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Disciplina dell' iter formativo assistenziale integrato delle professioni sanitarie di cui all'articolo 6, comma 3, del decreto legislativo 30 dicembre 1992, n. 502. Onorevoli Senatori . – A seguito dell'introduzione della formazione universitaria per tutte le professioni sanitarie con il decreto legislativo 30 dicembre 1992, n. 502, e il conseguente decreto sugli ordinamenti formativi (decreto del Ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca 19 febbraio 2009), la legge 26 febbraio 1999, n. 42, ha riconosciuto alle professioni sanitarie una valenza non più « ausiliaria » bensì autonoma, anche tramite una modifica terminologica generale prevista dall'articolo 1, comma 1, della suddetta legge. Subito dopo è avvenuta la sistematizzazione delle professioni sanitarie in quattro classi da parte della legge 10 agosto 2000, n. 251, suddivise nelle seguenti categorie di professioni: I. sanitarie infermieristiche; II. della riabilitazione; III. tecniche; IV. della prevenzione. L'articolo 6 della medesima legge ha disposto, in particolare, che il Ministro della sanità, di concerto con il Ministro dell'università e della ricerca scientifica e tecnologica, includesse le diverse figure professionali « di cui agli articoli 1, 2, 3 e 4 » negli ordinamenti didattici dei percorsi formativi coerentemente con tale classificazione. In coerenza con la normativa sopra richiamata, i successivi decreti ministeriali hanno rideterminato gli ordinamenti didattici delle quattro classi, nonché delle corrispondenti lauree universitarie e lauree specialistiche (i decreti sono pubblicati nel supplemento ordinario n. 136 alla Gazzetta Ufficiale n. 128 del 5 giugno 2001) . Contestualmente, il Ministero dell'università, su parere del Consiglio universitario nazionale, ha determinato i settori scientifico-disciplinari riguardanti le specificità didattico-scientifiche, rappresentate dai cosiddetti settori scientifico-disciplinari (SSD), riservando all'ambito delle professioni sanitarie, insieme alle professioni mediche tecnologiche, i SSD con codice da MED/45 a MED/50, con le relative declaratorie. Questa classificazione peraltro non è coerente in alcuni rilevanti aspetti con la classificazione delle professioni sanitarie, perché: a) la classe I è suddivisa in due SSD (MED/45 e MED/47); b) i SSD MED/46 e MED/49 comprendono specifici ambiti professionali sanitari della classe III (tecniche di laboratorio biomedico e dietisti) insieme con competenze di altri ambiti professionali (biologi, medici, chimici); c) il SSD MED/50 comprende ambiti professionali di più classi sanitarie (classe II, tecniche della riabilitazione, come logopedia, ortottica e podologia; classe III, professioni tecniche, come i tecnici di radiologia, e classe IV, professioni della prevenzione), anche in questo caso insieme con medici biotecnologi e chirurghi tecnologi, la cui attività didattica e di ricerca non ha attinenza alcuna con le professioni sanitarie ivi indicate (ad esempio: ortottista o igienista dentale versus chirurgo urologo o cardiochirurgo che utilizza strumentazione robotica per operare). Ferma restando la competenza del Ministero dell'università e della ricerca, sembra opportuno rafforzare il principio secondo il quale nella formazione per una specifica professione debba avere un ruolo preminente nell'addestramento chi quella professione la esercita. Questo è il principio su cui si basano le lauree abilitanti, che per le professioni sanitarie hanno completato di recente il percorso con l'istituzione degli specifici albi professionali e delle relative federazioni. Non è possibile disconoscere che le buone riforme del periodo 1992-2001 abbiano prodotto importanti risultati in termini di crescita della preparazione delle professioni sanitarie, di cui si è avvalso il Servizio sanitario nazionale. Vi è però la necessità di completare il quadro formativo, prevedendo anche master specialistici e dottorati di ricerca e chiarendo quali siano gli sbocchi professionali nel Servizio sanitario nazionale dei master di primo e di secondo livello. L'obiettivo di questo disegno di legge è quello di potenziare la formazione e la ricerca nell'ambito delle professioni sanitarie, proseguendo nell' iter avviato oltre venticinque anni fa. Sono infatti proposte norme di chiarimento e di indirizzo per un'adeguata programmazione, che deve essere funzionale alle esigenze del Servizio sanitario nazionale, valorizzando le competenze tecnologiche specifiche di tutte le figure professionali, inserite ora in modo non chiaro nell'ordinamento dei settori scientifico-disciplinari « professionali ». Il riordino è necessario e urgente anche per allineare la disciplina alla direttiva 2005/36/CE del Parlamento e del Consiglio, del 7 settembre 2005, relativa al riconoscimento delle qualifiche professionali, recepita con il decreto legislativo 9 novembre 2007, n. 206, che reca distinzioni tra formazione medica e formazione delle professioni sanitarie e che prevede come di primaria importanza specifiche attività di professionalizzazione nelle quali hanno ruolo rilevante docenti delle specifiche professioni. Il riordino della materia è ora possibile per l'intervenuta istituzione degli Ordini professionali per tutte le professioni sanitarie, compartecipi istituzionalmente della qualità e della preparazione per le singole professioni e per le funzioni che dovranno essere svolte nell'ambito del Servizio sanitario nazionale, ivi comprese quelle di coordinamento e valutazione. È stata più volte rappresentata dalle professioni sanitarie la necessità di essere valorizzate attraverso specifici organismi universitari; tuttavia tali previsioni devono essere coordinate con l'organizzazione universitaria disciplinata dalla legge 30 dicembre 2010, n. 240, che prevede le Facoltà come strutture opzionali di mero coordinamento e prevede per i dipartimenti un elevato numero minimo di docenti universitari di ruolo (almeno 40 professori); si tratta di una numerosità allo stato attuale non raggiungibile per le professioni sanitarie, in nessuna università. Volendo in questo disegno di legge mantenersi in ambito ospedaliero, si ritiene opportuno utilizzare lo strumento del dipartimento ad attività integrata (DAI) previsto dall'articolo 3 del decreto legislativo 21 dicembre 1999, n. 517, per le aziende ospedaliere universitarie e per le aziende sanitarie nelle quali si svolge la formazione universitaria, ove non sono previsti numeri minimi, ma solo aggregazioni funzionali. L'insieme delle problematiche, in questo disegno di legge, è inquadrato in ambito generale per tutte le professioni sanitarie, distinte per quanto necessario da quelle biomediche, avendo come destinatari principali della formazione e della ricerca sanitaria il Servizio sanitario nazionale e i diritti dei cittadini ad una prevenzione e cura che si avvalga di professionisti di adeguata preparazione.