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Sempre da un punto di vista sistematico va sottolineato che il testo oggi in esame equipara (« Nei casi di diffamazione commessa con il mezzo della stampa, delle testate giornalistiche online o della radiotelevisione ») la stampa tradizionale, la radiotelevisione e le testate giornalistiche online . E’ noto però che, a diritto vigente, solo per le prime due esiste una specifica disciplina che riguardi le responsabilità dei direttori ed editori (per la stampa la legge n. 47 del 1948 e per la radiotelevisione la legge n. 223 del 1990) ma nessuna norma ha mai affrontato il tema della responsabilità dei direttori dei quotidiani online (posto che la legge n. 62 del 2001 equipara i due fenomeni solo ai fini dell'allargamento a questi ultimi delle provvidenze economiche) prova ne sia che solo la giurisprudenza (con spirito creativo) ha inteso equiparare sia in bonam (Corte suprema di cassazione, sezioni unite penali, sentenza n. 31022 del 17 luglio 2015) che in malam partem (Corte suprema di cassazione, quinta sezione penale, sentenza n. 1275 del 23 ottobre 2018, depositata l'11 gennaio 2019), il fenomeno dei quotidiani tradizionali a quelli online . È chiaro che si rischia un'ulteriore discriminazione alla quale solo il giudicante potrà porre rimedio, perdendo invece l'occasione di riordinare e modernizzare la definizione. Criticità dal punto di vista del diritto civile . Da un punto di vista civilistico la proposta in esame è distante dal sistema che regola la disciplina normativa della temerarietà in sede civile. Una conseguenza del dovere di lealtà delle parti (articolo 88 del codice di procedura civile), fatta retroagire fino al momento costitutivo della pretesa, è quella secondo cui la cognizione civile può spingersi fino ad acclarare che la parte soccombente abbia agito o resistito in giudizio con mala fede o colpa grave. Si tratta di una disciplina pre-costituzionale (il codice Grandi), in tensione con l'articolo 24 della Costituzione e con i princìpi convenzionali (articolo 6 della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali) che prevedono l'azione in giudizio come diritto pubblico di libertà: questa previsione ha resistito allo scrutinio di conformità costituzionale, in ragione della natura modulata della restante previsione del primo comma dell'articolo 96 del codice di procedura civile (« il giudice, su istanza dell'altra parte, la condanna, oltre che alle spese, al risarcimento dei danni, che liquida, anche d'ufficio, nella sentenza »). Il disegno di legge oggetto di esame genera confusione sia per la titolazione, « lite temeraria », sia perché realizza una vistosa e indebita commistione tra le regole dei primi due commi dell'articolo 96 e l'eccezione di cui al terzo comma. La mala fede o la colpa grave dell'attore è valutata come per il risarcimento del primo comma, ma l'officiosità della condanna è più simile a quella del terzo comma. Anche la natura equitativa parrebbe reiterare l'istituto del terzo comma, ma con il rischio di fare montante su di esso e sulla condanna alle spese già pronunciata ai sensi dell'articolo 91. È altresì eccentrica e rischiosa la previsione di una condanna « equitativa » dotata di un minimo e non di un massimo e indeterminata nel parametro minimo (perché ancorata ad un fattore – la richiesta attorea – da provarsi). Delle due l'una: o c'è una valutazione giurisdizionale dell'elemento soggettivo con cui la parte si è approcciata al giudizio, ed allora l'esito è una condanna risarcitoria rapportata al danno ingiustamente sofferto dalla controparte, oppure se ne prescinde in nome di un interesse pubblico, ed allora il giudice, nella determinazione della sanzione, deve osservare il « criterio equitativo ». È nostro dovere tenere presente che la finalità perseguita, cioè evitare azioni a scopo « intimidatorio » nei confronti dei giornalisti, rischia di essere travolta poiché la soluzione qui adottata prescinde dalla pronuncia della Corte costituzionale n. 152 del 2016 e dagli arresti della Corte di cassazione. Valgano due punti a supporto di quanto asserito: il terzo comma dell'articolo 96 del codice di procedura civile e la valutazione della malafede o colpa grave. Il terzo comma dell'articolo 96 del codice di procedura civile, comma aggiunto dal comma 12 dell'articolo 45 della legge n. 69 del 2009, ha introdotto una nuova figura di responsabilità aggravata: la norma configura una « sanzione di ordine pubblico », giustificata dalla Corte costituzionale, la quale, con la sentenza n. 152 del 2016, ha rilevato che il riferimento al « pagamento di una somma » segna una netta differenza terminologica rispetto al « risarcimento dei danni » di cui ai precedenti commi del medesimo articolo. La repressione dell'abuso del processo, nel terzo comma, si è concretizzata nella scelta di eliminare l'elemento soggettivo e nella determinazione del giudice, imputata a titolo di spese sostenute dal convenuto vittorioso. La sentenza della Corte di cassazione n. 27623 del 21 novembre 2017 ha non a caso evidenziato le pesanti ricadute di questo ingresso, nel nostro ordinamento, del « diritto punitivo ». Il danno così inteso, sia esso di natura civile che di natura penale o sanzionatorio-amministrativa, deve rispondere all'insieme delle garanzie degli articoli 23 e 25 della Costituzione (riserva di legge, predeterminazione dei limiti edittali e irretroattività contra reum ). Quanto alla valutazione della malafede o colpa grave, non si può ignorare l'orientamento della giurisprudenza che offre una lettura costituzionalmente orientata dell'articolo 96 del codice di procedura civile. Sono molteplici gli elementi cognitivi, univoci ed assertivi, della dialettica processuale che fotografano l'abuso del diritto d'azione – o per spirito di emulazione o per fini dilatori ovvero con la mancanza di quel minimo di diligenza o prudenza necessarie per rendersi conto dell'infondatezza della propria pretesa e per valutare le conseguenze dei propri atti – che giustificano la condanna ulteriore. Questa prospettazione costituzionalmente orientata viene ora rinnegata, per valutare l'atto iniziale della parte, in sé solitariamente considerato, e per di più limitandolo al solo attore ed utilizzandolo come parametro per quantificare la condanna del soccombente. L'adottabilità della condanna « anche d'ufficio », poi, la sottrae all'impulso di parte e ne attesta la finalizzazione alla tutela di un interesse trascendente, quello della parte stessa, e colorato di connotati pubblicistici. L'entrata in vigore . È assolutamente necessario, anche per quanto sopra esposto, che il legislatore sia chiaro nell'individuazione dell'entrata in vigore della nuova normativa. Il disegno di legge n. 835-A, testo proposto a maggioranza dalla Commissione, si allontana dai testi già approvati dal Parlamento e sopra citati, determina una confusione ordinamentale, non contempera i diritti tutelati dalla Costituzione e può determinare un tale caos interpretativo da rendere vacue le finalità che hanno indotto la maggioranza ad approvarlo senza recepire alcun apporto dell'opposizione.