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Modifiche al testo unico di cui al decreto legislativo 26 marzo 2001, n.151, concernenti il sostegno alla maternità e l'introduzione del congedo di paternità obbligatorio. Onorevoli Senatori. -- I dati della fecondità in Italia rivelano che, a livello internazionale, il nostro Paese è uno di quelli meno prolifici. Le cifre relative all'anno 2005 denunciavano che nessuna nazione presentava un valore più basso del tasso di fecondità italiano, pari in quell'anno a 1,33 figli per donna. Sebbene l'andamento più recente del numero medio di figli (tasso di fecondità totale) sembri essere in linea con la tendenza alla ripresa della fecondità che ha caratterizzato l'Italia negli ultimi anni (l'incremento più marcato si è riscontrato tra il 2007 e il 2008, dove l'indicatore è passato da 1,37 a 1,42 figli in media per donna), la stima al 2009 vede l'indicatore attestarsi su 1,41 e quella relativa al 2012 su 1,42. Per il terzo anno consecutivo, non si riscontrano variazioni di rilievo della fecondità nazionale, che continua a essere concretamente sostenuta dal contributo delle donne straniere (2,07 figli contro 1,33 delle italiane). Rispetto al 1995, anno in cui la fecondità ha registrato il suo minimo storico in Italia con un valore del tasso di fecondità di 1,19 figli per donna, il tasso di fecondità totale è aumentato del 18,5 per cento; tuttavia, i valori sono ancora molto inferiori alla cosiddetta «soglia di rimpiazzo» (pari a circa 2,1 figli in media per donna), che garantirebbe il ricambio generazionale. Il tradizionale differenziale nel tasso di fecondità totale -- che fino agli anni Ottanta vedeva le regioni del Mezzogiorno fungere da sostegno alla fecondità con valori superiori alla media nazionale -- oggi mette in luce una realtà in cui sono le regioni del Nord quelle in cui si fanno in media più figli. Le ragioni di questa inversione di tendenza risiedono principalmente nel diverso contributo di nascite da genitori stranieri, che risulta maggiore nelle regioni del Centro-Nord, dove si concentra maggiormente la popolazione straniera. Rispetto al 1995, il tasso di fecondità totale è aumentato nelle regioni del Nord del 40 per cento circa, mentre nel Mezzogiorno si è ridotto del 4 per cento circa nello stesso intervallo temporale. Le regioni in cui si fanno più figli sono la Valle d'Aosta (1,62) e il Trentino-Alto Adige (l,55); mentre, le regioni a più bassa fecondità sono la Sardegna (1,11) e il Molise (1,15). Se nel periodo gennaio-agosto 2007 confortava la tendenza positiva registrata nel 2006, con un incremento di 4.698 unità rispetto allo stesso periodo del 2006 (369.411 iscrizioni totali all'anagrafe), il bilancio demografico dell'Istituto nazionale di statistica per quanto riguarda il 2011 indica una tendenza chiara: dati alla mano, nel 2011 ci sono stati 15.000 iscritti in meno all'anagrafe rispetto al 2010, nel cui corso sono nati complessivamente 561.944 bambini (6.913 in meno, pari all'1,2 per cento, rispetto all'anno precedente). Una tendenza, quella della diminuzione delle nascite, che è continua dal 2008. L'Italia nel contesto europeo si colloca infatti tra i Paesi a bassa fecondità, risultando in graduatoria al 20º posto rispetto ai 27 Paesi dell'Unione europea. L'Irlanda assume una posizione di eccezione, visto che è l'unico paese che presenta valori pari alla soglia che garantirebbe il ricambio generazionale. Nella parte alta della graduatoria del tasso di fecondità totale si trovano, inoltre, la Francia e i paesi scandinavi, noti nel panorama europeo per le politiche a sostegno alla maternità e alla famiglia grazie ad un articolato sistema di prestazioni familiari che vanno da quelle generali di mantenimento a quelle di accoglienza legate alla prima infanzia, fino a quelle ad assegnazione speciale. In Francia, ad esempio, si distinguono trenta tipologie di sussidi differenti, per un totale di circa 80 miliardi di euro annui, pari al 55 per cento del prodotto interno lordo, che sono destinati agli aiuti alle famiglie per la crescita dei figli e che rappresentano una certezza per chi vuole aumentare il numero dei componenti del proprio nucleo familiare. Questi interventi sono poi accompagnati da una politica fiscale basata sul «quoziente familiare», una nuova metodologia di determinazione del reddito imponibile ai fini fiscali. Quella indicata dalla Francia è una strada per mantenere vivo un Paese ovvero per investire nel rinnovo demografico. L'Italia è purtroppo ben lontana da un così elevato livello di prestazioni a beneficio della famiglia e sarebbe ormai necessario intervenire sulla normativa in vigore per dare uno slancio al timido trend positivo delle nascite registratosi nell'ultimo biennio, con interventi che inducano le famiglie a intraprendere consapevolmente la strada dell'aumento del numero dei figli, certe di essere accompagnate dallo Stato con una molteplicità d'iniziative non solo alla nascita del figlio ma anche per quanto riguarda il lungo e complesso iter di crescita dei figli che è denso, per i genitori, di impegni di ogni genere, a cominciare da quelli di tipo economico. Nel disegno di legge si è voluto affrontare il tema dei congedi ai genitori lavoratori, presentando il testo, lievemente modificato, risultante dall'istruttoria legislativa del contenuto dei progetti di legge abbinati, il cui esame alla Camera (in XI Commissione Lavoro) è iniziato, senza alcun approdo finale, nel corso della XVI legislatura. Tutte le proposte di legge presentate riprendevano le considerazioni fatte in precedenza, sottolineando che, nonostante i pur importanti passi avanti fatti negli ultimi anni, l'Italia sconta ancora un grave ritardo nelle politiche di sostegno alla genitorialità: ciò si traduce in un tasso di natalità inferiore alla media europea, in un'insufficiente partecipazione delle donne al mondo del lavoro, nella scarsa condivisione da parte degli uomini delle responsabilità genitoriali. I provvedimenti erano pertanto volti a promuovere il concetto di pari responsabilità del padre e della madre nelle attività di cura ed educazione dei figli, aumentando gli incentivi all'utilizzo di forme flessibili di svolgimento dell'attività lavorativa nei primi anni di vita del bambino; importanti novità riguardavano, in particolare, il ruolo della paternità, valorizzato attraverso l'ampliamento degli istituti esistenti e l'estensione ai padri di benefici che la legislazione vigente prevede unicamente a favore delle madri. L'istituto del congedo parentale previsto dall'articolo 32 del testo unico delle disposizioni legislative in materia tutela e sostegno della maternità e della paternità, di cui al decreto legislativo 26 marzo 2001, n. 151, prevede che nei primi otto anni di vita del bambino il padre e la madre, lavoratori dipendenti, hanno diritto ad assentarsi dal lavoro anche contemporaneamente, ma per un periodo complessivo non superiore a undici mesi. In caso di adozione o di affidamento, i genitori possono utilizzare il congedo parentale entro gli otto anni dal momento dell'ingresso in famiglia e non oltre il compimento della maggiore età del figlio adottivo o affidato.