[pronunce]

sequestro a scopo di estorsione, rapina, concussione, peculato, bancarotta fraudolenta, ecc.) e quello di autoriciclaggio di denaro, beni o utilità provenienti da delitti decisamente meno gravi (ad es. furto, truffa, esercizio arbitrario delle proprie ragioni, reato di cui all'art. 388 c. p., ecc.)», «che lo stesso assetto legislativo riconosce come profondamente diversi sul piano dell'offesa, vengono ricondotti alla medesima cornice edittale, e ciò "determina un contrasto tra la disciplina censurata e l'art. 25, secondo comma, Cost., che pone il fatto alla base della responsabilità penale"» (è nuovamente richiamata la sentenza n. 251 del 2012). Aggiunge il rimettente che, nell'ipotesi contemplata dall'art. 648-ter.1, secondo comma, cod. pen. per effetto dell'equivalenza tra la recidiva reiterata e l'attenuante in questione, l'imputato «verrebbe di fatto a subire un aumento di pena sensibilmente superiore a quello previsto dallo stesso art. 99 co. 4 c.p.: l'annullamento di una riduzione pari alla metà equivale infatti ad un aumento del 100% anziché ad un aumento della metà o dei due terzi, quale quello previsto a seconda dei casi dall'art. 99 co. 4 c.p.». 1.4.- Alla luce di queste considerazioni, emergerebbe il contrasto del divieto di prevalenza contenuto nell'art. 69, quarto comma, cod. pen. con gli artt. 3 e 25, secondo comma, Cost., poiché la norma censurata «determina l'applicazione irragionevole della stessa pena a fatti oggettivamente diversi e in modo non rispettoso del principio di offensività». Sarebbe altresì violato l'art. 27, terzo comma, Cost., «sotto il profilo del principio di proporzionalità della pena e della finalità rieducativa della stessa». Questa Corte avrebbe infatti già osservato che l'art. 69, quarto comma, cod. pen. , nel precludere la prevalenza delle circostanze attenuanti sulla recidiva reiterata, realizza «una deroga rispetto a un principio generale che governa la complessa attività commisurativa della pena da parte del giudice, saldando i criteri di determinazione della pena base con quelli mediante i quali essa, secondo un processo finalisticamente indirizzato dall'art. 27, terzo comma, Cost., diviene adeguata al caso di specie anche per mezzo dell'applicazione delle circostanze» (è citata la sentenza n. 205 del 2017). In specie, il divieto di cui all'art. 69, quarto comma, cod. pen. , in relazione (anche) alla circostanza attenuante ex art. 648-ter.1, cod. pen. , secondo comma, impedirebbe il necessario adeguamento della pena edittale alle circostanze del caso concreto, determinando un trattamento sanzionatorio sproporzionato e dunque inidoneo a esplicare una funzione rieducativa. E invero, «il condannato - che per effetto della recidiva reiterata si veda assoggettato ad una pena enormemente più alta di quella che gli sarebbe altrimenti applicata - non potrebbe che percepire come irragionevole la pena stessa e non aderirebbe quindi al trattamento rieducativo». 1.5.- In relazione alle questioni formulate in via subordinata, che censurano l'art. 69, quarto comma, cod. pen. nella parte in cui prevede il divieto di prevalenza di più circostanze attenuanti (in specie, quelle ex artt. 648-ter.1, secondo comma, e 62-bis, cod. pen.) sulla recidiva di cui all'art. 99, quarto comma, cod. pen. , il rimettente osserva che tale divieto «comporta a maggior ragione un trattamento sanzionatorio sproporzionato, ancor maggiore essendo l'incidenza sullo stesso delle componenti soggettive riconducibili alla recidiva reiterata». Sarebbe dunque ancor più evidente l'attrito tra la deroga al giudizio di bilanciamento introdotta dall'art. 69, quarto comma, cod. pen. e i principi di ragionevolezza, proporzionalità e finalità rieducativa della pena. 2.- Il Presidente del Consiglio dei ministri non è intervenuto in giudizio.1.- Con l'ordinanza di cui in epigrafe, il Tribunale ordinario di Firenze, sezione prima penale, solleva, in riferimento agli artt. 3, 25, secondo comma, e 27, terzo comma, Cost., questioni di legittimità costituzionale dell'art. 69, quarto comma, cod. pen. , nella parte in cui prevede il divieto di prevalenza della circostanza attenuante del delitto di autoriciclaggio, di cui all'art. 648-ter.1, secondo comma, cod. pen. (nella versione ratione temporis applicabile), sulla recidiva di cui all'art. 99, quarto comma, cod. pen. In via subordinata, il giudice a quo censura la medesima norma, per contrasto con gli artt. 3 e 27, terzo comma, Cost., nella parte in cui prevede il divieto di prevalenza di più circostanze attenuanti sulla recidiva di cui all'art. 99, quarto comma, cod. pen. 2.- Le questioni sono ammissibili. Secondo la costante giurisprudenza di questa Corte, ai fini della verifica della rilevanza della questione è necessario e sufficiente che il rimettente motivi in modo non implausibile sulle ragioni, in fatto e in diritto, che lo conducono a ritenere applicabile la norma della cui legittimità costituzionale dubita nel giudizio principale (ex multis, sentenze n. 139 del 2023, punto 3 del Considerato in diritto; n. 94 del 2023, punto 2.2. del Considerato in diritto; n. 192 del 2022, punto 2 del Considerato in diritto). Il che è quanto puntualmente avviene nell'articolata ordinanza introduttiva del presente giudizio. 2.1.- Il rimettente motiva anzitutto in modo non implausibile - richiamando, in particolare, una pronuncia della Corte di cassazione (seconda sezione penale, sentenza 14 settembre-5 ottobre 2021, n. 36180) relativa a un caso di specie sovrapponibile a quello di cui è causa nel giudizio a quo - sulla riconducibilità della condotta contestata all'imputato alla figura legale dell'autoriciclaggio. In tal modo, il giudice a quo scioglie in senso affermativo un dubbio interpretativo di per sé non futile, alla luce anche del quadro sanzionatorio di particolare rigore previsto da un'incriminazione che punisce autonomamente condotte successive alla commissione di un reato, funzionali a consolidarne il profitto in capo allo stesso autore: e cioè se sia sufficiente la mera vendita della res furtiva a integrare almeno uno dei requisiti normativi alternativi dell'"impiego", "sostituzione" o "trasferimento" dei beni provenienti dalla commissione del delitto di furto in «attività economiche, finanziarie, imprenditoriali o speculative»; dubbio che deve essere sciolto prima della verifica della sussistenza dell'ulteriore requisito normativo concernente l'idoneità della condotta a «ostacolare concretamente l'identificazione della [...] provenienza delittuosa» dei beni sottratti. 2.2.- Una densa motivazione è poi dedicata dall'ordinanza di rimessione all'ulteriore dubbio interpretativo concernente le modalità di calcolo della pena prevista per il reato presupposto, che ai sensi della norma censurata deve essere «inferiore nel massimo a cinque anni».