[pronunce]

Ad avviso del rimettente, poi, la proposizione della questione di legittimità costituzionale si manifesta ineludibile tanto più che, secondo la recente giurisprudenza di legittimità «in tema di reato di guida sotto l'influenza dell'alcol, ai fini della sostituzione della pena detentiva o pecuniaria irrogata per il predetto reato con quella del lavoro di pubblica utilità non è richiesto dalla legge che l'imputato debba indicare l'istituzione presso cui intende svolgere l'attività e le modalità di esecuzione della misura, essendo sufficiente che egli non esprima la sua opposizione» (Cassazione, sezione quarta penale, sentenza del 18 maggio 2012, n. 19162). Il favor manifestato dal legislatore per l'applicazione della sanzione sostitutiva del lavoro di pubblica utilità risulterebbe svilito, là dove lo svolgimento di tale attività lavorativa non retribuita fosse confinato al ristretto ambito della Provincia di residenza del condannato, nell'ambito della quale, in ipotesi, potrebbero non essere state stipulate le convenzioni prescritte dall'art. 54 del d.lgs. n. 274 del 2000. Tale favor, inoltre, sarebbe stato vivificato dall'opera ermeneutica della Corte di cassazione che, con pronunzia recente, ha puntualizzato che spetta al giudice determinare le modalità di esecuzione del lavoro di pubblica utilità, sicché deve ritenersi illegittimo il provvedimento di rigetto dell'istanza di sostituzione sul presupposto del mancato assolvimento di tali oneri da parte dell'imputato (Cassazione, sezione quarta penale, sentenza del 2 febbraio 2012, n. 4927). In punto di rilevanza, il rimettente osserva come essa appaia ictu oculi, in quanto la norma denunciata influisce direttamente sulla definizione del giudizio a quo, in un senso o nell'altro, dal momento che la sua applicazione nella vigente formulazione conduce al necessario rigetto dell'istanza, mentre una eventuale dichiarazione di illegittimità costituzionale potrebbe condurre - soddisfatte tutte le condizioni - al suo accoglimento. Si tratta di una norma ad applicazione necessaria nel presente procedimento, stante l'esplicito rinvio operato dall'art. 187 del codice della strada. Ancora, ritiene il rimettente che la rilevanza della questione possa desumersi dall'oggettiva idoneità dell'attività lavorativa richiesta a favorire l'emenda della condannata, dal momento che il raggiungimento dello scopo rieducativo, insito nell'applicazione della sanzione sostitutiva, risulterebbe agevolato dall'inserimento della medesima nell'organizzazione della "Casa Sollievo della Sofferenza", struttura improntata a "principi morali e religiosi", così come si legge nella dichiarazione di disponibilità del responsabile dell'ufficio legale dell'ente. In punto di non manifesta infondatezza, il giudice a quo osserva che la norma denunciata si porrebbe in contrasto con l'art. 3 Cost. La previsione di un vincolo territoriale per lo svolgimento del lavoro di pubblica utilità costituirebbe un vulnus al principio di uguaglianza dei cittadini davanti alla legge. La mancata predisposizioni di convenzioni ai sensi dell'art. 54 del d.lgs. n. 274 del 2000 nell'ambito di una qualsiasi Provincia (situazione - ad avviso del rimettente - non infrequente nella realtà attuale, la quale registrerebbe una non omogenea conclusione di tali convenzioni sul territorio nazionale) finirebbe per precludere la possibilità per un soggetto condannato ed ivi residente di accedere a tale sanzione sostitutiva, alla quale peraltro la legge correla - nel caso previsto dall'art. 187 del Codice della Strada ed all'esito positivo dello svolgimento del lavoro - notevoli benefici premiali, tra cui l'effetto estintivo del reato, la riduzione alla metà della sanzione della sospensione della patente e la revoca della confisca del veicolo sottoposto a sequestro. La situazione di "vuoto applicativo" dell'istituto sarebbe resa possibile dallo scarno contenuto del decreto ministeriale del 26 marzo 2001 (Norme per la determinazione delle modalità di svolgimento del lavoro di pubblica utilità applicato in base all'art. 54, comma 6, del d.lgs. 28 agosto 2000, n. 274), là dove l'art. 7 si limita a predicare l'istituzione presso ogni cancelleria di tribunale di un elenco di tutti gli enti convenzionati che hanno nel territorio del circondario una o più sedi ove il condannato può svolgere il lavoro di pubblica utilità oggetto della convenzione, senza però che a tale omissione siano connesse specifiche conseguenze ovvero poteri di intervento sostitutivo in capo agli attori del processo. Verrebbe in rilievo anche l'irragionevolezza della norma là dove prevede il necessario svolgimento del lavoro nell'ambito territoriale provinciale di residenza e ciò anche alla luce del comma 2 dell'art. 54, che consente al giudice, su richiesta del condannato, di ammetterlo a svolgere il lavoro di pubblica utilità per un tempo superiore alle sei ore settimanali. La possibilità di deroga in peius rimessa alla libera scelta del condannato varrebbe a colorare di irragionevolezza la mancata, similare previsione di poter consentire, previa richiesta, di svolgere il lavoro di pubblica utilità al di fuori della Provincia di residenza, se non altro in tutte quelle situazioni concrete in cui tale prestazione risulterebbe rispettosa delle esigenze di tutela degli interessi costituzionali dei quali lo stesso art. 54 del d.lgs. citato fa esplicita menzione. Infatti, nel caso di specie lo svolgimento dell'attività presso l'ente convenzionato, situato nel territorio provinciale di residenza, risulterebbe oggettivamente pregiudizievole per gli interessi familiari della condannata. L'imposizione del criterio territoriale non consentirebbe, dunque, il rispetto effettivo delle esigenze costituzionalmente protette di cui pure la noma fa menzione. La previsione del vincolo territoriale contrasterebbe, poi, con l'art. 27 Cost. Sarebbe, infatti, chiara la ripercussione dell'impiego del lavoro di pubblica utilità sul perseguimento degli obiettivi di rieducazione e risocializzazione del condannato, soprattutto nell'ambito dei reati connessi alla circolazione stradale; mediante la prestazione del lavoro di pubblica utilità, il legislatore avrebbe operato una scelta di campo tendente alla sensibilizzazione del soggetto verso i valori della solidarietà sociale, il cui rispetto si sostanzia nell'adempimento degli obblighi lavorativi e, nel contempo, nella mancata commissione di nuovi reati. Inoltre, la disponibilità all'emenda ed alla risocializzazione, manifestata dal condannato mediante il consenso alla prestazione di attività lavorativa socialmente utile finirebbe per orientare positivamente le impressioni della collettività associata, la quale, a sua volta, tenderebbe ad agevolare la reintegrazione del reo, valutando apprezzabilmente lo sforzo e l'impegno tenuti dal condannato nell'adempimento degli obblighi ordinariamente correlati alla prestazione di una attività lavorativa. Pertanto, vincolare lo svolgimento di tale sanzione paradetentiva ad un dato territoriale sembrerebbe porsi in conflitto con i detti parametri costituzionali.