[pronunce]

10.- Quanto ai dubbi di legittimità costituzionale legati alla rigidità del criterio che porta alla determinazione della pena pecuniaria prevista dalla disposizione censurata, assume rilievo l'ordinanza n. 475 del 2002, con la quale questa Corte ha dichiarato manifestamente infondata una identica questione, anche all'epoca sollevata nei confronti della norma censurata in riferimento ai medesimi parametri. 10.1.- Con la citata ordinanza, nell'affrontare il tema della non modulabilità della sanzione pecuniaria che il giudice è chiamato ad applicare, è stato dato rilievo al trattamento sanzionatorio complessivo predisposto dal legislatore, rimarcando, in particolare, che, accanto alla multa, è prevista anche la pena detentiva della reclusione «con una forbice edittale di ampiezza significativa». In una simile situazione, è stato da questa Corte sottolineato che «i limiti costituzionali alla previsione di risposte punitive rigide», così come descritti principalmente dalla sentenza n. 50 del 1980, non vengono comunque in rilievo tenuto conto della «graduabilità della pena detentiva comminata congiuntamente a quella pecuniaria», tale da offrire al giudice «un consistente margine di adeguamento del trattamento sanzionatorio alle particolarità del caso concreto, anche in rapporto a parametri oggettivi e soggettivi diversi dalla semplice "dimensione quantitativa" dell'illecito» (ordinanza n. 475 del 2002). Orientamento, questo, ribadito nel tempo, perché una tale opzione legislativa lascia «adeguati spazi alla discrezionalità del giudice, ai fini dell'adeguamento della risposta punitiva alle singole fattispecie concrete» (ordinanza n. 91 del 2008); ancor di più in presenza di pene pecuniarie proporzionali che, come quella di specie, sono di per sé stesse «caratterizzate da un certo grado di variabilità in ragione dell'offensività del fatto» (sentenza n. 142 del 2017). 11.- L'ordinanza in esame non offre argomenti che consentano di abbandonare siffatto, consolidato, orientamento. 11.1.- Secondo il rimettente, la Corte, nell'escludere l'illegittimità costituzionale, sotto il profilo esaminato, della multa prevista dalla disposizione censurata, non avrebbe considerato le peculiarità proprie delle pene pecuniarie, avuto riguardo, in particolare, alla funzione rieducativa che il trattamento sanzionatorio deve tendere a realizzare. 11.2.- L'assunto non è convincente. Non è in discussione la possibilità di riconoscere anche alla pena pecuniaria compiti compatibili con la funzione rieducativa, in linea con lo statuto costituzionale della pena descritto dall'art. 27 Cost. (sentenze n. 12 del 1966 e n. 113 del 1968). Una tale finalizzazione, tuttavia, assume spessore diverso a seconda delle connotazioni oggettive del tipo di sanzione; e laddove, come nella specie, si preveda, accanto alla pena pecuniaria, la congiunta comminatoria della pena detentiva, non può ritenersi incongrua la scelta di assegnare primariamente a quest'ultima - dando rilievo all'unitarietà del trattamento sanzionatorio complessivamente predisposto dal legislatore - il compito di realizzare la funzione rieducativa, risultando così garantiti, al contempo, anche i profili inerenti alla individualizzazione della pena, ancorati al disposto dell'art. 27, primo comma, Cost. 11.3.- Né vale sostenere che, nel caso, le superiori osservazioni andrebbero riviste in ragione della mancata previsione di un tetto massimo di pena, tale da determinare, ad avviso del rimettente, una inaccettabile neutralizzazione di fatto del ruolo ascritto all'art. 133-bis, secondo comma, cod. pen. con riguardo alla commisurazione della pena in rapporto alle condizioni economiche del reo. 11.4.- L'assenza di un tetto massimo di pena, coerente con la già citata indicazione generale offerta, per le pene pecuniarie proporzionali, dall'art. 27 cod. pen. , non si pone in contrasto con i principi dettati dall'art. 27 Cost. Se è vero infatti che la previsione di una soglia non superabile «consentirebbe di evitare l'irrogazione di sanzioni eccessivamente elevate», è del pari incontrovertibile che ciò «potrebbe pregiudicare l'effetto dissuasivo della sanzione pecuniaria nei casi in cui commettere il reato risulta vantaggioso e profittevole sul piano economico, anche a rischio di subire la sanzione penale» (sentenza n. 142 del 2017). In linea con le connotazioni ordinariamente proprie delle pene pecuniarie proporzionali, razionalmente confacenti alla repressione di reati che, come quello posto all'attenzione di questa Corte, risultano dominati da oggettive finalità di lucro, la multa prevista dalla fattispecie censurata mira a disincentivare la commissione delle relative condotte in forza di un meccanismo utilitaristico-economico destinato ad apportare al reo, in conseguenza dell'applicazione della sanzione, uno svantaggio patrimoniale tale da rendere controproducente la commissione dell'illecito, quali che siano le specifiche modalità di realizzazione del fatto. Mentre la misura della sanzione, anche particolarmente elevata, appare comunque sempre raccordata alla gravità dell'offesa (nel caso per il riferimento al quantitativo della merce contrabbandata), per altro verso, la previsione di un tetto massimo finirebbe per privare di effettività la funzione primaria perseguita dal legislatore, quella di disincentivare l'iniziativa illecita azzerando le prospettive di lucro correlate alla condotta incriminata. 12.- Ciò non esclude che le pene pecuniarie proporzionali possono comunque, in taluni casi, dar luogo ad un trattamento intrinsecamente irragionevole per la manifesta sproporzione che potrebbe prospettarsi tra il disvalore del fatto incriminato e la cornice edittale dettata per sanzionarlo. E tanto porta al secondo ordine di censure prospettate dal rimettente. 12.1.- L'art. 3 Cost. esige «che la pena sia proporzionata al disvalore del fatto illecito commesso, in modo che il sistema sanzionatorio adempia nel contempo alla funzione di difesa sociale ed a quella di tutela delle posizioni individuali»; laddove, poi, «la proporzione tra sanzione e offesa difetti manifestamente, perché alla carica offensiva insita nella condotta descritta dalla fattispecie normativa il legislatore abbia fatto corrispondere conseguenze punitive di entità spropositata, non ne potrà che discendere una compromissione ab initio del processo rieducativo» così da dare corpo ad una «violazione congiunta degli artt. 3 e 27 Cost., essendo lesi sia il principio di proporzionalità della pena rispetto alla gravità del fatto commesso, sia quello della finalità rieducativa della pena» (sentenza n. 236 del 2016). La cifra di tale manifesta inadeguatezza non è tuttavia rappresentata dal livello di asprezza cui può pervenire la pena da comminare secondo il modulo di commisurazione predeterminato dal legislatore. Il sistema delle pene proporzionali, infatti, in genere è congegnato in termini tali da garantire un rapporto costante tra rilevanza del fatto ed entità della risposta punitiva sicché al crescere della prima corrisponde, in nome del principio di offensività, il diverso e sempre più pregnante portato della seconda.