[pronunce]

Ad avviso del giudice a quo, sarebbe ingiustificato il trattamento deteriore di chi abbia ottenuto l'estinzione del reato per aver positivamente svolto il lavoro sostitutivo rispetto a chi, avendo ottenuto la sospensione condizionale della pena, si limiti ad attendere il decorso del tempo necessario a determinare l'estinzione del reato. 1.4.- Non manifestamente infondato appare alla Sezione rimettente anche il dubbio di compatibilità delle disposizioni censurate con l'art. 27, terzo comma, Cost. Il giudice a quo ricorda, a tal proposito, la sentenza n. 231 del 2018 con cui questa Corte ha dichiarato l'illegittimità costituzionale delle disposizioni oggetto di odierna censura, nel testo anteriore alle modifiche recate dal citato d.lgs. n. 122 del 2018, nella parte in cui non prevedono che nel certificato generale e nel certificato penale del casellario giudiziale richiesti dall'interessato non siano riportate le iscrizioni dell'ordinanza di sospensione del processo con messa alla prova dell'imputato ai sensi dell'art. 464-quater del codice di procedura penale e della successiva sentenza che dichiara l'estinzione del reato ai sensi dell'art. 464-septies cod. proc. pen. Dal momento che l'istituto della messa alla prova condividerebbe con la declaratoria di estinzione di cui all'art. 186, comma 9-bis, cod. strada la base consensuale del procedimento e del trattamento che ne consegue, nonché il necessario inquadramento nel «finalismo rieducativo che l'art. 27, terzo comma, Cost. ascrive all'intero sistema sanzionatorio penale», il giudice a quo ritiene che le ragioni poste dalla sentenza n. 231 del 2018 a fondamento della dichiarazione di illegittimità costituzionale dell'esclusione del beneficio della non menzione delle sentenze dichiarative dell'estinzione del reato per esito positivo della messa alla prova debbano valere anche per il caso di estinzione del reato di cui all'art. 186 cod. strada. Infatti, una volta dichiarata l'estinzione del reato a seguito della prestazione del lavoro di pubblica utilità con finalità di emenda e risocializzazione, non si giustificherebbe più «lo strascico pregiudizievole rappresentato dalla menzione del reato estinto nei certificati rilasciati dal casellario, allo stesso modo dell'esito positivo della prova ammessa ai sensi dell'art. 464-quater del codice di rito». In tale prospettiva, la menzione dei provvedimenti di cui all'art. 186, comma 9-bis, cod. strada risulterebbe disfunzionale all'obiettivo costituzionalmente imposto della rieducazione del reo, tale menzione essendo «suscettibile di risolversi in un ostacolo al reinserimento sociale del soggetto che abbia ottenuto, e poi concluso con successo, lo svolgimento del lavoro sostitutivo, creandogli [...] più che prevedibili difficoltà nell'accesso a nuove opportunità lavorative, senza che ciò possa ritenersi giustificato da ragioni plausibili di tutela di controinteressi costituzionalmente rilevanti». A tale ultimo proposito, la Sezione rimettente rileva «che l'esigenza di garantire che la declaratoria di estinzione di cui all'art. 186, comma 9-bis, cod. strada non sia concessa più di una volta (ultimo periodo della disposizione dianzi citata) è già adeguatamente soddisfatta dall'obbligo di iscrizione dei menzionati provvedimenti e della loro indicazione nel certificato "ad uso del giudice" (rispettivamente artt. 3, comma 1, lettera a), e 21, comma 1, del T.U. casellario giudiziale)». 2. - Il Presidente del Consiglio dei ministri non è intervenuto nel giudizio. 3.- Con ordinanza del 10 settembre 2018, iscritta al n. 137 del r.o. 2019, il Tribunale ordinario di Napoli ha sollevato, in riferimento agli artt. 3 e 27, terzo comma, Cost., questioni di legittimità costituzionale dei medesimi artt. 24 e 25 t.u. casellario giudiziale, «nella parte in cui non prevedono che nel certificato generale del casellario giudiziale e nel certificato penale chiesti dall'interessato non sia riportata l'ordinanza che dichiara l'estinzione del reato» ai sensi dell'art. 186, comma 9-bis, cod. strada. 3.1.- Il rimettente è chiamato a giudicare di un'istanza di cancellazione dai certificati generale e penale del casellario richiesti dall'interessato della sentenza di condanna per il reato di cui all'art. 186, comma 2, lettera c), cod. strada, poi dichiarato estinto a seguito del positivo svolgimento del lavoro di pubblica utilità, ai sensi del comma 9-bis del medesimo articolo. 3.2.- Le questioni sarebbero rilevanti, posto che il giudice rimettente sarebbe «chiamato ad esercitare una effettiva ed attuale potestas decidendi proprio in relazione alle norme sospettate di incostituzionalità, venendo le stesse in rilievo nell'ambito del procedimento di esecuzione instaurato dal[l'istante] per ottenere la cancellazione dell'iscrizione ritenuta [...] pregiudizievole». D'altra parte, stante la tassatività della elencazione contenuta nelle norme tacciate di incostituzionalità, non sarebbe possibile «addivenire ad una [loro] interpretazione conforme, a meno di non cedere ad una manipolazione additiva delle previsioni relative a casi analoghi espressamente contemplati fra le "eccezioni" previste dai due articoli». 3.3.- Quanto alla non manifesta infondatezza delle questioni, il rimettente svolge argomentazioni in larga parte sovrapponibili a quelle più estesamente svolte nell'ordinanza della Corte di cassazione di cui si è dato conto in precedenza. In riferimento al dubbio di violazione dell'art. 3 Cost., il rimettente ritiene peraltro che l'irrazionalità delle disposizioni censurate emerga non solo dal raffronto con il patteggiamento, con il decreto penale e la sospensione condizionale della pena, bensì anche dal raffronto con la disciplina relativa ai provvedimenti giudiziari che dichiarano la non punibilità per particolare tenuità del fatto ai sensi dell'art. 131-bis cod. pen. Anche per tali provvedimenti, le disposizioni in questione prevedono la non menzione nei certificati del casellario giudiziale a richiesta dell'interessato (artt. 24, comma 1, lettera f-bis, e 25, comma 1, lettera f-bis, t.u. casellario giudiziale). Ne deriverebbe l'irragionevole conseguenza per cui «[l]o stesso fatto per il quale l'imputato chieda ed ottenga la conversione della pena nel lavoro di pubblica utilità potrebbe [...] essere considerato di particolare tenuità dal giudice all'esito del processo - o anche prima di esso, ex art. 469 comma 1-bis codice di procedura penale - con la conseguenza che non ve ne sarebbe traccia nel casellario». 4.- Nemmeno in questo giudizio è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri. 5.- Si è invece costituita nel giudizio iscritto al n. 137 del r.o. 2019 la parte privata R. R., la quale si è espressamente richiamata all'ordinanza della Corte di cassazione di cui al n. 111 del r.o. 2019, concludendo per l'accoglimento delle questioni.