[pronunce]

, "nella parte in cui il primo vieta agli ufficiali e agli agenti di polizia giudiziaria di rendere testimonianza sul contenuto delle dichiarazioni acquisite dai testimoni con le modalità di cui agli artt. 351 e 357, comma 2, lettere a) e b), ed il secondo consente di utilizzare i verbali usati per le contestazioni solo ai fini di valutare la credibilità del teste"; che il Tribunale premette che nel corso dell'istruzione dibattimentale due dei testi "chiave" del processo hanno reso dichiarazioni contrastanti con quelle risultanti dai verbali di sommarie informazioni, peraltro non utilizzabili, alla luce della normativa censurata, come prova dei fatti in esse affermati; che il rimettente, pur dando atto che la norma di cui al comma 4 dell'art. 195 cod. proc . pen. è ispirata al principio dell'oralità e mira a garantire il contraddittorio nella formazione della prova, ritiene tuttavia che per consentire il sostanziale rispetto di tali principi, senza detrimento di quelli garantiti dai parametri evocati, sarebbe stato necessario introdurre "un meccanismo processuale che [...] consentisse a quelle stesse dichiarazioni, nel caso in cui i testimoni fossero reticenti o rendessero dichiarazioni divergenti rispetto a quelle precedenti, non solo di entrare nel dibattimento ma di conservare un qualche valore di prova"; che tale meccanismo dovrebbe "consistere nella possibilità di far transitare, attraverso il sistema delle contestazioni, i verbali contenenti le dichiarazioni precedentemente rese da valutare, in caso di difformità unitamente ad altri elementi di riscontro, come prova dei fatti in esse contenuti"; che si dovrebbe quindi prevedere la possibilità di acquisire, successivamente e quale elemento di riscontro, la deposizione dei verbalizzanti sugli aspetti poco chiari ed equivoci della verbalizzazione stessa; che il "combinato disposto dell'art. 195, comma 4, cod. proc. pen. e 500, comma 2, cod. proc. pen. " violerebbe invece, ad avviso del rimettente, innanzitutto l'art. 3 Cost., perché, "irragionevolmente, porta all'esclusione dal processo di prove legittimamente formate" e perché vieta di utilizzare come elemento di riscontro la testimonianza de relato degli agenti e degli ufficiali di polizia giudiziaria quando "la deposizione di un qualsiasi teste de relato, seguita da quella del teste di riferimento, può di per sé costituire, salvo ogni apprezzamento del giudice, prova dei fatti riferiti"; che la disciplina censurata si porrebbe in contrasto proprio con i principi del giusto processo, tale potendo definirsi solo il processo che tende all'accertamento del fatto storico e della verità sostanziale irragionevolmente ostacolato dalle disposizioni censurate; che sarebbero inoltre violati il principio di parità sancito dall'art. 111 Cost., come espressione del più generale principio di eguaglianza di cui all'art. 3 Cost., dal momento che "la posizione del pubblico ministero è fortemente ed irragionevolmente penalizzata dal sistema normativo su delineato" e, conseguentemente, il principio di obbligatorietà dell'azione penale di cui all'art. 112 Cost., perché il pubblico ministero è chiamato ad esercitare l'azione penale anche sulla base di dichiarazioni rese da persone informate sui fatti che "sa già (o ha sentore) che non verranno confermate a dibattimento". Considerato che i rimettenti dubitano, in riferimento agli artt. 2, 3, 24, 25, 97, 101, 111 e 112 Cost., della legittimità costituzionale degli artt. 195, comma 4, e 500, comma 2, cod. proc. pen. , nella parte in cui il primo vieta agli ufficiali e agli agenti di polizia giudiziaria di rendere testimonianza sul contenuto delle dichiarazioni acquisite dai testimoni con le modalità di cui agli artt. 351 e 357, comma 2, lettere a) e b), dello stesso codice ed il secondo consente di utilizzare i verbali usati per le contestazioni solo al fine di valutare la credibilità del teste; che, sollevando le ordinanze di rimessione questioni sostanzialmente eguali, nonostante la differente articolazione e la varietà dei parametri evocati, va disposta la riunione dei relativi giudizi; che successivamente alle ordinanze di rimessione questa Corte ha esaminato analoghe questioni, dichiarando non fondata, in riferimento all'art. 3 Cost., la questione di legittimità costituzionale dell'art. 195, comma 4, cod. proc. pen. , nella parte in cui vieta la testimonianza indiretta della polizia giudiziaria sul contenuto delle dichiarazioni rese da testimoni (sentenza n. 32 del 2002); manifestamente infondata la medesima questione sollevata in riferimento agli artt. 3, 24, 25, 111 e 112 Cost. (ordinanza 292 del 2002); manifestamente infondata, in riferimento agli artt. 2, 3, 24, primo comma, 25, secondo comma, 27, 101, primo e secondo comma, 111, quinto e sesto comma, e 112 Cost., la questione di costituzionalità dell'articolo 500, commi 2 e 7, cod. proc. pen. , nella parte in cui non consentono che le dichiarazioni utilizzate per le contestazioni possano essere acquisite e valutate come prova dei fatti in esse affermati (ordinanza n. 36 del 2002); che in dette pronunce la Corte ha rilevato come la prima parte del quarto comma dell'articolo 111 Cost., "con il quale il legislatore ha dato formale riconoscimento al contraddittorio come metodo di conoscenza dei fatti oggetto del giudizio" (sentenza n. 32 del 2002), esprime una generale regola di esclusione probatoria (ordinanza n. 36 del 2002), in base alla quale nessuna dichiarazione raccolta unilateralmente durante le indagini può essere utilizzata come prova del fatto in essa affermato, se non nei casi, eccezionali, contemplati dal comma successivo, di consenso dell'imputato, di accertata impossibilità di natura oggettiva di formazione della prova in contraddittorio, di provata condotta illecita; che appare dunque del tutto coerente con il dettato costituzionale "la previsione di istituti che mirino a preservare la fase del dibattimento - nella quale assumono valore paradigmatico i principi della oralità e del contraddittorio - da contaminazioni probatorie fondate su atti unilateralmente raccolti nel corso delle indagini preliminari" (ordinanza n. 36 del 2002, che sul punto richiama la sentenza n. 32 in pari data); che, in particolare, il comma 2 dell'art. 500 cod. proc. pen. risponde alla "esigenza di impedire che l'istituto delle contestazioni - proprio perché configurato quale veicolo tecnico di utilizzazione processuale di dichiarazioni raccolte prima e al di fuori del contraddittorio - si atteggi alla stregua di meccanismo di acquisizione illimitato ed incondizionato di quelle dichiarazioni" (ordinanza n. 36 del 2002); che, in coerenza con tale regola, la previsione dell'art. 195, comma 4, cod. proc . pen. , che vieta la testimonianza indiretta degli ufficiali e agenti di polizia giudiziaria sulle dichiarazioni ricevute dalle persone informate sui fatti con le modalità di cui agli artt. 351 e 357, comma 2, lettere b) e c), cod. proc. pen.