[pronunce]

ORDINANZA ha pronunciato la seguentenel giudizio di legittimità costituzionale dell'art. 4, comma 1, della legge 13 aprile 1988, n. 117 (Risarcimento dei danni cagionati nell'esercizio delle funzioni giudiziarie e responsabilità civile dei magistrati), promosso con ordinanza del 19 giugno 2003 dal Tribunale di Napoli nel procedimento civile vertente tra Michele Troisi e il Ministero della Giustizia ed altro, iscritta al n. 811 del registro ordinanze 2003 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 41, prima serie speciale, dell'anno 2003. Visto l'atto di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri; udito nella camera di consiglio del 9 febbraio 2005 il Giudice relatore Franco Bile. Ritenuto che il Tribunale di Napoli, con ordinanza emessa il 19 giugno 2003, ha sollevato - in riferimento agli artt. 3, 24, 25, 101 e 111 della Costituzione - questione di legittimità costituzionale dell'art. 4, comma 1, della legge 13 aprile 1988, n. 117 (Risarcimento dei danni cagionati nell'esercizio delle funzioni giudiziarie e responsabilità civile dei magistrati), secondo cui l'azione di risarcimento del danno contro lo Stato deve essere esercitata, nei confronti del Presidente del Consiglio dei ministri, dinanzi al tribunale del capoluogo del distretto della corte d'appello «da determinarsi a norma dell'art. 11 del codice di procedura penale e dell'art. 1 delle norme di attuazione, di coordinamento e transitorie del codice di procedura penale, approvate con decreto legislativo 28 luglio 1989, n. 271»; che l'ordinanza è stata resa nel corso di un giudizio civile nel quale l'attore aveva proposto, nei confronti del Presidente del Consiglio dei ministri, una domanda di risarcimento dei danni a lui cagionati da due magistrati del Tribunale di Avellino nell'esercizio delle rispettive funzioni giudiziarie, e, nei confronti del Ministero della giustizia, un'altra domanda di risarcimento dei danni a lui cagionati, nelle medesime circostanze, dalla condotta tenuta dall'apparato amministrativo di cancelleria del predetto ufficio giudiziario; che in tale giudizio le Amministrazioni resistenti avevano eccepito l'inammissibilità della prima domanda per incompetenza territoriale del giudice adito e richiesto la separazione delle cause; che la norma citata è censurata «nella parte in cui non prevede che il tribunale ivi indicato, competente a giudicare sull'azione contro lo Stato di risarcimento del danno cagionato nell'esercizio delle funzioni giudiziarie per effetto di un comportamento, un atto o un provvedimento di un magistrato, sia competente anche per le cause successivamente o cumulativamente proposte che alle prime siano connesse per oggetto o per il titolo, nonché per le cause anche autonomamente proposte che comunque siano relative a fatti commessi da altri soggetti in concorso con magistrati, o a fatti commessi da altri soggetti e da magistrati che - con condotte collegate (per essere stata l'una posta in essere per eseguire, per occultare l'altra, o in occasione dell'altra, ovvero per conseguirne o assicurarne il profitto, il prezzo, il prodotto o l'impunità) o anche con condotte indipendenti - abbiano determinato il danno»; che il rimettente - esclusa la possibilità di un'interpretazione adeguatrice della norma impugnata, in ragione della specificità del rinvio “selettivo” all'art. 11 del codice di procedura penale da essa operato, e affermata la connessione per oggetto e per titolo delle due cause proposte contro le due Amministrazioni, ciascuna legittimata a resistere, l'una per la responsabilità dei magistrati e l'altra per l'organizzazione dei servizi della giustizia - rileva che la deroga alla competenza ordinaria disciplinata dall'art. 33 del codice di procedura civile non opera se una delle cause debba proporsi innanzi a un giudice individuato secondo un criterio di competenza territoriale inderogabile o funzionale; che, pertanto, siccome la domanda contro il Presidente del Consiglio dei ministri è devoluta ad un giudice competente in base ad un criterio di natura funzionale, il Tribunale rimettente (individuato ex art. 25 cod. proc. civ. quale foro della pubblica amministrazione in relazione alla proposizione della domanda nei confronti del Ministero della giustizia) dovrebbe - con provvedimento che involge separazione di cause - dichiarare l'inammissibilità per incompetenza della pretesa relativa alla responsabilità dei magistrati (da proporre davanti al Tribunale di Roma), e procedere nell'esame di ammissibilità e, eventualmente, di merito della pretesa relativa alla responsabilità dell'organizzazione dei servizi della giustizia, non sussistendo neppure i presupposti per sospendere il relativo procedimento ex art. 295 cod. proc. civ. ; che, tuttavia, considerata la stretta interdipendenza esistente tra le condotte dei soggetti coinvolti, non scindibili le une dalle altre, il rimettente ritiene la norma impugnata contraria: a) all'art. 25 Cost., poiché il Tribunale, chiamato ad accertare la responsabilità del Ministero della giustizia per l'organizzazione dei servizi, comunque valuterebbe (poco importa se incidenter tantum) anche le condotte di colleghi magistrati della stessa Corte d'appello, con la possibilità per lo Stato convenuto in altra sede, ex lege n. 117 del 1988, di eventualmente opporre, ai sensi dell'art. 1306 del codice civile, il giudicato altrove formatosi con minori garanzie di imparzialità-terzietà; b) all'art. 111 Cost. (correlato all'art. 101 Cost.), poiché il giudice individuato in base alla disciplina ordinaria non si presenterebbe agli occhi del cittadino munito dei necessari requisiti di terzietà-imparzialità, dovendo giudicare nei confronti del Ministero della giustizia su fattispecie interdipendente rispetto a quella sottratta alla sua cognizione in quanto proposta ai sensi della legge n. 117 del 1988; c) all'art. 3 Cost., non essendo logico né coerente con il principio di eguaglianza, in assenza di congrue differenziazioni, che lo stesso «cittadino debba rivolgersi a due istanze giurisdizionali separate, per la disamina dei medesimi fatti cui concorrano magistrati, trovandosi peraltro esposto a diversi gradi di tutela della terzietà-imparzialità del giudice, pur in presenza di una influenza del giudicato reso in un altro processo»; d) agli artt. 24 e 111 Cost., poiché la posizione dell'attore verrebbe pregiudicata dall'impossibilità di avvalersi del simultaneus processus e dalla necessità di sostenere i costi di separati giudizi, con lungaggini incidenti anche sulla ragionevole durata del processo; che è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, che ha concluso per la non fondatezza della sollevata questione.