[pronunce]

2.- A proposito della sentenza pronunciata dalla Corte di cassazione il 19 settembre 2012, il ricorrente reputa essersi realizzata - attraverso la pronuncia di annullamento con rinvio delle statuizioni di proscioglimento adottate dai giudici di entrambi i gradi di merito, che avevano, al contrario, riconosciuto l'esistenza di una preclusione processuale derivante dal vincolo del segreto, secondo le puntualizzazioni offerte, nell'ambito dello stesso procedimento, dalla sentenza di questa Corte n. 106 del 2009 - una menomazione del munus spettante al Presidente del Consiglio dei ministri in tema di segreto di Stato, sotto più profili ed in rapporto a diversi punti del decisum. Sarebbe infatti anzitutto arbitrario, e dunque invasivo delle prerogative del ricorrente, l'assunto - centrale agli effetti della decisione rescindente - secondo il quale il vincolo del segreto dovrebbe intendersi circoscritto alle sole operazioni che avessero coinvolto ufficialmente i Servizi nazionali e stranieri, legittimamente approvate dai vertici dei Servizi italiani: una simile affermazione - fondata esclusivamente su una nota dell'11 novembre 2005, con la quale era stata affermata la assoluta estraneità del Governo italiano e del Servizio al sequestro di Abu Omar - finirebbe per incidere direttamente sul potere di determinazione di quale fosse il reale àmbito dei fatti e delle notizie coperte dal segreto, da parte di un organo diverso da quello cui è riservato detto cómpito. Strettamente collegata a tale rivendicazione è quella che deduce il medesimo vulnus anche in riferimento all'annullamento della sentenza pronunciata dalla Corte d'appello di Milano il 15 dicembre 2010 (con la quale era stata confermata la declaratoria di improcedibilità della azione penale nei confronti degli imputati italiani che avevano opposto il segreto di Stato), nonché delle ordinanze pronunciate il 22 e 26 ottobre 2010, nelle quali la medesima Corte territoriale aveva ritenuto inutilizzabili le dichiarazioni rese nel corso delle indagini preliminari da Mancini, Ciorra, Di Troia e Di Gregori. Considerato, dunque - assume il ricorrente - che non spettava alla Corte di cassazione reputare che il segreto fosse limitato alle sole operazioni ufficiali dei Servizi, e che pertanto non si potesse ritenere estraneo all'oggetto del segreto il tema dei rapporti tra il Servizio italiano e la CIA e degli interna corporis ove non riconducibili ad attività regolarmente approvate dai vertici dei Servizi, risulterebbe illegittima la decisione anche nella parte in cui ha limitato la inutilizzabilità delle testimonianze e delle altre acquisizioni in merito agli interna corporis, affermando la utilizzabilità processuale di quegli elementi in relazione alle condotte poste in essere a titolo individuale, in quanto realizzate senza l'approvazione del SISMI. Sarebbe per tale ragione lesiva delle prerogative del ricorrente anche l'ordinanza pronunciata, in sede di giudizio di rinvio, dalla Corte d'appello di Milano il 28 gennaio 2013, con la quale - aderendo ai dicta della Corte di cassazione - era stata accolta la produzione dei verbali di interrogatorio resi nel corso delle indagini dagli imputati di cui si è detto, trattandosi di fonti certamente coperte dal segreto. Detta lesione viene denunciata anche in riferimento alla ordinanza del 4 febbraio 2013, con la quale la Corte milanese aveva omesso di chiedere la conferma del segreto di Stato opposto dagli imputati, senza sospendere ogni attività volta ad acquisire la notizia oggetto di segreto, permettendo così la discussione, diffusa dagli organi di informazione, nel corso della quale il Procuratore generale ampiamente utilizzava fonti di prova coperte dal segreto di Stato. Si ritiene infine menomativo delle attribuzioni del ricorrente anche l'assunto secondo il quale la sentenza n. 106 del 2009 di questa Corte andrebbe interpretata nel senso che non era inibita la utilizzazione processuale degli atti successivamente coperti da "omissis", salva l'adozione delle opportune cautele volte ad impedire la divulgazione delle parti occultate: reputa, infatti, il ricorrente che una simile affermazione consentirebbe comunque di mantenere - in contrasto con quanto affermato da questa Corte nella richiamata sentenza - «all'interno del circuito divulgativo del processo documenti in relazione ai quali era stato opposto e confermato il segreto di Stato». 3.- L'intera gamma delle censure è stata poi ripresa anche nel secondo ricorso, rivolto contro la sentenza pronunciata all'esito del giudizio di rinvio dalla Corte d'appello di Milano il 12 febbraio 2013 e con la quale gli imputati Pollari, Di Troia, Ciorra, Mancini e Di Gregori erano stati condannati per il sequestro Abu Omar, nonché contro le già richiamate ordinanze con le quali erano stati acquisiti gli interrogatori resi dagli imputati nel corso delle indagini, senza procedere all'interpello del Presidente del Consiglio dei ministri per la conferma del segreto di Stato opposto dagli imputati medesimi nel corso della udienza del 4 febbraio 2013. L'unica censura nuova, posta a base di tale secondo ricorso, ha riguardato la pretesa violazione del principio di leale collaborazione, che sarebbe stata posta in essere dalla Corte d'appello di Milano laddove aveva omesso di sospendere il procedimento in corso di celebrazione, in attesa della decisione sul primo ricorso per conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato proposto dal Presidente del Consiglio dei ministri, e del cui deposito presso la cancelleria di questa Corte era stata data contezza al giudice procedente, da parte della Avvocatura dello Stato, il giorno prima della pronuncia della sentenza impugnata. 4.- Il nucleo centrale delle doglianze proposte dal ricorrente in entrambi i ricorsi ruota, dunque, essenzialmente, attorno all'assunto cui conclusivamente è pervenuta la Corte di cassazione, nella parte in cui ha pronunciato, in parte qua, l'annullamento con rinvio della sentenza pronunciata dalla Corte d'appello di Milano il 15 dicembre 2010 (con la quale veniva fra l'altro - e per ciò che qui interessa - confermata la sentenza di primo grado nella parte in cui , nei confronti degli imputati di cui si è detto, veniva dichiarata la improcedibilità della azione penale a norma dell'art. 202 cod. proc. pen. per la sussistenza del segreto di Stato) sul rilievo che «l'opposizione e la conferma del segreto avevano creato una sorta di indecidibilità perché sul materiale probatorio raccolto era calato un "sipario nero"» (pag. 16 della sentenza della Corte di cassazione). È del tutto evidente, infatti, che le "conclusioni" cui è pervenuta la Corte di cassazione nella pronuncia rescindente, hanno poi costituito il "principio di diritto" al quale si è conformata la Corte d'appello di Milano quale giudice di rinvio nell'adottare le ordinanze e la sentenza di condanna, parimenti oggetto di ricorso. Secondo i giudici di legittimità, dunque, il segreto di Stato sarebbe stato apposto «su documenti e notizie che riguardino i rapporti tra i Servizi italiani e quelli stranieri [...] e sugli interna corporis del Servizio, ovvero sulla organizzazione dello stesso e sulle direttive impartite dal direttore dei Servizi, anche se relative alla vicenda delle renditions e del sequestro di Abu Omar» (pag. 121 della sentenza).