[pronunce]

che, dunque, l'atto legislativo di concessione di un condono fiscale, ancorché comporti (a certe condizioni) l'estinzione di reati tributari, non costituisce una legge di amnistia e, pertanto, non deve essere adottato dal legislatore con le maggioranze indicate dall'art. 79 Cost.; che anche la questione riferita all'art. 3 Cost. è manifestamente infondata; che, per il giudice a quo, l'esclusione della punibilità di reati tributari a séguito della tempestiva sanatoria fiscale è irragionevole, perché non ricorrono, nella specie, gli stessi presupposti richiesti dalla giurisprudenza costituzionale quale condizione di ragionevolezza delle leggi che prevedono l'estinzione di reati urbanistici per effetto della intervenuta rituale sanatoria di abusi edilizi, e cioè: a) l'esistenza di una eccezionale situazione di «illegalità di massa»; b) l'esigenza di favorire l'emersione degli illeciti; che in tal modo, però, il rimettente pone a raffronto ipotesi di condono che, pur determinando lo stesso effetto estintivo del reato, restano eterogenee, perché, mentre la normativa sul condono edilizio – anche nel caso in cui esso sia disposto per ragioni contingenti di natura finanziaria – esige necessariamente un peculiare bilanciamento con una pluralità di interessi costituzionalmente protetti (quali, ad esempio, il governo del territorio, la tutela del paesaggio, dell'ambiente, dell'ecosistema e dei beni culturali); il condono fiscale, invece, è essenzialmente diretto a soddisfare l'interesse costituzionale all'acquisizione delle disponibilità finanziarie necessarie a sostenere le pubbliche spese, incentivando la definizione semplificata e spedita delle pendenze fiscali mediante il parziale pagamento del debito tributario; che la rilevata diversità degli interessi costituzionali coinvolti in ciascuno dei due menzionati tipi di condono esclude che la normativa sul condono fiscale debba rispettare le medesime condizioni di ragionevolezza individuate dalla giurisprudenza di questa Corte per le leggi di condono edilizio; che, pertanto, non è di per sé irragionevole che la normativa di condono fiscale persegua i soli contingenti e concorrenti obiettivi propri di detto condono, cioè ridurre il contenzioso (anche potenziale) con i contribuenti e conseguire un immediato introito finanziario, benché in misura ridotta rispetto a quello astrattamente ricavabile (sulla legittimità di tali obiettivi del condono fiscale, ex multis, sentenze n. 416 del 2000; n. 321 del 1995, n. 172 del 1986, n. 33 del 1981; ordinanze n. 402 del 2005, n. 550 del 2000, n. 361 del 1992). Visti gli artt. 26, secondo comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87, e 9, comma 2, delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale.. . per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE dichiara la manifesta inammissibilità delle questioni di legittimità costituzionale dell'art. 15, comma 7, della legge 27 dicembre 2002, n. 289 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato – legge finanziaria 2003), sollevate, in riferimento agli artt. 53, 54 e 112 della Costituzione, dal Tribunale di Spoleto con l'ordinanza indicata in epigrafe; dichiara la manifesta infondatezza delle questioni di legittimità costituzionale del medesimo art. 15, comma 7, della legge n. 289 del 2002 sollevate, in riferimento agli artt. 3 e 79 Cost., dal Tribunale di Spoleto con la stessa ordinanza indicata in epigrafe. Cosí deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, l'1 aprile 2009. F.to: Paolo MADDALENA, Presidente Franco GALLO, Redattore Gabriella MELATTI, Cancelliere Depositata in Cancelleria il 9 aprile 2009. Il Cancelliere F.to: MELATTI