[pronunce]

5.2.4.- Con riferimento alla condizione di collaboratore di giustizia, infine, la stessa rileverebbe solo ed esclusivamente nell'ambito del processo penale e nei limiti dell'accordo tra l'imputato e lo Stato; non, invece, in ambito civile, avendo il legislatore subordinato la corresponsione della provvidenza all'effettiva espiazione della pena. Un'eventuale diversità di trattamento, inoltre, si presterebbe alle medesime censure d'illegittimità costituzionale, introducendo un ulteriore beneficio, non previsto dalla legislazione emergenziale, discriminatorio nei confronti di chi tale collaborazione non abbia prestato. 6.- Il Tribunale ordinario di Roma, sezione prima lavoro, con ordinanza del 6 febbraio 2020 (reg. ord. n. 68 del 2020) - emessa nel procedimento tra G. A., nella qualità di tutore di M. F., e l'INPS - ha sollevato, in riferimento agli artt. 2, 3 e 38, primo comma, Cost., questioni di legittimità costituzionale dell'art. 2, comma 61, della legge n. 92 del 2012. 6.1.- Premette il rimettente che M. F. è titolare di assegno sociale, revocato dall'INPS a decorrere dal l° marzo 2017, avendo egli riportato condanne per i reati di cui al comma 58 della medesima legge; con successiva nota del 28 giugno 2018 lo stesso è stato invitato a restituire la somma di euro 3.191,65, in quanto indebitamente corrisposta nel periodo marzo-luglio 2017. Nella specie, come da informativa giunta dal Dipartimento della pubblica sicurezza con nota del 22 novembre 2019, M. F. risulta essere un ex collaboratore di giustizia e, dal 18 ottobre 2012, in regime di detenzione domiciliare ai sensi dell'art. 47-ter della legge n. 354 del 1975. 6.1.1.- Esperito senza riscontro ricorso in via amministrativa, la parte ricorrente nel giudizio a quo ha dedotto la natura di sanzione accessoria della revoca e, pertanto, avendo riportato condanne passate in giudicato prima della entrata in vigore della legge n. 92 del 2012, l'applicazione della sanzione sarebbe contraria al principio costituzionale di irretroattività della pena. Evidenziato che a suo beneficio è stata applicata la circostanza attenuante di cui all'art. 8 del d.l. n. 152 del 1991, come convertito, in quanto collaboratore di giustizia, la difesa della parte privata ha sostenuto che, secondo un'interpretazione costituzionalmente orientata e in ossequio al principio di uguaglianza sostanziale, non potrebbe applicarsi detta sanzione accessoria a chi, già appartenente ad associazione mafiosa, abbia rescisso ogni vincolo, indebolendo con le sue dichiarazioni l'associazione. Tenuto conto altresì che sta scontando la pena in regime di detenzione domiciliare, persistendo i presupposti intrinseci per la corresponsione del diritto al mantenimento e all'assistenza sociale ai sensi dell'art. 38 Cost., la parte ricorrente ha chiesto la condanna dell'INPS a ripristinare il trattamento pensionistico-assistenziale e alla corresponsione delle mensilità sospese e non erogate. 6.1.2.- Il giudice a quo ritiene manifestamente infondata la questione in riferimento all'art. 25 Cost., dovendosi escludere che la revoca abbia natura di sanzione penale accessoria, bensì configurandosi come un mero effetto extra-penale della condanna (si richiama la citata sentenza della Corte di cassazione n. 11581 del 2019). Non sarebbe possibile, invece, procedere a un'interpretazione della norma censurata nel senso di escludere l'applicazione della misura ai collaboratori di giustizia, in assenza di qualsiasi indicazione in tal senso da parte della disciplina in questione. L'esigenza d'incentivare la collaborazione con la giustizia da parte di soggetti coinvolti nelle organizzazioni criminali di stampo mafioso, d'altronde, sarebbe già soddisfatta, oltre che dalla previsione di una specifica circostanza attenuante, da una serie di benefici espressamente contemplati dal legislatore, nell'esercizio della sua discrezionalità nell'individuare i limiti delle misure premiali (art. 9 del d.l. n. 8 del 1991, come convertito). 6.2.- La questione sarebbe rilevante e non manifestamente infondata in riferimento all'art. 38, primo comma, Cost., nonché agli artt. 2 e 3 Cost. 6.2.1.- Infatti, vero è che il legislatore ha istituito uno speciale statuto di indegnità connesso alla commissione di reati di particolare gravità, tali da giustificare, durante l'esecuzione della pena, il venir meno di trattamenti assistenziali che trovano il loro fondamento nel generale dovere di solidarietà dell'intera collettività nei confronti dei soggetti svantaggiati; la ratio della norma, inoltre, si rinverrebbe anche nella considerazione che ai reati ostativi alla fruizione dei benefici faccia da sfondo l'accumulazione, o comunque il possesso, di capitali illeciti, con quei benefici incompatibili. Tuttavia, se la revoca dei benefici per coloro che scontano la pena in istituto non comporta il rischio di non poter neppure disporre dei mezzi minimi per alimentarsi e per avere un ricovero, chi versi in regime di detenzione domiciliare correrebbe il concreto rischio di non poter disporre - a causa della condizione di età e della connessa incapacità, presunta ex lege, di svolgere qualsiasi proficuo lavoro - di alcun mezzo di sussistenza. Il che determinerebbe un pregiudizio per i diritti inviolabili della persona, quali quello all'alimentazione e, in definitiva, alla vita; diritti che sono insuscettibili di patire deroghe o compressioni, non potendo lo statuto d'indegnità giungere fino a porre in pericolo la sopravvivenza del condannato, né la collettività tollerare che al proprio interno vi siano (in forza di legge e non già per mere contingenze di fatto) persone che debbano restare prive del minimo vitale. 6.2.2.- Da qui il dubbio di illegittimità costituzionale sull'art. 2, comma 61, della legge n. 92 del 2012, nella parte in cui impone all'INPS la revoca dell'assegno sociale, senza possibilità di valutazione delle condizioni personali ed economiche del condannato in regime di detenzione domiciliare. 7.- Con atto depositato il 9 luglio 2020 si è costituito in giudizio l'INPS, sostenendo l'inammissibilità e l'infondatezza delle questioni, con argomentazioni per buona parte analoghe a quelle di cui all'atto di costituzione nel giudizio relativo all'ordinanza n. 234 del 2019. 7.1.- In primo luogo, la difesa dell'INPS eccepisce l'inammissibilità della questione per contraddittorietà della motivazione. Il rimettente, infatti, da un lato affermerebbe che la disposizione in esame abbia inciso nella materia dell'assistenza, introducendo un nuovo requisito negativo per l'insorgenza del diritto alla percezione dell'assegno sociale, dall'altro riterrebbe irrilevante tale requisito. 7.2.- In secondo luogo, la questione risulterebbe infondata.