[pronunce]

che, relativamente alle questioni sollevate in riferimento agli artt. 3 e 41 Cost., concernenti l'esperibilità delle azioni revocatorie nel corso di una procedura il cui programma preveda ab initio un concordato con assuntore, non sono addotte argomentazioni, nemmeno negli scritti difensivi delle parti private, che possano indurre questa Corte a pervenire a conclusioni diverse da quelle di cui alla sentenza n. 172 del 2006 ed alla successiva ordinanza n. 409 del 2006; che tali questioni, dunque, sono manifestamente infondate, dovendosi ribadire che la procedura di amministrazione straordinaria ex “legge Marzano”, ove nel programma di ristrutturazione sia inserito un concordato con assunzione, quale «parte integrante» di esso (art. 4-bis, comma 5, del decreto-legge n. 347 del 2003), al fine di provvedere alla «soddisfazione dei creditori» (art. 4-bis, comma 1, del decreto-legge n. 347 del 2003), si caratterizza come procedura liquidatoria, e non già di risanamento, sin dalla fase iniziale, posto che il complesso delle attività dell'imprenditore insolvente viene ad essere trasferito all'assuntore – necessariamente dotato di soggettività giuridica distinta dal debitore –, dietro il corrispettivo di attribuzioni patrimoniali destinate ai creditori, sicché è escluso in radice che la procedura sia indirizzata a consentire allo stesso debitore di recuperare «la capacità di soddisfare regolarmente le proprie obbligazioni» alla scadenza del programma (artt. 70, comma 1, lettera b, e 74, comma 1, lettera b, del d.lgs. n. 270 del 1999); che, in tale quadro, il promovimento delle «azioni revocatorie previste dagli articoli 49 e 91» del d.lgs. n. 270 del 1999 (art. 6, comma 1, del decreto-legge n. 347 del 2003), in funzione della cessione delle medesime all'assuntore «come patto di concordato» (art. 4-bis, comma 1, lettera c-bis, del decreto-legge n. 347 del 2003), non può che tradursi «in un vantaggio per i creditori», e non certo per l'imprenditore insolvente, espropriato di tutti i suoi beni; che, pertanto, conclusivamente, deve dirsi che di un risultato di risanamento, senza liquidazione dei beni, può parlarsi solo quando sia il medesimo originario imprenditore a riprendere l'attività economica; che analoga pronuncia di manifesta infondatezza deve emettersi riguardo alle altre questioni sollevate in ordine al dies a quo del cosiddetto “periodo sospetto” ed in ordine alla «sostanziale espropriazione» che, del suo credito, subirebbe il soggetto nei cui confronti sia stata vittoriosamente esperita l'azione revocatoria; che, quanto alla prima delle due questioni ricordate, la scelta del legislatore di far decorrere il termine per le azioni revocatorie, a ritroso, dal decreto ministeriale di ammissione alla procedura in luogo che dalla sentenza dichiarativa dello stato di insolvenza non può dirsi lesiva del principio di parità di trattamento di situazioni analoghe, dal momento che la procedura di cui al d.lgs. n. 270 del 1999 inizia con la sentenza dichiarativa dello stato di insolvenza, la quale sentenza, invece, nella procedura ex decreto-legge n. 347 del 2003, segue il decreto ministeriale di ammissione; che la scelta di far coincidere il dies a quo per le azioni revocatorie con l'emanazione del provvedimento di apertura della procedura non può certamente dirsi irragionevole, specialmente se si considera che nel decreto-legge n. 347 del 2003 è tale atto – analogamente a quanto è previsto per la sentenza dichiarativa di fallimento (art. 42 della legge fallimentare) – a determinare «lo spossessamento del debitore e l'affidamento al commissario straordinario della gestione dell'impresa e dell'amministrazione dei beni dell'imprenditore insolvente» (art. 2, comma 2, del decreto-legge n. 347 del 2003) e che nella liquidazione coatta amministrativa il termine per l'esercizio delle azioni revocatorie decorre dal provvedimento di apertura della procedura (art. 203 della legge fallimentare) e, pertanto, dal decreto ministeriale che ordina la liquidazione, se questo precede la sentenza di accertamento dello stato di insolvenza; che la questione – posta sulla base di una letterale interpretazione delle norme censurate ed invocando un parametro costituzionale (art. 42 Cost.) di dubbia pertinenza (sentenze n. 401 del 1987 e n. 99 del 1976) – relativa alla pretesa «espropriazione», che subirebbe il terzo soccombente in revocatoria, è priva di fondamento, essendo principio giurisprudenziale incontroverso quello secondo il quale la revoca del pagamento elimina l'effetto estintivo dell'adempimento e, pertanto, non crea ex novo un credito, ma fa risorgere, insoddisfatto, il credito originario, con il suo carattere concorsuale, e, conseguentemente, rende applicabile il disposto dell'art. 71 della legge fallimentare. Visti gli artt. 26, secondo comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87, e 9, comma 2, delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale.. . per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE riuniti i giudizi, dichiara la manifesta infondatezza delle questioni di legittimità costituzionale dell'art. 6, commi 1 e 1-ter, del decreto-legge 23 dicembre 2003, n. 347 (Misure urgenti per la ristrutturazione industriale di grandi imprese in stato di insolvenza), convertito, con modificazioni, nella legge 18 febbraio 2004, n. 39, come, rispettivamente, modificato dall'art. 4-ter e aggiunto dall'art. 4-quater del decreto-legge 3 maggio 2004, n. 119 (Disposizioni correttive ed integrative della normativa sulle grandi imprese in stato di insolvenza), convertito, con modificazioni, nella legge 5 luglio 2004, n. 166, nonché del combinato disposto degli artt. 6, comma 1, e 4-bis, comma 10, del medesimo decreto-legge n. 347 del 2003, come, rispettivamente, modificato dall'art. 4-ter e sostituito dall'art. 3 del decreto-legge n. 119 del 2004, modificati dalla legge di conversione n. 166 del 2004, questioni sollevate, in riferimento agli artt. 3, 41 e 42 della Costituzione, dal Tribunale ordinario di Parma con le ordinanze in epigrafe. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 13 dicembre 2006. F.to: Franco BILE, Presidente Romano VACCARELLA, Redattore Giuseppe DI PAOLA, Cancelliere Depositata in Cancelleria il 28 dicembre 2006. Il Direttore della Cancelleria F.to: DI PAOLA