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L'articolo 4 prevede espressamente che la disposizione di cui all'articolo 69- bis , secondo comma, della legge fallimentare (principio della consecutio fra procedure) operi a prescindere dalla distanza temporale fra concordato preventivo e fallimento ed anche in caso di concordato cosiddetto in bianco. All'articolo 5 è prevista l'espressa esclusione della prededuzione ex articolo 111 della legge fallimentare per compensi professionali inerenti assistenza su concordati in bianco poi rinunziati, dichiarati inammissibili per qualsiasi motivo o su cui non viene presentato il piano. Con l'articolo 6 si intende attribuire al giudice la facoltà di prevedere un contributo da destinare al Fondo unico giustizia, che deve essere versato nel caso in cui l'imprenditore, pur avendo presentato domanda di concordato preventivo con riserva, non abbia provveduto a depositare la proposta, il piano c la documentazione entro il termine fissato dal giudice. Vista l'elevata percentuale di domande a cui non ha fatto seguito il deposito della restante documentazione, questo contributo mira a selezionare dal principio le domande di concordato, premiando la serietà delle stesse, e a limitare il fenomeno dell'abuso dello strumento. L'articolo 7 modifica l'articolo 173 della legge fallimentare prevedendo il fallimento automatico in ipotesi di revoca, rinuncia o mancata omologazione nonché nei casi in cui la percentuale di pagamento sia sensibilmente inferiore alla percentuale dichiarata nel piano ed anche nei casi di rilevante superamento del termine posto all'adempimento del concordato, con lo scopo di evitare l'abuso dello strumento concordatario che passa anche attraverso la soluzione di continuità fra questo ed il fallimento. Il capo III interviene sul codice degli appalti pubblici di cui al decreto legislativo n. 163 del 2006. L'articolo 8 prevede il divieto, per le imprese in concordato in continuità, di partecipare agli appalti pubblici dal momento del deposito della domanda di concordato sino al provvedimento di omologazione. L'articolo 9 inserisce nel codice degli appalti pubblici la previsione del pagamento diretto dei subappaltatori e quindi sancisce la prevalenza della normativa amministrativa su quella concorsuale, anziché procedere al pagamento dell'impresa in concordato o in fallimento nel caso di aziende che hanno in corso contratti di appalto, con enti pubblici e che entrano in una procedura concorsuale, con espressa deroga al rispetto della regolarità contributiva della società in procedura concorsuale. Il capo IV modifica i delitti fiscali (decreto legislativo 10 marzo 2000, n. 74: «Nuova disciplina dei reati in materia di imposte sui redditi e sul valore aggiunto, a norma dell'articolo 9 della legge 25 giugno 1999, n. 205»). L'articolo 10 fa riferimento alla rilevanza penale dell'omissione di versamento di imposte. Si rileva che i reati di omesso versamento previsti dagli articoli 10- bis e 10- ter del decreto legislativo n. 74 del 2000 sono stati correttamente collocati nell'ambito del capo II, relativo ai delitti in materia di pagamento delle imposte. Nonostante ciò, però, le stesse norme hanno suscitato significative perplessità sin dall'entrata in vigore soprattutto con riguardo alla coerenza con i princìpi ispiratori dell'intero provvedimento. A differenza di altre norme incriminatrici contenute nel medesimo decreto legislativo, infatti, non assume alcuna rilevanza l'aspetto dell'evasione, ma solo il mancato versamento. In effetti, le principali ipotesi delittuose su cui si articola il decreto legislativo fanno riferimento a condotte animate dalla volontà di evadere le imposte oggetto di tutela penale attraverso lo strumento della dichiarazione, alternativamente resa fraudolenta, ovvero infedele, ovvero ancora del tutto omessa. I delitti di omesso versamento (articoli 10- bis e 10- ter) si differenziano nettamente dagli altri in quanto privi di qualsiasi riferimento all'elemento psicologico dell'agente, tanto da indurre alcuni autori a ritenere reintrodotta la cosiddetta «prigione per debiti». Le perplessità suscitate dall'introduzione di tali fattispecie di reato sono, in un periodo quale quello attuale connotato da una crisi di vaste dimensioni, tornate al centro dell'attenzione degli interpreti, non solo della dottrina e della giurisprudenza, ma anche dei professionisti, perché spesso gli imprenditori si trovano nell'oggettiva impossibilità di pagare le imposte. In questo clima l'esigenza di individuare uno spazio di non applicabilità delle sanzioni risulta sentita anche dalla più recente giurisprudenza di merito pronunciatasi sia in sede penale, sia in sede tributaria. Nell'attuale clima sociale, molto sensibile alla crisi economica e alle risposte del legislatore, non si coglie la ragione per cui da un lato si consente all'imprenditore in crisi di presentare proposte di concordato preventivo con la cosiddetta «transazione fiscale», disciplinata dall'articolo 182- ter della legge fallimentare, che consente la cristallizzazione del debito erariale e la dilazione del suo pagamento ovvero, ancora, di falcidiare i crediti erariali, e, dall'altro, si continua a perseguire l'imprenditore che, in analoghe situazioni, non riesca a pagare in tempo l'IVA o le ritenute certificate. In un tale contesto occorre valutare se il comportamento dell'agente sia intenzionalmente guidato dalla volontà di non pagare, ovvero se tale condotta sia, in qualche misura, necessitata. I delitti di cui agli articoli 10- bis e 10- ter del decreto legislativo n. 74 del 2000, infatti, sono reati omissivi propri a consumazione istantanea: si perfezionano e si consumano con l'omesso versamento delle ritenute o dell'IVA (risultante dalle relative dichiarazioni e purché superiore alla soglia del penalmente rilevante) entro i termini di legge. Il dolo attualmente richiesto dalle fattispecie è generico e la Corte di cassazione ha finora ritenuto sufficiente per la sussistenza dell'elemento psicologico la semplice omissione nel termine prescritto, facendo leva sull'obbligo che incombe sul soggetto agente di gestire le proprie risorse in modo da essere in grado di provvedere successivamente ai versamenti dovuti. È evidente che un tale ragionamento finisce per penalizzare eccessivamente, con la sanzione più grave prevista dal nostro ordinamento, cioè quella penale, l'imprenditore che si trovi in oggettive difficoltà finanziarie. In tali casi occorrerebbe valutare con maggior attenzione le motivazioni che sorreggono una condotta molto spesso obbligata. In tal senso si è mossa la giurisprudenza di merito che è giunta a pronunce assolutorie basate sulle difficoltà finanziarie (mancanza di liquidità) in cui versa l'imprenditore, che non permettono il regolare pagamento dell'IVA, valorizzando di volta in volta diversi aspetti: inadempienza della pubblica amministrazione, di soggetti terzi, dell'unico cliente, fino alla recente sentenza del tribunale di Venezia-Chioggia che ha stabilito che «il rappresentante legale di una srl a causa della situazione di difficoltà dell'impresa potrebbe sottrarsi agli obblighi tributari che gli incombono se la crisi tanto grave ne ha determinato il fallimento e infine la chiusura» (sentenza del 10 luglio 2013).