[pronunce]

– Il Tribunale di Perugia dubita, in riferimento all'art. 3 della Costituzione, della legittimità costituzionale dell'art. 157, quinto comma, del codice penale, come sostituito dall'art. 6 della legge 5 dicembre 2005, n. 251 (Modifiche al codice penale e alla legge 26 luglio 1975, n. 354, in materia di attenuanti generiche, di recidiva, di giudizio di comparazione delle circostanze di reato per i recidivi, di usura e di prescrizione), nella parte in cui non dispone che il termine triennale di prescrizione, previsto per i reati puniti con pena diversa da quella detentiva e da quella pecuniaria, si applichi anche a tutti gli ulteriori reati di competenza del giudice di pace. Il quinto comma dell'art. 157 cod. pen. è oggetto di censura, sempre in rapporto all'art. 3 Cost., anche da parte della Corte di cassazione, in quanto prevede un termine prescrizionale di tre anni quando per il reato la legge stabilisce pene diverse da quella detentiva e da quella pecuniaria, così sottraendo alla disciplina generale, che configura termini più lunghi, una parte soltanto dei reati attribuiti alla competenza del giudice di pace, e segnatamente i più gravi. I Tribunali di Reggio Emilia e Grosseto dubitano della legittimità costituzionale del primo comma dell'art. 157 cod. pen. , come a sua volta sostituito dall'art. 6 della legge n. 251 del 2005, poiché la norma, in asserito contrasto con l'art. 3 Cost., assoggetta ai più lunghi termini di prescrizione in essa previsti, anziché ad un termine triennale, i reati di competenza del giudice di pace puniti con la sola pena pecuniaria. 2. – Tutte le questioni sollevate, sebbene riferite in parte a norme diverse, e per quanto segnate da sostanziali differenze nel petitum, sono riconducibili allo stesso oggetto, cioè al regime dei termini prescrizionali scaturito dalla riforma dell'art. 157 cod. pen. per ciò che concerne i reati di competenza del giudice di pace. I relativi giudizi, dunque, possono essere trattati congiuntamente. 3. – Preliminarmente devono essere disattese le eccezioni di inammissibilità sollevate dalla difesa erariale. La rilevanza della questione nei rispettivi giudizi a quibus è plausibilmente motivata nelle ordinanze di rimessione, sia con riferimento alla competenza dei giudici rimettenti, radicata in base alla disciplina transitoria per i fatti anteriori all'entrata in vigore del decreto legislativo 28 agosto 2000, n. 274 (Disposizioni sulla competenza penale del giudice di pace, a norma dell'art. 14 della legge 24 novembre 1999 n. 468), sia con riguardo all'immediata efficacia delle previsioni sanzionatorie di cui all'art. 52 dello stesso decreto legislativo, dalla quale discende la necessità di applicare, in ipotesi, la normativa concernente la prescrizione dei reati puniti con pene diverse da quelle detentive o pecuniarie. 4. – Le questioni di legittimità costituzionale sollevate dalla Corte di cassazione e dai Tribunali di Perugia, Reggio Emilia e Grosseto non sono fondate nei sensi di seguito specificati. 4.1. – Il dubbio di costituzionalità sottoposto dai rimettenti a questa Corte nasce dalla ritenuta irragionevolezza della disciplina che scaturirebbe dalla formulazione dell'art. 157 cod. pen. , come novellato dalla legge n. 251 del 2005: alcuni tra i reati di competenza del giudice di pace, quelli di minore gravità, in quanto puniti con la sola pena pecuniaria, si prescriverebbero in quattro o sei anni (a seconda che si tratti di contravvenzioni o delitti), in base alla previsione del primo comma dell'articolo citato, mentre gli altri, di maggiore gravità, in quanto puniti con pene diverse da quella detentiva e da quella pecuniaria, sarebbero assoggettati al più breve termine prescrizionale di tre anni, previsto dal quinto comma del medesimo articolo. Questa Corte deve rilevare che il dubbio di cui sopra è frutto di un erroneo presupposto interpretativo. 4.2. – Il quinto comma dell'art. 157 cod. pen. dispone che il termine di tre anni si applica ai reati per i quali «la legge stabilisce pene diverse da quella detentiva e da quella pecuniaria». Nel diritto vigente le pene cosiddette «para-detentive» non sono previste dalla legge come sanzioni applicabili in via esclusiva per determinati reati, secondo la testuale dizione della norma codicistica appena richiamata, ma costituiscono l'oggetto di un'opzione che il giudice può compiere in alternativa ad altre: alla irrogazione della pena pecuniaria, secondo le prescrizioni contenute nel comma 2 dell'art. 52 del d.lgs. n. 274 del 2000, oppure all'applicazione congiunta della sanzione detentiva e pecuniaria, come per la detenzione illegale di stupefacenti di lieve entità da parte del tossicodipendente o del consumatore (comma 5-bis dell'art. 73 del d.P.R. 9 ottobre 1990, n. 309, recante «Testo unico delle leggi in materia di disciplina degli stupefacenti e sostanze psicotrope, prevenzione, cura e riabilitazione dei relativi stati di tossicodipendenza», introdotto dall'art. 4-bis del decreto-legge 30 dicembre 2005, n. 272, recante «Misure urgenti per garantire la sicurezza ed i finanziamenti per le prossime Olimpiadi invernali, nonché la funzionalità dell'Amministrazione dell'interno. Disposizioni per favorire il recupero di tossicodipendenti recidivi e modifiche al testo unico delle leggi in materia di disciplina degli stupefacenti e sostanze psicotrope, prevenzione, cura e riabilitazione dei relativi stati di tossicodipendenza, di cui al d.P.R. 9 ottobre 1990, n. 309», convertito, con modificazioni, nella legge 21 febbraio 2006, n. 49). La considerazione che precede induce a ritenere che i reati di competenza del giudice di pace, per i quali la previsione edittale concerne invariabilmente la pena pecuniaria (in alternativa alla quale può essere discrezionalmente irrogata, in alcuni casi soltanto, una pena «para-detentiva»), non costituiscono oggetto della norma di cui al quinto comma dell'art. 157 cod. pen. Né varrebbe obiettare che il comma 3 dell'art. 52 del d.lgs. n. 274 del 2000 prevede l'applicazione esclusiva ed obbligatoria delle pene «para-detentive» nei casi di recidiva reiterata infraquinquennale, giacché non si tratta di previsione legislativa corrispondente ad una o più fattispecie di reato, bensì di una disposizione particolare, legata ad una specifica condizione soggettiva e indipendente dal titolo del reato in contestazione. Tale norma non contraddice pertanto la regola generale, ancora valida nell'ordinamento vigente, secondo cui i reati di competenza del giudice di pace si contrassegnano per essere sempre punibili con la pena pecuniaria (sia pur suscettibile, in dati casi e a certe condizioni, di cedere il passo ad una sanzione «para-detentiva»). Il quinto comma dell'art. 157 cod. pen.