[pronunce]

19 gennaio 1939 n. 295, per contrasto con gli articoli 3 e 36 della Costituzione, «laddove tale disposizione venga interpretata nel senso che in materia pensionistica, qualora il credito sorga da una pronuncia di illegittimità costituzionale di una disposizione di legge, il termine di prescrizione quinquennale decorra dalla data di pubblicazione della sentenza medesima e non dalla data in cui il diritto era concretamente azionabile»; che, pertanto, sostiene l'Avvocatura, la questione risulterebbe proposta «essenzialmente in vista di una soluzione interpretativa alternativa circa la portata della menzionata disposizione normativa: una alternativa che però spetta previamente al giudice a quo risolvere assegnando alla norma un preciso significato, prima di prospettare un problema di conformità alla Costituzione». Considerato che il Giudice unico delle pensioni presso la Corte dei conti – sezione giurisdizionale per la Regione Calabria, ha denunciato l'art. 2 del regio decreto- legge 19 gennaio 1939, n. 295 (Ricupero dei crediti verso impiegati e pensionati, e prescrizione biennale di stipendi, pensioni ed altri emolumenti), come modificato dall'art. 2, terzo comma (recte: quarto comma), della legge 7 agosto 1985, n. 428 (Semplificazione e snellimento delle procedure in materia di stipendi, pensioni ed altri assegni; riorganizzazione delle direzioni provinciali del tesoro e istituzione della Direzione generale dei servizi periferici del tesoro; adeguamento degli organici del personale dell'amministrazione centrale e del Ministero del tesoro e del personale amministrativo della Corte dei conti), «laddove con il termine “rate di pensione e […] differenze arretrate […] dovuti dallo Stato che si prescrivono con il decorso di cinque anni decorrenti dal giorno in cui il diritto può essere fatto valere” si accomunano “di fatto”, relativamente alla maturazione della prescrizione estintiva, sia i ratei accessori arretrati delle pensioni con valenza “retributiva”, sia quelli derivanti da pensioni privilegiate aventi connotati “indennizzatori”»; che, ad avviso del rimettente, posto che le pensioni privilegiate avrebbero «carattere “reintegrativo della lesione derivante da fatto lecito”» e dovrebbero, pertanto, «seguire la regola generale di tutti i diritti personali di credito soggetti alla normale prescrizione decennale», la disposizione censurata violerebbe, dunque, gli artt. 3 e 36, primo comma, della Costituzione, in quanto non sussisterebbe «neppure una “ragionevole giustificazione” della diversità di disciplina circa il termine prescrizionale previsto per i ratei arretrati spettanti a fronte del riconoscimento di indennizzo scaturente da fatto lecito (dieci anni), rispetto agli omologhi arretrati derivanti da pensioni privilegiate dei militari di carriera (cinque anni)»; che, preliminarmente, deve ritenersi non pertinente rispetto al thema decidendum l'eccezione di inammissibilità avanzata dalla difesa erariale, giacché, come appena evidenziato, la questione che il rimettente sottopone allo scrutinio di questa Corte riguarda l'ampiezza del termine di maturazione della prescrizione dei ratei arretrati della pensione privilegiata “dei militari di carriera” e non – secondo quanto ritenuto dall'Avvocatura – il diverso profilo della decorrenza della prescrizione «qualora il credito sorga da una pronuncia di illegittimità costituzionale di una disposizione di legge»; che, nel merito, la prospettazione su cui si fonda il dubbio di costituzionalità muove da premesse interpretative non solo palesemente erronee, ma anche inconferenti; che, infatti, il rimettente evoca, quale tertium comparationis, la disciplina recata dagli artt. 934 e ss. del codice civile sotto lo specifico profilo della prescrizione del diritto del proprietario del fondo privato acquistato dalla pubblica amministrazione per “accessione invertita”, assumendo che, in forza dell'interpretazione fornita dalla Corte di cassazione (Cass. civ. , sez. I, 8 ottobre 1992, n. 10979), verrebbe qui in considerazione – al pari della pensione privilegiata che avrebbe «una funzione di indennizzo derivante da fatto lecito» – un «risarcimento per fatto lecito» e, segnatamente, «un diritto personale di credito soggetto alla prescrizione ordinaria decennale, non a quella quinquennale in materia di risarcimento del danno da fatto illecito»; che tra il termine di raffronto individuato dal giudice a quo e la disciplina recata dalla norma denunciata in tema di prescrizione dei ratei pensionistici spettanti ai pubblici dipendenti non è dato ravvisare, con tutta evidenza, alcuna omogeneità, risultando, altresì, non pertinente l'accostamento che il rimettente medesimo sembrerebbe operare tra la prescrizione quinquennale del risarcimento del danno da fatto illecito e quella prevista dalla disposizione censurata in relazione ai ratei di pensione; che, peraltro, il prescelto tertium comparationis, oltre ad essere inconferente, viene assunto in base ad un'interpretazione quasi isolata del giudice di legittimità, giacché il rimettente ignora non solo la giurisprudenza precedente a quella citata, ma, soprattutto, quella formatasi successivamente, la quale, in base ad un orientamento ormai consolidato, ha affermato che l'azione del privato, volta ad ottenere il pagamento di somma di denaro corrispondente al valore del fondo perduto a seguito di occupazione illegittima e di irreversibile trasformazione di esso in opera pubblica, soggiace al termine quinquennale di prescrizione stabilito dall'art. 2947, primo comma, cod. civ. ; che, inoltre, il giudice a quo erra nel ritenere che «le pensioni privilegiate dei militari di carriera, a differenza di quelle normali, presentano la peculiarità di non postulare un precedente rapporto contributivo, ma di servizio e si sostanziano nell'attribuzione di un indennizzo (a vita o una tantum)», così che la loro «caratteristica peculiare» sarebbe quella di non avere «natura reddituale di quiescenza, ma indennitaria»; che, infatti, contrariamente a quanto afferma il rimettente, è orientamento consolidato di questa Corte (tra le altre, sentenze n. 70 del 1999, n. 431 del 1996, n. 126 del 1991, n. 387 del 1989, n. 151 del 1981), condiviso dalla giurisprudenza assolutamente prevalente della stessa Corte dei conti in materia pensionistica, che le pensioni privilegiate ordinarie, civili e militari, hanno titolo in un rapporto di dipendenza, volontariamente costituito, e rappresentano la proiezione di un precedente trattamento economico di servizio, del quale condividono la natura reddituale di retribuzione differita e ciò al pari delle pensioni normali di quiescenza, tanto da potersi ravvisare «l'unicità della figura del diritto al trattamento pensionistico sia normale sia privilegiato» (così la citata sentenza n. 126 del 1991); che, dunque, non ha consistenza la censura con la quale, evocando congiuntamente la violazione degli artt. 3 e 36, primo comma, Cost., si assume come ingiustificato ed irragionevole l'eguale trattamento, sotto il profilo del termine quinquennale di prescrizione stabilito dalla denunciata disposizione, tra pensioni normali di quiescenza e pensioni privilegiate ordinarie;