[pronunce]

Ad avviso dell'INPS, la riduzione o l'annullamento del periodo indennizzabile, che si verifica in modo imprevisto nell'ipotesi di parto prematuro, non comporterebbe lesione di interessi costituzionalmente protetti, poiché quando la gestazione si interrompe anticipatamente, prima che essa giunga in uno stato avanzato, non si determina la presumibile riduzione del reddito, non essendo rimasto impedito lo svolgimento della normale attività lavorativa. Del resto, l'esistenza di un siffatto danno non è stata nemmeno dedotta dalla ricorrente, né prospettata dal rimettente, che ha posto la questione sotto il profilo della disparità di trattamento che si determinerebbe, nell'ipotesi di parto prematuro, a causa della minor durata dell'indennizzo economico. In definitiva, i casi di parto prematuro e di parto a termine darebbero luogo a situazioni obiettivamente diverse, che ricevono trattamenti economici differenziati in conseguenza della corrispondente minore durata del periodo che il legislatore ha ritenuto di dover tutelare. Non deve trascurarsi che l'assistenza alla prole nata prematuramente è comunque tutelata dalla possibilità per le lavoratrici autonome di modulare l'impegno lavorativo, ricevendo il sostegno economico post partum. Se si accogliesse una diversa interpretazione, l'indennità economica si trasformerebbe in un assegno una tantum, collegato esclusivamente all'evento del parto, che diverrebbe l'unico evento tutelato.1. - Il Tribunale di Treviso dubita della legittimità costituzionale dell'art. 3 della legge 29 dicembre 1987, n. 546 (Indennità di maternità per le lavoratrici autonome), nella parte in cui non prevede che, qualora il parto avvenga in data anticipata rispetto a quella presunta, l'indennità giornaliera sia corrisposta, oltre che per i tre mesi successivi alla data effettiva del parto, anche per il periodo non goduto prima del parto, fino al raggiungimento della durata complessiva di mesi cinque. Tale norma, ad avviso del giudice a quo, darebbe luogo ad una disparità di trattamento tra le coltivatrici dirette che partoriscono prematuramente e quelle che partoriscono a termine; sussisterebbe, inoltre, un contrasto con l'art. 31 della Costituzione, che impone la protezione della maternità e del minore, anche con misure economiche. 2. - La questione è infondata, nei sensi di seguito precisati. 3. - Il legislatore, con la legge n. 546 del 1987, ha riconosciuto alle lavoratrici autonome il diritto al trattamento di maternità per i medesimi periodi di gravidanza e puerperio nei quali l'indennità è corrisposta alle lavoratrici subordinate, e precisamente per i due mesi antecedenti la data presunta del parto e per i tre mesi successivi alla data effettiva del parto. Nell'ipotesi di parto prematuro, mentre per le lavoratrici subordinate è stata prevista dall'art. 11 della legge 8 marzo 2000, n. 53 (Disposizioni per il sostegno della maternità e paternità, per il diritto alla cura e alla formazione e per il coordinamento dei tempi delle citta) la possibilità che "i giorni non goduti di astensione obbligatoria prima del parto vengono aggiunti al periodo di astensione obbligatoria dopo il parto", analoga disposizione, come osservano sia il giudice rimettente che l'INPS, non è stata emanata in relazione alle lavoratrici autonome. Una siffatta disposizione è ora contenuta nell'art. 68 del decreto legislativo 26 marzo 2001, n. 151 (Testo unico delle disposizioni legislative in materia di tutela e sostegno della maternità e paternità, a norma dell'articolo 15 della legge 8 marzo 2000, n. 53), il quale, eliminando il riferimento sia alla data presunta del parto che a quella effettiva, attribuisce l'indennità "per i due mesi antecedenti la data del parto e per i tre mesi successivi alla stessa". Onde attualmente, nell'ipotesi di parto prematuro, l'indennità è comunque corrisposta per complessivi cinque mesi, indipendentemente dalla durata della gestazione. Benché la citata norma, entrata in vigore dopo la pronuncia della ordinanza di rimessione, non possa trovare diretta applicazione nel giudizio a quo, tuttavia essa obbliga l'interprete ad una opzione ermeneutica conforme all'evoluzione del sistema normativo. Tale evoluzione si pone del resto in continuità con i principi ripetutamente affermati da questa Corte in ordine alla tutela della maternità. Si è infatti più volte osservato che gli interventi legislativi succedutisi in materia attestano come il fondamento della protezione sia ormai ricondotto alla maternità in quanto tale e non più, come in passato, solo in quanto collegata allo svolgimento di un'attività di lavoro subordinato (da ultimo, sentenza n. 405 del 2001); ed inoltre che le differenti modalità del trattamento di maternità possono trovare giustificazione solo nella specificità delle situazioni lavorative, identico essendo il bene da tutelare (sentenza n. 361 del 2000). Infatti, l'indennità di maternità, pur se diversamente disciplinata in relazione alle differenti attività lavorative ed in ragione delle peculiarità proprie di ciascuna categoria di lavoratrici, assolve sempre alla medesima duplice funzione, che consiste nel tutelare la salute della donna e del bambino ed evitare che alla maternità si colleghi uno stato di bisogno o più semplicemente una diminuzione del tenore di vita (tra le tante, si vedano le sentenze n. 310 del 1999 e n. 3 del 1998). Con particolare riferimento alle lavoratrici autonome e alle libere professioniste, si è poi affermato che la corresponsione dell'indennità di maternità non è collegata all'effettiva astensione dal lavoro, non potendo sussistere un obbligo in tal senso, in considerazione delle modalità di svolgimento di tale attività lavorativa, rimesse alla determinazione della donna. L'applicazione di tali principi obbliga quindi ad interpretare la denunciata norma nel senso, conforme a Costituzione, che l'indennità spetta in ogni caso per la durata complessiva di mesi cinque.. per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE Dichiara non fondata, nei sensi di cui in motivazione, la questione di legittimità costituzionale dell'art. 3 della legge 29 dicembre 1987, n. 546 (Indennità di maternità per le lavoratrici autonome), sollevata, in riferimento agli artt. 3 e 31 della Costituzione, dal Tribunale di Treviso con l'ordinanza in epigrafe. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 9 maggio 2002. Il Presidente: Ruperto Il redattore: Contri Il cancelliere: Di Paola Depositata in cancelleria il 16 maggio 2002. Il direttore della cancelleria: Di Paola