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Disposizioni per il riconoscimento ai lavoratori della libertà di scelta nell'accesso al trattamento pensionistico. Onorevoli Senatori. -- Il sistema pensionistico italiano è stato oggetto di ripetuti interventi, nel corso degli ultimi anni, che hanno concorso a renderlo tra i più robusti in Europa in termini di sostenibilità finanziaria e di capacità di assorbimento degli shock negativi. Dal 1º gennaio 2013 è entrata in vigore la riforma delle pensioni, contenuta nel decreto-legge 6 dicembre 2011, n. 201, convertito, con modificazioni, dalla legge 22 dicembre 2011, n. 214, cosiddetto decreto «salva Italia». La riforma abolisce le pensioni di anzianità e definisce per le pensioni di vecchiaia requisiti più elevati, assegni determinati con il metodo di calcolo contributivo. L'effetto di tali misure previdenziali è quello di unificare l'età di uscita dal lavoro, che a regime (nel 2022) sarà per tutti di 67 anni, con la sola eccezione delle persone che hanno lavorato oltre 41-42 anni (pensione anticipata) o che hanno svolto lavori usuranti (che potranno andare in pensione con le «vecchie» quote per le anzianità. La descrizione degli andamenti di medio lungo periodo della spesa per pensioni in rapporto al PIL mostra che il processo di riforma del sistema pensionistico italiano è riuscito in larga parte a compensare i potenziali effetti della transizione demografica sulla spesa pubblica nei prossimi decenni. Infatti, come evidenziato anche in sede internazionale [Economic Policy Committee European Commission (2012)], l'Italia presenta una variazione della spesa in rapporto al PIL in netta controtendenza rispetto alla dinamica prevista per la maggior parte dei Paesi esaminati. Infatti, a fronte di un valore della spesa pensionistica in rapporto al PIL che cresce in media, per l'insieme dei Paesi dell'Unione europea (e la Norvegia), di 1,6 punti percentuali nel periodo 2010-2060, nel caso dell'Italia il rapporto scende di 0,9 punti percentuali segnalando, sotto questo aspetto, un rischio assai contenuto in termini di impatto dell'invecchiamento demografico sulla sostenibilità delle finanze pubbliche. Ciò è dovuto al significativo processo di riforma del sistema pensionistico attuato nel corso degli ultimi due decenni che ha visto, da una parte l'introduzione del sistema di calcolo contributivo, basato sull'equivalenza attuariale fra prestazioni e contributi, e dall'altro l'elevamento dei requisiti minimi di accesso al pensionamento, soprattutto per effetto degli interventi adottati a partire dal 2004. In tale contesto, il pacchetto di misure contenuto nell'ultimo intervento di riforma (articolo 24 del citato decreto-legge 6 dicembre 2011, n. 201) produce un contributo rilevante alla sostenibilità del sistema pensionistico, realizzando una riduzione della spesa in rapporto al PIL, che si protrae per circa trenta anni, a partire dal 2012. Per i lavoratori italiani il prezzo della raggiunta sostenibilità finanziaria, del sistema pensionistico nazionale è stato duplice. Non solo hanno visto in questi anni spostarsi continuamente in avanti la possibilità di accesso alla pensione -- sia con interventi sui requisiti legali, che con estemporanei e ripetuti congelamenti delle finestre di uscita -- ma hanno anche subito la compressione di quei margini di flessibilità e di scelta, secondo le rispettive esigenze e aspettative personali, che erano il connotato tipico della cosiddetta «riforma Dini» del 1995 (legge 8 agosto 1995, n. 335). Le donne, in particolare, hanno subito l'allineamento dell'età di pensionamento a quella degli uomini, sostenuta dall'affermazione di un principio di parità nominale con gli uomini, cui non ha corrisposto nessun intervento per la realizzazione di condizioni di parità sostanziale tra donne ed uomini nel nostro Paese. Permangono, infatti, inalterate ed anzi peggiorate dalla crisi economica le condizioni di disparità occupazionale e reddituale, in presenza di una forte riduzione degli impegni pubblici a sostegno del welfare di conciliazione, con grave misconoscimento e penalizzazione delle condizioni di partecipazione delle donne alla vita economica e sociale del Paese. Il presente disegno di legge intende riequilibrare il sistema previdenziale italiano in particolare sotto il profilo dell'autonoma determinazione, garantendo a tutti i lavoratori la possibilità di scelta nell'accesso alla pensione di vecchiaia, secondo lo schema di pensionamento flessibile caratteristico del sistema contributivo, opportunamente aggiornato. All'interno della necessità di mantenere stringente il rapporto tra sostenibilità ed equilibrio del sistema previdenziale ed adeguatezza dei trattamenti, sia in termini economico-finanziari che in termini di rapporto con le condizioni di vita e di lavoro delle persone, occorre mettere in campo strumenti che gestiscano tale relazione. In particolare, l'articolo 1 del disegno di legge modifica la disciplina di cui all'articolo 1 della legge n. 335 del 1995, portando a 62 anni l'età minima e a 70 anni quella massima di accesso alla pensione di vecchiaia per i lavoratori cui si applica il sistema contributivo puro, con il conseguente aggiornamento della tabella A, allegata alla medesima legge, che reca i coefficienti di trasformazione applicabili ai montanti contributivi in corrispondenza di ciascuna età di uscita. In continuità con la «riforma Dini», è mantenuto fermo il requisito dei 40 anni di anzianità contributiva per l'accesso ai trattamenti a prescindere dall'età anagrafica. Allo stesso tempo, si conferma -- e semmai si rafforza -- il profilo di rigore finanziario della «riforma Dini», prevedendo che fin dal 1º gennaio dell'anno successivo a quello di entrata in vigore della nuova disciplina si applichi anche ai lavoratori soggetti ai sistemi retributivo e misto un meccanismo di penalità/premialità per il calcolo della pensione analogo a quello previsto nel sistema contributivo puro (pensioni di importo crescente con l'aumento dell'età di uscita), ritagliato sulla stessa finestra anagrafica di uscita (62-70 anni di età) e «centrato» sui 65 anni di età, nel senso che è fissata su tale età l'invarianza dell'importo della pensione rispetto alle regole fino ad oggi vigenti (articolo 2). In entrambi i casi -- sia per le pensioni calcolate secondo il contributivo, sia per quelle liquidate nei regimi retributivo e misto -- si prevede il riconoscimento alle lavoratrici di un anticipo di età pari a dodici mesi per ogni figlio, nel limite massimo di ventiquattro mesi. In alternativa a tale anticipo la lavoratrice può optare per la determinazione del trattamento pensionistico con applicazione del coefficiente di trasformazione relativo all'età di accesso al trattamento pensionistico, maggiorato di un anno in caso di un figlio e di due anni in caso di due o più figli. Il sistema che si propone non intacca i vigenti regimi di garanzia in materia di lavori usuranti e di pensionamento d'anzianità al raggiungimento dei quaranta anni di contribuzione (articolo 4, comma 2). In particolare, il presente disegno di legge fa integralmente salva la disciplina vigente in materia di forme e requisiti di accesso alla pensione di anzianità, ma vi affianca una disciplina di incentivo al posticipo dell'età di uscita.