[pronunce]

che, infine, l'Avvocatura dello Stato - ricordato che questa Corte, con l'ordinanza n. 244 del 2017 ha già dichiarato manifestamente inammissibili questioni, in parte non dissimili, relative al citato art. 11, comma 4-bis, del d.l. n. 149 del 2013, osservando che «il giudice a quo avrebbe dovuto dare conto dell'esistenza, quantomeno, del secondo periodo del comma 4-bis e fornire adeguata motivazione in ordine alle ragioni per le quali la disciplina in esso contenuta sarebbe da ritenere, in ipotesi, inapplicabile nel caso di specie» - ritiene che, sia pure per ragioni e in relazione a circostanze diverse, anche nel caso in esame si palesa una carenza di indagine che depone nel senso dell'inammissibilità delle questioni. Considerato che con ordinanza del 4 dicembre 2014, iscritta al n. 19 del reg. ord. 2019, la Commissione tributaria di primo grado di Trento ha sollevato, in riferimento agli artt. 3, primo comma, e 67 della Costituzione, questioni di legittimità costituzionale dell'art. 11, comma 4-bis, del decreto-legge 28 dicembre 2013, n. 149 (Abolizione del finanziamento pubblico diretto, disposizioni per la trasparenza e la democraticità dei partiti e disciplina della contribuzione volontaria e della contribuzione indiretta in loro favore), inserito dalla legge di conversione 21 febbraio 2014, n. 13, a norma del quale «[a] partire dall'anno di imposta 2007 le erogazioni in denaro effettuate a favore di partiti politici, esclusivamente tramite bonifico bancario o postale e tracciabili secondo la vigente normativa antiriciclaggio, devono comunque considerarsi detraibili ai sensi dell'articolo 15, comma 1-bis, del testo unico di cui al decreto del Presidente della Repubblica 22 dicembre 1986, n. 917 [Approvazione del testo unico delle imposte sui redditi]»; che le questioni sono sorte nel corso di un giudizio tributario promosso avverso un avviso di accertamento concernente - secondo quanto dedotto dal rimettente - una maggiore imposta sul reddito delle persone fisiche (IRPEF) per l'anno di imposta 2008, accertata «per effetto del disconoscimento della natura di "erogazioni liberali" - e quindi della detraibilità dall'imposta nella misura del 19% ai sensi dell'art. 15, comma 1-bis, d.P.R. 22.12.1986, n. 917 [...] - delle somme di denaro versate in quell'anno di imposta dal ricorrente» in favore del partito politico di appartenenza; che in punto di rilevanza il rimettente, dopo aver adeguatamente motivato le ragioni dell'infondatezza delle questioni pregiudiziali sollevate dal contribuente, esclude lo spirito di liberalità dell'incontestata stipula del «contratto di donazione» tra il contribuente-candidato e il partito di appartenenza; che, pertanto, il rimettente, disattesa la diversa interpretazione prospettata dall'Agenzia delle entrate, muove dal presupposto interpretativo che il citato art. 11, comma 4-bis, del d.l. n. 149 del 2013 non richiede il requisito della liberalità; che sulla scorta della predetta interpretazione dell'art. 11, comma 4-bis, del d.l. n. 149 del 2013, il giudice a quo conclude che il giudizio non possa essere definito indipendentemente dall'applicazione della norma censurata; che proprio in forza di questa interpretazione il rimettente solleva d'ufficio questioni di legittimità costituzionale del citato art. 11, comma 4-bis, del d.l. n. 149 del 2013, inserito dalla legge di conversione n. 13 del 2014, «nella parte in cui - in violazione dell'art. 3 co. 1 e dell'art. 67 Cost. - consente ai membri del Parlamento, a partire dall'anno di imposta 2007, di detrarre dall'imposta lorda sui redditi un importo pari al 19 per cento per le erogazioni in denaro anche se non liberali effettuate in favore di partiti e movimenti politici per importi compresi tra 100.000 e 200 milioni di lire (ossia tra 51,65 e 103.291,38 euro)»; che, ad avviso del rimettente, l'art. 11, comma 4-bis, del d.l. n. 149 del 2013, consentendo la detraibilità dall'imposta sui redditi di una quota delle erogazioni in denaro a favore dei partiti politici «anche se effettuati da membri dal Parlamento e senza la necessaria presenza dello spirito di liberalità (come, invece, richiesto dalla norma generale ex art. 15 co. 1bis d.P.R. 917/1986), presuppone ed, anzi, favorisce l'instaurazione di rapporti giuridici di credito tra i partiti politici ed i membri del Parlamento»; che, a detta del rimettente, l'art. 11, comma 4-bis, del d.l. n. 149 del 2013 si pone, «altresì, in contrasto» con il principio di eguaglianza sancito al primo comma dell'art. 3 Cost., «laddove consente indiscriminatamente a chiunque di detrarre dall'imposta sui redditi una quota delle erogazioni a favore di partiti politici effettuate senza spirito di liberalità e quindi in esecuzione di obblighi giuridici, omettendo di considerare la peculiare situazione in cui versano, per effetto del divieto di mandato imperativo, i membri del Parlamento»; che, nella prospettiva del rimettente, l'evidente rapporto di antinomia con l'art. 67 Cost. «che, nel caso in esame, funge da tertium comparationis», configura «la possibilità di una manipolazione "a rime obbligate" della norma impugnata»; che, secondo il giudice a quo, la lesione dell'art. 3, primo comma, Cost., sarebbe avvalorata sotto un ulteriore profilo, poiché l'introduzione della disposizione in sede di conversione del decreto legge e la coincidenza tra l'efficacia retroattiva della norma e il tempo a disposizione dell'Amministrazione finanziaria per l'esercizio del potere di accertamento «fa dubitare persino degli effettivi caratteri di generalità ed astrattezza della norma impugnata»; che è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, per chiedere che le questioni vengano dichiarate inammissibili o comunque manifestamente infondate; che, ad avviso dell'Avvocatura generale, «[l]'effettiva portata della disposizione contenuta nell'art. 11 co. 4 bis deve essere valutata in relazione al contesto complessivo della legge di riforma» volta all'abolizione del finanziamento pubblico ai partiti politici; che, in questa prospettiva, l'Avvocatura ha inoltre ricordato che questa Corte con l'ordinanza n. 244 del 2017 ha già dichiarato la manifesta inammissibilità di questioni, in parte non dissimili, relative al citato art. 11, comma 4-bis, del d.l. n. 149 del 2013, osservando che «il giudice a quo avrebbe dovuto dare conto dell'esistenza, quantomeno, del secondo periodo del comma 4-bis e fornire adeguata motivazione in ordine alle ragioni per le quali la disciplina in esso contenuta sarebbe da ritenere, in ipotesi, inapplicabile nel caso di specie»;