[pronunce]

sicché la tesi secondo cui nel caso di specie la mancata restituzione delle somme versate darebbe luogo ad una ipotesi di arricchimento senza causa è destituita di fondamento in quanto essa non considera che, data la natura solidaristica dei sistemi previdenziali anche dei liberi professionisti, non è configurabile un generale diritto degli assicurati, che non abbiano goduto delle prestazioni attese, ad ottenere la restituzione di quanto versato agli enti previdenziali di appartenenza. Il versamento dei contributi, infatti, è finalizzato al conseguimento di un interesse collettivo, senza che esista alcuna relazione di sinallagmaticità tra obbligazione contributiva ed erogazione di prestazioni previdenziali. Ne consegue che il diritto dell'interessato alla restituzione dei contributi non utilizzati può sussistere solo se specificamente attribuito da apposite norme derogatorie rispetto ai principi generali applicabili in materia di previdenza e, come tali, di stretta interpretazione. Una di queste norme è rappresentata dall'art. 21 della legge n. 21 del 1986, invocato dalla ricorrente, la cui applicazione presuppone che chi vuole ottenere la restituzione delle somme versate fornisca la prova della sussistenza dei requisiti richiesti dalla legge per conseguire il risultato sperato. Nel caso di specie tali requisiti non sussistono, in quanto l'art. 8 della legge n. 45 del 1990 esclude espressamente il diritto al suddetto rimborso nei confronti dei soggetti che si siano avvalsi della facoltà di ricongiunzione prevista dalla stessa legge n. 45 del 1990. Tale esclusione non può destare stupore alla luce di quanto si è detto in merito alla natura solidaristica dei sistemi previdenziali e alla assoluta eccezionalità delle norme che prevedono la possibilità di conseguire la restituzione delle somme versate. Occorre poi tenere presente, secondo la Cassa, che i contributi oggetto di ricongiunzione sono «il risultato di una confluenza fra vari tipi di contributi», per cui l'interessato non potrebbe invocare per la totalità dei medesimi il regime più favorevole riconosciuto ad una sola parte di tali contributi; nel caso di specie, infatti, l'accoglimento della questione porterebbe all'assurda conseguenza di consentire la ripetizione di contributi versati presso l'INPS, pacificamente irripetibili per tutti i lavoratori dipendenti. L'esercizio della facoltà di ricongiunzione, del resto, è un diritto potestativo del libero professionista che è chiamato a compiere un bilanciamento tra le varie opzioni che gli si offrono, onde valutarne le conseguenze più o meno favorevoli; sicché l'irripetibilità dei contributi, nota all'interessato, è da considerare uno dei rischi collegati con l'esercizio della facoltà di ricongiunzione. Va detto, infine, che, anche limitando, come fa lo stesso giudice a quo, l'eventuale diritto al rimborso ai contributi versati direttamente alla Cassa e alle somme corrisposte per la ricongiunzione, l'attuale questione di legittimità costituzionale, secondo quanto si desume dalla stessa ordinanza di rimessione, è condizionata «alla sussistenza dei presupposti finanziari e di bilancio … che da lungo tempo la Corte considera valore del sistema da apprezzare unitamente agli altri parametri di costituzionalità» (sentenza n. 404 del 2000). 5. –– Si è costituita in giudizio anche la ricorrente chiedendo, invece, che la questione sia dichiarata fondata. La parte privata, nel ribadire, sostanzialmente, le argomentazioni del giudice remittente, evidenzia che la norma in oggetto viola il principio di uguaglianza in quanto «tratta irragionevolmente in modo diverso situazioni uguali»; sarebbe possibile, ad esempio, la ripetizione per chi avesse versato trentaquattro anni di contributi tutti in favore della Cassa e sarebbe invece negata analoga possibilità per chi avesse versato i medesimi anni di contribuzione tramite la ricongiunzione. L'auspicata rimborsabilità dovrebbe quindi essere estesa anche ai contributi trasferiti dall'INPS alla Cassa convenuta, mentre altri profili, come quello relativo alla legittimità o meno della previsione del diritto alla ripetizione dei contributi, non sono oggetto di rimessione e comunque attengono al merito di scelte discrezionali del legislatore non sindacabili davanti alla Corte costituzionale. 6. –– È intervenuto in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che la questione sia dichiarata infondata. La difesa erariale afferma, in primo luogo, di non condividere la premessa logica da cui muove il remittente, rappresentata dalla asserita identità della situazione del professionista che versa esclusivamente i contributi alla rispettiva Cassa previdenziale e di quella del professionista che si avvalga della facoltà, prevista dalla legge n. 45 del 1990, di chiedere la ricongiunzione di tutti i periodi di contribuzione ovunque versati. La specificità dell'istituto della ricongiunzione, nei termini esattamente individuati dalla Corte di cassazione specialmente nella sentenza 13 dicembre 1999, n. 13987, «svincola del tutto la relativa disciplina dalle regole che sovrintendono al differente rapporto tra professionista e Cassa previdenziale e, quindi, giustifica il diverso trattamento anche con riferimento alla ripetizione dei contributi versati». In altri termini, la contestata esclusione del diritto al rimborso è perfettamente corrispondente alla logica che ispira tutta la normativa dettata dalla legge n. 45 del 1990 nella quale va attribuito un ruolo centrale alla disposizione dell'art. 4, comma 3, secondo cui l'accettazione – che può anche essere implicita e consistere nel versamento, anche parziale, di quanto dovuto – da parte dell'interessato della proposta della gestione previdenziale circa le modalità e l'entità dell'onere della ricongiunzione, determinando l'irrevocabilità della relativa domanda, esclude che eventi sopravvenuti possano influire sull'avvenuto perfezionamento dell'intervenuto negozio bilaterale di natura pubblicistica al cui complesso iter formativo ha dato l'avvio la scelta iniziale dell'assicurato di esercitare la facoltà prevista dalla legge n. 45 del 1990.1. — Il Tribunale di Torino dubita, in riferimento all'art. 3 della Costituzione, della legittimità costituzionale dell'art. 8 della legge 5 marzo 1990, n. 45 (Norme per la ricongiunzione dei periodi assicurativi ai fini previdenziali per i liberi professionisti), nella parte in cui dispone che non si applichi l'art. 21 della legge 29 gennaio 1986, n. 21 (Riforma della Cassa nazionale di previdenza e assistenza a favore dei dottori commercialisti), il quale prevede il diritto alla restituzione dei contributi a favore dei dottori commercialisti che cessano dalla iscrizione alla Cassa senza aver maturato i requisiti per il diritto a pensione, o dei loro eredi. Secondo il remittente la norma censurata è irragionevole perché, mentre la ricongiunzione non comporta alcun onere per la Cassa, costituisce un arricchimento privo di causa il trattenimento dei contributi versati dal professionista senza che alcuna prestazione costui o i suoi eredi abbiano conseguito. 2.—