[pronunce]

In conclusione, ad avviso dell'Avvocatura generale, la norma denunciata non viola né l'art. 3 né l'art. 24 della Costituzione, tenuto conto che la discrezionalità del legislatore è stata non irragionevolmente esercitata col prevedere che l'ordinanza che concede la provvisoria esecuzione del decreto ingiuntivo opposto, priva di natura decisoria e perciò destinata ad essere riassorbita dalla sentenza di merito, venga emessa nel reale e pieno contraddittorio delle parti come strumento per la soddisfazione dell'interesse del creditore ritenuto prevalente rispetto a quello del debitore.1.- Il giudice di pace di Belluno dubita, in riferimento agli artt. 3 e 24 della Costituzione, della legittimità costituzionale dell'art. 648 del codice di procedura civile, nella parte in cui prevede la non impugnabilità, e quindi la non revocabilità e non modificabilità, dell'ordinanza che concede la provvisoria esecuzione del decreto ingiuntivo opposto, così creando una situazione di ingiustificata disparità di trattamento delle parti del processo di opposizione a decreto ingiuntivo rispetto alle parti del processo di opposizione all'esecuzione, nel quale, alla stregua del novellato art. 624 cod. proc. civ. , è ammesso il reclamo avverso l'ordinanza di sospensione del processo esecutivo. 2. – Va premesso che la questione di legittimità costituzionale è rilevante nel giudizio a quo – pendente davanti al giudice dell'opposizione a decreto ingiuntivo – in quanto la previsione della non impugnabilità dell'ordinanza concessiva dell'esecuzione provvisoria comporta, ex art. 177, terzo comma, numero 2), cod. proc. civ. , (l'immodificabilità e) l'irrevocabilità dell'ordinanza stessa da parte del giudice a quo. 3. – La questione non è fondata. 3.1. – Il giudice rimettente – nel prendere atto che questa Corte ha escluso che la disciplina del provvedimento monitorio emanabile, ex art. 186-ter cod. proc. civ. , nel corso di un ordinario giudizio di cognizione costituisca un idoneo tertium comparationis là dove prevede la revocabilità e modificabilità di tale provvedimento (sent. n. 65 del 1996) – solleva la questione di legittimità costituzionale individuando, quale termine di confronto, l'art. 624, secondo comma, cod. proc. civ. , – a seguito della sostituzione di tale articolo, operata dall'art. 2, comma 3, lettera e), numero 42 del decreto-legge 14 marzo 2005, n. 35, convertito, con modificazioni dalla legge 14 maggio 2005, n. 80 e delle successive modifiche apportate dall'art. 18, comma 1, lettere a) e b) della legge 24 febbraio 2006, n. 52 (Riforma delle esecuzioni immobiliari). Ad avviso del rimettente, l'espressa previsione, nel novellato testo dell'art. 624 cod. proc. civ. , di un reclamo avverso l'ordinanza che provvede sull'istanza di sospensione del processo esecutivo – reclamo previsto (art. 669-terdecies) nell'ambito del procedimento cautelare uniforme (art. 669-bis e segg. cod. proc. civ.) – renderebbe irragionevolmente discriminatoria la posizione delle parti dell'opposizione a decreto ingiuntivo, impossibilitate a reagire avverso l'ordinanza che concede la provvisoria esecuzione del decreto opposto, rispetto alla posizione delle parti del giudizio di opposizione all'esecuzione, alle quali è concesso, viceversa, il reclamo cautelare contro la predetta ordinanza che provvede sull'istanza di sospensione. È evidente che l'indicazione del nuovo tertium comparationis fa sì che l'oggetto del confronto non si incentri più sulla struttura monitoria (comune al procedimento ex art. 186-ter cod. proc. civ.), bensì sulla natura (lato sensu) cautelare comune a due provvedimenti incidenti sul corso, rispettivamente, del giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo e del processo esecutivo. 3.2. – Preliminarmente va ribadito – non essendo, sotto tale profilo, rilevante il nuovo tertium comparationis – che la norma censurata (art. 648 cod.proc.civ. ) mira manifestamente ad indurre «l'opponente – in sintonia, peraltro, con la peculiare diligenza impostagli dall'art. 647 cod. proc. civ. – ad una particolare esaustività dell'atto di opposizione, e pertanto su di lui tendenzialmente trasferendo, quando l'apprezzamento delle sue ragioni non sia immediatamente delibabile ma richieda la trattazione della causa, l'onere della durata del processo di cognizione attraverso l'anticipazione del momento dell'efficacia rispetto a quello del pieno accertamento» (ordinanza n. 428 del 2002). Tale funzione della norma esclude – ha ritenuto questa Corte (sentenza n. 65 del 1996) – che possa ritenersi manifestamente irragionevole una disciplina che “stabilizza”, fino all'esito del giudizio di opposizione, il provvedimento concessivo della provvisoria esecuzione ed esclude altresì che i presupposti lato sensu cautelari di esso comportino necessariamente l'applicabilità delle regole del procedimento cautelare uniforme (e, in particolare, degli artt. 669-decies e 669-terdecies, cod. proc. civ.). Se è vero, infatti, che questa Corte – come ricorda il giudice rimettente – ha riconosciuto che il giudice dell'opposizione a decreto ingiuntivo deve valutare gli stessi presupposti (fumus boni iuris e periculum in mora) propri delle misure cautelari (sentenza n. 137 del 1984), è anche vero che tale riconoscimento era finalizzato esclusivamente ad escludere che la provvisoria esecuzione dovesse necessariamente essere concessa (come prevedeva il comma secondo dell'art. 648 ) quando, avendo offerto il creditore idonea cauzione, venisse meno il periculum in mora. Con la sentenza n. 137 del 1984 la Corte ha escluso che l'offerta di cauzione potesse precludere «al giudice quelle valutazioni del fumus boni iuris del creditore che il comma primo dell'art. 648 gli impone di effettuare», ed ha precisato che «in un processo la cui fase preliminare si basa sulle prove scritte specificate nell'art. 634 l'idoneità delle prove offerte dall'opponente ad ostacolare oppur no la pronta soluzione e a precludere oppur no la concessione della provvisoria esecuzione non possono non essere apprezzate in connessione con le prove scritte in concreto poste a base della domanda di decreto ingiuntivo». In sintesi, la sentenza n. 137 del 1984 – sottolineando che il giudice dell'opposizione a decreto ingiuntivo è chiamato a valutare il fumus boni iuris del creditore tenendo conto, da un lato, delle prove da lui prodotte nella fase monitoria e, dall'altro lato, delle prove ovvero delle deduzioni offerte dall'opponente, e quindi comparando «l'intensità probatoria» degli elementi addotti dall'opponente con quelli offerti dall'opposto – non contrasta, ma presuppone la peculiare funzione dell'ordinanza ex art. 648 cod. proc. civ. quale successivamente, con la sentenza n. 65 del 1996 e con l'ordinanza n. 428 del 2002, è stata delineata e precisata.