[pronunce]

Sentenza ha pronunciato la seguentenel giudizio per conflitto di attribuzione sorto a seguito della nota del Ministero delle finanze - Dipartimento del territorio - Direzione centrale del demanio - del 25 gennaio 1999 nella parte in cui nega alla provincia il diritto al rimborso dei canoni di concessione relativi alle grandi derivazioni di acque pubbliche, promosso con ricorso della Provincia autonoma di Trento, notificato il 13 aprile 1999, depositato in cancelleria il 22 successivo ed iscritto al n. 15 del registro conflitti 1999. Visto l'atto di costituzione del Presidente del Consiglio dei ministri; Udito nella udienza pubblica del 22 maggio 2001 il giudice relatore Carlo Mezzanotte; Uditi l'avvocato Giandomenico Falcon per la Provincia autonoma di Trento e l'avvocato dello Stato Giuseppe Albenzio per il Presidente del Consiglio dei ministri.. Ritenuto in fatto Considerato in diritto 1. - La Provincia autonoma di Trento ha proposto conflitto di attribuzione nei confronti dello Stato in relazione alla nota del Ministero delle finanze - Dipartimento del territorio - Direzione centrale del demanio n. 50151 del 25 gennaio 1999, con la quale le è stato negato il rimborso integrale dei canoni delle concessioni relative alle grandi derivazioni di acque pubbliche rilasciate dallo Stato su beni facenti parte del demanio idrico della provincia, in relazione agli anni dal 1988 al 1992. La predetta nota avrebbe leso attribuzioni costituzionali conferite alla provincia dagli articoli 68, 71 e 110 dello statuto di autonomia. L'articolo 71 del d.P.R. 31 agosto 1972, n. 670 (Approvazione del testo unico delle leggi costituzionali concernenti lo statuto speciale per il Trentino-Alto Adige) prevede che, per le concessioni di grande derivazione di acque pubbliche esistenti nella provincia, lo Stato ceda a quest'ultima i nove decimi dell'importo del canone annuo stabilito a norma di legge. A giudizio della ricorrente, l'assetto delle entrate provinciali risultante da tale disposizione sarebbe stato alterato dall'articolo 8, comma 1, lettera e), del d.P.R. 20 gennaio 1973, n. 115 (Norme di attuazione dello statuto speciale per il Trentino-Alto Adige in materia di trasferimento alle Province autonome di Trento e di Bolzano dei beni demaniali e patrimoniali dello Stato e della regione), come modificato dall'articolo 1 del decreto legislativo 11 novembre 1999, n. 463 (Norme di attuazione dello statuto speciale della Regione Trentino-Alto Adige in materia di demanio idrico, di opere idrauliche e di concessioni di grandi derivazioni a scopo idroelettrico, produzione e distribuzione di energia elettrica), che, in attuazione dell'articolo 68 dello statuto, ha trasferito alle province una parte del demanio idrico statale. Ne conseguirebbe che, mentre per le concessioni relative a beni facenti parte del demanio idrico statale dovrebbe valere la regola della cessione alla provincia dei nove decimi dell'importo del canone, per le concessioni di grande derivazione su beni del demanio idrico provinciale dovrebbe spettare alla provincia non una quota, pure elevata, delle entrate, ma la totalità delle stesse. Questo criterio di ripartizione dei proventi dei canoni di concessione sarebbe stato ulteriormente stabilizzato dalle norme di attuazione e segnatamente dal decreto legislativo 16 marzo 1992, n. 268, recante "Norme di attuazione dello statuto speciale per il Trentino-Alto Adige in materia di finanza regionale e provinciale", il quale, all'articolo 4, ha sancito che i canoni di concessione delle grandi derivazioni, di cui all'articolo 71 dello statuto, si riferiscono al demanio idrico dello Stato, mentre i canoni relativi al demanio provinciale "restano acquisiti al bilancio delle rispettive province". Passando alla descrizione dei fatti, la ricorrente rammenta che l'amministrazione statale continuava a corrispondere alla Provincia di Trento solo i nove decimi dei canoni di concessione di grandi derivazioni, senza operare alcuna distinzione tra canoni relativi al demanio statale e canoni relativi al demanio provinciale, per i quali ultimi la provincia riteneva le spettassero invece i dieci decimi. Su queste basi la provincia ricorrente chiedeva allo Stato il versamento dell'ulteriore decimo (rispetto ai nove decimi già versati), che veniva quantificato nella somma di circa nove miliardi di lire. La richiesta della provincia riguardava solo il periodo 1988-1992, senza coinvolgere gli anni precedenti, in quanto l'articolo 20 delle norme di attuazione del 1992, pur statuendo che le norme dettate nel Titolo VI dello statuto (al quale appartiene la disposizione che disciplina i canoni di concessione di cui è conflitto), avevano decorrenza dal 1° gennaio 1973, precisava che i rapporti finanziari derivanti dall'applicazione del medesimo Titolo per il periodo compreso tra il 1° gennaio 1973 e il 31 dicembre 1987 si intendevano "regolati a titolo definitivo secondo le modalità provvisoriamente adottate dai competenti organi statali". Il Ministero delle finanze, prosegue la ricorrente, prima con una nota della sua articolazione amministrativa trentina, quindi con analogo provvedimento della Direzione centrale del demanio, riconoscendo la fondatezza della pretesa vantata dalla provincia, disponeva in favore di questa l'accreditamento della somma richiesta e, nelle more, chiedeva un parere all'Avvocatura distrettuale dello Stato di Trento. È su tale parere, reso con nota del 13 gennaio 1999, n. 151, che si fonda il diniego di rimborso, relativo agli anni 1988-1992, che ha dato origine al presente conflitto. In esso l'Avvocatura trentina sosteneva che l'articolo 71 dello statuto non distinguerebbe affatto tra demanio statale e provinciale, poiché, facendo riferimento alle "acque pubbliche esistenti nella provincia", mostrerebbe di prendere in considerazione le grandi derivazioni in quanto tali, senza distinzione alcuna tra acque pubbliche statali e provinciali. Muovendo da simili premesse interpretative, l'Avvocatura distrettuale di Trento affermava che l'articolo 4 delle norme di attuazione di cui al decreto legislativo n. 268 del 1992 avrebbe carattere completamente innovativo, e quindi opererebbe solo pro futuro per i canoni dovuti e riscossi dopo la sua entrata in vigore, ossia successivi alla data del 7 maggio 1992. Né, prosegue l'Avvocatura distrettuale, la retroattività potrebbe trovare fondamento nel presunto carattere interpretativo di tale disposizione rispetto alla formulazione dell'articolo 71 dello statuto. Non solo infatti essa ha un rango formale inferiore rispetto alla norma che intenderebbe interpretare, ma non è stata approvata con la procedura che l'articolo 104 dello statuto prescrive per le modifiche del Titolo VI (cui appartiene, come si è detto, l'art. 71). Nessun rilievo avrebbe dunque il fatto che l'articolo 20 del decreto legislativo n. 268 del 1992 abbia disposto il consolidamento dei rapporti finanziari intercorsi al 31 dicembre 1987 (lasciando così "scoperto" il periodo 1988-1992), essendo comunque escluso che il predetto articolo 4 possa estendere la propria efficacia anche al passato. 2.