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Norme per la promozione dell'equilibrio di genere negli organi costituzionali, nelle autorità indipendenti, negli organi delle società controllate da società a controllo pubblico e nei comitati di consulenza del Governo. Onorevoli Senatori . – L'articolo 51 della Costituzione italiana stabilisce che tutti i cittadini dell'uno e dell'altro sesso possono accedere agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizioni di eguaglianza, secondo i requisiti stabiliti dalla legge. È stata la legge costituzionale 30 maggio 2003, n. 1, che ha poi integrato il principio contenuto nell'articolo 51 con la norma secondo la quale: « la Repubblica promuove con appositi provvedimenti le pari opportunità tra donne e uomini ». È venuto così a compimento, all'inizio del secolo, un percorso politico e legislativo avviatosi da tempo e che si era già manifestato in precedenti modifiche costituzionali quali, ad esempio, la legge costituzionale n. 2 del 2001, che ha stabilito che le regioni ad autonomia speciale devono promuovere condizioni di parità di accesso alle consultazioni elettorali, al fine di conseguire l'equilibrio della rappresentanza dei sessi, e la legge costituzionale n. 3 del 2001, che ha prescritto che le regioni a statuto ordinario devono, con proprie leggi, promuovere la parità di accesso tra donne e uomini alle cariche elettive. Il significativo rinnovamento della Costituzione nella direzione dell'impegno alla promozione fattiva delle pari opportunità ha, dunque, indicato una direzione « obbligata » che impone di affrontare, in termini innovativi, il problema della presenza minoritaria delle donne nelle istituzioni repubblicane, tenendo certamente conto che, tra gli obiettivi principali della modifica all'articolo 51, vi è quello di dare preventiva copertura costituzionale a tutte le iniziative di riforma improntate al principio della cosiddetta democrazia paritaria e al perseguimento della piena parità degli uomini e delle donne nella vita sociale, culturale ed economica del Paese. Nella Costituzione repubblicana vi sono numerose disposizioni che riguardano, direttamente o indirettamente, la materia delle pari opportunità fra i sessi. Innanzitutto tra i princìpi fondamentali non possono non citarsi: l'articolo 2, che stabilisce che la Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo (inteso come persona), sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità; l'articolo 3, che stabilisce al primo comma che tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche e di condizioni personali o sociali (cosiddetto principio di eguaglianza formale); sempre l'articolo 3, che al secondo comma attribuisce alla Repubblica il compito di rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese. Infine, ricordiamo il già citato articolo 117, come modificato dalla legge costituzionale n. 3 del 2001, che al settimo comma vincola il legislatore regionale affermando che: « Le leggi regionali rimuovono ogni ostacolo che impedisce la piena parità degli uomini e delle donne nella vita sociale, culturale ed economica e promuovono la parità di accesso tra donne e uomini alle cariche elettive ». L'evoluzione del nostro ordinamento costituzionale ha seguito del resto l'affermazione dei diritti delle donne a livello internazionale che ha trovato una solida base nella Convenzione sull'eliminazione di ogni forma di discriminazione nei confronti della donna, adottata a New York il 18 dicembre 1979 (ratificata dalla legge n. 132 del 1985). Con riferimento all'ordinamento dell'Unione europea poi, vanno ricordati: l'articolo 2 del Trattato che istituisce la Comunità europea (come modificato dal Trattato di Amsterdam), che annovera fra i compiti della Comunità quello di promuovere la parità fra uomini e donne, e l'articolo 23 della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea, secondo il quale: « La parità tra uomini e donne deve essere assicurata in tutti i campi, compreso in materia di occupazione, di lavoro e di retribuzione » e per il quale: « Il principio della parità non osta al mantenimento o all'adozione di misure che prevedano vantaggi specifici a favore del sesso sottorappresentato ». Un altro passo importante in questa direzione è stato compiuto con l'approvazione della legge n. 120 del 2011, la cosiddetta legge Golfo-Mosca, che ha previsto quote di genere nei consigli di amministrazione e nei collegi sindacali delle società quotate in mercati regolamentati e delle società, costituite in Italia, controllate da pubbliche amministrazioni, non quotate in mercati regolamentati. A nove anni di distanza dall'approvazione della legge, i risultati della sua applicazione sono molto positivi. Il monitoraggio del Dipartimento per le pari opportunità della Presidenza del Consiglio dei ministri mostra che, a marzo 2019, i board delle società pubbliche erano costituiti per il 32,6 per cento da donne. Le donne rappresentano il 28,5 per cento dei componenti dei consigli di amministrazione e ricoprono più di un terzo delle cariche nei collegi sindacali (33,4 per cento e 41,7 per cento rispettivamente con riferimento ai sindaci effettivi e ai sindaci supplenti). Inoltre, in base ai dati della Commissione nazionale per le società e la Borsa (Consob), risultava che nel 2011 la rappresentanza delle donne fra i consiglieri di amministrazione delle società quotate fosse circa del 7 per cento, mentre fra i membri dei relativi collegi sindacali si fermava al 6,5 per cento. A giugno 2018 i dati riportavano una situazione di maggiore equilibrio, con la presenza di consiglieri di sesso femminile nei board delle società quotate al 36 per cento, mentre nei collegi sindacali il dato era pari al 38 per cento. La stessa Consob ha evidenziato che, dall'entrata in vigore della legge, l'età media dei componenti dei consigli di amministrazione di società quotate si è ridotta, mentre è aumentata la presenza di laureati e con un titolo di studio postlaurea. A distanza di nove anni dall'entrata in vigore della Golfo-Mosca, oltre il 70 per cento delle società interessate dalla legge ha la presenza del genere meno rappresentato pari o superiore a un terzo nei propri organi amministrativi. Restano, tuttavia, numerosi settori dove l'accesso delle donne a posizioni di vertice e di direzione permane residuale, nonché organi dello Stato dove la presenza delle donne risulta ad oggi del tutto minoritaria e nella cui composizione non viene sufficientemente prestata attenzione al principio dell'equilibrio di genere. Questo disegno di legge si pone l'obbiettivo di affrontare il problema promuovendo, in attuazione dell'articolo 51, primo comma, della Costituzione, l'equilibrio di genere negli organi costituzionali, nelle autorità indipendenti e negli organi delle società quotate e non quotate controllate da pubbliche amministrazioni.