[pronunce]

Mar. s.r.l., Immobiliare Tuscolana 1976 s.r.l., Edilizia Residenziale Nomentana s.r.l. e la sig.ra Emma Natili, appellanti nel giudizio principale, per chiedere l'accoglimento della questione. 2.1.- La difesa delle parti private introduce il tema delle leggi-provvedimento, ritenendo che le disposizioni censurate debbano qualificarsi come tali, alla luce della consolidata giurisprudenza costituzionale (è richiamata la sentenza n. 270 del 2010). Le predette norme inciderebbero, infatti, su un numero determinato e limitato di destinatari, presentando contenuto particolare e concreto, anche in quanto ispirate da particolari esigenze. Si imporrebbe dunque uno «scrutinio stretto di costituzionalità». 2.2.- A parere della difesa delle parti private risulterebbe evidente la lesione dei principi di certezza giuridica e della tutela dell'affidamento, riconosciuti dalla consolidata giurisprudenza costituzionale a partire dalla sentenza n. 349 del 1985. In particolare, è richiamata la sentenza n. 525 del 2000, nella quale la Corte costituzionale ha definito l'affidamento del cittadino nella certezza delle situazioni giuridiche come «principio che [...] non può essere leso da norme con effetti retroattivi che incidano irragionevolmente su situazioni regolate da leggi precedenti». Come puntualmente segnalato dal rimettente, le disposizioni censurate produrrebbero tale effetto, incidendo retroattivamente, «senza alcuna ragionevolezza», sui diritti di credito vantati dagli espropriati, accertati in sede giudiziaria, che non possono essere esercitati perché le predette disposizioni escludono la proponibilità delle azioni esecutive. L'impedimento all'azione di ottemperanza degli obblighi della pubblica amministrazione, avrebbe «sconvolto il quadro normativo che regola non solo i rapporti di credito, ma anche i rapporti processuali» (donde la lesione dell'art. 24 Cost.) tra i soggetti espropriati e il Comune di Roma, «frustrando il legittimo affidamento dei privati che avevano già incardinato i relativi giudizi per l'ottenimento del ristoro in seguito all'espropriazione». 2.3.- Dopo aver esaminato nel dettaglio le questioni, la difesa delle parti private argomenta a sostegno di tutti profili di censura formulati dal rimettente, e conclude chiedendo l'accoglimento delle questioni. 3.- Con atto depositato il 3 gennaio 2012, è intervenuto in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che le questioni siano dichiarate inammissibili o, comunque, infondate. 3.1.- Preliminarmente, la difesa statale descrive il sistema creato dal legislatore per affrontare il dissesto finanziario del Comune di Roma. L'art. 78 del d.l. n. 112 del 2008 ha previsto, al comma 1, la nomina del Sindaco di Roma a Commissario straordinario del Governo ai fini della «ricognizione della situazione economico-finanziaria del Comune e delle società da esso partecipate [non quotate] e per la predisposizione ed attuazione di un piano di rientro dell'indebitamento pregresso». Il comma 3 dello stesso art. 78 ha quindi stabilito che «la gestione commissariale assume, con bilancio separato rispetto a quello della gestione ordinaria, tutte le entrate e tutte le obbligazioni assunte alla data del 28 aprile 2008» e il comma 6 ha previsto che, per le predette obbligazioni si applicano le disposizioni di cui ai commi 2, 3, 4 dell'art. 248, e di cui al comma 12 dell'art. 255 del d.lgs. n. 267 del 2000. Il successivo art. 4, comma 8-bis, del d.l. n. 2 del 2010 ha precisato, con interpretazione autentica, che ricadono nel bilancio separato tutte le obbligazioni anteriori al 28 aprile 2008, «anche qualora le stesse siano accertate ed i relativi crediti siano liquidati con sentenze pubblicate successivamente alla medesima data». Tale ultima disposizione ha inoltre separato la funzione del Commissario straordinario da quella di Sindaco, affidandola ad un Commissario governativo da nominarsi con successivo decreto del Presidente del Consiglio dei ministri. 3.2.- Ciò posto, l'Avvocatura eccepisce la carenza di una adeguata valutazione del requisito della rilevanza, da parte del giudice a quo. Le norme censurate non avrebbero posto alcun impedimento alla promozione di giudizi di ottemperanza, avendo vietato soltanto le «azioni esecutive» , e cioè le azioni che incidono direttamente sul patrimonio del debitore. Il giudizio di ottemperanza, invece, investirebbe in primo luogo l'attività dell'ente pubblico, determinandone i comportamenti, e non sarebbe in ogni caso parificabile a un giudizio di espropriazione mobiliare, tanto che per la sua promozione non è necessaria l'apposizione della formula esecutiva (art. 115, comma 3, decreto legislativo 2 luglio 2010, n. 104, recante «Codice del processo amministrativo»). Il giudizio di ottemperanza non sarebbe dunque impedito dalla normativa sugli enti locali in dissesto, richiamata dall'art. 78 del d.l. n. 112 del 2008 per il commissariamento del Comune di Roma, pur risultando diverse le modalità di attuazione del giudicato a fronte dello stato particolare in cui versa l'ente locale. Pertanto, il rimettente avrebbe dovuto esaminare la possibilità di una diversa interpretazione delle norme censurate, e quindi valutare la sussistenza o non di «un interesse del creditore al bene della vita che può conseguire da una statuizione di inserimento nella massa passiva dell'importo dovuto a titolo di capitale, accessori e spese (art. 248 TUEL)», nei termini in cui ha disposto il TAR Lazio, giudice dell'ottemperanza in primo grado. 3.3.- Nel merito, le questioni sarebbero infondate. 3.3.1.- Con riferimento alla prospettata violazione degli artt. 3, 97, 114, 118 e 119 Cost., la difesa statale osserva che, «per quanto è dato comprendere», il contrasto tra le norme oggetto e i parametri evocati risiederebbe nella irragionevolezza della scelta di demandare i debiti anteriori al 28 aprile 2008 alla gestione separata commissariale, in deroga anche alla disciplina degli enti locali, che impone la pubblicazione di un avviso pubblico, ai fini dell'insinuazione al passivo, e senza un delimitazione temporale, così violando anche l'autonomia dell'ente. L'Avvocatura evidenzia come, al contrario, nel momento in cui si è proceduto all'istituzione di Roma Capitale, con il relativo ordinamento (decreto legislativo 17 settembre 2010, n. 156, titolato «Disposizioni recanti attuazione dell'articolo 24 delle legge 5 maggio 2009, n. 42, e successive modificazioni, in materia di ordinamento transitorio di Roma Capitale»), in attuazione dell'art. 114, terzo comma, Cost., non si potesse far nascere il nuovo Ente in condizione di dissesto finanziario per il peso dei debiti pregressi. Era stato perciò necessario prevedere «da subito» che, a decorrere dalla data di istituzione della gestione commissariale (28 aprile 2008), tutte le obbligazioni assunte in epoca antecedente gravassero sul bilancio separato della predetta gestione.