[pronunce]

Delega al Governo in materia di competenza penale del giudice di pace e modifica dell'art. 593 del codice di procedura penale), il quale prevede l'inappellabilità delle sentenze del giudice di pace che applicano la sola pena pecuniaria. Essa, inoltre, sarebbe in contrasto con l'art. 3 della Costituzione, poiché avrebbe ingiustificatamente differenziato il regime di impugnazione delle sentenze del giudice di pace che applicano la pena pecuniaria rispetto a quello stabilito dall'art. 593, comma 3, del codice di procedura penale per le sentenze di condanna alla sola pena dell'ammenda pronunciate dal tribunale, comunque inappellabili. 2. – I giudizi, avendo ad oggetto la medesima norma, denunciata in riferimento agli stessi parametri e con argomentazioni identiche, vanno riuniti per essere definiti con unica pronuncia. 3. – La questione non è fondata. 3.1. – Quanto alla censura mossa in relazione all'art. 76 Cost., va rilevato che, secondo la giurisprudenza di questa Corte, la delega legislativa non esclude ogni discrezionalità del legislatore delegato (sentenza n. 98 del 2008; ordinanze n. 213 del 2005 e n. 490 del 2000). Infatti, la determinazione dei principi e criteri direttivi non osta all'emanazione di norme che rappresentino un coerente sviluppo e, se del caso, anche un completamento delle scelte espresse dal legislatore delegante, essendo escluso che le funzioni del legislatore delegato siano limitate ad una mera scansione linguistica delle previsioni contenute nella delega. Ai fini del giudizio di conformità della norma delegata alla norma delegante, detti principi e criteri direttivi devono essere interpretati sia tenendo conto delle finalità ispiratrici della delega, sia verificando, nel silenzio del legislatore delegante sullo specifico tema, che le scelte operate dal legislatore delegato non siano in contrasto con gli indirizzi generali della stessa legge delega (sentenze n. 98 del 2008, n. 341 del 2007, n. 174 del 2005, n. 308 del 2002). In tale prospettiva deve essere considerato l'art. 17, comma 1, della legge n. 468 del 1999, che ha delegato il Governo a disciplinare il procedimento penale davanti al giudice di pace, «con le massime semplificazioni rese necessarie dalla competenza dello stesso giudice», prevedendo, in particolare, alla lettera n), la «appellabilità delle sentenze emesse dal giudice di pace, ad eccezione di quelle che applicano la sola pena pecuniaria e di quelle di proscioglimento relative a reati puniti con la sola pena pecuniaria». Dall'esame del testo della norma emerge che il legislatore delegante ha inteso attribuire una portata generale alla previsione dell'appellabilità delle sentenze del giudice di pace, configurando come eccezioni, dunque di stretta interpretazione, le ipotesi di loro inappellabilità. In un simile contesto, l'espressione «quelle che applicano la sola pena pecuniaria», utilizzata dal legislatore delegante ai fini dell'individuazione di una delle tassative ipotesi sottratte alla regola della proponibilità dell'appello, è riferibile alle sentenze che rechino esclusivamente condanna alla pena pecuniaria, e non anche alle sentenze in cui a questa condanna si accompagni quella al risarcimento del danno. Una tale opzione ermeneutica è coerente con la ratio dell'art. 17, comma 1, lettera n), della legge n. 468 del 1999, la cui formulazione denuncia il contemperamento di due esigenze contrapposte: quella di garantire comunque un secondo grado di giudizio avverso le sentenze del giudice di pace e quella di soddisfare, mediante limitazioni oggettive del diritto di appello delle parti, il canone della semplificazione dell'iter processuale che, in base ai lavori preparatori, si riverbera «anche sul regime delle impugnazioni, sotto pena di trasferire sui tribunali competenti per l'appello una massa di reati sanzionati con pene di modestissima entità» (Atti Senato, XIII legislatura, stampati n. 3160 e n. 1247- ter A). Anche la disposizione denunciata si muove in questa logica di bilanciamento tra esigenze opposte, poiché, come si evince dalla relazione ministeriale al decreto legislativo, essa ha tratto origine dalla preoccupazione, espressa dalla Commissione giustizia del Senato in sede di parere allo schema di decreto e recepita dal legislatore delegato, in ordine al grado di afflittività delle pronunce sul danno, possibili «per somme anche notevolmente superiori all'ordinario limite di competenza per valore del giudice di pace civile». D'altra parte, l'individuazione della condanna al risarcimento del danno quale elemento discriminante del regime di impugnazione delle sentenze in questione è coerente con il complessivo impianto del rito penale del giudice di pace delineato dalla legge di delegazione e, in sua attuazione, dal decreto delegato, nel quale è previsto che le condotte riparatorie post delictum determinino l'estinzione del reato (art. 17, comma 1, lettera h), della legge n. 468 del 1999; art. 35 del d. lgs. n. 274 del 2000) , ove «idonee a soddisfare le esigenze di riprovazione […] e di prevenzione», assolvendo, per certi versi, ad una funzione sostitutiva della pena. La scelta operata dal legislatore delegato, dunque, non solo è consentita dalla formulazione letterale del principio direttivo recato dall'art. 17, comma 1, lettera n), della legge n. 468 del 1999, ma risulta altresì rispettosa degli indirizzi generali della delega in materia di procedimento penale davanti al giudice di pace. 3.2. – Neppure è ravvisabile la dedotta violazione del principio di eguaglianza, per il diverso trattamento che sarebbe riservato a fattispecie identiche o similari, avuto riguardo alla regola dell'inappellabilità sancita dall'art. 593, comma 3, cod. proc. pen. , come sostituito dall'art. 13 della legge 26 marzo 2001, n. 128 (Interventi legislativi in materia di tutela della sicurezza dei cittadini), per le sentenze di condanna alla pena dell'ammenda pronunciate dal tribunale. Invero, il procedimento penale davanti al giudice di pace configura un modello di giustizia non comparabile con quello davanti al tribunale, in ragione dei caratteri peculiari che esso presenta (ordinanze n. 28 del 2007, n. 415 e n. 228 del 2005). In particolare, il d. lgs. n. 274 del 2000 devolve alla competenza del giudice di pace reati espressivi di conflitti a carattere interpersonale, rispetto ai quali, come già rilevato, in correlazione con la fondamentale finalità conciliativa, è contemplata l'estinzione conseguente a condotte riparatorie ed è definito un autonomo apparato sanzionatorio, in cui la previsione edittale concerne invariabilmente la pena pecuniaria, in alternativa alla quale possono essere discrezionalmente irrogate, in taluni casi, pene «paradetentive» (sentenza n. 2 del 2008).