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Adesso però forse proprio questa crudeltà risveglia nei cittadini una nuova consapevolezza di quanto sia importante la pace e quanto l'Europa sia nelle condizioni di fare per la pace e quindi anche quanto sia importante battersi per l'Europa intesa come straordinario incubatore, oltre che di pace, anche di civiltà, di cultura e di progresso. Con la guerra in corso si percepisce chiaramente quanto l'Europa non possa essere data per scontata: va difesa, ampliata e rivendicata. Mi auguro però che la guerra, una volta terminata (tutti ci auguriamo che questo avvenga il più presto possibile), consenta di avere una nuova ondata di europeismo, frutto della consapevolezza di quanto l'Europa sia stata preziosa, sia nella fase della pandemia sia adesso, in occasione della guerra. L'Unione è riuscita a rimettere in campo risposte innovative efficaci e soluzioni che erano inimmaginabili per anni, prima con la pandemia, mettendo in campo una serie di misure (come Sure, Next generation EU e mutualizzazione del debito), poi anche adesso, a seguito della guerra, con politiche europee compatte sulle sanzioni alla Russia, sull'isolamento politico di Putin e sull'accoglienza dei rifugiati ucraini. Allo stesso modo, l'Europa è riuscita a mettere in campo misure importanti (penso al voto sulla bussola strategica), dotandosi per la prima volta di un esercito comune europeo. È chiaro che è solo l'inizio, ma è la base di quell'Unione europea della difesa di cui si parlava da anni, senza mai pervenire a risvolti concreti. Insomma, le crisi degli ultimi tre anni, legate prima alla pandemia e poi allo scoppio della guerra, hanno rappresentato per l'Unione europea un'opportunità per fare passi avanti consistenti. Sono ottimista che siano possibili ulteriori e imminenti sviluppi, così da avere un'Europa che non si limita a stare nel mezzo, perché non vuole rimanere schiacciata, ma è decisa ad essere interprete e guida dei nuovi equilibri internazionali, così che questi continuino ad essere ispirati ai valori di democrazia e libertà. Pertanto, nel ringraziare i sottosegretari Della Vedova e Amendola, che dimostrano tutta la loro attenzione e disponibilità a che il Governo porti avanti le istanze espresse, e nel ringraziare anche i due relatori, la senatrice Taverna e il senatore Alfieri, che nella loro veste di espressione del Senato italiano hanno seguito i lavori, non solo mi limito ad esprimere il voto favorevole del Gruppo cui appartengo, ma ribadisco come questa possa essere un'occasione preziosa per rimarcare l'Europa che vogliamo: un'Europa che dia lavoro, benessere, cultura e diritti; un'Europa che garantisca un ambiente pulito e qualità della vita; un'Europa che ispiri fiducia e ottimismo; insomma, un'Europa che è e che rimane anche per il futuro forza di pace e di democrazia. (Applausi) . CIRIANI (FdI) . Domando di parlare per dichiarazione di voto. PRESIDENTE. Ne ha facoltà. CIRIANI (FdI) . Signor Presidente, a conclusione del dibattito su questa Conferenza sul futuro dell'Europa, possiamo dire che almeno un fatto positivo esso l'ha portato: ci ha confermato che le più importanti istituzioni europee (la Commissione, il Parlamento e il Consiglio) sentono di non rappresentare adeguatamente le volontà dei cittadini. C'è una certa fatica a sentirsi davvero rappresentativi dei propri popoli e dei cittadini che li hanno eletti, altrimenti non si spiegherebbero questa volontà e questo progetto di costruire una sessione così lunga e complicata di ascolto dei cittadini e delle popolazioni. Per ascoltare e rappresentare le volontà dei cittadini, infatti, esistono già i Parlamenti nazionali e il Parlamento europeo. Evidentemente, in tutto questo qualcosa non funziona, se si è messa in piedi questa fase così complicata. Peraltro, questa lunga Conferenza sul futuro dell'Europa, che, come ha spiegato anche la collega Rauti, ha avuto una gestazione lunghissima, complicata e molto travagliata, di fatto, nella sua costruzione e anche nel suo esito finale, replica gli stessi difetti e gli stessi limiti delle istituzioni che l'hanno voluta, cioè la lentezza burocratica terribile, la lontananza dalle attese e dalle sensibilità dei cittadini, l'astrattezza e, inevitabilmente, il grande velleitarismo. Il problema, però, rimane quello cui facevo cenno prima, cioè a cosa serva una Conferenza sul futuro dell'Europa, che dovrebbe esprimere la volontà dei cittadini, quando per fare questo ci sono già i Parlamenti eletti. Mi pare un po' di risentire, in questi ragionamenti, ciò che sentivamo fino a pochi anni fa, quando una forza politica rappresentata oggi in Parlamento (anzi, la più importante forza politica rappresentata in Parlamento), diceva che bisognava bypassare il Parlamento che uno vale uno, che sarebbero stati Internet e i social media a determinare la politica del futuro. Sappiamo i danni che ha provocato questa vocazione, essa sì, autenticamente populista e demagogica della politica: la cancellazione dell'idea della delega, per cui si bypassa il Parlamento e si va direttamente ad ascoltare i cittadini. Ma chi sono questi cittadini e chi ha dato loro il compito e l'onere di rappresentare integralmente la volontà e le idee dei loro concittadini? Questo nessuno lo ha spiegato, tant'è vero che, sia oggi sia al Parlamento europeo, abbiamo dichiarato che il percorso di selezione di questa audience e di questo panel di cittadini europei rimane molto misterioso, molto opaco e poco trasparente. D'altra parte, si tratta di una piccolissima rappresentanza della popolazione europea, scelta con criteri che ancora per noi rimangono molto poco trasparenti. Un altro aspetto che inevitabilmente bisogna sottolineare, purtroppo e senza particolare compiacimento, è che di questa Conferenza sul futuro dell'Europa non si è praticamente mai sentito parlare, né nei media , né nei giornali, non nei telegiornali. Non ho riscontro di una sola persona incontrata in questi anni - e ne ho incontrate tantissime nella mia attività politica - che mi abbia chiesto cosa stesse succedendo alla Conferenza sul futuro dell'Europa. Questo perché, di fatto, quasi nessuno, tranne gli specialisti, sapeva della sua esistenza. Nella prima formulazione della mozione presentata dai colleghi del Partito Democratico e del MoVimento 5 stelle c'era un'ipotesi che noi rigettavamo nettamente, cioè l'idea di promuovere automaticamente le proposte formulate in quella sede e di trasferirle alla volontà dei Parlamenti e poi del Governo. Era una proposta inaccettabile, perché il Parlamento non è il passacarte della Conferenza sul futuro dell'Europa e perché quelle proposte erano le più varie, le più eterogenee e anche le più contraddittorie. Noi siamo qui a fare il nostro dovere, che è anche quello di discernere le proposte su cui abbiamo un parere positivo da quelle che naturalmente contrastiamo. Quindi il rischio sarebbe quello di creare una confusione terribile e di promuovere provvedimenti tra loro contraddittori.