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Istituzione del fondo passività ambientali, nonché modifiche al decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152. Onorevoli Senatori. -- Come risulta ben noto a chiunque, su tutto il territorio della Nazione sono sorti numerosi impianti inquinanti tra i quali vanno annoverati gli impianti funzionali allo smaltimento dei rifiuti di ogni genere. L'attenzione è particolarmente rivolta all'incessante richiesta di costruzione di inceneritori o di termovalorizzatori che, secondo le strategie poste in essere dagli ultimi governi, dovrebbero risolvere definitivamente l'emergenza rifiuti. Senza voler entrare nel merito delle scelte compiute nell'ultimo ventennio, si ritiene opportuno porre l'attenzione su un aspetto che, solitamente, riguarda le popolazioni locali antistanti il sito dove l'impianto viene localizzato; ci si riferisce, in particolare, alla necessità di dare la certezza o almeno la speranza che quel sito, nel momento in cui il ciclo produttivo dello stabilimento dovesse giungere al termine, venga ripristinato e reso nuovamente fruibile per essere riconsegnato alle collettività che negli anni hanno sicuramente subito numerosi disagi. Trattandosi, difatti, di un'obbligazione legale derivante da un evento certo, ovvero l'inquinamento del sito in seguito alla realizzazione della struttura, coloro che si occupano di amministrare gli impianti in questione dovrebbero mostrare lungimiranza e sensibilità, provvedendo, sin dalla sua progettazione, di stilare un piano di azione che garantisca non solo lo smantellamento dei componenti dell'impianto, ma soprattutto la bonifica del sito che dovrà essere ripristinato. Al fine di rendere possibile l'attuazione del piano volto al ripristino dello stato dei luoghi, è necessario che gli amministratori dell'impianto provvedano, inizialmente, a richiedere una stima dei costi che dovranno essere sostenuti in futuro; successivamente, tenuto conto della durata del ciclo produttivo dell'impianto, dovranno istituire un fondo passività ambientali, al fine di ripartite gli importi necessari che sono risultati dalla stima. Purtroppo, la presenza di numerose cattedrali nel deserto che tuttora sono visibili su tutto il territorio, ci spinge ad una profonda riflessione. Invero, così come è avvenuto nell'ultimo ventennio, un numero illimitato di impianti industriali sono stati chiusi a causa della crisi economica. A quanto risulta, gli stabilimenti, ormai obsoleti, non sono ancora stati smantellati né, tantomeno, sono stati oggetto di conversione, in funzione dei nuovi processi tecnologici. Le aziende, costrette a chiudere gli impianti per colpa della crisi, non avendo negli anni accantonato le risorse necessarie, non hanno consentito la riqualificazione del sito, sebbene la legge lo imponga. Su chi ricadranno le responsabilità di riqualificare quei siti? Sicuramente non su coloro che negli anni hanno goduto dei profitti. È nostro compito, pertanto, impedire che ciò si riproponga ancora negli anni avvenire. Ciò è quanto, purtroppo, potrebbe verificarsi anche per gli inceneritori ed i termovalorizzatori che sono gestiti dagli enti locali. Nel caso di specie, nel caso in cui gli amministratori, che rappresentano, in alcuni casi, anche le autonomie locali del territorio interessato, non dovessero provvedere, negli anni, all'accantonamento delle somme necessarie, che risultano individuate sulla base di una stima prudenziale, è certo che, alla chiusura dell'impianto, i costi di bonifica e di ripristino del sito ricadranno, a cascata, direttamente sulle collettività interessate. Anche se la disciplina in materia di ambiente, già da anni, ha individuato i meccanismi contabili che possano permettere l'istituzione di un fondo passività ambientali per l'accantonamento delle somme necessarie al ripristino dello stato dei luoghi -- ci si riferisce sia alla raccomandazione della Commissione europea 30 maggio del 2001, sia al documento «Aspetti ambientali e principi contabili nazionali» del 2002 elaborato dalla Commissione economica e contabilità ambientale -- ciò non è quanto si verifica con assidua frequenza. In diversi casi, attesa la sua facoltà e non l'obbligatorietà dell'istituzione del fondo rischi, tale circostanza ha dato origine a vere e proprie esternalità, ovvero a costi che dovranno sostenere i cittadini. Notizie di stampa ci confermano, infatti, che non tutti gli enti gestori di impianti industriali hanno avuto la sensibilità e la lungimiranza di istituire un fondo passività ambientali con la predetta finalità. Alla luce delle superiori osservazioni appare, pertanto, opportuno che il Legislatore renda obbligatorio l'iscrizione in bilancio di passività ambientali al fine di impedire il ripetersi di quelle scelte irresponsabili e scellerate, compiute da quelle amministrazioni che hanno messo a repentaglio il ripristino ambientale del sito, subordinando il rilascio delle autorizzazioni alla redazione di una stima prudenziale dei costi per il ripristino dello stato dei luoghi. Detta stima dovrà ricomprendere sia i costi diretti aggiuntivi per l'azione di ripristino sia quelli relativi alla retribuzione ed all'indennità per i dipendenti impegnati nel ripristino, ed infine, anche i costi per i controlli e per il monitoraggio post-ripristino. L'importo della stima potrà essere oggetto di revisione solo in caso di sviluppi tecnologici, a condizione che sia probabile la loro adozione, ed a condizione che prolunghi il ciclo produttivo. L'iscrizione in bilancio di passività ambientali potrà essere evitata da parte degli amministratori solo con la sottoscrizione di una polizza fideiussoria di un importo pari all'importo risultante dalla stima redatta, destinata alla copertura dei costi per il ripristino. Il disegno di legge è composto da due articoli e si propone di apportare alcune modifiche al decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, che rappresenta la fonte normativa primaria in materia di tutela d'ambiente. Il primo articolo del disegno di legge contiene il dettato normativo di natura impositiva, volto a rendere obbligatorio l'iscrizione in bilancio di passività ambientali necessario per il ripristino del sito. Attesa la necessità di allargare la platea dei destinatari, si è ritenuto opportuno rivolgere la previsione normativa a coloro i quali intendano richiede il rilascio della valutazione di impatto ambientale (VIA). È comunque consentito disattendere tale obbligo solo in presenza di una sottoscrizione di una polizza fideiussoria volta a garantire il ripristino del sito. Tali superiori importi saranno determinati mediante la redazione di una perizia ragionevole e prudenziale sui costi necessari per il ripristino. Con riferimento alla polizza fideiussoria si specifica che essa debba essere emessa esclusivamente da istituti bancari riconosciuti dalla Banca d'Italia ed iscritti negli appositi elenchi tenuti da quest'ultima o da istituti assicurativi riconosciuti dall'Istituto per la vigilanza sulle assicurazioni (IVASS) ed iscritti negli elenchi tenuti da quest'ultima.