[pronunce]

1.3.- Alla luce di quanto precede, dovrebbe quindi concludersi che il giudice chiamato a pronunciarsi sulla richiesta di ammissione alla prova compie un accertamento ampio e non meramente formale sul fatto di reato per cui si procede e sulla persona stessa dell'imputato: con la conseguenza che la decisione sul punto non potrebbe ritenersi meramente procedurale e interlocutoria. Nel caso di mancato accoglimento della richiesta, la pronuncia assumerebbe, anzi, il carattere di provvedimento che definisce una fase processuale - quella degli atti introduttivi al dibattimento - con valutazioni di merito sulla fondatezza dell'ipotesi accusatoria. Tale conclusione si concilierebbe appieno con la natura ibrida dell'istituto, il quale si caratterizza per una fisionomia sostanziale unita a una intrinseca dimensione processuale, così da configurarsi come nuovo rito speciale alternativo al dibattimento. Si tratterebbe, in specie, di un procedimento in tutto equiparabile all'applicazione della pena su richiesta delle parti «per la predominante base consensuale», posto che, in entrambi i casi, l'imputato, in cambio dell'ottenimento di benefici sanzionatori, non contesta l'accusa, rinunciando al pieno esercizio del diritto di difesa. 1.4.- Tutto ciò indurrebbe a ritenere che, nell'ipotesi di rigetto della richiesta di sospensione del procedimento con messa alla prova, il giudice debba divenire incompatibile rispetto all'ulteriore corso del giudizio di merito. La mancata previsione di tale ipotesi di incompatibilità violerebbe il principio di eguaglianza (art. 3 Cost.), per l'evidente disparità di trattamento che si realizzerebbe fra situazioni analoghe, non essendovi alcuna ragione per differenziare la disciplina del caso in esame da quella prevista per i «paritetici» casi contemplati espressamente dall'art. 34, comma 2, cod. proc. pen. , o per quelli similari ad essi aggiunti nel corso del tempo per effetto di pronunce di questa Corte. Risulterebbe vulnerato, altresì, l'art. 24, secondo comma, Cost., in quanto «le conseguenze negative dipendenti dalla scelta del rito speciale si tradurrebbero in ripercussioni pregiudizievoli inerenti ad una modalità di esercizio dello stesso diritto di difesa». Apparirebbero compromesse, infine, l'imparzialità e la terzietà del giudice, che rappresentano, ai sensi dell'art. 111, secondo comma, Cost., uno dei cardini del giusto processo, giacché il processo che prosegua con l'apertura del dibattimento davanti allo stesso magistrato che ha rigettato la richiesta di messa alla prova sarebbe inevitabilmente condizionato dalle valutazioni - negative per la posizione dell'imputato - precedentemente formulate da tale magistrato. 2.- È intervenuto in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che le questioni siano dichiarate inammissibili o non fondate. 2.1.- Nell'atto di intervento, la difesa statale ripercorre preliminarmente l'evoluzione giurisprudenziale e legislativa della norma sottoposta a scrutinio, ricordando come, alla luce dei principi affermati da questa Corte, la previsione dell'incompatibilità si renda costituzionalmente necessaria ove ricorrano le seguenti condizioni: a) il giudice deve essere stato chiamato a compiere una valutazione strumentale all'assunzione di una decisione, non essendo sufficiente la mera conoscenza di atti anteriormente compiuti; b) deve trattarsi di una decisione "di contenuto", implicante, cioè, valutazioni che attengono al merito dell'accusa, e non già al mero svolgimento del processo; c) la precedente valutazione deve collocarsi in una diversa fase del processo, essendo del tutto ragionevole che, all'interno di ciascuna delle fasi, resti preservata l'esigenza di globalità e continuità. 2.2.- Ciò premesso, ad avviso della difesa dello Stato le questioni sarebbero inammissibili per erroneità del presupposto interpretativo e omessa sperimentazione di un'interpretazione conforme a Costituzione della norma censurata. I dubbi di legittimità costituzionale espressi dal giudice a quo trovano, infatti, la loro premessa fondante nell'assunto per cui il giudice, nel decidere sulla richiesta di ammissione alla prova, opererebbe valutazioni di merito sulla fondatezza dell'ipotesi accusatoria. L'opzione interpretativa privilegiata dal rimettente non troverebbe, tuttavia, conferma nella giurisprudenza di legittimità, la quale ha escluso, in più occasioni, che il rigetto della richiesta di messa alla prova possa determinare l'incompatibilità del giudice a partecipare al giudizio che prosegue nelle forme ordinarie, trattandosi di decisione adottata nella medesima fase processuale e che non implica, altresì, una valutazione sul merito dell'accusa, ma esclusivamente una delibazione sull'inesistenza di cause di proscioglimento immediato ai sensi dell'art. 129 cod. proc. pen. , nonché una verifica dell'idoneità del programma di trattamento e una prognosi favorevole riguardo all'inesistenza del pericolo di recidiva (sono citate Corte di cassazione, sezione quarta penale, sentenza 9-24 luglio 2019, n. 33260 e sezione terza penale, sentenza 20 gennaio 2016-11 aprile 2016, n. 14750). 2.3.- Tali rilievi dimostrerebbero, comunque sia, la non fondatezza nel merito delle questioni. In primo luogo, infatti, l'ordinanza di rigetto della richiesta di messa alla prova è assunta nella medesima fase del processo, ovvero quella dibattimentale, e ha il solo effetto di impedire all'imputato l'accesso al rito speciale, determinando così la prosecuzione del giudizio. In secondo luogo, poi, l'ambito valutativo del giudice è delineato dall'art. 464-quater cod. proc. pen. , consistendo nella verifica dell'inesistenza di cause di proscioglimento ai sensi dell'art. 129 cod. proc. pen. e dell'idoneità del programma di trattamento sulla base dei criteri di cui all'art. 133 cod. pen. , nonché nella formulazione di una prognosi positiva riguardo all'assenza del pericolo di recidiva. Per consolidata giurisprudenza di legittimità, riguardo al primo profilo, l'apprezzamento richiesto al giudice sarebbe limitato all'accertamento dell'inesistenza di cause di proscioglimento immediato e funzionale all'ulteriore svolgimento del procedimento: il che escluderebbe che il giudice fondi il suo giudizio su valutazioni di merito. Neppure il secondo profilo sul quale deve vertere la valutazione del giudice concernerebbe, peraltro, il merito dell'ipotesi accusatoria, concentrandosi piuttosto sulla «dimensione "personale"» dell'imputato. Anche questa Corte avrebbe, del resto, riconosciuto che nell'istituto in esame manca un'attribuzione di colpevolezza: nei confronti dell'imputato e su sua richiesta, viene disposto, in difetto di un formale accertamento di responsabilità, un trattamento alternativo alla pena che sarebbe stata applicata in caso di eventuale condanna (è citata la sentenza n. 91 del 2018). Esulerebbe, quindi, dalla decisione del giudice ogni apprezzamento che possa pregiudicare la sua imparzialità e terzietà nel processo, con conseguente insussistenza dei vulnera costituzionali prospettati dal giudice a quo.