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Atto n. 3-02471 FARAONE CARBONE PARENTE GARAVINI CUCCA SBROLLINI Al Ministro del lavoro e delle politiche sociali Premesso che: tra le principali e più importanti misure adottate per far fronte all'emergenza epidemiologica, ha assunto un rilievo preponderante, fin dai primi mesi del 2020, il "blocco dei licenziamenti"; con questa misura si è inteso impedire alle aziende di licenziare i propri dipendenti per ragioni economiche, sia in forma collettiva sia in forma individuale: l'obiettivo dell'allora Governo Conte II era quello di evitare che le conseguenze più crude dell'emergenza venissero addossate sulle classi lavoratrici, trasformando di fatto la crisi sanitaria ed economica anche in crisi sociale; d'altro canto, sono stati plurimi gli interventi normativi che hanno consentito il ricorso agli ammortizzatori sociali, come la cassa integrazione guadagni ed il fondo di integrazione salariale, soprattutto al fine di supportare le aziende che maggiormente hanno risentito della diminuzione della domanda di beni e servizi, ed in special modo quelle imprese attive in settori cruciali, quali il turismo e la ristorazione; il decreto-legge 22 marzo 2021, n. 41 (cosiddetto decreto "sostegni"), ha previsto la fine del blocco dei licenziamenti, con riguardo al tipo di ammortizzatore sociale a cui si fa ricorso. Il 30 giugno 2021, infatti, termina il blocco per le imprese che usufruiscono della cassa integrazione guadagni ordinaria, per lo più le imprese del settore industriale. Il 31 ottobre 2021, invece, rappresenta il termine per il blocco dei licenziamenti delle aziende beneficiarie delle 28 settimane di assegno ordinario a carico del fondo di integrazione salariale o di cassa integrazione in deroga; considerato che: secondo i dati diffusi dall'ISTAT, durante l'anno della pandemia da COVID-19, in Italia è stato perso quasi un milione di posti di lavoro, registrando l'aumento del numero di disoccupati, degli inattivi e delle persone in cerca di lavoro; gran parte delle categorie di lavoratori ha risentito in maniera decisa degli effetti della pandemia e della crisi economica. Gli ultimi rapporti stilati in materia fotografano un'immagine preoccupante: la maggioranza dei lavoratori, infatti, denuncia un aumento dello stress e della fatica; una vasta porzione dei lavoratori dichiara di essere stata inattiva per uno o più periodi dell'anno a causa dell'impiego di ammortizzatori sociali, e ancora, viene confessata una maggiore convinzione di perdere il lavoro nei prossimi mesi e la conseguente preoccupazione per il proprio futuro professionale; si apprende, da interviste recentemente rilasciate dal Ministro in indirizzo e riportate dalle maggiori fonti stampa, che l'intenzione del Governo sarebbe quella di predisporre "ritocchi" alle normative in questione per sostenere il superamento del blocco dei licenziamenti, con "strumenti" che tengano conto del diverso andamento dei settori, si chiede di sapere: quali iniziative urgenti il Ministro in indirizzo intenda promuovere al fine di rilanciare le politiche del lavoro nel nostro Paese, anche allo scopo di scongiurare i rischi di immediate e gravi ripercussioni occupazionali derivanti dalla fine del blocco dei licenziamenti; se, inoltre, non ritenga opportuno procedere ad una profonda riforma degli strumenti ricompresi nell'ambito delle politiche attive del lavoro, ovvero inerenti alla promozione del reinserimento lavorativo e all'innalzamento dei livelli occupazionali, anche alla luce dello scarso successo riscontrato dalle misure adottate negli ultimi anni in tale ambito, nonché al fine di inaugurare un radicale percorso di riqualificazione professionale di tutto il mondo del lavoro, con particolare riguardo per coloro che rischieranno di essere maggiormente interessati dalla fine del blocco dei licenziamenti. Atto n. 3-02472 BERGESIO DE VECCHIS ALESSANDRINI PIZZOL Al Ministro del lavoro e delle politiche sociali Premesso che: ai sensi dell'articolo 19 del decreto legislativo 15 giugno 2015, n. 81, così come modificato dal decreto-legge 12 luglio 2018, n. 87, i contratti di lavoro subordinato a tempo determinato possono avere una durata massima di 12 mesi, salvo nel caso in cui vi siano esigenze temporanee ed oggettive, esigenze di sostituzione di altri lavoratori o esigenze connesse ad incrementi temporanei, significativi e non programmabili dell'attività ordinaria, ferma restando una durata massima di 24 mesi; il decreto-legge n. 87, noto come decreto "dignità" ed improntato al ragionevole obiettivo di favorire la costituzione di rapporti di lavoro sempre più stabili, era però pensato per un assetto socio-economico del tutto differente da quello attuale, caratterizzato dall'emergenza epidemiologica da COVID-19; l'emergenza epidemiologica, infatti, sta compromettendo importanti settori economici del nostro Paese che, prima della pandemia, erano in forte crescita (ad esempio il settore del turismo) e sta determinando gravissime conseguenze occupazionali con rapporti a termine in forte riduzione, senza un'adeguata crescita dei contratti a tempo indeterminato; secondo i più recenti dati, a dicembre 2020 risultavano quasi 393.000 contratti a tempo determinato in meno rispetto a un anno prima, considerando gli occupati, mentre per quanto concerne quelli di nuova attivazione nel corso del 2020 si sono registrati 1,4 milioni di contratti in meno rispetto al 2019; le imprese, nonostante gli sforzi del Governo, hanno una visione limitata del proprio futuro e ciò per i tempi non certi di rientro alla normalità, per la variazione delle abitudini di consumo e per l'incertezza generale sull'effettivo superamento della pandemia, anche a causa delle nuove varianti del virus; già il decreto-legge 19 maggio 2020, n. 34, in ragione dell'emergenza epidemiologica, aveva previsto la possibilità di rinnovare o prorogare sino al 30 agosto 2020 i contratti a tempo determinato in essere alla data del 23 febbraio 2020, anche in assenza delle condizioni previste dall'articolo 19 del decreto legislativo n. 81; a sua volta, l'articolo 17 del decreto-legge 22 marzo 2021, n. 41, prevede che, fino al 31 dicembre 2021, i contratti a tempo determinato possano essere rinnovati o prorogati per massimo 12 mesi, e per una sola volta, anche in assenza delle condizionalità previste a normativa vigente, ferma restando la durata complessiva massima di 24 mesi; le misure sinora adottate non sono però sufficienti, in quanto l'emergenza in corso impone una riflessione più ampia sull'attuale assetto normativo dei rapporti a termine, affinché siano introdotti meccanismi di maggiore flessibilità che rendano più semplice il ricorso ai contratti a termine, superando il vincolo della condizionalità per i rinnovi e quello dei 24 mesi massimi di durata;