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b) i pazienti sospetti COVID non sono isolati, ma messi in stanze doppie, per cui se un malato sospetto ha già il virus, pur con tampone negativo, il compagno di stanza che invece ne è indenne non lo sarà per molto, dopo la convivenza in pochi metri quadri, respirando la stessa aria giorno e notte; c) i pazienti risultati indenni dal virus sono ospitati in stanze quadruple con bagno in comune con altri 4, per cui basta che uno di questi sia infetto non riconosciuto per contagiare gli altri ospiti delle stanze; i medici segnalano l'elevatissimo rischio clinico che si vive tutte le notti e in alcune ore dei diurni festivi quando l'unico medico internista è chiamato contemporaneamente a gestire le urgenze del DAI in torre medica, sia bianchi che grigi, le urgenze COVID in clinica medica e le chiamate per urgenze in nefrologia nella torre chirurgica, per cui il clinico è costretto a cambiarsi più e più volte i DPI per rispondere a esigenze di pazienti grigi, bianchi e COVID e impossibilitato a essere presente in caso di contemporanea urgenza, determinando così un'assistenza limitata e frammentaria; da gennaio 2021 a causa degli spostamenti continui di degenti nel DAI si sono generati focolai interni ai reparti bianchi quasi giornalieri, favoriti dalla mancanza di percorsi separati tra aree COVID e non nei corridoi, negli ascensori spesso usati indistintamente dal pubblico e dalle barelle con malati, tanto che durante il trasporto in radiologia di malati infetti bisogna avvertire a gran voce la gente di scansarsi; considerato che: da gennaio ad oggi si può stimare un numero di contagi tra i ricoverati che potrebbe avvicinarsi alle 100 unità, precisando che è solo una stima, seppure molto attendibile in quanto ricavata dalle dichiarazioni dei medici, non essendo mai stato reso noto il numero esatto dei pazienti infettati durante la degenza; secondo le indicazioni del Ministro della salute del 23 marzo 2020, "Aggiornamento delle linee di indirizzo organizzative dei servizi ospedalieri e territoriali in corso di emergenza COVID-19", laddove sia impossibile la separazione degli ospedali dedicati alla gestione esclusiva del paziente affetto da COVID da quelli non COVID, i percorsi clinico-assistenziali e il flusso dei malati devono essere nettamente separati; il comma 4 dell'art. 2 del decreto-legge 19 maggio 2020, n. 34, prevede, nell'ambito delle strutture ospedaliere, di consolidare la separazione dei percorsi rendendola strutturale e assicurando altresì la ristrutturazione dei punti di pronto soccorso con l'individuazione di distinte aree di permanenza per i pazienti sospetti COVID o potenzialmente contagiosi, in attesa di diagnosi; mantenere gli attuali assetti organizzativi caratterizzati dalla commistione di percorsi e aree perpetuerebbe il rischio di contagio tra i ricoverati e quindi l'ulteriore estendersi di focolai con ripetizione di danni alla persona fino all'esito infausto, con costi umani inaccettabili e con gli intuibili pesanti riflessi economici e sociali per la città di Trieste, si chiede di sapere: quanti pazienti abbiano contratto il COVID durante la degenza negli ospedali di Trieste dal 1° gennaio 2021 ad oggi, in quali reparti l'abbiano contratto, quali siano stati gli esiti; quali iniziative il Ministro in indirizzo intenda adottare per garantire una maggiore protezione dal contagio ai pazienti ricoverati negli ospedali di Trieste, e quali per riorganizzare i reparti in modo da evitare futuri focolai. Atto n. 4-05432 VITALI MALLEGNI Al Ministro dello sviluppo economico Premesso che: gli agenti assicurativi rappresentano una categoria di intermediazione i cui iscritti al registro pubblico RUI raccoglie l'84 per cento dei premi per responsabilità civile auto ed il 79 per cento dei rami danni del mercato delle assicurazioni in Italia; il Sindacato nazionale degli agenti di assicurazione (SNA), che attualmente consta di 20.000 piccoli imprenditori, 30.000 lavoratori dipendenti agenziali e 200.000 collaboratori agenziali autonomi, sta subendo una radicale modificazione a seguito di numerosi provvedimenti e regolamenti dell'IVASS (l'autorità di controllo del mercato assicurativo) e di alcune iniziative sulle agenzie di assicurazione; considerato che, a giudizio degli interroganti: in particolare, la qualità professionale e la libertà imprenditoriale degli agenti professionisti è compromesso dal regolamento n. 45/2020 e dal provvedimento n. 97/2020 dell'IVASS, entrati in vigore il 31 marzo 2021, che hanno riversato sulla categoria innumerevoli oneri amministrativi ed adempimenti burocratici ed introdotto precise limitazioni professionali ed ostacoli all'esercizio delle libere collaborazioni tra intermediari (agenti e broker ) previste dalla legge n. 221 del 2012; l'invasivo controllo sulle attività svolte dagli agenti di assicurazione e sulle loro collaborazioni, permesso dalle recenti disposizioni dell'IVASS, rischia di compromettere la possibilità di cui alla legge n. 40 del 2007, sul divieto di esclusiva nel ramo danni, che permette alla categoria di avere rapporti di plurimandato con altre imprese e li obbliga dunque ad operare come monomandatari a danno della concorrenza e degli interessi dei clienti consumatori, si chiede di sapere se il Ministro in indirizzo sia a conoscenza della situazione descritta e se intenda intervenire attraverso un'urgente modifica legislativa che ripari alla situazione. Atto n. 4-05433 MANTOVANI D'ANGELO MATRISCIANO MAUTONE SANTANGELO GARRUTI LEONE CASTELLONE FERRARA LANZI PIRRO VANIN Ai Ministri della giustizia e per le pari opportunità e la famiglia Premesso che: la Corte europea dei diritti dell'uomo, con la sentenza 1° aprile 2021 (n. 70896/17), si è pronunciata su un caso "italiano" in cui si discuteva della compatibilità della normativa italiana con la Convenzione europea dei diritti dell'uomo in materia di diritto al rispetto della vita familiare. La Corte ha ritenuto che fosse stato violato l'articolo 8 (diritto al rispetto della vita privata e familiare) della CEDU, in quanto la ricorrente sarebbe stata privata della possibilità di mantenere i contatti con i propri figli durante la loro procedura di adozione; il caso riguardava l'impossibilità per la ricorrente, rifugiata nigeriana, vittima di tratta, in situazione di vulnerabilità e madre di due bambini, di esercitare i diritti di visita a causa di un divieto disposto dal tribunale mentre la procedura di adozione era in corso da più di tre anni; la Corte di Strasburgo ha osservato che la Corte di appello non aveva tenuto conto delle conclusioni di una perizia che aveva sostenuto la necessità del mantenimento dei legami tra la ricorrente ed i sui bambini, non indicando dunque la decisione delle ragioni che avevano indotto i giudici di appello a non tener conto delle conclusioni peritali. Vista la delicatezza degli interessi in gioco, spettava infatti alle autorità valutare la vulnerabilità della ricorrente in maniera più accurata durante la procedura;