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Esso è irrispettoso della dignità personale (il minore viene trattato alla stregua del proverbiale "pacco postale", per richiamare l’espressione coniata dalla saggezza popolare) ed è una soluzione sempre votata a rapido decadimento, man mano che il bambino cresce o mutano gli orari (o i turni...) lavorativi dei genitori o dei loro eventuali nuovi partner e nuovi figli (... omissis ...) la "filisofia" genitoriale del ricorrente, in completa divergenza con quanto sopra ritenuto, fa fondatamente temere al Collegio che egli non possa condividere l’affidamento della bambina con la madre, perché sembra indice di una considerazione prevalente di sé, piuttosto che di quella della figlia e, pertanto, fa temere un pregiudizio per quest’ultima, tutte le volte che egli dovesse essere chiamato a prendere insieme alla madre le decisioni ordinarie e straordinarie di potestà, nell’interesse superiore della bambina. Per questo motivo il Tribunale ritiene di rigettare la richiesta paterna di affido condiviso» ( sic!! ). Sentenze di questo genere, tutt’altro che rare, parrebbero comportare che al 30 per cento dei genitori del modello mondiale per la tutela dell’infanzia, quello svedese, dovrebbe essere tolto l’affido legale della prole. Questo pregiudizio ideologico nei confronti dell’affido alternato e della joint physical custody , causa di gran parte di quel malessere che in Italia sta inducendo alla deposizione di cosi tanti disegni di legge sul tema, deve dunque finire, tanto più che, come riassume Linda Nielsen nella sua autorevole metanalisi: a) i minori in physical jont custody stanno come e meglio di quelli collocati esclusivamente presso le madri; b) malgrado l’opinione dei tribunali, per ottenere un buon successo i genitori in joint physical custody non devono essere scevri di conflittualità, straordinariamente cooperativi o entusiasti della custodia materialmente condivisa; c) ormai si può dire che, a distanza di anni, i ragazzi che hanno potuto godere dell’affido materialmente congiunto si sono generalmente pronunciati a favore dell’esperienza vissuta. Non deve quindi stupire che, prima il Collegio nazionale dell’ordine degli psicologi e poi la Società italiana di pediatria preventiva e sociale si siano vigorosamente schierate a favore del modello due genitori-due case. Per i bambini più piccoli l’avvio graduale verso la pariteticità delle cure può avvenire (come in effetti spesso avviene oggi in Belgio) secondo i suggerimenti riportati nell’audizione parlamentare dello psicologo Jan Piet de Man, (...) e chiaramente illustrati al Convegno del 23 ottobre 2013 presso il Parlamento europeo. Purtroppo, però, un malinteso senso dell’interesse del minore e un bias (distorsione procedurale sistematica) evidente, concretizzando una grave frattura fra Scienza e Diritto probabilmente di cartesiana e vichiana memoria, portano sistematicamente la magistratura italiana ad ignorare in toto la grande ricerca internazionale e le esperienze estere di Paesi progrediti; e a privilegiare, spesso con grave pregiudizio del bene da tutelare, forme sostanziali di obsoleto affidamento monogenitoriale. Riporta infatti il documento del CSM, Alla ricerca delle prassi virtuose in materia di famiglia dopo la legge n. 54 del 2006: «Non mi pare poi che possa realizzare il miglior interesse del figlio la previsione della doppia domiciliazione, quasi il figlio costituisca un monte premi di ore e di giorni che i genitori debbano spartirsi equamente. In realtà, in tal modo non stiamo attuando un affidamento condiviso, ma semmai una forma di affidamento alternato che è tutt’altro. Non può ignorarsi, inoltre, che in caso di distanza tra le abitazioni dei due genitori, che nella proposta di legge non impedisce al giudice di disporre l’affido condiviso, una delle due case sarà anche lontana dalla scuola, dagli impianti sportivi, dai luoghi di incontro con gli amici, eccetera, con evidenti disagi per il figlio nei giorni di permanenza nella stessa. E ciò senza contare che è nota a chiunque abbia dei figli, l’abitudinarietà e la pigrizia dei ragazzi, soprattutto se adolescenti, i quali, presi totalmente dalle proprie abitudini di vita quotidiana e dalle problematiche esistenziali tipiche dell’età, preferiscono avere un solo e consolidato riferimento abitativo e non essere costretti, a periodi alterni più o meno lunghi, a fare la valigia e a trasferirsi nella casa dell’altro genitore, tanto più perché normalmente in entrambe le case non hanno un doppione di tutti i loro effetti personali». In realtà queste opinioni personali, non sostanziate da elementi oggettivi, che tanta influenza hanno purtroppo avuto nell’approccio quotidiano al problema della nostra magistratura, sono chiaramente smentite da grandi ricerche quali quella fiamminga del progetto «Lago» (il 23,8 per cento degli adolescenti di età compresa tra 12 e 18 anni figli di separati vive eguali tempi presso i due genitori e anche con soddisfazione) mentre nello studio danese su 6.000 ragazzi nati nel 1995 esiste un comprensibile calo (mediato dalla volontà dei minori e non da provvedimenti giudiziari) dell’affido alternato nei quindicenni rispetto ai bambini di 7 o 11 anni ma non certo un azzeramento che giustifichi la posizione aprioristica dell’estensore del documento del CSM. Lo studio nazionale del Quebec (in Canada, ove mediamente le distanze chilometriche sono assai maggiori che in Italia) già nel 2006, anno della nostra legge 54, rilevava inoltre che il 29,66 per cento degli studenti delle scuole secondarie figli di separati viveva dal 40 al 60 per cento del tempo con ognuno dei genitori con un trend in continuo aumento. Altri studi extraeuropei rilevano che già prima del 2008 nel Wisconsin il 32 per cento dei figli di separati viveva oltre il 30 per cento del proprio tempo col genitore less involved e il 22 per cento viveva addirittura tempi uguali (Melli e Brown, 2008). Nello stesso periodo nello Stato di Washington oltre il 34 per cento dei minori viveva almeno il 35 per cento del tempo presso il genitore B e il 16 per cento godeva di tempi paritetici (George T., 2008). Situazione analoga si verificava in altri Stati (come l’Arizona). Lo studio Fabricius, poi, evidenzia la soddisfazione a distanza di chi aveva goduto dell’affido alternato e il rimpianto di chi, per disposizione giudiziaria, non ne aveva potuto godere. Un possibile effetto collaterale dell’affido materialmente condiviso evidenziato da due ricercatori americani è stato inoltre un calo dei divorzi e un aumento dei matrimoni negli Stati che lo hanno applicato rispetto a quelli che continuano a praticare l’affido esclusivo (o sole custody ). In un momento in cui l’istituzione famiglia è in grave crisi, sicuramente questo deve rappresentare un motivo di riflessione importante. In modo analogo in questi sette anni non è stato applicato un altro principio: quello del mantenimento diretto. Eppure, oltre a essere costume esteso ed inveterato di molti Stati progrediti (California, Svezia, Belgio, Stato di Washington) esso, come rilevato da molte ricerche tra cui la citata analisi di Children Society , contribuisce ad una percezione nel minore di maggior benessere economico (non dovendo più il genitore veder mediato il proprio contributo da una persona – l’ex partner – di cui, a torto o ragione, non ha fiducia).