[pronunce]

3.4.- Il rimettente censura ancora, per violazione dei medesimi parametri costituzionali, l'art. 9, comma 1, della legge n. 117 del 1988, come sostituito dall'art. 6, comma 1, della legge n. 18 del 2015, nella parte in cui prevede l'obbligo del titolare dell'azione disciplinare di procedere nei confronti del magistrato per i fatti che hanno dato causa all'azione di risarcimento, a seguito della mera proposizione di quest'ultima, indipendentemente dall'esito della domanda. Tale modifica - conseguente alla soppressione del filtro di ammissibilità - violerebbe anch'essa i principi di indipendenza, terzietà ed imparzialità del giudice, facendo sì che quest'ultimo possa risultare esposto contemporaneamente, a seguito della mera proposizione della domanda risarcitoria, «a più oneri difensivi, sia in sede risarcitoria che in sede disciplinare, anche in chiave meramente preventiva», con conseguenti rischi di condizionamento della sua serenità di giudizio. La norma violerebbe, altresì, l'art. 3 Cost., apparendo irragionevole imporre l'avvio del procedimento disciplinare a prescindere da ogni valutazione di fondatezza della domanda risarcitoria, con il risultato di provocare intuibili disfunzioni sia presso l'ufficio del giudice coinvolto (le cui energie verrebbero distolte dall'esigenza di curare le proprie difese), sia presso l'ufficio titolare dell'azione disciplinare. 3.5.- Il rimettente ventila, poi, l'illegittimità costituzionale dell'art. 4, comma 3, della legge n. 117 del 1988, ove si stabilisce - in deroga alla regola generale enunciata dal comma 2 dello stesso articolo - che l'azione risarcitoria può essere esercitata decorsi tre anni dalla data del fatto che ha cagionato il danno, se in tale termine non si è concluso il grado del procedimento nell'àmbito del quale il fatto stesso si è verificato. La norma denunciata violerebbe gli artt. 3 e «101-113» Cost., in quanto idonea «a turbare la serenità, l'indipendenza e, dunque, l'imparzialità del giudice». Questi, nell'ipotesi di prolungamento del giudizio nel medesimo grado oltre i tre anni, potrebbe, infatti, veder promossa un'azione risarcitoria riferita ad un proprio provvedimento interinale, pur essendo ancora investito della causa. In questo modo, la serenità del giudicante - chiamato a confermare le valutazioni interinali cui è riferita la domanda risarcitoria - risulterebbe del tutto compromessa. Il condizionamento dell'autonomia di giudizio - acuito dall'avvenuta abolizione del filtro di ammissibilità su detta domanda - potrebbe, peraltro, estendersi anche al giudice del grado successivo, chiamato a verificare la correttezza dell'operato del primo giudice. La soluzione costituzionalmente corretta - anche in un'ottica di bilanciamento degli interessi contrapposti - sarebbe, per converso, quella di differire, in ogni caso, l'esperibilità dell'azione risarcitoria al momento in cui il provvedimento che si assume dannoso non sia più modificabile. 3.6.- Con i medesimi parametri costituzionali si porrebbe in contrasto, da ultimo, anche l'art. 8, comma 3, della legge n. 117 del 1988, come sostituito dall'art. 5, comma 1, della legge n. 18 del 2015, nella parte in cui prevede che la rivalsa, ove effettuata mediante trattenuta sullo stipendio, possa comportare il pagamento per rate mensili fino ad un importo corrispondente ad un terzo dello stipendio netto, anziché ad un quinto. La norma censurata discriminerebbe, infatti, irragionevolmente i magistrati rispetto agli altri dipendenti pubblici - le cui retribuzioni, a mente degli artt. 2 del d.P.R. n. 180 del 1950 e 3, ottavo comma, del d.P.R. n. 3 del 1957, sono sequestrabili e pignorabili solo fino a concorrenza di un quinto - perturbando, una volta ancora, con il timore di una così rilevante compressione dei propri emolumenti, il sereno svolgimento delle loro funzioni. 3.7.- È intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, eccependo l'inammissibilità delle questioni per difetto di rilevanza, sulla base di considerazioni analoghe a quelle già svolte in rapporto alle precedenti ordinanze di rimessione. Le questioni sarebbero, in ogni caso, infondate. Con riguardo alle prime tre delle cinque norme censurate, la difesa dell'interveniente ripropone argomenti similari a quelli prospettati nei precedenti atti di intervento. In particolare, con riguardo alle questioni concernenti l'art. 7 della legge n. 117 del 1988, ribadisce che il concetto di «travisamento» non sarebbe affatto ambiguo e generico e, soprattutto, esulerebbe dall'àmbito dell'attività valutativa, rappresentandone un grave e ingiustificato sviamento. La circostanza, poi, che l'azione di rivalsa presupponga, a mente della disposizione censurata, il dolo o la negligenza inescusabile del magistrato escluderebbe senz'altro il rischio che questi possa essere chiamato a rispondere civilmente per la mera «non condivisione» dei criteri valutativi e interpretativi da lui applicati. Del tutto infondato sarebbe, altresì, l'assunto del rimettente stando al quale la consapevole scelta della decisione da parte del giudice potrebbe addirittura integrare il «dolo». Quest'ultimo si configurerebbe, infatti, solo nei casi di scelte contra legem perché frutto di interessi o di accordi illeciti, e non perché si tratti di scelte «consapevoli». Riguardo, poi, alle questioni che investono l'art. 4, comma 3, della legge n. 117 del 1988, l'Avvocatura generale dello Stato rileva come sia comprensibile e ragionevole che, a tutela del danneggiato, sia prevista la possibilità di agire per il risarcimento quando il grado di giudizio non si sia concluso nel termine di tre anni. Il riconoscimento di tale facoltà - peraltro di rara esplicazione pratica - trova, infatti, giustificazione nella irragionevole durata del grado del procedimento in cui si è verificato il fatto dannoso. La circostanza che penda una causa risarcitoria contro lo Stato non dovrebbe, d'altra parte, in alcun modo intaccare la serenità di giudizio del magistrato che ha operato secondo diligenza. Infondate, da ultimo, risulterebbero anche le questioni relative all'esecuzione della rivalsa, per le stesse ragioni già indicate in rapporto alle omologhe questioni sollevate dal Tribunale ordinario di Treviso. 4.- Con ordinanza del 25 febbraio 2016 (r.o. n. 126 del 2016), il Tribunale ordinario di Enna ha sollevato questioni di legittimità costituzionale: