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PRESIDENTE. Ne ha facoltà. LAFORGIA (Misto-LeU) . Signor Presidente, voteremo la fiducia sul provvedimento al nostro esame. Come noto, il voto di fiducia è un voto doppio, è un voto sul Governo, su cui evidentemente noi come parte della maggioranza, riponiamo appunto tutta la nostra fiducia, un Governo che si è caricato sulle spalle il Paese - mi lasci usare, Presidente, questa formula un po' retorica - in un momento di grande difficoltà, forse il momento più difficile nella storia della Repubblica. È altresì un voto positivo rispetto al merito del provvedimento. Pensiamo che il cosiddetto decreto liquidità sia un pezzo di un mosaico che è stato costruito dal Governo e dalla maggioranza certamente non senza difficoltà e che prevede alcuni pilastri attorno ai quali ruotano le misure messe in campo in queste settimane e in questi mesi così difficili. Penso a tutto il capitolo del sostegno al reddito, a tutte le misure per il finanziamento significativo della cassa integrazione, quella ordinaria, quella in deroga, piuttosto che a tutte le misure di sostegno alle categorie più disparate dell'economia, della società e del mondo del lavoro di questo Paese. Penso al bonus alle partite IVA, tanto bistrattato nel dibattito pubblico, rispetto alla cui dimensione anche noi abbiamo espresso alcune riserve. Si è trattato comunque di misure che nel tempo in cui viviamo si sono rivelate assolutamente necessarie e questo è il primo pezzo della strategia della prima fase della fase due, per usare le espressioni cui si ricorre nel dibattito politico e giornalistico. È il caso anche di tutto il capitolo riguardante i provvedimenti fiscali, in parte contenuti nel decreto rilancio. C'è poi tutta la partita delle risorse a fondo perduto e infine, ma non per ordine di importanza, la questione di cui stiamo trattando, esattamente quella dell'accesso al credito. Non mi soffermo sui dettagli. In discussione generale e poco fa, in alcuni degli interventi che mi hanno preceduto, ho ascoltato diversi colleghi soffermarsi su alcuni aspetti significativi rispetto ai quali anche noi abbiamo fatto la nostra parte. Penso, ad esempio, al tema dell'autocertificazione e al fatto che il combinato tra l'aspetto della semplificazione e l'idea che sia stato costruito un conto corrente dedicato ci convince nella misura in cui si mette insieme l'aspetto della semplificazione, e quindi la possibilità di accedere a questa opportunità nei tempi e nei modi più semplici possibili, con un'idea di trasparenza e di rendicontazione. Non dobbiamo infatti mai dimenticare che viviamo in un Paese che, ahimè, è ancora afflitto in molte sue parti e anche in interi segmenti della sua economia da dinamiche opache, se non addirittura da questioni che hanno a che fare con fenomeni criminali o mafiosi. Aver unito i due elementi che ho richiamato è dunque importante, così come riteniamo sia stato un passaggio utile immaginare che dalla garanzia Sace siano escluse, ad esempio, le imprese che controllano direttamente o indirettamente aziende e società che risiedono in Paesi e territori cosiddetti non cooperativi sul piano della fiscalità. Certo - e da questo punto di vista, se mi permettete, c'è un elemento di delusione che andrà in qualche modo corretto e che comunque sarà un tema da discutere - questo non elimina il rischio che alcune misure possano ricadere su quelle imprese che hanno sede nei paradisi fiscali. Si tratta di un grande tema, che naturalmente non possiamo affrontare unilateralmente come Paese nella sua meritevole lotta in solitudine; va affrontato in una cornice europea, ma non possiamo non vedere che c'è una questione anche di questo tipo. Allo stesso modo, non possiamo non vedere che c'è un tema su cui pretendiamo trasparenza e sul quale abbiamo anche presentato un ordine del giorno, a prima firma della senatrice De Petris. Mi riferisco al fatto che vi sono gruppi di imprese che, dal nostro punto di vista, devono avere l'obbligo di una rendicontazione, la più trasparente possibile, in relazione ai loro bilanci, in relazione agli utili al netto delle imposte, in relazione agli asset materiali e immateriali, in relazione alla loro dimensione reale sul piano dell'occupazione. In altre parole, non può esistere un'entità che sia destinataria delle ingenti misure che mettiamo in campo sul piano delle risorse e che sfugga però a una fotografia che non siamo in grado di scattare semplicemente perché questa entità si perde nell'architettura secondo la quale è costruito un gruppo nelle sue ramificazioni e nella sua articolazione in diversi Paesi e in diversi territori. Tutto questo non può esistere: è un fatto di trasparenza, ma soprattutto è un fatto di efficacia delle misure che si mettono in campo. Questo è il quadro del provvedimento che stiamo esaminando. Mi faccia dire però, signor Presidente, che c'è un tema politico. Ho ascoltato la discussione dei colleghi e segnatamente quella dei colleghi dell'opposizione e c'è qualcosa che non torna. Abbiamo infatti davanti a noi una crisi economica e sociale spaventosa, quella già in corso ma soprattutto quella che verrà. Il dato delle ultime ore riporta 271.000 occupati in meno in un solo mese: già solo questo fa impressione rispetto a ciò che si sta determinando. Stiamo parlando di un quadro di occupati in meno relativi al tempo determinato e al lavoro autonomo, quindi non stiamo guardando a quel dato che esploderà inevitabilmente quando rimuoveremo l'obbligo, che giustamente abbiamo imposto, rispetto alla necessità di non procedere ai licenziamenti fino al 17 agosto, una misura che personalmente vorrei si prolungasse ancora un po'. Presidenza del vice presidente ROSSOMANDO (ore 12,41) ( Segue LAFORGIA). Se questo è il quadro davanti a noi, le parole del nostro Presidente del Consiglio sono parole importanti, che peraltro il Presidente del Consiglio non ha mai dimenticato in questi mesi: un appello, un richiamo alla responsabilità, tanto delle opposizioni quanto delle forze sociali. Quella responsabilità - lo dico con grande rispetto - forse è stata anche richiamata in questa sede, con autosegnalazioni di disponibilità alla collaborazione da parte dell'opposizione; mi sarebbe però piaciuto si manifestasse in quel giorno, che è sempre stato storicamente il giorno che unisce il Paese, che invece l'opposizione ha interpretato come un giorno di parte, cioè il 2 giugno, la festa della Repubblica, in cui qualcuno si è assunto persino il diritto di dividere una piazza, che invece doveva unire. Lo dico perché non ho mai pensato che l'opposizione si debba censurare rispetto alle proprie posizioni, ma non ne usciamo se non ci facciamo informare da questo elemento di unità istituzionale, che ci deve unire nel capire come procedere. Per me valgono tre questioni. In primo luogo, c'è un'idea - fatemelo dire - un po' curiosa, che sta serpeggiando in alcuni settori dell'economia e del mondo imprenditoriale di questo Paese, a cui alcune forze politiche stanno cercando di autosegnalarsi come capaci di rappresentare quella voce. Si tratta di una sorta di neo keynesismo confindustriale, l'idea che lo Stato debba intervenire massicciamente, con misure importanti, ma debba essere assolutamente invisibile rispetto ai vincoli a fronte di quegli impegni economici. No, non funziona così. I provvedimenti che mettiamo in campo, anche i prossimi, dal mio punto di vista, Presidente, devono essere informati da questo criterio: