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Il disegno di legge si pone, peraltro, in continuità con il parere favorevole con raccomandazione espresso il 23 settembre 2021 dalla 6ª Commissione permanente (Finanze e tesoro), sull'atto del Governo n. 287, relativo allo « Schema di decreto legislativo recante norme di adeguamento della normativa nazionale alle disposizioni della direttiva (UE) 2019/2034, del Parlamento europeo e del Consiglio, del 27 novembre 2019, relativa alla vigilanza prudenziale sulle imprese di investimento e recante modifica delle direttive 2002/87/CE, 2009/65/CE, 2011/61/UE, 2013/36/UE, 2014/59/UE e 2014/65/UE, e per adeguamento della normativa nazionale alle disposizioni del regolamento (UE) 2019/2033, relativo ai requisiti prudenziali delle imprese di investimento e che modifica i regolamenti (UE) n. 1093/2010, (UE) n. 575/2013, (UE) n. 600/2014 e (UE) n. 806/2014, nonché modifiche al decreto legislativo 24 febbraio 1998, n. 58, e al decreto legislativo 1° settembre 1993, n. 385 ». Nel suddetto parere è stata espressa la raccomandazione al Governo di valutare l'opportunità di introdurre un differente sistema di vigilanza, di dare attuazione a quanto previsto dall'articolo 113, paragrafo 7, del regolamento (UE) n. 575/2013 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 26 giugno 2013, prevedendo idonei strumenti al fine di consentire che le banche di credito cooperativo possano, in alternativa all'adesione a gruppi bancari e nel rispetto di determinati requisiti patrimoniali e finanziari, adottare un diverso modello organizzativo di tutela istituzionale che tenga conto, similmente alle imprese di investimento, delle dimensioni, delle attività svolte e dei rischi sul sistema finanziario. La riforma del credito cooperativo, varata con il citato decreto-legge n. 18 del 2016 e in seguito solo in parte modificata, come noto, ha previsto che a partire dal 1° gennaio 2019, in assenza di adesione ad un gruppo bancario, una banca di credito cooperativo – salvo il caso in cui il patrimonio netto al 31 dicembre 2015 non fosse risultato superiore a 200 milioni di euro – non possa essere autorizzata all'esercizio dell'attività bancaria. Gli operatori del settore sono stati costretti a dover scegliere fra l'adesione ad un gruppo bancario cooperativo (GBC) e la prospettiva della liquidazione aziendale. In particolare, si è giunti a dover riconoscere alla capogruppo, in virtù di un semplice contratto di coesione, la funzione di direzione, coordinamento e controllo, oltre che di garanzia in situazioni di criticità. Per questo motivo, le BCC sono state costrette, per non cessare la loro attività, ad affiliarsi ad un gruppo bancario; ne è derivato che per la circostanza di essere considerate come un'unica entità economica hanno superato la dimensione di 30 miliardi di operatività e per questo sono state considerate, ai fini della valutazione dei rischi, come banche « significative », pur restando singolarmente di dimensioni patrimoniali « meno significative » (regolamento (UE) n. 468/2014 della Banca centrale europea, del 16 aprile 2014, articolo 40). L'intento della riforma del 2016 è stato quello di favorire sinergie negli investimenti e innalzare il livello di servizi offerti. Ciò, però, ha inevitabilmente comportato una sostanziale perdita dell'autonomia gestionale in capo alle singole banche aderenti ed un rilevante aumento della regolamentazione amministrativa. Ne è conseguito un incremento dell'incidenza dei costi amministrativi sui costi complessivi di gestione, soprattutto per le banche di credito cooperativo di minore dimensione a causa degli insostenibili e ingiustificabili appesantimenti burocratico-regolamentari legati all'eccessiva vigilanza, del tutto sproporzionata rispetto alla loro dimensione e operatività. Il crescente impegno derivante dall'adozione delle policy e dei regolamenti di gruppo, nonché dall'espletamento degli obblighi informativi per adempiere ai compiti di segnalazione, ha stressato la struttura organizzativa soprattutto delle banche « minori », sovraccaricando l'attività e penalizzato i conti economici. Recenti studi, condotti sui costi sostenuti da un campione di banche cooperative tedesche per adeguarsi ai requisiti regolamentari in materia di risk management , prestazione di servizi mobiliari, antiriciclaggio e information technology , hanno dimostrato che i costi di compliance assumono entità differenti in relazione alla dimensione delle banche e divengono eccessivi per gli intermediari di minori dimensioni, al punto da compromettere la loro capacità di essere competitive. Pertanto, se sul piano dei valori contabili consolidati i costi sostenuti per la compliance possono apparire poco gravosi o di poco in aumento, in realtà dalla disaggregazione del dato emerge come il maggior onere incida maggiormente sulle banche di minori dimensioni, influenzandone persino l'efficienza operativa. Le banche di credito cooperativo, infatti, devono oggi non soltanto sostenere elevati costi amministrativi per l'adesione ai gruppi bancari, ma subire il peso degli adempimenti burocratici legati alla classificazione di operatori « significativi », nell'ambito della valutazione generale dei rischi per il sistema bancario, ai sensi della disciplina dell'Unione europea, poiché aderenti ai GBC di dimensioni superiori alla soglia limite di 30 miliardi di euro. Per questa ragione, le banche di credito cooperativo sono attualmente considerate intermediari sistemici, indipendentemente dalla loro effettiva dimensione e operatività, e sono soggette al Meccanismo di vigilanza unico della Banca centrale europea (BCE). Tale situazione, se da un lato determina un più elevato livello di garanzie per il sistema finanziario, dall'altro produce un eccesso di adempimenti non proporzionati e giustificati rispetto alla loro stessa effettiva funzionalità. Ciò riguarda soprattutto gli aspetti normativi, organizzativi, amministrativi, il profilo valutativo del rischio, nonché dei requisiti prudenziali degli accantonamenti, i quali finiscono per risultare eccedenti rispetto ai reali e potenziali rischi assunti. La classificazione come « significative » delle BCC ha portato al paradosso che il numero delle banche italiane direttamente vigilate dalla BCE è di quasi il 60 per cento, contro l'1 per cento della Germania (si veda la relazione del Comitato per la sicurezza della Repubblica (Copasir) del 5 novembre 2020), a fronte di un tessuto economico-produttivo diverso. L'impianto normativo della riforma del 2016, risulta, peraltro, non coerente nella sua stessa formulazione rispetto all'intento della regolamentazione europea. Nella fattispecie, le singole banche di credito cooperativo controllano, su base azionaria, la capogruppo di riferimento, che di fatto esercita il controllo sulle stesse in forza dell'attività di direzione e coordinamento, ai sensi dell'articolo 2497 del codice civile.