[pronunce]

Ciò premesso, la resistente – nel ribadire che l'ambito materiale interessato dalla legge in esame è quello della «tutela della salute dei cittadini, in collegamento alla tutela dell'ambiente in cui essi vivono» – rileva che, già sotto il vigore della vecchia disciplina contenuta nel titolo V della parte seconda della Costituzione, «la Corte costituzionale ha più volte riconosciuto la possibilità, per le Regioni, di prevedere limitazioni alla circolazione laddove questi provvedimenti siano collegati ad ambiti di competenza legislativa regionale» (è richiamata, segnatamente, la sentenza n. 51 del 1991). Ma quel che più rileva – secondo la resistente – è che dopo la riforma del titolo V la giurisprudenza costituzionale non solo ha riconosciuto la legittimità di disposizioni regionali «le quali, a qualsiasi livello, limitino l'inquinamento atmosferico o riducano, disciplinando la circolazione stradale, le vibrazioni, tutelino l'ambiente e insieme, se esistenti, gli immobili o i complessi immobiliari di valore culturale» (sentenza n. 232 del 2005), ma ha espressamente affermato che alla «riduzione delle emissioni» inquinanti possono concorrere «misure e politiche che sicuramente rientrano anche nel campo proprio delle competenze regionali», comprendenti anche «la predisposizione dei piani urbani del traffico» (sentenza n. 246 del 2006). 3.2.2.— Né, d'altra parte, l'illegittimità costituzionale delle norme regionali in esame – assume ancora la resistente – potrebbe essere giustificata in ragione del fatto che le stesse violino principi fondamentali della materia tutela della salute, ovvero (in alternativa) che si pongano esse stesse come espressione di un principio fondamentale. In relazione, infatti, al primo di tali profili, la Regione sottolinea come sia stato proprio il legislatore statale, addirittura anteriormente alla riforma del titolo V della Costituzione, a riconoscere alle Regioni – con l'art. 7 del decreto legislativo 4 agosto 1999, n. 351 (Attuazione della direttiva 96/62/CE in materia di valutazione e di gestione della qualità dell'aria ambiente) – la potestà di intervenire, a tutela della salubrità ambientale, attraverso «piani d'azione contenenti le misure da attuare nel breve periodo, affinché sia ridotto il rischio di superamento dei valori limite e delle soglie di allarme», misure che includono, se necessario, anche la «sospensione delle attività, ivi compreso il traffico veicolare, che contribuiscono al superamento dei valori limite e delle soglie di allarme». Analogamente, l'art. 5 del decreto legislativo 21 maggio 2004, n. 183 (Attuazione della direttiva 2002/3/CE relativa all'ozono nell'aria) stabilisce che Regioni e Province autonome predispongano, in relazione alle zone che presentino il rischio del superamento delle soglie di allarme, piani d'azione recanti «le misure specifiche da adottare a breve termine», incluse quelle «di riduzione o di sospensione di talune attività che contribuiscono alle emissioni che determinano il superamento della soglia di allarme», ed «in particolare del traffico di autoveicoli». In ordine, invece, al secondo di tali profili, ovvero alla supposta natura di principi fondamentali (e non di norme di dettaglio) che connoterebbe i censurati artt. 13 e 22 della legge impugnata, la resistente si limita a rilevare che, secondo la Corte costituzionale, i principi fondamentali «sono i nuclei essenziali del contenuto normativo» delle disposizioni che li esprimono (sentenza n. 280 del 2004), di talché «il rapporto tra norma “di principio” e norma “di dettaglio”» deve essere inteso nel senso che l'una «può prescrivere criteri (...) ed obiettivi», all'altra invece spettando l'individuazione degli «strumenti concreti da utilizzare per raggiungere quegli obiettivi» (sentenza n. 181 del 2006; è richiamata anche la sentenza n. 390 del 2004). Una correlazione siffatta – conclude sul punto la resistente – sembra sussistere proprio tra i richiamati decreti legislativi n. 351 del 1999 e n. 183 del 2004 e la censurata normativa regionale, atteso che, se le norme statali «pongono, allo scopo di tutelare al meglio la salute dei cittadini, l'obiettivo di ridurre le emissioni di sostanze inquinanti nell'aria», gli impugnati artt. 13 e 22 «provvedono concretamente a realizzare tale obiettivo, prevedendo la possibilità di sospendere la circolazione sul territorio regionale dei veicoli maggiormente inquinanti». 3.3.— Infine, la resistente svolge ulteriori considerazioni in merito alla duplice censura che investe l'art. 27, o meglio i suoi commi 11 e 18, della medesima legge regionale. Quanto, in particolare, alla prima di tali doglianze (avente ad oggetto il comma 11 dell'art. 27), la resistente evidenzia come la giurisprudenza costituzionale abbia ripetutamente affermato che «la competenza ad irrogare sanzioni amministrative non è in grado di configurarsi in via autonoma come materia in sé, ma accede alle materie sostanziali che disciplinano gli atti e i comportamenti sanzionabili» (sentenze n. 240 del 2007 e n. 63 del 2006). Ne consegue, pertanto, che non appartenendo, «in via pregiudiziale allo Stato e/o alle Regioni», il potere di prescrivere sanzioni amministrative, questo accedendo invece «alla specifica competenza legislativa ritenuta, secondo Costituzione, più adatta alla tutela di determinati diritti o interessi», la circostanza che le norme impugnate vadano «ricondotte alla competenza legislativa della Regione in materia di tutela della salute» renderebbe non fondata la prospettata censura. 3.4. — In ordine, invece, all'altra doglianza (quella che investe il comma 18 dell'art. 27), la resistente rileva, preliminarmente, la non pertinenza del riferimento – contenuto nel ricorso statale – alla sentenza della Corte costituzionale n. 134 del 2004, giacché essa riguarderebbe «un caso completamente diverso», relativo ad una norma regionale che prevedeva, quali componenti di un organo della Regione, «i Prefetti e i Procuratori generali dislocati in diversi tribunali» Nella giurisprudenza costituzionale, per contro, sarebbe dato rinvenire «alcune decisioni in cui viene considerata costituzionalmente legittima la previsione che organi dello Stato possano dare applicazione a leggi della Regione, qualora queste disciplinano oggetti di loro competenza». È citata, in particolare la sentenza n. 467 del 2005, secondo cui, posta «la propria competenza legislativa in una determinata materia, la Regione disciplina la stessa con norme cogenti per tutti i soggetti, pubblici e privati, che operano sul territorio regionale», ivi compresi, dunque, gli stessi organi statali. 4.- La Regione Lombardia, con un'ulteriore memoria depositata il 28 novembre 2007, ha ribadito le proprie difese, sottolineando, in particolare, come una «autorevolissima» conferma «della correttezza ed opportunità» della disciplina in contestazione verrebbe dalla risoluzione n. 7-00197 approvata, tra l'altro all'unanimità, il 13 giugno 2007