[pronunce]

che, ancora, secondo l'Avvocatura generale dello Stato sarebbe arbitrario sostenere «la piena equiparazione del convivente che abbia comunque interrotto il rapporto, instaurato in via di mero fatto, come nel caso sottoposto all'esame del rimettente, al coniuge non legalmente separato», alla luce della procedibilità a querela prevista in caso di separazione fra i coniugi dall'art. 649 cod. pen. ; che, rispetto all'accostamento operato dal giudice rimettente fra la disposizione censurata e l'art. 199, comma 3, lettera a), cod. proc. pen. , l'Avvocatura generale dello Stato richiama la citata sentenza n. 352 del 2000, che non avrebbe ritenuto sufficiente tale riferimento per accogliere analoga questione; che, infine, manifestamente infondata risulterebbe anche la censura sollevata rispetto all'art. 24 Cost., poiché non sarebbe individuabile alcuna violazione del diritto di difesa del convivente di fatto, derivante dalla mancata estensione della causa di non punibilità. Considerato che il Tribunale ordinario di Matera ha sollevato questioni di legittimità costituzionale dell'art. 649, primo comma, del codice penale, in riferimento agli artt. 3 e 24 della Costituzione, nella parte in cui non prevede che la causa di non punibilità ivi prevista operi anche a beneficio del convivente more uxorio; che, in particolare, il rimettente sottolinea che il decreto legislativo 19 gennaio 2017, n. 6, recante «Modificazioni ed integrazioni normative in materia penale per il necessario coordinamento con la disciplina delle unioni civili, ai sensi dell'articolo 1, comma 28, lettera c), della legge 20 maggio 2016, n. 76», ha aggiunto, tra i soggetti che beneficiano della causa di non punibilità in esame, la parte dell'unione civile fra persone dello stesso sesso (art. 649, primo comma, numero 1-bis, cod. pen.), ma non ha invece ricompreso tra tali soggetti il convivente more uxorio; che tale omissione, alla luce dell'attuale realtà sociale, risulterebbe anacronistica ed irragionevole, determinando la lesione degli artt. 3 e 24 Cost.; che le questioni sollevate risultano manifestamente inammissibili per difetto di rilevanza; che, infatti, nella stessa ordinanza di rimessione - peraltro assai succinta in punto di descrizione della fattispecie concreta - il soggetto nei cui confronti si procede nel processo a quo è definito esplicitamente «ex convivente», e si ragiona della convivenza in questione come «pregressa» o «intercorsa» relazione; che, a mera conferma delle affermazioni contenute nell'ordinanza di rimessione, la circostanza risulta anche dagli atti del giudizio principale (sentenza n. 58 del 2009), dai quali emerge che, in ogni caso, la condotta per la quale si procede sarebbe stata posta in essere in epoca successiva alla cessazione della convivenza; che da tale circostanza - laddove venisse accertata nel processo a quo la responsabilità dell'imputato in riferimento alle condotte poste in essere nei confronti della ex convivente - consegue inequivocabilmente l'inapplicabilità della disposizione censurata e, perciò, la manifesta inammissibilità delle questioni sollevate (ex multis, ordinanze n. 93 e n. 92 del 2016 e n. 264 del 2015). Visti gli artt. 26, secondo comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87, e 9, comma 1, delle Norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale.. . per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE dichiara la manifesta inammissibilità delle questioni di legittimità costituzionale dell'art. 649, primo comma, del codice penale, sollevate, in riferimento agli artt. 3 e 24 della Costituzione, dal Tribunale ordinario di Matera, con l'ordinanza in epigrafe. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 21 febbraio 2018. F.to: Giorgio LATTANZI, Presidente Nicolò ZANON, Redattore Roberto MILANA, Cancelliere Depositata in Cancelleria il 16 marzo 2018. Il Direttore della Cancelleria F.to: Roberto MILANA