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A livello di distribuzione territoriale sembra che, rispetto alle situazioni affrontate dai passati condoni (legge n. 47 del 1985 e articolo 39 della legge n. 724 del 1994), il recente abusivismo mostri una differente articolazione con interventi dispersi sul territorio in luogo di concentrazioni intensive; si stima infatti che solamente il 30 per cento delle abitazioni sia stato realizzato in zone già densamente edificate a fronte di un 70 per cento di abitazioni realizzate in zone di scarsa densità. D'altra parte, relativamente ai precedenti condoni, non si può sottacere che non esistono ancor oggi dati esaurienti sulla tipologia e sulle dimensioni degli abusi e sembra che anche il Ministero dei lavori pubblici, cui era stato assegnato il compito di presentare annualmente al Parlamento una relazione sullo stato di attuazione della legge n. 47 del 1985 per l'anno precedente, vi abbia provveduto soltanto fino al 1990. In questi ultimi sei lustri, infine, ben poco è stato fatto dai comuni, molti dei quali sono addirittura nell'impossibilità di esaminare tutte le domande di condono. Tali dati fanno comprendere quale sia la portata del fenomeno per il quale il legislatore ha l'obbligo di intervenire con provvedimenti seri e compiuti. Da alcuni anni grande è l'attenzione sulla risoluta operosità della magistratura penale nel porre in esecuzione le condanne alla demolizione dei manufatti abusivi realizzati in varie parti del territorio nazionale e passate in giudicato. Negli otto tribunali della sola corte di appello di Napoli, a tutt'oggi, ve ne sono da mettere in esecuzione circa 60.000. La difficoltà nel dare esecuzione alle sentenze sta nella perseverante opposizione delle persone condannate, nella scarsa collaborazione da parte dei comuni e nella carenza delle necessarie risorse economiche. I dati forniti sia dai mass media che dal Senato della Repubblica sono contrastanti e completamente insufficienti nonché inattendibili. Infatti, dai lavori preliminari alla emanazione del decreto-legge 28 aprile 2010, n. 62, decaduto in fase di conversione, essi si riferivano non al fenomeno dell'abusivismo edilizio su scala nazionale, con maggiore incidenza dal centro Italia in giù, bensì solo a seicento manufatti abusivi costruiti sull'isola di Ischia fino al 31 marzo del 2003. I mass media a loro volta hanno sollecitato alcuni «politici romani» a riaprire i termini del condono del 2003 su un altro presupposto errato; secondo loro, infatti, i manufatti abusivi da sanare, dagli originari seicento per la sola Ischia, sono diventati, d'improvviso, 57.000 per il territorio italiano. Si nota l'assurdità di tali dati e la strumentalizzazione che di essi si vuole fare per cercare di far varare norme legislative ad hoc partendo da dati numericamente infedeli per poi varare norme giuridiche con i dati effettivi quantitativamente superiori. In un recente passato è stato pubblicato, sui quotidiani, il dato relativo alle istanze di condono per gli abusi commessi fino al 1983, 1993 e 2003 riguardante la sola città di Napoli: sono circa 100.000. Se da questo dato si vuole effettuare un abbattimento, anche del 50 per cento, perché riferito qualitativamente a «sporti balconi e verande» la restante parte è rappresentata per la sola città di Napoli da 50.000 manufatti. Da un'indagine della trasmissione televisiva Report è emerso il dato delle istanze di condono per la città di Roma: più di 640.000. Se anche qui volessimo abbattere il dato del 50 per cento potremmo già ipotizzare che i manufatti abusivi nella capitale sono nell'ordine di circa 320.000. Il dato temporale si ferma, ovviamente, al 31 marzo 2003 perché strumentalmente finalizzato a «riaprire i termini del condono». Non esistono dati valutativi certi sull'entità del fenomeno dell'abusivismo edilizio dal 1º aprile 2003 a data corrente. Se solo per due città si possono già individuare 370.000 manufatti abusivi non si riesce, stante così le cose, a capire la reale portata del fenomeno. Dal mondo giudiziario attraverso le procedure esecutive delle sentenze irrevocabili di condanna che recano l'ordine di demolizione emerge un dato decisamente minimale anche se a quattro zeri, ma, comunque, nell'ordine delle decine di migliaia. Le sentenze di condanna in esecuzione sono il dato minore rispetto alle dichiarazioni di estinzione dei reati edilizi per prescrizione con conseguente revoca dell'ordine di demolizione. Per queste ultime, infatti, la competenza sulle demolizioni degli abusi edilizi ritorna in via esclusiva agli uffici tecnici dei comuni competenti. I numeri che riguardano le prescrizioni vanno a sommarsi a quegli abusi che, il più delle volte, non risultano nemmeno denunciati. Qual è la esigenza e la necessità di porre rimedio a questo fenomeno? Costituire una commissione di inchiesta parlamentare sul fenomeno dell'abusivismo edilizio che possa, con i poteri dell'autorità giudiziaria, estrapolare in maniera ufficiale i dati relativi agli abusi con la conseguente catalogazione di vario tipo: abusi amministrativi, abusi ex giudiziari ed abusi giudiziari. Solo intervenendo con quesiti ad hoc sugli ottomila comuni italiani, attraverso gli organi di polizia competenti, si potrà stabilire con certezza a che livello è salito il fenomeno e, così, si potranno valutare e consigliare i rimedi normativi per ridurre i connessi problemi. È inutile in questa fase continuare a parlare di condoni, tale comportamento non farebbe altro che aumentare ed incrementare le «nuove colate di cemento». La commissione, una volta accertata l'entità del fenomeno, potrà e dovrà indicare al Parlamento i correttivi e consigliare la metodologia per la risoluzione. Il territorio italiano, così come è notorio, risulta devastato dall'abusivismo edilizio. Il territorio italiano al 70 per cento è sottoposto però a vincolo idrogeologico anche di alto grado di rischio. Solo argomentando sulla «bonifica del territorio» e sul consequenziale «ripianamento dei bilanci comunali» si potrà risolvere seriamente il problema dell'abusivismo devastante. I tempi non possono essere brevi, ma medi. Allo stato pertanto si ritiene indispensabile che il fenomeno, che riguarda l'intera Nazione, venga analizzato nella sua concreta realtà dal legislatore nazionale la cui attenzione dovrà soprattutto essere rivolta alla sua effettiva dimensione per la notevole rilevanza sociale assunta. Solo successivamente andranno posti in essere dei provvedimenti legislativi, tali da impedire fermamente e definitivamente la continua e selvaggia cementificazione dei nostri territori. In conclusione una commissione di inchiesta parlamentare è quella deputata alla risoluzione del problema. È necessario pertanto, un intervento centralizzato. Qualsiasi altro intervento di tipo territoriale non può portare a risultati positivi perché troppo legato al territorio ed ai suoi esponenti politici locali.. Art. 1. (Istituzione e compiti) 1. È istituita, per la durata della XVII legislatura, ai sensi dell'articolo 82 della Costituzione, una Commissione parlamentare di inchiesta sul fenomeno dell'abusivismo edilizio in Italia, di seguito denominata «Commissione», con i seguenti compiti: