[pronunce]

2.- Il ricorso è stato dichiarato ammissibile, in sede di preliminare delibazione, con l'ordinanza n. 126 del 2002. 3.- Si deve rilevare preliminarmente che il ricorso della Camera dei deputati è stato proposto, a oltre tre anni di distanza dalla pronuncia che disconosceva l'impedimento parlamentare allegato dal deputato Cito, solo dopo che si è esaurito per intero l'iter processuale, con la definitiva conferma, da parte della Corte di cassazione, della condanna inflitta, previa reiezione delle eccezioni di nullità proposte dall'imputato in relazione al mancato riconoscimento dell'impedimento in questione. In assenza di un termine per sollevare il conflitto di attribuzioni, tale circostanza non può però, di per sé, incidere sulla proponibilità del ricorso, che fa leva sulla lesione delle attribuzioni dell'organo parlamentare, indipendentemente dalle sorti della singola vicenda processuale, che riguarda invece il solo imputato-deputato. Né di per sé, indipendentemente da quanto più oltre si dirà circa la non accoglibilità della domanda di annullamento dei provvedimenti impugnati, ciò comporta il venir meno dell'interesse a ricorrere, che nella specie riposa esclusivamente sull'interesse dell'organo parlamentare a non vedere affermato, senza controllo di questa Corte, un criterio concreto di componimento, ai fini del riconoscimento di un impedimento a presenziare all'udienza a causa di lavori parlamentari, delle istanze contrapposte volte a dare rilievo alla funzione parlamentare e a quella della giurisdizione penale, entrambe di rilevanza costituzionale. 4.- Nel merito, il ricorso è fondato nei limiti di seguito precisati. I principi di ordine costituzionale che caratterizzano la materia in questione sono stati individuati nella sentenza n. 225 del 2001, e ribaditi nella sentenza n. 263 del 2003. La posizione dell'imputato membro del Parlamento di fronte alla giurisdizione penale “non è assistita da speciali garanzie costituzionali diverse da quelle stabilite” dall'art. 68, primo e secondo comma, della Costituzione. Al di fuori delle ipotesi ivi disciplinate “trovano applicazione, nei confronti dell'imputato parlamentare, le generali regole del processo, assistite dalle correlative sanzioni, e soggette nella loro applicazione agli ordinari rimedi processuali”. È compito delle competenti autorità giurisdizionali, e non della Corte costituzionale, interpretare e applicare le regole processuali, anche stabilendo “se e in che limiti gli impedimenti legittimi derivanti […] dalla sussistenza di doveri funzionali relativi ad attività di cui sia titolare l'imputato, rivestano tale carattere di assolutezza da dover essere equiparati, secondo il dettato dell'art. 486 del codice di procedura penale, a cause di forza maggiore”. Non vi è luogo, in questo campo, ad individuare “regole speciali, derogatorie del diritto comune”, e nemmeno dunque la regola per cui costituirebbe in ogni caso impedimento assoluto quello (e solo quello) derivante dalla necessità per l'imputato di prendere parte a votazioni in assemblea: il che significherebbe introdurre una distinzione “fra diversi aspetti dell'attività del parlamentare, tutti riconducibili egualmente ai suoi diritti e doveri funzionali”, non potendosi inoltre “escludere che l'esigenza di indire votazioni insorga in ogni momento nel corso delle attività delle assemblee parlamentari, indipendentemente dalla preventiva programmazione dei lavori”. Tuttavia l'autorità giudiziaria, “allorquando agisce nel campo suo proprio e nell'esercizio delle sue competenze”, deve tener conto “non solo delle esigenze delle attività di propria pertinenza, ma anche degli interessi, costituzionalmente tutelati, di altri poteri, che vengano in considerazione ai fini dell'applicazione delle regole comuni”, e così “ai fini dell'apprezzamento degli impedimenti invocati per chiedere il rinvio dell'udienza” (in questi termini la sentenza n. 225 del 2001, testualmente richiamata dalla sentenza n. 263 del 2003). Pertanto “il giudice non può, al di fuori di un ragionevole bilanciamento fra le due esigenze, entrambe di valore costituzionale, della speditezza del processo e della integrità funzionale del Parlamento, far prevalere solo la prima, ignorando totalmente la seconda” (sentenza n. 263 del 2003). 5.- Nella specie, il Tribunale di Taranto non ha rispettato tali principi, non operando una valutazione in concreto atta a bilanciare l'interesse allo svolgimento del processo con l'interesse della Camera alla partecipazione del suo componente ai lavori programmati, secondo l'ordine del giorno prodotto allo stesso Tribunale, o a rendere compatibili le due esigenze. Esso si è trincerato dietro un rilievo di pretesa “tardività” dell'istanza (presentata peraltro già il giorno prima dell'udienza fissata), pur in assenza di qualsiasi termine prescritto per l'allegazione dell'impedimento, e dietro l'improbabile rilievo della possibilità di conciliare le due presenze in città diverse e lontane nel giorno in questione, senza tenere conto che dalla documentazione prodotta dal difensore risultava l'impegno parlamentare già nel pomeriggio e nella sera del giorno precedente; lamentando inoltre che l'impedimento non fosse stato fatto valere in occasione del rinvio disposto nella precedente udienza, anteriore peraltro di quasi due mesi (il che attiene semmai alla condotta processuale dell'imputato, non all'oggettività dell'impedimento). A sua volta la Corte d'appello, nel rivalutare la situazione, è incorsa in evidenti equivoci, avendo da un lato confuso la presentazione dell'istanza (avvenuta il 17 febbraio) con l'invio da parte dell'imputato del nuovo fax il giorno stesso dell'udienza, e, dall'altro lato, avendo omesso di rilevare che l'ordine del giorno prodotto prevedeva l'esame di disegni di legge, dunque con possibili votazioni, nei giorni 17, 18, 19 e 20, e non solo il giorno 20 (per quest'ultimo giorno precisandosi solo che erano previste votazioni “sino alle ore 14”). La Corte di cassazione ha invece individuato un principio corretto quando ha statuito, in generale, che l'equilibrio fra le due funzioni in gioco deve trovare “contemperamento nel bilanciamento degli interessi confliggenti, operato di volta in volta dal giudice, sulla scorta della concreta situazione processuale”, senza che si debba sempre riconoscere una “indiscriminata valenza” dell'impedimento parlamentare. Ma ha poi avallato in modo sostanzialmente immotivato la decisione del Tribunale, affetta invece dai vizi che si sono detti. Tanto basta per riconoscere che, nella specie, l'autorità giudiziaria competente non ha operato il bilanciamento in concreto che le era demandato, valutando, in correlazione con l'interesse del processo, quello a non privare l'assemblea parlamentare della partecipazione del suo componente. In tal modo ha leso le attribuzioni della Camera ricorrente. 6.- Non può invece essere accolta la domanda della ricorrente di annullamento dei provvedimenti impugnati.