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Il Mediterraneo è il mare della prossimità - ce lo ricordano Braudel e anche Matvejevic - che mette insieme, non è il mare che crea il conflitto, ma la composizione. Noi stiamo disperdendo tutto questo. Per questo motivo, colleghi, vi invito a tenere da conto il costo di quest'operazione, che vi serve, ma distrugge. (Applausi dal Gruppo PD e del senatore De Falco) . PRESIDENTE . Quando gli interventi non sono scritti possono terminare in tempo utile. Ripeto che chi invece ha un intervento scritto che necessita di più tempo di quello concesso, può consegnarlo affinché venga allegato al Resoconto. È iscritto a parlare il senatore D'Arienzo. Ne ha facoltà. D'ARIENZO (PD) . Signor Presidente, mi permetto di rilevare che, nonostante la discussione sia iniziata da quasi due ore e malgrado la richiesta accorata del nostro capogruppo, senatore Marcucci, il ministro Salvini ancora non si vede. Non credo abbia paura del dibattito. Le chiedo pertanto la cortesia di richiamare l'attenzione del Ministro, perché sarebbe opportuno parlare in sua presenza, visto che è il diretto interessato. (Applausi dal Gruppo PD) . Mi permetto alcune premesse. In primo luogo, se è vero che il Senato non è chiamato a decidere sull'innocenza o sulla colpevolezza del Ministro, è altrettanto vero che, per come è stato svolto il dibattito e tutte le argomentazioni ultronee che sono state usate in quest'Aula, il tema si traduce sostanzialmente come segue: è giusto o meno che sia il giudice naturale a determinare l'innocenza o la colpevolezza, in questo caso, dell'inquisito? Questa scelta non è giuridica, ma è valoriale e culturale in una qualsiasi democrazia matura. La seconda premessa è invece una domanda: in uno Stato di diritto esistono azioni politiche sempre e comunque lecite, che sono legittimate dai voti presi o dai programmi elettorali, come abbiamo ascoltato poco fa, e che quindi possono essere sottratte al giudizio della magistratura? Ho iniziato il mio intervento con una premessa e una domanda per chiarire bene qual è il delicato contesto nel quale si muove questo dibattito, che non è quello relativo alla legge costituzionale del 1989: magari lo fosse, ma non è così. E proprio in ragione delle storture che sono state inserite in questo dibattito, in questi giorni e in questa sede, mi preme evidenziare quali sono i rischi che la Repubblica italiana e la democrazia corrono, nel caso in cui il Senato dovesse decidere di non procedere nei confronti del ministro Salvini. Vediamo quali sono (lo dico in tutta onestà: ho preso spunto dalle varie dichiarazioni che ho letto sui giornali e ho ascoltato dalla televisione e vi ho riflettuto). In primo luogo, la decisione investe due piani distinti: quello della libera determinazione dell'indirizzo politico dei Governi e quello dello Stato di diritto, democratico e costituzionale. I Costituenti avevano chiarito bene questo punto, in maniera inequivocabile: basta leggere l'articolo 96 della Costituzione, nella parte in cui espressamente prevede che i reati commessi nell'esercizio delle funzioni del Presidente del Consiglio dei ministri devono essere sottoposti alla giustizia ordinaria. Se questo è vero, come è vero, può chiunque affermare che l'azione politica è esente dal giudizio? Penso in maniera convinta di no, così come per tutti gli italiani, per i quali, nel caso dovessero commettere degli illeciti, c'è il giudice naturale. Perché per un Ministro non dovrebbe essere così? È noto a tutti che il diniego allo sbarco è stato impartito fuori dal Consiglio dei ministri, che non è stato formalizzato e che è stato compiuto con un comunicato, se non ricordo male a margine di un vertice europeo. Subito dopo si sono precipitati il presidente Conte e altri Ministri, con lettere ed e-mail , in malo modo, tentando di avallare una decisione che comunque non avevano mai preso. L'articolo 95 della Costituzione prevede per i singoli Ministri una responsabilità collegiale solo per gli atti decisi nel Consiglio dei ministri e una individuale per quelli dei singoli Dicasteri. Se questo è vero, come è vero, può chiunque affermare che basti un qualsiasi avallo successivo ai fatti - ho sentito addirittura una collega che parlava di una letterina arrivata successivamente - per cambiare lo stato delle cose? Penso di no e in maniera molto convinta. È bizzarra la giustificazione del ministro Salvini, che giustifica il suo diniego richiamando la norma che punisce il reato di ingresso e soggiorno illegale nel territorio dello Stato. È forse questo il caso? A me risulta che quelle 177 persone erano tutte controllate e tutte identificabili e sarebbero state - come poi sono state - inserite nel programma di accoglienza o addirittura portate in altri Paesi europei, quindi facendo venire meno il reato stesso al quale Salvini si appiglia. Pertanto, sebbene sia un obbligo costituzionalmente rilevante proteggere gli interessi dello Stato, quale evento catastrofico e imminente stava per accadere o sarebbe accaduto nel momento in cui quelle persone, tutte identificate, fossero sbarcate subito? Nessuno. Suggestiva è poi la tesi secondo la quale la politica, in questo caso dell'immigrazione, come è stato ripetuto anche poco fa in Aula, deve essere decisa dalla politica stessa, dal Parlamento, dai Ministri, dal Governo e non dai magistrati. Ritengo che sia troppo facile e banale dire che ciò è vero, ma detto in un contesto di questa natura, di carattere esclusivamente ed eminentemente giustificatorio, non è altro che la promulgazione perenne di un modello istituzionale, che ha eguali solo nelle dittature e in quei luoghi in cui l'immunità delle decisioni è sacrosanta e inviolabile. Noi siamo in un altro contesto, assolutamente diverso. Vado avanti sempre riflettendo sulle dichiarazioni che ho avuto modo di leggere sui giornali. Persuasiva è la giustificazione secondo la quale l'interesse pubblico appare evidente alla luce degli atti successivamente esperiti in sede europea. È una giustificazione del Presidente della Giunta delle elezioni e delle immunità parlamentari. Tuttavia la domanda è se il divieto allo sbarco, che con questa tesi si ammette (perché si dice che è servito per convincere l'Europa in una certa direzione), diventa lecito se altri Paesi, peraltro non assoggettati ad alcun obbligo internazionale in questa vicenda, non concordano con l'indirizzo politico del Governo. Non credo proprio e lo dico in maniera molto convinta. Una riflessione va fatta anche sul messaggio collegato a questo tipo di scelta, ovvero alla possibile decisione negativa sull'autorizzazione a procedere. È palese che la scelta del Governo in versione diversa avrebbe avuto una ripercussione grave sul Governo del Paese; dunque, se il ministro Salvini dovesse sfuggire al processo, quale messaggio verrebbe lanciato agli italiani? Quello che per il potere, per mantenere le poltrone per capirci, i politici in carica sono pronti a superare ogni cosa, finanche le leggi che loro stessi votano e che a questo punto valgono per gli altri e non per loro. Secondo me non ne vale assolutamente la pena. Io affermo una visione diversa, alternativa, di rispetto istituzionale, a testimonianza che in questo Paese quelli che fanno politica non sono tutti uguali e non tutti si comportano allo stesso modo. Questo voto produrrà danni;