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Mentre quindi per i diritti civili e politici già oggi opera la legge 20 marzo 1865, n.2248, allegato E (visto che per responsabilità aquiliana le Camere sono regolarmente convenute dai non dipendenti davanti al giudice civile di Roma e nulla eccepiscono sulla giurisdizione), per gli ambiti sin qui coperti dall’autodichia si rifluisce nella disciplina generale sul contenzioso di pubblico impiego e su quello appaltistico (con una norma transitoria che regola la devoluzione a quelli, tra gli organi nuovamente competenti, che sono previsti dal codice del processo amministrativo). 2. L’ingresso della legge nelle Camere del Parlamento In ogni pubblica amministratione il fatto di sapere che le violazioni di legge -- o l’eccesso di potere amministrativo possono essere annullate da un organo terzo a seguito di un procedimento giurisdizionale, è una garanzia contro gli arbìtri dell’organo di vertice: la possibilità che un dirigente generale opponga ad un atto emulatorio o persecutorio il rischio di ricorso dell’interessato è un grande vantaggio anzitutto per l’Amministrazione e la sua correttezza. Al contrario, la natura «diseducativa» della giurisdizione domestica degli organi costituzionali è resa evidente dalla resistenza opposta al predominio della legge anche nelle attività delle Amministrazioni serventi degli organi costituzionali. L’articolo 2 del disegno di legge ne trae la debita conseguenza anche in termini di sottoposizione alla legge ordinaria delle attività amministrative degli organi costituzionali, nelle parti in cui esse non riflettono l’esercizio di funzioni costituzionali ma meri atti di autorganizzazione, che debbono essere ricondotti all’omogeneità di disciplina di tutte le pubbliche amministrazioni del nostro Paese: in tal senso il testo si pone a coronamento del lungo percorso de iure condendo descritto nella relazione al disegno di legge atto Senato n.3342 della XVI legislatura. Giova ricordare che proprio la vicenda all’origine dell’ordinanza n.136 del 2013 della Cassazione civile reca la smentita della statuizione secondo cui non è ipotizzabile la richiesta di trasporre le leggi ordinarie dello Stato nell’ordinamento del Senato se non si vuole negare alla radice l’autonomia degli organi costituzionali. Ricondurre a sistema la regolamentazione interna delle due Camere significa anche assoggettarla al primato della legge, di modo che i pur indispensabili atti di autorganizzazione non si traducano in atti di «recepimento» (volta a volta incompleto o ritardato) della normativa che per tutti gli altri cittadini (e per tutte le altre pubbliche amministrazioni) entra in vigore il quindicesimo giorno dopo la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale. Infatti, in quella vicenda si rinviene l’interessante statuizione che fugava «la tesi della parte resistente, secondo cui non sarebbe possibile invocare l’articolo 52 del decreto legislativo 30 marzo 2001, n.165, in quanto l’Amministrazione del Senato non è tra quelle destinatarie del decreto legislativo in questione. Si tratta, com’è noto, di una tesi che ricevette datati argomenti di conforto (v. Consiglio di Stato, sezione VI, decisione 29 ottobre 1996, n.1427, secondo cui gli impiegati delle assemblee legislative non possono essere considerati "dipendenti statali", sia pure ai limitati effetti dei decreti del Presidente della Repubblica nn.1032 e 1092 del 1973), ma che oggi appare superata proprio dalla giurisprudenza amministrativa più evoluta, che distingue la qualificazione giuridica del rapporto di servizio dalla riconducibilità dell’Amministrazione ad un potere dello Stato diverso dall’Esecutivo. La sentenza del Tar Lazio -- sezione prima -- 12 ottobre 2005-4 gennaio 2006, n.57 ha infatti ribadito per il potere giudiziario le conclusioni cui era già addivenuta con la sentenza 256/2003: nell’utilizzare l’ampia dizione "dipendente di amministrazioni pubbliche di cui all’articolo 1 comma 2, del decreto legislativo 165/2001", sono ritenere compresi nel campo di applicazione della norma "anche gli appartenenti all’ordine giudiziario, siccome anch’essi titolari di un rapporto di pubblico impiego, per quanto -- ovviamente -- caratterizzato in modo peculiare". Questo assunto trova una specifica base normativa nell’articolo 276, terzo comma, regio decreto 12/1941, espressivo del principio della normale applicabilità ai componenti dell’ordine giudiziario delle disposizioni generali indirizzate agli impiegati civili dello Stato, salvo verifica di compatibilità. Per questo motivo il richiamo alla norma speculare dell’ordinamento interno dell’Amministrazione (la clausola di salvaguardia contenuta nell’articolo 30 del Testo unico, che consente l’applicabilità ai dipendenti del Senato delle norme riguardanti lo stato giuridico degli impiegati civili dello Stato, laddove le norme regolamentari non disciplinino la fattispecie in questione), lungi dal sostenere l’assunto dismissorio di parte resistente, avvalora la riconducibilità anche del caso dei dipendenti del Senato alle coordinate interpretative individuate dalla giurisprudenza amministrativa nella citata sentenza. Per poter escludere l’applicazione a costoro di una normativa la quale abbia come propri destinatari gli impiegati dello Stato non è sufficiente che i primi non vi si trovino menzionati, ma è necessario che la normativa stessa sia contraria a disposizioni espressamente dettate in materia. In alternativa, si devono riscontrare solidi motivi di ordine giuridico -- inerenti allo status che alle Camere compete per espressa previsione costituzionale -- per impedire per l’applicabilità della regolamentazione ai dipendenti di un autonomo potere dello Stato: tanto sullo sfondo del principio secondo il quale solo in via di eccezione si può negare l’applicabilità ai dipendenti delle Amministrazioni parlamentari del trattamento previsto per la generalità dei dipendenti delle Amministrazioni pubbliche». (Commissione contenziosa, decisione 28 febbraio 2006 n.282). L’organo di secondo grado fu, sul punto, pienamente adesivo: «La configurazione ordinamentale operata dalla Commissione Contenziosa è corretta, essendo tutta ispirata al condivisibile principio secondo il quale solo in via di eccezione si può negare l’applicabilità ai dipendenti delle Amministrazioni parlamentari del trattamento previsto per la generalità dei dipendenti delle Amministrazioni pubbliche. Per questi motivi all’Amministrazione del Senato si applica l’articolo 52 del decreto legislativo 30 marzo 2001, n.165 » (Consiglio di garanzia, decisione 13 dicembre 2006 n.111, pubblicata su Il Foro italiano, 2007, anno CXXXII, n.5, III, 296). C’è ora la necessità di consacrare in diritto positivo, con norme di rango primario, queste che al momento appaiono soprattutto indicazioni -- sempre revocabili, come in concreto è più volte avvenuto -- di autonomia sovrana dell’organo politico, in una materia che invece andrebbe definitivamente devoluta al giudice che si pronuncia sui diritti e sugli interessi di tutti gli altri cittadini, fissando il delicato punto di intersezione tra disciplina sostanziale di diritto comune e disciplina speciale dettata sotto l’imperio dei regolamenti parlamentari.