[pronunce]

n. 28 del 2015 sarebbe avvenuta in contrasto col criterio direttivo di delega contenuto nell'art. 1, comma 1, lettera m), della legge 28 aprile 2014, n. 67 (Deleghe al Governo in materia di pene detentive non carcerarie e di riforma del sistema sanzionatorio. Disposizioni in materia di sospensione del procedimento con messa alla prova e nei confronti degli irreperibili). Ai sensi di tale previsione, infatti, il Governo era delegato a «escludere la punibilità di condotte sanzionate con la sola pena pecuniaria o con pene detentive non superiori nel massimo a cinque anni, quando risulti la particolare tenuità dell'offesa e la non abitualità del comportamento, senza pregiudizio per l'esercizio dell'azione civile per il risarcimento del danno e adeguando la relativa normativa processuale penale». Alla luce del fatto che, in tale previsione, il legislatore delegante nulla ha stabilito in ordine al criterio di determinazione della pena e al computo delle circostanze, la disposizione censurata - con cui è stata esercitata la delega - avrebbe travalicato le condizioni poste dall'art. 76 Cost., atteso che essa non costituirebbe né un «coerente sviluppo» del criterio dettato dalla legge delega, pur nell'esercizio di fisiologici margini di discrezionalità, né «il portato di una interpretazione plausibile delle scelte affermate dal Parlamento in sede di delega». Ciò sarebbe comprovato dal carattere autosufficiente del criterio di delega, testimoniato dal fatto che, per il consimile istituto della sospensione del procedimento con messa alla prova dell'imputato, con l'art. 168-bis cod. pen. , introdotto dall'art. 3 della legge n. 67 del 2014, il legislatore ha fatto riferimento unicamente alla pena edittale detentiva senza nulla stabilire quanto al computo delle circostanze, laddove in altri casi (come quelli disciplinati dall'art. 1, comma 1, lettere b, c e g, della medesima legge n. 67 del 2014), già in sede di delega era previsto che il riferimento ai massimi edittali di pena andasse determinato alla luce di quanto disposto dall'art. 278 del codice di procedura penale. Tale ultimo articolo prevede, in particolare, che «[a]gli effetti dell'applicazione delle misure, si ha riguardo alla pena stabilita dalla legge per ciascun reato consumato o tentato. Non si tiene conto della continuazione, della recidiva e delle circostanze del reato, fatta eccezione della circostanza aggravante prevista al numero 5) dell'articolo 61 del codice penale e della circostanza attenuante prevista dall'articolo 62 n. 4 del codice penale nonché delle circostanze per le quali la legge stabilisce una pena di specie diversa da quella ordinaria del reato e di quelle ad effetto speciale». A ciò si dovrebbe aggiungere, secondo il rimettente, che il rilievo riconosciuto alle circostanze aggravanti ad effetto speciale e autonome avrebbe inciso significativamente sul nuovo istituto, escludendo dal suo ambito di applicabilità figure di reato «stati[sti]camente frequenti» come il furto aggravato e le lesioni gravi, in senso contrario rispetto alla ratio dell'intervento di riforma, consistente nel riaffermare la natura di extrema ratio della pena e nel contenere il gravoso carico di contenzioso penale. 4.- Con la seconda questione, proposta in via subordinata e con riferimento all'art. 3 Cost., il Tribunale di Firenze dubita della legittimità costituzionale dell'art. 131-bis, quinto comma, secondo periodo, cod. pen. , limitatamente alle parole: «[i]n quest'ultimo caso ai fini dell'applicazione del primo comma non si tiene conto del giudizio di bilanciamento delle circostanze di cui all'articolo 69». Ad avviso del rimettente, l'impossibilità, per il giudice, di bilanciare eventuali circostanze attenuanti a effetto comune con eventuali circostanze aggravanti a effetto speciale sarebbe manifestamente irragionevole. A fronte del fatto che il legislatore avrebbe, con la disposizione censurata, ritenuto astrattamente rilevanti, ai fini dell'applicazione dell'esimente della particolare tenuità del fatto, le circostanze - tanto aggravanti, quanto attenuanti - a effetto speciale e autonome, l'incidenza delle une e delle altre avrebbe ripercussioni assai diversificate sul grado della risposta sanzionatoria. Mentre il computo delle circostanze attenuanti a effetto speciale si giustificherebbe in ragione della necessità di mitigare la risposta sanzionatoria per quei fatti di minore gravità, pur potenzialmente rientranti in una fattispecie base punita con particolare severità, per le circostanze aggravanti ad effetto speciale la conseguenza - speculare - sarebbe quella di inasprire la risposta sanzionatoria rispetto a una fattispecie base punita in modo mite o, comunque, non particolarmente severo. In questo quadro, la scelta del legislatore di precludere il bilanciamento con le attenuanti a effetto comune comporterebbe che la causa di non punibilità di cui all'art. 131-bis cod. pen. sarebbe applicabile a quei reati per i quali la fattispecie base sia contrassegnata da limiti edittali elevati ma per i quali sussista una circostanza attenuante a effetto speciale, «mentre la stessa causa di non punibilità non [sarebbe] applicabile a quei reati, connotati da una fattispecie base punita mitemente, ma per i quali la sussistenza di una circostanza ad effetto speciale elevi particolarmente i limiti edittali, pur quando il fatto risulti in concreto di particolare tenuità e ricorrano delle attenuanti ad effetto comune». Con riguardo al primo caso, l'ordinanza di rimessione adduce l'esempio del reato di bancarotta fraudolenta patrimoniale attenuata di cui all'art. 326, comma 3, del decreto legislativo 12 gennaio 2019, n. 14 (Codice della crisi d'impresa e dell'insolvenza in attuazione della legge 19 ottobre 2017, n. 155), punita con un minimo edittale di un anno di reclusione, alla quale, quindi, sarebbe applicabile l'art. 131-bis cod. pen. A dimostrazione della seconda evenienza, invece, l'ordinanza si richiama all'ipotesi del furto pluriaggravato anche di modesta o modestissima entità, per il quale il minimo di pena è pari a tre anni di reclusione, senza che possa avere alcun rilievo l'attenuante a effetto comune di cui all'art. 62, numero 4), cod. pen. , anche ove ritenuta prevalente nel giudizio di bilanciamento. Di tale anomalia - che avrebbe potuto essere eliminata attribuendo rilevanza al bilanciamento ex art. 69 cod. pen. con eventuali circostanze attenuanti, anche a effetto comune - sarebbe del resto stato consapevole lo stesso legislatore delegato, il quale, nella relazione illustrativa dello schema di decreto legislativo, evidenziava già come il criterio adottato nella disposizione oggetto di censura non avrebbe eliminato le possibili incongruenze derivanti dall'impossibilità di tenere conto, ai fini della determinazione della pena, della soccombenza delle circostanza aggravanti ad effetto speciale con quelle attenuanti ad effetto comune, rilevando l'impossibilità di intervenire su un tale aspetto «indubbiamente problematico ma costituente in verità un nodo dell'intero sistema non affrontabile in questa sede».