[pronunce]

Cost., in quanto, l'applicazione di una sanzione penale consegue alla commissione di un fatto-reato che non si traduca in una mera disobbedienza ad un precetto, ma che integri una condotta materiale offensiva; nell'art. 27, 3° co. Cost, atteso che presupposto della rieducazione del condannato è la percezione da parte dello stesso dell'antigiuridicità del proprio comportamento e la condanna conseguente a mera violazione di un precetto concretamente inoffensiva di alcun bene, frusterebbe la funzione rieducativa della pena». 2.- È intervenuto in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che le questioni siano dichiarate inammissibili o comunque infondate. Le questioni sarebbero inammissibili perchè il giudice rimettente darebbe per scontato che il fatto oggetto del giudizio sia qualificabile in termini di particolare tenuità, senza considerare che l'azione penale era stata esercitata per una ricettazione non attenuata e che egli non avrebbe il potere di effettuare ante iudicium una diversa qualificazione circostanziale del fatto. Nel merito le questioni sarebbero infondate. Il legislatore del 1975 avrebbe ritenuto di dover mantenere, con riferimento all'attenuante ad effetto speciale di cui al capoverso dell'art. 648 cod. pen. , una cornice edittale ampia, sì che spetterebbe al giudice graduare l'entità della pena in base alla qualità e quantità della merce oggetto di ricettazione, secondo criteri di ragionevolezza elaborati dalla giurisprudenza di legittimità. Il rigore sanzionatorio, ritenuto eccessivo dal rimettente per la pena edittale massima stabilita, rientrerebbe nella discrezionalità del legislatore. E questo non avrebbe fatto un «uso irragionevole» di tale discrezionalità, considerato l'elevatissimo allarme sociale che desta la ricettazione, anche se patrimonialmente non rilevante.1.- Il Tribunale ordinario di Nola, con ordinanza del 14 gennaio 2016, ha sollevato, in riferimento agli artt. 3, 13, 25 e 27 della Costituzione, questioni di legittimità costituzionale dell'art. 131-bis del codice penale, «laddove, stabilendo che la disposizione del primo comma si applica anche quando la legge prevede la particolare tenuità del danno o del pericolo come circostanza attenuante, non estende l'applicabilità della norma all'ipotesi attenuata di cui all'art. 648 c. 2. c.p., fattispecie irragionevolmente esclusa dall'ambito applicativo dell'art. 131-bis c.p. in ragione del limite massimo della pena astrattamente superiore ad anni cinque». Ad avviso del giudice rimettente, la disciplina censurata violerebbe l'art. 3 Cost., in quanto consentirebbe di ritenere non punibili condotte «astrattamente sanzionate con pene edittali massime inferiori ad anni cinque e concretamente di pari o maggiore offensività rispetto ad altre condotte, invece necessariamente punibili, in quanto sanzionate con limiti edittali massimi maggiori (anche se dotate di scarsa o minima offensività)». Sarebbe violato anche l'art. 13 Cost., perché, «essendo la libertà personale costituzionalmente tutelata, la sanzione penale può essere ammessa solo come reazione ad una condotta che offenda un bene di pari rango». Inoltre la norma censurata si porrebbe in contrasto con l'art. 25, secondo comma, Cost., in quanto «l'applicazione di una sanzione penale [deve] consegu[ire] alla commissione di un fatto-reato che non si traduca in una mera disobbedienza ad un precetto, ma che integri una condotta materiale offensiva». Infine, sarebbe configurabile la violazione dell'art. 27, terzo comma, Cost., «atteso che presupposto della rieducazione del condannato è la percezione da parte dello stesso dell'antigiuridicità del proprio comportamento e la condanna conseguente a mera violazione di un precetto concretamente inoffensiva di alcun bene, frustrerebbe la funzione rieducativa della pena». 2.- L'Avvocatura generale dello Stato ha eccepito l'inammissibilità delle questioni di legittimità costituzionale, perchè il giudice a quo darebbe per scontato che il fatto oggetto del giudizio sia qualificabile in termini di particolare tenuità, senza considerare che l'azione penale era stata esercitata per un fatto di «ricettazione non attenuato». Il giudice rimettente non potrebbe «avventurarsi, ante iudicium, in una diversa qualificazione circostanziale del fatto». Secondo la difesa dello Stato, in una situazione del genere, la questioni sarebbero «fondat[e] su una erronea qualificazione giuridica della fattispecie» e questa erroneità, o quanto meno il dubbio sulla qualificazione, rederebbero «soltanto ipotetica la rilevanza dell[e] question[i]». L'eccezione di inammissibilità è priva di fondamento. Non è chiaro cosa intenda la difesa dello Stato parlando di una valutazione effettuata dal giudice ante iudicium: se si riferisca a uno stadio in cui non è ancora stata svolta o non si è conclusa l'istruzione dibattimentale, ovvero se, più in generale, ritenga che il giudice non possa anticipare una valutazione sull'esistenza di una circostanza non risultante dal capo di imputazione. La dettagliata descrizione dei fatti fornita dal giudice rimettente per motivare l'esistenza delle condizioni richieste per l'applicazione della causa di non punibilità dell'art. 131-bis cod. pen. e la locuzione usata «Tali essendo i fatti oggetto del giudizio» inducono a ritenere che la sua valutazione sia avvenuta all'esito dell'istruzione dibattimentale. Comunque ciò che rileva, ai fini dell'ammissibilità delle questioni, è che il giudice abbia correttamente motivato sull'esistenza delle condizioni richieste per l'applicabilità della disposizione censurata. Nella specie questa motivazione esiste e non dà luogo ad alcun dubbio sulla rilevanza delle questioni. Ovviamente nessun significato può avere il fatto che l'attenuante prevista dall'art. 648, secondo comma, cod. pen. non figura nel capo di imputazione, dato che questo non deve riportare (art. 552, comma 1, lettera c, cod. proc. pen.) le eventuali attenuanti e che in ogni caso il dato determinante è costituito dalla valutazione del giudice sulla loro esistenza. 3.- Nel merito le questioni non sono fondate. 4.- La particolare tenuità del fatto di cui all'art. 131-bis cod. pen. costituisce una causa di non punibilità introdotta dal decreto legislativo 16 marzo 2015, n. 28 (Disposizioni in materia di non punibilità per particolare tenuità del fatto, a norma dell'articolo 1, comma 1, lettera m, della legge 28 aprile 2014, n. 67), in attuazione della legge 28 aprile 2014, n. 67, recante «Deleghe al Governo in materia di pene detentive non carcerarie e di riforma del sistema sanzionatorio. Disposizioni in materia di sospensione del procedimento con messa alla prova e nei confronti degli irreperibili» (ordinanza n. 46 del 2017; sentenza n. 25 del 2015). Secondo il primo comma dell'art. 131-bis cod. pen.