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Norme in materia di razionalizzazione del Servizio sanitario nazionale e di formazione di laureati in medicina e chirurgia. Onorevoli Senatori. -- È sotto gli occhi di tutti lo scoramento che affligge tutti i medici del nostro Servizio sanitario nazionale (SSN). Essi infatti, indipendentemente dall'attività che svolgono, sono sottoposti giornalmente a campagne mediatiche che li dipingono come i principali responsabili del malaffare che coinvolge la sanità costringendoli a divenire apatici, indifferenti poiché impotenti di fronte al divenire degli eventi. Pur sottolineando la necessità che l'esigua minoranza di medici che ha commesso errori di qualsiasi natura deve essere punito non possiamo assistere allo scempio che viene fatto della stragrande maggioranza di loro che sono onesti, coscienziosi e preparati e pronti ad accoglierci nei loro studi, in ospedale, guardia medica e così via, per risolvere i nostri problemi di salute. Il sistema necessita pertanto di notevoli rettifiche che noi abbiano intenzione di apportare con diversi disegni di legge ad hoc . Il presente disegno di legge, primo della serie, vuole dare una risposta concreta al principale problema della nostra sanità che è sotto gli occhi di tutti ma oggetto di scarsa attenzione: l'occupazione da parte della politica dei posti di comando della sanità. In atto le nomine dei manager sono di pertinenza politica, da ciò ne deriva una esasperata politicizzazione di tutti i ruoli siano essi amministrativi che sanitari, rendendo il medico il « peon » di un sistema dove al contrario dovrebbe essere il protagonista principale. Al momento nessuna scelta dipende da lui: l'acquisto dei materiali con i quali deve lavorare, dei farmaci con i quali deve curare, l'adattamento dei locali, la scelta del personale paramedico con cui collaborare, l'assunzione dei colleghi con cui gestire i pazienti e così via. La stessa categoria medica sta cominciando a prendere coscienza di questa assurda situazione, non accontentandosi più delle varie promesse della politica di lasciare la sanità, senza sue ingerenze, in mano ai meritevoli e capaci. In un sondaggio realizzato nel mese di luglio dal quotidiano on-line Quotivadis (Univadis-Merck Sharp Dome) il 62 per cento dei medici italiani ha risposto senza dubbi che il primo problema da affrontare per rilanciare il SSN è il criterio di nomina dei direttori generali, che per gli intervistati vengono selezionati solo per via politica e non per merito. I primi articoli di questo disegno legge intendono porre fine a questo problema utilizzando la democrazia come soluzione: si propone l'elezione dei manager da parte di tutti gli operatori sanitari (medici, infermieri, ausiliari, e così via) operanti nella provincia o nell'azienda di competenza del candidato. In tal modo il manager eletto sarà costretto a rendere ragione del suo operato ai suoi diretti elettori-operatori della sanità e tramite questi alla popolazione. Lo stesso dicasi per le altre cariche della sanità quali direttore sanitario e di distretto. Nella seconda parte il presente disegno di legge tenta di dare una soluzione ad un problema di precariato medico che lo stato italiano si trascina dal lontano 1994. Nello specifico: il decreto legislativo 8 agosto 1991 n. 256, di attuazione della direttiva europea n. 86/457/CEE, disponeva che a partire dal 31 dicembre 1994 per essere ammessi alle graduatorie regionali di medicina generale non bastava più la sola laurea ma bisognava essere in possesso dell'attestato conseguito frequentando il corso biennale di formazione in medicina generale. Tale norma, che riconosceva l'equipollenza all'attestato suddetto a chi era in graduatoria alla data del 31 dicembre 1994, non teneva in nessuna considerazione le migliaia di studenti in medicina e chirurgia a quella data. Studenti che si erano immatricolati sapendo che era necessaria la sola laurea per accedere alle graduatorie regionali (e quindi alla convenzione di medicina generale). Questi ultimi hanno visto quindi svanire in un sol colpo quella che per molti di loro era stata la motivazione dell'iscrizione in medicina e chirurgia. In seguito, il decreto legislativo 17 agosto 1999, n. 368 (abrogativo del citato decreto legislativo n. 256 del 1991), di attuazione della direttiva n. 93/16/CE lo Stato italiano confermava la necessità del possesso dell'attestato del corso biennale di formazione per accedere alle graduatorie regionali. Nel corso degli anni compresi fra il 1996 ed il 2001 l'impegno dei parlamentari di maggioranza ed opposizione, spronati dalle richieste delle migliaia di medici interessati dal suddetto problema, portò all'approvazione della legge 29 dicembre 2000, n. 401. L'articolo 3 della citata legge n. 401 del 2000, che recitava: «I laureati in medicina e chirurgia iscritti al corso universitario prima del 31 dicembre 1991 ed abilitati all'esercizio professionale sono ammessi a domanda in soprannumero ai corsi di formazione specifica in medicina generale di cui al decreto legislativo 8 agosto 1991, n. 256. I medici ammessi in soprannumero non hanno diritto alla borsa di studio e possono svolgere attività libero-professionale compatibile con gli obblighi formativi», riapriva dopo la frequenza del corso biennale le porte delle graduatorie regionali per la continuità assistenziale ai laureati in medicina e chirurgia immatricolati entro il 31 dicembre 1991 (restituendogli un diritto acquisito al momento dell'iscrizione alla facoltà di medicina e chirurgia, ingiustamente negato da una legislazione «svagata»). Il dipartimento delle professioni sanitarie, delle risorse umane e tecnologiche in Sanità e dell'assistenza sanitaria di competenza statale bloccò l'articolo, in questione con una circolare del mese di gennaio 2001, rimandando qualsiasi decisione in merito a successivi decreti. Il Ministero della salute richiese in data 16 maggio 2001 un parere sulla reale applicabilità della legge n. 401 del 2000 al Consiglio di Stato. In data 20 giugno 2001 la sezione I dell'Alto Consesso decise di non dare luogo al richiesto parere per non influenzare l'autorità giudiziaria, in quanto sulla questione erano in corso diversi ricorsi al tribunale amministrativo regionale (TAR) del Lazio ad opera di piccoli gruppi di medici in conseguenza dei quali la questione era ormai transitata in sede contenziosa presso il TAR del Lazio. La sezione III- bis si pronunciò con una sentenza che rigettando i ricorsi dei medici intesi ad ottenere l'ammissione in sovrannumero ai corsi biennali avviati nel 2000, considerando che l'articolo 3 della citata legge n. 401 del 2000 fa riferimento al decreto legislativo 8 agosto 1991, n. 256, che da tempo era stato abrogato dall'articolo 46, comma 3, del decreto legislativo 17 agosto 1999, n. 368, concludeva dicendo che l'articolo 3 non può essere inteso che nel senso restrittivo che riguarda esclusivamente posizioni attinenti al corso previsto dal citato decreto legislativo n. 256 del 1991 e non a quello previsto dal citato decreto legislativo n. 368 del 1999.