[pronunce]

che, riguardo al primo aspetto, il rimettente ritiene che, benché sia necessario, ai fini della sua validità, in base alla disposizione delegata, che la previsione dell'anatocismo operi, con la medesima periodicità, nei reciproci rapporti delle parti, ciò non esclude una disparità di trattamento da parte della legge; in quanto, da un lato, diverso è il saggio di interesse praticato nei confronti della banca e nei confronti del cliente e, d'altro canto, la clausola anatocistica, inserita nei contratti uniformi praticati dalle banche, non può essere rifiutata dal cliente; che, riguardo alla violazione dell'eguaglianza sostanziale, il rimettente osserva che la disposizione censurata «consolida una situazione di già grave squilibrio sociale a favore delle banche, che costituisce un ostacolo di ordine economico che limita di fatto […] il pieno sviluppo […] [scilicet: del cittadino contraente debole] e la sua effettiva partecipazione all'organizzazione economica del Paese»; che in particolare, diversamente da un'eventuale pattuizione successiva alla scadenza degli interessi, la pattuizione anatocistica anteriore a detta scadenza, benché caratterizzata dalla reciprocità, consolida una situazione di disuguaglianza, violando il principio per cui «tutti i cittadini […] sono uguali di fronte alla legge»; che la norma sarebbe altresì irragionevole laddove consente un meccanismo che la Corte di cassazione ha già ritenuto illegittimo, a prescindere dall'eventuale reciprocità del suo funzionamento, non potendo quest'ultima elidere «i profili di illegittimità», che dipendono, invece, dalla unilaterale costrizione della libertà contrattuale; che, infine, il rimettente ravvisa ulteriori motivi di irragionevolezza della norma «per tutte le gravi conseguenza che possono derivare al sistema economico (libertà individuale, risparmio, prezzi, proprietà, iniziativa economica)»; che il Tribunale di Vicenza conclude ribadendo che la disposizione censurata sarebbe viziata da eccesso di delega e – a causa dell'impossibilità per il cliente di rifiutare la clausola anatocistica, – dalla violazione dei «principi costituzionali riferiti ai valori della libertà individuale, del risparmio, dell'iniziativa e della stabilità economica, della proprietà», comportando «la negazione della libertà e dignità della persona e della sua uguaglianza davanti alla legge»; che è intervenuto nel giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dalla Avvocatura generale dello Stato, la quale ha concluso per la inammissibilità o, comunque, per la infondatezza della questione; che la Avvocatura dello Stato rileva come la Corte costituzionale, con la sentenza n. 341 del 2007, abbia già scrutinato la norma censurata sotto l'aspetto della sua congruità alla delega legislativa in attuazione della quale è stata emanata, affermando che la disciplina sia della capitalizzazione degli interessi nell'esercizio del credito bancario che della periodicità di tale operazione «rientravano nell'ambito della attività di adeguamento che il legislatore delegante aveva demandato» a quello delegato; che, anche con riferimento alle dedotte violazioni del principio di eguaglianza, la Avvocatura osserva che la predetta sentenza della Corte costituzionale contiene considerazioni che giustificano, quanto alla sua compatibilità costituzionale, la peculiare disciplina applicabile agli istituti di credito; che, infine, privi di alcuna argomentazione, e pertanto inammissibili, sarebbero quei profili di censura relativi ai parametri, non esplicitati ma genericamente richiamati nel corpo dell'ordinanza, costituiti dagli artt. 41, primo comma, e 47, primo e secondo comma, della Costituzione. Considerato che il Tribunale ordinario di Vicenza dubita, con esplicito riferimento agli artt. 3, commi primo e secondo, e 76 della Costituzione, e, implicitamente, anche con riferimento agli artt. 2, 41, 42 e 47 della Costituzione, della legittimità costituzionale dell'art. 25, comma 2, del decreto legislativo 4 agosto 1999, n. 342 (Modifiche al decreto legislativo 1° settembre 1993, n. 385, recante il testo unico delle leggi in materia bancaria e creditizia), siccome trasfuso nell'art. 120, comma 2, del decreto legislativo 1° settembre 1993, n. 385 (Testo unico delle leggi in materia bancaria e creditizia); che, in particolare, per il giudice a quo la disposizione contenuta nella norma censurata, in base alla quale con provvedimento del Comitato interministeriale per il credito e il risparmio sono stabiliti modalità e criteri per la produzione di interessi sugli interessi maturati nelle operazioni poste in essere nell'esercizio della attività bancaria, sarebbe stata adottata in assenza di idonea delega legislativa; che, sempre secondo il rimettente, la disposizione medesima violerebbe sia il primo che il secondo comma dell'art. 3 della Costituzione in quanto, per un verso, consentirebbe la applicazione di saggi di interesse sensibilmente diversi a seconda che essi siano pretesi o dovuti dagli istituti di credito, senza che il cliente possa realmente trattare le relative condizioni contrattuali e, per altro verso, contribuirebbe al consolidamento di una situazione di squilibrio contrattuale in favore delle banche, tale da limitare il pieno sviluppo e la effettiva partecipazione dei consumatori alla organizzazione economica del Paese, legittimando un meccanismo di incremento del debito nei confronti degli istituti di credito già ritenuto viziato dalla Corte di cassazione; che, infine, la stessa disposizione sarebbe altresì lesiva di altri interessi costituzionalmente tutelati, quali quello alla dignità individuale, alla salvaguardia del risparmio, dell'iniziativa economica e della proprietà, per i quali il rimettente non ha specificamente individuato alcun parametro ma che appaiono riconducibili agli artt. 2, 41, 42 e 47 della Costituzione; che, ancora di recente, questa Corte, con la sentenza n. 341 del 2007, ha avuto l'occasione di escludere la difformità rispetto all'art. 76 della Costituzione della norma ora censurata dal Tribunale di Vicenza; che, in assenza di elementi di sostanziale novità nella prospettazione del rimettente, non vi è motivo per discostarsi da tale precedente decisione; che, con riferimento alla dedotta violazione dell'art. 3 della Costituzione, la questione è manifestamente infondata;