[pronunce]

In tal modo, l'ammontare della sanzione verrebbe a dipendere non già da un fatto di carattere oggettivo e verificabile, bensì dalla data di accesso dell'organo ispettivo e dunque da un fatto volontario e discrezionale. La disposizione censurata contrasterebbe altresì con il principio di proporzionalità tra la sanzione e la entità e gravità della violazione commessa, nonché con l'art. 24 Cost., in quanto non ammetterebbe la prova della effettiva durata del lavoro irregolare. Da ciò conseguirebbe anche la “irrazionalità e l'ingiustizia di una sanzione” che non terrebbe in alcun conto delle circostanze del caso concreto. In ordine alla rilevanza della questione, il rimettente osserva che nel giudizio a quo la società ricorrente avrebbe dedotto che l'impiego del lavoratore irregolare sarebbe iniziato proprio lo stesso giorno dell'accertamento e che la prestazione lavorativa avrebbe dovuto avere la durata di una sola ora al giorno per complessive cinque ore settimanali. 3. – Con ordinanza in data 18 maggio 2004, la Commissione tributaria provinciale di Perugia ha sollevato questione di legittimità costituzionale dell'art. 3, lettera c), numero 4, del d.lgs. n. 12 del 2002 (rect: dell'art. 3, comma 3, del decreto-legge n. 12 del 2002), convertito nella legge n. 73 del 2002, in relazione agli artt. 3 e 24 Cost. Il rimettente riferisce di essere chiamato a decidere su un ricorso avverso il provvedimento con cui l'Agenzia delle entrate di Perugia ha irrogato la sanzione prevista dall'art. 3, comma 3, del decreto-legge n. 12 del 2002 in relazione alla utilizzazione di quattro lavoratori effettuata omettendo le comunicazioni obbligatorie, accertata a seguito di accesso ispettivo eseguito in data 17 ottobre 2002. Su conforme eccezione del ricorrente, il giudice a quo ritiene non manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale di tale norma. In via preliminare, osserva che la sanzione amministrativa in parola, «sebbene non correlata al mancato pagamento o all'inosservanza di un obbligo tributario, si aggiunge al sistema sanzionatorio contenuto nei decreti legislativi 18 dicembre 1997, n. 471 e 473». In relazione a tale sanzione sussisterebbe la giurisdizione delle commissioni tributarie, dal momento che, ai sensi dell'art. 3, comma 4, del decreto-legge n. 12 summenzionato, competente ad irrogare la sanzione è l'Agenzia delle entrate. Infatti, ad avviso del rimettente, l'art. 12, comma 2, della legge 28 dicembre 2001, n. 448 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato – legge finanziaria 2002), individuerebbe l'oggetto della giurisdizione tributaria, in via principale, nei tributi di ogni genere e nelle correlative sanzioni, e «in via residuale in ordine all'organo (Agenzia delle entrate) che irroga una sanzione amministrativa in ordine ad infrazioni commesse in violazione di norme di svariato contenuto e non necessariamente attinenti a tributi». Il richiamo contenuto nel comma 5 dell'art. 3 del decreto-legge n. 12 del 2002 ai principî contenuti nel d.lgs. n. 472 del 1997 in materia di sanzioni amministrative tributarie sarebbe necessario, posto che le fattispecie introdotte «non sono caratterizzate dalla commissione di un fatto in violazione di norme tributarie». Nel merito, la Commissione tributaria sostiene che la disposizione censurata contrasterebbe con il principio di uguaglianza in quanto farebbe dipendere l'entità della sanzione non già dalla gravità della violazione, bensì dal momento in cui è stata accertata, “con l'assurda conseguenza di comminare la minima pena al fatto accertato all'inizio dell'anno anche se più grave oggettivamente di altro”. Sarebbe inoltre violato l'art. 24 Cost. dal momento che la presunzione assoluta contenuta nella norma comprimerebbe il diritto di difesa in ordine alla consistenza dell'illecito. 4. – In tutti i giudizi è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, la quale ha concluso per “l'inammissibilità e/o la manifesta infondatezza delle questioni” prospettate. 5. – Nelle memorie depositate in prossimità della camera di consiglio, l'Avvocatura sostiene che la norma censurata si inserirebbe nel quadro delle misure introdotte dalla legge 18 ottobre 2001, n. 383 (Primi interventi per il rilancio dell'economia), per favorire l'emersione del lavoro irregolare, un fenomeno di notevole gravità che turba lo svolgimento della libera concorrenza tra imprese e la libera iniziativa economica tutelata dall'art. 41 Cost., contrastando altresì con le esigenze di tutela della sicurezza e della salute sul lavoro, nonché dell'assistenza sociale. Tale fenomeno avrebbe perciò effetti pregiudizievoli sui diritti individuali costituzionalmente garantiti dagli art. 35 e 36 Cost. e, attraverso l'evasione fiscale e contributiva che il lavoro irregolare comporta, determinerebbe «l'indebolimento del meccanismo di finanziamento ed erogazione dei servizi pubblici e di assistenza sociale». La modalità di computo della sanzione contro cui si appuntano le critiche dei rimettenti avrebbe lo scopo di garantire l'effettività dell'irrogazione della sanzione, senza necessità di individuare l'esatta durata del rapporto lavorativo, al fine di evitare “un complesso e defatigante contenzioso”. Essa non sarebbe palesemente irrazionale in quanto libererebbe l'amministrazione finanziaria dall'onere di provare l'effettiva durata del rapporto. Peraltro la possibilità di graduare la sanzione tra il 200 e il 400 per cento consentirebbe di adeguarla alle eventuali risultanze probatorie. Tali considerazioni troverebbero conferma in numerose pronunce di questa Corte, la quale avrebbe sempre riconosciuto un'ampia discrezionalità al legislatore nella quantificazione delle sanzioni, salvo il limite della ragionevolezza; e la giurisprudenza costituzionale avrebbe effettuato tale valutazione anche con riguardo a sanzioni ancorate a parametri “formali” piuttosto che al concreto disvalore della fattispecie, nonché a sanzioni determinate in misura fissa.1. – La Commissione tributaria provinciale di Perugia e la Commissione tributaria provinciale di Bologna, con quattro distinte ordinanze, dubitano della legittimità costituzionale, in relazione agli artt. 3 e 24 della Costituzione, dell'art. 3, comma 3, del decreto-legge 22 febbraio 2002, n. 12 (Disposizioni urgenti per il completamento delle operazioni di emersione di attività detenute all'estero e di lavoro irregolare), convertito in legge dall'art. 1 della legge 23 aprile 2002, n. 73, il quale punisce l'impiego di lavoratori dipendenti non risultanti dalle scritture o altra documentazione obbligatorie, con la sanzione amministrativa dal 200% al 400% dell'importo per ciascun lavoratore irregolare del costo del lavoro, calcolato sulla base dei vigenti contratti collettivi nazionali per il periodo compreso tra l'inizio dell'anno e la data di constatazione della violazione. 2.