[pronunce]

che in questa situazione, l'unico rimedio per il giudice di rinvio sarebbe quello di sollevare questione di legittimità costituzionale della disposizione risultante dal principio di diritto enunciato dalla Corte di cassazione; che è intervenuto in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, il quale, riportandosi alle conclusioni rassegnate nel giudizio, di oggetto analogo, concluso con la sentenza n. 453 del 1997, ha chiesto che la questione sia dichiarata inammissibile; che a parere della difesa dello Stato, la disposizione censurata deve essere interpretata in conformità alla sua ratio ispiratrice, che consiste nell'intento di evitare le "contestazioni a catena”; che tale ratio dovrebbe portare a ritenere che la disposizione censurata non possa trovare applicazione quando si tratti del computo di termini di fase aventi decorrenza unitaria, in rapporto ai quali resta evidentemente esclusa la possibilità di un artificioso allungamento come conseguenza della successione temporale dei provvedimenti coercitivi. Considerato che il Tribunale di Napoli ha sollevato questione di legittimità costituzionale, per contrasto con l'articolo 13, quinto comma, della Costituzione, dell'art. 297, comma 3, del codice di procedura penale, nella parte in cui non prevede che, per le ipotesi di provvedimenti cautelari «a catena» restrittivi della libertà personale, i termini di custodia, commisurati alla più grave delle contestazioni, decorrano dal giorno in cui è stata eseguita o notificata la prima ordinanza anche nei casi in cui i fatti che ne costituiscono il fondamento e quelli posti a base della successiva misura siano tra loro in rapporto di connessione non qualificata (non siano stati cioè commessi in esecuzione di un medesimo disegno criminoso, o per eseguire altri reati), sempre che di questi ultimi fatti si accerti in modo incontestabile la sussistenza, a disposizione dell'autorità giudiziaria, già al momento dell'emissione del primo provvedimento cautelare; che il medesimo giudice a quo si dichiara consapevole del fatto che l'interpretazione, testuale e restrittiva, fatta propria dall'ordinanza di rimessione, non costituisce affatto diritto vivente, poiché è contrastata da numerose pronunce di legittimità le quali, in relazione alle misure cautelari «a catena», hanno affermato la retrodatazione del termine di decorrenza della custodia cautelare al primo provvedimento restrittivo in ogni ipotesi di connessione tra i reati contestati, e quindi anche al di là delle fattispecie di connessione teleologica a cui la disposizione censurata sembrerebbe circoscriverla mediante il richiamo all'«art. 12, comma 1, lettere b) e c), limitatamente ai casi di reati commessi per eseguirne altri»; che, sebbene la disposizione fosse in astratto suscettibile di interpretazione costituzionalmente conforme, il remittente si è indotto a sollevare questione di legittimità costituzionale onde sottrarsi al principio di diritto fissato dalla Corte di cassazione al quale era vincolato come giudice di rinvio; che tuttavia, nelle ipotesi in cui i principî costituzionali vengano invocati dal giudice di rinvio per contrastare il principio di diritto affermato in fase di legittimità ed evitarne l'applicazione, la motivazione della rilevanza della questione deve essere particolarmente rigorosa; che la Corte di cassazione, nell'enunciare il punto di diritto di cui si discorre, ha rilevato che il Tribunale di Napoli risultava essersi limitato a recepire la tesi difensiva dell'inserimento di tutti i fatti delittuosi nell'ambito di lotte camorristiche, senza indicare alcun concreto elemento che comprovasse la sussistenza del nesso teleologico tra i delitti in relazione ai quali era stato emesso il primo provvedimento restrittivo e quelli che avevano formato oggetto del secondo; che, più precisamente, la Corte di legittimità aveva censurato la pronuncia di merito sotto l'ulteriore profilo che questa avesse omesso di indagare il rapporto esistente tra i primi delitti e quelli oggetto della seconda contestazione, e in particolare la fattispecie associativa; che, su tale specifico punto, l'ordinanza di rimessione si è limitata ad affermare, senza motivarla, la reciproca autonomia dei delitti di omicidio oggetto della prima e della seconda ordinanza di custodia cautelare, soggiungendo che la giurisprudenza di legittimità sarebbe pressoché concorde nell'escludere la configurabilità del vincolo della connessione qualificata tra il delitto associativo e i delitti compiuti dagli associati; che con quest'ultima affermazione il remittente si sottrae al dictum della Cassazione, che, censurando la mancanza di motivazione sul punto, aveva invece mostrato inequivocamente di orientarsi in senso difforme dalla giurisprudenza citata dall'ordinanza di rimessione; che poiché, secondo l'interpretazione resa nella specie dal supremo collegio, il divieto di contestazioni «a catena» è indubbiamente operante nel caso di reati legati dal vincolo di connessione qualificata, per dimostrare il carattere concreto di una questione di legittimità costituzionale tendente ad estendere tale divieto alle ipotesi di unicità della fonte probatoria (nel caso esaminato, le intercettazioni ambientali), il remittente avrebbe dovuto esporre le ragioni per le quali, tra il delitto di omicidio oggetto della prima ordinanza cautelare e i delitti di omicidio e associazione per delinquere, oggetto della seconda, non sussistesse alcun rapporto di connessione qualificata, così da rendersi necessaria, per conferire effettività ai principî espressi dall'art. 13 della Costituzione, una sentenza di accoglimento di questa Corte; che pertanto la questione deve essere dichiarata manifestamente inammissibile per motivazione carente sulla rilevanza. Visti gli articoli 26, secondo comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87, e 9, secondo comma, delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale.. . per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE dichiara la manifesta inammissibilità della questione di legittimità costituzionale dell'articolo 297, comma 3, del codice di procedura penale, sollevata, in riferimento all'articolo 13, quinto comma, della Costituzione, dal Tribunale di Napoli, con l'ordinanza indicata in epigrafe. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 5 maggio 2003. F.to: Riccardo CHIEPPA, Presidente Carlo MEZZANOTTE, Redattore Giuseppe DI PAOLA, Cancelliere Depositata in Cancelleria il 9 maggio 2003. Il Direttore della Cancelleria F.to: DI PAOLA