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Misure per il contrasto del fenomeno dell'istigazione all'odio sul web. Onorevoli Senatori . – Come testimoniato dai continui fatti di cronaca il fenomeno dell'odio in rete sta assumendo negli anni contorni tali da meritare una puntuale attenzione da parte del legislatore, anche sotto il profilo penale. Sebbene si tratti di un termine molto diffuso, anche in ambito giuridico, l'hate speech – o discorso d'odio – non è ad oggi oggetto di una descrizione universalmente condivisa. Parliamo, infatti, di parole volte a promuovere odio nei confronti sia di singoli che di gruppi, impiegando termini sprezzanti, denigratori e offensivi in ragione dell'appartenenza etnica, religiosa, culturale ovvero del genere, dell'identità di genere o dell'orientamento sessuale delle persone cui sono rivolte. Non si tratta di un fenomeno nuovo. La storia ci insegna gli esiti drammatici di campagne d'odio indirizzate a rafforzare e veicolare ostilità e pregiudizi. L'identificazione dell'altro come « radicalmente diverso », la sua svalutazione e delegittimazione sistemica non sono nuove. Tuttavia, ove si guardi al ruolo svolto dagli attuali strumenti di comunicazione, non può tacersi come l'affermazione di internet e, soprattutto, dei social network , abbia contribuito a determinare un'accentuazione – quantomeno dal punto di vista quantitativo – delle forme di intolleranza. La velocità istantanea di diffusione dei messaggi, la possibilità di raggiungere immediatamente milioni di destinatari, la capacità del contenuto offensivo di sopravvivere per un lungo arco di tempo oltre la sua immissione, anche in parti del web diverse da quelle della sede in cui è stato originariamente inserito, e, infine, la natura transnazionale degli intermediari informatici, richiede, come di tutta evidenza, un approccio integrato che preveda l'intervento del legislatore, senza, però, fermarsi alla pur essenziale sanzione delle condotte. In un'epoca in cui le democrazie occidentali sono caratterizzate da collettività pluraliste e multietniche appare, pertanto, naturale che siano proprio le istituzioni internazionali e sovranazionali a dimostrare una sensibilità sul tema. Analizzando il quadro normativo internazionale, occorre preliminarmente menzionare la Convenzione ONU sull'eliminazione di tutte le forme di discriminazione razziale, adottata il 21 dicembre del 1965, e ratificata dall'Italia con la legge 13 ottobre 1975, n. 654, la quale impone agli Stati membri di introdurre leggi che vietino i discorsi che incitano all'odio e che criminalizzino l'appartenenza a organizzazioni razziste, nonché il Patto internazionale per i diritti civili e politici, concluso a New York nel 1966, il quale, all'articolo 20.2, chiede che sia vietato per legge « qualsiasi appello all'odio nazionale, razziale o religioso che costituisca incitamento alla discriminazione, all'ostilità o alla violenza ». Esaminando, invece, la sfera di competenza del Consiglio d'Europa, devono ricordarsi la raccomandazione del Comitato dei ministri del 30 ottobre 1997, a cui si affianca il protocollo addizionale alla Convenzione di Budapest sulla criminalità informatica, firmato a Strasburgo il 28 gennaio 2003, relativo all'incriminazione dei comportamenti di natura razzista e xenofoba diffusi tramite l'utilizzo di sistemi informatici, oltre al generale divieto di discriminazione sancito all'articolo 14 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali. Da ultimo, nel più ristretto quadro dell'Unione europea, deve segnalarsi, il divieto di discriminazione fondata, in particolare, sul sesso, la razza, il colore della pelle o l'origine etnica o sociale, le caratteristiche genetiche, la lingua, la religione o le convinzioni personali, le opinioni politiche o di qualsiasi altra natura, l'appartenenza ad una minoranza nazionale, il patrimonio, la nascita, gli handicap , l'età o le tendenze sessuali, sancito all'articolo 21 della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea (CDFUE). A quanto evidenziato, si aggiunga, inoltre, la direttiva 2000/43/CE del Consiglio, del 29 giugno 2000, che attua il principio della parità di trattamento fra le persone indipendentemente dalla razza e dall'origine etnica. Di particolare rilievo è, inoltre, la decisione quadro 2008/913/GAI, del 28 novembre 2008, sulla lotta contro talune forme ed espressioni di razzismo e xenofobia, che impegna gli Stati membri a rendere punibili i comportamenti di stampo razzista e xenofobo, quali, in particolare, « l'istigazione pubblica alla violenza o all'odio nei confronti di un gruppo di persone, o di un suo membro, definito in riferimento alla razza, al colore, alla religione, all'ascendenza o all'origine nazionale o etnica », nonché « l'apologia, la negazione o la minimizzazione grossolana dei crimini di genocidio, dei crimini contro l'umanità e dei crimini di guerra », quando però tali comportamenti siano posti in essere in modo atto a istigare alla violenza o all'odio nei confronti di gruppo, o di un suo membro, « definito in riferimento alla razza, al colore, alla religione, all'ascendenza o all'origine nazionale o etnica ». In un quadro di approccio integrato, all'intervento normativo si è accompagnata negli anni la sollecitazione dei siti web a porre in essere meccanismi di prevenzione e rimozione dei contenuti offensivi pubblicati sui loro portali. Sotto questo profilo, particolarmente significativo risulta l'accordo raggiunto tra la Commissione dell'Unione europea e i principali intermediari di servizi internet (Microsoft, Facebook , Twitter e Youtube e, successivamente, Instagram , Google+ , Snapchat e Dailymotion ), con cui è stato elaborato un codice di condotta finalizzato a contrastare le condotte di hate speech . Tra i numerosi impegni assunti, si possono citare a titolo esemplificativo: l'adozione di procedure chiare ed efficaci per esaminare le segnalazioni riguardanti forme illegali di incitamento all'odio nei servizi da loro offerti, in modo da poter rimuovere tali contenuti o disabilitarne l'accesso; l'adozione di linee-guida indirizzate alla comunità degli utenti della rete, che precisino il divieto di ogni forma di istigazione all'odio e alla violenza; l'obbligo di esaminare, entro ventiquattr'ore ore dalla ricezione, la maggior parte delle segnalazioni di illecita istigazione all'odio e, ove necessaria, la rimozione di tali contenuti o la disabilitazione dell'accesso al sito. Tuttavia, dai risultati del primo monitoraggio, condotto nel 2016, sull'efficacia del codice di condotta – realizzato da 12 organismi indipendenti con sede in vari Stati membri dell'Unione – è emerso come, a fronte di oltre 600 segnalazioni, solo nel 28,2 per cento dei casi il contenuto illecito sia stato rimosso. Un incremento delle rimozioni a seguito di segnalazioni degli utenti, fino al 59 per cento dei casi in media è stato riscontrato in esito alla seconda valutazione, i cui risultati sono stati pubblicati nel giugno 2017;