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Nel 2015 sono rientrati nei loro Paesi d'origine circa centomila stranieri, ma di questi solo tremila circa sono stati accompagnati con programmi di rimpatrio assistito volontario. C'è motivo di credere che una vera strategia di rimpatrio assistito volontario, finanziata dirottando parte delle risorse dell'accoglienza, potrebbe arrivare a stanziamenti ben superiori agli attuali, facendo così diventare il rimpatrio volontario una vera e civile alternativa ai rimpatri forzosi o al «lasciar fare» tollerante, e assai costoso dal punto di vista assistenziale, verso quanti non hanno (o non hanno più) un permesso di soggiorno. Anzitutto il rimpatrio assistito volontario può servire per quanti hanno avuto il diniego alla richiesta di asilo politico. Alcuni tra questi, nel momento in cui si comunica il diniego e avendo rispettato il progetto personalizzato, potrebbero avere l'offerta del biglietto di ritorno aereo in patria e di una cifra limitata, ma tale da farlo tornare in patria con l'onore. È una soluzione semplice e poco costosa. Altro caso è quello di quanti sono in Italia da anni con situazioni di precarietà, o che hanno perso il permesso per motivi di lavoro. Anche qui si tratta di offrire incentivi e sostegno sociale al ritorno. Nel caso di quanti abbiano cumulato un minimo numero di anni di contributi previdenziali, si prevede la possibilità di un riscatto anticipato parziale (in parte percentuale e con un tetto massimo in cifra assoluta), come già avviene in altri Paesi. Per quanti godono di ammortizzatori sociali si prevede invece di estendere la facoltà, oggi prevista in Italia, di vedersi anticipato l'intero importo di cui si ha diritto nei mesi successivi, nel caso di rimpatrio assistito volontario. Serve anche il potenziamento dei programmi di accompagnamento sociale nel Paese d'origine, soprattutto valorizzando le reti associative di cui l'Italia è ricca. Gli interventi previsti, in quanto in grado di migliorare l'efficienza e l'efficacia degli interventi, richiedono una riconversione dell'attuale spesa, attraverso una destinazione riservata di una quota percentuale sia del Fondo per i rimpatri, sia dei fondi, nazionali ed europei, già destinati all'accoglienza. In conclusione, il presente disegno di legge si propone di fornire soluzioni nuove, attualmente mancanti o poco praticate, per garantire un'accoglienza più efficace e controllata delle persone e delle famiglie immigrate, per migliorare la loro integrazione e la percezione del fenomeno da parte dei cittadini italiani, e quindi di gestire con maggiore equilibrio i flussi migratori.. 1 (Attività di accoglienza dei richiedenti lo status di rifugiato o di protezione sussidiaria) 1 L'attività di accoglienza nei confronti dei cittadini stranieri richiedenti lo status di rifugiato o lo status di protezione sussidiaria ai sensi dell'articolo 2, comma 1, lettere e) e g) , del decreto legislativo 28 gennaio 2008, n. 25, di seguito denominati «cittadini stranieri richiedenti», successiva alle misure di prima accoglienza di cui all'articolo 9 del decreto legislativo 18 agosto 2015, n. 142, può essere svolta dai seguenti soggetti, di seguito denominati «soggetti che svolgono l'attività di accoglienza»: a enti e imprese, non solo del Terzo settore, specializzati in tale attività come previsto da loro statuto; b famiglie, in forma singola o associata; c enti del Terzo settore di cui all'articolo 1 della legge 6 giugno 2016, n. 106, autorizzati dalle prefetture-uffici territoriali del Governo, ai sensi del comma 4 del presente articolo, ad operare in deroga all'oggetto sociale previsto nel loro statuto, in quanto aventi finalità solidaristiche, civiche e di utilità sociale. 2 L'attività di accoglienza di cui al comma 1 deve essere realizzata in forma diffusa, evitando ogni forma di concentrazione delle persone ospitate, e può essere attuata anche in forma integrata con gestioni miste, secondo le modalità stabilite dal decreto di cui al comma 4. I soggetti di cui al comma 1, lettere b) e c), che svolgono l'attività di accoglienza ospitano i cittadini stranieri richiedenti in numero limitato, in misura non superiore a tre per ogni struttura di accoglienza, salvo casi motivati o in cui il nucleo familiare accolto sia più numeroso. Il programma di accoglienza deve essere basato su un progetto personalizzato, definito con le prefetture-uffici territoriali del Governo. 3 Il Ministero dell'interno può stipulare convenzioni nazionali con le reti associative di secondo livello di cui all'articolo 4, comma 1, lettera p), della legge 6 giugno 2016, n. 106, in quanto autorizzate ad operare in rappresentanza degli enti del Terzo settore di cui al comma 1, lettera c) , del presente articolo. In sede di attuazione delle convenzioni, in conformità alla valutazione del singolo caso, le prefetture-uffici territoriali del Governo possono precisare le modalità di realizzazione delle stesse. 4 Con decreto del Ministro dell'interno, da emanare entro sessanta giorni dalla data di entrata in vigore della presente legge, sono definiti i criteri per l'autorizzazione al funzionamento dei soggetti che svolgono l'attività di accoglienza, sulla base di requisiti strutturali e gestionali minimi, nonché per l'attuazione delle disposizioni di cui al comma 2; per la valutazione dei requisiti di reputazione delle famiglie autorizzate a svolgere attività di accoglienza; per la formazione e la tenuta di albi, nazionali e regionali, distinti per le tre tipologie di soggetti che svolgono l'attività di accoglienza; per l'attività di controllo costante sul rispetto degli standard previsti dallo stesso decreto; per l'attribuzione e la ripartizione dei fondi previsti a copertura dei costi di accoglienza, distinti tra le diverse attività da svolgere; per il coinvolgimento dei comuni ai fini del presente articolo. 2 (Lavori di utilità sociale) 1 I soggetti che svolgono l'attività di accoglienza propongono ai cittadini stranieri richiedenti, fino all'esito delle domande di protezione internazionale e in quanto accolti ai sensi dell'articolo 1, lo svolgimento di lavori di utilità sociale, senza alcuna forma retributiva o previdenziale, diretta o indiretta, salva la copertura delle spese assicurative sui rischi di infortunio. I medesimi soggetti garantiscono lo svolgimento dei suddetti lavori utilizzando parte delle risorse loro riconosciute, sulla base di elementi precisati dai progetti personalizzati di cui all'articolo 1, comma 2. 2 Gli enti del Terzo settore di cui all'articolo 1, comma 1, lettera c), propongono ai cittadini stranieri richiedenti di essere impegnati direttamente nell'ambito delle loro attività. 3 Le prefetture-uffici territoriali del Governo operano e vigilano affinché ai cittadini stranieri richiedenti siano proposti lavori di utilità sociale, d'intesa con i comuni e gli enti del Terzo settore e affinché i campi d'impiego non sostituiscano, in alcun modo, lavori svolti normalmente da lavoratori retribuiti, pubblici o privati.