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Disposizioni per l'istituzione del registro universale dei consensi. Onorevoli Senatori. -- La normativa italiana sulla privacy , già a partire dall'approvazione della legge n. 675 del 1996, è nata su un duplice presupposto: il riconoscimento del valore soggettivo del dato personale come elemento distintivo e proprio del cittadino, capace di rivelarne aspetti personali anche sensibili, ma anche di metterne a repentaglio i diritti alla riservatezza, all'immagine e all'oblio; il riconoscimento del valore economico del dato personale in quanto suscettibile da solo o in relazione alla sua circolazione, di generare interessi commerciali significativi, con riflessi anche rispetto alla libertà d'impresa e alla leale concorrenza tra imprese. Il bilanciamento di questi valori, secondo le intenzioni del legislatore del 1996 e del 2003, in linea di massima riprese anche dalla recente riforma europea di cui al regolamento (UE) 2016/679, ha posto al centro la dimensione soggettiva del dato personale, ponendo a carico dell'interessato il potere di verificare, controllare e gestire l'utilizzo e la circolazione dei propri dati, a prescindere dagli obblighi nascenti dal vincolo contrattuale e fatte salve le ipotesi di legge previste in deroga. L'evoluzione degli ultimi venti anni ci dice, tuttavia, che questo sistema non ha saputo stare al passo con i tempi di internet e della diffusione su larga scala della telefonia mobile e questo per una serie di evidenti problematiche, mai affrontate realmente, tra le quali: la comunicazione senza controllo dei dati a soggetti terzi per fini di marketing e l'utilizzo illegittimo dei dati stessi; la nomina indiscriminata di società terze come responsabili di trattamento da parte del titolare del trattamento dei dati; la difficoltà di esercizio dei diritti previsti dall'articolo 7 del codice in materia di protezione dei dati personali, di cui al decreto legislativo n. 196 del 2003, (cosiddetto codice della privacy ), sia per la scelta del mezzo di comunicazione, sia per l'identificazione del soggetto destinatario; le limitazioni connesse all'operatività del registro delle opposizioni; la raccolta dei dati tramite formulari non corretti, anche ai sensi dell'articolo 13 del codice della privacy , dai contenuti criptici e mai omogenei. Le abitudini dei consumatori sono diventate merce di scambio e oggetto di analisi puntuale, generando cluster sempre più mirati e associando, incrociando ed elaborando dati per ottenere un profilo sempre più dettagliato, sempre più intrusivo. Inoltre, nell'era dei Big Data , delle indagini predittive e del social business , l'analisi del valore generato dai dati personali, più o meno volontariamente e consapevolmente ceduti, è divenuto un must , o quasi, per tutte le aziende. Le nostre identità di consumatori sono preziosissime miniere per grandi e piccole aziende che estraggono più o meno lecitamente i dati dalle nostre attività quotidiane e per altre che li comprano per fare marketing o telemarketing . In questa filiera c'è chi si procura nomi e numeri in maniera trasparente, ma anche chi lo fa in modo illecito: accanto alle liste autorizzate, le cosiddette liste consensate, esiste un mercato nero di liste non ufficiali, composte da dati acquisiti senza il consenso espresso dei diretti interessati. Questo traffico di dati personali utilizzati per l'invio illegittimo di comunicazioni commerciali non sollecitate rappresenta un vulnus non solo per i diritti del cittadino ma per la libera concorrenza delle imprese: infatti gli enti commerciali che seguono le regole del diritto, limitando la propria attività promozionale ai canali di acquisizione lecita dei dati personali dei destinatari, subiscono una penalizzazione netta e pesante rispetto a chi si propone sul mercato in maniera aggressiva e spregiudicata, guadagnando fette di mercato a scapito degli operatori corretti. Oltre al problema del trattamento di dati effettuato senza il previo assenso dell'interessato, c'è però quello di chi rilascia espressamente l'assenso al trattamento dei propri dati a fini commerciali ma con troppa superficialità e leggerezza, non avendo contezza delle conseguenze e dei rischi. Il Financial Times , nel 2013, ha messo a punto un test alquanto provocatorio in grado di calcolare, rispondendo a una serie di domande inerenti il proprio status (dai beni posseduti agli hobby , passando per malattie croniche e stato familiare), il valore commerciale di ogni singolo profilo e calcolare il valore dei dati personali: è risultato che i dati profilati di un lavoratore del settore non profit valgono, ad esempio, circa 19 centesimi di dollaro; ma se il soggetto dichiara di essere milionario il prezzo si impenna immediatamente, arrivando quasi a raddoppiare. A conti fatti essere autorizzati a detenere, conservare e utilizzare liste di dati di milioni di utenti è una ricchezza. E più dettagliate sono, più il valore aumenta. Ma la concorrenza al ribasso prevede la massiccia presenza di aziende che producono e vendono liste non autorizzate, dove si trova di tutto: nomi degli iscritti al registro pubblico delle opposizioni, che quindi non dovrebbero essere contattati, numeri estratti illegalmente dalle pagine personali di Facebook o Twitter o da altri siti (eclatante il caso di change.org : la piattaforma di petizioni online più famosa al mondo è finita sotto accusa per presunte vendite di dati personali per ricerche di mercato) oppure tramite software specifici che fanno web scraping . Ovviamente i prezzi di queste liste sono più bassi e l'utilizzo si diffonde con grande facilità. Mediamente un consumatore che sia intestatario di utenze, titolare di conti correnti che ha richiesto preventivi online (rc auto, prestiti, mutui...), intestatario di carte fedeltà riceve dai 10 ai 15 contatti commerciali a settimana. Questo numero di contatti è comprensivo di chiamate ricevute e a cui si è risposto; chiamate ricevute e a cui non si è risposto; chiamate ricevute ma bloccate preventivamente da app specializzate; sms. Proporzionalmente, di questi contatti commerciali, il 90 per cento è composto da chiamate, il restante 10 per cento da sms, anche se il numero di contatti di telemarketing via sms è in costante aumento. Un altro dato significativo concerne il « recalling » selvaggio da parte di alcuni operatori. Il recalling prevede principalmente due opzioni: l'operatore richiama se il consumatore non ha risposto o se ha risposto e ha segnalato disinteresse. Si stima che circa il 70 per cento dei consumatori riceve chiamate dallo stesso operatore anche nel momento in cui risponde e mostra disinteresse all'offerta dell'operatore. Non di rado può ricevere anche fino a 5-7 chiamate settimanali dallo stesso operatore. Chi riceve la chiamata può chiedere all'operatore di call center di non venire più ricontattato, oppure iscrivere il proprio numero fisso al registro delle opposizioni, se presente negli elenchi telefonici pubblici, ma sono dei meri palliativi. Qual è il rischio per le società di call center che non rispettino la volontà dell'utente? Semplicemente che questo faccia una segnalazione al Garante per la privacy , il quale decida di comminare una multa: dal 2011 a tutto il 2015, pur essendo state elevate sanzioni per 2,6 milioni di euro, gli abusi continuano. Segno che esse sono troppo esigue e non adatte a costituire un deterrente efficace a scoraggiare pratiche ancora, evidentemente, troppo redditizie.