[pronunce]

che il ricorrente sottolinea, altresì, come – sempre secondo quanto affermato dalla giurisprudenza costituzionale – le dichiarazioni dei parlamentari rese all'esterno dei lavori parlamentari sono insindacabili «solo ove sia riscontrabile una corrispondenza sostanziale di contenuti» delle dichiarazioni stesse con gli atti parlamentari e che, mancando il “nesso funzionale” è possibile, dunque, sindacare in sede giurisdizionale le dichiarazioni di un parlamentare, (benchè attinenti al più esteso ambito della politica), ma rese al di fuori del concreto svolgimento di tali lavori; che tale orientamento sarebbe stato, del resto, ribadito, dalla Corte costituzionale,in relazione all'art. 3, comma 1, della legge 20 giugno 2003, n. 140 (Disposizioni per l'attuazione dell'articolo 68 della Costituzione nonché in materia di processi penali nei confronti delle alte cariche dello Stato), con la sentenza n. 120 del 2004, (richiamata dall'ordinanza n. 136 del 2005); che, nell'atto di promovimento, viene anche ricordato quanto già affermato dalla Corte nella sentenza n. 373 del 2006 (di cui si riporta ampio stralcio della motivazione), sempre relativa al senatore Iannuzzi; che, con questa decisione, la Corte ha ritenuto non possano rientrare nell'esercizio della funzione parlamentare e, quindi, non possano essere garantite dall'insindacabilità, le dichiarazioni contenute nell'articolo di stampa (oggetto di quel conflitto) a firma del parlamentare, poiché: «…il mero riferimento all'attività parlamentare o comunque all'inerenza a temi di rilievo generale (pur anche dibattuti in Parlamento), entro cui le dichiarazioni si possono collocare, non vale in sé a connotarle quali espressive della funzione, ove esse, non costituendo la sostanziale riproduzione di specifiche opinioni manifestate dal parlamentare nell'esercizio delle proprie attribuzioni, siano non già il riflesso del peculiare contributo che ciascun deputato e ciascun senatore apporta alla vita parlamentare mediante le proprie opinioni e i propri voti (come tale coperto dall'insindacabilità, a garanzia delle prerogative delle Camere e non di un «privilegio personale […] conseguente alla mera “qualità” di parlamentare»: sentenza n. 120 del 2004) , ma un'ulteriore e diversa articolazione di siffatto contributo, elaborata ed offerta alla pubblica opinione nell'esercizio della libera manifestazione del pensiero assicurata a tutti dall'art. 21 della Costituzione (sentenze n. 329 e n. 317 del 2006 e n. 51 del 2002)»; che, in tale prospettiva – sempre secondo il ricorrente – non potrebbe essere accolto neanche l'assunto del Senato, secondo cui «l'attività di parlamentare e giornalista, dalla quale ha avuto origine l'articolo de quo, [può] essere considerata ormai come parte della più ampia attività (rectius, funzione) di politico ed espressione – per quanto atipica – del relativo ruolo istituzionale»; che la Corte avrebbe già ritenuto in sé irrilevante (al fine d'affermare la sussistenza dei presupposti dell'insindacabilità) «la qualifica rivestita dal membro del parlamento rispetto all'esercizio di diritti o di doveri che, in quanto spettanti a tutti i cittadini, non richiedono l'intermediazione della rappresentanza parlamentare» (sentenza n. 373 del 2006)» e che, negli stessi termini, si sarebbe espressa con le sentenze nn. 151 e 96 del 2007 (ugualmente relative al senatore Iannuzzi); che, secondo la giurisprudenza costituzionale cui il rimettente fa riferimento, «ciò che rileva ai fini dell'insindacabilità, è dunque il collegamento necessario con le funzioni del Parlamento, cioè l'ambito funzionale entro cui l'atto si iscrive, a prescindere dal suo contenuto comunicativo, che può essere il più vario ma che in ogni caso deve essere tale da rappresentare esercizio in concreto delle funzioni proprie dei membri delle Camere, anche se attuato in forma innominata sul piano regolamentare»; che il giudice ricorrente conclude nel senso di non ritenere la ricordata deliberazione del Senato in linea con i canoni interpretativi decisi dalla giurisprudenza costituzionale, così come delineati, e che, quindi, non possa trovare applicazione l'art. 68, primo comma, della Costituzione; che, pertanto, lo stesso, sospeso il giudizio, solleva conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato nei confronti del Senato della Repubblica e chiede a questa Corte di dichiarare che non spettava al Senato affermare l'insindacabilità, a norma dell'art. 68, primo comma, della Costituzione, delle dichiarazioni attribuite al senatore Iannuzzi e, conseguentemente, annullare la delibera adottata nella seduta del 30 gennaio 2007 (doc. IV – ter, n. 1). Considerato che, in questa fase, la Corte è chiamata, a norma dell'art. 37, terzo e quarto comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87 (Norme sulla costituzione e sul funzionamento della Corte costituzionale), esclusivamente a deliberare, senza contraddittorio, se il ricorso sia ammissibile in quanto esiste la materia di un conflitto la cui risoluzione spetti alla sua competenza, in riferimento ai requisiti soggettivi e oggettivi indicati nel primo comma dello stesso art. 37, restando impregiudicata ogni decisione definitiva, anche relativamente all'ammissibilità; che, sotto l'aspetto soggettivo, il Giudice per le indagini preliminari è legittimato a sollevare conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato, quale organo competente a dichiarare definitivamente – nel procedimento sottoposto al suo giudizio – la volontà del potere cui appartiene, in ragione dell'esercizio delle funzioni giurisdizionali svolte in posizione di piena indipendenza, costituzionalmente garantita; che, parimenti, il Senato della Repubblica, che ha adottato la deliberazione di insindacabilità delle opinioni espresse da un proprio membro, è legittimato a essere parte del conflitto costituzionale, essendo competente a dichiarare definitivamente la volontà del potere che esso impersona, in relazione all'applicabilità della prerogativa dell'insindacabilità; che, sotto l'aspetto oggettivo del conflitto, il Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Milano lamenta la lesione della propria sfera di attribuzioni, costituzionalmente garantita, in conseguenza dell'esercizio – ritenuto illegittimo perché non corrispondente ai criteri che la Costituzione stabilisce, come sviluppati dalla giurisprudenza di questa Corte – del potere, spettante al Senato, di dichiarare l'insindacabilità delle opinioni espresse da un proprio membro; che, pertanto, esiste la materia di un conflitto costituzionale di attribuzione, la cui risoluzione spetta alla competenza di questa Corte.. . per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE dichiara ammissibile, a norma dell'art. 37 della legge 11 marzo 1953, n. 87, il ricorso per conflitto di attribuzione proposto dal Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Milano nei confronti del Senato della Repubblica, con l'atto indicato in epigrafe; dispone: a) che la cancelleria della Corte costituzionale dia immediata comunicazione della presente ordinanza al ricorrente, Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Milano;