[pronunce]

La sentenza n. 159 del 1969 ha affermato che il procedimento in esame non contrasta con gli artt. 3 e 24 della Costituzione, perché, unificando l'ingiunzione di pagamento e lo sfratto, mira ad assicurare agli enti gestori dell'edilizia residenziale pubblica una procedura più rapida per il recupero dei canoni scaduti ed il rilascio dell'alloggio da parte dell'inquilino inadempiente, al fine di garantire il perseguimento di scopi di pubblico interesse, e non menoma i diritti del conduttore alla difesa ed alla tutela giurisdizionale. Nel contempo, ha dichiarato l'illegittimità costituzionale dell'art. 32 nelle parti in cui per il pagamento dei canoni scaduti e per l'opposizione al decreto fissava termini notevolmente più brevi di quelli stabiliti dall'art. 641 del codice di procedura civile per l'ordinario procedimento di ingiunzione. A sua volta, la sentenza n. 419 del 1991 - pur accogliendo un'interpretazione adeguatrice della norma in esame, che consente al giudice, una volta proposta l'opposizione, di tutelare le ragioni del conduttore nel rispetto della rilevanza costituzionale del diritto all'abitazione - ha esplicitamente auspicato una riforma della materia in vista del suo pieno adeguamento ai principi costituzionali. 4. - Nel solco delle citate sentenze, si deve confermare che la peculiarità di disciplina sostanziale delle locazioni di edilizia residenziale pubblica comporta che anche il loro trattamento processuale può essere diverso da quello delle altre locazioni ad uso abitativo. Secondo la norma impugnata questa tutela processuale particolare si attua mediante uno speciale procedimento di natura monitoria, che inizia con il ricorso dell'ente locatore al giudice per ottenere (nei confronti del conduttore di cui sia dimostrata la morosità) un decreto contenente sia l'ingiunzione a pagare entro un certo termine, sia lo sfratto in caso di mancato pagamento, e prosegue con la notifica di tale decreto al conduttore e l'eventuale opposizione di costui. Se, dunque, la previsione di siffatta tutela è di per sé espressione di discrezionalità legislativa, ne discende che è ininfluente, ai fini della proposta questione di legittimità costituzionale, l'enunciazione delle differenze riscontrabili tra questo procedimento e quelli cui possono ricorrere i locatori nelle comuni locazioni abitative (ma anche, in alternativa, come ammette la giurisprudenza, gli stessi enti gestori di edilizia residenziale), ossia il processo di cognizione secondo il rito dell'art. 447-bis cod. proc. civ. e quello per convalida di sfratto. 5. - È appunto questo il senso delle censure formulate dal giudice rimettente a proposito della situazione in cui versa il conduttore di edilizia residenziale, destinatario di un provvedimento di rilascio emesso inaudita altera parte (mentre il conduttore comune è citato in giudizio per l'eventuale convalida dello sfratto) e non tutelato (a differenza di questo) dal termine di comparizione di cui all'art. 660, quarto comma, del codice di procedura civile. Questi rilievi, in realtà, si limitano a segnalare talune differenze tra il procedimento particolare per le locazioni di edilizia residenziale e quelli utilizzabili per le altre locazioni abitative. Ma sono differenze che normalmente intercorrono tra i procedimenti monitori, che iniziano con il ricorso di una parte al giudice, per ottenere un provvedimento da notificare poi all'altra parte, e quelli che iniziano invece con la notifica, ad opera dell'attore, di un atto, quale ad esempio la citazione, recante l'invito al convenuto a comparire all'udienza. Nei primi, infatti, la pronuncia del giudice inevitabilmente precede la formazione del contraddittorio, differita all'eventuale opposizione dell'intimato; nei secondi, invece, la sequenza è rovesciata, perché l'instaurazione del contraddittorio di necessità è anteriore ad ogni intervento del giudice. Tali diversità strutturali comportano, naturalmente, che i termini di comparizione vengano in rilievo in momenti diversi. Del resto, secondo la costante giurisprudenza della Corte, il legislatore può nella sua discrezionalità prevedere differenziate tipologie di procedimenti, in ragione di esigenze che le giustifichino, non essendo costituzionalmente tenuto ad una costante uniformità di disciplina. 6. - Parimenti infondata è la censura concernente la necessità per l'assegnatario di ricorrere alla difesa tecnica per opporsi al decreto d'ingiunzione e sfratto, laddove il conduttore comune può, nella prima fase del procedimento per convalida, opporsi ad essa personalmente. L'argomento è prospettato in via di mera eventualità dallo stesso rimettente che, dovendo provvedere sulla richiesta di emissione del decreto, si trova ancora nella fase sommaria del procedimento. Esso sarebbe perciò inidoneo a porre una questione di legittimità costituzionale. Comunque la possibilità della difesa personale - ponendosi come eccezione rispetto alla regola generale del processo civile in tema di difesa tecnica - non può essere estesa a casi non previsti, se non sulla base di valutazioni discrezionali del legislatore. Analogo carattere di eventualità ha anche il rilievo in ordine ad una pretesa difficoltà di avvalersi del patrocinio a spese dello Stato. 7. - L'affermazione secondo cui contro il decreto previsto dalla norma impugnata non sarebbero proponibili le opposizioni tardive di cui agli articoli 650 e 668 del codice di procedura civile - a parte ogni rilievo sulla fase in cui la questione di legittimità costituzionale è stata sollevata - è del tutto priva di motivazione. Ed il rimettente non esplora la possibilità di pervenire invece ad una soluzione positiva del problema, nella prospettiva dischiusa dalla sentenza n. 159 del 1969, che ha esteso al giudizio in esame la disciplina del codice di procedura civile relativa ai termini per le opposizioni ad ingiunzione. 8. - L'ordinanza ritiene poi che un'eventuale decisione di incostituzionalità dell'art. 32 del r.d. n. 1165 del 1938 renderebbe applicabile alle locazioni di edilizia residenziale pubblica il cosiddetto &laquo;termine di grazia&raquo; di cui all'art. 55 della legge n. 392 del 1978. La tesi è infondata, in quanto l'estraneità di tale termine alle locazioni in esame deriva da norme diverse da quella impugnata. Il ricordato art. 55 assume infatti come norma presupposto il precedente art. 5, che individua le ipotesi in cui il conduttore di immobile adibito ad uso abitativo può essere considerato moroso agli effetti della concessione di quel termine. Ma l'art. 26 della stessa legge escludeva l'applicabilità all'edilizia residenziale pubblica degli articoli concernenti le locazioni di immobili urbani ad uso di abitazione, e quindi anche dell'art. 5 e, di riflesso, dell'art. 55. Pertanto, il principio posto dalla giurisprudenza di legittimità - per cui, nel vigore della legge n. 392 del 1978, il termine di grazia non poteva essere concesso per le locazioni abitative non soggette a quella legge - non poteva non valere anche per l'edilizia residenziale.