[pronunce]

che, nel merito, negli atti di costituzione si sostiene che la disciplina stabilita dagli artt. 15-bis e 12 della legge n. 217 del 1990 non comporterebbe alcuna illegittima disparità di trattamento nel procedimento penale rispetto a quanto stabilito nei procedimenti civili, amministrativi o di volontaria giurisdizione, ma si limiterebbe a trattare in modo differenziato fattispecie non omogenee; che, sempre ad avviso delle parti private, sarebbe erronea la premessa interpretativa dalla quale muovono i remittenti nel considerare inoperante, nel giudizio di appello, il comma 2-bis dell'art. 12 della legge n. 217 del 1990, che esclude la liquidazione in presenza di impugnazioni inammissibili, giacché anche il giudizio di appello potrebbe chiudersi con una declaratoria di inammissibilità ai sensi dell'art. 591 cod. proc. pen. ; che non pertinente sarebbe poi il tertium comparationis evocato, in quanto la previsione di inammissibilità del gravame per manifesta infondatezza nel solo giudizio di Cassazione si giustificherebbe alla luce del più circoscritto ambito di indagine, proprio del giudizio di legittimità; che le parti private ricordano infine che il comma 2-bis dell'art. 12 della legge n. 217 del 1990 stabilisce che “il compenso spettante al difensore è liquidato dal giudice tenuto conto della natura dell'impegno professionale in relazione all'incidenza degli atti assunti rispetto alla posizione processuale della persona” e osservano come questa disposizione già consentirebbe al giudice di modulare, con riferimento a specifici parametri, il compenso da liquidare in relazione al pregio, alla qualità e al valore tecnico dell'opera prestata; che, dopo avere posto in luce la estraneità dell'art. 97 Cost. all'esercizio della giurisdizione, le parti private rilevano che l'art. 111, quale diretta estrinsecazione del principio della inviolabilità della difesa in ogni stato e grado del giudizio, renderebbe ragione, contrariamente a quanto ritenuto dai remittenti, della perfetta aderenza al dettato costituzionale del quadro normativo denunciato, mentre una pronuncia di accoglimento della questione avrebbe l'effetto di limitare la possibilità di revisio prioris instantiae per i non abbienti, a causa della loro prevedibile riluttanza a sostenere in appello una difesa sottoposta ad una valutazione di “meritevolezza” e determinerebbe, essa sì, un contrasto con gli artt. 3, 24, secondo comma, e 111 Cost.; che nei giudizi è intervenuto anche il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, e ha chiesto che la questione sia dichiarata inammissibile e comunque non fondata; che, nelle successive memorie, la difesa erariale ha dedotto che, contrariamente a quanto sostenuto nelle ordinanze di rimessione, l'art. 12, comma 2-bis, della legge n. 217 del 1990, il quale dispone che il compenso per le impugnazioni coltivate dalle parti è liquidato ove le stesse non siano dichiarate inammissibili, sarebbe applicabile a tutti i giudizi di impugnazione e quindi anche al giudizio di appello; che l'Avvocatura dello Stato asserisce poi che l'art. 606, comma 3, cod. proc. pen. , il quale limita al ricorso per Cassazione la dichiarazione di inammissibilità per manifesta infondatezza dei motivi, sarebbe espressione di una scelta discrezionale del legislatore e che il diverso regime stabilito per l'appello troverebbe ragionevole spiegazione nelle differenze strutturali dei due procedimenti, come disciplinati dal codice di rito; che sarebbe inoltre insussistente la dedotta violazione dell'art. 3 Cost., in quanto i giudizi civili, amministrativi e quelli di volontaria giurisdizione, oggetto di comparazione nelle ordinanze di rimessione, presentano tratti peculiari che giustificano la disciplina differenziata riservata dal legislatore al procedimento penale, che coinvolge valori diversi; che, infine, secondo l'Avvocatura dello Stato, sarebbe da escludere che le disposizioni censurate siano in contrasto con gli artt. 97 e 111 Cost., i cui precetti dovrebbero essere considerati di rango inferiore e recessivi a fronte della inviolabilità della libertà personale e della difesa in ogni stato e grado dei procedimenti. Considerato che le ordinanze propongono la medesima questione e i relativi giudizi possono essere riuniti per essere decisi congiuntamente; che in entrambe le ordinanze di rimessione la Corte d'appello di Milano dubita, in riferimento agli articoli 3, 97 e 111 della Costituzione, della legittimità costituzionale degli artt. 1 e 12 della legge 30 luglio 1990, n. 217 (Istituzione del patrocinio a spese dello Stato per i non abbienti), come modificati dalla legge 29 marzo 2001, n. 134 (Modifiche alla legge 30 luglio 1990, n. 217, recante istituzione del patrocinio a spese dello Stato per i non abbienti), “nella parte in cui non consentono di non ammettere al patrocinio a spese dello Stato, di revocare la ammissione già disposta o di non liquidare il compenso al difensore o di ridurre tale compenso in presenza di motivi di appello in tutto o in parte palesemente infondati”; che tali norme sono state ora trasfuse, con modificazioni che non ne intaccano il contenuto e non rilevano in ordine alla presente questione di legittimità costituzionale, negli artt. 74, 75, 82, 83, 84 e 106 del decreto legislativo 30 maggio 2002, n. 113 (Testo unico delle disposizioni legislative in materia di spese di giustizia), sui quali la questione deve intendersi trasferita; che nell'ordinanza di rimessione n. 970 del 2001 la stessa Corte remittente afferma di avere assolto l'appellante da un'imputazione e di avere escluso, in riferimento ad altro reato, la sussistenza di una circostanza aggravante, rigettando gli ulteriori motivi di gravame; che, conseguentemente, la questione di legittimità costituzionale sollevata con questa ordinanza deve essere dichiarata manifestamente inammissibile per difetto di rilevanza, risultando dalle stesse affermazioni del giudice a quo che, nel caso di specie, i motivi di gravame erano tutt'altro che “palesemente infondati”; che, quanto alla identica questione di legittimità costituzionale sollevata con l'ordinanza di rimessione n. 969 del 2001, la diversità di disciplina del patrocinio a spese dello Stato per i non abbienti stabilita dal legislatore per il processo penale rispetto a quella dettata per i giudizi civili o amministrativi trova non irragionevole spiegazione nelle differenze esistenti tra questi tipi di giudizio e nell'esigenza di assicurare che la difesa nel giudizio penale non sia condizionata da motivi economici e non sia subordinata a valutazioni preventive di non infondatezza; che è errato l'assunto della Corte remittente in base al quale l'art. 12, comma 2-bis, della legge n. 217 del 1990 (ora trasfuso nell'art. 106 del d.lgs.