[pronunce]

In particolare, l'Avvocatura dello Stato fa presente che nella direttiva 2001/18 CE e nel decreto legislativo 8 luglio 2003, n. 224 (Attuazione della direttiva 2001/18/CE concernente l'emissione deliberata nell'ambiente di organismi geneticamente modificati), che le ha conferito attuazione, al principio di libera circolazione degli OGM si accompagnano misure precauzionali che, anche in relazione al Protocollo di Cartagena sulla biosicurezza, impongono «una valutazione preventiva del “rischio ambientale”, nell'ambito della quale prevede vengano considerati anche i potenziali danni alla salute umana e animale». In tale contesto, e a fronte di iniziative legislative regionali intese a vietare la produzione e la coltivazione di specie che contengano OGM sull'intero territorio regionale – lo Stato rammenta in proposito proprio la legge della Regione Marche 3 marzo 2004, n. 5 (Disposizioni in materia di salvaguardia delle produzioni agricole, tipiche, di qualità e biologiche), impugnata innanzi a questa Corte –, le norme impugnate avrebbero lo scopo precipuo di «tutelare l'ambiente dai rischi di commistione delle diverse colture», come reso esplicito in particolare dagli artt. 1, 2 e 3 del decreto-legge n. 279 del 2004. La stessa ricorrente, aggiunge lo Stato, riconosce che sarebbe invocabile la potestà legislativa esclusiva di cui all'art. 117, primo comma, lettere e) e s), della Costituzione, sicché il decreto-legge n. 279 del 2004 non avrebbe affatto invaso la sfera di competenza legislativa regionale. Quand'anche fosse richiamabile la potestà legislativa concorrente in materia di tutela della salute e degli alimenti, infatti, dovrebbe ritenersi che le norme impugnate si limitino a determinare i principi fondamentali, «rinviando alle Regioni la definizione dei piani per un'effettiva coesistenza»; quanto al decreto ministeriale di cui all'art. 3 del decreto-legge n. 279 del 2004, esso «dovrebbe avere natura di atto di coordinamento tecnico», in quanto «finalizzato a raccordare le numerose e diverse normative di carattere tecnico che le Regioni dovranno emanare con l'adozione dei piani di coesistenza». Né si potrebbe contestare al legislatore statale di avere trascurato i profili legati alla ricerca scientifica preliminare, che, estranei alle norme impugnate, trovano tuttavia disciplina nel decreto ministeriale 19 gennaio 2005, n. 72 (Prescrizioni per la valutazione del rischio per l'agrobiodiversità, i sistemi agrari e la filiera agroalimentare, relativamente alle attività di rilascio deliberato nell'ambiente di OGM per qualsiasi fine diverso dall'immissione sul mercato), in attuazione dell'art. 8, comma 6, del d.lgs. n. 224 del 2003 in punto di «valutazione del rischio per l'agrobiodiversità». Vengono per tale via disciplinati, in particolare, i protocolli tecnici per la gestione del rischio per l'agrobiodiversità, i sistemi agrari e la filiera agroalimentare in caso di emissione deliberata nell'ambiente di OGM, ed è inoltre garantita la consultazione ed informazione pubblica di cui all'art. 12 del d.lgs. n. 224 del 2003. Le Regioni, cui sarebbe precluso inibire sull'intero proprio territorio le coltivazioni di OGM in base alla decisione della Commissione 2003/653/CE del 2 settembre 2003 (relativa alle disposizioni nazionali sul divieto di impiego di organismi geneticamente modificati nell'Austria superiore, notificate dalla Repubblica d'Austria a norma dell'art. 95, paragrafo 5, del trattato CE), potrebbero in ogni caso delimitare, sulla base del piano di coesistenza, aree “OGM free”. Infine, lo Stato reputa conforme a Costituzione il ricorso alla decretazione d'urgenza. Per un verso, posto che le norme impugnate esulerebbero dalla sfera di competenza legislativa regionale, la censura fondata sulla violazione dell'art. 77 della Costituzione sarebbe inammissibile. Per altro verso, dovrebbe escludersi la evidente mancanza dei presupposti di straordinaria necessità ed urgenza, alla luce della necessità di prevenire l'introduzione da parte di leggi regionali di divieti all'utilizzo di OGM, in contrasto con la normativa comunitaria (la Commissione CE, osserva la parte resistente, avrebbe già autorizzato la commercializzazione e la coltivazione nel territorio comunitario di 17 varietà geneticamente modificate), e nel contempo della necessità di «evitare il rischio che l'assenza di alcuna regolamentazione al riguardo consentisse liberamente l'utilizzo di colture transgeniche senza l'adozione delle necessarie cautele». Rileva, pertanto, il Presidente del Consiglio dei ministri, che il decreto-legge in questione e la conseguente intesa in Conferenza Stato-Regioni del 3 febbraio 2005 permetterebbero «di differire la coltivazione di colture OGM fino al luglio 2006, in attesa dei piani di coesistenza regionali». Inoltre, la decretazione d'urgenza poggerebbe sulla necessità di conferire tempestiva attuazione alla raccomandazione 2003/556/CE del 23 luglio 2003 (Raccomandazione della Commissione recante orientamenti per lo sviluppo di strategie nazionali e migliori pratiche per garantire la coesistenza tra colture transgeniche, convenzionali e biologiche), la quale, a propria volta, si sarebbe «resa necessaria» in forza dell'art. 43 del regolamento CE n. 1829/2003 del 22 settembre 2003 (Regolamento del Parlamento europeo e del Consiglio relativo agli alimenti e ai mangimi geneticamente modificati), che ha introdotto l'art. 26-bis nella direttiva 2001/18/CE, il quale impegna gli Stati membri ad adottare tutte le misure opportune per evitare la presenza involontaria di OGM in altri prodotti. Infine, l'invocato obbligo di consultazione del pubblico sarebbe già stato assolto sulla base delle procedure previste dalla direttiva 2001/18/CE, posto che la raccomandazione 2003/556/CE avrebbe ad oggetto i soli prodotti OGM già autorizzati sulla base di tale normativa comunitaria. 4. – È intervenuta in giudizio l'Associazione Sementieri Mediterranei (AS.SE.ME), «che rappresenta statutariamente gli interessi delle industrie sementiere nazionali», concludendo per l'accoglimento del ricorso. In via preliminare, l'Associazione ritiene di poter fondare l'ammissibilità del proprio intervento sulla circostanza per cui il ricorso alla decretazione d'urgenza avrebbe impedito lo svolgimento delle consultazioni con la cittadinanza, imposte dal Protocollo di Cartagena, recepito dall'art. 23 della direttiva 2001/18/CE, sicché l'intervento in giudizio costituirebbe «il solo strumento offerto dall'ordinamento per reagire contro la lesione del proprio diritto di partecipare al processo decisionale relativo agli organismi viventi modificati». Nel merito, l'interveniente sottolinea il carattere irreversibile dei danni a salute ed ambiente che la coltivazione di OGM «a cielo aperto» potrebbe comportare, invitando questa Corte a disporre istruttoria sul punto.