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Modifica dell'articolo 66 della Costituzione in materia di verifica dei poteri dei parlamentari. Onorevoli Senatori. -- Il sistema della sovranità assoluta delle Camere, in ordine ai titoli di ammissione dei loro membri, in tanto si giustifica in quanto si sappia essere severi e tempestivi nel far rispettare il risultato del giudizio sulla regolarità della proclamazione. Potrebbe apparire scontato che un Paese di antica democrazia come l'Italia soddisfi tutti i sette principi-chiave che l'Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (OSCE) ha individuato per designare un'elezione democratica (universale, uguale, fair , segreta, libera, trasparente e responsabile). In realtà, il contenzioso elettorale è vittima ancora di un antico feticcio che lo riporta in buona parte al di fuori delle più moderne soluzioni individuate per introdurre il principio di legalità anche nel dominio della politica. Lo dimostra l'estrema difficoltà, per le Camere, di contestare l'illegittima proclamazione e di effettuare il subentro dell'avente titolo. Non è un caso che, dal primo esame che osservatori internazionali hanno condotto in concreto sulle nostre elezioni, sia scaturita la seguente affermazione: «È molto inusuale e potenzialmente problematico che i partiti che hanno vinto le elezioni abbiano l'autorità definitiva nelle controversie elettorali. Il sistema potrebbe certamente mettere in dubbio l'imparzialità dell'organo giudicante e l'efficacia della misura disponibile ai reclamanti. Perlopiù, il periodo riservato alla decisione nelle controversie non garantisce rimedio puntuale». Cosi si esprime la relazione che l'OSCE ha dedicato alle elezioni parlamentari italiane del 9-10 aprile 2006. Sono considerazioni di carattere generale, aventi ad oggetto il sistema di giustizia in materia elettorale nel nostro Paese, ma divengono vieppiù significative dopo le vicende che hanno visto il grave ritardo nella definizione delle procedure di verifica dei poteri nella XV legislatura. Il principio convenzionale di ragionevole durata del processo deve applicarsi anche alla verifica dei poteri, che non può protrarre all'infinito la pronuncia su doglianze spesso legittime di ricorrenti in attesa di giustizia. Ma, soprattutto, ciò che viene in rilievo è il principio di terzietà del giudice, anch'esso proclamato a livello convenzionale internazionale: l'OSCE informa la sua azione al Codice di buona pratica elettorale stilato dalla European Commission for Democracy through Law (cosiddetta « Venice Commission» , allora presieduta da Antonio La Pergola). Si tratta di un testo (Opinion n. 190/2002, CDL-AD (2002) 23 rev. ) il cui explanatory report (adottato il 18 e 19 ottobre 2002) al paragrafo 3 dichiara che « Appeal to parliament, as the judge of its own election, is sometimes provided for but could result in political decisions. It is acceptable as a first instance in places where it is long established, but a judicial appeal should then be possible ». È di tutta evidenza come questo sindacato giurisdizionale in Italia sia del tutto assente; anzi, tale lacuna si estende anche agli atti preparatori, nonostante il fatto che la dichiarazione del Consiglio dell'Unione interparlamentare resa a Parigi il 26 marzo 1994 prescrivesse che al rigetto o alla limitazione di candidatura si applichi la possibilità di appello ad una giurisdizione competente a decidere prontamente ( Declaration on criteria for free and fair elections , paragrafo 3(8)). Si tratta di materiale normativo che la Corte europea dei diritti dell'uomo ha giudicato rilevante per la sua recente giurisprudenza (sentenza 11 gennaio 2007, Russian conservative party of entrepreneurs and others v. Russia), sia perché consacrato nella risoluzione 1320 (2003) adottata il 30 gennaio 2003 dall'assemblea parlamentare del Consiglio d'Europa, sia perché oggetto di una dichiarazione del Comitato dei ministri del Consiglio d'Europa del 13 maggio 2004. È quindi tutt'altro da escludere che esso possa portare ad una condanna dello Stato italiano, per inadempimento degli obblighi assunti con la ratifica della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali, e dei suoi protocolli addizionali (legge 4 agosto 1955, n. 848). Per questa ragione tali conclusioni meritano la massima considerazione ed attenzione. Testimoniano, infatti, un persistente deficit garantistico del nostro sistema costituzionale che richiede urgentemente un intervento riformatore. Allineare la disciplina italiana in materia di contenzioso elettorale alle soluzioni francese ed austriaca -- affidando l'intera materia del giudizio sui titoli di ammissione e del contenzioso in materia di ineleggibilità ed incompatibilità alla Corte costituzionale -- appare però non cogliere appieno la diversità delle fattispecie che possono verificarsi: le Camere possono, se vogliono, esprimersi in tempi ragionevoli e secondo diritto, come avvenne nella XIV legislatura in Senato quando ci si pronunciò per la decadenza dei senatori Magri e Malentacchi. Gli scostamenti da questo modello richiedono risposte differenziate. Contro una decisione assunta sotto l'imperio della politica e non del diritto è bene che si pronunci la sede del conflitto di attribuzioni, da parte dei soggetti titolati a lamentare la lesione di una sfera di attribuzioni costituzionalmente garantita. Ciò soprattutto dopo che -- con le sentenze 11-17 gennaio 2000, n. 10 e n. 11 -- la Corte costituzionale ha affermato di poter valutare in concreto se una decisione assunta da una Camera abbia straripato dall'ambito di corretto utilizzo del potere attribuitole dalla Costituzione (in questo caso, dall'articolo 66 correttamente inteso, come procedura pleno iure giurisdizionale e rispondente alla «grande regola» dello Stato di diritto). Contro una non decisione -- cioè il non liquet , esito legittimo per la politica ma che nel diritto è sanzionato come denegata giustizia sin dalla novella n. 17 del Corpus iuris di Giustiniano -- è invece necessario che abbia cognizione piena un organo giurisdizionale ordinario, sia pure di massimo livello: si propone pertanto che, decorso un termine ragionevole fissato in un anno per la pronuncia dell'Assemblea, la decisione sui ricorsi passi -- previa riassunzione da parte dell'interessato -- alle sezioni unite civili della Corte di cassazione, dalla cui pronuncia potrà discendere direttamente la decadenza del titolare illegittimo del seggio e la sua sostituzione, con efficacia costitutiva, da parte del ricorrente. Anche in tal caso, sarà possibile il ricorso per conflitto dinanzi alla Corte costituzionale, da parte dei soggetti titolati a lamentare il cattivo utilizzo del potere conferito alla Cassazione. Infine, si propone che la legge attuativa -- che nel presente disegno di legge costituzionale si intende quale legge ordinaria, e che dovrà in primo luogo disciplinare le modalità del ricorso alla Corte costituzionale, delimitando la nozione di «soggetti interessati» a ricorrere -- affronti anche la questione del giudizio sugli atti preparatori del procedimento elettorale, sottraendolo al controllo dei titoli di ammissione dei componenti delle Assemblee parlamentari e demandandolo alla Corte d'appello. I problemi che si sono posti, in proposito, sono due. Da un lato, vi è il giudizio sulle cause originarie di ineleggibilità: