[pronunce]

esso costituirebbe, in specie, una rinuncia al contraddittorio in senso soggettivo ed alla tutela rappresentata dalla inutilizzabilità delle dichiarazioni rese da chi ha eluso il confronto con la difesa; laddove, invece, il contraddittorio in senso oggettivo resterebbe indisponibile unilateralmente. Con riguardo agli elementi formati dal difensore dell'imputato, il consenso potrebbe logicamente promanare, dunque, solo dalle parti che hanno un interesse contrario: conclusione, questa, che sarebbe imposta dallo stesso art. 111 Cost., il quale al secondo comma – con riferimento alla giurisdizione in genere – afferma che ogni processo deve svolgersi «nel contraddittorio tra le parti in condizioni di parità». Opinare diversamente significherebbe, in pratica, rendere l'accusato «arbitro della prova», riducendo il principio del contraddittorio nel solo alveo del diritto di difesa. Non solo: ma la tesi contrastata porterebbe a ritenere incostituzionali le norme che, con riferimento al dibattimento, subordinano l'acquisizione ai fini della prova di atti formati unilateralmente non al mero «consenso» dell'imputato, ma all'accordo di tutte le parti (artt. 431, comma 2, 493, comma 3, 555, comma 4, cod. proc. pen.), giacché, in tal modo, esse determinerebbero – nella prospettiva osteggiata – un «aggravio» della posizione dell'imputato stesso. Nessuna indicazione di segno contrario a tale ricostruzione potrebbe essere d'altro canto ricavata – secondo il giudice a quo – dall'ordinanza della Corte costituzionale n. 245 del 2005, che ha scrutinato la questione di legittimità costituzionale, in riferimento all'art. 111, secondo comma, Cost., dell'art. 438, comma 5, cod. proc. pen. , avuto riguardo all'ipotesi in cui l'imputato abbia depositato il fascicolo delle investigazione difensive e contestualmente formulato richiesta di giudizio abbreviato. Nell'occasione, la questione era stata infatti sollevata attribuendo una valenza angusta alla garanzia costituzionale: giacché l'ordinanza di rimessione assumeva che, per ricondurre a simmetria il contraddittorio sulla prova, fosse necessario e sufficiente riconoscere al pubblico ministero la facoltà di chiedere la prova contraria, sulla falsariga di quanto già previsto dal legislatore per il rito abbreviato «condizionato». A fronte di tale prospettazione, la Corte ha dichiarato la questione manifestamente inammissibile, per non avere il rimettente esplorato le possibilità offerte dall'ordinamento al fine di garantire comunque al pubblico ministero il diritto alla controprova sulle prove addotte «a sorpresa» dall'imputato, anche attraverso differimenti delle udienze congrui rispetto alle concrete fattispecie. In tal modo, peraltro – ad avviso del rimettente – la Corte non avrebbe affatto «certificato» la compatibilità costituzionale dell'utilizzabilità delle indagini difensive nel giudizio abbreviato, reputando bastevole, per assicurare la parità fra le parti rispetto alla formazione della prova, la possibilità di prova contraria da parte del pubblico ministero (e il potere di integrazione probatoria del giudice, previsto dall'art. 441, comma 5, cod. proc. pen.). Tale assunto confonderebbe, secondo il giudice a quo, il contraddittorio «nella» formazione della prova – quello inerente, cioè, al suo momento genetico – con il contraddittorio «per» la prova, che postula il diritto delle parti di veder acquisite tutte le prove necessarie alla propria difesa e, quindi, anche le prove contrarie a quelle introdotte dalle altre parti. La regola del contraddittorio «nella» formazione della prova, quale metodo elettivo di accertamento del fatto nel processo penale, esigerebbe, in realtà, che gli elementi di prova «siano formati nel dialogo diretto di tutte le parti con la fonte»: e ciò indipendentemente dalla circostanza che si tratti di prova diretta o di prova contraria. La norma impugnata si esporrebbe, per altro verso, a censure di irrazionalità e incoerenza sistematica, rilevanti nella prospettiva della violazione dell'art. 3 Cost. Essa determinerebbe, in primo luogo, una ingiustificata disparità di trattamento tra giudizio ordinario e giudizio abbreviato, con riguardo ai poteri probatori dell'imputato in tema di atti di investigazione difensiva a contenuto dichiarativo. Per attribuire valore di prova in dibattimento alle dichiarazioni inserite nel fascicolo del difensore – normalmente utilizzabili, salvi i casi di irripetibilità e di provata condotta illecita, solo per le contestazioni (art. 391-decies, in riferimento agli artt. 500, 512 e 513 cod. proc. pen.) – è infatti necessario l'accordo con il pubblico ministero e con le altre parti eventuali (artt. 431, comma 2, 493, comma 3, 555, comma 4, cod. proc. pen.). Nell'ambito del giudizio abbreviato, invece – nonostante il trattamento premiale connesso alla scelta del rito alternativo – la posizione dell'imputato risulterebbe paradossalmente più favorevole, in quanto l'inserimento nel materiale probatorio di atti di investigazione unilateralmente formati sarebbe espressione di un suo diritto potestativo. Il riconoscimento di questo diritto risulterebbe, inoltre, sistematicamente incoerente con la previsione del cosiddetto giudizio abbreviato «condizionato», ossia con la possibilità, per l'imputato, di subordinare la richiesta del rito alternativo ad una «integrazione probatoria» necessaria ai fini della decisione: ipotesi nella quale il giudice può negare l'accesso al rito, ove escluda la necessità dell'integrazione o la sua compatibilità con le finalità di economia processuale proprie del procedimento, e il pubblico ministero può chiedere l'ammissione di prova contraria (art. 438, comma 5, cod. proc. pen.). Tale istituto resterebbe, difatti, privo di significato a fronte della contemporanea previsione del diritto potestativo dell'imputato di raccogliere unilateralmente il materiale probatorio, di selezionare solo quello utile a fini difensivi e di ottenerne, poi, l'utilizzazione nel giudizio abbreviato «non condizionato», senza correre l'alea del rigetto della richiesta da parte del giudice e del ripristino del diritto alla prova in capo al pubblico ministero. 2. – È intervenuto nel giudizio di costituzionalità il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, il quale ha chiesto che la questione sia dichiarata inammissibile o infondata. La difesa erariale eccepisce, in via preliminare, l'insufficienza della motivazione sulla rilevanza della questione, avendo il rimettente riferito soltanto che l'imputato ha chiesto il giudizio abbreviato non condizionato (cosiddetto «secco») e ha contestualmente depositato atti di investigazione a contenuto dichiarativo, senza tuttavia precisare se tali atti siano capaci o meno di orientare il giudizio sull'imputazione. Nel merito, la questione risulterebbe comunque infondata. Come evidenziato dalla Corte costituzionale nell'ordinanza n. 245 del 2005, nell'ipotesi considerata, da un lato, il pubblico ministero sarebbe legittimato a chiedere l'audizione di testi a controprova;