[pronunce]

Il rimettente ritiene, altresì, che l'art. 64 del d.lgs. n. 151 del 2001 non consenta una interpretazione estensiva della tutela per la maternità in favore delle lavoratrici iscritte alla gestione separata che siano genitori adottivi. Al riguardo, pone in evidenza come l'art. 64 realizzi l'estensione alle lavoratrici autonome della tutela della maternità nelle forme e con le modalità previste per il lavoro dipendente, attraverso il mero rinvio alle previsioni del decreto ministeriale del 4 aprile 2002 e di un ulteriore decreto destinato a disciplinare «l'applicazione delle disposizioni di cui agli articoli 7, 17 e 22 nei limiti delle risorse rinvenienti dallo specifico gettito contributivo, da determinare con il medesimo decreto», poi emanato il 12 luglio 2007. Il detto art. 64 rinvia in modo specifico alle disposizioni dei decreti ministeriali che dettano una disciplina dettagliata, prevedendo un regime diverso di tutela per le lavoratrici autonome ed iscritte alla gestione separata a seconda che si tratti di madri biologiche o adottive. In particolare, mentre il d.m. 4 aprile 2002 pone agli artt. 1 e 2 una espressa disciplina differenziata, quello del 12 luglio 2007 fa esclusivo riferimento alle lavoratrici che siano genitori naturali, in quanto richiama, ai fini dell'indennità, le previsioni degli artt. 16 e 17 del d.lgs. n. 151 del 2001, riferite ai periodi di astensione obbligatoria prima e dopo il parto e alla interdizione dal lavoro. 1.3.- In punto di rilevanza, il rimettente osserva che, dall'accoglimento della sollevata questione di legittimità costituzionale, discenderebbe l'applicazione alla ricorrente della disciplina prevista per le madri biologiche lavoratrici autonome e iscritte alla gestione separata con conseguente diritto a percepire l'indennità di maternità per cinque mesi. 1.4.- Sotto il profilo della non manifesta infondatezza, il giudice a quo dubita della legittimità costituzionale degli artt. 67, comma 2, e 64, comma 2, del d.lgs. n. 151 del 2001, in riferimento agli artt. 3, 31, secondo comma, e 37 Cost. In primo luogo, le norme censurate risulterebbero in contrasto con l'art. 3 Cost., sia sotto il profilo del principio di uguaglianza e parità di trattamento che del principio di ragionevolezza. Il Tribunale sottolinea come il sistema normativo a tutela della maternità abbia subíto, nel nostro ordinamento, una lunga evoluzione che ha progressivamente valorizzato l'uguaglianza tra i coniugi, nelle varie categorie di lavoratori, nonché tra genitori biologici ed adottivi. Evidenzia, poi, come, nell'evoluzione normativa e giurisprudenziale (sentenze nn. 61 e 341 del 1991, nn. 276, 332 e 972 del 1988 e n. 1 del 1987), pur permanendo la coscienza della funzione sociale della maternità, si sia sempre più dato rilievo al prevalente interesse del bambino, elevandosi la posizione di quest'ultimo, quale autonomo titolare di interessi da salvaguardare «non solo per ciò che attiene ai bisogni più propriamente fisiologici, ma anche in riferimento alle esigenze di carattere relazionale ed affettivo che sono collegate allo sviluppo della sua personalità» (sentenze n. 104 del 2003 e n. 179 del 1993). Il giudice a quo pone in rilievo come, mentre nell'ambito del lavoro dipendente il legislatore, attraverso la riformulazione dell'art. 26 del d.lgs. n. 151 del 2001, ha istituito una completa e piena equiparazione tra madri biologiche e adottive - prevedendo che il congedo di maternità, regolato dagli artt. 16 e seguenti, con il relativo trattamento economico, spetti in entrambi i casi per un periodo massimo di cinque mesi - nell'ambito del lavoro autonomo tale equiparazione non è stata realizzata permanendo un regime differenziato tra madri biologiche e adottive, per cui le prime godono del trattamento di maternità per cinque mesi e le seconde per i tre mesi successivi all'ingresso del bambino in famiglia. Ad avviso del giudice a quo, tale disciplina determina una duplice disparità di trattamento, nell'ambito del lavoro autonomo, tra madri biologiche e adottive e, nella categoria dei genitori adottivi, a seconda che si tratti di lavoratrici dipendenti o autonome. In particolare, si sottolinea come, tra le lavoratrici autonome, il legislatore tratti in modo deteriore le madri adottive rispetto a quelle biologiche, concedendo alle seconde un'indennità di maternità per la durata di cinque mesi e alle prime per soli tre mesi. Inoltre, si rileva come, con riguardo alla categoria dei genitori adottivi, il legislatore tratti in modo deteriore le lavoratrici autonome rispetto a quelle dipendenti, concedendo alle prime l'indennità di maternità per soli tre mesi e alle seconde per cinque mesi, in entrambi i casi a decorrere dall'ingresso del minore in famiglia. Ad avviso del rimettente, il diverso trattamento ai danni delle madri adottive risulta anche irragionevole, in quanto queste ultime, siano esse lavoratrici dipendenti o autonome, hanno le stesse esigenze in ordine all'inserimento in famiglia del bambino adottato ed in quanto la disparità non può trovare giustificazione nelle differenze esistenti tra lavoro autonomo e dipendente, posto che tali differenze non riguardano il diritto delle madri di assistere il bambino; e, infatti, esse non rilevano ai fini del trattamento della maternità per le madri naturali. Il Tribunale assume, altresì, il contrasto delle norme censurate con gli artt. 31, secondo comma, e 37 Cost., in quanto realizzano un sistema di protezione della maternità non adeguato in relazione alla categoria delle madri lavoratrici autonome che abbiano adottato un bambino.1.- Il Tribunale di Modena, in funzione di giudice del lavoro, dubita della legittimità costituzionale degli articoli 64, comma 2, e 67, comma 2, del decreto legislativo 26 marzo 2001, n. 151 (Testo unico delle disposizioni legislative in materia di tutela e sostegno della maternità e della paternità, a norma dell'articolo 15 della legge 8 marzo 2000, n. 53), in riferimento agli artt. 3, 31 e 37 della Costituzione, Il rimettente denuncia gli artt. 67, comma 2, e 64, comma 2, «nella parte in cui, relativamente alle lavoratrici autonome e alle lavoratrici iscritte alla gestione separata e tenute al versamento della contribuzione dello 0,5 per cento di cui all'art. 59, comma 16, della legge 27 dicembre 1997, n. 449, che abbiano adottato un minore, prevedono l'indennità di maternità per un periodo di tre mesi anziché di cinque mesi».