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Ne consegue una disponibilità di prodotto pari a 3 milioni di tonnellate di cui il 57 per cento è destinato al consumo fresco, il 30 per cento va all'industria di trasformazione in succhi ed essenze, l'8 per cento viene esportato, il 4 per cento viene perso lungo la filiera e una quota residuale, inferiore all'1 per cento, viene ritirata dal mercato; la coltivazione di agrumi in Italia è diffusa quasi esclusivamente nelle regioni del Sud e nelle isole: il 99,9 per cento della produzione in valore è riferito alle regioni del Mezzogiorno mentre la piccola quota residua è ascrivibile al Lazio. Per quanto concerne il peso dell'agrumicoltura sul comparto agricolo nel complesso nel Mezzogiorno tale quota è pari al 5 per cento contro l'1,8 per cento del totale Italia. A livello di regioni, spiccano Sicilia e Calabria con un peso dell'agrumicoltura sul valore della produzione agricola totale rispettivamente del 13 e 11 per cento. 2. Le principali dinamiche di lungo periodo La dimensione media delle aziende, riferendosi ai dati dell'ultimo Censimento Ismea disponibile, riferisce che tra il 2000 e il 2010 vi è stato il raddoppio della superficie utilizzata agrumetata da 0,86 a 1,62 ettari per azienda. Un effetto avutosi a causa della riduzione del numero di aziende agricole che producono agrumi, a fronte di una contrazione ben più moderata delle superfici. Ma in media le dimensioni sono molto piccole e non raggiungono i due ettari per azienda (1,68 ettari per azienda in Calabria, 1,84 ettari per azienda in Basilicata e 1,92 ettari per azienda in Sicilia); altri spunti di analisi emergono considerando le variazioni avute nello stesso lasso di tempo dalla Spagna. Essa è al primo posto per il commercio internazionale di agrumi, esporta 15 volte quanto esporta, invece, l'Italia, che si ferma al 13° posto tra gli esportatori mondiali. Ne consegue che, tra il 2008 e il 2019, le esportazioni della Spagna sono aumentate dell'11 per cento in quantità, contro la sostanziale stagnazione in Italia. Nello stesso periodo, il prezzo medio del prodotto spagnolo è cresciuto del 15 per cento, meno della metà di quanto si è registrato dall'Italia. Siamo davanti a due logiche di mercato diverse: la Spagna cerca di mantenere e accrescere la leadership sui mercati dove è già presente, cercando di mantenere prezzi bassi, l'Italia ha puntato alla valorizzazione delle eccellenze nei mercati esteri; le statistiche ufficiali confermano, quindi, il ridimensionamento della filiera agrumicola italiana. 3. La fase agricola I dati dicono che la produzione di agrumi è condotta su piccole dimensioni (la superficie investita media ad agrumi è di 2,4 ettari per azienda in Italia, 2,9 ettari in Spagna e molto meno in Grecia e Portogallo), ma le superfici nelle aziende di giovani sono in media più grandi (3,8 ettari) e diminuiscono all'aumentare dell'età dell'imprenditore (1,8 ettari per gli over 65); le arance sono il principale agrume prodotto in Italia. Secondo i dati congiunturali Istat, su circa 82mila ettari (il 58 per cento della superficie agrumetata nazionale) vengono coltivate arance; negli ultimi cinque anni la superficie è rimasta sostanzialmente la stessa nelle prime tre campagne, mentre ha subito importanti variazioni nelle ultime due; le clementine sono il secondo agrume più prodotto in Italia. La superficie di produzione è rimasta stabile (circa 25.700 ettari pari al 18 per cento della superficie nazionale); i limoni sono il terzo agrume più coltivato, l'unico che ha visto crescere le superfici di produzione negli ultimi cinque anni (con superficie coltivata pari a oltre 22.000 ettari, il 16 per cento della superficie nazionale); meno investimenti si registrano, invece, per i mandarini anche se resistono bene in quelle aree particolarmente vocate della Sicilia. La superficie di produzione è pari a 8.300 ettari (6 per cento della superficie nazionale); il restante 1 per cento è costituito da produzioni di bergamotto (1.500 ettari), pompelmo (280 ettari), cedro (45 ettari) e chinotto (6 ettari). Anche queste specie tuttavia sono nel complesso in ridimensionamento; tra la campagna 2014/15 e quella 2018/19 anche la produzione in volume di agrumi ha mostrato un trend negativo, con una decrescita annua dello 0,6 per cento ( trend negativo dovuto soprattutto ad arance e mandarini mentre in aumento vi è quello di limoni e clementine). I dati sono condizionati non solo dalla diminuzione delle superfici utilizzate ma anche a causa delle continue variazioni climatiche che condizionano la produttività. Oltre a questi due fattori, nel corso degli ultimi cinque anni ci sono stati altre situazioni che hanno condizionato la quantità e la qualità del raccolto: la diffusione del virus tristeza , le alluvioni in Sicilia e Calabria, le eruzioni dell'Etna, le cui ceneri spesso causano problemi di qualità; infine (elaborazione Ismea basata su dati Istat) i dati indicano una consistente riduzione del valore della produzione soprattutto nella campagna 2018/19. Le contrazioni medie annue più considerevoli sono state registrate da arance (tasso variazione medio annuo (tvma) -4,9 per cento) e mandarini (tvma - 4,2 per cento), mentre per limoni e clementine è stato registrato un consistente incremento; le produzioni agrumicole certificate con un marchio d'indicazione geografica (IG) crescono di anno in anno e nella campagna agrumaria 2018/19 hanno raggiunto quota 41.000 tonnellate, con una crescita del 12 per cento rispetto alla campagna precedente. Nonostante il trend sia positivo, l'offerta di agrumi con marchio IG resta per il momento una quota residuale della produzione agrumicola nazionale: infatti, nella campagna 2018/19 ha superato di poco l'1 per cento, mentre l'incidenza degli agrumi sull'offerta di prodotti ortofrutticoli con marchio IG ha raggiunto l'11 per cento. Si tratta di quote modeste ma che potrebbero presentare anche grossi margini di crescita considerata la bassa pressione competitiva che in molti casi caratterizza il prodotto e la forte connotazione territoriale dello stesso; in molti casi, tuttavia, il processo di riconoscimento delle IG non è stato fatto precedere da un'adeguata analisi delle politiche di mercato da intraprendere, a cui si associa una frequente debolezza delle strutture organizzative, che spesso non hanno saputo trasmettere al territorio le potenzialità dell'aggregazione. In questo senso, le dimensioni spesso limitate degli areali produttivi e i nomi non sempre evocativi per un consumatore medio non hanno aiutato; per favorire la funzione di traino all'economia del territorio dei riconoscimenti ottenuti sarebbe importante intraprendere politiche aggregative finalizzate a ridurre i costi di gestione e di controllo dei Consorzi di tutela e, allo stesso tempo, attuare iniziative di organizzazione dell'offerta e di parallela promozione dei prodotti con l'obiettivo di coinvolgere inizialmente una base produttiva ragionevolmente ampia e, successivamente puntare a un suo ampliamento. 4.