[pronunce]

«avendo infatti per lo più le situazioni soggettive delle Regioni base diretta o almeno indiretta in norme di rango costituzionale attributive di competenza - ha osservato questa Corte - la gran parte dei motivi di doglianza da parte delle stesse contro decisioni giurisdizionali finirebbe per potersi trasformare automaticamente in motivo di ricorso per conflitto di attribuzione, con evidente forzatura dei caratteri propri di quest'ultimo e alterazione dei rapporti tra la giurisdizione costituzionale e quella riconosciuta a istanze giurisdizionali non costituzionali» (sentenza n. 27 del 1999). Perché sia dunque ammissibile un conflitto di attribuzione, quando a base della vindicatio sia posto un atto giurisdizionale, è necessario che da parte del potere o dell'ente - che da quell'atto pretende di aver subito una lesione nella propria sfera di attribuzioni costituzionali - «sia contestata radicalmente la riconducibilità dell'atto che determina il conflitto alla funzione giurisdizionale...ovvero sia messa in questione l'esistenza stessa del potere giurisdizionale nei confronti del soggetto ricorrente» (v. la sentenza citata ed altre ivi richiamate). Alla luce di tali principi, emerge con chiarezza come, nella specie, le doglianze prospettate dalla ricorrente non integrino i presupposti di cui si è detto. Infatti, la Regione stessa non contesta tanto una vera e propria “disapplicazione” di una norma regionale, quanto piuttosto una “interpretazione palesemente erronea” di essa da parte della Corte di cassazione, la quale “ha fornito un'interpretazione alquanto restrittiva del citato articolo 4 … fino a sostanzialmente disapplicarlo, almeno parzialmente”. Orbene, a tale interpretazione restrittiva - nell'individuare quale fosse la norma applicabile nel procedimento incidentale a quo - la Corte di cassazione è pervenuta attraverso un argomentare tipicamente interpretativo, mediante il riferimento a “ragioni di ordine testuale, razionale e sistematico” (così la motivazione della sentenza); e ciò ha fatto riferendosi, nella motivazione, non già a principi fondamentali da essa individuati aliunde - per formulare in base a questi ultimi, come sembra ritenere la ricorrente, un inammissibile sindacato di disapplicazione per incostituzionalità ex art. 117 Cost. - bensì a quei principi fondamentali enunciati espressamente proprio dall'art. 4 commi 1 e 2 della legge regionale. Si versa, pertanto, in un contrasto avente ad oggetto esclusivamente la portata da annettere ad una proposizione ermeneutica, la quale, per di più, promana, nella ipotesi in esame, proprio da parte dell'organo che - a norma dell'art. 65 dell'ordinamento giudiziario - è chiamato ad assicurare «...l'esatta osservanza e l'uniforme interpretazione della legge, l'unità del diritto oggettivo nazionale, il rispetto dei limiti delle diverse giurisdizioni...». La situazione è quindi ben diversa da quella scrutinata nella sentenza n. 285 del 1990 (più volte evocata dalla Regione ricorrente), ove un abnorme “potere disapplicativo” di leggi regionali fu espressamente posto a fondamento del provvedimento giurisdizionale, costituendone non un passaggio dell'iter argomentativo, ma la dichiarata essenza della ratio decidendi.. per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE dichiara inammissibile il conflitto di attribuzione sollevato dalla Regione Lombardia nei confronti dello Stato, in relazione alla sentenza della Corte di cassazione, sezione terza penale, del 23 gennaio 2001, n. 204, con il ricorso indicato in epigrafe. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, l'8 luglio 2003. F.to: Riccardo CHIEPPA, Presidente Giovanni Maria FLICK, Redattore Giuseppe DI PAOLA, Cancelliere Depositata in Cancelleria il 24 luglio 2003. Il Direttore della Cancelleria F.to: DI PAOLA