[ddlpres]

Un primo passo avanti nella direzione di una più incisiva attività di contrasto al fenomeno è rappresentato dalla istituzione, ai sensi dell'articolo 6 del decreto-legge n. 91 del 2014, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 106 del 2014, (cosiddetto decreto Crescita), della «Rete del lavoro agricolo di qualità», alla quale possono partecipare le imprese agricole di cui all'articolo 2135 del codice civile che non hanno riportato condanne penali, sanzioni, né sono soggette a procedimenti penali in corso, per violazioni della normativa in materia di lavoro e legislazione sociale ed in materia di imposte sui redditi e sul valore aggiunto. Quindi l'adesione alla «Rete» certifica, come una sorta di «bollino etico di qualità», che l'azienda è in regola, condizione che pertanto la rende meno soggetta a controlli rispetto a chi non vi ha aderito. Invero, tali requisiti possono non essere sufficienti a tener fuori dai sistemi produttivi quelle aziende che praticano forme di sfruttamento del lavoro e della manodopera, come ampiamento dimostrato dal citato caso della bracciante agricola che la scorsa estate ha perso la vita nelle campagne di Andria, che lavorava per un'azienda agricola formalmente in regola con i suddetti requisiti. Eppure, l'ultimo Report Istat sulla struttura delle aziende agricole, pubblicato lo scorso 2 settembre 2015, conferma l'importanza del lavoro agricolo di qualità e del valore, sociale ed economico di quelle aziende che puntano su più alti standard di tutela occupazionale, evidenziando, anzi, una forte crescita di quelle multifunzionali e capaci di diversificare le fonti di reddito. Per lo stesso Report l'occupazione tiene, e anzi risulta in aumento, nelle realtà più strutturate ed innovative, a riprova che il lavoro e l'impresa di qualità sono i binari su cui avviare una ripresa sostenuta e sana, capace di coniugare la competitività al consolidamento dei diritti dei lavoratori: una rappresentazione che conferma che in tema di sfruttamento del lavoro e di caporalato, è fondamentale dare piena attuazione alla «Rete del lavoro agricolo di qualità» e rendere operative le articolazioni territoriali della sua «cabina di regia». Crediamo che l'incontro tra domanda ed offerta di lavoro non può svolgersi nelle piazze o nei crocevia di strade controllate dai caporali, ma piuttosto in spazi pubblici ed istituzionali all'uopo preposti attraverso l'istituzione di luoghi e piattaforme di coordinamento istituzionale che gestiscano il collocamento al lavoro. Per sconfiggere il caporalato, accanto ad un sistema di misure che puniscano quelle imprese che si rendono complici dello sfruttamento illecito della manodopera, occorre prevedere un sistema premiale per valorizzare le imprese innovative, sane, strutturate, che intendono operare sul terreno nel pieno rispetto delle regole, sottoscrivendo un rinnovato modello contrattuale che, al fine di costruire un nuovo equilibrio tra impresa e lavoro, sostenga la crescita ed il lavoro, che garantisca diritti e tutele sindacali. La regione italiana che si è aggiudicata il primato delle «buone pratiche» nel contrasto al lavoro non regolare, guadagnandosi per questo anche un premio dall'Unione europea, è stata la Puglia che con la sua legge regionale n. 28 del 2006 ha fatto da apripista di un percorso legislativo che arginasse il deprecabile fenomeno dell'intermediazione illegale di manodopera. La stessa Regione, inoltre, ha approvato il Documento denominato « CAPO FREE - GHETTO OFF », un piano di azione sperimentale per un'accoglienza dignitosa ed il lavoro regolare dei migranti in agricoltura, che, al fine di facilitare e favorire la più ampia partecipazione e la ottimale attuazione del programma per la «Certificazione etica regionale», prevede il rilascio alle aziende che vi aderiscono dopo la firma di apposito disciplinare, di un bollino etico denominato «Equapulia - No lavoro nero». All'atto della sottoscrizione con la Regione di questo protocollo, le organizzazioni datoriali delle imprese agricole, le organizzazioni dei produttori, i sindacati di categoria, le associazioni di settore della distribuzione commerciale e le organizzazioni dei consumatori, si impegnano a contrastare sull'intera filiera produttiva le pratiche di sfruttamento della manodopera. Premesso tutto questo e partendo dal presupposto che il problema dell'economia sommersa venga affrontato predisponendo una strategia complessiva, che tenga conto sia degli aspetti riguardanti la vigilanza ed il controllo, sia di quelli più strettamente attinenti allo sviluppo settoriale e territoriale, fra gli obiettivi prioritari della presente proposta di legge si segnala quello di un sistema che premi gli imprenditori che perseguano obiettivi di sviluppo economico, rispettando le disposizioni contrattuali e di legge. I punti cardine della presente proposta di legge possono sinteticamente riassumersi nei seguenti: 1) meccanismo che subordina l'osservanza delle leggi e dei contratti collettivi di lavoro da parte degli imprenditori per ottenere agevolazioni fiscali, finanziamenti comunitari, o partecipare a gare d'appalto (articoli 2 e 3); 2) introduzione di uno specifico bollino « capofree » per le produzioni agricole libere dal caporalato ed istituzione di una nuova fattispecie di reato di frode agro-industriale (articolo 10); 3) previsione di liste di prenotazione presso i centri territoriali dell'impiego alle quali gli aspiranti lavoratori possano iscriversi e dalle quali gli stessi datori di lavoro, in cerca di manodopera, possano attingere: un luogo istituzionale in cui domanda ed offerta di lavoro possano incontrarsi (articolo 8); 4) individuazione di «indici di congruità», adeguandoli al settore di produzione ed alla realtà territoriale alla quale si riferiscono, quale precondizione per godere di misure premiali fiscali ed agevolative (articolo 4); 5) potenziamento dell'attività ispettiva sul territorio nazionale potenziata dalla collaborazione delle forze dell'ordine locali (articolo 9); 6) erogazione di incentivi agli imprenditori che regolarizzino i rapporti di lavoro (articolo 2); 7) forme di reinserimento lavorativo per chiamata diretta per chi denuncia omissioni od irregolarità di aziende aderenti alla «Rete del lavoro agricolo di qualità» (articolo 10); 8) forme di salvaguardia per i quei lavoratori migranti privi di permesso di soggiorno che fanno emergere, con la propria denuncia, forme di sfruttamento della manodopera, come richiamate dalla direttiva 2009/52/CE del Parlamento europeo e del Consiglio del 18 giugno 2009, recepita ai sensi del decreto legislativo 16 luglio 2012, n. 109 (articolo 7); 9) affiancare, quale sanzione afflittiva per coloro che si macchiano del reato di caporalato ex articolo 603- bis del codice penale, la confisca dei beni (beni mobili ed immobili strumentali all'attività d'impresa e del raccolto), sul modello della legislazione antimafia (articolo 5);