[pronunce]

Il giudice rimettente ricorda quindi la pronuncia di questa Corte n. 81 del 2014, che, pur dichiarando inammissibile la questione di legittimità costituzionale dell'art. 31 della legge n. 646 del 1982, concernente il «carattere irragionevole e sproporzionato della pena» prevista, aveva tuttavia ravvisato un «indubbio profilo di criticità del paradigma punitivo considerato», da riconoscere, secondo il giudice a quo, nella «estensione dell'incriminazione a condotte che non ledono il bene che la norma si prefigge di proteggere». L'omessa comunicazione delle variazioni patrimoniali riguardanti le persone sopraindicate potrebbe essere «ritenuta offensiva dell'interesse alla loro conoscenza», sì che sarebbe legittimo sanzionarla penalmente, ma ciò non dovrebbe avvenire quando le variazioni patrimoniali vengono realizzate mediante atti soggetti a pubblicità legale. Non varrebbe obiettare che la norma censurata mira ad assicurare la conoscenza effettiva delle variazioni perché, per «le Autorità, la trascrizione e (anche) la registrazione determinano la conoscenza effettiva del negozio giuridico che ne forma oggetto», sicché esse, «a seguito di detti adempimenti, acquisiscono effettivamente e concretamente notizia delle variazioni patrimoniali», anche se «le Autorità in questione non coincidono con quella specificamente indicata dall'art. 30» della legge n. 646 del 1982. Alla medesima conclusione dovrebbe pervenirsi riconoscendo la natura di reato di sospetto alla fattispecie considerata. Il sospetto consisterebbe nel fatto che «l'omessa comunicazione della variazione patrimoniale e, quindi, la volontà di non informare le Autorità, sottenda ad attività illecite e, in particolare, ad attività costituenti reato». Nel caso, però, di variazione patrimoniale realizzata con atto pubblico, vi sarebbe una «oggettiva incompatibilità della variazione con l'ignoranza di essa da parte delle Autorità», prima ancora che una «soggettiva incompatibilità con la volontà di non informare le Autorità da parte dell'agente». Pertanto il sospetto sull'omessa comunicazione non avrebbe ragion d'essere, così come non avrebbe ragion d'essere l'incriminazione di tale omissione. In conclusione, il profilo di criticità della fattispecie incriminatrice prevista dall'art. 31 della legge n. 646 del 1982 andrebbe individuato nel fatto che tale disposizione, alla stregua del diritto vivente, ingloberebbe anche condotte, quali le omissioni delle comunicazioni riguardanti le variazioni patrimoniali compiute con atti pubblici, soggette a trascrizione nei registri immobiliari e a registrazione a fini fiscali, che, essendo inoffensive, secondo le stesse indicazioni provenienti da questa Corte, non dovrebbero esservi ricomprese. La normativa censurata violerebbe, pertanto, l'art. 3 Cost., determinando una «irragionevole disparità di trattamento in danno dei soggetti tenuti alla comunicazione ai sensi dell'art. 30 della legge 13 settembre 1982, n. 646». Sarebbe violato anche l'art. 13, primo comma, Cost., essendo previsto «un sacrificio del bene fondamentale della libertà personale in assenza di un'offesa ad altro bene giuridico». Inoltre la norma denunciata si porrebbe in contrasto con l'art. 25, secondo comma, Cost., configurando come reato, «per coloro che sono gravati da determinati precedenti giudiziari, fatti non offensivi di alcun bene che per la generalità dei soggetti non solo non costituiscono illecito ma sono anzi tutelati dall'ordinamento, finendo pertanto per punire la mera disubbidienza, in contrasto con la funzione propria della pena e con il distinto ruolo di essa rispetto a quello della misura di sicurezza». Infine, sarebbe configurabile la violazione dell'art. 27, terzo comma, Cost., in quanto, «essendo la percezione dell'antigiuridicità del proprio comportamento presupposto della rieducazione del condannato, con la punizione di mere violazioni di doveri, non offensive di alcun bene, come avviene nei casi in questione, la previsione si pone in contrasto con la funzione rieducativa della pena». In punto di rilevanza, il giudice a quo rileva che la dichiarazione di illegittimità costituzionale nei termini prospettati inciderebbe direttamente sulla qualificazione giuridica della condotta descritta nell'imputazione (in quanto la variazione patrimoniale, oggetto di omessa comunicazione, è stata realizzata mediante atto pubblico notarile), condizionando conseguentemente la decisione del giudizio in corso. 2.- È intervenuto nel giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, e ha chiesto che la questione sia dichiarata inammissibile, «ovvero manifestamente infondata o infondata». L'Avvocatura generale, dopo aver ricordato che le norme censurate avevano formato oggetto di varie questioni di legittimità costituzionale, tutte risolte negativamente, ha rilevato che l'orientamento della Corte di cassazione, favorevole alla configurabilità del delitto in esame anche quando l'omessa comunicazione riguarda operazioni effettuate mediante atti pubblici, era già «ampiamente maturato» nel momento in cui era stata emessa la sentenza di questa Corte n. 81 del 2014, e ha sostenuto che tale circostanza influisce sull'ammissibilità delle questioni, perché secondo il giudice a quo sarebbe proprio il mutamento della giurisprudenza a giustificare una nuova rimessione della questione. Inoltre secondo l'Avvocatura dello Stato, in relazione ai reati omissivi propri, sarebbe «sempre ammissibile una indagine sull'effettiva e consapevole volontà dell'imputato, sul quale grava il relativo onere probatorio, di omettere la prescritta comunicazione». L'assenza di «alcuna informazione in ordine a tale profilo» determinerebbe «il difetto di rilevanza della questione di costituzionalità o, comunque, la carenza di adeguata motivazione sul punto». In ogni caso le questioni sarebbero «manifestamente infondate o infondate». Esse risentirebbero della errata individuazione della finalità perseguita dal legislatore mediante la prescrizione dell'obbligo informativo. Questo obbligo avrebbe una funzione «anticrimine», nell'ambito di un articolato sistema di contrasto della criminalità organizzata caratterizzato dall'utilizzazione di «strumenti di tipo patrimoniale». La comunicazione prescritta dall'art. 30 della legge n. 646 del 1982 e dall'art. 80 del d.lgs. n. 159 del 2011 avrebbe una funzione strumentale rispetto ai controlli periodici previsti dalla stessa normativa di prevenzione, intesi a verificare che non perduri il collegamento dell'interessato con la criminalità organizzata. Tale comunicazione avrebbe dunque una «finalità di ordine pubblico», iscrivendosi tra i meccanismi di contrasto del fenomeno associativo criminale di stampo mafioso. L'omessa comunicazione di variazioni patrimoniali effettuate «mediante atti soggetti a pubblicità» non sarebbe inoffensiva, in quanto la verifica sistematica ed analitica da parte della Guardia di Finanza, obiettivo perseguito dalla norma, non potrebbe essere surrogata dalla semplice conoscibilità degli atti dispositivi patrimoniali (di incremento o decremento) compiuti in forma pubblica.