[pronunce]

Ciò, peraltro, va a bilanciare la particolarità di un sistema previdenziale – quello, appunto, dei lavoratori dello spettacolo – in cui numerosi lavoratori godono di condizioni di accesso alle prestazioni particolarmente vantaggiose, il che richiede necessariamente che i redditi più elevati debbano sostenere un onere previdenziale più pesante. Ne consegue l'infondatezza della questione, poiché lo strumento utilizzato dal legislatore, in sé del tutto ragionevole, serve a salvaguardare l'equilibrio generale del sistema.1. — Il Tribunale di Sanremo dubita, in riferimento all'art. 3 della Costituzione, della legittimità costituzionale dell'articolo 12, settimo comma, del d.P.R. 31 dicembre 1971, n. 1420 (Norme in materia di assicurazione obbligatoria per l'invalidità, la vecchiaia ed i superstiti gestita dall'Ente nazionale di previdenza e di assistenza per i lavoratori dello spettacolo), sia nel testo originario, sia in quello vigente; disposizioni entrambe determinanti la retribuzione da porre a base del calcolo per la pensione (c.d. retribuzione pensionabile) in misura notevolmente inferiore alla retribuzione effettivamente percepita ed a quella su cui vengono calcolati i contributi (c.d. retribuzione contributiva). Secondo il remittente le norme che stabiliscono il c.d. tetto pensionabile contrastano con l'invocato parametro costituzionale, anzitutto, perché danno luogo ad una disparità di trattamento rispetto agli assicurati presso l'INPS nel regime generale dell'assicurazione per l'invalidità, la vecchiaia ed i superstiti; in secondo luogo, perché irragionevolmente determinano la mancanza di corrispondenza tra i contributi versati e la prestazione previdenziale ricevuta. 2.— Il Tribunale di Bologna, con due ordinanze di contenuto sostanzialmente analogo, a sua volta sospetta di illegittimità costituzionale, con riferimento agli artt. 3, primo comma, 36, primo comma, e 38, secondo comma, Cost., l'art. 11, comma 2, della legge 30 dicembre 1991, n. 412 (Disposizioni in materia di finanza pubblica), «nella parte in cui, insieme alla introduzione di una più elevata contribuzione previdenziale sui compensi dati agli artisti lirici – in particolare con la previsione della contribuzione generica fino al massimo giornaliero di compenso di lire un milione – non ha disposto un corrispondente proporzionale aumento del massimo della retribuzione calcolabile ai fini della pensione, rimasto non modificato nella misura di lire 315.000 giornaliere». Il giudice a quo premette che la questione era stata già proposta negli stessi giudizi, aventi ad oggetto le domande di artisti lirici collocati in quiescenza prima del decreto legislativo 30 aprile 1997, n. 182, e che, con ordinanza di questa Corte n. 369 del 1998, era stata disposta la restituzione degli atti per un nuovo esame della rilevanza e dei termini della questione a seguito dell'entrata in vigore del decreto citato. Il remittente non soltanto conferma la rilevanza della questione, ma soggiunge che il divario tra retribuzione contributiva e retribuzione pensionabile è destinato ad aumentare perché diversi sono i criteri di rivalutazione dell'una e dell'altra e tali da comportare un maggiore aumento della prima. A sostegno della ritenuta non manifesta infondatezza della questione, il Tribunale di Bologna, con riferimento all'art. 3 Cost., sostiene che, mentre nell'originaria formulazione del d.P.R. n. 1420 del 1971 la retribuzione pensionabile e la retribuzione contributiva coincidevano, l'art. 11, comma 2, della legge n. 412 del 1991, modificando 1'art. 2 del medesimo d.P.R. n. 1420, ha elevato – triplicandolo – il tetto contributivo, senza modificare la misura della retribuzione pensionabile. Ciò, ad avviso del remittente, lede in modo irragionevole il principio di proporzionalità tra contribuzione e prestazioni, principio cui è informato il nostro sistema previdenziale, secondo quanto affermato anche da questa Corte nella sentenza n. 173 del 1986. Il mantenimento dell'originario tetto pensionabile verrebbe, inoltre, a ledere i diritti tutelati dagli artt. 36 e 38 della Costituzione. 3. — Deve essere disposta la riunione dei giudizi aventi ad oggetto questioni analoghe o connesse, delle quali è opportuna la trattazione unitaria. La rilevanza delle questioni è motivata in modo non implausibile dai remittenti, sicché, sotto tale profilo, non si ravvisano ragioni di inammissibilità. 4.— Le questioni sono invece inammissibili sotto altri aspetti. La tesi sostenuta da entrambi i giudici a quibus, costituente la base delle censure mosse alle disposizioni oggetto dello scrutinio, si fonda sul presupposto – esplicito nell'ordinanza del Tribunale di Sanremo e implicito in quelle del Tribunale di Bologna – che, mentre per i lavoratori assicurati presso l'INPS la misura della retribuzione pensionabile è stata elevata dall'art. 21, comma 6, della legge n. 67 del 1988, rendendo pensionabile anche l'eccedenza sia pure con aliquote decrescenti, il limite della retribuzione pensionabile sarebbe rimasto invariato per i lavoratori assicurati presso l'ENPALS. Tuttavia entrambi i remittenti, nel prospettare le loro tesi riguardo alla non manifesta infondatezza delle questioni sollevate, non si sono fatti carico di esaminare, interpretare e determinare i criteri applicativi della disposizione di cui all'art. 5 del decreto-legge 18 gennaio 1993, n. 11, convertito, con modificazioni, nella legge 19 marzo 1993, n. 70. Tale disposizione – che reca la rubrica “Interpretazione autentica” – stabilisce che «le disposizioni di cui alla legge 11 marzo 1988, n. 67, articolo 21, comma 6, devono essere interpretate nel senso che si applicano anche all'assicurazione generale obbligatoria per l'invalidità, la vecchiaia ed i superstiti gestita dall'Ente nazionale di previdenza ed assistenza per i lavoratori dello spettacolo (ENPALS)». La carente ricostruzione del quadro normativo di riferimento si traduce in una inidonea proposizione delle questioni di legittimità costituzionale sottoposte all'esame di questa Corte, con conseguente inammissibilità delle medesime. 5.— Per quanto concerne le ordinanze del Tribunale di Bologna, si deve anche soggiungere che esse errano nella individuazione della norma da impugnare. In giudizi il cui oggetto è la domanda di riliquidazione della pensione, sulla base di una retribuzione pensionabile maggiore di quella posta a fondamento della liquidazione praticata in via amministrativa dall'ente previdenziale – quali sono i giudizi a quibus – le norme che il giudice adito deve applicare, e delle quali avrebbe dovuto chiedere a questa Corte lo scrutinio, sono quelle concernenti appunto la base di calcolo della pensione e non quelle che – come la norma censurata – incidono sull'entità della contribuzione senza disciplinare nuovamente la retribuzione pensionabile. Ne consegue che la questione sollevata dal Tribunale di Bologna va ritenuta, anche sotto tale profilo, inammissibile..