[pronunce]

Mentre è compatibile con quel quadro la soluzione adottata dal legislatore italiano con la finalità di evitare «che la permanenza in carica di chi sia stato condannato anche in via non definitiva per determinati reati che offendono la pubblica amministrazione [possa] comunque incidere sugli interessi costituzionali protetti dall'art. 97, secondo comma, Cost., che affida al legislatore il compito di organizzare i pubblici uffici in modo che siano garantiti il buon andamento e l'imparzialità dell'amministrazione, e dall'art. 54, secondo comma, Cost., che impone ai cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche "il dovere di adempierle con disciplina ed onore"» (sentenza n. 236 del 2015). Anche la questione della violazione dell'art. 117, primo comma, Cost. (in relazione all'art. 7 della CEDU) non è dunque fondata. 6.&#8210; Il Tribunale ordinario di Napoli e quello di Messina ritengono altresì violati gli artt. 2, 4, secondo comma, 51, primo comma, e 97, secondo comma, Cost., poiché gli artt. 8 e 11 del d.lgs. n. 235 del 2012 non si applicano alle sole sentenze di condanna relative a reati consumati dopo la loro entrata in vigore, mentre l'art. 51 Cost., nell'affidare alla legge la disciplina dell'esercizio del diritto di elettorato passivo, lo consentirebbe solo nei limiti fisiologici entro i quali alla legge stessa è permesso di operare, cioè non retroattivamente (art. 11 delle disposizioni sulla legge in generale). La questione sollevata dal Tribunale ordinario di Messina è inammissibile per difetto di motivazione sulla rilevanza, in ragione di quanto già osservato in precedenza (paragrafo 5.1. ) . Nel merito, la questione che si esamina in quanto sollevata dal Tribunale ordinario di Napoli è già stata dichiarata infondata da questa Corte con la sentenza n. 236 del 2015, e va pertanto respinta per gli stessi motivi, e segnatamente per l'infondatezza della tesi, sostenuta dal rimettente, della "costituzionalizzazione" del principio di irretroattività in tutti i casi in cui la Costituzione riserva alla legge la disciplina di diritti inviolabili. Come più volte affermato nella giurisprudenza di questa Corte, infatti, «al di fuori dell'ambito di applicazione dell'art. 25, secondo comma, Cost., [...] le leggi possono retroagire, rispettando "una serie di limiti che questa Corte ha da tempo individuato e che attengono alla salvaguardia, tra l'altro, di fondamentali valori di civiltà giuridica posti a tutela dei destinatari della norma e dello stesso ordinamento, tra i quali vanno ricompresi il rispetto del principio generale di ragionevolezza e di eguaglianza, la tutela dell'affidamento legittimamente sorto nei soggetti quale principio connaturato allo Stato di diritto e il rispetto delle funzioni costituzionalmente riservate al potere giudiziario" (ex plurimis, sentenza n. 156 del 2007)» (sentenza n. 236 del 2015). 7.- La Corte d'appello di Bari e il Tribunale ordinario di Napoli sollevano, in termini sostanzialmente identici e con riferimento agli stessi parametri (artt. 3, 51, 76 e 77 Cost.), la questione di disparità di trattamento fra gli eletti ai consigli regionali (oltre ai presidenti delle giunte regionali) e gli eletti al Parlamento nazionale ed europeo. Le censure possono quindi essere esaminate congiuntamente. I giudici a quibus rilevano che ai sensi dell'art. 1, comma 1, lettera b), del d.lgs. n. 235 del 2012 non sono candidabili alle elezioni della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica «coloro che hanno riportato condanne definitive a pene superiori a due anni di reclusione per i delitti, consumati o tentati, previsti nel libro II, titolo II, capo I, del codice penale», delitti tra i quali rientra l'abuso d'ufficio (art. 323 cod. pen.). La stessa disciplina vale per i candidati al Parlamento europeo, in forza del rinvio all'art. 1 del d.lgs. n. 235 del 2012 contenuto nel successivo art. 4. Un'analoga soglia non è invece prevista dall'art. 7, comma 1, lettera c), alla cui stregua non possono essere candidati alle elezioni regionali e non possono comunque ricoprire la carica - tra le altre - di Presidente della giunta regionale, coloro che hanno riportato condanna definitiva per una serie di delitti contro la pubblica amministrazione, compreso l'abuso d'ufficio. Di conseguenza, per i consiglieri regionali e per coloro che ricoprono le altre cariche previste dall'art. 7, comma 1, lettera c), la sospensione e la decadenza di diritto disciplinate dall'art. 8 del d.lgs. n. 235 del 2012 si applicano anche nel caso di condanna per abuso d'ufficio - rispettivamente, non definitiva e definitiva - pari o inferiore a due anni di reclusione, al di sotto cioè della soglia che fa scattare l'incandidabilità temporanea dei parlamentari. Questa disparità di trattamento non sarebbe giustificata dalla diversa situazione istituzionale e funzionale dei membri del Parlamento e dei consiglieri regionali, apparendo irragionevole, ad avviso dei rimettenti, che gli eletti in competizioni locali ricevano un trattamento più severo. 7.1.- In via preliminare, si deve innanzitutto chiarire quali sono le norme oggetto di censura. Il riferimento fatto dalla Corte d'appello di Bari al «comma 1 dell'art. 7 lett. c) Legge 190/2012» riguarda, in realtà, l'art. 7, comma 1, lettera c), del d.lgs. n. 235 del 2012, appena citato, che il giudice a quo pone «in relazione» all'art. 8, comma 1, lettera a) , dello stesso decreto legislativo. Entrambe le norme sono espressamente menzionate dal Tribunale ordinario di Napoli, che «in relazione» a esse estende la questione anche all'art. 1, comma 1, lettera b), del d.lgs. n. 235 del 2012. Tuttavia, quest'ultima è la disposizione che, secondo i rimettenti, funge da tertium comparationis idoneo a dimostrare la prospettata lesione del principio di uguaglianza e di ragionevolezza, pertanto essa non può costituire allo stesso tempo l'oggetto della censura. Nei giudizi principali, inoltre, deve essere direttamente applicato l'art. 8, comma 1, lettera a), poiché si controverte di sospensioni derivanti da sentenze di condanna non definitive. L'art. 7, comma 1, lettera c), in tema di incandidabilità da condanna definitiva, rileva solo come norma alla quale il citato art. 8 rinvia per individuare le cariche soggette alla sospensione e la platea dei reati per i quali la condanna non definitiva fa scattare la misura. La questione deve quindi essere circoscritta all'art. 8, comma 1, lettera a). 7.2.- Sempre in via preliminare, va dichiarata l'inammissibilità della questione sollevata dal Tribunale ordinario di Napoli. Nell'ordinanza di rimessione, il giudice a quo non fa menzione dell'entità della pena alla quale il destinatario della misura di sospensione è stato condannato in via non definitiva per abuso d'ufficio.