[resaula]

È importante ricordare quanto fosse pesante in quel momento l'atmosfera in Sicilia, perché emerge con ancora più forza il suo coraggio, il suo diventare suo malgrado un martire. Grazie all'immediata collaborazione di un testimone oculare, Pietro Nava, che sarà costretto, per la sua sicurezza, ad abbandonare il lavoro di agente di commercio e ad emigrare all'estero, le indagini e tre processi susseguitisi negli anni hanno fatto piena luce sulle cause, sui mandanti, sugli esecutori di quell'eccidio. Quella tiepida mattina del 21 settembre 1990, riposti nella borsa i fascicoli studiati fino a tarda notte dell'udienza delle misure di prevenzione, che voleva definire dopo aver addirittura rinviato le ferie, percorreva come ogni mattina a bordo della sua autovettura la superstrada che da Canicattì lo portava al tribunale di Agrigento, quando un commando di quattro uomini gli sbarrò la strada e aprì il fuoco. Ferito a una spalla, una pistola si inceppò, lui fuggì a piedi, ma venne braccato come una preda, inciampò, si fratturò una caviglia e quando venne raggiunto in fondo alla scarpata, all'inseguitore pose la domanda di chi ha sempre agito secondo coscienza: picciotti, cosa vi ho fatto? La risposta fu un colpo di grazia alla testa. Un'eliminazione, la sua, compiuta da killer di Palma di Montechiaro e di Canicattì quale espressione della lotta congiunta a cosa nostra da parte di gruppi criminali emergenti, i componenti della cosiddetta stidda (stella), che volevano dimostrare, con l'uccisione di un giudice, la loro potenza criminale. Su una pagina della sua agenda e in altri suoi scritti si rinvenne una piccola croce e sotto la sigla STD; le tre lettere furono un vero rompicapo; la spiegazione si trovò nella sua tesi, nella sua fede: sub tutela dei, invocava l'assistenza divina nella sua opera di giudice. Egli aveva una fedeltà alla legge e alla propria coscienza, un impegno alla preparazione professionale, un'estrema cura nelle decisioni, una rigorosa condotta di vita, serietà, equilibrio, responsabilità, umanità, quella di cui ancora oggi la magistratura dovrebbe dare testimonianza quotidiana per togliersi quell'ombra di sistema correntizio e di potere politico, mediatico e giudiziario che, a causa del comportamento di alcuni suoi componenti, infanga la credibilità di un'intera categoria. (Il microfono si disattiva automaticamente). PRESIDENTE . La ringrazio, senatore Grasso. Può consegnare il testo del suo intervento affinché sia allegato agli atti. GRASSO (Misto-LeU-Eco) . Vorrei terminare annunciando che la Commissione parlamentare antimafia ha poco fa approvato all'unanimità una relazione, che sarà inviata a entrambe le Camere, illustrativa del contesto criminale in cui è maturata l'uccisione di Rosario Livatino, nonché del suo ruolo e dei suoi provvedimenti, per dare un quadro completo sull'esemplare opera di questo magistrato. (Applausi) . CALIENDO (FIBP-UDC) . Domando di parlare. PRESIDENTE. Ne ha facoltà. CALIENDO (FIBP-UDC) . Rosario Livatino, magistrato assassinato a trentasette anni, da domenica 9 maggio 2021 è beato. La Chiesa cattolica lo venera come martire di giustizia. Livatino è un esempio di piena coerenza tra fede, vita e professione di magistrato. Ne riscontriamo il percorso coerente sin da quando, negli anni del liceo, si impegnò nell'Azione cattolica, nella preghiera e nella diuturna visita al Santissimo Sacramento - tanto che i mafiosi lo definivano spregiativamente "santocchio" e in un primo tempo, per tale ragione, pianificarono l'agguato davanti alla chiesa - nonché nella quotidianità di vita e di attività professionale. Basti pensare che su tutti gli appunti, i documenti, i quaderni era riportato l'acronimo STD, che gli investigatori, dopo la morte, impiegarono tempo per decodificare, ma che voleva dire sub tutela Dei. Il suo impegno professionale lo ha portato anche a riflettere e approfondire le caratteristiche del magistrato e il dovere di non piegare la legge all'interesse di parte. Ancora, sul rapporto fra magistrato e politica, nel 1984 diceva: «Sarebbe sommamente opportuno che i giudici rinunciassero a partecipare alle competizioni elettorali in veste di candidato o, qualora ritengano che il seggio in Parlamento superi di molto in prestigio, potere ed importanza l'ufficio del giudice, effettuassero una irrevocabile scelta, bruciandosi dietro tutti i vascelli alle spalle, con le dimissioni definitive dall'ordine giudiziario». Nel 1986 rifletteva su regole valide per chiunque eserciti la giurisdizione: «Il compito del magistrato è quello di decidere. Orbene, decidere è scegliere e, a volte, tra numerose cose o strade o soluzioni. E scegliere è una delle cose più difficili che l'uomo sia chiamato a fare. Ed è proprio in questo scegliere per decidere, decidere per ordinare, che il magistrato credente può trovare un rapporto con Dio. Un rapporto diretto, perché il rendere giustizia è realizzazione di sé, è preghiera, è dedizione di sé a Dio. Un rapporto indiretto per il tramite dell'amore verso la persona giudicata». Nell'agenda di Livatino il 18 luglio 1978 è annotato: «Oggi ho prestato giuramento; da oggi sono in Magistratura». «Che Iddio mi accompagni e mi aiuti a rispettare il giuramento e a comportarmi nel modo che l'educazione, che i miei genitori mi hanno impartito, esige». Scusate l'emozione, ma ho conosciuto proprio in quell'anno Rosario Livatino, che frequentava il corso sul diritto della persona e del diritto di famiglia che tenevo come componente del Consiglio agli uditori giudiziari. (Applausi) . È stata enorme, poi, la tragedia ai miei occhi, quando alcuni anni dopo la sua morte, andando nella sua casa, sulla sua scrivania ho trovato un bloc-notes di appunti su quelle lezioni, con il mio nome impresso sulla prima pagina. Livatino entrò in magistratura nel 1978 e dal 1978 al 1979 fu pubblico ministero ad Agrigento. In quel periodo si è occupato di processi di mafia, ma anche di criminalità comune. Dal 1989 passò invece alla giudicante come giudice a latere per occuparsi - come è stato già ricordato - di sequestri e confische di beni. Morì come aveva vissuto, rispettando gli imputati, anche quelli che si erano macchiati dei più gravi delitti perché erano innanzitutto persone: era questo il suo credo. (Applausi). A volte andava all'obitorio a pregare davanti al cadavere dei mafiosi uccisi. Una volta, in un caldissimo ferragosto, portò personalmente in carcere il provvedimento di scarcerazione di un recluso. A chi si stupiva disse: «All'interno del carcere c'è una persona che non deve restare neanche un minuto in più. La libertà dell'individuo deve prevalere su ogni cosa». (Applausi) . Caro Rosario, non so ancora come pregarti e chiederti aiuto, ma ti chiedo di illuminare noi tutti nell'individuare le riforme giuste per una giustizia come la intendevi tu. Vale Rosario.