[pronunce]

, il potere di partecipare al giudizio (come fonte della capacità di definire il giudizio di merito) e il perimetro del giudizio abbreviato (come facoltà/poteri esercitabili a fronte del limite posto dall'art. 438, comma 1-bis c.p.p.)» deriverebbero qui «dalla valutazione di merito operata dal giudice dell'udienza preliminare, ex art. 429, comma 2-bis c.p.p. e dal disposto normativo che prevede che "si applicano le disposizioni di cui all'art. 458 c.p.p. "» ; che il giudice del giudizio abbreviato instaurato a norma degli artt. 429, comma 2-bis, e 458 cod. pen. verserebbe «nella medesima situazione "astratta" di "incompatibilità", pacificamente sussistente in capo al G.U.P. che ha disposto il rinvio a giudizio, riqualificato il fatto oggetto di contestazione e consentito l'accesso al rito»; che, invero, se a norma dell'art. 34, comma 2, cod. proc. pen. , «non può partecipare al giudizio il giudice che ha emesso il provvedimento conclusivo dell'udienza preliminare o ha disposto il giudizio immediato», non potrebbe essere considerato terzo e imparziale «un giudice che [...] è funzionalmente vincolato, cioè sottoposto alla valutazione fatta da chi l'ha preceduto»; che, nel caso di specie, il giudice del giudizio abbreviato sarebbe condizionato dalla «forza della prevenzione» - ossia la «naturale tendenza a confermare una decisione già presa o a mantenere un atteggiamento già assunto» (è citata la sentenza n. 224 del 2001 di questa Corte) - derivante dalle valutazioni già compiute dal giudice dell'udienza preliminare; che, secondo la giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell'uomo, il principio di imparzialità risulterebbe violato ogni qualvolta le attività poste in essere anteriormente dal giudice, nella stessa o in altra fase processuale, siano tali da comportare una sostanziale anticipazione del giudizio, sia per l'estensione dei poteri affidatigli, sia per l'approfondita conoscenza degli elementi di prova su cui poi sarà chiamato a rendere la decisione di merito (sono richiamate le sentenze della Corte EDU 15 gennaio 2015, Dragojevi&#263; contro Croazia; 11 luglio 2013, Rudnichenko contro Ucraina; 25 luglio 2000, Tierce e altri contro San Marino; 26 ottobre 1984, De Cubber contro Belgio); che tali principi dovrebbero applicarsi «anche nel caso in cui il giudizio si incardini avanti a un giudice che, derivando il suo potere dalle valutazioni di merito eseguite dal giudicante che l'ha preceduto, subisca, per effetto di quelle e della previsione di cui all'art. 438, comma 1-bis c.p.p., una limitazione dei poteri esercitabili»; che l'art. 429, comma 2-bis, cod. proc. pen, nella parte in cui dichiara applicabile l'art. 458 cod. proc. pen. , «tenuto conto del disposto» dell'art. 438, comma 1-bis, cod. proc. pen. , «produce l'individuazione di un giudice naturale che versa in una "incompatibilità" funzionale e, come tale, non può/deve partecipare al giudizio», pena la violazione dell'art. 6, paragrafo 1, CEDU; che, infine, sarebbe violato il principio di soggezione del giudice soltanto alla legge (art. 101, secondo comma, Cost.), poiché «attraverso l'esercizio del potere di riqualificazione attuato dal giudice dell'udienza preliminare ai sensi dell'art. 429 comma 2-bis c.p.p. si determina in capo al giudice del rito abbreviato un vincolo che non deriva (o quantomeno non soltanto) dalla legge, bensì dall'esercizio stesso di tale potere», con conseguente, inammissibile compressione del libero convincimento; che è intervenuto in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che le questioni siano dichiarate inammissibili o non fondate; che l'interveniente evidenzia l'improprietà del richiamo alla sentenza n. 224 del 2001 di questa Corte - la quale ha dichiarato l'illegittimità costituzionale dell'art. 34, comma 1, cod. proc. pen. , nella parte in cui non prevedeva l'incompatibilità alla funzione di giudice dell'udienza preliminare del giudice che abbia pronunciato o concorso a pronunciare sentenza, poi annullata, nei confronti del medesimo imputato e per lo stesso fatto -, atteso che tale pronuncia riguarderebbe la situazione del medesimo giudice-persona fisica che, trovandosi a conoscere nuovamente degli stessi fatti in precedenza scrutinati, «non è portat[ore] di quella serenità, imparzialità e terzietà postulata dall'art. 111 della Costituzione e dall'art. 6, paragrafo 1 della CEDU poiché indott[o], naturalmente, ad un approccio conservativo della decisione precedentemente assunta da se medesim[o]»; che tale «forza di prevenzione» non potrebbe all'evidenza sussistere ove la decisione da adottare sia affidata, come avvenuto nel caso in esame, ad altro giudice-persona fisica, sicché il richiamo alla giurisprudenza costituzionale relativa all'art. 34 cod. proc. pen. sarebbe inconferente; che d'altra parte, ove l'assunto del giudice a quo fosse fondato, «non vi sarebbe alcun giudice avanti al quale incardinare il procedimento», dal momento che la «mancanza di serenità, terzietà e imparzialità paventata dal giudice bolognese, ben potrebbe essere, allo stesso modo, percepita dalla totalità della magistratura»; che, contrariamente a quanto sostenuto dal rimettente, non sarebbe a questi preclusa né la possibilità di applicare l'art. 521, comma 2, cod. proc. pen. - ordinando la restituzione degli atti al pubblico ministero in caso di accertamento della diversità del fatto per cui si procede da quello descritto nel decreto che dispone il giudizio - né quella di attribuire al fatto una diversa qualificazione giuridica ; attività, quest'ultima, che si risolverebbe semplicemente nella corretta applicazione della legge, consentita e doverosa (è citata Corte di cassazione, sezioni unite penali, sentenza 20 dicembre 2007-1° febbraio 2008, n. 5307). Considerato che il rimettente ha sollevato questioni di legittimità costituzionale del combinato disposto degli artt. 429, comma 2-bis, e 458 cod. proc. pen.