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Disposizioni per prevenire e ridurre i rifiuti in plastica per la tutela degli ecosistemi terrestri e marini. Onorevoli Senatori. – L'obiettivo della presente iniziativa legislativa è prevenire e ridurre l'incidenza di microplastiche sull'ambiente (in particolare nell'ambiente acquatico e negli ecosistemi marini) e di conseguenza anche sulla salute umana, nonché di promuovere la transizione verso un'economia circolare con modelli imprenditoriali, prodotti e materiali innovativi e consumi consapevoli. Si stima che ogni anno finiscano nel mare e negli oceani otto milioni di tonnellate di plastica. Ciò che preoccupa è poi l'inquinamento « invisibile » e di difficile quantificazione legato alle microplastiche. Le fonti di questo inquinamento sono diverse; a titolo esemplificativo se ne citano solo alcune: le migliaia di microparticelle di plastica contenute nei prodotti per la cosmesi che ogni giorno arrivano in mare direttamente dagli scarichi; le particelle prodotte da scarti industriali o materiali plastici degradati che si frantumano a causa degli agenti atmosferici; i « petali o coriandoli » o altro materiale sintetico di piccole e medie dimensioni che durante cerimonie private o festività pubbliche vengono lanciati e che, una volta dispersi nell'ambiente costituiscono una causa di inquinamento. Una fonte inquinante quest'ultima, che si può eliminare e contenere, mettendone al bando l'utilizzo e regolamentandone l'uso. Negli ultimi decenni la plastica è stata prodotta ed utilizzata dall'uomo con sempre maggior frequenza, tanto che attualmente questo materiale è divenuto il maggior detrito antropogenico inquinante presente negli oceani ( Law et al. , 2010). Dagli anni Cinquanta alla prima decade degli anni Duemila, la richiesta mondiale di plastica è passata da 1 milione e mezzo di tonnellate a oltre 280 milioni di tonnellate. A questo impressionante dato va aggiunto il notevole incremento demografico della popolazione umana: negli ultimi cinquanta anni la densità di popolazione mondiale è aumentata del 250 per cento. La conseguenza è ovvia: più plastica utilizzata e gettata via che, direttamente o indirettamente, arriva in mare. Essa può esser rinvenuta in ambiente marino in moltissime forme e dimensioni: sacchetti, sferule, materiale da imballaggio, rivestimenti da costruzione, recipienti, polistirolo, nastri e attrezzi da pesca. I rifiuti plastici provenienti da terra costituiscono circa l'8 per cento di tutti i detriti plastici che si trovano nell'ambiente marino. Con circa la metà della popolazione mondiale residente entro un raggio di 80 km dalla costa, i rifiuti plastici prodotti in queste aree hanno un'alta probabilità di essere immessi direttamente in ambiente marino tramite fiumi e sistemi di acque reflue. Gli impianti di trattamento delle acque sono in grado di intrappolare macroplastiche e frammenti di varie dimensioni mediante vasche di ossidazione o fanghi di depurazione, tuttavia una larga porzione di microplastiche riesce a bypassare questo sistema di filtraggio, giungendo in mare. Come mostrato da numerosi studi, i rifiuti presi in carico dai fiumi, visto il loro elevato flusso unidirezionale, sono trascinati direttamente negli oceani. Anche le navi hanno rappresentato attualmente una rilevante fonte di rifiuti marini. Si stima indicativamente che durante gli anni Settanta la flotta peschereccia globale abbia scaricato oltre 23.000 tonnellate di materiale di imballaggio in plastica (Pruter, 1987; Mato et al. , 2001; Ivar do Sul et al., 2009). Nel 1988, un accordo internazionale ha fatto divieto alle imbarcazioni marine di abbandonare scarti plastici in mare; tuttavia, come troppo spesso accade, il rispetto di questo accordo è stato essenzialmente arbitrario, facendo sì che la navigazione restasse anche nei decenni successivi un'importante fonte di inquinamento marino: si stima che già nei primi anni Novanta siano state immesse in mare 6,5 milioni di tonnellate di plastica. Un altro significante apporto all'inquinamento marino deriva dalla manifattura di prodotti plastici che usano granuli e piccole palline di resina ( pellets ), conosciute con il nome di nibs , come materia prima. Attraverso fuoriuscite accidentali durante il trasporto, sia a terra che in mare, un uso inappropriato dei materiali di imballaggio e il deflusso diretto da impianti di trasformazione, questi materiali possono entrare negli ecosistemi acquatici. In generale, la plastica presenta una densità inferiore a quella dell'acqua di mare ed è per questo motivo che galleggia in superficie. Solo in seguito alle interazioni con gli organismi, come la creazione di microfilm intorno ai singoli frammenti o l'insediamento di organismi bentonici sui rifiuti più grandi, questi materiali possono affondare. Convenzionalmente, i rifiuti plastici sono stati suddivisi in quattro classi dimensionali: - le macroplastiche (>200 mm); - le mesoplastiche (4,76-200 mm); - le microplastiche di medie dimensioni (1,01-4,75 mm); - le microplastiche più piccole (0,33-1,00 mm). A queste classi è necessario aggiungere le nanoplastiche, le cui ridottissime dimensioni rendono tuttavia impossibile il loro campionamento tramite metodi tradizionali: secondo alcuni autori viene definito nanoplastica un frammento plastico di dimensioni inferiori a 20 μm (microns, cioè un millesimo di millimetro; quindi: 1 μm = 1 × 10-6 m), secondo altri addirittura al di sotto dei 100 nm (nanometri, ovvero un millesimo di micron; 1 nm = 1 × 10-9 m). Per quanto concerne la problematica delle microplastiche, va sottolineato che tale realtà risulta la più allarmante in quanto la loro immissione nell'ambiente marino è pressoché quotidiana, derivante infatti da molteplici fonti come la disgregazione e il deterioramento delle macroplastiche, la perdita di fibre tessili nei lavaggi dei capi di abbigliamento, l'impiego degli strumenti da pesca e l'utilizzo di prodotti per la cosmesi. A tali aspetti si aggiunge, come vedremo più avanti, anche il rischio derivante dalla concentrazione di pericolose sostanze chimiche tossiche, gli ftalati, che favoriti dalle piccolissime dimensioni delle microplastiche possono facilmente passare dai bassi livelli trofici della catena alimentare come il plancton, ai pesci e quindi fino all'uomo. Anche se tradizionalmente a destare più clamore sono i rifiuti di maggiori dimensioni, ultimamente si sta acquisendo la consapevolezza di come i frammenti plastici più piccoli e apparentemente insignificanti siano ancor più nocivi e pericolosi. Le microplastiche costituiscono un problema enorme per gli ecosistemi acquatici, sia marini che continentali ed è altrettanto indubbio che siamo giunti a un livello di inquinamento da plastiche tale da rendere quasi impossibile, almeno nel breve termine, una soluzione reale al problema, sebbene ci si possa adoperare quantomeno per contrastarlo e il presente disegno di legge si pone proprio questo obiettivo. Oggi sappiamo che le conseguenze di questa grave forma di inquinamento pressoché invisibile a occhio nudo, sono decisamente più pesanti e proprio per questo diventa improcrastinabile una sua soluzione. Il Mar Mediterraneo in particolare non può esser considerato immune da questo tipo di inquinamento;