[pronunce]

- dovrebbe comunque scontare la pena dell'ergastolo con isolamento diurno in relazione all'omicidio commesso il 20 agosto 1991, in continuazione con gli altri omicidi; che la rideterminazione della pena chiesta dal condannato troverebbe, d'altronde, la sua «sede naturale» proprio nell'ambito dell'incidente di esecuzione, risultando ogni soluzione alternativa irrazionale e «diseconomica»; che non avrebbe senso, infatti, rimettere in termini il condannato per una nuova richiesta di giudizio abbreviato davanti al giudice dell'udienza preliminare, posto che la sua responsabilità penale non è in discussione e si tratta soltanto di procedere ad un automatico adeguamento della pena inflittagli in base ai criteri di cui all'art. 442 cod. proc. pen. ; che parimenti impraticabile sarebbe l'ipotesi di affidare la soluzione del problema all'istituto della revisione, del quale non ricorrerebbe alcun presupposto, a cominciare dall'astratta possibilità di un esito diverso del giudizio di responsabilità; che, a maggior ragione, si dovrebbe escludere che l'interessato sia tenuto a ricorrere preventivamente alla Corte europea, giacché detto ricorso rappresenta, nel sistema della Convenzione, uno strumento sussidiario, attivabile solo quando i rimedi interni si siano rivelati inidonei a garantire il soddisfacimento dei diritti fondamentali; che l'esistenza di un giudicato sulla quantità della pena non costituirebbe, per altro verso, un limite ai poteri di intervento del giudice dell'esecuzione, come si desumerebbe dagli artt. 671 cod. proc. pen. e 188 disp. att. cod. proc. pen. , oltre che dagli artt. 130 e 625-bis cod. proc. pen. ; che è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che la questione sia dichiarata inammissibile o infondata; che, ad avviso della difesa dello Stato, la questione sarebbe inammissibile, non avendo l'imputato mai richiesto, a suo tempo, nel corso del giudizio di cassazione - con riguardo al quale soltanto la questione stessa risulterebbe rilevante - di essere ammesso al giudizio abbreviato ai sensi della norma denunciata e nei termini da questa previsti (ossia nella «prima udienza utile» successiva all'entrata in vigore della legge n. 144 del 2000); che, nel merito, la questione sarebbe comunque infondata, apparendo la norma censurata pienamente coerente con la finalità di deflazione processuale propria del giudizio abbreviato, il quale assicura uno sconto di pena all'imputato che, rinunciando alla fase dibattimentale, eviti una lunga e dispendiosa attività istruttoria: nel giudizio di cassazione - diversamente che in quelli di primo grado e di appello - non si procede, infatti, ad alcuna attività istruttoria cui l'imputato possa rinunciare; che i benefici che, a parere del rimettente, l'applicazione del giudizio abbreviato sarebbe in grado di assicurare anche nel giudizio di cassazione, in termini di deflazione del contenzioso, risulterebbero, d'altra parte, meramente eventuali e comunque non equiparabili al vantaggio derivante dalla rinuncia ad un'intera fase processuale, quale appunto l'istruzione dibattimentale; che, alla luce di tali considerazioni, dovrebbe dunque escludersi tanto la dedotta violazione dell'art. 3 Cost. che quella dell'art. 117 Cost., in relazione all'art. 7 della CEDU, avendo la stessa Corte europea riconosciuto che il principio di retroattività in mitius può subire delle deroghe, purché - come nella specie - sorrette da ragionevoli giustificazioni; che parimenti insussistente risulterebbe, infine, la violazione dello stesso art. 117 Cost., per contrasto con l'art. 6 della CEDU, non essendo ravvisabile alcuna lesione del diritto all'equo processo, «sub specie di affidamento nell'applicazione di una norma favorevole», in capo a chi - per le ragioni indicate - non si trovi nelle condizioni per rientrare nel campo di applicazione di detta norma; che si è costituito, altresì, P. G., istante nel procedimento a quo, il quale ha svolto argomentazioni adesive alla prospettazione del giudice rimettente, chiedendo che la questione venga accolta. Considerato che il Tribunale di Lecce, in veste di giudice dell'esecuzione, dubita della legittimità costituzionale della disciplina transitoria recata dall'articolo 4-ter del decreto-legge 7 aprile 2000, n. 82 (Modificazioni alla disciplina dei termini di custodia cautelare nella fase del giudizio abbreviato), aggiunto dalla legge di conversione 5 giugno 2000, n. 144; che detta disciplina si correla, per la parte censurata, alla disposizione dell'art. 30, comma 1, lettera b), della legge 30 dicembre 1999, n. 479, che ha aggiunto all'art. 442, comma 2, del codice di procedura penale il periodo «Alla pena dell'ergastolo è sostituita quella della reclusione di anni trenta»: ripristinando, in tal modo, la possibilità di definire con giudizio abbreviato i processi per i reati punibili con la pena detentiva perpetua, venuta meno a seguito della sentenza n. 176 del 1991 di questa Corte, che aveva dichiarato costituzionalmente illegittima, per eccesso di delega, l'originaria previsione in tal senso del codice di rito; che, con riguardo ai processi in corso per i suddetti reati, il comma 2 del denunciato art. 4-ter ha previsto la riapertura dei termini già scaduti per la proposizione della richiesta del rito alternativo, stabilendo che detta richiesta potesse essere presentata dall'imputato nella «prima udienza utile successiva» all'entrata in vigore della legge n. 144 del 2000; che le censure del rimettente si appuntano specificamente sulle condizioni limitative poste dal successivo comma 3, di riflesso - nell'intento del legislatore - alle connotazioni strutturali tipiche del giudizio abbreviato: rito che assicura all'imputato una riduzione di pena, nel caso di condanna, quale "contropartita" per la sua rinuncia alla garanzia della formazione della prova in contraddittorio, in quanto idonea a determinare un significativo risparmio di energie processuali; che, in questa prospettiva, il legislatore ha ritenuto di dover circoscrivere la riapertura dei termini ai processi pendenti nei gradi di merito (primo grado, appello e giudizio di rinvio), nei quali rimanessero ancora da compiere atti di istruzione dibattimentale; che, con la questione sollevata, il Tribunale salentino - denunciando la violazione degli artt. 3 e 117 della Costituzione, quest'ultimo in riferimento agli artt. 6 e 7 della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali - vorrebbe estendere la riammissione in termini anche ai processi che all'epoca pendessero davanti alla Corte di cassazione; che la questione è manifestamente priva di rilevanza, in quanto il giudice a quo non è chiamato a fare applicazione della norma censurata;