[pronunce]

che, ciò posto, il giudice a quo si duole, in sostanza, del fatto che nel procedimento penale davanti al giudice di pace la citazione a giudizio non debba essere preceduta dalla notificazione all'indagato (e al suo difensore) dell'avviso di conclusione delle indagini preliminari, ai sensi dell'art. 415-bis del codice di procedura penale, ravvisando in ciò una violazione del principio di eguaglianza (art. 3 della Costituzione), in rapporto alle maggiori garanzie accordate all'indagato per i reati di competenza del tribunale, nonché del diritto di difesa (art. 24 Cost.); che questa Corte ha già dichiarato, in più occasioni, manifestamente infondate questioni sostanzialmente analoghe, ancorché riferite a diversa norma (l'art. 15 del d.lgs. n. 274 del 2000) (ordinanze n. 415 e n. 85 del 2005, n. 349 e n. 201 del 2004); che - sulla premessa che le forme di esercizio del diritto di difesa possono essere variamente modulate dal legislatore in relazione alle caratteristiche dei singoli riti e ai criteri che li ispirano - si è, infatti, rilevato che il procedimento penale davanti al giudice di pace configura un modello di giustizia autonomo, non comparabile con il procedimento per i reati di competenza del tribunale, in quanto ispirato a finalità di snellezza, semplificazione e rapidità; che l'omessa previsione dell'avviso di conclusione delle indagini preliminari si rivela, in particolare, coerente con il ruolo marginale che, nel procedimento in questione, è assegnato alla fase delle indagini, le quali si sostanziano in una fase investigativa affidata in via principale alla polizia giudiziaria: ruolo marginale che, a sua volta, rispecchia tanto le esigenze di massima semplificazione tipiche di tale procedimento, quanto la vocazione conciliativa della giurisdizione onoraria, la quale trova la sua sede naturale di esplicazione nell'udienza di comparizione, ove avviene il primo contatto tra le parti e il giudice; che le esigenze di informazione dell'imputato prima di tale udienza sono comunque assicurate dall'avviso, contenuto nella citazione a giudizio, della facoltà di prendere visione e di estrarre copia del fascicolo relativo alle indagini preliminari, depositato presso la segreteria del pubblico ministero, nonché dall'indicazione, contenuta nel medesimo atto, delle fonti di prova di cui il pubblico ministero chiede l'ammissione (art. 20, comma 1, lettere f e c, del d.lgs. n. 274 del 2000); che la questione deve essere dichiarata, pertanto, manifestamente infondata. Visti gli artt. 26, secondo comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87, e 9, comma 2, delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale.. . per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE riuniti i giudizi, dichiara la manifesta infondatezza delle questioni di legittimità costituzionale dell'art. 20 del decreto legislativo 28 agosto 2000, n. 274 (Disposizioni sulla competenza penale del giudice di pace, a norma dell'articolo 14 della legge 24 novembre 1999, n. 468), come modificato dall'art. 17 del decreto-legge 27 luglio 2005, n. 144 (Misure urgenti per il contrasto del terrorismo internazionale), convertito, con modificazioni, dalla legge 31 luglio 2005, n. 155, sollevate, in riferimento agli artt. 3 e 24 della Costituzione, dal Giudice di pace di Viterbo con le ordinanze indicate in epigrafe. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 22 ottobre 2014. F.to: Giuseppe TESAURO, Presidente Giuseppe FRIGO, Redattore Gabriella Paola MELATTI, Cancelliere Depositata in Cancelleria il 28 ottobre 2014. Il Direttore della Cancelleria F.to: Gabriella Paola MELATTI