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Nel frattempo a Gliwice, in Polonia, una vecchia fabbrica PSA dove si costruivano le Opel Astra del produttore tedesco che fa parte del gruppo Peugeot e quindi adesso Stellantis, sta per completare la riconversione verso i furgoni. In pratica, il furgone FIAT Ducato, fino ad oggi costruito alla Sevel in Italia (nello stabilimento più importante d'Europa in materia di veicoli commerciali leggeri), verrà prodotto pure in Polonia insieme agli altri furgoni di Peugeot e Citroen; in Polonia, anziché partire con le nuove produzioni ad aprile 2022, si anticipa a febbraio 2022. Ed anziché parlare di tagli di personale, si parla di nuove assunzioni proprio perché il mercato dei furgoni è in netta ripresa. I sindacati italiani temono dunque che la delocalizzazione in Polonia di nuove produzioni sia praticamente la sottoscrizione di un processo già avviato di ridimensionamento dell'area produttiva Sevel e produzioni collegate; considerando che: gli ampliamenti e gli adeguamenti tecnologici programmati da imprese di grandi dimensioni non possono essere finanziati né da fondi comunitari (regolamento (UE) n. 1058/2021 relativo al fondo europeo di sviluppo regionale e al fondo di coesione), né da fondi nazionali. Ciò significa che in un periodo di crisi post COVID e di implementazione tecnologica, in cui sono necessari ingenti investimenti, le imprese di grandi dimensioni, che nei territori del Centro-Sud sostengono l'occupazione, non possono accedere a tali aiuti. Quest'impossibilità favorisce la delocalizzazione di imprese multinazionali in aeree europee economicamente più svantaggiate (articolo 107, paragrafo 3, lettera a) del Trattato sul funzionamento dell'Unione europea): un limite che rischia di creare gravi problemi proprio a una delle più grandi aziende europee produttrice di veicoli commerciali leggeri, come la Ducato della Sevel. Per lo stabilimento gemello in Polonia non sussistono limiti dimensionali per l'erogazione degli aiuti a finalità regionale; con un ridimensionamento dello stabilimento di Atessa e la contestuale delocalizzazione della produzione di veicoli commerciali leggeri vi è il rischio concreto di un impoverimento territoriale, non solo per l'occupazione, bensì per la ricerca di nuovi prodotti, di nuovi mercati di sbocco e per la ricerca di nuovi progetti nel settore dell' automotive alla luce anche del PNRR; in Polonia vi sono le zone economiche speciali (ZES) ovvero aree amministrativamente distinte all'interno del territorio polacco, destinate alla conduzione di attività economiche a condizioni favorevoli e dotate delle infrastrutture necessarie all'avvio di un'attività d'impresa. Le 14 ZES saranno attive fino al 31 dicembre 2026. Ed è evidente che le ZES che hanno una forma di tassazione agevolata fanno gola anche a Stellantis; la multinazionale Stellantis ha sede legale ad Amsterdam, sede operativa a Lijnden. È bene ricordare che l'Olanda è "meta fiscale" di moltissime multinazionali perché è un "buco nero" che, ogni anno, risucchia dai Paesi membri fino a 72 miliardi di euro di profitti aziendali. Di questi, quasi 10 miliardi di euro finiscono al fisco olandese, il resto rimane nelle casse delle multinazionali. Dalla sola Italia spariscono ogni anno profitti per quasi 30 miliardi di euro e di questi più di 3 miliardi finiscono in Olanda che, in questo modo, sottrae quasi un miliardo di euro all'anno al fisco italiano, si chiede di sapere: se il Ministro in indirizzo sia a conoscenza di quanto descritto; quali iniziative di competenza intenda assumere per scongiurare la delocalizzazione dello stabilimento e prevenire così un impoverimento certo della val di Sangro, tenuto conto anche dell'indotto della Sevel; quali iniziative di competenza intenda assumere affinché si vada all'apertura immediata di un negoziato, presso gli organismi competenti dell'Unione europea, al fine di eliminare il vincolo alle grandi imprese operanti nelle aree di cui all'articolo 107, paragrafo 3, lettera c) , del Trattato sul funzionamento dell'Unione europea; se e con quali strumenti si ritenga di intervenire nell'ambito dell'Unione europea per il superamento dell'attuale disomogeneità tra i regimi fiscali nazionali e la conseguente concorrenza fiscale aggressiva, al fine di contrastare gli effetti distorsivi arrecati al mercato unico e recuperare risorse per contrastare l'emergenza economico sociale in atto. Atto n. 4-06046 DE BONIS Al Ministro della transizione ecologica Premesso che: è da tempo che si rincorrono previsioni molto preoccupanti per i consumatori per quanto riguarda gli aumenti dei prezzi di luce e gas nei prossimi mesi. Infatti, durante il convegno della CGIL organizzato a Genova, il Ministro in indirizzo ha detto che nel prossimo trimestre ci si attende che la bolletta dell'energia elettrica possa aumentare del 40 per cento, e la segnalazione si è aggiunta a quelle già fatte negli ultimi mesi da analisti ed economisti riguardo all'incremento dei costi dell'energia; nello scorso trimestre il prezzo dell'elettricità era aumentato del 20 per cento, ma il Governo italiano era intervenuto stanziando 1,2 miliardi di euro per mantenere l'incremento dei prezzi delle bollette al di sotto del 10 per cento; considerato che: il prossimo aggiornamento trimestrale dei prezzi per i clienti del mercato di tutela fissati dall'ARERA (l'Autorità di regolazione di settore) vedrà, dunque, un fortissimo aumento dei prezzi sia per la luce che per il gas. Le motivazioni sono diverse e riguardano la struttura stessa del mercato energetico. Innanzi tutto, gli aumenti saranno determinati dalla crescita veloce e costante che, ormai da un anno e mezzo, interessa il prezzo delle fonti energetiche e, di conseguenza, i costi di produzione dell'elettricità (visto che, ancora in larga parte, sono proprio le fonti fossili ad essere utilizzate per produrla). Inoltre, questi aumenti sono dovuti alla ripresa dei consumi e della produzione industriale post pandemia, che l'interrogante considera senza dubbio una cosa positiva, ma avranno un impatto pesante per le tasche dei consumatori, soprattutto i più vulnerabili; andando ad analizzare i dati del mercato elettrico e i valori raggiunti dal PUN (prezzo unico nazionale, cioè il costo all'ingrosso dell'energia elettrica) in borsa si vede come dai 22 euro a megawattora di maggio 2020 si è arrivati, dopo una crescita costante, ai quasi 140 euro di questi giorni: una crescita enorme che, purtroppo, non può che scaricarsi sulle bollette di consumatori e imprese; ad aggravare poi la situazione c'è anche l'aumento esponenziale dei costi dell'anidride carbonica. Esiste, infatti, a livello europeo il meccanismo ETS (emissions trading system) cioè il sistema europeo di scambio di quote di emissione di gas a effetto serra che rappresenta il principale strumento, voluto dall'Europa, per il raggiungimento degli obiettivi di riduzione delle emissioni di anidride carbonica. Il sistema ETS stabilisce un tetto massimo di emissioni che ogni comparto industriale deve rispettare, e chi sfora questo tetto deve acquistare "crediti di CO2" proprio sul mercato ETS;