[pronunce]

L'ammontare complessivo degli ammortamenti economico-tecnici e degli ammortamenti finanziari, ad avviso della deducente, deve essere idoneo - come sarebbe stato secondo la vecchia disciplina e quella antecedente vigente almeno dalla riforma tributaria del 1973 - "a consentire gli interventi di sostituzione e di manutenzione necessari per operare la gestione in condizioni di sicurezza ed efficienza, nonché per adempiere all'obbligo di devolvere alla scadenza i beni stessi in buono stato d'uso", nonché a permettere alle imprese di procedere nel corso della durata della concessione alla "ricostituzione finanziaria" del valore dei beni che dovranno essere devoluti poi gratuitamente. A tal fine si rende necessario costituire un fondo atto a dare copertura, alla scadenza della concessione, alla perdita derivante dall'eliminazione, senza contropartita, del residuo dei beni devolvendi. Tali esigenze sarebbero state ignorate dalla modifica legislativa del 1996, che, operando con riguardo ad investimenti già sostenuti in passato, avrebbe alterato l'equilibrata gestione di rapporti concessori già in essere. Questa alterazione si sarebbe verificata sotto più profili e ciò sia perché il secondo comma dell'art. 1 del decreto legge n. 669 del 1996 ha disposto l'applicazione delle nuove disposizioni non per il futuro, cioè dal 1 gennaio 1997, ma per il periodo di imposta in corso alla data del 31 dicembre 1996, sia perché lo stesso secondo comma detta una disciplina transitoria per i soggetti che hanno effettuato il cumulo dei due tipi di ammortamento per gli esercizi precedenti, stabilendo che, qualora l'ammontare degli ammortamenti complessivi in relazione ad essi già dedotti ecceda il costo dei beni, l'eccedenza debba sottoporsi a tassazione con riguardo al periodo di imposta 1996. La memoria passa, quindi, ad illustrare argomenti a sostegno delle due censure di incostituzionalità. In primo luogo, rileva che questa Corte, dopo avere per anni ritenuto che la conversione in legge del decreto legge faceva considerare superate le censure contro il decreto stesso, avrebbe cambiato tale orientamento nella sentenza n. 29 del 1995, sostenendo la sindacabilità dell'esistenza dei presupposti della decretazione d'urgenza anche dopo la conversione. In proposito, si rileva che, nel caso di specie, non sarebbe esistita alcuna situazione di fatto "che spingesse, in presenza di una emergenza, alla modificazione della specifica normativa" sugli ammortamenti e nemmeno "un'esigenza di maggiore giustizia o di maggiore equità", tanto che la nuova normativa si sarebbe tradotta in "un appesantimento dei conti economici dei soggetti interessati". L'unica ragione che avrebbe indotto il legislatore a mutare la vecchia disciplina sarebbe stata un'esigenza di cassa "e quindi di un gettito da acquisire in tempi brevissimi". Lo rivelerebbe la relazione di accompagnamento del disegno di conversione del decreto legge, della quale viene citato il passo che individua il recupero di gettito per gli anni 1997, 1998 e 1999. Si adduce che un'esigenza di cassa in materia fiscale non sarebbe né oggettivamente eccezionale, né oggettivamente imprevedibile, in quanto "che il fisco abbia bisogno di risorse [sarebbe] la regola (e non l'eccezione) prevedibilissima". E "se fosse sufficiente una generica necessità di risorse, essa tutto giustificherebbe e tutto potrebbe essere innovato, nel settore fiscale, per decreto legge onde questo strumento normativo, lungi dall'essere eccezionale, diventerebbe l'unico utilizzabile e utilizzato". Quanto alla censura ex art. 53 Cost., si richiama giurisprudenza di questa Corte, dalla quale emergerebbe che andrebbe indagato caso per caso se una norma tributaria retroattiva violi il principio della capacità contributiva e, sul rilievo che la norma avrebbe inciso su un periodo di imposta nel quale per 364 giorni era stata vigente la precedente disciplina ed anche per i periodi di imposta anteriori al 1996, si sostiene che sarebbe stato violato il principio dell'affidamento del cittadino data l'imprevedibilità della nuova disciplina, all'uopo invocandosi le sentenze di questa Corte n. 390 del 1995 e n. 315 del 1994. Nell'imminenza dell'udienza pubblica la parte ha, altresì, depositato una memoria illustrativa, nella quale, in ordine alla censura ex art. 77 Cost., si richiama anzitutto l'evoluzione della giurisprudenza di questa Corte in ordine alla sindacabilità degli eccessi della decretazione d'urgenza e, quindi, si ripropongono e si sviluppano ulteriormente gli argomenti della prima memoria.1. - La Commissione tributaria provinciale di Bologna, nel corso di un giudizio concernente il mancato accoglimento dell'istanza di rimborso di somme versate da una società a titolo di I.R.PE.G. ed I.LO.R., ha sollevato - in riferimento agli articoli 77 e 53 della Costituzione - questione di legittimità costituzionale del comma 1, lettera c) e del comma 2 dell'art. 1 del decreto legge 31 dicembre 1996, n. 669 (Disposizioni urgenti in materia tributaria, finanziaria e contabile a completamento della manovra di finanza pubblica per l'anno 1997), convertito in legge 28 febbraio 1997, n. 30. Il comma 1, lettera c), è stato impugnato nella parte in cui - modificando l'art. 69 del d.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917 (Approvazione del testo unico delle imposte sui redditi) - ha eliminato la possibilità di cumulare, per i beni gratuitamente devolvibili alla scadenza di una concessione, l'ammortamento tecnico previsto dagli articoli 67 e 68 dello stesso decreto ed un ulteriore ammortamento definito finanziario, stabilendo invece l'alternatività fra le due specie di ammortamento. Il comma 2 è stato impugnato nella parte in cui prevede che la disposizione appena ricordata si applica "a decorrere dal periodo di imposta in corso alla data del 31 dicembre 1996" e dispone che, per le imprese che negli esercizi precedenti hanno dedotto quote di ammortamento finanziario in aggiunta a quote di ammortamento tecnico, "si considera già ammortizzato l'ammontare delle quote complessivamente dedotte" e "se tale ammontare supera il costo dei beni l'eccedenza concorre a formare il reddito del predetto periodo di imposta". La violazione dell'art. 77 della Costituzione è ravvisata sotto il profilo che il decreto legge n. 669 del 1996 - intervenuto su una normativa vigente da tempo, al solo fine di completare la manovra di finanza pubblica per il 1997, come risulta dal suo stesso preambolo - sarebbe stato emanato in difetto del presupposto di costituzionalità costituito dalla straordinaria necessità ed urgenza. La violazione dell'art. 53 della Costituzione è invece argomentata - sulla premessa della natura retroattiva dell'impugnato art. 1, comma 2 - con il richiamo ai principi affermati da questa Corte, secondo cui la retroattività di una legge incontra il limite dell'affidamento del cittadino nella sicurezza giuridica e deve tener conto della prevedibilità della disciplina che ne deriva.