[pronunce]

2018, l'Avvocatura generale dello Stato eccepisce inoltre, specificamente, l'inammissibilità delle questioni sollevate in relazione all'art. 25, secondo comma, Cost., alla luce della giurisprudenza costituzionale e di quella di legittimità, che avrebbero escluso l'incidenza del divieto di retroattività della legge penale sulla normativa penitenziaria. 2.3.3.- Sarebbe altresì inammissibile la censura fondata sull'art. 3 Cost., in quanto, da un lato, la lamentata irragionevole disparità di trattamento tra persone che abbiano commesso il reato di peculato prima o dopo l'entrata in vigore della legge n. 3 del 2019 sarebbe una mera conseguenza dell'inapplicabilità del principio di cui all'art. 25, secondo comma, Cost. alla materia penitenziaria; e, dall'altro lato, questa Corte avrebbe già respinto analoga doglianza con l'ordinanza n. 108 del 2004. 2.3.4.- Con riferimento alla censura incentrata sulla violazione dell'art. 117, primo comma, Cost., in relazione all'art. 7 CEDU, l'Avvocatura generale dello Stato ripropone integralmente le argomentazioni già svolte nell'atto di intervento relativo al giudizio iscritto al n. 114 del r.o. 2018. 2.4.- Si è costituito in giudizio R.B. L., insistendo per l'accoglimento delle questioni sollevate dal giudice rimettente. 2.5.- Con memoria depositata in prossimità dell'udienza pubblica, R.B. L. ha contestato l'eccezione dell'Avvocatura generale dello Stato di inammissibilità delle questioni per omessa censura dell'art. 656, comma 9, cod. proc. pen. Richiamando l'ordinanza della Corte di cassazione, sezione prima penale, 18 luglio 2019, n. 31853, la parte sottolinea il carattere meramente «servente», rispetto all'art. 4-bis ordin. penit. , dell'art. 656, comma 9, cod. proc. pen. , che si limiterebbe a recepire automaticamente le variazioni del catalogo dei delitti elencati nella prima disposizione e, quindi, la non necessità di censurare la seconda disposizione. 3.- Con ordinanza del 10 giugno 2019 (r.o. n. 118 del 2019) , il Giudice per le indagini preliminari del Tribunale ordinario di Cagliari ha sollevato questioni di legittimità costituzionale dell'art. 6, comma 1 [recte: art. 1, comma 6], lettera b), della legge n. 3 del 2019, «nella parte in cui ha inserito i reati contro la pubblica amministrazione, tra quelli ostativi alla concessione di alcuni benefici penitenziari ai sensi dell'art. 4-bis legge 26 luglio 1975, n. 354 senza prevedere un regime transitorio», per contrasto con gli artt. 3, 24, 25, 27, 111 e 117, primo comma, Cost. (quest'ultimo in relazione all'art. 7 CEDU). Il rimettente è investito di un incidente di esecuzione proposto da A. D. - detenuto - e volto alla declaratoria di temporanea inefficacia dell'ordine di esecuzione, emesso dalla Procura della Repubblica dopo il passaggio in giudicato, il 30 aprile 2019, della sentenza della Corte d'appello di Cagliari, che ha condannato l'interessato alla pena di due anni e otto mesi di reclusione, per il reato di cui all'art. 314 cod. pen. , commesso fino al 16 novembre 2011. 3.1.- In punto di rilevanza delle questioni sollevate, il giudice a quo richiama la giurisprudenza di legittimità sull'applicabilità del principio tempus regit actum alle disposizioni concernenti l'esecuzione delle pene detentive e le misure alternative alla detenzione (è citata Corte di cassazione, sezioni unite penali, sentenza n. 24561 del 2006) e afferma che, alla data di passaggio in giudicato della sentenza di condanna, si incardinerebbe il rapporto esecutivo e si cristallizzerebbe il contesto normativo che definisce le modalità di esecuzione della pena, sicché le modifiche all'art. 4-bis della legge n. 354 del 1975 apportate dalla legge n. 3 del 2019, in assenza di una disciplina transitoria, sarebbero applicabili anche ai fatti commessi da A. D. prima dell'entrata in vigore della legge stessa. Viceversa, in caso di dichiarata incostituzionalità dell'art. 1, comma 6, lettera b), della legge n. 3 del 2019, A. D. potrebbe ottenere l'immediata sospensione dell'ordine di esecuzione della pena. 3.2.- Quanto alla non manifesta infondatezza, il rimettente ritiene che l'applicabilità immediata della disposizione censurata a coloro che abbiano commesso il reato anteriormente alla sua entrata in vigore confligga con la garanzia di irretroattività della legge penale, di cui all'art. 7 CEDU. Riportando ampi stralci della sentenza della Corte di cassazione, sesta sezione penale, n. 12541 del 2019, il rimettente dichiara di condividere i dubbi, ivi espressi, di conformità con l'art. 7 CEDU, come interpretato nella sentenza della Corte EDU Del Rio Prada - e, per esso, con l'art. 117, primo comma, Cost. - dell'omessa previsione di una disciplina transitoria nella legge n. 3 del 2019. La disciplina censurata sarebbe altresì foriera di una ingiustificata disparità di trattamento, lesiva dell'art. 3 Cost., tra soggetti che abbiano commesso identici fatti di reato anteriormente o posteriormente all'entrata in vigore della legge n. 3 del 2019. Il consolidato orientamento giurisprudenziale in ordine alla natura processuale delle norme di ordinamento penitenziario non consentirebbe una lettura costituzionalmente orientata della disposizione censurata, che, in definitiva, presenterebbe profili di contrarietà con gli artt. 3, 25, secondo comma, e 117, primo comma, Cost., in relazione all'art. 7 CEDU. 3.3.- È intervenuto in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, instando per la declaratoria di inammissibilità o infondatezza delle questioni, sulla base delle medesime argomentazioni esposte nell'atto di intervento depositato nel giudizio iscritto al n. 115 del r.o. 2018. 4.- Con ordinanza del 2 aprile 2019 (r.o. n. 119 del 2019), il Giudice per le indagini preliminari del Tribunale ordinario di Napoli ha sollevato questioni di legittimità costituzionale dell'art. 6, comma 1 [recte: art. 1, comma 6] , lettera b), della legge n. 3 del 2019, denunciandone il contrasto con gli artt. 3, 24, 25, 27, 111 e 117, primo comma, Cost. (quest'ultimo in relazione all'art. 7 CEDU), «nella parte in cui, ampliando il novero dei reati "ostativi" ai sensi dell'art. 4-bis l. 354/1975, includendovi i reati contro la pubblica amministrazione, ha mancato di prevedere un regime intertemporale». Il rimettente è chiamato a delibare l'istanza presentata, ai sensi dell'art. 666 cod. proc. pen.