[pronunce]

e che, in ogni caso, tutti i verbali e le registrazioni di comunicazioni acquisiti in violazione delle disposizioni dello stesso articolo «devono essere dichiarati inutilizzabili dal giudice in ogni stato e grado del procedimento» (comma 6). Poiché la disposizione è destinata ad operare in procedimenti riguardanti persone prive della qualità di parlamentare, il meccanismo così delineato implicherebbe che le predette persone possano andare esenti dalla giurisdizione – e, dunque, evitare di essere perseguite e condannate, anche per reati gravissimi – solo perché la prova del reato è stata raccolta con l'intercettazione di conversazioni o comunicazioni cui ha preso parte un membro del Parlamento, beneficiando, in pratica, per tale circostanza casuale, di una vera e propria immunità. Si tratterebbe di una conseguenza sproporzionata rispetto all'entità dell'interesse in gioco – la privacy del parlamentare – la cui tutela finirebbe «con l'oscurare completamente il diritto alla prova delle parti»: tanto più che la prevista distruzione della documentazione, entro dieci giorni dal diniego dell'autorizzazione, non consentirebbe neppure alla Camera di rimeditare la propria decisione, alla luce di fatti nuovi. Né, d'altra parte, potrebbe ritenersi che il problema trovi soluzione nella possibilità che la Camera conceda l'autorizzazione. A differenza, infatti, dei casi previsti dal secondo comma dell'art. 68 Cost. – nei quali il parametro per concedere l'autorizzazione dovrebbe identificarsi nel fumus persecutionis, e dunque in un parametro accertabile in concreto volta per volta – nei casi di intercettazione «indiretta» la lesione dell'interesse tutelato (la riservatezza del parlamentare) sarebbe in re ipsa, potendosi discutere soltanto della sua gravità. Ciò renderebbe del tutto discrezionale la valutazione della Camera, con «ovvi riflessi» sulla sua sindacabilità, anche in sede di conflitto di attribuzione, da parte della Corte costituzionale. La disciplina censurata comprometterebbe, pertanto, non solo il principio di uguaglianza – sotto il duplice profilo della disparità di trattamento sia tra membro del Parlamento e chi non riveste tale carica; sia tra imputati raggiunti da prove consistenti in intercettazioni di conversazioni cui ha preso parte un parlamentare, e soggetti raggiunti da prove diverse – ma anche il diritto di difesa, garantito dall'art. 24 Cost. L'inutilizzabilità dei risultati delle intercettazioni «indirette», in caso di mancata richiesta o di diniego dell'autorizzazione, potrebbe infatti risolversi in un grave ed irreparabile danno non soltanto per la parte civile, ma anche per lo stesso imputato: avuto riguardo, ad esempio, alle ipotesi – tutt'altro che teoriche – in cui le conversazioni risultassero idonee a scagionare uno dei coimputati; o alle ipotesi in cui acquisizioni probatorie successive consentissero di «rileggere» le conversazioni stesse in senso favorevole all'imputato. Risulterebbe violato, altresì, di riflesso, l'art. 112 Cost., avuto riguardo all'esclusione o alla compressione dell'obbligo del pubblico ministero di esercitare l'azione penale, suscettibile di derivare dall'impossibilità di utilizzare i risultati delle intercettazioni in questione. Il dubbio di costituzionalità investirebbe, d'altro canto – oltre al comma 2 dell'art. 6 della legge n. 140 del 2003 ed ai commi successivi dello stesso articolo, ad esso collegati – anche la norma transitoria di cui all'art. 7 della legge, che rende applicabile la disciplina censurata alle intercettazioni effettuate prima della sua entrata in vigore, purché non ancora utilizzate in giudizio. La questione sarebbe rilevante, per tal verso, in quanto alcune delle intercettazioni telefoniche, di cui si discute nel procedimento a quo, sono state effettuate prima dell'entrata in vigore della legge e non ancora utilizzate in giudizio, essendo il procedimento stesso nella fase delle indagini preliminari. 2. – Nel giudizio di costituzionalità è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, il quale ha chiesto che la questione sia dichiarata inammissibile o comunque infondata. Ad avviso della difesa erariale, la questione sarebbe irrilevante a fronte dell'inapplicabilità dell'art. 6 della legge n. 140 del 2003 alla vicenda oggetto del procedimento a quo, nel quale non era stata captata alcuna conversazione che avesse come interlocutore un parlamentare. L'argomentazione svolta dalla Corte rimettente onde superare siffatta obiezione – dilatando la portata della norma all'ipotesi del «nuncius», di cui in essa non v'è traccia – sarebbe, d'altra parte, scarsamente convincente: trattandosi, infatti, di disciplina eccezionale, in quanto derogatoria rispetto alle regole dettate per la generalità dei cittadini, essa dovrebbe essere interpretata in senso restrittivo e strettamente letterale; inoltre, per il principio di conservazione delle norme, andrebbe sempre privilegiata la lettura che rende la disposizione compatibile con il dettato costituzionale. Non sarebbe condivisibile neppure la premessa fondante del quesito di costituzionalità, secondo cui la norma impugnata, tutelando soltanto il diritto alla riservatezza del parlamentare, si porrebbe al di fuori dell'alveo dell'art. 68 Cost. La tutela della riservatezza del parlamentare rientrerebbe indubbiamente tra le finalità della norma; ma si tratterebbe di una protezione secondaria e riflessa, venendo in rilievo in prima battuta e con carattere assorbente la salvaguardia delle prerogative parlamentari e la libertà di esplicazione della funzione connessa al mandato elettivo: prospettiva nella quale la disposizione censurata risulterebbe, viceversa, compiutamente riconducibile alla previsione dell'art. 68 Cost., la quale giustificherebbe, dunque, il trattamento differenziato. In via subordinata, la motivazione dell'ordinanza di rimessione dovrebbe essere valutata con attenzione soprattutto con riguardo al dedotto vulnus dell'inviolabilità del diritto di difesa dell'imputato; mentre risulterebbe meno problematico l'ipotizzato contrasto con il diritto di difesa delle altre parti private o con l'obbligatorietà dell'azione penale, conoscendo l'ordinamento varie ipotesi nelle quali i relativi principi subiscono deroghe, giustificate da altre esigenze di rango costituzionale. 3. – Nel giudizio di costituzionalità si è costituito S. D., persona sottoposta alle indagini e ricorrente nel procedimento a quo, il quale ha chiesto che la questione sia dichiarata infondata. Ad avviso della parte privata, anche ad ammettere che la norma impugnata comporti una compressione dell'ambito di operatività degli artt. 3, 24 e 112 Cost., non per questo solo essa potrebbe essere ritenuta costituzionalmente illegittima: tale compressione sarebbe, infatti, frutto del bilanciamento con altro interesse di rango costituzionale, quale il diritto del parlamentare – riconducibile alla previsione dell'art. 68 Cost. – alla salvaguardia della propria sfera di riservatezza. Ciò tanto più a fronte del fatto che la protezione offerta dalla norma stessa non ha carattere assoluto, ma passa attraverso un duplice filtro: la valutazione iniziale del giudice per le indagini preliminari circa la rilevanza delle intercettazioni;