[pronunce]

che tale sviluppo prende per vero origine dall'affermazione, fatta da questa Corte nella vigenza del codice di procedura penale del 1930, in forza della quale vanno ricondotte alla previsione dell'art. 15, secondo comma, della Costituzione anche le "garanzie" di ordine più propriamente "tecnico", attinenti alla predisposizione di servizi tali da consentire all'autorità giudiziaria "anche di fatto il controllo necessario ad assicurare che si proceda alle intercettazioni autorizzate, solo a queste e solo nei limiti dell'autorizzazione", ed al conseguente auspicio dell'intervento legislativo occorrente a tal fine (v. sentenza n. 34 del 1973); che, di seguito a tale pronuncia, il legislatore aveva, quindi, dapprima stabilito che le intercettazioni dovessero effettuarsi esclusivamente mediante impianti installati nelle procure della Repubblica, salva la facoltà di utilizzare, in via transitoria, gli impianti di pubblico servizio, fin quando gli uffici giudiziari non fosseroadeguatamente attrezzati (art. 226-quater, primo comma, del codice di procedura penale del 1930, aggiunto dall'art. 5 della legge 8 aprile 1974, n. 98); e poi consentito - a fronte della perdurante insufficienza degli impianti installati presso le procure - di utilizzare, ma solo "per ragioni di urgenza", anche gli "impianti in dotazione agli uffici di polizia giudiziaria" (nuovo secondo comma del citato art. 226-quater, come sostituito dall'art. 8 del decreto-legge 21 marzo 1978, n. 59, convertito, con modificazioni, nella legge 18 maggio 1978, n. 191); che, in questa prospettiva, confermando la regola per cui le intercettazioni "possono essere compiute esclusivamente per mezzo degli impianti installati nella procura della Repubblica", e puntualizzando ulteriormente i presupposti che legittimano, in via derogatoria, l'utilizzazione di impianti di pubblico servizio o indotazione alla polizia giudiziaria - con la previsione, a fianco delle "ragioni di urgenza" (qualificate peraltro come "eccezionali"), del concorrente requisito dell'insufficienza o inidoneità degli impianti di procura, nonché dell'obbligo di motivazione del provvedimento del pubblico ministero - la disposizione dell'art. 268, comma 3, del nuovo codice di rito si colloca pienamente nel solco tracciato dal legislatore delegante; che per quanto attiene, poi, alla dedotta violazione dell'art. 3 Cost., questa Corte ha già di recente chiarito che l'avere il legislatore privilegiato "l'impiego degli apparati esistenti negli uffici giudiziari, dettando una disciplina volta a circoscrivere con apposite garanzie l'uso di impianti esterni", non può dirsi, in sé, "sceltaarbitraria ..., avuto anche riguardo alla particolare invasività del mezzo nella sfera della segretezza e libertà delle comunicazioni costituzionalmente presidiata": e ciò proprio perché si tratta di scelta finalizzata ad "evitare che gli organi deputati alla esecuzione delle operazioni di intercettazione ed al relativo ascolto" possano "operare controlli sul traffico telefonico al di fuori di una specifica e puntuale verifica da parte dell'autorità giudiziaria" (v. ordinanza n. 304 del 2000); che manifestamente insussistente appare, infine, l'asserita compromissione dell'art. 112 Cost., trattandosi di disposizione che non incide sull'obbligo del pubblico ministero di esercitare l'azione penale, ma stabilisce, con finalità di salvaguardia di un valore di rango costituzionale e conseguenti riflessi sul piano dell'utilizzabilita(ex art. 271, comma 1, cod. proc. pen.), le "garanzie tecniche" di espletamento di un mezzo di ricerca della prova particolarmente invasivo; che, pertanto, la questione di costituzionalità deve essere dichiarata manifestamente infondata. Visti gli artt. 26, secondo comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87, e 9, secondo comma, delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale.. . per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE Dichiara la manifesta infondatezza della questione di legittimità costituzionale dell'art. 268, comma 3, del codice di procedura penale, sollevata, in riferimento agli artt. 3, 76 e 112 della Costituzione, dal giudice per le indaginipreliminari del tribunale di Pesaro con l'ordinanza in epigrafe. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 5 luglio 2001. Il Presidente: Ruperto Il redattore: Flick Il cancelliere: Di Paola Depositata in cancelleria il 17 luglio 2001. Il direttore della cancelleria: Di Paola