[pronunce]

14.- La Corte di giustizia dell'Unione europea, grande sezione (sentenza 2 settembre 2021, nella causa C-350/20, O. D. e altri), ha ritenuto ricevibili le questioni pregiudiziali proposte da questa Corte e, nel merito, ha affermato che «[l]'articolo 12, paragrafo 1, lettera e), della direttiva 2011/98/UE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 13 dicembre 2011, relativa a una procedura unica di domanda per il rilascio di un permesso unico che consente ai cittadini di paesi terzi di soggiornare e lavorare nel territorio di uno Stato membro e a un insieme comune di diritti per i lavoratori di paesi terzi che soggiornano regolarmente in uno Stato membro, deve essere interpretato nel senso che esso osta a una normativa nazionale che esclude i cittadini di paesi terzi di cui all'articolo 3, paragrafo 1, lettere b) e c), di tale direttiva dal beneficio di un assegno di natalità e di un assegno di maternità previsti da detta normativa». 15.- Le questioni sono tornate all'esame di questa Corte, che ha fissato, per la discussione, l'udienza dell'11 gennaio 2022 e, per il giudizio di cui al n. 179 reg. ord. del 2019, la trattazione nella camera di consiglio del medesimo giorno. 15.1.- Nei giudizi di cui ai numeri 175, 177, 178, 181, 182, 188 e 190 reg. ord. del 2019, hanno depositato memoria le parti private e hanno chiesto a questa Corte di dichiarare l'illegittimità costituzionale delle disposizioni censurate, nella parte in cui negano ai titolari del permesso unico di lavoro l'assegno di natalità e l'assegno di maternità. Nel caso di specie, non verrebbe in rilievo lo ius superveniens in tema di assegno unico universale e di accesso degli stranieri alle prestazioni di assistenza sociale, poiché le controversie dovrebbero essere decise in base alla normativa vigente al momento della presentazione della domanda. Le parti pongono in risalto «la stretta connessione» tra i parametri costituzionali e le norme della CDFUE. L'erogazione dell'assegno di natalità, prestazione rivolta essenzialmente «al nuovo nato», non potrebbe tollerare disparità di trattamento legate al radicamento territoriale o al pregresso contributo alla vita collettiva. Neppure per l'assegno di maternità si potrebbe riscontrare una ragionevole correlazione tra il requisito selettivo del permesso di soggiorno UE per soggiornanti di lungo periodo e la ratio di un beneficio concesso a chi non possa godere della «indennità di maternità "ordinaria"» e dunque si trovi «in condizioni di maggiore bisogno». 15.2.- In prossimità dell'udienza dell'11 gennaio 2022, anche nel giudizio di cui al n. 189 reg. ord. del 2019 ha depositato memoria la parte privata, per chiedere la declaratoria di illegittimità costituzionale dell'art. 1, comma 125, della legge n. 190 del 2014. Nel discriminare i bambini in virtù della cittadinanza dei loro genitori, la disposizione censurata riserverebbe un trattamento deteriore ai figli di cittadini di paesi terzi, in assenza di una «idonea giustificazione» e in antitesi con le finalità di una prestazione finalizzata a far fronte alle «situazioni di maggior disagio economico». Essa contrasterebbe, pertanto, non solo con l'art. 117, primo comma, Cost., in relazione alle richiamate previsioni della CDFUE, ma anche con gli artt. 3 e 31 Cost. 15.3.- In tutti i giudizi, ha depositato memoria anche il Presidente del Consiglio dei ministri. 15.3.1.- Le questioni di legittimità costituzionale sarebbero inammissibili per difetto di rilevanza. La Corte di cassazione non avrebbe dato conto, per tutti i ricorrenti, della titolarità del permesso unico di lavoro, che consentirebbe di invocare la parità di trattamento nella materia della sicurezza sociale. Spetterebbe alla discrezionalità degli Stati membri conformare nella maniera più appropriata i sistemi di sicurezza sociale. L'art. 34 CDFUE non attribuirebbe alcun diritto e richiederebbe pur sempre la mediazione del diritto derivato e della legislazione nazionale. 15.3.2.- Le questioni, nel merito, non sarebbero comunque fondate. La Corte di giustizia dell'Unione europea avrebbe enucleato un onere procedurale, che si sostanzia nel carattere espresso della deroga al principio di parità di trattamento. La disciplina dell'assegno di natalità, racchiusa nell'art. 1, comma 125, della legge n. 190 del 2014, rappresenterebbe la deroga espressa richiesta dalla Corte di Lussemburgo. Sarebbe demandato al legislatore nazionale il compito di dettare la disciplina compiuta dell'assegno di natalità e dell'assegno di maternità, nel rispetto del limite delle risorse disponibili. Al necessario intervento legislativo non potrebbero sopperire né una pronuncia di questa Corte, che condurrebbe comunque ad una «rideterminazione, ovviamente riduttiva, dei trattamenti individuali», né il richiamo al «principio europeo di non discriminazione». La difesa dello Stato ribadisce che la posizione del soggiornante di lungo periodo non potrebbe essere assimilata a quella del titolare del permesso unico di lavoro. L'equiparazione auspicata dal rimettente vanificherebbe la speciale disciplina di favore che il legislatore dell'Unione europea ha dettato proprio per i soggiornanti di lungo periodo. In via subordinata, l'interveniente chiede il differimento ex nunc dell'efficacia della sentenza di accoglimento e l'assegnazione di «un congruo termine per il reperimento delle necessarie, ingenti, risorse finanziarie». 16.- All'udienza pubblica dell'11 gennaio 2022, le parti hanno insistito per l'accoglimento delle conclusioni, preliminari e di merito, rassegnate nei rispettivi atti.1.- Con le ordinanze iscritte ai numeri 175, 178, 180, 181, 182, 188, 189 e 190 del registro ordinanze 2019, la Corte di cassazione, sezione lavoro, dubita, in riferimento agli artt. 3, 31 e 117, primo comma, della Costituzione, in relazione agli artt. 20, 21, 24, 33 e 34 della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea (CDFUE), proclamata a Nizza il 7 dicembre 2000 e adattata a Strasburgo il 12 dicembre 2007, della legittimità costituzionale dell'art. 1, comma 125, della legge 23 dicembre 2014, n. 190, recante «Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (legge di stabilità 2015)», nella parte in cui, per i soli cittadini di Paesi terzi, subordina il riconoscimento dell'assegno di natalità alla titolarità del permesso di soggiorno UE per soggiornanti di lungo periodo. 1.1.- Il giudice a quo muove dal presupposto che l'assegno di natalità si configuri come una prestazione volta al soddisfacimento di «bisogni essenziali del nucleo familiare» in condizioni meno agiate. 1.1.1.- La disposizione censurata confliggerebbe, anzitutto, con l'art. 3 Cost.