[pronunce]

Ordinanza ha pronunciato la seguentenel giudizio di legittimità costituzionale degli artt. 31, 37 e 40 della legge 20 maggio 1970, n. 300 (Norme sulla tutela della libertà e dignità dei lavoratori, della libertà sindacale e dell'attività sindacale nei luoghi di lavoro e norme sul collocamento), promosso con ordinanza emessa il 7 febbraio 2001 dal Tribunale di Savona nel procedimento civile vertente tra Enel s.p.a. e la Regione Liguria ed altro, iscritta al n. 314 del registro ordinanze 2001 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 18, 1ª serie speciale, dell'anno 2001. Visti gli atti di costituzione dell'Enel S.p.a. e di Mori Giancarlo, nonché l'atto di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri; Udito nell'udienza pubblica del 26 febbraio 2002 il giudice relatore Riccardo Chieppa; Uditi l'avvocato Massimo Luciani per Mori Giancarlo e l'Avvocato dello Stato Giorgio D'Amato per il Presidente del Consiglio dei ministri. Ritenuto che nel corso di un giudizio di rinvio dalla Corte di cassazione il Tribunale di Savona ha sollevato, con ordinanza emessa il 7 febbraio 2001, questione di legittimità costituzionale degli artt. 31, 37 e 40 della legge 20 maggio 1970, n. 300 (Norme sulla tutela della libertà e dignità dei lavoratori, della libertà sindacale e dell'attività sindacale nei luoghi di lavoro e norme sul collocamento), nella parte in cui avrebbero abrogato gli artt. 1 e 3 della legge 12 dicembre 1966, n. 1078 (Posizione e trattamento dei dipendenti dello Stato e degli enti pubblici, eletti a cariche presso enti autonomi territoriali), con conseguente privazione per i dipendenti di enti pubblici economici, chiamati a cariche elettive, del trattamento indennitario riservato ai dipendenti di enti pubblici non economici; che il giudice rimettente premette che il ricorrente in primo grado, dipendente dell'Enel, eletto consigliere della Regione Liguria, aveva ottenuto la condanna, confermata in appello, di entrambi gli enti al pagamento delle prestazioni economiche, per il collocamento in aspettativa, previste dall'art. 3 della legge 12 dicembre 1966, n. 1078; che, sempre secondo il giudice a quo la Corte di cassazione, con sentenza del 10 maggio 1995, n. 5083 aveva cassato la decisione d'appello, rinviando la causa al Tribunale, con fissazione del principio di diritto secondo cui le disposizioni della legge da ultimo richiamata non si applicherebbero ai dipendenti di enti pubblici economici, operando rispetto ad essi l'art. 31 della legge 20 maggio 1970, n. 300 o, se più favorevoli ai lavoratori, eventuali condizioni dei contratti collettivi e degli accordi sindacali; che, secondo l'ordinanza di rimessione, l'anzidetta interpretazione, contraria a quanto affermato nella sentenza interpretativa di rigetto n. 698 del 1988 della Corte costituzionale, sarebbe stata confermata dalla decisione del 23 ottobre 1995, n. 11014 della stessa Cassazione (di cui si riporta nell'ordinanza parte della motivazione), con consequenziale formazione di un vero e proprio diritto vivente; che, sulla base di quanto esposto, il giudice a quo ritiene che detta interpretazione determinerebbe, ex art. 3 della Costituzione, una ingiustificata disparità di trattamento normativo tra dipendenti dello Stato e di enti pubblici non economici, da un lato, e dipendenti di enti pubblici economici dall'altro, "essendo ai primi corrisposto il trattamento economico di cui all'art. 3 della legge n. 1078 del 1966, e venendo per contro gli altri collocati, a richiesta, in aspettativa non retribuita ex art. 31, primo comma, della legge n. 300 del 1970, dovendosi ritenere abrogata, secondo tale indirizzo giurisprudenziale, ai sensi dell'art. 40 della stessa legge, ogni diversa disposizione al riguardo"; che la rilevanza della questione, conclude il Tribunale rimettente, discenderebbe dal vincolo, ex art. 384 cod. proc. civ. , del principio di diritto enunciato da Cassazione n. 5083 del 1995; che si è costituito in giudizio il ricorrente nel processo a quo, chiedendo l'accoglimento della questione nei termini prospettati dall'ordinanza di rimessione; che si è, altresì, costituita l'Enel S.p.a. la quale, dopo avere ripreso le argomentazioni svolte da Cassazione n. 5083 del 1995, ha sottolineato che la questione di legittimità costituzionale è irrilevante essendo stata "mal posta" dal giudice rimettente; la Corte di cassazione, nell'enunciare il principio di diritto, avrebbe, infatti, dichiarato applicabile alla fattispecie il solo art. 31 dello Statuto dei lavoratori (e le norme del contratto collettivo nazionale di lavoro, ove più favorevoli), senza affermare che gli artt. 1 e 3 della legge n. 1078 del 1966, sono stati abrogati; la censura avrebbe dovuto, pertanto, investire l'interpretazione con cui il giudice di legittimità ha escluso che l'art. 3 della legge citata possa riferirsi anche ai dipendenti degli enti pubblici economici; una eventuale sentenza di accoglimento lascerebbe conseguentemente ferma la decisione della Cassazione nella parte in cui ha ritenuto comunque inapplicabili le disposizioni legislative richiamate agli enti pubblici economici; che, nel merito, la difesa della società ritiene infondata la questione, attese le differenze esistenti tra il rapporto di lavoro pubblico e quello degli enti pubblici economici, più volte evidenziate dalla Corte costituzionale (sentenze n. 193 e n. 194 del 1981) con consequenziale giustificazione della diversità del trattamento normativo; che è intervenuto in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, sostenendo, in via preliminare, che la questione prospettata è inammissibile per due ordini di motivi: innanzitutto perché la Cassazione (sentenza n. 5083 del 1995), nel fissare il principio di diritto sopra riportato, ha affermato che la legge n. 1078 del 1966 non è applicabile ai dipendenti degli enti pubblici economici e, se anche lo fosse stata, gli artt. 31, 37 e 40 della legge n. 300 del 1970 per questa parte l'avrebbero abrogata; pertanto, anche qualora venisse dichiarata l'illegittimità costituzionale delle norme denunciate, la domanda dovrebbe, nondimeno, essere respinta sulla base del primo postulato interpretativo, vincolante per il giudice del rinvio, con consequenziale irrilevanza della questione sollevata;