[pronunce]

- Infondata è anche l'eccezione di inammissibilità della deduzione proposta dalla parte privata e afferente alla disparità di trattamento fra il processo penale e i giudizi civili e amministrativi, quanto al potere-dovere del giudice di rinnovare la notifica ove risulti o appaia probabile che il destinatario non abbia avuto effettiva conoscenza dell'atto. Quella che l'Avvocatura dello Stato qualifica come nuova «censura» di incostituzionalità, esorbitante dal thema decidendum fissato dall'ordinanza di rimessione, è, in realtà, una semplice argomentazione a sostegno delle doglianze formulate dal giudice a quo: argomentazione che si rinviene, peraltro, in forma sintetica, anche nella parte conclusiva della motivazione della stessa ordinanza. 5. - La questione è tuttavia inammissibile per una diversa ragione: e, cioè, per l'inadeguata ricostruzione da parte del giudice rimettente del quadro normativo, la quale inficia tanto la motivazione sulla rilevanza che quella sulla non manifesta infondatezza del prospettato dubbio di illegittimità costituzionale. L'indicata manchevolezza si manifesta per due, concorrenti profili. 5.1. - In primo luogo, il rimettente omette di porsi in modo corretto ed esaustivo il problema dell'efficacia dell'emendamento apportato alla norma censurata dalla legge di conversione. In base al testo originario del decreto-legge n. 39 del 2009, l'ambito applicativo della speciale forma di notifica di cui si discute era definito con esclusivo riferimento alla situazione dei destinatari. L'art. 5, comma 10, di detto decreto prevedeva, infatti, che «nei confronti delle parti o dei loro difensori, già nominati alla data del 5 aprile 2009, che, alla stessa data, erano residenti, avevano sede operativa o esercitavano la propria attività lavorativa, produttiva o di funzione nei comuni e nei territori» abruzzesi maggiormente colpiti dal sisma (individuati da apposito decreto commissariale), «la comunicazione e la notifica di atti del procedimento o del processo [dovesse] essere eseguita fino al 31 luglio 2009, a pena di nullità, presso il presidio per le comunicazioni e le notifiche di cui al comma 9». La legge di conversione n. 77 del 2009 ha peraltro aggiunto alla disposizione l'inciso finale: «ove si tratti di atti di competenza degli uffici giudiziari di L'Aquila». Con ogni evidenza, l'emendamento disposto dal Parlamento è solo formalmente aggiuntivo: nella sostanza, esso implica una drastica limitazione della sfera di applicabilità del regime derogatorio, che negli intenti del Governo sarebbe dovuto rimanere affatto indipendente dall'ubicazione dell'ufficio giudiziario competente a trattare il procedimento. Ciò, tanto più ove si consideri che, in forza dello stesso art. 5, i processi pendenti davanti agli uffici giudiziari di L'Aquila - in quanto comune colpito dal sisma - sono rimasti sospesi durante il periodo di vigenza della disposizione censurata (commi 1 e 5), fatta eccezione per talune attività o categorie di giudizi, specificamente indicati, caratterizzati da particolare urgenza (commi 1, seconda parte, e 7). Nel caso in esame, il processo principale pende presso il Tribunale di Pescara e, dunque, si colloca al di fuori del territorio operativo della norma censurata, quale risultante a seguito della legge di conversione. Il rimettente accenna alla circostanza, assumendo che la questione resterebbe comunque rilevante in virtù del principio tempus regit actum, valevole in materia processuale: poiché la notifica di cui si discute è avvenuta il 10 giugno 2009 - e, dunque, prima che intervenisse la conversione - la ritualità della chiamata in giudizio dell'imputato dovrebbe essere valutata sulla base del testo originario del decreto-legge, allora in vigore. Così argomentando, tuttavia, il giudice a quo non si pone un interrogativo che logicamente precede e condiziona la validità del ragionamento svolto: se, cioè, il ricordato emendamento parlamentare abbia comportato la mancata conversione della norma del decreto-legge emendata per la parte che rileva nel presente giudizio; mancata conversione che, ai sensi dell'art. 77, terzo comma, Cost., determinerebbe la perdita di efficacia «sin dall'inizio» della norma stessa. Questa Corte ha avuto modo, in effetti, di rilevare come - per l'aspetto che interessa - al decreto-legge non convertito vada equiparato il «decreto [...] convertito in legge con emendamenti che implichino mancata conversione in parte qua», e che, pertanto, nel caso di conversione con emendamenti, «spetta all'interprete [...] accertare quale delle eventualità si sia verificata» (sentenza n. 51 del 1985). La conversione del decreto-legge e, correlativamente, il rifiuto di conversione possono essere, infatti, anche parziali e, a sua volta, il rifiuto parziale di conversione - come, del resto, è ampiamente riconosciuto dalla giurisprudenza di legittimità - può essere anche implicito, a seconda del tipo di emendamento approvato. Né, sul punto, apporta un decisivo contributo chiarificatore l'art. 15, comma 5, della legge 23 agosto 1988, n. 400 (Disciplina dell'attività di Governo e ordinamento della Presidenza del Consiglio dei Ministri), allorché stabilisce che «le modifiche eventualmente apportate al decreto-legge in sede di conversione hanno efficacia dal giorno successivo a quello della pubblicazione della legge di conversione, salvo che quest'ultima non disponga diversamente». Tale disposizione si limita, infatti, a sottrarre la legge di conversione all'ordinario regime della vacatio, senza occuparsi direttamente dell'efficacia intertemporale delle disposizioni del decreto-legge emendate. Ciò posto, nel caso in esame risultano astrattamente ipotizzabili due alternative ermeneutiche: che l'emendamento dianzi ricordato implichi la conversione della norma del decreto-legge censurata e la sua contestuale modifica con effetto ex nunc (a partire, cioè, dal giorno successivo alla pubblicazione della legge di conversione); o che, al contrario, l'emendamento equivalga ad un rifiuto parziale di conversione, che travolge con effetto ex tunc la norma emendata per la parte non convertita (ossia per la parte in cui prevede la notifica presso il presidio anche in rapporto agli atti di competenza di uffici giudiziari diversi da quelli di L'Aquila). Al riguardo, va rilevato come la giurisprudenza di legittimità abbia avuto modo di occuparsi di una fattispecie strutturalmente analoga a quella che qui interessa, concernente una norma temporanea in tema di sospensione dei termini processuali, contenuta in un decreto-legge volto a fronteggiare la situazione di emergenza conseguente agli eventi sismici che nel 1997 hanno colpito le Regioni Marche e Umbria (art. 1 del decreto-legge 27 ottobre 1997, n. 364, recante «Interventi urgenti a favore delle zone colpite da ripetuti eventi sismici nelle regioni Marche e Umbria»): norma che, in sede di conversione (ad opera della legge 17 dicembre 1997, n. 434), è stata emendata, con l'esclusione, in particolare, di alcuni comuni dal suo ambito operativo.