[pronunce]

Ciò, peraltro, in linea con la giurisprudenza della stessa Corte di cassazione, costante - a partire dalla sentenza delle sezioni unite civili 13 gennaio 2005, n. 460 - nel ritenere che le controversie in materia di sanzioni disciplinari per gli addetti al servizio pubblico di trasporto in concessione appartengono alla cognizione del giudice ordinario, stante l'implicita abrogazione per incompatibilità, sin dall'operatività della disposizione originaria dell'art. 68 del decreto legislativo 3 febbraio 1993, n. 29 (Razionalizzazione della organizzazione delle Amministrazioni pubbliche e revisione della disciplina in materia di pubblico impiego, a norma dell'articolo 2 della legge 23 ottobre 1992, n. 421), della giurisdizione del giudice amministrativo prefigurata dall'art. 58 dell'Allegato A al r.d. n. 148 del 1931. L'ordinanza di rimessione richiama diffusamente, in proposito, la sentenza delle sezioni unite civili 13 giugno 2008, n. 15917, ove si conclude che, a fronte della chiara e univoca evoluzione della disciplina del rapporto di pubblico impiego, nel segno dell'attrazione nell'area generale del diritto privato, diviene difficile «sostenere ancora la specialità del rapporto di lavoro degli autoferrotranvieri», che dovrebbe giustificare la giurisdizione del giudice amministrativo. Risulterebbero, pertanto, superate le pronunce con le quali la Corte costituzionale aveva dichiarato manifestamente inammissibili, per difetto di giurisdizione del giudice a quo, precedenti questioni intese a censurare la previsione della sanzione disciplinare di cui si discute (ordinanze n. 60 del 1994 e n. 458 del 1992). Neppure, per altro verso, sarebbe possibile una interpretazione costituzionalmente orientata della normativa sottoposta a scrutinio, stante il suo univoco tenore letterale. Il legislatore avrebbe, d'altra parte, recentemente mostrato - sia pure «con eccentrica tecnica normativa» - di voler ripristinare indistintamente il vetusto regio decreto in questione. L'art. 27, comma 12-quinquies, del decreto-legge 24 aprile 2017, n. 50 (Disposizioni urgenti in materia finanziaria, iniziative a favore degli enti territoriali, ulteriori interventi per le zone colpite da eventi sismici e misure per lo sviluppo), convertito, con modificazioni, nella legge 21 giugno 2017, n. 96, aveva infatti disposto l'abrogazione del r.d. n. 148 del 1931, salva la sua applicazione fino al primo rinnovo del contratto collettivo nazionale di lavoro e, comunque sia, non oltre un anno dalla data di entrata in vigore del citato decreto-legge. Tale disposizione è stata, però, a sua volta abrogata dall'art. 9-quinquies, comma 1, del decreto-legge 20 giugno 2017, n. 91 (Disposizioni urgenti per la crescita economica nel Mezzogiorno), convertito, con modificazioni, nella legge 3 agosto 2017, n. 123. Il r.d. n. 148 del 1931 dovrebbe essere ritenuto, pertanto, ancora in vigore e quindi applicabile nella fattispecie oggetto del giudizio a quo. Esso, nell'Allegato A, all'art. 37, include tra le «punizioni che si possono infliggere agli agenti» la «retrocessione» (numero 5), precisando, al successivo art. 44, secondo comma, che «[p]er effetto della retrocessione gli agenti vengono trasferiti al grado immediatamente inferiore», ma che quando il provvedimento viene applicato, ai sensi dell'art. 55, in sostituzione della destituzione, «può farsi luogo eccezionalmente alla retrocessione di due gradi», e che, in ogni caso, «[a]lla retrocessione va sempre aggiunta la proroga del termine normale per l'aumento dello stipendio o paga, per la durata di tre o di sei mesi» (quarto comma). Lo stesso art. 44 aggiunge, al quinto comma, che, «[d]opo trascorso almeno un anno dalla retrocessione, gli agenti che ne siano ritenuti meritevoli possono ottenere la reintegrazione, per effetto della quale è restituita a ciascuno la qualifica che prima rivestiva, fermi restando gli effetti della pena accessoria della proroga, e salva la facoltà nell'azienda di farne cessare la ripercussione, ai sensi del terzo e quarto comma dell'art. 43». L'art. 55 stabilisce, infine, che «[l]e autorità competenti a giudicare delle singole mancanze possono, a seconda delle circostanze e nel loro prudente criterio, applicare una punizione di grado inferiore a quella stabilita per le mancanze stesse» (primo coma), soggiungendo che, quando «in luogo della destituzione si infligge la retrocessione, la proroga del termine normale per l'aumento dello stipendio o della paga o la sospensione dal servizio, a tali provvedimenti può essere aggiunto, come punizione accessoria e con le norme dell'art. 37, il trasloco punitivo» (secondo comma). 1.4.- La sanzione disciplinare considerata apparirebbe, peraltro, non solo «inattuale», ma anche irragionevole «per effetto delle novità politico-sociali e normative intervenute nelle more del lungo tempo trascorso, caratterizzate essenzialmente dal mutato regime costituzionale». Come emerge dallo stesso lessico normativo, si tratterebbe, infatti, di una sanzione a carattere «punitivo e militaresco», che si ripercuote di regola a tempo indeterminato sulla qualifica professionale conseguita dal lavoratore, salvo diverso apprezzamento del datore di lavoro riguardo alla «meritevolezza» di un ripristino della qualifica precedente: valutazione che, per la vaghezza del parametro, implicherebbe una mera facoltà per l'azienda, difficilmente censurabile dal dipendente in sede giudiziale. La misura assumerebbe, quindi, i connotati di una vera e propria pena dal contenuto «afflittivo, umiliante e degradante», piuttosto che di una mera sanzione disciplinare, rimanendo priva, come tale, di riscontro nei trattamenti disciplinari riservati ad altri dipendenti civili, anche di categorie similari (quali i ferrovieri, e il personale viaggiante e di terra del gruppo Ferrovie dello Stato). Per il suo «retrivo aspetto etico-sociale», la sanzione della retrocessione si porrebbe, altresì, in contrasto con l'art. 2 Cost., che garantisce i diritti inviolabili dell'uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità; nonché con l'art. 35 Cost., particolarmente laddove, al secondo comma, stabilisce che la Repubblica cura la formazione e l'elevazione professionale dei lavoratori: indicazione con la quale risulterebbe incompatibile il carattere afflittivo e tendenzialmente a tempo indeterminato della sanzione in questione.