[pronunce]

che detta condotta manifesterebbe «il vulnus ed il corto circuito processuale» che si sono creati nel procedimento principale, per cui un provvedimento ben motivato del giudice naturale è stato privato di efficacia con il ricorso ad «un soggetto terzo ed estraneo», il quale ha adottato un provvedimento di sospensione che riverbera i suoi effetti nel procedimento stesso paralizzandolo, pur in assenza di una modifica o revoca dell'ordinanza del 16 ottobre 2012, emessa dal precedente giudice; che, dunque, il Giudice istruttore ritiene che il pubblico ministero abbia adottato un atto che non gli spettava, alla luce di una corretta lettura dell'art. 20 della legge 44 del 1999, nel testo risultante dalla sentenza n. 457 del 2005 della Corte costituzionale; che, in particolare, con tale ultima sentenza, la Corte ha dichiarato l'illegittimità costituzionale dell'art. 20, comma 7, della legge n. 44 del 1999, limitatamente alla parola «favorevole»; che, infatti, la disposizione, nella formulazione allora vigente, prevedeva che la sospensione dei processi esecutivi, prevista al comma 4, in favore delle vittime di richieste estorsive, avesse effetto a seguito del parere favorevole del prefetto competente per territorio, sentito il presidente del tribunale; che, in particolare, la Corte ha osservato come detta norma operasse l'integrale attribuzione, ad un organo dell'amministrazione, del potere di valutazione in ordine alla sussistenza dei presupposti per la sospensione dei termini del processo esecutivo, sicché rispetto a tale valutazione l'autorità giudiziaria era chiamata a svolgere, attraverso la previsione del parere non vincolante del presidente del tribunale, soltanto una funzione consultiva; che ciò comportava la violazione dei principi costituzionali posti a presidio dell'indipendenza ed autonomia della funzione giurisdizionale, venendo ad essere investito il prefetto del potere di decidere sulle istanze di sospensione dei processi esecutivi promossi nei confronti delle vittime dell'usura, «potere che, proprio perché incidente sul processo e, quindi, giurisdizionale, non può che spettare in via esclusiva all'autorità giudiziaria»; che, pertanto, mediante l'ablazione della parola «favorevole», la Corte ha ritenuto che la norma potesse essere ricondotta a legittimità costituzionale, così restituendo alla funzione del prefetto un carattere consultivo, non vincolante, coerente con la natura giurisdizionale del provvedimento richiesto, ed il potere decisorio al giudice, che ne è il naturale ed esclusivo titolare; che, inoltre, il Giudice istruttore pone in rilievo come la disposizione di cui all'art. 20, comma 7, riformulata dall'art. 2, lettera d), della legge del 27 gennaio 2012, n. 3 (Disposizioni in materia di usura e di estorsione, nonché di composizione delle crisi da sovraindebitamento) - secondo cui le sospensioni dei termini processuali hanno effetto a «seguito del provvedimento favorevole del procuratore della Repubblica competente per le indagini in ordine ai delitti che hanno causato l'evento lesivo di cui all'articolo 3, comma, 1» - attribuisca il potere di sospensione ad «un altro organo giurisdizionale» (nella specie al Pubblico ministero della Procura di Padova); che, ad avviso del ricorrente, l'iniziativa del pubblico ministero in ogni caso compromette l'autonomia e l'indipendenza del potere giudiziario, sancite dagli artt. 101 e 104 Cost., e determina la violazione dell'art. 25 Cost.; che, sulla base di queste argomentazioni, il Giudice istruttore chiede alla Corte costituzionale di dichiarare «che non spettava al Pubblico Ministero del procedimento 3782/2011 RGNR procedere alla sospensione dei termini di prescrizione e di quelli perentori, legali e convenzionali, sostanziali e processuali, comportanti decadenze da qualsiasi diritto, azione eccezione nel procedimento 801/2011 R.G.»; Considerato che, in questa fase del giudizio, la Corte è chiamata a delibare, ai sensi dell'art. 37, terzo e quarto comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87 (Norme sulla costituzione e sul funzionamento della Corte costituzionale), l'ammissibilità del ricorso, valutando, senza contraddittorio, se sussistano i requisiti soggettivo ed oggettivo di un conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato; che, a tale fine, non rileva la forma dell'ordinanza rivestita dall'atto introduttivo, bensì la sua rispondenza ai contenuti richiesti dall'art. 37 della legge n. 87 del 1953 e dall'art. 24 delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale (sentenza n. 315 del 2006, ordinanze n. 402 del 2006 e n. 129 del 2005); che, dunque, la Corte costituzionale è chiamata a verificare, in camera di consiglio, l'esistenza o meno della «materia di un conflitto la cui risoluzione spetti alla sua competenza»; che, sotto il profilo soggettivo, la giurisprudenza costituzionale è costante nel riconoscere ai singoli organi giurisdizionali la legittimazione ad assumere la qualità di parte nei conflitti di attribuzione, in quanto, in posizione di piena indipendenza garantita dalla Costituzione, competenti a dichiarare definitivamente, nell'esercizio delle relative funzioni, la volontà del potere cui appartengono, ma solo limitatamente all'esercizio dell'attività giurisdizionale assistita da garanzia costituzionale (ordinanze n. 340 e n. 244 del 1999, n. 338 del 2007 e n. 87 del 1978); che, alla luce di tali principi, il ricorso è inammissibile; che il conflitto di attribuzione postula l'appartenenza degli organi o enti in conflitto a poteri diversi, mentre la fattispecie in esame coinvolge organi appartenenti, entrambi, al potere giudiziario, trattandosi di ricorso proposto da un giudice nei confronti del pubblico ministero; che, inoltre, il provvedimento di sospensione dei termini, emesso ai sensi dell'art. 20, comma 7, della legge n. 44 del 1999, non concernendo l'esercizio dell'azione penale, né attività di indagine ad essa finalizzata, non è espressione di attribuzioni costituzionali riconosciute al pubblico ministero, ai sensi dell'art. 112 Cost. (sentenze n. 410 e n. 110 del 1998, n. 420 del 1995 e n. 463 del 1993); che il ricorso è inammissibile anche per carenza del requisito oggettivo; che, nella specie, non è, infatti, configurabile alcuna lesione delle attribuzioni costituzionali del giudice quale conseguenza del provvedimento di sospensione dei termini emesso dal pubblico ministero; che, in concreto, il ricorrente dubita della legittimità costituzionale di una disposizione di legge che attribuisce un potere specifico al pubblico ministero, sicché difetta, nella fattispecie in esame, «la materia» stessa del conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato;