[pronunce]

e ciò con riferimento non soltanto alle eventuali parti civili, ma anche alle altre persone indagate nell'ambito del medesimo procedimento, le quali abbiano interesse all'utilizzazione delle conversazioni, in quanto contenenti elementi decisivi ai fini della dimostrazione della propria innocenza; che – coeteris paribus – la perseguibilità e la condanna della persona sottoposta a procedimento penale, così come il conseguimento del risarcimento del danno e delle restituzioni a favore della parte civile, verrebbero quindi a dipendere da un fatto puramente casuale: quale la presenza o meno, tra le fonti di prova, dell'intercettazione di comunicazioni o conversazioni cui ha «preso parte» una persona che, al momento della raccolta del mezzo di prova, non aveva alcuna qualifica pubblicistica di rango costituzionale, ma ha acquisito tale qualifica nel corso del procedimento; che sarebbero compromessi, infine, i principi di obbligatorietà dell'azione penale e di uguaglianza delle parti del processo, previsti dagli artt. 112 e 101 (recte: 111), secondo comma, Cost.: e ciò perché le previsioni degli artt. 4 e 6 della legge n. 140 del 2003 – lette nei sensi in precedenza precisati – comprimerebbero l'obbligo del pubblico ministero di esercitare l'azione penale non solo e non tanto nei confronti del membro del Parlamento, il quale abbia preso parte a conversazioni intercettate prima della sua elezione, ma anche nei confronti degli indagati o coindagati nel procedimento in cui sono state raccolte le fonti di prova tutelate; questi ultimi verrebbero dunque a beneficiare di una vera e propria «immunità», non potendo essere utilizzati nei loro confronti i risultati di prove ordinariamente utilizzabili in tutti i procedimenti penali; che nel giudizio di costituzionalità è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che la questione sia dichiarata inammissibile o comunque infondata. Considerato che la premessa interpretativa posta dal giudice rimettente a base dei propri dubbi di costituzionalità – vale a dire la asserita applicabilità della disciplina, di cui agli artt. 4 e 6 della legge 20 giugno 2003, n. 140, anche alle intercettazioni delle conversazioni di persona che acquisisca la qualità di parlamentare solo in epoca successiva all'espletamento del mezzo di ricerca della prova – si presenta priva di ogni argomento di supporto; che il giudice a quo qualifica, difatti, l'anzidetta esegesi come «l'unica possibile alla stregua dei criteri ermeneutici dettati dall'ordinamento», senza fornire altra giustificazione del proprio assunto che un generico riferimento alle «osservazioni» contenute, in tesi, in una pronuncia della Corte di cassazione (l'ordinanza 4 febbraio-9 marzo 2004, n. 10772) e nei lavori preparatori della legge n. 140 del 2003; che, per contro, la Corte di cassazione ha sollevato, con la citata ordinanza, una questione di legittimità costituzionale del tutto distinta da quella odierna (questione dichiarata tra l'altro inammissibile da questa Corte per essere la motivazione in punto di rilevanza fondata su una premessa interpretativa non condivisibile e contraddittoria: sentenza n. 163 del 2005); e, d'altra parte, il rimettente non ha indicato a quali specifici passaggi dell'iter parlamentare della legge de qua intenda riferirsi; che, in fatto, l'interpretazione in parola non trova riscontro nel testo delle norme censurate, le quali individuano le conversazioni “protette” con formule che, di per sé, evocano l'attualità della qualifica parlamentare del soggetto intercettato («quando occorre eseguire nei confronti di un membro del Parlamento [ …] intercettazioni, in qualsiasi forma»; «conversazioni o comunicazioni intercettate in qualsiasi forma [… ] alle quali hanno preso parte membri del Parlamento»): rilievo, questo, tanto più significativo, in quanto si discute di una tutela che – secondo lo stesso giudice a quo – ha «carattere eccezionale e derogatorio di altri principi costituzionali»; così da rendere le norme che la contemplano di stretta interpretazione; che, d'altro canto, con particolare riguardo all'ipotesi regolata dell'art. 4 della legge n. 140 del 2003 – la quale prevede, relativamente alle cosiddette intercettazioni «dirette», un'autorizzazione di tipo preventivo (condizionante, cioè, la stessa esecuzione dell'atto) – è del tutto evidente come una simile autorizzazione non sia concepibile, anche sul piano logico, rispetto alle conversazioni di persona che sia divenuta parlamentare solo dopo l'esecuzione delle operazioni; che, se così è, la medesima soluzione vale anche per l'ipotesi regolata dall'art. 6, che contempla – per le cosiddette intercettazioni «indirette» – un'autorizzazione successiva (condizionante, cioè, non l'esecuzione, ma l'utilizzazione dei risultati delle intercettazioni); non potendosi presumere, fino a quando non consti una espressa indicazione normativa di segno contrario, che il legislatore abbia inteso accordare alle intercettazioni «indirette» una protezione più incisiva di quella prefigurata per le intercettazioni «dirette»; che, a tale proposito, l'art. 6, comma 2, della legge n. 140 del 2003 – nel prevedere che l'autorizzazione all'utilizzazione delle intercettazioni «indirette» è data dalla Camera alla quale il parlamentare «appartiene o apparteneva» al momento in cui le conversazioni o le comunicazioni sono state intercettate – può ritenersi riferito all'ipotesi inversa a quella oggetto del giudizio a quo: vale a dire al caso del parlamentare che, dopo l'esecuzione delle intercettazioni, abbia perso tale qualità; che il giudice a quo accenna, sotto diverso profilo, al fatto che l'interpretazione di cui si discute sarebbe stata «condivisa incidentalmente» dalla Camera di deputati, in sede di esame della richiesta di autorizzazione all'utilizzazione delle intercettazioni, in precedenza erroneamente presentata dal pubblico ministero nello stesso procedimento, ai sensi dell'art. 4 della legge n. 140 del 2003; che l'affermazione non trova riscontro negli atti parlamentari relativi a tale richiesta di autorizzazione (relazione della Giunta per le autorizzazioni e dibattito in Aula); al contrario, la Camera dei deputati ha posto in evidenza – quale profilo pregiudiziale ostativo all'esame del merito della domanda – la circostanza che, nel caso di specie, le intercettazioni erano state eseguite prima della proclamazione del deputato intercettato; che l'impossibilità di estendere la normativa in questione alle intercettazioni di persone ancora prive dello status di parlamentare è stata confermata, altresì, dalla successiva prassi parlamentare in tema di autorizzazioni (si veda, in particolare, la relazione della Giunta per le autorizzazioni della Camera dei deputati presentata alla Presidenza il 25 luglio 2007, doc. IV, n. 9-A); che, pertanto, a prescindere da ogni ulteriore rilievo, la questione va dichiarata manifestamente infondata, in quanto basata su un erroneo presupposto interpretativo. Visti gli artt. 26, secondo comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87, e 9, comma 2, delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale.. .