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più che di precarietà, in questo Paese dovremmo iniziare a parlare di vero e proprio sfruttamento, in molti casi, in molte circostanze, in molti contesti. Così come erano sfruttati quei lavoratori che ieri hanno perso la vita nell'incidente che è stato ricordato anche in quest'Aula: è stata chiamata la strage degli sfruttati. In questo Paese dovremmo iniziare ad usare siffatto termine. Noi quell'obiettivo lo condividiamo. Signor Presidente - dico a lei e per il suo tramite ai membri della maggioranza e agli esponenti del Governo - c'è però una distanza molto forte, persino incolmabile, tra l'ambizione di quel titolo, la dignità, l'ambizione di quell'obiettivo e il contenuto di quel decreto-legge, gli effetti reali che esso dispiegherà. Intendiamoci: lo dico pensando che alcune misure contenute nel provvedimento vanno esattamente nella direzione che anche noi abbiamo auspicato in questi anni, e cioè un segnale di discontinuità rispetto a quelle politiche che non abbiamo condiviso - come, ad esempio, nella scorsa legislatura - quando incredibilmente un partito che avrebbe dovuto presidiare il campo dei progressisti non solo non l'ha fatto, ma in quel campo ha prodotto lacerazioni emanando provvedimenti come il jobs act che - dal mio punto di vista - hanno rappresentato la prima vera, grande lacerazione tra quella proposta politica e un intero popolo. Parti di quel popolo poi hanno rivolto la loro attenzione - come è noto e come sappiamo - dal 4 marzo verso altre forze politiche. Noi pensiamo, quindi, che sia stato un errore fare quelle scelte e che alcune misure contenute nel provvedimento in esame vadano esattamente nella direzione giusta. Penso - ad esempio - alla stretta che questo Governo ha immaginato sul tempo determinato. Ed è una stretta giusta che vede il problema. Certo, se avessimo avuto una dialettica normale tra maggioranza e opposizioni e avessimo potuto esercitare la nostra funzione di parlamentari nella piena autonomia; ovvero se non avessimo incontrato quel muro che la maggioranza ha messo di fronte a una discussione che avrebbe dovuto essere più libera, forse qualche consiglio, qualche aggiustamento e qualche modifica sostanziale si potevano apportare anche a misure che hanno un obiettivo positivo. Sul tempo determinato - per esempio - abbiamo detto, in punta di piedi, di prestare attenzione perché, per effetto del combinato disposto della riduzione dei termini, dei mesi, del tempo; per il fatto che la causa venga messa dopo i dodici mesi e non subito e l'aumento del contributo, si può innescare una sorta di meccanismo che, per effetto di eterogenesi dei fini, va esattamente nella direzione opposta a quella che si prefigge il Governo, e cioè anziché limitare l'uso e l'abuso del tempo determinato lo favorisce a detrimento invece della forma del tempo indeterminato, che dovrebbe essere quella privilegiata. Ad esempio, sull'indennizzo riguardante i licenziamenti illegittimi abbiamo detto di prestare attenzione anche ai licenziamenti che nascono dalle conciliazioni piuttosto che dai vizi di forma. La nostra banale previsione è che, non avendo messo mano a questo aspetto, nei prossimi mesi e nei prossimi anni si determinerà un aumento piuttosto drammatico dei licenziamenti per vizi di forma dietro i quali si nascondono evidentemente altri tipi di discriminazioni. Si trattava di accorgimenti che nessuno ha voluto prendere in considerazione, perché abbiamo fatto una discussione - come ho già avuto modo di sostenere ieri in un intervento - in Commissione nella nostra splendida solitudine di opposizioni e nell'assoluta afonia di una maggioranza passata dall'essere nella scorsa legislatura molto baldanzosa e, persino, a tratti rivoluzionaria ad essere ora connotata da aplomb istituzionale degna delle migliori sale da tè d'Inghilterra. Noi ci aspettiamo un'interlocuzione un po' più serrata con la maggioranza. Naturalmente non ho il tempo che, giustamente, si è preso ieri il Ministro per illustrare la complessità del provvedimento e, quindi, non posso intervenire su tutto. Mi concentrerò, pertanto, sugli aspetti che ci colpiscono particolarmente. Credo siano due gli aspetti esemplari rispetto alle questioni di cui forse avremmo dovuto discutere e dovremmo discutere nei prossimi mesi. Innanzitutto, noi siamo tra quelli che si sono opposti a una scelta molto scellerata e sciatta. Mi riferisco a quando l'ultimo Governo della scorsa legislatura ha cancellato con un tratto di penna i voucher perché aveva paura di essere investito da un referendum popolare promosso dalla più grande organizzazione sindacale di questo Paese. Ci siamo opposti perché bisognava fare un ragionamento più lucido e pacato. Bisognava - ad esempio - preservare l'utilizzo dei voucher per alcuni limitati ambiti di lavoro domestico, ma anche eradicare in modo definitivo quello strumento da tutti gli altri settori perché dall'agricoltura, alla ristorazione, ai servizi, al commercio il suo utilizzo ha rappresentato semplicemente un meccanismo di moltiplicazione della precarietà e dello sfruttamento. E invece questo Governo ha pensato bene di mettere mano di nuovo a tale strumento, che tornerà drammaticamente a essere quello che è stato in passato: un moltiplicatore di abusi e di sfruttamento. C'è poi un atteggiamento incomprensibile su questo punto, che non è tanto e solo determinato dalla distanza tra gli impegni che alcuni esponenti di questa maggioranza hanno assunto in passato e ciò che invece non hanno fatto in questa circostanza. Mi riferisco in particolare all'impegno di ritornare a parlare nel nostro Paese della possibilità di reintrodurre l'articolo 18 sui licenziamenti illegittimi. È una scelta incomprensibile, perché penso che sarebbe stato un atto quasi dovuto tornare a parlare insieme, anche qui, trasversalmente alle forze politiche, della possibilità che il Paese torni a essere un pochino più civile di quanto lascia oggi, in relazione alla necessità di introdurre uno strumento minimo di tutela, per cui un lavoratore, se viene licenziato senza giusta causa (e cioè illegittimamente), possa essere nelle condizioni di decidere lui stesso tra la monetizzazione del suo licenziamento oppure optare perché la sua causa venga decisa da un giudice, che può anche reintegrarlo nel posto di lavoro. Ciò ha rappresentato un argine minimo per la civiltà giuridica del nostro Paese, e io dico per la sua civiltà. Non si è immaginato di ricominciare a parlare di questo tema, che non è un feticcio del passato, perché l'articolo 18 ha riguardato milioni di lavoratrici e di lavoratori. Averlo eliminato ha voluto dire non solo eliminare un diritto che spettava esattamente a quei lavoratori, ma anche aver reso più fragili i lavoratori che comunque non ne beneficiavano. I diritti nel mondo del lavoro sono un filo che lega le lavoratrici e i lavoratori e, se tu ne togli ad alcuni, anche gli altri diventano più deboli. Io penso che di questo bisognerebbe ricominciare a parlare. Lo dico - e chiudo davvero, signor Presidente - non perché penso che parlare di questo sia sufficiente per poter ricominciare a immaginare un futuro per il nostro Paese e la modalità con cui esso si risolleva. Penso, invece, che si debba chiudere la stagione nella quale si pensa e si è pensato, a destra e a sinistra, che, per far ripartire il Paese, occorra manomettere le regole del mercato del lavoro.