[pronunce]

che, in ordine alla rilevanza della questione, il giudice a quo afferma che l'applicazione delle norme denunciate, «in relazione alla eccezione di prescrizione sollevata dalla parte convenuta, è determinante ai fini della decisione»; che si è costituito il Consorzio agrario interprovinciale di Roma e Frosinone (CAIRF) in liquidazione coatta amministrativa, in persona del commissario liquidatore, parte attrice nel giudizio a quo, il quale ha concluso per l'infondatezza della questione; che, secondo detto Consorzio, le situazioni messe a raffronto dal giudice rimettente (cioè la sentenza di fallimento ed il decreto con cui viene disposta l'apertura della liquidazione coatta amministrativa) sono eterogenee e, perciò, non comparabili tra loro; che la stessa parte rileva, altresí, che la Corte costituzionale, in una questione analoga, ha già affermato, con la sentenza n. 301 del 2005, che: a) non è irragionevole la scelta del legislatore di consentire, durante la pendenza della procedura di liquidazione coatta amministrativa, l'emissione – senza limiti di tempo – di una sentenza dichiarativa dello stato di insolvenza; b) non è arbitrario sostenere che, in base al principio di cui all'art. 2935 cod. civ. , il termine prescrizionale delle azioni revocatorie fallimentari decorre dalla data della sentenza dichiarativa dello stato di insolvenza e non da quella del precedente decreto di messa in liquidazione coatta amministrativa dell'impresa; c) la decorrenza della prescrizione delle azioni revocatorie fallimentari dalla sentenza dichiarativa dello stato di insolvenza non comporta la lesione del generale interesse alla certezza delle situazioni giuridiche; che la s.p.a. Banca Nazionale del Lavoro, parte convenuta nel giudizio a quo, ha depositato, nel presente giudizio di legittimità costituzionale, una memoria fuori termine; che è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, il quale ha chiesto che la questione sia dichiarata inammissibile, per insufficiente motivazione sulla rilevanza, o, comunque, infondata, perché l'accertamento giudiziario dello stato d'insolvenza – in quanto si svolge con le garanzie del contraddittorio e del diritto di difesa (art. 24 Cost.) ed è suscettibile di passare in giudicato – costituisce «l'unico accertamento che può fungere da presupposto per l'esercizio dell'azione revocatoria fallimentare, tanto nel fallimento, quanto nella liquidazione coatta amministrativa», con conseguente decorrenza del termine di prescrizione delle azioni revocatorie dalla data della sentenza dichiarativa dello stato d'insolvenza, in forza del principio generale di cui all'art. 2935 cod. civ. , secondo cui la prescrizione comincia a decorrere solo dal giorno in cui il diritto può essere fatto valere. Considerato che il Tribunale ordinario di Roma dubita, in riferimento all'art. 3 della Costituzione, della legittimità degli artt. 202 e 203, commi primo e secondo, del regio decreto 16 marzo 1942, n. 267 (Disciplina del fallimento, del concordato preventivo, dell'amministrazione controllata e della liquidazione coatta amministrativa), nella parte in cui individuano nell'accertamento giudiziario dello stato d'insolvenza dell'impresa anziché nel decreto che dispone la liquidazione coatta amministrativa, il presupposto giuridico necessario per l'esperibilità delle azioni revocatorie fallimentari nell'àmbito di detta procedura e, pertanto, stabiliscono che la prescrizione di tali azioni decorre dal suddetto accertamento giudiziario e non dalla data di emissione del decreto di apertura della procedura medesima; che, ad avviso del giudice rimettente, le disposizioni censurate violano l'art. 3 Cost., perché, stabilendo che il termine di prescrizione delle azioni revocatorie decorre dalla data della sentenza di accertamento dello stato di insolvenza dell'impresa già posta in liquidazione coatta amministrativa, pongono una disciplina: a) ingiustificatamente diversa da quella dettata per il fallimento, nel quale detto termine decorre dalla data di apertura della procedura concorsuale (cioè dalla data della sentenza dichiarativa del fallimento); b) intrinsecamente irragionevole, in quanto esige un accertamento giudiziario dello stato di insolvenza dell'impresa, nonostante che detto accertamento sia già contenuto nel decreto amministrativo di apertura della procedura di liquidazione coatta amministrativa; che la questione è manifestamente infondata; che il rimettente formula le sue censure muovendo da due diverse premesse interpretative; che la prima premessa – secondo cui la prescrizione dell'azione revocatoria decorre dalla sentenza di accertamento dello stato di insolvenza emessa nel corso della procedura di liquidazione coatta amministrativa – è pacificamente condivisa dalla giurisprudenza della Corte di cassazione (ex plurimis, sentenza. n. 14279 del 2006) ed è già stata considerata plausibile e non arbitraria da questa Corte (sentenza n. 301 del 2005); che, peraltro, a tale premessa il giudice a quo fa seguire, nel suo percorso argomentativo, una seconda premessa manifestamente erronea, affermando la sostanziale corrispondenza tra la sentenza dichiarativa del fallimento o dello stato di insolvenza, da un lato, ed il decreto di messa in liquidazione coatta amministrativa, dall'altro, e da ciò deducendo l'illegittimità costituzionale della normativa denunciata, nella parte in cui non consente che le azioni revocatorie siano esperibili sin dal momento dell'apertura della procedura di liquidazione coatta amministrativa e non stabilisce che la prescrizione di tali azioni decorra da tale momento; che, contrariamente a quanto affermato dal rimettente, l'accertamento giurisdizionale dello stato di insolvenza non è assimilabile alla valutazione delle condizioni economiche dell'impresa effettuata dall'autorità governativa di vigilanza; che, infatti, il decreto di liquidazione coatta amministrativa è emesso all'esito di un procedimento amministrativo il quale, a differenza dell'accertamento giudiziale dello stato di insolvenza, non offre le garanzie del rispetto del contraddittorio e del diritto di difesa, né produce gli effetti del giudicato; che il rimettente, operando tale assimilazione, pone pertanto a raffronto situazioni eterogenee; che devono essere invece assimilate la sentenza dichiarativa di fallimento e la sentenza dichiarativa dello stato di insolvenza dell'impresa in liquidazione coatta amministrativa, in ragione della loro comune natura giurisdizionale; che da tali rilievi consegue, in primo luogo, l'insussistenza della denunciata disparità di trattamento, perché, tanto nel fallimento quanto nella liquidazione coatta amministrativa apertasi senza previo accertamento giudiziario dello stato di insolvenza, le azioni revocatorie sono esperibili solo dopo la dichiarazione giudiziale di detto stato ed è pertanto coerente con tale regime che esse siano soggette a un termine di prescrizione decorrente dall'accertamento dell'insolvenza; che dagli stessi rilievi consegue, in secondo luogo, l'insussistenza della denunciata intrinseca irragionevolezza della normativa censurata: