[pronunce]

che secondo il rimettente l'art. 6, comma 3, del decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286 norma che punisce lo straniero il quale, a richiesta degli ufficiali ed agenti di pubblica sicurezza, non esibisce, senza giustificato motivo, il passaporto o altro documento di identificazione, ovvero il permesso o la carta di soggiorno si porrebbe in contrasto con gli articoli 27 e 97 della Costituzione, sotto il profilo della mancanza di effettività della sanzione comminata, la quale non verrebbe di fatto inflitta ai destinatari proprio perché irreperibili e comunque non identificabili e della conseguente vanificazione dell'attività spiegata dalle forze dell'ordine, dai magistrati e dal personale di cancelleria per pervenire alla contestazione del reato; che la norma censurata finirebbe anzi per costituire un incentivo alla violazione di un precetto penalmente sanzionato, in quanto lo straniero clandestino non avrebbe comunque interesse ad esibire un qualunque documento, dato che la sua espulsione dal territorio dello Stato diverrebbe possibile solo in esito all'identificazione personale; che sarebbe violato anche l'art. 3 della Costituzione sotto il profilo di una manifesta disparità di trattamento, in quanto le condotte di introduzione clandestina e di trattenimento nel territorio dello Stato in mancanza di permesso di soggiorno condotte preliminari e più gravi rispetto a quella sanzionata dalla norma censurata non risultano penalmente rilevanti; che nel giudizio è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, il quale ha concluso per l'infondatezza della questione, evidenziando: in via generale, che la questione proposta comporterebbe esiti di tipo creativo, implicanti cioè "opzioni di tipo legislativo"; e, con riferimento specifico alla pretesa violazione dell'art. 3 della Costituzione, la disomogeneità delle situazioni poste a confronto, risultando i meccanismi dell'archiviazione ex art. 409 cod. proc. pen. e dell'autorizzazione a continuare le indagini di cui all'art. 406 cod. proc. pen. , diversi per presupposti e finalità. Considerato che il giudice rimettente, nel dubitare della legittimità costituzionale dell'art. 409, comma 2, cod. proc. pen. in riferimento ai vari parametri costituzionali evocati, fonda i propri dubbi sull'assunto generale della superfluità della fissazione di un'apposita udienza in camera di consiglio, prevista dalla norma impugnata nell'ipotesi in cui il giudice dissenta dalla richiesta di archiviazione, la quale, anche in rapporto ai conseguenti avvisi ed adempimenti, si risolverebbe in intollerabile aggravio nell'organizzazione degli uffici giudiziari ed in fattore di dilatazione dei tempi di definizione dei procedimenti; che tale premessa fondante appare, tuttavia, centrata più che su di una intrinseca incompatibilità costituzionale del dispositivo processuale censurato, sulle conseguenze di mero fatto che esso è in grado di generare, sul piano dell'organizzazione del lavoro; che, in tale ottica, si rivelano manifestamente insussistenti le dedotte violazioni: sia dell'art. 97 della Costituzione, poiché il principio di buon andamento della pubblica amministrazione, secondo la costante giurisprudenza di questa Corte (v. ordinanze n. 204 del 2001 e n. 490 del 2000), pur essendo riferibile anche agli organi dell'amministrazione della giustizia, attiene esclusivamente alle leggi concernenti l'ordinamento degli uffici giudiziari ed il loro funzionamento sotto l'aspetto amministrativo, mentre è del tutto estraneo all'esercizio della funzione giurisdizionale; sia dell'art. 101 Cost., poiché il meccanismo procedurale conseguente al mancato accoglimento della richiesta di archiviazione non implica, in sé, alcuna elusione del principio di soggezione del giudice solo alla legge, risultandone, anzi, piena espressione; sia, infine, dell'art. 111 della Costituzione, poiché la pretesa violazione del principio della ragionevole durata del processo appare dedotta non quale conseguenza astratta e generale della normativa impugnata, ma in quanto derivante dalla peculiare situazione dell'ufficio giudiziario all'interno del quale il rimettente è chiamato ad operare; che priva di consistenza è, altresì, la denuncia di violazione dell'art. 3 Cost., stante non solo la palese eterogeneità dei due moduli posti a confronto, ma anche e soprattutto la mancanza di quelle "divergenze" sulle quali il rimettente fonda le proprie doglianze; che, quanto al primo aspetto, basta infatti osservare che, mentre nella procedura della proroga delle indagini preliminari la verifica del giudice, concentrandosi sul tema della durata delle indagini, è limitata ad un riscontro di legittimità dei presupposti per autorizzare la proroga stessa; nel procedimento di archiviazione il giudice, attraverso l'esame di profili di merito, è invece chiamato ad una declaratoria che, previo controllo della richiesta dell'accusa, chiude la fase delle indagini e lo stesso procedimento, "evitando il processo superfluo senza eludere il principio di obbligatorietà" (v. sentenza n. 88 del 1991); che, quanto al secondo profilo, va rilevato che nel caso in cui il giudice ritenga, allo stato degli atti, di non poter concedere la proroga richiesta, il modello evocato quale tertium diviene, in parte qua perfettamente sovrapponibile a quello oggetto della censura, posto che per essa sono ugualmente previsti la fissazione dell'udienza camerale e gli adempimenti degli avvisi a norma dell'art. 406, comma 5, cod. proc. pen. ; che, in merito alla violazione dell'art. 3 della Costituzione conseguente all'applicazione del "modello" delineato dall'art. 409 cod. proc. pen. - in forza del generale rinvio operato dall'art. 549 - anche per i reati per i quali è previsto, a norma dell'art. 550 dello stesso codice, che il pubblico ministero eserciti l'azione mediante citazione diretta a giudizio, va evidenziato che - nell'assenza di un vincolo, per il legislatore, a differenziare il meccanismo di archiviazione in rapporto alla maggiore o minore gravità dei reati presi in considerazione e trattandosi, all'evidenza, di scelte ampiamente discrezionali - non può in alcun modo ritenersi superata la soglia della ragionevolezza intrinseca del sistema censurato, che assicura un adeguato spazio al contraddittorio camerale; che privo di pertinente motivazione sulla rilevanza, quanto alla questione di specie, appare il riferimento alla violazione dell'art. 76 Cost., non certamente riferibile alla norma di cui all'art. 409 cod. proc. pen. ; che in ordine all'art. 6, comma 3, del decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286, il rimettente prospetta censure del tutto analoghe a quelle già scrutinate da questa Corte con la ordinanza n. 68 del 2001, poiché anche esse si risolvono "in una critica alla complessiva disciplina della materia, con valutazioni che investono il piano delle scelte politiche del legislatore e che sono volte a segnalare, in particolare, difficoltà di esecuzione della pena inflitta" con riferimento alla disposizione denunziata;