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all'operazione il generale Khalifa Belqasim Haftar avrebbe risposto inviando, secondo quanto riportato dal quotidiano, "colonne impressionanti di blindati", che sarebbero stati forniti al generale dagli Emirati arabi; Turchia ed Emirati arabi uniti, sebbene entrambe potenze sunnite, si trovano ad essere profondamente contrapposte; come noto, mentre il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, sostiene la "Fratellanza musulmana", Abu Dhabi, invece, ne è uno dei principali oppositori. Alle differenze politiche si accompagnano, inoltre, i contrapposti interessi di carattere geopolitico; gli Emirati arabi, infatti, punterebbero ad espandere in Libia la già consistente rete di porti che va dall'oceano Indiano, all'isola di Socotra, Somalia, Gibuti ed Egitto. La Turchia, diversamente, vanta un'antica consuetudine nei rapporti commerciali con la Libia mai venuta meno, neanche a seguito del colpo di Stato del generale Mu'ammar el-Gheddafi. Le imprese turche, infatti, nel 2011, al momento dello scoppio della guerra in Libia, secondo diverse stime, avevano in piedi progetti per un ammontare di 18 miliardi di dollari e si sarebbero trovate costrette a rimpatriare circa 25.000 tecnici presenti nel territorio libico; considerato che: come riportato dal citato organo di stampa, il Governo turco avrebbe inviato in Libia a sostegno di al-Sarraj blindati e consiglieri militari per gestire i droni d'attacco "Bayraktar TB2"; Abu Dhabi avrebbe, invece, inviato a sostegno del generale Haftar i droni "Wing Loong II", fotografati dai satelliti nelle vicinanze di Bengasi: il tutto in aperta violazione dell' embargo sulle armi vendute alla Libia approvato dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite del 14 giugno 2016; pertanto, come evidenziato da tempo da diversi analisti politici e confermato dal quotidiano, il conflitto in Libia si è trasformato in un conflitto per procura tra diversi Stati; al-Sarraj, infatti, godrebbe dell'appoggio, oltre che della Turchia, anche del Qatar, mentre il generale Haftar verrebbe sostenuto, oltre che dagli Emirati arabi uniti, anche da Arabia saudita, Egitto e Russia; di fronte a questa drammatica escalation , nonché al concreto rischio che il conflitto si estenda oltre i confini libici, il Governo italiano si trova a svolgere un ruolo di mero spettatore. Un immobilismo a giudizio degli interroganti davvero preoccupante a fronte dell'incredibile rilievo strategico che la Libia riveste per gli interessi del nostro Paese, sia dal punto di vista commerciale, che da quello della sicurezza interna, si chiede di sapere: quali iniziative necessarie e urgenti il Governo intenda adottare, anche attivandosi nelle opportune sedi europee e internazionali, al fine di gestire la drammatica crisi libica e scongiurare il concreto pericolo che il conflitto si espanda ulteriormente; se non ritenga, altresì, necessario ed urgente adoperarsi affinché sia garantito il pieno rispetto dell' embargo Onu sulle armi alla Libia. Atto n. 3-01023 BINETTI Al Ministro della salute Premesso che: la salute materno-infantile rappresenta un'area prioritaria della salute pubblica non solo perché la gravidanza, il parto ed il puerperio in Italia sono la prima causa di ricovero per le donne, ma anche perché gli eventi "intorno" alla nascita sono riconosciuti a livello internazionale come i più significativi per valutare la qualità di tutta l'assistenza sanitaria di un Paese; la distribuzione dei parti per volume di attività dei punti nascita (numero di parti all'anno) indica una quota non trascurabile di nascite in strutture con meno di 500 parti all'anno ( standard minimo per cure perinatali qualitativamente accettabili) ed un'ampia variabilità territoriale. L'accordo Stato-Regioni fissa, quindi, in almeno 1.000 nascite all'anno lo standard a cui tendere per il mantenimento o l'attivazione dei punti nascita e prevede la razionalizzazione o la riduzione progressiva dei punti nascita con numero di parti inferiore a 1.000 all'anno, prevedendo l'abbinamento per pari complessità di attività delle unità operative ostetrico-ginecologiche con quelle neonatologiche e pediatriche; in Italia continua a registrarsi il record negativo delle nascite: per il quarto anno consecutivo l'Istat segnala che il numero dei nuovi nati è al minimo storico. Nel 2017 sono nati 458.000 bambini, con un calo percentuale rispetto allo stesso periodo dello scorso anno del 3,8 per cento. La popolazione al 1° gennaio 2019 risulta pari a 60.391.000, oltre 90.000 in meno sull'anno precedente (1,5 per mille in meno). Il numero delle nascite del 2018 è sceso di 9.000 unità rispetto al 2017: nel corso dell'anno 2018 ci sono stati 449.000 nuovi nati totali; si tratta di statistiche demografiche che non possono non avere un forte impatto anche sui punti nascita, nei quali evidentemente nascono sempre meno bambini; il Ministero della salute sta attualmente rivalutando i criteri che consentono di mantenere aperti i punti nascita, cercando di garantire la migliore sicurezza possibile per la madre e il bambino, ottimizzando al tempo stesso i criteri di tipo economico-organizzativo; tra i parametri presi in considerazione si presta particolare attenzione, tra gli altri elementi, al numero dei parti e al numero di cesarei; la carenza di politiche demografiche efficaci e la radiografia della situazione attuale rivelano dei trend in decisa riduzione del numero di parti nei diversi punti nascita, con un aumento dei cesarei, che tenderebbe a garantire la maggiore sicurezza possibile a madre e figlio, anche in presenza di potenziali complicazioni; la combinazione di queste diverse circostanze pone costantemente in discussione la potenziale chiusura di alcuni punti nascita, come è accaduto recentemente anche in Puglia; ma nonostante si sia risolto positivamente il quesito sul punto nascita di Bisceglie (Barletta-Andria-Trani), tra i pochissimi a garantire servizi qualificati aggiuntivi, come la terapia intensiva neonatale, lo stesso Ministero ha fatto presente che, sempre in Puglia, i punti nascita di Scorrano, Gallipoli e Galatina (Lecce) sono sotto lo standard rispetto al volume minimo dei 500 parti annui previsto; contemporaneamente, i sindaci del basso Molise, in occasione di un loro incontro al Ministero in merito ai punti nascita, denunciavano la situazione dell'ospedale di Termoli (Campobasso) con l'obiettivo di garantire massima sicurezza alle partorienti e ai neonati all'ospedale "San Timoteo". In questa occasione i sindaci hanno esternato al Ministro la loro volontà di mantenere in vita il punto nascita del San Timoteo di Termoli, si chiede di sapere come il Ministro in indirizzo intenda procedere in merito alla apertura-chiusura di punti nascita in un momento in cui la crisi demografica rende oggettivamente difficile garantire in molti piccoli ospedali, soprattutto in provincia, la quota dei 500 parti all'anno, considerato che chiudere però questi punti nascita significa rendere sempre più difficile alle donne godere della necessaria assistenza al parto in un contesto di normale habitat e quindi, in definitiva, potrebbe diventare un ulteriore fattore di ostacolo per una ripresa della natalità.