[pronunce]

e perché verrebbe precluso al minore l'accesso a istituti quali il perdono giudiziale e l'applicazione della specifica circostanza attenuante della minore età prevista all'art. 98 cod. pen. , così da far sospettare di illegalità manifesta anche il trattamento sanzionatorio. Alla luce anche della rilevata non omogeneità delle situazioni sostanziali sottese e degli interessi costituzionali in gioco, quali la tutela del minore (art. 31, secondo comma, Cost.) e la funzione rieducativa della pena (art. 27, terzo comma, Cost.), la parificazione della nullità in esame alle altre, operata dalla norma censurata, esprimerebbe dunque una inadeguata ponderazione della scelta legislativa, risultando intrinsecamente arbitraria, sproporzionata e manifestamente irragionevole. 1.5.2.- Un secondo motivo di censura è incentrato sulla violazione dell'art. 10 Cost., «laddove prevede che l'ordinamento giuridico italiano si debba conformare alle norme di diritto internazionale generalmente riconosciute», espressive del principio della tutela del minore. Il che sarebbe dimostrato dalle numerose fonti in materia, quali la Dichiarazione dei diritti del bambino adottata nel 1924, la Dichiarazione universale dei diritti del fanciullo adottata dalle Nazioni Unite nel 1959, le cosiddette "Regole di Pechino" del 1985 e la Raccomandazione del Consiglio d'Europa n. R (87) 20, i cui principi hanno orientato anche il legislatore statale, la Convenzione internazionale sui diritti del fanciullo, adottata a New York dall'Assemblea generale delle Nazioni Unite il 20 novembre 1989 e ratificata con legge 27 maggio 1991, n. 176, le Linee guida del Comitato dei ministri del Consiglio d'Europa per una giustizia a misura di minore, adottate dal Comitato dei ministri del Consiglio d'Europa il 17 novembre 2010. Tali fonti internazionali non farebbero che attestare l'esistenza, nel diritto internazionale consuetudinario, di una serie di principi generali sulla tutela del minore, quali «la necessità che il minore sia giudicato da un'autorità competente e specializzata», secondo un rito funzionale al suo interesse superiore, e che tenga conto della sua condizione, con il minimo ricorso alla carcerazione e con strumenti di fuoriuscita dal processo per evitarne l'effetto stigmatizzante. La disposizione censurata consentirebbe invece l'aggiramento delle tutele ivi previste «attraverso lo "scudo" del giudicato», così che autorizzare l'esecuzione della pena pronunciata da un giudice incompetente a giudicare chi all'epoca dei fatti era minorenne contrasterebbe con l'effettività delle tutele del diritto internazionale. 1.5.3.- Sarebbero inoltre violati gli artt. 13 e 117, primo comma, Cost., quest'ultimo in riferimento all'art. 5 CEDU, «laddove le citate norme affermano il principio di inviolabilità della libertà personale e individuano criteri di legalità della detenzione a livello costituzionale e convenzionale». L'art. 13 Cost., nella parte in cui stabilisce che non è consentita alcuna forma di detenzione se non per atto motivato dell'autorità giudiziaria e nei soli casi e modi previsti dalla legge, affermerebbe implicitamente che la legalità della detenzione vada valutata anche sotto il profilo della legalità della pronuncia di condanna, in modo che l'illegalità di quest'ultima necessariamente si riverberi sulla legalità della detenzione. Sebbene una certa dose di fallibilità del giudizio sia ineliminabile, l'inviolabilità della libertà personale non dovrebbe poter consentire l'esecuzione di un provvedimento ictu oculi affetto da nullità radicale. Nel medesimo senso sarebbe orientato anche l'art. 5 CEDU, allorché stabilisce che la privazione della libertà personale non possa considerarsi conforme alla Convenzione se non nei modi previsti dalla legge e nei casi ivi testualmente indicati. Tra questi, alla lettera a) del paragrafo 1, è prevista la condizione che il condannato sia «detenuto regolarmente in seguito a condanna da parte di un tribunale competente». Nel caso Yefimenko contro Russia (sentenza 12 febbraio 2013), la Corte EDU avrebbe accertato la violazione della disposizione convenzionale in esame per via del fatto che l'organo giudicante che aveva emesso la condanna a pena detentiva, pur avendo in astratto la competenza sul caso, aveva seduto in una composizione diversa da quella prevista per legge. Si tratterebbe di un'incompetenza che, nell'ordinamento italiano, rappresenterebbe un vizio attinente alle condizioni di capacità del giudice e alla composizione dei collegi, ai sensi dell'art. 178, comma 1, lettera a), cod. proc. pen. , ossia una nullità che si realizza anche in caso di violazione della competenza funzionale del tribunale per i minorenni. Lo stesso art. 5 CEDU, al suo paragrafo 4, statuisce anche il diritto del soggetto privato della libertà personale di fare ricorso a un tribunale che possa decidere sulla «legalità della sua detenzione e ne ordini la scarcerazione se la detenzione è illegale». L'art. 670 cod. proc. pen. , nel limitare il sindacato del giudice dell'esecuzione alla mera verifica dell'esistenza del titolo o alla sua definitività, opererebbe, secondo il rimettente, una scelta che pare sacrificare sull'altare del giudicato la libertà personale del condannato e il suo diritto a far accertare la legalità della propria detenzione. Ciò, anche in ipotesi in cui l'illegalità per incompetenza del giudice sia talmente grave e manifesta da minare alla radice l'atto della cui esecuzione si tratta. 1.5.4.- Sarebbe infine violato l'art. 25, primo comma, Cost., posto che l'art. 670 cod. proc. pen. consentirebbe l'eseguibilità di una pena fondata su una sentenza emessa in violazione della competenza funzionale del tribunale per i minorenni, ossia del solo giudice naturale del minore. 1.6.- I dubbi di legittimità costituzionale così formulati non sarebbero superabili ricorrendo a un'interpretazione costituzionalmente orientata dell'art. 670 cod. proc. pen. , il quale circoscrive in modo preciso i limiti del sindacato del giudice dell'esecuzione, abilitato a valutare anche nel merito la sola osservanza delle norme sull'irreperibilità, con previsione di carattere eccezionale. Né il rimettente ritiene di poter ricondurre la fattispecie della nullità rilevante nel caso a quo alla ipotesi di «mancanza» del titolo, con un'assimilazione tra nullità radicale e inesistenza della pronuncia. 2.- È intervenuto in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che le questioni vengano dichiarate manifestamente inammissibili o, comunque, non fondate. Osserva l'Avvocatura generale dello Stato che, come riconosciuto in plurime pronunce della Corte di cassazione, il giudice dell'esecuzione può solo dichiarare ineseguibile la sentenza o revocarla ai sensi degli artt. 669 e 673 cod. proc. pen. , mentre l'annullamento sarebbe riservato al giudice dell'impugnazione e rimarrebbe così precluso dalla formazione del giudicato.