[pronunce]

b) della sua conseguente inammissibilità non ai sensi dell'art. 246 cod. proc. civ. ma dell'art. 183, settimo comma, cod. proc. civ. ; c) della irrilevanza, perciò, della prospettata questione di legittimità costituzionale del citato art. 246 cod. proc. civ. in quanto norma la cui applicazione non è necessaria ai fini del processo; che, più nello specifico, la difesa pubblica rileva che, non risultando essere state formulate richieste istruttorie dalla parte attrice nel giudizio a quo aventi ad oggetto la sussistenza del nesso di causalità naturale fra il danno da essa lamentato e la condotta del conducente del veicolo che si assume essere investitore, la attività difensiva di parte convenuta potrebbe svolgersi attraverso la mera contestazione della sussistenza di tale nesso di causalità, senza la necessità di dedurre essa stessa prove sul punto, in quanto la presunzione di responsabilità prevista dal primo comma dell'art. 2054 del codice civile non si estenderebbe anche alla presunzione della sussistenza del nesso di causalità naturale fra condotta ed evento che, invece, andrebbe, in base alle ordinarie regole sul riparto dell'onere della prova in materia extracontrattuale, provata dal danneggiato; che questa Corte osserva che, sul punto, non può dirsi essersi formato quel consolidato canone giurisprudenziale, nel senso descritto dalla difesa pubblica, che potrebbe far ritenere implausibile il diverso orientamento, invece fatto proprio, sia pur per implicito, dal rimettente nel ritenere rilevante la prova per testi dedotta da parte convenuta; che, infatti, nella stessa giurisprudenza della Corte di cassazione si rinvengono pronunzie nelle quali si afferma che la presunzione di responsabilità di cui all'art. 2054, secondo comma, cod. civ. si estende anche al nesso di causalità (Corte di cassazione, sentenza 7 aprile 1995, n. 4051); che è infondata anche l'ulteriore eccezione formulata dalla difesa pubblica, volta a far affermare l'inammissibilità della questione di legittimità costituzionale derivando l'impossibilità per la convenuta nel giudizio a quo di provare i fatti a sé favorevoli altrimenti che con la dedotta prova testimoniale solo dalla sua negligenza nel non aver acquisito le generalità delle altre persone presenti al momento del sinistro stradale; che tale tesi, infatti, parte dal presupposto che la parte processuale, salva la verifica della loro concreta ammissibilità, non sia libera di indicare in qualità di testi i soggetti che essa insindacabilmente reputa più idonei ai fini dell'accertamento della verità; che l'evidente erroneità del presupposto esclude la fondatezza dell'eccezione; che è, invece, fondata l'eccezione di inammissibilità della questione di legittimità costituzionale dell'art. 246 cod. proc. civ. nella parte in cui il rimettente Tribunale ordinario di Napoli chiede che, attraverso la dichiarazione di incostituzionalità di detta norma, sia dato ingresso alla possibilità che svolga l'ufficio di testimone nel processo civile anche chi di detto processo sia già parte; che, infatti, il vincolo di cui si chiede l'eliminazione non deriva dalla disposizione censurata, la quale si limita a disciplinare la incapacità a ricoprire l'ufficio in questione di quanti abbiano «nella causa un interesse che potrebbe legittimare la loro partecipazione al giudizio» e non anche di chi – sebbene contumace – già sia parte del giudizio stesso, ma, piuttosto, dallo stesso sistema in base al quale alla parte è bensì consentito di essere fonte di convinzione del giudice attraverso determinati strumenti – ad esempio l'interrogatorio libero – ma non attraverso la sua escussione come teste; che, in particolare, la ineludibile antitesi fra la posizione del teste e quella della parte processuale emerge chiaramente ove si consideri che solo in capo al primo è previsto sia l'obbligo, sotto comminatoria della sanzione penale, di dire la verità, che quello stesso, presidiato a sua volta da sanzione pecuniaria ai sensi dell'art. 255 cod. proc. civ. , di rendere testimonianza; che, tuttavia, la circostanza che il rimettente estenda l'ambito della questione di costituzionalità da lui sollevata anche al caso, che peraltro ricorre nel giudizio a quo, della citazione in qualità di teste anche della parte potenziale, impone a questa Corte di esaminare il merito della questione stessa; che, nei limiti sopra precisati, la questione è manifestamente infondata; che questa Corte già ha avuto modo di precisare che è del tutto razionale la previsione che impedisce a chi sia portatore di un interesse che ne legittimerebbe la partecipazione al giudizio di essere teste nel medesimo, potendo questi giovarsi, in base alla disciplina sostanziale, degli effetti immediati della sentenza (sentenza n. 62 del 1995); che tale razionalità non è messa in discussione a causa del diverso trattamento che è previsto per la testimonianza nel processo penale, ancorché resa da chi si sia costituito, ovvero avrebbe potuto costituirsi, parte civile; che, infatti, al di là dell'obbiettiva differenza degli interessi in giuoco nei due tipi di giudizio, questa Corte ha più volte affermato che «il sistema processuale civile e quello penale sono fra loro autonomi e non sono quindi comparabili ai fini della violazione del principio di eguaglianza di cui all'art. 3 della Costituzione» (ordinanze n. 500 del 2002 e n. 30 del 2000); che nessun vizio di irragionevolezza intrinseca della norma censurata può essere tratto dal fatto che l'ordinamento prevede, attraverso la figura del giuramento, sia nella forma decisoria che in quella suppletoria, la possibilità che il giudizio sia definito in funzione del contenuto di dichiarazioni processuali rese da una delle parti, trattandosi di istituti, quelli della testimonianza e del giuramento, aventi ciascuno una disciplina autonoma e conchiusa, nonché finalità ed effetti, anche di carattere sostanziale, peculiari e fra loro non coincidenti; che non è, pertanto, possibile dal confronto con la disciplina di uno dei due istituti dedurre argomenti per dimostrare la irragionevolezza di aspetti caratteristici dell'altro; che, infine, con riferimento alla asserita violazione del principio della «parità delle armi» fra le parti, anche sotto il profilo della ridotta possibilità di esercitare il diritto a difendersi provando, non è dato riscontrare alcuna violazione degli artt. 24, 111 e 117, primo comma, della Costituzione, quest'ultimo nella parte in cui vincola il legislatore nazionale al rispetto delle norme dell'ordinamento comunitario, nel caso rappresentate dall'art. 6, primo comma, della CEDU, come interpretato dalla Corte europea per i diritti dell'uomo di Strasburgo;