[pronunce]

Ad avviso del rimettente, la minore gravità dei reati considerati alla lettera b) giustifica la scelta legislativa di pretendere, in questa ipotesi, un maggiore grado di stabilità della condanna non definitiva (che dev'essere stata confermata in appello) ai fini della sospensione, ma non vi sarebbe alcuna «correlazione automatica, e tantomeno logica, tra grado e momento della pronunzia», per cui sarebbe «irragionevole che il legislatore abbia inteso prevedere anche un differente ambito applicativo a livello temporale, tra le ipotesi di cui alla lett. a) e quelle di cui alla lett. b)». In terzo luogo, secondo il rimettente, «l'applicabilità della misura della sospensione a sentenze non definitive di condanna intervenute prima dell'elezione» falserebbe «la libera concorrenza elettorale dal lato passivo» e finirebbe «col pregiudicare la libera scelta del cittadino elettore dal lato attivo». In sostanza, la norma censurata inciderebbe «pesantemente sui meccanismi di partecipazione al voto», ledendo il diritto di elettorato attivo e quello di elettorato passivo (artt. 48 e 51 Cost.), con conseguente violazione degli artt. 1, 2 e 3 Cost. 1.4.- Infine, il rimettente rileva che, «per mitigare l'irragionevolezza» della disposizione censurata, potrebbe essere sufficiente «delimitarne l'applicazione al solo periodo precedente l'elezione, quello cioè [...] compreso tra la candidatura e l'elezione», rimanendo l'illegittimità circoscritta, in tale ipotesi, alla parte in cui la norma non prevede l'inciso «dopo la candidatura». 2.- Con atto depositato in cancelleria il 3 novembre 2017 si è costituito in giudizio F. F., ricorrente nel processo principale, chiedendo l'accoglimento delle questioni sollevate dal giudice a quo. 2.1.- Con una memoria depositata in cancelleria il 12 dicembre 2017, F. F., da un lato, ha svolto argomenti adesivi in riferimento ai parametri evocati nell'ordinanza di rimessione, dall'altro ha avanzato ulteriori censure di illegittimità della norma censurata. Sotto il primo profilo, F. F. osserva, tra l'altro, che, mentre con la sentenza n. 141 del 1996 la Corte costituzionale ha dichiarato incostituzionale la previsione della incandidabilità in caso di condanna non ancora passata in giudicato, la norma censurata avrebbe introdotto «una sorta di incandidabilità di fatto», sia perché al corpo elettorale e agli altri candidati è noto che il candidato condannato sarà sospeso (se eletto), sia perché la sospensione ha una durata significativa. Sotto il secondo profilo, la norma censurata violerebbe anche gli artt. 27, 97 e 117, primo comma, Cost., quest'ultimo in relazione all'art. 6 della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali (CEDU), firmata a Roma il 4 novembre 1950, ratificata e resa esecutiva con legge 4 agosto 1955, n. 848, in quanto imporrebbe un automatismo sanzionatorio senza consentire alcuna valutazione delle circostanze del caso concreto. Infine, la norma censurata violerebbe sotto un diverso profilo l'art. 3 Cost. per l'ingiustificata disparità di trattamento esistente tra i parlamentari, per i quali «gli effetti sanzionatori non possono che conseguire ad una sentenza definitiva», ex art. 1, comma 1, lettera b), del d.lgs. n. 235 del 2012, e i titolari di cariche elettive regionali e locali, per i quali soltanto è prevista la sospensione a seguito di condanna non definitiva. 3.- Con atto depositato in cancelleria il 12 dicembre 2017 è intervenuto in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che la questione sia dichiarata inammissibile o, comunque, infondata. L'inammissibilità deriverebbe, in primo luogo, dalla mancanza di «rime obbligate» dell'«intervento additivo» richiesto, che dovrebbe essere riservato alla scelta discrezionale del legislatore. Inoltre, gli argomenti addotti dal giudice a quo non si differenzierebbero da quelli già valutati dalla Corte costituzionale nella sentenza n. 236 del 2015 per affermare l'infondatezza di un'analoga questione, sollevata in riferimento agli artt. 2 e 51, primo comma, Cost., con particolare riguardo alla natura cautelare della sospensione e alla non irragionevolezza del bilanciamento di interessi effettuato dal legislatore. Di conseguenza, per alcuni reati ostativi (al mantenimento della carica) come la corruzione e l'abuso d'ufficio, rilevanti nel caso concreto, l'adozione della misura sospensiva sarebbe giustificata in ragione dello stretto nesso delle condotte illecite con la funzione svolta, a prescindere dal momento in cui interviene la condanna. Per altri reati, non strettamente collegati «agli oneri pubblici derivanti dalla carica», il legislatore avrebbe invece ragionevolmente richiesto un maggiore grado di plausibilità dell'accertamento penale - cioè, una condanna confermata in appello, ex art. 11, comma 1, lettera b), del d.lgs. n. 235 del 2012 - e non imposto la sospensione se la condanna interviene prima dell'elezione. Il sistema appare razionale, in quanto una condanna pregressa per un reato «avulso» dalla carica non sarebbe ritenuta condizione sufficiente per limitare il diritto inviolabile di elettorato passivo, mentre la condanna sopravvenuta in corso di mandato potrebbe rilevare ai fini della sospensione per il possibile danno da essa inferto «all'immagine dell'amministratore». Tali considerazioni non sarebbero scalfite dagli ulteriori dubbi manifestati dal rimettente su aspetti sovrapponibili a quelli già vagliati dalla Corte «sul piano delle esigenze che la normativa in esame tende a corrispondere». La condanna non definitiva per delitti contro la pubblica amministrazione farebbe sorgere l'esigenza cautelare di sospendere il condannato, «per evitare un "inquinamento" dell'amministrazione» e per garantire la «"credibilità" dell'amministrazione presso il pubblico». Pertanto, essendo già state respinte dalla Corte questioni analoghe a quella in esame, se ne dovrebbe pronunciare l'inammissibilità, nonostante il tentativo del rimettente di qualificarla diversamente, o comunque la manifesta infondatezza nel merito. 4.- Il 27 dicembre 2018 il Presidente del Consiglio dei ministri ha depositato una memoria integrativa. In essa si cita la sentenza della Corte di cassazione n. 13653 del 2012 (già richiamata dal giudice a quo) e si nega che la sospensione dalla carica, qualora prevista in caso di condanna precedente l'elezione, produca gli stessi effetti dell'incandidabilità, in quanto la prima non impedisce di partecipare all'elezione e ha durata limitata nel tempo. L'interveniente nega poi che sia irragionevole la diversa disciplina dettata dalle lettere a) e b) dell'art. 11, comma 1, del d.lgs. n. 235 del 2012.