[pronunce]

In secondo luogo, il remittente esplicita i motivi in base ai quali ritiene non condivisibile l'eccezione di inammissibilità dell'atto introduttivo per tardività, osservando che l'azione popolare autonoma proponibile direttamente al tribunale civile non soggiace ad alcun termine di decadenza, a differenza dell'impugnazione della delibera del Consiglio comunale, da proporsi nel termine di trenta giorni a norma dell'art. 82 del d.P.R. n. 570 del 1960. Il richiamo, contenuto nell'art. 70 del d.lgs. n. 267 del 2000, che disciplina l'azione popolare, all'applicazione delle norme di procedura e dei termini stabiliti dall'art. 82 del d.P.R. n. 570 del 1960, infatti, sarebbe riferito ai termini che scandiscono lo svolgimento del giudizio una volta promosso con l'esercizio dell'azione popolare, non comportando l'assoggettamento di quest'ultima al termine di decadenza espressamente previsto dal detto art. 82 solo per l'impugnativa della delibera. Se, infatti, anche l'azione popolare autonoma dovesse essere esercitata nel termine di trenta giorni dalla delibera di convalida degli eletti (che, ai sensi dell'art. 41 del d.lgs. n. 267 del 2000, viene obbligatoriamente adottata ancorché non provocata da alcun reclamo), sarebbe vanificata l'alternatività fra i due rimedi previsti dall'art. 9-bis del d.P.R. n. 570 del 1960, oggi trasfuso negli artt. 69 e 70 del testo unico del 2000. Quanto al merito della questione di legittimità costituzionale, in ordine al lamentato eccesso di delega, il giudice a quo osserva che l'art. 31 della legge 3 agosto 1999, n. 265 (Disposizioni in materia di autonomia e ordinamento degli enti locali, nonché modifiche alla legge 8 giugno 1990, n. 142), ha conferito al Governo la delega per l'adozione, con decreto legislativo, di un testo unico “nel quale sono riunite e coordinate le disposizioni legislative vigenti in materia di ordinamento” degli enti locali, indicando in particolare, fra le leggi cui il legislatore delegato avrebbe dovuto avere riguardo, la legge n. 154 del 1981. Il potere normativo delegato, essendo testualmente limitato ad una funzione di unificazione e di coordinamento di norme vigenti, anche se inteso non come attività di mera compilazione, non potrebbe estendersi sino all'innovazione sostanziale e all'abrogazione di norme esistenti, operazione istituzionalmente sottoposta alla decisione del Parlamento e comunque estranea alla funzione di sistemazione e comodità applicativa del testo unico. Nella fattispecie concreta, ad avviso del remittente, l'abrogazione dell'art. 8 della legge n. 154 del 1981 non sarebbe rispondente ad alcuna esigenza di coordinamento e di coerenza dell'assetto normativo nella materia. In particolare, l'abrogazione della incompatibilità fra la carica di sindaco e la funzione di primario ospedaliero, anche se fosse ricompresa nel potere normativo delegato al Governo, colliderebbe con i principi di imparzialità e di buon andamento della Pubblica Amministrazione di cui all'art. 97 della Costituzione, né si giustificherebbe sotto il profilo dei principi di uguaglianza e di ragionevolezza, rispetto alla previsione di altre cause di incompatibilità legate alle nuove figure dirigenziali sanitarie. Infatti, prosegue il giudice a quo, alla stregua degli argomenti sviluppati dalla Corte di cassazione (da ultimo, con la sentenza n. 16205 del 2000), pur dopo la ristrutturazione delle USL operata dal d.lgs. 30 dicembre 1992, n. 502 (Riordino della disciplina in materia sanitaria, a norma dell'articolo 1 della L. 23 ottobre 1992, n. 421), che ha comportato un arretramento dei poteri gestori del comune nei confronti delle ASL operanti nel suo territorio, sarebbero tuttora sussistenti funzioni di controllo e di indirizzo dell'ente locale nei confronti delle nuove aziende, e non sarebbero quindi venute meno le ragioni ispiratrici dell'art. 8 della legge n. 154 del 1981, “permanendo nel quadro di disciplina dello stesso d.lgs. n. 502 del 1992 come anche meglio definito dal successivo d.lgs. n. 229 del 1999, un ruolo rilevante del sindaco (da solo o nel più ampio contesto della conferenza dei sindaci) nella formazione del programma, nell'indirizzo sanitario e nel controllo contabile della ASL, evidenziante un'immanente possibilità di conflitto di interessi tra sindaco e componente della struttura sanitaria”. Nel nuovo sistema introdotto dal d.lgs. n. 502 del 1992 - il riferimento è, in particolare agli artt. 3, comma 14, 3-bis, 3-ter - ed in base agli artt. 180 e 181 della legge della Regione Emilia Romagna 21 aprile 1999, n. 3, sono infatti previsti pregnanti poteri di controllo del Sindaco e della Conferenza dei sindaci, oggi Conferenza sanitaria territoriale, sull'operato dell'azienda USL e del direttore generale, il quale a sua volta decide sulle responsabilità del dirigente di struttura complessa, cioè del primario. Né, infine, l'esame dei lavori preparatori della legge delega n. 265 del 1999 e del decreto legislativo n. 267 del 2000 offrirebbe elementi o spunti di valutazione in ordine alle ragioni giustificatrici della abrogazione in discorso. Corrispondentemente e per gli stessi motivi, il giudice a quo ritiene di sollevare questione di legittimità costituzionale degli artt. 63 e 66 del decreto legislativo n. 267 del 2000, nella parte in cui non prevedono l'incompatibilità della carica di sindaco con la funzione di primario di divisione nella locale Unità sanitaria. 2. - Si sono costituiti i due elettori del Comune di Forlì attori popolari nel giudizio a quo, chiedendo, in via principale, di “rigettare” la questione “per inammissibilità, irrilevanza o infondatezza”; in subordine, di dichiarare costituzionalmente illegittimo il d.lgs. n. 267 del 2000, nella parte in cui si ritenga abbia abrogato l'art. 8 della legge n. 154 del 1981, per contrasto con la legge di delega, in violazione dell'art. 76 della Costituzione. L'inammissibilità della questione viene eccepita in relazione al presupposto dal quale muove il remittente, e cioè che sia applicabile la disciplina in materia di incompatibilità vigente al momento della proposizione dell'azione giudiziale, e non quella in vigore all'epoca delle elezioni. Ad avviso della parte, il giudice a quo avrebbe così negato il principio tempus regit actum, affermando invece “che le leggi siano sempre retroattive (tale aberrazione viene chiamata “diritto vivente”) e quindi le leggi successive regolino i fatti precedenti anche se maturati e definitivamente realizzati e compiuti in tempi precedenti”.