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k) mettere a disposizione un sistema che semplifichi l'utilizzo dei servizi alla persona e che riduca gli oneri amministrativi e gli altri adempimenti burocratici che gravano sulla famiglia. Già esistono in Italia agevolazioni fiscali sui servizi alla persona come le deduzioni e detrazioni per le spese sostenute per le colf, le badanti e gli asili nido, recentemente ridotte dalla legge di stabilità , ma non sono in grado di abbattere il costo di questi servizi per la famiglia nella misura sollecitata dalla Commissione europea (la famiglia paga solo una parte del prezzo reale -- circa il prezzo nel mercato nero -- e lo Stato paga la differenza) anche al fine di determinare il saldo con il maggior gettito contributivo e fiscale determinato dall'emersione del lavoro nero. La creazione di un sistema unificato di voucher per i servizi alla persona e alla famiglia è, di conseguenza, l'occasione per rivedere in modo organico tutte le agevolazioni fiscali che riguardano questi servizi, alla luce non solo dell'utilità rilevante ai fini di una maggiore occupazione femminile, che porta con sé una maggiore crescita del prodotto e della creazione di un mercato moderno e di qualità dei servizi alla persona, ma anche dell'altra utilità connessa all'emersione del lavoro non regolare così diffuso in questo settore. Infatti, il settore economico dei servizi alla persona cresce più degli altri in tutto il mondo e in particolare in Italia a causa dell'invecchiamento della popolazione e della maggiore partecipazione delle donne al mercato del lavoro, con un valore aggiunto, solo per le colf e badanti, di 16 miliardi nel 2010 . Se si prendono in considerazione solo i collaboratori che prestano la loro attività presso le famiglie (colf e le badanti), il loro numero è «passato da poco più di un milione del 2001 agli attuali 1.655.000 (+ 53 per cento), registrando come noto la sua crescita più significativa nella componente straniera, che oggi rappresenta il 77,3 per cento del totale. Nel 2011 quasi 2 milioni 600.000 famiglie (il 10,4 per cento del totale) si sono rivolte al mercato, per acquistare servizi di collaborazione, di assistenza ad anziani o altre persone non autosufficienti e di baby sitting » . Il Censis stima che la crescita della domanda porterà il numero degli attuali collaboratori da l milione 655.000 a 2 milioni 151.000 nel 2030, determinando un fabbisogno aggiuntivo complessivo di circa 500.000 unità. Questo fenomeno è determinato in gran parte da due fattori: «l'invecchiamento demografico e con esso la crescita di una dimensione di non autosufficienza che sottopone il sistema del welfare italiano a nuove sfide cui è sempre meno in grado di far fronte, ma anche la crescente propensione al lavoro delle donne pone alle famiglie esigenze nuove, sia in termini di organizzazione del lavoro domestico che di cura delle persone. Non meno rilevanti sono state quelle trasformazioni di lungo corso che hanno investito da un lato il modello famigliare, oggi sempre più frammentato e non più in grado di offrire ai propri membri quella rete estesa di coperture che garantiva fino a qualche decennio fa; dall'altro lato il nostro welfare pubblico che si è trovato a delegare alle famiglie quote consistenti di "assistenza" dando vita ad una dimensione di welfare fai da te, che rappresenta ormai un vero e proprio pilastro del nostro sistema» . Un altro grande tema connesso al lavoro domestico e di cura è rappresentato dall'alta presenza di lavoratori stranieri in questo settore economico: quasi 8 collaboratori e collaboratrici domestiche su 10 sono nati all'estero, in maggioranza nei paesi dell'Est europeo e la componente femminile raggiunge quasi il 90 per cento. Il fenomeno del lavoro nero coinvolge, secondo la Caritas, quasi il 40 per cento dei collaboratori domestici stranieri, quota che tende a crescere fra coloro che hanno ottenuto un titolo di soggiorno valido a causa dello scarso potere contrattuale dei lavoratori migranti, ma anche per le crescenti difficoltà economiche delle famiglie italiane . Ai lavoratori irregolari si aggiungono quelli riconducibili al cosiddetto lavoro grigio, dichiarato solo parzialmente ovvero svolto con il rispetto solo parziale degli oneri retributivi e contributivi, che consente un ulteriore risparmio alle famiglie a danno dei lavoratori. Si fa sempre più pressante, di conseguenza, l'esigenza di misure di supporto agli sforzi delle famiglie ma che contemporaneamente offrano i giusti riconoscimenti agli addetti al lavoro domestico, in particolare con agevolazioni fiscali che consentano l'assunzione regolare dei collaboratori stranieri e il pieno rispetto dei diritti contrattuali. L'emersione del lavoro nero in questo settore è la condizione irrinunciabile per concepire un disegno di welfare più ampio, che coinvolga anche il settore privato e il terzo settore, nel quale si collochi in maniera strutturata l'offerta di lavoro domestico e di assistenza da parte dei lavoratori stranieri. In questo quadro è necessario implementare politiche per qualificare il lavoro di cura, «introducendo degli standard omogenei e dando pieno riconoscimento professionale alla figura dell'assistente familiare» . Più in generale, l'Italia si trova ad affrontare, come del resto tutti i paesi industrializzati, il problema della difficile conciliazione fra l'esigenza di contenere la spesa pubblica e di rendere sostenibile il sistema di welfare pubblico da una parte e quella di tutelare i nuovi e maggiori rischi che derivano dall'invecchiamento della popolazione, dall'aumento delle spese sanitarie e dalla maggiore mobilità e flessibilità del mercato del lavoro dall'altra. Rischiano così di rimanere scoperti i bisogni di protezione sociale delle categorie più deboli come gli anziani, le donne, i giovani, i disabili e i lavoratori flessibili che possono contare sempre meno sulla disponibilità di risorse pubbliche e che rischiano maggiormente di cadere sotto la soglia di povertà. Anche il tentativo di trasferire risorse tra le voci maggiormente finanziate della spesa per la protezione sociale (pensioni e sanità) a quelle dotate di meno risorse (politiche per il lavoro, la famiglia, i bambini, la casa e l'esclusione sociale) è venuto meno sotto la scure degli obblighi ineludibili del pareggio di bilancio. Per far fronte a queste difficoltà obiettive, aggravate nel nostro paese da una base di contribuenti attivi inferiore alla media europea, si diffondono iniziative che mobilitano risorse private per far fronte alle nuove e maggiori aspettative, prefigurando così un «secondo welfare » che si affianchi in maniera sussidiaria a quello pubblico, coinvolgendo attori economici e sociali quali imprese, sindacati, fondazioni, assicurazioni, il terzo settore e gli enti locali. La quota di spesa sociale privata nel nostro paese è molto bassa (2,1 per cento del PIL), a fronte del 3 per cento di Francia e Germania e del 7,1 per cento del Regno Unito e quindi vi sono molti margini di espansione che potrebbero far affluire verso la sfera del secondo welfare alcuni punti percentuali di PIL. «Non si tratta di sostituire spesa pubblica con spesa privata, ma di mobilitare risorse aggiuntive per bisogni e aspettative crescenti, in un contesto di finanza pubblica fortemente vincolato e di resistenze politiche (oltre che controindicazioni economiche) ad un aumento della pressione fiscale, almeno sui redditi da lavoro.