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Signor Presidente, ho conosciuto Luigi Covatta quando nacque l'Ulivo e lui fu attivissimo, ma discretissimo. Gli interessavano i contenuti e i programmi, non le foto con i protagonisti di quella stagione. L'interesse per l'importanza dei contenuti della riforma lo testimoniava anche adesso con il suo impegno per una riforma costituzionale per, come aveva detto lui, cicatrizzare il taglio dei parlamentari, per correggere e non demonizzare una riforma. Per Gigi Covatta la politica era una cosa seria, vera, ed era sempre stato così fin dai tempi dell'intesa universitaria. Nella sua esperienza nelle Associazioni cristiane lavoratori italiani (ACLI), nel suo lavoro con Livio Labor nell'Associazione di cultura politica (ACPOL) è stato sempre motivato, competente e un lavoratore instancabile, mai domo, anche quando la politica gli ha riservato profonde delusioni, come nelle elezioni del 1972 e, via via, lungo tutto il suo percorso nel Partito Socialista Italiano, come è appena stato ricordato. Nella sua attività parlamentare e di Governo non è stato mai Ministro, ma sempre protagonista intelligente e determinato, capace di lasciare il segno nelle cose in cui era impegnato. Era presidente di «Italia Lavoro» e ricordo, inoltre, la sua capacità di scrivere, di spiegare, di razionalizzare. Fece risorgere «Mondoperaio» e ne diventò direttore e mi piace qui riprendere una definizione usata dalle ACLI di Milano per ricordarlo: «Moderatamente rivoluzionario, rivoluzionariamente moderato». Esprimo un saluto commosso e una partecipazione sincera al dolore dei tuoi cari e dei tuoi compagni di strada, carissimo Luigi. (Applausi) . NENCINI (IV-PSI) . Domando di parlare. PRESIDENTE. Ne ha facoltà. NENCINI (IV-PSI) . Signor Presidente, ringrazio lei e i colleghi per aver voluto ricordare Gigi in quest'Aula. Per trovare Gigi bisognava seguire le tracce del fumo delle Gauloises o, in alternativa ai portaceneri strapieni di Gauloises, infilarsi in una libreria. Gigi viveva tra sigarette fumate a metà, come ricordava prima l'amico Pittella, e libri. Era un autentico oppositore del presentismo ed era soprattutto un intellettuale napoletano raffinato che continuava a convincerti che la politica è un mestiere, ma per essere tale bisogna farla come tutti i professionisti. Bisogna studiare, studiare e studiare, leggere, leggere e leggere, approfondire, approfondire e approfondire, cosa che oggi forse non è più considerata assolutamente adeguata. Ha avuto una storia piena; con lui demmo vita alla seconda fase di «Mondoperaio» nel 2009, come lei ha ricordato. Ma anche la sua storia precedente è decisamente interessante. Apparteneva a quell'anima cattolica-sociale, che arrivò al PSI all'inizio degli anni Settanta; arrivarono in molti, ma soprattutto lui, Livio Labor e Gennaro Acquaviva. Vi arrivarono perché avevano individuato nel socialismo umanitario la possibilità di coniugarvi, nella maniera politicamente più perfetta possibile, la dottrina sociale della Chiesa. Da allora non hanno mai abbandonato questo destino, ma l'hanno coltivato con serenità. Era il tempo in cui i fermenti nel mondo cattolico erano una sorta di tempesta quotidiana; era il tempo in cui Gigi Covatta parlava a lungo, con quella esperienza della Barbiana che aveva avuto alla testa don Milani. Era un uomo di minoranza, come tutti gli intellettuali, anzi se ne vantava. Il libro in cui confidava di più aveva espressa già nel titolo la sua appartenenza: era «Menscevichi»; e i menscevichi, come noto, sono la minoranza rispetto ai bolscevichi, che sono la maggioranza. Quei menscevichi erano i riformisti nella storia dell'Italia repubblicana e prerepubblicana, sempre, costantemente in minoranza, da cattolico eretico - perché fece una scelta fuori dalla Democrazia Cristiana - e in quanto appartenente a una storia, quella socialista, che dal dopoguerra, nella sinistra italiana, aveva rivestito e occupava quella dimensione. Se, però, Gigi ebbe un ruolo (e lo ebbe veramente), fu quello (e fu uno dei pochi) di fornire munizioni all'allora segretario Bettino Craxi (e furono munizioni pregiate) per contendere al Partito Comunista Italiano l'egemonia culturale nella sinistra. Chi ha giudicato quella storia, in maniera diabolica, come storia di nani e ballerine ha dimenticato che il mondo che Gigi Covatta mise in movimento attraverso la prima fase di «Mondoperaio» aveva nomi che hanno fatto la storia della cultura italiana: erano Amato, Vassalli, Massimo Severo Giannini, Cheli, Cassese, Reviglio, Lina Wertmüller, Mario Soldati e, poi, Gassman, Gianni Brera, Federico Zeri e moltissimi altri. Altro che nani e ballerine! Era una storia che si rivelò, alla fine, a suo modo vincente, perché impose nella sinistra italiana, grazie a Gigi, una visione riformista che non le era assolutamente propria. Ricordo volentieri che la seconda vita di «Mondoperaio», che lui guidò, la affidò soprattutto a un mondo che è presente anche qui in Aula, una nuova generazione, e lo fece sulla base della coerenza. Ecco, trovo ancora che la coerenza sia un valore. Quella di Gigi fu una coerenza condotta fino alla fine dei suoi giorni. (Applausi) . ERRANI (Misto-LeU) . Domando di parlare. PRESIDENTE. Ne ha facoltà. ERRANI (Misto-LeU) . Signor Presidente, mi unisco alle parole dei colleghi. Con Covatta scompare un importante dirigente del Partito Socialista Italiano, un grande intellettuale, un riformista autentico, protagonista della vita politica. Come ha già detto chi mi ha preceduto, a noi spesso capita di ricordare personalità politiche. Forse da questo punto di vista potremmo dire che una riflessione oggi è doverosa. Lo spessore e la qualità politica di personalità come Covatta ci dovrebbero stimolare a uno sforzo, a un colpo di reni, al di là delle posizioni politiche e culturali, per dare alla politica quello spessore che, soprattutto in un momento come questo, merita ed è, anzi, essenziale per assicurare qualità alla democrazia. In quegli anni fu protagonista in primo luogo con le ACLI, sostenendo con forza l'unità sindacale, il nuovo statuto dei lavoratori. Nel 1969 fondò, con Riccardo Lombardi, un'associazione che partiva dall'idea di superare l'unità politica dei cattolici, punto centrale della sua esperienza, credo, come è stato ricordato anche da alcuni colleghi. Dopo le elezioni politiche del 1972, dove il Movimento Politico dei Lavoratori non ebbe un risultato positivo, Covatta, insieme a tanti suoi colleghi, aderì al Partito Socialista. Ne fu capo dell'ufficio studi nel 1979; ha assunto incarichi di Governo, incarichi istituzionali. Il suo protagonismo è certamente importante, come è stato ricordato, con l'obiettivo di mettere in discussione la cosiddetta egemonia culturale del Partito Comunista.