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Alcuni Paesi europei devono capire che qui non si tratta di socializzare i debiti, ma di mettere in campo una politica che consenta all'economia di rialzarsi. Ci vogliono, quindi, strumenti sul lungo termine; si chiamino coronabond o in altro modo non mi interessa, questo non ha importanza; ha importanza che tutte le parti in causa comprendano che ci si salva assieme o non si salverà nessuno. Voglio dire che l'Europa semplicemente non esisterà più come l'abbiamo conosciuta e come l'ha conosciuta la mia generazione se non farà tutto ciò che è in suo potere e che è illusorio pensare che qualche Stato o l'Italia possa farcela da solo senza le spalle larghe dell'Europa. Questo non è, pertanto, il momento delle polemiche o delle accuse; questo è il momento di lavorare pancia a terra perché oggi tutti abbiamo davanti la più dura prova che le nostre istituzioni si siano mai trovate ad affrontare. Le somme si tireranno alla fine e i primi a farlo saranno gli stessi cittadini. Presidente, come Gruppo per le Autonomie apprezziamo naturalmente le misure contenute nel provvedimento. Nascono nel contesto di inizio della crisi e, quindi, come sappiamo tutti, sono il punto di partenza di un percorso che dovrà continuare con i prossimi provvedimenti, dal decreto liquidità agli altri che ci accompagneranno nelle prossime settimane, soprattutto il decreto crescita. Tali provvedimenti dovranno esprime una forza di fuoco molto maggiore e con ben altri importi economici. In quello che approviamo oggi sapevamo che non c'era la possibilità di vedere approvati emendamenti onerosi e, quindi, venendo incontro alla richiesta del Governo, abbiamo concordato ordini del giorno vincolanti per i prossimi provvedimenti. Sono impegni che dovranno essere mantenuti, a cominciare da quelli che favoriscono le immissioni di liquidità nel sistema perché questo continuerà a essere il principale problema nei mesi a venire. In questo senso bisogna liberare la possibilità di spesa degli enti locali, la possibilità di contrarre indebitamento straordinario quantomeno per quelle realtà che hanno i conti in ordine. Spero anche che su alcune proposte emendative che il Governo non ha voluto accogliere in questa fase ci possa essere un ripensamento. Penso, ad esempio, alla possibilità per il datore di anticipare la cassa integrazione in deroga per alleggerire il carico dell'INPS e per consentire al lavoratore di ottenere immediatamente le risorse, proprio come si fa con la cassa integrazione guadagni ordinaria (CIGO) e la cassa integrazione guadagni straordinaria (CIGS). Le aziende sono famiglie e le famiglie si aiutano e i datori di lavoro vogliono aiutare i loro lavoratori. Presidente, credo che la grande questione oggi sia quella di immaginare la nuova fase. Il Governo si confronti anche con gli enti locali e valuti la possibilità di una riapertura a macchia di leopardo in base alla situazione dell'epidemia in ogni singolo territorio, naturalmente rispettando sempre il criterio della sicurezza sanitaria, ma non dimenticando che ogni saracinesca chiusa è oggi un posto di lavoro a rischio per domani. Non dimentichiamocelo e facciamo davvero in modo che la crisi economica che seguirà la pandemia non sia anche peggiore. Per tutte queste ragioni, annuncio il voto favorevole del Gruppo per le Autonomie al provvedimento. (Applausi dai Gruppi Aut(SVP-PATT,UV), IV-PSI e M5S) . FARAONE (IV-PSI) . Domando di parlare per dichiarazione di voto. PRESIDENTE. Ne ha facoltà. FARAONE (IV-PSI) . Signor Presidente, quando chiudi tutto - in Europa qualcuno, in particolar modo in Ungheria, ha esagerato chiudendo perfino la democrazia e confinando in casa anche il Parlamento - non resta che lo Stato. John Fitzgerald Kennedy diceva che la parola crisi, scritta in cinese è composta da due caratteri, uno rappresenta il pericolo e l'altro l'opportunità. Lo stesso vale per la parola «Stato». Lo Stato può gestire le emergenze e pianificare la ripartenza scomodamente seduto in una situazione transitoria o può accomodarsi in poltrona trovando conforto e abituandosi piacevolmente alle novità frutto dell'emergenza sanitaria. Sono due strade diverse. Lo Stato può sostituirsi alle imprese e immaginare una nuova IRI o statalizzare le compagnie aeree; lo Stato può - se vuole - perfino sostituirsi ai lavoratori mettendoli in lockdown perenne e pagandoli tutti per stare a casa con un reddito assicurato universalmente per il semplice fatto di essere nati. Lo Stato può farlo se vuole, ma la momentanea e giusta privazione della libertà dovuta all'emergenza sanitaria rischia di riconsegnarci un Paese senza lavoro per imprese e lavoratori. A quel punto, mancherà davvero la libertà per sempre. Credo, invece, che dovremo uscire da questa crisi come accade dopo un terremoto o una guerra, e senza avere bisogno di assistenzialismo di massa, ma di lavoro e sicurezza sociale attraverso il lavoro. Staremo a casa il tempo necessario a limitare il contagio, non per quello che limita lo spazio delle nostre ambizioni, dei nostri legittimi desideri e progetti. Lo Stato deve spostare ricchezza, anche a debito verso le imprese, pure piccolissime, che puntano a mantenere il lavoro e i lavoratori affinché non si perda, però, il nesso fra spesa odierna e produzione futura; e poi deve tornare ad accomodarsi al suo posto, altrimenti riaprirà una sola fabbrica: quella della miseria. Dallo Stato mi aspetto - come accaduto per il decreto-legge liquidità - che si faccia garante con le banche dei prestiti alle imprese, anche se noi avremmo voluto che fossero garantite al 100 per cento per tutti gli importi, perché siamo terrorizzati dalla burocrazia. Lo Stato, poi, paghi immediatamente 50 miliardi di euro - anche con l'aiuto delle banche - che deve agli imprenditori per lavori già effettuati, merce già consegnata, fatture già emesse. Non sarebbero in questo caso né prestiti né aiuti, ma regolare pagamento fin qui ritardato, fino a 600 giorni in alcuni casi. Uno Stato serio, poi, prepara l'Italia alla ripartenza, non si fa cogliere impreparato. Le scuole sono chiuse: diventino subito cantieri per renderle più sicure e più belle; le strade sono deserte: cantieri e lavori per asfaltare e rifare i marciapiedi; il nostro patrimonio artistico e monumentale, le nostre chiese tristemente chiuse anche per Pasqua: pensiamo ad un grande piano dei restauri. Parliamo di 120 miliardi di opere ferme: cosa aspettiamo a far partire i cantieri? Avete visto cosa è accaduto ieri a Massa: quanti ponti ancora devono crollare per diventare una priorità? Intervenire in questa fase di crisi diventa ancora più urgente; partire subito senza burocrazia, naturalmente garantendo le distanze e le protezioni per tutti i lavoratori. Non è dignitoso che si debba arrivare a minacciare lo sciopero generale per avere rispettati i diritti alla sicurezza dei lavoratori. Già oggi c'è chi sta lavorando e non si è mai fermato: il cantiere per il ponte di Genova, ad esempio. Ora si prenda la condotta di chi non ha smesso e con quella si riporti tutti subito al lavoro.