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In Italia, invece, si è rimasti fermi all’antiquata idea dell’assegno, priva di valenze relazionali per il genitore « less involved » e di ogni forma di rendicontazione per il genitore primario (con la possibilità di utilizzi non congrui con l’interesse del minore e, sicuramente, foriero di ulteriori conflitti tra adulti). Un’opzione che si può senz’altro considerare in un processo di miglioramento, anche per favorire un clima di maggior reciproca fiducia, è quella del conto cointestato: non ci sarà più in questo caso, un genitore Bancomat e un beneficiario ma una corresponsabilizzazione delle due figure genitoriali. Si tratta di un modello già presente, anche se in maniera non maggioritaria, in alcuni Stati esteri (ad esempio il Belgio). Un tema delicatissimo che è indispensabile affrontare con consapevolezza in un progetto di legge serio è quello del trasferimento di residenza: la vicinanza delle due abitazioni rappresenta un elemento fondamentale per l’esplicazione del diritto del minore alla bigenitorialità: in una grande ricerca longitudinale danese si evidenzia che condizione ottimale per un buon affido materialmente condiviso con relativi acclarati benefici è la vicinanza delle due case, ottimale se pari a un tragitto percorribile in 15 minuti di trasporto pubblico. In uno studio francese si evidenzia, illustrandoli con un bellissimo grafico, che la frequenza degli incontri e il mantenimento di contatti col genitore « less involved » seguono perfettamente la distanza chilometrica con un punto decisamente critico oltre le 4 ore di tragitto (in questo caso il 33 per cento dei minori perde definitivamente contatto col genitore « less involved ») e con un punto di non ritorno per distanze così elevate che il genitore non riesce a quantificare la durata del viaggio (in questo caso l’81 per cento dei minori perde contatto col genitore « less involved » con una serie di conseguenze da tempo obiettivate dalla letteratura: alcolismo, gravidanze indesiderate, tabagismo, aumentato rischio suicidiario, dispersione scolastica eccetera). Si rileva ad addendum che lo stesso studio evidenzia che i minori che almeno all’inizio hanno goduto dell’affido alternato hanno perso il contatto col padre nell’1 per cento dei casi contro il 21 per cento di quelli in domiciliazione prevalente materna a dimostrazione ulteriore di quanto incidono oggi i provvedimenti giudiziari nell’interruzione dei rapporti figlio-genitore. Sui benefici del coinvolgimento maschile nella gestione della prole rimandiamo al noto articolo degli Acta Pediatrica . Purtroppo è ancor oggi prassi comune che il magistrato accetti pedissequamente le scelte del genitore primario consentendo l’allontanamento (spesso strumentale o comunque legato a motivazioni dell’adulto e non a necessità del minore) del minore dal genitore « less involved » e lo sradicamento dall’ habitat con le conseguenze ormai prevedibilmente e tristemente note in termini di danno relazionale-affettivo. Con un progetto di riforma si dovrebbe anche ovviare alla deplorevole circostanza che chi subisce il danno della deportazione della prole debba poi anche sobbarcarsi la beffa delle conseguenze economiche di viaggio e trasporto (non di rado non affrontabili per via della precarietà economica ben nota, con la conseguenza della perdita totale dei rapporti con la prole) rifacendosi ad alcuni precedenti tra cui una interessante ordinanza del Tribunale di Pisa. Un tema nuovo per l’Italia che si potrebbe inserire in un progetto di legge è quello, da tempo internazionalmente affermato, dei piani genitoriali o « parental plans », già entrato ufficialmente nel sistema giudiziario di paesi evoluti (per esempio Olanda) o in procinto di esserlo (per esempio Belgio). Per chiarire il livello di arretratezza italiano basti sottolineare che mentre da noi questo tema è sconosciuto, già nella Bulgaria della fine anni sessanta i genitori che intendevano separarsi dovevano presentarsi dal giudice con un piano possibilmente condiviso di gestione comune della prole. Non deve stupire la fortuna che i parental plans , misconosciuti in Italia, hanno avuto se non costantemente nella legge almeno nella giurisprudenza di molti Paesi progrediti (Olanda, California, Wisconsin, Belgio, eccetera): chi, infatti, meglio dei genitori può calarsi nel concreto della quotidianità e proporre soluzioni non stereotipate e praticabili al giudice? A testimonianza della dimensione sociale del problema è utile segnalare che il principio e la fattibilità del continuare ad educare in due sono temi dibattuti che oggi stanno emergendo progressivamente pure nella Chiesa Cattolica anche in conseguenza della progressiva estraniazione (frequentemente dovuta ai costumi giudiziari) di decine di migliaia di genitori dalla cura dei propri figli. Altro tema è quello della mediazione familiare: non sarebbe utile (oltre che deontologicamente corretto per il codice dei mediatori italiani) proporre nel progetto di legge forme coercitive di invio a centri di mediazione; se infatti osserviamo la situazione mondiale, tranne rarissime eccezioni, i sistemi di mediazione familiare che hanno ottenuto risultati sono stati quelli dei Paesi che hanno saputo attenuare le discriminazioni in ambito genitoriale all’interno dei Tribunali. Si potrebbero tuttavia prevedere due percorsi alternativi dando serietà al tentativo di conciliazione obbligatoriamente previsto già oggi dalla legge ma di fatto disapplicato e proponiamo di esternalizzarlo ai consulenti familiari o ai mediatori familiari, offrendo alle coppie l’opportunità di una seria riflessione sulla loro decisione e la possibilità di essere aiutate a redigere un piano educativo e un piano economico che li porti comunque alla separazione consensuale ove inevitabile. Qualora viceversa le parti abbiano già autonomamente redatto il piano educativo e il piano economico e presentino direttamente la domanda di separazione consensuale il presidente potrà verificare direttamente la possibilità della conciliazione, procedendo immediatamente oltre ove non ne sussistano i presupposti. Tale percorso, premiante in termini di tempi del procedimento, incentiverà le coppie a rivolgersi a consulenti e mediatori prima di agire in giudizio e non per una improbabile composizione di un conflitto ormai deflagrato. È pertanto auspicabile che unitamente alla presente sia presentata altra proposta di legge che miri a qualificare professionalmente la figura del consulente familiare e del mediatore familiare, peraltro già larvatamente normate dalla consuetudine. Teniamo comunque a sottolineare che Svezia, Belgio, California, Danimarca sono Paesi che, attraverso l’estensione di affido paritetico e joint physical custody ed eliminando la percezione di un genitore premiato a priori a prescindere dai comportamenti, hanno saputo orientare i genitori stessi a ricercare soluzioni extra -giudiziali; al contrario l’istituto della mediazione non decolla in quei Paesi che premiano una genitorialità a senso unico inevitabilmente premiata sul tavolo successivo a quello del fallimento della mediazione: il Tribunale (l’Italia si distingue nettamente a livello mondiale per uno 0,8 per cento – dato globale ISTAT – di minori affidati al padre, un 95,5 per cento di minori collocati presso la madre con le modalità prima spiegate dell’83 per cento versus 17 per cento e il restante 4,5 per cento ripartito tra padri, terze persone, enti pubblici e istituti.