[resaula]

Lo dico a lei, ma mi rivolgo al Ministro della salute e anche al Presidente del Consiglio. Nella Marsica ci sono oltre trenta Comuni e nell'ospedale di Avezzano la situazione dei contagi è fuori controllo; non solo non si riesce a fare il trattamento, ma non si riescono neanche a fare i tamponi, perché mancano le macchine per processare e mancano i reagenti. Nell'ospedale di Avezzano si è verificata questa singolare, terribile situazione, nella quale i malati Covid stanno infettando i malati degli altri reparti, perché non si è provveduto per tempo ai percorsi designati per separare le due realtà. Ci sono medici e chirurghi che escono dalle sale operatorie e sono costretti a transitare nelle zone infette. Per dire dunque alla fine che cosa? Non c'è tempo, ma mi appello al Presidente del Consiglio e al Ministro della salute, perché gettino immediatamente uno sguardo in quella struttura ospedaliera, che non solo non riesce più a fronteggiare l'emergenza, ma che è diventata un problema per se stessa, perché è diventata un centro di contagio. Ci vuole quindi immediatamente un ospedale esterno, una tensostruttura, e ci vuole personale medico e paramedico, perché la situazione è assolutamente fuori controllo. La ringrazio davvero, signor Presidente. (Applausi) . DAMIANI (FIBP-UDC) . Domando di parlare. PRESIDENTE. Ne ha facoltà. DAMIANI (FIBP-UDC) . Signor Presidente, come Gruppo parlamentare Forza Italia avevamo chiesto anche noi di intervenire per ricordare e commemorare Giuseppe Di Vittorio, il politico, il sindacalista. Lo faccio ora, a fine seduta, riallacciandomi a quanto è stato detto dai colleghi di tutti i Gruppi parlamentari che mi hanno preceduto, che hanno già tracciato la biografia di Giuseppe Di Vittorio, una biografia sicuramente fuori dall'ordinario. Da bracciante poverissimo e semianalfabeta della Puglia, quindi della mia terra, nei primi anni del Novecento è diventato il fondatore del più grande sindacato dell'Italia democratica. È stato anche deputato dell'Assemblea costituente ed è diventato poi persino presidente della Federazione sindacale mondiale. Parliamo di un militante sindacale e politico, che si forma in una terra a me cara, come dicevo, in un triangolo particolare, quello del Tavoliere delle Puglie, in un territorio compreso tra Cerignola, Canosa di Puglia e Minervino Murge. Di sicuro quella di Di Vittorio è stata una vita avventurosa e intensa, che spesso sfiora anche i confini del mito, senza però mai perdere di vista i due valori più preziosi, entrambi concreti e solidi: il lavoro e la democrazia. Sempre schierato dalla parte dei lavoratori, dei ceti sociali più deboli, Di Vittorio ha dato un grande contributo alla ricostruzione dell'Italia nel dopoguerra. Non va dimenticato anche il suo impegno per la stesura della nostra Carta costituzionale. In questo momento di grande difficoltà e di disagio che il Paese sta vivendo, vorrei evidenziare di Di Vittorio soprattutto il senso di responsabilità nazionale, che in lui sempre è prevalso, anche nei momenti tragici della giovane Repubblica Italiana alla fine degli anni Quaranta e la sua capacità di rivolgersi a tutti, come se parlasse a ciascuno, la sua capacità di parlare al cuore della gente, quindi ai braccianti di Cerignola come agli impiegati di Roma e Milano, agli operai delle fabbriche di Torino come agli intellettuali. Un messaggio attuale il suo e, in conclusione, mi piace ricordare le sue stesse parole: «La nostra causa è veramente giusta, serve gli interessi di tutti, gli interessi dell'intera società, l'interesse dei nostri figliuoli. Quando la causa è così alta, merita di essere servita, anche a costo di enormi sacrifici (...). Quando si ha la piena consapevolezza di servire una grande causa, una causa giusta, ognuno può dire alla propria donna, ai propri figliuoli, affermare di fronte alla società, di avere compiuto il proprio dovere». (Applausi) . CALIGIURI (FIBP-UDC) . Domando di parlare. PRESIDENTE. Ne ha facoltà. CALIGIURI (FIBP-UDC) . Signor Presidente, colleghi, volevo riportare all'attenzione dell'Assemblea ancora una volta il problema della sanità in Calabria. Negli ultimi giorni ne abbiamo viste e sentite anche troppe: abbiamo assistito a scoop , a notizie che un minuto prima riguardavano un ex commissario alla sanità calabrese e un minuto dopo il nuovo commissario nel frattempo nominato. Ebbene, tutte queste notizie e questi scoop non hanno fatto altro se non certificare il fallimento del Governo sulla sanità in Calabria. Riporto un pensiero dei calabresi, che oramai mal sopportano tutto ciò che riguarda il commissariamento in Calabria, che è la certificazione di dodici anni di fallimenti, di dodici anni di prese in giro verso i calabresi, verso la Calabria e verso la salute stessa dei calabresi. Come Gruppo Forza Italia abbiamo presentato un'interrogazione, firmata da tutti i senatori del Gruppo, rivolta al Presidente del Consiglio e ai ministri Speranza e Boccia per farci dare delle risposte e non ci fermeremo fino a quando queste risposte non arriveranno. Senza rubare troppo tempo, vorrei leggervi alcuni passaggi della lettera di una calabrese, l'avvocato Veltri, che secondo me, riassumendolo in maniera egregia, ci fa capire che cosa prova in questo momento il popolo calabrese: «Ore e ore trascorse nella vana speranza che voi, Ministro della salute, poteste aprire un varco di luce nella mia terra martoriata, popolata da gente fiera, laboriosa nella povertà, obbediente, quasi passiva al cospetto di regole ingiuste e impari. Vi dò del voi a simboleggiare il rispetto che noi calabresi abbiamo della cultura secolare, che ci impone civiltà, che ci frena nella razionale scelta di non agire con violenza. Ma siamo ormai sepolti da ingiustizie ataviche, che subiamo senza più avere la forza di destarci. Sono calabrese da sempre e per sempre. Voglio, devo poter sedare la mia coscienza con la giustizia, che crede nella Costituzione scritta da uomini giusti. In un giorno, in un attimo, le vostre ordinanze hanno spezzato ogni sogno, ogni speranza di risollevarci. Dodici anni di commissariamento hanno costretto noi ammalati a emigrare nonostante le eccellenze mediche; dodici anni di commissariamento hanno visto depotenziare i reparti, chiudere ospedali, negare il sacrosanto diritto alla salute; costretti a file interminabili per rientrare nei pochi aventi di fatto diritto a prestazioni che per legge dovremmo avere tutti. Diritti negati sull'effimera giustificazione di "risanamento della sanità calabrese", sempre e comunque a discapito di una terra abbandonata, sedata da promesse mai concretizzate. E mentre, fieri di essere un popolo che è riuscito a tenere a bada il Covid, almeno nel primo periodo, mentre le altre Regioni potenziavano i reparti di malattie infettive, qui si riducevano i posti letto negli stessi reparti. Quando non arrivavano le mascherine non c'è stata donna, madre o nonna che non ne abbia cucite, tagliando tessuti riposti nei bauli.