[pronunce]

Né - prosegue ancora il giudice rimettente - si può superare il problema, ascrivendo il procedimento prefallimentare alla cosiddetta “giurisdizione volontaria” o qualificandolo come “processo senza parti”, dal momento che la dichiarazione di fallimento comporta una notevole capitis deminutio dell'imprenditore, la quale comprime valori di rilievo costituzionale; sicché non può ammettersi che ad essa si pervenga attraverso un'attività giurisdizionale non modellata sui principi del “giusto processo”, ancorché sussista un interesse pubblico alla sollecita liquidazione coattiva dell'impresa insolvente e alla sua eliminazione dal mercato. 2.5.- La prospettata censura dell'art. 6 legge fall. - ad avviso del giudice rimettente - rende consequenziale il dubbio di legittimità costituzionale dell'art. 8 legge fall. , nella parte in cui dispone che il giudice civile debba riferire dello stato di insolvenza al tribunale competente per la dichiarazione di fallimento, anziché al pubblico ministero presso di esso. Se a tale tribunale non può riconoscersi il potere di iniziativa officiosa, sembra più conforme al paradigma costituzionale del “giusto processo” ritenere che la relazione del giudice civile debba essere rivolta non al tribunale, ma al pubblico ministero, essendo questo l'organo istituzionalmente preposto all'esercizio dell'azione civile nei casi previsti dalla legge, ai sensi dell'art. 75, primo comma, del regio decreto 30 gennaio 1941, n. 12 (Ordinamento giudiziario), nonché all'esercizio dell'azione diretta per fare eseguire ed osservare le leggi di ordine pubblico, a norma dell'art. 73, secondo comma, dello stesso ord. giud. 2.6.- Quanto alla rilevanza della questione, il giudice a quo osserva che, essendo stata espletata l'istruttoria, la pronuncia sull'insolvenza, segnalata ex art. 8 legge fall. , è condizionata alla soluzione del prospettato dubbio di costituzionalità.1.- I giudizi devono essere riuniti per la loro evidente connessione. La Corte d'appello di Venezia dubita della legittimità costituzionale del solo art. 6 del regio decreto 16 marzo 1942, n. 267 (Disciplina del fallimento, del concordato preventivo, dell'amministrazione controllata e della liquidazione coatta amministrativa), laddove il Tribunale di Saluzzo dubita della legittimità costituzionale anche dell'art. 8 dello stesso regio decreto (di seguito, “legge fallimentare”), entrambi in riferimento all'art. 111, secondo comma, della Costituzione. Il dubbio investe l'art. 6 legge fall. , nella parte in cui prevede che il fallimento possa essere dichiarato d'ufficio dal tribunale, e l'art. 8 legge fall. , in quanto prevede che il giudice debba riferire dell'insolvenza di un imprenditore, emersa nel corso di un giudizio civile, al tribunale competente per la dichiarazione di fallimento, anziché al pubblico ministero presso detto tribunale, così derogando al principio della domanda, costituente «indefettibile corollario logico» dei principi di terzietà e imparzialità del giudice. 2.- Preliminarmente, devono essere esaminate le eccezioni proposte dalla difesa delle curatele dei fallimenti, volte a far dichiarare inammissibile la questione sollevata dalla Corte d'appello di Venezia. Tali eccezioni sono infondate. Quella secondo la quale i fallimenti delle società Lifegroup s.p.a. e Dermalife s.p.a. sarebbero stati dichiarati anche su istanza di creditori - e, pertanto, non d'ufficio - non considera che i procedimenti autonomamente promossi dai creditori non risultano formalmente riuniti a quelli promossi d'ufficio e sfociati nelle sentenze dichiarative di fallimento. È vero che nelle due sentenze dichiarative si fa cenno alle istanze dei creditori, ma del tutto irritualmente, come confermano le circostanze che gli atti di opposizione a tali sentenze sono stati notificati soltanto ai curatori, che in tali giudizi di opposizione non è stata disposta l'altrimenti doverosa (ex art. 18, terzo comma, legge fall. ) integrazione del contraddittorio nei confronti dei “creditori richiedenti” e che, infine, le sentenze di rigetto delle opposizioni non sono state emesse (anche) nei confronti di tali creditori. Ne consegue che anche i fallimenti della Lifegroup s.p.a. e della Dermalife s.p.a. devono ritenersi dichiarati d'ufficio. Anche l'eccezione, secondo la quale la questione della nullità delle sentenze dichiarative di fallimento avrebbe dovuto essere fatta valere con l'opposizione ex art. 18 legge fall. e, pertanto, sarebbe preclusa in sede di appello sub specie di pretesa illegittimità costituzionale, deve essere respinta, (se non altro) perché dagli atti risulta che l'illegittimità della dichiarazione officiosa fu dedotta dalle società fallite con l'opposizione alla sentenza dichiarativa (anche - ma ciò è irrilevante - denunciando il contrasto con gli artt. 3, 24 e 101 Cost., non essendo ancora intervenuta la legge cost. n. 2 del 1999). 3.- Le questioni di legittimità costituzionale poste dai giudici rimettenti non sono fondate. 3.1.- Evidentemente consapevoli che questa Corte ha in passato più volte statuito che, di per sé, eccezioni alla «regola ne procedat iudex ex officio non importano lesione del principio della imparzialità del giudice» (sentenze n. 17 del 1965; n. 123 del 1970; n. 148 del 1996) e, anzi, ha espressamente riconosciuto la legittimità costituzionale di iniziative officiose (sentenza n. 133 del 1993) e, talvolta, le ha ripristinate (sentenze n. 41 del 1985 e n. 46 del 1995), sancendone la compatibilità con il valore del “giusto processo”, entrambi i giudici rimettenti muovono dalla premessa che il nuovo art. 111 Cost., avendo attribuito «autonoma dignità costituzionale ai caratteri fondanti il giusto processo» (in precedenza allo “stato diffuso” in altre norme costituzionali), avrebbe reso assoluti i valori della terzietà e della imparzialità, e, pertanto, rilevante la loro violazione pur se siano rispettate le garanzie del contraddittorio e del diritto di difesa. 3.2.- Questa Corte - che, anteriormente alla legge cost. n. 2 del 1999, aveva ripetutamente fatto riferimento al principio di imparzialità-terzietà come connaturale alla funzione giurisdizionale (sentenze n. 93 del 1965; n. 41 del 1985; n. 148 del 1996; n. 351 del 1997; n. 363 del 1998) - ha, poi, chiarito che, quanto alla tutela di tale principio, il novellato art. 111 Cost. non introduce alcuna sostanziale innovazione o accentuazione (ordinanze n. 75 e n. 168 del 2002);