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Gli anni di Ugo La Malfa sono stati anni difficili: hanno visto emergere nel nostro Paese, accanto a potenti forze economiche e industriali, forti partiti di massa e grandi sindacati operai. Con loro La Malfa interloquiva, alla testa di un partito piccolo, minoritario, ma di grande autorevolezza e prestigio. Freddo nell'analisi politica ed economica, vedeva più lontano di molti dei suoi contemporanei e, quando non veniva ascoltato, sapeva tener duro e spesso prevaleva non per il peso dei numeri del suo piccolo partito, ma per la forza degli argomenti e per il rigore con il quale sapeva esprimerli. Sono rari i dirigenti politici che hanno goduto di quel prestigio e di quel rispetto che nel corso della sua vita sono stati riconosciuti a Ugo La Malfa tanto a destra come a sinistra. La sua eredità è stata raccolta dal figlio Giorgio, ma le mutate condizioni del costume politico e la pochezza culturale in cui versa oggi l'Italia non consentono di riproporre quello spirito repubblicano con il quale Ugo La Malfa ha sorretto e guidato le vicende della nostra democrazia. Un anno prima di morire, ad Alberto Ronchey che lo intervistava, Ugo La Malfa osservò che «l'Italia non era quella che avevamo in mente». Usò il plurale: non disse «l'Italia che avevo in mente» ma «l'Italia che avevamo in mente»; l'attenzione a tutta la comunità nazionale era un lato della sua modernità. Sosteneva il primato della politica, sapeva che per tagliare il traguardo serve mettere insieme competenze differenti e unire attività diverse, integrare la cultura e l'economia, l'efficienza delle realtà industriali e la necessità delle riforme sociali. Sapeva che da soli si perdono le battaglie. Così usava il plurale. Sentiva che l'amarezza per la condizione dell'Italia non era solo sua, ma anche di quanti con lui avevano lavorato, lottato e anche combattuto per una Patria più giusta e più forte e non per vederla alle prese con gli egoismi e i piccoli interessi di bottega. Anche noi, come Ugo La Malfa, dovremmo saper vedere con la sua onestà intellettuale, le responsabilità e le lucidità le difficili condizioni dell'Italia di oggi, non per ribaltare sugli altri la responsabilità delle nostre difficoltà, quanto, sempre ricordando La Malfa, per chiedere a noi stessi e al nostro partito cosa possiamo e dobbiamo fare, non per il nostro interesse politico, ma per aiutare l'Italia a risollevarsi. Dalla vita politica di Ugo La Malfa possiamo trarre tanti insegnamenti. Mi ha particolarmente colpito la forza con la quale ha sempre sostenuto il suo pensiero e le sue idee, che portava avanti senza curarsi delle dimensioni ridotte del suo partito. Parafrasando il suo amico Enrico Cuccia, possiamo dire che con Ugo La Malfa i voti dei parlamentari del Partito Repubblicano non si contavano ma si pesavano. PICHETTO FRATIN (FI-BP) . Domando di parlare. PRESIDENTE. Ne ha facoltà. PICHETTO FRATIN (FI-BP) . Signor Presidente, ringrazio dell'iniziativa il senatore Zanda per il ricordo di Ugo La Malfa e parto proprio da un concetto che il collega Zanda ha espresso: se siamo quel che siamo e perché qualcuno prima di noi ha compiuto una serie di passaggi importanti della nostra Repubblica. Vorrei ricordare anch'io Ugo La Malfa, del quale ho condiviso il percorso a partire dall'età di sedici anni. Egli fu antifascista e fondatore del Partito d'Azione, uno dei partiti che ha avuto forse la vita più corta in termini temporali nella nostra Repubblica, ma un ruolo importante. Ugo La Malfa fu fondatore nel 1943, con grande coraggio, del giornale «Italia Libera» e naturalmente membro del CCLN. È stato uno dei Padri della Repubblica. È stato vice presidente del Fondo monetario internazionale e in tale ruolo ha riversato in Italia le conoscenze, le innovazioni e il fare che negli anni Cinquanta lo portarono a essere il propugnatore di quelle liberalizzazioni e delle norme che ci permisero di cavalcare la crescita e raggiungere l'epoca del boom economico del nostro Paese. Ugo La Malfa fu quindi un grande difensore della libertà, un uomo che davvero metteva l'interesse della Nazione innanzi a tutto e naturalmente ciò si manifestò soprattutto con la Nota aggiuntiva e il Libro bianco che gli fecero guadagnare la denominazione di "Cassandra" della Repubblica: fu Cassandra al punto tale da essere uno dei pochi a rifiutare la nomina a Ministro del tesoro con il Governo Colombo. Negli anni Settanta Ugo La Malfa iniziò un percorso sulla via - mi si permetta il richiamo - di colui che è stato al suo fianco nel primo Dopoguerra e anche in parte nel periodo della Resistenza, Ferruccio Parri, con il quale fondò il Movimento della democrazia repubblicana. Negli anni Settanta, inoltre, sposò con fermezza la linea più dura nei confronti delle Brigate rosse. Sul fronte economico - chiudo con una digressione personale - arrivò a dire a noi giovani impegnati - considerazione che vale a tutt'oggi - che in Italia, in quel momento, c'era la libera fluttuazione della moneta. Con la libera fluttuazione della moneta avevamo metà Parlamento che voleva avere mano libera e quindi sosteneva la libera quotazione della moneta per poter stampare liberamente, e metà Parlamento che non voleva l'aggancio agli altri Paesi europei perché aveva una visione ancora oltre cortina. Il suo Gruppo aveva quattro senatori e sei deputati. Egli riteneva di poter convincere gli altri e in effetti li ha convinti con il Sistema monetario internazionale approvato nel 1978, un anno prima che Ugo La Malfa morisse. (Applausi) . MESSINA Assuntela (PD) . Domando di parlare. PRESIDENTE. Ne ha facoltà. MESSINA Assuntela (PD) . Signor Presidente, onorevoli colleghi, voglio oggi ricordare nell'Aula del Senato quel tragico 24 marzo 1944, quando la follia nazista si scagliò contro la vita di 335 innocenti, vittime sacrificali della violenza più efferata. La città di Roma fu il teatro di uno dei più brutali episodi della storia moderna che ancora oggi lascia dietro di sé incredulità e sgomento. Si consumò così il più sanguinoso eccidio nazista in una capitale europea e la presenza tra le vittime anche di diciannove pugliesi raccoglie una tragica pagina della storia comune della nostra terra; diciannove storie, protagoniste di gesta eroiche vissute da uomini liberi: don Pietro Pappagallo di Terlizzi, Gioacchino Gesmundo di Terlizzi, Gaetano La Vecchia di Barletta, il foggiano Nicola Ugo Stame, Giuseppe Lotti e Vincenzo Saccotelli di Andria, Teodato Albanese di Cerignola, Ugo Baglivo di Alessano, Umberto e Bruno Bucci di Lucera, Antonio Pisino Di Maglie, Antonio Ayroldi di Ostuni, Ferruccio Caputo di Melissano, i fratelli Federico e Mario Càrola di Lecce, Manfredi Azzarita, figlio di molfettesi, il maggiore dei carabinieri Ugo De Carolis, il soldato Cosimo Di Micco ed Emanuele Caracciolo.