[pronunce]

Le norme censurate avrebbero sottratto valore al titolo esecutivo che incorpora il diritto di credito, da considerarsi bene negoziabile sul mercato, e quindi violerebbero il regime di garanzie costituzionali che assicura il libero esercizio dell'attività economica e la tutela della proprietà privata. 3.1.- Sarebbe inoltre leso il sistema delle garanzie processuali configurato dagli artt. 24, primo comma, 25, secondo comma, e 113 Cost., in quanto le disposizioni censurate impedirebbero l'esercizio del diritto di azione, al tempo stesso imponendo al giudice naturale di dichiarare estinta la procedura esecutiva, con l'effetto di escludere la tutela giurisdizionale dei diritti vantati nei confronti del Comune di Roma. 3.2.- Sussisterebbe, infine, un contrasto tra le norme censurate e l'art. 97, primo comma, Cost., in quanto il blocco delle azioni esecutive, e la connessa riduzione di responsabilità dell'amministrazione debitrice, finirebbero per premiare l'Ente che ha mal gestito le proprie risorse. 4.- In ragione della parziale identità delle questioni sollevate, i giudizi debbono essere riuniti per essere definiti con unica decisione. 5.- Preliminarmente deve essere esaminata l'eccezione di inammissibilità delle questioni, sollevata dalla difesa dello Stato intervenuta in entrambi i giudizi incidentali. Si assume dall'Avvocatura generale una carenza motivazionale delle ordinanze di rimessione, con riferimento alla rilevanza delle questioni nei giudizi a quibus, entrambi di ottemperanza. In particolare, i rimettenti avrebbero motivato la pregiudizialità delle questioni sul presupposto che il divieto di azioni esecutive individuali, sancito dalle norme censurate attraverso il richiamo all'art. 248 del d.lgs. n. 267 del 2000, si applichi anche al giudizio di ottemperanza, e quindi identificando quest'ultimo con le azioni esecutive. Viceversa, secondo la difesa statale, tale parificazione sarebbe erronea, stante la diversità, per finalità e struttura, che segnerebbe il giudizio di ottemperanza rispetto all'ordinaria azione esecutiva. In tal senso l'Avvocatura richiama i più recenti arresti della giurisprudenza amministrativa (Adunanza Plenaria del Consiglio di Stato, decisione n. 2 del 2013, che richiama le decisioni n. 2, n. 18 e n. 24 del 2012), osservando come, dall'esame della disciplina di cui agli artt. 112 e seguenti del decreto legislativo 2 luglio 2010, n. 104 (Codice del processo amministrativo), emergerebbe il contenuto composito del giudizio di ottemperanza, nel quale convergono azioni diverse, non solo di mera esecuzione di sentenze di condanna nei confronti della pubblica amministrazione, ma anche di cognizione. Ne deriverebbe che il divieto di azioni esecutive individuali, imposto dalla normativa censurata a tutela della par condicio creditorum, non avrebbe ragione d'essere a fronte di una pronuncia che ammettesse al passivo della gestione straordinaria i crediti portati dalla sentenza oggetto di ottemperanza. In definitiva, ad avviso della difesa statale, la normativa censurata non avrebbe reso gli odierni giudizi a quibus inammissibili, come invece ritenuto dai rimettenti. 5.1.- L'eccezione non è fondata. La normativa censurata, pur con varianti significative, richiama la disciplina sul dissesto degli enti locali, e in particolare, per quello che qui rileva, il principio di concorsualità che rende effettiva l'uguaglianza tra i creditori. Con orientamento consolidato, la giurisprudenza amministrativa ritiene che la tutela della concorsualità comporti, in linea generale, il divieto del ricorso in ottemperanza, in quanto misura coattiva di soddisfacimento individuale del creditore (ex plurimis, Consiglio di Stato, sentenza n. 8363 del 2010). Tale affermazione non è incompatibile con quanto ritenuto dalla stessa giurisprudenza amministrativa a proposito del contenuto composito del giudizio di ottemperanza, e difatti si è affermato da tempo (Adunanza Plenaria, decisione n. 4 del 1998) che la disciplina sul dissesto degli enti locali, mentre inibisce le azioni esecutive pure, ammette quelle a contenuto di cognizione, quale, ad esempio, l'azione volta a quantificare le somme effettivamente dovute in base ad un giudicato che si sia limitato a fissare i criteri generali di determinazione del dovuto, allo scopo di segnalarne l'esistenza e l'importo al commissario straordinario. Diversamente, a fronte della richiesta di esecuzione del giudicato di condanna nei termini rappresentati dagli odierni rimettenti, il divieto di azioni esecutive non può che comportare l'inammissibilità del ricorso in ottemperanza. Quanto detto vale innanzitutto per il giudizio pendente davanti al Consiglio di Stato, la cui definizione stragiudiziale, intervenuta medio tempore, non incide sulla rilevanza delle questioni, per il principio di autonomia del giudizio incidentale (ex plurimis e da ultimo, sentenza n. 274 del 2011), ma vale anche per il giudizio pendente dinanzi al TAR Lazio. A tale proposito va chiarito che il rimettente ha motivato non implausibilmente sulla rilevanza, avendo dato atto che la parte ricorrente, prima di chiedere l'ottemperanza della sentenza di condanna generica, ha inutilmente invitato il Comune di Roma a darvi esecuzione, secondo quanto stabilito dal previgente art. 35, comma 2, del decreto legislativo 31 marzo 1998, n. 80 (Nuove disposizioni in materia di organizzazione e di rapporti di lavoro nelle amministrazioni pubbliche, di giurisdizione nelle controversie di lavoro e di giurisdizione amministrativa, emanate in attuazione dell'articolo 11, comma 4, della legge 15 marzo 1997, n. 59), ed oggi previsto dall'art. 34, comma 4, del d.lgs. n. 104 del 2010. Né è consentito censurare, in sede di controllo sulla rilevanza, la scelta del rimettente di non provvedere a quantificare l'importo dovuto, in base ai criteri fissati nella sentenza di condanna generica, prima di sollevare le questioni aventi ad oggetto norme che impediscono di dare esecuzione al giudicato di condanna. 6.- Nel merito, la questione di legittimità costituzionale dell'art. 78, comma 6, primo periodo, del d.l. n. 112 del 2008 non è fondata. 6.1.- I rimettenti censurano la norma indicata relativamente alla sola previsione che sancisce - mediante il rinvio agli artt. 248, commi 2, 3 e 4, e 255, comma 12, del d.lgs. n. 267 del 2000 - il divieto di azioni esecutive individuali, e l'art. 4, comma 8-bis, del d.l. n. 2 del 2010, nella parte in cui interpreta l'art. 78, comma 3, del d.l. n. 112 del 2008, nel senso che sono imputate alla gestione straordinaria del Comune di Roma le obbligazioni nascenti da atti o fatti precedenti al 28 aprile 2008, anche se accertate con sentenze diventate definitive successivamente a tale data.