[pronunce]

pen.) anche con riguardo all’ipotesi in cui il delitto al quale la condotta si riferisce è quello previsto e punito dall’art. 416-bis cod. pen. , inoltre, la simulazione di reato (art. 367 cod. pen.). Secondo il rimettente, si tratta di tipi di reato caratterizzati da una identica oggettività giuridica consistente, così come per il delitto di falsa testimonianza, nell’interesse dello Stato alla retta amministrazione della giustizia. In particolare, tra il delitto di cui all’art. 372 cod. pen. e quello di favoreggiamento personale, punito con la pena della reclusione fino a quattro anni e, nell’ipotesi aggravata, con la reclusione non inferiore a due anni, sussiste un irragionevole trattamento sanzionatorio in quanto costituisce «una grave aporia della legge» prevedere che chi, come l’imputato, abbia commesso una infrazione modesta è punito come o più gravemente di chi abbia aiutato taluno ad eludere le investigazione dell’autorità. Un altro profilo di irragionevolezza risiede nella constatazione che, mentre in questa ultima fattispecie di reato la gravità edittale è graduata in relazione alla gravità del reato presupposto, ed è prevista la pena della multa nel caso in cui quest’ultimo è una contravvenzione, nel delitto di falsa testimonianza la misura della pena è unica qualunque sia il reato in relazione al quale è dichiarato il falso. Ad avviso del giudice a quo, poi, la disposizione denunziata viola l’art. 3 Cost. in quanto non è ragionevole punire il delitto di falsa testimonianza con la stessa pena prevista per il delitto di calunnia, connotato da maggiore gravità, in quanto offensivo non solo dell’interesse al corretto funzionamento dell’amministrazione della giustizia, ma anche dell’onore di colui che è falsamente incolpato di un reato. Infine, il minimo edittale previsto dalla disposizione censurata si pone in contrasto anche con l’art. 27, terzo comma, Cost., in particolare con la finalità rieducativa della pena, in quanto si presenta sperequato in eccesso rispetto a quei soggetti che «non presentano le stigmate della personalità criminale», non apparendo, pertanto, proporzionato al grado di effettivo disvalore dei fatti e alla personalità del reo. 2.— La questione non è fondata. 2.1. — Si deve premettere che l’art. 11, comma 2, del d.l. n. 306 del 1992, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 356 del 1992, ha elevato la misura della sanzione prevista per il delitto di falsa testimonianza, sostituendo alla originaria pena stabilita, nel minimo, in sei mesi di reclusione e, nel massimo, in tre anni di reclusione, quella più grave determinata in due anni di reclusione nel minimo ed in sei anni di reclusione nel massimo. Ciò secondo valutazioni operate in sede legislativa sulla gravità del fatto, che ne hanno progressivamente accentuato l’antigiuridicità. La modifica normativa del trattamento sanzionatorio per il delitto in questione, come si rileva dai lavori parlamentari, si inquadra nell’ambito di una più ampia esigenza avvertita dal legislatore di provvedere alla «ristrutturazione» dei delitti contro l’attività giudiziaria, approntando specifici strumenti di tutela del corretto svolgimento delle indagini preliminari e per salvaguardare la genuinità della prova. In questo quadro, dunque, l’innalzamento del trattamento sanzionatorio, previsto per il delitto di cui all’art. 372 cod. pen. , è stato dettato dalla necessità di preservare la veridicità della prova, non soltanto con riferimento ai procedimenti per reati di criminalità organizzata, in relazione ai quali essa risulta particolarmente esposta al pericolo di intimidazioni, ma soprattutto in relazione all’attuale modello di processo penale di tipo tendenzialmente accusatorio, con una disciplina che, prevedendo la formazione della prova in via prevalente in dibattimento, nel contraddittorio delle parti, ha attribuito ruolo primario alla testimonianza. Orbene, come questa Corte ha affermato con giurisprudenza costante, è possibile censurare la discrezionalità del legislatore in ordine alla individuazione delle condotte punibili ed alla determinazione del trattamento sanzionatorio soltanto nel caso in cui la stessa sia stata esercitata in modo manifestamente irragionevole, arbitrario o radicalmente ingiustificato (ex multis: sentenze n. 161 del 2009, n. 22 del 2007, n. 394 del 2006, n. 325 del 2005; ordinanze n. 41 del 2009 e n. 52 del 2008). Nel caso in esame si deve escludere, alla luce delle considerazioni ora svolte, che la determinazione del minimo edittale per il delitto de quo violi il principio di ragionevolezza o di proporzionalità, in quanto l’inasprimento della pena risulta giustificato dalle suddette esigenze; alle quali, peraltro, si deve aggiungere il rilievo che l’illecito in questione presenta un disvalore intrinseco che gli attribuisce carattere di gravità, anche se la circostanza oggetto di mendacio o di reticenza non desta particolare allarme sociale. Infatti, la falsa testimonianza turba comunque il normale svolgimento del processo, ne compromette lo scopo che è quello di pervenire a sentenze giuste, costituisce ostacolo all’accertamento giudiziale. Rientra, poi, nella discrezionalità del legislatore anche la facoltà di modulare il trattamento sanzionatorio in riferimento al dilagare di un fenomeno criminoso che si intende reprimere. Sotto tale profilo, il rimettente trascura di considerare la diversa incidenza del delitto in questione con riferimento alle molteplici realtà territoriali, nel momento in cui asserisce che «nessuna evidenza sociologica ha mai esaltato la recrudescenza nella società italiana» del delitto di falsa testimonianza. Né si può giungere ad altra conclusione per l’asserita disparità di trattamento, ravvisata dal giudice a quo con riguardo ad ipotesi di reato assimilabili al delitto di falsa testimonianza, quali la frode processuale, il favoreggiamento personale, anche con riferimento alla previsione dettata dal capoverso dell’art. 378 cod. pen. , e la simulazione di reato, e con riguardo a fattispecie connotate da maggiore gravità, come il delitto di calunnia. Le fattispecie poste a confronto, invero, ancorché catalogate tra i delitti contro l’attività giudiziaria, non hanno la stessa oggettività giuridica, sicché deve escludersi che il differente trattamento sanzionatorio, rispetto al delitto di falsa testimonianza, sia il frutto di una scelta arbitraria o ingiustificata (ex multis: sentenza n. 161 del 2009; ordinanze n. 229 del 2006, n. 170 del 2006, n. 45 del 2006 e n. 438 del 2001). Infatti, con la disposizione che sanziona il reato di falsa testimonianza il legislatore, come si è detto, ha inteso tutelare lo specifico interesse alla veridicità della prova testimoniale ed alla completezza della stessa in considerazione del ruolo primario svolto nel sistema processuale. La previsione che sanziona la frode processuale (art. 374 cod. pen.