[pronunce]

che, ancora – chiamato a decidere, tra le altre, sulla domanda proposta (nei confronti del Ministero dell'istruzione, dell'università e della ricerca, della Presidenza del Consiglio dei ministri, del Dipartimento della funzione pubblica e di altro cointrointeressato) da un dirigente generale, per il suo reintegro, fino alla scadenza naturale del contratto, nelle originarie funzioni di direttore dell'Ufficio scolastico regionale della Sicilia, da cui era cessato per effetto dell'applicazione della normativa in esame – il Tribunale di Roma, con ordinanza emessa l'11 maggio 2004 (r.o. n. 674 del 2004), ha sollevato questione di legittimità costituzionale, in via principale, dell'art. 3, comma 7, della legge n. 145 del 2002, nella parte in cui ha disposto la cessazione degli incarichi dirigenziali di livello generale al sessantesimo giorno dall'entrata in vigore di detta legge, e, in subordine, dell'art. 3, comma 1, lettera b), della stessa legge, nella parte in cui, in relazione al nuovo regime della dirigenza, stabilisce un limite massimo triennale di durata di detti incarichi, ove si ritenesse che – una volta dichiarata l'incostituzionalità del comma 7 – la norma sarebbe d'ostacolo al ripristino dei rapporti cessati per la maggior durata convenzionale; che, secondo il rimettente, entrambe le norme impugnate violano: a) gli artt. 97 e 98 Cost., in quanto non garantiscono il rispetto dell'autonomia dell'amministrazione e, quindi, sono lesive del principio di buon andamento e di imparzialità della stessa e di quello per cui l'amministrazione deve essere al servizio esclusivo della Nazione e non della maggioranza di governo; b) l'art. 3 Cost., sotto il profilo della irragionevolezza, ove si riconosca che i dirigenti generali hanno una natura che li avvicina ai segretari generali ed ai capi dipartimento, in quanto solo per essi è stata prevista la cessazione automatica del rapporto una tantum, ovvero per disparità di trattamento rispetto ai dirigenti di secondo livello, ove si riconosca loro una natura che ad essi li avvicini; c) gli artt. 1, 2, 3, 4 e 35 Cost., per lesione del principio di stabilità dei contratti di lavoro e dell'affidamento dei lavoratori, della loro personalità, e per disparità di trattamento nei confronti degli altri lavoratori; che, infine – chiamato a decidere, tra le altre, sulla domanda proposta (nei confronti dell'ISFOL – Istituto per lo sviluppo della formazione professionale dei lavoratori – e di altro controinteressato) dall'ex direttore generale del suddetto istituto, per ottenere il ripristino, fino alla scadenza contrattuale nelle sue funzioni – il Tribunale di Roma, con ordinanza emessa il 14 giugno 2004 (r.o. n. 893 del 2004), ha sollevato questione di legittimità costituzionale del citato art. 3, comma 7, della legge n. 145 del 2002, nella parte in cui ha disposto la cessazione degli incarichi dirigenziali di livello generale al sessantesimo giorno dall'entrata in vigore di detta legge; che la norma è censurata in riferimento: a) all'art. 3 Cost., per lesione della sicurezza delle situazioni giuridiche; b) all'art. 2 Cost., per lesione dell'autonomia negoziale; c) all'art. 41 Cost., per lesione della libertà di iniziativa economica privata; d) agli artt. 3, 70, 97 e 113 Cost., per eccesso di potere legislativo, sotto il profilo che avrebbe posto non una regola generale, ma una disposizione avente il contenuto obiettivo di un atto amministrativo; e) all'art. 3 Cost., per disparità di trattamento in relazione alla situazione di cui all'art. 6 della legge n. 145 del 2002; f) all'art. 33 Cost., per lesione dell'autonomia riconosciuta da tale norma costituzionale alle istituzioni cui fa riferimento; che, in tutti i giudizi, si sono costituite le parti private ricorrenti nei processi a quibus, che hanno concluso tutte per l'accoglimento delle sollevate questioni; ed è, altresì, intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, concludendo per la inammissibilità e la non fondatezza delle sollevate questioni; che, in tutti i giudizi, è intervenuto – concludendo per l'accoglimento delle sollevate questioni – altro soggetto privato, parte di un processo diverso da quelli nei quali sono state pronunciate le ordinanze di rimessione; e che detti interventi sono stati dichiarati inammissibili come da ordinanza presidenziale pronunciata in udienza. Considerato che tutte le ordinanze di rimessione propongono la questione di legittimità costituzionale – in riferimento a molteplici parametri – dell'art. 3, comma 7, della legge 15 luglio 2002, n. 145 (Disposizioni per il riordino della dirigenza statale e per favorire lo scambio di esperienze e l'interazione tra pubblico e privato) nella parte in cui prevede che gli incarichi di funzione dirigenziale di livello generale e quelli di direttore generale degli enti pubblici vigilati dallo Stato in corso all'entrata in vigore della legge medesima (che ha modificato la disciplina della dirigenza nella pubblica amministrazione) cessano il sessantesimo giorno da tale data; che, con le ordinanze iscritte al numeri r.o. 673 e 674 del 2004, i rimettenti censurano altresì, oltre la citata disposizione transitoria, anche l'art. 3, comma 1, lettera b), della stessa legge n. 145 del 2002, nella parte in cui, in relazione al nuovo regime della dirigenza, pone la disciplina a regime della durata degli incarichi in esame, prevedendo un limite massimo triennale, in quanto tale previsione – pur se il citato comma 7 fosse dichiarato incostituzionale – impedirebbe il ripristino dei rapporti cessati per la maggior durata convenzionalmente stabilita; che, data l'evidente connessione delle sollevate questioni – concernenti le stesse disposizioni, denunciate con riferimento a parametri in larga parte coincidenti – i relativi giudizi devono essere riuniti e congiuntamente decisi; che – successivamente alla proposizione delle ricordate questioni di legittimità costituzionale – l'art. 14-sexies del decreto-legge 30 giugno 2005, n. 115, inserito dalla legge di conversione 17 agosto 2005, n. 168, ha ulteriormente modificato la disciplina a regime della durata degli incarichi dirigenziali in esame posta dall'art. 19, comma 2, secondo periodo, del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, e già modificata dall'art. 3, comma 1, lettera b), della legge n. 145 del 2002, impugnato dalle ordinanze di rimessione numeri r.o. 673 e 674 del 2004;