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Se non comprendiamo qual è il disegno logico che sta alla base nell'affrontare temi come questo, è chiaro che oggi potremmo chiederci a cosa serve questa indagine e dire che non ha le caratteristiche giuste, che non raggiunge gli obiettivi e che si poteva fare in un altro modo. Io credo invece che l'indagine di sieroprevalenza, che è già partita, abbia un significato, perché è il primo elemento di uscita da un approccio emergenziale attraverso l'inizio di un approccio sistematico. Credo che questo sia l'elemento da sottolineare. Concludo evidenziando una criticità. Come comunità politica nel suo complesso, ci dobbiamo chiedere se siamo capaci di trasmettere alla popolazione il senso positivo di orientamento del cammino che stiamo facendo nell'affrontare questa emergenza e questa pandemia. Se su 150.000 contatti rispondono in 17.000, ciò vuol dire che non solamente il Governo, ma anche noi non abbiamo fatto bene il nostro lavoro, perché non abbiamo trasmesso alla popolazione il senso profondo di servizio alla comunità che questa indagine di sieroprevalenza significa per poter impostare un lavoro di prevenzione serio e scientificamente basato su aspetti sostanziali, per affrontare meglio quello che sarà il futuro della presenza del virus nella nostra comunità. Io credo che su questo, al di là di quelli che sono gli atteggiamenti e le giuste e legittime posizione politiche, non dobbiamo fare passi indietro; dobbiamo essere tutti uniti nel cercare di chiarire ai nostri cittadini qual è il senso delle cose che facciamo perché ci sono un senso e un orientamento che vanno nella direzione giusta e che dobbiamo riconoscere. Infatti, al di là di tutte le sfaccettature e gli elementi, le questioni fondamentali su come si affronta una pandemia sono scientificamente definite. Le caratteristiche del virus, la sua pericolosità, la sua aggressività, la tipologia delle patologie che preferisce "aggredire" nelle persone può poi essere diversa da un virus all'altro, ma la comunità scientifica ha in mente, ha definito e condiviso la modalità con cui si affronta una pandemia. E allora su questa linea principale dobbiamo essere capaci, anche come Parlamento, nella sua interezza, di dare i segnali giusti e univoci alla nostra popolazione e ai nostri cittadini. Tra tutti i provvedimenti che abbiamo adottato e che possono essere discutibili sotto vari aspetti, siamo di fronte al decreto-legge e all'azione che, sotto il profilo scientifico, sono meno discussi di tutti, c'è la totale consapevolezza e condivisione che questo sia l'approccio sistematico dal quale cominciare per affrontare la pandemia. In conclusione, credo che, sulla base di queste valutazioni, dovremmo affrontare con maggiore convinzione l'indagine di sieroprevalenza, promuoverla presso i nostri cittadini, sperando di arrivare al più presto a raccogliere dati che ci consentano di affrontare con maggiore incisività quella che sarà l'evoluzione della pandemia. (Applausi). PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Binetti. Ne ha facoltà. BINETTI (FIBP-UDC) . Signor Presidente, Governo, colleghi, continuiamo la lunga giornata iniziata ieri mattina su un dibattito che tocca molto da vicino lo stato di salute del nostro Paese. Continuiamo, avendo ben presente come la nostra sembri una corsa o meglio una rincorsa, tra quanto stabilisce e traduce in decisioni operative il Governo e quanto, invece, è chiamato a fare il Parlamento, che rincorre il Governo in una logica di approvazione di decisioni che sono già partite. Comincio da questo punto di vista che, a mio avviso, esprime la sottovalutazione sistematica che il Governo sta facendo nei confronti del Parlamento - cosa di cui mi dolgo profondamente, perché sono una parlamentarista convinta - per rilevare, ad esempio, un dato che è stato già riportato questa mattina da diversi colleghi: l'indagine che noi approveremo oggi è già partita. Siamo chiamati a realizzare una cosa che va già sul suo binario e che non sta incontrando il favore del Paese. Credo che al riguardo siamo chiamati a fare una riflessione seria. Il nostro Paese ha perso 34.000 persone nel giro di un mese: un dato a cui non possiamo abituarci e che non possiamo dare per scontato e che ci rallegriamo che il lockdown abbia in qualche modo contratto, ma 34.000 italiani non ci sono più. Di questi 34.000 italiani, una parte importante e significativa è rappresentata da persone anziane e, tra queste persone anziane, una parte altrettanto significativa è rappresentata da persone anziane che vivevano in residenze sanitarie assistenziali (RSA) o in altre strutture di questo tipo. Parte un'indagine di questo tipo e noi dovremmo immaginarci il Paese attento a chiedere davvero di essere in qualche modo testato. Abbiamo sofferto tutti di informazioni gravissime che ci sono arrivate di persone morte, per cui è stata posta una diagnosi di morte da Covid-19, senza aver ricevuto prima i test adeguati. Oggi a Brescia, fuori dagli Spedali civili si riunisce una popolazione numerosa di persone che hanno perso un familiare in queste condizioni e non sanno esattamente che cosa avesse (quindi di che cosa è morto) né sanno come siano andati avanti gli ultimi giorni delle persone care, ovvero se abbiano ricevuto tutta l'assistenza e le terapie a cui avrebbero avuto diritto. Questa gente lamenta che cosa? Esattamente questo: di non aver avuto test disponibili a sufficienza. A questo punto, parte l'indagine e tutti noi ci immagineremmo che le persone siano felici di partecipare; un'indagine il cui campione è stato costruito in modo casuale, tenendo presente quattro parametri: età, sesso, luogo di provenienza e condizioni economiche (così si dice). Questo campione casuale di 150.000 persone viene affidato a una realtà che entro certi limiti possiamo considerare al di sopra di ogni sospetto, la Croce Rossa - diciamo ancora che non si spara sulla Croce Rossa - che dovrebbe essere una specie di valore trascendente per antonomasia, anche se, disgraziatamente, anche sulla Croce Rossa si sono annidate ombre, e non poche. Ebbene, la popolazione invitata ad aderire a questa indagine risponde soltanto per un 25 per cento; esprime diffidenza nei confronti del proponente, nei confronti della struttura e dell'oggettiva disponibilità dei dati al termine dell'indagine. È chiaro che in queste condizioni siamo chiamati a doverci porre alcune domande: come mai un'indagine di questo tipo non intercetta il consenso del Paese? Dove è esplosa la diffidenza di sistema (tre cittadini su quattro)? Per quale ragione? Mi riservo di intervenire nuovamente dopo, durante la presentazione degli emendamenti che - faccio presente - sono stati tutti regolarmente bocciati. Invito i colleghi a prendere in mano il fascicolo, non a leggerlo, non ce n'è bisogno, basta guardarlo: gli unici emendamenti approvati, con tutto il rispetto, sono stati quelli della relatrice; tutti gli altri emendamenti sono stati cassati. E sapete qual è stata l'argomentazione? Che il protocollo è fatto così bene, è così preciso ed esaustivo che i cittadini non hanno bisogno di sapere altro: non devono dare il loro consenso, perché è già previsto nel protocollo; non devono difendere l'anonimato, perché è già previsto nel protocollo; non si deve chiedere se, per caso, qualcuno della famiglia è stato toccato dal Covid-19, è già previsto nel protocollo.