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Istituzione di una Commissione parlamentare di inchiesta sul fenomeno delle mafie e sulle altre associazioni criminali, anche straniere (n. 825). Onorevoli Senatori. -- La consapevolezza del fenomeno mafioso in sede parlamentare, ai fini della costituzione di una Commissione d'inchiesta, matura soltanto negli anni Sessanta del Novecento. Nella III legislatura, infatti, si giunse all'istituzione della prima Commissione d'inchiesta, con la legge n. 1720 del 1962. Giungeva così a conclusione dell' iter parlamentare un disegno di legge a prima firma del senatore Parri, presentato già nel novembre 1958. Nella relazione introduttiva si trovano esposti più elementi, ritraenti l'evoluzione della mafia, fra cui la precoce sottolineatura che «il problema dell'attività della mafia in Sicilia è divenuto sempre più un problema di importanza nazionale, non soltanto in organi del potere pubblico, ma soprattutto per le sempre più estese e forti correlazioni che il fenomeno ha stabilito con i centri economici e politici della vita nazionale e per i rapporti che ne sono stati accertati in campo internazionale». La legislatura si concluse senza che la Commissione d'inchiesta, appena istituita, avesse dato avvio alla sua attività. La seconda Commissione parlamentare antimafia venne istituita con la legge 13 settembre 1982, n. 646 (cosiddetta legge «Rognoni-La Torre») sulla scorta dell'emozione suscitata dagli assassini, il 30 aprile, di Pio La Torre, deputato e segretario regionale del PCI siciliano e, il 3 settembre, di Carlo Alberto Dalla Chiesa, generale dei Carabinieri da poco nominato prefetto di Palermo. Essa non ebbe poteri di inchiesta. Le furono attribuiti i compiti di verificare l'attuazione delle leggi antimafia, di accertare la congruità della normativa, la conseguente azione dei pubblici poteri e, infine, di suggerire al Parlamento misure legislative e amministrative. Terminò i suoi lavori nel 1987, allo scadere della IX legislatura. La terza Commissione parlamentare antimafia fu istituita nella X legislatura, con la legge n. 94 del 1988, e venne dotata di poteri di inchiesta, come tutte le successive. La quarta Commissione parlamentare antimafia fu istituita nella XI legislatura, nella drammatica emergenza posta dall'offensiva stragista che tolse la vita ai giudici Falcone e Borsellino. Ciascuna delle successive legislature ha visto approvata una legge istitutiva di una Commissione parlamentare d'inchiesta antimafia. Il testo all'esame dell'Assemblea riproduce pressoché immutato -- salvo contenute variazioni -- il testo della legge che istituì la Commissione parlamentare antimafia nella XVI legislatura (legge 4 agosto 2008, n. 132). Le principali variazioni concernono solo alcuni aspetti: l'utilizzo della espressione «mafie» al plurale; un aggiornamento dei richiami normativi, una nuova disposizione (articolo 2, comma 1, ultimo periodo), relativa al caso di soppravvenienza, in capo ad un componente della Commissione, delle situazioni previste nella proposta di autoregolamentazione approvata dalla Commissione nella legislatura precedente, da cui discende un obbligo di immediata informazione alla Presidenza della Camera di appartenenza; infine, la previsione che il regolamento interno della Commissione stabilisca il numero massimo dei collaboratori. La legge istitutiva della Commissione antimafia della scorsa legislatura per prima ampliò l'oggetto di analisi alle associazioni straniere, comunque denominate, che, valendosi della forza intimidatrice del vincolo associativo, perseguano scopi corrispondenti a quelli delle associazioni di tipo mafioso. I compiti della Commissione consistono nella verifica, indagine e formulazione di proposte migliorative, su un articolato insieme di temi. Al riguardo la Commissione riferisce al Parlamento al termine dei lavori, o comunque quando lo ritenga opportuno, in ogni caso a scadenza almeno annuale. I compiti assegnati riprendono l'approfondimento dei seguenti temi e profili: l'attuazione della legge n. 646 del 1982 (la legge «Rognoni-La Torre», che ha introdotto, nel codice penale, l'articolo 416- bis , così prevedendo il delitto di associazione di tipo mafioso e che costituisce l'architrave della normativa antimafia vigente), nonché del codice di cui al decreto legislativo n. 159 del 2011, delle altre leggi dello Stato e degli indirizzi parlamentari relativi al fenomeno mafioso e alle principali altre organizzazioni criminali; la normativa in materia di collaborazione di giustizia (a questo proposito si nota che il termine entro cui il collaboratore è tenuto ad esporre le sue dichiarazioni rimane uno dei profili controversi della disciplina, che attualmente non prevede possa essere richiesta la proroga, in casi di particolare complessità); l'applicazione dell'articolo 41- bis dell’ordinamento penitenziario agli imputati o condannati per delitto di tipo mafioso, uno strumento decisivo nella lotta contro la criminalità mafiosa; l'azione coordinata di Stato, regioni ed enti locali, nonché la stipulazione di accordi internazionali in materia di prevenzione delle attività criminali e di cooperazione giudiziaria, anche al fine di creare una spazio giuridico antimafia nell'Unione europea; le trasformazioni del fenomeno mafioso e l'estensione del suo radicamento in regioni diverse da quelle di insediamento tradizionale; la sua internazionalizzazione e cooperazione con altre organizzazioni in nuove forme di attività illecite (ad esempio lo sfruttamento di flussi migratori illegali); i connotati socio-culturali delle organizzazioni criminali, nelle aree di origine così come in quelle di espansione. Quanto ancora ai rapporti tra mafia e politica, occorre soffermarsi sul fenomeno dell'infiltrazione negli organi amministrativi, con particolare riguardo alla selezione di candidature e gruppi dirigenti e all'incidenza nei successivi momenti storici su delitti e stragi di carattere politico-mafioso. Ancora, vi è il tema della infiltrazione o del condizionamento negli appalti e nelle opere pubbliche, nonché delle forme di accumulazione, investimento e riciclaggio di patrimoni e proventi illeciti, come quello della verifica dell'impatto negativo delle attività mafiose sul sistema produttivo. In ordine alla congruità della normativa anti-riciclaggio, con particolare attenzione alle intermediazioni finanziarie e alle reti di impresa, si può osservare che, per quanto riguarda il diritto penale, la fattispecie del reato di riciclaggio è stata progressivamente affinata nel tempo. Tra i profili problematici tuttora dibattuti, vi è quello che – secondo la legislazione vigente – l'autore del reato presupposto non può essere punito anche per il reato di riciclaggio. Rimane così sguarnito il cosiddetto autoriciclaggio, vale a dire il riciclaggio posto in essere dallo stesso autore del reato che genera l'acquisizione illecita delle disponibilità finanziarie. Secondo più operatori, ascoltati dalla Commissione antimafia nella XVI legislatura, ne consegue un'incompiutezza dell'ordito penalistico anti-riciclaggio, aspetto certamente da approfondire. Quanto alla verifica sulla normativa in materia di confisca dei beni e di loro uso sociale e produttivo, si tratta di uno dei nodi problematici, sul piano normativo, soprattutto per quanto attiene alla vendita dei beni immobili definitivamente confiscati.