[pronunce]

Con riguardo al caso in cui la disposizione censurata «fosse da intendere come norma innovativa retroattiva», il Fondo sottolinea che «i limiti costituzionali si sganciano dalla (vera o falsa) interpretazione autentica e si frappongono alla retroattività» e deduce che, nella specie, l'innovazione recata dall'art. 18, comma 10, del d.l. n. 98 del 2011, determinando una contraddizione tra la legge di delegazione e il decreto delegato, mina la coerenza e la certezza dell'ordinamento giuridico; frustra l'intento di bilanciamento degli oneri tra fondi e gestione speciale perseguito dalla legge n. 218 del 1990 e dal d.lgs. n. 357 del 1990; discrimina irragionevolmente tra fondi; vanifica l'affidamento creato nel Fondo circa l'onere da sostenere; decide la controversia principale con una norma ad personam e in senso opposto alla legge vigente al tempo della domanda e al diritto vivente. 2.4.- Il Fondo deduce poi il contrasto dell'art. 18, comma 10, del d.l. n. 98 del 2011 con gli artt. 6 e 14 della CEDU e con il «Protocollo n. 12», nonché «[u]lteriori ragioni di illegittimità costituzionale». La parte ribadisce che la disposizione denunciata è una norma innovativa ad personam - come confermato dal fatto che dai «dati di carattere normativo [...] si evince che [...] il Fondo [...] è l'unico a trovarsi nella situazione su cui vuole incidere la legge sedicente interpretativa» - che ha lo scopo specifico, esplicitato anche dagli atti parlamentari, di interferire con il giudizio in corso. Per tali ragioni, l'art. 18, comma 10, del d.l. n. 98 del 2011, viola, per il tramite dell'art. 117 Cost., l'art. 6 della CEDU. 3.- Si è costituito anche l'INPS, ricorrente nel processo principale, chiedendo che le questioni sollevate siano dichiarate non fondate. 3.1.- Quanto al primo dei profili di incostituzionalità prospettati dal rimettente, l'INPS afferma anzitutto che il denunciato art. 18, comma 10, ha attribuito all'art. 3, comma 2, del d.lgs. n. 357 del 1990, una della possibili varianti di senso, pienamente compatibile con il suo tenore letterale nonché coerente con le altre disposizioni dello stesso d.lgs. n. 357 del 1990. A sostegno di tale assunto, l'Istituto deduce che: tale decreto non contiene alcuna norma che affermi espressamente che la quota di pensione a carico della gestione speciale debba essere calcolata sull'ammontare del trattamento inteso come comprensivo della parte eventualmente già erogata in capitale e, anzi, la locuzione «trattamento pensionistico in essere all'entrata in vigore della legge 30 luglio 1990, n. 218», che figura nell'art. 3, comma 2, ben si presta a essere intesa come riferita all'ammontare del rateo di pensione in corso di pagamento alla suddetta data; l'art. 3, comma 1, nell'includere l'«ammontare relativo a ciascuna mensilità dell'ultimo anno» tra i dati che, per ciascun pensionato, dovevano essere forniti dai fondi all'INPS, utilizza il termine «mensilità», il quale corrobora il convincimento che il legislatore, ai fini del calcolo della quota da porre a carico della gestione speciale, abbia voluto prendere a riferimento l'importo del rateo mensile in corso di pagamento; l'art. 4, comma 2, prevede che la quota di pensione a carico della gestione speciale è incrementata per effetto della «disciplina della perequazione automatica», ciò che può trovare spiegazione soltanto qualora tale quota sia stata determinata sulla parte di pensione dovuta sotto forma di rendita; l'art. 6 contempla dei «sistemi di conguaglio» tra le somme per prestazioni erogate dai fondi per conto dell'INPS e «i contributi allo stesso dovuti», cioè un meccanismo che «presuppone che oggetto delle compensazioni siano somme in corso di pagamento»; l'art. 3, comma 1 (recte: comma 3), della legge n. 218 del 1990 delegava il Governo a disciplinare il trattamento previdenziale dei dipendenti degli enti creditizi dei quali era prevista la trasformazione in società per azioni «secondo le norme dell'assicurazione generale obbligatoria», finalità rispetto alla quale non sarebbe «appieno conforme» accollare alla gestione speciale i costi di capitalizzazione della pensione. Sempre con riguardo al primo dei prospettati profili di incostituzionalità, l'INPS afferma, in secondo luogo, che il denunciato art. 18, comma 10, è valso a risolvere «una situazione di oggettiva incertezza». A sostegno della sussistenza di questa, l'INPS deduce: da un canto, di avere immediatamente sostenuto, sin da subito dopo l'entrata in vigore del d.lgs. n. 357 del 1990 (con le circolari 19 aprile 1991, n. 104, e 28 dicembre 1991, n. 295), che la quota a carico della gestione speciale andava determinata al netto della parte di pensione eventualmente già corrisposta dai fondi in capitale; d'altro canto, che l'opposto orientamento interpretativo della Corte di cassazione era stato espresso in un'unica pronuncia, resa in una causa nella quale l'esito dei due gradi di giudizio di merito era stato difforme, sicché non potrebbe affermarsi che esso era consolidato. 3.2.- Quanto al secondo dei profili di incostituzionalità prospettati dal rimettente, l'INPS deduce anzitutto, sul piano generale, che, secondo l'orientamento della Corte costituzionale, per un verso, non esisterebbe un principio secondo cui la necessaria incidenza delle norme retroattive sui giudizi in corso si porrebbe automaticamente in contrasto con la CEDU e, per altro verso, sarebbe legittimo un intervento normativo che, per porre rimedio a un'imperfezione tecnica della legge interpretata, ne ristabilisca, con legge retroattiva, un'interpretazione più aderente all'originaria volontà del legislatore. Nel caso di specie, sarebbe proprio l'argomentata natura realmente interpretativa della disposizione denunciata a confortare «ancor di più» il convincimento dell'insussistenza di una violazione del diritto a un giusto processo. Infatti, posta la compatibilità letterale e logica di tale disposizione con quella da essa interpretata, non sarebbe possibile addebitare all'art. 18, comma 10, del d.l. n. 98 del 2011 di avere interferito con la funzione giurisdizionale, risultando, viceversa, palese che l'intervento con esso operato era ispirato esclusivamente dall'intento di ristabilire l'autentica volontà del legislatore, considerata l'imperfetta formulazione dell'interpretato art. 3, comma 2, del d.lgs. n. 357 del 1990, che, infatti, si prestava ad almeno due opposte opzioni esegetiche, entrambe plausibili. L'INPS conclude affermando che il principio del giusto processo, previsto dall'art. 6 della CEDU, non è violato perché l'interpretazione autentica sancita dal denunciato art. 18, comma 10, non costituisce un'imprevedibile alterazione o modificazione della disposizione interpretata ma rappresenta, piuttosto, un definitivo avallo di un'opzione esegetica agevolmente ricavabile da essa.