[pronunce]

n. 80 del 1998, non solo avrebbe trasformato la natura di tali norme – da leggi in senso materiale a leggi in senso formale, così affrancandole dal vizio di eccesso di delega – ma avrebbe altresì disciplinato direttamente la giurisdizione (in deroga all'art. 5 cod. proc. civ.), per i giudizi già pendenti al momento della sua entrata in vigore; che la stessa questione di costituzionalità è stata proposta dal Tribunale di Bolzano con ordinanza del 2 aprile 2003 (r.o. n. 1064 del 2003) e, quindi, in riferimento agli articoli 76 e 77 della Costituzione, dal Tribunale di Teramo, sezione distaccata di Atri, con ordinanza del 7 gennaio 2002 (r.o. n. 435 del 2004), nonché dal Tribunale di Messina, con cinque ordinanze di analogo contenuto, rispettivamente del 26 marzo 2003 (r.o. n. 621 del 2003), dell'11 giugno 2003 (r.o. n. 740 del 2003), del 18 giugno 2003 (r.o. n. 741 del 2003), del 2 luglio 2003 (r.o. n. 754 del 2003) e del 12 giugno 2003 (r.o. n. 878 del 2003) e dal Tribunale di Aosta con ordinanza del 18 agosto 2003 (r.o. n. 818 del 2003), in riferimento agli articoli 76 e 77 della Costituzione, sia con riguardo all'art. 34, commi 1 e 2, che all'art. 35, comma 1, del decreto legislativo n. 80 del 1998; che le argomentazioni, in punto di rilevanza e di non manifesta infondatezza, sostanzialmente coincidono con quelle del Tribunale di Vallo della Lucania innanzi esposte, salve le precisazioni che seguono; che l'ordinanza del Tribunale di Bolzano del 2 aprile 2003 (r.o. n. 1064 del 2003) è stata pronunciata nel corso di una causa promossa, con atto di citazione notificato il 1° febbraio 1999, da Windisch Christian David nei confronti del Comune di Bressanone e della Provincia autonoma di Bolzano perché fosse disposta, previa dichiarazione di decadenza della pronuncia di pubblica utilità, la restituzione di beni immobili di proprietà dell'attore espropriati in vista della costruzione di una strada, mai realizzata; che, quanto alla rilevanza della prospettata questione, il rimettente espone che la retrocessione totale di beni oggetto di espropriazione attiene tradizionalmente all'alveo dei diritti soggettivi, di modo che, se l'art. 34 del d.lgs. n. 80 del 1998 non l'avesse devoluta alla giurisdizione del giudice amministrativo, essa sarebbe riservata alla cognizione del giudice ordinario; che, in ordine alla non manifesta infondatezza, il giudice a quo svolge argomentazioni analoghe a quelle innanzi esposte, considerando altresì come, malgrado l'autorevole avallo della Corte costituzionale, non sia possibile sostenere che il legislatore, attraverso l'art. 7 della legge n. 205 del 2000, che ha modificato il testo dell'art. 34 del d.lgs. n. 80 del 1998, lasciando immutato l'art. 45, comma 18, della stessa fonte, non solo avrebbe trasformato la natura di tali norme – da leggi in senso materiale a leggi in senso formale – così affrancandole dal vizio di eccesso di delega, ma avrebbe altresì disciplinato direttamente la giurisdizione (in deroga all'art. 5 cod. proc. civ.), per i giudizi già pendenti al momento della sua entrata in vigore, posto che tale tesi postula la natura di norma di interpretazione autentica del citato art. 7, in contrasto col suo tenore letterale; che, peraltro, a giudizio del Tribunale, la persistente vigenza dell'art. 45, comma 18, del d.lgs. n. 80 del 1998, a tenore del quale «le controversie di cui agli articoli 33 e 34 del presente decreto sono devolute al giudice amministrativo», si spiega agevolmente con la consapevolezza del legislatore dell'operatività nel nostro ordinamento del principio della perpetuatio iurisdictionis di cui all'art. 5 cod. proc. civ. , in forza del quale le controversie introdotte anteriormente alla data di entrata in vigore dell'art. 7 della legge n. 205 del 2000 continuano ad essere disciplinate dall'art. 34 del d.lgs. n. 80 del 1998 e ad essere pertanto comunque devolute alla giurisdizione del giudice amministrativo; che nel giudizio è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, il quale ha dedotto l'inammissibilità della questione per irrilevanza o infondatezza, atteso che il giudice a quo, pur mostrando di non condividere l'esegesi proposta dalla Corte costituzionale nell'ordinanza n. 123 del 2002, in nome di una interpretazione asseritamente basata sul tenore letterale della norma impugnata, avrebbe in realtà finito per fondare il proprio ragionamento su criteri logici, sistematici e storici, laddove è proprio quella letterale la prima regola ermeneutica applicabile – ad esclusione delle altre, ove conduca a risultati appaganti – sulla cui base è stata formulata l'opzione suggerita dal Giudice delle leggi nella richiamata pronuncia; che l'ordinanza del Tribunale di Teramo, sezione distaccata di Atri, del 7 gennaio 2002 (r.o. n. 435 del 2004) è stata resa nel corso di un giudizio civile promosso da Fausto Consorti nei confronti della Provincia di Teramo per ottenerne la condanna alla eliminazione ovvero al risarcimento dei danni cagionati ad un proprio fondo rustico con annesso fabbricato colonico, prodotti dalla errata ed inefficiente canalizzazione delle acque piovane defluenti dalla strada provinciale n. 28; che, in punto di rilevanza, il rimettente osserva come, essendo stato instaurato il giudizio a quo con atto di citazione notificato il 4 maggio 2000 e, dunque, prima dell'entrata in vigore della legge n. 205 del 2000 che ha modificato l'art. 34 impugnato, al caso di specie – avente ad oggetto, in materia di urbanistica ed edilizia, pretese risarcitorie da danno ingiusto non conseguenti ad annullamenti di atti o provvedimenti – si applica la norma nella sua versione originaria, in assenza di una disciplina transitoria che autorizzi un eventuale effetto retroattivo della disposizione successiva;