[pronunce]

Escluso che la tipizzazione legale delle fattispecie di licenziamento disciplinare implichi un automatismo refrattario alla verifica giurisdizionale di congruità, la sezione lavoro della Corte di cassazione ad essa ricollega un'inversione dell'onere della prova, ponendo a carico del dipendente, autore materiale del fatto tipico, l'onere di provare la sussistenza di elementi fattuali di carattere attenuante o esimente, idonei a superare la presunzione legale di gravità dell'illecito (sentenze 11 luglio 2019, n. 18699, 11 settembre 2018, n. 22075, 19 settembre 2016, n. 18326, e 24 agosto 2016, n. 17304). 3.3.- Il Tribunale di Vibo Valentia mostra di conoscere l'orientamento della giurisprudenza di legittimità, e ne cita gli estremi nell'ordinanza di rimessione, ma, riguardo ad esso, si limita ad affermare che l'interpretazione adeguatrice praticata dall'organo nomofilattico è antiletterale, e non può essere quindi seguita, in rapporto alla dizione dell'art. 55-quater, a tenore del quale la sanzione disciplinare del licenziamento, nelle ipotesi tipiche, si applica «comunque». Nell'assumere questa posizione, tuttavia, il giudice a quo enfatizza un singolo dato letterale, per quanto appariscente, come evocativo di un'applicazione indiscriminata e insindacabile del licenziamento disciplinare. Il rimettente non mette a confronto questo dato letterale con gli ulteriori profili del quadro normativo, pur illustrati dalla giurisprudenza di legittimità e, prima di essa, dall'analisi dottrinale. In particolare, il giudice a quo non considera la permanenza nell'art. 55 del d.lgs. n. 165 del 2001, anche dopo la riforma del 2009, di un testuale richiamo all'art. 2106 cod. civ. , e cioè di un rinvio diretto al canone generale di proporzionalità delle sanzioni disciplinari. Il Tribunale di Vibo Valentia omette così di verificare la persuasività della corrente interpretazione, la quale, confrontandosi con la presenza dell'avverbio «comunque» nella dizione dell'art. 55-quater, ne coordina il significato col testuale richiamo all'art. 2106 cod. civ. attraverso il riferimento dell'imperatività espressa da tale avverbio al rapporto tra legge e contratto collettivo, fermo il sindacato giurisdizionale di congruità della sanzione; con un risultato interpretativo coerente con il tradizionale sfavore manifestato dalla giurisprudenza di questa Corte rispetto agli automatismi espulsivi. Nessuna specifica attenzione il giudice a quo rivolge poi all'orientamento di legittimità che interpreta la tipizzazione delle fattispecie di licenziamento di cui all'art. 55-quater come un dispositivo di inversione dell'onere della prova a carico del dipendente autore materiale del fatto tipico, inversione collegata alla paradigmatica gravità di condotte, tra queste l'assenteismo, percepite dall'intera comunità come odiose. 3.3.1.- Per la giurisprudenza più recente di questa Corte, l'effettiva sostenibilità dell'interpretazione adeguatrice che il giudice a quo abbia consapevolmente escluso sulla base del tenore letterale della disposizione censurata attiene al merito della questione di legittimità costituzionale e non alla sua ammissibilità (sentenze n. 11 del 2020, n. 189 e n. 12 del 2019, n. 135 e n. 15 del 2018, n. 194, n. 83 e n. 42 del 2017, n. 221 del 2015). La Corte ha tuttavia osservato che, per essere realmente consapevole, l'esclusione dell'interpretazione adeguatrice da parte del giudice a quo deve fondarsi su un esame «accurato ed esaustivo» delle alternative poste a disposizione dal dibattito giurisprudenziale (sentenza n. 253 del 2017): in difetto di tale esame, la questione di legittimità costituzionale è inammissibile. L'inidoneità dell'esame operato dal Tribunale di Vibo Valentia a proposito delle ragioni giustificative dell'interpretazione adeguatrice di matrice dottrinale e nomofilattica è tanto più pregnante in quanto il giudice a quo ha sollevato l'incidente di costituzionalità per promuovere un assetto normativo coincidente con quello sotteso all'interpretazione da lui ricusata; cioè un assetto normativo che assicuri il sindacato giurisdizionale sulla concreta proporzionalità del licenziamento disciplinare ex art. 55-quater del d.lgs. n. 165 del 2001. Del resto, questa Corte ha escluso di poter essere chiamata a scrutinare una norma di legge in un'attribuzione di significato che, ad avviso del giudice a quo, la renderebbe costituzionalmente illegittima, quando invece la giurisprudenza prevalente fornisce della medesima norma una lettura conforme all'assetto auspicato dal rimettente (sentenza n. 21 del 2013). Per vero, è improprio un utilizzo dell'incidente di costituzionalità finalizzato ad ottenere lo stesso risultato normativo prodotto dall'esegesi giurisprudenziale corrente, sebbene da questa il giudice a quo possa dissentire sulla base di un elemento letterale della disposizione, trattandosi pur sempre di un risultato normativo «conseguibile, e già conseguito, in via interpretativa» (ordinanza n. 97 del 2017). 4.- Alla luce delle considerazioni che precedono, le questioni devono essere dichiarate inammissibili.. per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE dichiara inammissibili le questioni di legittimità costituzionale dell'art. 55-quater, comma 1, lettera a), del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165 (Norme generali sull'ordinamento del lavoro alle dipendenze delle amministrazioni pubbliche), inserito dall'art. 69, comma 1, del decreto legislativo 27 ottobre 2009, n. 150 (Attuazione della legge 4 marzo 2009, n. 15, in materia di ottimizzazione della produttività del lavoro pubblico e di efficienza e trasparenza delle pubbliche amministrazioni), sollevate, in riferimento agli artt. 3, primo comma, 4, primo comma, 24, primo comma, 35, primo comma, e 117, primo comma, della Costituzione, quest'ultimo in relazione all'art. 24 della Carta sociale europea, riveduta, con annesso, fatta a Strasburgo il 3 maggio 1996, ratificata e resa esecutiva con la legge 9 febbraio 1999, n. 30, dal Tribunale ordinario di Vibo Valentia, in funzione di giudice del lavoro, con l'ordinanza indicata in epigrafe. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 26 maggio 2020. F.to: Marta CARTABIA, Presidente Stefano PETITTI, Redattore Roberto MILANA, Cancelliere Depositata in Cancelleria il 23 giugno 2020. Il Direttore della Cancelleria F.to: Roberto MILANA