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Mi scusi se la interrompo, senatore Ferrari, colleghi, in Conferenza dei Capigruppo abbiamo deciso (Commenti) ... Mi scusi, sto parlando io, perché mi interrompe? La prego, sia cortese. Come stavo dicendo, in Conferenza dei Capigruppo abbiamo deciso all'unanimità di tenere questo dibattito. Non capisco quindi oggi perché si fischi a fronte di una decisione che è stata unanime. Vi pregherei, dunque, di essere rispettosi delle opinioni di tutti. Siamo in un libero Parlamento. Prego, senatore Ferrari, prosegua pure il suo intervento. FERRARI (PD) . La ringrazio, signor Presidente. Evidentemente non è questione di opinioni: il punto è che alla stupidità quest'Aula purtroppo non è più impermeabile. (Applausi) . Come dicevo, non sono mai stato iscritto al Partito Comunista, se non altro per ragioni di età. Tuttavia sento di appartenere a quel sentimento, se non altro perché avevo solo due mesi quando mio padre decise di trasferirsi da Pavia a Roma per frequentare le famose «Frattocchie», la scuola di partito. Non ho mai avuto modo di approfondire fino in fondo con mio padre i motivi che lo spinsero a fare quella scelta e, soprattutto, a partecipare così attivamente alla vita pubblica e civica del Paese dentro quella grande casa comunista, perché mio padre è mancato molto presto. Ho capito però una cosa e cioè che, prima ancora di essere un grande partito, inserito in tutte le caratteristiche e le contraddizioni di un secolo difficile e drammatico come il XX, il Partito Comunista italiano è stato la storia di un grande popolo, di milioni di italiani che sognavano insieme qualcosa di diverso, di nuovo e di migliore per tutti e non per uno solo di loro. (Applausi) . ROJC (Eu-MAIE-CD) . Domando di parlare. PRESIDENTE. Ne ha facoltà. ROJC (Eu-MAIE-CD) . Signor Presidente, onorevoli colleghi, scrive Antonio Gramsci nel 1917: «L'indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera. [...] Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, avviene perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia promulgare le leggi che solo la rivolta potrà abrogare». Queste parole di Gramsci, dopo oltre un secolo, potrebbero essere considerate come parte delle fondamenta del Partito Comunista Italiano. Non ho mai condiviso la storia del Partito Comunista, non è la mia storia e sono consapevole delle contraddizioni che ne segnano il percorso, ma ne ho sempre profondamente rispettato la matrice. Nel 1921 l'Italia si stava preparando all'ascesa al potere di Mussolini, ma nella Venezia Giulia, come altrove in Italia, il fascismo stava già mostrando la sua vera natura attraverso azioni squadriste. I comunisti ne compresero forse prima di altri la pericolosità. Chi prende in mano le «Lezioni sul fascismo» di Palmiro Togliatti può comprenderne l'idea di fondo: da esule a Mosca e dirigente dell'Internazionale comunista, propose un'acuta analisi del fascismo come fenomeno storico che i liberali, i socialisti e anche una parte dei comunisti alle origini avevano sottovalutato. Togliatti è stato un personaggio anche controverso, ma è stato definito "rivoluzionario costituente", in quanto da queste «Lezioni» emergono le basi teoriche e pratiche del Partito Comunista nella guerra di liberazione e nell'impianto della Costituzione di una Repubblica cofondata sul lavoro e sui valori dell'antifascismo. Dichiarato contraltare delle forze del cristianesimo democratico, del liberalismo e della socialdemocrazia, il Partito Comunista è stato un soggetto fondamentale del pluralismo italiano. Chi raccoglie l'eredità delle forze popolari e condivide i valori che determinano la nostra Costituzione e rappresentano le basi della nostra Repubblica, non potrà non rispettare quelle donne e quegli uomini che hanno fatto propri gli ideali che, sin dalla Rivoluzione francese, sono alla base della concezione dell'Europa moderna: libertà, fraternità, uguaglianza. E - aggiungeremo noi - sono figli di coloro che ne hanno combattuto l'orrore e praticato la fede: l'antifascismo. I comunisti non rinunciarono mai alla lotta per la giustizia sociale; in questa lotta si riconoscevano le donne e gli uomini che vi hanno aderito in massa. Vi hanno aderito con l'animo puro, da idealisti. Permettetemi una nota che riguarda la minoranza nazionale slovena: fu il Partito Comunista Italiano per primo a offrire agli sloveni la possibilità di vedere eletto nelle proprie liste un proprio rappresentante parlamentare, a cui hanno poi aderito i suoi eredi nel centrosinistra fino... (Il microfono si disattiva automaticamente) . PRESIDENTE. Potrà lasciare il suo intervento agli atti, grazie. NENCINI (IV-PSI) . Domando di parlare. PRESIDENTE. Ne ha facoltà. NENCINI (IV-PSI) . Signor Presidente, onorevoli colleghi, è giusto ricordare la nascita di quello che diventò poi un grande partito di massa nell'Italia repubblicana. Io mi soffermerò però più sulle origini, perché oggi celebriamo la nascita di questo partito. A Livorno nacque una forza politica che si sposava con la speranza della rivoluzione, che poi si rivelerà totalmente infondata. Un partito impenetrabile, settario, condotto con pugno di ferro da Bordiga e da Terracini, non dall'intellettuale Gramsci, particolarmente amato a Mosca ma inviso in Italia. Un partito che non nasce come Partito Comunista Italiano, ma come Partito Comunista d'Italia, sezione dell'Internazionale comunista, illuso dal fare come in Russia, al totale servizio di Mosca. Non è il partito che conosceremo a partire dal 1944, un partito di massa, decisivo nella lotta di liberazione, importante nella tenuta democratica dell'Italia nei momenti più difficili, a cominciare dal terrorismo, dotato di ottimi sindaci e di buonissimi amministratori locali. Un partito di popolo, senza dubbio, benché si sia convertito tardi all'europeismo e non abbia, con buona pace di Scalfari, mai potuto vantare una cesura netta del cordone ombelicale. Restiamo però alle origini, al nodo iniziale, perché lì nasce la storia: a Livorno, nel gennaio 1921. Lì si presentano due visioni antitetiche, che accompagneranno l'Italia e la sinistra italiana nel corso dell'intero Novecento: gradualismo da una parte (la posizione di Turati e di pochi altri), dall'altra parte invece il tentativo di usare la lotta violenta e rivoluzionaria per raggiungere una società diversa. Cosa non si capisce a Livorno? Non si capisce quello che Turati dirà con una battuta: ogni scorciatoia allunga il cammino. E non si capisce, perché non ha diritto di cittadinanza sotto il tetto sfondato del teatro San Marco (era un tetto sfondato davvero, e pioveva), il fenomeno che stava nascendo delle squadre fasciste. I due protagonisti della seconda parte della storia delle origini del fascismo a Livorno non ci saranno: Gramsci è presente, non interviene, è agli ordini del suo gruppo dirigente. Il pensiero di Gramsci che ha affascinato anche chi le parla nascerà solo in seguito, all'indomani del millenovecento... (Il microfono si disattiva automaticamente) . PRESIDENTE . Senatore Nencini, non posso derogare per nessuno;