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Modifiche all'articolo 83 della Costituzione in materia di elezione del Presidente della Repubblica, all'articolo 97 della Costituzione in materia di Autorità indipendenti e all'articolo 5 della legge costituzionale 20 aprile 2012, n. 1, per l'istituzione di una Commissione parlamentare di controllo sulla finanza pubblica. Onorevoli Senatori. -- La riforma della Parte II della Costituzione, con il superamento del bicameralismo paritario e la revisione del titolo V, è giunta ormai alle letture conclusive da parte delle Camere. Insieme alla riforma del sistema elettorale essa rappresenta un primo passo che potrà consentire alle nostre istituzioni di superare quella vera e propria crisi costituzionale emersa in tutta evidenza con l'esito delle elezioni politiche del 2013. Non va dimenticato che siamo usciti da quella situazione di stallo politico-istituzionale in cui non si riusciva a costituire un governo né ad eleggere il nuovo Presidente della Repubblica, solo con la rielezione del Presidente Giorgio Napolitano, con la formazione di un esecutivo di grande coalizione finalizzato alla realizzazione di quelle riforme costituzionali ed elettorali attese da così lungo tempo. Sono note le vicende che la legislatura ha poi attraversato. Vicende che, in particolare, non hanno consentito di procedere nel cammino delle riforme con il concorso di un più ampio e stabile consenso parlamentare e attraverso il percorso che era stato inizialmente previsto (quello di una Commissione bicamerale ad hoc ), al fine di affrontare in un unico contesto, e quindi con una visione sistemica complessiva, la riforma della Parte II della Costituzione, incluse le norme riguardanti specificatamente la forma di governo e la riforma del sistema elettorale. Ciò ha comportato indubbiamente dei limiti, sia per quanto riguarda l'incompletezza della riforma, sia sul piano delle connessioni tra le sue diverse parti, non sempre chiare, in quanto si è dovuti intervenire separatamente sulla riforma costituzionale e su quella elettorale, in tempi diversi e con il sostegno di un arco di forze parlamentari parzialmente diverso nel corso delle successive letture dei relativi disegni di legge. Di conseguenza, anche dopo l'approvazione della riforma costituzionale, continuerà a rimanere inattuato il famoso ed ormai mitico ordine del giorno Perassi con il quale l'Assemblea Costituente, scegliendo la forma di governo parlamentare, chiese nel contempo «dispositivi costituzionali idonei a tutelare le esigenze di stabilità dell'azione di governo e ad evitare le degenerazioni del parlamentarismo». Non a caso, le indicazioni espresse a larga maggioranza nella Relazione finale della Commissione per le riforme istituita dal Governo Letta prevedevano di riformare anche gli articoli della Costituzione relativi alla forma di governo e, in questo contesto, di attribuire il premio di maggioranza alla coalizione di liste o alla lista vincente al primo turno o nel ballottaggio. Ulteriori conseguenze riguardano le connessioni tra le diverse parti della riforma, con alcuni limiti nel sistema complessivo dei contrappesi che rischiano di determinare una debolezza dell'impianto della Costituzione della Repubblica italiana di domani. Alcuni hanno erroneamente e inutilmente ricercato quei contrappesi nell'assetto del futuro Senato della Repubblica, laddove -- invece -- la seconda camera non è un contrappeso in nessun'altra democrazia parlamentare, né lo è stata neppure in Italia. Nel corso dell'esame parlamentare della riforma costituzionale avevamo indicato la necessità di prevedere almeno tre contrappesi di sistema. Dato che queste proposte non hanno trovato accoglienza nel testo approvato, vengono riproposte con il presente disegno di legge costituzionale, confidando che su di esse si possa aprire una necessaria e improcrastinabile riflessione. Del resto, come ha opportunamente osservato il costituzionalista Stefano Ceccanti (con riferimento ai limiti della riforma): «Non è che con questa riforma siamo esentati da una cultura della manutenzione costituzionale, riforme mirate per soluzioni che si rivelino imprecise sono sempre possibili con la tecnica dell'emendamento. Del resto i Costituenti, come ha ricordato Napolitano nella sua dichiarazione di voto sulla riforma costituzionale, vollero l'articolo 138 sulla revisione non troppo rigido». La prima questione riguarda l'esigenza di allargare la platea dei grandi elettori del Presidente della Repubblica e di prevedere contestualmente una norma di chiusura per la sua elezione, in modo da rafforzarne il ruolo di garanzia e impedire, nel contempo, una situazione di impasse del sistema stesso. Infatti, la platea troppo ristretta prevista dalla norma già approvata espone al rischio -- nonostante il quorum elevato dei tre quinti dei votanti necessario dal settimo scrutinio -- che il Presidente della Repubblica sia sostanzialmente espressione di un solo partito, soprattutto in una situazione in cui sono noti i criteri di rappresentanza della Camera dei deputati, ma non ancora quelli di rappresentanza del Senato della Repubblica, cioè se i senatori si disporranno per gruppi parlamentari che rispondono ai partiti oppure ai territori di provenienza (è molto probabile che ci si attesti in una via di mezzo tra queste due ipotesi). In questa considerazione, ovviamente, non c'è alcun riferimento agli equilibri politici contingenti, perché quando si scrive la Carta fondamentale si deve necessariamente guardare non solo all'oggi, ma anche al domani e al dopodomani. D'altro canto, proprio il quorum elevato e l'assenza di una norma di chiusura, espongono al grave rischio che una minoranza relativamente esigua abbia la possibilità di bloccare l'elezione del Presidente della Repubblica (magari una minoranza di quello stesso partito di coalizione che dovrebbe essere il protagonista del sistema politico di domani), anche in considerazione del fatto che una parte rilevante della rappresentanza parlamentare, espressione di forze antisistema, possa essere sostanzialmente indisponibile a concorrere ad una scelta condivisa. Coloro che conoscono la storia costituzionale sanno quante volte i sistemi politici sono entrati in crisi per l'impossibilità o la difficoltà di eleggere il Presidente della Repubblica. La mancata elezione del Presidente della Repubblica non è esattamente la stessa cosa della mancata elezione di un giudice costituzionale o di un componente del Consiglio superiore della magistratura, è qualcosa di assai più serio. E se non vogliamo rifarci agli esempi che ci vengono offerti dal funzionamento dei sistemi istituzionali, possiamo semplicemente soffermarci sui rischi che abbiamo corso all'inizio di questa legislatura per la difficoltà, in un contesto molto più favorevole di quello immaginato in questo caso, di eleggere un Presidente della Repubblica. I sistemi costituzionali e le Costituzioni che funzionano offrono infatti sempre una soluzione. L'elasticità delle Costituzioni è un pregio, non è un difetto di indeterminatezza. Di conseguenza, il presente disegno di legge costituzionale propone (con il primo articolo) di intervenire su due aspetti dell'articolo 83 della Costituzione: da una parte, l'ampliamento della platea dei grandi elettori al fine di renderla più rappresentativa, con l’inserimento dei membri del Parlamento europeo spettanti all'Italia di cittadinanza italiana; dall'altra, come norma di chiusura, la previsione che dal settimo scrutinio sia sufficiente la maggioranza assoluta dei grandi elettori, anziché quella dei tre quinti dei votanti.