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Istituzione della Giornata nazionale di educazione e prevenzione contro la violenza di genere nelle scuole. Onorevoli Senatori. -- Il tema della violenza di genere è purtroppo di drammatica attualità. Ogni giorno i media riportano notizie di donne uccise barbaramente, brutalmente aggredite e ferite. Per parlare solo dell'Italia, nel 2012 le donne uccise sono state 124, nel 2011 129, 127 nel 2010, e 119 nel 2009. Nel 2005 se ne contavano 84. Secondo i dati dell’Istituto centrale di statistica (Istat) in Italia nel biennio 2006-2007 ben 6.743.000 donne (soprattutto di età fra i 16 e i 70 anni) sono state oggetto di una delle tre forme di violenza (fisica, sessuale o psicologica). Ogni iniziativa di formazione e aiuto psicologico e legale alle donne vittime di violenza è lasciato alle forze e alle poche risorse delle associazioni di volontariato. Proprio in questo periodo il Parlamento italiano ha approvato la ratifica della Convenzione di Istanbul. La Convenzione, negoziata nel Consiglio d'Europa, è il primo strumento internazionale giuridicamente vincolante ed ha una vocazione tendenzialmente universalistica poichè è aperta alla firma sia degli Stati membri sia degli Stati non membri che hanno partecipato alla sua elaborazione (Canada, Santa Sede, Giappone, Messico e Stati Uniti) e dell'Unione europea. Per entrare in vigore, la Convenzione necessita della ratifica di almeno 10 Stati, tra i quali 8 membri del Consiglio d'Europa. La Convenzione definisce il quadro normativo più avanzato dello standard internazionale di prevenzione e contrasto della violenza contro le donne, di protezione delle vittime e di criminalizzazione dei responsabili. Nel preambolo è contenuta una condanna esplicita della violenza contro le donne, definita come species di una più ampia fattispecie, quella della «violenza di genere» ( gender-based violence ) suscettibile di colpire anche gli uomini ed espressione di condotte di carattere strutturale, condizionate da rapporti di forza storicamente diseguali tra i sessi, da meccanismi sociali o culturali di dominazione. In tal senso, la Convenzione si propone di contrastare ogni forma di discriminazione contro le donne e promuovere la concreta parità tra i sessi. Essa si propone, inoltre, di garantire una tutela specifica a tutti coloro, donne o uomini, che siano vittime della violenza domestica. La Convenzione afferma che la violenza contro le donne è una violazione dei diritti umani ed una forma di discriminazione contro le donne. Per questo, fa obbligo agli Ordinamenti interni di criminalizzare alcune condotte ( gender-based crimes ): la violenza fisica e sessuale, il matrimonio forzato, la violenza psicologica, lo stalking , le mutilazioni genitali femminili, l'aborto e la sterilizzazione forzati, le molestie sessuali. Contro detti reati non sono adducibili a causa di giustificazione la cultura, gli usi e costumi, la religione, le tradizioni e il cosiddetto «onore». La categoria normativa della «violenza domestica» include ogni genere di condotte di violenza fisica, sessuale, psicologica o economica che si verificano all'interno della famiglia o di un'unità domestica ovvero tra coniugi o ex coniugi o partner, indipendentemente dal fatto che l'autore della violenza condivida o abbia condiviso la stessa residenza con la vittima. L'ulteriore riferimento testuale alla «violenza contro le donne basata sul genere» intende enfatizzare, nel riferimento a ruoli, atteggiamenti, attributi del «genere» (culturalmente e socialmente costruiti e orientati), il carattere discriminatorio di ogni violenza che sia «diretta contro una donna in quanto tale» o che colpisca le donne in misura sproporzionata. Decisamente, dunque, la Convenzione sancisce un importantissimo paradigma e tuttavia costituisce un punto da cui partire non certo di arrivo in tema di rispetto e di contrasto alla violenza sulle donne. Infatti, la violenza contro le donne, ovvero la violenza di genere, ha assunto delle proporzioni assolutamente drammatiche che impongono alla società, alle famiglie e alla scuola soprattutto riflessioni approfondite. In famiglia, in particolare, diventa indispensabile ripensare l'educazione dei propri figli, maschi e femmine. Si tratta, quindi, di una vera e propria emergenza che bisogna fronteggiare a cominciare dall'educazione: insegnando ai ragazzi a rispettare le donne e insegnando alle ragazze a rispettare la propria dignità. Occorrono nuovi metodi di relazione educativa tra ragazze e ragazzi, partendo dalla famiglia, passando poi alla scuola e infine al mondo del lavoro. Tra le tante proposte e disegni di legge in materia di contrasto alla violenza sulle donne, di questo periodo è quella depositata al Senato dalla collega Francesca Puglisi (S. 724), dal titolo «Disposizioni per la promozione della soggettività femminile e per il contrasto al femminicidio». La proposta, fortemente basata sulla necessità di una legge organica per la promozione della soggettività femminile e il contrasto al femminicidio, all'articolo 4 -- prevede la promozione all'educazione alla relazione contro la violenza e la discriminazione di genere nell'ambito dei programmi scolastici delle scuole di ogni ordine e grado, al fine di sensibilizzare, informare, formare gli studenti e prevenire la violenza nei confronti delle donne, la discriminazione di genere e il femminicidio e promuovere la soggettività femminile, sviluppando negli studenti una maggiore autonomia e capacità di analisi, ai fini della promozione di una reale autodeterminazione dei generi, anche attraverso un'adeguata valorizzazione della tematica nei libri di testo ed inoltre, la promozione -- da parte del Ministro dell'istruzione -- dell'istituzione, nei consigli d'istituto e nei collegi dei docenti delle scuole di ogni ordine e grado, del referente per l'educazione alla relazione, preposto alla sollecitazione di misure educative a favore delle pari opportunità tra generi e della promozione della soggettività femminile. È ben chiaro, dunque, che a nulla valgono le convenzioni e le prescrizioni così come la previsione di sanzioni se non si realizza un cambiamento di mentalità che implica il rispetto della persona in quanto essere umano, indipendentemente dal genere e dal sesso. E questo cambiamento è possibile solo partendo da un'educazione e da una formazione che deve iniziare nella famiglia prima e nella scuola poi. Non esistono nè leggi nè convenzioni che possano contrastare la violenza di qualunque forma e nei confronti di chiunque se alla base di ogni rapporto di convivenza civile non esiste il rispetto ed il riconoscimento dell'altro da noi. Tuttavia, questo non significa che la violenza sia un fenomeno nuovo. Le nostre nonne, in genere casalinghe, erano molto frequentemente oggetto di violenza psicologica e di sottomissione, quella che un marito esercitava/esercita su una donna che non ha l'indipendenza economica. E purtroppo anche la violenza fisica le donne l'hanno spesso conosciuta, come l'hanno conosciuta anche i bambini. Tuttavia, quello che oggi ci sdegna era considerato normale anche nel nostro Paese fino a pochi decenni fa (pensiamo al matrimonio riparatore) e lo è tuttora in tanti altri Paesi del mondo.