[pronunce]

ORDINANZA ha pronunciato la seguentenel giudizio di legittimità costituzionale degli artt. 146-bis e 147-bis delle norme di attuazione del codice di procedura penale, promosso, nell'ambito di un procedimento penale, dal Tribunale di Gela con ordinanza del 16 ottobre 2001, iscritta al n. 110 del registro ordinanze 2002 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 12, prima serie speciale, dell'anno 2002. Visto l'atto di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri; udito nella camera di consiglio del 9 ottobre 2002 il Giudice relatore Guido Neppi Modona. Ritenuto che il Tribunale di Gela, su eccezione della difesa, ha sollevato, in riferimento agli artt. 3, 24 e 111 della Costituzione, questione di legittimità costituzionale degli artt. 146-bis e 147-bis delle norme di attuazione del codice di procedura penale, &laquo;nella parte in cui non prevedono la partecipazione al dibattimento a distanza per gli imputati nello stesso processo che collaborano con la giustizia qualora si proceda per taluno dei reati previsti dall'art. 51, comma 3-bis, cod. proc. pen. e l'imputato non si trovi, a qualsiasi titolo, in stato di detenzione in carcere&raquo; ; che il rimettente premette che uno degli imputati, collaboratore di giustizia sottoposto a speciale programma di protezione, risultava assente all'udienza &laquo;perché rinunciante&raquo; e che nei suoi confronti era stato disposto l'&laquo;accompagnamento&raquo; in quanto, in base al &laquo;combinato disposto degli artt. 146-bis e 147-bis disp. att. cod. proc. pen.&raquo; , la partecipazione al dibattimento a distanza per coloro che collaborano con la giustizia è consentita solo nel caso in cui gli stessi si trovino, a qualsiasi titolo, in stato di detenzione in carcere ovvero nel caso in cui sia disposto il loro esame come imputati nel medesimo processo; che il giudice a quo osserva che l'art. 146-bis, comma 1, lettera a), disp. att. cod. proc. pen. si inquadra &laquo;in un sistema di norme che mirano a garantire la sicurezza dell'imputato e il presidio di ordine pubblico che potrebbe essere gravemente compromesso da traduzioni di soggetti pericolosi e/o a rischio&raquo; e &laquo;trova corrispondenza&raquo; , con riferimento agli imputati che collaborano con la giustizia, nell'art. 147-bis disp. att. cod. proc. pen. , ove sono appunto previste particolari misure di cautela per l'esame di tali soggetti in dibattimento, fra le quali il collegamento audiovisivo; che, a fronte di tale &laquo;sistema di norme&raquo; , il rimettente lamenta che non sia consentito disporre la partecipazione al dibattimento a distanza del collaboratore di giustizia anche quando egli non si trovi in stato di detenzione in carcere, ravvisando in tale preclusione la violazione degli artt. 3, 24 e 111 Cost.; che la disciplina censurata si porrebbe in contrasto con il diritto di difesa, con il principio del giusto processo e con quello di eguaglianza, in quanto il collaboratore di giustizia che non sia in stato di detenzione in carcere &laquo;si trova a dovere scegliere fra due diritti fondamentali, quali quello, da una parte, di difendersi partecipando al dibattimento in condizioni di parità con le altre parti, anche al fine di garantire il contraddittorio fra le stesse e, dall'altra, quello di non esporre sé medesimo a situazioni che potrebbero gravemente mettere in pericolo la propria incolumità fisica&raquo; ; che in particolare, in riferimento alla lesione del principio di eguaglianza, il rimettente evidenzia l'irragionevolezza del diverso trattamento riservato a questi soggetti rispetto ad altri - quali &laquo;gli imputati nello stesso processo che collaborano con la giustizia e che sono detenuti in carcere, ovvero quelli che partecipano al dibattimento ex art. 210 cod. proc. pen. ovvero come testimoni&raquo; - che versano in &laquo;situazioni sostanzialmente analoghe&raquo; e ai quali vengono garantiti i &laquo;diritti fondamentali sopra richiamati&raquo; ; che è intervenuto in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che la questione sia dichiarata non fondata; che ad avviso dell'Avvocatura il sistema processuale non riconosce all'imputato detenuto per determinati reati di particolare gravità un diritto senza limiti di essere esaminato con il sistema della videoconferenza, in quanto il ricorso a tale strumento è ispirato non solo dalle esigenze di tutela della sicurezza della persona che deve essere sentita, ma anche, e soprattutto, dal fine di evitare forme di paralisi dell'attività processuale che possano insorgere in relazione alle difficoltà di spostamento di detenuti per gravi reati, tenuto conto anche della concomitanza degli impegni conseguenti alla celebrazione nello stesso periodo di una pluralità di processi. Considerato che il rimettente censura gli artt. 146-bis e 147-bis delle norme di attuazione del codice di procedura penale, lamentando che l'istituto della partecipazione al dibattimento a distanza, disciplinato dall'art. 146-bis, non sia applicabile anche all'imputato collaboratore di giustizia sottoposto a speciale programma di protezione, nei cui confronti si procede per uno dei reati di cui all'art. 51, comma 3-bis, cod. proc. pen. , che non si trovi a qualsiasi titolo in stato di detenzione in carcere; che ad avviso del rimettente tale omissione si pone in contrasto con gli artt. 3, 24 e 111 della Costituzione, in quanto nella situazione considerata il collaboratore di giustizia sarebbe costretto a scegliere tra l'esercizio del diritto di difesa mediante la partecipazione personale al dibattimento, in condizioni di parità e in contraddittorio con le altre parti, e il diritto di non essere esposto, nella sua qualità di collaboratore di giustizia sottoposto a speciale programma di protezione, a grave pericolo per la propria incolumità; che il rimettente ravvisa in particolare la violazione del principio di eguaglianza nel fatto che tali &laquo;diritti fondamentali&raquo; vengono assicurati ad altri soggetti &laquo;che versano in situazioni analoghe&raquo;, come gli imputati nello stesso processo che collaborano con la giustizia e che si trovano in stato di detenzione in carcere e quelli nei confronti dei quali è disposto l'esame a distanza a norma dell'art. 147-bis disp. att. cod. proc. pen. ; che il giudice a quo, movendo dal presupposto che il menzionato art. 146-bis &laquo;si inquadra in un sistema di norme che mirano a garantire la sicurezza dell'imputato e il presidio di ordine pubblico che potrebbe essere gravemente compromesso da traduzioni di soggetti pericolosi e/o a rischio&raquo; , omologa i due istituti della partecipazione al dibattimento a distanza e dell'esame a distanza ex art. 147-bis disp. att. cod. proc. pen. sotto il profilo delle medesime finalità che sarebbero da entrambi perseguite;