[pronunce]

SENTENZA ha pronunciato la seguentenel giudizio di legittimità costituzionale dell'art. 656, comma 9, lettera a), del codice di procedura penale, come modificato dall'art. 2, comma 1, lettera m), del decreto-legge 23 maggio 2008, n. 92 (Misure urgenti in materia di sicurezza pubblica), convertito, con modificazioni, dalla legge 24 luglio 2008, n. 125, promosso dal Giudice dell'udienza preliminare del Tribunale ordinario di Firenze, nel procedimento penale a carico di N. S., con ordinanza del 14 ottobre 2015, iscritta al n. 16 del registro ordinanze 2016 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 6, prima serie speciale, dell'anno 2016. Visto l'atto di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri; udito nella camera di consiglio del 5 aprile 2017 il Giudice relatore Giorgio Lattanzi.. Ritenuto in fatto Considerato in diritto 1.- Il Giudice dell'udienza preliminare del Tribunale ordinario di Firenze, in funzione di giudice dell'esecuzione, con ordinanza del 14 ottobre 2015 (r.o. n. 16 del 2016) , ha sollevato, in riferimento agli artt. 3 e 27 della Costituzione, una questione di legittimità costituzionale dell'art. 656, comma 9, lettera a), del codice di procedura penale, come modificato dall'art. 2, comma 1, lettera m), del decreto-legge 23 maggio 2008, n. 92 (Misure urgenti in materia di sicurezza pubblica), convertito, con modificazioni, dalla legge 24 luglio 2008, n. 125, nella parte in cui stabilisce che la sospensione dell'esecuzione, anche qualora la pena detentiva non sia superiore a tre anni, non può essere disposta nei confronti dei condannati per il delitto di cui all'art. 624 del codice penale, quando ricorrono due o più circostanze tra quelle indicate dall'art. 625 dello stesso codice. Il rimettente premette che, con sentenza del Giudice dell'udienza preliminare del Tribunale ordinario di Firenze, emessa il 17 maggio 2011 e passata in giudicato il 16 ottobre 2012, N. S. era stato condannato alla pena di tre anni di reclusione e 3.000 euro di multa, per i reati di cui agli artt. 416, 624, 625, primo comma, numeri 2) e 5), e 61, numero 5), cod. pen. Il Procuratore della Repubblica presso il Tribunale ordinario di Firenze - prosegue il giudice a quo - aveva emesso a carico di N. S. l'ordine di esecuzione, senza disporre la sospensione perché il reato oggetto della condanna non lo permetteva. I difensori del condannato avevano proposto un incidente di esecuzione, chiedendo al giudice a quo di sollevare una questione di legittimità costituzionale dell'art. 656, comma 9, lettera a), cod. proc. pen. , per l'esclusione della sospensione dell'esecuzione nel caso di condanna per il delitto di furto aggravato da due o più circostanze tra quelle indicate dall'art. 625 cod. pen. , e di disporre medio tempore la sospensione dell'esecuzione e la scarcerazione del condannato. Con ordinanza del 29 novembre 2012 (r.o. n. 71 del 2013), il giudice a quo aveva sollevato la questione di legittimità costituzionale prospettata dal condannato. La Corte costituzionale, con ordinanza n. 75 del 2014, aveva restituito gli atti al giudice rimettente per valutare se la questione continuava ad essere rilevante e non manifestamente infondata, visto che era entrato in vigore il decreto-legge 1° luglio 2013, n. 78 (Disposizioni urgenti in materia di esecuzione della pena), convertito, con modificazioni, dalla legge 9 agosto 2013, n. 94, il quale aveva escluso il delitto di furto aggravato da due o più circostanze tra quelle indicate dall'art. 625 cod. pen. dall'elenco dei reati per i quali l'esecuzione non poteva essere sospesa. Ad avviso del giudice rimettente la questione continuava ad essere rilevante e non manifestamente infondata. Nonostante il condannato avesse ottenuto dal magistrato di sorveglianza, in via d'urgenza, l'applicazione della misura dell'affidamento in prova al servizio sociale, l'incidente di esecuzione non avrebbe potuto essere definito indipendentemente dalla risoluzione della questione sollevata, perché se «la norma richiamata fosse [stata] ritenuta costituzionalmente illegittima il Pubblico Ministero avrebbe dovuto sospendere l'esecuzione non sussistendo, nel caso in esame, altro motivo ostativo». La questione sarebbe, pertanto, rilevante nel giudizio a quo «stante la futura incidenza dell'eventuale pronuncia favorevole ai fini del riconoscimento della riparazione per l'ingiusta detenzione subita dal condannato in attesa della concessione della misura alternativa, per circa un mese». Si tratterebbe, infatti, «di una situazione che si è determinata in applicazione della precedente formulazione dell'art. 656 c.p.p. e che ha avuto termine con l'applicazione della nuova normativa». Perciò «l'accertamento dell'illegittimità della norma in questione [sarebbe] determinante ai fini dell'affermazione circa la liceità o meno dell'applicazione della misura restrittiva della libertà personale subita dal condannato». Sarebbe applicabile - prosegue il giudice a quo - la giurisprudenza costituzionale che afferma «la persistenza della rilevanza, anche nel caso in cui la norma sottoposta a scrutinio sia stata dichiarata incostituzionale o sostituita da una successiva, perché, ove un determinato provvedimento sia stato adottato sulla base di una norma poi abrogata o dichiarata costituzionalmente illegittima, "la legittimità dell'atto deve essere esaminata, in virtù del principio tempus regit actum, con riguardo alla situazione di fatto e di diritto esistente al momento della sua adozione" (sentenze n. 78 del 2013, n. 177 del 2012, n. 321 del 2011, n. 209 del 2010, n. 391 del 2008, n. 509 del 2000)». Ciò posto, il giudice rimettente ritiene che con riferimento all'art. 3 Cost. la questione non sia manifestamente infondata: «l'irragionevolezza della scelta legislativa operata con riferimento all'art. 656 del c.p.p. si concretizz[erebbe] nel paragone tra le ipotesi di furti pluriaggravati [...] per i quali non è prevista la sospensione dell'esecuzione e altre fattispecie delittuose per le quali, sempre in presenza di una sentenza di condanna ad una pena detentiva non superiore ai tre anni, tale sospensione è obbligatoria». L'irragionevolezza della norma emergerebbe anche dal «paragone tra le ipotesi di furti pluriaggravati e le altre fattispecie previste dallo stesso nono comma dell'art. 656 del c.p.p. come ostative alla sospensione esprimendo esse una presunzione di pericolosità del condannato».