[resaula]

Aver approvato oggi, in questa Aula, il decreto-legge che dà luce all'indagine di sieroprevalenza, partita proprio per iniziativa del Ministero della salute, è l'ennesimo segnale di quanto questo Governo abbia a cuore la salute del Paese. La mappatura della popolazione si profila, infatti, come lo strumento più efficace per prevenire eventuali risalite nella curva dei contagi, perché il virus è ancora in circolo. I numeri che rileviamo adesso, in un momento in cui c'è una bassa circolazione virale, grazie anche alle misure di contenimento messe in atto, potrebbero non rappresentare la reale pericolosità di questa infezione. Ecco perché non bisogna dare credito a chi va millantando che il virus sia sparito, ai nuovi complottisti, a quelli che chiedono libertà dalla mascherina, a fronte ancora di centinaia di nuovi casi e di decine di morti, a chi in modo irresponsabile riempie le piazze, in barba a tutte le norme sanitarie (Applausi) , sventolando slogan antigovernativi, mettendo in dubbio persino la necessità delle misure di lockdown che sappiamo - da stime basate sui numeri certi, pubblicati di recente anche su «Nature» - quante vite abbiano salvato. Chi nega tutto ciò sta offendendo gli oltre 34.000 italiani che sono morti di Covid in modo atroce, senza respiro e in solitudine, lontani dai propri cari. Eppure, per salvare queste persone il nostro personale sanitario ha lavorato senza risparmiarsi, mettendo in campo tutte le proprie competenze e conoscenze, per elaborare protocolli di presa in carico e cura sempre più innovativi ed efficaci. Questo virus non lo conoscevamo, all'inizio credevamo fosse solo respiratorio, poi abbiamo capito che alla fase respiratoria ne seguiva una di attivazione del sistema immunitario, del complemento e della coagulazione, quindi anche i protocolli terapeutici sono stati aggiornati, semplificando l' iter di approvazione dell'utilizzo di farmaci off-label e di nuove sperimentazioni. Oggi è chiaro a tutti cos'abbiano significato i 37 miliardi di euro di tagli alla sanità in dieci anni, i 71.000 posti letto persi (Applausi) e i 46.000 medici e infermieri che la sanità pubblica ha perso. Oggi è chiaro cosa abbia significato ridurre la medicina generale a luogo di ricettari della salute e i Pronto soccorso e le osservazioni intensive brevi a luoghi sovraccarichi ad alto rischio di trasformarsi in veri e propri focolai, com'è avvenuto in questo caso. Oggi è chiaro cosa abbia significato non aver previsto reparti di isolamento e aver ridotto i posti letto in terapia intensiva. Oggi è chiaro cosa abbia significato non investire in sanità in quei settori che rappresentano il primo baluardo nel salvataggio di vite umane, quali i Pronto soccorso e l'emergenza-urgenza, luoghi in cui il personale sanitario combatte ogni giorno in condizioni di assoluta precarietà, subendo frequenti aggressioni. A tal proposito, accogliamo con sollievo l'approvazione alla Camera del disegno di legge che tutela gli operatori sanitari dalle aggressioni, che a breve tornerà al Senato per l'approvazione finale. Ora però che il peggio è passato, signor Ministro, dobbiamo rivedere con senso critico le politiche sanitarie dell'ultimo decennio e mettere in campo, come lei stesso ha detto, scelte coraggiose. Tutto questo deve necessariamente passare attraverso un reale potenziamento dell'assistenza sanitaria territoriale. La riorganizzazione del territorio era in realtà già uno dei punti cruciali del Patto per la salute 2019-2021, perché dall'inizio di questa legislatura abbiamo chiesto a gran voce il potenziamento dell'assistenza domiciliare residenziale e semiresidenziale per la gestione delle cronicità e delle non autosufficienze. Il recente rapporto sul coordinamento della finanza pubblica della Corte dei conti ha avvalorato la validità della nostra visione, evidenziando come il Servizio sanitario nazionale sia in sofferenza perché non si è posta la giusta attenzione nello sviluppo della sanità territoriale e non si è investito a sufficienza nell'integrazione tra ospedale e territorio, depauperando il settore pubblico e dando spazio a una sanità privata accreditata non più complementare, ma sostitutiva. Oggi il potenziamento della sanità territoriale è finalmente al centro dell'agenda politica e ingenti sono le risorse destinate a tal fine nel decreto-legge rilancio. Non si può pensare però che tali risorse vengano riversate per consolidare un assetto della sanità territoriale che si è ampiamente dimostrato non all'altezza di espletare la funzione di filtro e presa in carico del bisogno di salute della popolazione. È di strategica importanza favorire il lavoro in team multidisciplinari e multiprofessionali. È necessario interrogarsi sul superamento della quota capitaria, implementando sistemi di misurazione delle performance che valorizzino il merito anche nel territorio. Bisogna che i dati clinici e assistenziali generati nell'ambito dell'assistenza territoriale diventino patrimonio del Servizio sanitario nazionale e dei ricercatori che operano nelle istituzioni di ricerca pubbliche. È strategico anche l'ulteriore aumento dei contratti di formazione specialistica: in due anni, siamo passati da 6.000 a 9.200 contratti, consapevoli che non bastano a colmare l'imbuto formativo creato da anni di incapacità di programmazione in base al fabbisogno di specialisti. Con il decreto rilancio finalmente ne aggiungiamo altri 4.200 ma non possiamo fermarci perché avere domani più medici specialisti e garantire ai nostri giovani laureati di potersi formare nel proprio Paese è un traguardo che dobbiamo rincorrere con tutte le nostre forze. Infine dobbiamo sfruttare nel modo migliore le opportunità che ci offrono le nuove tecnologie. La sfida da affrontare e vincere è puntare ad una sanità che utilizzi i più innovativi strumenti tecnologici, a cominciare da una radicale digitalizzazione del settore. Dobbiamo recuperare terreno dopo anni di paralisi. Da uno studio realizzato dall'Osservatorio innovazione digitale in sanità è emerso che ormai gran parte dei cittadini utilizza almeno un servizio online . Basta vedere l'alto gradimento e l'adesione dei cittadini alla ricetta medica digitalizzata che abbiamo introdotto proprio nel corso di questa emergenza Covid. Quanto sarebbe servito in questa emergenza pandemica avere strumenti di telemedicina per monitorare i pazienti a domicilio, quanto la disponibilità nel territorio di strutture di cure primarie, di team multidisciplinari e un'assistenza domiciliare capillare avrebbero permesso di fare diagnosi più tempestive. L'Italia ha pagato un caro prezzo per non aver investito nella formazione medica e sanitaria, per non aver saputo programmare il fabbisogno di professionalità mediche in base al bisogno di salute della popolazione e in base ai dati epidemiologici, per non aver dato i giusti riconoscimenti ai professionisti in termini di progressione di carriera e di retribuzione, spingendo tanti talenti, giovani e non, a fuggire all'estero oppure a trovare rifugio nel settore privato. È allora è il momento di invertire la rotta, o meglio di intraprendere quella rotta che noi, in realtà, vediamo tracciata da tempo e che con tenacia proviamo ad intraprendere ormai da due anni per garantire ai cittadini italiani, da Nord a Sud, uniformità ed equità di accesso alle cure.