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Ciò è quanto emerso da una ricerca condotta da Confindustria in collaborazione con Srm-Studi e ricerche per il Mezzogiorno (centro studi del gruppo Intesa Sanpaolo), secondo cui l'emergenza lavoro per i giovani, che ha caratterizzato la fotografia del Sud degli ultimi anni, non accenna a ridursi, sebbene solo un quarto circa delle domande di reddito di cittadinanza presentate faccia riferimento a persone di età inferiore a 40 anni; al Mezzogiorno i disoccupati sono circa 1,5 milioni e molti di più sono gli inattivi. A giudizio dell'interrogante si conferma, pertanto, l'assoluta inefficacia dei provvedimenti assunti dal Ministero per il Sud sotto la gestione dell'ex ministro Lezzi; il tasso di attività si ferma al 54 per cento e quello di occupazione al 43,4 per cento. La ricerca mostra tutte le difficoltà del 2018 e sin qui del 2019: il primo trimestre 2019 è stato infatti il terzo di fila a far segnare un andamento negativo, con gli occupati al Sud tornati sotto la soglia dei 6 milioni, con una flessione in quasi tutte le regioni, tranne Molise, Puglia e Sardegna. Si registra, inoltre, la totale assenza di crescita per le imprese e nei primi mesi del 2019: quelle attive sono meno di 1,7 milioni, esattamente come un anno fa. Nel 2018 hanno ripreso a crescere invece i fallimenti e le liquidazioni volontarie, sintomo del peggioramento della percezione sulle aspettative future degli imprenditori meridionali, si chiede di sapere quali iniziative di competenza il Ministro in indirizzo intenda mettere in atto a fronte della crisi sempre più grave che caratterizza la condizione economica, imprenditoriale ed occupazionale delle regioni del Sud Italia. Atto n. 4-02190 PAPATHEU Al Ministro del lavoro e delle politiche sociali Premesso che: i dati diffusi dall'Istituto nazionale per l'assicurazione contro gli infortuni sul lavoro (Inail) sui casi di infortuni e malattie professionali nei primi 7 mesi del 2019 sono drammatici; tra gennaio e luglio 2019 sono state 378.671 le denunce di infortunio sul lavoro presentate all'Istituto (con un calo dello 0,02 per cento rispetto al 2018), 599 delle quali con esito mortale (con un aumento del 2,0 per cento). I dati provvisori danno in aumento le patologie di origine professionale denunciate, che sono state 38.501 (2,7 per cento in più). Aumentano del 4,3 per cento le morti sul lavoro e sono 432 i decessi rilevati, con 167 infortuni mortali in itinere . Il tutto con una media mensile complessiva di mortalità sempre più drammatica: 85 vittime al mese, da Nord a Sud del Paese; le donne che hanno perso la vita in occasione di lavoro nel 2019 sono 22, e vi sono stati 29 casi di decesso in itinere . La Lombardia è al primo posto di questa inquietante statistica (62 vittime), nella quale seguono: Lazio (43), Piemonte (40), Campania (38), Sicilia (35), Emilia-Romagna e Veneto (44), Puglia (28), Toscana (24), Trentino-Alto Adige e Abruzzo (14), Marche (11), Basilicata e Calabria (9), Umbria, Friuli-Venezia Giulia, Liguria (8), Sardegna (7), Molise (6). Le province in cui si muore di più sono Roma (31), Napoli (16), Milano e Torino (15), Brescia (14), Foggia e Vicenza (12) Cuneo e Palermo (11), Avellino, Bolzano, Verona e Firenze (9). Le vittime riguardano i settori attività manifatturiere (59), costruzioni (55), trasporto e magazzinaggio (45), commercio e riparazione di autoveicoli e motocicli (26). La fascia d'età più colpita dagli infortuni mortali sul lavoro è tra i 45 e i 64 anni (280 vittime); i dati confermano l'inconsistenza, o peggio l'assenza, in Italia di politiche per la prevenzione del rischio; il presidente dell'osservatorio sicurezza sul lavoro "Vega Engineering", Mauro Rossato, nell'elaborare tali dati ha affermato in termini eloquenti che: "Il copione è quello di una tragedia che si ripete. Solo che non si tratta di una messinscena a teatro, ma della dura e crudele quotidianità lavorativa nel nostro Paese"; si lavora per vivere, non per morire. Dignità e sicurezza sul lavoro devono essere una priorità vera per il Paese e lo Stato deve fare di più e rimediare alla perdurante assenza di politiche efficaci ed incisive per sconfiggere questa emergenza nazionale; occorre adottare misure più stringenti per garantire le dovute condizioni di sicurezza ma anche la diffusione di una maggiore cultura della sicurezza tra i datori di lavoro e i lavoratori, si chiede di sapere: se e con quali modalità il Ministro in indirizzo intenda avviare un apposito piano di rafforzamento dei controlli per la sicurezza nei cantieri, promuovendo al contempo un'adeguata attività di formazione del personale, specie nei luoghi dove il rischio di infortuni è elevato; se ritenga utile prevedere una campagna di sensibilizzazione nelle scuole al fine di avvicinare al tema della sicurezza i giovani che saranno i futuri lavoratori e imprenditori del nostro Paese. Atto n. 4-02191 PAPATHEU Ai Ministri del lavoro e delle politiche sociali e dell'economia e delle finanze Premesso che: l'Istat, nel report "Economia non osservata nei conti nazionali" relativo agli anni 2013-2016, ha stimato che nel 2016 il valore aggiunto generato dall'economia "sommersa" in Italia ha raggiunto i 200 miliardi di euro. Il tutto concerne un ampio contesto che va dalle "sotto" dichiarazioni all'impiego di lavoro irregolare, dagli affitti in nero alle mance; il volume del lavoro nero nel nostro Paese connesso ad attività illegali come la produzione ed il traffico di droga, la prostituzione ed il contrabbando di tabacco, incluso l'indotto, risulta addirittura pari a circa 18 miliardi di euro; i 210 miliardi di euro di volumi d'affari dell'economia sommersa e illegale equivalgono al 12,4 per cento dell'intero Pil (dato del 2016). I dati raccolti nel periodo 2013-2016, in cui il Paese era governato da Esecutivi di centrosinistra, tracciano un quadro a dir poco preoccupante nel quale non si evincono poi tangibili miglioramenti nel successivo periodo in cui è arrivato al Governo il Movimento 5 Stelle; nel dettaglio il sommerso riguarderebbe i seguenti comparti nella relativa misura: commercio, trasporti, alloggio e ristorazione: 23,7 per cento; costruzioni: 22,7 per cento; attività professionali, scientifiche e tecniche, attività amministrative e di servizi di supporto: 18,2 per cento; agricoltura, silvicoltura e pesca: 16,4 per cento; attività professionali, scientifiche e tecniche: 18,2 per cento; servizi di informazione e comunicazione: 6,8 per cento; attività immobiliari: 6,5 per cento; amministrazioni pubbliche, difesa, istruzione, sanità e assistenza sociale: 4,7 per cento; attività finanziarie e assicurative: 3,6 per cento; altre attività dei servizi: 33,3 per cento; in Italia i lavoratori irregolari sono circa 3,7 milioni, in prevalenza dipendenti (2,6 milioni):