[pronunce]

Sarebbe infatti rimasto indimostrato il «valore maggiore dell'investimento», richiesto per la prima tipologia di concessioni, e non si terrebbe conto del fatto che anche per le concessioni con finalità turistico-ricreative sono sovente richiesti investimenti molto significativi. L'opzione ermeneutica suggerita dal Consiglio di Stato sarebbe, inoltre, censurabile proprio per il criterio su cui si fonda (valore dell'investimento). Essa determinerebbe, infatti, un ulteriore discrimen tra vecchie e nuove concessioni, nell'ambito di quelle, appartenenti alla medesima categoria, che comportano il «medesimo valore d'investimento». Da ultimo, la difesa dello Stato contesta la censura relativa alla lesione del principio di cui all'art. 41 Cost., poiché formulata in termini generici e apodittici, non essendo dimostrata l'irragionevolezza della legge sopravvenuta. Viceversa, la disposizione censurata sarebbe ispirata proprio alla tutela del libero esercizio della concorrenza, il quale verrebbe violato se i canoni concessori fossero effettivamente esigui rispetto ai valori di mercato. Viene, infine, evidenziato che il legislatore può e deve mantenere forme di regolazione dell'attività economica volte a garantire, tra l'altro, il principio costituzionale di tutela delle finanze pubbliche. In tal senso, la libertà d'iniziativa può essere «anche 'ragionevolmente limitata' (art. 41, secondo e terzo comma, Cost.)». 1.4.- Nel giudizio si è costituita la Pro. Mo. Mar. spa, chiedendo l'accoglimento della questione di legittimità costituzionale. La parte privata, titolare di concessione demaniale e parte appellante nel giudizio a quo, ha condiviso le argomentazioni svolte dal Consiglio di Stato a sostegno dell'illegittimità costituzionale dell'art. 1, comma 252, della legge n. 296 del 2006. In particolare, la Pro. Mo. Mar. spa evidenzia che, per effetto della disciplina censurata, i canoni relativi alla realizzazione e alla gestione dei porti turistici sono equiparati a quelli previsti per le concessioni con finalità turistico-ricreative e, nel suo caso, hanno subìto un aumento pari a circa il 500 per cento rispetto a quello originariamente fissato nella concessione. Nel caso in esame, tale aumento avrebbe determinato una variazione del tutto insostenibile al piano finanziario concordato nel 2001 tra concedente e concessionario. Infatti, l'applicazione del canone aumentato (durante il periodo di durata residua della concessione, dal 2007 al 2048) inciderebbe sul margine dell'iniziativa, inizialmente previsto in euro 11.000.000 circa, tanto da renderlo negativo e pari a euro &#8210;8.124.134. La parte privata sottolinea, inoltre, che da tale aumento deriva, a carico del concessionario, anche l'incremento dell'imposta sulle concessioni statali per l'occupazione e l'uso di beni demaniali, che le Regioni possono determinare in misura non superiore al triplo del canone di concessione. D'altra parte, osserva la Pro. Mo. Mar. spa, al concessionario non sarebbe consentita l'interruzione anticipata del rapporto, se non subendo gravissime conseguenze economiche. Infatti, in caso di rinuncia alla concessione, la società perderebbe l'intero investimento e le opere realizzate diverrebbero di proprietà dello Stato, senza che al concessionario spetti alcun indennizzo. Inoltre, la rinuncia alla concessione comporterebbe anche la perdita di efficacia nei confronti dell'amministrazione dei contratti con cui il concessionario ha trasferito a terzi il diritto di godimento su una parte dei beni costruiti in area demaniale. La parte privata sarebbe, quindi, inadempiente nei confronti dei suoi aventi causa, che dovrebbero essere risarciti. Il recesso dalla concessione non sarebbe, quindi, un'ipotesi percorribile. A sostegno dell'illegittimità costituzionale, la società appellante deduce che l'applicazione della nuova disciplina anche alle concessioni rilasciate prima della sua entrata in vigore sarebbe del tutto inaspettata: infatti, alle concessioni dedicate alla nautica da diporto non era applicabile il precedente aumento dei canoni, previsto dall'art. 32, commi 21, 22 e 23, del decreto legge 30 settembre 2003, n. 269 (Disposizioni urgenti per favorire lo sviluppo e per la correzione dell'andamento dei conti pubblici). Con la disposizione censurata non solo sarebbe aumentato l'importo unitario dei canoni, ma sarebbe altresì introdotto un criterio di determinazione (importi maggiori per aree occupate da opere di difficile rimozione, minore per le altre aree) opposto rispetto al precedente (canone minore per aree destinate ad opere di difficile rimozione, nonché per le aree rimaste inedificate). Il nuovo canone sarebbe, quindi, più alto per i concessionari che hanno investito di più (per realizzare un porto che al termine della concessione diventa, gratuitamente, di proprietà pubblica) e più basso per i concessionari che hanno investito di meno. I primi sarebbero oggi "sanzionati" per avere realizzato quelle opere di difficile rimozione alla costruzione delle quali il legislatore li aveva incentivati. La disposizione in esame sconvolgerebbe l'equilibrio economico-finanziario del rapporto, in violazione degli artt. 3, 41 e 97 Cost. Si osserva che la congruità del canone non è connessa al valore del bene concesso, che all'inizio del rapporto è pressoché nullo, in quanto la struttura portuale deve ancora essere realizzata, né sarebbe apprezzabile in relazione a imprecisati "prezzi di mercato". Ad avviso della parte privata, si determinerebbe, quindi, un'irragionevole disparità di trattamento tra vecchi e nuovi concessionari, in violazione degli artt. 3 e 41 Cost. Per le imprese che hanno ottenuto la concessione prima del 2007, i nuovi canoni costituirebbero un costo sopravvenuto ed imprevedibile, che non potrebbe essere in alcun modo riequilibrato. Per le imprese che ottengono, invece, la concessione dopo la legge n. 296 del 2006, il nuovo importo dei canoni non comporterebbe conseguenze negative, in quanto esso costituisce uno degli elementi che possono formare oggetto di valutazione da parte degli aspiranti concessionari. In ogni caso, essi possono rifiutare la sottoscrizione della concessione, mentre i concessionari precedenti non hanno la possibilità di recedere dal rapporto, perché ciò comporterebbe la perdita dell'investimento effettuato. Viene, inoltre, ravvisata un'irragionevole disparita di trattamento tra i concessionari di porti turistici ed i titolari di altre concessioni che, per loro natura, consentono un'immediata redditività con investimenti pressoché nulli e non prevedono la realizzazione di opere di rilevante interesse pubblico. La disposizione censurata contrasterebbe, inoltre, con i principi e le norme (richiamate quali tertia comparationis) di cui agli artt. 11 e 21-quinquies della legge 7 agosto 1990, n. 241 (Nuove norme in materia di procedimento amministrativo e di diritto di accesso ai documenti amministrativi) e con l'art. 42 cod. nav. Tali disposizioni non attribuiscono all'amministrazione concedente il potere di modifica unilaterale del contenuto del rapporto e, laddove consentono l'esercizio di poteri autoritativi, prevedono un onere di motivazione in ordine all'interesse pubblico perseguito e la corresponsione di un indennizzo al concessionario.