[pronunce]

Parimenti, ove la domanda riconvenzionale possa essere decisa dal giudice monocratico perché non soggetta a riserva di collegialità e quindi non ricorra la ragione di inammissibilità di cui alla disposizione censurata, il giudice del procedimento sommario può valutare la complessità risultante dall'ampliamento del thema disputatum e dalle difese svolte dalle parti. In tale evenienza il giudice, ove ritenga che ciò richieda, nel complesso, un'istruzione non sommaria, muta il rito fissando l'udienza di cui all'art. 183 cod. proc. civ. (art. 702-ter, terzo comma, cod. proc. civ.). Dall'altra parte, può considerarsi la progressiva accentuazione del controllo dell'autorità giudiziaria nella scelta del rito più adatto per la definizione della controversia in primo grado. Come si è evidenziato, infatti, l'art. 183-bis cod. proc. civ. , introdotto dal d.l. n. 132 del 2014, convertito nella legge n. 162 del 2014, nell'attribuire anche al giudice del procedimento ordinario di cognizione il potere discrezionale di disporre la conversione del relativo rito in quello sommario, ha finito con il demandare all'autorità giudiziaria la scelta finale sul procedimento "più adatto", a seconda delle esigenze istruttorie e delle difficoltà in fatto ed in diritto della controversia, per la decisione della causa, posto che l'art. 702-ter, quinto comma, cod. proc. civ. già consentiva al giudice adito con ricorso per procedimento sommario di cognizione di mutare il rito in quello ordinario, con la fissazione dell'udienza ex art. 183 cod. proc. civ. , ove ritenesse necessaria un'istruzione non sommaria. È dunque distonica, specie nell'assetto normativo successivo all'emanazione dell'art. 183-bis cod. proc. civ. , nel quale è demandata al giudice adito la valutazione ultima circa il rito - ordinario o sommario - più adeguato per la trattazione della causa, una disposizione come quella censurata che, di contro, tale facoltà esclude, imponendo la declaratoria di inammissibilità della domanda riconvenzionale che veicoli una causa attribuita al tribunale in composizione collegiale senza consentire al giudice stesso di valutare l'opportunità, in alternativa, di disporre il mutamento del rito. 8.- La disposizione censurata viola, inoltre, il diritto di difesa del convenuto garantito dall'art. 24 Cost. È vero - e va ribadito - che non sussiste un diritto costituzionalmente tutelato della parte al processo simultaneo, in quanto, nell'ambito della discrezionalità conformativa del legislatore, esso è la risultante di regole processuali finalizzate, laddove possibile, a realizzare un'economia dei giudizi e a prevenire il conflitto tra giudicati, ma la sua inattuabilità non lede, in linea di principio, il diritto di azione, né quello di difesa, se la pretesa sostanziale dell'interessato può essere fatta valere nella competente, pur se distinta, sede giudiziaria con pienezza di contraddittorio e difesa. In tal senso è la costante giurisprudenza di questa Corte (ex plurimis, sentenze n. 58 del 2020, n. 451 del 1997 e n. 295 del 1995; ordinanze n. 215 e n. 124 del 2005, n. 251 del 2003, n. 398 del 2000, n. 18 del 1999 e n. 308 del 1991). Però, al contempo, la preclusione assoluta, anche se solo iniziale, del simultaneus processus non è compatibile con la garanzia costituzionale della tutela giurisdizionale (art. 24 Cost.) ove non risulti sorretta da idonee ragioni giustificative. Nel bilanciamento tra le opposte esigenze - quella della rapidità del processo introdotto dall'attore e quella del simultaneus processus in riferimento alla domanda riconvenzionale del convenuto - siffatta preclusione risulta lesiva della tutela giurisdizionale di quest'ultimo allorché si tratti di connessione "forte", quella per pregiudizialità necessaria rispetto al titolo fatto valere dall'attore. Per una scelta rimessa al solo attore - la cui causa, dipendente sul piano del diritto sostanziale da quella riconvenzionale, è demandata alla cognizione del tribunale in composizione monocratica - il convenuto vede inesorabilmente dichiarata inammissibile la propria domanda. In tal modo è significativamente leso il diritto di difesa dello stesso, costretto a proporre separatamente, dinanzi al medesimo tribunale, la propria domanda, pur pregiudiziale a quella proposta dal ricorrente nelle forme del procedimento sommario di cognizione, e a confidare nel funzionamento di meccanismi di raccordo eventuali e successivi. Diversamente il ricorrente, che abbia optato per il più celere procedimento sommario di cui agli artt. 702-bis e seguenti cod. proc. civ. , può ottenere, per tale via, una pronuncia, connotata da efficacia esecutiva, finanche prima dell'introduzione, nel processo ordinario di cognizione, della causa pregiudicante, oggetto della domanda riconvenzionale dichiarata inammissibile e che, invece, ove trattata congiuntamente nel simultaneus processus, avrebbe potuto determinare un esito differente della lite. Va ricordato al riguardo che questa Corte - che ha da lungo tempo affermato che la connessione è uno dei criteri fondamentali di ripartizione del potere giurisdizionale, e provvede all'esigenza di evitare incoerenze o incompletezze nell'esercizio del potere stesso (sentenze n. 142 del 1970, n. 130 del 1963 e n. 29 del 1958) - ha anche sottolineato, in generale, che «[a]l principio per cui le disposizioni processuali non sono fine a sé stesse, ma funzionali alla miglior qualità della decisione di merito, si ispira pressoché costantemente - nel regolare questioni di rito - il vigente codice di procedura civile, ed in particolare vi si ispira la disciplina che all'individuazione del giudice competente [...] non sacrifica il diritto delle parti ad ottenere una risposta, affermativa o negativa, in ordine al "bene della vita" oggetto della loro contesa» (sentenza n. 77 del 2007). 9.- In conclusione, anche se la parte convenuta nel procedimento sommario, la quale proponga una domanda riconvenzionale soggetta a riserva di collegialità, legata a quella principale da un nesso di pregiudizialità, non ha diritto al simultaneus processus, neppure quest'ultimo le può essere precluso dalla prevista pronuncia di inammissibilità, dovendo poter il giudice valutare le ragioni del convenuto a fronte di quelle dell'attore e, all'esito, mutare il rito indirizzando la cognizione delle due domande congiuntamente nello stesso processo secondo il rito ordinario, piuttosto che tenerle distinte dichiarando inammissibile la domanda riconvenzionale. La reductio ad legitimitatem comporta quindi che, in caso di connessione per pregiudizialità necessaria, il giudice deve poter valutare la domanda riconvenzionale e mutare il rito fissando l'udienza di cui all'art. 183 cod. proc. civ. , come nell'ipotesi, prevista dal terzo comma dell'art. 702-ter cod. proc. civ. , in cui le difese svolte dalle parti richiedano un'istruzione non sommaria.