[pronunce]

Per quanto è oggetto della Sezione II della Parte III, la Regione si richiama semplicemente ai motivi di ricorso proposti, non essendo state le norme di tale sezione, oggetto delle censure, modificate dalla legislazione successiva (decreto legislativo 8 novembre 2006, n. 284, recante «Disposizioni correttive e integrative del d.lgs. 3 aprile 2006, n. 152, recante norme in materia ambientale», e decreto legislativo 16 gennaio 2008, n. 4, recante «Ulteriori disposizioni correttive ed integrative del d.lgs. 3 aprile 2006, n. 152, recante norme in materia ambientale»). 2. – Con ricorso notificato al Presidente del Consiglio dei ministri il 21 giugno 2006, la Regione Toscana (reg. ric. n. 69 del 2006) ha chiesto a questa Corte la declaratoria di incostituzionalità di una serie di disposizioni del d.lgs. n. 152 del 2006, per violazione sotto molteplici aspetti delle competenze regionali. Le censure riguardano, tra l'altro, il settore della «Tutela delle acque dall'inquinamento», oggetto della Sezione II della Parte III. In tale ambito, appare lesivo delle attribuzioni regionali costituzionalmente garantite l'art. 75, comma 5, per violazione dell'art. 119 Cost. La disposizione impone alle Regioni di assicurare la più ampia divulgazione delle informazioni sullo stato di qualità delle acque nonché di trasmettere al Dipartimento tutela delle acque interne e marine dell'Agenzia per la protezione dell'ambiente e per i servizi tecnici (APAT) i dati conoscitivi e le informazioni relativi all'attuazione del d.lgs. n. 152 del 2006, e quelli prescritti dalla disciplina comunitaria, secondo le modalità che verranno indicate con decreto del Ministro dell'ambiente, di concerto con i Ministri competenti, d'intesa con la Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato e le Regioni. Al fine di ottemperare agli obblighi imposti dalla disposizione in esame, le Regioni devono necessariamente attivare, con oneri rilevanti a proprio carico, azioni dirette ad effettuare una serie di indagini conoscitive sullo «stato di qualità delle acque», nonché azioni dirette al monitoraggio e alla elaborazione dei dati e delle informazioni acquisite, al fine di poter evidenziare, come richiesto dalla norma, il livello di attuazione dello stesso d.lgs. n. 152 del 2006, nonché il rispetto degli obblighi di derivazione comunitaria. Tali obblighi informativi non appaiono collegati a funzioni proprie delle Regioni, bensì risultano esplicazione della potestà legislativa riconosciuta allo Stato dall'art. 117, secondo comma, lettera s), Cost. L'acquisizione delle informazioni è infatti finalizzata a consentire un controllo da parte dello Stato sul rispetto degli standard di tutela ambientali imposti dallo stesso e dalla Comunità europea, controllo che rappresenta il diretto corollario di quello che è il nucleo essenziale della materia “tutela ambientale”. Se è vero che detta materia è “trasversale” e consente, comunque, alle Regioni di curare i propri interessi funzionalmente collegati con quelli ambientali, è anche vero che l'attività di rilevazione dei dati e delle informazioni richieste rappresenta esplicazione del potere statale di controllare il rispetto degli standard di tutela uniformi, individuati al fine di garantire le esigenze di protezione e tutela dell'ambiente. L'onerosità dei compiti di rilevamento, positivamente assunti dalla Regione ricorrente in attuazione del principio di leale collaborazione, non è assistita dall'individuazione, da parte del legislatore statale, delle risorse necessarie a farvi fronte, in palese violazione dell'art. 119 Cost., secondo cui le Regioni hanno «autonomia finanziaria di entrata e di spesa» (primo comma) e godono di risorse autonome (secondo comma). Sul presupposto che per la svolgimento delle funzioni loro attribuite, Regioni ed enti locali si avvalgono di tributi ed entrate proprie, da essi stabiliti secondo principi di coordinamento della finanza pubblica, compartecipazione al gettito di tributi statali riscossi sul loro territorio e accesso al fondo perequativo per i territori con minore capacità fiscale, il quinto comma dispone che «per provvedere a scopi diversi dal normale esercizio delle loro funzioni lo Stato destina risorse aggiuntive» a favore di Comuni, Province, Città metropolitane e Regioni. Ne consegue che, qualora lo Stato imponga ad enti locali (nella specie le Regioni) di provvedere a scopi diversi dal normale esercizio delle loro funzioni, deve contestualmente indicare i mezzi finanziari per farvi fronte. In mancanza, verrebbe vanificata l'essenza stessa dell'autonomia finanziaria riconosciuta alle Regioni dalla Costituzione, dovendo le stesse distogliere le entrate destinate a coprire le funzioni pubbliche loro attribuite per fronteggiare gli oneri derivanti dalle funzioni diverse ed ulteriori ad esse attribuite dal legislatore statale. Altra norma censurata è l'art. 77, comma 5, per violazione degli artt. 117 e 118 Cost. e del principio di leale cooperazione. La disposizione in esame prevede che la designazione di un corpo idrico artificiale o fortemente modificato e le relative motivazioni siano esplicitamente menzionate nei piani di bacino (di emanazione statale). La disposizione appare poco chiara, in particolare sul significato da attribuire al termine “designazione”. In una prima accezione, sembrerebbe ricondursi al legislatore statale «l'individuazione del corpo idrico artificiale o fortemente modificato» attraverso lo strumento del piano di bacino; in una seconda accezione, il piano di bacino si limiterebbe a riportare un elenco dei corpi idrici o fortemente modificati, la cui designazione sarebbe, invece, demandata all'ambito regionale. I commi successivi riconoscono competenze in capo alle Regioni, tali da far propendere per la seconda interpretazione (il comma 6 prevede che le Regioni possano motivatamente stabilire termini diversi per i corpi idrici che presentano condizioni tali da non consentire il raggiungimento dello stato di “buono”; il comma 7 prevede che le Regioni possano stabilire obiettivi di qualità ambientale meno rigorosi per taluni corpi idrici, qualora ricorrano alcune particolari condizioni), tuttavia la norma appare, nella sostanza, ambigua. L'interpretazione secondo la quale la designazione del corpo idrico compete allo Stato porterebbe in capo allo stesso un'attività strettamente finalizzata a politiche di uso del territorio, per loro stessa natura riconducibili alla materia del “governo del territorio”, riservata dall'art. 117, comma terzo, Cost., alla legislazione concorrente. Anche volendo configurare un'avocazione da parte dello Stato, per esigenze di unitarietà, delle funzioni amministrative di competenza delle Regioni, la norma non si sottrarrebbe a censure di illegittimità costituzionale: l'assunzione in sussidiarietà, quale deroga al sistema di competenze disegnato dalla Costituzione, deve infatti sottostare al principio di leale collaborazione, che impone che la funzione venga amministrata attraverso accordi ed intese con le Regioni. Detto principio non trova riconoscimento nella norma impugnata, dal momento che la designazione del corpo idrico non è subordinata ad intese con i livelli regionali, ma, al contrario, è ricondotta unilateralmente nell'ambito della competenza statale.