[pronunce]

Infine, la disposizione censurata sarebbe irragionevole per contraddittorietà e disparità di trattamento, poiché regolerebbe in maniera «più restrittiva» una situazione procedimentale analoga ad altre disciplinate diversamente sia in termini generali dalla legge n. 212 del 2000 e dalla legge n. 241 del 1990, sia nel medesimo ambito tributario, con conseguente violazione dell'art. 3 Cost. 2.&#8210; È intervenuto in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, che ha innanzitutto eccepito l'inammissibilità, per diversi motivi, delle questioni. 2.1.&#8210; Rammenta l'Avvocatura che la questione con la quale si deduce la irragionevole disparità di trattamento tra sanzioni e tributi, quale sarebbe quella in esame, è da ritenersi inammissibile quando - come nel caso di specie &#8210; «il rimettente non argomenta minimamente in ordine alle ragioni per le quali, a fronte della diversità delle suddette pretese erariali, debba sussistere un identico trattamento, stante la diversa natura e funzione e la distinta disciplina» (è citata la sentenza n. 78 del 2016). Parimenti inammissibile sarebbe la dedotta violazione dell'art. 24 Cost., atteso che, al di là dell'adozione di mere formule di stile, il rimettente non fornirebbe alcuna argomentazione a sostegno della tesi secondo la quale il diritto di difesa in giudizio sarebbe leso dal procedimento di notificazione dell'invito previsto dalla norma censurata. Inoltre, come già affermato da questa Corte in altra pronuncia relativa al contributo unificato, «la questione è inammissibile per la pluralità delle soluzioni che possono essere offerte dal legislatore in una materia, quale quella della determinazione delle spese processuali poste a carico degli utenti della giustizia ed altresì quella tributaria, nella quale vige il principio della sua discrezionalità e della insindacabilità delle opzioni legislative che non siano caratterizzate da una manifesta irragionevolezza» (è richiamata l'ordinanza n. 164 del 2010). Infine, secondo il Presidente del Consiglio dei ministri, l'ordinanza, dopo aver dedotto un presunto vulnus al principio del «giusto processo» garantito dall'art. 111 Cost., si soffermerebbe su profili afferenti al procedimento amministrativo, menzionando genericamente la tutela del contraddittorio nel processo. Non si comprenderebbe tuttavia in quale misura la notificazione dell'avviso al domicilio eletto vada ad incidere su un procedimento giurisdizionale, in realtà non ancora iniziato. La genericità di detta doglianza la renderebbe, in definitiva, inammissibile. 2.2.&#8210; Le questioni sarebbero comunque non fondate. La fattispecie all'esame del rimettente presenterebbe difatti la peculiarità che l'obbligazione tributaria di cui si controverte nasce nel corso e in ragione del procedimento giurisdizionale. Ciò giustificherebbe la diversità di trattamento rispetto agli "ordinari" procedimenti tributari. L'inadempimento del difensore alle proprie obbligazioni costituirebbe, poi, «un accadimento "patologico"» nel rapporto professionale, non suscettibile, quindi, di influenzare la legittimità della norma censurata. Peraltro, secondo l'interveniente, potrebbe dubitarsi del fatto che l'invito al pagamento sia un atto impositivo vero e proprio, assimilabile ad una pretesa tributaria ordinaria, assolvendo esso piuttosto ad una funzione di sollecitazione, onde consentire al contribuente, tramite l'apporto dei difensori, di ovviare ad eventuali sviste ed errori senza alcun onere a suo carico. Sarebbe dunque ragionevole sostenere che si è in presenza di un atto del tutto atipico, per il quale ben può, almeno in una prima fase, prescindersi dalla necessità di una comunicazione immediata e diretta al contribuente come previsto per gli altri atti impositivi. Al contribuente sarebbe comunque garantito avvalersi della possibilità di dimostrare l'assenza dell'elemento soggettivo nel proprio inadempimento, ai sensi degli artt. 5 e 6 del d.lgs. n. 472 nel 1997. In definitiva, per un verso, le modalità di notifica presso il domicilio eletto soddisferebbero la necessità di piena conoscenza dell'atto; per altro verso, l'ordinamento appresterebbe comunque una piena tutela in caso di comprovata incolpevole ignoranza da parte del contribuente. 2.3.- Inoltre, non sarebbe ravvisabile alcuna ingiustificata disparità di trattamento con altre situazioni giuridiche, attesa la peculiarità della pretesa azionata dall'amministrazione e comunque la equipollenza delle modalità di notificazione, che soddisfano anche, nella maggior parte dei casi, la esigenza di celerità nella risoluzione della controversia; né vi sarebbe compressione del diritto di difesa, atteso che la notifica viene effettuata al difensore scelto dal contribuente, e ciò garantisce in linea di principio fin dalla prima fase proprio la miglior garanzia dell'interesse della parte, oltre che la piena e immediata conoscibilità dell'atto tributario. Peraltro, con la successiva notificazione dell'irrogazione della eventuale sanzione direttamente alla parte, questa verrebbe comunque messa in grado di conoscere la situazione e di sindacare tempestivamente, ove necessario, un ipotetico negligente comportamento del difensore. Per le medesime ragioni ora esposte non sembrerebbe ravvisabile né la violazione del principio di buon andamento e imparzialità dell'amministrazione, non essendo preclusa al contribuente la possibilità di conoscere l'atto; né la violazione del principio del giusto processo, non essendo in alcun modo precluso al contribuente di difendersi in un eventuale giudizio di impugnazione della pretesa tributaria, comprensiva di accessori e sanzione. Tantomeno, infine, la preclusione alla parte privata della «possibilità di una tutela avanzata in fase procedimentale», potrebbe ritenersi incidere indirettamente sul "giusto processo" che ne dovesse seguire, dal momento che, con riferimento a sanzioni qualificabili come penali, la giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell'uomo (sentenza 4 marzo 2014, Grande Stevens e altri contro Italia) ritiene sufficiente che la sanzione, irrogata in assenza delle guarentigie proprie della sede giudiziale, sia poi sindacabile in maniera piena davanti al giudice (si richiama, per l'applicazione del principio, Corte di cassazione, sezione seconda civile, sentenza 13 gennaio 2017, n. 770), come sembrerebbe accaduto anche nel giudizio a quo, nel quale tutte le difese sarebbero comunque state tempestivamente svolte.