[pronunce]

– Un primo profilo di illegittimità costituzionale è individuato dal giudice a quo nella violazione del diritto di difesa dell'indagato. Pur dovendo culminare la procedura camerale nella formazione di una prova circa l'illecita acquisizione dei dati, è adottato un modello procedimentale di forma semplificata, che non contempla accertamenti su iniziativa delle parti o del giudice e non prescrive la partecipazione necessaria del difensore dell'accusato. In sostanza, la procedura vorrebbe emulare quella dell'incidente probatorio, senza però riprodurne il carattere anticipatorio delle forme e delle garanzie dibattimentali, e dunque violando il secondo comma dell'art. 24 e l'art. 111, primo, secondo e quarto comma, Cost. D'altra parte, il verbale la cui redazione è prescritta al giudice deve necessariamente omettere la descrizione delle informazioni acquisite illegalmente, ed è dunque inidoneo alla piena verifica dei fatti, che resta preclusa irrimediabilmente dopo la distruzione del supporto cui si riferisce il procedimento. Proprio tale circostanza, secondo il rimettente, vale a documentare la violazione concomitante dell'art. 112 Cost., atteso che la precoce ed irrimediabile eliminazione della prova del reato contraddirebbe il principio del perseguimento obbligatorio del reato medesimo. In effetti la procedura regolata dalle norme censurate non è finalizzata ad accertare la responsabilità dell'indagato e, d'altra parte, nella sede deputata a tale accertamento, la prova necessaria non sarebbe più disponibile. La disciplina censurata, dunque, non varrebbe ad assicurare un ragionevole bilanciamento tra l'esigenza di protezione della riservatezza e l'interesse, di rango costituzionale, al perseguimento dei reati. Infine, a parere del rimettente, sussiste una violazione del primo comma dell'art. 24 Cost. in relazione al diritto della persona offesa di ottenere un risarcimento per il torto subito, dato che la distruzione della prova pregiudica la possibilità di documentare in giudizio il fondamento della relativa pretesa. Giudizio che, nella specie, è lo stesso finalizzato alla verifica della responsabilità penale dell'imputato, posto che la vittima dell'illecita captazione si è costituita parte civile e si è opposta, non casualmente, all'applicazione di regole che pure dovrebbero tutelare il suo diritto alla riservatezza. 3. – Il Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Milano, con ordinanza del 13 dicembre 2007 (r.o. n. 84 del 2008) , ha sollevato – in riferimento agli artt. 24, primo e secondo comma, 111, primo, secondo e quarto comma, e 112 Cost. – questione di legittimità costituzionale dell'art. 240, commi 3, 4, 5 e 6, cod. proc. pen. , come modificato dall'art. 1 del decreto-legge n. 259 del 2006, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 281 del 2006. Il rimettente è investito della richiesta di archiviazione formulata dal pubblico ministero in un procedimento per falsa testimonianza (art. 372 cod. pen.), relativamente alle dichiarazioni rese, dal dirigente di una grande azienda multinazionale, nel giudizio civile che un dipendente della stessa azienda aveva promosso impugnando il proprio licenziamento. Tale dipendente, nell'opporsi ex art. 410 cod. proc. pen. all'accoglimento della richiesta di archiviazione, ha riferito tra l'altro di comportamenti vessatori dell'azienda, che si sarebbero spinti fino allo svolgimento di illecite attività di indagine sulla sua vita privata. Secondo quanto riferito dal giudice a quo, le indagini in questione sarebbero state commissionate ad una delle agenzie investigative coinvolte nel procedimento ove è stata deliberata l'ordinanza r.o. n. 508 del 2007 (supra, § 1). Nel contesto di tale procedimento, sempre secondo il rimettente, sarebbe stato rinvenuto e sequestrato, tra gli altri, un incartamento relativo al dipendente poi licenziato. Il Tribunale riferisce d'avere respinto una prima volta la richiesta di archiviazione, ordinando il compimento di ulteriori indagini, una delle quali consistente nell'acquisizione del dossier commissionato dalla società convenuta nella causa di lavoro cui già si è fatto cenno. Il pubblico ministero avrebbe dato corso alle altre richieste, facendo però constatare la giuridica impossibilità di procedere all'acquisizione dei documenti recanti le informazioni illegalmente raccolte con riguardo all'odierno opponente. Tali informazioni infatti – sempre stando alle indicazioni poi riprese dal rimettente – sarebbero state acquisite mediante la corruzione di pubblici ufficiali. Il relativo materiale di supporto sarebbe dunque oggetto, a norma del comma 2 dell'art. 240 cod. proc. pen. , di un divieto assoluto di utilizzazione e di riproduzione, ivi comprese le attività necessarie per «travasare» ed apprezzare gli elementi di prova nel procedimento in corso avanti al giudice rimettente. Il Tribunale prosegue riferendo d'aver celebrato, a questo punto, una nuova udienza camerale, «per prendere cognizione della situazione», e che nel corso di tale udienza pubblico ministero ed indagato avrebbero insistito per l'accoglimento della richiesta di archiviazione, mentre la persona offesa avrebbe sollecitato un provvedimento di «imputazione coatta» con riguardo all'ipotizzato delitto di falsa testimonianza. Nessuna di tali soluzioni, però, risulterebbe «soddisfacente». Per un verso, infatti, la prova del dolo di falsa testimonianza non sarebbe allo stato adeguata. Essa potrebbe essere integrata, però, alla luce delle informazioni desumibili dal dossier (lo stesso rimettente riferisce, per altro, che il dirigente chiamato a testimoniare nella causa di lavoro, su circostanze pertinenti al rendimento del dipendente licenziato, era stato assunto dall'azienda in epoca successiva all'esaurimento delle «attività di spionaggio»). A questo punto il giudice a quo, dato atto che nel procedimento concernente l'acquisizione illegale di informazioni (condotto da altro magistrato del suo stesso Ufficio) è stata sollevata questione di legittimità costituzionale dell'art. 240 cod. proc. pen. (supra, § 1), assume che, nell'ambito del procedimento di archiviazione che lo riguarda, sarebbe «necessario muoversi nella medesima direzione». 3.1. – Le questioni di legittimità sono prospettate, in sostanza, attraverso una sintesi del petitum e degli argomenti che caratterizzano l'ordinanza r.o. n. 508 del 2007. Venendo al caso per cui procede, il Tribunale evidenzia in particolare la compressione «dei diritti del denunziante e opponente alla richiesta di archiviazione». Infatti, il procedimento per falsa testimonianza sarebbe «collegato» a quello che concerne l'illecita raccolta delle informazioni, e la «testimonianza e l'atteggiamento soggettivo» dell'indagato potrebbero essere «illuminati e meglio compresi proprio disponendo di una conoscenza completa degli episodi assai inquietanti che l'avrebbero preceduta e cioè lo “spionaggio” illegale in danno del dipendente poi licenziato».