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e tutto questo senza nulla sacrificare delle sue idee e senza attenuare in nulla la sua intransigenza, la sua coscienza di appartenere a una classe le cui sorti coincidono per lui con quelle della civiltà. Il socialismo gradualista italiano ha trovato il suo uomo, ma solo nel momento in cui la crisi del partito e del paese è in via di precipitare in maniera inarrestabile». Nell'attualità da riscoprire e nella moderna grandezza del Matteotti parlamentare e dirigente politico socialista, un elemento essenziale è naturalmente rappresentato dalla sua lucidissima analisi del fascismo. Di fatto -- e questo è il giudizio di un altro storico -- Matteotti fu il primo o forse addirittura l'unico, data l'epoca, a comprendere come la difesa del Parlamento, la difesa della sua centralità nel panorama istituzionale e nella vita politica del Paese fosse (dovesse essere) effettivamente l'ultima trincea anche per la salvezza del movimento operaio. Diviene consapevole che il socialismo può recuperare le posizioni perdute e tornare ad avanzare soltanto nella democrazia. La situazione era precipitata rapidamente, per le sinistre, rispetto all'immediato dopoguerra. Matteotti entra in Parlamento nel 1919, sull'onda del nuovo sistema proporzionale e di un successo senza precedenti delle forze socialiste. Viene eletto per la prima volta alla Camera sull'onda di un imponente 70 per cento dei suffragi che veniva assegnato al Partito socialista nella provincia di Rovigo. In qualche misura, nei suoi primi interventi si può leggere ancora la convinzione ideale di chi percepisce il cammino verso il socialismo come un'evoluzione storica ineluttabile e affronta i campioni del regime liberale, Giolitti, Nitti e Croce, reputandoli emblemi di un sistema ormai in disfacimento, destinato a essere sostituito a breve, cosi ovviamente si auspicava, da un'Italia a guida socialista. Una prospettiva di rottura «rivoluzionaria» che sarà spazzata via di fronte all'erompere della violenza fascista, in un crescendo drammatico, fino alla marcia su Roma e all'insediamento del Governo di Mussolini nel 1922. Matteotti non è soltanto un politico puro, ma diventa un originale teorico del fenomeno fascista. L'analisi del fascismo tracciata dal parlamentare palesano appare penetrante, preveggente per molti versi, distinguendosi per tono e argomenti in una fase politica nella quale, pure dentro il campo del socialismo nostrano, non mancano spinte a ricercare accomodamenti e compromessi con il regime che si andava affermando. La violenza, il sopruso, la sopraffazione -- l'uso sistematico della forza -- sono i tratti che caratterizzano il movimento fascista. Da questa prospettiva può ugualmente risultare interessante per il lettore contemporaneo provare ad approfondire il carteggio tra Giacomo e la moglie Velia: uno scambio epistolare di notevole valore, che descrive bene i costi umani, affettivi e familiari connessi allo svolgimento di un'attività politica così intensa, ma in cui spesso emergono anche la stanchezza d'animo di certi momenti, la preoccupazione per una situazione che nel Paese e in Polesine sta drammaticamente precipitando, nonché il fastidio per l'atteggiamento rinunciatario o comunque non sempre all'altezza della situazione di tanti compagni di partito. Con il precipitare della situazione politica, l'avanzare del fascismo e avvenimenti decisivi come la scissione del PSI e il congresso di Livorno, con una sinistra che nel giro di pochi mesi si ritrova frammentata in almeno tre tronconi (comunisti, socialisti massimalisti, socialisti unitari), la figura di Matteotti emerge e si impone velocemente come punto di riferimento imprescindibile per la parte democratica. E nel compimento di questo dramma, che è anche il dramma esistenziale di Matteotti, possiamo affermare che la dimensione eroica del socialista polesano si palesa in tutta la sua evidenza, soprattutto nell'ultima fase: tra il 1922 e il 1924, in un susseguirsi di viaggi e di scambi con l'Europa, così come in una presenza assidua alla Camera dei deputati, sempre in prima fila nella denuncia coraggiosa di quanto il fascismo sta compiendo un pò ovunque. Emerge qui davvero tutta la grandezza di Matteotti. La capacità, da un lato, di esporsi e di riferire puntualmente, coraggiosamente e puntigliosamente quelle che sono le malefatte compiute dal fascismo e, dall'altro, il tentativo di definire più compiutamente il fenomeno che sta travolgendo le istituzioni dell'Italia liberale, il tentativo di capire e interpretare il fascismo ricorrendo alle categorie della politica. In un intervento si legge, per esempio, la denuncia di bastonature, di case del popolo bruciate, di delitti, di ferimenti a Lendinara, Villamarzana, Salara, un elenco rigoroso di fatti dolorosi che si chiude con la drammatica espressione «questo è il sistema del Polesine oggi». Matteotti però non si accontenta. Non gli è sufficiente elencare misfatti e soprusi. Pur non essendo propriamente un teorico, analizza il fascismo, cerca di definirlo più da vicino e di comprenderne le cause. Una sorta di pionieristico work in progress . Il fascismo è violenza, ma è anche, in qualche modo, rivoluzione o si ammanta di velleità rivoluzionarie. Il movimento di Mussolini rappresenta in Italia un fenomeno sicuramente inedito, che non può essere sottovalutato, né paragonato ad altro e di esso si serve cinicamente una parte della classe borghese più retriva, così la definisce Matteotti, quella borghesia che è disposta «a lasciar perire lo Stato pur di conservare la propria borsa». Arriviamo così al culmine dell'attività parlamentare di Matteotti, il discorso del 30 maggio 1924. Molto si potrebbe dire a riguardo: quello del 30 maggio 1924 è stato definito come il più famoso intervento mai tenuto alla Camera dei deputati nella storia d'Italia, ma è un intervento che nasce quasi per caso, non programmato, né studiato. La sua origine è imprevista. Il neo-presidente della Camera dei deputati Alfredo Rocco, insigne giurista del fascismo, esordisce nella prima seduta della nuova legislatura proponendo la convalida in blocco di tutti gli eletti della maggioranza. Un'eventualità che sembra spiazzare decisamente gli oppositori del blocco nazional-fascista. Tutti gli oppositori, tranne Matteotti evidentemente. Il giovane segretario del Partito socialista unitario, con pochi appunti tra le mani, riprende le segnalazioni di irregolarità e brogli provenienti dalle sedi periferiche del suo partito e per un'ora continua a parlare, una sequenza di denunce circostanziate, continuamente interrotte da urla e da un clima di palese violenza dentro l'Aula, con la parte dell'emiciclo occupata dai socialisti circondata dai deputati fascisti pronti a venire alle mani. Le continue proteste dilatano il tempo dell'intervento. «Il suo ultimo discorso alla Camera -- è stato scritto -- non è più quello del capo di partito, ma del rappresentante della nazione, del difensore di una eredità ideale». In questa ora si consuma probabilmente il punto più alto della parabola politica e umana di Giacomo Matteotti. Egli crolla sul proprio scranno, esausto, proferendo le famose parole «adesso preparate l'orazione funebre per me». Avrebbe dovuto tenere un nuovo discorso alla Camera dei deputati il 10 giugno, ma viene rapito dalla Ceka fascista e ucciso.