[pronunce]

numeri 491 e 492 del 2006, numeri 419 e 643 del 2007); che altri rimettenti censurano, sempre in riferimento all'art. 3 Cost., il quinto comma dell'art. 157 cod. pen. , come sostituito dall'art. 6 della legge n. 251 del 2005, nella parte in cui non dispone che il termine triennale di prescrizione previsto per i reati puniti con pena diversa da quella detentiva e da quella pecuniaria si applichi, inoltre, a tutti gli ulteriori reati di competenza del giudice di pace (r.o. numeri 572 e 573 del 2006, numeri 359, 421, 451 e 746 del 2007); che in un caso ulteriore l'art. 157, quinto comma, cod. pen. , come sostituito dall'art. 6 della legge n. 251 del 2005, è genericamente censurato per il ritenuto contrasto con l'art. 3 Cost. (r.o. n. 409 del 2007); che viene sollevata inoltre, sempre con riguardo all'art. 3 Cost., una questione di legittimità riferita tanto al primo che al quinto comma dell'art. 157 cod. pen, come sostituito dall'art. 6 della legge n. 251 del 2005, denunciando l'irragionevolezza della previsione di termini prescrizionali di durata inversamente proporzionale alla gravità dei reati attribuiti alla competenza del giudice di pace (r.o. n. 541 del 2007); che una parte ulteriore delle ordinanze di rimessione – sul contrario assunto che l'allineamento dei tempi di prescrizione (asseritamente necessario alla luce dell'art. 3 Cost.) dovrebbe realizzarsi mediante l'applicazione generalizzata dei termini più lunghi – prospetta l'illegittimità costituzionale dell'art. 157, quinto comma, cod. pen. , come sostituito dall'art. 6 della legge n. 251 del 2005, nella parte in cui prevede un termine prescrizionale di tre anni quando per il reato la legge stabilisce pene diverse da quella detentiva e da quella pecuniaria (r.o. numeri 281, 530, 741, 769, 770 e 771 del 2007); che infine il Tribunale di Perugia, sezione distaccata di Assisi, solleva anche una questione concernente la disciplina transitoria della legge di riforma della prescrizione, censurando il «nuovo» quinto comma dell'art. 157 cod. pen. , «in relazione» al terzo comma dell'art. 10 della legge n. 251 del 2005, in quanto precluderebbe l'applicazione del termine prescrizionale di tre anni nei procedimenti per i quali già fosse intervenuta la dichiarazione di apertura del dibattimento all'epoca di entrata in vigore della stessa legge n. 251 del 2005 (r.o. n. 573 del 2006); che tutte le questioni sollevate riguardano l'attuale disciplina della prescrizione per i reati di competenza del giudice di pace, cosicché appare opportuna la riunione dei relativi giudizi; che la questione sollevata dal Tribunale di Perugia, sezione distaccata di Assisi (r.o. n. 573 del 2006), relativamente al novellato quinto comma dell'art. 156 cod. pen. , è manifestamente inammissibile; che infatti l'ordinanza di rimessione, anche per l'effetto di un probabile errore materiale, risulta priva di un'adeguata descrizione della fattispecie concreta, così da precludere a questa Corte il controllo sulla rilevanza (tanto più necessario considerando che le imputazioni sembrerebbero riguardare reati sanzionabili con pena «paradetentiva», e dunque già suscettibili di prescrizione nel nuovo e più favorevole termine di tre anni); che il giudice a quo, in ogni caso, non espone le ragioni del ritenuto contrasto tra la norma censurata e l'art. 3 Cost. (ex multis, ordinanze numeri 426 e 114 del 2007); che anche l'ulteriore questione sollevata dal medesimo rimettente, relativamente alle condizioni per l'applicazione retroattiva delle nuove disposizioni in materia di prescrizione, deve essere dichiarata manifestamente inammissibile, alla luce di carenze motivazionali che investono, tra l'altro, le ragioni della censura concernente il quinto comma dell'art. 157 cod. pen. (norma che regola la disciplina a regime dei termini prescrizionali) ed i motivi per i quali sarebbe stato irragionevole, nell'ulteriore norma censurata, il riferimento in senso preclusivo alla dichiarazione di apertura del dibattimento (riferimento venuto comunque meno, dopo l'ordinanza di rimessione, per effetto della dichiarazione di parziale illegittimità costituzionale del comma 3 dell'art. 10 della legge n. 251 del 2005, pronunciata da questa Corte con la sentenza n. 393 del 2006); che la questione sollevata dal Tribunale di Perugia, sezione distaccata di Gubbio (r.o. n. 409 del 2007), è manifestamente inammissibile, poiché la relativa ordinanza difetta d'una adeguata descrizione della fattispecie sottoposta al giudizio e si limita, per altro verso, a denunciare una «palese violazione» dell'art. 3 Cost., senza alcuna specificazione dell'intervento richiesto sul quinto comma dell'art. 157 cod. pen. (norma la cui ablazione implicherebbe, comunque, conseguenze opposte a quelle plausibilmente auspicate dal rimettente); che risulta manifestamente inammissibile anche la questione di legittimità costituzionale sollevata dal Tribunale di Napoli (r.o. n. 451 del 2007), posto che la relativa ordinanza, ove pure l'obiettivo del rimettente è identificabile nella «estensione» del termine triennale a tutti i reati di competenza del giudice di pace, esprime unicamente una censura, generica e contraddittoria, riguardo al quinto comma dell'art. 157 cod. pen. (la cui caducazione, come già si è notato, provocherebbe semmai l'applicazione generalizzata dei termini previsti nel primo comma dello stesso art. 157); che va dichiarata la manifesta inammissibilità delle questioni sollevate dal Giudice di pace di Bergamo con le cinque diverse ordinanze meglio indicate in epigrafe (r.o. numeri 530, 741, 769, 770 e 771 del 2007), posto che i relativi provvedimenti, di tenore praticamente identico, difettano d'una qualunque descrizione delle fattispecie concrete (a partire dalla data di commissione dei fatti di volta in volta perseguiti), così da restare precluso il necessario controllo di questa Corte sulla rilevanza delle questioni medesime; che risulta manifestamente inammissibile, allo stesso modo, la questione sollevata dal Giudice di pace di Casalmaggiore (r.o. n. 541 del 2007), la cui ordinanza di rimessione non indica neppure la qualificazione giuridica del fatto contestato e, comunque, non esprime un petitum riconoscibile, posto che il dispositivo si sostanzia nella mera descrizione del regime prescrizionale, asseritamente irragionevole, che il legislatore avrebbe introdotto novellando il primo ed il quinto comma dell'art. 157 cod. pen. ; che le ulteriori questioni di legittimità costituzionale cui si riferisce il presente giudizio – sollevate dal Tribunale di Grosseto (r.o. numeri 491 e 492 del 2006, 419 e 643 del 2007)