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L'articolo 5, che disciplina l'acquisizione di atti e documenti, riproducendo il dettato della legge n. 1 del 2014, prevede la possibilità per la Commissione di acquisire copie di atti e documenti relativi a procedimenti in corso presso l'autorità giudiziaria o altri organi inquirenti ovvero di atti e documenti in merito a inchieste e indagini parlamentari anche se coperti dal segreto, prevedendo contestualmente il mantenimento del regime di segretezza fino a quando gli atti e i documenti trasmessi in copia siano coperti da segreto. Il disegno di legge disciplina altresì (con una disposizione che riproduce la corrispondente norma recata dalla legge n. 1 del 2014) l'ipotesi in cui venga emesso un decreto motivato da parte dell'autorità giudiziaria qualora, per ragioni di natura istruttoria, ritenga di ritardare la trasmissione di atti e documenti richiesti. Il decreto ha efficacia per sei mesi e può essere rinnovato; al venir meno delle indicate ragioni istruttorie consegue l'obbligo di trasmettere tempestivamente gli atti richiesti. L'articolo 6 reca disposizioni in merito all'obbligo del segreto cui sono tenuti i componenti della Commissione, il personale addetto alla stessa e ogni altra persona che collabora con la stessa. In caso di violazione di tale obbligo si applica l'articolo 326 del codice penale – rivelazione ed utilizzazione di segreti di ufficio. Con riferimento all'organizzazione interna, all'attività e al funzionamento della Commissione, l'articolo 7 rimanda ad un apposito regolamento interno, approvato dalla Commissione stessa prima dell'inizio dei lavori. Viene stabilita la pubblicità delle sedute della Commissione, salvo diversa disposizione. La Commissione può avvalersi dell'opera di agenti e ufficiali di polizia giudiziaria, nonché di magistrati fuori ruolo e di tutte le collaborazioni che ritenga necessarie. Al comma 6 dell'articolo 7 viene indicato il limite di spesa stabilito per il funzionamento della Commissione. L'articolo 8 tratta la tematica riguardante i criteri di incompatibilità all'esercizio dell'incarico dei giudici onorari minorili. Nel recente passato, anche a seguito dello svolgimento di atti di sindacato ispettivo, è emerso che diversi giudici onorari minorili, che avrebbero attivamente partecipato alle decisioni inerenti all'affidamento di minori, sono risultati essere membri, presidenti e finanche fondatori di strutture destinate ad ospitare i minori, lasciando supporre l'eventualità di conflitti di interesse. Per porre rimedio a tali fattispecie è intervenuto il Consiglio superiore della magistratura (CSM), anche alla luce delle numerose segnalazioni pervenute, con due delibere - l'ultima della quali dell'11 luglio 2018 - che, nel disciplinare i criteri per la nomina e conferma dei giudici onorari minorili, hanno definito specifici criteri di incompatibilità stabilendo, tra l'altro, che non possono esercitare le funzioni di giudice onorario minorile coloro che rivestono cariche rappresentative in strutture comunitarie ove vengono inseriti minori da parte dell'autorità giudiziaria o che partecipano alla gestione complessiva delle strutture stesse o ai consigli di amministrazione di società che le gestiscono. La stessa previsione si applica a coloro che svolgono attività di operatore socio-sanitario o collaboratore a qualsiasi titolo delle strutture comunitarie medesime, pubbliche e private. Il giudice onorario minorile, all'atto della nomina, deve inoltre impegnarsi a non assumere, per tutta la durata dell'incarico, i ruoli o le cariche suddette e, se già ricoperti, deve rinunziarvi prima di assumere le funzioni. Ciò premesso, considerata la necessità di prevenire possibili conflitti di interessi, con l'articolo 8 si intende attribuire un rango normativo primario al disposto della suddetta circolare del CSM, definendo dunque con legge i criteri di incompatibilità all'esercizio delle funzioni di giudice onorario minorile per coloro che rivestono cariche rappresentative in strutture comunitarie ove vengono inseriti minori da parte dell'autorità giudiziaria o che partecipano alla gestione complessiva delle strutture stesse o ai consigli di amministrazione di società che le gestiscono, nonché per coloro che svolgono attività di operatore socio-sanitario o collaboratore a qualsiasi titolo delle strutture comunitarie medesime, pubbliche e private. L'incompatibilità è estesa anche per chi abbia coniugi o parenti entro il secondo grado con interessi all'interno di strutture di affido, nonché per il convivente. L'articolo 9 reca disposizioni in materia di affidamento di minori e accertamento della situazione di abbandono di minori. In particolare, al comma 1, lettera a) , si novella l'articolo 2 della legge 4 maggio 1983, n. 184, che al comma 2 prevede che ove non sia possibile un affido presso una famiglia o a una persona singola, « è consentito l'inserimento del minore in una comunità di tipo familiare », mentre al comma 3 dispone che « in caso di necessità e urgenza l'affidamento può essere disposto anche senza porre in essere gli interventi di cui all'articolo 1, commi 2 e 3 », ossia gli interventi di sostegno e aiuto dei nuclei familiari in condizioni di indigenza o a rischio. Tali previsioni, così come attualmente configurate, tendono a far « perdere » all'istituto dell'affido presso una famiglia il carattere di soluzione preferibile rispetto a quello del collocamento del minore presso le comunità familiari. Per tali ragioni, la novella in oggetto, nell'introdurre un nuovo comma 3- bis dispone che i provvedimenti di inserimento del minore in una comunità di tipo familiare, nonché quelli adottati in via d'urgenza sopra citati, debbano indicare espressamente le ragioni per le quali non si ritiene possibile la permanenza nel nucleo familiare originario ovvero le ragioni per le quali non sia possibile procedere ad un affidamento ad una famiglia, fermi restando gli obblighi generali di motivazione dell'affidamento di cui all'articolo 4, comma 3, della citata legge n. 184 del 1983. La lettera b) novella invece l'articolo 15 della medesima legge, il quale dispone che lo stato di adottabilità è dichiarato, tra l'altro, quando « è provata l'irrecuperabilità delle capacità genitoriali dei genitori in un tempo ragionevole ». Tale previsione, che aggiunge alla mancanza di un'adeguata assistenza morale e materiale da parte dei genitori e dei parenti – quale originario presupposto per la dichiarazione di adottabilità – siffatta ulteriore verifica, incide sulla durata dei relativi giudizi, favorendo l'impugnazione delle decisioni assunte in primo grado, considerata l'estrema difficoltà di fornire prove oggettive sia in merito all'irrecuperabilità o meno delle capacità genitoriali, sia con riferimento all'individuazione dei tempi « ragionevoli ».