[pronunce]

che, in pari tempo, sarebbe venuta meno anche quella situazione di «soverchiante prevalenza» del rappresentante della pubblica accusa nella fase delle indagini preliminari (e dunque nella raccolta delle fonti di prova) cui — secondo le affermazioni della sentenza n. 98 del 1994 — poteva ben corrispondere, in passato, per ragioni di «riequilibrio», il riconoscimento in altre fasi all'imputato di poteri non attribuiti al pubblico ministero; che la nuova disciplina delle indagini difensive, introdotta dalla legge 7 dicembre 2000, n. 397 (Disposizioni in materia di indagini difensive) — molto più ampia ed articolata di quella precedentemente racchiusa nell'art. 38 disp. att. cod. proc. pen. — comporterebbe, infatti, che il materiale probatorio, sulla cui base è accordato al solo imputato e senza il consenso del pubblico ministero il potere di scelta del rito alternativo, possa formarsi in modo ben diverso che per il passato: onde la palese disparità delle parti, con riferimento non soltanto all'iniziativa per l'accesso al giudizio abbreviato, ma anche ai poteri di impugnazione, non verrebbe più a «bilanciare» — nei termini «totalizzanti» in cui è configurata — una situazione analoga, ma di segno opposto (quella, cioè, della predisposizione da parte del pubblico ministero del materiale probatorio); che, in simile situazione, un diverso trattamento della parte pubblica e dell'imputato, quanto al diritto di impugnazione, potrebbe trovare una giustificazione costituzionalmente accettabile solo nella accennata finalità di rapida definizione dei processi: finalità peraltro non ravvisabile, per le considerazioni dianzi ricordate, in rapporto alla preclusione dell'appello incidentale, che si risolverebbe, così, in un sacrificio affatto irragionevole del principio di parità fra accusa e difesa. Considerato che la Corte di appello rimettente dubita della legittimità costituzionale, in riferimento all'art. 111, secondo comma, della Costituzione, degli artt. 443, comma 3, e 595 del codice di procedura penale, nella parte in cui escludono l'appello incidentale del pubblico ministero contro le sentenze di condanna pronunciate a seguito di giudizio abbreviato; che — come lo stesso giudice a quo rammenta — questa Corte ha già ripetutamente escluso, in termini generali, che la disposizione di cui all'art. 443, comma 3, cod. proc. pen. contrasti con il parametro costituzionale evocato: infatti, per un verso, il principio di parità delle parti «non comporta necessariamente l'identità tra i poteri processuali del pubblico ministero e quelli dell'imputato», potendo una disparità di trattamento risultare giustificata, «nei limiti della ragionevolezza, sia dalla peculiare posizione istituzionale del pubblico ministero, sia dalla funzione allo stesso affidata, sia da esigenze connesse alla corretta amministrazione della giustizia»; e, per un altro verso, il limite all'appello della parte pubblica, oggetto di censura, «continua a trovare giustificazione, come per il passato, nell'obiettivo primario della rapida e completa definizione dei processi svoltisi in primo grado con il rito abbreviato: rito che — sia pure, oggi, per scelta esclusiva dell'imputato — implica una decisione fondata, in primis, sul materiale probatorio raccolto dalla parte che subisce la limitazione denunciata, fuori delle garanzie del contraddittorio» (cfr. ordinanze n. 165 del 2003, n. 347 del 2002 e n. 421 del 2001); che ad avviso del giudice a quo, tale giustificazione potrebbe peraltro valere solo in rapporto all'appello principale, ma non anche con riguardo all'appello incidentale, dato che quest'ultimo non comporterebbe alcuna attività processuale ulteriore rispetto a quella già richiesta dall'impugnazione principale dell'imputato, che ne costituisce «necessario presupposto e costante limite»; che, in senso contrario, va tuttavia rilevato come le sezioni unite della Corte di cassazione — nel dirimere, con la sentenza 18 giugno-23 luglio 1993, n. 7247 (citata dallo stesso rimettente), il contrasto di giurisprudenza insorto, dopo l'entrata in vigore del nuovo codice di rito, circa l'estensione della preclusione posta dalla norma in esame anche all'appello incidentale — abbiano specificamente rimarcato che l'esclusione dell'impugnazione incidentale della parte pubblica non può considerarsi «inutile», sul piano dell'economia processuale: giacché, anche in presenza dell'appello principale dell'imputato, «essa serve comunque a ridurre le questioni di merito deducibili nei confronti della sentenza emessa nel giudizio abbreviato e di riflesso a ridurre anche le occasioni di ricorso per cassazione»; che tale asserto appare tanto più valido ove, da un lato, si ritenga — in conformità ad un diffuso (anche se non incontrastato) orientamento interpretativo — che i limiti oggettivi dell'appello incidentale sono segnati non dai punti, ma dai capi della decisione investiti dall'appello principale (onde, nell'ambito del medesimo capo, l'impugnazione incidentale potrebbe avere ad oggetto anche punti diversi da quelli su cui verte l'impugnazione avversaria); ed ove, da un altro lato, si consideri che, specie in tale ottica, la proposizione dell'appello incidentale può fornire ulteriori occasioni per l'esercizio del potere officioso di rinnovazione dell'istruzione dibattimentale, da parte del giudice di appello: potere che la giurisprudenza di legittimità ritiene configurabile anche nel caso di processo celebrato in primo grado nelle forme del rito abbreviato; che, peraltro, anche a voler prescindere da quanto precede, resta comunque dirimente il rilievo che — dopo il ricordato intervento della Corte di cassazione a sezioni unite, alla stregua di un indirizzo giurisprudenziale costante, sostanzialmente condiviso dallo stesso giudice a quo — il principio generale, a livello di sistema delle impugnazioni, è quello della non spettanza del potere di appello incidentale alla parte che è priva del potere di proporre l'appello principale: e ciò in quanto l'appello incidentale — per denominazione, collocazione e disciplina specifica — non può essere considerato come un mezzo di impugnazione distinto ed autonomo rispetto all'appello, ma costituisce, al contrario, solo una particolare “espressione” di tale mezzo; che, in tale prospettiva, l'intervento invocato dal giudice a quo — lungi dal rappresentare una soluzione costituzionalmente obbligata, in un'ottica di “riequilibrio” della denunciata posizione di “minorità” del pubblico ministero nel giudizio abbreviato — implicherebbe la creazione di una disciplina manifestamente eccentrica rispetto alle linee-guida del sistema; si chiede infatti, in sostanza, a questa Corte di “costruire” un potere di appello incidentale svincolato, una tantum, dal potere di appello principale: un potere a fronte del cui riconoscimento il pubblico ministero che ritenesse “ingiusta”, per ragioni non deducibili con ricorso per cassazione, la sentenza di condanna emessa a seguito di giudizio abbreviato, sarebbe abilitato a dolersene — conseguendo eventualmente una reformatio in peius — unicamente nel caso in cui essa venga appellata dalla controparte e, al più, nei limiti del capo attinto dal gravame di quest'ultima;