[pronunce]

Le varie eccezioni di inammissibilità del ricorso, sollevate dalla difesa della Camera dei deputati, devono essere respinte. La resistente lamenta, anzitutto, un preteso vizio del procedimento di notificazione del ricorso e della ordinanza di ammissibilità del conflitto, in quanto gli atti sarebbero stati notificati al Presidente della Camera dei deputati e non alla Camera in persona del suo Presidente. Viene infatti dedotto che il Presidente, «nella sua individua qualità», è soggetto autonomo e diverso dalla Camera e che entrambi sono poteri dello Stato. L'eccezione non è fondata. In effetti - come risulta dagli atti - il cancelliere del Tribunale di Roma ha, con nota di cancelleria , disposto la notificazione al “Sig. Presidente della Camera dei deputati della Repubblica Palazzo Montecitorio 00186 Roma”; ma tale modo di procedere è regolare in quanto, avendo questa Corte prescritto che la notificazione fosse eseguita - come pure sottolinea la Camera resistente - alla “Camera dei deputati, in persona del suo Presidente”, è proprio a questi che il cancelliere doveva “indirizzare” la notificazione, agli effetti degli adempimenti che dovevano essere posti in essere dall'ufficiale giudiziario o da chi ne esercitava le funzioni. D'altra parte, è evidente come, non sussistendo nella specie - avuto riguardo alla qualità dell'accipiens ed alla natura degli atti da notificare - dubbi di sorta circa il destinatario della notificazione, ed avendo il relativo procedimento per tabulas raggiunto i propri effetti, deve concludersi nel senso che la seconda fase del procedimento per conflitto sia stata - per questo aspetto - ritualmente introdotta. Si deduce, poi, la inammissibilità del conflitto in quanto l'atto introduttivo, ancorché formalmente qualificato come “ricorso”, avrebbe alcune caratteristiche tipiche della ordinanza, come si ritiene di desumere dal fatto che il giudice ha disposto la sua notificazione “alle parti in causa”: quest'ultima espressione - priva di senso in un procedimento per conflitto - denoterebbe l'adozione di forme tipiche del giudizio incidentale. Anche tale eccezione è destituita di fondamento; nessun argomento viene addotto per superare la costante giurisprudenza di questa Corte, secondo la quale il conflitto proposto dalla autorità giudiziaria può essere introdotto da un atto che abbia comunque, come nella specie, i requisiti del ricorso (cfr. , ex plurimis, la sentenza n. 51 del 2002). Si prospetta, inoltre, una carente individuazione del petitum, in quanto il Tribunale di Roma ha promosso il conflitto, ma avrebbe omesso la richiesta di dichiarare che non spetta alla Camera il potere di qualificare come insindacabili le opinioni contestate; non avrebbe chiesto neppure «l'annullamento della delibera della Camera in data 18 marzo 1998»; non avrebbe chiesto, infine, alla Corte di risolvere il conflitto. Al riguardo, è anzitutto errata l'affermazione secondo la quale il giudice confliggente non avrebbe formulato richiesta di annullamento della deliberazione di insindacabilità, giacché tale domanda risulta espressamente formulata nella parte finale del ricorso, immediatamente prima delle conclusioni. Nella stessa frase finale, poi, si afferma che quella delibera deve ritenersi - ed in ciò si qualifica la ratio essendi del conflitto - non «conforme all'ordinamento costituzionale», richiamando il relativo e pertinente parametro di riferimento (art. 68 Cost.). È evidente, dunque, come l'esplicito richiamo alla violazione dei presupposti che, alla stregua della giurisprudenza di questa Corte, quel parametro evoca - quali condizioni cui è subordinata la legittimità della valutazione di insindacabilità operata dalla Camera di appartenenza del parlamentare - equivalga alla contestazione in radice della legittimità costituzionale dell'esercizio di quel potere: e cioè alla prospettazione del relativo “eccesso”, con corrispondente menomazione del “potere” giudiziario. D'altra parte, l'espressa richiesta di annullamento della delibera - alla luce dell'intero iter argomentativo, in cui si sviluppa la motivazione dell'atto di conflitto - presuppone la dichiarazione di non spettanza alla Camera del potere di adottare quella delibera; altrimenti, la domanda di caducazione si sarebbe dovuta fondare su una “causa” giuridica diversa da quella invece chiaramente enucleata attraverso il ripetuto richiamo alla giurisprudenza costituzionale ed all'art. 68 Cost. Ciò che conta è la sostanza delle “pretese” che i confliggenti introducono nel giudizio davanti alla Corte: quando quest'ultima è, come nella specie, posta sicuramente in condizione di deliberare sul merito, il petitum deve ritenersi sufficientemente enunciato, non essendovi alcuna norma (costituzionale od ordinaria) che imponga - per di più a pena di inammissibilità - l'adozione di “forme” obbligate, per esprimere la necessaria “sostanza”. Si eccepisce, infine, una carenza nella esposizione delle «ragioni del conflitto», giacché - a dire della Camera - il ricorrente si sarebbe limitato a elencare una serie di precedenti giurisprudenziali, senza adeguato riferimento al caso concreto: in sostanza, il ricorrente avrebbe contestato la sussistenza del nesso funzionale, ma non ne avrebbe spiegato le ragioni. Tale argomentazione è manifestamente priva di consistenza: sia perché il ricorso è più che adeguatamente motivato sul punto; sia perché una volta che il ricorrente ha enucleato il caso di specie, non è tenuto certo a “dimostrare” l'inesistenza dell'intento divulgativo rispetto ad atti parlamentari tipici, ma soltanto a dedurre la mancanza di quel nesso. 3. Nel merito il ricorso è fondato. Come ha infatti puntualmente posto in evidenza la Giunta per le autorizzazioni a procedere - nella relazione con la quale ebbe a proporre alla Assemblea di deliberare la non insindacabilità delle dichiarazioni attribuite al deputato Sgarbi - le espressioni per le quali pende il giudizio civile sono state pronunciate nel corso di una trasmissione televisiva condotta dallo stesso deputato, il quale nella circostanza «non svolgeva la sua funzione parlamentare neppure sub specie di attività connessa». Tali dichiarazioni, poi - come del resto ha sottolineato ancora la relazione della Giunta - esprimono «null'altro che dileggio, insulto gratuito, ingiuria», in una vicenda caratterizzata da «connotazioni di esclusiva rilevanza personale», e concernente degli «avvenimenti per nulla connessi alla funzione parlamentare del deputato Sgarbi, ma relativi alla vita privata dello stesso». Risultano inconferenti, in tale contesto, gli “atti tipici” evocati dalla difesa della Camera, trattandosi di interventi parlamentari i quali nulla hanno a che vedere con il contenuto delle opinioni costituenti oggetto della delibera di insindacabilità. Quest'ultima deve essere, pertanto, annullata.. per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE dichiara che non spetta alla Camera dei deputati deliberare che i fatti per i quali è in corso dinnanzi al Tribunale di Roma il giudizio civile promosso nei confronti del deputato Vittorio Sgarbi, di cui al ricorso in epigrafe, concernono opinioni espresse da un membro del Parlamento nell'esercizio delle sue funzioni, ai sensi dell'art. 68, primo comma, della Costituzione;