[pronunce]

2.- Investita del ricorso per violazione e falsa applicazione del citato art. 7, comma 5, del d.l. n. 384 del 1992 da parte delle Ferrovie dello stato s.p.a., la Corte di cassazione, rilevato di avere già avuto occasione di discostarsi (segnatamente con la sentenza 12 febbraio 2002, n. 1996) dalla pronuncia del Giudice delle leggi, ha ribadito il suo convincimento che l'articolo 7, comma 5, d.l. 19 settembre 1992, n. 384, convertito con modificazioni nella legge 14 novembre 1992, n. 438, deve essere interpretato, in coerenza con il tenore letterale della disposizione, nel senso che, ad essere corrisposte per l'anno 1993 (e seguenti) nella stessa misura dell'anno 1992 siano “tutte le indennità, compensi, gratifiche ed emolumenti di qualsiasi genere, comprensivi di una quota di indennità integrativa speciale o dell'indennità di contingenza o comunque rivalutabili in relazione alla variabilità del costo della vita, e non le sole quote di indennità integrativa speciale o di indennità di contingenza contenute nei ricordati emolumenti”. Ricorda la Corte che disposizioni - di contenuto identico o analogo a quello della norma in esame (quali gli articoli 7, comma 16, della legge n. 887/1984 e 6, comma 8, della legge n. 41/1986) - erano state interpretate allo stesso modo da essa Corte e che la limitazione del blocco ai soli automatismi retributivi - con esclusione dunque degli emolumenti che ne sono comprensivi - non avrebbe avuto senso, posto che quegli automatismi erano già sterilizzati prima che venisse emanato il d.l. n. 384/1992 e che di tanto Governo e parti sociali avevano preso atto nel Protocollo di intesa stipulato il 31 luglio 1992. Precisa anche il rimettente che, nel giudizio definito con la citata sentenza n. 1996 del 2002, non era stata sollevata questione di legittimità costituzionale solo per la mancanza di un accertamento in fatto - demandato contestualmente al giudice di rinvio - sul se la retribuzione di un'ora di lavoro ordinario fosse “divenuta nel periodo in contestazione, superiore alla retribuzione di un'ora di lavoro straordinario”, laddove tale accertamento era contenuto nella sentenza impugnata del Tribunale di Paola: donde l'indubbia rilevanza della prospettata questione, in quanto strumentale alla decisione della controversia, senza necessità di ulteriori accertamenti di fatto da parte del giudice di merito. Rileva infine la Corte rimettente che la non manifesta infondatezza della questione può essere affermata, oltre che “sulla base della stessa motivazione che sorregge la ricordata pronuncia della Corte costituzionale (sentenza n. 242 del 1999 cit. )” , alla stregua dei motivi esposti nell'ordinanza di questa Corte n. 716 del 1988: ivi la questione di legittimità, in riferimento all'art. 36 della Costituzione, dell'inapplicabilità, ai dipendenti delle ferrovie dello stato (ai sensi dell'art. 1, comma 3, in relazione all'art. 5 del r.d.l. n. 692/23) , della previsione legale di una maggiorazione retributiva minima (non inferiore al dieci per cento) per il lavoro straordinario, venne ritenuta infondata sulla base del rilievo che “il combinato disposto dell'art. 2108 cod. civ. e delle norme della contrattazione collettiva, assicurando, per il lavoro straordinario, una maggiorazione della retribuzione dovuta per quello ordinario, in coerenza con l'art. 36 della Costituzione”, garantiva comunque “un compenso proporzionato alla maggiore penosità del lavoro protratto oltre i limiti dell'orario normale”. Tali argomentazioni - conclude il rimettente - rendono ipotizzabile il contrasto tra la disposizione impugnata e il parametro costituzionale evocato non solo quando il “blocco” produca effettivamente il risultato di retribuire il lavoro straordinario in misura inferiore rispetto a quello ordinario, ma anche quando consenta semplicemente lo stesso risultato o comunque non garantisca quel “compenso proporzionato alla maggiore penosità del lavoro protratto oltre i limiti dell'orario normale” cui il Giudice delle leggi fece riferimento nell'ordinanza n. 716 del 1988. 3.- Si sono costituiti in giudizio Bernardo Giovanbattista e Giuseppe Addato - quest'ultimo in quanto parte di un giudizio pendente innanzi alla Corte di cassazione (Sez. lavoro R.G. n. 14630/2000), sospeso “in attesa della decisione della Corte costituzionale sulla questione … sollevata” con l'ordinanza di rimessione del 7 marzo 2002 - nonché Rete Ferroviaria s.p.a. (già Ferrovie dello Stato Società di Trasporti e Servizi per Azioni s.p.a.). 3.1.- Il Bernardo sostiene l'inammissibilità della questione, in quanto già decisa dal Giudice delle leggi con la sentenza n. 242 del 1999 di interpretazione adeguatrice, come tale vincolante per l'interprete; in subordine auspica una conferma di quella pronuncia ovvero la declaratoria di illegittimità costituzionale della norma impugnata. Rilevato, peraltro, che nell'ordinanza di rimessione la Corte di cassazione, da un lato, avrebbe erroneamente ritenuto non più sussistenti nel nostro ordinamento meccanismi di adeguamento automatico delle retribuzioni - affermazione contraddetta invece dall'esistenza della c.d. indennità di “vacanza contrattuale” - e, dall'altro, avrebbe del tutto ignorato il punto nodale del ragionamento svolto dal Giudice delle leggi nel precedente intervento, allorché ebbe a sottolineare che, significativamente, dei due meccanismi attraverso i quali il legislatore del 1992 perseguì l'obiettivo del contenimento della spesa pubblica, - impedire la stipulazione di nuovi accordi economici collettivi (art. 7, 1 comma); far cessare la crescita automatica delle retribuzioni (art. 7, 5 comma) - solo il secondo era stato prorogato, da ciò deducendo che “il legislatore (aveva) inteso inibire i soli aumenti automatici della retribuzione e non quelli contrattati”. 3.2.- Analoghi argomenti sono stati esposti dall'interventore Addato.