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Tale oggettiva diversità « ontologica » e fisica, oltre alle peculiarità sopra illustrate, li sottrae indubbiamente all'applicazione della cosiddetta « direttiva Bolkestein » (direttiva 2006/123/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 12 dicembre 2006) e li attrae solo al regime derogatorio in essa presente e recepita nel nostro ordinamento dall'articolo 16, comma 2, del decreto legislativo 26 marzo 2010, n. 59, che nel comma 3 fissa il principio e precisa che nei provvedimenti finali deve essere indicata la procedura seguita. Ulteriori argomenti a supporto della oggettiva esclusione – a livello unionale con ricadute oggettive nel nostro ordinamento – si evincono dagli articolo 12, paragrafo 3, e 15, paragrafo 2, lettera d) , della direttiva stessa. Riguardo all'articolo 12, paragrafo 3, della direttiva citata, il regime derogatorio in esso previsto come facoltà riconosciuta agli Stati membri in presenza di motivi imperativi viene ancor prima ammesso anche nel considerando n. 40 della direttiva medesima, che precisa e chiarisce quanto segue: « La nozione di “motivi imperativi di interesse generale” cui fanno riferimento alcune disposizioni della presente direttiva è stata progressivamente elaborata dalla Corte di giustizia nella propria giurisprudenza relativa agli articoli 43 e 49 del trattato, e potrebbe continuare ad evolvere. La nozione, come riconosciuto nella giurisprudenza della Corte di giustizia, copre almeno i seguenti motivi: l'ordine pubblico, la pubblica sicurezza e la sanità pubblica ai sensi degli articoli 46 e 55 del trattato, il mantenimento dell'ordine sociale, gli obiettivi di politica sociale, la tutela dei destinatari di servizi, la tutela dei consumatori, la tutela dei lavoratori, compresa la protezione sociale dei lavoratori, il benessere degli animali, la salvaguardia dell'equilibrio finanziario del regime di sicurezza sociale, la prevenzione della frode, la prevenzione della concorrenza sleale, la protezione dell'ambiente e dell'ambiente urbano, compreso l'assetto territoriale in ambito urbano e rurale, la tutela dei creditori, la salvaguardia della sana amministrazione della giustizia, la sicurezza stradale, la tutela della proprietà intellettuale, gli obiettivi di politica culturale, compresa la salvaguardia della libertà di espressione dei vari elementi presenti nella società e, in particolare, dei valori sociali, culturali, religiosi e filosofici, la necessità di assicurare un elevato livello di istruzione, il mantenimento del pluralismo della stampa e la politica di promozione della lingua nazionale, la conservazione del patrimonio nazionale storico e artistico, e la politica veterinaria ». Di poi, l'articolo 15 offre la possibilità di supportare nel caso in esame una deroga alla direttiva Bolkestein in casi del tutto peculiari volti a individuare una ipotesi di deroga del citato articolo 12, comma 3, con riferimento a requisiti che indichino profili non discriminatori e come tali utilizzabili ai fini della legittimità di valorizzazione di specificità peculiari. L'articolo 15 prevede una lista di requisiti da valutare da parte degli Stati membri, che sono chiamati a verificare se il loro ordinamento giuridico prevede i requisiti di cui al paragrafo 2 e provvedono affinché tali requisiti siano conformi alle condizioni di cui al paragrafo 3. All'esito, gli Stati membri sono chiamati ad adattare le loro disposizioni legislative, regolamentari o amministrative per renderle conformi a tali condizioni. Con maggiore sforzo chiarificatore, il paragrafo 2 dell'articolo 15 risponde codificando le pronunce della Corte di giustizia e indica una serie di requisiti specifici non discriminatori che possano ammettere un regime diverso, giustificato anche da un motivo imperativo di interesse generale, incluso un legittimo interesse di terzi, come ammesso dal ricordato considerando n. 40. Tra questi, rilevano ai nostri fini quelli indicati dello stesso articolo 15, paragrafo 2, lettera a) , in generale, e più in particolare dalla lettera d) , da leggere in uno anche come combinato disposto, dal momento che essi sintetizzano le specificità e le limitazioni poste, ad esempio, dalle leggi regionali Abruzzo n. 7 del 2019 e n. 93 del 1994 per questo tipo di manufatti e macchine da pesca, ben individuati nel numero, mappati e censiti in numero di 32, di cui ben 11 vincolati dalla competente Soprintendenza. Più precisamente, secondo il citato articolo 15, paragrafo 2, non sono discriminanti: a) restrizioni quantitative o territoriali (come detto) in funzione della storia culturale di una determinata popolazione ubicata, per esempio, lungo la cosiddetta « costa dei trabocchi »; d) requisiti che riservano l'accesso alle attività di servizi in questione a prestatori particolari a motivo della natura specifica dell'attività, svolta nei secoli dalle famiglie dei cosiddetti « traboccanti ». Orbene, sul piano giuridico e su quello sostanziale, per quanto riguarda i manufatti e le macchine da pesca, nelle diverse tipologie in cui si estrinsecano nelle specifiche realtà territoriali nel nostro Paese, appare utile e ammissibile prevedere un regime amministrativo diverso. Tale diversità, oltre che consentito da motivi imperativi di interesse generale, è conforme al criterio cumulativo della non discriminazione, della proporzionalità e della necessità di tutelare interessi storico, culturali, socio-economici, ambientali e territoriali specifici. Ne consegue che l'ordinamento dell'Unione europea e il nostro sistema regolatorio, in ragione della natura specifica dei manufatti, mostrano di ammettere requisiti che possano riservare, per un dato lasso temporale, l'uso esclusivo del demanio e l'accesso all'attività consentita a determinati prestatori, mediante l'utilizzo dei manufatti e delle macchine da pesca in esame (4) . Ciò posto, messa in disparte l'annosa questione relativa alle concessioni pertinenti agli stabilimenti balneari, che non riguardano il caso in esame, a ulteriore precisazione e supporto della deroga proposta per i manufatti e macchine da pesca a tutela di interessi nazionali, espressione di significative e peculiari tradizioni locali e dell'opera d'ingegno di una determinata popolazione, giova segnalare quanto rileva e deriva in generale dal diritto dell'Unione europea. In più occasioni la Corte di giustizia che, com'è noto, è una fonte di diritto anche nel nostro ordinamento, ha avuto modo di consolidare alcuni principi che militano in favore e giustificano eventuali deroghe. La Corte di giustizia ha, infatti, dichiarato che la libera prestazione dei servizi, in quanto principio fondamentale del trattato, può essere limitata soltanto da norme giustificate da motivi imperativi di pubblico interesse e che si applicano ad ogni persona o impresa che svolga un'attività sul territorio dello Stato destinatario, nella misura in cui tale interesse non sia salvaguardato dalle norme alle quali è soggetto il prestatore nello Stato membro in cui è stabilito. Gli stessi principi sono stati affermati anche con riguardo all'articolo 49 del trattato sul funzionamento dell'Unione europea: