[pronunce]

La ricorrente, inoltre, sottolinea come quest'ultima disposizione configuri un regime speciale, che non può essere alterato unilateralmente dal legislatore ordinario - i cui interventi in materia non troverebbero dunque applicazione nella Regione speciale (art. 79, comma 4) - ma che potrebbe essere configurato solo con la procedura prevista dall'art. 104, primo comma, dello statuto, ossia «con legge ordinaria dello Stato su concorde richiesta del Governo e, per quanto di rispettiva competenza, della regione o delle due province». Ciò, in coerenza con il principio dell'accordo che, ad avviso della ricorrente, dominerebbe tutto il regime dei rapporti finanziari tra lo Stato e le Regioni speciali, riconosciuto anche nella giurisprudenza costituzionale (si richiamano le sentenze di questa Corte n. 133 del 2010; n. 82 del 2007; n. 353 del 2004; n. 98 del 2000; n. 39 del 1984). La ricorrente ritiene che il rinvio alle norme di attuazione dello statuto, in base all'art. 27 della legge 5 maggio 2009, n. 42 (Delega al Governo in materia di federalismo fiscale in attuazione dell'articolo 119 della Costituzione), non dovrebbe trarre in inganno, per tre ordini di ragioni: in primo luogo, dal momento che già l'accantonamento di risorse finanziarie - pari complessivamente a 920 milioni - a valere sulle quote di compartecipazione dei tributi erariali, sarebbe di per sé lesivo delle prerogative regionali; in secondo luogo, perché l'art. 79 dello statuto, che così verrebbe ad essere derogato, sarebbe modificabile solo con l'apposita procedura di cui all'art. 104 del medesimo statuto (ossia «con legge ordinaria dello Stato su concorde richiesta del Governo e, per quanto di rispettiva competenza, della regione o delle due province»), e non in sede di attuazione; in terzo e ultimo luogo, posto che in tal modo si verrebbe a determinare un vincolo di contenuto per le norme di attuazione dello statuto. Su questi ultimi due elementi si fonda perciò la pretesa violazione degli artt. 104 e 107 dello statuto speciale. È oggetto di censura altresì il criterio di riparto dell'accantonamento determinato dal terzo periodo dell'art. 28, comma 3, impugnato, che deve aver luogo «proporzionalmente alla media degli impegni finali registrata per ciascuna autonomia nel triennio 2007-2009», in quanto non risulta essere stato in alcun modo pariteticamente concordato tra Stato e Regioni speciali. Ulteriori profili di illegittimità riguarderebbero, infine, il quarto periodo del medesimo art. 28, comma 3, impugnato, sulla base del quale «[p]er la Regione siciliana si tiene conto della rideterminazione del fondo sanitario nazionale, per effetto del comma 2». Ad avviso della ricorrente la disposizione, ancorché oscura, sarebbe interpretabile nel senso che la quota di risorse da addossare alla Regione siciliana andrebbe ridotta in corrispondenza delle minori risorse del Fondo sanitario destinate alla medesima Regione. Se così fosse, si configurerebbe un'alterazione in peggio per la Regione autonoma Trentino-Alto Adige/Südtirol, che sarebbe chiamata a contribuire al finanziamento parziale della sanità siciliana, in violazione dell'art. 3 della Cost. - con censura reputata analoga ad altra già ritenuta ammissibile (e infondata) dalla Corte nella sentenza n. 16 del 2010 - e dell'autonomia finanziaria e amministrativa della Regione. La Regione autonoma Trentino-Alto Adige/Südtirol dubita altresì della legittimità costituzionale dell'art. 48, commi 1 e 1-bis, del medesimo d.l. n. 201 del 2011, convertito, con modificazioni, dall'art. 1, comma 1, della legge n. 214 del 2011, in riferimento agli artt. 69, 79, 103, 104 e 107 dello statuto speciale, oltre che delle relative norme di attuazione (in particolare gli artt. 9, 10 e 10-bis del d.lgs. n. 268 del 1992) , e del principio di leale collaborazione. L'art. 48 si compone di due commi che contengono due distinte disposizioni. Al comma 1 è dettata una generale «clausola di finalizzazione», in base alla quale le maggiori entrate erariali derivanti dal decreto-legge «sono riservate all'Erario, per un periodo di cinque anni, per essere destinate alle esigenze prioritarie di raggiungimento degli obiettivi di finanza pubblica concordati in sede europea, anche alla luce della eccezionalità della situazione economica internazionale. Con apposito decreto del Ministero dell'economia e delle finanze, da emanare entro sessanta giorni dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto e da trasmettere alla Camera dei deputati e al Senato della Repubblica, sono stabilite le modalità di individuazione del maggior gettito, attraverso separata contabilizzazione». Ad avviso della ricorrente tale disposizione risulterebbe in contrasto anzitutto con l'art. 69, comma 2, lettera b), dello statuto del Trentino-Alto Adige/Südtirol, che garantisce alla Regione una precisa compartecipazione all'IVA. Inoltre, essa non rispetterebbe due dei tre requisiti, stabiliti dall'art. 9 del d.lgs. n. 268 del 1992, necessari affinché il gettito derivante da maggiorazioni di aliquote o dall'istituzione di nuovi tributi possa essere riservato all'erario, e che questa Corte ha enunciato nella sentenza n. 182 del 2010. Mancherebbero, infatti, nella specie: in primo luogo, la finalizzazione del maggior gettito a finalità diverse tanto dal raggiungimento degli obiettivi di riequilibrio della finanza pubblica (art. 10, comma 6, del d.lgs. n. 268 del 1992) , quanto dalla copertura di spese derivanti dall'esercizio delle funzioni statali delegate alla Regione (art. 10-bis, comma 1, lettera b, del medesimo decreto legislativo), posto che le finalità individuate («raggiungimento degli obiettivi di finanza pubblica concordati in sede europea») coinciderebbero con il riequilibrio della finanza pubblica; in secondo luogo, la destinazione del maggior gettito alla copertura di nuove specifiche spese di carattere non continuativo che non rientrino nelle materie di competenza della Regione o delle Province, visto che nella specie, diversamente dall'art. 13-bis, comma 8, del decreto-legge 1° luglio 2009, n. 78 (Provvedimenti anticrisi, nonché proroga di termini e della partecipazione italiana a missioni internazionali), convertito, con modificazioni, dall'art. 1, comma 1, della legge 3 agosto 2009, n. 102, e scrutinato nella già citata sentenza n. 182 del 2010, ciò non accadrebbe. L'impugnato art. 48, comma 1, non potrebbe neppure trovare fondamento, sempre ad avviso della ricorrente, nell'art. 10 del d.lgs. n. 268 del 1992. Anzitutto perché tale disposizione risulterebbe inapplicabile una volta abrogato - dall'art. 2, comma 107, lettera a), della legge 23 dicembre 2009, n. 191, a decorrere dal 1° gennaio 2010 - l'art. 78 dello statuto speciale, cui tale disposizione dà attuazione.