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Quando si sente parlare di diritti umani, oggi si si fa sempre più riferimento a qualcosa di astratto e lontano, un ideale da perseguire solo perché è giusto portarlo avanti, perché certe convenzioni sociali ci dicono che è opportuno farlo. Signor Presidente, colleghi, i diritti umani non sono negoziabili e il Parlamento oggi vuole dare un chiaro e forte segnale in tal senso. (Applausi) . Siamo privilegiati, abbiamo la fortuna di vivere in una parte del mondo in cui non dobbiamo preoccuparci di cosa diciamo e di cosa pensiamo, siamo liberi di scrivere un post su un social o di manifestare in piazza contro quelle che per noi sono ingiustizie. I nostri studenti possono svolgere ricerche su ogni tematica, possiamo professare liberamente la nostra fede, senza temere ripercussioni da parte dello Stato. Colleghe e colleghi, prendiamoci un attimo per riflettere veramente su cosa ciò significhi e, ancor di più, su cosa significherebbe non avere queste possibilità. I diritti umani sono un elemento costitutivo della pace, che non è solo assenza di conflitto, ma significa creazione di sistemi giusti, che garantiscano la pace sociale, lo Stato di diritto e le libertà fondamentali di tutti gli individui. Esistono però, purtroppo, molti casi in cui le basilari fondamenta di uno Stato libero e moderno non riescono a tutelare i cittadini. Voglio ricordare con dolore i Paesi in cui le donne vengono sottoposte a orribili mutilazioni genitali e quelli che puniscono gli individui per il loro orientamento sessuale. Signor Presidente, colleghe e colleghi, non dimenticheremo mai la barbarica uccisione del nostro Giulio Regeni, sulla quale non smetteremo mai di chiedere verità e giustizia. (Applausi) . Rischiamo infatti di compiere un errore imperdonabile, di dare per scontate le libertà fondamentali e di diventare sempre più anestetizzati di fronte alle ingiustizie. Il moltiplicarsi dei casi di tortura fisica e psicologica nel mondo non deve lasciare indifferenti, solo perché sono lontani da noi. Oggi, come è stato detto, affrontiamo la dolorosissima vicenda del sequestro - perché di questo si tratta - di Patrick Zaki, cittadino egiziano, detenuto dal febbraio 2020 in carcere in Egitto, senza un giusto processo. Il motivo della detenzione sarebbero alcuni post sui social , che per il Cairo sono stati sufficienti a mettere Patrick in stato di fermo. Con una serie di udienze farsa, che rappresentano chiaramente un accanimento giudiziario, sono ormai quindici mesi che Zaki è privato della libertà, in un modo che viola ogni basilare principio dello Stato di diritto. I suoi avvocati hanno riportato che è stato bendato e ammanettato per ore, mentre veniva interrogato da professionisti della tortura. Come accaduto per Regeni, Zaki è stato sottoposto a scosse elettriche e percosse, in maniera da non lasciare tracce sul corpo. L'Egitto, come diceva anche il senatore Casini, ha un ruolo geopolitico di fondamentale importanza sul piano internazionale e ancor di più locale, ma nessun ruolo politico ed economico potrà mai giustificare certi metodi medioevali. La storia ci ha donato strumenti internazionali per assicurare che alcune linee non venissero mai superate e per assicurare che ogni essere umano potesse vivere una vita degna di essere chiamata tale. È il caso della Convenzione contro la tortura adottata dalle Nazioni Unite nel 1984. L'Egitto è parte della Convenzione dal 1986, tuttavia sembrerebbe non osservarne i principi fondanti. Concludo dicendo che quanto accaduto a Zaki, come a tanti altri attivisti, giornalisti e studenti, ci deve sconvolgere e far paura. È proprio questa paura, quella stessa paura che Zaki vive ogni giorno, che deve spingerci non solo a condannare tali pratiche disumane, ma anche e soprattutto a chiedere con forza una soluzione, affinché nessun individuo debba mai più scontare il peso della negata libertà. (Applausi) . PRESIDENTE . Dichiaro chiusa la discussione. Ha facoltà di parlare il rappresentante del Governo, al quale chiedo di esprimere il parere sull'ordine del giorno presentato. SERENI, vice ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale . Signor Presidente, senatori e senatrici, il Governo segue con la massima attenzione il caso di Patrick George Zaki sin dalle prime ore successive all'arresto del giovane e condivide pienamente la preoccupazione espressa con l'atto parlamentare in oggetto, anche alla luce dell'ulteriore proroga della sua custodia cautelare in esito all'udienza dello scorso 5 aprile. L'azione di sensibilizzazione sulle autorità egiziane, che abbiamo svolto e continuiamo a svolgere sia a livello bilaterale - in particolare, tramite la nostra ambasciata al Cairo - sia nei fora multilaterali, è continua: sollecitiamo le controparti egiziane in ogni occasione di confronto a rilasciare lo studente. Seguiamo direttamente anche l'evoluzione del processo. Su nostra richiesta, infatti, il procedimento giudiziario nei confronti dello studente è stato inserito nel programma di monitoraggio processuale dell'Unione europea, pochissimi giorni dopo il suo arresto. Abbiamo insistito a tutti i livelli affinché il meccanismo europeo sopra descritto e coordinato dall'Unione europea, che era stato sospeso prima dell'estate per i rischi legati al Covid, venisse al più presto riattivato, non solo per Zaki, ma per tutti i casi qualificati come sensibili. Si tratta, infatti, a nostro avviso, di uno strumento fondamentale per la promozione dei diritti umani. Questa nostra posizione è stata condivisa dalla delegazione dell'Unione europea al Cairo e il meccanismo è stato immediatamente applicato al caso dello studente egiziano e ad altri. Anche nei mesi in cui il meccanismo era quasi del tutto inattivo per via della situazione epidemiologica, un gruppo di Paesi europei ed extraeuropei ha mantenuto un costante monitoraggio sulla vicenda di Patrick. Ciò è avvenuto grazie alla tenace opera di sensibilizzazione condotta dalla nostra ambasciata al Cairo, che ha continuato a inviare un proprio funzionario alle udienze, coinvolgendo di volta in volta altri partner europei e internazionali. Grazie a questa azione incessante, alle ultime udienze hanno partecipato, in varie forme, oltre ai diplomatici italiani, funzionari di Francia, Germania, Spagna, Belgio, Olanda, Danimarca, Stati Uniti e Canada. Anche in occasione della più recente udienza del 5 aprile, pur nelle circostanze collegate alla scelta della difesa del giovane di non partecipare all'udienza per sostenere la richiesta di una sostituzione del collegio giudicante, un funzionario della nostra ambasciata al Cairo si è recato presso il tribunale assieme ai colleghi di Francia e Canada, mentre gli Stati Uniti hanno depositato una lettera per rimarcare la loro attenzione verso il caso. L'Italia ha portato la questione del rispetto dei diritti umani nel Paese all'attenzione dell'Unione europea e del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite. Lo scorso 18 dicembre il Parlamento europeo ha approvato una risoluzione in cui, citando esplicitamente Regeni e Zaki, si chiede un'indagine indipendente sui diritti umani in Egitto.