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Le misure adottate in Italia e poi le misure adottate in Europa hanno piegato la curva dal lato giusto, ma il virus non è scomparso, il virus non è finito. Basta alzare lo sguardo e vedere cosa accade in queste ore, in questi minuti, in Sud America, in Brasile, in Perù o anche in Nord America o in alcuni Paesi dell'Asia e ci si rende conto di quanto ancora siamo di fronte ad un nemico difficile, insidioso, che abbiamo imparato a conoscere in questi mesi e che grazie al lavoro straordinario dei nostri medici, dei nostri infermieri, dei nostri operatori sanitari (che voglio ringraziare ancora una volta per il lavoro straordinario che hanno svolto) e grazie ai nostri scienziati, ora stiamo imparando a conoscere meglio. Dove va allora l'Italia? Io penso che l'Italia vada verso una fase diversa da quella che abbiamo attraversato finora, ma che ci vada e ci debba andare con il massimo della cautela e il massimo della prudenza. È chiaro che, dopo i mesi di lockdown , abbiamo bisogno di una gradualità nelle riaperture. Abbiamo iniziato a svolgere questo percorso di gradualità con le misure del 4 maggio, poi con le misure del 18 maggio e poi, ancora, con altri vincoli che sono saltati il 3 giugno. Il 14 giugno (cioè tra qualche giorno) scadrà l'ultimo decreto del Presidente del Consiglio dei ministri e noi saremo chiamati a costruirne uno nuovo, anche alla luce del dibattito svolto quest'oggi, per provare a continuare in questo percorso. Con il monitoraggio che abbiamo costruito in queste settimane con l'Istituto superiore di sanità, il Ministero della salute (naturalmente) e tutte le Regioni italiane che hanno partecipato costantemente, siamo nelle condizioni di continuare in questa traiettoria. Il nemico non è vinto: dobbiamo prestare ancora il massimo dell'attenzione e del rigore. Mi sento però di poter dire che il lavoro fatto finora ci mette nelle condizioni di continuare con il massimo di gradualità e prudenza il percorso di riapertura che abbiamo avviato sin dal 4 maggio scorso. C'è un'ultima considerazione che mi sta particolarmente a cuore e che penso sia importante fare nel dibattito in una sede solenne come quella del Senato della Repubblica. Ritengo che il Paese debba imparare fino in fondo da questa lezione. Se vogliamo onorare fino in fondo il prezzo enorme e incredibile che il Paese ha pagato in un momento così difficile della sua esistenza dobbiamo provare tutti insieme a trarre fino in fondo la lezione di questi mesi. Per me la lezione prioritaria è e resterà sempre la stessa: il nostro Servizio sanitario nazionale è davvero la pietra più preziosa che abbiamo. Il rispetto dell'articolo 32 della Costituzione, che riconosce l'importanza fondamentale e solenne della tutela della salute come diritto fondamentale dell'individuo e interesse della collettività, deve essere un impegno di tutta la nostra comunità nazionale. Per me la lezione di fondo è questa: chiudere definitivamente la stagione dei tagli al Servizio sanitario nazionale. (Applausi). Ripeto, chiuderla definitivamente e dire che si apre una fase nuova di investimenti. Abbiamo bisogno di più risorse. In questi mesi abbiamo iniziato un percorso. Fatemelo dire ancora con tutta la forza che ho: in cinque mesi abbiamo messo sul Servizio sanitario nazionale più risorse di quante ne siano state impiegate negli ultimi cinque anni. Basta? Io credo di no; penso che sia solo l'inizio, ma è la direzione giusta verso la quale dobbiamo muoverci. E - ancora - certo più risorse, ma non solo. Occorre anche il coraggio di più riforme, perché è una pietra preziosa quella nata con la legge 23 dicembre 1978, n. 833, che considero la legge più qualificante della storia di questo Paese. È una legge di cui andare orgogliosi, perché stabilisce che il nostro è un Servizio sanitario universale; «universale» significa semplicemente che se una persona sta male non conta quanti soldi ha, di chi è figlio, da quale territorio viene: essa ha diritto a essere curata. (Applausi). Io sono orgoglioso di un Paese che ha un Servizio sanitario nazionale con un impianto di natura universalista. Ora però qual è il punto? Il punto è che non basta dire quant'è bella quella pietra preziosa: una pietra preziosa devi curarla, anche adeguandola a un tempo nuovo. Il Covid ci dà una lezione terrificante: ci ha detto con estrema chiarezza cosa ha funzionato e cosa no. Le istituzioni repubblicane - non una parte, non il Governo, non solo le Regioni o i Comuni, ma le istituzioni repubblicane nel loro complesso - sono oggi chiamate a questa sfida di fondo, ossia ripensare il nostro Servizio sanitario nazionale, a partire da alcune linee guida essenziali. Penso che la prima linea guida, la più forte, sia proprio la centralità dei territori. In molti interventi che ho ascoltato con attenzione questo messaggio era presente. Nella fase di austerità e dei tagli abbiamo privato pezzi di territori del nostro Paese degli indispensabili presidi sanitari, che invece vanno secondo me riportati in qualche modo in un rapporto di cittadinanza, relazione e vicinanza con le persone e i cittadini. Penso - e concludo - che questa debba essere la sfida di tutti. Lo dico con tutta la forza che ho: non è la sfida di un Ministro, di un Presidente di Regione, di un parlamentare, di un sindaco o di qualsiasi altro. Deve essere la sfida del sistema Paese e noi dobbiamo provare a trasformare la crisi che c'è stata, la tragedia e il prezzo enorme che come Paese abbiamo pagato in una grande opportunità di ripartenza e di rilancio. Una classe dirigente all'altezza della propria funzione deve provare a giocare esattamente questa sfida verso il futuro. Per questo penso che, quando c'è da difendere il diritto alla salute, bisogna avere il coraggio di collaborare, non di dividersi, non di scontrarsi, ma di provare insieme a ragionare per costruire un futuro possibile che trasformi, appunto, questa difficoltà nella capacità di unire il nostro Paese e portarlo alla realizzazione di questi obiettivi. Per questo vi ringrazio della discussione che c'è stata finora; la ritengo preziosa e la porterò al dibattito in Consiglio dei ministri che ci porterà poi ad approvare il nuovo decreto del Presidente del Consiglio dei ministri, perché l'ultimo scade alla mezzanotte del 14 giugno. Avremo quindi ancora qualche giorno per lavorarci. Domani sarò alla Camera dei deputati, dove svolgerò lo stesso confronto, e ascolterò con la stessa attenzione le dichiarazioni di voto che seguiranno la mia veloce replica. Quanto alle risoluzioni che sono state presentate, mi sia consentita una riflessione: sono arrivate due risoluzioni, una da parte della maggioranza, sottoscritta dai Capigruppo della maggioranza, e una da parte dell'opposizione. Credo che la risoluzione presentata dalle forze di opposizione sia degna non solo di un parere, positivo o negativo, che un Ministro e un Governo devono dare, ma di una riflessione. Penso che la finalità della nostra discussione sia quella di offrire, così come recita il comma 1 dell'articolo 2 del decreto-legge n. 19, un indirizzo al Governo che deve fare il DPCM. La materia del decreto del Presidente del Consiglio dei ministri è legata alle riaperture che ancora dobbiamo fare, con tutta la gradualità e la prudenza.