[pronunce]

Non si scorge cioè alcuna apprezzabile ragione, ex art. 3 Cost., in base alla quale il trattamento dello stato di disoccupazione di tali lavoratori - simile a quello dei lavoratori a tempo indeterminato degli altri settori - sia rapportato invece alle modalità di protezione dei lavoratori agricoli a tempo determinato per tradursi praticamente in una mancanza di tutela». Sotto un «diverso profilo», non si giustificherebbe, alla stregua dell'art. 3 Cost., che i lavoratori agricoli a tempo indeterminato in questione siano trattati in modo deteriore anche, «almeno con riferimento al periodo di tempo che viene in rilievo nella causa», rispetto agli stessi operai agricoli a tempo determinato, «da cui mutuano le caratteristiche fondamentali della modulazione del sistema di protezione (le giornate indennizzabili)». Questi ultimi, infatti, a parità di lavoro nell'anno, oltre le 270 giornate, godono di una tutela più ampia, dato che l'art. 1, comma 55, della legge n. 247 del 2007 assicura loro un'integrazione nell'anno successivo del reddito percepito nell'anno precedente «qualsiasi sia il numero delle giornate lavorate fino al 31.12». Il giudice rimettente argomenta che, poiché l'indennità di disoccupazione agricola costituisce un'integrazione del reddito percepito nell'anno precedente, non si comprenderebbero la funzione e il motivo di tale disparità di trattamento, per cui, a fronte della stessa data di cessazione del rapporto di lavoro a ridosso della fine dell'anno, il lavoratore a tempo determinato percepisce un'integrazione reddituale mentre quello a tempo indeterminato non ne percepisce alcuna. Il giudice a quo asserisce infine che le questioni sollevate sono diverse da quelle oggetto della sentenza della Corte costituzionale n. 194 del 2017 perché non riguardano, come in quel caso, il «computo del requisito contributivo (pacificamente sussistente e non contestato in capo ai ricorrenti)», ma sono dirette a «garantire in concreto l'individuazione e l'erogazione di un trattamento protettivo per chi ha lavorato, nel 2008, fino alla fine dell'anno e comunque oltre le 270 giornate all'anno (limite non valevole per i lavoratori a tempo determinato)». 1.5.- Il rimettente chiede, «allo scopo», alla Corte costituzionale di dichiarare l'illegittimità costituzionale delle «norme indicate», in riferimento agli artt. 3 e 38 Cost., «laddove escludono (l'art. 32 n. 264/1949) che venga corrisposto ai lavoratori agricoli a tempo indeterminato, in possesso dei requisiti assicurativi, il trattamento di disoccupazione ordinario riservato agli altri lavoratori a tempo indeterminato; ed, in subordine, laddove non prevedono (l'art. 32 cit. e l'articolo 1 della legge 24 dicembre 2007, n. 247) che si applichi ai medesimi lavoratori agricoli lo stesso trattamento previsto per i lavoratori a termine». La Corte di cassazione solleva quindi questione di legittimità costituzionale dell'art. 32, primo comma, lettera a), della legge n. 264 del 1949 e dell'art. 1, comma 55, della legge n. 247 del 2007, «nella parte in cui escludono la protezione contro lo stato di disoccupazione dei lavoratori agricoli a tempo indeterminato nei termini di cui ai motivi». 2.- Si è costituito nel giudizio Mohammed Mounji, ricorrente nel processo principale, chiedendo che le questioni sollevate siano dichiarate fondate. 2.1.- La parte sottolinea che in tale processo aveva chiesto il riconoscimento di «uno dei trattamenti [di] disoccupazione ordinaria o agricola» - dopo che l'INPS li aveva entrambi negati, rigettando le sue domande -, con la conseguente rilevanza delle questioni. 2.2.- Quanto al merito delle stesse, egli afferma di condividere le argomentazioni dell'ordinanza di rimessione. Dopo avere rappresentato che, in base all'art. 32 della legge n. 264 del 1949, al lavoratore agricolo a tempo indeterminato licenziato dopo avere lavorato per più di 270 giornate non spetta alcuna indennità di disoccupazione, la parte asserisce che le disposizioni censurate, negando ogni tutela in caso di disoccupazione involontaria dei lavoratori agricoli a tempo indeterminato «licenziati verso la fine dell'anno», violerebbe, anzitutto, l'art. 38 Cost. Secondo lo stesso ricorrente, le disposizioni censurate violerebbero anche l'art. 3 Cost. Ciò, in primo luogo, sotto il profilo dell'ingiustificata disparità di trattamento delle due categorie, «sostanzialmente omogenee», dei lavoratori a tempo indeterminato agricoli e non agricoli. La parte sottolinea al riguardo che, «fondandosi la specificità del lavoro agricolo sulla stagionalità, dal punto di vista del lavoratore a tempo indeterminato non è ragionevolmente giustificabile la [...] difformità di trattamento con gli altri lavoratori del settore non agricolo in assenza delle condizioni di discontinuità poste a fondamento della specialità della disciplina agricola». La violazione dell'art. 3 Cost. sussisterebbe, in secondo luogo, «rispetto ai lavoratori agricoli a tempo determinato, a parità di periodo lavorativo, oltre le 270 giornate». 3.- Si è costituito nel giudizio l'INPS, resistente nel processo principale, chiedendo che le questioni sollevate siano dichiarate inammissibili o infondate. 3.1.- Dopo avere ricostruito il quadro «storico-normativo» dell'indennità ordinaria di disoccupazione per gli operai del settore agricolo, l'INPS afferma la notevole diversità di questa prestazione rispetto a quella in favore dei lavoratori degli altri settori produttivi. La prima è riconosciuta per un periodo di disoccupazione già completamente trascorso; è determinata in base al numero delle giornate di lavoro prestate nell'anno di riferimento; è erogata l'anno successivo a quello della cessazione del rapporto di lavoro. Essa, pertanto, «assicura [...] dal bisogno per periodi di inattività già decorsi [...] e garantisce al disoccupato del settore agricolo un "minimo di reddito annuo", indipendentemente dalla condizione di occupazione o disoccupazione del lavoratore al momento in cui il sussidio viene chiesto e liquidato». L'indennità ordinaria di disoccupazione per gli operai del settore agricolo «si qualifica sostanzialmente come una forma di integrazione salariale concessa ex post [...] senza alcun collegamento con la ricerca di nuova occupazione». 3.2.- Tanto premesso, secondo l'INPS le questioni sollevate sarebbero, anzitutto, inammissibili. 3.2.1.- Tale inammissibilità sarebbe dovuta, in primo luogo, al difetto di motivazione sulla rilevanza delle stesse.