[pronunce]

sotto il primo profilo, infatti, la norma impugnata non determinerebbe alcuna riduzione ex post del trattamento previdenziale spettante agli assicurati, né cagionerebbe un trattamento pensionistico insufficiente al soddisfacimento delle esigenze di vita del lavoratore, limitandosi ad imporre (quanto al secondo parametro evocato) un'interpretazione già desumibile dalle disposizioni interpretate. 1.3.2.–– La parte privata, nel ribadire le argomentazioni di cui all'ordinanza di rimessione, specifica in via esemplificativa come coloro che hanno beneficiato della maggiorazione in parola sin dall'entrata in vigore della legge n. 140 del 1985 – in quanto da quell'epoca pensionati – si siano visti rivalutare l'importo di lire 30.000 (euro 15,49) e, quindi, attualmente ricevano un importo mensile pari a circa euro 36,00, mentre chi andando in pensione si vede costituire la prestazione oggi, percepisca l'importo di euro 15,49, soggetto a perequazione solo per il futuro. 2.1. — Nel corso di tre giudizi in cui l'INPS aveva chiesto la riforma della sentenza di primo grado che aveva riconosciuto ai ricorrenti – appartenenti alle categorie degli ex combattenti ed assimilati – il diritto a che la maggiorazione pensionistica di cui all'art. 6 della legge n. 140 del 1985 fosse assoggettata a perequazione automatica sin dall'anno 1985 e non solo dalle date di costituzione della prestazione, la Corte di appello di Torino ha sollevato, con tre identiche ordinanze in data 29 gennaio 2008, questione di legittimità costituzionale, in riferimento all'art. 3 Cost., del medesimo art. 2, comma 505, della legge n. 244 del 2007. Il remittente riporta alcuni stralci della motivazione della già citata sentenza n. 14285 del 2005 della Corte di cassazione, affermativa del diritto di cui sopra, ed aggiunge che le argomentazioni addotte da quella decisione a favore della tesi dei pensionati – nel senso, cioè, della decorrenza della perequazione automatica della maggiorazione di cui all'art. 6, legge n. 140 del 1985 a partire dalla data di entrata in vigore della norma, e non da quella eventualmente successiva della liquidazione del trattamento pensionistico – «paiono ora decisive ai fini del giudizio di non manifesta infondatezza della questione di legittimità costituzionale». 2.2.— In tutti e tre i giudizi è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, che ha concluso per la declaratoria di manifesta infondatezza ovvero di inammissibilità della questione, osservando come la maggiorazione in argomento sia stata riconosciuta a quanti potevano vantare requisiti combattentistici, ponendo questa categoria in una posizione differenziata rispetto alla generalità dei pensionati, con la conseguenza che essa rappresenta un'eccezione in melius al principio della necessaria corrispondenza tra i contributi versati e le prestazioni erogate, in quanto posta a carico del bilancio dello Stato, al di fuori del sistema contributivo obbligatorio. 2.3. — In tutti e tre i giudizi si sono costituiti l'INPS (che ha formulato conclusioni identiche a quelle sopra riportate, con i medesimi argomenti) nonché le parti private, tutte rappresentate dagli stessi difensori. Queste ultime, anche in una memoria depositata nell'imminenza dell'udienza, affermano che il più volte citato art. 6 della legge n. 140 del 1985, nel prevedere, al terzo comma, che la maggiorazione è soggetta a perequazione automatica, avrebbe inteso conservare l'originario potere di acquisto della prestazione indipendentemente dalla data di maturazione della pensione. Le parti sostengono il carattere innovativo della disposizione censurata, che priverebbe di ogni autonoma valenza la perequazione stabilita dall'anzidetto comma 3 dell'art. 6. La norma, che si autoqualifica di interpretazione autentica, in realtà verrebbe a stravolgere completamente la disciplina di adeguamento concepita dal legislatore per assicurare la dinamica nel tempo del valore della maggiorazione: essa sarebbe diretta a modificare radicalmente il contenuto originario della disposizione e, come tale, non dovrebbe ritenersi applicabile ai trattamenti già maturati. Anche in tale caso (applicabilità ai soli pensionamenti decorrenti dal 1° gennaio 2008), essa sarebbe comunque illegittima, in quanto genera disparità di trattamento tra situazioni oggettivamente eguali, che si differenziano tra di loro solo per la diversa data di maturazione del diritto.1. –– Questa Corte viene chiamata a risolvere la questione di legittimità costituzionale dell'art. 2, comma 505, della legge 24 dicembre 2007, n. 244 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato – legge finanziaria 2008), sollevata dalla Corte d'appello di Trieste in riferimento agli artt. 3, primo e secondo comma, 24, primo e secondo comma, e 38, secondo comma, della Costituzione, e dalla Corte d'appello di Torino, con tre ordinanze di identico contenuto, in riferimento al solo art. 3 della Costituzione. Va premesso che l'art. 6, della legge 15 aprile 1985, n. 140 (Miglioramento e perequazione di trattamenti pensionistici e aumento della pensione sociale) ha istituito, con decorrenza dal 1° gennaio 1985, a favore di ex combattenti e di appartenenti ad alcune categorie a questi assimilati, una maggiorazione reversibile di lire trentamila mensili del rispettivo trattamento di pensione determinato secondo le norme ordinarie, posta a totale carico dello Stato, soggetta a perequazione automatica e indifferente ad eventuali integrazioni al minimo. La disposizione impugnata ha stabilito che «l'articolo 6, comma 3 , della legge 15 aprile 1985, n. 140, si interpreta nel senso che la maggiorazione prevista dal comma 1 del medesimo articolo si perequa a partire dal momento della concessione della maggiorazione medesima agli aventi diritto». Secondo i remittenti, poiché la qualità di appartenenti alle categorie degli aventi diritto al beneficio è stata acquisita ben prima dell'entrata in vigore della legge e la maggiorazione è a totale carico dello Stato e non correlata alla posizione previdenziale dei beneficiari, la norma di interpretazione autentica, introdotta dalla suddetta disposizione, determina un'irragionevole disparità di trattamento riguardo all'entità della maggiorazione stessa, dipendente dalle diversità di date di maturazione della pensione. Secondo la sola Corte d'appello di Trieste, inoltre, la disposizione in scrutinio violerebbe anche l'art. 38, secondo comma, Cost. e, non consentendo agli aventi diritto di agire in giudizio per ottenere la perequazione della maggiorazione calcolata con decorrenza dalla sua istituzione, contrasterebbe anche con l'art. 24, primo e secondo comma, Cost., che garantisce a tutti il diritto di difesa. 2.–– In via preliminare deve essere disposta la riunione dei giudizi aventi ad oggetto una questione per tutti identica e questioni alla prima connesse, sollevate soltanto in uno di essi. 3. 1.–– Le questioni non sono fondate con riguardo a tutti i parametri evocati.