[pronunce]

essa quindi violerebbe gli artt. 8, 54 e 56 dello statuto speciale della Regione autonoma Sardegna, in quanto la norma impugnata, mediante l'introduzione del termine «generate», avrebbe l'intento di interpretare il criterio di quantificazione del gettito delle accise (gettito compartecipato dalla Regione autonoma Sardegna nella misura dei nove decimi per effetto di quanto previsto dallo stesso art. 8, comma 1, lettera d), e comma 2, dello statuto) - sulla base appunto della «generazione» nel territorio regionale; secondo il ricorrente, però, tale criterio di quantificazione introdotto in via interpretativa non risulterebbe coerente con il criterio del «percetto», cui fa invece testualmente riferimento lo stesso art. 8 dello statuto: mentre, infatti, il criterio del «generato», sarebbe riferito alla produzione complessiva che si realizza nel territorio della Regione, anche se relativa a prodotti che poi scontano il tributo nella restante parte del territorio nazionale, il criterio del "percetto", invece, sarebbe da riferirsi esclusivamente ai prodotti immessi in consumo nel territorio regionale. Infatti, prosegue il Presidente del Consiglio dei ministri, l'immissione in consumo renderebbe esigibile l'accisa, e quindi solo con il pagamento del prezzo questa sarebbe «percetta», così integrando la fattispecie costitutiva dell'obbligazione tributaria. Diversamente, conclude sul punto il ricorrente, se il prodotto esce dal territorio regionale prima di essere immesso in consumo (come in tutti i casi di regime sospensivo nei quali l'uscita del prodotto dal deposito fiscale non costituisce, altresì, immissione in consumo) non potrebbe aversi né «percezione» del tributo nel territorio regionale, ai sensi dell'art. 8, primo comma, lettera d), dello statuto, né tanto meno «maturazione della fattispecie impositiva nel territorio regionale», ai sensi del secondo comma 2 del medesimo art. 8. Per tutto quanto sin qui dedotto, secondo il Presidente del Consiglio dei ministri, sarebbe evidente il contrasto della norma impugnata con la disposizione statutaria, in quanto essa sostanzialmente abrogherebbe la rilevanza costitutiva del momento dell'esigibilità, legato a quello dell'immissione in consumo, esaurendo la fattispecie nel solo elemento, necessario, ma non ancora sufficiente, della fabbricazione od importazione (in Sardegna) del prodotto (sono richiamate le sentenze della Corte di cassazione 6 novembre 2013, n. 24912 e 21 marzo 2012, n. 4511). 1.1.- Secondo il Presidente del Consiglio dei ministri, la norma impugnata, ponendosi come norma interpretativa e di attuazione dell'art. 8 dello statuto della Regione autonoma Sardegna, violerebbe inoltre l'art. 56 del medesimo statuto sotto un ulteriore profilo, con riferimento alle disposizioni che regolano la gerarchia delle fonti, laddove quest'ultima disposizione stabilisce che «Una Commissione paritetica di quattro membri, nominati dal Governo della Repubblica e dall'Alto Commissario per la Sardegna sentita la Consulta regionale, proporrà le norme relative al passaggio degli uffici e del personale dallo Stato alla Regione, nonché le norme di attuazione del presente statuto. Tali norme saranno sottoposte al parere della Consulta o del Consiglio regionale e saranno emanate con decreto legislativo». Ne deriverebbe, secondo il ricorrente, che qualsiasi modifica, integrazione, od anche solo interpretazione di norme statutarie (quale, nel caso di specie, l'art. 8 della legge costituzionale n. 3 del 1948) non potrebbe che essere affidata a disposizioni di pari rango nella gerarchia delle fonti, ovvero alle norme di attuazione statutaria; norme, quest'ultime, che pur non avendo natura di norme costituzionali, sarebbero peraltro dotate di forza superiore a quella delle leggi ordinarie in virtù del peculiare procedimento di approvazione previsto dagli stessi statuti speciali, che nel caso della Regione autonoma Sardegna prevede il coinvolgimento di una apposita Commissione paritetica costituita con rappresentanti dello Stato e della Regione nell'approvazione di tali norme (art. 56 dello statuto). 1.2.- Secondo il Presidente del Consiglio dei ministri, la norma in esame, sempre in riferimento alle disposizioni che regolano la gerarchia delle fonti, violerebbe altresì l'art. 54 dello statuto il quale dispone che «Per le modificazioni del presente statuto si applica il procedimento stabilito dalla Costituzione per le leggi costituzionali. L'iniziativa di modificazione può essere esercitata anche dal Consiglio regionale o da almeno ventimila elettori. I progetti di modificazione del presente Statuto di iniziativa governativa o parlamentare sono comunicati dal Governo della Repubblica al Consiglio regionale, che esprime il suo parere entro due mesi Qualora un progetto di modifica sia stato approvato in prima deliberazione da una delle Camere ed il parere del Consiglio regionale sia contrario, il Presidente della Regione può indire un referendum consultivo prima del compimento del termine previsto dalla Costituzione per la seconda deliberazione. Le modificazioni allo Statuto approvate non sono comunque sottoposte a referendum nazionale. Le disposizioni del Titolo III del presente Statuto possono essere modificate con leggi ordinarie della Repubblica su proposta del Governo o della Regione, in ogni caso sentita la Regione». L'art. 8 dello statuto rientra nel Titolo III (disposizioni di carattere finanziario ). Ai sensi del comma 5 dell'art. 54 dello stesso statuto, esso può essere modificato solo con legge ordinaria della Repubblica su proposta del Governo o della Regione. Non sarebbe quindi consentito alla semplice legge regionale modificare unilateralmente e sostanzialmente una norma finanziaria dello statuto, come invece sarebbe avvenuto nel caso in esame. 1.3.- Il Presidente del Consiglio dei ministri lamenta altresì che il criterio di quantificazione del gettito delle accise introdotto dal legislatore regionale con l'art. l, comma l, della 1egge reg. Sardegna n. 7 del 2014, laddove deroga all'applicazione di norme comunitarie e prevede una diversa ripartizione del gettito delle accise spettanti alla Regione, violerebbe gli artt. 117, primo comma (sotto il profilo delle competenze esclusive dello Stato in materia di ordinamento comunitario e obblighi internazionali) e secondo comma, lettere a), e) e q), Cost. (sotto i profili delle competenze esclusive dello Stato nelle materie di politica estera, sistema tributario e contabile dello Stato e dogane) e l'art. 119 Cost., che, al primo comma, riconosce alle Regioni «autonomia finanziaria di entrata e di spesa, nel rispetto dell'equilibrio dei relativi bilanci», e stabilisce che esse «concorrono ad assicurare l'osservanza dei vincoli economici e finanziari derivanti dall'ordinamento dell'Unione europea» ed ulteriormente dispone, al secondo comma, che le Regioni «Stabiliscono e applicano tributi ed entrate propri, in armonia con la Costituzione e secondo i principi di coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario. Dispongono di compartecipazioni al gettito di tributi erariali riferibile alloro territorio». Espone in proposito il ricorrente che le disposizioni comunitarie in materia stabilirebbero che le accise costituiscono tributi armonizzati a livello comunitario e distinguerebbero chiaramente il momento generatore dell'obbligazione tributaria dal momento di esigibilità dell'imposta.