[pronunce]

ORDINANZA ha pronunciato la seguentenel giudizio di legittimità costituzionale dell'art. 671 del codice di procedura penale, promosso dal Tribunale ordinario di Chieti, sezione distaccata di Ortona, nel procedimento a carico di S. S., con ordinanza del 16 novembre 2017, iscritta al n. 40 del registro ordinanze 2018 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 10, prima serie speciale, dell'anno 2018. Visto l'atto di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri; udito nella camera di consiglio del 26 settembre 2018 il Giudice relatore Franco Modugno. Ritenuto che, con ordinanza del 16 novembre 2017, il Tribunale ordinario di Chieti, sezione distaccata di Ortona, ha sollevato, in riferimento agli artt. 3 e 24 della Costituzione, questioni di legittimità costituzionale dell'art. 671 del codice di procedura penale, «nella parte in cui non prevede, in caso di pluralità di condanne intervenute per il medesimo reato permanente in relazione a distinte frazioni della condotta, il potere del [giudice dell'esecuzione] di rideterminare una pena unica, in applicazione degli artt. 132 e 133 c.p., che tenga conto dell'intero fatto storico accertato nelle plurime sentenze irrevocabili, e di assumere le determinazioni conseguenti in tema di concessione o revoca della sospensione condizionale, ai sensi degli artt. 163 e 164 c.p.»; che il giudice a quo riferisce di essere investito, in qualità di giudice dell'esecuzione, dell'istanza proposta dal difensore di una persona nei cui confronti erano state emesse dal Tribunale ordinario di Chieti due sentenze definitive di condanna per il reato di violazione aggravata degli obblighi di assistenza familiare (art. 570, secondo comma, del codice penale): la prima del 22 settembre 2009, divenuta esecutiva il 4 febbraio 2010, alla pena (poi parzialmente condonata) di sei mesi di reclusione ed euro 600 di multa per fatti commessi dal 30 novembre 2005 al maggio 2007; la seconda del 21 aprile 2011, divenuta esecutiva il 22 giugno 2017, alla pena di anni uno di reclusione ed euro 1.000 di multa, per fatti commessi dal maggio 2007 fino al 23 marzo 2009; che, con l'istanza in questione, il difensore aveva chiesto, in via principale, che - riconosciuto che le due condanne si riferivano a un unico reato di natura permanente e, dunque, al medesimo fatto - fosse ordinata, ai sensi degli artt. 649 e 669 cod. proc. pen. , l'esecuzione della sola sentenza di condanna emessa per prima (quella del 22 settembre 2009); in via subordinata, che venisse applicata, ai sensi dell'art. 671 cod. proc. pen. , la disciplina del reato continuato, con conseguente rideterminazione della pena complessiva da espiare; che, ad avviso del rimettente, l'istanza sarebbe basata su un presupposto corretto - l'unicità del reato permanente per il quale è stata riportata una pluralità di condanne - e risponderebbe, altresì, all'innegabile interesse del condannato a evitare il cumulo delle pene irrogate dalle singole sentenze; che, ciò nondimeno, né la richiesta principale, né quella subordinata potrebbero essere accolte; che, quanto alla prima, l'accoglimento della richiesta rimarrebbe precluso dal consolidato indirizzo giurisprudenziale che limita l'applicazione delle disposizioni di cui agli artt. 649 e 669 cod. proc. pen. , in tema di divieto di un secondo giudizio e di pluralità di sentenze per il medesimo fatto, ai soli casi di identità del fatto storico oggetto dell'imputazione: identità non ravvisabile nel caso in esame; che, secondo quanto chiarito dalla giurisprudenza di legittimità, infatti, nell'ipotesi del reato permanente, il divieto di un secondo giudizio riguarda esclusivamente la condotta delineata nell'imputazione e accertata dalla sentenza definitiva, e non anche la prosecuzione della stessa condotta o la sua ripresa in epoca successiva, che si traduce in un «fatto storico» diverso, non coperto da giudicato, per il quale non vi è alcun impedimento a procedere; che la commisurazione della pena operata da ciascuna delle due sentenze di condanna ha tenuto conto, d'altro canto, solo delle condotte accertate nei singoli giudizi, mentre l'offesa complessivamente arrecata dal delitto deriva dall'effetto congiunto di tutte le condotte: conseguentemente, il problema prospettato dal ricorrente non potrebbe essere risolto dichiarando eseguibile la sola condanna meno grave, proprio perché la stessa non ha considerato le condotte esaminate negli altri giudizi, che, aggravando l'offesa penalmente rilevante, renderebbero necessario rideterminare la sanzione secondo tutti i parametri previsti dall'art. 133 cod. pen. ; che neppure potrebbe essere accolta l'istanza subordinata di rideterminazione della pena ai sensi dell'art. 671 cod. proc. pen. , in applicazione dell'istituto della continuazione, non essendo tale disposizione applicabile alla fattispecie in esame né in via diretta, né in via analogica; che, quanto all'applicazione diretta, nessuna interruzione della permanenza si sarebbe verificata nel corso delle condotte incriminate nei due giudizi; che, secondo la costante giurisprudenza di legittimità, infatti, il delitto di violazione degli obblighi di assistenza familiare, di cui all'art. 570, secondo comma, numero 2), cod. pen. , è reato permanente, che non può essere scomposto in una pluralità di reati omogenei, essendo unico e identico il bene leso nel corso della durata dell'omissione, salvo il caso di cessazione della permanenza, che si verificherebbe con l'adempimento dell'obbligo eluso o, in difetto, con la pronuncia della sentenza di primo grado; che, nella specie, la prima sentenza di primo grado, emessa il 22 settembre 2009, è posteriore all'ultima delle condotte contestate nel secondo giudizio (che è del 23 marzo 2009), risultando, dunque, inidonea a determinare il fenomeno interruttivo; mentre l'ipotesi di un adempimento intermedio dell'obbligo eluso rimarrebbe esclusa dall'accertamento di fatto operato nel secondo giudizio di cognizione, vincolante per il giudice dell'esecuzione; che, in mancanza di interruzioni della permanenza nell'intero periodo oggetto delle due imputazioni, il delitto per il quale l'interessato ha riportato le condanne dovrebbe ritenersi unico, con conseguente impossibilità di operare una sua valutazione tramite l'istituto della continuazione, ai sensi dell'art. 671 cod. proc. pen. ; che tale valutazione unitaria non sarebbe praticabile neppure attraverso l'applicazione analogica in bonam partem della disposizione ora citata: il cumulo giuridico delle pene, previsto nel caso della continuazione, non collimerebbe, infatti, con la necessità di riparametrare la pena secondo lo schema del reato unico; operazione che imporrebbe un nuovo ricorso ai parametri di cui agli artt. 132 e 133 cod. pen. da parte del giudice dell'esecuzione, sostitutivo di quello effettuato dai giudici della cognizione sui distinti frammenti della condotta oggetto dei rispettivi giudizi;