[pronunce]

In simile situazione, la frizione tra le norme censurate e l'art. 2 Cost. risulterebbe evidente, posto che le prime incriminano condotte di terzi inidonee a incidere sulle scelte dalla donna, già operate in modo autonomo, e che si risolvono, quindi, in comportamenti meramente strumentali - e, anzi, di ausilio - rispetto all'estrinsecazione della libertà sessuale dell'interessata. 3.2.- Come rilevato nell'ordinanza di rimessione, il diritto in questione potrebbe essere inquadrato anche nell'ambito della libertà di iniziativa economica privata, tutelata dall'art. 41 Cost., in quanto la donna assumerebbe il ruolo di «imprenditore in forma individuale del sesso». A tale conclusione sarebbero giunte, del resto, tanto la Corte di cassazione, che ha ravvisato nell'esercizio del meretricio, frutto di una scelta non condizionata da forme di coazione o di sfruttamento, un'attività del tutto libera e fonte di redditività tassabile; quanto la Corte di giustizia dell'Unione europea, secondo la quale la libera scelta di disporre in forma imprenditoriale del proprio corpo, non solo è lecita, ma è altresì qualificabile come «attività economic[a] svolt[a] in qualità di lavoro autonomo» (è citata la sentenza 20 novembre 2001, causa C-268/99, Jany e altri). Risulterebbe, quindi, anche per questo verso palese l'incostituzionalità delle norme denunciate, mediante le quali il legislatore avrebbe inibito a livello penale forme di sostegno all'iniziativa economica in discorso. 3.3.- Parimente leso sarebbe il principio di offensività, alla luce del quale potrebbero assumere rilevanza penale solo le condotte idonee a ledere o a porre in pericolo il bene protetto, rappresentato, nel caso della legge n. 75 del 1958, dalla libertà di autodeterminazione sessuale della persona: attitudine che non avrebbero le condotte di reclutamento e di favoreggiamento che si collochino in un contesto nel quale la volontà della donna è già maturata. Le condotte in questione non potrebbero essere, inoltre, tradotte esegeticamente in un «primo passo verso lo sfruttamento economico della prostituzione», così come si afferma nella sentenza di primo grado. In questo modo, infatti, da un lato verrebbe presupposta la futura interazione causale tra la volontà della donna, inizialmente libera, e la condotta dell'agente; dall'altro, si opererebbe una eccessiva anticipazione della reazione penale rispetto all'effettiva lesione o messa in pericolo del bene giuridico. Ciò, ferma restando la configurabilità delle autonome fattispecie dell'induzione e dello sfruttamento della prostituzione allorché ne sussistano concretamente i presupposti. 3.4.- La Corte rimettente avrebbe, per altro verso, tentato di fornire una lettura costituzionalmente orientata delle norme censurate, giungendo - condivisilmente - a constatarne l'impossibilità. Del tutto condivisibili risulterebbero, in specie, le conclusioni del giudice a quo riguardo all'impossibilità di avallare la distinzione, operata dalla giurisprudenza, tra condotte penalmente rilevanti, e non, a seconda del carattere causale dell'intervento del terzo rispetto all'atto di prostituzione, posto che, nel caso delle escort, la causalità dell'intervento si traduce nel rispetto della volontà della «sex worker». Così come inaccettabile risulterebbe l'ulteriore distinzione tra favoreggiamento della prostituzione e favoreggiamento della prostituta: distinzione assolutamente oscura - non potendosi favorire l'una senza favorire l'altra - e priva di agganci nella generica previsione normativa. 3.5.- In questa prospettiva, quella del favoreggiamento resterebbe una figura criminosa indefinita, la cui descrizione contrasterebbe con i principi di tassatività e determinatezza. Il legislatore avrebbe consegnato all'interprete una «fattispecie onnivora», dai contorni vaghi e privi di capacità discretiva tra condotte agevolatrici in grado, o non in grado, di ledere o porre in pericolo il bene tutelato, rimettendo, così, all'arbitrio del giudice l'individuazione delle condotte incriminate. L'irragionevole parificazione quoad poenam di situazioni oggettivamente e soggettivamente diverse si tradurrebbe, al tempo stesso, in una palese violazione dell'art. 3 Cost. 3.6.- La parte costituita sottolinea, da ultimo, come i più recenti sviluppi giurisprudenziali e legislativi siano orientati nel senso di una sempre crescente tutela dei diritti di libertà, al punto da riconoscere spazi di esplicazione del principio di autodeterminazione della persona persino con riferimento al bene supremo della vita (sono citate, al riguardo, la sentenza della Corte di cassazione, sezione prima civile, 16 ottobre 2007, n. 21748, e la legge 22 dicembre 2017, n. 219, recante «Norme in materia di consenso informato e di disposizioni anticipate di trattamento»). Ancor più pertinenti all'odierno thema decidendum risulterebbero, peraltro, altre espansioni dei diritti di libertà individuali, sempre ricollegabili all'art. 2 Cost., quali quelle connesse al progressivo riconoscimento della libertà di scelta in relazione all'identità sessuale e all'omosessualità, recentemente sfociato nella legge sulle «unioni civili». Non si comprenderebbe, quindi, perché ad analoghi approdi non debba pervenirsi anche con riguardo alla prostituzione volontaria. 4.- Si è costituito anche M. V., altro imputato nel giudizio a quo, chiedendo del pari l'accoglimento delle questioni. 4.1.- La parte osserva che l'obiettivo della legge n. 75 del 1958 era di tutelare delle donne che esercitavano la prostituzione nelle cosiddette case chiuse. Nel contesto sociale dell'epoca, la donna non poteva essere considerata totalmente libera di autodeterminarsi e poteva, quindi, ritenersi o presumersi sfruttata. Nei sessant'anni trascorsi dall'entrata in vigore della legge molte cose sarebbero cambiate sul piano della parità dei diritti fra uomo e donna. Ma sarebbe profondamente cambiato anche il fenomeno della prostituzione. Quest'ultima non è più esercitata soltanto dalla donna, ma si è andata espandendo anche al genere maschile e a nuove figure, "ibride" dal punto di vista sessuale, quali i cosiddetti transgender. Inoltre, dagli anni '70 dello scorso secolo si è iniziato a parlare non più di prostitute, ma di «sex workers» (ossia di lavoratori del sesso): fenomeno che è sfociato in documenti strutturati, quale la «Dichiarazione dei diritti dei/delle sex workers in Europa», firmata a Bruxelles nel 2005 da rappresentanti di organizzazioni aderenti a trenta Paesi. Attualmente, la prostituzione non rappresenterebbe, dunque, un fenomeno unitario, dovendosi individuare, al suo interno, almeno tre «raggruppamenti generali»: la prostituzione «per costrizione», la prostituzione «per necessità» e la prostituzione «consapevole, volontaria e professionale», frutto di libera scelta del soggetto che decide di vendere il proprio corpo e le proprie abilità sessuali per denaro. Per lo più, si tratta di una prostituzione "di lusso" o agiata, esercitata nel chiuso «di private e talora sontuose dimore», proprie o del cliente, il quale versa un corrispettivo molto elevato.