[pronunce]

che, ad avviso dell'Avvocatura, il passare del tempo, in sé, non può essere automatica fonte del diritto alla perequazione, poiché il trattamento pensionistico si fonda su parametri proporzionali alla contribuzione previdenziale versata, che, a sua volta, si basa sul reddito percepito dai lavoratori; che la difesa erariale richiama le sentenze di questa Corte n. 409 del 1995 e n. 30 del 2004, che hanno già scrutinato – dichiarandole non fondate – analoghe questioni di legittimità costituzionale; e, esclusa l'esistenza di un principio costituzionale di adeguamento delle pensioni al successivo trattamento economico dell'attività di servizio corrispondente, afferma che il trattamento pensionistico erogato ai ricorrenti è più che congruo rispetto al soddisfacimento dei bisogni primari della vita quotidiana. Considerato che la questione di legittimità costituzionale investe la disciplina del trattamento pensionistico dei magistrati ed ha per oggetto gli articoli 2 della legge 8 agosto 1991, n. 265 (Disposizioni in materia di trattamento economico e di quiescenza del personale di magistratura ed equiparato), 11 del decreto legislativo 30 dicembre 1992, n. 503 (Norme per il riordinamento del sistema previdenziale dei lavoratori privati e pubblici, a norma dell'art. 3 della legge 23 ottobre 1992, n. 421), 59 della legge 27 dicembre 1997, n. 449 (Misure per la stabilizzazione della finanza pubblica), 34 della legge 23 dicembre 1998, n. 448 (Misure di finanza pubblica per la stabilizzazione e lo sviluppo) e 69 della legge 23 dicembre 2000, n. 388 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato – legge finanziaria 2001); che, ad avviso del giudice rimettente, le disposizioni denunciate, limitandosi a prevedere un meccanismo di perequazione dell'importo dei trattamenti pensionistici alle variazioni del costo della vita, determinerebbero un significativo ed apprezzabile depauperamento del trattamento pensionistico dei magistrati collocati a riposo con riferimento al trattamento economico proprio dei colleghi in servizio attivo ed allo stesso trattamento pensionistico dei magistrati collocati a riposo successivamente, e così violerebbero, da un lato, gli articoli 36 e 38 della Costituzione, sotto il profilo del principio di equa retribuzione e di proporzionalità, e, dall'altro, l'art. 53 della Costituzione, giacché il divario pensioni-retribuzioni farebbe assumere alla contribuzione previdenziale connotati diversi da quelli suoi propri, ossia caratteristiche tali da renderla assimilabile ad un prelievo di natura tributaria, ma al di fuori delle garanzie di rispetto della capacità contributiva previste dalla Costituzione; che, preliminarmente, si deve precisare che la questione va esaminata entro i limiti del thema decidendum individuati dall'ordinanza di rimessione: rimane, perciò, estraneo al presente giudizio l'esame della questione di costituzionalità con riferimento all'ulteriore parametro – l'art. 3 della Costituzione – prospettato dalla difesa delle parti private costituite (v., da ultimo, sentenza n. 282 del 2005); che questa Corte, esaminando analoghe questioni di legittimità costituzionale, ha già avuto modo di affermare che il principio della proporzionalità della pensione alla quantità e alla qualità del lavoro prestato, nonché della sua adeguatezza alle esigenze di vita del lavoratore e della sua famiglia – che deve essere osservato non solo al momento del collocamento a riposo del lavoratore, ma anche successivamente, in relazione al mutamento del potere di acquisto della moneta – non impone affatto il necessario adeguamento del trattamento pensionistico agli stipendi, giacché spetta alla discrezionalità del legislatore determinare le modalità di attuazione del principio sancito dall'art. 38 della Costituzione (sentenza n. 30 del 2004); conseguendo tale determinazione al bilanciamento del complesso dei valori e degli interessi costituzionali coinvolti, anche in relazione alle risorse finanziarie disponibili e ai mezzi necessari per far fronte agli impegni di spesa, con il limite comunque di assicurare «la garanzia delle esigenze minime di protezione della persona» (sentenza n. 457 del 1998); che, pertanto, non rappresenta vulnerazione dei canoni costituzionali evocati dal rimettente il fatto che il legislatore – orientatosi nel senso di salvaguardare nel tempo il potere di acquisto e l'adeguatezza dei trattamenti pensionistici unicamente attraverso lo strumento della perequazione automatica dell'importo alle variazioni del costo della vita – , nel prevedere un meccanismo di adeguamento delle retribuzioni del personale in servizio, non abbia parallelamente esteso analogo adeguamento ai trattamenti pensionistici della medesima categoria. E questo tanto più quando tale meccanismo appaia elemento intrinseco della struttura delle retribuzioni dei magistrati, avendo la peculiare ratio di attuare il precetto costituzionale dell'indipendenza e di evitare che essi siano soggetti a periodiche rivendicazioni nei confronti di altri poteri (sentenza n. 42 del 1993); sì da non potersi considerare necessitata la trasposizione di tale elemento anche al settore pensionistico, trattandosi di scelta rimessa alla discrezionalità del legislatore, non più sussistendo nel periodo di quiescenza l'esigenza che ne aveva giustificato l'attribuzione nella vigenza del rapporto di servizio (sentenza n. 409 del 1995); che tale mancata estensione produce uno scostamento tra trattamenti pensionistici maturati in tempi diversi, il quale tuttavia, a differenza di quanto sostiene il rimettente, appare giustificato dal diverso trattamento economico di cui i lavoratori hanno goduto durante il rapporto di servizio e che era vigente nei diversi momenti in cui i relativi trattamenti pensionistici sono maturati (sentenza n. 30 del 2004); che palesemente inconferente è, infine, il richiamo all'art. 53 della Costituzione, in quanto la contribuzione previdenziale non ha natura di imposizione tributaria, ma di prestazione patrimoniale diretta a concorrere agli oneri finanziari del regime previdenziale dei lavoratori (sentenze n. 354 del 2001 e n. 178 del 2000; ordinanza n. 22 del 2003); che, pertanto, la questione deve essere dichiarata manifestamente infondata. Visti gli artt. 26, secondo comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87, e 9, comma 2, delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale.. .