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Non lo fa certo il Partito Democratico che -- ricordo -- nella scorsa legislatura ha sostenuto, attraverso l'attuale Ministro per i rapporti con il Parlamento e il segretario dell'epoca, Bersani, che l'incandidabilità poteva essere introdotta anche davanti a una sentenza solo di primo grado per reati di particolare gravità. Dunque, siamo davanti ad una prima applicazione, ed oggi, poiché il destinatario di questa prima applicazione si chiama Silvio Berlusconi, la cosa ci spaventa. Ho molto rispetto di questo e, come vedete, mi sono anche tolta il sorriso dalle labbra, perché non mi pare che alcuna forza politica o alcun senatore possa discutere con leggerezza e con allegria una questione di questo genere, di tale serietà per il Paese e anche per la politica italiana. Il problema, però, è se dobbiamo applicare o no una legge dello Stato». (Dall'intervento in Senato del 27 novembre 2013). Molto tempo dopo, mi sono occupata da relatrice di un altro caso di decadenza, quello del senatore Augusto Minzolini, destinatario di una sentenza di condanna definitiva a due anni e sei mesi di reclusione per peculato continuato. «[...] Le mie conclusioni sono le seguenti: con la mia relazione propongo la dichiarazione di decadenza, ossia l'accoglimento della proposta della Giunta. Concludo con una nota personale. Nella relazione che voi leggerete, che riguarda un collega e il rispetto che dobbiamo ai colleghi ci porterà tutti a leggerla, ci sono anche parole che definirei di simpatia nei confronti del senatore Minzolini, che si è comportato in maniera assolutamente corretta nei confronti miei e di tutti i colleghi. Il rammarico con cui chiudo la vicenda è che il senatore Minzolini ritiene di avere trovato lungo la sua strada un ex parlamentare giudice da cui si è sentito maltrattato, mentre oggi si trova invece ad avere a che fare con un ex giudice parlamentare che conclude per la sua decadenza. Mi dispiace sul piano personale, ma sono abituata all'applicazione della legge e, davanti alla necessità di applicare la legge, neanche la simpatia e i rapporti personali mi portano a essere in alcun modo titubante». (Dall'intervento al Senato nella seduta del 16 marzo 2017). Ma in questo caso l'Aula non ha accolto la proposta della Giunta e ha votato contro la decadenza. Qualche mese dopo il collega si è dimesso ma, aldilà del fatto personale, il caso Minzolini ha attestato la libertà dell'Aula di votare senza tener conto di una legge dello Stato; cosa questa che ho faticato ad accettare, anche per il contrasto con la precedente decisione sul caso Berlusconi. Penso che, anche alla luce dell'esperienza di questa legislatura, non si possa non mettere in discussione l'articolo 66 della Costituzione secondo cui «ciascuna Camera giudica dei titoli di ammissione dei suoi componenti e delle cause sopraggiunte di ineleggibilità e di incompatibilità». Sono più di una le soluzioni che sono state prospettate, sempre nella fase emendativa della riforma costituzionale. È stata, in particolare, proposta una riformulazione dell'articolo 66 che prevedesse la possibilità di ricorrere alla Corte costituzionale contro le decisioni dell'Aula da parte del titolare di un interesse diretto e immediato ovvero, secondo un'altra ipotesi, da parte dei singoli deputati e senatori direttamente interessati. Con la presente proposta si affida invece la competenza direttamente alla Corte, anche per evitare possibili decisioni diverse tra la Camera di appartenenza del parlamentare soggetto alla verifica dei poteri e la Corte costituzionale. Aldilà della soluzione che sarà scelta, non è possibile ignorare un problema che non è certo nuovo ma in questa legislatura si è appalesato in maniera evidente.. 1 1 L'articolo 66 della Costituzione è sostituito dal seguente: «Art. 66. -- Sui titoli di ammissione dei componenti delle Camere e sulle cause sopraggiunte di ineleggibilità e di incompatibilità giudica la Corte costituzionale, nelle forme stabilite con legge costituzionale».