[pronunce]

b) che il ricorrente nel giudizio a quo era risultato interamente soccombente in detto processo presupposto che era stato deciso, in primo grado, con la sentenza del Tribunale di Mistretta 18 febbraio 2009, n. 28/09 che aveva rigettato la domanda dell'A.A. e condannato lo stesso al risarcimento dei danni alla controparte e, in appello, con la sentenza della Corte d'appello di Messina 6 aprile 2012, n. 200/12, passata in giudicato il 29 dicembre 2012, che, in parziale accoglimento dell'impugnazione presentata dall'A.A., aveva confermato il rigetto della domanda dallo stesso proposta, riducendo l'importo dei danni che il medesimo doveva risarcire; c) che l'indicato parziale accoglimento dell'appello proposto da A.A. non esclude che egli sia risultato interamente soccombente nel processo presupposto nel quale la domanda da lui proposta è stata rigettata; che in punto di rilevanza e di non manifesta infondatezza della questione, la Corte d'appello rimettente svolge considerazioni identiche a quelle esposte nelle ordinanze iscritte ai numeri 185, 247, 253 e 255 del registro ordinanze 2013; che è intervenuto nel giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che la questione sia dichiarata inammissibile o manifestamente infondata; che la difesa dello Stato prospetta deduzioni di contenuto sostanzialmente analogo a quelle di cui agli atti di intervento nei giudizi iscritti ai numeri 185, 197, 247, 252, 253, 254 e 255 del registro ordinanze 2013. Considerato che la Corte d'appello di Reggio Calabria, sezione civile, nelle persone dei giudici designati al fine di provvedere su domande di equa riparazione per violazione del termine ragionevole del processo proposte da soggetti che erano risultati soccombenti nei rispettivi processi presupposti, con otto ordinanze di analogo contenuto, dubita, in riferimento all'art. 117, primo comma, della Costituzione, della legittimità dell'art. 2-bis, comma 3, della legge 24 marzo 2001, n. 89 (Previsione di equa riparazione in caso di violazione del termine ragionevole del processo e modifica dell'articolo 375 del codice di procedura civile) - a norma del quale: «La misura dell'indennizzo, anche in deroga al comma 1 [che, a sua volta, stabilisce che: «Il giudice liquida a titolo di equa riparazione una somma di denaro, non inferiore a 500 euro e non superiore a 1.500 euro, per ciascun anno, o frazione di anno superiore a sei mesi, che eccede il termine ragionevole di durata del processo»], non può in ogni caso essere superiore al valore della causa o, se inferiore, a quello del diritto accertato dal giudice» - nella parte in cui, col disporre che la misura dell'indennizzo liquidabile a titolo di equa riparazione «non può in ogni caso essere superiore [...] al valore del diritto accertato dal giudice» (se inferiore al valore della causa), comporterebbe «l'impossibilità di liquidare in alcuna misura un'equa riparazione in favore della parte che, nel processo presupposto, sia risultata interamente soccombente»; che, secondo i rimettenti, la disposizione denunciata, così intesa, víola l'art. 117, primo comma, Cost., perché si pone in contrasto, in particolare, con l'art. 6, paragrafo 1, della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali (di séguito: «CEDU» o «Convenzione»), firmata a Roma il 4 novembre 1950, ratificata e resa esecutiva con la legge 4 agosto 1955, n. 848, il quale, nell'interpretazione che ne ha dato la Corte europea dei diritti dell'uomo, prevede che l'equa soddisfazione (art. 41 CEDU) per la lesione del diritto - da esso garantito - alla durata ragionevole del processo spetta a tutte le parti di questo, indipendentemente dal suo esito, e, in specie, anche alla parte che sia risultata soccombente; che, in considerazione dell'identità delle questioni proposte con le otto ordinanze di rimessione, i giudizi di legittimità costituzionale possono essere riuniti e decisi con un'unica pronuncia; che va preliminarmente rilevato che gli atti introduttivi dei giudizi di legittimità iscritti ai numeri 197 e 252 del registro ordinanze 2013 hanno la forma del decreto e non quella, stabilita dall'art. 23, secondo comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87 (Norme sulla costituzione e sul funzionamento della Corte costituzionale), dell'ordinanza; che tuttavia, secondo la giurisprudenza di questa Corte, tale circostanza non comporta l'inammissibilità della questione oggetto di tali giudizi, posto che, come risulta dalla lettura degli indicati atti introduttivi degli stessi, nel sollevare la questione di legittimità costituzionale, i giudici a quibus, dopo la positiva valutazione sulla rilevanza e non manifesta infondatezza della stessa, hanno disposto la sospensione del procedimento principale e la trasmissione del fascicolo alla cancelleria di questa Corte, sicché agli stessi atti, anche se assunti con la forma del decreto, deve essere riconosciuta la sostanziale natura di ordinanza (ex plurimis, sentenza n. 256 del 2010); che, sempre in via preliminare, devono essere disattese le eccezioni di inammissibilità della sollevata questione prospettate dall'Avvocatura generale dello Stato; che va anzitutto rigettata l'eccezione, formulata dalla difesa dello Stato, di inammissibilità della sollevata questione in quanto diretta ad ottenere un'indicazione interpretativa sul significato da attribuire al limite dell'indennizzo costituto dal «valore [...] del diritto accertato dal giudice, ciò che configurerebbe l'incidente di costituzionalità come un improprio tentativo di conseguire da questa Corte un avallo interpretativo; che, infatti, la questione sollevata non mira a ottenere l'avallo di questa Corte all'interpretazione del comma 3 dell'art. 2-bis della legge n. 89 del 2001 che, tra le varie possibili, i rimettenti ritengono preferibile, ma consiste, piuttosto, nella denuncia del contrasto tra l'unico significato normativo che i giudici a quibus reputano attribuibile a detta disposizione - quello secondo cui essa comporterebbe l'impossibilità di liquidare un indennizzo a titolo di equa riparazione della violazione del diritto alla ragionevole durata del processo in favore di chi sia risultato, nello stesso, soccombente - e il parametro costituzionale invocato; che deve pure essere respinta l'eccezione, formulata dalla difesa statale, di inammissibilità della questione sollevata perché i rimettenti avrebbero omesso di verificare la possibilità di un'interpretazione costituzionalmente orientata della disposizione censurata, non avendo, in particolare, «neppure ipotizzato» la possibilità «di liquidare [alla parte totalmente soccombente nel processo presupposto] un importo compreso nella forbice predeterminata dalla legge (500/1.500 euro per ciascun anno di ritardo)» al comma 1 dell'art. 2-bis;