[pronunce]

L'identità del dolo specifico che caratterizza le due fattispecie — costituito dall'intenzione di ingannare i soci o il pubblico e dal fine di conseguire per sé o per altri un ingiusto profitto — renderebbe infatti irragionevole tale sperequazione; né varrebbe, in contrario, il rilievo che l'evento di danno, costitutivo dell'ipotesi delittuosa, deve riflettersi nella relativa componente psicologica, dato che l'elemento differenziale si esaurirebbe nella rappresentazione — anche in termini di mera accettazione del rischio, ossia di dolo eventuale — di un danno causato a terzi (soci e creditori) quale conseguenza di una «primaria e diversa volontà di base», comune alle due ipotesi (la frode in danno dei soci o del pubblico). La natura contravvenzionale del reato previsto dall'art. 2621 cod. civ. risulterebbe, inoltre, in sé e per sé, del tutto inadeguata rispetto alle caratteristiche oggettive e soggettive del fatto incriminato, e perciò contrastante con la funzione rieducativa della pena, sancita dall'art. 27, terzo comma, Cost., la quale implica che la sanzione penale debba essere ragionevolmente proporzionata ai fatti riconducibili allo specifico paradigma punitivo. In via di principio, infatti, il modello della contravvenzione è indicativo della «parvitas materiae» e implica la punibilità anche a titolo di semplice colpa: donde la sua incoerenza con una figura criminosa, quale quella delle false comunicazioni sociali, che, sul piano oggettivo, si traduce — alla luce di una consolidata giurisprudenza di legittimità, formatasi in rapporto al vecchio testo della norma incriminatrice — in un fatto «altamente lesivo di un bene pubblico», quale la «trasparenza del mercato, fattore primario e fondante di una moderna società liberale»; e, sul piano soggettivo, lungi dall'essere punibile indifferentemente a titolo di dolo o di colpa, richiede il dolo nella sua forma più intensa (il dolo specifico). La natura contravvenzionale del reato di cui all'art. 2621 cod. civ. risulterebbe peraltro lesiva anche del principio di uguaglianza, sotto un duplice profilo. Da un lato, infatti, essa implicherebbe una irragionevole disparità di trattamento delle false comunicazioni sociali rispetto ad altri reati di frode lesivi del medesimo interesse alla trasparenza del mercato, quali, in specie, i reati di aggiotaggio «comune» (art. 501 cod. pen.) e «speciale» (art. 2637 cod. civ. , come sostituito dal d.lgs. n. 61 del 2002) , configurati come delitti e puniti con la pena della reclusione fino ad un massimo, rispettivamente, di tre e cinque anni. Dall'altro lato, la natura contravvenzionale dell'illecito renderebbe non più perseguibile, ai sensi degli artt. 9 e 10 cod. pen. , la falsità ex art. 2621 cod. civ. commessa all'estero: con la conseguenza che, nel caso di bilanci consolidati di gruppi di società con ramificazioni internazionali, il falso consumato in una società controllata avente sede all'estero — ma i cui effetti lesivi dell'interesse pubblico alla trasparenza del mercato «si determinano, identicamente, nel bilancio della controllante italiana», e quindi nel territorio dello Stato — resterebbe «inopinatamente» esente da pena, a differenza di tutti gli altri falsi in bilancio «non 'viziati' ab origine in questo modo». Il rimettente dubita, altresì, della legittimità costituzionale dell'art. 2622 cod. civ. , nella parte in cui prevede la perseguibilità a querela per il reato di “falso con danno” da esso delineato. La circostanza che tale reato postuli la lesione di interessi patrimoniali di singoli soci o creditori non escluderebbe, infatti, la sua natura «ontologicamente plurioffensiva», giacché detta lesione discenderebbe «imprescindibilmente» dalla pregressa offesa di un interesse diffuso e indisponibile, quale quello alla trasparenza del mercato: interesse peraltro evocato in modo esplicito dalla norma incriminatrice, allorché richiede l'intento dell'agente di ingannare il pubblico. In aggiunta a ciò, i soggetti legittimati alla proposizione della querela si troverebbero in concreto nella impossibilità di esercitare il relativo diritto, non disponendo di strumenti per verificare la sussistenza della falsità integratrice del reato. I soci potrebbero infatti prendere visione del bilancio, unitamente ai suoi allegati, dopo che questo è depositato, ma senza poter conoscere le modalità ed i passaggi della sua redazione. Non varrebbero a tal fine strumenti come il diritto di consultazione riconosciuto dall'originario art. 2489 cod. civ. ai soci di società a responsabilità limitata (circoscritto, per costante giurisprudenza, ai soli libri contabili, senza estendersi alle altre scritture); o come la facoltà, prevista dallo stesso articolo, di chiedere la revisione della gestione (accordata — al pari di quella di denuncia al tribunale ex art. 2409 cod. civ. — ad una minoranza qualificata, e non anche al socio uti singulus); ovvero ancora come la presenza del collegio sindacale (organo che, quando esiste, è normalmente espressione della maggioranza, e non potendo comunque ipotizzarsi, per il socio titolare del diritto di querela, un onere di ricognizione «mediata» dall'intervento dei sindaci); mentre, poi, i creditori sociali risulterebbero privi anche delle limitate facoltà di accesso riconosciute ai soci. In quest'ottica, il regime di perseguibilità a querela finirebbe per condurre, pur in presenza della lesione di un preminente interesse pubblico, alla sostanziale impunità degli autori del falso, con conseguente violazione degli artt. 24, primo comma, e 3 Cost. La stessa procedibilità d'ufficio, prevista dall'art. 2622 cod. civ. con riferimento alle società quotate, risulterebbe d'altro canto «illusoria» e foriera di possibili disparità di trattamento, avuto riguardo al caso in cui la società quotata sia una holding che controlla società non quotate. Alla stregua, infatti, di quanto affermato dalla giurisprudenza di legittimità, gli amministratori della società controllante non risponderebbero penalmente della falsità del bilancio consolidato, ove questa derivi da dati contabili contenuti nei bilanci delle società controllate, non essendo titolari di alcun potere di accertamento sulla veridicità dei dati trasmessi dalla società del gruppo: onde la falsità del bilancio consolidato di società quotate, che derivi da falsità dei bilanci di società controllate non quotate, non sarebbe, in realtà, perseguibile d'ufficio. Da ultimo, il rimettente osserva come il regime di perseguibilità a querela si presenti irragionevole e lesivo del principio di uguaglianza anche in rapporto all'istituto della remissione. Posto che fra le ipotesi criminose previste dagli artt. 2621 e 2622 cod. civ. sarebbe ravvisabile — anche alla luce della clausola di salvezza con cui la prima delle due norme esordisce — un rapporto di specialità, la remissione della querela per il reato di cui all'art. 2622 cod. civ. escluderebbe, per il suo effetto estintivo, anche la configurabilità del reato di cui all'art. 2621 cod. civ. ;