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Signor Presidente, onorevoli colleghi, il dramma che da mesi si consuma sul limes europeo ci ha portato a guardare alla dimensione internazionale con rinnovata attenzione. Alzare lo sguardo al di là dei confini nazionali, farsi portatori di iniziative di cambiamento, tanto nella realtà europea che sullo scacchiere internazionale, non è un'opzione; è, con tutta evidenza, una necessità inderogabile poiché scelte o mancate scelte, inazione o timori in politica estera ricadono sul destino dell'Italia. Il rilancio della dimensione franco-italiana intesa come cooperazione rafforzata risponde innanzitutto a questa logica, alla necessità di sviluppare intense relazioni, utili per incidere nei nuovi scenari, tutelare i nostri interessi e contestualmente promuovere il nostro tessuto economico, spesso penalizzato dalla mancanza di processi di dialogo istituzionale in grado di tutelare e sostenere i nostri campioni nazionali al pari della nostra piccola e media imprenditoria. Non sfugge a nessuno, tantomeno in quest'Aula, il profondo legame tra Italia e Francia; un legame che, per svariate ragioni, travalica la politica e interessa diversi ambiti. È un rapporto che negli ultimi lustri - dobbiamo dirlo senza ipocrisia - è stato segnato da momenti di tensione, caratterizzato da grandi diffidenze e connotato da tratti asimmetrici dal punto di vista degli interessi e delle opportunità. Tutto ciò non è stato foriero di successi per nessuno, men che meno per il nostro Paese. Basti guardare allo scenario internazionale, al Mediterraneo, dove lo scontro tra Italia e Francia che è già stato richiamato (pensiamo alla Libia) ha schiuso le porte della regione al protagonismo di attori terzi, dalla Russia alla Turchia, passando per la Cina; oppure, spostando lo sguardo, pensiamo alle resistenze francesi sulla vicenda Fincantieri STX, che hanno impedito di creare un campione mondiale della cantieristica navale. È evidente che la scarsa capacità di dialogo, la mancanza di una relazione priva di un'effettiva dimensione bilaterale franco-italiana abbia pesato, e molto, in queste e in molte altre situazioni; ha rappresentato un fattore penalizzante che nell'interesse reciproco, nell'interesse dell'Italia, andava affrontato e rimosso. Tanto più è necessario farlo ora, in uno scenario globale profondamente mutato, segnato da venti di guerra che ridefiniscono ogni paradigma e ci chiamano, come Stati nazione e come Europa, a una prova di maturità. Pertanto, creare una cornice strutturale di dialogo e di confronto, ancor prima che di cooperazione, tra Italia e Francia, non è solo utile, ma è necessario. Il cosiddetto Trattato del Quirinale è quindi un punto di partenza per dare corso a una nuova stagione di rapporti tra Roma e Parigi. Esso definisce, per l'appunto, una cornice di dialogo e di possibili iniziative nei diversi ambiti previsti nei 12 articoli del testo. Sarà quindi la volontà di una sua piena applicazione e la qualità delle azioni concrete a determinare la sua capacità di incidere. Dobbiamo tutti essere consapevoli, però, che il trattato non produrrà un allineamento strategico e permanente tra Italia e Francia. Attraverso la creazione di canali tradizionali stabili, però, possiamo prevenire e gestire i conflitti, così come attraverso una fitta rete di interazioni formali a molteplici livelli e tra diverse agenzie, compreso un vertice intergovernativo annuale, una serie di forum ministeriali di consultazione permanente e programmi congiunti di formazione e di scambio, possiamo definire posizioni e azioni comuni. Il Trattato immagina quindi lo sviluppo di relazioni a ogni livello, anche nell'ambito della diplomazia parlamentare, e prevede una cooperazione rafforzata in materia di affari esteri e comunitari sulle questioni della sicurezza e della difesa, fino a una cooperazione economica, industriale, digitale e spaziale. A mio avviso, proprio sulla materia estera, nell'area del mare nostrum , il trattato può dare buoni frutti, se irrobustito e coltivato sapientemente dalle parti, anche alla luce del fatto che lo scorso febbraio la Commissione europea ha avviato la definizione di una sua agenda mediterranea. Premesso che da tempo, come Forza Italia, andiamo ripetendo che un Paese come l'Italia dovrebbe stilare un documento strategico nazionale unico, che racchiuda un disegno complessivo della nostra azione sul piano internazionale, è del tutto evidente che la complessità delle situazioni, tanto sul piano globale che sul Mediterraneo, necessiti di azioni coordinate plurali, che vanno sviluppate in rapporto e in sinergia con altri partner . È soprattutto su questo fronte che Italia e Francia hanno quindi, a mio avviso, la necessità di incontrarsi. Esse devono interagire e, diversamente dal passato, devono avere un orizzonte comune. Infatti, già prima della guerra in Ucraina, il ritiro americano dall'area del Mediterraneo allargato, con il contestuale acuirsi del confronto nell'Indo-Pacifico, aveva posto i Paesi europei, in primis Italia e Francia, dinanzi all'esigenza di occuparsi in modo strutturato della sicurezza e dello sviluppo di quest'area. Questo vale ancor più ora, visto che il Mediterraneo sarà uno dei teatri dei nuovi confronti globali. Una cooperazione strutturata e bilanciata tra Roma e Parigi è pertanto utile ad affrontare problemi che, in un contesto di forte interdipendenza, non possiamo risolvere da soli. Ad esempio, con l'invasione da parte della Russia dell'Ucraina è stato evidente che stabilizzare la regione mediterranea offre all'Italia l'occasione di diversificare, senza sorprese, l'approvvigionamento delle fonti combustibili: questione strategica e di vitale importanza. Il contesto interno europeo è poi segnato da dinamiche favorevoli alla realizzazione in concreto di quanto è negli intenti del Trattato del Quirinale. Insieme possiamo lavorare per influenzare l'agenda comunitaria su alcune issues , quali l'ambiente, l'energia e la difesa comune, che, dev'essere chiaro, è da sviluppare come strumento integrato alla NATO. Il Trattato offre la cornice per dare vita a un asse sulle questioni comunitarie, per affrontare il tema ineludibile e vitale di una riforma strutturale e radicale, quanto profonda, dell'Unione europea: dai temi della governance politica alle questioni economiche e monetarie, serve un reset , un nuovo corso. Serve l'Europa che non c'è e di cui avremmo bisogno. Certo, non bisogna farsi illusione, cedere alla retorica e pensare che il Trattato del Quirinale possa da solo fare da contraltare e sostituire la relationship franco-tedesca o, peggio, credere che questo possa creare un diverso baricentro della politica europea. Non è questo il senso e non è questo l'obiettivo. Ovviamente il dialogo tra Roma e Parigi, come abbiamo visto, sarà fondamentale per tracciare il futuro dell'Europa, ma il Trattato va inteso come uno sviluppo proficuo, soprattutto coordinato e - voglio sottolinearlo - bilanciato dei rapporti con la Francia, in un quadro di collaborazione diffusa.