[pronunce]

la creazione a carico del parlamentare «di debiti di natura giuridica nei confronti di un partito politico», con i corollari della responsabilità patrimoniale di natura personale e dell'assoggettabilità a possibili azioni esecutive, introdurrebbe nelle relazioni tra parlamentare e partito politico «fattori potenzialmente distorsivi in quanto estranei al rapporto rappresentativo». Inoltre, il vincolo al pagamento mensile di una somma predeterminata, protratto per l'intera durata della legislatura, indurrebbe il parlamentare «ad una fedeltà forzata verso il partito politico creditore, dissuadendolo dal compiere scelte diverse nel corso dell'espletamento del suo mandato»: in caso contrario, infatti, il parlamentare si troverebbe nella situazione - definita «paradossale» - di dover sostenere finanziariamente un partito politico dal quale si è dissociato. 4.- Nel giudizio è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che la questione sia dichiarata inammissibile o, comunque, non fondata. 4.1.- L'interveniente eccepisce, in primo luogo, il difetto di rilevanza della questione sollevata. Le argomentazioni sviluppate dall'ordinanza di rimessione sarebbero volte a mettere in discussione non tanto il trattamento fiscale delle elargizioni di cui si discute (e di cui si occupa la disposizione censurata), quanto «la stessa prassi, utilizzata in passato da alcuni partiti politici, di finanziarsi stipulando contratti (di "donazione")», analoghi a quello oggetto del giudizio a quo. Sarebbe questa pratica - a parere dell'interveniente - il reale oggetto della critica avanzata dal rimettente, che la riterrebbe pericolosa per la «"forzata fedeltà" ingenerata tra il parlamentare e il partito politico per effetto di tali "donazioni"», appunto in contrasto con il divieto di mandato imperativo di cui all'evocato parametro costituzionale. La norma oggetto del dubbio di legittimità costituzionale, invece, si limiterebbe a disciplinare «solo il trattamento fiscale del fenomeno che il rimettente è andato censurando, concernendo effetti che costituiscono, sul piano logico e giuridico, un "posterius" rispetto alla contestata "donazione"». Il lamentato vulnus all'invocato art. 67 Cost., in altre parole, non sarebbe provocato dal trattamento fiscale della elargizione, ma dalla "donazione" in sé stessa considerata, unica (e reale) fonte del "vincolo" ritenuto vietato dall'art. 67 Cost., sicché - se pure fosse espunta dall'ordinamento la norma ora in esame che prevede il beneficio fiscale della detrazione - non potrebbe essere raggiunto il risultato, auspicato dal giudice rimettente, di assicurare un pieno rispetto dell'art. 67 Cost.: a parere dell'interveniente, «a prescindere dal trattamento fiscale di tali elargizioni, queste continuerebbero ad essere praticate in assenza di una disposizione normativa volta a vietare tout court simili "donazioni" dei parlamentari o candidati al Parlamento in favore dei partiti politici». 4.2.- Nel merito, il Presidente del Consiglio dei ministri ritiene non fondata la questione sollevata. Ricorda, a tal fine, che la disposizione censurata è stata inserita nell'ambito di un provvedimento (il d.l. n. 149 del 2013, come convertito) finalizzato alla abolizione del finanziamento pubblico diretto ai partiti politici e alla sua sostituzione con agevolazioni fiscali per la contribuzione volontaria dei cittadini. La disposizione troverebbe «il suo non irragionevole fondamento all'interno di un sistema normativo volto a disciplinare, in un'ottica di trasparenza, le contribuzioni volontarie ai partiti politici». Con specifico riferimento al periodo temporale immediatamente antecedente alla riforma (2007-2013), il legislatore avrebbe ritenuto, non irragionevolmente, di intervenire con una norma di carattere transitorio e di natura derogatoria rispetto all'art. 15, comma 1-bis, del TUIR, peraltro limitatamente alle elargizioni eseguite negli anni dal 2007 al 2013. Ciò che non sarebbe «di per sé violativo dell'art. 67 Cost., tenuto conto altresì che l'art. 15 co. 1 bis era stato già comunque abrogato e superato da una nuova disciplina (posta dall'art. 11 D.L. 149/2013)».1.- La Commissione tributaria di primo grado di Trento dubita della legittimità costituzionale dell'art. 11, comma 4-bis, del decreto-legge 28 dicembre 2013, n. 149 (Abolizione del finanziamento pubblico diretto, disposizioni per la trasparenza e la democraticità dei partiti e disciplina della contribuzione volontaria e della contribuzione indiretta in loro favore), convertito, con modificazioni, in legge 21 febbraio 2014, n. 13, e successivamente modificato dall'art. 1, comma 141, della legge 23 dicembre 2014, n. 190, recante «Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (legge di stabilità 2015)», ritenendo tale disposizione lesiva dell'art. 67 della Costituzione. Il giudizio a quo ha per oggetto l'impugnazione di un avviso di accertamento con il quale l'Agenzia delle entrate contesta una maggiore imposta sul reddito delle persone fisiche (IRPEF) per l'anno 2008, disconoscendo la natura di "erogazioni liberali" delle somme versate dal ricorrente, eletto al Parlamento nazionale, in favore del partito politico di appartenenza. Secondo l'amministrazione finanziaria, infatti, a sostegno delle suddette erogazioni mancherebbe un reale spirito di liberalità, con conseguente inapplicabilità dell'art. 15, comma 1-bis, del decreto del Presidente della Repubblica 22 dicembre 1986, n. 917, recante «Approvazione del testo unico delle imposte sui redditi» (di seguito: TUIR), all'epoca vigente, che riconosceva il beneficio della detraibilità dall'imposta, nella misura del 19 per cento, solo per le donazioni e per importi compresi tra centomila lire e duecento milioni di lire. Il rimettente condivide la tesi dell'amministrazione finanziaria. Nel caso di specie, si sarebbe in realtà costituito «un rapporto sinallagmatico», in forza del quale, «a fronte della disponibilità del partito di offrire al ricorrente la possibilità di essere candidato alle elezioni politiche del 13-14 aprile 2008», quest'ultimo avrebbe assunto l'obbligo, con contratto (solo apparentemente) di donazione stipulato in data 7 marzo 2008, presso la sede del partito politico, di corrispondere a quest'ultimo, in caso di elezione, una determinata somma complessiva, da versare in rate mensili consecutive costanti, con la pattuizione che i versamenti sarebbero cessati solo in caso di morte del donante. La natura liberale delle erogazioni in parola non sarebbe sostenibile sotto alcun profilo. In primo luogo - osserva il giudice a quo - l'art. 771, primo comma, del codice civile prevede la nullità della donazione avente ad oggetto beni futuri, quali appunto dovrebbero considerarsi, «con verosimile plausibilità», le somme da versare in rate mensili costanti nell'arco di cinque anni (e quindi non presenti nel patrimonio del donante all'epoca della stipulazione del contratto). Inoltre, sebbene l'art. 772 cod. civ.