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Nel caso in cui il soccidante ceda l'intera quantità di animali e versi in denaro la quota di accrescimento spettante al soccidario, tale compenso (equivalente in denaro a titolo di ripartizione dei frutti) non è soggetto a IVA. Infine si precisa che sia il conferimento degli animali in soccida, sia la successiva divisione degli animali, sono atti non soggetti a IVA, ma ciò non preclude la detrazione forfettaria per le successive cessioni in quanto ciascun soggetto vende sul mercato la propria quota di animali. Il regime speciale agricolo non si rende applicabile solo nel caso in cui il soccidante non disponga di alcun allevamento in proprio e operi esclusivamente mediante contratti associativi. Ai fini IRPEF, gli articoli da 32 a 34 del testo unico delle imposte sui redditi, di cui al decreto del Presidente della Repubblica n. 917 del 1986 (TUIR) recano la specifica disciplina del reddito agrario. Ci sono, però, altri vantaggi fiscali. Infatti, l'elusione è resa possibile dalla differenza esistente tra la definizione teorica di base imponibile (presupposto dell'imposta) e la sua versione operativa, sia dalla mancata comprensività di tutti i presupposti del tributo che sono riflessi nella norma tributaria. Il mezzo giuridico di creare società agricole di comodo o cooperative agricole ad hoc per costruire in modo mirato la fattispecie concreta, se appare irreprensibile sotto il profilo del diritto positivo non può essere tollerato sotto il profilo concorrenziale in quanto rappresenta non solo un abuso di dipendenza economica nei confronti della parte più debole, ma addirittura una forma di abuso del diritto agevolato riservato al mondo agricolo e alla cooperazione autentica. Tale fenomeno, non essendo giuridicamente vietato, non può essere sanzionato né sul piano amministrativo, né tanto meno su quello penale, ma deve essere contrastato efficacemente, mediante l'abrogazione dell'istituto giuridico della soccida (o disapplicazione della norma) e il divieto d'uso del modello cooperativo per le società di capitali, perché altrimenti oltreché distorcere il mercato per valide ragioni economiche (la qualificazione di queste agevolazioni come aiuti di Stato sarebbe inevitabile di fronte alla Corte di giustizia dell'Unione europea), violerebbe il principio di capacità contributiva disciplinato dall'articolo 53 della Costituzione: « Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva ... ». La regolamentazione del mercato, secondo l'Unione europea, non può avvenire attraverso forme surrettizie di contratti che introducono vincoli incompatibili con il libero mercato e, di fatto, mascherano rapporti di lavoro subordinato con rapporti associati. Né l'organizzazione di mercato deve generare barriere all'entrata o all'uscita ma deve esplicarsi dentro una cornice giuridica ben precisa per assicurare la trasparenza ed evitare forme di elusione. A tal proposito solo l'organizzazione di produttori ha le carte in regola per introdurre vincoli regolamentari di mercato che agiscono uniformemente su precetti di natura economica e consentono di: – commercializzare la produzione dei produttori aderenti concentrando l'offerta; – assicurare la programmazione della produzione; – adeguare la produzione alla domanda; – assicurare la trasparenza dei prezzi; – partecipare alla gestione delle crisi di mercato e favorire l'accesso a nuovi mercati. Le disposizioni speciali di cui all'articolo 62 del decreto-legge 24 gennaio 2012, n. 1, convertito, con modificazioni, dalla legge 24 marzo 2012, n. 27, del resto si riferiscono proprio all'ipotesi in cui « un'impresa sia in grado di determinare, nei rapporti commerciali con un'altra impresa, un eccessivo squilibrio di diritti e di obblighi ». Possono dunque regolare meglio i rapporti correnti tra i vari operatori economici e sostituire i contratti di soccida. Per quanto riguarda gli aspetti di diritto ambientale, l’ antitrust europeo è sicuramente attento all'integrazione del mercato, ma anche alla massimizzazione del numero dei concorrenti, alla promozione della libertà d'ingresso nel mercato, alla tutela delle imprese medio-piccole, alla protezione dell'ambiente e alla competitività internazionale. In tema di cibo e alimentazione, la relazione intima e privilegiata che esiste verso l'agricoltura non può prescindere dall'ambiente e dalle sue norme, all'interno di una dimensione complessiva e relazionale, che non può trascurare ovviamente il mercato e le sue regole. Nelle aree dove si tende a concentrare maggiormente la zootecnia da carne in soccida, c'è l'annosa questione della direttiva europea sui nitrati, per la quale si va avanti con deroghe, che hanno comportato comunque procedure d'infrazione per l'Italia, quando sarebbe molto più semplice delocalizzare laddove si può avere un minor impatto ambientale sulle falde acquifere derivante dall'azoto presente nei liquami e nel letame. Furono specificate alcune colture ad alto fabbisogno di azoto sulle quali le aziende avrebbero potuto spandere un massimo di 250 kg/ha annuo. La questione dei nitrati e, in generale, lo smaltimento dei reflui rimangono un problema gravoso sulle filiere zootecniche, anche perché questo tipo di produzioni, in particolare l'avicolo, non dispone di terreni sufficienti e deve concorrere con le altre filiere zootecniche contribuendo in tal modo al continuo aumento del valore dei terreni agricoli. Per quanto riguarda gli aspetti di bilancio sanitario e salute pubblica, la concentrazione spaventosa di animali in alcune aree del Paese non pone solo problemi di inquinamento da nitrati delle acque. Il rischio di shock sanitari, di antibiotico-resistenza e di malattie infettive (epizoozie, influenza aviaria, suina, mucca pazza, epidemia di SARS) appare una minaccia che non è affatto da sottovalutare anche in termini di bilancio sanitario e di costi per la collettività. Non bisogna dimenticare che questi poli industriali detengono anche la leadership di consumo di antibiotici in Italia. L'utilizzo di antibiotici in medicina veterinaria spesso non avviene per curare malattie ma per accelerare la crescita (pratica vietata in Europa) favorendo l'insorgere della resistenza. La classifica europea colloca l'Italia in pessima posizione. Il nostro Paese è la prima nazione per consumo in milligrammi/chilo di antibiotici negli animali e nell'uomo. I due terzi del consumo di antibiotici nazionali sono destinati agli animali da allevamento industriale, in particolare nelle soccide. I dati non sono confortanti perché pongono l'Italia anche ai vertici della presenza di ceppi resistenti, cui corrisponde un aumento impressionante delle resistenze batteriche di specie che possono diventare mortali. Si richiama, inoltre, la legge n. 218 del 1988, che contiene misure per la lotta contro l'afta epizootica ed altre malattie epizootiche degli animali e che rende l'idea di come le lobby delle carni abbiano imbastito una legislazione ad hoc per « socializzare le perdite » derivanti da rischi sanitari malgovernati dal management aziendale, il cui unico obiettivo è solo quello di « privatizzare gli utili ».