[pronunce]

, ma tale disciplina normativa, impedendo l'anticipata assunzione di una prova non differibile al dibattimento in quanto soggetta ad inevitabile perdita di genuinità e non suscettibile d'interpretazione adeguatrice, si porrebbe in contrasto con gli artt. 3 e 24 Cost.; che la questione deve essere dichiarata manifestamente inammissibile; che, infatti, questa Corte, con la sentenza n. 77 del 1994, dichiarò l'illegittimità costituzionale degli artt. 392 e 393 cod. proc. pen. , «nella parte in cui non consentono che, nei casi previsti dalla prima di tali disposizioni, l'incidente probatorio possa essere richiesto ed eseguito anche nella fase dell'udienza preliminare»; che, nel motivare tale pronunzia, dopo aver richiamato la finalità dell'istituto dell'incidente probatorio, preordinato a consentire alle parti principali l'assunzione delle prove non rinviabili al dibattimento (art. 2, n. 40, della legge delega n. 81 del 1987), questa Corte rilevò tra l'altro che, ricorrendo tali circostanze, «l'anticipata assunzione della prova si appalesa indispensabile per l'acquisizione al processo di elementi – in tesi – necessari all'accertamento dei fatti e per garantire l'effettività del diritto delle parti alla prova», destinata altrimenti ad andare perduta; che, inoltre, questa Corte pose in luce come, sotto il profilo sistematico, l'interruzione nell'acquisibilità di prove non rinviabili apparisse contraddittoria con la continuità assicurata dal legislatore all'attività d'indagine, prevedendone il proseguimento anche dopo la richiesta di rinvio a giudizio (art. 419, comma 3, cod . proc. pen.) e dopo il decreto che dispone il giudizio, ben potendo darsi che per taluno degli elementi, in tal modo acquisiti, insorgessero le situazioni di non differibilità della prova previste dall'art. 392 cod. proc. pen. ; che, con successive pronunzie, la Corte ha precisato che la ratio dell'estensione operata dalla sentenza n. 77 del 1994 va ricercata nell'esigenza di «garantire l'effettività del diritto delle parti alla prova, che sarebbe altrimenti irrimediabilmente perduta ove la necessità di assicurare una prova indifferibile sorga per la prima volta dopo la richiesta di rinvio a giudizio, e che pertanto è il pericolo della perdita irrimediabile della prova a imporne l'assunzione anticipata» (ordinanze n. 249 del 2003; n. 368 del 2002; n. 118 del 2001); che, come questa Corte ha affermato nell'ordinanza n. 249 del 2003, qualora la suddetta esigenza si presenti tra la conclusione delle indagini e l'inizio dell'udienza preliminare, «non potrebbe non essere assicurata alle parti, anche in tale fase, la facoltà di richiedere l'assunzione della prova in via di incidente»; che il rimettente, pur essendo consapevole dell'esigenza di adottare, tra le varie possibili letture di una norma, l'interpretazione aderente al parametro costituzionale secondo la costante giurisprudenza di questa Corte (ex plurimis: ordinanze n. 226 del 2008; n. 205 del 2008; n. 193 del 2008; n. 35 del 2006), si è limitato a rilevare che «troppo chiara è però la lettera dell'art. 392 cod. proc. pen. (“nel corso delle indagini preliminari”) tanto che procedere con incidente probatorio dopo la chiusura delle indagini significherebbe oltrepassare i confini dell'attività interpretativa»; che, così argomentando, egli ha circoscritto la sua attività ermeneutica al testo della norma anteriore sia alla sentenza n. 77 del 1994, sia alle successive pronunzie di questa Corte ora richiamate, e quindi ha omesso di verificare la possibilità di giungere ad una interpretazione adeguatrice della normativa impugnata sulla base delle considerazioni esposte nei menzionati provvedimenti; che, sotto altro profilo, il giudice a quo ha trascurato di motivare circa la possibilità che l'incidente probatorio fosse richiesto nell'udienza preliminare, suscettibile di sollecita fissazione (art. 418 cod. proc. pen.), in modo da evitare il pericolo della perdita irrimediabile della prova in attesa del dibattimento, e tale omissione si traduce in insufficiente motivazione sulla rilevanza della questione; che, pertanto, essa va dichiarata manifestamente inammissibile in riferimento ai parametri evocati dal rimettente. Visti gli artt. 26, secondo comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87, e 9, comma 2, delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale.. . per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE dichiara la manifesta inammissibilità della questione di legittimità costituzionale degli artt. 392 e 393 del codice di procedura penale, sollevata, in riferimento agli artt. 3 e 24 della Costituzione, dal Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Brescia, con l'ordinanza indicata in epigrafe. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 4 maggio 2009. F.to: Francesco AMIRANTE, Presidente Alessandro CRISCUOLO, Redattore Giuseppe DI PAOLA, Cancelliere Depositata in Cancelleria l'8 maggio 2009. Il Direttore della Cancelleria F.to: DI PAOLA