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Norme in materia di introduzione del salario minimo intercategoriale e del salario sociale, previsione di minimi previdenziali, recupero del fiscal drag e introduzione della scala mobile. Onorevoli Senatori. -- Non è vero che i bassi salari in Italia siano dovuti alla scarsa produttività del lavoro. Non è vero neppure che «ci sono troppe tasse» sul lavoro. Siccome non è certo colpa del destino se non si arriva a fine mese, bisognerà individuare il responsabile. E la verità è che le enormi ricchezze prodotte dal lavoro sono state integralmente incamerate dai profitti e dalle rendite finanziarie: lo dicono tutti, ormai, ma nessuno, né nel Centrodestra né nel Centrosinistra, fa niente per recuperare il potere d'acquisto di salari, stipendi e pensioni. Bisogna dire basta a queste condizioni di miseria e a questa intollerabile ingiustizia sociale! Nel luglio 2007 la BRI, Banca dei regolamenti internazionali, ha calcolato che negli ultimi 15 anni si è realizzato in Italia un gigantesco trasferimento di ricchezze dai salari ai profitti, frutto di precisi e coscienti interventi di politica economica. Ogni anno, al valore attuale della moneta, 120 miliardi di euro sono passati dai redditi da lavoro a quelli da capitale: ciò significa che -- mediamente -- 7.000 euro all'anno sono stati «persi» da ogni singolo lavoratore o lavoratrice, in attività o in pensione, in base alla ricchezza prodotta, tutta intascata dai grandi capitalisti di questo paese. Non è casuale che questo dato coincida con la definitiva cancellazione della Scala mobile in base agli accordi tra «governo Ciampi», Confindustria e Cgil-Cisl-Uil del 31 luglio 1992, che inaugurarono il nefasto periodo della concertazione sindacale, che cancellò le lotte e il conflitto sociale dalla sua iniziativa. Questo dato della BRI fu tenuto nascosto da quasi tutta la stampa italiana (escluso un articolo del Manifesto), perché nel luglio 2007 -- «Governo Prodi» in carica -- si stava concludendo un nuovo micidiale accordo triangolare sul lavoro, noto come «Protocollo sul welfare ». Ma da anni tutti i dati ufficiali, oltre che, beninteso, le tasche di lavoratori e lavoratrici, parlavano di caduta verticale del potere d'acquisto e del perfetto rovesciamento del rapporto 60/40 (com'era negli anni Settanta) tra monte salari e monte profitti. Ci ha pensato un altro istituto certamente non di parte operaia, come Mediobanca, a smontare l'argomento della scarsa produttività del lavoro in Italia, leit motiv di Confindustria condiviso da PDL, PD e sindacati concertativi: negli ultimi 10 anni la produttività ha fatto un balzo di ben il 19 per cento e i suoi frutti sono stati intascati dalle imprese. E tutto ciò grazie al «pacchetto Treu» (1987, governo Prodi) e alla sua continuazione, la legge 14 febbraio 2003, n. 30, cosiddetta «legge Maroni» (2004, «governo Berlusconi»), riconfermata da Prodi nel 2007, anno record in cui ben il 95 per cento di produttività è stato intascato dalle imprese! Questi dati coincidono con le stime riportate dal «Corriere della sera» sull'andamento dei profitti italiani rapportati a quelli degli altri paesi dell'Eurozona. Anche quando si sono registrate lievi flessioni dei profitti sul valore aggiunto, questo risulta essere (maggio 2008) in Italia del 43,2 per cento, ossia il più alto di tutti -- la media è del 39 per cento -- e di quasi 10 punti superiore alla Gran Bretagna (34,8 per cento). Non è possibile che con le famiglie strozzate dai mutui e indebitate dai prestiti (si parla del 26 per cento di chi lavora) l'unica cosa che non si possa toccare siano i profitti delle imprese! La cancellazione della Scala mobile e l'introduzione della cosiddetta ‘inflazione programmata dal governo’ -- in base alla quale rinnovare i contratti, non a caso sempre al di sotto dell'inflazione reale -- ha rappresentato un disegno cosciente della borghesia italiana per far pagare ai lavoratori e alle lavoratrici «l'entrata» dell'Italia nei parametri di Maastricht, ossia nell'Europa dell'euro, puntando allo smantellamento delle conquiste in termini di salario, orario, diritti e sistema di welfare , realizzate in particolare nel ciclo di lotte dal 1968-69 al 1975. È infatti in quel periodo che, cancellate le gabbie salariali che dividevano il paese con retribuzioni più basse al Centro-Sud rispetto al Centro-Nord, i lavoratori e le lavoratrici conquistano il sistema previdenziale retributivo (fine del sistema a capitalizzazione, aggancio pensioni-salari con rendimento del 2 per cento per anno di lavoro: ossia 70 per cento della retribuzione dopo 35 anni, 80 per cento dopo 40 anni); poi viene ottenuta l'abolizione del lavoro al sabato con l'introduzione della settimana di 40 ore, lo Statuto dei lavoratori e la parificazione normativa tendenziale tra operai e impiegati nei contratti, fino al «punto unico» di contingenza. È questo il culmine raggiunto dalle lotte operaie e sindacali, che rende il sistema di indicizzazione dei salari -- la Scala mobile -- più efficace e ugualitario: ad ogni aumento dei prezzi rilevato trimestralmente dall'Istat doveva corrispondere un aumento automatico di salari e stipendi, pubblici e privati, inserito in tutte le buste paga il mese successivo. Con l'accordo Lama-Agnelli del 1975, il punto di contingenza -- cioè l'aumento da corrispondere in base all'inflazione -- diventava uguale per tutti, creando una formidabile compattezza di tutto il mondo del lavoro. Quell'accordo fu imposto dalle lotte. Quasi nessuno lo condivideva realmente nel Parlamento e sicuramente non lo condividevano i principali contraenti: fu un modo per tentare di arginare una dinamica incontrollabile di mobilitazione dal basso. Per far saltare quello straordinario risultato ci sono voluti 15 anni di martellamento per accreditare la tesi che l'inflazione era alimentata dagli aumenti salariali dovuti alla Scala mobile. Curioso, dato che questa scattava a seguito dell'aumento dei prezzi e non certo prima. Oggi ben sappiamo che l'inflazione non è generata dal recupero automatico: la Scala mobile non c'è, ma l'inflazione galoppa in presenza di salari da miseria. E quando questa rallenta è solo perché calano drammaticamente anche i consumi, persino quelli dei beni essenziali. Gli attacchi hanno portato dapprima ad edulcorare e svuotare il meccanismo di adeguamento automatico, per arrivare appunto alla sua cancellazione totale nel 1992. Una legge popolare del 2006-2007 per iniziativa dei sindacati di base e della Rete 28A in Cgil (e sostenuta in parlamento anche dagli eletti di Sinistra critica) ha proposto la reintroduzione della Scala mobile: la maggioranza, allora rientrante nel Centro sinistra, non ha neppure messo in calendario la sua discussione. Questa proposta di legge tuttavia vive anche in questa legislatura perché le leggi popolari, a differenza di quelle proposte dai parlamentari, non decadono alla fine della legislatura ma vengono riassegnate alla Commissione competente (in questo caso la Commissione Lavoro del Senato), grazie alla loro ultrattività. Un appello dei sindacalisti e dei delegati a sostegno della proposta di legge di Sinistra Critica sul salario ne richiede giustamente la discussione.