[pronunce]

– Il ricorso è stato dichiarato ammissibile, con ordinanza n. 44 del 2005 ed è stato regolarmente notificato e depositato. Sulla base della costante giurisprudenza di questa Corte, non vi è dubbio che il giudizio di ammissibilità del ricorso della Camera dei deputati debba essere confermato anche in questa sede, in considerazione, in primo luogo, della sicura sussistenza dei requisiti soggettivi che debbono caratterizzare il conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato. In relazione ai requisiti oggettivi, già la richiamata ordinanza n. 44 del 2005 ha rilevato che la Camera ha prospettato «la lesione della propria sfera di attribuzioni costituzionalmente garantite, in conseguenza degli impugnati provvedimenti del Tribunale di Messina, contestando non già “il semplice esercizio della funzione giudiziaria, bensì la stessa appartenenza del potere in concreto esercitato” e inoltre negando “la titolarità, in capo al giudice, del potere di proseguire il giudizio”». Nel caso oggetto del presente conflitto non si contestano, infatti, le modalità di esercizio del potere giurisdizionale, né tanto meno si pretende di ottenere un risultato che potrebbe essere conseguito tramite gli ordinari mezzi di impugnazione degli atti censurati in questa sede e ritenuti lesivi della libertà delle istituzioni parlamentari, ma si sostiene che gli atti impugnati non potevano essere adottati dall'autorità giurisdizionale in quanto vietati dall'art. 3 della legge n. 140 del 2003, in attuazione del primo comma dell'art. 68 Cost., o addirittura dallo stesso primo comma dell'art. 68 Cost. D'altra parte è del tutto evidente che la Camera dei deputati, non essendo (e non potendo in alcun modo divenire) parte nel giudizio da cui origina il conflitto, non potrebbe impugnarne l'esito. 3. – Con ordinanza letta nella pubblica udienza del 23 gennaio 2007 e allegata alla presente sentenza è stato dichiarato inammissibile l'intervento spiegato nel giudizio dalla S.E.S. – Società editrice siciliana s.p.a., per il motivo – valutato come assorbente rispetto al profilo della natura del termine di cui all'art. 25 della legge 11 marzo 1953, n. 87 – che «l'esito del conflitto non è suscettibile di condizionare la stessa possibilità che il giudizio comune prosegua». 4. – Quanto al merito delle ragioni poste a fondamento delle doglianze della ricorrente Camera dei deputati in relazione agli atti posti in essere dal Tribunale civile di Messina prima della delibera di insindacabilità, occorre ricordare, in via preliminare, che questa Corte ha già avuto occasione di rilevare che la normativa contenuta nell'art. 3 della legge n. 140 del 2003 «può considerarsi di attuazione, e cioè finalizzata a rendere immediatamente e direttamente operativo sul piano processuale il disposto dell'art. 68, primo comma», della Costituzione (sentenza n. 120 del 2004). In effetti, in parziale continuità con la normativa contenuta nella serie dei decreti-legge adottati fra il 1993 ed il 1996, subito dopo la modificazione dell'art. 68 Cost. ad opera della legge costituzionale 29 ottobre 1993, n. 3 (Modifica dell'articolo 68 della Costituzione), le disposizioni processuali contenute nei commi da 2 a 8 dell'art. 3 della legge n. 140 del 2003 tendono a risolvere alcuni problemi di coordinamento e di collaborazione fra l'esercizio della funzione giurisdizionale e la garanzia di piena libertà ed autonomia delle Camere parlamentari, nell'ipotesi che in un giudizio venga in evidenza una situazione di ipotetica responsabilità riferibile ad opinioni espresse o voti dati da un parlamentare. Nell'ineludibile rispetto dei limiti costituzionali, quali specificati anche dalla giurisprudenza di questa Corte (ed in particolare evitando che la tutela delle prerogative parlamentari si trasformi in una sorta di potere autorizzatorio dell'esercizio della funzione giurisdizionale: cfr. sentenza n. 265 del 1997), è possibile e naturale che il legislatore ordinario predisponga in materia apposite norme processuali, proprio al fine di meglio assicurare il coordinamento istituzionale e la leale collaborazione fra i poteri dello Stato coinvolti. Disposizioni processuali di evidente importanza istituzionale, dal momento che per il loro tramite si mira a conseguire quell'«equilibrio razionale e misurato» che da questa Corte è stato ritenuto necessario «tra le istanze dello Stato di diritto, che tendono ad esaltare i valori connessi all'esercizio della giurisdizione (universalità della legge, legalità, rimozione di ogni privilegio, obbligatorietà dell'azione penale, diritto di difesa in giudizio, ecc.) e la salvaguardia di ambiti di autonomia parlamentare sottratti al diritto comune, che valgono a conservare alla rappresentanza politica un suo indefettibile spazio di libertà» (sentenza n. 379 del 1996). Anche se la Costituzione non prevede l'obbligo di adottare specifiche disposizioni legislative per l'attuazione dell'art. 68 (ed in realtà il sistema, dalla fine della vigenza dell'ultimo decreto-legge di attuazione del nuovo primo comma dell'art. 68 Cost. all'entrata in vigore della legge n. 140 del 2003, ha funzionato tramite la mera applicazione delle generali disposizioni processuali), questa materia ha una evidente rilevanza costituzionale, poiché attraverso le disposizioni processuali si può assicurare sia la piena effettività del principio costituzionale di cui al primo comma dell'art. 68 Cost., sia la piena garanzia che questa prerogativa delle Assemblee parlamentari non si traduca in una inammissibile compressione dell'esercizio della funzione giurisdizionale al di fuori di quanto strettamente necessario. Pur attraverso una legislazione di rango ordinario dai contenuti costituzionalmente non vincolati, la cui definizione spetta dunque alle scelte che il legislatore può operare fra diversi modelli in astratto possibili e che restano ovviamente assoggettabili al sindacato di legittimità costituzionale di questa Corte, con le disposizioni processuali che qui vengono in considerazione sono state poste alcune norme finalizzate a garantire, sul piano procedimentale, un efficace e corretto funzionamento della prerogativa parlamentare; un sollecito coinvolgimento della Camera di appartenenza del parlamentare che abbia eccepito la insindacabilità dei propri comportamenti senza convincere il giudice competente; la successiva temporanea sospensione del giudizio per un limitato ed improrogabile periodo entro cui la Camera di appartenenza può esprimere la propria valutazione sulla affermata insindacabilità; le conseguenze processuali della delibera di insindacabilità che venga adottata dalla Camera di appartenenza del parlamentare. 5.