[pronunce]

, l'imposizione, per legge, del termine di costituzione entro cinque giorni dalla notificazione dell'atto di opposizione (dies a quo decorrente dalla consegna dell'atto all'ufficiale giudiziario) non garantirebbe il bilanciamento degli interessi delle parti, avendo l'opposto già impostato la propria difesa nella fase monitoria ed essendo tenuto soltanto a resistere ai motivi di opposizione, senza poter proporre domande riconvenzionali (proponibili solo dall'opponente, per la sua veste di convenuto sostanziale: Corte di cassazione, sentenza sezione terza civile, 5 giugno 2007, n. 13086); che, ad avviso del giudice a quo, l'onere processuale dell'opponente, di costituirsi, a pena di improcedibilità, entro cinque giorni dalla notifica della citazione, risulterebbe ridotto ad una mera formalità, priva di qualsiasi ragione processuale, non valendo né a coordinare il termine di costituzione dell'opponente con quello dell'opposto, né a dare al processo un impulso particolare, quanto meno nella sua fase iniziale (in considerazione dell'ulteriore nuovo termine minimo a comparire introdotto dall'art. 21, lettera g) [recte: art. 2, comma 1, lettera g)] della legge n. 263 del 2005); che il rimettente esclude l'applicazione della disciplina della rimessione in termini, ai sensi dell'art. 184-bis, cod. proc. civ. - abrogato, ma ancora applicabile alle controversie incardinate ante riforma del 2009 e sostituito dalla norma di portata più generale di cui all'art. 153, secondo comma, cod. proc. civ. riguardante tutti i termini processuali - in quanto, ai sensi della norma speciale di cui all'art. 647 cod. proc. civ. , è previsto espressamente che il giudice debba concedere l'esecutività al decreto quando manca la costituzione dell'opponente (essendo, peraltro, il caso dell'errore scusabile già disciplinato dall'art. 650 cod. proc. civ.); che il giudice a quo deduce anche il contrasto della attuale disciplina con i principi enucleabili dalla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali, nella parte in cui stabilisce che ogni persona abbia diritto all'esame equo della propria causa; che il rimettente sottolinea come la Corte di cassazione, nella sentenza, resa a sezioni unite, n.19246 del 2010, abbia non solo affermato il principio - confermando in ciò la precedente giurisprudenza - che il termine di costituzione dell'opponente è ridotto alla metà nel caso di assegnazione - voluta o conseguenza di un errore - del termine di comparizione in misura inferiore a quello ordinario, ma, altresì, che, per il semplice fatto di avere proposto una opposizione a decreto ingiuntivo, il termine di costituzione dell'opponente è ope legis dimezzato anche nel caso di assegnazione del termine ordinario di comparizione; che il Tribunale dubita della ragionevolezza di tale affermazione e ne sospetta il contrasto con i suddetti principi costituzionali; che, in particolare, il giudice a quo ritiene che - diversamente da quanto affermato dalle sezioni unite della Corte di cassazione, secondo cui l'effetto legale del dimezzamento dei termini di costituzione dell'opponente dipende pur sempre dalla scelta del debitore che non può non conoscere quali siano le conseguenze processuali ricollegate dalla legge alla sua iniziativa - il ricorso alla procedura monitoria sia frutto della scelta del ricorrente creditore (futuro opposto) e non dell'intimato (futuro opponente) che «se vuole difendersi, può solo citare in opposizione»; che, ad avviso del rimettente, l'unica scelta possibile per l'opponente sarebbe il termine a comparire, ordinario e dimezzato, e le uniche conseguenze processuali ricollegate dalla legge alla sua iniziativa sarebbero quelle in ordine al termine di costituzione; che, secondo il Tribunale, suscita dubbi di costituzionalità il ritenere - come affermano le S.S.U.U. della Corte di cassazione - che il termine di costituzione dell'opponente sia sempre dimezzato, anche nel caso di assegnazione di un termine ordinario di comparizione; che, come ricordato dal rimettente, la Corte di cassazione, a sezioni unite, ha affermato che, sebbene l'art. 645 cod. proc. civ. disponga soltanto la riduzione a metà dei termini a comparire e non dei termini di costituzione, l'art. 165, primo comma, cod. proc. civ. , sancisce il principio dello stretto legame tra termini di comparizione e di costituzione, sicché l'espresso richiamo di tale principio, nell'art. 645 cod. proc. civ. , sarebbe stato superfluo; che, sul punto, il rimettente rileva come il principio della correlazione tra termini a comparire e termini di costituzione, di cui all'art. 165 cod. proc. civ. , sia da coordinare con il meccanismo di abbreviazione dei termini a comparire di cui all'art. 163-bis cod. proc. civ. ; che tale meccanismo prevede che sia l'attore a richiedere l'abbreviazione dei termini di comparizione, cioè colui che deve poi subire l'onere di costituzione nel termine dimezzato, mentre, nel caso di opposizione a decreto ingiuntivo, l'abbreviazione non è richiesta da colui che deve subirne le conseguenze, ma è imposta dalla legge, a seguito della scelta del creditore di agire in via monitoria invece che in via ordinaria; che il Tribunale sottolinea come, mentre nel primo caso sia il creditore a decidere di abbreviare i termini - pagando l'eventuale insufficienza del termine a costituirsi al più con la cancellazione della causa dal ruolo - nel secondo caso la conseguenza dell'insufficienza del termine di costituzione, ossia l'improcedibilità della opposizione, non è scelta da chi la subisce, ma imposta dalla legge, sulla base della determinazione del creditore di agire in via monitoria; che, ad avviso del giudice a quo, in considerazione della diversità del meccanismo di riduzione dei termini, nonché degli effetti derivanti dal mancato rispetto del termine, l'espresso richiamo del suddetto principio nel corpo dell'art. 645 cod. proc. civ. sarebbe stato superfluo; che, infatti, mentre nel caso di rito ordinario (riduzione ai sensi dell'art. 163 cod. proc. civ.), è l'attore a richiedere il dimezzamento dei termini di comparizione, nel giudizio di opposizione il termine di comparizione è dimidiato non per volontà dell'opponente, ma perché è «pacifica l'esigenza di accelerare la trattazione dell'opposizione»; che il rimettente sottolinea come l'esigenza, posta nell'interesse dell'opponente, di trattare urgentemente l'opposizione potrebbe portare a conseguenze nefaste proprio nei confronti dello stesso opponente; che, infine, il Tribunale rileva come le questioni già poste dinanzi alla Corte costituzionale abbiano avuto ad oggetto, diversamente dal caso di specie, l'ipotesi della riduzione a metà del termine a comparire, ispirandosi al precedente consolidato orientamento della Corte di cassazione (ex multis: Corte di cassazione, sentenza sezione terza civile, 3 luglio 2008, n. 18203 e sentenza 20 novembre 2002, n. 16332;