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Disposizioni per favorire la riduzione degli orari di lavoro. Onorevoli Senatori . – Tutta la vicenda contemporanea del tempo di lavoro è legata a filo doppio con la storia delle innovazioni tecnologiche, che hanno significato soprattutto successive modificazioni dell'organizzazione del lavoro (dal mondo artigiano alla manifattura, dalla manifattura alla fabbrica taylor-fordista, dal fordismo all'organizzazione flessibile e agli « algoritmi »). Attualmente, come osserva Domenico De Masi nel suo libro Il lavoro nel XXI secolo : « Siamo presi dal pessimismo perché il progresso tecnologico elimina più manodopera di quanta riusciamo a riassorbirne. Quelli di cui soffriamo sono disturbi di una crescita fatta di mutamenti troppo rapidi. In pochissimi anni le operazioni dei settori agricolo, minerario, manifatturiero sono state realizzabili con un quarto di quell'energia umana che eravamo abituati a impegnarvi. E quella curva non si è ancora conclusa, continuerà a crescere molto velocemente, riducendo la domanda di lavoro ». A ben guardare, l'uomo ha sempre cercato strumenti per ridurre i suoi sforzi. Dalle mani, agli animali, agli schiavi, agli utensili, alla meccanica, all'elettronica, al digitale, all'intelligenza artificiale. Da sempre, lo scopo profondo per cui si lavora è lavorare meno. Tuttavia, spesso le innovazioni tecnologiche producono, da un lato, ondate di disoccupazione, dall'altro un tentativo, da parte di chi possiede le nuove macchine, non di ridurre il lavoro, bensì di produrre di più aumentandolo. Ogni passo avanti nella direzione opposta è stato conquistato con la mobilitazione e si può dire che, dalla fine dell'Ottocento agli anni ’80 del Novecento, si sia fatto strada una sorta di scambio tacito fra il movimento operaio e del lavoro, che chiede riduzione dell'orario e aumento del salario, e le imprese che vogliono la libertà di sperimentare e applicare l'innovazione. Con la promessa che la modernizzazione porterà con sé maggiore benessere per tutti, più ricchezza e minor fatica. Il 1° maggio 1886, a Chicago, i sindacati organizzano uno sciopero per rivendicare la giornata lavorativa di otto ore. Il 3 maggio, di fronte alla fabbrica McCormick, gli scioperanti vengono attaccati senza preavviso dalla polizia, che lascia a terra due morti e molti feriti. Al presidio del giorno dopo un ordigno uccide un agente e la polizia apre il fuoco sulla folla, ferendo dozzine di persone e uccidendone undici. Sette persone collegate direttamente o indirettamente con la protesta sono accusate della morte dell'agente e condannate alla pena capitale. Dopo questi accadimenti, la data del 1° maggio diventava la ricorrenza più significativa del movimento operaio internazionale ed entrava tra le festività celebrate in tutto il pianeta. Adam Smith fu il primo grande economista a mettere in evidenza come l'aumento dell'efficienza e della produttività del lavoro siano alla base dell'aumento della « ricchezza delle nazioni ». L'aumento della produttività permette di produrre la stessa quantità di prodotto con una minore quantità di mano d'opera. Tale evoluzione ha permesso di porre le basi materiali per la riduzione dell'orario di lavoro e per l'aumento dei salari reali. Ciò è quanto successo, seppur con oscillazioni significative, fino agli anni ’70 e in particolar modo nel breve periodo che va dal secondo dopoguerra alla crisi del petrolio del 1973. A partire da questo momento la relazione fra incremento del prodotto per occupato e aumenti salariali si inceppa. Se ci concentriamo sull'aumento dei salari osserviamo che in Italia dal 1990 al 2017 il prodotto per lavoratore è aumentato del 18 per cento, mentre le retribuzioni reali medie sono aumentate meno del 3 per cento. Una differenza enorme che non ha fatto che finire nelle tasche di chi non vive del proprio salario, ovvero i capitalisti. In altre parole, una proporzione minore di quanto prodotto dai lavoratori viene percepito, sotto forma di salari, dagli stessi. In questo contesto assistiamo a una polarizzazione marcata dei tempi di lavoro. Da un lato, lavoratori a tempo completo il cui orario di lavoro spesso si allunga al di là delle quaranta ore settimanali. Dall'altro, abbiamo l'esercito crescente dei part-time . La retorica dominante associa agli impieghi part-time la possibilità di disporre di una maggiore quantità di tempo libero. Tuttavia, questa interpretazione si scontra con la realtà di un tessuto lavorativo a bassi salari. Più del 60 per cento dei lavoratori part-time italiani preferirebbero un impiego a tempo completo, ma non hanno altra alternativa (la media europea è del 25 per cento). A questo aspetto va aggiunto il dato sul totale delle ore lavorate in Italia che è ben al di sopra di quello dei paesi con il PIL pro capite più alto. Mentre in Germania si lavora, in media, 1.356 ore all'anno, in Italia questa cifra è di 1.723 ore. Una fotografia che mostra una situazione ben diversa da quella spesso descritta dalla retorica dominante, che descrive i lavoratori del Sud Europa come scansafatiche. Ma vediamo da più vicino la storia dell'orario di lavoro nel nostro Paese. In Italia, alla fine dell'800 nelle filande le operaie lavorano in media sedici ore al giorno. Ci vorrà una legge del 1899 per fissare un massimo di dodici ore e per l'interdizione dal lavoro notturno per le donne e i ragazzi dai tredici ai quindici anni. Nel 1906, alla fine di maggio, la rivendicazione delle otto ore diventa il punto centrale delle agitazioni contadine, in particolare delle « mondine », mentre alla FIAT il movimento operaio ottiene un accordo che fissa l'orario a dieci ore e due ore di straordinario pagato. Nel 1919 viene siglato dalla Fiom l'accordo sindacale per le quarantotto ore, in cui è accolta la storica rivendicazione del movimento operaio della giornata lavorativa di otto ore. Nel 1923, con un decreto, le quarantotto ore diventano « l'orario legale » per tutti. Nello stesso momento il movimento sindacale ottiene il medesimo risultato negli Stati Uniti. L'aumento del tempo libero a disposizione delle masse lavoratrici è una leva della crescita economica che caratterizza il decennio successivo, tanto che Henry Ford nel 1926 introduce la settimana lavorativa di cinque giorni affinché gli operai abbiano un motivo in più per acquistare automobili. D'altra parte è già molto chiaro l'effetto degli orari di lavoro sulla produttività: in Inghilterra nel 1914, in nome dello sforzo bellico, viene aumentato l'orario lavorativo, salvo poi fare marcia indietro quando si vede che l'effetto è un calo della produzione. E noto è il caso degli stabilimenti Zeiss a Jena in Germania, dove alla fine dell'Ottocento la riduzione dell'orario giornaliero da nove a otto ore (-11 per cento) fa aumentare la produttività del 16 per cento. Negli anni trenta, con la disoccupazione di massa figlia della crisi del ’29, vi sono spinte anche da parte imprenditoriale per ridurre ulteriormente gli orari di lavoro, tanto che il Senato degli Stati Uniti arriva ad approvare una legge per la settimana lavorativa di trenta ore (che non viene però ratificata), mentre in Italia l'allora senatore del Regno Giovanni Agnelli propone la settimana di trentadue o trentasei ore.