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DE PETRIS (Misto-LeU) . Domando di parlare per dichiarazione di voto. PRESIDENTE. Ne ha facoltà. DE PETRIS (Misto-LeU) . Signor Presidente, rappresentanti del Governo, colleghi, voteremo a favore del decreto-legge in esame e, nell'annunciare il nostro voto favorevole, vogliamo sottolineare alcune questioni per noi molto importanti. Intanto, riteniamo certamente un passo in avanti questo provvedimento, poiché presenta molti aspetti positivi. Tuttavia, dico subito che non possiamo tacere su alcune questioni, su cui peraltro noi ci siamo impegnati a lungo. Nel corso dell'esame alla Camera abbiamo chiesto - per esempio - che fosse prevista la possibilità di partecipare al concorso straordinario per gli assistenti amministrativi facenti funzione di DSGA per più di tre anni senza il titolo previsto, proprio perché ci sembrava assolutamente giusto arrivare a una soluzione per persone che - come è stato evidenziato ieri anche dal Sottosegretario - contribuiscono fortemente al funzionamento delle scuole. Abbiamo chiesto - e per noi questo è un elemento molto importante, su cui vogliamo ritornare - l'abrogazione dell'obbligo di partecipazione alle prove Invalsi come requisito per gli esami terminali delle scuole superiori di primo e secondo grado. Come abbiamo detto varie volte anche nella scorsa legislatura, la valutazione è un tema molto serio, troppo serio per ridurlo semplicemente ai test Invalsi. Gli Invalsi, infatti, non fanno altro che fare - come diceva don Milani - «parti uguali tra disuguali», trasformandosi in un test che misura, di fatto, le disuguaglianze sociali, e non la preparazione. Faccio un esempio partendo da Roma: lo stesso test sulla padronanza lessicale fatto a Tor Bella Monaca dà risultati differenti rispetto a quello somministrato agli alunni che abitano in centro storico, i quali hanno un altro tipo di famiglia alle spalle. Ribadiamo ancora con forza che riteniamo ingiusta l'introduzione dell'obbligo di permanenza nella sede di immissione in ruolo per cinque anni. So che è stata quasi una concessione in funzione delle richieste di autonomia, ma penso che su questo tema dovremo tornare. Potrei citare altre questioni per noi importanti, ma - detto questo - noi riteniamo che il decreto-legge al nostro esame rappresenti un passaggio molto importante su una dimensione, come quella della scuola, dell'università e della ricerca, fondamentale per il nostro Paese. Questa è la questione su cui noi dobbiamo concentrarci, perché dovrebbe essere il nostro investimento principale per la costruzione del futuro del Paese. E per questo voteremo con convinzione a favore. La scuola è stata, nella storia del nostro Paese, lo strumento che ha garantito la vera unificazione nazionale. Noi non siamo un Paese che è nato di per sé unito «dalle Alpi alle piramidi»; è stata la scuola lo strumento fondamentale dell'unificazione ed ha consentito per molti anni di costruire percorsi di emancipazione e un ascensore sociale per milioni di persone. Da troppo tempo ormai la scuola italiana è purtroppo diventata, nel dibattito pubblico e - ahimè - anche in quello dei decisori politici, una sorta di pietra di scarto: ha perso la sua centralità. È stato smarrito, nel discorso pubblico, il punto focale che dovrebbe invece stare al centro della nostra discussione, e cioè il valore sociale della funzione dell'insegnamento, ma anche della funzione di chi nella scuola studia, si forma, costruisce il proprio percorso di cittadinanza. Oggi, in un mondo così complesso, così cambiato, in continua evoluzione, dovremmo ancor di più mettere al centro la scuola, perché la conoscenza è la strada su cui riprendere un cammino di progresso e di qualità; è necessario che i decisori politici, i legislatori, il Governo si concentrino su questo tema e diano dei segnali importanti. In questo contesto complicato, fatto di anni in cui la scuola purtroppo è stata abbandonata, e non solo con i tagli che sono stati ricordati ieri, anche sostanziosi - penso agli 8 miliardi di euro della Gelmini - ma anche con l'essere considerata quasi un elemento secondario nella discussione e negli impegni di Governo e abbandonata al precariato, il decreto-legge in esame costruisce alcuni interventi molto importanti, che sono stati già in parte ricordati nel dibattito di ieri. Bandisce i due concorsi (uno ordinario e uno straordinario) per 48.000 posti. Sappiamo che non sana completamente la piaga del precariato storico, ma è un elemento molto importante e avanzato, perché è un numero assai utile per cominciare a intervenire in modo significativo sulla piaga, che ha afflitto e affligge ancora il sistema scolastico nazionale. È utile anche per dare nuove opportunità di selezione e di lavoro per i giovani futuri insegnanti. Viene ampliata la platea di coloro che potranno partecipare al concorso straordinario, aperto adesso sia ai docenti che abbiano maturato servizio nei percorsi di istruzione e formazione professionale, sia a coloro che abbiano effettuato una delle tre annualità richieste dall'anno scolastico 2008-2009, sia a chi sta svolgendo nell'anno in corso la terza annualità di servizio. Non è sufficiente - lo sappiamo perfettamente - ma è certamente un grande passo in avanti. Occorre, però, impegnarci nel futuro perché vi sia certezza rispetto alla frequenza dei meccanismi di accesso alla professione dell'insegnamento, magari istituendo con regolarità canali di accesso trasparenti e concorsi pubblici che consentano a chi lo vuole di misurarsi con la possibilità di praticare quella professione, con strumenti di riforma che magari superino, una volta per sempre, la dicotomia tra l'assunzione e l'abilitazione, che spesso e volentieri, nel momento del concorso, è anche molto difficile da verificare nella sua efficacia. Proprio sull'abilitazione bisogna fare un discorso serio e approfondito. È questo il punto su cui dobbiamo concentrarci anche aprendo la strada a chi - per esempio - ha faticosamente conseguito un dottorato di ricerca. L'importanza di riprendere il confronto sul sistema di abilitazione a regime è per noi una questione assolutamente cruciale, perché è la leva strategica per la stabilità del sistema scolastico e per dare la giusta risposta alle decine di migliaia di lavoratori interessati. È molto positivo, inoltre, che con l'approvazione della legge di bilancio 2020 sarà cambiato - per esempio - il bonus docenti: non ci sarà più, ma le risorse finalmente saranno spostate sul fondo d'istituto e, dunque, ritornano nella disponibilità della contrattazione e, quindi, ai docenti e al personale ATA. Si tratta di un criterio che già molte scuole hanno cominciato ad adottare per limitare ciò che avevamo fortemente criticato, e cioè la discrezionalità dei dirigenti e dei comitati di valutazione. È chiaro che non può bastare, perché è necessario rinnovare i contratti e adeguare gli stipendi, l'altra grande questione. Quando sentiamo parlare del fatto che dobbiamo portare la scuola italiana ai massimi livelli europei, non possiamo dimenticare che forse dovremmo portare anche gli stipendi degli insegnanti ai livelli europei. Questa per noi è una questione cruciale, perché significa finalmente effettuare una rivalutazione non solo economica ma anche sociale del ruolo dell'insegnante.