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Istituzione di un'Assemblea costituente. Onorevoli Senatori. -- «La gravità della crisi istituzionale italiana è così palese che, ove non bastassero l'enorme letteratura specialistica sull'argomento e la lunga e fallimentare storia dei tentativi parlamentari di porvi rimedio, può essere colta da qualunque cittadino che semplicemente osservi il funzionamento del nostro Stato. Se a questa crisi si unisce quella economica e finanziaria, che colpisce tutta l'Europa, quella morale e spirituale, che attraversa tutto l'Occidente, e quella politica, la quale coinvolge tutti i principali partiti presenti in Parlamento, c'è da temere seriamente per le sorti della nostra democrazia». Queste parole spiegavano le ragioni del disegno di legge atto Senato n. 3348, proposto nella scorsa legislatura in Senato da Marcello Pera e da me condiviso. Da qui si intende partire anche stavolta, per porre rimedio al fatto che l'Italia, nel corso di questi anni, è divenuta progressivamente un Paese sempre più ingessato, immobile, a tratti irriformabile, ostaggio delle tante caste e corporazioni, con una burocrazia onnipresente e inefficiente. C'è, oggi, in più l'argomento di una vastissima partecipazione di cittadini al referendum tenutosi lo scorso 4 dicembre: si sono recati alle urne italiane ed italiani che dalle urne avevano preso le distanze. È oggi pertanto necessario, se si vogliono affrontare alla radice i problemi del Paese, dare repentinamente avvio a una revisione in grado di ridisegnare nuovi equilibri e di porre le basi per una «democrazia governante» o, come pure sarebbe auspicabile, di una Repubblica che sappia tenere il passo dei ritmi imposti dalla globalizzazione, al fine di una complessiva apertura in senso liberale del sistema Italia. Il che solo una riforma del dettato costituzionale, non imposta né proposta dall'Esecutivo, può assicurare. Una esigenza di modernizzazione già nel corso degli anni ottanta si era ampiamente diffusa nel paese. Prevalsero però, allora, ben altri disegni, ispirati a moralismo di piazza e non a costituzionalismo liberale. Le ortodosse procedure di revisione costituzionale -- con annesse le varie commissioni speciali in materia istituite nel corso della storia repubblicana -- non hanno mai sortito gli effetti auspicati e, quand'anche hanno raggiunto l'obiettivo della riforma settoriale, hanno contribuito ad alimentare le contraddizioni e ad acuire lo scontro politico e istituzionale, invece che a pacificarlo. La stessa scorciatoia del governo Renzi, intrapresa con il testo pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 88 del 15 aprile 2016, ha addirittura rischiato di proiettarci in un abisso, e lo stesso patriottismo costituzionale ha rischiato di farsi tradizionalismo istituzionale. La necessità di corrispondere alle esigenze di modernizzazione del Paese deve al più presto depurarsi delle tossine dell'avventurismo politico. La coesione nazionale richiede non solo un sistema di selezione dei drafters il più possibile proporzionale. Essa implica soprattutto una condivisione di metodo, nella quale sia abbandonata la forzatura procedurale imposta dai «supercanguri» e dagli emendamenti «premissivi», per ritornare alla «votazione per principi» con cui nel 1946-1947 si ottenne una posizione vincolante del potere costituente, che non fosse legato a furberie procedurali escogitate dal Governo, veicolate dal gruppo di maggioranza relativa e timbrate, senza alcun filtro di intelligenza, dalle Presidenze delle Camere negli ultimi tre anni. È pertanto necessario, specie alla luce del clima politico, promuovere uno «spirito costituente» quale fu mirabilmente sintetizzato nell'Assemblea costituente del 1946. Tanto più che si posero così le basi irrinunciabili per una crescita effettiva. Questo è l'intento che ci si ripromette col presente disegno di legge, connesso pure all’atto Camera n. 5069 (disegno di legge proposto dall'onorevole Stefania Craxi), anch'esso proposto nella scorsa legislatura. Rispetto a quest'ultimo disegno di legge costituzionale, nel presente testo le guarentigie immunitarie si limitano alla sola insindacabilità e si suggerisce una sede anche fisicamente diversa dalla capitale, dove è giusto che agiscano gli organi politici destinati a proseguire la legislazione e l'amministrazione. L'intento acceleratorio -- pur nel necessario e problematico approfondimento -- emerge nella scelta della città in cui si svolse il conclave del 1268-'71. La Sede vacante -- che durò complessivamente ben 1006 giorni -- cessò solo quando il popolo viterbese, esasperato, segregò i cardinali all'interno del Palazzo dei Papi fino all'esito della procedura di elezione papale. Ed è un riferimento, se si vuole, di ironia, ma motivato da parlamentarismo autentico. Insomma, sembrerebbe venuto il momento, a difesa del Risorgimento, di volgersi all'antica storia del Papato. Un insegnamento non meno cogente è quello che induce a regolamentare in senso minimalista il ruolo del Governo nei lavori dell'Assemblea. Si tratta di tenersi lontanissimi dal pessimo precedente del governo Renzi che, autorizzato dal Capo dello Stato pro tempore a presentare un disegno di legge costituzionale, ne ha tratto legittimazione per un ruolo invasivo, politicamente caratterizzato e con forti suggestioni di antiparlamentarismo. Ecco perché si esclude che il Governo possa partecipare ai lavori, a meno che non ne sia richiesto ad hoc per singola seduta o parte di essa e, comunque, senza potersi esprimere sugli emendamenti presentati. Il disegno di legge prevede l'istituzione di una nuova Assemblea costituente composta da cento membri chiamati a redigere una organica e complessiva revisione del testo costituzionale da sottoporre, entro il limite massimo di due anni dal suo insediamento, ai cittadini elettori tramite referendum popolare. Un'Assemblea costituente sovrana, limitatamente al periodo della sua durata, in materia di revisione costituzionale e che abbia come limiti la forma repubblicana e le norme contenute nella Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea e nella Convenzione europea dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali; non avrà titolo ad occuparsi, direttamente o indirettamente, della legislazione ordinaria. Un'Assemblea costituente, eletta con un meccanismo proporzionale, con una preferenza, rappresentativa di tutte le sensibilità e le culture politiche presenti nel Paese -- talune oggi escluse dal Parlamento ma che esprimono una porzione significativa della nostra società -- è l'unico modo, all'indomani del voto referendario del 4 dicembre 2016, per deliberare e dibattere su una nuova forma di governo, su un nuovo equilibrio fra poteri democratici, sullo stesso superamento del bicameralismo perfetto e sulla riduzione del numero dei parlamentari. Si prospetta, onorevoli colleghi, un percorso politico e istituzionale non più rimandabile a una «terza Repubblica». Ed è percorso contrassegnato, com'avvenuto in altre grandi Nazioni, da un oramai obbligato processo riformatore, in vista di una democrazia rinnovata negli uomini e nello spirito; ciò senza venir meno, ovviamente, all'identità di quel nuovo raggruppamento dell'«accozzaglia», vizio e virtù di ogni vero parlamentarismo..