[pronunce]

ORDINANZA ha pronunciato la seguentenel giudizio di legittimità costituzionale dell'art. 197-bis, comma 6, del codice di procedura penale, promosso con ordinanza del 4 luglio 2003 dal Tribunale di Novara nel procedimento penale a carico di B.D. ed altro, iscritta al n. 746 del registro ordinanze 2003 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 38, prima serie speciale, dell'anno 2003. Visto l'atto di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri; udito nella camera di consiglio del 9 giugno 2004 il Giudice relatore Giovanni Maria Flick. Ritenuto che con l'ordinanza in epigrafe il Tribunale di Novara ha sollevato, in riferimento all'art. 3, primo comma, della Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell'art. 197-bis, comma 6, del codice di procedura penale, nella parte in cui prevede che alle dichiarazioni rese dalle persone che assumono l'ufficio di testimone ai sensi del comma 1 dello stesso articolo si applica la disposizione di cui all'art. 192, comma 3, del codice di procedura penale, in forza della quale dette dichiarazioni sono valutate «unitamente agli altri elementi di prova che ne confermano l'attendibilità»; che il giudice a quo premette che nel corso del dibattimento di un processo penale nei confronti di due imputati si era proceduto all'esame di un soggetto quale «testimone assistito» ai sensi dell'art. 197-bis, comma 1, cod. proc. pen. , trattandosi di persona originariamente coimputata del medesimo reato, nei cui confronti era stata pronunciata sentenza irrevocabile di applicazione della pena ex art. 444 cod. proc. pen. ; che le dichiarazioni accusatorie rese da tale persona rappresentavano l'unico elemento di prova emerso a carico degli imputati, non sufficiente, peraltro, come tale, a fondare un giudizio di responsabilità; che le dichiarazioni stesse non risultavano infatti corroborate da ulteriori elementi di prova atti a confermarne l'attendibilità, così come richiesto dalla regola di valutazione probatoria di cui all'art. 192, comma 3, cod. proc. pen. , espressamente richiamata — quanto alle dichiarazioni dei «testimoni assistiti» — dall'art. 197-bis, comma 6, del medesimo codice; che ad avviso del rimettente, tuttavia, la norma impugnata, nell'estendere ai «testimoni assistiti» la regola in parola, si porrebbe in contrasto con l'art. 3, primo comma, Cost. sotto un duplice profilo; che da un lato, infatti, la disposizione censurata equiparerebbe ingiustificatamente — sul piano della valenza probatoria delle relative dichiarazioni — i «testimoni assistiti» agli imputati in un procedimento connesso o di reato collegato sentiti ai sensi dell'art. 210 cod. proc. pen. ; e, dall'altro lato, li differenzierebbe altrettanto ingiustificatamente dai testimoni ordinari; che, quanto al primo profilo, il giudice a quo rileva come la legge 1° marzo 2001, n. 63 (Modifiche al codice penale e al codice di procedura penale in materia di formazione e valutazione della prova in attuazione della legge costituzionale di riforma dell'articolo 111 della Costituzione) — modificando l'art. 197 cod. proc. pen. ed introducendo nel codice di rito il nuovo art. 197-bis — abbia enucleato, nell'ambito della categoria degli imputati in un procedimento connesso o di reato collegato ai sensi dell'art. 371, comma 2, lettera b), cod. proc. pen. , i soggetti la cui posizione sia stata definita con sentenza irrevocabile — sia essa di condanna, di proscioglimento o di applicazione della pena ai sensi dell'art. 444 cod. proc. pen. — prevedendo per essi la possibilità di essere sentiti come testimoni; che l'assunzione della qualità di testimone renderebbe peraltro la posizione dei soggetti in parola nettamente differenziata rispetto a quella degli altri imputati in un procedimento connesso o di reato collegato, che vengano sentiti ai sensi dell'art. 210 cod. proc. pen. ; che questi ultimi, infatti — a differenza dei primi — non hanno l'obbligo di dire la verità e, conseguentemente, nel caso di dichiarazioni false o reticenti, non commettono il reato di falsa testimonianza (art. 372 cod. pen.); che, inoltre, gli imputati in procedimento connesso o di reato collegato, di cui all'art. 210 cod. proc. pen. , sono ancora in attesa di giudizio definitivo: circostanza che, per un verso, permette di utilizzare a loro carico le dichiarazioni rese e, per un altro verso, può generare il sospetto che le loro dichiarazioni accusatorie siano suggerite dall'intento di scaricare su altri le proprie responsabilità o di fruire di benefici collegati alla collaborazione prestata; i «testimoni assistiti», invece, hanno ormai definito la propria posizione processuale, senza alcuna possibilità di modifiche peggiorative a seguito della deposizione, stante la garanzia della completa inutilizzabilità in loro danno delle dichiarazioni rese, prevista dal comma 5 del medesimo art. 197-bis; che, pertanto, le ragioni processuali e sostanziali poste alla base della limitata efficacia probatoria — prevista dall'art. 192, commi 3 e 4, cod. proc. pen. — delle dichiarazioni rese dai soggetti ivi considerati, non sarebbero affatto ravvisabili rispetto ai «testimoni assistiti» di cui all'art. 197-bis, comma 1, cod. proc. pen. ; che, quanto al secondo profilo, la posizione dei testimoni in questione non differirebbe da quella dei testimoni ordinari, assumendo entrambi l'obbligo di dire la verità, ex artt. 198, comma 1, e 497, comma 2, cod. proc. pen. , e le conseguenti responsabilità penali in caso di sua violazione; che le discrepanze di regime riscontrabili, per il resto, tra l'una e l'altra categoria sarebbero soltanto apparenti o non significative: e così, in particolare, l'esenzione dall'obbligo di deporre su fatti per i quali è stata pronunciata sentenza di condanna (nel caso in cui non vi sia stata ammissione di responsabilità), prevista per il «testimone assistito» dall'art. 197-bis, comma 4, cod. proc. pen. , corrisponderebbe alla garanzia contro l'autoincriminazione stabilita per i testimoni ordinari dall'art. 198, comma 2, cod. proc. pen.; l'inutilizzabilità delle dichiarazioni a proprio carico, sancita per i testi de quibus dall'art. 197-bis, comma 4, sarebbe «parallela» a quella prevista in via generale dall'art. 63 cod. proc. pen. ; ed ancora, l'assistenza del difensore, imposta per i testi stessi dal comma 3 dell'art. 197-bis, si risolverebbe in una semplice «garanzia anticipata» rispetto a situazioni quali quelle contemplate dal comma 4 del medesimo articolo, garanzia peraltro accordata, a posteriori, dal citato art. 63 cod. proc. pen. anche al testimone comune, nel caso in cui renda «dichiarazioni autoindizianti»;