[pronunce]

SENTENZA ha pronunciato la seguentenei giudizi di legittimità costituzionale dell'art. 180 del decreto legislativo 24 febbraio 1998, n. 58 (Testo unico delle disposizioni in materia di intermediazione finanziaria, ai sensi degli articoli 8 e 21 della legge 6 febbraio 1996, n. 52) e dell'art. 3, comma 1, lettera c), ultima parte, della legge 6 febbraio 1996, n. 52 (Disposizioni per l'adempimento di obblighi derivanti dall'appartenenza dell'Italia alle Comunità europee - legge comunitaria 1994), promossi con ordinanze del 10 giugno 2003 del Tribunale di Siracusa nel procedimento penale a carico di M. C. S. ed altri e del 6 ottobre 2003 del Tribunale di Roma nel procedimento penale a carico di G. C. ed altri, rispettivamente iscritte al n. 658 del registro ordinanze 2003 ed al n. 48 del registro ordinanze 2004 e pubblicate nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 36, 1a serie speciale, dell'anno 2003 e n. 9, 1a serie speciale, dell'anno 2004. Visti l'atto di costituzione di M. C. S. nonché gli atti di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri; udito nell'udienza pubblica del 16 novembre 2004 e nella camera di consiglio del 17 novembre 2004 il Giudice relatore Giovanni Maria Flick; uditi l'avvocato Enzo Musco per M. C. S. e l'avvocato dello Stato Oscar Fiumara per il Presidente del Consiglio dei ministri.. Ritenuto in fatto Considerato in diritto 1. — Con le due ordinanze, di analogo tenore, indicate in epigrafe il Tribunale di Siracusa ed il Tribunale di Roma hanno sollevato questioni di legittimità costituzionale: a) dell'art. 180 del decreto legislativo 24 febbraio 1998, n. 58 (Testo unico delle disposizioni in materia di intermediazione finanziaria, ai sensi degli articoli 8 e 21 della legge 6 febbraio 1996, n. 52), in riferimento agli artt. 3 e 25, secondo comma, della Costituzione, nella parte in cui, nel prevedere il delitto di abuso di informazioni privilegiate (insider trading), «non contiene parametri sufficientemente determinati per stabilire quando l'influenza sul prezzo dei titoli determinata dalla condotta incriminata debba considerarsi “sensibile”»; b) del medesimo art. 180 del d.lgs. n. 58 del 1998, in riferimento all'art. 76 della Costituzione, nella parte in cui commina, per il suddetto delitto, una pena superiore a quella indicata nella legge delega 6 febbraio 1996, n. 52 (Disposizioni per l'adempimento di obblighi derivanti dall'appartenenza dell'Italia alle Comunità europee - legge comunitaria 1994); ovvero — in alternativa — dell'art. 3, comma 1, lettera c), ultima parte, della citata legge n. 52 del 1996, in riferimento agli artt. 25, secondo comma, e 76 della Costituzione, nella parte in cui non stabilisce l'entità della pena che il legislatore delegato avrebbe dovuto comminare per le violazioni omogenee e di pari offensività rispetto a quelle già disciplinate da leggi vigenti, tra le quali rientra il reato di insider trading. I giudici a quibus — investiti di processi penali nei confronti di persone imputate del reato di cui all'art. 180 del d.lgs. n. 58 del 1998 — rilevano come tale articolo, al comma 3, definisca l'«informazione privilegiata», cui si riferiscono gli abusi penalmente repressi, come «un'informazione specifica di contenuto determinato, di cui il pubblico non dispone, concernente strumenti finanziari o emittenti di strumenti finanziari, che, se resa pubblica, sarebbe idonea a influenzarne sensibilmente il prezzo». Ad avviso dei rimettenti, tale formula normativa non individuerebbe in modo preciso la fattispecie criminosa astratta, così da consentire all'interprete, nel ricondurre ad essa un'ipotesi concreta, di esprimere un giudizio di corrispondenza sorretto da fondamento controllabile: e ciò avuto riguardo segnatamente al requisito dell'idoneità dell'informazione, una volta resa pubblica, ad influenzare «sensibilmente» il prezzo. Se è vero, infatti, che spesso le norme penali si limitano ad una descrizione «elastica» del precetto per realizzare nel miglior modo possibile l'esigenza di una previsione tipica dei fatti costituenti reato, tale tecnica d'intervento non potrebbe però spingersi fino al punto di rendere indeterminata la condotta penalmente rilevante. Nell'ipotesi in esame, il legislatore non poteva, in effetti, predeterminare tutte le informazioni idonee ad influenzare il prezzo dei titoli; ma avrebbe dovuto comunque fornire all'interprete adeguati parametri, onde permettergli di stabilire in quali casi l'impatto dell'informazione sul mercato finanziario — tenuto conto di tutte le altre variabili esistenti al momento in cui l'agente si è avvalso dell'informazione stessa — potesse determinare una variazione «sensibile» dei corsi. L'incertezza conseguente all'assenza di tali indicazioni impedirebbe, per contro, di distinguere a priori i comportamenti leciti da quelli illeciti, onde l'agente saprebbe di aver commesso un reato solo a seguito dell'interpretazione operata dal giudice sulla base di una valutazione del tutto discrezionale. Sotto tale profilo, la norma incriminatrice si porrebbe dunque in contrasto tanto con il principio di tassatività dell'illecito penale, di cui all'art. 25, secondo comma, Cost.; quanto con quello di uguaglianza, di cui all'art. 3 Cost., che rimarrebbe in specie vulnerato dai contrastanti apprezzamenti giurisprudenziali indotti dalla «vaghezza» della norma stessa. La questione sarebbe, d'altra parte, rilevante nei giudizi a quibus, in quanto una eventuale pronuncia di accoglimento inciderebbe direttamente sulla valutazione della condotta degli imputati, la quale, «parametrata a criteri precisi», potrebbe non costituire il delitto contestato. I rimettenti rilevano, per altro verso, che l'art. 3, comma 1, lettera c), della legge delega n. 52 del 1996 — legge sulla cui base il d.lgs. n. 58 del 1998 è stato emanato — attribuiva al legislatore delegato, in deroga ai limiti precedentemente posti dalla stessa norma, la facoltà di stabilire, per le infrazioni alle disposizioni dei decreti legislativi ivi indicati, sanzioni penali o amministrative «identiche» a quelle già comminate dalle leggi vigenti per violazioni omogenee e di pari offensività. Con la formula «sanzioni identiche» — di per sé non univoca, secondo i giudici a quibus — il legislatore delegante avrebbe potuto alternativamente intendere, quanto al reato in questione, o una pena uguale, sia per genere che per entità, a quella comminata dall'art. 2 della legge 17 maggio 1991, n. 157 (Norme relative all'uso di informazioni riservate nelle operazioni in valori mobiliari e alla Commissione nazionale per le società e la borsa), che in precedenza disciplinava l'insider trading, vale a dire la reclusione fino ad un anno e la multa fino a lire trecento milioni (recte: