[pronunce]

SENTENZA ha pronunciato la seguentenel giudizio di legittimità costituzionale dell'art. 266, comma 2, del codice di procedura penale, promosso con ordinanza del 25 gennaio 2006 dal Tribunale di Varese nel procedimento penale a carico di A. G., ed altri, iscritta al n. 168 del registro ordinanze 2006 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 23, prima serie speciale, dell'anno 2006. Udito nella camera di consiglio del 16 aprile 2008 il Giudice relatore Giovanni Maria Flick.. Ritenuto in fatto Considerato in diritto Con l'ordinanza indicata in epigrafe, il Tribunale di Varese ha sollevato, in riferimento agli artt. 13, primo e secondo comma, 14, primo e secondo comma, e 15 della Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell'art. 266, comma 2, del codice di procedura penale, nella parte in cui non estende la disciplina delle intercettazioni di comunicazioni tra presenti «a qualsiasi “captazione di immagini in luoghi di privata dimora”», ancorché «non configurabile in concreto come forma di intercettazione di comunicazioni tra presenti». Il rimettente riferisce di essere investito del processo penale nei confronti di tre persone, sottoposte a giudizio per una pluralità di fatti di illecito acquisto o cessione di sostanze stupefacenti: fatti che – secondo l'ipotesi accusatoria – si erano svolti, in buona parte, nell'abitazione di uno degli imputati, la quale ne era stata luogo di consumazione o nella quale era avvenuto, quantomeno, il prelevamento della sostanza stupefacente o la consegna del relativo prezzo. A sostegno dell'accusa, il pubblico ministero aveva chiesto ed ottenuto l'acquisizione dei risultati di riprese visive, effettuate tramite una videocamera collocata su un edificio adiacente la predetta abitazione e puntata sul davanzale di una finestra della medesima: luogo, quest'ultimo – osserva il rimettente – da ritenere certamente riconducibile alle nozioni di «domicilio» e di «privata dimora». In sede di discussione finale, nel valutare «a scopi decisori l'utilizzabilità degli atti», era peraltro emerso che le riprese in questione erano state eseguite dalla polizia giudiziaria senza alcun provvedimento autorizzativo, né del giudice per le indagini preliminari, né del pubblico ministero. Ciò premesso in punto di fatto, il giudice a quo si dichiara consapevole della circostanza che questa Corte, con sentenza n. 135 del 2002, ha ritenuto non fondata analoga questione di legittimità costituzionale dell'art. 266, comma 2, cod. proc. pen. , volta ad ottenere «una pronuncia additiva che allinei la disciplina processuale delle riprese visive in luoghi di privata dimora a quella delle intercettazioni di comunicazioni fra presenti nei medesimi luoghi». Ad avviso del rimettente, nondimeno, il persistente «vuoto normativo» in materia determinerebbe – anche alla luce dei più recenti orientamenti della giurisprudenza di legittimità – la lesione dei parametri costituzionali evocati, giustificando un nuovo scrutinio. Al riguardo, il giudice a quo rileva come la Corte di cassazione abbia richiamato i dicta della citata sentenza n. 135 del 2002, ed abbia perciò affermato che le riprese visive in luoghi di privata dimora sono soggette alla disciplina delle cosiddette intercettazioni ambientali – e quindi alla preventiva autorizzazione del giudice per le indagini preliminari – solo quando mirino alla captazione di comportamenti a carattere comunicativo. Invece, negli altri casi la captazione di immagini configurerebbe una prova documentale non espressamente regolata dalla legge, «fermo […] il limite della tutela della libertà domiciliare di cui all'art. 14 Cost. da valutarsi di volta in volta». Tale limite ulteriore, atto a condizionare «di volta in volta» l'utilizzabilità delle captazioni, non risulterebbe, tuttavia – a parere del rimettente – in alcun modo definito dalla legge; infatti, nel vigente panorama normativo, non v'è alcuna disposizione che vieti o che regoli l'attività investigativa in questione. Divieti e norme regolatrici non potrebbero rinvenirsi, in particolare, nel d.lgs. 30 giugno 2003, n. 196 (Codice in materia di protezione dei dati personali) o nel provvedimento generale sulla videosorveglianza del 29 aprile 2004, emanato dal Garante per la protezione dei dati personali; quest'ultimo, infatti, si limita ad affermare la necessità del rispetto delle norme penali che vietano le intercettazioni di comunicazioni e conversazioni. D'altro canto, non potrebbe ritenersi esistente un «confine definito e rigido» tra le intercettazioni disciplinate dal codice di procedura penale e le altre captazioni investigative penalmente illecite ai sensi dell'art. 615-bis del codice penale. L'evidenziata assenza di disciplina si risolverebbe, quindi, in un vulnus delle norme costituzionali poste a tutela della libertà personale, dell'inviolabilità del domicilio e della libertà di comunicazione. Si determinerebbe, fra l'altro, una inversione della «sequenza di garanzia»: nel senso che – alla luce degli orientamenti giurisprudenziali dianzi ricordati – il pubblico ministero e la stessa polizia giudiziaria potrebbero captare immagini all'interno di luoghi di privata dimora, senza alcuna autorizzazione giurisdizionale; se poi risultassero essere state captate delle «comunicazioni», gli esiti del mezzo investigativo sarrebbero inutilizzabili, altrimenti si sarebbero ottenute prove documentali utilizzabili. Il dubbio di costituzionalità non sarebbe, d'altro canto, superabile in via interpretativa: e ciò perché non si potrebbe ritenere – anche alla luce delle indicazioni della sentenza n. 135 del 2002 – che qualsiasi captazione di immagini in luogo di privata dimora rientri nella previsione dell'art. 266 cod. proc. pen. , solo perché potenzialmente acquisitiva di comunicazioni tra presenti. Neppure, però, potrebbe accettarsi che – nella perdurante inerzia del legislatore – l'individuazione dei confini di legittimità delle molteplici forme di intrusione nei luoghi di privata dimora resti affidata «alla mera interpretazione giurisprudenziale»: e ciò soprattutto ove si tenga conto della rapida evoluzione tecnologica, che rende aggredibile il domicilio con strumenti sempre più sofisticati, quali le immagini satellitari ad elevatissimo livello di definizione o la termografia a raggi infrarossi. Emergerebbe, di conseguenza, la necessità «minima» di assoggettare la captazione di immagini in luoghi di privata dimora ad un provvedimento autorizzativo giurisdizionale; anzi, più in particolare – come per le intercettazioni «tradizionali» – ad un provvedimento autorizzativo del giudice per le indagini preliminari. In tale ottica, il rimettente chiede dunque alla Corte una sentenza additiva, che estenda la disciplina dell'art. 266, comma 2, cod. proc. pen. – dettata per le intercettazioni di comunicazioni tra presenti – a qualsiasi captazione di immagini in luoghi di privata dimora, anche se non configurabile in concreto come forma di intercettazione di comunicazioni tra presenti.