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Modifiche alle norme per l'elezione della Camera dei deputati con reintroduzione del voto di preferenza distinto per genere e garanzia di governabilità e rappresentatività. Introduzione dell'obbligo di elezioni primarie. Onorevoli Senatori. -- La legge elettorale ha una valenza enorme per un sistema politico: permanendo per un tempo adeguato, infatti, essa può contribuire alla sua fisionomia. Le scelte italiane sono spesso state informate alla convenienza delle maggioranze contingenti ed anche con l'attuale proposta di riforma elettorale pare che si vada in quella direzione. In più la scelta del Governo di arrivare ad un accordo extraparlamentare con una sola delle opposizioni, evidentemente la meno distante politicamente, e poi di correre a testa bassa verso la meta, negando ogni seria attenzione agli altri interlocutori, ingigantisce il rischio di sviste gravide di conseguenze dannose che, peraltro, nei meccanismi complessi delle leggi elettorali hanno già prodotto effetti indesiderati. Di fronte alla chiusura «a testuggine» ed all'imponente apparato mediatico messo in campo dalla maggioranza di Governo (quella effettiva e quella complementare), risulta difficile far filtrare opinioni diverse sul sistema elettorale italiano. Quella che presentiamo qui è la proposta di sistema elettorale che vorremmo, con preghiera di leggere criticamente le ipotesi che prospettiamo, sia per consentirne l'affinamento sia per misurarne l'eventuale gradimento presso i cittadini, i quali sono i veri utenti. Cominciamo con una dichiarazione di intenti sulla governabilità: riteniamo che il Parlamento che esce dalle elezioni debba avere una direzione politica chiara, coerente con le promesse fatte in campagna elettorale, pur temperate da accordi di buona qualità con le forze politiche contigue su temi visti in modo analogo. Bisogna inoltre tener conto di una criticità che è venuta in evidenza con crudezza nelle ultime elezioni regionali calabresi ed emiliano-romagnole: l'astensione di massa dal voto. Questa, lungi dall'essere un fenomeno «secondario» rappresenta un segnale di sofferenza democratica, che deve essere combattuta ricercando una relazione forte tra eletti ed elettori che si manifesti tangibilmente con una chiara attenzione all'elettorato, cui vanno proposte soluzioni che tengano conto delle reali esigenze, praticando quindi l'ascolto sia delle istanze che delle reazioni all'azione politica. Proponiamo quindi di inserire nella legge elettorale uno strumento di registrazione dell'astensione che valga anche da deterrente per i partiti politici: il premio di maggioranza al raggiungimento del quorum minimo al primo turno, o al ballottaggio, può essere attribuito solo se alle elezioni partecipa la maggioranza degli aventi diritto al voto. Perché la direzione di marcia del Governo sia coerente, esso deve fruire di una maggioranza in Parlamento quantitativamente idonea ed adeguatamente coesa. Un piccolo correttivo in senso maggioritario potrebbe quindi produrre più benefici all'efficacia del Governo che danni al sistema della rappresentanza. Non ci spiazza quindi che un partito possa godere di un piccolo premio di maggioranza che gli consenta di portare avanti il programma con cui si è presentato agli elettori. Il problema sta nella possibilità che si costituisca un partito pigliatutto con l'obiettivo di arrivare al premio e poi, pur avendo la maggioranza assoluta dei seggi, che quel partito non riesca a governare, sostituendo così alle pessime coalizioni insincere il peggiore partito insincero. Per riferirci alla situazione iniziale della XVII legislatura (mettiamo tra parentesi la qualità del «Porcellum»), se il PD avesse avuto una maggioranza coesa anche se appena accennata (321 seggi alla Camera e 163 al Senato) non avrebbe avuto difficoltà, mantenendo lealmente la linea professata prima delle elezioni, a governare. Avrebbe potuto attrarre sulle proprie posizioni le forze contigue come SEL e anche la parte non dogmatica del Movimento 5 stelle, che, ad esempio, avrebbe votato con piacere l'annullamento o una forte riduzione del programma sugli F35. II premio di maggioranza, però, non deve essere eccessivamente rilevante, un pò per non falsare in modo grave la rappresentanza e un pò per evitare che una maggioranza artificiosamente forte possa effettuare scelte abnormi, fino a stravolgere la Costituzione o ad assumere il controllo del sistema radiotelevisivo. Ecco perché proponiamo una soluzione che preveda tre esiti diversi. Laddove una lista al primo turno dovesse arrivare quasi alla maggioranza assoluta (ad esempio il 45% dei consensi), a questa dovrebbe attribuirsi un premio tale da portare i suoi eletti poco sopra i 315 parlamentari (321). Nel caso in cui, all’esito delle elezioni, ci siano liste che hanno raggiunto un buon risultato (il 30%) ma non il risultato idoneo a conseguire il premio al primo turno (il 45%) si dovrebbero mandare al ballottaggio le due liste più votate, per scegliere la lista vincitrice delle elezioni. In caso di ballottaggio, dopo due settimane si torna al voto e, laddove la maggioranza degli aventi diritto al voto si sia recata a votare, vince la lista tra le due più votate nel turno precedente che ottiene la maggioranza dei voti. Nel caso infine in cui nessuna lista superi il 30% dei suffragi alla prima tornata elettorale, oppure si abbia una partecipazione al voto inferiore al 50% degli aventi diritto, si procederà col riparto proporzionale dei seggi (senza premio di maggioranza), atteso che questa situazione mostrerebbe in modo inequivocabile che il corpo elettorale non intende attribuire a una lista un particolare vantaggio sulle altre. Altro aspetto cruciale è il rapporto dell'eletto con l'elettore: noi riteniamo che questo rapporto sia fondamentale. Per questo crediamo sia necessario che l'elettore designi il proprio rappresentante direttamente, col minimo possibile di mediazione delle organizzazioni partitiche, alle quali lasceremmo soltanto i compiti di analisi collettiva delle questioni socioeconomiche e di organizzazione delle proposte di soluzione oltre che l'organizzazione dell'attività di collegamento sul territorio, nel Parlamento e tra territorio e Parlamento. Proponiamo quindi che l'elettore non solo abbia facoltà di esprimere una preferenza in seno alla lista del partito (o più esattamente due preferenze, su distinte schede, distinte per genere), ma che debba esprimerla, pena la nullità del voto. L'elettore così non voterebbe una lista e in seno a quella, eventualmente, un candidato, ma voterebbe candidate e candidati attribuendo di conseguenza voti alla lista in cui questi sono iscritti. L'obiettivo perseguito con questo meccanismo è quello di responsabilizzare in modo forte il singolo eletto e di ribaltare il suo ruolo in seno al gruppo parlamentare; si avrebbero quindi gruppi di parlamentari singolarmente responsabili nei confronti di tutti i cittadini, e valutabili in base alle posizioni che in seno al proprio partito hanno espresso in campagna elettorale. Tale impostazione sarebbe correttamente in linea con l'articolo 67 della Costituzione e darebbe contenuto reale al divieto di vincolo di mandato, che peraltro in questo scorcio di legislatura appare tanto importante, visto che i partiti tendono a controllare in modo stringente i propri eletti se questi si ribellano alla maggioranza del partito quando questa si allontana dagli impegni assunti in campagna elettorale.