[resaula]

la CIN è stata sanzionata dall'Autorità garante della concorrenza e del mercato (AGCM) con una multa di oltre 29 milioni di euro per aver illecitamente posto in essere un abuso di posizione dominante, come accertato nel procedimento antitrust A487, rifiutando di trasportare le merci dei clienti che utilizzavano anche i servizi di altri operatori; la violazione accertata dall'AGCM è stata confermata dal TAR Lazio con sentenza n. 7175/2019 del 4 giugno 2019; tale condotta di boicottaggio si configura come una sostanziale e reiterata violazione degli obblighi di servizio pubblico, facendo venir meno le ragioni di interesse pubblico nel mantenimento in essere della stessa convenzione; il Ministero delle infrastrutture e dei trasporti ha già accertato molteplici e reiterate violazioni della convenzione in essere, adottando nei confronti della CIN diversi provvedimenti recanti applicazione di penali, alcune di tali violazioni generano ingenti danni erariali; dopo ben 7 anni dall'acquisizione della Tirrenia, la CIN non ha ancora perfezionato il pagamento allo Stato del prezzo di acquisto pari a 180 milioni di euro, risultando ancora non pagate la prima tranche di 55 milioni di euro scaduta nel mese di aprile 2016 e la seconda tranche di 60 milioni di euro scaduta il 30 aprile 2019; pur non avendo ancora regolarmente pagato per la Tirrenia, la CIN dal 2015 ad oggi ne ha già venduto ben tre navi, la motonave "Puglia" per 15,1 milioni di euro, la motonave "Aurelia" per 6 milioni di euro, e la motonave "Hartmut Puschmann" venduta per 12,9 milioni di euro e poi noleggiata a scafo nudo per sei mesi; lo Stato, in questo modo, non avendo ancora incassato i soldi della vendita, ha visto ridurre la garanzia del proprio credito; la convenzione prevedeva un contributo annuo per una nave di riserva che è stata, invece, prima noleggiata e poi venduta; nonostante la grande incertezza circa l'ottenimento del contributo previsto dalla convenzione per il 2019, la CIN lo ha già ceduto a "Banca Sistema" per 69,8 milioni di euro; nonostante la CIN abbia perso nel 2018 ben 62,6 milioni di euro, con un peggioramento del risultato rispetto al 2017 di 85,6 milioni di euro, ha implementato operazioni inter-company a parere dell'interrogante quantomeno discutibili (progetto di fusione inversa di Moby in CIN, noleggi e subnoleggi navi) e prestiti personali onerosi a condizioni convenienti; in data 1° luglio 2016, la capogruppo ha concesso un finanziamento di un milione di euro al presidente del consiglio di amministrazione, con interessi al 2 per cento e scadenza nel 2018, poi posticipata al 30 aprile 2021; nel febbraio 2016, la stessa capogruppo ha emesso bond per 278,9 milioni di euro ad un tasso del 7,75 per cento, la cui quotazione attuale si aggira intorno al 30 per cento, testimoniando il sentiment negativo dei mercati; il presidente del consiglio di amministrazione della società capogruppo si sarebbe fatto anticipare nel corso dell'esercizio 2018 i compensi relativi al 2019 e parte del 2020 per un totale di ben 4,99 milioni di euro; nel caso della linea Napoli-Palermo CIN riceve ingenti contributi (circa 6,9 milioni di euro nel 2014) mentre l'operatore GNV esercita un servizio equivalente senza ricevere alcun contributo, si chiede di sapere: se non si intenda sospendere con effetto immediato, visto il grave pericolo di danno erariale, l'erogazione dei contributi pubblici a favore di CIN, per poi procedere alla risoluzione della convenzione per inadempienza da parte di CIN a seguito delle molteplici gravi e reiterate violazioni della convenzione accertate dallo stesso Ministero, dalla AGCM e dal TAR, nonché in ragione dei superiori interessi pubblici al buon funzionamento della continuità territoriale e della concorrenza; che cosa si intenda fare per evitare di incorrere in ulteriori procedure di infrazione da parte della Commissione europea per illegittimi aiuti di stato a CIN. Atto n. 4-01995 BRUZZONE Al Ministro dell'economia e delle finanze Premesso che: diverse aziende agricole lamentano da tempo interpretazioni discordanti da parte di uffici pubblici e studi commerciali, in merito alla corretta applicazione dell'aliquota IVA alle operazioni di cessione di selvaggina da parte di allevatori; gli allevatori di selvaggina, quando cedono i loro animali vivi per l'attività venatoria, destinati all'alimentazione umana, sono talvolta ritenuti soggetti al regime di aliquota ordinaria del 22 per cento; le operazioni di cessione di prodotti destinati all'alimentazione umana sono però soggette ad un'aliquota agevolata del 10 per cento, come riportato nella tabella A, parte III, del decreto del Presidente della Repubblica n. 633 del 1972, anche se quest'ultima crea diverse perplessità, in quanto per i diversi prodotti della selvaggina l'interpretazione non è univoca; considerato che: con parere dell'Agenzia delle entrate n. 954-39/2009, si ritiene che le cessioni di pesci, effettuate da imprenditori dell'acquacoltura e destinate a strutture nelle quali il fruitore paga un corrispettivo per l'ingresso senza che debba pagare per il pesce pescato che comunque trattiene e destina alla propria alimentazione, possano essere assoggettate ad IVA con aliquota ridotta al 10 per cento; di contro per le cessioni di pesce, destinato ai "carpodroni", atteso che il pesce viene rilasciato nello stesso laghetto dal quale è stato pescato e non trattenuto a scopo alimentare, non si ritiene applicabile l'aliquota IVA ridotta del 10 per cento; all'interrogante appare dunque che, per via analogica, possa applicarsi la stessa interpretazione per i prodotti della selvaggina destinati all'alimentazione umana, tanto più che l'attività condotta dagli ambiti territoriali di caccia (cosiddetto ATC) e dalle aziende venatorie è diretta allo svolgimento dell'attività di caccia per poi destinare la selvaggina al mercato alimentare; infatti, il regolamento (CE) n. 852/2004 del Parlamento europeo e del Consiglio del 29 aprile 2004, sull'igiene dei prodotti alimentari, indica come prodotti primari "i prodotti della produzione primaria compresi i prodotti della terra, dell'allevamento, della caccia e della pesca"; inoltre, la risoluzione ministeriale n. 362304 del 30 giugno 1986 della Direzione generale tasse del Ministero delle finanze conferma, per gli animali riproduttori, la loro destinazione all'alimentazione umana, che sussiste anche se non in modo immediato, in quanto, comunque, tale destinazione rappresenta la conclusione normale del loro breve ciclo vitale; tenuto conto che, nel resto dei Paesi dell'Unione europea, gli allevatori di selvaggina sono soggetti ad aliquota IVA agevolata del 4 per cento o del 10 per cento;