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Vi dico a cuore aperto che sono sempre stato molto orgoglioso di sedere in quest'Aula, perché credo sia un privilegio rappresentare il popolo e i cittadini e credo veramente in questa missione. Alcuni mesi fa, durante una seduta di Commissione - eravamo in sala Zuccari: lo ricordo molto bene - ho assistito a uno spettacolo sinceramente vergognoso, in cui una discussione, che doveva essere nel merito del provvedimento in esame, si è tramutata in un serie di urla, strepiti e insulti. È stato veramente uno spettacolo indecoroso, tant'è vero che io, che prima avevo taciuto perché volevo ascoltare - mi hanno infatti insegnato che prima di contribuire, bisogna ascoltare le idee degli altri - in quella occasione ho preso la parola e ho manifestato tutto il mio disagio e, perdonatemi, anche il mio schifo, nell'assistere a come la funzione parlamentare possa scendere in basso. A tratti l'abbiamo visto anche nelle sedute di questi giorni: abbiamo dimenticato cosa voglia dire discutere la norma nel merito: discutere nel merito la norma e farlo per bene porta beneficio a chi ci ha votato e non lo dobbiamo dimenticare. Davvero in quella occasione ho provato un senso di inadeguatezza, perché ho provato veramente cosa voglia dire non essere in linea con quello che stava succedendo. Non si parlava di diritto in Commissione giustizia. Si deve invece parlare di diritto, di come si fa una norma e di come si tutelano i diritti, ma in quella occasione non l'abbiamo fatto. Credo che comportamenti del genere facciano probabilmente rivoltare i padri del diritto e i Padri costituenti. Quando percorriamo questi corridoi, leggiamo delle scritte e vediamo veramente chi ha lottato per la libertà e per la rappresentatività del popolo. Quando andiamo nelle Commissioni o veniamo in Aula e diciamo certe cose, probabilmente dovremmo ricordarcene e leggere quelle scritte, perché in tal modo possiamo arrivare davvero a risolvere i problemi che in questa sede dobbiamo affrontare. La discussione che si doveva intavolare non andava improntata sulla tutela di una serie di persone o di un'altra, ma dovevamo improntarla sul rispetto. Possiamo parlare di tutto, ma se non parliamo di rispetto per tutte le categorie, non andiamo a centrare l'obiettivo. (Applausi) . Non ho assolutamente nulla contro nessuna delle categorie che possiamo andare a tutelare con il disegno di legge in esame e anzi mi reputo di visioni molto ampie, molto più di quello che probabilmente si pensa. Credo però anche in un principio fondamentale, per cui la mia libertà cessa dove inizia quella altrui. Questo è un principio base di rispetto, che dobbiamo sempre tenere a mente. Non voglio fare attacchi personali, assolutamente. Ieri la senatrice Maiorino ha detto che al centro ci devono essere le persone e che oggi non ci sono gli strumenti per tutelare le persone che vengono qui richiamate. Vorrei ricordare alla senatrice Maiorino che probabilmente quello che cerca non è nel testo, ma è nel rispetto che richiamavo prima, che viene dal cuore e dalla testa, non da una norma. Mi avvio alla conclusione, signor Presidente. All'interno di questo disegno di legge si parla anche di disabilità. Vorrei tuttavia richiamare una cosa molto semplice: se noi facciamo una norma speciale per una situazione speciale, non si tutela lo speciale... (Il microfono si disattiva automaticamente). Vorrei ricordare a tutti una frase che penso che sia nota a molti; vorrei concludere il mio intervento in questo in questo modo, proprio per cercare di lasciare un seme. «Penso che sia necessario educare le nuove generazioni al valore della sconfitta. Alla sua gestione. All'umanità che ne scaturisce. A costruire un'identità capace di avvertire una comunanza di destino, dove si può fallire e ricominciare senza che il valore e la dignità ne siano intaccati. A non divenire uno sgomitatore sociale, a non passare sul corpo degli altri per arrivare primo. In questo mondo di vincitori volgari e disonesti, di prevaricatori falsi e opportunisti, della gente che conta, che occupa il potere, che scippa il presente, figuriamoci il futuro, a tutti i nevrotici del successo, dell'apparire, del diventare… A questa antropologia del vincente preferisco di gran lunga chi perde. È un esercizio che mi riesce bene. E mi riconcilia con il mio sacro poco». (Pier Paolo Pasolini). (Applausi) . PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Grassi. Ne ha facoltà. GRASSI (L-SP-PSd'Az) . Signor Presidente, questo è un caso in cui si dovrebbe parlare di dialogo tra sordi; ma in realtà è un dialogo tra un sordo e una parte dialogante. Qui c'è una parte politica che rifiuta di accogliere proposte emendative, sostenendo che il testo vada già bene così. Eppure in audizione sono state sollevate delle critiche. Penso ad esempio all'audizione del procuratore capo Domenico Airoma, il quale, sottolineando il suo intervento meramente tecnico, da operatore del diritto chiamato ad applicare le norme, ha detto, in buona sostanza, che alcune parti del provvedimento sono prive dei necessari requisiti di tipicità e tassatività della fattispecie incriminatrice; come a dire che l'area di ciò che è penalmente rilevante è incerta. Il testo contiene l'introduzione di un'aggravante speciale e su tale aggravante speciale noi abbiamo già detto di non avere particolari obiezioni, se non quelle relative eventualmente a una migliore formulazione del testo. Il principio secondo il quale vi sono dei reati commessi per fini discriminatori è giusto e corretto; l'idea che si possa commettere un reato perché magari mossi da odio verso una persona LGBT suscita riprovazione e repulsione. Ma il testo non si è fermato a questo; il testo ha cercato di fare assai di più. Mi riferisco a quella parte del testo dove viene introdotta una vera e propria nuova fattispecie incriminatrice, quella su cui ha concentrato la sua attenzione in audizione il procuratore (e non solo lui). L'ho citato perché il procuratore ha parlato da tecnico. La norma prevede la reclusione per chi istiga o commette atti di discriminazione fondati sul sesso, sul genere, sull'orientamento sessuale ed è stata costruita ricalcando quella già in vigore, che colpisce gli atti discriminatori per motivi razziali. Io comprendo la logica di chi ha scritto il testo, pensando ad esempio a quell'esercente di un pubblico esercizio che, fuori dalla sua discoteca, scrive: «Qui non entrano gli omosessuali». Certo, questo suscita indignazione, ma il problema è che il concetto di razza è spregevole, perché le razze non esistono: noi uomini nasciamo tutti uguali, il colore della pelle, la pigmentazione vale quanto la lunghezza dei capelli o il colore degli occhi, non vale nulla davanti alla legge (Applausi) . Mentre, dunque, il concetto di razza è falso e spregevole, il concetto di sesso non è falso, esiste geneticamente la differenza tra uomo e donna e questo non possiamo negarlo, tanto che addirittura le persone transessuali desiderano cambiare sesso, a riprova che c'è una differenza. Evviva quella differenza, dissero. Si crea un problema quando si tipizza una fattispecie incriminatrice che intende colpire la discriminazione per motivi di sesso, che possiamo forse anche punire;