[pronunce]

Peraltro, sostiene ancora la R.F.I., la decisività di tale profilo, ai fini della valutazione anche della (in)fondatezza del sospetto di incostituzionalità delle norme denunciate, è avvalorata dal rilievo che la normativa contrattuale collettiva, da un lato, ha fatto proprio, contrattualizzandolo, il blocco dello straordinario disposto dal legislatore, e dall'altro contiene una disciplina del lavoro straordinario costruita sull'applicazione di percentuali di maggiorazione (superiori a quelle legali), ad una retribuzione-parametro denominata “convenzionale”, comprendente solo alcune delle voci che compongono la retribuzione normale.1.- Preliminarmente, deve essere dichiarato inammissibile l'intervento di Giuseppe Addato, in quanto questi non era parte del giudizio a quo. Il costante indirizzo di questa Corte (da ultimo, ordinanze n. 264, n. 145 e n. 36 del 2002) va ribadito anche nel caso di specie; a nulla rileva che il giudizio del quale l'Addato era parte sia stato sospeso in attesa dell'esito di quello incidentale di costituzionalità scaturito dal giudizio di cui era parte il Bernardo, essendo evidente che la contraria soluzione si risolverebbe nella sostanziale soppressione del carattere incidentale del giudizio di legittimità costituzionale e nell'irrituale esonero del giudice a quo dal potere-dovere di motivare adeguatamente la rilevanza e la non manifesta infondatezza della questione sottoposta al vaglio della Corte. 2.- La Corte di cassazione dubita, in riferimento all'art. 36 Cost., della legittimità costituzionale dell'art. 7, comma 5, del decreto-legge 19 settembre 1992, n. 384 (Misure urgenti in materia di previdenza, di sanità e di pubblico impiego, nonché disposizioni fiscali), convertito, con modificazioni, nella legge 14 novembre 1992, n. 438, e successive proroghe, nella parte in cui lo stesso - disponendo che “tutte le indennità, compensi, gratifiche ed emolumenti di qualsiasi genere, comprensivi, per disposizioni di legge o atto amministrativo previsto dalla legge o per disposizione contrattuale, di una quota di indennità integrativa speciale di cui alla legge 27 maggio 1959, n. 324, e successive modificazioni, o dell'indennità di contingenza prevista per il settore privato o che siano, comunque, rivalutabili in relazione alla variazione del costo della vita”, debbano essere corrisposti “per l'anno 1993 nella stessa misura dell'anno 1992” - produce il risultato ovvero consente che il lavoro straordinario prestato dai dipendenti delle Ferrovie dello stato venga retribuito in misura inferiore al lavoro ordinario o comunque non garantisce “un compenso proporzionato alla maggiore penosità del lavoro protratto oltre i limiti dell'orario normale”. 3.- La Corte rimettente fonda la sua valutazione di non manifesta infondatezza su due argomentazioni, entrambe moventi dalla premessa - ampiamente illustrata - che l'”unica interpretazione compatibile con il tenore letterale della disposizione” è quella secondo la quale il “blocco” riguarda «tutte le indennità, compensi, gratifiche ed emolumenti di qualsiasi genere, comprensivi di una quota di indennità integrativa speciale o dell'indennità di contingenza o comunque rivalutabili in relazione alla variabilità del costo della vita e non le sole quote di indennità integrativa speciale o di indennità di contingenza contenute nei ricordati emolumenti» (così Cass. 12 febbraio 2002, n. 1996; Cass. 11 febbraio 2002, n. 1932). 3.1.- La prima argomentazione si risolve in un richiamo a quanto questa Corte avrebbe statuito con la sentenza n. 242 del 1999: l'interpretazione in essa proposta sarebbe stata, osserva il giudice rimettente, «l'unica conforme alla Costituzione», sicché l'incompatibilità di quella interpretazione con il tenore letterale della norma impugnata comporterebbe l'incostituzionalità dell'«unica» disposizione con tale tenore compatibile; «tanto basta - conclude il rimettente - per dichiarare la questione non manifestamente infondata sulla base della stessa motivazione che sorregge la ricordata pronuncia della Corte costituzionale». 3.2.- La seconda argomentazione si incentra sul principio, che sarebbe desumibile dall'art. 2108 del codice civile (applicabile ove non lo sia il disposto dell'art. 5 del r.d.l. n. 692 del 1923), secondo il quale l'art. 36 della Costituzione garantisce una maggiorazione per il lavoro straordinario rispetto alla retribuzione dovuta per quello ordinario; tale principio, affermato da questa Corte con ordinanza n. 716 del 1988, comporterebbe a fortiori l'incostituzionalità della norma impugnata - nell'unica interpretazione consentita dal suo tenore letterale - non solo in quanto effettivamente comporta o soltanto consente di retribuire il lavoro straordinario in misura inferiore rispetto all'ordinario, ma anche in quanto «non garantisce un compenso proporzionato alla maggiore penosità del lavoro straordinario». 4.- Preliminarmente, va disattesa l'eccezione di inammissibilità della questione sollevata in via principale dal lavoratore, secondo il quale la Corte rimettente avrebbe proposto una sorta di irrituale “impugnazione” della sentenza n. 242 del 1999 di questa Corte, laddove ad essa avrebbe dovuto attenersi. Ed infatti, rifiutando di far propria l'interpretazione prospettata da questa Corte e contestualmente sollevando questione di legittimità costituzionale, la Corte di cassazione non altro ha fatto che esercitare il potere-dovere di interpretare la legge che l'art. 101 Cost. riconosce a qualsiasi giudice e certamente riconosce ad un giudice cui, “quale organo supremo della giustizia”, l'ordinamento giudiziario (art. 65) affida il compito di assicurare “l'esatta osservanza e l'uniforme interpretazione della legge”. Del tutto corrette, quindi, sono, quali esercizio del potere-dovere di interpretare la legge, le considerazioni svolte dal rimettente nel dar conto delle ragioni per le quali disattende l'interpretazione proposta dalla sentenza n. 242 del 1999 di questa Corte: la quale, quindi, non può che prendere atto della conclusione raggiunta dal rimettente circa l'«unica» interpretazione compatibile con il tenore letterale della disposizione in questione. 5.- La questione non è fondata. Occorre premettere, in relazione ad entrambi i profili di incostituzionalità prospettati dal rimettente, che la valutazione della portata sia della sentenza n. 242 del 1999, sia dell'ordinanza n. 716 del 1988 non è stata correttamente effettuata, non potendo tale valutazione prescindere - come, invece, il rimettente prescinde - dal quadro complessivo coerentemente disegnato, attraverso una serie di pronunce anche risalenti nel tempo, da questa Corte intorno al significato del precetto espresso dall'art. 36 Cost.; sicché l'isolamento di quei due provvedimenti dal contesto in cui si inserivano ha contribuito ad una non corretta percezione del loro valore.