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Disposizioni per il contenimento del consumo del suolo e la tutela del paesaggio. Onorevoli Senatori. -- Il nostro ordinamento non ha mai attuato in modo organico la finalità costituzionale del razionale sfruttamento del suolo (articolo 44 della Costituzione), che oggi più che mai deve considerarsi come una risorsa sempre più scarsa, il cui consumo determina pesanti ripercussioni sull'economia agricola e turistica. Il suolo non è solo un elemento produttivo ma anche il cardine della nozione di paesaggio (articolo 9, secondo comma, della Costituzione), che, come ha affermato la giurisprudenza costituzionale, «non dev'essere limitato al significato di bellezza naturale, ma va inteso come complesso dei valori inerenti al territorio» (Corte costituzionale, sentenza 7 novembre 1994, n. 379) e conseguentemente come bene «primario» e «assoluto» (Corte costituzionale, sentenze 5 maggio 2006, nn. 182 e 183) necessitante di una tutela unitaria e sostenuta anche da competenze regionali, sempre nell'ambito di parametri minimi stabiliti a livello statale (Corte costituzionale, sentenza 22 luglio 2004, n. 259). Nel recente Rapporto sul benessere urbano redatto dall'Istituto nazionale di statistica nel 2013 si legge, nel capitolo intitolato «Il diritto alla bellezza» (pagina 195): «Mentre la tutela dei centri storici e la protezione delle aree naturali sono princìpi consolidati nel quadro normativo e sedimentati ormai da tempo, la salvaguardia dei paesaggi rurali non si è ancora affermata nella legislazione e neanche nell'opinione pubblica». È dunque evidente che la legislazione italiana versa ancora in una situazione di profondo ritardo rispetto all'attuazione del dettato costituzionale, con gravi ripercussioni sullo stato del paesaggio e del mercato edilizio. Da un lato, la gravissima crisi della finanza locale sta portando ad una drastica riduzione del benessere negli agglomerati urbani, con la prospettiva di un ulteriore arretramento delle condizioni di vita delle popolazioni già colpite da sei anni di crisi economica e finanziaria. Già oggi i comuni italiani non hanno più le risorse sufficienti per garantire l'erogazione dei servizi essenziali da cui dipende la vita quotidiana della popolazione: si chiudono servizi; si riduce l'assistenza sociale; a Napoli, caso emblematico passato troppo in fretta sotto silenzio, il 30 gennaio 2013 non si è garantito il servizio di trasporto pubblico per la mancanza di combustibile con cui far circolare gli autobus municipali. Sul fronte del paesaggio agricolo e delle aree aperte in generale, stiamo rischiando di cancellare paesaggi storici che hanno formato il vanto della cultura italiana del territorio. A differenza di quanto avviene negli altri Stati europei, i nostri comuni non riescono a controllare il processo di diffusione urbana e abbiamo il paesaggio agricolo più disordinato e compromesso. Peraltro, gran parte delle nuove proposte di realizzazione di grandi trasformazioni urbanistiche che connotano la vita della regioni italiane -- basti pensare a Mediapolis di Ivrea o alle cinque nuove città tematiche del Veneto -- è localizzata in aree agricole: ne consegue l'ulteriore compromissione di migliaia di ettari di territorio sacrificati per uno «sviluppo» speculativo il quale costituisce una delle cause della crisi economica che stiamo vivendo. Il disordine insediativo e l'abbandono del territorio agricolo sono anche causa di gravi conseguenze sullo sviluppo del Paese e sulla vita stessa dei suoi abitanti. Dissesto idrogeologico, inondazioni e frane non sono infatti tanto fenomeni naturali, quanto invece le conseguenze della mancanza di governo del territorio. Si legge ad esempio nel Primo rapporto ANCE -- CRESME. Lo stato del territorio italiano 2012 , alla pagina 25: «Per avere un'idea della dimensione del problema si pensi solo che a partire dall'inizio del secolo gli eventi di dissesto idrogeologico gravi sono stati 4.000 che hanno provocato ingenti danni a persone, case e infrastrutture ma soprattutto hanno provocato circa 12.600 morti, dispersi o feriti e il numero degli sfollati supera i 700 mila». Si tratta di un costo umano ed economico che l'Italia non si può più permettere: la tutela del paesaggio agrario costituisce dunque un'emergenza assoluta. Non sono da sottovalutare inoltre gli effetti che una riduzione del suolo agricolo determina in termini di perdita dell'indipendenza alimentare; con l'inevitabile importazione di alimenti da Paesi esteri e conseguenze negative sia in termini di inquinamento da trasporto sia in termini di qualità degli alimenti stessi. Infine, sul versante del mercato edilizio assistiamo da cinque anni alla progressiva diminuzione dei valori degli immobili, in particolare nelle città piccole e medie e in generale nelle aree periferiche urbane. La stragrande maggioranza delle famiglie italiane si trova così non soltanto a fare i conti con la crisi economica e con la disoccupazione, ma per la prima volta vede il concreto rischio di una forte perdita di ricchezza a causa del crollo dei valori immobiliari in atto. I risparmi di una vita sembrano dunque messi in pericolo, e ciò provoca un diffuso e pericoloso senso di insicurezza sociale. Di fronte a questi fenomeni continua senza soste il processo di ulteriore crescita delle città. Nel 2012 il Politecnico di Milano, a seguito di una specifica ricerca, evidenziava, sulla base dei permessi di costruzione già rilasciati, che città di grandi dimensioni -- quali Brescia e Bergamo -- si troveranno ad avere rispettivamente 107.000 e 135.000 alloggi vuoti o inutilizzati. Si tratta di una quantità insostenibile, in grado di ospitare un numero di abitanti uguale se non superiore a quello già oggi residente! Giacomo Vaciago, nel quotidiano «Il Sole-24 Ore» del 16 febbraio 2012, richiamava invece l'attenzione sulle enormi previsioni edificatorie contenute nei vigenti piani regolatori comunali, ideati e approvati negli anni in cui si era convinti della possibilità di un processo di crescita infinita. Nelle mutate condizioni in cui siamo, in una fase di crisi economica il cui esito nessuno è in grado di prevedere, e di fronte alla forte riduzione dei valori immobiliari in atto, stiamo costruendo un imponente patrimonio immobiliare che provocherà inevitabilmente un'ulteriore caduta dei valori delle case e per ciò stesso dei redditi della stragrande maggioranza della popolazione italiana. Sulla base dei dati del censimento generale della popolazione residente del 2011, a fronte di circa 25 milioni di nuclei familiari, esistono circa 29 milioni di alloggi. Questi numeri vanno maneggiati con cura, come è noto: la loro distribuzione geografica non è infatti omogenea e possono ancora esistere aree in cui sussistono segmenti di fabbisogno abitativo insoddisfatto. Ma tutti gli analisti dei processi territoriali concordano nell'affermare che siamo in presenza di un eccesso di offerta, come è reso evidente dal grande numero di alloggi invenduti e dal gigantesco processo di abbandono di immobili destinati a uffici o all'esercizio di attività produttive.