[pronunce]

4.- L'Unione camere penali italiane (UCPI) ha infine presentato un'opinione scritta in qualità di amicus curiae ai sensi dell'art. 4-ter delle Norme integrative per i giudizi davanti la Corte costituzionale, ammessa con decreto del Presidente della Corte del 9 settembre 2020, a sostegno delle censure del rimettente relative al nuovo art. 438, comma 1-bis, cod. proc. pen. Rammentate le considerazioni che avevano indotto la Commissione redigente del codice di procedura penale vigente ad estendere il giudizio abbreviato anche ai delitti puniti con l'ergastolo e ricostruite brevemente le vicende storiche che hanno condotto all'attuale disciplina, l'UCPI insiste sulla irragionevolezza della disciplina stessa, basata su di una indiscriminata preclusione in ragione soltanto del titolo di reato contestato, e sui conseguenti effetti discriminatori che avrebbero «quale unica ratio ispiratrice, e quale finalità apertamente dichiarata, quella di piegare l'accertamento giudiziale alla inflizione della pena massima, così abbandonando il principio della pena giusta (art. 27 Cost.) quale unico approdo costituzionalmente legittimo di un Giusto processo (art. 111 Cost.)». Una ratio, peraltro, che sarebbe tutta incentrata su una concezione unicamente retributiva della pena, come risulterebbe dalla lettura della stessa originaria proposta di legge, la quale a sua volta rappresenterebbe uno degli «evidenti segnali di una politica criminale che si distanzia sempre più dai principi costituzionali e dalla interpretazione che di questi ne danno le Corti europee e la stessa Corte costituzionale». La preclusione al giudizio abbreviato risulterebbe, d'altra parte, del tutto irragionevole laddove l'imputato abbia reso confessione già in fase di indagini, ovvero quando l'imputato reo confesso è anche collaboratore di giustizia. In tali situazioni, la necessità di celebrare un dibattimento determinerebbe un significativo aggravio del carico di lavoro delle corti di assise, senza al contempo alleggerire quello dei giudici per le indagini preliminari, «relegando la ragionevole durata del processo a miraggio difficilmente raggiungibile», come già nella sostanza segnalato dallo stesso Consiglio superiore della magistratura nel proprio parere del 6 febbraio 2019 sull'imminente riforma. Con esiti particolarmente gravi per i processi caratterizzati da imputazioni cumulative, alcune delle quali definibili e altre non definibili con giudizio abbreviato, una simile evenienza determinando la necessità di inevitabili duplicazioni del procedimento e conseguente aggravio per entrambi gli uffici. 5.- In prossimità dell'udienza, l'Avvocatura generale dello Stato ha presentato memoria illustrativa con la quale ha approfondito gli argomenti a sostegno dell'eccezione di inammissibilità precedentemente formulata, e ha comunque chiesto che le questioni sollevate siano dichiarate infondate. 6.- Con ordinanza del 5 febbraio 2020 (r.o. n. 77 del 2020), la Corte di assise di Napoli ha parimenti sollevato questioni di legittimità costituzionale dell'art. 438, comma 1-bis, cod. proc. pen. , in riferimento agli artt. 3, 24 «anche in relazione agli artt. 2, 3 e 27», nonché agli artt. 111, primo comma, e 117, primo comma, Cost., quest'ultimo in relazione agli artt. 6 e 7 CEDU. 6.1.- La Corte rimettente si trova a vagliare la richiesta di definizione del processo nelle forme del giudizio abbreviato presentata da un imputato, rinviato a giudizio con decreto di giudizio immediato per il delitto di cui agli «artt. 575-576 n. 2 - in relazione all'art. 61, n. 1-4 c.p.», per avere cagionato a coltellate, il 26 aprile 2019, la morte del padre in seguito a un banale litigio per motivi lavorativi. Espone il giudice a quo che, in seguito all'emissione del decreto di giudizio immediato, l'imputato aveva formulato richiesta di giudizio abbreviato; richiesta che era stata però respinta dal giudice per le indagini preliminari, il quale l'aveva ritenuta inammissibile, in ragione dell'entrata in vigore - prima del fatto contestato - della legge n. 33 del 2019. Tale richiesta, reiterata dal difensore nelle fasi preliminari del dibattimento, dovrebbe ora essere vagliata dalla Corte di assise rimettente, sulla base dei principi enucleabili dalla giurisprudenza costituzionale e di legittimità (sono citate, in particolare, la sentenza n. 169 del 2003 di questa Corte, nonché Corte di cassazione, sezioni unite penali, sentenza 15 maggio 2014, n. 20214, e sezione prima penale, sentenza 16 maggio 2019, n. 21439). L'istanza dovrebbe, peraltro, essere parimenti respinta, sulla base di quanto disposto dall'art. 438, comma 1-bis, cod. proc. pen. , e cioè della norma della cui legittimità costituzionale il rimettente dubita: donde la rilevanza delle questioni prospettate. 6.2.- La disposizione censurata contrasterebbe, anzitutto, con i principi di uguaglianza e ragionevolezza di cui all'art. 3 Cost., per motivi analoghi a quelli già sviluppati dal GUP del Tribunale della Spezia, di cui si è poc'anzi dato conto (supra, punto 1.3.). La Corte rimettente sottolinea altresì le irragionevoli disparità di trattamento che sarebbero create dalla disciplina in esame rispetto al diverso trattamento sanzionatorio che sarebbe oggi riservato, rispettivamente, a chi uccida ad esempio il fratello o la sorella, che potrebbe accedere al giudizio abbreviato e godere del relativo sconto di pena, e a chi uccida invece l'ascendente o un discendente, che ne sarebbe invece escluso. 6.3.- La disposizione censurata violerebbe poi l'art. 24 Cost., sub specie di «diritto di accesso ai riti»; diritto che sarebbe pregiudicato da una disposizione, come quella all'esame, che non consenta a taluni imputati di accedere a qualsiasi rito alternativo, non potendosi peraltro considerare sufficiente - ai fini della garanzia del diritto di difesa - la possibilità per l'imputato di prestare, in dibattimento, consenso all'acquisizione degli atti di indagine, rendendo così più veloce la celebrazione del processo, similmente a quanto accade in sede di giudizio abbreviato. 6.4.- Sarebbe poi violato «l'art. 24 in relazione agli artt. 2 e 3 della Costituzione», sotto il profilo del «diritto al rispetto della dignità e della riservatezza» posto in causa dall'impossibilità di accedere a un'udienza camerale e dalla necessità di affrontare il dibattimento in udienza pubblica.