[pronunce]

I giudici a quibus dubitano, in riferimento a plurimi parametri, della legittimità costituzionale della disciplina che stabilisce la durata della pena accessoria, prevista, per il delitto di bancarotta fraudolenta dall'art. 216, ultimo comma, del r.d. n. 267 del 1942, nella misura fissa di dieci anni. 2.-- Premesso che la Corte intende ribadire (da ultimo, ordinanza n. 293 del 2008) l'opportunità che il legislatore ponga mano ad una riforma del sistema delle pene accessorie, che lo renda pienamente compatibile con i principi della Costituzione, ed in particolare con l'art. 27, terzo comma, tuttavia le questioni di legittimità costituzionale oggi all'esame sono inammissibili in considerazione del petitum formulato dai rimettenti. Infatti, in entrambe le ordinanze, si lamenta la non conformità a Costituzione della predeterminazione nella misura fissa di dieci anni della pena accessoria dell'inabilitazione all'esercizio di un'impresa commerciale e ad esercitare uffici direttivi presso qualsiasi impresa, di cui all'art. 216, ultimo comma, del r.d. n. 267 del 1942 per il delitto di bancarotta. La Corte d'appello di Trieste afferma che la predeterminazione in misura fissa della pena accessoria impedisce l'applicazione dell'art. 37 cod. pen. secondo il quale «Quando la legge stabilisce che la condanna importa una pena accessoria temporanea, e la durata di questa non è espressamente determinata, la pena accessoria ha una durata eguale a quella della pena principale inflitta, o che dovrebbe scontarsi, nel caso di conversione, per insolvibilità del condannato». Nello stesso senso la Corte di cassazione, ritenendo preclusa un'interpretazione dell'art. 216, ultimo comma, del r.d. n. 267 del 1942, che consenta di applicare l'art. 37 cod. pen. , vuole giungere al medesimo risultato mediante una pronuncia di questa Corte. Le rimettenti, dunque, chiedono alla Corte di aggiungere le parole «fino a» all'ultimo comma dell'art. 216 del r.d. n. 267 del 1942 al fine di rendere possibile l'applicazione dell'art. 37 cod. pen. Tuttavia, la soluzione prospettata è solo una tra quelle astrattamente ipotizzabili in caso di accoglimento della questione: infatti sarebbe anche possibile prevedere una pena accessoria predeterminata ma non in misura fissa (ad esempio da cinque a dieci anni) o una diversa articolazione delle pene accessorie in rapporto all'entità della pena detentiva. Risulta evidente che l'addizione normativa richiesta dai giudici a quibus non costituisce una soluzione costituzionalmente obbligata, ed eccede i poteri di intervento di questa Corte, implicando scelte affidate alla discrezionalità del legislatore. Pertanto deve farsi applicazione del principio, più volte espresso, secondo il quale sono inammissibili le questioni di costituzionalità relative a materie riservate alla discrezionalità del legislatore e che si risolvono in una richiesta di pronuncia additiva a contenuto non costituzionalmente obbligato.. per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE riuniti i giudizi, dichiara inammissibili le questioni di legittimità costituzionale dell'articolo 216, ultimo comma, del regio decreto 16 marzo 1942, n. 267 (Disciplina del fallimento, del concordato preventivo, dell'amministrazione controllata e della liquidazione coatta amministrativa), sollevate - in riferimento agli articoli 3, 4, 27, terzo comma, e 41 della Costituzione - dalla Corte d'appello di Trieste e - in riferimento agli articoli 3, 27 e 111 della Costituzione - dalla Corte di cassazione, con le ordinanze indicate in epigrafe. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 21 maggio 2012. F.to: Alfonso QUARANTA, Presidente Paolo Maria NAPOLITANO, Redattore Gabriella MELATTI, Cancelliere Depositata in Cancelleria il 31 maggio 2012. Il Direttore della Cancelleria F.to: Gabriella MELATTI