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Le istituzioni e la società civile devono prendere a cuore la questione giovanile. Facendo mio il proverbio citato da Papa Francesco, che per educare un figlio ci vuole un villaggio, dico che tutti insieme dobbiamo prodigarci a favore dei giovani su tre fronti: educazione, formazione e lavoro. Per impedire poi che la cultura della violenza si infiltri velenosamente nella società, bisogna intervenire al più presto con politiche preventive e poi anche repressive. Non trascuriamo il crescente disagio giovanile, anche a causa di droga e alcol. Ricordo a noi parlamentari la responsabilità di creare le condizioni per una società migliore, che opti per il progresso e il benessere di tutti, con speciale riguardo ai giovani. Solo così i nostri figli potranno crescere in una società giusta, in cui prepotenza e violenza non possano attecchire mai! (Applausi) . LEONE (M5S) . Domando di parlare. PRESIDENTE. Ne ha facoltà. LEONE (M5S) . Signor Presidente, quest'oggi intervengo per sottoporre all'attenzione dell'Assemblea la condizione degli istituti penitenziari in materia sanitaria, perché, a seguito di tante visite nelle strutture, da Nord a Sud, è emerso che la gestione sanitaria, nella fattispecie, lascia molto a desiderare. Più in particolare, il mio intervento vuol essere una disperata segnalazione, rivolta ai dirigenti sanitari penitenziari e al ministro Cartabia, al fine di evitare un possibile suicidio. Nel caso specifico, mi riferisco al detenuto Salvatore Sparacio. In premessa, ricordo che le norme nazionali e sovranazionali stabiliscono che i cittadini hanno diritto alla tutela della salute e all'effettivo accesso alle cure, che i cittadini detenuti hanno lo stesso diritto, che non può essere né compresso né lasciato alla discrezionalità amministrativa, e che le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato. Torniamo però al detenuto Salvatore Sparacio, il quale, a seguito di accertamenti, in occasione di molte perizie psichiatriche effettuate dall'aprile scorso, è risultato affetto da patologie legate a disturbi paranoidi e depressivi, con turbe comportamentali e stato di schizofrenia paranoide. Il detenuto Sparacio manifesta una dichiarata volontà, già da mesi, non solo di non assumere cibo solido, ma di suicidarsi. Ha già tentato di farlo svariate volte, attraverso l'impiccagione con le lenzuola del suo letto, per cui è stato ritenuto opportuno farlo dormire con lenzuola di carta e sottoporlo alla somministrazione di oppiacei. Personalmente, ho visto Salvatore Sparacio e ho parlato con lui. Le sue condizioni sono davvero allarmanti. Presenta difficoltà di deambulazione, dovuta anche a un forte stato di debilitazione, con perdita di equilibrio, per cui è costretto a restare in sedia a rotelle, con un piantone. Attualmente, le sue condizioni sono ancora più preoccupanti. Venerdì scorso, dal carcere di Siracusa è stato trasferito in quello di Benevento. Sabato mattina è stato portato in ospedale e in giornata riportato in carcere. Sparacio è entrato in carcere il 9 aprile 2021. Al suo ingresso pesava 84 chili. Oggi, in circa sette mesi, ne ha persi 30 e ne pesa 54, con ipotrofia muscolare diffusa, problematiche neurologiche degenerative e deperimento organico. È chiaro che la misura detentiva è incompatibile col suo stato psicofisico. Concludo con l'auspicio di una maggiore e tempestiva sensibilizzazione da parte dei dirigenti sanitari e del ministro Cartabia: agite, prima che sia troppo tardi per lui, caso emblematico di tanti altri detenuti. Voglio altresì ricordare che solo ad oggi, per l'anno in corso, sono 47 i suicidi all'interno delle carceri. Nell'ultima settimana del mese di ottobre ce ne sono stati tre. Il 25 ottobre un detenuto di trentasei anni si è tolto la vita a Pavia; il 30 ottobre è stata la volta di un internato presso la casa di reclusione di Isili e il 31 ottobre quella di un recluso nella casa circondariale di Monza. Lo Stato è responsabile non solo della privazione della libertà, ma anche della tutela dei diritti del detenuto e della sua salute. (Applausi) . CORTI (L-SP-PSd'Az) . Domando di parlare. PRESIDENTE. Ne ha facoltà. CORTI (L-SP-PSd'Az) . Signor Presidente, intervengo oggi per stigmatizzare l'articolo apparso due giorni fa sul quotidiano «Gazzetta di Modena», in cui l'Associazione nazionale partigiani d'Italia (ANPI) ha attaccato il partigiano bianco Romano Levoni, decorato e insignito di medaglie dalle truppe di liberazione brasiliane che hanno preso parte ai combattimenti della linea gotica. Ebbene, l'ANPI di Sassuolo scrive che il partigiano Levoni non può essere al tempo stesso sostenitore della Resistenza e fan di chi, come Bolsonaro, ha una visione violenta della politica, fa della prevaricazione e dell'intimidazione strumenti di gestione del potere ed esprime una leadership spiccatamente antidemocratica e autoritaria. Questa è l'Associazione nazionale partigiani d'Italia che, invece di fare storia, fa solamente strumentalizzazione politica. Se Bolsonaro non fosse stato un presidente regolarmente eletto e non rappresentasse la destra, forse non si sarebbero scandalizzati che il partigiano bianco Levoni abbia partecipato alla commemorazione a Pistoia dei caduti delle forze di liberazione brasiliane. Tuttavia l'ANPI di Sassuolo non si ferma qui e afferma che è ormai fantasia distorta quella di Levoni, un anziano che manipola la realtà costruendo narrazioni che non hanno alcun fondamento; addirittura l'associazione invita l'amministrazione comunale di Sassuolo a garantire che durante eventi ufficiali non si verifichino più situazioni di questo tipo. Vi rendete conto che l'ANPI, che dovrebbe rappresentare la democrazia e la libertà di espressione, cerca di tappare la bocca a un testimone oculare della guerra civile? (Applausi) . È incredibile constatare come pretendano di censurare questo ex partigiano giovanissimo, della classe 1929, che nel 1943 raggiunse la banda del partigiano monarchico Rossi, che venne ucciso dagli stessi partigiani comunisti nella località di Montemolino, nel Comune di Montefiorino. Se la sua colpa è quella di essere stato testimone oculare delle tante nefandezze compiute da partigiani rossi, o presunti tali, noi crediamo che questa non sia una colpa, ma una verità storica, che persone come lui possono testimoniare. Come sapete, sono di Montefiorino: noi, che in montagna viviamo e abbiamo ascoltato con attenzione le testimonianze dei nostri nonni proprio sulla guerra civile nella cosiddetta zona della Repubblica di Montefiorino, sappiamo bene come andarono le cose. Sono proprio le zone che hanno visto come martiri il seminarista Rolando Rivi, da poco beatificato, e don Luigi Lenzini di Pavullo nel Frignano, assassinato dai partigiani comunisti dopo la Liberazione. Noi pensiamo che non si possa chiudere la bocca a un giovanissimo partigiano decorato al valore dalle forze brasiliane.