[pronunce]

ORDINANZA ha pronunciato la seguentenel giudizio di legittimità costituzionale dell’art. 240, commi 3, 4, 5 e 6, del codice di procedura penale, come modificato dall’art. 1 del decreto-legge 22 settembre 2006, n. 259 (Disposizioni urgenti per il riordino della normativa in tema di intercettazioni telefoniche), convertito, con modificazioni, dall’art. 1 della legge 20 novembre 2006, n. 281, promosso dal Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Milano con ordinanza del 18 aprile 2009, iscritta al n. 242 del registro ordinanze 2009 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 40, prima serie speciale, dell'anno 2009. Visto l'atto di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri; Udito nella camera di consiglio del 16 dicembre 2009 il Giudice relatore Gaetano Silvestri. Ritenuto che il Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Milano, con ordinanza del 18 aprile 2009, ha sollevato – in riferimento agli artt. 24, primo e secondo comma, 111, primo, secondo e quarto comma, e 112 della Costituzione – questione di legittimità costituzionale dell’art. 240, commi 3, 4, 5 e 6, del codice di procedura penale, come modificato dall’art. 1 del decreto-legge 22 settembre 2006, n. 259 (Disposizioni urgenti per il riordino della normativa in tema di intercettazioni telefoniche), convertito, con modificazioni, dall’art. 1 della legge 20 novembre 2006, n. 281; che il rimettente è investito del procedimento incidentale promosso dal pubblico ministero, in applicazione delle norme censurate, per la distruzione di materiali pertinenti ad informazioni acquisite illegalmente; che il giudizio principale concerne il rapporto associativo asseritamente instaurato tra soggetti in diverse condizioni professionali: dirigenti e dipendenti di società riferibili ad un gruppo operante nel settore della telefonia, dirigenti e dipendenti di agenzie di investigazione privata, appartenenti o già appartenenti a forze di polizia o a servizi di informazione e sicurezza; che l’indicata associazione avrebbe avuto per scopo la raccolta illegale di informazioni riguardanti i più vari soggetti, con accesso a banche dati riservate mediante l’opera di pubblici funzionari corrotti o di dipendenti delle società di telefonia riferibili al gruppo citato; che i dati in questione sarebbero stati acquisiti a fini di profitto dai responsabili delle agenzie di investigazione, in vista della remunerazione loro versata dai committenti delle attività illegali di indagine; che le contestazioni del pubblico ministero, illustrate mediante citazione testuale nell’ordinanza di rimessione, attengono al delitto previsto dall’art. 416 del codice penale, ed inoltre prospettano fatti di rivelazione di notizie a divulgazione vietata (art. 262 cod. pen.) , di corruzione per atto contrario ai doveri dell’ufficio (art. 319 cod. pen.), di corruzione di funzionari di Stati esteri (art. 322-bis cod. pen.) , di rivelazione ed utilizzazione del segreto d’ufficio (art. 326 cod. pen.), di interferenze illecite nella vita privata (art. 615-ter cod. pen.) , di intercettazione o impedimento di comunicazioni informatiche o telematiche (art. 617-quater cod. pen.), di appropriazione indebita (art. 646 cod. pen.) e di riciclaggio (art. 648-bis cod. pen.); che inoltre – ai sensi degli artt. 21 e 25, comma 3, del decreto legislativo 8 giugno 2001, n. 231 (Disciplina della responsabilità amministrativa delle persone giuridiche, delle società e delle associazioni anche prive di personalità giuridica, a norma dell’art. 11 della legge 29 settembre 2000 n. 300) – è stata contestata alle citate società di telefonia una responsabilità amministrativa derivante dai reati di corruzione ascritti a loro funzionari; che il giudice rimettente rammenta come una prima procedura incidentale fosse stata promossa dal pubblico ministero, a fini di «sperimentazione» della disciplina introdotta con la riforma dell’art. 240 cod. proc. pen. , in riferimento a quattro tra i dossier rinvenuti nel corso delle indagini, e come lo stesso rimettente, nell’ambito di tale procedura, con ordinanza del 30 marzo 2007, avesse sollevato questioni di legittimità in tutto analoghe a quelle odierne; che, nelle more del giudizio di costituzionalità, il pubblico ministero ha promosso la procedura di distruzione con riferimento agli ulteriori dossier sequestrati nell’ambito della stessa indagine; che – secondo quanto riferisce il giudice a quo – le vittime di presunte attività di illecita raccolta di informazioni, come tali interessate alla nuova procedura, sono 4419 (di cui 4287 persone fisiche e 132 persone giuridiche), e che le notizie sono veicolate da «diverse decine di migliaia di file […] in vario formato ed estensione», nonché da documenti cartacei raccolti in «83 faldoni», documenti che in genere rappresentano il «rapporto» predisposto per la committenza delle indagini illecite; che il giudice rimettente – dopo avere osservato che la selezione in contraddittorio del materiale da distruggere, e la stessa sua eliminazione, comporterebbero «tempi di esecuzione e costi non prevedibili e comunque del tutto eccezionali» – riferisce che, in apertura dell’udienza celebrata il 24 marzo 2009, questioni di legittimità costituzionale della relativa disciplina sono state nuovamente prospettate dal pubblico ministero e da «numerose» tra le altre parti presenti; che il Tribunale, in punto di rilevanza, osserva come il giudizio principale attenga in larga misura a reati commessi nell’acquisire illegalmente le informazioni cui si riferisce la procedura incidentale, e che dunque l’eliminazione del materiale sequestrato investirebbe il corpo del reato, con la conseguenza che in vari casi, a fronte della mancanza di fonti di prova alternative, verrebbe dispersa l’unica prova dei fatti illeciti in contestazione; che il rimettente, al fine di motivare il proprio giudizio di non manifesta infondatezza della questione sollevata, ricostruisce i tratti essenziali del procedimento regolato dal testo novellato dell’art. 240 cod. proc. pen. , ricordando che il pubblico ministero deve formulare richiesta di distruzione del materiale informativo entro quarantotto ore dall’acquisizione (comma 3), che il giudice deve fissare udienza camerale entro le successive quarantotto ore e non oltre il decimo giorno dalla richiesta (comma 4) e che l’eventuale provvedimento di accoglimento deve essere deliberato e pronunciato nell’udienza medesima, con contestuale ed immediata esecuzione (comma 5); che, sebbene la sequenza debba essere avviata solo dopo l’accertamento effettivo e ragionevolmente sicuro della peculiare qualità del materiale da distruggere, l’intera struttura del procedimento documenta, a parere del rimettente, il carattere precoce e preliminare dell’adempimento, in armonia del resto con la ratio della previsione, che mira ad elidere in radice il rischio della pubblicazione di notizie riservate acquisite in modo illecito;