[pronunce]

Le censure sollevate, inoltre, non avrebbero nulla a che fare con l'oggetto della disciplina dell'art. 2, dal momento che la normativa comunitaria che lo Stato assume violata riguarderebbe solo la “immissione in commercio” di OGM, mentre l'art. 2, comma 1, della legge regionale n. 26 del 2003 riguarderebbe la “emissione deliberata” di OGM nell'ambiente, per la quale la direttiva 2001/18/CE non conterrebbe un divieto analogo a quello che l'art. 22 della medesima direttiva pone in relazione alla immissione in commercio di prodotti OGM. La difesa regionale rileva altresì che, al pari del decreto-legge n. 279 del 2004, la legge oggetto del giudizio porrebbe un divieto sostanzialmente temporaneo di coltivazione di prodotti OGM, come emergerebbe dal fatto che l'art. 2 consente alla Regione di promuovere azioni utili a prevenire possibili rischi per la salute o l'ambiente, nonché dall'art. 1, comma 3, secondo il quale la Regione può promuovere la ricerca e la sperimentazione del settore agricolo al fine di tutela della biodiversità. Tali norme attesterebbero che l'attuale divieto sarebbe posto dalla legge regionale n. 26 del 2003 solo in considerazione dell'attuale incompletezza della sperimentazione scientifica, senza escludere soluzioni diverse. Infondata – in conseguenza dell'argomento appena evidenziato – sarebbe anche la censura relativa alla violazione dell'art. 117, secondo comma, lettera s), Cost., dal momento che la legge interverrebbe nella materia dell'agricoltura riservata alla potestà legislativa regionale. Anche ove riguardasse l'ambiente, essa non intaccherebbe la competenza statale dal momento che la legge regionale sarebbe in sintonia con il citato decreto-legge n. 279 del 2004. In ogni caso, questa Corte avrebbe riconosciuto la titolarità in capo alle Regioni di competenze legislative in materie per le quali il valore della tutela dell'ambiente assumerebbe rilievo. Infine, la difesa regionale afferma l'inconferenza del richiamo al d.lgs. n. 224 del 2003, in quanto esso disciplinerebbe soltanto la “emissione deliberata per scopi diversi dall'immissione sul mercato” e per “soli scopi sperimentali”. Da ciò deriverebbe che la coltivazione di piante e l'allevamento di animali OGM ai fini della successiva commercializzazione – che costituisce oggetto della legge regionale pugliese – resterebbe fuori dal quadro procedurale di cui al d.lgs. n. 224. Peraltro, quest'ultimo non porrebbe alcuna limitazione al potere delle Regioni di vietare o limitare la emissione deliberata di OGM nell'ambiente per scopi sperimentali. Ad ulteriore sostegno delle proprie tesi la resistente evidenzia inoltre come la legge regionale impugnata, pur vietando le emissioni deliberate nell'ambiente di OGM per la successiva commercializzazione dei prodotti relativi, nonché le emissioni ai fini della sperimentazione, all'art. 2, comma 2, consentirebbe di superare tale divieto in caso di rilascio dell'autorizzazione per scopi sperimentali prevista dal d.lgs. n. 224 del 2003. 8. – Nel giudizio promosso avverso la legge della Regione Puglia hanno depositato memorie la Federazione regionale coltivatori diretti di Puglia, nonché l'Associazione sementieri mediterranei, sviluppando anche argomenti ulteriori, rispetto agli atti di intervento, a sostegno della dichiarazione di inammissibilità e di infondatezza del ricorso presentato dallo Stato. In particolare, quanto alla propria legittimazione all'intervento ad opponendum, l'Associazione sementieri mediterranei richiama l'ordinanza pronunciata da questa Corte nell'udienza dell'11 maggio 2004 e allegata alla sentenza n. 196 del 2004, nella quale, pur dichiarandosi inammissibili gli interventi spiegati nel giudizio di costituzionalità in via principale da parte di soggetti privi della potestà legislativa, si sarebbe giustificata tale “chiusura” «richiamando la facoltà riconosciuta ai soggetti privi del potere d'intervento, di utilizzare i mezzi di tutela delle loro posizioni soggettive, anche costituzionali, di fronte ad altre istanze giurisdizionali ed eventualmente anche di fronte a questa Corte in via incidentale»; l'interveniente osserva che tale giustificazione potrebbe valere solo per gli interventi ad adiuvandum ma non certo per gli interventi ad opponendum, giacché l'eventuale accoglimento della questione di costituzionalità renderebbe impossibile ai soggetti interessati al mantenimento della legge “trovare una sede giudiziale alternativa”. Nel caso di specie, comunque, l'intervento assumerebbe «i connotati della collaborazione offerta dall'amicus curiae», che già troverebbe riconoscimento nel giudizio di ammissibilità del referendum e che dovrebbe necessariamente trovare spazio nel giudizio in materia d'immissione nell'ambiente di organismi geneticamente modificati, dal momento che la partecipazione popolare in subiecta materia sarebbe «non soltanto opportuna ma obbligatoria» in forza degli obblighi di consultazione pubblica rinvenibili nell'art. 9 della direttiva 2001/18/CE, nell'art. 12 del d.lgs. n. 224 del 2003 e nell'art. 23 del Protocollo di Cartagena ratificato con la legge 15 gennaio 2004, n. 27 (Ratifica ed esecuzione del Protocollo di Cartagena sulla prevenzione dei rischi biotecnologici relativo alla Convenzione sulla diversità biologica, con Allegati, fatto a Montreal il 29 gennaio 2000). 9. – Anche la Regione Marche, nel giudizio promosso dallo Stato avverso la legge regionale n. 5 del 2004, ha depositato una memoria nella quale ribadisce le difese già svolte, sostenendo che la normativa impugnata non interverrebbe in materia di tutela dell'ambiente e dell'ecosistema, ma disciplinerebbe la produzione agricola, in particolare incentivando l'agricoltura di qualità, nell'ambito del territorio regionale. Né, del resto, un'invasione della competenza statale di cui alla lettera s) dell'art. 117, secondo comma, Cost. potrebbe derivare dal semplice richiamo alle finalità di tutela dell'ambiente contenuto, insieme a quello relativo alla tutela della salute umana e degli interessi dei consumatori, nell'art. 1, comma 1, della legge impugnata. La difesa regionale richiama, altresì, l'art. 176 del Trattato CE che codificherebbe il principio della tutela più rigorosa del livello territoriale inferiore e che comporterebbe, da un lato, l'illegittimità di una normativa comunitaria che imponesse ai singoli Stati il divieto di misure precauzionali più rigide, dall'altro che le finalità ambientali possono essere realizzate dalla normativa regionale in materia di competenza propria o concorrente proprio al fine di una maggiore protezione dell'ambiente. I divieti posti dalle leggi regionali di settore in ordine all'introduzione nell'ambiente o nel mercato di organismi geneticamente modificati attuerebbero anche la finalità di difesa delle risorse genetiche del territorio, nonché della qualità, specificità, originalità e territorialità della produzione agroalimentare.