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Modifiche alla legge 4 maggio 1983, n. 184, in materia di adozione di minori da parte di cittadini singoli. Onorevoli Senatori. – L'evoluzione giurisprudenziale in materia di adozioni ha subito una accelerazione nel corso degli ultimi anni. Sono molteplici, infatti, le pronunce di diversi organi giurisdizionali che, tutti nella medesima direzione, hanno stabilito quale principio cardine dell'ordinamento nella materia de qua la salvaguardia del diritto al riconoscimento del superiore interesse del minore. L'assetto della legge 4 maggio 1983, n. 184, è stato, quindi, più volte aggiornato dai suddetti interventi di matrice giurisprudenziale che hanno inciso in profondità gli istituti dell'adozione cosiddetta legittimante e l'adozione in casi particolari. Sul punto occorre citare, in ordine meramente cronologico, l'ordinanza n. 17100 del 2019 della Corte di cassazione e la sentenza della Corte costituzionale 79 del 2022. La citata ordinanza segna un'autentica svolta relativamente all'istituto dell'adozione in casi particolari, specificatamente nella misura in cui consente anche alle persone singole di adottare minori, anche qualora l'adottante sia di età avanzata o il minore sia affetto da grave handicap . L'intervento della Corte respinge il ricorso dei genitori di un bimbo di otto anni affetto da un grave handicap fisico e da loro abbandonato nei primi mesi di vita. Il piccolo, dopo che i genitori avevano perso la potestà, era stato affidato ad una donna di sessantadue anni, la quale se ne era presa cura instaurando un forte legame con il minore e chiedendone l'adozione. I genitori si erano rivolti quindi alla Suprema corte denunciando che la corte d'appello non aveva tenuto conto della richiesta di rivalutare la loro posizione giuridica nonché la violazione della legge vigente, laddove aveva ritenuto legittima l'adozione da parte di una donna single , con una differenza di età ben superiore a quella massima di quarantacinque anni prevista e senza tenere conto del dissenso dei genitori. Tuttavia i giudici rigettano tale orientamento, riaffermando l'ormai consolidato principio secondo il quale, per risolvere situazioni complesse, gioca un ruolo decisivo l'interesse preminente del minore. Il dato normativo utilizzabile nel caso richiamato, e finora unico elemento testuale a cui ricorrere nelle ipotesi di adozione da parte dei singoli, è il disposto dell'articolo 44, comma 1, lettera d) , della legge 4 maggio 1983, n. 184. L'articolo abilita l'adozione « quando vi sia la constatata impossibilità di affidamento preadottivo », laddove « non ricorrono le condizioni i cui al comma 1 dell'articolo 7 » della medesima legge, vale a dire nei casi in cui i minori adottandi « non siano stati dichiarati in stato di adottabilità ». Tale condizione giuridica è determinata ai sensi degli articoli da 8 a 21 della legge n. 184 del 1983. Sostanzialmente, dunque, la lettera d) del comma 1 dell'articolo 44 consente di ipotizzare, in astratto, l'adozione di minori in tutti i casi in cui la legge non consente l'affidamento preadottivo. Sul punto il dibattito della dottrina e della giurisprudenza, anche costituzionale, è cresciuto nell'ultimo decennio, in quanto tale disposizione appare ora molto puntuale e rigorosa, se letta in una prospettiva formalistica, ora incerta e tendenzialmente generale, atta ad aprire all'adozione in innumerevoli e diversi casi, secondo le tesi più attente all'evoluzione interpretativa del testo. La sentenza citata, da ultimo, afferma che « l'articolo 44 della legge n. 184 del 1983, lettera d) , integra una clausola di chiusura del sistema, intesa a consentire l'adozione tutte le volte in cui è necessario salvaguardare la continuità affettiva ed educativa della relazione tra adottante e adottando (e non certo tra quest'ultimo ed i genitori naturali), come elemento caratterizzante del concreto interesse del minore a vedere riconosciuti i legami sviluppatisi con altri soggetti che se ne prendono cura ». Essa presuppone « la constatata impossibilità di affidamento preadottivo, che deve essere intesa come impossibilità di diritto – come nel caso di mancato reperimento (o rifiuto) di aspiranti all'adozione legittimante – in quanto, a differenza dell'adozione piena, tale forma di adozione non presuppone necessariamente una situazione di abbandono dell'adottando (...) e può essere disposta allorché si accerti, in concreto, l'interesse del minore al riconoscimento di una relazione affettiva già instaurata e consolidata con chi se ne prende stabilmente cura ». La sentenza della Corte costituzionale trae origine da un processo civile e dai seguenti fatti di causa. Nell'ottobre 2020, il ricorrente, unitosi in matrimonio all'estero poi trascritto nell'ordinamento italiano come unione civile, ha chiesto al giudice civile il riconoscimento dell'adozione della minore nata da fecondazione assistita e biologicamente legata al partner e, inoltre, il riconoscimento dei rapporti civili della minore con i propri parenti. In primo luogo, il giudice ha affermato di poter accogliere la domanda di adozione sulla base dell'articolo 44 della legge n. 184 del 1983 che permette al componente di una coppia dello stesso sesso, privo di un legame biologico con il figlio del partner , di accedere all'adozione in casi particolari. Quanto alla seconda domanda, però, il giudice ha ritenuto di non poter riconoscere i rapporti civili della minore con i parenti del ricorrente ai sensi dell'articolo 55 della stessa legge in combinato disposto con l'articolo 300, comma 2, del codice civile. Ritenendo di non poter condurre un'interpretazione abrogans del dato normativo, il tribunale per i minorenni ha allora sollevato questione di legittimità costituzionale dell'articolo in questione per violazione degli articoli 3, 31 e 117 comma 2 della Costituzione. La Corte costituzionale ha riconosciuto l'esistenza di numerosi casi di minori che coltivano una relazione affettiva con il partner del genitore biologico che è giuridicamente impossibilitato ad adottare il minore stesso. Pur ribadendo che non esiste un diritto alla genitorialità « comprensivo dell'an, del quando e del quomodo » , i giudici hanno affermato che il caso di specie riguarda la centralità della tutela del primario interesse del minore che vive di fatto una relazione affettiva con il partner del genitore biologico. La Corte ha affermato che « la norma lede il minore nell'identità che gli deriva dell'inserimento nell'ambiente familiare del genitore adottivo e, dunque, dall'appartenenza a quella nuova rete di relazioni che di fatto vanno a costruire stabilmente la sua identità » dichiarandone l'illegittimità per contrasto con gli articoli 3, 31 e 117, primo comma della Costituzione. Analizzando i numeri di chi in Italia aspetta di essere adottato sono eloquenti. Tra gli altri, si ricordano quelli del sito truenumbers.it : i dati relativi al periodo 2000-2014 dicono che in Italia ci sono più famiglie in lista d'attesa per adottare un figlio che minori disponibili.