[pronunce]

e se obiettivo essenziale del processo è la ricerca della verità, come è stato affermato dalla giurisprudenza costituzionale, la conseguenza è che anche in sede di procedimento sulla revoca della misura cautelare il giudice deve essere messo in condizione di decidere, oltre che in base agli elementi e alle allegazioni forniti dalle parti, anche attivandosi autonomamente, in modo da accertare, "nei limiti della fase processuale in cui si trova", la rispondenza dell'accusa al materiale probatorio, posto che le valutazioni in tema di libertà personale e quelle sul merito della causa sarebbero sostanzialmente le stesse, come avrebbe riconosciuto il legislatore - sulla scorta delle indicazioni fornite dalla giurisprudenza costituzionale (sentenza n. 432 del 1995) - con la previsione dell'incompatibilità tra la funzione di giudice per le indagini preliminari e la partecipazione al giudizio di merito (art. 34, comma 2-bis cod. proc. pen.); che la disciplina censurata, limitativa dei poteri di autonoma iniziativa del giudice, presenta pertanto, per il rimettente, una lacuna, che sacrifica ingiustificatamente le ragioni della libertà dell'indagato a un "formale omaggio del principio di supposta accusatorietà, nel timore erroneo di aprire spazi alla creazione di un'ibrida figura di giudice investigatore"; un sacrificio tanto meno giustificabile, conclude il giudice a quo alla luce dei più recenti interventi sul codice (in particolare, della legge 16 dicembre 1999, n. 479, che avrebbe raccolto la ripetuta esortazione della giurisprudenza costituzionale a modificare l'assetto del giudizio "allo stato degli atti" per antonomasia, cioè il giudizio abbreviato, ammettendo in esso integrazioni probatorie secondo una autonoma valutazione del giudice). Considerato che il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Latina chiede a questa Corte un intervento additivo sull'art. 299 cod. proc. pen. , tale da consentirgli di svolgere accertamenti e acquisire informazioni ulteriori rispetto al quadro degli atti di carattere probatorio di cui dispone, assumendo la necessità di una tale pronuncia alla stregua del principio di uguaglianza e di ragionevolezza (art. 3 della Costituzione), nonché in relazione alla garanzia costituzionale del giusto processo (art. 111 della Costituzione); che, relativamente all'invocato principio di uguaglianza, la censura non è sorretta dalla necessaria omogeneità dei termini posti tra loro a raffronto, né nell'ambito della disciplina contenuta nella medesima disposizione censurata (art. 299 cod. proc. pen.), né in rapporto ad altre previsioni, relative ai poteri di accertamento di cui il giudice dispone in altri momenti del processo penale, cui l'ordinanza di rimessione fa richiamo; che, quanto al primo punto, altra è la valutazione che il giudice è chiamato a compiere nell'apprezzamento del materiale probatorio, ai fini della verifica del presupposto indiziario necessario per disporre o per mantenere ogni misura, ex art. 273, comma 1, cod. proc. pen. , altri sono gli "accertamenti" cui ha riguardo il comma 4-ter dell'art. 299, i quali attengono a elementi soggettivi (le condizioni di salute, o altre condizioni o qualità personali dell'imputato, come le esigenze di lavoro o le condizioni di indigenza e così via), del tutto esterni rispetto all'oggetto del processo, rilevanti esclusivamente in vista della tutela di esigenze, sanitarie o lavorative, ritenute dal legislatore meritevoli di apprezzamento e che proprio per il loro carattere esterno rispetto al merito della causa giustificano il connotato di "informalità" dei relativi accertamenti, la cui peculiare configurazione normativa risulta pertanto inestensibile alle determinazioni sull'an delle misure cautelari; che, quanto al secondo punto, per converso (esclusa, per evidenti ragioni, la validità del raffronto con le determinazioni cautelari nell'ambito del processo civile), è da osservare che la decisione incidentale sulla libertà personale (che nella specie il rimettente deve assumere) non è utilmente comparabile con il giudizio dibattimentale - e oggi, dopo la novella recata dalla legge n. 479 del 1999, con il giudizio abbreviato - giacché la possibilità di integrazione probatoria (rispettivamente, art. 507 e art. 422 cod. proc. pen.) che è data al giudice ai fini di decisioni sul merito della causa che sono idonee a concludere quest'ultima, non è suscettibile di meccanica estensione in relazione alle decisioni che, di volta in volta, il giudice per le indagini preliminari deve tempestivamente assumere sulle specifiche richieste che le parti gli rivolgono (art. 328 cod. proc. pen.) e sulle quali egli provvede secondo il criterio - che lo stesso rimettente richiama - della decisione allo stato degli atti disponibili: i poteri di integrazione probatoria previsti ai fini della pronuncia sul merito dell'accusa non possono pertanto, in nome del principio della "ricerca della verità" al quale il rimettente si richiama, essere estesi alle pronunce cautelari de libertate per le quali vale il diverso criterio della decisione sulla base del materiale raccolto e addotto dalle parti [criterio che il legislatore ha di recente mostrato di valorizzare: v. gli artt. 233, comma 1-bis, 327-bis e da 391-bis a 391-decies cod. proc. pen. , quali introdotti dalla legge 7 dicembre 2000, n. 397 (Disposizioni in materia di indagini difensive)], in connessione con il principio della domanda (sentenze n. 89 del 1998, n. 4 del 1992) e nella logica del costante adeguamento dello status libertatis dell'imputato alle risultanze del procedimento (citata sentenza n. 89 del 1998); che la richiesta di introdurre nuovi e ampi poteri di accertamento liberamente attivabili dal giudice per le indagini preliminari contrasta altresì con l'esigenza di evitare che il "giudizio" cautelare finisca per duplicare quello sul merito della causa, non potendosi ammettere la coesistenza di due pronunce sul medesimo tema della colpevolezza, originate da concorrenti poteri di accertamento di due giudici nell'ambito dello stesso processo (v. la sentenza n. 71 del 1996); che, più in generale, la prospettata esigenza di assimilare pienamente la logica del giudizio cautelare a quella sul merito del processo, oltre a essere, per i rilievi sopra detti, in contraddizione con l'assetto del sistema processuale vigente, risulta soluzione non costituzionalmente necessitata posto che, diversamente da quanto assume il rimettente, la situazione derivante da lacune del quadro probatorio o da contraddittorietà degli elementi disponibili allo stato degli atti non si risolve nello stallo decisorio bensì nel principio del favor libertatis in una linea direttiva che, nell'alternativa tra l'accoglimento e il rigetto delle richieste delle parti, fa prevalere in definitiva le ragioni della libertà sulle esigenze cautelari (v., per una ipotesi analoga, l'ordinanza n. 412 del 1999);