[pronunce]

la legislazione interna appresta a tal fine diversi strumenti di garanzia, sia per la prevenzione, sia per l'organizzazione del servizio sanitario, assicurando gli interventi terapeutici necessari sia intrache extra-murari; prevede poi forme diverse di esecuzione della pena, allorché sia necessario conciliare questa con le esigenze della salute, ad esempio con l'istituto della detenzione domiciliare per motivi sanitari (art. 47-ter ordinamento penitenziario); infine, per i casi limite di assoluta incompatibilità tra la detenzione e le condizioni di salute, pone istituti come quelli di cui agli artt. 146 e 147 cod. pen. , che, sospendendo temporaneamente l'esercizio della potestà punitiva dello Stato, consentono il rinvio dell'esecuzione della pena, a tutela del bene primario della salute individuale. L'assoluta preclusione all'applicazione del rimedio del differimento, che è un istituto di civiltà giuridica a tutela dell'integrità fisica di chi sia detenuto, equivale a menomare un diritto fondamentale, in un caso che viceversa esigerebbe una più intensa garanzia. Né la violazione del diritto costituzionale alla salute potrebbe essere esclusa in base al consenso espresso dall'interessata rispetto alle condizioni contenute nell'accordo, vertendosi in materia di diritti indisponibili. 1.8. - Sarebbe violato, in secondo luogo, il principio della finalità rieducativa della pena (art. 27, terzo comma, della Costituzione). Se infatti possono ammettersi deroghe all'applicazione di istituti "premiali" dell'ordinamento, in applicazione della Convenzione e nel quadro degli accordi intergovernativi, in vista del raggiungimento dell'obiettivo fondamentale rappresentato dal trasferimento del condannato, che è appunto mezzo al fine rieducativo, ciò che non può ammettersi è la previsione di condizioni tali da delineare un "trattamento" che, comprimendo l'applicazione di istituti basilari di protezione della integrità fisica, finisce per contraddire l'essenza stessa della prescrizione costituzionale, nessuna risocializzazione essendo possibile in danno del bene della salute dell'individuo. 1.9. - Sarebbero altresì violati gli artt. 27, terzo comma sul divieto di trattamenti contrari al senso di umanità, e 25, secondo comma sul principio di legalità della pena, della Costituzione. Ratio della norma di cui all'art. 147, primo comma, numero 2), cod. pen. è proprio quella di evitare sia una esecuzione penale contrastante con il senso di umanità e con la dignità della persona, sia una espiazione che, per il surplus di afflittività, finisca per trasformarsi in una sanzione qualitativamente diversa e più grave, perché incidente non solo sulla libertà personale ma addirittura sull'integrità fisica. 1.10. - Infine, sarebbe violato il principio di uguaglianza. Per effetto delle condizioni definite dall'accordo, si verifica che la persona di cui si tratta è l'unica cittadina italiana che, in condizioni detentive, viene a essere privata della possibilità di usufruire di uno strumento essenziale posto dalla legislazione nazionale a tutela della salute, cioè del rinvio dell'esecuzione per grave infermità fisica. Né la macroscopica disparità di trattamento potrebbe giustificarsi con la particolarità del caso, che non può costituire un elemento di differenziazione di tale portata. 1.11. - I plurimi dubbi di costituzionalità debbono indirizzarsi, conclude il tribunale rimettente, verso la norma (art. 2 della legge 25 luglio 1988, n. 334) che dà esecuzione alla Convenzione di Strasburgo sul trasferimento delle persone condannate, immettendone le disposizioni nell'ordinamento interno, in quanto queste rendono possibile (nel loro complesso e in particolare attraverso la previsione del necessario accordo tra lo Stato di condanna e lo Stato di esecuzione sul trasferimento: art. 3, paragrafo 1, lettera f) la stipula di accordi che, come si verifica nella specie, derogano all'applicazione dell'art. 147, primo comma, numero 2), cod. pen. La rilevanza della proposta questione, afferma infine il tribunale, è ravvisabile nel diverso esito che il giudizio cui il rimettente è chiamato potrebbe avere in caso di accoglimento di essa; solo così l'accordo più volte citato sarebbe privato della base legislativa che lo abilita a porsi come eccezione alla regola, ripristinandosi la piena operatività di quest'ultima anche in relazione al caso di specie. 2. - Nel giudizio costituzionale così promosso si è costituita la parte privata. Nell'atto di costituzione, riservando a una successiva memoria le argomentazioni a sostegno dell'accoglimento della questione, il difensore ne ha chiesto una sollecita trattazione, in relazione alle condizioni sanitarie dell'interessata, precisando che la stessa, terminato il ciclo di radioterapia, ha iniziato il trattamento di chemioterapia, che dovrebbe essere praticato in regime di day hospital anziché in condizioni di ricovero ospedaliero e che in pari tempo è evidentemente incompatibile con il regime carcerario; si verifica, in concreto, una situazione "ibrida", in attesa della decisione sul rinvio dell'esecuzione della pena: da un lato l'interessata dovrebbe essere dimessa dalla struttura sanitaria, che non potrebbe mantenere il ricovero per quella specifica terapia, dall'altro non è però possibile neppure il ripristino della detenzione, che non consentirebbe di prestare la cura necessaria. 3. - È intervenuto in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato. 3.1. - L'Avvocatura eccepisce in primo luogo l'inammissibilità della questione, sotto il profilo della rilevanza, osservando che il giudice chiamato a fare applicazione della disciplina censurata non è il Tribunale di sorveglianza rimettente, ma (era) la Corte di appello, tenuta a valutare l'accordo intergovernativo e a determinare la pena da eseguire in Italia in sede di riconoscimento delle sentenze penali straniere. E la Corte di appello, con la sentenza, ha espressamente preso in considerazione la disciplina di cui si tratta, valutando rispetto a essa l'accordo e concludendo nel senso della sua legittimità, delibando il riconoscimento delle due sentenze di condanna emesse negli Stati Uniti. Sotto questo primo profilo, dunque, la questione sarebbe inammissibile perché "coperta dal giudicato". 3.2. - In secondo luogo, ad avviso dell'Avvocatura, la eventuale dichiarazione di incostituzionalità, così come prospettata, avrebbe per effetto l'invalidità dell'accordo e dunque il venir meno del titolo di legittimazione del trasferimento della persona e dell'esecuzione in Italia della pena inflitta negli Stati Uniti, cosicché il Tribunale di sorveglianza rimettente non potrebbe disporre neppure in tale ipotesi il differimento dell'esecuzione in applicazione della normativa quale risultante dalla dichiarazione di incostituzionalità. Dal testo dell'accordo risulta infatti che il differimento ex art. 147, primo comma, numero 2), cod. pen. , in quanto contrastante con le condizioni stabilite, qualora venisse disposto in concreto, farebbe operare la clausola espressa (non sospettata di incostituzionalità) che sancisce la nullità dell'accordo in caso di inosservanza delle relative prescrizioni e che impone il rientro della detenuta negli Stati Uniti;