[pronunce]

La circostanza, poi, che sia in dubbio anche la qualificazione delle società ricorrenti quali consorzi volontari ai sensi dell'art. 918 del codice civile non porterebbe argomenti a favore della tesi secondo la quale le società ricorrenti potrebbero essere assimilate ad un organismo di diritto pubblico, ma confermerebbe solo la difficoltà di classificarle in una delle figure tipiche disciplinate dal codice civile, e la conseguente necessità di inquadrare le stesse fra le associazioni non riconosciute. Quanto ai dubbi di costituzionalità riferiti all'art. 117 della Costituzione, il giudice a quo ritiene che il parametro di riferimento resti il riparto di competenze fissato dal testo originario, perché “il giudizio instaurato è di natura impugnatoria, e tende all'annullamento di un provvedimento autoritativo la cui legittimità va valutata alla stregua del principio tempus regit actum”, e perché “l'interesse al ricorso va valutato con riferimento esclusivo all'eliminazione di 'quel' provvedimento ed al ripristino della situazione giuridica ad esso precedente, ed in tali termini tuttora persiste”. Ciò premesso, osserva che l'art. 4 della legge della Regione Emilia-Romagna, prevedendo l'esercizio del potere di soppressione indistintamente nei confronti di tutti i soggetti, anche di natura privata, che operano nel settore della bonifica, con il trasferimento ai nuovi consorzi di bonifica delle funzioni e dei rapporti delle gestioni soppresse e, quindi, in sostanza, di tutto il patrimonio dell'organismo soppresso, violerebbe, anzitutto, l'art. 117 della Costituzione, in quanto la potestà legislativa regionale nella materia della bonifica, di natura concorrente, va esercitata nei limiti derivanti dai principi fondamentali della legislazione statale nella materia stessa. Come questa Corte ha riconosciuto nella sentenza n. 326 del 1998, la potestà legislativa regionale non può spingersi fino all'eliminazione della figura giuridica del consorzio di bonifica, stante la combinazione che in esso peculiarmente si realizza fra pubblico e privato per effetto della legislazione nazionale. Nella specie, la Regione poteva sì riorganizzare le funzioni di bonifica e, con esse, quelle dei consorzi di bonifica, ma non sopprimere ogni organismo di gestione ad esso non riconducibile, ed in particolare associazioni o soggetti di carattere privato. Tenuto conto della natura concorrente della potestà legislativa regionale, solo il legislatore statale potrebbe stabilire il principio secondo cui l'attività di bonifica, anche per gli aspetti gestionali, deve essere riservata esclusivamente ai consorzi di bonifica, e quindi prevedere la soppressione di ogni diversa gestione. La violazione dell'art. 117 della Costituzione, prosegue il remittente, sussisterebbe anche con riferimento al cosiddetto limite del diritto privato, comportante l'inderogabilità, da parte del legislatore regionale, delle norme dettate dal codice civile per regolare l'autonomia negoziale privata: nella specie, la norma impugnata sarebbe precisamente diretta a sopprimere un soggetto di diritto privato, qualificabile come associazione non riconosciuta, in contrasto con il suo statuto ed in violazione dell'autonomia negoziale riconosciuta dagli artt. 36 e seguenti cod. civ. L'art. 4 della legge della Regione Emilia-Romagna violerebbe anche gli artt. 2 e 18 della Costituzione in relazione alla soppressione di associazioni liberamente costituite; gli artt. 41 (in relazione alla compressione della libertà di iniziativa economica privata), 42 e 43 della Costituzione, attesa la mancata previsione di un indennizzo a fronte della devoluzione del patrimonio degli enti da sopprimere ai consorzi di bonifica istituiti per l'ambito territoriale di riferimento. 2.- Si sono costituite nei giudizi davanti a questa Corte alcune delle associazioni ricorrenti nei procedimenti a quibus: il Consorzio irriguo del Canale di Felino (r.o. n. 613 del 2003) , la Società del Canale Comune di Parma (r.o. n. 615 del 2003), la Società del Canale di Torrechiara e S. Michele di Tiorre (r.o. n. 616 del 2003), la Società della Canaletta de' Rossi (r.o. n. 617 del 2003), la Società degli Utenti delle acque del Canale Naviglio Taro (r.o. n. 618 del 2003), chiedendo che le questioni siano dichiarate fondate. 3.- In ciascuno degli otto giudizi si è altresì costituita la Regione Emilia-Romagna, chiedendo che la questione sia dichiarata inammissibile o infondata e riservandosi di esporne le ragioni in separata memoria. 4.- Ha depositato memoria la Regione Emilia-Romagna, resistente nei giudizi a quibus, che eccepisce anzitutto l'inammissibilità della questione per avere il TAR remittente fatto applicazione della norma impugnata, “definendone irrevocabilmente l'interpretazione”, con la reiezione, disposta con sentenza, di uno dei motivi di impugnazione (tendente ad accertare l'inapplicabilità ai consorzi irrigui ricorrenti dell'art. 4 della legge regionale n. 16 del 1987, perché, in tesi, riferito ad altri tipi di enti). Ciò in quanto, dando una certa interpretazione della disposizione, e così applicandola, avrebbe vincolato questa Corte, predeterminando l'esito dell'operazione di derivazione delle norme dalle disposizioni (vengono richiamate in proposito le ordinanze n. 67 del 1998 e n. 346 del 2001). Sarebbe, conseguentemente, ravvisabile anche un difetto di rilevanza in relazione alla parte di controversia già decisa, non scindibile dal resto. Infine, viene eccepito il difetto di motivazione sulla perdurante rilevanza, per avere il remittente, senza motivare in modo esauriente, ritenuto applicabile l'art. 117 della Costituzione nel vecchio testo, dopo la restituzione degli atti disposta dalla Corte. In subordine, nel merito, la Regione conclude per l'infondatezza della questione, osservando in particolare, tra l'altro, quanto all'asserita violazione dell'art. 117 della Costituzione, che non sarebbe stato indicato il principio fondamentale violato; e che l'opera di concentrazione nei consorzi di bonifica - che ne valorizza il ruolo ed il carattere misto pubblico-privato - di tutte le funzioni ed attività svolte nel settore, anche dai privati, privando dei compiti irrigui altre organizzazioni, troverebbe sostegno in quanto affermato dalla sentenza n. 326 del 1998. Quanto alla violazione del limite del diritto privato, osserva che la scomparsa dell'ente è la mera conseguenza della scomparsa delle sue uniche funzioni, concentrate nei consorzi di bonifica, nell'ambito di un profondo riordinamento organizzativo del sistema, riguardante anche attività svolte da soggetti privati, ma solo in quanto si tratti di funzioni di interesse generale, di rilievo pubblico, non di funzioni proprie dell'autonomia privata.