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Leggendo la biografia di Giuseppe Di Vittorio non può sfuggire la grandezza della persona: di famiglia povera di braccianti, costretto a lavorare a partire dai dieci anni, ha avuto comunque la forza di studiare, di imparare a leggere, a scrivere, ma, giovanissimo, già a dodici anni, ha avuto l'intelligenza, la forza, la lungimiranza e - secondo me - proprio lo spirito interiore per organizzare una protesta, un qualcosa che andasse a tutela dei diritti dei lavoratori. Tutta la sua vita è stata una concatenazione di eventi proprio per affermare l'interesse per le classi più deboli, a partire dai contadini che rimanevano comunque emarginati nelle campagne, ma anche la classe operaia nelle città che si andavano a ingrandire. Ciò che mi ha sorpreso è proprio la visione, la lucidità e l'incredibile vita che ha vissuto tra due guerre, in un periodo incredibilmente difficile. Ha partecipato alla Prima guerra mondiale, nel corso della quale rimase anche ferito, ma anche alla Seconda, e venne incarcerato più volte: la prima volta da ragazzo e, poi, con lo scioglimento del Parlamento e dei sindacati, venne condannato a dodici anni dal regime fascista. Riuscì a scappare, andò in Francia, e comunque, ogni volta che si recava in un altro Stato, riusciva a lavorare sempre per il sindacato, a favore dei lavoratori. Lo fece in Francia, in Unione Sovietica e in Spagna, lottando per la Resistenza. Questo colpisce e fa capire come la sua dose di grandissimo coraggio e leadership - termine che, però, all'epoca non si usava comunemente come oggi - gli abbia consentito di essere riconosciuto come uno degli esponenti più importanti del sindacalismo a livello mondiale. Di Vittorio, addirittura, è riuscito a essere eletto la prima volta in Parlamento tra le fila del Partito Socialista; direttamente dalle carceri, è entrato in Parlamento. Ebbe, quindi, una vita tormentata, durante la quale ha sempre saputo lottare per le cose nelle quali credeva. Riuscì anche a tenere delle posizioni distinte da quelle del proprio partito. Egli entrò poi nel Partito Comunista, ma riuscì ad assumere delle posizioni difficili, allineate al proprio credo. Allo stesso modo, condannò le leggi razziali in Italia nel 1939 e nel 1956 si distinse dalla posizione di Togliatti rispetto all'invasione delle truppe sovietiche in Ungheria per la repressione della rivolta. Egli pronunciò delle parole che non possono che essere condivise: «L'Armata rossa che spara contro i lavoratori di un paese socialista! Questo è inaccettabile! Quelli sono regimi sanguinari! Una banda di assassini!». Per una persona del suo livello, contrapporsi al segretario del proprio partito fu veramente un atto di grandissimo coraggio. A livello di federazione sindacale mondiale fece fare un documento di condanna di questo avvenimento e fu quindi isolato completamente dal partito e costretto a seguire il parere ufficiale. Tuttavia, egli continuò nella sua grandissima azione di sindacalista e - ironia della sorte - fu colpito da infarto proprio mentre stava incontrando a Lecco, nel 1957, dei delegati sindacali. La sua fu, quindi, una vita importante. Penso che, al di là delle posizioni politiche, la sua biografia e la sua storia debbano insegnarci che, quando c'è un credo tanto importante non solo per se stessi, ma anche a difesa di categorie, si può accettare di vivere incredibili pericoli e anche la carcerazione; alla fine questo lavoro paga, come si vede anche dai diritti che i lavoratori hanno per fortuna ottenuto. (Applausi) . ERRANI (Misto-LeU) . Domando di parlare. PRESIDENTE. Ne ha facoltà. ERRANI (Misto-LeU) . Signor Presidente, ricordare oggi la figura di Di Vittorio non può avere solo un senso celebrativo. Si tratta di una grandissima figura del Novecento, che ha segnato la storia del nostro Paese, del movimento operaio e contadino e di quello straordinario processo storico per la conquista dei diritti, della giustizia sociale e della democrazia. Ricordarlo oggi potrebbe significare, per noi, avere consapevolezza dello spirito e della tenacia con cui egli affrontò quel periodo. Di Vittorio era un uomo del suo tempo, nato nel 1892: due guerre mondiali, il passaggio da un'economia fondata sull'agricoltura a un'economia industriale, un cambiamento radicale dal punto di vista sociale. Di Vittorio era preoccupato. Trentin dice che aveva un'angoscia sia come uomo, sia come CGIL, temeva di non svolgere un ruolo riconosciuto e riconoscibile sullo sviluppo della società contemporanea. In sintesi, è il significato del vero riformismo e in fondo è lo stesso problema che abbiamo noi oggi, colleghi e colleghe: essere all'altezza del nostro tempo, e non per registrarne le difficoltà e le contraddizioni, ma per svolgere un ruolo capace di innovare, di cambiare, di dare senso alla politica e di combattere le disuguaglianze, di dare una funzione nazionale alla classe dirigente. Questo è quello che fece Di Vittorio. Voglio ricordare solo alcuni elementi di quella grande esperienza, fra cui il Patto di Roma del 1944. Di Vittorio, con Bruno Buozzi e Achille Grandi, dà vita all'unità sindacale. Quella fu un'ispirazione che animò tutta la vita di Di Vittorio: l'idea che l'unità del mondo del lavoro fosse la chiave fondamentale della trasformazione e della funzione nazionale del sindacato, non semplicemente rivendicativa, ma generale, capace cioè di interpretare i cambiamenti. Così arriva il Piano del lavoro del 1949: il suo impegno per evitare che il movimento operaio e contadino si riducesse a una semplice funzione rivendicativa fine a sé stessa. Ci fu un famosissimo convegno, che rappresentò una grande novità per questo Paese, organizzato dalla CGIL, sul Patto del lavoro e tutti gli economisti più importanti del nostro Paese fecero riferimento e si confrontarono con quell'impostazione. Fu un modo molto innovativo per svolgere una funzione. Pensate solo all'impegno che Di Vittorio bracciante ebbe nel contrastare le posizioni contro la meccanizzazione dell'agricoltura, che venivano esattamente anche dal sindacato, anche dalla CGIL, anche dai braccianti. Voglio anche ricordare il Congresso di Napoli del 1952, quando lanciò la proposta di uno statuto dei diritti dei lavoratori. Ci si arrivò - come sappiamo - solo nel 1970, su impulso di Gino Giugni e Giacomo Brandolini, ma certamente anche quella fu una grande intuizione. Vorrei dire, colleghe e colleghi, che noi oggi siamo di fronte allo stesso problema. Il lavoro è cambiato radicalmente: abbiamo bisogno di riscrivere le basi fondamentali dei diritti dei lavori, in questo caso, e non solo dei lavoratori. Non voglio e non posso dimenticare, poi, il 1956: la sua condanna fermissima e decisa dell'invasione da parte dell'Unione sovietica dell'Ungheria, un passaggio difficilissimo per Di Vittorio. Egli si iscrisse al Partito Comunista nel 1924. Di Vittorio, a fronte di un pronunciamento unanime della direzione del Partito Comunista Italiano, si assunse la responsabilità, in qualità di segretario generale della CGIL, di prendere una posizione netta, fermissima, un giudizio complessivo sul socialismo reale e sull'idea di democrazia.