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Sui contenuti anche il comitato scientifico per la salute, l'ambiente e i rischi emergenti (SCHEER), su incarico dell'Unione europea, ha espresso riserve sostanziali sulle conclusioni del rapporto del Centro sulla possibilità che il nucleare sia considerata una fonte energetica verde. La posizione espressa dal Centro ha sollevato numerosi dubbi anche nell'ambito dell'accademia scientifica italiana. Nell'articolo pubblicato il 1° aprile 2021 dalla rivista "Qualenergia", intitolato "Nucleare investimento sostenibile? Le assurde valutazioni del JRC della Commissione europea", emerge la posizione del professor Massimo Scalia, presidente della commissione scientifica sul decommissioning, nel quale si sollevano dubbi in merito alle affermazioni del Centro, all'operato e all'imparzialità degli esperti che hanno redatto il report . Al riguardo, appare opportuno ricordare i grandi disastri nucleari verificatisi in passato, che nel report vengono indicati come "eventi estremamente improbabili", in particolare quelli di Three Miles Island, Tokaimura, Chernobyl e Fukushima; gli ultimi due eventi citati tuttora risultano dispiegare notevoli effetti non solo in situ , ma anche su ampie aree adiacenti, nonché, nel caso di Fukushima, anche sull'ambiente marino. A luglio 2020 risultavano ancora 41.000 evacuati da Fukushima. Nel 2017 la prefettura aveva contabilizzato in 2.129 le morti correlate all'incidente nucleare (comprendendo anche quelle verificatesi a causa dell'evacuazione), un numero superiore, in quella prefettura, alle morti dovute al terremoto e allo tsunami . Si tratta, in ogni caso, di un numero destinato ad aumentare per i danni legati alla contaminazione radioattiva, i cui effetti si cumulano nell'arco dei decenni su un'area molto più ampia (a seguito dell'incidente fu rilevata radioattività nell'acqua potabile di Tokyo). La stessa World nuclear association ricorda che il governo prefettizio di Fukushima aveva già rivisto tali stime al rialzo, arrivando a 2.313 morti, alle quali vanno aggiunti i decessi avvenuti in altre prefetture, in particolare, Iwate (469) e Miyagi (929), dove invece i morti diretti per terremoto e tsunami furono oltre 14.000; la Tokyo electric power (Tepco), la società elettrica esercente la centrale di Fukushima, e il Governo giapponese, come riportato da diversi mezzi di comunicazione, hanno deciso di rilasciare in mare l'acqua contaminata della centrale di Fukushima, impiegata per raffreddare i reattori danneggiati dall'incidente nucleare. In un articolo pubblicato sul quotidiano "la Repubblica", edizione on line , il 13 aprile 2021, intitolato "Il Giappone rilascerà in mare l'acqua contaminata della centrale di Fukushima", si afferma che gli appositi container per le acque contaminate non risultano più sufficienti, specificando in particolare che: "La manutenzione giornaliera della centrale di Fukushima Daiichi genera l'equivalente di 140 tonnellate di acqua contaminata, che - nonostante venga trattata negli impianti di bonifica, continua a contenere il trizio, un isotopo radioattivo dell'idrogeno. Poco più di 1.000 serbatoi si sono accumulati nella area adiacente all'impianto, l'equivalente di 1,25 milioni di tonnellate di liquido, e secondo il gestore della centrale, la Tokyo Electric Power (Tepco), le cisterne raggiungeranno la massima capacità consentita entro l'estate del 2022. Lo scarico delle acque - fa sapere Tokyo - comincerà tra due anni e durerà decenni"; nell'articolo si riporta, inoltre, che nel febbraio 2020, "durante una visita alla centrale, il direttore dell'Agenzia internazionale per l'energia atomica (Aiea), Rafael Grossi, aveva ammesso che il rilascio dell'acqua nell'Oceano Pacifico sarebbe in linea con gli standard internazionali dell'industria nucleare". Una simile decisione ha posto in allarme i principali osservatori internazionali, a partire dalla Cina e dalla Corea del Sud, sino ad arrivare a scienziati e attivisti sia negli Stati Uniti (USA) che in Canada, nonché ai relatori speciali delle Nazioni Unite sui diritti umani e sostanze tossiche, sul diritto al cibo e sui diritti umani e ambiente; rilevato che: sono numerose le difficoltà che il Governo sta ancora incontrando nel finalizzare lo smantellamento delle centrali nucleari italiane, che hanno cessato il proprio funzionamento oltre 30 anni fa, nonché nel trattamento del materiale radioattivo. Le difficoltà di trattamento e smaltimento del materiale radioattivo risultano diffuse e non potrebbero continuare a peggiorare nell'ipotesi di realizzazione di nuovi reattori; desta dunque forte preoccupazione la recente decisione del Governo francese di concedere il prolungamento, per un periodo di ulteriori 10 anni oltre i previsti 40 anni di funzionamento, dei 32 reattori nucleari di proprietà di EDF da 900 megawatt, senza che tale decisione fosse accompagnata, per i reattori che si trovano anche nelle vicinanze del confine italiano, da una corretta valutazione degli impatti ambientali transfrontalieri, ai sensi della convenzione sulla valutazione dell'impatto ambientale in un contesto transfrontaliero (convenzione di Espoo). Come noto, relativamente alla situazione precedentemente descritta, a gennaio 2021, l'allora Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, Sergio Costa, come riportato anche nell'atto di sindacato ispettivo 4-05362, presentato al Senato il 27 aprile, inviò una nota al Governo francese per chiedere il coinvolgimento del nostro Paese. Da simulazioni realizzate su possibili incidenti a tali centrali, infatti, risulta la chiara possibilità di una dannosa ricaduta radioattiva anche sul territorio italiano, non limitata alle immediate vicinanze del confine; dall'articolo pubblicato il 15 giugno 2021 dalla "Reuters", intitolato "France to continue to use nuclear power for years to come, says minister", lo stesso Ministro dell'ambiente francese, Barbara Pompili, ha dichiarato che il nucleare non è verde a causa dei rifiuti che produce; considerato, inoltre, che: anche rispetto all'impiego di gas naturale come energia di transizione, occorre notare che tale gas presenta un potenziale di effetto serra almeno 28 volte superiore a quello dell'anidride carbonica nell'orizzonte dei 100 anni. Inoltre, da diverse analisi risulta che le perdite di gas dalle infrastrutture (metanodotti, rigassificatori eccetera) sono più alte del 25-40 per cento in più rispetto a quanto finora stimato. In un articolo pubblicato sul sito "CarbonBrief" ("methane emissions from fossil fuels severely underestimated"), il "vantaggio ambientale" del gas fossile rispetto ad altre fonti risulta molto inferiore (se non nullo in alcuni settori come i trasporti) rispetto a quanto finora stimato. Peraltro l'Agenzia internazionale per l'energia (IEA), nel proprio rapporto "Net zero by 2050" del 18 maggio 2021, ha chiaramente affermato che, per raggiungere l'obiettivo di zero emissioni nette globali entro il 2050, sin da quest'anno non sono necessarie e non devono essere approvate nuove estrazioni di combustibili fossili.