[pronunce]

Tale non sarebbe, invece, il caso del trattamento sanzionatorio previsto per la guida in stato di ebbrezza sintomatica, allorché la stessa si palesi come «ebbrezza acuta», giacché la fattispecie risulta assoggettata alla «pena prevista per la trasgressione lieve, di minima rilevanza penale». 1.3. — Evidenziate le ragioni che denoterebbero l'illegittimità costituzionale della contestata disciplina, il remittente sottolinea che la conformità della stessa agli evocati parametri costituzionali «sarebbe stata ancora sostenibile laddove il legislatore avesse penalmente sanzionato – con la pena prevista per la più grave fra le condotte di guida in stato di ebbrezza – il rifiuto del guidatore, anche solo del guidatore la cui alterazione psico-fisica di ingestione di alcol emerga in via sintomatica, di sottoporsi agli accertamenti tecnici di legge». Difatti, in questo caso, «la blandizie del trattamento irrogabile nei casi di ebbrezza sintomatica» avrebbe potuto trovare «una compensazione nella disciplina delle conseguenze del rifiuto», giacché «la situazione di apparente stallo probatorio sarebbe stata superata sul piano sanzionatorio dalla congiunzione dei due elementi rappresentati dall'ebbrezza manifesta e dal rifiuto degli accertamenti tecnici». Per contro, la scelta compiuta dal già citato art. 5, comma l, lettera c), del decreto-legge n. 117 del 2007 di trasformare in illecito amministrativo la fattispecie di cui al comma 7 dell'art. 186 del codice della strada (e cioè il rifiuto del conducente, come visto, di sottoporsi agli accertamenti tecnici idonei a rilevare, nel suo organismo, l'entità della concentrazione di alcol per litro di sangue), unitamente alla introduzione – quanto al reato previsto dall'art. 186, comma 2, del medesimo codice – «di un sistema di incriminazioni intimamente connesso a specifiche fasce quantitative di concentrazione alcolica», consente al conducente, colto in stato di ebbrezza sintomatica, «di beneficiare del trattamento proprio dei comportamenti di minore pericolosità, in difetto di ogni altra conseguenza di natura penale». Alla luce, dunque, di tali complessivi rilievi, il remittente insiste nel sottolineare «l'irragionevolezza della depenalizzazione del rifiuto di sottoporsi ad accertamenti tecnici da parte del conducente, non essendo accettabile che l'accertamento del reato e del grado della sua pericolosità dipenda dal consenso dell'interessato». 1.4. — Quanto, infine, alla rilevanza della sollevata questione di costituzionalità, il giudice a quo evidenzia che nel caso di specie l'imputato, sebbene avesse rifiutato «il proposto accertamento del tasso alcolemico mediante etilometro», veniva denunciato egualmente per il reato di cui all'art. 186, comma 2, del codice della strada, e ciò « in ragione della sintomatologia di ebbrezza ritenuta dagli operatori sulla scorta di plurimi indicatori: “alito fortemente vinoso, linguaggio sconnesso, difficoltà di espressione verbale, parole senza senso, occhi lucidi, difficoltà di coordinamento dei movimenti, tono di voce immotivatamente alto, stato confusionale, eccessiva sudorazione, equilibrio precario, andatura barcollante”». Orbene, conclude il remittente, a fronte di tale comportamento l'unica sanzione prospettabile a carico del conducente risulta quella di cui alla lettera a) del comma 2 dell'art. 186 del codice della strada, sebbene esso, «per le sue concrete caratteristiche, sia piuttosto sussumibile» nell'ipotesi di cui alla lettera c) del medesimo comma. 1.5.— Su tali basi, quindi, il giudice a quo ha chiesto dichiararsi l'illegittimità costituzionale dei citati commi 2 e 7 dell'art. 186 del codice della strada, rispettivamente, il primo «nella parte in cui omette di sanzionare con la pena e le sanzioni amministrative accessorie», previste dalla lettera c) di tale comma, «il fatto di guida in stato di ebbrezza accertato in via sintomatica», il secondo, invece, «nella parte in cui sanziona esclusivamente quale illecito amministrativo», e non quale reato punito ai sensi del comma 2, lettera c), del medesimo art. 186, «il rifiuto del conducente di sottoporsi agli accertamenti» di cui ai precedenti commi 3, 4 e 5 dello stesso articolo. 2. — È intervenuto in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che le questioni sollevate siano dichiarate inammissibili e comunque non fondate. In particolare, secondo la difesa statale, costituirebbe consolidato orientamento della giurisprudenza costituzionale «quello che vuole rimessa alla discrezionalità del legislatore» – non sindacabile «se non sotto il profilo della ragionevolezza» – «la determinazione delle condotte punibili e la scelta delle sanzioni applicabili», non spettando alla Corte costituzionale «rimodulare le scelte punitive del legislatore». Orbene, prosegue l'Avvocatura generale dello Stato, «non irragionevole appare nella specie l'opzione manifestata dal legislatore laddove ha equiparato, ai fini del trattamento sanzionatorio, allo stato di ebbrezza accertato di grado più lieve lo stato di ebbrezza desunto in via presuntiva, sulla base cioè di elementi in astratto non incompatibili con altre alterazioni dello stato psico-fisico, anche di natura patologica, come tali inidonei, diversamente dalle evidenze scientifiche degli alcol test, a dar assoluta conferma dello stato di ubriachezza». Del pari inammissibile, prima ancora che infondata, sarebbe – secondo la difesa statale – la questione che investe il comma 7 del medesimo art. 186 del codice della strada. Anche, infatti, «a voler prescindere dall'omessa indicazione di quale sia il parametro violato», la constatazione che il remittente adduca la mancata rilevanza penale del contegno omissivo, disciplinato da tale disposizione, soltanto «quale argomento a conferma della irragionevolezza» da cui sarebbe affetta l'altra disposizione contestata (il comma 2 del medesimo art. 186) denoterebbe l'inammissibilità della questione avente ad oggetto il predetto comma 7. In ogni caso, poi, dovrebbe comunque escludersi l'illegittimità costituzionale di tale norma. La disciplina da essa recata, difatti, non sarebbe irragionevole, ove si consideri – è la conclusione della difesa statale – che «l'applicazione della sanzione amministrativa pecuniaria e di quella accessoria della sospensione per mesi sei della patente» (previste dalla norma, nella formulazione introdotta dal citato art. 5, comma 1, lettera c, del decreto-legge n. 117 del 2007) non sarebbe, comunque, preclusa nel caso di specie, pure «se dovesse risultare in ipotesi escluso lo stato di alterazione derivante da alcol» in capo all'imputato, atteso che tali sanzioni trovano entrambe fondamento in un'autonoma condotta del conducente, consistente nell'inottemperanza ad un ordine dell'autorità «finalizzato all'accertamento delle condizioni psicofisiche del conducente».1. —