[pronunce]

- Il Tribunale di Torino, sezione distaccata di Moncalieri, dubita della legittimità costituzionale dell'art. 507 del codice di procedura penale, nella parte in cui - secondo l'interpretazione accolta dalle sezioni unite della Corte di cassazione ed alla quale il rimettente reputa di dover aderire - consente al giudice di disporre l'assunzione di nuovi mezzi di prova anche quando si tratti di prove dalle quali le parti sono decadute per mancato o irrituale deposito della lista prescritta dall'art. 468 cod. proc. pen. e, a seguito di tale decadenza, sia mancata ogni acquisizione probatoria. Ad avviso del giudice a quo, la norma censurata violerebbe, in tale lettura, il principio di terzietà ed imparzialità del giudice, sancito dall'art. 111 della Costituzione quale «cardine» del «giusto processo». Detto principio rimarrebbe, infatti, inevitabilmente compromesso allorché il giudice non si limiti ad integrare, all'esito dell'istruzione dibattimentale, elementi di prova insufficienti o lacunosi sottoposti alla sua attenzione dalle parti, ma acquisisca d'ufficio l'intero materiale probatorio necessario ai fini della decisione. Né rileverebbe, in senso contrario, la circostanza che il potere previsto dall'art. 507 cod. proc. pen. sia esercitabile solo in caso di «assoluta necessità»: giacché, in mancanza di prove dell'accusa, l'assoluta necessità sarebbe «in re ipsa», essendo evidente che, ove non si avvalesse di detto potere, il giudice dovrebbe assolvere l'imputato per carenza di prova del fatto contestato. In tal modo, verrebbero anche meno le «garanzie oggettive e soggettive» con le quali il nuovo testo dell'art. 111 Cost. circonda l'acquisizione delle prove legittimamente utilizzabili per l'affermazione della responsabilità penale. Non soltanto, infatti, la sanzione di inammissibilità prevista dall'art. 468 cod. proc. pen. rimarrebbe vanificata, ma il giudice sarebbe costretto in ogni caso ad assumere d'ufficio le prove: e ciò, anche quando la lista delle prove orali, anziché essere depositata in ritardo, non sia stata depositata affatto e non si rinvenga, nel fascicolo per il dibattimento, alcun elemento orientativo, con conseguente insussistenza delle condizioni per effettuare una seria e motivata valutazione sulla «rilevanza e pertinenza» della prova. 2. - La questione non è fondata. 3. - Nel formulare il quesito di costituzionalità, il giudice rimettente mostra, in effetti, di muovere dall'implicito presupposto che il potere di ammissione delle prove previsto dall'art. 507 cod. proc. pen. abbia carattere necessariamente officioso. Tale convinzione contrasta, tuttavia, con il dato normativo, dal quale emerge inequivocamente, al contrario, che il potere in discussione può essere esercitato dal giudice sia d'ufficio che su istanza di parte. Lo attestano le parole «anche d'ufficio», presenti nella norma censurata, e - ancor più chiaramente - le previsioni dell'art. 151 disp. att. cod. proc. pen., essenziali per una corretta esegesi della disciplina e che, nel regolare l'ordine di assunzione delle nuove prove disposte ai sensi dell'art. 507 cod. proc. pen. , distinguono specificamente, da un lato, la situazione attinente alle prove «richieste dalle parti» (comma 1), che devono essere assunte secondo l'ordine previsto dall'art. 496 del codice; dall'altro, la situazione delle prove orali introdotte d'ufficio dal giudice (comma 2), il quale dà inizio egli stesso direttamente alla relativa assunzione e, a seconda dell'esito di essa (favorevole o no all'una o all'altra parte), stabilisce poi quale delle due debba condurre l'esame diretto (ai sensi dell'art. 498 cod. proc. pen.), restando ovviamente all'altra il diritto all'eventuale controesame. Nella fattispecie oggetto del giudizio a quo e che ha suscitato il dubbio di costituzionalità, si verte, in effetti, nella prima di queste due ipotesi. Non si tratta, cioè, di prove individuate dal giudice, da lui introdotte e alla assunzione delle quali egli stesso dovrebbe, almeno in un primo momento, dare corso. Si tratta, invece, di prove (nella specie, testimoniali) ricercate da una delle parti (nella specie, il pubblico ministero) e di cui è la parte medesima a chiedere l'ammissione, sia pure non più - a causa dell'intervenuta decadenza per tardivo deposito della lista - nell'esercizio pieno del diritto alla prova previsto dall'art. 190, comma 1, cod. proc. pen. (che imporrebbe al giudice di ammettere le prove stesse, purché non manifestamente irrilevanti o superflue), quanto piuttosto in base al diverso e più restrittivo criterio considerato dalla norma censurata (l'assoluta necessità dell'acquisizione). In questa situazione - indipendentemente da ogni considerazione circa il problema della compatibilità col parametro costituzionale evocato degli interventi probatori officiosi del giudice (tema sul quale questa Corte ebbe a prendere posizione, anteriormente alla modifica dell'art. 111 Cost., con la sentenza n. 111 del 1993) - il vulnus lamentato dal giudice a quo resta escluso per una ragione pregiudiziale: e, cioè, che non risulta configurabile neppure una reale deroga al principio dispositivo, in base al quale il giudice è chiamato a giudicare sulla base di quanto allegato e provato dalle parti. Manca, di conseguenza, in radice la possibilità di ipotizzare una lesione del principio di imparzialità del giudice - principio cui ineriscono, più che a quello di terzietà, le censure del rimettente, in quanto relative al rapporto tra giurisdizione e decisione - con riguardo al rischio, anche soltanto astratto, di una impropria assunzione da parte del giudice di compiti dell'accusa o della difesa, atta a trasformarlo in un "alleato" dell'uno o dell'altro dei contendenti. Irrilevante, a tali fini, è che il parametro di esercizio del potere previsto dall'art. 507 cod. proc. pen. sia distinto, e più rigoroso, di quello che presiede in via ordinaria all'ammissione delle prove in virtù dell'art. 190, comma 1, cod. proc. pen. E ciò, specie ove si consideri che, secondo quanto affermato in più occasioni dalla giurisprudenza di legittimità (sia pure nell'ambito di un panorama interpretativo non privo di oscillazioni), ove ricorra il presupposto dell'assoluta necessità dell'assunzione, l'esercizio del potere in discorso - segnatamente se sollecitato dalle parti - è doveroso per il giudice, non essendo rimessa alla sua discrezionalità la scelta tra l'acquisizione della prova e il proscioglimento (o la condanna) dell'imputato (si tratta, dunque - non diversamente da quello previsto dall'art. 190, comma 1, cod. proc. pen. - di un potere-dovere). Né vale obiettare che, allorché il giudice ripristina, tramite l'applicazione dell'art. 507 cod. proc. pen.