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Bankitalia potrebbe procedere alla vendita delle riserve che non sono di sua proprietà. L'equivoco viene coltivato, anzi aggravato, dal premier Conte, allorquando, rispondendo nei giorni scorsi a un'interrogazione della collega Rauti, fa un'affermazione tautologica. Il premier Conte, infatti, in merito alla questione posta dall'interrogante, segnala che «le riserve auree sono sempre state in verità iscritte all'attivo della situazione patrimoniale della Banca d'Italia e che tra le operazioni di sua pertinenza sono sempre rientrate l'acquisto e la vendita di oro e di valute auree». Ma la dice ancora peggio, quando chiude la risposta: «Risulta, quindi, dall'assetto normativo descritto, che la proprietà delle riserve auree nazionali è della Banca d'Italia». E aggiunge: «Un intervento normativo volto a modificare gli assetti della proprietà aurea della Banca d'Italia, ancorché nell'ambito della discrezionalità politica del legislatore nazionale, andrebbe, quindi, valutato sul piano della compatibilità con i principi basilari che regolamentano l'ordinamento del Sistema europeo di banche centrali». Quest'ultimo passaggio è vero, ma il precedente è assolutamente falso. Seconda affermazione che attribuisce falsamente la proprietà delle nostre riserve auree alla Banca d'Italia. Cerca di "metterci una pezza", non volendo, non sapendo, il governatore della BCE Mario Draghi (già Governatore della Banca d'Italia, come voi tutti sapete), quando dice che «la BCE ha il pieno diritto di detenere e gestire le riserve di valuta che le vengono trasferite e utilizzarle per gli scopi indicate dallo statuto». Questo per quanto concerne le riserve che le vengono trasferite. Resta ovviamente in proprietà la parte eccedente le riserve trasferite, e cioè la parte, molto più rilevante, dei famosi 90 miliardi di euro. Infatti, il governatore Draghi afferma che il Sistema europeo di banche centrali assolve il compito di «detenere e gestire le riserve ufficiali in valuta estera degli Stati membri»; sottolineo testualmente «degli Stati membri». Continua la querelle rispetto alla quale un altro Paese - i nostri cosiddetti cugini - ha messo un punto fermo e ha provveduto a regolare con legge la circostanza - traduco il passaggio della legge francese - secondo la quale la Banque de France detiene e gestisce le riserve dello Stato in oro e in divisa e le iscrive all'attivo del suo bilancio, secondo le modalità precisate da una convenzione conclusa tra la banca centrale (la Banque de France) e lo Stato. La legislazione francese continua nel dire che le riserve sono assegnate alla Banque de France con la missione di conservarle e gestirle per conto dello Stato. Addirittura la Banque de France nel suo sito istituzionale descrive un passaggio in cui afferma che ogni francese possiede indirettamente 38 grammi d'oro. Tutto questo è quanto noi dovremmo fare ed è quello che noi dovremmo risolvere in modo assolutamente banale, quasi lapalissiano vorrei dire, legiferando e dichiarando in buona sostanza che l'oro di Bankitalia è dello Stato ed è degli italiani. Potremmo anche colorire questa affermazione, magari nei comunicati. Visto che tutti i giorni ci ammorbano, anzi vi ammorbano, con l'entità del debito pubblico in capo ad ogni italiano, sarebbe anche intelligente dal punto di vista della comunicazione poter ricordare agli italiani che indirettamente possiedono anche un minimo di quantitativo di oro. Sarebbe una sorta di marketing politico. Però voi non siete capaci di fare questo. Tanto è vero che anche su questo parlate due lingue diverse. C'è una proposta di legge depositata da Claudio Borghi della Lega, Presidente della Commissione bilancio della Camera, che è composta di un unico articolo che afferma sostanzialmente quanto sta dicendo, e cioè che la Banca d'Italia gestisce e detiene le riserve auree ad esclusivo titolo di deposito, rimanendo impregiudicato il diritto di proprietà dello Stato italiano su dette riserve. Comprese ovviamente - questo lo aggiungo io - quelle detenute all'estero. Accanto a questa proposta di legge depositata ma non calendarizzata - questo è il punto - c'è invece una mozione dei 5 Stelle, depositata in Senato e che oggi commenteremo insieme, che sostanzialmente è un copia-incolla della nostra mozione, ma la edulcora. Laddove la nostra mozione usa termini imperativi, la mozione dei 5 Stelle usa verbi coniugati al condizionale. Colleghi, questa è una materia che non può restare nell'equivoco, è una materia che non può essere gestita dicendo: «è scontato che» perché non è scontato. Sono 90 miliardi di euro, è una ricchezza enorme che il nostro Stato detiene, ripeto, il terzo Stato per stock di proprietà di riserve auree, dunque il Parlamento ha l'obbligo, come hanno fatto altri Stati come la Francia, di legiferare in modo chiaro, netto e assolutamente compatibile con i trattati europei che l'Italia ha sottoscritto. (Applausi dal Gruppo FdI) . PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare il senatore Misiani per illustrare la mozione n. 100. MISIANI (PD) . Signor Presidente, credo che la storia ci possa aiutare molto in questa discussione sulle riserve auree della Banca d'Italia perché detenere oro, nella storia dell'umanità, ha sempre avuto una rilevanza cruciale nei sistemi monetari. Non a caso, nella Belle Époque , il sistema monetario si chiamava gold standard ; non a caso nell'età dell'oro del secondo dopoguerra, il sistema viene denominato gold exchange standard e anche nell'epoca attuale, l'epoca della turbofinanza, dell'economia di carta, l'oro mantiene una rilevanza strategica perché è un metallo che ha caratteristiche ben note, perché non è emesso da alcuna autorità e quindi non è soggetto a rischio di solvibilità, non è un patrimonio immobile. L'oro è stato e viene utilizzato per scopi finanziari, per ricavare un reddito, viene utilizzato come garanzia per ottenere prestiti sul mercato. Lo dice anche la storia del nostro Paese quando, nel 1974, il cancelliere Schmidt concesse all'Italia, al presidente del Consiglio Rumor, un prestito garantito da parte dell'oro della Banca d'Italia, pagina che noi ricordiamo come ferita per l'orgoglio nazionale; ma quel prestito fu decisivo per permettere all'Italia di superare un periodo drammatico in cui il Paese rischiava il default, perché era l'Italia dello shock petrolifero, dell'iperinflazione e del terrorismo rosso e nero. Senza l'oro non avremmo avuto quel prestito, senza quel prestito la storia sarebbe stata diversa. Prima lezione della storia, signor Presidente: avere l'oro migliora il merito di credito, è un baluardo di sicurezza per un Paese come il nostro. È un tesoro, sì, ma un tesoro di ultima istanza, come ha giustamente scritto lo storico Gianni Toniolo. Anche negli anni più recenti, le banche centrali hanno ricominciato a comprare l'oro e dal 2010 sono acquirenti nette di oro sui mercati internazionali. Le stesse banche centrali, compresa la nostra, hanno firmato nel 1999 un accordo - il Central bank gold agreement - rinnovato ogni cinque anni e che scade a settembre 2019 che limita l'attività delle banche centrali sul mercato dell'oro per evitare effetti di turbolenza sui prezzi. La banca centrale italiana, signor Presidente, di oro ne ha tanto, come veniva ricordato: