[pronunce]

Il giudice rimettente ha lamentato la violazione dell'art. 3 Cost., in quanto si tratterebbero allo stesso modo coloro che, a fronte dell'inerzia dell'amministrazione, si erano attivati ed al momento dell'entrata in vigore della norma non avevano ottenuto tutela giurisdizionale, e coloro che, essendosi anch'essi attivati, avevano ottenuto quella tutela. Inoltre, la norma sarebbe, nel suo carattere derogatorio, irrazionale, in quanto la ristretta entità numerica dei soggetti cui si riferirebbe renderebbe impossibile che la sua applicazione possa realizzare l'effetto di contribuire "alla stabilizzazione ed allo sviluppo del Paese". La violazione dell'art. 24 della Costituzione viene motivata per il fatto che si penalizzerebbero sia coloro che non hanno agito in giudizio, sia coloro che hanno agito, venendosi a privare costoro, dopo l'inizio dei giudizi, di una tutela prima garantita. 9. - Con l'ordinanza iscritta al n. 397 r.o. del 1999, la Corte dei conti, sezione giurisdizionale per la Sardegna, ha sollevato, in riferimento all'art. 3, primo comma, Cost., questione di legittimità costituzionale del comma 4 dell'art. 26 della legge n. 448 del 1998, limitatamente alla parte in cui ha stabilito che le somme liquidate sui trattamenti pensionistici, in conseguenza della sentenza n. 1 della Corte costituzionale, non danno luogo ad interessi e rivalutazione monetaria. La questione è stata sollevata in un giudizio promosso dalla titolare di una pensione di reversibilità soggetta alla detta riliquidazione, per ottenere, sulle somme riscosse per effetto di essa, gli interessi e la rivalutazione monetaria, negati dall'amministrazione. Circa la rilevanza della questione, la Corte dei conti osserva che, secondo la propria giurisprudenza - sia pure con differenti orientamenti in ordine al dies a quo - ai crediti pensionistici, avendo la pensione natura di retribuzione differita, sarebbero applicabili l'art. 429 del codice di procedura civile e l'art. 150 delle relative disposizioni di attuazione, come confermerebbe l'art. 22, comma 36, della legge 23 dicembre 1994, n. 724 (Misure di razionalizzazione della finanza pubblica), che ha previsto, a decorrere dal 1° gennaio 1995, l'applicazione dell'art. 16, comma 6, della legge 30 dicembre 1991, n. 412, ai dipendenti pubblici. Infatti, il legislatore, avendo con detta disposizione, sancito che dall'indicata data la rivalutazione compete solo per l'eccedenza rispetto al maggior danno ristorato dagli interessi, avrebbe riconosciuto per il periodo antecedente il cumulo degli uni e dell'altra. Ne avrebbe dato conferma anche il decreto del Ministro del tesoro, del bilancio e della programmazione economica 1° settembre 1998, n. 352 (Regolamento recante i criteri e le modalità per la corresponsione degli interessi legali e della rivalutazione monetaria per ritardato pagamento degli emolumenti di natura retributiva, pensionistica ed assistenziale a favore dei dipendenti pubblici e privati in attività di servizio o in quiescenza delle amministrazioni pubbliche di cui all'articolo 1, comma 2, del decreto legislativo 3 febbraio 1993, n. 29), il quale, nel dettare - in attuazione dei due provvedimenti legislativi sopra citati - il regolamento sui criteri e le modalità per la corresponsione degli interessi legali e della rivalutazione monetaria per il ritardato pagamento degli emolumenti di natura retributiva, pensionistica e assistenziale a favore dei dipendenti pubblici e privati in attività di servizio o in quiescenza, ha previsto il cumulo degli interessi e della rivalutazione monetaria fino al 16 dicembre 1990, i soli interessi legali del 10 fino al 1° gennaio 1995 e, successivamente, la rivalutazione in aggiunta agli interessi solo per la parte eccedente il loro ammontare. Si precisa, inoltre, che, ai sensi dell'art. 3 del detto decreto, gli interessi o la rivalutazione decorrerebbero dalla maturazione del credito o dalla scadenza del termine previsto dall'art. 2 della legge 7 agosto 1990, n. 241 (Nuove norme in materia di procedimento amministrativo e di diritto di accesso ai documenti amministrativi), per l'adozione del relativo provvedimento. Da queste notazioni, dopo avere dato atto dell'intervento, nelle more del giudizio, della disposizione denunciata, il giudice rimettente trae la conclusione che la questione sollevata sarebbe rilevante in quanto la disposizione sarebbe applicabile al caso di specie, posto che dalla sua efficacia fa salvi solo gli effetti del giudicato e quindi "regolamenta anche ipotesi pregresse". Quanto alla non manifesta infondatezza, il rimettente lamenta la violazione dell'art. 3, comma primo, Cost., in quanto la norma denunciata tratterebbe in modo deteriore e differenziato "alcuni pensionati (fra cui la ricorrente), la cui posizione sarebbe pressoché identica a quella dell'intera categoria", per la quale continuerebbe ad applicarsi la regola della computabilità degli accessori o di alcuni di essi, in relazione ai periodi di maturazione dei crediti principali. E ciò con riferimento a crediti principali costituenti diritti soggettivi, i quali in nulla si differenzierebbero dai crediti pensionistici per cui la norma denunciata non opera, posto che detti crediti trarrebbero origine dalle disposizioni normative che la sentenza della Corte n. 1 del 1991 ha fatto riespandere. La norma denunciata sarebbe, inoltre, irrazionale perché segnerebbe una deroga ad un principio generale che l'ordinamento accoglie costantemente, attribuendo agli accessori la natura di elementi essenziali del trattamento pensionistico. 10.