[pronunce]

che, quanto alla rilevanza delle sollevate questioni, il giudice rimettente afferma che essa è insita «nella possibilità stessa di proporre l'azione revocatoria» fallimentare, «pur in presenza di autorizzazione all'esecuzione del programma di ristrutturazione», grazie alla previsione dell'art. 6, comma 1, del decreto-legge n. 347 del 2003, e che «la rilevanza riverbera, poi, anche sotto il profilo del computo dei termini del così detto periodo sospetto, in quanto è evidente, che, qualora si superasse la questione precedente, nel corso del processo sarebbe indispensabile esaminare i crediti revocandi a partire da un determinato momento storico in poi, integrante, appunto, il già detto periodo sospetto, all'interno del quale deve ricadere l'atto solutorio oggetto dell'azione revocatoria»; che, quanto alla non manifesta infondatezza della questione sub a), in riferimento all'art. 3 Cost., il giudice a quo, riproducendo la motivazione di altre ordinanze di rimessione pronunciate dallo stesso Tribunale nelle date del 18 novembre 2005, e del 16, 20 e 23 febbraio 2006, osserva che l'amministrazione straordinaria cosiddetta “accelerata” (introdotta dal decreto-legge n. 347 del 2003) e la procedura di amministrazione straordinaria “ordinaria” (disciplinata dal d.lgs. n. 270 del 1999) si differenziano per quanto attiene alle «fasi di ingresso» ed ai requisiti dimensionali concernenti il numero dei dipendenti e l'entità dei debiti, senza che le innovazioni introdotte dal decreto-legge n. 347 del 2003 alterino i caratteri comuni con quelli della procedura disciplinata dal d.lgs. n. 270 del 1999; che in entrambe le procedure è prevista l'esperibilità dell'azione revocatoria fallimentare, ma che questa, nella procedura cosiddetta “ordinaria”, è consentita «soltanto se è stata autorizzata l'esecuzione di un programma di cessione dei complessi aziendali» (art. 49, comma 1, del d.lgs. n. 270 del 1999) , e ciò coerentemente con la ratio dell'azione, che, secondo la concezione “indennitaria”, mira a ricostituire il patrimonio dell'imprenditore, ovvero, secondo la configurazione “antindennitaria”, tende a distribuire le perdite nell'ambito di una cerchia di creditori più ampia rispetto a quella che comprende soltanto i soggetti che sono tali al tempo dell'apertura della procedura; che, nonostante questa duplice finalità, recuperatoria e redistributiva, non sia conciliabile con una procedura strumentale alla conservazione dell'impresa, la norma denunciata ha irragionevolmente esteso a questa ipotesi l'ambito di applicabilità dell'azione revocatoria fallimentare, interrompendo «immotivatamente quel legame di continuità […] tra finalità concretamente perseguita dalla procedura e strumenti alla stessa connessi»; che l'ammissibilità dell'azione nella fase di risanamento dell'impresa ha «ampliato il sacrificio dei terzi, ribaltando la scelta consapevolmente operata con l'art. 49» del d.lgs. n. 270 del 1999, in violazione del canone di ragionevolezza, poiché le azioni disciplinate dai succitati artt. 6 e 49 riguardano procedure analoghe, che coinvolgono interessi omogenei e perseguono il medesimo obiettivo; che non vale sostenere la compatibilità dell'azione revocatoria con l'ipotesi di cessione dell'attività d'impresa, realizzata mediante un concordato, ad un soggetto terzo (l'assuntore o una diversa società), in quanto la norma censurata prevede in linea generale la proponibilità dell'azione revocatoria anche qualora sia stato autorizzato il programma di ristrutturazione, indipendentemente dalla circostanza che questo sia realizzato secondo le modalità ordinarie (art. 4 del decreto-legge n. 347 del 2003), ovvero mediante un concordato, che può costituire uno degli strumenti del programma di ristrutturazione (art. 4-bis, comma 1, dello stesso decreto-legge); che, sempre quanto alla non manifesta infondatezza della medesima questione, in riferimento all'art. 41 Cost., il giudice a quo osserva che il risanamento dell'impresa attuato mediante l'esperimento dell'azione revocatoria fallimentare costituisce un ingiustificato privilegio per l'impresa ammessa alla procedura e realizza un effetto distorsivo della concorrenza, in quanto il ricavato dell'azione revocatoria non è destinato al soddisfacimento dei creditori, ma costituisce una forma di finanziamento forzoso a favore dell'impresa insolvente ed a carico dei terzi; che, quanto alla non manifesta infondatezza della questione sub b), relativa all'art. 6, comma 1-ter, del decreto-legge n. 347 del 2003, il quale fa decorrere il cosiddetto periodo sospetto «dalla data di emanazione del decreto di cui al comma 2 dell'articolo 2», ossia del decreto ministeriale di ammissione alla procedura, e «si applica anche in tutti i casi di conversione della procedura in fallimento», il Tribunale – rilevato che l'art. 49, comma 2, del d.lgs. n. 270 del 1999 fa decorrere i medesimi termini dalla dichiarazione dello stato di insolvenza , e dunque da un momento successivo a quello indicato dalla norma denunciata – osserva che tale anticipazione sarebbe «del tutto ingiustificata e irragionevole», sì da violare l'art. 3 Cost.; che, quanto alla non manifesta infondatezza della questione sub c), sollevata in riferimento all'art. 42 Cost., relativa al combinato disposto degli artt. 6, comma 1, e 4-bis, comma 10, del decreto-legge n. 347 del 2003, il giudice rimettente – premesso che, in caso di vittorioso esperimento dell'azione revocatoria fallimentare, il creditore soccombente, che abbia restituito la somma percepita, diviene «titolare di un corrispondente diritto di credito, d'ammontare pari a quello della soccombenza», e che il citato art. 4-bis, comma 10, stabilisce che, in caso di approvazione del concordato, «la sentenza è provvisoriamente esecutiva e produce effetti nei confronti di tutti i creditori per titolo, fatto, ragione o causa anteriore all'apertura della procedura di amministrazione straordinaria» – osserva che la lettera di tale disposizione non consente al creditore convenuto, che risulti soccombente a seguito dell'esercizio dell'azione revocatoria fallimentare, di far valere, ai sensi dell'art. 71 della legge fallimentare, nei confronti dell'assuntore il suo credito in quanto originato da «un fatto sicuramente posteriore all'apertura della procedura»; che, nel giudizio di cui all'ordinanza n. 329 r.o. del 2006, si è costituita Banca Popolare di Milano soc. coop. a r. l., parte convenuta nel processo principale, chiedendo che le questioni siano accolte; che in entrambi i giudizi dinanzi alla Corte si è, altresì, costituita Parmalat s.p.a. in amministrazione straordinaria, in persona del commissario straordinario, la quale ha concluso per l'inammissibilità o, in subordine, per l'infondatezza delle questioni;