[pronunce]

– Con ordinanza del 22 gennaio 2007 (r.o. n. 642 del 2007), la Corte d'Appello di Palermo ha sollevato questione di legittimità costituzionale dell'art. 10, comma 3, della legge 5 dicembre 2005, n. 251 – in riferimento all'art. 3 della Costituzione –, perché derogherebbe ingiustificatamente al disposto dell'art. 2, quarto comma, cod. pen. secondo cui «Se la legge del tempo in cui fu commesso il reato e le posteriori sono diverse, si applica quella le cui disposizioni sono più favorevoli al reo, salvo che sia stata pronunciata sentenza irrevocabile». Secondo il rimettente, la questione sarebbe non manifestamente infondata , alla luce soprattutto della sentenza n. 393 del 2006 della Corte costituzionale, limitatamente alle parole «dei processi già pendenti in primo grado ove vi sia stata la dichiarazione di apertura del dibattimento, nonché». Afferma il giudice a quo che la norma del codice penale più favorevole deve essere interpretata, ed è stata costantemente interpretata dalla giurisprudenza costituzionale (e da quella di legittimità), nel senso che la locuzione «disposizioni più favorevoli al reo» si riferisce a tutte quelle norme che apportino modifiche in melius alla disciplina di una fattispecie criminosa, ivi comprese quelle che incidono sulla prescrizione del reato, e che nel caso di specie l'art. 6 della legge n. 251 del 2005, risulta essere per l'imputato chiaramente più favorevole, poiché fissa il termine massimo di prescrizione in relazione al reato contestato al medesimo nella misura di anni sei, mentre, ai sensi dell'art. 157 cod. pen. , prima della modifica il termine di prescrizione era di anni quindici. Conclude il giudice a quo rilevando che la scelta del legislatore di escludere la disciplina della legge n. 251 del 2005 per i «processi già pendenti in grado di appello» (art. 10, comma 3, legge n. 251 del 2005) non appare sorretta da giustificazioni di ordine logico, né appare ispirata a finalità tali da giustificare il diverso trattamento così riservato a diverse categorie di cittadini. 5.2. – Nel giudizio innanzi alla Corte è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che la questione venga dichiarata infondata, alla stregua delle medesime argomentazioni già riportate.1. – La Corte d'appello di L'Aquila, con ordinanza del 24 marzo 2006 (r.o. n. 273 del 2006), dubita della legittimità costituzionale dell'art. 10, comma 3, della legge 5 dicembre 2005, n. 251 (Modifiche al codice penale e alla legge 26 luglio 1975, n. 354, in materia di attenuanti generiche, di recidiva, di giudizio di comparazione delle circostanze di reato per i recidivi, di usura e di prescrizione), nella parte in cui esclude dall'applicazione delle norme contenute nell'art. 6 della medesima legge i procedimenti penali pendenti in grado d'appello, per violazione dell'art. 3 della Costituzione, perché determinerebbe una disparità di trattamento non giustificabile, in quanto irragionevolmente rimessa a criteri di selezione assolutamente distonici rispetto alla ratio dell'istituto della prescrizione. 2. – La Corte d'appello di Roma, con tre ordinanze del 20 dicembre 2006 (r.o. nn. 105, 106 e 107 del 2007), dubita della legittimità costituzionale dello stesso art. 10, comma 3, della legge n. 251 del 2005, nella parte in cui esclude l'applicazione dei termini di prescrizione più brevi ai processi già pendenti in grado d'appello alla data di entrata in vigore della medesima legge, per violazione dell'art. 3 della Costituzione, perché la pendenza in appello non sarebbe indicata tra gli atti interruttivi della prescrizione e perché la pendenza stessa dipenderebbe dalla data in cui il processo perviene presso il giudice ad quem, data che, a sua volta, dipende da una pluralità di fattori esterni (gli incombenti di cancelleria per la trasmissione del fascicolo) e non da attività puramente giurisdizionale; inoltre il fatto da giudicare nel processo d'appello, proprio per l'ulteriore decorso del termine rispetto a quello di primo grado, sarebbe connotato da minore allarme sociale e al contempo renderebbe più difficile l'esercizio del diritto di difesa. 3. – La stessa Corte d'appello di Roma, con ordinanza del 10 gennaio 2007 (r.o. n. 347 del 2007) , censura la medesima norma per violazione dell'art. 3 della Costituzione, sotto il profilo che la ricezione degli atti, datata dalla cancelleria del giudice del gravame, si risolverebbe in regola d'applicazione o no dei termini più brevi di prescrizione, a seconda che gli atti siano pervenuti successivamente o anteriormente all'8 dicembre 2005, dal momento che questo discrimine temporale limiterebbe il principio di retroattività della legge penale più favorevole in modo irragionevole e determinerebbe una disparità di trattamento dovuta a fattori casuali, essendo il tempo degli adempimenti non giurisdizionali variabile e non identico in tutti i casi (art. 582, secondo comma, del codice di procedura penale), e non trattandosi di una mera disparità di fatto, cui sia estranea la norma censurata, ma, piuttosto, di un inconveniente emergente dal meccanismo legale. 4. – La Corte d'appello di Roma, con ordinanza del 19 febbraio 2007 (r.o. n. 383 del 2007), dubita della legittimità costituzionale dello stesso art. 10, comma 3, della legge n. 251 del 2005, nella parte in cui esclude dall'applicazione delle norme contenute nell'art. 6 della medesima legge i procedimenti penali pendenti in grado d'appello e, dunque, anche nella parte in cui impedisce l'applicabilità della nuova disciplina della prescrizione riguardante il reato continuato, per violazione dell'art. 3 della Costituzione, in particolare perché realizzerebbe una ingiustificata disparità di trattamento tra coloro che hanno commesso il medesimo reato, alcuni dei quali, solo perché più rapidamente processati, si siano trovati ad essere giudicati in base alla disciplina previgente, e coloro che, per cause diverse, abbiano beneficiato di un iter processuale più lento; nonché per violazione degli artt. 10, secondo comma, e 11 della Costituzione, in quanto, come riconosciuto dalla sentenza n. 393 del 2006, il principio della retroattività della norma penale più favorevole costituisce un principio del diritto internazionale e del diritto comunitario. 5. – Con ordinanza del 22 gennaio 2007 (r.o. n. 642 del 2007) la Corte d'appello di Palermo dubita della legittimità costituzionale dello stesso art. 10, comma 3, della legge n. 251 del 2005, nella parte in cui esclude dall'applicazione delle norme contenute nell'art. 6 della medesima legge i procedimenti penali pendenti in grado d'appello, ancora per violazione dell'art. 3 della Costituzione, perché verrebbe a determinare una disparità di trattamento tra diverse categorie di cittadini. 6.