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Modifiche alla legge 8 febbraio 1948, n. 47, al codice penale, al codice di procedura penale e alla legge 3 febbraio 1963, n. 69, in materia di diffamazione con il mezzo della stampa o con altro mezzo di diffusione, di segreto professionale e di istituzione del Giurì per la correttezza dell'informazione. Onorevoli Senatori . – Il presente disegno di legge ripropone, con alcune modificazioni, le diverse proposte già presentate nel corso della XVII e XVIII legislatura. Affrontare il tema della parola pubblica e dei limiti della libertà di espressione impone un'attenzione particolare, resa ancora più necessaria dalle conseguenze che l'impetuoso sviluppo tecnologico ha avuto sul mondo dell'informazione e sui rapporti tra quest'ultimo e la politica. Eliminando la pena detentiva rispettiamo e applichiamo norme e sentenze europee sul tema: insomma, finalmente ci allineiamo all'Europa. L'articolo 11 della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea, divenuta vincolante nel 2009 con il Trattato di Lisbona, dice espressamente che « Ogni persona ha diritto alla libertà di espressione. Tale diritto include la libertà di opinione e la libertà di ricevere o di comunicare informazioni o idee senza che vi possa essere ingerenza da parte delle autorità pubbliche e senza limiti di frontiera ». L'articolo 10 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali sancisce a sua volta il diritto di espressione e ribadisce che l'esercizio di questa libertà comporta doveri e responsabilità. Gli Stati possono controllare tramite le leggi il rispetto di questa libertà, ma anche l'adempimento degli oneri, purché questi ultimi siano proporzionati alla responsabilità. Su quest'ultimo punto si è già pronunciata, con molta autorevolezza, la Corte di Strasburgo, secondo la quale le pene detentive non sono considerate compatibili con la libertà di espressione perché il carcere ha effetti deterrenti sull'esercizio della libertà di informare da parte dei giornalisti. La libertà di informazione è il risultato di un processo iniziato con la diffusione della stampa molto tempo fa, ma si è affermata come principio costituzionale solo nel XVIII secolo. Le tappe di tale affermazione sono la Dichiarazione dei diritti umani del 1789 e – come pilastro di quel sistema – la Costituzione americana del 1791. Oggi da tutta la sensibilità moderna essa è considerata una sorta di cartina di tornasole della natura democratica di uno Stato e del livello di libertà dei suoi cittadini. L'accesso a un'informazione indipendente, libera e plurale è un requisito fondamentale per il pieno esercizio della cittadinanza. La tutela della dignità umana è un principio sancito dalla Costituzione. Da una parte, quindi, siamo chiamati a contemperare il diritto della collettività ad essere informata e, dall'altra, quello dei giornalisti ad informare. Dobbiamo altresì tutelare il diritto del singolo a non essere diffamato: il dovere di raccontare contro il diritto a non essere vittima di una macchina del fango, un fenomeno che è sempre più presente ai nostri occhi e che molto direttamente ci tocca. Questo è quello che nella scorsa legislatura abbiamo cercato di fare come componenti del gruppo del Partito democratico presso la Commissione giustizia: trovare un punto di equilibrio tra la tutela della dignità delle persone e il diritto di cronaca. Abbiamo detto no alla reclusione, ma sì a sanzioni più congrue, più adeguate, con il rafforzamento del codice deontologico e la responsabilizzazione degli autori, ma anche dei direttori, che hanno il dovere di vigilare sui contenuti delle loro testate. Racconto e narrazione sono ormai categorie politiche e l'informazione contribuisce in maniera determinante alla costruzione di questo racconto, che è collettivo e individuale; deve poterlo fare in libertà, deve avere la sicurezza di poterlo fare senza condizionamenti, ma allo stesso tempo deve sentire la responsabilità della propria azione. Si è cercato parimenti di risolvere il delicato tema delle querele temerarie, che possono diventare strumenti intimidatori in grado di condizionare le inchieste e la libera circolazione delle informazioni, impedendo di portare alla luce situazioni di grave illegalità. Lo si è fatto introducendo una forma di responsabilità civile aggravata a carico di colui che promuove un'azione risarcitoria priva di consistenza per diffamazione a mezzo della stampa e prevedendo, oltre al rimborso delle spese e al risarcimento a favore del convenuto, anche il pagamento di una somma determinata dal giudice in via equitativa: nelle cause di risarcimento del danno alla persona, la parte che abbia agito con dolo o colpa grave e la cui domanda sia stata rigettata con provvedimento del giudice monocratico è condannata al pagamento di una pena pecuniaria a favore della Cassa delle ammende, stabilita in una quota percentuale del valore della domanda risarcitoria presentata, in misura variabile fra il 5 per cento e il 10 per cento fino all'importo massimo di 50.000 euro. Questa disposizione, in particolare, è suscettibile di determinare un duplice effetto: da un lato può costituire deterrente alla presentazione di domande pretestuose di risarcimento per danno alla persona nel corso dei procedimenti civili o penali, dall'altro è capace di incrementare il gettito della Cassa delle ammende, sebbene in misura non prevedibile, così da destinare tali risorse aggiuntive alle finalità del recupero e del reinserimento dei detenuti nella vita sociale.. 1 (Modifiche alla legge 8 febbraio 1948, n. 47) 1 All'articolo 1 della legge 8 febbraio 1948, n. 47, sono aggiunti, in fine, i seguenti commi: « Le disposizioni della presente legge si applicano altresì alle testate giornalistiche telematiche registrate ai sensi dell'articolo 5, limitatamente ai contenuti prodotti, pubblicati, trasmessi o messi in rete dalle stesse redazioni, nonché alle testate giornalistiche radiotelevisive. Nei giudizi promossi per il risarcimento dei danni conseguenti alla divulgazione di contenuti prodotti, pubblicati, trasmessi o messi in rete dalle testate giornalistiche di cui al secondo comma si applicano gli articoli 18 e 19 del codice di procedura civile. Non si applica l'articolo 20 del medesimo codice ». 2 All'articolo 8 della legge 8 febbraio 1948, n. 47, sono apportate le seguenti modificazioni: a il primo comma è sostituito dal seguente: « Il direttore o, comunque, il responsabile è tenuto a pubblicare gratuitamente e senza commento, senza risposta e senza titolo, con la seguente indicazione: “Rettifica dell'articolo (TITOLO) del (DATA) a firma (AUTORE)”, nel quotidiano o nel periodico o nell'agenzia di stampa o nella stampa o nella testata giornalistica telematica registrata ai sensi dell'articolo 5, limitatamente ai contenuti prodotti, pubblicati, trasmessi o messi in rete dalle stesse redazioni, le dichiarazioni o le rettifiche dei soggetti di cui siano state pubblicate immagini o ai quali siano stati attribuiti fatti o atti o pensieri o affermazioni da essi ritenuti lesivi della loro dignità o contrari a verità, purché le dichiarazioni o le rettifiche non abbiano contenuto suscettibile di incriminazione penale o non siano documentalmente false.