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In sostanza si propone di eliminare la punibilità del privato vittima degli abusi del pubblico ufficiale e dell’incaricato di pubblico servizio. È ben noto che gli inquirenti, specie nei casi di illegalità diffusa, sistemica, qualificata come ambientale, hanno talvolta usato la concussione al posto della corruzione in modo da trattare da vittime i corruttori privati e così ottenerne la piena collaborazione, trasformando il reato in istituto premiale. Tralasciata questa forzata interpretazione della norma, non v’è dubbio che la recente riforma (che punisce anche il privato concusso) non può che costituire un’ulteriore remora a far emergere quelle condotte di concussione, poste in essere con minacce implicite, omissioni, ritardi ingiustificati, ricorso alla frode, all’inganno e all’induzione in errore. Pertanto se, come prevede l’articolo 319- quater, si è in presenza non di meri silenzi, allusioni, ammiccamenti o sospiri, ma di un concreto abuso dei poteri o della qualità da parte del pubblico ufficiale o dell’incaricato di pubblico servizio, causalmente collegato all’induzione, alla dazione o all’indebita promessa di danaro o altra utilità, non si vede perché il privato, sopraffatto, prevaricato, intimidito da un serio e concreto metus publicae potestatis , da vera vittima, debba diventare imputabile come una sorta di mezzo complice, compartecipe alla lesione del bene protetto (il buon andamento e l’imparzialità della pubblica amministrazione), e perciò punito con una pena più mite (reclusione fino a tre anni). Il risultato sarà che il mezzo complice preferirà non denunziare il suo aguzzino. Se è certamente auspicabile che i privati non cedano a qualsiasi pressione di funzionari pubblici, appare intollerabile punire autentiche vittime, indotte a dazioni o promesse abusivamente sollecitate pur di vedere riconosciuti i propri diritti e senza conseguire alcun vantaggio. Al contrario, il privato che si inserisce volontariamente in ambienti del genere, ne accetta supinamente le regole, si determina alla dazione a prescindere da qualsiasi comportamento oppressivo, e per conseguire un vantaggio, non può che essere ritenuto complice dell’accordo corruttivo. Peraltro la non punibilità del privato per il reato di concussione per induzione produrrà l’effetto di far rientrare nuovamente in detto reato i casi di frode e di abusiva induzione in errore, non ipotizzabili con la disciplina vigente; 4) elevazione, nell’articolo 346- bis (traffico di influenze illecite), della pena, che viene equiparata a quella per il reato base di millantato credito. In effetti chi si avvale illecitamente dell’influenza che ha presso un funzionario pubblico o un politico, con il quale ha un rapporto sostanziale di collegamento, è pericoloso almeno quanto chi vanta un rapporto preferenziale che non ha; 5) riscrittura della corruzione tra privati come reato di pericolo e non di danno, con la conseguente eliminazione della punibilità a querela (articolo 2635 del codice civile). Infatti l’attuale previsione determina un’eccessiva limitazione della punibilità di condotte pur idonee a generare gravi alterazioni del mercato e della libera concorrenza. Inoltre, col presente provvedimento, si propone di punire con la medesima sanzione prevista per i dirigenti il fatto corruttivo commesso dai dipendenti; 6) l’articolo 416- ter del codice penale persegue lo scambio elettorale politico-mafioso e recita: «La pena stabilita dal primo comma dell’articolo 416- bis si applica anche a chi ottiene la promessa di voti prevista dal terzo comma del medesimo articolo 416- bis in cambio della erogazione di denaro». La norma viene riformulata con l’aggiunta della voce «altra utilità» tra le ragioni dello scambio, con l’effetto di allargare l’applicazione della legge stessa. La dazione di denaro infatti non è l’unica controprestazione che il politico mette in campo nello scambio corruttivo. Può infatti utilizzare promesse di informazioni su appalti permettendo l’infiltrazione criminale nell’economia, posti di lavoro da garantire ai clan presenti sul territorio, salvaguardia dall’azione repressiva ostacolando in diversi modi il lavoro delle forze di polizia. Tutto ciò al fine di contribuire a rompere il legame che unisce il mondo della politica a quello della criminalità organizzata; 7) il ripristino della punibilità del falso in bilancio è un atto necessario che mira a garantire il rispetto delle regole di trasparenza e a favorire la libera concorrenza. Anche alla luce della crisi dei mercati internazionali la normativa penale in materia societaria va rivista: la correttezza di tale normativa rappresenta un presupposto indefettibile per garantire la trasparenza delle vicende societarie e, quindi, l’affidamento dei terzi relativamente all’andamento delle società. Le modifiche al diritto penale commerciale del 2002 hanno pregiudicato in maniera gravissima l’affidamento dei terzi facendo venir meno la trasparenza dei bilanci delle società. Anche quello che sta accadendo negli Stati Uniti in relazione alla revisione della normativa sul falso in bilancio in un’ottica più rigorosa dovrebbe essere un monito per il legislatore italiano riguardo all’opportunità di modificare una normativa che, come ha dimostrato l’applicazione concreta, è sicuramente troppo blanda e crea sacche di impunità che non fanno altro che alimentare il malaffare. Con la nostra proposta viene riformulata integralmente la disciplina del falso in bilancio, attraverso la sostituzione degli articoli 2621 (False comunicazioni sociali) e 2622 (False comunicazioni sociali in danno della società, dei soci o dei creditori) del codice civile. Le disposizioni vigenti prevedono, a seconda che sussista o meno un danno patrimoniale ai soci, ai creditori o alla società, un delitto (punito, nella fattispecie semplice, con la reclusione da sei mesi a tre anni) o una contravvenzione (punita con l’arresto fino ad un anno). I principali elementi di novità dell’articolo 2621 del codice civile sono i seguenti: le false comunicazioni sociali, attualmente sanzionate come contravvenzione, tornano ad essere un delitto, punibile con la pena della reclusione (da uno a cinque anni), la fattispecie viene configurata come reato di pericolo, perseguibile di ufficio; l’esistenza di un danno patrimoniale alla società, ai soci o ai creditori sociali costituisce circostanza aggravante, da cui deriva l’aumento di pena qualificato; viene punita l’esposizione fraudolenta oltre che dei fatti, anche di informazioni mendaci sulla situazione economico-patrimoniale della società o del gruppo (attualmente è punita solo l’esposizione di fatti materiali e l’omissione delle informazioni). L’intervento riformatore si è poi fatto carico di mettere a punto una formula rispettosa dell’esigenza di mantenere al di fuori dell’ambito di rilevanza penale quelle difformità sostanzialmente irrilevanti, in quanto inidonee a generare nel destinatario della comunicazione un inganno in ordine alla situazione economica, finanziaria e patrimoniale della società. In questo senso si è fatto ricorso alla formula «in modo concretamente idoneo a indurre in inganno».