[resaula]

in relazione a quanto esposto, a giudizio degli interroganti la mancata gara Juventus-Napoli ha evidenziato l'esistenza di un vulnus che dovrebbe essere chiarito in sede di protocollo, onde evitare il danno grave alla salute dei calciatori, che resta il valore costituzionale cui fare riferimento, ben prima delle categorie economiche che sono riconosciute dalla medesima Carta fondamentale con una portata inferiore al valore della persona umana e della sua salute; la polemica che è insorta sul mancato arrivo della formazione del Napoli a Torino ha scatenato i tifosi, d'ambo le parti, in una rincorsa alla responsabilità sportiva che lede il principio di tutela della salute, mentre, a parere degli interroganti vergognose prese di posizione anche televisive di presunti esperti ed addetti ai lavori hanno cosparso di dubbi l'operato di organi sanitari pubblici che non rispondono a logiche sportive o di vile interesse di bottega, bensì alla tutela del calciatore professionista nel medesimo modo in cui viene tutelato il cittadino comune; le affermazioni, quindi, di chi ha chiesto al Napoli calcio di violare scientemente la legge e l'ordine della ASL Napoli 2, non curandosi della quarantena, pur di arrivare a Torino, anche infettando potenzialmente atleti della formazione avversaria per una partita di calcio, stride con quello che è successo in Italia, con i 36.000 morti per COVID, nonché con la tutela obbligatoria e la chiusura in casa di milioni di italiani che, invece, si sono attenuti alle indicazioni delle stesse autorità sanitarie, si chiede di sapere: quali provvedimenti, nell'ambito delle rispettive attribuzioni, i Ministri in indirizzo intendano adottare per garantire la salute all'interno delle società sportive, nonché qualificare il valore delle ordinanze della ASL e rispetto al protocollo amministrativo reso per il calcio professionistico; quali misure di competenza intendano intraprendere al fine di evitare che i fatti che hanno condizionato la partita Juventus-Napoli si ripetano e compromettano definitivamente il regolare svolgimento dei campionati professionistici. Atto n. 4-04191 DE BONIS Al Ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale Premesso che: risultano ancora bloccati in Libia i 18 membri dell'equipaggio dei due pescherecci di Mazara del Vallo sequestrati la sera del 1° settembre 2020 dai militari del generale Khalifa Haftar; pare che la vicenda sia monitorata dal Ministero degli affari esteri e della cooperazione internazionale che, dalla sera dell'agguato, starebbe trattando il rilascio dei motopesca "Antartide" e "Medinea", oltre che dei pescatori tuttora trattenuti a Bengasi; tuttavia, nonostante le costanti rassicurazioni della Farnesina, i familiari non riescono a stabilire un contatto con i marittimi, che, dopo essere stati interrogati, sono stati trasferiti in una struttura da cui non possono uscire liberamente; da articoli di stampa si apprende che alcuni giorni dopo il sequestro, un'associazione di Mazara del Vallo ha diffuso anche delle foto scattate in Libia e madri, mogli, fratelli e sorelle dei 18 pescatori hanno iniziato a mettere in circolazione informazioni, incontrandosi nel magazzino dell'armatore di uno dei due pescherecci sequestrati; tra i pescatori trattenuti dalla sera del 1° settembre, oltre ai membri degli equipaggi dei due motopescherecci, ci sono anche il comandante del peschereccio "Anna Madre" di Mazara del Vallo e il primo ufficiale del "Natalino" di Pozzallo, che la sera dell'accerchiamento erano riusciti ad invertire la rotta; agli armatori viene contestata la presenza dei loro pescherecci all'interno delle 72 miglia (60 in più delle tradizionali 12 miglia) che la Libia dal 2005 rivendica unilateralmente come acque nazionali, in virtù della convenzione di Montego Bay, che dà facoltà di estendere la propria competenza fino a 200 miglia; molti sono intervenuti per chiedere il rilascio dei pescatori e dei motopescherecci sequestrati, tra cui la sezione regionale di Agripesca, che ha minacciato di "bloccare l'intera flotta peschereccia" che a Mazara del Vallo è composta da un centinaio di imbarcazioni d'altura. Anche i familiari dei marinai che avevano promesso di venire a Roma, insieme ad un gruppo di pescatori, lo hanno fatto ieri, manifestando davanti a Montecitorio, perché si sentono abbandonati dal Governo, che pare aver dimenticato che ci sono cittadini italiani bloccati in un Paese in guerra; la diplomazia italiana in effetti si sta occupando della vicenda in maniera poco chiara e molti hanno evidenziato la curiosa circostanza di un sequestro eseguito a poche ore di distanza dal viaggio del ministro Luigi Di Maio a Tripoli, per far visita al premier libico riconosciuto dall'ONU, Fayez al-Serraj e al presidente della Camera dei rappresentanti di Tobruk, Aguila Saleh; il sequestro, invece, è stato operato dai militari di Haftar, a cui si sarebbe rivolta la figlia di uno dei motoristi del Medinea per chiedere la liberazione di tutte le barche e dei pescatori che erano entrati nella zona libica soltanto per lavorare; tuttavia, il sequestro viene anche visto come una ritorsione, alimentata da un'insolita richiesta avanzata dai militari del generale Haftar, ossia uno "scambio di prigionieri" per liberare i 18 pescatori. La proposta riguarderebbe 4 libici detenuti in Italia, condannati a 30 anni di carcere dalla Corte d'appello del Tribunale di Catania, con l'accusa di essere scafisti e carcerieri della "strage di Ferragosto" che nel 2015 portò alla morte di 49 migranti che viaggiavano a bordo di uno dei tanti barconi partiti dalle coste libiche. Su questa ipotesi non c'è alcuna conferma da parte della Farnesina, ma a metà settembre i familiari dei 4 detenuti libici hanno manifestato a Bengasi per chiedere la loro estradizione; considerato che: la vicenda esposta è seria e preoccupante ed il Ministro in indirizzo, oltre a cercare di risolvere rapidamente la questione, dovrebbe dare informazioni precise e certe sulla situazione dei 18 marittimi bloccati ormai da 37 giorni in Libia; l'interrogante ha incontrato le mogli e i familiari di questi cittadini, che non hanno mai potuto sentire le voci dei pescatori, che sarebbero in attesa di processo e rischierebbero una condanna fino a 30 anni. Chiedono di avere notizie certe sulle loro condizioni di salute e sui tempi del loro rilascio, evidenziando che alcuni di loro prendono regolarmente dei farmaci e vi è il rischio che in questo momento non vengano loro somministrati a causa delle leggi libiche che lo vietano; vi è inoltre la preoccupazione che queste persone diventino merce di scambio politico per la liberazione di scafisti. Esiste la via della diplomazia, certo, ma prima ancora esiste una questione morale, di umanità che il Governo italiano non può ignorare. Occorre che il Ministro degli affari esteri svolga appieno il suo ruolo, impiegando prioritariamente tutte le sue energie per risolvere questioni urgenti come questa, piuttosto che dedicarsi a costose campagne elettorali, si chiede di sapere: quali urgenti iniziative intenda assumere il Ministro in indirizzo al fine di ottenere la liberazione dei marittimi sequestrati e tenuti prigionieri in Libia;