[pronunce]

che la norma de qua - a tenore della quale “nel rispetto della normativa regionale vigente, il patrimonio delle unità sanitarie locali e delle aziende ospedaliere è costituito da tutti i beni mobili e immobili ad esse appartenenti, ivi compresi quelli da trasferire o trasferiti loro dallo Stato o da altri enti pubblici, in virtù di leggi o di provvedimenti amministrativi nonché da tutti i beni comunque acquisiti nell'esercizio della propria attività o a seguito di atti di liberalità” - non appare idonea a scardinare il dubbio sul se i beni che devono essere trasferiti alle unità sanitarie locali siano solo quelli già di proprietà degli enti disciolti, ovvero anche quelli comunque di proprietà dello Stato o di altri enti pubblici; che la rilevanza della questione discende de plano dal fatto che, controvertendosi della proprietà di beni che non appartenevano ai disciolti enti sanitari ma al Comune di Caluso, la domanda dallo stesso proposta in base all'attuale assetto normativo dovrebbe essere rigettata, laddove andrebbe accolta, ove il dubbio di legittimità costituzionale sollevato fosse ritenuto fondato; che, costituitosi in giudizio, il Comune di Caluso rileva che l'art. 1 della legge delega 23 ottobre 1992, n. 421, prevedeva la definizione di principi organizzativi delle Unità sanitarie locali, strutturate come aziende infraregionali dotate di personalità giuridica e, in sintonia con tale assetto, stabiliva che dovesse aver luogo “il trasferimento (ad esse) … del patrimonio mobiliare e immobiliare già di proprietà dei disciolti enti ospedalieri e mutualistici, che alla data d'entrata in vigore (della legge stessa) … fa(ceva) parte del patrimonio dei Comuni”, ai quali, non avendo la riforma del 1978 attribuito alle Unità sanitarie locali la personalità giuridica in quanto enti strumentali dei Comuni, erano stati trasferiti, con vincolo di destinazione alle USL; che la norma con la quale la delega è stata attuata non può essere interpretata, a giudizio del Comune, come volta ad assicurare il trasferimento alle Aziende sanitarie di tutti i beni mobili e immobili facenti parte del patrimonio dei Comuni con vincolo di destinazione ai servizi sanitari, a prescindere dalla circostanza che essi fossero o meno divenuti di proprietà comunale per effetto della legge n. 833 del 1978, posto che in tal caso essa sarebbe in insanabile contrasto, oltre che con gli artt. 42 e 97 della Costituzione, con la legge delega, e quindi anche con l'art. 76; che l'opzione ermeneutica prospettata (sostanzialmente condivisa dalla Corte costituzionale nella sentenza n. 98 del 1997), non può ritenersi inficiata dalle modificazioni apportate dal d. lgs. n. 229 del 1999, posto che tali modificazioni, del resto irrilevanti ai fini del decidere stante l'operatività del principio tempus regit actum, si limitano a offrire la definizione del patrimonio delle ASL e delle AO; che il Comune di Caluso chiede che la Corte costituzionale, interpretata la norma impugnata nel senso innanzi esplicitato, ritenga infondata la sollevata questione di costituzionalità o, in via gradata, ove non condivida l'interpretazione proposta, dichiari l'illegittimità costituzionale dell'art. 5 per eccesso di delega; che, costituitosi in giudizio a mezzo dell'Avvocatura dello Stato, il Presidente del Consiglio dei ministri eccepisce l'inammissibilità o comunque la manifesta infondatezza della sollevata questione, osservando in particolare che l'interpretazione logica e sistematica della norma di delega - art. 1, lett. p), della legge 23 ottobre 1992, n. 421 - impone di ritenere che essa non precludesse affatto la possibilità di estendere il trasferimento ai beni dei Comuni e delle Province non provenienti dagli enti mutualistici soppressi, ma vincolati al servizio delle USL; che la questione sarebbe inammissibile, in primo luogo in quanto riferita alla nuova e attuale formulazione dell'art. 5 del d. lgs. 502 del 1992, conseguente alla modifica apportata con l'art. 5 del d. lgs. n. 229 del 1999 - posto che questo è stato emanato in base a diversa e specifica delega (la legge n. 419 del 1998, nonché la legge n. 133 del 1999) con la quale il rimettente ha omesso di raffrontare la norma delegata, ed in secondo luogo in quanto riferita al precedente testo dell'art. 5 del d. lgs. n. 502 del 1992, senza alcuna valutazione di rilevanza in ordine all'influenza, sulla definizione del giudizio principale, dell'attuale formulazione della norma impugnata , e senza considerare che il testo vigente sembra esprimere una volontà di legittimazione dei trasferimenti attuati in favore delle Aziende sanitarie ; che alla pubblica udienza gli avvocati Paolo Scaparone e Giorgio D'Amato hanno illustrato le ragioni, rispettivamente, del Comune di Caluso e della Presidenza del Consiglio dei ministri. Considerato che il Tribunale di Ivrea dubita, in riferimento agli artt. 76 e 77 della Costituzione, della legittimità costituzionale dell'art. 5 del d. lgs. 30 dicembre 1992, n. 502, nel testo modificato dall'art. 6 del d. lgs. 7 dicembre 1993, n. 517, e del medesimo art. 5 come modificato dall'art. 5 del d. lgs. 19 giugno 1999, n. 229, per eccesso rispetto alla delega conferita dall'art. 1, lett. p), della legge 23 ottobre 1992, n. 421; che la questione di legittimità costituzionale è manifestamente inammissibile in quanto, in primo luogo il rimettente omette ogni motivazione riguardo alla applicabilità o non al caso di specie dell'art. 5 quale risulta modificato dal d. lgs. n. 229 del 1999, così come omette totalmente di considerare che la norma de qua è stata emanata in base ad una legge delega diversa da quella - legge 23 ottobre 1992, n. 421 - in relazione alla quale il rimettente lamenta l'eccesso di delega; che, in secondo luogo, e cioè anche a voler ritenere l'art. 5, quale riformulato dal d. lgs. n. 229 del 1999, come meramente ricognitivo e riepilogativo di quanto disposto dall'art. 5 nella formulazione di cui al d. lgs. 7 dicembre 1993, n. 517, il rimettente omette del tutto di valutare se il “vincolo di destinazione sanitaria” di cui è parola nella norma include anche l'ipotesi, ricorrente nella specie, in cui un Comune avesse deciso di ospitare, quale ente gestore della USL (all'epoca priva di personalità giuridica), uffici amministrativi della medesima USL, e non alluda piuttosto a strutture sanitarie originariamente comunali (o provinciali) da gestire, a seguito della legge n. 833 del 1978, unitariamente con quelle rivenienti al Comune dai disciolti enti mutualistici; che, conseguentemente, la questione prospettata deve dichiararsi manifestamente inammissibile.. .