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3) un imprenditore reatino, che voglia aprire una seconda sede di produzione in provincia di Terni, deve augurarsi che i due consigli regionali del Lazio e dell'Umbria non abbiano esercitato in modo difforme tutte le loro prerogative legislative nella varie materie che interseca una qualunque attività economica. Siamo così tornati ad una situazione di frammentazione normativa anche peggiore rispetto a quella dell'Italia preunitaria (perché allora non vi era la necessità di uniformarsi ad una legislazione europea). Non sarebbe più ragionevole (dal punto di vista storico, economico e costituzionale) tornare al testo dell'articolo 117 approvato in Costituente? Addirittura, per le stesse ragioni, non sarebbe più responsabile adottare la formula dell'originario articolo 117 anche più dimagrita? Ad esempio, siamo proprio sicuri che l'urbanistica e l'industria alberghiera siano materie che possano oculatamente essere oggetto di una «legislazione» differente per fazzoletti di territorio che in auto o treno si attraversano anche in una sola ora? Non sarebbe lungimirante riaffermare la centralità del legislatore nazionale (unico vero sussidiario del legislatore europeo), seppure contemporaneamente dando ancor più autonomia amministrativa alle regioni (assegnando ad esse anche tutte le competenze delle province). II. Democrazia interna dei partiti, deontologia politica e finanziamento della politica Ancora Mortati poteva offrire una chiave di lettura, stavolta dalla sua relazione preliminare «Sui diritti subiettivi politici», presentata nella seduta del 20 marzo 1946 della I Sottocommissione «Problemi costituzionali» (in seno alla Commissione per studi attinenti alla riorganizzazione dello Stato, presso il Ministero per la Costituente ). Si riportano (contestualmente esplicandole e commentandole) alcune parti iniziali della relazione : «Nella realtà i partiti (in quanto naturale espressione del principio di organizzazione nel campo degli interessi politici) hanno assunto una funzione di protagonista nell'ordinamento dello Stato democratico moderno, che ha conferito loro di fatto una posizione tutt'altro che pregiuridica, come si sostiene, ma addirittura pubblicistica, per la natura dei compiti che vengono ad assumere non solo nella fase di formazione di altri organi, ma anche nella stessa gestione dello Stato, alla quale il partito di maggioranza conferisce la propria ideologia, i propri uomini, e nella quale assicura l'unità di direzione politica al di sopra della separazione dei poteri . In presenza di questa realtà, sembra irrazionale continuare a fingere di ignorarne l'esistenza e sembra legittimo chiedersi se ad essi la Costituzione debba fare riferimento solo implicitamente (come avviene per lo più, in alcune costituzioni che li menzionano in occasione del procedimento elettorale) o anche espressamente ed in via più generale. [...] Sembra che condizionare ad un ordinamento del partito in senso democratico l'ammissione di questi a funzioni costituzionalmente rilevanti, corrisponda effettivamente ad un'assoluta esigenza organizzativa dello Stato moderno, venendo i partiti a porsi come il tramite necessario per la formazione e manifestazione della volontà popolare, e quindi ad assumere anche un compito educativo per la partecipazione consapevole dei singoli alla vita politica. Quest'esigenza trova una conferma nella constatazione, universalmente fatta, dello spostamento, venutosi a verificare, del centro di formazione dell'opinione politica da imprimere allo Stato dal Parlamento all'interno dei partiti o agli accordi fra partiti. Il Parlamento diviene organo di registrazione e di esecuzione di deliberazioni già prese all'infuori di esso, venendo a perdere la posizione di centro del regime di discussione, posseduta in passato. Così essendo, è evidente l'importanza di dare a questo stadio di formazione della volontà statale, che impropriamente si definirebbe pregiuridico, quelle garanzie di pubblicità e di libertà di dibattito, di prevalenza del criterio maggioritario nelle votazioni, le quali erano acquisite per l'attività parlamentare. L'accettazione del metodo democratico da parte dei partiti dovrebbe trovare il presupposto, e nello stesso tempo il suo completamento nell'espressa adesione, o per lo meno nell'assenza di contrasto, [dell]'ideologia e [dei] programmi del partito ai princìpi fondamentali che sono alla base del metodo stesso. Qui si affronta la parte più spinosa del problema, trattandosi di decidere se l'adesione richiesta debba riferirsi anche a princìpi sostanziali propri del particolare tipo di Stato (esempio, il mantenimento della proprietà privata dei mezzi di produzione), o invece solo a quelli che sono strettamente inerenti, o potrebbe dirsi sottintesi, nel concetto stesso di Stato democratico (ed anzitutto, il valore assoluto della persona umana ed i diritti conseguenti di libertà personale e di uguaglianza). Sembra che compatibile con la concezione liberale sia la soluzione in questo secondo senso. Per quanto riguarda l'imposizione di obblighi di esibizione delle contabilità, essa può trovare una giustificazione nel principio generale della pubblicità dei bilanci degli enti considerati attivi per lo Stato, ed appare corrispondente al bisogno di dare ai cittadini la possibilità di orientamenti più sicuri in ordine alla scelta da fare fra i vari partiti. Necessario altresì appare che l'accertamento del possesso dei requisiti richiesti venga sottratto sia ad organi esecutivi, e sia pure ad organi formati secondo il criterio elettivo maggioritario, ed affidato invece ad uffici che diano garanzie di imparzialità ed a cui sia assegnata una rilevanza costituzionale. Alla stregua delle osservazioni che precedono può essere offerto uno schema, necessariamente generico, di disposizione relativa al punto in esame: Il diritto all'organizzazione dei cittadini, al fine della partecipazione alla vita politica dello Stato, alla presentazione dei candidati per l'elezione alle cariche costituzionali (anche amministrative) dello Stato, o a [qualunque] altra attività pubblica che richieda l'intervento di partiti, o di altri enti, è attribuito a quelle associazioni, le quali ne chiedano il riconoscimento, rendano pubblici i loro statuti e bilanci e si sottopongano al controllo di apposito organo giurisdizionale [costituzionale], diretto allo scopo di assicurare l'osservanza di un metodo democratico di organizzazione e di funzionamento, [nel senso che sarà fissato dalla legge], ed il rispetto degli uguali diritti spettanti alle altre associazioni aventi finalità politiche» . Anche da questa relazione appare chiaro che il vulnus originario alla sovranità popolare è la mancata attuazione dell'articolo 49 della Costituzione, nella parte in cui è adombrato un controllo della democrazia all'interno dei partiti. In estrema sintesi, al fine di impedire che per l'inceppamento della cinghia di trasmissione della rappresentanza democratica, tutto l'edificio dello Stato sociale democratico di diritto fallisca il suo obiettivo storico, si persegue una tutela pubblica dei diritti politici riconosciuti ai singoli nell'ambito della comunità statale. Tali diritti non hanno ancora potuto trovare garanzia -- attraverso un corpus di norme costituzionali ed ordinarie, ed una speciale giurisdizione costituzionale-politica -- all'interno dei partiti, in quanto prigionieri di uno stesso meccanismo (partitico). Occorre una «legge speciale costituzionale» sui partiti per garantire un controllo giuridico costituzionale sulla loro vita interna, e cioè: