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Modifica all’articolo 2 della legge 15 dicembre 1999, n. 482, in materia di tutela e valorizzazione delle parlate locali. Onorevoli Senatori. -- In un contesto di globalizzazione dei mercati, economici e sociali, come quello odierno, dove i confini tra le nazioni sono sempre più labili e lo sviluppo delle tecnologie moderne ha annullato le distanze, la valorizzazione del patrimonio culturale, storico e linguistico dei popoli rappresenta, senza ombra di dubbio, una peculiarità di estrema valenza. In questo contesto, infatti, la promozione delle tipicità culturali di un'area o di un territorio rappresenta una risorsa da tutelare e, anzi, da promuovere: basti pensare alla rapida e continua diffusione del settore turistico, soprattutto in Italia, legato ai prodotti territoriali, o ai fenomeni turistici connessi ai numerosi eventi e alle manifestazioni storiche, principalmente nel nostro Paese così caratterizzato da elementi di tipicità. Parte integrante di questo patrimonio storico e culturale è senza ombra di dubbio la parlata locale, elemento essenziale di un popolo, poiché non solo mezzo di comunicazione tra le persone che vi fanno parte, ma anche in quanto strumento di promozione e tutela delle tipicità e della cultura locali. La tutela e la promozione delle lingue minoritarie rappresentano, quindi, un contributo per una positiva politica di integrazione sociale e culturale, che non possono che migliorare il maggior dialogo interculturale tra i popoli. In tal senso, anche l'Unione europea ha espresso nella Carta europea delle lingue regionali e minoritarie del Consiglio d'Europa, con relativa bozza di atto di ratifica del 5 novembre 1992, il suo favorevole parere sul multilinguismo. Nei princìpi in essa contenuti, infatti, sono affermati chiaramente i diritti per le popolazioni a esprimersi nelle loro lingue regionali e minoritarie; un diritto imprescindibile a favore della difesa e del rafforzamento delle diverse lingue nelle varie regioni d'Europa. L'importanza del provvedimento è stata colta anche dal nostro Paese, che il 27 giugno 2000, ha sottoscritto la ratifica promossa dagli organi europei. Va anche detto, peraltro, come l'Europa, già prima del 1992, si sia pronunciata a favore della tutela delle lingue minoritarie: il Parlamento europeo, infatti, con tre risoluzioni, ha evidenziato già a partire dal 1981 l'importanza della questione. Nell'ottobre del medesimo anno, infatti, l'intellettuale italiano Gaetano Arfé presentò una relazione con la quale raccomandava ai governi nazionali di «promuovere l'insegnamento delle lingue e culture regionali nell'ambito dei programmi ufficiali, dalla scuola materna fino all'università». Successivamente, una seconda relazione del Parlamento europeo adottata il 30 ottobre 1987, relatore Willy Kuijpers, raccomanda i vari Stati membri di: 1) organizzare ufficialmente l'istruzione nelle lingue regionali e minoritarie, equiparata con l'insegnamento nelle lingue nazionali, dalla formazione prescolare all'università e alla formazione permanente, nelle zone linguistiche europee; 2) riconoscere ufficialmente i corsi, le classi e le scuole che sono istituiti da associazioni abilitate all'insegnamento in base all'ordinamento vigente nello Stato e che utilizzano generalmente per l'insegnamento una lingua regionale o minoritaria; 3) dedicare particolare attenzione alla formazione di personale insegnante nelle lingue regionali o minoritarie e di mettere a disposizione i necessari strumenti pedagogici per la realizzazione dei suddetti provvedimenti. Nella terza risoluzione, relatore Mark Killilea, adottata dal Parlamento europeo il 9 febbraio 1994, si invitano gli Stati membri, in considerazione che la diversità linguistica dell'Unione europea costituisce un elemento fondamentale della sua ricchezza culturale, a emanare appositi provvedimenti legislativi «proclamando la necessità di una cultura linguistica europea e riconoscendo che questa cultura comprende anche la difesa del patrimonio linguistico, il superamento della barriera linguistica, la promozione delle lingue meno diffuse e la salvaguardia delle lingue minoritarie». Anche l'Italia, come si è detto, è intervenuta favorevolmente su questa tematica, emanando la legge 15 dicembre 1999, recante «Norme in materia di tutela delle minoranze linguistiche storiche», con l'espressa finalità, chiaramente dichiarata all'articolo 2, di promuovere, oltre alla lingua italiana, lingua ufficiale della Repubblica, «altresì la valorizzazione delle lingue e delle culture tutelate dalla presente legge» (articolo 1). All'interno della norma, infatti, in attuazione dell'articolo 6 della Costituzione e in armonia con i princìpi generali stabiliti dagli organismi europei e internazionali, la Repubblica tutela la lingua e la cultura delle popolazioni albanesi, catalane, germaniche, greche, slovene e croate e di quelle parlanti il francese, il franco-provenzale, il friulano, il ladino, l'occitano e il sardo. Come si può notare, in sede di approvazione della legge, il legislatore ha promosso e valorizzato alcune antichissime parlate, come il ladino e altre che, pur essendo quest'ultima parlata da una quota marginale della popolazione italiana, come la lingua catalana, rappresentano comunque un elemento di ricchezza culturale per il nostro Paese. Ma la ricchezza del patrimonio culturale e linguistico del nostro Paese, ovviamente, comprende anche idiomi come quello siciliano, veneto o piemontese che, seppur non inseriti all'interno del testo normativo, rappresentano senza dubbio alcuno un elemento di risorsa culturale per il nostro Paese. Il Veneto, in questo senso, rappresenta indubbiamente uno dei massimi esempi di lingue minoritarie parlate oggigiorno nella nostra penisola, sia per l'elevato grado di diffusione che questa parlata ha, sia per la lunga storia linguistica che la connota. L'ampiezza della parlata veneta, infatti, viene confermata non solo dal fatto che, come ribadito dall'Istituto nazionale di statistica (ISTAT), oltre il 60 per cento dei veneti utilizza quotidianamente la parlata locale come principale mezzo di comunicazione, al lavoro come in famiglia, ma anche dal fatto che l'espressione veneta è ampiamente diffusa, pur con ovvie diversità, anche in regioni diverse dal Veneto. Basti pensare, a tale riguardo, alla variante della lingua veneta diffusa nei paesi dell'Agro Pontino, o nei paesi della Sardegna, nella zona dell'Arborea. Tuttavia, paradossalmente, è forse fuori dai confini extra-nazionali che la lingua veneta conosce la sua diffusione maggiore: dall'Istria alle località costiere del Montenegro, dal Messico all'Argentina e al Brasile, infatti, la parlata veneta viene ancor oggi quotidianamente utilizzata dai numerosi discendenti degli emigranti veneti. Nel Paese centro-americano, una pubblicazione del 1992 dello studioso C.J. Mackay, dal titolo « Language maintenance in Chipilo: a Venet dialect in Mexico » («Il mantenimento del linguaggio in Chipilo: un dialetto Veneto nel Messico») e stampata nell'« lnternational journal of the sociology of language », accerta in modo inequivocabile l'esistenza di isole linguistiche di varianti della lingua veneta nell'America centrale.