[pronunce]

In sostanza, anche dando una lettura della norma alla stregua dell'interpretazione adeguatrice già accolta dalla Corte, la previsione sarebbe comunque lesiva, &laquo;in quanto in nessun caso il potere sostitutivo statale può riguardare atti che la Provincia ha previsto di compiere, liberamente esercitando la potestà di cui all'art. 15, co.2, d.P.R. n. 526 del 1987&raquo; ; essendo &laquo;al contrario, i casi in cui organi statali possono sostituirsi ad organi provinciale …… tassativamente previsti dalle norme di attuazione dello Statuto, e riguardando le funzioni amministrative delegate dallo Stato alla Provincia e gli atti di adempimenti di obblighi comunitari&raquo; , giusta gli artt. 5, e 8, comma 2, dello stesso decreto del Presidente della Repubblica. D'altro canto, la previsione del potere sostitutivo sarebbe &laquo;altresì irragionevole, non comprendendosi la ragione di un potere sostitutivo statale a presidio di un dovere di trasferimento che deriva soltanto da scelte del legislatore provinciale&raquo; e, inoltre, in contrasto con l'art. 4 del d.lgs. n. 266 del 1992, in forza del quale la legge statale, nelle materie di competenza propria della Regione o delle Province autonome, non può attribuire agli organi statali funzioni amministrative, comprese quelle di vigilanza, di polizia amministrativa e di accertamento di violazioni amministrative, diverse da quelle spettanti allo Stato secondo lo statuto speciale e le relative norme di attuazione. 2.- Si è costituito in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, concludendo, in via principale, per l'infondatezza della questione, ed, in subordine, per l'adozione di una pronuncia manipolativa. Preliminarmente, l'Avvocatura osserva che la doglianza della Provincia - come già era apparso nel giudizio deciso dalla sentenza n. 520 del 2000 - mirerebbe ad ottenere una pronuncia che, nell'art. 11, comma 7, della legge n. 431 del 1998, sostituisse alle parole “provvedono alla ripartizione fra i Comuni delle risorse” quelle “acquisiscono le risorse al loro bilancio e le utilizzano secondo normative provinciali”, ossia a propria discrezione. Tuttavia - secondo l'Avvocatura - non sarebbe rinvenibile alcun parametro di livello costituzionale che imponga allo Stato di far affluire quota delle risorse provenienti dal Fondo nazionale anche agli enti territoriali di base aventi sede nel territorio trentino. La linea difensiva della Provincia sarebbe, comunque, infondata, in quanto essa, non avendo seguito la strada di denegare l'ingresso dei benefici de quibus nel proprio territorio, come avrebbe potuto fare ai sensi dell'art. 4, comma 3, del d.lgs. citato, non può far altro che rispettare la destinazione dei contributi agli enti territoriali di base. La diversa via di acquisire le risorse statali come se fossero generici finanziamenti all'ente Provincia, non sarebbe, invece, percorribile, &laquo;posto che nessuna norma statutaria o di attuazione impone una siffatta trasformazione dei flussi provenienti dal Fondo nazionale&raquo;. Questi ultimi dovrebbero &laquo;solo transitare attraverso la cassa regionale o provinciale (in un bilancio societario figurerebbero tra i “conti d'ordine”), senza che Regione o Provincia autonoma possano far altro che ripartirle rapidamente tra gli enti locali destinatari&raquo;. L'intervento dello Stato non solo sarebbe una previsione razionale, ma inoltre, per come strutturato, nemmeno potrebbe qualificarsi in come sostitutivo in senso stretto, tenuto conto che si estrinseca nel caso in cui l'inerzia della Regione o della Provincia impedisca il fluire delle risorse statali fino ai destinatari ultimi. Infatti - sostiene la difesa erariale - lo Stato, in alternativa alla previsione di cui alla norma impugnata, avrebbe potuto disporre con legge, in conseguenza del decorso di un certo tempo o mediante un provvedimento di decadenza, la revoca dell'assegnazione, ma una siffatta misura, analoga a quella praticata per i finanziamenti provenienti dall'Unione Europea, avrebbe penalizzato i cittadini beneficiari delle risorse. In quest'ottica, l'Avvocatura sollecita, nell'ipotesi che si ritenesse fondata la doglianza della Provincia, l'adozione da parte della Corte di una pronuncia manipolativa &laquo;la quale in sostanza sostituisca le parole “nomina un commissario” alla fine del comma [2, della norma censurata] con le parole “accerta che l'attribuzione delle risorse a detta regione o provincia ha perso efficacia”&raquo;. 3.- Nell'imminenza della pubblica udienza, le parti hanno depositato memorie integrative. 3.1.- La Provincia di Trento, dopo aver richiamato integralmente il contenuto del ricorso - allo scopo di &laquo;analizzare i profili relativi alla perdurante attualità dell'impugnazione&raquo; proposta, &laquo;alla luce dei recenti mutamenti del quadro costituzionale&raquo;, derivanti dalla modifica del Titolo V della parte II della Costituzione, ad opera della legge costituzionale n. 3 del 2001 - ne fornisce una lettura ispirata dall'intento di valorizzare gli elementi di novità introdotti dalla riforma, tenendo conto del principio di cui all'art. 10 della citata legge costituzionale, secondo cui essa, fino al momento dell'adeguamento dei relativi statuti, trova applicazione in bonam partem alle Regioni a statuto speciale e alle Province autonome di Trento e di Bolzano, per le parti in cui prevede forme di autonomia più ampie rispetto a quelle già attribuite. Pertanto - secondo la Provincia - dovrebbe ritenersi che il nuovo testo dell'art. 117 della Costituzione, escluda che l'oggetto della normativa di cui è causa &laquo;possa essere ricondotto ad alcuna delle materie affidate alla competenza, vuoi esclusiva vuoi concorrente, dello Stato&raquo;. Con la conseguenza che l'illegittimità della norma censurata, già esistente prima, sarebbe divenuta ancora più macroscopica dopo la legge costituzionale n. 3 del 2001, che avrebbe fatto venire radicalmente meno il potere statale in materia (già insussistente nei confronti della Provincia di Trento) anche nei confronti delle Regioni ordinarie: il che determinerebbe la cessazione della materia del contendere. Conclusione questa posta in alternativa a quella di declaratoria di illegittimità costituzionale della norma impugnata. 3.2. Il Presidente del Consiglio dei ministri, nella propria memoria, assume preliminarmente che, &laquo;all'epoca&raquo; del ricorso n. 4 del 1999, la Provincia non si era lamentata del carattere nazionale del Fondo istituito dall'art. 11 della legge n. 431 del 1998 e del fatto che i contributi integrativi per il pagamento del canone sono risorse finanziarie dello Stato destinate ai conduttori, riguardo ai quali Regioni e Province autonome e Comuni sono chiamati ad operare come concessionari per l'erogazione, cioè come canali per la distribuzione, &laquo;in coerenza con un criterio empirico che considera la maggiore propinquità di tali enti territoriali ai conduttori&raquo;. L'Avvocatura assume, quindi: