[pronunce]

che, secondo il rimettente, il reato in contestazione sarebbe punibile con le cosiddette sanzioni paradetentive, e dovrebbe quindi considerarsi estinto alla luce del tempo trascorso dall'ultimo atto interruttivo, ben superiore al termine di tre anni indicato al quinto comma dell'art. 157 cod. pen. ; che infatti – osserva il giudice a quo – la previsione di un termine triennale per la prescrizione dei reati puniti con «pene diverse da quelle detentive o pecuniarie» deve essere riferita agli illeciti di competenza del giudice di pace per i quali siano comminate le pene della permanenza domiciliare e del lavoro di pubblica utilità, anche perché, ove «diversamente intesa, la norma risulterebbe inapplicabile, in quanto priva di qualsivoglia concreto riferimento»; che la prevista possibilità dell'irrogazione di una pena pecuniaria in alternativa alla sanzione «diversa», nei singoli casi concreti, non escluderebbe l'applicazione della norma censurata ai reati di competenza del giudice di pace, poiché detta norma si riferisce, in astratto, alle previsioni sanzionatorie edittali; che la previsione del quinto comma dell'art. 157 cod. pen. , secondo il rimettente, violerebbe il principio di ragionevolezza, introducendo un termine prescrizionale breve proprio per i più gravi tra i reati attribuiti alla competenza del giudice onorario; che il giudice a quo, rilevato quanto precede, ribadisce che il reato in contestazione sarebbe soggetto «al più favorevole trattamento sanzionatorio dettato dall'art. 52 del d.lvo n. 274/2000», e che «in relazione al tipo di sanzione prevista, risulterebbe corrispondentemente applicabile anche il nuovo termine di prescrizione di tre anni aumentabile di un quarto in caso di ritenuta fondatezza della questione di legittimità costituzionale»; che in effetti, nel dispositivo del provvedimento di rimessione, il quinto comma dell'art. 157 cod. pen. risulta censurato nella parte in cui non estende il termine triennale di prescrizione a tutti i reati di competenza del giudice di pace; che il Giudice di pace di Benevento, con ordinanza del 12 aprile 2007 (r.o. n. 716 del 2007), ha sollevato – in riferimento all'art. 3 Cost. – questione di legittimità costituzionale dell'art. 157, quinto comma, cod. pen. , come sostituito dall'art. 6 della legge n. 251 del 2005, nella parte in cui prevede un termine prescrizionale di tre anni quando per il reato la legge stabilisce pene diverse da quella detentiva e da quella pecuniaria; che nel giudizio a quo si procede per i reati di ingiuria (primo e quarto comma dell'art. 594 cod. pen.) e di diffamazione (art. 595 cod. pen.); che, secondo il rimettente, dovendosi fare nella specie applicazione delle nuove disposizioni dell'art. 157 cod. pen. , il termine prescrizionale per il reato di ingiuria (ancora punibile con la sola pena pecuniaria) sarebbe pari a sei anni, mentre l'analogo termine sarebbe pari a tre anni per il delitto di diffamazione, punibile anche con le sanzioni cosiddette paradetentive; che la norma censurata, a parere del giudice a quo, determina una violazione dell'art. 3 Cost., in relazione ai principi di ragionevolezza ed uguaglianza, in quanto il trattamento introdotto per i reati di maggior gravità, tra quelli assegnati alla competenza del giudice di pace, risulterebbe in punto di prescrizione più favorevole di quello riservato agli illeciti meno gravi; che la questione sollevata sarebbe rilevante, nel giudizio principale, «attesa la possibilità di un'avvenuta prescrizione del reato di diffamazione di cui all'atto di citazione a giudizio in data 25 febbraio 2002»; che il Tribunale di Biella, con ordinanza del 17 aprile 2007 (r.o. n. 727 del 2007), ha sollevato – in riferimento all'art. 3 Cost. – questione di legittimità costituzionale dell'art. 157, quinto comma, cod. pen. , come sostituito dall'art. 6 della legge n. 251 del 2005, nella parte in cui non dispone che il termine triennale di prescrizione previsto per i reati puniti con pena diversa da quella detentiva e da quella pecuniaria si applichi, inoltre, a tutti gli ulteriori reati di competenza del giudice di pace; che nel giudizio a quo si procede nei confronti di persona accusata del reato di lesioni personali colpose (art. 590 cod. pen.), commesso il 30 giugno 2001; che, secondo il Tribunale, ai fatti in contestazione sono applicabili le sanzioni introdotte dal d.lgs. n. 274 del 2000, e per altro verso le nuove disposizioni dettate in materia di prescrizione con la riforma dell'art. 157 cod. pen. ; che, pertanto, il termine prescrizionale per il reato contestato, punibile solo con la pena della multa, sarebbe pari a sei anni, e non sarebbe ancora maturato (primo comma dell'art. 157 cod. pen.); che tale circostanza pare incongrua al rimettente, posto che fatti analoghi di aggressione all'altrui incolumità personale, e però più gravi (perché produttivi di conseguenze più serie o perché commessi dolosamente), sarebbero assoggettati ad un termine prescrizionale ben più breve, in quanto punibili con le cosiddette sanzioni paradetentive (quinto comma dello stesso art. 157); che infatti – osserva il giudice a quo – la previsione di un termine triennale per la prescrizione dei reati puniti con «pene diverse da quelle detentive o pecuniarie» deve essere riferita agli illeciti di competenza del giudice di pace per i quali siano comminate le pene della permanenza domiciliare e del lavoro di pubblica utilità, anche perché, ove «diversamente intesa, la norma risulterebbe inapplicabile, in quanto priva di qualsivoglia concreto riferimento»; che la possibile irrogazione di una pena pecuniaria in alternativa alla sanzione «diversa», nei singoli casi concreti, non escluderebbe l'applicazione della norma censurata ai reati di competenza del giudice di pace, poiché detta norma si riferisce, in astratto, alle previsioni sanzionatorie edittali; che il Tribunale, alla luce di quanto precede, ritiene che la disciplina della prescrizione per i reati di competenza del giudice di pace sia «platealmente irragionevole», fissando un termine pari a quattro anni o addirittura a sei (a seconda che si tratti di contravvenzioni o delitti) per i reati puniti unicamente con la sanzione pecuniaria, e prevedendo invece un termine triennale per gli illeciti da considerare più gravi, in quanto punibili anche (o solo) con una sanzione coercitiva della libertà personale (ancorché non detentiva); che un tale assetto, secondo il rimettente, contrasterebbe con l'aspettativa di un «oblio sociale dell'illecito» più o meno tempestivo a seconda della portata dell'offesa, e comunque con il criterio di un più marcato interesse punitivo per i fatti di maggior gravità;