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È iscritta a parlare la senatrice Lonardo. Ne ha facoltà. LONARDO (Misto) . Signor Presidente, onorevoli colleghi, onorevole Sottosegretario, è trascorso un anno dal lockdown totale che ha cambiato le nostre vite. È trascorso un anno esatto dalla mia interrogazione al ministro Bonafede, nella quale chiedevo se ritenesse di assumere iniziative urgenti per l'abolizione della prima prova scritta dell'esame di avvocato, procedendo direttamente alla seconda prova orale. La data dell'interrogazione è il 16 aprile 2020. Fui la prima a lanciare il grido d'allarme che proveniva da 26.000 praticanti, che chiedevano attenzione e di poter svolgere l'esame di abilitazione alla professione con modalità diverse, visto che la pandemia poneva ostacoli. Per questo motivo, ho usato tutti gli strumenti che i regolamenti parlamentari mi consentivano per sollecitare il precedente Governo, in particolare l'allora Ministro della giustizia, onorevole Bonafede, affinché venisse in Parlamento a spiegare perché 26.000 aspiranti avvocati dovessero essere sospesi in un limbo senza tempo, in attesa che l'epidemia da Covid-19 si placasse, in modo da consentire una anacronistica "tre giorni" di prove scritte. Al ministro Cartabia, per il tramite del sottosegretario Sisto, va il merito di essere stata tempestiva. Dopo aver affrontato, evidentemente, la problematica, si è resa subito conto che un esame che coinvolge numerosissimi candidati non poteva assolutamente essere svolto con le prassi consolidate, non in tempo di Covid-19: no, non sarebbe stato possibile. Quindi, mi complimento con lei e porgo a lei il grazie di quelli con i quali ho avuto modo di interfacciarmi durante questo lungo e difficile anno, trascorso in attesa, senza aver mai ricevuto risposte concrete. Non posso non evidenziare, gentile signor Ministro, una mancanza di sensibilità e di tempismo da parte di chi l'ha preceduta nella carica. Un vecchio detto recita: non c'è peggior sordo di chi non vuol sentire; e nonostante le voci, quelle dal di dentro e quelle dal di fuori, si è continuato ad insistere sull'esame scritto, che avrebbe dovuto vedere migliaia di praticanti ospitati in grandi sale, per ben otto ore consecutive, ovviamente con grossi rischio di contagio. Grazie, quindi, ancora una volta al Ministro, che ha scongiurato questo rischio. Le siamo tutti molto grati. Ho presentato personalmente, come dicevo, una interrogazione parlamentare al ministro Bonafede, per spronarlo sull'emergenza che il totale indecisionismo sul punto aveva procurato. Ho tentato di sensibilizzare il precedente Governo affinché adottasse una soluzione che riconoscesse ai praticanti avvocati, così come era stato per ogni altra categoria professionale, il diritto di potersi abilitare mediante un esame orale, alternativo allo scritto, ma altrettanto serio e selettivo. In questo ultimo anno, ho avuto modo di ascoltare le esigenze e le richieste dei praticanti, tutte connotate da buon senso. Mi sono immedesimata nelle loro attese e quindi ho auspicato che si trovassero soluzioni per porre fine alle loro preoccupazioni. Essi rappresentano il futuro del nostro Paese e per troppo tempo sono stati lasciati in balia di un destino incerto. Oggi, finalmente, è giunto il momento, qui in Parlamento, di dare attenzione e di assumerci le nostre responsabilità per dare un meritato e degno futuro a circa 26.000 giovani aspiranti avvocati. Mi duole, però, dire che probabilmente si poteva fare anche qualcosa di più. Ho presentato più di un emendamento: uno, però, andava proprio in questo senso. La richiesta di svolgere entrambe le prove innanzi ad un'unica sottocommissione avrebbe, infatti, consentito un'accelerazione nei tempi e un minore dispendio organizzativo. Si sarebbe evitato di perdere ulteriore tempo prezioso, perché tanto sappiamo tutti che l'esame orale è una prova pubblica, in cui l'identità del candidato non può essere sicuramente celata. Bisognava avere maggiore fiducia nella serietà dell'operato dei commissari chiamati a svolgere questo delicato compito. Sarebbe stato, a mio avviso, ragionevole una concentrazione dell'esame innanzi ad un'unica commissione; ancora, sarebbe stato meglio aumentare il termine dilatorio a trenta giorni dalla comunicazione al candidato e l'effettivo svolgimento della prova. In questo modo, si sarebbe potuto consentire al candidato sia di avere una maggiore preparazione specifica sia una maggiore organizzazione rispetto ad eventuali impegni lavorativi. Non dimentichiamo, infatti, che i praticanti avvocati, per poter vivere, devono anche lavorare. Trovo inoltre ingiusto che un praticante che venga esaminato su una materia durante la prima prova debba essere ancora testato sulla stessa nella seconda prova orale e, al contempo, obbligarlo a portare anche un'altra materia sostanziale. Se un praticante ha svolto una pratica forense solo in materia civile ed ha fatto la prima prova orale in diritto civile, perché mai deve essere esaminato, durante la seconda prova, sia sul diritto civile sia sul diritto penale? È un paradosso, che avrebbe meritato più attenzione ed una maggiore aderenza alla realtà. Mi rivolgo al senatore Urraro, con il quale ho avuto modo di interfacciarmi e che ho ringraziato per la sua grande disponibilità: saranno stati i tempi, evidentemente, e mi auguro che si possa fare meglio in futuro. Sarebbe stato più corretto garantire una coerenza ed una valorizzazione del percorso specialistico di pratica svolto da ciascun candidato; sarebbe stato meglio eliminare questo assurdo vincolo. Tuttavia c'è un fatto forse ancora più grave relativo all'esame, così come oggi è congegnato. L'attuale struttura, infatti, lascia un margine di discrezionalità troppo ampio alle singole sottocommissioni in ordine ai quesiti pratici della prima prova scritta. Il mondo dei praticanti è fortemente preoccupato delle possibilità discriminatorie legate al rischio di essere esaminati da una sottocommissione piuttosto che da un'altra. Per questo motivo avevo proposto che la commissione centrale, con l'ausilio del Consiglio nazionale forense, predisponesse cinquanta quesiti per ogni singola materia oggetto della prima prova e che questi fossero trasmessi ad ogni corte d'appello ed estratti a sorte. In questo modo avremmo avuto quesiti uniformi su tutto il territorio nazionale e, di conseguenza, un metro di valutazione molto più ampio. Mi auguro che non si creino difficoltà con questo modo di procedere. Mi auguro, inoltre, che non ci si fermi a questo decreto-legge e che non torni tutto come era precedentemente all'emergenza Covid-19. Proprio per questo, in quest'ultimo anno ho intessuto rapporti, raccolto istanze e ascoltato le voci dei praticanti: non sono nuova nell'argomentare la questione dei praticanti avvocati. Ho presentato anche una mia proposta di legge per riordinare l' iter dell'esame, perché è chiaro a tutti che l'esame necessita di essere riformato, per dare serenità nell'approccio al mondo del lavoro ai giovani praticanti avvocati. È inutile che ci prendiamo in giro: l'esame, così com'è strutturato attualmente, non è assolutamente meritocratico e non è in linea con quanto succede negli altri Paesi europei e non.