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Invero, occorre prendere coscienza che a livello nazionale, ad oggi, si percepisce l'assenza di una regia unitaria in grado di gestire e coordinare gli interventi e le politiche per l'infanzia e l'adolescenza, ma anche e soprattutto di indirizzare le strategie di sistema che si intende intraprendere con modalità omogenee su tutto il territorio nazionale, conformemente alle disposizioni della Convenzione Onu, il cui Comitato sui diritti dell'infanzia e degli adolescenti ha ripetutamente sottolineato la scarsa visibilità e centralità del tema della tutela dei minori, lamentando, segnatamente la carenza di dati che permettano un monitoraggio completo e sistematico delle risorse destinate alle politiche a favore dell'infanzia, cui si aggiunga il vulnus derivante dall'assenza di una banca dati e un censimento delle strutture. Si rende, pertanto, necessario determinare, alla luce della mancata convergenza, un’accurata pianificazione delle azioni rivolta alla realizzazione di un sistema chiaro entro cui operino le strutture dedicate a dare ospitalità ai minori, attraverso, innanzitutto, l'istituzione di un’Agenzia nazionale sulle case famiglia (articolo 1), cui compete, prioritariamente, la definizione degli standard strutturali e gestionali, nonché dei criteri di qualità delle relazioni nelle comunità di tipo familiare. Occorre, infatti, operare un'analisi della situazione attuale delle case famiglia su tutto il territorio nazionale al fine di rilevarne le caratteristiche e le differenze, valorizzarne le buone prassi, denunciarne le inadeguatezze, al fine di giungere ad una definizione puntuale di criteri che siano omogenei e validi su tutto il territorio nazionale favorendo l'effettiva tutela di tutti i minori che si trovino temporaneamente al di fuori della famiglia. Pertanto, viene demandato all'Agenzia il compito di redigere le «linee guida sulle case famiglia», ove siano fissati in maniera chiara ed inequivocabile gli standard minimi che tutte le strutture sono tenute a osservare, tenendo in debito conto quanto già previsto dal regolamento di cui al decreto del Ministro per la solidarietà sociale 21 maggio 2001, n. 308, relativo ai requisiti minimi strutturali e organizzativi per l'autorizzazione all'esercizio dei servizi e delle strutture a ciclo residenziale e semiresidenziale, a norma dell'articolo 11 della legge 8 novembre 2000, n. 328, operando, altresì una idonea definizione delle diverse tipologie di strutture. Partendo dalle ripartizioni proposte ad opera della Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano, contenute nell'Atto n. 357 del 13 novembre 1997, sui requisiti minimi strutturali e organizzativi per l'autorizzazione all'esercizio dei servizi e delle strutture a ciclo residenziale e semiresidenziali a norma dell'articolo 11 della legge 8 novembre 2000, n. 328, nonché dell'atto n. 1402 del 28 febbraio 2002, di adozione da parte della Conferenza Stato-regioni dei criteri relativi agli standard minimi delle comunità di tipo familiare per i minori privi di ambiente familiare idoneo, si rende imprescindibile la necessità di raccordo e di armonizzazione delle diverse normative, (articolo 3, comma 1, lettera a) ), considerando anche le esigenze dei minori disabili o dei gruppi di fratelli (articolo 3, comma 1, lettera b) ). Fermo restando il principio del superiore interesse del minore, che deve sempre essere tenuto in primissimo piano per quanto attiene a tutte le decisioni e azioni adottate, all'Agenzia compete inoltre l'obbligo di definire anche i criteri di selezione e valutazione del personale preposto all'educazione del fanciullo; individuare le metodologie idonee ai progetti educativi (articolo 3, comma 1, lettera a) ); favorire quanto più possibile l'effettiva partecipazione dei genitori e dei partenti alla vita del minore in affidamento temporaneo (articolo 3, comma 1, lettera b) ). L'individuazione di criteri standard , nonché di definizioni univoche, è volta ad affermare il principio base per cui le modalità organizzative e relazionali debbano essere il più analoghe possibili a quelle di una famiglia normale, che debbono essere altresì estese anche per le comunità educative, socio-educative e socio-sanitarie, seguendo una classificazione incentrata sulle tipologie di bisogni cui tali strutture siano in grado di offrire risposta, in modo da poter fornire i necessari strumenti volti a facilitare l'inserimento del minore nella casa famiglia più appropriata nel venire incontro agli interessi e bisogni specifici del minore che viene temporaneamente affidato. Per quanto attiene alla tipologia di approccio metodologico è importante che siano promossi metodi educativi positivi, orientati alla gestione costruttiva dei conflitti, escludendo qualsivoglia ricorso a tipologie di stampo istituzionale/istituzionalizzante, garantendo contesti di normalità e incoraggiando l'integrazione sociale tra i minori accolti. Invero, la caratteristica peculiare della comunità familiare è quella di ricreare gli elementi fondanti della famiglia, cosicché il minore possa ritrovarvi quella condizione di accoglienza, sicurezza, calore umano e solidarietà tali da accompagnarlo nel processo di evoluzione positiva e di crescita, istituendo relazioni stabili ed affettivamente significative anche con gli operatori delle strutture. Al fine di favorire l'effettiva tutela del minore in affidamento temporaneo e dei diritti di cui è titolare, come anche di assicurare un'analisi circa l'appropriatezza del programma individuale nell'inserimento del minore in comunità, risulta quindi necessario che sia, in primo luogo, effettuato, e aggiornato periodicamente, un censimento delle strutture mediante un'anagrafe ragionata, sicché possa procedersi con la costruzione di una vera e propria «banca dati», corredata da informazioni dettagliate sia in merito alla tipologia delle strutture e dei servizi svolti sia sulle caratteristiche e gli aspetti specifici di ciascuna comunità (articolo 3, comma 1, lettera c) ). Tale censimento, oltre ad essere necessario per garantire una fattiva opera di controllo e verifica delle case famiglia, appare, inoltre, essere funzionale, insieme alla realizzazione di studi e ricerche (articolo 3, comma 1, lettera d) ), all'individuazione di problematiche; a favorire la presentazione di proposte (articolo 3, comma 1, lettera e) ), nonché in grado di apportare significative migliorie nelle condizioni di vita dei minori in affidamento temporaneo.