[pronunce]

Nel merito, la circostanza che le affermazioni del deputato Sgarbi sono state rese nel corso di una trasmissione televisiva della quale egli è conduttore non consentirebbe per ciò solo di escludere, diversamente da quanto afferma il Tribunale, l'applicazione della garanzia di insindacabilità nel caso di specie, ove sia ravvisabile il nesso funzionale con l'attività parlamentare (sentenze n. 289 del 2001; n. 321 e n. 320 del 2000). Neppure potrebbero avere influenza nella valutazione rimessa alla Corte costituzionale le osservazioni del ricorrente relative alla natura privatistica del rapporto che intercorre tra il deputato e la società cui fa capo l'emittente televisiva, posto che questo non implica l'obbligo per il primo di esprimere «sempre e comunque» le opinioni della seconda anziché le proprie e in particolare quelle che costituiscono divulgazione dell'attività parlamentare. Ad avviso della Camera dei deputati occorre invece soffermarsi sull'accertamento dell'oggettiva sussistenza del nesso funzionale tra le opinioni espresse dal deputato e l'esercizio delle attività parlamentari. Nel caso in esame vi sarebbe piena corrispondenza di contenuti tra le opinioni espresse al di fuori della sede parlamentare e le posizioni assunte dall'on. Sgarbi in due diversi momenti della sua attività di deputato, puntualmente richiamati nella relazione della Giunta per le autorizzazioni a procedere: il dibattito svoltosi sotto la presidenza dell'on. Sgarbi nella VII commissione permanente della Camera dei deputati il 17 ottobre 1995, e la Risoluzione n. 7/00471 presentata in Commissione il 19 ottobre 1995 dall'on. Prestigiacomo, della quale lo stesso Sgarbi è primo cofirmatario. Precisa inoltre la resistente che tra le dichiarazioni rese nella trasmissione televisiva e le attività parlamentari del deputato Sgarbi non vi è, come afferma il ricorrente, mera «comunanza di tematiche», ma una «corrispondenza sostanziale di contenuti», in quanto il deputato non si sarebbe limitato a riferire le vicende inerenti l'arresto del Sovrintendente Voza, ma avrebbe, con la diversità terminologica e di accenti richiesta dalla comunicazione di massa, richiamato l'attenzione del pubblico televisivo sui medesimi temi affrontati in Commissione, perseguendo le medesime finalità di critica politica. Analogamente, il riferimento (contenuto nelle affermazioni dell'on. Sgarbi) alla paralisi del traffico nel centro di Palermo attribuita all'ordinanza di divieto di sosta in corrispondenza del luogo dove si festeggiava il compleanno di Lorenzo Matassa sarebbe da intendersi innanzitutto non quale «opinione» del deputato ma quale «notizia di pubblico dominio», ricavata dal quotidiano «La Repubblica» del 10 aprile 1999. Inoltre, riferendo tale fatto, l'on. Sgarbi avrebbe corroborato l'immagine del sostituto procuratore Matassa in precedenza illustrata negli interventi svolti in sede parlamentare, incentrando le sue critiche sull'«uso arbitrario delle prerogative, dei poteri, dell'influenza» del magistrato. Per quanto concerne le affermazioni addebitate al deputato Sgarbi, secondo le quali Lorenzo Matassa «nulla aveva fatto per usufruire di misure di protezione» ed inoltre sarebbe «affetto da alterazione dello sguardo», per la difesa della Camera dei deputati di esse «non si comprende il senso, né la portata offensiva». Tali dichiarazioni, per il loro carattere marginale e di «contorno» rispetto al complesso delle dichiarazioni del deputato, non sarebbero pertanto sufficienti, secondo la giurisprudenza costituzionale, a determinare il venir meno della corrispondenza di contenuti rispetto alle opinioni espresse in sede parlamentare. La resistente ricorda inoltre che il deputato Sgarbi ha presentato due interrogazioni, di cui il ricorrente non tiene conto, rispettivamente il 28 ottobre 1997 e il 30 luglio 1998, nelle quali evidenzia i «gravi abusi» di cui si sarebbero resi responsabili i magistrati, sollecitando provvedimenti del Governo volti a ottenere da questi un maggiore rispetto dei loro doveri, in particolare richiedendo, nella prima interrogazione, un'ispezione presso i Tribunali di Palermo e Caltanissetta. La difesa della Camera sostiene infine che non deve essere confusa la sostanza, unitaria, delle opinioni espresse dal deputato con i toni, gli accenti e la costruzione del fraseggio utilizzati nel corso della trasmissione televisiva: toni «da comune cittadino» che sarebbero sintomatici della profonda trasformazione della comunicazione politica nella società contemporanea e che risentirebbero, in definitiva, della natura del mezzo impiegato, senza implicare, nel caso in esame, una distinzione dei contenuti rispetto all'attività parlamentare.1. - Il Tribunale di Caltanissetta, sezione II penale, solleva conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato nei confronti della Camera dei deputati, in relazione alla delibera da questa adottata il 17 novembre 1999 con la quale si afferma che le dichiarazioni del deputato Sgarbi, trasmesse dall'emittente «Canale 5» il 17, 18 e 23 ottobre 1995 e diffuse il 14 ottobre 1995 tramite l'agenzia giornalistica ANSA - dichiarazioni per le quali si procede penalmente per diffamazione aggravata davanti al Tribunale medesimo - costituiscono opinioni espresse da un membro del Parlamento nell'esercizio delle sue funzioni e, a norma dell'art. 68, primo comma, della Costituzione, sono perciò insindacabili. Lo stesso Tribunale di Caltanissetta, sezione I penale, solleva altresì conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato nei confronti della Camera dei deputati, in relazione ad altra delibera, da questa adottata il 16 novembre 1999, con la quale si afferma che anche le dichiarazioni dello stesso deputato trasmesse dall'emittente «Canale 5» il 13 aprile 1999 - per le quali si procede penalmente per diffamazione aggravata davanti al Tribunale medesimo - costituiscono opinioni espresse da un membro del Parlamento nell'esercizio delle sue funzioni e, a norma dell'art. 68, primo comma, della Costituzione, sono perciò insindacabili. 2. - Trattasi di due conflitti di attribuzione tra poteri dello Stato sollevati dal medesimo Tribunale davanti alle cui sezioni I e II pendono due giudizi per diffamazione aggravata nei quali medesimi sono il querelante - magistrato, sostituto procuratore presso il Tribunale di Palermo - e il querelato - un deputato della Repubblica -, con riferimento a diverse dichiarazioni, riguardanti bensì fatti distinti ma riconducibili le une alle altre in quanto espresse per stigmatizzare i caratteri personali e professionali del medesimo soggetto. Conseguentemente, i due giudizi per conflitto di attribuzione possono essere riuniti per essere decisi con unica sentenza. 3. - Entrambi i ricorsi sono fondati. 3.1.