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Per fare un esempio, nell'ambito della circoscrizione della ASL di Torino, né il Servizio prevenzione e sicurezza ambienti di lavoro (SPreSAL) con riguardo ai luoghi di lavoro, né il Servizio igiene e sanità pubblica (SISP)/Servizio igiene edilizia urbana (SIEU) con riguardo ai luoghi adibiti a civile abitazione effettuano l'analisi dei rivestimenti di cui all'articolo 12, comma 1, della legge n. 257 del 1992. Anche il comma 3 dell'articolo 12 della legge n. 257 del 1992 non riceve la necessaria sistematica applicazione. La norma attribuisce alle regioni e alle province autonome il compito di disporre « la rimozione dei materiali contenenti amianto, sia floccato che in matrice friabile », « qualora non si possa ricorrere a tecniche di fissaggio, e solo nei casi in cui i risultati del processo diagnostico la rendano necessaria » e prescrive che « il costo delle operazioni di rimozione è a carico dei proprietari degli immobili ». La mancata applicazione della disposizione delinea uno scenario preoccupante sia sotto l'aspetto inerente alla crisi dei controlli, sia sotto l'aspetto relativo alle conseguenti responsabilità penali anche degli organi preposti. La gravità di tali inadempienze è stata messa in luce dalla Corte suprema di cassazione con la sentenza n. 1657 del 16 gennaio 2020 con cui un sindaco è stato condannato per omissione di atti d'ufficio ai sensi dell'articolo 328 del codice di procedura penale, « per avere, a fronte di reiterate denunce di organi pubblici nonché di privati cittadini, ivi compresi la costituita parte civile ed il proprietario dell'area interessata, nell'arco temporale durato alcuni anni, omesso di assumere qualunque iniziativa atta ad imporre a quest'ultimo lo smaltimento di lastre di eternit (amianto) accatastate alla rinfusa ed all'aperto su di un terreno », « iniziativa, invece, immediatamente assunta dal sindaco subentrante mediante emissione di un'ordinanza contingibile e urgente che, tempestivamente ottemperata dall'obbligato, determinava la cessazione del pericolo di contaminazione delle aree territoriali limitrofe ». Nel confermare la condanna, la Corte suprema rileva che « il reato si è consumato ogni volta che l'imputato ha rifiutato di intervenire a fronte di formali sollecitazioni prospettanti la sussistenza di quella particolare situazione concreta (la presenza di rifiuti di amianto accatastati a cielo aperto in prossimità di abitazioni limitrofe) che rendeva indifferibile l'adozione dell'atto d'ufficio (nella specie: ordinanza contingibile e urgente) imposto dalle esigenze di protezione sanitaria », e conclude che « il reato istantaneo di rifiuto, esplicito o implicito, di un atto dell'ufficio, imposto da una delle ragioni espressamente indicate dalla legge (giustizia, sicurezza pubblica, ordine pubblico, igiene e sanità), può manifestarsi come reato continuato (concorso materiale omogeneo) quando, a fronte di formali sollecitazioni ad agire rivolti al pubblico ufficiale rimaste senza esito, la situazione potenzialmente pericolosa continui ad esplicare i suoi effetti negativi e l'adozione dell'atto dovuto sia suscettibile di farla cessare ». Il comma 5 dell'articolo 12 della legge n. 257 del 1992 prevede l'istituzione di un « registro nel quale è indicata la localizzazione dell'amianto floccato o in matrice friabile presente negli edifici » e la comunicazione dei dati registrati alle regioni e alle pronunce autonome « ai fini del censimento di cui all'articolo 10, comma 2, lettera l) », e, quindi, del « censimento degli edifici nei quali siano presenti materiali o prodotti contenenti amianto libero o in matrice friabile, con priorità per gli edifici pubblici, per i locali aperti al pubblico o di utilizzazione collettiva e per i blocchi di appartamenti ». Allo scopo di consentire alle ASL siffatti adempimenti, i proprietari degli immobili, per non incorrere nella sanzione amministrativa prevista dall'articolo 15, comma 4, della citata legge n. 257 del 1992, devono comunicare alle ASL « i dati relativi alla presenza dei materiali di cui al presente comma », e, dunque, « amianto floccato o in matrice friabile presente negli edifici ». D'altra parte, siffatto registro sarebbe prezioso anche per le imprese incaricate di eseguire lavori di manutenzione negli edifici, tenute ad acquisire presso le ASL « le informazioni necessarie per l'adozione di misure cautelative per gli addetti ». Per tornare, a titolo di esempio, all'ASL di Torino, è stato riferito che: « non esiste un registro per amianto floccato/friabile »; « le imprese incaricate di eseguire lavori di manutenzione negli edifici non acquisiscono informazioni »; « i dati non si registrano e quindi non vengono comunicati alle regioni »; « non sono state applicate sanzioni ». Basti pensare ai molteplici infortuni occorsi per caduta dall'alto durante l'esecuzione di tali lavori da parte di imprese spesso sprovviste dei necessari requisiti di idoneità tecnico-professionale. La sentenza della Corte di cassazione n. 3898 del 30 gennaio 2020 è solo una delle ultime sentenze in materia: condanna del committente e dell'appaltatore di lavori di rimozione di lastre in amianto costituenti la copertura di un capannone per caduta di un lavoratore dal tetto del capannone. Colpa: la ditta appaltatrice « era priva di autorizzazione a trattare amianto e operava con lavoratori assunti in nero, allo scopo di conseguire un risparmio di spesa nelle delicate operazioni appaltate, a scapito della sicurezza ». Il comma 4 dell'articolo 12 della legge n. 257 del 1992 è dedicato alle « imprese che operano per lo smaltimento e la rimozione dell'amianto e per la bonifica delle aree interessate ». Infatti, siffatte imprese, per non incorrere nella sanzione amministrativa prevista dall'articolo 15, comma 3, « debbono iscriversi a una speciale sezione dell'albo di cui all'articolo 10 del decreto-legge 31 agosto 1987, n. 361, convertito, con modificazioni, dalla legge 29 ottobre 1987, n. 441 » e « sono tenute ad assumere, in via prioritaria, il personale già addetto alle lavorazioni dell'amianto, che abbia i titoli di cui all'articolo 10, comma 2, lettera h) , della presente legge » e, cioè, i titoli di abilitazione per gli addetti alle attività di rimozione e di smaltimento dell'amianto e di bonifica delle aree interessate, rilasciati a seguito di specifici corsi di formazione professionale predisposti nei piani regionali. Per quel che concerne l'iscrizione, il Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, di concerto con il Ministro dello sviluppo economico, stabilisce con proprio decreto, da adottare entro centottanta giorni dalla data di entrata in vigore della legge, i requisiti, i termini, le modalità e i diritti di iscrizione. Nel quadro che si è appena descritto, risulta essenziale un intervento volto a creare un sistema obbligatorio più puntuale, stringente e chiaro.