[pronunce]

, in forza della quale, in mancanza di una richiesta specifica in tal senso del pubblico ministero, il giudice che intenda dare al fatto una diversa qualificazione giuridica è tenuto a informarne preventivamente l'imputato e il suo difensore, in modo da consentire loro di interloquire. Tale obbligo di informazione preventiva, riferito inizialmente al caso in cui la riqualificazione venga operata dalla Corte di cassazione, è stato esteso da alcune pronunce anche all'ipotesi in cui vi proceda il giudice di primo o di secondo grado: ritenendosi, di conseguenza, affetta da nullità di ordine generale, ai sensi dell'art. 178, comma 1, lettera c), cod. proc. pen. , per violazione del diritto di difesa, la sentenza di merito che dia al fatto una diversa qualificazione giuridica senza che sia stato assicurato il contraddittorio sul punto (Corte di cassazione, sezione quinta penale, sentenza 28 ottobre 2011-17 febbraio 2012, n. 6487; sezione prima penale, sentenza 29 aprile 2011-11 maggio 2011, n. 18590). Nettamente prevalente risulta, peraltro, allo stato, nella giurisprudenza di legittimità, il diverso orientamento che - facendo leva sulle stesse costanti indicazioni della Corte EDU, riguardo all'esigenza di valutare l'equità del processo, anche ai fini considerati, guardando alla procedura nel suo complesso (ex plurimis, Corte EDU, sentenza 7 novembre 2019, Gelenidze contro Georgia; sentenza 20 aprile 2006, I.H. e altri contro Austria; sentenza 21 febbraio 2002, Sipavi&#269;ius contro Lituania; sentenza 1° marzo 2001, Dallos contro Ungheria) - esclude che l'informazione in ordine alla diversa qualificazione giuridica del fatto debba essere necessariamente preventiva. Si è ritenuto, in particolare, che l'adeguamento dell'imputazione sub specie iuris, effettuato direttamente con la sentenza di merito, non violi i diritti convenzionali (e costituzionali), e non sia dunque fonte di alcuna nullità, in quanto l'imputato può difendersi impugnando la decisione (ex plurimis, con particolare riguardo alla riqualificazione operata con la sentenza di primo grado, Corte di cassazione, sezione quarta penale, sentenza 13 novembre 2019-4 dicembre 2019, n. 49175; sentenze sezione sesta penale, 23 giugno 2017-25 ottobre 2017, n. 49054 e 15 febbraio 2017-13 marzo 2017, n. 11956). 6.- Nell'odierno frangente, come già posto in evidenza, viene peraltro in rilievo uno specifico profilo del problema della tutela del diritto di difesa a fronte dei mutamenti del tema d'accusa: quello del recupero della facoltà di accesso ai riti alternativi a carattere "premiale", il termine per la cui richiesta risulti già spirato allorché il mutamento interviene. Di tale aspetto problematico - non considerato dal codice di rito - questa Corte ha avuto modo di occuparsi ripetutamente con riferimento alle modifiche dell'imputazione di ordine fattuale previste dagli artt. 516 e 517 cod. proc. pen. (contestazione dibattimentale di un fatto diverso, contestazione suppletiva di un reato concorrente o di una circostanza aggravante). Si è avuta, al riguardo, una serie di declaratorie di illegittimità costituzionale, con riferimento ai diversi tipi di modifica, ai singoli meccanismi di definizione del procedimento alternativi al dibattimento (giudizio abbreviato, patteggiamento, oblazione, sospensione del procedimento con messa alla prova) e alle caratteristiche della nuova contestazione, quanto al momento di acquisizione degli elementi probatori che le giustificano (modifiche "patologiche" e "fisiologiche") (sentenze n. 14 del 2020, n. 82 del 2019, n. 141 del 2018, n. 206 del 2017, n. 139 del 2015, n. 273 e n. 184 del 2014, n. 237 del 2012, n. 333 del 2009, n. 530 del 1995 e n. 265 del 1994). Gli esiti conclusivi di tale percorso - sviluppatosi per tappe successive, nel segno del progressivo ampliamento dell'area di tutela - sono compendiabili in tre enunciati sequenziali: a) la scelta dei riti alternativi, parte dell'imputato, rappresenta una modalità, tra le più qualificanti, di esercizio del diritto di difesa; b) tale scelta è, peraltro, necessariamente condizionata dalla concreta configurazione assunta dal tema d'accusa, che segna il metro di riferimento della valutazione circa la praticabilità e la convenienza dell'opzione per il rito speciale; c) di conseguenza, ogni qual volta, per effetto di nuove contestazioni, il tema d'accusa muta, deve essere restituita all'imputato la facoltà di effettuare o rivedere le proprie determinazioni in proposito. La giurisprudenza di questa Corte è pervenuta agli approdi dianzi riassunti, superando tre prospettive limitative, che avevano ispirato le sue fasi iniziali. In primo luogo, è venuta meno quella della indissolubilità del binomio "premialità-deflazione", al lume della quale l'interesse dell'imputato a fruire dei vantaggi conseguenti ai riti alternativi potrebbe assumere rilievo solo in quanto la sua scelta consenta di conseguire effettivamente gli obiettivi di rapida definizione del processo perseguiti dal legislatore con l'introduzione di tali riti. Si è rilevato, infatti, per un verso, che la logica dello "scambio" fra sconti di pena e risparmio di energie processuali deve cedere di fronte all'esigenza di ripristinare la pienezza delle garanzie difensive e l'osservanza del principio di eguaglianza; per altro verso, che l'innesto del rito alternativo, anche in fase dibattimentale, è idoneo, comunque sia, a produrre un effetto di economia processuale, sia pure attenuato (in particolare, sentenze n. 273 del 2014 e n. 237 del 2012). In secondo luogo, è stata parimente superata l'idea della «prevedibilità» della variazione dibattimentale dell'imputazione, in quanto fenomeno "connaturale" a un sistema di tipo accusatorio, e della conseguente libera accettazione del relativo «rischio» da parte dell'imputato che non richieda per tempo il rito alternativo. Non si può, infatti, pretendere che l'imputato valuti la convenienza di un rito speciale tenendo conto di mutamenti del tema d'accusa di là da venire e dai contorni ancora indefiniti (per tutte, sentenze n. 273 del 2014 e n. 237 del 2012). È stata abbandonata, infine, anche l'idea che la restituzione della facoltà di accesso ai riti alternativi debba rimanere circoscritta all'ipotesi in cui la diversa o nuova contestazione concerna un fatto già risultante dagli atti di indagine al momento dell'esercizio dell'azione penale, così da rivelare una negligenza o un errore del pubblico ministero nella formulazione dell'imputazione originaria, atti a fuorviare le scelte dell'imputato (cosiddetta contestazione "patologica") (sentenze n. 333 del 2009 e n. 265 del 1994).