[pronunce]

Considerato che, nel dubitare della legittimità costituzionale dell'art. 34, comma 3, del d.lgs. 28 agosto 2000, n. 274, il giudice rimettente muove dal dichiarato presupposto interpretativo in forza del quale la norma censurata condizionerebbe, nella fase dibattimentale, la pronuncia di esclusione della procedibilità per particolare tenuità del fatto al «consenso» dell'imputato e della persona offesa: «consenso» che, d'altra parte, non potrebbe essere neppure desunto dal giudice per facta concludentia, ma andrebbe manifestato dagli interessati in forma espressa; che tale presupposto interpretativo – come rilevato anche dall'Avvocatura dello Stato – si presenta, tuttavia, palesemente contrario al tenore letterale della disposizione sottoposta a scrutinio, la quale prevede, ai fini dell'operatività dell'istituto de quo nella fase successiva all'esercizio dell'azione penale, non già una condizione positiva (il «consenso»), ma una condizione negativa (la non opposizione: «se l'imputato e la persona offesa non si oppongono»); che, in base alla chiara lettera della legge, dunque, una manifestazione di volontà è necessaria non già al fine di permettere la dichiarazione della particolare tenuità del fatto, quanto piuttosto al fine di impedirla: con la conseguenza che, ove quest'ultima manifestazione di volontà manchi, detta dichiarazione deve ritenersi ammissibile; che il richiamo alla relazione governativa al d.lgs. n. 274 del 2000, operato dal rimettente onde fondare il proprio contrario assunto interpretativo, si rivela privo di qualsiasi valenza dimostrativa; da detta relazione emergono, infatti, le ragioni che hanno indotto il legislatore delegato a riconoscere, in materia, uno specifico rilievo alla volontà dell'imputato e della persona offesa – ragioni sinteticamente ricordate nella stessa ordinanza di rimessione – ma non si desume affatto che il legislatore medesimo sia incorso in una improprietà linguistica e concettuale quale quella che il giudice a quo nella sostanza gli addebita: improprietà consistente nell'impiego di una formula negativa («se […] non si oppongono») per indicare l'esigenza di un comportamento positivo, per giunta esplicito («se […] vi consentono espressamente»); che l'evidenziato vizio di prospettiva del giudice rimettente inficia, quindi – prima e più ancora della motivazione sulla non manifesta infondatezza della questione – la motivazione in ordine alla sua rilevanza, rendendola del tutto inadeguata; che l'ordinanza di rimessione – pur coinvolgendo nelle censure di costituzionalità anche il potere di «veto» riconosciuto all'imputato – tace infatti completamente sull'atteggiamento concretamente assunto, al riguardo, dall'imputato nel giudizio a quo, non specificando se egli si sia opposto alla dichiarazione di improcedibilità per la particolare tenuità dei fatti contestatigli; che per quanto attiene, poi, alle censure relative all'omologo potere della persona offesa, il rimettente fa discendere (implicitamente) la rilevanza della questione dalla circostanza che, nella specie, il querelante abbia disertato completamente il processo, rendendosi irreperibile, e non abbia quindi prestato il suo «consenso» alla definizione del processo medesimo ai sensi dell'art. 34 del d.lgs. n. 274 del 2000; che tale approccio si palesa peraltro errato, giacché, nella situazione considerata, il rimettente avrebbe dovuto chiedersi non già se la persona offesa avesse consentito, quanto piuttosto se essa si fosse o meno opposta alla predetta definizione alternativa; che la questione va dichiarata, pertanto, manifestamente inammissibile. Visti gli artt. 26, secondo comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87, e 9, comma 2, delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale.. . per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE dichiara la manifesta inammissibilità della questione di legittimità costituzionale dell'art. 34, comma 3, del decreto legislativo 28 agosto 2000, n. 274 (Disposizioni sulla competenza penale del giudice di pace, a norma dell'articolo 14 della legge 24 novembre 1999, n. 468), sollevata, in riferimento agli artt. 3, 24, 27, 76, 101 e 111 della Costituzione, dal Giudice di pace di Napoli con l'ordinanza indicata in epigrafe. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 19 febbraio 2007. F.to: Franco BILE, Presidente Giovanni Maria FLICK, Redattore Giuseppe DI PAOLA, Cancelliere Depositata in Cancelleria il 2 marzo 2007. Il Direttore della Cancelleria F.to: DI PAOLA