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(Applausi dal Gruppo FdI e del senatore Aimi) . PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Binetti. Ne ha facoltà. BINETTI (FI-BP) . Signor Presidente, ringrazio tutti i colleghi presenti oggi per discutere queste mozioni, che hanno oggettivamente molti punti di contatto: sono di gran lunga di più i punti di contatto che le differenze presenti tra le mozioni. Se già partissimo da questo nodo cruciale, che è un nodo di condivisione profonda, per proporre al Governo, attraverso la sua proposta del codice rosso, la possibilità di creare un ponte tra un'iniziativa di tipo governativo e una di tipo parlamentare, condivisa, daremmo forse un bel segnale della centralità del pensiero femminile all'interno di una linea di Governo. Come abbiamo potuto vedere tutti, le mozioni, per la maggioranza, sono state scritte e presentate da donne, anche se fortunatamente sottoscritte da molti colleghi dei rispettivi Gruppi; sono la rappresentazione di un sentire comune e condiviso. È questo sentire ciò che deve costituire il vero punto di cambiamento di un sistema. Dico questo per una ragione molto semplice. Noi abbiamo delle leggi. La legislatura precedente, di cui sono felice di aver fatto parte, è intervenuta più volte. Abbiamo cominciato, all'inizio della legislatura, con una famosa mozione sul femminicidio; abbiamo preso una posizione strutturale e forte, recependo la Convenzione di Istanbul; abbiamo aggravato le punizioni legate alla legge che era stata firmata dal Governo precedente contro lo stalking ; siamo andati avanti, in diversi altri passaggi, sempre con questo sentire comune di denuncia. Non sto qui a ricordare ai colleghi quante volte, negli interventi di fine seduta, si è sollevato il caso, il problema, la concretezza del singolare rispetto a una sofferenza più ampia e più generale. Tuttavia, questo non alimenta affatto la speranza, l'ottimismo, una prospettiva di fiducia in un futuro che si sia tradotto, nei fatti, in una riduzione degli episodi di violenza. A volte mi chiedo se la violenza che con maggiore frequenza occupa le prime pagine dei giornali e i telegiornali a ripetizione, per diverse serate di seguito, non sia il frutto di una maggiore conoscenza, che rende più esplicita la denuncia, o non vi sia l'emulazione, che nasce da una banalizzazione, a volte, della violenza. Evidenzio il concetto della banalizzazione e vorrei soffermarmi su tre piccoli esempi che possono offrire un'angolatura diversa per osservare il problema. Comincio dal primo: ricorderete tutti che anni fa il rettore dell'università di Harvard sosteneva che il cervello femminile fosse inferiore come capacità. Detto dal tempio della cultura, dove sono nati tantissimi premi Nobel, questa aggressione al femminile risultava francamente svalutante. Ma ancora di più mi ha sorpreso, pochi mesi fa, dall'università di Pisa, che rappresenta uno dei templi della cultura, una delle eccellenze tra le università italiane, l'affermazione dell'inidoneità della donna ad affrontare gli studi scientifici, cosa assolutamente falsa; viceversa, i fatti dimostrano quanto la donna sia impegnata in tutti i lavori e in tutti gli studi di stampo scientifico. Questo, sempre che si voglia tenere conto del contributo positivo che la donna dà e non si voglia denunciare, invece, quella forma di violenza, il famoso tetto di cristallo, che permette alle donne di lavorare con un impegno continuo e sistematico, salvo poi scippare loro, all'ultimo momento, il ruolo del coordinamento, la rappresentanza, il merito; di questo vi sono molti esempi anche nella storia di premi Nobel. Vi è ancora la convinzione che ci sia qualcosa che manchi all'intelligenza femminile, sottovalutando non solo la presenza reale di ciò che c'è, ma anche il contributo specifico, in termini di qualità relazionale, di rapporto, di capacità di costruire reti di comunicazione. Infine, una piccola notizia comparsa l'altro giorno sulla prima pagina del «Corriere della sera»: sembra che a Milano ci siano decine e decine di monumenti a uomini illustri e non ce ne sia neppure uno a una donna. Questo avviene a Milano, noi siamo a Roma, non vogliamo metterci in discussione, ma intanto è una cosa che colpisce. Poi il rimedio, a mio avviso, era peggiore del male, perché si proponeva un monumento cumulativo, che mettesse insieme tutte le donne, laddove la linea avrebbe dovuto essere: tante sono le eccellenze, altrettanti sono i monumenti. (Richiami del Presidente). Questi fattori culturali corrono il rischio di far passare sotto silenzio quella che invece è la violenza che si scatena nell'arroganza, nella presunzione, nella convinzione di poter imporre un lessico, una scala di valori, un criterio di giudizio che tenga sostanzialmente la donna in una posizione subordinata, senza mai riconoscere al femminile la sua specificità, il suo valore, la sua forza, la sua capacità di trasformare il contesto. (Applausi dai Gruppi FI-BP e M5S). PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Iori. Ne ha facoltà. IORI (PD) . Signor Presidente, colleghi, ogni nuovo episodio di cronaca di violenza sulle donne ci lascia muti e sgomenti; ogni aggiornamento dei dati statistici, che sono impressionanti e che sono già stati citati negli interventi che mi hanno preceduto, ci confermano che questo orrore di aggressività fisica, psicologica e sessuale è in aumento e che i maltrattamenti domestici, anche contro le donne in gravidanza, anche di fronte ai figli terrorizzati, sono sempre più diffusi. La maggior parte di questi femminicidi sono commessi da uomini che avevano un rapporto sentimentale con le loro vittime. Un rapporto sentimentale: ma di quali sentimenti stiamo parlando? Questo è uno dei nodi più importanti, forse quello da cui partire, come è stato già accennato. Mi riferisco all'analfabetismo emotivo, alla mancanza di parole, all'incapacità di dare nome a ciò che proviamo e quindi di attuare dei comportamenti conseguenti a ciò che si prova. Certamente la prima emergenza, citata in tutti gli interventi, è quella di combattere i costi umani, sociali ed anche economici della violenza sulle donne; far applicare le leggi, potenziare i centri antiviolenza, accompagnare le vittime verso percorsi di autostima e coraggio. Tuttavia l'azione più importante è la prevenzione. Partiamo allora dal potenziare un grande investimento educativo, già iniziato nella scorsa legislatura, che coinvolga la scuola e non solo, fin dalla prima infanzia, sull'uso delle parole, dei libri di testo, dei giochi, dello sport, della scelta degli studi, dell'impegno sociale, per far crescere bambini e bambine nel rispetto delle differenze di genere e della pari dignità. Perché crescere negli stereotipi sessisti discredita la stima delle donne in quanto persone, penetra nelle relazioni familiari, nei rapporti di lavoro, nei percorsi di carriera. Due, allora, sono in particolare gli obiettivi che vorrei sottolineare: l'educazione socio-affettiva e l'educazione alla corporeità. Assumete la responsabilità di voi stesse. Questo la scuola, dove non lo fa la famiglia, dovrebbe insegnare alle ragazze per favorire lo sviluppo di un autentico progetto di sé, in un sistema patriarcale che le svaluta, le umilia, le ferisce, dove la violenza verbale e lo hate speech in rete aprono la strada anche alla violenza sul corpo.