[pronunce]

che, nel proporre la questione di legittimità costituzionale, il giudice rimettente si dichiara consapevole che la medesima, prospettata «sotto un profilo del tutto analogo», è già stata dichiarata infondata con la sentenza n. 23 del 1991, reputando, tuttavia, sussistenti «nuove ragioni» per un ulteriore scrutinio, sia «alla luce dell'evoluzione sociale ed economica verificatasi negli ultimi anni nel paese», sia, «soprattutto», «alla luce dell'evoluzione normativa registratasi» con l'entrata in vigore della legge n. 54 del 2006, in tema di affidamento condiviso della prole minore, «in vista della tutela del c.d. diritto alla bigenitorialità dei minori»; che, infatti, «essendo stato integralmente ribaltato dal legislatore del 2006 il criterio ordinario di affidamento della prole minore e dovendo ritenersi ormai quanto meno paritario il contributo dei coniugi, pur in costanza della crisi del loro matrimonio, alla cura ed alla responsabilità nei confronti dei figli» («dovere che, peraltro, trova diretto fondamento nel rapporto di filiazione più che nei doveri matrimoniali»), sarebbero «destinate a venir meno» «buona parte delle ragioni sottese» alla richiamata sentenza n. 23 del 1991 («allorquando il caso paradigmatico era effettivamente costituito dall'affidamento esclusivo della prole minore alla madre quale coniuge più debole»). Considerato che questa Corte è chiamata a pronunciarsi sulla questione di legittimità costituzionale dell'art. 12-bis della legge 1 dicembre 1970, n. 898 (Disciplina dei casi di scioglimento del matrimonio), introdotto dall'art. 16 della legge 6 marzo 1987, n. 74 (Nuove norme sulla disciplina dei casi di scioglimento di matrimonio), sollevata, in riferimento agli articoli 3, 29, 38 e 47 della Costituzione, dal Tribunale ordinario di Catania, «sia sotto il profilo espressamente prospettato dalla parte resistente sia sotto ulteriori profili suscettibili di rilievo anche officioso»; che la disposizione denunciata prevede che «1. Il coniuge nei cui confronti sia stata pronunciata sentenza di scioglimento o di cessazione degli effetti civili del matrimonio ha diritto, se non passato a nuove nozze e in quanto sia titolare di assegno ai sensi dell'art. 5, ad una percentuale dell'indennità di fine rapporto percepita dall'altro coniuge all'atto della cessazione del rapporto di lavoro anche se l'indennità viene a maturare dopo la sentenza. 2. Tale percentuale è pari al quaranta per cento dell'indennità totale riferibile agli anni in cui il rapporto di lavoro è coinciso con il matrimonio»; che, nella prospettazione del giudice rimettente, detta disposizione risulterebbe, «già nella sua intera portata precettiva», «suscettibile di contrasto» con i parametri costituzionali invocati; che, in particolare, essa sembrerebbe, da un lato, «disciplinare in modo diseguale la posizione di soggetti in posizioni del tutto analoghe» e, dall'altro, determinare l'eventualità di «ingiustificate parificazioni tra situazioni diverse»; che il giudice rimettente prospetta profili della questione che - a parte ogni altra considerazione in tema di situazioni comparabili, anche in riferimento al riscontro nelle vicende del giudizio principale, nonché in tema di ordine logico delle censure - risultano, in definitiva, formulati in termini tra loro alternativi, oltre che sorretti da argomentazioni che appaiono reciprocamente contraddittorie; che, infatti, da un lato, egli lamenta che il coniuge separato da lavoratore dipendente non possa «vantare alcun diritto in ordine al TFR che venga percepito dall'altro coniuge», nonostante che la cessazione della convivenza non abbia fatto venir meno tutti gli obblighi di solidarietà coniugale; dall'altro, che l'ex coniuge sia invece tenuto, nei confronti dell'altro, a versare la quota predeterminata di trattamento di fine rapporto in riferimento «anche al periodo successivo alla cessazione della convivenza», nonostante che la prestazione risulti ormai «priva di giustificazione perché svincolata dalla solidarietà economica tra i coniugi»; che, pertanto, un eventuale accoglimento della questione sotto un profilo implicherebbe il rigetto della stessa sotto l'altro, con la conseguenza che essa, secondo il costante orientamento di questa Corte, deve essere dichiarata manifestamente inammissibile (si vedano, ex multis, le ordinanze n. 62 del 2007; n. 360 del 2006; n. 363 del 2005); che, inoltre, l'ordinanza di rimessione appare carente nella motivazione sulla non manifesta infondatezza della questione proposta in riferimento alle «nuove ragioni» che sussisterebbero per un ulteriore scrutinio di costituzionalità rispetto a quello di cui al giudizio concluso con la sentenza n. 23 del 1991; che, infatti, tra queste ragioni viene addotta la sopravvenienza della legge n. 54 del 2006, in tema di affidamento condiviso della prole minore, il cui richiamo – peraltro generico e privo di riscontro nella fattispecie di cui al giudizio principale – risulta del tutto inconferente, anche per l'espressa enunciazione che «il contributo dei coniugi, pur in costanza della crisi del loro matrimonio, alla cura e alla responsabilità nei confronti dei figli» corrisponde a un «dovere che, peraltro, trova diretto fondamento nel rapporto di filiazione più che nei doveri matrimoniali»; che una carente motivazione sulla non manifesta infondatezza della questione comporta che la questione venga dichiarata manifestamente inammissibile (ex multis, le ordinanze 113 del 2009; n. 427 del 2008; n. 122 del 2007); che, peraltro, nell'ordinanza di rimessione non risulta prospettato un adeguato sviluppo argomentativo dell'asserito contrasto della disposizione denunciata con diversi tra i parametri costituzionali invocati; che anche una carente motivazione della non manifesta infondatezza per insufficiente indicazione delle ragioni per cui si configurerebbe la violazione dei parametri costituzionali determina la dichiarazione di manifesta inammissibilità della questione (ex multis, ordinanze n. 122 del 2009; n. 249 del 2008; n. 114 del 2007); che, d'altra parte, in riferimento al complesso delle censure proposte, non risulta formulato un preciso e specifico petitum, restando indeterminato se - indipendentemente dai limiti del sindacato sull'uso del potere discrezionale del legislatore, in mancanza di soluzioni costituzionalmente obbligate - si invochi una pronuncia che tenda ad eliminare in radice la previsione del diritto dell'ex coniuge alla quota del trattamento di fine rapporto percepito dal titolare o, piuttosto, una pronuncia che, rispetto a termini di riferimento peraltro non definiti, tenda ad attribuire al giudice del merito il potere di valutare le circostanze rilevanti nelle situazioni di specie; che l'indeterminatezza, l'oscurità o la genericità del petitum impongono di dichiarare la questione proposta manifestamente inammissibile (ex multis, le ordinanze n. 155 del 2009; n. 185 del 2008; n. 279 del 2007).