[pronunce]

n. 5 del 2003 non introduce affatto una novità nel nostro sistema processuale: se per «procedimenti semplificati» si intendono, infatti, i procedimenti «definibili allo stato degli atti», è chiaro che il sistema già conosce situazioni nelle quali è possibile decidere con efficacia di giudicato i procedimenti che non necessitano di alcuna istruttoria, come prevede il rito del lavoro e come prevedeva, dopo la riforma del 1950, l'art. 187, primo comma, del codice di procedura civile. L'effettiva novità del rito risiederebbe, invece, nella possibilità per il giudice di definire il giudizio allo stato degli atti anche in caso di effettiva deduzione di mezzi di prova; ciò, peraltro, troverebbe una sua ragionevole spiegazione nella necessità che il giudice motivi tale opzione decisoria, la quale si inserisce in un rito di «estrema specializzazione», applicato a controversie per lo più di natura documentale. Al giudice, del resto, non è consentito sindacare l'opportunità delle scelte legislative, tanto più che l'art. 12, comma 2, lettera a), della legge n. 366 del 2001 autorizzava il legislatore ad introdurre strumenti per l'ulteriore concentrazione del processo societario, con relativa riduzione dei termini processuali. L'Avvocatura dello Stato, poi, si sofferma ad analizzare la norma di delega di cui al menzionato art. 12, osservando che essa contiene tutti gli elementi richiesti dall'art. 76 della Costituzione. Mediante ampi richiami alla giurisprudenza di questa Corte circa i rapporti tra le leggi di delegazione e i poteri del legislatore delegato, l'Avvocatura nota che rientra «nella fisiologia delle relazioni tra principi e criteri direttivi e norma delegata la circostanza che i primi non prevedano la concreta disciplina della materia». Allo stesso modo, questa Corte ha riconosciuto che la delimitazione dell'area della delega può validamente avvenire col ricorso a concetti come "clausole generali", "ridefinizione", "riordino" e "razionalizzazione", sicché l'art. 12 sopra citato appare contenere, alla luce di siffatta ricostruzione, principi e criteri direttivi più che sufficienti per giustificare un istituto come quello del giudizio abbreviato.1.- Nel corso di un giudizio di impugnazione - previa sospensione in via cautelare - di due delibere assembleari di una società a responsabilità limitata, il Tribunale di Tivoli in composizione collegiale ha sollevato, in riferimento agli artt. 76 e 77 della Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell'art. 24, commi 2, 4, 5, 6, 7 e 8, del decreto legislativo 17 gennaio 2003, n. 5 (Definizione dei procedimenti in materia di diritto societario e di intermediazione finanziaria, nonché in materia bancaria e creditizia, in attuazione dell'articolo 12 della legge 3 ottobre 2001, n. 366). Il Tribunale riferisce che il giudice designato per la trattazione dell'istanza cautelare di sospensione, dopo aver sentito in contraddittorio l'amministratore unico e i componenti del collegio sindacale, sul rilievo che l'esistenza della clausola compromissoria, contenuta nello statuto della società, affidava agli arbitri anche il provvedimento cautelare, ha respinto la relativa istanza e rimesso la causa al collegio in applicazione dei commi 4 e 5 del menzionato art. 24, ritenendola matura per la decisione sia per l'esistenza di siffatta clausola, sia per il suo carattere documentale. Il collegio condivideva l'opinione del giudice designato a provvedere sulla cautela riguardo all'applicabilità delle disposizioni relative al giudizio abbreviato. Sulla base di tali premesse in punto di rilevanza, il Tribunale ha sollevato la questione suindicata, osservando che le disposizioni del decreto delegato aventi ad oggetto il giudizio abbreviato non sono sorrette da adeguata delega. Riguardo alla non manifesta infondatezza, il Tribunale rileva, infatti, che la delega di cui all'art. 12, comma 2, lettera d), della legge n. 366 del 2001 contrariamente a quanto esposto nella relazione del Governo che accompagna il decreto delegato, non può riferirsi al giudizio abbreviato, perché in siffatta disposizione si prevede l'introduzione di un giudizio a cognizione sommaria definito con provvedimento inidoneo ad acquistare autorità di cosa giudicata, caratteristiche estranee al giudizio abbreviato e proprie, invece, del procedimento sommario di cognizione disciplinato dall'art. 19 del d.lgs. n. 5 del 2003. Ad avviso del remittente, neppure la disposizione contenuta nella lettera a) dello stesso comma può sorreggere le disposizioni del decreto delegato applicabili nel giudizio a quo, in quanto essa prevede la concentrazione delle udienze e l'abbreviazione dei termini e non la configurazione di un nuovo tipo di giudizio, qual è quello disciplinato dalle disposizioni censurate, definito "abbreviato" dal legislatore. 2.- In via preliminare, si osserva che il remittente pone la questione di legittimità costituzionale soltanto con riguardo alle indicate disposizioni del decreto legislativo n. 5 del 2003. Infatti, le espressioni contenute nella prima parte dell'ordinanza - con le quali si afferma che non si ravvisa «una delega rispondente ai requisiti costituzionali nell'art. 12, comma 2, lettera d) della legge delega 3 ottobre 2001, n. 366, richiamato sul punto nella relazione governativa, né nell'art. 12, comma 2, lettera a) della stessa legge, costituente l'unica altra disposizione della legge delega invocabile ai fini della copertura del decreto legislativo delegato in materia di giudizio abbreviato» - vanno intese non come una censura autonoma di illegittimità delle disposizioni della legge di delega, perché inidonee per assoluta genericità a giustificare qualsiasi norma delegata, quanto piuttosto come rilievo della loro non attinenza al giudizio abbreviato. Ancora preliminarmente, si rileva che la relazione del Governo al decreto legislativo, con la quale s'individua nella lettera d) del comma 2 dell'art. 12 della legge n. 366 del 2001 la norma di conferimento della delega esercitata per introdurre le disposizioni sul giudizio abbreviato, non può valere ad escludere che un'idonea delega possa essere rinvenuta in altre disposizioni del medesimo articolo, dal momento che questo viene richiamato per intero nel preambolo del decreto legislativo. 3.- La questione, così precisata, non è fondata. Secondo i principi più volte affermati da questa Corte, il sindacato di costituzionalità sulla delega legislativa postula che il giudizio di conformità della norma delegata alla norma delegante si esplichi attraverso il confronto tra due processi ermeneutici paralleli: l'uno relativo alle norme che determinano l'oggetto, i principi e i criteri direttivi indicati dalla delega, tenendo conto del complesso di norme in cui si collocano e delle ragioni e finalità poste a fondamento della legge di delegazione; l'altro relativo alle norme introdotte dal legislatore delegato (v., ex plurimis e tra le più recenti, sentenze n. 125 e n. 199 del 2003).