[pronunce]

Ordinanza ha pronunciato la seguentenei giudizi di legittimità costituzionale dell'art. 500, commi 2 e 7, del codice di procedura penale, promossi con ordinanze emesse il 12 giugno 2001 dal Tribunale di Napoli, il 29 giugno 2001 dal Tribunale di Ascoli Piceno, sezione distaccata di San Benedetto del Tronto, il 6 luglio ed il 3 maggio 2001 dal Tribunale di Ascoli Piceno ed il 9 luglio 2001 dal Tribunale di Bologna rispettivamente iscritte ai nn. 690, 739, 805, 863 e 871 del registro ordinanze 2001, pubblicate nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica nn. 38, 39, 41 e 43, 1ª serie speciale, dell'anno 2001. Visto l'atto di costituzione di Perrone Capano Giuseppe, di Testa Gianluca, di Curzi Augusto, di Lotito Paolo e di Caiulo Marco nonché gli atti di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri e dell'Unione delle Camere Penali Italiane; Udito nell'udienza pubblica del 12 febbraio 2002 il giudice relatore Giovanni Maria Flick; Uditi gli avvocati Giuseppe Frigo per Perrone Capano Giuseppe, Vittorio Chiusano per Curzi Augusto, Gaetano Pecorella per Lotto Paolo, Paolo Trombetti per Caiulo Marco, Fabrizio Corbi per l'Unione delle Camere Penali Italiane e l'avvocato dello Stato Nicola Bruni per il Presidente del Consiglio dei ministri. Ritenuto che il Tribunale di Napoli (r.o. n. 690 del 2001) ha sollevato, in riferimento agli artt. 2, 3, 24, primo comma, 25, secondo comma, e 101, secondo comma, della Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell'art. 500, comma 2, del codice di procedura penale, nella parte in cui non prevede che le dichiarazioni utilizzate per le contestazioni e valutate ai fini della credibilità del teste, possano essere acquisite e valutate anche come prova dei fatti in esse affermati, se sussistono altri elementi di prova che ne confermino l'attendibilità; che a parere del giudice a quo risulterebbero compromessi i parametri indicati - dai quali si dedurrebbero "le garanzie costituzionali del giusto processo" - in quanto la normativa impugnata violerebbe il principio "della non dispersione dei mezzi di prova" affermato da questa Corte nella sentenza n. 255 del 1992, e che, pur in un sistema di tipo accusatorio, "deve accompagnare il principio della oralità e della formazione della prova nel contraddittorio delle parti nel caso in cui la stessa non sia compiutamente acquisibile con il metodo orale": principio che il giudice a quo reputa tuttora valido, "pur nel mutato quadro costituzionale che ha fatto seguito alla modifica dell'art. 111 Cost."; che la disposizione impugnata, con le sue attuali limitazioni, finirebbe, ad avviso del rimettente, "con il privare di efficacia la legge penale sostanziale, violando il diritto costituzionale di azione, sminuendo la peculiare funzione del giudice penale di accertamento della verità e, di fatto, vanificando la tutela dei diritti inviolabili salvaguardati" dagli evocati parametri di costituzionalità; che risulterebbe compromesso, infine, altresì il principio del libero convincimento del giudice, in quanto gli sarebbe imposto, "anche nel caso in cui sia motivatamente convinto della veridicità delle dichiarazioni oggetto delle contestazioni, di prescindere dalle stesse e di giungere così ad una decisione che contraddice il suo convincimento"; che nel giudizio è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo dichiararsi infondata la questione proposta; che ha altresì spiegato atto di intervento la parte privata, deducendo l'irrilevanza della questione e, comunque, la sua infondatezza. Quanto al primo profilo, l'interveniente deduce che la limitazione dell'efficacia probatoria delle dichiarazioni utilizzate per le contestazioni, sancita dal comma 2 dell'art. 500 cod. proc. pen. , risulta in realtà specificazione della più generale regola di esclusione prevista dal comma 1 del medesimo articolo, il quale ribadisce che restano in ogni caso "fermi i divieti di lettura e di allegazione" di tutte le dichiarazioni rese nella fase della indagine: regola, quest'ultima, a sua volta espressione della fondamentale disciplina delineata dall'art. 514 cod. proc. pen. in tema di divieti di lettura e di acquisizione. Da ciò la prospettata irrilevanza delle questioni in quanto, anche ove la norma impugnata fosse espunta dall'ordinamento, continuerebbe ad operare la regola di esclusione probatoria delle dichiarazioni contestative comunque ricavabile dal combinato disposto degli artt. 514 e 500, comma 1, del codice di rito; che nel giudizio ha proposto atto di intervento anche l'Unione delle Camere Penali Italiane, in persona del presidente pro tempore, deducendo l'irrilevanza e, comunque, l'infondatezza della questione proposta; che, con ordinanze di analogo tenore, il Tribunale di Ascoli Piceno - sezione distaccata di San Benedetto del Tronto (r.o. n. 739 del 2001) ed il Tribunale di Ascoli Piceno (r.o. n. 805 del 2001) hanno sollevato, in riferimento agli artt. 2, 3, 24, primo comma, 101, 111, quinto comma, 27 e 112 della Costituzione questione di legittimità costituzionale dell'art. 500, comma 2, cod. proc. pen. nella parte in cui non prevede che le dichiarazioni utilizzate per le contestazioni e valutate ai fini della credibilità del teste, possano essere acquisite e valutate anche quale prova dei fatti in esse affermati, se sussistono altri elementi di prova che ne confermino l'attendibilità; che risulterebbe violato, a parere dei giudici rimettenti, l'art. 3 Cost., reputandosi irragionevole "consentire all'autorità giudiziaria di raccogliere legittimamente dichiarazioni in corso di indagini preliminari, introdurre poi tali dichiarazioni nel pieno contraddittorio dibattimentale e vietarne poi l'utilizzazione in sede di giudizio", malgrado la norma impugnata preveda "un contraddittorio anche sulle dichiarazioni precedentemente rese, con possibilità di esame e controesame del teste sul contenuto delle stesse"; che, sempre a parere dei giudici rimettenti, la limitazione dei poteri processuali di accertamento, in cui si risolve la regola di esclusione probatoria sancita dalla norma oggetto di impugnativa, si tradurrebbe in una lesione della garanzia giurisdizionale dei diritti (art. 24 Cost.), e segnatamente di quelli inviolabili (art. 2 Cost.), che trovano nel processo penale la forma più intensa di tutela; che compromesso sarebbe anche l'art. 101, secondo comma, della Costituzione per violazione del principio del libero convincimento del giudice, posto che tale convincimento dovrebbe potersi fondare anche sulle dichiarazioni lette per le contestazioni, se ritenute genuine e veritiere, mentre la norma impugnata impone al giudice di contraddire la propria motivata convinzione nel contesto della medesima decisione;