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1) sulla presenza di meccanismi minimi di tutela delle minoranze nei loro statuti; 2) sul rispetto di queste garanzie nella formazione delle maggioranze nei vari momenti della vita del partito (tra cui la definizione delle candidature per le elezioni); 3) sulla validità (in base allo statuto del partito, ma soprattutto in base ai valori di democrazia sanciti in Costituzione) delle decisioni prese dagli organi del partito; 4) sulla presenza ed il rispetto di norme che garantiscano una certa rigidità dello statuto (che non possa cioè essere modificato, ovvero innovato, con decisione a semplice maggioranza delle assemblee di sezione o nazionali); 5) sulle modalità con cui vengono utilizzati i finanziamenti pubblici annuali ai partiti (assegnati in proporzione ai loro appartenenti presenti nei vari organi elettivi della Repubblica, ed in proporzione ai loro finanziamenti privati). Il controllo dovrebbe essere svolto da parte di una costituenda giurisdizione costituzionale, composta da membri eletti con maggioranze qualificate dalle Camere, ovvero direttamente da parte della Corte costituzionale (se si addivenisse ad una corposa riduzione della legislazione regionale...). Si deve garantire, in sostanza, la possibilità che si avvicendino le maggioranze (e le loro rispettive élite ) politiche al governo dei partiti, in base al reciproco rapporto di trasmissione tra partito e società politica. Si tratta di una sensata e misurata prospettiva di concreto riformismo. Dopotutto esiste un ordinamento giuridico che incanala ed indirizza, anche rigidamente, la realtà in una miriade di settori che non sono la politica. Quindi l'argomento principe dei difensori dell'anomia politica -- cioè quello che la realtà supera sempre la norma, rendendola inutile (perché inefficace) -- è facilmente confutabile se solo si pone mente alle norme commerciali sulle società per azioni quotate, alle regole comunitarie ed italiane antitrust , eccetera; e più in generale al fatto stesso dell'affermazione di un sistema di norme che, sin dalla Roma repubblicana, ha affrancato i cittadini dalla libertà-schiavitù del farsi giustizia da sé, istituendo un codice di comportamento, sanzioni alle violazioni di tale codice, una struttura deputata a tale certificazione, ed un'altra struttura depositaria della titolarità all'esercizio della forza per rendere esecutive le sanzioni. È la quasi totale mancanza di deontologia politica (espressione della mancanza di senso civico della comunità) che, data l’anomia dei partiti, condiziona la prassi politica, la condotta della vita amministrativa, lo spiegarsi delle funzioni dei vari organi dello Stato (anche costituzionali) e dei vari enti della Repubblica. Cosa assai significativa, ai fini della presente disamina, è che queste tre mancanze, congiunte all’ipocrisia del demagogico non finanziamento pubblico dei partiti, hanno orientato le scelte di politica costituzionale realizzatesi nella direzione ed allo scopo di un finanziamento pubblico occulto, e quindi smodato, attraverso la moltiplicazione dei centri di spesa pubblica. Un solo esempio: appunto la edificazione di ipertrofici, costosi, irrazionali, apparati investiti della legislazione regionale, in relazione diretta con i centri di costo mediante la finzione della messa a disposizione di risorse per i gruppi consiliari. Ed il male maggiore non è tanto lo sperpero di risorse pubbliche, peraltro non irrilevante date le condizioni economiche pubbliche e private del Paese. Il male maggiore è proprio il fatto che le scelte di politica costituzionale e le riforme costituzionali e istituzionali sono state mosse da tutto, fuorché dall'esigenza di funzionalità del sistema complessivo. Come nel Regno Unito la necessità di un’organica costituzione formalmente rigida non si avverte -- per la presenza di una diffusa costituzione informale (direi materiale) ben rigida -- così da noi la quasi totale mancanza di deontologia, nella vita politica, impone, a più forte ragione, norme (anche costituzionali) sulla democrazia interna dei partiti. III. Democrazia parlamentare, «indirizzo politico» e ponderazione degli interessi, separazione dei poteri Ancora una volta soccorre il richiamo alle parole di due costituenti. Nel 1952, così Mortati si esprimeva sul «vero e proprio» bicameralismo: «Il sistema bicamerale vero e proprio è quello in cui le due Camere sono poste in una posizione di assoluta parità, in cui cioè esse, pur costituendo organi distinti ed autonomi, possono dar vita a manifestazioni di volontà imputabili allo Stato solo quando si ottenga il consenso di entrambe sullo stesso testo di deliberazione» . Sempre nel 1952, Ruini così si espresse sul bicameralismo: «Il compito di moderazione e di integrazione della seconda Camera è inteso in un senso funzionale che riguarda la legislazione e l'esercizio del controllo. Il riesame e la riflessione si possono esercitare anche da una Camera sola (vi è a tal fine il sistema delle tre letture ); ma senza dubbio sono più penetranti ed efficaci quando vi sono due Camere. [...] Dal caposaldo della bicameralità non si può dedurre senz'altro come consequenziale di un sillogismo, che le due Camere debbono essere diverse. Anche se fossero eguali, strutturalmente e funzionalmente, non si tratterebbe soltanto di due letture, perché la seconda [lettura] non sarebbe della stessa Camera» . Questo, quindi, il quadro di partenza della Costituzione vigente. Ma vi erano state anche altre tesi che potevano innestarsi e far meglio fruttare tale impianto. Dopo 66 anni di parità perfetta delle Camere in Italia (in compagnia della più grande democrazia moderna, quella statunitense; nonché della democrazia europea che ha la più antica Costituzione vigente, quella norvegese), perché non adottare quella costruzione bicamerale avanzata e moderna che in Assemblea costituente si ebbe paura di fare (e di cui pochi erano consapevoli)? Perché non superare le inerzie interessate di coloro che avevano, all'epoca, un interesse solo residuale verso una democrazia parlamentare efficiente e sensata? La storia istituzionale italiana, che non conosce la separazione tra indirizzo legislativo ed indirizzo di governo, ha bensì ricostruito -- anche in sede dottrinale -- l'indirizzo politico come categoria che li mescola e confonde, male interpretando e male copiando l'esempio britannico. Non è questa la sede per indagare le cause di questa errata interpretazione dell'esempio britannico, né le ragioni della diversità di risultati concreti che produce quel sistema quando sia applicato in comunità politiche caratterizzate da frammentato multipartitismo . Tosato affermava come -- la cosa accade fisiologicamente nelle democrazie avanzate, presidenziali o parlamentari (calzanti gli esempi statunitense e norvegese) -- l'indirizzo di governo e l'indirizzo legislativo possano essere anche differenti; prospettava che, in altre parole, si affermasse che una cosa è governare, altra cosa legiferare. Ecco perché, nei suoi vari interventi in Costituente, Tosato mise in evidenza la necessità ed opportunità di superare la visione che del governo parlamentare (o, più specificamente, del governo di gabinetto) si era avuta (e si è continuata ad avere, fino al tempo presente) in Italia: cioè del sistema in cui il Governo -- che formalmente ha l'appoggio di una maggioranza parlamentare -- amministra e governa in nome e per conto proprio, e legifera in nome del Parlamento ma sempre per conto proprio.