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Ratifica ed esecuzione della Convenzione del Consiglio d'Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica, fatta a Istanbul l'11 maggio 2011 (n. 720). Onorevoli Senatori. -- Vorrei sottolineare che la Convenzione di Istanbul rappresenta il primo strumento internazionale giuridicamente vincolante volto a creare un quadro normativo completo a tutela delle donne contro qualsiasi forma di violenza. Il clamore dei media e l'unanime sdegno verso le ripetute violenze contro le donne, come tutti i fenomeni eccessivamente evocati e condannati, rischiano paradossalmente di produrre assuefazione, di ottenere l'effetto opposto fino a forme addirittura di così detto negazionismo. Eppure pur mantenendo un giudizio sobrio e lucido, né vittimistico né vendicativo, non bisogna dimenticare mai che siamo di fronte ad una realtà persistente, pervasiva e diffusa e che i dati quantitativi e qualitativi dei crimini confermano il femminicidio come una vera e propria piaga sociale, che riguarda donne di tutti i ceti sociali, le età e le società. Un fenomeno che ormai da tempo non si limita a casi estremi o platealmente efferati e che troppo spesso nasce dal cuore delle relazioni e della vita familiare. I disegni di legge in esame recano la ratifica ed esecuzione della Convenzione del Consiglio d'Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica, fatta a Istanbul l'11 maggio 2011. Segnalo, in particolare, che il disegno di legge n. 720 è già stato approvato in prima lettura dalla Camera dei deputati in un testo risultante dall'unificazione dei disegni di legge d'iniziativa dei deputati Mogherini ed altri, Spadoni ed altri, Migliore ed altri, Bergamini ed altri e Meloni. La ratifica da parte dell'Italia della Convenzione rappresenta un passo di fondamentale importanza per proseguire l'azione del nostro Paese contro ogni tipo di violenza nei confronti delle donne e dei minori. Essa è il punto più avanzato del diritto internazionale sul tema, nonché il primo trattato che riconosce la violenza sulle donne come violazione dei diritti umani e come forma di discriminazione, configurandola dunque come violazione del principio di uguaglianza. A conferma di ciò, nel preambolo si sottolinea che il raggiungimento dell'uguaglianza tra i sessi de jure e de facto è un elemento chiave per prevenire la violenza contro le donne. Ricordo che, per entrare in vigore, la Convenzione dovrà essere ratificata da almeno dieci Stati, di cui otto Stati membri del Consiglio d'Europa. La firma, infatti, è aperta non solo ai membri del Consiglio d'Europa, ma anche agli Stati che hanno preso parte alla redazione del testo e godono dello status di osservatore presso l'Organizzazione (Stati Uniti, Canada, Giappone, Messico e Santa Sede). Ad oggi, 29 Paesi hanno firmato la Convenzione, di cui soltanto 17 dell'Unione europea -- che pure è un dato su cui riflettere -- ma soltanto 4 Paesi l'hanno ratificata: Turchia, Albania, Portogallo e Montenegro. Rileva che nella scorsa legislatura, nel mese di novembre dello scorso anno, e dunque a brevissima distanza dalla stipula della Convenzione da parte del nostro Paese (che è avvenuta il 27 settembre 2012), la 3ª Commissione permanente (Affari esteri, emigrazione) del Senato già aveva incardinato la discussione di due disegni di legge di autorizzazione alla ratifica. Entrambi i disegni di legge erano di origine parlamentare: il disegno di legge n. 3488, a prima firma della senatrice Finocchiaro, fatto proprio dal gruppo PD, e il disegno di legge n. 3489 a prima firma della senatrice Carlino. Il Governo ha invece presentato il proprio disegno di legge di autorizzazione alla ratifica solo nel gennaio di quest'anno, a Camere quindi sciolte, e non lo ha poi ripresentato nella nuova legislatura. Il testo della Convenzione si compone di un Preambolo e 81 articoli, suddivisi in 12 capitoli. Il Preambolo ricorda innanzitutto i principali strumenti esistenti in materia, sia nell’àmbito del Consiglio d'Europa che delle Nazioni Unite. Tra di essi riveste particolare importanza la Convenzione delle Nazioni Unite del 1979 sull'eliminazione di ogni forma di discriminazione contro le donne, con il suo Protocollo opzionale del 1999. Il Preambolo della Convenzione di Istanbul connette la violenza contro le donne all'esistenza di rapporti di forza storicamente diseguali tra i sessi, e la equipara a un diritto umano violato. E, infatti, l’articolo 3 della Convenzione di Istanbul ribadisce ulteriormente che la violenza contro le donne è prima di tutto una violazione dei diritti umani e poi una forma di discriminazione contro le donne. Lo spirito dell' incipit della Convenzione, allora, è quello di combattere la violenza contro le donne dentro il contesto degli organismi internazionali, sempre più concordi nel ritenere i diritti umani il vero banco di prova del livello di civiltà dei nostri Paesi. Gli obiettivi della Convenzione sono elencati nel dettaglio dall'articolo 1. Lo scopo della Convenzione è quello di creare un quadro globale e integrato che consenta la protezione delle donne, nonché la cooperazione internazionale e il sostegno alle autorità e alle organizzazioni a questo scopo deputate. Di rilievo anche la previsione che stabilisce l'applicabilità della Convenzione sia in tempo di pace che nelle situazioni di conflitto armato (articolo 2), circostanza, quest'ultima, che da sempre costituisce momento nel quale le violenze sulle donne conoscono particolare ferocia. L'articolo 3 contiene invece una serie di definizioni di termini che vengono usati nel testo. Qui c'è anche l'ormai famosa definizione di «genere», che supera il puro dato biologico per fare riferimento a «ruoli, comportamenti, attività e attributi socialmente costruiti che una determinata società considera appropriati per donne e uomini» definizione che ha suscitato parecchie polemiche. Non entro nel merito di tali polemiche -- lo faremo in altra sede -- e segnalo solo che la questione si è conclusa con l'affermazione che «l'Italia applicherà la Convenzione in conformità con i principi della Costituzione italiana». L'articolo 4 della Convenzione sancisce il principio secondo il quale tutti gli individui -- cito ancora -- hanno il diritto di «vivere liberi dalla violenza, sia nella vita pubblica che privata». Poiché la discriminazione di genere costituisce terreno fertile per la tolleranza della violenza contro le donne, la Convenzione si preoccupa di chiedere alle Parti l'adozione di tutte le norme atte a garantire la concreta applicazione del principio di parità tra i sessi corredate, se del caso, dall'applicazione di sanzioni. I primi a dover rispettare gli obblighi imposti dalla Convenzione sono proprio gli Stati, i cui rappresentanti, intesi in senso ampio, dovranno garantire comportamenti privi di ogni violenza nei confronti delle donne (articolo 5). Lo stesso articolo prevede anche un risarcimento delle vittime di atti di violenza commessi da soggetti non statali, risarcimento che può assumere forme diverse (riparazione del danno, indennizzo, riabilitazione, eccetera).