[pronunce]

che, in forza della norma transitoria di cui all'art. 10, comma 1, della legge n. 46 del 2006, d'altro canto, la nuova disciplina introdotta da tale legge si applica anche ai procedimenti in corso, estendendo così la sua efficacia agli appelli anteriormente proposti; che il medesimo art. 10, peraltro – dopo aver sancito, al comma 2, che l'appello già proposto dall'imputato o dal pubblico ministero contro una sentenza di proscioglimento debba essere dichiarato inammissibile – al successivo comma 3 rimette sostanzialmente in termini le predette parti, ai fini dell'impugnazione della sentenza mediante ricorso per cassazione, prevedendo che quest'ultimo possa venir proposto entro quarantacinque giorni dalla notifica del provvedimento di inammissibilità; che analogo potere non è riconosciuto, invece, alla parte civile, cui la norma censurata non fa alcun riferimento; che si determinerebbe, sotto tale aspetto, una disparità di trattamento priva di ragionevole giustificazione, e dunque lesiva tanto del principio di eguaglianza (art. 3 Cost.) che di quello della parità delle parti nel processo (art. 111 Cost.); che, rispetto all'appello anteriormente proposto dalla parte civile, troverebbe infatti applicazione la disposizione di cui all'art. 568, comma 5, cod. proc. pen. , a fronte della quale l'appello stesso si convertirebbe in ricorso per cassazione; che ciò non varrebbe, tuttavia, a tutelare adeguatamente la parte civile, giacché – qualora l'appello fosse basato esclusivamente su argomentazioni di merito, ovvero risultasse sottoscritto da un difensore non abilitato al patrocinio in cassazione – il gravame, una volta convertito in ricorso, diverrebbe automaticamente inammissibile; che nel giudizio di costituzionalità si è costituita G. G., parte civile nel giudizio a quo, la quale ha chiesto che la questione sia dichiarata manifestamente infondata, contestando la correttezza della premessa da cui muove il dubbio di costituzionalità: vale a dire la supposta rimozione, ad opera della legge n. 46 del 2006, del potere della parte civile di appellare contro le sentenze di proscioglimento; che, con l'ordinanza indicata in epigrafe, la Corte d'appello di Brescia ha sollevato, in riferimento agli artt. 3 e 111 Cost., questione di legittimità costituzionale dell'art. 10 della legge n. 46 del 2006, nella parte in cui non prevede un regime transitorio per l'appello proposto dalla parte civile contro una sentenza di proscioglimento, analogo a quello contemplato dai commi 2 e 3 del medesimo art. 10 per l'imputato e per il pubblico ministero; che la Corte rimettente – chiamata a pronunciarsi sull'appello proposto dalle parti civili avverso la sentenza di assoluzione degli imputati dai reati di truffa pluriaggravata e di estorsione, loro ascritti – muove anch'essa dall'assunto per cui la sopravvenuta legge n. 46 del 2006 avrebbe eliminato il potere di appello della parte civile contro le sentenze di proscioglimento; che, su tale premessa, il rimettente lamenta che il legislatore non abbia previsto, per detta parte processuale, alcun regime transitorio, omologo a quello contemplato nei commi 2 e 3 dell'art. 10 per il pubblico ministero e l'imputato; che – non risultando possibile un'interpretazione estensiva di tale disciplina, in ragione del principio di tassatività delle impugnazioni – ne conseguirebbe, anche a parere di questo rimettente, una evidente disparità di trattamento fra pubblico ministero ed imputato, da un lato, e parte civile, dall'altro: disparità da ritenere priva di ragionevole giustificazione, e dunque lesiva dei principi di eguaglianza e di parità delle parti nel processo; che nel giudizio di costituzionalità è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura Generale dello Stato, il quale ha chiesto che la questione sia dichiarata manifestamente infondata, ribadendo l'erroneità del presupposto interpretativo secondo cui la legge n. 46 del 2006 avrebbe privato la parte civile della possibilità di appellare contro la sentenza di proscioglimento; che si è altresì costituita la società U. I., parte nel giudizio a quo, quale responsabile civile, concludendo per l'accoglimento della questione: risulterebbe evidente, infatti – ad avviso della difesa dell'interveniente – la sussistenza di una lacuna del regime transitorio per la parte civile, lesiva del precetto costituzionale di parità delle parti nel processo, benché, sul piano “storico”, tale omissione sia spiegabile con l'erronea convinzione del legislatore di avere abolito l'appello del pubblico ministero, mantenendo invece quello della parte civile. Considerato che le ordinanze di rimessione sollevano questioni identiche o connesse, onde i relativi giudizi vanno riuniti per essere definiti con unica decisione; che la Corte d'appello di Bologna dubita della legittimità costituzionale dell'art. 576 del codice di procedura penale, come modificato dall'art. 6 della legge 20 febbraio 2006, n. 46 (Modifiche al codice di procedura penale, in materia di inappellabilità delle sentenze di proscioglimento), nella parte in cui – in asserito contrasto con i principi di eguaglianza, di parità delle parti nel processo e di inviolabilità del diritto di azione e di difesa (artt. 3, 24 e 111 della Costituzione) – esclude che la parte civile possa proporre appello contro la sentenza di proscioglimento dell'imputato; che, con due ordinanze di analogo tenore, la Corte d'appello di Venezia e la Corte d'appello di Brescia censurano, a loro volta – in relazione ai principi di eguaglianza e di parità delle parti nel processo (artt. 3 e 111 Cost.) – le disposizioni transitorie di cui all'art. 10 della legge n. 46 del 2006, nella parte in cui prevedono solo a favore dell'imputato e del pubblico ministero, e non anche della parte civile, una «restituzione in termini» per proporre ricorso per cassazione, di seguito alla declaratoria di inammissibilità dell'appello proposto contro una sentenza di proscioglimento, anteriormente all'entrata in vigore della medesima legge (commi 2 e 3); che i giudici a quibus muovono dalla comune premessa interpretativa in forza della quale la novella del 2006 avrebbe soppresso il potere di appello della parte civile: conclusione che si imporrebbe alla luce del generale principio di tassatività dei mezzi di impugnazione, di cui all'art. 568, comma 1, cod. proc. pen. , tenuto conto del fatto che, per un verso, l'art. 593 cod. proc. pen. non include la parte civile tra i soggetti legittimati a proporre appello; e, per un altro verso, il nuovo testo dell'art. 576 del medesimo codice – ove non compare più la previsione secondo la quale alla parte civile è consentito proporre impugnazione con lo stesso mezzo previsto per il pubblico ministero – non specifica di quali mezzi di impugnazione detta parte sia ammessa a fruire;