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Non so se questo sia o no vero, probabilmente è verosimile e lo vedremo molto presto. Concludo rassicurando i colleghi del Partito Democratico, che ieri hanno parlato a sproposito dicendo che il nostro voto prelude a una nuova maggioranza, che non c'è alcuna nuova maggioranza. Noi rimaniamo dove eravamo, a fare la nostra opposizione patriottica e non pregiudiziale. Non c'è stata alcuna trattativa, non c'è stato alcuno scambio, perché non c'è stato mai alcun incontro con alcuno per chiedere in cambio alcunché. Il nostro voto è favorevole semplicemente perché è quello che abbiamo promesso ai nostri elettori in campagna elettorale e perché è quanto appartiene alla nostra storia politica. Niente di più e niente di meno. (Applausi dal Gruppo FdI) . STEFANO (PD) . Excusatio non petita . ZANDA (PD) . Domando di parlare per dichiarazione di voto. PRESIDENTE. Ne ha facoltà. ZANDA (PD) . Signor Presidente, stiamo per votare una modifica della Costituzione che riduce il numero dei parlamentari ed io, annunciando il voto contrario del Partito Democratico, cercherò di dare a questo provvedimento una lettura politica, senza andare dietro alla volgarità di chi vuole il taglio dei parlamentari per ridurre i costi della politica. Questa mattina l'onorevole Di Maio ha detto «Ne mandiamo a casa un bel po', 345 poltrone di meno». Confondere ora consapevolmente il costo della mala-politica con le necessità economiche vitali per la sopravvivenza di tutte le democrazie non è solo falsità, ma è anche cosa politicamente molto volgare. Sappiamo bene che non sarà certo la riduzione del numero dei senatori e dei deputati che riuscirà a salvare una democrazia malata come la nostra. Per cui mi rivolgo a lei, signor Presidente, pensando al futuro del Paese e dico subito che oggi sarebbe stato molto più utile un pacato confronto in Aula sulle condizioni della nostra democrazia, che è la grande questione che dovrebbe assillarci. Da tempo il Parlamento non viene più chiamato ad ampi dibattiti sui grandi temi che agitano il Paese, ma oggi non comprendere che siamo vicini a un collasso democratico è veramente troppo, anche per un Parlamento pigro come il nostro. E non si può certo dire che siano mancati i segnali chiari del declino. Trent'anni di esproprio del potere legislativo parlamentare da parte di Governi di ogni colore, compreso il giallo-verde, Governi che si auto-attribuiscono il ruolo di legislatori e usano ininterrottamente i decreti legge al posto delle leggi ordinarie; trent'anni di studi, di dibattiti, di ricerche accademiche, di poderosi tentativi parlamentari di modificare il nostro assetto istituzionale, tutti risolti in sonori fallimenti, con bocciature parlamentari o referendarie. In Parlamento, in dottrina, nell'opinione pubblica, la riduzione del numero dei parlamentari è sempre stata largamente condivisa, anche da me, ma solo come complemento di riforme più ampie. Ora il contesto politico è molto diverso rispetto a soli pochi anni fa quando vivevamo in un clima di grandi riforme. Oggi è palese che al Governo e alla maggioranza la riduzione del numero dei parlamentari non serve per rianimare la democrazia e rafforzare il Parlamento, ma è una scorciatoia per indebolirli, con il retro pensiero che meno deputati e meno senatori, sin dal momento della formazione delle liste elettorali, siano meglio controllabili e quindi più funzionali a un progetto politico che, passo dopo passo, sta mostrando la sua faccia peronista. (Applausi dal Gruppo PD) . In un tempo difficile come quello che stiamo vivendo quando tutte le previsioni saltano e quel che prima sembrava impossibile ora si avvera, la questione più seria, più pericolosa e più rischiosa è l'attacco sistematico che le dottrine e i movimenti politici illiberali stanno portando alla democrazia parlamentare, sconvolgendone il carattere e modificandone la natura. È un attacco che investe tutto l'Occidente e colpisce in diversa misura democrazie antiche e forti come quella americana o quella britannica e democrazie più recenti e più deboli come quella italiana. Su quanto siano salate le conseguenze del declino del Parlamento, dobbiamo intenderci. La centralità del Parlamento è una questione più seria delle pur serissime migrazioni, della crisi economica, della scuola, delle infrastrutture e persino dello sviluppo economico e sociale. Sono tutti problemi gravissimi. Ci vorrà tempo, ma sono tutte crisi che con la volontà, l'intelligenza e il lavoro degli uomini si possono risolvere. L'impotenza del Parlamento è invece il pericolo immediato che dobbiamo più temere, perché determina rischi irreversibili che nessuna democrazia sarà mai in grado di controllare. Come insegna la storia, e non solo quella contemporanea, ma anche la storia moderna e antica, senza un reticolo mondiale di forti democrazie, le nazioni che distruggono i propri Parlamenti finiscono in balia di nazionalismi e di regimi autoritari e per il mondo c'è un solo tragico destino: la guerra. Uso la parola guerra con grande tremore, Presidente, ma credo che, quando la posta è così alta, il rispetto per il mandato di noi senatori ci impegni a dire con franchezza, così come le vediamo, anche le cose che non ci piacciono. E tutti noi vediamo come il nazionalismo sia sinonimo dell'egoismo delle nazioni, così come vediamo che i regimi autoritari sono quelli dove una sola persona comanda su tutti gli altri. La miscela tra nazionalismo e autoritarismo ha sempre negato la pace, l'ha sempre resa impossibile. Ha sempre portato, inevitabilmente e fatalmente, alla guerra. Non siamo noi a dirlo, lo dice la storia di tutti i tempi. (Brusio) . Presidente, è molto difficile parlare in quest'Aula. Le chiedo di richiamare l'Assemblea a una compostezza almeno verbale, perché è impossibile intervenire. PRESIDENTE. La Presidenza c'è. (Commenti dal Gruppo PD) . ZANDA (PD) . Credo che molti di noi sappiano quali sono i fatti politici concreti che ci fanno temere per la nostra democrazia e quale sia il contesto che, dietro la riduzione del numero dei parlamentari, ci fa vedere la volontà di colpire il Parlamento. Il carattere elementare che favorisce la diffusione dell'autoritarismo nei gangli della società, tra la gente, il brodo di coltura di ogni forma di peronismo, è l'uso di un linguaggio degradato, fatto di insulti, turpiloqui; fatto di un rancore che debbo chiamare sessista - anche se a qualcuno questa parola non piace - di minacce, di violenza psicologica, di dileggio dei valori della Costituzione e dei poteri dello Stato. C'è un nesso tra le parole usate da chi sta al Governo e la sua idea di democrazia. La democrazia è un sistema molto delicato e chi governa ha il dovere di lavorare per consolidarne le fondamenta, non di scuoterla con parole violente che le fanno più male di tanti atti di malgoverno. Il linguaggio è un grande rivelatore del nostro pensiero e mostra ciò che, pur pensandolo, noi vorremmo che rimanesse segreto. Il linguaggio che da più di un anno compare in tutte le cronache politiche dice molto anche della personalità dei due uomini che oggi orientano, anzi dominano, la scena politica italiana: i due Vice Presidenti del Consiglio e ripeto: di entrambi i Vice Presidenti. Litigare continuamente tra di loro come due comari al mercato;