[pronunce]

Quest'ultimo, invero, concerne una fattispecie – la guida in stato di ebbrezza accertata in via sintomatica – cui il remittente reputa di dovere applicare la previsione di cui alla lettera a), e non c), del predetto comma 2 dell'art. 186. La medesima valutazione di ininfluenza rispetto al giudizio principale deve formularsi anche per la ulteriore novella che ha interessato il censurato comma 7 dell'art. 186, consistita non solo nell'attribuire nuovamente rilevanza penale al rifiuto di sottoporsi agli accertamenti di cui ai precedenti commi 3, 4 e 5, ma anche nell'assoggettare tale contegno omissivo (come, tra l'altro, auspicato dal remittente) alle «pene di cui al comma 2, lettera c)» del medesimo art. 186. In tale prospettiva, infatti, deve innanzitutto considerarsi che il giudice a quo – come sostanzialmente evidenziato dall'Avvocatura generale dello Stato – non ha adeguatamente motivato le ragioni della rilevanza della censura che investe il comma 7 dell'art. 186, specie se si considera che il remittente, come si evince dal testo stesso della sua ordinanza, non è chiamato a fare applicazione di tale norma nel giudizio principale. In ogni caso, poi, anche a prescindere da tale rilievo, dirimente appare la constatazione che l'esistenza – per le ragioni di seguito illustrate – di un ulteriore pregiudiziale profilo di inammissibilità, che inficia entrambe le questioni sollevate dal remittente milanese, rende superflua ogni valutazione circa l'incidenza del ius superveniens. 3.— Le questioni sollevate sono, infatti, inammissibili. 3.1. — Il presente incidente di costituzionalità mira a conseguire, in materia penale, un duplice intervento con effetti in malam partem, in assenza, tuttavia, delle condizioni individuate da questa Corte per la sua ammissibilità (sentenza n. 394 del 2006). Ed invero, se il principio della riserva di legge non preclude, in senso assoluto, l'adozione di pronunce aventi una simile efficacia, è chiaro che esse sono ammissibili solo quando «l'effetto in malam partem non discende dall'introduzione di nuove norme o dalla manipolazione di norme esistenti da parte della Corte», ovvero dal ripristino di una norma abrogata «espressiva di scelte di criminalizzazione non più attuali», presentandosi ciascuna di tali operazioni «chiaramente invasiva del monopolio del legislatore» nella materia penale (sentenza n. 394 del 2006; in senso conforme anche la sentenza n. 324 del 2008 e l'ordinanza n. 413 del 2008). È necessario, per contro, che l'effetto in malam partem costituisca il risultato della riespansione di una «norma generale o comune», conseguendo, pertanto, a «decisioni ablative di norme che sottraggano determinati gruppi di soggetti o di condotte alla sfera applicativa» della prima, vale a dire alla eliminazione di disposizioni qualificabili come norme penali di favore (così, nuovamente, la sentenza n. 394 del 2006). 3.2. — Nel caso in esame, tuttavia, si è al di fuori di tale ipotesi, e ciò con riferimento ad entrambe le norme censurate. Il richiesto intervento avente ad oggetto il comma 2 dell'art. 186 del codice della strada è, infatti, chiaramente manipolativo, in quanto tende ad ottenere che alla guida in stato di ebbrezza sintomatica si applichi, non il trattamento sanzionatorio più lieve (lettera a) tra quelli contemplati da tale comma, bensì quello più severo (lettera c del medesimo comma). Quanto, invece, alla censura che investe il comma 7 del predetto art. 186, essa mira a conseguire – in anticipo sulle determinazioni successivamente assunte dal legislatore (nell'esercizio di quel monopolio riservatogli dall'art. 25, secondo comma, Cost.) – una rinnovata “criminalizzazione” della fattispecie contemplata da tale norma. Ricorre, pertanto, anche in questo caso, un esito diverso dall'ablazione di norme penali di favore, cioè di quelle disposizioni, come si è precisato, «che sottraggano determinati gruppi di soggetti o di condotte alla sfera applicativa di una norma comune o comunque più generale», destinata a riespandersi proprio in ragione di tale ablazione. In conclusione, entrambe le questioni proposte con riferimento ai commi 2 e 7 dell'art. 186, in quanto tendono a non consentiti interventi con effetti in malam partem, devono essere dichiarati inammissibili, in conformità alla costante giurisprudenza di questa Corte (ex multis, sentenze n. 324 del 2008, n. 394 del 2006; ordinanza n. 413 del 2008).. per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE dichiara inammissibili le questioni di legittimità costituzionale dell'articolo 186, commi 2 e 7, del decreto legislativo 30 aprile 1992, n. 285 (Nuovo codice della strada), nel testo sostituito, rispettivamente, dalle lettere a) e c) del comma 1 dall'art. 5 del decreto-legge 3 agosto 2007, n. 117 (Disposizioni urgenti modificative del codice della strada per incrementare i livelli di sicurezza nella circolazione), convertito, con modificazioni, dall'art. 1, comma 1, della legge 2 ottobre 2007, n. 160, questioni sollevate – in riferimento agli articoli 3 e 27, terzo comma, della Costituzione – dal Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Milano con l'ordinanza indicata in epigrafe. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 23 febbraio 2009. F.to: Francesco AMIRANTE, Presidente Alfonso QUARANTA, Redattore Giuseppe DI PAOLA, Cancelliere Depositata in Cancelleria il 27 febbraio 2009. Il Direttore della Cancelleria F.to: DI PAOLA