[pronunce]

In questa prospettiva si ravvisa un contrasto tra l'art. 216, ultimo comma, del r.d. n. 267 del 1942, e gli artt. 3 e 27 della Carta fondamentale, attesa la rigidità dispositiva della prescrizione penale, a fronte del variare della situazione concreta, caratteristica che determina una sostanziale ingiustizia nel trattare allo stesso modo condotte di rilievo penale tra loro differenti e difformemente sanzionate dal legislatore mediante la pena principale. La Corte di cassazione si riferisce, in particolare, alla ipotesi di «bancarotta preferenziale» nonché alla singolare ampiezza dell'escursione afflittiva contemplata dalle circostanze speciali di cui all'art. 219, primo e ultimo comma, del r.d. n. 267 del 1942. Inoltre, evidenzia la sproporzione che l'ordinamento appresta nei riti alternativi in cui - come nel caso in esame - la risposta della pena principale risulta grandemente inferiore rispetto a quella accessoria, a cagione della diminuzione premiale consentita o imposta dal legislatore. Anche in relazione all'art. 111 Cost. il ragionamento precedentemente svolto sembra, secondo la Corte rimettente, rafforzarsi. Tale norma costituzionale, nell'imporre all'ordinamento la celebrazione di processi «giusti», non pretende soltanto un corretto svolgimento degli stessi per il rispetto della legge, delle garanzie assegnate alle parti, del contraddittorio e per l'espletamento del processo in limiti di tempo ragionevoli. Essa prefigura anche la garanzia di un'equa soluzione, alla luce delle risultanze di causa che il giudice acquisisce nella varie fasi processuali. Risulterebbero vanificati gli strumenti di garanzia che assicurano equilibrio del dibattito e pienezza di poteri argomentativi per arrivare, in un processo «giusto», ad una decisone «giusta», se poi la soluzione che compete al giudice, terzo ed imparziale, fosse coartata nella fase decisionale in ordine ai dati correttamente versati in atti. In altri termini, non si comprenderebbe quale effettivo significato possa darsi ad un sistema che annovera un dettagliato paradigma valutativo negli artt. 132 e 133 cod. pen. , ma, all'effetto pratico, impedisce al giudice di ricondurre siffatti esiti ad un'equa e adeguata considerazione sanzionatoria, ancorché «accessoria». In conclusione, la norma censurata sarebbe in contrasto con il principio del «minore sacrificio necessario» nella risposta punitiva dell'ordinamento a fronte della violazione penale, quando nulla impedirebbe di estendere i parametri propri della pena principale alla misura della pena accessoria, assegnando al giudice, caso per caso, la più opportuna statuizione. 3.1.-- È intervenuto nel giudizio di costituzionalità il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, concludendo per l'infondatezza della questione. Secondo la difesa statale lo stesso giudice a quo avrebbe dato atto dell'esistenza di un indirizzo giurisprudenziale secondo il quale l'art. 216, ultimo comma, del r.d. n. 267 del 1942, lungi dall'aver stabilito la durata delle pene accessorie nella misura fissa ed inderogabile di dieci anni, ha solo individuato la misura massima delle stesse, lasciando al giudice la commisurazione della durata in concreto di tali pene accessorie, in applicazione dell'art. 133 cod. pen. (in particolare, Corte di cassazione 31 marzo 2010, n. 23720). Il rimettente afferma di non poter seguire tale indirizzo a ciò ostando l'inderogabilità della previsione normativa, significativamente diversa, anche sul piano letterale, da quella dell'art. 217, ultimo comma, del r.d. n. 267 del 1942. In realtà, l'opzione interpretativa autorevolmente avallata dalla più recente giurisprudenza della Suprema Corte risulta proprio dalla consapevolezza dell'incostituzionalità della disposizione in questione, ove interpretata in senso angustamente letterale, e della conseguente esigenza di darne una lettura costituzionalmente orientata. Sulla base di queste argomentazioni l'Avvocatura dello Stato chiede che la questione sia dichiarata infondata. Con memoria depositata in prossimità dell'udienza la difesa statale ribadisce la proprie argomentazioni circa la possibilità di un'interpretazione costituzionalmente orientata della norma impugnata e conclude per l'infondatezza della questione sollevata.1.-- La Corte d'appello di Trieste, con ordinanza del 20 gennaio 2011, e la Corte di cassazione, con ordinanza del 21 aprile del 2011, hanno sollevato - in riferimento agli articoli 3, 4, 27, terzo comma, 41 e 111 della Costituzione - questione di legittimità costituzionale dell'articolo 216, ultimo comma, del regio decreto 16 marzo 1942, n. 267 (Disciplina del fallimento, del concordato preventivo, dell'amministrazione controllata e della liquidazione coatta amministrativa), nella parte in cui prevede che, per ogni ipotesi di condanna per i fatti di bancarotta previsti nei commi precedenti del medesimo articolo, si applichino le pene accessorie dell'inabilitazione all'esercizio di un'impresa commerciale e dell'incapacità ad esercitare uffici direttivi presso qualsiasi impresa per la durata di dieci anni. Secondo la Corte d'appello di Trieste la determinazione dell'entità della pena accessoria del delitto di bancarotta fraudolenta in misura fissa violerebbe gli artt. 3 e 27 Cost. perché non consentirebbe di tener conto del fatto che tali pene accessorie conseguono a condotte di gravità assolutamente diversa - bancarotta distrattiva, dissipativa, documentale, preferenziale - tanto da consentire al giudice di determinare la pena principale in un ampio ambito che va da tre a dieci anni di reclusione, riconoscendosi in tal modo implicitamente che la fattispecie astratta trova applicazione rispetto a condotte di gravità molto diverse tra loro. Inoltre, una pena accessoria di tale durata - e che «può prolungarsi ben oltre la durata della pena principale» - non sarebbe conforme alle esigenze di rieducazione e reinserimento sociale del condannato quale membro economicamente attivo della società, violando, quindi, gli artt. 27, terzo comma, e 4 Cost. Infine, risulterebbe violato anche l'art. 41 Cost., in quanto una pena accessoria così modulata «comprime significativamente, nell'ambito del solo lavoro dipendente e non dirigenziale le attitudini lavorative del condannato per un tempo che può essere persino superiore di dieci volte la durata della pena principale inflitta». Anche la questione sollevata dalla Corte di cassazione si fonda sulla violazione degli artt. 3, 27 e 111 Cost. perché la rigidità della prescrizione, a fronte del variare della situazione concreta, determinerebbe una sostanziale ingiustizia nel trattare allo stesso modo condotte di rilievo penale tra loro differenti e difformemente sanzionate dal legislatore mediante la pena principale e, anche, una violazione del «giusto processo». 1.1.-- Le ordinanze di rimessione sollevano questioni identiche o analoghe, onde i relativi giudizi vanno riuniti per essere definiti con unica decisione.