sorveglianza macroeconomica. Questi due eventi sono un po' in contraddizione perché, mentre veniva nominato un Primo Ministro che applicava ferocemente l'austerità, sulla base dell'unico criterio del debito pubblico, l'Unione ci diceva che il quadro di sorveglianza macroeconomico deve tenere conto di un insieme più variegato e sfaccettato di indicatori economici per valutare la salute di un Paese. Deve tener conto del debito privato, del debito estero, dell'evoluzione del credito e del tasso di disoccupazione. Queste sono le cose che ci chiede e ci chiedeva l'Europa, ovvero di tener conto anche di queste variabili. Occorre allora capire se nei Trattati nei quali l'Italia si accinge ad entrare e che si aggiunge a sottoscrivere, questo quadro, così ampio e sfaccettato, viene tenuto presente. Vi dico una cosa: l'Italia ha un problema di debito pubblico e possiamo anche capire da dove sorge. Esso sorge, per esempio, dall'aver subito una massiccia aggressione al proprio reddito, che ha reso ovviamente molto più difficile sostenere le finanze pubbliche. Se però andassimo a guardare altri indicatori, come ad esempio l'indicatore del debito privato, così come ci viene indicato dalla Commissione europea nel suo quadro di sorveglianza macroeconomica, sapete quanti Paesi dell'eurozona sarebbero in situazioni di infrazione, ovvero oltre il limite? Sarebbero 10 Paesi su 19: Austria, Spagna, Finlandia, Francia, Portogallo, Belgio, Irlanda, Olanda, Cipro e Lussemburgo. Tutti i Paesi virtuosi tranne uno, ovvero la Germania, sarebbero in infrazione. Dunque, quando si parla di mettere condizionalità sugli aiuti che si vogliono dare ai Paesi cerchiamo di guardare un quadro ampio di indicatori e non scegliamo solo quelli che penalizzano noi, così come lei si espresse, in un suo specifico auspicio, esattamente in quest'Aula. A seguito di quell'esperienza, quindi, il coinvolgimento del Parlamento è diventato una norma, che qui si può approfondire. Ad esempio, si potrebbe ragionare su come coinvolgere le Commissioni parlamentari, e lo si può fare, perché il Regolamento del Senato lo consente: l'articolo 31 consente di riunirsi anche in seduta segreta e quindi consente di esaminare i documenti in fasi anticipate del negoziato. Il Regolamento consente tante cose, vedo e so che c'è volontà in questo senso e stiamo dunque operando congiuntamente per attuare questo processo di coinvolgimento democratico. In precedenza è stato evocato il fatto che i Ministri non vanno ai Consigli europei tematici; ma prima i Ministri andavano, tornavano e non dicevano al Parlamento cos'era successo, quindi non è che la democrazia e la partecipazione ne beneficiassero tantissimo. (Applausi dai Gruppi M5S e L-SP-PSd'Az). Ciò che chiediamo all'Europa è una valutazione equilibrata della salute della nostra economia. Ho sentito parlare spesso dell'attacco che starebbe conducendo il presidente Trump, questo orco cattivo che vuole un'Unione europea debole e un euro forte. Certo che anche volere il contrario, cioè volere un euro debole e un'Unione europea forte, è una cosa che va benissimo alla Germania, ma non è che ciò sia di per sé molto più coerente e soprattutto è più tossico per l'economia mondiale. Guardate che l'attacco di Trump, se volete analizzarlo, è spiegato in un libro scritto nel 2012 da un certo professore di provincia, che si era accorto del fatto che gli Stati Uniti ogni tanto si stancano di essere il compratore di ultima istanza dell'economia mondiale e si innervosiscono quando c'è un Paese che vuole prevaricare con politiche monetarie sleali e vuole quindi esercitare un'egemonia sul commercio; è successo al Giappone, sta succedendo alla Cina e il prossimo sapete chi è e purtroppo è un nostro alleato. Questo è il problema: non è che Trump sia cattivo e Draghi buono, ma purtroppo, per tenere insieme i pezzi di questo edificio, o si cambiano le regole di politica economica e si dà maggiore spazio alla politica di bilancio - che è quello che stiamo chiedendo - oppure, continuando a spingere sulla leva monetaria, si deve necessariamente convivere con un euro troppo debole che causa squilibri a livello macroeconomico globale.