[pronunce]

n. 196 del 2003 nella parte in cui esclude, decorso il termine di ventiquattro mesi, l'acquisibilità e l'utilizzabilità dei dati di traffico telefonico per finalità di repressione di reati diversi da quelli di cui all'art. 407, comma 2, lettera a), del codice di procedura penale. La questione è stata posta nell'ambito di un procedimento contro ignoti, relativo ad un fatto di omicidio colposo connesso alla circolazione stradale, ove si è manifestata l'esigenza di ricostruire le comunicazioni attuate mediante una determinata utenza mobile, in una data successiva di oltre ventiquattro mesi (ma non di oltre quarantotto) alle comunicazioni medesime. Secondo la normativa già vigente al momento dell'ordinanza di rimessione – cioè l'art. 132, comma 4, del d.lgs. n. 196 del 2003, nel testo introdotto dall'art. 3 del d.l. n. 354 del 2003, come convertito dalla legge n. 45 del 2004 – i dati rilevanti per l'indagine sarebbero stati acquisibili solo se si fosse proceduto per uno dei gravi reati elencati alla lettera a) del comma 2 dell'art. 407 cod. proc. pen. , tra i quali non è compreso l'omicidio colposo. Dunque l'istanza di acquisizione formulata dal pubblico ministero avrebbe dovuto essere respinta, pur essendo le informazioni necessarie per l'accertamento dei fatti ancora disponibili, in quanto conservate proprio in applicazione del comma 4 del citato art. 132. Il giudice a quo dubita che la norma impugnata assicuri un ragionevole contemperamento tra opposte esigenze di tutela. Se da un lato è sostenibile (per quanto, a parere del giudice rimettente, opinabile) che tra i diritti inviolabili della persona sia compreso quello alla protezione dei dati personali, sull'opposto versante si trovano posizioni ed interessi certamente assistiti dalla medesima garanzia costituzionale, e specificamente sottoposti a tutela: dal diritto alla libertà personale (art. 13 Cost.) a quello all'integrità fisica e alla salute (art. 32 Cost.), dal diritto all'inviolabilità del domicilio (art. 14 Cost.) a quello di proprietà (art. 42 Cost.), fino alla più generale aspettativa che lo Stato preservi, attraverso il perseguimento in sede giurisdizionale dei comportamenti criminosi, le condizioni essenziali della convivenza civile (artt. 101, 104 e 112 Cost.). I rilevanti limiti fissati per l'accesso ai «tabulati» comporterebbero, d'altra parte, una forte compressione del diritto di difesa del cittadino accusato di un reato e della persona offesa dal reato medesimo, precludendo la possibilità di ottenere informazioni utili e, dunque, l'acquisizione di mezzi di prova da spendere a sostegno della rispettiva posizione processuale (artt. 24 e 111, terzo comma, Cost.). Secondo il rimettente, quale che sia la tutela costituzionalmente imposta per la riservatezza dei dati personali, il sacrificio determinatosi per i diritti appena elencati sarebbe irrazionale ed eccessivo. I limiti posti alla conservazione dei dati si giustificano per il rischio, progressivamente più elevato e meno giustificato, che degli stessi dati venga fatta un'illecita utilizzazione, da parte del gestore o di terze persone. Non sarebbe dunque in discussione la legittimità della scelta legislativa di imporre, entro un lasso di tempo determinato, la cancellazione delle informazioni sul traffico telefonico. Sarebbe irrazionale, piuttosto, il sacrificio dei diritti «contrapposti» per tutta la fase in cui dette informazioni vengono conservate ad altri fini, restando dunque esposte al rischio della illecita diffusione. Nel periodo compreso tra i ventiquattro ed i quarantotto mesi, in particolare, il potenziale pregiudizio per la riservatezza resterebbe inalterato, ed anzi si aggraverebbe progressivamente, senza che ciò sia compensato dalla disponibilità di eventuali prove della commissione di delitti anche molto gravi, per quanto non compresi nell'elenco fissato alla lettera a) del comma 1 dell'art. 407 cod. proc. pen.. La stessa discriminazione tra i reati suscettibili di indagine e quelli esclusi, in un tale contesto, resterebbe priva di fondamento oggettivo e comunque di ragionevolezza. L'irrazionalità del sistema sarebbe ancor più evidente, secondo il giudice a quo, considerando che la legge impone la conservazione dei dati di traffico telefonico anche oltre la soglia dei quattro anni e, dunque, per un periodo durante il quale la loro acquisizione a fini di indagine penale è preclusa in assoluto. Il rimettente si riferisce, in particolare, al comma 6-bis dell'art. 181 del d.lgs. n. 196 del 2003, introdotto dall'art. 4 del d.l. n. 354 del 2003 (come convertito dalla legge n. 45 del 2004), che, sia pure in via transitoria, avrebbe fissato per la conservazione dei dati il termine di cinque anni (mediante rinvio alla previsione dell'art. 4, comma 2, del decreto legislativo 13 maggio 1998, n. 171, la quale disciplina il trattamento finalizzato alla composizione dei rapporti contrattuali tra utenti e gestori dei servizi di telefonia). Il giudice a quo osserva da ultimo che – se si giungesse ad escludere che la riservatezza dei dati personali costituisca oggetto di un diritto inviolabile della persona, come tale dotato di rango pari a quello dei diritti ad esso «contrapposti» – resterebbe delegittimata in radice la scelta legislativa di vietare all'autorità giudiziaria, «fin tanto che in natura (e cioè presso il fornitore) esista il bene “dato personale”», di accedere alle relative informazioni per fini di accertamento della verità e di tutela dei diritti inviolabili offesi da comportamenti criminosi.1. – Il Giudice per le indagini preliminari nel Tribunale di Pavia, con tre distinte ordinanze deliberate in altrettanti procedimenti, ha sollevato questione di legittimità costituzionale dell'art. 132, comma 3, del decreto legislativo 30 giugno 2003, n. 196 (Codice in materia di protezione dei dati personali), in riferimento agli artt. 3, 97, 111 e 112 della Costituzione, nella parte in cui disponeva che il pubblico ministero, per accedere a fini d'indagine a dati concernenti il traffico telefonico, dovesse ottenere, nei ventiquattro mesi successivi alle relative comunicazioni, un preventivo provvedimento giudiziale di autorizzazione o di acquisizione dei dati medesimi. Anche la questione sollevata dal Giudice per le indagini preliminari nel Tribunale di Cuneo – in riferimento agli artt. 15, secondo comma, 111, secondo comma, e 3, primo comma, Cost. – concerne il disposto in allora vigente del comma 3 dell'art. 132 del d.lgs. n. 196 del 2003, nella parte in cui prevedeva che il giudice acquisisse direttamente dati sul traffico telefonico, nei ventiquattro mesi successivi alle comunicazioni interessate, senza nel contempo specificare alcun criterio per la relativa deliberazione, e nella parte in cui delineava, per i casi di particolare urgenza dell'indagine, un regime «più restrittivo» di quello fissato per l'intercettazione di conversazioni telefoniche, non contemplando la possibilità per il pubblico ministero di adottare un proprio provvedimento acquisitivo, suscettibile di successiva convalida da parte del giudice.