[pronunce]

n. 1827 del 1935, come convertito, e l'art. 52 del r.d. n. 2270 del 1924 - che il prospettato diritto vivente evoca a sostegno dell'approdo ermeneutico raggiunto. Ma tali disposizioni rappresentano, come meglio si dirà in seguito, semplici argomenti utilizzati dall'orientamento di legittimità ritenuto consolidato per sostenere le conclusioni cui è giunto, in relazione alla portata della disposizione di cui al citato comma 5 dell'art. 7, che rappresenta, dunque, l'unica fonte del vulnus lamentato dal rimettente e anche l'unico oggetto della sollevata questione di legittimità costituzionale. Pertanto, il thema decidendum va limitato al solo comma 5 dell'art. 7 della legge n. 223 del 1991 (sentenza n. 114 del 2018). 8.2.- L'INPS lamenta poi l'insufficiente motivazione sulla rilevanza, proponendo un'eccezione che si lega a quella avanzata dall'Avvocatura generale dello Stato in punto di insufficiente descrizione della fattispecie concreta. Entrambe le eccezioni risultano prive di fondamento. Il Tribunale di Ravenna, in maniera sintetica, ma esaustiva, ha ricostruito la fattispecie concreta, motivando, in termini condivisibili, in ordine all'applicabilità, ratione temporis, della disposizione sospettata d'illegittimità costituzionale, trattandosi di vicende tutte anteriori all'abrogazione dell'art. 7, comma 5, della legge n. 223 del 1991 ad opera della legge n. 92 del 2012. Il rimettente, quindi, ha spiegato, in modo non implausibile, perché soltanto l'accoglimento delle questioni sollevate consentirebbe di rigettare l'opposizione spiegata contro il decreto ingiuntivo ottenuto dall'INPS. Anche in considerazione del controllo meramente esterno spettante a questa Corte (da ultimo, sentenze n. 192, n. 164 e n. 145 del 2023), non può dubitarsi che la motivazione sulla rilevanza sia formulata correttamente e sulla base di una ricostruzione in fatto adeguata. 8.3.- Sempre a giudizio dell'INPS, il giudice a quo non avrebbe chiarito la portata dell'intervento richiesto a questa Corte, se di tipo puramente ablatorio oppure anche manipolativo. Neanche questa eccezione merita accoglimento. Il Tribunale di Ravenna, dopo aver dedotto, sulla base di ampia motivazione, che la disposizione censurata "vive" nell'ordinamento nei termini espressi dall'interpretazione offerta dalla giurisprudenza di legittimità, chiede, in termini molto espliciti, di dichiarare costituzionalmente illegittimo l'art. 7, comma 5, della legge n. 223 del 1991, nella parte in cui esclude «la compatibilità della indennità di mobilità ricevuta ratealmente e periodicamente» con l'intrapresa di un'attività lavorativa autonoma, prevedendo come unica eccezione il caso della richiesta di corresponsione anticipata e una tantum. 8.4.- Va ora affrontata l'eccezione imperniata sulla presunta insufficienza dello sforzo profuso dal rimettente in ordine alla ricerca di una soluzione costituzionalmente conforme, anche alla luce del dubbio, sollevato sia dalla parte sia dall'interveniente, circa la reale esistenza di un diritto vivente nei termini prospettati dal Tribunale di Ravenna. Secondo la giurisprudenza costituzionale, la configurabilità di un diritto vivente è condizionata dalla reiterazione e conseguente stabilità dell'interpretazione fornita dalla giurisprudenza di legittimità: solo il consolidamento della ricostruzione offerta da quest'ultima permette, infatti, di ritenere certo che la norma desunta da una determinata disposizione, per l'uso ripetuto nel tempo e il grado di consenso raccolto, sia qualificabile ormai come tale (sentenza n. 54 del 2023). Compete a questa Corte, tuttavia, soprattutto in mancanza di un arresto nomofilattico delle Sezioni unite, «verificare se decisioni, pur rese dalla Corte di cassazione, possano o meno ritenersi espressive di quella consolidata interpretazione della legge che rende la norma, che ne è stata ritratta, vero e proprio "diritto vivente" nell'ambito e ai fini del giudizio di legittimità costituzionale, atteso che la "vivenza" della norma costituisce "una vicenda per definizione aperta"» (sentenza n. 202 del 2023). Nel caso di specie, la verifica restituisce un esito positivo, nei termini che si andranno a precisare. Il giudice rimettente ha evidenziato che, durante il primo periodo di vigenza della disposizione censurata, nella giurisprudenza di legittimità sono emerse due letture divergenti del sistema normativo compendiato al precedente punto 7. Un primo indirizzo - di cui è principale espressione Corte di cassazione, n. 6463 del 2004 - ha sostenuto le ragioni della piena compatibilità tra corresponsione rateale dell'indennità di mobilità e svolgimento di attività autonoma, muovendo dalla constatazione che, là dove il legislatore ha voluto sancire l'incompatibilità dell'indennità di mobilità percepita mensilmente con altro tipo di occupazione, lo ha previsto espressamente. Ciò è accaduto con l'art. 8 della legge n. 223 del 1991 che, da un lato, al comma 6, attribuisce al lavoratore iscritto nelle liste di mobilità la facoltà di svolgere lavoro subordinato a tempo parziale, ovvero a tempo determinato, mantenendo l'iscrizione nella lista; dall'altro, prevede, al successivo comma 7, la corrispondente sospensione del trattamento per le giornate di lavoro svolte al predetto titolo. Ancora, l'art. 9, comma 6, lettera a), prevede la cancellazione dalle liste di mobilità solo nel caso di assunzione con contratto a tempo pieno e indeterminato. Argomentando a contrario, secondo tale indirizzo, nel silenzio della legge, in caso di svolgimento di lavoro autonomo, il lavoratore conserverebbe il diritto all'iscrizione nella lista di mobilità e quello alla percezione della relativa indennità. La conferma sarebbe offerta proprio dalla disposizione censurata che, nell'attribuire la possibilità di ottenere, a domanda, la corresponsione anticipata di siffatta indennità, in un'unica soluzione, ai lavoratori che intendano intraprendere un'attività di lavoro autonomo, configurerebbe la mera facoltà di determinare la modalità temporale dell'erogazione. La pronuncia appena citata ha sviluppato argomenti già abbozzati in precedenti arresti (Corte di cassazione, sezione lavoro, sentenze 20 giugno 2002, n. 9007; 21 aprile 2001, n. 5951; 27 febbraio 2001, n. 2854), secondo una linea di pensiero alimentata anche da quelle pronunce (Corte di cassazione, sezione lavoro, sentenze 21 luglio 2004, n. 13562; 28 gennaio 2004, n. 1587; 10 settembre 2003, n. 13272; 12 giugno 2003, n. 9469; 8 gennaio 2003, n. 93) che hanno escluso la necessità di presentare l'istanza di anticipazione una tantum prima dell'inizio dell'attività autonoma, ammettendo la possibilità di chiederla anche successivamente, ad attività già iniziata, ossia in costanza di iscrizione alle liste (e dunque anche di percezione rateale del trattamento economico).