[pronunce]

5.- La parte privata B. B. ha depositato, in prossimità dell'udienza, memoria nella quale ha, in particolare, sostenuto l'infondatezza dell'eccezione di inammissibilità formulata dall'Avvocatura generale dello Stato, rilevando come il giudice a quo abbia puntualmente motivato la premessa interpretativa da cui ha preso le mosse, relativa all'impossibilità di applicare le circostanze attenuanti di cui all'art. 144 della legge n. 89 del 1913 all'ipotesi di recidiva disciplinata dalla disposizione censurata. Replicando poi agli argomenti spesi dal Consiglio notarile di Milano nel proprio atto di costituzione, la parte privata B. B. ha osservato come - nel caso concreto oggetto del procedimento a quo - la sanzione della destituzione sia stata inflitta in relazione a condotte per le quali la stessa CO.RE.DI. avrebbe ritenuto «virtualmente adeguata» la sanzione della «sospensione di mesi sei»; sanzione che la stessa CO.RE.DI. non aveva però potuto applicare, proprio in ragione dell'automatismo previsto dalla disposizione censurata, che imponeva l'irrogazione della più grave sanzione della destituzione.1.- Con l'ordinanza indicata in epigrafe, la Corte di cassazione, sezione seconda civile, ha sollevato, in riferimento agli artt. 3 e 24 della Costituzione, questioni di legittimità costituzionale dell'art. 147, secondo comma, della legge 16 febbraio 1913, n. 89 (Ordinamento del notariato e degli archivi notarili), come sostituito dall'art. 30 del decreto legislativo 1° agosto 2006, n. 249, recante «Norme in materia di procedimento disciplinare a carico dei notai, in attuazione dell'articolo 7, comma 1, lettera e), della legge 28 novembre 2005, n. 246». L'art. 147 della legge n. 89 del 1913 prevede, al primo comma, che sia «punito con la censura o con la sospensione fino ad un anno o, nei casi più gravi, con la destituzione» il notaio che pone in essere una serie di condotte di rilievo disciplinare, descritte dallo stesso primo comma. Il secondo comma, in questa sede censurato, dispone che «[l]a destituzione è sempre applicata se il notaio, dopo essere stato condannato per due volte alla sospensione per la violazione del presente articolo, vi contravviene nuovamente nei dieci anni successivi dall'ultima violazione». Il giudice a quo dubita che tale disposizione confligga con gli artt. 3 e 24 Cost., introducendo un automatismo sanzionatorio correlato a una presunzione iuris et de iure di gravità del fatto e di pericolosità del recidivo reiterato, che impone al giudice disciplinare di applicare la sanzione più grave della destituzione, senza consentirgli di tenere conto di eventuali circostanze attenuanti, o comunque della concreta gravità della violazione. 2.- L'eccezione di omessa sperimentazione di un'interpretazione conforme a Costituzione della disposizione censurata, formulata dall'Avvocatura generale dello Stato, non è fondata. 2.1.- L'ordinanza di rimessione esclude espressamente che la sanzione della destituzione prevista dalla disposizione censurata possa essere sostituita dalla meno grave sanzione della sospensione in presenza di circostanze attenuanti, ai sensi dell'art. 144 della legge n. 89 del 1913. Secondo il giudice a quo, infatti, tale ultima disposizione generale non potrebbe trovare applicazione nell'ipotesi prevista dall'art. 147, secondo comma, in questa sede censurato, che opererebbe rispetto all'art. 144 quale lex specialis, prevedendo che - in caso di recidiva reiterata nell'illecito disciplinato dal primo comma dello stesso art. 147 - sia «sempre» applicata la destituzione. 2.2.- Secondo l'Avvocatura dello Stato, invece, tale interpretazione non sarebbe corretta, dal momento che l'art. 144 ben potrebbe trovare applicazione in tutte le fattispecie di illecito disciplinate dalla legge n. 89 del 1913, ivi compresa quella prevista dalla disposizione censurata. In tale prospettiva ermeneutica, dunque, l'avverbio «sempre» presente nell'art. 147, secondo comma, della legge n. 89 del 1913 varrebbe semplicemente a escludere l'alternatività, prevista dal primo comma dell'art. 147, tra le sanzioni della censura, della sospensione e della destituzione, imponendo al giudice disciplinare l'applicazione della destituzione in presenza dei presupposti del secondo comma; senza però escludere che, laddove sussista in concreto taluna delle circostanze attenuanti previste dall'art. 144, la destituzione possa essere sostituita con la sanzione della sospensione, ai sensi appunto dell'art. 144. Tale interpretazione eviterebbe, dunque, l'automatismo denunciato dal rimettente, consentendo al giudice disciplinare di irrogare una sanzione meno grave della destituzione ogniqualvolta - per effetto della presenza di circostanze attenuanti - essa appaia sproporzionata rispetto alla concreta gravità dell'illecito della quale il professionista sia ritenuto responsabile. 2.3.- In conformità alla recente giurisprudenza di questa Corte, si deve tuttavia rilevare che l'astratta prospettabilità di un'interpretazione alternativa della disposizione censurata rispetto a quella fatta propria dal giudice a quo non inficia l'ammissibilità della questione, risultando a tal fine «sufficiente che il giudice a quo esplori la possibilità di un'interpretazione conforme alla Carta fondamentale e [...] la escluda consapevolmente» (sentenza n. 262 del 2015; nello stesso senso, sentenze n. 254 e n. 69 del 2017, n. 111 del 2016 e n. 221 del 2015). E invero, il fatto che il rimettente abbia consapevolmente reputato che il tenore della disposizione censurata imponga una determinata interpretazione e ne impedisca altre, eventualmente conformi a Costituzione, non rileva ai fini del rispetto delle regole del processo costituzionale, dal momento che la verifica dell'esistenza e della correttezza di interpretazioni alternative, che il rimettente abbia ritenuto di non poter fare proprie, è questione che attiene al merito del giudizio e non alla sua ammissibilità (ex plurimis, sentenze n. 194, n. 180, n. 69, n. 53 e n. 42 del 2017, e n. 95 del 2016). Poiché l'ordinanza di rimessione ha motivatamente e non implausibilmente escluso l'applicabilità nel caso di specie dell'art. 144 della legge n. 89 del 1913, in ragione dell'affermata specialità della disposizione censurata, le questioni da essa sollevate devono ritenersi ammissibili ed essere esaminate nel merito sulla base dell'interpretazione fatta propria dal giudice rimettente. 3.- Nel merito, la questione sollevata con riferimento all'art. 3 Cost. non è fondata. 3.1.- Il giudice a quo richiama, anzitutto, la giurisprudenza di questa Corte in materia di proporzionalità e individualizzazione delle pene, che considera con sfavore gli automatismi sanzionatori, in quanto normalmente inidonei ad assicurare che la pena sia commisurata dal giudice tenendo conto della concreta gravità del fatto del quale l'imputato sia stato ritenuto responsabile (da ultimo, sentenza n. 222 del 2018).