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Disposizioni per la corresponsione di borse di studio ai medici specializzandi ammessi alle scuole di specializzazione negli anni dal 1983 al 1991. Onorevoli Senatori. – In materia di formazione dei medici specialisti e di corsi per il conseguimento dei relativi diplomi, le direttive 75/362/CEE del Consiglio, del 16 giugno 1975, 75/363/CEE del Consiglio, del 16 giugno 1975, e 82/76/CEE del Consiglio, del 26 gennaio 1982 (sistematicamente coordinate con la direttiva 93/16/CEE del Consiglio, del 5 aprile 1993), hanno prescritto che le attività di formazione – sia a tempo pieno, sia a tempo ridotto – devono costituire oggetto di «adeguata remunerazione»; l'articolo 16 della richiamata direttiva 82/76/CEE, in ossequio agli articoli 5 e 189, terzo comma, del Trattato che istituisce la Comunità europea (Trattato CEE), indicava agli Stati membri – quale termine ultimo per l'adeguamento della normativa nazionale ai princìpi in essa statuiti – la data del 31 dicembre 1982. Di contro, il legislatore italiano sino al 1991 ha disatteso tale perentoria disposizione: i medici specializzatisi in varie discipline ed iscritti ai corsi tra gli anni 1982 e 1991 hanno continuato a non percepire alcuna remunerazione durante l'espletamento delle attività di formazione ed in dipendenza delle stesse e delle correlate prestazioni mediche; tant'è che la Corte di giustizia delle Comunità europee, con sentenza del 7 luglio 1987 (causa C-49/86, Commissione delle Comunità europee contro Repubblica italiana), dichiarava che la Repubblica italiana era venuta meno agli obblighi ad essa incombenti in forza del Trattato CEE. Soltanto con il decreto legislativo 8 agosto 1991, n. 257, il legislatore nazionale, riordinando l'accesso alle scuole di specializzazione e le relative modalità di formazione, stabiliva in favore degli specializzandi una borsa di studio annuale di lire 21.500.000, prevedendo però – al secondo comma dell'articolo 8 del citato decreto legislativo n. 257 del 1991 – un'applicazione limitata delle disposizioni introdotte, e cioè unicamente in favore dei medici ammessi alle scuole di specializzazione a decorrere dall'anno accademico 1991-92. Proprio in ragione della ritardata e comunque, parziale attuazione delle direttive europee sopra richiamate, i provvedimenti adottati dall'amministrazione sono stati dichiarati illegittimi (conseguendone l'annullamento) per contrasto con le richiamate direttive europee, sia dai tribunali amministrativi regionali che dal Consiglio di Stato, a definizione del contenzioso instaurato da alcuni medici esclusi. Con la successiva legge 19 ottobre 1999, n. 370, veniva attribuita una borsa di studio annua onnicomprensiva di lire 13.000.000 ai soli medici destinatari delle sentenze amministrative passate in giudicato, e ciò forfettariamente per tutta la durata del corso (articolo 11); anche in tal caso si è trattato di un provvedimento legislativo non perfettamente in linea con i princìpi enunciati dalla Corte di giustizia delle Comunità europee che, con la sentenza del 25 febbraio 1999 (causa C131/97), ha statuito che l'obbligo di retribuire in maniera adeguata i periodi di formazione dei medici specialisti deve considerarsi incondizionato e sufficientemente preciso, sicché il giudice nazionale è tenuto nell'applicazione delle disposizioni nazionali precedenti o successive alla direttiva ad interpretarle, quanto più possibile, alla luce della lettera e dello spirito della summenzionata sentenza; in buona sostanza, la Corte individuava un'applicazione retroattiva e completa delle misure di attuazione della direttiva proprio al fine di porre rimedio alle conseguenze pregiudizievoli derivanti dalla sua tardiva attuazione (sempre che questa fosse stata regolarmente recepita). Alla stregua di quanto ha costituito oggetto delle direttive europee e delle sentenze dell'allora Corte di giustizia delle Comunità europee, appare indiscusso il riconoscimento ai medici specialisti di un vero e proprio diritto alla remunerazione; d'altra parte, il suddetto principio si rinviene nel nostro diritto interno, e precisamente nell'articolo 36 della Costituzione, per il quale «il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un'esistenza libera e dignitosa». Sta di fatto che né lo Stato italiano, né le singole amministrazioni (centrali o periferiche) si sono ancora attivate per dare attuazione alle indicazioni della Corte di giustizia delle Comunità europee o alle direttive europee sopra richiamate nel confronti del medici specialisti (iscritti ai corsi di specializzazione tra gli anni 1982 e 1991). In capo allo Stato italiano, quindi, persiste l'obbligo morale e giuridico di attuare pienamente le direttive europee e di adeguarsi alle decisioni dei supremo organo di giustizia europeo, senza, peraltro, poter opporre l'intervento di presunte decadenze o prescrizioni di tali diritti che, per giurisprudenza consolidata sia europea che interna, sono sempre esercitabili sino a che lo Stato membro non attui correttamente e completamente tali direttive. Ebbene, la normativa di trasposizione è proprio il decreto legislativo n. 257 del 1991, il quale all'articolo 6 prevede una borsa di studio di lire 21.500.000 (attuali euro 11.103,94) per ogni anno di frequenza. Quindi molto di più di quanto liquidato da numerose sentenze (euro 6.713,94 per ogni anno di frequenza) che si rifacevano, invece, all'articolo. 11 della legge n. 370 del 1999. Non solo, sulla base di tale principio e conformemente a quanto già chiarito dalle sezioni unite della Cassazione (sentenza del 17 aprile 2009 n. 9147), sono dovuti anche la rivalutazione monetaria e gli interessi, con la conseguenza che in molti casi la somma dovuta si vedrebbe triplicata. Recentemente la Corte di giustizia dell'Unione europea con la sentenza del 24 gennaio 2018 (cause riunite C-616/16 e C-617/16) ha stabilito che l'adeguata remunerazione deve essere corrisposta per il periodo della formazione specialistica a partire dal 1° gennaio 1983 e fino alla conclusione. La sentenza in questione risulta fondamentale relativamente ai criteri di determinazione dell'ammontare del risarcimento, infatti nel punto 47 della sentenza si afferma che il risarcimento deve essere determinato in base a quanto previsto dalla «normativa nazionale di trasposizione» della direttiva. Il presente disegno di legge è volto, quindi, a risolvere definitivamente la questione esposta, mediante l'adeguamento completo alle indicazioni provenienti dalle direttive e dalle sentenze europee e interne, contestualmente evitando che dall'imponente contenzioso promosso dai medici interessati, nonché da quello che sarà promosso alla luce dei richiamati precedenti giurisprudenziali positivi, possano derivare a carico dello Stato oneri finanziari eccessivi.