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Testo integrale dell'intervento del senatore Floris nella discussione generale del disegno di legge n. 920 Il Gruppo Forza Italia voterà un no convinto a questo testo. Eravamo fiduciosi che questo Ministro presentasse un articolato innovativo e degno di un Governo del sedicente cambiamento, riconoscendole, signor Ministro, le capacità e la determinazione per riorganizzare la pubblica amministrazione. Una riforma che, tenendo conto delle mutate esigenze nella organizzazione dello Stato e dalla inderogabile necessità di semplificare, presentasse un testo moderno ed efficace. Invece, siamo in presenza di un provvedimento che non assomiglia a un articolato di legge, ma a uno spot pubblicitario. Tanta propaganda, a cominciare dal titolo, ma una disciplina debolissima, in parte incongruente, in parte in sovrapposizione e in parte in contrasto, con disposizioni esistenti. Un disegno di legge, peraltro, esaminato in maniera troppo frettolosa dalla Commissione lavoro del Senato. Ne è uscito, insomma, un testo veramente poco concreto. Gli obiettivi di questo disegno di legge sono inseguiti da quasi quaranta anni. Infatti, sin dalle prime riforme della pubblica amministrazione degli anni novanta, si tentò di introdurre nel settore pubblico, quei criteri di organizzazione del lavoro e di buona amministrazione del settore privato, che oltre ad essere ispirata al criterio dell'efficienza è improntata a quello del profitto, che è il miglior giudice sul livello qualitativo della performance . La pubblica amministrazione - in generale - non riesce a raggiungere i livelli di efficienza del privato, perché il criterio del profitto non è stato sostituito da un criterio altrettanto valido. Poi sappiamo tutti che esistono delle enclave , in alcuni settori, come quello della medicina, o della ricerca scientifica, dove si raggiungono addirittura livelli di eccellenza. Ma sono ambiti dove il pubblico e il privato comunicano, interagiscono e si scambiano i propri migliori attori protagonisti. E sono, appunto, delle enclave . Allora bisogna rilevare cosa manca in questo disegno di legge. A noi sembra, innanzitutto, che vi sia una assenza di programmazione degli interventi da effettuare nell'ambito della pubblica amministrazione. Quello che ha tentato la riforma Madia, senza riuscire, nella scia delle riforme Cassese, Bassanini, Brunetta, era inserire in una legge delega una serie di principi da riempire di contenuti con l'emanazione dei decreti delegati. La riforma non è riuscita, perché è stata scritta dalla stessa dirigenza pubblica, che non intende evidentemente cambiare lo status quo , con l'avallo poco responsabile del Governo e della maggioranza. Bisognava, ora, sostituire l'idea di legge delega e di decreti delegati, con un calendario ragionato dei provvedimenti da esaminare ed affidare al Parlamento delle modifiche ragionate, dopo avere ascoltato tutte le parti aventi causa. Così non è stato ed ora abbiamo all'esame un provvedimento che tratta temi che marginalmente interessano quella che dovrebbe essere la complessiva riorganizzazione della pubblica amministrazione. Va, altresì, ricordato che è stato annunciato un decreto semplificazioni. Quello di cui siamo certi è che ogni intervento nella pubblica amministrazione avrebbe dovuto essere preceduto da un'opera gigantesca di semplificazione delle incombenze e delle procedure che gravano sui cittadini e sulle imprese. Semplificare gli iter per le domande e le autorizzazioni al fine consentire ai cittadini e alle imprese di fare, di costruire, di aprire attività economiche e professionali dovrebbe essere il primo dei provvedimenti. E bisogna accompagnare la semplificazione con una completa digitalizzazione delle procedure che potrebbe consentire di operare in modo più veloce, sia nelle richieste, che nelle risposte. Ed è ovvio che, dove venissero semplificate le procedure ex ante , si potrebbero mantenere i controlli ex post , garantendo che non ci siano abusi, ma attingendo a un fabbisogno di personale certamente inferiore. Questo disegno di legge è già vecchio. Ha una impostazione non innovativa su come debba essere affrontata complessivamente la riorganizzazione della macchina pubblica. Contiene norme che creano nuove strutture, che altro non sono che duplicazioni di strutture e direzioni già esistenti presso il Ministero della funzione pubblica. Non lo diciamo solo noi, ma lo hanno rilevato anche diverse autorevoli personalità sentite in Commissione durante il ciclo di audizioni. Questo nuovo Nucleo per la concretezza, sarà, peraltro, costituito da 53 persone e dovrà rapportarsi con almeno 10.000 amministrazioni. 53 a 10.000: auguri! Si prevede un piano di assunzioni che potremmo definire lineare, così come lo erano state le cessazioni per quiescenza degli anni passati. Ma manca una fotografia ragionata sui reali fabbisogni, che può essere fatta solo dopo che si siano adottate le summenzionate misure di semplificazione. Inoltre, a complicare il quadro, da una parte si interviene su quota 100, prevedendo - nella legge di bilancio ora all'esame della Camera - un apposito Fondo per coloro che raggiungeranno i requisiti dei sessantadue anni anagrafici e trentotto di contributi. Dall'altra ci si dimentica che ci sono circa 500.000 persone che hanno questi requisiti nel pubblico impiego. 220.000 sono nel settore della sanità e di questi 25.000 sono medici di base. Si propone un intervento estemporaneo sui cosiddetti furbetti del cartellino, con dei controlli più accurati, ma anche più invadenti, come il controllo biometrico, che può contenere anche dati riservati e personali, sulle presenze degli impiegati della pubblica amministrazione. Ma a monte manca uno studio sui reali fabbisogni nei vari comparti della pubblica amministrazione. Oggi, vi sono uffici dove bisogna costringere i lavoratori ad entrare e restare sul posto di lavoro, dove magari non hanno nulla da fare, perché c'è una sovrabbondanza di organico. Ma non si ragiona su un piano di mobilità sostenibile nel perimetro pubblico, cioè come si possa destinare ad altre amministrazioni il personale eccedentario, dove se ne possa valorizzare la presenza e il lavoro. Ad esempio, ci sono comparti come quelli della scuola e della sanità dove si registrano delle carenze importanti, che incidono negativamente sulla erogazione dei servizi. Manca cioè una chiara ridefinizione delle piante organiche, che non possono essere quelle degli anni Novanta, né quelle che precedono la rivoluzione digitale della pubblica amministrazione. Ma ancor prima andrebbe fatta - come ho prima accennato - una ricognizione sulle pratiche da abolire o semplificare ovvero che si possono rendere più veloci sostituendole con semplici procedure online . In questo senso vanno analizzati con serietà i comparti dei vari settori della pubblica amministrazione, con una visione prospettica e mettendo in campo un calcolo, il più scientifico possibile, sui reali fabbisogni di organico. Ovvero assumiamo dove dobbiamo assumere e riduciamo le piante organiche dove vanno ridotte. Va ricordato, peraltro, che alla spesa per i redditi da lavoro pubblico - cioè gli stipendi dei dipendenti pubblici - che vale 164 miliardi annui, va aggiunta una spesa per consumi intermedi che supera i 131 miliardi. Quindi ci deve guidare anche e soprattutto una sana gestione economica della cosa pubblica, perché questa viene pagata dalle tasse dei cittadini!