[pronunce]

Una «[t]ale severità di inquadramento» - sospettata di contrasto con il quadro costituzionale rispetto a fatti «meno rilevanti, per caratteristiche oggettive di tempo, di azione, di numero di partecipi, determinanti la restrizione della libertà della vittima per breve durata o con profitti patrimoniali di entità contenuta» - è stata oggetto di una declaratoria di illegittimità costituzionale dell'art. 630 cod. pen. , nella parte in cui non prevedeva che la pena da esso comminata fosse diminuita quando, per la natura, la specie, i mezzi, le modalità o circostanze dell'azione, ovvero per la particolare tenuità del danno o del pericolo, il fatto risultasse di lieve entità (sentenza n. 68 del 2012), sulla falsariga di quanto previsto per la «parallela fattispecie di cui all'art. 289 bis c.p. sulla base dell'art. 311 c.p.». Secondo il rimettente, il riconoscimento dell'attenuante della lieve entità del fatto, oltre a determinare una diminuzione di pena, implica «logicamente una valutazione di minore pericolosità degli autori o almeno un'attenuazione della presunzione di pericolosità», tale da rendere ingiustificato un regime di maggior rigore anche in punto di esecuzione penale. Il Tribunale di sorveglianza di Firenze, in definitiva, ritiene che l'art. 4-bis, comma 1, ordin. penit. contrasti con l'art. 3 Cost., nella parte in cui parifica irragionevolmente un condannato per sequestro di persona a scopo di estorsione di «lieve entità» ai condannati «di ben superiore pericolosità pur nell'ambito dello stesso titolo di reato». Sostiene, altresì, che la norma censurata violi l'art. 27 Cost., nella parte in cui preclude «al medesimo condannato» l'accesso alla misura alternativa dell'affidamento in prova al servizio sociale, «impedendo anziché favorire quel progressivo reinserimento nella società» che realizza lo scopo rieducativo della pena, pur a fronte di un già intervenuto risarcimento del danno. 2.2.- In punto di rilevanza, il rimettente evidenzia che «in astratto» ricorrerebbero gli altri presupposti per la concessione del beneficio, quali la pena residua «nella soglia di legge» e la presenza di ulteriori elementi valutabili in fatto (ivi compreso l'avvenuto integrale risarcimento del danno). Tuttavia, «di fronte al titolo di reato commesso», rientrante tra quelli cosiddetti ostativi, in assenza di collaborazione e in mancanza di alcuna prospettazione o offerta di collaborazione, il detenuto non può avere accesso alla misura alternativa richiesta «e quindi l'istanza appare inammissibile tout court, senza che possano svilupparsi ulteriori considerazioni nel merito». 3.- È intervenuto nel giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, concludendo per la non fondatezza delle questioni sollevate. L'interveniente ha ricordato che questioni analoghe, per quanto riferite alla concessione dei permessi premio e non dell'affidamento in prova al servizio sociale, erano state sollevate dalla Corte di cassazione e che le stesse sono state dichiarate non fondate dalla Corte costituzionale con la sentenza n. 188 del 2019. Secondo l'Avvocatura generale dello Stato, la Corte costituzionale, nella pronuncia da ultimo citata, avrebbe rilevato come la disposizione censurata sia stata oggetto di numerose modifiche, che, anche se tra loro disomogenee, sarebbero tutte ispirate all'esigenza di collegare l'inasprimento del trattamento sanzionatorio all'allarme sociale «derivante dal puro titolo di reato», in base a valutazioni rientranti nella discrezionalità legislativa. Inoltre, l'attenuante della lieve entità del fatto commesso rileverebbe «semmai ai fini della determinazione della misura della pena, ma non invece ai fini delle modalità della sua espiazione». Il legislatore avrebbe, dunque, esercitato in maniera non arbitraria il potere discrezionale di cui dispone in materia di politica penitenziaria. Neppure sarebbe violato l'art. 27 Cost., «essendovi precise ragioni nella differenziazione dei trattamenti penitenziari», tali da non ledere alcun principio di progressività di trattamento e flessibilità della pena.1.- Il Tribunale di sorveglianza di Firenze dubita della conformità agli artt. 3 e 27 della Costituzione dell'art. 4-bis, comma 1, della legge 26 luglio 1975, n. 354 (Norme sull'ordinamento penitenziario e sulla esecuzione delle misure privative e limitative della libertà), «nella parte in cui non esclude dal novero dei reati ivi ricompresi quello di cui all'art. 630 c.p., allorché sia stata riconosciuta l'attenuante del fatto di lieve entità, ai sensi della sentenza della Corte Costituzionale n° 68 del 23 marzo 2012». 2.- In punto di rilevanza delle questioni sollevate, il giudice a quo riferisce di essere investito dell'istanza di affidamento in prova al servizio sociale da parte di un detenuto in possesso di tutti i requisiti cui ordinariamente l'art. 47 ordin. penit. subordina la concessione della misura in questione. Osserva, dunque, che l'unico ostacolo all'accoglimento dell'istanza consisterebbe nell'inclusione del reato di sequestro di persona a scopo di estorsione tra i delitti cosiddetti ostativi, secondo l'elenco contenuto nella disposizione censurata, anche nell'ipotesi in cui sia stata riconosciuta l'attenuante del fatto di lieve entità. Pertanto, in assenza di collaborazione con la giustizia - «in effetti non [...] prestata» (come pure riferisce il rimettente) - e in mancanza della richiesta di accertamento della collaborazione cosiddetta impossibile o inesigibile, il procedimento dovrebbe inevitabilmente chiudersi con una dichiarazione di inammissibilità dell'istanza. 2.1.- In punto di non manifesta infondatezza, il collegio rimettente prospetta una violazione degli artt. 3 e 27 Cost. Sostiene, in particolare, che il reato di sequestro di persona a scopo di estorsione, ove sia stata riconosciuta la speciale attenuante della lieve entità del fatto, sarebbe disomogeneo rispetto ai «delitti di particolare allarme sociale» che giustificarono l'introduzione del regime di particolare rigore contemplato dall'art. 4-bis ordin. penit. nella sua versione originaria. In quella versione figuravano i «reati associativi più gravi (associazione di tipo mafioso e associazione finalizzata allo spaccio di sostanze stupefacenti)» e quelli commessi «con finalità o metodo mafioso» (oltre allo stesso reato di cui all'art. 630 cod. pen. , nella sua forma non circostanziata), tutti contraddistinti «dal necessario o almeno normale inserimento del reo in compagini criminose di gruppo o comunque collegate con organizzazioni criminali». Un tale carattere, a parere del rimettente, sarebbe estraneo al reato di sequestro di persona laddove sia riconosciuta l'attenuante della lieve entità del fatto. In presenza di questa attenuante non si giustificherebbe, pertanto, la «presunzione pressoché assoluta di pericolosità sociale»: infatti, oltre a determinare una diminuzione di pena, l'attenuante in parola implicherebbe «logicamente una valutazione di minore pericolosità degli autori o almeno un'attenuazione della presunzione di pericolosità».