[pronunce]

In particolare, rispetto alle censure mosse ai commi 3 e 4 dell'art. 3 della legge regionale n. 26 del 2005, la Regione Veneto sottolinea che, con riferimento all'organo di indirizzo degli IRCCS, la sentenza n. 270 del 2005 ha dichiarato l'illegittimità dell'art. 42, comma 1, lettera p), della legge n. 3 del 2003 nella parte in cui imponeva la composizione paritetica fra rappresentanti regionali e ministeriali del Consiglio di indirizzo degli IRCCS non trasformati e la nomina da parte dei Ministro della salute del presidente dell'istituto non trasformato, espungendo dal testo originario le parole «designati per la metà dal Ministro della salute e per l'altra metà dal Presidente della Regione» nonché, con riferimento al presidente dell'istituto, le parole «nominato dal Ministro della salute». Le disposizioni impugnate, pertanto, si sarebbero limitate a recepire le indicazioni contenute nella citata sentenza n. 270 del 2005. Né potrebbe pervenirsi a conclusione diversa sulla base dell'atto di intesa del 1° luglio 2004 che, sul punto, riproduce le prescrizioni legislative dichiarate illegittime da quella sentenza. Quanto all'art. 3, comma 5, della legge regionale n. 26 del 2005, la Regione Veneto afferma che la norma, pur discostandosi dalla lettera dell'art. 4, comma 5, del d. lgs. n. 288 del 2003, non eccede però i limiti della competenza legislativa regionale, perché, nel disporre che il presidente del collegio sindacale dell'Istituto oncologico veneto è nominato dal direttore generale tra i tre componenti designati dal Consiglio regionale, si limiterebbe a fissare norme di organizzazione per le quali non sussisterebbero esigenze di carattere unitario tali da giustificare l'attrazione della relativa disciplina in capo allo Stato. Se, invece, si dovesse obiettare che la sentenza n. 270 del 2005 ha formalmente fatto salvo l'art. 4, comma 5, del d. lgs. n. 288 del 2003 e non si volesse accedere all'idea della necessaria cedevolezza di quest'ultima disposizione di fronte alla diversa determinazione assunta in sede regionale , la conclusione della legittimità della legge regionale presupporrebbe, ad avviso della Regione, la previa dichiarazione di incostituzionalità della norma statale; a tal fine la Regione chiede che la Corte, ove occorra, sollevi davanti a sé la questione di legittimità costituzionale dell'art. 4, comma 5, del d. lgs. n. 288 del 2003, in riferimento agli artt. 117, terzo comma, e 118 Cost., perché, per un verso, la norma censurata introdurrebbe una disciplina non limitata alla determinazione dei principî fondamentali e, per altro verso, la Regione (e non lo Stato) costituirebbe il livello adeguato di amministrazione e controllo sull'attività dell'Istituto oncologico veneto. A proposito dell'art. 3, comma 6, della legge regionale n. 26 del 2005 – nella parte in cui dispone che l'incarico di direttore scientifico dell'Istituto non può essere rinnovato per più di una volta consecutiva, contrariamente all'art. 3, comma 5, dell'atto di intesa del 1° luglio 2004 che non prevede alcun limite alla possibilità di rinnovo dell'incarico – la Regione Veneto deduce che: a) la Regione può legittimamente dettare disposizioni organizzative di dettaglio, quale quella in esame, nelle materie di legislazione concorrente; b) non vi è alcuna esigenza di carattere unitario atta a giustificare la preferenza per una disciplina centralizzata; c) gli IRCCS (anche quelli non trasformati in fondazioni) sono oggi enti autonomi, non più “nazionali”, ma “a rilevanza nazionale”, rientranti nell'ambito della legislazione regionale di tipo concorrente; d) così come la sentenza n. 270 del 2005 ha sanzionato l'eccessivo grado di definizione della disciplina di rango legislativo, a maggior ragione si dovrebbe convenire che neppure l'intesa del 2004, nella parte in cui eccede in analiticità, possa sortire l'effetto di vincolare la potestà legislativa regionale; e) in ogni caso, l'intesa del 2004 (come una qualsiasi altra intesa) non può, in assenza di conformi disposizioni di legge di principio, costituire o integrare il parametro dello scrutinio di costituzionalità di una legge regionale, arrivando a comprimere l'ambito di competenza legislativa che la Costituzione ha attribuito alle Regioni. Riguardo all'art. 3, comma 7, della legge regionale n. 26 del 2005, la Regione Veneto deduce che la norma, prevedendo la nomina di un commissario straordinario per la fase di avvio dell'Istituto oncologico veneto, disciplina una fattispecie che non trova riscontro né nel d. lgs. n. 288 del 2003, né nella legge n. 3 del 2003. Il richiamo operato dal ricorrente al commissario contemplato dall'art. 3, comma 5, del d. lgs. n. 288 del 2005, per l'adozione dello statuto in caso di inerzia da parte del consiglio di amministrazione negli IRCCS trasformati in fondazioni, sarebbe del tutto inconferente, stante la diversità delle due figure. Più in generale, la difesa regionale deduce che il Presidente del Consiglio dei ministri attribuisce all'atto di intesa del 1° luglio 2004 una forza di cui é sprovvisto, sia in sé, in quanto accordo istituzionale (e non fonte normativa costituzionale), sia rispetto alla Costituzione ed alla legge, alle prescrizioni delle quali rimane comunque subordinato. Sotto il primo profilo, la Regione ricorda che la Corte costituzionale, nella sentenza n. 437 del 2001, ha precisato che le procedure di cooperazione o di concertazione possono rilevare ai fini dello scrutinio di legittimità di atti legislativi, solo in quanto l'osservanza delle stesse sia imposta, direttamente o indirettamente, dalla Costituzione: il che nella specie non si verificerebbe. Né il principio di leale collaborazione fra Stato e Regioni potrebbe esser dilatato fino a dedurne condizionamenti, non altrimenti riconducibili alla Costituzione, rispetto alla formazione e al contenuto delle leggi. Sotto il secondo profilo, la Regione Veneto afferma che è pacifico che il sistema costituzionale, se prevede che il principio di leale collaborazione si esplichi nelle forme più diverse, non consente però che tali forme possano porsi contra legem, perché altrimenti si aprirebbe la strada all'elusione del sistema delle fonti in genere e della Costituzione in particolare. Conseguentemente dovrebbe ritenersi che l'illegittimità costituzionale di una legge fondante travolga gli atti, normativi e non normativi, da essa derivati: ciò che accade nel rapporto tra legge di delega (nella fattispecie, la legge n. 3 del 2003) e decreto delegato (nella specie, il d. lgs. n. 288 del 2003), avverrebbe anche nel rapporto tra disciplina legislativa e disciplina negoziata (nella fattispecie costituita dall'atto di intesa del 1° luglio 2004).