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L'ammassamento di truppe al confine e il dispositivo militare senza precedenti, dal punto di vista della marina militare russa, che stringe quasi in una sorta di blocco navale il Sud dell'Ucraina, fanno davvero preoccupare tutte le cancellerie europee e l'Alleanza atlantica. Ancor più grave è la diretta televisiva andata in onda l'altro giorno, o meglio le due parti di tale diretta, in cui Putin ha mandato messaggi molto chiari. Da una parte, infatti, il riconoscimento delle autoproclamate repubbliche separatiste, che per otto anni non aveva riconosciuto, segna un punto di non ritorno, stracciando gli accordi di Minsk e surriscaldando la situazione a livelli che nel post-guerra fredda non avevamo visto. Basterebbe questo per dire che la sfida è davvero a livelli altissimi. Colpiscono le modalità, nel momento in cui dice che lo fa non tanto e non solo per dare una veste giuridica - è un'ossessione tipica della diplomazia russa quella di ritagliare un quadro giuridico, in cui poter definire e dire che si sta compiendo un'operazione di pace - e colpisce ancora di più l'ardita ricostruzione storica. Per dimostrare l'inesistenza della nazione Ucraina, infatti, torna indietro di dodici secoli, alla Rus' di Kiev, in qualche modo ricostruendo la storia. Lo fa parlando all'opinione pubblica russa, per dire che, se interverrà, lo farà per tutelare i fratelli russi oppressi. E lo fa soprattutto per indicare un suo disegno, con alle spalle non solo la bandiera russa, ma anche la bandiera dei Romanov, archiviando e prendendo a sberle i nemici del popolo dell'epoca dell'Unione Sovietica e in qualche modo presentandosi come epigono dell'impero zarista. Invito chi non lo ha fatto a vedere il video in cui si vede uno dei capi dei servizi russi dell' intelligence venire bullizzato dallo stesso Putin, che lo accompagna a cambiare idea e a sposare la sua. È un messaggio chiaro alle opinioni pubbliche occidentali e alle cancellerie europee e atlantiche: qui sono io il capo, sono il Presidente della Repubblica, sono il capo dei servizi, sono il capo delle forze armate, non c'è suddivisione di poteri. E allora, davanti a questa prova di forza, serve un'adeguata risposta in termini di responsabilità da parte degli europei all'interno dell'Alleanza atlantica. Serve da parte delle classi dirigenti europee. Serve all'interno del nostro Parlamento da parte di tutte le classi dirigenti e anche qui dentro. Lo dico perché è bene mandare in soffitta sbandamenti e fascinazioni verso il regime autoritario russo che ha portato anche qualcuno qui dentro a dire addirittura «cederei volentieri due Mattarella in cambio di mezzo Putin». Inaccettabile. (Applausi) . Tutto questo deve essere messo in soffitta. Resettiamo e apriamo una nuova fase, la fase della responsabilità. Nel 1949 firmammo il Trattato dell'Alleanza atlantica non solo perché all'orizzonte si vedevano i rischi di un'instabilità dal punto di vista della sicurezza e della stabilità del nostro continente, di fronte all'Unione sovietica e al blocco sovietico, ma anche perché memori dell'oppressione nazifascista nei confronti delle democrazie liberali che si ritrovavano per una comunanza di valori e principi. Non c'è spazio allora per distinguo, ambiguità e pericolose equidistanze. Noi sappiamo da che parte stare. (Applausi) . Stiamo con le democrazie liberali e anche qui dentro non ci devono essere distinguo. Lo dico perché abbiamo visto il modus operandi di Putin. Lo abbiamo visto nel momento in cui occupò nel 2008 la Georgia, arrivando a pochi chilometri da Tbilisi e creando una situazione di fatto in Abkhazia e nell'Ossezia del Sud. Così è stato in Transnistria e in Crimea. Ha utilizzato questi conflitti latenti, che hanno causato peraltro migliaia e migliaia di morti, per porre dei temi di ridiscussione degli equilibri internazionali. Lo fa per affermare le sfere di influenza e per ridiscutere l'architettura di sicurezza europea, su cui da parte occidentale e all'interno della NATO c'è disponibilità a discutere. Comprendo e capisco, infatti, che i missili Tomahawk nello scudo missilistico della Romania e della Bulgaria possono rappresentare un elemento di insicurezza da parte della Russia di Putin. Ma per noi lo possono essere i missili Iskander a Kaliningrad, a una manciata di chilometri dai confini polacchi, a meno di 100 chilometri da Danzica, che dovrebbe evocare qualcosa nella storia del nostro continente. E allora, davanti alla richiesta di Putin di parlare da pari a pari con Biden e con Xi Jinping, con la richiesta di fondo di partecipare alla riscrittura di un nuovo ordine internazionale, valgono le cose che ha detto molto bene prima il senatore Nencini. Se vogliamo giocare la partita, è il momento di gettare il cuore oltre l'ostacolo, abbandonare l'idea in cui tutto noi possiamo fare in un'Europa a 27. Servono un'unione politica, una politica estera e una di sicurezza comune. (Applausi) . Di questo ne parleremo dopo: adesso è il momento dell'emergenza e della compattezza del fronte occidentale, atlantico e dei Paesi europei. Bene ha fatto ieri il Ministro, partecipando al consiglio informale, a rappresentare l'idea di un'Europa unita, che c'è perché non è vero che si sta andando in ordine sparso. Lo stiamo facendo sulle sanzioni e tutti noi siamo consapevoli del peso che potrebbero portare in prospettiva, in termini di rappresaglia del regime russo verso i nostri territori e la nostra imprenditoria. Tutti noi lo sappiamo e non lo si fa a cuor leggero. È però una scelta di deterrenza. Non si riporta al tavolo Putin con gli appelli al buon senso e al buon cuore: lo si riporta con la deterrenza. Ciò vuol dire stare nella NATO, prendere decisioni, essere pronti a rafforzare i dispositivi, ma soprattutto intervenire con le sanzioni che abbiamo ascoltato dal ministro Di Maio. Si tratta di sanzioni - diciamocelo - sicuramente più soft rispetto a quelle che il Governo giallo-verde, con l'allora ministro dell'interno e vice premier Salvini, ha prorogato per ben tre volte. Lo voglio ricordare, affinché tutti noi sappiamo che, quando si sta in uno scenario internazionale complesso e si governa, si prendono anche decisioni complicate e difficili, che devono essere raccontate con onestà all'opinione pubblica. (Applausi) . Da questo punto di vista, noi sappiamo - e mi rivolgo a lei, ministro Di Maio - che dovremo fare un lavoro molto attento sulle sanzioni, definendole in maniera modulabile - come si sta facendo - a seconda della de-escalation e della escalation , in maniera molto flessibile, provando a diminuirne l'impatto sul nostro territorio. Immagino stiate già negoziando - me lo auguro, altrimenti l'invito va in questo senso - anche forme di compensazione per i Paesi e per i settori più colpiti. Colgo l'occasione per ringraziare, tramite lei, i diplomatici, coloro che lavorano all'interno dell'OSCE, le persone che stanno nelle ambasciate più sensibili e, in particolare, il nostro corpo diplomatico a Kiev. Grazie davvero. Esprimo gratitudine, vicinanza e rispetto per il loro lavoro. (Applausi) .