[pronunce]

Di ciò sarebbero, del resto, significativo esempio, sul piano innovativo, sia la risoluzione dell'Assemblea generale delle Nazioni unite del 18 dicembre 1992, in materia di diritti delle persone appartenenti a minoranze, sia la Carta europea delle lingue regionali o minoritarie, adottata dal Consiglio d'Europa il 5 novembre 1992. Nella normativa impugnata, invece, «l'espressione "lingua piemontese"» andrebbe intesa, «al pari di qualsiasi altro bene artistico e culturale, come patrimonio linguistico da tutelare e valorizzare», secondo quanto «chiaramente» esposto nella relazione al disegno di legge, «nel solco» peraltro delle precedenti leggi regionali sulla materia e dello stesso statuto, e in analogia a quanto disposto nella «del tutto simile» legge della Regione Veneto 13 aprile 2007, n. 8, non sottoposta a scrutinio di legittimità costituzionale. 3. - In prossimità dell'udienza, il Presidente del Consiglio dei ministri ha presentato una memoria per insistere nella propria richiesta. La tutela delle minoranze linguistiche, sfuggendo alla ripartizione per materie delineata dall'art. 117 Cost., dovrebbe potersi qualificare, secondo l'Avvocatura generale, non tanto come "materia", «ma come "argomento" o comunque "valore", che investe trasversalmente diverse materie» o come «"non materia"», senza che la sua mancata inclusione nei commi secondo e terzo dell'art. 117 Cost. consenta di considerare la medesima come attribuita, ai sensi del comma quarto, alla potestà esclusiva delle Regioni. Al contrario, «la verifica della titolarità della competenza legislativa a fissare i principi generali a protezione delle minoranze linguistiche» (o, in altri termini, la «individuazione del soggetto» competente) «non può che condurre al riconoscimento di una esclusiva competenza dello Stato», anche alla luce di una «interpretazione storica e sistematica dell'art. 6 della Costituzione», volta a individuare la nozione di "Repubblica" presso i Costituenti: mentre, infatti, «è indubbio» che l'art. 114 Cost., nel testo riformato dalla legge costituzionale n. 3 del 2001, riconduca alla "Repubblica", «i Comuni, le Province, le Città metropolitane, le Regioni e lo Stato, indistintamente», nella «originaria formulazione» esso, invece, «ripartiva la "Repubblica" in Regioni, Province e Comuni, con ciò accreditando una sovrapposizione dei concetti di Repubblica e di Stato». La giurisprudenza di questa Corte, d'altra parte, si sarebbe consolidata, a giudizio dell'Avvocatura, nell'«orientamento che riconosce all'art. 6 della Costituzione la natura di "norma direttiva ad efficacia differita", subordinata all'intervento attuativo del legislatore»: in riferimento al quale si prevederebbe, per lo Stato, il compito di «individuare» «le minoranze linguistiche da tutelare» nonché di stabilire «i principi generali della tutela» ed «i limiti»; e, per le Regioni, quello di attenersi a questi «nell'approntare norme di dettaglio e strutture volte all'attuazione concreta della tutela». Così, nella sentenza n. 62 del 1992, la Corte - configurata la tutela delle minoranze linguistiche come «principio costituzionale fondamentale» (sulla base dell'idea che «"la lingua propria di ciascun gruppo etnico rappresenta un connotato essenziale della nozione costituzionale di minoranza etnica"») e osservato che «il diritto all'uso della lingua materna si raccorda» ad altri fondamentali principi costituzionali (quello pluralistico, di cui all'art. 2 della Costituzione; quello di eguaglianza, di cui all'art. 3, primo comma, della Costituzione; quello di giustizia sociale e di pieno sviluppo della personalità umana nella vita comunitaria, di cui all'art. 3, secondo comma, della Costituzione) - avrebbe ribadito che l'attuazione del valore della tutela delle minoranze linguistiche richiede «l'interposizione del legislatore ordinario», sia quanto all'azionabilità delle pretese degli interessati sia quanto alla necessità di strutture organizzative e finanziarie adeguate. Così, ancora, dalla sentenza n. 406 del 1999 sarebbe ricavabile l'affermazione della potestà esclusiva dello Stato nell'individuazione delle minoranze linguistiche e nella determinazione delle caratteristiche generali della tutela, «non potendo certo essere ammessa una diversificazione regionale nella tutela delle posizioni degli "altri soggetti non appartenenti alla minoranza linguistica protetta"». Il principio sarebbe stato ribadito, da ultimo, nella sentenza n. 159 del 2009, anche in relazione alla necessità di «"un indefettibile bilanciamento con gli altri legittimi interessi coinvolti ed almeno potenzialmente configgenti"» nonché «"della ineludibile tutela della lingua italiana"»: con la conseguenza dell'attribuzione della natura di norma interposta alla legge statale n. 482 del 1999, alla quale le Regioni dovrebbero attenersi «nell'adottare disposizioni di dettaglio nell'ambito delle materie di propria competenza», a partire dall'«individuazione della minoranza linguistica da proteggere». Le disposizioni impugnate sarebbero, in conclusione, costituzionalmente illegittime sia perché avrebbero esteso al "piemontese", «che è solo un dialetto» («una variante cioè della lingua italiana rappresentativa di una cultura e di una tradizione sviluppatesi in una delimitata area geografica, senza però integrare un "gruppo etnico"») «la qualità» o «la natura di lingua minoritaria» («patrimonio di una minoranza etnica»); sia perché ad esso avrebbero attribuito «procedure e forme di tutela che la legge 482/1999 riserva alle sole lingue minoritarie individuate nell'art. 2».1. - Questa Corte è chiamata a pronunciarsi sulla questione di legittimità costituzionale degli articoli 1, commi 1 e 3; 2, comma 2, lettere c) e g); 3, comma 5; e 4 della legge della Regione Piemonte 7 aprile 2009, n. 11, recante «Tutela, valorizzazione e promozione del patrimonio linguistico del Piemonte», promossa, in riferimento all'art. 6 della Costituzione, dal Presidente del Consiglio dei ministri con il ricorso indicato in epigrafe. Secondo il ricorrente, la suddetta legge, nelle disposizioni impugnate, eccederebbe «dalla competenza regionale» per il fatto di attribuire (art. 1, comma 1) valore alla "lingua piemontese" «non solo a fini culturali», come previsto da altre leggi regionali, ma anche «al fine di parificarla alle lingue minoritarie "occitana, franco-provenzale, francese e walser"» nonché di conferire ad essa «il medesimo tipo di tutela» riconosciuto a queste ultime.