[pronunce]

La difesa erariale, dopo aver rilevato che la norma interpretativa di cui all'art. 2, comma 4, del d.l. n. 4 del 1998 appare tendenzialmente incompatibile con la disposta abolizione dell'obbligo contributivo a carico del datore di lavoro previsto dall'art. 37 del d.P.R. n. 1032 del 1973, osserva che, poiché l'obbligo contributivo a carico dei dipendenti postali di cui si discute è stato soppresso con effetto dal 1° gennaio 2003, la sua operatività ha assunto carattere meramente transitorio. In base a tale circostanza, la normativa denunciata non appare irragionevole in quanto la permanenza del contestato obbligo contributivo, pur non potendosi più considerare immediatamente collegata con l'indennità di buonuscita, essendo tuttavia circoscritta nel tempo, risponde all'esigenza di provvedere con gradualità ad allineare il trattamento retributivo di fine rapporto dei dipendenti postali a quello degli altri lavoratori del settore privato, evitando brusche ed insostenibili ricadute in ordine al conseguente onere finanziario. 3. — Si è costituita in giudizio, con complessa ed articolata memoria, la s.p.a. Poste Italiane, chiedendo che la questione sia dichiarata inammissibile o comunque infondata. Dopo aver ricostruito l'intero quadro normativo nel quale si inserisce il sistema di corresponsione della buonuscita ai dipendenti postali, la società osserva che la normativa attualmente impugnata, oltre ad essere rispettosa dei principi affermati da questa Corte in materia di norme interpretative e di norme dotate di efficacia retroattiva, é stata dettata al fine di evitare che venisse meno improvvisamente qualsiasi finanziamento di tipo solidaristico delle indennità di buonuscita ancora da liquidare agli aventi diritto, con evidente danno di questi ultimi a causa del generale dissesto economico-finanziario che si sarebbe prodotto per l'IPOST. Né assumerebbe alcun rilievo in contrario la circostanza della abolizione del contributo, corrispondente a quello di cui si discute, posto a carico del datore di lavoro. La società Poste italiane non avrebbe potuto, infatti, sopportare due oneri e, precisamente, quello proprio della gestione a ripartizione (oltretutto notoriamente incompatibile con i principi che regolano il bilancio delle società per azioni e la correlativa adozione del sistema di cassa), comportante il versamento di una contribuzione (parametrata su una analoga aliquota di “equilibrio”) per finanziare l'indennità di buonuscita, e quello relativo agli accantonamenti per il trattamento di fine rapporto. Gli indicati rilievi, unitamente con le considerazioni dell'Avvocatura dello Stato in merito alla transitorietà della disciplina, renderebbero insussistente qualsiasi violazione dei parametri costituzionali invocati.1. — Il Giudice del lavoro del Tribunale di Latina dubita, in riferimento agli artt. 3 e 36 Cost., della legittimità costituzionale dell' art. 2, comma 4, della legge 20 marzo 1998, n. 52 [recte: del combinato disposto dell'art. 2, comma 4, del decreto-legge 20 gennaio 1998, n. 4 (Disposizioni urgenti in materia di sostegno al reddito, d'incentivazione all'occupazione e di carattere previdenziale), convertito nella legge 20 marzo 1998, n. 52, e dell'art. 68, comma 4, della legge 23 dicembre 2000, n. 388 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato -legge finanziaria 2001)]. Secondo il giudice remittente, le norme suindicate, imponendo ai lavoratori postali il contributo del 2,50 per cento fino a tutto l'anno 2000, dell' 1,75 per cento per il 2001 e dell' uno per cento per il 2002, periodi tutti successivi alla trasformazione dell'Ente Poste in società per azioni, avvenuta il 28 febbraio 1998, ed al correlativo passaggio, per quanto concerne i dipendenti, dal regime della buonuscita erogata dall'Istituto Postelegrafonici a quello del trattamento di fine rapporto regolato dall'art. 2120 cod.civ. , il quale non prevede alcun contributo a carico dei lavoratori, assoggettano i dipendenti delle Poste Italiane s.p.a. ad un trattamento ingiustificatamente deteriore rispetto a quello di cui fruisce la generalità dei dipendenti privati, e ciò in contrasto con l'art. 3 della Costituzione. Inoltre, il giudice remittente ritiene che il contributo suindicato costituisca una illegittima decurtazione della retribuzione, in violazione dell'art. 36 della Costituzione. 2. — Occorre anzitutto rilevare, valutando l'ordinanza nel suo complesso e tenendo conto della circostanza che il giudice remittente non contesta la natura interpretativa del citato art. 2, comma 4, del d. l. n. 4 del 1998, che il dubbio di legittimità costituzionale investe anche la disposizione interpretata (art. 53, comma 6, lettera a), della legge 27 dicembre 1997, n. 449). 3.-- Non è ammissibile la questione relativa all'art. 68, comma 4, della legge 23 dicembre 2000, n. 388, che disciplina il contributo in questione per periodi successivi alla cessazione del rapporto all'esame del giudice a quo, e che è norma pertanto inapplicabile alla fattispecie sottoposta al giudizio del medesimo. 4.— Per quel che riguarda la questione relativa alla illegittimità costituzionale dell'art. 2, comma 4, del citato decreto-legge n. 4 del 1998, e dell'art. 53, comma 6, lettera a), della legge n. 449 del 1997 l'affermazione del giudice a quo della rilevanza risulta non implausibilmente motivata, con la descrizione della fattispecie quale si desume dall'ordinanza nel suo complesso ed in particolare con le enunciazioni che, anche successivamente al 28 febbraio 1998, nei confronti dei dipendenti postali è stata praticata la trattenuta del 2,50 per cento e che il rapporto di lavoro in questione è cessato il 1° giugno 2000. 5. — Tale questione non è fondata Occorre premettere che la previdenza e l'assistenza per i lavoratori postali, gestita a partire dal 1° agosto 1994 per tutti i dipendenti dall'Istituto Postelegrafonici-IPOST (gestione che in precedenza era limitata ai dipendenti degli uffici locali e delle agenzie), era disciplinata dalle norme previste per il personale statale (art. 6, comma 7, del decreto-legge 1° dicembre 1993, n. 487, convertito con modificazioni dalla legge 29 gennaio 1994 n. 71, recante “Trasformazione dell'Amministrazione delle poste e delle telecomunicazioni in ente pubblico economico e riorganizzazione del Ministero”). Ai dipendenti postali spettava pertanto, al momento della cessazione del rapporto, la buonuscita commisurata all'ultima retribuzione ed agli anni di servizio, erogata dal suindicato Istituto, al cui finanziamento concorreva in via primaria il contributo previdenziale obbligatorio a carico dell'amministrazione che si rivaleva sui dipendenti nella misura del 2,50 per cento della base imponibile (secondo quanto stabilito dall'art. 37 del d.P.R. 29 dicembre 1973, n. 1032).