[pronunce]

Tale ultima previsione sarebbe fonte, in specie, di una irragionevole sperequazione rispetto agli altri soggetti nei cui confronti può essere disposta l'espulsione come misura sostitutiva, i quali, ai sensi del citato art. 16, comma 1, si identificano nei condannati per reato non colposo ad una pena detentiva non superiore a due anni, sempre che non ricorrano le condizioni per ordinarne la sospensione condizionale. Una ulteriore violazione del principio di eguaglianza deriverebbe dal fatto che la norma censurata, a differenza dell'art. 14, comma 5-ter, del d.lgs. n. 286 del 1998, non subordina la punibilità della permanenza dello straniero nel territorio dello Stato all'assenza di un «giustificato motivo»: formula, questa, che - come chiarito dalla Corte costituzionale (sentenza n. 5 del 2004) - è diretta «ad escludere la configurabilità del reato in presenza di situazioni ostative di particolare pregnanza, le quali, anche senza integrare cause di giustificazione in senso tecnico, incidono sulla stessa possibilità soggettiva od oggettiva di adempiere all'intimazione, escludendola ovvero rendendola difficoltosa o pericolosa». In tal modo, l'autore della contravvenzione prevista dall'art. 10-bis risulterebbe irrazionalmente posto in condizione deteriore rispetto all'autore del delitto di cui all'art. 14, comma 5-ter, che pure è più grave ed assorbe la contravvenzione in forza della clausola «salvo che il fatto costituisca più grave reato», con cui la norma impugnata esordisce. Essa violerebbe, inoltre, l'art. 24, secondo comma, Cost. in quanto renderebbe punibili tutti gli stranieri irregolarmente presenti in Italia al momento dell'entrata in vigore della legge n. 94 del 2009, i quali non si siano spontaneamente allontanati dal territorio dello Stato; e ciò, senza che siano stati previsti un termine e una «modalità operativa» per ottemperare al precetto. Con la conseguenza che a detti soggetti non rimarrebbe che uscire clandestinamente dall'Italia per non autodenunciarsi, in contrasto con il principio nemo tenetur se detegere, costituente espressione del diritto di difesa. La mancata previsione della possibilità di un allontanamento volontario e delle relative modalità colliderebbe anche con la direttiva 2008/115/CE, la quale stabilisce, all'art. 7, che - fatta eccezione per talune specifiche ipotesi - la decisione di rimpatrio debba fissare per la partenza volontaria un periodo congruo, di durata compresa tra i sette e i trenta giorni, prorogabile, ove necessario, in rapporto alle circostanze concrete. L'art. 10-bis del d.lgs. n. 286 del 1998 risulterebbe incompatibile con l'art. 24, secondo comma, Cost. anche sotto un diverso profilo. A mente dell'art. 38 del medesimo decreto legislativo, difatti, i minori stranieri comunque presenti sul territorio dello Stato sono soggetti all'obbligo scolastico, al pari dei loro coetanei italiani: obbligo del cui adempimento sono responsabili i genitori, sotto comminatoria di sanzione penale (art. 731 del codice penale). A tale riguardo, l'art. 6, comma 2, del d.lgs. n. 286 del 1998, come modificato dalla legge n. 94 del 2009, prevede, bensì, che in deroga alla regola generale ivi stabilita, lo straniero non è tenuto ad esibire alla pubblica amministrazione i documenti attestanti la regolarità del suo soggiorno ai fini dell'ottenimento dei provvedimenti riguardanti - oltre le attività sportive e ricreative a carattere temporaneo e l'accesso alle prestazioni sanitarie di cui all'art. 35 - anche le prestazioni scolastiche obbligatorie. Tuttavia, mentre l'art. 35, comma 5, del d.lgs. n. 286 del 1998 stabilisce espressamente che l'accesso alle strutture sanitarie da parte dello straniero non in regola non possa comportare alcun tipo di segnalazione all'autorità, salvi i casi in cui sia obbligatorio il referto a parità di condizioni con il cittadino italiano, analoga statuizione non è ripetuta in rapporto alle prestazioni scolastiche obbligatorie. In tal modo, quindi, lo straniero - pur non dovendo presentare alcun documento attestante la regolarità del suo soggiorno ai fini dell'iscrizione dei propri figli a scuola - potrebbe essere comunque segnalato come «clandestino» dal personale scolastico che rivesta le qualifiche di cui agli artt. 361 e 362 del codice penale e che venga a conoscenza in altro modo della sua condizione di irregolarità. Stante, peraltro, la facilità con la quale detta condizione può emergere nel corso dell'attività scolastica, il migrante che voglia rispettare la legge posta a presidio del diritto-dovere all'istruzione sarebbe costretto, in pratica, ad autodenunciarsi per il reato di cui all'art. 10-bis del d.lgs. n. 286 del 1998, con ulteriore violazione del principio «nemo tenetur se detegere». Censurabile sarebbe anche la circostanza che la norma impugnata non preveda alcuna forma di garanzia a favore dello straniero clandestino che intenda chiedere al tribunale per i minorenni, ai sensi dell'art. 31 del d.lgs. n. 286 del 1998, l'autorizzazione a permanere nel territorio italiano per un periodo di tempo determinato, anche in deroga alle altre disposizioni del testo unico, per gravi motivi legati alla tutela di un familiare di minore età. Con la presentazione dell'istanza in parola, lo straniero verrebbe, dunque, una volta ancora a «certificare» la propria posizione di irregolarità: con conseguente violazione tanto del principio «nemo tenetur se detegere», quanto dell'art. 3 Cost., per ingiustificata disparità di trattamento rispetto allo straniero che abbia presentato domanda di protezione internazionale. Il comma 6 dell'art. 10-bis stabilisce, infatti, che in quest'ultimo caso il procedimento penale resti sospeso e che l'accoglimento della domanda comporti la declaratoria di non luogo a procedere per il reato in esame. Il rimettente osserva, per altro verso, come la disciplina dettata dalla norma impugnata risulti congegnata, nel suo complesso, in vista della finalità - ritenuta prioritaria - di allontanare lo straniero dal territorio dello Stato. Ai fini dell'esecuzione dell'espulsione dello straniero sottoposto a procedimento penale per il reato in esame non è, infatti, richiesto il nulla osta dell'autorità giudiziaria, e, d'altro canto, una volta acquisita la notizia dell'espulsione o del respingimento dello straniero, il giudice deve pronunciare sentenza di non luogo a procedere (art. 10-bis, commi 4 e 5). Gli artt. 16-bis [recte: 62-bis] del d.lgs. n. 274 del 2000 e 16, comma 1, del d.lgs. n. 286 del 1998 - rispettivamente aggiunto e modificato dalla legge n. 94 del 2009 - prevedono, inoltre, che il giudice di pace, nel pronunciare condanna per il reato in questione, ove non ricorrano le cause ostative previste dall'art. 14, comma 1, possa sostituire la pena con la misura dell'espulsione per un periodo non inferiore a cinque anni.