[pronunce]

che la Commissione tributaria regionale denuncia, in secondo luogo, il contrasto della censurata disposizione con l’art. 117, primo comma, Cost., per violazione di norme comunitarie, sotto un duplice profilo: a) perché provoca «una distorsione (invertita) della concorrenza rispetto alle imprese commerciali soggette all’IVA, le quali, in ipotesi, eroghino servizi analoghi, potendo recuperare l’IVA pagata sull’acquisto di beni e servizi utilizzati per la loro attività», e, pertanto, si pone in contrasto con il principio di neutralità dell’imposta, affermato sin dalla prima direttiva n. 67/227/CEE, in forza del quale l’imposta deve ricadere sul consumo in modo proporzionale al prezzo dei beni e servizi, indipendentemente dalle transazioni intervenute nel processo di produzione e distribuzione antecedente; b) perché impone l’indetraibilità dell’IVA di acquisti di beni e servizi effettuati nell’àmbito di operazioni rientranti nell’esercizio dell’azienda sanitaria, cioè di operazioni che, «secondo una costante giurisprudenza», sono «soggette alla normativa IVA» e «per le quali la direttiva IVA prevede il diritto alla detrazione»; che il rimettente prospetta, in terzo luogo, la violazione dell’art. 3 Cost., sotto quattro profili: a) perché la denunciata disposizione irragionevolmente vanifica la finalità dell’esenzione di cui all’art. 10, primo comma, punto 19), dello stesso d.P.R. n. 633 del 1972; finalità consistente esclusivamente nel non far gravare sull’utente l’imposta sulla produzione di quello specifico servizio di pubblico interesse e, certamente, non nel far gravare l’onere sul soggetto produttore del servizio e, quindi, sul costo, tanto piú che chi esercita tali attività esenti da imposta non è ammesso alla detrazione pro rata; b) perché la suddetta denunciata disposizione, non consentendo all’azienda che eroga il servizio sanitario di detrarre l’IVA pagata per l’acquisto di beni e servizi destinati esclusivamente alla prestazione di tale servizio (esente dall’imposta), irragionevolmente contraddice non solo il fondamento dell’imposta stessa, la quale dovrebbe gravare sul consumatore finale e non sull’ente sanitario, ma anche la neutralità della medesima imposta; c) perché il censurato comma 2 dell’art. 19 del d.P.R. n. 633 del 1972 comporta una ingiustificata disparità di trattamento tra i soggetti – da un lato – che non ricorrono al mercato per acquistare i beni e servizi utilizzati per erogare la prestazione sanitaria e che in relazione a tali beni e servizi, pertanto, non sono gravati dall’IVA ed i soggetti – dall’altro – che, come la ULSS appellante, ricorrono invece al mercato per acquistare i suddetti beni e servizi e che, in relazione ai medesimi beni e servizi, sono gravati dall’IVA; d) perché il citato comma 2 dell’art. 19 comporta una ingiustificata disparità di trattamento tra i soggetti che, ai sensi del comma 1 dello stesso articolo, detraggono l’IVA pagata per l’acquisto di beni e servizi utilizzati per operazioni che rientrano nell’esercizio dell’impresa ed i soggetti che, invece, ai sensi del comma 2 del medesimo art. 19, non detraggono l’IVA pagata per l’acquisto di beni e servizi utilizzati per operazioni esenti, e ciò anche quando tali operazioni rientrano nell’esercizio dell’azienda sanitaria e, «secondo una costante giurisprudenza, sono […] soggette alla normativa IVA», con «diritto alla detrazione»; che in quarto luogo, infine, il giudice a quo deduce che la disposizione censurata si pone in contrasto con l’art. 53 Cost., perché, per «quanto sopra considerato», rende l’imposta «sganciata anche da una manifestazione di capacità contributiva»; che, in ordine alla rilevanza, la Commissione tributaria rimettente afferma che il giudizio principale «non può essere definito indipendentemente dalla risoluzione delle questioni sopra prospettate»; che è intervenuto in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall’Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che le sollevate questioni siano dichiarate inammissibili o non fondate; che la difesa erariale osserva preliminarmente che la legge n. 662 del 1996 – di delegazione al Governo ad emanare il decreto legislativo contenente la disposizione censurata – stabilisce, all’alinea ed alla lettera b) del comma 66 dell’art. 3, che «Il Governo è delegato ad emanare, entro nove mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge, uno o piú decreti legislativi in materia di imposta sul valore aggiunto, in conformità alla normativa comunitaria, nel rispetto dei seguenti princípi e criteri direttivi: […] b) revisione della disciplina delle detrazioni di imposta e delle relative rettifiche, escludendo il diritto alla detrazione per gli acquisti di beni e servizi destinati esclusivamente a finalità estranee all’esercizio dell’impresa o dell’arte o professione utilizzati esclusivamente per operazioni non soggette all’imposta, eccettuate quelle cui le norme comunitarie ricollegano comunque il diritto alla detrazione […]»; che, sempre secondo la difesa erariale, la citata legge di delegazione obbliga pertanto il legislatore delegato a rispettare tutti i princípi comunitari in materia, tra i quali è ricompreso quello fissato dall’art. 168 della Direttiva 2006/112/CE sull’IVA (già Direttiva 77/388/CEE), secondo cui, nel caso di operazioni esenti, è l’ultimo soggetto IVA, anziché il consumatore finale, a sopportare l’onere dell’imposta assolta a monte; che in particolare – aggiunge la difesa erariale – detto art. 168 stabilisce che il soggetto passivo dell’IVA ha diritto alla detrazione «nella misura in cui i beni ed i servizi sono impiegati ai fini di sue operazioni soggette ad imposta», salvi casi eccezionali (non applicabili nella specie) indicati dall’art. 169 della stessa Direttiva, nei quali il diritto alla detrazione non si perde nonostante che l’imposta afferisca ad operazioni esenti; che, ad avviso dell’Avvocatura generale dello Stato, il principio di diritto comunitario desumibile dal menzionato art. 168 è stato applicato proprio dalla disposizione censurata, con conseguente insussistenza della dedotta violazione degli artt. 3, 53, 76, 77 e 117, primo comma, Cost.; che la difesa dello Stato sottolinea – infine – che, quanto alla citata normativa comunitaria, l’ordinanza di rimessione non prospetta alcuna questione di compatibilità né con i suddetti evocati parametri né con i «principi fondamentali del nostro ordinamento costituzionale o i diritti inalienabili della persona umana». Considerato che la Commissione tributaria regionale del Veneto dubita, in riferimento agli artt. 3, 53, 76, 77 e 117, primo comma, della Costituzione, della legittimità del primo periodo del comma 2 dell’art. 19 del d.P.R. 26 ottobre 1972, n. 633 (Istituzione e disciplina dell’imposta sul valore aggiunto), quale sostituito dal comma 1 dell’art. 2 del d.lgs.