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Istituzione di una Commissione parlamentare d'inchiesta sulle cause della mancata individuazione dei responsabili del disastro aereo avvenuto al largo dell'isola di Ustica il 27 giugno 1980. Onorevoli Senatori. – Alle 20 e 59 del 27 giugno 1980, il DC-9 Itavia in volo da Bologna a Palermo precipita in mare sul Tirreno vicino all'isola di Ustica, causando la morte di 81 persone. Per le stragi di Lockerbie e del Ténéré sono bastati un paio d'anni d'inchiesta per indicare i colpevoli; per Ustica non sono stati sufficienti trent'anni. Ancora oggi esistono in Italia diverse scuole di pensiero non solo sulla responsabilità dell'attentato, ma persino sulle sue modalità. Perché è caduto in mare il DC-9 Itavia? Non è questo il luogo per approfondire questi temi, che hanno già fatto versare vasche di inchiostro per tre decenni, ma è opportuno ricordare che ogni tesi sul disastro è stata ferocemente contestata, fra tracciati radar occultati, morti sospette, depistaggi, perizie contrastanti sul relitto eccetera. Secondo il cosiddetto «partito del missile», l'aereo sarebbe stato abbattuto da un razzo, lanciato presumibilmente da un jet della NATO contro un velivolo che trasportava Muammar Gheddafi nei cieli del Mediterraneo; il missile avrebbe mancato l'aereo libico e colpito per errore il DC-9 italiano. Secondo questa interpretazione, quindi, si sarebbe trattato di un atto di guerra di un Paese dell'Alleanza atlantica Stati Uniti o Francia, gli unici ad avere velivoli nella zona per abbattere l'odiato Colonnello. Per inciso, nel febbraio dei 2007 l'ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga, presidente del Consiglio al momento del disastro, dà la sua ennesima versione sulla strage dichiarando che il DC-9 è stato abbattuto da un missile francese «a risonanza e non a impatto», ma secondo l'Aeronautica simili missili non esistono. Il giudice Rosario Priore, nella sua sentenza-ordinanza su Ustica del 31 agosto 1999, sostiene che il DC-9 precipitò a causa di un evento esterno, ma che non si è ben capito quale sia stato questo evento, probabilmente l'eccessiva vicinanza di un aereo da caccia, che avrebbe potuto comportare, a causa degli spostamenti d'aria anomali, il cedimento di parte dell'ala sinistra e la conseguente caduta del velivolo. Insomma, un jet militare si sarebbe avvicinato troppo e avrebbe involontariamente fatto precipitare il DC-9; è l'ipotesi detta della «quasi collisione», una tipologia di incidente mai riscontrata nella storia dell'aeronautica mondiale. Nel 2011, invece, il giudice Priore nel libro «Intrigo internazionale» sposa la teoria del missile, indicandone anche la nazionalità: francese. Priore dice di non credere all'ipotesi della bomba, anche se riconosce che i periti non hanno mai raggiunto l'unanimità dei pareri. A questo proposito, si ricorda che, sin dalle prime indagini, i collegi peritali si sono sempre divisi sulle questioni fondamentali. Alle due tesi fin qui esaminate missile o «quasi collisione» si aggiunge quella della bomba, ben riassunta da Paolo Guzzanti nel suo libro «Ustica», in cui sostiene che la notte del 27 giugno 1980 sarebbe esploso un ordigno sistemato sulla parete esterna della toilette centrale dell'aereo. Guzzanti si appoggia su varie testimonianze e perizie, fra cui quella del professor Frank Taylor, un esperto internazionale di disastri aerei che si è occupato anche dell'esplosione di Lockerbie, e sostiene che queste testimonianze e perizie non siano state adeguatamente esaminate da magistrati, politici e giornalisti per ragioni di «convenienza, incapacità o pigrizia», arrivando a definire l'inchiesta sul disastro di Ustica «la più lunga, la più costosa, la più inconcludente e frustrante inchiesta che mai sia stata fatta al mondo su una singola sciagura a un mezzo di trasporto». La verità su Ustica forse non si saprà mai. In questi trentatré anni si sono susseguiti procedimenti giudiziari, molti dei quali conclusisi con degli improvvisi cambi di scenario, e che si snodano essenzialmente lungo tre filoni: l'individuazione degli autori della strage, l'accertamento delle responsabilità dei Ministeri della difesa e dei trasporti e di alcuni generali dell'Aeronautica nel mancato accertamento della verità, e la questione dei risarcimenti alle vittime. Il primo filone è quello che si esaurisce per primo: nell'agosto del 1999, nella sua sentenza-ordinanza il giudice Rosario Priore, incaricato dell'indagine sulla tragedia, dichiara di non doversi procedere per strage perché «ignoti gli autori del reato». Per Priore il DC-9 è stato abbattuto, «è stata spezzata la vita a 81 cittadini innocenti con un'azione, che è stata propriamente atto di guerra, guerra di fatto e non dichiarata, operazione di polizia internazionale coperta contro il nostro Paese, di cui sono stati violati i confini e i diritti. Nessuno ha dato la minima spiegazione di quanto è avvenuto». Con il medesimo provvedimento prende però avvio il secondo filone giudiziario, quello relativo ai depistaggi che avrebbero impedito l'accertamento delle responsabilità del disastro. Con la stessa sentenza-ordinanza, infatti, il giudice Priore dispone il rinvio a giudizio dei generali dell'Aeronautica Lamberto Bartolucci, Zeno Tascio, Corrado Melillo e Franco Ferri e di altri 5 ufficiali per attentato contro gli organi costituzionali, con l'aggravante dell'alto tradimento. Il processo si chiuderà nell'aprile 2004, con l'assoluzione da tutte le accuse dei quattro generali; solo per un capo di imputazione, nei confronti di Ferri e Bartolucci, relativo alle informazioni errate fornite al Governo in merito alla presenza di altri aerei la sera dell'incidente, il reato è considerato prescritto in quanto derubricato. Nelle motivazioni della sentenza sarà scritto che i militari non si macchiarono del reato di alto tradimento, ma «solo» di quello di turbativa, in quanto non riferirono al Governo né i risultati dell'analisi dei dati del radar di Ciampino, né le informazioni in merito al possibile coinvolgimento nel disastro di altri aerei. I giudici rilevano, peraltro, «una forte determinazione ad orientare nel senso voluto dallo Stato maggiore dell'Aeronautica le indagini a qualsiasi livello svolte su Ustica». Il procedimento di secondo grado, che si svolge a partire dal novembre 2005 e vede imputati di nuovo i generali Bartolucci e Ferri perché rispondano del reato di omessa comunicazione al Governo di informazioni sul disastro di Ustica, si chiude dopo appena un mese con una nuova assoluzione «perché il fatto non sussiste». Per la Corte sostenere che accanto al DC-9 la sera del disastro c'era un altro aereo significa compiere «un salto logico non giustificabile»; tale ipotesi, si legge nelle motivazioni, è supportata solo «da deduzioni, probabilità e basse percentuali, e mai da una sola certezza». Bartolucci, quindi, secondo il giudice Antonio Cappiello, non poteva «omettere di comunicare al Ministro della difesa ciò che probatoriamente gli era ignoto».