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avrete capito dall'intervento che il nostro voto non può che essere un voto favorevole alla risoluzione della maggioranza, con la consapevolezza che il Governo farà bene a chiedere alla minoranza di smetterla di attaccare sui pregiudizi, e di poterci eventualmente criticare sui fatti. (Applausi dai Gruppi L-SP e M5S. Molte congratulazioni) . PICHETTO FRATIN (FI-BP) . Domando di parlare per dichiarazione di voto. PRESIDENTE. Ne ha facoltà. PICHETTO FRATIN (FI-BP) . Signor Presidente, colleghe e colleghi, rappresentanti del Governo, onorevole Ministro, innanzitutto va detto che questo Documento di economia e finanza, come è stato ampiamente già dibattuto, è rappresentato solo dal tendenziale e quindi manca il quadro programmatico. Peraltro un tendenziale inattuale, ormai superato da una serie di fatti, molti non legati a valutazioni prettamente nazionali italiane; superato dall'aumento dei tassi e da una serie di fatti e fattori internazionali in continuo cambiamento. Nel quadro di legislazione vigente vi è comunque l'aumento dell'IVA nel 2019-2020. Questa previsione dovrebbe anche scontare una diminuzione dei consumi e una minore crescita del prodotto interno lordo. Va allora evidenziato che le politiche economiche adottate negli ultimi anni non sono riuscite a far uscire l'Italia dalla lunga e drammatica crisi economica e finanziaria iniziata nel 2008. È vero che si è registrata una debole crescita economica a traino della fase ciclica internazionale e comunque è stata una ripresa che ha registrato un tasso di crescita del prodotto interno lordo italiano di gran lunga inferiore a quello medio dell'Unione europea. L'ex ministro dell'economia Padoan ci ha definiti nelle sue affermazioni «il fanalino di coda dell'Europa». Una crescita così fiacca ha anche evidenziato l'assenza di un concreto recupero in termini di occupazione, di produzione industriale, di export , di domanda interna e di clima di fiducia. Tutto si è mosso, ma veramente molto poco. La gestione delle finanze pubbliche ha purtroppo alimentato la spesa corrente e non ha ridotto il disavanzo, sostenendo il già elevato debito pubblico che nel 2018 - ricordiamolo - ha superato il record dei 2.300 miliardi. L'indebitamento netto ha raggiunto il 2,3 per cento nel 2017, con uno 0,4 per cento di salvataggi bancari, ma soprattutto si è registrato un impiego di risorse pubbliche veramente molto frammentato. Tra l'altro, non si è annotato alcun evidente risultato di riduzione della pressione fiscale sulle imprese e sulle famiglie. Se analizziamo la principale misura dei Governi Renzi e Gentiloni Silveri, il bonus di 80 euro, rileviamo che si è rivelata una misura iniqua dal punto di vista fiscale e inadeguata a far ripartire i consumi. Le altre misure di spesa sono state in alcuni casi autentici sprechi di denaro pubblico. Inoltre, non c'è stata una decisione lineare e incisiva sul mercato dell'occupazione, ma interventi differenti nei cinque anni di Governo che hanno registrato una discontinuità nelle varie misure a sostegno della decontribuzione salariale. La riforma del mercato del lavoro, il cosiddetto jobs act , ha inoltre mostrato la propria carenza applicativa. Vorrei anche ricordare che tale intervento ha negato la realtà con l'abolizione dei voucher che comunque rappresentavano un intervento - e tuttora lo sono - che risponde a una richiesta del mercato. Un mercato del lavoro ingessato ha quindi fatto crescere il livello di povertà, chi ha raggiunto i 4,7 milioni di abitanti. La risposta a questa situazione non può essere il reddito di inclusione, ma nemmeno il reddito di cittadinanza proposto dal nuovo Governo. L'Esecutivo entrante ha evitato di inserire valori programmatici nel Documento di economia e finanza, limitandosi a richiamare il contratto di Governo, cosicché ora non sappiamo come verranno realizzate le riforme strutturali annunciate nei principali settori di cui l'Italia ha bisogno. Ringrazio il Ministro per la sua replica, perché è stato l'unico contributo di proposta e valutazione rispetto al possibile scenario dei prossimi mesi: l'approccio alla trattativa nei confronti dell'Unione europea e alcuni puntuali accenni a determinate modalità di calcolo dei nostri investimenti rispetto alle regole dell'Unione europea. Le mancate riforme registrerebbero un rallentamento del prodotto interno lordo ben oltre le aspettative sul ciclo economico internazionale, non beneficiando di alcuna misura strutturale o anticiclica dell'Esecutivo uscente. Per vedere un'inversione ci sarà bisogno di un piano di riforme più concreto e meno di galleggiamento rispetto a quello che abbiamo vissuto in questi ultimi periodi. Fare investimenti significa liberare l'Italia da un codice degli appalti che è una sorta di camicia di forza e affrancare il tessuto delle norme urbanistiche da tutti quei vincoli che hanno creato un territorio praticamente senza cantieri, ma con tanti controllori, moltiplicando i punti di minor trasparenza e quelli di ipotetica fonte di corruzione: perché se sono tanti quelli che devono dare il parere o controllare, probabilmente non tutti sono buoni. Ecco quindi che si arriva, con una moltiplicazione del "pizzo regolare" (fatto di bolli, tasse e tariffe) e del pizzo di delinquenza (dovuto all'eccesso di controlli), non dico a creare, ma a favorire e promuovere le occasioni perché la corruzione avvenga. Voglio sommessamente ricordare che l'Italia ha da sempre un'economia sostenuta da esportazione e settore immobiliare. Il settore immobiliare è stato reso ancor più immobile da un gravame di tasse sulla casa quadruplicato dal 2011 ad oggi. Vorrei ricordare che l'immobile, la casa, in Italia era il risparmio ed il concetto stesso di risparmio rispetto ad altri Paesi dove invece non c'era questo collegamento diretto. Con poche e chiare disposizioni, quindi, è possibile mettere mano sia alle nostre città sia a tutto un comparto produttivo che può creare posti di lavoro. Basta togliere un po' di burocrazia, basta arrivare a una seria, e non complicata, trasparenza e responsabilità. Guardate che ridurre la burocrazia, le autorizzazioni e i controlli non solo non costa e potrebbe essere fatto immediatamente, ma genererebbe nuovo impulso alle attività economiche da subito, mentre nel lungo periodo potrebbe portare un concreto risparmio. Detto questo, è evidente che ridurre la pressione fiscale che grava sulle imprese e sulle famiglie (così come previsto nel programma del centrodestra), attivando una radicale trasformazione del sistema fiscale italiano, sia cosa imprescindibile e da tutti auspicabile. Su questo punto mi sembra che all'interno del Governo siano iniziati i distinguo, perlomeno sui confini stessi della riforma fiscale: prima le imprese o prima le famiglie? Gli organi di stampa odierni danno prima le imprese, ma solo alcune. Dagli interventi in quest'Aula non si è avuta molta chiarezza, purtroppo, su questo e su altri temi.