[pronunce]

– Si è costituito in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, con il patrocinio dell'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo il rigetto del ricorso sulla base di argomentazioni svolte nella memoria depositata in prossimità dell'udienza. In particolare, considerato che l'articolo 1, commi 230 e 232, della legge 30 dicembre 2004, n. 311 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato - legge finanziaria 2005) ha modificato il comma 61 dell'art. 4 impugnato, commassando gli stanziamenti previsti da quella norma con quelli previsti dal comma 78 del medesimo articolo e contestualmente aumentando la dotazione finanziaria della Scuola superiore dell'economia e delle finanze, l'Avvocatura rileva che le censure proposte riguarderebbero il solo comma 63 nella parte in cui rimette allo Stato, in violazione del principio di leale collaborazione, la emanazione del regolamento inerente le indicazioni di origine e l'istituzione ed uso del marchio previsto dal comma 61, il quale, peraltro, ha già trovato parziale attuazione, per un'ampia gamma di settori che va dal tessile al calzaturiero, dall'agricolo all'alimentare, col decreto dirigenziale 27 dicembre 2004, n. 51358. Nel merito, il deducente osserva che le esigenze che giustificano l'esercizio unitario dell'iniziativa legislativa – riconducibili alle materie di legislazione esclusiva statale della “politica economica nazionale”, della “tutela della concorrenza”, dell'“ordinamento civile e penale” (nella misura in cui, in tema di marchi, si hanno diritti riconducili a quelli della proprietà industriale) e, forse, della “protezione dei confini nazionali”– esigono che anche la normativa secondaria annunciata dal comma 63 impugnato sia emanata unitariamente dallo Stato, posto che «la base costituzionale della competenza dello Stato a produrre il regolamento de quo non è […] nell'art. 117, comma terzo, Cost. e, del resto, la promozione del “made in Italy” è indirizzo generale delle politiche economiche e delle politiche di settore» ai sensi dell'art. 47, comma 1, del d.lgs. n. 112 del 1998. Inoltre, osserva il deducente come dall'invocata «addizione» di un «momento di partecipazione delle regioni» al processo di produzione della normativa secondaria regolato dal comma 63 citato conseguirebbe una utilità procedimentale che non è idonea a compensare la contestuale dilatazione dei tempi tecnici di acquisizione. Osserva infine l'Avvocatura dello Stato che, ai sensi del comma 61 citato, la Scuola superiore dell'economia e delle finanze non è chiamata a svolgere compiti di “formazione professionale” nel significato tradizionale dell'espressione, «ma a fornire indicazioni a coloro che già operano nell'economia a livello manageriale». 3. – Con memoria depositata in prossimità dell'udienza, la Regione Emilia-Romagna ha ulteriormente dedotto che, a prescindere dall'applicazione del criterio di prevalenza, l'interferenza particolarmente stretta con materie di competenza concorrente, quale il commercio con l'estero (nell'ambito del quale le regioni promuovono i loro prodotti all'estero), o con materie di competenza esclusiva regionale, quale la formazione professionale, impone la piena esplicazione del principio di leale collaborazione con il coinvolgimento delle regioni nei processi normativi. Sotto altro profilo, la deducente ha ribadito l'illegittimità delle norme statali che istituiscono «posizioni di privilegio» a favore della Scuola superiore dell'economia e delle finanze, definita una struttura «anomala», creata con un provvedimento ad hoc quale ibrido tra una struttura universitaria e una propaggine del Ministro dell'economia, con attribuzione di funzioni propriamente regionali o, comunque, da programmarsi con la collaborazione delle regioni. Entrambi i profili evidenzierebbero dunque, ad avviso della ricorrente, l'avvenuta concentrazione di attività decisionali e normative «in capo a strutture direttamente o indirettamente riferibili al ministero, con totale esclusione delle regioni». Conclude, dunque, la Regione Emilia-Romagna invocando una pronuncia che, invece di dichiarare l'illegittimità dei finanziamenti in esame in modo da determinarne la soppressione, «li censuri nella parte in cui tali risorse non vengono a costituire elemento integrativo della finanza regionale».1. – Con il ricorso in epigrafe la Regione Emilia-Romagna impugna – tra le altre, oggetto di separate pronunce – le norme contenute nell'art. 4, commi 61 e 63, della legge 24 dicembre 2003, n. 350 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato – legge finanziaria 2004), lamentando che esse, istituendo presso il Ministero delle attività produttive un apposito fondo (con dotazione di 20 milioni di euro per l'anno 2004, 30 milioni di euro per l'anno 2005 e 20 milioni di euro a decorrere dall'anno 2006), per il sostegno di una campagna promozionale straordinaria a favore del “made in Italy” anche attraverso la regolamentazione dell'indicazione di origine o l'istituzione di un apposito marchio a tutela delle merci integralmente prodotte sul territorio italiano o assimilate ai sensi della normativa europea in materia di origine, nonché per il potenziamento delle attività di supporto formativo e scientifico particolarmente rivolte alla diffusione del “made in Italy” nei mercati mediterranei, dell'Europa continentale e orientale, a cura di apposita sezione della Scuola superiore dell'economia e delle finanze, nonché prevedendo che le modalità di regolamentazione delle indicazioni di origine e di istituzione ed uso del marchio così previsto sia disciplinata da un regolamento governativo, su proposta del Ministro delle attività produttive, di concerto con i Ministri dell'economia e delle finanze, degli affari esteri e delle politiche agricole e forestali e per politiche comunitarie, senza prevedere alcuna partecipazione delle regioni, violerebbero l'articolo 117, terzo e sesto comma, della Costituzione, nonché il “principio costituzionale di leale collaborazione”, in quanto gli interventi previsti per le loro stesse dimensioni finanziarie rientrerebbero nell'area della materia concorrente del “commercio con l'estero” ed in quanto sono disciplinati con regolamento governativo, adottato senza alcuna partecipazione delle regioni, al di fuori della previsione dell'art. 117, sesto comma, Cost., costituendo altresì un'interferenza – con la previsione dei compiti della Scuola superiore dell'economia e delle finanze – in materie di competenza regionale (formazione professionale, ricerca scientifica e tecnologica, sostegno all'innovazione per i settori produttivi). 2. – La questione non è fondata. 3.