[pronunce]

secondo cui la competenza – qualora sopravvengano altre sentenze di condanna pronunciate da giudici di diverso distretto di corte d'appello – è del tribunale di sorveglianza del luogo in cui è stata pronunciata la sentenza divenuta irrevocabile per ultima e, cioè, dell'ufficio del pubblico ministero che, avendo emesso apposito provvedimento ex art. 663 cod. proc. pen. , ne cura l'esecuzione. A questa interpretazione si perviene sulla base del rilievo che, se il condannato abbia beneficiato della sospensione dell'esecuzione della pena ai sensi dell'art. 656, comma 5, cod. proc. pen. , «la normativa processuale penale (cfr. il tenore dell'art. 656, VI comma, c. p. p. e dell'art. 677, II comma, ultimo periodo, c. p. p.) è chiaramente nel senso di agganciare e legare strettamente, sul piano territoriale, la competenza del tribunale di sorveglianza a quella del pubblico ministero che cura l'esecuzione della condanna definitiva, prevedendo espressamente che l'individuazione del tribunale di sorveglianza territorialmente competente è determinata dal luogo in cui ha sede l'ufficio del pubblico ministero preposto ad eseguire il titolo definitivo». Applicando al caso di specie il suddetto criterio legale, si perviene alla conclusione che il tribunale di sorveglianza competente è quello del luogo in cui ha sede la Procura della Repubblica presso il Tribunale di Terni e, segnatamente, il Tribunale di sorveglianza di Perugia. Il rimettente prosegue osservando che la questione in esame non può essere risolta applicando in via analogica il principio sancito dall'art. 5 del codice di procedura civile, secondo cui la competenza si determina con riguardo allo stato di fatto (adde: e alla legge vigente) esistente al momento della proposizione della domanda, restando quindi irrilevanti i successivi mutamenti dello stato medesimo (perpetuatio jurisdictionis). Infatti, è noto che il ricorso alla cosiddetta analogia legis è possibile a condizione che la fattispecie non sia affatto disciplinata dalla legge, laddove, nel caso in esame, la questione della competenza territoriale, oggetto della procedura di sorveglianza, è disciplinata dal combinato disposto degli artt. 655, comma 1, e 665, comma 4, cod. proc. pen. ; né si può applicare al caso di specie – per analogia juris – il principio generale della perpetuatio jurisdictionis, in quanto, al riguardo, valgono le stesse ragioni che precludono il ricorso al criterio dell'analogia legis e, segnatamente, il fatto che negli artt. 655, comma 1, e 665, comma 4, cod. proc. pen. è contemplato il criterio legale da utilizzare ai fini dell'individuazione del tribunale di sorveglianza territorialmente competente; infine, non si può invocare il criterio della perpetuatio jurisdictionis sancito dall'art. 677, comma 1, cod. proc. pen. , perché tale disposizione disciplina la diversa ed autonoma ipotesi del condannato detenuto in istituto penitenziario, e non già quella del condannato “libero sospeso” a mente dell'art. 656, comma 5, cod. proc. pen. In definitiva, ad avviso del rimettente, «la questione della competenza territoriale nella presente procedura di sorveglianza va risolta secondo il principio enucleabile dal combinato disposto degli artt. 655, comma 1, e 665, comma 4, cod. proc. pen. , secondo cui la competenza – nel caso di sopravvenienza di altre sentenze definitive di condanna pronunciate da giudici di diversi distretti di corte d'appello – appartiene al tribunale di sorveglianza del luogo in cui è stata pronunciata la sentenza divenuta irrevocabile per ultima; cioè, nel caso di specie, al Tribunale di sorveglianza di Perugia». Tuttavia il giudice a quo ritiene che tale criterio sia estremamente “mobile”, in quanto consente al Tribunale di sorveglianza, inizialmente competente ai sensi dell'art. 656, comma 6, cod. proc. pen. , di dichiararsi incompetente e, perciò, di trasmettere gli atti della procedura a quel diverso tribunale di sorveglianza che, nel frattempo, a seguito della sopravvenienza di altra sentenza irrevocabile pronunciata da giudice di diverso distretto di corte d'appello, sia diventato competente; a sua volta, quest'ultimo tribunale di sorveglianza, qualora nelle more della decisione sopraggiungano altre sentenze definitive di altro distretto, sarà costretto a declinare la competenza in favore del tribunale di sorveglianza nel frattempo divenuto competente per territorio. Questi continui spostamenti di competenza, destinata a cristallizzarsi soltanto allorché il tribunale di sorveglianza decida prima che giungano altre sentenze definitive di condanna pronunciate da giudici di altri distretti di corte d'appello, si pongono in oggettivo contrasto con i principi stabiliti dagli artt. 25, primo comma, 111, secondo comma, e 97, primo comma, Cost. Invero, lo spostamento della competenza territoriale da un tribunale di sorveglianza all'altro viola, in primo luogo, il principio del giudice naturale e precostituito per legge, perché rende impossibile individuare a priori il tribunale di sorveglianza territorialmente competente; dilata in modo irragionevole i tempi di definizione del procedimento; rischia di far girare “a vuoto”, per un tempo più o meno lungo, la stessa attività giurisdizionale, in contrasto col principio costituzionale di buon andamento che informa l'attività di ogni amministrazione pubblica. La questione, ad avviso del rimettente, è non manifestamente infondata, alla luce delle considerazioni esposte, ed è rilevante perché, qualora fosse ritenuta fondata, condurrebbe ad attribuire al tribunale di sorveglianza adito la competenza a decidere sull'istanza di concessione di misura alternativa alla detenzione, presentata dal condannato; mentre, ove fosse ritenuta inammissibile o respinta, gli atti andrebbero trasmessi al Tribunale di sorveglianza di Perugia. 3. — Il giudice a quo, con la seconda ordinanza (r.o. n. 850 del 2007) , espone di essere chiamato a decidere nel procedimento relativo a M. L., anche quest'ultimo “libero sospeso” ai sensi dell'art. 656, comma 5, cod. proc. pen. , nei cui confronti il pubblico ministero presso il Tribunale di Foggia, dopo avere emesso, a seguito di provvedimento di cumulo, ordine di esecuzione e contestuale decreto di sospensione, ha trasmesso al tribunale di sorveglianza tali atti unitamente all'istanza del condannato, diretta ad ottenere misure alternative alla detenzione. Nelle more della decisione è avvenuto che: a) il cumulo, emesso il 18 agosto 2004 dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Foggia, è stato assorbito in quello emesso il 31 marzo 2005 dalla Procura generale presso la Corte di appello di Napoli, con provvedimento sospeso da detta procura generale ai sensi dell'art. 656, comma 5, cod. proc. pen. ; b) tale provvedimento è stato a sua volta assorbito nel cumulo emesso il 25 novembre 2006 dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Torre Annunziata, con pena residua non eseguita per sospensione accordata ai sensi del citato art. 656, comma 5, cod. proc. pen. ;