[pronunce]

– La disposizione impugnata non può ritenersi lesiva dell'art. 3 Cost. neppure sotto l'ulteriore profilo – oggetto di denuncia da parte dallo stesso Tribunale di Montepulciano – della disparità di trattamento fra il soggetto che, imputato di più reati in continuazione, di competenza in parte del giudice di pace e in parte di altro giudice, sarebbe costretto ad affrontare processi separati davanti a giudici diversi; e l'imputato di più reati, egualmente esecutivi del medesimo disegno criminoso, ma di competenza del tribunale, o del tribunale e della corte d'assise, cui sarebbe viceversa garantito – alla luce dell'attuale testo dell'art. 12, comma 1, lettera b), cod. proc. pen. – il «diritto ad un unico giudizio». Innanzi tutto, parlare, nel secondo caso, di «diritto ad un unico giudizio» è improprio. La sussistenza di un'ipotesi di connessione non comporta automaticamente il simultaneus processus: la riunione dei processi connessi, persino quando pendano nello stesso stato e grado davanti al medesimo giudice, può essere disposta o meno in base ad una valutazione discrezionale, che tiene conto del possibile pregiudizio che ne potrebbe derivare alla sollecita definizione (art. 17 cod. proc. pen.). Peraltro, resta dirimente la considerazione che la disparità di trattamento censurata non può ritenersi priva di giustificazione. Essa trova, infatti, la sua ratio – secondo quanto in precedenza rilevato – nelle peculiarità della giurisdizione penale del giudice di pace, che il favor separationis mira a preservare e che – per costante giurisprudenza di questa Corte – si esprime in un modulo processuale improntato a finalità di snellezza, semplificazione e rapidità, tali da renderlo non comparabile con il procedimento davanti al tribunale e da giustificare, comunque, sensibili deviazioni rispetto al modello ordinario (ex plurimis, sentenze n. 426 e n. 298 del 2008; ordinanze n. 28 del 2007, n. 415 e n. 85 del 2005). 5.4. – Un vulnus dell'art. 3 Cost. non discende neppure dalla circostanza che l'art. 6, comma 1, del d.lgs. n. 274 del 2000 possa rendere problematica o addirittura precludere l'applicazione dell'istituto della continuazione in sede cognitiva. Il diritto dell'imputato di fruire del più favorevole trattamento previsto dall'art. 81 cod. pen. resta, infatti, salvaguardato dalla possibilità di richiedere l'applicazione della disciplina della continuazione al giudice dell'esecuzione, ai sensi dell'art. 671 cod. proc. pen. , con conseguente assenza di ogni pregiudizio sostanziale (sentenza n. 52 del 1995, con riferimento alla fattispecie di esclusione della connessione prevista dall'art. 14, comma 2, cod. proc. pen.). Né si può definire detto intervento in sede di esecuzione – come opina il Tribunale di Velletri – una complicazione «gratuita», ossia priva di logica: trattandosi del naturale riflesso del favor separationis che ispira la norma impugnata, ed in rapporto al quale valgono, dunque, le medesime ragioni che sorreggono detto favor. Del resto, su un piano generale e di equilibrio del sistema processuale a tendenza accusatoria, si deve osservare, da un lato, che la continuazione ben può essere riconosciuta nei congrui casi anche in sede di cognizione a prescindere dalla riunione dei processi e, dall'altro, che proprio le previsioni dell'art. 671 cod. proc. pen. rendono palese e attuano l'intenzione del legislatore di agevolare senza pregiudizio alcuno, specie per le garanzie difensive, processi separati, quando la riunione potrebbe ritardarne la definizione; e ciò, in conformità con il precetto costituzionale di assicurarne la ragionevole durata (art. 111, secondo comma, Cost.). 5.5. – Va escluso, altresì, che – contrariamente a quanto assume il Tribunale di Montepulciano – la norma impugnata si ponga in contrasto con l'art. 24 Cost., avuto riguardo all'«aggravio ingiustificato del diritto di difesa», con maggiorazione dei relativi costi, che deriverebbe dalla celebrazione di processi separati per i reati in continuazione. Come questa Corte ha più volte affermato, infatti, una compromissione costituzionalmente rilevante del diritto di difesa è ravvisabile solo quando vengano imposti alla parte oneri o adempimenti tali da renderne impossibile o estremamente difficile l'esercizio, onde non basta, per dimostrare la compromissione stessa, allegare mere difficoltà di fatto o generici incrementi delle spese difensive conseguenti, in assunto, a determinate scelte legislative in tema di disciplina degli istituti processuali (ordinanze n. 386 del 2004 e n. 193 del 2003). Nella specie, il diritto di difesa non appare compromesso, potendo l'imputato esplicarlo, con pienezza di garanzie, in tutte le diverse sedi processuali nelle quali vengono esaminati i reati esecutivi del medesimo disegno criminoso (in senso analogo, con riferimento alla disciplina della connessione, si veda già la sentenza n. 198 del 1972). 5.6. – Quanto, poi, alla lesione dell'art. 97 Cost., dedotta dal medesimo Tribunale, il parametro evocato è inconferente. Secondo la consolidata giurisprudenza di questa Corte, il principio di buon andamento dei pubblici uffici è riferibile all'amministrazione della giustizia solo per quanto attiene all'organizzazione e al funzionamento degli uffici giudiziari, ma non anche in rapporto all'attività giurisdizionale in senso stretto (ex plurimis, sentenze n. 272 del 2008 e n. 117 del 2007; ordinanze n. 27 del 2007 e n. 455 del 2006; e, con specifico riferimento alla disciplina della connessione nel processo civile, ordinanza n. 398 del 2000). 5.7. – La censura relativa all'art. 111 Cost. formulata dal Tribunale di Montepulciano è manifestamente inammissibile, in quanto sostanzialmente priva di motivazione. Nel sintetizzare l'eccezione di incostituzionalità sollevata dalla difesa, che dichiara di far propria, il rimettente si limita, difatti, ad affermare apoditticamente che la moltiplicazione dei procedimenti suscettibili di trattazione unitaria non contribuirebbe alla realizzazione dei principi del «giusto processo»: ma non spiega affatto sotto quale specifico profilo né per quale ragione. È pacifico, nella giurisprudenza costituzionale, che l'ordinanza di rimessione non possa essere motivata tramite il mero riferimento per relationem ad atti di parte, dovendo il giudice a quo esporre compiutamente i motivi del proprio convincimento circa l'incostituzionalità della norma denunciata (ex plurimis, ordinanze n. 423 e n. 125 del 2005). In questa prospettiva, deve altresì escludersi che l'originario difetto di motivazione, in parte qua, dell'ordinanza del Tribunale di Montepulciano possa essere sanato, a posteriori, dalle deduzioni svolte, con riferimento al parametro costituzionale in discorso, dalla parte privata costituita. 5.8.