[pronunce]

che infatti, ad avviso della difesa erariale, la questione, avendo ad oggetto la legittimità di una certa interpretazione della norma che, propugnata da una precedente decisione della Corte di cassazione, è stata espressamente ritenuta non corretta dall'ordinanza n. 529 del 2000, si ridurrebbe ad un quesito meramente interpretativo, che i rimettenti avrebbero dovuto risolvere adottando l'interpretazione conforme a Costituzione, ancorché non condivisa; che l'Avvocatura dello Stato osserva, in via subordinata, che, quand'anche fosse vero quanto sostenuto nelle ordinanze di rimessione, “il dettato dell'art. 303, comma 2, cod. proc. pen. che residuerebbe come non toccato dalle precedenti pronunzie della Corte […] ben potrebbe avere una propria giustificazione in riferimento alla struttura del processo penale e al canone generale dell'autonomia dei termini di fase ispirato a principî egualmente meritevoli di tutela, quale, in primis, l'esigenza di tutela della collettività”, profilo, questo, che sembrerebbe non essere stato preso in considerazione dai rimettenti. Considerato che le ordinanze di rimessione sollevano la medesima questione, sicché i relativi giudizi possono essere riuniti per essere decisi con unica pronuncia; che la questione di legittimità costituzionale dell'articolo 303, comma 2, del codice di procedura penale, sollevata dalle sezioni unite penali della Corte di cassazione, in riferimento agli artt. 3 e 13 della Costituzione, nella parte in cui impedisce di computare ai fini dei termini massimi di fase determinati dal successivo art. 304, comma 6, cod. proc. pen. , i periodi di detenzione sofferti in una fase o in un grado diverso da quelli in cui il procedimento è regredito, è manifestamente inammissibile, e analoga decisione deve riguardare l'ordinanza del Tribunale - sezione per il riesame di Milano che ne ricalca l'iter argomentativo; che infatti, più che motivare la non manifesta infondatezza della questione, entrambe le ordinanze di rimessione si propongono di dimostrare la coerenza con i parametri evocati dell'opposta soluzione secondo la quale, in caso di regressione del procedimento, devono essere computati soltanto i periodi di custodia cautelare sofferti in fasi omogenee; che i giudici a quibus muovono dalla premessa che, secondo la sentenza di questa Corte n. 292 del 1998, l'articolo 304, comma 6, del codice di procedura penale costituisce limite estremo e meccanismo di chiusura della disciplina della custodia cautelare, sicché il superamento del doppio dei termini di fase è causa di scarcerazione anche nelle ipotesi di regressione del procedimento (art. 303, comma 2, cod. proc. pen.); che in particolare i remittenti ricordano che nella citata sentenza la soluzione indicata discendeva dall'applicazione dei principî di proporzionalità dei termini di custodia cautelare e di riduzione al minimo necessario del sacrificio della libertà personale; che, va soggiunto, poco dopo questa Corte era tornata sulla questione con l'ordinanza n. 429 del 1999, la quale riaffermava come soluzione costituzionalmente obbligata quella secondo cui il superamento di un periodo di custodia pari al doppio del termine stabilito per la fase presa in considerazione determina la perdita di efficacia della custodia anche se quei termini hanno iniziato a decorrere nuovamente a seguito della regressione del processo; che era poi intervenuta la sentenza Musitano (Cass. , sez. un., n. 4 del 2000), per la quale, quando l'articolo 303, comma 2, fa riferimento ai termini che decorrono di nuovo, a questi si potrebbero sommare solo entità omogenee, e cioè periodi di custodia cautelare trascorsi nella stessa fase; che ben due ordinanze di questa Corte avevano però ribadito come costituzionalmente vincolata, in forza del valore espresso dall'art. 13 Cost., l'interpretazione secondo cui la custodia cautelare perde efficacia allorquando la sua durata abbia superato un periodo pari al doppio del termine stabilito per la fase presa in considerazione, anche nei casi di regressione del procedimento (ordinanza n. 214 del 2000), e non avevano mancato di avvertire che l'orientamento seguito è il solo coerente con l'art. 13 Cost., il quale impone di privilegiare la soluzione interpretativa che riduca al minimo il sacrificio della libertà personale (ordinanza n. 529 del 2000); che nonostante la univocità delle pronunce di questa Corte, i remittenti sostengono che nella ricordata sentenza Musitano vi fosse un evidente collegamento tra l'interpretazione prescelta circa il computo dei termini in caso di regressione e i principî costituzionali affermati da questa Corte nella ricordata sentenza n. 292 del 1998; che invero, si sostiene nelle ordinanze di rimessione, il principio di proporzionalità dovrebbe essere inteso nel senso di consentire, permanendo la custodia cautelare, il compimento di specifici atti processuali, e ciò impedirebbe di imputare alla fase in cui il procedimento regredisce un periodo di restrizione della libertà personale durante il quale non è dato svolgere le attività proprie di quella fase; che, secondo i giudici a quibus, anche se in caso di regressione non vengono conteggiati i periodi di detenzione sofferti in fasi non omogenee, la garanzia dell'art. 13 Cost. e il principio del minor sacrificio della libertà personale non risulterebbero vanificati, poiché tali periodi verrebbero computati in futuro, quando il procedimento avrà raggiunto la fase successiva; che dunque, per affermare la soluzione posta a base dell'odierna questione, le ordinanze di rimessione non adducono una lettura degli articoli 303, comma 2, e 304, comma 6, cod. proc. pen. condotta alla stregua della sola legislazione ordinaria, ma muovono proprio da una interpretazione dei principî costituzionali che presidiano la materia, subordinando però il principio di proporzionalità all'appagamento delle esigenze della fase processuale e riducendo il principio del minor sacrificio della libertà personale ad una sorta di “credito di libertà” spendibile nelle eventuali fasi successive; che peraltro non viene qui in rilievo l'accezione, più o meno ristretta, dei principî costituzionali che i remittenti assumono, quanto la struttura argomentativa delle ordinanze di rimessione, che si fondano sull'interpretazione contenuta nell'ordinanza n. 529 del 2000 di questa Corte, proprio mentre riservano ad essa, sul piano della consistenza di quei principî, critiche severe; che tanto meno può essere ritenuto ammissibile un simile approccio alla giustizia costituzionale se si considera che l'ordinanza delle sezioni unite, oltre ad apparire perplessa (in una motivazione tutta protesa, nella sostanza, a dimostrare l'infondatezza della questione, il denunciato contrasto si riduce ad un laconico “forse”), si chiude con l'esplicito invito al “rispetto delle reciproche attribuzioni”, come se a questa Corte fosse consentito affermare i principî costituzionali soltanto attraverso sentenze caducatorie e le fosse negato, in altri tipi di pronunce, interpretare le leggi alla luce della Costituzione; che, pertanto, la questione deve essere dichiarata manifestamente inammissibile. Visti gli artt. 26, secondo comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87, e 9, secondo comma, delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale.. .