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Norme in materia di diritto alla conoscenza delle proprie origini biologiche. Onorevoli Senatori. – Con la sentenza 18 novembre 2013, n.278, la Corte costituzionale ha dichiarato « l'illegittimità costituzionale dell'articolo 28, comma 7, della legge 4 maggio 1983, n. 184 (Diritto del minore ad una famiglia), come sostituito dall'art. 177, comma 2, del decreto legislativo 30 giugno 2003, n. 196 (Codice in materia di protezione dei dati personali), nella parte in cui non prevede – attraverso un procedimento, stabilito dalla legge, che assicuri la massima riservatezza – la possibilità per il giudice di interpellare la madre – che abbia dichiarato di non voler essere nominata ai sensi dell'art. 30, comma 1, del d.P.r. 3 novembre 2000, n. 396 (regolamento per la revisione e la semplificazione dell'ordinamento dello stato civile, a norma dell'articolo 2, comma 12, della legge 15 maggio 1997, n. 127) – su richiesta del figlio, ai fini di una eventuale revoca di tale dichiarazione ». La pronuncia si pone nel solco della decisione con la quale la Corte europea dei diritti dell'uomo ha ritenuto che la legislazione italiana richiamata violi la Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali, e segnatamente si ponga in contrasto con l'articolo 8 (diritto al rispetto della vita privata e familiare), in quanto non consente né la reversibilità del segreto conseguente alla scelta dell'oblio operata dalla partoriente, né l'accesso del figlio non riconosciuto alle informazioni sulle proprie origini ancorché non identificative di colei che l'ha generato e, di conseguenza, omette il dovuto ed effettivo contemperamento tra gli interessi fondamentali e concorrenti in causa (Corte europea dei diritti dell'uomo, Godelli c. Italia, sentenza del 25 settembre 2012, ric. n. 33783/09). In una più recente occasione la medesima Corte (Corte europea dei diritti dell'uomo, Călin e altri c. Romania, sentenza del 19 giugno 2016, ric. nn. 25057/11, 34739/11 e 20316/12) ha ribadito che fondamento del diritto di risalire alle proprie radici è la tutela della vita privata, che comprende il diritto a conoscere i dettagli della propria identità di essere umano, puntualizzando altresì che il diritto dell'individuo a conseguire simili informazioni, che comprendono quelle necessarie all'identificazione della genitura biologica, si qualifica come fondamentale in virtù dell'influenza dalle stesse esercitata sul cammino di costruzione della personalità. L'intervento legislativo, suggerito dalla giurisprudenza interna e sovranazionale, è imprescindibile in ragione della pronunciata incostituzionalità e della incompatibilità con gli obblighi che derivano all'Italia dall'adesione alla Convenzione europea dei diritti dell'uomo. L'intervento è altresì urgente per consentire la concreta attuazione del diritto alla conoscenza delle proprie origini, presidiato da garanzie fondamentali, e disciplinare tra l'altro i casi di irreperibilità o decesso della madre che renderebbero vane le ricerche ed il richiamo allo scopo della verifica di un eventuale ripensamento. È poi necessario adottare una serie di cautele al fine di raccogliere e comunicare in ogni caso le informazioni personali e sanitarie non identificanti, conferendo concreta attuazione al principio già in vigore in forza dell'articolo 93, comma 3, del codice di cui al decreto legislativo 30 giugno 2003, n.196, in attuazione dell'articolo 32 della Costituzione. Si pone inoltre questione circa l'età richiesta all'adottato per l'interpello, non essendovi ragione per rinviare l'istanza al compimento dei venticinque anni, alla luce del rilievo conferito dalle fonti internazionali, ed attuato dalla riforma degli status del 2012-2013, alla capacità di discernimento del minore, addirittura dodicenne o anche più giovane. Le modalità dell'interpello della donna rivestono particolare rilievo, al fine di garantirne al massimo grado la riservatezza, senza compromettere la realizzazione del bilanciamento col diritto del nato a conoscere le proprie origini, né l'altrettanto fondamentale aspirazione della donna a revocare la dichiarazione originariamente espressa. In linea con quanto affermato nella sentenza della Cassazione n. 1946 del 25 gennaio 2017, sarebbe utile procedere secondo « i protocolli in concreto seguiti da quei Tribunali per i minorenni che, dopo la sentenza della Corte costituzionale n. 278 del 2013, hanno correttamente ritenuto di dare corso alla istanza del figlio di interpello della madre naturale per un'eventuale revoca della scelta di rimanere anonima fatta al momento del parto », dimostrando « come le norme di riferimento, arricchite delle indicazioni contenute nell'addizione del principio, siano suscettibili di essere declinate in direzioni pratiche dell'attività e del procedimento, capaci di consentire che, nel terminale del momento applicativo, il contatto con la madre, rivolto a raccogliere un'insindacabile dichiarazione di volontà, avvenga con modalità non invasive e rispettose della sua dignità e, nello stesso tempo, cautelando in termini rigorosi il suo diritto alla riservatezza ». Nella conclusiva fase di interpello, sono utilizzati i servizi sociali che operano una mediazione che tenga conto dei tempi necessari alla donna per elaborare l'esperienza, anche attraverso un sostegno psicologico, offerto dallo stesso tribunale, attraverso figure a ciò preposte, quali i giudici onorari. Di fatto, così come indicato negli studi del Comitato nazionale per il diritto alle origini biologiche, al di là degli aspetti giuridici, l'interpello porta con sé una complessità emotiva e psicologica che impone un'adeguata formazione degli operatori e raccomanda la massima delicatezza nell'affrontarlo. Infine, ove la donna risulti deceduta al momento in cui dovrebbe essere effettuato l'interpello, non essendo più possibile procedere al medesimo per la verifica della perdurante volontà di conservare il segreto, l'identità della partoriente deve essere comunicata all'istante, in ossequio a quanto ribadito in più occasioni dalla Suprema Corte di cassazione, da ultimo con ordinanza 5 dicembre 2017 – 7 febbraio 2018, n. 3004, secondo la quale non si può « considerare operativo, oltre il limite della vita della madre che ha partorito in anonimo, il termine, previsto dall'articolo 93, comma 2, del decreto legislativo n. 196 del 2003, di cento anni dalla formazione del documento per il rilascio della copia integrale del certificato di assistenza al parto o della cartella clinica, comprensivi dei dati personali che rendono identificabile la madre che abbia dichiarato di non voler essere nominata. Una diversa soluzione determinerebbe la cristallizzazione di tale scelta anche dopo la sua morte e la definitiva perdita del diritto fondamentale del figlio, in evidente contrasto con la necessaria reversibilità del segreto (Corte cost. n. 278 del 2013), nonché l'affievolimento, se non la scomparsa, di quelle ragioni di protezione che l'ordinamento ha ritenuto meritevoli di tutela per tutto il corso della vita della madre, proprio in ragione della revocabilità di tale scelta (Cass.