[pronunce]

che il giudice a quo premette di essere investito del processo penale nei confronti di persona imputata del reato previsto dall'art. 4, comma 1, lettera f), del decreto-legge 10 luglio 1982, n. 429 (Norme per la repressione della evasione in materia di imposte sui redditi e sul valore aggiunto e per agevolare la definizione delle pendenze in materia tributaria), convertito, con modificazioni, in legge 7 agosto 1982, n. 516, e dall'art. 2 del decreto legislativo n. 74 del 2000, per aver utilizzato, a fini di evasione fiscale, fatture per operazioni inesistenti emesse da terzi nella dichiarazione dei redditi e IVA dell'anno 1998; che, nel corso dell'udienza preliminare, l'imputato aveva dato prova di aver presentato la dichiarazione per la definizione automatica delle imposte sui redditi e sul valore aggiunto, ai sensi dell'art. 9 della legge n. 289 del 2002, effettuando nei termini i versamenti prescritti; che l'imputato non poteva tuttavia fruire dell'esclusione della punibilità per il reato contestatogli – pure prevista come conseguenza del perfezionamento della procedura – avendo avuto notizia dell'esercizio dell'azione penale, tramite la notifica dell'avviso di fissazione dell'udienza preliminare, in data anteriore a quella di presentazione dell'anzidetta dichiarazione; che secondo il rimettente, peraltro, il meccanismo di operatività dell'effetto premiale, delineato dalle disposizioni impugnate, sarebbe irragionevolmente discriminatorio, sotto un duplice profilo; che, in primo luogo, la causa ostativa alla produzione di detto effetto risulterebbe correlata ad una circostanza fattuale «completamente eccentrica rispetto al nucleo significativo del processo penale», quale il perfezionamento dell'attività di notificazione: quest'ultima, infatti, sarebbe soggetta alla variabile incidenza di molteplici fattori, come il funzionamento degli uffici del pubblico ministero e del giudice per le indagini preliminari, l'attività degli ufficiali giudiziari o del sistema postale, e la stessa condotta dell'imputato, il quale potrebbe trarre giovamento dal porsi in una situazione di irreperibilità che gli consenta di lucrare l'intervallo temporale necessario al perfezionamento del meccanismo di conoscenza legale di cui all'art. 159 cod. proc. pen.; che in secondo luogo, poi, il riferimento ad un atto processuale di parte – o, meglio, alla conoscenza o legale conoscibilità di esso – finirebbe per far dipendere gli effetti favorevoli del condono non già da una valutazione di meritevolezza del contribuente, ovvero dalla sua maggiore o minore diligenza nell'adempimento degli oneri previsti dalla procedura, ma dal fatto di un terzo (pubblico ministero o giudice dell'udienza preliminare), che selezionerebbe in definitiva le condotte suscettibili di ottenere il beneficio della non punibilità attraverso l'avvio del procedimento di notifica dell'atto di esercizio dell'azione penale; che con l'ordinanza indicata in epigrafe, emessa nel corso del processo penale nei confronti di persona imputata del reato di cui agli artt. 4, comma 1, lettera f), del decreto-legge n. 429 del 1982 e 2 del decreto legislativo n. 74 del 2000, il Tribunale di Venezia, sezione distaccata di Chioggia, ha sollevato analoga questione di legittimità costituzionale, in riferimento all'art. 3 della Costituzione, dell'art. 9, comma 14, della legge n. 289 del 2002; che l'ordinanza riferisce che, con memoria depositata all'udienza dibattimentale, il difensore dell'imputato aveva lamentato che – pur rientrando il reato contestato fra quelli «condonabili» ai sensi dell'art. 9, comma 10, lettera c), della legge n. 289 del 2002 – il proprio assistito non aveva potuto godere del «beneficio fiscale con effetti estintivi dell'illecito penale» a fronte del termine di decadenza previsto dal comma 14 dello stesso art. 9, ancorato alla formale conoscenza dell'esercizio dell'azione penale: termine del quale lo stesso difensore aveva eccepito l'illegittimità costituzionale in riferimento all'art. 3 Cost., in quanto «iniquo e sperequativo»; che, facendo propri gli assunti della difesa, il rimettente osserva che detto termine non corrisponderebbe, in effetti, ad un criterio oggettivo ed uniforme – quale potrebbe essere, ad esempio, la data di consumazione del reato – ma sarebbe condizionato dalla solerzia soggettiva, e dunque variabile, del singolo pubblico ministero nell'esercizio dell'azione penale, nonché dalla gravità del reato e dalla conseguente complessità delle relative indagini: con la conseguenza paradossale che l'autore di un reato tributario più grave, commesso anche in epoca più remota, potrebbe beneficiare del condono, non essendosi concluse le relative indagini, a differenza dell'autore di un reato meno grave, e magari più recente, che sia già stato attinto dalla richiesta di rinvio a giudizio o dalla citazione diretta; che, in tale ottica, il meccanismo denunciato verrebbe certamente a soddisfare le esigenze di cassa dell'erario, ma al prezzo di sacrificare l'interesse dello Stato a punire anzitutto i fatti criminosi più gravi e di maggiore impatto sociale; che nei giudizi di costituzionalità è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, il quale ha chiesto che le questioni siano dichiarate inammissibili o comunque infondate. Considerato che le ordinanze di rimessione sollevano analoghe questioni, onde i relativi giudizi vanno riuniti per essere definiti con un'unica decisione; che i rimettenti dubitano della compatibilità con gli artt. 3 e 24 della Costituzione dell'art. 9, comma 10, lettera c), e comma 14, lettera b), della legge 27 dicembre 2002, n. 289, come modificato dall'art. 5-bis del decreto-legge 24 dicembre 2002, n. 282, convertito, con modificazioni, in legge 21 febbraio 2003, n. 27, il quale esclude che il condono tributario ivi disciplinato («definizione automatica per gli anni pregressi»: comma 14, lettera b, dell'art. 9) – e, conseguentemente, anche il beneficio della non punibilità per determinati reati, che conseguirebbe al perfezionamento della procedura (ultimo periodo del comma 10, lettera c) – si applichino nel caso di avvenuto esercizio dell'azione penale per gli anzidetti reati, «della quale il contribuente ha avuto formale conoscenza entro la data di presentazione della dichiarazione per la definizione»; che l'ordinanza di rimessione del Tribunale di Venezia, sezione distaccata di Chioggia, risulta peraltro carente in punto di descrizione della fattispecie concreta oggetto di giudizio, non specificando né a quale periodo di imposta si riferisca il reato contestato all'imputato e, in particolare, se esso rientri tra quelli suscettibili di sanatoria in base al citato art. 9; né se l'imputato abbia in concreto presentato la dichiarazione di definizione, perfezionando nei termini la procedura; né in quale data – se, cioè, prima o dopo la scadenza dei termini per la presentazione – egli abbia avuto «formale conoscenza» dell'esercizio dell'azione penale;