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Colui che prometteva i voti rispondeva, invece, del reato di cui all'articolo 416- bis , nella qualità di associato della compagine mafiosa, nonché del reato di coercizione elettorale di cui all'articolo 97 del decreto del Presidente della Repubblica n. 361 del 1957, nel caso in cui si fosse avvalso in concreto della forza di intimidazione, propria della mafia, allo scopo di procacciare voti. Il decreto Scotti-Martelli aveva, tra l'altro, inasprito le sanzioni previste per il delitto di corruzione elettorale e il delitto di coercizione elettorale. Questa norma è stata introdotta in un periodo terribile per la nostra Repubblica, quando l'attacco mafioso al cuore dello Stato ha probabilmente raggiunto il suo apice. Poi, come spesso succede, si è ravvisata la necessità di correggere la legge, al fine di renderla più efficace. Però questa rivisitazione, operata dalla legge n. 62 del 2014, non ha sortito gli effetti che si volevano ottenere - come già alcuni avevano previsto anche nel MoVimento 5 Stelle - ma, anzi, ha creato una molteplicità di interpretazioni giurisprudenziali. La prima si ebbe subito dopo l'entrata in vigore della legge con la cosiddetta sentenza Antinoro, con la quale la Corte di cassazione, alla luce della norma nella nuova formulazione, affermava che, dopo la riforma dell'articolo 416- ter del codice penale, il delitto in questione richieda, per la sua consumazione, che i componenti dell'associazione mafiosa si impegnino a realizzare il procacciamento di voti a mezzo dell'esercizio di atti di intimidazione o prevaricazione da parte del sodalizio mafioso contraente l'illecito patto elettorale, secondo le modalità comportamentali tipiche degli appartenenti a tali associazioni criminali. Quindi, secondo questa pronuncia, anche se ci fosse un patto tra il mafioso e il politico, questo non integrerebbe un reato se le modalità di ottenimento dei voti non fossero conseguenti a modalità intimidatorie. Poi si sono susseguite tante altre sentenze di tenore parzialmente diverso tra loro e da quest'ultima; alcune hanno precisato che con la riforma del 2014 non si era configurata alcuna abolitio criminis, in quanto anche nella precedente formulazione era necessario dimostrare il ricorso alle tipiche modalità mafiose della sopraffazione e della intimidazione. Altre pronunce hanno poi sancito che ai fini della prova della commissione del reato si deve ritenere sufficiente che il soggetto che si impegna a ottenere i suffragi in favore del soggetto candidato sia persona la quale esercita un condizionamento diffuso fondato sulla prepotenza e la sopraffazione e le cui indicazioni di voto sono percepite all'esterno come provenienti da un sodalizio mafioso, non essendo necessarie quindi né l'attuazione né la esplicita programmazione di una campagna attuata mediante intimidazioni. Altre sentenze ancora invece limitano la necessità della dimostrazione dei metodi intimidatori solo se essi provengono da soggetti facenti parte dei sodalizi mafiosi e che agiscono nell'interesse di questi ultimi; altre ancora hanno precisato che invece da un punto di vista probatorio non rileva la specifica dimostrazione della programmazione dei concreti atti di intimidazione posti in essere dall'organizzazione mafiosa e protesi a limitare la libertà del diritto di voto, quanto bensì sia fondamentale valutare l'esistenza della stessa e le attività che svolge sul territorio secondo le caratteristiche dell'articolo 416- bis del codice penale . Avviandomi alla conclusione, signor Presidente, questa incertezza di interpretazione della norma dimostra che sussiste un concreto pericolo che condotte penalmente rilevanti siano diventate dal 2014 giuridicamente non punibili o difficilmente punibili; tali modifiche hanno quindi reso meno chiara l'individuazione del reato, prestandosi a nostro parere a possibili e pericolose sottovalutazioni del fenomeno e possibili derubricazioni di ipotesi di reato, vanificando in tal modo il carattere dissuasivo e sanzionatorio che ogni norma deve avere, specie questa, trattando una materia così grave in quanto attiene alla libera espressione del voto e quindi all'esercizio della democrazia e all'esistenza stesso dello Stato. Il disegno di legge in esame si prefigge esattamente questo, cioè maggiore chiarezza e un più efficace contrasto al reato di scambio politico-mafioso. Rispetto alla formulazione vigente esso amplia ulteriormente l'oggetto della controprestazione di chi ottiene la promessa di voti, contemplando non solo il denaro e ogni altra utilità, ma anche la disponibilità a soddisfare gli interessi o le esigenze dell'associazione criminale, ed estende la punibilità anche ai casi in cui la condotta incriminata sia stata realizzata mediante il ricorso ad intermediari. Vorrei dire l'ultima cosa in proposito. Ieri il senatore Caliendo ha affermato che in tal modo si arriverebbe a una pena di ventidue anni e mezzo, che quindi sarebbe spropositata perché superiore a quella dell'omicidio. Io però mi chiedo e vi chiedo se esiste un delitto più grave di quello di ammazzare la democrazia e le istituzioni repubblicane, facendo entrare in quest'Aula gente votata dalla mafia. (Applausi dai Gruppi M5S e L-SP-PSd'Az) . PRESIDENTE . Dichiaro chiusa la discussione generale. GRASSO (Misto-LeU) . Signor Presidente, intervengo per illustrare l'emendamento 1.1, proprio per cercare di entrare dentro un problema, che comprendo sia difficile da capire, essendo molto tecnico (Brusio) . Se c'è dunque un attimo di attenzione, vorrei cercare di... PRESIDENTE. Colleghi, per favore, anch'io vi chiedo di fare attenzione e di prendere posto. Senatore Gasparri, la ringrazio. GRASSO (Misto-LeU) . Nella precedente legislatura è stata approvata una modifica alla normativa in esame, che ha introdotto la dizione secondo cui chi accetta la promessa, lo deve fare con le modalità di cui al terzo comma dell'articolo 416- bis . Il riferimento a queste modalità ha fatto sì che la giurisprudenza interpretasse che, all'atto della promessa, fosse necessaria la presenza degli elementi costitutivi dell'intimidazione e della violenza, come connotati della promessa. Dunque, l'emendamento 1.1, presentato dai senatori di Liberi e Uguali, intende eliminare tale previsione, proprio per evitare questa interpretazione giurisprudenziale, che, da un punto di vista rigoristico, ha portato alcune sentenze a ritenere che bisognasse provare che ogni voto procurato dall'associazione mafiosa fosse il frutto di intimidazione e di violenza. Dunque ho riportato il vecchio testo, quello precedente, in maniera tale che, eliminando il riferimento alle modalità, ci fosse invece il riferimento alla «promessa di voti prevista dal terzo comma del medesimo articolo 416- bis in cambio della promessa o dell'erogazione di denaro o di qualunque altra utilità, (...)». Questo riferimento al «terzo comma del medesimo articolo 416- bis » non è più messo in relazione alle modalità dell'articolo 416- bis , ma alla promessa di voti prevista in tale articolo.