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Riteniamo fondamentale continuare a responsabilizzare con il dialogo il Governo turco, favorendo una de-escalation attraverso l'azione delle nostre diplomazie. (Applausi dal Gruppo M5S e del senatore Collina) . PRESIDENTE . Avverto che le proposte di risoluzione dovranno essere presentate entro la conclusione del dibattito. DE FALCO (Misto) . Signor Presidente, ringrazio il signor Ministro degli esteri per essere qui con noi oggi e riferire in ordine alla questione della Siria. Nella sua informativa alla Camera dei deputati del 15 ottobre scorso - come ha poc'anzi ricordato - lei, signor Ministro, ha rivendicato una serie di risultati positivi - e altri oggi ne ha menzionati - che sarebbero stati ottenuti dall'Italia nel consesso internazionale insieme ai partner europei. Allora dichiarava, tra l'altro, che era stata accolta una proposta italiana volta ad aprire una profonda riflessione sul blocco delle esportazioni di armamenti verso la Turchia. Per quanto riguarda l'Italia, direttamente e in maniera specifica, lei, signor Ministro, proseguiva annunciando anche che avrebbe firmato tutti gli atti necessari a bloccare le esportazioni di armi verso la Turchia, bloccando le esportazioni future. Tuttavia, sempre per quanto riguarda le esportazioni future, annunciava sostanzialmente di voler dare avvio a un'immediata istruttoria, di cui pure oggi ha fatto menzione, ma i cui esiti non ci ha ancora dato. Il 15 ottobre sarebbe stata avviata un'istruttoria, ma dopo quattordici giorni ancora non si è conclusa rispetto a un fatto che ha invece una evidente urgenza. Dobbiamo chiederci se esista davvero la necessità di un'istruttoria o se la legge italiana già preveda che cosa debba fare il Governo italiano. La legge n. 185 del 1990, come più volte modificata, stabilisce, all'articolo 1, comma 6, che si debbano sospendere e/o revocare le autorizzazioni già concesse allorquando un Paese sia in guerra. Quindi, la fornitura di materiali d'armamento non può essere autorizzata verso un Paese in guerra, nemmeno come transito. È accaduto a Genova con una nave qualche mese fa. Signor Ministro, non c'è bisogno di alcuna istruttoria; c'è bisogno soltanto di osservare la legge italiana, che oggi prescrive che l'Italia non possa fornire direttamente - o facendo da tramite - armamenti a un Paese in guerra. La posizione è semplicissima. È chiaro, però, che il suo Ministero ha tutto il dovere - questo sì - di far sì che altri Paesi non assumano posizioni speculative nei confronti dell'Italia. Intanto, noi dobbiamo fare il nostro dovere e lei deve fare il suo, ovvero rispettare la legge italiana. Ritengo che, al di là della difesa della posizione italiana all'interno di una compagine coesa europea, ci debba essere da parte sua il rispetto della legge italiana, che peraltro è coerente anche con il trattato del 2013 proprio in ordine ai criteri di sospensione e revoca in tema di cessione e vendita d'armamento. Qui non si parla soltanto di contratti futuri o in essere, perché il contratto in essere potrebbe prevedere - come prevede di solito - forniture scaglionate per un tempo parecchio lungo, quindi per parecchi anni. Occorre sospendere immediatamente le forniture perché questo impone oggi la legge italiana. Non c'è bisogno - ripeto - di alcun infingimento, signor Ministro. Non ci si deve nascondere dietro ipotetiche istruttorie. Come dice bene la legge, l'istruttoria si farà per concedere, per valutare la concessione dell'autorizzazione, e non per negarla allorquando vi siano i presupposti della sospensione e/o revoca. Questo il punto. Non c'è da fare alcuna valutazione; sono atti dovuti, signor Ministro, imposti dalla legge vigente. (Applausi dal Gruppo Misto) . Saluto ad una rappresentanza di studenti PRESIDENTE . Saluto gli studenti della Scuola secondaria di primo grado «Luigi Pirandello» di Montedoro, in provincia di Caltanissetta. (Applausi) . Ripresa della discussione sulle comunicazioni del Ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale PRESIDENTE . È iscritto a parlare il senatore Romani. Ne ha facoltà. ROMANI (FI-BP) . Signor Presidente, ho ascoltato con attenzione la relazione del ministro Di Maio. Diciamo che oggi si è mosso con accortezza diplomatica, Ministro, rispetto a quanto fatto in alcuni episodi precedenti, quando ha sostenuto Maduro o quando ha fatto un'inappropriata visita ai gilet gialli di Parigi. L'ho trovata, però, carente nell'ambito del disegno complessivo di quanto sta accadendo in Siria. Ministro, ha omesso di definire gli accordi per quello che sono: quelli che si stanno manifestando sul terreno sono gli accordi di Astana, che sono stati seguiti dall'accordo di Soči siglato direttamente da Erdogan e Putin; ma il risultato ottenuto a Soči è figlio dei colloqui di Astana, che sono gli unici che sembrano valere in termini di pacificazione e stabilizzazione del territorio. E i colloqui di Astana sono fra Turchia, Iran e Russia, gli autentici protagonisti di questa vicenda. Nell' agreement che lei ha citato, sottoscritto a Soči, si fa riferimento anche gli accordi di Adana, tra Siria e Turchia del 1998, nei quali la Turchia ottenne dall'allora padre dell'attuale presidente Bashar al-Assad, Hafiz al-Assad, la possibilità di intervenire direttamente in territorio siriano laddove la minaccia del Pkk, che già esisteva allora, fosse stata ritenuta pericolosa della stessa Turchia. L'evocazione di quell'accordo ha consentito l'accordo di oggi, nel senso che oggi sono state create una fascia di sicurezza di 30 chilometri in territorio siriano ed una fascia di sorveglianza di 10 chilometri, sempre in territorio siriano. Guarda caso, però, contemporaneamente agli accordi di Astana e Sochi, le truppe americane si sono ritirate. Le truppe americane avevano sempre presidiato quella fascia per proteggere i curdi dalla Turchia. Guarda caso, però, nel momento in cui veniva fatto l'accordo ed Erdogan minacciava di invadere la Siria, le truppe americane - mille uomini - sono state ritirate e allontanate dalla frontiera. Ciò vuol dire che quello di Astana era un accordo internazionale molto più complesso. Guarda caso, signor Ministro, pochi giorni dopo Abu Bakr al-Baghdadi viene ucciso in un villaggio di Idlib, che è una provincia nord occidentale della Siria dove ancora sono presenti militanti, i fighters , i famosi ribelli, oggi finalmente definiti per quello che sono, jihadisti e terroristi. Lì si era annidato al-Baghdadi, con la sua famiglia e i suoi. Le cose non accadono casualmente. Vuol dire che c'è un disegno internazionale, e mi preoccupa il fatto che ci sia, perché l'Europa e l'Italia ne sono completamente escluse. E ne sono completamente escluse - ed è molto grave che lo siano - perché lei, signor Ministro, questa mattina non ha citato altri due nomi siriani. Uno è Ain Issa e l'altro è Al Hol. Ad Ain Issa ci sono 12.000 fighters di Daesh , che erano stati tenuti lì prigionieri dalle milizie curde, e ad Al Hol ci sono 75.000 congiunti, familiari, parenti, figli, sorelle, mogli e madri, dei combattenti di Daesh , che si stanno radicalizzando.