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si tratta però di una realtà estremamente importante anche punto di vista qualitativo. In un mondo globalizzato quale quello odierno, i nostri 6 milioni di cittadini residenti all'estero sono, come diceva il collega Giacobbe nel suo intervento, ambasciatori, antenne del Paese sparse per il mondo, persone che vivono nel loro DNA l'essere proiettate verso orizzonti internazionali e che vivono la globalizzazione nel loro quotidiano. Tra l'altro, parliamo di concittadini spesso perfettamente integrati nei luoghi di residenza; a volte sono addirittura eccellenze nei vari ambiti dell'imprenditoria, del sapere, della ricerca, della cucina, dell'enogastronomia e dell' import-export . Una grande risorsa per il Paese, sia dal punto di vista numerico sia per il profilo, estremamente globale, delle loro competenze, sia linguistiche che culturali. E ugualmente essi sono profondamente radicati alle loro radici italiane: dunque, una grande potenzialità per il sistema Paese nel mondo. Un fenomeno che, proprio negli ultimi anni, ha conosciuto numeri estremamente importanti, per tanti versi addirittura equiparabili a quelle che furono le ondate migratorie più consistenti del nostro Paese negli anni Sessanta-Settanta, del boom economico. Tra l'altro, un fenomeno che non riguarda soltanto i singoli destini personali di questi nostri concittadini che hanno ripreso massicciamente ad andare all'estero, ma che è sempre più un fenomeno che riguarda il Paese, che interessa anche i luoghi di partenza, dove spesso riscontriamo, anche in zone periferiche, vere e proprie desertificazioni in termini di fuga di intelligenze, di cervelli, non solo di braccia, di persone con competenze, con tenacia, con il coraggio di andarsene all'estero. Tra l'altro, ciò rappresenta anche un costo per il Paese. Se, infatti, in passato, fino agli anni 2000, la maggior parte di coloro che partivano erano persone con bassi titoli di studio (pensate che, fino al 2000, il 50 per cento di chi andava all'estero era dotato, al massimo, di un titolo di licenza media), oggi i dati sono di altro tenore. Oggi, ben un terzo dei connazionali che partono sono laureati o, addirittura, dotati di titoli di studio ancora più elevati, come, ad esempio, dottorati di ricerca o specializzazioni. Perché, allora, il Comitato degli italiani nel mondo anche qui al Senato? Perché questo fenomeno interessa in misura particolare proprio il Paese, perché c'è bisogno che anche il legislatore sia attento alla nuova fenomenologia dei nostri italiani all'estero. D'altro lato, serve anche un monitoraggio dell'impatto della legislazione in materia di italiani all'estero. Un esempio fra tutti: proprio stamane giornali nazionali riportano, in merito a una proposta di legge adottata dal Parlamento una decina di anni fa, tra l'altro in modo bipartisan , la famosa legge Controesodo, una sua infelice applicazione. Una recente circolare dell'Agenzia delle entrate ha totalmente stravolto questa legge, per cui essa sta avendo effetti esattamente contrari a quelli che il legislatore auspicava. Infatti, anziché favorire il rientro di cervelli dall'estero, alla luce di una falsa interpretazione data dall'Agenzia delle entrate, sta addirittura producendo il fenomeno contrario: alimenta nuove partenze e nuove migrazioni. Pertanto, c'è bisogno, anche a livello legislativo, all'interno dell'istituzione del Senato, di un organo istituzionale ad hoc , finalizzato espressamente a valutare, anche dal punto di vista normativo, quali provvedimenti possano essere messi in campo a sostegno delle nostre comunità all'estero; provvedimenti finalizzati anche, da un lato, a frenare queste nuove ondate migratorie, che stanno assumendo dimensioni preoccupanti proprio per la loro identità, e, d'altro lato, a valutare proposte normative finalizzate a favorire il rientro dei nostri concittadini, magari anche rispondendo alle diverse situazioni emergenziali. Penso, ad esempio, a quella che si sta venendo a creare a seguito dell'imminente Brexit, l'uscita del Regno Unito dall'Unione europea. Ben faceva la senatrice Bonino a rilevare, e come Partito Democratico ci aggiungiamo alle sue considerazioni, l'utilità che il Governo adotti provvedimenti miranti a concedere il diritto di voto ai nostri connazionali residenti nel Regno Unito in vista delle prossime elezioni europee. Ma voglio aggiungere un semplice esempio, signor Presidente, accanto a tutti quelli già enunciati dal collega Giacobbe, rispetto a potenziali ambiti di cui il Comitato per gli italiani all'estero potrebbe e dovrebbe rendersi interlocutore. Un altro esempio potrebbe essere favorire il reinserimento di tanti nostri medici specialisti operanti all'estero per far fronte a quella forte difficoltà che stanno conoscendo le nostre strutture pubbliche di carattere sanitario, proprio rispetto a numeri allarmanti di deficit e carenza di medici curanti e di specialisti. Negli ultimi dieci anni, proprio tra le tante eccellenze di nostri giovani cervelli emigrati all'estero, abbiamo avuto ben 10.000 medici specializzati formati dalle nostre università, tra l'altro con costi consistenti. Basti pensare che la stima per la formazione universitaria di un laureato è intorno ai 120.000 euro, mentre si arriva a oltre 260.000 euro a spese delle casse pubbliche italiane per formare un medico specialista che poi, magari, una volta formato, si è recato all'estero. Negli ultimi dieci anni contiamo ben 10.000 giovani risorse che si sono trasferite all'estero per esercitare la professione di medico specialista, e di questi tanti, ad esempio, proprio nel Regno Unito. E oggi, alla luce di un possibile - e, purtroppo, sempre più imminente - Brexit addirittura senza accordo, quindi con un no deal , si rischia, all'indomani del 29 marzo, di vedere tantissimi nostri giovani cervelli, oggi perfettamente inseriti nel contesto locale, essere privati del loro status giuridico di cittadini europei. Signor Presidente, questo era soltanto un esempio - anche molto concreto - per ribadire quanto un organo istituzionale come il Comitato per le questioni degli italiani all'estero, istituito qui al Senato, potrebbe da subito divenire organo istituzionale, sede ideale per un lavoro bipartisan, costante nel tempo, un lavoro di proposta politica e legislativa nei confronti del Parlamento italiano. Mi auguro, dunque, signor Presidente, che ci siano ancora gli elementi politici affinché il Governo prenda seriamente in considerazione l'ipotesi di costituire questo Comitato. Ci auguriamo che il fatto che siano state ritirate le firme dalla sottoscrizione della mozione da parte del MoVimento 5 Stelle non preannunci un potenziale atteggiamento ostile del Governo perché questo, come diceva benissimo il collega Giacobbe, sarebbe il segnale di una disattenzione non tanto nei confronti del Partito Democratico, promotore della mozione, bensì di tutte le nostre comunità di italiani all'estero, le quali auspicano, invece, che ci possa essere un lavoro bipartisan, che si renda conto di quanto le nostre comunità siano un grande valore, in primis per il Paese. (Applausi dai Gruppi PD e FI-BP) . PRESIDENTE. Dichiaro chiusa la discussione. Ha facoltà di parlare il rappresentante del Governo, al quale chiedo di esprimere il parere sulla mozione presentata.