[pronunce]

Ad avviso del rimettente, la norma censurata violerebbe l'art. 111, secondo comma, Cost., in relazione al principio di ragionevole durata del processo, nonché l'art. 3 Cost. sotto il profilo della ragionevolezza. La detta norma, dopo l'intervento del legislatore del 2011, avrebbe introdotto il carattere obbligatorio del calendario del processo a prescindere dal contesto in cui l'attività giurisdizionale è esercitata. In tal modo sarebbe stata tradita la ratio legis che ne aveva giustificato l'introduzione nel sistema normativo, andando a pregiudicare le esigenze di celerità e di organizzazione che la legge 18 giugno 2009, n. 69 (Disposizioni per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività nonché in materia di processo civile), avrebbe inteso tutelare e frustrando la stessa funzione del calendario, volta a consentire la prevedibilità dei tempi del processo ed a contribuire alla sua ragionevole durata. Ciò in quanto l'imposizione del detto strumento comporterebbe che: 1) negli uffici giudiziari con carichi lavorativi molto gravosi, il giudice sarebbe indotto "in prevenzione" - nel timore di non essere in grado di rispettare i termini fissati nel calendario e stante la minaccia della sanzione disciplinare nel caso di mancato rispetto degli stessi - a stabilire scansioni temporali ben più lunghe rispetto a quelle che di regola avrebbe pianificato, con un paradossale effetto di allungamento dei medesimi tempi; 2) considerata la difficoltà di gestire ruoli di migliaia di cause e di pianificare e programmare ognuna di esse, si allungherebbero i tempi per la pronuncia della stessa ordinanza ai sensi dell'art. 183, settimo comma, del codice di procedura civile; 3) al giudice non sarebbe consentito scegliere razionalmente i processi nei quali adottare o meno il calendario del processo, tenuto conto di eventuali urgenze, dei temi del contendere o della natura giuridica dei diritti coinvolti. 2.- La difesa dello Stato, costituendosi nel giudizio di legittimità costituzionale, ha eccepito l'inammissibilità della questione, «perché tende ad una pronuncia additiva con la quale la Corte costituzionale dichiari che la predisposizione del calendario è facoltativa anziché obbligatoria. Nel caso in esame tale pronuncia non è possibile in quanto la materia è rimessa alla discrezionalità del legislatore e non esiste una unica soluzione costituzionalmente obbligata». L'eccezione non è fondata. Infatti, il rimettente non chiede una pronuncia additiva scegliendola in un arco di possibili soluzioni, ma pone la questione in termini di stretta alternativa tra carattere obbligatorio o facoltativo del calendario giudiziario. In questa prospettiva la questione è ammissibile, perché circoscrive lo scrutinio di legittimità alla suddetta alternativa, con una decisa opzione a favore del carattere facoltativo che, a suo avviso, il calendario giudiziale dovrebbe avere, sulla base dei parametri costituzionali invocati. 3.- Il giudice a quo ha addotto una motivazione non implausibile sulla rilevanza della questione, come esposto in narrativa. Sul punto, del resto, non sono state sollevate specifiche eccezioni dalla difesa statale. Pertanto, anche per tale profilo essa deve considerarsi ammissibile. 4.- Nel merito, la questione non è fondata. La norma censurata (art. 81-bis disp. att. cod. proc. civ.), sotto la rubrica «Calendario del processo», stabilisce nel primo comma quanto segue: «Il giudice, quando provvede sulle richieste istruttorie, sentite le parti e tenuto conto della natura, dell'urgenza e della complessità della causa, fissa, nel rispetto del principio di ragionevole durata del processo, il calendario delle udienze successive, indicando gli incombenti che verranno in ciascuna di essa espletati, compresi quelli di cui all'articolo 189, primo comma. I termini fissati nel calendario possono essere prorogati, anche d'ufficio, quando sussistono gravi motivi sopravvenuti. La proroga deve essere richiesta dalle parti prima della scadenza dei termini». Nel secondo comma, essa aggiunge: «Il mancato rispetto dei termini fissati nel calendario di cui al comma precedente da parte del giudice, del difensore o del consulente tecnico d'ufficio può costituire violazione disciplinare, e può essere considerato ai fini della valutazione di professionalità e della nomina o conferma agli uffici direttivi e semidirettivi». La norma suddetta costituisce diretta emanazione dell'art. 175 cod. proc. civ. , che affida al giudice istruttore la direzione del procedimento, attribuendogli «tutti i poteri intesi al più sollecito e leale svolgimento» di esso. In particolare, «egli fissa le udienze successive e i termini entro i quali le parti debbono compiere gli atti processuali». Il legislatore, rendendo esplicito e disciplinando con maggior dettaglio il potere-dovere del giudice di formare il calendario del processo (quando provvede sulle richieste istruttorie e, quindi, non in relazione ad ogni causa e ad ogni momento di essa), ha inteso perseguire l'esigenza di rendere conoscibili alle parti (sia pure in modo non rigido) i tempi del processo stesso, la necessità di evitare (per quanto possibile) inutili rinvii e ancora la possibilità di realizzare il principio di ragionevole durata del processo, richiamato in modo espresso nel testo normativo. In sostanza, come è stato autorevolmente osservato, si tratta di uno strumento che consente un'organizzazione programmata del processo, attraverso un «governo dei tempi» delle fasi di necessaria articolazione della procedura, che ne riduca la durata, introducendo elementi di prevedibilità concreta del momento nel quale la causa arriverà a decisione. Ad avviso del rimettente, le finalità perseguite dalla norma censurata sarebbero rese vane, tradendo la ratio legis dell'istituto (di qui l'irragionevolezza della norma stessa, in violazione dell'art. 3 Cost.), in quanto l'imposizione dell'uso del calendario, specialmente negli uffici giudiziari con carichi lavorativi molto gravosi, indurrebbe il giudicante - nel timore di non poter rispettare i termini fissati e, perciò, d'incorrere nella sanzione disciplinare minacciata dal secondo comma della disposizione de qua - a stabilire scansioni temporali più lunghe di quelle che altrimenti avrebbe pianificato, con un paradossale effetto di "allungamento" dei tempi processuali. Inoltre, considerata la difficoltà di gestire ruoli di migliaia di cause e, quindi, di programmarle in modo adeguato, si dilaterebbero anche i tempi per l'emanazione dell'ordinanza ai sensi dell'art. 183, settimo comma, cod. proc. civ. Infine, non sarebbe consentito al giudice scegliere i processi in cui adottare o meno il calendario, tenuto conto di eventuali urgenze, temi del contendere o della natura giuridica dei diritti coinvolti. Queste tesi non possono essere condivise. Si deve premettere che, per costante giurisprudenza di questa Corte, il legislatore dispone di ampia discrezionalità nella conformazione degli istituti processuali (ex plurimis: sentenza n. 304 del 2011), con il solo limite della manifesta irragionevolezza delle scelte compiute (ex plurimis: sentenze n. 117 del 2012;