[pronunce]

n. 267 del 2000 alle obbligazioni rientranti nella gestione commissariale del Comune di Roma, e dell'art. 4, comma 8-bis, ultimo periodo, del d.l. n. 2 del 2010, nella parte in cui prevede, «ai fini di una corretta imputazione del piano di rientro», che il primo periodo del comma 3 dell'art. 78 del d.l. n. 112 del 2008 «si interpreta nel senso che la gestione commissariale del comune assume, con bilancio separato rispetto a quello della gestione ordinaria, tutte le obbligazioni derivanti da fatti o atti posti in essere fino alla data del 28 aprile 2008, anche qualora le stesse siano accertate e i relativi crediti liquidati con sentenze pubblicate successivamente alla medesima data». 8.1.- Le questioni sono in larga parte identiche a quelle sollevate dal Consiglio di Stato con l'ordinanza registrata al numero 265 del 2011, richiamata espressamente dal rimettente. Quest'ultimo riferisce di essere investito del ricorso per l'ottemperanza della sentenza del TAR Lazio 26 giugno 2009, n. 13834, che ha condannato il Comune di Roma a risarcire alla Bindi Pratopronto s.a.s. di Michele Bindi & C. il danno da responsabilità precontrattuale, da liquidarsi ai sensi dell'art. 35, comma 2, del decreto legislativo 31 marzo 1998, n. 80 (Nuove disposizioni in materia di organizzazione e di rapporti di lavoro nelle amministrazioni pubbliche, di giurisdizione nelle controversie di lavoro e di giurisdizione amministrativa, emanate in attuazione dell'articolo 11, comma 4, della legge 15 marzo 1997, n. 59), mediante offerta di una somma da parte dell'Amministrazione condannata, oltre alle spese legali. Il rimettente precisa che la società ricorrente ha invitato il Comune di Roma a dare esecuzione alla sentenza, senza ricevere alcuna offerta di risarcimento. È richiamata, quindi, l'ordinanza 31 maggio 2011, n. 5492, con la quale il Consiglio di Stato, in relazione a fattispecie analoga, ha sollevato questioni di legittimità costituzionale della normativa che disciplina la sorte dei crediti accertati nei confronti del Comune di Roma, derivanti da fatti o atti antecedenti al 28 aprile 2008. Osserva il TAR Lazio che il credito vantato dalla società ricorrente «trova titolo in fatti avvenuti nel 2004, e quindi ben prima del 28 aprile 2008», sicché, in applicazione degli artt. 78, comma 6, primo periodo, del d.l. n. 112 del 2008 e 4, comma 8-bis, del d.l. n. 2 del 2010, «la domanda giudiziale proposta nei confronti del Comune di Roma [...] dovrebbe essere dichiarata inammissibile». 8.2.- Con riferimento alla non manifesta infondatezza delle questioni, il rimettente riepiloga le argomentazioni svolte dal Consiglio di Stato, affermando di condividerne il contenuto e di fare rinvio alle stesse, e poi procede ad illustrare ulteriori ragioni di contrasto delle norme oggetto con «gli artt. 41 e 42, 24 e 25 e 113, nonché 97 della Costituzione». 8.2.1.- In particolare, il giudice a quo ritiene violato «il regime di garanzie costituzionali volto ad assicurare il libero esercizio dell'attività economica», configurato dagli artt. 41, primo comma, e 42, secondo e terzo comma, Cost., all'interno del quale «un credito certo, liquido ed esigibile e che sia dotato dell'efficacia di titolo esecutivo costituisce un bene che può essere oggetto di diritto di proprietà (tanto è vero che è cedibile e negoziabile sul mercato)». Di qui la conseguenza che «un atto che toglie valore al titolo esecutivo rendendo l'Amministrazione debitrice sostanzialmente immune dal potere del creditore, equivale ad una vera e propria "espropriazione"». 8.2.2.- Il meccanismo introdotto dalla normativa censurata violerebbe anche il sistema di garanzie processuali configurato dagli artt. 24, primo comma, 25, primo comma, e 113 Cost. Per un verso, infatti, i creditori anche in possesso di titoli esecutivi per obbligazioni sorte, nei confronti del Comune di Roma, anteriormente alla data del 28 aprile 2008, verrebbero a trovarsi nell'anomala situazione di non poter agire in giudizio per la realizzazione e soddisfazione dei propri diritti, e, per altro verso, il giudice che sarebbe naturalmente competente a rispondere alla relativa domanda di giustizia - cioè il giudice dell'esecuzione - dovrebbe dichiarare estinta la procedura esecutiva, «nonostante sussistano tutte le condizioni per procedere (e nessuna condizione sostanziale per dichiarare l'intervenuta estinzione del procedimento)». Tutto ciò avverrebbe al solo scopo di escludere la tutela giurisdizionale nei confronti di una pubblica amministrazione, cioè il Comune di Roma, con riferimento ad una determinata categoria di atti (quelli esecutivi per debiti contratti entro una certa data), donde l'evidente violazione dell'art. 113 Cost. 8.2.3.- La normativa in esame si porrebbe in contrasto anche con l'art. 97, primo comma, Cost., giacché l'immunità dalle azioni esecutive e la riduzione di responsabilità accordati all'Amministrazione, «finisce con il premiare - con violazione del principio del buon andamento dell'amministrazione - l'organismo pubblico inadempiente che abbia mal gestito le sue risorse». Inoltre, in violazione del principio di imparzialità dell'azione amministrativa, si sarebbe creata una disparità ex lege tra titolari di diritti di credito sorti prima o dopo una certa data. 9.- Con atto depositato il 28 novembre 2012, si è costituita in giudizio la società Bindi Pratopronto s.a.s. , ricorrente nel procedimento principale, per chiedere l'accoglimento delle questioni. 9.1.- La difesa della parte privata, pur osservando che, nella vigenza delle norme censurate, il rimettente avrebbe potuto procedere alla quantificazione del risarcimento e a disporre in suo favore il pagamento delle spese di lite, nondimeno concorda con il rilievo dello stesso rimettente, secondo cui la «piena ed immediata tutela del creditore può ritenersi effettiva soltanto nell'ipotesi in cui possa essere nominato un commissario ad acta, che si sostituisca in tutto e per tutto a Roma Capitale, ivi compreso il pagamento dell'intero credito ed entro i termini previsti dall'ordinamento (120 giorni dalla notificazione del titolo esecutivo)». Di qui la rilevanza delle questioni, giacché solo la neutralizzazione delle norme censurate consentirebbe la realizzazione del credito nei termini indicati. 9.2.- Nel merito, le questioni sarebbero fondate, come emergerebbe dall'esame delle pronunce della Corte costituzionale sulla disciplina del dissesto degli enti locali (sono richiamate, in particolare, le sentenze n. 242 e n. 155 del 1994). Le norme censurate avrebbero configurato una fattispecie giuridica nuova che, per un verso, si sovrappone a quella dettata in materia di dissesto degli enti locali dagli artt. 264 e seguenti del d.lgs. n. 267 del 2000