[pronunce]

SENTENZA ha pronunciato la seguentenel giudizio di legittimità costituzionale dell'art. 423, comma 1, del codice di procedura penale, promosso con ordinanza del 22 dicembre 2003 dal Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Milano, nel procedimento penale a carico di K. C. ed altri, iscritta al n. 225 del registro ordinanze 2004 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 14, prima serie speciale, dell'anno 2004. Visto l'atto di intervento del Presidente del Cosiglio dei ministri; udito nella camera di consiglio del 25 ottobre 2006 il Giudice relatore Giovanni Maria Flick.. Ritenuto in fatto Considerato in diritto 1. – Con l'ordinanza indicata in epigrafe il Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Milano ha sollevato, in riferimento agli artt. 3 e 24, secondo comma, della Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell'art. 423, comma 1, del codice di procedura penale, nella parte in cui non prevede l'obbligo del giudice dell'udienza preliminare di disporre la notificazione all'imputato contumace del verbale di udienza che recepisce la modifica dell'imputazione, mediante contestazione di una circostanza aggravante, operata dal pubblico ministero sulla base degli stessi atti di indagine che hanno fondato l'esercizio dell'azione penale. Il rimettente premette di essere investito, quale giudice dell'udienza preliminare, del processo penale nei confronti di tre persone imputate del reato di usura aggravata dall'approfittamento dello stato di bisogno della persona offesa. Nel corso dell'udienza – dopo che gli imputati, non comparsi, erano stati dichiarati contumaci ai sensi dell'art. 420–quater cod. proc. pen. – il pubblico ministero aveva modificato l'imputazione in base alla norma denunciata, contestando agli imputati medesimi l'ulteriore aggravante, prevista dall'art. 644, quinto comma, numero 1, del codice penale, del fatto commesso nell'esercizio di un'attività professionale (nella specie, quali rappresentanti di una società finanziaria): circostanza peraltro desumibile dagli atti, e in particolare dalla stessa denuncia della persona offesa e dalla documentazione ad essa allegata. Ciò premesso, il giudice a quo dubita della legittimità costituzionale dell'art. 423, comma 1, cod. proc. pen. , nei termini dianzi prospettati. La norma impugnata sarebbe lesiva, in primo luogo, del diritto di difesa, in quanto impedirebbe all'imputato di esercitare in maniera consapevole – alla luce del mutato quadro accusatorio – la propria facoltà di accesso ai riti alternativi, la cui attivazione rimane preclusa dalla formulazione delle conclusioni nell'udienza preliminare. La richiesta dei riti alternativi si configura, difatti – al lume della giurisprudenza di questa Corte – come una modalità di esercizio del diritto di difesa, in quanto consente all'imputato di sottrarsi al rischio dell'applicazione di sanzioni più gravi, a seguito della celebrazione del rito ordinario. Le valutazioni dell'imputato in ordine alla convenienza dell'accesso a detti riti vengono peraltro a dipendere dalla concreta impostazione data al processo dal pubblico ministero: con la conseguenza che, quando l'imputazione subisce una variazione sostanziale, precludere all'imputato l'accesso ai riti speciali equivarrebbe a compromettere il suo diritto di difesa. Non gioverebbe obiettare che, scegliendo di restare contumace all'udienza preliminare, l'imputato accetta il rischio di non venire a conoscenza di una possibile modifica dell'imputazione: onde sarebbe suo onere, in vista di tale eventualità, rilasciare preventivamente una procura speciale che legittimi il proprio difensore a chiedere i riti alternativi in sua assenza. Sempre in base alla giurisprudenza di questa Corte, difatti, se l'imputato vanta un diritto intangibile a partecipare al processo, non è invece configurabile un suo simmetrico obbligo, salvo nei casi in cui la mancata partecipazione ostacoli fondamentali esigenze di giudizio, relative al compimento di atti per i quali è necessaria la presenza dell'imputato stesso: e ciò in quanto anche la scelta di non collaborare allo svolgimento del processo si traduce in una incoercibile opzione difensiva. Di conseguenza, ove l'imputato decida di non partecipare all'udienza preliminare, tale determinazione non potrebbe essere sanzionata annullando l'ulteriore suo diritto di valutare l'opportunità di accedere ai riti alternativi alla luce della modifica dell'originaria imputazione; o anche solo configurando a suo carico l'onere del rilascio di una procura speciale «preventiva» al difensore, di per sé incompatibile con un consapevole – e dunque effettivo – esercizio del diritto di difesa. Analogamente, non varrebbe sostenere che l'imputato, non richiedendo tempestivamente i riti alternativi, si accollerebbe il rischio che il pubblico ministero proceda ad una modifica sostanziale dell'imputazione o alla contestazione di un reato concorrente. A prescindere, infatti, dal rilievo che questa Corte ha ritenuto legittimo gravare l'imputato di tale rischio solo nel caso in cui, sulla base dell'imputazione originariamente formulata in sede di esercizio dell'azione penale, egli abbia deciso di non chiedere alcun rito alternativo nei termini stabiliti dalla legge processuale, per poi vedere modificata l'imputazione nel corso del dibattimento (sentenza n. 316 del 1992 e ordinanza n. 213 del 1992); sarebbe comunque dirimente l'obiezione che la stessa giurisprudenza costituzionale ha comunque escluso la possibilità di trasferire sull'imputato i rischi dell'intempestiva attivazione dei riti alternativi, allorché la contestazione suppletiva trovi fondamento non già nelle risultanze dell'istruttoria dibattimentale, ma negli stessi atti d'indagine: configurandosi, dunque, come rimedio ad una incompletezza originaria dell'imputazione «addebitabile» allo stesso pubblico ministero (sentenze n. 101 del 1993 e n. 265 del 1994). Il dubbio di costituzionalità non potrebbe essere d'altra parte superato ritenendo, in via interpretativa, che a fronte della modifica dell'imputazione il giudice dell'udienza preliminare debba concedere un termine a difesa. Ammesso pure, infatti, che tale soluzione sia praticabile – a dispetto della mancanza nell'art. 423 cod. proc. pen. di una previsione analoga a quella contenuta nell'art. 519 cod. proc. pen. , riguardo alle contestazioni suppletive operate in dibattimento – essa non risulterebbe comunque idonea a «sanare» il difetto di conoscenza dell'imputato contumace; giacché non escluderebbe la possibilità di una mancata informazione del medesimo da parte del difensore che ha ricevuto per suo conto la contestazione (rimanendo irrilevante che ciò avvenga per difetto di diligenza del difensore o per cause indipendenti dalla sua volontà). Né, ancora, si potrebbe ricorrere – nella medesima prospettiva del superamento dei dubbi di costituzionalità – ad una applicazione analogica dell'art. 520 cod. proc. pen. , che impone la notifica al contumace, per estratto, del verbale dell'udienza dibattimentale nella quale si è proceduto alle contestazioni suppletive.