[pronunce]

Vittorio Sgarbi in data 17 gennaio 1995, n. 4/06668, nella quale, rivolgendosi al Ministro di grazia e giustizia, si chiedevano chiarimenti in ordine ad una preoccupante vicenda che aveva investito «l'ex Procuratore della Repubblica di Palmi, spesso al centro dell'attenzione per indagini sulla massoneria, ma certamente non altrettanto presente, anzi quasi del tutto assente, su un fronte assai più serio, delicato e grave: quello della “ndrangheta”». Ad avviso della Camera, questa interrogazione, in considerazione dell'identità del destinatario e dei contenuti critici esposti e attesa la quasi perfetta consonanza letterale, costituirebbe l'atto squisitamente parlamentare al quale si correlano le dichiarazioni rese in via successiva nella trasmissione televisiva. Tenuto altresì conto che della questione della Procura della Repubblica di Napoli la Camera stessa si è, nella sua attività ispettiva, più volte occupata, risulterebbe dimostrata l'esistenza di un ampio dibattito parlamentare sui temi oggetto delle attuali dichiarazioni dell'on. Sgarbi. 4. - Nella immediatezza dell'udienza pubblica la Camera dei deputati ha ritualmente depositato una memoria, con la quale insiste nelle conclusioni formulate nell'atto di costituzione.1. - Il Tribunale di Salerno, dinanzi al quale pende procedimento penale avente ad oggetto le dichiarazioni ritenute diffamatorie espresse nei confronti del dottor Agostino Cordova, Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Napoli, dall'onorevole Vittorio Sgarbi, all'epoca dei fatti componente della Camera dei deputati, ha sollevato conflitto di attribuzione nei confronti della Camera dei deputati, che con delibera del 5 luglio 2000 (documento IV-quater, n. 141), accogliendo la conforme proposta della Giunta per le autorizzazioni a procedere, ha dichiarato l'insindacabilità di queste dichiarazioni, a norma dell'articolo 68, primo comma, della Costituzione. Ai sensi dell'art. 37 della legge 11 marzo 1953, n. 87, il ricorso è stato dichiarato ammissibile, in sede di preliminare delibazione, con l'ordinanza n. 310 del 2001, che è stata ritualmente notificata e depositata. L'ammissibilità del ricorso deve essere confermata in questa fase di giudizio, nella quale anche la Camera dei deputati, costituendosi, ha potuto controdedurre. È quindi possibile passare all' esame del merito. 2. - Il ricorso è fondato. Il comportamento del deputato Sgarbi che ha dato origine all'attuale controversia costituzionale risale alla trasmissione televisiva “Sgarbi quotidiani”, andata in onda sulla emittente Canale 5 il giorno 26 novembre 1995, nel corso della quale egli ha affermato: “Va criticata la Procura di Napoli che, per perseguire teoremi e corruzioni di politici e visioni forse anche fondate in qualche principio logico del Procuratore di Napoli, ha però lasciato, come osserva lo stesso Vice Presidente della Camera Violante, non perseguiti i reati comuni e criminalità che porta violenza e morte alle persone! Quindi è omissione in molti casi della giusta attenzione ai reati veri”. Diffamatorie o meno che siano tali affermazioni, il compito di questa Corte, secondo l'orientamento giurisprudenziale consolidato, è limitato alla verifica se esse, ancorché rese al di fuori della sede istituzionale, siano collegate ad attività proprie del parlamentare; costituiscano cioè espressione della sua funzione o ne rappresentino il momento di divulgazione all'esterno. Se questo è il criterio che deve essere assunto per la definizione del conflitto, va innanzi tutto confutata la motivazione con la quale la Giunta per le autorizzazioni a procedere in data 4 luglio 2000 ha avanzato la proposta, poi accolta dall'Assemblea con la deliberazione impugnata, di considerare le dichiarazioni del deputato Sgarbi alla stregua di “opinioni espresse da un membro del Parlamento nell'esercizio delle sue funzioni”. Tale motivazione procede da una accezione assai ampia dell'immunità di cui si parla, nella quale si vorrebbe inclusa anche «una critica di natura politica rivolta a determinate scelte di “politica giudiziaria”». A ragione il ricorrente rileva che la riconducibilità del comportamento del deputato al diritto di critica politica e la sua concreta configurabilità come espressione della libera manifestazione del pensiero, garantita ad ogni cittadino dall'art. 21 della Costituzione, con possibile effetto scriminante nel processo (art. 51 del codice penale), appartengono alla cognizione del giudice e non possono costituire la base di un giudizio di insindacabilità ex art. 68, primo comma, Cost. Deve essere infatti tenuto fermo che altro è la libertà di critica della quale tutti sono titolari, altro è la prerogativa che la Costituzione, onde preservare una sfera di libertà ed autonomia delle Camere, riserva ai parlamentari nell'esercizio delle loro funzioni. Se privata del suo specifico orientamento finalistico, tale prerogativa si trasformerebbe in un inaccettabile privilegio personale a favore dei membri delle Camere, le cui manifestazioni verrebbero ad essere sempre affrancate dalle comuni regole dello Stato di diritto (cfr. , sentenza n. 379 del 1996). È invece proprio sulla natura divulgativa di attività parlamentari che la giurisprudenza di questa Corte si è attestata per individuare, tra le molteplici esternazioni che anche gli appartenenti alle Camere hanno occasione di compiere, quelle che sono coperte dall'immunità di cui al primo comma dell'art. 68 Cost. Né rileva, in questa sede, l'osservazione della Giunta secondo la quale l'affermazione del deputato Sgarbi sarebbe “di tenore assolutamente generale e certamente non diretta verso specifiche persone”. A prescindere dall'esattezza in fatto di questa valutazione, l'ipotesi che si trattasse di diffusione di attività parlamentari compiute dal deputato non è stata neppure adombrata nella motivazione della proposta della Giunta; tale non può essere infatti ritenuto il generico riferimento alle non specificate occasioni in cui il deputato, “intervenendo nel corso dei lavori parlamentari, ha criticato alcuni aspetti della politica giudiziaria di alcune procure e ha posto in rilievo le distorsioni che possono derivare da un cattivo uso degli strumenti dell'azione penale”. Nulla di specifico o di circostanziato: l'avverbio “peraltro”, che precede questo breve passo della motivazione, denota il carattere marginale che si attribuiva all'argomento e giustifica la determinazione del Tribunale di Salerno, di fronte ad allegazioni palesemente generiche e irrilevanti, di promuovere conflitto di attribuzione. 3. - È certo vero che, come ricorda la difesa della Camera richiamando la sentenza n. 11 del 2000, la Corte non può limitarsi ad esaminare la congruità delle motivazioni adottate dalla Camera di appartenenza, ma, dovendo giudicare sul rapporto tra le rispettive sfere di attribuzione dei poteri confliggenti, deve spingersi ad accertare se, in concreto, l'espressione della opinione in questione possa ricondursi alla garanzia dell'art. 68, primo comma, Cost. E tuttavia proprio la documentazione offerta dalla difesa della Camera conferma l'inesistenza di attività parlamentari delle quali le dichiarazioni del deputato costituissero divulgazione. Non può essere considerata tale l'interrogazione a risposta scritta presentata il 17 gennaio 1995 al n. 4/06668.