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Riconoscimento dell'inno di Mameli come inno nazionale. Onorevoli Senatori. -- «Ha ridato forza all’idea e ai simboli della Patria. Il prestigio internazionale come alfiere della costruzione di un’Europa integrata e unita» Queste le parole del Presidente Napolitano dedicate all’emerito Presidente Carlo Azelio Ciampi da poco scomparso. Il Presidente e senatore a vita Ciampi ha contribuito in modo significativo e indelebile alla valorizzazione dell’identità nazionale, proprio all’inizio del terzo millennio, promuovendo un progetto culturale volto a recuperare la storia e l’appartenenza del popolo italiano. In un’ottica europistica hanno trovato nuovo vigore gli stessi simboli del nostro Paese: la bandiera e l’inno nazionale. Sappiamo che l'inno nazionale è un brano musicale che viene utilizzato come simbolo della Nazione, al pari della bandiera e tutte le Nazioni del mondo possiedono un inno che le rappresenta! In genere l'inno è legato alle vicende storiche che hanno portato alla nascita della Nazione e nella grande maggioranza dei casi il testo ha un carattere poetico con significati che richiamano eventi storici importanti e incitano e rafforzano l'identità nazionale, stimolando il senso di identità collettiva di un popolo. L'altro elemento che caratterizza un inno nazionale è la musica che, sebbene sia spesso legata alla tradizione musicale del singolo Paese, trova assonanze importanti tra i diversi inni, e ci si riferisce principalmente al carattere solenne e cerimonioso degli inni monarchici che si contrappone all'andamento vivace spesso con carattere di marcia degli inni repubblicani. Va quindi ancora una volta riconosciuto il valore simbolico del linguaggio musicale: l'inno, quale forma retorica di citazione, identifica una Nazione e costituisce una proiezione identitaria per il suo popolo. Una recente e significativa testimonianza del valore dell'inno nazionale ci arriva proprio dal mondo islamico! Una ventina di anni fa in Afghanistan non esisteva più un'orchestra in grado di suonare l'inno nazionale e quasi nessuno era in grado di praticare l'uso di strumenti tradizionali come un dilruba o un sarud . Cancellare l'inno e la musica tradizionale corrisponde a depotenziare l'identità nazionale. È stato allora che Ahmad Nasser Sarmast, musicologo recentemente premiato con il Cultural Heritage Rescue Prize e figlio dell'autore dell'inno afgano, è tornato a Kabul, da dove era dovuto fuggire a seguito della guerra civile e della presa di potere dei talebani. Il Governo ha usato ogni mezzo per fermarlo, dai kamikaze agli intoppi burocratici. Ma nel 2001 gli concesse di aprire una scuola di musica per bambini orfani e disagiati, concedendo un edificio in rovina e senza strumenti musicali. Gli strumenti arrivarono attraverso donazioni di privati e si trovarono i fondi anche per ristrutturare l'edificio. Oggi la scuola è frequentata da 250 bambini e giovani afghani, maschi e femmine, che studiano musica ed è considerata uno dei simboli della rinascita culturale del Paese. Quanto questo rappresenti un pericolo è attestato dall'attentato del 2014: durante un concerto dell'orchestra sinfonica dell'Istituto al centro culturale francese di Kabul, l'esplosione di due kamikaze ha cercato di «mettere a tacere» definitivamente questa esperienza. Dopo l'attentato, nonostante la tragedia e le gravi conseguenze all'udito patite dal Maestro Sarmast, tutti gli allievi hanno ricominciato a frequentare le lezioni. I parallelismi con lo spirito risorgimentale, che ha costituito la genesi dell'inno di Mameli ci sono tutti. Quello che sconforta è che ancora oggi esso sia provvisorio! Sappiamo quanto la storia del componimento sia stata piuttosto travagliata: dopo il debutto nel dicembre del 1847, nell'ambito di una commemorazione della rivolta genovese durante la guerra di successione asburgica, il brano venne subito proibito dalla polizia sabauda fino al marzo 1848: la sua esecuzione venne vietata anche dalla polizia austriaca, che perseguì pure la sua interpretazione canora -- considerata reato politico -- sino alla fine della prima guerra mondiale. Anche dopo l'unità d'Italia, quando come inno nazionale fu scelta la Marcia Reale, composta nel 1831, il Canto degli Italiani fu accantonato perché era caratterizzato da una decisa impronta repubblicana e giacobina. I riferimenti al credo repubblicano di Mameli -- che era mazziniano -- erano però più di carattere storico che politico; pertanto il Canto degli Italiani non trovò fortuna nemmeno negli ambienti socialisti ed anarchici che lo consideravano, all'opposto, troppo poco rivoluzionario. Di fatto, addentrandoci nel testo, il tema centrale del componimento è l'invito rivolto al popolo italiano all'azione con l'obiettivo di affrancarsi dal dominio straniero. Questo lo si ritrova in primis nel ritornello «stringiamci a coorte...l'Italia chiamò» in riferimento alla chiamata alle armi con l'obiettivo di cacciare appunto il dominatore straniero dal suolo nazionale e di unificare il Paese, all'epoca ancora diviso in sette Stati preunitari. Mameli si ispirò difatti all'inno francese ( Formez vos bataillon -- «Formate i vostri battaglioni») ma si ritrovano nei contenuti della più nota prima strofa delle 6 dell'intera composizione anche assonanze con l'inno greco nel richiamo all'antichità classica: si prenda ad esempio la frase «L'Italia s'è desta/Dell'elmo di Scipio/S'è cinta la testa/Dov'è la Vittoria/Le porga la chioma/Che schiava di Roma/Iddio la creò». Come Scipione l'Africano liberò l'impero romano dall'esercito cartaginese nella seconda guerra punica, così l'Italia si è svegliata per vincere l'invasore straniero. La dea Vittoria pertanto torna ad essere schiava di Roma, quale simbolo della penisola italiana, richiamando l'abitudine durante l'impero romano di tagliare i capelli corti alle schiave. Tutto questo premesso, il componimento merita un riconoscimento legislativo quale testimonianza del cammino di riscatto dagli invasori e del processo di autodeterminazione del popolo italiano per un'Italia libera, unita e repubblicana. Sappiamo che la scelta, risalente al dopoguerra, ha registrato un dibattito sulla opportunità di rendere il Canto degli Italiani inno ufficiale de iure della Repubblica Italiana. Oggi, a distanza di settanta anni, ovvero dal 12 ottobre 1946, durante il Consiglio dei ministri presieduto da Alcide De Gasperi, quando ne fu acconsentito l'uso provvisorio, esso merita l'approvazione di una legge che sancisca lo stato di fatto a fronte di un riconoscimento in tutte le sedi istituzionali. I tempi sono maturi.. 1 1 La Repubblica riconosce l'inno di Mameli «Fratelli d'Italia» quale inno ufficiale della Repubblica. 2