[pronunce]

a r.l. l'autorizzazione all'attività bancaria e l'aveva sottoposta alla procedura di liquidazione coatta amministrativa, ai sensi dell'art. 80 del decreto legislativo n. 385 del 1993; b) che il «20 maggio 2000» era cessata ogni attività di impresa della società, con la cessione alla Banca Popolare di Calabria, da parte del commissario liquidatore, di tutte le attività e passività della Banca di credito cooperativo di Cosenza; c) che lo stato di insolvenza della s.c. a r.l. era stato dichiarato dal Tribunale di Cosenza, su richiesta del commissario liquidatore presentata il 22 gennaio 2001, solo con sentenza del «30 maggio 2001», pronunciata, pertanto, ad oltre un anno sia dalla messa in liquidazione della società, sia dalla cessazione dell'attività d'impresa. In ordine alla non manifesta infondatezza della questione, il Maggiolini osserva: a) che “il diritto vivente” non individua alcun limite temporale per l'accertamento dello stato di insolvenza, ai sensi degli artt. 202 della legge fallimentare e 82, comma 2, del decreto legislativo n. 385 del 1993; b) che, pertanto, sussisterebbe una evidente ed ingiustificata disparità di trattamento tra la disciplina sul fallimento e quella sulla liquidazione coatta amministrativa, perché, nel primo caso, v'è il limite temporale posto alla dichiarazione di fallimento dagli artt. 10 e 11 della legge fallimentare e dalle sentenze della Corte costituzionale n. 66 del 1999 e n. 319 del 2000, mentre, nel secondo caso, l'inesistenza di un limite temporale pregiudicherebbe l'interesse generale alla certezza delle situazioni giuridiche; c) che tale disparità di trattamento verrebbe meno solo ove si ritenesse (in applicazione analogica dell'art. 10 della legge fallimentare) che anche lo stato di insolvenza dell'impresa in liquidazione coatta amministrativa sia accertabile giudizialmente con pronuncia da emettersi entro un anno dalla effettiva cessazione dell'attività imprenditoriale; d) che, nella prospettiva di una tale interpretazione adeguatrice alla Costituzione, il dies a quo del termine per l'accertamento giudiziario dello stato di insolvenza non potrebbe identificarsi né nella pubblicazione della cessazione dell'attività imprenditoriale sul registro delle imprese, né nella cancellazione della società da tale registro: non dalla iscrizione della cessazione dell'attività, perché i creditori dell'impresa in liquidazione coatta amministrativa non sono legittimati a richiedere l'accertamento giudiziale dello stato di insolvenza e sono comunque edotti della procedura a séguito dell'annotazione sul registro delle imprese del decreto che la dispone; non dalla cancellazione, perché questa non solo deve essere richiesta dallo stesso commissario liquidatore legittimato a richiedere l'accertamento giudiziario (così che verrebbe meno ogni garanzia e certezza per gli altri soggetti interessati), ma presuppone il completamento di tutta l'attività liquidatoria (così che potrebbe intervenire anche dopo decenni dall'avvio del procedimento); e) che solo con la pronuncia dichiarativa dello stato di insolvenza la procedura liquidatoria si trasformerebbe in una procedura concorsuale assimilabile al fallimento, consentendo l'esercizio delle revocatorie fallimentari e rendendo configurabili le ipotesi di reato di cui al titolo VI della legge fallimentare (artt. 203 e 237); f) che la fissazione di un limite temporale per la dichiarazione giudiziaria dello stato di insolvenza apparirebbe tanto più necessaria in considerazione delle conseguenze che da tale dichiarazione discendono, non solo per chi ne è colpito, ma anche per i terzi che con lui siano entrati in rapporto; g) che tali esigenze di certezza delle situazioni giuridiche non potrebbero ritenersi soddisfatte soltanto dalla qualità dei soggetti legittimati a chiedere l'accertamento giudiziario dello stato di insolvenza della banca sottoposta a liquidazione coatta amministrativa (il commissario liquidatore; il pubblico ministero; il giudice, d'ufficio), perché il commissario liquidatore non è soggetto soltanto alla legge, ma prevalentemente all'autorità che lo ha scelto, appartenente al potere esecutivo, e perché una analoga situazione, nel caso dell'estensione del fallimento al socio a responsabilità illimitata, non ha impedito alla Corte costituzionale di fissare il limite temporale di un anno dalla cessazione della qualità di socio illimitatamente responsabile (sentenze n. 319 del 2000 e n. 66 del 1999). 3. – Si è costituito in giudizio anche il commissario liquidatore della banca (s.c. a r.l. Banca di credito cooperativo di Cosenza in liquidazione coatta amministrativa), sostenendo, con diverse argomentazioni, l'infondatezza della sollevata questione di legittimità costituzionale. In primo luogo, la società in liquidazione coatta afferma che il limite temporale stabilito dagli artt. 10 e 147 della legge fallimentare non può estendersi analogicamente all'ipotesi oggetto della causa a quo, data l'essenziale diversità di presupposti e di esigenze da tutelare, tanto più se si consideri che la sentenza dichiarativa dello stato di insolvenza intervenuta nei confronti di una banca già sottoposta a liquidazione coatta amministrativa si inserisce in una procedura concorsuale, nella quale gli effetti diretti del concorso (nei confronti dell'imprenditore, dei creditori e dei contraenti) si sono determinati tutti sin dalla data dell'insediamento degli organi liquidatori, ai sensi degli artt. 83 e 85 del t.u. delle leggi in materia bancaria e creditizia. In secondo luogo, la difesa del commissario liquidatore osserva che la divaricazione temporale tra il decreto di liquidazione coatta amministrativa e la successiva sentenza declaratoria dello stato di insolvenza sarebbe irrilevante ove – contrariamente all'assunto del rimettente – si ritenesse che il termine di prescrizione per l'esperimento delle azioni revocatorie decorra dalla data di sottoposizione alla liquidazione e non dalla successiva declaratoria dello stato di insolvenza. In terzo luogo, la banca in liquidazione coatta rileva che la posposizione del momento consumativo del reato di bancarotta rispetto alla condotta materiale, allorché la declaratoria di insolvenza sia successiva alla sottoposizione a liquidazione coatta amministrativa, non è ipotesi eccezionale nell'àmbito dei reati fallimentari. In quarto luogo, oppone che la revocabilità di atti e l'imputabilità per bancarotta sono effetti solo eventuali della declaratoria dello stato di insolvenza, con conseguente insussistenza dell'invocata e non ben definita necessità di tutela della certezza delle situazioni giuridiche. In quinto luogo, infine, deduce che, contrariamente a quanto asserito dal giudice a quo, l'eventuale divaricazione temporale tra l'avvio della procedura di liquidazione coatta amministrativa e la declaratoria dello stato di insolvenza non può ritenersi rimessa all'arbitrio del commissario liquidatore e del pubblico ministero, valendo il principio della doverosità dell'agire del pubblico ufficiale per attivare il giudizio di accertamento dello stato di insolvenza, principio garantito da un'adeguata tutela per il caso di sviamento del potere. 4. – È intervenuto in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, eccependo l'inammissibilità e l'infondatezza della questione.