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Modifiche al testo unico dei servizi di media audiovisivi e radiofonici, di cui al decreto legislativo 31 luglio 2005, n. 177, in materia di servizio pubblico radiofonico, televisivo e multimediale. Onorevoli Senatori . – Il presente disegno di legge ha ad oggetto la modifica di alcune disposizioni del testo unico dei servizi di media audiovisivi e radiofonici, di cui al decreto legislativo 31 luglio 2005, n. 177, relative al servizio pubblico radiotelevisivo. Le modifiche di cui si tratta sono motivate, da un lato, dalla necessità di adeguare il servizio pubblico al mutato panorama dell'audiovisivo, che oggi è anche e soprattutto digitale e multimediale, intervenendo, in parte, anche sulla disciplina della governance , al fine precipuo di renderne l'azione più efficace, e dall'altro, dall'esigenza di correggere alcune storture dell'attuale sistema, in particolare per quanto riguarda il finanziamento, diviso tra il canone e la raccolta pubblicitaria, e l'esternalizzazione di molte produzioni anche di rilievo per il contratto di servizio. L'articolo 1 modifica l'articolo 38 del testo unico, intervenendo sulla vigente disposizione del comma 1, che attribuisce i limiti di affollamento pubblicitario alla concessionaria nel suo complesso e non alle singole reti. Applicando alla lettera l'attuale previsione, la concessionaria effettua un calcolo cumulativo per le tre reti generaliste, cosicché l'affollamento pubblicitario risulta superare costantemente i limiti settimanali e orari su RaiUno, nelle fasce di maggior ascolto, mentre è inferiore sulle altre reti generaliste. Diversamente, per le emittenti private, i limiti stabiliti ex lege si applicano ad ogni singolo canale. La presente iniziativa legislativa precisa che l'applicazione dei limiti di affollamento è da effettuare per ogni singola rete. Questa modifica produce l'effetto di far diventare più stringenti i limiti medesimi; tale misura è giustificata e deve essere letta unitamente all'introduzione della disposizione, di cui si dirà in prosieguo, che prevede l'attribuzione dell'intero gettito del canone alla concessionaria, con conseguente aumento delle risorse derivanti dal contributo pubblico. Siffatta impostazione comporta un rafforzamento delle attività ascrivibili al servizio pubblico e una riduzione delle attività aventi una connotazione commerciale, secondo lo spirito originario che ha animato la creazione delle emittenti pubbliche. Nello stesso senso si pone l'aggiunta, all'articolo 38, di un comma finale, con il quale viene precisato quanto è già insito nell'intera disciplina del servizio pubblico radiotelevisivo e multimediale: le risorse acquisite attraverso la raccolta pubblicitaria devono costituire una fonte di ricavo accessoria per la concessionaria, che, godendo del finanziamento pubblico, nel relativo mercato deve agire nel rispetto più rigoroso dei principi di concorrenza, trasparenza e non discriminazione. La missione del servizio pubblico infatti sarebbe snaturata se la concessionaria seguisse prevalentemente le logiche commerciali e quindi fosse condizionata dalle esigenze della raccolta pubblicitaria. Si ricorda che invero il servizio pubblico deve avere per obiettivo non la quantità degli ascolti bensì di « ampliare la partecipazione dei cittadini e concorrere allo sviluppo sociale e culturale del Paese », come recitava il primo comma dell'articolo 1 della legge n. 103 del 1975. La stessa Corte costituzionale, pronunciandosi sulla legittimità costituzionale del canone, ha chiarito che il servizio pubblico radiotelevisivo è tenuto ad operare non come un'emittente qualsiasi bensì svolgendo una funzione specifica per il miglior soddisfacimento del diritto dei cittadini all'informazione e per la diffusione della cultura (sentenza n. 284 del 2002). L'articolo 2 introduce, nell'elenco di cui all'articolo 45, comma 2, del testo unico, due ulteriori obblighi in capo alla società concessionaria. Il primo è un principio già previsto dall'articolo 25, comma 1, lettera s) , punto iii), del contratto di servizio 2018-2022, a tenore del quale la società concessionaria « è tenuta a garantire [...] la conclusione dei contratti di diffusione pubblicitaria sulla base di principi di concorrenza, trasparenza e non discriminazione, al fine di garantire un corretto assetto di mercato ». L'obbligo in parola assume un particolare rilievo e discende dalla preoccupazione che il comportamento della concessionaria – che, a differenza del privato, è sostenuta anche da risorse pubbliche – possa provocare una distorsione nel relativo settore concorrenziale. Questo timore si rinviene anche nel diritto europeo e, in particolare, nelle comunicazioni della Commissione europea relative all'applicazione delle norme sugli aiuti di Stato al servizio pubblico di radiodiffusione – 2001/C 320/04 – e all'applicazione delle norme sugli aiuti di Stato al servizio pubblico di emittenza radiotelevisiva – 2009/C 257/01 – e nella raccomandazione del Comitato dei Ministri del Consiglio d'Europa sulla missione dei media del servizio pubblico nella società dell'informazione, CM/Rec(2007)3. In relazione all'obbligo di cui si tratta, l'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni ha avviato un procedimento, conclusosi con delibera n. 61/20/CONS del 13 febbraio 2020, con la quale è stato riscontrato il mancato rispetto, da parte della concessionaria, dei principi di trasparenza e non discriminazione di cui all'articolo 25, comma 1, lettera s) , punto iii), del contratto di servizio 2018-2022. In particolare, l'Autorità ha contestato alla concessionaria una « mancanza di trasparenza nelle pratiche di formazione dei prezzi praticati per la vendita degli spazi pubblicitari » la quale è « suscettibile di favorire una politica commerciale ambigua e potenzialmente lesiva di un corretto assetto di mercato, anche consentendo la messa in opera di pratiche di discriminazione di prezzo ». Le specifiche condotte, incompatibili con il contratto di servizio, sono state individuate dall'Autorità nella fissazione di prezzi teorici troppo elevati, nell'utilizzo di un software proprietario (Kubik) scarsamente trasparente all'esterno, nell'applicazione sistematica di sconti ingenti, nella mancanza di parametri tariffari univoci e chiari. Con sentenza n. 945 del 25 gennaio 2021, il Tribunale amministrativo regionale per il Lazio ha respinto il ricorso della concessionaria avverso la succitata delibera, dichiarando legittimo l'intervento dell'Autorità e chiarendo, tra l'altro, che non si tratta di un'indebita compressione della libertà di iniziativa imprenditoriale della concessionaria medesima, bensì di una misura dovuta in considerazione del ruolo che essa esercita nel mercato della raccolta pubblicitaria per le risorse pubbliche di cui dispone. A questa data, il giudizio è pendente in grado di appello dinanzi al Consiglio di Stato. Il secondo obbligo introdotto consiste nell'offerta di contenuti e format , ideati per una fruizione attraverso diverse piattaforme di comunicazione, dedicati all'innovazione digitale, allo sviluppo tecnologico, alla divulgazione della cultura informatica, alla disciplina giuridica del web e alla sostenibilità digitale.