[pronunce]

che, ad avviso della difesa dello Stato, in primo luogo andrebbe esclusa la possibilità di ravvisare una violazione del principio di ragionevolezza, ai sensi dell'art. 3 Cost., in quanto la ratio del divieto di disporre la custodia cautelare in carcere (salva la sussistenza di esigenze cautelari di eccezionale rilevanza), quando imputata sia una donna incinta o madre con prole di età inferiore a tre anni (oggi a sei anni), con lei convivente, sarebbe quella di assicurare la presenza di almeno un genitore, «essendo essa sola idonea a garantire, preservare e salvaguardare l'integrità psico-fisica del bambino infratreenne in un momento particolarmente qualificante e significativo della sua vita»; che, invece, qualora «sia imputata la madre di un figlio gravemente ammalato, convivente con la stessa, l'auspicata previsione della possibilità per la madre in vinculis di ottenere la misura degli arresti domiciliari non costituisce l'unico mezzo per soddisfare la diversa esigenza che siano assicurate la necessaria assistenza e cura al minore, maggiore di tre anni ma affetto da patologie invalidanti, che ben potrebbero essere apprestate da altri familiari, o da strutture assistenziali, non potendosi a priori ritenere il loro intervento infungibile rispetto alla presenza del genitore detenuto»; che neppure sarebbe sostenibile che l'affidamento, a soggetti diversi dalla madre, dell'assistenza e cura di un minore affetto da patologia gravemente invalidante sia di per sé lesivo del diritto alla salute del disabile, rivelandosi per ciò stesso incompatibile con l'art. 3 Cost.; che non risulterebbero violati i parametri di cui agli artt. 2, 29 e 30 Cost., ove si consideri che l'interesse da tutelare, non sacrificabile con il provvedimento restrittivo più rigoroso, non fa capo all'imputato, ma ai minori che si trovino in una particolare condizione. Considerato che il Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Catanzaro, con l'ordinanza indicata in epigrafe, dubita della legittimità costituzionale dell'art. 275 del codice di procedura penale, in riferimento agli articoli 2, 3, 29, primo comma, 30, primo e secondo comma, 31, secondo comma, della Costituzione, nella parte in cui non prevede «il divieto di disporre e mantenere la custodia cautelare in carcere, salvo che sussistano esigenze cautelari di eccezionale rilevanza, quando imputata sia la madre di prole, con lei convivente, totalmente invalida, che versa in condizioni di salute particolarmente gravi e che, per tale ragione, necessita di continue cure ed assistenza o il padre, qualora la madre sia deceduta o sia assolutamente impossibilitata a fornire alla prole le cure e l'assistenza di cui ha ininterrottamente bisogno»; che, in particolare, la norma censurata sarebbe in contrasto: a) con l'art. 2 Cost., perché non riconoscerebbe e garantirebbe il diritto di ogni uomo di curare ed assistere il proprio figlio gravemente ammalato, periodicamente sottoposto a terapie invasive e dolorose, diritto costituente «la proiezione naturale di ogni essere umano», soprattutto quando la madre sia deceduta o nell'assoluta impossibilità di fornire l'assistenza; b) con l'art. 3 Cost. e, in particolare, col principio di ragionevolezza, perché la norma, da un lato, consente (in caso d'insussistenza di eccezionali esigenze cautelari e in presenza di assoluto impedimento della madre) che il padre detenuto possa ottenere la graduazione della misura per assistere i figli di età inferiore ai tre anni, dall'altro, pur sussistendo i medesimi presupposti, impedisce al genitore in vinculis di curare in regime di arresti domiciliari il proprio figlio gravemente ammalato, richiedente un'assistenza ancora più importante di quella da assicurare a bambini i quali, pur essendo di età inferiore a tre anni, versano in normali condizioni di salute; c) ancora con l'art. 3 Cost., sotto il profilo della violazione del principio di uguaglianza, in quanto la norma disciplina in modo diverso situazioni identiche, a seconda che riguardino o meno bambini di età inferiore a tre anni, perché soltanto nel primo caso si applica la previsione di cui all'art. 275, comma 4, cod. proc. pen. , ancorché in entrambi i casi le esigenze di cura e assistenza siano identiche, siccome determinate non da un naturale stato d'immaturità fisica bensì da un grave stato di salute, e perciò del tutto indipendenti dall'età; d) con l'art. 29, primo comma, Cost., perché la norma non tutela il naturale diritto-dovere dei genitori di provvedere personalmente alle esigenze di cura e assistenza di figli gravemente ammalati; e) con l'art. 30, primo e secondo comma, Cost., perché la norma non garantisce il diritto-dovere dei genitori di mantenere i figli (espressione, questa, che non può non comprendere anche le ipotesi in cui i genitori siano chiamati a svolgere un infungibile compito di cura); f) con l'art. 31, secondo comma, Cost., in quanto la norma impedisce al bambino di vivere la malattia con l'aiuto materiale ed affettivo dell'unico genitore in grado di prestarglielo, costituente «una figura insostituibile, l'unica in grado di infondere la forza, l'equilibrio e la serenità necessari»; che la questione così sollevata è manifestamente inammissibile; che, infatti, il rimettente ha omesso di descrivere in modo sufficiente la fattispecie al suo esame, in quanto, pur ponendo al centro della propria argomentazione circa l'asserita impossibilità della moglie del detenuto di prestare adeguata assistenza alla figlia minore ammalata, a causa dell'attività lavorativa svolta dalla donna, nulla riferisce circa la natura di tale attività, le caratteristiche della stessa, l'impegno temporale che essa richiede, così precludendo a questa Corte ogni valutazione sulla rilevanza della questione sollevata (ex plurimis: ordinanze nn. 154 e 146 del 2010, n. 211 del 2009); che, inoltre, sotto altro profilo, il petitum formulato è oscuro, o comunque segnato dalla prospettazione di soluzioni alternative, perché, mentre nel dispositivo si fa riferimento alla prole convivente, senza alcuna indicazione di limiti di età, nella motivazione, da un lato, si pone l'accento sulla giovanissima età della piccola ammalata (sette anni) e si richiama l'esigenza di tutelare gli interessi del bambino, orientando così la questione con riguardo ai minori di età, dall'altro lato si sostiene che le esigenze di cura e di assistenza sarebbero «completamente indipendenti dall'età», in tal modo auspicando (a quanto è dato comprendere) una declaratoria di illegittimità costituzionale che, in presenza di figli portatori di handicap gravemente invalidanti, andrebbe adottata prescindendo dall'età dei medesimi. Visti gli artt. 26, secondo comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87, e 9, comma 2, delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale..