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Confortati dagli esperti che vedono in loro una straordinaria occasione per aumentare la centralità e il protagonismo di tutti gli utenti e anche fiducia, speranza e adesione ai trattamenti. Una risorsa straordinaria di cui sempre più sentiremo parlare. 4. Stigma e pregiudizio, no grazie Se c'è una cosa su cui tutti, ma proprio tutti, sono d'accordo è che stigma e pregiudizi sulla malattia mentale non rischiano mai la disoccupazione. Nessuno, potendo scegliere, vede in Giovanni la persona con cui parlare, andare a cena o fare un viaggio al mare. Lo vediamo, ancora prima di averci seriamente riflettuto, incomprensibile, pericoloso e immodificabile nella sua malattia. Prototipo della diversità, Giovanni paga da sempre un prezzo altissimo all'etichetta che lo accompagna. Lui, e con lui la sua famiglia, rischia quasi sempre di essere cancellato dai « file » delle nostre vite e delle nostre comunità, in nome di un quieto vivere che tanto ci convince in astratto quanto poco poi ci rende felici nel quotidiano. Ma i pregiudizi sono questo: idee negative su cose e su persone di cui non abbiamo esperienza concreta o giudizio autonomo. E allora Giovanni e la sua famiglia sono accerchiati da questo sentire negativo, ancora prima che noi cittadini « per bene » ne abbiamo fatto conoscenza reale. E questo sentire negativo li accompagna nel profondo, li fa sentire ancora più bersagliati dalla sorte. Ne complica i percorsi di cura. Perché questo capita. Tanto più su Giovanni si addensano stigma e pregiudizi tanto più la sua guarigione si allontana e il suo percorso di cura è in salita. Basta leggere i giornali per vedere come la follia compare a segnare raptus di ogni tipo, fatti di sangue ed eventi i più diversi che tanto più appaiono brutti e cattivi quanto più si macchiano di quell'etichetta. Come tutti i pregiudizi anche quello sulla follia non ha basi che lo giustifichino. I « matti » non commettono più reati dei cosiddetti « normali », non sono, se li avviciniamo con occhio libero, così incomprensibili e guariscono spesso. Le comunità hanno bisogno dei diversi per pensarsi normali e i « matti » in questo svolgono un ruolo utilissimo. Ma ad un alto prezzo per Giovanni e per la sua famiglia e anche per noi « normali » che perdiamo punti nella costruzione di una comunità dove anche noi staremo meglio se Giovanni starà meglio. Per questo la « 181 » vuole che sullo stigma e sul pregiudizio si lavori sul serio, cosa che fino ad ora quasi nessuno ha fatto. E per combattere stigma e pregiudizio anzitutto bisogna curare bene Giovanni che rimane il primo sponsor di sé stesso. Ma poi possiamo e dobbiamo raccontare la « verità » sulla follia, nelle scuole innanzitutto e con la voce dei protagonisti veri. Infatti sono ottimi propagandisti gli utenti e i familiari quando si raccontano. E ancora facendo in materia di salute mentale cose belle e importanti perché i media ne parlino e dicano che la follia non è solo cronaca nera. E impegnandoci tutti insieme a dare voce e presenza agli utenti e ai familiari in tanti spazi di vita comunitaria. Un modo piacevole per scrivere un'Italia migliore. 5. Il « patto di cura »: fare squadra è bello e avere un garante che ci aiuta ancora di più « Squadra » è diventata sempre più una parola chiave sinonimo di successo, di armonia e di risultato positivo nello sport, nel lavoro e nella vita in generale. Mettiamo la « squadra » anche dentro il quotidiano dei servizi di salute mentale. Ecco la formazione che gioca nel « patto di cura »: Giovanni, la sua famiglia, il medico, l'infermiere o l'educatore che lo accompagna nei luoghi di cura, un amico importante se esiste, il medico di base e, ancora, chi per Giovanni è importante. Una squadra piccola con un obiettivo chiarissimo: vincere la battaglia con la malattia, con il sintomo, con l'isolamento, con i cattivi pensieri, con la depressione, con le voci, per ritrovare senso di vita, lavoro, socialità e sorriso. Peccato che nelle nostre psichiatrie di tali « squadre » se ne vedano davvero poche. Una volta è Giovanni che si chiama fuori, un'altra è la famiglia che è troppo in crisi, più spesso sono gli operatori che invocano la privacy e il tempo che non c'è; è la difficoltà a tenere insieme un gruppo che ancora non si riconosce tale. La « 181 » crede nella squadra del « patto di cura », sempre, perché lo dice la scienza e, ancora prima, lo dicono il buon senso e le esperienze di chi ci ha provato, senza alibi e senza pigrizie. Naturalmente qualche problema a funzionare le squadre dei nostri « patti di cura » lo incontrano. Ciascun partecipante può avere le sue piccole ragioni per fuggire, prendere tempo, chiamarsi fuori. Ma sono problemi superabili, l'unione fa la forza se solo ci crediamo. E per aiutare a crederci e soprattutto per portare a casa il risultato sono molto utili tre cose: avere strumenti chiari che tengono conto di quello che la squadra sta facendo e farà e avere un diario di bordo, come quello delle navi, tenuto da tutti i membri della squadra e non solo dal comandante. E, in fine, avere nella squadra un « garante », una persona esterna al gruppo e che partecipa per aiutare il gruppo a fare bene tre cose: dare voce a tutti in un clima di rispetto e di condivisione, ricordarsi di prendere accordi chiari e di sottoscriverli, ritrovarsi periodicamente per verificare cosa è andato bene e cosa no. Sembra l'uovo di Colombo e lo è. 6. Il dramma della prima, della seconda e della terza crisi Trasmesso con il pudore di chi fatica a raccontare le proprie disgrazie, capita di ascoltare, ancora troppo frequentemente, il racconto di genitori che appena capiscono che un po’ stai dalla loro parte cercano sollievo al loro dolore raccontandotelo. Quando questi drammi escono alla luce viene sempre da chiedersi come sia possibile, per questi genitori, tollerare ferite così devastanti ed essere ancora lì in prima linea ad affrontarne di nuove e, subito dopo, come sia possibile che a questi drammi chi è pagato per farvi fronte sappia trovare, non sempre ma troppo spesso, un impressionante campionario di alibi e di scuse per sottrarvisi. Quando il nostro Giovanni, preso nei vortici della malattia, dà sfogo estremo al suo disagio, non ci sono alibi giustificabili: gli operatori della salute mentale devono intervenire in prima persona. Giovanni, prima di passare il segno, ha sempre lanciato segnali. Se i servizi di salute mentale sono stati al suo fianco li hanno colti e se li hanno colti quasi sempre li hanno saputi incanalare, limitare o prevenire. Quando questo non succede, quando nella famiglia, lasciata colpevolmente sola al suo destino, scoppia il primo o l'ennesimo dramma (e non è il raptus imprevedibile della follia di molti brutti titoli di giornale) a parlare e ad agire è la malattia che chi doveva non ha saputo ascoltare e curare e allora il servizio di salute mentale deve esserci e non il giorno dopo o la settimana dopo. Il papà o la mamma raccontano le telefonate, tanto disperate quanto inutili, fatte ai servizi di salute mentale per chiedere aiuto mentre sullo sfondo si sentono i rumori della « guerriglia » e le risposte sono « Giovanni non vuole curarsi, provate a convincerlo a venire lui da noi ».