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Modifiche al decreto legislativo 20 dicembre 2009, n. 198, ed al testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di spese di giustizia, di cui al decreto del Presidente della Repubblica 30 maggio 2002, n. 115, in materia di class action amministrativa. Onorevoli Senatori. -- Il decreto legislativo 20 dicembre 2009, n. 198 ha introdotto nel nostro ordinamento l'istituto della cosiddetta class action amministrativa, che però ha stentato a decollare. Alcuni vizi di origine l'hanno resa uno strumento poco utile ed inefficace. E ciò anche a causa del fatto che il contenuto del decreto legislativo non corrisponde esattamente ai dettami della legge delega, nel senso di una restrizione eccessiva della operatività dell'azione a danno dei cittadini. Il presente disegno di legge ha l'obiettivo di colmare alcune criticità al fine di rendere efficace la normativa. Dall'analisi del decreto legislativo appare restrittiva l'ipotesi della lesione derivante ai cittadini in relazione ai soli «atti amministrativi generali obbligatori e a contenuto non normativo». Il Consiglio di Stato in sede consultiva (parere n. 3831, adunanza del 9 giugno 2009, deposito 10 giugno 2009) aveva espresso sul punto la sua perplessità evidenziando che «la limitazione agli atti obbligatori non trova fondamento nella delega. La specificazione relativa al carattere non normativo, poi, può dare adito ad equivoci, essendo consolidato l'uso del termine "atto amministrativo generale" con riferimento agli atti formalmente e sostanzialmente amministrativi (esemplare, al riguardo, l'articolo 13, comma 1 della legge 241 del 1990, la quale menziona separatamente -- ai fini dalla non applicazione del capo sulla partecipazione al procedimento amministrativo -- gli "atti normativi" e gli "atti amministrativi generali"), sicché la precisazione appare inutile o, peggio, fuorviante (lasciando intendere -- a contrario -- che l'essenza del regolamento è quella di atto amministrativo generale, sia pure a contenuto normativo)». Il decreto legislativo è più restrittivo rispetto alla legge delega nell'individuazione delle condotte che possono essere censurate con l'azione collettiva e che rapporta a: -- violazione degli obblighi contenuti nelle carte dei servizi; -- violazione di termini o mancata emanazione di atti amministrativi generali obbligatori e non aventi contenuto normativo, da emanarsi obbligatoriamente entro e non oltre un termine fissato da una legge o da un regolamento; -- violazione degli standard qualitativi ed economici stabiliti dalle autorità preposte alla regolazione ed al controllo del settore. A differenza di quanto previsto dalla legge delega non compare la possibilità di esercitare l'azione collettiva nell'ipotesi in cui la lesione ad una categoria di cittadini derivi dall'«omesso esercizio di poteri di vigilanza, di controllo o sanzionatori» (lettera a) , comma 1 dell'articolo 1 del disegno di legge). Presupposto dell'azione è la lesione concreta, diretta ed attuale per una pluralità di utenti o consumatori. La lesione, secondo l'articolo 1, comma 1- bis, del citato decreto legislativo n. 198 del 2009, deve essere valutata, però, non oggettivamente ma in relazione alle «risorse strumentali, finanziarie e umane concretamente a disposizione delle parti intimate», criterio limitativo non esistente nella legge delega (articolo 1, comma 1, lettera b) del disegno di legge). Scompare dal decreto legislativo il riferimento alla più ampia cognizione generale di merito del Giudice amministrativo. La modifica apportata attraverso il presente disegno di legge punta, invece, ad attribuire una deroga al cosiddetto limite esterno, in quanto il giudice non si limita al solo sindacato di legittimità dell'attività amministrativa, ma valuta anche profili di opportunità, convenienza, utilità ed equità (articolo 1, comma 1, lettera c ) del disegno di legge). L'articolo 2- bis stabilisce una sorta di assorbimento dell'azione di adempimento da parte dell'azione risarcitoria, prevedendo che, se per le medesime condotte è stato instaurato un giudizio ai sensi dell'articolo 140- bis del codice del consumo, l'azione collettiva di adempimento di cui al citato decreto legislativo n. 198 del 2009 è improponibile. A difficoltà interpretative (in ragione della non esauriente formulazione) dà luogo l'ipotesi inversa, stante il mancato richiamo all'articolo 140- bis al comma 2 dell'articolo 2 in relazione all'ipotesi in cui l'azione collettiva davanti al Giudice amministrativo sia proposta prima di quella risarcitoria. (articolo 1, comma 1, lettera d) del disegno di legge). Il termine posto dal decreto legislativo per il riscontro alla diffida (90 giorni) è eccessivamente lungo e tale da svuotare in gran parte l'utilità dell'azione, che dovrebbe assumere un ritmo maggiormente sollecitatorio, per tali ragioni sarebbe opportuno ridurlo (articolo 1, comma 1, lettera e) del disegno di legge). L'equivoca formulazione dell'articolo 4, comma 1 del decreto («senza nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica») potrebbe indurre a ritenere che non possa essere disposta la condanna alle spese in favore dei ricorrenti la cui azione venisse accolta. Una tale interpretazione -- rendendo meno effettiva la tutela -- non può essere avallata (articolo 1, comma 1, lettera f) del disegno di legge). Autodefinendosi «norma transitoria» l'articolo 7 del decreto prevede che «in ragione della necessità di definire in via preventiva gli obblighi contenuti nelle carte dei servizi e gli standard qualitativi ed economici di cui all'articolo 1, comma 1, e di valutare l'impatto finanziario e amministrativo degli stessi nei rispettivi settori, la concreta applicazione del presente decreto alle amministrazioni e ai concessionari di servizi pubblici è determinata, fatto salvo quanto stabilito dal comma 2, anche progressivamente, con uno o più decreti del Presidente del Consiglio dei Ministri, su proposta del Ministro per la pubblica amministrazione e l'innovazione, di concerto con il Ministro dell'economia e delle finanze e di concerto, per quanto di competenza con gli altri Ministri interessati» (analoga disposizione è prevista dal comma 2 per le regioni e gli enti locali). Tale norma suscita molte perplessità in quanto rimanda sine die l'applicazione piena e completa della class action . Tale non era l'intenzione della legge delega, che prevedeva il termine di nove mesi per l'entrata in vigore del decreto legislativo, e che (articolo 2) prescriveva inoltre che nell'ulteriore termine di ventiquattro mesi dalla data di entrata in vigore dei decreti legislativi il Governo avrebbe potuto adottare eventuali disposizioni integrative e correttive. La disposizione dunque, non è transitoria, perché in realtà rinvia senza alcun termine preciso l'applicazione della class action così come voluta dal legislatore delegante (articolo 1, comma 1, lettera g) ).