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Dell'assenza di alternatività trai due rimedi è conferma l'articolo 14 della legge 13 aprile 1988, n. 117, secondo cui «le disposizioni della presente legge non pregiudicano il diritto alla riparazione a favore delle vittime di errori giudiziari e di ingiusta detenzione». Entro queste coordinate di definizione dogmatica dell'equa riparazione per ingiusta detenzione si è mossa la giurisprudenza di legittimità. La Suprema corte ha registrato la convergenza, nel dibattito interpretativo sul punto, circa la natura di diritto soggettivo, provvedendo poi a classificarlo tra i diritti civici, cui corrisponde l'obbligo di diritto pubblico dello Stato, avente ad oggetto una prestazione consistente nel pagamento di una somma di denaro. Non si è di fronte ad una pretesa di natura risanatoria, perché l'obbligo dello Stato non nasce ex illecito, ma da una doverosa solidarietà verso la vittima di un'indebita custodia cautelare che, in aggiunta alle tutele dirette della libertà personale previste dall'ordinamento sia in funzione preventiva che di rimedio successivo anche per mezzo di norme incriminatici, si vede riconosciuto il diritto a un equo ristoro di carattere patrimoniale, il cui contenuto non è costituito dalla rifusione dei danni materiali, intesi come diminuzione patrimoniale e lucro cessante, ma dalla corresponsione entro il tetto massimo dell'indennizzabile, di una somma compensativa delle conseguenze personali, di natura morale, patrimoniale, fisica e psichica. Sulla strutturale diversità dell'istituto dell'equa riparazione per ingiusta detenzione dal risarcimento del danno ha ancora argomentato la Suprema corte a sezioni unite. Dopo aver premesso che li diritto ai risarcimento può scaturire «o da un inadempimento contrattuale, nel qual caso comprende tanto il danno emergente quanto il lucro cessante, oppure da fatti illeciti, che, se integrano gli estremi di reato, oltre ai predetti danni patrimoniali, attribuiscono il diritto al risarcimento dei danni morali...», la sentenza ha osservato che nell'uno e nell'altro caso l'esistenza dei danni patrimoniali deve essere rigorosamente provata, e che la liquidazione in via equitativa è consentita soltanto ove non si possa dare prova precisa del loro ammontare. La riparazione per ingiusta detenzione non si collega all'esistenza di un danno risarcibile e prescinde dalla prevedibilità di esso e dalla colpa del fatto causante. Si tratta, ha precisato la suddetta sentenza, di un «diritto che si costituisce sulla base di un rapporto lecito e di un'attività legittima, quale quella statuale giudiziaria, e si fonda su un danno obiettivamente ingiusto causato da quella attività». Il suo fondamento è costituito dal rapporto di solidarietà civile, sicché la sua attuazione è affidata a criteri prettamente equitativi. In forza di questa collocazione concettuale la riparazione per ingiusta detenzione si connota in un area di ontologica diversità rispetto al risarcimento del danno: questo risponde al fine di un totale ripristino della situazione patrimoniale; la prima, invece, non mira all'eliminazione per intero degli effetti negativi dell'ingiusta detenzione, tant'è che il legislatore ha previsto un tetto di spesa «oltre il quale non ritiene di dovere andare e oltre il quale non potrebbe, invece, non andare se si trattasse di risarcire il danno». Ancora sull'estraneità all'ambito risarcitorio dell'azione volta ad ottenere l'equa riparazione per l'ingiusta detenzione si è pronunciata, più di recente, la Suprema corte a sezioni unite, che, dopo avere evidenziato come detta azione tenda al ristoro delle sofferenze d'ordine personale e familiare (morali e patrimoniali), derivanti da un atto giudiziario pienamente legittimo, ha spiegato che il diritto alla riparazione è soddisfatto per mezzo dell'attribuzione di un'indennità quantificata, in via principale, con il ricorso al criterio dell'equità, perché l'interessato avrebbe altrimenti indubbie difficoltà per dare la prova, nel suo preciso ammontare, delle lesione subita. Non ha poi mancato di precisare che l'indagine giudiziale, condotta con ampia libertà di apprezzamento del caso concreto, non può «condurre a risultati comportanti uno sfondamento del tetto, pur normativamente fissato, dell'entità massima della liquidazione». Nella giurisprudenza delle sezioni semplici, che ha ribadito gli approdi interpretativi appena richiamati circa la diversità dell'istituto dalla nozione di risarcimento del danno, si è precisato che la pur condivisibile scelta legislativa di apprestare un rimedio non risarcitorio pone la questione della qualificazione dell'indennizzo, conoscendo l'ordinamento vari tipi di indennizzo, da quello per la perdita o la limitazione di un diritto -- nel caso dell'espropriazione per pubblica utilità, servitù coattive e occupazioni di fondi altrui --, a quello derivante dalla conclusione di un contratto -- nel caso del contratto di assicurazione che vede l'assicuratore tutelato da un limite alla sua responsabilità --, a quello ancora per pregiudizio derivante da una condotta conforme all'ordinamento che però è produttiva di un danno -- nel caso di cui all'articolo 2045 del codice civile del danno provocato da chi ha agito in stato di necessità, o dell'articolo 2047, comma 2, del codice civile del danno cagionato dall'incapace. Su questa premessa in esame ha concluso che la riparazione per ingiusta detenzione si avvicina a tale ultima specie di indennità, inquadrabile nella figura dell'«atto lecito dannoso»: «l'atto, infatti, è stato emesso nell'esercizio di un'attività legittima (e doverosa) da parte degli organi dello Stato anche se, in tempi successivi, ne è stata dimostrata (non l'illegittimità ma) l'erroneità o l'ingiustizia». Ancora, la Suprema corte, ha utilizzato come premessa delle argomentazioni di motivazione la strutturale diversità dell'equa riparazione per ingiusta detenzione dal risarcimento del danno. Se l'obbligo risarcitorio deriva da un inadempimento contrattuale o da un fatto illecito e postula la rigorosa prova del danno e del suo preciso ammontare, l'obbligo riparatorio per ingiusta detenzione ha altra origine, nascendo dall'esercizio di un'attività lecita, qual è la funzione giurisdizionale. Non ha natura risarcitoria ed ha ad oggetto un equo indennizzo riconosciuto dallo Stato per ragioni di solidarietà civile: come tale non necessita di rigorose prove del danno, che è quantificato in via equitativa. 4. Le critiche della dottrina alla fissazione di un limite massimo dell'indennizzo. La dottrina, di contro, ha espresso forti riserve sulla previsione di un limite massimo per la quantificazione della somma erogabile a titolo di riparazione per ingiusta detenzione. M. G. Coppetta (op. cit . , p. 24055.) ha, a tal proposito, osservato che la fissazione di un limite massimo altera, se non addirittura stravolge, la fisionomia della riparazione e dei relativi criteri di valutazione.