[pronunce]

L'eccezione è priva di fondamento. Il rimettente qualifica infatti esplicitamente come tempestivi i ricorsi proposti dai contribuenti, il che è sufficiente ad escludere il prospettato vizio di difetto di motivazione sulla rilevanza. Va ad ogni buon conto chiarito che le date che compaiono nel preambolo dell'ordinanza si riferiscono, con ogni evidenza, non alla presentazione dei ricorsi - come l'Avvocatura mostra di ritenere, traendone argomento a sostegno della eccezione di tardività dei ricorsi stessi - bensì alla spedizione degli atti dalla Commissione tributaria di primo grado di Trani (ove i giudizi erano stati originariamente incardinati) alla Commissione tributaria provinciale di Bari. 3. - Nella memoria illustrativa l'Avvocatura generale dello Stato eccepisce altresì l'inammissibilità della questione "perché prospettata "alternativamente" nei confronti di più disposizioni legislative". L'Avvocatura intende presumibilmente riferirsi al fatto che il rimettente ha impugnato sia la norma secondo la quale la dichiarazione di successione può essere modificata solo fino alla scadenza del termine (art. 31, comma 3, del decreto legislativo n. 346 del 1990), sia la norma che, in riferimento agli immobili non ancora iscritti in catasto al momento della dichiarazione, prevede la riliquidazione dell'imposta nella sola ipotesi in cui il valore dichiarato risulti inferiore a quello stimato dall'UTE (art. 34, commi 5 e 6). Anche tale eccezione è infondata. La questione sollevata investe effettivamente entrambe le norme, atteso che il medesimo rimettente in buona sostanza invoca una pronuncia che consenta al contribuente, nel caso di immobili non ancora censiti previsto dall'art. 34, comma 6, del decreto legislativo, di modificare la dichiarazione tributaria anche dopo la scadenza dei termini di cui all'art. 31, comma 3, quando il valore dichiarato risulti superiore a quello successivamente attribuito dall'UTE. 4. - Va invece dichiarata inammissibile, per difetto di rilevanza, la questione relativa all'art. 12, comma 3-bis del decreto legge 14 marzo 1988, n. 70. La disposizione specificamente censurata riguarda infatti la dichiarazione e l'eventuale accertamento del valore iniziale dei cespiti immobiliari ai fini INVIM, mentre risulta inequivocamente dall'ordinanza di rimessione che i giudizi a quibus hanno ad oggetto una controversia in tema di determinazione del valore finale di un immobile caduto in successione. 5. - Nel merito, la questione di legittimità costituzionale degli artt. 31, comma 3, e 34, commi 5 e 6, del decreto legislativo 31 ottobre 1990, n. 346, è infondata. 5.1. - Il rimettente ritiene che il sistema delineato dalle norme denunciate sia innanzitutto lesivo del principio di eguaglianza, in quanto discriminerebbe, riguardo alla tassazione degli immobili non censiti, i contribuenti i quali abbiano dichiarato nella denuncia di successione un valore superiore a quello successivamente stimato dall'UTE, rispetto a coloro i quali abbiano invece dichiarato un valore inferiore. Ciò in quanto, mentre questi ultimi, rispettando l'iter procedimentale previsto dall'art. 34, comma 6, possono senza alcuna sanzione adeguarsi al valore catastale con gli effetti previsti dal precedente comma 5, pagando la maggiore imposta, gli altri non possono all'inverso giovarsi della (per loro) più favorevole valutazione effettuata dall'UTE, così da ridurre l'ammontare di imposta dovuto. La questione, posta in tali termini, è in realtà frutto di un evidente equivoco riguardo al significato ed alla ratio delle norme denunciate. Come questa Corte ha già avuto modo di osservare, la valutazione automatica dei beni immobili - secondo l'opinione prevalente in dottrina e giurisprudenza - non introduce un nuovo sistema di determinazione dei valori imponibili, ma semplicemente limita il potere di rettifica che gli uffici finanziari hanno nel caso in cui non ritengano congruo il valore dei beni dichiarati, impedendo loro di procedere ad una maggiore valutazione allorché il valore dei beni stessi sia stato dichiarato in misura non inferiore all'ammontare determinato in modo automatico (v. sentenze n. 463 del 1995 e n. 78 del 1991). Il beneficio che la norma di cui all'art. 34, comma 5, offre al contribuente è dunque rappresentato esclusivamente dalla non rettificabilità del valore dichiarato, quando questo sia uguale o superiore a quello determinato in via automatica. E proprio al fine di evitare possibili disparità di trattamento tra contribuenti, in dipendenza del fatto che gli immobili cui l'imposta si riferisce siano o meno accatastati, il legislatore, al successivo comma 6, ha previsto, riguardo agli immobili non censiti, il cui valore catastale non è evidentemente noto al momento della dichiarazione, la possibilità di godere di detto beneficio anche nel caso in cui tale valore si riveli poi superiore a quello dichiarato dal contribuente. Con conseguente ed ovvio vantaggio anche per l'amministrazione, rappresentato dalla riscossione della maggiore imposta. Nessuna disparità di trattamento sussiste, pertanto, tra i contribuenti che abbiano dichiarato un valore uguale o superiore a quello successivamente stimato dall'UTE ed i contribuenti che abbiano invece dichiarato un valore inferiore, essendo anche a questi ultimi riconosciuta la possibilità di rendere la propria dichiarazione non rettificabile da parte dell'ufficio finanziario. La circostanza che il contribuente, il quale abbia dichiarato un valore superiore a quello stimato dall'UTE, venga a pagare un'imposta maggiore di quella astrattamente dovuta in base a tale stima, senza possibilità di modificare la propria dichiarazione dopo la scadenza del relativo termine, giusta il disposto dell'art. 31, comma 3, del decreto legislativo n. 346 del 1990, non può d'altro canto addursi a violazione del principio di eguaglianza, essendo il pagamento della maggiore imposta conseguenza di una autonoma valutazione dello stesso contribuente riguardo al valore del cespite. D'altra parte, il sistema delineato dalle norme impugnate pone al riparo il dichiarante - che manifesti la volontà di avvalersi della disposizione dei cui all'art. 34, comma 5 - dal rischio di qualsivoglia sanzione nel caso in cui il valore da lui indicato risulti anche sensibilmente inferiore a quello successivamente stimato dall'organo tecnico. 5.2. - Tanto meno sussiste violazione, nella specie, dei principi di capacità contributiva e di buon andamento della pubblica amministrazione, sotto il profilo del corretto esercizio del potere impositivo. Se si muove dalla premessa che la valutazione automatica dei beni immobili non introduce un sistema legale di determinazione dei valori imponibili, deve ritenersi allora che resti fermo il principio sancito dall'art. 14 del decreto legislativo n. 346 del 1990, secondo cui, ai fini dell'imposta di successione, la base imponibile, relativamente ai beni immobili in piena proprietà, è determinata assumendo il valore venale in comune commercio alla data di apertura della successione.