[pronunce]

ORDINANZA ha pronunciato la seguentenel giudizio di legittimità costituzionale dell'art. 1, comma 1, lettera m), della legge 28 aprile 2014, n. 67 (Deleghe al Governo in materia di pene detentive non carcerarie e di riforma del sistema sanzionatorio. Disposizioni in materia di sospensione del procedimento con messa alla prova e nei confronti degli irreperibili), e dell'art. 131-bis, commi primo, terzo e quarto, del codice penale, come introdotto dall'art. 1, comma 2, del decreto legislativo 16 marzo 2015, n. 28 (Disposizioni in materia di non punibilità per particolare tenuità del fatto, a norma dell'articolo 1, comma 1, lettera m, della legge 28 aprile 2014, n. 67), promosso dal Tribunale ordinario di Padova nel procedimento penale a carico di G. F., con ordinanza del 6 aprile 2016, iscritta al n. 106 del registro ordinanze 2016 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 22, prima serie speciale, dell'anno 2016. Visti l'atto di costituzione di G. F. nonché l'atto di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri; udito nell'udienza pubblica del 10 ottobre 2017 il Giudice relatore Giorgio Lattanzi; uditi l'avvocato Giovanni Gentilini per G. F. e l'avvocato dello Stato Massimo Giannuzzi per il Presidente del Consiglio dei ministri. Ritenuto che il Tribunale ordinario di Padova, con ordinanza del 6 aprile 2016 (r.o. n. 106 del 2016) , ha sollevato, in riferimento agli artt. 3, 25 e 27 della Costituzione, questioni di legittimità costituzionale dell'art. 1, comma 1, lettera m), della legge 28 aprile 2014, n. 67 (Deleghe al Governo in materia di pene detentive non carcerarie e di riforma del sistema sanzionatorio. Disposizioni in materia di sospensione del procedimento con messa alla prova e nei confronti degli irreperibili), «nella parte in cui è scritto "e la non abitualità del comportamento" e, per effetto derivato, dell'art. 131 bis c.p., comma 1, con riferimento alle parole "e il comportamento risulta abituale", e comma 3 (nella sua interezza)»; che il Tribunale rimettente ha sollevato inoltre, in riferimento all'art. 76 Cost., una questione di legittimità costituzionale dell'art. 131-bis, quarto comma, del codice penale, come introdotto dall'art. 1, comma 2, del decreto legislativo 16 marzo 2015, n. 28 (Disposizioni in materia di non punibilità per particolare tenuità del fatto, a norma dell'articolo 1, comma 1, lettera m, della legge 28 aprile 2014, n. 67); che il Tribunale rimettente ha sollevato infine, in riferimento agli artt. 3, 25 e 27 Cost., questioni di legittimità costituzionale dell'art. 131-bis, quarto comma, cod. pen. , «nella parte in cui, dopo le parole "non si tiene conto delle circostanze", non è scritto "fatta eccezione della circostanza attenuante prevista dall'art. 62, n. 4 del codice penale e delle altre circostanze attenuanti"»; che l'imputata è stata citata a giudizio per rispondere del reato di cui agli artt. 624 e 625, numeri 5) e 7), cod. pen. , «per aver agito con altre due donne non identificate ed essersi impossessata, al fine di trarne profitto per [sè] o per altri, di uno spolverino del valore di euro 45,00 sottraendolo d[a]l negozio "Incontro Moda" in San Dono di Massanzago, ove era detenuto, agendo con destrezza ed infilando il capo sottratto nella borsa mentre le altre due complici distraevano la titolare del negozio, con l'aggravante di aver commesso il fatto in tre persone e su cose esposte per necessità alla pubblica fede», nonché con l'aggravante della recidiva specifica reiterata e infraquinquennale; che, ad avviso del Tribunale rimettente, dall'istruttoria effettuata e in forza di un giudizio prognostico, il reato risulterebbe «integrato nei suoi elementi oggettivo e soggettivo così come le aggravanti contestate» e, in considerazione del valore del bene sottratto, potrebbe essere ritenuto di particolare tenuità; che, tuttavia, nel caso di specie non potrebbe essere applicata la causa di non punibilità prevista dall'art. 131-bis cod. pen. , perché «dovrebbe riconoscersi nei precedenti penali dell'imputata una sorta di abitualità che esclude la concretizzazione dei requisiti previsti dalla norma»; che inoltre «l'esclusione del bilanciamento delle aggravanti con le attenuanti rilevabili e riconoscibili, quali certamente nel caso di specie quella di cui all'art. 62, n. 4 c.p., comporta il superamento dei limiti edittali stabiliti dall'art. 131 bis c.p. per la sua applicazione»; che il Tribunale rimettente ha ritenuto non manifestamente infondate le questioni di legittimità costituzionale, sollevate dalla difesa dell'imputata, relative all'art. 1, comma 1, lettera m), della legge n. 67 del 2014, «nella parte in cui è scritto "e la non abitualità del comportamento" e, per effetto derivato, [a]ll'art. 131 bis c.p., comma 1, con riferimento alle parole "e il comportamento risulta abituale", e comma 3 (nella sua interezza)»; che innanzi tutto potrebbe delinearsi un contrasto con l'art. 3 Cost., in quanto le norme censurate - subordinando l'applicabilità della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto al requisito della non abitualità del comportamento dell'autore del reato - avrebbero «introdotto un elemento immateriale, da profilarsi di volta in volta, di valenza paritetica al requisito patrimoniale, idoneo ad ingenerare disparità applicative che non trovano adeguata copertura nella ragionevolezza»; che la configurabilità «di una clausola di non punibilità di natura valoriale ontologicamente ancorata al mediocre valore del danno da reato» dovrebbe, infatti, essere slegata da «profili soggettivi premiali, in grado di aprire ad un sindacato di meritevolezza subiettiva, di per sè stesso disparitario» e dovrebbe, invece, trovare applicazione in termini oggettivi ed uguali nei confronti di tutti i consociati, senza «subire limitazioni applicative di natura squisitamente autoriale»; che, in conclusione, «ciò che non [potrebbe] ammettersi costituzionalmente è la coessenzialità di un requisito autoriale, poichè l'esclusione di taluni soggetti dal novero dei destinatari della norma ripropone un sistema imperniato sul tipo d'autore»; che le norme censurate introdurrebbero una presunzione assoluta di maggiore pericolosità del reo per il suo status soggettivo di recidivo, che avrebbe «l'effetto automatico di conferire maggior disvalore al fatto, rendendolo più aggressivo per il solo fatto che proviene da soggetto consueto al delitto»;