[pronunce]

Anche in questo caso, il raddoppio del tempo necessario a prescrivere si porrebbe, quindi, in contrasto con l'art. 3 Cost., venendo scardinata «la scala della complessiva gravità delle due fattispecie criminose», espressa dal netto scarto tra le rispettive pene edittali. Né, d'altra parte, il riscontrato vulnus costituzionale potrebbe essere rimosso in via di interpretazione. Dovrebbe, infatti, escludersi che il «portato demolitorio» della citata sentenza n. 143 del 2014, basato su una analisi comparativa specifica delle cornici edittali dei delitti di incendio, doloso e colposo, possa essere esteso ad altri e distinti delitti colposi di danno. 3.- In entrambi i giudizi di legittimità costituzionale è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo, sulla base di analoghe considerazioni, che le questioni siano dichiarate non fondate. Secondo la difesa dell'interveniente, la circostanza che i reati di frana dolosa e di naufragio doloso siano più gravi, sotto il profilo del coefficiente psicologico, rispetto a quelli di frana colposa e di naufragio colposo non escluderebbe che la scelta di prevedere per i secondi un eguale termine di prescrizione debba ritenersi ragionevole. Per comune esperienza, infatti, l'accertamento dei fatti integrativi dei delitti di frana e naufragio colposi richiede lunghe e complesse attività di indagine, che fisiologicamente determinano un allungamento della durata del processo. Né sarebbe pertinente il richiamo dei rimettenti alla sentenza n. 143 del 2014, con la quale la Corte costituzionale ha ritenuto irragionevole la scelta legislativa di sottoporre il reato di incendio colposo, per effetto del censurato meccanismo del raddoppio, a un termine di prescrizione ampiamente superiore a quello previsto per il delitto di incendio doloso. Ciò non implicherebbe, infatti, l'incostituzionalità della previsione, per la fattispecie colposa, del medesimo termine valevole per la fattispecie dolosa, laddove tale opzione legislativa risulti, come nella specie, obiettivamente giustificata. 4.- Il Presidente del Consiglio dei ministri ha depositato, in ambedue i giudizi, una memoria, rilevando come la Corte costituzionale, con la sentenza n. 265 del 2017, abbia dichiarato non fondate questioni di legittimità costituzionale, basate su considerazioni analoghe a quelle svolte dagli odierni rimettenti, dell'art. 157, sesto comma, cod. pen. , nella parte in cui prevede il raddoppio del termine di prescrizione «per il reato di disastro ambientale» [recte: del delitto di crollo di costruzioni o altro disastro colposo, di cui all'art. 449 in riferimento all'art. 434 cod. pen.]: raddoppio che rende il termine prescrizionale di tale fattispecie colposa anch'esso identico a quello della corrispondente fattispecie dolosa.1.- La Corte d'appello di L'Aquila dubita, in riferimento all'art. 3 della Costituzione, della legittimità costituzionale dell'art. 157, sesto comma, del codice penale, nella parte in cui prevede che il termine di prescrizione del reato di frana colposa (art. 449 in riferimento all'art. 426 cod. pen.) è raddoppiato. La medesima disposizione è sottoposta a scrutinio di legittimità costituzionale, in relazione allo stesso parametro, anche dalla Corte di cassazione, sezione quarta penale, nella parte in cui prevede il raddoppio del termine di prescrizione del reato di naufragio colposo (art. 449 in riferimento all'art. 428 cod. pen.). Le Corti rimettenti denunciano come lesivo dei principi di eguaglianza e di ragionevolezza il fatto che, per effetto del censurato meccanismo del raddoppio, il termine prescrizionale dei delitti colposi dianzi indicati risulti identico a quello delle corrispondenti fattispecie dolose, punite in modo sensibilmente più severo in ragione del loro maggior disvalore. 2.- Le due ordinanze di rimessione sollevano questioni analoghe relative alla medesima disposizione, sicché i relativi giudizi vanno riuniti per essere definiti con unica decisione. 3.- Le questioni non sono fondate. Occorre ricordare che, nel disegno originario del codice penale, il tempo di prescrizione dei reati era determinato tramite la loro ripartizione in sei "fasce di gravità" decrescente, in base alla pena edittale massima, a ciascuna delle quali corrispondeva un termine prescrizionale via via più ridotto. Nel riformare l'istituto della prescrizione, la legge 5 dicembre 2005, n. 251 (Modifiche al codice penale e alla legge 26 luglio 1975, n. 354, in materia di attenuanti generiche, di recidiva, di giudizio di comparazione delle circostanze di reato per i recidivi, di usura e di prescrizione) ha sostituito tale criterio con una regola unitaria. In base ad essa, il tempo necessario a prescrivere è pari al massimo della pena edittale dei singoli reati, salva la previsione di una soglia minima di sei anni per i delitti e di quattro anni per le contravvenzioni (art. 157, primo comma, cod. pen. , come novellato). La nuova regola ha comportato, sul piano degli effetti, una sensibile e generalizzata diminuzione dei termini di prescrizione dei reati di media gravità: contrazione che è andata a cumularsi con la riduzione - contemporaneamente disposta - dell'effetto dilatorio massimo degli atti interruttivi. A seguito della riforma, infatti, ove intervengano atti di interruzione della prescrizione, il relativo termine non può prolungarsi, comunque sia, di oltre un quarto - anziché della metà, come nel sistema anteriore - fatta eccezione per talune specifiche ipotesi (artt. 160, terzo comma, e 161, secondo comma, cod. pen.). Al fine di limitare gli inconvenienti a ciò connessi, il legislatore della legge n. 251 del 2005 ha ritenuto, quindi, di dover introdurre un correttivo. Ha stabilito, cioè, che per alcune figure criminose - ritenute di particolare allarme sociale e tali da richiedere complesse indagini probatorie - il termine di prescrizione risultante dall'applicazione della regola generale dianzi ricordata (oltre che di quelle enunciate dai successivi commi dello stesso art. 157 cod. pen.) è raddoppiato (nuovo art. 157, sesto comma, cod. pen. , disposizione oggi censurata). Tra i reati coinvolti nel regime di raddoppio - il cui elenco è stato successivamente ampliato da plurime novelle legislative - figurano i delitti colposi di danno contro la pubblica incolumità previsti dall'art. 449 cod. pen. (cosiddetti disastri colposi). Tale disposizione punisce, al primo comma, con la reclusione da uno a cinque anni «[c]hiunque, al di fuori delle ipotesi previste nel secondo comma dell'articolo 423-bis, cagiona per colpa un incendio, o un altro disastro» tra quelli contemplati nel Capo I del Titolo VI del Libro secondo del codice, concernente i «delitti di comune pericolo mediante violenza». In questo modo, si è generata però una anomalia.