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Questo disegno di legge riprende il lavoro fatto nella precedente legislatura con la proposta di legge a prima firma dell'onorevole Ezio Casati, nata dal confronto con il movimento « Le Parole ritrovate », dai contenuti della sua legge di iniziativa popolare, cosiddetta la « 181 » e dal suo approccio del « fare assieme » che vede il più possibile l'impegno condiviso di utenti, familiari, operatori e cittadini. Ciascuno con le sue difficoltà, ma ciascuno anche con le sue risorse e con il suo sapere. Impegnati non tanto a combattere contro qualcosa o qualcuno, ma a costruire una casa comune, aperta e colorata, dove ciascuno trova il suo posto e contribuisce a migliorare quello del vicino. Menti e cuori che si intrecciano, si scambiano esperienze e saperi e diventano reciprocamente compagni di strada, di scuola e di vita. Vi è stato un tempo in cui cambiare il mondo era sentito come doveroso, sembrava semplice e possibile. In quella stagione entusiasmante si erano chiusi i manicomi, emblemi di morte civile, e si era maturata la convinzione che anche le persone con disturbi psichici importati dovessero ritrovare nelle loro comunità dignità e futuro. Non è andata sempre ed ovunque come auspicato, e sentiamo il dovere di porvi riparo. In Italia oggi sono almeno 800.000 le persone che soffrono di malattie mentali importanti. Sommiamo a esse almeno 2 milioni di familiari e siamo a 3 milioni di persone che tutti i giorni devono confrontarsi con il dramma della malattia mentale « grave ». Una battaglia tra le più pesanti che può capitare nella vita di una famiglia. Un « 11 settembre », come ci ricorda ogni tanto qualche genitore. L'impensabile irrompe nel quotidiano. Un figlio, un fratello, un nipote che fino al giorno prima camminava sereno al nostro fianco è diventato un altro: straziato dal convincimento di essere al centro della peggiore delle congiure, inseguito da voci che lo maltrattano, incapace di guardare alle piccole cose quotidiane se non per vedervi la fine del mondo. La persona che ha incontrato la malattia mentale e ne ha fatto esperienza impara che, se da un lato c'è la speranza della guarigione, e molti, almeno i due terzi, guariscono, dall'altro c'è l'incubo che la malattia finisca, prima o poi, per ritornare, per stravolgerle nuovamente la vita, lasciandola troppo spesso senza fiato e senza speranza. Senza capire cosa le è successo e senza sapere cosa ancora l'aspetta. Quella persona si guarda attorno e non trova consolazione, non vede futuro. Capisce che la sua famiglia, per quanto fino al giorno prima magari forte e unita, ha « perso la bussola » e va alla deriva in un mare sconosciuto. Paradossalmente il manicomio una sua « risposta » la dava. Cancellava i suoi reclusi e con il tempo consegnava alle loro famiglie una sorta di oblio nebbioso, come quello che accompagna il migrante in terre lontane da cui si intuisce non esserci biglietto di ritorno. La rivoluzione della legge n. 180 del 1978 ha cancellato l'obbrobrio del manicomio e ha riportato migliaia di persone a vivere nel proprio paese, nella propria famiglia, attuando nei loro confronti una scelta di giustizia e di umanità. Ma ha lasciato un impegno, un impegno che il Paese e la comunità civile sono chiamati ad onorare nonostante ogni difficoltà: l'impegno di accompagnare le persone e le loro famiglie attraverso la malattia mettendoci scienza, coscienza e passione, per assicurare loro la migliore delle vite possibili. Perché tutte le volte che dalla malattia non si può, o non si riesce, a guarire si può sempre comunque garantire una qualità di vita almeno decorosa, presenza e calore, vicinanza concreta nei momenti della crisi più buia, sostegno tangibile per (ri)avvicinarsi al lavoro, alla gente e alla vita. Quando si sono chiusi i manicomi si dava per scontato che questo sarebbe successo sempre e dovunque, che tutte le persone che vi erano ricoverate avrebbero avuto certezza di buone cure e così le loro famiglie, che avrebbero avuto sostegno e aiuto. Purtroppo non sempre alla prima tappa di un lungo cammino è seguito lo snocciolarsi di un percorso coerente e la conclusione del viaggio. Chiudendo i manicomi si è avviata una sfida di cui (forse) non si era fino in fondo consapevoli. Una sfida fondamentale della cui bontà nessun dubbio ci deve cogliere. Ma è una sfida che dobbiamo, per amore della verità, riconoscere di avere finora, almeno in molte parti di Italia, non ancora vinto e neanche pareggiato. Una sfida che ritroviamo tutte le volte che una persona o un suo familiare arriva ai servizi di salute mentale a gridare la sua disperazione e non vi trova quell'accoglienza, quell'ascolto, quelle cure che sono un suo preciso diritto. L'Italia è un Paese capace di fare cose straordinarie e purtroppo anche capace di non meritare la sufficienza di fronte a doveri elementari. E così la persona malata e la sua famiglia quando arrivano in un servizio di salute mentale, a seconda dei momenti e delle realtà, possono trovarvi le cure tra le migliori al mondo, ma anche incuria e ignavia delle peggiori. La spinta di queste considerazioni e di queste motivazioni è alla base di questo nuovo disegno di legge. Perché è nostro dovere creare le premesse per una equità di cure che deve accompagnare ogni persona ed ogni famiglia da Bolzano a Trapani, da Lecce ad Aosta, in tutto il Paese. Ed oggi purtroppo non è ancora così. Eppure oggi curare la « follia » è possibile, e spesso è possibile guarirla e, se non guarirla, almeno ammorbidirne i percorsi e gli esiti. E se si può fare, dobbiamo farlo, in tutto il Paese. Noi pensiamo, e per fortuna non siamo i soli, che occorre « aiutare » le realtà in ritardo. Aiutare con l'esempio, con la buona pubblicità, con il « passaparola » e anche con una legge, per costringere gli ignavi, e chi sino ad ora non vi è riuscito, ad onorare un impegno assunto più di quaranta anni fa. Per capire cosa vuole produrre questo disegno di legge diamo voce e spazio anzitutto a dieci tra le azioni più importanti (e di facile presentazione) che dobbiamo garantire ad ogni persona e alla sua famiglia, e che sono ancora oggi assenti o inadeguate in troppe parti del nostro Paese. Nello stesso spirito positivo e innovativo che ha visto nascere la legge n. 180 del 1978 di cui questa proposta si sente figlia. 1. La fiducia e la speranza La Dichiarazione d'Indipendenza degli Stati Uniti d'America sancisce per tutti i cittadini il « diritto alla ricerca della felicità ». Questo disegno di legge vuole sancisce il diritto « alla fiducia e alla speranza » per tutti gli utenti e i familiari che frequentano i servizi di salute mentale, e le due cose sono strettamente legate. Oggi quando una persona e i suoi familiari iniziano un percorso nella malattia mentale, e perciò nei servizi deputati a curarla, ancora in molte situazioni purtroppo non sono messi in condizione di poter nutrire fiducia e speranza.