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Nei primi tempi dell'emergenza la capacità di testing in Italia era limitata, in quanto si facevano tamponi solo su casi sintomatici di entità rilevante. Al 15 luglio 2020 registravamo 34.997 casi di decesso e 243.506 casi positivi al Covid. Lo studio di sieroprevalenza condotto dall'Istat e presentato il 3 agosto 2020 ha stimato che, invece, in quel 15 luglio i contagiati erano in realtà 1.482.000, ossia circa sei volte il numero dei casi diagnosticati. Solo in seguito, con l'aumento dei test , abbiamo potuto stimare in modo più puntuale i casi e la letalità. Il tasso di letalità sui casi, a partire dal 16 luglio, è stato pari al 2,2 per cento. Si tratta di un dato in linea con quello degli altri grandi Paesi (ad esempio, nell'ultima fase la Germania si è attestata al 2,3 per cento). Solo nella prima ondata l'Italia ha effettivamente avuto un tasso di letalità più elevato, dovuto eminentemente alla durezza dell'impatto del Covid nelle Regioni del Nord del Paese. Nella seconda ondata i dati dell'Italia si sono mantenuti in linea con la media europea e mondiale. Una seconda critica che mi viene rivolta riguarda la presunta parziale istituzione delle Unità speciali di continuità assistenziale (USCA). In proposito, ricordo velocemente due dati. In primo luogo, le Unità speciali di continuità assistenziale sono state istituite proprio su mia iniziativa, con l'articolo 4- bis del decreto-legge 17 marzo 2020, n. 18: una ogni 50.000 abitanti, per un totale di 1.200 USCA su tutto il territorio nazionale. Mi fa piacere che oggi ne venga riconosciuto il valore anche da chi allora non sostenne il provvedimento. In secondo luogo, dai dati trasmessi dalle Regioni e Province autonome risulta che sul territorio nazionale sono state oggi attivate 1.339 USCA. Parziale attivazione è quindi un'interpretazione singolare di una situazione in cui risultano attivate più USCA di quelle che erano state previste. In esse lavorano 6.562 medici, 2.105 infermieri, 66 assistenti sociali, 134 psicologi e oltre 240 altre figure professionali. L'occasione è utile, anche qui, per ringraziarli ancora una volta per il lavoro straordinario e fondamentale che stanno svolgendo ogni giorno. (Applausi) . Vengo infine all'ultima risposta di merito. In una delle mozioni e anche in un intervento svolto oggi si afferma che non abbiamo elaborato alcuna circolare per il trattamento domiciliare dei pazienti Covid. È falso, semplicemente falso. (Applausi) . La circolare finora utilizzata è stata elaborata dai nostri tecnici già nel 2020 e un ulteriore aggiornamento è stato emanato proprio il 26 aprile con parere favorevole del Consiglio superiore di sanità. Aggiungo che probabilmente, nel corso dell'anno, verrà ancora aggiornata - come è naturale che sia - sulla base delle nuove evidenze scientifiche. Le significative attività per sostenere le sfide aperte dalla pandemia oltre un anno fa sono molte e documentabili. Le tracce di queste attività sono sotto gli occhi di chiunque voglia vedere. In questa sede mi limito a ricordare qualche altro dato. Dall'inizio dell'emergenza ad aprile 2021 sono state reclutate 81.236 unità di personale, di cui 17.634 a tempo indeterminato (in particolare, 20.192 medici, 32.064 infermieri, più di 15.900 operatori socio-sanitari, oltre a tecnici di radiologia e di laboratorio, assistenti sanitari, biologi e altre professionalità necessarie per fronteggiare l'emergenza sanitaria). Con il decreto-legge 19 maggio 2020, n. 34 è stato introdotto il piano di potenziamento dei presidi ospedalieri sul territorio nazionale per un adeguamento strutturale dei reparti, con risultati significativi. Nel nostro Paese i posti letto in terapia intensiva sono aumentati del 106 per cento. Prima dell'emergenza in Italia c'erano 5.179 posti letto. Al 1° marzo 2021, ne sono attivi 9.018 e altri 1.667 possono essere attivati utilizzando i dispositivi già trasferiti alle Regioni. La nostra capacità di somministrazione dei tamponi oggi è 100 volte superiore rispetto a febbraio scorso e marzo scorso. Allora c'erano in media 3-000-3.500 tamponi al giorno: oggi, tra antigenici e molecolari, ne facciamo stabilmente molto più di 300.000 al giorno. All'inizio dell'emergenza, l'offerta di dispositivi e di attrezzature prodotti in Italia era quasi nulla, questa è la verità. Abbiamo agito per sostenere la produzione nazionale, per favorire processi di reshoring , per ridurre rapidamente la dipendenza dalle importazioni. Ad aprile 2020, abbiamo dato incarico a due grandi aziende italiane di progettare e realizzare 50 macchine capaci di produrre fino a 30 milioni al giorno di mascherine chirurgiche delle varie misure. L'impegno sul fronte dei vaccini, cominciato nella primavera del 2020, è stato intenso in uno scenario mutevole e incerto. La firma della prima intesa con Germania, Francia e Olanda è di maggio e ha aperto la strada al lavoro poi svolto dalla Commissione. In ogni trattativa con le diverse aziende produttrici, l'Italia è stata impegnata per garantire ai suoi cittadini il maggior numero possibile di forniture di vaccini. Si poteva negoziare meglio a livello europeo? Io credo di sì, ma resto dell'idea che sia stato giusto muoversi insieme e non favorire un tutti contro tutti in Europa che non ci avrebbe certo aiutato a bilanciare la forza delle multinazionali del farmaco. (Applausi) . Voglio oggi ribadire che anche per le prossime annualità l'Italia continuerà a comprare insieme agli altri Paesi europei. Nella campagna vaccinale abbiamo impegnato risorse ingenti in termini di personale, siglando accordi che oggi coinvolgono nelle vaccinazioni centinaia di migliaia di professionisti della sanità. Tra poche settimane, avremo messo in sicurezza tutte le fasce d'età più gravemente colpite dal virus. È uno sforzo coordinato che non si organizza in un giorno, è figlio di un incessante lavoro di squadra. In questo schema, abbiamo anche provato a rafforzare la ricerca italiana: penso al vaccino di ReiThera o agli anticorpi monoclonali a cui ha lavorato la squadra del professor Rappuoli a Toscana Life Science. Considero l'impegno su questi fronti inderogabile per almeno due ragioni: la prima è assicurare al Paese difese necessarie anche in prospettiva futura; la seconda è sviluppare nuove sinergie nel campo della ricerca scientifica, le professionalità e i talenti presenti nel nostro Paese vanno incoraggiati sempre. A questo proposito, intendo ora soffermarmi, in chiusura, sulla critica di fondo che attraversa le tre mozioni. Non è solo la gestione dell'emergenza a venir criticata: l'accusa sarebbe quella di non aver rafforzato il nostro Servizio sanitario nazionale e di non aver messo in campo nel corso della pandemia un rilancio complessivo della sanità italiana. Ritengo di aver fornito più di qualche dato a dimostrazione della tesi opposta. Ma intendo andare oltre questi numeri e guardare ai prossimi mesi e ai prossimi anni, perché la riforma di cui si parla è la nostra vera sfida ed è un primo passo e possiamo già farlo grazie a Next generation EU.