[pronunce]

nonché sull'art. 21 della medesima legge, che al comma 3 prevedeva che – in sede di riordinamento normativo, a norma dell'art. 8, delle materie concernenti gli intermediari, i mercati finanziari e mobiliari e gli altri aspetti comunque connessi – le sanzioni amministrative e penali potessero essere «coordinate con quelle già comminate da leggi vigenti in materia bancaria e creditizia per violazioni che siano omogenee e di pari offensività». In ogni caso, anche l'art. 3, comma 1, lettera c), della legge n. 52 del 1996 prevedeva che si stabilissero, per le infrazioni alle disposizioni dei decreti legislativi, sanzioni penali o amministrative identiche a quelle eventualmente comminate dalle leggi vigenti per violazioni omogenee e di pari offensività. La legge delega, pertanto — nel conferire al legislatore delegato il potere di riordinare l'intera materia dei reati relativi al mercato finanziario — avrebbe rimesso, per l'un verso o per l'altro, allo stesso legislatore delegato la concreta determinazione del quantum di pena: e ciò in un'ottica di armonizzazione tra sanzioni similari destinate a «convivere» all'esito dell'adozione dei decreti delegati; non già tra sanzioni destinate a «succedersi» tra loro in relazione ad una medesima fattispecie di reato, com'è per quelle comminate in tema di insider trading, dapprima dall'art. 2 della legge n. 157 del 1991 e poi dall'art. 180 del d.lgs. n. 58 del 1998. Lo stesso art. 2 della precedente legge, d'altra parte – se pure fissava in via generale, nel comma 5, la pena della reclusione fino ad un anno e della multa da lire dieci milioni a lire trecento milioni – prevedeva, nei commi 3 e 7, il raddoppio di tale pena per i reati commessi da azionisti di controllo, amministratori e soggetti similari, nonché da ministri e sottosegretari di Stato in particolari circostanze. Nel riordino operato dal testo unico del 1998, essendo scomparse tali figure speciali di insider trading, la pena sarebbe stata unificata al livello più alto, in un'ottica di omogeneizzazione di indiscutibile competenza del legislatore delegato. 3. — Nel giudizio di costituzionalità promosso dal Tribunale di Siracusa si è altresì costituito M. C. S., imputato nel processo a quo, il quale ha chiesto, preliminarmente, che questa Corte sollevi innanzi a sé questione di legittimità costituzionale dell'art. 3 della legge n. 52 del 1996 in riferimento agli artt. 25, secondo comma, e 76 Cost., conformemente all'eccezione già sollevata nell'ambito del giudizio principale e ritenuta manifestamente infondata dal giudice rimettente. Ad avviso della parte privata, l'assoluta genericità della delega legislativa avrebbe infatti “lacerato” il necessario rapporto tra potere esecutivo e legislativo, affidando al primo scelte di criminalizzazione di esclusiva competenza del secondo. Quanto al resto, la parte privata insta per l'accoglimento delle questioni di costituzionalità sollevate dal giudice a quo.1. — I Tribunali di Siracusa e di Roma, con ordinanze di tenore pressoché identico, sollevano due questioni di legittimità costituzionale inerenti alla disciplina del reato di abuso di informazioni privilegiate (insider trading). I giudici rimettenti dubitano, in primo luogo, della legittimità costituzionale, in riferimento agli artt. 3 e 25, secondo comma, Cost., dell'art. 180 del d.lgs. 24 febbraio 1998, n. 58, nella parte in cui — nel definire l'«informazione privilegiata» come «un'informazione specifica di contenuto determinato, di cui il pubblico non dispone, concernente strumenti finanziari o emittenti di strumenti finanziari, che, se resa pubblica, sarebbe idonea ad influenzarne sensibilmente il prezzo» — «non contiene parametri sufficientemente determinati per stabilire quando l'influenza sul prezzo dei titoli determinata dalla condotta incriminata debba considerarsi “sensibile”». In assenza, infatti, di specifiche indicazioni riguardo ai casi nei quali l'impatto dell'informazione sul mercato finanziario — tenuto conto di tutte le altre variabili esistenti al momento in cui l'agente si è avvalso dell'informazione stessa — può determinare una variazione «sensibile» dei corsi, la fattispecie criminosa astratta non risulterebbe descritta in modo preciso, così da consentire all'interprete, nel ricondurre ad essa un'ipotesi concreta, di esprimere un giudizio di corrispondenza sorretto da fondamento controllabile. In tale situazione di incertezza, non sarebbe dunque possibile distinguere a priori i comportamenti leciti da quelli illeciti, onde l'agente saprebbe di aver commesso un reato solo a seguito dell'interpretazione operata dal giudice sulla base di una valutazione del tutto discrezionale: con conseguente vulnus tanto del principio di determinatezza della fattispecie incriminatrice che del principio di uguaglianza, quest'ultimo in rapporto ai contrastanti apprezzamenti giurisprudenziali indotti dalla «vaghezza» della norma. I giudici a quibus censurano, in secondo luogo, il regime sanzionatorio della fattispecie, ventilando alternativamente o un vizio di eccesso di delega (art. 76 Cost.) dello stesso art. 180 del d.lgs. n. 58 del 1998; ovvero la violazione degli artt. 25, secondo comma, e 76 Cost. ad opera dell'art. 3, comma 1, lettera c), ultima parte, della legge delega 6 febbraio 1996, n. 52. Quest'ultima disposizione — osservano i rimettenti — attribuiva al legislatore delegato la facoltà di stabilire sanzioni penali o amministrative «identiche» a quelle già comminate dalle leggi vigenti, per violazioni omogenee e di pari offensività. Il concetto di «identità» delle sanzioni — in assunto non univoco — potrebbe essere peraltro interpretato, quanto al reato in questione, in due modi diversi. Si potrebbe ritenere, cioè, da un lato, che il legislatore delegante intendesse riferirsi ad una pena uguale, sia per genere che per entità, a quella comminata dall'art. 2 della legge 17 maggio 1991, n. 157, che in precedenza disciplinava l'insider trading (reclusione fino ad un anno e multa da lire dieci milioni a lire trecentomilioni): nel qual caso, tuttavia, l'art. 180 del d.lgs. n. 58 del 1998 si porrebbe in contrasto col criterio di delega, avendo previsto una pena superiore (reclusione fino a due anni e multa da lire venti milioni a lire seicentomilioni). In alternativa, l'«identità» potrebbe ritenersi riferita esclusivamente al genere, e non anche all'entità, della sanzione contemplata dalla norma anteriore. In questa ipotesi, sarebbe peraltro l'art. 3, comma 1, lettera c), ultima parte, della legge n. 52 del 1996 a ledere i parametri costituzionali dianzi indicati, per non aver stabilito il quantum di pena con cui reprimere la violazione de qua, enunciando, così, un criterio di delega indeterminato. 2. — Stante l'identità sostanziale delle questioni sollevate dalle due ordinanze di rimessione, i relativi giudizi vanno riuniti per essere definiti con un'unica decisione. 3.1.