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Gli inglesi, invece, nel 1974 avevano soprattutto l'idea di una piattaforma dove mettere insieme gli interessi degli europei con quelli dei Paesi extraeuropei, quindi di diventare un ponte importante nel mondo. Questo era l'obiettivo. Lo abbiamo visto negli ultimi decenni: quando si trattava di integrare di più l'Europa era sempre l'Inghilterra ad essere un freno forte. Bisogna conoscere questa storia per capire perché si è arrivati a questo punto da parte di un Paese amico quale il Regno Unito che, come ho detto, ha interessi diversi rispetto a quelli che, ad esempio, l'Italia ha avuto fino ad oggi. II provvedimento dimostra quanto oramai siano forti le relazioni all'interno dell'Unione europea; quanto siano consolidati gli scambi, la presenza di cittadini e imprese di uno Stato nell'altro. Una rete così fitta che è diventato impossibile sciogliere a meno che, come sta accadendo, non si vogliano riportare indietro le lancette della storia. Presidenza del vice presidente ROSSOMANDO (ore 18,51) ( Segue STEGER). L'Europa è una realtà così consolidata nella nostra vita quotidiana che quasi non ci si fa più caso. Siamo uno spazio unico, per cui l'unica strada possibile è quella di migliorarlo e non di distruggerlo. Non è vero che le istituzioni europee sono state troppo presenti, privando di sovranità gli Stati nazionali. Il problema è che, da un lato, gli Stati nazionali sono stati un ostacolo per dare uniformità istituzionale e politica a quanto nella società e nell'economia esiste già; dall'altro, l'Europa si è data un'agenda sbagliata, inseguendo tematiche e imponendo regole che sono apparse incomprensibili agli occhi dei suoi cittadini. Come Gruppo per le Autonomie chiediamo una nuova Europa, più forte e veramente unita: un'Europa che metta da parte gli egoismi e che giochi un ruolo da protagonista nel mondo. Un'Europa che è la somma di tante minoranze e dove tutti sono rispettati e protetti, dove si è fieri della diversità e della propria specificità, perché tutte le grandi democrazie nascono e crescono solo su queste basi. La demografia, prima ancora dei dati economici, ci dice che ogni Stato europeo non avrebbe nel mondo alcuna possibilità di contare qualcosa. Solo con l'Europa unita, solo con un Continente di 500 milioni di persone, le nostre comunità possono aspirare ad avere un ruolo rispetto ai grandi temi del futuro: il tema dell'ambiente e della sostenibilità ambientale del Pianeta; quello della sicurezza, che ogni giorno di più si intende come cyber security ; quello della nuova rivoluzione industriale, con la piena automazione dei processi produttivi. Il sovranismo, come dimostra la vicenda inglese, non tutela un popolo, ma produce danni per gli uni e per gli altri: un danno perché quando più elementi si sono fusi è quasi impossibile poterli separare senza traumi. La vicenda di quel referendum dice moltissimo sulla cautela con cui vanno usati gli strumenti di democrazia diretta. Il referendum è una scelta netta, è l'impossibilità di ricomporre un quadro, è la fine di ogni possibilità di confronto e di mediazione. Un referendum produce decisioni che non tengono conto delle conseguenze, soprattutto quando una delle due scelte non è reale, ma è solo l'avvio di un percorso inesplorato e pieno di incognite. In conclusione, Presidente, il nostro auspicio è che la Brexit possa essere da monito per tutti i cittadini europei e anche per quelli italiani. Spero che l'Italia riscopra la sua centralità in Europa. Un'Europa diversa, più forte e coesa non ci può essere senza la centralità di un Paese fondatore, della terza economia del Continente, di un soggetto determinante nei grandi passaggi per l'unificazione europea. L'Italia riscopra questo suo ruolo e si metta al centro del progetto per una nuova Europa. È con questo auspicio che rinnovo il voto favorevole del Gruppo per le Autonomie al provvedimento. (Applausi dal Gruppo Aut (SVP-PATT, UV)) . DE PETRIS (Misto-LeU) . Domando di parlare per dichiarazione di voto. PRESIDENTE. Ne ha facoltà. DE PETRIS (Misto-LeU) . Signor Presidente, nell'annunciare il voto favorevole dei senatori di LeU e del Gruppo misto alla conversione del decreto-legge in esame, mi corre l'obbligo di fare una serie di riflessioni: il decreto-legge è una specie di atto dovuto in caso di no deal . Tutti auspichiamo al 31 ottobre di non sentirci dire dal Regno Unito «dolcetto o scherzetto», ma molte questioni, come la proroga concessa dalla Commissione, fanno presagire che alla fine forse la Brexit senza accordo non ci sarà. Come siamo arrivati a questo? Occorre riflettervi, anche perché siamo ormai in campagna elettorale per il rinnovo del Parlamento europeo e bisogna riflettere, fuori dalla retorica, su cosa è stata la Brexit e come ci si è arrivati. Parliamoci chiaro: tutto nacque dallo scontro all'interno del Partito Conservatore inglese nelle elezioni di allora (vedete quali effetti producono sempre le tentazioni propagandistiche), perché Cameron promise che se avesse avuto nella coalizione la maggioranza assoluta avrebbe indetto il referendum per confermare la presenza del Regno Unito all'interno dell'Unione europea. Il tutto sull'onda di un percorso che fino ad allora era stato un crescendo tra le forze che auspicavano fortemente l'uscita dall'Unione europea e una parte del Partito Conservatore che cavalcava quest'onda a fini elettorali. Queste furono le condizioni e adesso vi è una vendetta della storia perché non si riesce ad arrivare a una votazione e a un esito ragionevole proprio perché continua lo scontro all'interno del Partito Conservatore. Perché in un Paese che è sempre stato un po' euroscettico, si è andati incontro a questa ondata contraria alla permanenza all'interno dell'Unione europea? Il Regno Unito, infatti, non è mai entrato nell'euro, non ha mai aderito formalmente a Schengen e non è stato certamente tra i Paesi fondatori dell'Unione europea. Lo si è fatto perché certe politiche europee stavano incidendo fortemente nel tessuto più fragile. Noi pensiamo tutti a Londra, dove non ha vinto il referendum pro-Brexit, ma a parte la Scozia per altri motivi, le vecchie realtà operaie (pensiamo a Manchester e a Liverpool) hanno risentito fortemente delle scelte sbagliate legate alle politiche di austerity in Europa. Per questo l'onda è stata cavalcata, in modo ancor più orribile, dal punto di vista populista (lo dico in senso non certamente positivo) e ha prodotto quella reazione. Questo non è un monito per chi vuole uscire, ma dovrebbe essere di monito per ricordare a tutti noi che bisogna assolutamente cambiare in Europa; cambiare certe politiche e fare in modo che possano davvero essere coniugate in Europa giustizia sociale ed ambientale, almeno per quanto ci riguarda. Domani in Senato arriverà Greta. Non a caso, ieri nel Parlamento europeo ha richiamato l'Unione europea e il Parlamento stesso a responsabilità più forti verso la transizione energetica e contro i cambiamenti climatici. La nuova Europa si deve fondare strettamente sui valori della giustizia sociale ed ambientale. Quindi il monito deve essere nei confronti di chi, con leggerezza, ha pensato di servirsi dell'Europa in una certa maniera e di poter ipotizzare un'uscita sempre a fini elettorali.