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Sì, cito la corruzione, che non è - come ha detto il senatore Vitali - una cosa da poco, riservata a pochi, ma è un reato che ci costa 230 miliardi di euro l'anno. Noi siamo i peggiori in Europa ed è per questo che forse le altre Nazioni non se ne occupano e concentrano la loro spesa di giustizia su altro. A noi però la corruzione costa il 13 per cento del PIL, quasi 4.000 euro ad abitante l'anno, due volte quelli della Francia e della Germania; risorse che potrebbero da sole risolvere le maggiori emergenze sociali, perché 230 miliardi valgono una volta e mezzo il budget nazionale per la sanità pubblica, 16 volte quello che serve per combattere la disoccupazione, 337 volte la spesa per le abitazioni sociali. Non parliamo poi dell'istruzione. Quante cose potremmo fare con quei miliardi? E noi cosa facciamo? Difendiamo la corruzione, col vessillo dello Stato di diritto. No: quando questi strumenti diventano armi per difendere l'indifendibile, vanno scardinati. L'80 per cento degli italiani pensa che la corruzione sia un fatto endemico e non la denuncia perché fa parte del nostro Stato sociale, civile e del lavoro. C'è però una buona notizia che voglio comunicare a voi, che state così dietro ai sondaggi: il 79 per cento degli italiani ritiene che questo sia un cancro da estirpare il più presto possibile. Io sono con questi, sono garantista, ma non con la corruzione. Sono garantista, ma non per chi può ricorrere alla prescrizione per uscirne fuori senza essere processato. Quindi, vi dico di ascoltare le vostre parole, quando vi nascondete dietro vessilli così importanti, perché ne state facendo un uso disonorevole. (Applausi dal Gruppo Misto-LeU) . PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Rossomando. Ne ha facoltà. ROSSOMANDO (PD) . Signor Presidente, stiamo discutendo della disciplina dell'utilizzo delle intercettazioni dopo anni di dibattito politico sul tema e, tuttavia, non possiamo discuterne nello stesso modo in cui ne discutevamo - ad esempio - nella legislatura del 2008, perché nel frattempo sono intervenute molte innovazioni tecnologiche e nuove possibilità di divulgazione dei contenuti delle intercettazioni che hanno ulteriormente cambiato lo scenario. Direi che, intanto, si coglie un primo risultato con il provvedimento in esame, che io, insieme ad altri, personalmente auspicavo. Abbiamo discusso troppo spesso di questo tema, sovrapponendo la questione della pubblicazione delle comunicazioni con quella dello strumento come mezzo di ricerca della prova. L'approccio è cambiato a seconda di chi aveva in quel momento il pallino in mano: nella legislatura del 2008 - ad esempio - si è provato a intervenire esclusivamente per limitare l'impiego del mezzo di ricerca della prova, quando invece c'è anche il tema della garanzia della privacy delle persone sottoposte a indagini in un procedimento, che non soltanto per questo devono vedere pubblicizzati la loro vita privata e tutto ciò che non attiene al reato. Ecco che qui, non senza difficoltà - naturalmente ci sono quando si entra nella pratica, partendo dal tentativo già iniziato nella scorsa legislatura - finalmente si distingue tra la questione del mezzo di ricerca della prova e la questione della pubblicazione. Qui c'è un punto, che a me soddisfa, pur non nascondendo le difficoltà anche del testo in esame, che ovviamente è frutto di una discussione e della ricerca di un punto di equilibrio. Nella scorsa legislatura invece mi è capitato più volte, nell'affrontare l'argomento, di vedermi opporre il fatto che le persone oneste non hanno niente da nascondere e, quindi, possiamo tutti essere intercettati su qualsiasi argomento. Ritengo che il punto di equilibrio che abbiamo raggiunto sia avanzato e considero un risultato positivo che una maggioranza dell'attuale Parlamento sia arrivata a condividere il fatto che proprio la Costituzione, tutelando la riservatezza delle comunicazioni, consente di entrare in questa sfera solo ed esclusivamente perché c'è la necessità di assicurare le prove di un reato. Quindi, è assolutamente obiettabile ed è da respingere il fatto che, una volta che la si è acquisita, può quindi essere utilizzata indipendentemente: quel fine rimane invece un punto fermo e uno spartiacque. Tenendo fede a tale principio, finalmente si distingue tra intercettazioni di comunicazioni e contenuti rilevanti e irrilevanti; si dà la responsabilità di individuare la rilevanza e l'irrilevanza, consentendo comunque alla difesa di accedere anche a ciò che era stato giudicato irrilevante, ai fini difensivi, e quindi non si tratta di un giudizio assoluto, perché c'è ovviamente un elemento di discrezionalità. Si individua dunque un responsabile nella figura qualificata del pubblico ministero e si prevede la segretezza di tutto ciò che non è rilevante, che quindi non soltanto non è pubblicabile, ma è anche coperto dal segreto. In ogni caso, nei lavori compiuti in Commissione attraverso l'attività emendativa, è stato espressamente disciplinato non solo il fatto che tutto ciò che non è rilevante e non attiene esclusivamente alla motivazione sull'ipotesi di reato non è pubblicabile e va nell'archivio segreto, ma altresì che la segretezza è tutelata al punto tale che è sanzionabile anche chi concorre nella violazione del segreto. Tra l'altro, ci si preoccupa di avere la massima possibilità delle difese di accedere a questo materiale. Al tempo stesso, il tipo di accesso per ciò che non è rilevante, che quindi deve essere telematico, capiamo cosa significhi. Nel frattempo - come dicevo - sono successe molte cose, alcune delle quali anche in questa prima parte della legislatura. Mi sforzo di non essere assolutamente polemica, ma è un dato di cronaca: chi ha votato la legge cosiddetta spazzacorrotti, ovvero la precedente maggioranza, della quale faceva parte anche la Lega, ha votato l'inserimento e l'estensione anche ai reati di corruzione dell'impiego di una serie di mezzi. Oggi, trattando il provvedimento, ci siamo trovati di fronte a ciò. Ebbene, penso che questo mezzo sia certamente molto invasivo e tecnologico, ma intanto abbiamo provato a mettere alcuni punti fermi che perlomeno ne delimitano l'impiego e provano a disciplinarlo, non lasciandolo a un'applicazione analogica per espressioni giurisprudenziali. Ciò è tanto vero che abbiamo introdotto, sempre attraverso l'attività emendativa, il vincolo o comunque il limite delle ragioni che giustificano l'utilizzo, che non erano state prima previste. L'udienza di stralcio delle comunicazioni, prevista prima ancora della riforma Orlando, svuotata di utilità e di significato, avendo noi introdotto una serie di norme - l'udienza avviene in contraddittorio - acquista una centralità che prima non aveva. È ovvio - come si dice - che si può sempre fare meglio, ma - è la prima volta che lo cito, non lo farò mai più - è anche vero che il meglio è nemico del bene. In realtà, sono nemica di questo tipo di citazioni, ma in siffatto caso ha un suo perché. Era stato posto il tema di avere più tempo per poter acquisire le copie delle comunicazioni ai fini difensivi.