[pronunce]

Parimenti, va sottolineato che l'esame della questione posta dal rimettente dovrebbe, a rigore, essere limitato all'art. 82, comma 2, del decreto legislativo n. 385 del 1993, perché la fattispecie oggetto del giudizio principale, in quanto concernente una banca, risulta interamente regolata da tale norma, relativa appunto all'accertamento giudiziale dello stato di insolvenza di banche. Questa disposizione, infatti, costituisce legge speciale che prevale sulla disciplina generale dettata, sul punto, dall'art. 202 della legge fallimentare, in tema di «accertamento giudiziario dello stato di insolvenza» delle altre imprese sottoposte a liquidazione coatta amministrativa. Tuttavia, poiché le due norme hanno un contenuto sostanzialmente identico, la valutazione della legittimità costituzionale dell'indicata norma del testo unico bancario involge necessariamente quella corrispondente della legge fallimentare. 2.1. – Sotto un primo profilo, il rimettente denuncia l'ingiustificata disparità di trattamento derivante dalla normativa oggetto della sollevata questione rispetto alla disciplina dei limiti temporali per la dichiarazione di fallimento, quale risulta sia dagli artt. 10, 11 e 147 della legge fallimentare, sia dalle sentenze della Corte costituzionale n. 66 del 1999 e n. 319 del 2000 (pronunce alle quali possono qui aggiungersi quelle di cui alle ordinanze nn. 361 e 11 del 2001; nn. 131 e 321 del 2002; n. 36 del 2003). La censura non è fondata, per l'evidente non comparabilità delle situazioni messe a raffronto dal rimettente. Il punto di partenza del percorso argomentativo del giudice a quo è costituito, infatti, dalla ritenuta sostanziale corrispondenza delle situazioni considerate dalla indicata giurisprudenza costituzionale in tema di limiti temporali per la dichiarazione di fallimento alla situazione correlata all'emissione del decreto di messa in liquidazione coatta amministrativa. Ma proprio tale presupposta sostanziale corrispondenza non sussiste, come emerge dall'esame della sopra citata giurisprudenza costituzionale in materia. Il rimettente, richiamando in modo non pertinente tale giurisprudenza, pone a raffronto situazioni eterogenee allorché assimila all'emissione del decreto di liquidazione coatta amministrativa sia l'iscrizione nel registro delle imprese della cessazione dell'attività d'impresa individuale, sia la cancellazione dal registro delle imprese della società esercente una impresa collettiva, sia la pubblicizzazione della perdita della qualità di socio illimitatamente responsabile di una società fallita. In particolare, in tali ultimi tre casi viene portato a conoscenza dei terzi un fatto che esclude la sussistenza di un'attività imprenditoriale o che fa venir meno l'imputabilità alla società dell'attività di impresa e delle correlative situazioni giuridiche soggettive o che fa cessare la responsabilità illimitata del socio. Nel caso, invece, della liquidazione coatta amministrativa si apre una procedura concorsuale (così testualmente definita dall'art. 80, comma 6, del t.u. bancario) che non provoca alcuno dei suddetti effetti, ma è solo diretta alla liquidazione dei rapporti dell'impresa e può eventualmente condurre, all'esito delle operazioni di liquidazione, alla cancellazione della società dal registro delle imprese (v. l'art. 92, comma 6, del t.u. bancario, che, stabilendo l'applicabilità degli artt. 2456 e 2457 cod.civ. , corrispondenti agli attuali artt. 2495 e 2496 dello stesso codice, include la cancellazione della società dal registro delle imprese tra gli «adempimenti finali» della procedura). Nella liquidazione coatta amministrativa, dunque, la sopravvenuta sentenza dichiarativa dello stato di insolvenza interviene in una procedura concorsuale già aperta e riguarda una società ancora non cancellata dal registro delle imprese. Ne consegue che le situazioni e le norme indicate dal rimettente come tertia comparationis per il dies a quo dell'auspicato termine annuale per la dichiarazione dello stato di insolvenza non sono omogenee alla fattispecie oggetto del giudizio principale, rispondono a diverse rationes legis (come esattamente rilevato dalle difese dell'Avvocatura generale dello Stato e della banca in liquidazione) e non possono essere prese in considerazione a sostegno della dedotta censura di illegittimità costituzionale. 2.2. – Sotto un secondo profilo, il rimettente denuncia la intrinseca irragionevolezza delle norme censurate, perché sarebbero inidonee a salvaguardare il generale interesse alla certezza delle situazioni giuridiche, in riferimento ad un duplice aspetto: a) per l'indefinita protrazione del termine di decorrenza della prescrizione delle azioni di revocatoria fallimentare, in quanto il dies a quo corrisponde alla data della pronuncia della sentenza dichiarativa dello stato di insolvenza, emettibile senza limiti di tempo; b) per la possibile, anomala divaricazione temporale tra momento di realizzazione della condotta materiale dei reati di bancarotta e momento consumativo di tali reati, in quanto quest'ultimo si identifica nella data della pronuncia della sentenza dichiarativa dello stato di insolvenza, emettibile senza limiti di tempo. Il profilo appare infondato, in riferimento ad entrambi gli aspetti denunciati. 2.2.1. – Quanto alla decorrenza della prescrizione delle azioni revocatorie fallimentari, nell'ipotesi di sentenza dichiarativa dello stato di insolvenza emessa successivamente al decreto di liquidazione coatta, va premesso che è plausibile l'assunto del rimettente, secondo cui il dies a quo è costituito dalla data di tale sentenza (assimilabile, a questo riguardo, alla sentenza di fallimento), e che il “periodo sospetto” – e cioè il periodo nel quale l'atto pregiudizievole ai creditori è revocabile – va computato a ritroso dal decreto di messa in liquidazione coatta amministrativa. Proprio perché la sentenza dichiarativa dello stato di insolvenza costituisce il presupposto giuridico necessario per l'esperibilità delle azioni revocatorie fallimentari, non appare arbitrario sostenere che il principio di cui all'art. 2935 cod.civ. (contra non valentem agere non currit praescriptio), inteso come riferibile ai casi di impossibilità giuridica di esercitare il diritto, impedisce di aderire all'interpretazione secondo la quale il termine prescrizionale decorrerebbe dalla data della liquidazione coatta amministrativa e non da quella della successiva sentenza dichiarativa dello stato di insolvenza. Tuttavia, anche ad accogliere tale interpretazione del rimettente, da ciò non deriva la denunciata lesione del generale interesse alla certezza delle situazioni giuridiche. La sentenza dichiarativa dello stato di insolvenza, infatti, interviene in una situazione in cui la società in liquidazione coatta non è estinta: sotto questo limitato aspetto, l'ipotesi è analoga a quella della liquidazione della società volontariamente disposta dai soci ovvero prevista come obbligatoria dal codice civile e per la quale il fallimento può intervenire fino ad un anno dopo la cancellazione della società dal registro delle imprese.