[pronunce]

3.3.2.- La banca, sintetizzata la giurisprudenza costituzionale in tema di principio di eguaglianza, afferma che essa conforta la denunciata violazione di detto principio sia in riferimento ai principi generali che governano la materia concorsuale, sia in riferimento al tertium comparationis, correttamente individuato nella disciplina dell'amministrazione straordinaria recata dal d.lgs. n. 270 del 1999. A suo avviso, l'azione revocatoria è ammissibile soltanto qualora il relativo provento entri nella disponibilità dei creditori mediante la liquidazione concorsuale dell'attivo dell'impresa insolvente e sia ridistribuito ai creditori secondo le regole della legge fallimentare, mentre non può ritenersi esperibile quando il ricavato sia destinato all'impresa, che continua ad operare sul mercato in vista del proprio risanamento, in virtù di un principio enunciato dalla Corte di cassazione che ha ispirato la formulazione dell'art. 49 del d.lgs. n. 270 del 1999, secondo il quale nell'ambito della procedura di amministrazione straordinaria detta azione è esperibile soltanto in relazione alla fase liquidatoria. Ne discende che il rimettente avrebbe correttamente individuato il tertium comparationis nell'amministrazione straordinaria disciplinata dal d.lgs. n. 270 del 1999, richiamata dalle norme del decreto-legge n. 347 del 2003 ed indicata anche nei relativi lavori preparatori quale disciplina generale di riferimento, senza che la modalità della ristrutturazione realizzata nel caso in esame – mediante concordato – permetta di ritenere che il tertium evocabile sia l'art. 124 della legge fallimentare. Infatti, il concordato concluso all'interno dell'amministrazione straordinaria “accelerata” non muta il carattere conservativo della procedura, nella quale non sussiste un rapporto di funzionalità fra trasferimento delle azioni revocatorie ed incremento della percentuale di recupero del credito, mentre nel concordato fallimentare l'azione è strumentale a consentire il soddisfacimento dei creditori. In altri termini, il concordato previsto dall'art. 4-bis del decreto-legge n. 347 del 2003 non è preordinato al soddisfacimento dei creditori mediante il riparto delle somme ricavate dalla liquidazione dell'attivo e costituisce un elemento accidentale della legge. D'altronde, se la comparazione dovesse essere effettuata sulla base della disciplina del concordato, essa dovrebbe avere riguardo al concordato disciplinato dagli artt. 78 e 74, comma 1, lettera c), del d.lgs. n. 270 del 1999, all'interno del quale, ad avviso della banca, non sarebbe proponibile l'azione revocatoria e la sua cessione all'assuntore, appunto perché il concordato in questo caso si inserisce in un piano di ristrutturazione. 3.3.3.- Secondo la banca, sarebbe erroneo distinguere tra risanamento soggettivo e risanamento oggettivo, in quanto la distinzione rilevante è quella tra conservazione dell'impresa e liquidazione dei beni aziendali allo scopo di pagare i creditori, e con il concordato in esame non è attuata una siffatta liquidazione, ma si realizza il risanamento e la rimessione in bonis dell'imprenditore. Nella specie, che ciò sia accaduto è confermato dai risultati raggiunti dall'assuntore e dalle argomentazioni svolte in un'altra ordinanza dello stesso Tribunale, che ha sollevato una questione di costituzionalità identica a quella in esame. In conclusione, la norma impugnata e l'art. 49 del d.lgs. n. 270 del 1999 disciplinano fattispecie omogenee in modo difforme, realizzando una disparità di trattamento in danno dei creditori ed in contrasto con le linee generali della revocatoria fallimentare, stante l'incompatibilità funzionale tra detta azione ed il programma di ristrutturazione. 3.3.4.- Relativamente al parametro dell'art. 41 Cost., la banca sottolinea che l'effetto distorsivo della concorrenza è correlato alla continuazione dell'attività di impresa ed alla possibilità della stessa di rimanere sul mercato soltanto grazie ai proventi dell'azione revocatoria, come risulta da una relazione economica allegata alla memoria. 4.- In prossimità dell'udienza pubblica hanno depositato memorie - nel giudizio di cui all'ordinanza n. 53 r.o. del 2006 - Parmalat s.p.a. in amministrazione straordinaria e Parmalat s.p.a., Bipop Carire s.p.a., Banca Monte dei Paschi di Siena s.p.a. e Banca Toscana s.p.a., Credito siciliano s.p.a., Cassa di risparmio di Savona s.p.a. e il Presidente del Consiglio dei ministri. 4.1.- Parmalat s.p.a. in amministrazione straordinaria e Parmalat s.p.a. svolgono deduzioni in tutto identiche a quelle svolte nel giudizio di cui all'ordinanza n. 1 r.o. del 2006. 4.2.- Bipop Carire s.p.a. mette in evidenza che la norma impugnata, nel prevedere la possibilità dell'esercizio di azioni revocatorie nell'ambito di una procedura di risanamento, si pone «in stridente contraddizione» con la normativa del d.lgs. n. 270 del 1999, la quale vieta tali azioni «quando una parallela procedura di amministrazione straordinaria, in condizioni sostanzialmente identiche, sia autorizzata a svolgere un programma di ristrutturazione». 4.2.1.- La deducente contesta la fondatezza della distinzione fra risanamento “oggettivo” (ovvero “dell'impresa”) e risanamento “soggettivo” (ovvero “dell'imprenditore”). Osserva, in primo luogo, che non è «neppure configurabile un siffatto netto sdoppiamento di ipotesi, che, al contrario, si configurano necessariamente in una irrilevante pluralità di situazioni che si differenziano tra loro soltanto mediante ipotetiche successive marginali graduali sfumature, che peraltro non sono idonee a delineare alcun tipo di reali contrapposizioni binarie, che viceversa possono agevolmente collocarsi secondo una scala in cui non sono mai individuabili nette situazioni antitetiche». Osserva, in secondo luogo, che la relazione che accompagna il decreto-legge n. 347 del 2003 metteva ab initio chiaramente in luce che lo scopo del provvedimento legislativo «era solo quello di consentire un più rapido avvio e svolgimento della procedura, onde garantire “la efficace e razionale ristrutturazione dell'impresa”, così da “conservare l'avviamento e la posizione di mercato dell'impresa” ed assicurando la ristrutturazione di attività “coerenti con l'oggetto principale dell'attività economica svolta”». Osserva, in terzo luogo, che l'esperibilità delle azioni revocatorie era stata prevista e voluta fin dal momento dell'emanazione del decreto-legge n. 347 nel dicembre del 2003, quando nel testo del provvedimento legislativo ancora non era stato inserito l'art. 4-bis (ai sensi del quale «nel programma di ristrutturazione il commissario straordinario può prevedere la soddisfazione dei creditori attraverso un concordato, di cui deve indicare dettagliatamente le condizioni e le eventuali garanzie»). 4.2.2.- La deducente contesta, poi, la fondatezza dell'assunto, secondo cui la «ristrutturazione» prevista dal d.lgs.