[pronunce]

che, in merito alla diversa questione concernente la durata della permanenza all'aperto per non più di due ore al giorno, il rimettente reputa la corrispondente previsione di legge incompatibile in primo luogo con l'art. 27, terzo comma, Cost., in quanto integrante un trattamento contrario al senso di umanità; che lo stesso rimettente richiama la disciplina della permanenza all'aperto dei detenuti in regime ordinario, prevista dall'art. 10 ord. pen. , evidenziando come la disposizione indicata - che fissa il limite minimo di due ore al giorno all'aria aperta, riducibile ad un'ora soltanto per motivi eccezionali - trovi applicazione anche nei confronti dei detenuti sottoposti al regime di sorveglianza particolare, in forza del richiamo contenuto nell'art. 14-quater ord. pen. , e come, in senso conforme, disponesse il previgente sistema di regime speciale, ai sensi dell'art. 41-bis ord. pen. ; che invece, prosegue il giudice a quo, per effetto delle modifiche introdotte dalla legge n. 94 del 2009, si è determinata l'ulteriore compressione della durata della permanenza all'aria aperta ad un'ora al giorno, che costituisce anche il limite minimo di cui all'art. 10, secondo comma, ord. pen. ; che, inoltre, mentre il citato art. 10 ammette la riduzione ad un'ora della permanenza all'aria solo in presenza di «motivi eccezionali», nella nuova disciplina del regime speciale tale evenienza è sganciata «da ogni valutazione di eccezionalità e si pone, anzi di fatto, come regime ordinario dei detenuti sottoposti all'art. 41-bis ord. pen.»; che il rimettente evidenzia la particolare afflittività della previsione, da porsi necessariamente in relazione alle altre limitazioni che caratterizzano il regime speciale, con il risultato di determinare un azzeramento delle opportunità di trattamento fruibili dai detenuti sottoposti a tale regime; che del resto, osserva ancora il rimettente, la stessa Corte costituzionale, nella sentenza n. 410 del 1993, ha ritenuto che il regime di sorveglianza particolare, disciplinato dall'art. 14-bis ord. pen. , «nella sua concreta applicazione viene ad assumere contenuto largamente coincidente con il regime differenziato introdotto con il provvedimento ex art. 41-bis, comma 2, di sospensione del trattamento penitenziario», affermando, nella successiva sentenza n. 351 del 1996, che «non può mancare la individuazione di parametri normativi per la concretizzazione del divieto di trattamenti contrari al senso di umanità, e che da questo punto di vista le indicazioni fornite dal legislatore con il quarto comma dell'art. 14-quater appaiono particolarmente pregnanti»; che il giudice a quo richiama in proposito gli standard elaborati dal Comitato europeo per la prevenzione della tortura e delle pene o trattamenti inumani o degradanti (CPT), secondo cui l'effettuazione di almeno un'ora al giorno di esercizio all'aria aperta costituisce il minimo irrinunciabile; che la norma censurata contrasterebbe, inoltre, con l'art. 32, primo comma, Cost. essendo la permanenza all'aperto «per un congruo periodo di tempo, con la possibilità di effettuare esercizi fisici», funzionale al mantenimento di buone condizioni di salute del detenuto «e ad ovvie esigenze di carattere igienico-sanitarie», là dove il regime finora descritto non consentirebbe di soddisfare adeguatamente il fondamentale diritto alla salute; che in punto di rilevanza il rimettente motiva, come già nel precedente atto di promovimento (r. o. n. 226 del 2010), mediante il richiamo alla disciplina contenuta negli artt. 35 e 69 ord. pen . , che attribuisce al magistrato di sorveglianza la vigilanza sull'esecuzione della custodia dei detenuti e il potere di impartire disposizioni dirette ad eliminare eventuali violazioni dei diritti dei condannati e degli internati, per poi affermare la propria legittimazione «a sollevare questioni di legittimità costituzionale inerenti le norme dell'ordinamento penitenziario oggetto della doglianza del reclamante»; che, con atto depositato il 21 settembre 2010, è intervenuto in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, il quale ha concluso chiedendo che la questione venga dichiarata in parte inammissibile e in parte non fondata; che, secondo la difesa dello Stato, la questione avente ad oggetto la previsione che limita la permanenza all'aperto dei detenuti sottoposti al regime speciale a non più di due ore risulterebbe inammissibile, non essendo chiaro se il rimettente richieda la rimozione completa della norma, e quindi l'applicazione del regime ordinario, ovvero una diversa quantificazione, all'interno del regime speciale, delle ore d'aria fruibili; che pertanto, a parere dell'Avvocatura generale, l'ambivalenza del petitum dovrebbe condurre alla declaratoria di inammissibilità della questione (sono richiamate la sentenza n. 190 del 2010 e l'ordinanza n. 411 del 2007 della Corte costituzionale), ma l'esito non sarebbe diverso se anche si dovesse ritenere che il rimettente si sia limitato a denunciare l'insufficienza delle ore di permanenza all'aperto, essendo precluso alla Corte costituzionale di sovrapporre le proprie scelte a quelle del legislatore, una volta verificato il rispetto del limite minimo di un'ora al giorno di permanenza all'aperto (è nuovamente richiamata la sentenza n. 190 del 2010); che, infine, con riguardo alla questione concernente la previsione che ha introdotto, per i detenuti sottoposti al regime speciale, il divieto di cuocere cibi, la difesa dello Stato ribadisce, nella prospettiva della non fondatezza delle censure, quanto già esposto con l'intervento depositato nel giudizio introdotto dall'ordinanza r.o. n. 226 del 2010. Considerato che il Magistrato di sorveglianza di Cuneo, con due ordinanze di contenuto parzialmente analogo (r.o. numeri 226 e 227 del 2010) , ha sollevato - in riferimento agli artt. 3, primo e secondo comma, e 27, terzo comma, della Costituzione - questione di legittimità costituzionale dell'art. 41-bis, comma 2-quater, lettera f), della legge 26 luglio 1975, n. 354 (Norme sull'ordinamento penitenziario e sull'esecuzione delle misure privative e limitative della libertà), come modificato dall'art. 2, comma 25, lettera f), n. 3, della legge 15 luglio 2009, n. 94 (Disposizioni in materia di sicurezza pubblica), nella parte in cui prevede, per i detenuti sottoposti al regime speciale di cui allo stesso art. 41-bis, «l'adozione di tutte le necessarie misure di sicurezza, anche attraverso accorgimenti di natura logistica sui locali di detenzione, volte a garantire che sia assicurata l'assoluta impossibilità di cuocere cibi»;