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Riforma della disciplina delle professioni intellettuali e tecniche in materia di equo compenso, definizione, armonizzazione normativa e libera concorrenza. Onorevoli Senatori. -- In tutta la storia della cultura occidentale alle attività intellettuali è stato sempre attribuito un valore e ruolo intrinseco speciale. Nel diritto romano le «operae liberales» (attività liberali), non potevano essere esercitate dagli schiavi ma solo dagli uomini liberi, e anche oggi vengono considerate di troppo nobile natura per essere oggetto di mero contratto d’opera, tanto che per retribuire il lavoro del professionista non si fa riferimento ad un corrispettivo bensì a un « honorarium » da considerarsi come una sorta di ricompensa-donazione per l’attività compiuta. L’importanza di queste attività si è riverberata sino ai giorni nostri. Infatti ogni professionista deve essere iscritto obbligatoriamente ad un albo, iscrizione a sua volta subordinata al possesso di adeguati requisiti e di precise qualifiche professionali. Inoltre per ogni singola professione è definito lo spettro di attività riservate. L’erogazione di servizi e opere rese al di fuori di questo ambito è configurato come esercizio abusivo della professione tanto da rendere nullo ogni eventuale contratto in essere, nonché inesigibile il pagamento della prestazione resa. L’attività professionale deve essere svolta personalmente, anche se può avvalersi di sostituti e collaboratori, purchè operino sotto la direzione e responsabilità del professionista, in conformità a quanto pattuito nel contratto e in assenza di incompatibilità. I contratti dei liberi professionisti rientrano quindi nell’ambito dell’affidamento intuitu personae e come tali sono basati sulla fiducia personale, intrasmissibili e svincolati da un criterio di mera convenienza economica. La ratio di queste norme risiede nell’esigenza di garantire, da un lato, l’offerta di soggetti con competenze e capacità adeguate per l’esercizio di attività che incidono su interessi generali e dall’altro l’assunzione diretta di responsabilità da parte del professionista nei confronti del committente, oltre che l’indipendenza di azione e di giudizio. Il diritto europeo, invece, disciplina la materia delle libere professioni in modo confuso, generico e talora incoerente con il diritto e le identità nazionali. Nel diritto dell’Unione europea le professioni costituiscono una categoria ampia ed eterogenea, alla quale il legislatore europeo fa riferimento utilizzando una varietà di espressioni, «libere professioni», «professioni regolamentate», «professioni liberali», «professioni intellettuali» che, pur caratterizzate da tratti comuni, non riescono a definire un profilo unitario. La nozione maggiormente utilizzata è quella di «professione regolamentata». Il legislatore intende con ciò riferirsi all’insieme delle attività il cui svolgimento è subordinato, in forza di disposizioni di legge, norme regolamentari o amministrative, al possesso di determinati titoli e qualifiche professionali. Nell’ambito delle professioni regolamentate assumono ulteriore e specifico rilievo la nozione di «professione liberale», introdotta dalla direttiva 2005/36/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 7 settembre 2005. Tale nozione fa riferimento alle professioni esercitate sulla base di «pertinenti qualifiche professionali», «in modo personale», «responsabile», «professionalmente indipendente», da parte di coloro che forniscono «servizi intellettuali e di concetto» verso committenti pubblici e privati. Le professioni liberali, chiarisce il legislatore comunitario, possono essere oggetto di specifici limiti posti dalla legislazione nazionale e/o dalle disposizioni stabilite autonomamente dagli organi di categoria allo scopo di salvaguardare e sviluppare la professionalità, la qualità del servizio e la riservatezza dei rapporti con i clienti. Si tratta di una scelta che ribadisce quanto già espresso dalla Corte di giustizia nel 2001. Secondo i giudici di Lussemburgo, infatti, le professioni liberali sono attività dal «pronunciato carattere intellettuale», che richiedono «una qualificazione di livello elevato» e che sono normalmente assoggettate a una «precisa e rigorosa disciplina professionale». Sempre secondo la Corte, inoltre, nell’esercizio di queste attività «l’elemento personale» assume particolare rilevanza e riflette «una notevole autonomia nel compimento degli atti professionali». Così individuate le professioni liberali sono una categoria interna a quella, più ampia, delle professioni regolamentate, risultando pressoché sovrapponibile a quella delle «professioni intellettuali» contenute nel nostro codice civile. I professionisti italiani hanno difficoltà a coniugare l’interesse generale tutelato in modo talora incongruente dalla normativa nazionale ed europea, la qualità della prestazione svolta, che deve soddisfare bisogni, modelli di consumo e un potere di acquisto del consumatore sempre più orientato verso una forte personalizzazione sia dei prodotti che dei servizi richiesti, con un mercato vincolato ad una realtà economica e produttiva sempre più complessa, multiforme, globale e concorrenziale. Il professionista deve al tempo stesso svolgere lavori di alta qualità e responsabilità per esaudire le richieste di committenti sempre più esigenti e particolari, rispettare norme complesse, disarmoniche e in divenire, investire tempo e risorse per adempiere agli obblighi di formazione e aggiornamento continuo e mantenersi competitivo quindi lavorare in tempi rapidi e a costi contenuti per fronteggiare un mercato concorrenziale sempre più spietato. D’altra parte nella società odierna, l’attività intellettuale dei professionisti diventa un requisito essenziale alla concorrenza in quanto proprio essi riescono ad interpretare il fattore di innovazione richiesto dal mercato globale e a conferirlo come valore aggiunto al prodotto, rafforzando la competitività del Paese e dell’Europa a livello mondiale. Il nostro codice civile distingue chiaramente la figura dell’imprenditore (articolo 2082), inteso come colui che esercita professionalmente un'attività economica organizzata al fine della produzione o dello scambio di beni o di servizi, dalla professione intellettuale (articoli 2229-2238), il cui esercizio è subordinato all’iscrizione a un albo e lo stesso al possesso di precisi titoli abilitanti. Pertanto la figura del professionista, giuridicamente ancorata al sistema degli ordini professionali, enti privati di diritto pubblico, aventi la finalità di garantire il corretto esercizio della professione a tutela dell’affidamento degli utenti e della collettività, in base alle norme contenute nel codice civile, non è soggetta allo statuto dell’imprenditore. Analogamente la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, oggi parte integrante del Trattato sull’Unione europea, protegge e tutela la libertà professionale insieme col diritto al lavoro, quali espressioni della personalità dell’uomo, distinguendo inequivocabilmente la libera professione dall’impresa. Tali concetti vengono ribaditi anche nelle raccomandazioni del Consiglio d’Europa.