[resaula]

Colgo l'occasione per precisare, visto che una delle mozioni fa specifico riferimento a questo punto, che si trattava non di intercettazioni in senso tecnico, bensì di esternazioni di detenuti ascoltate dalla polizia penitenziaria e trascritte in relazioni di servizio, già note al Ministero dal 9 giugno 2018 e, quindi, ben prima della telefonata in questione. Confermai, ovviamente, la volontà di incontrarlo il giorno dopo. Martedì 19 giugno 2018, ore 11, incontro al Ministero il dottor Di Matteo come da accordi. Nel dibattito di queste settimane si vuol far passare l'idea per cui, dopo la proposta, ci fu una chiusura da parte mia. Tutt'altro: dopo la prima telefonata e in occasione di quel primo incontro semplicemente mi convinsi che l'opzione migliore sarebbe stata quella di riproporgli un ruolo equiparabile a quello che era stato di Giovanni Falcone. Avrebbe richiesto certamente più tempo e avrebbe implicato probabilmente una riorganizzazione del Ministero, ma ne sarebbe valsa la pena, perché nel progetto che avevo in mente avrei consentito al dottor Di Matteo di lavorare in via Arenula, al mio fianco. Dopo lungo colloquio, ci lasciammo proprio con quest'ultima idea e, non trattandosi di una prospettiva immediata, non ci fu bisogno di fissare un ulteriore appuntamento nel breve periodo. Tuttavia, nel tardo pomeriggio di quello stesso giorno, ricevetti una telefonata dal dottor Di Matteo, il quale mi chiese di poterlo incontrare il giorno dopo. Mi resi ovviamente disponibile. Siamo a mercoledì 20 giugno 2018, ore 11. Il dottor Di Matteo torna a trovarmi al Ministero e mi comunica che non è più disponibile per una collaborazione perché avrebbe preferito il DAP. Visto come c'eravamo lasciati il giorno prima, appresi questa sua determinazione con sorpresa. Tra l'altro gli comunicai che, avendo tempi stretti a causa di scadenze istituzionali, avevo già inviato al Consiglio superiore della magistratura nel pomeriggio del giorno prima, la richiesta per la nomina di Francesco Basentini, al quale avevo già dato la mia conferma. Questi sono i fatti che - diciamocelo pure - non hanno niente di particolare, né tantomeno di eccezionale rispetto alle modalità e alle dinamiche di una qualsiasi nomina fiduciaria e discrezionale. (Applausi). Tutti i fatti sono chiari e lo sono sempre stati. Vanno fissati due punti una volta per tutte. In primo luogo, alla domanda se ci furono condizionamenti, ancora una volta la risposta è no. Chi lo sostiene se ne faccia una ragione; non sono più disposto a tollerare alcuna allusione o ridicola illazione. Lo stesso dottor Di Matteo, tra l'altro, a proposito delle esternazioni dei boss, ha chiarito in un'intervista a «La Repubblica» del 6 maggio 2020 - cito testualmente - che durante la prima telefonata: «Il Ministro si mostrò informato della questione». Il secondo punto concerne il confronto tra i due possibili ruoli di cui parlammo con il dottor Di Matteo. Anche in questo caso la risposta è molto semplice: nella mia determinazione, condivisibile o meno che fosse, il dottor Di Matteo avrebbe avuto la possibilità di lavorare in via Arenula in un ruolo più specifico e potenzialmente incidente su tutte le questioni penali. La mafia, che vive di segnali, non sarebbe andata a guardare l'organigramma del Ministero per verificare quale ruolo fosse più in alto o più in basso. La mafia avrebbe semplicemente constatato una sola circostanza: Di Matteo, all'interno delle istituzioni, lavorava al fianco del Ministro della giustizia. (Applausi). Fin qui può considerarsi esaurita la trattazione degli argomenti risalenti al 2018, ma sia detto per inciso che in questi due anni da Ministro della giustizia ho scritto e portato avanti leggi che - come è normale che sia - hanno ricevuto apprezzamenti - tra l'altro anche a livello internazionale - ma anche critiche. Queste ultime, che io rispetto sinceramente, nascono molto spesso sia dalle diverse sensibilità giuridiche e culturali, sia dal fatto che, del tutto legittimamente, si è ritenuto che gli stessi obiettivi potessero essere perseguiti attraverso strumenti o norme differenti. Ma c'è un punto che risulta evidente a tutti: la ferma determinazione, che rivendico, con cui quelle leggi combattono il malaffare ed è proprio la lotta al malaffare, senza compromessi, che ha sempre animato e sempre animerà la mia attività politica. Chiusa questa parentesi, vorrei passare alla questione legata alla gestione dell'impatto dell'emergenza coronavirus nelle carceri, su cui mi si accusa di non aver approntato cautele sanitarie e misure efficaci. Le misure adottate e i risultati raggiunti sono tutti documentati. Prima di arrivarci, però, cominciamo con il dire che, a fronte di una pandemia, la situazione delle carceri presenta due aspetti peculiari: da un lato, parliamo di strutture chiuse per definizione, dove è più difficile per il virus entrare; dall'altro lato, nel caso in cui il virus riesca a entrare, all'interno dell'istituto penitenziario, così come in qualsiasi altra struttura chiusa e come - per esempio - è drammaticamente accaduto nelle residenze sanitarie assistenziali (RSA), la concentrazione di persone all'interno ne aumenta potenzialmente la sua capacità di diffusione. Chiarisco che non sto esponendo una rivoluzionaria ipotesi scientifica: siamo di fronte a una semplice ed elementare costatazione logica e di buon senso. D'altronde, non c'è Paese al mondo colpito dalla pandemia che non si sia posto il problema delle carceri come una delle linee di frontiera più complesse nel contrasto al virus. Dunque, questo problema è sempre stato chiaro a tutti, tranne - stando alle mozioni - alle opposizioni, che ancora oggi affermano nella loro mozione che l'articolo 123 del decreto-legge n. 18 del 2020, cosiddetto cura Italia: «Introduceva il pericoloso, indimostrato e falso nesso di causalità tra il rischio di contagio e lo stato di detenzione». Quindi, il rischio di contagio nelle carceri, che - lo ripeto - per tutto il mondo è un dato di fatto, in Italia secondo le forze di opposizione lo avrebbe inventato il Governo con l'articolo 123 del decreto-legge cosiddetto cura Italia. Ad ogni modo sia chiaro che tutte le misure adottate in Italia trovano il presupposto in specifiche indicazioni di carattere medico-scientifico dell'autorità sanitaria competente. L'obiettivo è sempre stato chiaro: la tutela della salute, e non solo di coloro che lavorano e vivono all'interno delle carceri, ma anche della collettività tutta, nell'evitare che eventuali focolai potessero aggravare le difficoltà del sistema sanitario in quel momento già drammaticamente sovraccarico. Per evitare ciò il 22 febbraio l'allora capo Dipartimento, dottor Basentini, prescriveva il rispetto da parte degli istituti penitenziari e del personale delle indicazioni provenienti dal Ministero della salute, invitando allo stesso tempo ogni direzione a coordinarsi con le autorità sanitarie locali. Con la medesima circolare veniva subito istituita l'unità di crisi presso la Direzione generale dei detenuti e del trattamento. Da quel momento sono state adottate le seguenti misure: