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Ci sono casi in cui le donne vanno con il loro figlio, ma poi vengono allontanate forzosamente da queste case, perché essendo stata loro sospesa - qualche volta anche tolta - la cosiddetta responsabilità genitoriale, non hanno più alcuna possibilità, alcun diritto di stare con il bambino: hanno una facoltà di stare con il bambino. A volte, a insindacabile - di fatto - giudizio di taluni operatori, la donna viene considerata non sufficientemente collaborativa con la casa dove si trova. Essere collaborativa vuol dire naturalmente tenere in ordine la stanza o gli spazi che condivide con il figlio o i figli; ma a volte vuol dire anche fare le pulizie nelle zone comuni e le scale, non certo perché la casa famiglia abbia bisogno di questo (perché le case famiglia non badano a spese, a volte), ma per dimostrare la sua collaboratività. Dimostrandola, risparmia anche qualche spesa alla casa famiglia. Se non dimostra sufficiente collaboratività, viene considerata non conciliante, non collaborativa, incompatibile con l'ambiente in cui si trova, e dunque viene allontanata e privata dei suoi figli. Trovo che questa sia una cosa mostruosa (Applausi), perché a una donna già vittima di violenza vengono anche tolti i bambini, non perché vi sia un incidente, ma con l'infamia: tu non sei degna di essere madre dei tuoi figli. E perché? A volte per buoni motivi - ci sono anche dei casi giustificati - ma a volte no. È chiaro che è un po' come l'analisi sui tamponi: più ne fai e più è facile che ci siano dei casi positivi. Lo stesso accade nella valutazione della capacità genitoriale, a volte sulla base di un giudizio non sempre equilibrato, come abbiamo letto nelle cronache. Tante volte ho incontrato, parlando direttamente con le persone o con i legali che se ne occupano, anche soggetti che, privi di titoli, aiutano persone in questa situazione. Vi è un altro effetto collaterale che si determina quando le donne devono abbandonare la casa. Purtroppo, troppo spesso - ma non dovrebbe succedere mai - la legge dice che, nel caso di violenza fra coniugi, debba essere allontanato il coniuge violento. È un'elementare norma di giustizia, ma spesso si dice: «Noi possiamo allontanare il marito o il compagno violento, però non siamo in grado di tenere le Forze dell'ordine davanti alla casa; infatti il marito o il coniuge violento potrebbe sempre tornare». Per cui è meglio allontanare il coniuge che subisce (che nella grande maggioranza dei casi è la donna). Di conseguenza, questo coniuge si trova sradicato e spesso perde il lavoro che aveva oppure, trovandosi la donna da sola, vorrebbe averlo. Non sono casi isolati, poiché anche a tale proposito ho avuto testimonianza di diversi casi in cui la donna trova sì un lavoro, ma quest'ultimo, come sappiamo, non vuol dire che lavori quando vuoi: non è il lavoro che piace come quelli raffigurati nei film, ad esempio lo scrittore che quando vuole scrive quattro versi che poi vengono venduti in milioni di copie. Il lavoro che fanno le persone normali tante volte vuol dire fare quattro, sei o otto ore lavoro. Ebbene, ci sono donne allontanate da queste case e dai loro figli perché «lei deve trovare, signora o signorina, un lavoro che si concili con il suo ruolo di madre». Ma come, noi giustamente siamo per la piena occupazione anche delle donne quando sono in casa loro e poi, quando sono sotto la tutela diretta delle strutture pubbliche, diciamo: «Tu, donna, devi trovare un lavoro da due o tre ore perché non potrai mica pensare di fare un lavoro normale come se tu fossi un uomo»? Di queste cose bisognerebbe occuparsi, anche perché c'è un piccolo problema. Sempre sulla base di testimonianze ricevute, risulta difficilissimo capire quanto gli enti diano a questi centri che si occupano dei bambini e delle donne. Quando lo si viene a sapere, sono somme alte, assai più alte di un buon reddito. Parliamo di 100 euro al giorno, per cui madre e figlio o madre e figlia in un mese portano 6.000 euro alla struttura che li ospita. Difficilmente le spese sono superiori. Quando c'è un eccesso di compenso per un'attività c'è allora il rischio che questa attività si gonfi, travalichi e vada al di là di quello che dovrebbe fare. Siccome c'è bisogno di tutelare le persone che si trovano in queste difficoltà, di tutelare le donne e di tutelare i loro figli, quando ce ne sono, non si può fare uso sbagliato di questi soldi, perché ciò vuol dire incentivare le cattive pratiche e magari lasciare chi davvero ha bisogno senza le risorse di cui avrebbe davvero necessità. PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice De Lucia. Ne ha facoltà. DE LUCIA (M5S) . Signor Presidente, spero sinceramente che ognuno di noi oggi in Aula abbia contezza di quello che sta accadendo in Senato. È la prima volta che la Commissione di inchiesta sul femminicidio procede ad effettuare un'indagine di monitoraggio del sistema istituzionale di finanziamento e governance dei servizi che operano nel campo della prevenzione e del contrasto alla violenza maschile contro le donne. In pratica, si è tentato di ricostruire il percorso delle principali tappe politiche e normative che hanno strutturato l'attuale sistema istituzionale e del ruolo primario svolto dai centri antiviolenza e dalle case famiglia. Ulteriore novità di questo monitoraggio è che vengono presentate e rappresentate anche alcune raccomandazioni, che possono essere utili per una complessiva riforma della governance dei centri antiviolenza. Una tra le principali criticità che sono state riscontrate dalla Commissione riguarda il sistema di rilevamento: risulta essere ormai indispensabile una revisione dell'intesa Stato-Regioni ; obiettivo prioritario non più rinviabile, da intendersi come primo necessario passaggio verso l'elaborazione di una riforma organica della normativa in materia di prevenzione e contrasto ad ogni forma di violenza di genere. Vediamo, però, innanzitutto i numeri che fanno parte di questa relazione amplissima, che è, appunto, la summa del monitoraggio e del lavoro intenso che tutta la Commissione unita ha portato avanti per lungo tempo. Le audizioni sono state tantissime, alcune emozionanti, come hanno detto le colleghe, alcune ancora più dense di numeri, proprio perché abbiamo udito tantissime associazioni per cercare di non lasciare nessuno indietro. Questa mi sembra un'operazione assolutamente innovativa, considerando che la Commissione è composta da componenti di diversi partiti. Abbiamo, però, lavorato in maniera assolutamente armonica, tant'è vero che la relazione lascia intravedere quanto il lavoro sia stato intenso e coordinato alla perfezione tra noi commissari. Veniamo ai numeri. I centri antiviolenza che risultavano attivi all'atto dell'avvio dell'indagine erano 366. Di questi, ne sono stati analizzati 335, alcuni dei quali articolati, oltre che in una sede principale, in uno o più sportelli diffusi sul territorio, per un totale di 647 punti di accesso. Le donne che hanno contattato almeno una volta un centro antiviolenza sono state, complessivamente, oltre 49.000. Sono 32.000, invece, quelle che hanno iniziato un percorso di uscita dalla violenza con il sostegno dei centri. Tra queste, sono 10.488 le donne inviate ai centri da altri servizi specializzati e generali presenti sul territorio e 8.711 le donne straniere.