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25 miliardi di euro nel 2010-2015, come conseguenza dei tagli previsti dalle manovre finanziarie, e oltre 12 miliardi di euro nel periodo 2015-2019, come conseguenza del definanziamento che ha assegnato meno al SSN rispetto ai livelli programmati per l'attuazione degli obiettivi di finanza pubblica; tra inizio febbraio e fine maggio le Regioni italiane hanno speso per l'emergenza COVID-19 oltre 4,1 miliardi di euro, pari al 3,5 per cento dell'intera spesa pubblica sanitaria. La distribuzione regionale delle spese per l'emergenza COVID-19 affrontate nei primi quattro mesi della pandemia è stata piuttosto variegata: si è concentrata su Lombardia (21,8 per cento) ed Emilia-Romagna (17,9 per cento). Seguono Piemonte (10,2 per cento), Veneto (8,9 per cento) e Sicilia (8,5 per cento). Per meglio rappresentare la realtà, bisogna comunque tener conto che le regioni hanno una dimensione demografica molto diversa, come pure non va sottovalutato che sono state colpite dalla pandemia con differente intensità. È opportuno quindi analizzare anche le spese COVID-19 pro capite , che mostrano come l'impegno di spesa sia stato superiore alla media anche in Friuli-Venezia Giulia, a Bolzano, Trento e in Valle d'Aosta. Tra le regioni settentrionali, la Liguria ha avuto una spesa per il COVID-19 molto bassa sia come livello (1 per cento sul totale nazionale) che come valore pro capite . La Sicilia è l'unica regione meridionale con spese pro capite di poco superiori alla media nazionale (68,3 euro); per quanto riguarda invece l'impatto economico delle spese per l'emergenza COVID-19 sulla spesa sanitaria regionale, dall'ultima edizione dei Conti Pubblici Territoriali dell'Agenzia per la coesione territoriale emerge che a livello nazionale, i 4,1 miliardi di spese per l'emergenza COVID-19 relativi a febbraio-maggio sono il 3,5 per cento della spesa sanitaria complessiva. In Emilia-Romagna l'incidenza delle spese per l'emergenza raggiunge l'8 per cento della spesa sanitaria annuale, un valore molto elevato e superiore a quello della Lombardia, che si posiziona sulla media nazionale (3,5 per cento). Valori superiori alla media caratterizzano tutte le regioni settentrionali, tranne la Liguria (1,4 per cento). Un livello di reazione dunque molto differenziato a livello regionale, con un "attivismo" solo in parte correlato con l'andamento dell'epidemia sul territorio; il Governo a maggio ha stabilito con decreto-legge quasi un raddoppio dei posti di terapia intensiva. Le risorse per il potenziamento dei posti sono gestite dal commissario straordinario, Domenico Arcuri, che può delegare i presidenti di Regione. Secondo la piattaforma di Analisi distribuzione aiuti della struttura commissariale risulta che tra l'inizio della crisi e il 9 ottobre 2020 sono stati distribuiti 3.109 ventilatori per la terapia intensiva e 1.429 per la terapia sub-intensiva. Oltre il 90 per cento dei ventilatori polmonari è stato consegnato nei primi 2 mesi dell'emergenza. I posti letto, però, per essere operativi hanno bisogno anche e soprattutto di personale sanitario. Secondo il report dell'Alta scuola di economia e management dei sistemi sanitari l'incremento del numero di posti letto in terapia intensiva e quello degli anestesisti non sono andati di pari passo. Infatti, ad oggi, sono 1,6 gli anestesisti e rianimatori per posto letto. Prima dell'emergenza sanitaria erano 2,5. Con il decreto "Cura Italia" è stato stabilito, dunque, un aumento del finanziamento statale del fabbisogno sanitario: 1,4 miliardi di euro per il 2020 da ripartire tra le Regioni. Ed è istituito il commissario straordinario per l'emergenza nominato con decreto del Presidente del Consiglio dei ministri il 18 marzo 2020, che "raccordandosi con le Regioni, le Province autonome e le aziende sanitarie provvede, inoltre al potenziamento della capienza delle strutture ospedaliere, anche mediante l'allocazione delle dotazioni infrastrutturali, con particolare riferimento ai reparti di terapia intensiva e sub-intensiva". Con il decreto "Rilancio" del 19 maggio è stato stabilito come rafforzare in modo strutturale la rete ospedaliera, fissando degli obiettivi sui posti in terapia intensiva e sub-intensiva: "È resa, altresì, strutturale sul territorio nazionale la dotazione di almeno 3.500 posti letto". Così le Regioni sono state chiamate a predisporre dei piani di riorganizzazione che passano al vaglio del Ministero della salute; i fondi stanziati per riorganizzare i posti letto sono stati distribuiti fra le Regioni in questo modo: la Lombardia è quella con l'assegnazione maggiore (225 milioni) seguita da Campania (163,8), Sicilia (123) e Lazio (118,5). Il decreto Rilancio ha stabilito che queste risorse, una volta approvati i piani, siano trasferite alla contabilità speciale intestata al commissario straordinario. Che procede con tutti i suoi poteri "a dare attuazione ai piani, garantendo la massima tempestività e l'omogeneità territoriale, in raccordo con ciascuna regione e provincia autonoma". Ha anche la facoltà di delegare i suoi poteri ai presidenti di Regione. Ed è quello che è successo con Abruzzo, Campania, Emilia-Romagna, Liguria, Puglia, Sicilia, Valle d'Aosta, e con le province autonome di Bolzano e Trento; nel frattempo sono stati assunti 33.857 medici, anche se il presidente dell'Ordine dei medici, Filippo Anelli, ha chiesto che venga urgentemente sbloccato il concorso per 14.500 specializzandi, facendo notare che servono ancora 34.000 assunzioni per arrivare alle 9.300 terapie intensive indispensabili per contrastare la seconda ondata della pandemia; considerando infine che i presidenti di Regione, pur con i poteri straordinari, hanno comunque l'obbligo di rispettare tempi e direttive stabilite dal commissario all'emergenza. E considerando che i piani regionali adottati a seguito del decreto rilancio prevedono un importante potenziamento di posti, in realtà questi posti aggiuntivi effettivamente implementati per alcune Regioni rischiano di mostrare delle carenze in piena seconda ondata. Lo stesso Arcuri ha recentemente dichiarato che in «pre-crisi, avevamo 5.179 posti letto in terapia intensiva. Abbiamo distribuito 3.109 ventilatori e oggi dovremmo avere 8.288 posti attrezzati. Invece ne abbiamo 6.628: ne mancano 1.600», si chiede di sapere: se i Ministri in indirizzo siano a conoscenza dei fatti esposti; se ritengano che si debba intervenire affinché le Regioni rispettino i piani d'emergenza, così come stabiliti e approvati per contrastare la pandemia; se ritengano di dover vigilare sull'operato del commissario straordinario per l'emergenza;