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È la politica del presidente Putin che ha determinato, non solo una vasta solidarietà nei confronti dell'Ucraina e della resistenza dei suoi cittadini, ma anche un intenso allarme per la sicurezza dell'Europa occidentale, che improvvisamente si è vista, non astrattamente, ma molto seriamente esposta a rischi evidenti di carattere militare. Ha ragione Biden quando parla di una sfida tra i regimi autoritari e le democrazie e ha ancora più ragione Zelesky, non solo quando chiede che la resistenza ucraina venga aiutata anche militarmente, ma anche quando sollecita che gli aiuti arrivino subito e non dopo che l'invasione avrà occupato per intero il suo Paese. Ha ancora ragione Zelesky, quando ci ricorda che gli ucraini non stanno combattendo solo per la loro Patria, ma per l'intera Europa occidentale, perché è così. Oggi è la pace in Europa a essere stata compromessa e noi, aiutando l'Ucraina, aiutiamo anche noi stessi e la nostra democrazia. Tutto diventa quindi urgente, ben sapendo che la sicurezza dei Paesi dell'Europa occidentale è garantita dall'Alleanza della NATO, ma che questo non basta e che una politica estera e di difesa europea sono e restano il nostro obiettivo, ma non sono e non possono essere realizzate nei tempi brevi che servirebbero. L'Italia ripudia la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali, ma considera sacro il dovere di difendere la Patria e lo sottolineo. Il dibattito su quale debba essere la priorità tra la spesa per la difesa della Patria e quella per le politiche sociali è sempre esistito. Governi precedenti all'attuale hanno aumentato - ed io ho votato a favore - la spesa per la difesa del nostro Paese, nonostante dovessero fronteggiare imponenti percentuali di disoccupazione giovanile e allora non c'era la guerra che oggi invece c'è. Oggi dobbiamo riflettere sul fatto che la nostra Costituzione ci richiama a molti doveri, ma considera sacro un solo dovere, quello di difendere la Patria. (Applausi) . PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Nugnes. Ne ha facoltà. NUGNES (Misto) . Signor Presidente, come si esce da un conflitto? Lo ha detto il Papa: per lui non se ne esce con le armi e così anche per noi. Lo ha detto indirettamente anche il presidente Mattarella, per cui vi siete spellati le mani solo poche settimane fa: «La pace è sempre doverosa e possibile». Ci sono però solo due possibilità per uscire da un conflitto: costruendo con la diplomazia un complesso e delicato equilibrio geopolitico che rassicuri tutte le parti, o con la guerra, con il conflitto armato, la violenza che prevede solo un finale, l'annientamento militare dell'avversario, con un costo in termini di vite innocenti, considerato in tanti casi un costo necessario. Avete ragione, la complessità degli equilibri della geopolitica è enorme, ma sono soprattutto gli interessi in gioco ad essere immani. Bisogna essere realisti. Proprio per questo la semplificazione della polarizzazione che volete imporre come verità assoluta e immutabile non va bene. Gli impegni del Governo ad aumentare la spesa militare fino al 2 per cento del PIL sono un impegno preso con la NATO già nel 2014, è vero, ma non rappresentano un impegno vincolante assoluto, non sono previste conseguenze e sanzioni; così come non era un impegno vincolante per la NATO quello di non doversi spingere ad Est neanche di un centimetro, né era obbligatorio sciogliere l'Alleanza nel 1992. La NATO stanzia già 18 volte la spesa militare della Russia, 1.103 miliardi, la Cina 252, l'India 79, la Russia 61 miliardi. In Italia vorrebbe dire passare dai 25 miliardi l'anno ai 38 miliardi l'anno. Il sito della NATO spiega che la soglia del 2 per cento rappresenta un indicatore della volontà politica dei diversi Paesi. Bene, quindi si parla di volontà politica e la volontà politica non può essere immutabile. Cosa è la democrazia di cui vi gonfiate tanto il petto e con cui vi riempite tanto la bocca, se non la volontà politica del popolo espressa attraverso la propria sovranità esercitata con il voto? Che impegni abbiamo noi con il popolo italiano che per il 50 per cento in piazza si dice contrario all'invio di armi? Che impegno con la democrazia, con la volontà espressa dal popolo sovrano che quattro anni fa ha votato con quasi il 34 per cento di preferenze un partito, il MoVimento 5 Stelle, con un programma che prevedeva i seguenti punti: uno, il ripudio della guerra; due, il disarmo come premessa alla pace; tre, la Russia partner economico contro il terrorismo; quattro, la riforma della NATO in un'ottica multilaterale finalizzata alla pace. Credo che il vostro estremo realismo politico sovranazionale vi costringa a riporre nel cassetto non solo la Costituzione, non solo il Parlamento con le sue funzioni, ma anche la parola democrazia, da voi abusata, che non corrisponde più alla forma di governo esercitata dal popolo tramite i suoi rappresentanti, ma neanche all'espressione del libero pensiero se divergente dalla vostra ideologia assolutista. A cosa ci ha portato la propaganda sull'esportazione della democrazia e dell'autodeterminazione dei popoli, orientata però pericolosamente secondo alcuni precisi interessi, ed operata spostando pericolosamente assi delicatissimi di equilibri instabili, come in Iraq nel 2003 o in Siria nel 2011? Ci ha portato esattamente al punto in cui siamo precipitati oggi. Da questo decreto-legge, ma soprattutto dall'ordine del giorno approvato alla Camera, mi sembra si voglia procedere celermente e speditamente alla seconda ipotesi di cui dicevamo, alla guerra. Ad una guerra che non deve finire oggi, ma ad una guerra perenne tra blocchi contrapposti, tra noi e loro, che ci fa precipitare indietro al secolo scorso. Non ce lo possiamo però permettere. Con quali costi? Abbiamo parlato di costi umani e, certo, di costi ambientali. Ci sono però anche i costi economici e forse, seguendo la linea dei costi e dei guadagni in termini economici di questa guerra, possiamo capire qualcosa di più, chi ci guadagna e chi ci perde e a quali interessi stiamo rispondendo. Qual è la situazione da noi? Il gas, le materie prime per l'industria, ma anche il grano e il mais per i mangimi animali e i fertilizzanti vengono dai Paesi in guerra, quindi rincarano; è in aumento anche il costo del vino ed è a rischio il turismo italiano; aumentano il costo dell'energia e della benzina, ma anche il pane, la pasta, i prodotti dolciari; a causa dell'aumento del prezzo del mais, che è un mangime animale, sale anche il prezzo della carne e del latte. Questi aumenti sono per il momento frutto del nervosismo dei mercati (come Draghi definisce il meccanismo speculativo del libero mercato), che in via preventiva hanno rialzato i prezzi, ma molto dipenderà da quanto tempo durerà questa guerra. Chiaramente sul gas non ci sono state le sanzioni, quindi il costo della fonte è ancora più o meno lo stesso, ma da noi è rincarato del 30 per cento. Gli osservatori economici ci dicono che se la Russia decidesse di ridurre anche del 10 per cento le sue forniture di gas all'Italia, noi perderemmo lo 0,8 per cento del PIL previsto nel 2022.