[pronunce]

ORDINANZA ha pronunciato la seguentenei giudizi di legittimità costituzionale dell'art. 14, comma 5-ter, del decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286 (Testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell'immigrazione e norme sulla condizione dello straniero), aggiunto dall'articolo 13, comma 1, della legge 30 luglio 2002, n. 189 (Modifiche alla normativa in materia di immigrazione e di asilo), promossi con ordinanze del 29 gennaio 2003 dal Tribunale di Ravenna — sezione distaccata di Faenza, del 4 febbraio 2003 dal Tribunale di Ferrara, del 18 dicembre 2002 (n. 2 ordinanze) e del 6 febbraio 2003 dal Tribunale di Ravenna, rispettivamente iscritte ai numeri 204, 211, 261, 262 e 263 del registro ordinanze 2003 e pubblicate nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica numeri 16, 17 e 20, prima serie speciale, dell'anno 2003. Visti gli atti di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri; udito nella camera di consiglio del 17 dicembre 2003 il Giudice relatore Giovanni Maria Flick. Ritenuto che con le quattro ordinanze, di analogo tenore, indicate in epigrafe, il Tribunale di Ravenna ha sollevato, in riferimento agli artt. 24 e 25 della Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell'art. 14, comma 5-ter, del decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286 (Testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell'immigrazione e norme sulla condizione dello straniero), aggiunto dall'art. 13, comma 1, della legge 30 luglio 2002, n. 189 (Modifiche alla normativa in materia di immigrazione e di asilo), il quale punisce con l'arresto da sei mesi ad un anno lo straniero colpito da provvedimento di espulsione che, «senza giustificato motivo», si trattiene nel territorio dello Stato in violazione dell'ordine di lasciare il territorio stesso entro cinque giorni, impartito dal questore ai sensi del comma 5-bis del medesimo articolo; che il giudice a quo premette, in punto di fatto, di essere investito del processo penale nei confronti di soggetti — imputati del reato previsto dalla norma impugnata — i quali avevano dedotto di non aver ottemperato all'ordine, loro impartito, di lasciare il territorio dello Stato, per carenza di mezzi economici (nei casi delle ordinanze r.o. n. 261 e 262 del 2003), unita a problemi di salute (nel caso dell'ordinanza r.o. n. 204 del 2003); ovvero per l'esigenza di guadagnare, tramite l'esercizio della prostituzione, denaro da inviare ai propri familiari residenti nel paese di origine, i quali, in difetto di tale contributo, si sarebbero trovati in condizioni di indigenza (nel caso dell'ordinanza r.o. n. 263 del 2003); che, ad avviso del rimettente, l'assoluta genericità della nozione di «giustificato motivo» — la cui assenza rappresenta un elemento costitutivo della fattispecie criminosa contestata — non consentirebbe di stabilire se le circostanze addotte dall'imputato siano ad essa riconducibili; che non sarebbe possibile individuare, né all'interno della norma incriminatrice — diversamente da quanto avviene, ad esempio, per l'art. 4 della legge 18 aprile 1975, n. 110 (Norme integrative della disciplina vigente per il controllo delle armi, delle munizioni e degli esplosivi), in materia di porto «senza giustificato motivo» fuori della propria abitazione di strumenti da punta o da taglio, o comunque atti ad offendere — né all'esterno di essa, elementi che permettano di determinare l'esatta portata della formula in questione; che non soccorrerebbe, a tal fine, stante la genericità e l'ampiezza della locuzione, il richiamo a beni costituzionalmente garantiti anche agli stranieri, quali la vita, il lavoro, la salute e l'integrità del nucleo familiare: con la conseguenza che — in violazione del principio di determinatezza della fattispecie penale sancito dall'art. 25 Cost. — l'individuazione del contenuto precettivo della norma incriminatrice resterebbe rimessa all'arbitrio dell'interprete; che ne deriverebbe anche una violazione dell'art. 24 Cost., in quanto l'incertezza in ordine alle situazioni integranti il «giustificato motivo» non consentirebbe all'imputato una difesa adeguata; che analoga questione è stata altresì sollevata dal Tribunale di Ferrara, con l'altra ordinanza indicata in epigrafe; che anche ad avviso del Tribunale di Ferrara l'art. 14, comma 5-ter, del d.lgs. n. 286 del 1998 violerebbe il principio di tassatività della fattispecie penale sancito dall'art. 25 Cost., in quanto la formula «senza giustificato motivo» — che descrive uno degli elementi costitutivi dell'ipotesi criminosa contestata — risulterebbe talmente indeterminata da rimettere, in sostanza, all'arbitrio dell'interprete l'identificazione del comportamento incriminato; che il legislatore penale, in effetti, potrebbe — secondo il remittente — far ricorso «ad espressioni indicative di comuni esperienze o a termini presi dal linguaggio comunemente usato», giacché il principio di legalità stabilito dall'art. 25, secondo comma, Cost. non imporrebbe «in ogni caso una rigorosa descrizione del fatto», purché il contenuto precettivo della norma penale resti comunque comprensibile, sulla base dell'interpretazione della disciplina specifica ed in relazione ai fini che la legge si propone; che nella specie, tuttavia, il significato della locuzione «senza giustificato motivo» non sarebbe in alcun modo desumibile né dall'articolo denunciato e dalla disciplina in cui esso si iscrive, né dalle finalità che la disciplina stessa si prefigge: infatti, se l'obiettivo perseguito è la tutela dell'ordine pubblico ed il rafforzamento del provvedimento di espulsione, da ciò solo non si potrebbe dedurre in quali casi ricorra un giustificato motivo di permanenza dello straniero espulso, poiché il raffronto con beni costituzionali che riguardano anche lo straniero — quali il diritto alla vita, alla salute, alla famiglia o al lavoro — offrirebbe ipotesi interpretative talmente ampie da non potersi porre come «argine ermeneutico»; che la norma impugnata si porrebbe in contrasto anche con il diritto di difesa, sancito dall'art. 24, secondo comma, Cost.: infatti, essa riverserebbe sullo straniero destinatario dell'ordine di allontanamento — arrestato obbligatoriamente (ex art. 14, comma 5-quinquies, del d.lgs. n. 286 del 1998) in quanto si trovi nel territorio nazionale — l'onere di dare giustificazione della propria permanenza, senza peraltro che egli sia in grado di conoscere cosa possa giustificarla e quindi di addurre prove, proprio per l'indeterminatezza della fattispecie; che in tutti i giudizi di costituzionalità è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, il quale ha chiesto che la questione sia dichiarata non fondata, riportandosi alle difese spiegate in rapporto ad analoghe questioni.