[ddlpres]

Simili provvedimenti possono giustificarsi soltanto là dove si possa rintracciare una motivazione che renda ragionevole il sacrificio della tutela dei diritti del minore costituzionalmente garantiti e devono necessariamente prevedere il rispetto del contraddittorio e l'acquisizione di prove o comunque elementi di prova che devono essere necessariamente valutati dal un organo terzo ed imparziale mediante l'articolazione di un giusto processo. A tale ultimo riguardo si rileva che la legge costituzionale n. 2 del 23 novembre 1999, che ha riformato l'articolo 111 della Carta costituzionale, come è noto, ha tradotto sul piano del nostro ordinamento costituzionale il principio del giusto processo. La formulazione dell'articolo 403 del codice civile essendo invece precedente alla entrata in vigore dell'articolo 111 della Costituzione è evidente che non abbia avuto alcuna considerazione del principio suindicato. La suindicata norma della Costituzione stabilisce infatti che: «La giurisdizione si attua mediante il giusto processo regolato dalla legge. Ogni processo si svolge nel contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità, davanti a giudice terzo e imparziale. La legge ne assicura la ragionevole durata». Nell'ambito del principio del giusto processo quindi si rinviene, quale regola cardine, quella del regolare contraddittorio in virtù della quale il giudice non si può pronunciare sopra alcuna domanda se colui contro cui essa è proposta non è stato prima regolarmente citato, o non è comparso. Questa norma, presente altresì nel codice di procedura civile, nell'articolo 101, è finalizzata innanzitutto a garantire l'effettivo diritto di difesa del soggetto destinatario di qualsivoglia provvedimento giurisdizionale: ciò in base al postulato per il quale non soltanto le parti in un giudizio vanno poste in una posizione di formale uguaglianza, ma che le stesse devono essere poste nelle condizioni di essere «un ruolo attivo che possa in qualche modo influire sul suo esito. Il postulato insomma che fa del processo non uno strumento di sopraffazione dell'una sull'altra parte, ma una civile contesa nella quale ciascuna parte possa esporre e fare valere le proprie ragioni al giudice, conoscendo le ragioni dell'altra parte in modo da potervi controbattere così influendo sull'esito del giudizio» (Principio del Contraddittorio, Crisanto Mandrioli, pag. 113, vol. 1, Giappichelli Editore). Questo è il significato che si deve fornire al concetto di diritto alla difesa che, secondo l'articolo 24 della nostra Carta costituzionale, è inviolabile «in ogni fase e grado del processo». Relativamente al secondo comma dell'articolo 111 della Costituzione, sebbene letteralmente riferito al processo penale, è unanime l'opinione che debba applicarsi anche al giudizio civile ed esprime la necessità di garantire a ognuno la possibilità, assicurata dal combinato disposto degli articoli 2, 3 e 24 della Costituzione, di accedere a un processo a cognizione piena -- caratterizzato essenzialmente dalla predeterminazione dei termini e dei modi per formulare istanze e per essere rimesso in termini, nonché dal sistema delle impugnazioni ordinarie -- e che possa solo prevedersi, quando sia in gioco la tutela di un diritto o di uno status , una fase iniziale sommaria e una successiva ed eventuale fase a cognizione piena a seguito di impugnazione. Proprio per eliminare quelle prassi anomale, che di fatto incidono così gravemente sul diritto del minore di rango costituzionale e di rilievo altresì sovranazionale e che determinano un pregiudizio irreparabile sul minore, ossia quello dell'allontanamento e scardinamento quindi del minore dalla propria famiglia, con conseguente disgregazione della stessa, si ritiene sia assolutamente improcrastinabile riformare la norma codicistica, stabilendone regole certe e conformi al principio del giusto processo. La riforma prevede la integrale sostituzione dell'attuale articolo 403 del codice civile nonché l'addenda, per semplicità di esposizione, di successivi articoli. L'articolo 403 del codice civile così come riformulato prevede innanzitutto la necessità, al fine di operare l'allontanamento del minore dalla propria famiglia di origine, di un accertamento della esistenza di un pericolo attuale per la vita o per l'integrità fisica del minore. Tale riforma è quindi funzionale a far sì che un allontanamento trovi dei presupposti di natura oggettiva e cogente, tanto da non permettere alcun differimento dell'intervento di cui si tratta. A tale scopo si prevede, quindi, che per qualsivoglia allontanamento d'urgenza deve esserci la prova, in altre parole, di un pericolo di vita o che incida sulla persona fisica del minore e che lo stesso debba essere attuale e non pregresso o, peggio ancora, futuro. La norma poi prevede che la condizione di insalubrità dei locali o pericolosità dei medesimi sia perdurante, implicando tale ipotesi che l'accertamento dell'esistenza di tali ultime circostanze venga sottoposto ad un monitoraggio lungo nel tempo e ciò proprio affinché se ne possano individuare le cause, non di natura economica, ma di altro tipo (esempio incuria del genitore). La norma così come riformata conferisce il potere, quale soggetto legittimato a presentare idoneo ricorso, al pubblico ministero, che si può fare coadiuvare dai servizi sociali facenti parte del settore tutela dei minori. Il potere decisionale spetta però al presidente del tribunale che deve decidere, data la situazione di urgenza, entro il periodo massimo di ventiquattro ore. La norma continua elencando le tipologia di prove di cui necessariamente il ricorso deve essere corredato e ciò allo scopo di evitare, come purtroppo attualmente non di rado accade, che l'organo giudicante possa basarsi su mere congetture o su impressioni oppure opinioni del servizio sociale e/o del pubblico ministero. Le tipologie di prove, indicate nel nuovo articolo, infatti hanno quasi tutte un carattere di natura oggettiva. La norma prosegue avendo quale scopo quello di evitare che il minore, appurata la presenza di una situazione fondante l'adozione della misura di protezione, ed avendo egli dei parenti entro il quarto grado che si possano occupare di lui, venga invece collocato presso una struttura di accoglienza. Ciò è infatti ciò che accade per prassi nell'attuale sistema: i servizi sociali spesso non hanno cura di valutare l'esistenza di parenti entro il quarto grado e la possibilità di collocare presso questi ultimi i minori, preferendo stabilire una collocazione che, sebbene neutra, è comunque completamente avulsa dal mondo in cui il minore, fino a quel momento, aveva vissuto e quindi senz'altro meno preferibile. La norma prosegue altresì indicando che il provvedimento giudiziale deve contenere le motivazioni sottese allo stesso, nonché le formalità con cui la misura di protezione del minore deve essere assunta con la relativa tempistica. Ciò al fine di evitare che i genitori, assunta la misura di protezione, non vengano a conoscenza delle motivazioni sottese a tale provvedimento e per garantire che tali motivazioni vengano in qualche modo cristallizzate nel provvedimento.