[pronunce]

3.4.- Peraltro, anche a voler ritenere che l'art. 28 Cost. si applichi ai commissari straordinari, si dovrebbe escludere che la norma censurata determini il denunciato «vulnus nel sistema della tutela giurisdizionale». Improprio sarebbe il parallelo con le disposizioni dichiarate costituzionalmente illegittime dalle sentenze di questa Corte n. 4 del 1965 e n. 94 del 1963, le quali concernevano casi di autorizzazione amministrativa all'esercizio delle azioni penali. Il parallelo si baserebbe, dunque, su una indebita assimilazione della responsabilità civile alla responsabilità penale, trascurando il fatto che solo per la seconda vale il principio di obbligatorietà dell'esercizio dell'azione, ai sensi dell'art. 112 Cost. Lo stesso vizio di prospettiva inficerebbe l'assunto del rimettente, secondo cui non basterebbe a riequilibrare il sistema la possibilità di agire, senza alcun "filtro", nei confronti della Banca d'Italia, dato che l'art. 2 Cost. impedirebbe di relegare la responsabilità civile ad un ambito meramente patrimoniale, imponendo il coinvolgimento personale e diretto del danneggiante nell'accertamento giudiziale del fatto illecito. Il giudice a quo ometterebbe di considerare che, mentre al centro del sistema della responsabilità penale vi sono il reo e la finalità di rieducazione dello stesso, la funzione essenziale della responsabilità civile consiste nella riparazione della perdita subita dal danneggiato. Per quest'ultimo è del tutto irrilevante l'origine (dal danneggiante o da un terzo) delle risorse destinate a soddisfare la sua pretesa risarcitoria: anzi, egli è meglio garantito dalla capienza e solvibilità del patrimonio pubblico. 3.5.- Quanto, poi, alla presunta deresponsabilizzazione dei commissari, la Banca d'Italia osserva come l'ordinanza di rimessione, dopo aver suggerito il ricorso, al posto dell'autorizzazione, a forme di copertura assicurativa variamente congegnate, ipotizzi, in via alternativa, l'introduzione, come «deterrente», di un obbligo di esercizio dell'azione di rivalsa da parte della Banca d'Italia nei confronti dei commissari. Il rimettente avrebbe proposto, dunque, una pluralità di soluzioni alternative, nessuna delle quali costituzionalmente obbligata, o agganciabile, comunque sia, a precisi "punti di riferimento" rinvenibili nel sistema, prospettando, così, un intervento creativo che eccede i poteri di questa Corte. 3.6.- Non condivisibile sarebbe l'ulteriore affermazione del giudice a quo, stando alla quale la Banca d'Italia non sarebbe vincolata, nell'esercizio del potere autorizzatorio, «ad obiettivi e prestabiliti criteri di valutazione». La Banca d'Italia è tenuta, infatti, ad esercitare i suoi poteri per le finalità della vigilanza a volta a volta conferenti, nell'ambito di quelle indicate in via generale dall'art. 5 t.u. bancario. Con riguardo al potere in discussione, assumerebbe preminente rilievo l'obiettivo di assicurare la sana e prudente gestione dei soggetti vigilati. Quest'ultima potrebbe risultare, infatti, compromessa qualora, nel delicato percorso di risanamento delle imprese sottoposte alla procedura, i commissari straordinari fossero esposti a iniziative giudiziarie "di disturbo", a carattere pretestuoso o denigratorio, da parte di soggetti portatori di interessi rilevanti estromessi dalla gestione aziendale, o, comunque sia, in conflitto con le iniziative intraprese. In questo modo, si eviterebbe anche che i professionisti più capaci vengano disincentivati dall'assumere l'incarico. 3.7.- Insussistente risulterebbe, ancora, il ventilato contrasto della norma censurata con il principio di eguaglianza (art. 3 Cost.), in quanto latrice di disparità di trattamento rispetto ad agenti pubblici che svolgono compiti non meno elevati di quelli spettanti ai commissari straordinari. Proprio la disciplina dell'amministrazione straordinaria delle grandi imprese insolventi, di cui al d.lgs. n. 270 del 1999 - richiamata dal rimettente a sostegno del suo assunto - confermerebbe, anziché smentirla, la ragionevolezza delle scelte legislative in esame. Contrariamente a quanto sostenuto dal giudice a quo, anche l'azione di responsabilità contro i commissari straordinari delle grandi imprese insolventi è proponibile solo previa autorizzazione dell'autorità che vigila sul loro operato, stante il generale rinvio alla disciplina della liquidazione coatta amministrativa operato dall'art. 36 del d.lgs. n. 270 del 1999, comprensivo anche dell'art. 199 del regio decreto 16 marzo 1942, n. 267 (Disciplina del fallimento, del concordato preventivo e della liquidazione coatta amministrativa). Si tratterebbe, peraltro, di un principio generale valevole anche per il curatore del fallimento ai sensi dell'art. 38 legge fallimentare, che infatti è direttamente richiamato dal citato art. 199. Sotto tale profilo, dunque, la scorretta ricostruzione e la conseguente mancata ponderazione del quadro normativo di riferimento da parte del giudice a quo determinerebbero l'inammissibilità della questione. Tutto ciò senza considerare che la disciplina dell'amministrazione straordinaria delle grandi imprese insolventi non sarebbe, in ogni caso, utilmente invocabile come tertium comparationis, essendo ispirata a una logica diversa. 3.8.- Quanto, poi, alla dedotta violazione dell'art. 24 Cost., il rimettente avrebbe basato la censura sull'assunto che il sindacato del giudice amministrativo sulla discrezionalità tecnica sarebbe limitato a un controllo di tipo "estrinseco". Si tratterebbe, peraltro, di assunto superato dall'evoluzione della giurisprudenza amministrativa, la quale si è mostrata ripetutamente propensa ad effettuare un controllo di tipo "intrinseco" sugli atti delle autorità amministrative indipendenti: prospettiva nella quale il giudice amministrativo potrebbe sindacare appieno l'adeguatezza delle valutazioni compiute dalla Banca d'Italia in ordine al carattere manifestamente pretestuoso delle iniziative giudiziarie da essa non autorizzate. Ciò costituirebbe anche una ragione di inammissibilità della questione. Il giudice a quo si sarebbe, infatti, sottratto all'obbligo di preferire una interpretazione adeguatrice, sebbene tale interpretazione risulti non solo possibile, ma addirittura qualificabile come diritto vivente, strumentalizzando il giudizio di legittimità costituzionale per ottenere un improprio avallo dell'interpretazione opposta. 3.9.- Le medesime considerazioni dianzi svolte varrebbero, altresì, ad escludere l'ipotizzato contrasto con gli artt. 101, 102, 103, 111 e 113 Cost. e con gli artt. 6 CEDU e 47 CDFUE. 3.10.- Quanto, infine, all'asserita violazione della direttiva 2014/59/UE, il rimettente avrebbe evocato una disposizione non pertinente.