[pronunce]

Ad avviso del giudice a quo, l’automaticità dell’effetto interruttivo conseguente all’apertura del fallimento è espressione della volontà del legislatore, interessato ad accelerare i processi in cui sono coinvolti soggetti dichiarati falliti, mediante la previsione di un meccanismo che impone agli organi della procedura di decidere subito che cosa fare in ordine al giudizio in corso. Il giudicante, inoltre, fonda la rilevanza della questione sulla ulteriore considerazione che, nel giudizio a quo, non emerge che l’attrice abbia avuto conoscenza della dichiarazione di fallimento della convenuta prima della dichiarazione effettuata all’udienza del 17 maggio 2007, non risultando che la stessa abbia partecipato al procedimento per la dichiarazione di fallimento. Neppure assume rilievo la circostanza che, ai sensi dell’art. 16 della legge in esame, gli effetti della sentenza di fallimento nei riguardi dei terzi si producono alla data di iscrizione di essa nel registro delle imprese, così richiamando, implicitamente, l’operatività dell’art. 2193 del codice civile. Sotto tale profilo, il Tribunale riferisce che la convenuta non ha indicato se e quando è stata effettuata tale iscrizione, e che, inoltre, la giurisprudenza di legittimità è consolidata nel ritenere che la presunzione di conoscenza da parte dei terzi dei fatti di cui la legge prescrive l’iscrizione nel registro delle imprese, a norma dell’art. 2193 cod. civ. , non opera in campo processuale, regolato da norme speciali (Cass. , nn. 15234 e 6948 del 2007, nn. 12387 e 8908 del 2004). Secondo il rimettente, sebbene si tratti di una giurisprudenza sorta prima della modifica dell’art. 43, terzo comma, della legge fallimentare, quando la dichiarazione di fallimento veniva ricondotta alla disciplina prevista dall’art. 300 cod. proc. civ. , deve escludersi che essa debba essere rivista, in quanto la modifica del citato art. 43 conferma la specialità della disciplina prevista per la sopravvenuta dichiarazione di fallimento nei rapporti processuali pendenti. Il giudice a quo, infine, osserva che la questione è rilevante nel giudizio in corso, perché, trattandosi di opposizione a decreto ingiuntivo, l’eventuale accoglimento dell’eccezione di estinzione del giudizio comporterebbe l’acquisto, da parte del decreto stesso, dell’efficacia esecutiva prevista dall’art. 653 cod. proc. civ. 4. — Quanto alla non manifesta infondatezza, il rimettente riferisce che l’art. 305 cod. proc. civ. , se applicato sic et simpliciter all’ipotesi disciplinata dall’art. 43, terzo comma, legge fallimentare, si pone in contrasto con l’art. 24 Cost., nella parte in cui stabilisce che la difesa è un diritto inviolabile in ogni stato e grado del procedimento; ciò in quanto la parte in causa, che non abbia avuto notizia della dichiarazione di fallimento, rischia, come nella specie è in concreto avvenuto, di subire gli effetti del decorso del termine semestrale per la riassunzione del processo e, quindi, la sanzione dell’estinzione del giudizio (nella specie con l’acquisto dell’efficacia esecutiva del decreto ingiuntivo opposto), senza che ad essa sia imputabile alcuna inerzia colpevole, non avendo avuto notizia dell’evento interruttivo. Sotto il profilo della violazione del diritto di difesa, il rimettente, a fondamento delle proprie argomentazioni, richiama le sentenze n. 159 del 1971 e n. 139 del 1967 della Corte costituzionale, le quali hanno dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 305 cod. proc. civ. , proprio con riferimento all’art. 24 Cost., nella parte in cui prevedeva che il termine semestrale per la riassunzione o prosecuzione del processo interrotto decorresse dalla verificazione degli eventi contemplati negli artt. 299, 300, comma 3, e 301 cod. proc. civ. , anziché dalla data in cui le parti avessero avuto conoscenza di tali eventi. La questione, inoltre, non è manifestamente infondata anche con riferimento all’art. 3 Cost., e ciò in quanto, secondo il rimettente, vi è una evidente disparità di trattamento tra l’impresa fallita e gli eventuali creditori che abbiano partecipato alla fase prefallimentare e la parte in lite nel processo poi interrotto che, invece, a tale procedura non abbia partecipato. Il rimettente, infine, riferisce che la norma impugnata si pone in contrasto anche con l’art. 111, secondo comma, Cost., nella parte in cui stabilisce che ogni processo si svolge nel contraddittorio tra le parti in condizioni di parità. In particolare, non vi sarebbe parità tra la parte dichiarata fallita, quelle che hanno partecipato alla fase prefallimentare e l’altra parte in lite, che non ha partecipato alla procedura, in quanto, mentre la prima non può non essere a conoscenza della intervenuta dichiarazione di fallimento, che determina l’automatica interruzione del processo e può, quindi, attivarsi nel termine di sei mesi per riassumerlo, la seconda, invece, può non essere a conoscenza della verificazione del fatto interruttivo, e vede, dunque, decorrere inutilmente detto termine. Il rimettente, pertanto, sostiene che l’esigenza di accelerazione del processo, espressione del principio fondamentale della ragionevole durata dello stesso, «va di pari passo con il rispetto delle fondamentali garanzie di difesa e del diritto dei soggetti, nella cui sfera giuridica l’atto finale è destinato ad esplicare gli effetti, alla partecipazione al processo in condizioni di parità». 5. — Il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall’Avvocatura generale dello Stato, è intervenuto nel giudizio con atto depositato il 7 luglio 2009. La difesa erariale sostiene che la questione di legittimità costituzionale, sollevata dal Tribunale di Biella, dovrebbe essere ritenuta manifestamente inammissibile, perché il rimettente non avrebbe esperito il doveroso tentativo di ricercare una interpretazione costituzionalmente orientata della norma censurata (al riguardo, richiama le sentenze della Corte costituzionale n. 191 del 2009 e n. 422 del 2008). Nell’attuale sistema processuale, infatti, a seguito delle sentenze della Corte costituzionale n. 159 del 1971 e n. 139 del 1967, richiamate dal rimettente, e delle sentenze n. 36 del 1976 e n. 178 del 1970, è principio consolidato che l’art. 305 cod. proc. civ. vada interpretato nel senso che il termine per la riassunzione del processo interrotto decorre non già dal giorno in cui si è verificato l’evento interruttivo, bensì da quello in cui tale evento sia venuto in forma legale a conoscenza della parte interessata alla riassunzione; in tal senso la difesa erariale indica quale pronunzia recente la sentenza n. 5348 dell’8 marzo 2007 della Corte di cassazione. Pertanto, ad avviso della difesa erariale, a seguito dell’introduzione di una nuova ipotesi di interruzione automatica del giudizio, era doveroso per il giudice a quo valutare la possibilità di interpretare l’art. 305 cod. proc. civ. nei termini esposti.