[pronunce]

Una funzione, questa, che, secondo il remittente, troverebbe conferma nell'art. 9 del d.P.R. 31 dicembre 1971, n. 1432 (Riordinamento della prosecuzione volontaria dell'assicurazione obbligatoria per l'invalidità, la vecchiaia ed i superstiti e per la tubercolosi), il quale equipara appunto la contribuzione volontaria a quella obbligatoria. Tuttavia, diversamente da quanto il giudice a quo sostiene, non può dirsi che la persistente vigenza del sistema previsto dall'art. 2 del decreto-legge n. 402 del 1981, convertito, con modificazioni, nella legge n. 537 del 1981, nonostante il sopravvenire della disciplina recata dall'art. 21, comma 6, della legge n. 67 del 1988, e cioè della sostanziale eliminazione del cd. tetto pensionistico nell'ambito della contribuzione obbligatoria, sia in contraddizione con la funzione propria della contribuzione volontaria o addirittura che l'abbia svuotata di contenuti. 3.1. ¾ A tal riguardo, va rammentato, in linea più generale, che la disciplina, succedutasi a partire dal d.P.R. 27 aprile 1968, n. 488 (Aumento e nuovo sistema di calcolo delle pensioni a carico dell'assicurazione generale obbligatoria), riguardante il sistema di determinazione della retribuzione pensionabile si è ispirata a finalità diverse (semplificazione del sistema, garanzia di una più favorevole base di calcolo per la liquidazione della pensione o, al contrario, attenuazione del disavanzo del sistema previdenziale), che il legislatore ha perseguito in base a scelte rimesse alla sua discrezionalità politica e, dunque, soggette al sindacato di legittimità costituzionale «nella misura in cui esse diano luogo a risultati palesemente irrazionali o comunque contrari ai principi costituzionali che regolano la materia» (sentenza n. 264 del 1994). Si è così escluso, in varie occasioni (sentenza n. 173 del 1986; ordinanze n. 147 del 1987 e n. 120 del 1989), che contrastassero con i principi di proporzionalità e di adeguatezza del trattamento pensionistico, di cui all'art. 38, comma secondo, Cost., quelle disposizioni (tra cui l'art. 5, comma quarto, del d.P.R. 27 aprile 1968, n. 488; l'art. 14 della legge 30 aprile 1969, n. 153; l'art. 27 della legge 3 giugno 1975, n. 160; l'art. 19 della legge 23 aprile 1981, n. 155) che, ai fini del calcolo delle pensioni di anzianità e vecchiaia degli iscritti all'assicurazione generale obbligatoria, escludevano la computabilità delle quote di retribuzione eccedenti il prefissato limite massimo e cioè il cd. tetto pensionistico. Allorché, dunque, questa Corte (sentenze n. 37 del 1982 e n. 574 del 1987, quest'ultima richiamata anche dal remittente) ha affermato, ancor prima che intervenisse la modifica recata dall'art. 21, comma 6, della legge n. 67 del 1988, che la funzione della prosecuzione volontaria va individuata, tra l'altro, nella «esigenza di mantenere costante e intangibile in capo al lavoratore, ai fini del pensionamento, il livello retributivo attinto in tutto l'arco della sua attività lavorativa», è evidente che non intendeva certo riferirsi ad un livello effettivo di retribuzione tale da escludere la possibilità che vi fosse un limite massimo di retribuzione pensionabile. Invero, quanto all'incidenza della contribuzione volontaria ai fini della determinazione della retribuzione pensionabile, la regola generale espressa dalla giurisprudenza di questa Corte (sentenze n. 574 del 1987, n. 822 del 1988, n. 307 del 1989, n. 428 del 1992, n. 388 del 1995, n. 264 del 1994, n. 427 del 1997, n. 201 del 1999 e n. 432 del 1999), è che, dopo il perfezionamento del requisito minimo contributivo, l'ulteriore contribuzione (obbligatoria, volontaria o figurativa), mentre vale ad incrementare il livello di pensione già consolidato, non deve comunque compromettere la misura della prestazione potenzialmente maturata sino a quel momento. Ed è proprio l'effetto di un decremento del trattamento pensionistico, che verrebbe a determinarsi nelle ipotesi suddette, che frustra la precipua finalità della contribuzione volontaria di salvaguardia di contenuti economici della retribuzione percepita in costanza di rapporto di lavoro, come precisato dalla sentenza n. 307 del 1989, alla quale il giudice a quo specificamente si richiama. In altre parole, il vulnus agli artt. 3 e 38 Cost. è ravvisabile soltanto ove sia assente, nella normativa implicata, una clausola di salvaguardia della posizione acquisita a seguito del raggiungimento dell'anzianità minima contributiva, che «segna un limite intrinseco alla discrezionalità del legislatore nella scelta, ad esso riservata, del criterio di individuazione del periodo di riferimento della retribuzione pensionabile» (così la sentenza n. 432 del 1999). Non altrettanto è da reputarsi, però, nell'ipotesi di versamenti volontari necessari al raggiungimento dell'anzianità contributiva minima. L'individuazione del periodo di riferimento per la retribuzione pensionabile senza escludere da esso la contribuzione volontaria nel caso in cui la pensione d'anzianità venga a dover essere liquidata in misura inferiore a quella calcolata sulla base della sola contribuzione obbligatoria, è scelta che non travalica i limiti della discrezionalità legislativa. E ciò in quanto, come ancora evidenzia la sentenza n. 432 del 1999, «non si rinvengono, […], (tanto meno negli artt. 35, primo comma, e 38, secondo comma, della Costituzione, indicati dal rimettente), principi costituzionali che impongano in ogni caso e a tutti gli effetti l'equiparazione della contribuzione volontaria a quella obbligatoria». 3.2. ¾ Alla luce dei richiamati principi deve, quindi, escludersi la violazione dei parametri evocati dal remittente. In primo luogo, quella dell'art. 38, secondo comma, Cost., giacché, come ricordato, per un verso, l'imposizione di limiti tabellari alla retribuzione pensionabile non contrasta, di per sé, con la garanzia previdenziale e, per altro verso, non è costituzionalmente imposto, ad ogni effetto, il principio di equiparazione tra contribuzione volontaria e obbligatoria, ciò valendo segnatamente nel caso, come quello in esame, in cui i versamenti volontari sono necessari al fine di perfezionare il requisito contributivo minimo. È, dunque, fuor di luogo invocare il principio di parificazione dei contributi volontari a quelli obbligatori, non già per evitare una compromissione della prestazione pensionistica sino allora maturata, ma unicamente al fine di far valere un trattamento di maggior favore rispetto a quello conseguito sulla base della classe più alta di contribuzione (la 47ª classe di cui alla tabella F allegata al decreto-legge n. 402 del 1981, convertito, con modificazioni, nella legge n. 537 del 1981).