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Se da un lato potrebbe apparire auspicabile che il minore alterni il suo pernottamento, dall'altro tale soluzione va assolutamente evitata tutte le volte in cui l'analisi della fattispecie mostri che ciò sia intollerabile per il bambino per ragioni sia oggettive sia soggettive. Ad esempio l'indole, il carattere ed il temperamento del minore possono determinare una diversa risposta emotiva all'alternarsi dell'ambiente domestico. Laddove si dovesse ritenere fonte di stress il dover cambiare con regolare frequenza la propria stanzetta o il proprio spazio domestico, il giudice, nell'indicare presso quale abitazione il minore dovrà dimorare, dovrà nello stesso tempo individuare le modalità con cui l'altro genitore potrà continuare a svolgere il proprio ruolo. Non si deve dunque credere che nel nostro ordinamento la locuzione «affidamento condiviso» sia sinonimo di «pernottamenti equamente divisi» o «residenza alternata»: si può essere genitore affidatario senza che il bambino dimori con quel genitore, purché il tempo che l'adulto ed il minore trascorrono insieme sia, per qualità e quantità, idoneo ad esprimere un compiuto ruolo genitoriale il più possibile similare a come si sarebbe configurato se la separazione del padre e della madre non fosse sopravvenuta. In altri termini non tutto il contenuto astrattamente potenziale del diritto deve poi trovare attuazione concreta, così come, ad esempio, non tutto il ventaglio di facoltà proprie del diritto di proprietà devono essere esercitate. Passando, dunque, a un'analisi puntuale dell'articolato, l'articolo 1, coordinandosi con l'articolo 6 , lettera b), modifica l'articolo 45 del codice civile ai fini del riconoscimento del fatto che il minore, affidato a entrambi i genitori e rimesso alle loro cure, è naturalmente e automaticamente domiciliato presso entrambi, a prescindere dalla residenza anagrafica, necessariamente unica. L'articolo 2, al comma 1, lettera a ), nel rispetto della natura della locuzione «responsabilità genitoriale» quale «clausola generale» orienta teleologicamente tale status verso l'interesse del minore quale parte di un rapporto genitori-figli ove privilegiare il miglior benessere per tutti i componenti della famiglia, atteso che un armonico sviluppo psico-fisico del bambino è imprescindibile da una condizione di serenità ed equilibrio della famiglia tutta; alla lettera b ) si elimina l'obbligo, poco aderente alla realtà per la coppia che si forma, di concordare la residenza abituale dei figli, dando maggior rilievo ai comportamenti di fatto, che vedono nella gran parte dei casi i figli vivere insieme con i genitori, salvo, ovviamente ogni diverso accordo. L'articolo 337- ter viene modificato dall'articolo 6, lettera d) , e meglio coordinato con la scelta di fondo di modulare, in concreto, l'affidamento condiviso nel modo più equo possibile; allo scopo si è eliminato il riferimento alla cosiddetta «residenza abituale» e ciò non per escluderla, bensì per non dare a siffatta sistemazione un ruolo prevalente rispetto alla possibilità che si ritenga preferibile per il minore alternarsi presso la dimora dell'uno e dell'altro genitore. L'articolo 3 introduce l'articolo 316- ter che incrementa la tutela delle madri non coniugate, affermando che ad esse spetta dal padre un contributo alle spese di parto, oltre all'assistenza morale, nonché un mantenimento personale per i primi cinque mesi dopo di esso, ove non in grado di provvedervi. La tutela è estesa anche ai casi di morte del nascituro. La ratio della disposizione – in linea con la filosofia della legge 20 maggio 2016, n. 76, relativa alle convivenze – è da cercare nello stretto legame della madre con il figlio che sta nascendo o è appena nato, per cui va intesa essenzialmente come compresa tra i doveri del padre nei confronti del figlio. Con l'articolo 4 viene modificato l'articolo 317- bis , per estendere all'ambito parentale il diritto ad un rapporto col minore. L'utilità della conservazione della norma si coglie osservando che essa è indicata dall'articolo 38 delle disposizioni per l'attuazione del codice civile, tra quelle che prevedono provvedimenti di competenza del tribunale dei minori. In ordine a tale competenza si è ritenuto di lasciarla immutata per evitare un ulteriore sovraccarico al tribunale ordinario. L'articolo 5 interviene sull'articolo 336- bis del codice civile, eliminando la possibilità che il giudice neghi di fatto il diritto di parola al minore, sulla base di una sua anticipata e non documentata valutazione dell'irrilevanza di ciò che volesse dirgli, a dispetto del carattere indisponibile di tale diritto, per come previsto dalle convenzioni internazionali e dallo stesso codice civile all'articolo 315- bis , terzo comma. Tale audizione viene regolata ponendo le opportune cautele affinché l'incontro avvenga nel modo più agevole possibile per il minore. Si è ritenuto di non prevedere che il minore possa sottrarsi, giacché la valutazione da parte del giudice del comportamento del figlio, fosse anche un mero silenzio, è in ogni caso un elemento importante al fine della decisione sull'affidamento. All'articolo 6, la lettera a) definisce entro quale ambito teleologico debba essere determinato il contenuto concreto del diritto all'affidamento, sia esso esclusivo o condiviso, individuando nella qualità della vita del minore la pietra angolare. Preme sottolineare che qui si introduce un ulteriore profilo del diritto all'affidamento. La nozione di diritto tradizionalmente si accompagna alla speculare situazione soggettiva della soggezione. In realtà in tema di beni e valori non patrimoniali siffatto tradizionale schema è del tutto inadeguato, giacché le parti della relazione giuridica possono dirsi tutte portatrici di interessi pretensivi i quali però includono anche doveri e responsabilità. Se quindi dell'affidamento può dirsi titolare il genitore a cui viene attribuito dal procedimento di separazione, nello stesso tempo, e ben prima, può dirsi che allo stesso minore spetti la pretesa che tale diritto sia attribuito al genitore nel rispetto della cornice di cui all'articolo 6, lettera b), e che in egual modo sia esercitato. Siamo quindi in presenza di un rapporto giuridico di scopo tra situazioni soggettive paritarie e concorrenti. La lettera b) dell'articolo 6 definisce il contenuto del diritto riconosciuto al minore sottolineando la necessità che la frequentazione dei genitori deve essere bilanciata, con ciò sottolineando che non deve perseguirsi un'astratta parità di tempi, bensì una ripartizione che tenga conto di tutti gli elementi di valutazione di cui al comma successivo, ponendo l'interesse del minore quale fulcro di una immaginaria bilancia ove collocare i due diversi ruoli genitoriali. Si è, inoltre introdotta una attenuazione – per quanto possibile – che va intesa, ovviamente, come dovuta alla necessità di considerare quei casi in cui condizioni di salute, allattamento o particolari impegni lavorativi dei genitori rendano impossibile o oltremodo oneroso una gestione paritaria; viene, inoltre, risolto, come sopra accennato, il problema di come far valere il diritto dei minori ad avere contatti con i due ambiti parentali completi.