[pronunce]

, come si desume anche dalla circostanza che l'art. 10, comma 2, fa espresso richiamo all'art. 6, nel quale è appunto contenuta la modifica dell'art. 158, primo comma, cod. pen. (viene richiamata la sentenza della Corte di cassazione, sez. II, 5 maggio 2006, n. 19584). Ritiene il giudice a quo che l'art. 3 della Costituzione impone al legislatore, allorché escluda l'applicazione retroattiva di una norma che preveda un trattamento sostanziale più favorevole, di assicurare il pari trattamento dei cittadini, con la conseguenza che detta esclusione deve avere una giustificazione razionale. Lo stesso rimettente condivide le argomentazioni esposte, per i processi pendenti in primo grado, nella citata sentenza di incostituzionalità n. 393 del 23 ottobre 2006 citata – che possono estendersi ai procedimenti pendenti in grado di appello – secondo le quali è carente di razionalità una disciplina transitoria riguardante la entrata in vigore di una disciplina sostanziale, quale quella della prescrizione, che faccia dipendere la esclusione della retroattività della norma più favorevole solo dall'evoluzione del processo e dal grado in cui esso sia pervenuto ad una certa data, costituendo tale evoluzione e il relativo grado processuale aspetti irrilevanti rispetto al decorso, uguale per tutti, del termine di prescrizione, che non può trovare la sua ragion d'essere nel grado del processo il quale, come già osservato nella richiamata sentenza costituzionale, «non è in alcun modo idoneo a correlarsi significativamente ad un istituto di carattere generale come la prescrizione, e al complesso delle ragioni che ne costituiscono il fondamento, legato al già menzionato rilievo che il decorso del tempo da un lato fa diminuire l'allarme sociale e dall'altro rende più difficile l'esercizio del diritto di difesa». In caso contrario, qualora cioè l'effetto retroattivo della disciplina sopravvenuta sia collegato al mero dato processuale del superamento o meno di una certa soglia, può prospettarsi una intrinseca irragionevole disparità di trattamento tra coloro che hanno commesso il medesimo reato prima dell'entrata in vigore della nuova normativa, alcuni dei quali, solo perché più rapidamente processati, si trovino ad essere giudicati in base alla disciplina previgente, e coloro che, per cause diverse, abbiano beneficiato di un iter processuale più lento. In particolare, la scelta di individuare il momento della pendenza del processo in grado di appello come discrimine temporale per l'applicazione della lex mitior nei processi in corso di svolgimento in tale grado di giudizio alla data di entrata in vigore della legge n. 251 del 2005, non appare sostenuta dalla necessità di tutelare interessi di analogo rilievo, mentre «lo scrutinio di costituzionalità ex art. 3 della Costituzione, sulla scelta di derogare alla retroattività di una norma penale più favorevole al reo deve superare un vaglio positivo di ragionevolezza, non essendo a tal fine sufficiente che la norma derogatoria non sia manifestamente irragionevole» (cfr. la sentenza n. 393 del 2006), atteso il livello di rilevanza dell'interesse preservato dalla lex mitior, quale emerge dal grado di protezione accordatogli dal diritto interno, vincolato all'osservanza del diritto internazionale convenzionale e del diritto comunitario. Secondo il rimettente, inoltre, non è manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale della norma in questione anche con riferimento all'art. 10, secondo comma, e 11 della Costituzione, secondo cui l'ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute, in quanto tra le dette norme, come riconosciuto dalla citata sentenza n. 393 del 2006, si colloca il principio di necessaria applicazione della norma penale più favorevole, (ancorché non incluso nell'art. 25 della Costituzione), quale portato della civiltà giuridica internazionale ed espressamente previsto in convenzioni e trattati internazionali, tra cui l'art. 15 del Patto di New York, che sancisce che «Se posteriormente alla commissione del reato, la legge prevede l'applicazione di una pena più lieve, il colpevole deve beneficiarne»: principio che costituisce inoltre norma generale del diritto comunitario, secondo l'art. 6, secondo comma, del Trattato di Amsterdam, che statuisce che «L'Unione rispetta i diritti fondamentali quali sono garantiti dalla Convenzione Europea per la Salvaguardia dei Diritti dell'Uomo e delle Libertà Fondamentali, firmata a Roma 4 novembre 1950, e quali risultano dalle tradizioni costituzionali comuni degli Stati membri, in quanto principi generali del diritto comunitario»). In ossequio a tale principio, la Corte di Giustizia delle Comunità europee, con le sentenze 12 giugno 2003, nella causa C-112/00, 10 luglio 2003, nelle cause C-20/00 e C64/00 e da ultimo con la sentenza 3 maggio 2005, nelle cause C-387/02, C-391/02 e C-403/02, ha precisato che «Secondo una giurisprudenza costante, i diritti fondamentali costituiscono parte integrante dei principi generali del diritto di cui la Corte garantisce l'osservanza. A tal fine quest'ultima si ispira alle tradizioni costituzionali degli Stati membri e alle indicazioni fornite dai trattati internazionali in materia di tutela dei diritti dell'uomo. Orbene, il principio dell'applicazione retroattiva della pena più mite fa parte delle tradizioni costituzionali degli Stati membri. Ne deriva che questo principio deve essere considerato parte integrante dei principi generali del diritto comunitario che il giudice nazionale deve osservare quando applica il diritto nazionale adottato per attuare l'ordinamento comunitario». 4.2. Si è costituito in giudizio uno degli imputati e ha depositato una memoria, con la quale si ripercorrono le motivazioni della sentenza n. 393 del 2006 della Corte costituzionale, sostenendo la tesi della fondatezza della questione sollevata dalla Corte d'appello. La parte privata aggiunge inoltre che sarebbe discriminatorio ed irragionevole fissare una separazione nell'applicazione della lex mitior nel momento in cui è completato il dibattimento di primo grado. Nel caso di specie l'imputato ha optato per il rito abbreviato e si trova ora in grado di appello; gli imputati che non hanno chiesto il rito alternativo si trovano invece ancora in primo grado, con la conseguenza che in uno stesso originario processo finirebbero con il trovare applicazione due diverse leggi penali sostanziali. Parimenti fondata sarebbe la questione sotto il profilo del momento a partire dal quale decorre la prescrizione. La modifica dell'art. 158 cod. pen. riguardante il reato continuato, ad opera dell'art. 6, comma 2, della legge n. 251 del 2005, attenendo al diritto penale sostanziale e non a quello processuale, deve potersi applicare anche ai processi in corso, e dunque non può parimenti trovare un ostacolo nell'art. 10, comma 3, della legge n. 251 del 2005. 5.1.