[pronunce]

che sussisterebbe, infine, irragionevole disparità di trattamento tra le dichiarazioni rese dal concorrente nel medesimo reato imputato in un procedimento connesso e quelle rese dal coimputato in un procedimento connesso che sia divenuto collaboratore di giustizia, «atteso che il comma 9 dell'art. 16-quater [del d.l. 15 gennaio 1991, n. 8] come introdotto dalla legge 16 febbraio 2001, n. 45, consente la valutazione ai fini di prova dei fatti in essi affermati delle dichiarazioni rese al P.M. o alla polizia giudiziaria indipendentemente dal rispetto del dato formale in tutti i casi di “irripetibilità”, quale è evidentemente la morte o la inabilità del dichiarante». Considerato che l'impugnativa concerne, in particolare, il regime intertemporale dettato dall'art. 26 della legge 1° marzo 2001, n. 63, attuativa - come è noto - della riforma costituzionale sul “giusto processo”, nella parte in cui, in mancanza dell'avvertimento previsto dall'art. 64, comma 3, lettera c), del codice di rito (introdotto dalla stessa legge) non consentirebbe la utilizzabilità, ai fini della decisione, delle dichiarazioni su fatti che concernono la responsabilità di altri, rese nel corso delle indagini preliminari, da parte di chi non si sia mai volontariamente sottratto all'interrogatorio da parte dell'imputato o del suo difensore e che, alla data di entrata in vigore della medesima legge n. 63 del 2001, non siano state acquisite al fascicolo per il dibattimento. Epilogo, quello testé delineato, che si realizzerebbe - dando così causa alla doglianza del giudice a quo - anche nella ipotesi in cui la prova orale non possa essere espletata in dibattimento per cause obiettive sopravvenute ed imprevedibili, nella specie rappresentate dalla sopravvenuta inidoneità fisica e mentale del dichiarante; che, nella sostanza, la premessa interpretativa da cui muove il giudice rimettente, si fonda sul rilievo per il quale il regime “transitorio” innanzi citato consentirebbe l'utilizzazione delle precedenti dichiarazioni, raccolte nel corso della fase investigativa, soltanto nella ipotesi in cui tali dichiarazioni fossero state già acquisite al fascicolo per il dibattimento alla data di entrata in vigore della legge attuativa del “giusto processo”: limite, questo, che opererebbe in ogni caso, ivi compreso quello, pur autonomamente disciplinato dall'art. 512 cod. proc. pen. , che riguarda, appunto, la possibilità di dare lettura delle dichiarazioni precedentemente rese, in ipotesi di sopravvenuta ed imprevedibile impossibilità di ripetizione; che, pertanto, secondo il giudice rimettente, dalla immediata applicabilità, anche ai processi in corso - fatta salva la specifica deroga per quelli pendenti nella fase delle indagini preliminari, ove è prevista la rinnovazione dell'esame dei dichiaranti, a norma dell'art. 26, comma 2, della legge n. 63 del 2001 - della nuova e profondamente innovativa disciplina degli avvertimenti da rivolgere in sede di interrogatorio e del relativo regime “sanzionatorio” di inutilizzabilità processuale, discenderebbe la preclusione ad utilizzare le dichiarazioni a suo tempo acquisite - ma non ancora versate nel fascicolo per il dibattimento - sul presupposto che la “inutilizzabilità” ex ante, derivante dalla omissione degli avvisi, travolgerebbe la utilizzazione ex post stabilita in via generale dall'art. 512 cod. proc. pen. ; che, peraltro, una siffatta prospettiva interpretativa, oltre che non sostenuta da effettivi argomenti testuali (va notato, infatti, che la disciplina dettata dall'art. 512 cod. proc. pen. non è stata affatto incisa dalla novella), risulterebbe addirittura paradossale negli effetti, giacché - attraverso essa - si verrebbe a delineare non già una disciplina intertemporale, ma un singolare meccanismo del tutto innovativo che divergerebbe tanto dal precedente sistema, quanto da quello “a regime”, creando a ben guardare un sistema spurio anche rispetto alla stessa norma transitoria. È del tutto evidente, infatti, che, ove fosse fondata la tesi del giudice a quo, non potrebbe operare neppure lo specifico ed eccezionale rimedio previsto dal comma 2 del citato art. 26: ciò perché, essendo il dichiarante divenuto processualmente incapace, anche se il procedimento si fosse trovato a quel momento nella fase delle indagini preliminari, il pubblico ministero non avrebbe potuto rinnovare l'esame con l'avvertimento, posto che le condizioni del soggetto non lo avrebbero comunque permesso; sicché, neppure la logica che ha ispirato tale peculiare norma transitoria - dettata dall'intendimento di “recuperare”, fin dove possibile, il regime garantista degli avvertimenti - avrebbe potuto trovare applicazione nella specifica ipotesi evocata dal rimettente; che, dunque, è senz'altro possibile affermare che l'operatività dell'art. 512 cod. proc. pen. non può ritenersi in alcun modo compromessa - militando in tal senso rilievi di ordine logico e sistematico - ove sia divenuta impossibile la ripetizione dell'atto dichiarativo e le originarie dichiarazioni siano state rese prima dell'entrata in vigore della legge n. 63 del 2001, che ha introdotto il sistema degli avvisi ed il relativo regime di oneri e sanzioni processuali (generando per di più - e il dato assume, ai fini che qui interessano, non poco risalto - nuove figure di soggetti dichiaranti); che, d'altra parte, è lo stesso giudice a quo a censurare, perché in contrasto con i principi sanciti dall'art. 111 della Costituzione, una determinata interpretazione della norma impugnata: senza però farsi carico di perscrutare una - peraltro agevole - lettura adeguatrice del sistema; e trascurando di rilevare che - essendo l'intera cadenza della disciplina intertemporale, tracciata dall'art. 26 della legge n. 63 del 2001, volta a preservare al meglio il valore del contraddittorio - ben si spiega il “silenzio” serbato a proposito della particolare ipotesi rappresentata dalla impossibilità di ripetizione dell'atto, poiché è proprio questa una delle figure paradigmatiche in cui il contraddittorio viene ad essere legittimamente derogato, al lume della stessa norma costituzionale; che in tale cornice, infine, non sembra neppure superfluo sottolineare come il regime della irripetibilità sopravvenuta dell'atto, con riferimento alle dichiarazioni precedentemente rese dall'imputato, rinvenga un referente normativo anche all'interno dell'art. 513 cod. proc. pen. ; infatti il secondo periodo del comma 2 di tale articolo espressamente prevede che - ove non sia possibile ottenere la presenza del dichiarante, ovvero procedere all'esame in uno dei modi stabiliti nella stessa norma - «si applica la disposizione dell'articolo 512 qualora la impossibilità dipenda da fatti o circostanze imprevedibili al momento della dichiarazione»: con ciò rendendo evidente la “centralità” del modello offerto dal richiamato art. 512 del codice di rito, agli effetti del recupero di dichiarazioni non riproponibili nel contraddittorio dibattimentale «per accertata impossibilità di natura oggettiva», come appunto prevede l'art. 111, quinto comma, della Costituzione;