[pronunce]

, nonché di un'interpretazione logico-sistematica fondata sulla natura e sulla funzione dell'istituto, ha affermato che, ai fini dell'individuazione dei reati ai quali è astrattamente applicabile la disciplina dell'istituto della sospensione con messa alla prova, il richiamo contenuto nella norma predetta alla pena edittale detentiva non superiore nel massimo a quattro anni va riferito alla pena massima prevista per la fattispecie base, non assumendo a tal fine alcun rilievo le circostanze aggravanti, comprese le circostanze ad effetto speciale e quelle per cui la legge stabilisce una pena di specie diversa da quella ordinaria del reato. Secondo il giudice a quo, il principio di diritto enunciato dalla giurisprudenza di legittimità, che esclude il computo delle aggravanti, non sarebbe estensibile anche alle attenuanti, ed in particolare a quelle ad effetto speciale; anzi, avuto riguardo al fondamento stesso del predetto principio, quale desumibile dalla richiamata pronuncia delle Sezioni unite (da individuarsi nell'esigenza di ampliare il perimetro applicativo dell'istituto premiale), dovrebbe piuttosto ritenersi che le diminuenti ad effetto speciale debbano essere prese in considerazione al fine di determinare la pena astrattamente applicabile in caso di messa alla prova. Comunque, anche computando l'attenuante ad effetto speciale, concretamente sussistente nella fattispecie, del concorso del fatto colposo della vittima, la concessione del beneficio risulterebbe inibita in ragione dell'operatività di un'altra regola di diritto vivente, la quale imporrebbe, in termini generali, che quando si deve determinare la pena massima astrattamente irrogabile in caso di reato circostanziato, dovrebbe trovare applicazione il criterio dell'aumento massimo per le aggravanti e della diminuzione minima per le attenuanti (ex multis, Corte di cassazione, sezione seconda penale, sentenza 30 gennaio-7 marzo 2002, n. 8906). Pertanto, la diminuzione operabile sarebbe quella minima pari ad un giorno di reclusione, sicché il reato per cui si procede resterebbe al di fuori di quelli ai quali è astrattamente applicabile la disciplina dell'istituto della sospensione con messa alla prova, avuto riguardo al limite edittale massimo della pena prevista. 3.- Tutto ciò evidenziato, il giudice a quo, nel sollevare le questioni di legittimità costituzionale dell'art. 168-bis, primo comma, cod. pen. , nei termini sopra indicati, osserva, in punto di rilevanza, che la disposizione sospettata di illegittimità costituzionale, alla luce dell'interpretazione prevalsa nel diritto vivente, sarebbe d'ostacolo all'applicazione dell'istituto della sospensione del procedimento con messa alla prova nella fattispecie concreta, cosicché la richiesta dell'imputata, nonostante la concorrenza di tutti gli ulteriori presupposti sostanziali e processuali previsti dalla legge, dovrebbe essere respinta, non essendo consentito tenere conto, ai fini dell'individuazione del limite massimo della pena detentiva astrattamente applicabile, della concorrente circostanza attenuante ad effetto speciale del concorso causale della vittima, o comunque, dell'intera portata diminuente di essa. Ove tale preclusione fosse rimossa, consentendosi il computo della detta attenuante nella sua massima portata diminuente, con riduzione della pena sino alla metà, il dimezzamento della pena edittale massima farebbe rientrare il delitto per cui si procede tra quelli per i quali è consentita l'ammissione al beneficio, con conseguente possibilità di accoglimento dell'istanza dell'imputata. 4.- Quanto al giudizio di non manifesta infondatezza, il rimettente muove dalla considerazione che, nell'ipotesi in cui concorra l'attenuante di cui all'art. 589-bis, settimo comma, cod. pen. , si determina una sensibile attenuazione della gravità concreta del reato, sia sul piano oggettivo che sul piano soggettivo: da un lato, infatti, l'attenuante in parola, in deroga al principio generale di cui all'art. 41 cod. pen. , attribuisce rilievo al concorso di cause diverse dall'azione od omissione del colpevole, sicché il giudizio sulla gravità di tale condotta deve tenere conto del fatto che essa non è la causa esclusiva dell'evento (nella specie, ascrivibile solo in parte alla guida incauta dell'imputata, in quanto riconducibile anche al fatto illecito della vittima, che aveva intrapreso l'attraversamento pedonale fuori dalle apposite strisce); dall'altro lato, in una con la riduzione dell'apporto causale del colpevole, si determinerebbe anche una decisa riduzione del grado della colpa ad esso addebitabile. Sarebbe, dunque, del tutto irragionevole precludere al giudice che decide sull'istanza di messa alla prova la formulazione di tale giudizio di ridotta gravità, in funzione della concessione o meno del beneficio, tanto più ove si consideri che il giudice della nomofilachia, nella già citata pronuncia (Cass., n. 36272 del 2016), ha statuito che il giudizio effettivo di ammissione del rito deve essere formulato dal giudice del merito tenendo conto della concreta gravità del fatto, valutata sulla base dei parametri di cui all'art. 133 cod. pen. , e, in particolare, della condotta, dell'entità del danno o del pericolo cagionato alla persona offesa e del grado della colpa. Oltre che irragionevole in sé, la disposizione sospettata di illegittimità costituzionale, non consentendo la possibilità di computare la predetta attenuante ad effetto speciale, nella sua massima portata diminuente nell'ipotesi in cui sia avanzata istanza di messa alla prova dell'imputato contro il quale si proceda per omicidio stradale, darebbe luogo ad una ingiustificata disparità di trattamento in confronto a fattispecie criminose punite con pene decisamente più elevate, rispetto alle quali, tuttavia, la sospensione del procedimento con messa alla prova sarebbe astrattamente ammissibile. Il giudice a quo esemplifica con riferimento alle fattispecie delle lesioni dolose gravissime (punite nella forma aggravata con la reclusione da sei a dodici anni: artt. 582 e 583 cod. pen.); della resistenza a pubblico ufficiale aggravata dal numero di più di cinque persone riunite e dall'impiego di armi (sanzionata con la reclusione da tre a quindici anni: artt. 337 e 339 cod. pen.) ; e della ricettazione aggravata dalla finalità di agevolare una associazione mafiosa (punita con la reclusione da due anni e otto mesi a dodici anni: artt. 648 e 416-bis cod. pen.). Osserva, inoltre, che anche per la contigua fattispecie delle lesioni personali stradali gravi o gravissime di cui all'art. 590-bis cod. pen. , la messa alla prova sarebbe percorribile, persino quando ricorressero plurime circostanze aggravanti (tra cui, ad esempio, l'eccesso di velocità, la fuga del conducente o lo stato di ebbrezza), trattandosi di reato per il quale si procede con citazione diretta a giudizio, ai sensi dell'art. 550, comma 2, cod. proc. pen. Il rimettente ritiene, infine, che la preclusione di cui all'art. 168-bis cod. pen.