[pronunce]

Quanto alla non manifesta infondatezza della proposta questione, il giudice rimettente rileva in particolare: 1a) che - pur in presenza di situazioni per molta parte simili, in ragione della medesima ricorrenza di una concreta comunità di vita tanto in caso di divorzio che in caso di nullità - in questa seconda ipotesi "le disposizioni in questione tutelano in misura minima il coniuge più debole (art. 129 c.c.) e solo a condizione che egli non abbia dato causa alla nullità"; 1b) che il principio di eguaglianza imporrebbe di prevedere una parificazione di trattamento "fra matrimonio concordatario nullo alla stregua del diritto canonico e scioglimento del matrimonio"; 1c) che tale parificazione non dovrebbe essere "necessariamente identità" e sarebbe fondata "sulla impossibilità per la dichiarazione di nullità del matrimonio di distruggere retroattivamente il rapporto, la eventuale comunione di vita che possa essersi protratta per anni". In punto di rilevanza, il rimettente osserva che le denunciate disposizioni precluderebbero ogni possibilità "di dare risposta positiva alla istanza" della parte attrice del giudizio a quo volta ad ottenere un assegno in suo favore, mentre la condizione economica della stessa, aveva dato luogo in sede di separazione consensuale all'attribuzione di un assegno in suo favore, a carico del coniuge" e, d'altro canto, "la situazione di convivenza coniugale si è protratta in ogni caso per otto anni, dal matrimonio contratto il 18 ottobre 1986, alla separazione consensuale in data 22 dicembre 1994". Da tanto - secondo il rimettente - conseguirebbe che, ove alla fattispecie fossero applicati parametri analoghi a quelli previsti dall'art. 5 della legge n. 898 del 1970, non potrebbe "escludersi che in concreto, dopo l'esame della situazione attuale della donna, l'assegno in questione possa essere attribuito".1. - Il tribunale di Vicenza, con l'ordinanza n. 359 del 2000, propone - in riferimento all'art. 3 della Costituzione ed al "principio supremo della laicità dello Stato" - la questione di legittimità costituzionale dell'art. 18 della legge 27 maggio 1929, n. 847 (Disposizioni per l'applicazione del Concordato dell'11 febbraio 1929 fra la Santa Sede e l'Italia, nella parte relativa al matrimonio), laddove, secondo il diritto vivente, assoggetta i casi nei quali venga resa esecutiva la sentenza del tribunale ecclesiastico che dichiari la nullità del matrimonio celebrato davanti al ministro del culto cattolico, anche quando sia decorso il termine per la proposizione dell'azione di nullità innanzi al giudice italiano o comunque si siano consolidate situazioni di comunione di vita, alla disciplina del matrimonio putativo di cui all'art. 129 del c.c. anziché alla disciplina del divorzio di cui all'art. 5, commi 6 e seguenti, della legge 1 dicembre 1970, n. 898 (Disciplina dei casi di scioglimento del matrimonio). Il tribunale di Roma, con l'ordinanza n. 82 del 2001, propone - in relazione all'art. 3 della Costituzione - la questione di legittimità costituzionale degli artt. 129 e 129-bis c.c., nella parte in cui non prevedono che, in ipotesi di matrimonio concordatario nullo sulla base di sentenza delibata in Italia, gli effetti patrimoniali del venir meno del matrimonio siano disciplinati dagli artt. 5 e seguenti della legge n. 898 del 1970, quando la nullità sia stata dichiarata dopo che si sia consolidata una concreta comunanza di vita. La Corte d'appello di Roma, con l'ordinanza n. 425 del 2000, propone, in riferimento agli artt. 3 e 24 della Costituzione, la questione di legittimità costituzionale "dell'art. 8, penultimo comma, della legge 25 marzo 1985, n. 121" (Ratifica ed esecuzione dell'accordo, con protocollo addizionale, firmato a Roma il 18 febbraio 1984, che apporta modificazioni al Concordato lateranense dell'11 febbraio 1929, tra la Repubblica italiana e la Santa Sede), nella parte in cui - disponendo che la corte d'appello può, nella sentenza intesa a rendere esecutiva la sentenza canonica di nullità del matrimonio concordatario, statuire provvedimenti economici provvisori a favore di uno dei coniugi, rimandando le parti al giudice competente per la decisione sulla materia - non prevede, per il caso in cui la nullità sia stata dichiarata per ragioni non previste dall'ordinamento dello Stato, che il giudice italiano possa disporre conseguenze economiche identiche a quelle di cui all'art. 5 della legge n. 898 del 1970, e debba fare invece applicazione degli artt. 129 e 129-bis c.c. (in realtà la norma impugnata va correttamente identificata nella legge n. 121 del 1985, in quanto dà esecuzione all'art. 8, n. 2, comma 2, dell'Accordo). 2. - I giudizi introdotti dalle tre ordinanze, benché formalmente concernenti norme diverse, pongono nella sostanza la medesima questione di legittimità costituzionale, avente ad oggetto le norme che - in tutti i casi in cui il matrimonio cosiddetto concordatario, celebrato davanti al ministro del culto cattolico, sia dichiarato nullo dalla giurisdizione ecclesiastica con sentenza resa esecutiva nello Stato - prevedono, pur in presenza di una consolidata comunione di vita fra i coniugi, l'applicabilità del regime patrimoniale dettato dall'ordinamento italiano per il matrimonio putativo, e non di quello (dai rimettenti ritenuto più favorevole per il coniuge sprovvisto di redditi adeguati) di cui alla legge n. 898 del 1970, in tema di scioglimento del matrimonio civile e di cessazione degli effetti civili conseguenti alla trascrizione del matrimonio concordatario. I giudizi, pertanto, devono essere riuniti. 3. - La scelta legislativa censurata dai rimettenti risale all'art. 18 della legge n. 847 del 1929, il quale aveva previsto - per il caso in cui fossero rese esecutive nello Stato sentenze ecclesiastiche dichiarative della nullità di matrimoni concordatari - l'applicabilità dell'art. 116 del c.c. del 1865 allora vigente, secondo cui il matrimonio nullo era considerato produttivo di effetti civili per i coniugi in buona fede (ovvero solo per quello in buona fede) e per i figli. Entrato in vigore il c.c. del 1942, dottrina e giurisprudenza riferirono il rinvio contenuto nell'art. 18 all'art. 128 del nuovo testo, espressamente intitolato al matrimonio putativo, che conteneva l'intera disciplina di tale figura, senza previsioni in tema di conseguenze patrimoniali. Nella stessa prospettiva, sopraggiunta la riforma del diritto di famiglia del 1975, il rinvio è stato riferito alla nuova disciplina del matrimonio putativo, oggi articolata nell'art. 128 (per gli effetti personali) e negli artt. 129 e 129-bis (che, con scelta innovativa, disciplinano gli effetti patrimoniali per i coniugi, o per il coniuge, in buona fede). 3.1.