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nella XV legislatura il deputato Gabriele Boscetto, in sede di Commissione affari costituzionali della Camera, ritenne che si dovesse «preliminarmente ragionare in ordine alla legittimità costituzionale della stessa fattispecie della incandidabilità, non ritenendo percorribile la strada della applicazione tout court ai candidati alle elezioni per la Camera e per il Senato della disciplina prevista per i rappresentanti degli enti locali. In particolare osserva che la Costituzione, all'articolo 65, prevede per i parlamentari le sole ipotesi della ineleggibilità e dell'incompatibilità e pertanto, qualora si volesse introdurre la nuova categoria in questione, bisognerebbe modificare lo stesso articolo 65» (I Commissione, Resoconto di mercoledì 26 settembre 2007: nella stessa seduta la deputata Santelli conveniva paventando il rischio di «aggirare il carattere rigido della Costituzione, che, all'articolo 66, prevede le sole ipotesi dell'ineleggibilità e dell'incompatibilità e che sarebbe di fatto aggirato da questo provvedimento»; anche il deputato D'Alia temeva «che la previsione della incandidabilità rappresenti un aggiramento dell'articolo 66 della Costituzione, essendo volta a sostituire la Commissione elettorale, che è un organo amministrativo, al Parlamento nel giudizio sui titoli di ammissione. Pur volendo ammettere che il Parlamento non è più in grado di svolgere questa funzione nei termini costituzionali, non condivide comunque la scelta di attribuire ad un soggetto diverso dal Parlamento, per di più di natura amministrativa, le funzioni di cui all'articolo 66 della Costituzione»). L'obiezione fondata sull'articolo 65 della Costituzione era reiterata, nella successiva legislatura, dallo stesso Boscetto, diventato senatore, proprio in riferimento all'emendamento Malan che avrebbe introdotto la delega poi esercitata col decreto n. 235: «Poiché l'articolo 65 della Costituzione, come è noto a tutti, parla di ineleggibilità e di incompatibilità, la molto prevalente dottrina sostiene che per far entrare a livello costituzionale nei confronti di deputati e senatori la categoria della incandidabilità bisogna cambiare l'articolo 65 della Costituzione e quindi aggiunge, per i deputati e i senatori, alle categorie della ineleggibilità e dell'incompatibilità anche quella della incandidabilità. Questo perché è diversa – come è ovvio -- la posizione di chi è ineleggibile da quella di chi non può neppure candidarsi. E allora bisogna che questo concetto entri a livello costituzionale. Su questa base tutti i tentativi che negli anni si sono proposti per fare rientrare questa categoria a livello di legge ordinaria -- tra l'altro con riferimento ai deputati e ai senatori e non ai consiglieri regionali, provinciali, comunali e via dicendo -- non hanno mai avuto un esito favorevole. E infatti l'emendamento del quale sto parlando nella sua prima versione, senatore Malan, riguardava, per i deputati e i senatori, soltanto la ineleggibilità. Ora, nel testo 2 si trova il concetto di incandidabilità e io ritengo che stiamo facendo un'operazione non compatibile costituzionalmente» (Senato della Repubblica, XVI legislatura, 567ª seduta pubblica, resoconto stenografico, 15 giugno 2011). Invero, un elemento di specificità esiste e confligge patentemente con l'esistenza stessa di una discrasia tra elettorato attivo ed elettorato passivo per le Camere. Tale elemento non è, come credeva Boscetto, nell'articolo 65 della Costituzione, sol perché esso parla di legge che determina «casi di ineleggibilità e di incompatibilità con l'ufficio di deputato o di senatore»: una sua lettura nominalistica era stata efficacemente confutata, già nella citata seduta della XV legislatura, dal deputato Marone, osservando «per quanto concerne l'obiezione relativa al fatto che la Costituzione non contempla la categoria dell'incandidabilità, osserva che essa era sconosciuta al Costituente, essendo stata elaborata solo successivamente, quando si è voluto impedire agli esponenti della criminalità organizzata di prendere parte alle elezioni degli enti locali, in quanto la loro partecipazione alla competizione elettorale ne avrebbe inquinato il risultato. La Corte costituzionale ha poi giudicato legittima la normativa in materia di incandidabilità a livello locale. Sottolinea infine, con riferimento all'articolo 66 della Costituzione, che esso riguarda i titoli di ammissione e non attiene alla materia dell'elettorato. Nulla vieta pertanto al legislatore di prevedere l'ipotesi dell'incandidabilità alla carica di deputato o senatore in presenza dei requisiti stabiliti, fatta salva la competenza delle Camere di giudicare i titoli di ammissione dei propri componenti» (I Commissione, Resoconto di mercoledì 26 settembre 2007). L'intervento del deputato Marone opera invece un salto logico quando sostiene «che gli articoli 48 e 51 della Costituzione sono volti a disciplinare l'elettorato attivo e passivo senza distinzioni tra i diversi organi rappresentativi, nazionali o locali. Essendo l'articolo 1 del testo base in esame la trasposizione di quanto previsto per le elezioni negli enti locali, ritiene che proprio l'articolo 51 ne giustifichi l'applicazione alle elezioni al Parlamento». Per la Camera ed il Senato l'articolo 51 non è l'unica norma costituzionale di riferimento: la Costituzione stessa reca due norme speciali, una per l'elezione della Camera (articolo 56, terzo comma: «Sono eleggibili a deputati tutti gli elettori che nel giorno delle elezioni hanno compiuto i venticinque anni di età») ed una per l'elezione del Senato (articolo 58, secondo comma: «Sono eleggibili a senatori gli elettori che hanno compiuto il quarantesimo anno»). Ambedue le norme, come si vede, fanno rinvio alla nozione di «elettore» e -- nei limiti costituiti dai requisiti aggiuntivi (età) in esse stesse introdotti -- consacrano in Costituzione il principio di coincidenza di elettorato attivo e passivo, per quanto riguarda le elezioni delle due Camere. Che non si tratti di un richiamo «aperto», ma che sin d'ora andasse inteso in senso tecnico, lo dimostra la legge n. 18 del 1979, che per i componenti italiani del Parlamento europeo ha giustapposto (articolo 3) la qualità di elettori («i cittadini che entro il giorno fissato per la votazione nel territorio nazionale abbiano compiuto il 18º anno di età e siano iscritti nelle liste elettorali compilate a termini delle disposizioni contenute nel testo unico delle leggi per la disciplina dell'elettorato attivo e per la tenuta e la revisione delle liste elettorali, approvato con decreto del Presidente della Repubblica 20 marzo 1967, n. 223, e successive modificazioni») ed il requisito di eleggibilità di cui all'articolo 4 («sono eleggibili alla carica di rappresentante dell'Italia al Parlamento europeo gli elettori che abbiano compiuto il 25º anno di età entro il giorno fissato per le elezioni che hanno luogo nel territorio nazionale»). Si deve quindi concludere che il principio di coincidenza tra elettorato attivo e passivo è, per le massime sedi rappresentative nazionali, un portato della disciplina costituzionale (che contamina anche l'attuazione della normativa di fonte europea).