[pronunce]

SENTENZA ha pronunciato la seguentenei giudizi di legittimità costituzionale dell'art. 33, comma 4, della legge 27 dicembre 2002, n. 289 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato - legge finanziaria 2003), e dell'art. 3, comma 49, della legge 24 dicembre 2003, n. 350 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato - legge finanziaria 2004), promossi dalla Regione Emilia-Romagna con due ricorsi notificati il 1° marzo 2003 e il 24 febbraio 2004, depositati in cancelleria il 7 marzo 2003 e il 4 marzo 2004 ed iscritti al n. 25 del registro ricorsi 2003 ed al n. 33 del registro ricorsi 2004. Visti gli atti di costituzione del Presidente del Consiglio dei ministri; udito nell'udienza pubblica del 22 giugno 2004 il Giudice relatore Romano Vaccarella; uditi gli avvocati Giandomenico Falcon per la Regione Emilia-Romagna e l'avvocato dello Stato Giancarlo Mandò per il Presidente del Consiglio dei ministri.. Ritenuto in fatto Considerato in diritto 1.- Con ricorso notificato il 1° marzo 2003 (iscritto al n. 25 del registro ricorsi del 2003), la Regione Emilia-Romagna ha impugnato numerose disposizioni della legge 27 dicembre 2002, n. 289 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato - legge finanziaria 2003), tra le quali, in particolare, l'art. 33, comma 4, nella parte in cui stabilisce - così violando gli articoli 117, 118 e 119 della Costituzione - che i comitati di settore, in sede di deliberazione degli atti di indirizzo previsti dall'art. 47, comma 1, del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165 (Norme generali sull'ordinamento del lavoro alle dipendenze delle amministrazioni pubbliche), «si attengono ai criteri previsti per il personale delle amministrazioni di cui al comma 1 del presente articolo e provvedono alla quantificazione delle risorse necessarie per l'attribuzione dei medesimi benefici economici individuando le quote da destinare all'incentivazione della produttività». 1.1.- La ricorrente premette che, riguardo al comparto Regioni-autonomie locali, il comitato di settore - cui spetta di esercitare «il potere di indirizzo nei confronti dell'ARAN e le altre competenze relative alle procedure di contrattazione collettiva nazionale» (art. 41, comma 1, del d.lgs. n. 165 del 2001) - è costituito «nell'ambito della Conferenza dei Presidenti delle regioni, per le amministrazioni regionali e per le amministrazioni del Servizio sanitario nazionale, e dell'Associazione nazionale dei comuni d'Italia - ANCI e dell'Unione delle province d'Italia - UPI e dell'Unioncamere, per gli enti locali rispettivamente rappresentati» (art. 41, comma 3, lettera a). Ai sensi dell'art. 47, comma 1, del d.lgs. n. 165 del 2001, «gli indirizzi per la contrattazione collettiva nazionale sono deliberati dai comitati di settore prima di ogni rinnovo contrattuale e negli altri casi in cui è richiesta una attività negoziale dell'ARAN». La stessa norma prevede, poi, che «gli atti di indirizzo delle amministrazioni diverse dallo Stato sono sottoposti al Governo che, non oltre dieci giorni, può esprimere le sue valutazioni per quanto attiene agli aspetti riguardanti la compatibilità con le linee di politica economica e finanziaria nazionale». La ricorrente osserva, quindi, che, in base a tale normativa, il potere di indirizzo nei confronti dell'ARAN, per la contrattazione collettiva relativa al personale regionale e degli enti locali, spetta alle Regioni e agli enti locali, senza interferenze da parte dello Stato, e che la materia rientra ora nella potestà regionale piena. La norma impugnata, invece, vincola gli atti di indirizzo del comitato di settore regionale ai «criteri previsti per il personale delle amministrazioni di cui al comma 1», vale a dire ai criteri relativi all'entità degli aumenti previsti per il personale statale; inoltre, impone l'attribuzione al personale regionale dei «medesimi benefici economici», consentendo al comitato di settore solo di individuare «le quote da destinare all'incentivazione della produttività». Lamenta, dunque, la ricorrente che siffatti vincoli posti all'attività del comitato di settore regionale si traducono in una lesione della potestà legislativa regionale in materia di personale regionale e degli enti locali, nonché dell'autonomia finanziaria e dell'autonomia amministrativa della Regione. In senso contrario, non sembra possibile - sostiene la medesima ricorrente - invocare la competenza statale in materia di «coordinamento della finanza pubblica», giacché per disposto dello stesso art. 33, comma 4, della legge n. 289 del 2002, gli oneri derivanti dai rinnovi contrattuali relativi al personale regionale ricadono sulle stesse Regioni, «nell'ambito delle disponibilità dei rispettivi bilanci»; sicché destinare maggiori o minori risorse alla spesa del personale o ad altri scopi è questione di “politica regionale”, che non incide sulle finanze statali. D'altro canto, la competenza in materia di coordinamento della finanza non può legittimare lo Stato a dettare qualsiasi norma indirizzata a porre un freno alla spesa pubblica, se non a costo di vanificare l'autonomia legislativa e finanziaria che la Costituzione assicura alle Regioni. 1.2.- Si è costituito il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, il quale ha concluso per l'infondatezza del ricorso, osservando che l'art. 33, comma 4, della legge n. 289 del 2002 è norma emanata nell'esercizio della competenza spettante allo Stato per il coordinamento della finanza pubblica, in quanto si limita a prevedere che i comitati di settore, in sede di deliberazione degli atti di indirizzo, «si attengono ai criteri» previsti per il personale delle amministrazioni statali, senza porre alcun tassativo vincolo di specifico adeguamento.