[pronunce]

d) che il processo presupposto, articolatosi in due gradi di merito e nella fase di legittimità, aveva avuto una durata effettiva complessiva di ventuno anni, un mese e dodici giorni, eccedente, perciò, di quindici anni, un mese e dodici giorni il termine ragionevole stabilito dall'art. 2-bis e 2-ter (recte: dai commi 2-bis e 2-ter dell'art. 2) della legge n. 89 del 2001; che in punto di rilevanza e di non manifesta infondatezza della questione, la Corte d'appello rimettente svolge considerazioni identiche a quelle esposte nell'ordinanza della stessa Corte del 27 settembre 2013 iscritta al n. 44 del registro ordinanze 2014; che è intervenuto nel giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che la questione sia dichiarata inammissibile o manifestamente infondata; che la difesa dello Stato prospetta deduzioni di contenuto analogo a quelle di cui all'atto di intervento nel giudizio iscritto al n. 44 del registro ordinanze 2014; che con ordinanza del 30 dicembre 2013 (r.o. n. 58 del 2014), la Corte d'appello di Reggio Calabria, sezione civile, nella persona del giudice designato al fine di provvedere sulla domanda di equa riparazione in caso di violazione del termine ragionevole del processo, nel corso di un procedimento avente ad oggetto una domanda di equa riparazione proposta nei confronti del Ministero della giustizia dalla parte risultata soccombente nel processo presupposto, ha sollevato, in riferimento all'art. 117 Cost., in relazione all'art. 6, paragrafo 1, della CEDU, questione di legittimità del comma 3 dell'art. 2-bis della legge n. 89 del 2001, «nella parte in cui limita la misura dell'indennizzo (liquidabile in favore della parte che abbia subito un danno per la durata irragionevole del processo presupposto) al "valore del diritto accertato" senza alcuna ulteriore specificazione o limite, comportando in tal modo l'impossibilità di liquidare in alcuna misura un'equa riparazione in favore della parte che, nel processo presupposto, sia risultata interamente soccombente»; che il giudice rimettente riferisce, in punto di fatto: a) di essere investito del ricorso, proposto il 5 dicembre 2013, con il quale L.M.P. aveva chiesto l'indennizzo del danno subíto per effetto dell'irragionevole durata di un processo; b) che il ricorrente nel giudizio a quo era risultato soccombente in detto processo presupposto, definito con una pronuncia divenuta definitiva il 16 settembre 2013; c) che la domanda di riparazione era stata proposta nel rispetto del termine di decadenza previsto dall'art. 4, comma 1, della legge n. 89 del 2001; d) che il ricorrente aveva assunto la qualità di parte del detto processo presupposto non nel giudizio di primo grado, introdotto avverso la società N.P. dei fratelli L.M. C. e P., ma in quello di appello, «dal medesimo formulato avverso la sentenza emessa in data 28 settembre-5 ottobre 2004 dal Tribunale civile di Messina, seconda sezione stralcio»; d) che il detto processo presupposto, limitatamente all'unico grado al quale il ricorrente aveva partecipato, aveva avuto una durata effettiva di quattro anni, undici mesi e ventidue giorni, eccedente, perciò, di due anni, undici mesi e ventidue giorni il termine ragionevole stabilito dall'art. 2-bis e 2-ter (recte: dai commi 2-bis e 2-ter dell'art. 2) della legge n. 89 del 2001; e) che, «tenuto conto degli interessi coinvolti e del valore e della rilevanza della causa anche in considerazione delle condizioni personali della parte, si stima equo ai sensi dell'articolo 2056 C.C. riconoscere la somma di &#8364; 750 per ogni anno, o frazione di anno superiore a sei mesi quale equo indennizzo, e quindi, complessivamente, l'importo di euro 2250»; che in punto di rilevanza e di non manifesta infondatezza della questione, la Corte d'appello rimettente svolge considerazioni identiche a quelle esposte nell'ordinanza della stessa Corte del 27 settembre 2013 ed iscritta al n. 44 del registro ordinanze 2014; che è intervenuto nel giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che la questione sia dichiarata inammissibile o manifestamente infondata; che la difesa dello Stato prospetta deduzioni di contenuto analogo a quelle di cui all'atto di intervento nel giudizio iscritto al n. 44 del registro ordinanze 2014; che con ordinanza del 25 novembre 2013 (r.o. n. 59 del 2014), la Corte d'appello di Reggio Calabria, sezione civile, nella persona del giudice designato al fine di provvedere sulla domanda di equa riparazione in caso di violazione del termine ragionevole del processo, nel corso di un procedimento avente ad oggetto una domanda di equa riparazione proposta nei confronti del Ministero della giustizia dalla parte risultata soccombente nel processo presupposto, ha sollevato, in riferimento all'art. 117 Cost., in relazione all'art. 6, paragrafo 1, della CEDU, questione di legittimità del comma 3 dell'art. 2-bis della legge n. 89 del 2001, «nella parte in cui limita la misura dell'indennizzo (liquidabile in favore della parte che abbia subito un danno per la durata irragionevole del processo presupposto) al "valore del diritto accertato" senza alcuna ulteriore specificazione o limite, comportando in tal modo l'impossibilità di liquidare in alcuna misura un'equa riparazione in favore della parte che, nel processo presupposto, sia risultata interamente soccombente»; che il giudice rimettente riferisce, in punto di fatto: a) di essere investito del ricorso, proposto il 18 novembre 2013, con il quale G.A. aveva chiesto l'indennizzo del danno subíto per effetto dell'irragionevole durata di un processo dalla stessa promosso, con ricorso, depositato il 7 luglio 1999, al Tribunale ordinario di Patti, sezione lavoro, nei confronti dell'Istituto nazionale della previdenza sociale (INPS), per ottenere la dichiarazione dell'illegittimità del provvedimento di revoca della pensione di invalidità e la condanna del detto Istituto al pagamento della prestazione dal dicembre 1996; b) che tale processo presupposto era stato definito con la sentenza del Tribunale di Patti, sezione lavoro, n. 1467/12, emessa il 25 maggio 2012 e depositata il 25 giugno 2012, passata in giudicato, che aveva rigettato la domanda di G.A., «esonerando la ricorrente dal pagamento delle spese processuali» e ponendo a carico dell'INPS le spese della consulenza tecnica di ufficio; che in punto di rilevanza e di non manifesta infondatezza della questione, la Corte d'appello rimettente svolge considerazioni identiche a quelle esposte nell'ordinanza della stessa Corte del 3 ottobre 2013 iscritta al n. 46 del registro ordinanze 2014;