[pronunce]

che nel nuovo sistema, sarebbe ben possibile che ottenga l'“indultino”, ovvero un beneficio di notevole portata, il condannato che non abbia mai ottenuto, per la mancata adesione al trattamento e la condotta irregolare tenuta nel corso dell'esecuzione, l'ammissione a una misura alternativa, neppure più contenitiva dell'“indultino” (quale la detenzione domiciliare o la semilibertà), e neppure alcun tipo di beneficio, pur se di minore portata, come la liberazione anticipata, l'ammissione ai permessi premio, al lavoro all'esterno etc.; che è inoltre possibile che il condannato, che abbia subito colpevolmente la revoca di una misura alternativa, come il soggetto protagonista del giudizio a quo, sia automaticamente scarcerato per effetto dell'«indultino», ottenendo così una misura più ampia di quella che si è appena rivelata inidonea, con conseguente contrasto con il canone di ragionevolezza e di razionale uniformità del trattamento normativo sotteso all'art. 3 della Costituzione, e, inoltre, con l'art. 27, terzo comma, della Costituzione, per la lesione dei canoni di proporzionalità e individualizzazione della pena, e del principio di progressività trattamentale e di finalismo rieducativo della pena; che la legge preclude l'accesso al beneficio a coloro che già sono ammessi a una misura alternativa, pur se di portata più afflittiva (come, ad esempio, la detenzione domiciliare o la semilibertà, secondo l'interpretazione prevalente che viene data alla disposizione di cui all'art. 1, punto 3, lett. d), della legge n. 207 n.2003), e non ne hanno cagionato colpevolmente la revoca, con il conseguente contrasto della norma censurata con l'art. 3 della Costituzione, a causa dell'irragionevole disparità di trattamento tra i soggetti che si sono dimostrati meritevoli di una misura alternativa e ne hanno osservato le prescrizioni e coloro che non hanno mai meritato una misura alternativa, o se la sono vista colpevolmente revocare; che sotto altro profilo, infine, va rilevato che l'automatismo previsto dalla legge per la concessione dell'«indultino», e l'assenza di alcuno spazio per una valutazione discrezionale del giudice, rendono il nuovo istituto del tutto affine a una misura di clemenza, dal momento che quest'ultima non ha alcuna efficacia rieducativa, ma risponde a scelte di politica criminale, e limita il ruolo del giudice a un mero accertamento dei requisiti di legittimità previsti dalla legge; che l'introduzione di una misura di clemenza avrebbe, però, richiesto un formale provvedimento di indulto, approvato con la maggioranza qualificata prevista dalla Costituzione, requisito formale di cui la legge n. 207 del 2003 è, invece, priva, con conseguente contrasto con l'art. 79, primo comma, della Costituzione; che, con ordinanza del 13 settembre 2004 (reg. ord. n. 69 del 2005) , il Tribunale di sorveglianza di Torino ha sollevato questione di legittimità costituzionale dell'art. 1, comma 3, lettera d), della legge n. 207 del 2003, in riferimento agli artt. 3, 13, secondo comma, 27, terzo comma, 79, primo comma, 101, secondo comma, 102 della Costituzione, nella parte in cui prevede come causa ostativa del beneficio l'intervenuta revoca di una misura alternativa; che il rimettente rileva di essere stato investito di un reclamo – proposto a seguito di un provvedimento del Magistrato di sorveglianza di Alessandria che aveva dichiarato inammissibile l'istanza di sospensione condizionata dell'esecuzione della pena, per essere stato il condannato ammesso ad una misura alternativa alla detenzione – con il quale si lamentava l'erronea interpretazione della norma di cui all'art. 1, comma 3), lettera d), della legge n. 207 del 2003, avendo il Magistrato di sorveglianza ritenuto ostativa all'ammissione al beneficio l'intervenuta revoca della misura alternativa alla detenzione subita dal condannato; che, secondo il giudice a quo, l'interpretazione del Magistrato di sorveglianza deve ritenersi corretta, in quanto coerente con la natura del beneficio, ma che la stessa non si sottrae a dubbi di incostituzionalità e che, pertanto, deve essere sollevata d'ufficio la questione di legittimità costituzionale dell'art. 1, comma 3, lettera d), della legge n. 207 del 2003; che la questione, osserva il rimettente, è rilevante, ai fini della pronuncia sul proposto reclamo, essendo ineliminabile l'applicazione della norma nell'iter logico-giuridico che il rimettente deve percorrere per la decisione del procedimento, trovandosi il condannato nelle condizioni previste dall'art. 1 della legge n. 207 del 2003 per l'ammissione all'indultino, pur avendo subito – per fatto colpevole – in relazione allo steso titolo esecutivo, la revoca di una misura alternativa; che, in punto di non manifesta infondatezza, va considerato, secondo il giudice a quo, che il nuovo istituto introdotto dalla legge n. 207 del 2003, è connotato dal tendenziale automatismo della concessione, non essendo attribuito al Magistrato di sorveglianza alcun apprezzamento discrezionale sulla «meritevolezza» del condannato che domanda il beneficio, né sull'idoneità rieducativa e preventiva della misura, essendo unicamente imposto al giudicante di verificare la sussistenza dei requisiti di legittimità previsti dalla legge; che la norma censurata contrasta con i principi sanciti dagli artt. 101, secondo comma, e 102 Cost., poiché la limitazione del sindacato del giudice alla sola valutazione dei presupposti formali configurerebbe l'emissione di un provvedimento incidente sulla libertà personale dell'individuo in base alla sola verifica della sussistenza dei presupposti normativi, riducendo l'intervento del giudice a mera attività esecutiva priva di qualsivoglia apprezzamento valutativo di carattere giurisdizionale in ordine alla opportunità della concessione del beneficio in rapporto ai parametri di progressione rieducativa e di prognosi di recidiva propri del giudizio sulla applicazione delle misure previste dall'ordinamento penitenziario e, più in generale, operanti nella fase dell'esecuzione penale, alla luce del principio rieducativo sancito dall'art. 27, terzo comma, della Costituzione; che tale quadro, connotato da una tendenziale riduzione dei compiti del giudice a profili di mera verifica delle condizioni di legge per l'applicazione del beneficio extra ordinem, senza che residui in capo al magistrato alcun potere o margine di apprezzamento discrezionale, suggerisce immediati profili di affinità della sospensione condizionata con la misura dell'indulto, con la quale la prima ha anche in comune la disciplina della revoca a causa della commissione di un delitto non colposo entro il termine previsto dalla legge, nonché l'estinzione della pena nel caso opposto; che anche l'indulto, peraltro, può essere sottoposto a condizioni od obblighi, alla cui violazione consegue la revoca del beneficio, con la conseguenza che l'istituto di cui alla legge n. 207 del 2003 può considerarsi una misura identica – quanto a ratio legis – a quella dell'indulto;