[pronunce]

Infine, dovendosi necessariamente distinguere tra varie situazioni (come quelle del coniuge di buona o mala fede), il problema potrebbe essere risolto solo dal legislatore od in sede di ulteriore revisione pattizia, e non da parte della Corte, poiché altrimenti si creerebbe il rischio di discriminazioni esse stesse contrarie ai principi costituzionali. 1.2. - Nell'imminenza dell'udienza pubblica, ma tardivamente, il convenuto nel giudizio a quo ha depositato una memoria illustrativa, riprendendo i già illustrati argomenti. 1.3. - Si è pure costituita, tardivamente, la parte attrice nel giudizio a quo, insistendo per l'accoglimento della questione. 2. - Con l'ordinanza iscritta al n. 425 del 2000 la Corte di appello di Roma ha sollevato questione di legittimità costituzionale "dell'art. 8, penultimo comma" della legge 25 marzo 1985, n. 121 (Ratifica ed esecuzione dell'accordo, con protocollo addizionale, firmato a Roma il 18 febbraio 1984, che apporta modificazioni al Concordato lateranense dell'11 febbraio 1929, tra la Repubblica italiana e la Santa Sede), in riferimento agli artt. 3 e 24 della Costituzione. La Corte rimettente non fornisce alcuna notizia sull'oggetto della controversia avanti ad essa pendente, se non quelle desumibili dall'intestazione dell'ordinanza, dalla quale si apprende che il giudizio a quo pende fra un appellante ed un'appellata (e, quindi, in grado d'appello), con l'intervento del pubblico ministero. Premesso che il giudice della delibazione può statuire sui provvedimenti economici ai sensi del citato art. 8, nei limiti previsti dagli artt. 129 e 129-bis c.c. , il rimettente sottolinea che la nullità del matrimonio nell'ordinamento italiano sarebbe prevista solo per ipotesi limitate e tassative e che l'azione "nella maggior parte dei casi" non può più essere proposta una volta decorso un anno di coabitazione dalla celebrazione o dalla cessazione della causa di nullità. Il limitato trattamento patrimoniale previsto dagli artt. 129 e 129-bis sarebbe motivato, nei casi di buona fede dell'altro coniuge, proprio dal fatto che, per la sua limitata durata, il rapporto matrimoniale non potrebbe aver turbato in modo rilevante la vita e i rapporti economico-sociali del coniuge incolpevole. Viceversa, il tribunale ecclesiastico potrebbe pronunciare la nullità del matrimonio concordatario anche "per ragioni ed in termini che nel nostro ordinamento non sarebbero ammissibili (ad esempio, esclusione del bonum sacramenti o del bonum prolis), anche dopo trascorso l'anno dalla coabitazione" ed emergerebbe così "una situazione di ingiustificata sperequazione" fra il coniuge economicamente debole convenuto in un giudizio ecclesiastico di nullità e quello convenuto con un giudizio di declaratoria della cessazione degli effetti civili, tenuto conto che la declaratoria della nullità da parte del tribunale ecclesiastico è efficace nell'ordinamento italiano anche per ragioni che, secondo il nostro ordinamento, non sarebbero ammissibili e comunque accertabili senza limiti di tempo. Infatti, al matrimonio dichiarato nullo in sede ecclesiastica troverebbe applicazione il regime degli artt. 129 e 129-bis c.c. in ipotesi che, se fossero fatte valere secondo l'ordinamento italiano, sarebbero deducibili solo a fondamento di un'azione di divorzio e darebbero luogo alla tutela economica di cui all'art. 5 della legge n. 898 del 1970. Pertanto, situazioni uguali o comunque analoghe sarebbero trattate diversamente, secondo che, si adisca il giudice ecclesiastico per la declaratoria di nullità o quello civile per la declaratoria della cessazione degli effetti civili, senza che ciò possa trovare giustificazione nella diversità delle azioni esercitate e nella scelta (espressione di convinzioni religiose) di contrarre matrimonio con il rito concordatario, poiché tale scelta non potrebbe comunque comportare conseguenze giuridicamente pregiudizievoli in danno del coniuge debole, pena la violazione del principio di eguaglianza avanti alla legge senza distinzioni di religione, posto dall'art. 3, primo comma, della Costituzione. 2.1. - È intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, tramite l'Avvocatura generale dello Stato, depositando memoria, nella quale ha sostenuto l'inammissibilità e l'infondatezza della questione. 2.2. - Si è pure costituita la parte privata appellante nel giudizio a quo depositando memoria, nella quale, preliminarmente, dà ampio conto della vicenda alla quale si riferisce il giudizio a quo rilevando in particolare: a1) che nel 1992 la Corte d'appello di Roma, nel dichiarare efficace la dichiarazione di nullità di un matrimonio concordatario per la riconosciuta esclusione del bonum sacramenti ex parte viri aveva stabilito in favore della moglie - ex art. 8 dell'Accordo del 1984 - un assegno mensile provvisorio, rimettendo le parti avanti al tribunale per la determinazione di quelle definitivo; a2) che, successivamente, il marito aveva chiesto al tribunale di Roma di dichiarare che dal momento della domanda l'assegno non era più dovuto; a3) che il tribunale aveva rigettato la domanda, nel presupposto che, con la citata norma dell'art. 8, si fosse inteso attribuire al coniuge un diritto soggettivo al mantenimento non diverso da quello a lui spettante in caso di divorzio; a4) che egli aveva proposto appello, ponendo in evidenza che l'assegno cui allude l'art. 8 non prevedeva il mantenimento e che l'unico referente normativo erano gli artt. 129 e 129-bis c.c. , che, peraltro, non avrebbero potuto, in particolare la seconda norma, giustificare alcun indennizzo, in quanto la moglie era stata a conoscenza della causa di nullità canonica. Nel merito, ha sostenuto l'infondatezza della questione. 3. - Con l'ordinanza iscritta al n. 82 del 2001, il tribunale di Roma ha proposto - in riferimento all'art. 3 della Costituzione - la questione di legittimità costituzionale degli artt. 129 e 129-bis c.c., nella parte in cui non prevedono che, in ipotesi di matrimonio nullo sulla base di sentenza ecclesiastica delibata in Italia, le conseguenze patrimoniali siano disciplinate alla stessa stregua degli artt. 5 e seguenti della legge n. 898 del 1970, "quando la nullità sia stata dichiarata dopo che si sia consolidata una concreta comunanza di vita". L'ordinanza è stata pronunziata in un giudizio di cessazione degli effetti civili di un matrimonio concordatario promosso dalla moglie, la quale aveva anche chiesto l'imposizione al marito di un assegno di mantenimento nella misura stabilita in sede di separazione consensuale. Il marito aveva dedotto che, con sentenza ecclesiastica, il matrimonio era stato dichiarato nullo e che era in corso avanti alla corte di appello di Roma il giudizio da lui instaurato per la dichiarazione di efficacia della sentenza. Avendo poi detta Corte dichiarato esecutiva la sentenza ecclesiastica, il tribunale rimettente ha ritenuto di rigettare la domanda di divorzio e di disporre nel contempo "con separata ordinanza la valutazione della legittimità costituzionale degli artt. 129 e 129-bis c.c.".