[pronunce]

Corollario di tale principio viene ritenuto quello della necessaria mediazione del procedimento disciplinare, che ha portato la Corte costituzionale, con la sentenza n. 971 del 1988, a dichiarare l'illegittimità della destituzione di diritto, che era prevista dall'art. 85, lettera a), del decreto del Presidente della Repubblica 10 gennaio 1957, n. 3 (Testo unico delle disposizioni concernenti gli impiegati civili dello Stato). Il vulnus rappresentato dall'automatismo della massima sanzione disciplinare, senza possibilità di discriminare tra i molteplici possibili comportamenti, è stato ribadito da molteplici ulteriori sentenze della Corte (segnatamente vengono richiamate le sentenze n. 40 e n. 158 del 1990, n. 16 e n. 104 del 1991, n. 197 del 1993, n. 363 del 1996), fino a che il legislatore - con l'art. 9 della legge 7 febbraio 1990, n. 19 (Modifiche in tema di circostanze, sospensione condizionale della pena e destituzioni dei pubblici dipendenti) - ha espunto dall'ordinamento la destituzione del pubblico dipendente a seguito di condanna penale, abrogando ogni contraria disposizione. Tale assetto normativo è poi stato confermato dalla legge 27 marzo 2001, n. 97 (Norme sul rapporto tra procedimento penale e procedimento disciplinare ed effetti del giudicato penale nei confronti dei dipendenti delle amministrazioni pubbliche), nonché dal decreto legislativo 27 ottobre 2009, n. 150 (Attuazione della legge 4 marzo 2009, n. 15, in materia di ottimizzazione della produttività del lavoro pubblico e di efficienza e trasparenza delle pubbliche amministrazioni). Assodato, dunque, il principio del divieto di automatismi sanzionatori a seguito di condanna penale, sussistente nei rapporti tra procedimento penale e disciplinare, il giudice rimettente ha rilevato come nella specie venga in rilievo il più specifico problema degli (eventuali) effetti destitutori di una pena accessoria interdittiva. Sul punto, ha ricordato il giudice a quo, la Corte costituzionale con la sentenza n. 286 del 1999 ha ritenuto legittima la previsione di detto effetto destitutorio in rapporto all'interdizione perpetua dai pubblici uffici. Tuttavia, mentre l'interdizione perpetua risulta strutturalmente incompatibile con qualsiasi prosecuzione del rapporto d'impiego pubblico, non così può ritenersi per l'interdizione temporanea, caratterizzata ontologicamente dalla sua provvisorietà. D'altro canto, la Corte costituzionale, con specifico riguardo alla perdita del grado dei militari appartenenti all'Arma dei carabinieri, ha già ritenuto necessaria la mediazione di un procedimento disciplinare anche nel caso di applicazione della pena accessoria della rimozione, che nell'ordinamento militare è una sanzione interdittiva addirittura di carattere permanente, dichiarando illegittime le norme che la prevedevano (sentenza n. 363 del 1996). Da questo punto di vista, la provvisorietà strutturale della pena accessoria dell'interdizione temporanea dai pubblici uffici porterebbe, ad avviso del rimettente, a ritenere a maggior ragione estensibile alla disciplina qui scrutinata i principi affermati dalla Corte costituzionale con la citata sentenza n. 363 del 1996 a proposito della pena accessoria militare della rimozione, con riferimento alla disciplina previgente. Del resto, ha osservato il giudice a quo, anche il novellato art. 32-quinquies cod. pen. subordina pur sempre l'estinzione del rapporto d'impiego, conseguente alla pena accessoria dell'interdizione temporanea dai pubblici uffici, alla presenza di ulteriori presupposti (rappresentati da determinati e qualificati titoli di reato e da una pena principale non inferiore a due anni di reclusione) che, per la specificità del titolo e la gravità concreta del fatto, consentano di giustificare l'esclusione del procedimento disciplinare per la sanzione espulsiva. Secondo il rimettente, proprio l'assenza di tali ulteriori presupposti per l'appartenente all'Arma dei carabinieri e l'abnormità delle conseguenze dovute all'indiscriminata latitudine dei comportamenti per i quali può intervenire l'interdizione temporanea, determinano, con riferimento alla disciplina sospettata d'illegittimità, il venir meno di quel necessario rapporto di congruità e di intrinseca ragionevolezza tra misura ed esigenze da tutelare, che deve sussistere ai sensi dell'art. 3 Cost. In realtà, lo stesso caso concreto sottoposto all'esame del giudice a quo evidenzia un'ipotesi di particolare levità che rende chiara l'esigenza della mediazione di un procedimento disciplinare attraverso il quale valutare la portata del concreto comportamento realizzato, in rapporto all'effetto destitutorio che se ne vuole far derivare, fornendo così un agevole esempio contrario che smentisce la generalizzazione posta a base della presunzione assoluta che determina l'automatismo espulsivo ai sensi degli artt. 866, comma 1, 867, comma 3 e 923, comma 1, del d.lgs. n. 66 del 2010. 4.3.2.- Il giudice a quo ritiene che la disciplina in esame violi anche il principio di uguaglianza codificata dall'art. 3 Cost., in quanto equipara ai fini dell'automatismo espulsivo situazioni strutturalmente diverse quali l'interdizione temporanea e quella perpetua. Né tale ingiustificata omologazione, secondo il rimettente, potrebbe trovare spiegazione nel particolare status militare del carabiniere, tanto più che viene posta in discussione non la possibilità di prevedere una misura espulsiva, ma il modo in cui si perviene a tale risultato, attraverso un automatismo che esclude il procedimento disciplinare, riservando così ai carabinieri un trattamento deteriore che la Corte costituzionale aveva già ritenuto non giustificato dal loro status di militari (viene citata la sentenza n. 126 del 1995). Del resto, osserva il giudice a quo, la disparità di trattamento risulta particolarmente evidente nel caso di specie dove l'episodio concreto, che ha portato alla condanna, afferisce ad attribuzioni di polizia stradale, come tali esercitate anche da personale non militare, che non incorrerebbe in simile automatismo. 4.3.3.- Ad avviso del giudice rimettente le norme censurate violano anche il diritto di difesa garantito dall'art. 24, secondo comma, Cost., in quanto precludono all'interessato ogni possibilità di far valere le proprie ragioni in relazione alla misura espulsiva dall'Arma dei carabinieri, ragioni che avrebbero potuto trovare adeguato spazio nel solo procedimento disciplinare, escluso invece in radice dal ricordato automatismo. 4.3.4.- Il giudice a quo ritiene, inoltre, che le norme censurate pregiudichino il diritto al lavoro dell'interessato, tutelato dagli artt. 4 e 35 Cost., posto che la cessazione del rapporto di impiego, in considerazione della marcata connotazione specialistica dell'attività svolta, impedirebbe ogni plausibile possibilità di reinserimento nel mondo del lavoro.