[pronunce]

che tale vulnus si produrrebbe «sia nel caso che si pervenga - sulla scorta della mancanza di richiesta del pubblico ministero [in ordine] all'applicazione della misura di sicurezza - alla eventuale ultrattività della misura custodiale sino alla definitività della sentenza (ciò che garantirebbe le esigenze di tutela della collettività ma a costo di privare il malato psichico del diritto alle cure adeguate alla sua malattia); sia nel caso che, in assenza della suddetta richiesta, venga dichiarata la mera perdita di efficacia della misura custodiale (e ciò anche in disparte dal fatto che in tale eventualità verrebbe meno qualsivoglia misura a tutela della collettività rispetto ai pericoli collegati alla prognosi di "pericolosità sociale" dell'incapace)»; che - osserva infine il rimettente - a dispetto dell'entrata in vigore dell'art. 3-ter del decreto-legge 22 dicembre 2011, n. 211 (Interventi urgenti per il contrasto della tensione detentiva determinata dal sovraffollamento delle carceri), convertito, con modificazioni, nella legge 17 febbraio 2012, n. 9, che dispone il superamento degli ospedali psichiatrici giudiziari a favore delle REMS, l'art. 222, primo comma, cod. pen. , tuttora in vigore, prescrive che, nel caso di proscioglimento per infermità psichica, è sempre ordinato il ricovero dell'imputato in un ospedale psichiatrico giudiziario per un tempo non inferiore a due anni, salvo che si tratti di contravvenzioni o di delitti colposi o di altri delitti per i quali la legge stabilisce la pena pecuniaria o la reclusione per un tempo non superiore nel massimo a due anni (ipotesi in specie non ricorrente); che il censurato art. 222, primo comma, cod. pen. «imporrebbe al giudice, in luogo di ordinare "immediatamente" la misura di sicurezza in una c.d. REMS, ai sensi dell'art. 312 cod. proc. pen. , di [applicare], in via definitiva, la misura del ricovero in una REMS per la durata non inferiore a due anni: misura la cui effettiva applicazione, rimarrebbe, tuttavia, sospesa sino alla irrevocabilità della sentenza di proscioglimento»; che la previsione di una durata minima biennale della misura si porrebbe in contrasto con l'art. 32 Cost., in quanto la misura di sicurezza disposta nei confronti di un soggetto infermo di mente non dovrebbe avere un contenuto punitivo e dovrebbe essere applicata solo «per il tempo strettamente necessario a contemperare le esigenze di cura del paziente con quelle di tutela della collettività - corrispondente al lasso di tempo nel corso del quale il destinatario può essere considerato "socialmente pericoloso"», sicché nessun automatismo dovrebbe guidare il giudice nella determinazione del tempo necessario ad assicurare tali finalità (è citata la sentenza n. 139 del 1982 di questa Corte); che dovrebbe dunque ritenersi «superata» la distinzione tra applicazione provvisoria e definitiva delle misure di sicurezza, e possibile per il giudice applicare, ai sensi dell'art. 300, comma 2, cod. proc. pen. , anche in difetto di richiesta del pubblico ministero, una misura di sicurezza di durata non determinata, la cui esecuzione possa cessare non appena scemi la pericolosità sociale dell'infermo di mente; che le questioni di legittimità costituzionale sarebbero rilevanti, in quanto inciderebbero sulla possibilità, per il giudice, di disporre la revoca della misura di sicurezza applicata con effetto immediato nella sentenza di proscioglimento; revoca che comporterebbe la permanenza dell'imputato in stato di custodia cautelare fino al momento dell'irrevocabilità della sentenza di proscioglimento; che è intervenuto in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che le questioni siano dichiarate inammissibili o manifestamente infondate; che sarebbero anzitutto inammissibili, per irrilevanza, le censure sollevate in riferimento agli artt. 299, comma 3-bis, cod. proc. pen. , e 222, primo comma, cod. pen. , in quanto tali disposizioni non dovrebbero essere applicate nel giudizio a quo; che erroneamente il rimettente assumerebbe che l'applicazione della misura di sicurezza abbia comportato una «declaratoria implicita di perdita di efficacia della misura cautelare custodiale in atto» e, viceversa, che la revoca della misura di sicurezza comporterebbe una "reviviscenza" della custodia cautelare; che una simile ricostruzione si porrebbe in aperto contrasto, da un lato, con il tenore degli artt. 300, comma 1, 532, comma 1, e 306, comma 1, cod. proc. pen. , che impongono al giudice, in caso di proscioglimento, la declaratoria di immediata perdita di efficacia della misura cautelare e l'immediata rimessione in libertà dell'imputato; e, dall'altro lato, con l'autonomia strutturale tra misure cautelari e misure di sicurezza, risultante dalla giurisprudenza che nega l'applicabilità dell'art. 299 cod. pen. nel passaggio dall'una all'altra (è citata Corte di cassazione, sezione quinta penale, sentenza 2 maggio-12 giugno 2019, n. 26080) e che evidenzia la diversità di presupposti dei due istituti (sono citate Corte di cassazione, sezione quinta penale, sentenza 9 aprile-19 giugno 2014, n. 26589 e la sentenza n. 228 del 1999 di questa Corte). che del pari inammissibile sarebbe la questione relativa agli artt. 300, comma 2, e 312 cod. proc. pen. , risolvendosi la censura del rimettente - il quale denuncerebbe «l'ingiustificato "condizionamento" derivante ai poteri del giudice dalla previsione di una necessaria iniziativa del pubblico ministero» - nella sollecitazione di un intervento riservato alla discrezionalità del legislatore; che, con la sentenza n. 4 del 1992, questa Corte ha dichiarato non fondata la questione di legittimità costituzionale dell'allora vigente art. 291, comma 1-bis, cod. proc. pen. , che consentiva al giudice di disporre misure cautelari meno gravi solo se il pubblico ministero non avesse espressamente richiesto di provvedere in ordine alle misure indicate, evidenziando, tra l'altro, la coerenza di tale assetto normativo con «un modello processuale che dichiaratamente mira ad esaltare il ruolo delle parti ed a preservare, correlativamente, la terzietà del giudice»; che tali principi si attaglierebbero anche al caso di specie, dovendosi ritenere che la necessità della richiesta del pubblico ministero per l'applicazione provvisoria di una misura di sicurezza sia conforme al modello "accusatorio" che costituisce cardine del vigente codice di rito e miri a preservare l'equidistanza del giudice dalle parti;