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Delega al Governo per l'adozione di uno statuto partecipativo delle imprese finalizzato alla partecipazione dei lavoratori alla gestione e ai risultati dell'impresa. Onorevoli Senatori . – I mutati scenari dei mercati internazionali, le sfide lanciate dalla globalizzazione e, non ultimo, il profondo cambiamento che in questi anni sta attraversando l'universo del lavoro richiedono, in maniera chiara e in tempi brevi, la ridefinizione del ruolo delle parti sociali. Gli elevati indici di disoccupazione che caratterizzano la maggior parte degli Stati membri dell'Unione europea e in particolare l'Italia e il suo Mezzogiorno chiamano alla riflessione sulla necessità di incidere in modo strutturale sulla salvaguardia dell'occupazione anche attraverso strumenti di responsabilizzazione di tutti gli attori del vissuto aziendale. La legittimazione democratica, che scaturisce da una necessaria condivisione delle responsabilità, eleva il ruolo delle parti sociali dalla storica contrapposizione della lotta di classe all'alleanza necessaria per il consolidamento di una nuova comunità che abbia come presupposto, per lo sviluppo economico e occupazionale, la coesione e il dialogo sociale. Il sempre più rilevante obiettivo nazionale dell'ottimizzazione dell'impiego delle risorse umane spinge a ricercare, con il consenso delle parti, una partecipazione dei lavoratori dipendenti alla gestione e ai risultati dell'impresa. È la risorsa umana, senza ogni dubbio, il bene più importante per l'impresa ed è l'uomo che le moderne tecniche di gestione aziendale pongono al centro della nuova economia, dopo la fine del modello fordista di impresa. Da qui la necessità che sia finalmente affrontata la questione della promozione di imprese a statuto partecipativo all'interno del sistema produttivo nazionale, già recepita dall'articolo 46 della Costituzione, ma da sessant'anni alla ricerca di applicazione, che recita: « Ai fini della elevazione economica e sociale del lavoro e in armonia con le esigenze della produzione, la Repubblica riconosce il diritto dei lavoratori a collaborare, nei modi e nei limiti stabiliti dalle leggi, alla gestione delle aziende ». Le basi per l'innovazione trovano poi ulteriore riscontro, sempre all'interno del dettato costituzionale, sia nel secondo comma dell'articolo 3 sia nel terzo comma dell'articolo 41, che rispettivamente prevedono che: « È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica economica e sociale del Paese » e che « La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l'attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali ». I progetti di legge di attuazione dell'articolo 46 della Costituzione, presentati ripetutamente nelle passate legislature, prima dal gruppo parlamentare del Movimento sociale italiano, poi dal gruppo parlamentare di Alleanza nazionale, si erano arenati nell'indifferenza e nella diffidenza delle altre rappresentanze politiche già propense, all'epoca della Costituente, a ridurre la portata dell'articolo 46. Nella sua formulazione originaria infatti il citato articolo 46 parlava esplicitamente non di « collaborazione » ma di « partecipazione » vera e propria dei lavoratori nelle imprese di lavori. È nostro compito, oggi, creare finalmente le premesse affinché la coesione sociale e il tessuto produttivo nazionale, lontano dall'essere considerati, ancora dai più, terreno di scontro tra ideologie, siano tutelati come bene nazionale. Maurice Allais, premio Nobel per l'economia, con forza ha sottolineato i rischi che comporterebbe, per le democrazie occidentali, l'affermazione nel mercato globale di un'economia ispirata esclusivamente al modello del « liberismo darwiniano » che niente altro rappresenta se non una cinica riedizione, in chiave attuale, del laissez faire ottocentesco, nella crescente e sempre più drammatica disoccupazione strutturale che affligge da alcuni anni tutti i Paesi sviluppati, allargando l'area della povertà e ampliando pericolosamente all'interno della società il divario tra ricchi e poveri. È evidente che in un corretto modello di sviluppo europeo deve prevalere la tendenza a dare ascolto ai rappresentanti dei lavoratori i quali, avendo tra i primi obiettivi la lunga durata del posto di lavoro, contribuiscono ad allargare la visione pluriennale delle strategie di impresa che, orientate all'ottenimento di risultati economici immediati, perdono di vista il contributo strategico che, nel medio e lungo periodo, è assicurato dalla partecipazione costruttiva al processo decisionale da parte delle componenti sociali interne all'impresa. La partecipazione quindi, mai come in questo momento, non solo può realizzare l'indicazione costituzionale che la vuole « in armonia con le esigenze della produzione », ma può anche diventare fattore di rafforzamento della competitività. Nel nostro Paese anche i più accreditati studiosi di relazioni industriali affermano con sicurezza che il « clima sociale » del mondo del lavoro è profondamente cambiato negli ultimi anni e che la partecipazione rappresenta il modello relazionale e contrattuale più idoneo ed efficiente per affrontare le nuove sfide economiche e garantire la pace sociale. Il presente disegno di legge intende, a maggior ragione, dare una concreta attuazione sia agli articoli 21 e 22 della Carta sociale europea, ratificata ai sensi della legge 9 febbraio 1999, n. 30, che sanciscono il diritto dei lavoratori all'informazione, alla consultazione e alla partecipazione, sia alla proposta di quinta direttiva CEE, concernente la struttura delle società per azioni nonché i poteri e gli obblighi dei suoi organi sociali, presentata dalla Commissione al Consiglio che, nelle successive formulazioni dal 1972 al 1992, raccomanda l'adozione di nuovi statuti che prevedevano forme di rappresentanza dei lavoratori negli organi sociali delle imprese con caratteristiche di ampia rilevanza sociale, in analogia con quanto avviene in Germania e in Francia. Proponendo appunto di adottare le forme partecipative presenti in due delle economie più avanzate del mondo, anche gli organismi dell'Unione europea si sono evidentemente preoccupati, proprio come i nostri costituenti, di suggerire un modello che si fosse già dimostrato non solo pienamente compatibile « con le esigenze della produzione » ma addirittura strumento di coesione sociale e di sviluppo. Se la funzionalità della partecipazione è stata sperimentata soprattutto in Germania e ha avuto nella Repubblica di Weimar i suoi primi fermenti, non vanno tuttavia dimenticate le radici nazionali e religiose che ne fanno un'aspirazione lungamente coltivata nel pensiero italiano, a cominciare dalla socialità mazziniana, tesa sin dalla metà dell'Ottocento a propugnare l'unione di capitale e lavoro nelle stesse mani. Proprio nel quadro di un'ispirazione mazziniana espressamente dichiarata, Filippo Tommaso Marinetti, in Democrazia Futurista del 1919, aveva ampiamente riportato, facendolo proprio, un programma di Filippo Carli, illustre economista allora segretario generale della camera di commercio di Brescia, per la partecipazione dei lavoratori alla gestione delle imprese.