[pronunce]

ORDINANZA ha pronunciato la seguentenel giudizio per conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato sorto a seguito della delibera del Senato della Repubblica del 30 gennaio 2007 (doc. IV – ter, n. 1) relativa alla insindacabilità, ai sensi dell'art. 68, primo comma, della Costituzione, delle opinioni espresse dal senatore Raffaele Iannuzzi nei confronti di Domenico Geraci, promosso con ricorso del Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Milano, depositato in cancelleria il 20 giugno 2007 ed iscritto al n. 8 del registro conflitti tra poteri dello Stato 2007, fase di ammissibilità. Udito nella camera di consiglio del 24 ottobre 2007 il Giudice relatore Paolo Maria Napolitano. Ritenuto che il Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Milano ha promosso, con atto del 12 giugno 2007, depositato presso la Cancelleria della Corte il 20 giugno 2007, conflitto di attribuzione fra poteri dello Stato nei confronti del Senato della Repubblica in relazione alla deliberazione del 30 gennaio 2007 (doc. IV – ter, n. 1), con la quale è stato affermato che le dichiarazioni per le quali è in corso un procedimento penale a carico del senatore Raffaele Iannuzzi per il reato di diffamazione a mezzo stampa costituiscono opinioni espresse da un membro del Parlamento nell'esercizio delle sue funzioni e sono pertanto insindacabili ai sensi dell'art. 68, primo comma, della Costituzione; che – come premette il giudice ricorrente – il giudizio pendente davanti a lui vede imputato il senatore Iannuzzi per il reato di diffamazione a mezzo stampa ai danni del defunto sindacalista Domenico Geraci, dirigente provinciale dell'associazione sindacale UIL; che, prosegue il ricorrente, i signori Giuseppe Geraci e Vincenza Scimeca, rispettivamente figlio e moglie di Domenico Geraci, hanno proposto querela nei confronti del sen. Iannuzzi, in relazione alle opinioni da questo ultimo espresse nell'articolo intitolato «Il codice segreto dell'ultimo pentito», pubblicato sulla rivista «Panorama» del 10 ottobre 2002; che, rileva ancora il giudice a quo, i querelanti lamentano che il loro congiunto (ucciso nell'ottobre 1998) sia stato definito, in un inciso del citato articolo (nel quale si elencano i delitti di cui si era fatto carico il collaboratore di giustizia Antonino Giuffrè), «… il boss di Caccamo del '98, un sindacalista molto discusso, che avrebbe fatto da tramite tra la mafia ed ambienti della sinistra (si disse perfino che Geraci era su quello stesso aereo in cui viaggiavano da Palermo a Roma Violante e Giovanni Brusca)»; che tali affermazioni, secondo i querelanti, costituirebbero «una gravissima offesa alla memoria del defunto, offendendone la personalità morale, delineandone una collocazione criminale»; che il sen. Raffaele Iannuzzi – prosegue il G.U.P. - in data 27 ottobre 2004, ha sottoposto al Senato della Repubblica la questione dell'applicabilità dell'art. 68, primo comma, della Costituzione, in relazione al procedimento penale di cui sopra; che il Giudice per le indagini preliminari ricorda di avere richiesto, il 20 aprile 2005, informazioni sullo stato del procedimento e di avere ricevuto, in data 3 maggio 2005, conferma dal Presidente della Giunta delle elezioni e delle immunità parlamentari che il senatore Iannuzzi aveva sottoposto la questione della insindacabilità delle dichiarazioni oggetto del procedimento penale di cui trattasi; che, nella stessa lettera, si rendeva altresì noto che la Giunta delle elezioni e delle immunità parlamentari aveva svolto una prima seduta, il 24 novembre 2004, ascoltando il senatore richiedente; e si precisava che: «per il caso di richiesta avanzata dal parlamentare, non sono fissati dalla legge termini perentori per la pronuncia, per cui è nella discrezionalità dell'organo politico valutare se e quando completare l'esame degli affari sottoposti al suo esame» e, conseguentemente, si suggeriva di formulare autonoma richiesta, in quanto una richiesta, proveniente dall'Autorità giudiziaria, di dichiarare che le affermazioni esulavano dall'ambito di tutela dell'art. 68 Cost. avrebbe fatto decorrere i termini di legge; che il giudice ricorrente, pertanto, con ordinanza del 6 febbraio 2006, ha chiesto alla Giunta di dichiarare che i fatti oggetto del procedimento, e relativi all'articolo sopra citato del sen. Raffaele Iannuzzi «non concernono opinioni espresse da parlamentare nell'esercizio delle funzioni ex art. 68 comma 10 Cost.»; che, a seguito della sua iniziativa, prosegue il giudice ricorrente, il Senato della Repubblica, nel corso della seduta del 30 gennaio 2007, in accoglimento della proposta della Giunta delle elezioni e delle immunità parlamentari, ha invece riconosciuto, ai sensi dell'art. 68, primo comma, della Costituzione, l'insindacabilità delle dichiarazioni del sen. Iannuzzi nell'ambito degli articoli di stampa oggetto del presente procedimento, in quanto espresse nell'esercizio della funzione parlamentare; che – osserva altresì il ricorrente – allo stato degli atti, non risulterebbe provata la verità oggettiva dei fatti riferiti, né sarebbe possibile «registrare un effettivo rigore nel modo di riportare i fatti per come appaiono emergere dalle fonti»; così che «appare sussistere una fattispecie a soluzioni aperte meritevole di approfondimento dibattimentale e ciò anche al fine di accertare l'effettiva verità dei fatti esposti»; che, nel riportare stralcio della delibera impugnata, il G.U.P. ricorda che la Giunta ed il Senato avrebbero individuato quali atti tipici delle funzioni parlamentari del sen. Iannuzzi, a dimostrazione della sussistenza del “nesso funzionale” esistente tra questi ed i fatti oggetto di imputazione, due disegni di legge, rispettivamente uno del 25 giugno 2003 e l'altro del 19 febbraio 2004, presentati dal parlamentare e finalizzati, in modo esclusivo, all'approfondimento delle problematiche concernenti la criminalità mafiosa; che il ricorrente ritiene di non condividere la soluzione adottata dal Senato, in quanto in contrasto con quanto affermato da numerose sentenze della Corte costituzionale (sentenze n. 294, n. 207 e n. 52 del 2002; n. 11 e n. 10 del 2000), dalle quali si deduce che «la semplice comunanza di argomento tra la dichiarazione che si pretende lesiva e le opinioni espresse dal deputato o dal senatore in sede parlamentare non può bastare a fondare l'estensione alla prima dell'immunità che copre le seconde»; e che, pertanto, il significato di “nesso funzionale”, che deve riscontrarsi, per poter ritenere l'insindacabilità, tra dichiarazioni ed attività parlamentare deve essere quello non di un «…semplice collegamento di argomento o di contesto tra attività parlamentare e dichiarazione» quanto quello di un' «identificabilità della dichiarazione stessa quale espressione dell'attività parlamentare»;