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Noi crediamo invece che quella sperequazione esponga le donne a una vulnerabilità. Non mi sentirete mai dire che le donne sono un soggetto fragile: non lo penso, non lo sono e non ci sentiamo di essere un soggetto fragile, ma vulnerabile sì, esposto a più rischi sì, per il contesto sociale nel quale viviamo, perché i dati ci raccontano questo, perché, nonostante tante leggi, non riusciamo a scalfire una dinamica culturale e sociale, che fa fatica a essere debellata; altrimenti non ci spiegheremmo perché, a fronte di norme tanto significative, le donne continuino a essere ammazzate e a subire tante forme di violenza. Cosa ci siamo dette? Quello della riforma del processo civile è un treno. Perché? Lo dico a quest'Assemblea, mi rivolgo a tutti noi ricordando il nostro impegno ad essere coerenti. Cosa c'entra la violenza nel procedimento civile? Come hanno detto alcuni e io mi permetto soltanto di fare una precisazione riportando all'Assemblea un racconto tipo. Molto spesso mi viene detto anche dai miei colleghi che sono troppo appassionata e troppo determinata, che devo capire che ci sono anche altri punti di vista. Allora oggi mi permetto di utilizzare i dieci minuti a mia disposizione per raccontare quello che vivo in qualità di Presidente della Commissione d'inchiesta sul femminicidio, quanti casi mi vengono riportati ogni giorno e quanto mi sento responsabile, da madre e da donna, di dover provare a dare qualche risposta. Il racconto tipo è il seguente. Una donna subisce violenza per tanti anni; violenza psicologica, sessuale, fisica ed economica e decide, per tante ragioni, indipendentemente dalla vicenda penale perché l'uomo che le usa violenza è anche il padre dei suoi figli, cresciuti dentro una famiglia violenta, di voler mettere fine alla relazione. Tante volte lo fa dovendo trovare il coraggio, dovendo superare il senso di colpa, dovendo mettersi in discussione perché quelle scelte le ha fatte lei e pensa di essere lei la responsabile. Deve quindi superare un travaglio interno cercando aiuti spesso difficili. Decide pertanto di mettere fine a quella situazione e va in un'aula civile per dire semplicemente di voler chiudere quella relazione. Ebbene, è lì che compare tutta la storia della sperequazione di potere. Un uomo infatti che si sente messo in discussione nella sua identità - perché alcuni uomini, non tutti, hanno costruito la loro identità anche una dinamica di relazione di forza così sperequata - si sente attaccato, messo sotto accusa e reagisce con lo strumento più grande che ha: l'utilizzo dei figli. Qualsiasi donna di fronte alla minaccia di perdere dei figli, rischia in qualche modo di mettere in discussione anche se stessa e di fare un passo indietro. È questo che accadde oggi nelle aule di giustizia. I figli, dopo aver assistito per anni a scene di violenza, dicono che quel padre non lo vogliono vedere. Di fronte a questo rifiuto, il padre, molto spesso su suggerimento di avvocati che hanno visto tale realtà esistere, accusa la donna della cosiddetta alienazione parentale, di essere cioè una madre che condiziona il minore per cui è lei a determinare il rifiuto espresso dal minore. In ragione di questo - e chiudo su questo racconto comune a tanti casi - alle donne vengono sottratti i figli, vengono presi addirittura con l'uso della forza, come ho segnalato recentemente alla ministra Lamorgese e alla ministra Cartabia. Le donne riferiscono di aver visto la forza pubblica intervenire con dieci poliziotti in casa; un figlio che dice di voler rimanere con la madre, preso con la forza pubblica e sottratto all'amore della madre, alla donna che aveva provato a chiudere una relazione violenta, messo in una casa famiglia. Quella donna addirittura non saprà per mesi e settimane dove è il figlio, che fine ha fatto, non potrà avere sue notizie e parlargli. Questo è il dramma che vivono tante donne. (Applausi) . Questo è il dramma che vivono e io ho il dovere di raccontarvelo perché ogni giorno ci vengono segnalate sofferenze di questo tipo. A tutto questo abbiamo provato a dare delle risposte. I nostri emendamenti sono stati accolti in parte. Riconosco che è stato fatto un lavoro importante. La violenza viene finalmente letta nel procedimento civile. Nella nostra ultima relazione come Commissione d'inchiesta abbiamo fotografato che la formazione e la specializzazione dei magistrati nel procedimento civile è ancora inadeguata. Lo abbiamo denunciato davanti al presidente Curzio, al presidente Salvi, lo abbiamo detto ai vertici della magistratura e al presidente Ermini. Abbiamo detto che sono necessari maggiori investimenti e che non è accettabile che un giudice - ad esempio quello di Aci Trezza - abbia detto che non si poteva usare il braccialetto elettronico quando invece si poteva; non è accettabile che si dica «Lo Stato nulla poteva» (Applausi) ; non è accettabile che si dica che quella donna con il suo comportamento ha determinato poca chiarezza. Non si può accettare. Chiediamo allora formazione. Abbiamo chiesto più potere ai giudici e meno deleghe ai consulenti, che molto spesso non sono formati e si richiamano a tesi ascientifiche non riconosciute dalla comunità internazionale. Abbiamo rilevato la necessità di ascolto del minore: se un minore dice di non voler stare con il padre, è semplice, partiamo dall'indagare la sua volontà. (Applausi) . Perché quel minore non vuole stare con il padre? Non è complicato. Partiamo dalla sua volontà. Tutto ciò l'abbiamo ottenuto con la riforma al nostro esame e crediamo che sia importante. Da ultimo abbiamo detto di porre attenzione all'esecuzione della modalità forzata; l'uso della forza verso un minore che dice di non voler stare con il padre dovrebbe essere veramente l'estrema ratio. Abbiamo provato quindi a stringere quel procedimento. Le misure accolte sono tante; altre non lo sono state, per altre abbiamo dovuto mediare con forze politiche che la pensavano diversamente da noi. Ci tenevo a esprimere il nostro punto di vista, a nome delle tante senatrici che hanno firmato - quasi l'intera Commissione - questi emendamenti. Credo che si sia avviato un lavoro. Guardo al bicchiere mezzo vuoto e mezzo pieno e confido che la ministra Cartabia e tutto il Governo, in quanto legislatore delegato, possano dare piena e più concreta attuazione ai principi della Convenzione di Istanbul, che sono per la prima volta ritmati anche dentro questo procedimento e ai quali va data piena attuazione come una norma sovranazionale che trova immediata e diretta applicazione in Italia; purtroppo ancora oggi, come ci segnalano il Grevio e tutti gli organismi internazionali, tale norma resta in gran parte inattuata nel nostro Paese. Per noi, la sperequazione di potere che rende oggi tante donne vittime di violenza si combatte anche così. Credo che da queste Aule sia necessario non esprimere ogni giorno il cordoglio a una donna che viene ammazzata, ma ribadire l'impegno a proseguire un lavoro che noi, con fatica, umiltà e determinazione, stiamo portando avanti. (Applausi) . PAPATHEU (FIBP-UDC) . Domando di parlare. PRESIDENTE. Ne ha facoltà. PAPATHEU (FIBP-UDC) .