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Noi reputiamo che gli Stati generali si debbano fare in Parlamento - al Senato e alla Camera dei deputati - con le regole di ingaggio stabilite dalla nostra Costituzione e dai nostri Regolamenti parlamentari e non con le regole stabilite da Conte e Casalino. (Applausi). Nel restante tempo a mia disposizione cercherò di rispondere a una questione puntuale. Credo che chiunque abbia un minimo di conoscenza storica e politica si sia sentito imbarazzato quando Conte ha detto in conferenza, davanti ai giornalisti, che Fratelli d'Italia e Lega dovrebbero convincere gli Stati del gruppo di Visegrád a essere più morbidi nelle trattative. Questa è veramente un'affermazione grottesca. Quando ci si relaziona tra Stati non lo si fa sulla base delle amicizie. Conte crede che l'amicizia, gli stuzzichini o le battute scambiate con la Merkel possono avere un'influenza sulle dinamiche europee, ma non è così. Le dinamiche tra Stati non sono dinamiche di amicizia. E poi tutto diventa anche imbarazzante, perché corre l'obbligo di ricordare al premier Conte che, dei quattro Stati di Visegrád, uno, la Polonia, fa parte del gruppo ECR (European conservatives and reformists) insieme a Fratelli d'Italia, due fanno parte del Partito Popolare insieme alla sua amica Merkel, e che la forza di Governo della Repubblica Ceca è nel gruppo Rinnovare l'Europa di Macron e del suo alleato di Governo Matteo Renzi. Allora, diventa veramente imbarazzante per noi doverci relazionare su tematiche importanti con gente che veramente non sa di che cosa sta parlando. Rinnoviamo, allora, proprio perché noi vogliamo parlare in modo serio di dette questioni, la richiesta che il Governo venga domani qui al Senato a fare le sue comunicazioni, a darci la possibilità di presentare le nostre risoluzioni e di votarle, perché il Governo non può continuare a scappare da quest'Aula. (Applausi). ROMANI (FIBP-UDC) . Domando di parlare. PRESIDENTE. Ne ha facoltà. ROMANI (FIBP-UDC) . Signor Presidente, io sono sorpreso, anche se cerco di capire, alle volte, quali sono i motivi che sovrintendono a determinate decisioni. È successo spesso nel passato, ed è successo con molti Governi, che, alla vigilia di un incontro internazionale molto importante, il Governo chiedesse al Parlamento un certo tasso di cautela. È una trattativa difficile, quella in corso. È forse impossibile, improbabile, poter consegnare anche al Parlamento tutti gli elementi di tale trattativa: questo per non pregiudicare il suo esito, che noi speriamo sempre, qualsivoglia sia il Governo, sia favorevole. Noi, però, già sappiamo che l'incontro del Consiglio europeo, dei Capi di Stato e di Governo, del 18 giugno, non sarà definitivo, non sarà conclusivo e vi sarà, probabilmente, bisogno di un altro e forse anche di un altro ancora. La diversità, però, rispetto al passato, del prossimo Consiglio europeo è che in Europa - checché se ne dica -c'è stato un cambio di paradigma. Si è passati dai prestiti, che venivano concessi in base a condizionalità di sistema, a un meccanismo che consente di verificare, da parte dell'Europa, la capacità e la qualità della spesa e dei danari, sia in prestito sia come contributi a fondo perduto, che vengono concessi. Il problema del Governo italiano oggi non è solo portare a casa una buona trattativa in sede europea, ma anche spiegare al Paese - visto che è un dato assodato e definitivo - come intende spendere i danari, tenuto conto che l'unico strumento che è sempre esistito per il Governo è stato quel famoso PNR, del quale forse pochi conoscono o riconoscono l'esistenza. È quel documento che si allega alla legge di bilancio ogni anno, che è stato spesso definito un libro dei sogni e che viene scritto con la mano sinistra dei funzionari dei vari Ministeri. Questa volta, però, l'Europa ci chiederà conto di quello che verrà scritto non nel PNR, ma in questo programma. E questo programma deve essere in linea con le condizionalità, già richieste e già definite dalla Commissione europea, per un'Europa più verde e più digitale. Al di là del fatto che si voglia o non voglia utilizzare il MES, i soldi che saranno concessi dalla next generation EU (i famosi 170 miliardi, di cui 90 di prestiti e 80 di contributi a fondo perduto) saranno dati solo a patto che il Governo sia nelle condizioni di spiegare con esattezza che destinazione e che finalità essi avranno. Se questo è il problema, è un problema che riguarda ancora di più il Parlamento. Non siamo di fronte a una semplice trattativa in sede europea, complicata com'è sempre stata: si tratta di definire, per il nostro Paese, quali sono gli investimenti che dovranno essere fatti, perché di investimenti e di riforme parliamo; investimenti che dovranno essere effettuati con i soldi che l'Europa ci potrebbe concedere. Sembrava che il Governo ci avesse pensato: ha chiesto a Colao di fare un piano. Colao è arrivato e, addirittura, sembrava il prossimo Presidente del Consiglio. Quando ha presentato il piano, è stato derubricato a suggerimento. Il piano Colao, che non è stato più preso seriamente, è stato sostituito dagli Stati generali, una passerella al chiuso. Nemmeno i giornalisti avevano accesso; è stata una riunione fra pochi: molti grillini e - se non ho capito male - molto pochi del Partito Democratico hanno assistito a una passerella di rappresentanti delle istituzioni, personaggi ed esponenti del mondo economico in base al quale il Governo dovrebbe preparare quel famoso piano che dovrebbe consentire all'Europa di dire che questa volta i danari all'Italia vengono dati più volentieri rispetto al passato perché sanno quali finalizzazioni potranno avere. Allora, il problema si pone perché il Parlamento non può non avere idea di quale sia la destinazione di tali soldi. Se è vero che il sistema Italia nel suo complesso annualmente fattura - uso un termine improprio - 1.800 miliardi, ovvero 150 miliardi al mese; che con un lockdown di due mesi e mezzo abbiamo perso dal 9 al 15 per cento di PIL (ossia circa 350 miliardi) e che lo scostamento di bilancio votato da questo Parlamento vale 75 miliardi, mancano all'appello circa 300 miliardi, che dovrebbero venire dall'Europa. Potrebbero arrivare 36 miliardi con il MES; potrebbero arrivare 170 miliardi dalla next generation EU e 20 miliardi da Sure. Forse potrebbero arrivarne anche dal progetto misterioso chiamato Banca europea per gli investimenti (BEI), che non è mai stato compreso dal mondo economico italiano, anche se dovrebbe aiutare le piccole e medie imprese. Ribadisco che tutti questi danari arrivano solo se il Governo è in grado e nelle condizioni di dare spiegazioni con esattezza e con degli esami che verranno fatti mensilmente. Non ci sarà la Troika o il Fondo monetario internazionale, ma ci saranno funzionari europei che chiederanno conto delle promesse che abbiamo fatto, del libro di sogni che abbiamo scritto e delle cose che nel frattempo avremo veramente attuato rispetto alle destinazioni di soldi che ci sono stati concessi.