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L’IVA è ridotta al 10 per cento per carne e altri prodotti alimentari (per esempio pesce, pollo e uova); birra; miele e cacao; verdura e frutta ; pasticceria ; vini ; legna da ardere; gas ed energia elettrica; servizi telefonia; spettacoli; servizi trasporto. L’imminente incremento dell’aliquota IVA ordinaria, invece, va a colpire la maggior parte dei beni e dei servizi; pur avendo come obiettivo l’aumento del gettito nelle casse dello Stato, rischia di contrarre ulteriormente i consumi degli italiani e di ridurre il valore, in termini di potere d’acquisto, dei risparmi dalle famiglie. Il CODACONS ha calcolato un impatto medio, su base annua, considerando la famiglia media ISTAT composta da 2,4 componenti, pari a 176 euro per l’IVA dal 21 al 22 per cento. In particolare, se è vero che i beni nel perimetro dalla «super IVA» non contemplano la casa, sul cui acquisto si paga l’IVA ridotta, l’impatto che l’aumento avrà sulle ristrutturazioni di immobili sarà rilevante e andrà a colpire proprio il settore che più di altri ha fatto le spese della crisi. L’IVA al 22 per cento infatti – come apparso su Il Sole 24 Ore del 25 dicembre 2012 – prima di tutto si applicherà alle parcelle professionali di geometri, architetti e ingegneri ingaggiati in occasione di lavori di ristrutturazione. Ma anche ai compensi per la certificazione energetica da allegare al rogito in caso di compravendita o da inserire negli annunci immobiliari di vendita o locazione. Ricade, poi, nell’IVA al 22 per cento anche tutto il settore dell’arredamento, dei mobili e degli elettrodomestici. Inoltre, non si applica l’IVA agevolata al 10 per cento (quindi va calcolata l’IVA ordinaria) ai materiali o ai beni forniti da un soggetto diverso da quello che esegue i lavori; ai materiali o ai beni acquistati direttamente dal committente; alle prestazioni professionali, anche se effettuate nell’ambito degli interventi finalizzati al recupero edilizio; alle prestazioni di servizi resi in esecuzione di subappalti alla ditta esecutrice dei lavori. Come se non bastasse, la scadenza del 1º luglio 2013 coinciderà con la fine delle detrazioni del 50 per cento sul recupero edilizio e del 55 per cento per il risparmio energetico: le quote scenderanno entrambe al 36 per cento, col rischio di alimentare ulteriormente l’ impasse del settore edile. Come sottolineato dal direttore centrale per la ricerca economica e le relazioni internazionali della Banca d’Italia, Daniele Franco, nell’audizione svolta il 23 aprile 2013 davanti alle Commissioni speciali di Camera e Senato sul Documento di economia e finanza (DEF), l’Italia attraversa la crisi economica più intensa dalla fine della II guerra mondiale. Rispetto al 2007 il PIL è diminuito di circa 7 punti percentuali. Il DEF prevede nel 2013 un ulteriore calo dell’1,3 per cento. La pressione fiscale al 44 per cento è la più alta degli ultimi cinquanta anni e supera di tre punti la media degli altri Paesi dell’euro. Inoltre, combinata con l’elevato livello di evasione fiscale rende il carico sui contribuenti onesti ancora più ingente creando anche un ostacolo alla crescita. Occorre, altresì, evidenziare che nei primi tre mesi dell’anno il gettito IVA, rispetto allo stesso periodo del 2012, è diminuito dell’8,6 per cento con un buco di bilancio pari a circa 2 miliardi di euro. Dal calcolo degli effetti dell’incremento di un punto dell’IVA dal 21 al 22 per cento sulla spesa delle famiglie italiane, elaborato dalla CGIA di Mestre, prendendo come riferimento la «famiglia tipo» composta da 3 persone, è emerso che la spesa della famiglia italiana tipo subirà un incremento medio annuo di 88 euro e nel caso di una famiglia di 4 componenti di 103 euro. Considerato che per il 2013 l’aumento dell’IVA riguarderà solo il secondo semestre, per l’anno in corso l’aggravio sarà la metà: 44 euro per la famiglia composta da tre persone; 51,5 euro per quella composta da quattro. Il costo di questa operazione graverà sulle tasche dei consumatori per un importo di 2,1 miliardi di euro per il 2013 e di 4,2 miliardi per il 2014. Come ha sottolineato il segretario della CGIA, Giuseppe Bortolussi, bisogna assolutamente scongiurare questo aumento. Se ciò non avverrà, corriamo il serio pericolo di far crollare definitivamente i consumi che ormai sono ridotti al lumicino. Questa è una crisi economica che va affrontata dalla parte della domanda: solo incentivando i consumi interni possiamo rilanciare la produzione. Altrimenti, siamo destinati ad accentuare la fase recessiva che comporterà un aumento delle chiusure aziendali e la crescita del numero dei senza lavoro. L’allarme sulla contrazione dei consumi registrata dalle famiglie italiane è stato riproposto nei giorni scorsi dall’ISTAT. Rispetto al 2011, la riduzione della spesa per consumi è stata del 4,3 per cento, una variazione negativa molto superiore a quella registrata nel biennio 2008-2009, quando, al culmine della recessione, i consumi avevano segnato una caduta tendenziale del 2,6 per cento. Sempre secondo lo studio elaborato dalla CGIA di Mestre, i rincari che peseranno di più sui portafogli delle famiglie italiane si verificheranno quando ci recheremo a fare il pieno alla nostra auto o saremo costretti a portarla dal meccanico o dal carrozziere (33 euro all’anno per una famiglia di tre persone, 39 euro se il nucleo è composto da quattro persone), per l’acquisto dei capi di abbigliamento e per le calzature (18 euro all’anno per una famiglia di tre persone, 20 euro se il nucleo è da quattro) e per l’acquisto di mobili, elettrodomestici o articoli per la casa (13 e 17 euro). Come si evince dagli stessi dati della CGIA, il passaggio dal 21 per cento al 22 per cento dell’aliquota IVA ordinaria non inciderà sulla spesa dei beni di prima necessità, come gli alimentari, la sanità, l’istruzione, l’abitazione, tutti beni ai quali si applica l’IVA al 10 per cento o al 4 per cento, o non si applica affatto.