[pronunce]

10.4.- Strettamente connessa alla precedente censura è il dubbio del rimettente relativo alla compatibilità della preclusione legislativa in parola con il principio della ragionevole durata del processo di cui all'art. 111, secondo comma, Cost., da interpretarsi anche alla luce dell'art. 6 CEDU. Tale preclusione influirebbe infatti sulle prospettive di celerità del processo, che - nel rito dibattimentale - sconta la fisiologica complessità legata all'assunzione di prove orali, nonché l'«impossibilità di fruire, se non con il consenso delle parti, di contributi probatori già confezionati al termine delle indagini» e i rischi di mutamenti in corso di causa del collegio giudicante, particolarmente elevati in un collegio di otto giudici come quello delle corti di assise; senza contare, poi, le «note difficoltà di organizzazione di processi di competenza della Corte di Assise in realtà di uffici giudiziari medio-piccoli [...], dove non è generalmente prevista l'istituzione di sezioni appositamente dedicate a simili incombenze, con il problema della calendarizzazione di udienze "eccezionali" rispetto al regime ordinario delle trattazioni assegnate ai giudici togati in servizio presso il Tribunale». Simili difficoltà inciderebbero in senso negativo tanto sulla «aspettativa dell'imputato alla celebrazione del processo in tempi congrui - tanto più allorché [...] lo stesso si trovi in stato di custodia cautelare - [quanto sul] principio della ragionevole durata del processo quale garanzia della giurisdizione e valvola di equilibrato funzionamento del sistema». 10.5.- La disciplina di cui all'art. 438, comma 1-bis, cod. proc. pen. risulterebbe poi in contrasto con i principi di eguaglianza e ragionevolezza di cui all'art. 3 Cost. Tale disciplina determinerebbe un'irragionevole disparità di trattamento tra situazioni omogenee, ad esempio precludendo il giudizio abbreviato a chi abbia cagionato la morte della moglie in costanza del vincolo matrimoniale e non, invece, a chi abbia commesso il medesimo fatto a danno della moglie divorziata; ovvero consentendo il "recupero" della riduzione della pena in esito al dibattimento nei confronti dell'imputato nei cui confronti sia risultata insussistente l'aggravante contestata, che determinava l'applicabilità della pena dell'ergastolo, ma non nei confronti dell'imputato al quale la corte di assise abbia riconosciuto la sussistenza di circostanze attenuanti prevalenti o equivalenti rispetto a tale aggravante. Simili situazioni mostrerebbero «l'illogicità dell'attribuzione al Pubblico Ministero del potere di condizionare in maniera irreversibile, attraverso la contestazione di una circostanza aggravante la cui fondatezza possa essere accertata solo all'esito del dibattimento, la modalità di svolgimento del processo». La disposizione censurata comporterebbe, d'altra parte, l'irragionevole equiparazione nella stessa preclusione processuale per situazioni eterogenee, come risulterebbe evidente dalla considerazione della radicale diversità delle fattispecie rientranti nel catalogo dei reati punibili con l'ergastolo. 11.- È intervenuto in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che le questioni siano dichiarate inammissibili e comunque infondate, essenzialmente in ragione della discrezionalità legislativa nell'individuazione del perimetro applicativo dei riti alternativi. 12.- Si è costituito l'imputato nel giudizio a quo, sviluppando articolate considerazioni a sostegno della fondatezza delle questioni, in parte ripercorrendo e approfondendo gli argomenti già svolti nell'ordinanza di rimessione. Rispetto all'ipotizzato contrasto con l'art. 3 Cost., la parte ha in particolare insistito sui profili differenziali tra il giudizio abbreviato e gli altri riti alternativi, rispetto ai quali questa Corte ha sinora ritenuto non irragionevoli le preclusioni oggettive e soggettive fissate dal legislatore, sottolineando la pienezza dell'accertamento svolto dal giudice nel rito ora in esame; ciò che renderebbe difficilmente comprensibile la scelta legislativa di escludere indiscriminatamente un rito generalmente accessibile a tutti gli altri imputati soltanto per gli imputati di reati puniti con l'ergastolo, i quali verrebbero così privati della possibilità di celebrare un processo "a porte chiuse" in ipotesi «ispirate dall'esigenza dell'imputato di tutelare la riservatezza familiare, al fine di arginare la diffusione di notizie riguardanti i figli minori, vittime indirette della vicenda processuale». Quanto poi all'allegata violazione dell'art. 111, secondo comma, Cost., la parte richiama la delibera-parere del Consiglio superiore della magistratura del 6 febbraio 2019 sull'originaria proposta di legge, la quale - dopo aver evidenziato il rischio di disincentivazione delle collaborazioni processuali indotte dalla preclusione in parola - già sottolineava come «la scelta di rinunciare agli effetti deflattivi del rito abbreviato in un settore della giurisdizione penale in cui risulta aver dato buoni risultati sembra non in linea con l'esigenza da più parti manifestata di ridurre i tempi di durata dei procedimenti penali e di favorire il ricorso ai riti alternativi». 13.- In prossimità dell'udienza, l'Avvocatura generale dello Stato ha presentato memoria illustrativa, con la quale ha ribadito la richiesta che le questioni sollevate siano dichiarate inammissibili e comunque infondate. 14.- Anche il difensore della parte ha depositato memoria illustrativa in prossimità dell'udienza, nella quale ha ulteriormente approfondito, in replica alla posizione dell'Avvocatura generale dello Stato, gli argomenti già svolti nella precedente memoria.1.- Il Giudice dell'udienza preliminare del Tribunale ordinario della Spezia (r.o. n. 1 del 2020) ha sollevato questioni di legittimità costituzionale dell'art. 438, comma 1-bis, del codice di procedura penale, come inserito dall'art. 1, comma 1, lettera a), della legge 12 aprile 2019, n. 33 (Inapplicabilità del giudizio abbreviato per i delitti puniti con la pena dell'ergastolo), in riferimento agli artt. 3 e 111, secondo comma, della Costituzione, nonché dell'art. 5 della medesima legge n. 33 del 2019, in riferimento all'art. 117, primo comma, Cost., in relazione all'art. 7 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo (CEDU). 2.- La Corte di assise di Napoli (r.o. n. 77 del 2020) ha parimenti sollevato questioni di legittimità costituzionale dell'art. 438, comma 1-bis, cod. proc. pen. , in riferimento agli art. 3, 24 «anche in relazione agli artt. 2, 3 e 27», nonché agli artt. 111, primo comma, e 117, primo comma, Cost., quest'ultimo in relazione agli artt. 6 e 7 CEDU. 3.- Infine, il Giudice dell'udienza preliminare del Tribunale ordinario di Piacenza (r.o. n. 127 del 2020) ha sollevato questioni di legittimità costituzionale dell'art. 438, comma 1-bis, cod. proc. pen.