[resaula]

, società del Ministero dell'economia e delle finanze, ha pubblicato un bando per la selezione di 11 esperti, che si aggiungeranno ai 96 assunti durante l'emergenza sanitaria, da collocare nel Dipartimento per lo sport della Presidenza del Consiglio dei ministri; le professionalità cercate avranno il compito di realizzare e rigenerare nuovi impianti sportivi e di complementare e adeguare quelli già esistenti e andranno ad integrare l'organigramma del Dipartimento "in ragione delle mutate esigenze organizzative considerato l'elevato numero di istanze pervenute nell'ambito del progetto, in mancanza di apposito personale interno alla Società stessa da dedicare", in regime di collaborazione per 19 mesi con un costo a persona da 15.000 a 50.000 euro; il piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR) per l'attuazione del programma Next generation EU con le risorse del recovery fund destinerebbe alle ristrutturazioni degli impianti sportivi 2 miliardi di euro mentre soltanto 3 miliardi sarebbero messi a disposizione per "favorire l'ingresso dei giovani nel mondo del lavoro, potenziando i centri per l'impiego e le attività di formazione e incentivando le assunzioni attraverso misure di contribuzione per i datori di lavoro"; considerato che, nonostante le tante parole, troppe, sulla necessità di contrastare la disoccupazione e sottoccupazione giovanile e le politiche economiche finora messe in atto, dimostratesi del tutto inefficaci, lo stanziamento veramente risibile destinato a favorire l'ingresso dei giovani nel mondo del lavoro conferma la poca volontà di affrontare e risolvere veramente il problema, si chiede di sapere se non si reputi fondamentale stanziare ulteriori risorse che favoriscano l'entrata dei giovani nel mondo del lavoro e sviluppare tempestivamente azioni lungimiranti con risultati tangibili per il contrasto della disoccupazione giovanile, esasperata in questo momento da un'inaspettata pandemia. Atto n. 4-04748 DE BONIS Ai Ministri dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare e dello sviluppo economico Premesso che: dopo 6 anni di attesa, nel cuore della notte tra il 4 e il 5 gennaio 2021, è stata finalmente pubblicata la mappa delle aree che potranno ospitare il deposito nazionale dei rifiuti radioattivi italiani, la CNAPI, carta delle aree potenzialmente idonee; nel documento sono state individuate 67 aree che soddisfano i 25 criteri stabiliti nel 2014-2015. Si tratta di comuni raccolti in 5 macrozone: Piemonte con 8 aree tra le province di Torino e Alessandria; Toscana-Lazio con 24 aree tra Siena, Grosseto e Viterbo; Basilicata-Puglia con 17 aree tra Potenza, Matera, Bari, Taranto; poi le isole, con la Sardegna (14 aree) in provincia di Oristano e nel Sud Sardegna; la Sicilia, 4 aree nelle province di Trapani, Palermo, Caltanissetta; la SOGIN, società che si occupa dello smantellamento delle vecchie centrali, con un consiglio straordinario tenuto il 31 dicembre, ha consegnato la mappa ai Ministeri dello sviluppo economico e dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, che hanno dato il "nulla osta" alla sua pubblicazione. Dal 5 gennaio inizia così il processo che nel giro di qualche anno porterà alla localizzazione del sito, che in un primo momento dovrà contenere 78.000 metri cubi di rifiuti a bassa e media intensità e poi anche 17.000 metri cubi ad alta attività, questi ultimi per un massimo di 50 anni (per poi essere sistemati in un deposito geologico di una certa profondità); ad oggi, come riporta l'Ispettorato per la sicurezza nucleare e la radioprotezione (ISIN), i 30.000 metri cubi di rifiuti nucleari sparsi in 7 regioni sono solo una parte di un quantitativo iniziale: circa il 99 per cento del combustibile esaurito, utilizzato nelle quattro centrali nucleari nazionali dismesse (Latina, Caorso, Garigliano e Trino Vercellese), nel corso degli anni è stato inviato negli impianti La Hague in Francia, Eurochemic in Belgio e Sellafield in Gran Bretagna, dove è stato sottoposto a riprocessamento. Entro il 2025, però, è previsto il rientro di tutta la quota delle scorie. Sarebbero quindi solo 13 le tonnellate di combustibile irraggiato prodotte dall'esercizio delle centrali di Trino e Garigliano, oggi stoccate in Italia da conferire nel deposito nazionale; l'ISPRA (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale) nel suo documento del 2014 aveva identificato almeno 28 tra criteri ed aree di esclusione (vulcaniche, sismiche, soggette a frane e inondazioni, quelle sino alla distanza di 5 chilometri dalla costa, in zone carsiche o vicine a sorgenti o a parchi nazionali o luoghi di interesse naturalistico); a inizio 2015 SOGIN consegnò a ISPRA e al Governo Renzi la proposta di carta delle aree potenzialmente idonee, con all'interno 100 possibili siti pronti a ospitare il deposito. Il 16 aprile dello stesso anno i Ministeri dello sviluppo economico e dell'ambiente rimandarono tutto a SOGIN e ISPRA, per concedersi due settimane per le valutazioni conclusive. Quelle due settimane sono diventate 6 anni; l' iter attuale prevede la consultazione pubblica e poi la costruzione. La consultazione pubblica durerà quattro mesi, con una successiva rielaborazione di tre mesi che darà luogo alla "carta nazionale delle aree idonee". Poi si passerà alla fase delle "manifestazioni di interesse" dei territori. Il tutto in un periodo di pandemia, con le immaginabili difficoltà che si aggiungeranno ad una procedura di per sé complessa. Una volta individuato il sito serviranno molti anni per la costruzione: si rischia, dunque, di non rispettare la scadenza prevista nel 2025; considerato che la Commissione UE ha notificato al nostro Paese l'attivazione di una procedura di infrazione per non aver ancora adottato un programma nazionale per la gestione dei rifiuti radioattivi conforme ai requisiti previsti dalla direttiva 2011/70/EURATOM del Consiglio europeo. Gli Stati membri erano tenuti a recepire la direttiva entro il 23 agosto 2013 e a notificare i loro programmi nazionali per la prima volta alla Commissione entro il 23 agosto 2015; tenuto conto che: nell'atto di sindacato ispettivo 4-02076, pubblicato il 5 agosto 2019, l'interrogante, oltre ad evidenziare la gravità del fatto che in Puglia ed in Basilicata vi fossero più scorie e radiazioni che in zone con centrali atomiche ed a sollecitare un piano per lo stoccaggio delle scorie radioattive lucane, chiedeva in quale regione italiana sarebbe stato costruito il deposito nazionale dei materiali e l'elenco delle aree idonee, pronto da anni ma mai reso noto; certamente, non ci si aspettava di vedere tra le aree individuate per il deposito anche la Basilicata, una terra vocata al turismo e all'agricoltura ecosostenibile che, oltre al rischio sismico 2, deve sottostare ad ulteriori e gravi politiche inquinanti dovute al petrolio. Allo stesso modo, anche la Puglia e Taranto sono già state sacrificate in termini ambientali.