[pronunce]

Viene poi in rilievo, nella prospettazione della Corte rimettente, la giurisprudenza costituzionale sulle norme della CEDU, «che - nel significato loro attribuito dalla Corte europea dei diritti dell'uomo, specificamente istituita per dare ad esse interpretazione ed applicazione (art. 32, paragrafo 1, della Convenzione) - integrano, quali norme interposte, il parametro costituzionale espresso dall'art. 117, primo comma, della Costituzione, nella parte in cui impone la conformazione della legislazione interna ai vincoli derivanti dagli obblighi internazionali (sentenze n. 317 e n. 311 del 2009, n. 39 del 2008)». Il giudice a quo richiama, infine, la giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell'uomo, e segnatamente la sentenza della Grande Camera del 17 settembre 2009 (Scoppola contro Italia), secondo cui «l'art. 7 della Convenzione, che stabilisce il principio del divieto di applicazione retroattiva della legge penale, incorpora anche il corollario del diritto dell'accusato al trattamento più lieve», sancendo non solo il principio dell'irretroattività della legge penale più severa, ma anche, implicitamente, il principio della retroattività della legge penale meno severa. Per cui, prosegue la Corte di cassazione, «se la legge penale in vigore al momento della perpetrazione del reato e le leggi penali posteriori adottate prima della pronuncia di una sentenza definitiva sono diverse, il giudice deve applicare quella le cui disposizioni sono più favorevoli all'imputato». Poiché l'art. 7 della CEDU, nel significato chiarito, integra una norma interposta rispetto al parametro costituzionale di cui all'art. 117 Cost. - conclude il giudice rimettente - la Corte costituzionale, nel valutare la questione di legittimità costituzionale dell'art. 10, comma 3, della legge n. 251 del 2005, «resta legittimata a verificare se la norma della Convenzione - norma che si colloca pur sempre ad un livello sub-costituzionale - si ponga eventualmente in conflitto con altre norme della Costituzione», nel qual caso dovrà essere esclusa la sua idoneità a integrare il parametro considerato. Ad avviso della Corte di cassazione però, questo scrutinio non è stato effettuato con la sentenza n. 393 del 2006, non solamente perché il parametro di riferimento era l'art. 3 Cost., ma anche perché «gli elementi assunti come tertium comparationis [erano] costituiti da interessi di analogo valore, senza indicazione specifica di conflitto con altre norme della Costituzione». La questione sarebbe infine rilevante: in primo luogo, perché il reato per cui si procede è punito nel massimo con la pena detentiva di sei anni di reclusione, sicché secondo la regola dettata dall'art. 157 cod. pen. , come modificato dalla legge n. 251 del 2005, la prescrizione massima, tenuto conto del novellato art. 160, terzo comma, cod. pen. , è di sette anni e sei mesi e il termine sarebbe già decorso; in secondo luogo, perché - a fronte dell'infondatezza di altri motivi di ricorso - è, invece, fondato quello con cui le difese degli imputati avevano lamentato la violazione dell'art. 519 cod. proc. pen. , perché il Tribunale di Agrigento, prima, e la Corte di appello di Palermo, poi, non avevano proceduto all'assunzione di una prova decisiva (l'audizione di nuovi testimoni), richiesta dagli imputati a seguito della modifica dell'imputazione effettuata dal pubblico ministero. Ad avviso della Corte rimettente, l'accoglimento del suddetto motivo di ricorso comporterebbe l'annullamento della sentenza impugnata con rinvio ad altra sezione della Corte di appello di Palermo. Pertanto - conclude il giudice a quo - la questione di legittimità costituzionale dell'art. 10, comma 3, della legge n. 251 del 2005 è rilevante: «ove [infatti] dovesse dichiararsi l'estinzione per prescrizione del reato ascritto, sarebbe del tutto inutile procedere all'assunzione delle prove indicate dalla difesa, in omaggio alla regola dettata dall'art. 129 cod. proc. pen.». 1.1. - È intervenuto nel giudizio di costituzionalità, con atto depositato il 30 novembre 2010, il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che la questione sia dichiarata infondata. La difesa dello Stato rileva come l'art. 10, comma 3, della legge n. 251 del 2005 contenga una disposizione, derogatoria rispetto al principio di retroattività della norma più favorevole al reo, ragionevole e rispettosa degli altri principi costituzionali. L'intervenuta condanna degli imputati in primo grado, infatti, renderebbe ragionevole la scelta normativa di mantenere il pregresso termine di prescrizione, «non venendo meno la pretesa punitiva [dello Stato] in presenza di un fumus di colpevolezza derivante da quella condanna». Inoltre, conclude l'Avvocatura generale dello Stato, la circostanza che si sia interamente svolto il giudizio di primo grado, con l'acquisizione delle prove e la pronuncia della sentenza di condanna, avrebbe l'effetto di evitare che la causa estintiva del reato ponga nel nulla un intero dibattimento, vanificando l'attività processuale compiuta, con conseguente lesione del principio del giusto processo sancito dall'art. 111 Cost. 1.2. - Nel giudizio di costituzionalità si è costituito, con memoria depositata il 10 novembre 2010, G. M., imputato nel giudizio a quo, che ha concluso per la declaratoria di illegittimità costituzionale della norma impugnata. La difesa dell'imputato premette che la questione sollevata dalla Corte remittente è rilevante, in quanto l'applicazione del nuovo e più favorevole termine di prescrizione, che imporrebbe al giudice di pronunciare sentenza dichiarativa di estinzione del reato, sarebbe impedita, nel processo in corso, dal contenuto normativo dell'art. 10, comma 3, della legge n. 251 del 2005: il giudizio a carico di G. M., infatti, era già pendente in grado di appello al momento dell'entrata in vigore della suddetta legge (l'8 dicembre 2005), essendo stata pronunciata sentenza di condanna in primo grado in data 2 maggio 2005. In ordine alla fondatezza della questione, la difesa dell'imputato richiama, da un lato, l'orientamento della giurisprudenza costituzionale sul rapporto tra le fonti di diritto interno e il diritto internazionale pattizio, tra cui si colloca la CEDU, dall'altro, le sentenze della Corte costituzionale n. 393 del 2006 e n. 72 del 2008 che hanno negato la costituzionalizzazione, e quindi l'inderogabilità, del principio sancito dall'art. 2, quarto comma, cod. pen. Con la seconda pronuncia, in particolare, la Corte costituzionale ha ritenuto infondata la questione di legittimità costituzionale dell'art. 10, comma 3, della legge n. 251 del 2005, reputando ragionevole la scelta legislativa di escludere l'applicazione della lex mitior per gli imputati i cui processi pendano in grado di appello o in cassazione, al momento dell'entrata in vigore della legge stessa.