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Abbiamo letto che, come veniva ricordato, quando questo percorso funziona, si interrompe l' escalation di violenza e soprattutto quegli autori di violenza non commettono esattamente lo stesso reato. Attenzione, però: anche a questo proposito, va detto chiaramente che noi non lavoriamo sugli uomini autori di violenza perché possano tornare in quella relazione come se nulla fosse accaduto, perché questo sarebbe un errore gravissimo. Noi pensiamo che quell'uomo debba cambiare il proprio rapporto con tutte le relazioni affettive e sentimentali, non solo con quella relazione. Questo non vincolerà mai una donna a tornare dentro quella reazione, ma sarà sempre una sua scelta libera e autonoma di valutare se, come e quando farlo. È per questo che diciamo che anche i centri che lavorano sugli uomini maltrattanti devono fare percorsi autonomi, che non riguardano le donne, ma guardano e chiedono soprattutto agli uomini di assumersi le loro responsabilità. Questo è il fulcro e il salto culturale di questa relazione, dalla quale credo che arrivino non solo parole chiare in termini di impianto, ma anche una fotografia puntuale e precisa dei passi in avanti compiuti nel nostro Paese e dei ritardi, evidentemente. Soprattutto, alla fine delle relazione, come di consueto, secondo il compito proprio della Commissione, diamo indicazioni al Parlamento e facciamo una richiesta al Governo, sapendo di trovare in una Ministra attenta e sensibile, che ovviamente non smetterò mai di ringraziare per il lavoro puntuale e preciso che fa, ma anche in tutto il Governo (come dimostra l'ultimo disegno di legge che proveremo ad approvare nel più breve tempo possibile), interlocutori che faranno tesoro di queste indicazioni. In conclusione, la nostra richiesta è soprattutto che questi centri lavorino su standard di qualità definiti, con personale specializzato, secondo obiettivi predefiniti, ma anche in una rete consolidata, che tenga conto, ad esempio, di tutto il lavoro prezioso che fanno i centri antiviolenza sull'importantissima e insostituibile valutazione del rischio di quell'autore di violenza. È vero che il codice rosso prevede che possiamo concedere benefici in corso di esecuzione della pena, in luogo della pena, post-pena e addirittura pre-pena (ora che il disegno di legge parla di ammonimento). Possiamo concedere benefici se questi uomini partecipano a percorsi, ma diciamo qualcosa in più: non basta partecipare; è necessario che questi uomini siano valutati e la valutazione finale di quel percorso deve rispondere a standard di qualità condivisi e omogenei. La presente relazione non fa nemmeno un passo indietro rispetto ai temi più spinosi: volontarietà, obbligatorietà dei percorsi, pubblico-privato e finanziamento. Dico una parola su quest'ultimo aspetto e concludo: il finanziamento è importante, abbiamo fatto una battaglia e l'hanno fatta alcune senatrici - di questo va dato loro atto e merito - ed è importante che vi sia un finanziamento pubblico, a sostegno del progetto e dei centri. Pensiamo che anche il singolo possa e debba partecipare, ma attenzione a non generare mai una guerra tra poveri. I centri antiviolenza sono ancora molto sottofinanziati. Non ci serve una guerra tra poveri, ma ci serve investire più risorse. I Paesi che sono più avanti di noi e hanno avuto risultati importanti dimostrano che le risorse investite nella lotta alla violenza sono soprattutto quelle destinate ai centri antiviolenza e anche ai centri di recupero degli uomini maltrattanti, ma soprattutto a grandi e straordinarie campagne di sensibilizzazione. Credo che, se parliamo di battaglia culturale, oggi finalmente diamo gambe a quello che si chiede sempre, dicendo: basta repressione, abbiamo bisogno di fare una battaglia culturale. Oggi chiariamo cosa vogliono dire una battaglia culturale e un cambio di prospettiva: chiediamo agli uomini un'assunzione di responsabilità e non mettiamo più sotto i riflettori i comportamenti delle donne. Alle donne crediamo e agli uomini chiediamo un salto di qualità. Per fortuna, credo sia arrivata l'ora. (Applausi) . RIZZOTTI (FIBP-UDC) . Domando di parlare per dichiarazione di voto. PRESIDENTE. Ne ha facoltà. RIZZOTTI (FIBP-UDC) . Signor Presidente, signor Ministro, onorevoli colleghi, non esiste nessuna guerra tra i sessi, ma esiste un sistema in cui ad un genere sono accordati privilegi e prerogative a discapito di un altro. È un sistema in cui l'essere donna espone a rischi, discriminazioni, ingiustizie e problemi solo per il fatto di esserlo, ancor di più se è povera o appartenente a minoranze. Non è un argomento di discussione: questo lo dicono i dati sull'occupazione, sui salari, sulla presenza in politica e nei luoghi di potere e anche quelli sulla violenza, che ormai da un po' di tempo sono sotto gli occhi di tutti. Quando si decide di raccontare alcune storie, bisogna sempre cercare di essere oggettivi. Quando si affrontano temi come questi, è più che mai necessario ribadire che la priorità nella narrazione è solo una: l'esperienza della vittima. Vedete, la violenza non è solo fisica, ma sta ad esempio anche nelle parole del signor Cateno De Luca, che offende, con parole indegne di essere ripetute, l'onorevole Matilde Siracusano, perché è più semplice attaccare una donna che mostrare il proprio fallimento. (Applausi) . Questo è quello che accade alla gran parte degli uomini, che commettono violenze verbali e fisiche nei confronti delle donne. In un Paese democratico e in uno Stato di giustizia che punta al recupero della persona, la Commissione d'inchiesta sul femminicidio, in questa relazione, ha voluto affrontare un tema importante, che guarda al futuro e alle soluzioni. Abbiamo avuto modo di appurare, in questa indagine, che esiste una possibilità di recupero. Esistono centri specifici per l'ascolto che fanno un lavoro straordinario, che potrebbe essere descritto dalla famosa immagine del sasso gettato in uno stagno, perché recuperare anche un solo uomo vuol dire salvare decine di donne: recuperare un uomo violento è un tema sociale. Lavorare solamente sulle donne è una criticità: sembra questo il punto centrale della questione, perché sono loro, le vittime, ad avere l'intero onere di uscire dalla spirale di violenza. Spetta a loro gestire il carico emotivo e legale e la ricostruzione di un nucleo familiare. Gli uomini pensano che le donne usino la denuncia come arma di vendetta, ma ovviamente non è così: per questo si incattiviscono; non riescono a capirne il reale motivo e inaspriscono il loro atteggiamento abusante. Questo sentimento di rancore, non essendo in grado di riconoscere la violenza perpetrata, scatena in loro gli atteggiamenti persecutori che la cronaca ci racconta spesso. Una cosa che li accomuna è la serialità: un uomo violento con una donna sarà violento con tutte le donne: è un atteggiamento che non si modifica da sé, a meno che non subentri una presa di coscienza. Sono pochi gli uomini che oggi decidono spontaneamente di farsi aiutare. La gran parte delle volte sono le donne vittime di violenza che tentano di chiedere aiuto non solo per sé stesse, ma anche per l'autore delle sopraffazioni. Il lavoro di presa di coscienza si svolge spesso in gruppo; è nel confronto con gli altri che questi uomini si riconoscono.