[pronunce]

censura, invece - con particolare riguardo all'ipotesi di contumacia dell'imputato - la disciplina delle relative modalità di prestazione, quale risultante alla stregua di un consolidato indirizzo della giurisprudenza di legittimità, assunto, in sostanza, quale «diritto vivente». La Corte di cassazione ha rilevato, in effetti, come la definizione del processo minorile nell'udienza preliminare, secondo lo schema delineato dall'art. 32, comma 1, del d.P.R. n. 448 del 1988, così come emendato dalla sentenza n. 195 del 2002 di questa Corte, risulti strutturalmente omologa ai procedimenti speciali cosiddetti «a prova contratta» previsti nel rito ordinario (giudizio abbreviato e applicazione della pena su richiesta delle parti), nei quali l'utilizzazione anche "in malam partem" di elementi probatori acquisiti al di fuori del contraddittorio è resa possibile dall'adesione dell'imputato. Proprio in considerazione di ciò, la scelta di accedere alla definizione anticipata del processo minorile andrebbe configurata - in conformità alla (e in applicazione analogica della) disciplina generale dell'accesso ai riti alternativi (artt. 438, comma 3, e 446, comma 3, cod. proc. pen.) - come personalissima e conseguentemente riservata all'interessato, che potrebbe esprimerla solo direttamente o a mezzo di procuratore speciale. Il difensore privo di procura speciale non sarebbe, di conseguenza, abilitato a prestare il consenso, neanche in caso di contumacia del proprio assistito, che impedisca al giudice di interpellarlo direttamente. 4.- Ciò puntualizzato, deve escludersi che, nella lettura ora indicata, la norma censurata contrasti con i parametri costituzionali evocati dal giudice a quo, onde la questione proposta è infondata. Quanto alla denunciata disparità di trattamento tra imputato presente e imputato contumace (in asserita violazione dell'art. 3 Cost.), vale osservare che l'impossibilità per il secondo di ottenere già nell'udienza preliminare la concessione del perdono giudiziale o la dichiarazione di irrilevanza del fatto consegue ad una sua duplice, volontaria scelta: quella di non presenziare a detta udienza e quella di non conferire al difensore una procura speciale che lo abiliti a prestare il consenso in sua assenza. D'altro canto, se è vero che la decisione dell'imputato di non presenziare al processo a suo carico costituisce espressione di una libera opzione difensiva (libertà peraltro temperata, nel processo minorile, dalla previsione dell'art. 31, comma 1, del d.P.R. n. 448 del 1988), è altrettanto vero, tuttavia, che detta decisione implica l'accettazione delle eventuali conseguenze sfavorevoli, derivanti dall'impossibilità di compimento di atti processuali che presuppongono la presenza del giudicabile (sentenza n. 384 del 2006). Sulla base di tali considerazioni, questa Corte ha ritenuto che non sia lesiva degli artt. 3 e 24, secondo comma, Cost. la definitiva perdita del diritto di accesso ai riti alternativi in cui incorre l'imputato rimasto contumace nell'udienza preliminare del processo ordinario e che non abbia conferito procura speciale al difensore, anche nel caso in cui si sia proceduto in detta udienza alla modifica dell'imputazione (sentenza n. 384 del 2006). A maggior ragione la conclusione si impone nell'ipotesi oggi in esame, nella quale l'imputato, a seguito della duplice volontaria scelta di cui si è detto, non incorre affatto nella perdita definitiva della possibilità di ottenere la concessione del perdono giudiziale e la dichiarazione di improcedibilità per irrilevanza del fatto: l'una e l'altra potendo comunque aver luogo (quanto alla seconda, per effetto della sentenza n. 149 del 2003 di questa Corte) all'esito del dibattimento. Per questo verso, la scelta dell'imputato di non comparire all'udienza preliminare e di non conferire la procura speciale al difensore equivale, agli effetti pratici, a quella di negare il consenso alla definizione anticipata, la quale si limita, al pari della prima, a precludere l'adozione delle pronunce in questione nella fase in corso. 5.- Alla luce delle considerazioni che precedono, non è ravvisabile, altresì, alcun profilo di contrasto della norma censurata, come letta dal «diritto vivente», con il diritto di difesa dell'imputato (art. 24 Cost.). L'esigenza - postulata dalla giurisprudenza di legittimità - che il consenso sia riconducibile direttamente alla persona dell'interessato, risponde, per quanto si è detto, alla medesima ratio dell'omologo regime stabilito per l'accesso ai riti speciali che implicano la possibile utilizzazione, in danno dell'imputato, di elementi probatori acquisiti fuori del contraddittorio: regime che questa Corte ha ritenuto non lesivo dell'art. 24 Cost., tenuto conto degli effetti particolarmente incisivi della relativa opzione sulla sfera giuridica del soggetto, sia sul terreno sostanziale che su quello processuale (ordinanze n. 57 del 2005 e n. 143 del 1993). Il "rimedio" al riguardo prospettato dal rimettente - per cui, in pratica, l'imputato potrebbe togliere effetto a posteriori al consenso prestato dal difensore e recuperare il diritto all'assunzione della prova in contraddittorio, proponendo opposizione avverso la sentenza ai sensi dell'art. 32, comma 3, del d.P.R. n. 448 del 1988 - è, d'altro canto, con ogni evidenza, disfunzionale e asistematico. 6.- Parimenti infondate sono le residue censure, riferite agli artt. 111, secondo comma, e 31, secondo comma, Cost. Vale, a proposito delle modalità di manifestazione del consenso, quanto già osservato con riguardo al requisito del consenso in sé considerato. Non può ritenersi, cioè, irragionevole un assetto normativo che, nel conflitto fra l'esigenza di agevolare la sollecita definizione del processo - esigenza pure particolarmente avvertita nel caso di processo a carico di minorenne - e quella di rimettere direttamente all'imputato la scelta di rinunciare ad una delle garanzie fondamentali del «giusto processo», quale la formazione della prova in contraddittorio, dia la prevalenza alla seconda, segnatamente allorché si tratti di pronunciare sentenze che, sebbene di non luogo a procedere, presuppongono comunque una affermazione di responsabilità. 7.- La questione va dichiarata, pertanto, non fondata in rapporto a tutti i parametri invocati.. per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE dichiara non fondata la questione di legittimità costituzionale dell'articolo 32, comma 1, del decreto del Presidente della Repubblica 22 settembre 1988, n. 448 (Approvazione delle disposizioni sul processo penale a carico di imputati minorenni), sollevata, in riferimento agli articoli 3, 24, 31, secondo comma e 111, secondo comma, della Costituzione, dal Giudice dell'udienza preliminare del Tribunale per i minorenni di Roma con l'ordinanza indicata in epigrafe. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta l'11 febbraio 2013. F.to: Franco GALLO, Presidente Giuseppe FRIGO, Redattore Gabriella MELATTI, Cancelliere Depositata in Cancelleria il 14 febbraio 2013. Il Direttore della Cancelleria F.to: Gabriella MELATTI