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È un tema, quest'ultimo, su cui il Governo italiano è intensamente impegnato, come dimostra il decreto Paesi sicuri adottato di recente. Dobbiamo continuare a lavorare affinché l'Europa intraprenda una decisa e coordinata azione sui rimpatri, rivolta ad accordi europei di riammissione e con una lista europea di Paesi di origine sicura. Dobbiamo evitare inoltre fenomeni di pull factor: si tratta di un primario interesse del nostro Paese, che alcuni Stati membri dell'Unione europea utilizzano purtroppo per giustificare la loro mancata solidarietà. Un altro tema nell'agenda del Consiglio europeo, cruciale anch'esso per il futuro dell'Europa, è la Brexit. La scadenza del 31 ottobre 2019, come sapete, e il rischio di un no-deal si avvicinano, mentre i negoziati sulla revisione del cosiddetto backstop sul confine irlandese hanno registrato, negli ultimi recentissimi tempi, alcuni progressi in avanti, senza tuttavia arrivare ancora a una svolta decisiva. In questo quadro l'Italia è impegnata su due principali obiettivi: il primo è proteggere i nostri cittadini e le imprese dall'incertezza dovuta alle conseguenze del no-deal in caso di mancato accordo; il secondo è lavorare fino all'ultimo istante utile per trovare un'intesa con i britannici, sostenendo il lavoro svolto dal capo negoziatore per l'Unione europea Barnier, che dobbiamo riconoscere essere stato encomiabile, ed evitando sterili rimpalli di responsabilità. In questa fase dobbiamo ribadire l'unità tra i 27 Stati membri dell'Unione europea e sostenere un approccio negoziale pragmatico, senza condizionamenti ideologici. Al momento, due appaiono i maggiori ostacoli al raggiungimento di un'intesa: la governance del backstop , con un diritto di veto nordirlandese; il confine doganale tra le due Irlande, che rimane in piedi e la cui invisibilità resterà tutta da costruire durante il periodo di transizione senza adeguate garanzie giuridiche. Se entro il 31 ottobre riusciremo a superare questi problemi (ma attenzione: ci aspettiamo anche aggiornamenti su questi temi da un momento all'altro), avremo un accordo; altrimenti, dovremo prepararci allo scenario di una nuova proroga, se il Governo britannico la chiederà, oppure di un'uscita - ahimè - senza accordo. In tale ultima evenienza, vorrei ricordare che qui in Italia abbiamo già messo in sicurezza il Paese adottando un decreto-legge Brexit, il n. 22 del 2019, che il Parlamento ha convertito nella legge n. 41 del 2019. Abbiamo anche adottato vari piani operativi su dogane, assistenza alle imprese, servizi finanziari e diritti dei cittadini, coordinati da una task force che ho istituito a Palazzo Chigi. Passando al quadro finanziario pluriennale, questo Consiglio europeo può e deve rappresentare un progresso in un negoziato che, all'apparenza, si mostra solo tecnico, ma che invece - ne siamo tutti consapevoli - ha una forte valenza politica, perché definisce obiettivi e modalità dei fondi europei per il prossimo decennio, dal 2021 al 2027, la loro adeguatezza e le ambizioni che l'Unione europea intende perseguire. Solo apparentemente procedurale, perché non ancora riferita a decisioni concludenti, la discussione a questo Consiglio europeo mira a identificare i principali nodi del negoziato e a facilitarne i prossimi passi, in vista del Consiglio europeo di dicembre, che deve auspicabilmente consentire di giungere quantomeno in prossimità delle battute finali del negoziato stesso. Il carattere generale della discussione e delle conclusioni non deve però trarre in inganno: riflettere su questioni come il livello complessivo del quadro finanziario pluriennale, le entrate, la ripartizione delle risorse tra le diverse politiche e la condizionalità per l'accesso e l'uso dei fondi non è un esercizio teorico e tocca settori in cui la sensibilità dei singoli Stati membri dell'Unione - e quindi dei nostri cittadini - è assolutamente elevata e purtroppo non è affatto uniforme. È noto che tale negoziato è soggetto a complesse procedure di approvazione e a diversi passaggi tra istituzioni europee (Commissione, Parlamento e Consiglio), la cui durata è da contemperare con l'esigenza di chiudere in tempi utili un accordo e avviare la programmazione del prossimo anno per un utilizzo tempestivo dei fondi sin dal 2021. Le pressioni sulla tempistica del negoziato non devono però far premio sulla qualità dell'intesa che dovremo raggiungere: come avvenuto nei precedenti Consigli europei, considero essenziale riaffermare con forza le priorità e quelle che definirei le linee rosse della posizione italiana. Nella sostanza, riteniamo che la proposta originale della Commissione, sebbene non ambiziosa, rispetto a quanto auspicato da noi e dal Parlamento europeo, rappresenti un compromesso sufficientemente equilibrato, sia per la dimensione complessiva delle risorse sia per la loro distribuzione tra le varie rubriche. La Commissione europea ha proposto un tetto alla spesa pari all'1,11 per cento del reddito nazionale lordo dei 27 Stati membri. Secondo i dati forniti dalla stessa Commissione, nel tener conto delle conseguenze della Brexit, il volume proposto è sostanzialmente analogo a quello del bilancio in vigore (diviso tra 27, ovviamente); inoltre, lo stato complessivo per il nostro Paese migliora. A fronte di questi elementi positivi che riguardano i volumi di spesa, vi sono alcune criticità relative ai criteri di distribuzione, alle modalità di spesa e al funzionamento di alcune condizionalità. Mi riferisco in particolare al criterio della convergenza esterna per la politica agricola comune, all'indice di prosperità relativa per la coesione, ai meccanismi di flessibilità, alle condizionalità macroeconomiche relative allo stato di diritto, alle nuove risorse proprie e a qualche altro profilo minore. La proposta formulata nei giorni scorsi dalla Presidenza finlandese è apparentemente equidistante fra quella della Commissione e quella degli Stati che definirei minimalisti, che vogliono cioè limitare la spesa complessiva all'uno per cento del reddito nazionale lordo dei 27 Paesi. Tuttavia, il segnale che proviene dalla proposta della Presidenza di turno è negativo, perché finisce per diminuire l'ambizione del bilancio stesso e renderlo inadeguato alla posta in gioco. Un'ulteriore riduzione del bilancio comporterebbe infatti gravi difficoltà per l'Unione nel perseguire direttamente o nel sostenere gli Stati membri nel raggiungimento di obiettivi di eccellenza, nella ricerca, nell'innovazione, nell'azione a protezione del pianeta, negli investimenti indispensabili a costruire un'Europa migliore per i nostri giovani e nella stessa gestione dei flussi migratori. D'altro canto, la discussione in Consiglio europeo dovrà tenere conto delle indicazioni ricevute dal Parlamento europeo per un bilancio ancora più ambizioso, all'1,3 per cento.