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Istituzione di una Commissione parlamentare di inchiesta sulla condotta delle autorità nazionali nella vicenda relativa ai fucilieri di marina Massimiliano Latorre e Salvatore Girone. Onorevoli Senatori. – La delicata e preoccupante vicenda dei due militari italiani, Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, sta minando fortemente la credibilità internazionale del nostro Paese. Tutto è cominciato nel febbraio 2012 quando i due fucilieri del glorioso reggimento «San Marco» della Marina militare italiana, in servizio di scorta alla petroliera «Enrica Lexie» nell'ambito di una regolare e autorizzata missione di contrasto alla pirateria – l'operazione «Ocean Shield» della Nato – ritenuti responsabili della morte di due pescatori indiani, sono stati sequestrati dalla polizia indiana e sottoposti a processo. Da allora è iniziato un vero calvario umano, personale e professionale, per i due militari, la cui posizione, a distanza di quasi due anni, rimane piuttosto delicata. Come confermato più volte dalle autorità civili e militari italiane, l'incidente è avvenuto in acque internazionali, precisamente a 32 miglia dalla costa indiana, sicché tale localizzazione avrebbe dovuto sin dal principio fare venir meno la giurisdizione indiana a favore di quella italiana. Nonostante ciò, il 18 gennaio 2013 la Corte suprema indiana, pur accertando che i fatti si erano effettivamente verificati al di fuori delle acque territoriali indiane, ha negato la giurisdizione dello Stato italiano e, senza adeguata motivazione, ha rivendicato l'esercizio dei diritti sovrani di giurisdizione dell'India, in palese violazione di una norma della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare del 1982, nota come UNCLOS. La Corte Suprema indiana ha disposto, inoltre, che il processo venisse affidato a un tribunale speciale da costituire a New Delhi. Nel frattempo, nel dicembre 2012 e nella prima metà di febbraio 2013 sono state accolte dal Governo indiano le richieste di due permessi speciali per consentire ai nostri militari di trascorrere in famiglia le festività natalizie e di votare alle elezioni politiche, con l'obbligo di tornare in India. La situazione è però precipitata l'11 marzo 2013 quando l'allora Ministro degli affari esteri, Giulio Terzi, in pendenza dell'avvio di un processo di consultazioni tra Roma e New Delhi, o comunque di un processo che desse reale affidamento alla parte italiana, ha annunciato che i due militari non avrebbero fatto rientro in India. In questo frangente la posizione indiana si è irrigidita fino alla decisione, del tutto illegittima, da parte della Corte suprema, di disporre un'ordinanza nei confronti del nostro ambasciatore a New Delhi, che ne ha limitato in maniera inaccettabile la libertà di movimento, in palese violazione della Convenzione di Vienna. Il Governo indiano, da una parte, ha minacciato di ricorrere a misure ritorsive e, dall'altra, si è reso disponibile a risolvere la controversia in tempi brevi, a condizione che i marò rientrassero in India alla data prevista del 22 marzo. L'allora Ministro Terzi ha sottoposto all'attenzione del Governo la necessità che un eventuale ritorno dei due fucilieri in India fosse preceduto dall'accettazione di alcune assicurazioni, a suo parere necessarie, in particolare, a salvaguardare la credibilità della linea di Governo verso l'India e verso tutti i partner internazionali dell'Italia, a tutelare pienamente la sicurezza dei nostri militari e a ripristinare immediatamente, in modo definitivo e immediato, l'immunità diplomatica del nostro ambasciatore. Le riserve poste dal Ministro degli affari esteri alla decisione di un ritrasferimento dei marò in India sono, però, rimaste inascoltate dal Governo, che, in maniera del tutto inaspettata, ha deciso di sacrificare la libertà di Latorre e Girone, ritenendo le assicurazioni ottenute dall'India sufficienti. Le profonde divergenze d'opinione all'interno dell'esecutivo sono sfociate nel plateale annuncio da parte dell'allora Ministro degli affari esteri delle sue dimissioni al termine della seduta dell'Assemblea del 26 aprile 2013 alla Camera dei deputati. Il 22 marzo 2013 si è presa, pertanto, la stupefacente decisione di far rientrare i nostri militari in India pur essendo in corso nei loro confronti un'indagine penale nazionale e di fatto eseguendo una «estradizione atipica». La decisione, giuridicamente incredibile, ha prevaricato i vincoli imposti dalla Costituzione e dall'ordinamento giuridico nel tema specifico, dove per estradizione si intende una forma di cooperazione giudiziaria fra Stati che consista «nella consegna da parte di uno Stato di un individuo affinché venga sottoposto al giudizio penale (estradizione processuale) od alle sanzioni penali se già condannato (estradizione esecutiva)». E, infatti, l'articolo 697 del codice di procedura penale dispone espressamente che «la consegna a uno Stato estero di una persona per l'esecuzione di una sentenza straniera di condanna a pena detentiva o di altro provvedimento restrittivo della libertà personale può aver luogo soltanto mediante estradizione». Invece, nella fattispecie, Massimiliano Latorre e Salvatore Girone sono stati riconsegnati all'India che attribuisce loro ipotesi di reato punibili anche con la pena capitale, in contraddizione con quanto prevede nello specifico la Costituzione italiana e, in prima approssimazione, anche con l'articolo 698 del codice di procedura penale che vieta l'estradizione quando la persona verrà sottoposta a un procedimento penale che non assicura i diritti fondamentali della difesa, con un processo basato su prove certe, come ormai sembra conclamato avvenire in India nei confronti dei due militari. Determinazione peraltro in netta contraddizione con quanto stabilito da una sentenza della Corte costituzionale (n. 223 del 27 giugno 1996) in cui la Corte ha ritenuto la semplice garanzia formale della non applicazione della pena di morte atto insufficiente alla concessione dell'estradizione. La Corte di cassazione, più nello specifico, si è espressa con la sentenza n. 45253 del 22 novembre 2005, depositata il 13 dicembre 2005 della Sezione VI e da ultimo con la sentenza della Sezione VI n. 40283 del 10 ottobre 2008, depositata il 28 ottobre 2008, affermando tra l'altro che «ai fini della rinuncia favorevole all'estradizione, è richiesta documentata sussistenza e la valutazione di gravi indizi (...)», elementi che per quanto specificato non sembrano assolutamente sussistere. Tale vicenda, che ad oggi non ha ancora trovato risposta, ha pienamente dimostrato l'incapacità politica del precedente Governo tecnico nel gestire una situazione di crisi. Le autorità italiane hanno, infatti, mostrato di non aver adeguata consapevolezza del caso diplomatico aperto con il Governo di New Delhi. La mancanza di sostegno e solidarietà da parte degli alleati americani, europei e della NATO ha reso drammaticamente evidente lo scarso peso del nostro Paese nello scacchiere internazionale. Intanto continuiamo a mandare militari sulle navi private per difendere il traffico marittimo nell'Oceano Indiano dalla pirateria, come le operazioni Ocean Shield o Atalanta e a partecipare a missioni internazionali, a tutto beneficio anche dell'India.