[pronunce]

che, in tale contesto, appare al rimettente contrastante con l'art. 3, primo comma, della Costituzione la mancata inclusione del coniuge tra le categorie di soggetti che possono succedere per rappresentazione, ove si consideri, da un lato, che la ratio dell'istituto si è progressivamente spostata dalla tutela della famiglia del defunto a quella del mancato successore; dall'altro, che lo scopo di conservare la continuità familiare dell'eredità, garantendo il trapasso dei patrimoni di padre in figlio, è venuto meno, in generale, con il maggior valore attribuito alla posizione successoria del coniuge; che il rimettente aggiunge che, anche quanto ai rapporti tra “rappresentante” e de cuius, la posizione del coniuge del figlio di quest'ultimo non è così disomogenea rispetto a quella dei “discendenti del rappresentato” da giustificare la totale esclusione dalla successione; che il codice civile individua tra i predetti un vincolo di affinità, laddove tra figlio naturale e genitore o fratello/sorella del proprio genitore non vi è, in genere, alcun rapporto di parentela; che, inoltre, pur non escludendo del tutto la successione di ascendenti e fratelli e/o sorelle, l'esistenza del coniuge superstite comporta comunque una forte limitazione di diritti successori di costoro anche in mancanza di figli (v. art. 544 cod. civ.); che ove, poi, si ritenesse di far prevalere le ragioni dei discendenti su quelle del coniuge, comunque non sarebbe giustificata la esclusione del coniuge dal novero dei rappresentanti in mancanza di altri soggetti capaci di succedere per rappresentazione, sì da escludere la divisione per stirpi; che nel giudizio innanzi alla Corte, si è costituita la parte privata del procedimento a quo, che ha chiesto la declaratoria di illegittimità costituzionale degli artt. 467 e 468 cod. civ. , per violazione dell'art. 3, primo comma, e dell'art. 29, secondo comma, della Costituzione, con argomentazioni adesive a quelle riportate nella ordinanza di rimessione; che, nell'imminenza dell'udienza, la stessa parte ha depositato memoria, con la quale insiste per l'accoglimento della questione proposta. Considerato che il Tribunale di Reggio Calabria dubita della legittimità costituzionale degli artt. 467 e 468 del codice civile, per violazione dell'art. 3, primo comma, della Costituzione, in via principale, nella parte in cui escludono il coniuge di colui che non abbia potuto accettare l'eredità dal novero dei soggetti (discendenti legittimi o naturali) che possono succedere per rappresentazione al de cuius, per la irragionevole disparità di trattamento rispetto a detti soggetti; e, in via subordinata, nella parte in cui gli stessi articoli escludono che, in mancanza di discendenti dei figli legittimi, legittimati o adottivi del de cuius, possa succedere per rappresentazione il coniuge del soggetto che non ha potuto accettare l'eredità; che il fondamento politico-sociale della rappresentazione, tradizionalmente ravvisato nella esigenza di tutela della famiglia del defunto, è stato, con il tempo, come sottolineato dalla dottrina, progressivamente ricondotto a diversa funzione, spostandosi l'interesse tutelato dal nucleo familiare del defunto alla stirpe del mancato successore; che di tale diversa impostazione si è fatta carico questa Corte che con la sentenza n. 79 del 1969 – superando il precedente contrario indirizzo espresso dalla sentenza n. 54 del 1960 – ha dichiarato la illegittimità costituzionale, per contrasto con l'art. 30, terzo comma, della Costituzione, dell'art. 467 del codice civile nella parte in cui esclude dalla rappresentazione il figlio naturale di chi, figlio o fratello del defunto, non potendo o non volendo accettare l'eredità o il legato, non abbia discendenti legittimi; che la riforma del diritto di famiglia è andata oltre il giudicato costituzionale del 1969 ed ha aggiunto ai discendenti legittimi, quali soggetti in cui favore opera la rappresentazione, i discendenti naturali, a prescindere dalla assenza di discendenti legittimi; che le innovazioni apportate al diritto successorio dalla legge 19 maggio 1975, n. 151 (Riforma del diritto di famiglia), con riferimento alla posizione del coniuge superstite, hanno condotto ad una riconsiderazione completa di tale posizione, ove si consideri che, nel sistema previgente alla riforma del diritto di famiglia, il disfavore verso il coniuge del defunto emergeva dal divario tra il trattamento a lui riservato e quello attribuito ai figli legittimi, spettando al primo solo l'usufrutto di una quota dell'eredità; che il legislatore della riforma ha eliminato l'istituto dell'usufrutto a favore del coniuge, elaborando una normativa volta ad equiparare la posizione del coniuge, nell'ambito della successione legittima e di quella necessaria, a quella dei successibili legati al defunto dal rapporto di discendenza (cfr. , in proposito artt. 581, in tema di successione legittima, e 542 cod. civ. , in tema di successione necessaria); che dalle predette considerazioni e dal rilievo della posizione successoria attribuita al coniuge dalla riforma del diritto di famiglia, il giudice a quo è indotto a sospettare, in riferimento all'art. 3, primo comma, della Costituzione, sotto il profilo della irragionevole disparità di trattamento, della illegittimità costituzionale della mancata inclusione del coniuge fra le categorie di soggetti in cui favore si applica la rappresentazione; o, quanto meno, della illegittimità costituzionale di tale mancata inclusione nella ipotesi di mancanza di discendenti del de cuius; che tali conclusioni non possono essere condivise, dovendosi tenere presente che altre norme continuano ad attribuire una posizione successoria privilegiata al figlio rispetto al coniuge (si pensi a quelle che ammettono alla successione legittima, in concorso con il coniuge, altre categorie di successibili, quali gli ascendenti legittimi e i fratelli del defunto, categorie che sono invece escluse dalla presenza di figli legittimi o naturali); che, in tale situazione, non esiste una soluzione costituzionalmente obbligata, quanto alla ammissione del coniuge alla successione per rappresentazione; che, del resto, questa Corte, nella sentenza n. 259 del 1993, con riferimento alla sollevata questione di legittimità costituzionale dell'art. 467 cod. civ. , nel testo anteriore alla riforma del diritto di famiglia, nella parte in cui esclude dal diritto di rappresentazione i figli naturali di chi, discendente o fratello del defunto, non potendo o non volendo accettare l'eredità, lasci o abbia discendenti legittimi, ha ritenuto la esclusiva spettanza al potere legislativo della costituzione di una nuova, autonoma classe di successibili, dichiarando pertanto la inammissibilità della questione; che analogo rilievo va ribadito con riguardo alla questione all'odierno esame, non potendo certamente considerarsi venuto meno il potere discrezionale del legislatore per il solo fatto della inclusione del coniuge nella categoria dei legittimari (art. 536 cod. civ. ) e dei successibili (art. 565 cod. civ.), dal momento che tale inclusione non impone ex se la ricomprensione del coniuge fra le categorie indicate dall'art. 468 cod. civ. ;