[pronunce]

che, ad avviso del giudice a quo l'accoglimento della questione, nei termini prospettati, non troverebbe ostacolo nel fatto che il nostro ordinamento non consente la possibilità dell'autodifesa nel processo penale, dal momento che la giurisprudenza di questa Corte, che ha sempre escluso il ricorso all'autodifesa, sarebbe estranea al caso in esame, posto che, non solo l'attuale sistema processuale di tipo accusatorio consentirebbe assai più del precedente (al quale si riferirebbero le decisioni di questa Corte) l'autodifesa, ma addirittura prevederebbe ipotesi in cui l'assistenza del difensore non sarebbe necessaria, come nei casi di cui all'art. 447 cod. proc. pen. in tema di applicazione della pena su richiesta e di cui all'art. 309 in materia di misure cautelari coercitive ovvero ancora nel giudizio dinanzi alla Corte di cassazione; che, con una seconda ordinanza emessa il 17 dicembre 1999, lo stesso giudice solleva, in riferimento agli articoli 3, 10, 24, 76, 77, 101 e 112 della Costituzione, questione di legittimità costituzionale degli articoli 97 e 484 cod. proc. pen. nonché degli articoli 1 e 26 del regio decreto-legge 27 novembre 1933, n. 1578 (Ordinamento delle professioni di avvocato e procuratore), convertito, con modificazioni, nella legge 22 gennaio 1934, n. 36, nella parte in cui non consentono la nomina degli aventi titolo all'iscrizione all'albo degli avvocati quali sostituti del difensore che non partecipi al dibattimento sebbene non legittimamente impedito, qualora tutti gli iscritti agli albi degli avvocati immediatamente reperibili abbiano opposto rifiuto; che anche in tale ordinanza il remittente riferisce della situazione venutasi a creare presso il tribunale di Latina a causa della astensione degli avvocati, proclamata nel luglio del 1999 e destinata a protrarsi, salvo proroghe, fino al 10 marzo 2000; che, in questo caso, il remittente individua la causa del blocco dell'attività giudiziaria nell'obbligo, per il giudice, di nominare quale sostituto del difensore di udienza esclusivamente un iscritto agli albi professionali degli avvocati anziché una persona avente titolo alla iscrizione, nei casi in cui sia impossibile avvalersi di un iscritto agli albi a causa dell'adesione alla astensione collettiva di tutti i professionisti interpellati; che le disposizioni indicate, ad avviso del giudice a quo, contrasterebbero, in primo luogo, con gli articoli 3, 10, e 24 della Costituzione, e cioè con il principi di ragionevolezza, con l'obbligo di adeguamento dell'ordinamento italiano alle norme internazionali e con il principi della ragionevole durata del processo; che, in particolare, quanto alla irragionevolezza delle disposizioni censurate, il remittente afferma che la stessa deriverebbe dalla inerzia del legislatore che, a distanza di tre anni dalla sentenza di questa Corte n. 171 del 1996, avrebbe omesso ogni intervento in materia di disciplina delle procedure e delle conseguenze della inosservanza degli obblighi di cui all'art. 2 della legge n. 146 del 1990; che, ad avviso del giudice a quo anche in vista dell'allora imminente introduzione nell'art. 111 della Costituzione del principi del giusto processo (principio peraltro da ritenersi già costituzionalizzato, ai sensi dell'art. 10 della Costituzione, attraverso il recepimento della convenzione europea dei diritti dell'uomo), non sarebbe ragionevole di per sé, né conforme ai principî del processo accusatorio, l'obbligo della presenza del difensore alle udienze dibattimentali nei casi in cui l'assenza derivi dalla volontaria scelta di tutti gli appartenenti alla classe forense di non adempiere al loro ufficio; che, infatti, prosegue il remittente, la legge dovrebbe assicurare la possibilità di difendersi in giudizio, ma ciò comporterebbe necessariamente l'obbligatoria presenza del difensore; che pertanto, ad avviso del giudice a quo non sarebbe ragionevole che il legislatore, da un lato, imponga la presenza come difensore di un iscritto agli albi degli avvocati e, dall'altro, non preveda alcuno strumento normativo processuale e ordinamentale per risolvere i casi in cui tutti i legittimati materialmente reperibili per lo svolgimento dell'attività difensiva necessitata si rifiutino di svolgere l'ufficio difensivo conferito, dichiarando di aderire ad un'astensione collettiva dalle udienze che si sostanzierebbe in un abuso del diritto; che la irrazionalità, prosegue il giudice a quo andrebbe ravvisata in modo particolare negli articoli 1 e 26 del r.d.l. 27 novembre 1933, n. 1578, convertito nella legge 22 gennaio 1934, n. 36, nella parte in cui impongono, anche in casi come quello descritto, di nominare il difensore scegliendolo tra gli iscritti agli albi degli avvocati anziché tra gli aventi titolo all'iscrizione, non consentendo di derogare alla condizione della effettiva iscrizione anche quando sussistano tutti i requisiti per l'esercizio dell'attività difensiva ad eccezione della mera formale iscrizione all'albo professionale, ben potendo la verifica di tali requisiti essere eseguita dall'autorità giudiziaria procedente nei casi in cui, ai limitati fini dell'art. 97, comma 4, cod. proc. pen. , sia necessario garantire all'imputato un difensore; che la omessa previsione di una simile possibilità per il giudice procedente sarebbe, ad avviso del remittente, illegittima anche sotto il profilo del mancato adeguamento ai trattati, dal momento che gli artt. 59 e ss. del trattato CEE e l'art. 4 della direttiva 77/249/CEE escludono espressamente l'iscrizione ad un albo quale requisito per l'esercizio della professione legale; che, secondo il giudice a quo le disposizioni censurate violerebbero anche, sotto diversi profili, gli articoli 76 e 77 della Costituzione, perché con esse il legislatore delegato non avrebbe previsto, in contrasto con quanto stabilito dalla direttiva n. 105 della legge di delegazione, criteri che garantiscano l'effettività della difesa d'ufficio, non avrebbe adeguato, contravvenendo alla prima direttiva dell'art. 2 della medesima legge, l'ordinamento interno al principio sancito nell'art. 17 della convenzione europea dei diritti dell'uomo in tema di ragionevole durata del processo, e non avrebbe adeguato al nuovo codice gli istituti processuali preesistenti, poiché non avrebbe previsto la possibilità della sostituzione del difensore con soggetti non iscritti all'albo, possibilità che sarebbe stata invece consentita dall'art. 38 della legge n. 36 del 1934 attraverso il richiamo agli articoli 130, 131 e 132 del codice di procedura penale del 1930; che gli articoli 97, comma 4, e 484 cod. proc. pen. contrasterebbero, infine, ad avviso del remittente, con gli articoli 101 e 112 della Costituzione perché assoggetterebbero il giudice nell'esercizio della giurisdizione a scelte determinate non dalla legge ma da fattori contingenti e da organi esterni all'amministrazione della giustizia, con possibile paralisi dell'esercizio dell'azione penale;