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In compenso, l'amministrazione che presiede alla pubblica sicurezza ed all'ordine pubblico è sottoposta alla rigida subordinazione funzionale alla magistratura requirente, la quale esercita poteri coercitivi di vastità pari a quelli dei colleghi continentali; nessuna forma di coordinamento, di funzionalizzazione o di standardizzazione dell'esercizio dell'azione penale può aver luogo, neppure indirettamente, perché da noi non opera nessuno di quei meccanismi che controbilanciano questo enorme potere in Francia o in Germania. Dinanzi ad essa, però, la funzione giudicante ha mantenuto la natura flebile che aveva in quegli ordinamenti: una strutturazione ottocentesca, di uffici talvolta non permanenti (quando non costituiti a d hoc) , privi della cognizione del fascicolo nella sua interezza ed anzi spesso oggetto della prospettiva falsata di un momento di evidenza pubblica tardivo, incompleto o vistosamente ratificatorio di intese assunte fuori dall'udienza, di ratifica dei rapporti di forza tra le parti processuali. Lo spirito corporativo della magistratura è esaltato dall'esistenza di un organo di autogoverno che non solo non influisce credibilmente sull'attuazione della normativa disciplinare o deontologica, ma sottopone anche le progressioni di carriera a logiche di schieramento e di conventicola. In altri termini, abbiamo il peggio del sistema continentale (una magistratura requirente onnipotente, anche quando si relaziona con la giudicante per l'emissione delle misure cautelari, nel quadro di una corporazione autogestita) ed il peggio del sistema anglosassone (un'amministrazione della giustizia avulsa dal contesto delle politiche pubbliche nazionali); ciò è aggravato, addirittura, dall'esistenza di statuti differenti tra varie magistrature, con un riparto tra fori ordinari e fori speciali che costituisce un alibi per non uniformare prassi, guarentigie ed addirittura incompatibilità, deontologia e disciplina. È evidente che, per conseguire nel nostro Paese una razionalizzazione del ruolo della giustizia nelle politiche pubbliche, occorre incidere su alcune disposizioni di ordine costituzionale che, per come sono state sinora interpretate, hanno reso impossibile qualsiasi riforma in questo campo. È altrettanto chiaro che quelle stesse disposizioni sono il frutto della volontà del Costituente del 1948 di sormontare una situazione di classe, presente nel ceto magistratuale ereditato dal fascismo e dall'Italia liberale, che proprio grazie al cinquantennio repubblicano è successivamente, e fortunatamente, venuta meno. Prendere il buono da ciò che è avvenuto, nel metodo di selezioni dei giudici e nella loro indipendenza di giudizio, non è affatto abdicare all'esigenza garantista: tutt'altro. Se i «pretori d'assalto» degli anni Settanta vestono oggi l'ermellino in Cassazione, alcune esigenze anti-gerarchiche sono sicuramente venute meno: la distinzione dei giudici «solo per funzioni» può quindi essere declinata in guisa da non pregiudicare una maggiore standardizzazione dell'interpretazione della legge, trasformando il magistrato presente sul territorio da impareggiabile artigiano, cesellatore di pezzi unici, in gestore razionalizzato della risposta pubblica alla massa delle cause, con cui la cittadinanza più conflittuale d'Europa investe il sistema giustizia. Già il Costituente aveva tracciato la distinzione tra i ruoli di giudice e pubblico ministero, esigendone la separazione -- secondo la previsione dell'articolo 107, 3º comma -- per diversità di funzioni; l'articolo 107, 3º comma costituisce, infatti, da tale prospettiva, «l'elemento di qualificazione di tutto il sistema» (F. Bonifacio-G. Giacobbe, Commento sub art. 107 , in Commentario della Costituzione a cura di G. Branca, Bologna-Roma 1986, 162). Ma la disposizione ivi contenuta era stata letta anche come un vincolo negativo per il legislatore, che non potrebbe utilizzare altro criterio di qualificazione fra tutti gli appartenenti all'ordine giudiziario se non quello della funzione esercitata, escludendo ad esempio quello gerarchico. Si tratta di una strutturazione di tipo puntiforme che, se ha un senso nel sistema anglosassone, lo ha assai meno in quello continentale, quando il prodotto dell'attività giurisdizionale deve attenersi a criteri di interpretazioni uniforme della legge scritta; peraltro, anche nel Common law si è sentita da tempo l'esigenza di consacrare positivamente il vincolo dello stare decisis (il cui enunciato essenziale prevede che le corti inferiori si considerino vincolate dalle decisioni di quelle superiori: v. le riforme dell'amministrazione della giustizia introdotte dai Judicature Acts 1873-1875, con cui in Inghilterra si introdusse un sistema di corti organizzato in modo rigoroso e gerarchico). Né il rafforzamento della nomofilachia -- qui proposto con la novella all'articolo 108 della Costituzione -- comporta il ritorno di impossibili gerarchie nella selezione e nella carriera del magistrato (giustamente stigmatizzato da Guarnieri -- Pederzoli, La magistratura nelle democrazie contemporanee , Roma-Bari, Laterza, 2002, p. 138, secondo cui l'assetto della magistratura nei regimi autoritari della penisola iberica sopravvissuti alla seconda guerra mondiale -- non molto discostantesi da quello dell'Italia fascista -- implicava che «in tutti questi regimi, pur con qualche variazione, la magistratura gode di alcune, limitate garanzie di indipendenza. Infatti, di solito il regime si limita a influenzare la nomina dei magistrati di grado più elevato cui poi affida la gestione del corpo»). La struttura del potere giurisdizionale che qui si propone, con la novella sostitutiva dell'articolo 101 della Costituzione, è proprio quella che da un lato unifica il ceto magistratuale in un unico corpo (ripartito per competenze specializzate in civile, penale, amministrativo, militare e contabile), e dall'altro lato lo distingue per funzioni in una modalità duplice: sotto il profilo della posizione processuale (dove il rito lo prevede) le funzioni requirenti e quelle giudicanti; sotto un diverso profilo, quello dello stadio o fase processuale di cui si porta la responsabilità. In tal guisa si opera la specificazione del generale principio della divisione delle sfere di competenze, come corollario della garanzia dei diritti. Il valore della separazione dei poteri non ne viene intaccato, ma la sua proclamazione, attualmente sancita nell'articolo 104, è giustapposta alla struttura così delineata nel nuovo articolo 101, con il precipuo significato di segnalare l'esigenza di rendere effettivamente autonoma e indipendente la magistratura da ogni altro potere, imprescindibile premessa per garantire un assetto democratico dell'ordinamento giuridico. Al di fuori di tale principio, che costituisce, al contempo, nucleo forte e misura di apprezzamento di qualsiasi proposta di riforma, si è inteso lasciare aperta alla legge ordinaria la via per una disciplina delle carriere dei magistrati di procura e dei giudici. Il cammino verso un tipo di processo accusatorio pare ancora incompleto, nonostante il codice di procedura penale Pisapia-Vassalli abbia statuito che le parti ed il giudice acquistano un ruolo proprio e preciso, distinto tra loro. Già alla sua entrata in vigore fu notato come fosse del tutto inconciliabile con qualsiasi modello processuale accusatorio la struttura del p.m.