[pronunce]

Quel che rileva è, invece, la chiara intenzione del rimettente di censurare le norme, applicabili ratione temporis alla fattispecie, che attribuiscono al competente direttore generale, regionale o compartimentale, dell'amministrazione finanziaria il potere di prorogare, a favore di tale amministrazione, i termini per proporre impugnazione avverso le sentenze del giudice tributario. 2.3. – Il rimettente ha, dunque, inteso denunciare, al di là della formulazione testuale dell'ordinanza di rimessione, il combinato disposto: a) dell'art. 1 del decreto-legge n. 498 del 1961, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 770 del 1961, quale sostituito dall'art. 1 della legge n. 592 del 1985; b) dell'art. 3 del medesimo decreto-legge n. 498 del 1961, quale sostituito dall'art. 33 della legge n. 28 del 1999. 3. – In punto di non manifesta infondatezza delle questioni, il giudice a quo afferma che le disposizioni denunciate violano l'art. 111, secondo comma, Cost. sotto un duplice profilo, in quanto si pongono in contrasto: a) in primo luogo, con il «principio di parità delle parti» e con il «principio del contraddittorio», sia perché (a.1.) la prevalenza nel processo delle tesi sostenute da una delle parti – nella specie, dall'amministrazione finanziaria – «deve essere mediata dall'intervento del giudice terzo che decide nel contraddittorio (quanto meno potenziale)» delle parti, mediazione che non è avvenuta nel caso concreto a causa della «sovrapposizione della qualità di parte con quella di organo destinato ad accertare eventi di “carattere eccezionale” destinati a riflettersi nel processo e quindi a giovare al decidente» la proroga; sia perché (a.2.) la suddetta proroga dei termini può essere disposta anche «a séguito di eventi “riconducibili a disfunzioni organizzative dell'amministrazione finanziaria”» e, pertanto, consente «alla Amministrazione (e solo ad essa) di giovarsi della propria disorganizzazione»; b) in secondo luogo, con il principio della «ragionevole durata del processo», perché tale principio, «così come inteso dalla Corte europea dei diritti dell'uomo», non permette che nel processo si verifichino «ritardi derivanti da disfunzioni dell'apparato pubblico». Il giudice rimettente afferma che le disposizioni denunciate violano, altresí, l'art. 24 Cost., perché «il potere di determinare la proroga dei [termini] processuali fa capo ad un soggetto che ha come proprio compito istituzionale esser parte del processo», cioè, nella specie, la «competente direzione regionale», che «ha provveduto ad autorizzare l'appello ai sensi dell'art. 52 del d.lgs. n. 546/1992». 4. – Così definito dal rimettente il thema decidendum, deve qui precisarsi che l'oggetto del giudizio di costituzionalità in via incidentale è «limitato alle norme ed ai parametri indicati nelle ordinanze di rimessione, poiché, secondo la consolidata giurisprudenza di questa Corte, non possono essere presi in considerazione, oltre i limiti in queste fissate, ulteriori questioni o profili di costituzionalità dedotti dalle parti, sia che siano stati eccepiti ma non fatti propri dal giudice a quo, sia che siano diretti ad ampliare o modificare successivamente il contenuto delle stesse ordinanze» (ex pluribus, sentenza n. 86 del 2008; ordinanza n. 174 del 2003). Non possono, pertanto, essere esaminate nel presente giudizio le ulteriori questioni di costituzionalità formulate dalla parte privata, in riferimento all'art. 3 Cost., nel proprio atto di costituzione. 5. – In via preliminare, la difesa erariale ha eccepito l'inammissibilità per difetto di rilevanza della questione di legittimità costituzionale sollevata in riferimento all'art. 111, secondo comma, Cost. e basata sull'assunto che, in forza delle disposizioni denunciate, l'Amministrazione potrebbe “giovarsi della propria disorganizzazione”. Il difetto di rilevanza deriva, secondo l'Avvocatura generale dello Stato, dal fatto che il rimettente considera non accertata e meramente eventuale l'imputazione all'amministrazione finanziaria del mancato o irregolare funzionamento degli uffici posto a fondamento della proroga. L'eccezione non è fondata. Contrariamente a quanto affermato dalla difesa erariale, la rilevanza sussiste, perché il giudice a quo dà per pacifico in giudizio il fatto che la proroga sia stata disposta per fatti addebitabili alla pubblica amministrazione. Il rimettente muove, infatti, dalla esplicita premessa che, «in base a quanto dedotto dal [contribuente] sig. Ortensi [recte: Ortenzi] sia avanti al giudice di appello sia nel ricorso per cassazione», la proroga dei termini è stata disposta «a séguito di eventi “riconducibili a disfunzioni organizzative dell'amministrazione finanziaria”». Ed è proprio in forza di tale premessa che lo stesso rimettente afferma che: a) la caducazione del denunciato art. 1 del decreto-legge n. 498 del 1961 «priverebbe di supporto legislativo il decreto della Direzione regionale per il Lazio del primo settembre 2000», con il quale è stata disposta la proroga dei termini di cui si è giovata l'amministrazione per notificare utilmente l'atto di appello al ricorrente; b) di conseguenza, nel caso di accoglimento della questione di legittimità sollevata, «risulterebbe inammissibile per tardività l'appello proposto dalla Amministrazione» medesima. 6. – Le questioni di legittimità costituzionale del combinato disposto degli artt. 1 e 3 del decreto-legge n. 498 del 1961, poste con riferimento all'art. 24 Cost. ed ai princípi di parità delle parti e del contraddittorio nel processo stabiliti dal primo periodo del secondo comma dell'art. 111 Cost., non sono fondate. 6.1. – Al riguardo, va preliminarmente rilevato che l'ordinanza di rimessione deve interpretarsi nel senso che le censure fondate sulla violazione dell'art. 24 Cost. si identificano sostanzialmente con quelle basate sulla violazione dell'evocato primo periodo del secondo comma dell'art. 111 Cost., relative alla parità ed al contraddittorio delle parti nel processo. Tali censure, infatti, si risolvono tutte nel rilievo che le norme denunciate comporterebbero una illegittima «sovrapposizione della qualità di parte con quella di organo destinato ad accertare eventi di “carattere eccezionale” destinati a riflettersi nel processo», inteso il termine “parte” nell'accezione di “parte del rapporto tributario” e non di parte processuale. Il rimettente, nel denunciare detta «sovrapposizione», ha inteso soltanto sottolineare che il potere di proroga dei termini processuali attribuito all'amministrazione finanziaria quale parte del rapporto impositivo si risolve in una menomazione dei diritti di difesa del contribuente nel processo.