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«se vuoi che venga detto qualcosa, chiedi a un uomo; se vuoi che venga fatto qualcosa, chiedi a una donna». (Applausi) . Non siete in grado di lasciar fare a chi, con volontà, competenze ed energie, ne è in grado da sempre. In conclusione, dispiace ancora una volta - come ripetiamo tutti i giorni - vedere che il Governo sta prendendo in giro al Paese, quando si appella alla collaborazione con l'opposizione. E anche oggi su questo argomento ne abbiamo avuto conferma, perché il Governo ha deciso di votare contro la nostra mozione sulle donne. Annuncio pertanto il voto favorevole del Gruppo Forza Italia alla mozione del centrodestra. (Applausi) . MAIORINO (M5S) . Domando di parlare per dichiarazione di voto. PRESIDENTE. Ne ha facoltà. MAIORINO (M5S) . Signor Presidente, con quanta frequenza abbiamo sentito in questi giorni e anche oggi in quest'Aula risuonare la frase secondo cui le donne sono state in prima fila nel contrastare il virus. L'abbiamo sentita così tante volte... (Brusio). La parità di genere è anche rispetto quando le donne parlano. (Applausi) . Dicevo che l'abbiamo sentita così tante volte che sembra quasi diventato un mantra vuoto di significato, mentre è la verità. Pensiamo soltanto alle moltissime dottoresse, infermiere, operatrici sanitarie e ricercatrici che sono state ricordate anche in quest'Aula e che non hanno mai smesso di lavorare ed hanno lottato corpo a corpo contro l'espandersi di questo virus. Oppure pensiamo alle donne impiegate nella grande distribuzione alimentare, alle moltissime cassiere e commesse: anche loro non hanno mai smesso di lavorare ed hanno consentito a tutti noi di approvvigionarci, ma anche di vivere quel piccolo contatto ancora con la normalità. Pensiamo anche al mondo della scuola, che non si è mai fermato ed ha dovuto affrontare da un momento all'altro la sfida della didattica a distanza: anche lì le insegnanti donne sono ancora un numero rilevantissimo rispetto agli uomini. Quindi, da una parte abbiamo un mondo del lavoro femminile che con questa emergenza non si è mai fermato; dall'altra, c'è un mondo del lavoro di cura che con l'emergenza e la quarantena non solo non si è fermato, ma si è aggravato, ricadendo purtroppo in maniera ancora più pesante proprio sulle spalle delle donne, lavoratrici o meno, in smart working o in presenza. All'estremo opposto ci sono poi quei settori che invece hanno subito un brusco arresto con questa pandemia: penso a tutto il mondo della cura della persona, al settore turistico ricettivo, al mondo della cultura e dello spettacolo. Sono anch'essi comparti con una vastissima componente femminile e sono proprio quelli che rischiano di subire i danni maggiori da questa crisi sanitaria. Tutto questo ci fa temere che il gender gap , già piuttosto rilevante nel nostro Paese, possa acuirsi in seguito a questa emergenza pandemica e far compiere dei passi indietro alle donne nei livelli occupazionali, nella possibilità di progressione di carriera e, in generale, nei loro diritti. Riconosciamo, certo, che nel lungo periodo l'Italia ha compiuto dei piccoli ma importanti passi avanti nella riduzione della disparità di genere, specie se si guarda all'ambito lavorativo. Tra il 1977 e il 2018 il tasso di occupazione femminile è aumentato di sedici punti, riducendo il divario dai quarantuno punti di allora ai diciotto attuali. Si tratta di un progresso importante, ma certamente non è ancora sufficiente, se pensiamo che ben l'11 per cento delle donne che hanno almeno un figlio non ha mai lavorato nella vita. Non ci nascondiamo che questo dato è figlio anche di una certa cultura pervicace che, specie nelle aree più fragili del nostro Paese, è proprio quello che ci si aspetta dalle donne. Il welfare familiare, finora implementato, non è stato ancora sufficiente a sradicare quel sottile e strisciante convincimento secondo cui una donna che decide di avere dei figli deve quantomeno mettere in conto il sacrificio della propria carriera, quando non addirittura il sacrificio della propria indipendenza economica e lavorativa. Eppure, a fronte di ciò, abbiamo un'imprenditoria femminile estremamente vivace nel nostro Paese e in crescita, che rappresenta una parte rilevante della nostra economia. Le imprese femminili sono infatti quasi 1,5 milioni, pari a circa il 22 per cento del tessuto imprenditoriale italiano, e danno lavoro a 3 milioni di persone, a dimostrazione della ferrea volontà delle donne di mettersi in gioco ed essere pienamente artefici del proprio destino. È appena il caso di ribadire, dunque, che pretendere equità non è solo una questione di giustizia, che può sembrare una roba da anime belle e non sempre fa breccia nelle orecchie di tutti, ma è una questione di economia: favorire la partecipazione delle donne al mercato del lavoro non è solo giusto, ma conviene. E non c'è bisogno di scomodare Socrate, che già secoli orsono aveva capito che il giusto, τò δίҡαιοʋ è anche conveniente. Basterà citare il governatore della Banca d'Italia Ignazio Visco, il quale lo scorso dicembre ha affermato: «Per l'Italia la crescita potenziale prevista per i prossimi anni dipende fortemente dalle ipotesi circa la partecipazione femminile, che ne risulta essere un motore fondamentale. Essa rileva in termini quantitativi, poiché vi sono oltre 8 milioni di donne attualmente inattive, ma è importante anche in termini qualitativi. Le donne, infatti, hanno livelli di istruzione elevati e posseggono competenze e abilità, quali quelle riguardanti le relazioni interpersonali e la comunicazione, che nel mondo del lavoro di oggi sono considerate cruciali. Non avvantaggiarsene rappresenta per la nostra economia una grave inefficienza; nei prossimi anni, infatti, i settori meno caratterizzati da lavori ad alta intensità fisica rappresenteranno una quota sempre più alta dell'attività produttiva». Bene, dunque, le recenti misure varate in occasione di questa emergenza volte a dare maggiori tutele alle donne lavoratrici e a favorire la conciliazione tra vita e lavoro, come il riconoscimento di specifici congedi parentali e delle indennità a favore dei genitori lavoratori, dipendenti pubblici, privati o autonomi. Essi sono il segno della consapevolezza che questo Governo ha della necessità di supportare le lavoratrici in questa difficile fase. Tuttavia, come prima firmataria di un disegno di legge che prevede il congedo parentale in pari misura per padri e per madri, rilevo che chiaramente quanto fatto finora è molto, ma non è ancora sufficiente per colmare quel divario ancora esistente tra uomo e donna che il Global gender gap report evidenzia così chiaramente. Al riguardo, colleghi, dobbiamo dirci la verità, cioè che storicamente lo Stato italiano ha sempre fatto un grande ed eccessivo affidamento sulla famiglia, ossia sulle donne, per sopperire alle proprie lacune in materia di welfare familiare e con il Covid-19 il sistema ha solo mostrato in tutta la sua evidenza la sua fragilità. Dobbiamo dunque essere consapevoli che il cambiamento strutturale da portare avanti è necessario nell'ambito del welfare familiare se vogliamo che la tragica lezione di questi mesi non cada nel vuoto. Le donne in Italia non possono ancora trovarsi di fronte all'angoscioso dilemma se diventare madri o ambire a una carriera. Parlando di carriera, a questo proposito dobbiamo rilevare che la presenza delle donne nelle posizioni apicali è ancora una sconfortante rarità.