[pronunce]

SENTENZA ha pronunciato la seguentenel giudizio di legittimità costituzionale dell'art. 10 della legge 31 maggio 1965, n. 575 (Disposizioni contro le organizzazioni criminali di tipo mafioso, anche straniere), della legge 17 gennaio 1994, n. 47 (Delega al Governo per l'emanazione di nuove disposizioni in materia di comunicazioni e certificazioni di cui alla legge 31 maggio 1965 n. 575), dell'art. 4 del decreto legislativo 8 agosto 1994, n. 490 (Disposizioni attuative della legge 17 gennaio 1994, n. 47, in materia di comunicazioni e certificazioni previste dalla normativa antimafia nonché disposizioni concernenti i poteri del prefetto in materia di contrasto alla criminalità organizzata) e dell'art. 10 del decreto del Presidente della Repubblica 3 giugno 1998, n. 252 (Regolamento recante norme per la semplificazione dei procedimenti relativi al rilascio delle comunicazioni e delle informazioni antimafia), promosso dal Tribunale amministrativo regionale per la Sicilia - sezione staccata di Catania nel procedimento vertente tra la Tecnital s.p.a. e l'Ufficio territoriale del Governo di Catania, con ordinanza del 29 aprile 2009, iscritta al n. 210 del registro ordinanze 2009 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 35, prima serie speciale, dell'anno 2009. Visto l'atto di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri; udito nella camera di consiglio del 27 gennaio 2010 il Giudice relatore Sabino Cassese.. Ritenuto in fatto Considerato in diritto 1. - Con ordinanza del 29 aprile 2009 (reg. ord. n. 210 del 2009) , il Tribunale amministrativo regionale per la Sicilia - sezione staccata di Catania, ha sollevato questione di legittimità costituzionale, in relazione agli artt. 2, 3, 41, 42 e 97 della Costituzione, dell'art. 10 della legge 31 maggio 1965 n. 575 (Disposizioni contro le organizzazioni criminali di tipo mafioso, anche straniere), della legge 17 gennaio 1994, n. 47 (Delega al Governo per l'emanazione di nuove disposizioni in materia di comunicazioni e certificazioni di cui alla legge 31 maggio 1965 n. 575), dell'art. 4 del decreto legislativo 8 agosto 1994, n. 490 (Disposizioni attuative della legge 17 gennaio 1994, n. 47, in materia di comunicazioni e certificazioni previste dalla normativa antimafia nonché disposizioni concernenti i poteri del prefetto in materia di contrasto alla criminalità organizzata) e dell'art. 10 del decreto del Presidente della Repubblica 3 giugno 1998, n. 252 (Regolamento recante norme per la semplificazione dei procedimenti relativi al rilascio delle comunicazioni e delle informazioni antimafia), nella parte in cui tali disposizioni non prevedono l'obbligo di un appropriato indennizzo a favore di quelle imprese per le quali, ritenuti inizialmente sussistenti i rischi di condizionamento mafioso ex art. 4 del decreto legislativo 8 agosto 1994, n. 490 (Disposizioni attuative della legge 17 gennaio 1994, n. 47, in materia di comunicazioni e certificazioni previste dalla normativa antimafia nonché disposizioni concernenti i poteri del prefetto in materia di contrasto alla criminalità organizzata) e art. 10 del decreto del Presidente della Repubblica 3 giugno 1998, n. 252 (Regolamento recante norme per la semplificazione dei procedimenti relativi al rilascio delle comunicazioni e delle informazioni antimafia) e adottati i necessari provvedimenti interdittivi, risultino poi del tutto assenti tali rischi, in base all'accertamento contenuto in sentenze passate in giudicato. 1.1. - Il collegio rimettente riferisce che la società ricorrente nel giudizio principale ha impugnato gli atti con i quali la Prefettura di Catania ha attestato nei suoi confronti la sussistenza del pericolo di condizionamento mafioso, domandandone l'annullamento, previa sospensione degli effetti, e chiedendo altresì il risarcimento del danno. Il giudice a quo espone che la Prefettura di Catania ha adottato i provvedimenti impugnati in quanto il socio di maggioranza della società ricorrente «era stato tratto in arresto per reati ex art. 416-bis c.p.» e che, essendosi poi concluso il relativo procedimento penale con sentenza di proscioglimento passata in giudicato, la stessa Prefettura ha successivamente «attestato che non sussistevano più i pericoli di condizionamento mafioso». Ciò premesso, il collegio rimettente, dopo aver rigettato con sentenza la domanda di annullamento degli atti impugnati ed essersi riservato, nella medesima sentenza, di pronunciarsi su parte della domanda di risarcimento, ha sollevato a questo fine, con separata e contestuale ordinanza, la questione di legittimità costituzionale delle disposizioni censurate, ritenendola rilevante e non manifestamente infondata. 1.2. - In ordine alla rilevanza, il giudice a quo riconosce che «nell'attuale assetto normativo la domanda di risarcimento danni andrebbe sicuramente respinta», poiché «nel contesto della situazione personale del principale socio della società ricorrente, che è stato sottoposto ad una misura cautelare restrittiva della libertà personale, le informazioni antimafia che sono state rilasciate dalla Prefettura di Catania [...] non avrebbero potuto avere se non il contenuto di cui la parte ricorrente si duole». Nondimeno, il collegio rimettente osserva che «se la normativa di cui si sospetta l'incostituzionalità non ostasse all'accoglimento di un qualsiasi tipo di risarcimento nei confronti della società ricorrente, si potrebbe disporre nei suoi confronti il pagamento di una indennità». 1.3. - Quanto alla non manifesta infondatezza, il rimettente «sospetta di incostituzionalità» la disciplina impugnata «laddove consente, di fatto, l'applicazione di misure interdittive alla partecipazione a gare e all'affidamento di appalti della pubblica amministrazione in maniera provvisoria (ossia fino all'accertamento dei fatti in sede penale) senza però prevedere alcuna forma di indennizzo per le imprese che risultino poi estranee a tali accertamenti, e quindi provocando una perdita definitiva patrimoniale e di valori aziendali». Tale assetto normativo contrasterebbe, secondo il tribunale rimettente, con diversi parametri costituzionali. Esso lederebbe, in primo luogo, i «principi costituzionali di tutela della libertà di impresa (art. 41) [e] di tutela del diritto di proprietà che il precedente presuppone ed al quale è quindi connesso (art. 42)». Al riguardo, il giudice a quo rileva un «evidente parallelismo» con la fattispecie dell'espropriazione per fini di pubblica utilità e, in particolare, con quella dei vincoli urbanistici preordinati all'espropriazione. In ordine a questi ultimi, la giurisprudenza costituzionale, come richiamata dal giudice a quo, ha imposto l'obbligo di indennizzo nel caso di permanenza dei predetti vincoli «una volta superato il primo periodo di ordinaria durata temporanea, quale determinata dal legislatore entro limiti non irragionevoli».