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Programma straordinario di interventi per la mitigazione del rischio vulcanico e urgenti misure per la pianificazione delle attività di protezione civile nell'area flegrea e vesuviana. Onorevoli Senatori. -- Come certamente è noto a tutti, la provincia di Napoli è caratterizzata da un elevatissimo rischio vulcanico determinato, principalmente, dal Vesuvio e dai Campi Flegrei. Meno nota, forse, è la scandalosa situazione della pianificazione dell'emergenza per queste aree, nonostante siano passati diciannove anni dalla trionfalistica presentazione del «Piano Vesuvio» (avvenuta nel lontano 25 settembre 1995), nonostante i 18 milioni di euro di fondi FESR che, proprio in questi giorni, la regione Campania sta erogando a pioggia ai comuni per dotarsi di un piano di protezione civile e nonostante l'ennesima ciclopica deresponsabilizzante «Commissione» prospettata dalla direttiva del Presidente del Consiglio dei ministri 14 febbraio 2014 recante «Disposizioni per l'aggiornamento della pianificazione di emergenza per il rischio vulcanico del Vesuvio», pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 108 del 12 maggio 2014. I perché non sia stato ancora varato un piano di protezione civile degno di questo nome sono molti. Intanto, così come è stato per la questione rifiuti, l'emergenza vulcanica per molti è un problema ma per qualcuno sembra essere una risorsa e, in assenza di un preciso quadro che individui responsabilità, compiti e tempi per portarla a termine, la pianificazione dell'emergenza vulcanica nell'area napoletana è diventata in questi diciannove anni un mero paravento per assunzioni, spese incontrollate, ineffabili e costose esercitazioni di protezione civile, consulenze, corsi di formazione, studi e progetti di ricerca che servono, talvolta unicamente, ad allungare i curriculum accademici. Questo andazzo ha avuto, e continua ad avere, come premessa una situazione unica al mondo: l'inesistenza di una qualsiasi struttura delegata alla redazione del Piano. Può apparire incredibile che in un Paese come il nostro -- dove ogni frana, ogni alluvione è pretesto per far spuntare l'immancabile commissariato straordinario, gonfio di impiegati e risorse -- non esista né al Dipartimento della protezione civile, né all'Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia, né al Ministero dell'interno, né alla prefettura -- Ufficio territoriale del Governo di Napoli, né alla regione Campania, né alla provincia di Napoli eccetera -- un qualsivoglia ufficio preposto alla pianificazione dell'emergenza vulcanica nell'area vesuviana e flegrea. Ma così è, e a differenza di quanto avviene all'estero dove i piani di emergenza (firmati da un responsabile, collaudati spesso da una società di certificazione esterna e tradotti in disposizioni legislative e normativa) prevedono precise disposizioni (che devono essere attuate da precisi soggetti, secondo precise modalità) per il «Piano Vesuvio» (e per il pochissimo che è stato fatto, per il «Piano Campi Flegrei»), da diciannove anni, miriadi di commissioni, comitati, sottocomitati, strutture universitarie, orde di consulenti ed «esperti» riempiono carte con considerazioni che rimandano ad ulteriori studi e approfondimenti da realizzarsi, di scarsa o nessuna utilità in caso di emergenza. Non a caso, come è stato fatto notare da numerosi sindaci di queste aree, nessuna indicazione concreta sul «che fare» in caso di emergenza o di allarme è stata data alle comunità locali, niente è stato fatto per identificare le aree e gli alloggi destinati ad accogliere gli evacuati in caso di emergenza mentre la Conferenza Stato-regioni -- indetta finalmente, il 6 febbraio 2014, dopo appena diciannove anni di attesa, per definire la predisposizione degli indirizzi operativi (e altre fumisterie) del «Piano Vesuvio» ancora oggi non ha dato alcun convincente riscontro all'obiezione dell'ANCI che chiedeva per quale motivo si pretende di evacuare preventivamente, disseminandole in tutte le regioni d'Italia, centinaia di migliaia di persone per affrontare una situazione di indeterminato «allarme vulcanico» che, così come è stato per il bradisismo di Pozzuoli del 1982-83 può durare anche anni. Tra l'altro, questa pretesa militaresca dell'evacuazione preventiva di tutta l'area a rischio e l'imposizione per la pianificazione dell'emergenza di un unico scenario di riferimento (quello dell'eruzione catastrofica del 1631 che -- sia ben chiaro -- nessun vulcanologo né, tanto meno, l'INGV dichiara caratterizzerà il prossimo risveglio del Vesuvio) è uno dei motivi che impediscono una seria pianificazione dell'emergenza Vesuvio. Ovviamente non deve spettare ad un parlamentare dettare le direttive per un lavoro così complesso e difficile quale la pianificazione dell'emergenza Vesuvio. Non si può, comunque, qui non evidenziare come questa pretesa di scegliere arbitrariamente l'eruzione più catastrofica tra le tante che ha conosciuto il Vesuvio (attivo, ininterrottamente dal 1631 al 1944, pur conoscendo l'area in questi tre secoli e mezza una progressiva urbanizzazione) e la velleità di fare conseguentemente allontanare preventivamente, non si sa per quanto tempo e a centinaia di chilometri di distanza, più di un milione di persone, se certamente è la scelta più deresponsabilizzante, per chi dovrà gestire l'emergenza, è una direttiva clamorosamente difforme da quella che regola la pianificazione dell'emergenza, vulcanica in molte aree urbanizzate del pianeta. Quasi dappertutto, infatti, di fronte all'insorgere di anomalie strumentali o di fenomeni (quali l'intensificarsi di fumarole, bradisismi, terremoti eccetera) che possono lasciar presagire una eventuale attività eruttiva esterna, si privilegia un allontanamento selettivo della popolazione: prima i degenti, poi -- se è si prospetta un peggioramento della situazione -- le persone anziane, poi -- eventualmente -- famiglie con bambini, poi -- eventualmente -- ampie fasce di popolazione che vengono comunque alloggiate, temporaneamente, non già a centinaia di chilometri di distanza ma a ridosso dell'area considerata a rischio. Come già detto, finora la rigidità della pianificazione dell'emergenza Vesuvio imperniata su un solo arbitrario scenario eruttivo e su una sola strategia in diciannove anni ha prodotto non già piani di emergenza ma solo studi. Ed è una strada che rischia oggi di essere ripercorsa con lo studio di L. Gurioli e altri, Pyroclastic flow hazard assessment at Somma-Vesuvius based on the geological record , che, dal gennaio 2014, viene spacciato come «il nuovo Piano Vesuvio al quale tutti i comuni devono adeguarsi». E se a questo si aggiunge la dichiarazione di Franco Gabrielli, capo della Protezione civile: «È inutile stare nell'attesa messianica di un piano nazionale da parte del governo centrale. Il piano nazionale non è altro che la risultanza dei piani di settore che ciascuna istituzione deve fare» («Il Mattino» dell'11 gennaio 2014) ci sarebbe da domandarsi sconsolati a cosa mai possa servire la pioggia di euro che la regione Campania sta disseminando oggi nell'area vesuviana e flegrea per la realizzazione dei piani comunali di protezione civile.