[pronunce]

2.2.3.- Bipop Carire s.p.a. sostiene, in via preliminare, che nella vicenda della genesi della normativa di cui al decreto-legge n. 347 del 2003, e successive modificazioni, è ravvisabile una fattispecie di «eccesso di potere legislativo», sotto il profilo dello «sviamento (del vizio del fine o della causa)», poiché, in sostanza, le disposizioni, “correttive e integrative” del testo originario, via via emanate, sono state ispirate «al fine esclusivo di legittimazione dei contenuti di un atto amministrativo specifico (il programma di ristrutturazione predisposto dal commissario del gruppo Parmalat) onde consentirne l'approvazione in sede propria». In altri termini, «la normativa considerata, al di là del suo apparente contenuto dispositivo, è stata adottata soltanto ex postfacto al fine di sovvenire alle esigenze via via manifestate dall'amministrazione straordinaria di Parmalat, ed è, pertanto, da ritenersi incostituzionale per il fatto di aver perseguito un fine diverso da quello desumibile dal suo contenuto dispositivo». In proposito, cita le sentenze della Corte costituzionale n. 146 del 1996 e n. 195 del 1982 . 2.2.3.1.- Nel merito della questione, come proposta dal giudice rimettente, la deducente ne afferma la fondatezza, argomentando che l'art. 6 del decreto-legge n. 347 del 2003 è costituzionalmente illegittimo sotto diversi profili. 2.2.3.2.- Innanzitutto esso «contrasta con il principio di eguaglianza in senso “tradizionale” come disparità di trattamento di situazioni eguali», poiché i creditori dell'impresa sottoposta alla procedura di cui al citato decreto-legge sono trattati differentemente rispetto ai creditori delle imprese sottoposte alla procedura di cui al d.lgs. n. 270 del 1999; corrispondentemente, anche le imprese sottoposte all'una o all'altra procedura godono di trattamenti differenziati. In entrambi i casi questa disparità di trattamento non è giustificata da un ulteriore interesse costituzionale. 2.2.3.3.- In secondo luogo, la norma denunciata contrasta con il principio di eguaglianza inteso nel senso della ragionevolezza: l'azione revocatoria fallimentare, la cui ratio consiste nella tutela della par condicio creditorum, è, infatti, conciliabile con la finalità di liquidazione dell'impresa, perseguibile con l'amministrazione straordinaria disciplinata dal d.lgs. n. 270 del 1999, non anche con la finalità di risanamento dell'impresa, cui è, invece, indirizzata la procedura introdotta dal decreto-legge n. 347 del 2003. 2.2.3.4.- La deducente - rilevati ulteriori profili di incostituzionalità, non sollevati dal giudice a quo - osserva che la norma in questione contrasta con l'art. 41 Cost., poiché, attraverso l'esercizio delle azioni revocatorie, procura «una forma di finanziamento forzoso a favore dell'impresa insolvente» e consente ad essa di restare sul mercato, così producendo «effetti distorsivi della concorrenza e del mercato», senza che ricorrano «interessi pubblici costituzionalmente protetti che in astratto potrebbero giustificare, secondo principi di proporzionalità, deroghe al principio costituzionale di tutela della concorrenza». 2.2.4.- Commerzbank AG deduce, in primis, la violazione del principio di uguaglianza: il decreto-legge n. 347 del 2003 (come successivamente modificato) rimette all'impresa insolvente, che abbia i requisiti da esso previsti, di scegliere fra la procedura di amministrazione straordinaria disciplinata dallo stesso decreto e quella disciplinata dal d.lgs. n. 270 del 1999, perseguendo nell'uno come nell'altro caso un programma di ristrutturazione economica e finanziaria di cui all'art. 27, comma 2, lettera b), del d.lgs. n. 270 del 1999, ma i terzi, che, nel cosiddetto “periodo sospetto”, hanno posto in essere negozi giuridici con l'impresa insolvente o hanno da questa ricevuto pagamenti, nel primo caso, in forza della norma denunciata, sono esposti all'azione revocatoria fallimentare, nel secondo caso, invece, ne sono esenti. Siffatta disparità di trattamento è ingiustificata e irragionevole, posto che entrambe le procedure sono volte a consentire un risanamento aziendale in costanza di una situazione di insolvenza dell'impresa e la previsione dell'esperibilità dell'azione revocatoria all'interno di un procedura di risanamento si pone in contrasto con la funzione e la struttura stessa dell'azione, fondata sul presupposto della lesione del principio di parità di trattamento dei creditori. 2.2.4.1. – La deducente denuncia, inoltre, la violazione dell'art. 41 Cost.: posto che l'amministrazione straordinaria di cui al decreto-legge n. 347 del 2003 è una procedura preordinata alla gestione dell'impresa insolvente in funzione del suo reinserimento nel mercato, la norma denunciata urta contro il principio della libertà di iniziativa economica, giacché essa consente «ad un'impresa operante sul mercato di avvantaggiarsi sul piano patrimoniale, avvalendosi dell'istituto della revocatoria, del quale non si possono avvalere gli altri operatori economici»; di talché «il vittorioso esito delle revocatorie fallimentari non rappresenta altro che una forma di finanziamento forzoso a favore dell'impresa insolvente, diventando uno strumento per sostenere l'impresa, falsando la concorrenza». 2.2.5.- Unicredit Banca d'Impresa s.p.a. e Unicredito Italiano s.p.a. deducono che l'art. 6 del decreto-legge n. 347 del 2003, e successive modificazioni, si pone in contrasto con il principio di uguaglianza di cui all'art. 3 Cost. e con il principio della libera concorrenza e della libertà di iniziativa economica di cui all'art. 41 Cost. 2.2.5.1.- Sotto il primo profilo, infatti, la norma impugnata, prevedendo la possibilità di esperire le azioni revocatorie fallimentari nell'ambito della procedura di amministrazione straordinaria disciplinata dal citato decreto-legge «anche nel caso di autorizzazione all'esecuzione di un programma di ristrutturazione», introduce una irragionevole discriminazione nei confronti delle imprese assoggettate alla procedura di amministrazione straordinaria disciplinata dal d.lgs. n. 270 del 1999, per le quali il rimedio revocatorio è esperibile soltanto ove sia perseguito un programma di cessione e non anche quando sia autorizzato un programma di ristrutturazione. E l'incostituzionalità della norma non può essere lenita dal fatto che il programma di ristrutturazione si attui mediante un concordato che preveda la cessione delle azioni revocatorie ad un assuntore, atteso che «il concordato e il patto di assunzione costituiscono solo una delle modalità di attuazione del piano di ristrutturazione, così da non legittimare un giudizio di costituzionalità generale relativamente all'art. 6»; peraltro, «concordato e patto di assunzione si innestano, comunque, nell'ambito di una procedura di natura risanatoria che persegue, in via diretta, l'obiettivo del rilancio dell'attività industriale dell'impresa e considera il soddisfacimento delle pretese dei creditori come obiettivo subordinato».