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La direttiva affronta in maniera organica e articolata la posizione della persona offesa dal reato, sia con riferimento alla sua partecipazione alle indagini e al procedimento penale sia, più in generale, con riferimento alla necessità di assicurare alla medesima la piena protezione della vita privata, così come l'accesso a specifici servizi di assistenza. La disposizione interna di attuazione ha modificato numerose disposizioni del codice di procedura penale, al fine di assicurare alla vittima del reato la possibilità di esercitare pienamente i propri diritti in ambito processuale, in condizioni di protezione e serenità. Tra le nuove disposizioni introdotte, merita ricordare ad esempio quelle in materia di vittime in condizione di particolare vulnerabilità e specificatamente il nuovo articolo 90- quater del codice di procedura penale che, nel definire la condizione di particolare vulnerabilità, dispone che si consideri « se il fatto risulta commesso con violenza alla persona o con odio razziale, se è riconducibile ad ambiti di criminalità organizzata o di terrorismo, anche internazionale, o di tratta degli esseri umani, se si caratterizza per finalità di discriminazione, e se la persona offesa è affettivamente, psicologicamente o economicamente dipendente dall'autore del reato ». Sulla stessa linea devono essere ricordati i numerosi interventi normativi che, nel corso degli anni, hanno assicurato particolare assistenza e protezione alle vittime di taluni reati attraverso l'istituzione di fondi che – ponendo in capo allo Stato l'onere di contribuire economicamente al risarcimento del danno subito dalla persona offesa di alcune tipologie di reati – garantiscono al contempo alle medesime vittime la piena effettività di accesso alla tutela risarcitoria. Si pensi, tra quelli più noti, al Fondo di garanzia per le vittime della strada o ai Fondi istituiti per le vittime di crimini legati al terrorismo o alla mafia. Tra i più recenti, merita ricordare il Fondo per il ristoro dei danni subiti dalle vittime dei crimini di guerra e contro l'umanità per la lesione di diritti inviolabili della persona, compiuti sul territorio italiano o comunque in danno di cittadini italiani dalle forze del Terzo Reich nel periodo tra il 1° settembre 1939 e l'8 maggio 1945, istituto dall'articolo 43 del decreto-legge 30 aprile 2022, n. 36, convertito, con modificazioni, dalla legge 29 giugno 2022, n. 79. Ancora, nella direzione di valorizzare il ruolo e la specifica dignità delle vittime dei reati vanno le recenti innovazioni normative in materia di giustizia riparativa, introdotte dagli articoli 42 e seguenti del decreto legislativo 10 ottobre 2022, n. 150. Con specifico riferimento, infine, alle donne vittime di violenza deve richiamarsi il crescente impegno istituzionale – tradotto in interventi normativi ma anche in buone pratiche – volto a farsi carico della specifica condizione di vulnerabilità della donna vittima di violenza, nel processo e non solo. Sul punto, l'ordinamento italiano ha mosso significativi passi in avanti, specie a seguito della ratifica della Convenzione del Consiglio d'Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica, resa esecutiva con legge 27 giugno 2013, n. 77. L'articolo 18 della predetta Convenzione è molto chiaro nel porre a carico degli Stati firmatari ben precisi obblighi di protezione delle vittime, sia nel processo e nelle indagini, che al di fuori di essi. Anzitutto, si prevede che gli Stati garantiscano l'esistenza di « adeguati meccanismi di cooperazione efficace tra tutti gli organismi statali competenti, comprese le autorità giudiziarie, i pubblici ministeri, le autorità incaricate dell'applicazione della legge, le autorità locali e regionali, le organizzazioni non governative e le altre organizzazioni o entità competenti, al fine di proteggere e sostenere le vittime e i testimoni di ogni forma di violenza rientrante nel campo di applicazione della presente Convenzione ». Disposizioni altrettanto importanti impongono di predisporre servizi di assistenza e supporto generali (articolo 20) e specializzati (articolo 22), case rifugio (articolo 23), linee telefoniche di sostegno (articolo 24), specifici strumenti a supporto delle vittime di violenza sessuale (articolo 25) e delle vittime di violenza assistita (ovverosia soprattutto i minori testimoni di atti di violenza, articolo 26). Particolare attenzione è inoltre dedicata alla prevenzione e al contrasto della cosiddetta vittimizzazione secondaria, vale a dire di tutto quell'insieme di disposizioni istituzionali, culturali e comportamentali che – risentendo dell'influsso di radicati stereotipi di genere – finiscono per far ricadere sulle donne vittime di violenza l'ulteriore stigma della colpevolizzazione, o anche solo le costringono a partecipare alle indagini e al processo in assenza di garanzie minime di protezione, ad esempio, non potendo fare affidamento su personale specializzato e adeguatamente formato in sede di esame. Proprio in materia di vittimizzazione secondaria, l'Italia ha subito recentemente una ferma condanna da parte della Corte europea dei diritti dell'uomo. La Corte di Strasburgo, nella sentenza resa il 27 maggio 2021, riferita al caso J.L. c. Italia, ha condannato il nostro Paese in relazione all'uso di stereotipi di genere e di un linguaggio gravemente irrispettoso della dignità della persona offesa nelle sentenze rese dal Tribunale e dalla Corte d'Appello di Firenze al termine di un procedimento relativo a un grave caso di violenza sessuale di gruppo ai danni di una giovane donna; nella decisione, in particolare, la Corte europea dei diritti dell'uomo ha stigmatizzato l'utilizzo, da parte degli organi giudicanti, di « stereotipi sessisti », di espressioni dirette a « minimizzare la violenza di genere e di esporre le donne a una vittimizzazione secondaria utilizzando affermazioni colpevolizzanti e moralizzatrici atte a scoraggiare la fiducia delle vittime nella giustizia » (paragrafo 141). Di fronte a tali tendenze e previsioni normative nazionali e internazionali, che tendono a superare ritardi e persistenti vuoti legislativi fortemente pregiudizievoli per il soggetto più debole e meno garantito, diviene ancora più necessario e doveroso intervenire a tutela della vittima del reato anche all'interno delle regole del « giusto processo ». Dare copertura costituzionale a una serie di interventi, azioni politico-amministrative e buone pratiche in sede giurisdizionale, che già oggi assicurano protezione alle vittime dei reati, avrebbe infatti un sicuro valore, non solo sul piano simbolico e sistemico, ma anche sul piano della posizione di un chiaro indirizzo al legislatore, con l'obiettivo di indirizzare ogni futuro intervento in materia verso la piena considerazione della posizione della persona offesa dal reato.