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Disposizioni per la prevenzione del rischio sismico, per la ricostruzione post terremoto e la messa in sicurezza del patrimonio immobiliare, nonché per l'adozione di un Piano antisismico nazionale. Onorevoli Senatori. – Il nostro Paese è storicamente esposto a calamità naturali con elevata capacità distruttiva, ma nell'ultimo decennio all'intensità dei fenomeni si è accompagnata anche una maggiore frequenza episodica. Solo per una breve ricostruzione cronologica, certamente non esaustiva, possiamo ricordare il terremoto nell'Irpinia (1980) che causò circa 3.000 decessi e 10.000 feriti e 77.000 costruzioni crollate; il terremoto umbro-marchigiano (1977) che determinò il decesso di 11 persone e gravi danni a monumenti e opere d'arte; le scosse di San Giuliano di Puglia (2002) che causarono il crollo di una scuola, con 28 morti di cui 27 bambini; il terremoto dell'Aquila nel 2009 che causò la morte di 308 persone e 1.600 feriti; il sisma dell'Emilia (2012) che tolse la vita a 27 persone e colpì duramente il vivace tessuto economico della Pianura padana e infine il recente terremoto che ha raso al suolo il Centro Italia e portato con sé 283 vittime e 2.500 persone rimaste senza casa, oltre a danni economici ancora difficilmente quantificabili. Solo per citare alcuni dati significativi, lo scorso gennaio l'ENEA (Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l'energia e lo sviluppo economico sostenibile) – ovvero l'ente che per incarico del Governo si è occupato negli ultimi anni proprio di monitoraggio in materia di resilienza degli edifici e di ricerca e sviluppo di soluzioni antisismiche innovative – nel suo Speciale «100 anni di Ingegneria sismica» ha stimato che oltre il 70 per cento dell'edificato attualmente presente nel nostro Paese non è in grado di resistere ai terremoti che potrebbero colpirlo e che in questa percentuale sono compresi scuole, ospedali e molti altri edifici strategici. Per questo occorre prendere coscienza che l'Italia sia affetta da una grave anemia di cultura della prevenzione sismica – che affligge tanto i soggetti pubblici, quanto i privati cittadini – e che la domanda sociale di sicurezza sia spesso trainata dal forte coinvolgimento emotivo che le perdite umane e materiali causate dai terremoti generano, ma che questa apprensione sia destinata a manifestarsi a fasi alterne. La via maestra – e l'unica efficace – per mitigare il rischio sismico è quella della prevenzione basata su due strumenti: la classificazione sismica e la normativa antisismica. La classificazione sismica consiste nella definizione di zone a diversa pericolosità per le quali sono stabilite norme a diverso grado di vincolo in materia di costruzioni, attività edilizie ed urbanistiche; la normativa antisismica detta invece i criteri per costruire strutture che riducano al minimo la tendenza a subire danni in seguito ad uno o più eventi tellurici. Sebbene dal secolo scorso sia noto che il nostro Paese sia costituito da territorio fortemente sismico, l'introduzione di classificazione e norme antisismiche è avvenuta troppo lentamente ed è stata spesso incapace di applicare nel concreto le innovazioni scientifiche disponibili. Nonostante la significativa produzione legislativa in materia negli ultimi quindici anni, gli esperti ritengono che sia fondato sostenere che la codificazione antisismica italiana si attesti al livello di un sistema normativo emergenziale, relativamente efficace nell'immediato verificarsi dell'evento ma alquanto lacunoso nella fase pre e post emergenza. Secondo il Consiglio nazionale degli ingegneri sarebbero 15 milioni le case realizzate in completa assenza di misure antisismiche e i fatti del recente terremoto che ha colpito il Centro Italia hanno mostrato che, anche quando formalmente esse sono state applicate, questo non è avvenuto in modo corretto. La scuola di Amatrice, per esempio, aveva visto terminare nel 2012 lunghi e onerosi (700.000 euro) interventi di adeguamento sismico della struttura, ma è totalmente crollata a causa delle scosse di agosto 2016. Tutto ciò, al netto del dolo e dell'incapacità umana, è anche in gran parte dovuto all'incoerenza della normativa vigente. Ad oggi non esiste infatti – per gran parte degli edifici a partire da quelli privati – alcun obbligo normativo che imponga la conformità di queste costruzioni agli standard di sicurezza minimi. La normativa, in cui si scorge una certa impronta lassista, definisce varie categorie di intervento: dall'adeguamento sismico (con cui si applicano i livelli di sicurezza previsti dalla legge), al miglioramento sismico (con cui si tende ad elevare la sicurezza di uno stabile senza però raggiungere gli standard minimi previsti per legge), ai cosiddetti interventi locali (interventi isolati e parziali che influiscono molto debolmente sulla sicurezza statica). Non solo: nonostante infatti il legislatore abbia previsto l'obbligo della schedatura della vulnerabilità degli edifici, l'obbligatorietà riguarda i soli immobili strategici (caserme, ospedali, tribunali) mentre per gli immobili privati tutto è lasciato alla discrezione e al buonsenso del proprietario. Inoltre, anche ammesso che la schedatura della vulnerabilità venga effettuata, gli interventi che si renderebbero necessari per garantire la sicurezza in caso di terremoto non sono obbligatori, nemmeno per gli edifici strategici. Appare chiaro, quindi, quanto sia urgente innalzare gli standard di sicurezza, adeguandoli alle nuove e sempre più innovative conoscenze che arrivano dalla ricerca scientifica nel settore dell'ingegneria sismica, e rendere questi nuovi limiti obbligatori per tutti gli edifici – affiancandoli ovviamente a concrete agevolazioni fiscali a beneficio dei privati – in modo da avviare un processo di medio termine di monitoraggio, controllo, intervento che riqualifichi e metta in sicurezza tutto il patrimonio immobiliare nazionale. Dal 1968 (tragedia del Belice) ad oggi, le risorse messe in campo dal nostro Stato, per i danni derivanti dai terremoti, ammontano a oltre 150 miliardi di euro. Da studi recenti è possibile stimare che lo Stato spenda in media 3 miliardi di euro per opere di ricostruzione post sisma. Cifre che sono risultate di frequente insufficienti a fronteggiare un primo stadio post -emergenziale, ma che risulterebbero di tutto rispetto se destinate a un piano strutturale e capillare di prevenzione e messa in sicurezza degli immobili. La strategia dell'investimento preventivo avrebbe, inoltre, quale conseguenza non trascurabile, quella di ridurre considerevolmente gli esborsi attuali e futuri in caso di calamità naturali il cui ammontare è naturalmente proporzionale alla carenza di sicurezza statica degli immobili e delle infrastrutture. Da qui la necessità, ormai improcrastinabile, di attuare una revisione totale dei sistemi di misurazione del rischio sismico, di inserire l'obbligatorietà, affiancata ad efficaci incentivi fiscali per i privati, della messa in sicurezza di tutto il patrimonio immobiliare italiano (pubblico o privato che sia non rileva ai nostri fini) e di affiancare l'eventuale intervento statale – che i margini di bilancio rendono sempre più incerto e meno tempestivo – a forme di tutela e risarcimento private.