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sebbene non obbligatoria, la app "Immuni" è stata scaricata da oltre 534.000 veneti, secondo i dati del Ministero della salute. Il Veneto è la quarta regione per numero di download , dietro a Lombardia, Lazio ed Emilia-Romagna, a dimostrazione che i veneti hanno compreso l'importanza di questo mezzo; alcuni organi di stampa hanno rivelato, però, che l' app non è stata attivata in Veneto, ovvero che non è possibile in tutta la Regione condividere i dati tracciati via bluetooth di tutti i contatti nelle ultime settimane; ciò è confermato da un comunicato stampa della Regione Veneto del 14 ottobre, secondo cui "Entro pochi giorni, al massimo lunedì (19 ottobre 2020), i Servizi di Igiene Pubblica dovranno comunicare ai sistemi informatici di Azienda Zero i riferimenti relativi alle segnalazioni dell'app Immuni"; non può sfuggire la pericolosità di questo ritardo. Di fatto, per mesi nella Regione Veneto, per chissà quanti contagiati, non è stato possibile effettuare il tracciamento mediante questo importante strumento aggiuntivo per i Servizi di Igiene e Sanità Pubblica nell'identificazione di eventuali contatti; si esprime una forte preoccupazione sulla eventualità che anche in altre regioni non siano state attivate le procedure di alimentazione dei dati della app "Immuni", si chiede di sapere: se il Ministro in indirizzo sia a conoscenza dei fatti esposti in premessa; se intenda avviare con immediatezza un mirato approfondimento al fine di comprendere le ragioni della mancata attivazione della app , di sostenere ogni azione funzionale alla sua attivazione e, se necessario, di surrogare la Regione Veneto nell'esercizio delle proprie competenze; quali iniziative urgenti intenda adottare al fine di verificare il corretto funzionamento della app "Immuni" su tutto il territorio nazionale. Interrogazioni con richiesta di risposta scritta Atto n. 4-04247 DE FALCO DE BONIS DI MARZIO FATTORI Al Presidente del Consiglio dei ministri e al Ministro della salute Premesso che: durante il periodo del " lockdown ", è emersa la notizia dell'esistenza di un "piano nazionale di preparazione e risposta ad una pandemia influenzale", che non era, però, mai citato in nessuna delle decisioni prese dal Governo, a partire dalla dichiarazione dello stato di emergenza del 31 gennaio 2020; dal sito del Ministero della salute, è emerso che il testo era stato pubblicato il 13 dicembre 2007. La pagina è stata aggiornata l'ultima volta il 15 dicembre 2016; nel piano anti pandemia sono, tra l'altro, elencate le sei fasi pandemiche che l'OMS ha indicato già nel 2005, e le azioni da adottare in relazione ad esse ed ai rispettivi livelli da parte degli Stati; in particolare, si osserva che nelle "fasi interpandemiche", ossia quelle nelle quali non vi è alcuna emergenza ma solo un plausibile basso rischio, è prevista tutta una serie di azioni di carattere preventivo e preparatorio che, nel caso attuale, sono state espletate solo quando l'epidemia era già diffusa nel Paese; nelle fasi interpandemiche (fasi 1-2) deve essere impartita un'informazione sanitaria alla popolazione per promuovere l'adozione delle comuni norme ed istruzioni igieniche. Si devono anche adottare misure sempre preventive, per limitare la trasmissione delle infezioni nelle comunità, scuole, case di riposo, altri luoghi di ritrovo; ed è sempre in queste fasi, anteriori alla dichiarazione dello stato di emergenza, che si devono predisporre piani e misure di controllo della trasmissione dell'infezione in ambito ospedaliero tramite approvvigionamento degli adeguati dispositivi di protezione individuale (DPI) per il personale sanitario, controllando il funzionamento dei sistemi di sanificazione e disinfezione e individuando appropriati percorsi separati per i malati o sospetti tali; ancora: l'OMS prevede che in questa fase si esegua un censimento delle disponibilità di posti letto in isolamento, di stanze in pressione negativa e di dispositivi meccanici per l'assistenza ai pazienti; nelle successive fasi (fasi 3-5, ossia quelle di allerta), anteriori alla diffusione del contagio all'estero, alle misure ricordate se ne devono aggiungere altre, tra le quali assume particolare rilievo la messa a punto di protocolli di utilizzo di DPI per le categorie professionali a rischio, e soprattutto un approvvigionamento adeguato per quantità e qualità; in presenza di trasmissione interumana dovrebbe essere valutata l'opportunità di restrizioni degli spostamenti da e per altre nazioni, ove si siano manifestati cluster epidemici, oltre all'opportunità e alle modalità di rientro dei cittadini italiani residenti in aree infette; viene, inoltre, prevista l'attivazione di protocolli contemplati dal regolamento sanitario internazionale in caso di presenza a bordo di aerei o navi di passeggeri con sintomatologia sospetta, così come azioni per informare i cittadini, promuovendo la diagnosi precoce, anche da parte degli stessi pazienti, per ridurre l'intervallo tra l'esordio dei sintomi e l'isolamento con assistenza continua domiciliare; è ancora in queste fasi, e non in emergenza, che si deve valutare l'opportunità di chiudere scuole o di altre comunità e della sospensione di manifestazioni e di eventi di massa, per rallentare la diffusione della malattia. Solo la fase 6, l'ultima, prevede la limitazione della mobilità delle persone; dunque, esisteva già prima della dichiarazione dello stato di emergenza del 31 gennaio 2020 una pianificazione del Ministero della salute, predisposta sulla base delle indicazioni dell'OMS, in base alla quale si sarebbe dovuto porre in essere una serie non irrilevante di azioni e misure preventive e preparatorie per affrontare al meglio l'emergenza. La gran parte delle attività avrebbe dovuto essere posta in atto fin dal momento della prima notizia del passaggio dell'infezione all'uomo, a fine 2019, atteso che con la Cina vi erano intensi collegamenti e scambi commerciali, quindi ben prima del 31 gennaio 2020, data di dichiarazione dello stato di emergenza da parte del Governo; era, infatti, almeno dalla fine di dicembre 2019 che si era a conoscenza di episodi sempre più gravi di diffusione del COVID-19 in Cina. Dunque, non si sarebbe dovuto attendere altro per mettere in atto le misure e le azioni che di fatto sono state attuate, e solo in parte, con grave ritardo e con effetti drammatici, esponendo a grave rischio concreto, a parere degli interroganti, il personale sanitario, che, suo malgrado, è divenuto vittima e esso stesso focolaio di diffusione del contagio. Non risulta nemmeno chiaro che cosa sia stato fatto dal 31 gennaio sino al 23 febbraio 2020, data in cui è stato emanato il decreto-legge n. 6; la questione del mancato uso del piano anti pandemia è stata posta al commissario Borrelli durante una delle conferenze stampa che si tenevano per fare il punto della situazione nel periodo del lockdown . Secondo il commissario straordinario un piano anti pandemia soltanto non sarebbe bastato, in quanto, a suo dire, sarebbe invece necessario un piano per ogni tipo di agente patogeno (uno per ogni virus, uno per ogni batterio, eccetera), poiché quello esistente era stato preparato per epidemie influenzali (influenza cioè malattia infettiva contagiosa delle vie respiratorie, endemica ed epidemica, di origine virale, a carattere acuto, come Sars-Cov2, appunto).