[pronunce]

A dire dei ricorrenti nel giudizio principale il beneficio dell'aumento figurativo, concesso a chi presti un servizio gravoso e usurante, «entra a far parte stabilmente dello status previdenziale del lavoratore, quali che siano le vicende successive alla cessazione del servizio militare» e spetta per il solo fatto di aver prestato un determinato servizio. L'identificazione del servizio prestato con il servizio effettivo vanificherebbe la ratio sottesa al beneficio in esame e implicherebbe, in contrasto con l'art. 3 Cost., un trattamento diseguale per periodi di servizio oggettivamente identici. Sarebbe violato anche il principio di eguaglianza sostanziale (art. 3, secondo comma, Cost.), in quanto il legislatore avrebbe tradito il compito di rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che limitano la capacità del lavoratore di esercitare il diritto fondamentale al lavoro. La concessione dei benefici contributivi al solo personale militare che cessi dal servizio con diritto a pensione lederebbe anche il «fondamentale diritto di libertà della persona umana, che si estrinseca nella scelta e nel modo di esercizio dell'attività lavorativa». 3.- Si è costituito l'INPS, con atto depositato il 3 gennaio 2017, e ha chiesto di dichiarare irrilevante, inammissibile e comunque infondata la questione di legittimità costituzionale. L'INPS ha eccepito l'inammissibilità della questione, in quanto irrilevante, sotto un duplice profilo. Anzitutto, a fronte di contribuzione versata nel settembre 1999, il giudizio sarebbe stato incardinato soltanto il 1° giugno 2011, decorso il termine di prescrizione decennale. Il rimettente non avrebbe esaminato tale aspetto preliminare, decisivo sul versante della rilevanza. In secondo luogo, il giudice a quo non avrebbe correttamente valutato la portata della sentenza di appello, che ha riformato la decisione di primo grado con esclusivo riguardo al difetto di giurisdizione, senza travolgere la statuizione sulla carenza di legittimazione passiva del Ministero della difesa. Al giudizio principale parteciperebbe solo la parte dichiarata carente di legittimazione passiva, in forza di un accertamento oramai definitivo, e mancherebbe, per contro, il contraddittore necessario, il datore di lavoro, «unico legittimato con riguardo alla domanda di mancato accredito/trasferimento dell'ulteriore quota di contribuzione previdenziale connessa allo svolgimento dell'attività di volo». Nel merito, la questione non sarebbe fondata. L'INPS osserva che la fattispecie sottoposta all'odierno vaglio della Corte differisce da quella decisa con la sentenza n. 113 del 2001, riguardante la costituzione della posizione assicurativa per i periodi di studio oggetto di riscatto, e si riallaccia al mutamento di regime dei militari, passati dal regime pensionistico pubblico a quello privato, e al complesso percorso di armonizzazione dei sistemi pensionistici. L'INPS, da ultimo, sulla scorta delle pronunce rese dalle sezioni giurisdizionali d'appello della Corte dei conti, ha ribadito la legittimità costituzionale della normativa in esame e ha escluso ogni disarmonia con il diritto dell'Unione europea, che demanda al legislatore nazionale la disciplina dei sistemi previdenziali. 4.- Nel giudizio è intervenuto, con atto depositato il 10 gennaio 2017, il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, e ha chiesto di dichiarare inammissibile o comunque infondata la questione di legittimità costituzionale sollevata dalla Corte dei conti. L'interveniente ha eccepito la manifesta inammissibilità della questione per omessa o incompleta motivazione in punto di rilevanza e non manifesta infondatezza. Il rimettente avrebbe sollevato la questione di legittimità costituzionale al solo scopo di ottenere un avallo dell'interpretazione che predilige, senza neppure ricostruire le motivazioni dell'orientamento consolidato della giurisprudenza contabile. La questione sarebbe inammissibile anche in ragione dell'incompleta ricostruzione e della mancata ponderazione del quadro normativo di riferimento. Il giudice a quo avrebbe omesso di approfondire la ratio della maggiorazione del servizio di volo e tale lacuna minerebbe il percorso logico che sorregge la valutazione di non manifesta infondatezza. Come ulteriore ragione di inammissibilità, l'Avvocatura generale dello Stato addebita al rimettente di non avere esplorato un'interpretazione adeguatrice. Nel merito, la questione non sarebbe fondata. La disposizione censurata, che ha il suo antecedente nella legge 2 aprile 1958, n. 322 (Ricongiunzione delle posizioni previdenziali ai fini dell'accertamento del diritto e della determinazione del trattamento di previdenza e di quiescenza) e nell'art. 40 della legge 22 novembre 1962, n. 1646 (Modifiche agli ordinamenti degli Istituti di previdenza presso il Ministero del tesoro), contempla la costituzione della posizione assicurativa per i soli periodi caratterizzati dall'effettivo svolgimento del servizio ed esclude la rilevanza delle anzianità meramente figurative, come quelle connesse alla maggiorazione di un terzo del servizio di volo. Se identico è il servizio di volo prestato da chi abbia acquistato il diritto alla pensione e da chi sia cessato dal servizio senza aver conseguito tale diritto, diversa, tuttavia, è la durata del servizio di volo, che si traduce in una diversa anzianità di servizio e giustifica il trattamento previdenziale differenziato riservato alle due categorie di dipendenti. Peraltro, il riconoscimento di aumenti figurativi dell'anzianità di servizio a favore di chi rimanga alle dipendenze della pubblica amministrazione sarebbe ispirato a «una logica disincentivante dell'esodo verso il settore privato», volta a valorizzare le peculiari professionalità acquisite all'interno dell'amministrazione. L'attribuzione del beneficio in esame, lungi dall'atteggiarsi come una penalizzazione retroattiva, sarebbe prevista dalla legge sin dall'origine in vista della cessazione dal servizio. La sentenza n. 113 del 2001, riguardante la diversa fattispecie del riscatto dei periodi di studio, non rileverebbe nel caso in esame. L'accoglimento della questione, in contrasto con il divieto di doppia valutazione dei servizi a fini contributivi, imporrebbe di valutare il medesimo periodo di servizio nel calcolo dell'indennità una tantum erogata in luogo del trattamento di fine rapporto e, in pari tempo, nel calcolo della pensione e «avrebbe una portata dirompente e gravida di effetti per la finanza pubblica». 5.- In prossimità dell'udienza, le parti costituite e l'interveniente hanno depositato memorie illustrative, confermando le conclusioni già rassegnate. 5.1.- I ricorrenti nel giudizio principale, quanto all'eccepita irrilevanza della questione in ragione dell'intervenuta prescrizione, osservano che tale eccezione non sarebbe stata ritualmente proposta nel giudizio principale. Non sarebbe decisivo neppure l'argomento, che fa leva sulla riforma della sentenza di primo grado in ordine al difetto di giurisdizione del giudice contabile.