[pronunce]

che, in particolare, l'Avvocatura generale afferma, quanto all'asserita violazione dell'art. 3 Cost., che la «difformità degli interessi sottesi all'esecuzione ordinaria ed a quella esattoriale» legittima «l'adozione di procedure diversificate»; che, quanto alla dedotta lesione dell'art. 24 Cost., la difesa erariale osserva che nella procedura esecutiva esattoriale la disciplina del regime probatorio «è rimessa, sempre nei limiti della ragionevolezza, alla discrezionalità del legislatore» e che, nella specie, non sussiste alcuna lesione del diritto di agire in giudizio; che infine, quanto alla prospettato contrasto con l'art. 42 Cost., la disciplina denunciata, secondo la difesa erariale, «non comporta affatto […] una violazione della garanzia riconosciuta alla proprietà privata, ma determina, soltanto, secondo le discrezionali valutazioni rimesse al legislatore, l'equo contemperamento tra gli interessi del Fisco ed i diritti di tutela giurisdizionale del terzo». Considerato che il Tribunale ordinario di Pisa, sezione distaccata di Pontedera, dubita, in riferimento agli artt. 3, 24 e 42 della Costituzione, della legittimità dell'art. 63 del d.P.R. 29 settembre 1973, n. 602 (Disposizioni sulla riscossione delle imposte sul reddito) – come sostituito dall'art. 16 del decreto legislativo 26 febbraio 1999, n. 46 (Riordino della disciplina della riscossione mediante ruolo, a norma dell'articolo 1 della legge 28 settembre 1998, n. 337) – nella parte in cui prevede che l'opposizione del terzo all'esecuzione esattoriale «possa essere proposta solo in forza di atto pubblico, scrittura privata autenticata, o sentenza passata in giudicato, anteriore all'anno a cui si riferisce l'imposta iscritta a ruolo, e non anche di documenti aventi data certa anteriori al pignoramento, da parte del locatore che abbia locato al debitore una casa ad uso abitativo arredata, con contratto avente data certa anteriore al pignoramento, ove l'opposizione abbia ad oggetto i mobili compresi in tale locazione»; che, ad avviso del rimettente, la disposizione censurata, disponendo che, nell'esecuzione esattoriale, la prova della proprietà dei beni in capo al terzo opponente può essere offerta soltanto mediante esibizione dei suddetti atti aventi i precisati requisiti temporali, víola: a) l'art. 3 Cost., perché comporta una irragionevole disparità di trattamento rispetto al regime dell'esecuzione forzata ordinaria, disciplinato dall'art. 621 del codice di procedura civile, il quale non prevede tali limitazioni probatorie; b) l'art. 24 Cost., perché limita ingiustificatamente il diritto di difesa; c) l'art. 42 Cost., perché dà vita «ad una sorta di espropriazione senza indennizzo»; che questioni identiche a quelle sollevate dal rimettente sono state già dichiarate non fondate da questa Corte con la sentenza n. 351 del 1998, per quanto riguarda la violazione degli artt. 3 (in relazione all'art. 621 cod. proc. civ.) e 24 Cost., e con l'ordinanza n. 455 del 2000, per quanto riguarda la violazione degli artt. 24 e 42 Cost.; che tali pronunce hanno ad oggetto l'art. 65 del d.P.R. n. 602 del 1973 che, nel testo anteriore all'entrata in vigore dell'art. 16 del d.lgs. n. 46 del 1999, era sostanzialmente corrispondente, per le parti che qui rilevano, alla norma censurata; che, quanto all'art. 3 Cost. (ed al tertium comparationis costituito dall'art. 621 cod. proc. civ.), questa Corte ha ritenuto che «la disciplina speciale della riscossione coattiva delle imposte non pagate […] risponde all'esigenza di pronta realizzazione del credito fiscale, attuata con una procedura improntata a criteri di semplicità e di speditezza, che possono comportare non solo presunzioni in ordine all'appartenenza dei beni e preclusioni nelle opposizioni (sentenze n. 415 del 1996, n. 444 del 1995 e n. 358 del 1994), ma anche limiti probatori» ed ha conseguentemente affermato che «una disciplina di tali limiti, diversa e differenziata rispetto a quella prevista per la comune esecuzione forzata, [non] è di per sé irragionevole o lesiva del principio di eguaglianza, potendo trovare giustificazione nelle specifiche finalità del procedimento di esecuzione esattoriale e nella diversità di condizione del credito fiscale e di posizione dei soggetti coinvolti nella riscossione coattiva delle imposte» (sentenza n. 351 del 1998); che, quanto alla dedotta violazione dell'art. 24 Cost., la Corte ha ribadito che «la disciplina dell'ammissibilità e del regime delle prove è rimessa, sempre nei limiti della ragionevolezza, alla discrezionalità del legislatore […], il quale può, per determinati rapporti, ammettere solo la prova documentale ed escludere quella testimoniale, ponendo limitazioni che non incidono sul diritto di azione, ma disciplinano il regime delle prove quando l'azione sia esercitata o esprimono profili della disciplina sostanziale» (sentenza n. 351 del 1998; nello stesso senso, ordinanza n. 455 del 2000); che, quanto all'asserita violazione dell'art. 42 Cost., questa Corte ha affermato che una siffatta regolamentazione dei «limiti per provare la proprietà di beni pignorati nella casa del contribuente moroso diversa da quella prevista per la comune esecuzione forzata può essere giustificata, in relazione alle specifiche finalità del procedimento di esecuzione esattoriale ed alla posizione dei soggetti coinvolti, dall'esigenza di escludere la possibilità di fraudolente elusioni stabilendo la sostanziale inopponibilità al fisco di atti di alienazione, successivi all'obbligazione tributaria, di beni che permangono nella casa del debitore o in altri luoghi a lui appartenenti; ciò che non comporta una lesione del diritto di agire in giudizio, né una violazione della garanzia riconosciuta alla proprietà privata» (citata ordinanza n. 455 del 2000); che, con riferimento a quest'ultimo profilo, inoltre, la giurisprudenza di questa Corte ha sempre avuto cura di precisare che l'art. 42, secondo comma, Cost. non esclude che il diritto di proprietà sia, in certe situazioni, subordinato a condizioni o presupposti od anche all'onere di un particolare comportamento da parte dello stesso proprietario, come quello di rimuovere tempestivamente i beni mobili dall'abitazione del locatario assoggettato ad esecuzione esattoriale (sentenze n. 4 del 1973 e n. 4 del 1960); che il rimettente non prospetta profili diversi da quelli già presi in esame con le citate pronunce o, comunque, tali da indurre questa Corte a modificare il precedente orientamento; che le questioni, dunque, devono essere dichiarate manifestamente infondate. Visti gli artt. 26, secondo comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87, e 9, comma 2, delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale.. .