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L'esperienza maturata in questi anni ha invece fatto emergere l'esigenza di rimettere, di volta in volta, alle autorità competenti la scelta sulla misura compensativa da richiedere. Di conseguenza, anche al fine di rendere conforme la disposizione nazionale alla direttiva, si prevede al citato articolo 22, comma 4, la possibilità di subordinare il riconoscimento al superamento, in alternativa, di una prova attitudinale o di un tirocinio di adattamento (lettera f) , numero 1)). Quanto al comma 6 dell'articolo 22 (lettera f) , numero 2)), che concerne la successiva verifica dell'esperienza professionale attestata dal richiedente, la modifica (soppressione delle parole «dello Stato membro di provenienza») è necessaria per allineare la norma nazionale al testo della direttiva 2005/36/CE come modificata 2013/55/UE (in particolare, articolo 1, numero 12), lettera d) ). Tale disposizione della direttiva, laddove prevede che lo Stato membro ospitante, che intende esigere dal richiedente un tirocinio di adattamento o una prova attitudinale, verifichi se le conoscenze, le abilità e le competenze acquisite dal richiedente siano in grado di coprire la differenza sostanziale di formazione, richiede che tali conoscenze, abilità e competenze siano formalmente convalidate da un organismo competente, ma non richiede che l'organismo competente sia quello dello Stato di provenienza del richiedente, potendo invece trattarsi dell'organismo competente di un qualunque Stato membro o Paese terzo ove il richiedente abbia maturato l'esperienza professionale. La modifica introdotta con la lettera g) riguarda l'articolo 32 (diritti acquisiti) del decreto legislativo 9 novembre 2007, n. 206 (che ha recepito l'articolo 23 della direttiva 2005/36/CE) relativo al riconoscimento automatico delle qualifiche professionali sulla base delle condizioni minime di formazione. In particolare, per quanto concerne i titoli di formazione di medico, infermiere, odontoiatra, veterinario, ostetrica, farmacista e architetto, la norma prevede che, se i titoli rilasciati da altri Stati membri non soddisfino le condizioni minime di formazione richieste ai fini dell'accesso in Italia alle corrispondenti professioni (in base ad un'armonizzazione dei percorsi formativi), essi sono comunque riconosciuti purché la formazione sia iniziata prima di una certa data e il titolo sia accompagnato da un attestato che certifichi l'effettivo esercizio dell'attività per almeno tre anni consecutivi negli ultimi cinque. La norma detta date, relative alla formazione, specifiche per taluni Stati membri; in seguito alla modifica dell'articolo 23, paragrafo 5, della direttiva 2005/36/CE, apportata dall'allegato III del Trattato del 9 dicembre 2011 tra gli Stati membri dell'Unione europea e la Repubblica di Croazia relativo all'adesione della Repubblica di Croazia all'Unione europea, si rende necessario integrare l'articolo 32 al fine di prevedere, per quanto riguarda la Croazia, che sono soggetti a riconoscimento automatico i titoli in medicina per i quali la formazione è iniziata anteriormente all'8 ottobre 1991. La modifica recata dalla lettera h) concerne l'articolo 49 (diritti acquisiti specifici alle ostetriche) del decreto legislativo 9 novembre 2007, n. 206, relativo al riconoscimento automatico sulla base delle condizioni minime di formazione, per la specifica professione di ostetrica. In seguito alla modifica della direttiva 2005/36/CE, di cui all'allegato III del sopra citato Trattato relativo all'adesione della Repubblica di Croazia all'Unione europea, che ha introdotto nella direttiva l'articolo 43-ter, si rende necessario integrare l'articolo 49 del citato decreto legislativo al fine di prevedere che i titoli, ottenuti in Croazia, tassativamente elencati nella norma, non fruiscano del riconoscimento automatico della qualifica professionale sulla base delle condizioni minime di formazione. L'articolo 2, relativo alle attività incompatibili con l'esercizio della professione di agente d'affari in mediazione, è finalizzato ad affrontare un punto della procedura di infrazione n. 2018/2175, allo stadio di messa in mora ai sensi dell'articolo 258 TFUE, nell'ambito della quale la Commissione europea ha contestato alcuni specifici elementi relativi all'applicazione della direttiva 2005/36/CE, tra i quali la disciplina della professione di agente immobiliare, peraltro già oggetto delle raccomandazioni di riforma per la regolamentazione dei servizi professionali di cui al COM (2016) 820 final del 10 gennaio 2017. In particolare è stato contestato all'Italia il carattere sproporzionato delle norme sui criteri di incompatibilità, previsti dall'articolo 5, comma 3, della legge 3 febbraio 1989, n. 39, come modificata dalla legge 5 marzo 2001, n. 57, secondo le quali «L'esercizio dell'attività di mediazione è incompatibile: a) con l'attività svolta in qualità di dipendente da persone, società o enti, privati e pubblici, ad esclusione delle imprese di mediazione; b) con l'esercizio di attività imprenditoriali e professionali, escluse quelle di mediazione comunque esercitate». La Commissione ha segnalato come, ai sensi dell'articolo 59, paragrafo 3, della direttiva 2005/36/CE e dell'articolo 49 del TFUE, qualsiasi restrizione dell'accesso a una prestazione di servizi debba rispettare i principi di necessità e proporzionalità. Si deve preliminarmente segnalare che la professione di mediatore immobiliare (real estate) , oggetto di verifica da parte della Commissione, in Italia è una delle quattro sezioni che compongono l'attività di mediazione, trattate unitariamente dalla legge n. 39 del 1989, anche con riferimento alla previsione delle cause di incompatibilità. Le altre sezioni sono quella del mandatario a titolo oneroso (che rientra nella nomenclatura comunitaria del real estate , in quanto particolare forma di agente immobiliare), del mediatore merceologico e del mediatore in servizi vari. Lo strumento normativo utilizzato per il raggiungimento dell'obiettivo della protezione dei consumatori e dei destinatari dei servizi (motivo imperativo legittimo legato all'interesse pubblico), ossia una così severa regola di incompatibilità, appare alla Commissione poco giustificabile dal punto di vista della necessità. La nuova disciplina si propone di dare attuazione a quanto richiesto dalla Commissione, garantendo al contempo (proprio nell'ottica della proporzionalità) la tutela del consumatore attraverso la previsione di una clausola che eviti ogni conflitto attuale di interessi tra il mediatore e l'oggetto della mediazione stessa. L'incompatibilità diviene infatti relativa e vieta di essere al contempo mediatore (che per definizione del codice civile è soggetto equidistante tra le parti) e parte (in senso sostanziale, in quanto produttore o commerciante di beni o servizi oggetto dell'attività di mediazione o in senso formale, in quanto agente o rappresentante dei detti beni). In ogni caso l'incompatibilità è limitata alle attività imprenditoriali e non più, come nella norma oggetto di procedura di infrazione, comunque svolta anche a titolo professionale e addirittura di lavoro dipendente.