[pronunce]

n. 471 del 1997 (disposizione ritenuta applicabile alla fattispecie, dall'Avvocatura generale, per il principio del favor rei), perché il rimettente chiede che la Corte costituzionale, con una sentenza additiva, delinei un sistema di sanzioni a scaglioni, proporzionale alla durata del ritardo nel pagamento dell'imposta, la cui introduzione dovrebbe essere necessariamente prevista dal legislatore e che comporterebbe, comunque, elementi di complessità nella procedura di riscossione, tali da compromettere la speditezza di quest'ultima; b) quella relativa all'art. 13 del d.lgs. n. 472 del 1997, perché tale norma (entrata in vigore il 1° aprile 1998) non è retroattivamente applicabile al caso di specie (concernente una violazione commessa il 4 maggio 1995); c) quella relativa all'art. 44, secondo comma, del d.P.R. n. 633 del 1972, perché tale disposizione non è applicabile alla fattispecie, dovendo invece retroattivamente applicarsi (in forza del principio del favor rei stabilito dall'art. 3, comma 3, del citato d.lgs. n. 472 del 1997) la piú favorevole sanzione prevista dall'art. 13 del d.lgs. n. 471 del 1997; d) quella relativa all'art. 48, primo comma, del d.P.R. n. 633 del 1972 (disposizione ritenuta applicabile ratione temporis alla fattispecie), perché è sollevata dal rimettente «per quanto di ragione», senza ulteriore motivazione; che, per l'Avvocatura generale dello Stato, la questione relativa all'art. 13 del d.lgs. n. 471 del 1997 (disposizione ritenuta applicabile per il suddetto principio del favor rei), oltre che inammissibile, è anche infondata, perché la sanzione del 30 per cento della somma non versata, prevista per i casi di ritardo e di omissione nel versamento del tributo, non può ritenersi né eccessiva (in considerazione della ben maggiore pena pecuniaria, pari da due a quattro volte l'importo non versato, sancita dal previgente art. 44, comma 2, del d.P.R. 26 ottobre 1972, n. 633) né arbitraria (in considerazione sia della finalità di deterrenza propria della sanzione; sia del fatto che il ritardo e l'omissione del versamento riguardano imposte già dichiarate dal contribuente e, quindi, celermente recuperabili dagli uffici tributari mediante l'emissione diretta di cartelle esattoriali; sia, infine, del fatto che il legislatore, proprio allo scopo di attenuare le suddette sanzioni nel caso in cui il ritardo del versamento non superi trenta giorni, ha predisposto – prima con l'art. 48, primo comma, del d.P.R. n. 633 del 1972 e poi con l'art. 13, comma 1, del d.lgs. n. 472 del 1997 – l'istituto del “ravvedimento operoso”, istituto del quale il contribuente, nella specie, non si è avvalso); che, per la stessa Avvocatura, è comunque infondata anche la questione relativa all'art. 48, primo comma, del d.P.R. n. 633 del 1972 (considerato applicabile ratione temporis alla fattispecie), perché nessun rilievo può attribuirsi alla buona fede della contribuente e perché detta disposizione – consentendo al contribuente di effettuare, in via di sanatoria, l'adempimento omesso o irregolarmente eseguito, alla condizione di versare contestualmente una soprattassa pari al 5 per cento dell'imposta relativa all'operazione omessa o irregolare – prevede il beneficio della riduzione delle sanzioni in conseguenza di una forma di autodenuncia della violazione con contestuale pagamento; ipotesi, questa, che non è equiparabile ai casi di omesso o ritardato versamento, nei quali l'amministrazione finanziaria, senza alcuna “operosa” collaborazione del contribuente ed affrontando onerosi costi, deve accertare l'illecito, recuperare il tributo e gli interessi, nonché irrogare la sanzione. Considerato che la Commissione tributaria regionale della Liguria dubita, in riferimento all'art. 3, primo e secondo comma, della Costituzione, della legittimità degli artt. 13, comma 1, del decreto legislativo 18 dicembre 1997, n. 471 (Riforma delle sanzioni tributarie non penali in materia di imposte dirette, di imposta sul valore aggiunto e di riscossione dei tributi, a norma dell'articolo 3, comma 133, lettera q, della legge 23 dicembre 1996, n. 662), e 13, commi 1 e 2, del decreto legislativo 18 dicembre 1997, n. 472 (Disposizioni generali in materia di sanzioni amministrative per le violazioni di norme tributarie, a norma dell'articolo 3, comma 133, della legge 23 dicembre 1996, n. 662); nonché, «per quanto di ragione», degli artt. 44, secondo comma, e 48, primo comma, del d.P.R. 26 ottobre 1972, n. 633 (Istituzione e disciplina dell'imposta sul valore aggiunto); che, ad avviso del giudice rimettente, le disposizioni denunciate si pongono in contrasto con l'art. 3 Cost., perché omettono di graduare la sanzione – fissata nella misura unica del 30 per cento dell'importo non versato – in relazione alle tre diverse ipotesi (previste dal censurato art. 13, comma 1, del d.lgs. n. 471 del 1997) dell'omesso, parziale o ritardato pagamento dell'imposta, pur avendo ciascuna di tali ipotesi una «diversa gravità sia sotto il profilo oggettivo del danno cagionato all'erario, sia sotto quello soggettivo dell'atteggiamento psicologico del contravventore»; che inoltre, per lo stesso rimettente, le suddette disposizioni violerebbero l'evocato parametro costituzionale perché, nell'escludere l'applicazione dell'istituto del “ravvedimento operoso” nel caso di ritardato pagamento in buona fede dell'imposta, riserverebbero irragionevolmente un trattamento sanzionatorio piú sfavorevole all'ipotesi in cui (come nella specie) il ritardo nel pagamento sia contenuto in trenta giorni dalla commissione della violazione e sia dovuto ad un errore commesso in buona fede dal contribuente, rispetto alla piú grave ipotesi in cui quest'ultimo, pur scientemente ritardando fino a trenta giorni il versamento cui è tenuto, può godere del beneficio della riduzione della sanzione per “ravvedimento operoso”, mediante il contestuale versamento del tributo, della sanzione ridotta e degli interessi moratori; che le questioni sono in parte manifestamente inammissibili ed in parte manifestamente infondate; che la questione concernente l'art. 44, secondo comma, del d.P.R. n. 633 del 1972 è manifestamente inammissibile per difetto di rilevanza, perché, come eccepito dalla difesa erariale, di tale disposizione il rimettente non deve fare applicazione nel giudizio principale; che infatti – come ammesso dallo stesso rimettente – alla fattispecie non è applicabile la sanzione prevista da detto articolo, vigente al momento della commissione della violazione (4 maggio 1995), perché tale disposizione prevede una sanzione piú grave (da due a quattro volte l'importo non versato) di quella successivamente prevista per la stessa violazione dall'art. 13, comma 1, del d.lgs.