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(Applausi dal Gruppo FI-BP) . PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Modena. Ne ha facoltà. MODENA (FI-BP) . Signor Presidente, onorevoli colleghi, signori rappresentanti del Governo, io capisco che sia un orario non dei migliori. Capisco anche che l'argomento possa sembrare un po' noioso, ma la cura che hanno messo negli interventi i colleghi che mi hanno preceduto, dal senatore Paroli al senatore Malan e alla collega Gallone, dovrebbe indurre a prestare un attimo di attenzione. Questo provvedimento che stiamo andando ad approvare presenta delle criticità. Io voglio premettere una cosa. Il codice del consumo è stato approvato nel 2010 anche grazie, e soprattutto, al Governo di centrodestra, al Governo Berlusconi. Quindi, chi vi parla non appartiene a una forza politica, per capirsi, anti-consumatori o, comunque, contraria ad azioni a tutela del consumatore. Il problema è che qui, dalla tutela del consumatore, si è passati ad una situazione completamente sbilanciata nei confronti delle associazioni che tutelano o dovrebbero tutelare i consumatori. Vi sono alcuni punti che sono estremamente critici e che rischiano di penalizzare in modo oggettivamente eccessivo le aziende. Li elenco brevemente, perché sono stati toccati anche dai colleghi che mi hanno preceduto. C'è una questione che riguarda, come giustamente ricordava la collega Gallone, il danno all'immagine. È previsto, addirittura, il pagamento delle spese dell'avvocato nel caso in cui l'azienda sia soccombente, con tanto di premio. Ora, io faccio l'avvocato e, quindi, questa potrebbe essere una cosa accettabile, ma mi dovete spiegare perché solo in questo procedimento è possibile una misura di questo tipo. Se, invece, il tribunale dichiara non ammissibile l'azione di classe, in questo caso non c'è niente. Non parlo di una condanna alle spese. Basterebbe, come abbiamo anche proposto, almeno la pubblicazione sui mezzi di informazione della notizia che l'azione è stata rigettata. Questo perché c'è un problema oggettivo di danno all'immagine. Poi, però, c'è un'altra questione che in Commissione più volte ha sottolineato il senatore Caliendo. È la questione riguardante il fatto che si possa aderire a questa azione di classe una volta che è stata ammessa, cioè post sentenza. Il che significa che per un'azienda diventa un problema esponenziale da un punto di vista dei costi. Tanto è che viene fuori, addirittura, una specie di procedura tipo quella del fallimento per la distribuzione di quelle che sono le spese. Allora, posso capire che ci sono stati dei casi eclatanti - si cita, per esempio, la questione della Volkswagen, oppure la questione dei dati di Facebook - ma a fianco delle multinazionali ci sono le imprese normali che non sarebbero in grado di reggere un impatto di questo tipo nei confronti dell'azione risarcitoria e neanche nei confronti di quella inibitoria. L'ultimo concetto cui volevo riagganciarmi brevemente è il problema complessivo di definizione del risarcimento perché l'azione di classe non si fonda su una responsabilità da contratto. Mettiamo il caso, per esempio, che io abbia un contratto con l'Enel o con una società di erogazione del gas; la lesione contrattuale determina una responsabilità contrattuale. In questo caso no, è diverso; è un'azione che si prevede senza limitazioni. Vi è una presunta responsabilità extracontrattuale da cui consegue il risarcimento del danno; capite quindi che le cifre diventano incredibili. All'inizio ho detto che ci sono anche un disequilibrio e una mancanza di equità in tutto questo perché queste azioni di classe le possono svolgere i singoli, ma anche i rappresentanti di associazioni. Nel momento in cui queste associazioni promuovono l'azione, non c'è la necessità della richiesta di un mandato espresso. Allora, come si può immaginare una costruzione per cui un rappresentante senza il mandato del singolo prenda il risarcimento? Si faccia attenzione perché c'è molto disequilibrio ed è più che possibile che una normativa di questo genere venga poi utilizzata non solo per i consumatori - cosa che noi riteniamo sacrosanta e legittima - ma anche per un attacco legato alla concorrenza oppure per azioni che sono squisitamente strumentali perché tanto chi le fa non rischia niente. Per le imprese il fatto di dover andare al tribunale non funziona da deterrente e non risolve un problema di questo tipo. Ripetiamo quanto già detto alla Camera, dove quantomeno si è potuto intervenire in termini di emendamenti: sarebbe necessario e opportuno, a nostro modestissimo avviso, che su provvedimenti di questo genere non si segua la prassi per cui, siccome sono stati approvati alla Camera, al Senato non si possono toccare. Avremmo sicuramente, infatti, potuto fare un'opera ulteriore di miglioramento. (Applausi dal Gruppo FI-BP) . PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Caliendo. Ne ha facoltà. CALIENDO (FI-BP) . Signor Presidente, questo è uno di quei frequenti casi di questa legislatura in cui noi offriamo una collaborazione tecnica che viene rifiutata. Non capisco il perché. Vi farò ridere perché ci sono alcune cose che sono un po' dei florilegi. A prescindere dal fatto che parliamo di class action - che tradotto in italiano diventa azione di classe, che è un po' diversa - questa azione di classe diventa poi solo a tutela dei diritti. Nei Paesi anglosassoni, dove questa azione esiste da anni, essa è anzitutto a tutela degli interessi legittimi. E invece tali posizioni giuridiche qui vengono tenute fuori. Secondo aspetto: l'azione viene esercitata soltanto davanti alla sezione specializzata in materia d'impresa che, per le modifiche intervenute successivamente, è identificata in tre tribunali del nostro Paese: quelli di Milano, Roma e Napoli. Non credo che sia così facile poter svolgere l'azione di classe. Rilevo inoltre che il testo è scritto malissimo. È scritto - io ho dovuto leggerla trenta volte - «Quando è nominato un consulente tecnico, l'obbligo di anticipare le spese e l'acconto sul compenso a quest'ultimo spettanti sono posti (…) a carico del resistente». Tutti sanno che in una qualsiasi causa le spese del consulente tecnico sono poste a carico solidale di entrambe le parti, poi, con la sentenza definitiva, sarà chi perde la causa che dovrà pagare anche le spese dell'altra parte. Tuttavia, l'affermazione che ho letto poc'anzi appare come la filosofia di colui che pensa che l'azione è fatta contro l'imprenditore e quindi è il convenuto che è responsabile. Anche in questa minima dizione vi è qualcosa che stride con i principi generali. È però ancora più ridicola l'inottemperanza all'obbligo; il fatto che l'imprenditore non paghi non è un motivo per rinunciare all'incarico da parte del consulente tecnico, che svolge un ufficio all'interno del processo. Non è questo un motivo di rinunciare all'incarico. È normale, però vuol dire che il giudice adotterà dei provvedimenti esecutivi - non sul nulla, si dice - affinché il consulente tecnico venga pagato in quanto svolge un'attività richiesta dalle parti e ritenuta necessaria dal giudice. Altrimenti egli non servirebbe. Ho poi un'altra questione da porvi. Fate un po' i calcoli di quanto viene a costare la spesa per il rappresentante comune. Basta fare i calcoli.