[pronunce]

Del tutto ininfluente sarebbe infine la disciplina posta dalla legge 13 aprile 1988, n. 117 (Risarcimento dei danni cagionati nell'esercizio delle funzioni giudiziarie e responsabilità civile di magistrati) dal momento che l'art. 14 di tale legge prevede espressamente che le disposizioni in essa contenute non pregiudicano il diritto alla riparazione in favore delle vittime di errori giudiziari e di ingiusta detenzione. Quanto alla rilevanza, il giudice a quo ne afferma la sussistenza, non essendo possibile giudicare sul merito della richiesta di riparazione senza risolvere pregiudizialmente il dubbio di legittimità costituzionale.1. - Oggetto del presente giudizio di legittimità costituzionale è l'art. 314 del codice di procedura penale, censurato nella parte in cui non consente il riconoscimento di un'equa riparazione anche a chi abbia subito un periodo di custodia cautelare per un fatto dal quale sia stato poi prosciolto ai sensi dell'art. 649 dello stesso codice. Ad avviso della Corte d'appello di Palermo, tale disposizione contrasterebbe, innanzitutto, con l'art. 3 della Costituzione, perché determinerebbe una disparità di trattamento tra chi abbia subito custodia cautelare e sia poi prosciolto con una delle formule di cui al primo comma del medesimo art. 314 (perché il fatto non sussiste, per non aver commesso il fatto, perché il fatto non costituisce reato o non è previsto dalla legge come reato), e chi invece abbia subito un provvedimento restrittivo per un reato in ordine al quale sia stato in precedenza giudicato e abbia addirittura già scontato la pena detentiva inflitta con una precedente sentenza di condanna. Inoltre, sarebbe violato l'art. 76 Cost., in relazione all'art. 2 della legge 16 febbraio 1987, n. 81 e all'art. 5 della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali, ratificata e resa esecutiva con legge 4 agosto 1955, n. 848, in quanto tra i principî e criteri direttivi della delega per l'approvazione del nuovo codice di procedura penale vi era quello dell'adeguamento alle convenzioni internazionali ratificate dall'Italia e, tra queste, la citata Convenzione, la quale, all'art. 5, stabilisce appunto il diritto alla riparazione in favore della vittima di arresto o di detenzioni ingiuste, senza distinzioni di sorta. Secondo il giudice a quo, risulterebbero infine violati l'art. 2 Cost., in quanto l'istituto dell'equa riparazione costituisce espressione del principio solidaristico che ispira l'intera Costituzione, e l'art. 13 Cost., perché risulterebbe priva di ristoro una violazione della libertà personale, garantita ad ogni individuo in termini di inviolabilità. 2. - La questione non è fondata, nei termini di seguito precisati. Essa muove da una non condivisibile interpretazione della disposizione censurata, e precisamente dell'art. 314, comma 2, cod. proc. pen. Se invero può convenirsi con il remittente allorquando esclude che l'ipotesi sottoposta alla sua cognizione - e consistente nella emissione di una ordinanza di custodia cautelare per un fatto per il quale il destinatario del provvedimento restrittivo è già stato giudicato e ha addirittura scontato la pena inflitta con precedente sentenza di condanna - possa essere ricondotta alla previsione di cui all'art. 314, comma 1, cod. proc. pen. , stante la tassatività delle ipotesi di proscioglimento nel merito in quella disposizione considerate quale presupposto per il diritto all'equa riparazione, non è invece condivisibile la conclusione del giudice a quo per quanto riguarda l'affermata impossibilità di ricondurre la fattispecie al suo esame tra quelle per le quali l'art. 314, comma 2, configura la possibilità della riparazione per l'ingiusta detenzione. La disposizione da ultimo citata prevede che il diritto all'equa riparazione spetta al prosciolto per qualsiasi causa o al condannato che nel corso del processo sia stato sottoposto a custodia cautelare, quando con decisione irrevocabile sia accertato che il provvedimento che ha disposto la misura è stato emesso o mantenuto senza che sussistessero le condizioni di applicabilità previste dagli artt. 273 e 280 cod. proc. pen. Il remittente ha ritenuto che, nella specie, difetterebbe la condizione che consente di integrare la fattispecie e precisamente la decisione irrevocabile, consistente unicamente, secondo la sua prospettazione, in una pronuncia che accerti l'illegittimità della custodia cautelare sofferta per difetto di una o più delle condizioni stabilite dagli artt. 273 e 280 cod. proc. pen. Orbene, posto che, come ritenuto anche dalla Corte di cassazione a sezioni unite (sentenza 8 novembre 1993, n. 20), “in alcune ipotesi la illegittimità della misura cautelare, ai sensi del secondo comma della disposizione citata, può risultare in modo implicito, e tuttavia evidente, dalla stessa sentenza definitiva di merito”, non vi è ostacolo a ritenere che tra queste ipotesi debba rientrare anche quella in cui venga accertato, con sentenza irrevocabile, che la custodia è stata disposta in relazione ad un fatto per il quale sia già intervenuto un giudicato. È indubbio, infatti, che l'art. 649 cod. proc. pen. , nel prevedere che “l'imputato prosciolto o condannato con sentenza o decreto penale divenuti irrevocabili non può essere di nuovo sottoposto a procedimento penale per il medesimo fatto, neppure se questo viene diversamente considerato per il titolo, per il grado o per le circostanze, salvo quanto disposto dagli articoli 69, comma 2, e 345” e nel disporre che, “se ciò nonostante viene di nuovo iniziato procedimento penale, il giudice in ogni stato e grado del processo pronuncia sentenza di proscioglimento o di non luogo a procedere, enunciandone la causa in dispositivo”, configuri una preclusione all'esercizio dell'azione penale (sentenza n. 27 del 1995). Se dunque si accerti, con sentenza irrevocabile, che l'azione penale non poteva essere esercitata perché preclusa da precedente giudicato, non può non concludersi che anche la misura cautelare disposta per il medesimo fatto per il quale l'imputato era già stato giudicato risulta priva dei requisiti che ne legittimano l'adozione, stante l'evidente nesso di strumentalità dell'azione cautelare rispetto all'azione penale. Non si vede infatti alcuna differenza tra l'ipotesi della misura emessa in presenza di scriminanti o nei confronti di persona non punibile (art. 273, comma 2, cod. proc. pen. - in riferimento all'art. 314, comma 2) che sia stata poi prosciolta, rispetto al caso di chi abbia subito custodia cautelare per un reato, ad esempio, non procedibile o per il quale, comunque, l'azione penale non poteva essere esercitata, come nella specie.