[pronunce]

- sotto la rubrica «Obbligo della immediata declaratoria di determinate cause di non punibilità» - prevede che, «In ogni stato e grado del processo», il giudice debba dichiarare d'ufficio con sentenza determinate cause di non punibilità di cui riconosca l'esistenza (comma 1), dando la prevalenza alle formule di proscioglimento per carenza di responsabilità penale, allorché questa risulti già evidente dagli atti (il fatto non sussiste, l'imputato non lo ha commesso, il fatto non costituisce reato o non è previsto dalla legge come reato), rispetto alla declaratoria di estinzione del reato (comma 2). Dirimendo un pregresso contrasto di giurisprudenza, le sezioni unite della Corte di cassazione, con la sentenza 25 marzo - 4 giugno 2010, n. 21243, hanno escluso che il giudice per le indagini preliminari, investito dell'opposizione a decreto penale di condanna, sia abilitato a prosciogliere l'imputato ai sensi della citata disposizione (e ciò diversamente da quanto avviene in sede di decisione sulla richiesta di emissione del decreto, in forza dell'espressa previsione dell'art. 459, comma 3, cod. proc. pen.). Al riguardo, le sezioni unite hanno ribadito quanto affermato in una precedente decisione (sentenza 25 gennaio - 30 marzo 2005, n. 12283): e, cioè, che l'art. 129 cod. proc. pen. non conferisce al giudice un potere di giudizio ulteriore, inteso quale occasione "atipica" di decidere la res iudicanda, ma si limita ad enunciare una regola di condotta e di giudizio - quella della precedenza della declaratoria delle cause di non punibilità considerate, ove ne ricorrano le condizioni, su altri eventuali provvedimenti decisionali adottabili dal giudice - destinata a trovare attuazione con l'osservanza della disciplina relativa alla fase e al grado in cui il processo si trova e nel rispetto del principio di contraddittorio. Nella fase successiva all'opposizione a decreto penale, il giudice per le indagini preliminari non avrebbe, di conseguenza, la possibilità di applicare la regola in questione. In tale fase, il giudice per le indagini preliminari è, infatti, spogliato di poteri decisori sul merito dell'azione penale, incombendo su di esso, ai sensi dell'art. 464 cod. proc. pen. , solo poteri-doveri di «propulsione processuale» a contenuto vincolato, correlati alle opzioni dell'opponente riguardo al rito (emissione del decreto di giudizio immediato, fissazione dell'udienza per il giudizio abbreviato, adempimenti connessi alla richiesta di applicazione della pena), «con la sola eccezione rappresentata dalla decisione sulla eventuale domanda di oblazione (v. art. 464 comma 2 c.p.p.)». Il giudice per le indagini preliminari - come hanno ulteriormente osservato le sezioni unite - non potrebbe, d'altra parte, revocare il decreto di condanna fuori dei casi tassativamente previsti dalla legge, né pronunciare sul merito dell'azione penale senza incorrere in una violazione delle regole sull'incompatibilità, posto che l'art. 34, comma 2, cod. proc. pen. inibisce al giudice che ha emesso il decreto di condanna di «partecipare al giudizio» concernente lo stesso imputato. 4.- Nel sollevare la questione, il rimettente dà per scontato che la soluzione ermeneutica ora ricordata - qualificabile, a suo avviso, come «diritto vivente» - sia destinata a valere anche nell'ipotesi in cui, contestualmente all'opposizione, sia presentata domanda di oblazione (ipotesi che non ricorreva nella fattispecie concreta sottoposta al vaglio delle sezioni unite). Ciò darebbe luogo ad una irragionevole preclusione. In base al censurato art. 464, comma 2, cod. proc. pen. , infatti, la decisione sull'istanza di oblazione è pregiudiziale rispetto all'adozione dei provvedimenti propulsivi finalizzati all'instaurazione del giudizio («Il giudice, se è presentata domanda di oblazione contestuale all'opposizione, decide sulla domanda stessa prima di emettere i provvedimenti a norma del comma 1»). Di conseguenza, quando pure emergesse in modo evidente dagli atti - e, segnatamente, dalle deduzioni svolte nell'atto di opposizione - la carenza di responsabilità penale dell'imputato, non vi sarebbe modo di dichiararla: il giudice investito dell'opposizione - ove non sussistano ragioni di rigetto della domanda di oblazione - non potrebbe far altro che "imporre" all'opponente il versamento di una somma di denaro a tale titolo, somma che pure non risulterebbe dovuta. Di qui, dunque, la denunciata violazione degli artt. 3, 24, 27 e 111 Cost. 5.- In realtà, deve escludersi che il «diritto vivente» evocato dal giudice a quo sia riferibile all'ipotesi che interessa. Come rimarcato anche dalla difesa dello Stato, la ricordata pronuncia delle sezioni unite della Corte di cassazione individua proprio nella decisione sulla eventuale domanda di oblazione, ai sensi dell'art. 464, comma 2, cod. proc. pen. , una eccezione all'affermata carenza di poteri decisori sul merito dell'azione penale da parte del giudice per le indagini preliminari, investito dell'opposizione a decreto. Ove abbinata ad una domanda di oblazione, l'opposizione non determina, in effetti - se non all'esito del rigetto di detta domanda - l'instaurazione di un giudizio a carattere lato sensu impugnatorio (al giudice del quale, nella ricostruzione delle sezioni unite, è logico che resti affidata la verifica dell'applicabilità dell'art. 129 cod. proc. pen.). Determina, invece, l'instaurazione di un sub-procedimento davanti allo stesso giudice per le indagini preliminari, regolato dall'art. 141 disp. att. cod. proc. pen. e che prevede anche l'interlocuzione del pubblico ministero (del quale deve essere acquisito il parere, ai sensi del comma 4 del citato art. 141). In esito ad esso, il giudice è chiamato ad adottare un provvedimento decisorio che implica un esame del merito dell'imputazione: e ciò tanto più quando - come nella specie - si discuta di una domanda di oblazione cosiddetta discrezionale, il cui accoglimento presuppone una valutazione in ordine alla gravità del fatto, oltre che la verifica dell'assenza di conseguenze dannose o pericolose del reato eliminabili da parte del contravventore (art. 162-bis, terzo e quarto comma, del codice penale). D'altro canto, ove l'imputato sia ammesso all'oblazione e versi la somma dovuta, il giudice - essendosi in una fase successiva all'esercizio dell'azione penale - pronuncia sentenza di proscioglimento per estinzione del reato (art. 141, comma 4, disp. att. cod. proc. pen.), con correlata revoca del decreto di condanna. Risulta, perciò, evidente come le affermazioni delle sezioni unite - circa il carattere vincolato e di mera «propulsione processuale» dei poteri esercitabili dal giudice per le indagini preliminari dopo l'opposizione al decreto, e circa l'impossibilità che egli revochi il decreto di condanna fuori dei casi tassativamente previsti dalla legge - non risultino pertinenti all'ipotesi avuta di mira dal giudice a quo.