[resaula]

BINETTI (FIBP-UDC) . Signor Presidente, membri del Governo, colleghi, mi piace scandire tre punti su questo decreto-legge che ci apprestiamo a votare tra pochi minuti. Il primo, com'è stato già segnalato da diversi colleghi, è che ci apprestiamo a votare un qualcosa di già superato. Da questo punto di vista la tempistica tra l'emanazione del decreto-legge e la sua conversione dal parte del Parlamento risulta francamente anacronistica, tanto che voteremo per qualcosa che è già passato e trascorso. È questa dunque un'indicazione che ci piacerebbe trasmettere al nuovo Governo, proprio perché non si ripeta una prassi che ha caratterizzato il Governo precedente, per cui il rincorrersi dei decreti-legge faceva sì che, quando essi arrivavano all'attenzione dell'Assemblea, per l'approvazione - per così dire - del Parlamento, i loro effetti erano ormai già del tutto trascorsi. Si tratta di una questione di metodo, ma anche di rispetto nei confronti del Parlamento. Il secondo punto, su cui intendo richiamare in questa sede l'attenzione, riguarda il cuore stesso del decreto-legge al nostro esame, che voglio sintetizzare in questo modo: come andare incontro ai bisogni delle famiglie, attraverso il binario tipico su cui si snoda la loro vita, ovvero il lavoro dei genitori e la cura dei figli, tenendo conto delle loro caratteristiche esigenze, anche rispetto alle formidabili iniziative di sviluppo delle capacità e competenze dei figli, appunto, che sono rappresentate ad esempio dalla scuola. In questa forbice, che, da un lato, vede lo smart working e, dall'altro, la didattica a distanza, e che nello stesso momento cerca di integrare i diritti e le responsabilità degli uni e degli altri, ci sembra arrivato il momento che essi non vengano normati di volta in volta, a seconda delle circostanze che si presentano, ma che si giunga a tracciare linee guida che, nel momento dell'emergenza, in cui il problema si pone, rendano abbastanza chiaro, in anticipo, cosa le famiglie possono e devono fare per essere attentamente e intelligentemente vicine alle esigenze dei figli e, nello stesso tempo, cosa i genitori o comunque le persone possono e devono fare rispetto al loro lavoro, per riuscire a mantenere insieme la loro responsabilità professionale e di servizio alla comunità e le circostanze e le modalità concrete in cui questo si può realizzare. A me francamente dispiace dover di volta in volta puntualizzare, ad esempio, cosa accade ai genitori di figli che hanno la certificazione ai sensi della legge n. 104 del 1992 o i famosi bisogni educativi speciali (BES), cioè dover sottolineare ogni volta il parametro del disagio, dovuto a un handicap fisico o a una malattia, magari rara, dei figli, che va a incidere evidentemente sulle modalità in cui la famiglia e i genitori possono e devono organizzare il loro lavoro professionale e quello di cura, attraverso quello che normalmente chiamiamo il work life balance , cioè il bilanciamento tra i diritti e i doveri e quello delle responsabilità. Mi sembra che ormai, dopo un anno e mezzo, dovremmo avere acquisito tutti - su questo faccio appello anche al Ministro per le pari opportunità e la famiglia - la consapevolezza della necessità di contare su linee guida stabili, in queste circostanze e in queste condizioni. Qualunque sia l'emergenza che le scatena, i genitori devono sapere di poter contare su questo tipo di misure di attenzione e i ragazzi devono sapere di essere tutali da queste misure. Sappiamo tutti, ad esempio, che di fronte al grande tema della didattica a distanza e nel dibattito costruito intorno ad essa, è stata data un'interpretazione diversa all'acronimo DAD, ovvero didattica a distanza. Qualcuno lo ha infatti voluto interpretare come "docente a domicilio", passando cioè da un'interpretazione che sottolinea il distanziamento culturale e sociale, dettato da quello fisico tra lo studente e l'aula, a un'inversione totale delle proposte, come se si trattasse davvero di un docente a domicilio. Per avere il docente a domicilio, però, e quindi per operare quest'inversione nell'interpretazione, chiaramente dovremmo avere un maggiore numero di docenti, affinché si possano far carico dei bisogni educativi speciali, ovvero i famosi BES. In questi lunghi mesi in cui ho partecipato al dibattito non solo pubblico, con la nostra società, ma anche parlamentare, soprattutto in diverse Commissioni - come nelle sedute, particolarmente interessanti, presiedute dal collega Nencini, della 12 a e della 7 a Commissione riunite - non ho mai visto emergere una proposta molto semplice, lineare e chiara. Perché i nostri docenti di sostegno non riescono a fare propria questa esigenza del docente a domicilio? Ciò non vuol dire spostarsi fisicamente, ma utilizzare la piattaforma, le risorse e le modalità disponibili con una diagnosi sui bisogni specifici di apprendimento di quel ragazzo, che molto spesso non sono solo di natura didattica, ma anche educativa. Infatti, nel decreto-legge la cui conversione ci apprestiamo ad approvare il termine «educativo» è sempre stato affiancato a «didattico». È come se si fossero scoperti un allargamento dei bisogni e anche un approfondimento delle responsabilità da parte di chi governa tali processi per essere vicini a queste persone. Credo che su tutto questo abbiamo bisogno di fare una riflessione di sistema e di struttura che metta in mano alla scuola, alle famiglie e alle aziende qualcosa di più che non una normativa che ogni tre settimane, come ci avevano abituato i famosi precedenti DPCM, a tambur battente cambia le carte in regola. La stessa cosa può valere per ciò che nel decreto-legge si dice con riferimento al tema del babysitting e, quindi, anche del rimborso, dei 100 euro settimanali o delle facilitazioni anche per i figli dei sanitari (medici e infermieri), che certamente non possono svolgere il loro lavoro a distanza (non esiste infatti lo smart working del medico o dell'infermiere ospedalieri). C'è bisogno di ripensare a tutto questo e, quindi, lo presento e lo offro alla riflessione. Sollecito in questo senso tutti, ma in particolare il Ministro della salute e, in collegamento, il Ministro dell'istruzione e il Ministro del lavoro. Il terzo punto che vorrei sottolineare del decreto-legge in esame è un aspetto molto particolare, che è stato inserito nei commi aggiuntivi all'articolo 1. Mi riferisco a un grande ospedale nato in Sardegna e che va sotto il nome di Mater Olbia. È interessante il fatto che questo grande ospedale appena nato abbia nella sua dizione la parola mater per sostenere la relazione di cura che evidentemente può e deve mantenere nei confronti dei pazienti. Mi sembra anche un omaggio alla maternità e di questi tempi credo si possa apprezzare questo esplicito riferimento e si possa cogliere. La cosa interessante dei commi 2, 3, 4, 5 e 6 aggiunti all'articolo 1 - e, quindi, nell' incipit stesso del decreto - è la forma di collaborazione con il cosiddetto privato convenzionato. Ogni tanto in quest'Assemblea e nel contesto sociale si nota una specie di pregiudizio nei confronti di tutto ciò che non è interamente, completamente ed esaustivamente statale, come se ciò che viene dal privato vada guardato con diffidenza.