[pronunce]

che, in via subordinata, la medesima interventrice ha concluso per la dichiarazione di illegittimità costituzionale della norma denunciata, ove interpretata nel senso della irreclamabilità del decreto di ammissibilità della domanda, per contrasto con gli artt. 3 e 24 Cost., sotto il profilo, rispettivamente, della irragionevole disparità di trattamento tra le parti e dell'ingiustificato sacrificio che subirebbe, con la negazione di una immediata revisione della preliminare valutazione di ammissibilità, il diritto di agire dello Stato, anche in relazione a quanto statuito dalla Corte costituzionale (sentenza n. 253 del 1994) circa l'irragionevolezza della preclusione di un riesame della questione preliminare da parte di un giudice diverso da quello che ha già pronunciato il provvedimento reclamato; che, in prossimità dell'udienza pubblica, l'intervenuta Marisa Nebbia ha depositato memoria, nella quale riprende e sviluppa ulteriormente le argomentazioni già svolte nell'atto di intervento a sostegno delle sue conclusioni, sottolineando, in particolare, che la giurisprudenza di legittimità recentemente si è andata sempre più orientando nel senso di attribuire al giudizio di ammissibilità ex art. 5 della legge n. 117 del 1988 carattere di “cognizione piena e definitiva” quanto alla configurabilità, nei fatti contestati, dei requisiti e delle condizioni, cui la legge subordina la responsabilità civile dei magistrati; che tale orientamento – a suo avviso – conforta la tesi interpretativa che vuole soggetto a reclamo dinanzi alla corte di appello anche il decreto che dichiara ammissibile la domanda risarcitoria, in applicazione della disciplina generale dei provvedimenti pronunciati in camera di consiglio (art. 739 cod. proc. civ.); che, ove si ritenesse inaccoglibile tale interpretazione, non si potrebbe negare fondamento alla sollevata questione di legittimità costituzionale, sulla base dei principî altre volte affermati dalla Corte costituzionale (in specie, nella sentenza n. 253 del 1994 e, già prima, nella sentenza n. 70 del 1965 e poi, ultimamente, nella sentenza n. 493 del 2002); che, infatti, l'esclusione della reclamabilità del decreto «determinerebbe una disparità di trattamento ed una lesione del diritto di agire in giudizio prive di razionale giustificazione, non essendovi ragione alcuna, nella fattispecie, per limitare l'operatività del principio della parità delle parti e, oltre tutto, per confiscare ad una di esse la possibilità di far decidere, sulla preliminare questione di ammissibilità, un giudice diverso da quello che ha già pronunciato sull'argomento». Considerato che la Corte di appello di Venezia dubita, in riferimento agli artt. 3 e 24 della Costituzione, della legittimità costituzionale dell'art. 5 della legge 13 aprile 1988, n. 117 (Risarcimento dei danni cagionati nell'esercizio delle funzioni giudiziarie e responsabilità civile dei magistrati), nella parte in cui «non prevede la facoltà di proporre reclamo avverso il decreto, adottato ai sensi del primo comma di detto articolo, che dichiari l'ammissibilità della domanda»; che la questione – sollevata dal rimettente sul presupposto, correttamente desunto dall'inequivoca lettera della norma, della reclamabilità del solo decreto di inammissibilità – è manifestamente infondata; che, infatti, la previsione dell'impugnabilità del provvedimento secundum eventum litis non può ritenersi irragionevole, né, attesa la specialità della disciplina, con riguardo al regime della reclamabilità previsto in via generale dall'art. 739 del codice di procedura civile, né adottando come tertium comparationis il procedimento di cui all'art. 274 del codice civile, dal momento che quest'ultimo è costruito dal legislatore come giudizio autonomo e pregiudiziale rispetto al successivo giudizio di merito, laddove l'art. 5 della legge n. 117 del 1988 prevede come interna ad un unitario giudizio la fase dedicata alla delibazione della ammissibilità dell'azione; che, risolvendosi il provvedimento di inammissibilità in un rigetto della domanda (allo stato degli atti ovvero definitivo: cfr. , rispettivamente, le ipotesi di cui all'art. 4 e quelle di cui agli artt. 2 e 3, nonché di manifesta infondatezza), è del tutto evidente la necessità di prevederne non solo la reclamabilità, ma anche la ricorribilità per cassazione (art. 111, settimo comma, Cost.), laddove avverso il provvedimento di ammissibilità – che ha l'unico effetto di consentire la prosecuzione del giudizio di merito ed è intrinsecamente inidoneo a pregiudicare la decisione della causa (art. 279, quarto comma, cod. proc. civ.) – ben poteva il legislatore, nella sua discrezionalità, prevedere l'impugnabilità immediata ovvero escluderla; che, pertanto, la scelta operata dal legislatore – vincolata da ineludibili principî costituzionali (artt. 3, 24 e 111 Cost.) riguardo al provvedimento di inammissibilità – si sottrae ad ogni censura quanto al regime del provvedimento che dichiara ammissibile l'azione, non solo in riferimento all'art. 3 Cost. (sia sotto il profilo della ragionevolezza che sotto quello della disparità di trattamento), ma anche in riferimento all'art. 24 Cost., dal momento che da essa discende, da un lato, che il “filtro” costituito dalla previa delibazione dell'ammissibilità della domanda non si trasforma – come accadrebbe ove fosse consentita l'impugnabilità immediata – in un (potenzialmente grave) ostacolo all'esercizio del diritto di azione garantito dal medesimo art. 24 Cost. (e in causa di irragionevole durata del processo: art. 111, secondo comma, Cost.) e, dall'altro lato, che il provvedimento è assoggettato ad un regime – analogo a quello del provvedimento sull'estinzione del giudizio: art. 308 cod. proc. civ. – che non preclude, successivamente, alcuna attività difensiva alla parte soccombente ed alcun riesame delle questioni provvisoriamente decise dal decreto di ammissibilità; che “il carattere pieno e definitivo della cognizione in ordine ai presupposti e ai termini dell'azione di cui agli artt. 2, 3 e 4 della legge”, ripetutamente affermato dalla Corte di cassazione nel sindacare la legittimità di provvedimenti dichiarativi dell'inammissibilità, è del tutto coerente con la sostanziale natura (di provvedimento di rigetto della domanda) del decreto di inammissibilità, ma certamente non vale (né mira) a precludere il riesame delle questioni esaminate e decise con il decreto di ammissibilità né nel prosieguo del giudizio né negli eventuali successivi gradi di impugnazione della sentenza.. . per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE dichiara la manifesta infondatezza della questione di legittimità costituzionale dell'art. 5 della legge 13 aprile 1988, n. 117 (Risarcimento dei danni cagionati nell'esercizio delle funzioni giudiziarie e responsabilità civile dei magistrati) sollevata, in riferimento agli artt. 3 e 24 della Costituzione, dalla Corte di appello di Venezia con l'ordinanza in epigrafe.