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Dai numeri che emergono dal DEF 2018 risulta chiaro che il Governo precedente non ha lasciato il Paese in ottime condizioni. Questo lo possiamo dire convinti di non essere contraddetti. Da qui dobbiamo partire e accettiamo la sfida, pur sapendo fin d'ora che non sarà facile. Dal DEF 2018 sostanzialmente emerge che l'Italia è il Paese che cresce meno in Europa, con una fortissima pressione fiscale e una disoccupazione giovanile oltre il 30 per cento. Certo, il PIL nel 2017 è arrivato all'1,5 per cento, lontano dallo 0,9 per cento del 2016, ma l'Italia è comunque l'unico Paese tra i big europei che resta lontano dai livelli del 2007, mentre la Spagna, che ha avuto una crisi anche più pesante della nostra, è già tornata, nel 2017, a crescere agli stessi ritmi e la Germania, da sette anni, registra un costante 1,8 per cento in più. Presidenza del vice presidente TAVERNA (ore 15,10) ( Segue RIVOLTA). Noi restiamo, invece, indietro con Grecia, Portogallo, Cipro e Finlandia. Sul lato della pressione fiscale, nonostante gli interventi sbandierati dal Governo precedente, siamo ancora con una pressione fiscale che supera il 40 per cento, o meglio al 42,2 per cento del PIL, o, se proprio si vuole includere l'effetto degli 80 euro, al 41,7 per cento, secondo quanto si può leggere nel DEF. Questo vuol dire non dare prospettiva; bisogna diminuire la pressione fiscale per far ripartire questo Paese. (Applausi dal Gruppo L-SP) . È una scommessa? No. Le altre strade del rigore non hanno dato i frutti sperati; sono state politiche economiche fallimentari. Bisogna sperimentare un'altra strada, ma con molta serietà e altrettanta chiarezza. Come per la crescita, anche in questo caso siamo tra gli ultimi in Europa: soltanto gli svedesi, gli austriaci, i belgi e i francesi pagano mediamente al fisco più soldi degli italiani, ma sappiamo anche che lo fanno a fronte di un sistema di welfare neanche paragonabile al nostro. Al contrario, tedeschi, portoghesi e spagnoli pagano almeno 1.000 euro in meno di tasse all'anno. Per non parlare dei britannici e degli irlandesi che, rispettivamente, risparmiano oltre 2.000 euro e, addirittura, oltre 5.000 euro. La situazione non è diversa per le imprese che, nonostante l'introduzione dell'IRI e la riduzione dell'IRES, registrano una media di oltre il 60 per cento di imposte pagate rispetto ai profitti commerciali. Se paragonate alla media dell'eurozona, le imprese italiane scontano un differenziale di oltre 21 punti percentuali: nessun altro Paese dell'euro subisce un'incidenza così elevata. Per quanto riguarda la disoccupazione giovanile, l'Italia con il 32,8 per cento resta il terzo Paese con il tasso più elevato dopo la Grecia (43,7 per cento) e la Spagna (36 per cento). Passando agli indicatori di finanza pubblica, gli obiettivi di riduzione del debito pubblico e del rapporto deficit /PIL sono ancora lontani: il debito pubblico alla fine del 2017 era pari a 2.263 miliardi di euro, cresciuto di circa 44 miliardi nel corso degli ultimi dodici mesi, risultando pari, secondo la Banca d'Italia, al 131,8 per cento del PIL. In Europa ci posizioniamo, quindi, al secondo posto dopo la Grecia. L'indebitamento netto del 2017 è stato pari al 2,3 per cento del PIL perché ha inglobato gli effetti del maggior debito di 20 miliardi, chiesto a dicembre 2016 per il salvataggio delle banche. In questo DEF 2018 si legge che il deficit tendenziale è stimato all'1,6 per cento per il 2018 e si prevede un sostanziale pareggio di bilancio nel 2020-2021, lasciando praticamente la palla al Governo successivo. E non dimentichiamo che questo obiettivo è stato progressivamente spostato in avanti durante la scorsa legislatura: quando Renzi si insediò, a febbraio 2014, era previsto per il 2015 e subito ad aprile chiese il posticipo al 2016. Ce lo ricordiamo bene. Ora, quello che contestiamo a chi ci ha preceduto non è tanto di non aver raggiunto gli obiettivi, ma di aver messo in ginocchio il Paese - come dicevo all'inizio del mio intervento - in nome del raggiungimento di quegli obiettivi, senza poi neanche avvicinarci. La sfida oggi si gioca, quindi, all'interno e all'esterno. All'interno, bisogna riattivare il circuito del tessuto imprenditoriale del Paese per far riaprire le imprese e valorizzare i nostri asset strategici, per strutturare un welfare solido e concreto, soprattutto per quella crescente fascia della popolazione che soffre e non ha abbastanza mezzi per rendere la sanità più efficiente e le città più sicure e vivibili; per abbattere la pressione fiscale e le disuguaglianze, per creare lavoro ai giovani, a condizioni decenti, ovviamente, e per assicurare una pensione dignitosa a coloro che è tempo che smettano di lavorare e inizino una nuova fase di vita, molto spesso dedicata alle famiglie, alle cure degli anziani e ai nipoti; infine, per fare investimenti e modernizzare le reti e le infrastrutture. Non si possono barattare valori ed etica politica per i numeri che piacciono agli speculatori finanziari: la politica deve avere la forza di riprendersi il suo posto e di decidere, deve avere la forza di prendere le proprie responsabilità e, se è necessario, di rischiare. È troppo facile dire che ce lo chiede l'Europa e scaricare su questa entità lontana le responsabilità di scomode decisioni. Troppo semplice giustificarsi e trincerarsi dietro regole decise a Bruxelles, come se l'Italia fosse solo un osservatore senza diritto di parola o uno spettatore passivo. Signor Presidente, chiedo di consegnare il testo del mio intervento affinché venga allegato al resoconto della seduta odierna. Concludo ricordando a tutti i colleghi, di maggioranza e di opposizione, che questo Governo è partito con una grande volontà di cambiamento, con un'idea ben precisa del modello che vogliamo e, guarda caso, già dai primi provvedimenti abbiamo avuto un riscontro nei cittadini assolutamente positivo perché sentono di avere un altro tipo di dignità non solo all'interno del nostro Paese ma soprattutto nei confronti dell'Europa e degli altri Paesi che, forse, complici i Governi precedenti, ci hanno trattato veramente come parte della servitù. (Applausi dai Gruppi L-SP e M5S . Molte c ongratulazioni ). PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Moles. Ne ha facoltà. MOLES (FI-BP) . Signor Presidente, onorevoli senatori, onorevole rappresentante del Governo - sicuramente attento - il DEF al nostro esame viene esaminato con un enorme ritardo e finisce quindi per essere un documento assolutamente inutile. Manca dei dati programmatici, che il Governo uscente di Gentiloni non ha voluto inserire e il Governo entrante di Conte non ha compilato.