[pronunce]

Sempre riportando la citata ordinanza di remissione, il giudice rileva che l'indicazione delle materie oggetto della delega attraverso il rinvio a fonti esterne alla stessa legge, come nel caso dell'art. 7, comma 1, suddetto, desta dubbi in ordine al rispetto del requisito previsto dall'art. 76 della Costituzione, che imporrebbe una delega conferita per oggetti definiti. Aggiunge tuttavia che, rispetto alla questione in esame, non rileva tanto il problema della conformità della delega ai criteri di specificità imposti dall'art. 76 della Costituzione, quanto il rispetto della delega da parte dell'art. 299, e quindi «la conformità della menzionata norma ai principî di cui all'art. 77», primo comma, della Costituzione. Ancora riprendendo brani dell'ordinanza di rimessione suddetta, lo stesso giudice rileva che l'ambito entro cui può legittimamente muoversi il legislatore delegato è dato dalla lettera d) del comma 2 dell'art. 7 citato, secondo cui possono essere modificati, rispetto alla regolamentazione previgente, solo gli aspetti che servono a semplificare il linguaggio normativo o a garantire coerenza logica e sistematica alla normativa, il che spiegherebbe anche l'assenza di criteri e principî direttivi sull'oggetto delle materie delegate, atteso che le “strutture portanti” che la disciplina della materia già possiede non possono essere modificate. In tale direzione, l'abrogazione dell'art. 84 citato – sostiene il remittente – non risponde a necessità di semplificazione né di armonizzazione (così come non appare semplificato il nuovo procedimento di restituzione delineato dal testo unico, anche mediante l'abrogazione dell'art. 264 del codice di rito) , ma è il frutto di una non condivisibile, perché superficiale ed affrettata, valutazione di superfluità. Inoltre, il potere di semplificare e armonizzare non comprende quello di innovare in ordine al componimento degli interessi potenzialmente in contrasto, come ha fatto la norma impugnata che, attraverso l'abrogazione dell'art. 84, risulta inadeguata a tutelare le ragioni economiche dello Stato in tutti i casi in cui non si provvede alla vendita immediatamente dopo il decorso di trenta giorni dalla rituale comunicazione della restituzione all'avente diritto. Una norma che interviene a disciplinare l'esistente, aggiunge il giudice a quo, non può ignorare che, per effetto dei carichi di lavoro, dell'esistenza di termini ordinatori e, in genere, di possibili disfunzioni nel passaggio del fascicolo da un ufficio all'altro, sia «assolutamente normale che passi qualche mese» prima che il giudice provveda alla vendita. Conclusivamente, sostiene lo stesso giudice, il legislatore delegato ha ecceduto i limiti della delega modificando la normativa preesistente oltre le necessità proprie della semplificazione e senza che possa ritenersi sussistente il naturale rapporto di riempimento tra norma delegata e delegante alla luce della ratio di quest'ultima, idoneo a far ritenere che il silenzio della delega non osta all'emanazione di norme che rappresentino lo sviluppo e il completamento della scelta espressa dal legislatore delegante e delle ragioni ad essa sottese.1. – Il Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Napoli (reg. ord. n. 356 del 2003) dubita della legittimità costituzionale degli artt. 151 e 154 del decreto del Presidente della Repubblica 30 maggio 2002, n. 115 (Testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di spese di giustizia), nella parte in cui prevedono l'emanazione di un'ordinanza successiva rispetto a quella prevista dal precedente art. 150, che dispone la restituzione delle somme sequestrate, in riferimento all'art. 76 della Costituzione, ritenendo che il legislatore delegato abbia ecceduto dalla delega conferita con l'art. 7, comma 2, lettera a), della legge 8 marzo 1999, n. 50 (Delegificazione e testi unici di norme concernenti procedimenti amministrativi – legge di semplificazione 1998), come modificato dall'art. 1 della legge 24 novembre 2000, n. 340 (Disposizioni per la delegificazione di norme e per la semplificazione di procedimenti amministrativi – legge di semplificazione 1999), che rinvia ai criteri – individuati dall'art. 20 della legge 15 marzo 1997, n. 59 – di semplificazione, di snellimento dei procedimenti, di riduzione dei tempi, di eliminazione delle fasi inutili e di soppressione di organi e fasi endoprocedimentali superflue, mentre la disciplina dettata sarebbe contraria a tali principî; e inoltre, in riferimento agli artt. 3 e 97 della Costituzione, sotto il profilo del mancato rispetto dei canoni di ragionevolezza e di buon andamento della pubblica amministrazione, atteso che i provvedimenti adottati nell'esercizio delle funzioni giurisdizionali coinvolgono necessariamente gli uffici amministrativi e che l'inutile duplicazione di atti è manifestamente irragionevole rispetto all'interesse pubblico perseguito. Il Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Verona (reg. ord. n. 1188 del 2003) dubita della legittimità costituzionale degli artt. 150, 151, 154 e 299 – quest'ultimo in quanto abrogativo dell'art. 264 del codice di procedura penale – del decreto legislativo 30 maggio 2002, n. 113 (Testo unico delle disposizioni legislative in materia di spese di giustizia), come riprodotti nel d.P.R. n. 115 del 2002, nella parte in cui disciplinano anche il «caso prima regolato dall'art. 264 del codice di procedura», in riferimento all'art. 76 della Costituzione, per mancanza di una valida delega in tema di restituzione dei beni in sequestro; subordinatamente, nella parte in cui gli stessi articoli disciplinano in modo difforme rispetto alla disciplina previgente anche il «caso prima regolato dall'art. 264 del codice di procedura», sempre in riferimento all'art. 76 della Costituzione, per contrarietà ai principî e criteri direttivi posti dalla lettera d), comma 2, dell'art. 7 della legge n. 50 del 1999, come modificato dall'art. 1 della legge n. 340 del 2000; e inoltre nella parte in cui prevedono attività ripetitive e inutili con effetti di inefficienza sull'amministrazione della giustizia, in riferimento all'art. 97, primo comma, anche in relazione all'art. 3 della Costituzione, sotto il profilo del buon andamento. Lo stesso giudice dubita, in via ulteriormente subordinata e in riferimento all'art. 76 della Costituzione, della legittimità costituzionale dell'art. 7 della legge n. 50 del 1999, come modificato dall'art. 1 della legge n. 340 del 2000, nella parte in cui non detta criteri e principî direttivi idonei a definire i tratti fondamentali e le scelte rilevanti con riferimento alle materie delegate. Altro Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Verona (reg. ord. n. 492 del 2004)