[pronunce]

In un contesto di trasmissioni via etere tecnologicamente avanzato, quindi, sarebbe irragionevole e darebbe luogo a disparità di trattamento l'obbligo per il detentore di un apparecchio televisivo di corrispondere una tassa ad una società di diritto privato come la RAI, sulla base di una normativa, dettata per un sistema di monopolio, priva del carattere di generalità che la norma di legge deve avere, nell'imporre un determinato precetto a tutti i soggetti che si trovino nella medesima situazione. Ad avviso del giudice a quo, la previsione del canone - tassa a carico del cittadino - aveva un fondamento quando era l'EIAR, poi RAI, "l'unica concessionaria di un servizio pubblico". Oggi la RAI avrebbe natura di "semplice concessionaria governativa (al pari delle altre emittenti) del servizio in questione", in un regime di "concessioni governative all'utilizzo dell'etere da parte di ogni emittente che voglia diffondere le proprie trasmissioni", emittenti che "si trovano nella sua [della RAI] stessa situazione e non hanno diritto né potere per poter imporre un canone". Né può essere considerata di preminente interesse pubblico l'attività della RAI per il solo limite alla diffusione di messaggi pubblicitari, perché tutte le emittenti soggiacciono alla stessa "regolamentazione allorché le trasmissioni riguardino il pubblico interesse", come ad esempio quanto al "rispetto della par condicio durante la campagne elettorali". Il panorama del settore, secondo il giudice a quo, è quello di una pluralità di emittenti che si distinguono tra loro per la sola matrice locale o nazionale, nell'ambito della quale i programmi mandati in onda dalla RAI non differiscono da quelli delle altre emittenti nazionali che per il logo che le contraddistingue sull'angolo del teleschermo. Non sussisterebbe differenza tra il "servizio pubblico" della RAI ed il servizio "offerto al pubblico" dalle altre emittenti. Di conseguenza, non avrebbe razionale giustificazione una tassa da corrispondere alla sola "emittente pubblica" sul solo presupposto della detenzione di un apparecchio "atto a ricevere un servizio "pubblico dal contenuto uguale a quello offerto dal "servizio privato e indipendentemente dal fatto che [si] usufruisca sia dell'uno che dell'altro". La fruizione del "servizio pubblico" delle trasmissioni radiotelevisive, "finalizzato alla pluralistica obiettività dell'informazione e al soddisfacimento culturale dell'utente" non può, osserva infine il giudice a quo, giustificare la soggezione di quest'ultimo ad una tassa, perché il carattere "pubblico" dell'informazione dovrebbe semmai costituire la causa della sua gratuità, per la funzione riservata alla concessionaria. 2. - La RAI, Radio Televisione Italiana S.p.a. , ha depositato un atto difensivo, chiedendo di dichiarare ammissibile il suo intervento nel giudizio incidentale, in quanto, pur non essendo essa parte nel giudizio principale, sarebbe tuttavia titolare di un interesse giuridicamente qualificato e differenziato, che potrebbe essere compromesso o soddisfatto dall'esito dell'incidente di legittimità costituzionale. In proposito la RAI ricorda innanzitutto le considerazioni svolte nella sentenza n. 31 del 2000, che superavano l'interpretazione letterale del dato normativo, in ordine all'accesso al giudizio di ammissibilità del referendum abrogativo di soggetti ulteriori rispetto ai promotori, ed osserva che anche il giudizio incidentale di legittimità costituzionale, pur essendo sovente destinato ad incidere sulle situazioni soggettive dei singoli, si connota come un controllo di diritto oggettivo sulla costituzionalità delle norme censurate, sicché, anche se nel giudizio possono esservi parti, esso non concerne le situazioni giuridiche delle parti, ma le norme nella loro oggettività. Richiama poi le decisioni di questa Corte che hanno "aperto" l'accesso al giudizio incidentale a soggetti diversi dalle parti nel giudizio principale, nei casi in cui l'interesse che si vuol far valere sia giuridicamente qualificato, differenziato e protetto (viene citata, tra le altre decisioni, la sentenza n. 178 del 1996, che ammise l'intervento della Congregazione cristiana dei Testimoni di Geova nel giudizio relativo alla previsione della indeducibilità ai fini IRPEF delle elargizioni liberali da parte dei fedeli, in quanto, pur essendo estranea al giudizio tributario a quo "essa è portatrice di un interesse specificatamente proprio e qualificato per il fatto di essere destinataria della elargizione liberale della cui deducibilità si discute nel giudizio a quo"). Nella specie, infatti, la società interveniente assume di essere titolare di un interesse diretto ed individualizzato - che non potrebbe far valere in sede diversa - perché principale destinataria delle somme ricavate dai versamenti del canone di abbonamento, ai sensi dell'art. 27, comma 8, della legge 23 dicembre 1999, n. 488 ("Il canone di abbonamento alle radioaudizioni circolari e alla televisione è attribuito per intero alla concessionaria del servizio pubblico radiotelevisivo, ad eccezione della quota già spettante all'Accademia di Santa Cecilia"), e di un interesse specificamente proprio, in quanto l'esito del presente giudizio avrebbe effetti diretti sui suoi diritti patrimoniali. L'Amministrazione finanziaria, competente alla riscossione coattiva del canone, provvede a corrispondere "le quote dei canoni di abbonamento spettanti alla concessionaria ... sulla base delle previsioni complessive di entrata del bilancio dello Stato e delle riscossioni effettuate, mediante acconti trimestrali posticipati e salvo conguaglio alla fine di ciascun anno finanziario" (art. 31 del d.P.R. 8 febbraio 2001, recante l'approvazione del contratto di servizio tra il Ministero delle comunicazioni e la RAI), mentre la RAI si limita a formare gli elenchi dei soggetti tenuti a corrispondere il canone. L'interveniente, quindi, pur essendo rimasta estranea al giudizio a quo vedrebbe gravemente incisa la propria posizione dall'accoglimento dell'opposizione proposta in detto giudizio, che conseguirebbe all'accoglimento della presente questione, sicché - sostiene - deve far valere le proprie ragioni nel giudizio di legittimità costituzionale. Passando all'esame della questione, la difesa della RAI ne eccepisce l'inammissibilità per difetto di motivazione sulla rilevanza e, nel merito, l'infondatezza. In ordine alla rilevanza, l'ordinanza di rimessione, oltre che essere priva di motivazione, non descriverebbe la fattispecie oggetto del giudizio, ed in particolare non consentirebbe di comprendere se alla base dell'opposizione all'ingiunzione di pagamento fossero censure relative alla procedura per sottrarsi all'obbligo, ovvero alla stessa previsione dell'obbligo di corrispondere il canone. Nella prospettazione della questione sarebbe, comunque, ambiguo l'oggetto del dubbio di costituzionalità, se cioè esso sia la legittimità del canone in sé - e quindi gli artt. 1 e 25 del r.d.l. n. 246 del 1938 e gli artt. 15 e 16 della legge n. 103 del 1975 - , ovvero l'eccessiva onerosità della procedura da seguire da chi non intende più fruire delle radioaudizioni e continui a detenere l'apparecchio - art. 10 del r.d.l. n. 246 del 1938. La questione è, secondo la difesa della RAI, comunque infondata.