[pronunce]

Con il terzo motivo, la Provincia ricorrente lamenta che le disposizioni impugnate siano state «emanate in violazione dell'articolo 107 dello Statuto speciale di autonomia per il Trentino-Alto Adige/Südtirol»: il quale, disciplinando il procedimento di emanazione di speciali norme, quali quelle di attuazione dello statuto, e prevedendo, per questo, «un istituto di cooperazione paritaria, rappresentato dalla commissione paritetica», espressione del principio di «leale collaborazione», impedisce che lo Stato possa modificare o derogare norme di questo tipo «unilateralmente» e al di fuori della prevista procedura. Qualora necessario, «sarebbe stato, quindi, questo l'unico strumento a cui lo Stato poteva eventualmente ricorrere per introdurre eventuali normative in materia di toponomastica». Con il quarto motivo, la ricorrente si duole della violazione dell'art. 105 dello statuto speciale nonché delle risoluzioni n. 715 A (XXVII) del 23 aprile 1959 e n. 1314 (XLIV) del 31 maggio 1968 del Consiglio Economico e Sociale delle Nazioni Unite e, «per ciò stesso», degli articoli 10, 11, 117, primo comma, della Costituzione. Ribadito che «non era necessario mantenere in vigore ovvero far rivivere espressamente le norme di cui al regio decreto 29 marzo 1923, n. 800, ed alla relativa legge di conversione [...], peraltro del tutto obsolete e per di più in stridente contrasto con norme di natura costituzionale e para-costituzionali nonché con norme contenute in atti internazionali», la ricorrente rileva che la Regione è titolare (ai sensi dell'art. 4, n. 3, dello statuto speciale) di competenza legislativa esclusiva in materia di ordinamento degli enti locali e delle relative circoscrizioni, nei limiti imposti dalla Costituzione, e che, ai sensi dell'art. 7 dello statuto medesimo (corrispondentemente a quanto previsto dall'art. 133 Cost.), «con leggi della regione, sentite le popolazioni interessate, possono essere istituiti nuovi comuni e modificate le loro circoscrizioni e denominazioni». Nell'arco degli ultimi sessanta anni, la Regione Trentino-Alto Adige/Südtirol avrebbe «emanato una ventina di leggi volte ad incidere sulla denominazione e circoscrizione di comuni siti nel territorio provinciale di Bolzano», mentre lo statuto direttamente menziona diverse località, fra le quali Bolzano. «Alla vigente disciplina statale in materia di toponimia» occorrerebbe, pertanto, rifarsi «per i nomi geografici non disciplinati in base alle fonti appena citate». Riproposta la distinzione tra denominazioni dei luoghi "di carattere amministrativo" (per Regioni, Province, Comuni e articolazioni sub-comunali) e di "carattere non amministrativo" («vale a dire dei luoghi non entificati», «la cui ufficializzazione è in definitiva rimessa ... alle carte topografiche ufficiali», sulla base del principio secondo cui le denominazioni «non vanno mai imposte, ma rilevate») e ricordato che «il territorio della Regione Trentino-Alto Adige/Südtirol e della Provincia autonoma di Bolzano/Bozen non fa eccezione alle regole di carattere generale [...], se non in minima misura, dovuta al grado di maggiore autonomia riconosciuta alle due province di Trento e di Bolzano», la ricorrente ha osservato che «la denominazione della Regione stessa è stabilita direttamente con legge costituzionale (artt. 116 e 131 della Costituzione)»; che «la forma bilingue Trentino-Alto Adige/Südtirol della Regione è, peraltro, stabilita solo nel primo degli articoli menzionati, modificato con l'articolo 2 della legge costituzionale 18 ottobre 2001, n. 3, mentre nel secondo dei detti articoli, non interessato dalla riforma, è rimasta l'originaria dizione monolingue»; che «le province autonome di Trento e di Bolzano, essendo per più versi equiparate alle regioni, ne seguono anche il regime; di conseguenza sono anch'esse menzionate direttamente nella Carta costituzionale [...], anche se non in forma bilingue, che rimane assicurata, per quella di Bolzano, dall'articolo 114 dello statuto speciale per il Trentino-Alto Adige/ Südtirol»; che lo statuto regionale si preoccupa di definire anche i confini delle Province di Trento e Bolzano, «la modificazione dei quali non segue, pertanto, il regime previsto per le altre province, ma presuppone una procedura costituzionale, come per le regioni». Con il quinto motivo di ricorso, lamentandosi il contrasto delle norme impugnate con i richiamati atti internazionali (e, in particolare, la Carta europea delle lingue regionali o minoritarie adottata dal Consiglio d'Europa il 5 novembre 1992 e la Convenzione-quadro per la protezione delle minoranze nazionali, fatta a Strasburgo il 1° febbraio 1995) e, perciò, la violazione degli articoli 10, 11 e 117, primo comma, Cost., la ricorrente sottolinea che «in tali atti internazionali si affermano principi di eguaglianza e non discriminazione per motivi attinenti alla lingua e si intende garantire la effettiva partecipazione degli appartenenti alle minoranze nazionali alla vita collettiva del loro paese attraverso il diritto all'uso della lingua nelle relazioni istituzionali, il diritto all'istruzione anche nella lingua minoritaria, il sostegno alla cultura della minoranza», impegnandosi le parti contraenti a garantire l'effettivo esercizio dei diritti riconosciuti. 2. - Si è costituito in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, per chiedere una declaratoria di inammissibilità o di infondatezza della questione. Ricostruito brevemente l'iter degli atti normativi ai quali si riferisce il ricorso, nell'atto di costituzione si è preliminarmente osservato che «in base a questo complesso normativo, in pratica, non si è mai prodotta, a partire dal 16 dicembre 2009, l'abrogazione del r.d. 800/23, e questo è rimasto ininterrottamente in vigore». In riferimento alle specifiche ragioni esposte nel ricorso, la difesa erariale ha eccepito: 1) quanto al primo e al quinto motivo, che essi sarebbero infondati, atteso che, proprio sulla base dell'art. 105 dello statuto speciale, «la persistente vigenza del r.d. 800/23 non può [...] essere contraria allo Statuto, per lo meno fino a quando la Provincia non eserciti, nelle forme e nei limiti previsti dallo Statuto speciale, le proprie competenze in materia». D'altra parte, prevedendo il detto r.d. n. 800 del 1923 «l'indicazione bilingue dei toponimi», esso «è idoneo a garantire i diritti di entrambi i gruppi linguistici coesistenti nel territorio»; 2) quanto al secondo motivo di ricorso, concernente l'eccesso di delega, esso sarebbe, da un lato, inammissibile, non apparendo la Provincia «legittimata a denunciare l'eccesso di delega di un decreto legislativo statale» (e, cioè, a formulare una censura «eccedente l'ambito di quelle dirette a rivendicare il rispetto delle competenze provinciali»); d'altro canto, esso sarebbe, «in ogni caso», infondato: