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Disposizioni in materia di lavoro digitale. Onorevoli Senatori . – L'espansione delle piattaforme digitali, l'applicazione dell'intelligenza artificiale e l'utilizzo di sofisticati algoritmi e strumenti di analisi predittiva stanno trasformando radicalmente il mercato del lavoro. Le tecnologie emergenti non soltanto modificano gli strumenti di lavoro, ma ridefiniscono i processi produttivi e intaccano l'organizzazione delle imprese e del lavoro, creando nuove dinamiche e rapporti di potere. La digitalizzazione dei processi produttivi e lavorativi crea la possibilità di un efficientamento dell'utilizzo delle risorse grazie al ricorso a strumenti tecnologici che monitorano in tempo reale i processi di produzione; allo stesso tempo genera una rendita a favore di chi raccoglie e controlla queste informazioni. L'economia delle piattaforme si basa principalmente sulla possibilità di raccolta e gestioni di grandi quantità di dati, che nel mondo di lavoro si traduce in una capacità profonda di organizzare il lavoro fino al raggiungimento del punto di specializzazione ottimale del lavoratore e dell'eliminazione quasi completa dei costi di transazione legati alla presenza di asimmetrie informative. Secondo la teoria economica contemporanea, la riduzione dei costi di transazione e l'eliminazione delle asimmetrie informative sono alla base del perseguimento del benessere sociale; tuttavia, tale obiettivo è raggiungibile solo se le divergenze di interesse e gli squilibri di potere tra capitale e lavoro sono mitigati da scelte politiche che direzionano i processi di digitalizzazione in maniera democratica, sostenibile e giusta. I modelli predominanti ad oggi nell'economia delle piattaforme riflettono, al contrario, posizioni monopolistiche e di concentrazione del potere associato alla raccolta e gestione dei dati, che hanno creato sacche di diseguaglianza e di incertezza, in particolare, nel mondo del lavoro. I lavoratori digitali, siano essi intermediati da piattaforme o sottoposti a gestione algoritmica in settori dell'economia tradizionale, si trovano a dover fronteggiare cambiamenti radicali sia sotto il profilo dell'organizzazione del lavoro sia del contenuto delle mansioni. Secondo l'indagine europea sulle competenze e sui posti di lavoro svolta dal Centro europeo per lo sviluppo della formazione (Cedefop), negli ultimi cinque anni il 43 per cento dei lavoratori dell'Unione europea riporta l'adozione di nuovi strumenti tecnologici di lavoro e il 47 per cento ha osservato mutamenti a livello di metodi o prassi di lavoro. A questo si aggiunge che, durante la pandemia, il ricorso all'utilizzo di software di monitoraggio e gestione del lavoro a distanza è cresciuto vigorosamente, così come il ricorso al lavoro intermediato da piattaforme digitali. Secondo l'ultima indagine dell'Istituto nazionale per l'analisi delle politiche pubbliche (INAPP), il numero dei lavoratori intermediati da piattaforma digitale è raddoppiato rispetto al periodo pre-pandemico e interessa oggi oltre 570.000 lavoratori. Queste trasformazioni incidono direttamente sulle regole che costituiscono le basi del patto sociale nel mondo del lavoro, creando squilibri e incertezze rispetto alle forme contrattuali del rapporto di lavoro e alla prevedibilità e trasparenza delle condizioni di lavoro applicate. L'attenzione riservata a questi fenomeni supera i confini nazionali ed è al centro del dibattito europeo, come testimoniato dalla recente proposta di direttiva relativa al miglioramento delle condizioni di lavoro mediante piattaforme digitali presentata lo scorso dicembre dalla Commissione europea. Tra gli elementi di maggior rilievo, la direttiva ribadisce la necessità di chiarire il quadro giuridico applicabile ai lavoratori delle piattaforme e affronta la questione della gestione e del controllo della prestazione attraverso il ricorso a sistemi algoritmici. Difatti, sebbene le piattaforme di lavoro digitale possano rappresentare un'opportunità di crescita e di promozione di servizi innovativi, affinché il modello possa essere sostenibile e giusto è necessario riportare il loro operato all'interno del rispetto delle regole e dei diritti e ristabilire così parità di condizioni per tutti gli operatori del settore. Le stime più recenti riportano che nove piattaforme su dieci classificano i propri lavoratori come autonomi e allo stesso tempo si stima che in Europa oltre cinque milioni e mezzo di lavoratori delle piattaforme siano classificati in maniera non corretta. Le ripercussioni dell'errata classificazione dei lavoratori non si limitano al riconoscimento di minori tutele per questi lavoratori, accentuando le disuguaglianze ed escludendoli da forme di protezione sociale, ma creano anche disequilibri nella tenuta dei sistemi previdenziali, perdite di gettito fiscale e svantaggi indiretti per gli operatori del settore non digitalizzati. Affrontare la questione della corretta classificazione è indispensabile per garantire quei lavoratori che ad oggi si trovano in una zona grigia di accesso a tutele e diritti, derivante dall'adozione di nuovi modelli di organizzazione del lavoro dettati dalle piattaforme e dall'utilizzo di intelligenza artificiale, che alterano la tradizionale dicotomia tra autonomia e subordinazione e generano distorsioni nei meccanismi di protezione e tutela. Sotto questo profilo un ruolo determinante è giocato dall'utilizzo di algoritmi e sistemi di intelligenza artificiale nel definire, valutare e monitorare l'esecuzione delle prestazioni. Queste pratiche che possiamo definire « gestione algoritmica », sebbene originate nei modelli di business delle piattaforme, sono sempre più frequentemente adottate dalle imprese nei settori della cosiddetta economia tradizionale, evidenziando la necessità di adeguare l'apparato normativo e di tutele attraverso l'adozione di misure di garanzia e trasparenza nell'utilizzo di dati e di algoritmi, atte a riequilibrare le asimmetrie del mercato del lavoro e a garantire uno sviluppo equo e inclusivo dell'economia digitale. In tale contesto, il disegno di legge sul lavoro digitale si aggiunge agli interventi già realizzati (COB e DDL trasparenza) per rispondere alle sfide della digitalizzazione e si pone il duplice obiettivo di rafforzare il dialogo sociale ed eliminare le zone grigie di applicazione del diritto del lavoro. A tal fine si propone di: 1) definire le condizioni per una crescita equa e sostenibile delle piattaforme digitali attraverso il miglioramento delle condizioni di lavoro e delle tutele dei lavoratori intermediati da piattaforma e, di conseguenza, ripristinare parità di condizioni per tutte le imprese operanti negli stessi settori in cui operano anche le piattaforme, consapevole che una giusta concorrenza parte dal rispetto comune dei diritti e delle regole delle società che sono alla base del patto sociale; 2) garantire l'equità, la trasparenza e la responsabilità nella gestione algoritmica nel contesto del lavoro, affrontando il tema dell'utilizzo di sistemi decisionali o di monitoraggio automatizzati e ribadendo la centralità del controllo umano come garante ultimo della correttezza dei sistemi stessi. Nello specifico, il disegno di legge si articola come segue: L'articolo 1 introduce al comma 1 le definizioni di « piattaforma di lavoro digitale » e di « lavoro intermediato da piattaforme digitali » escludendo dalla definizione di piattaforma di lavoro digitale tutte quelle piattaforme che svolgono intermediazione di servizi on line tra utenti commerciali e per l'adempimento di obbligazioni contrattuali di natura commerciale. L'articolo 2 istituisce una presunzione semplice di rapporto di lavoro subordinato qualora la piattaforma digitale eserciti il controllo su determinati elementi dell'esecuzione del lavoro.