[pronunce]

1.1.2.2.- La norma impugnata sarebbe contraria anche al principio di co-pianificazione obbligatoria imposto con riferimento alle aree tutelate per legge, oltre che agli altri beni paesaggistici (artt. 135, 143 e 145 cod. beni culturali), risultando lesiva della competenza legislativa esclusiva dello Stato in materia di tutela del paesaggio sancita dall'art. 117, secondo comma, lettera s), Cost. Il legislatore regionale sarebbe, infatti, intervenuto unilateralmente a modificare il bene paesaggistico "parco naturale regionale Sirente Velino", già confluito nel piano paesaggistico regionale, elaborato dalla Regione ai sensi del decreto-legge 27 giugno 1985, n. 312 (Disposizioni urgenti per la tutela delle zone di particolare interesse ambientale), convertito, con modificazioni, nella legge 8 agosto 1985, n. 431, nonché nel nuovo piano paesaggistico in corso di elaborazione con lo Stato e oggetto di co-pianificazione obbligatoria, intervenendo al di fuori del quadro necessario della pianificazione paesaggistica. Il ricorrente sottolinea, altresì, come spetti solo al piano paesaggistico, elaborato congiuntamente con lo Stato quanto meno con riferimento ai beni paesaggistici, la ricognizione di questi ultimi e l'elaborazione delle relative prescrizioni d'uso, oltre che l'individuazione della tipologia delle trasformazioni compatibili, di quelle vietate nonché delle condizioni delle eventuali trasformazioni. Il legislatore nazionale, nell'esercizio della potestà legislativa esclusiva in materia ha, infatti, assegnato al piano paesaggistico una posizione di assoluta preminenza nel contesto della pianificazione territoriale. La norma regionale impugnata determinerebbe, quindi, «una vistosa deroga» al principio della necessaria prevalenza della pianificazione paesaggistica rispetto a ogni altro piano, programma o progetto nazionale o regionale (ex art. 145, comma 3, cod. beni culturali). 1.1.2.3.- Sarebbe, inoltre, violato il principio di irrevocabilità dei vincoli paesaggistici, in virtù del quale, una volta riconosciuto l'interesse paesaggistico del bene, lo stesso non potrebbe più essere revocato, neppure mediante contrarius actus. Tale irrevocabilità discenderebbe dalla natura meramente ricognitiva dei vincoli paesaggistici, come riconosciuta da questa Corte fin dalla sentenza n. 56 del 1968. Secondo il ricorrente «l'accertamento di un interesse pubblico "immanente al bene"» si avrebbe, a maggior ragione, nel caso in cui l'individuazione dei beni paesaggistici sia effettuata dallo stesso legislatore, mediante l'indicazione di specifiche categorie di beni che sono ritenuti ex se di interesse paesaggistico. Il Presidente del Consiglio dei ministri ritiene che tale principio, desumibile dall'art. 9 Cost., sia stato accolto nel codice dei beni culturali e del paesaggio, il quale non ha riprodotto l'art. 14 del vecchio regolamento di cui al regio decreto 3 giugno 1940, n. 1357 (Regolamento, per l'applicazione della legge 29 giugno 1939-XVII, n. 1497, sulla protezione delle bellezze naturali), da considerarsi implicitamente abrogato, che prevedeva il potere ministeriale, sentita la Commissione provinciale, di «togliere o restringere il vincolo [...] [q]uando siano venute a mancare o a mutare le esigenze che lo avevano determinato». Il codice dei beni culturali e del paesaggio (art. 140, comma 2) negherebbe, infatti, persino al piano paesaggistico, benché elaborato congiuntamente e condiviso con specifico accordo procedimentale tra regione e Stato, il potere di rimuovere o ridurre vincoli paesaggistici preesistenti. Il legislatore del codice avrebbe, quindi, accentuato, rispetto alle originarie disposizioni della legge 29 giugno 1939, n. 1497 (Protezione delle bellezze naturali), «una logica, per così dire "incrementale"», secondo la quale i vincoli possono essere estesi e integrati nei contenuti precettivi ma non possono venire meno una volta imposti, salvi i casi eccezionali nei quali sia definitivamente perduto l'elemento materiale nel quale si esprime il valore paesaggistico meritevole di tutela. A queste conclusioni sarebbero giunti i giudici amministrativi con specifico riferimento ai boschi. Inoltre, lo stesso legislatore statale avrebbe espressamente sancito, nel decreto legislativo 3 aprile 2018, n. 34 (Testo unico in materia di foreste e filiere forestali), il divieto di diminuzione del livello di tutela stabilito dalla legge, conformando la funzione integrativa regionale in senso (solo) ampliativo della tutela (art. 3, comma 4). Analoga previsione sarebbe stata introdotta in materia di usi civici dalla legge 20 novembre 2017, n. 168 (Norme in materia di domini collettivi), stabilendo che il vincolo paesaggistico «è mantenuto sulle terre anche in caso di liquidazione degli usi civici» (art. 3, comma 6). Con specifico riferimento alla categoria di beni - che qui rileva - di cui alla lettera f) dell'art. 142, comma 1, cod. beni culturali, tale principio non sarebbe esplicitato. Ciò nondimeno, il ricorrente ritiene che esso abbia portata generale, con la conseguenza che la riduzione dei confini del parco determinerebbe un'illegittima compressione del vincolo paesaggistico e quindi la violazione del richiamato principio di irrevocabilità. 1.1.2.4.- L'art. 2 della legge reg. Abruzzo n. 14 del 2021, operando la riduzione dell'area del parco naturale regionale Sirente Velino, determinerebbe, inoltre, «un abbassamento dei livelli di tutela in violazione dell'art. 9 Cost.». Al riguardo, il ricorrente richiama la sentenza di questa Corte n. 151 del 1985, sottolineando come con essa sia stata sancita «la piena legittimità» della scelta operata dal legislatore statale di introdurre, con il d.l. n. 312 del 1985 e con la relativa legge di conversione n. 431 del 1985, «una tutela del paesaggio improntata a integralità e globalità». Pertanto, l'operazione «inversa» compiuta dalla Regione Abruzzo, di escludere dall'area del parco una parte prima ricompresa e quindi in precedenza soggetta al vincolo paesaggistico ope legis, sarebbe lesiva anche dell'art. 9 Cost. 1.1.2.5.- La norma impugnata sarebbe, altresì, contraria ai principi di proporzionalità e ragionevolezza di cui agli artt. 3 e 97 Cost., poiché la riduzione dei confini del parco, sottraendo parte dei territori alla tutela paesaggistica esistente ope legis, non sarebbe giustificata dall'esigenza di un bilanciamento con altri interessi costituzionalmente protetti. Al contrario - sottolinea il ricorrente - i territori ora esclusi dal parco avrebbero conservato, nell'ultimo trentennio, le caratteristiche che avevano a suo tempo giustificato la sottoposizione alla tutela naturalistica e, conseguentemente, anche a quella paesaggistica.