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All'articolo 69 della Costituzione venne data una prima attuazione con la legge 9 agosto 1948, n. 1102, del Governo De Gasperi, la quale strutturò l'indennità parlamentare in due voci distinte: la prima costituita da una quota fissa mensile di 65.000 lire; la seconda da una diaria, a titolo di rimborso spese per la partecipazione alle sedute, il cui ammontare veniva demandato ad apposita deliberazione degli Uffici di Presidenza delle rispettive Camere, tenendo conto della residenza o meno nella Capitale di ciascun membro del Parlamento. Tradotto ai giorni nostri: 1.230 euro fissi più un gettone di 100 euro scarsi al giorno legato alla effettiva presenza. Togliendo i fine settimana, i lunedì e i venerdì - giorni in cui le convocazioni erano e sono rare - la cifra ammontava a non più di 2.500 euro al mese. Entrambi gli emolumenti erano esentasse. Che l'aria sarebbe ben presto cambiata lo dimostra una legge emanata dal Governo Segni nel 1955 recante disposizioni per le concessioni di viaggio sulle Ferrovie dello Stato, pensata per garantire l'esercizio del mandato popolare. L'atteggiamento virtuoso durò poco. Le fatiche di un'Italia distrutta dalla guerra ed impoverita furono via via dimenticate. Dal 1955 inizia l'accrescimento progressivo di indennità e rimborsi. Abbiamo vissuto periodi di crescita economica e ci stava anche un simile processo. Crescevano l'economia, l'occupazione, la produzione e la ricchezza di noi italiani tutti. Crebbe, poi, negli anni Ottanta - ahinoi - anche il debito pubblico per continuare a sostenere una crescita economia che già non c'era più. Con la caduta del muro di Berlino, il corso della storia cambiò ancora e cambiarono gli indici di crescita economica della nostra Italia. Alla fine del 2008 arrivò la tempesta economico-finanziaria. Videro la luce i primi pavidi tentativi di contenere i costi della spesa pubblica e anche della politica che erano diventati incontrollati ed incontrollabili, costi che non stavano più seguendo il corso della storia. Tante proposte e tanti tentativi di tagli alla spesa e al numero dei parlamentari. Da più di un decennio solo parole. Oggi si fa sul serio e nessuno può e deve dubitarne. Oggi si lavora per un Parlamento più snello e più efficiente (Applausi dal Gruppo M5S) , più vicino ai cittadini e che con questi condivide le difficoltà di un periodo dal quale si verrà fuori con la ricostruzione del rapporto di fiducia fra chi governa e chi è governato. Siamo consapevoli del fatto che il bilancio complessivo di Camera e Senato rappresenta circa lo 0,21 per cento della spesa pubblica e lo 0,1 per cento del PIL. Parliamo di circa 1,5 miliardi di euro, ma ogni grande edificio è fatto di piccoli mattoni, e i mattoni sono tutti utili alla stabilità di quell'edificio. Sono stati chiesti sacrifici agli italiani ed i primi a farli dobbiamo essere noi eletti. È semplicemente una questione di coerenza, niente di più. Si chiama Stato solidale, niente di più. È l'affermazione di una autentica democrazia, quella che non cura gli interessi di pochi, ma gli interessi di molti, come disse Pericle qualche millennio fa agli ateniesi. Rimbocchiamoci le maniche. Si riparte dalla fiducia e noi siamo fiduciosi. PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Floris. ne ha facoltà. FLORIS (FI-BP) . Signor Presidente, ministro Fraccaro, colleghe e colleghi, ho chiesto di fare un breve intervento per valutare gli effetti che questa mini riforma della Costituzione ha sulla Regione da cui provengo, la Sardegna. Il numero dei senatori passerà da 8 a 5, alla Camera si passa da 17 a 11 deputati, quindi da 25 a 16 parlamentari. Pur rimanendo nella proporzione della riduzione complessiva, si va però a trasformare la rappresentanza di territori così vasti, diversi e lontani fra loro, territori che fanno parte di un'isola, cioè di un territorio che come è noto non è collegato al resto della Penisola e che paga carissima la mancanza di continuità territoriale. Un milione e 600.000 persone che pagano ogni giorno il prezzo di vivere su un'isola che gode di un'autonomia statutaria, ma di poca autonomia operativa. Non a caso, la Sardegna ha presentato, raccogliendo 100.000 firme (non solo raccolte nell'isola) attraverso la propria rete di associazionismo, un disegno di legge costituzionale per fare riconoscere il grave e permanente svantaggio della insularità. Certamente le risorse derivanti dal taglio di nove parlamentari sardi non saranno risolutive per le nostre sorti, nemmeno se venissero versate tutte nelle casse della Regione sarda, e peraltro sappiamo che così non sarà. È solo una corsa demagogica a distruggere la rappresentanza popolare, mentre nulla si fa per riorganizzare ed efficientare la macchina dello Stato. La Sardegna - lo dico per assurdo - potrebbe anche rinunciare a tutti i parlamentari se in cambio le venisse riconosciuto il grave e permanente svantaggio derivante dall'insularità. Se vi fosse una norma scritta nella nostra Costituzione, la Sardegna potrebbe introdurre una fiscalità di vantaggio e attivare quelle misure necessarie al sostegno della propria economia. Soprattutto, è indispensabile garantire un'effettiva parità e un reale godimento dei diritti individuali e inalienabili dei cittadini sardi. Oggi i cittadini sardi hanno invece un reddito medio che è poco più della metà di quello italiano e un tasso di disoccupazione e di povertà il 50 per cento più alto di quello italiano. Questi dati non possono essere imputati ai parlamentari sardi, che, nella stragrande maggioranza, sono persone che si impegnano concretamente per il proprio territorio. Il taglio del numero dei parlamentari non cambierà questi numeri negativi. Al contrario, misure di vantaggio permanente, anche per evitare i veti dell'Unione europea, potranno essere introdotte solo con il riconoscimento in Costituzione delle insularità. A ciò potranno seguire le iniziative tangibili per supportare l'economia dei nostri territori, con risorse vere e non con spot elettorali, come questo disegno di legge costituzionale. Suggerisco al presidente Calderoli, che da chirurgo ha intrapreso la strada delle riforme costituzionali, di sostenere la proposta costituzionale di insularità presentata nell'ottobre del 2018 e di inserire quel principio nella nostra Costituzione. Solo così potremo veramente avere un vantaggio dalla legge per l'insularità, che, da svantaggio permanente, potrebbe trasformarsi in una situazione di parità nei confronti del resto del territorio nazionale ed europeo. (Applausi dal Gruppo FI-BP) . PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Quagliariello. Ne ha facoltà. *QUAGLIARIELLO (FI-BP) . Signor Presidente, colleghi, signori del Governo, sono assolutamente consapevole che anche le riforme costituzionali - persino la più costituzionale delle riforme costituzionali - hanno delle conseguenze immediate e contingenti sulla lotta politica. E sono altrettanto consapevole che molti di coloro i quali sostengono la riforma in esame lo fanno con argomentazioni e convinzioni che, ai miei occhi, non hanno nulla di nobile;