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Nel trasformare tale concetto giuridico in una specifica categoria giuridica si è tenuto presente come la caratteristica fruizione collettiva dei beni debba determinare, da un lato, una peculiare e rafforzata tutela – tanto quale forma di ancoraggio al perseguimento del loro specifico fine comunitario quanto riguardo alla necessità di assicurarne la possibilità di accesso a tutti i potenziali fruitori – dall'altro, un effettivo coinvolgimento degli stessi fruitori, mediante forme di partecipazione alla gestione del bene comune laddove di titolarità pubblica in continuità con la promozione delle attività di interesse generale poste in essere dai cittadini ai sensi dell'articolo 118, quarto comma, della Costituzione. Tale finalità viene garantita dalle precipue limitazioni ai poteri dispositivi sul bene: innanzitutto viene sancito che, indipendentemente dalla titolarità pubblica o privata del bene, deve essere sempre garantita la sua fruizione collettiva, nei limiti e secondo le modalità fissati dalla legge. Si tratta di un vincolo che, per quanto innovativo, non risulta del tutto sconosciuto all'ordinamento civile italiano: non tralasciando la dottrina che vede in tale istituto una connessione con la disciplina corporativa prevista prima dall'abrogato articolo 811 del codice civile e ora dall'articolo 825 dello stesso codice disciplinante i diritti demaniali sui beni altrui. In aggiunta, per i beni a titolarità pubblica viene limitata la possibilità di « circolazione » del bene ai soli casi previsti dalla legge e per una durata limitata. Il riferimento al concetto elastico e in un certo senso indefinito di circolazione giuridica consiste in una precisa scelta, volta a non limitare le tipologie di atti giuridici con i quali un bene comune può essere « dato », consapevoli dei plurimi mezzi non sempre univocamente riconducibili alle ordinarie categorie giuridiche già attualmente utilizzati per la gestione dei beni comuni. D'altronde, la scelta di termini più puntuali determinerebbe potenziali criticità idonee a frustare l'intero innovativo impianto: tra tutte le opzioni, l'eventuale richiamo alle sole concessioni, oltre a frustrare le diverse forme giuridiche positivamente elaborate e a determinare la necessità di coordinare tale possibilità con le regole prescritte dal codice dei contratti pubblici, di cui al decreto legislativo n. 50 del 2016, e dalla normativa europea, rischierebbe di determinare una preminenza della dimensione economica in luogo della primaria rilevanza socio-utilitaristica che deve mantenere il bene, atteso che l'essenza della concessione viene riconosciuta nel fatto che il concessionario si remunera erogando il servizio all'utenza. Sempre al fine di evitare problematiche organico-sistematiche, è stato previsto che con legge verrà garantito il coordinamento con la disciplina in materia di usi civici che, intesi quali diritti reali di godimento in favore della collettività, sono coerenti con l'abbandono di un'analisi incentrata sulla proprietà del bene in favore del suo utilizzo in modo condiviso. La nuova disciplina proposta determina, inoltre, un rilevante cambiamento in materia di tutela dei beni comuni. Viene infatti stabilito che alla tutela giurisdizionale dei diritti connessi alla salvaguardia e alla fruizione dei beni comuni ha accesso chiunque. Il riconoscimento del diritto ad agire giurisdizionalmente a « chiunque » è coerente con il fatto che i beni comuni sono fruibili da qualsiasi persona nonché con la connessione di tali beni allo sviluppo della persona umana. Detto diversamente, il diritto alla fruizione di tali beni coincide con quella richiesta posizione qualificata coordinabile con gli approdi giurisprudenziali raggiunti in un altro contesto normativo, essendo il legame con tali beni a differenziare la posizione soggettiva rispetto ad altri possibili rapporti giuridici. Peraltro, il riconoscimento di tale diritto è sillogisticamente coerente con l'articolo 24 della Costituzione: atteso che la disposizione costituzionale garantisce a chiunque il diritto di agire giurisdizionalmente per la tutela dei propri diritti soggettivi e interessi legittimi, se i beni comuni vengono definiti come beni rilevanti per lo sviluppo di qualsiasi persona umana e dei quali deve essere garantita la fruizione a chiunque, appare consono il riconoscimento della legittimazione a chiunque. Non solo una tutela inibitorio-ripristinatoria, ma chiunque, privato della fruizione di un bene comune, abbia subìto un danno ingiusto potrà agire per il risarcimento dello stesso. Tale approdo, oltre ad ampliare l'effetto deterrente verso illeciti sfruttamenti di un bene comune, appare coerente con la recente introduzione di ulteriori istituti quali la class action prevista dalla legge n. 31 del 2019, mediante la quale chiunque ritenga essersi verificata una lesione di « diritti individuali omogenei » potrà proporre azione per il risarcimento del danno nei confronti dell'impresa ovvero « degli enti gestori di servizi pubblici o di pubblica utilità » ritenuti responsabili. Sul medesimo solco si inserisce la tripartizione dei beni pubblici proposta, incentrata sul recupero della distinzione tra bene pubblico e proprietà pubblica, distinguendo i beni a seconda della loro finalità pubblica e determinando per gli stessi una differente tutela. Peraltro, la classificazione proposta riassorbe al suo interno i beni precedentemente individuati nelle categorie del demanio pubblico e del patrimonio, la cui distinzione appare pertanto spogliata di importanza e priva di effettiva rilevanza, potendo quindi esser espunta dall'ordinamento. Occorre infatti premettere come l'attuale configurazione del demanio sia stata pluralmente criticata per aver perso l'originaria concezione di beni appartenenti alla collettività a favore di un'impostazione prettamente dominicale, in cui la dimensione « pubblica » indica la mera appartenenza soggettiva del bene e non la sua destinazione intesa come orientamento a soddisfare gli interessi della collettività. La preferenza per una visione della proprietà pubblica in senso soggettivo ha permesso ingenti privatizzazioni di beni aventi un'enorme importanza per l'esistenza dell'intera popolazione senza che ciò sia stato accompagnato da un effettivo (e in realtà neanche formale) controllo del mantenimento dell'essenziale e ontologico scopo pubblico del bene, ossia le esigenze della comunità. Alla luce del nuovo assetto, è senz'altro necessario coordinare le modifiche proposte con le disposizioni del libro terzo, titolo I, capo II, del codice civile e con le altre disposizioni codicistiche richiamanti, a vario titolo, il concetto di demanio pubblico (quali ad esempio gli articoli 942, 945, 946, 947 e 1145 del codice civile) nonché con le normative di settore incise da un tale mutato approccio. Pertanto, il nuovo articolo 812- ter del codice civile prevede la tripartizione dei beni pubblici in tre sottocategorie che, in linea con l'intento della riforma, si differenziano in virtù dell'utilità pubblica generante. Vengono così delineate le caratteristiche dei « beni pubblici ad appartenenza necessaria », il cui tratto essenziale risiede nella loro essenzialità a soddisfare interessi generali fondamentali. La centralità di tali beni giustifica un regime di circolazione e di tutela particolarmente rafforzato, assicurando la circolazione degli stessi solo tra lo Stato e gli enti pubblici territoriali.