[pronunce]

che, nella memoria depositata in prossimità dell'udienza, la parte privata oppone all'eccezione di inammissibilità fondata sull'esaurimento del potere decisorio del giudice a quo il precedente di questa Corte (sentenza n. 4 del 2000) circa l'idoneità della sede cautelare a sollevare questioni di legittimità costituzionale; che, quanto al difetto di motivazione dell'ordinanza di rimessione, per aver omesso di verificare se, nel caso concreto, sussiste o meno la priorità nell'uso del nomen da parte dell'emittente locale, la società deducente osserva che, anche se la norma in questione «avesse un significato confermativo del criterio del pre-uso, la sua incriminazione non sarebbe inutile giacché il criterio di priorità sarebbe comunque dalla stessa tutelato unicamente nei confronti dell'emittente nazionale e non anche a favore delle emittenti locali»; che, quanto all'esigenza di evitare confusione fra i servizi offerti dalle diverse emittenti, la deducente osserva che tale esigenza può costituire soltanto l'occasio dell'intervento del legislatore, ma non può certo servire a giustificare la soluzione adottata, non essendo il criterio della maggiore dimensione né logico né razionale, giacché contrasta con lo stesso principio di uguaglianza; che non è conferente il richiamo al regime generale dei marchi d'impresa, ove si consideri che tale regime è dettato a tutela delle imprese concorrenti, cui è riconosciuta la disponibilità dell'azione a difesa dei rispettivi segni distintivi, mentre la norma denunciata configura un potere di intervento d'ufficio dell'Autorità garante a difesa del marchio dell'emittente più “grande”; che, in tale regime, vige la regola della prevalenza del pre-uso o uso di fatto del marchio, in base al principio prior in tempore potior in iure, principio che è stato ritenuto dalla Corte costituzionale conforme ai valori dell'iniziativa e della proprietà privata (sentenza n. 42 del 1986), con la conseguenza che, per portare ad esso una legittima deroga, occorrerebbe una adeguata giustificazione, che non può certo ravvisarsi nella esigenza di evitare la confondibilità dei prodotti o servizi, posto che tale obiettivo è già raggiunto con l'ordinario regime dei marchi e con il relativo criterio cronologico; che, comunque, attesi «i particolari valori che l'art. 21 Cost. vuole siano garantiti da qualsiasi disciplina in tema di mezzi radiotelevisivi, all'esigenza di conservare l'identità delle singole voci notiziali va riconosciuta una posizione di assoluta preminenza a causa della stretta correlazione tra la libertà di manifestazione del pensiero riconosciuta al singolo mezzo e il nomen attraverso il quale lo stesso viene riconosciuto dalla comunità degli ascoltatori». Considerato che il Consiglio di Stato dubita della legittimità costituzionale dell'art. 2, comma 2-bis, del decreto-legge 30 gennaio 1999, n. 15 (Disposizioni urgenti per lo sviluppo equilibrato dell'emittenza televisiva e per evitare la costituzione o il mantenimento di posizioni dominanti nel settore radiotelevisivo), convertito, con modificazioni, nella legge 29 marzo 1999, n. 78, in quanto, disponendo che «le emittenti radiotelevisive locali, comprese quelle che diffondono programmi in contemporanea o programmi comuni non possono utilizzare, né diffondere, un marchio, una denominazione o una testata identificativi che richiamino in tutto o in parte quelli di una emittente nazionale», contrasterebbe: a) con il canone della ragionevolezza (art. 3 Cost.), perché, derogando ai principi della disciplina generale in tema di marchi d'impresa, sacrifica le posizioni delle preesistenti emittenti locali, senza tener conto della priorità temporale dell'uso; b) con l'art. 41 Cost., perché, sopprimendo il diritto all'uso esclusivo del marchio, menoma la capacità concorrenziale delle imprese emittenti locali, così comprimendo la libertà di iniziativa economica privata; c) con l'art. 42 Cost., perché, inibendo l'uso del marchio, che concorre alla consistenza patrimoniale dell'impresa, senza tener conto della priorità temporale, comporta lesione della proprietà privata; d) con l'art. 21 Cost., perché, incidendo sulla possibilità dell'emittente locale di utilizzare un segno distintivo «in ipotesi essenziale per conservare la posizione imprenditoriale dalla stessa ritagliata sul mercato dell'informazione», potrebbe sacrificare l'effettivo esercizio della libertà di informare e, indirettamente, il pieno dispiegarsi del principio pluralistico; che, preliminarmente, deve respingersi l'eccezione di inammissibilità della questione sollevata dall'Avvocatura generale dello Stato sul presupposto che, avendo emesso il provvedimento cautelare richiestogli con l'appello proposto avverso l'ordinanza di diniego del TAR, il Consiglio di Stato avrebbe esaurito la potestas judicandi, quale ad esso compete nella sede cautelare; che questa Corte ha più volte statuito che il giudice amministrativo ben può sollevare questione di legittimità costituzionale in sede cautelare, sia quando non provveda sulla domanda cautelare, sia quando conceda la relativa misura, purché tale concessione non si risolva, per le ragioni addotte a suo fondamento, nel definitivo esaurimento del potere cautelare del quale in quella sede il giudice amministrativo fruisce: con la conseguenza che la questione di legittimità costituzionale è inammissibile – oltre che, ovviamente, se la misura è espressamente negata (ordinanza n. 82 del 2005) – quando essa sia concessa sulla base di ragioni, quanto al fumus boni juris, che prescindono dalla non manifesta infondatezza della questione stessa (sentenza n. 451 del 1993); che la potestas judicandi non può ritenersi esaurita quando la concessione della misura cautelare è fondata, quanto al fumus boni juris, sulla non manifesta infondatezza della questione di legittimità costituzionale, dovendosi in tal caso la sospensione dell'efficacia del provvedimento impugnato ritenere di carattere provvisorio e temporaneo fino alla ripresa del giudizio cautelare dopo l'incidente di legittimità costituzionale (ex plurimis, sentenze n. 444 del 1990; n. 367 del 1991; numeri 24, 30 e 359 del 1995; n. 183 del 1997; n. 4 del 2000) ; che la sospensione ex art. 23 della legge 11 marzo 1953, n. 87 (Norme sulla costituzione e sul funzionamento della Corte costituzionale), investe, conseguentemente, la fase cautelare del giudizio amministrativo, dipendendo dall'esito del giudizio di legittimità costituzionale la sorte dell'ordinanza cautelare emessa (come testualmente recita, nel caso di specie, l'ordinanza di sospensione dell'efficacia del provvedimento) «nelle more» del relativo giudizio; che la questione, peraltro, è manifestamente inammissibile sotto altro profilo; che il giudice rimettente, infatti, muove alla norma denunciata censure che, da un lato, sembrano investirla nella sua interezza (così, peraltro, il dispositivo dell'ordinanza di rimessione) e, dall'altro lato, sembrano rivolte alla parte di essa che pretenderebbe applicarsi “retroattivamente”;