[pronunce]

che con l'ordinanza indicata in epigrafe, la Corte d'appello di Napoli ha sollevato, in riferimento agli artt. 10, 11 e 117 della Costituzione, ulteriore questione di legittimità costituzionale degli artt. 2621 e 2622 cod. civ. , come sostituiti dal d.lgs. n. 61 del 2002; che la Corte rimettente riferisce di essere investita, in grado di appello, del processo penale nei confronti di persona imputata di falso in bilancio continuato in relazione agli anni 1993-1997; che nel corso del giudizio di primo grado era sopravvenuto il d.lgs. n. 61 del 2002, che ha scisso la fattispecie criminosa di cui all'originario art. 2621 cod.civ. – già punita con la reclusione da uno a cinque anni (oltre la multa) – nelle due distinte ipotesi delineate dalle norme impugnate, prevedendo per quella di cui al nuovo art. 2621 cod. civ. l'arresto fino ad un anno e sei mesi, nonché «soglie obiettive di sussistenza del fatto di reato»; e stabilendo, altresì, per quella di cui al nuovo art. 2622 cod. civ. – punita con la reclusione da sei mesi a tre anni – la perseguibilità a querela; che, non avendo il pubblico ministero proceduto a contestazione, neanche suppletiva, degli elementi di fatto che permettessero di ritenere superate le neointrodotte soglie di punibilità, il Tribunale di Napoli aveva quindi assolto l'imputato «perché il fatto non è previsto dalla legge come reato»; che nell'ambito del susseguente giudizio di appello, attivato dal pubblico ministero, il Procuratore generale aveva peraltro eccepito l'incostituzionalità delle disposizioni del d.lgs. n. 61 del 2002, «nella parte in cui introducono una più mite disciplina sanzionatoria del falso in bilancio»; che, ad avviso del giudice a quo, la questione di costituzionalità sarebbe rilevante, in quanto, nel caso in cui questa Corte la dichiarasse fondata, «annullando le norme denunciate», il pubblico ministero verrebbe sollevato ex tunc dall'«obbligo di contestazione» delle soglie di punibilità, con ogni conseguente effetto sulla sorte del gravame da esso proposto, ed inoltre verrebbero a modificarsi i termini di prescrizione del reato; che quanto, poi, alla non manifesta infondatezza della questione, il giudice a quo osserva come, per effetto del d.lgs. n. 61 del 2002, la tutela dell'interesse alla «trasparenza delle attività societarie» risulti «enormemente e sconvenientemente assottigliata», a fronte sia della rilevante compressione della risposta sanzionatoria e, conseguentemente, dei termini di prescrizione; sia della descrizione dei fatti incriminati e della sottrazione degli stessi alla «incondizionata perseguibilità»; che il nuovo assetto risulterebbe pertanto lesivo degli artt. 10, 11 e 117 Cost., in quanto contrastante con l'art. 6 della direttiva n. 68/151/CEE, che impone agli Stati membri di prevedere adeguate sanzioni per i casi di «mancata pubblicità del bilancio e del conto dei profitti e perdite», come prescritta dall'art. 2, paragrafo 1, lettera f), della medesima direttiva; che nel giudizio di costituzionalità è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, il quale ha chiesto che la questione sia dichiarata inammissibile o, in subordine, infondata. Considerato che, avendo ad oggetto un quesito di costituzionalità in larga misura analogo, il giudizio relativo all'ordinanza di rimessione della Corte d'appello di Napoli va riunito, in vista della definizione con unica decisione, a quelli relativi alle ordinanze di rimessione del Giudice dell'udienza preliminare del Tribunale di Palermo, già riuniti a loro volta con la citata ordinanza n. 165 del 2004; che, successivamente alle ordinanze di rimessione, è intervenuta la legge 28 dicembre 2005, n. 262 (Disposizioni per la tutela del risparmio e la disciplina dei mercati finanziari), pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 301 del 28 dicembre 2005, il cui art. 30 ha sostituito le norme impugnate, modificando l'assetto delle figure criminose in esame in rapporto a plurimi profili investiti dalle censure di costituzionalità (risposta sanzionatoria, impunità dei fatti che restino al di sotto delle «soglie» di rilevanza penale e, indirettamente, prescrizione); che il nuovo testo degli artt. 2621 e 2622 cod. civ. , quale risultante a seguito della citata legge – oltre ad includere fra i soggetti attivi del reato anche i «dirigenti preposti alla redazione dei documenti contabili societari» (nuova figura soggettiva introdotta dall'art. 14, comma 1, lettera n, della stessa legge n. 262 del 2005) – prevede, infatti, rispetto al testo immediatamente precedente, oggetto dell'impugnativa, una pena più elevata nel massimo per la fattispecie contravvenzionale di cui all'art. 2621 cod. civ. (arresto fino a due anni); una pena specifica e più severa (reclusione da due a sei anni) per i fatti delittuosi commessi nell'ambito di società quotate che abbiano cagionato «un grave nocumento ai risparmiatori» (art. 2622, quarto e quinto comma, cod. civ.); nonché l'irrogazione di una sanzione amministrativa pecuniaria, unitamente a misure di tipo interdittivo, nei confronti degli amministratori e degli altri soggetti qualificati autori di falsità non punibili come reato, perché non produttive di una alterazione «sensibile» della rappresentazione della situazione economica, patrimoniale e finanziaria della società o del gruppo al quale essa appartiene, ovvero perché rimaste comunque al di sotto delle «soglie» di rilevanza penale del fatto a carattere percentuale (artt. 2621, ultimo comma, e 2622, ultimo comma, cod. civ.); che tale ultima previsione – nella misura in cui valesse a rendere applicabile alle falsità ora indicate la disciplina generale della prescrizione stabilita in rapporto alle violazioni amministrative dall'art. 28 della legge 24 novembre 1981, n. 689 (Modifiche al sistema penale), la quale, oltre a contemplare un termine quinquennale, rinvia alle norme del codice civile in tema di interruzione, in forza delle quali la prescrizione non corre nel corso del giudizio (art. 2945, secondo comma, cod. civ.) – verrebbe altresì ad incidere sullo specifico tema sul quale si incentrano le ordinanze di rimessione del Giudice dell'udienza preliminare del Tribunale di Palermo: ordinanze nelle quali, peraltro, non si precisa se, nel caso concreto, le soglie di rilevanza penale del fatto risultino o meno superate, limitandosi il giudice rimettente a rilevare, in una di esse (ordinanza n. 232 del 2003), l'esigenza di un accertamento sul punto;