[ddlpres]

Credo infatti, che spetti a loro, in via primaria, concedere aiuti per interventi di recupero e di ammodernamento delle botteghe artigiane tradizionali, per investimenti per l'adeguamento degli spazi ove si svolge l'attività artigianale alle norme in materia di sicurezza sui luoghi di lavoro e degli impianti igienici, per l'acquisto di macchinari e di attrezzature strettamente legati al ciclo produttivo che non snaturino comunque l'idea di «prodotto artigianale fatto a mano», per fornire consulenza in occasione della partecipazione a mostre e a fiere, per la progettazione, la predisposizione e la stampa di materiale promozionale (cataloghi, dépliant , brochure , eccetera), per l'accesso ad agevolazioni finanziarie, per l'organizzazione della vendita anche al di fuori del proprio territorio, per la creazione di nuove botteghe artigiane di prodotti tipici locali. Penso, infatti, che le problematiche relative alla tutela e alla promozione delle attività artigianali di interesse storico e degli antichi mestieri debbano essere affrontate e possano essere migliorate attraverso l'impegno legislativo delle amministrazioni regionali e comunali. È a causa di un'«involuzione legislativa» se l'attività delle botteghe artigiane ha incontrato sino ad oggi delle difficoltà. Il codice civile del 1942 distingue le attività lavorative svolte nella forma della «piccola impresa» da quelle organizzate in «impresa», con obblighi burocratici e contabili ben diversi e distanti. La «piccola impresa» è quella individuale e familiare (coltivatori diretti del fondo, artigiani, piccoli commercianti e coloro che esercitano un'attività professionale organizzata prevalentemente con il lavoro proprio o dei componenti della famiglia) per l'esercizio della quale non si richiede l'iscrizione nel registro delle imprese, la tenuta dei libri obbligatori e delle altre scritture contabili, e alla quale non si applica il regio decreto n. 267 del 1942, cosiddetta «legge fallimentare» (articoli 2214, 2202, 2083 e 1330 del codice civile). Gli artigiani erano favoriti nel loro lavoro con il libero accesso ai mercati come produttori diretti (articolo 9 della legge n. 327 del 1934). Importante è altresì la legge 24 luglio 1942, n. 1090, che istituiva un apposito libretto in cui, per la prima volta, veniva introdotta un'elencazione analitica dei mestieri artigiani e con la quale si superava la concezione dell'artigianato come metodo preindustriale di produzione di beni, attraverso l'individuazione dei mestieri e della forma individuale, per distinguere tali attività da quelle in serie o industriali. L'artigianato è stato considerato con particolare attenzione dalla stessa Costituzione italiana (1948) laddove all'articolo 45, secondo comma, si prevede che «La legge provvede alla tutela e allo sviluppo dell'artigianato» e ancora all'articolo 117 era conferita la potestà normativa alle regioni a statuto ordinario. È determinante capire che i Costituenti approvarono l'articolo 45 riferendosi alla figura del vero artigiano manuale, espressione di una cultura del saper fare allora diffusissima in tutto il Paese, e anzi espressione principale del variegato, ed essenzialmente preindustriale, tessuto economico nazionale. Il Parlamento, non seguendo il dettato costituzionale, approvò la legge 25 luglio 1956, n. 860, contenente norme per la disciplina giuridica delle imprese artigiane, che ha cancellato tutta l'evoluzione, le analisi e le tutele che erano alla base della legislazione precedentemente vigente. La definizione data dalla legge n. 860 del 1956 sostituiva quella del codice civile e delineava un modello di artigiano come impresa difforme dal codice civile stesso, e dalla figura e dalla storia degli stessi artigiani. La legge, infatti, ha anzitutto provveduto a definire l'artigianato come impresa, superando il sistema seguito da molte legislazioni straniere e precedentemente accolto anche in Italia, per il quale è compilato un elenco di mestieri artigiani e sono fissati limiti, quali ad esempio il numero dei dipendenti o relativi all'uso delle macchine, oltre i quali l'artigiano, pur appartenendo a quei mestieri, ne perde le caratteristiche e diventa impresa. Cosa ancora più grave è l'avere inserito le lavorazioni in serie, che sono tipicamente industriali, facendole passare per artigiane, o limiti dimensionali relativi ai dipendenti adatti alla piccola industria ovvero avere impedito il libero accesso ai mercati. Fuori del laboratorio, infatti, entrano in vigore le leggi del commercio con l'obbligo di iscrizione al registro degli esercenti il commercio, come per gli industriali. Si dava vita così alla piccola impresa industriale «pseudoartigianale» destinata alle subforniture per l'industria, omologando i doveri legislativi e fiscali delle imprese anche alle arti e ai mestieri manuali. L'unico strumento di tutela emanato, oramai completamente obsoleto, è contenuto nel decreto del Presidente della Repubblica 23 ottobre 1956, n. 1202, nel quale gli articoli da 19 a 36 e gli elenchi allegati al medesimo decreto (elenchi dei mestieri artistici tradizionali e dell'abbigliamento su misura, aggiornati con il decreto del Presidente della Repubblica 8 giugno 1964, n. 537), si occupano di definire ed elencare quali siano questi mestieri. A queste iniziative legislative non ha fatto purtroppo seguito alcuna norma di definizione della categoria, né di tutela, anche in termini fiscali, per la quantità limitata di manufatti che si producono lavorando prevalentemente a mano. La legge-quadro 8 agosto 1985, n. 443, il cui articolo 13 abroga la legge n. 860 del 1956, impone l'iscrizione all'albo delle imprese artigiane a tutte le figure di artigiani. Questa tendenza del legislatore ha portato alla scomparsa graduale delle botteghe e dei mestieri tradizionali e artistici. Avere dato come unica impostazione nella produzione legislativa la considerazione della bottega artigianale quale impresa, e continuare a farlo, significa determinare le cause culturali, legislative e fiscali dell'estinzione delle attività artigianali di interesse storico e degli antichi mestieri.. Art. 1. 1. Lo Stato adotta opportune iniziative per la preservazione, lo sviluppo e la diffusione delle attività artigianali di interesse storico e degli antichi mestieri, in collaborazione con le regioni e con gli enti locali interessati, nonché, eventualmente, in collegamento con analoghe iniziative attivate in sede di Unione europea. 2. Ai fini della presente legge per attività artigianale di interesse storico si intende un'impresa individuale o familiare o con dipendenti che produce un'opera unica o in piccola serie, di uso comune o di valore artistico, senza l'utilizzo di macchinari industriali e di serie, ovvero mediante il solo impiego di macchine per singole lavorazioni a guida manuale, con prevalenza di lavoro manuale e vendita diretta dei manufatti realizzati, in laboratorio o presso fiere e mercati. 3.