[pronunce]

n. 148 del 1931, le sanzioni di minore gravità erano soggette ad impugnazione, esclusivamente interna, davanti «al consiglio di amministrazione dell'azienda o al direttore», a seconda che la loro decisione fosse di competenza, rispettivamente, del direttore o del capo servizio, laddove per le misure più gravi, fino alla destituzione, era previsto l'intervento costitutivo di un apposito organo della p.a., il consiglio di disciplina, le cui decisioni erano ricorribili innanzi al Consiglio di Stato in sede giurisdizionale; che la Corte costituzionale, nel ritenere infondate le questioni di legittimità costituzionale sollevate dalla Corte di cassazione, partì dall'affermazione, «oltremodo priva di consistenza», che, in base alla giurisprudenza costante della stessa Corte di cassazione, il ricorso innanzi al giudice amministrativo dovesse ritenersi consentito «avverso tutte indistintamente le sanzioni disciplinari inflitte al personale delle ferrovie, tranvie e linee di navigazione interna in regime di concessione, quale che (fosse) l'organo che le (aveva) irrogate» (sentenza n. 240 del 1984); che nella sentenza n. 2719 del 1985 (emessa a conclusione del giudizio interrotto con la rimessione) la Corte di cassazione a sezioni unite constatò che, non già per un preesistente “diritto vivente”, ma a seguito della pronuncia del Giudice delle leggi, il sistema doveva ormai ritenersi stabilizzato nel senso che, da un lato, tutte le sanzioni fossero impugnabili davanti al consiglio di disciplina, prima, e davanti al giudice amministrativo poi, e, dall'altro, al fine di non rompere l'unitarietà del sistema, che anche le sanzioni non contestate davanti al consiglio di disciplina, potessero essere sindacate dal giudice amministrativo; che, in tale contesto, l'effetto abrogativo dell'art. 102 del d.lgs. n. 112 del 1998 e della legge della Regione Lombardia n. 1 del 2000 non può ritenersi limitato alla sola caducazione delle norme procedimentali relative alla nomina e alla composizione dei consigli di disciplina, ma deve ritenersi esteso a tutte le disposizioni del r.d. n. 148 del 1931 che postulino l'operatività di tali organi, in conformità, del resto, all'opinione espressa dal Consiglio di Stato in sede consultiva (sezione seconda, 19 aprile 2000); che tale conclusione è coerente con la centralità del consiglio di disciplina, ai fini del riparto di giurisdizione nella materia disciplinare, a suo tempo sottolineata dalla Corte costituzionale nella sentenza n. 208 del 1984 e posta dalla Corte di cassazione a fondamento dell'esclusione dalla giurisdizione del giudice amministrativo delle sanzioni disciplinari inflitte al personale dei servizi di linea extraurbani (privi del consiglio di disciplina in ragione del numero minimo di dipendenti); che avendo il consiglio di disciplina una composizione di tipo arbitrale, in quanto costituito da esponenti rappresentativi delle due parti in conflitto, esso si poneva a mezzo tra il sistema pubblico e il sistema privato di cui all'art. 7 della legge n. 300 del 1970, sicché la Corte costituzionale dovrebbe emettere, tenuto conto della complessiva evoluzione del quadro normativo di riferimento, una sentenza interpretativa di rigetto che, confermando la costituzionalità dell'art. 58, allegato A del r.d. n. 148 del 1931, dia tuttavia atto dell'impugnabilità dei provvedimenti disciplinari degli autoferrotranvieri non più davanti al consiglio di disciplina e al giudice amministrativo, ma davanti al collegio di conciliazione e arbitrato di cui all'art. 7 della legge 20 marzo 1970, n. 300, e al giudice ordinario; che la società convenuta nel giudizio a quo deduce la manifesta infondatezza della questione proposta, ricordando preliminarmente che la stessa, già più volte esaminata dal giudice delle leggi con riferimento ai medesimi parametri e per motivi non diversi da quelli enunciati nell'ordinanza di rimessione, è stata ritenuta, con le sentenze n. 208 del 1984 e n. 62 del 1996 e con le ordinanze n. 161 e n. 439 del 2002, infondata o manifestamente infondata; che queste ultime pronunce hanno tenuto conto dell'intero contesto normativo richiamato dal rimettente, e quindi anche di quelle «disposizioni nuove» (come l'art. 3, comma 126, della legge della Regione Lombardia n. 1 del 2000), che a giudizio del rimettente avrebbero inciso sul sistema in modo tale da fare apparire irragionevole la scelta del legislatore di rendere giustiziabili innanzi al giudice amministrativo le controversie relative agli addebiti disciplinari degli addetti ai pubblici servizi di trasporto in concessione; che, in realtà, la norma regionale, dichiaratamente introdotta nel convincimento che il disposto dell'art. 102 del d.lgs. n. 112 del 1998 riguardasse la nomina dei consigli di disciplina in via generale, sarebbe, per un verso, inutile – stante la già avvenuta soppressione, con effetto su tutto il territorio nazionale, delle funzioni amministrative da essa prese in considerazione – e, sotto altro aspetto, illegittima, in quanto volta a interferire, sia pure attraverso una norma meramente riproduttiva di quella statale, nella disciplina della giurisdizione e del processo, materia sicuramente riservata alla competenza legislativa esclusiva dello Stato; che, poiché l'impianto del r.d. n. 148 del 1931 è rimasto sostanzialmente integro, non v'è motivo per negare la perdurante specialità del rapporto di lavoro degli autoferrotranvieri e del relativo sistema disciplinare, la quale rende non manifestamente irragionevole né arbitraria l'opzione, insita nella normativa censurata, in favore della giurisdizione amministrativa; che il Presidente del Consiglio dei ministri, intervenuto in giudizio con la rappresentanza dell'Avvocatura generale dello Stato, ha chiesto dichiararsi inammissibile o comunque infondata la questione sollevata, già scrutinata negativamente dalla Corte, con riferimento agli stessi parametri ora evocati, nelle ordinanze n. 161 e n. 439 del 2002 e nelle sentenze n. 190 del 2000, n. 162 del 1996 e n. 208 del 1984; che, in particolare, l'interveniente rileva come il giudice a quo, richiamato quale ulteriore indice ermeneutico l'art. 102, comma 1, lettera b), del d. lgs. 31 marzo 1998, n. 112 (e la conseguente normativa regionale lombarda), abbia incongruamente rappresentato di trovarsi in presenza di un “mero silenzio normativo”, senza avvedersi che in tal modo egli è venuto a prospettare non già un dubbio di legittimità costituzionale, ma una mera questione interpretativa, risolvibile dal giudice ordinario e sindacabile da parte delle sezioni unite della Cassazione, e senza considerare che in ogni caso la Corte costituzionale, fin dalla sentenza n. 208 del 1984, ha chiarito che nessuna incompatibilità con gli artt. 3 e 24 della Costituzione può essere radicata sulla sola specialità di una disciplina, come quella censurata; che nell'imminenza dell'udienza, entrambe le parti private hanno depositato memorie;