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Signor Presidente, questa Convenzione risale all'ottobre 2005, a quattordici anni fa, però in tanta parte essa ha già permeato il nostro pensiero, la nostra azione, la nostra legislazione: penso a riforme avanzate come quelle che abbiamo portato avanti nella scorsa legislatura, dove l'idea della cultura è motore dello sviluppo e formidabile moltiplicatore economico e sociale, capace di creare crescita e occupazione, di contrastare diseguaglianze, di riqualificare e offrire spazi urbani, e quindi fisici, o spazi immateriali di conoscenza e di consapevolezza, e sempre di costruire integrazione. Dunque, la cultura come strumento di sicurezza fondamentale, più degli altri. Eppure in tanta parte della popolazione la cultura soffre la mancanza di un riconoscimento, di una legittimazione sociale. Per questo è fondamentale renderla accessibile, popolare, contrastarne una concezione elitaria, conservatrice, e farne invece un sentimento diffuso, un pezzo della propria identità riconoscibile a tutti. Per questo, nella Convenzione la definizione di eredità e patrimonio culturale che viene introdotta è molto innovativa, e parla di ciò che è frutto dell'interazione nel corso del tempo tra le popolazioni e i luoghi, e quindi una concezione di grande forza, di grande modernità, che prefigura un nuovo umanesimo, un'etica della responsabilità verso ciò che abbiamo ereditato (l'ambiente, il paesaggio, le città) e verso le generazioni future, il loro diritto di vivere in questi luoghi, di usufruirne. Al centro c'è la persona, la sua capacità di costruire civitas ; c'è un nesso molto forte tra bene culturale e comunità territoriale, che è sostanziato da un concetto cardine: la partecipazione diffusa e la cittadinanza attiva nella capacità di prendersi cura del patrimonio culturale. Quando questo avviene, allora siamo in presenza di quella che la Convenzione definisce ed auspica una comunità di eredità che - io voglio dire - diventa comunità di destino, che si riconosce per quel che è stato, per quel che è, per quel che sarà; non più solo oggetti per quanto preziosi, ma memoria, testimonianza, senso di appartenenza, ricerca, documentazione, come cita l'articolo 9 della nostra Costituzione, che lega sviluppo della cultura, ricerca scientifica e tecnica, tutela del paesaggio e del patrimonio storico e artistico. Al centro di questa concezione di eredità culturale ci sono i valori umani, il dialogo, la convivenza pacifica, perché è fortissima la tensione che lega questi obiettivi alle ragioni costitutive del Consiglio d'Europa, cioè ideali e princìpi fondati sul rispetto dei diritti dell'uomo, della democrazia e dello Stato di diritto. Questo è il perimetro della nostra eredità culturale, che qui ribadiamo (Applausi dal Gruppo PD), del nostro patrimonio civico: un'identità di destino per cui l'Europa è stata pensata dopo la guerra come luogo dei diritti, dell'emancipazione e del benessere sociale. Oggi più che mai questa è ancora la nostra missione che si lega a quell'afflato che nella Convenzione chiama a raccolta tutte le energie positive della società nella cura di un patrimonio che non è più intangibile come un'opera d'arte o un reperto archeologico, ma è viva, in divenire, perché coincide con lo spazio che è fatto di aggregazioni umane, e dunque uno spazio vivo, relazionale, che comprende al tempo stesso i centri storici e le periferie, i paesaggi agrari e le infrastrutture industriali. Di conseguenza, la tutela non è riservata ai soli addetti, ma è fondata sulla condivisione, sul protagonismo dei cittadini, sul volontariato culturale. Mi riferisco a un'idea della cultura aperta alla società e non aristocratica, in cui la tutela esiste non in funzione del bene ma del beneficiario, che è la collettività. Dunque convivono economia, cultura, qualità della vita, e quindi ci deve essere una gestione virtuosa del volontariato, non un abuso, non un uso surrettizio a scapito invece dei compiti e del riconoscimento delle figure professionali dei beni culturali, che anzi va rafforzato dando attuazione e allargamento alla legge del 2014. Signor Presidente, ha scritto Massimo Montella, uno degli studiosi più importanti, che questa Convenzione ridefinisce il concetto di bene culturale, dall'oggetto al tutto, dal valore in sé al valore di uso, dalla museificazione alla valorizzazione. Ha ragione, in particolare perché la Convenzione individua nelle comunità locali il luogo della costruzione e della manutenzione di questo patrimonio, rifacendosi al grande lascito della scuola delle Annales, imperniata sulla microstoria e sulla comprensione del divenire dal basso dei processi di mutamento sociale. Signor Presidente, dobbiamo avere la forza nettissima di riconoscere ruolo e centralità a territori marginali, lontani, disagiati, eppure nevralgici per una nuova strategia e progettualità per le nostre aree interne, per il rilancio di un modello artigiano innovativo, storicamente e culturalmente legato alle piccole comunità e alle loro trasformazioni, che ha portato alla formazione e alla diffusione capillare, nei secoli, di un incredibile patrimonio artistico, archeologico, paesaggistico e urbanistico. Il nostro patrimonio è così invidiato nel mondo perché abbiamo saputo gelosamente proteggerlo, perché è tutt'uno con il tessuto connettivo di reti e legami solidali, con il vissuto delle nostre famiglie e delle nostre storie familiari. Si tratta di un insieme che non può essere diviso, né reciso, come è scritto nel provvedimento al nostro esame e come abbiamo per primi sperimentato, molto prima di questa Convenzione, nella nostra storia e nella nostra memoria collettiva. Noi che veniamo dai territori manifatturieri, del made in Italy , così amato nel mondo, sappiamo che in un cappello di paglia, in un mocassino di cuoio o in un tessuto c'è una storia più grande, c'è una sapienza ancestrale, ci sono vite, che sono tutt'uno con la cultura contadina del cibo e con l'ambiente che ci circonda, in cui si possono riconoscere i colori di Crivelli, i paesaggi di Licini o i versi di Leopardi e chi li indossa sa che, facendolo, farà parte anch'egli di una storia e di una comunità grande, aperta e multiculturale, di un patrimonio ricco di passato, ma vivo e vitale nel presente e grande, come grande è il nostro futuro. (Applausi dal Gruppo PD) . PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Vescovi. Ne ha facoltà. VESCOVI (L-SP-PSd'Az) . Signor Presidente, ascoltando il collega che è appena intervenuto sembrava di essere in un bel libro, in una bella favola, dove tutto è bello e in cui tutti si vogliono bene. Che bello: sembrava un momento di innamoramento generale per le bellezze del mondo. Il patrimonio culturale però non è europeo, è mondiale, ma deve essere gestito dall'Italia e non dalle sue belle parole! (Applausi dal Gruppo L-SP-PSd'Az) . Questa è la differenza tra noi e voi! Poi entrerò nel merito della discussione, ma la prima cosa che ho fatto è andare a vedere il Consiglio d'Europa, che ha adottato questa Convenzione, fatta a Faro - neanche in Italia, ma a Faro!- nel 2005, che ci porta a dire che il patrimonio culturale è del mondo. No, è del nostro Paese!