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In questa situazione andava chiarito che la mancanza di professionalità non era ammissibile e bisognava avere la perfetta conoscenza delle norme. Non si può, infatti, imporre un'autocertificazione: la legge dà la facoltà di autocertificare, non obbliga. Non posso essere costretto, a meno che un provvedimento di pari portata normativa modifichi il decreto del Presidente della Repubblica n. 445 del 2000, ad autocertificare, men che meno ad autocertificare il mio stato di salute, cosa che è espressamente vietata da quella norma (articolo 49). Cosa è successo poi? Naturalmente, in un sistema imperfetto, in cui esiste anche la rete, sono cominciate a circolare altre notizie confermate, come quella secondo cui nelle altre Nazioni non agiscono allo stesso modo, oppure articoli di giornale palesemente fuorvianti, come quello sul ragazzo di trent'anni, morto per coronavirus, il più giovane, e poi, scoprire che era in coma irreversibile da tre anni perché gli avevano sparato in testa. Questo è giornalismo? Questa è informazione? No. Ma, siccome qualcuno ha iniziato a farlo notare, è scattato il Ministero unico della verità, che potrei definire il custode della verità unica nazionale, che decide cosa è giusto, cosa non è giusto, cosa va rimosso e cosa va censurato. Sono quindi state rimosse interviste a vincitori di premi Nobel, che sono stati delegittimati perché ormai vecchi, oppure al più grande virologo mondiale, Didier Raoult, che detiene il 5 per cento di tutte le citazioni mondiali in questo campo. Per me che sono veramente un uomo di scienze - la matematica, modestamente, è l'unica scienza esatta da quattromila anni - dire che, siccome la comunità scientifica ha scaricato una persona, allora quello che afferma non è valido, è un po' come dire che, se non si è d'accordo con la teoria della gravitazione di Newton, la mela deve tornare sull'albero, perché le sue affermazioni non sono più valide. È come dire che un medico scaricato dall'Ordine non è più medico, non sa più niente, e così possiamo andare avanti all'infinito. Questo è quello che voi avete creato. In conclusione, voi avete fatto l'errore più grave di tutti: avete sdoganato quello che in altri tempi avremmo chiamato il deep State , lo Stato profondo, e cioè lo Stato dietro lo Stato che prende decisioni senza legittimazione popolare. Mi riferisco a quelle che chiamate task force, le unità operative che decidono autonomamente e chiedono uno scudo penale. La domanda vera che tutti ci dobbiamo porre è la seguente: ma alle persone che fanno parte delle unità operative che input arrivano? Chi ha un canale preferenziale con una persona che sta a Londra può proporre di inserire qualche cosa nei decreti e il cittadino non lo saprà mai. Allora, nel momento in cui il potere esecutivo delega a uno Stato occulto, ha un deep State , l'esecuzione di procedimenti e provvedimenti che, a detta del Governo, cambieranno la vita degli italiani, credo che non potete più usare la parola "complottista", perché siete voi il complotto, siete voi che avete sdoganato questa pratica, che è il peggio della democrazia, ma che purtroppo - concludo con un'ultima frase - è nel pieno progetto di uno dei fondatori del maggiore partito presente qui dentro: la democrazia doveva essere sostituita da altro, perché il Parlamento era superato e prendeva le decisioni la rete nella sua collettività. Bene: questa non è democrazia. PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Casolati. Ne ha facoltà. CASOLATI (L-SP-PSd'Az) . Signor Presidente, onorevoli colleghi, membri del Governo, in questo mio intervento voglio focalizzare l'attenzione sull'atteggiamento di taluni pubblici ufficiali nell'applicazione delle regole del decreto del Presidente del Consiglio dei ministri che hanno imposto limitazioni e sospensioni della libera circolazione e della libera manifestazione del pensiero dei cittadini. Anche se dovrebbe non essercene bisogno, ricordo che il funzionamento delle regole risiede nel giusto equilibrio tra le persone che sono chiamate a rispettarle e coloro cui spetta il compito di farle rispettare. Voglio raccontare i casi di Torino e Milano, accaduti entrambi lo scorso 6 maggio. A Torino, al signor Giuseppe, titolare del bar Bistrot sito in via Monte di Pietà, proprio di fronte al passo carraio del Monte dei Pegni, veniva inflitta una multa di 400 euro per aver consegnato tre caffè che gli erano stati ordinati dal direttore del Monte di Pietà telefonicamente. In Piemonte in quella data era consentito il delivery , ma non l'asporto, che sarebbe peraltro iniziato un paio di giorni dopo. Una pattuglia di zelanti vigili lo ammoniva sostenendo che uno dei caffè (quello del direttore) era da considerarsi delivery in quanto presente sul proprio posto di lavoro; cosa diversa valeva per i due caffè che il direttore aveva offerto ai due agenti di polizia in quanto quello non era il loro abituale posto di lavoro e, pertanto, era da considerarsi asporto. Questo è oltremodo vergognoso considerando il fatto che, mentre loro sanzionavano il barista, almeno quattro usurai stazionavano non rispettando alcuna norma di distanziamento e non indossando correttamente la mascherina in prossimità della coda di persone che attendeva pazientemente il proprio turno. Potevano gli agenti non essere a conoscenza del lavoro di quei personaggi? È impossibile. Chi passa abitualmente da quelle parti non può non conoscerli; stazionano lì tutti i giorni come sciacalli che speculano sulle disgrazie altrui. Gli agenti della municipale, però, hanno preferito seguire la via più facile: sanzionare il barista e far finta di non vedere quei ceffi forse perché molto poco rassicuranti. A Milano, sempre il 6 maggio, alcuni proprietari di pubblici esercizi, che avevano preventivamente avvisato le autorità della volontà di manifestare nel rispetto delle regole per difendere il diritto di riaprire quanto prima le loro attività, sono stati multati insieme ai loro collaboratori per assembramento. Il tutto, peraltro, è avvenuto durante una trasmissione televisiva che mostrava immagini lontane da quelle di un assembramento davanti allo sdegno di tutti gli ospiti presenti in studio e in collegamento via web . A questo punto, è opportuno chiedersi cosa voglia dire la parola «assembramento». Chiariamolo un attimo: assembramento significa raggruppamento di persone con intenzioni ostili. Grida vendetta, allora, quanto accaduto a Milano dove sono stati sanzionati senza pietà e con ordine impartito dall'alto i pacifici commercianti che, con profondo senso civico e nel rispetto delle regole imposte per fronteggiare l'emergenza sanitaria, si erano riuniti per difendere la propria dignità di lavoratori contro i ritardi, le inadeguatezze e le insufficienti misure di sostegno messe in campo dal Governo. (Applausi). L'accaduto merita, inoltre, un'altra riflessione. Milano è la stessa città che ha tollerato una manifestazione di popolo, quella del 25 aprile, in barba al rispetto di qualsiasi regola anche non scritta che dovrebbe caratterizzare i comportamenti dei cittadini in una situazione emergenziale come questa. Cosa è cambiato in undici giorni? Il prefetto? No. È cambiato il Ministro dell'interno? No.