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Noi ci asterremo, perché non saremo certo noi a impedire una soluzione, a negare la possibilità di un salvataggio, la possibilità di trovare un acquirente. Non lo faremo mai. Non saremo noi a negare il lavoro alle tante famiglie dell'indotto di Alitalia, a tutti coloro che rischiano di subire gli errori della politica e dei manager , quelli sì, lautamente pagati. Cerchiamo subito di sfatare uno dei grandi miti che gira intorno ad Alitalia. Non è vero che il costo del lavoro e il costo dei dipendenti di Alitalia sia più alto rispetto ad altre compagnie di bandiera. Addirittura, incide di meno rispetto a Lufthansa: il 19,2 per cento in Italia rispetto al fatturato. Ci asterremo per queste ragioni. Avremmo voluto sicuramente votare no, gridare il nostro no rispetto ad una approssimazione che definiamo spaventosa, e non tanto rispetto alle tante cose che abbiamo ascoltato qui in quest'Aula, cioè alle cause della crisi che tutti avete sviscerato e che tutti avete elencato, delle quali appunto si è detto quasi tutto: i costi elevati, le scelte industriali sbagliate, l'eccessiva diversificazione della flotta aerea, l'indebolimento delle tratte a lungo raggio, che sono le più redditizie. Tutto ciò senza contare il rapporto malato con Fiumicino, un rapporto di concorrenza interna incredibile, che abbiamo in qualche modo cercato, in maniera opposta rispetto ai grandi hub internazionali, Francoforte e Monaco su tutti. Quindi ci asterremo, ma avremmo voluto votare no, proprio perché mancano una visione complessiva, una strategia di rilancio e, diciamo così, delle riflessioni da inserire nell'agenda politica dei partiti e dei salotti buoni. Non si può continuare a far finta di nulla, perché non parlare di Alitalia significa non voler bene all'Italia. Tutto questo manca nell'agenda dei partiti, nelle riflessioni svolte anche in questa sede e nel dibattito nazionale e ciò incide pericolosamente e negativamente sul percorso che ci apprestiamo a confermare. Ci asterremo, dunque, ma il Gruppo Fratelli d'Italia vuole dare all'Assemblea e a noi stessi un contributo, ricordando quanto gli italiani siano stati grandi nella storia dell'aviazione. Parliamo dell'Alitalia come se fosse l'ennesimo scoglio da superare per sbarcare il lunario, da parte di un Governo che guarda ad Alitalia non certo come ad un'opportunità, ma come se fosse l'ennesima prova da superare. Pensate però che gli italiani sono invece coloro che hanno detenuto quasi tutti i record per quanto riguarda il volo, con riferimento alla velocità, all'altitudine e alla durata dei viaggi. Siamo stati capaci di sforzi inimmaginabili, da ingegneri e da piloti. Mentre in questa sede parliamo a fatica di Alitalia, considerata appunto come un'incombenza della quale occuparci, esattamente cento anni fa volammo da Roma a Tokyo, con un'impresa leggendaria, che anche in Giappone ricordano come tale. In questi giorni, in Giappone stanno organizzando celebrazioni in grande stile, per ricordare i nostri cavalieri dell'aria, Arturo Ferrarin e il motorista Gino Cappannini, che riuscirono a compiere un'impresa incredibile, percorrendo 18.000 chilometri attraverso l'Europa e l'Asia, fino al Giappone. Questa è l'Italia che ci piace ricordare e non quella delle trattative, che portano ad ennesimi prestiti, senza avere una visione. (Applausi dal Gruppo FdI) . MALLEGNI (FIBP-UDC) . Domando di parlare per dichiarazione di voto. PRESIDENTE. Ne ha facoltà. MALLEGNI (FIBP-UDC) . Signor Presidente, se oggi pensassimo solo all'ulteriore prestito di 400 milioni di euro, più interessi, che scade il 31 maggio - mi pare che negli altri interventi, sia in discussione generale che in dichiarazione di voto, si sia parlato esclusivamente di questo - non renderemmo un servizio né all'Assemblea, né a chi ci ascolta, né tantomeno alla compagnia Alitalia. A mio avviso, ci dobbiamo infatti porre nei confronti della discussione, che oggi impegna l'Assemblea, con spirito costruttivo. Ritengo che su questo tema, negli ultimi dieci o undici anni, illustri nostri predecessori si siano cimentati in operazioni, che francamente non hanno portato proprio bene alla compagnia Alitalia. Quindi, probabilmente, dobbiamo affrontare la questione con un piglio che guardi all'interesse nazionale. Mi sto avvicinando al concetto: Alitalia è uno dei brand più significativi del Paese Italia ed è da lì che si deve partire, perché probabilmente varrebbe di più vendere il brand - e saremmo anche più agevolati nel farlo - che tutto quello che c'è intorno, dato che i nostri 115 aerei - tre sono in manutenzione, altrimenti sarebbero 118 - sono composti da otto differenti modelli di velivolo. Ho cercato con un po' di fatica di andare a vedere tutte le compagnie del mondo: credo siamo una delle più prolifiche come modelli di aeroplano. Ci sono compagnie - facenti capo a Nazioni europee che, come noi, si collocano tra il primo e il quinto posto tra le potenze economiche - che fatturano tra 16 e 34 miliardi all'anno con uno o due modelli di aeromobile. Perché stigmatizzo questo? Per tentare di introdurre un concetto che, a mio avviso, ha espresso magistralmente il collega Messina nella discussione generale, e qui faccio una domanda: fareste mai fare a me un'operazione a cuore aperto? Probabilmente no, perché il paziente morirebbe sicuramente. E allora perché per tanto tempo abbiamo fatto gestire una compagnia aerea a qualcuno che magari di aerei ne aveva anche presi parecchi, ma non aveva mai gestito compagnie aeree? È il concetto intorno al quale abbiamo improntato tutto il nostro lavoro, sia in Commissione, sia qui in Aula, puntando sulla competenza: 11.000 dipendenti, quasi 2.000 piloti, 5.000 assistenti di volo, più il personale di terra; un numero enorme di persone, che rappresentano la nostra compagnia di bandiera (anche se mi hanno detto che non si dice più così, ma si parla di vettore europeo di riferimento, continuo a chiamarla «la nostra compagnia di bandiera»). Qual è il problema che ci si pone oggi, allora, e che dobbiamo responsabilmente cogliere in maniera positiva? Vogliamo mantenere un vettore con le caratteristiche della compagnia di bandiera, sì o no? Questo non vuol dire che sia necessariamente di proprietà dello Stato, ma vogliamo avere, sì o no, una compagnia aerea che - pensando all'Alitalia oggi, che già trasporta più di 22 milioni di passeggeri - sia quel brand importante degli anni '70-'80, quando figurava fra le prime cinque del mondo ed era una garanzia per lo Stato, ma soprattutto per i passeggeri che la sceglievano come riferimento per qualità e sicurezza? Oggi abbiamo queste caratteristiche? Il passeggero le avverte in Alitalia? Mi duole dirlo, ma no, assolutamente no. In questi anni abbiamo svenduto parti di questo asset - e vi parlo soltanto degli slot inglesi nel periodo Etihad - come se, in buona sostanza, avessimo la macchina, ma non le ruote.