[pronunce]

Infatti, si tratterebbe di fattispecie che, sotto il profilo patologico, non godrebbero del rimedio dell'azione di nullità dalla quale derivi una potenziale e perenne (e, nel caso in esame, irragionevole) incertezza in ordine alla contestazione della legittimità del rapporto, e che, sotto il profilo economico-sociale, non avrebbero "registrato", prima dell'entrata in vigore della legge, un'estensione in termini di contenzioso con effetti "distorsivi" simili a quello che, invece, avrebbe motivato l'adozione del regime processuale e di tutela sostanziale oggetto, rispettivamente, del comma 4, lettera b) e dei commi 5, 6 e 7, dell'art. 32 della legge citata. Pertanto, ad avviso della difesa della società, andrebbe affermata l'assoluta legittimità e ragionevolezza della norma censurata e, di converso, l'inammissibilità e l'infondatezza della questione oggetto del presente giudizio. La questione sarebbe non fondata anche con riguardo alla asserita disparità di trattamento. Infatti, come affermato dallo stesso rimettente, si tratterebbe di fattispecie diverse che il legislatore, nell'esercizio della sua discrezionalità, può disciplinare in modo diverso. Né tale difformità delle fattispecie - già idonea a minare il fondamento stesso della prospettata questione di legittimità costituzionale sollevata in riferimento all'art. 3 Cost. - può essere superata dal rilievo che le stesse sarebbero sottoposte, in relazione ad un determinato aspetto, cioè al termine d'impugnazione, ad una disciplina identica, trattandosi di un profilo del tutto irrilevante per valutare l'eventuale violazione del principio di uguaglianza. Ad avviso di Poste Italiane s.p.a., «l'istituto della decadenza, così come quello della prescrizione, attenendo ad un aspetto estraneo alla fattispecie giuridica sostanziale, essendo inerente al diritto di azione, non vale a far venire meno la differenziazione sostanziale e fattuale delle fattispecie alle quali detta decadenza è riferita». Pertanto, la circostanza che il legislatore abbia previsto, ai fini dell'esercizio dell'azione, un medesimo termine di decadenza per tutte le fattispecie di cui all'art. 32, commi 3 e 4, della legge n. 183 del 2010, non potrebbe valere a rendere omogenee fattispecie che sono e restano sostanzialmente diverse. Al riguardo, la società ricorda che - come statuito dalla giurisprudenza di questa Corte - il principio di uguaglianza sostanziale, di cui all'art. 3 Cost., comporta un generale divieto di discriminazione rinvenibile soltanto qualora si trattino in maniera diversa situazioni uguali sotto il profilo sostanziale, perché se situazioni uguali esigono uguale disciplina, situazioni sostanzialmente diverse possono richiedere discipline differenti. Risulterebbe evidente, dunque, che nella specie la diversità delle situazioni, considerate dai commi 3 e 4 dell'art. 32 della legge n. 183 del 2010, escluderebbe la configurabilità della denunziata violazione del principio di uguaglianza, rientrando nell'alveo della insindacabile discrezionalità legislativa la scelta di differenziare anche il regime delle decadenze previsto dalla norma censurata. Ne conseguirebbe che la difformità delle dette situazioni e della relativa disciplina ben potrebbe giustificare, anche in relazione al regime della decadenza, l'adozione di scelte diversificate, adottate previa discrezionale valutazione delle peculiari esigenze protettive postulate da ciascuna fattispecie. La società prosegue osservando che la posizione rivestita dai lavoratori, intenzionati a contestare in giudizio l'apposizione del termine al contratto, non sarebbe in alcun modo equiparabile e/o confrontabile con la posizione di coloro che si trovino nelle altre condizioni prese in considerazione dai commi 3 e 4 del citato art. 32 della legge n. 183 del 2010. Infatti, i lavoratori a termine sarebbero destinatari di una complessa e articolata disciplina di dettaglio, dettata ad hoc dal legislatore, che li porrebbe, sotto il profilo della certezza dei rapporti giuridici, in una posizione peculiare e tale da giustificare per essi la necessità di prevedere l'onere d'impugnare, a pena di decadenza, il termine apposto anche ai contratti relativi ai rapporti già conclusi. Al riguardo, l'esponente ricorda che l'azione diretta a far accertare la nullità del termine apposto al contratto di lavoro è imprescrittibile. Rispetto a detta situazione, l'esigenza di certezza dei rapporti giuridici - perseguita dall'art. 32, commi 3 e 4, della citata legge n.183 del 2010 - giustificherebbe ed imporrebbe l'applicazione di un termine di decadenza anche in relazione ai rapporti già conclusi alla data di entrata in vigore della legge stessa. E ciò soprattutto qualora si consideri che quest'ultima, soltanto per l'ipotesi di illegittima apposizione del termine al contratto di lavoro, ha normativamente previsto anche per i rapporti già conclusi, la conversione ex lege del rapporto a termine in rapporto a tempo indeterminato, stabilendo una tutela risarcitoria predeterminata e disancorata dai criteri civilistici di commisurazione e prova del danno risarcibile. Detta disciplina renderebbe ancora più giustificata la previsione di un termine di decadenza anche per i rapporti già conclusi, essendo diretta ad evitare disparità di trattamento tra lavoratori assunti con contratto a termine, in tal caso posti in situazioni sostanzialmente uguali, ancorando la diversità di disciplina ad un dato meramente fattuale, costituito dalla circostanza che il rapporto fosse o meno concluso alla data di entrata in vigore della legge n. 183 del 2010. Inoltre, la società pone in evidenza l'aspetto peculiare della disciplina propria del contratto di lavoro a tempo determinato, costituito dalla possibilità, prevista in modo espresso dalla legge, di prorogare e rinnovare le assunzioni a termine, pur nel limite massimo di 36 mesi. Rispetto a tale situazione, risulterebbe essenziale l'esigenza di assicurare, per tale fattispecie e non per le altre prese in esame dalla norma censurata, la certezza dei rapporti giuridici pregressi. Pertanto, la differenziazione del regime di decadenza tra la fattispecie del contratto a termine e esigenze proprie del rapporto di lavoro a tempo determinato. Né potrebbe essere assunto come valido tertium comparationis il regime sanzionatorio previsto in caso di illegittima fornitura di lavoro temporaneo o di somministrazione irregolare, in quanto l'art. 27, comma 1, del decreto legislativo 10 settembre 2003, n. 276 (Attuazione delle deleghe in materia di occupazione e mercato del lavoro, di cui alla legge 14 febbraio 2003, n. 30), nel prevedere la sola possibilità per il lavoratore di agire in giudizio al fine di ottenere la costituzione di un rapporto alle dipendenze dell'utilizzatore, escluderebbe che dalla irregolarità della somministrazione derivi una presunzione iuris et de iure, per cui in tale fattispecie debba essere comunque dichiarata la sussistenza di un rapporto di lavoro con l'utilizzatore.