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Disposizioni per la promozione e l'esercizio del commercio equo e solidale. Onorevoli Senatori. -- Il presente disegno di legge è teso a rispondere alle esigenze del settore del commercio equo e solidale. Nato originariamente negli anni cinquanta nel Nord Europa come settore di nicchia, nel corso di pochi decenni il commercio equo e solidale ha conosciuto una notevole espansione grazie al concorso di molteplici fattori: dalla progressiva estensione delle aree geografiche coperte, nonché del quantitativo e delle tipologie dei beni commerciali, alla creazione di strutture internazionali, per giungere, non da ultimo, anche all'utilizzo dei canali della grande distribuzione, della distribuzione automatica e della ristorazione collettiva. A livello mondiale, l'andamento del fatturato dei prodotti certificati Fairtrade è passato da 238 milioni di euro nel 2001 a 4,36 miliardi di euro nel 2010 (fonte Fairtrade International), coinvolgendo un numero complessivo di 905 organizzazioni di produttori certificati in 62 Paesi e quasi 100 Paesi consumatori. Nella sola Europa, il movimento del commercio equo coinvolge nel suo circuito più di 5 milioni di produttori, 200 organizzazioni importatrici, 3.000 botteghe del mondo in 25 Paesi e 100.000 volontari. Tra gli Stati membri dell'Unione europea, la rete commerciale del commercio equo e solidale è particolarmente diffusa in Germania, Francia, Italia, Norvegia, Olanda, Gran Bretagna e Svizzera, mentre le prime esperienze si stanno diffondendo anche nei Paesi di nuova adesione all'Unione europea. Attualmente, in Italia, dove il movimento del commercio equo e solidale si è diffuso a partire dagli anni Ottanta, sono presenti 92 organizzazioni equosolidali associate all'Assemblea generale italiana del commercio equo e solidale (AGICES). Queste organizzazioni gestiscono 269 botteghe del mondo distribuite in 16 regioni italiane, garantendo uno spazio di lavoro a oltre 1.000 persone e coinvolgendo circa 5000 volontari. Tali botteghe, oltre a occuparsi della vendita dei prodotti del commercio equo e solidale (con ricavi di 72.147.741 euro nel 2009), svolgono un'importante attività di informazione e di sensibilizzazione della società civile su queste tematiche. Nel nostro Paese si registrano, inoltre, 125 aziende licenziatarie del marchio Fairtrade e 600 prodotti celtificati Fairtrade distribuiti in più di 10.000 punti vendita, con un valore al consumo stimato al 2011 in circa 56 milioni di euro e con un coinvolgimento nel commercio equo certificato di circa 8 milioni di lavoratori della terra (cooperative e piantagioni). La rilevanza del fenomeno è stata riconosciuta anche in diverse sedi istituzionali e a differenti livelli di governo: sovranazionale, regionale e locale. L'Unione europea già da diversi anni ha invitato gli Stati membri a promuovere la cultura del commercio equo e solidale. Il Parlamento europeo ha riconosciuto in più occasioni l'importanza e il valore sociale del commercio equo (risoluzioni numeri A3-0373/93, A4-198/98, A6-0207/2006) e ha invitato la Commissione europea e i legislatori nazionali a promuovere una serie di misure volte a premiare prodotti certificati equo solidali, incoraggiando la creazione di un marchio comune e favorendo una politica di incentivi. Sono diverse, inoltre, le regioni italiane che, pur in assenza di un quadro normativo di riferimento a livello nazionale, hanno deciso di disciplinare il settore. La prima regione ad approvare una legge interamente dedicata al commercio equo e solidale è stata la Toscana (legge regionale 23 febbraio 2005, n. 37), seguita da Friuli-Venezia Giulia (legge regionale 5 dicembre 2005, n. 29), Abruzzo (legge regionale 28 marzo 2006, n. 7), Umbria (legge regionale 16 febbraio 2007, n. 3), Liguria (legge regionale 13 agosto 2007, n. 32), Marche (legge regionale 29 aprile 2008, n. 8), Lazio (legge regionale 4 agosto 2009, n. 20), Piemonte (legge regionale 28 ottobre 2009, n. 26), Emilia-Romagna (legge regionale 29 dicembre 2009, n. 26), Veneto (legge regionale 22 gennaio 2010, n. 6) e infine provincia autonoma di Trento (legge provinciale 17 giugno 2010, n. 13). Sono numerosi, inoltre, i progetti di legge regionali attualmente in corso di approvazione (ad esempio in Lombardia). Anche a livello locale, molte amministrazioni comunali e provinciali hanno manifestato grande interesse e sensibilità per questa tematica attraverso sia l'introduzione di considerazioni relative al commercio equo e solidale nei bandi di gara che la partecipazione ad iniziative di sensibilizzazione sui propri territori, quali, ad esempio, la campagna «Città eque e solidali», promossa da Fairtrade Italia, AGICES, Coordinamento agende 21 locali italiane e Coordinamento nazionale degli enti locali per la pace e i diritti umani, con 1'adesione di alcune organizzazioni no profit. A livello nazionale, invece, il nostro Paese non ha ancora riconosciuto ufficialmente l'importanza di questa esperienza attraverso una legge di riordino del settore. Fino ad ora, infatti, si sono avute solamente due mozioni, approvate all'unanimità dai due rami del Parlamento nel biennio 2002-2003 (mozione del senatore Iovene al Senato della Repubblica e mozione dell'onorevole Fioroni alla Camera dei deputati) che, partendo dalla constatazione del crollo del prezzo del caffè e del cacao con conseguenti ricadute negative sulla manodopera locale con forme di lavoro e di remunerazione spesso simili alla schiavitù, impegnavano il Governo a favorire la promozione e la diffusione del commercio equo e solidale. Con il presente disegno di legge si vuole rispondere concretamente a questa esigenza e, in particolare, raggiungere un triplice obiettivo. In primo luogo, riconoscere ufficialmente il ruolo svolto da tutti i soggetti che operano a diverso titolo nel commercio equo e solidale, con indicazioni e definizioni precise (articolo 2) in merito al significato e alle finalità che deve perseguire questa forma di commercio per potersi definire tale. In secondo luogo, fornire a tutti i soggetti interessati e, in particolare, ai consumatori, garanzie di trasparenza e di correttezza sulle modalità produttive e sulle prassi produttive ed organizzative attuate in Italia e nei Paesi del Sud del mondo dalle molteplici organizzazioni che operano in tale settore. Il futuro stesso del commercio equo e solidale si basa, infatti, sulla fiducia che i consumatori ripongono nel rispetto dei criteri ispiratori dell'attività da parte di tutti i soggetti che operano all'interno della filiera produttiva. L'attuale mancanza di controlli e di trasparenza rischia, pertanto, di dare spazio a possibili comportamenti opportunistici che potrebbero compromettere l'attività e gli sforzi anche dei più meritevoli.