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Purtroppo la migrazione irregolare, oltre a causare le 30.000 vittime stimate, che potrebbero addirittura essere di più, ha innescato nel nostro Paese un aumento della percezione dell'illegalità. Alla base dell'accoglienza ci deve essere anche il lavoro per tutti e l'idea che le persone che accogliamo possano costituire nuclei familiari nel nostro Paese. Questo modello è lo stesso che ha visto protagonisti i nostri bisnonni emigranti a inizio secolo, poi i nostri nonni e in alcuni casi i nostri padri - perché anche negli anni Sessanta ancora si emigrava - e che oggi vede protagonisti anche i nostri figli. Avvalorare l'idea che l'Italia possa, o addirittura debba, accogliere tutti è una follia; diventa una politica improponibile soprattutto per due ordini di motivi. Il primo è che ormai tutti sappiamo che le partenze sono gestite da autentici delinquenti, da mercanti di uomini dei giorni nostri. Il secondo è che non possiamo permetterci di ospitare quasi 200.000 persone ogni anno, posto che quattro su cinque tra i migranti accolti non hanno diritto a essere ospitati secondo le regole europee. Non possiamo fare finta che, una volta negato il permesso di soggiorno, i migranti non si diano alla clandestinità. Si stimano più di 600.000 clandestini, con ovvie implicazioni sulla sicurezza e sull'ordine pubblico. Non possiamo nemmeno fare finta che l'Italia possa sostenere da sola l'integrazione di tutti coloro che ne hanno diritto. In termini di bilancio pubblico, non possiamo distogliere quasi 5 miliardi annui per la gestione dei migranti, quando dobbiamo fare i conti coi saldi di bilancio e abbiamo innescato politiche di austerità nei confronti dei nostri cittadini. Ecco perché la politica deve innanzi tutto porsi il problema di fermare le partenze dalla Libia, per smaltire nel migliore dei modi le pratiche relative ai migranti già presenti. Il decreto-legge al nostro esame è certamente rispettoso delle prerogative del Parlamento. Non è il primo provvedimento in tema, ma va relazionato alle politiche di amicizia, partenariato e cooperazione con la Libia, già intraprese dal Governo Berlusconi nel 2009 per arginare i flussi migratori e tutelare gli interessi italiani in Libia. Sto rammentando il cosiddetto Trattato di Bengasi, cioè il Trattato di amicizia e cooperazione tra Italia e Libia, sottoscritto dal presidente Berlusconi e da Gheddafi il 30 agosto 2008, che fu ratificato dall'Italia il 6 febbraio 2009. Con il Trattato di Bengasi si raggiunse un risultato storico tra i due Paesi e si chiuse un contenzioso che si trascinava dagli anni del Dopoguerra. Va ricordato che, dopo quell'accordo del 2008, in Libia cessò la celebrazione del giorno della vendetta, indetto da Gheddafi il 7 ottobre del 1970 in ricordo della ritorsione anti-italiana. Sul tema del contenzioso Italia-Libia, Forza Italia ha presentato un ordine del giorno, accolto dal Governo in Commissione esteri, con il quale impegna l'Esecutivo ad affrontare l'irrisolta questione dei crediti storici vantati da oltre vent'anni da oltre 100 imprese italiane nei confronti di enti e amministrazioni libiche, per un importo complessivo di più di 200 milioni di euro. Questi crediti erano stati riconosciuti dal Governo libico nel 2013 e 2014 sulla base del negoziato avviato nell'ambito del Comitato crediti, come previsto dal Trattato di amicizia. Ma, per tornare al tema del decreto-legge, non è la prima cessione di motovedette alla Guardia costiera libica. Così come i nostri ufficiali e sottufficiali si sono già adoperati per addestrare e formare gli addetti libici. Nel 2009 furono cedute tre motovedette, tre nel 2010, altre le abbiamo riparate. Due motovedette sono state affondate nel 2011, durante l'attacco francese (noto come attacco della coalizione occidentale). Poi, più di recente, nell'aprile 2017, il ministro Minniti aveva consegnato altre quattro motovedette, investendo nella formazione della Guardia costiera e della Marina libica. Quindi la cessione di dodici unità navali prevista dal provvedimento in esame, a titolo gratuito, va nel senso auspicato di un più puntuale intervento libico nella propria area SAR. Sono assicurate, altresì, le risorse finanziarie necessarie per garantire la manutenzione e l'addestramento del personale. Del resto, si tratta di somme irrisorie rispetto agli enormi oneri affrontati in questi anni per gestire il complesso fenomeno migratorio. Lo scopo è quello di incrementare la capacità operativa della Guardia costiera e della Marina libiche per contrastare i traffici di esseri umani e per le attività di soccorso in mare. Le controversie sul ruolo delle ONG non possono che diminuire se aumenta il controllo delle aree di soccorso e salvataggio in mare da parte dei libici. Le frontiere italiane del Mediterraneo sono quelle europee, di questo deve farsi persuasa la Commissione europea. Ma se l'Italia, se noi dimostriamo concretezza e serietà nel gestire il fenomeno migratorio illegale e al tempo stesso la volontà a non fermare l'accoglienza di chi ne ha diritto, anche l'Europa dovrà farsene carico. (Applausi dal Gruppo FI-BP. Congratulazioni) . PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Pacifico. Ne ha facoltà. PACIFICO (M5S) . Signor Presidente, colleghi e colleghe, Governo, le donazioni di imbarcazioni per il pattugliamento e il salvataggio in mare alla Guardia costiera e alla Marina libiche sembrano giocare specularmente la battaglia politica italiana. Circa venti giorni fa, il portavoce della Guardia costiera libica asseriva a un'agenzia giornalistica italiana, forse suggestionato da qualche politico oggi all'opposizione, che il nostro Governo non sarebbe stato in grado di offrire alle autorità libiche alcuna imbarcazione idonea ad affrontare i natanti degli scafisti. Anzi, con sarcasmo affermava che al massimo il nostro Governo avrebbe fornito alla Guardia costiera nordafricana solo qualche gommone. Probabilmente, la fonte del portavoce della Guardia costiera libica sperava in un rifiuto aprioristico delle autorità libiche. Oggi leggiamo, invece, che le imbarcazioni offerte sono di tutto riguardo e ve ne sono un paio che superano abbondantemente i 20 metri. Cosa significa ciò? Significa che, dopo aver addestrato le forze libiche, le stesse potranno controllare le loro acque territoriali, avranno la forza di interdizione nei confronti di scafisti e contrabbandieri in generale, iniziando così a considerarsi uno Stato sovrano. È chiaro che, in questo ordine regionale, alcuni Paesi cerchino di non emancipare le Forze armate libiche, così come risulta limpido il gioco di alcune opposizioni parlamentari italiane che, trascurando gli affari italiani e dei migranti e facendo sponda con pezzi dell'Esercito e dei guardacoste libici, cerchino di impedire qualsivoglia cambiamento in quello scacchiere. Per quanto riguarda le spese, si può tranquillamente affermare che la missione dei militari italiani costi meno della missione delle Forze dell'ordine in un qualsiasi centro di identificazione ed espulsione (CIE) o in un centro di accoglienza per richiedenti asilo (CARA), siti in territorio italiano.