[pronunce]

n. 42 del 2006 violerebbe, poi, l'art. 3 Cost., poiché sarebbe fonte di un'irragionevole disparità di trattamento con gli assicurati presso gli enti previdenziali privati costituiti ai sensi del decreto legislativo 10 febbraio 1996, n. 103 (Attuazione della delega conferita dall'art. 2, comma 25, della legge 8 agosto 1995, n. 335, in materia di tutela previdenziale obbligatoria dei soggetti che svolgono attività autonoma di libera professione), i quali, in virtù del successivo comma 6 dello stesso art. 4, ottengono la liquidazione del trattamento pensionistico sulla base del sistema di calcolo vigente nell'ordinamento degli enti medesimi. 2. - L'Associazione Cassa nazionale di previdenza e assistenza a favore dei ragionieri e dei periti commerciali ha sollevato alcune eccezioni di inammissibilità delle questioni. 2.1. - Queste sarebbero inammissibili, in primo luogo, perché il giudice a quo non avrebbe indicato la ragione per la quale il giudizio principale non potrebbe essere definito senza applicare la norma censurata. L'eccezione non è fondata, perché la Corte d'appello di Torino ha spiegato chiaramente che, applicando al ricorrente nel giudizio principale i criteri di calcolo in vigore presso la Cassa (invece di quelli stabiliti dalla norma censurata), la quota di pensione spettante all'assicurato sarebbe superiore rispetto a quella determinata dall'ente previdenziale sulla base dei criteri imposti dall'art. 4, comma 3, del d.lgs. n. 42 del 2006. 2.2. - In secondo luogo, la Cassa deduce che in primo grado le questioni di legittimità costituzionale erano state dichiarate non rilevanti. Pertanto la Corte d'appello avrebbe avuto l'onere di motivare sul punto, al fine di spiegare per quale motivo la rilevanza della questione, negata dal giudice di primo grado, fosse invece sussistente. Neppure tale eccezione è fondata. La rimettente aveva l'onere di spiegare, nella propria ordinanza, le ragioni della rilevanza delle questioni ai fini della decisione della controversia e, nel fare ciò, non aveva affatto l'onere di controbattere specificamente agli argomenti sostenuti dal giudice di primo grado. 2.3. - Un terzo motivo di inammissibilità delle questioni risiederebbe, ad avviso della Cassa, nel fatto che esse sono state sollevate nel corso di un giudizio instaurato al solo scopo di sollecitare l'intervento di questa Corte. Neppure tale deduzione può essere condivisa. Dall'ordinanza di rimessione risulta che il ricorrente ha proposto il giudizio principale allo scopo di ottenere la riliquidazione della quota di pensione erogatagli dalla Cassa di previdenza dei ragionieri. Pertanto la controversia ha ad oggetto un preciso e concreto bene della vita, vale a dire un incremento dell'importo del trattamento pensionistico, e quella della legittimità costituzionale dell'art. 4, comma 3, del d.lgs. n. 42 del 2006 è solamente una delle questioni che debbono essere risolte per pervenire all'accertamento del diritto rivendicato dalla parte attrice. 2.4. - Infine, ad avviso della Cassa, specificamente inammissibile sarebbe la censura formulata in riferimento all'art. 3 Cost., perché la remittente non avrebbe motivato sulla ragione per la quale una, anziché l'altra, delle discipline poste a raffronto sia assunta (non ad oggetto della questione, ma) quale tertium comparationis. L'eccezione non è fondata, poiché è evidente che la Corte rimettente individua il tertium comparationis nella disciplina prevista per gli iscritti agli enti di cui al d.lgs. n. 103 del 1996, perché il sistema di calcolo per essi stabilito dall'art. 4 del d.lgs. n. 42 del 2006 è conforme a quello che, secondo l'opinione del giudice a quo, era il principio direttivo imposto dalla legge delega. 3. - Nel merito, la questione sollevata in riferimento all'art. 76 Cost. non è fondata. Ad avviso del giudice a quo, l'art. 4, comma 3, del d.lgs. n. 42 del 2006 contrasterebbe con il principio direttivo dettato dall'art. 1, comma 2, lettera o), della legge delega n. 243 del 2004. A norma di tale disposizione, il legislatore delegato aveva il compito di «ridefinire la disciplina in materia di totalizzazione dei periodi assicurativi, al fine di ampliare progressivamente le possibilità di sommare i periodi assicurativi previste dalla legislazione vigente, con l'obiettivo di consentire l'accesso alla totalizzazione sia al lavoratore che abbia compiuto il sessantacinquesimo anno di età sia al lavoratore che abbia complessivamente maturato almeno quaranta anni di anzianità contributiva, indipendentemente dall'età anagrafica, e che abbia versato presso ogni cassa, gestione o fondo previdenziale, interessati dalla domanda di totalizzazione, almeno cinque anni di contributi». La norma così prosegue: «Ogni ente presso cui sono stati versati i contributi sarà tenuto pro quota al pagamento del trattamento pensionistico, secondo le proprie regole di calcolo. Tale facoltà è estesa anche ai superstiti di assicurato, ancorché deceduto prima del compimento dell'età pensionabile». In particolare, secondo la rimettente, sarebbe violato il secondo periodo della norma, dal quale dovrebbe desumersi che, per l'aspetto concernente i criteri di calcolo della quota di pensione gravante sulle gestioni interessate dalla totalizzazione, il legislatore delegato non avesse facoltà di dettare un'autonoma disciplina, dovendosi limitare a rinviare a quanto già previsto dagli ordinamenti dei singoli enti interessati. Tale assunto non è condivisibile. Il riferimento alle «proprie regole di calcolo» contenuto nell'art. 1, comma 2, lettera o), della legge n. 243 del 2004 non escludeva di prevedere criteri di calcolo per le singole gestioni previdenziali al fine di consentire un ampliamento progressivo dell'ambito di operatività dell'istituto della totalizzazione. La necessità, quindi, di disciplinare anche tale fondamentale aspetto era direttamente connessa e implicita nell'attribuzione al Governo del compito di «rivedere il principio della totalizzazione dei periodi assicurativi» (art. 1, comma 1, lettera d, della legge n. 243 del 2004) e di «ridefinire la disciplina in materia » al fine di allargare progressivamente «le possibilità di sommare i periodi assicurativi previste dalla legislazione vigente» (art. 1, comma 2, lettera o, della legge delega). É evidente che per estendere l'applicazione dell'istituto della totalizzazione il legislatore poteva precisare anche i criteri di calcolo delle prestazioni che sarebbero spettate agli assicurati in virtù della nuova disciplina. In altre parole, per aumentare il novero dei casi in cui gli assicurati potevano ricorrere all'istituto della totalizzazione, il legislatore delegato poteva anche apportare a quella disciplina gli adattamenti conseguenti all'ampliamento delle ipotesi in cui si poteva ricorrere alla totalizzazione. Non a caso la legge n. 243 del 2004 definiva con termini ampi il compito che essa delegava al Governo.