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risulta all'interrogante che, in questo contesto di tardiva attuazione delle disposizioni previste nell'ambito del riordino delle professioni sanitarie, lo scorso 7 marzo 2019 il presidente della federazione nazionale ordini dei tecnici sanitari di radiologia medica, delle professioni sanitarie tecniche, della riabilitazione e della prevenzione (FNO TSRM PSTRP), in rappresentanza di ben 19 professioni sanitarie e 61 ordini provinciali e interprovinciali, ha indirizzato alle scuole osteopatiche italiane una lettera in cui invitava ad "informare gli studenti e i postulanti circa il fatto che solo i titoli pregressi equipollenti (per offerta formativa) all'istituendo corso di laurea in Osteopatia saranno ritenuti idonei a potersi iscrivere al futuro albo degli Osteopati. Diversamente, per coloro non in possesso di un titolo pregresso di laurea equipollente a quello futuro italiano, sarà necessario, in ossequio a quanto disposto dall'art. 7, comma 2, della legge 3/2018, effettuare un percorso formativo integrativo la cui durata sarà proporzionale al debito formativo esistente rispetto all'ordinamento didattico e ai crediti formativi che il MIUR intenderà riconoscere a una formazione a carattere privato"; risulta poi rilevante la posizione dell'istituto superiore di osteopatia, ufficialmente riportata sul proprio sito web istituzionale, precisamente alla voce "osteopatia", sottovoce "riconoscimento in Italia", secondo la quale per gli aspiranti osteopati la soluzione migliore sarebbe "quella di seguire un corso che rilascia una laurea di livello magistrale e ad oggi l'unico modo per ottenere una laurea in Osteopatia è attraverso un percorso validato da una università estera o attraverso la frequenza diretta presso una università estera": un'indicazione, questa, che, a parere dell'interrogante necessita di un'opportuna e urgente valutazione, stante la circostanza per cui allo stato attuale migliaia di osteopati si trovano di fatto nell'impossibilità di esercitare una professione se non attraverso un contorto meccanismo di riconoscimento all'estero, con tutto ciò che questa situazione comporta in termini di proliferazione burocratica e complessità di processo per il bacino di aspiranti osteopati, nonché di dispersione di capitale umano e, nondimeno, di compromissione dell'immagine e del prestigio internazionale del sistema formativo e universitario nazionale che di fatto in questo momento risulta inadeguato a favorire uno sbocco diretto ed immediato a questo rilevante segmento di professioni sanitarie; secondo un articolo di "Italia Oggi" dell'11 gennaio 2021, in Italia gli osteopati sono stimati in circa 12.000 unità, di cui 4.000 iscritti al registro degli osteopati d'Italia, e 400 aderenti all'associazione italiana chiropratici, si chiede di sapere: se i Ministri in indirizzo siano a conoscenza della circostanza in base alla quale, allo stato attuale, gli studenti dei corsi di osteopatia siano di fatto costretti, ai fini dell'esercizio della professione in Italia, a conseguire un titolo all'estero; quali siano le tempistiche stimate per l'attuazione del decreto ministeriale, che avrebbe dovuto essere adottato entro 6 mesi dalla data di entrata in vigore della legge citata, per la definizione dell'ordinamento didattico della formazione universitaria in osteopatia e in chiropratica; quali iniziative, ciascuno per i profili di competenza ed eventualmente anche in modo congiunto, ritengano di adottare nei confronti dei laureati a partire dall'anno 2018 e dei laureandi nei corsi di osteopatia che conseguiranno il titolo nell'anno 2021, ovvero negli anni successivi qualora non venisse posto in essere il decreto, al fine di evitare il perdurare di tale situazione di incertezza, disagio e dispersione di risorse e capitale umano a discapito della piena operatività del comparto di riferimento. Atto n. 4-05278 PRESUTTO GALLICCHIO GAUDIANO PAVANELLI PUGLIA VANIN FERRARA TRENTACOSTE VACCARO Al Ministro della cultura Premesso che: la chiesa di Santa Maria la Bruna, ubicata nel comune di Arzano alla periferia nord di Napoli, è un monumento con oltre 500 anni di storia del tutto ignorata; attualmente abbandonata, degradata, pericolante e protetta soltanto da una bassa cinta muraria di sostegno, rappresenta una forte testimonianza storica e artistica dell'antico culto mariano che si praticava in età rinascimentale e che inglobava l'originario villaggio e poi Casale di Lanciasino, la cui storia è purtroppo poco nota; sulle origini della chiesa, si trovano pochi documenti e datati dal 1515 in poi, anche se le sue fondamenta risulterebbero più antiche, sorte molto probabilmente sui resti di un tempio pagano che giaceva nell'antico villaggio medioevale di Lanciasino; nel corso dei secoli la chiesa ha subito diversi interventi ma nel 1978, purtroppo, la curia di Napoli la sconsacrò e la vendette per soli 10 milioni di lire ad un privato che la adoperò come deposito. Iniziò così lo scempio; il luogo cadde in disuso e iniziò ad essere usato come rifugio dei senza fissa dimora, prostitute e tossicodipendenti, diventando in breve tempo una discarica illegale a cielo aperto; nell'aprile 1997, a seguito di numerose denunce da parte di associazioni, di comitati e istituzioni impegnati nel recupero del sito e supportati dalla stampa locale, l'ufficio centrale per i beni archeologici, artistici e storici intervenne con un decreto ai sensi della legge n. 1089 del 1939 sulla tutela dei beni di interesse storico-artistico ma, nonostante il decreto, la situazione non è mai migliorata; oggi del suo antico splendore resta ben poco: si nota la facciata in pietra che conteneva un bellissimo rosone ormai caduto, una nicchia classica che probabilmente ospitava un affresco, due archi, uno a lato che affiancano il portone d'ingresso; si regge miracolosamente in piedi il campanile in stile rinascimentale costruito a tre livelli, le cui campane furono (come altre opere) trafugate; all'interno, l'incuria e il degrado hanno fatto il loro corso: leggendari erano i pavimenti policromi, fiore all'occhiello della navata, che sono stati fortemente danneggiati a causa dell'acqua piovana che penetra da ogni apertura e dalle finestre monofore; pure l'immagine della "Madonna bruna", gli angeli e il pulpito in marmo di pregevole maestria hanno subito l'erosione della natura, annerendo per buona parte e inghiottiti dall'umidità che ha reso questo luogo irriconoscibile, inospitale per l'uomo ma accomodante per le erbacce; il sito è stato, nel corso degli anni, al centro di vari progetti e tentativi di recupero e di valorizzazione da parte di associazioni del territorio ed enti preposti, progetti caduti però nel dimenticatoio; si tratta di una situazione allarmante per un monumento che, recuperato, potrebbe essere per l'area a nord di Napoli un luogo di aggregazione e rilancio di attività sociali, artistiche e culturali, in un territorio dove questi luoghi sono quasi inesistenti: