[pronunce]

Sentenza ha pronunciato la seguentenel giudizio per conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato sorto a seguito della delibera dell'11 febbraio 1999 della Camera dei deputati relativa alla insindacabilità delle opinioni espresse dall'on. Tiziana Parenti nei confronti del dott. Antonio Di Pietro, promosso con ricorso del tribunale di Roma, notificato il 30 dicembre 1999, depositato in Cancelleria il 10 gennaio 2000 ed iscritto al n. 3 del registro conflitti 2000. Visto l'atto di costituzione della Camera dei deputati; Udito nell'udienza pubblica del 19 giugno 2001 il giudice relatore Fernanda Contri; Udito l'avvocato Sergio Panunzio per la Camera dei deputati.. Ritenuto in fatto Considerato in diritto 1. - Il tribunale di Roma, nel corso di un giudizio penale a carico del deputato Tiziana Parenti, con ordinanza emessa il 27 aprile 1999 ha sollevato conflitto di attribuzione fra poteri dello Stato nei confronti della Camera dei deputati in relazione alla deliberazione adottata nella seduta dell'11 febbraio 1999, con la quale quest'ultima ha dichiarato che i fatti per i quali è in corso il processo concernono opinioni espresse dal deputato nell'esercizio delle sue funzioni e sono perciò insindacabili a norma dell'art. 68, primo comma, della Costituzione. Ad avviso del tribunale ricorrente dalla formulazione letterale dell'art. 68, primo comma, della Costituzione emerge chiaramente che l'immunità penale dei membri del Parlamento è strettamente limitata alla loro attività istituzionale e che è estranea a detta previsione ogni altra attività, sia pure in senso lato politica, svolta al di fuori di tali funzioni; il tribunale assume che nel caso di specie la Camera dei deputati non abbia legittimamente esercitato il potere che le spetta, perché la condotta addebitata all'on. Parenti - che consiste in dichiarazioni rese nel corso di una intervista ad un organo di stampa - esula dall'esercizio delle sue funzioni di parlamentare. Il ricorrente ritiene che sussistano le ragioni per sollevare conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato dal momento che, sotto il profilo soggettivo, il tribunale è competente a decidere in ordine alla illiceità della condotta addebitata all'on. Parenti e, sotto il profilo oggettivo, si verte in ordine alla sussistenza dei presupposti per l'applicazione dell'art. 68, primo comma, della Costituzione e in particolare alla lesione da parte della Camera dei deputati di attribuzioni giurisdizionali costituzionalmente garantite. Il tribunale di Roma chiede perciò alla Corte di dichiarare che non spetta alla Camera dei deputati deliberare, in assenza dei presupposti stabiliti dall'art. 68, primo comma, Cost., che i fatti per i quali pende il procedimento nei confronti dell'on. Parenti concernono opinioni espresse nell'esercizio delle sue funzioni di parlamentare e conseguentemente chiede l'annullamento della deliberazione dell'11 febbraio 1999 per violazione degli artt. 68, primo comma, 3, primo comma, 24, primo comma, 101, secondo comma e 104, primo comma, Cost. 2. - Con ordinanza n. 459 del 23 dicembre 1999 questa Corte ha dichiarato ammissibile il conflitto diattribuzione sollevato dal tribunale di Roma; il ricorso e l'ordinanza sono stati notificati alla Camerail 30 dicembre 1999. 3. - Nel giudizio così instaurato si è costituita la Camera dei deputati, chiedendo alla Corte di dichiarare l'inammissibilità e, in subordine, di rigettare il ricorso. Sotto il profilo dell'ammissibilità del ricorso la difesa della Camera ricorda che l'art. 26 delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale stabilisce che l'atto introduttivo deve contenere "l'esposizione sommaria delle ragioni del conflitto e l'indicazione delle norme costituzionali che regolano la materia" ed osserva che il tribunale di Roma ha al contrario del tutto omesso di definire la materia del conflitto e, in particolare, non ha indicato né il contenuto delle opinioni espresse dall'on. Parenti per cui pende il giudizio, né se esse siano ritenute diffamatorie e nei confronti di chi, né su quale organo di stampa le stesse siano state pubblicate; da tali omissioni non risulterebbe quindi indicata quale sia la censura mossa dal giudice alla Camera, non essendo a tale scopo sufficiente il semplice accenno al fatto che le espressioni siano contenute in una "intervista ad un organo di stampa". Sotto un secondo profilo la Camera chiede alla Corte di dichiarare il ricorso inammissibile per la forma adottata dal tribunale nell'atto introduttivo del giudizio; premesso che la Corte ha sempre affermato che i conflitti sollevati dalle autorità giurisdizionali possono essere introdotti con ordinanza anziché nelle forme proprie del ricorso, la difesa della Camera chiede alla Corte di rivedere tale orientamento, ponendo le autorità giurisdizionali su di un piano di parità con le altre autorità facenti parte dei poteri dello Stato. Nel merito la Camera dei deputati ritiene il ricorso infondato; dopo aver illustrato il contesto parlamentare nel quale vanno inserite le dichiarazioni rese alla stampa dal deputato Parenti dalle quali è sorto il presente conflitto - le critiche svolte dal parlamentare al Governo allora in carica ed in particolare al Ministro dei lavori pubblici Di Pietro, con specifico riguardo alle sue precedenti funzioni di magistrato ed al ruolo svolto nel c.d. "pool di mani pulite" - la difesa della Camera indica e produce alcuni specifici atti di sindacato ispettivo svolto dal parlamentare nei riguardi dell'allora Ministro ed in particolare interpellanze, interrogazioni, repliche in aula a risposte fornite dal Governo a sue precedenti interrogazioni. Sulla base di tali atti parlamentari tipici la Camera sostiene che le opinioni espresse dall'on. Parenti nei confronti del querelante - pubblicate su "la Repubblica" del'11 dicembre 1996 e dichiarate insindacabili dalla Camera con la deliberazione dell'11 febbraio 1999 - sono strettamente collegate all'attività del parlamentare non soltanto per l'identità dell'oggetto ma anche per i tempi in cui sono state rese, poiché l'intervista a "la Repubblica" viene data proprio nel mezzo di quella serie di atti parlamentari concernenti l'attività del dottor Di Pietro. La Camera dei deputati osserva ancora che nelle frasi tratte dall'articolo e riportate nel capo d'imputazione (ma non citate nell'ordinanza che ha sollevato il conflitto) vi è una sostanziale coincidenza di temi ed argomenti con quelli già trattati in sede parlamentare e che è evidente "che la reiterazione sulle pagine di un quotidiano di grande diffusione delle tesi e delle censure nei confronti del dottor Di Pietro fungeva da cassa di risonanza verso l'opinione pubblica di quanto già sostenuto al riguardo nell'aula della Camera". La delibera di insindacabilità sarebbe quindi frutto di un consapevole ed argomentato convincimento che le dichiarazioni dell'on. Parenti fossero strettamente collegate con sue attività tipicamente parlamentari e che quelle dichiarazioni, cronologicamente successive alle attività parlamentari svolte, avessero "carattere divulgativo di queste ultime nei confronti dell'opinione pubblica".