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Nel 1993 la disciplina sulla prima forma di contributo, quella finalizzata al funzionamento ordinario dei partiti, venne abrogata con l'intervento di un referendum popolare, pertanto rimase in vigore soltanto il contributo a titolo di rimborso per le spese elettorali, riformato poi nel 1999. Quando fu introdotto, nel 1974, il contributo pubblico ai partiti aveva una ratio duplice. Da una parte, si voleva consentire a tutti i partiti politici, seppur in base alla loro dimensione elettorale, di sopravvivere e funzionare regolarmente, anche e soprattutto in ossequio all'articolo 49 della Costituzione, che ho sentito oggi citare più volte. L'attività politica, infatti, allora come oggi, prevede dei costi particolarmente elevati, per sostenere i quali è necessario un flusso cospicuo e costante di risorse. Dall'altra parte, si voleva prevenire o, comunque, limitare il verificarsi di fenomeni corruttivi in seno ai partiti politici: in assenza di un finanziamento pubblico ai partiti si riteneva, invero, che i partiti fossero alla mercé di soggetti privati che, con dazioni di danaro, rese spesso illecitamente, potevano concretamente orientare i decisori pubblici. Nel 2012 il sistema di finanziamento pubblico ai partiti è stato oggetto di una nuova modifica (per legge, questa volta), che ha ridotto l'ammontare dei contributi e ha modificato il sistema di contribuzione pubblica, con il 70 per cento degli stanziamenti erogato quale rimborso per le spese elettorali e per il funzionamento dei partiti, e con il restante 30 per cento erogato in base alla capacità del singolo partito di autofinanziarsi. Da ultimo, nel 2014, il finanziamento pubblico ai partiti è stato del tutto abolito ed è stata introdotta una specifica disciplina per la contribuzione volontaria e indiretta. Nel corso della sua vigenza, nel sistema del finanziamento pubblico ai partiti si sono sedimentate pratiche illegittime, che ne hanno alterato la ratio originaria dopotutto condivisibile. Ne è infatti sorto un uso distorto delle risorse pubbliche da parte dei partiti, con l'abitudine ad impiegarle per finalità completamente slegate dal funzionamento dei medesimi partiti. Da qui è nata una forte contrarietà dell'opinione pubblica rispetto al finanziamento pubblico ai partiti politici, visto sempre di più come fonte di sprechi e ruberie da parte della classe politica. Al netto di giudizi di valore sul finanziamento pubblico ai partiti per come strutturato in passato, c'è un punto fondamentale e inequivocabile che i fatti di cronaca per converso testimoniano, e cioè che la politica ha bisogno di risorse per funzionare. Per tale ragione siamo più che disposti a ragionare e lavorare per trovare una soluzione condivisa che garantisca, da un lato, l'effettivo sostentamento alla politica, dall'altro, la massima trasparenza nell'erogazione delle risorse, magari con un rigido sistema di controlli interni ed esterni e con vincoli sulla tracciabilità dei flussi finanziari. In tal senso, siamo altresì disposti a valutare tutte le proposte che verranno rispetto al tema dei finanziamenti erogati dai privati, proprio per evitare la creazione di circoli viziosi tra partiti e soggetti esterni, qualunque forma essi abbiano (società commerciali, cooperative, enti stranieri, cittadini semplici). Ci sembra che il meccanismo, introdotto nel 2012, della contribuzione volontaria mediante destinazione del 2 per mille Irpef sia un ottimo punto di partenza per ragionare, per il futuro, su soluzioni più avanzate. Infine, ci preme ribadire che siamo più che disponibili a ragionare politicamente sull'istituzione di una specifica commissione d'inchiesta sul finanziamento pubblico ai partiti, al fine di verificare - laddove dovesse emergere questa necessità - la regolarità (in entrata e in uscita) dei contributi pubblici erogati dal 1974 in poi. (Applausi dal Gruppo L-SP-PSd'Az. Congratulazioni) . PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Cangini. Ne ha facoltà. CANGINI (FIBP-UDC) . Signor Presidente, nel 1993 io avevo ventiquattro anni e, con la passione di un giovane che si interessava alla politica, sostenni convintamente il referendum radicale per abrogare il finanziamento pubblico ai partiti politici. Lo scorso anno mi trovai per la prima volta nella mia vita in una campagna elettorale e mi resi conto di aver fatto un errore negli anni precedenti. Me ne resi conto perché la mia idea era di farmi finanziare da tanti con poche cifre. Ero capolista nelle Marche col sistema proporzionale e mi sembrò doveroso fare la campagna elettorale come se fossi candidato in un collegio uninominale. Mi resi conto presto che gli imprenditori marchigiani, ai quali mi ero rivolto chiedendo dei soldi, trattavano questa mia richiesta come se chiedessi loro una tangente: né più né meno. Purtroppo, non c'è la cultura. Siamo il Paese in cui il denaro è lo sterco del demonio. Fu un'esperienza molto imbarazzante per me e lo fu, credo, molto anche per loro. Che non ci sia la cultura lo dimostrano gli argomenti dei quali trattiamo oggi. È vero. È evidente: c'è una sproporzione tra le ipotesi di reato avanzate dalla procura di Firenze e le modalità con cui si è manifestata questa inchiesta. Irrompere nelle case di gente che ha finanziato, fino a prova contraria legalmente e secondo le regole, una fondazione politica è una cosa esorbitante, come esorbitanti sono state alcune copertine di settimanali dei giorni scorsi. Io non ho niente in comune, politicamente parlando, con Renzi né con Giorgia Meloni, però esibire un elenco di lobbisti, come se la parola lobby fosse di per sé esecrabile, che hanno finanziato, secondo le regole e in chiaro, un partito politico, vuol dire che c'è qualcosa che non funziona nel nostro sistema. Se il finanziamento non deve essere pubblico, deve poter essere privato, ma se sul finanziamento privato grava un'onta morale, abbiamo il problema di sostenere la politica che non può essere fatta gratuitamente. (Applausi dal Gruppo FIBP-UDC) . La politica ha dei costi, la democrazia ha dei costi e tali costi è interesse di ciascuno di noi che vengano sostenuti. Senatore Renzi, tutto ciò che lei ha detto è condivisibile, con un modo che io non avrei usato, ma è comunque molto condivisibile. Io però ho ammesso il mio errore di allora. Vorrei che lei ammettesse i suoi del recente passato. Nessuno in quest'Aula è senza peccato. Il clima di antipolitica, di tagli alla casta, la volgarizzazione dell'interpretazione dell'azione politica, degradata esclusivamente a questione di privilegi e di poltrone, è colpa di tutti, anche sua. Ricordo quando disse « game over » alla decadenza di Berlusconi ex legge Severino; ricordo che lei giustificò la riforma del Senato, o meglio l'abolizione - nelle intenzioni - del Senato con una questione di poltrone. Lei disse che quella riforma aveva il merito di far risparmiare allo Stato un miliardo. Non la spiegò nella chiave - che c'era - della migliore funzionalità delle istituzioni, la volle spiegare secondo la narrazione qualunquista e cialtrona che va per la maggiore in quest'epoca. E così in tante altre occasioni.