[pronunce]

Infine, la declaratoria di incostituzionalità del denunciato art. 2 non potrebbe essere pregiudicata, secondo la Corte di cassazione, dall'eventualità di una «non perfetta coerenza della disciplina transitoria di cui all'art. 7, comma 8, del decreto legislativo n. 184 del 1997 con l'assetto normativo conseguente alla dichiarazione di illegittimità costituzionale», giacché la disciplina censurata sarebbe riferibile solo ai periodi in cui operavano, in modo legittimo, limiti quantitativi alla contribuzione volontaria. 2. ¾ Si è costituita la parte privata ricorrente nel giudizio a quo, concludendo, in via principale, perché venga pronunciata una sentenza interpretativa di rigetto e, in subordine, per l'accoglimento della questione. Dopo aver rammentato la vicenda che ha originato la controversia pendente dinanzi al remittente, la parte privata svolge ampie argomentazioni a sostegno della tesi secondo la quale l'art. 21, comma 6, della legge n. 67 del 1988 avrebbe «eliminato anche il massimale di retribuzione imponibile, fissato per la prosecuzione volontaria». Ciò in quanto il legislatore, nel sopprimere il massimale di retribuzione pensionabile, a partire dal 1° gennaio 1988, avrebbe utilizzato tale meccanismo «per assolvere una funzione completamente diversa, e cioè per fungere da strumento di individuazione della fascia retributiva a rendimento pieno, e conseguentemente, delle ulteriori fasce a rendimento ridotto, applicabile anche ai trattamenti già liquidati». Nella memoria si osserva che una siffatta trasformazione di funzione avrebbe avuto immediato riflesso anche sulla funzione della 47ª classe di retribuzione di cui alla tabella F allegata al decreto-legge n. 402 del 1981. Questa originariamente serviva, in sede di prosecuzione volontaria, da massimale imponibile e pensionabile, ma dal 1° gennaio 1988 si sarebbe trasformata «in spartiacque tra la fascia di retribuzione a rendimento pieno e le ulteriori fasce a rendimento progressivamente ridotto». A tal fine non sarebbe stato necessario che l'art. 21 dettasse disposizioni relative alla prosecuzione volontaria, giacché, anteriormente alla sua vigenza, «non esisteva una autonoma nozione di massimale pensionabile per la contribuzione versata in costanza di rapporto di lavoro (contribuzione obbligatoria) e la contribuzione versata dall'assicurato (contribuzione volontaria)». Del resto, anche successivamente alla vigenza dell'art. 21, la tabella F non avrebbe perso le sue residue funzioni, individuate dai commi 1 e 3 dell'art. 2 del decreto-legge n. 402 del 1981, rispettivamente disciplinanti la retribuzione base della contribuzione volontaria e il calcolo della contribuzione nel caso di retribuzione inferiore a quella base. La difesa della parte privata sostiene, pertanto, che non occorrerebbe affermare la tacita abrogazione delle disposizioni denunciate da parte del citato art. 21, ma soltanto il mutamento di funzione delle norme oggetto di scrutinio. Interpretazione, questa, che non sarebbe contrastata da avverso “diritto vivente”, né dalla disciplina posta dall'art. 7 del decreto legislativo n. 184 del 1997, che ha demandato all'iniziativa del prosecutore volontario, per non aggravarlo di eccessivi oneri rispetto a quelli preventivati, la possibilità di adeguare la contribuzione alla retribuzione effettiva eccedente il massimale, senza per ciò negare il diritto di chi era ormai pensionato all'entrata in vigore di detta norma e non poteva quindi più proseguire la contribuzione volontaria. Infine, quanto alla subordinata richiesta di declaratoria di incostituzionalità delle disposizioni denunciate, la parte privata costituita svolge argomentazioni aderenti a quelle dell'ordinanza di remissione. 3. ¾ Si è costituito l'INPS, anch'esso parte del giudizio a quo, chiedendo che la questione sia dichiarata infondata. L'INPS rammenta che la giurisprudenza costituzionale ha più volte affermato che, successivamente al perfezionamento del requisito contributivo minimo, l'ulteriore contribuzione obbligatoria, volontaria o figurativa, operando al fine di incrementare il livello già consolidato di pensione, non ne può mai compromettere la misura potenzialmente maturata sino a quel momento. E nel caso all'esame si tratta non già di contribuzione volontaria ulteriore al perfezionamento del requisito minimo, ma di contribuzione necessaria al suo perfezionamento in vista del conseguimento della pensione di anzianità. Ad avviso dell'INPS, non dovrebbe, quindi, valere in siffatta ipotesi l'assunto sopra richiamato, giacché, come evidenziato dalla sentenza n. 432 del 1999 di questa Corte, non si rinvengono principi costituzionali che impongano in ogni caso e a tutti gli effetti l'equiparazione della contribuzione volontaria a quella obbligatoria. L'Istituto conclude, pertanto, sostenendo che la normativa denunciata non si porrebbe in contrasto con i parametri evocati e, in quanto rivolta al contenimento della spesa previdenziale, costituirebbe legittimo esercizio della discrezionalità legislativa nell'individuazione della retribuzione pensionabile nell'ambito della prosecuzione volontaria. 4. ¾ È intervenuto in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, il quale ha concluso per la manifesta inammissibilità ovvero per l'infondatezza della questione. La difesa erariale osserva preliminarmente che non sarebbe condivisibile la ricostruzione, risultante dall'ordinanza di remissione, dei presupposti di diritto e del quadro normativo rilevante su cui si fonda la questione. Da un lato, non vi sarebbe infatti alcun provvedimento erroneo da parte dell'INPS nell'autorizzare l'assicurato alla prosecuzione volontaria nel giugno 1988; dall'altro, costui pretenderebbe che fossero accolte le sue pretese previa declaratoria di incostituzionalità dell'art. 7, comma 8, del decreto legislativo n. 184 del 1997, senza però che si sia avvalso dei benefici disposti dalla norma e senza che questa disposizione sia stata censurata dal giudice a quo. La questione sarebbe dunque, sotto tale specifico profilo, inammissibile. Quanto al merito, l'Avvocatura dello Stato, nel contestare che, nel caso di specie, sussista un mancato coordinamento del sistema normativo, esclude che possa invocarsi, come norma di principio insuscettibile di successivi adeguamenti, quella di cui all'art. 9 del d.P.R. n. 1432 del 1971, sulla parificazione della contribuzione volontaria a quella obbligatoria. Sicché, ad avviso della parte pubblica intervenuta, le disposizioni denunciate non recherebbero alcun vulnus all'art. 38 della Costituzione, non essendovi principi costituzionali che impongano l'equiparazione ad ogni effetto della contribuzione volontaria a quella obbligatoria e, soprattutto, considerando che «il livello pensionistico assicurato […] è comunque adeguato», tanto più che, come affermato anche da questa Corte (ordinanza n. 133 del 2001), nei sistemi pensionistici retributivi la garanzia della proporzionalità ed adeguatezza del trattamento «non esige un intangibile rapporto di corrispondenza tra contributi versati e pensione» e, dunque, tra salario e pensione.