[pronunce]

Nella medesima decisione si precisa, inoltre, che il divieto di divulgazione, analogamente a quello impositivo del segreto di Stato - concorrendo ad integrare la componente precettiva della norma incriminatrice - resta soggetto a sindacato di legittimità da parte del giudice penale, segnatamente in rapporto agli accennati requisiti di inerenza contenutistica e di attitudine offensiva della notizia che ne costituisce oggetto. Viene prospettata, in tal modo, una possibile lettura del quadro normativo, che si presta a sottrarre la disposizione impugnata al sospetto di violazione del principio di tassatività della fattispecie di reato, nonché del principio di legalità in materia penale sotto il profilo della riserva di legge (anch'esso sostanzialmente evocato dalla doglianza del giudice a quo). Al lume di tale lettura, risulta difatti rinvenibile nella legge una sufficiente specificazione dei presupposti, del carattere, del contenuto e dei limiti dell'atto di natura amministrativa che impone il divieto assistito da sanzione penale, tale da permettere un efficace controllo incidentale di legittimità dell'atto medesimo (cfr., ex plurimis, sentenze n. 333 del 1991 e n. 282 del 1990). Resta comunque auspicabile che il legislatore si faccia carico dell'esigenza di una revisione complessiva della materia in esame: esigenza avvertita, per vero, già all'epoca dell'emanazione della legge n. 801 del 1977, il cui art. 18 assegnava carattere di "transitorietà" al regime delineato dal titolo I del libro II del codice penale, in vista dell'emanazione di una "nuova legge organica relativa alla materia del segreto". 2.2. - Manifestamente inammissibili risultano, invece, le residue censure, che ineriscono in via esclusiva al trattamento sanzionatorio della figura criminosa. La questione è stata sollevata, infatti, dal giudice rimettente nella veste di giudice dell'udienza preliminare: veste nella quale egli non è chiamato a determinare la pena per il fatto per cui si procede, essendo il suo potere decisorio, nel caso di specie, circoscritto all'alternativa fra la sentenza di non luogo a procedere e il decreto che dispone il giudizio. La dedotta irragionevolezza della pena massima e l'asserita eccessiva ampiezza del divario fra il massimo e il minimo della pena edittale, previsto dall'art. 262 cod. pen. , non vengono pertanto in alcun modo in rilievo nel perimetro del thema decidendum del giudice a quo (cfr. , sempre in riferimento all'art. 262 cod. pen. e con riguardo a situazione processuale analoga, ordinanza n. 156 del 2000).. per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE Dichiara non fondata la questione di legittimità costituzionale dell'art. 262 del codice penale sollevata, in riferimento all'art. 25 della Costituzione, dal giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Genova con l'ordinanza in epigrafe; Dichiara la manifesta inammissibilità della questione di legittimità costituzionale dell'art. 262 del codice penale, nella parte relativa al trattamento sanzionatorio, sollevata, in riferimento agli artt. 3 e 25 della Costituzione, dal predetto giudice con la medesima ordinanza. Così deciso in Roma, nella sede della Corte Costituzionale, Palazzo della Consulta, il 19 giugno 2002. Il Presidente: Vari Il redattore: Flick Il cancelliere: Di Paola Depositata in cancelleria il 28 giugno 2002. Il direttore della cancelleria: Di Paola