[pronunce]

SENTENZA ha pronunciato la seguentenei giudizi di legittimità costituzionale dell'art. 53, secondo comma, della legge 24 novembre 1981, n. 689 (Modifiche al sistema penale), promossi dal Giudice per le indagini preliminari del Tribunale ordinario di Ravenna con ordinanza del 5 ottobre 2020 e dal Giudice per le indagini preliminari del Tribunale ordinario di Taranto con ordinanza del 14 aprile 2021, iscritte, rispettivamente, al n. 177 del registro ordinanze 2020 e al n. 129 del registro ordinanze 2021 e pubblicate nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 51, prima serie speciale, dell'anno 2020 e n. 37, prima serie speciale, dell'anno 2021. Visti gli atti di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri; udito nella camera di consiglio del 12 gennaio 2022 il Giudice relatore Francesco Viganò; deliberato nella camera di consiglio del 12 gennaio 2022.. Ritenuto in fatto Considerato in diritto 1.- Con ordinanza del 5 ottobre 2020 (r.o. n. 177 del 2020), il Giudice per le indagini preliminari del Tribunale ordinario di Ravenna ha sollevato questioni di legittimità costituzionale dell'art. 53, secondo comma, della legge 24 novembre 1981 n. 689 (Modifiche al sistema penale), «nella parte in cui [...] prevede che, nel determinare l'ammontare della pena pecuniaria in sostituzione della pena detentiva di durata sino a sei mesi, il giudice individui il valore giornaliero al quale può essere assoggettato l'imputato, da moltiplicare per i giorni di pena detentiva, in un valore [...] che non può essere inferiore alla somma indicata dall'art. 135 c.p., pari a euro 250,00, anziché fare applicazione dei criteri di ragguaglio di cui all'art. 459, co. 1 bis, c.p.p., ovvero poter fare applicazione dei meccanismi di adeguamento di cui all'art. 133 bis del codice penale», denunziandone il contrasto con gli artt. 3, secondo comma, e 27, terzo comma, della Costituzione. 1.1.- Il rimettente è investito dell'opposizione avverso un decreto penale di condanna proposta da R. B., imputato del delitto di cui all'art. 22, comma 12, del decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286 (Testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell'immigrazione e norme sulla condizione dello straniero), il quale ha chiesto l'applicazione, ex art. 444 del codice di procedura penale, della pena di 2 mesi e 20 giorni di reclusione, oltre a 2.222,22 euro di multa, con sostituzione della pena detentiva con la pena pecuniaria, ai sensi dell'art. 53 della legge n. 689 del 1981. Poiché detta sostituzione dovrebbe avvenire sulla base del tasso minimo di ragguaglio previsto dall'art. 135 del codice penale, richiamato dall'art. 53, secondo comma, della legge n. 689 del 1981, pari a 250 euro per un giorno di pena detentiva, nel caso di specie la pena detentiva andrebbe sostituita con una pena pecuniaria di 20.000 euro, cui si aggiungerebbero 2.222,22 euro di multa, per la somma complessiva di 22.222,22 euro. 1.2.- La necessità di applicare l'art. 53, secondo comma, della legge n. 689 del 1981 - che prevede tale tasso minimo di ragguaglio, ma che appare al giudice di problematica compatibilità con la Costituzione - fonderebbe la rilevanza delle questioni. 1.3.- Quanto alla non manifesta infondatezza, il giudice a quo evidenzia che, stante il carattere mobile del rinvio all'art. 135 cod. pen. operato dall'art. 53, secondo comma, della legge n. 689 del 1981, l'innalzamento del tasso di ragguaglio previsto dalla disposizione codicistica, da 38 a 250 euro per un giorno di pena detentiva (in forza dell'art. 3, comma 62, della legge 15 luglio 2009, n. 94, recante «Disposizioni in materia di sicurezza pubblica»), avrebbe reso eccessivamente onerosa, per il condannato, la sostituzione delle pene detentive di breve durata prevista dall'art. 53, secondo comma, della legge n. 689 del 1981. 1.3.1.- Richiamando ampi stralci della sentenza n. 15 del 2020 di questa Corte, il rimettente denuncia come, nella vigenza dell'attuale disciplina, la sostituzione della pena detentiva con la pena pecuniaria sia divenuta «un privilegio per soli condannati abbienti», con l'introduzione nell'ordinamento di una irragionevole discriminazione, in contrasto con i principi di uguaglianza sostanziale e ragionevolezza di cui all'art. 3, secondo comma, Cost., ma anche con la finalità rieducativa della pena sancita dall'art. 27, terzo comma, Cost. 1.3.2.- Non sarebbe d'altra parte praticabile un'interpretazione costituzionalmente orientata della disposizione censurata, atteso che l'art. 53, secondo comma, della legge n. 689 del 1981 è stato modificato dall'art. 4 della legge 12 giugno 2003, n. 134 (Modifiche al codice di procedura penale in materia di applicazione della pena su richiesta delle parti), con l'espunzione del richiamo all'art. 133-bis cod. pen. , che consente al giudice di diminuire la pena pecuniaria stabilita dalla legge sino ad un terzo quando, per le condizioni economiche del reo, ritenga che la misura minima sia eccessivamente gravosa. Tale modifica precluderebbe al giudice di adeguare, nel caso concreto, l'ammontare della pena pecuniaria sostitutiva alle effettive condizioni economiche del reo, con conseguente lesione, ancora una volta, degli artt. 3, secondo comma, e 27, terzo comma, Cost. 1.4.- Conclusivamente, ritiene il giudice a quo che «il criterio di ragionevolezza ed il principio di uguaglianza sostanziale, oltre alla finalità rieducativa cui le pene devono sempre tendere impongano che, anche nel caso di sostituzione della pena detentiva breve con quella pecuniaria ai sensi dell'art. 53, co. 2, della legge n. 689/81, si faccia applicazione dei medesimi criteri di cui all'art. 459, co. 1 bis, c.p.p. , dettati in materia di decreto penale di condanna, oppure si consenta al giudice di applicare i meccanismi di adeguamento di cui all'art. 133 bis del codice penale». 2.- È intervenuto in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che le questioni di legittimità costituzionale siano dichiarate inammissibili. 2.1.- L'inammissibilità discenderebbe, innanzitutto, dal difetto di motivazione sulla rilevanza delle questioni. Il giudice a quo non avrebbe chiarito per quale motivo la pena pecuniaria sostitutiva sarebbe eccessivamente gravosa per l'imputato, il quale, accedendo al patteggiamento, beneficerebbe dello sconto di pena previsto dall'art. 444, comma 2, cod. proc. pen. ed eviterebbe altresì l'applicazione della pena accessoria del pagamento del costo medio di rimpatrio del lavoratore straniero assunto illegalmente di cui all'art. 22, comma 12-ter, del d.lgs.