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Disposizioni in materia di dispensazione dei medicinali. Onorevoli Senatori. -- È oramai noto l'ampio dibattito che si è sviluppato nel nostro Paese dopo che, nel 2006, per la prima volta il farmaco è uscito dalla «roccaforte» della farmacia per approdare tra gli scaffali di esercizi di tipo commerciale, seguendo modelli ben più evidenti nel mondo anglosassone. In particolare, possiamo ben dire che la «garanzia» della dispensazione del prodotto farmaceutico non è più rappresentata dalle «mura» di un edificio nel quale è presente un farmacista, ma esclusivamente dalla «professionalità» del farmacista. Il decreto Bersani ha offerto la possibilità di dispensare i cosiddetti farmaci da banco, oltre che nelle farmacie, anche negli esercizi di vicinato e nei corner della grande distribuzione, sempre comunque alla presenza di un farmacista. In tal modo la normativa del 2006 ha innovato il tradizionale sistema distributivo del farmaco che rimane comunque ancor oggi regolato dalla legge 2 aprile 1968, n. 475, integrata poi dalla legge 8 novembre 1991, n. 362. La trama di questa normativa pone a suo perno la sola «farmacia» e si basa sull'equazione «farmaco-farmacia». Peraltro è nella farmacia, più che non nel farmacista, che la normativa che qui si intende innovare radica la funzione di dispensazione del farmaco, ove la farmacia rappresenta l'entità che funge da anello funzionale del sistema sanitario, mentre al farmacista è affidata la «nobile» funzione di portatore di una professionalità indispensabile e non sostituibile, asservita alla farmacia. Ed è quindi per questo motivo che la legge n. 362 del 1991 ha disegnato la farmacia come una «roccaforte», circoscritta al servizio di un numero predefinito di abitanti e aperta a pochi, selezionati nuovi accessi. Con il primo decreto Bersani in materia di liberalizzazioni (decreto-legge 4 luglio 2006, n. 223, convertito, con modificazioni, dalla legge 4 agosto 2006, n. 248) il sistema farmacia ha subito una oggettiva modificazione venendo messa per la prima volta in dubbio la prerogativa dell'esclusività della dispensazione del farmaco. L'assunto che solo la farmacia debba essere il fulcro del sistema distributivo, impone una necessaria verifica di come oggi il mercato dei farmaci sia gestito nel sistema distributivo organizzatosi -- nel tempo -- nel nostro Paese. Per fare ciò è necessario analizzare i dati del settore: i farmacisti iscritti negli ordini provinciali sono 72.854 e di questi i farmacisti titolari sono 16.112, pari al 22 per cento degli iscritti; i direttori di farmacie comunali sono 1.412, pari a poco meno del 2 per cento degli iscritti, mentre i restanti 55.330 sono non titolari di farmacia e sono ben il 76 per cento degli iscritti. Possiamo dire che 1 farmacista su 5 è titolare di farmacia. Tra i farmacisti non titolari si stima che un 5 per cento svolga un'attività esterna alla farmacia, quali quella dell’informatore scientifico, l'insegnamento, attività di gerente di sanitarie ed erboristerie. Alla luce di tali dati risulta che il 24 per cento dei farmacisti titolari ha, di fatto, il monopolio del sistema della distribuzione del farmaco. Per contro il restante 76 per cento dei farmacisti è costretto a svolgere un lavoro subordinato, con retribuzioni che risentono di un rapporto di forza, tra domanda ed offerta, troppo a favore dei titolari di farmacia. Tutto questo mette in evidenza una situazione ancor più paradossale: in Italia non è riconosciuta la libertà professionale del «farmacista», al quale, rispetto a tutte le altre professioni, non è concesso di esercitare privatamente e liberamente ciò per cui ha conseguito una laurea e sostenuto un esame di stato. Le farmacie convenzionate in Italia sono 18.039, e di queste 1.614 sono farmacie comunali, pari al 9 per cento, mentre circa 6.000 sono farmacie rurali, pari al 33 per cento del totale delle farmacie. In questa situazione di mercato, l'opportunità offerta al 76 per cento dei farmacisti non titolari ha indotto in molti di loro ad aprire una parafarmacia, che a fine giugno risultano essere 4.746. L'80 per cento dei comuni italiani, pari al 27 per cento della popolazione ha a disposizione una sola farmacia e bisogna evidenziare che tra i comuni che hanno una sola farmacia figurano anche località con una popolazione di 8.000, 9.000, 10.000 abitanti. Oltre a ciò va detto ci sono il 37 per cento dei comuni italiani con popolazione fino a 2.000 abitanti che non hanno una farmacia. Quanto poi ai comuni che hanno una popolazione oltre i 5.000 abitanti (nei quali convivono complessivamente 48.317.509 abitanti, pari all'83 per cento della popolazione nazionale) si ha mediamente una farmacia ogni 3.950 abitanti. Anche in ciò siamo ben diversi da altre realtà europee (come Germania, Francia, Spagna, Belgio), dove lo stesso rapporto assume il valore di 2.770 abitanti per farmacia. Il fatturato globale del mercato farmaceutico in Italia ammonta a 19,6 miliardi di euro. Di questi, ben 17,4 miliardi riguardano farmaci con prescrizione medica (fascia A e fascia C) mentre i restanti 2,2 miliardi sono imputati ai farmaci da banco. Dei 17,4 miliardi afferenti ai farmaci di fascia A e C, circa l'80 per cento è rappresentato dai farmaci a carico del Servizio sanitario nazionale (SSN), mentre la spesa del restante 20 per cento è pari a 3,2 miliardi di euro ed è data da quella parte di acquisti sostenuti direttamente dai cittadini. In questo contesto l'Antitrust -- in particolare in tutti i resoconti di fine anno dal 2009 ad oggi -- e la Commissione europea segnalano la necessità di aprire il mercato della vendita dei farmaci evidenziando chiari limiti alla concorrenza dell'attuale sistema italiano. Inoltre, le forti richieste da parte dei cittadini italiani che cercano sempre più anche in questi nuovi «esercizi di vicinato» tutti i farmaci a loro carico, perché sempre garantiti dalla figura professionale di un farmacista, sollecitano la liberalizzazione della vendita di tutti i farmaci a carico del cittadino anche al di fuori delle farmacie. Ciò porterebbe a: avviare la concorrenza, strumento attraverso il quale si otterrebbe un miglioramento dell'offerta, una ottimizzazione dell'organizzazione distributiva, oltre che ad un già dimostrato vantaggio economico dalla legge Bersani tutto a favore dei cittadini; nessun costo a carico dello Stato italiano né tantomeno al SSN, ma di controparte un buon ritorno fiscale da parte delle nuove realtà nascenti; nessun pericolo per la salute pubblica o di abuso di farmaci, in quanto i farmaci di fascia C vengono prescritti dal medico e dispensati dal farmacista. La riforma Bersani del luglio 2006 ha permesso alle società di farmacisti di essere titolari di più esercizi (fino a quattro farmacie ubicate nella provincia dove ha sede legale la società) e a ciascun socio della società di farmacisti di partecipare a più società, ed ha rimosso l'incompatibilità tra le attività di distribuzione all'ingrosso del farmaco e la partecipazione a società di gestione delle farmacie.