[pronunce]

Diversamente, in riferimento alla semilibertà, l'aggravamento incide sul profilo della pena, nel senso che in caso di condanna a sanzione detentiva superiore a sei mesi (ma non a tre anni), per uno dei reati previsti dall'art. 4-bis della legge n. 354 del 1975, la misura alternativa risulta concedibile soltanto dopo l'espiazione di due terzi della pena, e ciò anche quando il relativo residuo sia inferiore a tre anni. Nel caso in esame, precisa il giudice a quo, l'ammissione del detenuto al regime di semilibertà è impedita dalla circostanza che il predetto, condannato alla pena di tre anni di reclusione, ha espiato un anno, nove mesi e diciotto giorni di detenzione, e dunque un periodo inferiore ai due terzi della pena inflitta. Il rimettente richiama quindi la disciplina generale della semilibertà – applicabile ai reati non compresi nel catalogo di cui all'art. 4-bis citato – che prevede solo in caso di pene detentive inferiori a sei mesi la concedibilità della misura alternativa in ogni tempo (art. 50, comma 1), essendo invece richiesta, in caso di pene superiori a sei mesi, l'avvenuta espiazione di metà della pena inflitta (art. 50, comma 2, prima proposizione), salvo che la pena residua non ecceda i tre anni, e dunque si possa concedere l'affidamento in prova al servizio sociale in presenza dei relativi presupposti (art. 50, comma 2, ultima proposizione). Il dubbio di costituzionalità, prospettato in riferimento all'art. 3 Cost., investe pertanto indi l'art. 50, comma 2, della legge n. 354 del 1975, come sostituito dall'art. 1 del decreto-legge 13 maggio 1991, n. 152 (Provvedimenti urgenti in tema di lotta alla criminalità organizzata e di trasparenza e buon andamento dell'attività amministrativa), convertito, con modificazioni, dalla legge 12 luglio 1991, n. 203, nella parte in cui, per i reati previsti nel catalogo dell'art. 4-bis, in caso di condanna a pena infratriennale, subordina l'ammissione al regime di semilibertà alla previa espiazione dei due terzi della pena. Il giudice a quo evidenzia come, pur dovendosi riconoscere la più ampia discrezionalità del legislatore nella conformazione degli istituti di diritto penitenziario, avuto riguardo in particolare allo scopo, al regime applicativo e ai presupposti delle singole misure alternative alla detenzione, tale discrezionalità incontri «il limite della non manifesta contraddittorietà sistematica della scelta adottata». Tale limite sarebbe travalicato dalla norma censurata, posto che la previsione in essa contenuta interrompe il rapporto di continenza tra l'istituto dell'affidamento in prova al servizio sociale e quello della semilibertà, entrambi ispirati al sistema progressivo, imperniato sulla graduale attenuazione della detenzione in ragione del comportamento del detenuto ed in funzione preparatoria al suo ritorno alla libertà. Il rimettente osserva che i due istituti posti a raffronto costituiscono «strumenti del medesimo disegno di trattamento individualizzato» finalizzato alla risocializzazione del reo, rappresentando tappe evolutive del medesimo percorso, come sarebbe confermato dall'art. 50, comma 1, della legge n. 354 del 1975, il quale prevede l'ammissione alla semilibertà del condannato a pena detentiva breve (infrasemestrale) ove lo stesso non sia affidato in prova al servizio sociale, e dal successivo comma 2 dell'art. 50, che, nel disciplinare i tempi di accesso alla semilibertà per i condannati a pene detentive superiori a sei mesi ma contenute entro i tre anni, fa riferimento ai casi in cui «mancano i presupposti per l'affidamento in prova al servizio sociale». Dalla lettera della legge emergerebbe, insomma, un chiaro rapporto di continenza tra le due misure alternative, là dove «la semilibertà, misura più restrittiva e che richiede un grado di rieducazione meno elevato, ha ordinariamente requisiti di accesso non più gravosi rispetto all'affidamento in prova al servizio sociale, misura più ampia e che postula un grado di rieducazione maggiore», sicché l'accesso alla semilibertà, normalmente consentito dopo l'espiazione della metà di pena inflitta, sarebbe sempre ammesso in presenza di pene residue infratriennali, quando cioè, sussistendone gli altri presupposti, è consentita l'ammissione all'affidamento in prova. L'effetto «distorsivo», indotto dalla norma censurata nel sistema delle misure alternative alla detenzione, consisterebbe nel fatto che essa, pur «mantenendo la possibilità per il condannato ex art. 4-bis della legge 354/75 di accedere all'affidamento secondo gli ordinari limiti di pena – preclude paradossalmente al medesimo di ottenere, in casi in cui l'affidamento è ammissibile e tuttavia non è maturata la quota/parte dei due terzi di pena, il beneficio più contenuto» della semilibertà. La scelta legislativa confliggerebbe, pertanto, con il parametro della razionalità intrinseca, e il rilevato contrasto non sarebbe superabile in via interpretativa, in ragione della univocità del precetto che impone il limite della espiazione dei due terzi della pena inflitta per uno dei delitti previsti nel catalogo dell'art. 4-bis. 2. – Con atto depositato il 18 marzo 2008, è intervenuto in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, ed ha concluso per la declaratoria di inammissibilità o comunque di infondatezza della questione. In via preliminare la difesa erariale osserva come i benefici penitenziari dell'affidamento in prova al servizio sociale e della semilibertà, pur risultando assimilabili in un unico genus, siano dotati di autonomia tale da giustificare il diverso regime applicativo. Come le sanzioni penali, pur accomunate dall'afflittività, sono diversificate a seconda della gravità del fatto e della condizione soggettiva dell'autore, allo stesso modo le misure alternative, unificate dal punto di vista finalistico del reinserimento del condannato, si differenziano per funzione, scopi precipui e requisiti. L'Avvocatura generale richiama l'orientamento consolidato della Corte di cassazione, secondo il quale «sono distinti e autonomi gli elementi su cui si fondano la domanda di affidamento in prova al servizio sociale e quella diretta ad ottenere la semilibertà» (è richiamata Cassazione penale, sentenza n. 32 del 1992). È inoltre evidenziato come la diversità dei presupposti per l'ammissione alle misure alternative poste a raffronto sia stata riconosciuta anche dalla Corte costituzionale, con la sentenza n. 100 del 1997, nella quale si afferma che «se è vero che si è istituita una sorta di graduazione tra le due misure, considerando la semilibertà come una alternativa minore all'affidamento in prova […], ciò non toglie che la fisionomia dei due istituti sia rimasta ancorata ai presupposti e ai connotati propri di ciascuno di essi». Di conseguenza, «l'affidamento in prova può essere concesso solo per pene non superiori a tre anni (anche se costituenti residuo di maggior pena parzialmente scontata), e presuppone una valutazione favorevole circa l'idoneità della misura a contribuire alla rieducazione del condannato, e a prevenire il pericolo che egli commetta nuovi reati.