[pronunce]

, per l'irragionevolezza che connoterebbe la previsione di un termine perentorio senza contestuale assicurazione della possibilità di verifica giudiziale dell'evento cui detto termine è collegato, con la conseguenza che il giudice – in mancanza di comunicazione del Ministero della giustizia – «non è posto in grado di provvedere a norma del combinato disposto degli artt. 715 e 718 cod. proc. pen.» alla revoca della misura cautelare provvisoriamente disposta a fini estradizionali; che, inoltre, la stessa norma è censurata anche con riferimento all'art. 13 Cost., in quanto, per effetto della «non conoscibilità» da parte del giudice dell'evento cui la legge collega il mantenimento o la perenzione della misura privativa della libertà personale, la durata di quest'ultima sarebbe determinata non dalla legge, ma dal Ministro, il quale «ritardando o omettendo di comunicare se la domanda di estradizione sia pervenuta, impedisce al giudice di provvedere a norma del combinato disposto degli artt. 715 e 718 cod. proc. pen.»; che, a parere della rimettente, alle medesime censure si esporrebbe anche la previsione contenuta nell'art. 708, comma 2, cod. proc. pen. ; che il giudice a quo rileva come tale norma preveda, al comma 1, il termine di quarantacinque giorni entro il quale il Ministro della giustizia, nei casi di consenso dell'interessato, deve decidere in ordine all'estradizione, e faccia decorrere detto termine dal giorno della ricezione del verbale che documenta il consenso, e come la stessa norma, al comma 2, stabilisca che «scaduto tale termine senza che sia intervenuta la decisione del ministro, la persona della quale è stata richiesta l'estradizione, se detenuta, è posta in libertà»; che, premesso il carattere perentorio del termine fissato nell'art. 708, comma 2, cod. proc. pen. (Cass. , sentenza 21 dicembre 1990, n. 6225), la rimettente precisa che, nel caso di specie, detto termine sarebbe scaduto in data 23 gennaio 2006, emergendo da ciò la rilevanza della questione ai fini della decisione in ordine alla scarcerazione dell'estradando; che, inoltre, anche nell'art. 708, comma 2, cod. proc. pen. «la decorrenza finale del termine è rimessa ad una attività che non è conoscibile dal giudice, con la conseguenza che, in difetto di una comunicazione da parte del Ministro, da un lato è impossibile […] verificarne la scadenza e dall'altro lato è procrastinabile a tempo indeterminato dall'organo politico, con evidenti riflessi sulla durata della custodia cautelare dell'estradando»; che la Corte rimettente ribadisce l'assunto secondo cui il silenzio del Ministro non potrebbe essere valorizzato ai fini della decisione, in quanto la norma censurata collega l'effetto estintivo della misura restrittiva alla mancanza della deliberazione, e non a quella della relativa comunicazione all'autorità giudiziaria procedente; che, pertanto, la disposizione in esame, al pari di quella contenuta nell'art. 715, comma 6, cod. proc. pen. , sarebbe viziata per l'irragionevolezza della previsione di un termine perentorio la cui scadenza non è verificabile dal giudice senza l'intervento dell'organo politico, sicché la durata della misura cautelare resterebbe priva di limiti temporali o, comunque, sarebbe rimessa alla discrezionalità del Ministro della giustizia; che, infine, il giudice a quo evidenzia come, atteso il tenore delle disposizioni censurate, sarebbe preclusa «ogni interpretazione alternativa che consenta di superare i delineati profili di illegittimità costituzionale» e, per altro verso, come non possano trovare applicazione, nel giudizio principale, i diversi termini di durata delle misure coercitive stabiliti dall'art. 714 cod. proc. pen. , «non essendovi la ulteriore procedura giurisdizionale finalizzata alla sentenza di cui all'art. 705 c.p.p.». Considerato che la Corte d'appello di Catanzaro ha sollevato, in riferimento agli artt. 3 e 13 della Costituzione, questioni di legittimità costituzionale degli artt. 715, comma 6, e 708, comma 2, del codice di procedura penale, nella parte in cui tali norme collegano la maturazione dei termini perentori di durata delle misure privative della libertà personale, disposte provvisoriamente a carico dell'estradando, al mancato verificarsi di eventi «non conoscibili» dal giudice, se non per effetto di comunicazione da parte del Ministro della giustizia; che gli artt. 715, comma 6, e 708, comma 2, cod. proc. pen. fanno dipendere il decorso dei termini perentori in essi previsti: il primo, dall'arrivo al Ministero degli affari esteri o a quello della giustizia della domanda di estradizione; il secondo, dalla ricezione, da parte del Ministro della giustizia, del verbale che dà atto del consenso all'estradizione della persona interessata; che la ritardata od omessa comunicazione da parte del Ministero della giustizia alla Corte di appello competente costituisce – alla stregua della esposizione narrativa del rimettente - una inadempienza del suddetto Ministero, che determina un, seppur grave, inconveniente di fatto; che tale inconveniente di fatto rilevato dal giudice rimettente non è certamente ricollegabile ai termini perentori previsti dalle norme censurate, da ritenersi indispensabili e da applicarsi con il massimo rigore, poiché si versa in materia di restrizioni della libertà personale; che il rimettente, peraltro, non definisce il tipo di intervento richiesto a questa Corte, limitandosi a prospettare una presunta contraddizione tra la perentorietà dei termini previsti dalle norme censurate e l'asserita impossibilità di verifica, da parte dell'autorità giudiziaria competente, del fatto storico da cui dipende la decorrenza dei termini stessi; che, pertanto, il petitum delle questioni di legittimità costituzionale sollevate dal giudice rimettente non è precisato né è deducibile dall'atto introduttivo del presente giudizio, giacché non emerge dall'ordinanza di rimessione quale intervento additivo, a parere del giudice a quo, dovrebbe essere effettuato da questa Corte per eliminare gli inconvenienti denunciati; che, in linea astratta, i rimedi potrebbero essere molteplici, derivanti o da una diversa interpretazione delle disposizioni in oggetto o da interventi del legislatore sulle procedure previste dalla legge in tema di libertà personale dell'estradando; che, di conseguenza, manca una soluzione costituzionalmente obbligata del dubbio prospettato dal giudice rimettente. Visti gli artt. 26, secondo comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87, e 9, comma 2, delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale.. . per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE dichiara la manifesta inammissibilità delle questioni di legittimità costituzionale degli artt. 708, comma 2, e 715, comma 6, del codice di procedura penale, sollevate, in riferimento agli artt. 3 e 13 della Costituzione, dalla Corte di appello di Catanzaro, con l'ordinanza in epigrafe. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 21 marzo 2007. F.to: