[pronunce]

che, peraltro, tale esigenza sarebbe sottesa anche alla disposizione che vieta l'applicazione della misura carceraria alla madre di prole di età inferiore a tre anni; che ciò si desumerebbe anche dalla evoluzione normativa delle ipotesi derogatorie, previste dall'art. 275, comma 4, cod. proc. pen. , giacché ad un ampliamento dei casi di accessibilità alla misura degli arresti domiciliari, in deroga alla presunzione di adeguatezza del comma 3, determinato dalle modifiche apportate dalla legge n. 332 del 1995 e dalla legge 12 luglio 1999, n. 231 (Disposizioni in materia di esecuzione della pena, di misure di sicurezza e di misure cautelari nei confronti dei soggetti affetti da AIDS conclamata o da grave deficienza immunitaria o da altra malattia particolarmente grave), avrebbe corrisposto, quanto alla tutela della genitorialità, l'inserimento di un parametro convenzionale, quale è quello dell'età della prole, sostituendo l'originaria previsione (donna che allatta la prole) con l'attuale, ancorata al limite dei tre anni, secondo una tendenza alimentata da spirito di favore verso le esigenze di sviluppo e formazione del bambino; che, invero, il soddisfacimento di tali esigenze potrebbe essere gravemente pregiudicato dall'assenza della figura genitoriale; che, però, così interpretata, la norma censurata introdurrebbe, in modo ingiustificato ed irragionevole, un trattamento peggiore nei confronti dell'indagata madre di figli minori conviventi che, pur essendo di età superiore ai tre anni, siano affetti da handicap invalidanti che impediscono loro di adempiere alle più elementari esigenze di vita, al pari del minore di anni tre; che, ad avviso del rimettente, la salute psico-fisica del figlio portatore di handicap potrebbe essere notevolmente pregiudicata dall'assenza della madre, ristretta in regime cautelare carcerario, e dalla mancanza di cure da parte di questa, non essendo indifferente per il disabile grave, a qualsiasi età, che le cure e l'assistenza siano prestate da persone diverse dal genitore; che, sotto tale profilo, il giudice a quo ritiene che la possibilità di applicare la misura cautelare degli arresti domiciliari al genitore indagato, convivente con figlio minore «totalmente handicappato», risulterebbe funzionale all'impegno della Repubblica, sancito nell'art. 3, secondo comma, Cost., volto a rimuovere gli ostacoli di ordine sociale che impediscono il pieno sviluppo della personalità, oltre che funzionale all'impegno della Repubblica di tutelare, anche nel contesto della famiglia nucleare, la salute come fondamentale diritto dell'uomo; che, sul punto, verrebbero in rilievo: 1) l'esigenza di favorire la socializzazione del soggetto disabile, presa in considerazione dal legislatore sin dalla legge 5 febbraio 1992, n. 104 (Legge quadro per l'assistenza, l'integrazione sociale e i diritti delle persone handicappate), che ha predisposto strumenti rivolti ad agevolare il suo pieno inserimento nella famiglia, nella scuola e nel lavoro; 2) il particolare ruolo della famiglia nella socializzazione del soggetto debole, che, nel caso in esame, rileverebbe sotto il profilo della tutela del minore disabile; 3) l'esigenza di tutelare e garantire il diritto alla salute del minore disabile consentendo adeguate cure in un contesto protetto, quale è quello familiare; che, alla luce di tali considerazioni, secondo il rimettente, la norma censurata si porrebbe in contrasto con il principio di ragionevolezza, prevedendo «un sistema rigido che preclude al giudice, ai fini della concessione della misura cautelare della detenzione domiciliare, di valutare l'esistenza delle condizioni necessarie per un'effettiva assistenza psico-fisica da parte della madre indagata nei confronti del figlio minore portatore di handicap accertato come totalmente invalidante»; che ciò, inoltre, determinerebbe, come già prima evidenziato, un trattamento difforme rispetto a situazioni analoghe ed equiparabili; che, ancora, il Tribunale ritiene che la questione di legittimità costituzionale sia senz'altro rilevante nel procedimento in corso (tra l'altro) per le seguenti motivazioni: 1) l'indagata, madre convivente del minore B. D. di anni sette, è detenuta in regime di custodia cautelare in carcere per i reati di cui agli artt. 74 e 73 del d.P.R. n. 309 del 1990; 2) il minore è in condizioni di invalidità assoluta, equiparabile alla invalidità al 100 per cento, in base alle risultanze della relazione medica in data 27 luglio 2010 del consulente tecnico di parte, secondo cui il quadro clinico del minore «è certamente rappresentativo di un Ritardo Mentale di grado Grave con marcata compromissione del linguaggio espressivo e della comprensione»; «il piccolo D. non soltanto non espleta le funzioni e gli atti tipici della propria età ma è del tutto dipendente da terzi nell'assolvimento degli atti quotidiani della vita dai più semplici ai più complessi»; 3) con la relazione del dirigente dell'Unità operativa neuropsichiatria infantile - ASP - di Catanzaro del 9 agosto 2010, si certifica, tra l'altro, che «le abilità inerenti la cura e l'igiene della persona, ossia del minore B. D., non sono confacenti all'età (non ha acquisito il controllo degli sfinteri), non essendo in grado di svolgere autonomamente le principali funzioni della vita quotidiana»; 4) B. S., marito dell'indagata, nonché padre del minore, è anch'esso ristretto in carcere per i medesimi reati nell'ambito dello stesso procedimento penale; che, infine, il Tribunale richiama la relazione del consulente di parte in data 27 luglio 2010, nella quale si attesta che «il piccolo D. nonostante abbia vissuto gli ultimi 7 mesi, dalla precedente valutazione, in un ambiente protetto e familiare, nel cui contesto era contornato da figure a lui note poiché suoi diretti congiunti (nonni, sorelle, zie) ha manifestato un severo peggioramento delle proprie abilità cognitive e comportamentali», ribadendo la rilevanza della questione, in quanto, per provvedere sull'appello, è necessario fare applicazione della norma censurata; che il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, è intervenuto nel giudizio con atto depositato in data 1° marzo 2011, ed ha chiesto che la questione sia dichiarata non fondata; che, al riguardo, la difesa statale osserva che la ratio giustificativa della disposizione censurata sarebbe quella di assicurare la presenza di almeno un genitore, essendo essa sola idonea a garantire, preservare e salvaguardare l'integrità psico-fisica del bambino minore degli anni tre in un momento particolarmente significativo della sua vita;