[pronunce]

ORDINANZA ha pronunciato la seguentenel giudizio di legittimità costituzionale dell'art. 55-quinquies del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165 (Norme generali sull'ordinamento del lavoro alle dipendenze delle amministrazioni pubbliche), promosso dal Giudice dell'udienza preliminare del Tribunale ordinario di Genova, nel procedimento penale a carico di L. G. e altri, con ordinanza del 28 giugno 2017, iscritta al n. 186 del registro ordinanze 2017 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 1, prima serie speciale, dell'anno 2018. Visto l'atto di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri; udito nella camera di consiglio del 4 luglio 2018 il Giudice relatore Francesco Viganò. Ritenuto che il Giudice dell'udienza preliminare del Tribunale ordinario di Genova, con ordinanza del 28 giugno 2017, ha sollevato, in riferimento agli artt. 3 e 27 della Costituzione, questioni di legittimità costituzionale dell'art. 55-quinquies del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165 (Norme generali sull'ordinamento del lavoro alle dipendenze delle amministrazioni pubbliche), «nella parte in cui non prevede un'ipotesi attenuata per i casi di minore gravità»; che il giudice rimettente premette di essere investito, in sede di udienza preliminare, del procedimento penale nel quale sono stati rinviati a giudizio, ai sensi dell'art. 110 del codice penale e dell'art. 55-quinquies del d.lgs. n. 165 del 2001, tre imputati - un'insegnante di un liceo statale genovese (L. G.), suo marito (R. M.) e un medico operante a Londra (R. V.) -, alla prima di essi essendo altresì contestata l'aggravante della recidiva specifica ed infraquinquennale di cui all'art. 99, terzo comma, cod. pen. ; che, in particolare, il sig. R. M. avrebbe richiesto al dott. R. V. un certificato medico falsamente attestante uno stato di malattia della sig.ra L. G., certificato da quest'ultima presentato nel corso del procedimento disciplinare aperto a suo carico dal direttore dell'istituto scolastico, per giustificare l'assenza avvenuta nei giorni 7, 8 e 9 gennaio 2015; che due degli imputati, la sig.ra L. G. e il sig. R. M., hanno formulato richiesta di sospensione del processo con messa alla prova ai sensi dell'art. 168-bis cod. pen. , previa riqualificazione del fatto nell'ipotesi di cui all'art. 481 cod. pen. ; che il delitto contestato agli imputati istanti - punito con la reclusione da uno a cinque anni - non consentirebbe, tuttavia, il loro accesso alla messa alla prova, ammissibile soltanto per reati puniti con pena edittale detentiva non superiore nel massimo a quattro anni, nonché per i delitti indicati dall'art. 550, comma 2, del codice di procedura penale; che, laddove invece la pena prevista per il delitto contestato agli imputati istanti non superasse i quattro anni di reclusione, essi potrebbero essere ammessi alla prova, tenuto conto della «natura assai contenuta del danno cagionato alla Pubblica Amministrazione e del ruolo rivestito dai soggetti concorrenti nel reato, oltre che della loro incensuratezza», dal che la rilevanza delle questioni sollevate; che le questioni sarebbero, inoltre, non manifestamente infondate, poiché la disposizione censurata, in violazione dell'art. 3 Cost., si caratterizzerebbe per il «particolare rigore sanzionatorio manifestato dal legislatore» rispetto a fattispecie quali la truffa aggravata ai danni dello Stato di cui all'art. 640, secondo comma, numero 1), cod. pen. e l'abuso d'ufficio di cui all'art. 323 cod. pen. ; che, ad avviso del rimettente, tale scelta sanzionatoria darebbe luogo ad un'irragionevole sperequazione, esorbitante dai limiti derivanti dai criteri di ragionevolezza, proporzionalità e coerenza, contemplando l'indiscriminata applicazione di tale pena a qualsiasi forma di contributo al fatto, prestato anche da soggetti estranei al sistema amministrativo e a prescindere dal verificarsi di un danno patrimoniale; che, per le medesime ragioni, la norma censurata sarebbe in contrasto anche con il principio di personalità e di finalità rieducativa della pena di cui all'art. 27 Cost., in quanto, impedendo l'applicazione di un trattamento sanzionatorio adeguato e proporzionato al singolo caso concreto, aggraverebbe nel reo la percezione di subire una condanna ingiusta e gli impedirebbe di comprendere adeguatamente il disvalore della propria condotta; che è intervenuto nel giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, che ha eccepito l'inammissibilità della questione per irrilevanza, perché «il problema del giudizio a quo non è quello della pena irrogabile nel caso concreto (che consentirebbe al Giudice di applicare il minimo edittale e ridurlo in virtù di attenuanti), sibbene quello del massimo edittale che non consente l'ammissione all'istituto della messa alla prova»; nonché la manifesta infondatezza delle censure, avendo il rimettente sottovalutato l'entità della lesione del bene tutelato dalla norma censurata. Considerato che il Giudice dell'udienza preliminare del Tribunale ordinario di Genova dubita, in riferimento agli artt. 3 e 27 della Costituzione, della legittimità costituzionale dell'art. 55-quinquies del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165 (Norme generali sull'ordinamento del lavoro alle dipendenze delle amministrazioni pubbliche), «nella parte in cui non prevede un'ipotesi attenuata per i casi di minore gravità»; che della disposizione risulta censurata la previsione contenuta nel primo comma, ai sensi del quale, «[f]ermo quanto previsto dal codice penale, il lavoratore dipendente di una pubblica amministrazione che attesta falsamente la propria presenza in servizio, mediante l'alterazione dei sistemi di rilevamento della presenza o con altre modalità fraudolente, ovvero giustifica l'assenza dal servizio mediante una certificazione medica falsa o falsamente attestante uno stato di malattia è punito con la reclusione da uno a cinque anni e con la multa da euro 400 ad euro 1.600. La medesima pena si applica al medico e a chiunque altro concorre nella commissione del delitto»; che tale norma, nella parte che viene in rilievo nel giudizio a quo, prevede la pena detentiva della reclusione da uno a cinque anni, tanto per il dipendente pubblico che giustifica la propria assenza dal servizio presentando un certificato medico ideologicamente o materialmente falso, quanto per il medico che ha redatto tale certificato e per chiunque abbia concorso nel reato;