[pronunce]

che nel giudizio è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che la questione sia dichiarata manifestamente infondata; che, in particolare, sarebbe erroneo il richiamo da parte del rimettente al «sistema processuale tradizionale», in quanto, da un lato, «le forme di esercizio del diritto di difesa possono essere diversamente modulate in relazione alle caratteristiche dei singoli riti speciali», e, dall'altro, le forme del procedimento davanti al giudice di pace non sono comparabili con quelle previste per il procedimento per reati di competenza del tribunale; che, pertanto, appare del tutto ragionevole che, a seguito del «parere [contrario] del pubblico ministero, il procedimento torn[i] nel suo alveo tradizionale, nel quale la parte civile da un lato e il giudice dall'altro dispongono dei rispettivi strumenti per addivenire alla decisione». Considerato che il Giudice di pace di Chioggia, che procede a seguito di ricorso immediato della persona offesa volto ad ottenere la citazione a giudizio del soggetto a cui è attribuito il reato, ha sollevato, in riferimento agli artt. 3, 24, secondo comma, e 111, secondo comma, della Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell'art. 25, comma 2, del decreto legislativo 28 agosto 2000, n. 274 (Disposizioni sulla competenza penale del giudice di pace, a norma dell'articolo 14 della legge 24 novembre 1999, n. 468), nella parte in cui non prevede che il pubblico ministero debba formulare l'imputazione anche quando esprime parere contrario alla citazione a giudizio; che la disciplina vigente prevede che il ricorso della persona offesa, depositato nella cancelleria del giudice, deve essere previamente comunicato al pubblico ministero, il quale, se lo ritiene inammissibile o infondato, esprime parere contrario alla citazione a giudizio, altrimenti formula l'imputazione, confermando o modificando l'addebito contenuto nel ricorso (art. 25 del decreto legislativo n. 274 del 2000); che a sua volta il giudice di pace, anche se il pubblico ministero non ha formulato alcuna richiesta, ove ritenga il ricorso inammissibile o manifestamente infondato ne dispone, a norma dell'art. 26, comma 2, del decreto legislativo n. 274 del 2000, la trasmissione al pubblico ministero per l'ulteriore corso del procedimento; altrimenti, a norma dell'art. 27, convoca le parti in udienza con decreto, che, tra l'altro, deve contenere la trascrizione dell'imputazione; che in sostanza il rimettente lamenta che, sulla base di tale disciplina, pur ritenendo ammissibile il ricorso nonostante il parere contrario del pubblico ministero, non avrebbe la possibilità di convocare le parti, come previsto dall'art. 27 del decreto legislativo n. 274 del 2000, non avendo il pubblico ministero formulato l'imputazione che deve essere trascritta nel decreto, e verrebbe a trovarsi in una situazione di stallo; che il rimettente non ritiene praticabili soluzioni diverse, quali la diretta formulazione dell'imputazione da parte dello stesso giudice di pace, ovvero la trascrizione dell'«addebito» contenuta nel ricorso (che a norma dell'art. 21, comma 2, lettera f), del citato decreto deve contenere l'indicazione in forma chiara e precisa del fatto, con l'indicazione degli articoli di legge violati), ovvero ancora l'ordine al pubblico ministero di formulare l'imputazione, in analogia a quanto disposto dall'art. 17, comma 4, del decreto legislativo n. 274 del 2000 in caso di richiesta non accolta di archiviazione; che di conseguenza, allo stato della legislazione, al giudice non resterebbe che disporre la trasmissione degli atti al pubblico ministero; che tale soluzione sarebbe peraltro in contrasto con l'art. 3 Cost., per l'irragionevolezza di una disciplina che obbliga il giudice procedente a «restituire» gli atti alla pubblica accusa; con l'art. 24, comma secondo, Cost. in quanto, a seguito della «restituzione» degli atti al pubblico ministero, il ricorrente verrebbe privato di un importante strumento processuale riconosciutogli dal legislatore; con l'art. 111, comma secondo, Cost. perché, una volta restituiti gli atti al pubblico ministero, il procedimento seguirebbe l'iter ordinario, con tempi notevolmente più lunghi rispetto a quelli stabiliti per il ricorso immediato; che lo stesso rimettente, pur consapevole che la disciplina normativa censurata è suscettibile di una pluralità di opzioni interpretative, non compie il necessario sforzo ermeneutico per individuare una soluzione che consenta un effettivo controllo di legalità sull'esercizio dell'azione penale, senza sacrificare i diritti di tutte le parti private; che, tra l'altro, il giudice a quo non tiene nel debito conto che l'art. 17, comma 4, del decreto legislativo n. 274 del 2000, ove è prevista la disciplina generale della formulazione coatta dell'imputazione, potrebbe trovare applicazione anche nel caso in cui il giudice, dopo aver trasmesso gli atti al pubblico ministero, ritenga di non condividere una eventuale richiesta di archiviazione da quest'ultimo formulata; che pertanto, prima di affermare che non sarebbe possibile altra soluzione conforme a Costituzione diversa da quella prospettata in via additiva, il rimettente avrebbe dovuto utilizzare tutti i poteri interpretativi che la legge gli riconosce, specie in un contesto in cui sulla disciplina sottoposta a censura si confrontano contrastanti indirizzi giurisprudenziali di legittimità non ancora stabilizzati (v., in particolare, sentenze n. 33675 del 27 maggio 2004 e n. 40836 del 20 settembre 2004); che la questione va pertanto dichiarata manifestamente inammissibile. Visti gli artt. 26, secondo comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87, e 9, comma 2, delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale.. . per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE dichiara la manifesta inammissibilità della questione di legittimità costituzionale dell'art. 25, comma 2, del decreto legislativo 28 agosto 2000, n. 274 (Disposizioni sulla competenza penale del giudice di pace, a norma dell'articolo 14 della legge 24 novembre 1999, n. 468), sollevata, in riferimento agli artt. 3, 24, secondo comma, e 111, secondo comma, della Costituzione, dal Giudice di pace di Chioggia con l'ordinanza in epigrafe. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 28 settembre 2005. F.to: Piero Alberto CAPOTOSTI, Presidente Guido NEPPI MODONA, Redattore Giuseppe DI PAOLA, Cancelliere Depositata in Cancelleria il 4 ottobre 2005. Il Direttore della Cancelleria F.to: DI PAOLA