[pronunce]

Questo differente trattamento riservato alle parti, mentre sotto il vigore delle norme previgenti si giustificava per i procedimenti cautelari in considerazione della sostanziale differenza di disciplina tra il provvedimento di accoglimento e quello di rigetto della domanda cautelare (dal momento che solo il primo era destinato ad essere necessariamente seguito dalla fase del merito cautelare), non sarebbe oggi più sorretto da alcuna giustificazione logica neppure nel settore dei provvedimenti possessori, atteso che, all'esito della recente riforma, entrambi i provvedimenti – di rigetto o di accoglimento della domanda possessoria – sono ormai idonei a divenire definitivi (il primo in ogni caso, il secondo per l'ipotesi che non sia seguito da istanza di fissazione di udienza nel termine previsto). 2. — È intervenuto in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, che ha concluso per l'inammissibilità e, comunque, per la manifesta infondatezza della questione, in quanto, sebbene l'art. 703 cod. proc. civ. non preveda l'obbligo per il giudice di liquidare le spese della fase sommaria del procedimento possessorio anche in caso di accoglimento della domanda, nondimeno risulterebbe possibile ricavare questo principio dall'art. 91 cod. proc. civ. , norma generale in tema di liquidazione giudiziale delle spese. A tale conclusione l'Avvocatura dello Stato intervenuta perviene in forza dell'argomento secondo cui, pur essendo l'ordinanza di reintegrazione nel possesso equiparabile alle ordinanze cautelari anticipatorie, quella che conclude la fase sommaria (in caso di mancata richiesta di prosecuzione del giudizio di merito) conduce, se non al giudicato, certamente ad una preclusione, nel senso che un giudizio di merito sulle stesse circostanze di fatto, se introdotto separatamente dopo la scadenza del previsto termine perentorio, sarebbe inammissibile (fatta salve le domande accessorie). Inoltre, la stessa giurisprudenza di legittimità ha più volte ribadito la valenza di principio generale propria del citato art. 91 del codice di rito. Da ciò conseguirebbe che l'ordinanza di accoglimento conclusiva della fase possessoria sommaria deve necessariamente contenere la condanna alle spese, al fine di evitare un inutile giudizio, qualora le parti facciano acquiescenza al provvedimento così emesso.1. — Il Tribunale di Firenze, sezione distaccata di Empoli, ha sollevato, in riferimento agli artt. 3 e 24 della Costituzione, questione di legittimità costituzionale «delle norme di cui agli artt. 703 e 669-octies del codice di procedura civile, nella parte in cui non prevedono che, con il provvedimento di accoglimento della domanda possessoria, il giudice debba provvedere anche sulle spese». Secondo il remittente, tenuto conto che, nella disciplina introdotta dal decreto-legge 14 marzo 2005, n. 35 (Disposizioni urgenti nell'ambito del Piano di azione per lo sviluppo economico, sociale e territoriale), convertito, con modificazioni, dalla legge 14 maggio 2005, n. 80, il giudizio di merito nei procedimenti possessori è eventuale, e considerato, altresì, che il provvedimento che chiude, con l'accoglimento della domanda, la fase interdittale non ha natura di sentenza, sicché non è applicabile l'art. 91 cod. proc. civ. , la mancanza di una disposizione che obblighi il giudice a provvedere sulle spese sarebbe lesiva del diritto di difesa. Tale lacuna normativa comporterebbe anche un'ingiustificata disparità di trattamento tra la parte ricorrente vittoriosa, costretta ad iniziare il giudizio di merito solo per vedersi liquidare le spese, e la parte resistente che abbia ottenuto un provvedimento di rigetto, alla quale le spese sono riconosciute in base all'art. 669-septies, secondo comma, cod. proc. civ. 2.— La questione non è fondata, nei sensi di cui in motivazione. La motivazione che sorregge la prospettazione di non manifesta infondatezza si fonda sul postulato dell'impossibilità di interpretare l'art. 91, primo comma, cod. proc. civ. al di là della sua letterale formulazione e, quindi, di doverne limitare l'applicazione ai provvedimenti, conclusivi di un procedimento, aventi a tutti gli effetti natura di sentenza. Tale convincimento del remittente muove dal rilievo che, laddove il legislatore ha voluto stabilire l'obbligo di provvedere sulle spese anche in casi in cui il procedimento non si conclude con una sentenza, lo ha espressamente previsto, come nelle ipotesi di decreto ingiuntivo (art. 641, ultimo comma, cod. proc. civ. ) e di procedimento cautelare nei giudizi societari (art. 23, comma 2, del decreto legislativo 17 gennaio 2003, n. 5). Siffatte argomentazioni non possono essere condivise. In sede di scrutinio di costituzionalità, secondo quanto questa Corte ha costantemente affermato, la dichiarazione di illegittimità di una disposizione è giustificata dalla constatazione che non ne è possibile una interpretazione conforme alla Costituzione, ma non dalla mera possibilità di attribuire ad essa un significato che contrasti con parametri costituzionali (per tutte, sentenza n. 356 del 1996, ordinanze n. 86 del 2006 e n. 87 del 2007). Nella specie, trattandosi di norma processuale, l'interpretazione va condotta attribuendo rilievo al principio di economia dei giudizi, espressione di quello, fondamentale, di ragionevolezza. Alla stregua di questo, le ipotesi, che lo stesso remittente menziona, di previsione del regolamento delle spese processuali con provvedimenti non aventi natura di sentenza, devono essere considerate come espressione del principio generale secondo il quale il giudice che emette un provvedimento conclusivo di un procedimento, anche solo ipoteticamente idoneo a divenire definitivo, deve anche provvedere sulle spese (ordinanza n. 384 del 2002, nonché ordinanze n. 130 e n. 380 del 2005). Il remittente chiede, quindi, che la Corte enunci con una sentenza additiva un principio in realtà già presente nell'ordinamento; principio che consente di interpretare le disposizioni censurate attribuendo ad esse un contenuto conforme ai parametri costituzionali, come del resto già hanno ritenuto numerosi giudici di merito e la prevalente dottrina.. per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE dichiara non fondata, nei sensi di cui in motivazione, la questione di legittimità costituzionale degli artt. 703 e 669-octies del codice di procedura civile, sollevata, in riferimento agli artt. 3 e 24 della Costituzione, dal Tribunale di Firenze, sezione distaccata di Empoli, con l'ordinanza indicata in epigrafe. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 5 novembre 2007. F.to: Franco BILE, Presidente Francesco AMIRANTE, Redattore Giuseppe DI PAOLA, Cancelliere Depositata in Cancelleria il 14 novembre 2007. Il Direttore della Cancelleria F.to: DI PAOLA