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(Causa Fretté c. Francia, 26 febbraio 2002) e che allo Stato membro spetta il compito di vigilare affinché le persone scelte come adottanti siano quelle che possono offrire al minore, a tutti i livelli, le condizioni di accoglienza più favorevoli. L'orientamento così espresso è ormai consolidato nella giurisprudenza della CEDU che garantisce alle coppie composte anche da persone appartenenti allo stesso sesso il rispetto della vita familiare di cui all'articolo 8 della Convenzione e sanziona qualsiasi discriminazione basata sul solo orientamento sessuale. In particolare, nel celebre caso Schalk e Kopf c. Austria (24 giugno 2010), per la prima volta la Corte aveva riconosciuto che « In view of this evolution, the Court considers it artificial to maintain the view that, in contrast to a different-sex couple, a same- sex couple cannot enjoy “family life” for the purposes of Article 8. Consequently, the relationship of the applicants, a cohabiting same-sex couple living in a stable de facto partnership, falls within the notion of “family life”, just as the relationship of a different-sex couple in the same situation would » (CEDU, Schalk e Kopf c. Austria, § 94). La Corte, successivamente, non si è limitata a constatare che le relazioni di coppia di persone dello stesso sesso rientrano nella sfera della vita familiare, bensì ha compiuto un ulteriore passo, estendendo la nozione di vita familiare sino ad includervi anche le coppie composte da persone anche dello stesso sesso stabilmente conviventi, che, per motivi professionali o sociali, non convivono (Vallianatos e altri c. Grecia, 7 novembre 2013). A riguardo, la CEDU si è pronunciata anche nei confronti del nostro Paese (Paradiso e Campanelli c. Italia, 24 gennaio 2017), sostenendo che « (...) la questione dell'esistenza o dell'assenza di una vita famigliare è essenzialmente una questione di fatto, che dipende dall'esistenza di legami personali stretti (Marckx c. Belgio, 13 giugno 1979, § 31, Serie A n. 31; K. e T. c. Finlandia sopra citata, § 150). La nozione di “famiglia” di cui all'articolo 8 riguarda le relazioni basate sul matrimonio ed anche altri legami “famigliari” de facto , in cui le parti convivono al di fuori del matrimonio o in cui altri fattori dimostrano che la relazione è sufficientemente stabile (Kroon e altri c. Paesi Bassi, 27 ottobre 1994, § 30, serie A n. 297-C; Johnston e altri c. Irlanda, 18 dicembre 1986, § 55, serie A n. 112; Keegan c. Irlanda, 26 maggio 1994, § 44, serie A n. 290; X, Y e Z c. Regno Unito, 22 aprile 1997, § 36, Recueil 1997 II). 141. Le disposizioni dell'articolo 8 non garantiscono né il diritto di fondare una famiglia né il diritto di adottare (E.B. c. Francia [GC], n. 43546/02, § 41, 22 gennaio 2008). Il diritto al rispetto di una “vita famigliare” non tutela il semplice desiderio di fondare una famiglia; esso presuppone l'esistenza di una famiglia (Marckx, sopra citata, § 31), o almeno di una relazione potenziale (...) » (§ 140 e 141). La giurisprudenza della CEDU è stata recepita nel nostro ordinamento. Anche l'evoluzione giurisprudenziale del nostro Paese ha dapprima riconosciuto la necessità di legittimare le coppie dello stesso sesso e, successivamente, equiparato queste ultime a quelle eterosessuali, ritenendo discriminatoria qualsiasi distinzione basata sul solo orientamento sessuale. Già nel 2010 e, in seguito, nel 2014, la Corte costituzionale aveva ammonito il Parlamento italiano, affermando che le coppie omosessuali hanno diritto ad un istituto giuridico alternativo al matrimonio (sentenze nn. 138 del 2010 e 170 del 2014). Nella prima sentenza citata, la Corte ha riconosciuto come formazione sociale da tutelare anche l'unione omosessuale, intesa come stabile convivenza tra due persone dello stesso sesso. Secondo il Giudice delle leggi « è vero che i concetti di famiglia e di matrimonio non si possono ritenere “cristallizzati” con riferimento all'epoca in cui la Costituzione entrò in vigore, perché sono dotati della duttilità propria dei princìpi costituzionali e, quindi, vanno interpretati tenendo conto non soltanto delle trasformazioni dell'ordinamento, ma anche dell'evoluzione della società e dei costumi ». Ne consegue che, nella nozione di « formazione sociale » – nel quadro della quale l'articolo 2 della Costituzione dispone che la Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo – « è da annoverare anche l'unione omosessuale, intesa come stabile convivenza tra due persone dello stesso sesso, cui spetta il diritto fondamentale di vivere liberamente una condizione di coppia, ottenendone – nei tempi, nei modi e nei limiti stabiliti dalla legge – il riconoscimento giuridico con i connessi diritti e doveri ». L'invito della Corte è stato recepito dal Parlamento, che, con la legge 20 maggio 2016, n. 76, ha introdotto nel nostro ordinamento le unioni civili tra persone dello stesso sesso e disciplina della convivenza. Per quanto riguarda la possibilità per il convivente dello stesso sesso del genitore di adottare il figlio del compagno o della compagna (cosiddetta stepchild adoption ), copiosa giurisprudenza di merito ha riconosciuto la possibilità dell'adozione coparentale da parte del convivente dello stesso sesso del genitore del minore. Per primo, il tribunale per i minorenni di Roma con la sentenza 30 luglio 2014 (relatrice dottoressa Cavallo) ha stabilito l'adottabilità da parte della stabile convivente omosessuale della madre della figlia minorenne di quest'ultima, ai sensi dell'articolo 44, comma 1, lettera d) , della legge n. 184 del 1983. La fattispecie prevista dalla norma è infatti applicabile – si legge nella sentenza – a ogni caso nel quale sia impossibile l'affidamento preadottivo e l'adozione corrisponda all'interesse del minore, non essendo prevista alcuna limitazione nell'ordinamento con riferimento all'orientamento sessuale dell'adottante o del genitore dell'adottando, qualora tra di essi vi sia un rapporto di convivenza. A conferma del fatto che è sempre l'interesse del minore il fine ultimo che deve guidare le scelte del giudice e del legislatore, nella sentenza si legge « (...) Né può ostare all'adozione della piccola ... da parte della ricorrente la circostanza che la ... non è, ai sensi dell'ordinamento italiano, coniugata con ... Invero, un rapporto di coniugio tra il genitore dell'adottando e l'adottante è previsto solo dall'articolo 44, comma 1, lettera b) , e non dall'articolo 44, comma 1, lettera d) , che trova applicazione alla fattispecie de qua . Se il legislatore avesse voluto estendere tale presupposto anche all'articolo 44, comma 1, lettera d) , lo avrebbe fatto espressamente. Invero, la diversa formulazione letterale delle due ipotesi di cui alla lettera b) e alla lettera d) pone fuor di dubbio l'interpretazione qui seguita.