[pronunce]

In particolare, in ordine all'art. 25 Cost., si rileva che la sua osservanza è garantita allorché la legge individui il giudice sulla base di criteri generali fissati in anticipo e non in vista di singoli procedimenti, mentre l'art. 97 Cost. sarebbe totalmente estraneo alla funzione giurisdizionale. La violazione dell'art. 3 Cost. non sarebbe sussistente, in quanto il rimettente non avrebbe tenuto conto della particolare posizione dei magistrati e del rilievo costituzionale della garanzia della trasparenza della funzione giurisdizionale. La questione atterrebbe a scelte discrezionali del legislatore e non all'attuazione di direttive costituzionali. La scelta in concreto esercitata - cioè quella di privilegiare su di ogni altra &laquo;l'esigenza di garantire in misura rafforzata il prestigio, la credibilità e l'indipendenza dell'ordine giudiziario e la massima trasparenza della funzione giudiziaria&raquo; - non sarebbe palesemente irragionevole ed arbitraria pur con riguardo ai procedimenti di esecuzione degli obblighi di fare o di non fare, tenuto conto che in essi il giudice è chiamato a determinare le modalità di esecuzione di obblighi che possono presentare (come sarebbe nella specie) aspetti di grande delicatezza sul piano dei rapporti personali e ad emanare disposizioni sulla base di apprezzamenti assolutamente discrezionali. Non verrebbero in considerazione, pertanto, interessi salvaguardati dalla regola ordinaria che potrebbero apparire ingiustamente sacrificati di fronte ai valori di neutralità-imparzialità del giudice.1. - Il Tribunale di Bologna propone la questione di legittimità costituzionale dell'art. 30-bis del codice di procedura civile, introdotto dall'art. 9 della legge 2 dicembre 1998, n. 420 (Disposizioni per i procedimenti riguardanti i magistrati), secondo cui, per le cause in cui sia comunque parte un magistrato in servizio nel distretto di corte d'appello comprendente l'ufficio giudiziario competente ai sensi del capo I del titolo I del libro I del codice di procedura civile, la competenza territoriale spetta all'ufficio giudiziario, ugualmente competente per materia, avente sede nel capoluogo di altro distretto, individuato ai sensi dell'art. 11 del codice di procedura penale. La norma è impugnata - in riferimento agli artt. 3, 24, 25, 97, 101 e 111 della Costituzione - nella parte in cui assoggetta l'esecuzione forzata promossa da o contro un magistrato a tale regola di competenza e non a quella di cui all'art. 26 del codice di procedura civile. Secondo il Giudice rimettente, la deroga alla disciplina generale sul foro dell'esecuzione forzata si porrebbe in contrasto con l'art. 3 della Costituzione, sotto il profilo dell'irragionevolezza, essendo la qualità di magistrato di una delle parti ininfluente nel processo di esecuzione, nel quale la preesistenza del titolo esecutivo rende marginale l'aspetto contenzioso, che nella giurisdizione cognitiva contrappone la parte magistrato all'altra parte; ed essendo inoltre illogico l'automatico spostamento della competenza in altro distretto, indipendentemente dalle dimensioni territoriali di quello competente secondo la regola generale. L'art. 3 della Costituzione sarebbe violato anche per la disparità di trattamento subita dal magistrato che intenda agire in via esecutiva contro il proprio debitore, rispetto a tutti gli altri creditori. La norma impugnata violerebbe poi l'art. 24 della Costituzione, per le maggiori difficoltà dell'esercizio del diritto di azione (e di difesa) derivanti dalla necessità per le parti del processo esecutivo, promosso o subito da un magistrato, di rivolgersi al giudice di altro distretto, in un luogo diverso da quello ove si trovano i beni da espropriare o deve essere attuato l'obbligo inevaso. L'allontanamento del foro dell'esecuzione da quello di cui all'art. 26 cod. proc. civ. violerebbe infine i principi del giudice naturale, del buon andamento dell'amministrazione, dell'unità della giurisdizione e della durata ragionevole del processo, di cui agli artt. 25, 97, 101 e 111 della Costituzione. 2. - La questione è fondata, sotto il profilo del contrasto della norma impugnata con gli artt. 3 e 24 della Costituzione. 3. - L'art. 30-bis cod. proc. civ. è stato introdotto dalla legge n. 420 del 1998 nella prospettiva dell'attuazione del principio di imparzialità-terzietà della giurisdizione, che ha pieno valore costituzionale in relazione a qualunque tipo di processo, pur nella diversità di disciplina connessa alle peculiarità di ciascun tipo (cfr., da ultimo, sentenze n. 305 e 78 del 2002). Prima di tale legge, la competenza territoriale per i procedimenti riguardanti magistrati era soggetta ad un regime diverso da quello ordinario solo in materia penale. L'art. 11 cod. proc. pen. infatti - nei casi in cui imputato o parte offesa dal reato fosse un magistrato esercitante le proprie funzioni nel distretto - prevedeva lo spostamento della competenza territoriale in altro distretto, secondo criteri predeterminati. Il problema della conformità a Costituzione della mancata estensione di tale disciplina ai processi civili ha dato luogo ad una questione di legittimità costituzionale del combinato disposto degli articoli da 18 a 35 cod. proc. civ. , nella parte relativa all'omessa previsione di una competenza per territorio derogatoria, come quella introdotta dall'art. 11 del codice di procedura penale. Questa Corte (sentenza n. 51 del 1998) ha dichiarato la questione inammissibile, perchè la richiesta pronunzia additiva avrebbe comportato una scelta fra più soluzioni possibili, rimessa esclusivamente al legislatore. La sentenza ha ribadito che il principio costituzionale di imparzialità-terzietà della giurisdizione - con la correlata esigenza di assicurare che il giudice sia del tutto estraneo agli interessi in gioco - informa qualunque tipo di processo; ma ha tuttavia affermato che le scelte legislative in materia devono tendere, in considerazione della netta distinzione fra processo civile e processo penale, ad un bilanciamento di interessi secondo linee direttive non necessariamente identiche per i due tipi di processo, nei quali del resto la competenza territoriale è soggetta a regole e criteri diversi. Perciò, secondo la sentenza, spetta al legislatore stabilire quando in materia civile ricorra un'identità di ratio tale da imporre l'estensione pura e semplice del criterio di cui all'art. 11 cod. proc. pen. e quando, invece, questa identità di ratio non ricorra affatto o sia realizzabile con la previsione di un foro derogatorio appropriato, così da evitare il sacrificio di altri interessi o valori costituzionalmente rilevanti, come il diritto di agire e di difendersi in giudizio. Il legislatore deve quindi procedere (secondo ragionevolezza e nel rispetto dei principi costituzionali) ad una valutazione di bilanciamento fra l'interesse alla imparzialità-terzietà del giudice civile e quello alla pienezza ed effettività della tutela giurisdizionale, con riguardo non al processo civile in genere ma alle sue singole tipologie. 4.