[pronunce]

Secondo il ricorrente, come la Corte costituzionale ha avuto modo di affermare con la sentenza n. 401 del 2007, per la Provincia autonoma di Trento opera, a tale riguardo, il meccanismo sancito dal decreto legislativo 16 marzo 1992, n. 266 (Norme di attuazione dello statuto speciale per il Trentino-Alto Adige concernenti il rapporto tra atti legislativi statali e leggi regionali e provinciali, nonché la potestà statale di indirizzo e coordinamento), il quale all’art. 2, tra l’altro, prevede che «la legislazione regionale e provinciale deve essere adeguata ai principi e norme costituenti limiti indicati dagli articoli 4 e 5 dello statuto speciale e recati da atto legislativo dello Stato». Lo statuto speciale per il Trentino-Alto Adige/Südtirol, a sua volta, attribuisce alle Province autonome la potestà legislativa in diverse materie tra le quali, assumono rilievo le seguenti: «tutela e conservazione del patrimonio storico, artistico e popolare» (art. 8, primo comma, n. 3, dello statuto di autonomia); «urbanistica e piani regolatori» (art. 8, primo comma, n. 5, dello statuto di autonomia); «opere di prevenzione e di pronto soccorso per calamità pubbliche» (art. 8, primo comma, n. 13, dello statuto di autonomia); «viabilità, acquedotti e lavori pubblici di interesse provinciale» (art. 8, primo comma, n. 17, dello statuto di autonomia). Lo statuto, nel citato art. 8, precisa che detta potestà deve essere esercitata «entro i limiti indicati dall’art. 4» e, pertanto, «in armonia con la Costituzione e i principi dell’ordinamento giuridico della Repubblica e con il rispetto degli obblighi internazionali e degli interessi nazionali – tra i quali è compreso quello della tutela delle minoranze linguistiche locali – nonché delle norme fondamentali delle riforme economico-sociali della Repubblica» (art. 4, primo comma, dello statuto di autonomia). La giurisprudenza della Corte costituzionale, con la sentenza n. 269 del 2007, ha ritenuto che tra i suddetti limiti rientra anche quello di prestare puntuale osservanza al diritto comunitario, precisando che «le direttive comunitarie, infatti, fungono da norme interposte atte ad integrare il parametro per la valutazione di conformità della normativa regionale (nel caso di specie, della normativa della Provincia autonoma di Trento) all’ordinamento comunitario, in base agli artt. 117, primo comma, e 11 Cost., quest’ultimo inteso quale principio fondamentale». Il Presidente del Consiglio dei ministri rileva, quindi, in ragione dei richiamati limiti, che le disposizioni censurate appaiono in contrasto con le direttive comunitarie sui pubblici appalti, in quanto non rispettano l’obbligo di dare puntuale esecuzione al diritto comunitario. Inoltre, deduce l’Avvocatura dello Stato, anche dopo la riforma del Titolo V della parte II della Costituzione, la Corte costituzionale, ha ritenuto, con le sentenze n. 51 e n. 447 del 2006, che «il legislatore statale conserva quindi il potere di vincolare la potestà legislativa primaria della Regione speciale attraverso l’emanazione di leggi qualificabili come “riforme economico-sociali”» (citata sentenza n. 51 del 2006). Al riguardo è innegabile, secondo il ricorrente, che le disposizioni contenute nel d.lgs. n. 163 del 2006 rechino, oltre a principi generali dell’ordinamento giuridico, norme fondamentali di riforma economico-sociale. In tal senso viene in rilievo la scelta del legislatore statale di dare alla concorrenza una tutela rafforzata e maggiore rispetto a quella apprestata dal diritto comunitario. In proposito sono richiamate: la previsione di un numero minore di ipotesi nelle quali si può ricorrere alla procedura negoziata; «il divieto di procedura negoziata per l’affidamento delle concessioni di lavori»; l’estensione «dei principi del Trattato CE ai contratti di sponsorizzazione»; la tassatività dei casi di utilizzo dell’accordo quadro per gli appalti di lavori; una maggiore apertura alla concorrenza nelle procedure ristrette. Tali opzioni, afferma l’Avvocatura dello Stato, sono «sconfessate» dalla Provincia autonoma di Trento, che, invece, con le norme impugnate ha: «esteso l’utilizzo della procedura negoziata; consentito la procedura negoziata per l’affidamento delle concessioni; regolato con gara solo le sponsorizzazioni relative a beni culturali; ristretto la concorrenza nelle procedure ristrette». Secondo il ricorrente, inoltre, limiti alla potestà legislativa provinciale sussistono, altresì, in ragione delle competenze legislative statali, ai sensi dell’art. 117, secondo comma, Cost., in ordine alla tutela della concorrenza, all’ordinamento civile, alla giurisdizione, alle norme processuali e alla giustizia amministrativa, così come definite dalla citata sentenza della Corte costituzionale n. 401 del 2007, in relazione ai contratti pubblici relativi a lavori, servizi e forniture. 4.— Tanto premesso, il Presidente del Consiglio dei ministri ha specificato le censure come di seguito, in sintesi, riportato, salvo quella relativa alla sostituzione, nella legge prov. n. 26 del 1993, dell’art. 1 comma 1, che è priva totalmente di considerazioni, pur essendo stata indicata nell’epigrafe del ricorso. L’art. 1 della legge prov. n. 10 del 2008, nel sostituire l’art. 1, della legge prov. n. 26 del 1993, al comma 2 di quest’ultimo, stabilisce che la legge in questione «si applica per la realizzazione di lavori pubblici d’importo inferiore alla soglia comunitaria nonché di lavori d’importo superiore alla soglia medesima», «dimenticando» che le direttive comunitarie in materia si applicano anche a quelli di importo pari alla soglia comunitaria. Pertanto, ad avviso del ricorrente, la suddetta norma eccederebbe le competenze statutarie e lederebbe il vincolo del diritto comunitario. Il comma 4, dell’art. 1 della legge prov. n. 26 del 1993, come sostituito, poiché attiene ai contratti misti, ambito che rientra nella materia ordinamento civile, violerebbe la potestà legislativa esclusiva dello Stato. A sua volta, il comma 6 dell’art. 1 della legge prov. n. 26 del 1993, come novellato, reca una disciplina delle opere a scomputo degli oneri di urbanizzazione in contrasto con i principi affermati dal Trattato CE a tutela della concorrenza. Da un lato, per gli appalti sopra soglia si prevede un regime di affidamento diverso da quello fissato dall’art. 32 del d.lgs. n. 163 del 2006; dall’altro si consente l’affidamento diretto delle opere a scomputo sotto soglia. Il Presidente del Consiglio dei ministri, a sostegno delle proprie censure, ricorda, altresì, che il suddetto affidamento diretto ha formato oggetto di procedura di infrazione promossa dalla commissione europea nei confronti della Repubblica italiana, che è stata superata novellando l’art. 122 del Codice degli appalti.