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Inoltre, occorre sottolineare la disomogeneità sul territorio nazionale della rete dei servizi per l'infanzia, che appare in alcune regioni del tutto inadeguata. Come si legge nel citato documento « Gli sforzi delle numerose associazioni che operano meritoriamente sul territorio possono integrare ma certamente non sostituire funzioni che sono di pertinenza delle istituzioni. È stata sottolineata, ad esempio, la scarsa attenzione che i servizi territoriali riservano alla fase post- adottiva, che si presenta spesso come la più delicata e problematica, anche sul piano dei possibili interventi volti ad agire sul senso del disagio dei bambini e sulle cause che lo determinano. Questa fase è spesso affidata all'impegno dei molti operatori delle associazioni familiari. I servizi territoriali che si occupano di famiglie adottive dovrebbero invece essere adeguatamente sostenuti, rafforzati e messi in grado, mediante la formazione e la riorganizzazione delle risorse, di offrire reali percorsi di accompagnamento alle famiglie che si formano. (...) Non è d'altra parte da sottovalutare un altro aspetto, che riguarda l'aumento dell'età media dei bambini adottati, con il conseguente aggravarsi delle difficoltà di integrazione degli stessi e del timore prevalente che l'adozione possa fallire. Incide in tal senso l'assenza di adeguati percorsi di accompagnamento delle coppie nel periodo post-adottivo, come già accennato, in cui massima è la richiesta da parte della famiglia di supporto psicologico e di assistenza anche materiale in presenza di bambini difficili o anche soltanto in età già scolare ». Acquisire un quadro completo relativo ai cosiddetti « fallimenti adottivi » rappresenta un passaggio essenziale per conoscere le cause dei fallimenti, nonché un presupposto imprescindibile per elaborare gli opportuni interventi correttivi, nell'interesse dei minori e a tutela del loro diritto a crescere in una famiglia. Solo in questo modo sarà possibile prevedere efficaci politiche di intervento. Riguardo le adozioni internazionali, un problema molto sentito da coloro che intendono intraprendere tale percorso è rappresentato dall'eccessivo proliferare del numero degli enti autorizzati, alcuni dei quali non appaiono adeguatamente attrezzati né sul piano delle risorse né su quello delle competenze. È purtroppo noto il « peregrinare » degli aspiranti genitori adottivi alla ricerca dell'ente che offra sufficienti requisiti di serietà e di affidabilità. La razionalizzazione del settore – si legge nel documento della Commissione parlamentare per l'infanzia e l'adolescenza – mediante un innalzamento dei requisiti richiesti per accedere all'autorizzazione, consentirebbe una più efficiente allocazione delle risorse disponibili, con conseguente riduzione dei costi a carico delle coppie adottanti. Per questa via, si potrebbe peraltro anche accrescere il « potere » e la credibilità del singolo ente nei confronti delle autorità del Paese estero che dispongono le singole adozioni, con presumibili effetti positivi sull'esito delle procedure di adozione. Questi enti svolgono un ruolo fondamentale per il funzionamento del sistema delle adozioni internazionali. A fronte della crescita esponenziale del loro numero, i criteri e i requisiti previsti dalla legge per il loro funzionamento si sono rivelati poco stringenti e, talvolta, l'operato degli stessi si è rivelato poco trasparente. Il risultato è una notevole confusione negli aspiranti genitori adottivi, sia nel momento critico della scelta sia quando si rende necessario passare da un ente a un altro. Il presente disegno di legge si pone l'ambizioso ma non più procrastinabile obiettivo di dare una risposta adeguata a tutte queste domande. Fra le altre, una delle maggiori criticità evidenziate dalle indagini conoscitive riguarda il mancato adeguamento della normativa vigente a quanto previsto nella maggior parte dei Paesi europei in materia di adozione da parte delle persone singole e delle coppie di fatto, siano esse eterosessuali o omosessuali. È tempo che il legislatore dia una risposta a domande pressanti alle quali in questi anni ha dovuto rispondere la giurisprudenza in assenza di una normativa adeguata a far fronte ai cambiamenti intervenuti nella società. L'articolo 6, comma 1, della legge n. 184 del 1983 prevede che « L'adozione è consentita a coniugi uniti in matrimonio da almeno tre anni. Tra i coniugi non deve sussistere e non deve avere avuto luogo negli ultimi tre anni separazione personale neppure di fatto ». Come risulta dalle numerose sentenze succedutisi negli anni, il matrimonio non è un requisito necessario per gli aspiranti genitori adottivi, così come non vi è necessità della eterosessualità degli stessi per ritenere che siano idonei alla genitorialità adottiva. L'adozione deve essere sempre disposta nell'interesse superiore del minore. Questo potrebbe concretizzarsi con una coppia di coniugi o di persone unite civilmente, con i componenti di una convivenza, composta da persone anche dello stesso sesso o con una persona singola. Sarà il giudice a valutare, di volta in volta, scegliendo solo in base alle esigenze dell'adottando. Non è più possibile considerare per legge un modello familiare « migliore » di altri in ragione di caratteristiche che ormai non sono più attuali né dirimenti rispetto al bene di un bambino e delle sue esigenze concrete. La trasformazione della società è un dato innegabile ed è opportuno che il legislatore dimostri di saper adeguare la normativa alla realtà, pena il verificarsi di vuoti normativi cui poi devono far fronte i giudici, come purtroppo accade sempre più spesso a fronte dell'inerzia del legislatore. Come ribadito dalla giurisprudenza più e più volte, l'orientamento sessuale dei genitori aspiranti adottivi non ha alcuna rilevanza giuridica. Il principio dell'interesse del minore, che sta alla base della giurisprudenza in materia di adozioni, deve essere l'unico criterio che ispira il giudice nella scelta concreta finalizzata a garantire al minore un ambiente idoneo alla sua crescita. Quindi, il presente disegno di legge modifica la normativa vigente in questa direzione anche alla luce della recente legge sulla regolamentazione delle unioni civili tra persone dello stesso sesso e disciplina delle convivenze (legge 20 maggio 2016, n. 76). Questa finalità è in linea con quanto previsto anche dalla Convenzione europea sull'adozione dei minorenni adottata a Strasburgo il 27 novembre 2008, il cui articolo 7 (Condizioni per l'adozione) recita: « 1. The law shall permit a child to be adopted: (a) by two persons of different sex (i) who are married to each other, or (ii) where such an institution exists, have entered into a registered partnership together; (b) by one person. 2. States are free to extend the scope of this Convention to same sex couples who are married to each other or who have entered into a registered partnership together. They are also free to extend the scope of this Convention to different sex couples and same sex couples who are living together in a stable relationship ». La stessa Convenzione europea chiarisce come, in materia di adozione, gli Stati siano liberi di riconoscere l'accesso a tale istituto anche a coppie composte da persone dello stesso sesso unite civilmente o stabilmente conviventi. In questo senso si è pronunciata anche la Corte europea dei diritti dell'uomo (CEDU) che ha dichiarato che l'adozione consiste nel « dare una famiglia a un minore e non un minore a una famiglia »