[pronunce]

che è intervenuto in tutti i giudizi il Presidente del Consiglio dei ministri, tramite l'Avvocatura generale dello Stato, che ha depositato memorie, nella quale ha sostenuto che le sollevate questioni sarebbero inammissibili e comunque manifestamente infondate. Considerato che i giudizi promossi dalle ordinanze in epigrafe, proponendo sostanzialmente la stessa questione, devono essere riuniti; che dal coordinamento fra la motivazione delle ordinanze di rimessione ed il tenore del loro dispositivo, che impugna espressamente il disposto degli articoli 22, terzo comma, e 23 quarto comma, della legge 24 novembre 1981, n. 689 (Modifiche al sistema penale) &laquo;nella parte in cui non prescrive, al comma secondo del medesimo art. 23, la notifica all'opponente presso la sua residenza anagrafica&raquo;, si evince che la lamentata lesione della Costituzione è ravvisata dal rimettente esclusivamente nella circostanza che l'opponente, il quale proponga l'opposizione a sanzione amministrativa con esercizio della facoltà di difesa personale e senza fare dichiarazione di residenza o elezione di domicilio nel comune ove ha sede il giudice adito, debba ricevere tutte le notificazioni presso la cancelleria del giudice adito; che, invece, dall'esame coordinato della motivazione e del dispositivo, emerge che nessuna questione il rimettente propone in ordine alla regola di competenza territoriale per cui le opposizioni a sanzione amministrativa si propongono al giudice del luogo della commessa violazione, ed in particolare ai correlativi effetti sul diritto di azione, anche in relazione agli oneri di partecipazione personale dell'opponente alle udienze; che, peraltro, la norma alla quale si correla l'unica questione proposta non è contenuta nei commi dell'art. 22 e 23 della legge n. 689 del 1981, evocati dal rimettente, ma si ricava dal combinato disposto dell'art. 22, quarto e quinto comma, onde la questione va evidentemente riferita a questi due commi, così correggendosi la palese erroneità dell'indicazione normativa, in cui è incorsa l'ordinanza; che inesattamente il rimettente assume che la questione così proposta comporterebbe il riesame di quella considerata da questa Corte con l'ordinanza n. 42 del 1988, la quale, invece, concerneva la mancata previsione di una dichiarazione di residenza o elezione di domicilio della parte opponente in un Comune sito nel circondario del giudice adito (allora il pretore), piuttosto che nel Comune sede di quel giudice; che, a differenza di tale questione (peraltro riesaminata dalla Corte anche con la successiva sentenza n. 431 del 1992, di cui il rimettente non tiene conto), la questione ora prospettata concerne la mancata previsione del diritto della parte opponente, che si difenda personalmente, di ricevere le notificazioni nella sua residenza anagrafica, si trovi essa o meno nell'ambito territoriale della giurisdizione del giudice adito; che, così come prospettata, la questione è manifestamente infondata; che le ordinanze non contengono alcuna specificazione circa le ragioni della non manifesta infondatezza della questione quanto ai parametri costituzionali dell'art. 3 e dell'art. 111, secondo comma, Cost., i quali risultano invocati del tutto apoditticamente; che in ordine all'unico parametro costituzionale riguardo al quale è specificata una motivazione di non manifesta infondatezza (cioè l'art. 24 Cost., con riferimento alla garanzia del diritto di agire in giudizio) la lesione di esso risulta esclusa dalla stessa prospettazione del rimettente, secondo cui l'opponente che agisca personalmente incontrerebbe difficoltà ad esercitare il proprio diritto di azione, perché costretto a dichiarare la residenza o a eleggere domicilio nella giurisdizione del giudice adito, senza poter ricevere le notificazioni nella propria residenza anagrafica; che l'incongruità di tale prospettazione è resa palese dal rilievo che l'onere di indicare la residenza o di eleggere domicilio deve essere inquadrato in un sistema che impone all'opponente di proporre l'opposizione a sanzione amministrativa (e, quindi, di svolgere il momento iniziale del suo diritto di azione) avanti al giudice del luogo in cui è stata commessa la violazione, con assoluta indifferenza rispetto al luogo della sua residenza ed in particolare all'eventualità che egli risieda al di fuori del Comune sede del giudice adito; che infatti - una volta esclusa la contrarietà a Costituzione di questa regola di competenza territoriale, nonostante gli oneri di partecipazione allo svolgimento processuale connessi alla presentazione in udienza - la prescrizione dell'onere di indicazione della residenza o dell'elezione di domicilio nel Comune sede del giudice adito, con i sacrifici che ad essa si correlano, non solo esprime una scelta discrezionale del legislatore (non diversamente da quanto questa Corte ha già rilevato nella sentenza n. 431 del 1992), ma risulta ragionevole e non lesiva del diritto di azione, in quanto funzionale a un più immediato ed agevole espletamento delle formalità della notificazione (che, con norma di favore per l'esercizio del diritto di azione, sono poste a carico dell'ufficio, come emerge dall'art. 23, nono comma, della legge n. 689 del 1981); che, pertanto, la questione sollevata dalle ordinanze in epigrafe, nei termini in cui è stata proposta, deve essere dichiarata manifestamente infondata. Visti gli artt. 26, secondo comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87 e 9, secondo comma, delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale.. . per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE riuniti i giudizi, dichiara la manifesta infondatezza della questione di legittimità costituzionale degli articoli 22, terzo comma, e 23, secondo e quarto comma [rectius dell'art. 23, quarto e quinto comma], della legge 24 novembre 1981, n. 689 (Modifiche al sistema penale), sollevata dal Giudice di pace di Locri, in riferimento agli articoli 3 e 24 della Costituzione con tutte le ordinanze in epigrafe ed anche in riferimento all'art. 111, secondo comma, della Costituzione, con le sole ordinanze iscritte ai nn. 475 e 564 r.o. del 2001. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 3 giugno 2002. F.to: Massimo VARI, Presidente Franco BILE, Redattore Giuseppe DI PAOLA, Cancelliere Depositata in Cancelleria il 7 giugno 2002. Il Direttore della Cancelleria F.to: DI PAOLA