[pronunce]

ORDINANZA ha pronunciato la seguentenel giudizio di legittimità costituzionale dell'art. 87, comma 3, del codice di procedura penale, promosso dalla Corte d'appello di Milano nel procedimento penale a carico di C.L.G., con ordinanza del 12 maggio 2014, iscritta al n. 145 del registro ordinanze 2014 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 39, prima serie speciale, dell'anno 2014. Visto l'atto di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri; udito nella camera di consiglio del 6 aprile 2016 il Giudice relatore Giuseppe Frigo. Ritenuto che, con ordinanza del 12 maggio 2014, la Corte d'appello di Milano ha sollevato, in riferimento agli artt. 3, 24 e 111 della Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell'art. 87, comma 3, del codice di procedura penale, in forza del quale l'esclusione del responsabile civile «è disposta senza ritardo, anche di ufficio, quando il giudice accoglie la richiesta di giudizio abbreviato»; che la Corte rimettente riferisce di essere investita del processo nei confronti di una persona imputata dei reati di omicidio colposo plurimo, commesso con violazione delle norme sulla disciplina della circolazione stradale, e di guida sotto l'influenza dell'alcool; che all'udienza preliminare i difensori dei familiari delle vittime, costituitisi parti civili, avevano chiesto, con l'adesione del difensore dell'imputato, la citazione, quale responsabile civile, di una società di assicurazioni, la quale si era a sua volta costituita in giudizio, documentando l'avvenuta corresponsione di somme ai danneggiati, da essi accettate in acconto; che l'imputato aveva indi richiesto il giudizio abbreviato, sicché il Giudice dell'udienza preliminare, nel disporlo, aveva estromesso il responsabile civile in applicazione della norma censurata; che, di seguito a ciò, l'imputato aveva eccepito l'illegittimità costituzionale della norma, per contrasto con gli artt. 3, 24 e 111 Cost.: eccezione che il Giudice aveva respinto, ritenendo che - a prescindere dai profili di tardività dedotti dalle parti civili - la questione fosse comunque manifestamente infondata; che con sentenza dell'11 giugno 2013, il Giudice dell'udienza preliminare aveva dichiarato l'imputato colpevole dei reati ascrittigli, condannandolo alla pena ritenuta equa e al risarcimento del danno in favore delle parti civili, da liquidare in un separato giudizio, in conto del quale aveva assegnato una provvisionale: sentenza contro la quale avevano proposto appello l'imputato e alcune delle parti civili; che, ciò premesso, la Corte rimettente osserva come la Corte costituzionale, con l'ordinanza n. 247 del 2008, si sia già pronunciata su una precedente questione di legittimità costituzionale dell'art. 87, comma 3, cod. proc. pen. , sollevata dal Giudice dell'udienza preliminare del Tribunale ordinario di Sassari; che detto giudice aveva rilevato come la norma censurata - coerente con l'originaria fisionomia del giudizio abbreviato, quale giudizio allo stato degli atti caratterizzato dalla massima celerità - fosse rimasta priva di giustificazione alla luce delle successive, profonde modifiche della struttura del rito, divenuto ormai «un vero e proprio giudizio di merito, alternativo a quello ordinario»: donde il suo contrasto sia con l'art. 3 Cost., sotto il profilo della irragionevole disparità di trattamento delle pretese risarcitorie della parte civile; sia con l'art. 24 Cost., per la lesione del diritto di agire in giudizio di quest'ultima; sia, infine, con l'art. 111 Cost., per il vulnus alla ragionevole durata del processo; che la questione era stata dichiarata, peraltro, manifestamente inammissibile, in quanto sollevata dopo che il giudice a quo aveva dichiarato inammissibile la richiesta di citazione del responsabile civile ai sensi dello stesso art. 87, comma 3, cod. proc. pen. , facendo, con ciò, definitiva applicazione della norma censurata e consumando, così, il proprio potere decisorio; che la Corte milanese ritiene di dover riproporre «le censure di costituzionalità», rilevando come, nella specie, non ricorra analogo profilo di inammissibilità; che la questione risulterebbe rilevante, non solo perché l'imputato era stato condannato in primo grado e la questione era stata riproposta nel suo atto di appello, ma soprattutto perché permarrebbero, nel giudizio di secondo grado, «tutte le conseguenze derivanti dalla norma applicata dal primo giudice»; che non varrebbe evocare, in contrario, la remota affermazione della giurisprudenza di legittimità secondo la quale l'imputato, non essendo legittimato a chiamare in giudizio il responsabile civile, non potrebbe neppure opporsi alla sua estromissione: a seguito della sentenza della Corte costituzionale n. 112 del 1998, l'imputato è, infatti, abilitato a chiamare in giudizio l'assicuratore, nel caso di responsabilità civile derivante - come nella specie - dall'assicurazione obbligatoria prevista dalla legge 24 dicembre 1969, n. 990 (Assicurazione obbligatoria della responsabilità civile derivante dalla circolazione dei veicoli a motore e dei natanti); che nel caso in esame, d'altra parte, la citazione del responsabile civile era stata chiesta da una delle parti civili, sebbene non appellante; avevano comunque proposto appello altre parti civili, rispetto alle quali la posizione del responsabile civile risultava del tutto identica; che quanto, poi, alla non manifesta infondatezza, il giudice a quo ribadisce che la norma censurata risultava coerente con l'originaria disciplina del giudizio abbreviato, in base alla quale l'imputato aveva la facoltà di chiedere, con il consenso del pubblico ministero, che il processo fosse definito nell'udienza preliminare e il giudice poteva accogliere la richiesta solo ove ritenesse il processo definibile allo stato degli atti; che l'istituto è stato, peraltro, ridisegnato dalla legge 16 dicembre 1999, n. 479 (Modifiche alle disposizioni sul procedimento davanti al tribunale in composizione monocratica e altre modifiche al codice di procedura penale. Modifiche al codice penale e all'ordinamento giudiziario. Disposizioni in materia di contenzioso civile pendente, di indennità spettanti al giudice di pace e di esercizio della professione forense), la quale ha eliminato il requisito del consenso del pubblico ministero, consentendo, altresì, all'imputato di subordinare la richiesta ad una integrazione probatoria e riconoscendo al giudice il potere di assumere, anche d'ufficio, gli elementi necessari ai fini della decisione (artt. 438, comma 5, e 441, comma 5, cod. proc. pen.); che, per effetto della sentenza della Corte costituzionale n. 169 del 2003, l'imputato può, inoltre, rinnovare la richiesta del rito alternativo sino alla dichiarazione di apertura del dibattimento, oltre che revocarla in caso di nuove contestazioni (art. 441-bis cod. proc. pen.);