[pronunce]

n. 112 del 1998, e finirebbe con l'invadere il campo della gestione amministrativa di competenza regionale, come sarebbe dimostrato, tra l'altro, dalla dettagliata procedura per la valutazione dei programmi innovativi che attribuisce al Ministro tutta la fase propriamente amministrativa e gestionale dei programmi stessi, compresa la predisposizione dei modelli per la loro presentazione da parte dei proponenti. 2.1. — Si è costituito in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, tramite l'Avvocatura generale dello Stato, e ha chiesto che il ricorso sia dichiarato inammissibile o comunque respinto. Ad avviso della difesa erariale il decreto ministeriale impugnato, attuativo degli artt. 52 e 54, comma 1, lettera c), del d.lgs. n. 112 del 1998, dovrebbe essere qualificato come “strumento fondamentale di programmazione e promozione” e sarebbe del tutto inidoneo a ledere le sfere di attribuzioni regionali in materia di urbanistica, difesa del suolo e assetto del territorio, con conseguente inammissibilità del ricorso. In ogni caso, il ricorso sarebbe anche infondato perchè, contrariamente a quanto ritenuto dalla ricorrente, l'oggetto del decreto sarebbe quello di fissare le modalità di individuazione dei contenuti dei programmi innovativi attraverso una articolata e definita procedimentalizzazione, all'interno della quale non sarebbe stato trascurato l'apporto delle istanze centrali o locali interessate. 2.2. - Secondo l'Avvocatura la scelta dei Comuni (e, d'intesa con essi, anche delle Province e delle Regioni) come enti promotori dei programmi sarebbe “coerente con gli assetti istituzionali vigenti” e non potrebbe essere considerata come una “sub-delega statale”, giacché il decreto non intende trasferire funzioni scavalcando soggetti gerarchicamente sovraordinati, ma utilizzare una metodologia di ricognizione delle esigenze prioritarie, anche al fine di reperire i relativi finanziamenti, senza che ciò significhi abdicare a compiti istituzionalmente appartenenti alla amministrazione centrale e sovvertire l'assetto delle competenze istituzionali. Né risponderebbe a verità l'affermazione secondo cui le Regioni sarebbero relegate al mero ruolo di proponenti, in quanto il decreto distinguerebbe opportunamente i soggetti “promotori” dai soggetti “proponenti” (artt. 4 e 5 del bando), ricomprendendo nei primi i soli enti territoriali (tra cui sarebbe inclusa anche la Regione). 2.3. - L'Avvocatura dello Stato rileva poi che le risorse finanziarie destinate direttamente dal decreto non atterrebbero alla realizzazione dei contenuti dei programmi, ma sarebbero invece finalizzate all'attuazione della fase programmatoria, come dimostrato dal fatto che l'art. 6 del bando attribuisce l'importo massimo stanziato per ogni programma (quattro miliardi di lire) alla sola copertura dei costi relativi all'assistenza tecnica per la predisposizione dei programmi medesimi e alla copertura, anche parziale, dei costi relativi alla progettazione, oltre che al concorso alla realizzazione di infrastrutture pubbliche e ad incentivi per il recupero del patrimonio edilizio residenziale. 2.4. - Secondo la difesa erariale, infine, lo Stato, con il decreto oggetto di ricorso, avrebbe individuato, proprio nella sua veste di promotore, un meccanismo organizzatorio generale per giungere alla definizione dei programmi e avrebbe coerentemente regolato anche le fasi successive a quelle meramente promozionali, garantendo, con un procedimento concorsuale a modalità rigidamente predeterminate, la selezione delle sole esigenze primarie, in base alla loro rispondenza ai criteri prefissati. In questo quadro anche la predisposizione di moduli dettagliati, da utilizzare da parte dei proponenti, sarebbe soltanto strumentale alle finalità promozionali e programmatorie proprie del decreto, che punterebbe in definitiva a porre in essere un coordinato strumento di supporto formativo, culturale e finanziario per gli enti locali. 3.1. — In prossimità dell'udienza pubblica del 12 dicembre 2000 hanno depositato memorie tanto la Regione Veneto quanto il Presidente del Consiglio dei ministri. 3.2. — La Regione Veneto, ribadite le deduzioni e le argomentazioni già svolte nell'atto introduttivo del giudizio, afferma che il meccanismo procedimentale previsto nel decreto ministeriale 8 ottobre 1998 per i programmi in questione evidenzierebbe una compressione ingiustificata ed illegittima delle competenze regionali attuata sia “dall'alto” che “dal basso”. Sotto il primo profilo, la procedura di valutazione e selezione dei programmi (art. 13 del bando) attribuirebbe alla Regione un ruolo tutt'altro che preminente, essendo previsto un solo rappresentante per ciascuna Regione nel comitato di valutazione e selezione, a fronte della massiccia partecipazione delle amministrazioni centrali, e potendo le Regioni esprimere in sede di valutazione, su un punteggio complessivo pari a 100, soltanto 20 punti. Quanto al secondo profilo, la ricorrente rileva che le esigenze prioritarie sulle quali, a detta dell'Avvocatura dello Stato, dovrebbe operarsi la selezione dei programmi verrebbero individuate da enti locali sottordinati, e cioè dai Comuni, che sarebbero i veri (e sostanzialmente unici) soggetti promotori dei programmi medesimi. La Regione Veneto, infine, a dimostrazione del fatto che le risorse finanziarie previste dal decreto ministeriale atterrebbero all'attuazione non solo della fase programmatoria, ma anche dei contenuti del programma, segnala che l'art. 2 del bando ne individua gli obiettivi nella realizzazione, nell'adeguamento e nel completamento di attrezzature finalizzate allo sviluppo economico, ambientale e sociale, o nella messa in opera di un sistema integrato di attività dirette all'ampliamento e alla realizzazione di insediamenti industriali, commerciali e artigianali, o ancora alla riqualificazione di zone urbane, e che l'art. 6 dello stesso bando destina i finanziamenti anche al “concorso alla realizzazione di infrastrutture”, prevedendo “incentivi per il recupero del patrimonio edilizio”, che implicherebbero “veri e propri obiettivi di intervento”. 3.3. — Nella propria memoria, l'Avvocatura generale dello Stato ribadisce che i PRUSST non sarebbero altro che programmi economici di sostegno finanziario e non configurerebbero strumenti di governo del territorio, tant'è che l'art. 4 del bando precisa che gli interventi devono essere “in coerenza” con gli strumenti urbanistici e che, in mancanza di tale coerenza, occorre una intesa cui partecipino anche la Regione o la Provincia interessate. Una volta sgomberato il campo dall'erroneo riferimento alla materia “urbanistica”, l'Avvocatura osserva che l'alternativa al finanziamento statale dei programmi in questione non potrebbe essere il dirottamento dei fondi presso le casse delle Regioni, ma, semmai, la soppressione dell'intervento finanziario dello Stato a favore degli enti locali, soppressione che nessun parametro costituzionale imporrebbe. 4.1. - In prossimità della successiva udienza pubblica del 25 settembre 2001, alla quale il giudizio era stato nel frattempo rinviato, hanno depositato ulteriori memorie la Regione Veneto e il Presidente del Consiglio dei ministri. 4.2.