[pronunce]

Sentenza ha pronunciato la seguentenel giudizio di legittimità costituzionale dell'art. 4 del decreto del Presidente della Repubblica 31 dicembre 1971, n. 1403 (Disciplina dell'obbligo delle assicurazioni sociali nei confronti dei lavoratori addetti ai servizi domestici e familiari, nonché dei lavoratori addetti a servizi di riassetto e di pulizia dei locali), promosso, con ordinanza emessa il 23 ottobre 2001, dalla Corte d'appello di Venezia nel procedimento civile vertente tra Zajkova Janka e l'INPS, iscritta al n. 973 del registro ordinanze 2001 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 3, 1ª serie speciale, dell'anno 2002. Visti l'atto di costituzione dell'INPS nonché l'atto di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri; Udito nell'udienza pubblica del 21 maggio 2002 il giudice relatore Francesco Amirante; Udito l'avvocato dello Stato Giuseppe Fiengo per il Presidente del Consiglio dei ministri.. Ritenuto in fatto Considerato in diritto 1. - Nel corso di una controversia in materia previdenziale, promossa per ottenere il riconoscimento del diritto all'indennità di maternità, la Corte d'appello di Venezia ha sollevato, in riferimento agli articoli 3, 37 e 38 della Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell'art. 4 del decreto del Presidente della Repubblica 31 dicembre 1971, n. 1403 (Disciplina dell'obbligo delle assicurazioni sociali nei confronti dei lavoratori addettiai servizi domestici e familiari, nonché dei lavoratori addetti a servizi di riassetto e di pulizia dei locali), nella parte in cui subordina il diritto a tale provvidenza economica, per le lavoratrici addette ai servizi domestici, alla condizione che risultino versati in loro favore, o comunque dovuti, cinquantadue contributi settimanali nell'arco del biennio (ovvero ventisei nell'ultimo anno) precedente il periodo di astensione obbligatoria. Premette in punto di fatto il giudice a quo che la ricorrente, assunta in qualità di dipendente addetta ai servizi domestici in data 1 marzo 1996, il successivo 4 luglio 1996 è entrata nel periodo di astensione obbligatoria dal lavoro per maternità, e l'Istituto nazionale della previdenza sociale le ha negato il diritto alla relativa indennità proprio per la mancanza del suddetto requisito contributivo. Proposto il giudizio di primo grado, il Tribunale di Venezia ha respinto il ricorso, con sentenza nei cui confronti è stato interposto appello. Osserva la Corte remittente che la norma impugnata deve continuare ad applicarsi alla fattispecie dedotta in giudizio nonostante le modifiche apportate all'art. 15 della legge 30 dicembre 1971, n. 1204, dall'art. 3 della legge 8 marzo 2000, n. 53, modifiche irrilevanti ratione temporis; e, d'altra parte, anche il testo unico introdotto con decreto legislativo 26 marzo 2001, n. 151, ribadisce all'art. 62 che il rapporto di lavoro domestico è regolato dalle norme del d.P.R. n. 1403 del 1971, pur definendole erroneamente di natura regolamentare. Ciò posto, la Corte rileva che da tempo è in atto un progressivo mutamento del sistema normativo, nel senso che l'indennità di maternità venga garantita a tutte le lavoratrici subordinate ed anche a quelle autonome; il rapporto di lavoro domestico, pur connotato da indubbie peculiarità, non è tale da rendere giustificabile il fatto che la fruizione della predetta indennità sia subordinata alla sussistenza di una determinata anzianità contributiva. E non può avere carattere decisivo, d'altra parte, il precedente di cui alla sentenza n. 364 del 1995 di questa Corte, nel quale è stata riconosciuta conforme alla Costituzione la norma che subordina il diritto alla corresponsione dell'indennità di maternità per le braccianti agricole al compimento delle 51 giornate lavorative annue, perché in quel caso tale requisito è il presupposto stesso per la creazione del rapporto assicurativo. Il timore di costituzione fittizia del rapporto di lavoro - finalizzata, cioè, al solo obiettivo di ottenere l'indennità in questione - non può prevalere sulla necessaria tutela della maternità che è riconosciuta dalle norme costituzionali. La Corte d'appello di Venezia, pertanto, ravvisa nell'impugnata norma una violazione dell'art. 3 Cost., per l'ingiustificata diversità di trattamento tra le lavoratrici domestiche e le altre lavoratrici, nonché una violazione degli artt. 37 e 38 Cost., che riconoscono alla madre ed al bambino una speciale protezione, nonché il diritto dei lavoratori ad ottenere mezzi adeguati alle loro esigenze di vita. 2. - Si è costituito in giudizio l'INPS, chiedendo che la questione venga dichiarata non fondata. Osserva l'ente previdenziale che il rapporto esistente tra requisito contributivo minimo e riconoscimento del diritto all'indennità in oggetto è del tutto razionale, perché dal numero dei contributi settimanali spettanti, rapportato alla retribuzione oraria convenzionale, si ottiene la retribuzione media settimanale, la cui sesta parte costituisce il riferimento per il computo dell'indennità di maternità; il che dimostra l'impossibilità di un intervento che vada a toccare soltanto una parte dei dati da assumere come parametro per il conteggio. L'art. 10 del d.P.R. n. 1403 del 1971, del resto, prevede che il contributo settimanale sia riconosciuto a condizione che vengano effettuate almeno ventiquattro ore di lavoro, ed è chiaro che sarebbe arbitrario collegare tale riconoscimento allo svolgimento di un numero di ore inferiore (teoricamente, anche una sola ora settimanale). Ciò posto, l'INPS rileva che la stessa Corte remittente ha richiamato il precedente giurisprudenziale più corretto, ossia quello relativo alle braccianti agricole, le cui affermazioni debbono valere anche nel presente caso. Il sistema vigente, d'altra parte, consente alla lavoratrice, in presenza del contestato requisito contributivo, di fruire dell'indennità di maternità indipendentemente dall'esistenza di un rapporto di lavoro nel momento in cui ha inizio il periodo di astensione obbligatoria, sicché l'eliminazione di detto sistema dovrebbe comportare l'applicazione di quello di cui all'art. 24 del d.lgs. n. 151 del 2001, certamente meno favorevole alla lavoratrice. 3. - È intervenuto in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che la questione sia dichiarata infondata. Dopo aver richiamato le modifiche normative recentemente intervenute nel settore, la difesa erariale osserva che il rapporto di lavoro domestico, per tutta una serie di peculiarità, è stato giustamente sottoposto ad un regime diverso, più volte ritenuto legittimo da questa Corte. L'art. 15 della legge n. 1204 del 1971, confermato dalle odierne norme del d.lgs. n. 151 del 2001, collega il riconoscimento delle prestazioni per la maternità ai criteri fissati per quelle di malattia;