[pronunce]

La motivazione espressa numericamente, dunque, sarebbe in grado di assicurare la chiarezza sulle valutazioni di merito compiute dalla commissione e garantirebbe il rispetto dei principi costituzionali di economicità, efficienza e speditezza dell'attività amministrativa (avuto riguardo anche all'elevato numero di esaminandi, all'eterogeneità della preparazione degli stessi e all'obbligo di concludere le operazioni in tempi strettissimi). La difesa dello Stato sottolinea, inoltre, come anche nell'ordinamento scolastico il giudizio in ordine alla preparazione di un candidato sia stato sempre espresso con l'attribuzione di un voto numerico (artt. 81 e 82 del regio decreto 6 maggio 1923, n. 1054 [Ordinamento della istruzione media e dei convitti nazionali]). In ordine alla asserita limitazione di tutela giurisdizionale in ipotesi di giudizi espressi in termini meramente numerici, il Presidente del Consiglio dei ministri evidenzia che le valutazioni delle commissioni giudicatrici degli esami di abilitazione o dei concorsi sono sindacabili per sviamento logico, errore di fatto e contraddittorietà rilevabile ictu oculi, per cui la affermata "idoneità" del punteggio numerico ad integrare l'obbligo di motivazione non farebbe venire meno la possibilità di sindacato giurisdizionale sulla ragionevolezza, coerenza, logicità della valutazione (anche sulla base del possibile accesso agli atti di competizione). Quanto alla necessità di assicurare la trasparenza delle scelte amministrative anche quando queste siano assunte da organi tecnici, la difesa erariale richiama la pronuncia di questa Corte, in base alla quale l'imparzialità dell'amministrazione sarebbe già sufficientemente garantita dal carattere tecnico e non politico degli organi amministrativi che procedono alla correzione degli elaborati. Pertanto, anche con riguardo agli evocati artt. 3 e 97, la questione andrebbe dichiarata manifestamente infondata. 2.3. - Con riferimento alla assunta violazione degli artt. 4 e 41 Cost., sotto il profilo dell'interesse all'accesso al lavoro (subordinato o autonomo) dei candidati partecipanti all'esame di abilitazione all'esercizio della professione forense, la difesa dello Stato sottolinea come, con specifico riferimento allo "statuto" delle libere professioni, il riconoscimento in capo agli Ordini e ai Collegi professionali di particolari poteri di accertamento dei requisiti di capacità e idoneità di coloro che aspirino a esercitare la professione (ad esempio: possesso di titolo di studio; esame di Stato per l'abilitazione all'esercizio della professione), di vigilanza sull'esercizio della professione e di disciplina nei confronti degli iscritti, garantirebbe la preparazione tecnico-professionale e l'idoneità morale degli esercenti la professione forense, interessi il cui fondamento costituzionale sarebbe da rinvenire proprio nell'art. 41, secondo comma, Cost. (l'attività economica privata non può svolgersi in contrasto con l'utilità sociale, o in modo da recare danno alla sicurezza, libertà e dignità umana). La votazione costituirebbe una sintesi delle ragioni poste a fondamento della valutazione delle prove scritte, percepibili ictu oculi attraverso la semplice associazione della stessa con i criteri generali indicati sul piano normativo e integrati dalla singola commissione esaminatrice. La finalità di tale valutazione sarebbe quella di accertare la capacità e la preparazione culturale del candidato che intenda espletare la professione forense (la sufficienza dell'onere motivazionale è stata affermata dal Consiglio di Stato, anche in relazione al concorso per uditore giudiziario). 2.4. - Quanto all'asserita violazione dell'art. 117 Cost., attraverso la norma interposta di cui all'art. 253 del Trattato CE (attualmente art. 296 TFUE), la difesa dello Stato rileva che il diritto comunitario non disciplina le modalità in cui detta motivazione deve essere esternata, potendosi ritenere conforme a tale diritto anche la manifestazione di giudizio sintetizzata nel voto numerico. Ad avviso del Presidente del Consiglio dei ministri, non risulterebbe neanche invocabile l'obbligo per l'amministrazione di motivare le proprie decisioni ai sensi del Trattato 29 ottobre 2004 (Trattato che adotta una Costituzione per l'Europa), norma applicabile «agli Stati membri esclusivamente nell'attuazione del diritto dell'Unione» (art. II-111, comma 1), mentre la disciplina degli esami di abilitazione all'esercizio della professione forense non sarebbe attinente all'attuazione del diritto comunitario. Anche sotto quest'ultimo profilo, la questione di legittimità costituzionale sarebbe manifestamente infondata. 3. - Con riferimento al giudizio r. o. n. 219 del 2010, si è costituito, con memoria depositata il 13 settembre 2010, il signor G. M., chiedendo la declaratoria di illegittimità costituzionale delle norme censurate, in riferimento ai medesimi parametri evocati nell'ordinanza di rimessione. 3.1. - In punto di fatto, la parte privata premette che essa aveva partecipato agli esami di abilitazione all'esercizio della professione di avvocato nella sessione 2008, presso la Corte di appello di Milano; che l'esito della valutazione delle prove scritte era stato negativo; che aveva impugnato dinanzi al giudice amministrativo il giudizio di non ammissione alle prove orali, espresso con voto numerico completamente immotivato; che il Ministero della giustizia si era costituito in giudizio, chiedendo il rigetto del ricorso; che, in via cautelare, essa era stata ammessa a sostenere le prove orali, poi superate in data 12 novembre 2009. In punto di diritto, la parte privata sottolinea che l'obbligo di motivazione del provvedimento amministrativo, sancito dall'art. 3 della legge n. 241 del 1990, troverebbe uniforme applicazione, con la sola eccezione degli atti normativi e di quelli a contenuto generale. Inoltre, pone in evidenza che l'indicazione dei «presupposti fatto e delle ragioni giuridiche che hanno determinato la decisione dell'amministrazione» sarebbe necessaria per la verifica dell'iter logico seguito dall'autorità nell'adozione del provvedimento e l'obbligo di motivazione costituirebbe il corollario del principio di buon andamento dell'Amministrazione enunciato nell'art. 97 Cost. L'obbligo di motivazione degli atti amministrativi troverebbe fondamento anche a livello di diritto comunitario, tutelato attraverso l'art. 117 Cost., e sarebbe da ritenere sufficientemente adempiuto allorché l'autorità procedente esponga in modo plausibile le ragioni di fatto e di diritto a sostegno dell'atto adottato. Pertanto, la parte privata ritiene che le disposizioni censurate debbano essere lette ed integrate con l'art. 3 della legge n. 241 del 1990, essendo la motivazione finalizzata a rendere trasparente e controllabile l'esercizio del potere discrezionale della pubblica amministrazione, garantendone l'imparzialità (art. 97 Cost.) e la parità di trattamento dei cittadini di fronte alla medesima (art. 3 Cost.).