[pronunce]

Soggiunge che l'omogeneità delle «obbligazioni pubbliche» previste dalle disposizioni in comparazione, di accantonare e versare, alle scadenze previste, le somme di danaro destinate alle finalità previste dalla legge renderebbe completamente sovrapponibile la posizione del datore di lavoro-sostituto di imposta a quella del datore di lavoro tenuto alle ritenute previdenziali sulle retribuzioni dei lavoratori dipendenti. La mancata previsione, nella disciplina censurata, di una soglia di punibilità, determinerebbe pertanto un'ingiustificata disparità di trattamento sanzionatorio tra il datore di lavoro che ometta il versamento di ritenute previdenziali di minima o irrisoria entità e il datore di lavoro-sostituto di imposta che, in una situazione identica, non versi l'importo delle ritenute fiscali operate. 2.- In punto di non manifesta infondatezza, emerge dall'impianto motivazionale degli atti di rimessione che il giudice a quo non ignora che, con ordinanza n. 206 del 2003, questa Corte ha dichiarato la manifesta infondatezza di identica questione di illegittimità costituzionale della stessa norma, sollevata in riferimento al reato di omesso versamento delle ritenute di acconto, previsto e punito dall'art. 2, commi 2, 3 e 4, del decreto-legge 10 luglio 1982, n. 429 (Norme per la repressione dell'evasione in materia di imposte sui redditi e sul valore aggiunto e per agevolare la definizione delle pendenze in materia tributaria), convertito, con modificazioni, dall'art. 1, comma 1, della legge 7 agosto 1982, n. 516, ed abrogato dall'art. 25 del d.lgs. n. 74 del 2000. 2.1.- In entrambi gli atti di rimessione, il Tribunale ordinario di Imperia sostiene che l'apparato motivazionale della richiamata ordinanza n. 206 del 2003 «si fondi su presupposti erronei sia sotto il profilo giuridico che fattuale» e chiede, pertanto, che la Corte «[...] riconsideri la questione». A sostegno del proprio assunto, il giudice a quo sposa l'approccio seguito, da ultimo, dalle Sezioni unite penali della Corte di cassazione con la sentenza n. 37954 del 20 ottobre 2011, secondo cui «la posizione del datore di lavoro-sostituto d'imposta è completamente sovrapponibile a quella del datore di lavoro che effettua le trattenute sulle retribuzioni per riversarle alla Cassa edile, e, a maggior ragione, a quella del datore di lavoro che effettua le ritenute dei contributi previdenziali». Da tale argomentazione fa discendere l'irragionevolezza del diverso trattamento sanzionatorio adottato dal legislatore penale, nel non prevedere una soglia di punibilità nella formulazione dell'art. 2, comma 1-bis, del d.l. n. 463 del 1983. 3.- I giudizi promossi con le due ordinanze hanno lo stesso oggetto, e per l'identità delle questioni trattate vanno riuniti e decisi con unica sentenza. 4.- In via preliminare, va richiamato l'orientamento di questa Corte, secondo il quale «non è esatto che l'esistenza di una precedente pronuncia di non fondatezza (ed anche di manifesta infondatezza) di una questione (ove pur) identica a quella riproposta dal giudice a quo sia ostativa all'ammissibilità di quest'ultima, potendo un tal precedente unicamente, invece, rilevare nella successiva fase di esame del merito della questione stessa, alla luce degli eventuali nuovi profili argomentativi a suo supporto offerti dal rimettente» (sentenza n. 231 del 2013). 5.- Nel merito le questioni non sono fondate. 6.- Giova premettere che, nella pronuncia richiamata dal Tribunale rimettente, questa Corte - in base a considerazioni confermate nella successiva ordinanza n. 139 del 2004 - ha avuto modo di soffermarsi diffusamente sulla disciplina in materia di repressione dell'evasione in materia di imposte sui redditi, indicata come tertium comparationis dal rimettente, stigmatizzandone la disomogeneità rispetto alla fattispecie di reato disciplinata dalla norma in questa sede censurata. 6.1.- In ambedue le pronunce richiamate questa Corte ha, innanzitutto, ribadito il principio secondo cui «uno scrutinio che investa direttamente il merito delle scelte sanzionatorie del legislatore è possibile soltanto "ove l'opzione normativa contrasti con il principio di eguaglianza, sotto il profilo dell'arbitrarietà o della manifesta irragionevolezza"» (ordinanza n. 139 del 2004). 6.2.- Alla questione oggetto di scrutinio ben si attagliano, inoltre, le considerazioni secondo cui «gli obblighi tributari e gli obblighi previdenziali di cui si tratta, pur rientrando nell'ampia categoria delle obbligazioni pubbliche, sono correlativi a interessi diversi, rispettivamente presi in considerazione dai due diversi precetti costituzionali di cui agli articoli 53 e 28 della Costituzione». Da ciò consegue che, coerentemente con l'ampia discrezionalità del legislatore nel modulare le scelte sanzionatorie, «per assicurare il rituale adempimento degli anzidetti obblighi sono prevedibili differenziati e specifici sistemi, nell'ambito di ciascuno dei quali la sanzione penale rappresenta soltanto uno dei mezzi cui il legislatore può ricorrere, sicché la valutazione della ragionevolezza delle diverse opzioni sanzionatorie prescelte va effettuata nell'ambito di ciascun sistema [...]» (ordinanza n. 139 del 2004). Nel caso in questione «il mancato adempimento dell'obbligo di versamento dei contributi previdenziali determina un rischio di pregiudizio del lavoro e dei lavoratori, la cui tutela è assicurata da un complesso di disposizioni costituzionali contenute nei principi fondamentali e nella parte I della Costituzione (artt. 1, 4, 35, 38 della Costituzione)» (ordinanza n. 206 del 2003). 7.- Appaiono poi ingiustificati i dubbi espressi dal giudice a quo in relazione all'orientamento della giurisprudenza di legittimità, i quali - in assenza di nuovi profili di censura, ed essendo rimasta immutata nel tempo l'opzione sanzionatoria del legislatore - non sono idonei ad introdurre argomentazioni tali da infirmare il consolidato orientamento di questa Corte (in questo senso, ordinanza n. 88 del 2013). In realtà, gli odierni atti di rimessione non prospettano la questione in termini diversi rispetto alle precedenti ordinanze già scrutinate, in quanto il proprium motivazionale incentrato sull'arresto della giurisprudenza di legittimità relativo alla riconducibilità o meno della condotta di omesso versamento delle ritenute previdenziali al reato di appropriazione indebita è inconferente, sia ai fini dell'individuazione degli interessi tutelati dalla norma censurata, sia per stabilire, di conseguenza, se la disciplina dettata dal legislatore si ponga in contrasto con il principio di eguaglianza. 8.- La lamentata irragionevolezza non ricorre nel caso in esame, in quanto la fattispecie di reato disciplinata dall'art. 10-bis del d.lgs. n. 74 del 2000 non si presta a fungere da termine di riferimento per configurare la lesione del principio di uguaglianza denunciata dal rimettente.