[massime]

È infatti facilmente immaginabile che all'unicità della condotta non corrisponda la medesimezza del fatto, una volta che si sia precisato che essa può discendere dall'identità storico-naturalistica di elementi ulteriori rispetto all'azione o all'omissione dell'agente, siano essi costituiti dall'oggetto fisico di quest'ultima, ovvero anche dal nesso causale e dall'evento. L'esistenza o no di un concorso formale tra i reati oggetto della res iudicata e della res iudicanda è un fattore ininfluente ai fini dell'applicazione dell'art. 649 cod. proc. pen. , una volta che questa disposizione sia stata ricondotta a conformità costituzionale. Pertanto, l'autorità giudiziaria sarà tenuta a porre a raffronto il fatto storico, secondo la conformazione identitaria che esso abbia acquisito all'esito del processo concluso con una pronuncia definitiva, con il fatto storico posto dal pubblico ministero a base della nuova imputazione. Sulla base della triade condotta-nesso causale-evento naturalistico, il giudice può affermare che il fatto oggetto del nuovo giudizio è il medesimo solo se riscontra la coincidenza di tutti questi elementi, sicché non dovrebbe esservi dubbio, ad esempio, sulla diversità dei fatti, qualora da un'unica condotta scaturisca la morte o la lesione dell'integrità fisica di una persona non considerata nel precedente giudizio, e dunque un nuovo evento in senso storico. Sulla facoltà del giudice a quo di assumere l'interpretazione censurata in termini di diritto vivente e di richiederne su tale presupposto il controllo di compatibilità con parametri costituzionali, v. la citata sentenza n. 242/2014. Sul trarre dalla giurisprudenza della Corte di Strasburgo, purché consolidata, il significato delle disposizioni della CEDU e dei suoi Protocolli, v. le citate sentenze nn. 49/2015, 348/2007 e 349/2007. In particolare, sulla natura definitiva di una decisione giudiziale, al fine di stabilire se essa possa precludere una nuova azione penale per lo stesso fatto, secondo l'interpretazione della Corte EDU, v. la citata sentenza n. 184/2015. Sul potere in capo al solo giudice rimettente e non anche alle parti di delimitare il thema decidendum , v. la citata sentenza n. 56/2015. Sull'essere la giurisprudenza europea legata alla concretezza della situazione che l'ha originata, v. la citata sentenza n. 236/2011. Sui casi consentiti nell'ordinamento giuridico italiano di revisione della sola sentenza di condanna, v. la citata sentenza n. 28/1969. Sull'essere il divieto di bis in idem un principio di civiltà giuridica, oltre che di generalissima applicazione, pena, in caso contrario, la precarietà nel godimento delle libertà connesse allo sviluppo della personalità individuale, v., rispettivamente, la citata ordinanza n. 150/1995, e le citate sentenze nn. 219/2008, 284/2003, 115/1987 e 1/1969. Sul collegamento tra il principio del ne bis in idem e gli artt. 24 e 111 Cost., con una particolare pregnanza nella materia penale, v., rispettivamente, la citata ordinanza n. 501/2000 e la citata sentenza n. 284/2003. Sull'applicazione del principio del ne bis in idem nel diritto penale, v. le citate sentenze nn. 381/2006, 230/2004, 6/1976, 69/1976, 1/1973 e 48/1967. Sulla nozione giuridica di identità del "fatto", v. la citata sentenza n. 129/2008. Sui limiti al sindacato di legittimità degli istituti di diritto penale sostanziale limitato ai casi in cui trasmodino in un assetto sanzionatorio manifestamente irragionevole, arbitrario o sproporzionato, v., ex plurimis , le citate sentenze nn. 56/2016 e 185/2015. Sul rapporto tra divieto di bis in idem e l'istituto del concorso formale di reati, v. le citate sentenze nn. 69/1976 e 6/1976.