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III, sentenza n. 2988 del 28 marzo 1994), che ha riconosciuto al convivente la risarcibilità del danno patrimoniale in caso di morte del partner provocata dal fatto ingiusto altrui. In particolare, ritenuto che nell'ipotesi della cosiddetta famiglia di fatto (ossia di una relazione interpersonale, con carattere di tendenziale stabilità, di natura affettiva e parafamiliare, che si esplichi in una comunanza di vita e di interessi e nella reciproca assistenza materiale e morale) la morte del convivente provocata da fatto ingiusto altrui fa nascere nel partner il diritto al risarcimento del danno non patrimoniale ex articolo 2059 del codice civile (per un «patema» analogo a quello che si ingenera nell'ambito della famiglia legittima) e del danno patrimoniale ex articolo 2043 del codice civile (per la perdita del contributo patrimoniale e personale apportato in vita, con carattere di stabilità, dal convivente defunto, irrilevante rimanendo, invece, la sopravvenuta mancanza di elargizioni meramente episodiche o di mera ed eventuale aspettativa), tanto l'articolo 2043, quanto l'articolo 2059 del codice civile ricomprendono nell'ambito dell'obbligazione risarcitoria il danno risentito in modo immediato e diretto, sotto forma di deminutio patrimonii o di danno morale, da altri soggetti legati alla persona direttamente ed immediatamente lesa da rapporti di natura familiare o parafamiliare ed in quanto tali pregiudicati dall'altrui fatto ingiusto. Ciò ha un riflesso anche sul piano processuale, se è vero che la stessa Cassazione (Cass. pen. , sez. I, sentenza n. 3790 del 4 febbraio 1994, De Felice) ha ritenuto ammissibile la costituzione di parte civile del convivente della vittima del reato. La convivenza costituisce, infatti, secondo tale sentenza, esercizio di un diritto di libertà, attribuito direttamente dalla Costituzione e, come tale, di carattere assoluto e tutelabile erga omnes senza interferenze da parte dei terzi. Agli effetti della legitimatio ad causam del soggetto che convive con la vittima del reato commesso dal terzo, viene in considerazione non il rapporto interno tra i conviventi di fatto, ma l'aggressione che tale rapporto ha subito a opera del terzo. La pronuncia della Cassazione precisa, tuttavia, che a rilevare non è qualunque convivenza, anche solo occasionale, bensì quella che abbia avuto un carattere di stabilità, tale da far ritenere ragionevolmente che essa sarebbe continuata nel tempo, ove non fosse intervenuta la condotta delittuosa. Sulla medesima linea, la Cassazione (Cass. pen. sez. IV, sentenza n. 33305 dell’8 luglio 2002) aggiunge che la lesione di qualsiasi forma di convivenza, purché dotata di un minimo di stabilità, tale da non farla definire episodica, ma idonea a ragionevole presupposto per un'attesa di apporto economico futuro e costante, costituisce legittima causa petendi di una domanda di risarcimento danni proposta di fronte al giudice penale chiamato a giudicare dell'illecito che tale lesione ha causato. L'articolo 19 recepisce tali orientamenti. Infine, sul punto della tutela civilistica, l'articolo 20 riprende l'articolo 134, comma 4- bis , del codice delle assicurazioni private per ribadire che è precluso all'impresa di assicurazione, in tutti i casi di stipulazione di un nuovo contratto relativo a un ulteriore veicolo della medesima tipologia, acquistato dalla persona fisica già titolare di polizza assicurativa o dal suo convivente, di assegnare al contratto una classe di merito più sfavorevole rispetto a quella risultante dall'ultimo attestato di rischio conseguito sul veicolo già assicurato. 6. Tutela penalistica Punto di partenza del capo VI, all'articolo 21, è l'estensione alla situazione della convivenza dell'aggravante di cui all'articolo 61, numero 11), del codice penale, che riguarda chi abbia commesso il reato con abuso di autorità o di relazioni domestiche. L'articolo 22 riconosce al convivente la non punibilità di cui all'articolo 384 del codice penale: si tratta della norma che rende esenti da responsabilità penale condotte di favoreggiamento, falsa testimonianza, omessa denuncia et similia , quando l'autore è stato costretto dalla necessità di evitare un grave danno a un prossimo congiunto; l'espressione «prossimo congiunto» viene intesa come comprendente coloro che compongono una convivenza dichiarata all'anagrafe ai sensi dell'articolo 1. Il menzionato articolo 384 del codice penale recita testualmente: «Nei casi previsti dagli articoli 361, 362, 363, 364, 365, 366, 369, 371- bis , 371- ter , 372, 373, 374 e 378, non è punibile chi ha commesso il fatto per esservi stato costretto dalla necessità di salvare sé medesimo o un prossimo congiunto da un grave e inevitabile nocumento nella libertà e nell'onore. Nei casi previsti dagli articoli 371- bis , 371- ter , 372 e 373, la punibilità è esclusa se il fatto è commesso da chi per legge non avrebbe dovuto essere richiesto di fornire informazioni ai fini delle indagini o assunto come testimonio, perito, consulente tecnico o interprete ovvero avrebbe dovuto essere avvertito della facoltà di astenersi dal rendere informazioni, testimonianza, perizia, consulenza o interpretazione». La Corte costituzionale, chiamata ad esprimersi sulla conformità alla Costituzione di tale ultima norma, ha dichiarato infondata la questione di legittimità, affermando che l'estensione delle cause di non punibilità implica un giudizio di ponderazione proprio del legislatore (Corte cost., sentenze n. 8 del 1996, e prima ancora n. 352 del 1989 e n. 237 del 1986). Derogando alla natura meramente compilativa di questo testo unico, si ritiene opportuna l'estensione medesima. Considerazioni analoghe vanno svolte per la pluralità di norme del codice penale nelle quali rilevano i rapporti familiari, e precisamente per gli articoli 540, «Rapporto di parentela»; 570, «Violazione degli obblighi di assistenza familiare»; 572, «Maltrattamenti contro familiari e conviventi»; 649, «Non punibilità e querela della persona offesa, per fatti commessi a danno di congiunti». L'articolo 23, con riferimento aull’articolo 540 del codice penale, include nell'espressione «rapporto di parentela» anche il legame di convivenza. L'articolo 24, intervenendo sull’articolo 570 del codice penale, aggiunge alla espressione «qualità di coniuge» la seguente: «o di componente di una convivenza dichiarata all'anagrafe ai sensi dell'articolo 1 del testo unico dei diritti riconosciuti ai componenti di una unione di fatto». L'articolo 25 precisa, quanto all'articolo 572 del codice penale, che il reato di maltrattamenti in famiglia o verso i congiunti sussiste anche nei riguardi di una persona che compone una convivenza. Infine, l'articolo 26 estende la non punibilità per i reati patrimoniali commessi in ambito familiare all'ipotesi in cui responsabile e parte offesa siano un convivente in danno dell'altro convivente (articolo 649 del codice penale).