[pronunce]

ORDINANZA ha pronunciato la seguentenel giudizio di legittimità costituzionale dell'art. 13, comma 2-bis, del decreto legislativo 10 marzo 2000, n. 74 (Nuova disciplina dei reati in materia di imposte sui redditi e sul valore aggiunto, a norma dell'articolo 9 della legge 25 giugno 1999, n. 205), aggiunto dall'art. 2, comma 36-vicies semel, lettera m), del decreto-legge 13 agosto 2011, n. 138 (Ulteriori misure urgenti per la stabilizzazione finanziaria e per lo sviluppo), convertito, con modificazioni, dalla legge 14 settembre 2011, n. 148, promosso dal Giudice dell'udienza preliminare del Tribunale ordinario di Torino nel procedimento penale a carico di S.F. ed altri con ordinanza del 15 dicembre 2014, iscritta al n. 44 del registro ordinanze 2015 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 13, prima serie speciale, dell'anno 2015. Visto l'atto di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri; udito nella camera di consiglio del 21 ottobre 2015 il Giudice relatore Giuseppe Frigo. Ritenuto che con ordinanza del 15 dicembre 2014 il Giudice dell'udienza preliminare del Tribunale ordinario di Torino ha sollevato, in riferimento agli artt. 3, 10, 24, 77, 101, 104, 111, 112 e 113 della Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell'art. 13, comma 2-bis, del decreto legislativo 10 marzo 2000, n. 74 (Nuova disciplina dei reati in materia di imposte sui redditi e sul valore aggiunto, a norma dell'articolo 9 della legge 25 giugno 1999, n. 205), aggiunto dall'art. 2, comma 36-vicies semel, lettera m), del decreto-legge 13 agosto 2011, n. 138 (Ulteriori misure urgenti per la stabilizzazione finanziaria e per lo sviluppo), convertito, con modificazioni, dalla legge 14 settembre 2011, n. 148, in forza del quale, per i delitti di cui al medesimo decreto legislativo, l'applicazione della pena ai sensi dell'art. 444 del codice di procedura penale può essere chiesta dalle parti solo qualora ricorra l'attenuante prevista dai commi 1 e 2 dello stesso art. 13: ossia, solo se i debiti tributari relativi ai fatti costitutivi dei predetti delitti - comprensivi delle sanzioni amministrative, ancorché non applicabili all'imputato in forza del principio di specialità - siano stati estinti, mediante pagamento, prima della dichiarazione di apertura del dibattimento di primo grado; che il giudice a quo riferisce di essere investito del processo penale nei confronti di quattro persone, imputate del reato di associazione per delinquere costituita allo scopo di commettere reati tributari, nonché, in concorso tra loro, dei delitti tributari di cui agli artt. 2, 5, 8, 10-bis e 10-ter del d.lgs. n. 74 del 2000; che nel corso dell'udienza preliminare i difensori degli imputati avevano chiesto l'applicazione della pena ai sensi dell'art. 444 cod. proc. pen. ; che il pubblico ministero, pur ritenendo congrue le pene richieste, non aveva prestato il proprio consenso a fronte della preclusione sancita dal censurato art. 13, comma 2-bis, del d.lgs. n. 74 del 2000, non essendo stati estinti i debiti tributari relativi ai fatti per cui si procede; che il giudice a quo dubita, tuttavia, della legittimità costituzionale della norma sotto plurimi profili; che, a parere del rimettente, subordinando la facoltà di accesso al rito alternativo alla sollecita definizione di ogni pendenza con l'amministrazione finanziaria, la disposizione comprometterebbe, anzitutto, il diritto di azione del contribuente-imputato contro gli atti impositivi illegittimi, in violazione degli artt. 24, primo comma, e 113 Cost.; che in presenza di errori nel computo dell'imposta evasa, degli interessi o delle sanzioni amministrative, l'imputato che non riesca a trovare un accordo con l'amministrazione finanziaria si troverebbe di fronte a una alternativa: o adire il giudice tributario per far valere il suo diritto, perdendo, però, la possibilità di fruire del "patteggiamento" nel procedimento penale, che intanto segue il suo corso; oppure pagare senza contestazioni le somme richieste dal fisco, al fine di beneficiare del rito premiale; che in entrambi i casi sarebbe, peraltro, innegabile la frustrazione del diritto di difesa del contribuente-imputato; che il dubbio di legittimità costituzionale non potrebbe essere superato neppure ipotizzando che l'immediato pagamento del debito tributario non pregiudichi la successiva tutela giurisdizionale contro le imposizioni illegittime; che anche in questa prospettiva la preclusione del patteggiamento rappresenterebbe, comunque, un effetto negativo collegato ad una violazione della normativa tributaria non ancora accertata né in sede penale, né, di norma, nell'ambito del giudizio tributario: donde il contrasto della norma censurata tanto con il principio di inviolabilità del diritto di difesa (art. 24, secondo comma, Cost.), che con i principi del giusto processo (art. 111, primo comma, Cost.); che per espressa previsione normativa, inoltre, l'estinzione dei debiti fiscali può avvenire anche «a seguito delle speciali procedure conciliative o di adesione all'accertamento previste dalle norme tributarie»: formula "aperta" che abbraccia la generalità delle forme di definizione agevolata dei rapporti tributari; che in questo modo, peraltro, la disposizione censurata subordinerebbe le scelte della difesa alla «volontà discrezionale» dell'amministrazione finanziaria: soggetto che, ove non si costituisca parte civile - come nel caso di specie - non è parte del processo; che la richiesta di "patteggiamento" rappresenterebbe, d'altronde, anche una delle modalità di esercizio dell'azione penale da parte del pubblico ministero (art. 405, comma 1, cod. proc. pen.): con la conseguenza che la norma impugnata limiterebbe gli strumenti a disposizione della pubblica accusa per l'attuazione del principio costituzionale di obbligatorietà dell'azione penale (art. 112 Cost.); che facendo dipendere «la configurazione (e la deflazione)» del processo penale dagli esiti, anche non definitivi, «delle vicende amministrative o giudiziarie del debito tributario», la norma impugnata si porrebbe in contrasto, ancora, con gli artt. 101, secondo comma, e 104, primo comma, Cost.: il giudice penale sarebbe, infatti, soggetto non più soltanto alla legge, ma anche al procedimento amministrativo, e, specularmente, l'amministrazione finanziaria condizionerebbe l'esercizio delle funzioni della magistratura, non solo giudicante, ma anche requirente; che la disposizione censurata genererebbe, ancora, ingiustificate disparità di trattamento tra imputati del medesimo reato, limitando il diritto di difesa dell'imputato non abbiente, il quale potrebbe vedersi precluso l'accesso al rito speciale per motivi legati alla propria condizione economica (artt. 3 e 24 Cost.);