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Per questo, d'accordo con molti, credo che l'indicazione della Corte costituzionale, così come le riflessioni del capo dello Stato, non debbano essere limitate al sistema elettorale, ma si possano e si debbano estendere anche ad altre componenti dell'assetto istituzionale, comprese le norme costituzionali. Su questo dobbiamo evitare pregiudizi. Sappiamo tutti che, quando la Costituzione è entrata in vigore, la diversità di elettorato fra Camera e Senato era più ridotta, essendo di soli quattro anni. Tale differenza si è accentuata nel 1975, quando, con la riforma del diritto di famiglia, quindi con legge ordinaria, la maggiore età è stata anticipata a diciotto anni. Oggi i sette anni di differenza dell'elettorato attivo significano - lo hanno ricordato anche molti colleghi - una differenza di oltre 3,7 milioni di aventi diritto al voto tra le due Camere. Si tratta di una differenza significativa, che non ha più ragion d'essere. Vorrei dire anche qualcosa sul metodo del percorso che abbiamo intrapreso. Quella che compie oggi il suo primo passo è una riforma puntuale della Costituzione, che interviene solo su un singolo aspetto. La storia delle riforme costituzionali nel nostro Paese è lunga e travagliata e, nel corso di oltre quarant'anni, ha prodotto tanti convegni, numerose Commissioni, molti progetti e tanto lavoro parlamentare, e ha visto anche diverse riforme realizzate. I progetti più ambiziosi approvati dal Parlamento sono stati invece respinti dal corpo elettorale. È successo, come sappiamo, nel 2006, con la riforma approvata da una maggioranza di centrodestra, e poi nel 2016, con la riforma approvata da una maggioranza di segno opposto, di centrosinistra. Dopo quell'esperienza, il Parlamento ha intrapreso una strada diversa, che è quella di riforme specifiche e puntuali: così è la riduzione del numero dei parlamentari, su cui gli elettori saranno chiamati a esprimersi tra pochi giorni; così è la riforma che votiamo oggi e così sono altre iniziative che stanno seguendo i loro iter alla Camera dei deputati e al Senato. Certo, sono riforme puntuali, ma non casuali, in quanto stanno dentro un progetto organico. Ovviamente si può essere d'accordo o meno sul merito di queste riforme (sia su quelle complessive e organiche, sia su quelle puntuali e specifiche). Quello che non mi sembra corretto è l'atteggiamento di chi, ai tempi, criticava le riforme organiche (perché lo erano troppo e quindi non avrebbero consentito scelte diverse su diversi aspetti della riforma) e oggi invece critica le riforme puntuali in quanto tali, perché non forniscono una risposta di sistema a un'esigenza di riforma. Questo non mi sembra, oggettivamente, un atteggiamento costruttivo. Ho sentito molti colleghi (peraltro mi attengo al merito del provvedimento, mentre qui in Aula abbiamo sentito parlare anche di molte altre cose che sono oggi oggetto della discussione politica, ma che non attengono a ciò di cui stiamo discutendo) dire di essere contrari a riforme a pezzetti e di non volere riforme particolari. Dobbiamo però trovare un accordo, perché non è possibile sentir usare dalle stesse parti politiche argomenti uguali e contrari a seconda che la riforma sia complessiva o puntuale. (Applausi) . Questo diventa qualcosa di poco comprensibile. La scelta di oggi ha un grande rilievo istituzionale, perché è a favore della centralità del sistema parlamentare, e dissento profondamente da molti colleghi che hanno detto che va contro il Parlamento, che infatti, per essere centrale, deve funzionare bene e, per farlo, deve ridurre al minimo il rischio di differenze nella composizione politica dei suoi due rami. La scelta di oggi ha un rilievo che trova fondamento nel tessuto del nostro Paese, anche in quello demografico. Sappiamo quale intensità raggiunga in Italia il fenomeno dell'invecchiamento della popolazione, che purtroppo accomuna gran parte del mondo occidentale. È una tendenza che si deve contrastare, in primo luogo, con interventi a favore della crescita demografica, degli asili e dei servizi, nonché con una maggiore parità di genere e un'articolazione più moderna dei tempi di lavoro. Che c'entra, quindi, la riforma di oggi? Ci permette di operare, intanto, un riequilibrio istituzionale, come piccolo contrappeso al rischio di sbilanciare eccessivamente la rappresentatività delle nostre istituzioni. Con la scelta di oggi si rafforzano il ruolo e il peso di quella parte della popolazione - i cittadini più giovani - che certo potrà anche essere meno esperta (si tratta di cittadini con meno anni), ma che, per definizione, ha lo sguardo rivolto al futuro e non è portatrice di interessi consolidati e contingenti, ma ci consente di vedere dove, per limiti anagrafici, spesso non riusciamo a vedere. Con il voto di oggi cerchiamo di aprire una finestra verso il futuro. Non so se avesse ragione il grande giurista Hans Kelsen, quando diceva che l'età, per esercitare il diritto di voto, dev'essere la più bassa possibile. Di certo, con la riforma di oggi avviamo il percorso per superare una differenza di elettorato ormai priva di giustificazione, che non ha analogie nelle democrazie contemporanee. Ho ascoltato con attenzione i colleghi, soprattutto quelli di opposizione, ma non solo, perché sono stata sorpresa anche da alcuni interventi di senatori della maggioranza. Ho ascoltato anche gli interventi svolti durante la discussione della questione pregiudiziale e di quella sospensiva e francamente non ho condiviso il nucleo centrale delle motivazioni addotte. Perché non si può votare la modifica del requisito anagrafico dell'elettorato attivo prima dell'esito del referendum ? Qual è il nesso logico che impedisce di modificare la composizione del corpo elettorale in relazione alla modifica del numero degli eletti? (Applausi). Ricordo che il 31 luglio del 2019 la Camera approvò l'equiparazione dell'età dell'elettorato attivo del Senato a quello della Camera, cioè il diritto di voto dai diciotto anni di età, con 487 voti favorevoli, cinque contrari e sette astenuti, una maggioranza larghissima. Francamente, oggi sentendo gli interventi di molti colleghi che fanno parte di quei partiti che alla Camera hanno votato in questo modo, mi sono stupita di quel risultato. Cosa è successo nel frattempo? Il testo, con la soppressione della parte che equiparava anche l'elettorato passivo, torna a essere quello votato da quel 98 per cento dei parlamentari della Camera e mi auguro, nonostante abbia sentito molti dissensi che parlavano d'altro e non del merito del provvedimento, che anche in questo caso possa esserci un'ampia convergenza. Ovviamente dichiaro il voto favorevole del Partito Democratico. (Applausi). VITALI (FIBP-UDC) . Domando di parlare per dichiarazione di voto. PRESIDENTE. Ne ha facoltà. VITALI (FIBP-UDC) .