[pronunce]

SENTENZA ha pronunciato la seguentenel giudizio di legittimità costituzionale dell'art. 1, comma 6, della legge 25 luglio 1997, n. 238 (Modifiche ed integrazioni alla legge 25 febbraio 1992, n. 210, in materia di indennizzi ai soggetti danneggiati da vaccinazioni obbligatorie, trasfusioni ed emoderivati), promosso con ordinanza del 23 luglio 2004 dal Tribunale di Trento, nel procedimento civile vertente tra Marchesini Marta e il Ministero della salute, iscritta al n. 931 del registro ordinanze 2004 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 48, prima serie speciale, dell'anno 2004. Visto l'atto di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri; udito nella camera di consiglio del 16 novembre 2005 il Giudice relatore Gaetano Silvestri.. Ritenuto in fatto Considerato in diritto 1. – Il Tribunale di Trento, in funzione di giudice del lavoro, ha sollevato, con ordinanza depositata il 23 luglio 2004, questione di legittimità costituzionale, in riferimento agli artt. 2 e 3 della Costituzione, dell'art. 1, comma 6, della legge 25 luglio 1997, n. 238 (Modifiche ed integrazioni alla legge 25 febbraio 1992, n. 210, in materia di indennizzi ai soggetti danneggiati da vaccinazioni obbligatorie, trasfusioni ed emoderivati), nella parte in cui non prevede che i benefici di cui alla medesima legge spettino anche al convivente more uxorio che risulti contagiato da uno dei soggetti di cui all'art. 1 della legge 25 febbraio 1992, n. 210 (Indennizzo a favore dei soggetti danneggiati da complicanze di tipo irreversibile a causa di vaccinazioni obbligatorie, trasfusioni e somministrazione di emoderivati). Il Tribunale premette in fatto di essere stato investito di un ricorso volto ad ottenere il riconoscimento del diritto di percepire l'indennizzo di cui alla legge n. 210 del 1992 da parte di una persona affetta da epatite cronica C da HCV correlata, manifestatasi nel 1991 e confermata a seguito di biopsia epatica nel 1993. Il giudice rimettente aggiunge che, a detta della ricorrente, la patologia in questione è ascrivibile al contagio da parte del marito, anch'egli portatore di epatopatia cronica HCV, contratta a seguito di trasfusioni e trattamento con emoderivati; in particolare, l'infezione sarebbe stata trasmessa alla ricorrente per via parentale inapparente dal marito, con il quale, all'epoca del contagio, conviveva more uxorio e con il quale si è poi sposata in data 3 settembre 1994. Il Tribunale di Trento precisa che alla ricorrente è stato negato (in data 10 settembre 2002) dalla Commissione medica ospedaliera di Verona il diritto all'indennizzo di cui alla legge n. 210 del 1992, in quanto la domanda è stata presentata (nel 1996) oltre il termine previsto dall'art. 3, comma 1, della legge n. 210 del 1992 e poiché risulterebbe esclusa l'esistenza di un nesso causale tra l'infezione da HCV ed il contagio dal marito. In particolare, i dubbi sull'esistenza del nesso causale, evidenziati dalla Commissione medica ospedaliera, deriverebbero dal fatto che il padre della ricorrente è, anch'egli, portatore del medesimo genotipo del virus. Il rimettente precisa, inoltre, che il Ministero della salute, resistente nel giudizio a quo, ha fatto proprie le ragioni ostative enunciate dalla CMO di Verona, evidenziando sia l'esistenza di un fattore di rischio intrafamiliare (derivante dal fatto che anche il padre della ricorrente è portatore dello stesso virus), «cui dovrebbe essere attribuito rilievo causale preminente», sia la circostanza che il convivente more uxorio non è compreso tra i soggetti beneficiari delle provvidenze contemplate dalla legge n. 210 del 1992, nonostante l'allargamento del campo di applicazione della suddetta legge da parte della Corte costituzionale (sentenze numeri 27 del 1998, 423 del 2000 e 476 del 2002). La ricorrente, oltre a ribadire che l'epatite cronica C da HCV sarebbe stata da lei contratta a seguito di contagio dal marito, ha chiesto, nel corso del giudizio a quo, che venga sollevata questione di legittimità costituzionale dell'art. 1 e dell'art. 2, comma 6, della legge n. 210 del 1992, per contrasto con gli artt. 2 e 3 Cost. Il giudice rimettente al riguardo osserva che è stato già accertato, a seguito di autonomo ricorso, e non è in contestazione tra le parti, che il marito della ricorrente abbia contratto l'epatite cronica HCV correlata in conseguenza di trasfusioni e trattamento con emoderivati; in secondo luogo, dichiara che non può essere accolta l'eccezione relativa alla scadenza del termine per la proposizione della domanda di indennizzo (previsto in tre anni dall'art. 3, comma 1, della legge n. 210 del 1992), in quanto, per il caso di epatiti post-trasfusionali verificatesi prima delle modifiche introdotte dalla legge n. 238 del 1997, la domanda è proponibile nell'ordinario termine di prescrizione decennale (Cass. civ. , sez. lav. , 23 aprile 2003, n. 6500). Il Tribunale di Trento aggiunge inoltre che, a seguito di CTU medico legale, è risultato che la fonte del contagio della ricorrente «deve individuarsi con ogni ragionevole certezza nell'attuale coniuge». Infine, afferma che, a seguito di deposizioni testimoniali, è stato accertato che, in epoca antecedente al matrimonio ed in particolare all'epoca in cui la ricorrente contrasse il virus HCV, tra la stessa e l'attuale marito vi era «un rapporto di vera e propria convivenza more uxorio caratterizzato dai connotati della stabilità, continuità e regolarità, ossia una vera e propria “famiglia di fatto”». Premesso quanto sopra, il rimettente ritiene applicabile nel giudizio a quo l'art. 1, comma 6, della legge n. 238 del 1997, argomentando, altresì, l'impossibilità di dare alla disposizione in parola un'interpretazione analogica o estensiva in grado di ricomprendere tra i beneficiari dell'indennizzo anche il convivente more uxorio. Rileva, inoltre, come la questione di legittimità costituzionale del detto art. 1, comma 6, non sia manifestamente infondata. Sarebbe, innanzitutto, rinvenibile un contrasto con l'art. 2 Cost., in quanto, nonostante la giurisprudenza della Corte costituzionale abbia più volte ribadito l'impossibilità di assimilare la convivenza di fatto al rapporto di coniugio, la posizione del convivente more uxorio, a detta del rimettente, «merita in determinati casi riconoscimento, anche se i vincoli affettivi e solidaristici che ne scaturiscono troveranno tutela non già nell'art. 29 della Cost. ma nell'ambito della protezione, offerta dall'art. 2 Cost., dei diritti inviolabili dell'uomo nelle formazioni sociali».