[pronunce]

Essa violerebbe, altresì, l'art. 3 Cost., in quanto - posta la natura sostanzialmente penale della sanzione - l'inapplicabilità della disposizione censurata, benché più favorevole, ai fatti anteriormente commessi, risulterebbe irragionevole e lesiva del principio di eguaglianza, non trovando giustificazione in esigenze di salvaguardia di valori di pari rango, rispetto a quello tutelato dal principio di retroattività della lex mitior. 2.- L'analisi delle questioni deve necessariamente muovere da una sintetica ricostruzione - per gli aspetti che qui più interessano - della genesi e dell'evoluzione della disciplina sanzionatoria amministrativa relativa al cosiddetto lavoro irregolare o "sommerso". L'art. 4 della legge n. 183 del 2010 - recante la rubrica «Misure contro il lavoro sommerso» - rappresenta, infatti, la tappa intermedia di un tormentato percorso, che ha visto succedersi, a distanza di pochi anni, plurimi interventi legislativi, sollecitati dall'esigenza di eliminare, a volta a volta, i profili di criticità riscontrati nelle precedenti formulazioni della disciplina considerata. 2.1.- La metafora lavoro "sommerso", o "nero", designa, in via di prima approssimazione, il fenomeno dell'occultamento del rapporto di lavoro agli occhi del diritto, così da eludere o distorcere l'applicazione di una serie di norme collegate a tale rapporto, con conseguente compressione dei diritti del lavoratore e distorsione della libera concorrenza (stante la maggiore competitività delle imprese che impiegano lavoratori "in nero" rispetto alle imprese "virtuose"). A fronte delle allarmanti dimensioni assunte dal fenomeno, il legislatore ha ritenuto, sul principio degli anni 2000, di dover introdurre misure di contrasto particolarmente incisive, consistenti, anzitutto, nell'applicazione di rilevanti sanzioni nei confronti dei datori di lavoro che occupino lavoratori non "regolarizzati". Il processo ha preso avvio con l'art. 3, comma 3, del d.l. n. 12 del 2002, convertito, con modificazioni, in legge n. 73 del 2002, in forza del quale - ferma restando l'applicazione delle sanzioni già previste dalle leggi in vigore - «l'impiego di lavoratori dipendenti non risultanti dalle scritture o da altra documentazione obbligatorie» veniva «altresì punito con la sanzione amministrativa dal 200 al 400 per cento dell'importo, per ciascun lavoratore irregolare, del costo del lavoro calcolato sulla base dei vigenti contratti collettivi nazionali, per il periodo compreso tra l'inizio dell'anno e la data di constatazione della violazione». La neointrodotta previsione sanzionatoria palesava, peraltro, ben presto rilevanti profili di criticità, connessi soprattutto alla difficoltà di computo della sanzione e al fatto che la disposizione introduceva una presunzione iuris et de iure in ordine all'inizio del lavoro irregolare: presunzione che appariva lesiva del diritto di difesa dell'incolpato e generatrice di sperequazioni nella risposta sanzionatoria a fatti analoghi. Profilo, questo secondo, che dava luogo a una declaratoria di illegittimità costituzionale parziale ad opera di questa Corte (sentenza n. 144 del 2005). 2.2.- Di seguito a tale pronuncia, il legislatore provvedeva a riscrivere la disposizione con l'art. 36-bis, comma 7, del d.l. n. 223 del 2006, convertito, con modificazioni, in legge n. 248 del 2006. Ed è in questa versione che la norma sanzionatoria vigeva all'epoca del fatto di cui si discute nel giudizio a quo. Lasciando inalterata la descrizione della condotta sanzionata - consistente sempre nell'«impiego di lavoratori non risultanti dalle scritture o da altra documentazione obbligatoria» - la novella del 2006 modificava, in specie, i criteri di determinazione della sanzione. La quantificazione in base al «costo del lavoro» veniva sostituita con la previsione di una sanzione a carattere composito: una sanzione amministrativa pecuniaria da 1.500 a 12.000 euro per ciascun lavoratore irregolarmente impiegato, cui si aggiungeva una sanzione fissa progressiva di 150 euro «per ciascuna giornata di lavoro effettivo» (rimanendo esclusa, con ciò, ogni presunzione - anche solo relativa - riguardo alla durata del lavoro irregolare). Pure in tale nuova versione, la previsione sanzionatoria dava, peraltro, adito a problemi e criticità, anche in conseguenza di sopravvenute modifiche del panorama normativo di riferimento. Difficoltà erano sorte, anzitutto, in ordine all'identificazione della «documentazione obbligatoria», sulla cui base si doveva accertare la presenza o meno di un lavoratore irregolare. Quanto al concorrente riferimento alle «scritture obbligatorie», esso evocava, in origine, precipuamente i libri di matricola e di paga, nei quali, ai sensi dell'art. 20 del d.P.R. 30 giugno 1965, n. 1124 (Testo unico delle disposizioni per l'assicurazione obbligatoria contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali), dovevano essere iscritti - prima dell'ammissione al lavoro (almeno quanto al libro di matricola) - i nominativi e le informazioni relative ai singoli dipendenti. Per effetto, tuttavia, dell'art. 39 del decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112 (Disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e la perequazione tributaria), convertito, con modificazioni, in legge 6 agosto 2008, n. 133, i libri di matricola e di paga sono stati sostituiti dal libro unico del lavoro: il che generava problemi di coordinamento con la fattispecie sanzionatoria in esame. Diversamente, infatti, da quanto avveniva per i libri soppressi, non era obbligatorio iscrivere il lavoratore nel libro unico prima di adibirlo al lavoro (le scritturazioni dovevano essere, infatti, eseguite entro il giorno 16 del mese successivo ai fatti da iscrivere), né era obbligatorio tenere il libro sul posto di lavoro, così da consentirne l'immediata verifica da parte degli organi accertatori. 2.3.- Tali criticità inducevano il legislatore a riscrivere di nuovo la previsione sanzionatoria con l'art. 4, comma 1, della legge n. 183 del 2010. La novità di spicco - anche agli odierni fini - è rappresentata dalla ridefinizione della nozione di "lavoro sommerso", contro la quale si rivolge la sanzione: nozione che è collegata, non più all'utilizzazione di lavoratori non risultanti dalle scritture o da altra documentazione obbligatoria, ma, in modo puntuale e specifico, all'impiego di lavoratori subordinati «senza preventiva comunicazione di instaurazione del rapporto di lavoro da parte del datore di lavoro privato».