[pronunce]

che l'aporia dovrebbe essere eliminata, secondo il giudice a quo, estendendo a tutti i reati di competenza del giudice di pace la regola dettata dal quinto comma dell'art. 157 cod. pen. , posto che la soluzione d'un allineamento del termine sui valori più elevati sarebbe preclusa dal divieto di manipolazione in malam partem della disciplina, e considerata, per altro verso, la congruenza d'una prescrizione particolarmente sollecita con quel sistema di «diritto mite» che segnerebbe la giurisdizione penale di pace; che il Tribunale di Varese, con ordinanza del 18 aprile 2007 (r.o. n. 677 del 2007), ha sollevato – in riferimento all'art. 3 Cost. – questione di legittimità costituzionale dell'art. 157, primo e quinto comma, cod. pen. , come sostituiti dall'art. 6 della legge n. 251 del 2005, nella parte in cui, nell'ambito dei reati di competenza del giudice di pace, è previsto per le condotte punite con sanzione pecuniaria un termine prescrizionale più lungo di quello stabilito per i fatti punibili con sanzioni «paradetentive»; che nel giudizio a quo, pendente in fase di appello, si procede per un reato non aggravato di lesioni personali colpose (art. 590 cod. pen.); che il rimettente osserva come, nella specie, il termine prescrizionale indicato nel novellato primo comma dell'art. 157 cod. pen. non sia ancora decorso, mentre sarebbe già maturato quello triennale, fissato nel successivo quinto comma; che il termine più breve – sempre secondo il rimettente – sarebbe stato applicabile nel giudizio a quo se il fatto fosse stato più grave di quello commesso, implicando la contestazione delle aggravanti previste dall'art. 590 cod. pen. e dunque l'applicabilità delle sanzioni «paradetentive»; che il Tribunale ritiene irragionevole una siffatta disciplina, essendosi previsto un trattamento deteriore proprio per i reati che, tra quelli rimessi alla competenza del giudice di pace, meritano le sanzioni più lievi; che il Tribunale di Varese, con ordinanza del 5 giugno 2007 (r.o. n. 678 del 2007), ha sollevato – in riferimento all'art. 3 Cost. – questione di legittimità costituzionale dell'art. 157, quinto comma, cod. pen. , come sostituito dall'art. 6 della legge n. 251 del 2005, nella parte in cui non dispone che il termine triennale di prescrizione previsto per i reati puniti con pena diversa da quella detentiva e da quella pecuniaria si applichi, inoltre, a tutti gli ulteriori reati di competenza del giudice di pace; che nel giudizio principale si procede per i reati di ingiuria (art. 594 cod. pen.), minaccia (art. 612 cod. pen.) e lesioni personali (art. 582 cod. pen.), l'ultimo dei quali, a norma dell'art. 52 del decreto legislativo n. 274 del 2000, è punibile con le sanzioni cosiddette paradetentive; che la norma censurata, secondo il rimettente, si riferirebbe proprio ai più gravi reati di competenza del giudice di pace, cioè quelli sanzionati anche da pene che incidono sulla libertà personale, stabilendo per essi un termine prescrizionale più breve di quello previsto per i fatti puniti meno severamente; che tale disciplina, a parere del Tribunale, implicherebbe «una ingiustificata disparità di trattamento rilevante ai sensi dell'art. 3 della Carta costituzionale»; che la questione sollevata sarebbe rilevante nel giudizio a quo in quanto più di un triennio sarebbe trascorso tra l'epoca di commissione dei reati (fino all'aprile 2003) e la data del primo atto interruttivo del decorso della prescrizione (maggio del 2006); che il Giudice di pace di Firenze, con ordinanza del 22 maggio 2007 (r.o. n. 680 del 2007), ha sollevato – in riferimento all'art. 3 Cost. – questione di legittimità costituzionale dell'art. 157, quinto comma, cod. pen. , come sostituito dall'art. 6 della legge n. 251 del 2005, nella parte in cui prevede un termine prescrizionale di tre anni quando per il reato la legge stabilisce pene diverse da quella detentiva e da quella pecuniaria; che nel giudizio principale si procede nei confronti di persone accusate dei delitti di ingiuria (art. 594 cod. pen.) e di lesioni personali (art. 582 cod. pen.); che per la seconda delle contestazioni, concernente un reato punito con le cosiddette sanzioni paradetentive, il giudice a quo ritiene applicabile il termine prescrizionale previsto dal novellato quinto comma dell'art. 157 cod. pen. , con la conseguenza che lo stesso reato sarebbe estinto, essendo trascorsi più di tre anni, al momento del giudizio, dall'ultimo atto interruttivo della prescrizione; che peraltro la norma censurata, secondo il rimettente, introdurrebbe un grave elemento di irrazionalità nel sistema dei reati attribuiti alla competenza del giudice di pace, ripartiti dall'art. 52 del d. lgs. n. 274 del 2000 secondo la seguente «summa divisio»: quelli già puniti con la sola sanzione pecuniaria, per i quali continuano ad applicarsi le pene della multa o dell'ammenda, e quelli ulteriori, per i quali, con una previsione articolata, sono state introdotte le pene della permanenza domiciliare e del lavoro di pubblica utilità; che, in particolare, il testo riformato del quinto comma dell'art. 157 cod. pen. fisserebbe un termine prescrizionale di soli tre anni proprio per i reati puniti con pene limitative della libertà, da considerarsi per questo più gravi, mentre lo stesso termine, per il disposto del primo comma della norma citata, sarebbe pari a quattro anni (per le contravvenzioni) ed a sei anni (per i delitti) con riguardo alle fattispecie meno rilevanti, perché punite con la sola sanzione pecuniaria; che, a parere del giudice a quo, nella disposizione censurata difetterebbe una corrispondenza rispetto alla «causa» della normativa sulla prescrizione, essendosi generata un'aporia non giustificabile alla luce di valori od esigenze riconducibili alla nuova disciplina introdotta dal legislatore, od alla stessa ratio dell'intervento di riforma (è citata la sentenza della Corte costituzionale n. 89 del 1996); che il Tribunale di Bari, con ordinanza del 18 gennaio 2007 (r.o. n. 711 del 2007), ha sollevato – in riferimento all'art. 3 Cost. – questione di legittimità costituzionale dell'art. 157, quinto comma, cod. pen. , come sostituito dall'art. 6 della legge n. 251 del 2005, nella parte in cui non dispone che il termine triennale di prescrizione previsto per i reati puniti con pena diversa da quella detentiva e da quella pecuniaria si applichi, inoltre, a tutti gli ulteriori reati di competenza del giudice di pace; che nel giudizio a quo si procede, a seguito di decreto di citazione risalente al maggio del 2005, per un reato di lesioni personali colpose (art. 590 cod. pen.), commesso nel giugno del 1999;