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I Costituenti furono tutti d’accordo nel riconoscere il fondamentale ruolo dei partiti politici, ma non sul fatto di sottoporli a vincoli e a verifiche sulla loro vita interna; si preferì allora non intervenire su questo aspetto, per la preoccupazione, espressa soprattutto da parte degli esponenti della sinistra, che si arrivassero a definire «una indebita ingerenza e un pericoloso criterio di esclusione». È opinione condivisa che sulle decisioni dei nostri Costituenti pesò il clima politico di quegli anni con l’inizio della guerra fredda e la rottura intervenuta tra i partiti che avevano dato vita al Comitato di liberazione nazionale (CLN), con l’esclusione cioè del Partito comunista italiano (PCI) e del Partito socialista italiano (PSI) dal governo. A sinistra si temeva l’uso che avrebbe potuto fare la maggioranza di norme che consentissero un controllo stringente sulla vita interna dei partiti. In questa prospettiva la democraticità del sistema apparve meglio tutelata dalla «lacuna della legge» piuttosto che da una integrale attuazione legislativa dell’articolo 49 della Costituzione, dando spazio in questo modo a una concezione «privatistica» del partito politico. La questione tornò d’attualità, agli inizi degli anni ’60, nel corso delle polemiche contro la cosiddetta «partitocrazia», dove si intrecciarono due filoni diversi: da una parte, quanti denunciavano l’ipertrofia del ruolo dei partiti, il loro predominio su ogni aspetto della vita pubblica e, dall’altra parte, quanti invece paventavano la burocratizzazione degli apparati, conseguenza delle spinte oligarchiche, e richiamavano all’esigenza di regolamentare la vita interna dei partiti. È in questo contesto che nel 1958 Sturzo presentò al Senato della Repubblica un disegno di legge sul finanziamento dei partiti, mai discusso, che prevedeva il riconoscimento della personalità giuridica dei partiti. Altri progetti furono predisposti negli anni ’60 dalla Commissione per i problemi costituzionali del Partito repubblicano italiano (PRI) e dal Club Turati, ma neppure questi riuscirono ad approdare in Parlamento (L. Tentoni, La regolamentazione giuridica del partito politico in Italia, sul sito www.giuffre.it nella rubrica «il diritto di tutti», Giuffrè, Milano, 2004). Il tema tornò all’attenzione del legislatore a metà degli anni ’70 con il dibattito sul finanziamento pubblico dei partiti. A metà degli anni ’80, nella relazione di maggioranza della Commissione Bozzi, la prima Commissione bicamerale per le riforme istituzionali, venne avanzata una proposta di riformulazione dell’articolo 49 della Costituzione, che prevedeva: «disposizioni dirette a garantire la partecipazione degli iscritti a tutte le fasi di formazione della volontà politica dei partiti, compresa la designazione dei candidati alle elezioni, il rispetto delle norme statutarie, la tutela delle minoranze». Anche questa iniziativa non si tradusse in un concreto intervento legislativo ma segnò una sorta di inversione di rotta, e nuovi progetti di legge sull’attuazione dell’articolo 49 della Costituzione vennero presentati alle Camere a partire dalla IX legislatura. Attualmente giacciono in Parlamento diversi progetti di legge di iniziativa parlamentare, ma la novità politica più significativa è arrivata dai seminari di studi dell’associazione «I Popolari» (Chianciano, 29, 30 settembre e 1º ottobre 2006 ) , e degli eletti de L’Ulivo (Orvieto, 6 e 7 ottobre 2006). In particolare, a Orvieto, nel documento del gruppo di lavoro sulla «forma partito», viene indicato, tra i futuri impegni del Partito democratico, la presentazione di «un progetto di legge per la disciplina della democrazia interna ai partiti politici che dia attuazione all’articolo 49 della Costituzione» (G. Boselli e M. Morandi, a cura di, I cattolici e il nuovo partito, da Chianciano al Manifesto del PD, Diabasis, 2007). Come ha osservato Andrea Manzella, se il partito è strumento di un diritto politico individuale, tale diritto non può esercitarsi se non trova procedure capaci di assicurare la partecipazione democratica degli associati. E, allo stesso tempo, se i partiti sono costituzionalmente inseriti nel circuito di «determinazione» della politica nazionale, anche la loro struttura interna e i loro processi decisionali devono ispirarsi a regole di democraticità e di trasparenza, come avviene negli altri luoghi istituzionali della politica (A. Manzella, Se il partito diventa un taxi..., La Repubblica, 12 aprile 1995). In gioco ci sono gli stessi diritti dei cittadini che vogliono partecipare alla vita dei partiti, che intendono «concorrere a determinare la politica nazionale». La fonte non necessariamente va tutta trovata nella legge, che può limitarsi a stabilire alcuni princìpi, ma può essere collocata negli stessi statuti dei partiti, preventivamente approvati e depositati, cui potrebbe essere richiesto un «contenuto minimo». I cittadini -- non dimentichiamo lo -- sono i soggetti considerati dall’articolo 49, mentre i partiti sono solo lo strumento. Essi hanno bisogno di vedere tutelato il loro diritto di partecipazione, non solo attraverso i consueti strumenti (dal diritto di iscrizione fino al diritto di accesso alle informazioni) ma anche tramite forme nuove di partecipazione alle loro decisioni, in particolare a quelle -- come la presentazione delle candidature -- il cui rilievo pubblicistico è più marcato. In altri Paesi questo avviene in due modi: o attraverso elezioni primarie (che non riguardano, ormai, solo gli Stati Uniti), fissate per legge o promosse dai partiti stessi, o attraverso altre forme di partecipazione alla vita dei partiti. Una corretta vita interna dei partiti non la richiedono, quindi, solo il diritto costituzionale e quello parlamentare, ma anche lo stesso diritto privato; non riguarda solo il buon funzionamento dei circuiti della democrazia, ma anche i diritti degli iscritti (A. Barbera, La regolamentazione dei partiti: un tema da riprendere, Quaderni costituzionali, n. 2, giugno 2006, p. 326). Sì tratta di garantire la possibilità del ricambio alla guida del partito, di salvaguardare l’espressione del dissenso interno, la partecipazione delle minoranze agli organi deliberati vi, la disponibilità delle strutture, dei mezzi e degli organi di informazione ufficiali del partito, e soprattutto la disciplina delle procedure per la scelta dei candidati, lasciando all’autonomia statutaria le modalità di attuazione di tali regole. Che succede in Europa Tra i Paesi dell’Unione europea che hanno una normativa di carattere generale riguardante i partiti ci sono la Germania (Gesetz über die politischen Parteien -- Parteiengesetz, 22 Dezember 2004) , la Spagna (Ley orgémica de partidos polìticos, n. 6/2002) e il Portogallo (Lei organica dos partidos politicos, n. 2/2003). Qui è la stessa Costituzione a prevedere specifiche disposizioni in materia di partiti; si tratta di Paesi, non a caso, le cui Costituzioni sono state approvate dopo esperienze di dittatura e di partito unico.