[pronunce]

che secondo il remittente tale norma, introdotta con la legge di conversione, in quanto di natura processuale sarebbe di immediata applicazione, ma in quanto valevole anche nei giudizi svoltisi nel vigore del testo originario del decreto-legge, non contenente la suindicata limitazione temporale, e quindi decisi secondo diritto con sentenze appellabili, finirebbe con il rendere ex post inammissibile l'appello, con lesione del diritto di difesa; che il remittente chiede in via principale la dichiarazione di illegittimità costituzionale della norma censurata nella sua globalità ed in via subordinata in quanto essa non prevede «che siano salvi gli effetti delle impugnazioni proposte nella vigenza e secondo la disciplina del decreto legge»; che va premesso che le contraddizioni sulle date di alcuni atti processuali in cui è incorsa l'ordinanza di rimessione (come data dell'atto introduttivo a volte è indicato il 23 dicembre 2002 a volte erroneamente il 23 dicembre 2003 e quella del deposito della sentenza impugnata a volte è fatta risalire al 24 febbraio 2003 a volte erroneamente al 24 febbraio 2004, ferma restando la data della notifica della sentenza, indicata nel 27 febbraio 2003) non impediscono la reale ricostruzione temporale della vicenda processuale, né la ricostruzione del percorso logico-giuridico del remittente, le cui argomentazioni non sono condivisibili perché si fondano su di un presupposto erroneo; che l'affermazione, in caso di successione di norme processuali, della loro immediata applicabilità non ne comporta, contrariamente a ciò che apoditticamente si ritiene nell'ordinanza di rimessione, l'applicazione anche agli atti già compiuti ed alle situazioni già esaurite; che il giudice remittente è convinto di dover fare applicazione in grado di appello della norma censurata, introdotta solo dalla legge di conversione e quindi entrata in vigore (art. 15, comma 5, della legge 23 agosto 1988, n. 400) quando non soltanto la controversia in primo grado era stata decisa nella vigenza del sistema normativo di cui al testo originario del decreto-legge, ma era addirittura spirato il termine breve per l'impugnazione (appello), ritualmente proposto secondo detto sistema; che siffatto ragionamento postula l'applicazione della norma sopravvenuta ad atti già compiuti ed a situazioni già esaurite; che, pertanto, non può in alcun modo verificarsi il paventato effetto di privazione di un mezzo impugnazione validamente esperito dalla parte e di conseguente passaggio in giudicato della sentenza di primo grado a causa dello spirare dei termini per la proposizione del ricorso per cassazione; che da tanto consegue l'implausibilità della motivazione sulla rilevanza della questione e la manifesta inammissibilità della medesima. Visti gli artt. 26, secondo comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87, e 9, comma 2, delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale.. . per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE dichiara la manifesta inammissibilità della questione di legittimità costituzionale dell'art. 1-bis del decreto-legge 8 febbraio 2003, n. 18 (Disposizioni urgenti in materia di giudizio necessario secondo equità), introdotto, in sede di conversione, dalla legge 7 aprile 2003, n. 63, sollevata, in riferimento all'art. 24 della Costituzione, dal Tribunale di Torre Annunziata con l'ordinanza di cui in epigrafe. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 20 giugno 2005. F.to: Piero Alberto CAPOTOSTI, Presidente Francesco AMIRANTE, Redattore Maria Rosaria FRUSCELLA, Cancelliere Depositata in Cancelleria l'1 luglio 2005. Il Cancelliere F.to: FRUSCELLA