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Tale barbara usanza, in Italia è stata legalmente abolita nel 1981 attraverso l'abrogazione dell'articolo 544 del codice penale (articolo 1, legge n. 442, del 5 agosto 1981). La prima donna italiana a ribellarsi al matrimonio riparatore fu la siciliana Franca Viola nel 1966, rifiutandosi di sposare il suo rapitore e stupratore. Anche il Marocco è in procinto di abrogare un paragrafo dell'articolo 475 del codice penale che permette ai condannati di abusi sessuali o di rapimento di un minore, la non imputabilità qualora sposino la propria vittima, e ciò a seguito del suicidio lo scorso marzo della sedicenne Amina al-Filali, avvelenatasi per sfuggire al suo matrimonio avvenuto sette mesi prima con un ventitreenne che l'aveva violentata e che la famiglia l'aveva costretta a sposare. L'incidente ha promosso la necessità di modificare la legge. E tuttavia, nonostante siano -- fortunatamente -- aumentate le percentuali di denunce da parte di donne oggetto di violenze -- il fenomeno della violenza è in aumento, soprattutto perchè l'emancipazione, le maggiori libertà che le donne hanno conquistato non sono stati accettati dagli uomini. Anche il modificarsi dei modelli di coppia ha contribuito: il fatto che un matrimonio non debba essere per sempre, che una relazione possa essere considerata occasionale anche da una donna, genera talvolta sentimenti di possesso e di aggressività che si esprimono nel delitto o nel ferimento del partner o dell'ex partner, indipendentemente dal sesso. Purtroppo è una caratteristica di tante battaglie per la civiltà... l'andare avanti comporta spesso anche un ritorno indietro, una regressione. Per invertire, dunque, questa terribile tendenza, un ruolo determinante, fondamentale lo gioca la famiglia, la capacità genitoriale. Conditio sine qua non diventa dunque il dialogo con i figli adolescenti, il parlare dei problemi fa sì che li si riconosca, che se ne prenda atto. Ai ragazzi va insegnato il rispetto per le donne e per le loro scelte, vanno aiutati a capire che c'è una scelta fra l'adeguarsi al gruppo e l'essere presi in giro, che non si cresce esercitando la sopraffazione, bisogna insegnare loro che per amare bisogna essere in due, e va decisamente confutato il modello culturale in cui ci si ritrova immersi che induce a essere violenti e a pensare che il corpo della donna sia un oggetto a disposizione. In questo percorso, fondamentale è il coinvolgimento degli uomini nella loro educazione: oggi i maschi hanno modelli tutti femminili nell'educazione (a casa come a scuola). E se è vero che i padri cominciano a essere più presenti, spesso la loro presenza non si riverbera nell'ambito educativo. E alle ragazze è importante insegnare il dare valore a se stesse, alle proprie scelte, ai propri desideri, a non svalorizzarsi o a considerarsi «visibili» semplicemente per il proprio aspetto. L'educazione ricevuta finora non è più sufficiente per imparare a gestire questi problemi, le competenze che vengono acquisite con l'educazione devono cambiare, se ne devono acquisire di nuove e deve avvenire assolutamente un passaggio culturale per transitare dal generico sdegno e dalla necessità di sostenere le vittime di violenza facendo un passo indietro, al livello dell'educazione e della prevenzione. Non sarà facile capovolgere anni di storia, di tabù: una costruzione dell'identità femminile che nei più diversi ambiti (religioso, letterario, filosofico, filologico, mitologico, antropologico) è stata basata sulla negazione, sul controllo, sull'espropriazione, ma con un accompagnamento formativo adeguato è possibile ridurre anche della metà il numero di ragazzi e ragazze che concepiscono la violenza come un modo naturale di esprimere i propri sentimenti. Tra i mezzi per contrastare la violenza contro le donne, uno dei più efficaci è proprio quello educativo e lo dimostrano numerosi studi e ricerche condotte sul campo in questi anni nelle scuole. Nella stessa Convenzione di Istanbul la prevenzione è la prima misura da attivare per promuovere il cambiamento nei comportamenti socioculturali che possono portare alla violenza sulle donne, le ragazze e le bambine. Tra i percorsi educativi grande rilevanza va data a tutti quelli, ormai molti, attivi nelle scuole italiane che prevedono l'educazione al genere come strumento per combattere la violenza sulle donne ed impedire nuove disuguaglianze nel mondo del lavoro e in termini di genitorialità. Fin dalla prima adolescenza, nel momento in cui più evidentemente si formano le identità del maschile e del femminile è il momento di parlare, confrontarsi, riflettere sul «genere» e il suo significato. In questo senso è importantissimo fornire agli insegnanti delle scuole di ogni ordine e grado una sorta di «cassetta degli attrezzi» con cui restituire centralità ai docenti, cui è affidata la formazione globale dell'individuo. Non solo saperi da impartire e competenze da verificare, ma il difficile compito di formare gli uomini e le donne di domani, interpretando la relazione con studenti e studentesse anche sotto il profilo del genere. «Genere» inteso come desiderio e non come destino, per diventare quello che desiderano e non quello che la società si aspetta da loro. È questo il senso del percorso rivolto agli insegnanti dell'Istituto Aldrovandi-Rubbiani di Bologna con il progetto «Educare ad educare al genere», portato avanti da «Progetto Alice» e «Maschile Plurale». Ma un'indagine sul genere entro l'istituzione scolastica arriva anche a scardinare gerarchie vecchie di secoli. Nell'attivare questo processo si è infatti costretti a rivedere i curricula , integrandoli con quei saperi tradizionalmente considerati come marginali, la storia delle donne o le minoranze etniche, per trarre dalla memoria gli elementi decisivi per comprendere la contemporaneità. Come afferma Giulia Selmi, dell'associazione «Progetto Alice» si è tentato di educare gli insegnanti ad educare, affinché possano offrire a ragazzi e ragazze gli strumenti per scrivere liberamente il proprio sé, in termini di identità, genere e sessualità. Nel momento in cui i ragazzi sono portati a confrontarsi con la relazione, la sessualità, la violenza e l'intercultura, in quella micro società che è la scuola, gli insegnanti non possono chiudersi nel sapere asettico della loro disciplina, abbandonando ragazzi e ragazze alle asprezze della vita. Bisogna, dunque, pensare ad un intervento cautelativo di formazione partendo dai più giovani. In questa direzione va anche tutta l'attività che la regista Lorella Zanardo fa in merito al corpo delle donne: aiuta a capire e così previene, cerca di educare le giovani generazioni a formare anticorpi. È determinante attivare, in questo senso, corsi rivolti ai genitori con figli adolescenti in cui venga raccomandato di parlare ai propri ragazzi di sentimenti: l'educazione sentimentale non si pratica più. Insegnanti e genitori sono ansiosamente preoccupati di dare informazioni di carattere pratico sulla contraccezione, che è sì importante, ma ancor più importante, forse, è insegnare cosa siano i sentimenti e cosa farne. È, dunque, basilare prima parlare loro di relazione.