[pronunce]

che, a parere del giudice a quo, tale qualificazione contrasta con il quadro normativo comunitario in quanto prescinde dalla ricorrenza delle condizioni richieste dalla Corte di giustizia per poter sottrarre un residuo di produzione dal novero dei rifiuti, avuto riguardo alla necessità che il produttore originario non se ne sia disfatto, che il riutilizzo della sostanza sia certo ed effettivo già al momento della sua produzione, e che dalla bonifica o dal ripristino della sostanza, ai fini del riutilizzo, non derivi pregiudizio per l'ambiente e per la salute; che il rimettente evidenzia le ragioni, anche storiche, per effetto delle quali tali condizioni non sussistono in riferimento al particolare residuo di produzione costituito dalle ceneri di pirite, sicché, in definitiva, la qualificazione operata dal legislatore si configura come «norma penale di favore» che restringe illegittimamente la nozione di rifiuto, ponendosi in contrasto con gli artt. 11 e 117, primo comma, Cost., i quali impongono il rispetto, nell'esercizio della potestà legislativa, dei vincoli che discendono dall'ordinamento comunitario; che il giudice a quo esclude di poter procedere alla disapplicazione della norma denunciata, sul rilievo che, per un verso, le direttive comunitarie in materia di tutela dell'ambiente non sono autoapplicative, e, per altro verso, le sentenze della Corte di giustizia sono prive di effetti caducatori sulla norma interna (Corte costituzionale, sentenza n. 389 del 1989); che, inoltre, avuto riguardo alle conseguenze in malam partem cui darebbe luogo l'accoglimento della questione, il rimettente evidenzia come la caducazione della previsione relativa alle ceneri di pirite non determinerebbe la violazione del principio di irretroattività della norma penale, sancito dall'art. 25, secondo comma, Cost., atteso che all'epoca dei fatti di reato era vigente l'art. 51 del d.lgs. n. 22 del 1997, e il predetto materiale costituiva rifiuto; che, infine, con riferimento al profilo della rilevanza, il giudice a quo richiama la sentenza n. 148 del 1983 della Corte costituzionale, per affermare che l'accoglimento della questione inciderebbe comunque sul dispositivo o sulle argomentazioni della decisione del giudizio principale; che, con atto depositato il 5 aprile 2007, è intervenuto in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, il quale, dopo aver segnalato la predisposizione, ad opera del Governo di un provvedimento normativo di revisione del d.lgs. n. 152 del 2006, ha concluso con la richiesta di una pronuncia di inammissibilità o, comunque, di infondatezza della questione; che, a parere della difesa erariale, la pretesa del rimettente di risolvere l'asserita antinomia tra diritto interno e diritto comunitario attraverso la prospettazione della questione di legittimità costituzionale della norma interna, sarebbe in contrasto con il sistema di verifica voluto dai Trattati dell'Unione europea; che, inoltre, l'Avvocatura rileva la genericità dell'ordinanza di rimessione riguardo alle conseguenze che deriverebbero nel giudizio principale dalla eventuale declaratoria di illegittimità costituzionale della norma censurata in quanto, trattandosi di un giudizio di responsabilità penale, il rimettente avrebbe dovuto affrontare le problematiche connesse alla prospettata reviviscenza della normativa previgente, alla luce del principio del favor rei; che, con memoria depositata il 6 aprile 2007, si è costituito in giudizio P.S., imputato nel procedimento a quo, per chiedere che la questione sia dichiarata inammissibile, o, comunque, infondata; che, quanto al primo profilo, la parte privata richiama la giurisprudenza costituzionale sui limiti del sindacato in malam partem, ammissibile solo a fronte di norme penali di favore (sentenza n. 161 del 2004), ritenendo che, a differenza di queste ultime, la norma censurata non intervenga sul regime sanzionatorio dei reati commessi in materia di gestione dei rifiuti, ma introduca «la definizione di una categoria di prodotti che, nell'ambito dell'attività d'impresa e a certe condizioni, sono assoggettati ad una disciplina differenziata rispetto a quella configurata nella normativa sui rifiuti»; che pertanto l'intervento della Corte, nei termini auspicati dal rimettente, avrebbe l'effetto di ampliare l'area di operatività della sanzione penale, costituendo una invasione del campo riservato alle scelte del legislatore dall'art. 25, secondo comma, Cost.; che, quanto al merito, la difesa della parte privata osserva come il rimettente muova da una lettura dell'art. 183, comma 1, lettera n), del d.lgs. n. 152 del 2006, che trascura l'unicità del contesto e l'identità di ratio delle diverse disposizioni in esso contenute, potendosi, diversamente, ritenere che la previsione concernente le ceneri di pirite non deroghi alla regola generale che definisce il sottoprodotto; che, in data 12 febbraio 2008, l'Avvocatura generale dello Stato ha depositato una memoria integrativa evidenziando come il decreto legislativo 16 gennaio 2008, n. 4 (Ulteriori disposizioni correttive ed integrative del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, recante norme in materia ambientale), abbia modificato, tra l'altro, la definizione di «sottoprodotto» contenuta nell'art. 183 del d.lgs. n. 152 del 2006, dal quale è stato eliminato il riferimento alle ceneri di pirite; che, inoltre, l'Avvocatura generale svolge argomentazioni ulteriori a sostegno delle conclusioni già rassegnate nell'atto di intervento, nel senso dell'inammissibilità o, comunque, dell'infondatezza della questione. Considerato che il giudice rimettente solleva questione di legittimità costituzionale dell'art. 183, comma 1, lettera n), quarto periodo, del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152 (Norme in materia ambientale), in riferimento agli artt. 11 e 117, primo comma, della Costituzione, in quanto, nel classificare le ceneri di pirite come sottoprodotto non soggetto alla disciplina sui rifiuti, supererebbe i limiti entro i quali la normativa e la giurisprudenza comunitaria consentono che i residui di produzione siano considerati sottoprodotto; che, successivamente all'ordinanza di rimessione, il decreto legislativo 16 gennaio 2008, n. 4 (Ulteriori disposizioni correttive ed integrative del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, recante norme in materia ambientale), ha introdotto una nuova definizione di sottoprodotto ed ha eliminato il riferimento particolare alle ceneri di pirite (art. 183, comma 1, lettera p, che sostituisce l'art. 183, comma 1, lettera n); che tale nuova disposizione modifica il quadro normativo in modo sostanziale sul punto specifico che costituisce oggetto della proposta questione di legittimità costituzionale;