[pronunce]

che il legislatore ha così «tempera[to] in maniera non irragionevole gli effetti automatici della sentenza di condanna non definitiva in ragione del trascorrere del tempo e della progressiva stabilizzazione della stessa pronuncia» (sentenza n. 36 del 2019), rispondendo la gradualità di tali effetti alla generale esigenza di proporzionalità e adeguatezza della misura rispetto alla possibile lesione dell'interesse pubblico causata dalla permanenza dell'eletto nell'organo elettivo (sentenza n. 276 del 2016); che, a fronte della descritta situazione, colui che, assolto in primo grado e poi condannato in appello, viene sospeso per un periodo massimo di diciotto mesi, non è trattato «più severamente del condannato anche in primo grado», come afferma il giudice a quo, ma riceve invece, per effetto della sentenza d'appello che ne accerta per la prima volta la responsabilità, lo stesso trattamento riservato a chi riporta la condanna già in primo grado; e ciò senza contare che nei suoi confronti non potrebbe mai decorrere un «ulteriore» periodo di sospensione di dodici mesi, mancandone in astratto il presupposto (id est, la conferma della condanna in appello); che il giudice a quo mostra di cogliere l'effettiva portata della disciplina, là dove ammette che essa potrebbe dirsi ragionevole «avendo riguardo alla complessiva posizione di colui che riporta una doppia condanna», per sottrarlo a un periodo di sospensione di eccessiva durata, ma non ne tiene conto nel formulare il giudizio comparativo tra le due situazioni; che, in tale ambito, si limita a confrontare i diversi termini di sospensione successivi alla sentenza di secondo grado, osservando che al condannato in appello dopo l'assoluzione in primo grado sarebbe irrazionalmente consentito di riprendere l'esercizio della carica «sei mesi dopo l'amministratore con la posizione processuale più gravosa», senza considerare che nel caso di rigetto dell'appello, cumulandosi il periodo di dodici mesi a quello già trascorso, la disciplina è nel complesso più severa proprio in ragione della «posizione processuale più gravosa» del condannato, con la conseguenza che lo iato temporale denunciato non comporta un'ingiustificata disparità di trattamento per chi, riportando invece la condanna solo in appello, non ha subito un precedente periodo di sospensione; che la norma censurata e il tertium comparationis disciplinano pertanto situazioni non omogenee; che, per costante giurisprudenza costituzionale, la violazione del principio di uguaglianza sussiste qualora situazioni sostanzialmente identiche siano disciplinate in modo ingiustificatamente diverso e non quando alla diversità di disciplina corrispondano situazioni non assimilabili (ex plurimis, sentenze n. 155 del 2014, n. 108 del 2006 e n. 340 del 2004); che l'eterogeneità delle situazioni poste a confronto rende dunque «priva di fondamento la censura in ordine alla assunta violazione del principio di "parità di trattamento"» (sentenza n. 215 del 2014) e inidonea la norma indicata come tertium comparationis a svolgere tale funzione (sentenza n. 276 del 2016); che è così esclusa la sussistenza dell'irragionevole disparità di trattamento lamentata dal giudice a quo e, con essa, la violazione dell'art. 3 Cost.; che le considerazioni svolte inducono a ritenere la manifesta infondatezza della questione sollevata. Visti gli artt. 26, secondo comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87, e 9, comma 1, delle Norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale.. . per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE dichiara la manifesta infondatezza della questione di legittimità costituzionale dell'art. 11, commi 1, lettera a), e 4 del decreto legislativo 31 dicembre 2012, n. 235 (Testo unico delle disposizioni in materia di incandidabilità e di divieto di ricoprire cariche elettive e di Governo conseguenti a sentenze definitive di condanna per delitti non colposi, a norma dell'articolo 1, comma 63, della legge 6 novembre 2012, n. 190), sollevata dal Tribunale ordinario di Vercelli, in riferimento all'art. 3 della Costituzione, con l'ordinanza indicata in epigrafe. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, l'11 febbraio 2020. F.to: Marta CARTABIA, Presidente Daria de PRETIS, Redattore Roberto MILANA, Cancelliere Depositata in Cancelleria il 9 marzo 2020. Il Direttore della Cancelleria F.to: Roberto MILANA