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Però, visto che si parlava di grandi questioni e addirittura della revisione dei trattati che sono alla base dell'Unione europea, ci siamo permessi di volare altrettanto alti e abbiamo detto che, se di questo dobbiamo parlare, allora dobbiamo riparlare integralmente dell'assetto europeo, anche alla luce degli eventi storici che stanno accadendo ai confini dell'Unione europea (mi riferisco chiaramente all'Ucraina). Noi riteniamo che questo sia il momento di ribadire che l'Unione europea, così come si è strutturata nei decenni, non è quella che abbiamo immaginato. Il nostro è un modello diverso, confederale, in cui gli Stati mantengono largamente la propria sovranità, ma ne cedono quella fetta utile a creare un'Unione europea politica sulle grandi questioni che abbiamo messo nero su bianco nella nostra mozione: la sicurezza, la difesa, la politica estera e la geopolitica, la politica commerciale, la politica migratoria e demografica e le grandi questioni sanitarie legate a calamità naturali. È su questo che l'Europa dovrebbe sforzarsi e convergere. Non è certo questa l'Europa che abbiamo conosciuto, che si è contraddistinta per una legislazione pervasiva, direi onnipervasiva, crescente e minuziosa; l'Europa si occupa di migliaia di questioni poco importanti, spesso dando fastidio ai cittadini e alle imprese, ma non si occupa e non si preoccupa delle grandi questioni, per cui rimane un gigante economico e un nano politico. È evidente che, se l'Europa vuole essere diversa e diventare protagonista dal punto di vista politico, deve avere una politica estera comune e, per fare questo, ha bisogno anche di un esercito e di una politica militare comuni; tutte cose che non ci sono e che, quando si affacciano, trovano subito la resistenza degli stessi partiti e degli stessi movimenti che invocano il protagonismo dell'Unione europea contro la Cina, contro gli Stati Uniti, eccetera. La nostra mozione è un modo per ribadire la diversità del nostro approccio su queste grandi questioni, che non significa essere antieuropei, ma anzi perfettamente filoeuropei, in un'Europa diversa, più forte e anche più solidale, sulle grandi questioni e non su quelle piccole, alla ricerca di uno standard unico, che possa entrare nel dettaglio delle attività e della vita di tutti i cittadini, dalla Scandinavia fino al Mediterraneo. Concludo, Presidente, con un riferimento alle radici storiche e culturali dell'Unione europea, che con una scelta assurda sono state cancellate dalle fondamenta dello Statuto dell'Unione europea stessa. Mi riferisco alle radici culturali classiche, giudaico-cristiane, del diritto romano, della filosofia greca, eccetera. Lo faccio perché casualmente, tra pochi minuti, discuteremo in questa stessa Aula della figura di San Francesco d'Assisi. Allora mi domando: l'Europa che conosciamo potrebbe essere la stessa, senza le radici medievali costruite da San Francesco e dalla cultura dei monaci, delle abbazie benedettine e del monachesimo? Quella cultura non è cattolica o cristiana, ma ha salvato la cultura classica e l'ha consegnata ai posteri. Noi non saremmo quello che siamo, se non avessimo questo alle spalle, anche la figura di San Francesco, con tutto quello che ha rappresentato per la storia dell'Italia e dell'Europa. Quindi, colleghi, noi ci asterremo sull'ordine del giorno che la maggioranza ha proposto, perché - lo riconosciamo - è un passo indietro rispetto alla prima mozione, che era inaccettabile, ma rimangono grandi differenze rispetto alla visione strategica che avete esplicitato, che ci pare molto debole rispetto a quella che noi immaginiamo, che - lo ripeto - è il sogno di un'Europa diversa. Se l'Europa non si sveglia adesso, con quello che sta accadendo in Ucraina, credo che non si sveglierà mai. (Applausi) . ALFIERI (PD) . Domando di parlare per dichiarazione di voto. PRESIDENTE. Ne ha facoltà. ALFIERI (PD) . Signor Presidente, onorevoli colleghi, esprimo voto favorevole all'ordine del giorno che abbiamo ideato insieme (e ringrazio, per la collaborazione e il lavoro fatto insieme, i diversi Gruppi della maggioranza), volto a impegnare il Governo - e a rafforzarlo al tempo stesso - nel momento in cui dovrà affrontare una serie di passaggi a seguito della conclusione della Conferenza sul futuro dell'Europa, con le decisioni che indicherà il Presidente di turno del semestre di Presidenza dell'Unione europea, Emmanuel Macron, appena rieletto, per fare in modo - ed è il primo punto - che la Conferenza sul futuro dell'Europa non sia solo una grande discussione e un talk europeo in cui si confrontano componenti diversi (parlamentari nazionali ed europei, membri dei Governi nazionali, esponenti della Commissione e la rappresentanza dei cittadini), ma sia invece un'occasione per testare un modello innovativo di partecipazione democratica. In tutte le società europee vi è l'esigenza di rafforzare i sistemi di democrazia rappresentativa, che sono un po' stanchi e segnano il passo e, per dare risposte adeguate, hanno bisogno di un coinvolgimento sempre maggiore della società e di prestare attenzione alle pulsioni, alle ansie e alle preoccupazioni che emergono nelle opinioni pubbliche europee. Come ho detto prima, la Conferenza sul futuro dell'Europa, con i pregi, i difetti e i limiti che sono stati evidenziati anche dalle forze di opposizione, rappresenta un pezzo di innovazione (c'è stata una fase di rodaggio) e penso valga la pena salvaguardare gli aspetti positivi dell'esperienza. Passo al secondo punto. La Conferenza sul futuro dell'Europa può essere la spinta decisiva per affrontare il vero tema oggi presente in Europa, cioè la capacità dell'Unione europea e dei Paesi europei, nel loro complesso e nel loro essere collegiali, di rispondere a sfide internazionali cui i singoli Paesi non sono in più in grado di far fronte. Mi riferisco alla lotta ai cambiamenti climatici, all'uscita dalla crisi economica, al rincaro dei prezzi delle materie prime e dell'energia, alla lotta al fondamentalismo islamico e, soprattutto, alla questione cardine di un'Europa che non può essere solo gigante economico e protagonista nella definizione di accordi commerciali, per poi contare poco nelle grandi partite politico-diplomatiche (quindi il tema della politica estera e di difesa comune). All'interno della Conferenza emergono, in maniera trasversale presso tutti i nove gruppi di lavoro, due grandi domande. La prima è la richiesta di un'Europa più forte, con più competenze e risorse sui temi che devono essere affrontati su scala europea, con un richiamo anche ai principi di sussidiarietà e proporzionalità. Se un tipo di funzione si svolge meglio a livello di amministrazioni locali, è bene che rimanga lì; se invece si è più bravi a svolgerla a livello nazionale, è bene che lì rimanga; infine, ci sono funzioni che devono essere svolte a livello europeo per rispondere alle grandi sfide di cui ho detto prima. Questa è una domanda molto forte. La seconda domanda è di armonizzare e rendere simili una serie di politiche che riguardano l'attuazione e il rispetto di diritti e libertà fondamentali. Lo ha detto prima anche la collega Cirinnà nel suo intervento.