[ddlpres]

L'intenzione è quella di affermare il principio che l'ambiente deve essere tutelato, conservato e preservato (in tutto o in parte), non solo perché esso ha un valore intrinseco in sé, ma anche per il valore, strumentale, che esso possiede per gli esseri umani. In base a questa più dettagliata articolazione, allora la distinzione tra antropocentrismo e anti-antropocentrismo non riguarda più la questione del valore da assegnare alla natura, ma il ritenere legittimo o no un trattamento differenziato della natura rispetto agli esseri umani. In altre parole: collegare l'ambiente all'uomo significa giustificare interventi di salvaguardia e tutela del primo anche perché essi rappresentano soprattutto la salvaguardia e la tutela del secondo. Il presente disegno di legge è volto a modificare l'attuale concezione di « bene », dando il giusto risalto alla sua idoneità di arricchire la persona umana: spostando il fulcro dal valore materiale del bene alla sua connessione con il progresso e il benessere che genera, si contempera la matrice venale-patrimoniale del bene con un approccio utilitaristico-funzionale. In tal senso, appare primario disancorare la storica visione del bene, basata esclusivamente sulla titolarità dello stesso e sulle prerogative assolutistiche ed esclusive del proprietario uti dominus , per approcciare l'idea delle cosiddette « fasce di utilità » dello stesso, consapevoli che le prerogative del proprietario e i relativi poteri riconosciuti sul bene non esauriscono tutti i rapporti esistenti, comprendenti le legittime aspettative di fruizione e di accesso da parte della collettività. Fin dalla nuova definizione di « bene » proposta all'articolo 810 del codice civile, incentrata non più sulla sua possibilità di essere oggetto di diritti ma sulla potenziale utilità derivante dallo stesso, si manifesta la volontà di valorizzare la dimensione funzionale dei beni e la loro idoneità a migliorare la dimensione personale degli individui. Contestualmente, la nuova formulazione dello stesso articolo 810 formalizza la rilevanza dei beni immateriali, adeguando la disposizione codicistica alla diversa realtà socio-economica e alla diffusione delle « cose incorporali » derivante dal progresso scientifico e dalla crescente attenzione di nuovi beni privi del requisito della materialità. Tale approccio orienta le successive disposizioni che si propone di inserire, muovendosi lungo due direttrici: l'inserimento della categoria dei beni comuni e la proposta di una nuova visione dei beni pubblici, incentrata sul rafforzamento della loro tutela assicurandone l'effettivo conseguimento delle prerogative pubbliche, intese come interessi della collettività. L'introduzione della categoria dei beni comuni con il nuovo articolo 812- bis del codice civile risponde all'esigenza, ampiamente manifestata dalla dottrina e dalla giurisprudenza, di riconoscere normativamente l'esistenza di tali peculiari beni caratterizzati dalla necessità di essere accessibili a tutti, previsione propedeutica a garantirne una peculiare tutela, vincolandone la destinazione collettiva a vantaggio dell'intera comunità e delle generazioni future. Numerosi sono stati, infatti, i tentativi dottrinali di definire i beni comuni, propugnanti l'introduzione di tale categoria tramite differenti approcci. Indagando solo la dimensione con rilevanza giuridica – attesi i numerosi studi che interessano differenti branche, dalla sociologia all'economia, passando per la filosofia alla politica fino ad ambiti « ibridi » quali la sostenibilità e gli studi sugli impatti sociali – sono stati ricostruiti differenti filoni, caratterizzati da un approccio più filosofico-politico a questioni pratico-giuridiche. Accanto a tali ricostruzioni dottrinali, nell'elaborazione del presente disegno di legge si è tenuto conto anche del tentativo avanzato dalla Commissione sui beni pubblici, presieduta da Stefano Rodotà, istituita presso il Ministero della giustizia, con decreto 21 giugno 2007, cosiddetta « Commissione Rodotà », e delle sue importanti conclusioni, lodevolmente diffuse e tenute in vita sui territori in epoca recente a cura del Comitato per la difesa dei beni pubblici e comuni « Stefano Rodotà ». Con l'importante supporto del gruppo di studio « Jus ID.EST » ( Juridical Innovation & Digital Environment Study Task ) presso il Dipartimento di giurisprudenza dell'Università Roma Tre, diretto dal professor Ettore Battelli, e degli uffici della Camera dei deputati, in particolare della VIII Commissione, si sono analizzate le varie teorie elaborate dalla dottrina che, sebbene differenti, hanno mostrato un fil rouge costante: appare, infatti, sempre primaria la comune necessità di riconoscere una categoria di beni a fruizione collettiva, di cui deve essere riconosciuta a chiunque l'utilizzabilità. Si tratta dei beni funzionali allo sviluppo dell'individuo e connessi ai diritti fondamentali, la cui utilità si manifesta proprio in questa strumentalità rispetto al godimento di tali diritti da parte della persona e che vanno curati prevalentemente nell'interesse delle generazioni future. Tali caratteristiche sono proprie non solo delle risorse naturali – tipico scenario d'identificazione dei beni comuni – ma anche dei cosiddetti « beni comuni urbani », i quali stanno acquisendo sempre una maggiore forza socio-collante e generativa di legami sociali quale resistenza alla spersonalizzazione dell'era globale. Anche per questi beni, quindi, le direttrici indicate si basano sulla necessità di coniugare le tutele volte a preservare e conservare con le garanzie di accesso e di utilizzo, in cui la fruizione sia anche partecipazione democratica nella vita del bene comune. L'eterogeneità dei beni comuni, costituente il principale ostacolo per una loro puntuale classificazione tassonomica, ha determinato la scelta di evitare qualsiasi loro elencazione, ancorché indicativa e non esaustiva: proprio la recente rilevanza assunta dai beni comuni urbani manifesta la preferibilità per un approccio « a geometria variabile », idoneo a evitare interpretazioni restrittive ovvero la necessità di futuri interventi legislativi, essendo così adeguabile ai vari mutamenti che avvengono nella società e al variabile rilievo per la comunità grazie al (solo) riferimento alle caratteristiche proprie del bene, ossia l'essere funzionali per la sopravvivenza dell'uomo o per lo sviluppo della persona umana in quanto strettamente collegati ai diritti fondamentali, ossia quei diritti previsti e tutelati dalla Costituzione. L'esistenza di tale categoria di beni « collegati alla realizzazione degli interessi di tutti i cittadini » è stata peraltro affermata dalla stessa giurisprudenza a partire dalla famosa pronuncia delle sezioni unite della Corte di cassazione n. 3665 del 14 febbraio 2011, indicante la via per superare la dicotomia beni pubblici e privati incentrata sulla sola titolarità dei beni, rea quest'ultima impostazione di tralasciare il « dato della classificazione degli stessi in virtù della relativa funzione e dei relativi interessi a tali beni collegati », dovendo invece recuperare la visione di « Stato-collettività » in luogo di quella di « Stato-apparato », trasmigrando così da « una visione prettamente patrimoniale-proprietaria per approdare ad una prospettiva personale-collettivistica ».