[pronunce]

Proprio a tutela di tali interessi il legislatore del 2017 sarebbe, dunque, intervenuto onde rimuovere una «imperfezione tecnica» e preservare l'intenzione del legislatore del 1997, che sarebbe stata quella di aprire le attività professionali anche all'esercizio in forma societaria. La mancata adozione del decreto attuativo non avrebbe, pertanto, privato di ogni efficacia il comma 1 dell'art. 24, che «non ha attribuito ai destinatari una nuova situazione di vantaggio da definire in via di dettaglio, ma ha rimosso un divieto posto alla preesistente e garantita libertà di iniziativa economica e all'autonomia contrattuale». Viceversa, secondo la società, l'interpretazione proposta dal rimettente dell'art. 24 della legge n. 266 del 1997 renderebbe costituzionalmente illegittima tale disposizione, poiché consentirebbe a una fonte secondaria di sospendere l'esercizio di un'attività, già ammessa da una fonte di rango primario. La società A. M. considera, dunque, l'art. 10, comma 3, della legge n. 183 del 2011 - secondo cui è «consentita la costituzione di società per l'esercizio di attività professionali regolamentate nel sistema ordinistico secondo i modelli societari regolati dai titoli V e VI del libro V del&#160;codice civile.&#160;Le società cooperative di professionisti sono costituite da un numero di soci non inferiore a tre» - una norma meramente ricognitiva della disciplina già in vigore. 6.- Il 30 aprile 2024 è intervenuto nel giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, che ha, anzitutto, sollevato eccezioni di rito. 6.1.- La difesa statale reputa inammissibili le questioni concernenti la violazione degli artt. 24 e 41 Cost., in quanto il rimettente non avrebbe «motivato in ordine alle ragioni del ritenuto contrasto con le disposizioni invocate». Inoltre, la censura di ingiustificata disparità di trattamento rispetto alle altre società di professionisti, nonché alle società di ingegneria costituite nella forma di società di persone, oltre a non fare esplicito riferimento alla violazione dell'art. 3 Cost., sarebbe comunque carente di motivazione. Infatti, il giudice a quo non individuerebbe «le ragioni per le quali dovrebbe essere assicurato un analogo trattamento [...] rispetto alle altre società considerate». 6.2.- Nel merito, l'Avvocatura generale sostiene la non fondatezza della censura sollevata in riferimento all'art. 3 Cost. e rileva il carattere isolato della sentenza della Corte di cassazione n. 7310 del 2017, che ha ritenuto nullo il contratto con cui veniva affidata a una società l'esecuzione di incarichi rientranti nell'attività tipica del libero professionista ingegnere. Ne desume che «- nell'obiettiva incertezza determinatasi a seguito, da un lato, dell'abrogazione, ad opera del comma 1 dell'art. 24 della legge n. 266 del 1997, del divieto di esercizio in forma societaria delle professioni (contenuto all'articolo 2 della legge n 1815 del 1939) e, dall'altro, dalla mancata adozione del D.M. previsto al comma 2 del medesimo articolo 24 - [...] la conclusione fatta propria dalla sentenza n. 7310 del 2017 non fosse l'unica sostenibile». Del resto - secondo la difesa statale - il comma 2 dell'art. 24, richiamando le «attività di cui all'art. 1 della legge 23 novembre 1939, n. 1815» per la fissazione dei relativi requisiti, non potrebbe ritenersi riferito esclusivamente all'esercizio in forma societaria delle suddette professioni, ma sarebbe estensibile anche alla forma delle associazioni, «l'unica [...] prevista dall'articolo 1». Pertanto, ad avviso dell'Avvocatura, «l'interpretazione secondo la quale, in assenza del decreto del Ministro di grazia e giustizia, non sarebbe stato possibile l'esercizio in forma societaria delle professioni contemplate dall'articolo 1 della legge non appare l'unica percorribile, ben potendosi ritenere che, pur in assenza del suddetto decreto, l'esercizio in forma societaria risultasse consentito, al pari di quello in forma associata, esplicitamente previsto dall'articolo 1 della legge n. 1815 del 1939, pur in mancanza del decreto ministeriale». 6.3.- La ritenuta natura interpretativa delle norme censurate consentirebbe, inoltre, a giudizio dell'Avvocatura generale dello Stato, un'interpretazione della disciplina dell'esercizio in forma societaria delle professioni liberali che estenda la possibilità di tale esercizio anche alle altre forme societarie previste dal codice civile, quale conseguenza dell'abrogazione del divieto di cui all'art. 2 della legge n. 1815 del 1939, ad opera dell'art. 24, comma 1, della legge n. 266 del 1997. Ne conseguirebbe, secondo la difesa statale, la validità dei contratti stipulati dalle suddette società, in qualsiasi forma costituite, e l'insussistenza della disparità di trattamento denunciata dal giudice rimettente. 7.- Il 24 settembre 2024 il Condominio ha depositato memoria in prossimità dell'udienza, con la quale ha replicato alle principali argomentazioni dell'Avvocatura generale dello Stato e della società A. M. 7.1.- In rito, il Condominio sostiene la manifesta infondatezza delle eccezioni sollevate dall'Avvocatura dello Stato. Quanto al merito, giudica non ragionevole l'interpretazione, secondo la quale, pur in assenza del decreto ministeriale, sarebbe stato consentito l'esercizio dell'attività professionale in forma societaria al pari di quello in forma associata. Tale interpretazione non terrebbe conto dell'evoluzione normativa che dapprima ha riconosciuto la possibilità di costituire società di ingegneria nelle due forme del commercial e del consulting engineering e che solo con la legge 11 febbraio 1994, n. 109 (Legge quadro in materia di lavori pubblici) ha previsto la possibilità di costituire società di capitali per lo svolgimento di attività di ingegneria, ma limitatamente ai contratti pubblici. Il successivo d.l. n. 223 del 2006, come convertito, avrebbe poi consentito di svolgere attività professionali in forma interdisciplinare alle società di persone e alle associazioni, ma senza estendere il superamento del divieto per le società di capitali. La conferma della persistenza del divieto viene poi ravvisata nella ritenuta "nuova" abrogazione dell'art. 2 della legge n. 1815 del 1939, che sarebbe stata introdotta, a decorrere dal 1° gennaio 2012, con l'art. 10, comma 11, della legge n. 183 del 2011 (norma, che, a parere del Condominio, non avrebbe portata unicamente ricognitiva). Di conseguenza, esso ribadisce che le norme censurate avrebbero operato «una sanatoria politica, su pressione delle associazioni di categoria, di contratti nulli conclusi, in piena consapevolezza, dalle società di ingegneria nelle forme di società di capitali o cooperative, la cui operatività era ex lege limitata agli appalti pubblici».