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il comitato - e non quello parlamentare, ma il comitato che siede a Palazzo Chigi, che non è composto da rappresentanti della politica ma da funzionari, generali, ammiragli, scienziati - vuole avere le mani libere. Che vuol dire che vuole avere le mani libere? È perché il Parlamento si permette di entrare nel merito di queste questioni? Guai a voi parlamentari se vi interessate delle sorti del Paese, perché il comitato vuole avere le mani libere! Onestà assoluta: mani libere. (Applausi dal Gruppo FI-BP) . Vi dovete vergognare, lei si deve vergognare a dire queste cose in Commissione e se stamattina ci fossi stato io forse non sarebbe finita bene. Lei non si può permettere di dire davanti al Parlamento che il comitato di Palazzo Chigi vuole avere le mani libere rispetto ad una richiesta del Senato della Repubblica, del Parlamento italiano, che vuole soltanto governare i processi. ENDRIZZI (M5S) . Li avete governati voi, i processi! MALLEGNI (FI-BP) . Questo è vergognoso ed è su questo che voi vi dovete soffermare, perché non è un problema di Forza Italia o del senatore Mallegni, ma è un problema dell'assetto democratico di un Paese. Questo è il sistema. Per riassumere, concludendo prima di aver esaurito il tempo a me assegnato: un intervento così importante sulle sorti del futuro del Paese, dove transiterà tutta quella che sarà la nostra vita, perché la nostra vita è gestita dai nostri smartphone , che sono le nostre scatole nere, viene inserito con una fucilata all'interno di un provvedimento che non c'entra assolutamente nulla e parla di Brexit, che è un argomento altrettanto importante; viene esautorata la Commissione di merito; non ci viene consentito di discutere nel merito di questo argomento, soltanto la senatrice Tiraboschi ha sollevato con dovizia di particolari un argomento del genere e lei, a una nostra richiesta di inserire un controllo del Parlamento, dice: «Vogliamo le mani libere». Vi dovete vergognare! (Applausi dai Gruppi FI-BP e FdI) . PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Lanzi. Ne ha facoltà. LANZI (M5S) . Signor Presidente, gentili colleghi, questo decreto-legge pone soluzione ad un errore, un errore di presunzione o forse una sottovalutazione delle implicazioni che il voto sulla Brexit ha determinato. Ad oggi, abbiamo poche certezze e tanti dubbi: questo testo di legge di cui discutiamo è stato elaborato per fornire uno strumento utile ai tanti lavoratori, italiani e britannici, e alle tante aziende per contrastare la situazione di incertezza che verrebbe generata da una uscita della Gran Bretagna dall'Unione europea senza la ratifica di accordi che ne limitino l'impatto. Parlo di sottovalutazione, potrei anche parlare di leggerezza per riferirmi al voto che i cittadini britannici hanno espresso nel giugno 2016, fomentati da forze politiche miopi che anche subodorando le difficoltà legate all'esito della vittoria di misura (appena quasi il 52 per cento per uscire, contro oltre il 48 per cento per rimanere) sono poi praticamente sparite nel giro di un paio d'anni. Cosa resta, però, è il danno fatto alla Gran Bretagna e all'Europa tutta. Tra l'altro, un'uscita senza accordo è uno schiaffo molto forte a quasi la metà degli inglesi, il 48 per cento dei cittadini, come dicevo poc'anzi, che si erano espressi in favore dell'Unione europea e che ora si vedono dimenticati totalmente dai loro rappresentanti politici. Rappresentanti che, ricordo, sono stati capaci in pochi giorni di votare contro un'uscita dall'Europa senza accordo, per tre volte contro l'accordo stesso, chiuso dalla premier May, e anche contro un nuovo referendum sulla Brexit. Praticamente è la resa delle armi di chi è stato chiamato a rappresentare gli elettori e deve prendere alcune decisioni, nel bene o nel male. Chi ne fa le spese? Ovviamente, tutti i cittadini, europei e britannici. I legami che abbiamo con il Regno Unito sono stretti e molto importanti per centinaia di aziende e professionisti. Il ruolo che Londra ha svolto in questi anni, come centro economico e finanziario di tutta Europa, ci pone ora di fronte alla necessità di ridefinire e riorganizzare l'intero mercato finanziario intra e extra europeo. In apertura del mio intervento parlavo di pochissime certezze che abbiamo in questa fase di transizione e purtroppo sono tutte certezze molto negative. Innanzitutto, parliamo del settore bancario e finanziario: già in questi ultimi due anni tutti i grandi gruppi bancari hanno dovuto ricollocare le loro sedi, spostare personale, spendere centinaia di milioni di euro per contrastare questa situazione. In secondo luogo, le persone: sono centinaia di migliaia gli europei che per lavoro si trovano nel Regno Unito e che vivono un periodo di estrema incertezza. Infine, gli scambi commerciali: come Paese abbiamo un export verso il Regno unito di oltre 23 miliardi di euro mentre importiamo merci per soli 11 miliardi. Un saldo commerciale di oltre 12 miliardi a nostro favore che purtroppo soffrirà di una contrazione per le nostre aziende, che patiranno sicuramente per questa situazione. Prevenire è meglio che curare. Quante volte lo abbiamo sentito dire? Proprio per questo è stato proposto il testo che stiamo discutendo oggi: per prevenire le implicazioni di una hard Brexit, perché dopo sarebbe troppo tardi. Se è pur vero che gli accordi principali sono coordinati a livello europeo, dotarci di strumenti flessibili per un periodo di transizione è quanto mai necessario. In particolare, verranno tutelati i gruppi bancari, gli intermediari e gli operatori, al fine di assicurare la stabilità finanziaria, l'integrità dei mercati e la tutela degli investitori e della clientela. Per i cittadini britannici residenti da almeno cinque anni nel nostro Paese si prevede la possibilità di richiedere uno speciale permesso di soggiorno, che consentirà la loro permanenza sul territorio italiano, contestualmente alla salvaguardia dei diritti sanitari e sociali. Giustamente vengono, dopo tanti anni di difficoltà organizzative, potenziati gli uffici consolari del Regno Unito, vista la mole di lavoro che li impegna ogni giorno. Onestamente, fatemi dire, è scandaloso che questo potenziamento forte degli uffici e del personale necessario a gestire le pratiche non sia stato fatto prima, dagli scorsi Governi. Gli italiani registrati in Gran Bretagna risultano essere oltre 330.000. Ma se contiamo quanti non sono registrati all'AIRE, il numero dei nostri connazionali arriva alle 700.000 unità. Un numero impressionante di persone a cui, fino ad oggi, non è corrisposto un egual impegno delle nostre istituzioni. Ma tornando al testo del provvedimento, voglio lanciare un campanello d'allarme. Qui mancano due elementi fondamentali, ma sono sicuro che il Governo li integrerà in provvedimenti futuri: il primo, è un incentivo per il rientro di tanti cittadini italiani che sono emigrati nel Regno Unito e che costituiscono un patrimonio di esperienza e di capacità che il nostro Paese deve valorizzare. Oggi ragioniamo su cervelli e ricercatori, ma dobbiamo allargare i nostri orizzonti. Per coloro che hanno maturato importanti esperienze lavorative all'estero, anche in assenza di un titolo di laurea, è nostro interesse che tornino nel nostro Paese ad arricchire il nostro tessuto lavorativo e produttivo.