[pronunce]

Per effetto della disposizione censurata, difatti, nelle more dell'approvazione di tali piani, vi sarebbe la possibilità per i comuni di rilasciare il permesso di costruire o l'autorizzazione in sanatoria, al ricorrere di determinate condizioni; e tutto ciò non implicherebbe alcuna deroga alla disciplina sull'adeguamento dei piani urbanistici al piano paesaggistico, riguardando solamente titoli edilizi e urbanistici. Le norme censurate consentirebbero il rilascio del titolo edilizio in sanatoria qualora siano rispettati tutti gli altri presupposti di legge: fra essi sarebbe «certamente [...] da annoverare il parere dell'autorità preposta al vincolo paesaggistico, nell'ipotesi che si ricada in aree vincolate [...]». 2.3.- L'impugnazione dell'art. 13, comma 61, sarebbe parimente inammissibile e, comunque sia, non fondata. Nella sentenza n. 308 del 2013 questa Corte avrebbe affermato la competenza della Regione autonoma Sardegna a disciplinare l'edilizia e l'urbanistica anche con riferimento ai profili di tutela paesistico-ambientale, ma soprattutto avrebbe chiarito che non vi è alcun obbligo di pianificazione congiunta in tema di protezione delle zone umide definite dall'art. 17, comma 3, lettera g), delle NTA del piano paesaggistico sardo. Sulla legittimità costituzionale dell'art. 28 della legge reg. Sardegna n. 1 del 2021, peraltro, questa Corte s'è già pronunciata, si sostiene, nel senso della non fondatezza, con la sentenza n. 24 del 2022; difatti, non si comprenderebbe quale sia il senso dell'affermazione dell'Avvocatura per cui «il comma 61 dell'art. 13 ha i medesimi profili di incostituzionalità ripresi per il sopra citato art. 28 (ex art. 27) nell'impugnativa di cui al ricorso n. 22/2021». Più in particolare, le questioni sarebbero inammissibili perché il ricorrente non esporrebbe argomenti a sostegno delle censure, limitandosi a dedurre la generica violazione del piano paesaggistico e del codice dei beni culturali e del paesaggio, oltre che dell'obbligo di copianificazione (mostrando, così, di ignorare che nell'ambito in parola detto obbligo sarebbe stato espressamente escluso). Le questioni sarebbero, inoltre, non fondate. Con ogni evidenza, afferma la Regione, le disposizioni impugnate non inciderebbero sulla tutela paesaggistica delle zone umide, ma si limiterebbero a disciplinare profili urbanistici ed edilizi, che rientrerebbero nelle sue competenze. Per quanto concerne la lettera a) del comma 61 dell'art. 13, la lettura data nel ricorso sarebbe completamente erronea: non sarebbero le zone agricole e turistiche (E ed F) a divenire edificabili; sarebbe anzi vero l'esatto contrario, perché esse rimarrebbero soggette al vincolo di inedificabilità. Con riferimento alla lettera b), la norma, che oggi consente di effettuare sugli edifici esistenti anche interventi di ristrutturazione che modifichino le sagome o le caratteristiche planimetriche, non disporrebbe limiti alle norme sulla protezione paesaggistica: non sarebbero, difatti, apposte deroghe alla necessità di ottenere il rilascio dei titoli autorizzatori necessari sotto il profilo paesaggistico. Quanto alla lettera c), infine, le censure mosse dal Governo sarebbero prive di fondamento, poiché la previsione della salvaguardia degli effetti prodotti da piani di risanamento già attuati sarebbe coerente con il principio di irretroattività della legge e con il «principio del tempus regit actum», non apportando deroghe alla disciplina del piano paesaggistico, né in termini diretti né indiretti. 2.4.- Le censure formulate avverso l'art. 39, comma 1, lettera b), della legge regionale impugnata sarebbero anch'esse, per un verso, inammissibili e, per altro verso, non fondate. Non potrebbero superare il vaglio di ammissibilità, poiché l'atto introduttivo, pur avendo citato l'art. 3 dello statuto nella rubrica del motivo di ricorso, avrebbe omesso completamente di esaminare le prerogative regionali rilevanti nella specie: la norma rientrerebbe, con ogni evidenza, nell'ambito della competenza che l'art. 3, comma 1, lettera i), dello statuto riserva alla Regione nella materia «caccia e pesca». Altra ragione d'inammissibilità risiederebbe nella formulazione di questioni ipotetiche: il ricorrente ammetterebbe che l'impugnazione risponde alla necessità di evitare "distorsioni applicative" in caso di futura modifica della normativa nazionale di riferimento; perciò, le questioni sarebbero proposte in termini eventuali e incerti. Mancherebbe, dunque, un interesse attuale e concreto alla rimozione delle norme impugnate. Nel merito, le censure sarebbero non fondate, proprio perché s'è intervenuto in materia di attività venatoria - non già in materia di «armi, munizioni ed esplosivi» - come peraltro verrebbe rilevato nello stesso ricorso, laddove si afferma che la disposizione indubbiata si affiancherebbe all'art. 13 della legge n. 157 del 1992, sui «Mezzi per l'esercizio dell'attività venatoria». L'art. 39, nella parte impugnata, interverrebbe al solo scopo di limitare lo spopolamento della fauna selvatica di piccola taglia - «posto che la selvaggina che non è stata colpita con i primi due spari, nel tempo occorrente a ricaricare il fucile, può certamente riuscire a finire fuori bersaglio immettendosi nella macchia» - prevedendo regole distinte per la caccia del cinghiale, specie non protetta, «particolarmente abbondante nelle colline soprattutto della Sardegna»: si ammetterebbe il caricamento dell'arma fino a cinque cartucce, anche in ragione della «stazza dell'animale per bloccare il quale, abbastanza spesso, è necessario sparare ben più delle due sole cartucce di base» e in considerazione del fatto che, a differenza degli animali di piccola taglia, non sarebbero ad esso riferiti precisi limiti numerici di abbattimento. 3.- In data 27 settembre 2022, l'Avvocatura dello Stato ha depositato una memoria. Precisa che l'eccezione d'irricevibilità del ricorso formulata dalla Regione autonoma Sardegna sarebbe non fondata: le tesi della controparte, infatti, «proverebbero troppo», poiché, se in nessun caso fosse possibile discostarsi dal termine individuato direttamente dalla Costituzione in sessanta giorni, non potrebbe considerarsi festiva nemmeno la domenica, visto che si ammetterebbe in tal caso la proroga della scadenza al lunedì (quindi, al sessantunesimo giorno). Non si tratterebbe, dunque, di deroghe al termine fissato nella Costituzione, bensì delle modalità del suo computo, le quali sarebbero legittimamente rimesse a norme di rango ordinario. Ribadisce poi la difesa statale che l'art. 13, comma 60, della legge reg. Sardegna n. 17 del 2021 contrasterebbe con gli artt. 143, comma 9, e 145, commi 4 e 5, cod. beni culturali, nonché con l'art. 107 NTA del piano paesaggistico: