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Istituzione di una Commissione parlamentare per i diritti della donna e l'uguaglianza di genere. Onorevoli Senatori. – La Costituzione della Repubblica italiana, approvata dall'Assemblea costituente il 22 dicembre 1947, in vigore dal 1º gennaio 1948, sancisce il principio dell'uguaglianza di genere in uno dei suoi articoli fondamentali (articolo 3) ma, nonostante da allora siano trascorsi settant'anni, molto resta ancora da fare affinché il nostro Paese si possa annoverare fra quelli che si sono resi conformi a questo principio. Sempre l'articolo 3 prosegue: «È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese». Sono stati compiuti alcuni sforzi per trasformare il principio di uguaglianza in azioni concrete, ma in Italia mancano ancora un vero coordinamento a livello politico e la volontà di rendere le politiche di genere strutturali e integrate a tutte le altre. Infatti, nonostante i molteplici successi registrati nel campo dell'emancipazione femminile, esistono ancora numerosi ambiti della nostra vita sociale, culturale, politica ed economica in cui le donne non sono trattate su un piano d'uguaglianza, anche se in possesso di elevati gradi di istruzione. Nessuna normalità quindi, perché le donne necessitano di leggi che ne tutelino le quote per la rappresentanza, senza nessuna assicurazione di raggiungere, comunque, le percentuali cui avrebbero diritto. Peraltro, va ricordato che il nostro Stato sociale poggia ampiamente sul lavoro non retribuito delle donne sia per la fornitura di servizi di assistenza familiare sia volontario. L'organo incaricato dell'uguaglianza di genere per anni è stato il Ministero per le pari opportunità, un ministero senza portafoglio, le cui competenze oggi sono affidate a un sottosegretario e alla Commissione nazionale per la parità, composta da ventisei membri in rappresentanza di organizzazioni femminili, personalità di alto livello che per impegno sociale o percorso personale, sono esperte della questione. Nel corso della XVII legislatura è stata istituita al Senato, per rispondere a una precisa esigenza, quella cioè di studiare e contrastare un'emergenza democratica, la Commissione parlamentare di inchiesta sul femminicidio, nonché su ogni forma di violenza di genere. Troppe donne, infatti, negli ultimi dieci anni hanno subito violenza e stalking , troppe donne hanno perso la vita per mano di un familiare, troppe donne sono costrette a vivere nell'incubo del loro persecutore, visto che la legislazione vigente gli riconosce ancora troppe attenuanti e quindi pene poco severe. La parità di genere non è un concetto filosofico, legale o giuridico: è piuttosto un principio di civiltà, un fatto culturale che deve permeare la nostra società. Il Parlamento europeo fin dalla sua costituzione ha ritenuto di dover monitorare la questione della rappresentanza femminile e spingere le altre istituzioni a tenere conto della condizione della donna e valutare le ricadute degli atti approvati sulle questioni di genere. Nel 1979 il Parlamento, eletto per la prima volta a suffragio universale, ha creato una commissione ad hoc sui diritti delle donne e nel 1981 è stata creata una commissione d'inchiesta sulla situazione delle donne in Europa. Lo scopo inizialmente non era creare una commissione permanente, ma spingere le altre commissioni a tenere conto della condizione della donna nel loro lavoro. Non riuscendo in questo obiettivo, furono gli stessi componenti della commissione d'inchiesta a spingere perché venisse creata, nel luglio 1984, una commissione permanente sui diritti delle donne, oggi commissione per i diritti della donna e l'uguaglianza di genere (FEMM) (Regolamento del Parlamento europeo, allegato V: Attribuzioni delle Commissioni parlamentari permanenti; articolo XIX). Colleghi, forse anche per l'Italia è giunto il momento di creare una commissione permanente che supervisioni tutto ciò che approvano le Camere affinché nessun provvedimento possa celare un discrimine legato al genere. Perché possa essere più proficuo e organico il lavoro è necessario creare i presupposti della continuità, mentre finora si è operato sull'emergenza, come dimostra l'ultimo esempio in ordine di tempo, la Commissione d'inchiesta sul femminicidio. In Europa la commissione per i diritti della donna e l'uguaglianza di genere (FEMM) non è composta da sole donne e fa eccezione, non contando ai fini del limite di appartenenza effettiva dei suoi membri. Cosa che impedisce che siano solo donne ad occuparsi di questioni femminili e consente di divenirne membro mentre lo si è già di un'altra commissione. A fine 2017, il Global Gender Gap Index ci ha ricordato come lavoro e politica siano gli ambiti in cui le disuguaglianze di genere sono particolarmente marcate in tutti i Paesi del mondo, più di quanto accada per l'istruzione o la salute. In base agli ultimi dati disponibili, l'Italia si trova al 118º posto di una classifica con 144 paesi per quanto riguarda la partecipazione e le opportunità economiche e al 46º per rappresentanza politica. Peggio dell'anno precedente e soprattutto, sul fronte lavoro, peggio rispetto al primo anno di pubblicazione del rapporto che risale al 2006. I dati più recenti dell'Istat indicano che nel 2017 l'occupazione femminile ha raggiunto il 49,1 per cento, il livello più alto dal 1977. Ma l'Italia continua a registrare l'andamento peggiore tra i Paesi europei, Grecia esclusa. Nel nostro Paese rimangono le profonde differenze geografiche: nel 2017 il tasso di occupazione è 59,4 per cento al Nord e 32,3 per cento al Sud. Nella sfera politica, la presenza femminile è circa il 30 per cento, in miglioramento negli ultimi anni, ma la riduzione nel numero di donne ministro ha determinato una netta discesa rispetto allo scorso anno nel ranking sulla parità di genere in politica del World Economic Forum . Secondo il rapporto Ocse 2017, l'uguaglianza di genere non è unicamente un diritto umano fondamentale, ma è anche la pietra angolare di un'economia prospera e moderna, che punta a una crescita sostenibile e inclusiva, in cui uomini e donne possono dare il loro pieno contributo a casa, sul lavoro e nella vita pubblica. I numerosi limiti evidenziati rispetto al resto dell'Europa e della comunità internazionale offrono interessanti spunti per una riflessione organica e strutturale. Le questioni di cui la Commissione per i diritti della donna e l'uguaglianza di genere si dovrebbe occupare costantemente sono molteplici, in particolare: il divario salariale, l'indipendenza economica delle donne, la povertà femminile, la sottorappresentanza delle donne nel processo decisionale, la maternità e la salute, la tratta degli esseri umani e la violenza contro le donne, i servizi all'infanzia e alla famiglia. Se vogliamo rendere effettivo il cambiamento e integrare la dimensione di genere in tutte le altre politiche dobbiamo fare lo sforzo di non inseguire le emergenze ma di ragionare in termini costruttivi perché le donne sono il 51 per cento della popolazione complessiva, sono cittadine e non possono essere considerate come un genere da tutelare.