[pronunce]

- Anche in questo giudizio si è costituito il ricusante, il quale, condividendo e facendo proprie le argomentazioni del remittente, e richiamando l'ordinanza 6 ottobre 2000 della Corte di appello di Perugia, chiede - come nell'altro giudizio - che sia dichiarata l'illegittimità costituzionale, "nei sensi e nei termini di cui all'ordinanza citata", degli artt. 53, primo e secondo comma, 54, terzo comma, e 30-bis cod. proc. civ. , "con la precisazione che l'incostituzionalità dell'art. 30-bis va dichiarata anche nell'ipotesi in cui il giudizio sulla ricusazione di un magistrato di una determinata Corte di appello debba essere demandato ad altra sezione della stessa corte, diversa da quella cui appartiene il magistrato ricusato, ciò perché le ragioni di incompatibilità derivano dai rapporti di colleganza, conoscenza, frequenza e/o possibile amicizia tra i magistrati della stessa Corte di appello civile".1. - Entrambe le Corti d'appello remittenti sollevano questione di costituzionalità della disciplina contenuta nel codice di procedura civile, relativa alla competenza a decidere sulla ricusazione di uno o più giudici del tribunale o della Corte di appello. Si tratta dell'art. 53 (giudice competente), primo comma, seconda parte, ai cui sensi "sulla ricusazione decide ... il collegio se è ricusato uno dei componenti del tribunale o della corte". La Corte di Perugia (che denuncia, anche sotto altri profili di seguito richiamati, il "combinato disposto" degli artt. 53, primo e secondo comma, e 54, terzo comma, cod. proc. civ. ) censura la norma limitatamente alla parte che si riferisce alla ricusazione di un magistrato della Corte di appello; la Corte di Roma (che coinvolge nella denuncia, oltre al primo, il secondo comma dell'art. 53) censura la norma che prevede la competenza dello stesso collegio per la decisione sulla ricusazione di un magistrato del tribunale o della Corte di appello, "con irragionevole reciprocità per l'ipotesi in cui lo stesso magistrato sia chiamato a decidere quale componente del collegio sull'eventuale ricusazione proposta nei confronti dei colleghi che lo avevano giudicato". I parametri invocati sono gli artt. 3, 24 (di cui si fa cenno solo nella motivazione, non nel dispositivo dell'ordinanza), 104 e 111 della Costituzione per la Corte di appello di Perugia, gli artt. 3 e 104 della Costituzione e l'art. 6, comma 1, della convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali (sul diritto ad un giudizio equo da parte di un tribunale indipendente ed imparziale) per la Corte di appello di Roma. In sostanza entrambi i remittenti ritengono che la decisione sulla ricusazione da parte dello stesso collegio cui appartiene il ricusato (sia pure con la sostituzione di quest'ultimo, come avviene in base alla costante interpretazione giurisprudenziale) non garantisca un giudizio imparziale, in quanto la serenità di giudizio potrebbe essere pregiudicata a motivo dell'inevitabile instaurarsi di rapporti interpersonali di vario tipo fra i magistrati che operano quotidianamente nello stesso collegio, con la possibilità - sottolineata in particolare dalla Corte di Roma - che il magistrato ricusato sia chiamato a sua volta a decidere sulla ricusazione di altri componenti dello stesso collegio. Entrambi i remittenti, inoltre, ritengono tale disciplina in contrasto con il principio di ragionevolezza desunto dall'art. 3 della Costituzione, sulla base del raffronto con la diversa disciplina apprestata dal codice di procedura penale, che all'art. 40, comma 1, demanda la decisione sulla ricusazione di un giudice del tribunale alla Corte di appello, e quella sulla ricusazione di un magistrato della Corte di appello ad una sezione della stessa corte diversa da quella cui appartiene il giudice ricusato; nonché con la disciplina prevista dall'art. 30-bis del codice di procedura civile, introdotto dall'art. 9 della legge 2 dicembre 1998, n. 420, il quale attribuisce le cause in cui siano comunque parti magistrati, che secondo le norme ordinarie spetterebbero alla competenza di un ufficio giudiziario compreso nel distretto in cui il magistrato esercita le proprie funzioni, alla competenza del giudice, ugualmente competente per materia, che ha sede nel capoluogo del distretto di Corte di appello determinato ai sensi dell'art. 11 del codice di procedura penale (cioè di un diverso distretto indicato dalla legge in modo da evitare la "reciprocità"). A tale questione, per così dire, principale, la Corte di appello di Perugia ne aggiunge altre tre. Due riguardano ancora la disciplina codicistica della ricusazione nel processo civile, censurata per violazione degli stessi parametri, e specificamente (stando alla motivazione) dell'art. 24 della Costituzione: a) nella parte in cui prevede che la decisione sia pronunciata con ordinanza non impugnabile (art. 53, secondo comma, cod. proc. civ.), nonché: b) nella parte in cui prevede che l'ordinanza che rigetta o dichiara inammissibile il ricorso per ricusazione comporti automaticamente la condanna dell'istante ad una pena pecuniaria, senza consentire al giudice alcuna valutazione in ordine alla temerarietà del ricorso stesso né alla eventuale graduazione della sanzione, in caso di colpa del ricorrente (art. 54, terzo comma, cod. proc. civ. - Ordinanza sulla ricusazione). Anche la Corte di appello di Roma fa riferimento a queste due previsioni normative, ma solo a conferma della affermata irrazionalità della norma denunciata. L'ultima questione, sollevata dalla sola Corte di appello di Perugia, investe, "per completezza", in riferimento al principio di ragionevolezza (art. 3 Cost.) nonché al diritto del cittadino ad essere giudicato da un giudice indipendente ed imparziale (art. 104 della Costituzione e art. 6 della convenzione europea dei diritti dell'uomo), l'art. 30-bis del codice di procedura civile, nella parte in cui non prevede che il giudizio incidentale sulla ricusazione di un giudice della sezione civile della Corte di appello venga devoluto alla cognizione di un giudice, ugualmente competente per materia, che ha sede nel capoluogo del distretto determinato ai sensi dell'art. 11 del codice di procedura penale, allorquando nella sede del distretto non vi sia altra "sezione diversa" da quella cui appartiene il magistrato ricusato: situazione che si verificherebbe nel distretto di Perugia, presso la cui Corte di appello esistono una sola sezione penale ed una civile, oltre ad una sezione promiscua della quale sono stati o saranno chiamati a far parte, anche nel medesimo collegio, sia alcuni dei giudici ricusati, sia i componenti del collegio remittente. Quest'ultima censura è prospettata in termini più ampi dalla parte privata (anche, ma irritualmente, nel giudizio promosso dalla Corte di appello di Roma, in cui non è sollevata questione sull'art. 30-bis cod. proc. civ. ):