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Disposizioni a favore dei lavoratori affetti da gioco d'azzardo patologico. Onorevoli Senatori. -- Il decreto del Presidente della Repubblica 9 ottobre 1990, n. 309, recante il testo unico delle leggi in materia di disciplina degli stupefacenti e sostanze psicotrope, prevenzione, cura e riabilitazione dei relativi stati di tossicodipendenza, prevede al suo interno alcune norme relative alla tutela del tossicodipendente nel mondo del lavoro. Se il fenomeno delle tossicodipendenze attraversa tutti i sistemi sociali, da quello familiare a quello lavorativo, non di meno succede con riferimento al sempre più diffuso fenomeno del gioco d'azzardo patologico, cosiddetto GAP. Quando entra nel mondo del lavoro, non solo la tossicomania, ma anche la sindrome da GAP, essa introduce bisogni, richieste, aspettative, disagi solitamente estranei alle consuete dinamiche dell'attività lavorativa. D'altro canto, il lavoro costituisce uno degli elementi cardine su cui fondare percorsi riabilitativi che possano ambire ad obiettivi di concreta reintegrazione sociale. L'interazione che viene a determinarsi tra il soggetto e il mondo del lavoro si rivela, pertanto, piuttosto complessa. Non sono pochi i casi in cui questo genere di dipendenze sono originati dal medesimo contesto lavorativo. Spesso, infatti, a determinare le dipendenze non è solo la mancanza di un lavoro, ma anche il tipo di lavoro e le mansioni espletate, che non rappresentano per il lavoratore alcun appagamento o soddisfazione. Certo è che lo stato in cui viene a trovarsi il soggetto affetto dalla sindrome in parola potrebbe risultare incompatibile con l'attività lavorativa svolta. La mancanza di un lavoro, la bassa professionalità, il bisogno mascherato di normalità, la falsa autonomia dell'individuo, il salario precario, spesso non costante e insufficiente a soddisfare i bisogni, sono quindi i nodi che caratterizzano il lavoro delle persone affette da sindrome da GAP, così come dei tossicodipendenti o degli alcolisti. Alcuni di questi aspetti possono, pertanto, divenire gli elementi fondamentali sui quali costruire validi percorsi riabilitativi orientati all'acquisizione di autonomia gestionale e comportamentale. Percorsi non necessariamente a lungo termine, ma anche di breve periodo a seconda della fase della dipendenza e del suo sviluppo. Certo è che il rapporto con l'attività lavorativa si contraddistingue da alcune sequenze comportamentali che, pur non avendo una scansione lineare predeterminata, e anche se non sempre vengono realizzate nella loro interezza, possono essere definite come passaggi «standard» dell'interazione. La prima fase, definibile «della latenza», evidenzia come la situazione di dipendenza, anche se richiedente un asservimento quotidiano, non comprometta ancora il completo espletamento dei compiti legati alle mansioni svolte. I soggetti affetti da GAP, al pari di un lavoratore tossicodipendente, in questa fase cercano di comportarsi in modo tale da non farsi scoprire. La seconda fase, «della conflittualità», è caratterizzata dalla drammatica tendenza alla sovrapposizione delle esigenze nascenti dalla situazione di addiction rispetto a quelle lavorative. In questa fase compaiono segnali significativi: assenze frequenti e ingiustificate durante l'orario di lavoro, errori nello svolgimento delle proprie mansioni, richieste di anticipo dello stipendio (con motivazioni sempre più pretestuose), diverbi con i colleghi, distrazioni, noncuranza delle norme che vigono nell'ambiente di lavoro, con conseguenti e frequenti interventi anche di natura disciplinare. Questi comportamenti contribuiscono a causare reazioni sempre più gravi nel datore di lavoro: dai provvedimenti disciplinari fino al licenziamento, proposte di abbandono del posto di lavoro con offerte economiche in contropartita, inasprimento del controllo, in un clima generale di sospetto e diffidenza, da cui discende inevitabilmente un grave rischio d'emarginazione. La legislazione attualmente in vigore riconosce soltanto al tossicodipendente l’opportunità della conservazione del posto di lavoro qualora lo stesso volesse sottoporsi al trattamento riabilitativo, e una volta accertato lo stato di tossicodipendenza. Il presene disegno di legge nasce, appunto, da questa lacuna giuridica che non riconosce la medesima chance al soggetto affetto da gioco d'azzardo patologico, il quale potrebbe avviare la fase della cura rivolgendosi ad una struttura sanitaria pubblica o privata in grado di aiutarlo ad uscire da questa terribile situazione. Al soggetto, pertanto, andrebbe riconosciuto non solo il diritto a conservare il posto di lavoro qualora decidesse di partecipare ad un programma terapeutico presso una struttura, ma anche il diritto di allontanarsi dal posto di lavoro per partecipare alle sedute settimanali che si tengono presso le aziende sanitarie locali o presso altre strutture specializzate. Sicuramente è durante la fase del reinserimento che al soggetto dovrebbe essere riconosciuta l'opportunità di una nuova inclusione nel sistema sociale e produttivo, dovendo, comunque, questa scelta coincidere con l'accertamento dell'avvenuta riabilitazione psicofisica. Sul versante della conservazione del posto di lavoro già acquisito è necessario che il titolare di un rapporto di lavoro con il soggetto affetto da sindrome da GAP lo incoraggi ad inserirsi nei programmi terapeutici, sgombrando il campo da inopportune pudicizie se non da assurdi pregiudizi, aiutandolo – piuttosto – in un percorso che si rivelerà magari difficoltoso e rassicurandolo sulla possibilità di conservazione del suo posto di lavoro. È interesse di una buona comunità riuscire a recuperare un lavoratore, sottraendolo ai contorti percorsi dell'emarginazione e della devianza, e il mantenimento del posto di lavoro è uno degli strumenti disponibili. L'attuale disciplina, come già affermato, sancita dall'articolo 124 del citato decreto del Presidente della Repubblica n. 309 del 1990 e riguardante il tema dei diritti a tutela del rapporto di lavoro del cittadino tossicodipendente, necessita, quindi, di essere rivisitata ed ampliata. La ratio del presente disegno di legge risiede nel fatto che il trattamento di recupero deve essere un'opportunità non solo per chi versa in uno stato di tossicodipendenza accertato, ma anche per chi è caduto nella trappola del gioco d'azzardo e non riesce a liberarsene. Del resto, anche ai lavoratori affetti da patologie alcol-correlate è stato esteso il medesimo diritto (articolo 15 della legge 30 marzo 2001, n. 125). Altra questione riguarda l'opportunità per i soggetti affetti da gioco d’azzardo patologico di partecipare a percorsi riabilitativi più brevi e comunque che non richiedono un allontanamento prolungato dal posto di lavoro. L'obiettivo quindi della presente proposta è dunque quello di aiutare il lavoratore nella fase di reinserimento e in quella dell'integrazione professionale, riconoscendogli il diritto alla conservazione del posto di lavoro qualora si rendesse necessario un programma terapeutico-riabilitativo di lunga durata o, alternativamente, concedendogli permessi di lavoro retribuiti tali da consentire la partecipazione a percorsi psicologici di durata più breve.