[resaula]

Ma, dal punto di vista formale della legge n. 185 del 1990, cui noi ci rifacciamo per il blocco dell' export di armamenti (sia di nuove autorizzazioni, sia di quelle in corso) abbiamo bisogno che le organizzazioni internazionali dichiarino il conflitto, cioè che formalmente ci dicano che Turchia e Siria sono in conflitto. (Commenti del senatore De Falco) . Il tema che riguarda la nostra istruttoria, che non è un'istruttoria formale, è quello di trovare tutti gli appigli legislativi affinché il blocco sia effettivo e non sia un blocco che poi si sblocca con dei ricorsi che si fondano sul fatto che il Consiglio di sicurezza dell'ONU si è riunito, ma non ha raggiunto alcuna conclusione sul conflitto - che io reputo tale - turco-siriano. Questo è molto importante ed è il motivo per cui non stiamo temporeggiando: stiamo approfondendo in maniera dettagliata la questione per emettere il secondo provvedimento. Il primo infatti è stato emesso: ho dato le direttive per il blocco di qualsiasi nuova autorizzazione. Su quelle in corso, come ho dichiarato alla Camera, abbiamo avviato l'istruttoria, che è in via di finalizzazione e abbiamo un precedente recente, fatto dal Governo precedente ma con questo Parlamento, che è quello dello Yemen. Tale precedente ci ha permesso di bloccare una parte dell' export di armamenti verso Paesi, come l'Arabia Saudita e gli Emirati Arabi, che utilizzavano un certo tipo di ordigni nello Yemen. Dobbiamo pertanto trovare semplicemente la strada tecnica migliore per far reggere il provvedimento. Ricordo che si tratta di un provvedimento amministrativo e che quindi si presta a tutti i ricorsi possibili da questo punto di vista. Qualcuno prima ha detto che ci siamo andati a mettere sotto l'ombrello europeo. Forse abbiamo dato questa impressione ma vorrei precisare che noi abbiamo promosso l'iniziativa in sede europea proprio per evitare che qualche Paese assumesse atteggiamenti speculativi sul blocco dei nostri armamenti. (Applausi dal Gruppo M5S. Commenti dei senatori De Bonis e Martelli) . Deve essere chiaro il fatto che se siamo nell'Unione europea, tutti blocchiamo gli armamenti e non facciamo assolutamente alcun tipo di gioco. Al riguardo vorrei dire un'altra cosa: non abbiamo detto che l'Unione europea deve bloccare gli armamenti per tutti. Siamo andati al Consiglio affari esteri e lì abbiamo chiesto a tutti se aderivano a conclusioni che impegnavano ognun per sé. Quindi non è che stiamo aspettando un provvedimento europeo. Ognun per sé si impegna a bloccare le nuove autorizzazioni sulle esportazioni di armamenti? Ci sono state conclusioni cui hanno aderito tutti e a quelle conclusioni corrispondono i dati che ho esposto nell'informativa iniziale, in cui sono indicati i Paesi che stanno dando seguito al blocco degli armamenti. Noi siamo stati tra i primi Paesi, però prima di muoverci da soli abbiamo chiesto che tutti quanti lo facessero, e non per una questione di vendita o altro, ma per una semplice ragione. Non possiamo infatti pensare che gli Stati dell'Unione europea, nel momento in cui giganti come Russia, Stati Uniti e Iran stanno avendo delle influenze importanti nella questione turco-siriana, si muovano in maniera autonoma. È stato un primo grande passo su iniziativa dell'Italia e credo che sia molto importante rivendicarlo perché dimostra che se vogliamo incidere e portare il nostro patrimonio di capacità ed anche di simpatia che abbiamo in quelle aree del mondo, lo dobbiamo offrire anche all'Unione europea, stimolandola a muoversi come tale. Poi a volte succede, a volte no. Il senatore Romani ha parlato degli accordi di Soči; essi probabilmente danno continuità ad una serie di accordi raggiunti in passato, in qualche modo rievocati, forse anche rianimati, che stanno incidendo in quell'area. Condividiamo poi totalmente la preoccupazione sui fighters e sui foreign fighters. Quell'area e quello che sta succedendo al confine con la Siria testimoniano che ci sono degli equilibri geopolitici che stanno cambiando. Dobbiamo guardare a quello che sta accadendo, cercando di impegnare le grandi istituzioni coinvolte; sicuramente le Nazioni unite, anche se sappiamo bene che quel Consiglio di sicurezza che si è riunito poche ore o pochi giorni dopo quello che è accaduto, si è svolto a porte chiuse e non ha raggiunto conclusioni particolarmente efficaci. La Turchia è membro della NATO, l'altro grande soggetto che deve agire, e questo non aiuta. Senz'altro, gli accordi sulla tregua e sullo stand-by che si ci sono stati sia con gli Stati Uniti che con la Russia testimoniano che in quell'area bisogna guardare a quello che sta accadendo non solo regionalizzandolo, ma valutandone gli equilibri. Ancora una volta, credo che l'Italia in questi casi debba essere consapevole delle sua capacità: ha una grande capacità diplomatica ed è stato un peccato non essere protagonisti nel processo. Allo stesso tempo, può avere un grande ruolo se riesce ad aggregare l'Unione europea. In alcuni casi, infatti, potremmo peccare di esaltazione e di superbia se volessimo intervenire da soli. Sicuramente l'Italia, nel processo che riguarda il cosiddetto Comitato costituzionale, deve svolgere un ruolo particolarmente attivo. Ho incontrato Pedersen all'Assemblea generale dell'ONU, il quale, nell'ambito del processo del Comitato costituzionale che si terrà a Ginevra, incontrerà Turchia, Russia e Iran, che rappresentano i tre soggetti che, come diceva il senatore Romani, hanno un ruolo fondamentale in ciò che sta accadendo. Credo che quanto sta accadendo a livello internazionale testimoni sicuramente il fatto che si sta "reingaggiando" Assad. Qualcuno dirà oggi che l'aveva detto, perché all'insorgenza del conflitto siriano il dibattito sull'opportunità di parlare o no con Assad era di dominio pubblico. Credo tuttavia che questi tempi siano maturi per fare un piccolissimo passo in avanti, nell'ambito del Comitato costituzionale che, come ho detto, rappresenta il nostro faro nella soluzione del problema dell'instabilità della Siria. Come ha detto il senatore Romani, le azioni del Comitato costituzionale - che si riunisce proprio oggi, per una coincidenza rispetto a questa informativa - dovranno aprire la strada al processo di ricostruzione di quel Paese, quindi non solo istituzionale, ma anche dal punto di vista concreto. In merito credo che, ancora una volta, l'Italia possa fare molto di più, rispetto a partner europei che hanno la stessa presenza diplomatica a livello di ambasciata in quel Paese e che si sono mossi in maniera molto più efficace. Per quanto riguarda il tema delle sanzioni, guardiamo prima che cosa accade nel processo costituzionale; in questo momento, infatti, nel Comitato costituzionale dobbiamo vedere i comportamenti di tutti i soggetti in quel contesto. Intervenire e parlare già di arretramento rispetto alle sanzioni potrebbe fermare l'attenzione positiva che si sta muovendo attorno al Comitato e che Pedersen sta gestendo molto bene. Il tema dell'apprensione rispetto alla condizione dei foreign fighters e dei fighters in quel territorio è stato mosso anche dal presidente Casini. Come dicevo, credo che ciò testimoni, ancora una volta, il fatto che il terrorismo non si sconfigge con le azioni armate, anzi: