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Disposizioni in materia di sostegno alle giovani generazioni, finalizzate all'autoimprenditorialità, all'alta istruzione, al rientro di cittadini emigrati meritevoli e alla mobilità interna per fini di ricerca. Onorevoli Senatori . – In un mondo complesso come quello che si è aperto col nuovo millennio occorre riflettere, senza pregiudizi, su quale sia il ruolo delle Istituzioni oggi rispetto alle giovani generazioni. In un momento, infatti, fortemente caratterizzato dall'incertezza nel futuro e nell'economia del Paese, dove è oggettiva la difficoltà per i giovani nell'accedere al mondo del lavoro e nella creazione di nuovi nuclei familiari, nei loro confronti la politica è chiamata ad un'azione responsabile, di indirizzo e di sostegno. Il nostro Paese, da decenni, non riesce ad offrire opportunità a laureati brillanti, non riesce a gratificare ricercatori e persone altamente qualificate. Le difficili condizioni del mercato del lavoro, un tessuto imprenditoriale non sempre ricettivo al cambiamento, la mancanza di riforme strutturali e una fiscalità eccessiva sono alcune delle concause precipue di questa situazione. L'Italia non è in grado di offrire posizioni e condizioni lavorative adeguate agli sforzi e al livello di istruzione conseguiti. Tutto ciò genera un forte livello di frustrazione che provoca, in genere, la ricerca di nuove destinazioni: i nostri ricercatori, ingegneri, medici, infermieri, avvocati, economisti formati dall'Italia trovano il giusto riconoscimento e valorizzazione altrove. Giovani che hanno perso fiducia nell'Italia e che per questo, dopo essersi brillantemente laureati nelle nostre università, a migliaia, emigrano cagionando un danno enorme al nostro sistema Paese. Il danno è duplice in quanto, oltre a perdere le esternalità positive derivanti da questo capitale umano altamente qualificato, non abbiamo nessun beneficio dalle spese sostenute dal nostro sistema d'istruzione per formare questi concittadini. La piaga dell'emigrazione di italiani, altamente formati, si è allargata in particolare negli ultimi anni di recessione economica. Secondo recenti dati di Eurostat, unendo le statistiche dei nuovi emigranti e di quelli già presenti da anni nel Paese, si evince come gli italiani in altri Paesi dell'Unione europea siano quasi 3 milioni. Abbiamo un numero di concittadini emigrati doppi rispetto a Francia e Germania nonostante siano Paesi più popolosi rispetto all'Italia. Oltre un terzo di questi italiani è in possesso della laurea o del dottorato di ricerca. A tal fine è importante tener conto di quella che è una visione « macro » di indirizzo, necessaria in una logica di coordinamento, ed una visione « micro » di gestione, consapevole dei problemi e delle specifiche caratteristiche territoriali. Occorre pertanto interrogarsi rispetto a priorità pragmatiche che privilegino le azioni che fanno crescere le capacità individuali dei giovani e chiedersi quali siano di conseguenza le opportunità più strategiche da porre in essere per la riuscita di ognuno. Tali opportunità devono essere perseguite prioritariamente dai singoli, anche in cooperazione tra loro, con percorsi che consentano l'acquisizione di capacità di cittadinanza che si raggiungono innanzitutto operando entro percorsi istituzionali quali la scuola, la famiglia, le istituzioni culturali, le associazioni, le organizzazioni del mondo economico, la politica eccetera. L'approccio alle politiche giovanili è in questi anni radicalmente cambiato, esso deve potersi fondare su di una forte integrazione delle politiche di settore e l'assunzione dei giovani non più come categoria sociale « problematica », bensì come risorsa e leva per lo sviluppo del Paese, con un ruolo riconosciuto e vitale per la costruzione del futuro della comunità. Si ricorda a tal proposito il Trattato di Maastricht che nel 1993, all'articolo 149, paragrafo 2, ha introdotto i « giovani » ed il tema della « gioventù » come uno dei temi rilevanti per la costruzione dell'Unione europea e che, con la Strategia di Lisbona definita nel marzo del 2000, si è definitivamente sancito il ruolo fondamentale che le giovani generazioni europee hanno nella creazione « dell'economia della conoscenza più competitiva e dinamica del mondo ». Fare « politiche giovanili » significa quindi cercare di dare risposte all'individualità dei bisogni dei giovani sviluppandone un approccio globale ed integrato, trasversale a più ambiti settoriali. Norme sparse a favore delle attività dei giovani sono contenute in diverse leggi dello Stato senza però alcuna organicità. Questo nuovo disegno di legge ci consente pertanto d'integrare, in modo strutturato ed in nome di quel tema fondamentale per i giovani che è l'autoimprenditorialità, gli strumenti per ridare loro un ruolo attivo con interventi estremamente concreti e diretti ad offrire sostegni reali e immediatamente attuabili per il futuro. Dobbiamo impegnarci affinché i nostri giovani tornino a fidarsi del Paese. Un mezzo per farlo è quello di far conoscere e scegliere le nostre eccellenze in ambito di istruzione e ricerca, favorendo la mobilità finalizzata a questo scopo; prendendo come modello il programma europeo Erasmus che rappresenta, certamente, uno dei più grandi successi dell'Unione europea. È necessario uscire da una mera logica assistenziale e puntare invece sul sostegno di quei giovani che vogliono realizzarsi in Italia, attraverso alti programmi di istruzione, o che sono dotati di spirito imprenditoriale o che abbiano sviluppato competenze e attività d'avanguardia, al di fuori dei nostri confini nazionali. Il presente disegno di legge muove dal presupposto che lo Stato si debba porre al servizio dei cittadini ed agevolare senza onerosi vincoli burocratici e fiscali tutte quelle iniziative che possano favorire la libera iniziativa privata e le potenzialità inespresse dei giovani. Il presente disegno di legge si compone di tre capi e tredici articoli. L'articolo 1 reca le finalità secondo quanto sancito dagli articoli 3, 31, 34, 35 e 36 della Costituzione italiana. L'articolo 2, al comma 1, prevede la riduzione del cuneo fiscale in favore delle imprese. Per i datori di lavoro che investono assumendo giovani di età non superiore ai 30 anni è riconosciuto, per un periodo massimo di sei anni, l'esonero dal versamento dei complessivi contributi previdenziali con l'esclusione dei premi e contributi dovuti all'Istituto nazionale per l'assicurazione contro gli infortuni sul lavoro (INAIL). Il medesimo articolo, al comma 2, prevede che, al fine di promuovere il rientro nel nostro sistema produttivo di giovani meritevoli e che abbiano acquisito particolari competenze all'estero, ai datori di lavoro privati, che a decorrere dalla data di entrata in vigore della presente legge assumono lavoratori con contratto di lavoro subordinato a tempo indeterminato a tutele crescenti, è riconosciuto, per un periodo massimo di tre anni e fino al compimento del trentacinquesimo anno di età del lavoratore, il dimezzamento sul totale dal versamento dei complessivi contributi previdenziali a carico dei datori di lavoro, con esclusione dei premi e contributi dovuti all'INAIL. Resta ferma l'aliquota di computo delle prestazioni pensionistiche. L'articolo 3 stabilisce i requisiti che l'impresa e il ricevente devono possedere per accedere ai benefìci previsti dall'articolo 2.