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Secondo l'ultimo rapporto pubblicato dal Comitato Olimpico Nazionale Italiano nel 2014, la quota di popolazione femminile che pratica sport è pari al 24 per cento del totale: di conseguenza, 12 sono i punti percentuali che definiscono il gap ancora esistente nella pratica sportiva tra uomini e donne. Inoltre, sebbene la partecipazione femminile sia in crescita, la differenza di genere nell'accesso alla pratica sportiva resta sostanzialmente stabile negli ultimi quindici anni. Al predetto progressivo, seppur lento, accrescimento della partecipazione femminile alle attività sportive -- che ha determinato importanti effetti sociali ed economici, oltreché un numero sempre maggiore di successi da parte delle nostre atlete nello sport di alto livello -- tuttavia non è corrisposta, nel nostro Paese, un'eguale evoluzione migliorativa in termini di diritti e di riconoscimenti economici, sociali e mediatici. Si pensi ad esempio che i premi riconosciuti alle atlete, sia a livello nazionale che internazionale, registrano una riduzione che arriva sino al 50 per cento nel caso dei campionati femminili rispetto a quelli maschili nell'ambito della stessa specialità. Similmente, rispetto alla presenza di donne ai livelli dirigenziali del mondo sportivo, il dato più evidente a livello nazionale è che delle quarantacinque federazioni sportive nazionali solo una, ossia la Federazione italiana sport equestri (FISE) -- oggi commissariata -- è stata presieduta da una donna. Ancora, da uno studio comparativo della Commissione europea pubblicato nel 2005 e titolato Sports, Media and Stereotypes Women and Men in Sports Media , si evidenzia che in Italia le notizie sportive supportano la diffusione dei ruoli di genere tradizionali: il 78 per cento dei notiziari sportivi, infatti, è monopolizzato da «storie» maschili, mentre anche il numero delle giornaliste che si occupano di sport è decisamente ridotto rispetto a Paesi come l'Austria, la Lituania, la Norvegia e l'Islanda oggetto di analisi comparativa. Le differenze di genere in ambito sportivo divengono quindi ancora più evidenti se si considera che, a tutt'oggi, in Italia nessuna disciplina sportiva femminile è qualificata come professionistica ai sensi della legge 23 marzo 1981, n. 91, «Norme in materia di rapporti tra società e sportivi professionisti». La suddetta legge sul professionismo sportivo, infatti, scinde la pratica sportiva in due categorie a seconda della normativa ad essa applicabile: da un lato, l'attività sportiva professionistica svolta nell'ambito di società di capitali; dall'altro, l'attività sportiva dilettantistica svolta da sportivi e da associazioni sportive dilettantistiche, cooperative e di capitali senza finalità di lucro. In questa prospettiva, la mancata qualificazione delle discipline sportive femminili come «professionismo» determina pesanti ricadute in termini di assenza di tutele sanitarie, assicurative, previdenziali, nonché di trattamenti salariali adeguati all'effettiva attività svolta. Si configura pertanto una vera e propria discriminazione delle atlete che, sebbene spesso facciano dello sport il loro «lavoro», di fatto gareggiano come «dilettanti» e, conseguentemente, oltre a guadagnare di media il 30 per cento in meno dei colleghi maschi, non possono godere nemmeno delle medesime garanzie contributive, previdenziali e sanitarie previste dagli inquadramenti contrattuali. Sebbene in Italia siano solo sei su sessanta le discipline considerate professionistiche (calcio, golf, pallacanestro, pugilato, motociclismo e ciclismo), con il presente disegno di legge s'intende modificare la legge n. 91 del 1981, introducendo espressamente il divieto di discriminazione da parte delle federazioni sportive nazionali per quanto riguarda la qualificazione del professionismo sportivo. Al contempo, sul modello della legge 10 aprile 1991, n. 125, «Azioni positive per la realizzazione della parità uomo-donna nel lavoro», la lettera c) dell'articolo unico del presente disegno di legge prevede l'inversione dell'onere della prova -- che quindi spetterà alle federazioni sportive nazionali, titolari del potere di qualificazione delle atlete e degli atleti come «professionisti» o «dilettanti» -- nel caso in cui elementi di fatto, desunti anche da dati di carattere statistico relativi alle qualificazioni degli sportivi professionisti, alla costituzione e alla affiliazione delle società sportive, siano idonei a fondare, in termini precisi e concordanti, la presunzione dell'esistenza di atti, patti o comportamenti discriminatori in ragione del sesso. Il presente disegno di legge non comporta alcun onere aggiuntivo per il bilancio dello Stato.. 1 1 Alla legge 23 marzo 1981, n. 91, sono apportate le seguenti modificazioni: a all'articolo 2, primo comma, le parole: «sono sportivi professionisti gli atleti, gli allenatori, i direttori tecnico-sportivi ed i preparatori atletici» sono sostituite dalle seguenti: «sono sportivi professionisti gli atleti e le atlete, gli allenatori e le allenatrici, i direttori e le direttrici tecnico-sportivi ed i preparatori e le preparatrici atletici»; b all'articolo 2, dopo il primo comma, è aggiunto il seguente: «Qualunque sia la disciplina sportiva regolamentata dal CONI, è vietata qualsiasi discriminazione da parte delle federazioni sportive nazionali per quanto riguarda la qualificazione del professionismo sportivo in ambito femminile e maschile.»; c all'articolo 10 è aggiunto, in fine, il seguente comma: «Quando elementi di fatto, desunti anche da dati di carattere statistico relativi alle qualificazioni degli sportivi professionisti, alla costituzione e alla affiliazione delle società sportive, siano idonei a fondare, in termini precisi e concordanti, la presunzione dell'esistenza di atti, patti o comportamenti discriminatori in ragione del sesso, spetta alle federazioni sportive nazionali riconosciute dal CONI l'onere della prova sull'insussistenza della discriminazione.».