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In questa sede cercheremo, con sforzo di sintesi, di tratteggiare solo alcuni passaggi, fra i più salienti, del decreto-legge che ci apprestiamo a convertire e che hanno determinato il nostro assoluto convincimento. È recente, onorevoli colleghi, uno studio dell'università di Oxford, secondo il quale, oggi, negli Stati Uniti, i progressi della robotica, della digitalizzazione e dell'intelligenza artificiale comportano un rischio per il 47 per cento dei posti di lavoro nella grande impresa. Occorre prendere atto che nell'industria si licenzia perché di lavoro umano c'è sempre meno bisogno, quindi viene messo ai margini del processo produttivo, a meno che esso non costi una miseria, sia privo di garanzie e di tutele, non obblighi a rapporti lunghi e regolamentati, meno che mai sindacalizzati. Ecco perché si delocalizza nei Paesi in via di sviluppo o, tristemente peggio, si riempie l'Italia di forza lavoro proveniente da quelle realtà, per smantellare la nostra cultura del diritto del lavoro e vanificare conquiste sociali che invece sono veri e propri pilastri giuridici e morali della legislazione italiana. Le solite risposte non bastano più se non si capisce che occorre riscrivere completamente una mappatura sistemica del mercato del lavoro, nella costruzione di una nuova alleanza sociale che veda il capitale produttivo e la forza lavoro alleati contro i potentati delle economie finanziarie globali e globaliste, contro il capitalismo transnazionale e per ciò stesso antinazionale, contro il neoschiavismo dell'iperliberismo finanziario. (Applausi dai Gruppi L-SP-PSd'Az e M5S) . Una alleanza sociale, dicevo. Certo, all'imprenditore farà sicuramente sempre piacere godere di benefici e di esenzioni e, certo, al disoccupato farà sempre sempre comodo una certa duttilità di ingresso nel mercato del lavoro, ma ciò che conta veramente è quella visione politica che poi trasforma in concretezza il rapporto e lo eleva in dato macroeconomico; ciò a favore delle maestranze che potranno godere di stabilità e dignità, e anche a favore della impresa, tenuto conto che quando il monte salari è troppo basso, la produzione non può che restare invenduta. Nella nostra epoca, e già da molto tempo, il vero problema non è l'offerta di beni e servizi in quanto tale (perché possiamo produrre mille volte i beni di cui abbiamo bisogno), bensì il consumo. Per aumentare l'occupazione e renderla stabile e tutelata occorre una politica che sappia muovere le leve della domanda interna. I Governi che si sono succeduti negli ultimi sette anni hanno deliberatamente praticato un'austerità che ha compresso la domanda interna. Ciò ha tolto il mercato alla piccola e media impresa, fosse essa commerciale, industriale o artigianale. Economisti, politici e sindacalisti parlano esclusivamente di competitività nei mercati internazionali e si concentrano sui dati dell'esportazione. Quello che invece occorre fare è dare a chi produce più clienti, ossia accrescere il potere d'acquisto degli italiani, e non limitarsi a interventi volti a permettere licenziamenti più facili o assunzioni per due settimane l'anno. La lotta alla precarietà del lavoro è uno dei temi nevralgici del cosiddetto decreto dignità. Per troppo tempo una politica dal fiato corto e priva di visione, se non addirittura inadeguata, ha favorito la precarietà, anziché combatterla. Potremmo contare decine, centinaia di dichiarazioni di politici, espressione anche del Governo, che hanno sostenuto la tesi che sia meglio lavorare poco, piuttosto che niente e che sia meglio lavorare senza tutele, piuttosto che non lavorare proprio. Tali argomentazioni sono la testimonianza del fallimento della politica, della sua resa incondizionata e della sua inutilità. La politica ha invece il dovere di porre le condizioni per il raggiungimento della piena occupazione e di garantire ogni singolo lavoratore come se, in ogni contratto, le parti negoziali non siano due (datore e lavoratore), ma sempre tre: i due soggetti precedenti più lo Stato, che, pur nel libero mercato, disciplina e regola i rapporti, avendo a riferimento gli interessi nazionali in materia di produzione, concorrenza, dignità del lavoro e partecipazione dei lavoratori agli utili e alla gestione dell'impresa. Per questi motivi, diamo un'adesione convinta al decreto dignità. Il provvedimento in esame è il primo passo del Governo del cambiamento per invertire la rotta e va giustamente sostenuto. (Applausi dai Gruppi L-SP-PSd'Az e M5S) . PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Lanzi. Ne ha facoltà. LANZI (M5S) . Signor Presidente, membri del Governo, colleghe, colleghi, il provvedimento in esame, approvato dalla Camera dei deputati, è il frutto di un intenso e costruttivo confronto parlamentare, che ha portato all'elaborazione di un testo che ridà finalmente dignità a tanti italiani. Occorre fare attenzione perché alcuni di questi provvedimenti, specialmente in tema di lavoro, sono solo i primi tasselli di un mosaico che si comporrà in autunno. Siamo sicuri e determinati a chiudere il cerchio nei prossimi mesi per combattere la piaga della precarietà e dell'emergenza sociale cui assistiamo ogni giorno. Desidero focalizzare il mio intervento sull'articolo 9 del provvedimento in esame. Si tratta, secondo me, di un articolo molto significativo ed emblematico della politica che stiamo portando avanti e che ci ripromettiamo di perseguire anche in futuro. Con il cosiddetto decreto dignità andiamo a regolamentare un settore, quello delle scommesse e del gioco d'azzardo, che negli ultimi anni ha vissuto e prosperato nella mancanza di paletti e regole. Innanzitutto - ribadiamolo - questo Governo e questa maggioranza politica non proibiscono le scommesse o il gioco in sé. Non siamo al proibizionismo, né mai ci arriveremo. Qui si vieta solamente la pubblicità, diventata ormai troppo pervasiva in tutti i media , tradizionali e non. Si vietano l'incitamento a scommettere e il messaggio e l'idea per cui scommettere sia la via più facile per la ricchezza e per superare le difficoltà. Dobbiamo essere chiari: le scommesse e l'azzardo sono una vera piaga sociale che amplifica le difficoltà e la marginalità sociale, gettando centinaia di famiglie nello sconforto. Negare che negli ultimi anni ci sia stato un proliferare di agenzie virtuali di scommesse con annessa pubblicità significa negare l'evidenza dei fatti. In dieci anni la raccolta dalle scommesse sportive, ad esempio, è triplicata, toccando il tetto dei 10 miliardi di euro. Nel 2017 hanno giocato almeno una volta oltre 17 milioni di italiani, contro i 10 milioni del 2014, ma il dato allarmante è che lo hanno fatto anche oltre un milione di studenti. I nostri figli - in generale, i giovani - sono i più facilmente sensibili alle lusinghe della pubblicità relative alle scommesse. Secondo i dati del CNR, tra i giovani che hanno profili problematici con le scommesse la stragrande maggioranza è preda delle scommesse sportive. Si tratta di scommesse che, tra l'altro, i minorenni neanche potrebbero fare.