[pronunce]

Inoltre, la SIAE gode di poteri ispettivi e coercitivi, che non attengono agli organismi di gestione, i quali resterebbero soggetti privati. Non si realizzerebbe, quindi, un corretto sistema concorrenziale, ma si confonderebbero tipologie di operatori non omologabili. 5.- Con atto depositato in cancelleria il 2 dicembre 2019 si è costituita in giudizio la SIAE, la quale, ferma restando la facoltà di ulteriormente dedurre, ha chiesto che sia innanzi tutto determinato l'oggetto della pretesa dalla stessa parte fatta valere nel giudizio a quo. 5.1.- Ricostruita in fatto la vicenda, la difesa della SIAE precisa che non sarebbe esatto affermare che «un'eventuale pronuncia di illegittimità costituzionale della norma di riferimento sarebbe (ancor più) satisfattoria delle pretese della SIAE». Tali pretese, infatti, sarebbero integralmente soddisfatte con l'accoglimento delle domande annullatoria e risarcitoria del giudizio a quo, a cui certo non osterebbe il d.l. n. 148 del 2017. Anzi, tale affermazione del rimettente parrebbe lasciar intendere che il ricorso dalla stessa proposto fosse fondato e potesse essere accolto anche senza avviare la presente fase incidentale, semplicemente constatando l'impossibilità di qualificare LEA quale OGC. Pertanto, la difesa della SIAE conclude che suo primo interesse sarebbe l'affermazione da parte di questa Corte, in via principale o come obiter dictum, della correttezza delle suesposte premesse interpretative, con statuizione che ben potrebbe precedere quella relativa alla fondatezza o meno del vizio prospettato dal rimettente. 6.- Con atto depositato in cancelleria il 3 dicembre 2019 si è costituita in giudizio LEA, chiedendo che le questioni siano dichiarate inammissibili o comunque infondate. 6.1.- L'inammissibilità potrebbe essere dichiarata per diversi profili. 6.1.1.- In primo luogo, le questioni sarebbero irrilevanti ai fini della definizione del giudizio a quo, ove dovrebbe trovare applicazione, ratione temporis, non già la norma contenuta nel decreto-legge, ma quella contenuta nella legge di conversione, che avrebbe determinato una novazione della fonte. Ne deriva che la questione relativa all'eventuale carenza dei presupposti di straordinaria necessità e urgenza per l'adozione del decreto-legge dovrebbe sempre considerarsi irrilevante ai fini della definizione del giudizio principale. Né la semplice eventuale identità di contenuto tra la disposizione originaria del decreto-legge e quella oggetto di novazione da parte della legge di conversione potrebbe valere a far perdere di vista la sostanziale distinzione esistente tra i due diversi provvedimenti, aventi autonoma forza di legge. Dall'inapplicabilità del decreto-legge deriverebbe, de plano, la palese inammissibilità delle questioni di legittimità costituzionale sollevate dal rimettente, stante la sua irrilevanza ai fini della definizione del giudizio. Ciò a prescindere dall'eventuale efficacia sanante della legge di conversione rispetto a vizi del decreto-legge, nonché alla questione dei margini della sindacabilità, ex art. 77 Cost., della legge di conversione. 6.1.2.- In secondo luogo, la questioni sarebbero irrilevanti per quanto concerne i commi 1 e 3 dell'art. 19 del decreto-legge n. 148 del 2017, poiché il giudice a quo sarebbe chiamato ad applicare esclusivamente il comma 2 dello stesso art. 19. Il giudizio principale, infatti, verte sulla pretesa illegittimità del provvedimento con il quale l'AGCOM ha iscritto LEA nel registro degli OGC autorizzati a operare in Italia, in quanto in possesso dei requisiti di legge dei quali, stando alla prospettazione della ricorrente, la resistente sarebbe priva. Tale provvedimento troverebbe il suo fondamento, come detto, esclusivamente nel comma 2 dell'art. 19. 6.2.- Nel merito le questioni sarebbero in ogni caso infondate. 6.2.1.- Sarebbe pacifico ed espressamente riferito dallo stesso rimettente che con il decreto-legge oggetto di censura il Governo avrebbe inteso porre rimedio alla mancata compatibilità tra l'ordinamento nazionale e quello europeo, con riferimento al recepimento della direttiva 2014/26/UE, come confermato anche dalla relazione illustrativa del decreto-legge. Se tale premessa è corretta, tuttavia, l'ordinanza di rimessione avrebbe evidentemente omesso di considerare il disposto dell'art. 37 della legge 24 dicembre 2012, n. 234 (Norme generali sulla partecipazione dell'Italia alla formazione e all'attuazione della normativa e delle politiche dell'Unione europea), a norma del quale il Presidente del Consiglio dei ministri o il Ministro per gli affari europei possono proporre al Consiglio dei ministri l'adozione dei provvedimenti, anche urgenti, diversi dalla legge di delegazione europea e dalla legge europea, necessari a fronte di atti normativi dell'Unione europea o di sentenze della Corte di giustizia dell'Unione europea ovvero dell'avvio di procedure d'infrazione nei confronti dell'Italia che comportano obblighi statali di adeguamento, qualora il termine per provvedervi risulti anteriore alla data di presunta entrata in vigore della legge di delegazione europea o della legge europea relativa all'anno di riferimento. Secondo tale disposizione, dunque, l'esigenza di adeguare l'ordinamento nazionale a quello europeo rappresenterebbe sempre una di quelle ipotesi di necessità e urgenza in presenza delle quali, a norma dell'art. 77 Cost., il Governo può ricorrere alla decretazione d'urgenza. Né, d'altra parte, il rimettente avrebbe argomentato alcunché circa eventuali circostanze per le quali tale disposizione dovrebbe considerarsi inapplicabile alla fattispecie all'origine del presente giudizio. Non sarebbe lecito, in conclusione, dubitare che la richiamata disposizione di legge non faccia altro che codificare una valutazione naturale e obbligata: il Governo, in presenza di una condizione di violazione dell'ordinamento comunitario potrebbe, anzi dovrebbe, agire, anche in via d'urgenza, per rimuovere tale condizione e uniformare l'ordinamento interno a quello europeo. 6.2.2.- Le questioni sarebbero altresì infondate in virtù dell'intervenuta conversione del decreto-legge. A prescindere da qualsivoglia considerazione in ordine alla natura almeno perplessa dell'ordinanza di rimessione, nella parte in cui richiama i due contrapposti orientamenti della giurisprudenza costituzionale circa l'ammissibilità di una questione di legittimità costituzionale, per carenza dei presupposti di straordinaria necessità e urgenza di cui all'art. 77 Cost., di un decreto legge a seguito della sua conversione, in una fattispecie quale quella oggetto del presente procedimento la questione sarebbe senz'altro inammissibile. La legge di conversione, infatti, sarebbe un atto normativo autonomo, diverso e distinto rispetto al decreto-legge che converte. A seguito della conversione del decreto-legge, pertanto, solo la legge di conversione potrebbe, eventualmente, formare oggetto di sindacato di legittimità costituzionale. In tal senso, non si dovrebbe neppure parlare di efficacia sanante della legge di conversione giacché, evidentemente, non potrebbe sanarsi qualcosa che non sia più giuridicamente esistente.