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I dati ISTAT 2007 quantificavano i parlanti una lingua storica in un 69,9 per cento dei residenti nel territorio regionale veneto e un 72,2 per cento dei residenti nel territorio regionale siciliano, centri di emanazione linguistica. Sono percentuali altissime (pur nell'indagine 2014 ridottesi al 62 per cento e 68,8 per cento rispettivamente), che ci parlano di una decisa intensità del fenomeno linguistico veneto e siciliano. Infine, proprio in forza del fatto che veneto e siciliano sono particolarmente diffuse e radicate nei rispettivi territori di appartenenza, non si deve tralasciare di pensare modernamente a un apprendimento « linguospecifico » in campo glottodidattico proprio a scuola. Infatti, per i tanti parlanti di una lingua storica, imparare un ottimo italiano sarà più agevole se potranno conoscere e studiare serenamente anche la lingua storica stessa, che è per molti vera e propria lingua madre. Non ebbero forse tutti i grandi poeti dell'italiano una solida ed ineliminabile conoscenza della loro lingua storica locale? Si pensi solo al premio Nobel Luigi Pirandello per il siciliano e a Luigi Meneghello e Andrea Zanzotto per il veneto Per non rischiare la confusione tra due lingue, occorre conoscere e distinguere entrambi i patrimoni linguistici, perché ipotizzare che una delle due non esista non è certo efficiente, e ritenere che una sia l'ombra dell'altra non funziona perché presto ci si accorge che si muovono autonomamente su direttrici fonologiche e grammaticali tra loro non coincidenti né sovrapponibili. In altre parole, ove c'è diglossia di fatto, promuovere in diritto un pieno bilinguismo va a perfetto beneficio di entrambe le lingue e, cosa ancor più importante, delle capacità di apprendimento del parlante oltre che, perché no, dell'apertura mentale sua e di tutta la comunità locale e nazionale. Le due lingue che più stanno « facendo da sé » il loro percorso e incontrando il favore delle istituzioni scolastiche e universitarie sviluppando proprie accademie locali operative sul territorio, trovando sistemi di codificazione delle varietà e individuando una normalizzazione linguistica standard , producendo grammatiche e dizionari compilati scientificamente o recuperando le migliori pratiche dall'antico, strutturando percorsi di insegnamento negli istituti di ogni ordine e grado, perfezionando strumenti di formazione dei docenti, generando traduzioni di opere illustri, ci paiono essere il veneto ed il siciliano. Tutto questo spontaneo e prezioso lavorio molte volte non ha nemmeno bisogno di essere sostenuto a suon di finanziamenti: riconoscere significa in primis aprire le porte alla possibilità per gli enti, e per le persone, di sostenere queste lingue di propria iniziativa. Significa eliminare anzitutto le barriere più difficili da superare: quelle psicologiche. In altre parole, veneto e siciliano contano oggi una discreta diffusione che non richiede che questi idiomi vengano nutriti, costruiti o promossi, ma richiede piuttosto che siano rimossi gli ostacoli formali che oggi si frappongono al loro sviluppo più naturale, che necessita di tener conto della loro essenza ma anche della diretta e piena compartecipazione di tali lingue al percorso di nascita, diffusione e sviluppo della cultura e della lingua italiana. Se contribuirono allora al bene della lingua italiana, perché non dar loro anche oggi questa facoltà? E se certamente non sono esse le uniche parlate storiche nel contesto linguistico italiano: per le caratteristiche descritte esse si prestano a fare da apripista in questa rinnovata visione, senza escludere ma anzi caldeggiando che il medesimo riconoscimento sia esteso anche ad altre importanti lingue regionali quali, a mero titolo esemplificativo, napoletano, piemontese e lombardo. In foggia di « lingue pilota », in questa fase per così dire sperimentale, veneto e siciliano appaiono dunque qui e ora, a nostro parere, essere in una condizione sociolinguistica che renderebbe assai efficiente e promettente una immediata tutela, non tanto e non solo a fini conservativi di un patrimonio, ma anche e soprattutto per la concorrenza particolare di tutti e ciascuno dei non banali fattori fin qui detti, che vanno dal prestigiosissimo passato, al denso interesse attuale, passando per il chiaro interesse accademico e per la dimensione sovraregionale e a tratti persino internazionale di cui si è ampiamente ragionato supra . Non si tratta dunque di fare una concessione o un imprevisto regalo a qualcuno, bensì semplicemente di aderire a un principio di realtà: veneto e siciliano esistono, sono vitali, sono abbastanza estesi da valicare confini regionali e anche da comparire sul piano internazionale, e influenzano positivamente la vita culturale della nazione in tanti modi, come già fecero in passato. È nostro compito, dunque, non tanto operare uno sforzo per rivitalizzarli, compito che spetta in prima battuta ai parlanti stessi, ma semplicemente rimuovere i vincoli formali che oggi deprimono la tanta e buona attitudine di queste due lingue alla creatività intellettuale e al dinamismo culturale. La lingua nazionale italiana, che queste lingue hanno sempre accolto come fraterna, avrà nient'altro che benefici da questo giusto riconoscimento.. 1 1 Al comma 1 dell'articolo 2 della legge 15 dicembre 1999, n. 482, le parole: « l'occitano e il sardo » sono sostituite dalle seguenti: « il siciliano, l'occitano, il sardo e il veneto ». 2 1 La presente legge entra in vigore il giorno successivo a quello della sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale .