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Modifiche al decreto-legge 4 ottobre 2018, n. 113, convertito, con modificazioni, dalla legge 1° dicembre 2018, n. 132, recante disposizioni urgenti in materia di protezione internazionale e immigrazione, sicurezza pubblica, nonché misure per la funzionalità del Ministero dell'interno e l'organizzazione e il funzionamento dell'Agenzia nazionale per l'amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata. Modifiche al decreto-legge 14 giugno 2019, n. 53, convertito, con modificazioni, dalla legge 8 agosto 2019, n. 77, recante disposizioni urgenti in materia di ordine e sicurezza pubblica. Onorevoli Senatori . – Il decreto-legge 4 ottobre 2018, n. 113, recante disposizioni urgenti in materia di protezione internazionale e immigrazione, sicurezza pubblica, nonché misure per la funzionalità del Ministero dell'interno e l'organizzazione e il funzionamento dell'Agenzia nazionale per l'amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata, convertito, con modificazioni, dalla legge 1° dicembre 2018, n. 132, e il decreto-legge 14 giugno 2019, n. 53, recante disposizioni urgenti in materia di ordine e sicurezza pubblica, convertito, con modificazioni, dalla legge 8 agosto 2019, n. 77, i cosiddetti decreto sicurezza e decreto sicurezza- bis prevedono – tra le altre – norme relative all'immigrazione. In entrambi i casi si parte dal presupposto – sbagliato – che la gestione dell'immigrazione passi per la sua criminalizzazione. E così la stretta sul rilascio dei permessi per i soggiorni di carattere umanitario e sulla protezione internazionale, il presunto contrasto all'immigrazione illegale non fanno che produrre elementi di maggiore insicurezza, andando ad ingrossare proprio le fila di quella clandestinità ed irregolarità che invece si vorrebbero combattere, distruggendo i modelli più virtuosi di accoglienza ed integrazione, invece di affrontare in modo strutturale e di sistema la dolorosa questione dei migranti. Nel decreto-legge n. 113 del 2018, al titolo I, le norme relative ai casi speciali di permesso di soggiorno per motivi umanitari, al contrasto all'immigrazione illegale e alla cittadinanza hanno sollevato molte perplessità, anche in termini di costituzionalità, non solo da parte delle associazioni e delle istituzioni direttamente interessate dal provvedimento. Ricordiamo ad esempio i rilievi del Consiglio superiore della magistratura del novembre 2018 o l'UNHCR che richiamava l'attenzione sulle conseguenze del provvedimento sul sistema di accoglienza e sul diritto d'asilo nel nostro Paese. È chiaro che sia necessaria una riforma delle norme in questione, in Italia e in Europa, ma per farlo seriamente bisogna passare da una riflessione seria e ponderata, non da un decreto che si limita ad una stretta sui diritti che non può essere la soluzione. Così come – passando al decreto-legge n. 53 del 2019 – colpire le organizzazioni che salvano vite umane in mare, in un momento di abdicazione dell'Unione europea dalle funzioni che fino a poco tempo fa svolgeva in mare con missioni importanti, significa solo seminare morte nel Mediterraneo, tra i disperati che fuggono dalla povertà e dalla guerra e che sono vittime di un doloroso traffico di essere umani, i cui artefici e complici non sono certamente le ONG ma piuttosto, in alcuni casi, proprio quei miliziani che sono coinvolti a vario tipo negli accordi che il nostro Paese ha stretto con la Libia e che, a maggior ragione dopo il precipitare della guerra civile in quel Paese, andrebbero stralciati. Le tragiche morti in mare di chi tenta di raggiungere le sponde europee – donne e bambini e non pericolosi delinquenti – sono all'ordine del giorno, mentre le testimonianze dirette, nonché le ripetute dichiarazioni delle varie agenzie dell'Onu, come anche dell'Unione europea, documentano le tragiche condizioni dei centri di detenzione libica e le atroci violenze che deve subire chi lì è stato rinchiuso nel suo viaggio di fuga dalla povertà alla ricerca di un futuro migliore per la propria famiglia. Coraggiosi giornalisti ci raccontano da anni questa vergogna, nella nostra colpevole indifferenza o altrettanto imperdonabile impotenza. Non aiutare queste persone è grave, ma punire chi cerca di salvarle da morte certa è una violazione dei diritti umani che il nostro Paese non può avallare per legge. Per non parlare dei profili di costituzionalità delle norme contenute nel decreto sicurezza- bis , sul quale si è espresso anche con chiarezza il Capo dello Stato nella lettera che ha inviato ai Presidenti di Senato, Camera e del Consiglio dei ministri all'atto di promulgazione della legge in questione: « [...] Per effetto di un emendamento, nel caso di violazione del divieto di ingresso nelle acque territoriali – per motivi di ordine e sicurezza pubblica o per violazione alle norme sull'immigrazione – la sanzione amministrativa pecuniaria applicabile è stata aumentata di 15 volte nel minimo e di 20 volte nel massimo, determinato in un milione di euro, mentre la sanzione amministrativa della confisca obbligatoria della nave non risulta più subordinata alla reiterazione della condotta. Osservo che, con riferimento alla violazione delle norme sulla immigrazione non è stato introdotto alcun criterio che distingua quanto alla tipologia delle navi, alla condotta concretamente posta in essere, alle ragioni della presenza di persone accolte a bordo e trasportate. Non appare ragionevole – ai fini della sicurezza dei nostri cittadini e della certezza del diritto – fare a meno di queste indicazioni e affidare alla discrezionalità di un atto amministrativo la valutazione di un comportamento che conduce a sanzioni di tale gravità. Devo inoltre sottolineare che la Corte Costituzionale, con la recente sentenza n. 112 del 2019, ha ribadito la necessaria proporzionalità tra sanzioni e comportamenti. Va anche ricordato che, come correttamente indicato all'articolo 1 del decreto convertito, la limitazione o il divieto di ingresso può essere disposto “nel rispetto degli obblighi internazionali dell'Italia”, così come ai sensi dell'articolo 2 “il comandante della nave è tenuto ad osservare la normativa internazionale”. Nell'ambito di questa la Convenzione di Montego Bay, richiamata dallo stesso articolo 1 del decreto, prescrive che “ogni Stato deve esigere che il comandante di una nave che batta la sua bandiera, nella misura in cui gli sia possibile adempiere senza mettere a repentaglio la nave, l'equipaggio e i passeggeri, presti soccorso a chiunque sia trovato in mare in condizioni di pericolo” ». Alcune norme previste – in particolare all'articolo 1 del decreto sicurezza- bis – appaiono in aperto contrasto con alcuni principi fondanti del nostro diritto costituzionale e con importanti convenzioni internazionali sul diritto del mare e sull'obbligo di salvataggio in mare. Su questo vale la pena citare l'approfondita analisi compiuta dall'A ssociazione per gli studi giuridici sull'immigrazione ASGI: « Gli obblighi internazionali assunti dall'Italia hanno un valore superiore a quello delle leggi ordinarie, le quali sono vincolate al loro rispetto a pena della violazione degli articoli 10 e 117 della Costituzione.