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Per il resto, la fondamentale sentenza n. 390 del 2007 recepisce --- sub specie di incostituzionalità parziale dell'articolo 6 della legge n. 140 del 2003 --- le sollecitazioni della dottrina maggioritaria, di cui si fece portavoce Vittorio Grevi (Intercettazioni indirette di parlamentari, nuovi dubbi di costituzionalità, in Diritto e Giustizia online , 11 dicembre 2003), sostenendo che «nessuna autorizzazione debba venire richiesta dal giudice nell'eventualità in cui intenda utilizzare le intercettazioni in questione non nei confronti del membro del Parlamento (tanto più quando il medesimo neppure risulti sottoposto ad indagine), ma esclusivamente nei confronti del soggetto terzo, con riguardo al quale le stesse siano state ritualmente disposte, od anche di altri indagati non parlamentari. E, in secondo luogo, con la conseguenza che, qualora invece la suddetta autorizzazione sia stata richiesta dal giudice alla Camera di appartenenza del parlamentare (allo scopo di poter utilizzare anche "contro" quest'ultimo i risultati delle intercettazioni che lo abbiano fortuitamente coinvolto), l'eventuale diniego di tale autorizzazione non possa comunque precludere l'utilizzabilità dei medesimi risultati a carico del soggetto non parlamentare». La ricostruzione della guarentigia costituzionale di cui all'articolo 68, terzo comma, della Costituzione -- offerta dalla sentenza della Corte costituzionale n. 390 del 2007 -- respinge l'alternativa «intercettazioni dirette/intercettazioni indirette», poiché la guarentigia della necessaria autorizzazione preventiva copre «tutte le volte in cui il parlamentare sia individuato in anticipo quale destinatario dell'attività di captazione». Eppure, lo strumento ripristinatorio puro non può esistere, una volta che l'intercettazione sia stata effettuata: essa entra nel compendio probatorio e la sua distruzione non potrà avvenire senza il consenso delle parti e, quindi, senza fuoriuscire dall'ambito del segreto (o del non trascritto, se richiesto dalle parti). Il vero strumento preventivo, in dottrina, opera soltanto nella circostanza in cui il soggetto guarentigiato sia già emerso nell'inchiesta (come persona sottoposta alle indagini); tale pronostico «assume tuttavia rilievo qualora egli realmente compaia durante l'attività di ascolto: l'autorità giudiziaria dovrà allora interrompere le operazioni e chiedere l'assenso politico prima di proseguirle, senza potersi nascondere dietro l'impossibilità di riconoscere l'interlocutore. Mancando un'apposita disciplina legislativa della fattispecie in esame, la conseguenza di una diversa condotta sarebbe la radicale inutilizzabilità di quanto registrato, per diretta violazione dell'articolo 68, terzo comma, della Costituzione. La sanzione processuale, incondizionata, vale dunque a dissuadere da comportamenti obliqui gli organi incaricati del perseguimento penale, poiché rende conveniente la scelta dell'intercettazione diretta, pur con lo svantaggio dell'autorizzazione preventiva» (D. Negri, Procedimento a carico dei parlamentari, in Aa. Vv. , Immunità politiche e giustizia penale, a cura di Orlandi e Pugiotto, Torino 2005, pp. 424.425). Si torna quindi, anche qui, all'assenza di una norma di legge idonea a procedimentalizzare la guarentigia: con il che occorre operare in concreto il test di non casualità, che dà luogo al contenzioso più difficoltoso che abbiano mai fronteggiato le Giunte di Camera e Senato in prima battuta, e la stessa Corte costituzionale adita in via di ricorso. Ad esempio, la sentenza n. 113 del 25 marzo 2010 ha affermato che, in un'attività di captazione «articolata e prolungata nel tempo», la verifica dell'«occasionalità» delle intercettazioni «deve farsi, di necessità, particolarmente stringente». Ove, infatti, «nel corso dell'attività di intercettazione emergano, non soltanto rapporti di interlocuzione abituale tra il soggetto intercettato e il parlamentare, ma anche indizi di reità nei confronti di quest'ultimo, non si può trascurare l'eventualità che intervenga, nell'autorità giudiziaria, un mutamento di obbiettivi: nel senso che -- in ragione anche dell'obbligo di perseguire gli autori dei reati -- le ulteriori intercettazioni potrebbero risultare finalizzate, nelle strategie investigative dell'organo inquirente, a captare non più (soltanto) le comunicazioni del terzo titolare dell'utenza, ma (anche) quelle del suo interlocutore parlamentare, per accertarne le responsabilità penali. Quando ciò accadesse, ogni "casualità" verrebbe evidentemente meno: le successive captazioni delle comunicazioni del membro del Parlamento, lungi dal restare fortuite, diventerebbero "mirate" (e, con ciò, "indirette"), esigendo quindi l'autorizzazione preventiva della Camera». Pertanto, al fine di affermare o escludere la «casualità» dell'intercettazione, la motivazione del provvedimento, fondato sugli elementi acquisiti, deve avere riguardo a molteplici parametri riconducibili al tipo dei rapporti intercorrenti tra il parlamentare e il terzo sottoposto a controllo telefonico, all'attività criminosa oggetto di indagine, al numero delle conversazioni intercorse tra il terzo e il parlamentare, all'arco di tempo entro il quale tale attività di captazione è avvenuta, anche rispetto ad eventuali proroghe delle autorizzazioni e al momento in cui sono sorti indizi a carico del parlamentare (Corte costituzionale, sentenza n. 114 del 2010). Nella citata sentenza n. 113 del 2010, la Corte costituzionale prescrive che del problema di «verificare, cioè, se (ed eventualmente quando), nel caso di specie, i parlamentari interessati possano essere divenuti bersaglio indiretto delle attività di intercettazione», il giudice rimettente deve farsi carico. Ciò non avviene quando il giudice richiedente si limita a dichiarare che il parlamentare non era «né formalmente né sostanzialmente indagato» nel procedimento che diede luogo alle intercettazioni. La concretezza del test può essere sormontata soltanto con un intervento legislativo che disciplini la materia, collocandosi in un punto di equilibrio tra tutela dell'esercizio dell'azione penale ed esigenza di prevenire frodi alla guarentigia: ciò nella consapevolezza che essa è attentata non soltanto da «aggiramenti» messi in opera dalle procure, ma anche dal fatto che ci sono parlamentari in possesso di un numero elevato di apparecchi telefonici che irritualmente rilasciano in uso a terzi (fatto emerso in sede di audizioni al Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica COPASIR, che ne ha dato conto in apposita relazione, Doc. XXXIV, n. 1, e nella sua successiva discussione nell'Assemblea del Senato il 10 marzo 2009). La soluzione (già affacciata con l'ordine del giorno G2, proposto nella seduta del 23 giugno 2009 in sede di discussione del bilancio interno del Senato e poi ritirato per il rango legislativo che meritava la tematica) è quella di consentire, su base volontaria, al parlamentare --- per le utenze telefoniche da lui indicate come proprie --- di garantire che lo stesso ne sia l'effettivo intestatario e l'effettivo ed unico utente.