[pronunce]

, nella parte in cui non prevedeva la facoltà dell'imputato di chiedere l'applicazione della pena in relazione al fatto diverso o al reato concorrente contestato in dibattimento, ha ritenuto inammissibile analoga questione relativa alla richiesta di giudizio abbreviato, ma rileva che le considerazioni allora svolte circa l'inconciliabilità tra rito ordinario e giudizio abbreviato debbano ritenersi superate, in quanto da un lato l'ordinamento ormai conosce casi in cui lo stesso giudice del dibattimento è abilitato a celebrare il giudizio abbreviato, dall'altro il principio della ragionevole durata del processo, enunciato dall'art. 111, secondo comma, Cost., sembra precludere la via della regressione del procedimento, che pure era stata adombrata dalla Corte quale possibile alternativa alla trasformazione del rito; che è intervenuto in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che la questione sia dichiarata infondata, sulla base delle argomentazioni già svolte nell'atto di intervento depositato con riferimento ad analoga questione sollevata dal Tribunale di Monza con ordinanza iscritta al n. 881 del registro ordinanze del 2003; che il Tribunale di Pistoia in composizione collegiale ha sollevato (r.o. n. 444 del 2004) , in riferimento agli artt. 3 e 24 Cost., questione di legittimità costituzionale dell'art. 521-bis, comma 1, cod. proc. pen. , nella parte in cui non prevede la trasmissione degli atti al pubblico ministero in tutte le ipotesi in cui, a seguito della contestazione del fatto diverso e di un reato concorrente in relazione a fatti che già risultavano dagli atti di indagine, il reato è attribuito alla cognizione del tribunale in composizione collegiale anziché monocratica; che lo stesso rimettente aveva già sollevato nell'ambito del medesimo procedimento identica questione di legittimità costituzionale, dichiarata manifestamente inammissibile con ordinanza n. 129 del 2003 in quanto ipotetica, non avendo l'imputato formulato alcuna richiesta di giudizio abbreviato; che nel riproporre la questione il rimettente precisa che il difensore dell'imputato, munito di procura speciale, ha chiesto l'ammissione al giudizio abbreviato in relazione alla nuova imputazione, eccependo, ove la richiesta fosse stata dichiarata inammissibile, l'illegittimità costituzionale dell'art. 521-bis cod. proc. pen. ; che il rimettente premette in fatto che in esito all'udienza preliminare era stato disposto il giudizio davanti al tribunale in composizione monocratica in ordine al reato di bancarotta semplice (art. 217 del regio decreto 16 marzo 1942, n. 267) e che nel corso del dibattimento il pubblico ministero aveva modificato l'imputazione in quella di bancarotta fraudolenta documentale (art. 216, primo comma, n. 2) e aveva contestato, a titolo di reato concorrente, la bancarotta fraudolenta patrimoniale (art. 216, primo comma, n. 1), in relazione ad un fatto – distrazione di somme di denaro – già risultante dagli atti di indagine; che, a norma dell'art. 33-septies cod. proc. pen. , era stata disposta la trasmissione degli atti al tribunale in composizione collegiale, e cioè all'attuale rimettente, che, invece, individuava nell'art. 521-bis cod. proc. pen. la disposizione applicabile nel caso di specie, concernente la modifica della composizione del giudice a seguito di nuove contestazioni e non già a seguito di una originaria, erronea individuazione del giudice; che ad avviso del giudice a quo tale disposizione, limitando i casi di trasmissione degli atti al pubblico ministero ai soli giudizi con citazione diretta, sacrifica la possibilità dell'imputato di accedere ai riti alternativi e, segnatamente, al giudizio abbreviato «nella sede appropriata (udienza preliminare) e in relazione a tutte le imputazioni, quella modificata e quella suppletiva»; che, al riguardo, il giudice a quo richiama la sentenza n. 265 del 1994, con la quale la Corte ha dichiarato, in riferimento agli artt. 3 e 24 Cost., l'illegittimità costituzionale degli artt. 516 e 517 cod. proc. pen. , nella parte in cui non prevedono la facoltà dell'imputato di chiedere al giudice del dibattimento l'applicazione della pena ai sensi dell'art. 444 cod. proc. pen. relativamente al fatto diverso o al reato concorrente contestato in dibattimento quando la nuova contestazione concerne un fatto che già risultava dagli atti di indagine al momento dell'esercizio dell'azione penale; che il rimettente dà inoltre atto che con la stessa sentenza la Corte ha dichiarato inammissibile questione analoga concernente il giudizio abbreviato, in base al rilievo che tale rito è inconciliabile con la struttura del dibattimento e comunque che la trasformazione del rito non sarebbe scelta costituzionalmente obbligata; che, ad avviso del giudice a quo, alla luce del mutato quadro normativo «tale decisione e la relativa motivazione può essere ora riesaminata», sicché in tutti i casi in cui le nuove contestazioni trovino fondamento in elementi di prova raccolti nel corso delle indagini preliminari la restituzione degli atti al pubblico ministero consentirebbe all'imputato di presentare richiesta di giudizio abbreviato nell'udienza preliminare. Considerato che in tutte le ordinanze viene censurata la disciplina che, nell'ipotesi di modifica dell'imputazione per diversità del fatto o di contestazione di un reato concorrente, preclude all'imputato di accedere al rito abbreviato in relazione alla nuova imputazione; che, stante la sostanziale affinità delle questioni, va disposta la riunione dei relativi giudizi; che, in particolare, il Tribunale di Monza (r.o. n. 881 del 2003) e il Tribunale di Salerno (r.o. n. 582 del 2004) hanno sollevato questioni di legittimità costituzionale dell'art. 516 cod. proc. pen. , nella parte in cui non prevede la facoltà dell'imputato di richiedere al giudice del dibattimento la definizione del procedimento con il rito abbreviato «quando la novità della contestazione discende da modifica legislativa che innova la struttura della fattispecie astratta originariamente contestata» (r.o. n. 881 del 2003) ovvero «quando la nuova contestazione concerne un fatto che già risultava dagli atti di indagine al momento dell'esercizio dell'azione penale» (r.o. n. 582 del 2004); che nel giudizio pendente davanti al Tribunale di Monza la modifica dell'imputazione era stata determinata dalla nuova formulazione del reato di bancarotta fraudolenta di cui all'art. 223, secondo comma, numero 1, del regio decreto 16 marzo 1942, n. 267, per effetto del decreto legislativo 11 aprile 2002, n. 61;