[pronunce]

che con due ordinanze di analogo tenore, emesse il 15 ottobre 2014 (r.o. n. 53 del 2015) e il 7 novembre 2014 (r.o. n. 54 del 2015), il Tribunale ordinario di Trento, in composizione monocratica, dubita nei medesimi termini della legittimità costituzionale dell'art. 10-bis del d.lgs. n. 74 del 2000; che il giudice a quo è parimenti investito di processi penali nei confronti di persone imputate di omesso versamento di ritenute certificate di importo compreso tra i 50.000 e i 103.291,38 euro, relative agli anni di imposta 2008 (quanto all'ordinanza r.o. n. 54 del 2015) e 2009 (quanto all'ordinanza r.o. n. 53 del 2015); che il rimettente osserva come non possa aderirsi alla tesi secondo la quale la sentenza n. 80 del 2014 estenderebbe direttamente i suoi effetti anche al reato previsto dall'art. 10-bis del d.lgs. n. 74 del 2000; che i delitti di dichiarazione infedele e di omessa dichiarazione, di cui agli artt. 4 e 5 - assunti da detta sentenza come tertia comparationis - non sono, infatti, riferibili alla dichiarazione del sostituto d'imposta: con la conseguenza che, in materia di ritenute certificate, difetterebbe una connessione normativa tra i reati in materia di dichiarazione e quello di omesso versamento; che assumerebbe tuttavia rilievo, come ragione di contrasto con l'art. 3 Cost., la disparità di trattamento venutasi a creare, dopo l'intervento della Corte costituzionale, tra i fatti di omesso versamento dell'IVA commessi sino al 17 settembre 2011 - la cui soglia di punibilità risulta elevata ad euro 103.291,38 - e quelli di omesso versamento delle ritenute certificate, che sono rimasti invece punibili nel caso di superamento del limite di 50.000 euro; che siffatta dissimmetria risulterebbe irragionevole alla luce dell'omogeneità strutturale delle due figure criminose, finalizzate entrambe a tutelare la corretta e puntuale riscossione dei tributi, e tenuto conto, altresì, del fatto che il legislatore ha ritenuto di doverne allineare pienamente il trattamento, prevedendo per esse la medesima pena e la stessa soglia di punibilità; che anche il Tribunale ordinario di Teramo, in composizione monocratica, con ordinanza del 15 dicembre 2014 (r.o. n. 66 del 2015) , solleva analoga questione; che quanto alla rilevanza, il rimettente riferisce di essere investito del processo penale nei confronti di una persona imputata del reato previsto dalla norma censurata, per aver omesso di versare ritenute certificate per l'anno 2010 per un importo di euro 60.108; che con riguardo, poi, alla non manifesta infondatezza, il giudice a quo reputa che la violazione del principio di eguaglianza riscontrata dalla sentenza n. 80 del 2014 sussista anche con riguardo al reato di omesso versamento di ritenute certificate, sia nel raffronto con i reati previsti dagli artt. 4 e 5 del d.lgs. n. 74 del 2000, prima della riforma operata dal d.l. n. 138 del 2011, sia nella comparazione il reato di cui all'art. 10-ter, quale risultante a seguito della citata sentenza; che le fattispecie criminose previste dagli artt. 10-bis e 10-ter hanno, infatti, eguale struttura, essendo la seconda modellata esattamente sulla prima: entrambe sono reati omissivi propri posti a tutela dell'interesse dell'erario alla corretta e tempestiva riscossione delle somme dovute dal contribuente, come autoliquidate o certificate dal medesimo, e punibili a titolo di dolo generico, diversamente dai reati di dichiarazione infedele e di omessa dichiarazione, che richiedono il dolo specifico di evasione delle imposte; che sarebbe, quindi, indubbio che tali ultimi reati siano più gravi, sul piano dell'attitudine lesiva degli interessi del fisco, non solo rispetto all'omesso versamento dell'IVA, ma anche rispetto all'omesso versamento delle ritenute certificate: e ciò - come rilevato nella sentenza n. 80 del 2014 - «nella stessa considerazione del legislatore, come emerge dal raffronto delle rispettive pene edittali»; che anche nel caso disciplinato dall'art. 10-bis la condotta dell'autore del fatto è «trasparente», in quanto la somma dovuta all'erario, anche se non indicata in dichiarazione, è comunque certificata dal sostituto d'imposta e, quindi, facilmente accertabile da parte del fisco; che si tratterebbe, quindi, di una condotta meno insidiosa di quelle represse dagli artt. 4 e 5 del d.lgs. n. 74 del 2000, idonee ad ostacolare l'accertamento dell'imposta evasa: donde l'irragionevolezza dell'operatività per il reato in esame, quanto ai fatti commessi sino al 17 settembre 2011, di una soglia di punibilità più bassa di quella stabilita per i fatti di infedele o omessa dichiarazione; che la violazione del principio di eguaglianza emergerebbe, peraltro, anche dal raffronto con il reato di omesso versamento dell'IVA; che la previsione di soglie di punibilità differenziate per i due illeciti non potrebbe essere, infatti, spiegata con la diversa natura fiscale dell'obbligazione inadempiuta, giacché la stessa strutturazione degli artt. 10-bis e 10-ter dimostrerebbe come le figure delittuose siano pienamente sovrapponibili sul piano del disvalore; che l'art. 10-ter richiama, tanto in relazione alla soglia di punibilità che alla pena, l'art. 10-bis, presupponendo, così, una valutazione legislativa di equivalenza delle condotte incriminate: equivalenza che torna, d'altro canto, ad essere perfetta per le condotte successive al 17 settembre 2011; che, di conseguenza, mentre per i fatti posteriori a detta data il trattamento dei due illeciti è identico, per i fatti anteriori si assiste ad una significativa sperequazione, che rimarrebbe priva di adeguata giustificazione; che è intervenuto in tutti i giudizi di legittimità costituzionale il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che le questioni siano dichiarate inammissibili o, in subordine, infondate.