[pronunce]

ORDINANZA ha pronunciato la seguentenel giudizio di legittimità costituzionale dell'art. 47-ter, comma 1-quater, della legge 26 luglio 1975, n. 354 (Norme sull'ordinamento penitenziario e sull'esecuzione delle misure privative e limitative della libertà), introdotto dall'art. 4 della legge 27 maggio 1998, n. 165 (Modifiche all'articolo 656 del codice di procedura penale ed alla legge 26 luglio 1975, n. 354), promosso con ordinanza dell'8 aprile 2004 dal Magistrato di sorveglianza di Alessandria sull'istanza proposta da M. I., iscritta al n. 688 del registro ordinanze 2004 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 33, prima serie speciale, dell'anno 2004. Visto l'atto di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri; udito nella camera di consiglio del 4 maggio 2005 il Giudice relatore Giovanni Maria Flick. Ritenuto che con l'ordinanza in epigrafe, emessa nell'ambito di un procedimento «per differimento provvisorio dell'esecuzione della pena ex art. 684» del codice di procedura penale, il Magistrato di sorveglianza di Alessandria ha sollevato, in riferimento agli artt. 3, 27 e 32 della Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell'art. 47-ter, comma 1-quater, della legge 26 luglio 1975, n. 354 (Norme sull'ordinamento penitenziario e sull'esecuzione delle misure privative e limitative della libertà), introdotto dall'art. 4 della legge 27 maggio 1998, n. 165 (Modifiche all'articolo 656 del codice di procedura penale ed alla legge 26 luglio 1975, n. 354), «nella parte in cui non consente l'applicazione provvisoria della detenzione domiciliare» nel caso «di condannato con pena residua superiore ai quattro anni»; che il giudice a quo premette di essere chiamato a pronunciarsi sull'istanza con la quale un detenuto – condannato in via definitiva con pena detentiva residua superiore a quattro anni – ha chiesto l'applicazione provvisoria della detenzione domiciliare ai sensi del combinato disposto dei commi 1-ter e 1-quater dell'art. 47-ter della legge n. 354 del 1975; che l'interessato risulterebbe affetto da patologie, non adeguatamente trattabili in istituto penitenziario, atte ad integrare la condizione di «grave infermità fisica» che in base al numero 2 dell'art. 147 del codice penale legittima il rinvio facoltativo dell'esecuzione della pena; che non ricorrerebbe, tuttavia, il requisito previsto dall'ultimo comma dello stesso art. 147 – ossia l'insussistenza del concreto pericolo di commissione di delitti – avendo l'istante commesso numerosi delitti di particolare gravità ed essendo egli «gravemente recidivo» dopo l'ottenimento di benefici penitenziari e l'irrogazione di misure di sicurezza: con la conseguenza che la pura e semplice rimessione in libertà si tradurrebbe in un rischio «per l'interessato e la collettività»; che il pericolo di recidiva costituirebbe, peraltro, una situazione di fatto, da accertare in correlazione al «regime sanzionatorio» concretamente applicato; che, nella specie, la pericolosità sociale del soggetto – incompatibile con la mera scarcerazione – risulterebbe viceversa compatibile con la misura della detenzione domiciliare, che implica controlli, supporti e presidi sanzionatori dotati di efficacia deterrente, ivi compresa la possibilità di arresto immediato per evasione; che sussisterebbe, per altro verso, il «periculum in mora», stanti le condizioni di salute dell'interessato ed il «cospicuo tempo di attesa» (non meno di un mese) necessario per la trattazione del procedimento davanti al tribunale di sorveglianza, competente a disporre la misura; che l'istanza dell'interessato risulterebbe dunque fondata in punto di fatto: ma al suo accoglimento osterebbe la previsione del comma 1-quater dell'art. 47-ter della legge n. 354 del 1975, che consente l'applicazione provvisoria della detenzione domiciliare, da parte del magistrato di sorveglianza, unicamente nei casi di cui ai commi 1 e 1-bis dello stesso articolo: escludendo così – alla stregua di una pacifica lettura – l'ipotesi di cui al comma 1-ter (rinvio obbligatorio o facoltativo dell'esecuzione della pena, ai sensi degli artt. 146 e 147 cod. pen.), che viene in considerazione nella specie; che tale assetto normativo si porrebbe tuttavia in contrasto con gli artt. 3, 27 e 32 Cost., sotto plurimi profili; che, in primo luogo, infatti, la norma denunciata impedirebbe irragionevolmente di adottare in via urgente l'unica misura – terapeutica e sanzionatoria – idonea a tutelare il diritto ad una pena umana, il diritto alla salute del condannato e la sicurezza dei cittadini; che, in secondo luogo, essa equiparerebbe irragionevolmente situazioni diverse, quanto ai valori costituzionali in gioco: quella del condannato la cui pericolosità sociale è compatibile con la detenzione domiciliare, e quella del detenuto al quale tale misura non potrebbe essere concessa, neppure in via definitiva, a causa di una pericolosità del tutto incompatibile con forme di trattamento esterne; che, in terzo luogo, nel caso di persona che versi nelle più gravi condizioni di salute le quali, in base all'art. 146 cod. pen. , giustificano il rinvio obbligatorio dell'esecuzione della pena – situazione, questa, non direttamente rilevante nel procedimento a quo, ma concernente comunque «identici profili» – la norma impugnata equiparerebbe irragionevolmente, nella fase provvisoria, il condannato socialmente pericoloso a quello non socialmente pericoloso: impedendo di applicare al primo l'unica misura idonea (la detenzione domiciliare), e circoscrivendo la scelta alle due alternative – entrambe «costituzionalmente dubbie» – della scarcerazione pura e semplice (che priverebbe il condannato dei supporti necessari alla sua rieducazione e la collettività della tutela contro le sue aggressioni) o del mantenimento della carcerazione (che lederebbe la salute del condannato ed i «principi di … umanità»); che, d'altra parte, la disciplina censurata non potrebbe essere giustificata sulla base di una ipotetica necessità, valutata dal legislatore, dell'intervento del giudice collegiale in rapporto alle fattispecie di cui al comma 1-ter dell'art. 47-ter della legge n. 354 del 1975, in quanto concernenti le pene più elevate, con correlata maggiore pericolosità del condannato; che la scarcerazione di autori di gravissimi delitti, e per pene della stessa durata, può essere difatti disposta anche dal giudice monocratico, ad esempio per effetto del combinato disposto degli artt. 146 cod. pen. e 684 cod. proc. pen. ; che, in tali casi, viene dunque consentita al giudice monocratico l'adozione in via urgente di un provvedimento di liberazione pura e semplice del condannato, mentre gli è irragionevolmente preclusa l'applicazione provvisoria della detenzione domiciliare;