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determinando i costi standard per la sanità delle regioni e i fabbisogni standard per tutte le funzioni fondamentali dei comuni (le cui note metodologiche sono state recentemente approvate nella Commissione paritetica per l'attuazione del federalismo fiscale) è stato finalmente superato il criterio perverso e deresponsabilizzante del finanziamento in base alla spesa storica. Costi e fabbisogni standard vengono peraltro considerati dall'Ocse come il criterio di perequazione più evoluto: la loro costituzionalizzazione serve a impedire passi indietro rispetto all'importante risultato raggiunto. In questo modo si pone anche un limite alla prassi dei tagli lineari, che spesso hanno penalizzato gli enti virtuosi, e altrettanto spesso hanno scacciato la spesa buona e mantenuto quella cattiva. È poi urgente garantire una maggiore stabilità e certezza delle risorse spettanti alle autonomie territoriali, spesso terremotate dai continui cambiamenti legislativi che mettono a serio rischio le possibilità di programmazione: nel 2013 il termine per approvare i bilanci preventivi dei comuni è stato necessario fissarlo al 30 novembre. Non sono certo queste le condizioni per l'esercizio di una autonomia fiscale responsabile: occorre quindi creare le premesse per un quadro che garantisca stabilità. Nella Costituzione tedesca le basi imponibili che spettano ai comuni (e ai Länder ) sono stabilite nella lunga parte che viene in essa dedicata al sistema di finanziamento delle autonomie (articoli 105 e seguenti GG). Una soluzione analoga non sembra prospettabile nella Costituzione italiana, dove l'effetto della stabilizzazione può essere ottenuto assegnando ad una legge bicamerale la definizione degli elementi fondamentali del sistema di finanziamento delle autonomie territoriali. La soluzione ricalcherebbe quindi la LOFCA spagnola: nella legge bicamerale sulla finanza territoriale dovrebbero essere indicate le linee fondamentali del sistema di finanziamento (ad esempio quali compartecipazioni o quali basi imponibili vengono assegnate agli enti territoriali, la struttura fondamentale dei tributi e della perequazione, i principi generali e fondamentali di coordinamento del sistema). La legge statale ordinaria, rispetto alla quale il Senato delle regioni avrebbe un limitato potere di intervento, potrebbe poi modulare le aliquote o l'entità delle compartecipazioni, sia per interventi ordinari o anche eventualmente per fare fronte a esigenze straordinarie di manovra pubblica, ma non potrebbe stravolgere il quadro del sistema definito dalla legge bicamerale. Una riserva di competenza alla legge bicamerale viene quindi disposta all'interno dell'articolo 119 della Costituzione in ordine al coordinamento del sistema tributario garantendo stabilità alle linee di fondo del sistema. Quanto stabilito dalla legge bicamerale a livello di struttura di fondo del sistema, sarebbe poi oggetto di specificazione da parte o della legge statale ordinaria (ad esempio la determinazione delle aliquote di compartecipazione ad un tributo erariale come l'Iva) o della legge regionale (ad esempio l'istituzione di una imposta regionale su un presupposto lasciato libero dalla imposizione statale), secondo la rispettiva competenza. Nell'ambito della legge bicamerale sulla finanza territoriale dovrà peraltro trovare collocazione un opportuno principio diretto a specificare che eventuali ripiani di enti territoriali in situazione di dissesto finanziario sono automaticamente accompagnati da misure di effettivo commissariamento statale. In un sistema ispirato a un ampio decentramento di funzioni legislative e amministrative è infatti fondamentale un forte ruolo di coordinamento dello Stato centrale. Da questo punto di vista sono state rilevate, anche di recente, applicazioni del potere sostitutivo non sempre efficaci, come quella della nomina di Presidenti di regione, che potrebbero essere stati corresponsabili di gravi dissesti di bilancio, a commissari per la sanità nelle rispettive regioni. È opportuno quindi precisare, nell'attuale testo dell'articolo 120, secondo comma, della Costituzione, che la legge statale destinata a disciplinare le procedure del potere sostitutivo si ispiri anche al principio di efficienza, superando implicitamente quindi le improprie prassi del passato. È stato poi ritenuto opportuno prevedere, come avviene nella generalità dei sistemi federali, che i trasferimenti vincolati di cui al quinto comma dell'articolo 119 possano essere effettuati, con legge bicamerale e in presenza di determinate esigenze tassativamente elencate, alle condizioni previste dalla stessa disposizione (promuovere lo sviluppo economico, la coesione e solidarietà sociale, eccetera), anche nei confronti della generalità degli enti territoriali e non -- come nella versione vigente -- solo a favore di determinati enti. Ferma poi la distinzione tra autonomie ordinarie e autonomie speciali, si presenta tuttavia necessario favorire un processo di riduzione delle diversità ingiustificate, definendo i termini generali dell'integrazione di esse nel sistema nazionale del cosiddetto «federalismo fiscale» e della perequazione. In questo senso, l'articolo 119 viene adeguato chiarendo che i territori cui si riferisce il fondo perequativo sono, in generale, «i territori della Repubblica». Da ultimo, l'attuale Titolo V, modificando l'articolo 127 della Costituzione che sottoponeva al visto governativo la promulgazione delle leggi regionali, ha previsto che l'eventuale impugnazione governativa di una legge regionale illegittima possa avvenire entro sessanta giorni dalla pubblicazione della stessa. L'innovazione è stata decisamente negativa. Non solo talune forme di contrattazione, che si volevano eliminare, si sono ripetute anche nei sessanta giorni entro cui il governo può impugnare una legge ma -- questo è il punto più grave -- l'entrata in vigore di una legge regionale impugnata dal Governo ha spesso determinato per tutto l'arco dei tempi di attesa della decisione della Corte (alcuni mesi) gravi incertezze circa il diritto vigente, nocive sia per le amministrazioni che per gli operatori e le imprese (si pensi alla attività edilizia sospesa per quasi due anni dal contenzioso Stato-regioni sulla Scia o a quelle regioni che approvano leggi certamente destinate alla loro caducazione da parte della Corte ma in grado di soddisfare temporaneamente taluni interessi). Nel tentativo di porre riparo a questi effetti negativi una disposizione della cosiddetta legge La Loggia (articolo 9 della legge n. 131 del 2003) aveva previsto che la Corte possa sospendere l'efficacia della legge impugnata, ma le condizioni richieste per attuare tale procedimento («il rischio di un irreparabile pregiudizio all'interesse pubblico o all'ordinamento giuridico della Repubblica, ovvero il rischio di un pregiudizio grave ed irreparabile per i diritti dei cittadini», eccetera) e l’eventuale previsione di un intasamento dei giudizi hanno finora spinto la Corte a non utilizzare tale facoltà. È quindi opportuna, anche in considerazione dell'eliminazione della competenza concorrente, una modifica costituzionale dell'articolo 127, che consenta al Governo di sospendere -- dandone comunicazione al Senato delle regioni -- l'efficacia di una legge regionale impugnata davanti alla Corte fino alla definizione del giudizio della Corte stessa. L'obbligo di comunicazione al Senato delle regioni, con il conseguente dibattito che si potrebbe aprire, eviterebbe un uso oltranzista da parte del Governo di questa facoltà. In conclusione, con la revisione di questi aspetti della nostra Costituzione si ricostruiscono le coordinate funzionali a inaugurare una nuova stagione del nostro assetto istituzionale decentrato.