[pronunce]

che, da un lato, la conferma del segreto opposto dai testi veniva motivata con l'esigenza di «preservare la credibilità del Servizio nell'ambito dei suoi rapporti internazionali con gli organismi collegati», e ciò in quanto «la divulgazione di notizie rivelatrici, anche di parti soltanto di tali rapporti, esporrebbe i nostri Servizi al rischio concreto di un ostracismo informativo da parte di omologhi stranieri, con evidenti negativi contraccolpi nello svolgimento di attività informativa presente e futura»; che, dall'altro – e con specifico riferimento al segreto opposto dal teste Scandone – la conferma del segreto era motivata anche in ragione della «esigenza di riserbo che deve tutelare gli interna corporis di ogni Servizio, ponendo al riparo da indebita pubblicità le sue modalità organizzative ed operative»; che, inoltre, in quella stessa occasione l'odierno ricorrente chiedeva un chiarimento circa il significato dell'espressione «circostanze relative a qualsiasi rapporto fra i Servizi italiani e stranieri collegate o collegabili» al «fatto storico meglio noto come “sequestro Abu Omar”» (circostanze che, nella citata lettera/direttiva del 6 ottobre 2008 del Presidente del Consiglio dei ministri, si affermavano coperte da segreto), chiedendosi come sia possibile per l'autorità giudiziaria «accertare l'esistenza e la commissione, da parte di persone individuate come imputati, del reato in questione se nessuna domanda può essere posta ai testi in merito alla collegabilità del fatto con le condotte degli imputati medesimi», e dunque evidenziando la contraddittorietà tra l'affermazione di principio «che su un fatto-reato non esiste segreto» e la decisione di «non consentire l'accertamento del fatto medesimo in tutte le sue componenti, oggettive e soggettive»; che, infine, in merito ai chiarimenti sollecitati dall'odierno ricorrente, il Presidente del Consiglio dei ministri escludeva l'esistenza di qualsiasi contraddizione nell'affermare, nel contempo, l'insussistenza del segreto sul fatto-reato e la segretezza del rapporto tra Servizi italiani e stranieri, sebbene quest'ultimo sia «in qualche modo collegato o collegabile con il fatto storico meglio noto come sequestro Abu Omar», giacché «l'Autorità giudiziaria è libera di indagare, accertare e giudicare il fatto-reato de quo, non coperto da segreto, con tutti i mezzi di prova consentiti», con la sola esclusione, però, proprio perché «coperti da segreto», di «quelli che hanno tratto ai rapporti fra Servizi italiani e stranieri»; che, tanto premesso, il ricorrente, nel rilevare che le affermazioni del Presidente del Consiglio dei ministri «rendono di fatto assai arduo il concreto e pieno esercizio dei poteri giurisdizionali», ha ritenuto di dover promuovere il presente conflitto, ritenendo «pacifica» – alla stregua di una costante giurisprudenza costituzionale – tanto la legittimazione «dei singoli organi giurisdizionali a essere parte di un conflitto», quanto «quella del Presidente del Consiglio a resistere», richiamando in proposito, in particolare, l'ordinanza n. 230 del 2008 della Corte costituzionale; che sotto il profilo oggettivo, poi, il ricorrente deduce che la propria iniziativa tende a far accertare «l'illegittima compressione delle attribuzioni e dei poteri propri dell'autorità giudiziaria di cui agli artt. 101 e ss. Cost.» derivante, nel caso di specie, tanto «dall'affermazione, da parte del Presidente del Consiglio, dell'esistenza di una preclusione, nel giudizio de quo, all'utilizzazione di tutti i mezzi di prova “che hanno tratto ai rapporti fra Servizi italiani e stranieri”», quanto dalla conferma del segreto opposto dai testi Scandone e Murgolo in ordine, rispettivamente, «all'esistenza e al contenuto di direttive o ordini impartiti dal Generale Pollari relativi alle cd. renditions» e all'eventuale coinvolgimento dell'imputato Mancini «nel sequestro» di Abu Omar, nonché «alla sua partecipazione ad una riunione con “gli americani” a Bologna» ; che il ricorrente – nel premettere che la disciplina del segreto di Stato si fonda sulla «ricerca di un punto di equilibrio tra due interessi parimenti essenziali e insopprimibili della collettività», ovvero, «da un lato, la tutela giurisdizionale dei diritti e la perseguibilità dei reati e, dall'altro, la sicurezza dello Stato» – evidenzia come l'opposizione e la conferma del segreto, determinando, obiettivamente, «un importante limite alla “naturale” potestà del giudice di acquisire e utilizzare fonti di prova su cui fondare il proprio libero convincimento», si debbano compiere, non in assenza di «qualsiasi vincolo», bensì nel rispetto di «alcuni fondamentali principi e, in particolare, quelli di legalità, correttezza e di lealtà, nonché proporzionalità (recte: di “ragionevole rapporto di mezzo a fine”)» (è richiamata, sul punto, la sentenza n. 86 del 1977 della Corte costituzionale); che l'osservanza di tali principi non si riscontrerebbe, invece, nell'ipotesi in esame; che, difatti, se nel caso de quo – evidenzia il ricorrente – sembra «potersi affermare che Presidente del Consiglio ed autorità giudiziaria concordano» sia «sul fatto che il sequestro Abu Omar, in quanto fatto-reato, non è coperto da segreto di Stato», sia «sul rilievo che vi sono tuttavia notizie liminari a tale fatto di reato, di cui deve essere garantita la segretezza», nondimeno, esiste tra di essi discordanza di vedute circa la concreta individuazione della «linea di confine tra ciò che è segreto e ciò che non lo è», nonché in ordine al «significato dell'espressione “fatto-reato” non secretato»; che, infatti, nella lettera/direttiva del 6 ottobre 2008, il Presidente del Consiglio dei ministri ha affermato la sussistenza del segreto su «qualsiasi rapporto fra i Servizi italiani e stranieri ancorché in qualche modo collegato o collegabile con il fatto storico meglio noto come sequestro Abu Omar», specificando, altresì, che l'autorità giudiziaria «è libera di indagare, accertare e giudicare il fatto-reato de quo, non coperto da segreto, con tutti i mezzi di prova consentiti», con la sola esclusione, però, proprio perché «coperti da segreto», di «quelli che hanno tratto ai rapporti fra Servizi italiani e stranieri»; che, tuttavia, alla stregua di tali premesse, il Presidente del Consiglio dei ministri, reputando che l'ambito di operatività del segreto comprenda – si legge nel ricorso – «anche i comportamenti dei singoli agenti, oggi imputati, ancorché preordinati alla commissione del delitto de quo», ha ritenuto di confermare «il segreto opposto dal teste Scandone in ordine all'esistenza e al contenuto di direttive o ordini impartiti dal Generale Pollari relativi alle cd. renditions, nonché il segreto opposto dal teste Murgolo in ordine ad alcuni suoi colloqui con l'imputato dott.