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Di particolare rilievo la fattispecie di «frode in materia ambientale» (introdotta con l’articolo 452- quinquies ), con la quale si prevede una disposizione con i caratteri propri della specialità fra fattispecie, rispetto ai reati di falso già previsti nel codice penale, punita più severamente per il caso in cui i documenti siano afferenti alla materia ambientale (ossia riguardino i regimi autorizzatori che hanno come obiettivo il controllo dei soggetti che svolgono attività di impresa o le altre prescrizioni ambientali). All’atto falso è equiparato il documento illecitamente ottenuto, ossia frutto di corruzione ovvero rilasciato a seguito di utilizzazione di mezzi di coercizione fisica o morale nei confronti dei soggetti pubblici demandati al suo rilascio. Una specifica clausola (terzo comma) equipara l’autorizzazione in materia ambientale, ottenuta illecitamente, alla situazione di mancanza di autorizzazione. Per bilanciare il rigore sanzionatorio, introdotto per adeguare la normazione italiana agli standard europei, ma anche per perseguire delle linee di politica criminale volte all’incentivazione delle condotte di collaborazione e di ripristino dell’ambiente nello status quo ante la perpetrazione del crimine ambientale, viene introdotta una specifica norma (articolo 452- sexies , sul ravvedimento operoso). Essa stabilisce alcuni effetti premiali per le condotte post delictum poste in essere dall’autore del reato: in primo luogo, una consistente diminuzione di pena per chi si adopera per evitare che il delitto sia portato a conseguenze ulteriori e collabora anche con l’autorità di polizia o giudiziaria ai fini di agevolare l’accertamento del reato e di individuare i responsabili dello stesso. Un’altra diminuzione di pena, di minore consistenza -- sempre successiva rispetto alla realizzazione del fatto delittuoso -- consiste nelle condotte volontarie di messa in sicurezza, bonifica e, ove possibile, ripristino dello stato dei luoghi, purché poste in essere prima dell’apertura del dibattimento. Questa previsione di carattere premiale assume una consistente rilevanza atteso che la bonifica e il ripristino sono comunque obblighi aggiuntivi per l’autore del reato, ai quali dovrà essere data ottemperanza a seguito dell’ordine del giudice emesso con la sentenza di condanna o di patteggiamento (articolo 452- septies , secondo comma). Del resto, in materia ambientale l’effettività del sistema sanzionatorio è affidata anche a un corredo di pene accessorie, previste nella medesima disposizione. Dato che la criminalità ambientale è criminalità di profitto, sovente su base organizzata, diventano indispensabili misure sanzionatorie che colpiscano i patrimoni mediante la confisca dei profitti del reato, la quale deve essere prevista come obbligatoria anche nel caso in cui il procedimento penale si concluda con l’applicazione della pena su richiesta delle parti prevista dall’articolo 444 del codice di procedura penale. A tale obiettivo risponde la disposizione dell’articolo 452- octies . Inoltre, qualora sia impossibile confiscare i proventi di reati di tipo ambientale, è stabilita la confisca cosiddetta «per equivalente». I crimini ambientali previsti dal titolo VI- bis introdotto nel libro secondo del codice penale vengono inoltre inclusi nella disposizione di cui all’articolo 12- sexies del decreto-legge 8 giugno 1992, n. 306, convertito, con modificazioni, dalla legge 7 agosto 1992, n. 356, che prevede per i condannati la confisca dei patrimoni, che risultano sproporzionati rispetto al reddito, accumulati per effetto delle condotte criminali. Con l’articolo 2 del disegno di legge sono introdotte norme specifiche che prevedono la responsabilità amministrativa delle persone giuridiche per i delitti ambientali, in ottemperanza agli impegni europei e internazionali. Il sistema disciplinato dal decreto legislativo 8 giugno 2001, n. 231, rappresenta la cornice generale per costruire la responsabilità dei soggetti giuridici conseguente a un reato, ed è base anche per la costruzione di un diritto sanzionatorio unitario in materia di enti. Già, del resto, l’articolo 11, comma 1, lettera d) , della legge delega 29 settembre 2000, n. 300, includeva, tra i delitti suscettibili di responsabilità amministrativa per l’ente, i reati in materia ambientale, ma il Governo ritenne allora di non esercitare la delega sul punto. Con il presente disegno di legge viene prevista la responsabilità dell’ente nel caso in cui il crimine ambientale sia commesso nel suo interesse o a suo vantaggio e sono anche fissate le sanzioni pecuniarie, graduate secondo gli effetti del reato, nonché le sanzioni interdittive. Inoltre è anche introdotta una disposizione che ha lo scopo di valorizzare la collaborazione attiva dell’ente, attenuando la sua responsabilità, disposizione che si colloca sulla linea delle prassi di altri Paesi in materia di tutela ambientale. Se, infatti, l’obiettivo primario di una rivisitazione del sistema penale in materia ambientale è di scoraggiare ogni aggressione all’ambiente, in forma individuale od organizzata, aspetto fondamentale di tale strategia non può non essere anche quello di promuovere un vero e proprio mutamento culturale nel mondo imprenditoriale: persuadere le imprese che, investendo in ecologie pulite, in aderenza con il progresso scientifico e tecnologico, investono anche in un futuro sociale ed economico che ne potrà accrescere la competitività. Per incentivare la collaborazione pronta e leale della persona giuridica, inoltre, lo stesso articolo 2 del presente disegno di legge introduce l’articolo 26- bis nel decreto legislativo n. 231 del 2001, prevedendo la non applicazione della sanzione accessoria della pubblicazione della sentenza di condanna, ai sensi dell’articolo 18 del medesimo decreto legislativo.. Art. 1. (Introduzione del titolo VI- bis nel libro secondo del codice penale) 1. Nel libro secondo del codice penale, dopo il titolo VI è inserito il seguente: «TITOLO VI- BIS DEI DELITTI CONTRO L’AMBIENTE Art. 452- bis. -- (Violazione dolosa delle disposizioni in materia ambientale). -- Salvo che il fatto costituisca più grave reato, chiunque viola le disposizioni aventi forza di legge in materia di tutela dell’aria, delle acque, del suolo, del sottosuolo, nonché del patrimonio artistico, architettonico, archeologico o storico, è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni. Salvo che il fatto costituisca più grave reato, chiunque abusivamente, al fine di conseguire un ingiusto profitto, con una o più operazioni, cede, riceve, trasporta, esporta, importa, o comunque gestisce ingenti quantitativi di rifiuti è punito con la reclusione da uno a cinque anni e con la multa da euro 5.000 a euro 50.000. La pena è aumentata se da uno dei fatti di cui al primo e al secondo comma deriva pericolo per l’aria, le acque, il suolo e il sottosuolo; se ne deriva pericolo per la vita o l’incolumità delle persone, la pena è della reclusione da due a cinque anni. La pena è della reclusione da due a sei anni se da uno dei fatti di cui al primo e al secondo comma deriva un danno per l’aria, le acque, il suolo e il sottosuolo; se ne deriva un danno per un’area naturale protetta, la pena è della reclusione da tre a sette anni.