[pronunce]

Infine, sarebbe insussistente la violazione dell'art. 34 CDFUE, che non troverebbe applicazione nell'ipotesi di specie, essendo la materia del «contrasto alla povertà» di competenza degli Stati membri. Comunque, come già detto per l'art. 31 Cost., l'art. 34 CDFUE non costringerebbe il legislatore a prevedere proprio il reddito di inclusione né a individuare i requisiti auspicati dal rimettente. 5.- Il 31 agosto 2021 l'INPS ha depositato una memoria. In essa, in primo luogo, ribadisce l'eccezione di inammissibilità delle questioni per difetto di motivazione sulla permanente applicabilità della norma censurata, nonostante l'abrogazione operata dal d.l. n. 4 del 2019. Nel merito, la parte ripropone gli argomenti già svolti nell'atto di costituzione, richiamando in particolare la sentenza n. 50 del 2019, in tema di assegno sociale, e la sentenza n. 106 del 2018, dalla quale risulterebbe la legittimità di una previsione che richieda il permesso di lungo periodo per l'accesso all'edilizia residenziale pubblica. 6.- Il 31 agosto 2021 anche R. S. ha depositato una memoria. Quanto alla sentenza n. 146 del 2020 di questa Corte, la parte osserva che la mancata motivazione sulla permanente applicabilità della norma censurata, nonostante la successiva abrogazione, si giustificherebbe per l'esistenza del principio generale di irretroattività. R. S. nota che non è contestata l'assenza di una norma che vieti l'erogazione del ReI a chi abbia presentato domanda prima dell'abrogazione. La parte richiama la sentenza della Corte di cassazione, sezione prima, del 19 febbraio 2019, n. 4890, osservando che la domanda della prestazione sarebbe il fatto generatore del diritto, cui non si applica la legge successiva, per cui il giudice sarebbe chiamato a decidere "ora per allora". Essendo pacifica la non retroattività della norma abrogante, l'assenza di motivazione sul punto non sarebbe censurabile. Secondo R. S. poi il giudice a quo non avrebbe chiesto una pronuncia additiva, ma semplicemente una sentenza che dichiari costituzionalmente illegittimo il requisito limitativo introdotto: di qui la non fondatezza della relativa eccezione di inammissibilità. Nel merito, la parte osserva che le prestazioni volte a soddisfare bisogni primari dell'individuo non sono solo quelle attinenti a situazioni di disabilità e si sofferma sulla ratio del ReI, analizzando la «condizione sociale e reddituale» sulla quale interviene. Espone poi la situazione della ricorrente, rilevando che, nonostante lo status di vedova, i cinque figli a carico e l'ISEE di 254 euro, non potrà mai accedere al ReI né al reddito di cittadinanza. Secondo R. S., inoltre, la norma censurata non potrebbe superare il controllo di ragionevolezza «per il carattere condizionale della prestazione»: nel caso del ReI (a differenza dell'assegno sociale oggetto della sentenza n. 50 del 2019), il concorso dei soggetti bisognosi al progresso della società si realizzerebbe «attraverso la corrispettività della prestazione», cioè dopo l'accesso alla misura, non prima. L'inserimento «stabile e attivo» del soggetto nella società sarebbe l'obiettivo della provvidenza e, dunque, non potrebbe esserne il presupposto. La componente del progetto personalizzato, valorizzata dall'INPS a sostegno del rigetto, farebbe propendere per l'irragionevolezza della norma. Inoltre, la parte evidenzia che, a differenza dell'assegno sociale, il ReI è una prestazione a tempo determinato e l'unico radicamento rilevante sarebbe quello (garantito dalla disciplina del ReI) relativo al periodo in cui la prestazione viene resa. Ancora, R. S. osserva che, in caso di accoglimento della questione, si applicherebbe l'art. 41 t.u. immigrazione, che richiede il permesso almeno annuale per l'accesso alle prestazioni sociali, e tale permesso presupporrebbe «requisiti minimi di inserimento che vanno ben oltre la mera residenza». Sarebbe dunque illogico che l'ordinamento escluda una quota elevata di stranieri regolari dalla possibilità di uscire dalla povertà.1.- Nel giudizio iscritto al reg. ord. n. 106 del 2020, il Tribunale ordinario di Brescia, sezione lavoro, dubita della legittimità costituzionale dell'art. 3, comma 1, lettera a) , numero 1), del decreto legislativo 15 settembre 2017, n. 147 (Disposizioni per l'introduzione di una misura nazionale di contrasto alla povertà), nella parte in cui, fra i diversi requisiti necessari per l'ottenimento del reddito di inclusione, richiede agli stranieri il «possesso del permesso di soggiorno UE per soggiornanti di lungo periodo». Il rimettente solleva un primo ordine di questioni e, in via subordinata, una seconda questione. In primo luogo, la norma censurata violerebbe gli artt. 2, 3, primo e secondo comma, 38, e 117, primo comma, della Costituzione, quest'ultimo in relazione all'art. 14 della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali (CEDU), firmata a Roma il 4 novembre 1950, ratificata e resa esecutiva con legge 4 agosto 1955, n. 848, agli artt. 20, 21 e 34, paragrafo 3, della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea (CDFUE), proclamata a Nizza il 7 dicembre 2000 e adattata a Strasburgo il 12 dicembre 2007, e agli artt. 13 e 30 della Carta sociale europea, riveduta, con annesso, fatta a Strasburgo il 3 maggio 1996, ratificata e resa esecutiva con la legge 9 febbraio 1999, n. 30, in quanto, costituendo il reddito di inclusione una prestazione essenziale volta al soddisfacimento di bisogni primari della persona umana, qualsiasi discriminazione tra cittadini e stranieri regolarmente soggiornanti nella sua concessione sarebbe incostituzionale. Con la seconda censura il giudice a quo lamenta la violazione dell'art. 3, primo comma, Cost., in quanto, anche qualora il reddito di inclusione non fosse «prestazione interna al nucleo dei bisogni essenziali della persona», non esisterebbe una ragionevole correlazione tra il requisito richiesto e le situazioni di bisogno in vista delle quali la prestazione è prevista. 2.- Come esposto nel Ritenuto in fatto, l'Istituto nazionale della previdenza sociale (INPS) e il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, rispettivamente costituito e intervenuto in giudizio, hanno sollevato diverse eccezioni di inammissibilità.