[pronunce]

che il rimettente dubita, per altro verso, della legittimità costituzionale dell'art. 103 t.u. stupefacenti, «nella parte in cui prevede che il P.M. possa consentire l'esecuzione di perquisizioni in forza di autorizzazione orale senza necessità di una successiva documentazione formale delle ragioni per cui l'ha rilasciata»: dubbio - secondo il rimettente - di evidente rilevanza nel giudizio a quo, in quanto è sulla base di tale disposizione che è stata eseguita la perquisizione che ha portato al rinvenimento del corpo del reato ascritto all'imputato; che sulla scorta delle considerazioni già svolte, il rimettente reputa che la norma censurata violi, in parte qua, gli artt. 13, 14 e 117, primo comma, Cost., quest'ultimo in relazione all'art. 8 CEDU, non consentendo una simile autorizzazione un controllo effettivo sulla sussistenza delle condizioni che legittimano la perquisizione; che è intervenuto nel giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che le questioni siano dichiarate inammissibili o infondate; che l'Avvocatura dello Stato rileva che questa Corte si è già pronunciata con due recenti sentenze su questioni sostanzialmente identiche, sollevate dal medesimo giudice; che con la sentenza n. 252 del 2020, questa Corte si è espressa nel senso auspicato dal rimettente, dichiarando l'illegittimità costituzionale dell'art. 103, comma 3, t.u. stupefacenti nella parte in cui non prevede che anche le perquisizioni personali e domiciliari autorizzate per telefono debbano essere convalidate; che le questioni concernenti tale norma dovrebbero essere dichiarate, pertanto, inammissibili per sopravvenuta mancanza di oggetto, in quanto, a seguito della citata sentenza, la norma censurata è stata già rimossa dall'ordinamento con efficacia ex tunc; che con la stessa sentenza n. 252 del 2020 e con la precedente sentenza n. 219 del 2019 - soggiunge l'interveniente - questa Corte ha dichiarato, invece, inammissibili (e indi manifestamente inammissibili) le questioni di legittimità costituzionale dell'art. 191 cod. proc. pen. , rilevando come, con esse, il rimettente, mirasse a trasferire nella disciplina dell'inutilizzabilità un concetto di vizio derivato che il sistema contempla esclusivamente nel campo, ben distinto, delle nullità; che il petitum si traduceva, quindi, nella richiesta di una pronuncia «fortemente "manipolativa"», volta a rendere automaticamente inutilizzabili gli atti di sequestro, «attraverso il "trasferimento" su di essi dei "vizi" che affliggerebbero gli atti di perquisizione personale e domiciliare dai quali i sequestri sono scaturiti» (sentenza n. 219 del 2019): il che rendeva le questioni inammissibili, vertendosi in materia caratterizzata da ampia discrezionalità del legislatore (quale quella processuale) e discutendosi, per giunta, di una disciplina di natura eccezionale (quale quella relativa ai divieti probatori e alle clausole di inutilizzabilità processuale) ; che la medesima soluzione si imporrebbe - a parere dell'interveniente - in rapporto alle questioni oggi in esame, con le quali il rimettente lamenta che l'inutilizzabilità non colpisca anche gli esiti probatori delle perquisizioni operate dalla polizia giudiziaria in assenza di una situazione di flagranza di reato e sulla base di elementi non utilizzabili, quali le fonti confidenziali; che, nel merito, le questioni relative all'art. 191 cod. proc. pen. risulterebbero comunque sia non fondate, perché almeno per le cose il cui sequestro è obbligatorio e, in particolare, per le cose il cui possesso integra un reato (com'è per la sostanza stupefacente), l'illegittimità della perquisizione che ne ha consentito il rinvenimento non potrebbe travolgere anche l'apprensione del bene, in quanto l'omessa apprensione determinerebbe immediatamente una condizione di flagrante commissione di un reato in capo al soggetto che fosse mantenuto nel possesso della cosa. Considerato che, con l'ordinanza di rimessione in esame, il Tribunale ordinario di Lecce, in composizione monocratica, solleva due distinti gruppi di questioni; che il giudice a quo dubita, in primo luogo, della legittimità costituzionale dell'art. 191 del codice di procedura penale, nella parte in cui, secondo l'interpretazione predominante nella giurisprudenza di legittimità, assunta quale diritto vivente, «non prevede che la sanzione dell'inutilizzabilità della prova acquisita in violazione di un divieto di legge [...] si applichi anche alle c.d. "inutilizzabilità derivate", e riguardi quindi anche gli esiti probatori, ivi compreso il sequestro del corpo del reato o delle cose pertinenti al reato, degli atti di perquisizione ed ispezione domiciliare e personale: a) compiuti dalla [polizia giudiziaria] fuori dei casi in cui la legge costituzionale e quella ordinaria le attribuiscono il relativo potere; b) compiuti dalla [polizia giudiziaria] fuori del caso di flagranza di reato, in forza di autorizzazione data verbalmente dal [pubblico ministero] senza che ne risultino contestualmente le ragioni concrete ed effettivamente pertinenti; c) compiuti dalla [polizia giudiziaria], fuori del caso di previa flagranza del reato, in forza di segnalazioni anonime o confidenziali e su tali basi autorizzat[i] o convalidat[i] dal [pubblico ministero]; d) compiuti dalla [polizia giudiziaria] fuori del caso di previa flagranza del reato, e successivamente convalidati dal [pubblico ministero], senza motivare concretamente su quali fossero gli elementi utilizzabili [che legittimavano] la perquisizione»; che, ad avviso del giudice a quo, la norma censurata violerebbe, anzitutto, gli artt. 13 e 14 della Costituzione, in forza dei quali le perquisizioni personali e domiciliari possono essere disposte solo per atto motivato dell'autorità giudiziaria e nei soli casi e modi previsti dalla legge; principio al quale può derogarsi solo in casi eccezionali di necessità e urgenza indicati tassativamente dalla legge, nei quali l'autorità di pubblica sicurezza può adottare «provvedimenti provvisori» soggetti a convalida da parte dell'autorità giudiziaria (da rilasciare anch'essa con atto motivato), in difetto della quale essi «si intendono revocati e restano privi di ogni effetto»: previsione, questa, che implicherebbe necessariamente l'inutilizzabilità dei loro risultati sul piano probatorio, anche perché solo in questo modo si tutelerebbero efficacemente i diritti fondamentali alla libertà personale e domiciliare, disincentivando la loro violazione ad opera della polizia giudiziaria per finalità di ricerca della prova; che risulterebbe, altresì, violato l'art. 3 Cost., sotto un duplice profilo: da un lato, per l'ingiustificata disparità di trattamento delle ipotesi considerate rispetto a situazioni analoghe, per le quali la sanzione dell'inutilizzabilità è espressamente prevista dalla legge o riconosciuta dalla giurisprudenza, quali quelle delle intercettazioni e dell'acquisizione di tabulati del traffico telefonico operate dalla polizia giudiziaria in difetto di provvedimento motivato dell'autorità giudiziaria;