[pronunce]

2.- In via preliminare, va rilevato che, sebbene il rimettente censuri formalmente la norma novellatrice dell'art. 135 cod. pen. , ciò che egli in concreto sollecita è una pronuncia di "riallineamento" dell'art. 102, terzo comma, della legge n. 689 del 1981, la quale ripristini la pregressa coincidenza dei coefficienti di ragguaglio previsti dalle due norme poste a raffronto (per analogo rilievo, sentenza n. 440 del 1994). 3.- In tali termini, la questione è fondata. Giova muovere, al riguardo, dalla considerazione che la disciplina stabilita dagli artt. 102 e seguenti della legge n. 689 del 1981 costituisce la risposta legislativa al problema lasciato aperto dalla sentenza n. 131 del 1979 di questa Corte, che aveva dichiarato costituzionalmente illegittimo il meccanismo, originariamente previsto dall'art. 136 cod. pen. , di conversione automatica della pena pecuniaria non eseguita per insolvibilità del condannato in un corrispondente periodo di reclusione o di arresto. Nell'occasione, la Corte evidenziò come tale meccanismo presentasse una connotazione fortemente discriminatoria, postulando una inammissibile fungibilità tra libertà personale e patrimonio, a fronte della quale i soggetti economicamente più deboli si trovavano costretti ad assolvere con il sacrificio della prima (nella forma massima: la pena detentiva) obblighi che gli altri condannati potevano soddisfare in moneta. L'esigenza di garantire l'indefettibilità della pena - pure non disconosciuta da questa Corte - andava, dunque, soddisfatta in forme diverse, che il legislatore del 1981 individuò segnatamente nella conversione in libertà controllata (ovvero, su richiesta del condannato, in lavoro sostitutivo). Il coefficiente di ragguaglio per la conversione della pena pecuniaria ineseguita in libertà controllata venne originariamente fissato in lire 25.000: dunque, in quello stesso che - a seguito della modifica dell'art. 135 cod. pen. , contemporaneamente disposta dall'art. 101 della medesima legge n. 689 del 1981 - valeva ai fini del ragguaglio fra pene pecuniarie e pene detentive. Tale soluzione normativa - che operava, in pratica, una indiretta equiparazione del "valore economico" della pena detentiva e della libertà controllata - si traduceva in una scelta di favore nei confronti del condannato in condizioni di indigenza. In base all'art. 57, terzo comma, della legge n. 689 del 1981, infatti, nel ragguaglio tra pene detentive e libertà controllata, un giorno di pena detentiva equivale, non già a uno, ma a due giorni di libertà di controllata. La previsione, nell'art. 102, terzo comma, della legge n. 689 del 1981, di un coefficiente di conversione uguale - anziché doppio - rispetto a quello contemplato dall'art. 135 cod. pen. veniva, quindi, a porsi quale espressione della volontà legislativa di comprimere - in linea con le indicazioni della citata sentenza n. 131 del 1979 - gli effetti negativi scaturenti dalla condanna a pena pecuniaria, nell'ipotesi in cui il reo si trovasse nell'impossibilità di adempierla. Alla mitigazione "qualitativa" della sanzione di conversione (da pena detentiva a libertà controllata) si accompagnava, in tale ottica, anche una mitigazione "quantitativa" (nel senso che la libertà controllata "da conversione" assumeva, rispetto alla pena pecuniaria, un valore pari a quello della pena detentiva, anziché doppio). 4.- L'equilibrio del sistema veniva, peraltro, alterato una prima volta dall'art. 1 della legge 5 ottobre 1993, n. 402 (Modifica dell'art. 135 del codice penale: ragguaglio fra pene pecuniarie e pene detentive). La novella legislativa, modificando la norma del codice, elevava, infatti, il tasso di ragguaglio tra pene pecuniarie e pene detentive a lire 75.000, senza operare alcun parallelo adeguamento dell'altro coefficiente. La situazione venutasi in tal modo a creare rendeva necessario l'intervento di questa Corte, la quale, con la sentenza n. 440 del 1994, dichiarava costituzionalmente illegittimo, per contrasto con l'art. 3 Cost., l'art. 102, terzo comma, della legge n. 689 del 1981, nella parte in cui continuava a prevedere che il ragguaglio, ai fini della conversione delle pene pecuniarie non eseguite per insolvibilità del condannato, avesse luogo calcolando 25.000 lire, o frazione di 25.000 lire - anziché 75.000 lire, o frazione di 75.000 lire - di pena pecuniaria per un giorno di libertà controllata. Nella circostanza, la Corte rilevava come, alla luce dei lavori parlamentari che avevano preceduto l'approvazione della legge n. 402 del 1993, l'unico scopo perseguito con la novella fosse stato quello di «ampliare la possibilità di fruire del beneficio della sospensione condizionale della pena nei casi di condanna a pena congiunta o anche soltanto a pena pecuniaria ma di ammontare elevato, avuto riguardo, in particolare, al diminuito valore della moneta». A fronte di tale circoscritto obiettivo, il legislatore aveva, quindi, assunto «una posizione per così dire amorfa» rispetto agli «inevitabili riverberi» scaturenti dalla modifica normativa, sia sul piano generale delle sanzioni sostitutive, sia - e in particolare - «sull'ormai squilibrato valore» stabilito dall'art. 102, terzo comma, della legge n. 689 del 1981. Da ciò conseguiva, per un verso, che lo squilibrio indotto dalla riforma non poteva essere ritenuto «frutto di una scelta discrezionale»; per altro verso, che non era neppure possibile pervenire «ad una ragionevole ricostruzione del sistema», risultando la norma sottoposta a scrutinio «ormai fortemente compromessa da un sostanziale e sopravvenuto "vuoto di fini"». L'originaria identità del coefficiente di ragguaglio tra pene pecuniarie e pene detentive, da un lato, e tra pene pecuniarie e libertà controllata, dall'altro, non era, infatti, casuale, ma costituiva, al contrario - come già dianzi rimarcato - «il frutto di una precisa e coerente scelta di politica criminale, al fondo della quale stava l'avvertita esigenza - più volte posta in risalto da [la stessa] Corte - di non aggravare le conseguenze che derivano dalla condanna in dipendenza delle condizioni economiche del reo». Mantenendo inalterato il tasso di conversione della pena pecuniaria ineseguita, nonostante il coefficiente di ragguaglio previsto dall'art. 135 cod. pen. fosse stato triplicato, si era, quindi, determinato «uno svuotamento delle finalità tipiche che l'istituto della conversione deve soddisfare, con conseguente grave compromissione del principio di uguaglianza che qui assume tutto il suo risalto per le intuibili conseguenze che quell'istituto è in grado di determinare sul piano delle libertà della persona».