[pronunce]

In ordine al secondo profilo, il TAR remittente ha precisato che i principi affermati dalla giurisprudenza della Corte di cassazione «attengono, infatti, univocamente a controversie instaurate tra affiliati ed il partito politico di riferimento» e non hanno attinenza con la fattispecie al suo esame, che riguarda la legittimità del sindacato operato dall'Ufficio elettorale centrale. 5.- Ad avviso del giudice a quo, la decisione 11 maggio 2009 dell'Ufficio elettorale centrale presso la Corte d'appello di Lecce si presenta sostanzialmente corretta ed aderente alla sistematica degli artt. 30 e 33 del d.P.R. n. 570 del 1960, che non prevedono attualmente la possibilità, per il suddetto Ufficio elettorale, di verificare la legittimazione del soggetto che presenti la lista, «con riferimento, soprattutto, alle norme di legge o di statuto che regolamentano la stessa formazione della volontà di una determinata associazione politica e, quindi, in definitiva, garantiscono che una determinata lista di candidati costituisca genuina espressione di una formazione politica e non di iniziative "esterne" al contesto politico di riferimento». Non sarebbe, infatti, condivisibile un'interpretazione estensiva delle suddette disposizioni, in quanto essa inciderebbe su due ambiti di peculiare rilevanza quale il diritto di voto e la libertà di associazione (è richiamata la sentenza n. 407 del 1999 di questa Corte), che richiedono parametri obiettivi. L'attuale formulazione degli artt. 30 e 33 del d.P.R. n. 570 del 1960 non sarebbe conforme a Costituzione e contrasterebbe, soprattutto, con la previsione dell'art. 49 Cost., il quale garantisce a tutti i cittadini il «diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale». A giudizio del remittente, in ragione delle norme censurate, la verifica del rispetto delle previsioni statutarie o di legge in materia di formazione delle liste elettorali è del tutto preclusa, proprio nel delicato momento della presentazione delle stesse. In tal modo, argomenta il TAR, si giunge «al sostanziale paradosso per cui una decisione in ordine alla presentazione di una lista assunta in violazione delle previsioni statutarie», come nella vicenda in esame, «potrebbe essere sindacata dal giudice ordinario in sede di impugnazione della delibera dell'associazione irregolarmente adottata, ma non potrebbe costituire oggetto di alcuna valutazione in sede di presentazione delle liste». La complessiva irrazionalità dell'attuale ambito di sindacato dell'ufficio elettorale centrale sarebbe, poi, ulteriormente percepibile, laddove si consideri che esso non si limita ad un vaglio "formale" delle liste, ma investe anche la salvaguardia di interessi di particolare pregnanza, come la tutela della collettività da infiltrazioni criminose, le quali non rivestono minore importanza rispetto alla possibilità di concorrere democraticamente alla politica nazionale, ai sensi dell'art. 49 Cost., o del diritto di accedere agli uffici pubblici elettivi garantito dall'art. 51 Cost. L'ufficio elettorale centrale, senza interferire, in tal modo, nella vita interna dei partiti, svolgerebbe solo un sindacato esterno in ordine al rispetto delle previsioni statutarie sulla presentazione delle candidature e, in generale, sulla legittimazione di chi presenti le relative liste. 6.- Si sono costituiti nel presente giudizio il Coordinamento provinciale del "Popolo della Libertà" di Lecce, nonché, con un unico atto d'intervento, i ricorrenti nei giudizi a quibus. Nel solo giudizio r.o. n. 233 del 2009 è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato. 7.- Il Coordinamento provinciale del "Popolo della Libertà" ha dedotto la inammissibilità della questione. In particolare, si osserva che il remittente avrebbe chiesto una pronuncia additiva che esorbita dai poteri del Giudice delle leggi. Nel merito, si prospetta la non fondatezza della questione, in quanto la pronuncia richiesta introdurrebbe «elementi di disequilibrio nella norma complessivamente considerata, non in linea con i principi garantiti dall'art. 97 della Costituzione». Inoltre, l'attività di sostituzione di un candidato ad un altro, che si vorrebbe attribuita all'Ufficio elettorale, sarebbe incompatibile con il sistema fissato dalla normativa in ordine alla designazione dei candidati. 8.- Le parti private, ricorrenti nei giudizi a quibus, hanno prospettato argomentazioni analoghe a quelle contenute negli atti di rimessione, chiedendo l'accoglimento della questione. 9.- Il Presidente del Consiglio dei ministri, dal canto suo, ha dedotto l'inammissibilità e la non fondatezza della questione stessa. La difesa dello Stato ha eccepito il difetto di giurisdizione del remittente, poiché la fattispecie in esame verte sul mancato rispetto delle regole statutarie del movimento politico del quale la lista in questione costituisce espressione (è richiamata la sentenza n. 203 del 1975). Il ricorso proposto dinanzi al TAR contro il primo atto endoprocedimentale dell'Ufficio elettorale sarebbe, altresì, inammissibile, avendo i ricorrenti omesso di notificarlo al candidato Presidente della Provincia o ad altri candidati della lista in questione, quali controinteressati. Infine, ulteriore inammissibilità della questione deriverebbe dalla inadeguatezza della pronuncia additiva richiesta ad integrare una disciplina certa. Nel merito, a sostegno della non fondatezza della questione, l'Avvocatura dello Stato ha dedotto che la presentazione delle liste nelle elezioni comunali e provinciali non è attribuita ai partiti o ai gruppi politici, in quanto, in realtà, sono gli stessi elettori i veri presentatori della lista, come discende dagli artt. 28 e 32 del citato d.P.R. n. 570 del 1960. Non sussisterebbero, quindi, i profili di violazione degli artt. 49 e 51 Cost. prospettati dal giudice a quo. 10.- In data 18 maggio 2010 hanno depositato memorie i ricorrenti nei giudizi a quibus, l'Avvocatura generale dello Stato, nonché il Coordinamento del "Popolo della Libertà" di Lecce. 11.- I ricorrenti, nel richiamare le conclusioni già formulate, hanno ribadito l'illegittimità delle norme censurate, in quanto le stesse non consentirebbero alcuna verifica in ordine alla corretta e genuina formazione della volontà del partito politico in nome e per conto del quale vengono presentate le candidature. 12.- Il Presidente del Consiglio dei ministri, dal canto suo, ha ricordato i profili di inammissibilità già prospettati. Nel merito, la difesa dello Stato ha insistito per il rigetto della questione. 13.- Anche il Coordinamento del "Popolo della Libertà" di Lecce ha depositato memoria, deducendo, in particolare, la contraddittorietà delle sentenze di rimessione, in particolare in quanto lo stesso giudice a quo riconosce la possibilità di tutela giurisdizionale dinanzi al giudice ordinario.