[pronunce]

ORDINANZA ha pronunciato la seguentenei giudizi di legittimità costituzionale dell'art. 2, commi 2-bis e 2-ter, della legge 24 marzo 2001, n. 89 (Previsione di equa riparazione in caso di violazione del termine ragionevole del processo e modifica dell'articolo 375 del codice di procedura civile), come aggiunti dall'art. 55, comma 1, lettera a), numero 2), del decreto-legge 22 giugno 2012, n. 83 (Misure urgenti per la crescita del Paese), convertito, con modificazioni, dall'art. 1, comma 1, della legge 7 agosto 2012, n. 134, promossi dalla Corte d'appello di Firenze, con ordinanze del 6 febbraio 2015 e 4 dicembre 2014, rispettivamente iscritte ai nn. 121, 122 e 123 del registro ordinanze 2015 e pubblicate nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 26, prima serie speciale, dell'anno 2015. Visti gli atti di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri; udito nella camera di consiglio del 22 giugno 2016 il Giudice relatore Giorgio Lattanzi. Ritenuto che, con ordinanza del 6 febbraio 2015 (r.o. n. 121 del 2015), la Corte d'appello di Firenze ha sollevato questioni di legittimità costituzionale dell'art. 2, commi 2-bis e 2-ter, della legge 24 marzo 2001, n. 89 (Previsione di equa riparazione in caso di violazione del termine ragionevole del processo e modifica dell'articolo 375 del codice di procedura civile), in riferimento agli artt. 3, 111, secondo comma, e 117, primo comma, della Costituzione, quest'ultimo in relazione agli artt. 6 e 13 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali (d'ora in avanti «CEDU»), firmata a Roma il 4 novembre 1950, ratificata e resa esecutiva con la legge 4 agosto 1955, n. 848; che il rimettente premette di dover decidere un ricorso, depositato nel 2014, con cui le parti hanno proposto una domanda di equa riparazione per l'eccessiva durata di un procedimento avviato proprio sulla base della legge n. 89 del 2001, a causa della eccessiva protrazione di altro giudizio. Il procedimento finalizzato al ristoro del pregiudizio subìto, a sua volta, ha avuto una durata complessiva di tre anni, sette mesi e diciotto giorni per due parti, e di tre anni, sette mesi e ventinove giorni per le altre due, e si è svolto in due gradi; che il giudice a quo rileva che l'art. 2, comma 2-ter, della legge n. 89 del 2001, introdotto dall'art. 55, comma 1, lettera a), numero 2), del decreto-legge 22 giugno 2012, n. 83 (Misure urgenti per la crescita del Paese), convertito, con modificazioni, dall'art. 1, comma 1, della legge 7 agosto 2012, n. 134, stabilisce che «[si] considera comunque rispettato il termine ragionevole se il giudizio viene definito in modo irrevocabile in un tempo non superiore a sei anni»; che in base a questa norma la domanda andrebbe rigettata; che la giurisprudenza di legittimità formatasi anteriormente alla novella del 2012 e la giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell'uomo avrebbero indicato in due anni il limite di ragionevole durata del procedimento previsto dalla legge n. 89 del 2001; che analoga conclusione si imporrebbe oggi, in base al dettato costituzionale, considerato che questo procedimento ha carattere semplificato, si svolge in un unico grado di merito, accerta fatti di immediata evidenza e persegue finalità acceleratorie; che il legislatore, prescrivendo anche per questo procedimento un termine di durata ragionevole pari a sei anni, avrebbe violato gli artt. 3, 111, secondo comma, e 117, primo comma, Cost., quest'ultimo in relazione agli artt. 6 e 13 della CEDU; che il giudice rimettente censura, sulla base dei medesimi parametri e per analoghe ragioni, anche l'art. 2, comma 2-bis, della legge n. 89 del 2001, nella parte in cui determina la durata ragionevole del primo grado del giudizio in tre anni, e precisa che, nel caso di specie, il giudizio di primo grado ha avuto la durata di due anni e sette mesi; che è intervenuto in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che le questioni siano dichiarate inammissibili; che secondo l'Avvocatura generale il rimettente avrebbe potuto adottare un'interpretazione costituzionalmente orientata, in base alla quale ritenere che il limite di sei anni di durata complessiva non sia vincolante quando il procedimento ha carattere semplificato; che la questione sarebbe inammissibile anche perché non consentirebbe un intervento a "rime obbligate"; che la questione relativa all'art. 2, comma 2-ter, sarebbe infondata, perché questa disposizione concerne i soli procedimenti articolati in tre gradi di giudizio; che, con ordinanza del 4 dicembre 2014 (r.o. n. 123 del 2015), la Corte d'appello di Firenze ha sollevato questioni di legittimità costituzionale dell'art. 2, commi 2-bis e 2-ter, della legge n. 89 del 2001, in riferimento agli artt. 3, 111, secondo comma, e 117, primo comma, Cost., quest'ultimo in relazione agli artt. 6 e 13 della CEDU; che il giudice a quo deve decidere su una domanda proposta ai sensi della legge n. 89 del 2001, e relativa ad un primo procedimento in base alla stessa legge, concluso in tre anni, tre mesi e venti giorni, in un unico grado; che il giudice rimettente dubita della legittimità costituzionale dell'art. 2, commi 2-bis e 2-ter, della legge n. 89 del 2001 e motiva la non manifesta infondatezza delle questioni sollevate con argomenti analoghi a quelli sviluppati dalla precedente ordinanza; che è intervenuto in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che le questioni siano dichiarate inammissibili, e, nel merito, non fondate; che, dopo avere ribadito le eccezioni di inammissibilità svolte nel precedente giudizio con riguardo alla questione vertente sull'art. 2, comma 2-ter, l'Avvocatura generale aggiunge che la Corte di cassazione, con la sentenza della sesta sezione civile, 6 novembre 2014, n. 23745, ha statuito che il termine di sei anni si applica ai soli processi articolati in tre gradi di giudizio. Il procedimento previsto dalla legge n. 89 del 2001 non sarebbe perciò disciplinato da tale disposizione, e spetterebbe al giudice decidere quale ne sia la ragionevole durata; che perciò la questione sarebbe non fondata;