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– Sotto un primo profilo (lavoro di tipo subordinato), grazie all'impulso dato dalle modifiche alla normativa in materia di lavoro a tempo determinato succedutesi nel corso del primo quindicennio del nuovo secolo (che lo hanno totalmente liberalizzato dal punto di vista delle ragioni giustificatrici, con il solo limite temporale – peraltro anch'esso superabile – di 36 mesi) e dalla riforma del mercato del lavoro del 2002/2003 (cosiddetta riforma Biagi), che ha introdotto una pletora di contratti atipici, si è assistito all'enorme diffusione specialmente dei contratti di lavoro a termine e, in misura minore, dei contratti di somministrazione, di lavoro accessorio, di part-time con clausole flessibili fuori controllo negoziale, di lavoro intermittente. Lo stesso apprendistato è stato sempre più piegato – anche sul piano regolativo – verso un utilizzo non del tutto coerente con la sua funzione di formazione iniziale dei lavoratori per l'acquisizione di una professionalità, finendo anch'esso per rifluire assai spesso tra le forme di utilizzo flessibile di manodopera a costi ridotti da parte delle imprese. Sotto il secondo profilo (lavoro autonomo), invece, la legittimazione legislativa dapprima « indiretta » e poi esplicita e formale del lavoro parasubordinato, specificamente nella forma dei contratti di collaborazione coordinata e continuativa e successivamente, per il settore privato, dei contratti di lavoro a progetto (il cui rapporto sottostante è stato considerato dal legislatore pur sempre una collaborazione coordinata e continuativa, ma assoggettata a una normativa di tutela minimale), ha rappresentato un ulteriore incentivo alla utilizzazione di queste forme « spurie » di occupazione. Alle collaborazioni coordinate e continuative a progetto le imprese hanno infatti fatto ricorso in proporzioni significative e relativamente costanti, di modo che esse hanno costituito l'alternativa formale ai contratti a termine acausali. E a completamento del panorama fin qui delineato si può ancora ricordare l'ampio ricorso da parte delle stesse imprese al lavoro autonomo, anche di tipo occasionale, nonché, a partire dagli inizi del nuovo secolo, il loro crescente interesse per l'istituto dell'associazione in partecipazione con apporto di lavoro – per la cui utilizzazione la legge solo di recente ha posto alcuni limiti (fino alla recente abrogazione) – e ancora per lo stesso lavoro cooperativo, spesso strumentalmente costruito e utilizzato all'interno di sistemi di decentramento produttivo finalizzati allo sfruttamento dei lavoratori esternalizzati e alla riduzione del costo del lavoro. D'altra parte, anche il mercato del lavoro autonomo più corrispondente a modelli o schemi ereditati dal passato non è stato affatto valorizzato, ma ha subito, a sua volta, i contraccolpi non solo della crisi dell'economia produttiva, ma del dilagare di una flessibilità incontrollata, a tutto vantaggio di una committenza ricondotta in poche mani dai processi di concentrazione e in grado di imporsi, in quanto contraente forte, agli stessi professionisti, nonché, e anche per ciò stesso, deresponsabilizzata rispetto ai risultati dei servizi professionali richiesti e ottenuti. La selezione nelle professioni che ne è derivata, che ha sovente portato a organizzazioni e network assai più estesi di quelli del passato, in cui poco rimane della libertà-responsabilità personale di ciascun professionista, ne fornisce un'impressionante esemplificazione, anche in comparti che sarebbero potuti apparire consolidati, come quello dei servizi legali e della consulenza economico-aziendale e finanziaria; mentre « nuove professioni », come quelle legate alla comunicazione e ai servizi informatici, sono state per così dire abbandonate a loro stesse, ben al di là di quel che avrebbe giustificato la polemica contro l'inadeguatezza della soluzione rappresentata da ordinamenti professionali di stampo « corporativo ». Con l'esito complessivo di abbattere non di rado la stessa tutela della fede pubblica, e di indurre una crescita imponente della domanda, inevasa e non evadibile a posteriori , di protezione dell'utente-cliente-consumatore. 3. – Quanto fin qui evidenziato trova precisa corrispondenza nei dati sull'andamento della utilizzazione dei contratti flessibili di tipo tanto subordinato quanto autonomo, i quali sono drammaticamente indicativi di un trend che, quantunque comune a molti altri Paesi europei, in Italia ha raggiunto proporzioni abnormi, tenuto conto che il contratto di lavoro subordinato a tempo (pieno e) indeterminato dovrebbe costituire – secondo la rigorosa affermazione del legislatore nazionale, in ciò vincolato dalla normativa dell'Unione europea – « la forma comune di rapporto di lavoro ». Dai dati ufficiali risulta che la gran parte dei contratti di lavoro stipulati in Italia sono stati, al dicembre 2014, primariamente contratti di lavoro a tempo determinato; poi, a seguire, i contratti di collaborazione coordinata e continuativa, anche a progetto, e quindi, in proporzioni minori, tutti gli altri. In altre parole, un immenso bacino di lavoro precario che altera gli equilibri socio-economici del Paese (sono stati ormai largamente indagati ed evidenziati, tanto sul piano sociale – venir meno delle certezze professionali ed esistenziali – quanto sul piano economico – caduta dei consumi interni –, gli effetti destabilizzanti della diffusione del lavoro precario). Il che, accordato con i dati molto preoccupanti sulla crescente disoccupazione e sulla decrescente occupazione, dà conto dell'enorme mutazione strutturale che negli ultimi vent'anni ha subito, insieme alla nostra società ed economia, il nostro mercato del lavoro. D'altro canto, non pare equo ritenere che la soluzione rispetto a tale mutazione epocale sia rappresentata da un livellamento egualitario verso il basso dei diritti dei lavoratori, come di fatto perseguito tramite l'introduzione della nuova normativa relativa al cosiddetto contratto di lavoro a tutele crescenti. Della quale può dirsi – demistificando il tamburante messaggio comunicativo utilizzato dalle forze governative e da media interessati più all' audience che alla sostanza – che, lungi dal prevedere un nuovo tipo di contratto di lavoro a tempo indeterminato a effettive « tutele crescenti », alla fine destinato ad acquisire robustezza e stabilità, introduce, invece, semplicemente una disciplina che riduce drasticamente la tutela dei lavoratori subordinati a tempo indeterminato contro i licenziamenti illegittimi, riportando il regime in materia indietro di 50 anni. Il contratto di lavoro a tempo indeterminato sarà, dunque, d'ora in poi (sia pure solo per i nuovi assunti) tale non perché dotato di stabilità reale, ma solo perché indeterminato è il momento in cui il datore di lavoro deciderà – sostanzialmente ad libitum, solo accollandosi un costo relativamente basso per il proprio recesso – di liberarsi di un lavoratore diventato scomodo. Pertanto, il tanto auspicato e incentivato passaggio a tale contratto (anche di coloro che sono occupati con contratti di lavoro a progetto o di collaborazione tout court ), insieme con la progressiva uscita dal lavoro, nei prossimi anni, di coloro che al momento hanno conservato ad personam il precedente regime di tutela contro i licenziamenti illegittimi (a sua volta già inficiato dalle modifiche all'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori introdotte dalla legge Fornero nel 2012) avranno, nel loro combinato operare, un preciso effetto: nel prossimo futuro non ci sarà affatto il ritorno a un lavoro stabile e duraturo, ma solo la generalizzazione progressiva di una condizione precaria del lavoro subordinato a tempo indeterminato di nuova generazione.