[pronunce]

Il ricorrente cita, infine, la sentenza n. 243 del 1997, nella quale questa Corte ha affermato il principio della connotazione unitaria delle varie categorie di indennità di fine rapporto – pur se governate da diversi meccanismi di provvista e di erogazione dei singoli trattamenti – e la conseguente necessità di dichiarare l'illegittimità di quelle norme che, in assenza delle persone beneficiarie indicate, non consentono l'applicazione delle regole delle successioni di cui al codice civile. 5. - È intervenuto in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, per il tramite dell'Avvocatura generale dello Stato, sostenendo la manifesta infondatezza della questione di costituzionalità, sul presupposto della diversa natura giuridica dell'indennità di buonuscita e del trattamento di fine rapporto. Secondo l'Avvocatura erariale, la differente disciplina dell'indennità di buonuscita, la quale comporta il versamento, da parte del datore di lavoro, di un contributo, in maniera del tutto simile a quanto avviene per la pensione, rifletterebbe la diversa natura giuridica dell'indennità di buonuscita e del trattamento di fine rapporto e determinerebbe l'inapplicabilità alla prima della citata giurisprudenza costituzionale. Con successiva memoria l'Avvocatura erariale ha ulteriormente sviluppato le argomentazioni già esposte in precedenza.1. - Il Tribunale amministrativo regionale del Lazio propone, in relazione agli articoli 3 e 36 della Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell'art. 9, terzo comma, del decreto legislativo del Capo provvisorio dello Stato 4 aprile 1947, n. 207, nella parte in cui riserva la devoluzione dell'indennità di fine rapporto spettante al dipendente non di ruolo defunto ai soggetti da essa indicati, ovvero al coniuge, ai figli minorenni e ai parenti entro il secondo grado solo se viventi a carico del dipendente stesso ed esclude pertanto che essa, in difetto di tali soggetti, si devolva secondo le norme che disciplinano la successione mortis causa. Il giudice rimettente si duole che la norma censurata sia lesiva del principio di uguaglianza, per l'ingiustificata disparità di trattamento che essa determina per i dipendenti statali non di ruolo rispetto ai lavoratori subordinati privati, i dipendenti statali di ruolo ed i dipendenti degli enti locali. Il TAR si duole inoltre della lesione dell'art. 36 della Costituzione perché una simile disciplina di un istituto avente natura retributiva priverebbe gli aventi causa del lavoratore della disponibilità di una parte della retribuzione. 2. - La questione è rilevante nel giudizio a quo, dato che la sentenza additiva invocata dal TAR imporrebbe la devoluzione al ricorrente, cugino del de cuius, dell'indennità di fine rapporto; devoluzione che invece, in base all'attuale formulazione della norma, deve essere esclusa. 3. - La questione è fondata. Questa Corte, in diverse pronunce, ha avuto modo di affrontare il problema della natura giuridica delle indennità di fine rapporto e della applicabilità alle stesse delle regole sulla successione mortis causa, intervenendo sia nell'ambito del rapporto di lavoro privato (sentenza n. 8 del 1972, che ha riconosciuto il diritto del dipendente di disporre per testamento dell'indennità di anzianità di cui all'art. 2120 del codice civile) sia nell'ambito del pubblico impiego statale (sentenza n. 106 del 1996) sia in quello del rapporto di lavoro con gli enti locali (sentenze n. 319 del 1991 e n. 471 del 1989). In tali pronunce, per tutte le diverse indennità di fine rapporto di volta in volta esaminate, anche se variamente denominate, si è statuito che gli emolumenti comunque riconosciuti al lavoratore alla fine del rapporto abbiano natura di retribuzione differita a fini previdenziali e che di conseguenza tali indennità debbano ritenersi già entrate a far parte del patrimonio del dipendente al momento della sua morte, analogamente a quanto disposto dall'articolo 2122 cod. civ. Corollario di tale principio è che le stesse indennità, in mancanza dei soggetti legittimati individuati dalla legge, debbano devolversi agli eredi secondo le regole successorie. Inoltre, molte pronunce di questa Corte, concernenti i dipendenti non di ruolo (sentenze n. 156 del 1973; n. 116 del 1976; n. 236 del 1974 e n. 208 del 1986), hanno sottolineato la progressiva perdita di importanza, nella recente evoluzione normativa ed interpretativa, della distinzione tra impiego di ruolo e impiego non di ruolo. Si deve ritenere ormai pacifico che anche per l'impiego non di ruolo, disciplinato in modo organico dal d. lgs. C. p. S. n. 207 del 1947, presentando i caratteri essenziali del rapporto di lavoro subordinato, non v'è ragione di escludere la spettanza delle medesime voci retributive riconosciute ai lavoratori del settore privato ed ai dipendenti pubblici di ruolo. E ciò vale anche per il rapporto di lavoro dei cappellani militari, disciplinato dalla legge 4 marzo 1982, n. 68 (Trattamento giuridico ed economico dei cappellani degli istituti di prevenzione e di pena). L'evoluzione della giurisprudenza costituzionale in subiecta materia deve dunque far considerare superata la risalente sentenza n. 179 del 1970, relativa alla devoluzione dell'indennità di fine rapporto per i dipendenti non di ruolo. In essa, pur aderendosi al principio precedentemente affermato della natura mista, retributiva e previdenziale, di tale indennità (sentenze n. 75 e n. 112 del 1968) era stata dichiarata infondata la questione di costituzionalità dell'art. 9, terzo comma del d. lgs. C. p. S. n. 207 del 1947. Il superamento del precedente indirizzo discende anche dal fatto che, già a partire dalla sentenza n. 8 del 1972, questa Corte ha sempre affermato il principio in base al quale le indennità di fine rapporto, proprio per la loro natura mista, entrano a far parte del patrimonio del lavoratore prima della sua morte e spettano pertanto agli eredi non iure proprio ma iure hereditario. Le successive sentenze hanno ripetutamente confermato tale assunto. In particolare, con le sentenze n. 106 del 1996 e n. 243 del 1997, questa Corte ha esplicitato la portata sistematica e generale del principio della trasmissibilità delle indennità di fine rapporto, riconoscendo a tutti questi trattamenti, in stretta analogia con quelli del settore privato, «l'essenziale natura di retribuzione differita, pur se legata ad una concorrente funzione previdenziale» (sentenze n. 243 e n. 99 del 1993, n. 439 del 1992, n. 63 del 1992, n. 319 del 1991 e n. 471 del 1989) e precisando che «tutte le indennità di fine rapporto, invero, costituiscono parte del compenso dovuto per il lavoro prestato, la cui corresponsione viene differita - appunto in funzione previdenziale - onde agevolare il superamento delle difficoltà economiche che possono insorgere nel momento in cui viene meno la retribuzione. Tant'è che la misura del trattamento si determina in proporzione alla durata del lavoro prestato nonché alla globale retribuzione di carattere continuativo spettante al dipendente».