[pronunce]

che del resto la stessa Corte costituzionale nella sentenza n. 62 del 1994 aveva valorizzato, in riferimento alla previgente disciplina della espulsione a richiesta, il fatto che la pronuncia del giudice non fosse obbligatoria e automatica, in quanto il giudice doveva acquisire informazioni dagli organi di polizia, sentire il pubblico ministero e le altre parti, e che sarebbe perciò irragionevole negare - come invece fa la disciplina censurata - analoghi poteri al magistrato di sorveglianza, organo deputato all'applicazione delle misure alternative alla detenzione attraverso un procedimento giurisdizionalizzato che si basa sulla osservazione del condannato e sull'analisi del suo percorso rieducativo; che la disciplina altererebbe inoltre l'intero sistema del trattamento penitenziario e delle misure alternative, consentendo che siano «a un tempo» emessi provvedimenti favorevoli al condannato, sulla base della positiva progressione nel trattamento, e il provvedimento di espulsione obbligatoria, a prescindere dai progressi compiuti; che, infine, la disciplina censurata violerebbe l'art. 25 Cost., in quanto la novella del 2002, prevedendo l'espulsione anche dei soggetti già condannati e in stato di detenzione alla data di entrata in vigore della legge, introdurrebbe con effetto retroattivo un trattamento sanzionatorio sfavorevole; che il Magistrato di sorveglianza di Bologna (r.o. n. 391 del 2003) ha sollevato, in riferimento ai soli artt. 3 e 27 Cost., questione di legittimità costituzionale in parte analoga alla precedente; che il rimettente, premesso che procede nei confronti di uno straniero che si trova in regime di semilibertà, rileva che, nonostante l'espulsione costituisca una 'misura alternativa' alla detenzione in carcere, deve essere applicata d'ufficio senza alcuna valutazione discrezionale che tenga conto della pericolosità del soggetto o della sussistenza di un percorso rieducativo in atto, in violazione perciò degli artt. 3 e 27 Cost., per disparità di trattamento, irragionevolezza intrinseca e violazione del principio della finalità rieducativa della pena; che il giudice a quo invoca perciò una pronuncia della Corte che consenta al magistrato di sorveglianza «di valutare discrezionalmente la necessità di applicare, nel caso concreto, la sanzione alternativa in esame alla stregua delle altre misure e comparativamente con queste, […] nell'ambito di un procedimento che effettivamente garantisca i diritti della difesa, nel contraddittorio delle parti»; che questione in parte analoga, ma più ampia nella prospettazione delle censure, è stata sollevata, in riferimento agli artt. 3 e 27, terzo comma, 13, secondo comma, 97, 101, secondo comma, 102, primo comma, e 111, secondo comma, Cost., da altro Magistrato di sorveglianza di Reggio Emilia (r.o. n. 509 del 2003); che il rimettente rileva che il detenuto nei cui confronti dovrebbe essere disposta l'espulsione ha sempre mantenuto buona condotta, ha partecipato all'opera rieducativa, frequentando corsi scolastici e di formazione professionale, e ha fruito con regolarità di permessi premio presso una cooperativa sociale, sino ad essere ammesso al regime di semilibertà con provvedimento nel quale si dà particolare rilievo ad elementi indicativi di un effettivo radicamento del soggetto nel territorio; che tale situazione sarebbe compromessa, con inevitabile interruzione del trattamento rieducativo e pericolo di reiterazione di condotte antigiuridiche, per effetto dell'automatismo del provvedimento di espulsione, in contrasto con gli artt. 3 e 27, terzo comma, Cost.; che il rimettente, al pari degli altri, ritiene che nella disciplina attuale il legislatore abbia mantenuto solo il primo dei tre elementi (limite di pena, discrezionalità del giudice e consenso del condannato) in base ai quali la Corte costituzionale aveva escluso l'illegittimità costituzionale della espulsione 'a richiesta'; che, poiché l'espulsione in esame configura una misura alternativa alla detenzione, essa dovrebbe essere disciplinata in conformità ai principi della finalità rieducativa della pena e della differenziazione del trattamento; che la norma censurata violerebbe perciò non solo l'art. 27, terzo comma, Cost., ma anche gli artt. 3 e 13, secondo comma, Cost. in quanto, «precludendo una valutazione nel merito da parte del giudice, prescrive che, in materia di libertà personale, condizioni personali diverse trovino identica risposta»; che il rimettente ritiene che dalla obbligatorietà dell'espulsione discenda altresì la violazione degli artt. 101, secondo comma, e 102 Cost.: la limitazione del sindacato del giudice alla sola valutazione dei presupposti formali, infatti, da un lato precluderebbe l'esercizio delle funzioni giurisdizionali della magistratura di sorveglianza, 'svilendole' «a mero esercizio di potestà amministrative»; dall'altro, imponendo l'emissione di provvedimenti incidenti sulla libertà personale in base alla «mera verifica della sussistenza di un requisito amministrativo» (in relazione al quale al giudice non è neppure riconosciuto lo stesso margine di discrezionalità che spetta all'autorità amministrativa), menomerebbe il principio della sottoposizione del giudice solo alla legge; che, quanto alla censura riferita all'art. 111 Cost., il rimettente ritiene che la disciplina del procedimento di espulsione e la previsione della sola opposizione del condannato violino i principi del contraddittorio e della parità fra le parti, il cui rispetto avrebbe quantomeno imposto di prevedere la facoltà di opposizione anche del pubblico ministero; che, infine, la omessa previsione della notifica del provvedimento di espulsione al difensore violerebbe l'art. 24 Cost., impedendo al condannato di fruire di assistenza tecnica ai fini della presentazione dell'opposizione; che ulteriore questione di legittimità costituzionale, analoga alle precedenti, è stata sollevata, in riferimento agli artt. 3 e 27, terzo comma, Cost., dal Magistrato di sorveglianza di Bologna (r.o. n. 510 del 2003); che anche il giudice di Bologna muove dal riconoscimento del carattere afflittivo della espulsione come sanzione alternativa, ritenendo - sulla base di considerazioni affatto simili a quelle svolte nelle precedenti ordinanze - che l'automatismo della misura sia irragionevole, violi il principio della finalità rieducativa della pena e determini disparità di trattamento fra detenuti extracomunitari.