[pronunce]

che detta disposizione dovrebbe ritenersi in contrasto con l'art. 3 Cost., quanto meno nella parte in cui preclude l'accesso al rito agli imputati del delitto di cui all'art. 416-bis cod. pen. (associazione di tipo mafioso), trattandosi di reato la cui pena edittale – a differenza di quella del reato, parimenti escluso, di cui all'art. 74 del d.P.R. 9 ottobre 1990, n. 309 (Testo unico delle leggi in materia di disciplina degli stupefacenti e sostanze psicotrope, prevenzione cura e riabilitazione dei relativi stati di tossicodipendenza) – potrebbe consentire, di per sé, il patteggiamento “allargato”; che, al riguardo, non varrebbe sostenere che quella censurata rappresenta una scelta di politica criminale, giustificata dall'allarme sociale destato dai reati esclusi, posto che qualunque scelta di politica criminale non potrebbe comunque ridondare in un vulnus dell'art. 3 Cost.: vulnus ravvisabile per contro nel caso in esame, sia sul piano del difetto di ragionevolezza, che su quello della disparità di trattamento di ipotesi tra loro assimilabili; che i soggetti cui è riferimento nell'art. 444, comma 1-bis, cod. proc. pen. possono infatti accedere tanto al giudizio abbreviato, quanto al patteggiamento «minore»: con la conseguenza che la preclusione risulterebbe priva di razionale giustificazione, esprimendo solo una «simbolica volontà» del legislatore di non consentire l'ulteriore rito semplificato a soggetti che già possono ottenere «aliunde» il medesimo sconto di pena; che il denunciato difetto di ragionevolezza risulterebbe, d'altra parte, ancor più evidente ove si consideri che al patteggiamento “allargato” possono invece accedere gli imputati di una serie di altri reati di vasto allarme sociale – quali la corruzione, la concussione, la rapina e l'estorsione – la cui pena edittale è assimilabile a quella prevista dall'art. 416-bis cod. pen.: senza considerare che l'omogeneità della pena è essa stessa indice dell'analogo disvalore sociale che, nell'apprezzamento del legislatore, connota le diverse condotte; che ammettere che possa farsi luogo ad una differenziazione di schemi processuali in rapporto al tipo di reato contestato e non ai limiti di pena edittale, precludendone alcuni a determinate categorie di soggetti (i «mafiosi», i delinquenti abituali o professionali, i recidivi) – operazione, questa, che parrebbe evocare la teoria del cosiddetto «tipo di autore» – significherebbe legittimare irrazionali discriminazioni soggettive a parità di sanzione penale, mediante istituti (i riti semplificati) che sono finalizzati «all'accertamento dei fatti e non alla repressione di ipotesi di reato»; che la questione sarebbe, infine, rilevante nel giudizio a quo almeno per gli imputati del solo reato di cui all'art. 416-bis cod. pen. , i quali – nel caso di suo accoglimento – potrebbero fruire di una pena «certa» stabilita a seguito di accordo, piuttosto che sottoporsi all'alea del giudizio «libero» sulla pena, salva la diminuzione di un terzo, oltre che dei benefici di cui all'art. 445 cod. proc. pen. , non previsti in rapporto al rito abbreviato; che con le due ordinanze indicate in epigrafe, di analogo tenore, il Giudice dell'udienza preliminare del Tribunale di Asti ha sollevato, in riferimento all'art. 3, primo comma, Cost., questione di legittimità costituzionale dell'art. 444, comma 1-bis, cod. proc. pen. , introdotto dall'art. 1 della legge n. 134 del 2003, nella parte in cui esclude dal patteggiamento “allargato” i recidivi reiterati; che il giudice a quo premette di essere investito di procedimenti penali nei confronti di persone imputate di vari reati, le quali avevano formulato, ai sensi dell'art. 444 cod. proc. pen. , richieste di applicazione di pene superiori ai due anni di reclusione; che, in un caso (ordinanza r.o. n. 347 del 2005), il pubblico ministero aveva negato il proprio consenso unicamente in ragione del fatto che gli imputati richiedenti versavano nella condizione di recidivi reiterati, ai sensi dell'art. 99, quarto comma, cod. pen. ; mentre nell'altro (ordinanza r.o. n. 478 del 2005), pur avendo il pubblico ministero prestato il consenso, l'istanza non avrebbe potuto essere accolta per la medesima ragione, legata alla qualità di recidivo reiterato del richiedente; che ad avviso del giudice a quo, tuttavia, l'art. 444, comma 1-bis, cod. proc. pen. , nell'escludere i recidivi reiterati dal patteggiamento “allargato”, violerebbe l'art. 3, primo comma, Cost.; detta esclusione risulterebbe irragionevole, ponendosi in contrasto con la stessa ratio dell'istituto dell'applicazione della pena su richiesta delle parti, il quale è finalizzato non già ad accordare un beneficio all'imputato, ma ad agevolare la definizione dei processi; che il patteggiamento costituisce, infatti, un negozio processuale a contenuto predeterminato, nel quale i vantaggi riconosciuti all'imputato sono compensati dalla sua accettazione di una pena concordata, con rinuncia al dibattimento e al grado dell'appello: nella qual ottica è già previsto che tanto il pubblico ministero, nel prestare o meno il proprio consenso, quanto il giudice, nel valutare la congruità della pena e la corretta applicazione delle circostanze, debbano tener conto della maggiore pericolosità sociale derivante dalla recidiva reiterata; che il dubbio di costituzionalità riuscirebbe d'altro canto rafforzato, quanto al vulnus del principio di eguaglianza, dal confronto con la disciplina del patteggiamento “infrabiennale” e del giudizio abbreviato; che, riguardo al primo, l'unico limite all'ammissibilità del rito è infatti rappresentato dall'entità della pena detentiva concordata tra la pubblica accusa e l'imputato (due anni): sicché, una volta compiuta la scelta di ampliare fino a cinque anni la pena che le parti possono concordare – all'evidente scopo di incrementare il numero dei processi definibili con tale rito – non vi sarebbe ragione per vanificare siffatta finalità deflattiva, escludendo gli imputati recidivi reiterati; che la limitazione in discorso si rivelerebbe altrettanto ingiustificata nel confronto con la disciplina del giudizio abbreviato (che non la contempla), giacché – pur nella diversità dei due riti – le conseguenze della scelta fra l'uno e l'altro risulterebbero identiche nel caso di condanna, comportando entrambi la diminuzione di un terzo della pena ritenuta congrua; che, d'altra parte, il patteggiamento “allargato” non comporta i benefici connessi all'applicazione della pena su richiesta entro il limite dei due anni (esenzione dal pagamento delle spese processuali e dall'applicazione delle pene accessorie e delle misure di sicurezza, diverse dalla confisca); onde la sentenza che applica la pena superiore ai due anni risulterebbe – quanto agli effetti per l'imputato – assai simile alla sentenza di condanna emessa a seguito di giudizio abbreviato, differenziandosene unicamente per l'inefficacia nei giudizi civili e amministrativi: