[pronunce]

ma ciò che più conta è che la formulazione delle norme che vengono in rilievo, ovvero l'art. 3 della legge ordinaria ("Quando gli atti siano stati rimessi [...] al collegio [...] il procedimento continua secondo le norme vigenti al momento della rimessione") e l'art. 9 della legge costituzionale ("l'Assemblea, ove conceda l'autorizzazione, rimette gli atti al collegio [...] perché continui il procedimento secondo le norme vigenti"), deve ritenersi sostanzialmente equivalente e sorretta da una medesima ratio: la fase del procedimento che si svolge prima del dibattimento è del tutto peculiare. Questa specificità rifletterebbe la volontà del legislatore costituzionale di devolvere la cognizione dei reati ministeriali al giudice ordinario, ma solo per il processo, non prima del processo, dunque non prima della conclusione dell'udienza preliminare, che segna appunto il passaggio dall'una all'altra fase; e l'apparente imprecisione dell'uso dell'espressione circa la "continuazione del procedimento" si spiega con l'esigenza di tenere presenti le problematiche connesse alla transizione dal vecchio al nuovo codice, con il passaggio dalla figura del giudice istruttore nell'ambito di un sistema di tipo inquisitorio a quella del giudice per le indagini preliminari nell'ambito di un sistema accusatorio. In entrambi i casi v'è infatti un procedimento che può sfociare nel processo dibattimentale e che si svolge dinanzi a organi giudiziari differenti (giudice istruttore, giudice dell'udienza preliminare), mentre nel caso dei reati ministeriali è il collegio a essere individuato come l'organo che continua il procedimento secondo le regole processuali ordinarie. D'altra parte, prosegue l'Avvocatura, l'avere previsto la competenza del tribunale (distrettuale) per la fase del dibattimento non consentirebbe alternative rispetto alla devoluzione della trattazione dell'udienza preliminare al collegio, come organo sui generis. L'interveniente affronta poi l'argomentazione, contenuta nella memoria di costituzione della parte privata, circa le funzioni di organo inquirente assegnate al collegio nella normativa in argomento, sia costituzionale che ordinaria e attuativa della prima; questo rilievo, afferma l'Avvocatura, non è però decisivo, poiché il collegio - come in realtà riconosciuto dalla stessa difesa dell'ex ministro - riveste natura "duale", potendo compiere atti propri del pubblico ministero al pari di atti propri del giudice per le indagini preliminari, sì che esso può essere assimilato, quanto a funzioni, al giudice più che al rappresentante dell'accusa, tenuto conto del fatto che entrambe le leggi, costituzionale e ordinaria, prevedono comunque, nel procedimento per i reati dei ministri, poteri propri del Procuratore della Repubblica. Ma al di là di tutto ciò, sarebbe decisiva, per l'Avvocatura, la considerazione della finalità delle norme in questione: il legislatore ha voluto circondare di speciali cautele e garanzie la fase delle indagini preliminari alla richiesta di autorizzazione a procedere, attribuendone la gestione a un organo in grado di accertare, con la massima estensione possibile e senza condizionamento alcuno, l'attendibilità della notizia di reato, l'esistenza della "ragion di Stato" e in genere ogni elemento idoneo a porre adeguatamente il Parlamento in grado di valutare se concedere o negare l'autorizzazione a procedere; ed è appunto in funzione di questa essenziale esigenza che il collegio ha la titolarità di poteri sia dell'accusa che del giudice, tanto che sarebbe perfino improprio parlare di organo con poteri "prevalenti" dell'uno o dell'altro: il collegio non è né l'uno né l'altro, e l'avere a esso affidato anche la funzione di trattazione dell'udienza preliminare - conclude l'Avvocatura dello Stato - non viola i parametri costituzionali invocati: non l'art. 3, per la specialità che contraddistingue l'intera disciplina in questione in ragione della diversità di posizione dei soggetti coinvolti; non l'art. 27, poiché la presunzione di non colpevolezza resta intatta, indipendentemente dall'organo che sia chiamato a decidere sul rinvio a giudizio; non l'art. 111, per la specificità del giudice, previsto direttamente da una fonte di rango costituzionale.1. - Il Collegio per i procedimenti relativi ai reati previsti dall'art. 96 della Costituzione istituito presso il Tribunale di Napoli solleva questione di legittimità costituzionale, in relazione agli artt. 3, 27, secondo comma, e 111 della Costituzione, della legge 5 giugno 1989, n. 219 (Nuove norme in tema di reati ministeriali e di reati previsti dall'articolo 90 della Costituzione), il cui art. 3 stabilisce che, quando gli atti del procedimento a carico di ministri siano stati rimessi al collegio a seguito della concessione dell'autorizzazione a procedere (art. 9, comma 4, della legge costituzionale 16 gennaio 1989, n. 1), "il procedimento continua secondo le norme ordinarie vigenti al momento della rimessione". Il giudice rimettente ritiene che la norma dell'art. 3 della legge n. 219 del 1989 ora indicata comporti che l'ulteriore corso del procedimento abbia luogo innanzi al collegio, anziché davanti agli organi giudiziari ordinariamente competenti secondo il codice di procedura penale, e che quindi il giudice dell'udienza preliminare sia il medesimo collegio che, nella fase precedente, ha esercitato le funzioni di pubblico ministero. Ciò determinerebbe per l'imputato un irragionevole affievolimento di quelle garanzie che si compendiano nell'espressione "giusto processo" (art. 111, primo comma, della Costituzione), comprendenti innanzitutto il contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità, davanti a giudice terzo e imparziale (art. 111, secondo comma, della Costituzione). 2. - La legge costituzionale 16 gennaio 1989, n. 1 (Modifiche degli articoli 96, 134 e 135 della Costituzione e della legge costituzionale 11 marzo 1953, n. 1, e norme in materia di procedimenti per i reati di cui all'articolo 96 della Costituzione), ha riformato il precedente sistema di "giustizia penale costituzionale" facente capo alla giurisdizione della Corte costituzionale prevista dagli originari artt. 96, 134 e 135 della Costituzione, nel dichiarato intento di ricondurre all'ambito dell'ordinario diritto processuale penale il processo a carico del Presidente del Consiglio dei ministri e dei ministri per i reati commessi nell'esercizio delle loro funzioni. Il nuovo art. 96 della Costituzione (art. 1 della legge costituzionale n. 1 del 1989) dispone che "il Presidente del Consiglio dei ministri ed i ministri, anche se cessati dalla carica, sono sottoposti, per i reati commessi nell'esercizio delle loro funzioni, alla giurisdizione ordinaria". L'assimilazione di quella che un tempo si denominava la giustizia politica alla giustizia comune è peraltro avvenuta con due particolarità.