[resaula]

La disciplina contrattuale regolamenta, quindi, il caso in cui, entro la data di esercizio - cioè entro la data in cui ArcelorMittal avrebbe dovuto esercitare l'obbligo di acquisto - sia intervenuta o una sentenza definitiva, o una sentenza esecutiva di primo grado non sospesa, o un decreto del Presidente della Repubblica, o l'accoglimento di un ricorso straordinario non sospeso, o un provvedimento amministrativo legislativo non derivante da obbligo comunitario. In questi casi - e solo per questi casi - ArcelorMittal può invocare il diritto di recesso previsto dall'articolo 27.5 e può farlo entro quindici giorni dal verificarsi di una di tali evenienze. Ulteriore previsione contenuta nell'articolo 27.5 è relativa alla sopravvenienza di un provvedimento legislativo amministrativo - come dicevo prima - non derivante da obblighi comunitari, che comporti modifiche al piano ambientale e che renda non più realizzabile, sotto il profilo tecnico-economico, il piano industriale. Quindi, l'esercizio del diritto di recesso che ArcelorMittal può invocare ai sensi articolo 27.5 del contratto è limitato alle modifiche al piano ambientale e non soltanto a esse, nel senso che devono essere tali che rendano non più realizzabile, sotto il profilo tecnico e/o economico, il piano industriale. Al verificarsi di tali condizioni scatta quindi il diritto di recesso di ArcelorMittal. Dalle previsioni contrattuali sopra richiamate, discende dunque che il diritto di recesso disciplinato in contratto consegue esclusivamente da provvedimenti giudiziari o amministrativi o legislativi che comportino l'annullamento totale o parziale del decreto del Presidente del Consiglio dei ministri del 29 settembre 2017 contenente il piano ambientale, tali da rendere impossibile l'esercizio per lo stabilimento di Taranto; ovvero la modifica dello stesso decreto tale da rendere non più realizzabile - come dicevo prima - sotto il profilo tecnico e/o economico, il piano industriale. Presupposto necessario per l'applicazione dell'articolo 27.5 del contratto è dunque un intervento sul decreto del Presidente del Consiglio dei ministri 29 settembre del 2017 e non un qualsiasi altro intervento, anche normativo, che non impatti su tale dispositivo. Sembrerebbe dunque fuori centro l'affermazione di ArcelorMittal Italia secondo cui la legge di conversione del cosiddetto decreto crisi, eliminando la protezione legale, ha un impatto irrimediabilmente dirompente sul contratto perché, tra l'altro, cito parole di ArcelorMittal: «comporta una modifica del Piano ambientale che rende non più utilizzabile il piano industriale e pertanto dovrebbe applicarsi l'articolo 27.5», perché tale provvedimento legislativo non è intercorso. Per quanto sopra schematicamente riportato, anche in un'interpretazione sistematica e non solo letterale, le modifiche del decreto del 2017 sono un elemento necessario alla fattispecie di determina dell'insorgenza del diritto di recesso, ma - come detto - il decreto non è stato neanche minimamente intaccato. Certamente, ribadisco che questa non è un'aula di tribunale, ma ritengo doveroso, rispetto a quest'Assemblea, così come ho fatto alla Camera e anche rispetto all'opinione pubblica, dare degli elementi oggettivi di valutazione a prescindere dalle posizioni politiche che poi si potranno ovviamente esprimere. Un altro tema ricorre frequentemente, citato spesso da ArcelorMittal in tutti gli incontri che abbiamo fatto. Ho incontrato l'azienda per la prima volta il 12 settembre, dopo una settimana dall'insediamento del Governo, per parlare dell'altoforno due. Anche su questo dovete consentirmi cinque minuti di lettura di una serie di eventi che hanno portato alla situazione di oggi. Per comprendere la situazione odierna e quello che dice ArcelorMittal nella sua richiesta di recesso e in tutte le sue subordinate nell'atto di citazione, è necessario infatti avere piena contezza di quanto occorso a quella parte di impianto produttivo, a quella parte dell'area a caldo. PRESIDENTE. Onorevole Ministro, mi consenta di interromperla per un minuto. Lei avrebbe superato il limite di tempo concedibile previsto dal Regolamento. In accordo con l'Aula, le permetto di proseguire per una esaustiva rappresentazione della questione. (Applausi dai Gruppi M5S, FI-BP, PD e IV-PSI ) . PATUANELLI , ministro dello sviluppo economico . Signor Presidente, ringrazio lei e i colleghi per la comprensione. Lo scorso 17 settembre, la prima sezione penale del tribunale di Taranto si è pronunciata in merito all'appello presentato da Ilva SpA in amministrazione straordinaria avverso l'ordinanza del 31 luglio 2019 del giudice monocratico del medesimo tribunale, con cui era stata rigettata la concessione della facoltà d'uso di Afo2 condizionatamente all'adempimento delle prescrizioni già impartite dalla procura di Taranto per la messa in sicurezza dell'impianto medesimo nell'ambito del decreto di sequestro preventivo emesso in data 29 giugno 2015 per accadimenti che avevano portato, purtroppo, alla scomparsa di Alessandro Morricella, operaio Ilva, avvenuta in data 12 giugno 2015. Ricordo che la restituzione condizionata dell'altoforno 2 era stata disposta dalla procura di Taranto a seguito dell'emanazione del decreto-legge n. 92 del 2015, che aveva normativamente disposto la facoltà d'uso dell'impianto sottoposto a sequestro, nonostante il sequestro medesimo. Va detto che, a seguito del decreto di sequestro del giugno 2015, la procura aveva emesso nel settembre dello stesso anno il decreto di restituzione condizionata all'adempimento di specifiche prescrizioni per la messa in sicurezza dell'altoforno entro un determinato termine, come specificate nell'allegato al provvedimento medesimo. Successivamente, con nota del 27 giugno 2017 e consulenza tecnica del 1° gennaio 2019, Ilva aveva illustrato le ragioni di carattere tecnico in virtù delle quali alcune prescrizioni erano state ritenute non attuabili, mentre altre erano state eseguite come richiesto. Con provvedimento depositato il 31 luglio 2019, il giudice monocratico presso il quale era incardinato il giudizio di cognizione per l'omicidio colposo di Alessandro Morricella aveva rigettato l'istanza di concessione in uso di cui all'articolo 2 per i seguenti motivi: la restituzione non poteva dirsi perfezionata perché non tutte le prescrizioni erano state adempiute, permanendo in larga misura la pericolosità originaria dell'altoforno. La Corte costituzionale, con sentenza del 7 febbraio 2018, aveva dichiarato l'incostituzionalità dell'articolo 3 del decreto-legge n. 92 del 2015 e degli articoli 1, comma 2, e 21- octies della legge n. 123 del 2015, in base ai quali l'attività degli stabilimenti di interesse strategico quali l'Ilva poteva proseguire, nonostante i provvedimenti di sequestro preventivo riferiti a ipotesi di reato inerenti la sicurezza dei lavoratori, sempre se l'impresa avesse predisposto, entro trenta giorni dall'adozione del provvedimento di sequestro, un piano recante misure aggiuntive anche provvisorie per la tutela della sicurezza dei luoghi di lavoro.