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Un decreto-legge che si è trascinato, sin dall'inizio, tra Palazzo Chigi e MEF in modo così stanco da rendere necessario farlo deliberare due volte dal Consiglio dei ministri, perché, dopo il suo annuncio, era maturato troppo in ritardo rispetto alla sua pubblicazione in Gazzetta. Oggi, questo ritardo è avvilente. Il decreto-legge scade, infatti, il prossimo 29 giugno, poco più di dopodomani, ed il Senato è chiamato ad esprimersi in un tempo rapidissimo, in barba agli oltre ottantatré giorni dal suo battesimo in conferenza stampa. Questo modo di procedere - che non è la prima volta che registriamo, in particolar modo qui al Senato - proprio da chi urlava al rischio di dittatura per la compressione dei processi parlamentari, è a dir poco incoerente. E se passiamo ai contenuti il giudizio si aggrava ulteriormente. Tra tutti, mi preme riportare alla nostra attenzione, all'attenzione di quest'Assemblea, quella vergognosa rapina, quel truffaldino furto con destrezza, operato sui fondi di sviluppo e coesione, e l'altrettanto disonorevole pagamento di una sorta di riscatto. Entrambi fatti che si sono compiuti alla Camera; il tutto ad uso e consumo di un Ministro per il Sud che, prima, ha ben pensato di non presentarsi ai lavori della Commissione e poi si è incapricciata perché, di fatto, sentiva la sua poltrona da Ministro commissariata. È stato uno scambio di equilibri e di interessi, tutti sulla pelle dei cittadini del nostro Mezzogiorno, che ha piegato le istituzioni verso un livello imbarazzante e veramente inaccettabile ed è stato, ad oggi, forse il punto di maggiore esposizione della inadeguatezza e della sciatteria a 5 stelle, da una parte, e della logica predatoria che la Lega continua ad avere nei riguardi del Sud, dall'altra. Il Governo, infatti, non ha inteso accogliere in Commissione il nostro ordine del giorno, che prevedeva l'impegno da parte del Governo a chiarire che le risorse dei patti territoriali debbono essere utilizzate per finanziare progetti che ricadano negli stessi territori in cui sono stati attivati tali patti. Era un semplice ordine del giorno, per il quale non stanno in piedi, vice ministro Garavaglia, le motivazioni relative ai tempi troppo brevi per esprimersi sull'argomento. In fin dei conti «il lupo perde il pelo ma non il vizio» e non è poi così lontano il ricordo di una Lega che ha dissipato i fondi FAS del Mezzogiorno, utilizzandoli come bancomat. Potrei continuare, ma concludo, visto che il Presidente mi richiama al rispetto dei tempi. Credo che questo Governo anche su questo provvedimento misuri e dimostri la sua inadeguatezza. Penso che, per il bene del Paese, quanto prima la smetterete di fare danni, tanto prima probabilmente come Paese ne guadagneremo in termini di fiducia, ma anche di credibilità internazionale. (Applausi dal Gruppo PD) . PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Tiraboschi. Ne ha facoltà. TIRABOSCHI (FI-BP) . Signor Presidente, onorevoli senatori, non voglio ripetere cose che sono state già dette in precedenza dai miei colleghi, in modo particolare dal senatore Galliani e anche in parte dal senatore Perosino sui vari articoli di questo decreto-legge, che sono per certi aspetti anche condivisibili. Vorrei fare alcune riflessioni di carattere più politico che spero ci facciano ragionare insieme, anche in vista della prossima manovra finanziaria. Mi sarei aspettata già in questo decreto crescita un atto di maggiore coraggio. Non ho ritrovato invece in questo provvedimento, che ha un nome molto evocativo nella parola «crescita», nulla che vada nella direzione di sostenere veramente la crescita del PIL del nostro Paese. Ci stiamo arrabattando praticamente dal 2007, dall'anno della bolla finanziaria, e non stiamo assolutamente crescendo. Gli ultimi decenni di vera crescita sono stati quelli Cinquanta-Sessanta e Ottanta-Novanta; da allora in poi il nostro Paese sostanzialmente non è più cresciuto. Siamo in ritardo perché già avremmo dovuto mettere in campo una serie di misure proprio dopo la bolla finanziaria, dopo il 2007-2008, però non ci perdiamo di coraggio. Sapete cosa manca a questo decreto? Manca proprio una cornice nella quale con coraggio, ripeto, avremmo dovuto inserire una serie di misure che veramente sostenessero in termini concreti la crescita e che vado ad elencare molto rapidamente. Risparmio e investimenti sono due parametri che in economia devono essere correlati. Sappiamo perfettamente quanto stia crescendo il risparmio nel nostro Paese: come testimoniato peraltro dagli ultimi dati Istat, gli investimenti non sono correlati al risparmio. Proviamo allora a ragionare su degli strumenti di democratizzazione della finanza, sul cosiddetto private banking, che può essere inserito in questa riflessione. Mi riferisco al venture capital , al private equity , al club deal, ai piani individuali di risparmio (PIR). In questo senso non vedo assolutamente nulla. Si sta discutendo molto dei PIR, ma non si sta avanzando nessuna proposta concreta che serva a mettere la finanza a sostegno dell'economia reale. C'è tuttavia una parte importante di patrimoni finanziari in Italia che sarebbe pronta - proprio perché oggi le gestioni non rendono nulla - ad essere indirizzata ai cosiddetti investimenti produttivi e quindi a sostenere l'economia reale. Ho letto in questi giorni che Cassa depositi e prestiti sta ridisegnando la sua architettura finanziaria. Certamente le azioni che ha sempre fatto a sostegno del private equity e del venture capital continueranno ad esserci: se ho ben letto, si parla di circa un miliardo di euro. Ci sarà poi il nuovo fondo per l'innovazione di 700 milioni di euro, che speriamo sia indirizzato veramente ad un settore dell'economia sul quale possiamo scommettere una crescita del nostro Paese che si attesti attorno all'1 per cento e non allo 0,1 o 0,2 per cento (non si sa se sarà lo 0,3, ma ha poca importanza). Noi dobbiamo ripensare di crescere intorno all'uno per cento. Crediamo allora veramente di investire senza disperdere le risorse su tanti investimenti che non siano strategici? Dobbiamo puntare tutto sulla quinta rivoluzione industriale, sulle tecnologie di quinta generazione e sull'intelligenza artificiale, che è centrale nell'economia reale. Mi auguro che si faccia una riflessione approfondita in questo senso. Ahimè vedo qui di nuovo, in questo decreto-legge, degli annunci («sosteniamo il made in Italy », «sosteniamo il turismo»), peraltro con delle formule rocambolesche che enfatizzano ulteriormente la burocrazia, quella che ha penalizzato nel corso degli ultimi trent'anni la crescita dell'impresa, l'unico vero ascensore sociale sul quale dobbiamo scommettere. Infatti, lì dentro capitale, lavoro e oggi anche il dato alimentato dalla finanza come generatore di ricchezza possono sostenere una crescita importante. Dico importante, perché oggi pensare all'1 per cento di crescita significa pensare che il PIL possa crescere in maniera importante e significativa. L'impresa è quel luogo dove il lavoro, l'innovazione, il benessere e l'inclusione possono di nuovo tornare ad essere quattro parole unite, mentre nell'opinione pubblica esse oramai sono totalmente disgiunte e non riescono a essere pronunciate insieme.