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Introduzione dei reati di molestie sessuali, violenza privata, violenza sessuale, violenza sessuale di gruppo, atti persecutori, deformazione dell'aspetto della persona mediante lesioni permanenti al viso e diffusione illecita di immagini o video sessualmente espliciti nel codice penale militare di pace. Onorevoli Senatori. – L'ingresso del personale femminile nelle Forze armate, Arma dei carabinieri compresa, nonché nella Guardia di finanza, ha costituito un evento che, nella coscienza comune, è stato, e forse viene ancora avvertito, come la conquista da parte della donna di una nuova frontiera di una società, fino a ieri, fortemente declinata al maschile. La legge 9 febbraio 1963, n. 66, recante ammissione della donna ai pubblici uffici ed alle professioni, pur consentendo l'accesso delle donne a tutte le cariche pubbliche, confermò l'indirizzo di preclusione all'arruolamento nelle Forze armate. Tale disparità di trattamento è venuta meno con la legge 20 ottobre 1999, n. 380, recante delega al Governo per l'istituzione del servizio militare volontario femminile, che ha disposto l'emanazione di una serie di decreti legislativi e ministeriali per disciplinare il reclutamento, lo stato giuridico e l'avanzamento del personale militare femminile. Ad oggi, circa il cinque per cento delle Forze armate italiane è costituito da personale femminile. Stando all'ultima relazione sullo stato della disciplina militare trasmessa dal Governo al Parlamento, il 31 dicembre 2015 l'Italia poteva contare su 11.895 donne in divisa. L'ingresso della componente femminile nella compagine militare ha comportato la necessità di adeguare non soltanto le infrastrutture militari, bensì ha imposto un radicale cambiamento soprattutto nella mentalità degli stessi appartenenti alle Forze armate. Da allora, la difesa italiana si è mostrata attenta alla promozione e alla protezione dei diritti delle donne. In questo senso è opportuno ricordare l'emanazione della direttiva interforze denominata « Linee guida in tema di parità di trattamento, rapporti interpersonali, tutela della famiglia e della genitorialità » dove non mancano riferimenti agli atteggiamenti e alle condotte devianti, fra le quali rientrano le molestie sessuali, nonché la partecipazione della difesa al Piano strategico per il contrasto alla violenza maschile contro le donne, in attuazione della Convenzione del Consiglio d'Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica (la cosiddetta Convenzione di Istanbul, ratificata dall'Italia con la legge 27 giugno 2013, n. 77). A ciò si aggiunga che negli assetti operativi delle missioni è stata prevista e ricoperta la posizione di Gender Advisor. Nonostante tali tangibili progressi, ad oggi nel codice penale militare non risultano espressamente codificati i reati di molestie sessuali, violenza privata, violenza sessuale, violenza sessuale di gruppo, atti persecutori, deformazione dell'aspetto della persona mediante lesioni permanenti al viso e diffusione illecita di immagini o video sessualmente espliciti. Una grave lacuna normativa, cui le istituzioni non possono più sottrarsi. I reati che ledono la sfera sessuale del militare, donna o uomo che sia, sono infatti previsti e puniti unicamente dal codice penale comune e sono di competenza del giudice ordinario, il quale, spesso oberato dal carico giudiziario, potrebbe non intervenire con incisività e tempestività nella repressione di tali episodi. È il caso di ricordare che la vita di caserma comporta una stretta convivenza tra i consociati e il rapporto gerarchico evidenzia vieppiù la necessità di improntare le relazioni tra inferiori e superiori gerarchici alla massima correttezza proprio in virtù dello speciale status giuridico militare e del potere derivante dalla superiorità in grado o in comando. D'altronde, se la Costituzione ha previsto i tribunali militari quali giudici speciali, attribuendo loro la competenza sui reati commessi dagli appartenenti alle Forze armate in tempo di pace (articolo 103 della Costituzione), appare ragionevole rispettare la scelta del Costituente garantendo la specialità anche in un settore così delicato quale i reati che violano la libertà sessuale. Il disegno di legge si propone, attraverso la formulazione di alcune fattispecie criminose da introdurre nel codice penale militare, qualificabili come reati militari, di attribuire la competenza per tali reati al giudice militare, garantendo, da un lato, una conoscenza specifica del contesto militare e, dall'altro, di scongiurare lungaggini processuali ed eventuali duplicazioni di processi ordinari e militari e soprattutto la prescrizione, istituto pressoché sconosciuto ai processi penali militari. L'ingresso delle donne nelle Forze armate ha reso ancor più evidente il mancato adeguamento degli strumenti giuridici all'esigenza dell'evoluzione dei tempi, situazione che va di pari passo con l'aggiornamento dei regolamenti interni a tutela del genere femminile. Le leggi in materia di parità di trattamento tra uomini e donne nell'ambiente di lavoro hanno portato a considerare la molestia come una forma di discriminazione. Per questa ragione, come disposto dall'articolo 1468 del codice dell'ordinamento militare di cui al decreto legislativo 15 marzo 2010, n. 66: « È vietata nei confronti dei militari ogni forma di discriminazione diretta o indiretta, di molestia anche sessuale, secondo quanto disposto dai decreti legislativi 9 luglio 2003, n. 215, 9 luglio 2003, n. 216 e 11 aprile 2006, n. 198. Nei confronti dei militari, in sede di attribuzione di incarico, di assegnazioni o di trasferimento a comandi, a enti, a reparti, ad armi o a specializzazioni, sono vietate le discriminazioni per motivi politici, ideologici, religiosi, razziali, etnici, per l'orientamento sessuale o per la differenza di genere ». In particolare, occorre graduare i fenomeni in modo da scindere le fattispecie individuabili e riconducibili a reati previsti dal nostro ordinamento da quelle inquadrabili in responsabilità dal punto di vista disciplinare, dai casi, infine, non sanzionabili. Come è noto esistono due codici penali militari: uno in tempo di pace e uno in tempo di guerra. Quello attualmente in vigore ovviamente è quello del tempo di pace. I reati militari non escludono il rilievo disciplinare dei fatti che potrà essere effettuato dall'autorità amministrativa quando di sua competenza. Il presente disegno di legge si propone lo scopo di aggiornare il codice penale militare di pace e inserire nuove figure criminose oggi punite solo dalla legge penale comune, le quali, come detto, inserite nel codice penale militare di pace diventerebbero reati militari di competenza dell'autorità giudiziaria militare. La loro formulazione ricalca sostanzialmente le corrispondenti fattispecie contenute nel codice penale comune, distinguendosi per la qualità di militare del soggetto attivo e passivo. Un valore aggiunto apportato dal presente disegno di legge, oltre all'introduzione delle suddette fattispecie criminose nel codice penale militare, è l'istituzione, prevista dall'articolo 2 del disegno di legge, di un corso di formazione in tema di prospettiva di genere con la finalità di sviluppare la coscienza dell'uguaglianza di genere in ambito militare.