[pronunce]

che i fatti contestati, secondo il giudice a quo, sono stati posti in essere quando l'imputato si trovava nel territorio nazionale in condizione di soggiorno illegale, cosicché la previsione aggravante dovrebbe essere effettivamente applicata; che detta previsione, tuttavia, contrasterebbe con il principio di necessaria offensività del fatto penalmente rilevante (principio desumibile dagli artt. 25 e 27 Cost.); che la connotazione di offensività, riferita agli elementi accidentali del reato, deriverebbe da una relazione qualificata tra la fattispecie aggravante e la condotta illecita cui la stessa dovrebbe accedere, fondata sull'incremento del danno o del pericolo di lesione dell'interesse tutelato; che la violazione delle regole sul soggiorno, al contrario, costituirebbe un mero antecedente cronologico del reato commesso dallo straniero, e non avrebbe con esso alcuna relazione, né sotto il profilo d'una eventuale affinità tra i beni pregiudicati dalle rispettive violazioni, né con riferimento ad un incremento di pericolosità riguardo al bene protetto dalla norma violata dopo l'illecito amministrativo; che l'aggravamento della pena nei casi in esame - non essendo ammissibile una presunzione di pericolosità fondata sulla violazione delle norme amministrative in materia di soggiorno (è citata la sentenza della Corte costituzionale n. 22 del 2007) - si connetterebbe ad una condizione personale del responsabile, e non al maggior disvalore del fatto, così evocando una dimensione tipica del diritto penale d'autore; che la stessa mancanza di relazione tra fatto e previsione aggravante priverebbe di giustificazione, e renderebbe dunque illegittima anche in riferimento all'art. 3 Cost., ogni differenza del trattamento sanzionatorio per uno stesso reato, a seconda che sia commesso da uno straniero in condizione di soggiorno irregolare o da un cittadino, o ancora da uno straniero regolarmente soggiornante nel territorio dello Stato; che la previsione censurata, secondo il giudice a quo, non è comparabile ad altre, che pure consistono in aggravanti «comuni» fondate su condotte antecedenti al reato; che in particolare, per quanto attiene alla recidiva (art. 99 cod. pen.), il rimettente considera significativo, sebbene non dirimente, il fatto che venga valorizzata, tra i comportamenti antecedenti al reato, una condotta penalmente illecita, piuttosto che una mera violazione amministrativa; che comunque - osserva il Tribunale - la condotta antecedente al nuovo reato assume rilievo, ai fini della recidiva, solo dopo essere stata previamente accertata (necessità che invece difetta per la violazione delle norme amministrative sul soggiorno degli stranieri), ed alla sola condizione - salvi i casi di cosiddetta applicazione obbligatoria - che il giudice la ritenga in concreto sintomatica di una maggior pericolosità o di una accentuata colpevolezza del reo; che l'aggravante oggetto di censura, al contrario, dovrebbe essere applicata a prescindere da ogni valutazione circa la rilevanza concreta, in punto di pericolosità o colpevolezza, della pregressa violazione delle norme sul soggiorno degli stranieri; che la fattispecie della latitanza (art. 61, numero 6, cod. pen . ) presuppone una valutazione giudiziale, non presuntiva, in merito alla ricorrenza di gravi indizi della responsabilità per un precedente delitto ed alla concreta pericolosità dell'incolpato, mentre la previsione in esame si fonda sulla mera violazione di un precetto amministrativo, e non presuppone che detta violazione sia stata accertata e previamente contestata all'interessato; che il rimettente sviluppa considerazioni analoghe ponendo in comparazione la norma oggetto di censura con l'art. 7 delle legge 31 maggio 1965, n. 575 (Disposizioni contro la mafia), posto che l'aggravante prevista in tale ultima norma si applica solo per determinate classi di reati, nei confronti di persone già assoggettate a misura di prevenzione, ed entro un certo termine dalla cessazione del relativo trattamento; che la previsione censurata, in definitiva, collegherebbe una (maggior) sanzione ad un mero fatto di disobbedienza, oppure ad uno status privo di qualunque connessione con il fatto illecito, così violando i principi di offensività, di uguaglianza e di necessaria finalizzazione rieducativa della pena; che il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, è intervenuto nel giudizio con atto depositato il 5 maggio 2009, chiedendo che la questione sollevata sia dichiarata manifestamente inammissibile «e comunque infondata»; che la denunciata inammissibilità si connetterebbe - secondo la difesa erariale - alla necessaria esclusione dell'aggravante censurata nel caso di reati concernenti il governo dell'immigrazione; che la nuova previsione circostanziale, comunque, sarebbe parte di un più generale sistema di contrasto all'immigrazione clandestina e di repressione dei reati commessi da stranieri in posizione irregolare, adeguato alla «aumentata percezione sociale della pericolosità» del fenomeno, secondo scelte la cui pertinenza alla discrezionalità legislativa sarebbe già stata riconosciuta dalla Corte costituzionale (è citata la sentenza n. 236 del 2008); che l'interesse al governo dei flussi migratori, d'altra parte, sarebbe oggetto di immediata rilevanza costituzionale, tale da legittimare un più severo trattamento di condotte che, pur presentando analogie di struttura con altre punite meno severamente, pregiudicano appunto l'interesse in questione (è citata, a tale proposito, la sentenza n. 261 del 2005); che dovrebbe escludersi, a parere dell'Avvocatura generale, la pertinenza della norma censurata ad un mero status della persona, posto che l'aggravante, a norma dell'art. 59, secondo comma, cod. pen. , potrebbe essere applicata solo nei confronti dello straniero che commetta un reato nella consapevolezza di trovarsi in posizione di soggiorno irregolare; che sussisterebbe, dunque, una sostanziale identità tra la previsione in esame e l'aggravante della latitanza, la quale del resto prescinderebbe dalla concreta pericolosità dell'interessato e da un legame con il reato commesso dal latitante, fondandosi piuttosto, come quella del soggiorno irregolare, su una condotta di «sottrazione al potere coercitivo dello Stato»; che l'ordinamento del resto riconosce, in generale, le «circostanze inerenti alla persona del colpevole» (art. 70 cod. pen.), e valorizza, sul piano sanzionatorio, le condotte antecedenti al reato (art. 133 cod. pen.), di talché sarebbe arbitrario l'assunto, attribuito al rimettente, che la Costituzione vieti l'introduzione di circostanze non pertinenti alla dimensione obiettiva del fatto di reato; che il Tribunale ordinario di Trieste in composizione monocratica, con ordinanza del 4 marzo 2009 (r.o. n. 133 del 2009), ha sollevato - in riferimento agli artt. 3, 13, 25, secondo comma, 27, primo e terzo comma, Cost. - questione di legittimità costituzionale dell'art. 61, numero 11-bis, cod. pen.