[pronunce]

figure delle quali, anzi, il delitto di «disastro innominato» – con la clausola di sussidiarietà che lo introduce («fuori dei casi preveduti dagli articoli precedenti») – presuppone l'inapplicabilità. D'altra parte, la stessa fattispecie del crollo di costruzioni, anch'essa prevista dall'art. 434 cod. pen. , verrebbe costantemente – e, secondo il rimettente, condivisibilmente – interpretata come ipotesi eterogenea rispetto al «disastro innominato». Un contributo alla intelligibilità del precetto da parte del cittadino e alla limitazione della discrezionalità del giudice non verrebbe neppure dal riferimento alla voluntas legis, quale risulta dalle indicazioni contenute nella relazione ministeriale al progetto del codice penale: indicazioni alla stregua delle quali la disposizione denunciata, nella parte concernente gli «altri disastri», sarebbe diretta a colmare ogni eventuale lacuna che, in conseguenza della continua evoluzione tecnica, possa presentarsi nel sistema dei delitti contro la pubblica incolumità. Tale voluntas dimostrerebbe, difatti, unicamente che il legislatore del 1930 – nel conflitto fra le esigenze di integrale penalizzazione e le istanze della certezza del diritto e del contenimento dell'arbitrio giudiziale – ha riconosciuto come prevalenti le prime. Il dubbio di costituzionalità non potrebbe essere superato neanche facendo leva sul «diritto vivente»: giacché le pronunce della giurisprudenza di legittimità sulla figura delittuosa de qua risulterebbero esigue, risalenti nel tempo, e talora riferite a fattispecie che avrebbero potuto essere più opportunamente inquadrate – secondo il rimettente – sotto diverse e più specifiche previsioni punitive. Non sarebbe possibile, pertanto, far ricorso ad argomenti analoghi a quelli che hanno consentito a questa Corte di escludere la carenza di tassatività dei reati di «attività sediziosa» e di «manifestazioni e grida sediziose», delineati dagli artt. 182 e 183 del codice penale militare di pace: fattispecie rispetto alle quali una giurisprudenza consolidata aveva identificato le condizioni necessarie per qualificare come «sediziose» le condotte incriminate (sentenza n. 519 del 2000). L'ipotesi in esame risulterebbe assimilabile, piuttosto, al delitto di «plagio», relativamente al quale questa Corte ha considerato indice del difetto di tassatività la circostanza che la norma incriminatrice avesse trovato, in cinquanta anni di vigenza del codice penale, un'unica e assai controversa applicazione (sentenza n. 96 del 1981). 2. – In entrambi i giudizi di costituzionalità è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che la questione sia dichiarata manifestamente infondata. Ad avviso della difesa erariale, l'art. 434 cod. pen. sarebbe suscettibile di differenti interpretazioni, «costituzionalmente orientate», idonee ad assicurare il rispetto del principio di tassatività della fattispecie incriminatrice. In particolare, la locuzione «altro disastro» postulerebbe un fatto omogeneo alle altre condotte riconducibili alla fattispecie del disastro: lettura, questa, che consentirebbe di assegnare alla norma censurata, sulla base di una interpretazione sistematica, significati compatibili con il predetto principio.1. – Il Giudice dell'udienza preliminare del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere dubita della legittimità costituzionale dell'art. 434 del codice penale, nella parte in cui punisce chiunque, «fuori dei casi preveduti dagli articoli precedenti, commette un fatto diretto a cagionare […] un altro disastro, […] se dal fatto deriva pericolo per la pubblica incolumità»: ossia nella parte in cui punisce il cosiddetto disastro innominato. A parere del rimettente, la norma censurata violerebbe il principio di tassatività della fattispecie penale – insito nella riserva di legge sancita dall'art. 25, secondo comma, della Costituzione – e, di riflesso, anche il diritto di difesa (art. 24 Cost.), il principio di colpevolezza e la finalità di prevenzione generale, propria della pena nella fase della comminatoria astratta (art. 27 Cost.). La norma in questione, difatti – oltre a non descrivere la condotta incriminata, stante la configurazione del reato de quo come fattispecie «causalmente orientata» – non determinerebbe in modo adeguato né l'«evento intermedio» che la condotta stessa deve essere obiettivamente diretta a cagionare (il «disastro»); né gli ulteriori eventi di pericolo (il «pericolo per la pubblica incolumità») o di danno (la verificazione del «disastro») che perfezionano il delitto o che, ai sensi del secondo comma dell'art. 434 cod. pen. , lo aggravano. La rilevata carenza di determinatezza non potrebbe essere colmata, d'altro canto, facendo riferimento alle altre norme, comprese nel capo I del titolo VI del libro II del codice penale, in cui compaiono le medesime formule («disastro» e «pericolo per la pubblica incolumità»): trattandosi di disposizioni delle quali la norma impugnata – con la clausola di sussidiarietà che la introduce («fuori dei casi preveduti dagli articoli precedenti») – presuppone l'inapplicabilità. Analogamente, non gioverebbe far leva sull'ipotesi del crollo di costruzioni – congiuntamente punita dallo stesso art. 434 cod. pen. – trattandosi di fattispecie che, per costante interpretazione, deve ritenersi eterogenea rispetto al disastro innominato. Nessun ausilio potrebbe provenire, ancora, dalla finalità dell'incriminazione: quella, cioè, di colmare le eventuali lacune che si manifestassero, in conseguenza del progresso tecnico, nell'ambito dei delitti contro la pubblica incolumità. Tale finalità dimostrerebbe soltanto che il legislatore ha ritenuto prevalenti le esigenze di integrale penalizzazione, rispetto a quelle di certezza del diritto e di contenimento dell'arbitrio giudiziale. Né, infine, un ausilio potrebbe provenire da un eventuale «diritto vivente»: avendo la previsione punitiva conosciuto – secondo il rimettente – solo sporadiche, remote e discutibili applicazioni giurisprudenziali. 2. – Le due ordinanze di rimessione sollevano questioni identiche, onde i relativi giudizi vanno riuniti per essere definiti con unica decisione. 3. – La questione non è fondata. 4. – Per costante giurisprudenza di questa Corte, la verifica del rispetto del principio di determinatezza della norma penale va condotta non già valutando isolatamente il singolo elemento descrittivo dell'illecito, ma raccordandolo con gli altri elementi costitutivi della fattispecie e con la disciplina in cui questa si inserisce. In particolare, «l'inclusione nella formula descrittiva dell'illecito di espressioni sommarie, di vocaboli polisensi, ovvero […] di clausole generali o concetti “elastici”, non comporta un vulnus del parametro costituzionale evocato, quando la descrizione complessiva del fatto incriminato consenta comunque al giudice – avuto riguardo alle finalità perseguite dall'incriminazione ed al più ampio contesto ordinamentale in cui essa si colloca – di stabilire il significato di tale elemento mediante un'operazione interpretativa non esorbitante dall'ordinario compito a lui affidato: