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Preliminarmente, signor Presidente, occorre sottolineare la disponibilità che il Partito Democratico e altre opposizioni in questo Parlamento hanno dimostrato nell'affrontare il percorso di questo disegno di legge, lo spirito aperto e costruttivo con cui abbiamo partecipato all' iter presso la Camera dei deputati. Purtroppo, una disponibilità inutile. (Brusìo) . PRESIDENTE. Senatrice, mi scusi, chiedo ai colleghi se per favore si può abbassare il brusìo, perché io non sento la relatrice. Grazie. CIRINNA', relatrice di minoranza . Grazie, signora Presidente. Qui in Senato la situazione, se possibile, è ulteriormente peggiorata: il testo non ha subito alcuna modifica, non ha trovato accoglienza nessuno degli emendamenti migliorativi presentati dal Partito Democratico, che condivide le finalità meritorie del testo. La discussione presso la Commissione giustizia è stata del tutto irrispettosa di qualunque prerogativa dell'opposizione, con una maggioranza sorda a qualunque richiesta e confronto nel merito del testo e delle sue disposizioni più critiche. Si tratta di un atteggiamento a cui, purtroppo, siamo ormai abituati, coerente con il quadro generale di spregio verso le garanzie e il rispetto delle minoranze che il Governo e la sua maggioranza portano avanti ormai quotidianamente. Al tempo stesso, è un atteggiamento a cui non possiamo, né intendiamo rassegnarci, convinti - come siamo - che solo nel rispetto della Costituzione e delle garanzie risiede la speranza di un futuro migliore per l'Italia, di crescita, sviluppo, libertà, uguaglianza e rispetto per le differenze e le persone vulnerabili. Questa convinzione ci ha guidati lungo tutto l' iter parlamentare: migliorare il testo perché il ruolo dell'opposizione è quello di fornire alla maggioranza un diverso punto di vista sulle cose. Tuttavia, ci troviamo di fronte a una grande occasione perduta. L'esigenza di completare un apparato di contrasto alla violenza di genere, di tutela effettiva delle donne e di promozione di una cultura efficace della parità di genere è avvertita pressoché unanimemente da tutte le competenti di questo Parlamento. Tuttavia, su obiettivi così importanti, seri e condivisi occorreva lavorare in modo diverso, con una logica di lungo periodo, fuori dalla retorica dell'emergenza, che rende certamente di più in termini di comunicazione o - purtroppo - di semplice propaganda politica. Ciò non aiuta a individuare le soluzioni efficaci per un problema di natura culturale, così tristemente legato alla nostra società, come quello della violenza di genere. Eppure, noi del Partito Democratico ci siamo sforzati e da sempre abbiamo avuto un atteggiamento costruttivo e responsabile perché ben consapevoli che il contrasto al drammatico fenomeno della violenza di genere richiede un approccio che tenga insieme esigenze di sicurezza e di tutela della vittima - certo - ma anche dell'estremo bisogno di riservatezza che la stessa ha, soprattutto nelle fasi iniziali del procedimento, quando è maggiormente esposta alla furia vendicatrice del suo aguzzino, che - ce lo dicono tutti i dati - nella maggior parte dei casi è una persona legata alla vittima stessa, come anche i recentissimi fatti di Savona hanno dimostrato. Bisogna guardare alla vittima, ma anche all'uomo maltrattante, alla sua incredibile difficoltà di misurarsi con la libertà femminile di una donna finalmente libera di scegliere della propria vita. Si tratta, dunque, di un discorso complesso, nel quale un ruolo non secondario è svolto dai fattori culturali, proprio mentre da più parte si tenta - con insistenza - di ricacciare la forza delle donne nella sola sfera privata. Non basta, dunque, un approccio che si occupi solo di sicurezza, ma servono politiche di lungo respiro che intervengano già dalla scuola e che formino gli insegnanti e tutte le professionalità che si trovano a fronteggiare i casi di violenza: magistrati, medici, psicologi e assistenti sociali. Quindi, non solo Forze di polizia, che, sebbene svolgano un ruolo decisivo nel raccogliere notizie di reato, in questo provvedimento - lo voglio sottolineare con grande dolore - non sono destinatarie di alcuna risorsa. Nel corso della precedente legislatura il Partito Democratico ha posto al centro della propria agenda politica il tema del contrasto alla violenza di genere. Rivendichiamo ciò con orgoglio, anche perché mai nella storia della Repubblica italiana si è visto un corposo intervento normativo come quello approntato dai Governi guidati dal Partito Democratico. Con la legge 27 giugno 2013, n. 77 l'Italia è stata tra i primi Paesi europei a ratificare la Convenzione di Istanbul, il primo strumento internazionale giuridicamente vincolante che tutela le donne contro qualsiasi forma di violenza. Diversi sono stati gli altri provvedimenti adottati: si pensi al decreto-legge 14 agosto 2013, n. 93, che ha introdotto misure di contrasto alla violenza, inasprendo le pene; al gratuito patrocinio per le vittime; alla priorità assoluta nella formazione dei ruoli di udienza e nella trattazione per i delitti sessuali. Abbiamo introdotto la facoltà per la vittima di violenza sessuale di richiedere il trasferimento ad altra amministrazione pubblica o, ancora, il congedo per un periodo massimo di tre mesi. Abbiamo introdotto il divieto di demansionamento, licenziamento o trasferimento a seguito di denuncia di molestie sessuali o ancora, con la legge di bilancio 2018, un contributo per le cooperative sociali che assumono donne vittime di violenza, perché è la prospettiva di vita libera, lavorativa e autonoma che va data a queste donne. Siamo intervenuti poi in maniera particolarmente incisiva in materia di atti persecutori (il cosiddetto stalking ), consentendo le intercettazioni e disponendo l'applicazione delle misure antimafia di prevenzione personale e patrimoniale anche agli indiziati di tale reato. Abbiamo dotato l'Italia, primo Paese in Europa, di una specifica disciplina a tutela degli orfani di crimini domestici, su cui segnalo tuttavia una carenza di finanziamento. Signor Presidente, mi avvio a concludere sottolineando che, alle politiche di contrasto, abbiamo sempre affiancato politiche attive e che quindi ci siamo accostati al disegno di legge in discussione oggi con un approccio collaborativo, senza pregiudizi, nella convinzione che le opposizioni possano e debbano sempre dare il loro contributo. In quest'ottica vanno lette le nostre proposte emendative, con le quali abbiamo cercato di raccogliere anche le diverse perplessità emerse nel corso delle audizioni, in particolare quelle relative all'articolo 2. Si tratta della disposizione centrale di questo provvedimento, che prevede l'obbligo per il pubblico ministero di sentire entro tre giorni le vittime di presunti maltrattamenti in famiglia. Eppure i nostri emendamenti sono stati respinti; altrettanto dicasi per tutti gli altri che miravano a conferire alla parte offesa un ruolo più attivo. A fronte di alcune evidenti carenze, abbiamo cercato di proporre modifiche volte ad integrare le nuove fattispecie in maniera più puntuale, facendoci carico del dolore e delle complesse situazioni esistenziali che sono alla base della richiesta di intervento normativo. Purtroppo però, signor Presidente, ci siamo scontrati con un muro: