[ddlcomm]

Modifiche al codice penale, al codice di procedura penale e altre disposizioni in materia di tutela delle vittime di violenza domestica e di genere (n. 1200). Onorevoli Senatori. – La Commissione ha esaminato e approvato il disegno di legge recante « Modifiche al codice penale, al codice di procedura penale e altre disposizioni in materia di tutela delle vittime di violenza domestica e di genere ». Preliminarmente occorre sottolineare la disponibilità che il Partito Democratico ha mostrato nell'affrontare il percorso di questo disegno di legge, lo spirito aperto e costruttivo con cui ha partecipato all’ iter presso la Camera dei deputati. Inutilmente. Presso questo ramo del Parlamento la situazione è, se possibile, ulteriormente peggiorata: il testo non ha subito alcuna modifica; nessuno degli emendamenti presentati al fine di migliorare e integrare un testo, di cui indubbiamente il Partito Democratico condivide le finalità meritorie, ha trovato accoglienza. La discussione presso la Commissione è stata del tutto irrispettosa di qualunque prerogativa dell'opposizione, con una maggioranza sorda a qualunque richiesta, a qualunque confronto nel merito del testo e delle disposizioni più critiche che presenta. Un atteggiamento al quale siamo ormai abituati, coerente con il quadro generale di spregio verso le garanzie e il rispetto delle minoranze che il Governo e la sua maggioranza portano avanti quotidianamente. Al tempo stesso, un atteggiamento al quale non possiamo e non intendiamo rassegnarci, convinti come siamo che solo nel rispetto della Costituzione e delle garanzie risieda la speranza di un futuro migliore per l'Italia: un futuro di crescita, sviluppo, libertà, eguaglianza e rispetto per le differenze e le persone vulnerabili. Questa convinzione ci ha guidati lungo tutto l’ iter parlamentare: migliorare il testo, perché il ruolo dell'opposizione – quando è possibile – è quello di fornire alla maggioranza un diverso punto di vista sulle cose. E tuttavia, ci troviamo di fronte ad un testo che è una grande occasione persa. L'esigenza di completare un apparato di contrasto alla violenza di genere, di tutela effettiva delle donne, di promozione di una cultura efficace della parità di genere è avvertita pressoché unanimemente da tutte le componenti di questo Parlamento. Tuttavia, su obiettivi così importanti, così seri e così condivisi occorreva lavorare in modo diverso, con una logica di lungo periodo, fuori dalla retorica dell'emergenza, che non aiuta a individuare le soluzioni efficaci per un problema di natura culturale e così legato alla nostra società come quello della violenza di genere. Quello che, invece, appare evidente al termine dei lavori in Commissione e all'approdo in Aula del provvedimento è che, anche in questa occasione, sia prevalsa una logica emergenziale che rende certamente di più in termini di comunicazione o di propaganda politica, ma, in realtà, offre poche, reali ed efficaci soluzioni; e che sia mancato alla fine un reale confronto, un coinvolgimento vero e non di facciata delle opposizioni, nell'interesse comune, che è quello, appunto, del raggiungimento di obiettivi così importanti. Eppure il Partito Democratico, come già evidenziato, ha sempre avuto un atteggiamento costruttivo e responsabile, perché ben consapevole che il contrasto al drammatico fenomeno della violenza di genere richiede un approccio sinergico che tenga insieme esigenze di sicurezza e di tutela della vittima – certo – ma anche delle sue reali esigenze, dell'estremo bisogno di riservatezza che la stessa ha, soprattutto nelle fasi iniziali del procedimento, quando è maggiormente esposta alla furia vendicatrice del suo aguzzino, che come ci dicono tutti i dati è nella maggior parte dei casi una persona legata alla vittima. Quello della violenza sessuale, come detto poc'anzi, è un tema che deve tener conto di un approccio sinergico, che guardi alla vittima, ma anche all'uomo maltrattante e alla sua incredibile difficoltà di misurarsi con la libertà femminile. Con la libertà di una donna di scegliere per la propria vita. Un discorso complesso, dunque, nel quale un ruolo non secondario è svolto da fattori culturali, come ad esempio lo iato che si è venuto a creare in questi anni tra un privato che ha visto crescere la forza delle donne italiane e un pubblico che ancora fatica a riconoscere loro un ruolo adeguato, proprio mentre da più parti si tenta con insistenza di ricacciare la forza delle donne e il loro empowerment in una sfera tutta privata. Non basta, dunque, un approccio che si occupi solo di sicurezza: servono politiche di lungo respiro che intervengano già dalla scuola e che formino gli insegnanti e tutte le professionalità che si trovano a fronteggiare i casi di violenza, magistrati, medici, psicologi e assistenti sociali, non solo le Forze di polizia che, sebbene svolgano un ruolo decisivo nel raccogliere la notizia di reato, si trovano per gli effetti di questo provvedimento a dover essere formate senza che per questo siano stanziate adeguate risorse. Una situazione che, peraltro, le Forze di polizia conoscono bene in questo come in altri ambiti: compiti sempre più gravosi e rischio costante di una loro strumentalizzazione a fini di propaganda da parte di autorevoli esponenti del Governo. Il Partito Democratico nel corso della precedente legislatura ha posto al centro della propria agenda politica il tema del contrasto alla violenza di genere: lo rivendichiamo con orgoglio, anche perché mai nella storia della Repubblica italiana si è visto un corposo intervento normativo come quello approntato da tutti i Governi a guida PD. La difficoltà a riconoscere e a nominare la violenza in questo Paese e nel diritto che dello stesso codifica non solo leggi, ma linguaggi e prassi, è nota: il delitto d'onore abrogato solo nel 1981 e la violenza sessuale riconosciuta come delitto contro la persona e non contro la moralità e il buon costume solo nel 1996. Ebbene, con la legge 27 giugno 2013, n. 77, l'Italia è stata tra i primi Paesi europei a ratificare la Convenzione sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica - meglio nota come « Convenzione di Istanbul » – adottata dal Consiglio d'Europa l'11 maggio 2011 ed entrata in vigore il 1° agosto 2014 – il primo strumento internazionale giuridicamente vincolante volto a creare un quadro normativo completo a tutela delle donne contro qualsiasi forma di violenza. A seguito della predetta ratifica diversi sono stati i provvedimenti adottati: si pensi al decreto-legge 14 agosto 2013, n. 93, con il quale sono state introdotte diverse misure di contrasto alla violenza, inasprimento delle pene, gratuito patrocinio per le vittime, priorità assoluta nella formazione dei ruoli d'udienza e nella trattazione per i delitti sessuali. Abbiamo introdotto la facoltà per la vittima di violenza sessuale di richiedere il trasferimento ad altra amministrazione pubblica, o ancora il congedo per un periodo massimo di tre mesi, inizialmente introdotto per le lavoratrici dipendenti e successivamente esteso anche alle lavoratrici autonome. Abbiamo introdotto il divieto di demansionamento, licenziamento o trasferimento a seguito di denuncia di molestie sessuali o ancora, con la legge di bilancio 2018, un contributo per le cooperative sociali che assumono donne vittime di violenza.