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Non c'è dubbio che tutte queste innovazioni abbiano concorso a ricostruire, attraverso la partecipazione e la responsabilizzazione, la cinghia di trasmissione tra cittadini, partiti e istituzioni. Ora noi constatiamo come sia il sistema uninominale e maggioritario, sia le elezioni primarie presuppongano una forma di governo diversa da quella attualmente in opera nella nostra Repubblica. Soprattutto le elezioni primarie, tipico istituto da democrazia diretta, male si conciliano con la forma di governo parlamentare. O si opta per un Capo del Governo indicato direttamente dai cittadini, come suggeriscono le elezioni primarie, oppure si resta nel solco dei Governi fatti e disfatti in Parlamento, di cui abbiamo già conosciuto la scarsa efficacia, l'instabilità e l'irresponsabilità. Se infatti andiamo a definire le ragioni della frattura tra cittadini e partiti e la contestuale domanda di istituzioni credibili e autorevoli, si dovrebbe cogliere il punctum dolens di questo disequilibrio istituzionale nella debolezza del nesso potere-responsabilità. La nostra democrazia parlamentare infatti, così com'è strutturata, non permette una nitida individuazione del nesso potere-responsabilità. C'è sempre la possibilità per un Capo del Governo uscente di scaricare su qualcun altro il fallimento del proprio operato, facendo la vittima; così come c'è sempre la possibilità per una formazione politica minoritaria di chiamarsi fuori da un'esperienza di governo senza dover necessariamente fare conti con le elezioni a breve che misurerebbero in modo implacabile, la responsabilità presso l'elettorato di quella scelta politica fondamentale. Vale pertanto rilevare a questo punto come in nessun Paese occidentale a democrazia matura succede, com'è successo in Italia, che un Capo del Governo uscente e sconfitto si ripresenti alle elezioni successive com'è avvenuto in Italia più volte con Silvio Berlusconi. In tutte le democrazie occidentali la personalizzazione della politica agisce da principio di responsabilizzazione dei politici e del sistema, dappertutto tranne che in Italia e in Grecia. In Francia ad esempio il Presidente della Repubblica uscente e sconfitto alle elezioni presidenziali, Nicolas Sarkozy, ha potuto e dovuto dire: «è tutta colpa mia». Assumendosi quindi in toto la responsabilità della sconfitta. Similmente la sconfitta dei democratici americani alle elezioni di mid-term nel 2010 è stata riconosciuta da Barack Obama che se ne è assunto la responsabilità. Pertanto sarebbe opportuno arrivare anche in Italia al fatto che un Capo del Governo uscente una volta sconfitto possa dire: «è tutta colpa mia», assumendosi per intero la responsabilità. Del resto, è proprio nella confusione delle responsabilità che è maturato il discredito del sistema dei partiti trasformatosi, nella coscienza dei cittadini, da sistema democratico a sistema oligarchico. Non per caso abbiamo fatto gli esempi della Francia e degli Stati Uniti d'America, ovvero di due Presidenti provenienti da ideologie e da forze politiche non omogenee. La ricostruzione del nesso potere-responsabilità infatti non è determinata da una appartenenza ideologica ma dalla organizzazione e strutturazione del sistema politico. Un sistema politico opaco che nasconde le responsabilità genera discredito. Un sistema politico competitivo, conflittuale, presidenziale concorre alla chiarezza delle opzioni e alla partecipazione trasparente e consapevole dei cittadini. Per tutte queste ragioni è oggi opportuno che la nostra Repubblica democratica e il nostro Parlamento valutino con serietà l'ipotesi di trasformazione del sistema politico istituzionale, dalla forma di governo parlamentare alla forma di governo presidenziale o semi-presidenziale sul modello della Francia. Il presidenzialismo sembra essere sempre di più quel sistema che lungi dal liquidare la democrazia rappresentativa e la forma partito è piuttosto in grado di aggiornarla e di adeguarla alle nuove dinamiche della vita democratica che richiedono un livello più alto, diretto e consapevole di partecipazione da parte dei cittadini. Il presidenzialismo sembra essere dunque quel passaggio che manca e che è necessario per riallineare nella democrazia italiana forma del governo e sostanza del governo, quel passaggio che sembra essere in grado di portare finalmente e definitivamente l'Italia in quella democrazia competitiva, governante e dei cittadini a cui milioni di persone hanno lavorato negli ultimi venti anni e più. A far propendere poi per questa opzione dovrebbero essere anche gli ultimi segnali che vedono crescere sul piano della rappresentanza forze di protesta e in gran parte sostanzialmente antisistema ma che ambiscono a conquistare una forte posizione parlamentare. La storia d'Italia ha già conosciuto soggetti che, una volta entrati in Parlamento per via democratica e con sistema proporzionale, lo hanno poi completamente svuotato di senso, credibilità e fiducia tanto da farlo diventare un simulacro della democrazia e un trampolino per la dittatura. Noi oggi abbiamo l'opportunità di non ripetere l'errore compiuto novanta anni fa: quello di non modificare la forma di governo per tempo, impedendo che altri la svuotassero di senso e significato democratico e pluralistico. Dare all'Italia un coerente impianto presidenzialista, costruito con adeguati pesi e contrappesi, vuol dire fare uscire la democrazia italiana dal pantano attuale e ridare dignità, consenso e credibilità alle istituzioni democratiche. Di seguito quindi sono riportate le modifiche contenute nel presente disegno di legge costituzionale che riprende integralmente i contenuti della proposta di legge costituzionale presentata alla Camera dei deputati nella scorsa legislatura il 3 luglio 2012 n. 5337. Con l'articolo 1 si modifica l'articolo 64 della Costituzione stabilendo che il candidato alla Presidenza della Repubblica risultato non eletto e che ha ottenuto il maggior numero di voti o che ha partecipato al ballottaggio è membro di diritto della Camera dei deputati per tutta la durata della legislatura in corso al momento dell'elezione. I Regolamenti delle Camere definiscono lo statuto dell'opposizione con particolare riferimento all'esercizio delle funzioni di controllo e di garanzia. Con l'articolo 2 si sostituisce l'articolo 83 della Costituzione. Il Presidente della Repubblica è eletto a suffragio universale e diretto a maggioranza assoluta dei votanti. Qualora nessun candidato abbia conseguito la maggioranza, il quattordicesimo giorno successivo si procede al ballottaggio tra i due candidati che hanno conseguito il maggior numero di voti. Con l'articolo 3 si modifica l'articolo 84 della Costituzione relativamente all'età di eleggibilità del Presidente che da cinquanta anni è abbassata a trentacinque anni. L'articolo 4 sostituisce l'articolo 85 della Costituzione stabilendo la durata in carica del Presidente della Repubblica per cinque anni e la rieleggibilità per una sola volta. Novanta giorni prima che scada il mandato del Presidente della Repubblica, il Presidente della Camera dei deputati indìce l’elezione, che deve aver luogo tra il quarantesimo e il ventesimo giorno precedente la scadenza. Qualora gli ultimi tre mesi del mandato presidenziale coincidano, in tutto o in parte, con gli ultimi tre mesi della legislatura, i poteri del Parlamento sono prorogati e il Presidente della Camera dei deputati indìce, nei cinque giorni successivi a quello del giuramento, nuove elezioni, che devono aver luogo tra il sessantesimo e il settantesimo giorno successivo.