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Oggi le donne sono quelle che hanno il lavoro più precario, part time , sottopagato: in una coppia, se bisogna scegliere, farà un passo indietro sicuramente la donna, per utilità e convenienza della famiglia; perché le donne sono impiegate nei settori strategicamente più a rischio. Si pensi alla comunicazione, al turismo, al terziario in generale, al commercio: sono le donne ad essere impiegate in questi settori. E sono le donne che faranno fatica a rendere compatibile un lavoro agile, se non lo regolamenteremo con il lavoro di cura familiare e domestico. Ecco allora le donne che rischiano veramente di fuoriuscire dal mondo del lavoro; ricordiamole le cifre: solo metà della popolazione femminile occupata, con una differenza nei confronti degli uomini di quasi il 20 per cento. Tutti ci hanno detto, e sono anni che lo ripetono gli osservatori economici nazionali e internazionali più importanti, che immettere più donne nei percorsi produttivi ed economici significherebbe dotare l'Italia di una leva fondamentale per la crescita e per il riscatto. Dico allora: cerchiamola tutti insieme questa leva in questo momento, per l'Italia che dice di avere bisogno di uno scatto in avanti. Facciamolo riducendo i divari, ricordando che i divari e le disuguaglianze - prima tra tutte quella di genere - non sono soltanto un'ingiustizia sociale ma sono il più grande ostacolo, il più grande freno a mano sulla crescita e lo sviluppo di un Paese. Approfittiamone per ritornare a crescere e farlo in maniera più giusta, più equa e, come ho detto prima, più competitiva. Eccoli gli impegni della mozione che insieme a tante colleghe abbiamo scritto. È necessario un vero piano per l'occupazione femminile, in grado di capovolgere il senso della conciliazione, che ora è fatta solo sulle spalle delle donne. Chiediamo condivisione delle responsabilità familiari. Il 67 per cento del carico dei lavori familiari è sulle spalle delle donne. Chiediamo agli uomini di essere di questa partita insieme a noi. È bello potersi occupare della propria famiglia, è una ricchezza per tutti: facciamolo insieme. Cresciamo insieme i nostri figli, riconosciamo il valore sociale della maternità. Riconoscere il valore sociale della maternità significa che la società intera se ne fa carico, significa riconoscere che ancora troppo spesso una donna, nel momento in cui mette al mondo un figlio, fuoriesce dai circuiti produttivi. Sarebbe quindi necessario il riconoscimento del lavoro domestico, la regolarizzazione di colf e badanti, uno smart working agile ma disciplinato, il diritto alla disconnessione, il recupero del digital divide , una sistemazione degli incentivi e un osservatorio, come ha detto anche il Ministro, che sappia distinguere l'impatto che le politiche che mettiamo in campo hanno per gli uomini e per le donne. Concludo con un ricordo, agganciandomi a quanto detto dal Ministro: sessant'anni fa è stata emessa una sentenza importante che cancellava un tabù. Consentitemelo, non lo faccio in spregio ad una categoria alla quale stiamo chiedendo invece alleanza, ma solo pochi anni prima - lo ricordo a tutti noi - il presidente Giovanni Leone, in un dibattito dell'Assemblea costituente, diceva che le donne non possono accedere alla magistratura perché in alcuni giorni del mese non hanno la possibilità di avere la serenità e l'equilibrio necessari ad emettere sentenze. Pochi anni dopo la Corte costituzionale intervenne applicando e richiamando esattamente - e non facendo un semplice riferimento come auspicato dall'avvocato della ricorrente - l'articolo 3 della Costituzione (per quanto è bello). A quelle donne, a Rosa Oliva ma a tutte le donne che in questi anni hanno portato avanti tante battaglie, noi dobbiamo delle risposte. Ci sono oggi le condizioni per cambiare davvero in meglio le cose. Non è una cortesia o una giustizia che rendiamo alle donne. È una cortesia, se proprio la vogliamo chiamare così, ma io direi che è soprattutto un'occasione straordinaria che noi rendiamo al Paese. (Applausi) . STEFANI (L-SP-PSd'Az) . Domando di parlare per dichiarazione di voto. PRESIDENTE. Ne ha facoltà. STEFANI (L-SP-PSd'Az) . Signor Presidente, il fatto che stiamo ancora qui a discutere su queste mozioni significa che la questione femminile non è ancora risolta e che quindi sul fenomeno culturale che vede ancora le donne in una sorta di seconda fila, non ci sono stati grandi progressi dai tempi libri di Erica Jong. Sempre per citare libri che saranno sicuramente noti ad alcuni dei presenti in Aula, se il libro «Dalla parte delle bambine» è ancora attuale, significa che probabilmente le battaglie che sono state portate avanti per la parità di accesso a qualsiasi carica, impegno e lavoro, probabilmente non hanno ancora ottenuto la vittoria. Già oggi vediamo che nei vertici decisionali o nei vertici aziendali, le donne non stanno conquistando grandi posizioni. Vi sono sicuramente delle eccezioni, però già il fatto di chiamarle eccezioni significa che c'è un problema. In realtà il problema non è soltanto il fatto di giungere ai vertici, non è importante avere l'orgoglio di essere magari amministratore delegato di una multinazionale o di avere chissà quali incarichi politici. Fra i tanti problemi che sono stati evidenziati anche nel corso della discussione e che vorrei sottolineare qui, visto che non è stato toccato l'argomento, c'è quello della disparità di retribuzione, che purtroppo nemmeno le norme, le regole e le tariffe riescono a ricondurre ad equità. C'è oggi una disparità di retribuzione, di compenso e di reddito. Faccio un esempio, che nasce un po' dalla professione che io stessa esercito: le donne avvocato, che nel 1997 erano 26.000 e che nell'arco di più di un decennio hanno raggiunto le 115.000 unità, rappresentano il 47,8 per cento degli iscritti negli albi. Tuttavia, i dati raccolti dalla cassa forense dicono che nel 2017 il reddito medio delle donne avvocato è di 23.000 euro, contro i 52.000 euro dei colleghi uomini. Non si vede quale sia la differenza della prestazione che viene eseguita; questa è una disparità. Questo è solo un esempio di come la donna si trovi ad avere una forza economica e contrattuale di genere diversa. Il lavoro è un grandissimo elemento di dignità, ma quello che fa la dignità del lavoro, alla fine, è anche il reddito. Esiste un problema nell'ingresso stesso nel mondo del lavoro per le donne, come anche un enorme problema è il reingresso della donna dopo l'uscita dal mercato del lavoro. Ad oggi, il nostro Paese ha un tasso di occupazione del 57 per cento delle madri tra i venticinque e i cinquantaquattro anni (quelle che si occupano di figli piccoli o parenti non autosufficienti), rispetto a un tasso dell'89,3 per cento dei padri. Nel contesto attuale di questa emergenza sanitaria, in cui stiamo subendo oneri veramente pesanti, lo scenario dell'occupazione femminile si aggraverà ulteriormente, nel momento in cui ci sarà la ripresa delle attività produttive, che potrebbe comportare chiusure e licenziamenti e quindi implicare il problema di trovare una nuova occupazione. Per le donne questo è un ulteriore problema, è un peso anche per certi versi maggiore.