[pronunce]

che, nel merito, “La Rosa nel Pugno - Laici Socialisti Liberali Radicali” sostiene che la nuova legge elettorale lede il suo diritto, garantito dall'art. 49 Cost., di partecipare in condizioni di parità con gli altri partiti alla competizione elettorale e deduce l'irragionevolezza della nuova disciplina rispetto a tre profili: la ratio legis, il ruolo “identitario” del simbolo, il favor legislativo verso la creazione di formazioni politiche più ampie; che, secondo la ricorrente, la lesione sarebbe determinata dalla irragionevole esclusione, dalle eccezioni che consentono l'esonero della raccolta delle firme, dei nuovi partiti nati dalla federazione di forze politiche presenti nel Parlamento italiano e in quello europeo, politicamente e socialmente radicati; che, quanto al primo profilo di irragionevolezza – sottolineato che la raccolta delle firme trova il proprio fondamento nell'apprezzabile esigenza di evitare che possano prendere parte alla competizione elettorale soggetti totalmente privi di radicamento politico e sociale –, sostiene che l'esonero, per non trasformarsi in un'inammissibile privilegio dei partiti presenti in Parlamento contro i nuovi competitori, dovrebbe includere tutte quelle forze politiche che non debbono dare prova del proprio seguito elettorale; e l'irragionevolezza sarebbe ancora più evidente in considerazione dei requisiti meno rigidi previsti per l'elezione al Parlamento europeo (art. 12 della legge 24 gennaio 1979, n. 18, recante “Elezione dei membri del Parlamento europeo spettanti all'Italia”); che, con riferimento al secondo profilo, deduce che il requisito della necessaria identità del contrassegno lederebbe il diritto all'identità politica dei partiti, penalizzando quelle forze politiche che, federandosi, danno vita a nuovi competitori, con conseguente inammissibile privilegio per i partiti maggiori; che il terzo profilo di irragionevolezza si sostanzierebbe nel contrasto con il favore della nuova legislazione elettorale per l'accorpamento dei partiti più piccoli in entità di maggiore dimensione; che, in conclusione, la ricorrente chiede che – dichiarata l'ammissibilità del conflitto – questa Corte accordi i necessari provvedimenti d'urgenza per consentire alla associazione “La Rosa nel Pugno – Laici Socialisti Liberali Radicali” di partecipare con proprie liste alla competizione elettorale per le elezioni politiche del prossimo 9 aprile senza sottostare alla raccolta delle firme; e che, nel merito, dichiari che spetta alla ricorrente presentare proprie liste alle elezioni politiche alla Camera dei deputati e al Senato della Repubblica fruendo dell'esonero dalla raccolta delle firme, annullando, di conseguenza l'art. 18-bis del d.P.R. n. 361 del 1957 e l'art. 9 del d.lgs. n. 533 del 1993, come sostituiti, rispettivamente, dall'art. 1, comma 6, e dall'art. 4, comma 3, della legge n. 270 del 2005; che, in prossimità della data di fissazione della camera di consiglio, la ricorrente ha depositato memoria, insistendo, sulla base di ulteriori argomentazioni, per l'accoglimento delle conclusioni rassegnate; che, nel ribadire la propria legittimazione soggettiva, la ricorrente premette che è irrilevante la mancanza del nome “partito” nel proprio statuto, atteso che tale termine non ha alcuna definizione formale nella legislazione ordinaria; che, in particolare, il principio, affermato dalla Corte con riferimento ai comitati promotori di referendum – secondo cui laddove una figura soggettiva esterna allo Stato-apparato sia titolare, in forza di norme costituzionali, di diritti o poteri da esercitare all'interno di un procedimento costituzionalmente rilevante, essa può senz'altro agire per difendere l'esercizio delle proprie attribuzioni nei confronti degli altri poteri dello Stato che prendono parte al medesimo procedimento – sarebbe, ad avviso della ricorrente, riferibile anche al caso di specie, atteso che, nel contesto del procedimento elettorale, di indubbia rilevanza costituzionale, i singoli partiti sono titolari di una posizione costituzionale insostituibile nella fase della presentazione delle candidature, riconosciuta letteralmente dall'art. 49 Cost., nel quale il termine “concorrere”, con il duplice significato di “contribuire” e “gareggiare”, si riferisce anche al diritto dei partiti di partecipare alle competizioni elettorali in condizioni di parità; che la ricorrente si sofferma ancora sulla sussistenza delle condizioni per l'ammissibilità del conflitto avverso un atto legislativo, non potendo essere sollevata questione di legittimità costituzionale in via incidentale; circostanza che confermerebbe la rilevanza costituzionale del procedimento per l'elezione della Camera e del Senato; che, infine, la ricorrente ribadisce la necessità di un intervento cautelare per evitare, nelle more del giudizio, la definitiva e irreversibile lesione dell'attribuzione fatta valere con il ricorso, sostenendo che il potere cautelare della Corte – pur non essendo espressamente previsto per i conflitti tra poteri – deve ritenersi implicito nella sua funzione di garanzia costituzionale, oltre che nel diritto di azione del ricorrente, come sarebbe confermato dall'art. 40 della legge 11 marzo 1953, n. 87 (Norme sulla costituzione e sul funzionamento della Corte costituzionale), relativo al conflitto tra enti, e dal nuovo art. 35 della stessa legge, che ha esteso la cautela al ricorso in via principale avverso le leggi. Considerato che, ai sensi dell'art. 37, terzo e quarto comma, della legge n. 87 del 1953, questa Corte è chiamata in via preliminare a decidere, con ordinanza in camera di consiglio senza contraddittorio, se il ricorso sia ammissibile sotto il profilo dell'esistenza della materia di un conflitto, la cui risoluzione spetti alla sua competenza, valutando se sussistano i requisiti soggettivi ed oggettivi di un conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato; che, secondo la ricorrente, i partiti politici sono titolari di attribuzioni costituzionali in base all'art. 49 della Costituzione, e che, pertanto, sarebbe ad essi applicabile il principio affermato dalla Corte rispetto ai comitati promotori di referendum; che il principio suddetto non può essere riferito ai partiti politici, mancando il presupposto per la sua applicazione, consistente nella previsione della titolarità di uno specifico potere da parte della Costituzione, laddove l'art. 75 Cost. riconosce espressamente ad una frazione del corpo elettorale – della quale i promotori sono competenti a dichiarare la volontà – la titolarità del potere di iniziativa referendaria e la Corte ha ritenuto che poteri dello Stato, ai fini del conflitto di cui all'art. 134 Cost., possono anche essere figure soggettive esterne rispetto allo Stato-apparato (sentenza n. 69 del 1978); che l'art. 49 Cost. attribuisce ai partiti politici la funzione di «concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale» e non specifici poteri di carattere costituzionale;