[pronunce]

c) degli artt. 41 e 117, secondo comma, lettera e), Cost., poiché l'introduzione di una normativa regionale di fatto più restrittiva di quella previgente, che si distacchi in peius dai parametri di riferimento dettati dal decreto legislativo n. 114 del 1998, determina un'irragionevole lesione del principio di tutela della libertà di iniziativa economica collegata all'incisione delle scelte organizzative degli operatori economici e si riflette negativamente sui livelli di tutela della concorrenza (invadendo la competenza riservata alla legislazione statale), in quanto finisce per deprimere le potenzialità competitive degli esercizi commerciali siti in Comuni che, pur essendo a forte attrattività turistica secondo i parametri della legge nazionale, non sono compresi nel numerus clausus dei bacini territoriali presi in considerazione dal legislatore regionale; che, con un unico atto, si sono costituite nel presente giudizio le società operatrici del centro polifunzionale sito nel comune di Erbusco, che concludono chiedendo la declaratoria di illegittimità costituzionale delle norme censurate, sulla base di argomentazioni conformi a quelle svolte dal Collegio rimettente; e che, in una memoria illustrativa (ribadite le rassegnate conclusioni e le relative argomentazioni a sostegno) sottolineano come il sopravvenuto art. 31 del decreto-legge 6 dicembre 2011, n. 201 (Disposizioni urgenti per la crescita, l'equità e il consolidamento dei conti pubblici), convertito, con modificazioni, dalla legge 22 dicembre 2011, n. 214 abbia fatto venire meno le limitazioni relative agli orari ed ai giorni di apertura degli esercizi commerciali individuati nella legislazione regionale ad esso precedente, oltre che nel decreto legislativo n. 114 del 1998, sicché ogni norma regionale che preveda tali limiti deve ritenersi implicitamente abrogata, secondo la regola desumibile dall'art. 10 della legge 10 febbraio 1953, n. 62. Considerato che il Consiglio di Stato dubita della legittimità costituzionale dell'articolo 5-bis, comma 10, della legge della Regione Lombardia 3 aprile 2000, n. 22 (Disciplina delle vendite straordinarie e disposizioni in materia di orari degli esercizi commerciali) - rubricato «Orari delle attività di vendita al dettaglio in sede fissa», secondo cui, «Nel rispetto dei limiti di cui ai commi 2, 3 e 11, l'apertura al pubblico nelle giornate domenicali e festive è consentita negli ambiti territoriali a forte attrattività, così individuati: [...] b) i comuni rivieraschi dei laghi lombardi di cui all'allegato A della legge regionale 11 marzo 2005, n. 12 (legge per il governo del territorio), con esclusione dei capoluoghi di provincia e limitatamente ai laghi in cui è presente un servizio pubblico di navigazione di linea per il trasporto di persone e cose; [...]» -, nonché dell'articolo 103, comma 13, della legge della Regione Lombardia 2 febbraio 2010, n. 6 (Testo unico delle leggi regionali in materia di commercio e fiere) in cui (a seguito della abrogazione della legge regionale n. 22 del 2000, ai sensi dell'art. 155, comma 1, lettera f, della legge regionale n. 6 del 2010), è stato trasfuso il testo dell'art. 5-bis, comma 10; che, in sintesi, il rimettente fonda le proprie censure sul presupposto che la normativa regionale impugnata - nel sostituire la nozione statale dei Comuni «ad economia prevalente turistica» con quella degli «àmbiti territoriali a forte attrattività» - determinerebbe una aprioristica tipizzazione legislativa, ponendosi in linea di discontinuità rispetto all'art. 12 del decreto legislativo 31 marzo 1998, n. 114 (Riforma della disciplina relativa al settore del commercio, a norma dell'articolo 4, comma 4, della legge 15 marzo 1997, n. 59), che viceversa demandava ad un'indagine amministrativa l'individuazione dei Comuni ad economia prevalentemente turistica, esonerati dalla regola della chiusura domenicale e festiva; che ciò, secondo il rimettente, provocherebbe la violazione: a) degli artt. 3 e 97 Cost., per illogicità della fissazione (con una legge-provvedimento) di una presunzione juris et de jure, che finisce per vincolare il potere sindacale di fissazione del calendario di apertura degli esercizi commerciali e, soprattutto, per sostituirsi alle statuizioni provvedimentali previste dal menzionato art. 12 del decreto legislativo n. 114 del 1998, senza il supporto di una specifica istruttoria finalizzata ad analizzare le realtà territoriali e ad effettuare una ponderazione comparativa di interessi in relazione a criteri orientativi previamente definiti; b) degli artt. 24, 103 e 113 Cost., in quanto l'invasione legislativa della sfera amministrativa si riflette negativamente sulla tutela giurisdizionale delle posizioni soggettive incise; c) degli artt. 41 e 117, secondo comma, lettera e), Cost., per l'introduzione di una normativa regionale più restrittiva di quella previgente, che determinerebbe un'irragionevole lesione del principio di tutela della libertà di iniziativa economica collegata all'incisione delle scelte organizzative degli operatori economici, riflettendosi negativamente sui livelli di tutela della concorrenza e finendo per deprimere le potenzialità competitive degli esercizi commerciali siti in Comuni che, pur essendo a forte attrattività turistica secondo i parametri della legge nazionale, non sono compresi nel numerus clausus dei bacini territoriali presi in considerazione dal legislatore regionale; che, dopo la proposizione della odierna questione (sollevata con ordinanza emessa il 29 novembre 2011), è sopravvenuta la previsione del comma 1 dell'art. 31 del decreto-legge 6 dicembre del 2011, n. 201 (Disposizioni urgenti per la crescita, l'equità e il consolidamento dei conti pubblici), convertito, con modificazioni, dalla legge 22 dicembre 2011, n. 214, che - nel disporre che, «in materia di esercizi commerciali, all'articolo 3, comma 1, lettera d-bis, del decreto-legge 4 luglio 2006, n. 223, convertito, con modificazioni, dalla legge 4 agosto 2006, n. 248, sono soppresse le parole: