[pronunce]

«introduce, quindi, un limite all'applicabilità retroattiva della nuova e più favorevole disciplina della "messa alla prova" per gli imputati adulti, allorché, al momento dell'introduzione dell'istituto premiale, sia stata superata la fase processuale entro la quale la sospensione del procedimento con la messa alla prova può essere richiesta dall'imputato»; che, in punto di non manifesta infondatezza della questione, il Tribunale rimettente richiama la giurisprudenza costituzionale e quella della Corte europea dei diritti dell'uomo in tema di retroattività della legge penale più favorevole, ricordando come il principio di retroattività in mitius - riconosciuto anche dal diritto internazionale (art. 15, comma 1, del Patto internazionale relativo ai diritti civili e politici, adottato a New York il 16 dicembre 1966, ratificato e reso esecutivo con la legge 25 ottobre 1977, n. 881) ed europeo (art. 49, comma 1, della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea, proclamata a Nizza il 7 dicembre 2000 e, in una versione adattata, il 12 dicembre 2007 a Strasburgo) - abbia «assunto una propria autonomia e, attraverso l'art. 117, comma 1° Cost., [abbia] acquistato un nuovo fondamento con l'interposizione dell'art. 7 CEDU come interpretato dalla Corte di Strasburgo (C. Cost. n. 393/2006)»; che le «sentenze "Scoppola" e "Del Rio Prada" [...] hanno considerato irrilevante la qualifica come "processuale" attribuita dal diritto interno a norme in realtà idonee ad incidere sul trattamento sanzionatorio»; che il nuovo istituto della sospensione con messa alla prova cumulerebbe connotazioni di carattere processuale e sostanziale, perché sarebbe al contempo una causa di estinzione del reato e un modulo di definizione alternativa al giudizio; che, dal «rango convenzionale e costituzionale assegnato [al principio della retroattività della lex mitior] non può non farsi discendere la conseguenza [...] che eventuali deroghe a detto principio potrebbero giustificarsi solo in ragione della tutela di "controinteressi di rango omogeneo al diritto fondamentale cui si intende eccettuare"», tra cui non possono farsi rientrare «istanze quali "l'efficienza del processo", "la tutela dei destinatari della giurisdizione", "la dispersione delle attività processuali già compiute", "la ragionevole durata del processo"»; che peraltro le richiamate istanze «non risulterebbero significativamente frustrate per effetto dell'applicazione retroattiva [ossia ai procedimenti che, al momento dell'entrata in vigore della legge n. 67 del 2014, abbiano superato la fase processuale della dichiarazione di apertura del dibattimento] della nuova disciplina della "sospensione del procedimento con messa alla prova per imputati maggiorenni"»; che la scelta legislativa di individuare «il momento della dichiarazione di apertura del dibattimento come discrimine temporale per l'accesso alla "messa alla prova" nel giudizio direttissimo non risulterebbe conforme a ragionevolezza, poichè l'attività processuale in ipotesi compiuta non sarebbe del tutto vanificata da un eventuale accesso all'istituto premiale»; che il contrasto tra la norma censurata e l'art. 7 della CEDU non sarebbe superabile in via interpretativa, in quanto «[l]'effetto sostanziale che l'istituto premiale è suscettibile di produrre risulta rigidamente vincolato a termini processuali espressi e tassativi»; che è intervenuto in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, e ha chiesto che le questioni siano dichiarate inammissibili e comunque non fondate; che la difesa dello Stato sottolinea come, in base al principio di diritto processuale "tempus regit actum", l'esclusione dell'applicazione del nuovo istituto ai procedimenti pendenti nei quali sia già avvenuta l'apertura del dibattimento costituirebbe il frutto di una scelta riservata al legislatore, nel ragionevole esercizio della sua discrezionalità in materia processuale. Considerato che, con ordinanza del 17 dicembre 2014 (r.o. n. 94 del 2015), il Tribunale ordinario di Brindisi ha sollevato, in riferimento all'art. 117, primo comma, della Costituzione, in relazione all'art. 7 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali (d'ora in avanti «CEDU»), firmata a Roma il 4 novembre 1950, ratificata e resa esecutiva con la legge 4 agosto 1955, n. 848, una questione di legittimità costituzionale dell'art. 464-bis, comma 2, del codice di procedura penale, «nella parte in cui prevede che la richiesta di sospensione del procedimento con messa alla prova "può essere proposta fino alla dichiarazione di apertura del dibattimento nel giudizio direttissimo"»; che la questione è manifestamente infondata; che, con la sentenza n. 240 del 2015, questa Corte ha già dichiarato non fondata la questione di legittimità costituzionale dell'art. 464-bis, comma 2, cod. proc. pen. , sollevata, in riferimento, tra gli altri, all'art. 117, primo comma, Cost., in relazione all'art. 7 della CEDU, dal Tribunale ordinario di Torino, con ordinanza del 28 ottobre 2014 (r.o. n. 260 del 2014); che la citata sentenza ha osservato che «[i]l termine entro il quale l'imputato può richiedere la sospensione del processo con messa alla prova è collegato alle caratteristiche e alla funzione dell'istituto, che è alternativo al giudizio ed è destinato ad avere un rilevante effetto deflattivo. Consentire, sia pure in via transitoria, la richiesta nel corso del dibattimento, anche dopo che il giudizio si è protratto nel tempo, eventualmente con la partecipazione della parte civile (che avrebbe maturato una legittima aspettativa alla decisione), significherebbe alterare in modo rilevante il procedimento»; che l'inapplicabilità dell'istituto in esame ai processi in corso, in cui sia stata già dichiarata l'apertura del dibattimento, prosegue la sentenza, «è conseguenza non della mancanza di retroattività della norma penale ma del normale regime temporale della norma processuale, rispetto alla quale il riferimento all'art. 7 della CEDU risulta fuori luogo»; che, infatti, «[i]l principio di retroattività si riferisce al rapporto tra un fatto e una norma sopravvenuta, di cui viene in questione l'applicabilità, e nel caso in oggetto, a ben vedere, l'applicabilità e dunque la retroattività della sospensione del procedimento con messa alla prova non è esclusa, dato che la nuova normativa si applica anche ai reati commessi prima della sua entrata in vigore»; che l'art. 464-bis cod. proc. pen. , nella parte impugnata, riguarda esclusivamente il processo ed è espressione del principio "tempus regit actum"; che tale principio ben potrebbe essere derogato da una diversa disciplina transitoria, ma la sua mancanza non è certo censurabile in forza dell'art. 7 della CEDU; che pertanto la questione di legittimità costituzionale sollevata dal Tribunale ordinario di Brindisi è manifestamente infondata.