[pronunce]

a) una delega - disposta dall'art. 2 - diretta a dare attuazione ai primi tre commi dell'art. 119 Cost., «al fine di assicurare, attraverso la definizione dei princípi fondamentali del coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario e la definizione della perequazione, l'autonomia finanziaria di comuni, province, città metropolitane e regioni, nonché al fine di armonizzare i sistemi contabili e gli schemi di bilancio dei medesimi enti e i relativi termini di presentazione e approvazione, in funzione delle esigenze di programmazione, gestione e rendicontazione della finanza pubblica»; b) una delega - disposta nell'art. 16 - che è rivolta a dare attuazione al quinto comma dell'art. 119 Cost. Secondo la difesa statale, la clausola di rinvio - contenuta nel richiamato art. 27 della legge n. 42 del 2009 - alle procedure previste per le norme di attuazione statutaria è riferibile soltanto alla delega conferita al Governo dall'art. 2 e non a quella di cui all'art. 16. Con la conseguenza che, per gli interventi di cui al quinto comma dell'art. 119 Cost., disciplinati dal decreto legislativo impugnato in attuazione del predetto art. 16, non opererebbe l'anzidetta clausola di rinvio. La necessità di far ricorso alle speciali procedure previste per l'attuazione statutaria, al fine di adottare le misure di cui al quinto comma dell'art. 119 Cost., non è desumibile, secondo la parte resistente, neppure dagli articoli 38 e 43 dello statuto di autonomia, evocati come parametri. Tale parte osserva, al riguardo, che il decreto legislativo impugnato - per la parte in cui dispone interventi di perequazione infrastrutturale - non può considerarsi attuativo dell'art. 38, perché detto articolo «non ha alcuna connessione con il superamento delle disparità infrastrutturali tra il territorio siciliano e il territorio di altre regioni», ma prevede «il finanziamento di lavori pubblici con la sola finalità di sostenere l'occupazione». Quanto, infine, all'art. 43 dello statuto, rileva che esso «è una disposizione sulla produzione normativa, la quale prevede l'emanazione di norme di attuazione esclusivamente al fine di attuare "il presente Statuto"» e non anche di attuare l'art. 119 Cost. o la legge di delegazione sul federalismo fiscale n. 42 del 2009. Dalla richiamata disposizione statutaria, pertanto, ad avviso della difesa statale, «non può trarsi un autonomo titolo per il legislatore nazionale (in concorso con quello regionale), ad adottare disposizioni di attuazione volte, invece, ad attuare l'art. 16 della legge n. 42/2009». 4.- In prossimità dell'udienza pubblica, la Regione ricorrente ha depositato una ulteriore memoria, nella quale contesta, anzitutto, la distinzione - prospettata dal Presidente del Consiglio dei ministri - fra le deleghe di cui all'art. 2 e quelle di cui all'art. 16 della legge n. 42 del 2009. Siffatta distinzione, secondo la Regione, non trova alcun fondamento nella legge, perché «tutti i decreti attuativi in materia di federalismo fiscale sono previsti dall'art. 2, che fissa i princípi e criteri direttivi generali e rimanda, per quelli piú specifici, a quanto stabilito dalle disposizioni successive, tra le quali l'art. 16». Quanto alla modifica apportata al predetto art. 16 dall'art. 1, comma 1, lettera e), della legge n. 85 del 2011, essa non avrebbe inciso sulla perdurante inapplicabilità alle autonomie speciali di disposizioni diverse dagli artt. 15, 22 e 27 della legge n. 42 del 2009, «atteso che l'art. 1, c.2 della legge delega è rimasto immutato». In ogni caso, prosegue la difesa regionale, l'estensione dell'art. 16 a tutti gli enti territoriali «non può implicare l'attribuzione della materia ad una unilaterale determinazione statale e la sua sottrazione alle norme di attuazione degli statuti speciali e, quindi, alla trattativa» con la Regione medesima. La Regione siciliana contesta, da ultimo, la tesi della difesa statale secondo cui l'art. 38 dello statuto siciliano non avrebbe funzione perequativa e risponderebbe a mere esigenze di incremento dell'occupazione. La ricorrente ribadisce, infatti, che tale articolo è diretto ad intervenire proprio sullo squilibrio infrastrutturale della Regione, con conseguenze soprattutto, ma non esclusivamente, di tipo occupazionale.1.- La Regione siciliana ha promosso, in riferimento agli artt. «38 e 43» dello statuto speciale di autonomia (r.d.lgs. 15 maggio 1946, n. 455, recante «Approvazione dello Statuto della Regione siciliana», convertito in legge costituzionale 26 febbraio 1948, n. 2) questione di legittimità costituzionale dell'intero decreto legislativo 31 maggio 2011, n. 88 (Disposizioni in materia di risorse aggiuntive ed interventi speciali per la rimozione di squilibri economici e sociali, a norma dell'articolo 16 della legge 5 maggio 2009, n. 42) e, «in particolare», dell'art. «9» [recte: 8] (recante le disposizioni transitorie e finali del decreto medesimo), nella parte in cui tale normativa - emessa in sede di prima attuazione dell'art. 16 della legge 5 maggio 2009, n. 42 (Delega al Governo in materia di federalismo fiscale, in attuazione dell'articolo 119 della Costituzione) - «non fa espressa menzione dell'inapplicabilità del Decreto legislativo alle Regioni a Statuto speciale né contiene alcun rinvio alle norme di attuazione dei rispettivi Statuti quale fonte normativa attraverso la quale regolare in tali Regioni gli interventi previsti dall'art. 119, quinto comma della Costituzione». La Regione, nel prospettare la censura, premette che l'impugnata normativa disciplina, in attuazione del quinto comma dell'art. 119 della Costituzione, la destinazione di risorse aggiuntive e l'effettuazione di interventi speciali da parte dello Stato (art. 1, comma 1, del decreto), ivi compresi quelli finalizzati a perseguire la perequazione infrastrutturale (art. 1, comma 2, del decreto). Ad avviso della Regione, la materia cui è ascrivibile tale normativa riguarda: a) sia le Regioni ad autonomia ordinaria sia gli enti territoriali ad autonomia differenziata, perché il quinto comma dell'art. 119 Cost. è diretto a promuovere un complessivo ed equilibrato sviluppo dell'intero Paese e, quindi, è applicabile anche alle autonomie speciali in base all'art. 10 della legge costituzionale 18 ottobre 2011, n. 3 (Modifiche al titolo V della parte seconda della Costituzione), per il quale la riforma costituzionale è applicabile alle Regioni a statuto speciale ed alle Province autonome per le parti in cui prevede «forme di autonomia piú ampie rispetto a quelle già attribuite»;