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Il numero 1522 per chiedere assistenza e denunciare è sicuramente uno strumento importante, ma c'è ancora moltissimo da fare. Mi auguro a tal fine che il provvedimento approvato ieri in Consiglio dei ministri, il cosiddetto "Codice rosso", possa davvero portare lo snellimento delle procedure burocratiche delle denunce, che già si è sveltito, ma non abbastanza; di un iter giudiziario che da sempre chiediamo più breve. Mi auguro che finalmente le autorità giudiziarie possano accedere autonomamente in rete per verificare l'eventuale iscrizione di procedimenti penali per reati in tema di violenza e procedimenti civili per separazione e divorzio, nell'ambito dei quali sia necessario assumere determinazioni per i figli minori. È inaccettabile che i tribunali non comunichino tra loro e che ci sia, parallelamente a una denuncia per maltrattamenti da parte del tribunale civile, l'assenza di conoscenza del tribunale dei minori che dà l'affido condiviso nei casi di maltrattamento in famiglia. I tribunali e le procure devono parlarsi e deve essere messa fine a questa situazione che lede i diritti alla sicurezza delle donne e dei loro figli. Per le vittime sono veramente tempi lunghi e massacranti: una tortura che deve aspettare a volte anni per arrivare a un provvedimento definitivo. Sarebbe ora anche di eliminare il rito abbreviato per il reato di femminicidio. Il cosiddetto "Codice rosso" dovrebbe inserire anche il patrocinio gratuito quando le associazioni di volontariato si costituiscono parte civile. È poi sicuramente molto importante lavorare nelle scuole per un cambio di passo nella mentalità e per riabituare i nostri figli, fin da bambini, al rispetto della persona. Ho avuto il piacere di incontrare la settimana scorsa, in Senato, gli studenti di una scuola di Lucca che ogni anno con i loro professori, dopo un terribile trauma subìto (sono state ammazzate due loro coetanee dai loro fidanzatini), sviluppano dei progetti di sensibilizzazione sul tema della violenza. Il ruolo della scuola e dell'università è fondamentale e queste sono le prime istituzioni che devono fare della prevenzione un principio cardine contro ogni violenza, anche perché purtroppo le statistiche ci dicono che l'età delle vittime è sempre più bassa e stiamo riscontrando anche una diminuzione dell'età degli autori di violenza. Infine, mi auguro che il Governo possa reperire già nella legge di bilancio per il 2019 maggiori fondi per i centri antiviolenza, a favore di tutte quelle vittime che hanno avuto il coraggio di denunciare e hanno certamente necessità di ricostruire la propria vita. Proprio ieri il presidente Conte ha annunciato un fondo speciale di 33 milioni di euro per finanziare i progetti contro la violenza, affidandolo al Dipartimento per le pari opportunità. A me dispiace molto non vedere questa mattina in Aula il sottosegretario Spadafora, a cui è stata assegnata la delega alle pari opportunità. (Applausi dai Gruppi FI-BP e PD) . Ho apprezzato moltissimo le parole del vice premier Salvini, che ieri ha ribadito che i temi etici non sono nel contratto di Governo. Mi auguro veramente che il sottosegretario Spadafora possa dimenticare per un momento la sua battaglia per l'adozione di bambini da parte di coppie omosessuali per occuparsi di un problema impellente e urgente come quello del femminicidio e della violenza sulle donne. (Applausi dal Gruppo FI-BP). PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Messina. Ne ha facoltà. MESSINA Assuntela (PD) . Signor Presidente, onorevoli colleghi, la violenza sulle donne rappresenta una tra le più gravi violazioni dei diritti umani e la più diffusa tra quelle perpetrate nel nostro Paese. Si tratta di una dimensione di cui assumiamo progressiva consapevolezza a partire proprio dalla stratificazione dolorosa ed eterogenea di vissuti che si manifestano ormai quasi quotidianamente in tutta la loro efferatezza. La storia ci mette di fronte a queste situazioni, evidenziando anche il rischio di un'assuefazione o addirittura di una resa da parte della collettività. Ora il tema è esploso fino a spingere la legge a contrastare il fenomeno e a responsabilizzare lo Stato a prendere una posizione netta. Nell'educazione, nella formazione, nel lavoro e nelle relazioni sociali e professionali le donne continuano a essere in molti casi, anche silenziosamente, sottilmente penalizzate attraverso il rovesciamento simbolico di pseudoforme di gratificazione che, piuttosto, privano le stesse dei territori della libertà vera e dell'autodeterminazione. Si evitano il clamore, la discriminazione rumorosa e i divieti altisonanti, tutto questo perché non è ancora stata cancellata la secolare convinzione che alla donna spetti un posto altro, un ruolo altro, una funzione altra. Questo atteggiamento si perpetua nei linguaggi, nei metalinguaggi, negli usi del fare sociale e, soprattutto, attraverso una comunicazione e un'informazione, anche commerciale che, come abbiamo evidenziato nella nostra mozione, è deleteria della dignità della persona, stigma di un abbassamento del livello culturale e valoriale. La discriminazione ha attraversato indenne decenni di appannata sensibilizzazione, scarsa educazione, a tratti anche inefficace legislazione. Oggi noi, eletti dal popolo, non possiamo nasconderla e soprattutto non possiamo nasconderci di fronte a essa. Abbiamo il dovere morale, civile e storico di imprimere una svolta definitiva; abbiamo l'obbligo di intervenire con vigore e fermezza, con un'azione che significhi tutta la volontà e la forza dello Stato, soprattutto - consentitemi di dirlo - squarciando il velo di Maya dell'ipocrisia che circola nelle ripetute e certe volte pericolosissime pronunce di buone intenzioni, tante volte destinate a restare tali (cioè solo pronunce), in questo modo sollevandoci dalla responsabilità di tenere il punto fermo sulle condotte e sulle scelte politiche da mettere in campo. Occorre dare alle donne e agli uomini un segnale deciso e univoco, che parta da questo Parlamento e arrivi a rassicurare ciascuna di noi e tutti del fatto che lo Stato è con noi. A tal fine, occorre affrontare politicamente il tema partendo dalle cause che lo generano, che sono di carattere culturale. Tra di esse vi è il tema della solitudine e della sofferenza irrisolta, perché laddove la sofferenza è irrisolta e inascoltata essa diviene la giustificazione di una spinta che deborda nel terreno della violenza. L'antecedente del femminicidio è il conflitto che affonda le sue radici nella condizione di irrisolutezza che la solitudine e l'incomunicabilità generano. Sono questioni sociali che necessitano di azione politica. Pensiamo alle soluzioni, ma pensiamo anche ad attivare sentinelle sociali, intervenendo sull'educazione e sulla sensibilizzazione - soprattutto delle giovani generazioni, ma non solo - per lo sviluppo di una consapevolezza piena del dramma che si ripete. Lo Stato deve dare sostegno e supporto a tutte le donne che sperimentano le conseguenze infami dell'ignoranza e dell'indifferenza e deve farlo ben prima che queste sfocino nella violenza domestica e nel femminicidio. È fondamentale riflettere e agire sulle strutture che possono aiutare a cogliere i sintomi di reati che ancora si devono compiere, piuttosto che porre rimedi una volta che il fatto si è compiuto.