[pronunce]

ORDINANZA ha pronunciato la seguentenei giudizi di legittimità costituzionale dell'art. 69, comma 7, del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165 (Norme generali sull'ordinamento del lavoro alle dipendenze delle amministrazioni pubbliche), promossi con ordinanze del 26 marzo 2004 dal Tribunale amministrativo regionale per il Friuli-Venezia Giulia, del 27 gennaio (tre ordinanze) e del 26 marzo 2004 dal Tribunale amministrativo regionale per la Calabria - sezione staccata di Reggio Calabria, rispettivamente iscritte ai numeri 522, 542, 622, 625 e 710 del registro ordinanze del 2004 e pubblicate nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica numeri 23, 24, 28 e 37, prima serie speciale, dell'anno 2004. Visti gli atti di costituzione di Anna Di Bartolomeo, dell'Azienda ospedaliera “S. Maria della Misericordia” di Udine e della Regione Calabria, nonché gli atti di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri; udito nella camera di consiglio del 20 aprile 2005 il Giudice relatore Romano Vaccarella. Ritenuto che, nel corso di un giudizio amministrativo, promosso da Anna Di Bartolomeo nei confronti dell'Azienda ospedaliera “S. Maria della Misericordia” di Udine, per ottenere l'accertamento di crediti retributivi derivanti da un rapporto di pubblico impiego cessato il 3 dicembre 1997, il Tribunale amministrativo regionale per il Friuli-Venezia Giulia, con ordinanza del 26 marzo 2004 (n. 522 r.o. del 2004) , ha sollevato questione di legittimità costituzionale, in riferimento agli articoli 3, 24, 76 e 77 della Costituzione, dell'art. 69, comma 7, del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165 (Norme generali sull'ordinamento del lavoro alle dipendenze delle amministrazioni pubbliche), nella parte in cui stabilisce il termine di decadenza del 15 settembre 2000 per la proposizione, davanti al giudice amministrativo, delle controversie riguardanti rapporti di lavoro alle dipendenze delle pubbliche amministrazioni (con esclusione dei rapporti non “privatizzati”), purché relative a questioni attinenti al periodo del rapporto di lavoro anteriore alla data del 30 giugno 1998, in quanto tale norma: a) viola la norma delegante, che non consentiva l'introduzione di un termine decadenziale; b) rende più gravoso, per meri motivi organizzativi, al pubblico dipendente far valere i propri diritti patrimoniali, se sorti prima del 30 giugno 1998; c) detta una disciplina irragionevolmente differenziata e vessatoria per i dipendenti i cui diritti sono sorti prima di quella data rispetto agli altri dipendenti; che il giudice a quo riferisce in punto di fatto che la ricorrente ha introdotto il giudizio con ricorso notificato il 13 settembre 2000, ma depositato nella segreteria dell'adito tribunale il 10 ottobre 2000 e che lo stesso giudice, nel medesimo giudizio, con ordinanza del 31 agosto 2001, ha già sollevato analoga questione di legittimità costituzionale dell'art. 45, comma 17, del decreto legislativo 31 marzo 1998, n. 80 (Nuove disposizioni in materia di organizzazione e di rapporti di lavoro nelle amministrazioni pubbliche, di giurisdizione nelle controversie di lavoro e di giurisdizione amministrativa, emanate in attuazione dell'articolo 11, comma 4, della legge 15 marzo 1997, n. 59), questione che è stata dichiarata manifestamente inammissibile dalla Corte costituzionale, con ordinanza n. 184 del 2002, essendo stata la norma denunciata abrogata dal d.lgs. n. 165 del 2001 (entrato in vigore prima della pronuncia dell'ordinanza di rimessione) e riformulata nell'art. 69, comma 7, del medesimo decreto legislativo, senza che il giudice rimettente avesse «svolto alcuna argomentazione circa la perdurante applicabilità della disposizione abrogata ai fini della definizione del giudizio dinanzi a lui pendente»; che, in ordine alla rilevanza della questione, il giudice rimettente osserva che la controversia al suo esame riguarda crediti maturati prima del 30 giugno 1998, essendo il rapporto di lavoro della ricorrente cessato il 3 dicembre 1997, ma che la controversia medesima deve ritenersi proposta dopo la scadenza del termine del 15 settembre 2000, in quanto, secondo consolidata giurisprudenza amministrativa, il giudizio amministrativo si instaura non già con la notificazione del ricorso, bensì solo con il deposito (nella specie, avvenuto il 10 ottobre 2000) nella segreteria del tribunale del ricorso notificato, giacché solo con tale deposito il giudice è investito del giudizio e si costituisce, quindi, il rapporto processuale; che, quanto alla non manifesta infondatezza della questione, il giudice rimettente rileva che l'art. 45, comma 17, del d.lgs. n. 80 del 1998 – il quale stabiliva che «le controversie relative a questioni attinenti al periodo del rapporto di lavoro anteriore» alla data del 30 giugno 1998 «restano attribuite alla giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo e debbono essere proposte, a pena di decadenza, entro il 15 settembre 2000» – è stato abrogato dall'art. 72, comma 1, lettera bb), del d.lgs. n. 165 del 2001 ed è stato sostituito dall'art. 69, comma 7, del medesimo decreto legislativo, a norma del quale «sono attribuite al giudice ordinario, in funzione di giudice del lavoro, le controversie di cui all'articolo 63 del presente decreto, relative a questioni attinenti al periodo del rapporto di lavoro successivo al 30 giugno 1998. Le controversie relative a questioni attinenti al periodo del rapporto di lavoro anteriore a tale data restano attribuite alla giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo solo qualora siano state proposte, a pena di decadenza, entro il 15 settembre 2000»; che tale norma non ha sostanzialmente innovato quella previgente, ma ne ha riprodotto il contenuto precettivo – sia pure con una diversa formulazione giustificata dalla circostanza che al momento dell'emanazione del d.lgs. n. 165 del 2001 era già stata superata la data del 15 settembre 2000 – confermando per le controversie relative a diritti maturati prima del 30 giugno 1998, il termine del 15 settembre 2000 non quale limite alla persistenza della giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo, ma quale termine di decadenza per la proponibilità della domanda giudiziale, com'è ormai “diritto vivente” nella giurisprudenza sia delle sezioni unite della Corte di cassazione sia del Consiglio di Stato; che la prospettata interpretazione è avallata dalla considerazione che il d.lgs.