[ddlpres]

Delega al Governo per l'introduzione di modifiche al sistema previdenziale. Onorevoli Senatori. -- La crisi economica che ha duramente colpito il nostro Paese a partire dal 2008 ha portato a una serie di riforme che non si sono discostate dalle linee di intervento prevalentemente adottate nell'Unione europea. A una prima fase di sostegno al welfare realizzata tramite il massiccio ricorso agli ammortizzatori sociali in deroga e con l'introduzione di alcune misure di contrasto alla povertà (quali ad esempio la social card ), ne è seguita una seconda di interventi volti a ridurre la spesa previdenziale, inducendo il legislatore a intervenire a più riprese, e non sempre in maniera organica, sui sistemi pensionistici. Tra le prime e più incisive misure adottate in tal senso merita particolare menzione il decreto-legge n. 78 del 2009, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 102 del 2009, caratterizzato dall'innalzamento dell'età pensionabile correlata all'aumento della speranza di vita. A tale provvedimento hanno fatto seguito il decreto-legge n. 78 del 2010, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 122 del 2010, e nel 2011, il decreto-legge n. 98 del 2011, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 111 del 2011, recante disposizioni urgenti per la stabilizzazione finanziaria, e il decreto-legge n. 138 del 2011, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 148 del 2011, recante ulteriori misure urgenti per la stabilizzazione finanziaria e per lo sviluppo. Il legislatore è intervenuto nuovamente sulla materia tramite la legge n. 183 del 2011, le cui disposizioni sono state in buona parte superate, come evidenziato in seguito, dal decreto-legge n. 201 del 2011, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 214 del 2011. Complessivamente tale corpus normativo ha previsto il blocco della rivalutazione automatica delle pensioni; il posticipo di alcuni mesi per l'accesso alla pensione di anzianità; il ritorno alla finestra cosiddetta mobile, ma con l'attribuzione del diritto alla prestazione pensionistica dodici mesi dopo la maturazione dei requisiti; l'innalzamento dell'età pensionabile delle dipendenti pubbliche prima e delle lavoratrici del settore privato poco tempo dopo; la decurtazione della pensione ai superstiti al coniuge in relazione all'età dei coniugi e alla durata del matrimonio; i programmi di revisione delle pensioni di invalidità civile (e con essi il tentativo, poi abortito, di alzare la soglia di invalidità all'84 per cento), la revisione delle norme processuali; l'introduzione di uno speciale contributo di solidarietà a carico delle pensioni eccedenti i 90.000 euro annui; l'introduzione del principio dell'onerosità per tutte le forme di ricongiunzione delle posizioni pensionistiche. Il peggioramento della situazione economica del Paese e il cambiamento di Governo hanno portato, come è noto, a un ulteriore intervento sul sistema pensionistico, la cosiddetta riforma Monti-Fornero, attuata con il citato decreto-legge n. 201 del 2011, recante disposizioni urgenti per la crescita, l'equità e il consolidamento dei conti pubblici, che si caratterizza sia per le finalità perseguite, sia per l'introduzione di ulteriori misure restrittive, sia per la ridefinizione di alcuni degli aspetti più controversi delle precedenti riforme. Esigenze di brevità impongono qui di non dare conto di tutti i profili della riforma e di concentrare l'attenzione solo su quelli più rilevanti ai fini di una revisione complessiva della normativa. Un primo dato da tenere in considerazione attiene alle finalità della riforma, che sono chiaramente indicate nel comma 1 dell'articolo 24 del suddetto decreto-legge n. 201 del 2011. La nuova normativa è diretta a «garantire il rispetto degli impegni internazionali e con l'Unione europea, dei vincoli di bilancio, la stabilità economico finanziaria e a rafforzare la sostenibilità di lungo periodo del sistema pensionistico». A tale fine sono individuati esplicitamente alcuni princìpi e criteri direttivi che vale la pena riportare: a) equità e convergenza intragenerazionale, con abbattimento dei privilegi e clausole derogative soltanto per le categorie più deboli; b) flessibilità nell'accesso ai trattamenti pensionistici anche attraverso incentivi alla prosecuzione della vita lavorativa; c) adeguamento dei requisiti di accesso alle variazioni della speranza di vita. La riforma del 2011 ha avuto meriti di stabilizzazione finanziaria, evitando il collasso della finanza pubblica, al prezzo di forti ripercussioni sociali (quali in particolare la doppia indicizzazione tra aumento dell'età e speranza di vita) ed è ormai evidente la necessità di superare la rigidità del nostro attuale sistema previdenziale tramite sostanziali modifiche. Di particolare rilevanza è l’introduzione di elementi di flessibilità sull'età pensionabile, anche al fine di evitare il formarsi di ondate di lavoratori anziani espulsi dalle aziende ma lontani dal raggiungimento dei requisiti per la pensione che, una volta esaurito il sussidio di disoccupazione, resterebbero senza reddito. Tale misura contribuirebbe, inoltre, a incentivare l'occupazione giovanile e migliorare la competitività delle imprese che avrebbero a disposizione risorse nuove. Un tempestivo intervento in tal senso risulta essere particolarmente opportuno anche alla luce del fatto che l'età anagrafica per la pensione di vecchiaia e gli anni di contribuzione per quella anticipata saranno aumentati di quattro mesi dal primo gennaio 2016. È questo l'effetto del collegamento tra incremento dell'aspettativa di vita (così come calcolata dall'ISTAT) e requisiti pensionistici. A certificarlo è il decreto del Ragioniere generale dello Stato 16 dicembre 2014, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 301 del 30 dicembre 2014, recante adeguamento dei requisiti di accesso al pensionamento agli incrementi della speranza di vita, oggetto della circolare dell’INPS n. 63 del 20 marzo 2015. In particolare, il predetto decreto ha disposto che: «A decorrere dal 1º gennaio 2016, i requisiti di accesso ai trattamenti pensionistici di cui all'articolo 12, commi 12- bis e 12- quater , fermo restando quanto previsto dall'ultimo periodo del predetto comma 12- quater , del decreto-legge 31 maggio 2010, n. 78, convertito, con modificazioni, dalla legge 30 luglio 2010, n. 122, e successive modificazioni e integrazioni, sono ulteriormente incrementati di 4 mesi e i valori di somma di età anagrafica e di anzianità contributiva di cui alla Tabella B allegata alla legge 23 agosto 2004, n. 243, e successive modificazioni, sono ulteriormente incrementati di 0,3 unità». Altra criticità particolarmente rilevante è il fatto che dal nostro regime pensionistico scaturiscono risultati differenziati tra uomini e donne, derivanti sia da caratteristiche generali del loro design (grado di redistribuzione, requisiti anagrafici o contributivi richiesti, sviluppo delle componenti private), sia da caratteristiche specifiche pensate ad hoc per differenziare secondo il genere (requisiti anagrafici o contributivi differenziati per genere, coefficienti di trasformazione del montante contributivo basati su speranze di vita differenziate per genere). Le riforme dei sistemi previdenziali che incidono su questi parametri hanno tipicamente un impatto differenziato su uomini e donne.