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In molti casi l’azionista di maggioranza relativa di un patto è, a sua volta, partecipe di altri patti sindacali, con ciò creando una «rete» informale di mutuo appoggio, con generale detrimento per la contendibilità delle società e potenziale lesione dei princìpi di trasparenza e concorrenza dei mercati finanziari. Come ha ricordato recentemente Franco Debenedetti: «la struttura piramidale, così diffusa nel nostro capitalismo, ha certamente effetti negativi su sviluppo e competitività del nostro sistema industriale». Ne consegue che, laddove il fenomeno delle «scatole cinesi» venisse quanto meno sostanzialmente indebolito - come si propone il presente disegno di legge - non solo diventerebbe più difficile controllare le società che ne facessero parte senza la disponibilità di un’adeguata percentuale di azioni, con generale beneficio per il sistema industriale e finanziario nazionale, ma se ne trarrebbero anche indubbi e consistenti benefici gestionali. È dunque evidente come il sistema di regole che presiede al funzionamento dei mercati, spesso insufficiente a contrastare efficacemente ogni forma di abuso o distorsione (al punto da condurre secondo alcuni ad una «sostanziale impotenza del diritto»), debba quanto meno cercare di scoraggiare tali comportamenti opportunistici, evidenziandoli, censurandoli e limitandone la diffusione con una pluralità di mezzi e strumenti (legislativi, regolamentari, fiscali, giurisdizionali). Per quanto concerne gli spazi di intervento del legislatore, sussiste un margine per interventi regolatori o normativi che scoraggino ogni possibile forma di elusione delle regole in materia di controllo societario e di difesa delle minoranze, «saturando» gli spazi residui ancora sussistenti, sotto diversi profili, nel nostro ordinamento, in particolare per quel che riguarda il contrasto al fenomeno delle «scatole cinesi». La scelta dello strumento della delega legislativa al Governo è connessa non solo alla varietà, complessità tecnica e articolazione degli interventi legislativi che vengono proposti, ma anche all’esigenza di non recare alcun pregiudizio o turbativa ad eventuali operazioni finanziarie e societarie che fossero in atto al momento della presentazione del testo, cosi confermando il princìpio di neutralità dell’azione politica e legislativa rispetto ai processi di mercato in corso di svolgimento. Queste scelte corrispondono alla volontà di influire nella misura minima possibile sul libero andamento dei mercati, ma senza rinunciare ad incidere sul fenomeno delle «scatole cinesi», che larga parte degli operatori considera negativo. Per di più, una parte della normativa proposta è destinata ad entrare in vigore solo due anni dopo l’entrata in vigore dei decreti delegati così da consentire al sistema industriale che ne fosse interessato di poter adattare la propria struttura di controllo alle nuove regole. Il tempo prescritto per l’esercizio della delega può, infatti, consentire che la traduzione in norme precettive dei princìpi e criteri fissati dal presente disegno di legge abbia luogo con il necessario coordinamento con altre normative già esistenti, nell’ambito di un attento dialogo tanto con le autorità di vigilanza quanto con le associazioni di rappresentanza di tutti i soggetti a vario titolo coinvolti che, nelle more dell’entrata in vigore delle nuove disposizioni, avranno la possibilità di orientarsi e -- per coloro che ne hanno titolo -- di adeguarsi per tempo al nuovo quadro regolatorio. A tal fine si propongono due distinte discipline di delega. La prima (articolo 2) è orientata alla modifica della normativa in materia di società quotate nei mercati regolamentati nazionali, con riguardo innanzitutto ai profili regolatori -- dall’obbligo di OPA ai requisiti per l’ammissione alla quotazione -- e alla disciplina del controllo e del diritto di voto. La seconda (articolo 3) è volta alla modifica del regime fiscale applicabile alle società quotate, con l’obiettivo concorrente di disincentivare -- anche per tale via -- il ricorso alla creazione di catene societarie al solo fine di ridurre la quota di capitale necessaria per esercitare il controllo. Nel merito, con riguardo alla disciplina dell’OPA obbligatoria si propone, nell’ambito della delega, la modifica della disciplina di cui agli articoli 106 e 109 del testo unico delle disposizioni in materia di intermediazione finanziaria (TUF) di cui al decreto legislativo 24 febbraio 1998, n. 58. A questo proposito si ricorda che l’originario schema di decreto legislativo presentato dal Governo alle Camere il 19 dicembre 1997 ai fini dell’espressione del parere (atto del Governo n. 193 -- legislatura XIII), presentava alcune significative differenze rispetto alla disciplina definitivamente approvata, differenze che oggi, alla luce dell’esperienza italiana dal 1997 ad oggi, meritano di essere riproposte. La bozza originaria del cosiddetto «testo Draghi» innovava la disciplina allora vigente costituita in primo luogo dalla legge 18 febbraio 1992, n. 149 -- riducendo le ipotesi di OPA obbligatoria soltanto a due (rispetto alle cinque originarie): l’OPA obbligatoria successiva e l’OPA obbligatoria residuale. Secondo quel testo, l’OPA obbligatoria successiva (poi denominata totalitaria) determinava, nella misura del 30 per cento, la soglia di partecipazione al cui raggiungimento scattava l’obbligo di promuovere un’offerta pubblica di acquisto sulla totalità delle azioni ordinarie. Fino ad allora, la normativa vigente prevedeva che l’OPA obbligatoria scattasse nel caso di acquisizioni che comportassero il superamento della «partecipazione rilevante» effettuate fuori dalla borsa o dal mercato ristretto ovvero tramite l’esercizio di diritti su titoli convertibili in azioni con diritto di voto. La nuova disciplina proposta nel 1998 prevedeva quindi, in primo luogo, l’introduzione di una soglia fissa ed unica di possesso azionario, oltrepassata la quale sarebbe scattato 1’obbligo di lanciare l’OPA, con ciò eliminando la precedente attività di monitoraggio che la CONSOB era obbligata ad effettuare per stabilire periodicamente quale poteva essere per ogni singola società quotata la soglia di partecipazione da considerare «rilevante». La fissazione della soglia al 30 per cento, rimasta nel testo definitivo del TUF, appariva all’epoca effettivamente in linea con la legislazione dei principali Paesi europei, dove variava da un minimo del 25 per cento (previsto dalla Spagna) ad un massimo del 33 per cento (previsto dalla Francia e come livello massimo dalla Proposta di tredicesima direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio sull’OPA). L’originario «testo Draghi», con riferimento ai casi di società ad elevata capitalizzazione e ad azionariato particolarmente diffuso, rinviava ad un successivo provvedimento della CONSOB la possibilità di stabilire periodicamente anche soglie meno elevate di partecipazione, ma non inferiori al 15 per cento, oltre le quali sarebbe dovuto scattare l’obbligo di OPA. Alla luce delle considerazioni fin qui svolte, quest’ultima previsione, lasciata cadere nel corso del dibattito parlamentare, acquista oggi un nuovo rilievo e viene quindi riproposta all’articolo 2, comma l, lettera a) , del presente disegno di legge.