[pronunce]

In definitiva, secondo l'interpretazione qui affermata, gli internati in regime differenziale restano esclusi dall'accesso alla semilibertà ed alle licenze sperimentali, non potendo uscire dalla struttura in cui sono collocati, ma, quanto alla socialità ed ai movimenti intra moenia, deve essere loro garantita la possibilità di lavorare. 6.- Venuta meno la premessa interpretativa che la Corte di cassazione ha posto a fondamento delle proprie censure, ne consegue la non fondatezza del primo gruppo di questioni sollevate. 6.1. - Ad un tale giudizio si perviene facilmente, in primo luogo, quanto alla prospettata violazione dell'art. 3 Cost. A causa della comune sottoposizione al regime differenziale di detenuti e internati, il rimettente lamenta l'indebita equiparazione, quanto a regime esecutivo e a contenuto trattamentale, di due misure, pena e misura di sicurezza, che devono restare in effetti distinte. L'interpretazione qui accolta della disciplina censurata smentisce l'assunto. Senza negare che il regime differenziale si renda applicabile a detenuti e internati, le modalità restrittive di esecuzione della misura di sicurezza devono risultare congrue e proporzionate alla natura di questa, e perciò differenziarsi, rispetto al trattamento dei condannati nel medesimo regime, quanto serve a garantire la specifica condizione degli internati in casa di lavoro (o in colonia agricola), pur restando necessario che la garanzia di svolgimento di un'attività lavorativa non vanifichi le speciali cautele imposte, nei casi in esame, dall'elevata pericolosità degli interessati. 7.- Dall'interpretazione qui accolta deriva altresì la non fondatezza della censura incentrata sull'asserita lesione dell'art. 27, terzo comma, Cost. 7.1.- Secondo la Corte rimettente, la soggezione dell'internato al regime di cui all'art. 41-bis ordin. penit. vanificherebbe la specifica vocazione risocializzatrice della misura di sicurezza, ed in particolare della casa di lavoro, con la conseguenza che, non potendosi mai conseguire l'obiettivo di rieducazione, la stessa misura finirebbe col trasformarsi in una "pena" di durata potenzialmente infinita. Sulla base della lettura in questa sede proposta della disciplina censurata, invece, il regime differenziale può e deve modellarsi sulla fisionomia particolare della misura di sicurezza in discussione: si impone cioè - tanto sul piano della interpretazione, quanto su quello della concreta articolazione delle restrizioni imposte al singolo internato - lo sfruttamento di ogni spazio di manovra al fine di garantire allo stesso internato la possibilità effettiva di svolgere una attività lavorativa, in vista dell'obiettivo della risocializzazione. Questa Corte, con la già citata sentenza n. 376 del 1997, ha affrontato una questione per qualche verso analoga a quella ora in esame, relativa all'applicabilità dell'istituto della liberazione anticipata in favore dei condannati in regime differenziale di trattamento. Anche in quel caso era stato prospettato un preteso paradosso del regime speciale: esso in astratto concede, anche ai detenuti ex art. 41-bis ordin. penit. , la possibilità di valersi del beneficio in questione, ma in concreto parrebbe negarla, posto che la liberazione anticipata dev'essere accordata sulla base della positiva risposta dell'interessato a un'offerta trattamentale, che però, proprio a causa del regime in parola, farebbe completamente difetto. Nel ribadire che l'applicazione dell'art. 41-bis ordin. penit. non comporta la eliminazione di qualsiasi programma di trattamento, e neppure l'esclusione da qualunque concepibile attività rieducativa, la sentenza richiamata ha chiarito che, nella valutazione del percorso rieducativo, dovrà tenersi conto anche della qualità e quantità delle occasioni effettivamente messe a disposizione dell'interessato: «il giudizio sulla partecipazione all'opera di rieducazione non può che essere formulato sulla base della risposta alle opportunità di risocializzazione concretamente offerte al detenuto nel corso del trattamento, poche o tante che siano [...] non potendosi richiedere la partecipazione a un'opera rieducativa che non venga di fatto intrapresa, né far gravare sul detenuto le conseguenze della mancata offerta, in concreto, di strumenti di risocializzazione». Mutatis mutandis, i medesimi principi devono essere riaffermati nel presente caso, quanto agli effetti dell'offerta trattamentale sulla pericolosità sociale dell'internato e alla valutazione che su di essa deve essere svolta dal magistrato di sorveglianza. Insieme alla interpretazione qui accolta della disciplina censurata, tali principi conducono verso un giudizio di non fondatezza della censura ora in esame. 8.- Sottolineando l'asserita spirale fra diniego del trattamento risocializzante e persistenza della pericolosità sociale, il giudice a quo lamenta la concorrente violazione degli artt. 3 e 25 Cost., dello stesso art. 27 Cost., dell'art. 117, primo comma, Cost. (in relazione all'art. 7 CEDU), nonché dell'art. 111 Cost. Da una parte, l'assenza di occasioni rieducative, dovuta alla soggezione al regime differenziale, impedirebbe all'internato di maturare e dimostrare significativi progressi nel trattamento; dall'altra, la carenza di elementi utili ad una concreta revisione del giudizio di pericolosità condurrebbe alla proroga necessitata della misura di sicurezza, e dunque ad una rottura della relazione che dovrebbe invece sussistere tra durata della restrizione e gravità del fatto commesso, nei suoi profili oggettivi e soggettivi. Non per tutte le censure indicate, invero, è offerta una motivazione compiuta, e per alcune - sicuramente per la lamentata lesione del principio del «giusto processo» ex art. 111 Cost. quale fondamento per la legittima inflizione di una "pena" - il ragionamento del rimettente si arresta sulla soglia dell'ammissibilità (ex multis, sentenze n. 154, n. 123 e n. 87 del 2021). Quanto alle censure valutabili nel merito, le asserite lesioni al principio di legalità, per violazione dei parametri costituzionali nazionali e di quelli sovranazionali, risultano essenzialmente ancorate alla giurisprudenza europea maturata sulla già ricordata «custodia di sicurezza» regolata dal diritto tedesco. Come detto, il giudice a quo evoca in particolare la sentenza M. contro Germania, in cui la Corte EDU aveva accertato, per quanto qui più direttamente rileva, una violazione dell'art. 7 CEDU, sul presupposto che la misura di sicurezza detentiva, in base alla sua disciplina ed alle sue modalità di esecuzione, deve essere considerata una "pena", attratta come tale nell'area di influenza della norma convenzionale sul principio di legalità. Lungi però dal trarre la conseguenza di una completa assimilazione tra misura di sicurezza e pena, la Corte di Strasburgo, nell'affermare la necessità di un diverso regime per le due misure restrittive, si è limitata a stabilire la necessaria applicazione del principio di non retroattività della lex superveniens a carattere peggiorativo anche con riguardo alla «custodia di sicurezza».