[pronunce]

che, in particolare, la difesa dello Stato ha rilevato l'inammissibilità della questione prospettata dal Tribunale di Roma, in ragione dell'errata indicazione della norma impugnata e della mancata coincidenza dei parametri evocati nella motivazione con quelli richiamati espressamente nel dispositivo dell'ordinanza; che, nel merito, l'Avvocatura dello Stato ha prospettato l'infondatezza della questione, asserendo che la norma de qua non darebbe luogo a disparità di trattamento e che non sarebbe configurabile la violazione dell'art. 101 della Costituzione, in quanto la legge interpretativa, pur interferendo necessariamente nella sfera del potere giudiziario, non inciderebbe sul principio della divisione dei poteri; che anche l'ENPAF, parte resistente nei giudizi a quibus, si è costituito nel presente giudizio, con atto in data 17 maggio 2005, deducendo profili di inammissibilità e profili di infondatezza in ordine alla questione di costituzionalità sollevata dal Tribunale di Roma; che, nel merito, l'ENPAF ritiene che la questione non sia fondata in quanto il legislatore, lungi dal modificare il proprio intervento normativo, ne avrebbe semplicemente precisato la portata; che anche i ricorrenti dei due giudizi a quibus si sono costituiti nel presente giudizio, con atto in data 17 maggio 2005, cui è seguita successiva memoria, chiedendo che la questione di legittimità costituzionale sollevata dal Tribunale di Roma sia accolta; che, in data 2 maggio 2006, il Presidente del Consiglio dei ministri ha depositato memoria con la quale ha insistito nelle conclusioni già rassegnate; che l'ENPAF ha depositato memoria, in data 3 maggio 2006, con la quale ha ribadito le difese svolte; che anche l'AdEPP ha depositato memoria, in data 3 maggio 2005, rinnovando la richiesta di declaratoria di inammissibilità e comunque di manifesta infondatezza della questione sottoposta al vaglio di questa Corte; che l'AdEPP ha sostenuto l'ammissibilità del proprio intervento, in quanto associazione esponenziale, per statuto, degli interessi di tutti gli enti previdenziali privati, e quindi legittimata a prendere parte nel giudizio di costituzionalità per far valere le posizioni giuridiche “specificamente” proprie di tali enti. Considerato che il Tribunale di Roma dubita, in riferimento agli articoli 3, 24, 73 – anche in relazione all'art. 12 (recte: art. 11) delle disposizioni preliminari al codice civile –, 97 e 101 della Costituzione, della legittimità costituzionale dell'art. 1, comma 38, della legge 23 agosto 2004, n. 243 (Norme in materia pensionistica e deleghe al Governo nel settore della previdenza pubblica, per il sostegno alla previdenza complementare e all'occupazione stabile e per il riordino degli enti di previdenza ed assistenza obbligatoria), quale norma interpretativa dell'art. 1, comma 1, del decreto legislativo 16 febbraio 1996, n. 104 (Attuazione della delega conferita dall'art. 3, comma 27, della legge 8 agosto 1995, n. 335, in materia di dismissioni del patrimonio immobiliare degli enti previdenziali pubblici e di investimenti degli stessi in campo immobiliare), e ciò sia in quanto mancherebbero i presupposti per l'adozione di una disposizione di interpretazione autentica con effetto retroattivo, sia perché sarebbero lesi i principi della soggezione del giudice soltanto alla legge, e della parità di trattamento dei cittadini dinanzi alla legge, nonché del buon andamento della pubblica amministrazione; che, preliminarmente, va ribadita, per le ragioni esposte nell'ordinanza della quale si è data lettura in udienza, l'inammissibilità dell'intervento dell'Associazione degli enti previdenziali privati (AdEPP), la quale, come si evince dal relativo statuto, ha per scopo la tutela delle Casse associate, nonché mere attività di coordinamento, collaborazione, studio; che la questione è manifestamente inammissibile per diversi e concorrenti motivi; che il giudice a quo ha adottato un'unica ordinanza di rimessione relativamente a due distinti giudizi rispetto ai quali non risulta essere intervenuto provvedimento di riunione, mentre, ai sensi dell'art. 23 della legge 11 marzo 1953, n. 87, è del tutto ovvio che la questione di legittimità costituzionale può essere sollevata dall'autorità giurisdizionale davanti alla quale pende il giudizio, proprio in ordine al medesimo e non ad altri; che l'art. 24 della Costituzione è richiamato, senza alcuna motivazione, solo nel dispositivo dell'ordinanza di rimessione; che nella medesima ordinanza manca, altresì, la descrizione della fattispecie, poiché il giudice a quo omette di indicare elementi decisivi ai fini del controllo di questa Corte sulla rilevanza della questione, quale, tra gli altri, la sussistenza dei presupposti per l'esercizio del diritto di prelazione da parte dei singoli conduttori degli immobili degli enti previdenziali pubblici; che, pertanto, la sollevata questione di legittimità costituzionale è manifestamente inammissibile per tutti i motivi sopra indicati.. . per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE dichiara la manifesta inammissibilità della questione di legittimità costituzionale dell'art. 1, comma 38, della legge 23 agosto 2004, n. 243 (Norme in materia pensionistica e deleghe al Governo nel settore della previdenza pubblica, per il sostegno alla previdenza complementare e all'occupazione stabile e per il riordino degli enti di previdenza ed assistenza obbligatoria), sollevata, in riferimento agli articoli 3, 24, 73, 97 e 101 della Costituzione, dal Tribunale di Roma con l'ordinanza indicata in epigrafe. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 7 giugno 2006. F.to: Annibale MARINI, Presidente Alfonso QUARANTA, Redattore Giuseppe DI PAOLA, Cancelliere Depositata in Cancelleria il 22 giugno 2006. Il Direttore della Cancelleria F.to: DI PAOLA