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significherebbe persone e famiglie senza assistenza, italiani che non possono andare al lavoro, ristorazione e agricoltura in difficoltà, industria manifatturiera a singhiozzo e artigianato di qualità in affanno. Di più gli imprenditori stranieri sono 450.000 e il gettito annuale che entra nelle casse dello Stato, ad oggi, è di 7 miliardi e mezzo di euro. Un quinto dei bambini che nascono in Italia sono figli di almeno un genitore straniero e il contributo al ringiovanimento della nostra società è notorio. I benefìci di medio periodo sulla capacità di crescita italiana e sull'equilibrio del sistema previdenziale non sono secondari, considerato che la «piramide delle età» in Italia assomiglia sempre più a un bulbo, o a un «rombo delle età», con una base piccola e una pancia grande, e sono intuibili le conseguenze. C'è dunque il rischio, già in parte percepibile, che, depauperata delle famiglie straniere che hanno già compiuto un percorso di integrazione sociale e culturale, all'Italia rimanga solo la funzione di Paese di «prima accoglienza», senza la remunerazione sociale dell'inserimento definitivo. Alla luce di tali considerazioni, il presente disegno di legge vuole introdurre alcuni casi di jus soli fortemente attenuato, prevedendo, all'articolo 1, che per l'acquisto della cittadinanza italiana non sia sufficiente il solo evento della nascita sul territorio nazionale, dovendo concorrervi almeno uno dei seguenti requisiti: a) che almeno uno dei genitori sia già regolarmente soggiornante nel nostro Paese da non meno di cinque anni; b) che almeno uno dei genitori sia nato in Italia e vi soggiorni legalmente alla nascita del figlio da almeno un anno. L'acquisizione della cittadinanza non sarà quindi automatica, ma potrà essere richiesta solo in presenza di un significativo legame sociale mediante una dichiarazione da rendere all'ufficiale di stato civile al momento della nascita del figlio o successivamente. In mancanza della dichiarazione del genitore, la persona interessata potrà farne domanda, senza ulteriori condizioni, entro due anni dal raggiungimento della maggiore età. Sarà inoltre possibile rinunciare alla cittadinanza entro un anno dal raggiungimento della maggiore età. All'articolo 2 sono invece introdotte alcune ipotesi di acquisizione della cittadinanza per ius culturae, conseguendo questa al prolungato e positivo inserimento del nuovo cittadino nella società italiana sin dalla minore età. Ciò avverrà, più esattamente, al completarsi delle seguenti fattispecie: a) su richiesta, entro un anno dal compimento della maggiore età, dello straniero nato in Italia, oppure entrato in Italia entro il quinto anno di età, che vi abbia sempre soggiornato regolarmente; b) su istanza dei genitori -- o dell'interessato stesso divenuto maggiorenne -- dello straniero minore di età che abbia frequentato e concluso con esito positivo un corso di istruzione primaria o secondaria di primo grado, ovvero secondaria superiore, ovvero un percorso di istruzione e formazione professionale idoneo al conseguimento di una qualifica professionale. Si è inoltre ritenuto di estendere questa modalità di acquisto della cittadinanza agli stranieri che abbiano concluso positivamente gli studi superiori o di formazione professionale entro il compimento del ventunesimo anno di età, avendoli iniziati durante la minore età. L'esperienza vissuta da molti adolescenti che, in genere a seguito di ricongiungimento familiare, raggiungono in Italia i propri genitori e qui continuano il percorso di studio, dimostra infatti che il completamento del ciclo scolastico non sempre è realizzabile al compimento della maggiore età, pur essendo in quel momento positivamente avviato a conclusione. Di queste circostanze si è già dimostrato consapevole il legislatore laddove ha previsto, al comma 2 dell'articolo 45 del regolamento di cui al decreto del Presidente della Repubblica 31 agosto 1999, n. 394, la possibilità di iscrizione dell'alunno straniero in una classe immediatamente inferiore a quella corrispondente all'età anagrafica. È dunque opportuno, per evitare l'esclusione dei minori che giungono in Italia in una fascia di età compresa tra i tredici e i quindici anni, che la maturazione dei requisiti previsti dalla disposizione in esame possa essere utilmente raggiunta anche successivamente al raggiungimento della maggiore età, e comunque entro il termine del successivo triennio. L'articolo 3 modifica il testo vigente dell'articolo 9 della legge n. 91 del 1992, riconducendo ai più diffusi standard europei il periodo di stabile residenza in Italia richiesto per poter presentare la domanda di naturalizzazione. In particolare, il periodo di residenza legale è stato portato a tre anni per i cittadini europei, i quali hanno l'onere di richiedere l'iscrizione anagrafica per soggiorni sul territorio nazionale superiori a tre mesi. Nel caso della domanda di naturalizzazione ordinaria è stato invece previsto il requisito del soggiorno regolare ininterrotto da almeno cinque anni, sostituendolo così a quello della continuità nella residenza anagrafica, attualmente previsto dall'ordinamento vigente. Per effetto della congiunta applicazione di diverse discipline (disciplina dell'immigrazione e disciplina delle anagrafi) accade infatti che il tempo pregresso di regolare soggiorno non coincida mai con quello di residenza anagrafica; e ciò è dovuto ad una serie di difficoltà burocratiche e inadempienze amministrative non dipendenti dalla responsabilità o dalla negligenza dell'interessato, quanto piuttosto derivanti da ben note «sofferenze di sistema» che rendono statisticamente comprovato il normale differimento di uno-due anni dell'iscrizione anagrafica rispetto al rilascio della prima autorizzazione al soggiorno. Di conseguenza, sarebbe a nostro avviso più equo riferirsi, quale requisito di precedente e stabile dimora sul territorio nazionale, alla regolarità e continuità del soggiorno anziché al più aleatorio ed ambiguo presupposto della «residenza anagrafica», peraltro non esattamente corrispondente alla nozione civilistica di residenza. L'articolo qui in commento introduce infine un requisito reddituale, ad un tempo necessario e ragionevole, non più lasciato alla discrezionalità amministrativa, esonerando alcune categorie obiettivamente meritevoli dalla necessità di dimostrarne il possesso. All'articolo 4 viene affermata la possibilità del soggetto di mantenere la cittadinanza di origine. Corrisponde infatti alla storia e all'identità personale dell'immigrato la necessità di coniugare, in un'identità più complessa, le radici familiari con il proprio vissuto personale. A questo riguardo, giustamente, l'Italia ha sempre preteso che i propri emigranti mantenessero la possibilità di conservare la cittadinanza italiana pur acquisendo quella del Paese di immigrazione ed ha coerentemente deciso di non richiedere ai suoi nuovi cittadini la rinunzia alla cittadinanza di origine. All'articolo 5 viene infine introdotta una disciplina transitoria, a nostro avviso necessaria ad evitare ingiustificate differenziazioni nel trattamento di situazioni tra loro sostanzialmente equivalenti.. Art. 1. (Nascita) 1. Al comma 1 dell'articolo 1 della legge 5 febbraio 1992, n. 91, sono aggiunte, in fine, le seguenti lettere: « b- bis) chi è nato nel territorio della Repubblica da genitori stranieri di cui almeno uno sia regolarmente soggiornante in Italia da almeno cinque anni;