[pronunce]

Nel merito la società ricorrente, dopo aver ricostruito i momenti salienti della vicenda amministrativa e il quadro normativo di riferimento, ha rilevato che l'interpretazione fatta propria dal Comune e dal Ministero con i provvedimenti impugnati scardina l'impianto codicistico, che, sulla base della legge delega, manterrebbe ferma l'alternatività tra comunicazione antimafia e informazione antimafia. L'art. 2 della legge delega avrebbe circoscritto l'ambito della operatività dell'informazione antimafia ai rapporti contrattuali e a quelli relativi a una concessione o all'erogazione di sussidi economici, e non a ogni forma di contatto anche meramente autorizzatorio con la pubblica amministrazione. Ciò in base ad un ragionevole bilanciamento dei valori costituzionali in gioco. Il d.lgs. n. 153 del 2014, con cui è stato introdotto l'art. 89-bis del d.lgs. n. 159 del 2011, sarebbe soggetto agli identici principi e criteri direttivi contenuti nella legge delega. L'art. 89-bis, nella parte in cui dispone che l'informazione antimafia produce i medesimi effetti della comunicazione, anche nell'ipotesi in cui manchi un rapporto contrattuale con la pubblica amministrazione, sarebbe pertanto costituzionalmente illegittimo per la violazione dei principi e dei criteri direttivi contenuti nell'art. 2, comma 1, lettere a) ed f), della legge n. 136 del 2010. In particolare la delega in questione consentirebbe un limitato margine di discrezionalità per l'introduzione di soluzioni innovative, le quali dovrebbero attenersi strettamente ai principi e ai criteri direttivi enunciati dal legislatore delegante. Inoltre la normativa censurata sarebbe intrinsecamente irragionevole. L'art. 89-bis del d.lgs. n. 159 del 2011, impedendo all'impresa oggetto di tentativi di infiltrazione lo svolgimento di qualsiasi attività, ne determinerebbe «la morte commerciale e imprenditoriale». Da ciò conseguirebbe la violazione degli artt. 3 e 41 Cost., e del canone della ragionevolezza. 4.- Nell'imminenza dell'udienza pubblica, il Presidente del Consiglio dei ministri ha depositato una memoria con la richiesta che le questioni siano dichiarate inammissibili e, comunque, infondate. Nella memoria l'Avvocatura dello Stato ha rilevato che «la giurisprudenza del Consiglio di Stato ha definitivamente chiarito, con numerose sentenze [...], che la disciplina dettata dal d.lgs. 6.9.2011, n. 159 (codice delle leggi antimafia) consente l'applicazione delle informazioni antimafia, di cui all'art. 84, comma 3, del predetto codice, anche ai provvedimenti a contenuto autorizzatorio, confermando, così, il parere n. 3088/2015, espresso, in sede consultiva, dalla Sezione I dello stesso Consesso, nell'adunanza del 14.10.2015, nonché l'orientamento in precedenza assunto, al riguardo, da diversi Tribunali amministrativi regionali». Tale conclusione sarebbe suffragata da dati normativi incontestabili, rinvenibili, sia nella legge delega n. 136 del 2010, sia nelle stesse originarie previsioni contenute nel d.lgs. n. 159 del 2011, prima dell'introduzione, in esso, dell'art. 89-bis ad opera del d.lgs. n. 153 del 2014. Da ciò conseguirebbe l'irrilevanza delle questioni di legittimità costituzionale relative all'art. 89-bis, in quanto quest'ultimo non sarebbe l'unica e neppure la principale disposizione applicabile «ai fini del controllo di legittimità del provvedimento impugnato dinanzi al TAR Sicilia». Nel merito, l'Avvocatura dello Stato ha ribadito quanto aveva sostenuto nell'atto di intervento. 5.- Anche la parte privata ha depositato una memoria, insistendo sulle conclusioni già formulate. In particolare ha rilevato che la giurisprudenza comune che si è occupata dell'articolo in questione ha confermato l'interpretazione assunta dal collegio rimettente, secondo la quale «la presenza di una "informativa antimafia" ex art. 91, D.Lgs. n. 159 del 2011» impedisce a una persona di avere qualsiasi tipo di rapporto, anche di natura meramente autorizzatoria, con la pubblica amministrazione. Dopo aver osservato che la legislazione vigente mantiene ferma la distinzione tra comunicazione antimafia e informazione antimafia, quanto a presupposti, natura ed effetti, la parte privata ha ribadito ciò che aveva già sostenuto nell'atto di costituzione.1.- Il Tribunale amministrativo regionale per la Sicilia, sezione staccata di Catania, con ordinanza del 28 settembre 2016, ha sollevato, in riferimento agli artt. 76, 77, primo comma, e 3 della Costituzione, questioni di legittimità costituzionale dell'art. 89-bis del decreto legislativo 6 settembre 2011, n. 159 (Codice delle leggi antimafia e delle misure di prevenzione, nonché nuove disposizioni in materia di documentazione antimafia, a norma degli articoli 1 e 2 della legge 13 agosto 2010, n. 136), inserito dall'art. 2, comma 1, lettera d), del decreto legislativo 13 ottobre 2014, n. 153 (Ulteriori disposizioni integrative e correttive al decreto legislativo 6 settembre 2011, n. 159, recante codice delle leggi antimafia e delle misure di prevenzione, nonché nuove disposizioni in materia di documentazione antimafia, a norma degli articoli 1 e 2 della legge 13 agosto 2010, n. 136), nella parte in cui stabilisce che l'informazione antimafia è adottata anche nei casi in cui è richiesta una mera comunicazione antimafia e produce gli effetti di questa. Il giudice a quo conosce della legittimità di un provvedimento di decadenza da una segnalazione certificata di inizio attività, che l'amministrazione ha adottato a causa della esistenza di un'informazione antimafia interdittiva. Di regola un tale effetto pregiudizievole, che attiene ad un rapporto in senso lato autorizzatorio con la pubblica amministrazione, discende dall'adozione di una comunicazione antimafia interdittiva, con la quale si attesta la sussistenza di una causa di decadenza, di sospensione o di divieto tra quelle indicate dall'art. 67 del d.lgs. n. 159 del 2011 (art. 84, comma 2, del medesimo decreto). Tuttavia l'art. 89-bis censurato prevede che il medesimo effetto derivi dall'informazione antimafia interdittiva, che «tiene luogo della comunicazione antimafia», nel caso indicato dall'art. 88, comma 2, del d.lgs. n. 159 del 2011 , ovvero quando il prefetto, dopo avere consultato la banca dati nazionale unica, riscontri la sussistenza di tentativi di infiltrazione mafiosa. In tali casi, che sono caratterizzati da maggiore gravità rispetto alle ipotesi nelle quali è prevista la sola comunicazione antimafia interdittiva, la disposizione censurata riconnette all'informazione antimafia interdittiva, sia l'effetto suo proprio, di inibire la stipulazione, l'approvazione o l'autorizzazione di contratti e subcontratti con la pubblica amministrazione (art. 91 del d.lgs. n. 159 del 2011)