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A me sembra però che fare tutto questo alla vigilia di una possibile, sensibile e importante riforma della Carta costituzionale sia prematuro, perché i due provvedimenti subiscono un'evidente interferenza. Diminuire il numero dei parlamentari non è assolutamente un dato meramente tecnico; quello che può sembrare un taglio lineare nasconde altro. Lasciamo stare il sospetto che l'intenzione del principale legislatore di quel provvedimento sia quella di blindare la legislatura, cioè di ridurre i parlamentari solo per avere la certezza che duri fino alla fine. Certo, una motivazione di questo genere, da sola, sarebbe bastevole a farci reagire come italiani, non più come politici, perché in quest'ultima veste abbiamo già votato e l'abbiamo fatto rispettosi delle discipline di partito; sarebbe bastevole a farci reagire come italiani e a farci votare no nell'urna. Sappiamo anche però che l'intenzione del legislatore non entra nell'interpretazione della norma e quindi, se quell'intenzione e quell'interpretazione dello spirito del legislatore possono avere una qualche valenza in sede politica, dall'interpretazione del provvedimento resta fuori. Allora cosa abbiamo davanti? La vigilia di una trasformazione che potrebbe dar vita - perdonatemi l'immagine atecnica - a un unico Parlamento con una sola Camera, composta nel totale da 600 membri e divisa in due sezioni, ove l'una controlla l'altra. Sono favorevole al bicameralismo e continuo a esserlo, perché credo che questo Paese abbia un problema grave, che è l'eccesso di normazione. Ma, se vogliamo mettere insieme questi provvedimenti al loro esito, dobbiamo anche decidere (e forse è prematuro farlo oggi) quale forma repubblicana vogliamo, perché rimangono sullo sfondo altre questioni (alcune marginali, come l'abolizione del CNEL; altre meno, come il ruolo dei senatori a vita, che possono in concreto modificare lo scopo finale della volontà popolare, proprio perché nominati a vita e quindi estranei alla logica di raccolta dal basso delle istanze sociali). Su tutto credo che dovremmo cominciare a riflettere sulla possibilità di recuperare il deficit di rappresentatività, che ci sarà (e vi dico anche perché), non compensato, a mio giudizio, dal risparmio dei costi, passando finalmente a uno stato federale. Non dimentichiamo che quest'ultima è la forma di stato della Germania, che costituisce la locomotiva d'Europa, e lo fa - mi sembra - senza cedere a egoismi e particolarismi dei vari Länder . Quindi sullo sfondo si agita un problema più grande: queste riforme sono senza anima, perché sono state messe in piedi per rispondere a istanze singolari e particolaristiche; esse hanno bisogno, ancorché animate da ottime intenzioni, di trovare un punto di unificazione. Neanche passare a una repubblica federale basterebbe, perché tutti abbiamo un problema ancora più grave e lo sappiamo: ormai da tempo noi tutti (possiamo essere dieci, cento, mille o un milione, cambia poco) siamo schiacciati dalla decretazione d'urgenza. Questo è il nostro male: è con essa che quest'Assemblea viene compressa e vede svilito il suo lavoro. Innanzitutto direi che forse una responsabilità grava sulla Corte costituzionale, che non ha adeguatamente sanzionato - con parole molto più nette di quanto abbia fatto, perché in realtà qualcosa ha detto, sia chiaro - l'abuso della decretazione d'urgenza: necessità ed urgenza sono requisiti chiari che restringono, sul profilo teorico - ahimè, non pratico - l'area operativa dei decreti-legge. Bisognava avere il coraggio, senza se e senza ma, sempre, di giudicare illegittima la legge di conversione per effetto del trascinamento del vizio del decreto-legge convertito, ancorché non retto dai requisiti di necessità e urgenza. Ma attenzione: non voglio puntare il dito contro questa maggioranza, che sta soverchiando l'opposizione con i decreti-legge. Voglio concederle l'onore delle armi, cioè sono consapevole che ormai è il sistema che quasi ci costringe a fare così, lo so. Dobbiamo guardare fuori da quest'Aula per capire quello che sta succedendo, perché, se continuiamo a normare pensando che il mondo finisca in quest'Emiciclo, continueremo a sbagliare. I social network hanno inciso profondamente sul funzionamento delle democrazie, lo sappiamo. (Applausi) . C'è un report commissionato dal Governo inglese che si interroga sulle conseguenze dei social sulle democrazie. Non è tutto da buttare. Internet è una straordinaria rivoluzione, pari all'invenzione della stampa. All'indomani di Gutenberg non subito ci si accorse di cosa stava capitando. Nel giro di poco più di cento anni iniziò la Rivoluzione industriale che ci ha portato sulla Luna. L'epoca moderna inizia in realtà in quel momento, con la condivisione del sapere. Ora noi siamo di fronte alla condivisione massima, logaritmica, esponenziale del sapere. Tale condivisione ha permesso a partiti politici invisi ai mass media di imporre le proprie idee all'elettorato, ha permesso di farsi conoscere, nel bene e nel male, ma ha consentito di dar voce a chi forse voce non sarebbe riuscito ad avere. Quindi ci sono dei vantaggi ma, attenzione, lo stesso strumento che ci dà vantaggi poi ci costringe a inseguire il consenso giornaliero. È un meccanismo che trascende la buona volontà dei singoli. Anche il miglior politico, ormai, non si può sottrarre a questo meccanismo e allora spetta a noi trovare dei rimedi e stringere le maglie della decretazione di urgenza per impedire che quando si è al Governo si possa cedere alla tentazione di fare una corsa verso il consenso. Questo è il vero problema. Pertanto, credo che la questione pregiudiziale meriti di essere accolta perché affrontare il tema dell'elettorato attivo e passivo senza avere un'idea di che cosa accadrà alla natura e alla struttura di questo Parlamento è prematuro. Aspettiamo il referendum . Vediamo quale sarà la risposta degli italiani, a mio giudizio tutt'altro che scontata, e poi cerchiamo di capire in quale direzione vogliamo andare. La posizione di un punto su una carta geografica non è una rotta, da quel punto deve partire una rotta ma la dobbiamo decidere noi. (Applausi) . PRESIDENTE . Ai sensi dell'articolo 93, comma 5, del Regolamento, indìco la votazione nominale con scrutinio simultaneo della questione pregiudiziale QP1, presentata dal senatore De Falco e da altri senatori. (Segue la votazione) . Il Senato non approva . (v. Allegato B) . Ai sensi dell'articolo 53, comma 5, del Regolamento, indìco la votazione nominale con scrutinio simultaneo della questione sospensiva, avanzata dal senatore Calderoli. (Segue la votazione) . Il Senato non approva . (v. Allegato B) . Sui lavori del Senato MALAN (FIBP-UDC) . Domando di parlare. PRESIDENTE. Ne ha facoltà. MALAN (FIBP-UDC) . Signor Presidente, intervengo per un richiamo al Regolamento su una questione di sostanza che ritengo importante. Nel pomeriggio voteremo il provvedimento, probabilmente costituito da un solo articolo. C'è un emendamento, peraltro già annunciato nei giorni scorsi, ma confermato dal Presidente della Commissione, nonché relatore, interamente sostitutivo di quell'articolo.