[pronunce]

ORDINANZA ha pronunciato la seguentenel giudizio di legittimità costituzionale degli artt. 13, commi 3 e 3-bis, e 14, comma 5-ter, del decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286 (Testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell'immigrazione e norme sulla condizione dello straniero), come modificato dalla legge 30 luglio 2002, n. 189 (Modifica alla normativa in materia di immigrazione e di asilo), promosso con ordinanza emessa dal Tribunale di Bari in data 8 marzo 2003, nel procedimento penale a carico di O. J., iscritta al n. 517 del registro ordinanze 2003, pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 33, prima serie speciale, dell'anno 2003. Visto l'atto di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri; udito nella camera di consiglio del 6 luglio 2005 il Giudice relatore Giovanni Maria Flick. Ritenuto che con l'ordinanza in epigrafe il Tribunale di Bari ha sollevato, in riferimento agli artt. 3, 24, 25 e 111 della Costituzione, questioni di legittimità costituzionale: a) dell'art. 13, commi 3 e 3-bis, del decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286 (Testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell'immigrazione e norme sulla condizione dello straniero), come modificato dalla legge 30 luglio 2002, n. 189 (Modifica alla normativa in materia di immigrazione e di asilo), nella parte in cui non prevede che il giudice possa negare il nulla osta all'esecuzione dell'espulsione amministrativa dello straniero sottoposto a procedimento penale anche per esigenze difensive; b) dell'art. 14, comma 5-ter, del medesimo decreto legislativo, nella parte in cui «non consente la previa individuazione dei profili illeciti della fattispecie incriminatrice» ivi delineata; che il giudice a quo - investito del procedimento penale nei confronti di uno straniero arrestato per il reato di ingiustificato trattenimento nel territorio dello Stato, di cui all'art. 14, comma 5-ter, del d.lgs. n. 286 del 1998 - censura anzitutto l'indeterminatezza di tale norma incriminatrice, stante la mancata specificazione dei «giustificati motivi» che, alla stregua del suo dettato, rendono legittima la permanenza nel territorio dello Stato dello straniero, pur colpito da ordine di allontanamento del questore; che detta omissione impedirebbe alla pubblica accusa di formulare una chiara contestazione del fatto ascritto ed allo straniero di individuare preventivamente e con certezza i comportamenti penalmente repressi, nonché di svolgere un'adeguata attività difensiva, in caso di contestazione dell'illecito, con conseguente violazione degli artt. 3, 24, 25 e 111 Cost.; che il rimettente dubita, altresì, della legittimità costituzionale delle disposizioni che regolano il rilascio del nulla osta all'esecuzione dell'espulsione dello straniero sottoposto a procedimento penale, prevedendo, da un lato, che il nulla osta venga rilasciato dall'autorità giudiziaria in sede di convalida dell'arresto; e, dall'altro, che esso possa essere negato, ove all'esito della convalida lo straniero sia rimesso in libertà (soluzione peraltro «obbligata» nel caso di arresto per il reato di cui all'art. 14, comma 5-ter, del d.lgs. n. 286 del 1998, dato che la natura contravvenzionale della fattispecie non consente l'applicazione di misure cautelari personali), solo in presenza di inderogabili esigenze processuali valutate in relazione all'accertamento delle responsabilità di eventuali concorrenti nel reato o imputati in procedimenti per reati connessi, e all'interesse della persona offesa (art. 13, commi 3 e 3-bis, del d.lgs. n. 286 del 1998); che le indicate disposizioni – non consentendo all'autorità giudiziaria di negare il nulla osta anche per esigenze difensive dell'imputato, e rendendone, dunque, praticamente automatico il rilascio – finirebbero per creare un «privilegio tecnico-processuale per la pubblica amministrazione», non giustificato da esigenze di rango costituzionale e tale da compromettere l'effettivo esercizio del diritto di difesa; che a garantire il rispetto di tale diritto non basterebbe la facoltà di rientro in Italia dello straniero espulso ai fini dell'esercizio del diritto di difesa, prevista dall'art. 17 del d.lgs. n. 286 del 1998, essendo il rientro subordinato ad autorizzazioni amministrative non «coordinabili con le scadenze processuali» e che comunque comportano oneri economici non sostenibili dall'imputato; che nel giudizio di costituzionalità è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, il quale ha chiesto che le questioni siano dichiarate inammissibili o comunque infondate. Considerato che, successivamente all'ordinanza di rimessione, questa Corte, con la sentenza n. 223 del 2004, ha dichiarato costituzionalmente illegittimo, per violazione degli artt. 3 e 13 Cost., l'art. 14, comma 5-quinquies, del decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286, nella parte in cui stabiliva che per il reato di ingiustificato trattenimento dello straniero nel territorio dello Stato, previsto dal comma 5-ter del medesimo articolo, è obbligatorio l'arresto dell'autore del fatto: e ciò in quanto tale misura «precautelare» si risolveva in una limitazione provvisoria della libertà personale del tutto priva di giustificazione processuale, non potendo essere finalizzata all'adozione di alcun provvedimento coercitivo, data la natura contravvenzionale della fattispecie, né costituendo un presupposto del procedimento amministrativo di espulsione; che, di seguito a tale pronuncia, il decreto-legge 14 settembre 2004, n. 241 (Disposizioni urgenti in materia di immigrazione), convertito, con modificazioni, in legge 12 novembre 2004, n. 271, ha modificato la fattispecie criminosa considerata, trasformandola da contravvenzione in delitto punito con la reclusione da uno a quattro anni – configurazione che consente, ai sensi dell'art. 280 cod. proc. pen. , l'applicazione di misure coercitive – nel caso di espulsione disposta per ingresso illegale nel territorio dello Stato ai sensi dell'art. 13, comma 2, lettere a) e c), del d.lgs. n. 286 del 1998 , ovvero per non avere lo straniero tempestivamente richiesto il permesso di soggiorno «in assenza di cause di forza maggiore», o per essere stato il permesso revocato o annullato; conservandone, invece, l'originaria natura contravvenzionale nell'ipotesi residuale di espulsione disposta perché il permesso di soggiorno è scaduto da più di sessanta giorni e non ne è stato chiesto il rinnovo (comma 5-bis dell'art. 1 del decreto-legge n. 241 del 2004, aggiunto dalla legge di conversione n. 271 del 2004) ;