[pronunce]

In relazione alla terza questione, ritenuta parimenti infondata anche sulla base delle medesime osservazioni svolte in relazione alla precedente questione, l'Avvocatura erariale preliminarmente osserva che è privo di fondamento lo stesso presupposto dal quale muove la Regione Veneto, secondo cui la legge di delega avrebbe imposto i conferimenti alle regioni pur in assenza di un puntuale fondamento costituzionale, dal momento che, vigendo una Costituzione rigida, le competenze assegnate allo Stato e alle regioni non sarebbero "disponibili" se non nei limiti e con le modalità previsti dalla Costituzione. Ed infatti la nuova disciplina sui conferimenti si fonderebbe su ben individuati parametri costituzionali, puntualmente richiamati dall'art. 1, comma 1, della legge di delega (artt. 5, 118 e 128 della Costituzione) e dall'art. 4, comma 1, della stessa legge (art. 117 della Costituzione). Inoltre, l'esame specifico delle disposizioni impugnate dimostrerebbe che esse sono tutte avvalorate dalle relative norme costituzionali. Per quanto riguarda l'art. 18 del decreto legislativo, in materia di industria, il legislatore delegato avrebbe operato in coerenza con l'art. 118, secondo comma, della Costituzione, mantenendo la competenza allo Stato per gli aspetti della materia non localizzabili in ambito regionale (essendo preminente dare attuazione al principio di completezza di cui all'art. 4, comma 3, lettera b) della legge delega) e conferendo, con lo strumento della delega, tutte le altre funzioni alle regioni. Le stesse considerazioni varrebbero per l'art. 29, comma 2, del decreto, in materia di ricerca, produzione, trasporto e distribuzione di energia, e per l'art. 33, in materia di miniere e risorse geotermiche; mentre in riferimento all'art. 65, in materia di catasto, servizi geotopocartografici e conservazione dei registri immobiliari, accanto alle funzioni mantenute allo Stato si sarebbe provveduto, nel quadro dell'art. 128 della Costituzione, ad un conferimento diretto ai comuni per le funzioni immediatamente localizzabili a livello locale. Per quanto riguarda l'art. 85, in materia di gestione dei rifiuti, la disposizione terrebbe ferme le competenze già disciplinate con il d.lgs. n. 22 del 1997 e dal precedente art. 29 in materia di energia. Infine, in riferimento alle altre disposizioni impugnate (art. 93, in materia di opere pubbliche; art. 98, in materia di viabilità; art. 104, in materia di trasporti; art. 137, in materia di scuola), esse troverebbero fondamento negli articoli 117, 118 e 128 della Costituzione. Il quarto motivo del ricorso sarebbe inammissibile, poiché i rilievi della regione assumerebbero la natura di doglianze di mero fatto. Il decreto legislativo risulterebbe infatti emanato sulla base di un procedimento conforme ai requisiti di forma prescritti dalla Costituzione e in osservanza dei limiti ulteriori posti per l'esercizio della delega: l'intesa con la Conferenza Stato-regioni in ordine all'individuazione dei compiti di rilievo nazionale sarebbe stata acquisita, come descritto nel preambolo, in quanto l'atto legislativo produrrebbe effetti unicamente per tutto ciò che in esso è affermato. La quinta censura sarebbe invece infondata, in quanto sarebbe errata l'interpretazione dell'art. 4, comma 1, della legge di delega sulla quale si fonda il ricorso regionale: in osservanza del principio di sussidiarietà cui l'intera riforma si ispira (art. 1 della legge di delega), infatti, si imporrebbe al legislatore delegato di utilizzare tutte le potenzialità insite nel sistema costituzionale delle autonomie, secondo cui le funzioni amministrative connesse a materie regionali debbono essere esercitate "normalmente in via di delega da comuni e province", nell'intento di assicurare maggiore avvicinamento di queste funzioni alle realtà locali. L'art. 4, comma 2, della legge di delega stabilisce bensì che nelle materie di cui all'art. 117 della Costituzione le regioni conferiscono alle province, ai comuni e agli altri enti locali tutte le funzioni che non richiedono l'unitario esercizio a livello regionale, ma nella connessione organica e funzionale degli articoli 117 e 118 della Costituzione, secondo la difesa statale, tale disposizione non vieterebbe al legislatore delegato l'utilizzazione del primo comma dell'art. 118, e dunque la diretta attribuzione agli enti territoriali di alcune funzioni in materie proprie delle regioni. Questa interpretazione sarebbe confermata dal criterio dell'art. 3, comma 1, lettera b) della stessa legge di delega, che prevede che siano indicati, tra gli altri, i compiti da conferire agli enti locali, territoriali o funzionali ai sensi degli articoli 128 e 118, primo comma, della Costituzione. La sesta censura sarebbe inammissibile o comunque infondata. Inammissibile, perché le doglianze sulla eccessiva brevità del termine assegnato alle regioni per il conferimento agli enti locali involgerebbero questioni di fatto, attenendo ad eventuali difficoltà materiali per lo svolgimento di compiti prescritti dalla legge, e si risolverebbero in affermazioni apodittiche e comunque tardive. Infatti, il termine di sei mesi, già prescritto dalla legge di delega (art. 4, comma 5), sarebbe stato meramente riprodotto dal decreto legislativo attraverso il richiamo della norma delegante. La richiesta regionale che la Corte sollevi di fronte a se stessa questione di legittimità costituzionale della legge di delega, dunque, sarebbe un mero espediente per eludere i termini del ricorso in via principale. La censura sarebbe in ogni caso infondata nel merito, in quanto la ratio sottesa alle disposizioni dettate dal legislatore delegante presupporrebbe la "contestualità logica" dei conferimenti dallo Stato alle regioni e da queste agli enti locali minori, che si evincerebbe dai criteri dettati dall'art. 3, comma 1, della legge di delega, ed in particolare dal principio di sussidiarietà. Tale contestualità logica sarebbe sancita proprio dall'art. 3 del decreto legislativo, là dove esige che il procedimento di conferimento agli enti locali avvenga secondo i principi stabiliti dall'art. 4, comma 3, della legge di delega. In quest'ottica di salvaguardia della effettività e completezza dei conferimenti delineati dalla legge di delega si giustificherebbe anche l'intervento sostitutivo del Governo, con effetti provvisori, nell'ipotesi in cui le regioni non provvedano nel termine prescritto. La settima questione, sollevata in relazione all'art. 119 della Costituzione, sarebbe infondata. Secondo la difesa erariale, infatti, a causa dell'andamento fluttuante dei cicli finanziari di entrata e di spesa, il legislatore delegato ha dovuto, per i beni e le risorse utilizzate dallo Stato, fissare un arco temporale pluriennale, da un minimo di tre anni ad un massimo di cinque, precedente la data dell'attribuzione alle regioni e agli enti locali: ciò al fine di calcolare le risorse disponibili in un periodo di tempo sufficientemente attendibile per un utilizzo a regime ed idoneo a dare la massima certezza possibile alla quantità di beni e risorse da trasferire.