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Non si trascura certamente la gravità dei delitti ricompresi nella norma in questione e per i quali sia stata inflitta una condanna all'ergastolo, né si discute dell'esigenza di valutare, ai fini della concessione di determinati benefici, l’atteggiamento del detenuto verso il patto di fedeltà che lo abbia legato a una data organizzazione criminosa. Ciò che viene in considerazione, piuttosto, è l'impossibilità, derivante dalla richiamata lettura dell'impianto normativo, di operare un qualsiasi giudizio rilevante per il diritto circa gli eventuali percorsi risocializzativi dei condannati all'ergastolo i quali non abbiano «collaborato». La presunzione di non avvenuta rieducazione per il mero persistere della condotta «non collaborante» è in palese contrasto col rilievo che dev'essere attribuito al conseguimento del fine rieducativo della detenzione. Ciò tanto più nel caso in cui la scelta di non collaborare sia riferita a vicende criminose ormai del tutto concluse nel tempo e abbia la motivazione del non guadagnare opportunisticamente propri vantaggi, con la privazione della libertà di persone non più legate a quelle attività criminose. Oppure, quando la non collaborazione sia ricollegabile al pericolo concreto di ritorsioni irrimediabili verso i familiari dell'eventuale dichiarante. È incomprensibile la disparità di trattamento in rapporto alle normative che solo pochi anni or sono hanno attribuito rilievo premiale -- senza esigere alcuna collaborazione di giustizia -- a condotte di dissociazione da attività criminose. Peraltro, prese di posizione dissociative credibili potrebbero essere riscontrate anche tra condannati all'ergastolo non collaboranti. Del resto non favorire, rendendoli irrilevanti per il detenuto, percorsi di effettiva rottura con l'attività criminale non giova alla prevenzione. Non potrà mai ritenersi costituzionalmente ammissibile un regime giuridico che annulli gli effetti di una rieducazione effettivamente realizzatasi. Che d'altra parte l'attività collaborativa non costituisca necessariamente un indizio di avvenuta rieducazione viene riconosciuto dalla stessa suprema Corte. Altro, comunque, è premiare la collaborazione, altro è sanzionare la non collaborazione. C'è poi un altro aspetto con risvolti drammatici. Il fatto che la disciplina per questo tipo di ergastolo finirebbe per presupporre in modo implicito un ordinamento penale il quale sia esente, senza eccezione, da errori giudiziari, come invece risulta smentito, per esempio, nella vicenda relativa ai tragici fatti di via d'Amelio a Palermo. In caso di errore sarebbe a priori impossibile per il condannato innocente una collaborazione di giustizia veritiera e dunque la modificazione del regime esecutivo, nonché, di conseguenza, il fine pena. La palpabile incostituzionalità della norma, dimostrata dalle numerose sentenze interpretative della Consulta, esige la completa riscrittura costituzionalmente orientata dell'articolo 4- bis che riconduca la norma all'originaria elasticità che connotava la legge sull'ordinamento penitenziario. L'articolo 1 del disegno di legge interviene appunto sull'articolo 4- bis della legge n. 354 del 1975 sopprimendo l'iniquo doppio binario, il generale divieto di accesso ai benefici penitenziari e soprattutto ogni riferimento alla collaborazione con la giustizia quale presupposto per l'accesso ad essi. Si ripristina in tal modo l'originaria elasticità del sistema penitenziario, per il quale l'accesso ai benefici penitenziari dovrebbe essere escluso solo nei casi di pericolosità sociale del condannato per determinati delitti. Per quanto concerne i reati sessuali, di cui agli articoli 609- bis e seguenti, per i quali la legislazione vigente impone stringenti limiti all'accesso ai benefici penitenziari, si è ritenuto di mantenere la procedura di accertamento della pericolosità di cui al comma 1- quater dell'articolo 4- bis . Conseguentemente alle modifiche apportate all'articolo 4- bis l'articolo 2 reca l'abrogazione dell'articolo 58- ter dell'ordinamento penitenziario, che ad oggi consente l'accesso ai benefici penitenziari di coloro che in esecuzione di pena collaborano con la giustizia.. Art. 1. (Modifica dei benefici penitenziari) 1. All'articolo 4- bis della legge 26 luglio 1975, n. 354, sono apportate le seguenti modificazioni: a) il comma 1 è sostituito dal seguente: « 1 . L'assegnazione al lavoro esterno, i permessi premio e le misure alternative alla detenzione previste dal capo VI possono essere concessi ai detenuti e agli internati per i delitti commessi per finalità di terrorismo, anche internazionale, o di eversione dell'ordinamento costituzionale, per delitti commessi avvalendosi delle condizioni previste dall'articolo 416- bis del codice penale ovvero al fine di agevolare l'attività delle associazioni previste dallo stesso articolo, nonché per i delitti di cui agli articoli 416- bis e 630 del codice penale e dall'articolo 74 del testo unico delle leggi in materia di disciplina degli stupefacenti e sostanze psicotrope, prevenzione, cura e riabilitazione dei relativi stati di tossicodipendenza, di cui al decreto del Presidente della Repubblica 9 ottobre 1990, n. 309, e successive modificazioni, solo se sono stati acquisiti elementi tali da escludere l'attualità di collegamenti con la criminalità organizzata o eversiva. Quando si tratta di detenuti o internati condannati per i delitti di cui agli articoli 575, 628, terzo comma, 629, secondo comma, del codice penale e dell'articolo 73, limitatamente alle ipotesi aggravate ai sensi dell'articolo 80, comma 2, del predetto testo unico di cui al decreto del Presidente della Repubblica n. 309 del 1990, i benefici di cui al precedente periodo possono essere concessi solo se non vi sono elementi tali da far ritenere la sussistenza di collegamenti con la criminalità organizzata o eversiva.»; b) i commi 1- bis , 1- ter , 2- bis e 3- bis sono abrogati. Art. 2. (Collaboratori di giustizia) 1. L'articolo 58- ter della legge 26 luglio 1975, n. 354, è abrogato.