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Non basta e non è sufficiente dire che li abbiamo integrati, solo perché un certo numero di loro è stato collocato in un centro di accoglienza o preso in carico da cooperative e gli abbiamo trovato un lavoro. Non basta, perché dietro ai numeri di questi sbarchi, che noi della Lega contestiamo perché incontrollati (Applausi) , ci sono tante vite fragili, di cui spesso si perde traccia. Poco più di un mese fa, in Commissione infanzia, ho chiesto conto dei bambini scomparsi alla Garante per l'infanzia e ho chiesto inoltre se ci fosse una banca dati di questi bambini. La banca dati c'è, è tenuta dal Dipartimento della pubblica sicurezza, Direzione centrale della polizia criminale; attualmente è stata aggiornata al 30 giugno 2020 e prende in considerazione i bambini scomparsi dal 1° gennaio 1974 al 30 giugno 2020. È quindi ovvio che di molti bambini scomparsi non si è saputo più nulla. I dati forniti dalla Garante per l'infanzia indicano questo numero in 250.000, di cui il 52,72 per cento (quindi circa 132.000) rientra nella fascia di età dei minori di diciotto anni. Anche se l'Italia rientra tra i Paesi dove scompaiono meno minori rispetto agli altri Stati europei, Presidente, la cosa che mi ha colpito è il fatto che di questi bambini scomparsi il 68 per cento sono minori stranieri, il che significa che su dieci minori scomparsi quasi sette sono stranieri. I dati sui ritrovamenti sono confortanti, per carità, e di questo ringraziamo chi lavora per prevenire e contrastare questo fenomeno. Ma resta sempre una percentuale piuttosto alta di minori di cui non si ha più traccia. Dove finiscono dunque questi minori stranieri? E allora vede, Presidente, a me viene la pelle d'oca quando, in uno dei tanti articoli di giornale, leggo che arrivano sulle nostre coste barconi con centinaia di profughi e che tra di loro ci sono molte donne, ma soprattutto bambini, la maggior parte senza genitori e - aggiungo io - forse venduti ai trafficanti di esseri umani e che finiranno tra le mani della criminalità organizzata; di loro non si saprà più nulla. Non le sembra, Presidente, che questo sia uno dei tanti motivi per cui è necessario fermare questa disonorevole migrazione incontrollata? La lascio con questa domanda e la ringrazio per l'attenzione. (Applausi) . TRENTACOSTE (M5S) . Domando di parlare. PRESIDENTE. Ne ha facoltà. TRENTACOSTE (M5S) . Signor Presidente, colleghi, mentre il governo regionale siciliano propone un bando per la progettazione di due termoutilizzatori, in provincia di Enna, in località Dittaino, sta per essere autorizzato un inceneritore. Con un nome roboante ("Piattaforma di recupero risorse idriche tramite essiccazione di fanghi da depurazione e recupero energia termica dalla parte secca"), viene camuffato un inceneritore che brucerà fanghi essiccati, provenienti dagli impianti di depurazione delle acque reflue. Sia chiaro: il progetto di cui parlo è complementare alla manifestazione d'interesse per i due termoutilizzatori proposti dal presidente Musumeci. Sarà un terzo impianto che nascerebbe per bruciare fanghi, ma, come si evince dall'elenco dei codici identificativi dei rifiuti (allegato al progetto), sarà autorizzato a bruciare anche altro. La procedura di valutazione ambientale è stata avviata a gennaio 2020, nel silenzio generale, con il benestare delle amministrazioni competenti e nessuna pubblicità dell'atto volta a informare la popolazione; lo stesso Consiglio comunale di Enna non è stato chiamato a esprimersi in merito. L'impianto disterà pochi chilometri in linea d'aria, da alcuni centri dell'ennese come Agira, Assoro, Calascibetta, Enna, Leonforte, Nissoria e Valguarnera: un grande comprensorio agricolo di qualità, dove insistono numerose aziende che trasformano, confezionano e commercializzano prodotti agroalimentari che giungono sulle nostre tavole e all'estero. Questo inceneritore distruggerà materia organica che potrebbe, invece, essere utilizzata per la produzione di biogas e compostata per un successivo utilizzo in agricoltura, se priva di sostanze inquinanti. Mi chiedo quale sia la visione del governo regionale in termini di sviluppo della Sicilia interna, visto che sono 400 i progetti per grandi impianti fotovoltaici già presentati sull'intero territorio regionale, di cui circa 50 in provincia di Enna, che andranno a occupare aree a vocazione agricola. Basti pensare che solo pochi mesi fa erano stati proposti tre siti per lo stoccaggio di amianto, a pochi chilometri da Enna e Caltanissetta, decisione poi revocata. Adesso, come ho denunciato sulla stampa pochi giorni fa, si vuole realizzare un inceneritore nel cuore dell'isola: personalmente, ritengo tutto questo inaccettabile. (Applausi) . La volontà della Regione siciliana di bruciare rifiuti è obsoleta, antieconomica, dispendiosa e nociva per l'ambiente e la salute umana. Peraltro, innesca un meccanismo perverso, che farà rallentare la raccolta differenziata, mancando l'obiettivo europeo che punta ad una quota sempre minore di rifiuti da conferire in discarica, uno scenario tragico e antitetico agli indirizzi del green deal e del Piano nazionale di ripresa e resilienza, oltre che del buon senso. Auspico che il Ministero della transizione ecologica faccia chiarezza sulla vicenda e blocchi questa oscura visione del futuro della Sicilia. I rifiuti non si bruciano. (Applausi) . VANIN (M5S) . Domando di parlare. PRESIDENTE. Ne ha facoltà. VANIN (M5S) . Signor Presidente, il mio intervento è relativo al documento dell'UNESCO che è uscito proprio in questi giorni. Dopo anni di rapporti e minacce, ora l'UNESCO si è espressa fermamente sulla questione Venezia. Il rischio che il sito di Venezia e la sua laguna siano rimossi dalla prestigiosa lista del Patrimonio dell'umanità è concreto. La decisione finale verrà presa nella prossima riunione del Comitato del Patrimonio mondiale a Fuzhou, in Cina, dal 16 al 31 luglio prossimi, ma nel frattempo Venezia e la sua laguna vengono derubricati nella lista del Patrimonio mondiale e iscritti nella lista dei siti in pericolo. Le ragioni stanno tutte nell'evidente incapacità delle autorità locali e nazionali, che si dovranno prendere la responsabilità di non aver saputo gestire la città e il suo fragilissimo ecosistema, favorendo scelte scellerate opposte ai parametri per i quali Venezia e la laguna sono stati eletti a patrimonio dell'umanità. Sedici sono i punti contestati nel rapporto UNESCO, molti dei quali, tra l'altro, già oggetto di mie interrogazioni parlamentari. In primis , c'è la questione delle grandi navi, per le quali il rapporto chiede fermamente una soluzione di lungo periodo che impedisca l'accesso in laguna alle grandi navi, dirottandole verso luoghi più idonei nelle aree limitrofe. C'è poi il tema dei flussi turistici.