[pronunce]

che, in ragione della funzione della petizione quale forma di controllo diretto del popolo sovrano sull'operato dei propri rappresentanti, la qualificazione dei sottoscrittori come potere riconducibile allo Stato-comunità potrebbe altresì ricollegarsi, per analogia, al potere di iniziativa legislativa ed emendativo del singolo parlamentare, legittimato a presentare conflitto di attribuzione nei confronti della Camera di appartenenza; che ulteriore analogia si rinverrebbe tra il diritto di petizione e il potere di iniziativa attribuito a ciascun membro delle Camere dall'art. 71, primo comma, Cost., prerogativa che questa Corte ha già ritenuto - proprio quanto al profilo soggettivo del conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato - «divers[a] e distint[a] da quelle di cui dispone in quanto componente dell'assemblea, che gli [spetta] come singolo rappresentante della Nazione, individualmente considerato» (è citata l'ordinanza n. 17 del 2019, a sua volta richiamata dall'ordinanza n. 186 del 2021); che, nel caso di specie, i firmatari della petizione sarebbero mossi dalle « "comuni necessita`" che l'art. 50 Cost. esige», in quanto l'onere del green pass inciderebbe sull'esercizio delle loro liberta` fondamentali e si porrebbe in contrasto con le disposizioni costituzionali che le garantiscono (artt. 13, 16, 17, 21, 32, 35 e 36 Cost.) e, prima ancora, con i principi fondamentali della Costituzione (artt. 1, 2, 3, 4, 10 e 11 Cost.), nonché con gli artt. 3 e 21 CDFUE e con il regolamento n. 953/2021/UE; che, pertanto, le Camere avrebbero avuto l'obbligo di esaminare la petizione e di pronunciarsi su di essa, al punto da legittimare, in difetto, i cittadini medesimi alla proposizione di un conflitto di attribuzione innanzi a questa Corte; che l'omesso esame della petizione, dunque, determinerebbe una violazione, oltre che dei parametri costituzionali poc'anzi evocati, anche degli artt. 67, 70, 71 e 72 Cost., ledendo nello specifico gli artt. 140 e 141 regol. Senato e l'art. 109 regol. Camera, che imporrebbero l'esame delle petizioni attinenti ai progetti di legge in abbinamento ai medesimi progetti, richiedendo, allo stesso modo degli emendamenti presentati dai parlamentari, non solo tale esame, ma anche una pronuncia delle Camere sul punto, cosa non avvenuta nel caso di specie; che secondo i ricorrenti, al fine di decidere sul conflitto di attribuzione, questa Corte dovrebbe sollevare innanzi a sé questione di legittimità costituzionale (è richiamata l'ordinanza n. 22 del 1960) dell'art. 1, comma 6, del d.l. n. 127 del 2021 e della legge di conversione medio tempore approvata, di cui sarebbe evidente la contrarietà al diritto europeo, agli obblighi internazionali e a plurime disposizioni costituzionali; che, infatti, il d.l. n. 127 del 2021, come convertito, nel richiedere il possesso della certificazione verde per coloro che accedono ai luoghi di lavoro del personale della Polizia di Stato, imporrebbe surrettiziamente un obbligo vaccinale di cui non sussisterebbero i presupposti, in quanto di detti vaccini non sarebbero garantite né la sicurezza, né l'efficacia, essendo la comunità scientifica unanime nel ritenere insufficiente la sperimentazione eseguita; che la scarsa sicurezza dei vaccini sarebbe confermata dalla pretesa di condizionare la somministrazione del vaccino al rilascio di una totale esenzione da responsabilità per danni che dal vaccino stesso dovessero derivare, nonché dalla conseguente mancata previsione di un indennizzo, ritenuto invece dalla giurisprudenza costituzionale condizione essenziale e imprescindibile per l'imposizione di un obbligo vaccinale e, in generale, di un trattamento sanitario obbligatorio (sono richiamate le sentenze n. 118 del 2020, n. 107 del 2012 e n. 307 del 1990); che ulteriore riprova si trarrebbe dalle determinazioni dell'Agenzia italiana del farmaco (AIFA) richiamate nel ricorso, dalla risoluzione del Consiglio d'Europa del 27 gennaio 2021, n. 2361, recante «Considerazioni sulla distribuzione e somministrazione dei vaccini contro il COVID-19») e dal regolamento n. 953/2021/UE; che da ciò risulterebbe la concorrente violazione degli artt. 1, 2, 3, 4, 9, 13, 21, 32, 35, 36, 70, 72 e 77 Cost. nonché degli artt. 3, 13, 21 e 52 CDFUE, dell'art. 8 CEDU e del regolamento n. 953/2021/UE; che l'art. 1 Cost. sarebbe violato in quanto la previsione dell'impossibilità di accesso ai luoghi di lavoro troverebbe «il suo deleterio precedente solo nell'epoca autoritaria e totalitaria che ha preceduto la Liberazione e la susseguente Costituzione repubblicana di un'Italia libera e democratica fondata sul lavoro»; che gli artt. 2 e 32 Cost. sarebbero violati in quanto un ordinamento, che possa definirsi democratico, non potrebbe imporre un trattamento sanitario di cui siano incerte - se non addirittura ignote - le conseguenze sulla persona che vi si sottopone, posto che ai sensi dell'art. 32 Cost. un trattamento sanitario potrebbe divenire obbligatorio con una disposizione di rango legislativo solo se di tale trattamento siano garantite sicurezza ed efficacia, poiché la tutela della collettività non potrebbe mai imporre il sacrificio del singolo, esponendolo a danni o a pericoli, salvo che il sacrificio medesimo non sia assunto dal singolo con il di lui consenso (e` richiamata la sentenza di questa Corte n. 118 del 1996); che parimenti risulterebbe violato l'art. 32 Cost. in combinato disposto con l'art. 13 Cost., da cui sarebbe ricavabile il principio di autodeterminazione, che impone l'acquisizione di un consenso informato rispetto a un trattamento sanitario, mentre quello alla somministrazione del vaccino non sarebbe né un consenso, essendo «estorto» con la minaccia del mancato accesso al luogo di lavoro e della sospensione senza retribuzione, né informato, in quanto non sarebbero note le controindicazioni che potrebbero derivare dalla somministrazione dei vaccini; che sarebbero altresì lesi i principi di uguaglianza, ragionevolezza e proporzionalità, con conseguente violazione degli artt. 2, 3 e 32 Cost., dal momento che l'obbligatorietà del green pass non sarebbe idonea al raggiungimento del fine di tutela della salute pubblica e sarebbe in ogni caso sproporzionata, importando un eccessivo sacrificio ai contrastanti interessi meritevoli di tutela (diritto alla salute e all'autodeterminazione), tenuto tra l'altro conto che l'AIFA e la Commissione europea avrebbero ufficialmente dichiarato, in plurime occasioni e sedi istituzionali, di non sapere se la somministrazione del vaccino elimini o meno la contagiosità del soggetto vaccinato;