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Nello specifico, il comma 1 dell'articolo 1, modificato durante l'esame alla Camera dei deputati, indica come finalità generale del provvedimento contrastare la povertà e l'esclusione sociale ed ampliare le protezioni fornite dal sistema delle politiche sociali per renderlo più adeguato rispetto ai bisogni emergenti e più equo e omogeneo nell'accesso alle prestazioni. Nell'ambito della sopra citata finalità generale è specificato che i decreti legislativi devono recare: a) l'introduzione di una misura nazionale di contrasto della povertà, intesa come l'impossibilità di disporre dell'insieme dei beni e dei servizi necessari a condurre un livello di vita dignitoso, e dell'esclusione sociale, denominata «reddito di inclusione» individuata come livello essenziale delle prestazioni da garantire uniformemente in tutto il territorio nazionale; b) il riordino delle prestazioni di natura assistenziale finalizzate al contrasto della povertà, fatta eccezione per le prestazioni rivolte alla fascia di popolazione anziana non più in età di attivazione lavorativa, per le prestazioni a sostegno della genitorialità e per quelle legate alla condizione di disabilità e di invalidità del beneficiario. Non si parla più di «razionalizzazione» delle medesime prestazioni, come invece nel testo originario; c) il rafforzamento del coordinamento degli interventi in materia di servizi sociali, al fine di garantire su tutto il territorio nazionale i livelli essenziali delle prestazioni, nell'ambito dei principi di cui alla legge 8 novembre 2000, n. 328. È evidente che il disegno di legge prevede una delega molto ampia -- una tipologia di provvedimenti cui il Governo ci ha ormai da tempo abituato e attraverso i quali continua sempre più ad scavalcare, erodendola pian piano, la funzione legislativa del Parlamento -- con princìpi e criteri direttivi che sarebbe stato opportuno definire in modo più dettagliato. Se la misura dovrà riguardare tutte le famiglie e i cittadini in difficoltà, sarebbe stato necessario individuare con chiarezza la «soglia del bisogno», quindi i beneficiari della misura, e prevedere un sistema di verifica del bisogno/erogazione del sostegno capace di raggiungere la popolazione senza dover escludere alcuno. A tal proposito non si comprende a quale «livello di vita dignitoso» si intenda far riferimento nel testo cui deve parametrarsi la misura. È evidente (e ci si domanda se ciò non sia esplicitamente voluto) l'eccesso di delega poiché il Governo potrà liberamente stabilire chi è povero e chi non lo è, senza dover necessariamente tener conto di soglie precise come, ad esempio, la soglia di rischio di povertà intesa come il valore convenzionale, calcolato dall'Istituto nazionale di statistica (ISTAT) nel rispetto delle disposizioni del quadro comune per la produzione sistematica di statistiche europee sul reddito e sulle condizioni di vita (EU-SILC), di cui al regolamento (CE) n. 1177/2003 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 16 giugno 2003, definito secondo l'indicatore ufficiale di povertà monetaria dell'Unione europea, pari ai 6/10 del reddito mediano equivalente familiare, al di sotto del quale un nucleo familiare, composto anche da un solo individuo, è definito povero in termini relativi, ossia in rapporto al livello economico medio di vita locale o nazionale. Suscita in generale perplessità la previsione di cui all'articolo 1, comma 2, lettera c) , in quanto la capienza del Fondo per la lotta alla povertà e all'esclusione sociale risulta ancora inadeguata alle esigenze della popolazione. Istituito dall'articolo 1, comma 386, della citata legge di stabilità 2016 (legge n. 208 del 2015), tale fondo presentava una previsione per il 2017 pari a 1.030 milioni di euro. Nel biennio 2018-2019, il relativo capitolo di bilancio, con una dotazione iniziale pari a 1.054 milioni, riceve dalla legge n. 232 del 2016 per il 2018 un rifinanziamento di 500 milioni di euro, che porta la dotazione dei prossimi due anni a 1.554 milioni di euro. A tali risorse per il triennio, i commi 238 e 239 dell'articolo 1 della medesima legge hanno autorizzato, dal 2017, un incremento a regime di 150 milioni di euro. Come già detto, durante l'esame alla Camera dei deputati è stata modificata la disposizione che prevedeva la razionalizzazione delle prestazioni di natura assistenziale e quelle di natura previdenziale sottoposte alla prova dei mezzi del soggetto beneficiario. Con il riferimento alla razionalizzazione delle prestazioni di natura assistenziale e previdenziale si era paventato il rischio che si volessero «tagliare» o rivedere le pensioni di reversibilità. Ciò ha rappresentato un elemento fortemente critico del provvedimento, poi espunto durante l'esame alla Camera. Se poi il Governo ha provveduto a presentare un emendamento (poi approvato) che prevedeva la soppressione della razionalizzazione delle prestazioni previdenziali, facendo dunque un passo indietro, ciò è stato possibile solo a seguito della forte protesta messa in atto dal Movimento 5 Stelle sia dentro che fuori dal Parlamento, insieme ad alcune associazioni e con il sostegno dell'opinione pubblica. Il riordino auspicato del Movimento 5 Stelle, sia nell'ambito dei servizi per l'impiego sia nell'ambito dell'assistenza integrata sociale e sanitaria, prevede senz'altro una riforma complessiva delle strutture esistenti, ma nell'ottica precipua di valorizzare e ampliare il soggetto pubblico e le sue strutture. «Nessuno deve rimanere indietro» non è uno slogan ma un progetto preciso e soprattutto un'idea di Stato che deve farsi carico dei cittadini e dei loro problemi garantendo a tutti coloro che vivono sotto la soglia di povertà relativa anche un reddito minimo che garantisca un livello socialmente decoroso di esistenza, possibilità di scelta e autodeterminazione dei soggetti sociali. Nel provvedimento in questione il Governo intende parametrare la misura di contrasto alla povertà, nell'ottica di razionalizzare le prestazioni e di meglio «selezionare» i bisognosi, agganciandolo all'ISEE (l'indicatore della situazione economica del beneficiario) e senza che a monte vi sia stata peraltro una riforma dell'ordinamento tributario e del sistema sociale che garantisca una migliore ridistribuzione del contributo fiscale e che risolva alla radice il problema dell'evasione fiscale e della elevata pressione tributaria e contributiva. Le misure indicate nel provvedimento all'esame non rispondono in concreto (al di là dell'enunciazione della «misura nazionale di contrasto alla povertà») agli obblighi imposti dall'Unione europea che a riguardo, con diverse raccomandazioni e comunicati (già dal 1992!), invita gli Stati membri a dotarsi di adeguati sistemi di protezione sociale, raccomandando di riconoscere il diritto basilare di ogni persona di disporre di un'assistenza sociale e di risorse sufficienti per vivere in modo dignitoso. É apprezzabile l'intento di riordinare le diverse misure di sostegno sociale che si sono susseguite e stratificate nel corso degli anni.