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Stiamo parlando della povertà assoluta, di coloro che non arrivano alla fine del mese (molte di queste famiglie non arrivavo neanche alla terza settimana). Stiamo parlando, anche in questo caso con una categoria un po' algida propria degli istituti di statistica, della cosiddetta povertà relativa il che vuol dire sostanzialmente quella condizione nella quale le persone non possono fare quelle cose che magari altri hanno la possibilità di fare e nel non farle stanno compromettendo la propria dignità. Sono persone che non possono svolgere una vita normale, non possono assicurare a sé stessi, ai propri cari e ai propri figli delle condizioni dignitose di vita. Molto spesso, anche se può sembrare una cosa assolutamente secondaria, mi imbatto in genitori che non riescono neanche a fare la festa di compleanno per i propri bambini e quando in un Paese che si bea, persino a ragione, di essere uno dei più grandi e ricchi Paesi al mondo, incontri persone che, con qualche pudore, ti presentano una condizione che non ha soltanto a che fare con la dimensione materiale - quindi con l'impossibilità di arrivare alla fine del mese - ma con il senso di vivere normalmente, come esemplifica il riferimento che ho fatto prima, vuol dire che non siamo sulla strada giusta. Questa è la ragione per cui non sentiamo di poter contrastare a testa bassa un provvedimento che ha innanzitutto come obiettivo quello di tirare fuori le persone dalla trappola della loro povertà e cercare di rimpicciolire quelle faglie che si sono allargate in ragione della crisi economica e sociale molto pesante degli ultimi dieci anni; faglie che esistevano già, che dividevano già la popolazione di questo Paese tra categorie di lavoratori, tra aree geografiche, e che dividevano e dividono persino generazioni. Questa è la ragione per cui noi sentiamo di guardare con interesse a questo provvedimento e lo abbiamo fatto sin dall'inizio. I miei colleghi sanno che in Commissione lavoro lo spirito con cui abbiamo proposto e affrontato la fase emendativa è stata esattamente questa, cioè quella di non contrastare in modo pregiudiziale, ma di capire come modificare in senso positivo un provvedimento che avesse innanzitutto questo tipo di principio e di ambizione, che ci sentiamo di condividere. Aggiungo anche - l'ho già detto in precedenti interventi, ma mi sento di ribadirlo - che ci sentiamo molto lontani da quelli che propongono la tesi del divano, cioè da quelli che dicono che il reddito di cittadinanza favorirebbe il poltrire dei nostri giovani sul divano, perché disincentiva la ricerca di un lavoro in quanto l'integrazione al reddito è molto vicina al livello medio dei salari. Questa è una tesi non solo un po' curiosa, ma persino offensiva, perché vuol dire che chi la propone non conosce la condizione di molti giovani e anche di molti meno giovani di questo Paese, ma soprattutto perché non mette al centro un altro tema: se il livello del reddito di cittadinanza è molto vicino ai salari medi del Paese, vuol dire che l'Italia ha una gigantesca questione salariale da risolvere e che bisogna aumentare i salari. (Applausi dal Gruppo M5S) . Credo che sia questo il centro della discussione che dobbiamo fare. Detto questo, visto che dall'opposizione ci prendiamo la libertà e - fatemi dire - persino l'autonomia intellettuale e politica di astenerci di fronte al provvedimento simbolo di un Governo che noi contrastiamo, con la stessa libertà ci sentiamo di dire - l'abbiamo già detto nei passaggi precedenti - quali sono gli enormi buchi e le contraddizioni del provvedimento, che, per una strana eterogenesi dei fini, rischiano di portarlo in una direzione diversa, se non in alcuni casi opposta agli obiettivi che il legislatore si prefigge e quindi che la maggioranza si è posta. Mi riferisco, ad esempio, al rischio di non arrivare là dove il provvedimento deve arrivare, cioè là dove il bisogno reale si genera e si determina. L'abbiamo detto: perché un provvedimento che dovrebbe aggredire le fragilità e le marginalità rischia di tenere fuori i senza fissa dimora, cioè gli ultimi degli ultimi della nostra società? Perché non è stato messo sufficientemente al centro il tema dei minori poveri? Perché non avete fatto uno sforzo adeguato (anche se qualche piccolo ritocco lo avete fatto) rispetto a una grande questione, cioè al fatto che molte famiglie, avendo al loro interno e nel loro nucleo persone disabili, assommano a una condizione materiale molto pesante, che fa diventare persino più drammatica la loro condizione di povertà, anche una condizione non squisitamente materiale, cioè una condizione umana? Perché non avete dato il giusto peso a questo aspetto? Poi ci siamo chiesti - l'abbiamo fatto non con una domanda, ma attraverso degli emendamenti - per quale diavolo di motivo (noi in realtà sappiamo che tale motivo è tutto politico) avete immaginato un criterio così stringente come quello della residenza da almeno dieci anni. È del tutto evidente che c'è una motivazione squisitamente politica, perché, in un Governo numericamente a trazione MoVimento 5 Stelle, ma politicamente guidato ormai dai colleghi della Lega, è evidente che questo criterio è stato inserito nel provvedimento e lo informa nella sostanza, determinandone il perimetro dei beneficiari, per un motivo ben preciso: esso è stato immaginato contra personam e contro qualcuno. E noi sappiamo che questo qualcuno ha a che fare con persone migranti che vivono regolarmente nelle nostre città e nelle nostre comunità. C'è poi tutto il tema della gestione dello strumento, di questo meccanismo per cui si creeranno precari a mezzo di precari; l'idea che non abbiate risolto la questione dei precari dell'ANPAL a noi sembra un'assurdità e una contraddizione. Il provvedimento che dovrebbe far emergere dalla condizione di frammentazione del lavoro e di precarietà dovrebbe essere gestito da chi continua a restare precario e rispetto al quale non è stata trovata una soluzione di stabilizzazione. Sono criticità che riguardano il reddito di cittadinanza ma anche quota 100, rispetto alla quale, anche in questo caso, non abbiamo un pregiudizio: pensiamo sia un elemento di sollievo l'introduzione di uno strumento di maggiore flessibilità ed il fatto che qualche piccola ingiustizia sia stata sanata. Dopodiché, non dite che questo provvedimento ha scassato la legge Fornero, perché non è così. Questa non è una quota 100, è soltanto un passaggio sperimentale e soprattutto non risolve i nodi strutturali del sistema pensionistico, che riguardano le carriere discontinue delle donne e dei giovani, e non risolve il problema dei lavori usuranti, oltre al fatto che non avete messo mano alla questione degli esodati. Per queste ragioni noi ci asterremo. Ci sono luci, noi le vediamo, ma ci sono molte ombre. Ci auguriamo che il Governo - questa è la richiesta che facciamo - possa in qualche modo risolvere i tanti problemi rimasti aperti nella fase di implementazione e di attuazione del decreto-legge. (Applausi del senatore Errani) . BERTACCO (FdI) . Domando di parlare per dichiarazione di voto. PRESIDENTE. Ne ha facoltà. BERTACCO (FdI) . Signor Presidente, rappresentanti del Governo, onorevoli colleghe e onorevoli colleghi, voglio iniziare la mia dichiarazione di voto facendo una breve cronistoria del percorso che ci ha portato a votare oggi su questo disegno di legge di conversione del decreto-legge n. 4 del 2019.