[pronunce]

l'aggiornamento - appunto - del parametro di ragguaglio tra pene pecuniarie e pene detentive (art. 3, comma 62); infine, la delega al Governo ad adottare uno o più decreti legislativi, diretti a rivalutare l'ammontare delle multe, delle ammende e delle sanzioni amministrative originariamente previste come sanzioni penali (art. 3, comma 65). Il secondo intervento - quello che qui interessa - si rivelerebbe, peraltro, palesemente distonico rispetto al terzo. Dai criteri di delega relativi alla revisione delle sanzioni pecuniarie emergerebbe, infatti, come il legislatore abbia inteso non soltanto adeguare dette sanzioni al diminuito valore dell'euro, conseguente alla svalutazione monetaria, ma anche procedere ad un loro inasprimento in termini reali: inasprimento sensibile, bensì, ma non sproporzionato. L'art. 3, comma 65, della legge n. 94 del 2009 prevedeva, in particolare, che le sanzioni pecuniarie dovessero essere aumentate sulla base di una serie di coefficienti, maggiori per quelle previste da norme più risalenti nel tempo e minori per quelle più recenti, tali da comportare - secondo i calcoli del giudice a quo - un incremento in termini reali compreso tra un minimo dell'11,49% e un massimo del 73,86%. Per converso, il criterio di ragguaglio di cui all'art. 135 cod. pen. - e, con esso, l'importo minimo delle pene pecuniarie applicabili dal giudice in sostituzione delle pene detentive brevi - è stato, come detto, quasi quintuplicato, con un aumento in termini reali stimabile nel 349,64% e, quindi, enormemente superiore. È ben vero, d'altra parte, che i limiti minimi e massimi della multa e dell'ammenda, previsti dagli artt. 24 e 26 cod. pen. - oggetto del primo fra gli indicati interventi di adeguamento - sono stati addirittura decuplicati. Ma, al riguardo, occorrerebbe considerare che i precedenti limiti minimi erano stabiliti in cifre «praticamente [...] simboli[che]» (euro 5 ed euro 2), mentre i nuovi limiti (euro 50 ed euro 20), oltre a risultare «obiettivamente adeguati per una sanzione penale», non avrebbero, comunque, «alcun effetto dirompente sul sistema». Considerazione, quest'ultima, valevole anche per i nuovi limiti massimi, tenuto conto del fatto che «il limite massimo è nella quasi totalità dei casi fissato dalla singola norma incriminatrice». Altrettanto non potrebbe dirsi, invece, per l'incremento del criterio di ragguaglio di cui all'art. 135 cod. pen. , il quale apparirebbe foriero di un «innegabile squilibrio» nel sistema. Per effetto del richiamo operato dall'art. 53, secondo comma, della legge n. 689 del 1981, il nuovo coefficiente di ragguaglio avrebbe comportato, infatti, un rilevantissimo innalzamento dei «costi» della sostituzione delle pene detentive brevi, che rischierebbe di estromettere dalla sfera di applicazione dell'istituto i cittadini meno abbienti: e ciò, sebbene pochi anni prima lo stesso legislatore avesse inteso dilatarne il perimetro operativo, aumentando da tre a sei mesi il limite massimo della pena detentiva sostituibile con la pena pecuniaria (art. 4, comma 1, lettera a, della legge 12 giugno 2003, n. 134, recante «Modifiche al codice di procedura penale in materia di applicazione della pena su richiesta delle parti»). L'abnorme incremento del coefficiente di ragguaglio rischierebbe, altresì, di incidere sull'efficienza del procedimento per decreto, in tutti i casi in cui lo stesso venga adottato previa sostituzione della pena detentiva in pena pecuniaria, essendo ragionevole attendersi che il sensibile aumento di quest'ultima determini un maggior numero di opposizioni. Dai lavori preparatori non emergerebbe, peraltro, che gli effetti negativi ora evidenziati siano stati presi in considerazione in sede di approvazione della legge n. 94 del 2009: sicché si dovrebbe supporre che essi rappresentino «una conseguenza non voluta e non calcolata dal legislatore». 1.3.- Alla luce di tali considerazioni, la disposizione combinata dell'art. 135 cod. pen. e dell'art. 53, secondo comma, della legge n. 689 del 1981 si porrebbe in contrasto con l'art. 3 Cost. sotto un triplice profilo. In primo luogo, per la irragionevole disparità di trattamento, da essa indotta, fra l'imputato cui sia direttamente applicata una pena pecuniaria (per la quale la legge n. 94 del 2009 avrebbe previsto un aumento massimo, in termini reali, pari al 73,86%) e l'imputato cui la pena pecuniaria sia applicata in sostituzione di una pena detentiva (che subirebbe invece un aumento, sempre in termini reali, del 349,64%). In secondo luogo, per la «contraddittorietà intrinseca» della disposizione denunciata rispetto alle finalità complessive perseguite dalla stessa legge n. 94 del 2009, di adeguamento delle pene pecuniarie al diminuito valore della moneta e di sensibile - ma non sproporzionato - inasprimento delle stesse. In terzo luogo e da ultimo, per la contraddittorietà della medesima disposizione con il contesto normativo in cui viene ad inserirsi, stante l'evidenziato effetto limitativo dell'applicazione di un istituto - quale la sostituzione delle pene detentive brevi - del quale lo stesso legislatore aveva inteso viceversa assicurare, solo pochi anni prima, una applicazione più massiccia. Al riguardo, il rimettente rimarca come il nuovo criterio di ragguaglio previsto dall'art. 135 cod. pen. risulti, in realtà, «eccessivo rispetto alle finalità del legislatore», e pertanto irragionevole, non solo quando sia utilizzato per sostituire una pena detentiva con una pena pecuniaria, ma anche quando sia impiegato in senso inverso, ossia per ragguagliare una pena pecuniaria ad una pena detentiva (ad esempio, in sede di verifica della possibilità di concedere all'imputato i benefici della sospensione condizionale della pena o della non menzione della condanna nel certificato del casellario giudiziale). In questi casi, peraltro, la sproporzionata rivalutazione del «tasso di cambio», operata dalla legge n. 94 del 2009, si traduce in un vantaggio per l'imputato, che non potrebbe essere rimosso dalla Corte costituzionale, stante la preclusione delle pronunce di illegittimità costituzionale in malam partem: circostanza che spiegherebbe la limitazione della questione proposta ai soli riflessi di detta rivalutazione sull'istituto della sostituzione delle pene detentive brevi. La palese eccessività della pena pecuniaria applicata sulla base dell'art. 53, secondo comma, della legge n. 689 del 1981 implicherebbe, per altro verso, la violazione dell'art. 27 Cost., che esige la proporzionalità del trattamento sanzionatorio rispetto alla gravità del reato.