[pronunce]

Non è un caso, inoltre, che l'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni verifichi il rispetto del divieto di cui all'art. 9, comma 1, della legge n. 28 del 2000 anche con riferimento a condotte poste in essere nell'imminenza di elezioni amministrative a livello locale, evidentemente sul presupposto che esso si riferisca a fattispecie distinguibili da quelle previste dall'art. 29, comma 6, della legge n. 81 del 1993. In definitiva, il divieto ora descritto è precipuamente indirizzato a regolare l'attività di comunicazione delle amministrazioni pubbliche, in stretta attinenza ai loro compiti istituzionali e allo scopo di evitare che tali compiti siano perseguiti con modalità comunicative non corrette. La fattispecie contenuta nell'art. 29, comma 6, della legge n. 81 del 1993, che contiene il divieto assistito dalla sanzione penale, è invece riferita alla propaganda «di qualsiasi genere», ancorché inerente all'attività istituzionale delle amministrazioni. Tale fattispecie riguarda condotte ulteriori e diverse rispetto a quelle poste in essere nello svolgimento delle funzioni istituzionali dell'amministrazione (in tal senso anche Consiglio di Stato, sezione quinta giurisdizionale, sentenza 23 marzo 2000, n. 1593), rivelando una formulazione più ampia rispetto a quella di cui all'art. 9, comma 1, della legge n. 28 del 2000. Inoltre, il divieto dettato dalla norma sospettata di incostituzionalità, pur essendo testualmente rivolto anch'esso alle pubbliche amministrazioni, per il principio della personalità della responsabilità penale non può che indirizzarsi direttamente ai soggetti titolari di cariche pubbliche a livello locale. Tali soggetti infrangono il divieto se svolgono attività di propaganda, ancorché inerente all'attività istituzionale delle amministrazioni di cui fanno parte, utilizzandone mezzi, risorse, personale e strutture. Se candidati essi stessi, ferme restando le disposizioni in tema di ineleggibilità a livello locale, ben possono esercitare i relativi diritti costituzionalmente garantiti, e perciò svolgere anche attività di propaganda elettorale: ma, anche in tale ipotesi, il divieto in esame esige che ciò facciano al di fuori dell'esercizio delle proprie funzioni istituzionali e, di nuovo, senza utilizzare mezzi, risorse, personale e strutture assegnati alle pubbliche amministrazioni di appartenenza. L'art. 29, commi 5 e 6, della legge n. 81 del 1993 delinea perciò una fattispecie obiettivamente diversa da quella disciplinata all'art. 9, comma 1, della legge n. 28 del 2000. Ciò non impedisce di riscontrare che anch'essa presidia gli stessi principi costituzionali: giacché anche il titolare di cariche pubbliche, candidato o meno che sia, infrangendo il divieto, coinvolge l'ente nella competizione politico-elettorale, violandone il dovere di neutralità politica (art. 97 Cost.), provoca un'alterazione delle eguali opportunità dei candidati e influisce illecitamente sulla formazione del convincimento degli elettori (art. 48 Cost.). Infine, a conferma ulteriore della non sovrapponibilità tra le due fattispecie messe a confronto dal giudice a quo, va notato che l'arco temporale di efficacia dei due divieti non necessariamente coincide, poiché, mentre l'art. 29, comma 6, della legge n. 81 del 1993 circoscrive il divieto all'intervallo tra i trenta giorni antecedenti l'inizio della campagna elettorale e la conclusione di questa, l'art. 9, comma 1, della legge n. 28 del 2000 lo fa decorrere dalla data di convocazione dei comizi elettorali, estendendolo fino alla chiusura delle operazioni di voto. Alla luce della obbiettiva differenza tra le due fattispecie messe a raffronto, la questione non è quindi fondata.. per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE dichiara non fondata la questione di legittimità costituzionale dell'art. 29, comma 5, della legge 25 marzo 1993, n. 81 (Elezione diretta del sindaco, del presidente della provincia, del consiglio comunale e del consiglio provinciale), in relazione al successivo comma 6, sollevata, in riferimento all'art. 3 della Costituzione, dal Tribunale ordinario di Catania, con l'ordinanza indicata in epigrafe. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 9 marzo 2016. F.to: Paolo GROSSI, Presidente Nicolò ZANON, Redattore Roberto MILANA, Cancelliere Depositata in Cancelleria il 7 aprile 2016. Il Cancelliere F.to: Roberto MILANA