[pronunce]

Egli osserva preliminarmente che la questione relativa alla violazione del principio di irretroattività della norma penale sancito all'art. 25 Cost. non sarebbe pregiudicata dalla sentenza n. 236 del 2015, la quale ha scrutinato tale profilo solo con riferimento al distinto parametro costituzionale dell'art. 51, secondo comma, Cost. La sospensione del mandato elettivo rientrerebbe nella nozione di pena ai sensi degli artt. 6 e 7 della CEDU, giacché, al di là della sua indubbia funzione cautelare, essa presenterebbe anche un concorrente e inscindibile carattere afflittivo, con effetti non ripristinabili, stante che il periodo di mandato nel quale opera sarebbe irreversibilmente compromesso (a differenza di quanto avviene nel caso della sospensione del rapporto di impiego - cui si riferirebbe la «decisione n. 142/96» -, per il quale al proscioglimento seguono adeguate misure ripristinatorie). Quanto all'eccesso di delega, V.D.L. evidenzia che la legge delega precludeva di attribuire rilevanza alle condanne precedenti l'elezione e che la sospensione del Presidente neo-eletto, prima della formazione della Giunta, si tradurrebbe «in un impedimento permanente del funzionamento della Regione, con effetti dissolutori». La sospensione per una condanna antecedente, operando automaticamente, si convertirebbe in una sanzione decadenziale, incompatibile con la presunzione di innocenza di cui all'art. 27 Cost. Inoltre, il ricorrente nel giudizio a quo si sofferma su un ulteriore profilo di eccesso di delega, consistente nella previsione della sospensione in caso di abuso d'ufficio, che non rientrerebbe tra i reati di «grave allarme sociale» di cui all'art. 1, comma 64, lettera h), della legge n. 190 del 2012. Infine, la disparità di trattamento con i parlamentari non sarebbe giustificata, considerato che la riforma del Titolo V della Costituzione avrebbe parificato le assemblee regionali e legislative, riconoscendo ai consiglieri regionali le stesse prerogative e "guarentigie" dei parlamentari. L'art. 1, comma 64, lettera h), della legge n. 190 del 2012 avrebbe imposto al legislatore delegato una coerenza di regimi tra parlamentari nazionali e consiglieri regionali, che non si rinverrebbe nella disciplina in esame. All'identità di funzioni legislative dovrebbe pertanto corrispondere un trattamento speculare in tema di sospensione e decadenza dalla carica. 4.1.- Si sono costituiti davanti alla Corte alcuni intervenienti nel giudizio a quo. 4.1.1.- Con atto depositato il 28 dicembre 2015 si è costituito S.A. La sua difesa riproduce le deduzioni svolte per conto di una degli intervenienti nel giudizio di costituzionalità deciso dalla sentenza n. 236 del 2015. 4.1.2.- Con atto depositato il 14 gennaio 2016, si è successivamente costituito F.M., al fine di argomentare l'infondatezza delle questioni di legittimità costituzionale. Egli nega, in primo luogo, che l'art. 8 del d.lgs. n. 235 del 2012 sia affetto da eccesso di delega, in quanto i criteri direttivi della delega andrebbero intesi alla luce della complessiva ratio della delega e, inoltre, i presupposti di cui all'art. 1, comma 64, lettera m), della legge n. 190 del 2012 sarebbero collegati solo alla decadenza, non alla sospensione. Sotto altro profilo, ricorda che la sentenza n. 236 del 2015 ha già chiarito che la disciplina della sospensione dalla carica non ha carattere sanzionatorio, né retroattivo. La misura in esame non sarebbe neppure qualificabile come sanzione ai sensi dell'art. 7 della CEDU, dato che l'effetto sospensivo discende direttamente dalla legge e ha finalità cautelativa. L'art. 8 del d.lgs. n. 235 del 2012, inoltre, non presenterebbe alcun profilo di retroattività, perché il fatto cui applicare la norma è la condizione di condannato in primo grado, non la condotta per cui è stata emessa la condanna. La disciplina del d.lgs. n. 235 del 2015 sarebbe immune dal vizio di disparità di trattamento denunciato dal rimettente per la diversità di status tra consiglieri regionali e parlamentari, conseguente alla differenza tra le funzioni svolte. L'interveniente ricorda, in particolare, che al consiglio regionale sono attribuite anche funzioni amministrative, tali da rendere la posizione dei consiglieri non assimilabile a quella dei parlamentari. F.M., poi, sollecita un obiter dictum della Corte, «in ordine alla possibilità di emanare provvedimenti cautelari in contrasto con disposizioni normative sospettate di incostituzionalità ma non ancora invalidate». 4.1.3.- Si sono ancora costituiti, con atto depositato il 19 gennaio 2016, sette consiglieri regionali del Movimento 5 Stelle (V.C. e altri sei). Essi sostengono l'infondatezza delle questioni di costituzionalità sopra esposte, con argomenti che sostanzialmente corrispondono a quelli esposti nella memoria di F.M. Inoltre segnalano che il Tribunale ordinario di Napoli, con ordinanza del 28 dicembre 2015, ha sospeso il giudizio di merito ai sensi dell'art. 23 della legge 11 marzo 1953, n. 87 (Norme sulla Costituzione e sul funzionamento della Corte costituzionale), senza però sollevare la questione di costituzionalità: ciò che implicherebbe l'inammissibilità della questione sollevata in sede cautelare. 4.1.4.- Con atto depositato il 19 gennaio 2016, si sono infine costituiti il Movimento difesa del cittadino, A.L. e G.G.. Con riferimento ai primi due soggetti, però, il Tribunale ha dichiarato l'intervento inammissibile con la stessa ordinanza di rimessione. Essi sostengono la manifesta infondatezza delle questioni di costituzionalità sopra esposte. Quanto all'eccesso di delega, argomentano che il Parlamento non intendeva diminuire il livello di tutela, eliminando l'istituto della sospensione cautelare, né attribuire all'elezione un effetto di «lavacro» di precedenti condanne. Il riferimento alla condanna definitiva successiva all'elezione, contenuto nell'art. 1, comma 64, lettera m), della legge n. 190 del 2012, riguarderebbe esclusivamente la decadenza. A sostegno del carattere non retroattivo e della natura non sanzionatoria della disciplina dei limiti all'esercizio dell'elettorato passivo, le parti richiamano la sentenza n. 236 del 2015, alcuni precedenti della Corte di cassazione e del Consiglio di Stato, un'ordinanza del Tribunale ordinario di Palermo, nonché le decisioni della Giunta delle elezioni e delle immunità parlamentari del Senato della Repubblica, che persino per la interdizione definitiva e per la decadenza hanno escluso qualsivoglia valenza sanzionatoria. La censurata disparità di trattamento tra consiglieri regionali e parlamentari sarebbe esclusa in radice dal fatto che il rimettente pone a confronto i diversi istituti della sospensione dalle cariche regionali e dell'incandidabilità alla carica di deputato o senatore.