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Non perché medici e operatori siano necessariamente indifferenti, ma perché il dramma che li ha colpiti lascia ben poco spazio e dimensioni come la fiducia e la speranza. Oggi è chiaro a tutti che senza fiducia e speranza pretendere di curare la malattia mentale è come guidare di notte a fari spenti e pensare di arrivare sani e salvi alla meta. Nella pratica quotidiana purtroppo non tutti gli operatori (ma anche familiari, amici e cittadini) colgono fino in fondo l'importanza di mettere al primo posto un rapporto di fiducia e un investimento sulla speranza. Eppure se chiediamo a 100 utenti dell'Italia della salute mentale siamo fortunati se ne troviamo 50 che pensano di avere con chi li cura un rapporto che cresce all'insegna della fiducia e della speranza. Quando è presente permette a ciascuno di credere nelle proprie risorse, nell'importanza e nell'unicità dell'altro: il medico nella persona malata e la persona malata nel medico. Questo disegno di legge vuole mettere la fiducia e la speranza al primo posto, al primo articolo, e pretende che siano misurate. 2. Luoghi belli per salute mentale Chi ha avuto la possibilità di visitare in Italia i luoghi della salute mentale ha potuto cogliere come ancora in troppi luoghi e spazi per i servizi di salute mentale non sorga spontaneo dire « che bel posto », poltroncine colorate, quadri alle pareti, tabelle indicative non fatte a computer. È vero che i servizi di salute mentale hanno « solo » quaranta anni di vita, ma sicuramente sarebbe stato necessario, e sarà necessario, collocarli in luoghi ben più decorosi. Negli ultimi anni qualcosa si è mosso nella giusta direzione, ma è ancora davvero troppo poco. E ovviamente questo non ha nulla a che fare con il lusso, o con la ricerca dell'estetica, ma attiene all'importanza di dare voce alla sofferenza in luoghi che non la mortifichino ulteriormente. Non sarà la poltroncina colorata o la parete color pastello a « guarire » la persona che soffre, ma non lo aiuterà nemmeno sedersi su sedie rotte o attraversare corridoi che non sono stati ridipinti da anni. E allora chiediamo che i luoghi che ospitano la sofferenza mentale abbiano un decoro che in una scala da 1 a 10 valga almeno 7. E allora lo scriviamo che chiediamo una campagna all'insegna del principio « in salute mentale il bello è di casa » e che le risorse, in questa stagione di rinascita, dovranno anche in questo campo cambiare la realtà che abbiamo alle spalle. Perché colori pastello e belle piante fanno la vita un po' migliore, sempre e per tutti. 3. Sapere di ciascuno e di tutti. Utenti e familiari esperti, un jolly prezioso, ovvero il supporto tra pari Che un medico sia esperto di malattie è cosa risaputa e condivisa, che lo sia il cosiddetto « paziente » lo è molto meno e, a volte, per niente. Eppure chiunque ha fatto o sta facendo un'esperienza di malattia, tanto più se duratura nel tempo, di quella malattia inevitabilmente diventa anche lui esperto. Pensiamo a chi ha il diabete o l'ipertensione, un tumore recidivante o l'ulcera allo stomaco: il medico gli dà le medicine e gli prescrive gli esami, ma a « vivere » tutti giorni con la malattia è proprio lui, il « paziente ». Che è chiamato a vagliare le informazioni che gli rimanda il suo corpo, cogliendone le sfumature, gli effetti pratici dell'ultima pillola, le differenze tra la teoria dei risultati attesi e la pratica della realtà vissuta. Il medico, più è bravo e capace, più sfrutterà l'esperienza del suo « paziente » per curarlo al meglio. Purtroppo è una pratica ancora non sufficientemente diffusa, forse perché permane un retaggio di pensiero che in questo modo il medico diventi meno medico e il paziente meno paziente. Mentre è vero il contrario: riconoscendo e valorizzando le esperienze e i saperi reciproci tutti diventano più sapienti. Questa proposta vuole trasmettere e radicare la consapevolezza dell'importanza dello « scambio di saperi » tra chiunque abbia a che fare con la malattia mentale, sia esso un medico, un paziente o un familiare. Per attivare al meglio questo « scambio di saperi », questa proposta mette « dentro » il sistema sanitario, « dentro » i servizi di salute mentale utenti e familiari che hanno fatto un buon percorso di cura, che sono consapevoli del valore della loro esperienza e che quella esperienza, quel sapere , possono trasferirlo ad altri utenti e familiari che sono ancora nel pieno della malattia. E anche, cosa tutt'altro che secondaria, a operatori scettici o prevenuti. Questo disegno di legge vede negli utenti e nei familiari, alla luce dell'esperienza maturata, uno dei suoi punti più qualificanti. Li riconosce formalmente come portatori professionisti del sapere esperienziale. In gergo sono diventati gli utenti e familiari esperti (UFE) e stanno portando vere rivoluzioni in tutte le realtà dove sono stati messi in condizione di operare. Un'esperienza confortata dalla scienza ufficiale che vede in loro una straordinaria occasione per aumentare la centralità e il protagonismo di tutti gli utenti, e anche la fiducia e la speranza e l'adesione ai trattamenti. Una risorsa di grandissimo peso che oggi va ufficialmente sotto il nome di « supporto tra pari » e che la 2ª Conferenza nazionale sulla salute mentale del giugno 2021, voluta e organizzata dal Ministero della salute, ha messo al 1° posto tra le buone pratiche da introdurre nei servizi di salute mentali italiani. 4. Per superare stigma e pregiudizi Lo stigma e i pregiudizi legati alla malattia mentale continuano purtroppo ad essere fortemente radicati, e sono pochi coloro che potendo scegliere, vedono in una persona con malattia mentale una persona con cui parlare, andare a cena o fare un viaggio al mare. Troppo spesso, ancor prima di averci seriamente riflettuto, la vediamo incomprensibile, pericolosa, immodificabile nella sua malattia. Queste persone e le loro famiglie rischiano quasi sempre di essere cancellate dai « file » delle nostre vite e delle nostre comunità, in nome di un quieto vivere che tanto convince in astratto quanto poco poi rende felici nel quotidiano. Sono i pregiudizi, le idee negative su cose e persone di cui nella maggior parte dei casi non abbiamo esperienza concreta o giudizio autonomo. È un sentire negativo che accompagna le persone con malattia mentale nel profondo, le fa sentire ancora più bersagliate dalla sorte. Ne complica i percorsi di cura. Come tutti i pregiudizi anche quello sulla follia non ha basi che lo giustifichino. Basta leggere i giornali per vedere come la « follia » compare a segnare « raptus » di ogni tipo, che tanto più appaiono brutali, tanto più si portano dietro, quasi in automatico, quell'etichetta. I « matti » non commettono più reati dei cosiddetti « normali », non sono, se li avviciniamo con occhio libero, così incomprensibili e guariscono spesso. Si è detto che « le comunità hanno bisogno dei diversi per pensarsi normali », e i « matti » in questo svolgono un « ruolo utilissimo », pagando un prezzo altissimo.