[pronunce]

prevede l'annotazione della correzione sull'originale del provvedimento corretto, e tale formalità ha un senso solo in quanto riferita a un'ordinanza (o a un decreto) adottata dallo stesso ufficio che ha emesso il provvedimento annotando, laddove la decisione del giudice d'appello, quand'anche si limiti a disporre la correzione dell'errore materiale in cui sia incorso il primo giudice, non va mai annotata, ma sostituisce semplicemente quella impugnata. Non a caso si ritiene pacificamente che il potere di correzione debba essere esercitato anche in caso di rigetto dell'appello o di declaratoria di inammissibilità o di improcedibilità dello stesso, mentre, nell'ipotesi di cancellazione della causa dal ruolo, il processo andrà riassunto ai fini della pronuncia (con sentenza) sull'istanza di correzione: diritto vivente che renderebbe assolutamente inimmaginabile, in via di interpretazione analogica, un procedimento incidentale disciplinato dagli artt. 287 e 288 cod. proc. civ. innanzi al giudice d'appello. 1.4. – Così ricostruita la disciplina di riferimento, il giudice a quo osserva che essa, coerente ad un sistema in cui la sentenza di primo grado non era, in via di principio – e salvo le eccezioni previste dalla legge – provvisoriamente esecutiva, è incompatibile con un sistema nel quale la provvisoria esecutività della sentenza di primo grado costituisce la regola: l'art. 287 si porrebbe, pertanto, in contrasto con l'art. 3 Cost., sia sotto il profilo della disparità di trattamento di situazioni giuridiche sostanzialmente uguali, che sotto quello della ragionevolezza. E invero, precludere l'esecuzione per la sola ragione che avverso la decisione affetta da errore materiale sia stato proposto appello, è scelta normativa irragionevole e lesiva del principio di uguaglianza per il diverso trattamento riservato alle sentenze, a seconda che esse siano o meno affette da errore materiale, e cioè da un errore che incide solo sull'espressione grafica del dictum del giudice, e ciò tanto più che dottrina e giurisprudenza ritengono esperibile il procedimento di correzione anche avverso decisioni per le quali i termini di impugnazione non siano ancora scaduti e che non siano pertanto ancora passate in giudicato. Ad avviso del rimettente inoltre l'art. 287 cod. proc. civ. , laddove inibisce al cittadino di iniziare l'esecuzione solo perché il provvedimento decisorio è affetto da errore materiale, lede anche l'art. 24, primo comma, Cost., considerato il carattere sicuramente giurisdizionale del processo esecutivo e la sua inerenza alla realizzazione del diritto costituzionale di agire in giudizio. Infine, se l'effettiva soddisfazione di una pretesa si consegue solo con la sua esecuzione (spontanea o forzata), deve ritenersi altresì fondato il dubbio di compatibilità della norma censurata con il precetto sancito dall'art. 111 Cost., perché l'impossibilità di conseguire la correzione, in pendenza del giudizio di appello, impedisce la realizzazione del diritto entro un termine ragionevole, e ciò tanto più che, in tale contesto normativo, l'impugnazione potrebbe essere proposta al fine puramente strumentale di paralizzare, insieme all'esperibilità del procedimento di correzione, la possibilità per la parte vittoriosa di agire in executivis. Del resto, considerato che la sentenza di primo grado di condanna al pagamento di una somma di denaro o all'adempimento di altro obbligo o al risarcimento dei danni, da liquidarsi successivamente era, già nel vecchio sistema, e a prescindere dalla sua provvisoria esecutività, titolo per l'iscrizione dell'ipoteca giudiziale, il sospetto di contrarietà dell'art. 287 cod. proc. civ. con il precetto dell'art. 3, secondo comma, Cost., non sarebbe stato manifestamente infondato neppure nella vigenza del vecchio testo dell'art. 282 cod. proc. civ. 1.5. – In punto di ammissibilità della sollevata questione, rileva il rimettente che alla proposizione dell'incidente di costituzionalità non osta la pretesa natura amministrativa del procedimento di correzione, in quanto con tale espressione si mira in realtà solo a porre in evidenza il suo carattere ordinatorio e non decisorio: senza dire che tale profilo è già stato vagliato, seppure implicitamente, dalla Corte costituzionale nella menzionata sentenza n. 393 del 1994. 1.6. – Quanto alla rilevanza della questione, premette il rimettente che, ove non venisse dichiarata l'incostituzionalità della norma censurata, esso decidente dovrebbe dichiarare l'inammissibilità, ovvero l'improcedibilità del procedimento di correzione davanti a lui pendente, con conseguente compressione di rilevanti interessi delle parti. Il giudice a quo osserva che la rilevanza della questione sussiste anche se si segue l'opinione – fortemente contrastata in dottrina, ma prevalente in giurisprudenza e comunque avvalorata dal dettato del primo comma dell'art. 653 cod. proc. civ. – secondo cui, a seguito del rigetto dell'opposizione, quella che viene posta in esecuzione è l'ingiunzione portata dal decreto: e ciò perché la sentenza di rigetto dell'opposizione ben può contenere statuizioni di condanna diverse e ulteriori rispetto a quelle portate dal decreto ingiuntivo, tra le quali segnatamente, come nella fattispecie dedotta in giudizio, proprio la condanna al pagamento delle spese del processo di opposizione. La tesi della non esecutività di questo capo della pronuncia (affermata nella giurisprudenza di legittimità in forza del carattere puramente accessorio di tale capo rispetto a quello di rigetto, ontologicamente insuscettibile di esecuzione) non meriterebbe di essere seguita, in quanto essa comporta che il capo di condanna al pagamento delle spese diventi esecutivo solo con il passaggio in giudicato della sentenza, con un'insopportabile disparità di trattamento tra attore e convenuto, ed un irragionevole pregiudizio per il difensore antistatario, divenuto titolare, a seguito della pronuncia in suo favore, di un rapporto autonomo e diretto con la parte soccombente. In definitiva, conclude il rimettente, solo l'accoglimento della proposta questione di costituzionalità consentirebbe a Carlo Di Simone, ottenuta la correzione della sentenza di rigetto dell'opposizione, di utilizzare la stessa come titolo esecutivo, senza attendere l'esito del giudizio di appello proposto dalle controparti. 2.– Il Presidente del Consiglio dei ministri, intervenuto in giudizio con la rappresentanza dell'Avvocatura generale dello Stato, ha chiesto dichiararsi inammissibile o comunque infondata la questione proposta. Osserva l'interveniente che la questione – in ipotesi rilevante solo per ciò che riguarda la liquidazione delle spese operata dalla sentenza di rigetto dell'opposizione a decreto ingiuntivo, titolo esecutivo essendo, quanto al resto, il provvedimento monitorio – è comunque mal posta, perché il relativo capo della pronuncia, accedendo a decisione di rigetto, e non già di condanna, non sarebbe comunque esecutivo per legge. Né sarebbe possibile una lettura dell'art. 653 cod. proc. civ. che, dalla riformulazione dell'art. 282 cod. proc. civ.