[resaula]

Avremmo voluto medici al letto del paziente e lì ci possono stare gli specialisti, coloro cioè a cui noi abbiamo reso disponibile una borsa di studio per la loro specializzazione. Anche in questo caso molte parole, fumose (si è parlato di contratti a tre mesi, a sei mesi, sicuramente non contratti a un anno) , ma non una misura che desse ragione del bisogno reale del Paese. Terza cosa e mi avvio alla conclusione: la grande frode che si è fatta nei confronti delle scuole paritarie, alle quali in questo momento, davanti a un numero di famiglie numerose le cui condizioni economiche sono vistosamente peggiorate, che non saranno in grado di pagare le loro quote e le loro rette, non abbiamo saputo offrire pressoché nulla. Stiamo in qualche modo, surrettiziamente, creando le condizioni per cui una grande tradizione culturale del Paese vada piano piano spegnendosi, per misure che sono davvero drammaticamente legate ad una mancanza di prospettiva nonché anche una mancanza di rispetto per quello che prevede la nostra Carta costituzionale. Su questi tre punti chiedo che anche nel prossimo decreto-legge l'attenzione non sia quella benevola, di cui ringrazio anche la Commissione, il suo Presidente e il Governo, che è stato presente, per l'approvazione degli ordini del giorno, perché un ordine del giorno è obiettivo autentico ed efficace soltanto se poi dà piede a decisioni concrete che cambiano il sistema. (Applausi dal Gruppo FIBP-UDC) . PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Laus. Ne ha facoltà. LAUS (PD) . Signor Presidente, onorevoli colleghe e colleghi, Governo, prima della pandemia lo stato di salute del nostro Paese non era affatto rassicurante e tutte le forze politiche rappresentate in quest'Aula, nel recente passato, come nel presente, chi più e chi meno, dai banchi della maggioranza e da quelli di minoranza, hanno cercato di dare il proprio contributo per porre rimedio e per contribuire allo sviluppo. Voglio dire che il 22 febbraio scorso l'Italia era già ferita nel corpo e nell'anima, nel corpo delle sue infrastrutture, innanzitutto quelle stradali: pensiamo alla tragedia del ponte Morandi, ed è di oggi la notizia del ponte crollato tra La Spezia e Massa Carrara. Era ferita altresì nelle infrastrutture ferroviarie, idriche, scolastiche e sanitarie; c'erano già gravi carenze e colpevoli ritardi: penso al Parco della salute, che a Torino aspettiamo da venti anni, ma anche alla TAV, che è stata perennemente nella palude delle polemiche. E potrei continuare per ore. Allo stesso modo l'Italia era già ferita nell'anima - sì, nell'anima - con i suoi giovani e le loro scarse speranze per il futuro, con la disoccupazione, le disuguaglianze, l'affronto alla dignità umana e i diritti violati. Poi è arrivata la pandemia che ha reso tragico ciò che era già drammatico e adesso più che mai noi tutti dobbiamo scusarci con i cittadini. Dico bene: scusarci con i cittadini. Per quanto nel passato non è stato fatto e si poteva fare, scusarci perché chiediamo uno sforzo immane ad un corpo già stremato. Dal canto nostro, come classe politica, dobbiamo evitare in ogni modo di commettere gli stessi errori e, ad esempio, cominciare a liberare il Paese dalla stretta soffocante di una burocrazia che impedisce il realizzarsi in tempi ragionevoli anche delle migliori intenzioni. Stiamo vedendo perfino in questi giorni straordinari come sia facile e pericoloso dentro la nostra pubblica amministrazione impantanarsi nelle procedure. Basti vedere l'enorme difficoltà di accesso ai benefici previsti per il sostegno al reddito, sia da parte delle imprese che dei singoli lavoratori. Confesso che se il Governo non si attiva per una forte sburocratizzazione finalizzata ad ottenere tempi certi, avrei in futuro difficoltà a votare i prossimi decreti. Fatichiamo a imparare la lezione del passato, quando litigavamo, a suon di questioni pregiudiziali, sui testi di legge intorno a quali fossero le vere emergenze e le reali necessità. Questa di oggi è emergenza, adesso lo sappiamo, però noi tutti abbiamo il dovere e la responsabilità di tenere unito il Paese affinché nessuno si senta lasciato solo ed è un impegno che vale tanto per le forze di maggioranza, quanto per quelle di opposizione. Ognuno di noi sa, perché possiamo toccarlo con mano, che il presente decreto-legge non sarà risolutivo, che nessun emendamento lo sarà e nemmeno il provvedimento n. 2, nemmeno il provvedimento n. 3 e nemmeno il provvedimento n. 4. Personalmente anche io ho avuto modo di evidenziare, nel confronto con il mio Gruppo, che nel testo di questo primo provvedimento ci sono mancanze e altrettanto ho verificato come siano già in pista altre misure e altre ancora verranno, dopo un attento monitoraggio che dobbiamo fare tutti insieme. Penso al ritardo dei pagamenti dello Stato nei confronti dei fornitori. Lo Stato, con tutte le sue articolazioni, deve onorare i propri debiti e, se questo non è possibile, è indispensabile che i crediti dei fornitori nei confronti della pubblica amministrazione possano essere certificati e compensati con le imposte. Verrà poi il tempo in cui si misureranno le carenze emerse nel corso di questi giorni concitati, ma non è questo il momento, né è quello della conta dei provvedimenti e degli emendamenti che garantiranno la ripresa. Non è questo il momento dei sondaggi e delle accuse; i numeri che importano adesso sono quelli delle persone care che ci hanno lasciato e delle famiglie di lavoratori della sanità, dei trasporti, della filiera alimentare e dei servizi essenziali che sono in prima linea tutti i giorni. È con il pensiero rivolto a loro che dobbiamo rimboccarci le maniche per dare il nostro contributo. Il decreto-legge cura Italia, pur nella grandiosità del titolo, non è e non vuole essere la panacea di ogni male; dal 17 marzo arriva al voto in uno scenario che muta con una velocità ancora quotidiana e a noi è chiesto di tenerne il passo, spesso muovendoci alla cieca a causa della straordinarietà della situazione. Tuttavia, solo la capacità che avremo di renderlo operativo alla svelta ci consentirà di dare le prime necessarie risposte alle famiglie, alle imprese, ai lavoratori, dimostrando di aver compreso il significato nuovo e terribile della parola «emergenza». Il tema di un innesto tempestivo di liquidità, di far atterrare questi primi 23 miliardi di euro del decreto-legge per salvaguardare la sopravvivenza dei singoli, dei nuclei, ma anche il futuro delle nostre aziende, è cruciale; perciò c'è bisogno di dar gambe ai provvedimenti che questa liquidità può mettere in circolo. Dobbiamo farlo e alla svelta, senza indugiare, rinunciando alle vecchie e cattive abitudini, quelle che il Paese oggi non potrà più permettersi. (Applausi dal Gruppo PD) . PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Rufa. Ne ha facoltà. RUFA (L-SP-PSd'Az) . Signor Presidente, il mio cuore e le mie preghiere sono rivolte alle oltre 17.000 vittime del Covid; il mio intervento si concentrerà sulla politica e toccherà gli articoli del decreto-legge, ma senza dimenticare e mancare di rispetto ai familiari, ai parenti, agli amici che stanno piangendo e soprattutto a chi sta lottando negli ospedali.