[pronunce]

ORDINANZA ha pronunciato la seguentenel giudizio di legittimità costituzionale dell'art. 284, comma 5-bis, del codice di procedura penale, promosso dal Giudice dell'udienza preliminare del Tribunale di Brescia nel procedimento penale a carico di B.K., con ordinanza del 10 maggio 2013, iscritta al n. 159 del registro ordinanze 2013 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 28, prima serie speciale, dell'anno 2013. Visto l'atto di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri; udito nella camera di consiglio del 6 novembre 2013 il Giudice relatore Giorgio Lattanzi. Ritenuto che, con ordinanza del 10 maggio 2013, il Giudice dell'udienza preliminare del Tribunale di Brescia ha sollevato, in riferimento agli artt. 3, 27 e 111 della Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell'art. 284, comma 5-bis, del codice di procedura penale, nella parte in cui, ai fini del divieto di applicazione degli arresti domiciliari a chi sia stato condannato per il reato di evasione, «fa decorrere il termine di cinque anni dalla sentenza di condanna anziché dalla commissione del reato di evasione»; che il giudice a quo premette in fatto che l'imputato era stato arrestato il 28 settembre 2012 nella quasi flagranza del reato di rapina aggravata e che, all'esito dell'udienza di convalida, era stata applicata nei suoi confronti la misura della custodia cautelare in carcere; che, successivamente, il Giudice per le indagini preliminari del medesimo Tribunale, il 12 novembre 2012, aveva rigettato la richiesta di sostituzione della misura carceraria con gli arresti domiciliari e il Tribunale di Brescia, sezione del riesame, il 4 dicembre 2012, aveva respinto, a sua volta, l'appello proposto dal difensore, ritenendo ostativo il disposto dell'art. 284, comma 5-bis, cod. proc. pen. , perché il 7 ottobre 2008 nei confronti dell'imputato era stato emesso un decreto penale di condanna, divenuto esecutivo il 16 aprile 2009, per un'evasione commessa il 29 dicembre 2007; che, in seguito a giudizio abbreviato per il delitto di rapina e per i reati connessi, l'imputato, il 7 maggio 2013, era stato condannato alla pena di tre anni di reclusione e di 800,00 euro di multa; che il difensore dell'imputato, nel corso dell'udienza, aveva chiesto la sostituzione della custodia cautelare in carcere con la misura degli arresti domiciliari; che il Giudice dell'udienza preliminare del Tribunale di Brescia, chiamato a sciogliere la riserva relativa all'istanza de libertate, ha sollevato d'ufficio, nei termini sopra riportati, questione di legittimità costituzionale dell'art. 284, comma 5-bis, cod. proc. pen. ; che, con riferimento alla rilevanza della questione, il Giudice rimettente sottolinea l'impossibilità di prescindere dall'applicazione della norma in scrutinio così come l'impossibilità di seguire una interpretazione della stessa difforme da quella confliggente con i principi costituzionali; che il rimettente, in sede di valutazione delle esigenze cautelari, richiama in modo analitico vari aspetti, attinenti alle modalità del fatto, al periodo di carcerazione già sofferto dall'imputato, all'epoca risalente dei suoi precedenti penali, alla sua gravosa situazione familiare, alla garanzia di allontanamento dal contesto delinquenziale derivante dalla sua presenza in casa e alla sua condotta di resipiscenza successiva al fatto, che potrebbero essere valorizzati in concreto ai fini dell'applicazione degli arresti domiciliari; che, tuttavia, secondo il Giudice rimettente una misura meno afflittiva degli arresti domiciliari non sarebbe adeguata a salvaguardare le esigenze cautelari attinenti alla reiterazione dei reati, in considerazione dei precedenti penali dell'imputato, delle modalità della condotta e del pericolo rappresentato dall'assunzione, sia pure episodica, di alcolici; che il divieto di concessione degli arresti domiciliari a chi abbia riportato una condanna per evasione - divieto stabilito dal censurato comma 5-bis dell'art. 284 cod. proc. pen. - opererebbe, per effetto dell'«inequivoco tenore del dettato normativo ("Non possono essere, comunque, concessi gli arresti domiciliari a chi ...") per come interpretato anche nella più recente giurisprudenza della Suprema Corte», sia al momento dell'adozione della misura cautelare, sia nel corso dello svolgimento della vicenda cautelare; che, ai fini di tale divieto, il quinquennio si computa a partire dalla pronuncia della sentenza di condanna e non già dalla data di commissione del fatto; che proprio sotto quest'ultimo profilo, osserva il rimettente, si coglie la rilevanza della questione «della decorrenza del quinquennio in cui opera il divieto di sostituzione»: nella specie, infatti, il calcolo del dies a quo dalla pronuncia del decreto penale di condanna (7 ottobre 2008) impedirebbe l'applicazione degli arresti domiciliari, non essendo ancora trascorsi i cinque anni, con la conseguenza che fino al 7 ottobre 2013, «od anche oltre, qualora si computi la decorrenza del quinquennio dalla esecutività del decreto penale», il condannato non potrebbe beneficiare di tale misura; che, viceversa, qualora si individuasse «il momento iniziale a partire dal quale calcolare il quinquennio dalla data di commissione del fatto (ossia dal 29 dicembre 2007, con cessazione del periodo di "divieto domiciliare" al 29 dicembre 2012)», sarebbe possibile applicare la misura degli arresti domiciliari; che, in considerazione della durata quinquennale della presunzione legislativa di inadeguatezza della misura degli arresti domiciliari, solo dopo il decorso di tale termine al giudice verrebbe concessa una «piena ed autonoma valutazione di tutti gli indici e le specificità del caso concreto» ai fini della scelta delle misure; che la decorrenza del termine quinquennale dalla pronuncia della sentenza o dall'emissione del decreto di condanna comporterebbe un'estrema variabilità del suo momento iniziale, dipendente da fattori del tutto imponderabili, legati alla durata delle indagini preliminari, alle modalità di esercizio dell'azione penale e alla durata del giudizio; che da ciò trae origine la prima censura, relativa alla violazione dell'art. 3 Cost., in quanto la norma sarebbe discriminatoria, perché, a parità delle altre condizioni, i cittadini sarebbero tra loro discriminati a seconda della durata del processo per evasione, condizionata da circostanze non controllabili dagli interessati; che ne conseguirebbe anche una violazione del principio della ragionevole durata del processo, di cui all'art. 111 Cost., «refluendo in senso apertamente sfavorevole all'imputato la dilatazione dei tempi di definizione del procedimento, che determinerebbe a sua volta un indebito "scivolamento" del momento di possibile fruizione della misura detentiva domiciliare»;