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Norme straordinarie per il miglioramento della qualità dell'aria a tutela della salute e dell'ambiente nella Pianura Padana. Onorevoli Senatori. -- La Pianura Padana è una delle più grandi pianure europee. La più grande tra quelle dell'Europa meridionale, che occupa gran parte dell'Italia settentrionale, dalle Alpi occidentali al mare Adriatico. Essa comprende tre zone con differenti caratteristiche tra loro: l'alta pianura, la bassa pianura e le risorgive. L'alta pianura si stende ai piedi delle Prealpi e del pedemonte degli Appennini, il suolo è permeabile e composto da sabbia e ghiaia. La bassa pianura ha il suolo formato da argilla. In essa si concentrano diverse aree agricole e industriali, tra le più importanti all'interno dell'economia italiana. Le coltivazioni tipiche sono il grano e il mais. Trovano anche spazio le culture delle barbabietole da zucchero destinate all'industria di trasformazione, uva, grano e mais. A causa della scarsa ventilazione, l'aria tende a ristagnare soprattutto ad occidente, ma anche a causa dell'industrializzazione e dell'alta densità di popolazione (particolarmente in Lombardia, ma distribuita su tutta l'area di pianura, che conta circa 20 milioni di abitanti). La Pianura Padana sta vivendo un periodo molto critico dal punto di vista dell'inquinamento. Dall'inizio dell'anno sono state tante le giornate in cui i valori delle polveri sottili, ma anche dell'ozono e del biossido di azoto, sono risultati eccedenti e di molto, e la conseguenza è stata che le persone che abitano nelle località padane hanno respirato aria troppo inquinata. Da un recente rapporto dell'Agenzia europea dell'ambiente si evince che la zona della Pianura Padana è la più inquinata d'Europa, e la quinta di tutto il nostro pianeta. Essa supera i limiti di smog considerati «accettabili» dalle norme sanitarie fissate dall'OMS (Organizzazione mondiale della sanità) e provoca come conseguenza una diminuzione dell'aspettativa di vita di tre anni. Nel 2006 si iniziò a programmare una nuova politica energetica comune, attraverso «Il Libro verde sulla strategia europea per un'energia sostenibile, competitiva e sicura», ma è a partire dalla comunicazione della Commissione presentata il 10 gennaio 2007 (COM(2007)1) che si registra un netto cambio di passo e si avvia un percorso che colloca il tema dell'energia e della lotta al cambiamento climatico al centro delle politiche europee. Sulla base di tale comunicazione, il Consiglio europeo ha adottato, il 9 marzo 2007, un piano d'azione globale nel settore dell'energia per il periodo 2007-2009. L'utilizzo di fonti energetiche rinnovabili figura tra le priorità dell'Unione europea. La stessa fissa tra gli obiettivi per il 2020 la riduzione di almeno il 20 per cento delle emissioni di gas serra rispetto al 1999, attraverso il raggiungimento di una efficienza energetica pari al 20 per cento e un utilizzo di fonti energetiche rinnovabili pari almeno al 20 per cento. Per fare questo sono state attuate politiche nazionali e regionali che hanno incoraggiato negli ultimi anni l'utilizzo di biomasse nei settori della produzione di energia e combustione non industriale. Proprio sull'utilizzo delle biomasse non si è considerato l'impatto negativo sulla qualità dell'aria. Numerosi studi hanno messo in evidenza, negli ultimi anni, il contributo dell'utilizzo della biomassa alle concentrazioni di diversi inquinanti soprattutto in autunno e in inverno, quando le condizioni meteo impediscono la dispersione degli inquinanti. Le biomasse che vengono usate come combustibile provocano l'immissione nell'ambiente di quantità di polveri e idrocarburi policiclici aromatici (IPA) con effetti più che dannosi sulla popolazione. Gli impianti possono essere di tre tipi: a) a biomasse solide (legno, cippato, paglia), ovvero gli impianti tradizionali con forno; b) a biomasse liquide (oli vari, palma, girasole, e così via) costituiti da motori accoppiati a generatori; c) a biogas ottenuto da digestione anaerobica (utilizzando letame, residui organici, mais o altro). Queste ultime centrali a biogas con colture dedicate possono ricorrere legalmente anche alla frazione organica rifiuti solidi urbani (FORSU) in base al decreto legislativo del 29 dicembre 2013, n. 387, e secondo quanto affermato dalla sentenza del Consiglio di Stato, sezione V, n. 5333 del 29 luglio 2004. Purtroppo nel nostro Paese non è stato ben definito il concetto di biomassa, contemplando troppi materiali: qualsiasi residuo dell'industria della lavorazione del legno e della carta, tutti i prodotti organici derivanti dall'attività biologica degli animali e dell'uomo come quelli contenuti nei rifiuti urbani, troppe le provenienze e troppi i campi di utilizzo. Se prendiamo la definizione data dall'attuale legislazione si dice: «Biomassa = la frazione biodegradabile dei prodotti, rifiuti e residui di origine biologica provenienti dall'agricoltura, dalla silvicultura, dalle industrie connesse» comprese pesca e acquacoltura, «gli sfalci delle potature, la parte biodegradabile dei rifiuti industriali e urbani». Purtroppo bisogna considerare che la corsa alle centrali a biomassa è partita grazie ad assurdi incentivi statali (che non ha eguali in altre nazioni europee e non è accompagnato da un adeguato corollario di limitazioni) previsti per le «fonti rinnovabili»; se non ci fossero questi incentivi, per produrre energia elettrica, nessuno azzarderebbe la costruzione di tali impianti. Il dottor Tim Searchinger dell'Università di Princeton (New Jersey) ha calcolato che se vengono usati alberi interi per produrre energia, come spesso accade, nel giro di venti anni le emissioni di CO 2 rispetto al carbone (il combustibile più inquinante) aumenterebbero del 79 per cento e del 49 per cento in quaranta anni. In pratica non vi sarebbe alcuna riduzione delle emissioni di anidride carbonica fino a cento anni, quando gli alberi piantati in loro sostituzione sarebbero cresciuti. Ma, come sottolinea Tom Brookes dell'European Climate Foundation, «noi stiamo cercando di ridurre le emissioni oggi non tra un secolo». Infatti qualunque progetto di centrale a biomasse, dovrebbe presentare una attenta analisi dei cicli di vita dell'impianto, con riferimento al bilancio dei gas serra, effettuato secondo consolidate procedure: emissioni di gas serra nelle fasi di coltivazione, raccolta e trasporto delle biomasse all'impianto; durante l'uso di combustibili fossili (metano) previsti nelle fasi di avvio delle caldaie; nel pretrattamento trasporto delle ceneri alla loro destinazione finale; nella costruzione nello smaltimento dell'impianto e durante la bonifica dell'area, alla fine dell'esercizio dell'impianto. Nel bilancio dei gas serra correlato alla attività della centrale, dovrebbe essere anche conteggiato il carbonio presente nei residui delle attività agricole e non più interrato, secondo consolidate pratiche agronomiche (sovescio) atte a mantenere un adeguato e costante contenuto di humus (di carbonio) nel terreno agricolo. A fronte di un legittimo dubbio sul reale beneficio che l'entrata in esercizio di impianti a biomasse comporterebbe sulle sorti climatiche del Pianeta;