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Il che ha voluto dire, compiendo una analisi a posteriori, che gli inviti del giudice sono estremamente rari e altrettanto le soluzioni alternative delle controversie in ambito familiare: contro le conclamate esigenze della giustizia a tutti i livelli e le necessità dello stato italiano, anche di bilancio. A ciò si contrappongono i brillantissimi risultati ottenuti in Argentina rendendo obbligatorio un passaggio preliminare informativo presso un centro di mediazione familiare, modalità che ha fornito un picco di composizioni amichevoli delle liti altrimenti impensabile. O si pensi alla Francia dove è promossa sia consentendo al giudice di invitare la coppia a scegliersi un mediatore se disposta ad effettuare il percorso, sia di ordinare che si rechino presso un centro di mediazione per esserne compiutamente informati (articolo 373-2-10 del codice civile). In parallelo, d'altra parte, anche l'Unione europea si è mossa a favore della risoluzione alternativa delle controversie con la direttiva n. 2008/52/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 21 maggio 2008, che intende facilitare l'accesso ad essa e promuoverla mediante il ricorso alla mediazione, che viene incoraggiato, garantendo anche un'equilibrata relazione tra mediazione e procedimento giudiziario. In questo quadro già sufficientemente preoccupante da indurre il Parlamento a riprendere in esame la materia si è introdotto il suaccennato decreto legislativo n. 154 del 2013 con modifiche così rilevanti da renderne necessaria una analisi puntuale, prendendo le mosse dalla legge 10 dicembre 2012, n. 219. In questo senso, può essere opportuna una valutazione della stessa scelta di sostituire «responsabilità» a «potestà» genitoriale. Sull'interpretazione del nuovo termine la dottrina si è divisa, alcuni affermando che la responsabilità è concetto più ampio di quello di potestà e la contiene altri il viceversa. Osservando l'articolo 2 della legge n. 219 del 2012 si nota in effetti che questa seconda tesi è quella sposata dal legislatore, atteso che la delega richiede la «unificazione delle disposizioni che disciplinano i diritti e i doveri dei genitori nei confronti dei figli nati nel matrimonio e dei figli nati fuori del matrimonio, delineando la nozione di responsabilità genitoriale quale aspetto dell'esercizio della potestà genitoriale». Ciò vuol dire, visto che le espressioni non sono equivalenti, che non si doveva procedere ad una mera sostituzione nominalistica e pedissequa di un termine con l'altro, ma si doveva definire il nuovo termine, dando gli la valenza di un concetto ben più ampio, prima di procedere alla sostituzione. Anche perché il cambiamento è stato giustificato con la necessità di uniformarsi a scelte di carattere internazionale, ma queste (Convezione sulla responsabilità genitoriale e la protezione dei minori, fatta all'Aja il 19 ottobre 1996 e ratificata ai sensi della legge 18 giugno 2015, n. 101) definiscono esplicitamente la «responsabilità» come «insieme di diritti, poteri ed obblighi del genitore». Né diversamente hanno operato altre nazioni alle quali tipicamente si fa riferimento in Europa in questa materia, come Regno Unito e Francia. Per la prima il Children Act (1989) definisce la responsabilità genitoriale come « all the rights, duties, powers and responsibility which a parent of a child has in relation to the child and his or her property » («la somma dei diritti, doveri, poteri e responsabilità di un genitore in relazione al figlio e ai suoi beni»). La seconda neppure utilizza il termine responsabilità, ma nel proprio codice utilizza l'analogo concetto « L'autorité parentale est un ensemble de droits et de devoirs ayant pour finalité l'intérét de l'enfant » («L'autorità genitoriale è un insieme di diritti e doveri finalizzati a realizzare l'interesse del minore», Code civil- Article 371-1, come introdotto dalla legge 404, 17 maggio 2013). Se ne conclude, dunque, operativamente, con la necessità di introdurre una definizione di responsabilità genitoriale che sia in linea con le indicazioni già date a livello internazionale. Proseguendo a scorrere le novità del decreto legislativo n. 154 si legge che: Art. 316, comma 1 del codice civile -- «Entrambi i genitori hanno la responsabilità genitoriale che è esercitata di comune accordo tenendo conto delle capacità, delle inclinazioni naturali e delle aspirazioni del figlio. I genitori di comune accordo stabiliscono la residenza abituale del minore». Art. 337- ter comma 3, del codice civile -- «La responsabilità genitoriale è esercitata da entrambi i genitori. Le decisioni di maggiore interesse per i figli relative all'istruzione, all'educazione, alla salute e alla scelta della residenza abituale del minore sono assunte di comune accordo tenendo conto delle capacità, dell'inclinazione naturale e delle aspirazioni dei figli, In caso di disaccordo la decisione è rimessa al giudice». Ora, sia nel primo che nel secondo caso, la famiglia unita e la famiglia che si sta separando, questa manipolazione suscita notevoli perplessità e difficoltà applicative. Nel primo caso, genitori che vanno d'accordo non hanno motivo di discutere e definire la residenza del minore: va da sé che il figlio segue i genitori nei loro spostamenti e che la residenza di tutti i membri della famiglia è quella prevista dall'articolo 144 del codice civile. Quindi dobbiamo necessariamente spostare l'attenzione sul momento della crisi familiare. Lo suggerisce anche la relazione di accompagnamento al decreto n. 154 del 2013 che a pagina 166 precisa: «La specificazione è stata ritenuta opportuna anche alla luce dell'incremento delle sottrazioni internazionali di minori». Ma qual è la «residenza abituale»? Come si individua? In caso di contestazioni, dove si dovrebbe andare a guardare per verificare dove era stata fissata? Qual è il registro? Chi lo conserva? Proviamo a ragionare. Non appare sostenibile che si intendesse la residenza anagrafica pur essendo l'unica interpretazione che non darebbe problemi e che quindi è da accogliere in attesa di correggere il testo. In tal caso, infatti, che senso ha la modifica? Obbligo e relativo registro esistevano già. Del resto la Suprema Corte a Sezioni unite (ordinanza n. 3680 del 17 febbraio 2010), riferendosi alla dimora abituale degli adulti recita: «il concetto di residenza abituale, di fondamentale rilevanza ai sensi del Reg. CE n. 2201 del 2003 al fine di determinare il Giudice dello Stato membro competente sulle questioni inerenti al divorzio, alla separazione personale dei coniugi ed all'annullamento del matrimonio, deve intendersi come luogo in cui l'interessato ha fissato con carattere di stabilità il centro permanente o abituale dei propri interessi, con chiara natura sostanziale e non meramente formale o anagrafica in quanto rilevante, al fine di individuare la residenza effettiva, il luogo del concreto e continuativo svolgimento della vita personale ed eventualmente lavorativa alla data di proposizione della domanda». Una analisi che la dottrina conferma in pieno, considerandola «concetto non giuridico» ( ex multis , G. De Marzo, in «Minori oltre confine», Milano, Wolters Kluwer Italia, 2009), ma «nozione di fatto». Non diversa è la valutazione quando si tratta della dimora abituale del minore stesso.