[pronunce]

che, sotto tale profilo, viene altresì in considerazione – anche in riferimento all'art. 117, primo comma, Cost. – la direttiva n. 2003/109/CE del Consiglio, del 25 novembre 2003, relativa allo status dei cittadini di Paesi terzi soggiornanti di lungo periodo e, in particolare, il suo ottavo «considerando» (ove si precisa che nella nozione di ordine pubblico può rientrare anche una sola condanna penale, ma si specifica che tale provvedimento deve riferirsi ad un reato grave), nonché gli artt. 6 e 12 ove si prevedono, rispettivamente, il diniego dello status di soggiornante di lungo periodo e l'allontanamento del titolare di tale status derivanti da ragioni di ordine pubblico o sicurezza pubblica, ma si richiede espressamente che vengano prese in considerazione anche la durata del soggiorno e i legami instaurati con il paese di soggiorno; che dall'insieme delle disposizioni della direttiva è possibile ricavare, secondo il giudice a quo, un nucleo minimo di diritti dello straniero regolarmente soggiornante in uno dei Paesi dell'Unione europea, riconducibile all'obbligo di dare rilievo al pregresso soggiorno regolare di lungo periodo, come indice di una rafforzata aspettativa alla permanenza nello Stato di soggiorno; che, per il TAR remittente, analoghi parametri di riferimento si rinvengono nelle Convenzioni OIL n. 97 del 1949 e n. 143 del 1975, nonché nella Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali; che tali principi trovano corrispondenza nella nostra Costituzione negli artt. 2 (che tutela i diritti inviolabili dell'uomo come singolo e nelle formazioni sociali), 13 (che garantisce la libertà personale, che potrebbe essere arbitrariamente incisa dall'espulsione amministrativa), 24 (secondo cui tutti possono agire in giudizio per la tutela dei propri diritti ed interessi legittimi), 27 (alla cui stregua la pena deve tendere alla rieducazione del condannato), 29 (che tutela la famiglia come società naturale fondata sul matrimonio), 30 (secondo cui è dovere e diritto dei genitori mantenere, istruire ed educare i figli), 35 (che fa obbligo alla Repubblica di garantire il lavoro in tutte le sue forme ed applicazioni), 36 (secondo cui il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del lavoro prestato) e 41 (avuto riguardo alla lesione alla libertà di iniziativa economica dell'imprenditore, che deve privarsi dell'apporto collaborativo dello straniero); che la lesione dei suddetti principi appare, al remittente, indubitabile, ove si consideri che il mancato rinnovo del permesso di soggiorno ha molteplici e «devastanti» effetti per l'interessato, in quanto questo viene a trovarsi nell'impossibilità di svolgere un lavoro regolare essendo, di fatto, condannato ad una condizione di clandestinità e, con l'espulsione amministrativa, subisce la cesura di ogni legame con la comunità nella quale si è inserito – nella specie con la famiglia – il tutto senza alcuna considerazione in merito all'eventuale assenza di persistenti legami con il paese di origine; che l'irragionevolezza della previsione risulterebbe anche dalla parificazione – una volta che sia stato commesso un certo reato – tra straniero socialmente pericoloso e straniero non socialmente pericoloso, tanto più che la condanna per un solo reato non può, da sola, essere considerata sintomo di pericolosità sociale, secondo quanto affermato anche da questa Corte (v. sentenza n. 140 del 1982); che, infine, secondo il remittente, un ulteriore profilo di irragionevolezza e contrarietà con l'art. 3 Cost. della normativa censurata è rappresentato dal collegamento automatico tra l'impossibilità di ottenere il rinnovo del permesso di soggiorno e l'espulsione amministrativa, così pervenendosi ad un risultato uguale a quello censurato da questa Corte con la sentenza n. 58 del 1995, dichiarativa dell'illegittimità costituzionale della norma che obbliga il giudice penale, in caso di reati in materia di stupefacenti, a pronunciare, contestualmente alla condanna, l'ordine di espulsione dello straniero; che, infatti, pur essendo diversi i due procedimenti – l'uno di carattere amministrativo e l'altro di carattere giurisdizionale – l'epilogo risulta il medesimo, cioè l'allontanamento automatico dal territorio dello Stato, con conseguente impossibilità di godere delle libertà e di esercitare i diritti riconosciuti sia dall'art. 13, sia dagli artt. 2, 4, 16 e 29 della Costituzione; che è intervenuto in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, concludendo per la declaratoria di infondatezza della questione. Considerato che il Tribunale amministrativo per la Lombardia, sezione staccata di Brescia, dubita, in riferimento agli articoli 2, 3, 11, 13, 24, 27, 29, 30, 35, 36, 41 e 117, primo comma, della Costituzione, della legittimità costituzionale del combinato disposto degli artt. 4, comma 3, e 5, comma 5, del decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286 (Testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell'immigrazione e norme sulla condizione dello straniero), nel testo previgente il decreto legislativo 8 gennaio 2007, n. 5; che la questione è stata sollevata in un giudizio avente ad oggetto l'impugnazione del provvedimento del Questore di Mantova di rifiuto del rinnovo del permesso di soggiorno ad un cittadino marocchino (regolarmente soggiornante in Italia con tutta la famiglia di origine dal maggio 1992 e titolare di un proprio permesso di soggiorno dal marzo 1994), per aver questi riportato condanna, il 29 settembre 2004 – con pena patteggiata e con sospensione condizionale della medesima – a un anno e otto mesi di reclusione e ad euro 3.445,00 di multa, per il reato di cessione in vendita continuata di sostanza stupefacente (hashish); che il remittente premette che la formulazione delle denunciate disposizioni è tale da non consentire alcuna valutazione della concreta situazione con riguardo all'effettiva pericolosità della persona richiedente il rinnovo del permesso di soggiorno, e sostiene l'irragionevolezza dell'automatismo stabilito tra condanna e diniego del rinnovo stesso; che, più in particolare, il TAR per la Lombardia censura, anzitutto, l'equiparazione fatta dalla legge tra ammissione al primo ingresso e rinnovo del permesso di soggiorno, senza tenere conto della durata della permanenza in Italia dello straniero, e ciò in violazione della direttiva 2003/109/CE del Consiglio, del 25 novembre 2003, relativa allo status di cittadini dei Paesi terzi soggiornanti di lungo periodo;