[pronunce]

– Con ricorso notificato alla Presidenza del Consiglio dei ministri in data 20 ottobre 2008, anche la Regione Veneto ha promosso questione di legittimità costituzionale di numerose disposizioni contenute nel decreto legge n. 112 del 2008. 3.1. – Fra le disposizioni oggetto di censura si trova l’art. 43, comma 1, del citato d.l. n. 112 del 2008, come modificato dalla legge di conversione n. 133 del 2008, della cui legittimità la Regione ricorrente dubita in relazione all’art. 117, terzo e quarto comma, della Costituzione e in relazione al principio di leale collaborazione. La ricorrente Regione, in particolare, osserva che con la disposizione censurata il legislatore ha previsto che, con decreto – di carattere non regolamentare – del Ministro dello sviluppo economico, emanato sentita la Conferenza Stato-Regioni, siano stabiliti i criteri per la concessione di agevolazioni finanziarie a sostegno di investimenti privati, destinati a favorire l’attrazione e la realizzazione di progetti di sviluppo di impresa. Si tratta, pertanto, di aiuti finanziari ad imprese che possono operare in svariati settori, molti dei quali (come industria, commercio, turismo, servizi, pesca, allevamento, agricoltura) afferenti a materie rientranti nella competenza legislativa – ora residuale, ora concorrente – regionale. L’intervento legislativo statale, se destinato ad incidere su materie di esclusiva competenza regionale si porrebbe in contrasto con l’art. 117, quarto comma, della Costituzione; se, invece, riferito a materie di potestà concorrente, non limitandosi a porre “principi fondamentali”, violerebbe l’art. 117, terzo comma, della Costituzione. Aggiunge la ricorrente che, essendo rimessa la determinazione di criteri, condizioni e modalità dei predetti interventi ad un decreto ministeriale, non regolamentare, la violazione dell’art. 117 della Costituzione sarebbe ancora più grave. Infine, anche se si ritenesse che l’intervento legislativo statale, poiché finalizzato al «rafforzamento della struttura produttiva del Paese», possa giustificare una deroga al riparto di competenze fissato dall’art. 117 della Costituzione, nondimeno esso sarebbe viziato da illegittimità costituzionale, non essendo state previste adeguate forme di raccordo e di leale collaborazione fra Stato e Regioni. Infatti, la semplice previsione della acquisizione del parere della Conferenza Stato-Regioni, in luogo della più intensa forma di raccordo costituita dalla intesa, non sarebbe mezzo idoneo a giustificare la deroga al normale riparto di competenze fra Stato e Regioni e la attrazione in sussidiarietà in favore del primo. Ciò, tanto più ove si consideri che, non essendo prevista l’intesa con la Conferenza permanente, lo Stato potrà in futuro modificare le regole fissate con decreto ministeriale, senza un ulteriore coinvolgimento della Conferenza stessa. 4.– Si è costituito in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dalla Avvocatura generale dello Stato, concludendo, per ciò che concerne le doglianze ora in esame, per la infondatezza del ricorso. 4.1. – In particolare, la difesa erariale osserva che il censurato intervento normativo è volto all’«incremento del prodotto interno lordo in quanto destinat[o] a rafforzare la struttura produttiva del Paese»: esso, quindi, – sempre secondo l’Avvocatura – pertiene alla competenza legislativa dello Stato. Con la disposizione censurata si è, peraltro, provveduto a realizzare il coinvolgimento delle Regioni in quanto è previsto per un verso che il decreto ministeriale col quale sono fissati criteri, condizioni e modalità di concessione delle agevolazioni sia adottato sentita la Conferenza Stato-Regioni e, per altro verso, che la fase della programmazione e realizzazione delle opere infrastrutturali sia eseguita con la cooperazione di Regioni ed enti locali interessati. Rileva, infine, la Avvocatura che la Regione ricorrente, nel richiedere il coinvolgimento della Conferenza Stato-Regioni nelle forme della intesa non tiene nel dovuto conto la circostanza che le agevolazioni finanziarie rientrano nella competenza legislativa statale e vengono realizzate attingendo a risorse dello Stato. 5.– In prossimità della data fissata per l’udienza pubblica sia l’Emilia-Romagna che il Veneto hanno depositato memorie illustrative contenenti ulteriori argomentazioni difensive. 5.1. – La prima, con riferimento all’art. 38 del d.l. n. 112 del 2008, convertito dalla legge n. 133 del 2008, rileva che il comma 2 è stato oggetto di modificazioni per effetto sia dell’art. 40, comma 1, della legge 18 giugno 2009, n. 69 (Disposizioni per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività nonché in materia di processo civile), sia dell’art. 11-ter del decreto-legge 1° luglio 2009, n. 78 (Provvedimenti anticrisi, nonché proroga dei termini), convertito, con modificazioni, dalla legge 3 agosto 2009, n. 102. Esse concernono il comma 2, non impugnato – nel quale è stato inserito l’espresso riferimento sia alle materie di cui alle lettere e) ed r) dell’art. 117, secondo comma, Cost. sia alla direttiva comunitaria 2006/123/CE –, ed il comma 3, il quale, nel testo attualmente vigente, prevede che il regolamento di delegificazione ivi previsto, sia adottato col concerto anche del Ministro per la pubblica amministrazione e l’innovazione. Si tratta di modifiche che, ad avviso della Regione, comunque non incidono significativamente sui termini della questione. Ciò detto, la Regione contesta che la norma impugnata possa essere ascritta alla materia della tutela della concorrenza, attenendo ad aspetti organizzativi dello “sportello unico” ed automatizzandone le modalità di accesso, ma lasciando inalterata la sottostante disciplina sostanziale. A tale proposito, osserva come lo schema di decreto di delegificazione predisposto in sede governativa, si limita ad abrogare il solo d.P.R. n. 447 del 1998, che detta la attuale disciplina dello “sportello unico”. Da quanto sopra la ricorrente deduce, non risultando possibile individuare una materia prevalente, la interferenza della norma censurata con quelle, di competenza regionale, relative alle attività produttive. Da ciò, ribadisce la Regione, deriverebbe la illegittimità costituzionale della disposizione nella parte in cui essa non prevede la previa intesa con la Conferenza Stato-Regioni. Né ad una diversa conclusione si giungerebbe ove si valorizzasse l’aspetto legato alla affermata attuazione della direttiva comunitaria 2006/123/CE, posto che la medesima direttiva, all’art. 6, paragrafo 2, prevede che la istituzione degli sportelli unici non pregiudica la ripartizione delle funzioni propria dei singoli Stati dell’Unione. 5.2.