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Come emerso anche nella relazione approvata dalla Commissione parlamentare d'inchiesta sul fenomeno delle mafie, tale spostamento di competenza (in particolare per i permessi premio e l'assegnazione al lavoro esterno) risponde all'esigenza « che si impone quando si verte in materia di reati gravi e associativi, di una più articolata ponderazione in quanto assicurata da un giudizio collegiale e rafforzata anche dalla presenza dei componenti esperti non togati e delle relative professionalità, nonché dalla partecipazione all'udienza della pubblica accusa ». ( Doc . XXIII, n. 3 approvato dalla Commissione parlamentare d'inchiesta sul fenomeno delle mafie nella seduta del 20 maggio 2020). Tale soluzione è immediatamente praticabile e non presuppone una modifica della pianta organica. La ratio di questo spostamento di competenza è duplice: da un lato non lasciare solo il magistrato che deve prendere decisioni così importanti riguardanti la messa in libertà di condannati per mafia o terrorismo; nella lotta al crimine organizzato infatti nessuna autorità deve sentirsi sola o isolata, neanche in fase di esecuzione della pena; dall'altro lato evitare le problematiche che possono scaturire dall'accentramento di competenze come per esempio pressioni sul singolo magistrato. Per evitare che vengano concessi benefici a detenuti che hanno collaborato in modo utilitaristico, il tribunale di sorveglianza dovrà effettuare una approfondita valutazione sulle specifiche ragioni della collaborazione. Saranno oggetto di valutazione anche le ragioni della eventuale mancata collaborazione, come ragionevole presunzione di specifica pericolosità, superabile dalla valutazione critica, da parte dei condannati, della loro precedente condotta e dalle loro iniziative di risarcimento a favore delle vittime. In proposito si richiama un passaggio più volte affermato dalla Corte (sentenze n. 253 del 2019 e n. 306 del 1993) e richiamato anche nella recente pronuncia: « la collaborazione con la giustizia non necessariamente è sintomo di credibile ravvedimento, così come il suo contrario non può assurgere a insuperabile indice legale di mancato ravvedimento: la condotta di collaborazione ben può essere frutto di mere valutazioni utilitaristiche in vista dei vantaggi che la legge vi connette, e non anche segno di effettiva risocializzazione, così come, di converso, la scelta di non collaborare può esser determinata da ragioni che nulla hanno a che vedere con il mantenimento di legami con associazioni criminali. Da questo punto di vista, aggiunge la sentenza n. 253 del 2019 di questa Corte, la presunzione assoluta di pericolosità a carico del non collaborante mostra la propria irragionevolezza, perché si basa su una generalizzazione che i dati dell'esperienza possono smentire » (ordinanza n. 7 del 2021). Si introducono in proposito degli elementi per valutare l'attualità dei collegamenti con la criminalità organizzata. Ai fini della valutazione, il tribunale di sorveglianza dovrà infatti tenere conto del perdurare della operatività del sodalizio criminale, del profilo criminale del detenuto o internato e della sua posizione all'interno dell'associazione, della capacità di mantenere collegamenti con l'originaria associazione di appartenenza o con altre organizzazioni o coalizioni anche straniere, della sopravvenienza di nuove incriminazioni o infrazioni disciplinari, dell'ammissione dell'attività criminale svolta e delle relazioni e dei rapporti intrattenuti, della permanenza dei familiari nel contesto socio-ambientale in cui è ancora operativa l'organizzazione, delle disponibilità economiche del detenuto o internato, dei familiari e delle persone collegate e dell'intervenuta adozione nei confronti del richiedente di provvedimenti patrimoniali. Due sono le considerazioni che hanno ispirato questa stesura: da un lato, tali elementi, così come segnalato dalla Corte, non potranno consistere nella allegazione della sola regolare condotta carceraria o della mera partecipazione al percorso rieducativo né nella soltanto dichiarata dissociazione; dall'altro impedire tout court al condannato non collaborante l'accesso ai benefici penitenziari significherebbe, alla luce dei principi fissati dalla Corte, frustrare gli obiettivi di risocializzazione e vanificare la finalità rieducativa della pena. Il comma 3 del nuovo articolo 4- bis prevede che l'istanza di concessione dei benefici non potrà essere generica, ma dovrà contenere una « specifica allegazione » degli elementi che comprovano le condizioni richieste; in assenza di tale specifica allegazione, il tribunale di sorveglianza potrà dichiarare inammissibile l'istanza. Graverà dunque sul richiedente l'onere di allegare specificatamente sia gli elementi che escludono l'attualità di collegamenti con la criminalità organizzata che il pericolo di un loro ripristino. L'esemplare comportamento del detenuto o internato, la mera partecipazione al percorso rieducativo, la dichiarata dissociazione nonché il mero decorso del tempo costituiscono elementi necessari, ma da soli non sufficienti per ritenere accertato il ravvedimento, né per escludere la capacità di mantenere i collegamenti con la criminalità organizzata terroristica o eversiva nonché il pericolo del ripristino di tali collegamenti. Non è inutile ricordare infatti che l'appartenenza ad un'associazione di stampo mafioso « implica un'adesione stabile ad un sodalizio criminoso, di norma fortemente radicato nel territorio, caratterizzato da una fitta rete di collegamenti personali, dotato di particolare forza intimidatrice e capace di protrarsi nel tempo » (sentenze n. 48 del 2015, n. 213 del 2013, n. 57 del 2013, n. 164 e n. 231 del 2011, ordinanza n. 136 del 2017). La Corte in questo senso ha anche recentemente ribadito come « l'assolutezza della presunzione si basa su una generalizzazione, che può essere contraddetta, ad esempio alle determinate e rigorose condizioni già previste dalla stessa sentenza n. 253 del 2019, dalla formulazione di allegazioni contrarie che ne smentiscono il presupposto, e che, appunto, devono poter essere oggetto di specifica e individualizzante valutazione da parte della magistratura di sorveglianza, particolarmente nel caso in cui il detenuto abbia affrontato un lungo percorso carcerario, come accade per i condannati a pena perpetua » (ordinanza n. 97 del 2021). Con il comma 4 del nuovo articolo 4 -bis si disciplinano i pareri che il tribunale di sorveglianza dovrà acquisire al fine di poter raccogliere elementi utili per decidere: anzitutto una relazione del direttore dell'istituto penitenziario dove il condannato è detenuto. Importante è poi la previsione dell'acquisizione dei pareri della Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo e del Comitato nazionale per l'ordine e la sicurezza pubblica circa l'attualità di collegamenti con la criminalità organizzata, terroristica o eversiva, o il pericolo di un loro ripristino.