[pronunce]

2.- L'art. 10 della legge n. 124 del 2015 ha delegato il Governo ad emanare un decreto legislativo avente ad oggetto la riforma dell'organizzazione, delle funzioni e del finanziamento delle camere di commercio, industria, artigianato e agricoltura, anche mediante la modifica della legge n. 580 del 1993, come modificata dal decreto legislativo 15 febbraio 2010, n. 23 (Riforma dell'ordinamento relativo alle camere di commercio, industria, artigianato e agricoltura, in attuazione dell'articolo 53 della legge 23 luglio 2009, n. 99) ed il conseguente riordino delle disposizioni che regolano la relativa materia. 2.1.- Tutte le ricorrenti svolgono - in linea preliminare e generale e con riguardo alle censure concernenti sia l'intero testo del d.lgs. n. 219 del 2016, sia specifiche disposizioni dello stesso - considerazioni, sostanzialmente coincidenti, in ordine alla materia cui sarebbe riconducibile la disciplina delle camere di commercio. Secondo la Regione Puglia, la citata legge delega inciderebbe su competenze amministrative delle Regioni (in particolare, su quelle oggetto degli artt. 37 e 38 del decreto legislativo 31 marzo 1998, n. 112, recante «Conferimento di funzioni e compiti amministrativi dello Stato alle regioni ed agli enti locali, in attuazione del capo I della legge 15 marzo 1997, n. 59», che reputa vigenti anche dopo la riforma del Titolo V della Parte II della Costituzione) e, comunque, concernerebbe una materia riservata alla competenza legislativa di tipo residuale (art. 117, comma quarto, Cost.) delle stesse, essendo le camere di commercio «un interlocutore delle Regioni nell'esercizio della competenza in materia di promozione delle attività produttive». La Regione sarebbe dunque legittimata a denunciare la lesione della propria competenza in detta materia, come affermato dalla sentenza n. 29 del 2016. L'incidenza della disciplina su una materia di competenza regionale renderebbe ammissibile, di per sé sola, la denuncia della violazione di parametri costituzionali non compresi nel Titolo V della Parte II della Costituzione. Argomentazioni analoghe sono svolte dalla Regione Toscana, secondo la quale l'oggetto della disciplina - in particolare, il riordino, l'accorpamento e la riorganizzazione delle funzioni delle camere di commercio - riguarderebbe attribuzioni regionali (la promozione dello sviluppo economico locale, il sostegno delle attività economiche regionali, lo sviluppo della competitività delle imprese nell'economia regionale, il sostegno all'innovazione per i settori produttivi regionali, il commercio, la promozione del turismo e del patrimonio culturale, l'orientamento al lavoro), che sarebbero lese dalla violazione degli artt. 76 e 77, primo comma, Cost. A suo avviso, questa Corte ha affermato: prima della riforma del Titolo V della Parte II della Costituzione, che la camera di commercio costituisce «un ente pubblico locale dotato di autonomia funzionale, che entra a pieno titolo, formandone parte costitutiva, nel sistema dei poteri locali secondo lo schema dell'art. 118 della Costituzione, diventando anche potenziale destinatario di deleghe dello Stato e della Regione» (sentenza n. 477 del 2000); successivamente, che, «anche quando ha proceduto al trasferimento alle Regioni di funzioni in materia di camere di commercio, il legislatore si è sempre preoccupato di garantire che la costituzione dei consigli camerali fosse disciplinata in maniera omogenea su tutto il territorio nazionale» (sentenza n. 374 del 2007), ferma la necessità che l'intervento statale sia proporzionato all'esigenza di esercizio unitario a livello statale delle funzioni di cui volta per volta si tratta e sia realizzato previa intesa con le Regioni. La Regione Liguria deduce, analogamente, che la disciplina delle camere di commercio inciderebbe su numerose materie attribuite dall'art. 117, quarto comma, Cost. alla competenza legislativa di tipo residuale delle Regioni, alle quali, già con le riforme riconducibili al cosiddetto «federalismo amministrativo», sono stati attribuiti numerosi compiti relativi allo «sviluppo economico ed alle attività produttive» (art. 11 del d.lgs. n. 112 del 1998). Tale scelta sarebbe stata confermata ed implementata dalla riforma del Titolo V della Parte II della Costituzione, tenuto conto che le principali materie riferibili all'economia ed alle attività produttive (agricoltura, industria, artigianato, commercio, turismo) sono state ascritte alla competenza residuale delle Regioni (a conforto, sono richiamate le sentenze n. 76 del 2009, n. 94 del 2008, n. 64 del 2007, n. 162 del 2005 e n. 1 del 2004). In particolare, benché questa Corte abbia precisato che la locuzione «sviluppo economico» non identifica una materia, ma «costituisce una espressione di sintesi, meramente descrittiva, che comprende e rinvia ad una pluralità di materie» e l'art. 117 Cost. «contempla molteplici materie caratterizzate da una palese connessione con lo sviluppo dell'economia, le quali sono attribuite sia alla competenza legislativa esclusiva dello Stato, sia a quella concorrente, sia a quella residuale» (sentenza n. 165 del 2007), sarebbe pacifico che, quando una data disciplina incide su materie attribuite alla competenza regionale concorrente o residuale, l'esistenza di esigenze di carattere unitario legittima l'avocazione in sussidiarietà delle funzioni amministrative (sentenze n. 214 del 2006, n. 383, n. 270 e n. 242 del 2005) e della potestà normativa per l'organizzazione delle stesse, ferma la necessità del rispetto del principio di leale collaborazione, mediante lo strumento dell'intesa (sentenze n. 251 del 2016, n. 165 del 2007, n. 214 del 2006). Argomenti in larga misura coincidenti con quelli dianzi sintetizzati sono svolti, infine, dalla Regione Lombardia, la quale, in punto di legittimazione, ricorda la giurisprudenza costituzionale secondo cui le Regioni sono legittimate a denunciare le norme statali lesive di attribuzioni degli enti locali. Inoltre, anche ritenendo che le camere di commercio non siano enti locali, le stesse costituiscono, per alcuni aspetti, uno «strumento» per la Regione nella cura degli interessi della popolazione, nello sviluppo del tessuto economico-sociale, nello svolgimento di molteplici funzioni rientranti nella potestà legislativa e amministrativa regionale, e quindi l'illegittimità delle norme statali che le concerne può ridondare in lesione della competenza regionale. 3.- Posta tale premessa, tutte le ricorrenti denunciano, in relazione a profili ed a parametri in parte coincidenti, l'illegittimità costituzionale dell'intero testo del d.lgs. n. 219 del 2016. 3.1.- Secondo la Regione Puglia, tale atto normativo violerebbe gli artt. 76 Cost. e 10, comma 1, della legge n. 124 del 2015, perché non sarebbe stato emanato nel termine stabilito da quest'ultima norma.