[pronunce]

che, in ogni caso – conclude il rimettente – quando pure l'ablazione delle norme censurate determinasse la “drastica” conseguenza di una totale abolitio della fattispecie criminosa considerata, tale circostanza «non rileverebbe nel procedimento a quo, se non nel determinare una diversa formula definitoria dei fatti contestati»; che nel giudizio di costituzionalità è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, il quale ha chiesto che la questione sia dichiarata inammissibile o, in subordine, infondata; che, con la seconda delle ordinanze indicate in epigrafe – pervenuta alla Corte il 16 gennaio 2006 – il Giudice dell'udienza preliminare del Tribunale di Potenza ha sollevato, in riferimento agli artt. 11 e 117 Cost. e all'art. 6 della direttiva 68/151/CEE, questione di legittimità costituzionale dell'art. 1 del d.lgs. n. 61 del 2002, nella parte in cui, nel disciplinare la fattispecie criminosa delle «false comunicazioni sociali in danno dei soci o dei creditori», di cui al novellato art. 2622 cod. civ.: a) esclude la punibilità dei fatti previsti dal primo e dal terzo comma se le falsità o le omissioni non alterano in modo sensibile la rappresentazione della situazione economica, patrimoniale o finanziaria della società o del gruppo al quale essa appartiene, o comunque determinano una variazione del risultato economico di esercizio, al lordo delle imposte, non superiore al 5 per cento (art. 2622, quinto comma, cod. civ.); b) stabilisce che il fatto non è, in ogni caso, punibile «se conseguenza di valutazioni estimative che, singolarmente considerate, differiscono in misura non superiore al 10 per cento da quella corretta» (art. 2622, sesto comma, cod. civ.); c) prevede, per il reato di falso in bilancio commesso nell'ambito di società non quotate in borsa, la pena della reclusione da sei mesi a tre anni; che il giudice rimettente – chiamato a celebrare l'udienza preliminare nei confronti di persone imputate del reato di cui all'art. 2622 cod. civ. (donde la limitazione a tale norma delle censure di costituzionalità) – assume che il regime punitivo previsto dalla disposizione denunciata non presenti le caratteristiche di efficacia, proporzionalità e dissuasività che, in base all'art. 6 della prima direttiva, deve possedere la sanzione diretta a reprimere la pubblicazione di bilanci falsi, così come chiarito dalla Corte di giustizia delle Comunità europee con sentenza 3 maggio 2005, nei procedimenti riuniti C-387/02, C-391/02 e C-403/02; che, difatti, una pena edittale non superiore nel massimo a tre anni di reclusione – pena che consente, dunque, il «patteggiamento» e che è suscettibile, di norma, di sospensione condizionale, in assenza di precedenti penali e con il riconoscimento delle attenuanti generiche – non potrebbe essere considerata proporzionata rispetto ad un reato plurioffensivo, quale quello in discorso, che lede non soltanto l'interesse patrimoniale dei soci e dei creditori sociali, ma anche l'affidamento dei terzi nella fedele rappresentazione delle condizioni economico-finanziarie della società; che l'applicazione della predetta pena, d'altra parte, resta comunque esclusa qualora non si sia verificata, in conseguenza della condotta illecita, una sensibile alterazione della rappresentazione della situazione economica, patrimoniale e finanziaria della società, ovvero non venga accertato il superamento di «soglie di tolleranza» a carattere percentuale: e ciò sebbene la lesione del bene tutelato si connetta, in ogni caso, alla semplice intenzionale falsificazione dei dati contabili; che la pena prevista dall'art. 2622 cod. civ. risulterebbe carente anche sul piano dell'efficacia dissuasiva: efficacia da valutare con riferimento non soltanto al tipo e alla misura della sanzione, ma anche alla probabilità che la stessa possa essere irrogata in concreto; che, a fronte del limite edittale massimo di tre anni, il reato risulterebbe soggetto, infatti, ad un termine di prescrizione comunque non superiore – anche in presenza di atti interruttivi – a sette anni e mezzo: termine da reputare inidoneo ad assicurare la punizione dei colpevoli, per la sua eccessiva brevità; che il delitto di false comunicazioni sociali in danno dei soci o dei creditori si consuma, infatti, con il deposito del bilancio, dal quale inizia pertanto a decorrere il termine di prescrizione; la notitia criminis, tuttavia, viene di regola acquisita solo a distanza di tempo, a seguito di «verifiche ispettive»: d'altro canto, sia l'attività di indagine che quella di acquisizione della prova in dibattimento presuppongono l'esame di «copiosa documentazione» e l'espletamento di complesse consulenze contabili; che ove si consideri, poi, che la definizione del procedimento passa, di norma, attraverso tre gradi di giudizio e che il reato rientra nella cognizione del giudice collegiale, con la conseguente necessità di celebrare l'udienza preliminare, apparirebbe estremamente improbabile che il reato in parola venga accertato con sentenza irrevocabile prima dello spirare del termine di prescrizione; che sotto diverso profilo, poi, la circostanza che la Corte di giustizia, nella citata sentenza 3 maggio 2005, abbia escluso la diretta operatività della prima direttiva all'interno dell'ordinamento italiano, non implicherebbe l'irrilevanza del riscontrato contrasto con la norma comunitaria; che l'impossibilità di applicare in modo immediato l'art. 6 della prima direttiva nell'ordinamento interno deriverebbe, in effetti, da una duplice ragione: e, cioè, sia dal fatto che una direttiva comunitaria non può mai determinare, di per sé – indipendentemente dall'adozione di una legge interna di attuazione – un aggravamento della responsabilità penale dell'imputato; sia dalla circostanza che il citato art. 6 non costituisce norma «autoapplicativa», in quanto – nell'imporre agli Stati membri di prevedere «adeguate sanzioni» per i casi di mancata pubblicità dei conti annuali – lascia ai singoli Stati un certo margine di discrezionalità nella scelta degli strumenti per la sua attuazione; che, in simile situazione, non sarebbe dunque consentito al giudice italiano «disapplicare» sic et simpliciter le disposizioni della legge interna contrastanti con la norma comunitaria in parola, come viceversa è possibile – alla luce della giurisprudenza costituzionale – ove il contrasto si manifesti in rapporto ad una norma comunitaria immediatamente efficace nell'ordinamento nazionale (quali quelle contenute in regolamenti comunitari o anche in direttive, purché «self executing»); che il vulnus del precetto comunitario andrebbe fatto valere, per contro, mediante proposizione di questione incidentale di legittimità costituzionale, sotto il profilo della violazione dei principi posti tanto dall'art. 11 Cost., il quale vincola lo Stato all'osservanza degli impegni assunti con l'adesione alla Comunità europea;