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to prevent , adottare ogni misura idonea a prevenire la violenza maschile sulle donne; to protect , proteggere le donne che vogliono fuggire dalla violenza maschile; to punish , perseguire i crimini commessi nei confronti delle donne; to procure compensation , risarcire - non solo economicamente - le vittime di violenza sulle donne. Alla fine del 2009, per la prima volta nella storia del diritto internazionale umanitario, uno Stato è stato dichiarato responsabile per i femminicidi avvenuti sul suo territorio. Per la prima volta, nella storica sentenza «Campo Algodonero», la Corte interamericana per i diritti umani, in data 10 dicembre 2009 (giorno in cui si commemora la firma della Dichiarazione universale sui diritti umani) cita per la prima volta il femminicidio, quale omicidio di una donna basato sul genere. La sentenza di «Campo Algodonero», lungi dal costituire un attacco della comunità internazionale allo Stato messicano, rappresenta uno snodo fondamentale nella giurisprudenza sui diritti umani, perché la Corte interamericana si è fatta garante, attraverso i propri meccanismi, del rafforzamento dello Stato di diritto e delle sue istituzioni democratiche, così come dello sviluppo umano nelle società, in un’ottica di genere. Sullo Stato messicano, infatti, incombe, ai sensi dell’articolo 7 della Convenzione di Belém do Parà, l’obbligazione di utilizzare la dovuta diligenza per prevenire, sanzionare ed eradicare la violenza sulle donne. In generale, tale obbligazione incombe pure su tutti gli Stati che hanno ratificato la CEDAW per cui, ai sensi dell’articolo 2 della Convenzione, già dal 1992, si è ritenuto che gli Stati possono essere responsabili di atti privati se non adottano misure adeguate ad impedire la violazione dei diritti (da parte dei singoli), ad assicurare le indagini e la punizione degli atti di violenza o a risarcire le vittime. Analogamente si è espressa l’Assemblea generale delle Nazioni Unite nel 1993 e la Piattaforma di Pechino, mentre la rappresentante speciale delle Nazioni Unite sulla violenza sulle donne già da tempo ha dato atto dell’esistenza di una norma pattizia, nel diritto internazionale consuetudinario, che obbliga gli Stati ad utilizzare la dovuta diligenza nel prevenire e contrastare la violenza sulle donne, dedicando a questo tema anche il suo ultimo rapporto annuale presentato il 3 marzo 2013 al Consiglio dei Diritti Umani, in cui approfondisce il contenuto della responsabilità degli Stati nell’esercizio della dovuta diligenza per l’eliminazione di ogni forma di violenza nei confronti delle donne. Dunque, affinché uno Stato sia esente da responsabilità internazionale, deve aver adottato ogni mezzo idoneo ad evitare che i singoli possano porre in essere lesioni dei diritti garantiti attraverso l’adesione agli strumenti internazionali e regionali del sistema di tutela dei diritti umani. Gli indicatori di una eventuale responsabilità statale sono molteplici e, semplificando, lo Stato deve aver assolto all’obbligazione di assicurare la protezione dei diritti delle donne sia de jure che de facto . In sostanza, lo Stato deve ratificare gli strumenti internazionali a tutela dei diritti delle donne, sancire a livello costituzionale il principio dell’uguaglianza di genere, dotarsi di un corpus normativo di contrasto alla violenza sulle donne, predisporre politiche e piani di azione in materia, formare gli operatori giudiziari e le forze dell’ordine in un’ottica di genere, disporre di strutture di protezione adeguate, predisporre strumenti di rilevazione statistica dei dati e di sensibilizzazione culturale. E nonostante l’adozione di un quadro normativo e politico di prevenzione e contrasto alla violenza sulle donne adeguato, onere dello Stato è far sì che esso sia funzionale ed efficace nel contrasto alla violenza di genere, ovvero sia in grado di prevenire i fattori di rischio, agendo a livello strutturale. In questo senso, la sentenza «Campo Algodonero» rileva sia per come ripercorre minuziosamente tutte le omissioni dello Stato messicano che ne sanciscono la responsabilità per i femminicidi di Ciudad Juarez, sia per come motiva tale responsabilità alla luce dei parametri sanciti dagli altri organismi a tutela dei diritti umani e delle osservazioni pervenute, in special modo dalla CEDAW e dai vari relatori speciali dell’ONU, allo Stato messicano. La stessa sentenza è poi preziosa nella misura in cui richiama i precedenti in cui, anche se non si parlava espressamente di femminicidio, la questione verteva in materia di responsabilità dello Stato per non aver adottato tutte le misure adeguate a prevenire l’uccisione della donna. E la Corte interamericana non lo fa soltanto richiamando la propria giurisprudenza, ma anche con riferimento a quella della Corte europea per i diritti umani, citando la motivazione dei casi decisi davanti al Comitato CEDAW, quasi a voler riaffermare l’universalità dei parametri per una giustizia minima sui diritti delle donne, l’universalità della risposta giuridica del sistema di tutela internazionale e regionale di tutela dei diritti umani al femminicidio. La Corte interamericana ha in particolare richiamato la decisione del Comitato CEDAW nei confronti dell’Ungheria (2005, in cui lo Stato fu dichiarato responsabile in quanto non disponeva di una legislazione specifica in materia di violenza domestica e molestie sessuali, né di strumenti analoghi agli ordini di protezione o di allontanamento del coniuge violento dalla casa familiare, né di case rifugio per la protezione immediata delle donne sopravvissute alla violenza) e quella, ancora più recente, del Comitato CEDAW nei confronti dell’Austria (2007, in cui lo Stato fu dichiarato responsabile dell’uccisione di una donna da parte di suo marito, poiché lo stesso, nonostante la pericolosità e la riportata condanna, non era stato trattenuto in carcere). Nella sentenza di «Campo Algodonero» si sviluppa poi il concetto secondo cui, se lo Stato non adotta tutti i mezzi adeguati per prevenire e contrastare la violenza di genere, discrimina le donne in quanto non garantisce loro il diritto ad essere uguali davanti alla legge e dunque ugualmente protette dalle istituzioni. In tal senso, la Corte interamericana richiama il precedente della Corte europea per i diritti umani, Opuz vs. Turchia, ove i giudici di Strasburgo, a loro volta richiamando una precedente giurisprudenza della medesima Corte interamericana, hanno condannato lo Stato turco per violazione degli articoli 3 e 14 della CEDU: si tratta, rispettivamente, del divieto di tortura e trattamenti umani degradanti, in quanto la signora Opuz, ha subito uno stato perenne di minacce, violenze e paura da parte del marito, a causa della passività della polizia e dei giudici nella persecuzione dello stesso, e del divieto di discriminazione, in quanto le riforme legislative adottate dalla Turchia per eliminare le disposizioni discriminatorie in materia di violenza domestica non sono bastate a eliminare la passività delle autorità locali davanti alla sua richiesta di aiuto «in quanto donna».