[pronunce]

Preliminarmente, la resistente deduce che l'ordinanza sarebbe carente dei requisiti stabiliti per il ricorso che propone un conflitto di attribuzione dall'art. 37 della legge 11 marzo 1953, n. 87 (Norme sulla costituzione e sul funzionamento della Corte costituzionale), e dall'art. 26 delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale. In particolare l'atto introduttivo - non un vero e proprio ricorso, ma un'ordinanza - non conterrebbe la specifica indicazione del petitum, poiché non sarebbe stata formulata né la richiesta che la Corte costituzionale dichiari non spettare alla Camera il potere di qualificare come insindacabili le opinioni contestate, né la richiesta di annullare la delibera adottata dall'Assemblea il 31 gennaio 1996. 3.2. &#9472; Il conflitto sarebbe inoltre inammissibile o improponibile perché la Corte d'appello di Milano «mira semplicemente alla riproposizione di un conflitto già dichiarato inammissibile in precedenza». La mancata previsione di un termine di decadenza per la proposizione del conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato sarebbe, infatti, giustificata dalla natura politica del conflitto, che però non sussisterebbe in riferimento a quelli sollevati dall'autorità giudiziaria, per i quali si impone l'esigenza di una giustizia certa e sollecita. A tale proposito la difesa della Camera sostiene che, in assenza di un termine, il conflitto può essere proposto in qualunque momento, ma, una volta proposto, esso è soggetto alle «regole comuni di qualunque giudizio contenzioso ad impulso di parte». Richiamata la giurisprudenza costituzionale che ha costantemente dichiarato improcedibile il conflitto qualora il ricorso non sia stato depositato entro venti giorni dall'ultima notifica, la resistente osserva che la perentorietà del termine ha senso solo se la conseguenza della sua inosservanza è definitiva, perché, a ritenere diversamente, si dovrebbe ammettere la possibilità, per il ricorrente, di «proporre e riproporre a piacimento» il conflitto, incontrando soltanto, in tale «regno della massima informalità», il termine perentorio previsto «per un semplice deposito». Il giudizio di ammissibilità aprirebbe una, e una sola, seconda fase del giudizio e, ove questa si concluda, niente potrebbe consentire di riaprirla, a meno di non ritenere inutiliter data la precedente decisione di improcedibilità, in violazione del principio di intangibilità del giudicato costituzionale (art. 136 della Costituzione). A sostegno di tali considerazioni la difesa della Camera richiama la giurisprudenza costituzionale che definisce il principio di certezza nei rapporti giuridici un elemento essenziale dello Stato di diritto. Tale principio verrebbe «irrimediabilmente distrutto» dalla possibilità di riproporre i conflitti tra poteri dello Stato, che lascerebbe indefinitamente aperta ogni controversia ledendo l'interesse alla delimitazione della sfera di attribuzioni assegnata a ciascun potere. 3.3. &#9472; Ulteriore ragione di inammissibilità del ricorso risiederebbe nella omessa dimostrazione, da parte della Corte d'appello, del suo interesse a ricorrere. 3.4. - Nel merito, la Camera dei deputati deduce che, secondo la giurisprudenza costituzionale, il nesso tra le opinioni e l'esercizio della funzione parlamentare sussisterebbe anche allorché sia identificabile un «complessivo contesto parlamentare» nel quale le opinioni sono state espresse. Tale contesto, nel caso di specie, risulterebbe dalle numerose interpellanze e interrogazioni e dagli interventi parlamentari che hanno avuto ad oggetto il tema dello «statalismo» e la critica ad esso rivolta dalla Lega Nord. Le opinioni manifestate dall'on. Bossi in un comizio, «tipica occasione pubblica e politica», sarebbero legate da un inscindibile nesso funzionale ad atti tipici del mandato parlamentare, in quanto attività riconducibili al proselitismo, alla propaganda e alla pubblica discussione politica che costituirebbero la proiezione esterna dell'attività parlamentare. Tali opinioni sarebbero perciò, ad avviso della resistente, nient'altro che l'esternazione di una posizione politica assunta in Parlamento mediante atti tipici della funzione. La difesa della Camera sostiene infine che l'unico vizio contestato dalla ricorrente sarebbe la carenza di motivazione della deliberazione parlamentare, ma l'infondatezza di tale censura emergerebbe dalla considerazione che l'Assemblea, dovendosi pronunciare sulla relazione della Giunta per le autorizzazioni a procedere, ha assunto la relativa motivazione quale fondamento delle proprie valutazioni. 4. &#9472; In prossimità dell'udienza la Camera dei deputati ha depositato una memoria nella quale ha ribadito le argomentazioni esposte nell'atto di costituzione, richiamando a sostegno delle proprie conclusioni la più recente giurisprudenza costituzionale sui requisiti di ammissibilità del conflitto tra poteri.1. &#9472; Il conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato è stato sollevato dalla Corte d'appello di Milano, sezione IV penale, nei confronti della Camera dei deputati, in relazione alla deliberazione, assunta dall'Assemblea nella seduta del 31 gennaio 1996 (documento IV-quater, n. 1), che ha stabilito che le dichiarazioni - precisate in dettaglio nella parte narrativa - contestate al deputato Umberto Bossi a titolo di reato di diffamazione in danno di Fernando Dalla Chiesa nel procedimento penale in corso innanzi al predetto collegio rientrano nella previsione normativa dell'art. 68, primo comma, della Costituzione e sono pertanto da considerare insindacabili. 2. &#9472; Il ricorso per conflitto di attribuzione è inammissibile. 3. &#9472; La fase preliminare di delibazione, in camera di consiglio, di questo giudizio si è conclusa con una pronuncia di ammissibilità (ordinanza n. 10 del 2001), che ha lasciato peraltro «impregiudicata ogni ulteriore decisione». Ora questa Corte è chiamata a pronunciarsi definitivamente, con cognizione piena e nel contraddittorio delle parti, su tutti i profili del conflitto. Del tutto prioritario è il rilievo che, nel caso in esame, il ricorrente non ha assolto compiutamente all'onere, dal cui adempimento dipende la valida instaurazione del giudizio, di precisare, nell'atto di promovimento del conflitto, l'oggetto della pretesa che intende fare valere (sentenze n. 31 e n. 15 del 2002, n. 364 e n. 363 del 2001). È infatti carente l'indicazione del petitum, giacché la Corte d'appello di Milano si limita ad affermare di non potersi esimere dal sottoporre nuovamente alla Corte costituzionale «la soluzione della situazione di contrapposizione» con l'Assemblea parlamentare cui appartiene l'imputato, senza prospettare alcuna specifica forma di rivendicazione o di menomazione dell'attribuzione costituzionale in contestazione, da cui far dipendere il conseguente annullamento dell'atto asseritamente lesivo. La carenza rilevata comporta pertanto la dichiarazione di inammissibilità del ricorso per conflitto di attribuzione..