[pronunce]

– Con riferimento, infine, agli altri parametri costituzionali asseritamente violati, la Regione Piemonte sostiene che la disciplina censurata, concentrando «tutta l'attività di intervento amministrativo e correlativamente di azione risarcitoria in capo allo Stato» ed escludendo invece «l'apporto delle Regioni e delle amministrazioni locali» in ordine agli interventi di prevenzione e riparazione del danno ambientale, previsto dalla previgente normativa, si porrebbe in contrasto «con le previsioni della legge delega, con il ruolo istituzionale degli enti locali e l'assetto delle loro competenze, a norma degli artt. 114, 117 e 118 Cost., con i principi costituzionali di sussidiarietà, adeguatezza, leale collaborazione, ragionevolezza e buon andamento della pubblica amministrazione, essendo altresì più che evidente che la concentrazione in sede ministeriale di qualsiasi attività, prescindendo da ogni criterio di rilevanza e dimensione territoriale del problema da affrontare e degli interventi da porre in essere, non può che determinare difficoltà e rallentamento nell'azione pubblica di tutela dell'ambiente». La questione è inammissibile a causa della genericità delle censure prospettate. La ricorrente impugna, infatti, una pluralità di disposizioni legislative diverse tra loro, in relazione a molteplici parametri costituzionali, omettendo di distinguere e precisare, con riferimento a ciascuna singola norma o gruppo omogeneo di norme, quali siano i parametri violati e quali siano i motivi che sorreggono le diverse censure prospettate in relazione a ciascun parametro. 6. – Le Regioni Calabria e Puglia hanno impugnato l'art. 299, comma 5, del Codice dell'ambiente, in base al quale «il Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio, con proprio decreto, di concerto con i Ministri dell'economia e delle finanze e delle attività produttive, stabilisce i criteri per le attività istruttorie volte all'accertamento del danno ambientale e per la riscossione della somma dovuta per equivalente patrimoniale». Secondo le ricorrenti, tale disposizione, nella parte in cui esclude, nel procedimento di adozione del decreto ministeriale, «qualsiasi forma di intervento regionale» (Regione Calabria) e, in particolare, la previa intesa, da ritenersi invece necessaria «in considerazione della interferenza di tale disciplina con funzioni e compiti» svolti in materia dalle Regioni (Regione Puglia), si porrebbe in contrasto, secondo la Regione Puglia, con gli artt. 76, 117 e 118 Cost. e, secondo la Regione Calabria, con il principio di leale collaborazione. Con riferimento alla dedotta violazione degli artt. 76 e 118 Cost. la questione è inammissibile, non essendo svolta, in relazione a tali parametri, alcuna argomentazione da parte della ricorrente. Con riferimento, invece, alla asserita violazione dell'art. 117 Cost. e del principio di leale collaborazione, la questione non è fondata. Questa Corte ha avuto modo di chiarire la natura dei rapporti che intercorrono fra la competenza legislativa esclusiva statale nella materia «tutela dell'ambiente» (nella quale certamente rientra il danno ambientale) e le competenze legislative regionali in altre materie, su cui la disciplina statale ambientale può incidere (sentenze n. 61 e n. 12 del 2009). Al riguardo, è stato precisato che «la disciplina unitaria e complessiva del bene ambiente [.. ] deve garantire un elevato livello di tutela, come tale inderogabile dalle altre discipline di settore». La suddetta normativa, pertanto, «rimessa in via esclusiva allo Stato, viene a prevalere su quella dettata dalle Regioni [..] in materie di competenza propria, che riguardano l'utilizzazione dell'ambiente e, quindi, altri interessi». Da ciò consegue che la disciplina statale di tutela dell'ambiente rappresenta «un limite alla disciplina che le Regioni [..] dettano in altre materie di loro competenza, salva la facoltà di queste ultime di adottare norme di tutela ambientale più elevate [.. ]» nell'esercizio di competenze loro proprie. Secondo tale giurisprudenza costituzionale, quindi, lo Stato detta, in materia di tutela dell'ambiente, una disciplina inderogabile in pejus, che si impone all'autonomia delle Regioni e le vincola, anche quando esse esercitino la potestà legislativa loro riconosciuta dalla Costituzione in altre materie. Tale ricostruzione del rapporto fra i due ordini di potestà legislative in termini di «prevalenza» della disciplina ambientale statale su quella dettata dalle Regioni in materie di loro competenza (nel senso che la tutela dell'ambiente è un presupposto della sua fruizione) non consente pertanto di ravvisare, in particolare nella specifica materia del danno ambientale, una «interferenza» fra competenze, che invece costituisce il presupposto dell'applicazione del principio di leale collaborazione e, quindi, anche il fondamento delle censure in esame. 7. – Le Regioni Calabria e Puglia hanno impugnato l'art. 299, comma 2, del Codice dell'ambiente, in base al quale «l'azione ministeriale si svolge normalmente in collaborazione con le Regioni, con gli enti locali e con qualsiasi soggetto di diritto pubblico ritenuto idoneo». Entrambe le ricorrenti contestano, innanzitutto, l'espressione «normalmente», utilizzata dal legislatore. Essa consentirebbe, infatti, «di eludere l'esigenza che pure nella disposizione viene affermata», in violazione del principio di leale collaborazione (Regione Calabria) e lascerebbe presumere che la collaborazione in essa menzionata non sia obbligatoria, con ciò ponendosi in contrasto con gli artt. 76, 117 e 118 Cost. (Regione Puglia). La sola Regione Calabria ritiene, inoltre, che la censurata disposizione si ponga in contrasto anche con gli artt. 114 e 118 Cost., in quanto essa svilirebbe la posizione degli enti territoriali dotati di autonomia, ponendoli sullo stesso piano di «qualsiasi soggetto di diritto pubblico ritenuto idoneo». La questione è inammissibile, in quanto la norma censurata è inidonea a ledere le competenze regionali. In primo luogo, la disposizione impugnata, in una materia nella quale non trova applicazione, per le ragioni in precedenza esplicitate (sub 6), il principio di leale collaborazione, prevede che l'azione ministeriale debba normalmente svolgersi nel rispetto di tale principio, con ciò ampliando e non limitando le competenze delle Regioni. In secondo luogo, la circostanza che il principio cooperativo, oltre che agli enti territoriali, venga riferito anche ad altri soggetti, non è suscettibile di tradursi in una lesione sostanziale delle prerogative delle Regioni, che non ricaverebbero pertanto alcuna utilità concreta dalla eventuale dichiarazione di illegittimità costituzionale della norma censurata. 8. – La Regione Puglia impugna l'art. 300 del Codice dell'ambiente, ritenendo che tale disposizione, in violazione degli artt. 76, 117 e 118 Cost., introduca una definizione di danno ambientale eccessivamente ristretta, in quanto riferita soltanto a «situazioni già definitivamente compromesse» e non anche a situazioni in cui «il danno non ha ancora assunto una decisa connotazione», con conseguente rischio che siano escluse dall'azione di risarcimento fattispecie dannose la cui valutazione potrebbe, invece, in sede regionale, «avvenire anzitempo e comunque tempestivamente».