[pronunce]

In questo senso, la lacuna costituzionale nella disciplina dell'irresponsabilità del Presidente della Repubblica viene colmata con l'affermazione che l'immunità presidenziale preserva da ogni procedimento giudiziario che possa limitare la libertà d'azione del titolare o che lo ponga in condizione di soggezione o subalternità di fronte ad un potere diverso; e la residua responsabilità comune, certo sussistente, non potrà essere fatta valere durante l'esercizio del mandato: in una logica secondo cui è rovesciata la tesi che le immunità debbano configurarsi come eccezioni al diritto comune, essendo esse - sempre nella ricostruzione proposta - un postulato coessenziale agli organi supremi costituzionali. Il ricorrente conclude “affinché codesta Ecc.ma Corte voglia dichiarare ammissibile” il ricorso. 2.- Con memoria depositata nell'imminenza della delibazione sull'ammissibilità del conflitto il ricorrente ha insistito “affinché questa Corte, previa declaratoria di ammissibilità” del ricorso, “annulli le sentenze” della Corte di cassazione. A conforto dell'ammissibilità del ricorso, il ricorrente sostiene che si verta in una situazione di “ultrattività del potere”, analoga a quella che questa Corte ebbe a risolvere con la sentenza n. 7 del 1996, concernente il conflitto sollevato dall'ex Ministro della giustizia. Nel caso di specie, il senatore Cossiga, convenuto in giudizio “in prossimità dello spirare del mandato settennale”, “non è stato neppure destinatario, in pendenza della funzione, di un atto o di un provvedimento proveniente da altro Potere dello Stato”, tale da consentirgli di sollevare contro di esso conflitto di attribuzione. Negare successivamente tale facoltà significherebbe, prosegue il ricorrente, “privare il soggetto titolare della funzione di qualsiasi tutela”, legando quest'ultima ad un evento indipendente dalla volontà del titolare del potere, quale la durata del processo. Il ricorrente aggiunge che solo a seguito delle sentenze rese dalla Corte di cassazione il conflitto avrebbe potuto essere sollevato, poiché si tratta dell'organo che esprime “l'ultima parola” del potere giudiziario, e perché, in ogni caso, la sentenza di primo grado è intervenuta successivamente allo spirare del mandato presidenziale. 3.- Con ordinanza n. 455 del 2002 questa Corte ha dichiarato l'ammissibilità del conflitto ai sensi dell'art. 37 della legge 11 marzo 1953, n. 87, disponendo l'integrazione del contraddittorio anche nei confronti del Presidente della Repubblica, “la cui posizione costituzionale, in relazione alle questioni di principio circa l'immunità di cui all'art. 90 della Costituzione, è oggetto delle due decisioni della Corte di cassazione e del ricorso per conflitto” proposto nei confronti di esse. Il ricorso e l'ordinanza sono stati notificati nei termini ai contraddittori così individuati. 4.- Si è costituito in giudizio il Presidente della Repubblica, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, riservando “al prosieguo la formulazione delle proprie conclusioni”. Osserva il Presidente della Repubblica di essere stato destinatario della notifica dell'ordinanza di questa Corte dichiarativa dell'ammissibilità del conflitto, non tanto in relazione “al profilo contingente (…) collegato ad eventi puntuali e ad altrettanto puntuali interessi, sia pur di rilievo costituzionale, contrapposti”, quanto in relazione al “profilo immanente di una 'actio finium regundorum' fra potere presidenziale e potere giudiziario”. Per tale ragione, “ogni argomentazione e conclusione non potrà quindi prescindere dalla posizione che assumerà in giudizio il potere giudiziario nella sua epifania della Suprema Corte di cassazione”. 5.- Con atto denominato “di intervento” si è costituita in giudizio la Corte di cassazione, in persona del Primo Presidente pro tempore, e, “per quanto possa occorrere”, la Sezione III civile della Corte di cassazione, in persona del Presidente pro tempore, rappresentate e difese dall'Avvocatura generale dello Stato, concludendo per il rigetto del ricorso. L'Avvocatura ritiene sufficiente ripercorrere l'iter logico cui si sono attenute le due sentenze della Suprema Corte oggetto del conflitto. La Cassazione sarebbe partita dalla premessa secondo cui, ai sensi dell'art. 90 della Costituzione, il Presidente della Repubblica gode di immunità “penale, civile o amministrativa” per i soli atti compiuti nell'esercizio delle funzioni. Tra questi non si potrebbero ricomprendere i soli “atti ufficiali controfirmati”, ma le stesse manifestazioni del potere di esternazione, purché strumentale ed accessorio ad una funzione presidenziale. Esso costituirebbe, infatti, non una funzione, bensì “solo un mezzo, cioè uno dei possibili strumenti con cui il Presidente provvede all'esercizio di alcune funzioni presidenziali”. Altro sarebbe, invece, la manifestazione del pensiero della persona fisica che ricopre la carica. Tra le funzioni presidenziali, cui si connette il potere di esternazione, la Suprema Corte avrebbe annoverato anche “l'autodifesa” delle prerogative e del prestigio dell'organo costituzionale, a fronte di lesioni arrecatevi da terzi. Tuttavia, il compito di tutelare sotto tale profilo il Presidente sarebbe in via ordinaria assegnato dall'ordinamento ad altri “organi istituzionali” (articoli 278 e 313 del codice penale; art. 343 del codice di procedura penale), salva l'ipotesi residuale “in cui le oggettive circostanze concrete impongano al Presidente l'immediatezza nel respingere gli attacchi offensivi”. Spetterebbe all'autorità giudiziaria valutare se, in concreto, si versi nella sfera di immunità così delineata; salvo che il Presidente della Repubblica non si esprima sul punto egli stesso con “un atto valutativo presidenziale”, impugnabile solo tramite la via del conflitto di attribuzione. Nel caso di specie, in mancanza di ciò (posto che a tale atto non sarebbe equiparabile l'eccezione proposta nel giudizio civile tramite memoria di difesa), toccherebbe al Presidente sollevare il conflitto, avverso la pronuncia dell'autorità giudiziaria, mentre è compito del giudice di merito, innanzi a cui le cause sono state rinviate, stabilire se ricorra oppure no l'esimente del legittimo esercizio della critica politica. Sulla circostanza secondo cui l'odierno conflitto non è stato sollevato avverso le sentenze del Tribunale di Roma che affermarono in primo grado la responsabilità del senatore Cossiga, nonché su “ogni altro punto riguardante l'ammissibilità definitiva del ricorso”, l'Avvocatura “si rimette al giudizio” di questa Corte. 6.- É intervenuto in giudizio Pierluigi Onorato, attore in uno dei giudizi che hanno originato il conflitto. L'interveniente ritiene di essere legittimato all'intervento, in quanto “titolare di un interesse giuridicamente qualificato e differenziato, che può essere compromesso (o soddisfatto) dall'esito della controversia”, e chiede che il ricorso sia dichiarato inammissibile e in subordine infondato.