[pronunce]

Aggiunge che la norma previgente (art. 11 della legge n. 319 del 1980), riordinata e abrogata dal testo unico, prevede che sul reclamo decide il tribunale, con la conseguenza che, se è vera la considerazione che al tempo della sua emanazione questo era quello collegiale, tuttavia nulla autorizza a leggere tale espressione come tribunale collegiale, dovendo piuttosto essere letta come tribunale nella sua ordinaria composizione. Atteso che con la riforma del 1998 la composizione ordinaria del tribunale è quella monocratica, mentre costituisce eccezione quella collegiale, ben ha fatto, secondo la difesa erariale, il legislatore delegato a prevedere, per garantire la coerenza logica e sistematica della normativa riordinata, la composizione monocratica in conformità al principio generale, non ravvisandosi ragioni per le quali appaia più opportuno il ricorso all'organo collegiale. Infine, conclude l'Avvocatura, il richiamo fatto dall'art. 11 previgente all'art. 29 della legge n. 794 del 1942 vale solo ai fini di individuare il rito e non l'organo che decide, atteso che quella procedura – relativa agli onorari degli avvocati – poteva e può svolgersi anche dinanzi al giudice monocratico (prima pretore, oggi giudice di pace). 3. – Anche negli altri due giudizi (reg. ord. nn. 240 e 422), è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che la questione sia dichiarata manifestamente infondata. Secondo la difesa erariale la questione è manifestamente infondata alla luce dell'art. 7, comma 2, della legge n. 50 del 1999, in particolare della lettera c), che prevede l'esplicita indicazione delle norme abrogate, anche implicitamente, da successive disposizioni, nonché delle pronunce della Corte costituzionale in materia (sentenza n. 220 del 2003).1. – Il giudice del Tribunale di Messina, designato dal Presidente del tribunale, con tre distinte ordinanze, ha sollevato in via principale questione di legittimità costituzionale dell'art. 170 del decreto legislativo 30 maggio 2002, n. 113 (Testo unico delle disposizioni legislative in materia di spese di giustizia), come riprodotto nel decreto del Presidente della Repubblica 30 maggio 2002, n. 115 (Testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di spese di giustizia), in riferimento all'art. 76 della Costituzione, per avere il legislatore delegato – al comma 2 del suddetto articolo – trasferito la competenza dal giudice in composizione collegiale al giudice in composizione monocratica, così introducendo una innovazione radicale senza rispettare i limiti della delega. Lo stesso giudice ha sollevato, in via subordinata, questione di legittimità costituzionale dell'art. 7 della legge di delega 8 marzo 1999, n. 50 (Delegificazione e testi unici di norme concernenti procedimenti amministrativi – legge di semplificazione 1998), come modificato dall'art. 1 della legge 24 novembre 2000, n. 340 (Disposizioni per la delegificazione di norme e per la semplificazione di procedimenti amministrativi – legge di semplificazione 1999), in riferimento all'art. 76 della Costituzione, non prevedendo la norma impugnata i limiti e l'oggetto della delega in una materia, quale quella riguardante la competenza del giudice, coperta da riserva assoluta di legge ai sensi dell'art. 25 della Costituzione. In considerazione dell'identità delle questioni, i giudizi vanno riuniti per essere decisi con unica pronuncia. 2. – Le questioni sono infondate. 2.1. – L'opposizione avverso il provvedimento di liquidazione dei compensi agli ausiliari del magistrato era disciplinata dall'art. 11, commi quinto e sesto, della legge 8 luglio 1980, n. 319 (Compensi spettanti ai periti, ai consulenti tecnici, interpreti e traduttori per le operazioni eseguite a richiesta dell'autorità giudiziaria) il quale prevedeva il ricorso dinanzi al tribunale o alla corte di appello, ai quali apparteneva il giudice o presso cui esercitava le sue funzioni il pubblico ministero, ovvero al tribunale nel cui circondario aveva sede il pretore che aveva emesso il decreto (comma quinto) e stabiliva che il procedimento era regolato dall'articolo 29 della legge 15 giugno 1942, n. 794 («Onorari di avvocato e di procuratore per le prestazioni giudiziali in materia civile»). Il giudizio di opposizione si svolgeva, quindi, in camera di consiglio, secondo la procedura per la liquidazione degli onorari agli avvocati, dinanzi ad un giudice in composizione collegiale. La norma impugnata – che fa parte del testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di spese di giustizia, emanato sulla base della delega conferita al Governo dall'art. 7 della legge n. 50 del 1999, come modificato dall'art. 1 della legge n. 340 del 2000 – pur conservando il rinvio al procedimento speciale previsto per gli onorari di avvocato, anche se nella forma indiretta, prevede che l'ufficio giudiziario proceda in composizione monocratica. Secondo quanto risulta dalla relazione governativa alla norma di cui si tratta – strettamente collegata a quella concernente l'art. 99 dello stesso testo unico – il legislatore delegato ha introdotto la composizione monocratica in luogo di quella collegiale al fine di adeguare la disciplina del processo in questione alla riforma, operata dal decreto legislativo 19 febbraio 1998, n. 51 (Norme in materia di istituzione del giudice unico di primo grado), in base alla quale il giudice monocratico è la regola, mentre quello collegiale costituisce un'eccezione. Adeguamento che, sempre secondo l'intenzione del legislatore delegato, appariva idoneo ad evitare che una procedura semplificata in origine, nel contesto in cui la regola generale era la composizione collegiale, andasse successivamente nella direzione opposta a quella seguita dal legislatore della riforma. Ad avviso del remittente sarebbe violato l'art. 76 della Costituzione, non potendosi ricondurre l'innovazione nell'ambito né del coordinamento formale, né delle modifiche necessarie per garantire la coerenza logica e sistematica – ai sensi della lettera d), comma 2, dell'art. 7 della legge delega – alla luce del richiamo al d.lgs. n. 51 del 1998 che ha introdotto il giudice unico, contenuto nella relazione governativa. La censura è priva di fondamento. Come già affermato nella sentenza (in pari data) relativa ad analoga questione di costituzionalità concernente l'art. 99 dello stesso decreto legislativo n. 113 del 2002, tra i criteri direttivi individuati nella delega assume rilievo proprio quello invocato dal remittente. Se l'obiettivo è quello della coerenza logica e sistematica della normativa, il coordinamento non può essere solo formale, come non ha mancato di sottolineare anche il Consiglio di Stato nel parere espresso nel corso della procedura di approvazione del testo unico.