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Revisione della Costituzione in tema di fiducia al Governo, Senato della Repubblica e Parlamento in seduta comune. Onorevoli Senatori. -- La sentenza della Corte costituzionale n. 1 del 2014 rappresenta uno snodo epocale nella storia repubblicana, non solo per il meccanismo politico-istituzionale che ha innescato nei due mesi successivi al suo deposito, ma anche per la diagnosi, in essa recata, in ordine alle modalità di bilanciamento tra le esigenze di rappresentatività e di governabilità che sottendono ad ogni regime democratico. Di questa fondamentale sentenza sono oramai universalmente note alcune importanti statuizioni, come quella secondo cui, qualora il legislatore adotti il sistema proporzionale, anche solo in modo parziale, esso genera nell'elettore la legittima aspettativa che non si determini uno squilibrio sugli effetti del voto, e cioè una diseguale valutazione del «peso» del voto «in uscita», ai fini dell'attribuzione dei seggi, che non sia necessaria ad evitare un pregiudizio per la funzionalità dell'organo parlamentare. Altrettanto nota è la censura secondo cui le norme impugnate della legge n. 270 del 2005, «pur perseguendo un obiettivo di rilievo costituzionale, qual è quello della stabilità del governo del Paese e dell'efficienza dei processi decisionali nell'ambito parlamentare, dettano una disciplina che non rispetta il vincolo del minor sacrificio possibile degli altri interessi e valori costituzionalmente protetti, ponendosi in contrasto con gli articoli 1, secondo comma, 3, 48, secondo comma, e 67 della Costituzione. In definitiva, detta disciplina non è proporzionata rispetto all'obiettivo perseguito, posto che determina una compressione della funzione rappresentativa dell'assemblea, nonché dell'eguale diritto di voto, eccessiva e tale da produrre un'alterazione profonda della composizione della rappresentanza democratica, sulla quale si fonda l'intera architettura dell'ordinamento costituzionale vigente». Eppure, altrettanto interessante è l'antefatto del ragionamento della Corte: l'Assemblea Costituente, pur manifestando, con l'approvazione di un ordine del giorno, il favore per il sistema proporzionale nell'elezione dei membri della Camera dei deputati, non intese irrigidire questa materia sul piano normativo, costituzionalizzando una scelta proporzionalistica o disponendo formalmente in ordine ai sistemi elettorali, «la configurazione dei quali resta affidata alla legge ordinaria» (sentenza n. 429 del 1995). Nel giudicare la legge elettorale del 2005, la Corte costituzionale partiva dunque da queste insormontabili coordinate, in quanto la Carta costituzionale «lascia alla discrezionalità del legislatore la scelta del sistema che ritenga più idoneo ed efficace in considerazione del contesto storico». Di qui è stato tratto il corollario secondo cui «il sistema elettorale (...) pur costituendo espressione dell'ampia discrezionalità legislativa, non è esente da controllo, essendo sempre censurabile in sede di giudizio di costituzionalità quando risulti manifestamente irragionevole (...). In ambiti connotati da un'ampia discrezionalità legislativa, quale quello in esame, siffatto scrutinio impone a questa Corte di verificare che il bilanciamento degli interessi costituzionalmente rilevanti non sia stato realizzato con modalità tali da determinare il sacrificio o la compressione di uno di essi in misura eccessiva e pertanto incompatibile con il dettato costituzionale» (sentenza n. 1 del 2014). L'invasione di campo che il Parlamento ha colpevolmente subìto -- dopo anni di inerzia dinanzi alle evidenti carenze della legge elettorale -- riceveva così una legittimazione, sia pur cauta ed estremamente problematica: essa però va letta in positivo, come una sferzata affinché la politica riguadagni appieno le sue ragioni e la sua funzione di guida delle istituzioni elettive. Così l'ha intesa il nuovo Governo, e così va letta la vicenda dell'approvazione di una nuova legge elettorale da parte della Camera. Tuttavia, per rendere la tematica insuscettibile di nuove abdicazioni o condotte inerziali, occorre ritornare alla radice della scelta del Costituente, per sottrarre la tematica della legge elettorale dalle contingenze politiche entro le quali, negli ultimi decenni, essa ha subìto grandi e piccoli «strappi». Occorre, cioè, scolpire in Costituzione una scelta ben precisa di sistema elettorale, che per i proponenti del presente disegno di legge non può che essere differenziata tra le due Camere. Non sono sconosciute le polemiche circa la sopravvivenza di due Camere espressione della medesima maggioranza politica, che hanno percorso il primo mezzo secolo di storia repubblicana; ma non vanno ignorate neppure le speculari polemiche contro l'esistenza di Camere a maggioranze diversificate o non pienamente collimanti, che si sono avute col sistema elettorale del 2005 in almeno due legislature. Un sano pragmatismo ci impedisce di prendere partito tra le due opposte teoretiche: piuttosto, ci pare che esse imputino alla legge elettorale un problema che attiene piuttosto al sistema di governance del nostro Paese. Un problema che si risolve fissando una nuova costellazione istituzionale, nell'ambito della quale ridisegnare -- differenziandole -- le funzioni delle due Camere. Se «agevolare la formazione di una adeguata maggioranza parlamentare, allo scopo di garantire la stabilità del governo del Paese e di rendere più rapido il processo decisionale, (...) costituisce senz'altro un obiettivo costituzionalmente legittimo» (come sostiene la citata sentenza n. 1 del 2014), allora il Governo può essere espresso da una sola Camera, a legittimazione democratica fortemente orientata nel senso della governabilità. Rispetto all'effetto disrappresentativo dei sistemi premiali -- che pure possono essere pienamente legittimi, come ha chiarito la Corte quando ha dichiarato che il suo giudizio deve svolgersi «attraverso ponderazioni relative alla proporzionalità dei mezzi prescelti dal legislatore nella sua insindacabile discrezionalità rispetto alle esigenze obiettive da soddisfare o alle finalità che intende perseguire, tenuto conto delle circostanze e delle limitazioni concretamente sussistenti» (sentenza n. 1130 del 1988) -- i proponenti del presente disegno di legge preferiscono l'effetto indiretto conseguibile mediante un sistema di collegi uninominali, nei quali l'attribuzione del seggio avvenga secondo la regola first past the post : spetterà alla politica adeguarsi evitando dispersioni di voti, mediante desistenze, liste comuni, eccetera. A contemperare tale tendenziale bipolarismo vi sarà solo la previsione di dieci seggi per il diritto di tribuna delle liste che non abbiano conseguito alcun seggio nei collegi. Nel contempo, però, l'esigenza di rappresentatività non può essere disattesa, specie quando si scinde la seconda Assemblea elettiva dal nesso fiduciario con il Governo: se le si attribuisce -- come si fa qui -- tutta una serie di competenze di controllo, di raccordo territoriale e di compartecipazione decisionale amministrativa, il suo radicamento regionale non solo non confligge, ma anzi opera in sinergia con il suo ruolo rappresentativo «più vasto». Anche qui, si attinge ad un sistema uninominale, ma secondo la declinazione data nel periodo 1948-1993 al Senato: