[pronunce]

Né secondo il rimettente - simili risultati possono ritenersi legittimati dall'art. 2 della legge costituzionale 23 novembre 1999, n. 2, ove è stabilito che la legge ordinaria avrebbe regolato l'applicazione dei nuovi principi ai processi in corso alla data di entrata in vigore della stessa legge costituzionale, in quanto la disposizione censurata, lungi dal rappresentare - come il comma 3 dello stesso articolo - una semplice specificazione applicativa di quei principi, si pone, rispetto ad essi, in posizione di "effettivo contrasto". Una simile argomentazione si rivela, però, priva di consistenza, in quanto radicata su di una premessa che finisce per risultare totalmente elusiva delle specifiche connotazioni che possono - ed anzi debbono - caratterizzare tale regime transitorio: specie ove lo stesso - come nel caso in esame - sia correlato all'inserimento in una fonte costituzionale non soltanto di principi, ma anche di specifiche regole, destinate a disciplinare aspetti essenziali della giurisdizione e del processo penale. È di tutta evidenza, infatti, che l'intera sequenza degli enunciati che caratterizzano il nuovo testo dell'art. 111 Cost., in parte introduttivo di regole destinate a calarsi in un corpo normativo complesso, quale è quello dedicato alla disciplina del procedimento penale, non può ricevere una lettura gerarchicamente orientata - come pretenderebbe il giudice a quo - in virtù della quale sarebbe dato rinvenire, all'interno della stessa disposizione costituzionale, precetti "fondamentali" a fronte di altri, in ipotesi privi di tale connotazione. Al tempo stesso, e proprio con riferimento alle regole di carattere più squisitamente processuale, il legislatore costituzionale si è fatto puntualmente carico di assegnare alla legge ordinaria non soltanto il compito di adeguare il tessuto codicistico alle nuove previsioni costituzionali; ma anche quello di stabilire una specifica disciplina intertemporale, atta a modulare l'applicazione di quei principi nei processi in corso di celebrazione, secondo una linea chiaramente tesa a tracciare un "ponte" normativo destinato a mitigare una drastica applicazione della regola tempus regit actum. Come lo stesso giudice a quo rammenta, infatti, la legge costituzionale n.2 del 1999, dopo aver modificato l'art. 111 della Costituzione ha, nell'art. 2, espressamente demandato alla "legge" il compito di regolare "l'applicazione dei principi", contenuti nella stessa novella costituzionale, "ai procedimenti penali in corso" alla data della relativa entrata in vigore: così da congegnare un sistema di "passaggio" che, per un verso, non si limitasse a sancire la conservazione, sia pure medio tempore del pregresso sistema, nella parte in cui questo fosse incompatibile con i nuovi principi e le nuove regole; e che, per un altro verso, sul piano logicamente reciproco, non vanificasse totalmente l'attività probatoria già espletata, rendendo meccanicisticamente operante un diverso modello processuale, con effetti di dispersione delle risultanze processuali, pur ritualmente acquisite secondo la legge del tempo. D'altra parte, ove così non fosse, l'art. 2 della legge costituzionale finirebbe con l'apparire come semplice dichiarazione di principio insuscettibile di dar vita ad un vero regime transitorio, giacché esso limiterebbe la funzione del legislatore ordinario a quella di pedissequa "trascrizione" del dettato costituzionale e non invece, come pure emerge dal testo dello stesso articolo, di un suo adattamento applicativo ai procedimenti in corso. Applicare quei principi, dunque, non può voler significare altro che operare una ragionevole ponderazione tra le contrapposte esigenze tipiche di una disciplina intertemporale. Alla luce di tali rilievi emerge con chiarezza che la norma oggetto di impugnativa, lungi dal porsi in contrasto con il parametro evocato dal giudice rimettente, ha puntualmente soddisfatto proprio quella funzione di adeguamento ad essa assegnata dallo stesso art. 2 della già richiamata fonte costituzionale, tracciando un equilibrato passaggio di sistema all'interno dei confini propri del regime transitorio. La disposizione censurata, infatti, non si è limitata a recuperare dichiarazioni assunte al di fuori del contraddittorio, assegnando ad esse - come pure prospetta il giudice rimettente - "valore ed efficacia di prova", secondo un modulo teso in via esclusiva alla conservazione del materiale raccolto. Al contrario, il comma 2 dell'art. 1 del d.l. n. 2 del 2000, nel testo sostituito dalla legge di conversione n. 35 del 2000, introduce un qualificante elemento di novità che vale senz'altro ad escludere il semplice "mantenimento" in vita del previgente regime di acquisizione e utilizzazione delle prove dichiarative, sia pure con riferimento ai soli procedimenti in corso di celebrazione. Infatti, la norma stabilisce che le dichiarazioni rese nel corso delle indagini da chi, per libera scelta, si sia sempre sottratto all'esame da parte dell'imputato o del suo difensore, sono valutate solo ove concorrano due specifiche condizioni: la prima, rappresentata dalla circostanza che tali dichiarazioni siano state già acquisite al fascicolo per il dibattimento; la seconda, costituita dal fatto che la relativa attendibilità risulti confermata "da altri elementi di prova", sempre che, però, si tratti di elementi confermativi "assunti o formati con altre modalità". Ciò sta quindi a significare che la compressione della dialettica nel momento di assunzione della prova dichiarativa è contemperata - nel momento della valutazione - dal concorrere di emergenze probatorie "esterne", che a loro volta si qualificano non solo sul piano dei relativi risultati ma - anche e soprattutto - per le modalità diverse di assunzione o di formazione. Un composito meccanismo, dunque, tutt'altro che elusivo delle garanzie e dei principi ora espressamente recepiti dalla novella costituzionale. 3. - Il dispositivo della ordinanza di rimessione pronunciata dalla Corte di appello di L'Aquila indica la violazione anche dell'art. 25 della Costituzione, ma di tale profilo non v'è traccia alcuna nella motivazione del provvedimento: talché la Corte non ha ragione di occuparsi di esso. 4. - Comune, invece, a tutte le ordinanze di rimessione è la dedotta violazione dell'art. 3 della Carta fondamentale in cui sarebbe incorso l'art. 1, comma 2, del decreto-legge n. 2 del 2000, nella parte in cui ha consentito di utilizzare le dichiarazioni rese da chi, per libera scelta, si è sottratto all'esame dell'imputato o del suo difensore, "se già acquisite al fascicolo per il dibattimento". A parere del tribunale di Firenze e della Corte di appello di Catania, infatti, la disciplina transitoria dettata dalla norma oggetto di impugnativa determinerebbe una irragionevole diversità di regime probatorio nell'ambito della stessa fase processuale: con conseguente rischio di diverso giudizio di responsabilità e di diverso trattamento sanzionatorio per soggetti imputati, in ipotesi, degli stessi reati; e ciò in dipendenza di un mero dato temporale, del tutto aleatorio, legato a dinamiche organizzative che prescindono dalla volontà delle parti.