[pronunce]

In definitiva, i giudici a quibus, lungi dal lamentare una violazione del principio dell'applicazione retroattiva della lex mitior, sembrano voler estendere la deroga al favor rei anche a casi non contemplati dal legislatore e, tuttavia, si limitano a chiedere la declaratoria di incostituzionalità dell'art. 10, comma 3, della legge n. 251 del 2005, non argomentando in alcun modo in ordine a una soluzione «costituzionalmente obbligata» che imporrebbe di estendere la deroga al principio della efficacia retroattiva della legge penale più mite, prevista dalla disciplina transitoria, a tutti i procedimenti pendenti prima dell'entrata in vigore della legge di riforma. A questo motivo di inammissibilità si aggiunge, anch'esso preliminarmente alla valutazione sulla non fondatezza e sulla sussistenza del limite alle pronunce additive in malam partem, quello derivante dalla considerazione che la richiesta declaratoria di incostituzionalità dell'art. 10, comma 3, così come posta, determina un'insanabile contraddizione tra le argomentazioni che vengono sviluppate nelle ordinanze e gli effetti che si determinerebbero a seguito della mancata prospettazione di un petitum che possa soddisfare le formulate censure. Dato, infatti, il valore di eccezione alla previsione contenuta nel quarto comma dell'art. 2 cod. pen. della disposizione transitoria impugnata, la caducazione di quest'ultima determinerebbe l'effetto (paradossale per i rimettenti) di estendere l'applicazione della nuova disciplina contenuta nell'art. 6 della legge n. 251 del 2005 a tutti i fatti per i quali non sia intervenuta pronuncia passata in giudicato. Deve, del pari, respingersi l'argomentazione delle parti private volta a sostenere che la Corte, nella ricordata decisione n. 393 del 2006, si sarebbe pronunciata solo in merito alla ragionevolezza della soglia specifica individuata dal legislatore per la limitazione degli effetti retroattivi della nuova legge e che la valutazione circa la costituzionalità del suo impianto generale sarebbe, quindi, impregiudicata. In realtà, questa Corte non si è limitata, con tale sentenza, a sindacare la scelta del legislatore circa il momento processuale da cui applicare o meno retroattivamente la nuova normativa, ma ha affermato, in via di principio, che la regola generale dell'applicazione della lex mitior è derogabile solo in funzione della tutela di interessi di non minore rilevanza, tutela che non ha ritenuto esservi laddove il limite alla retroattività era stato fissato nell'apertura del dibattimento, ma che ha invece ravvisato nell'avvenuto passaggio all'ulteriore grado di giudizio (sentenza n. 72 del 2008). 8. – Il Tribunale di Salerno censura anche il combinato disposto degli artt. 6, commi 1 e 4, e 10, comma 3, della legge n. 251 del 2005, perché la generalizzata diminuzione dei termini di prescrizione, per effetto dell'applicazione ai fatti pregressi ai sensi della norma transitoria, costituirebbe una forma dissimulata di amnistia in violazione dell'art. 79 Cost. Allo stesso modo il GIP del Tribunale di Padova ritiene che gli effetti complessivi della riforma, che non vengono attribuiti a specifiche disposizioni legislative, costituiscano una amnistia in forma mascherata. Le censure non sono fondate. Questa Corte in più occasioni ha ribadito che l'amnistia (al pari dell'indulto) è una particolarissima causa d'estinzione dei reati (misura di clemenza generalizzata) che incide «soltanto sulla punibilità, principale ed "accessoria", sull'applicabilità delle misure di sicurezza, e sulle obbligazioni civili per l'ammenda relative ai fatti tipici, commessi in un circoscritto periodo di tempo, anteriore alla proposta di delegazione» mentre gli «effetti penali ("e non") determinati dalla legge incriminatrice permangono, invece, tutti, intatti, in relazione a tutti i fatti, precedenti e successivi, non rientranti nel periodo beneficiato» (sentenza n. 369 del 1988). È del tutto evidente che la norma che abroga o riformula una norma incriminatrice o una ipotesi di estinzione del reato, quale la prescrizione, non presenta alcuna delle caratteristiche proprie dei provvedimenti di amnistia, prima fra tutte l'efficacia limitata nel tempo, essendo invece destinata a disciplinare in via stabile tutti i fatti successivi alla sua entrata in vigore, salvo gli effetti retroattivi più favorevoli al reo derivanti, peraltro, dall'operatività della regola generale. Risulta del tutto inconferente, pertanto, il richiamo all'istituto dell'amnistia. 9. – La questione di costituzionalità dell'art. 157, secondo comma, del codice penale, come novellato dall'art. 6, comma 1, della legge n. 251 del 2005, nella parte in cui non prevede che per determinare il tempo necessario a prescrivere si tenga conto anche delle circostanze attenuanti per le quali la legge stabilisce una pena di specie diversa da quella ordinaria e di quelle ad effetto speciale, sollevata dal Giudice del Tribunale di Roma, non è fondata. La scelta di considerare, ai fini del calcolo del termine di prescrizione dei reati, solo l'aumento di pena derivante dall'applicazione delle circostanze aggravanti con previsione speciale di pena o ad effetto speciale e non la corrispondente diminuzione derivante dall'applicazione delle circostanze attenuanti della stessa natura è espressione del legittimo esercizio della discrezionalità legislativa e non trasmoda in una violazione del principio di ragionevolezza. La legge n. 251 del 2005, nel riformare la disciplina della prescrizione, ha confermato la tendenziale correlazione, già accolta nel codice del 1930, tra il tempo necessario a prescrivere e la gravità del reato, ancorando il criterio per la determinazione del termine di prescrizione del reato alla sanzione per esso prevista, indice del suo maggiore o minore disvalore. Il primo comma dell'art. 157 cod. pen. novellato collega, infatti, il termine di prescrizione alla misura della pena massima edittale. Nel dettare tali regole, il legislatore può, peraltro, nell'esercizio della propria discrezionalità, ponderare i vari interessi coinvolti dalla complessa disciplina della prescrizione e, ciò facendo, può anche escludere la considerazione di alcuni fattori, pure suscettibili di incidere sull'entità della pena, con il solo limite costituito dalla non irragionevolezza di tale scelta. In siffatta prospettiva, non può considerarsi irragionevole che il legislatore abbia ritenuto che la rinuncia a perseguire i fatti criminosi debba essere rapportata alla gravità del reato nella sua massima ipotizzabile esplicazione sanzionatoria prevista per la fattispecie base e sul massimo aumento di pena previsto per quelle circostanze aggravanti – quelle a effetto speciale e quelle che comportano un mutamento qualitativo della pena – che, cogliendo elementi del fatto connotati da una maggiore idoneità a incidere sull'ordinaria fisionomia dell'illecito, comportano una eccezionale variazione del trattamento sanzionatorio.