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Il quadro macroeconomico programmatico che il Governo presenterà a settembre terrà conto delle scelte di politica economica, così come delle più recenti evoluzioni della congiuntura internazionale e nazionale. Al riguardo va sottolineato che le tensioni protezionistiche emerse negli ultimi mesi hanno già rallentato la forte crescita del commercio internazionale registrata nel 2017 e raffreddato la fiducia delle imprese manifatturiere europee e asiatiche. In Italia, quest'anno, la crescita del PIL è proseguita nel primo trimestre, ma a un ritmo congiunturale e tendenziale inferiore a quello medio del 2017 e anche nell'area euro il PIL nel primo trimestre ha decelerato. La crescita del PIL reale dell'Italia nel secondo trimestre è attualmente prevista in linea con il ritmo registrato nei primi tre mesi dell'anno: ciò vuol dire che il raggiungimento della crescita media proiettata nel DEF per il 2018 - il DEF che è stato presentato a questo Parlamento - richiede un'accelerazione nella seconda metà dell'anno. Per quanto riguarda il 2019 e gli anni seguenti, credo che i tassi di crescita previsti nel DEF a legislazione vigente sono ancora alla nostra portata, ma richiedono un'adeguata strategia e azione di politica economica: in altre parole, non appaiono tassi di crescita che possiamo considerare tendenziali. Per quanto concerne la finanza pubblica, il DEF 2018 a legislazione vigente prevede un calo dell'indebitamento netto - anche di questo qui si è ampiamente discusso - per poi scendere allo 0,8 nel prossimo anno e raggiungere il pareggio di bilancio nel 2020. Secondo questa evoluzione del deficit , il rapporto debito/PIL inizierebbe un chiaro percorso discendente. Il consolidamento di bilancio e una dinamica decrescente del rapporto debito/PIL rimangono obiettivi del Governo, perché sono condizioni necessarie per mantenere e rafforzare la fiducia dei mercati finanziari; fiducia che è imprescindibile per la tutela delle nostre finanze pubbliche, dei risparmi degli italiani, nonché per la stabilità della crescita. L'aumento dei tassi di interesse sul debito pubblico verificatosi nelle ultime settimane è stato in larga parte una fisiologica conseguenza di una fase di osservazione di una transizione politica, la cui soluzione positiva peraltro ha già prodotto i primi positivi effetti. Nell'interesse del Paese è compito e intenzione del Governo agire in modo da prevenire ogni aggravio per la finanza pubblica. Come già detto, la versione programmatica del DEF 2018 verrà presentata a settembre. Non sono quindi ancora in grado di illustrarvi i numeri macroeconomici e di finanza pubblica connessi al nuovo quadro programmatico in fase di elaborazione. Tuttavia, permettetemi di illustrarvi il contesto economico che ci troviamo di fronte e le linee di politica economica che informeranno le scelte del Governo. La crisi drammatica iniziata dieci anni fa, che ha investito il Paese, facendo perdere fino al 9 per cento del prodotto interno lordo, si è scaricata su un'economia che soffriva e soffre da troppi anni di significativi problemi strutturali. Una governance dell'eurozona incompleta e inadeguata ha aggravato l'impatto della crisi finanziaria, incidendo sul tessuto produttivo e sociale. Dopo dieci anni siamo ancora lontani dai livelli precrisi, a differenza della quasi totalità degli altri Paesi membri dell'area euro. La produzione industriale è 17 punti percentuali sotto il livello raggiunto nel 2008; il tasso di disoccupazione è più di 5 punti superiore al punto di minimo precrisi; la disuguaglianza è sensibilmente aumentata e vorrei ricordare che oggi a un dato livello di occupazione corrisponde un numero di ore lavorate sensibilmente inferiore rispetto a dieci anni fa. Il debito in rapporto al PIL è cresciuto meno che in altri Paesi, ma rimane molto alto. Il dato generale è che il tasso di crescita dell'economia italiana è rimasto sensibilmente e costantemente al di sotto della media europea. Gli aumenti e le diminuzioni del nostro tasso di crescita, così come l'alternarsi del suo segno negativo o positivo, di cui abbiamo molto sentito parlare, hanno sostanzialmente corrisposto, negli anni post crisi fino ad oggi, alle variazioni della congiuntura europea, ma il divario negativo è rimasto sostanzialmente costante negli anni. Obiettivo e priorità del Governo sono quindi aumentare il tasso di crescita potenziale dell'economia e chiudere il divario di crescita. Dobbiamo accrescere la competitività del nostro sistema produttivo e la dinamica della produttività. La strategia per raggiungere questi obiettivi richiede di muoversi su due fronti: da una parte attuare le riforme strutturali previste nel programma di Governo; dall'altra, attivare uno stimolo endogeno di crescita per non limitarci a subire passivamente gli shock positivi o negativi che vengono dalla congiuntura internazionale. Questo stimolo endogeno deve essere rappresentato dal rilancio degli investimenti pubblici che hanno continuato a diminuire anche negli ultimi anni nonostante la flessibilità di bilancio contrattata con la Commissione europea. Sui motivi di questo risultato deludente tornerò tra poco, perché essi saranno al centro delle prime azioni di Governo. Consentitemi tuttavia di dire immediatamente che gli investimenti pubblici materiali e immateriali dovranno essere la chiave per ottenere quel di più di crescita che permetterà di conciliare l'attuazione del programma di riforme strutturali annunciato dal Governo con un quadro di finanza pubblica coerente con l'obiettivo di diminuzione progressiva del rapporto debito-PIL sul quale il Governo si è impegnato. Gli investimenti pubblici impattano positivamente e in maniera rilevante sulla domanda aggregata di breve termine, così come sul potenziale dell'economia, e metterei l'accento sull'impatto che ha sul potenziale dell'economia. Inoltre, in queste fasi macroeconomiche, è ragionevole assumere che gli investimenti abbiano un moltiplicatore particolarmente elevato, che indirettamente finanzierebbe parte dei costi di bilancio anche in ragione degli effetti positivi sugli investimenti privati. Il Governo è determinato, quindi, a invertire il calo degli investimenti pubblici in atto dall'inizio della crisi, invertendo in tal modo il deterioramento della composizione della politica di bilancio che ha visto, anche negli ultimi anni, favorire la spesa corrente a scapito della spesa in conto capitale. Vorrei anche affermare che quando si parla di crescita è bene qualificarla: noi parliamo di crescita inclusiva ed equa. Non sempre la crescita economica lo è. Essa deve essere inclusiva ed equa guardando sia alle generazioni presenti, in particolare a quelle più giovani, sia alle generazioni future. Puntare sullo stimolo endogeno alla crescita basato sugli investimenti pubblici e su quelli privati trainati dai primi significa affrontare il tema dell'occupazione di oggi e al tempo stesso costruire una capacità produttiva addizionale di cui beneficerà il lavoro delle generazioni future. Ciò si lega ai motivi per i quali dobbiamo mantenere un percorso di riduzione del nostro debito e soprattutto evitare ulteriore indebitamento volto a finanziare spesa corrente: un livello più basso di debito pubblico riduce la spesa per interessi, liberando margine di bilancio per rafforzare la crescita e l'inclusione sociale.