[pronunce]

che, per costante affermazione di questa Corte, peraltro, il giudice – quanto meno in assenza di un orientamento giurisprudenziale consolidato – ha il dovere di seguire l'interpretazione da lui ritenuta più adeguata ai principî costituzionali, configurandosi, altrimenti, la questione di costituzionalità quale improprio strumento volto ad ottenere l'avallo della Corte a favore di una determinata interpretazione della norma (cfr., ex plurimis, ordinanze n. 89 del 2002; n. 367 del 2001; n. 7 del 1998) ; che, nella specie, si è in effetti al cospetto di una situazione di contrasto interpretativo interno alla giurisprudenza, riguardo alla portata da annettere alla formula «provvedimenti conseguenti», che figura nell'art. 673, comma 1, del codice di rito: contrasto che il giudice a quo, pur mostrando di perseguire il medesimo risultato che scaturisce dall'«interpretazione adeguatrice» adottata dalla giurisprudenza prevalente, ritiene di dover risolvere, non attraverso il consolidamento di quella opzione emeneutica, reputata conforme a Costituzione – se del caso, devolvendo alle Sezioni unite la composizione del contrasto stesso – ma sollevando un dubbio di legittimità costituzionale sulla base dell'interpretazione contraria; che, in simile situazione, la questione di costituzionalità finisce dunque per tradursi in «un improprio tentativo per ottenere dalla Corte costituzionale l'avallo a favore di un'interpretazione, contro un'altra interpretazione, senza che da ciò conseguano differenze in ordine alla difesa dei principi e delle regole costituzionali, ciò in cui, esclusivamente, consiste il compito della giurisdizione costituzionale» (cfr. sentenza n. 356 del 1996); che tale considerazione assorbe ogni ulteriore rilievo, in particolare riguardo alla effettiva possibilità di assumere la disciplina di cui all'art. 671, comma 3, cod. proc. pen. come parametro normativo di raffronto nella materia in esame, ai fini della verifica del rispetto del principio di uguaglianza, conformemente alla prospettazione del giudice rimettente: possibilità già negata da questa Corte – in presenza, peraltro, di un quadro interpretativo giurisprudenziale diverso dall'attuale – con riferimento a questione sostanzialmente analoga (cfr. ordinanza n. 360 del 2002); che la questione deve essere pertanto dichiarata manifestamente inammissibile. Visti gli artt. 26, secondo comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87 e 9, comma 2, delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale.. . per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE dichiara la manifesta inammissibilità della questione di legittimità costituzionale dell'art. 673 del codice di procedura penale, sollevata, in riferimento all'art. 3 della Costituzione, dalla Corte di cassazione con l'ordinanza in epigrafe. Così deciso in Roma, nella sede della Corte Costituzionale, Palazzo della Consulta, il 23 maggio 2005. F.to: Piero Alberto CAPOTOSTI, Presidente Giovanni Maria FLICK, Redattore Giuseppe DI PAOLA, Cancelliere Depositata in Cancelleria il 26 maggio 2005. Il Direttore della Cancelleria F.to: DI PAOLA