[pronunce]

Tribunale amministrativo regionale per l'Emilia Romagna, sezione prima, sentenza 15 gennaio 2020, n. 21). Tutto ciò renderebbe ancora più evidente l'importanza di estendere al foglio di via l'applicazione dello stringente apparato di garanzie previsto dall'art. 13 Cost., assicurando in particolare l'intervento di un soggetto terzo - l'autorità giudiziaria - rispetto all'autorità di pubblica sicurezza. 2.- È intervenuto in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che le questioni siano dichiarate manifestamente infondate. 2.1.- Quanto alle questioni sollevate in via principale, questa Corte avrebbe già escluso, con le sentenze n. 2 del 1956 e n. 45 del 1960, che il foglio di via costituisca misura limitativa della libertà personale ai sensi dell'art. 13 Cost.: il suo destinatario, «una volta raggiunta la nuova sede», resterebbe infatti «libero di trasferirsi altrove, tranne che nel luogo dal quale è stato allontanato». Tale impostazione sarebbe stata ribadita in numerose pronunce (sono citate le sentenze n. 127 del 2022, n. 210 del 1995 e n. 419 del 1994, nonché le ordinanze n. 384 del 1987, n. 161 del 1980 e n. 68 del 1964), nelle quali si sarebbe affermato che «il rimpatrio obbligatorio non è causa di "degradazione giuridica", che si ha ove il provvedimento provochi una menomazione o mortificazione della dignità o del prestigio della persona, tale da potere essere equiparata a quell'assoggettamento all'altrui potere, in cui si concreta la violazione del principio dell'habeas corpus»; ciò che renderebbe non necessario «l'intervento preventivo del giudice, restando a disposizione dell'allontanato sia il ricorso al giudice amministrativo ed anche in assenza di questo, la possibilità del giudice penale di disapplicare detto provvedimento ove risulti illegittimo». 2.2.- Nemmeno sarebbero fondate le questioni di legittimità costituzionale sollevate in via subordinata, non potendo ravvisarsi alcun profilo di disparità di trattamento rispetto all'istituto del "DASPO urbano". L'essenza dei due provvedimenti sarebbe infatti «radicalmente difforme, avendo l'uno (il foglio di via) natura di misura amministrativa di carattere special preventivo, e l'altro (il DASPO) natura di sanzione amministrativa per l'illecito previsto dall'art. 9 del decreto-legge 20 febbraio [2017], n. 14». I due provvedimenti sarebbero, d'altronde, fondati su differenti presupposti e sarebbero emessi da diverse autorità decidenti. 3.- L'Associazione italiana dei professori di diritto penale ha depositato un'opinione in qualità di amicus curiae, ammesso con decreto presidenziale del 18 settembre 2024, concludendo nel senso della illegittimità costituzionale dell'art. 2 cod. antimafia, «quanto meno nella parte in cui detta disposizione non prevede che in relazione al foglio di via obbligatorio si applichino, in quanto compatibili, le disposizioni di cui all'articolo 6, commi 2-bis, 3 e 4, della legge n. 401/1989». L'amicus curiae osserva, anzitutto, come le garanzie previste dall'art. 13 Cost. debbano essere assicurate anche ove si escluda la natura punitiva di una misura comunque incidente sulla libertà personale. Ripercorso brevemente il dibattito dottrinale sull'estensione della nozione di libertà personale, anche alla luce della giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell'uomo sull'art. 5 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo, l'Associazione sostiene che il principio di riserva di giurisdizione sancito dall'art. 13 Cost. imporrebbe «di fare riferimento alla ricostruzione più estensiva della nozione di libertà personale che ha preso forma nella giurisprudenza della Corte costituzionale all'esito di un processo evolutivo che, dopo le [...] sentenze nn. 2/1956, 11/1956, è stato scandito, tra le tante, dalle sentenze nn. 177/1980, 419/1994, 24/2019 e 127/2022». Infatti, tale garanzia sarebbe «strettamente ricollegata, se non addirittura al principio di separazione dei poteri, all'idea di Stato di diritto in cui l'esigenza che le prerogative dell'autorità amministrativa abbiano una base legislativa generale, astratta e determinata non può che essere presidiata dal controllo giurisdizionale». Rispetto a tale istanza fondamentale, si dovrebbe «recepire l'evoluzione in senso ampliativo della nozione di libertà personale, la quale corrisponde alla progressiva affermazione del personalismo, che non limita più il valore della persona agli aspetti prevalentemente fisici e materiali, ma si espande ad esigenze umane sempre più psicologiche, morali o addirittura spirituali della personalità». In definitiva, tra le varie accezioni della libertà personale, le questioni all'esame dovrebbero essere valutate «facendo riferimento a quella comprensiva non soltanto delle restrizioni suscettibili di essere eseguite coattivamente e di comportare coercizioni fisiche ma anche, nei termini della Corte costituzionale, di quelle che determinino la compromissione della libertà morale degli individui, imponendo "una sorta di degradazione giuridica", concetto che può essere meglio precisato facendo riferimento al giudizio sulla personalità morale del singolo ed all'incidenza sulla sua pari dignità sociale». L'amicus curiae invita quindi questa Corte a un «riposizionamento della linea di confine che era stata tracciata nel 1956 tra le misure di prevenzione giurisdizionali e quelle amministrative, riportando tra le prime il foglio di via obbligatorio». Ciò anche alla luce della circostanza che «l'incidenza quantitativa della misura sulla libertà fisica del destinatario - seppur declinata in termini di divieto, anziché di obbligo di dimora - è [...] tale da gravare significativamente sull'effettivo esercizio di fondamentali diritti economici e sociali, oltreché sulle sue relazioni personali e familiari». Sul piano qualitativo, d'altronde, il provvedimento presupporrebbe «una valutazione sulla "socialità del singolo" e sulla pericolosità del medesimo per la comunità che ha una portata stigmatizzante capace di incidere negativamente sulla pari dignità dell'individuo, comprimendone le possibilità di realizzazione personale e compromettendone il libero sviluppo della personalità». Coglierebbe poi nel segno il giudice a quo nell'evidenziare il parallelismo tra il foglio di via e la misura cautelare del divieto di dimora, che - per quanto classificata dal codice di rito come misura meramente "coercitiva" e non "detentiva" - non potrebbe per ciò solo essere disposta dal pubblico ministero o dalla polizia giudiziaria, risultando invece nell'esclusiva disponibilità del giudice. Analoga conclusione si imporrebbe dunque per il foglio di via, misura che comporterebbe i medesimi vincoli e la medesima «degradazione giuridica».