[pronunce]

con la conseguente irrilevanza delle questioni da lui prospettate sull'art. 438, comma 1-bis, cod. proc. pen. , nonché - come si dirà più innanzi (infra, punto 13. ) - la non fondatezza della questione sollevata sull'art. 5 della legge n. 33 del 2019. 6.2.- L'Avvocatura generale dello Stato ha poi eccepito l'inammissibilità delle questioni sollevate dal GUP del Tribunale di Piacenza in ragione, essenzialmente, della discrezionalità del legislatore nella configurazione delle preclusioni all'accesso ai riti abbreviati. L'eccezione non può essere accolta, attenendo - all'evidenza - al merito delle questioni sollevate. 7.- Nel merito, tanto la Corte di assise di Napoli, quanto il GUP del Tribunale di Piacenza sollevano anzitutto questioni di legittimità costituzionale dell'art. 438, comma 1-bis, cod. proc. pen. e - limitatamente al secondo rimettente - dell'art. 3 della legge n. 33 del 2019 in riferimento all'art. 3 Cost. Le questioni non sono fondate. 7.1.- Secondo i giudici a quibus, la preclusione al giudizio abbreviato per gli imputati di delitti puniti con la pena dell'ergastolo produrrebbe da un lato irragionevoli equiparazioni sanzionatorie tra fatti aventi disvalore differente, e dall'altro irragionevoli disparità di trattamento sanzionatorio tra fatti aventi disvalore omogeneo. Sotto il primo profilo, i rimettenti osservano come, nel novero stesso delle figure di omicidio doloso aggravato, la previsione astratta della pena dell'ergastolo accomuni fatti di gravità diversa, come, da un lato, omicidi commessi nell'ambito dell'attività di grandi organizzazioni criminali e, dall'altro, omicidi non premeditati commessi in un momentaneo accesso d'ira contro congiunti, come sarebbe accaduto nei casi oggetto dei procedimenti a quibus. L'esame dell'elenco dei delitti puniti con l'ergastolo previsti dal vigente codice penale evidenzierebbe, inoltre, il loro disvalore assai eterogeneo, che renderebbe irragionevole l'esclusione a priori dalla possibilità di accedere al giudizio abbreviato per i relativi imputati. Sotto il secondo profilo, la preclusione in esame produrrebbe irragionevoli disparità di trattamento, esemplificate dal confronto tra le ipotesi punite con l'ergastolo riconducibili al primo comma dell'art. 577 cod. pen. , che comprendono oggi l'omicidio del coniuge anche legalmente separato (per cui è precluso il giudizio abbreviato, con conseguente impossibilità di beneficiare della riduzione di pena in caso di condanna) , e quelle di cui al secondo comma, punite con la pena da ventiquattro a trent'anni di reclusione, che comprendono l'omicidio del coniuge divorziato (ipotesi per la quale è il giudizio abbreviato è invece ammissibile, con correlativa possibilità di ottenere il relativo sconto di pena in caso di condanna). Sarebbe, altresì, irragionevole la disparità di trattamento creata dalla disposizione censurata tra l'imputato di omicidio nei cui confronti, in esito al giudizio ordinario, l'aggravante contestata venga esclusa - il novellato art. 438, comma 6-ter, cod. proc. pen. prevedendo che la corte di assise applichi la riduzione di pena conseguente al giudizio abbreviato, ingiustamente negatogli -, e l'imputato di omicidio nei cui confronti venga bensì riconosciuta la sussistenza in fatto della circostanza aggravante che determina l'astratta applicabilità dell'ergastolo, ma tale circostanza venga "elisa" ai fini sanzionatori da una o più circostanze attenuanti presenti nel caso di specie - ipotesi nella quale l'art. 438, comma 6-ter, cod. proc. pen. non parrebbe consentire, quantomeno secondo l'implicita ricostruzione dei rimettenti, il "recupero" della pena connesso al rito. Le ordinanze di rimessione lamentano, altresì, l'intrinseca irragionevolezza della disciplina, sotto il profilo dell'asserita illogicità della scelta di far conseguire alla mera contestazione di un determinato titolo di reato effetti preclusivi della scelta del rito, dolendosi altresì di quella che appare ai medesimi l'unica reale finalità perseguita dal legislatore, rappresentata dall'inasprimento della reazione sanzionatoria contro gli autori dei reati abbracciati dalla preclusione, e segnatamente degli omicidi aggravati - profilo, quest'ultimo, sul quale si sofferma ampiamente anche, quale amicus curiae, l'Unione camere penali italiane, nella propria opinione scritta. 7.2.- Prima di esaminare il merito di queste doglianze, conviene rammentare che questa Corte si è già pronunciata, con l'ordinanza n. 163 del 1992, sulla preclusione del giudizio abbreviato per gli imputati di delitti punibili con l'ergastolo, rilevando che tale disciplina - conseguente alla precedente sentenza n. 176 del 1991, e rimasta in vigore sino alla legge n. 479 del 1999 (supra, punti 5.1. e 5.2. ) - «non è in sé irragionevole, né l'esclusione di alcune categorie di reati, come attualmente quelli punibili con l'ergastolo, in ragione della maggiore gravità di essi, determina una ingiustificata disparità di trattamento rispetto agli altri reati, trattandosi di situazioni non omogenee». In successive pronunce, questa Corte ha escluso l'illegittimità costituzionale delle preclusioni di natura oggettiva, fondate sul titolo astratto del reato, poste dal legislatore all'accesso ad altri riti speciali ad effetto premiale. In particolare, l'ordinanza n. 455 del 2006 ha affermato, con riferimento alla legittimità costituzionale delle preclusioni al cosiddetto patteggiamento allargato, che «l'individuazione delle fattispecie criminose da assoggettare al trattamento più rigoroso - proprio in quanto basata su apprezzamenti di politica criminale, connessi specialmente all'allarme sociale generato dai singoli reati, il quale non è necessariamente correlato al mero livello della pena edittale - resta affidata alla discrezionalità del legislatore; e le relative scelte possono venir sindacate dalla Corte solo in rapporto alle eventuali disarmonie del catalogo legislativo, allorché la sperequazione normativa tra figure omogenee di reati assuma aspetti e dimensioni tali da non potersi considerare sorretta da alcuna ragionevole giustificazione». La medesima ordinanza n. 455 del 2006 ha d'altra parte sottolineato che «l'ordinamento annovera un'ampia gamma di ipotesi nelle quali, per ragioni di politica criminale, il legislatore connette al titolo del reato - e non (o non soltanto) al livello della pena edittale - l'applicabilità di un trattamento sostanziale o processuale più rigoroso», formulando poi un lungo elenco di esempi a supporto di tale affermazione, e insistendo sul principio (anche di recente ribadito nella sentenza n. 95 del 2015) secondo cui la discrezionalità legislativa è soggetta, rispetto a tali scelte, al solo limite della manifesta irragionevolezza o dell'arbitrarietà.