[pronunce]

Il diverso regime, da sostituire all'esistente – si tratterebbe solo di una diversa possibile soluzione, comunque rimessa alla discrezionalità del legislatore – sarebbe tutt'altro che conforme a Costituzione, discriminando la parte rimasta contumace, e rendendo assolutamente incerta per la controparte e i terzi la data del passaggio in giudicato della sentenza non notificata, e così vulnerando il fondamentale principio della certezza delle situazioni giuridiche. Nel merito, non sarebbe ravvisabile lesione del diritto di difesa, poiché l'individuazione del termine annuale opera un equo bilanciamento tra l'indispensabile esigenza di tutela della certezza delle situazioni giuridiche e il diritto di difesa. La soluzione sarebbe ragionevole e non graverebbe di oneri eccessivi il difensore, che deve recarsi saltuariamente in cancelleria per aver notizia della decisione. Il lasso di tempo di un anno consentirebbe di adottare ogni determinazione in merito all'eventuale impugnazione. Ancorare il dies a quo del termine di impugnazione ad un unico momento certo, costituisce elemento irrinunciabile per la certezza dei rapporti giuridici: la soluzione prospettata dalla Corte d'appello di Venezia, di far decorrere il termine dalla comunicazione di cancelleria, determinerebbe un passaggio in giudicato differenziato per le parti presenti e per quelle non costituite, a parte l'eventualità che, per disguido, l'incombente di cancelleria non venga effettuato, con la conseguenza che la sentenza non passerebbe mai in giudicato. La congruità del termine annuale porrebbe al riparo la disposizione in esame da dubbi in ordine alla conoscibilità della pronuncia, riferendosi gli interventi demolitivi della Corte solo alla ristrettezza di particolari termini, ad esempio in materia fallimentare. 4. – Nell'imminenza dell'udienza pubblica l'Avvocatura generale dello Stato e l'Azienda ospedaliera di Padova hanno depositato memorie. La difesa erariale, nel confermare le conclusioni esposte, deduce che l'inammissibilità della questione deriva: a) dall'erronea indicazione della norma oggetto di censura conseguendo la prospettata lesione del diritto di difesa non dall'art. 327 cod. proc. civ. , ma dall'art. 133 dello stesso codice; b) dalla richiesta di un provvedimento rimesso alla discrezionalità del legislatore. Con riferimento alla infondatezza si osserva: a) che il deposito della sentenza non è evento imprevedibile per la parte costituita tramite un difensore tecnico; b) che in materia fallimentare le pronunce di incostituzionalità si giustificavano per l'estrema brevità dei termini. La difesa dell'Azienda ospedaliera di Padova deduce: a) che si potrebbe giungere ad una interpretazione adeguata ai principi costituzionali; b) che la giurisprudenza in tema di incostituzionalità delle norme in materia fallimentare può applicarsi anche con riferimento all'art. 327 cod. proc. civ. ; c) che la dichiarazione d'incostituzionalità richiesta dal giudice remittente non inciderebbe sulla certezza dei rapporti giuridici; d) che la previsione di un termine lungo è adeguata ove sussista la conoscibilità del deposito; e) che è irrilevante la posizione del contumace.1. – La Corte d'appello di Venezia dubita della legittimità costituzionale dell'art. 327 del codice di procedura civile, nella parte in cui prevede la decorrenza del termine annuale per l'impugnazione dalla pubblicazione della sentenza, anziché dalla sua comunicazione a cura della cancelleria, per violazione dell'art. 24 della Costituzione, in quanto non sarebbe assicurato alle parti il diritto di difesa costituzionalmente garantito, per non essere alle stesse assicurato il godimento per intero del termine per impugnare. 2. – La questione non è fondata. 3. – Questa Corte ha già scrutinato identica questione dichiarandola, una prima volta, inammissibile (sentenza n. 584 del 1990) e, una seconda volta, manifestamente inammissibile (ordinanza n. 129 del 1991). Le ragioni per cui la questione fu disattesa in passato risiedevano nel considerare il termine annuale di decadenza ex art. 327 cod. proc. civ. logico corollario del principio di formazione del giudicato indipendentemente dalla notificazione della sentenza, e che lo spostamento della decorrenza del termine annuale alla data di comunicazione della sentenza avrebbe sconvolto la coerenza del sistema delle impugnazioni e postulato modifiche del sistema normativo, riguardo alla posizione del contumace, non consentite alla Corte. Preliminarmente all'individuazione delle conseguenze che una pronuncia di illegittimità determinerebbe sulla legge processuale, occorre interrogarsi se nella norma denunciata sia ravvisabile un contrasto con il diritto di difesa, tutelato dall'art. 24 Cost.. L'art. 327, primo comma, cod. proc. civ. , - il quale prevede la decadenza dalla impugnazione dopo il decorso di un anno dalla pubblicazione della sentenza, indipendentemente dalla notificazione di questa - opera un non irragionevole bilanciamento tra l'indispensabile esigenza di tutela della certezza delle situazioni giuridiche e il diritto di difesa. L'ampiezza del termine annuale consente al soccombente di informarsi tempestivamente della decisione che lo riguarda, facendo uso della diligenza dovuta in rebus suis. La decorrenza fissata con riferimento alla pubblicazione, secondo la costante giurisprudenza di legittimità, è un corollario del principio secondo cui, dopo un certo lasso di tempo, la cosa giudicata si forma indipendentemente dalla notificazione della sentenza ad istanza di parte: sicché lo spostamento del dies a quo dalla data di pubblicazione a quella di comunicazione non solo sarebbe contraddittorio con la logica del processo, ma restringerebbe irrazionalmente il campo di applicazione del termine lungo di impugnazione alle parti costituite in giudizio, alle quali soltanto la sentenza è comunicata ex officio. È bensì vero che questa Corte, con molteplici decisioni, emesse in materia fallimentare, ha dichiarato l'illegittimità costituzionale di norme sulla decorrenza di termini processuali per l'impugnazione di un atto da un determinato evento (ex plurimis: sentenza n. 201 del 1993; n. 881 del 1988; nn. 156 e 102 del 1986; n. 303 del 1985) o dall'affissione (ex plurimis: sentenze n. 224 del 2004; n. 211 del 2001; nn. 152 e 151 del 1980) anziché dalla comunicazione dello stesso. Tuttavia, il principio è stato enunciato in riferimento ad ipotesi, in cui i termini fissati dal legislatore, a parte l'incertezza e inconoscibilità della loro decorrenza, erano oggettivamente esigui: si trattava comunque di ipotesi ontologicamente diverse da quella prevista dall'art. 327 cod. proc. civ. , dal momento che solamente per quest'ultima ipotesi – e non anche per le altre di cui alle richiamate pronunce – l'interessato è posto in condizione di conoscere la decorrenza iniziale del termine decadenziale, senza l'imposizione di oneri eccedenti la normale diligenza (ordinanza n. 56 del 2005). Da quanto precede deriva che il principio di cui all'art. 327 cod. proc. civ. non è in contrasto con l'art. 24 Cost. e, quindi, la questione proposta non è fondata..