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La senatrice Toffanin ha facoltà di illustrare l'interrogazione 3-03226 sulle prospettive di riforma del mercato del lavoro, per tre minuti. TOFFANIN (FIBP-UDC) . Signor Presidente, signor Ministro del lavoro, Marco Biagi, che vogliamo ricordare nel mese in cui ricorre l'anniversario della sua tragica morte, aveva intuito già vent'anni fa l'evoluzione del mercato del lavoro e la necessità di tutelarne la flessibilità. Marco Biagi sottolineava sempre la necessità di modernizzare il lavoro, la sua cultura e i suoi significati, perché - ricordiamo - il lavoro va adattato al contesto economico e sociale, e lo abbiamo visto purtroppo durante la pandemia. Come faceva Marco Biagi, non dobbiamo negare la realtà e girare la testa dall'altra parte. Forza Italia si è sempre ispirata a questa visione. Ecco perché, mai come in questo momento, siamo a ribadire con determinazione la necessità di rivedere un sistema lavoro che tenga conto del mondo delle imprese in sofferenza, e nel contempo in evoluzione, ma anche dei giovani che vogliono fare esperienze diverse e mettersi alla prova in un mercato del lavoro dinamico, ma anche per chi nel nostro Paese allo stato attuale permane solo temporaneamente. Il quadro che si è delineato dopo la pandemia e ora con la guerra è molto complesso. Il forte aumento dei costi delle materie prime e dell'energia sta costringendo le imprese a modificare tempi e modi della produzione, addirittura anche a interromperla in molti casi. In questi contesti macroeconomici - secondo quanto risulta dalle anticipazioni di stampa - le previsioni di crescita del PIL nel DEF 2022 saranno di circa due punti percentuali inferiori rispetto a quelle ipotizzate qualche mese fa nella NADEF: un dato che farà vedere i suoi effetti in tutti i settori e, quindi, anche nel lavoro. Proprio in questi giorni, dai risultati della ricerca dell'università LUISS e del progetto europeo Mospi presentati dall'INAPP, si apprende che l'Italia si è aggiudicata la maglia nera per le politiche attive del lavoro rispetto agli altri Paesi europei. E questo perché nel nostro sistema di welfare risultano scarsi investimenti in capitale umano, formazione, conciliazione vita-lavoro, mentre risultano sempre più elevati i nostri investimenti in politiche passive, che assorbono fino al 16,3 per cento del PIL. Signor Ministro, a quanto evidenziato dalla stampa, lei avrebbe dichiarato in un convegno, tenutosi proprio qui in Senato nei giorni scorsi, che dobbiamo domandarci se non sia arrivato il momento di ridurre le tipologie contrattuali che prevedono una forte precarietà del lavoro. A questo punto Forza Italia, da sempre attenta a seguire le dinamiche del mondo dell'impresa e del mercato del lavoro, le chiede, signor Ministro, se non sia invece il caso di perseguire politiche di flessibilità attraverso una revisione del decreto-legge cosiddetto dignità, la reintroduzione di strumenti come i voucher , rafforzando la contrattazione di prossimità per garantire il lavoro con tutele e in sicurezza. PRESIDENTE. Il ministro del lavoro e delle politiche sociali, onorevole Orlando, ha facoltà di rispondere all'interrogazione testé illustrata, per tre minuti. ORLANDO, ministro del lavoro e delle politiche sociali . Signor Presidente, ringrazio gli interroganti per aver posto un tema che investe la complessa questione delle dinamiche occupazionali, e li ringrazio anche per aver richiamato la figura di Marco Biagi, a vent'anni dalla sua barbara uccisione. Biagi - come lei ricordava, senatrice Toffanin - invitava a partire dalla realtà concreta e allora partiamo da essa. Dall'analisi della nota trimestrale sulle tendenze dell'occupazione relativa al quarto trimestre 2021, elaborata recentemente dal Ministero del lavoro e delle politiche sociali, insieme a Istat, INPS, INAIL e ANPAL, emerge un quadro abbastanza chiaro. L'occupazione presenta una rilevante crescita congiunturale e tendenziale. In particolare, l'occupazione dipendente è in aumento, così come prosegue la crescita, seppur in rallentamento, delle posizioni lavorative a tempo indeterminato. Cresce in modo particolarmente sostenuto la dinamica delle posizioni a tempo, che comprendono anche il lavoro in somministrazione e a chiamata. In questo contesto, il 39,5 per cento delle posizioni lavorative attivate a tempo determinato ha una durata prevista fino a trenta giorni (il 13,3 per cento un solo giorno), il 29,1 per cento da due a sei mesi, e soltanto lo 0,9 per cento supera un anno. Nel complesso, si riscontra un aumento dell'incidenza delle attivazioni dei contratti di brevissima durata (26,3 per cento fino a una settimana, +3,7 punti rispetto al 2020), e di quelli da uno a sei mesi (+5,8 punti) e al contempo un veloce tasso di estinzione degli stessi. I dati ci restituiscono, quindi, un quadro non certo di rigidità contrattuale e si registra un incremento della flessibilità contrattuale e dell'utilizzo dei contratti atipici. Inoltre, in Italia il part time involontario - secondo i dati Eurostat riferiti al 2020 - è al 66 per cento (la percentuale più alta in Europa). Contestualmente, risultano di particolare criticità i dati sul livello medio dei salari, che mostrano un evidente arretramento delle retribuzioni per le categorie più fragili del nostro mercato del lavoro, quali le donne, i giovani, i lavoratori del Mezzogiorno e i lavoratori con bassa qualificazione professionale. Occorre quindi intervenire su alcuni problemi strutturali endemici del nostro mercato del lavoro, quale la forte disoccupazione giovanile e di genere, i periodi di transizione tra scuola e lavoro, tra i più lunghi d'Europa, il disallineamento tra domanda e offerta, il fenomeno della povertà lavorativa. Su tutto questo si sta cimentando l'impegno del Governo e delle risorse del PNRR. In Italia un quarto dei lavoratori ha una retribuzione individuale bassa e più di un lavoratore su dieci si trova in una situazione di povertà. La povertà lavorativa è spesso collegata a salari insufficienti, ma è anche il risultato di un processo che riguarda i tempi di lavoro. Infatti, non solo la mancanza del lavoro in assoluto, ma la carenza di lavoro qualificato, ben pagato e con continuità lavorativa è all'origine dei fenomeni di povertà e di emarginazione sociale. La pandemia da Covid-19 ha presumibilmente esacerbato il fenomeno, esponendo a più alti rischi di disoccupazione chi aveva contratti atipici. In questo contesto, un intervento di razionalizzazione delle tipologie contrattuali dovrebbe essere orientato ad arginare il lavoro precario, piuttosto che a introdurre ulteriori clausole di flessibilità. Ricordo che il Pilastro europeo dei diritti sociali stabilisce che deve essere promossa la transizione a forme di lavoro a tempo indeterminato, evitando quanto più possibile il ricorso a forme di lavoro che conducano a condizioni instabili. Inoltre, i processi di transizione e l'incidenza delle nuove tecnologie hanno bisogno di un grande investimento in formazione sul capitale umano proprio per evitare il rischio che la flessibilità del lavoro si trasformi in ulteriori forme di precarietà. Per dirla in altre parole, a fronte di un investimento di 5 miliardi tra politiche attive e formazione, c'è da chiedersi se questo sia compatibile con dei titoli contrattuali che prevedano un giorno di lavoro o giorni di lavoro. Questa credo sia la domanda che ci dobbiamo fare tutti, superando l'ideologia e guardando allo stato dell'arte del mercato del lavoro in Italia.