[pronunce]

- Il Facchini ritiene, poi, che la questione, nei termini in cui è sollevata, concernerebbe non il contrasto del censurato articolo 75, comma 3, cod. proc. pen. con l'articolo 103, secondo comma, della Costituzione, bensì la portata, i limiti e i modi di attuazione di tale disposizione costituzionale da parte del legislatore ordinario. Di qui l'inammissibilità della questione. 3.4. - Il Facchini afferma, infine, che la tesi del rimettente si fonda su due argomenti: a) la sussistenza di una giurisdizione esclusiva del giudice contabile in tema di responsabilità dei pubblici amministratori per danno alla pubblica amministrazione; b) la legittimazione esclusiva della Procura presso la Corte dei conti all'esercizio dell'azione risarcitoria in nome e per conto della pubblica amministrazione. Il Facchini ritiene, tuttavia, infondati entrambi questi argomenti. A sua opinione, infatti, la giurisprudenza costituzionale (ed in particolare la sentenza n. 773 del 1988), lungi dal confermare le prospettazione dell'ordinanza di rimessione, confermerebbe, invece, la concorrenza delle giurisdizioni ordinaria e contabile. Soluzione, questa, che troverebbe riscontro nel pacifico indirizzo della giurisprudenza della Corte di cassazione (vengono richiamate le sentenze delle sezioni unite 23 novembre 1999, n. 822 e 26 novembre 2004, n. 1012), che risolve le relative interferenze non in termini di sussistenza o meno della giurisdizione, bensì in termini di proponibilità o meno della domanda, a seconda della esistenza o meno di un giudicato in merito. Né dalle invocate previsioni dell'articolo 7 della legge n. 97 del 2001 e dell'articolo 1, comma 174, della legge n. 266 del 2005 sarebbe desumibile alcun indizio del prospettato fenomeno di “scissione” tra la titolarità del credito e le relative facoltà di tutela processuale. Per la parte privata, sarebbe, semmai palesemente irragionevole limitare la facoltà di esercizio diretto da parte dell'amministrazione pubblica dell'azione risarcitoria in sede penale, dacché ciò varrebbe a porre la amministrazione stessa in una immotivata posizione deteriore rispetto a quella di ogni altro soggetto di diritto, con impossibilità di partecipare all'accertamento dei fatti ed alle responsabilità relative ad un evento dannoso subito. Per la parte privata, il potenziale pericolo di duplicazione del giudizio potrebbe essere scongiurato, riconoscendosi che la previa proposizione della azione civile in sede penale esclude l'esercizio concreto della giurisdizione contabile, con conseguente inammissibilità della azione esercitata dalla Procura contabile. 4. - In prossimità dell'udienza pubblica la difesa della parte privata ha depositato una memoria, nella quale deduce che, essendo nella specie passata in giudicato la sentenza penale, statuente pure sugli effetti civili, nelle more del giudizio di costituzionalità, si sarebbe verificata una circostanza che rende del tutto inapplicabile il denunciato articolo 75, comma 3, cod. proc. pen. , nel giudizio a quo. Con conseguente inammissibilità della questione sollevata dal rimettente, per irrilevanza. Il Facchini svolge, poi, ulteriori considerazioni sostanzialmente riproduttive degli argomenti sviluppati nell'atto di intervento.1. - La Corte dei conti – sezione giurisdizionale per la Lombardia ha sollevato questione di legittimità costituzionale, in riferimento all'articolo 103, secondo comma, della Costituzione, dell'articolo 75, comma 3, del codice di procedura penale, nella parte in cui, applicato «in conformità all'indirizzo interpretativo delle Sezioni unite della Corte di cassazione in ordine ai rapporti fra giudizi di competenza del giudice ordinario e quelli devoluti al giudice contabile», comporterebbe la sospensione del processo contabile instaurato, nei confronti delle medesime persone e per i medesimi fatti, dopo l'emanazione della sentenza penale di primo grado che abbia pronunciato sulla domanda civile proposta in quella sede dalla amministrazione. 1.1. - La rimettente sezione giurisdizionale della Corte dei conti svolge un ampio ed articolato ragionamento, che può essere sintetizzato in quattro fondamentali proposizioni: a) la ratio dell'articolo 75, comma 3, cod. proc. pen. è quella di evitare la duplicazione tra l'azione risarcitoria proposta in sede civile e la medesima azione proposta in sede penale, e, pertanto, esso dispone che il giudizio civile, instaurato dopo la sentenza penale di primo grado che abbia pronunciato anche sulla domanda civile proposta in quella sede, è sospeso fino alla pronuncia penale irrevocabile; b) il “diritto vivente” delle sezioni unite della Corte di cassazione (sentenza 23 novembre 1999, n. 822; ordinanza 21 maggio 1991, n. 369) ritiene concorrenti l'azione civile proposta in sede penale e l'azione di responsabilità amministrativa, dacché risolve la loro contemporanea pendenza non in termini di conflitto positivo di giurisdizione, bensì in termini di proponibilità della domanda, nel senso che, una volta formatosi il giudicato su una delle due domande, non è possibile proporre (o proseguire) l'azione nell'altra sede; c) a fronte di tale “diritto vivente”, che afferma la sostanziale fungibilità tra le due giurisdizioni, l'articolo 75, comma 3, cod. proc. pen. , deve essere applicato anche al giudizio di responsabilità amministrativa, il quale deve pertanto anch'esso essere necessariamente sospeso, se proposto dopo la sentenza penale di primo grado che abbia pronunciato anche sulla domanda civile proposta in quella sede dall'amministrazione che si sia costituita parte civile; d) questo obbligo di sospensione del giudizio di responsabilità amministrativa, derivante dalla ritenuta concorrenza delle azioni civile e contabile, contrasta con l'articolo 103, secondo comma, della Costituzione, in quanto in base a tale norma, alla luce della interpretazione datane dalla giurisprudenza della Corte costituzionale (sentenze nn. 33 del 1968, 211 del 1972, 102 del 1977, 641 del 1987, 773 del 1988, 24 del 1993 e 385 del 1996), una volta intervenuta la attribuzione legislativa della materia della responsabilità amministrativa alla giurisdizione della Corte dei conti, tale giurisdizione è esclusiva ed alternativa a quelle ordinaria. 1.2. - Per rafforzare tali argomentazioni, il rimettente richiama, poi, quella giurisprudenza delle sezioni unite della Corte di cassazione (sentenze 22 dicembre 1999, n. 933 e 4 dicembre 2001, n. 15288), che ha più volte escluso che l'amministrazione pubblica danneggiata possa esercitare (al di fuori della costituzione di parte civile nel processo penale) l'azione civile contro i propri dipendenti, in base all'argomento che la Corte dei conti ha, in materia, giurisdizione esclusiva.