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Tutela e valorizzazione della lingua italiana. Onorevoli Senatori . – La lingua italiana rappresenta l'identità nazionale del nostro Paese, il nostro elemento unificante e il nostro patrimonio più antico che deve essere opportunamente tutelato e valorizzato. Le parole che usiamo ogni giorno sono un prodotto della storia e le regole grammaticali non sono esterne alla lingua ma ne costituiscono parte integrante. La mancanza di una « lingua comune » genera incomprensione ed esclusione ed è quindi socialmente negativa. Le lingue nazionali non sono lingue etniche, di natura, ma di cultura, una creazione consapevole di una comunità politicamente organizzata e sovrana. Nessuno può disinteressarsene e men che mai lo Stato-nazione. Con esplicito riferimento a quel falso liberalismo che vede nella « norma » un ostacolo e una limitazione all'espressione individuale, nelle dichiarazioni di principio del Consiglio della lingua svedese si osserva che « un dibattito pubblico in condizioni di eguaglianza, attraverso la parola o la scrittura, sarà in linea di massima efficace se ognuno parla o scrive con un linguaggio comune ». Una lingua nazionale, cioè rappresentativa della civiltà di una nazione e costituente la sua voce ufficiale, non può presentarsi, nei testi scritti che la documentano a livello nazionale e all'estero, come una varietà di usi personali, arbitrari e spesso tendenti al ribasso culturale. Questo soprattutto in considerazione dell'insufficienza di quell'insegnamento scolastico che ha il compito di far scrivere agli italiani una lingua media sufficientemente unitaria. È dunque necessario promuovere un modello di lingua relativamente omogeneo, fruibile da tutte le fasce della popolazione e rispondente all'esigenza di un'ampia comunicazione, senza per questo abbassarne il livello. Occorre, in definitiva, rimettere in circolazione il patrimonio linguistico nazionale, spesso abbandonato per pigrizia o per ignoranza. La lingua italiana, che in passato è stata un modello per tutta l'Europa, viene considerata la terza lingua classica e universale dopo il greco e il latino. Ma oggi il suo fascino è dovuto anche a quella speciale sinergia tra economia e cultura rappresentata dal « made in ltaly », anzi dal « prodotto in Italia », il cui successo dipende largamente da quel gusto artistico che dall'estero viene considerato una prerogativa del nostro Paese. Quanto poi all'interpretazione della lingua italiana quale veicolo culturale, si rileva che nella rete telematica l'italiano è ormai al quarto posto delle lingue utilizzate, avendo recentemente conosciuto un notevole incremento dovuto, fra l'altro, ai successi editoriali di Umberto Eco e Italo Calvino, alla cinematografia italiana, all'opera lirica e, più in generale, all'indotto culturale in senso lato. Esso potrebbe peraltro diventare ancora più importante, considerato che la globalizzazione riduce il peso dell'inglese come lingua dominante e, al di là del cinese o delle lingue ispaniche, l'italiano e il francese riassumono un ruolo strategico. Parlare bene l'italiano sta diventando di moda in altri paesi più che da noi: la lingua italiana si colloca fra il quarto ed il quinto posto tra le lingue straniere più studiate al mondo, ma, paradossalmente, è proprio in patria che essa è attraversata da gravi problemi, che la fanno apparire anarchica, grigia e approssimativa, sia nel parlato che nello scritto. I fattori che hanno prodotto questo degrado sono numerosi, ma tra questi emerge l'infiltrazione eccessiva di parole mutuate dall'inglese, cosiddette ospiti, che negli ultimi decenni ha raggiunto livelli di guardia. Secondo le ultime stime, infatti, gli anglicismi penetrati nell'italiano ed effettivamente usati dalle persone più istruite sono circa 4000. Oggi il plurilinguismo europeo è un vero valore da salvaguardare, soprattutto a causa del dominio internazionale della lingua inglese, ancora più negativo e paradossale oggi dopo la Brexit . La funzione di una lingua internazionale ausiliaria è quella di rendere possibile la comunicazione tra persone di differenti nazioni che non condividono una stessa lingua, favorendo il dialogo e la cooperazione; essa dovrebbe essere proposta però come seconda lingua da apprendere, e non come una lingua che sostituisca quella nativa. L'idea originaria dell'esperanto era infatti questa: proteggere e salvaguardare le singole lingue dall'urto con gli idiomi dei Paesi più forti. Per rendersi conto della portata di tale fenomeno basterà guardare a quel 71 per cento di italiani che, secondo gli ultimi dati riportati nel Programme for international student assessment dell'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE-Pisa), riportano considerevoli difficoltà nella comprensione di un testo scritto in italiano di media difficoltà. Tale percentuale è destinata ad aumentare a seguito delle direttive emanate dal Ministero dell'istruzione negli ultimi anni: in particolare lo smodato potenziamento dello studio dell'inglese nei programmi didattici delle scuole di ogni ordine e grado, addirittura tradotto nell'insegnamento in lingua inglese di materie curricolari come la storia e la geografia, o di materie tecniche particolarmente sviluppate a livello internazionale. È evidente che questa anglicizzazione pressoché ossessiva produrrà nel giro di pochi anni un collasso dell'uso della lingua italiana, fino alla sua progressiva scomparsa che alcuni studiosi prevedono nell'arco di ottant'anni. Le riforme dell'istruzione, come quella voluta dal Governo Renzi con la legge 13 luglio 2015, n. 107, hanno tolto già ore agli insegnamenti tradizionali, per favorire l'alternanza scuola-lavoro (da tradursi come manodopera gratuita negli enti a cui gli alunni sono assegnati), non c'è dubbio che la lingua italiana sarà la materia a pagare il prezzo più caro, surclassata anche da un aumento delle ore dedicate agli studi economici. Oltre a qualificare una singola persona, la lingua è una fonte inesauribile di informazioni per conoscere e comprendere la forma mentis dei suoi parlanti. Ne è un esempio la difficoltà che spesso i traduttori incontrano nel rendere la corrispondenza tra due parole che appartengono a lingue diverse; il risultato è molto spesso un'equivalenza forzata, poiché ogni popolo ha una cultura propria da cui deriva una specifica griglia linguistica. È evidente come l'italiano subisca una concorrenza schiacciante in ragione del fatto che contenuti alti come quelli amministrativi, scientifici, mediatici e tecnologici vengono veicolati in misura sempre maggiore in inglese. Una riforma del lavoro è stata chiamata Jobs Act , ricalcando la dicitura legislativa utilizzata nei Paesi anglosassoni, mentre il ricorso a fondi europei, per fare un altro esempio, viene definito Recovery Funds . Il linguaggio economico risente gravemente dell'intrusione della terminologia anglosassone, mentre il mondo del lavoro si è trovato a far fronte ad un fenomeno del tutto nuovo, ossia il fatto di rinominare in inglese alcune professioni e ruoli dirigenziali già identificati con un termine italiano. Non solo: tutte le comunicazioni aziendali, soprattutto quelle di carattere organizzativo, sono stati immotivatamente infarcite di termini e concetti espressi in inglese, quasi che l'utilizzo dell'italiano rappresenti un modo di esprimersi superato e provinciale.