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Relativamente ai posti di sostegno vacanti e disponibili, sarebbe opportuno procedere parallelamente, immettendo in ruolo, una volta esaurite le graduatorie ordinarie, prioritariamente chi è in possesso di abilitazione, titolo di specializzazione o ha svolto complessivamente almeno tre anni di servizio nelle scuole statali; a seguire, chi non è abilitato, ma in possesso del titolo di specializzazione e ha svolto complessivamente almeno tre anni di servizio nelle scuole statali potrà conseguire l'abilitazione durante l'anno di prova, frequentando appositi corsi abbreviati; e coloro che sono abilitati, ma non in possesso del titolo di specializzazione e hanno svolto almeno un anno di servizio sul sostegno e complessivamente tre anni nelle scuole statali, potranno anch'essi conseguire il titolo di specializzazione durante l'anno di prova, previa frequenza di un corso formativo abbreviato. Sarebbe inoltre opportuno consentire a chi ha prestato servizio lo stesso numero di anni nelle istituzioni scolastiche paritarie o viene assunto dal 1º settembre 2020 e ha la stessa anzianità, di partecipare - con oneri a proprio carico - a un percorso accademico abbreviato, finalizzato al conseguimento dell'abilitazione. Verrebbe così assicurato il rispetto della legge sulla parità, oltre a fornire un contributo importante all'innalzamento della qualità complessiva del corpo docente. Allo stesso percorso sarebbe il caso di ammettere, sempre con oneri a proprio carico, sia coloro che, pur inseriti nella graduatoria finalizzata all'immissione in ruolo, siano ancora precari per carenza di posti disponibili, sia dottori e dottorandi di ricerca inseriti nelle graduatorie di terza fascia e in possesso dei 24 CFU previsti dalla legge. E perché non ammette a tali corsi anche i docenti di ruolo in possesso di idoneo titolo di studio per aspirare al passaggio di ruolo, ma ancora sprovvisti dell'abilitazione? Indispensabile è infine attivare un percorso universitario o di specializzazione per il sostegno, senza selezione in ingresso e con oneri a carico degli interessati, riservato a docenti di ruolo e non di ruolo che abbiano prestato servizio senza titolo di specializzazione per almeno un anno su posti di sostegno. Caro Ministro, ho elencato alcune proposte per risolvere problemi che toccano la vita di centinaia di migliaia di operatori, i quali - ne sono testimone - nella stragrande maggioranza dei casi vivono la scuola come una missione. Se offriamo loro serenità, non potranno che trasmettere a loro volta serenità ai ragazzi della cui formazione sono responsabili. Concludo con un appello: ritiri l'ordinanza ministeriale sulla mobilità di docenti, personale ATA ed educatori, che va ripensata dopo un confronto con le forze sindacali, l'altro soggetto firmatario del contratto sulla mobilità. Il provvedimento è contrario allo spirito e alla lettera delle norme straordinarie per il contenimento dell'epidemia di coronavirus. È vero che, essendo la procedura informatizzata, gli interessati possono trasmettere la domanda da casa. Ma il problema è la compilazione: il contatto con gli uffici di consulenza è indispensabile per decine di migliaia di lavoratori della scuola, onde districarsi in un quadro normativo complesso e variegato. Né gli interessati possono essere in possesso di dati fondamentali per la scelta, come gli aggiornamenti su pensionamenti e posti rimasti vacanti dopo l'operazione di nomine in ruolo relative all'anno scolastico in corso, consultabili solo negli uffici territoriali del Ministero dell'istruzione o nelle sedi delle organizzazioni sindacali, cioè con spostamenti dall'abitazione degli interessati, che non è proprio il momento di incentivare. Ascolti, per una volta. (Applausi del Gruppo L-SP-PSd'Az) . PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Cangini. Ne ha facoltà. CANGINI (FIBP-UDC) . Signor Presidente, signor Ministro, colleghi senatori, evito di ripetere i disperati appelli che ho sentito levarsi anche dai ranghi della maggioranza sulla tempistica e sul futuro dei nostri studenti, su come verranno svolti gli esami di terza media e di maturità. C'è una cosa che balza agli occhi nel cosiddetto decreto-legge cura Italia: esso non cura affatto gli interessi di quel milione circa di studenti che sono iscritti alle scuole paritarie; delle loro famiglie, che continueranno a pagare rette per un servizio che non può essere reso, e delle medesime scuole, che non avranno contributi per accedere alla didattica digitale né particolari sostegni in termini di ammortizzatori sociali. Viene meno così un principio costituzionale, quello della libertà di scelta per quanto riguarda l'istruzione, e viene meno il rispetto di una legge dello Stato, quella che ormai vent'anni fa - era il 2000 - ha stabilito che il sistema educativo italiano è unico e le scuole paritarie vi rientrano a pieno titolo. Il problema però è più ampio, evidentemente. Il problema che noi dobbiamo affrontare e, nei limiti del possibile, risolvere è cercare di contenere il più possibile gli effetti e i danni di quel vuoto di formazione che inesorabilmente riguarda chi in questo momento dovrebbe essere a scuola e non può essere a scuola. Chiudere le scuole ovviamente era una necessità, un'urgenza; non si poteva fare altro. Signor Ministro, è evidente e lei stessa in parte ha riconosciuto - quando ha parlato di gap digitale si riferiva proprio a questo - che non tutte le famiglie hanno gli strumenti digitali. Il 25 per cento delle famiglie risulta che non li abbia e non tutte le scuole sono in grado di erogare questo servizio; esiste una differenza enorme tra Nord e Sud. Insomma, i nostri studenti rischiano di avere una lacuna enorme, grande e ampia nella loro formazione. Ricordo a me stesso e a lei che nei primi anni Sessanta un illuminato Ministro della pubblica istruzione fece un accordo con un illuminato direttore generale della RAI: la RAI fece di fatto la scuola media in televisione e questo consentì a milioni di italiani di scolarizzarsi (non erano soltanto italiani in età scolare). Vedo che la Francia - per esempio - sta facendo qualcosa di simile in questo frangente, proprio per contenere i danni e gli effetti dei limiti alle libertà e ai doveri civili imposti dall'emergenza sanitaria. Tre canali della televisione pubblica francese, in questo momento - France 2, France 4 e France 5 - stanno facendo una staffetta per offrire agli studenti francesi quella formazione che la scuola francese, evidentemente, non è in grado di offrire. Mi chiedo, allora, perché la RAI no. Lei ha fatto riferimento ad accordi che avete sottoscritto con l'azienda televisiva di Stato italiana, ma nulla ha a che vedere con quanto sta facendo la Francia, evidentemente. Perché la RAI no? Perché vi ricordate l'esistenza di un servizio pubblico radiotelevisivo soltanto al momento di fare le nomine politiche? È una cosa che renderebbe onore alla RAI e contemporaneamente renderebbe un servizio necessario alla Nazione. Si tratta di riappropriarsi delle proprie funzioni. Si tratta di ricordarsi che il servizio pubblico è tale se offre un servizio e nulla sarebbe più importante di esso. Offrire l'educazione: non credo esistano uno scopo e una motivazione più importanti di questa. (Applausi dal Gruppo FBP-UDC) . PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Maiorino. Ne ha facoltà. MAIORINO (M5S) .