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Disposizioni in materia di pari opportunità nelle Autorità amministrative indipendenti. Onorevoli Senatori. -- Come ben sappiamo, il percorso della rappresentanza femminile in Italia è stato ed è tuttora complesso. Basti pensare che solo nel 1963 è stato riconosciuto l'accesso delle donne alla magistratura. Stante ciò, non stupisce che l'inadeguata presenza femminile nelle istituzioni rappresentative e nei luoghi della decisione politica, particolarmente grave in Italia rispetto ad altri paesi di analogo sviluppo civile, costituisca ancora questione cruciale della democrazia contemporanea. In realtà, negli ultimi venti anni, la promozione delle pari opportunità è stata oggetto di numerosi interventi normativi a livello statale e regionale, modifiche della Costituzione e pronunce della Corte costituzionale. Le pari opportunità sono state altresì al centro di dibattiti infuocati e aspri contrasti, con molti progetti di legge che non sono riusciti a terminare il proprio iter , e addirittura clamorose bocciature nelle votazioni parlamentari (ancora nel 2005, a voto segreto, nel corso dell'esame dell'ultima riforma del sistema di elezione della Camera). Gli interventi normativi in materia sono iniziati in Italia durante i primi anni Novanta, quando -- contestualmente allo svilupparsi di un dibattito internazionale -- si è diffusa una maggiore consapevolezza del deficit democratico provocato dalla sottorappresentazione del genere femminile nelle istituzioni dello Stato e nei luoghi della decisione politica, oltreché amministrativa, economica e sociale, ed ha cominciato a fare i primi passi, anche nella delicatissima materia elettorale, la cultura delle «azioni positive». Tra il 1993 e il 1995, tre interventi normativi, in modo differente, hanno introdotto misure riconducibili al sistema delle cosiddette «quote» da riservare a ciascun sesso nelle liste elettorali. Con la sentenza n. 422 del 12 settembre 1995, la Corte costituzionale ne ha dichiarato l'illegittimità, ritenendo condizionata la candidabilità in base al genere e, conseguentemente, violato il principio di uguaglianza dei sessi nell'accesso alle cariche elettive, ovvero gli articoli 3 e 51 della Costituzione. A questa decisione è seguito un percorso, piuttosto lungo, in cui ha svolto un ruolo importante anche l'Unione europea: l'articolo 23 della cosiddetta «Carta di Nizza (2000)», Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, -- non giuridicamente vincolante sino al 2009, ma comunque di grande rilievo per la giurisprudenza europea e nazionale --, che, riconoscendo le azioni positive, recita: «il principio delle parità non osta al mantenimento o all'adozione di misure che prevedano vantaggi specifici a favore del sesso sotto-rappresentato». Nel 2001, poi, il nuovo articolo 117 della Costituzione e la legge costituzionale 31 gennaio 2001, n. 2, hanno stabilito che le regioni a statuto ordinario e speciale promuovano la parità di accesso, tra i generi, alle cariche elettive (similmente aveva disposto il testo unico sull’ordinamento degli enti locali di cui al decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267). Così, anche alla luce della compiuta revisione costituzionale, con la sentenza n. 49 del 13 febbraio 2003, la Consulta ha cambiato orientamento in materia di pari opportunità e ha ritenuto legittima una legge della Regione Valle d'Aosta che prescriveva, a pena d'invalidità, la presenza di entrambi i sessi nelle liste per l'elezione del Consiglio regionale. Si è così giunti, nel maggio del 2003, alla riforma dell'articolo 51 della Costituzione (legge costituzionale 30 maggio 2003, n. 1) secondo cui: «La Repubblica promuove con appositi provvedimenti le pari opportunità tra donne e uomini», e alla sua prima attuazione nella legge 8 aprile 2004, n. 90, che ha introdotto le «quote» per lo svolgimento delle elezioni europee del 2004 e del 2009. È seguita, poi, l'approvazione di simili leggi elettorali regionali e, nel 2010, anche una più chiara presa di posizione da parte della giurisprudenza costituzionale: con la sentenza n. 4 del 14 gennaio 2010, infatti, la Consulta ha dichiarato la legittimità della «preferenza di genere» della legge campana quale misura volta a ottenere un riequilibrio della rappresentanza tra i due sessi all'interno del Consiglio regionale e pertanto conforme al dettato degli articoli 3 e 51 della Costituzione. Al fine di dare attuazione piena ai richiamati princìpi costituzionali, quindi, negli anni più recenti, il legislatore è stato impegnato nella definizione di politiche pubbliche con essi coerenti e capaci sostanzialmente di realizzarli. Ciò si è di fatto tradotto nell'adozione di misure legislative di ampia portata, quali la legge 12 luglio 2011, n. 120, che ha stabilito che gli organi delle società quotate sul mercato regolamentato e delle società a controllo pubblico siano composti nel rispetto della parità di genere; la legge 23 novembre 2012, n. 215, che ha dato attuazione all'articolo 51 della Costituzione nell'accesso alle giunte degli enti locali e ai consigli comunali e regionali, introducendo sia la doppia preferenza di genere, sia una «quota di lista»; la legge 31 dicembre 2012, n. 247, che ha sancito i medesimi obiettivi nell'ambito dei collegi deliberativi dell'Ordine degli avvocati. Successivamente, anche la giurisprudenza amministrativa si è espressa censurando la composizione di giunte comunali e provinciali per l'assenza o la troppo esigua presenza di donne, considerata non rispettosa del principio di pari opportunità sancito all'articolo 51 della Costituzione e all'articolo 6 del citato testo unico dell’ordinamento degli enti locali. Altrettanto è avvenuto in casi di analoga composizione di giunte regionali, considerate in contrasto con specifiche norme dei rispettivi statuti, che in varie modalità hanno stabilito l'obbligo di promuovere il riequilibrio tra i generi negli organi di governo della regione. Nonostante ciò, la questione della presenza delle donne nelle sedi rappresentative e decisionali resta tuttora aperta e da riprendere in questa legislatura, sia nell'ambito della riforma delle leggi per le elezioni politiche e nelle proposte tese a introdurre una disciplina organica dei partiti politici, in attuazione dell'articolo 49 della Costituzione, sia nell'ambito di altri e diversi organismi quali, ad esempio, le Autorità amministrative indipendenti. Infatti, se in generale ancora esiste un forte contrasto tra la crescita della rappresentanza femminile nei board e la situazione statica dell'occupazione femminile italiana -- ferma ormai da anni ai livelli più bassi d'Europa, 47 per cento --, e il ranking dell'Italia nel Global Gender Gap Index del 2013 -- che la vede al 97º posto per opportunità economiche --, è proprio nella composizione dei collegi che gestiscono le Autorità amministrative indipendenti che si riscontra uno dei settori nei quali più spiccata rimane la sottorappresentanza del genere femminile e, conseguentemente, lontano il raggiungimento della parità tra i sessi.