[pronunce]

La Camera dei deputati, citando le sentenze n. 15 e n. 31 del 2002 di questa Corte, ribadisce, ulteriormente, l'inammissibilità del conflitto in esame, «anche e soprattutto perché la ricorrente non chiarisce minimamente i confini e la direzione della sua pretesa, omettendo di richiedere la declaratoria della spettanza (a sé medesima) del potere, nonché l'annullamento dell'atto censurato». La difesa della resistente evidenzia, inoltre, come nell'atto introduttivo non siano menzionati i parametri costituzionali nei quali si radicherebbero le attribuzioni della Corte d'appello ricorrente, essendosi quest'ultima limitata a citare solo l'art. 68 Cost., norma sulla quale, invece, si fondano le attribuzioni del potere confliggente. Ciò costituirebbe un'ulteriore ragione di inammissibilità, «poiché sono state almeno in parte omesse le “norme costituzionali che regolano la materia”, la cui indicazione è imposta dall'art. 26, comma 1, N.I.». La Camera dei deputati aggiunge che le anzidette cause di inammissibilità del conflitto non possono essere superate nemmeno improntando l'esame dell'atto introduttivo al criterio «sostanzialistico», che – secondo la difesa della resistente – sarebbe stato seguito da questa Corte nella sentenza n. 421 del 2002. In particolare, a parere della Camera, nell'odierno conflitto risulterebbero carenti sia «la richiesta di annullamento dell'atto», sia «la richiesta di declaratoria della spettanza del potere», con la conseguenza che l'atto introduttivo si risolverebbe «in una sorta di astratta richiesta di parere al Giudice costituzionale […] in violazione delle più elementari norme di procedura, che (per quanto possa contare la “sostanza” della controversia al di là della sua “forma”) vanno rispettate onde garantire i diritti costituzionali di difesa del potere confliggente». 4.2. – In via subordinata, la difesa della Camera dei deputati ritiene che il ricorso debba essere dichiarato irricevibile. Al riguardo, la stessa resistente ricorda come questa Corte, «con numerose, recenti pronunce», abbia rigettato le eccezioni di irricevibilità e di inammissibilità proposte dalla Camera dei deputati, con riferimento all'asserita infungibilità del ricorso e dell'ordinanza quali strumenti utili a promuovere conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato, e tuttavia insiste nel prospettare la medesima eccezione, sottolineando come l'utilizzazione della forma dell'ordinanza comporti la violazione del principio di parità delle armi tra le parti del giudizio. In particolare, secondo la difesa della resistente, l'autorità giudiziaria che si avvalga dello strumento dell'ordinanza per promuovere il conflitto, eluderebbe il disposto dell'art. 6 delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale, che, nel comma 1, pone a carico della parte ricorrente l'obbligo di depositare i propri documenti in tante copie quanti sono i componenti della Corte e le parti del processo e, al comma 2, prevede che il cancelliere non possa ricevere gli atti e i documenti che non siano corredati del necessario numero di copie. La Camera dei deputati ricorda come questa Corte, nella sentenza n. 10 del 2000, abbia ritenuto sufficiente che l'atto introduttivo del conflitto pervenga in una forma che possa assimilarsi al deposito, e tuttavia precisa che «tale assimilabilità di forme vi è solo a condizione che del deposito si rispetti l'essenza, trasmettendo tutto ciò che le regole (ch'Essa stessa si è data) impongono di trasmettere». A detta della resistente, la difficoltà materiale nella predisposizione dei fascicoli in un cospicuo numero di copie – «alla quale l'autorità giudiziaria si sottrae» – inciderebbe direttamente sul diritto di difesa, con la conseguenza che «il mancato rispetto delle regole processuali (in violazione del principio della parità delle armi) deve essere rigorosamente sanzionato». 4.3. – In ulteriore subordine, la difesa della Camera dei deputati ritiene che il ricorso debba essere rigettato. Al riguardo, la resistente ricorda come la «questione della bandiera italiana [sia] stata oggetto di ripetuta attenzione da parte dei parlamentari della Lega Nord, che hanno costantemente avversato, anche con durezza, le norme sulla sua esposizione e sulla sua celebrazione». A conferma di ciò è riportato il contenuto di alcune dichiarazioni rese, nel corso dei lavori parlamentari, dai senatori leghisti Speroni e Brignone. La difesa della Camera sottolinea, altresì, come «gli apri toni usati dall'on. Bossi» siano già rinvenibili negli emendamenti presentati da vari parlamentari della Lega Nord, sia alla Camera che al Senato, in occasione del dibattito parlamentare che ha preceduto l'approvazione della legge 5 febbraio 1998, n. 22 (Disposizioni generali sull'uso della bandiera della Repubblica italiana e di quella dell'Unione europea). Si tratterebbe, pertanto, di atti tipici della funzione parlamentare che «manifestano la stessa opinione esposta extra moenia dall'on. Bossi». A tal proposito, la difesa della Camera, pur riconoscendo che le parole con le quali è stata espressa dai parlamentari leghisti «la disistima nei confronti della bandiera nazionale» non coincidono con quelle usate dall'on. Bossi, ritiene che «la diversità delle parole […] non sposta minimamente i termini del problema». Sostiene la resistente, infatti, che «il controllo sulla c.d. corrispondenza sostanziale non può trasformarsi in puntiglioso (e inammissibile) controllo sulla corrispondenza “formale” delle espressioni usate». Più in generale, secondo la Camera, la questione della bandiera sarebbe «connessa inestricabilmente a quella dell'iniziativa (non solo politica, ma anche) parlamentare della Lega per l'indipendenza della Padania e comunque per la sua differenziazione dal resto del Paese». Viene citata, al riguardo, una serie di atti parlamentari (proposte di legge, interventi in dibattiti, denominazione del gruppo parlamentare ecc.), dai quali si evincerebbe il senso dell'iniziativa parlamentare condotta dalla Lega Nord. A parere della resistente, le opinioni dell'on. Bossi riprodurrebbero all'esterno, sia pure «in estrema sintesi» – secondo quanto affermato anche dalla Giunta per le autorizzazioni –, il contenuto di alcuni atti parlamentari tipici. La Camera dei deputati assume, inoltre, che la mancata coincidenza tra gli autori degli atti parlamentari tipici e il responsabile delle dichiarazioni extra moenia «non può avere la minima influenza sulla copertura garantita dall'art. 68, primo comma, Cost.», in quanto un sindacato sulle dichiarazioni “esterne” determinerebbe comunque, un'interferenza con quelle “interne”, a prescindere dalla paternità delle une e delle altre, con conseguente «compromissione dell'esercizio del mandato del parlamentare», che deve invece essere libero (art. 67 Cost.). In via ancor più generale, la difesa della resistente, richiamando le sentenze numeri 10 e 11 del 2000 e n. 417 del 1999 di questa Corte, distingue tre tipi di opinioni di parlamentari manifestate extra moenia: a) quelle del tutto estranee alla sfera della politica e, come tali, prive di qualunque garanzia costituzionale;