[pronunce]

Inoltre, secondo il giudice a quo sussisterebbe la violazione anche dell'art. 24 Cost., poiché l'esistenza di obblighi e oneri informativi derivanti dall'art. 161 cod. proc. pen. in capo all'indagato/imputato garantirebbero solo un «tenue diritto di informarsi», e non «un più pregnante diritto all'informazione» evidente presupposto necessario del diritto di difesa. L'art. 24 Cost. sarebbe, altresì, violato perché il contenuto normativo dell'art. 161 cod. proc. pen. costituirebbe «materia tecnica» non intellegibile dalla maggior parte degli imputati, spesso stranieri, che potrebbero ignorare la particolare implicazione processuale secondo cui, una volta eletto domicilio, nessun avviso personale sarà più dato. Il contrasto con detto parametro costituzionale sussisterebbe anche perché, mentre la nomina di un difensore di fiducia indurrebbe a ritenere una conoscenza «procedimental/processuale» sufficientemente idonea a legittimare il prosieguo, non altrettanto potrebbe dirsi qualora la difesa fosse assicurata da un difensore di ufficio, il quale potrebbe difficilmente assistere il proprio cliente in assenza di contatti con quest'ultimo, come accadrebbe là dove il difensore di ufficio ignori il domicilio del proprio assistito. In ultimo, le disposizioni censurate sarebbero in contrasto anche con l'art. 2 Cost. 2.- La questione è inammissibile per plurimi motivi concorrenti. 2.1.- In via preliminare, è necessario porre in rilievo come dall'esame congiunto della motivazione e del dispositivo dell'ordinanza di rimessione, emerga che il giudice a quo mira ad ottenere una pronuncia additiva volta ad introdurre, nelle disposizioni censurate, la previsione, quale regola generale, della notifica personale all'imputato della vocatio in iudicium o, in subordine, la notifica personale degli atti introduttivi del giudizio, «quantomeno» nell'ipotesi di elezione di domicilio effettuata presso il difensore di ufficio nominato dalla polizia giudiziaria nel primo atto compiuto con l'intervento della persona sottoposta alle indagini. 2.2.- Così impostato il thema decidendum, la questione è inammissibile perché il rimettente non ha descritto in modo adeguato la fattispecie del giudizio a quo, impedendo a questa Corte la necessaria verifica della rilevanza della questione. Con riferimento al procedimento in relazione al quale procede, il giudice rimettente, infatti, si è limitato a riferire che i due imputati, in data 17 aprile 2014, sono stati identificati dalla polizia giudiziaria in qualità di persone sottoposte alle indagini in ordine al reato di cui all'art. 624 del codice penale; che, in quella stessa sede, sono stati invitati a dichiarare o eleggere domicilio ai sensi dell'art. 161 cod. proc. pen. ; e che, a fronte di tale invito, hanno eletto il proprio domicilio presso il difensore di ufficio nominato dalla polizia giudiziaria procedente, stante il difetto della nomina di un difensore di fiducia. Ebbene, l'esiguità degli elementi di fatto forniti impedisce a questa Corte di valutare se, nel caso concreto, vi sia stata un'effettiva instaurazione di un rapporto professionale tra il legale domiciliatario e l'imputato e, quindi, se si siano o meno realizzate le condizioni da cui dedurre l'esistenza di un rapporto di informazione tra il legale, benché nominato di ufficio, e l'assistito. Il rimettente ha, infatti, omesso di indicare una pluralità di circostanze utili per stabilire se il difensore, presso cui gli imputati hanno eletto domicilio, abbia rintracciato i suoi assistiti e se abbia instaurato un effettivo rapporto professionale con loro o, ancora, se sia riuscito a svolgere con continuità il proprio incarico. Dette informazioni, anche alla luce di recenti sentenze della Corte di cassazione (Corte di cassazione, sezione V penale, 6 maggio 2015, n. 37555; sezione IV penale, 5 aprile 2013, n. 19781) si sarebbero rivelate necessarie per verificare, nel caso di specie, se gli imputati fossero, effettivamente, venuti a conoscenza della vocatio in iudicium oppure, se nonostante «le formalmente regolari notifiche» presso il domiciliatario, gli imputati non avessero alcuna consapevolezza dell'inizio del processo a loro carico. L'omessa descrizione di dette circostanze, pertanto, non consente di valutare se, nel caso concreto, il giudice fosse obbligato a procedere alla celebrazione dell'udienza in assenza degli imputati e, quindi, se fosse tenuto a fare applicazione delle norme censurate. Le evidenziate lacune impediscono a questa Corte la necessaria verifica della rilevanza della questione rispetto al giudizio principale, determinando l'inammissibilità della questione (ex multis, ordinanze n. 218 del 2016, n. 20 del 2014 e n. 181 del 2009). 2.3.- La questione è, altresì, inammissibile per erronea individuazione della norma censurata. Il rimettente, pur impugnando espressamente gli artt. 161 e 163 cod. proc. pen. , argomenta le censure riferendosi, esclusivamente, all'art. 420-bis, comma 2, cod. proc. pen. , come modificato dalla legge 28 aprile 2014, n. 67 (Deleghe al Governo in materia di pene detentive non carcerarie e di riforma del sistema sanzionatorio. Disposizioni in materia di sospensione del procedimento con messa alla prova e nei confronti degli irreperibili), norma inserita nell'ambito delle disposizioni relative all'udienza preliminare e che reca ex novo la disciplina del processo in absentia, prevedendo i casi in cui, nonostante l'assenza dell'imputato, il giudice deve procedere, comunque, alla celebrazione dell'udienza. Le censure, infatti, sono tutte riferite all'art. 420-bis, comma 2, cod. proc. pen. ed, in particolare, alla scelta del legislatore del 2014 di prevedere che il giudice debba celebrare il processo, in assenza dell'imputato, anche nell'ipotesi in cui nel corso del procedimento questi abbia eletto domicilio. Pertanto, il rimettente avrebbe dovuto sottoporre al sindacato di questa Corte l'art. 420-bis, comma 2, cod. proc. pen. (norma che indica i casi in cui il giudice deve procedere in absentia dell'imputato), eventualmente in combinato disposto con gli artt. 161 e 163 cod. proc. pen. e non, esclusivamente, questi ultimi che, invece, individuano le regole generali per le notifiche di tutti gli atti del procedimento penale. Secondo il consolidato orientamento di questa Corte, l'erronea individuazione della norma da censurare determina l'inammissibilità della questione (sentenza n. 140 del 2016, ordinanze n. 113 del 2012 e n. 193 del 2009). 2.4.- Oltre agli evidenziati profili di inammissibilità deve, altresì, rilevarsi come dalle numerose pronunce della Corte di Strasburgo non emerga affatto l'assoluta necessità che la notifica dell'atto di accusa sia effettuata personalmente all'imputato.