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La constatazione che il metodo attuale di selezione mediante quiz di accesso per il corso di laurea in medicina e chirurgia presenta riconosciute criticità, e che le dinamiche demografiche dimostrano in modo inequivocabile che entro pochi anni il numero di medici in Italia sarà assolutamente inadeguato alle esigenze del Servizio sanitario nazionale (SSN), ha portato ad un'ulteriore proposta, innovativa e sperimentale, avanzata dal rettore dell'Università degli studi di Ferrara. La sperimentazione, che garantirebbe la formazione di un maggior numero di medici mantenendo standard di qualità elevati, prevedrebbe una selezione degli studenti non mediante test d'ingresso, ma basata sul superamento di tutti gli esami del primo semestre del primo anno di corso nella facoltà di medicina con una media non inferiore al 27 e sulla totalizzazione di tutti i crediti formativi entro il 31 gennaio dello stesso anno accademico. Verrebbero in tal modo selezionati 600 studenti che proseguirebbero il loro percorso per la laurea in medicina, mentre agli esclusi verrebbe garantito il riconoscimento dei crediti maturati, da spendere nel corso di laurea in bio-tecnologie mediche. Al dibattito sviluppatosi in ambito accademico si è affiancato lo scorso ottobre l'avvio dell' iter parlamentare per la sostanziale abrogazione della legge n. 264 del 1999 richiamata in apertura. Nove le proposte di legge presentate alla Camera dei deputati: n. 334, Rampelli ed altri; n. 542, Bossio ed altri; n. 612, Consiglio regionale del Veneto; n. 812, D'Uva ed altri; n. 1162, Tiramani ed altri; n. 1301, Meloni ed altri; n. 1342, Aprea ed altri; n. 1349, Fratoianni; n. 1414, Ascani ed altri. Alcune perseguono l'obiettivo di liberalizzare l'accesso abrogando tout court la legge del 1999; altre propongono l'inserimento di meccanismi selettivi basati sul merito dello studente (individuazione di quote minime di esami di profitto da superare durante il primo anno di corso di studi) che si rifanno, in qualche misura, alle proposte di cui si è riferito sopra. La Commissione Cultura, scienza e istruzione della Camera ha deliberato la costituzione di un Comitato ristretto con il compito di riunire le nove proposte di legge sulla riforma della legge n. 264 del 1999 in un testo unificato, che sarà il riferimento delle successive fasi d'esame. L'emergenza sanitaria scatenata dalla pandemia ha reso ancor più opportuna una riflessione focalizzata sull'accesso ai corsi di laurea di « area medica » come causa della carenza di medici. In realtà, come già accennato, anche a prescindere dalla pandemia, entro pochi anni il numero di medici in Italia sarà assolutamente inadeguato alle esigenze del SSN poiché, come denunciato dalla stessa cassa di previdenza dei medici, a numerosissimi pensionamenti non corrisponderanno altrettante immissioni in ruolo . Venti anni di applicazione della legge sull'accesso programmato appaiono sufficienti per un bilancio e per affermare con chiarezza che l'Italia non ha posto in essere un sistema di accesso programmato, come chiedeva l'Europa, bensì di « numero chiuso »; un sistema che rappresenta un unicum a livello internazionale e che vede, ogni anno, migliaia di studenti che non superano il test alimentare ricorsi in sede amministrativa e giurisdizionale e una mobilità studentesca fondata impropriamente sulle direttive europee in materia di libera circolazione degli studenti e dei professionisti . In effetti, la disciplina dell'accesso ai corsi universitari proposta nei citati atti di iniziativa legislativa presentati alla Camera dei deputati prevedono l'eliminazione dell'accesso programmato per tutti i corsi di laurea e di laurea magistrale (così le proposte nn. 334 e 612 ), mentre l'atto Camera n. 1162 prevede l'eliminazione dell'accesso programmato ai corsi di laurea e di laurea magistrale di area sanitaria e ai corsi di laurea e di laurea magistrale in architettura, e l'introduzione, durante il primo anno di ciascun corso di studi universitario, di quote minime di esami di profitto da superare. Infine, l'atto Camera n. 812 prevede l'abrogazione della legge n. 264 del 1999 (articolo 1), e l'introduzione di una nuova disciplina in materia di accesso ai corsi universitari (articoli 2-4). La proposta del CNEL prevede che la determinazione del numero di posti nei corsi universitari ad accesso programmato a livello nazionale è effettuata esclusivamente sulla base del fabbisogno di professionalità del sistema sociale e produttivo, il cui monitoraggio è affidato al Ministero dell'università e della ricerca in via esclusiva (a fronte della legislazione vigente che, come meglio si vedrà infra, prevede in taluni casi il coinvolgimento di altri Ministeri). Nello specifico, fermo restando che la determinazione a livello nazionale dei posti disponibili è effettuata con decreto del Ministro dell'università e della ricerca, sentiti gli altri Ministri interessati, si dispone che il monitoraggio e la valutazione del fabbisogno di professionalità del sistema sociale e produttivo sono affidati, per tutti i percorsi, esclusivamente al Ministero dell'università e della ricerca che, sulla base di tale parametro, deve fornire indicazioni agli atenei per consentire un'adeguata organizzazione dell'offerta formativa. Detta proposta è scaturita da approfondimenti condotti in seno alla Commissione istruttoria II, Politiche sociali e sviluppo sostenibile, in relazione alle posizioni che animano il dibattito in materia, e precisamente: « È un meccanismo imposto dall'Europa per garantire elevati standard della didattica universitaria ». In verità, l'Europa ha chiesto, in maniera del tutto condivisibile, che vi sia congruità tra strutture e studenti. Ma mentre la maggior parte dei Paesi UE ha lavorato per aumentare i volumi delle strutture o – come nel caso della Francia – per fornire agli studenti prolungate opportunità di selezione, in Italia ci si è limitati a diminuire il numero degli studenti. Si sottolinea, inoltre, che il sistema di finanziamento ordinario degli atenei (FFO) si basa sul meccanismo dei cosiddetti « requisiti minimi » , ovvero aggancia il finanziamento proprio a questa congruità e al numero di laureati generando negli atenei la propensione ad abbassare sempre di più il numero di posti disponibili ed a mantenere alto il numero dei laureati. Si è coscienti del fatto che il corso di laurea in medicina richiede la presenza di laboratori i cui elevati costi non vengono coperti dalle sole tasse universitarie versate dagli studenti, ma va sottolineato che i primi esami di medicina sono meramente teorici e da soli bastano ad effettuare una valutazione selettiva che consente ad un numero sostenibile di studenti di accedere agli insegnamenti che necessitano di laboratori. Va ricordato infine che il nostro tasso di investimento nel sistema universitario in quota del PIL è circa la metà rispetto alla media dei Paesi OCSE (0,6 per cento contro 1'1,1 per cento). I test garantiscono un sistema di selezione oggettivo e uguale per tutti che non tiene conto di eventuali disuguaglianze di sesso, ceto sociale, eccetera.