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Con il crescere degli scambi import-export dei primi anni duemila, però, il non obbligo di indicarne l'origine ha ampiamente consentito di immettere al consumo, in Europa, prodotti importati, senza qualsivoglia etichetta d'origine, facendo credere che fossero stati realizzati in Italia, comportando così un'indubbia diluizione del valore reputazionale del made in Italy , fatto che assume una valenza particolare a causa della grave crisi recessiva che ha colpito l'economia italiana. Sono stati numerosi i progetti di legge presentati nelle passate legislature alle Camere in materia di marchio made in Italy e, in qualche modo, si può dire che l'attenzione del Parlamento sul tema è sempre stata viva. Sono state in particolare approfondite le proposte al riguardo assegnate alla Commissione attività produttive della Camera dei deputati, il cui lavoro è giunto alla formulazione di un testo, elaborato dal Comitato ristretto, adottato poi come testo base. Il presente disegno di legge, al fine di valorizzare il made in Italy sul nostro mercato come sui mercati terzi, anche tenendo conto del citato testo base e dei lavori già svolti sul tema nelle passate legislature, si propone di istituire un marchio collettivo (e cioè di proprietà pubblica) « Italian Quality », applicabile a qualunque settore industriale, su base volontaria: si tratta di uno strumento di politica industriale, utile per recuperare competitività attraendo investimenti, facendo « rientrare » imprese che avevano delocalizzato (perché il marchio lo potranno ottenere solo quelli che dimostrino l'origine italiana), certificando le filiere, valorizzando il territorio e potendo meglio competere sui mercati. Un marchio di proprietà dello Stato è inoltre ulteriore garanzia per utilizzatori e consumatori, specialmente contro sue eventuali contraffazioni; valorizza i prodotti di brand non ancora famosi; è così, allo stesso tempo, marchio di visibilità e strumento di tutela del made in Italy . È, in sostanza, un « passaporto per le merci » che permette loro di essere riconosciute dai consumatori nel mondo. La proposta tiene evidentemente bene in considerazione gli orientamenti comunitari in materia. Già nel 2005, infatti, la Commissione europea ha espresso parere negativo circa la possibilità di istituire un marchio nazionale attestante la localizzazione su territorio italiano di tutti i processi di fabbricazione di un prodotto, sostenendone la incompatibilità con il principio di libera circolazione delle merci nel mercato interno. In particolare, tale previsione si pone in contrasto con il codice doganale comunitario, aggiornato dal regolamento (CE) n. 450/2008 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 23 aprile 2008, ma soprattutto con l'articolo 34 del Trattato sul funzionamento dell'Unione europea (TFUE) che vieta fra gli Stati membri le restrizioni quantitative all'importazione e le misure di effetto equivalente. Tuttavia, secondo l'articolo 36 del medesimo TFUE, le restrizioni all'importazione giustificate, tra l'altro, da motivi di tutela della proprietà industriale e commerciale sono autorizzate, qualora non costituiscano un mezzo di discriminazione arbitraria, né una restrizione dissimulata al commercio tra Stati membri. In base all'interpretazione, data dalla Corte di giustizia europea di tale normativa, i requisiti cui le normative nazionali assoggettano la concessione di denominazioni nazionali di qualità, a differenza di quanto accade per le denominazioni di origine e le indicazioni di provenienza, possono riguardare solo le caratteristiche qualitative intrinseche dei prodotti, indipendentemente da qualsiasi considerazione relativa all'origine o alla provenienza geografica degli stessi. In particolare, si osserva che esiste una giurisprudenza risalente e costante della Corte di giustizia europea in materia di marchi di qualità di titolarità di enti pubblici, che ritiene incompatibile con il mercato unico, sulla base dell'articolo 34 del TFUE, la presunzione di qualità legata alla localizzazione nel territorio nazionale di tutto o di parte del processo produttivo, « la quale di per ciò stesso limita o svantaggia un processo produttivo le cui fasi si svolgano in tutto o in parte in altri Stati membri » (si veda la sentenza della Corte di giustizia dell'Unione europea del 12 ottobre 1978, causa 13/78, Eggers Sohn & Co. contro Città di Brema); a tale principio fanno eccezione solo le regole relative alle denominazioni di origine e alle indicazioni di provenienza. Nella medesima prospettiva si pone, altresì, la decisione del 5 novembre 2002 (causa C-325/00), nella quale la Corte di giustizia dell'Unione europea ha censurato la Repubblica federale di Germania, per aver violato l'articolo 34 del TFUE con la concessione del marchio di qualità « Markenqualität aus deutschen Landen » (qualità di marca della campagna tedesca), in quanto il messaggio pubblicitario, evidenziando la provenienza tedesca dei prodotti interessati, « può indurre i consumatori ad acquistare i prodotti che portano il marchio (...) escludendo i prodotti importati (...) ». Nella stessa sentenza si rileva, inoltre, come il fatto che l'uso del suddetto marchio sia facoltativo – come previsto anche per il marchio oggetto del presente disegno di legge – non elimina il potenziale effetto distorsivo sugli scambi tra gli Stati membri, posto che l'uso del marchio « favorisce, o è atto a favorire, lo smercio dei prodotti in questione rispetto ai prodotti che non possono fregiarsene » (punto 24 della citata decisione). Alla luce della normativa europea e dei princìpi testé richiamati, affermati della giurisprudenza della Corte di giustizia, un ente pubblico può essere titolare di un marchio collettivo e concederne l'uso solo a condizione che tale marchio non attribuisca valore qualitativo all'origine della materia prima o del luogo di trasformazione, ma si basi esclusivamente sulle caratteristiche intrinseche del prodotto; sembrerebbe pertanto da ritenersi preclusa l'attribuzione di marchi relativi a prodotti diversi da quelli agroalimentari sulla base della mera provenienza geografica dei prodotti e senza che a quest'ultima risultino intrinsecamente connesse precise caratteristiche qualitative dei prodotti stessi. L'istituzione di un marchio collettivo di titolarità pubblica finalizzato a identificare genericamente le produzioni realizzate prevalentemente in Italia sembra pertanto suscettibile di determinare censure da parte delle istituzioni europee. Si ricorda, peraltro, come non abbia dato luogo a rilievi da parte delle istituzioni europee la previsione di due marchi collettivi relativi a prodotti diversi da quelli agroalimentari ad opera della legge 9 luglio 1990, n. 188, che ha inteso tutelare la « ceramica artistica e tradizionale » prodotta in determinate zone del territorio nazionale secondo « forme, decori, tecniche e stili, divenuti patrimonio storico e culturale » delle singole zone nonché la « ceramica italiana di qualità » prodotta in conformità ad un apposito disciplinare approvato dal Consiglio nazionale ceramico. In entrambi i casi il marchio viene attribuito esclusivamente a produzioni ceramiche localizzate nel territorio nazionale ma solo qualora presentino determinati requisiti qualitativi.