[pronunce]

Dopo avere sottoposto a critica - in base ad argomenti non dissimili da quelli utilizzati dal rimettente - la presunzione di traslazione dell'onere tributario nella quale risiederebbe, secondo una diffusa opinione, la giustificazione della norma censurata, la medesima parte assume infine che la norma in questione si porrebbe in contrasto con il principio di eguaglianza sotto un ulteriore profilo, in quanto cioè essa impone il richiamato onere probatorio su colui il quale, avendo corrisposto indebitamente l'imposta, esperisca l'azione di ripetizione ma non anche su chi, non avendo pagato l'imposta stessa, resista alla pretesa impositiva dell'amministrazione. Le medesime argomentazioni sono ulteriormente sviluppate in una memoria illustrativa depositata nell'imminenza dell'udienza pubblica. 3. - È intervenuto nei tre giudizi il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, concludendo per la declaratoria di inammissibilità o, in subordine, di infondatezza della questione. Quanto al profilo di illegittimità basato sulla asserita disparità di trattamento, in via preliminare la parte pubblica osserva che il vizio denunciato dal rimettente potrebbe - in ipotesi - essere eliminato solo attraverso una totale riformulazione della norma impugnata, sicuramente eccedente i poteri spettanti alla Corte. Nel merito, l'Avvocatura assume, comunque, che le situazioni poste a confronto non sarebbero omogenee né comparabili, in quanto, nell'un caso, la discrezionalità del legislatore incontrerebbe il limite rappresentato dai principi dell'ordinamento comunitario mentre, nell'altro, tale limite non sussisterebbe e dunque il legislatore resterebbe libero di disciplinare la fattispecie in modo diverso, senza per ciò solo incorrere - come la stessa Corte avrebbe sostanzialmente riconosciuto nella sentenza n. 40 del 1998 - in alcun vizio di incostituzionalità. Quanto all'ulteriore profilo di violazione dell'art. 3 Cost. prospettato dal rimettente - che la parte pubblica ritiene di individuare nella eguaglianza di trattamento, quanto al rimborso, di situazioni diverse quali sarebbero quelle relative all'imposizione sull'energia elettrica impiegata quale materia prima ed all'imposizione sull'energia considerata come merce - osserva l'Avvocatura che sembrerebbe trattarsi in realtà di una questione interpretativa riguardo all'ambito di applicazione della norma impugnata, in quanto tale inammissibile. In ogni caso, nel merito, la questione sarebbe infondata, "non ravvisandosi diversità oggettive tra le due fattispecie ipotizzate". Riguardo, infine, alla difficoltà di fornire la prova richiesta, ritiene l'Avvocatura che la questione sia stata già risolta con la sentenza n. 114 del 2000, che ha dichiarato l'illegittimità costituzionale della stessa norma nella parte in cui prevedeva che la prova in questione potesse essere fornita solo documentalmente. Proprio la possibilità di non agevole reperimento delle prove contabili idonee a dimostrare la mancata traslazione giustificherebbe del resto la presunzione relativa di traslazione, essendo evidentemente la difficoltà di prova ancor maggiore per l'amministrazione, non in possesso delle scritture contabili del contribuente. In una memoria depositata nell'imminenza dell'udienza pubblica l'Avvocatura si sofferma, in particolare, sui rapporti tra ordinamento interno ed ordinamento comunitario, osservando che la norma assunta a tertium comparationis (l'art. 29 della legge n. 428 del 1990), in quanto adottata dal legislatore allo scopo di adeguarsi all'ordinamento comunitario, costituirebbe - pur se formalmente appartenente all'ordinamento nazionale - "espressione del distinto e diverso ordinamento comunitario" e non sarebbe dunque utilizzabile ai fini dello scrutinio di costituzionalità in riferimento al principio di eguaglianza. Diversamente opinando, infatti, dovrebbe ritenersi consentito - ad avviso dell'Avvocatura - analogo scrutinio di costituzionalità anche delle norme di adeguamento all'ordinamento comunitario, se ritenute meno favorevoli rispetto a quelle esclusivamente operanti nell'ambito nazionale, il che sarebbe invece pacificamente inammissibile.1. - Con le tre ordinanze in epigrafe la Corte di appello di Genova solleva, in riferimento all'art. 3 della Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell'art. 19, primo comma, del decreto-legge 30 settembre 1982, n. 688 (Misure urgenti in materia di entrate fiscali), convertito, con modificazioni, in legge 27 novembre 1982, n. 873, nella parte in cui detta norma pone a carico di colui il quale agisca per la ripetizione delle imposte ivi indicate, indebitamente corrisposte, l'onere di provare che il peso economico dell'imposta non è stato trasferito su altri soggetti. Stante l'assoluta identità dell'oggetto, i tre giudizi vanno riuniti per essere congiuntamente decisi. 2. - La Corte rimettente ritiene che la norma denunciata contrasti con il parametro evocato sotto un duplice profilo: per violazione del principio di eguaglianza, assumendo quale tertium comparationis l'art. 29 della legge 29 dicembre 1990, n. 428, che, con riferimento all'indebito tributario riscosso in violazione di norme comunitarie, configura la traslazione dell'imposta come fatto impeditivo, la cui prova grava sull'amministrazione finanziaria; per violazione del canone di ragionevolezza, in quanto la presunzione di traslazione del peso economico dell'imposta, sulla quale in buona sostanza riposerebbe la ratio della norma, sarebbe priva di giustificazione, in particolare per quanto riguarda le imprese indebitamente assoggettate all'addizionale all'imposta erariale di consumo sull'energia elettrica, operando queste in concorrenza con imprese estere, non assoggettate al medesimo carico fiscale. 3. - La questione - che, pur sollevata in un giudizio riguardante la ripetizione di imposte di consumo, investe la disciplina denunciata in riferimento a tutti i tributi ivi indicati - è fondata, nei termini di seguito precisati. 3.1. - L'azione generale di ripetizione d'indebito, di cui all'art. 2033 del codice civile, si fonda sui soli presupposti, di carattere oggettivo, rappresentati dall'avvenuto pagamento e dalla mancanza di causa. Anche in materia tributaria vale il principio della ripetibilità dell'indebito, ma il diritto alla ripetizione può essere legittimamente limitato o escluso dal legislatore, al fine di evitare un ingiustificato arricchimento del solvens, allorché il peso economico dell'imposta sia stato da questi trasferito su altri soggetti, e ciò sia nel caso in cui tale trasferimento sia previsto da norme di legge, sia quando esso avvenga mediante un meccanismo di traslazione puramente economica, inglobando l'ammontare dell'imposta nel prezzo di vendita dei beni prodotti o dei servizi resi dal soggetto che abbia eseguito la prestazione tributaria non dovuta. La traslazione dell'imposta, in quanto fatto impeditivo del diritto alla ripetizione, dovrebbe essere opponibile solo in via di eccezione dall'accipiens (art. 2697 cod. civ.).