[pronunce]

che anche il predetto rimettente risulta investito dell'opposizione proposta da una società commerciale, “La Fenice di Citi e Ragoni” s.n.c., la quale – sul presupposto di avere comunicato all'autorità procedente di versare nella «oggettiva impossibilità di fornire il nominativo della persona fisica che il giorno dell'accertamento dell'infrazione era alla guida del veicolo della società» – contesta la legittimità della irrogazione, a proprio carico, della sanzione pecuniaria prevista per la mancata comunicazione dei dati personali e della patente del conducente responsabile dell'infrazione stradale di cui all'art. 142, comma 8, del codice della strada; che tanto evidenziato in punto di fatto, il rimettente aretino sottolinea come le motivazioni addotte dalla ricorrente a sostegno della propria opposizione – e cioè che «il tempo decorso dal momento dell'accertamento e quello della notifica del relativo verbale, ovvero la possibilità che la vettura, al momento dell'accertamento, fosse nella disponibilità materiale di più persone» costituirebbero altrettante circostanze che «renderebbero impossibile l'individuazione del conducente» – non siano idonee, in realtà, ad evitare l'applicazione della sanzione pecuniaria; che ciò nondimeno, il giudice a quo reputa di dover censurare il combinato disposto degli artt. 126-bis, comma 2, e 180, comma 8, del codice della strada, in quanto esso si presenta, innanzitutto, viziato da «irragionevolezza», giacché il proprietario «può legittimamente dichiarare e comunicare il nominativo di colui al quale la vettura venne consegnata, ma non i dati di chi fosse effettivamente alla guida al momento dell'accertamento»; che tale combinato disposto, inoltre, «di fatto esclude qualsivoglia possibilità concreta di esercizio del diritto di difesa», atteso che fa dipendere l'applicazione della sanzione pecuniaria di cui all'art. 180, comma 8, «tanto dalla mancata comunicazione dei dati», quanto «dalla comunicazione delle ragioni della impossibilità della comunicazione richiesta, derivante dalla mancata individuazione del conducente»; che, infine, le norme censurate configurano «una ipotesi di responsabilità oggettiva in capo al proprietario», in contrasto «con lo stesso spirito» della legge 24 novembre 1981, n. 689 (Modifiche al sistema penale), «ed in particolare con l'art. 3 che vuole irrogata la sanzione amministrativa solo nei casi in cui si rinvenga, in capo al trasgressore, l'elemento psicologico del dolo o della colpa»; che è intervenuto, nel solo giudizio originato dall'ordinanza del Giudice di pace di Arezzo, il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, deducendo la manifesta infondatezza della questione ma riservandosi di illustrarne le ragioni «nel prosieguo del giudizio». Considerato che i Giudici di pace di Montevarchi e di Arezzo, con le ordinanze indicate in epigrafe, hanno sollevato – in riferimento agli artt. 3, 24 e 27 della Costituzione – questioni di legittimità costituzionale del combinato disposto dell'art. 126-bis, comma 2, del decreto legislativo 30 aprile 1992, n. 285 (Nuovo codice della strada), introdotto dall'art. 7, comma 1, del decreto legislativo 15 gennaio 2002, n. 9 (Disposizioni integrative e correttive del nuovo codice della strada, a norma dell'articolo 1, comma 1, della legge 22 marzo 2001, n. 85), nel testo risultante all'esito della modifica apportata dall'art. 7, comma 3, lettera b), del decreto-legge 27 giugno 2003, n. 151 (Modifiche ed integrazioni al codice della strada), convertito, con modificazioni, dalla legge 1° agosto 2003, n. 214, e dell'art. 180, comma 8, del medesimo d.lgs. n. 285 del 1992; che, in via preliminare, deve essere disposta la riunione dei due giudizi, atteso che la loro comunanza di oggetto ne giustifica l'unitaria trattazione; che l'iniziativa assunta da entrambi i rimettenti – al di là dell'evocazione di tre parametri costituzionali (ed a prescindere dal non pertinente richiamo dell'art. 27 Cost., applicabile, per vero, alla sola responsabilità penale e non pure a quella amministrativa) – tende, in definitiva, a censurare l'equiparazione, operata dalle norme censurate, tra le condotte «tenute da coloro che “scientemente” (e quindi con dolo) o colposamente omettono di fornire la dovuta comunicazione dei dati del conducente del veicolo contravvenzionato» e quelle di quanti o «comunichino anche semplicemente di “non ricordare” chi si trovasse alla guida del veicolo», ovvero «proponendo ricorso, motivino le ragioni per le quali si trovano nell'impossibilità di comunicare alcunché» (così, in particolare, il Giudice di pace di Montevarchi); che, tuttavia, ciascuno dei giudici a quibus mostra di ignorare il contenuto delle modificazioni apportate – tra l'altro anteriormente alla pronuncia delle ordinanze di rimessione – al testo dell'art. 126-bis, comma 2, del codice della strada (vale a dire una delle due norme censurate) dal comma 164 dell'art. 2 del decreto-legge 3 ottobre 2006, n. 262 (Disposizioni urgenti in materia tributaria e finanziaria), inserito dalla relativa legge di conversione, 24 novembre 2006, n. 286; che, difatti, nella sua novellata formulazione, il predetto art. 126-bis, comma 2, del codice della strada stabilisce – in ordine alla conseguenze derivanti dalla mancata comunicazione «dei dati personali e della patente del conducente al momento della commessa violazione» – che il «proprietario del veicolo, ovvero altro obbligato in solido ai sensi dell'articolo 196, sia esso persona fisica o giuridica, che omette, senza giustificato e documentato motivo, di fornirli è soggetto alla sanzione amministrativa del pagamento di una somma da euro 250 a euro 1.000»; che, inoltre, i rimettenti, non solo hanno mancato di valutare le conseguenze che la descritta modificazione legislativa – la quale, oltretutto, si indirizza proprio nella direzione da essi auspicata, giacché nega che l'irrogazione della sanzione pecuniaria derivante dalla mancata comunicazione «dei dati personali e della patente del conducente al momento della commessa violazione» possa applicarsi indistintamente ad ogni comportamento omissivo, escludendone, in particolare, l'operatività nel caso in cui la mancata comunicazione sia dipesa da un «giustificato e documentato motivo» – potrebbe produrre in relazione alla fattispecie oggetto dei giudizi principali, ma mostrano anche di ignorare quanto affermato da questa Corte con l'ordinanza n. 244 del 2006;