[pronunce]

che, inoltre, anche per le sentenze del giudice di pace, la rimozione del potere di appello del pubblico ministero si presenterebbe generalizzata e unilaterale; generalizzata perché non riferita a talune categorie di reati, ma estesa indistintamente a tutti i processi, unilaterale, perché non trova alcuna specifica «contropartita» in particolari modalità di svolgimento del processo, essendo sancita in rapporto al giudizio ordinario, nel quale l'accertamento, a differenza del giudizio abbreviato, è compiuto nel contraddittorio delle parti, secondo le generali cadenze prefigurate dal codice di rito; che, infine, a parere del rimettente, varrebbero anche nei confronti della norma censurata le argomentazioni esposte dalla Corte costituzionale nelle citate sentenze, secondo le quali «la menomazione recata dalla disciplina impugnata ai poteri della parte pubblica, nel confronto con quelli speculari dell'imputato, eccede il limite di tollerabilità costituzionale, in quanto non sorretta da una ratio adeguata in rapporto al carattere radicale, generale e unilaterale della menomazione stessa: oltre a risultare intrinsecamente contraddittoria rispetto al mantenimento del potere di appello del pubblico ministero contro le sentenze di condanna». Considerato che la Corte di cassazione, con ordinanza del 9 novembre 2008, ha sollevato, in riferimento agli artt. 3 e 111 Cost., questione di legittimità costituzionale dell'art. 36 del decreto legislativo 28 agosto 2000, n. 274 (Disposizioni sulla competenza penale del giudice di pace, a norma dell'articolo 14 della legge 24 novembre 1999, n. 468), come modificato dall'art. 9, comma 2, della legge 20 febbraio 2006, n. 46 (Modifiche al codice di procedura penale, in materia di inappellabilità delle sentenze di proscioglimento), nella parte in cui non consente al pubblico ministero di appellare le sentenze di proscioglimento pronunciate dal giudice di pace; che, secondo la Corte rimettente, risulterebbero violati gli artt. 3 e 111 Cost., sotto il profilo della lesione del principio di eguaglianza e di quello della parità delle parti nel processo, atteso che la limitazione dei poteri del pubblico ministero risulta priva di idonee ragioni giustificative, rispetto agli omologhi poteri riconosciuti in capo all'imputato; che l'art. 3 Cost. sarebbe, altresì, violato sotto il profilo della lesione del principio di ragionevolezza, dal momento che la norma censurata consente al pubblico ministero di appellare le sentenze di condanna, con cui le sue richieste sono state in parte accolte, e non quelle di proscioglimento, con cui esse sono state integralmente respinte; che anche il Tribunale di Sondrio, quale giudice d'appello, con ordinanza del 7 febbraio 2008, ha sollevato, in riferimento all'art. 111, secondo comma, Cost., questione di legittimità costituzionale dell'art. 9, comma 2, della legge n. 46 del 2006, nella parte in cui non consente al pubblico ministero di proporre appello avverso le sentenze di proscioglimento pronunciate dal giudice di pace; che, a parere del Tribunale rimettente, la disposizione censurata violerebbe l'art. 111, secondo comma, Cost. sotto il profilo della lesione del principio di eguaglianza e della parità delle parti nel processo, in quanto determinerebbe una «dissimetria radicale» tra i poteri delle parti stesse, eliminando il solo potere di appello del pubblico ministero senza che tale menomazione sia sorretta da una ratio adeguata in rapporto al suo carattere generale e unilaterale; che, stante l'identità delle questioni proposte, i relativi giudizi vanno riuniti per essere decisi con unica pronuncia; che le questioni sono manifestamente infondate; che analoga questione, sollevata dalla Corte di cassazione con una precedente ordinanza, è già stata dichiarata infondata da questa Corte con la sentenza n. 298 del 2008; che, in tale occasione, si è affermato che «la limitazione del potere di appello del pubblico ministero, stabilita dal novellato art. 36 del d.lgs. n. 274 del 2000, non è affatto “generalizzata”. Essa concerne, al contrario, i soli reati di competenza del giudice di pace, ossia un circoscritto gruppo di figure criminose di minore gravità e di ridotto allarme sociale: figure espressive, in buona parte, di conflitti a carattere interpersonale e per le quali è comunque esclusa l'applicabilità di pene detentive»; che, nella citata sentenza, si è anche precisato che le regole del processo davanti al giudice di pace sono tutte improntate a finalità di snellezza e semplificazione oltre che di rapidità e, pertanto, il modulo processuale non è comparabile con quello davanti al tribunale, e comunque è tale da giustificare sensibili deviazioni rispetto al modello ordinario (ex plurimis, ordinanze n. 28 del 2007, n. 85 e n. 415 del 2005, n. 349 del 2004); che, inoltre, questa Corte ha anche evidenziato come la precedente disciplina, con specifico riguardo al regime delle impugnazioni, «vedeva l'imputato, per certi versi, sfavorito rispetto al pubblico ministero in quanto in base al previgente art. 36 del d.lgs. n. 274 del 2000, […] la parte pubblica era abilitata ad appellare sia le sentenze di condanna del giudice di pace che applicano una pena diversa da quella pecuniaria; sia le sentenze di proscioglimento per reati puniti con pena alternativa. Per contro, ai sensi dell'art. 37 del medesimo decreto legislativo, l'imputato era – ed è – ammesso ad appellare le sentenze di condanna a pena diversa da quella pecuniaria; nonché le sentenze di condanna a quest'ultima pena, ma solo ove venga congiuntamente impugnato il capo di condanna, anche generica, al risarcimento del danno»; che, dunque, la scelta del legislatore di escludere la proponibilità di censure di merito, da parte del pubblico ministero, avverso le sentenze di proscioglimento del giudice di pace non può ritenersi eccedente i limiti di compatibilità con il principio di parità delle parti, trovando «una sufficiente ratio giustificatrice sia nella ritenuta opportunità di evitare un secondo giudizio di merito, ad iniziativa della parte pubblica, nei confronti di soggetti già prosciolti per determinati reati “di fascia bassa”, all'esito di un procedimento improntato a marcata rapidità e semplificazione di forme; sia – almeno in parte – nell'ottica del riequilibrio dei poteri rispetto ad un assetto nel quale ad essere collocato in posizione di svantaggio era, sotto certi aspetti, l'imputato: ossia, proprio la parte il cui diritto d'appello ha una maggiore “forza di resistenza” rispetto a spinte di segno soppressivo»;