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Signor Presidente, onorevoli colleghi, il disegno di legge che ci accingiamo a votare contiene, tra le altre, una significativa accelerazione del processo di liberalizzazione del comparto idroelettrico riferito alle concessioni di grandi derivazioni, che potrebbe coincidere sostanzialmente e potenzialmente con un significativo processo di privatizzazione. Oltre il 70 per cento della produzione da fonte idroelettrica è riferito a concessioni che sono totalmente pubbliche, controllate da enti territoriali, o partecipate a maggioranza pubblica dallo Stato, ancorché quotate (Enel o sempre enti territoriali). Nonostante in data 23 settembre 2021 sia intervenuta l'archiviazione da parte della Commissione europea della procedura di infrazione sullo specifico argomento, stante il mutamento drammatico dello scenario globale e nazionale, è opportuno porre l'attenzione su come e quanto il processo di accelerazione previsto dal citato articolo 5, sulla base di uno specifico obiettivo del PNRR, contrasti fortemente e palesemente con gli obiettivi unanimemente condivisi in relazione al processo di transizione energetica in atto e alla necessaria implementazione di misure urgenti in un contesto in cui si sommano gravi e inattese ulteriori emergenze, oltre a quelle già presenti sullo sfondo della crisi planetaria, ossia il cambiamento climatico (parlo di shock pandemico e post-pandemico, shock energetico e shock bellico in Europa e relative conseguenze globali). Come ci ricorda in modo inequivocabile il Copasir nella sua relazione conclusiva relativa all'indagine conoscitiva sulla sicurezza energetica nazionale, trasmessa alla Presidenza del Consiglio il 13 gennaio, l'Italia è stato l'unico Paese europeo ad aver introdotto, più di vent'anni fa, un regime concorrenziale nell'ambito delle concessioni idroelettriche e ad aver recentemente modificato le norme, rendendo possibile la partecipazione alle gare degli operatori esteri, ma in un regime di non reciprocità, poiché gli altri Paesi europei applicano un regime protezionistico in questo ambito. Affermazione, questa, chiara e inequivocabile, che evidenzia l'esposizione del nostro Paese a una concorrenza asimmetrica rispetto agli altri Paesi europei, che non solo non prevedono alcun tipo di apertura e di liberalizzazione, ma stanno al contrario operando proroghe in totale assenza di gare. Vedi, a titolo esemplificativo, la proroga dello Stato francese alle concessioni sul Rodano fino al 2041, già approvata per legge. Se combiniamo questa asimmetria normativa europea con la cogenza di dover esperire le gare europee per l'assegnazione delle concessioni di grandi derivazioni, come prevede il decreto legislativo semplificazione del 2016; con la bolla finanziaria presente sul mercato delle rinnovabili per la prima volta da decenni, che ha invertito il suo trend di costo discendente a causa dell'accaparramento degli impianti green da parte delle industrie della finanza e soprattutto delle internazionali; con il vincolo burocratico che lega le nostre imprese pubbliche rispetto all'agibilità normativa garantita agli operatori esteri, che potrebbero partecipare a gare con particolare aggressività (il cosiddetto dumping ); con la caratteristica sostanzialmente pubblica dell'attuale assetto industriale di gestione del sistema idroelettrico nazionale, ecco il rischio di compromettere irreversibilmente un pezzo di sistema della generazione elettrica nazionale, che, a differenza di altre fonti (solare ed eolica), ha le caratteristiche di essere un capitale industriale e tecnologico a carattere strategico. Ricordo a tutti i colleghi che tale fonte energetica ha caratteristiche qualitative speciali, tali da renderla insostituibile. Ne elenco alcune. È la più grande fonte (40 per cento circa) come capacità di generazione tra le FER; è la più stabile e programmabile tra le fonti rinnovabili; possiede la capacità di riavviare il sistema elettrico nazionale in caso di blackout ; contribuisce alla sicurezza del sistema elettrico nazionale grazie anche alla capacità di funzionamento in isola. L'accelerazione impressa dal disegno di legge concorrenza sulle gare e sulle concessioni relative alle grandi derivazioni idroelettriche non raggiunge gli effetti che si prefigge un processo di liberalizzazione e privatizzazione, in ragione della peculiarità operativa industriale del mercato di riferimento; provoca il mancato rilancio immediato degli investimenti strategici nel settore idroelettrico; potrebbe portare a una significativa limitazione della naturale e necessaria evoluzione tecnologica in un'attività di mercato come quella della generazione elettrica; rischia di esporre l'idroelettrico italiano alla mercé di operatori esteri, senza alcun bilanciamento né opportunità per gli operatori nazionali. Sarebbe quindi necessario consentire fin da subito agli operatori - come fatto ad esempio dalla Francia - attraverso meccanismi di estensione della durata di riassegnazione delle concessioni, di proporre piani di investimenti straordinari stimati in circa 10 miliardi di euro. Noto peraltro un'evidente contraddizione da parte di chi sostiene la concorrenza in campo idroelettrico e poi afferma l'esatto contrario quando si parla di forme di liberalizzazione nell'ambito delle concessioni degli stabilimenti balneari. Il risultato è che sono considerati strategici i balneari, giustamente, ma non la principale fonte di produzione rinnovabile del Paese, mentre è in atto una guerra alle porte dell'Europa e noi rischiamo, il prossimo inverno, il razionamento dell'energia. Ritengo questo molto preoccupante. Altre considerazioni riguardano la particolarità dei territori delle autonomie speciale. Le società pubbliche idroelettriche operanti nell'ambito territoriale dell'arco alpino, partecipate dagli enti di riferimento, dalla Regione Valle d'Aosta e dalle Provincie autonome di Trento e Bolzano in particolare, rappresentano società leader del sistema. Sono società sane, gestite in modo efficiente, come evidenziato dai bilanci, con una gestione operativa delle delicatissime infrastrutture idroelettriche non solo di grande qualità, ma che tiene conto delle specifiche peculiarità e delle esigenze territoriali. Il percorso della norma di attuazione dello Statuto speciale sicuramente rappresenta un importante passaggio per garantire l'autonomia della gestione del delicato aspetto delle gare da parte delle Regioni autonome. Ma la novella legislativa che ci accingiamo a votare mette in oggettiva difficoltà gli enti territoriali proprietari in riferimento alle attribuzioni previste dagli Statuti speciali stessi. Inoltre, ad oggi, ai canoni previsti dalla legge si sommano anche i dividendi della società partecipate, mentre con la privatizzazione si dirotterebbero gli stessi dividendi a società private, probabilmente straniere e probabilmente operanti nel settore oil and gas , vista la condizione di mercato in cui si trovano le rinnovabili. Con l'approvazione del presente disegno di legge, a seconda dell'esito di tali gare, certamente si rischia di compromettere la sostenibilità delle competenze attribuite dallo Stato agli enti ad autonomia speciale. Ricordo inoltre come la gestione pubblica abbia sempre mantenuto alti livelli di sicurezza, a livello di gestione delle grandi infrastrutture. In caso di cambio di gestione privatistica, questo aspetto sarà così importante?