[pronunce]

n. 115 del 2002 alle ipotesi ora in esame, anche perché si otterrebbe l'effetto di distrarre fondi destinati alle spese di giustizia per la soddisfazione di interessi del tutto diversi la cui cura è affidata a soggetti non coinvolti nell'amministrazione della giurisdizione; che, rileva in particolare l'Avvocatura, le ipotesi di anticipazione a carico dell'Erario previste dall'art. 146 del d.P.R. n. 115 del 2002 sono tutte direttamente riconducibili allo svolgimento di atti della procedura e sono frutto di una scelta discrezionale finalizzata al contenimento della spesa pubblica; che un ulteriore profilo di inammissibilità della questione è riscontrato nel fatto che il rimettente non ha indicato quale fra le disposizioni della Costituzione sarebbe violata dalla norma censurata, non potendo ritenersi sufficiente il generico richiamo al principio di ragionevolezza. Considerato che il Giudice delegato ai fallimenti del Tribunale ordinario di Cosenza dubita della legittimità costituzionale, ritenendolo in contrasto col «canone della ragionevolezza», dell'art. 146 del decreto del Presidente della Repubblica 30 maggio 2002, n. 115 (Testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di spese di giustizia), nella parte in cui non prevede che possano essere poste a carico dell'erario le spese necessarie alla curatela fallimentare per il compimento di atti di gestione e di manutenzione di beni appresi all'attivo della procedura, in particolare ove si tratti di interventi necessitati, se non imposti, da altre norme dell'ordinamento; che occorre valutare, anzitutto, se sussistano profili di inammissibilità della questione come sollevata dal giudice rimettente; che, a tal fine, è opportuno esaminare preliminarmente la eccezione di inammissibilità motivata dalla Avvocatura generale dello Stato sulla circostanza che nella ordinanza di rimessione non è espressamente indicato quale disposizione di rango costituzionale sia stata, asseritamente, violata; che, in vero, il rimettente si esprime in termini non puntualmente rispondenti al dato normativo formale, riferendosi al rilevato contrasto col «canone della ragionevolezza»; che, infatti, l'art. 23, comma 1, lettera b), della legge 11 marzo 1953, n. 87 (Norme sulla costituzione e sul funzionamento della Corte costituzionale), prescrive espressamente che, ove nel corso di un giudizio le parti vogliano eccepire la illegittimità costituzionale di un disposizione di legge o avente forza di legge, debbono, fra l'altro, indicare: «le disposizioni della Costituzione o delle leggi costituzionali, che si assumono violate» e la medesima indicazione è, altresì, prescritta, ai sensi del comma terzo del medesimo art. 23 della legge n. 87 del 1953, ove la questione sia sollevata di ufficio dal giudice; che, però, siffatta previsione, in ossequio al principio di effettività della tutela giurisdizionale costituzionale, deve ritenersi, nondimeno, rispettata ogniqualvolta il rimettente, pur non indicando numericamente nell'articolato costituzionale la disposizione che ritiene violata, comunque indichi chiaramente il principio che assume in contrasto con la norma impugnata, tanto più ove questo, come nel caso di specie il «canone della ragionevolezza», abbia, anche per la sua centralità, da tempo trovato, sia nella elaborazione della giurisprudenza costituzionale che nell'analisi di essa condotta della dottrina scientifica, un sicuro, costante e univoco presidio normativo in uno degli articoli di cui si compone la Costituzione (a tal riguardo, a titolo esemplificativo, sentenze n. 71, n. 42 e n. 20 del 2013, che hanno esaminato la questione di legittimità costituzionale in cui era evocata la violazione del «principio della leale collaborazione»); che non costituisce ragione d'inammissibilità neppure una qualche incertezza, desumibile dal testo della ordinanza di rimessione, del petitum di essa, in particolare in ordine al fatto se l'accollo da parte dello Stato delle spese ritenute necessarie per la gestione e manutenzione dei beni fallimentari sia definitivo ovvero temporaneo con diritto di rivalsa; che, infatti, in alcuni punti dell'ordinanza il rimettente pare propendere per una richiesta in base alla quale, in caso di fallimento incapiente (o comunque non dotato di mezzi adeguati), le spese necessarie per gli interventi in questione gravino definitivamente sullo Stato (in tal senso, infatti, sembrano interpretabili le espressioni, contenute nel dispositivo dell'ordinanza, ove si legge «nella parte in cui non prevede [...] la possibilità di porre a carico dell'erario le spese necessarie» ovvero quelle con cui si lamenta che la disposizione censurata «non consente di porre a carico dell'erario le spese della pur necessaria bonifica»), mentre in altri punti della ordinanza si accenna ad un «provvedimento giudiziale che disponga l'anticipazione delle spese da parte dell'erario» (il che fa pensare in termini di accollo temporaneo, con diritto di rivalsa in favore dell'erario); che tale seconda opzione ermeneutica, pur nella descritta ambiguità della ordinanza, è certamente da preferirsi, in quanto unica coerente con il tenore letterale della disposizione censurata, che espressamente si riferisce a «spese prenotate a debito» ovvero a «spese anticipate dall'erario»; che la questione, sebbene ammissibile, è, comunque, manifestamente infondata; che il rimettente non tiene adeguatamente conto del fatto che la disposizione censurata ha la funzione di assicurare lo svolgimento, anche nel caso in cui non vi siano fondi finanziari a disposizione del fallimento, di taluni incombenti immediatamente funzionali all'espletamento della procedura volta alla soddisfazione concorsuale dei creditori ed al risanamento della impresa insolvente; che, viceversa, le spese in ordine alla quali il rimettente vorrebbe fosse ampliata, tramite la addizione di nuove ipotesi a quelle elencate dall'art. 146 del d.P.R. n. 115 del 2002, la possibilità di ricorrere alla anticipazione erariale della relativa provvista finanziaria, lungi dall'essere necessarie ai fini della utile prosecuzione della procedura fallimentare in senso stretto, sono, invece, funzionali alla gestione dei beni fallimentari; che la evidente diversità di ratio fra ciò che già è oggetto della norma impugnata e l'auspicato addendum rende palese la infondatezza della prospettata questione; che, ad ogni modo, anche il dubbio prospettato dal rimettente, relativamente ad una intima contraddittorietà dell'ordinamento che, da un lato, in sostanza, impone determinati interventi finalizzati alla tutela ambientale, e, dall'altro, negando le risorse per gli stessi, li rende impraticabili, non ha fondamento, posto che è in altre diverse disposizioni che esso trova le opportune risposte;