[pronunce]

anche l'esclusione dell'appello del pubblico ministero contro le sentenze di proscioglimento del giudice di pace, disposta dalle norme censurate. I peculiari caratteri del procedimento davanti al giudice di pace – più volte posti in luce nella giurisprudenza costituzionale – potrebbero giustificare, infatti, deviazioni «sensibili» della relativa disciplina rispetto al modello ordinario, ma non «il completo stravolgimento del regime delle impugnazioni»: e ciò tanto più a fronte della natura non sempre “bagatellare” dei reati attribuiti alla competenza del giudice di pace. Nei procedimenti relativi ai reati di più accentuato disvalore – quale, in specie, il delitto di lesioni personali colpose aggravate dalla violazione delle norme sulla circolazione stradale, oggetto del giudizio a quo – le esigenze di una verifica piena della correttezza delle valutazioni del giudice di primo grado assumerebbero, in effetti, una particolare pregnanza. Sarebbe, perciò, ancora più evidente il carattere radicale dell'asimmetria racchiusa nella disciplina censurata, in quanto «estesa a qualsiasi tipologia di processo e anche ai casi di totale soccombenza» della parte pubblica. Sussisterebbe, in ogni caso, il connotato della «unilateralità». L'eliminazione dell'appello del pubblico ministero avverso il proscioglimento non avrebbe, infatti, «alcuna vera contropartita». Ne essa risulterebbe giustificabile solo perché limitata a determinate categorie di reati, stante il particolare «impatto sociale» di alcuni di essi; mentre apparirebbe contraddittorio il mantenimento del potere di appello della parte pubblica contro le sentenze di condanna a pena diversa da quella pecuniaria. La disciplina denunciata non potrebbe essere giustificata neppure in una prospettiva di riequilibrio dei poteri delle parti, avuto riguardo ai più ridotti poteri di impugnazione di cui l'imputato fruirebbe, rispetto al rito ordinario, nel caso di sentenza di condanna alla sola pena pecuniaria. Ciò in quanto tale sentenza è appellabile dall'imputato ove sia stata pronunciata condanna, anche generica, al risarcimento del danno (art. 37 del d.lgs. n. 274 del 2000) ; mentre, secondo parte della dottrina, nel procedimento davanti al giudice di pace non sarebbe applicabile al pubblico ministero nemmeno il nuovo dettato dell'art. 593, comma 2, cod. proc. pen. , che consente di appellare la sentenza di proscioglimento nell'ipotesi – sia pure marginale – di sopravvenienza o di scoperta di nuove prove decisive dopo la sentenza di primo grado. Sotto diverso profilo, poi, il collegamento esistente – in forza dell'art. 38 del d.lgs. n. 274 del 2000 – tra il potere di impugnazione del pubblico ministero e quello della parte offesa che abbia proposto ricorso immediato al giudice ai sensi dell'art. 21 del medesimo decreto legislativo, finirebbe per ridimensionare «drasticamente» il ruolo di detta parte, in contrasto con un connotato tipico del procedimento davanti al giudice di pace. Stante, infatti, l'interdipendenza – sottolineata anche dalla relazione al d.lgs. n. 274 del 2000 – tra la disciplina della citazione diretta dell'imputato, «strumento propulsivo nelle mani della persona offesa», e il diritto di impugnazione della stessa, ogni limitazione di quest'ultimo diritto verrebbe a riverberarsi sulla specifica funzione annessa alla giurisdizione del giudice di pace, «tesa a valorizzare le prevalenti esigenze di tutela della vittima del reato, stravolgendo, quindi, uno dei pilastri di quel giudizio». Un ulteriore profilo di irragionevolezza emergerebbe all'interno dello stesso disposto dell'art. 9 della legge n. 46 del 2006. Infatti, per un verso, con il comma 1 di tale articolo, si sarebbe ricondotto il danneggiato «entro una dimensione prettamente civilistica», mediante l'abrogazione dell'art. 577 cod. proc. pen. (che consentiva alla persona offesa costituita parte civile di proporre impugnazione, anche agli effetti penali, contro le sentenze di condanna e di proscioglimento per i reati di ingiuria e diffamazione). Per un altro verso, si sarebbe fatto invece permanere – nel procedimento davanti al giudice di pace – «un ampio potere in capo alla parte offesa», consentendole di proporre ricorso per cassazione, anche agli effetti penali, avverso la sentenza di proscioglimento. Alla radice della disciplina censurata non potrebbe scorgersi neppure un'esigenza di semplificazione processuale; al contrario, la riforma avrebbe determinato un incremento dei «passaggi» necessari per pervenire alla decisione definitiva. In precedenza, infatti, all'assoluzione ingiusta potevano seguire l'appello e il ricorso per cassazione; invece, attualmente, per giungere al medesimo risultato occorrerebbero, «nella migliore delle ipotesi», quattro «passaggi»: ricorso per cassazione del pubblico ministero, nuovo giudizio di primo grado, appello contro la decisione di condanna e ricorso per cassazione avverso la sentenza confermativa. Donde una dilatazione dei tempi processuali atta ad incidere negativamente, quanto alle contravvenzioni, sulla prescrizione del reato e, per tutti i reati, sulla ragionevole durata del processo. Né, da ultimo, varrebbe invocare il contenuto del messaggio del Presidente della Repubblica, con il quale – in sede di rinvio della legge di riforma alle Camere – si era evidenziato, come profilo di incongruenza, il fatto che al principio informatore della legge stessa (quello, cioè, dell'inappellabilità delle sentenze di proscioglimento) fosse originariamente sfuggito il procedimento penale davanti al giudice di pace: non essendo la segnalata incongruenza più ravvisabile dopo le dichiarazioni di incostituzionalità degli artt. 1, 2 e 10 della legge n. 46 del 2006.1. – La Corte di cassazione dubita della legittimità costituzionale, in riferimento agli artt. 3 e 111 della Costituzione, dell'art. 9, comma 2, della legge 20 febbraio 2006, n. 46 (Modifiche al codice di procedura penale, in materia di inappellabilità delle sentenze di proscioglimento), nella parte in cui – modificando l'art. 36, comma 1, del d.lgs. 28 agosto 2000, n. 274 – non consente al pubblico ministero di proporre appello avverso le sentenze di proscioglimento del giudice di pace; nonché dell'art. 10, comma 2, della citata legge n. 46 del 2006, nella parte in cui prevede che l'appello proposto dal pubblico ministero contro una di dette sentenze, prima della data di entrata in vigore della medesima legge, venga dichiarato inammissibile. Ad avviso della Corte rimettente, in rapporto alle norme censurate, varrebbero le medesime rationes che hanno indotto questa Corte a dichiarare costituzionalmente illegittimi sia gli artt. 1 e 2 della legge n. 46 del 2006, nella parte in cui sopprimevano il potere di appello del pubblico ministero contro le sentenze di proscioglimento emesse a seguito di giudizio ordinario e di giudizio abbreviato; sia la disposizione transitoria di cui all'art. 10, comma 2, della stessa legge, per la parte corrispondente (sentenze n. 26 e n. 320 del 2007).