[pronunce]

con la conseguenza che ragioni transattive di natura privata verrebbero a prevalere su un interesse pubblico comunque tutelato dall'ordinamento tramite il citato art. 2621 cod. civ.: in sostanza, l'iniziativa conciliatoria del singolo «danneggiato patrimoniale» precluderebbe la tutela diffusa degli «ingannati». 1.2. — Nel giudizio di costituzionalità è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, il quale ha chiesto che la questione sia dichiarata inammissibile o comunque non fondata. Ad avviso della difesa erariale, la questione sarebbe irrilevante nel giudizio a quo, quantomeno con riferimento all'art. 2622 cod. civ. , in quanto la dichiarata nullità della querela — proposta per il nuovo reato di cui al citato articolo — impedirebbe al giudice rimettente ogni possibile giudizio. Nel merito, la diversa configurazione dei reati di cui agli artt. 2621 e 2622 cod. civ. — contravvenzione l'uno, delitto l'altro — non potrebbe essere ritenuta contrastante con l'art. 3 Cost. sul solo rilievo dell'identità del dolo specifico che connota le due fattispecie, in quanto tale assunto presupporrebbe la possibilità di confrontare il dolo specifico richiesto da norme incriminatrici «in modo assoluto ed astratto», isolandolo dagli altri elementi delle fattispecie. Né potrebbe ventilarsi il contrasto del nuovo art. 2621 cod. civ. con gli artt. 3 e 27, terzo comma, Cost., sotto il profilo della proporzionalità della sanzione, facendo leva sulla pregressa giurisprudenza della Corte di cassazione in ordine all'oggettività giuridica della fattispecie, dovendo essere riconosciuta al legislatore ordinario la facoltà di una «diversa graduazione» dell'interesse protetto rispetto alla legge precedente. Il medesimo rilievo impedirebbe di ravvisare nel regime di perseguibilità a querela del reato di cui all'art. 2622 cod. civ. una violazione dell'art. 24, primo comma, Cost.: e ciò a prescindere dalla considerazione che il giudice a quo, identificando nella previsione di una condizione di procedibilità un impedimento alla tutela in giudizio di diritti soggettivi o interessi legittimi, confonderebbe la garanzia costituzionale inerente a tale tutela con l'obbligatorietà dell'azione penale, prevista da altra norma costituzionale, della quale è titolare il pubblico ministero. 2.1. — Con l'ordinanza indicata in epigrafe il Tribunale di Melfi ha sollevato, in riferimento all'art. 3 della Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell'art. 1 del decreto legislativo 11 aprile 2002, n. 61 e dell'art. 11 della legge 3 ottobre 2001, n. 366 (Delega al Governo per la riforma del diritto societario), nella parte in cui hanno modificato il termine di prescrizione del reato di false comunicazioni sociali previsto dalle norme vigenti anteriormente alla riforma. Il giudice a quo premette di essere investito, a seguito di decreto del giudice dell'udienza preliminare del 28 giugno 2000, del processo nei confronti di persone imputate del reato di false comunicazioni sociali di cui all'originario art. 2621 cod. civ. , relativamente a fatto commesso negli anni 1993-1994. L'originario art. 2621 cod. civ. configurava le false comunicazioni sociali come delitto perseguibile d'ufficio, punendolo con la pena della reclusione da uno a cinque anni, oltre la multa: sicché, ai sensi degli artt. 157 e 160 cod. pen. , il termine di prescrizione del reato era di dieci anni, prolungabili fino a quindici in presenza di cause di interruzione. Il d.lgs. n. 61 del 2002, in conformità alle previsioni dell'art. 11 della legge delega n. 366 del 2001, ha per contro scisso la figura criminosa in due nuove fattispecie: la prima (art. 2621 cod. civ. ) configurata come reato di pura condotta, perseguibile d'ufficio e punito con l'arresto fino ad un anno e sei mesi; la seconda (art. 2622 cod. civ. ) configurata come reato di evento (costituito dal danno per i soci o i creditori), punito con la pena della reclusione da sei mesi a tre anni e, per le società non quotate, perseguibile a querela. In assenza di disposizioni derogatorie della disciplina generale, ne è quindi derivata anche una modifica dei termini di prescrizione: la fattispecie contravvenzionale di cui all'art. 2621 cod. civ. si prescrive, difatti, in tre anni, prolungabili sino a quattro anni e mezzo; quella delittuosa di cui all'art. 2622 cod. civ. in cinque anni, prolungabili sino a sette e mezzo. A fronte di ciò, il fatto contestato agli imputati — riconducibile al nuovo art. 2621 cod. civ. (che si porrebbe in indiscutibile rapporto di successione rispetto alla vecchia fattispecie) — risulterebbe dunque prescritto, a differenza di quanto avverrebbe ove si applicasse il termine di prescrizione originario. Il rimettente ritiene, tuttavia, che la modifica del termine prescrizionale operata dalle norme impugnate, in combinato disposto con gli artt. 157 e 160 cod. pen. , si ponga in contrasto con il parametro costituzionale della razionalità. Al riguardo, il giudice a quo osserva preliminarmente, sul piano dell'ammissibilità della questione, come la più recente giurisprudenza di questa Corte abbia ammesso la possibilità di un sindacato di costituzionalità sulle norme penali di favore, pur a fronte del principio di irretroattività della legge penale sancito dall'art. 25, secondo comma, Cost., ritenendo che — fermo il divieto di sottoporre a pena (o a pena più grave) fatti disciplinati in modo più favorevole al momento della commissione — il requisito della rilevanza della questione sussista ogni qualvolta dalla decisione possano comunque derivare effetti giuridici (in specie, sulla formula di proscioglimento o sulla base normativa della pronuncia del giudice a quo). La stessa giurisprudenza costituzionale, d'altro canto, nell'affermare che l'art. 25 Cost. attribuisce in via in esclusiva al legislatore il potere di creare e modificare le fattispecie penali, precludendo alla Corte qualunque pronuncia manipolativa di queste ultime, avrebbe tuttavia sempre riconosciuto l'ammissibilità del sindacato quando si tratti di verificare il rispetto del principio di uguaglianza, nonché la razionalità della norma. La questione di costituzionalità — che non attiene alla natura ed all'entità della pena, ma esclusivamente al termine di prescrizione — dovrebbe pertanto considerarsi ammissibile: giacché, da un lato, essa inerisce alla razionalità della norma impugnata;