[pronunce]

che, in particolare, la difesa dello Stato - sintetizzati i princípi espressi in tali pronunce (a conferma di quelli pronunciati dalle stesse sezioni unite n. 4060, n. 4061 e n. 4062 del 2010) e chiarito che, in base ad essi, la cancellazione della società comporta la successione dei soci (a giudizio iniziato ovvero da iniziare), ove sussista un interesse a proseguire il giudizio nei confronti di questi (come ad esempio, nel caso in esame, in funzione dell'escussione di garanzia) anche se da costoro nulla potrà ottenere a causa della loro limitazione di responsabilità - deduce che la norma impugnata non pone alcun ostacolo, sia alla formazione in capo alle ricorrenti di un titolo esecutivo nei confronti dei soci (successori ex lege della società cancellata), sia alla dimostrazione della insolvenza della originaria debitrice (qualora i soci non debbano in astratto, o non possano in concreto, rispondere delle sue obbligazioni). Considerato che l'art. 2495 del codice civile, come modificato dall'art. 4, comma 1, del decreto legislativo 17 gennaio 2003, n. 6 (Riforma organica della disciplina delle società di capitali e società cooperative, in attuazione della legge 3 ottobre 2001, n. 366), con decorrenza dal 1° gennaio 2004, in sostituzione del previgente art. 2456 cod. civ. , prevede (al primo comma), che: «Approvato il bilancio finale di liquidazione, i liquidatori devono chiedere la cancellazione della società dal registro delle imprese»; e (al censurato secondo comma) che «Ferma restando l'estinzione della società, dopo la cancellazione i creditori sociali non soddisfatti possono far valere i loro crediti nei confronti dei soci, fino alla concorrenza delle somme da questi riscosse in base al bilancio finale di liquidazione, e nei confronti dei liquidatori, se il mancato pagamento è dipeso da colpa di questi. La domanda, se proposta entro un anno dalla cancellazione, può essere notificata presso l'ultima sede della società»; che il giudice a quo dubita della legittimità costituzionale del menzionato secondo comma, deducendo la violazione: a) dell'art. 3 Cost., in quanto, nell'attuazione della delega di cui dall'art. 8, comma 1, lettera a), della legge 3 ottobre 2001, n. 366 (Delega al Governo per la riforma del diritto societario) il legislatore avrebbe travalicato i limiti della ragionevolezza, giacché in precedenza la risalente, costante e consolidata giurisprudenza aveva affermato, con riferimento all'omologo previgente art. 2456 cod. civ. , che (nonostante la cancellazione) il creditore potesse sempre agire in giudizio per far accertare il proprio credito; e che, pertanto, la cancellazione non determinasse alcun effetto estintivo immediato della società; b) dell'art. 24 Cost., poiché il creditore viene privato della possibilità di precostituire il titolo esecutivo, al fine di conseguire dall'Istituto previdenziale (ex art. 2, commi da 2 a 5, della legge 29 maggio 1982, n. 297, recante «Disciplina del trattamento di fine rapporto e norme in materia pensionistica») quanto non può ottenere dalla società già datrice di lavoro; c) dell'art. 117, primo comma, Cost., in quanto la previsione di cui all'art. 2 della legge n. 297 del 1982 costituisce attuazione della direttiva comunitaria 80/987/CEE del Consiglio 20 ottobre 1980 (Direttiva del Consiglio relativa alla tutela dei lavoratori subordinati in caso d'insolvenza del datore di lavoro), che non autorizza l'arbitrio del legislatore; che, di conseguenza, il rimettente chiede la declaratoria di illegittimità costituzionale della censurata norma, «nella parte in cui prevede, a seguito della cancellazione dal registro delle imprese, l'estinzione dalla società, precludendo in tal modo l'esercizio in giudizio di diritti meritevoli di tutela»; che, tuttavia, tale essendo la formulazione del petitum, l'intervento richiesto a questa Corte risulta sostanzialmente finalizzato a sterilizzare gli effetti immediatamente estintivi della cancellazione della società ai sensi del nuovo testo dell'art. 2495 cod. civ. , al dichiarato fine di ripristinare il sistema anteriore alla riforma del 2003, per il quale (secondo la richiamata interpretazione giurisprudenziale dell'omologo previgente art. 2456 cod. civ. ) la cancellazione dal registro delle imprese della iscrizione di una società commerciale, di persone o di capitali, non produceva l'estinzione della società stessa, in difetto dell'esaurimento di tutti i rapporti giuridici pendenti facenti capo ad essa; che, invero, una siffatta pronuncia risulterebbe caratterizzata da un corposo tasso di manipolatività e creatività, che presupporrebbe una complessiva rimodulazione degli effetti derivanti dalla cancellazione della società, e che tradirebbe il fine (allora auspicato anche da questa Corte: sentenza n. 319 del 2000) della identificazione di una data certa di estinzione della società, onde trarne le immediate conseguenze sul piano sostanziale e su quello processuale (ordinanza n. 198 del 2013); che ciò, inevitabilmente, verrebbe ad incidere sulla stessa scelta di politica legislativa sottesa alla riforma medesima e sulle sue implicazioni di sistema (sentenza n. 252 del 2012), in una materia la cui conformazione è riservata alla ampia discrezionalità del legislatore col solo limite (non superato nella specie) della manifesta irragionevolezza (ordinanze n. 240 e n. 174 del 2012); che, peraltro, il petitum richiesto neppure si configura quale soluzione costituzionalmente imposta, anche in considerazione della variegata configurabilità delle possibili ricadute della pronuncia sulla disciplina de qua; che, dunque - anche a prescindere dalla non compiuta descrizione della esatta natura del rapporto societario e/o lavorativo esistente tra le ricorrenti e la società cooperativa estinta, onde verificarne il diritto al TFR, e dal mancato esperimento, da parte del rimettente, del pur doveroso tentativo di dare una interpretazione costituzionalmente conforme della norma censurata, nonostante gli approdi ermeneutici in tal senso delle sezioni unite della Corte di cassazione (sentenze 22 febbraio 2010, n. 4060, n. 4061 e n. 4062; nonché sentenze 12 marzo 2013, n. 6070, n. 6071 e n. 6072) e l'intervento di questa Corte (ordinanza n. 198 del 2013) - una siffatta formulazione del petitum costituisce un assorbente profilo di manifesta inammissibilità della sollevata questione. Visti gli artt. 26, secondo comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87, e 9, comma 2, delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale.. .