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Peccato che questo sia un compito di indirizzo proprio dell'Anac, attraverso il piano nazionale anticorruzione. Nonostante le avvisaglie e i moniti dell'attuale Presidente dell'autorità e, in maniera ancora più marcata, del suo predecessore, all'inizio pareva che nulla si muovesse: non nel Governo, ma, inizialmente, neanche all'interno delle Commissioni parlamentari, dove ben pochi, oltre a noi, sollevavano la questione. Eppure, quanto scritto in alcuni passaggi dei testi di accompagnamento delle audizioni era chiarissimo. Raffaele Cantone dichiarava che la previsione dell'articolo 6, di un potere del Dipartimento funzione pubblica di adottare un piano tipo come strumento di supporto alle amministrazioni maggiori, finisce indiscutibilmente per interferire sui poteri che la legge attribuisce all'Anac. E ancora: il 30 giugno, il presidente Anac Giuseppe Busia dichiarava che una diversa allocazione di funzioni in materia di anticorruzione e trasparenza rischierebbe, innanzitutto, di non porsi in linea con la Convenzione delle Nazioni unite contro la corruzione. Con queste premesse l'ideale sarebbe stato cancellare la norma che creava questa interferenza del Governo nelle funzioni dell'Anac; un'interferenza generatrice di incertezza, proprio quell'incertezza che è tanto amata dai corrotti e dai corruttori. (Applausi) . Abbiamo presentato ovviamente l'emendamento soppressivo, ma non c'erano i numeri per approvarlo. Per fortuna, siamo riusciti comunque a rimettere le cose a posto facendo approvare un altro emendamento che chiarisce come le amministrazioni, nel redigere i propri piani anticorruzione, dovranno far riferimento alle linee guida dell'Anac e non alle linee guida di una parte del Governo che, a differenza dell'Anac, non è un'autorità indipendente. Mai avremmo permesso che in un periodo come questo, di impiego di enormi risorse economiche, si abbassasse la guardia nella lotta alla corruzione. (Applausi) . C'è poi la questione giustizia, dove si assumono a tempo determinato parecchie migliaia di persone per smaltire l'enorme mole di processi arretrati: scelta certamente positiva, decisa e pianificata dai Governi Conte, cui adesso si aggiunge il Piano previsto dal PNRR, ma in grado di sortire gli effetti sperati solo se ben impostata. Qui qualche preoccupazione c'è: basti ricordare il flop del recente concorso bandito dal Dipartimento della funzione pubblica per le assunzioni al Sud proprio per il recovery plan : pochi partecipanti e assunzioni al palo, 821 su 2.800 posti messi a disposizione. Ci auguriamo che i decreti della Ministra della giustizia siano più efficaci di quello del Ministro per la pubblica amministrazione, ma anche qui qualche preoccupazione c'è se consideriamo i contenuti della cosiddetta riforma della giustizia che porta con sé enormi criticità. E non siamo solo noi a dirlo, ma lo dicono anche gli addetti al mestiere, coloro che operano negli uffici giudiziari; gente che vive le aule di giustizia con tutta la loro macchina amministrativa; persone che meritano di essere ascoltate per non incorrere nel tipico errore di presunzione di pensare che, per fare una riforma, basti conoscere la teoria appresa dai libri. Oltre alla teoria c'è la pratica, quella dei problemi che si vivono ogni giorno negli uffici giudiziari e che solo chi li frequenta e ci lavora può conoscere. Sono magistrati del calibro di Cafiero De Raho, il procuratore nazionale antimafia che addirittura ha parlato di un rischio per la sicurezza nazionale e la democrazia. Sono magistrati come Gratteri, Di Matteo, Scarpinato, Grasso, Caselli e tanti altri, magistrati e giuristi, con l'aggiunta - niente di meno - della bocciatura espressa dalla VI commissione del Consiglio superiore della magistratura nel parere che sarà discusso nel plenum e addirittura anche dall'Associazione nazionale magistrati. È in corso un'importante trattativa che vede impegnato tutto il MoVimento 5 Stelle con Giuseppe Conte: ce la stiamo mettendo tutta per migliorare il testo. (Applausi) . Riteniamo che sia doveroso escludere dalla tagliola dei processi i reati più gravi, come quelli di mafia o di terrorismo; ma riteniamo anche che questo non possa bastare perché esistono molti altri reati, con pene ben al di sotto dell'ergastolo, che devono anch'essi essere esclusi dall'improcedibilità. Pensiamo - ad esempio - ai reati cosiddetti spia che portano spesso nelle braccia della mafia o dietro i quali essa si nasconde. Pensiamo alla corruzione o alle tante tipologie dei reati di violenza. L'Europa non ci chiede di cancellare i processi, ma di velocizzarli, di portarli a conclusione con una sentenza di condanna o di assoluzione. Il nostro deve essere uno Stato di diritto, non uno Stato di impunità; proprio quell'impunita che potrebbe giungere nonostante una sentenza di condanna in primo grado, secondo quanto previsto dalla proposta del Governo, per il solo fatto che sono scaduti i due anni per il processo di appello. Dire che, dopo due anni esatti dalla condanna in primo grado, il processo diventa improcedibile è come dire che il treno ad alta velocità Roma-Milano deve per forza impiegare tre ore esatte per completare il percorso e, se non lo dovesse fare, una volta scattate le tre ore, si ferma per sempre e fa scendere tutti i passeggeri, (Applausi) , anche se si trova in campagna e nonostante i passeggeri abbiano pagato l'intero biglietto per un servizio che viene loro negato per una disposizione cervellotica. Quando avviene tutto questo? Qual è il contesto in cui tutto questo sta avvenendo? Esattamente nei giorni in cui sono state emesse condanne in appello per molti politici. Parlo dello scandalo denominato rimborsopoli Lombardia, che ha riguardato alcuni ex consiglieri regionali, tra cui l'attuale capogruppo della Lega in Senato Massimiliano Romeo; o ancora, delle condanne degli ex parlamentari di lungo corso di Forza Italia, Nicola Cosentino e Antonio D'Alì, anch'essi condannati in appello ma stavolta per reati ben più gravi. Tutti - ripeto tutti - questi politici oggi condannati in appello sarebbero rimasti impuniti se fosse già entrata in vigore la riforma Cartabia. È oggi il momento di parlare dei contenuti della proposta di modifica della nostra giustizia. Non ci sono ideologie o bandierine da sventolare; non deve esserci uno scontro tra politica e magistratura, come troppo spesso avviene in alcuni partiti. C'è e ci deve essere solo il bene esclusivo per il nostro Paese. È adesso che dobbiamo e possiamo evitare di risvegliarci un giorno quando sarà troppo tardi con centinaia di migliaia di processi cancellati. E sono convinto che siamo ancora in tempo per poterlo fare. (Applausi) . PRESIDENTE . Dichiaro chiusa la discussione generale. La relatrice, senatrice Valente, non intende intervenire in sede di replica. Ha facoltà di parlare il relatore, senatore Caliendo. CALIENDO (FIBP-UDC) . Signor Presidente, non intendo replicare, ma intervengo, dopo avere ascoltato il senatore Toninelli, solo per dire che discuteremo e spiegheremo il perché ha torto quando parleremo del processo penale. (Applausi) . PRESIDENTE. Ci sarà luogo e tempo per farlo.