[pronunce]

Caselli, in ordine a presunte irregolarità che avrebbero caratterizzato l'interrogatorio del dott. Lombardini, all'epoca Procuratore della Repubblica presso la Pretura di Cagliari; secondo l'interrogante, infatti, i metodi tenuti nell'interrogatorio avrebbero costituito la causa determinante del suicidio del dott. Lombardini. Nell'articolo dal contenuto asseritamente diffamatorio, invece, la vicenda del magistrato cagliaritano viene affiancata ad una serie di considerazioni diverse, in particolare riguardanti una responsabilità del dott. Caselli «per avere sequestrato innocenti con indagini insufficienti», punto che non avrebbe nulla a che vedere con la vicenda del dott. Lombardini, ove è predominante il richiamo generico ad un uso distorto della custodia cautelare come strumento di pressione per indurre l'indagato a fornire la propria collaborazione (solo su questo punto, infatti, sussisterebbe un collegamento tra l'interrogazione parlamentare ed il contenuto dell'articolo contestato). E la semplice comunanza di argomento, come s'è detto, non potrebbe essere sufficiente per invocare la prerogativa costituzionale dell'insindacabilità. L'interrogazione parlamentare, d'altra parte, precede di circa tre mesi l'articolo di giornale oggetto del processo penale, pubblicato in un contesto in cui manca ogni riferimento all'attività svolta dal parlamentare nella specifica qualità. Precisa, poi, l'Autorità giudiziaria di essere legittimata a sollevare conflitto di attribuzione, essendo organo competente a dichiarare definitivamente la volontà del potere di appartenenza, a nulla rilevando che il ricorso abbia la forma dell'ordinanza. Conclude il Tribunale di Bologna, quindi, nel senso che la delibera di insindacabilità opposta dalla Camera dei deputati è da ritenere lesiva delle attribuzioni costituzionali dell'autorità giudiziaria, chiedendo alla Corte di dichiarare che non spetta alla Camera emettere una simile deliberazione, con conseguente annullamento della medesima. 2. –– Il conflitto così proposto è stato dichiarato ammissibile da questa Corte con ordinanza n. 94 del 2005, depositata in data 8 marzo 2005. Tale provvedimento, comunicato al ricorrente, è stato, a cura di questi, notificato alla Camera dei deputati, unitamente al ricorso, il 24 marzo 2005, ed il successivo deposito presso la cancelleria di questa Corte è avvenuto, a mezzo posta, il 7 aprile 2005. 3. –– Si è costituita in giudizio la Camera dei deputati chiedendo che il conflitto venga preliminarmente dichiarato inammissibile e che, nel merito, si affermi la spettanza alla medesima del potere di dichiarare l'insindacabilità in relazione alle opinioni espresse dal deputato, oggetto del giudizio penale pendente dinanzi al Tribunale di Bologna. La Camera afferma che alla prima conclusione potrebbe pervenirsi sul rilievo che la proposizione del conflitto potrebbe essere considerata una «modalità surrettizia» per riproporre, dopo la chiara sentenza n. 120 del 2004 di segno contrario, la tesi – da cui muove l'atto introduttivo del presente giudizio – secondo cui le dichiarazioni rese extra moenia, per essere coperte dalla garanzia della insindacabilità, debbano riprodurre alla lettera gli atti posti in essere in sede parlamentare. Quanto al merito, la Camera sostiene che le dichiarazioni di cui si tratta sono coincidenti con le opinioni espresse dallo stesso deputato nell'interrogazione a risposta orale presentata il 15 settembre 1998 (atto Camera n. 3-02843), cui ha fatto espresso riferimento la delibera di insidacabilità in argomento. In entrambe, infatti, si sostiene che la tragica fine del dottor Lombardini sia da collegare alle modalità di conduzione del procedimento penale a suo carico e, in particolare, alla disposta perquisizione e al lungo interrogatorio effettuato da parte di componenti dell'ufficio del pubblico ministero. Va, inoltre, considerato che in molte altre interrogazioni il medesimo deputato ha manifestato critiche all'operato di alcuni uffici giudiziari e, in particolare, della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Palermo. Al riguardo si citano l'interrogazione n. 3/01624 del 28 ottobre 1997, l'interrogazione n. 3/02476 dell'8 giugno 1998, l'interrogazione n. 3/02766 del 30 luglio 1998, le interrogazioni n. 3/00009 e n. 3/00010 del 29 aprile 1994. In sintesi, ad avviso della Camera, vi è assoluta coincidenza tra le opinioni esterne e la prima delle richiamate interrogazioni, ma anche nelle altre vengono usate le stesse formule polemiche nei confronti della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Palermo e ci si sofferma sulle “armi di pressione” utilizzate dai magistrati di tale ufficio per acquisire informazioni dai soggetti sottoposti ad indagine e si paventano epiloghi analoghi a quello che si è avuto nel caso del dottor Lombardini. A fronte di tale situazione non vale opporre che nelle dichiarazioni contenute nell'articolo di cui si tratta manca qualsiasi riferimento ad attività parlamentari, dal momento che tale menzione non è richiesta né nell'art. 3, primo comma, della legge n. 140 del 2003, né nella giurisprudenza della Corte costituzionale in materia (e, in particolare, nella sentenza n. 120 del 2004). D'altra parte, non assumono alcun rilievo, ai fini dell'applicazione della garanzia costituzionale dell'insindacabilità, neppure le motivazioni – a detta del Tribunale di Bologna polemiche nei confronti di taluni magistrati, tra i quali il dottor Caselli – che avrebbero spinto il parlamentare a rilasciare le dichiarazioni, come si desume da quanto affermato da questa Corte nelle sentenze n. 320 e n. 321 del 2000. Va, inoltre, sottolineato che, secondo quanto precisato nella prima delle due richiamate sentenze, è del tutto ininfluente la circostanza che nelle dichiarazioni esterne vi sia una “descrizione esemplificativa” dei metodi investigativi adottati nei confronti del dottor Lombardini che non figura nella corrispondente interrogazione n. 3/02843. Né, infine, ha importanza che non vi sia tra dichiarazioni rese alla stampa e attività parlamentare una esatta corrispondenza testuale. 4.–– È intervenuto il dottor Caselli che ha concluso per l'accoglimento del conflitto, sostenendo l'ammissibilità del proprio «atto di costituzione», sul rilievo, che in caso contrario, «finirebbe per risultare in concreto compromessa la stessa possibilità per la parte di agire in giudizio a tutela dei propri diritti», sicché ricorrerebbe una situazione analoga a quella che ha indotto questa Corte ad ammettere l'intervento di soggetti diversi da quelli legittimati a promuovere il conflitto o a resistervi nelle sentenze n. 76 del 2001 e n. 154 del 2004.