[pronunce]

SENTENZA ha pronunciato la seguentenel giudizio di legittimità costituzionale della legge della Regione Friuli-Venezia Giulia 17 luglio 2002, n. 17 (Istituzione di case da gioco nel Friuli-Venezia Giulia), promosso con ricorso del Presidente del Consiglio dei ministri, notificato il 13 settembre 2002, depositato in cancelleria il 23 successivo ed iscritto al n. 59 del registro ricorsi 2002. Visto l'atto di costituzione della Regione Friuli-Venezia Giulia; udito nell'udienza pubblica del 23 marzo 2004 il Giudice relatore Carlo Mezzanotte; uditi l'avvocato dello Stato Antonio Cingolo per il Presidente del Consiglio dei ministri e l'avvocato Giandomenico Falcon per la Regione Friuli-Venezia Giulia.. Ritenuto in fatto Considerato in diritto 1. - Con ricorso notificato il 13 settembre 2002 e depositato il successivo 23 settembre, il Presidente del Consiglio dei ministri ha proposto questione di legittimità costituzionale della legge della Regione Friuli-Venezia Giulia 17 luglio 2002, n. 17 (Istituzione di case da gioco nel Friuli-Venezia Giulia), denunciandone il contrasto con l'art. 117, secondo comma, lettere l) ed h), della Costituzione. Il ricorrente, premesso che la legge impugnata prevede che l'amministrazione regionale possa promuovere la costituzione, ai sensi dell'art. 2458 del codice civile, di una società per azioni con lo scopo di gestire case da gioco ovvero possa affidare lo svolgimento di tale attività, in regime di concessione, ad una società con sede in uno Stato membro dell'Unione europea, ricorda che il gioco d'azzardo è attività punita dall'ordinamento giuridico penale come reato contravvenzionale (artt. 718 e ss. cod. pen.). Il ricorrente sostiene quindi che l'art. 1 della legge regionale n. 17 del 2002 si porrebbe in palese contrasto con l'art. 117, secondo comma, lettera l), Cost., che riserva alla competenza legislativa esclusiva dello Stato l'ordinamento penale. E giacché gli artt. 718 e ss. cod. pen. prevedono un divieto generalizzato del gioco d'azzardo, derogabile (e derogato) di volta in volta da leggi statali, risulterebbe evidente che alla predetta competenza legislativa debba restare riservata l'individuazione di ogni altro caso in cui si renda necessaria una deroga alle disposizioni penali. Del resto la stessa giurisprudenza costituzionale ha richiamato la necessità di una disciplina organica e razionalizzatrice della materia, sollecitando il legislatore nazionale a provvedere in tal senso; sicché nelle more dell'adozione della normativa a carattere generale risulta ormai consolidata la prassi per cui le case da gioco possano istituirsi soltanto con leggi statali, le sole a poter derogare ai divieti posti dall'ordinamento penale. Ad avviso del ricorrente, sarebbe poi illegittimo anche il comma 9 dell'art. 1 della legge regionale impugnata, il quale stabilisce che una quota del 20 per cento degli utili provenienti dalla gestione delle case da gioco sia destinato al rafforzamento delle strutture delle forze dell'ordine presenti nel territorio regionale. La disposizione contrasterebbe infatti con l'art. 117, secondo comma, lettera h), Cost., che riserva allo Stato la competenza legislativa esclusiva in materia di ordine pubblico e sicurezza; nozione, quella di sicurezza pubblica, da interpretarsi in senso restrittivo, in ragione della connessione con la formula “ordine pubblico” e dell'esclusione esplicita della “polizia amministrativa locale”. Il ricorrente sostiene infine che le previsioni della legge regionale impugnata travalicherebbero i poteri che lo statuto speciale d'autonomia e le relative norme d'attuazione riservano alla Regione Friuli-Venezia Giulia, giacché essi non contemplerebbero in alcun modo le materie dell'ordinamento penale e della sicurezza pubblica. 2. - Si è costituita in giudizio la Regione Friuli-Venezia Giulia chiedendo che la questione sia dichiarata inammissibile o infondata. 3. - Con successiva memoria, depositata in prossimità dell'udienza, la Regione ha ampiamente argomentato le proprie difese, criticando la premessa fondamentale da cui muove il ricorso dello Stato e cioè che gli artt. 718 e ss. cod. pen. prevedono un divieto generalizzato del gioco d'azzardo, oggetto di specifica deroga, in determinati casi, da parte di leggi statali. Dopo aver sinteticamente passato in rassegna la disciplina giuridica delle case da gioco nei maggiori Paesi europei, la Regione si sofferma sulla situazione italiana, evidenziando che, nonostante il divieto posto dagli artt. 718 ss. cod. pen. , nel nostro Paese operano quattro case da gioco. La prima ad essere autorizzata all'esercizio di tale attività fu quella del comune di San Remo e ciò in base al r.d.l. 22 dicembre 1927, n. 2448 (“Provvedimenti a favore del comune di San Remo”, convertito nella legge 27 dicembre 1928, n. 3125), che dava facoltà al Ministro dell'interno di “autorizzare, anche in deroga alle leggi vigenti, purché senza aggravio per il bilancio dello Stato, il comune di San Remo ad adottare tutti i provvedimenti necessari per poter addivenire all'assestamento del proprio bilancio e all'esecuzione di opere pubbliche indilazionabili”. Con provvedimenti analoghi fu poi disposta l'apertura delle case da gioco di Campione (r.d.l. 2 marzo 1933, n. 201: “Provvedimenti a favore del comune di Campione”, convertito nella legge 8 maggio 1933, n. 505) e di Venezia (r.d.l. 16 luglio 1936, n. 1404: “Estensione al comune di Venezia delle disposizioni del r.d.l. 22 dicembre 1927, n. 2448, recante provvedimenti a favore del comune di San Remo”, convertito nella legge 14 gennaio 1937, n. 62). Diversa fu la vicenda dell'istituzione della casa da gioco di Saint-Vincent, che si ebbe con un decreto del Presidente della Giunta regionale della Valle d'Aosta; tuttavia, la legittimità della sua istituzione fu ricondotta, stante l'illegittimità di detto decreto, all'art. 2, lettera a), della legge 6 dicembre 1971, n. 1065 (Revisione dell'ordinamento finanziario della Regione Valle d'Aosta), nella parte in cui disponeva che la Regione provvedesse al suo fabbisogno finanziario con le entrate tributarie costituite, tra l'altro, “da altre consimili entrate di diritto pubblico, comunque denominate, derivanti da concessioni ed appalti”. In definitiva, prosegue la Regione, sulla base di tale quadro normativo, sebbene privo di riferimenti a deroghe al codice penale e all'apertura di case da gioco, si formò un'interpretazione, accettata come diritto vivente, che ravvisava in esso “una legittimazione delle quattro case da gioco esistenti”, pur ammettendosi che la situazione non corrispondesse “ad un ordinato sistema giuridico”.