[pronunce]

Più in generale, la resistente sottolinea come il ricorso sembri obliterare la circostanza che la cogenza della disciplina paesistica si verifica solo laddove vengano in rilievo beni paesaggistici da tutelare e non per qualsiasi tipologia di intervento in zona agricola. 2.2.4.- A margine delle superiori argomentazioni la Regione osserva che gli interventi censurati si inquadrano in un'azione legislativa di più ampio respiro che discende dalla Politica agricola comunitaria (sono richiamati: il regolamento UE n. 1303/2013 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 17 dicembre 2013, sul Fondo europeo di sviluppo regionale, sul Fondo sociale europeo, sul Fondo di coesione, sul Fondo europeo agricolo per lo sviluppo rurale e sul Fondo europeo per gli affari marittimi e la pesca e disposizioni generali sul Fondo europeo di sviluppo regionale, sul Fondo sociale europeo, sul Fondo di coesione e sul Fondo europeo per gli affari marittimi e la pesca, e che abroga il regolamento CE n. 1083/2006 del Consiglio; il regolamento UE n. 1305/2013 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 17 dicembre 2013, sul sostegno allo sviluppo rurale da parte del Fondo europeo agricolo per lo sviluppo rurale, FEASR, e che abroga il regolamento CE n. 1698/2005 del Consiglio) e che mira proprio a incentivare la diversificazione delle attività agricole in senso multifunzionale, per far fronte «ai problemi che incombono sul territorio aperto su scala continentale: dall'abbandono delle campagne allo spopolamento delle zone montane». D'altra parte, i concetti di "multimprenditorialità" e "multifunzionalità aziendale", discendono dal decreto legislativo 18 maggio 2001, n. 228 (Orientamento e modernizzazione del settore agricolo, a norma dell'articolo 7 della legge 5 marzo 2001, n. 57), che ha inserito nell'art. 2135 del codice civile le «attività connesse» e che disciplina attualmente il settore. 2.3.- La Regione argomenta, altresì, l'infondatezza delle censure a carico dell'art. 7, comma 7, lettera c), della legge reg. Lazio n. 1 del 2020, il quale inserisce il comma 2-quater nell'art. 10 della legge reg. Lazio n. 53 del 1998. La difesa regionale richiama le medesime argomentazioni svolte in relazione alle altre censure e, in particolare, la generale prevalenza della pianificazione paesaggistica come «principio immanente nell'ordinamento», per cui «il mancato richiamo» a questi strumenti «non vale a negare la valenza di tale principio». Si precisa, altresì, che la norma utilizza la locuzione «nel rispetto», e non - come sostenuto dal ricorrente - «sulla base»; ciò, a parere della resistente, equivarrebbe a dire che la norma censurata non è «l'unica di riferimento, ma deve, viceversa, essere letta in combinato con le altre norme di settore, in primis la citata L.R. n. 14/1999 e tutte le norme comunitarie, nazionali e regionali che regolano le utilizzazioni del demanio marittimo». Ciò premesso, la Regione sostiene che argomenti a sostegno della non fondatezza si ricavino anche da un giudizio prognostico sulle conseguenze dell'eventuale dichiarazione di illegittimità costituzionale della norma. Infatti, il successivo comma 8 dell'art. 7 - non impugnato nell'odierno giudizio - determina, in ogni caso, lo spostamento dalla Regione ai comuni della competenza al rilascio di concessioni del demanio marittimo, a far data dal termine individuato nel comma 10 del medesimo art. 7 della legge reg. Lazio n. 1 del 2020. 2.4.- Quanto alle censure mosse al comma 9, lettera d), numero 1), dell'art. 9 della legge reg. Lazio n. 1 del 2020 - che, nell'abbassare la quota al di sotto della quale gli ecosistemi forestali a prevalenza di faggio sono definiti tali (da 800 metri a 300 metri sul livello del mare), ne renderebbe possibile una più ampia utilizzazione per finalità produttiva, di fatto, incidendo sulla tutela paesaggistica - la difesa regionale evidenzia che la novella riguarda «esclusivamente la nozione forestale [di "faggeta depressa"] e non quella paesaggistica» delle aree boscate. Sicché, la modifica non avrebbe alcun effetto sulla tutela paesaggistica, che quindi risulterebbe inalterata e comunque sempre prevalente. Pertanto la censura sarebbe infondata. Con riferimento, invece, al comma 16 del medesimo art. 9, la Regione si limita ad osservare che, «anche in questo caso, si parte dall'erroneo presupposto della non centralità della normativa paesaggistica e del PTPR». 2.5.- La difesa regionale argomenta, altresì, il rigetto delle censure mosse a carico dell'art. 10, comma 11, della legge reg. Lazio n. 1 del 2020, che introduce l'art. 3.1 nella legge reg. Lazio n. 16 del 2011. Anche in tal caso, in merito all'omesso richiamo al piano paesaggistico in materia di localizzazioni di impianti fotovoltaici in zona agricola, la resistente sottolinea l'assoluta prevalenza del piano paesaggistico, per cui siffatto mancato richiamo «non comporta incostituzionalità della norma» e, dunque, alcun «contrasto con gli articoli 9 e 117, secondo comma, lett. s), Cost., in riferimento agli artt. 135, 143 e 145 del codice dei beni culturali (norme interposte)». L'omesso riferimento al PTPR - aggiunge la Regione - deriverebbe dalla circostanza che la materia coinvolta dalla norma impugnata riguarda il «governo del territorio» e sarebbe regolata - nell'ambito delle zone agricole "E", di cui si occupa la norma de qua - «dagli strumenti urbanistici generali vigenti e strutturati obbligatoriamente in ossequio al Piano Territoriale Paesistico». Ciò premesso, la Regione si sofferma sull'ulteriore «incongruenza» rilevata dal ricorrente, in particolare tra il comma 3 dell'art. 3.1, introdotto dalla norma impugnata, e il successivo comma 5. Il comma 3 attribuisce ai comuni, nelle more dell'entrata in vigore del piano energetico regionale (PER), la competenza ad individuare «le aree idonee per l'istallazione degli impianti fotovoltaici a terra per una superfice complessiva non superiore al 3 per cento delle zone omogenee "E"». Tale previsione sembrerebbe essere posta nel nulla, a parere del ricorrente, dal successivo comma 5. Quest'ultimo, infatti, nel prevedere che, «[n]elle more delle previsioni di cui al comma 1, resta sempre consentita la produzione di energia da fonti rinnovabili, con le modalità previste dalla legge regionale 2 novembre 2006, n. 14», consentirebbe l'installazione di tali impianti in maniera indiscriminata e «al di fuori non solo del piano energetico regionale, ma soprattutto del quadro programmatorio condiviso con il Ministero».