[pronunce]

che il procedimento di rinnovo, come prosegue il rimettente, costituisce l'antecedente logico in forza del quale, in caso di rifiuto, viene successivamente avviato il procedimento di espulsione, e non sembra pertinente l'obiezione secondo la quale è in tale sede che deve avvenire il giudizio di pericolosità sociale, visto che è quello il momento in cui l'autorità amministrativa è chiamata a valutare i requisiti per il rilascio o il rinnovo dell'atto; che nel caso di specie l'unico precedente penale ostativo è costituito dalla condanna dello straniero per il reato di detenzione illecita di sostanze stupefacenti, pronunciata dal Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Bari ai sensi dell'art. 444 cod. proc. pen. , sentenza divenuta irrevocabile il 3 febbraio 2000; che, la Corte con la sentenza n. 58 del 1995 ha dichiarato l'illegittimità costituzionale, per violazione dell'art. 3 Cost., dell'art. 86, comma 1, del d.P.R. 9 ottobre 1990, n. 309 (Testo unico delle leggi in materia di disciplina degli stupefacenti e sostanze psicotrope, prevenzione, cura e riabilitazione dei relativi stati di tossicodipendenza), nella parte in cui obbligava il giudice ad emettere l'ordine di espulsione dello straniero condannato per reati in materia di stupefacenti, senza l'accertamento della sussistenza in concreto della sua pericolosità sociale, come previsto dall'art. 31 della legge 10 ottobre 1986, n. 663 (Modifiche alla legge sull'ordinamento penitenziario e sulla esecuzione delle misure privative e limitative della libertà); che ad avviso del rimettente l'art. 4, comma 3, del d.lgs. n. 286 del 1998, “applicato in correlazione con i successivi artt. 5, comma 5, e 13, comma 2, lettera b)”, viola l'art. 3 Cost. in quanto consente all'autorità amministrativa di disporre l'espulsione dello straniero dal territorio italiano per la semplice condanna per determinati reati, senza richiedere la valutazione in concreto della pericolosità sociale, come invece è tenuto a fare il giudice quando applica l'espulsione a titolo di misura di sicurezza, pur essendo analoghi nei due casi gli effetti del provvedimento; che la violazione dell'art. 3 Cost., secondo il giudice a quo, sarebbe confermata dalla circostanza che, mentre l'art. 445 cod. proc. pen. non consente l'applicazione di misure di sicurezza per le sentenze pronunciate a seguito di patteggiamento, stante il carattere premiale attribuito dal legislatore a tale rito speciale, il ricorrente verrebbe a patire l'espulsione a seguito del diniego del rinnovo del permesso di soggiorno vedendo in tal modo vanificato l'effetto premiale conseguito in sede giudiziaria; che, trattandosi di misura che incide sulla libertà personale, l'espulsione disposta in via amministrativa e l'espulsione disposta dal giudice come misura di sicurezza, se non assistite dal previo vaglio di pericolosità sociale, violano anche l'art. 13 Cost., che si applica a tutti, cittadini o stranieri; che nel giudizio di legittimità costituzionale è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo alla Corte di dichiarare la questione inammissibile; che secondo l'Avvocatura l'oggetto del giudizio a quo è dato dal rifiuto del rinnovo del permesso di soggiorno per motivi di lavoro e non da un provvedimento di espulsione (che nella specie non risulta neppure emanato), assunto al contrario nella ordinanza come presupposto dei dubbi di legittimità costituzionale sollevati; che, come rileva ancora la difesa erariale, l'espulsione amministrativa è disciplinata dall'art. 13 del d.lgs. n. 286 del 1998, come modificato dalla legge n. 189 del 2002, una disposizione puntualmente osservata dall'amministrazione interessata; che con altra ordinanza, emessa il 25 agosto 2003, il Tribunale amministrativo regionale della Lombardia, sezione di Brescia, ha nuovamente sollevato questione di legittimità costituzionale dell'art. 4, comma 3, del d.lgs. n. 286 del 1998, come sostituito dall'art. 4, comma 1, della legge n. 189 del 2002, applicato in relazione con i successivi artt. 5, comma 5, e 13, comma 2, lettera b), del medesimo d.lgs. , per violazione degli artt. 2, 3, 4, 13, 16 e “29 e seguenti” Cost.; che il rimettente è investito dell'esame di un ricorso col quale un cittadino straniero chiede l'annullamento del provvedimento del questore che gli ha negato il rinnovo del permesso di soggiorno per motivi di lavoro in quanto il richiedente risulta avere precedenti penali ritenuti ostativi; che l'ordinanza prosegue riportando, in parte, il testo della motivazione del precedente atto di promovimento del giudizio di legittimità costituzionale, cui aggiunge le ulteriori ragioni che seguono; che, quanto alla non manifesta infondatezza, il TAR rimettente osserva che la disposizione censurata si pone in contrasto, oltre che con gli artt. 3 e 13 Cost., anche con gli artt. 2, 4, 16 e 29 e seguenti Cost., nella parte in cui pone quale elemento ostativo all'ingresso o alla permanenza in Italia dello straniero la intervenuta condanna per determinati reati, compresa quella subita a seguito di applicazione della pena ai sensi dell'art. 444 cod. proc. pen. , in epoca antecedente alle modifiche introdotte dalla citata legge n. 189 del 2002; che, ad avviso del giudice a quo, è irragionevole la scelta del legislatore di ritenere rilevanti ai fini della non ammissione in Italia anche le sentenze di patteggiamento pronunciate prima dell'entrata in vigore delle modifiche legislative, perché in tal modo si disconosce l'effetto premiale di tali pronunce, come confermato dalla sentenza della Corte n. 394 del 2002, che ha dichiarato l'illegittimità costituzionale dell'art. 10, comma 1, della legge 27 marzo 2001, n. 97 (Norme sul rapporto tra procedimento penale e procedimento disciplinare ed effetti del giudicato penale nei confronti dei dipendenti delle amministrazioni pubbliche); che, secondo il rimettente, la componente negoziale insita nell'istituto del patteggiamento esige una consapevole manifestazione di volontà dell'imputato ed impone di preservare la genuinità dell'accordo, non quale aspettativa generica circa la vigenza di una specifica disciplina legislativa, ma perché lesiva di un affidamento qualificato e costituzionalmente protetto;