[pronunce]

, di una pena detentiva alternativa più elevata nel massimo rispetto a quella che - secondo la soluzione adottata dalle sezioni unite della Corte di cassazione con la citata sentenza 31 gennaio-31 maggio 2013, n. 23866 - connota il delitto in esame, può giustificarsi anche alla luce dell'ampia varietà di situazioni alle quali è applicabile la norma incriminatrice del codice penale (la quale reprime non soltanto l'inosservanza della generalità dei provvedimenti giurisdizionali relativi all'affidamento di persone minori o incapaci, ma anche di quelli che prescrivano misure cautelari a difesa della proprietà, del possesso o del credito). 7.- Considerazioni similari possono formularsi anche in rapporto al reato di inosservanza degli ordini di protezione contro gli abusi familiari, di cui all'art. 6 della legge n. 154 del 2001 (che mutua dall'art. 388 cod. pen. tanto la risposta punitiva che il regime di perseguibilità a querela): delitto la cui eterogeneità rispetto alla figura criminosa in esame si presenta ancora più marcata. L'ordine di protezione è, infatti, una misura civilistica - temporalmente circoscritta (art. 342-ter, terzo comma, cod. civ. ) - contro la violenza delle relazioni familiari, che si affianca alla misura cautelare penale dell'allontanamento dalla casa familiare, prevista dall'art. 282-bis del codice di procedura penale (aggiunto dall'art. 1 della medesima legge n. 154 del 2001). Il suo presupposto, ai sensi dell'art. 342-bis cod. civ. , è rappresentato da una «condotta del coniuge o di altro convivente» che sia «causa di grave pregiudizio all'integrità fisica o morale ovvero alla libertà dell'altro coniuge o convivente». In presenza di essa, il giudice, su istanza di parte, può ordinare la cessazione della condotta pregiudizievole e disporre l'allontanamento dalla casa familiare del coniuge o del convivente che se ne è reso responsabile, prescrivendogli, altresì, ove occorra, di non avvicinarsi ai luoghi abitualmente frequentati dall'istante (art. 342-ter, primo comma, cod. civ.). Appare, dunque, evidente come il provvedimento giudiziario salvaguardato dalla sanzione penale - ancorché adottato nell'ambito del procedimento di divorzio, secondo quanto previsto dall'art. 8, comma 1, della legge n. 154 del 2001 - abbia presupposti e finalità ben diversi da quelli del provvedimento che impone al coniuge divorziato di corrispondere un assegno a titolo di contributo al mantenimento dei figli minori: circostanza che impedisce nuovamente di far discendere dalla comparazione tra le due figure criminose l'esigenza costituzionale di rendere perseguibile a querela il reato di cui all'art. 12-sexies della legge n. 898 del 1970. 8.- Il giudice a quo torna, da ultimo, a denunciare la disparità di trattamento rispetto al delitto di violazione degli obblighi di assistenza familiare (art. 570 cod. pen. ): tema sul quale, come accennato, la Corte si è già ripetutamente pronunciata nella seconda metà degli anni '90 dello scorso secolo. La censura formulata dal rimettente assume, peraltro, carattere di novità, connettendosi alla ricostruzione della sfera applicativa della fattispecie operata dalla Corte di cassazione con la sentenza 31 gennaio-31 maggio 2013, n. 23866, già più volte citata ad altri fini. Nell'occasione, il giudice della nomofilachia ha affermato che - contrariamente a quanto sino ad allora ritenuto dalla giurisprudenza di legittimità - l'indistinto richiamo dell'art. 12-sexies della legge n. 898 del 1970 alle «pene previste dall'art. 570 del codice penale» deve intendersi riferito alle pene alternative previste dal primo comma di tale articolo, e non a quelle congiunte comminate dal secondo comma. A fianco di argomenti di ordine storico e sistematico, le sezioni unite hanno posto a fondamento di tale conclusione una significativa rivisitazione dello spettro di tutela dell'art. 570, primo comma, cod. pen. Secondo la tradizionale lettura giurisprudenziale - avuta di mira anche da questa Corte nelle precedenti decisioni dianzi ricordate - la violazione degli obblighi di assistenza materiale connessi alla qualità di coniuge o di genitore doveva ritenersi punita esclusivamente dal secondo comma dell'art. 570 cod. pen. , attenendo la previsione punitiva del primo comma ai soli obblighi di assistenza morale. Proprio da tale premessa la giurisprudenza desumeva unanimemente che la pena applicabile per il delitto in esame fosse quella, più grave, prevista dal secondo comma dell'art. 570 cod. pen.: ciò, in ragione del fatto che l'art. 12-sexies sanziona la violazione di un obbligo di assistenza economica, e non già morale, con conseguente assimilabilità della figura criminosa per l'appunto alle ipotesi del secondo comma dell'art. 570 cod. pen. , piuttosto che a quelle del primo. Prospettiva nella quale, peraltro, la fattispecie codicistica finiva per risultare, anche sul piano oggettivo, marcatamente asimmetrica - e più angusta - rispetto a quella delineata dalla legge speciale: la rilevanza penale della violazione degli obblighi di assistenza materiale nei confronti del coniuge convivente o separato, ovvero del figlio di coniugi conviventi, risultava, infatti, subordinata ad un estremo - far mancare i mezzi di sussistenza all'avente diritto (art. 570, secondo comma, numero 2, cod. pen.) - non richiesto nell'ipotesi regolata dall'art. 12-sexies della legge n. 898 del 1970. Ad avviso delle sezioni unite, tuttavia, l'assunto per cui il primo comma dell'art. 570 cod. pen. sanzionerebbe la violazione dei soli obblighi di assistenza morale non può essere condiviso. Una nozione "allargata" dell'assistenza familiare - comprensiva anche degli obblighi di tipo materiale ed economico - sarebbe, infatti, imposta dalla normativa civilistica, nonché dal consolidato indirizzo della giurisprudenza civile, secondo il quale l'obbligo di assistenza «va ben al di là dell'obbligo di non far mancare al coniuge e ai figli i mezzi di sussistenza, ossia ciò che è indispensabile per farli vivere» (Corte di cassazione, sezioni unite, sentenza 31 gennaio-31 maggio 2013, n. 23866). In questa diversa prospettiva, la figura criminosa descritta dall'art. 12-sexies della legge n. 898 del 1970 - imperniata sul semplice inadempimento dell'obbligo di corrispondere l'assegno stabilito dal giudice civile - si avvicinerebbe maggiormente, nella sostanza, a quella delineata dal citato primo comma dell'art. 570 cod. pen. , che non a quella, più circoscritta, del secondo comma, costruita attorno alla privazione dei mezzi di sussistenza e, perciò, alla presenza di uno stato di bisogno del soggetto passivo. Secondo il rimettente, il nuovo quadro interpretativo determinato dalla pronuncia delle sezioni unite imporrebbe di riconsiderare le conclusioni cui questa Corte era in precedenza pervenuta. La fattispecie disciplinata dal primo comma dell'art. 570, cod. pen.