[pronunce]

A riprova del fatto che «gli atti tipici di funzione degli altri parlamentari appartenenti al gruppo non possono restare senza influenza alcuna sulla ricostruzione del nesso funzionale tra le dichiarazioni extra moenia e quelle intra moenia», la difesa della Camera cita le norme del regolamento della Camera le quali – imposto ad ogni deputato l'obbligo di aderire ad un gruppo (art. 14, comma 3) – prevedono che sulla discussione delle linee generali di un progetto di legge intervenga un deputato per gruppo (art. 83, comma 1); che un deputato per gruppo possa formulare dichiarazioni di voto (art. 85, comma 7), contemplando come residuale l'ipotesi del dissenso del singolo membro dal gruppo; che l'interrogazione a risposta immediata possa essere presentata da un deputato per ciascun gruppo, tramite il Presidente del gruppo; la rilevanza delle interrogazioni presentate da un gruppo su altre interrogazioni vertenti su altre materie; la fungibilità tra presentatore dell'interrogazione e altro membro del gruppo ai fini della replica (art. 135-bis, commi 2, 3, 4; 135-ter, commi 2 e 4). Tali norme presuppongono che il coordinamento e la condivisione dell'azione istituzionale, che è la ragione d'essere del gruppo parlamentare, non possono essere privi di rilevanza ai fini della sussistenza del nesso funzionale tra le dichiarazioni rese extra moenia da un parlamentare e quelle espresse intra moenia da altri esponenti del medesimo gruppo.1. – La Corte d'appello di Roma – investita dell'appello promosso da Paolo Foresti avverso la sentenza non definitiva con la quale il Tribunale di Roma aveva dichiarato inammissibile la domanda di risarcimento dei danni proposta nei confronti del deputato Nicola (Nichi) Vendola, in adesione alla delibera adottata dalla Camera dei deputati in data 17 marzo 1998 (doc. IV-quater, n. 20) che aveva qualificato come esercizio delle funzioni parlamentari le affermazioni contenute in un articolo apparso il 27 marzo 1997 sul quotidiano “Il Manifesto” – ha sollevato conflitto di attribuzione nei confronti della Camera dei deputati in relazione alla citata delibera, chiedendone l'annullamento in quanto invasiva delle attribuzioni dell'autorità giudiziaria. Ad avviso della Corte d'appello, infatti, la Camera dei deputati avrebbe fatto non corretta applicazione dell'art. 68, primo comma, Cost., qualificando come esercizio della funzione parlamentare l'affermazione – contenuta nell'articolo intitolato “Profughi e mafiosi” – secondo la quale «sotto l'ombrello dell'impostura e della mala informazione possiamo persino proteggere (con l'incredibile avallo del sempre più incredibile sottosegretario Fassino) un lestofante del calibro di Paolo Foresti, nostro ambasciatore a Tirana e principale cerniera tra l'Italietta dei predoni e un'Albania da colonia o da protettorato». In particolare, a giudizio della Corte d'appello, immotivatamente sarebbe stato ritenuto sussistente il collegamento funzionale di tali affermazioni con l'attività parlamentare del Vendola: ed infatti, da un lato, nella frase in questione sarebbero ravvisabili «soltanto pesanti apprezzamenti personali espressi come un qualunque privato cittadino» e, dall'altro lato, non vi sarebbe alcun collegamento tra il dibattito parlamentare sulla questione albanese e la qualifica di “lestofante” riferita al Foresti non «come ad esponente della istituzione, ma ad un singolo individuo accusato di rapporti non chiari con le mafie locali e non quindi di una conduzione politica come espressione della politica estera del governo stesso». Di qui la proposizione del conflitto di attribuzioni avverso la delibera di insindacabilità del 17 marzo 1998, che sarebbe stata adottata in assenza dei presupposti richiesti dall'art. 68, primo comma, Cost., con conseguente lesione delle attribuzioni dell'autorità giudiziaria. 2. – Preliminarmente, deve essere respinta l'eccezione di irricevibilità del conflitto proposta, nell'atto di costituzione in giudizio, dalla Camera dei deputati. Come la stessa difesa della Camera non manca di ricordare, questa Corte ha più volte affermato che l'utilizzazione della forma dell'ordinanza, in luogo di quella del ricorso, per sollevare il conflitto di attribuzioni non ne determina l'irricevibilità (né l'inammissibilità) quando l'atto «abbia i requisiti di sostanza del ricorso» (da ultimo, sentenza n. 298 del 2004); né v'è ragione per rivedere una giurisprudenza che fa applicazione in quello costituzionale di un principio generale del processo. È appena il caso di rilevare, peraltro, che l'utilizzazione della forma dell'ordinanza non implica, di per sé , l'inosservanza delle prescrizioni di cui all'art. 6 delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale, e che – anche a voler prescindere dal rilievo che tale inosservanza non è, nella specie, nemmeno dedotta ma solo arguita come conseguenza naturale e necessitata dell'adozione dell'ordinanza in luogo del ricorso – l'asserita violazione del cit. art. 6 non risulta aver in alcun modo pregiudicato, o reso meno agevole, l'attività difensiva della Camera resistente. Ciò è dimostrato dal carattere meramente astratto della denunciata violazione del principio di eguaglianza e del principio di parità fra le parti del giudizio: principio che non consente di addossare oneri squilibrati alle parti di un medesimo giudizio, ma che certamente è male invocato quando si sostiene che la difesa della Camera, se ricorrente, si sobbarca all'onere di produrre numerose copie del ricorso laddove l'autorità giudiziaria, quando è ricorrente, si sottrae a tale “difficoltà materiale”. La par condicio non ha nulla a che vedere con una fattispecie che richiederebbe, nell'auspicio della difesa della Camera, una applicazione (non tanto rigorosa, quanto) rigidamente letterale dell'art. 6 cit. da parte della cancelleria della Corte nel sanzionare una irregolarità formale, pur se non idonea a pregiudicare in qualsiasi modo la controparte. 2.1. – Nel merito, il ricorso dell'autorità giudiziaria è fondato. 2.2. – Nella relazione all'assemblea della Giunta per le autorizzazioni a procedere in giudizio si afferma essere «evidente che il deputato Vendola ha agito nella sua veste parlamentare esercitando un legittimo diritto di critica e che la stessa parola “lestofante”, riferita al dottor Foresti, si iscrive non con riferimento alla sua individualità, ma a lui come esponente della istituzione, e cioè dell'ambasciata italiana», deducendone che «l'epiteto, ingiurioso in sé e per sé considerato, è diretto a innervare un durissimo attacco alla conduzione politica dell'ambasciata come espressione della politica estera del Governo».