[pronunce]

1.5.3.- Ad avviso della HSBC - premesso che la riforma del titolo V della Costituzione ha rafforzato la tutela della concorrenza - la norma impugnata viola l'art. 41 Cost., dato che l'azione revocatoria fallimentare permette all'imprenditore insolvente di rimanere sul mercato, avvalendosi di una sorta di finanziamento forzoso, a costo zero, in danno degli altri imprenditori ed in contrasto con le norme comunitarie, anche in considerazione della somma dei crediti oggetto di dette azioni, che rendono possibili politiche commerciali particolarmente aggressive in danno dei concorrenti. 2.- Con successiva ordinanza del 27 dicembre 2005, il medesimo Tribunale ordinario di Parma ha sollevato identica questione di legittimità costituzionale, in riferimento agli artt. 3 e 41 Cost., dell'art. 6 del decreto-legge n. 347 del 2003, e successive modificazioni, nella parte in cui consente l'esercizio delle azioni revocatorie previste dagli artt. 49 e 91 del d.lgs. n. 270 del 1999 anche in costanza di un programma di ristrutturazione dell'impresa sottoposta ad amministrazione straordinaria. 2.1.- In punto di fatto, il giudice rimettente riferisce che il commissario straordinario della Parmalat s.p.a. in amministrazione straordinaria ha convenuto in giudizio la Banca Monte dei Paschi di Siena s.p.a. e altre diciassette banche, esponendo che la Parmalat s.p.a., con decreto del Ministro delle attività produttive del 24 dicembre 2003, era stata assoggettata alla procedura di amministrazione straordinaria, ai sensi del decreto-legge n. 347 del 2003; che il Tribunale ordinario di Parma, con sentenza del 27 dicembre 2003, aveva dichiarato lo stato di insolvenza della medesima società, con estensione della procedura concorsuale a Parmalat Finanziaria s.p.a. ed a quasi tutte le altre società riconducibili alla famiglia Tanzi; che, nel dicembre 1998, la Parmalat s.p.a. aveva stipulato con un pool di banche – di cui era capofila la Banca Monte dei Paschi di Siena s.p.a. – un contratto di finanziamento per un ammontare complessivo di lire 140 miliardi con un piano di restituzione nell'arco dei successivi cinque anni; che i rimborsi alle scadenze venivano effettuati mediante ordini di bonifico; e che, tanto premesso, l'attore ha chiesto che siano revocati, ai sensi e per gli effetti dell'art. 67, secondo comma, della legge fallimentare, i pagamenti eseguiti dalla Parmalat s.p.a. a favore delle parti convenute a titolo di rimborso del predetto finanziamento nel periodo “sospetto” e, conseguentemente, che le medesime convenute siano condannate a restituire alla procedura le somme percepite, oltre agli interessi e al maggior danno da svalutazione monetaria. Riferisce ancora il giudice rimettente che le banche convenute, costituitesi, hanno, in via pregiudiziale, eccepito l'illegittimità costituzionale dell'art. 6 del decreto-legge n. 347 del 2003, e successive modificazioni, in riferimento agli artt. 3 e 41 Cost., nonché la incompatibilità della stessa norma con i principi di concorrenza sanciti dal Trattato CE. 2.1.2.- Quanto alla rilevanza della questione, il giudice a quo osserva che essa è insita nella proposizione dell'azione revocatoria ex art. 67 della legge fallimentare, richiamato dal d.lgs. n. 270 del 1999, resa possibile dalla norma denunciata nell'ambito della procedura di amministrazione straordinaria di cui al decreto-legge n. 347 del 2003, pur in presenza dell'autorizzazione all'esecuzione di un programma di ristrutturazione: la caducazione di quella norma comporterebbe, infatti, il rigetto delle domande attoree. 2.1.3.- Quanto alla non manifesta infondatezza, il medesimo giudice svolge argomentazioni del tutto analoghe a quelle esposte nella precedente ordinanza di rimessione. 2.2.- Si sono ritualmente costituite nel giudizio davanti alla Corte le convenute nel giudizio a quo Cassa di risparmio di Savona s.p.a., Banca Monte dei Paschi di Siena s.p.a., Banca Toscana s.p.a., Banca popolare italiana Società Cooperativa, Bipop Carire s.p.a., Commerzbank AG, Unicredit Banca d'Impresa s.p.a., Unicredito Italiano s.p.a. e Credito siciliano s.p.a., per chiedere che la questione sia accolta. 2.2.1.- Cassa di risparmio di Savona s.p.a. ricorda che la Corte di cassazione, decidendo la questione del contrasto fra la legge n. 95 del 1979, istitutiva della procedura di amministrazione straordinaria, e le regole dei Trattati comunitari, circa i divieti degli aiuti di Stato e dell'alterazione della concorrenza da parte degli Stati membri, ha statuito che nella procedura di amministrazione straordinaria, disciplinata dalla citata legge, l'azione revocatoria fallimentare non rappresenta un aiuto di Stato, e, quindi, non viola la normativa comunitaria, sempre che essa venga promossa dopo che è iniziata la fase di liquidazione; e ha osservato che l'esercizio della revocatoria «si tradurrebbe in un finanziamento forzoso delle imprese in crisi» non in ogni caso, «essendo compatibile una tale affermazione solo con la fase conservativa e non già con quella liquidatoria» (Cass. 21 settembre 2004, n. 18915). Questo principio di diritto è stato coerentemente seguito dal legislatore, quando ha dettato una «nuova disciplina dell'amministrazione straordinaria delle grandi imprese in stato di insolvenza» con il d.lgs. n. 270 del 1999, il cui art. 49, comma 1, infatti, stabilisce che «le azioni per la dichiarazione di inefficacia e la revoca degli atti pregiudizievoli ai creditori previste dalle disposizioni della sezione III del capo III del titolo II della legge fallimentare possono essere proposte dal commissario straordinario soltanto se è stata autorizzata l'esecuzione di un programma di cessione dei complessi aziendali, salvo il caso di conversione della procedura in fallimento». Ma, nell'emanare il successivo decreto-legge n. 347 del 2003, il legislatore ha completamente trascurato la necessità che la nuova procedura di amministrazione straordinaria, prevista da tale decreto-legge, fosse resa compatibile con le regole comunitarie, in quanto ha creato una procedura che – come risulta inequivocabilmente da più norme – ha la finalità esclusiva della ristrutturazione economica e finanziaria di grandi imprese in stato di insolvenza. Ciò posto, non aveva senso inserire in essa l'esperibilità delle azioni revocatorie, che sono proprie delle procedure di liquidazione e che, invece, nell'ambito di una procedura di ristrutturazione si risolvono in elementi distorsivi della concorrenza. 2.2.1.2.- La deducente osserva, poi, che la norma denunciata – come sostenuto in dottrina – viola il principio costituzionale di eguaglianza, dal momento che di fronte a due imprese in stato di insolvenza, per le quali sia prospettabile un programma di ristrutturazione, per il solo fatto che per l'una si avvii la procedura di amministrazione straordinaria di cui al d.lgs.