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l'operazione sarebbe avvenuta inspiegabilmente senza alcuna approvazione della direzione, eludendo ogni forma di controllo da parte di una banca internazionale, semplicemente staccando la spina del proprio personal computer , come dichiarato dall'allora DG Unicredit Rodolfo Ortolani, a cui il giudice di primo grado del Tribunale penale di Reggio Emilia ha creduto; in questi 12 anni la dottoressa M. è stata condannata nei tre gradi di giudizio civile e in due di giudizio penale, anche e soprattutto per un "buco" da 94 milioni di euro che Unicredit ha affermato di aver individuato nel periodo in cui ella ha lavorato nella filiale n. 7; a 9 anni dallo scoppio del caso, che ha avuto grande eco su giornali, radio e televisioni, l'avvocato di Unicredit ha dichiarato ai giudici di primo grado del processo penale che il "buco" per cui la M. era diventata per tutti una ladra, semplicemente non era mai esistito. Mentre i dirigenti Unicredit avrebbero dichiarato che si trattava di ammanchi per 94 milioni di euro. Come ha spiegato l'avvocato si sarebbe trattato, in realtà, di uno sbilancio contabile, ovvero un elenco di operazioni che portavano a un totale di 94 milioni di euro di movimentazioni contabili. La stessa identica cifra per cui era stata accusata la dottoressa. Nessun ammanco, dunque; peraltro nei conti della dottoressa M. o dei parenti, come immediatamente verificato dal pubblico ministero, non sono mai transitati soldi "sospetti" provenienti dalla filiale di Unicredit n. 7; considerato che: il Tribunale del lavoro di Bologna ha sequestrato ogni bene della dottoressa M., il 100 per cento e non il 20 per cento come sarebbe previsto dalla legge, sine causa et inaudita altera parte , presentando come motivazioni del sequestro "quanto riportato dai giornali" e testimonianze dei clienti; inoltre, sarebbe oggetto di pignoramento l'unica abitazione della dottoressa. L'ex direttrice avrebbe peraltro donato il suo 50 per cento dell'abitazione ai figli, non per sottrarre beni alla banca che le ha tolto ormai tutto, ma solo per cercare di sdebitarsi, in quanto l'hanno sempre sostenuta in questi anni terribili; inoltre, a quanto risulta all'interrogante, la maggior parte dei clienti sono stati costretti da Unicredit a denunciare la direttrice M., ma non la banca, in quanto solo in questo modo avrebbero riottenuto parte dei loro risparmi. Mentre alcuni clienti della banca, ascoltati durante il processo, hanno giurato di non aver effettuato denunce. Per fare qualche esempio sulle incredibili incongruenze sostenute in aula, un cliente ha dichiarato di non avere alcun ammanco, ma l'avvocato di un'associazione di consumatori lo ha invitato a denunciare la dottoressa per sperare in un rimborso, disconoscere le firme fatte regolarmente, e far sborsare 130.000 euro all'assicurazione dei dipendenti Unicredit. Un'altra cliente ancora ha disconosciuto la firma su alcune operazioni, tra cui la richiesta di 440.000 euro in assegni circolari, tutte operazioni effettuate dal marito, da cui si è successivamente separata; peraltro ci si chiede, se non esiste ammanco di denaro, come sostenuto dall'avvocato della stessa Unicredit, quale sia l'oggetto del reato, e per quale motivo sia stata condannata la dottoressa M.; considerando infine che la condanna, ad opinione dell'interrogante, è arrivata per operazioni bancarie non provate in alcun modo, che sarebbero tecnicamente impossibili per una direttrice di filiale. Pertanto, per mascherare le perdite rilevanti dei clienti, che avevano seguito i cattivi consigli degli acquisti dei manager nei portafogli degli utenti, è stato trovato un capro espiatorio, dando così la colpa di tutto ad una madre di famiglia, nonostante ella non avesse la facoltà di intervenire nella composizione dei vari fondi o gestioni patrimoniali; l'interrogante ritiene che il Governo debba adoperarsi per rendere impignorabile la prima casa di abitazione. Casi come questo dimostrano come senza tale misura garantista una semplice madre di famiglia possa finire in mezzo a una strada da un giorno all'altro senza avere fatto nulla di male e senza che nessuno muova un dito per sostenerla, si chiede di sapere: se i Ministri in indirizzo siano a conoscenza di quanto sopra; se non ritengano opportuno attivare le procedure ispettive e conoscitive previste dall'ordinamento, anche al fine di prendere in considerazione ogni eventuale sottovalutazione di significativi profili di accertamento; se siano a conoscenza di iniziative assunte dalla CONSOB e dalla Banca d'Italia finalizzate a controllare i pacchetti obbligazionari in questione e la composizione delle gestioni patrimoniali, al fine di tutelare i clienti della filale Unicredit n. 7 di Reggio Emilia dopo le denunce della dottoressa M. relative alla vendita ai risparmiatori di pacchetti obbligazionari in perdita. Atto n. 4-07135 LANNUTTI GRANATO Bianca Laura SBRANA Rosellina Ai Ministri dell'economia e delle finanze, delle infrastrutture e della mobilità sostenibili e dello sviluppo economico Premesso che, per quanto risulta agli interroganti: la società Autostrade per l'Italia S.p. A. (ASPI) gestisce 2.857 chilometri di rete autostradale in Italia sulla base della convenzione unica sottoscritta in data 12 ottobre 2007 con l'allora ente concedente ANAS S.p. A. (ruolo oggi attribuito al Ministero delle infrastrutture e della mobilità sostenibili); il 5 maggio 2022 ASPI è passata definitivamente di mano: l'88,06 per cento di Autostrade per l'Italia detenuta da Atlantia S.p. A. (il cui 30,25 per cento è in mano ai Benetton) è stato acquistato per il 51 per cento da Holding Reti Autostradali S.p. A. (HRA) partecipato da CDP Equity (la holding di investimenti controllata da Cassa depositi e prestiti), dal fondo Usa Blackstone infrastructure partners (per il 24,5 per cento) e dai fondi gestiti dall'australiana Macquarie asset management (per il 24,5 per cento); la cessione è costata ben 8.198,8 milioni di euro, il che vuol dire che i Benetton intascano dallo Stato circa la stessa cifra che sborsarono nel 2000 (8 miliardi di euro) per aggiudicarsi la concessione delle autostrade. A questi 8.198,8 milioni di euro vanno però aggiunti i circa 8,8 miliardi di euro di debiti che Atlantia ha di fatto lasciato in società Autostrade e 3,4 miliardi di risarcimento danni per il crollo del ponte Morandi di Genova, che ha provocato 43 morti. Quindi circa 21,3 miliardi di euro. Il tutto, peraltro, al netto dei 10 miliardi di euro di dividendi che Atlantia ha incassato in questi 20 anni;