[pronunce]

— La ricorrente espone quindi censure di analogo contenuto relativamente al d.P.C.m. 15 aprile 2000. Anche questo atto, come il precedente, violerebbe le attribuzioni costituzionalmente garantite della Corte dei conti, trovando il suo fondamento nell'art. 9 del decreto legislativo n. 303 del 1999, di cui si assume il vizio di eccesso di delega; e anch'esso sarebbe inefficace in quanto privo «della fondamentale fase del controllo preventivo». Nel merito, il decreto impugnato, che rappresenta la nuova fonte di disciplina degli uffici della dirigenza generale operanti presso la Presidenza del Consiglio, sarebbe un atto normativo a rilevanza esterna, costituente esercizio della funzione di indirizzo politico-amministrativo spettante - ai sensi dell'art. 3, comma 1, del decreto legislativo 3 febbraio 1993, n. 29 (Razionalizzazione dell'organizzazione delle amministrazioni pubbliche e revisione della disciplina in materia di pubblico impiego, a norma dell'articolo 2 della legge 23 ottobre 1992, n. 421) [disposizione ora trasfusa nell'art. 4 del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165 (Norme generali sull'ordinamento del lavoro alle dipendenze delle amministrazioni pubbliche)] - agli organi di governo, a differenza degli atti di gestione finanziaria, tecnica ed amministrativa, riservati ai dirigenti dal comma 2 dello stesso articolo. Ma anche qualora si considerasse il d.P.C.m. in questione come regolamento interno esso, ad avviso della ricorrente, rientrerebbe nell'elenco di cui all'art. 3, comma 1, lettera b), della legge n. 20 del 1994, poiché si tratta di un atto del Presidente del Consiglio che ha ad oggetto la formulazione di direttive generali, l'indirizzo e lo svolgimento di un'azione amministrativa che incide nell'ambito dell'organizzazione amministrativa generale e dell'ordinamento giuridico. 2.7. — La ricorrente conclude chiedendo alla Corte costituzionale di dichiarare: a) «che non spetta al Governo sottrarre al controllo preventivo di legittimità i suoi atti amministrativi» - nel caso di specie gli atti di governo emanati dal Presidente del Consiglio dei ministri, dal Consiglio dei ministri o dal singolo ministro - secondo quanto dispone l'art. 3, comma 1, della legge n. 20 del 1994; b) che spetta alla Corte dei conti, in base all'art. 100, secondo comma, della Costituzione, il controllo sugli atti del Governo elencati dal citato art. 3, comma 1, della legge n. 20 del 1994; c) l'illegittimità dell'invasione delle attribuzioni della Corte dei conti, determinata dall'approvazione ed emanazione dell'art. 9, comma 7, del decreto legislativo n. 303 del 1999. Conseguentemente, la Corte dei conti chiede alla Corte costituzionale: a) di annullare tale ultima disposizione, nella parte in cui dichiara non applicabile, ai decreti previsti negli artt. 7, 8 e 9 dello stesso decreto legislativo n. 303, la disciplina di cui all'art. 3, commi 1, 2 e 3, della legge n. 20 del 1994 e la disciplina di cui all'art. 17 della legge n. 400 del 1988; b) di dichiarare «l'inefficacia» del d.P.C.m. 23 settembre 1999 e del d.P.C.m. 15 aprile 2000, per mancato conseguimento del visto al termine del procedimento di controllo preventivo di legittimità previsto dall'art. 100, secondo comma, della Costituzione. 3. — Si è costituito in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, depositando una memoria nella quale, con riserva di ulteriori deduzioni, si afferma in primo luogo che è «da dubitare» - in relazione alla natura delle funzioni che si pretende di tutelare e alle modalità di accesso al giudizio per conflitto di attribuzioni - sia dell'ammissibilità del ricorso, sia dell'interesse al medesimo, considerato che la Corte dei conti avrebbe già espletato le sue funzioni collaborative - precisamente di tipo consultivo - in relazione all'emanazione dell'atto amministrativo contestato. L'Avvocatura rileva inoltre che il d.P.C.m. 15 aprile 2000, già modificato da un d.P.C.m. del 23 maggio 2000, è stato abrogato dal d.P.C.m. 4 agosto 2000. Nel merito, l'Avvocatura - lasciando impregiudicata ogni considerazione sulla natura degli atti amministrativi impugnati e sul loro rapporto con l'art. 3, comma 1, della legge n. 20 del 1994 - afferma che: a) il decreto legislativo n. 303 del 1999 ha inteso dare attuazione al disposto dell'art. 95 della Costituzione, cosicché non sussisterebbe l'eccesso di delega denunciato; b) il decreto legislativo impugnato non inciderebbe sull'area del controllo preventivo attribuita dalla Costituzione alla Corte dei conti; c) conseguentemente, una volta esclusa l'idoneità dell'art. 9, comma 7, del decreto legislativo n. 303 del 1999 a ledere le attribuzioni costituzionalmente riservate alla ricorrente, sarebbe da escludere la lesività degli atti amministrativi che ad esso si conformano. 4. — Nel secondo ricorso (reg. conflitti n. 12/2001) la Corte dei conti, rilevato che il d.P.C.m. 4 agosto 2000 ha espressamente abrogato il d.P.C.m. 15 aprile 2000, sostiene preliminarmente che si sarebbe determinato il venir meno della materia del contendere del precedente ricorso, limitatamente al punto concernente la domanda di declaratoria di inefficacia del decreto del 15 aprile 2000. 4.1. - La Corte dei conti riproduce le considerazioni già svolte, a proposito del decreto legislativo n. 303 del 1999 e del d.P.C.m. 15 aprile 2000, nel precedente ricorso, precisando che l'ulteriore conflitto è giustificato «dalla necessità di investire della censura di inefficacia il d.P.C.m. 4 agosto 2000 (e la sua modifica del 12 settembre 2000)», e chiedendo inoltre la riunione dei giudizi. Nel merito si ribadisce che il decreto legislativo n. 303 del 1999 avrebbe violato, per eccesso di delega, l'art. 76 della Costituzione, comprimendo le attribuzioni in materia di controllo preventivo di legittimità garantite - dall'art. 100, secondo comma, della Costituzione - alla Corte dei conti, mentre l'illegittimità del d.P.C.m. 4 agosto 2000 e del d.P.C.m. 12 settembre 2000, che modifica l'art. 6 del precedente, deriverebbe direttamente dall'illegittimità da cui «ictu oculi» sarebbe viziato l'art. 9, comma 7, del decreto legislativo censurato. 4.2. - La ricorrente conclude per una pronuncia della Corte costituzionale che dichiari: