[pronunce]

d) l'art. 97 Cost., perché prevede, per gli anni anteriori al 1992, «una presunzione legale, che è, in molti casi, sostanzialmente assoluta, ai fini dell'accertamento della base imponibile IVA» e, pertanto, «si traduce in una indebita situazione di privilegio» per la pubblica amministrazione, compromettendo il buon andamento di questa; che, come costantemente affermato da questa Corte, il regime delle preclusioni proprio del giudizio di rinvio non impedisce di sollevare questione di legittimità costituzionale della norma dalla quale è tratto il “principio di diritto” enunciato dalla Corte di cassazione con la sentenza di cassazione con rinvio (ex plurimis: sentenze nn. 349 e 78 del 2007; n. 224 del 1996; n. 58 del 1995; n. 257 del 1994; n. 138 del 1993; ordinanze n. 153 del 2007; n. 501 del 2000; n. 11 del 1999); che, sotto questo profilo, le sollevate questioni – aventi ad oggetto l'interpretazione risultante dal “principio di diritto” stabilito dalla Corte di cassazione – sono ammissibili; che, come risulta dal dispositivo e dalla motivazione dell'ordinanza di rimessione, il rimettente non ha inteso evocare quali parametri costituzionali né i «princípi di certezza del diritto e di tutela dell'affidamento del cittadino», né l'«art. 3 della legge 27 luglio 2000, n. 212», né gli «artt. 5, 6, 7 e 10 della citata legge n. 212 del 2000», perché tali princípi e disposizioni sono stati da lui menzionati al solo fine di sottolineare la gravità del contrasto della norma denunciata con i parametri costituzionali evocati; che la questione proposta con riferimento all'art. 2 Cost. è manifestamente inammissibile, perché il rimettente non indica le ragioni della ritenuta non manifesta infondatezza della questione medesima con riferimento a tale parametro, indicato soltanto nel dispositivo dell'ordinanza di rimessione; che la questione relativa all'asserita violazione del principio di eguaglianza sancito dall'art. 3 Cost. è manifestamente infondata, perché: a) «è formulata dal rimettente senza alcuna indicazione delle situazioni asseritamente analoghe che sarebbero sottoposte a differente disciplina; […] al contrario, norme sostanzialmente analoghe a quelle denunciate sono previste ai fini dell'accertamento, nei confronti di tutti i contribuenti, delle imposte sui redditi (cfr. art. 32, primo comma, numeri 2 e 7, del d.P.R. 29 settembre 1973, n. 600, come modificati, anch'essi, dal medesimo art. 18 della legge 30 dicembre 1991, n. 413 […])» (ordinanza n. 260 del 2000 citata dallo stesso giudice a quo, che ha già dichiarato manifestamente infondata una questione identica a quella in esame); b) il rimettente non solo non precisa i tertia comparationis da lui genericamente richiamati, ma nemmeno spiega la ragione per cui le disposizioni in materia di accertamento delle imposte sui redditi corrispondenti a quella censurata non avrebbero carattere generale; che anche le questioni relative all'asserita violazione degli artt. 23 e 53 Cost. sono manifestamente infondate, perché il giudice a quo muove dall'erroneo presupposto che la norma denunciata abbia efficacia retroattiva; che tale presupposto è infondato, perché la suddetta norma è dettata con riferimento non già agli anni d'imposta oggetto delle indagini degli uffici tributari, ma all'acquisizione, da parte degli uffici stessi, di dati relativi ai conti correnti bancari e simili, concernenti qualsiasi periodo d'imposta e, quindi, anche i periodi – come quello al quale si riferisce il giudizio principale – anteriori al 1992, anno di entrata in vigore della suddetta legge n. 413 del 1991; che, pertanto, la norma denunciata non ha efficacia retroattiva ed esplica i suoi effetti solo sul piano istruttorio, con la conseguenza che – contrariamente a quanto sostenuto dal rimettente – il contribuente non può subire alcun pregiudizio, rilevante ai fini del giudizio di costituzionalità, in caso di applicazione di detta norma ad anni d'imposta anteriori al 1992, in quanto: a) sul piano sostanziale, la pretesa impositiva erariale e gli obblighi tributari del contribuente non mutano per effetto dell'applicazione del censurato art. 51, secondo comma, numero 2), del d.P.R. n. 633 del 1972; b) il contribuente non può vantare alcun legittimo affidamento ad evitare che l'accertamento relativo agli anni d'imposta anteriori al 1992 sia effettuato in base alla norma censurata, successivamente al 1° gennaio 1992 (come si è verificato nella specie); c) la presunzione basata sui dati bancari è suscettibile di prova contraria e, comunque, si fonda ragionevolmente sul carattere oggettivo delle risultanze (ordinanze n. 33 del 2002 e n. 260 del 2000), oltre che sulla natura e consistenza degli elementi in concreto utilizzati dall'amministrazione (come chiarito anche dalla sentenza della Corte di cassazione n. 11778 del 2001); che, dunque, la norma medesima, in quanto si limita ad integrare i poteri istruttori esercitabili dall'amministrazione finanziaria ai fini dell'accertamento, riguarda il solo profilo probatorio e, perciò, non vulnera il principio della capacità contributiva di cui all'art. 53 Cost.(come già precisato dalla citata ordinanza di questa Corte n. 260 del 2000); che, inoltre, il principio della riserva di legge di cui all'art. 23 Cost. risulta pienamente rispettato, sia perché la norma denunciata è posta da una legge ordinaria non avente efficacia retroattiva, sia perché, comunque, l'evocato art. 23 Cost. non stabilisce alcun principio di irretroattività della legge tributaria (ordinanza n. 428 del 2006); che tali conclusioni coincidono con il diritto vivente in materia (ivi compresa la sentenza che ha formulato il “principio di diritto” vincolante per il giudice rimettente), secondo cui la norma denunciata non ha efficacia retroattiva, attiene alle sole operazioni di acquisizione dei dati bancari (cioè ad un piano “processuale” ed istruttorio) e, quindi, può essere applicata ad anni d'imposta anteriori al 1992, in piena coerenza con il principio tempus regit actum (ex plurimis, Corte di cassazione, sentenze n. 14023 del 2007; n. 19613 del 2006; n. 4732 del 2006); che anche la questione relativa alla asserita violazione dell'art. 97 Cost. è manifestamente infondata, perché la norma denunciata non compromette né l'imparzialità né il buon andamento della pubblica amministrazione, limitandosi a chiarire quali presunzioni (oggettive, ragionevoli e relative) possono essere poste a base delle rettifiche e degli accertamenti tributari di cui agli artt. 54 e 55 del d.P.R. n. 633 del 1972. Visti gli artt. 26, secondo comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87, e 9, comma 2, delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale.. .