[pronunce]

che il codice di procedura penale, nel disciplinare i rapporti tra le varie forme di vocatio in iudicium e la facoltà dell'imputato di chiedere i riti alternativi, prevedeva originariamente che all'imputato venisse dato apposito avvertimento della possibilità di esercitare tale facoltà solamente nel decreto di citazione a giudizio davanti al pretore (art. 555, comma 1, lettera e) e nel decreto di giudizio immediato chiesto dal pubblico ministero (art. 456, comma 2), cioè in casi in cui la richiesta dei riti era soggetta a termini perentori che venivano a cadere prima dell'instaurazione del dibattimento (in realtà tale decadenza operava solo per il giudizio abbreviato), secondo un modello definito 'bifasico'; che in tali ipotesi, infatti, il decreto di citazione era trasmesso al giudice competente per il giudizio, dando così ingresso alla fase dibattimentale, solo se l'imputato non aveva presentato richiesta per uno dei riti alternativi entro un termine, stabilito a pena di decadenza e decorrente dalla notificazione del decreto stesso, più breve rispetto a quello fissato per la comparizione in giudizio; che, nella vigenza di tale sistema, con la sentenza n. 497 del 1995 la Corte aveva dichiarato l'illegittimità costituzionale, per violazione dell'art. 24 Cost., dell'art. 555, comma 2, cod. proc. pen. , nella parte in cui non prevedeva la sanzione di nullità per mancanza o insufficiente indicazione dell'avvertimento, previsto tra i requisiti del decreto di citazione a giudizio, circa la facoltà di chiedere i riti alternativi, in base al rilievo che, «in mancanza di una tempestiva conoscenza», l'imputato si sarebbe trovato irrimediabilmente decaduto dalla facoltà di farne richiesta; che non era invece previsto (e non lo è neppure nell'assetto normativo attualmente in vigore, salvo quanto si preciserà tra poco) alcun avvertimento circa la facoltà di chiedere i riti alternativi quando il termine ultimo per avanzare tale richiesta viene a cadere all'interno di una udienza a partecipazione necessaria, sia essa dibattimentale o preliminare, nel corso della quale l'imputato è obbligatoriamente assistito dal difensore; che, proprio sul presupposto che la previsione della nullità del decreto in caso di omissione dell'avvertimento trova la sua ragione essenzialmente nella perdita irrimediabile della facoltà di chiedere i riti alternativi conseguente alla mancanza di tempestiva informazione, questa Corte con la sentenza n. 101 del 1997 aveva dichiarato non fondata una questione di costituzionalità dell'art. 456, comma 2, cod. proc. pen. , concernente la mancata previsione della sanzione della nullità per l'omesso avvertimento della facoltà di chiedere il patteggiamento, rilevando che all'epoca la richiesta del rito alternativo poteva essere formulata sino alla dichiarazione di apertura del dibattimento di primo grado, «in un contesto in cui le garanzie di informazione e di conoscenza sono assicurate dall'assistenza obbligatoria del difensore»; che successivamente, modificato con la legge 16 dicembre 1999, n. 479, il sistema dei termini per avanzare richiesta dei riti alternativi, la Corte, investita di una questione apparentemente analoga di legittimità costituzionale dell'art. 456 cod. proc. pen. , concernente la nullità del decreto che dispone il giudizio immediato in caso di inesattezza dell'avvertimento all'imputato circa la facoltà di chiedere il giudizio abbreviato o l'applicazione della pena, ha affermato invece che, essendo il termine di decadenza entro cui chiedere i riti alternativi anticipato rispetto alla fase dibattimentale, l'omissione, l'insufficienza o l'inesattezza dell'avvertimento poteva comportare la perdita irrimediabile della facoltà di accedere a tali procedimenti e pertanto determinava, sulla scorta dei principî affermati nella sentenza n. 497 del 1995, la nullità di ordine generale prevista dall'art. 178, comma 1, lettera c), cod. proc. pen. (sentenza n. 148 del 2004); che, abolita la figura del pretore e abrogato il relativo procedimento, sostituito dal decreto legislativo 19 febbraio 1998, n. 51, con il procedimento davanti al tribunale in composizione monocratica, che manteneva ferma la struttura bifasica del decreto di citazione a giudizio disposto dal pubblico ministero, il legislatore, in attuazione della sentenza di questa Corte n. 497 del 1995, aveva inserito nell'art. 555, comma 2, la sanzione di nullità in caso di mancanza o insufficienza dell'avvertimento circa la facoltà dell'imputato di chiedere i riti alternativi entro i termini stabiliti a pena di decadenza; che successivamente, a seguito delle modifiche introdotte dalla legge n. 479 del 1999, è mutata anche la struttura della citazione diretta a giudizio davanti al tribunale monocratico, in quanto, secondo quanto previsto dall'art. 555, comma 2, cod. proc. pen. , in tale procedimento l'opzione per i riti alternativi può ora essere esercitata sino alla dichiarazione di apertura del dibattimento; che, pur essendo venuta meno la struttura bifasica che aveva sino ad allora caratterizzato la citazione a giudizio disposta con decreto del pubblico ministero, prima davanti al pretore e poi davanti al tribunale in composizione monocratica, il legislatore del 1999 ha egualmente mantenuto nell'art. 552, comma 1, lettera f), e comma 2, cod. proc. pen. l'avvertimento a pena di nullità circa la facoltà di chiedere i riti alternativi; che peraltro tale disciplina, presumibilmente dovuta a un difetto di coordinamento delle menzionate novelle legislative rispettivamente in tema di procedimento a citazione diretta e di termini per la richiesta dei riti alternativi, non risulta più assistita, per quanto sinora esposto, da alcuna ragione di rilievo costituzionale; che infatti questa Corte, chiamata ad esaminare questioni di legittimità costituzionale sostanzialmente analoghe a quella oggetto del presente giudizio, nelle quali l'attuale art. 552 cod. proc. pen. era evocato come tertium comparationis, ha ripetutamente affermato che l'omessa previsione dell'avvertimento a pena di nullità circa la facoltà di chiedere i riti alternativi non viola gli artt. 3 e 24 Cost., in quanto, essendo il termine di decadenza posto all'interno di fasi quali il dibattimento o l'udienza preliminare, l'informazione circa la facoltà di chiedere i riti è comunque assicurata dalla presenza obbligatoria e dall'assistenza del difensore (oltre alla già menzionata sentenza n. 148 del 2004, in riferimento alla medesima norma oggi denunciata, ordinanza n. 484 del 2002, nonché, in relazione alla citazione a giudizio davanti al giudice di pace, tra molte, ordinanze numeri 56, 55 e 11 del 2004, 231 del 2003); che, in particolare, nell'udienza preliminare la richiesta di giudizio abbreviato o di applicazione della pena può essere presentata - a norma degli artt. 438, comma 2, e 446, comma 1, cod. proc. pen. - sino alla formulazione delle conclusioni delle parti ex artt. 421, comma 3, e 422, comma 3, cod. proc. pen.: