[ddlpres]

Modifiche all'articolo 46 del codice delle pari opportunità tra uomo e donna, di cui al decreto legislativo 11 aprile 2006, n. 198, in materia di rapporto sulla situazione del personale. Onorevoli Senatori . – I dati dell'ISTAT riferiti a dicembre 2018 descrivono ancora in Italia una condizione della donna nel mercato del lavoro che non soddisfa i requisiti delle pari opportunità: in un contesto di crescita debole, con un tasso di occupazione generale del 58,8 per cento (6 punti al di sotto della media europea del 64,7 per cento) e una quota di occupazione maschile pari al 68 per cento, la quota femminile registra appena il 49,7 per cento, collocando l'Italia penultima nella classifica dell'Unione europea, con 10 punti di differenza rispetto alla media europea (59 per cento). Il divario di genere è confermato dal differenziale dei tassi di disoccupazione, 11,6 per cento la quota femminile rispetto al 9,4 per cento maschile, e soprattutto dalla rilevante distanza tra i tassi di inattività, il 43,8 per cento delle donne rispetto al 24,7 per cento degli uomini. Pur avendo conseguito innegabili progressi nelle pari opportunità di genere, l'Italia resta fanalino di coda anche nella graduatoria mondiale elaborata dal World Economic Forum nel Global Gender Gap Report 2018, che vede il nostro Paese al settantesimo posto in una lista di 149 Paesi sviluppati, preceduto da Honduras e Montenegro e immediatamente seguito da Tanzania e Capo Verde; al primo posto l'Islanda, che ha percorso per l'85 per cento (indice globale sul « gender gap » ) il cammino di assorbimento del divario di genere, seguita da Norvegia, Svezia e Finlandia. I dati a livello globale registrano un trend di contrazione del divario, ma ad un ritmo talmente lento da richiedere secoli per riuscire a colmare la differenza: 108 anni per realizzare la parità di genere nella politica, nella salute e nell'istruzione, 202 anni per assorbire il divario sul posto di lavoro. Elaborazioni del CNEL su dati dell’ International Labour Organization (ILO) prevedono che in Italia l'assorbimento del differenziale sarà conseguito nell'arco di almeno 70 anni, salvo decisi interventi normativi atti ad accelerare l'andamento di equiparazione in termini salariali, di progressione di carriera, di presenza di servizi complementari al lavoro, di organizzazione dei tempi di lavoro. Il trend di riduzione del divario è principalmente dato nel nostro Paese dalla maggiore presenza femminile nelle posizioni politiche e ministeriali, dalle pari condizioni di salvaguardia della salute e dalle pari opportunità di accesso all'istruzione. Risulta dal recente FPA Data Insight del Centro studi sull'innovazione nella pubblica amministrazione (maggio 2019) che il tasso di presenza femminile nella pubblica amministrazione è salito di ben 3 punti nell'ultimo anno, passando dal 54 per cento al 57,1 per cento, principalmente nei comparti università, agenzie fiscali, magistratura, Presidenza del Consiglio, regioni/autonomie locali e Ministeri. Ciò nonostante, l'elemento di maggiore disparità in Italia si riscontra proprio sul luogo di lavoro e risulta particolarmente critico per la scarsa partecipazione femminile al settore dell'intelligenza artificiale e ai processi di digitalizzazione, che coinvolgono le donne solo per il 28 per cento della forza lavoro, prefigurando un rallentamento dell'andamento positivo verso la parità con l'affermarsi del paradigma Industria 4.0, volto a potenziare la digitalizzazione e robotizzazione del sistema produttivo. È soprattutto la difficile conciliazione dei tempi di vita e di lavoro a dimezzare la quota dell'occupazione femminile italiana e detta condizione iniqua risulta ancor più significativa se si considera che sono le lavoratrici madri a caratterizzare per il 54,3 per cento la disoccupazione femminile e che la quota di donne madri indotte ad abbandonare il lavoro per prendersi cura dei figli è pari al 27 per cento, di gran lunga superiore alla quota degli uomini nella stessa condizione, che è pari ad appena lo 0,5 per cento. Rilevazioni dell'Ispettorato nazionale del lavoro registrano, nel 2017, l'abbandono del lavoro da parte di 24.618 madri lavoratrici alla nascita del primo figlio, proprio per la difficoltà nel conciliare i tempi di lavoro con la cura del bambino. Nel 2017 l'EUROSTAT attribuiva all'Italia, rispetto agli altri Stati membri dell'Unione europea, la più alta percentuale di coppie in cui solo l'uomo lavora (37,2 per cento) e le donne risultano esclusivamente dedite alle attività domestiche e di cura. La condizione della donna lavoratrice è ancora oggi fortemente penalizzata dalla rigidità dell'organizzazione del lavoro e dalla inadeguatezza del welfare pubblico, privato e aziendale. Nell'anno scolastico 2016/2017 sono stati censiti sul territorio nazionale 13.147 servizi socio-educativi per l'infanzia comunali. I bambini di età inferiore a tre anni accolti da strutture pubbliche o finanziate dal settore pubblico sono il 12,6 per cento della popolazione di quella fascia di età. I posti autorizzati al funzionamento sono circa 354.000, pubblici in poco più della metà dei casi, e coprono il 24 per cento del potenziale bacino di utenza (bambini residenti sotto i tre anni). Tale dotazione è ancora sotto al parametro del 33 per cento fissato dall'Unione europea per sostenere la conciliazione della vita familiare e lavorativa e promuovere la maggiore partecipazione delle donne al mercato del lavoro. La diffusione dei servizi risulta inoltre molto eterogenea sul territorio, con posti che variano da un minimo del 7,6 per cento dei potenziali utenti in Campania a un massimo del 44,7 per cento in Valle d'Aosta. Fatta eccezione per il settore delle cooperative, che adotta il welfare e la cosiddetta white economy tra le linee d'azione strategica per lo sviluppo della cooperazione, anche perché nelle cooperative le donne rappresentano il 60 per cento degli occupati e il 51 per cento della base sociale, per gli altri settori produttivi, dati dell'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE) del 2017 segnalavano che ammontano al 31 per cento le imprese di servizi che garantiscono ai dipendenti servizi di welfare (asili nido aziendali e servizi sociali di assistenza, ricreativi e di sostegno), al 18 per cento nel settore manifatturiero e al 4 per cento nel settore del commercio, posizionando l'Italia 2 punti percentuali sotto la media mondiale, con oltre 15 punti di scarto rispetto ai Paesi scandinavi. In questo contesto risulta significativo evidenziare che solo il 4 per cento delle donne italiane occupate lavora da casa a fronte della quota media europea pari all'11,9 per cento, che sale al 18,5 per cento in Francia e al 22,5 per cento nel Regno Unito. Sull'alto tasso di abbandono del lavoro da parte delle donne per i carichi di cura familiari nel nostro Paese incide anche la permanenza di un fattore culturale incentrato su una visione tradizionale della famiglia, propria dei Paesi dell'Europa mediterranea, caratterizzata dalla non condivisione fra i generi delle incombenze dell'accudimento e da una resistenza culturale in ordine alla delega di responsabilità di custodia dei bambini da parte dei genitori.