[pronunce]

SENTENZA ha pronunciato la seguentenel giudizio di legittimità costituzionale dell'art. 24, comma 1, lettera d), del decreto-legge 4 ottobre 2018, n. 113 (Disposizioni urgenti in materia di protezione internazionale e immigrazione, sicurezza pubblica, nonché misure per la funzionalità del Ministero dell'interno e l'organizzazione e il funzionamento dell'Agenzia nazionale per l'amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata), convertito, con modificazioni, in legge 1° dicembre 2018, n. 132, che modifica l'art. 67, comma 8, del decreto legislativo 6 settembre 2011, n. 159 (Codice delle leggi antimafia e delle misure di prevenzione, nonché nuove disposizioni in materia di documentazione antimafia, a norma degli articoli 1 e 2 della legge 13 agosto 2010, n. 136), promosso dal Tribunale amministrativo regionale per il Friuli-Venezia Giulia, sezione prima, nel procedimento vertente tra G. Z. e il Ministero dell'interno (Prefettura di Udine-Ufficio territoriale del Governo, Prefetto di Udine), con ordinanza del 26 maggio 2020, iscritta al n. 120 del registro ordinanze 2020 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 38, prima serie speciale, dell'anno 2020. Visti l'atto di costituzione di G. Z., nonché l'atto d'intervento del Presidente del Consiglio dei ministri; udito nell'udienza pubblica del 6 luglio 2021 il Giudice relatore Giuliano Amato; uditi gli avvocati Luca De Pauli e Luca Mazzeo per G. Z., in collegamento da remoto, ai sensi del punto 1) del decreto del Presidente della Corte del 18 maggio 2021, e gli avvocati dello Stato Giuseppe Albenzio e Carmela Pluchino per il Presidente del Consiglio dei ministri; deliberato nella camera di consiglio del 6 luglio 2021.. Ritenuto in fatto Considerato in diritto 1.- Il Tribunale amministrativo regionale per il Friuli-Venezia Giulia, sezione prima, con ordinanza del 26 maggio 2020 (reg. ord. n. 120 del 2020) , ha sollevato, in riferimento agli artt. 3, 25, 27, 38 e 41 della Costituzione - anche in relazione agli artt. 6 e 7 della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali (CEDU), firmata a Roma il 4 novembre 1950, ratificata e resa esecutiva con la legge 4 agosto 1955, n. 848 - questioni di legittimità costituzionale dell'art. 24, comma 1, lettera d), del decreto-legge 4 ottobre 2018, n. 113 (Disposizioni urgenti in materia di protezione internazionale e immigrazione, sicurezza pubblica, nonché misure per la funzionalità del Ministero dell'interno e l'organizzazione e il funzionamento dell'Agenzia nazionale per l'amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata), convertito, con modificazioni, in legge 1° dicembre 2018, n. 132, che modifica l'art. 67, comma 8, del decreto legislativo 6 settembre 2011, n. 159 (Codice delle leggi antimafia e delle misure di prevenzione, nonché nuove disposizioni in materia di documentazione antimafia, a norma degli articoli 1 e 2 della legge 13 agosto 2010, n. 136). 1.1.- L'art. 67, comma 8, cod. antimafia prevede che le misure interdittive di cui ai commi 1, 2 e 4 del medesimo articolo si applicano «anche nei confronti delle persone condannate con sentenza definitiva o, ancorché non definitiva, confermata in grado di appello, per uno dei delitti di cui all'articolo 51, comma 3-bis, del codice di procedura penale» e, in virtù della novella di cui al d.l. n. 113 del 2018, come convertito, per i reati previsti dagli artt. 640, secondo comma, numero 1), del codice penale, commesso a danno dello Stato o di un altro ente pubblico, e 640-bis cod. pen. L'intervento del legislatore è censurato nella parte in cui inserisce tra i delitti per i quali la condanna determina i suddetti effetti interdittivi anche quello di truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche, di cui all'art. 640-bis cod. pen. 2.- Premette il rimettente che il giudizio a quo trae origine dal ricorso per l'annullamento, previa sospensione cautelare, del provvedimento del prefetto di Udine, con cui è stata comunicata alla locale Camera di commercio, industria, artigianato e agricoltura la sussistenza delle cause di divieto, sospensione o decadenza di cui all'art. 67 cod. antimafia, automaticamente ostative al conseguimento o al mantenimento di una serie di licenze, autorizzazioni, concessioni, iscrizioni, attestazioni, abilitazioni ed erogazioni per lo svolgimento di attività professionali o imprenditoriali. Tale provvedimento è stato adottato a seguito della condanna - divenuta irrevocabile - per il reato di cui all'art. 640-bis cod. pen. , per aver il ricorrente posto in essere artifizi e raggiri al fine di conseguire fondi europei dell'importo di euro 42.000,00, facendo risultare lavori di ristrutturazione di un immobile per finalità di commercializzazione dell'acquacoltura regionale, in luogo della vera natura degli interventi, funzionali alla ristrutturazione di un immobile a uso abitativo nell'interesse dell'imputato e del suo nucleo familiare. Tra le ragioni d'illegittimità del provvedimento impugnato il ricorrente lamentava, appunto, la violazione e falsa applicazione di legge per illegittimità costituzionale dell'art. 67 cod. antimafia, in virtù dell'inserimento del delitto di truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche tra i reati che implicano l'emanazione dell'interdittiva antimafia. Il giudice a quo, con ordinanza 12 settembre 2019, n. 74, ha rigettato l'istanza cautelare, ma tale decisione è stata riformata dal Consiglio di Stato, sezione terza, con ordinanza del 17 ottobre 2019, n. 5291, ritenendo necessario un ulteriore approfondimento, in sede di merito, proprio in relazione alla prospettata illegittimità costituzionale della disposizione censurata. In sede di merito, pertanto, il rimettente ha sollevato questioni di legittimità costituzionale dell'art. 67, comma 8, cod. antimafia, laddove si prevede che gli effetti automaticamente interdittivi all'ottenimento dei vari provvedimenti a contenuto autorizzatorio, concessorio o abilitativo per lo svolgimento di attività imprenditoriali conseguano anche per la condanna per il reato di cui all'art. 640-bis cod. pen. 2.1. - In punto di rilevanza, il TAR Friuli-Venezia Giulia evidenzia come il tenore letterale della disposizione censurata implicherebbe necessariamente di dover respingere il ricorso, avendo il ricorrente riportato una condanna per il delitto di truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche. Per come formulata, infatti, la disposizione non lascerebbe alcuno spazio a un'eventuale interpretazione costituzionalmente orientata, neanche nel senso di escluderne l'applicazione retroattiva.