[pronunce]

di rendere dichiarazioni sul fatto altrui, il riconoscimento del diritto al silenzio verrebbe a violare il principio della formazione della prova in contraddittorio; con l'art. 112 Cost., in quanto ostacola l'esercizio dell'azione penale; che la legge n. 63 del 2001, nell'intento di ridurre l'area del diritto al silenzio, ha previsto che l'incompatibilità a testimoniare degli imputati in procedimenti connessi ex art. 12, comma 1, lettera c), cod. proc. pen. o di reati collegati a norma dell'art. 371, comma 2, lettera b), cod. proc. pen. venga meno, quando il procedimento a loro carico è ancora pendente, se questi hanno reso dichiarazioni concernenti la responsabilità di altri precedute dall'avvertimento di cui all'art. 64, comma 3, lettera c), cod. proc. pen. (richiamato dall'art. 210, comma 6, cod. proc. pen.), nel rispetto del principio nemo tenetur se detegere e al fine di garantire che il dichiarante operi una scelta libera e consapevole; che il rimettente, nel ritenere che le dichiarazioni erga alios rese ex art. 362 cod. proc. pen. siano frutto di una &laquo;libera scelta&raquo; - circostanza che, a suo avviso, rende superfluo l'avvertimento - trascura di considerare che la persona informata sui fatti ha l'obbligo di rispondere, secondo verità, alle domande rivoltele dal pubblico ministero, e che, se rifiuta di rispondere o dichiara il falso, commette il reato di false informazioni, previsto e sanzionato dall'art. 371-bis cod. pen. ; che le dichiarazioni a norma dell'art. 362 cod. proc. pen. non sono pertanto assimilabili a quelle rese sul fatto altrui dalla persona sottoposta alle indagini o imputata di un reato collegato ex art. 371, comma 2, lettera b), cod. proc. pen. , in quanto solo nel secondo caso il soggetto, ricevuto l'avvertimento di cui all'art. 64, comma 3, lettera c), cod. proc. pen. , si è liberamente determinato a rilasciare dichiarazioni accusatorie; che la nuova disciplina del diritto al silenzio prevista dalla legge n. 63 del 2001, esprimendo l'esigenza di subordinare, per determinate categorie di soggetti, l'assunzione della qualità di testimone su fatti concernenti la responsabilità altrui alla libera autodeterminazione del dichiarante, si fonda su una ratio che non può non estendersi alla peculiare situazione di chi, avendo reso le precedenti dichiarazioni nella veste di soggetto che aveva l'obbligo di rispondere alle domande e di dire la verità, debba poi essere esaminato nella diversa qualità di imputato di reato collegato; che non è dunque dato ravvisare alcuna violazione del principio di eguaglianza nella disciplina, non implausibilmente interpretata dal rimettente, che prescrive l'obbligo di dare l'avvertimento circa la facoltà di non rispondere all'imputato di un reato collegato a norma dell'art. 371, comma 2, lettera b), cod. proc. pen. , non rilevando la circostanza che tale soggetto abbia in precedenza reso dichiarazioni concernenti la responsabilità altrui nella diversa qualità di persona informata sui fatti; che non sussiste neppure la dedotta violazione dell'art. 111, comma quarto, Cost., perché la regola della formazione della prova in contraddittorio non può vanificare l'esercizio del diritto al silenzio, che è espressione del principio nemo tenetur se detegere, e costituisce perciò un &laquo;corollario essenziale del diritto di difesa&raquo; (v. ordinanza n. 291 del 2002); che, infine, non sussiste alcuna violazione dell'art. 112 Cost., posto che le norme che assicurano il diritto al silenzio all'imputato di reato collegato o in procedimento connesso, che non si sia determinato per consapevole e libera scelta a rendere dichiarazioni erga alios, non incidono in alcun modo sull'esercizio dell'azione penale, tanto più nel caso in cui il pubblico ministero abbia già formulato la richiesta di rinvio a giudizio e il procedimento si trovi nella fase dibattimentale; che la questione va pertanto dichiarata manifestamente infondata con riferimento a tutti i parametri presi in considerazione. Visti gli artt. 26, secondo comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87, e 9, secondo comma, delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale.. . per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE dichiara la manifesta infondatezza della questione di legittimità costituzionale del combinato disposto degli artt. 210, comma 6, e 197-bis, comma 2, del codice di procedura penale (in relazione agli artt. 197, comma 1, lettera b, e 64, comma 3, lettera c, cod. proc. pen.), sollevata, in riferimento agli artt. 3, 111 e 112 della Costituzione, dal Tribunale di Biella, con l'ordinanza in epigrafe. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 24 ottobre 2002. F.to: Cesare RUPERTO, Presidente Guido NEPPI MODONA, Redattore Giuseppe DI PAOLA, Cancelliere Depositata in Cancelleria il 12 novembre 2002. Il Direttore della Cancelleria F.to: DI PAOLA