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In particolare, come già esposto nella mia relazione di minoranza sul caso «Diciotti», «il diniego del rilascio del POS (e il conseguente divieto di sbarco) non si può configurare come atto politico in senso stretto ma piuttosto come una omissione che interrompe una procedura amministrativa posta in essere dal ministro Salvini sulla scorta di valutazioni e finalità politiche. Il Ministro, dunque, non aveva alcuna titolarità diretta e non avrebbe pertanto dovuto né potuto interferire nelle determinazioni del Dipartimento per le libertà civili e l'immigrazione se non per gravi motivi di ordine e sicurezza pubblica rientranti nelle sue più ampie funzioni». L'approdo in un luogo sicuro - così come prevedono le già richiamate norme internazionali e quelle nazionali che ne discendono - nulla ha a che vedere con le politiche di redistribuzione che, invece, rientrano appieno nell'alveo delle azioni che l'Esecutivo intenda mettere in campo per realizzare il proprio programma di governo. Il presidente Gasparri, nella relazione non approvata dalla Giunta, fa una premessa metodologica sul valore che può assumere un precedente in seno alle sue deliberazioni: viene evidenziato in particolare come, pur non potendosi considerare formalmente vincolante, non essendo le sentenze annoverate tra le fonti del diritto, rivesta tuttavia «un'autorità de facto» , contribuendo a formare il cosiddetto diritto vivente. Il presidente Gasparri afferma come analogo discorso valga anche per i casi già esaminati dalla Giunta, atteso che il precedente parlamentare e, più in generale il pregresso decisum , acquista un rilievo ancora più marcato. La valutazione circa la riconducibilità o meno del caso «Gregoretti» al caso «Diciotti» assume dunque una valenza che egli definisce «pregiudiziale» Se è vero dunque che, come afferma il relatore e come ci si sente di condividere, nel contesto parlamentare «i precedenti, specie quelli della legislatura in corso, devono necessariamente rivestire una valenza pregiudiziale e comunque una irrinunciabile autorità de facto per i casi analoghi», vale la pena richiamare l'attenzione circa la responsabilità e la prudenza che Giunta e Assemblea devono usare nell'adottare determinate decisioni, specie se relative a casi complessi e nei quali si sia realizzata una lesione dei diritti fondamentali. La Giunta, per motivi forse estranei a queste considerazioni, si è già espressa in questo senso; ora la parola è a questa Assemblea. A tal proposito vorrei qui richiamare delle osservazioni che, nel tentativo di responsabilizzare le forze politiche coinvolte nella decisione, ho fatto in occasione del caso «Diciotti». Nel decidere se sottrarre o meno un membro del Governo al giudizio della magistratura, si badi bene al giudizio e non alla condanna, bisogna concentrarsi su due profili: il primo è quello di un interesse dello Stato costituzionalmente rilevante; il secondo è quello della preminenza di un interesse pubblico. Il legislatore costituzionale sembra suggerire che il bilanciamento dei valori in gioco ai fini della concessione o del diniego dell'autorizzazione a procedere debba risolversi a favore della tutela dei più alti valori della Repubblica. E, ancora una volta, ormai più che consapevoli delle ricadute future, dobbiamo domandarci: quali sono i più alti valori della Carta fondamentale se non il riconoscimento e la garanzia di diritti inviolabili dell'uomo quali la vita, la salute, la libertà e la dignità umana? Non è proprio la tutela ostinata di questi diritti che ci rende diversi da altri ordinamenti dove la vita, la salute, la libertà e la dignità sono stati sacrificati per ragioni di natura squisitamente politica? Sovvertire l'ordine dando priorità ad altri interessi, qualunque essi siano (il contenimento dei flussi migratori, la ridistribuzione dei migranti, il consenso politico) rispetto alla tutela dei diritti inviolabili dell'uomo sarebbe ammettere una una nuova e pericolosa concezione della ragion di Stato. A rafforzare questa convinzione, come sostenuto anche nella relazione sul caso «Diciotti», è la ratio della legge n. 124 del 2007 che regola l'attività dei nostri servizi d' intelligence . Il preminente interesse pubblico nell'esercizio di una funzione di Governo, che costituisce uno dei due parametri di valutazione forniti dalla legge costituzionale n. 1 del 1989, è infatti assimilabile al concetto di «ragion di Stato». Deve in particolare far riflettere l'articolo 17 della richiamata legge n. 124, che impedisce in modo categorico ai servizi segreti - che per natura si occupano di sicurezza nazionale - di compiere azioni dirette a mettere in pericolo o a ledere la vita, l'integrità fisica, la personalità individuale, la libertà personale, la libertà morale, la salute, o l'incolumità di una o più persone neanche per la difesa di un supremo interesse pubblico: la sicurezza della Nazione. La ratio di quella legge - approvata all'unanimità dal Parlamento - è proprio quella di ribadire che nessuna ragione, neanche quella della sicurezza nazionale, neanche quella di Stato, costituisca una deroga ai diritti inviolabili delle persone. Dal momento che neanche i nostri Servizi possono agire al di fuori del dettato costituzionale, è curioso sostenere che un Ministro possa farlo per dare seguito al proprio programma politico: a fini della concessione o del diniego, inoltre, poco conta sostenere che sia un programma politico condiviso con altri membri del Governo. In ogni caso, pur riconoscendo il più ampio grado di autonomia del Governo nella determinazione della propria azione e dei mezzi necessari per assolverla, è evidente che tale azione sia sempre e comunque subordinata al rispetto dei principi fondamentali della Costituzione. Essi, nel loro insieme, determinano il carattere più profondo della nostra cultura giuridica e sono, per questa ragione, al di fuori della disponibilità di qualsiasi classe politica, ponendosi al di sopra di qualunque altra norma o azione, che ad essi deve necessariamente uniformarsi. In conclusione, i diritti fondamentali non devono mai essere compressi per esigenze politiche. Eppure è accaduto ( rectius ), è accaduto nuovamente. Quello che non deve però nuovamente accadere è che il Senato, ancora una volta, sottragga al vaglio della magistratura un Ministro che reitera condotte antigiuridiche, offrendogli un pericoloso e ingiustificato scudo politico. Votando contro l'autorizzazione a procedere si crea dunque un nuovo, doppio, grave e pericoloso precedente vincolante che mina nel profondo il senso stesso della nostra democrazia, il suo complesso ma al contempo equilibrato sistema di pesi e contrappesi, di tutele dei diritti inviolabili della persona. Attenzione dunque, perché se è vero che non può non tenersi conto del precedente, un doppio precedente rafforzerebbe ulteriormente quello scudo politico; scudo dietro al quale un qualsiasi Ministro potrebbe rifugiare le sue ostinate convinzioni politiche anche se comportano la compressione di diritti fondamentali. Non coniamo, per di più per il tramite di un organo parlamentare con funzioni di garanzia, una nuova e pericolosa ragion di Stato capace di derogare ai diritti inviolabili.