[pronunce]

È proprio la ricorrenza di tale seconda evenienza che deve, invece, escludersi nel caso di specie, atteso che la notificazione «è da intendersi come affetta da nullità assoluta, in quanto indirizzata ad organo non più esistente». Del resto, che nell'ipotesi in esame il solo soggetto legittimato ad essere parte – dal lato passivo – dell'ipotizzato conflitto fosse esclusivamente la predetta Commissione di inchiesta è quanto emerge dall'esame della giurisprudenza costituzionale. Difatti, con la sentenza n. 231 del 1975, la Corte ha identificato nelle Commissioni parlamentari all'uopo costituite i soli soggetti legittimati ad esercitare i poteri d'inchiesta ex art. 82 Cost., ribadendo quanto già affermato nelle ordinanze n. 229 e n. 228 del 1975, ovvero che tali organi – pur sempre, però, «nell'espletamento e per la durata del loro mandato» – «sostituiscono, ope constitutionis, lo stesso Parlamento, dichiarandone perciò “definitivamente la volontà” ai sensi del primo comma dell'art. 37» della legge n. 87 del 1953. Conclusioni confermate – si sottolinea – anche dalla dottrina costituzionalistica, secondo cui ogni Commissione parlamentare d'inchiesta «è un potere a sé stante, che non può essere confuso con la Camera che l'ha istituita», di talché, esaurito il suo mandato, i poteri dei quali essa era munita «non sono concretamente esercitabili in quanto non vi è più l'organo che ne era titolare». Su tali basi, dunque, la Camera dei deputati reputa quello in esame «un vero e proprio “conflitto impossibile”, in quanto è stato evocato in giudizio, quale contraddittore (notificatario) della Procura della Repubblica presso il Tribunale ordinario di Roma un soggetto costituzionale ormai non più esistente». Come, quindi, in altri casi analoghi – sono menzionate le sentenze n. 30 del 2002 e n. 252 del 1999 – la Corte costituzionale non dovrebbe ammettere lo scrutinio nel merito, venendo in rilievo «un caso di nullità assoluta», imputabile alla circostanza che «il ricorrente ha indicato come potere al quale notificare il ricorso un soggetto che non poteva essere assunto quale idoneo confliggente (appunto in quanto non esisteva più)». Né si potrebbe ritenere che, estinta la Commissione parlamentare, il giudizio debba proseguire nei confronti della Camera dei deputati ai sensi degli artt. 110 e 299 del codice di procedura civile. Premesso, invero, che – secondo quanto stabilito dall'art. 22 delle già richiamate norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale – le «norme sulla sospensione, interruzione ed estinzione del processo non si applicano ai giudizi davanti la Corte costituzionale», deve escludersi la possibilità di ravvisare, nel caso di specie, un fenomeno lato sensu successorio, e ciò sebbene «i principi generali in materia di diritto di difesa (di cui agli artt. 24 e 111 Cost.)» siano comunque idonei, secondo la difesa della Camera dei deputati, a legittimare la costituzione in giudizio di quest'ultima, perché di essa «la Commissione è (stata) organo». Ad escludere, difatti, la successione della Camera dei deputati nella posizione della Commissione d'inchiesta dovrebbero valere i principi enunciati dalla giurisprudenza di legittimità, secondo i quali l'applicabilità dell'art. 299 cod. proc. civ. presuppone che via sia già stata la vocatio in ius, ai fini della validità della quale, a sua volta, è necessaria «l'esistenza attuale delle parti» (è citata, in particolare, la sentenza della Corte di cassazione, sezione terza, 5 dicembre 1994, n. 10437). Inoltre, dal momento che la circostanza dell'avvenuta cessazione – in data 28 febbraio 2006 – dell'attività della predetta Commissione parlamentare risultava pienamente conoscibile dalla ricorrente, neppure potrebbe trovare applicazione il principio enunciato dalla giurisprudenza costituzionale, secondo il quale, verificatasi la morte o l'estinzione di una delle parti del giudizio, sarebbe necessario impedire «il verificarsi dell'effetto lesivo dei diritti della parte incorsa in errore incolpevole» (sentenza n. 27 del 2000). Si tratta, per contro, di «portare ad effetto il principio di diligenza del notificante», già ritenuto dalla Corte applicabile – sentenza n. 247 del 2004 – al giudizio per conflitto di attribuzione. A nulla, poi, varrebbe invocare la previsione – richiamata dall'art. 22 delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale – contenuta nell'art. 92 del regio decreto 17 agosto 1907, n. 642 (Regolamento per la procedura dinanzi alle sezioni giurisdizionali del Consiglio di Stato), secondo cui la «morte» o «il cangiamento di stato di una delle parti non sospende la procedura», atteso che, ad evitare che una procedura sia sospesa, occorre pur sempre che la stessa sia stata validamente introdotta. Su tali basi, quindi, la Camera dei deputati chiede che il presente conflitto venga dichiarato «irricevibile e comunque improcedibile e inammissibile per nullità assoluta della notificazione». 3.2.- In subordine, la Camera dei deputati ipotizza «l'improcedibilità del conflitto per sopravvenuta carenza di interesse» (viene richiamata la sentenza n. 462 del 1993). Si premette, al riguardo, che nel giudizio per conflitto di attribuzione, non il solo thema decidendum, ma anche l'interesse del ricorrente risulta definito nei termini in cui il contenuto del ricorso è ricostruito dall'ordinanza di ammissibilità (sentenza n. 7 del 1996; ordinanza n. 470 del 1995), emessa dalla Corte nell'esercizio del suo amplissimo potere di conformazione del giudizio (sentenza n. 116 del 2003). Tanto premesso, poiché, nella specie, il giudizio è configurato non come vindicatio potestatis, bensì come conflitto da menomazione, la circostanza che la Commissione parlamentare non soltanto abbia concluso i suoi lavori, ma abbia messo a disposizione della ricorrente autorità giudiziaria «i verbali degli accertamenti già compiuti e anche – materialmente – l'autovettura sulla quale erano stati effettuati», denoterebbe il superamento di quella situazione di «paralisi del procedimento» penale che ha indotto la Procura della Repubblica presso il Tribunale ordinario di Roma a promuovere il presente conflitto. Orbene, poiché quello per conflitto di attribuzione «non è un astratto giudizio sull'astratto ordine costituzionale delle attribuzioni, ma un giudizio concreto su una concreta menomazione di una ben determinata attribuzione», ne consegue che, una volta rimosso il pregiudizio derivante dalla lamentata menomazione, ovvero divenutane impossibile la rimozione, una pronuncia “accademica” della Corte si presenterebbe in contrasto con lo stesso onere di formulazione di una domanda concreta posto dalla giurisprudenza costituzionale (sentenze n. 31 e n. 15 del 2002) a carico della parte ricorrente.