[pronunce]

che, secondo lo stesso Tribunale, l'ammontare del contributo dovuto dagli avvocati pensionati risulterebbe, altresì, talmente elevato da compromettere l'utilità derivante dalla percezione del trattamento pensionistico, violando, quindi, l'art. 38 Cost. che tutela la «funzione previdenziale della contribuzione versata»; che, secondo il rimettente, la sindacabilità dei regolamenti da parte della Corte sarebbe possibile poiché le disposizioni impugnate presentano un rapporto di integrazione in forza del quale le norme di rango primario non sarebbero intellegibili se non alla luce delle norme di rango secondario e il precetto da sottoporre al vaglio della legittimità costituzionale deriverebbe dal combinato disposto o continuum normativo esistente tra di esse; che il vaglio di legittimità costituzionale sui regolamenti in rapporto di integrazione con la fonte primaria è stato ritenuto possibile dalla consolidata giurisprudenza costituzionale e, in particolare, dalla sentenza n. 34 e dalla ordinanza n. 10 del 2011; che si è costituito in giudizio l'avvocato M.T. domandando l'accoglimento delle questioni sollevate dal Tribunale ordinario di Napoli, sottolineando di dover corrispondere alla Cassa nazionale di previdenza e assistenza forense, a titolo di contributo di solidarietà, una somma superiore a quella corrisposta dagli avvocati non pensionati, nonché superiore alla pensione percepita e aggiungendo che il principio di proporzionalità e sinallagmaticità che regola il rapporto tra contribuzione e pensione non può essere derogato neppure da ragioni di tipo solidaristico; che si è costituita in giudizio la Cassa nazionale di previdenza e assistenza forense chiedendo che le questioni siano dichiarate inammissibili o infondate; che, secondo la Cassa, l'inammissibilità della questione discenderebbe dalla violazione dell'art. 134 Cost., in quanto, stando al petitum dell'ordinanza, la domandata declaratoria di illegittimità costituzionale avrebbe ad oggetto regolamenti di delegificazione, come del resto osservato dallo stesso rimettente, e non di attuazione, con ciò rendendo peraltro non pertinente il richiamo alle pronunce della Corte costituzionale n. 34 e n. 10 del 2011; che, con riferimento alla censura formulata in relazione all'art. 38 Cost., la Cassa ha osservato che il rimettente ha chiesto alla Corte un intervento additivo con il quale dovrebbe essere indicato un «limite alla contribuzione di solidarietà» senza illustrare, tuttavia, per quale motivo questa soluzione sarebbe costituzionalmente obbligata; che, quanto al merito delle censure, non vi sarebbe violazione dell'art. 3 Cost. perché, come chiarito dalla giurisprudenza costituzionale (sentenza n. 132 del 1984), non vi è un obbligo di pari proporzionalità fra oneri contributivi e trattamento pensionistico e, inoltre, perché le situazioni degli appartenenti alle due categorie sono diverse e perciò non comparabili; che non vi sarebbe violazione dell'art. 38 Cost. perché la contribuzione richiesta corrisponde ad una percentuale del reddito professionale e non incide sull'ammontare della pensione, la quale costituisce un'ulteriore ed autonoma fonte di reddito; che è intervenuto in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che le questioni siano dichiarate infondate; che secondo l'Avvocatura generale l'imposizione di un contributo a carico di tutti gli appartenenti alla categoria risponde a ragioni solidaristiche, mentre la differenziazione delle aliquote trova giustificazione nella eterogeneità delle situazioni; che, inoltre, poiché il contributo è calcolato in termini percentuali sul reddito professionale, è da escludere che il professionista possa restare privo di un adeguato mezzo di sostentamento. Considerato che il Tribunale ordinario di Napoli, in funzione di giudice del lavoro, ha sollevato, in riferimento all'art. 3 della Costituzione, questione di legittimità costituzionale degli artt. 1, comma 4, 2, comma 2, e 3, comma 2, del decreto legislativo 30 giugno 1994, n. 509 (Attuazione della delega conferita dall'art. 1, comma 32, della legge 24 dicembre 1993, n. 537, in materia di trasformazione in persone giuridiche private di enti gestori di forme obbligatorie di previdenza e assistenza) e dell'art. 3, comma 12, della legge 8 agosto 1995, n. 335 (Riforma del sistema pensionistico obbligatorio e complementare), in combinato disposto con l'art. 1 del Regolamento della Cassa forense 17 marzo 2006 e con l'art. 2 del Regolamento della Cassa forense 19 settembre 2008; nonché dell'art. 18, comma 11, del decreto-legge 6 luglio 2011, n. 98 (Disposizioni urgenti per la stabilizzazione finanziaria), convertito, con modificazioni, dall'art. 1, comma 1, della legge 15 luglio 2011, n. 111, in combinato disposto con l'art. 2 del Regolamento della Cassa forense 5 settembre 2012, nella parte in cui tali disposizioni «prevedono in ragione delle aliquote del contributo soggettivo a carico dei pensionati di vecchiaia, un maggiore contributo solidaristico di tale categoria rispetto a quello posto a carico degli avvocati non pensionati»; che il giudice ha dubitato, altresì, della legittimità costituzionale delle medesime disposizioni e degli artt. 2, comma 8, 10, comma 3, e 11, comma 4, della legge 20 settembre 1980, n. 576 (Riforma del sistema previdenziale forense), in riferimento all'art. 38 Cost. nella parte in cui «non prevedono un tetto massimo alla contribuzione erogata dai pensionati di vecchiaia per finalità solidaristica e pertanto non tutelano la funzione previdenziale della contribuzione versata»; che, secondo il consolidato orientamento di questa Corte, il vaglio di costituzionalità delle disposizioni di atti regolamentari è ammissibile solo quando essi costituiscano specificazione delle disposizioni di legge (sentenze n. 456 del 1994 e n. 1104 del 1988, nonché, in applicazione dello stesso principio, ma in senso negativo nei casi risolti, sentenza n. 162 del 2008 e ordinanza n. 389 del 2004, pronunce richiamate dalla sentenza n. 354 del 2008); che, nella specie, i regolamenti portati all'esame della Corte sono riconducibili ad un processo di privatizzazione degli enti pubblici di previdenza e assistenza che si inserisce nel contesto del complessivo riordinamento o della soppressione di enti previdenziali, in corrispondenza ad una direttiva più generale volta ad eliminare duplicazioni organizzative e funzionali nell'ambito della pubblica amministrazione (sentenza n. 15 del 1999); che questo assetto è stato realizzato attraverso una "sostanziale delegificazione" della materia, come osservato anche dalla Corte di cassazione, sezione lavoro, con la sentenza 16 novembre 2009, n. 24202;