[pronunce]

D'altra parte, continua la resistente, questa Corte nella sentenza n. 64 del 2014 ha affermato che l'esigenza di tutelare la concorrenza, attraverso l'uniformità della disciplina sull'intero territorio nazionale, è sorta soltanto con il d.l. n. 83 del 2012. Conseguentemente, si dovrebbe ritenere che l'operatività dell'art. 37, comma 7, di detto decreto, in quanto demandata ad un decreto ministeriale concordato con le Regioni, è differita a tale evento. Nel frattempo, permarrebbe la competenza regionale concorrente, che le Regioni potrebbero esercitare applicando i criteri previsti dalla normativa vigente e il cui esercizio sarebbe sindacabile solo sotto il profilo della congruità, salvo adeguarsi, una volta adottato il suddetto decreto, a quanto in esso stabilito. 3.- In prossimità dell'udienza, il Presidente del Consiglio dei ministri ha depositato memoria, con la quale insiste per l'accoglimento del proposto ricorso. Il ricorrente, dopo aver ripercorso il contenuto normativo della disposizione regionale impugnata e di quella statale indicata quale parametro interposto, afferma che, contrariamente a quanto rilevato dalla Regione Piemonte nel proprio atto di costituzione, la determinazione dei «valori massimi» dei canoni di concessione da parte delle Regioni dovrebbe avvenire, al fine di rendere omogenea la disciplina sul territorio nazionale, «all'interno ed entro i criteri generali stabiliti dallo Stato». Sarebbe pertanto evidente, in questa prospettiva, che l'art. 7 della legge della Regione Piemonte n. 22 del 2014 ha invaso la competenza esclusiva statale in materia di tutela della concorrenza. L'Avvocatura generale dello Stato prosegue richiamando la giurisprudenza costituzionale in materia di «tutela della concorrenza» e rilevando, in particolare, che dato il suo intrinseco carattere finalistico quest'ultima può influire anche su materie di competenza legislativa - concorrente o residuale - delle Regioni e che, quando ciò accada, il legislatore regionale non può prevedere requisiti ulteriori rispetto a quelli ammessi dalla disciplina statale. Ciò premesso, il ricorrente afferma che, a seguito dell'adozione del d.l. n. 83 del 2012, la determinazione dei canoni per l'uso energetico e di riqualificazione dell'energia è espressione della competenza esclusiva statale in materia di «tutela della concorrenza». A sostegno di ciò richiama la già citata sentenza n. 28 del 2014 di questa Corte, per poi sottolineare altresì il contrasto della disposizione censurata con le finalità poste dall'art. 37, comma 7, del d.l. n. 83 del 2012, dal momento che una disciplina dei canoni non omogenea dettata da parte delle Regioni è in grado di alterare l'equilibrio concorrenziale fra i vari operatori. Infine, il Presidente del Consiglio dei ministri esclude che la sentenza n. 85 del 2014 della Corte costituzionale si attagli al caso in esame, perché è stata pronunciata con riferimento a una legge regionale adottata prima dell'emanazione del d.l. n. 83 del 2012. A tal proposito rileva, altresì, che la sentenza n. 64 del 2014 di questa Corte, già richiamata dalla Regione Piemonte nel suo atto di costituzione, aveva affermato che è solo con il suddetto d.l. n. 83 del 2012 che lo Stato ha ritenuto di attrarre nell'ambito della tutela della concorrenza la quantificazione del corrispettivo delle concessioni per l'utilizzo delle acque a scopo idroelettrico. Conseguentemente, la determinazione del canone per l'uso di acqua pubblica compiuta dalla Regione Piemonte con la disposizione censurata risulterebbe in violazione dell'art. 117, secondo comma, lettera e), della Costituzione.1.- Il Presidente del Consiglio dei ministri ha promosso questione di legittimità costituzionale dell'art. 7 della legge della Regione Piemonte 24 dicembre 2014, n. 22 (Disposizioni urgenti in materia fiscale e tributaria), per violazione dell'art. 117, secondo comma, lettera e), della Costituzione. La disposizione regionale censurata - che stabilisce la misura del canone annuo per l'uso di acqua pubblica a fini energetici e di riqualificazione dell'energia, misura diversificata all'interno dell'utilizzazione idroelettrica in modo decrescente in proporzione alla potenza media di concessione - avrebbe invaso, secondo il ricorrente, la competenza esclusiva statale in materia di «tutela della concorrenza». Osserva infatti l'Avvocatura generale dello Stato che l'art. 37, comma 7, del decreto-legge 22 giugno 2012, n. 83 (Misure urgenti per la crescita del Paese), convertito, con modificazioni, dall'art. 1, comma 1, della legge 7 agosto 2012, n. 134, ha previsto che «con decreto del Ministro dello sviluppo economico, previa intesa in sede di Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le regioni e le province autonome di Trento e Bolzano, sono stabiliti i criteri generali per la determinazione, secondo principi di economicità e ragionevolezza, da parte delle regioni, di valori massimi dei canoni delle concessioni ad uso idroelettrico». La determinazione dei predetti canoni sarebbe stata, pertanto, attratta nell'ambito di tale disciplina, espressione della competenza esclusiva statale in materia di «tutela della concorrenza». 2.- Per un compiuto inquadramento della proposta questione di legittimità, è necessario ripercorrere l'evoluzione normativa in materia di derivazioni di acqua a scopo idroelettrico, con particolare riferimento alla disciplina concernente la determinazione dei canoni. 2.1.- L'art. 6 del regio decreto 11 dicembre 1933, n. 1775 (Approvazione del testo unico delle disposizioni di legge sulle acque e sugli impianti elettrici), tanto nel testo originario quanto in quello oggi vigente a seguito della sostituzione operata dall'art. 1 del decreto legislativo 12 luglio 1993, n. 275 (Riordino in materia di concessione di acque pubbliche), stabilisce che le utenze di acqua pubblica hanno per oggetto grandi e piccole derivazioni e precisa, per quel che maggiormente rileva ai fini del presente giudizio, che sono grandi derivazioni quelle che per produzione di forza motrice eccedono la potenza nominale media annua di kilowatt 3000 e che per costituzione di scorte idriche a fini di sollevamento a scopo di riqualificazione di energia superano i 100 litri al minuto secondo. L'art. 35 del medesimo testo unico stabilisce che le utenze di acqua pubblica sono sottoposte al pagamento di un canone annuo, ancorato, per quel che qui rileva, a ogni kilowatt di potenza nominale concessa o riconosciuta. L'art. 18 della legge 5 gennaio 1994, n. 36 (Disposizioni in materia di risorse idriche), ha stabilito che i canoni relativi alle utenze di acqua pubblica costituiscono il corrispettivo per gli usi delle acque prelevate e ne ha fissato l'importo in relazione ai diversi usi. Per quel che concerne le concessioni di derivazione ad uso idroelettrico, ha determinato il canone, per ogni kilowatt di potenza nominale concessa o riconosciuta, in lire 20.467.