[pronunce]

Ciò posto, e riferito l'orientamento dominante nella giurisprudenza della Corte di cassazione, secondo cui l'inosservanza - da parte del sorvegliato speciale di pubblica sicurezza - delle menzionate prescrizioni integra pur sempre il reato di cui all'art. 9 della legge 1423 del 1956 (nel testo vigente), ad avviso del giudicante è inevitabile rilevare come tale norma, «nella parte in cui sanziona penalmente la violazione delle prescrizioni di cui alla prima parte del terzo comma del predetto art. 5, si ponga in evidente contrasto con l'art. 25, 2° comma, della Costituzione in quanto viola il principio costituzionale di tassatività sancito in detto articolo della Costituzione». La questione, per le considerazioni esposte, sarebbe non manifestamente infondata e risulterebbe, altresì, rilevante, «in quanto la eventuale declaratoria di illegittimità costituzionale è destinata ad incidere sulle decisioni del giudice remittente nella misura in cui porterebbe ad escludere la sussistenza del fatto di reato contestato». 3. - Sotto altro profilo, il rimettente ritiene la norma censurata in contrasto con l'art. 3 Cost. per violazione del principio di eguaglianza. Richiamato il precetto dell'art. 9, secondo comma, della legge n. 1423 del 1956, come sostituito dall'art. 14 del d.l. n. 144 del 2005, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 155 del 2005, il giudice a quo rileva che esso «tipizza come delitto la violazione della misura di sorveglianza speciale in alternativa alla previsione del 1° comma dello stesso art. 9 che invece configura come contravvenzione la semplice inosservanza degli obblighi inerenti alla sorveglianza speciale senza l'obbligo o il divieto di soggiorno». Tuttavia, dal punto di vista della concreta offensività della condotta, l'inosservanza degli obblighi inerenti alla sorveglianza speciale presenta la stessa carica di disvalore, «a prescindere dal fatto che il sorvegliato speciale sia o meno gravato anche dall'obbligo o dal divieto di soggiorno, diversamente dal caso in cui sia invece proprio questa, e cioè la prescrizione inerente all'obbligo o al divieto di soggiorno, ad essere violata». Per conseguenza, il più severo trattamento sanzionatorio previsto dall'art. 9, secondo comma (testo vigente), della legge n. 1423 del 1956 crea, ad avviso del giudicante, una ingiustificata disparità di trattamento tra sorvegliato speciale semplice e sorvegliato speciale con obbligo o divieto di dimora. Infatti, la diversità del trattamento sanzionatorio andrebbe ancorata alla maggiore gravità del fatto, da valutare in relazione alla concreta offensività di esso, e non alla qualità del soggetto, sicché «va apprezzata allo stesso modo con riferimento alle prescrizioni concretamente violate a prescindere dalla previsione o meno nel provvedimento applicativo della misura della sorveglianza speciale dell'obbligo o del divieto di soggiorno; la previsione di tale obbligo o divieto non incide sulla offensività e gravità della condotta, ma serve solo a connotare diversamente il comportamento imposto al sorvegliato speciale e ad imporgli una più gravosa prescrizione che se violata può sì giustificare la configurabilità della fattispecie delittuosa prevista nel 2° comma dell'art. 9 L. 1423/1956». 4. - Il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, è intervenuto nel presente giudizio di legittimità costituzionale, chiedendo che la questione sia dichiarata manifestamente infondata. La difesa dello Stato, con riferimento all'art. 25, secondo comma, Cost., sostiene che la pretesa anomalia denunziata nell'ordinanza di rimessione va inquadrata «nell'ambito del noto e non infrequente fenomeno delle così dette leggi penali in bianco: espressione coniata dalla dottrina con cui si suole denominare quella legge che faccia rinvio a un atto normativo di grado inferiore, per indicare tutte le connotazioni di un fatto che la legge medesima considera penalmente illecito». Al riguardo, l'Avvocatura richiama l'art. 650 del codice penale ed osserva che, secondo la giurisprudenza di questa Corte, detta norma «non contrasta con la riserva di legge sancita dall'articolo 25, secondo comma, della Costituzione. La Corte ha in più occasioni affermato che il principio di legalità non è violato quando sia una legge dello Stato, non importa se proprio la medesima legge o un'altra legge, ad indicare con sufficiente specificazione i presupposti, i caratteri, il contenuto e i limiti del provvedimento dell'autorità non legislativa, alla cui trasgressione deve seguire la pena (sent. n. 26 del 1966 e sent. n. 62 del 1969); nel caso dell'art. 650 c. p., la materialità della contravvenzione è descritta tassativamente in tutti i suoi elementi costitutivi, spettando al giudice penale di indagare, volta per volta, se il provvedimento sia stato legittimamente emesso nell'esercizio di un potere-dovere previsto da una legge che determini con "sufficiente specificazione" le condizioni e l'ambito di applicazione del provvedimento». Ad avviso della difesa dello Stato, lo stesso paradigma si osserva anche nella fattispecie normativa in esame, nella quale l'art. 9, secondo comma, prevede la reclusione da uno a cinque anni, ed è consentito l'arresto anche fuori dei casi di flagranza, quando l'inosservanza riguardi gli obblighi e le prescrizioni inerenti alla sorveglianza speciale. Il contenuto delle prescrizioni è ricavabile con riferimento indiretto ed implicito alle misure di prevenzione nei confronti delle persone pericolose, dettate dall'art. 5 della stessa legge n. 1423 del 1956. Al terzo comma di detto articolo fanno riferimento le prescrizioni di «vivere onestamente, rispettare le leggi dello Stato, non dare ragione alcuna di sospetto in ordine alla propria condotta», indicate nel punto 4 del decreto del Tribunale di Bari; e, nella specie, la violazione di tali prescrizioni era stata accertata in flagrante, con riferimento a comportamenti posti in essere dal sorvegliato speciale in violazione di specifiche norme di legge dettate dall'ordinamento generale, come quelle del vigente codice della strada. Secondo l'Avvocatura dello Stato, anche la questione sollevata con riguardo all'art. 3 Cost. sarebbe manifestamente infondata. Infatti, un trattamento più severo per chi non osservi gli obblighi e le prescrizioni inerenti alla sorveglianza speciale, con obbligo o divieto di soggiorno, non può dirsi irragionevole, trattandosi di obblighi e prescrizioni relative alla misura di prevenzione più grave, irrogata a soggetto ritenuto portatore di speciale pericolosità. In proposito, è richiamata la sentenza di questa Corte n. 161 del 2009.1.