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Ai quattro giovani accusati della barbara uccisione del cane Angelo, avvenuta a Sangineto nel novembre 2016, veniva applicata per la prima volta in Italia la pena massima prevista dalle leggi vigenti per l'uccisione di un animale: sedici mesi di reclusione, in applicazione del rito abbreviato, invece dei ventiquattro previsti dall'articolo 544- bis del codice penale. Eppure, nonostante la condanna, resa più semplice dal fatto che i responsabili avessero anche prontamente diffuso il video dell'uccisione sui social , i quattro aguzzini non sconteranno neppure un giorno di carcere. In quanto incensurati, hanno infatti definitivamente ottenuto la sospensione della pena, sebbene subordinata alla prestazione di sei mesi di lavori di pubblica utilità presso associazioni a tutela degli animali. Sentenza severa, quindi, ma ad efficacia zero. Ma le atrocità non finiscono qui. Le organizzazioni animaliste diffondono, ormai da tanti anni, immagini di macelli italiani in cui, in deroga alla normativa vigente, gli animali vengono trasformati in carne senza essere prima storditi, come invece dovrebbe essere per evitare che soffrano durante la macellazione. Eppure, nell'ultimo decennio, l'apparente superamento di una prospettiva ancora esclusivamente antropocentrica e l'affermarsi di una cultura sociale più evoluta e sensibile nei confronti degli animali – sancita anche da fonti normative europee e internazionali, che hanno impegnato gli Stati ad introdurre, nel corso degli anni, norme minime di tutela all'interno dei singoli ordinamenti nazionali – sembravano avere aperto la strada ad una svolta concreta. A tale proposito, tra le importanti novità introdotte dal Trattato di Lisbona del 2009, vale la pena di ricordare il grande passo in avanti compiuto dall'Unione europea nella tutela dei diritti degli animali: l'articolo 13 del Trattato sul funzionamento dell'Unione europea (TFUE), infatti, ha definitivamente sancito il principio giuridico della tutela degli animali in quanto veri e propri « esseri senzienti » e, di conseguenza, gli Stati nazionali sono stati chiamati a tenere pienamente conto delle esigenze legate al loro benessere. Ma, ciononostante, siamo ancora lontani dall'obiettivo. Nel 2017, a seguito di alcuni noti fatti di cronaca e del ripetersi di condotte delittuose nei confronti di animali – come la vicenda di un uomo che aveva acquistato alcuni cuccioli con l'unico scopo di inveire sugli stessi con violenza, fino a soffocarli e ucciderli a coltellate – il Parlamento inglese ha provveduto ad introdurre una modifica legislativa volta ad elevare le pene massime previste in caso di delitti contro gli animali, adeguandole a quelle già in vigore in Irlanda, Canada e Australia, dove la pena massima per il maltrattamento di animali era stata aumentata già da tempo: chiunque si renda colpevole del reato di maltrattamento rischia oggi una condanna fino a cinque anni di reclusione, mentre la disciplina previgente prevedeva una pena detentiva massima di sei mesi. La stessa pena si applica a chiunque organizzi combattimenti tra animali. Anche in Italia è ormai largamente diffusa l'opinione che la portata dissuasiva delle norme vigenti non sia sufficientemente adeguata a scoraggiare il verificarsi di condotte criminose a danno degli animali e, peggio ancora, che non sia neppure sufficientemente certa la risposta sanzionatoria nei confronti di coloro che si rendono responsabili di tali condotte. Nel nostro ordinamento le fattispecie delittuose che sanzionano comportamenti dell'uomo nei confronti degli animali sono, essenzialmente, quelle introdotte dalla legge 20 luglio 2004, n. 189, nell'ambito del nuovo titolo IX- bis del libro II del codice penale (rubricato « Dei delitti contro il sentimento per gli animali » – articoli 544- bis e successivi) e oggetto di modifiche ad opera della successiva legge 4 novembre 2010, n. 201, la quale, oltre a prevedere un inasprimento delle pene previste per i reati di uccisione e maltrattamento di animali, ha disciplinato il traffico illecito di animali, provvedendo contestualmente a ratificare la Convenzione del Consiglio d'Europa del 1987 per la protezione degli animali da compagnia. In particolare, per il delitto di uccisione di animali, l'articolo 544- bis del codice penale prevede, attualmente, da quattro mesi a due anni di reclusione. Quanto al reato di maltrattamento di animali, l'articolo 544- ter del codice penale stabilisce che sia punito con la reclusione da tre a diciotto mesi o con la multa da 5.000 a 30.000 euro, « chiunque, per crudeltà o senza necessità, cagiona una lesione ad un animale ovvero lo sottopone a sevizie o a comportamenti o a fatiche o a lavori insopportabili per le sue caratteristiche etologiche ». Il secondo comma del medesimo articolo prevede che la stessa pena si applica a chiunque somministri agli animali sostanze stupefacenti o vietate, come nel caso dei cani da combattimento e, infine, il terzo comma dispone che la pena sia aumentata della metà qualora dai maltrattamenti derivi la morte dell'animale. Si tratta, tuttavia, di una sanzione considerata da più parti inadeguata, anche perché – salvi i casi di recidiva e considerati gli aspetti processuali delle singole vicende – è quasi impossibile che i colpevoli finiscano in carcere, potendo quasi sempre optare per la sospensione condizionale della pena: in definitiva, com'è accaduto per gli aguzzini del cane Angelo, chi maltratta o uccide un animale viene condannato esclusivamente al pagamento di una multa, più o meno elevata a seconda dei casi. Quanto alle lotte tra animali, neppure l'introduzione, con la citata legge n. 189 del 2004, di apposite fattispecie di reati per i casi di spettacoli o manifestazioni che comportino sevizie o strazio per gli animali (articolo 544- quater del codice penale) e di combattimenti o competizioni non autorizzate (articolo 544- quinquies del codice penale), con relative sanzioni penali e pecuniarie (da quattro mesi a due anni di reclusione o multa da 3.000 a 15.000 euro in caso di spettacoli o manifestazioni vietati e da uno a tre anni di reclusione e multa da 50.000 a 160.000 euro per i combattimenti tra animali) è stata incisiva nel ridurre il proliferare di un fenomeno che, stando al Rapporto zoomafia 2018, sembra essere ripreso ad un ritmo allarmante. Per tutti questi motivi, l'esigenza di porre in essere un inasprimento del quadro sanzionatorio previsto dal nostro ordinamento, in caso di delitti contro gli animali, si fa sempre più pressante. In particolare, l'articolo 3 del presente disegno di legge dispone un aumento della pena di cui all'articolo 544- bis del codice penale per il reato di uccisione di animali, con un innalzamento del minimo edittale previsto, da quattro mesi a un anno di reclusione, e del massimo, da due a cinque anni di reclusione, per chiunque cagioni, per crudeltà o senza necessità, la morte di un animale.