[pronunce]

Il ricorrente aveva dedotto, in specie, la contrarietà della disciplina interna all'art. 6, paragrafo 1, della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali (CEDU), firmata a Roma il 4 novembre 1950 e ratificata con legge 4 agosto 1955, n. 848, così come interpretato dalla Corte europea dei diritti dell'uomo, censurando il mancato accoglimento della propria richiesta di trattazione del procedimento in udienza pubblica. Ad avviso della Corte rimettente, la doglianza sarebbe condivisibile. Il giudice a quo ricorda come il problema della compatibilità dei procedimenti in camera di consiglio con il principio di pubblicità delle udienze, sancito dalla citata norma convenzionale, sia stato affrontato più volte tanto dalla Corte europea dei diritti dell'uomo che dalla Corte costituzionale. Particolare rilievo assumerebbe, nel frangente, la sentenza 10 aprile 2012, Lorenzetti contro Italia, con la quale la Corte di Strasburgo ha ritenuto «essenziale», ai fini del rispetto del citato art. 6, paragrafo 1, della CEDU, che i singoli coinvolti in una procedura per la riparazione dell'ingiusta detenzione - procedura che, in base alla legge processuale italiana, si svolge in forma camerale - si vedano offrire quanto meno la possibilità di richiedere una udienza pubblica innanzi alla corte d'appello (competente nel merito in unico grado), non essendo ravvisabile alcuna circostanza eccezionale che giustifichi, con riguardo a detta procedura, una deroga generale e assoluta al principio di pubblicità dei giudizi. La fattispecie oggetto del giudizio a quo presenterebbe evidenti analogie con quella presa in esame dalla sentenza ora citata. Il ricorso investe, infatti, un'ordinanza emessa al termine di una procedura camerale successiva ad un accertamento penale compiuto dal giudice della cognizione (ancorché in un provvedimento di archiviazione) e concerne l'applicazione di una misura ulteriore rispetto a detto accertamento, che incide su diritti convenzionalmente garantiti del destinatario. La procedura camerale costituisce, d'altra parte, la sede nella quale vengono accertati i fatti che fondano la decisione: circostanza che assumerebbe, nel caso di specie, una particolare e maggiore rilevanza, in quanto il ricorrente è rimasto estraneo all'accertamento operato in sede cognitiva e posto in condizione di difendersi solo nell'ambito del procedimento di esecuzione, che si svolge con rito camerale non pubblico. La materia trattata - confisca di cosa oggetto di reato o pertinente ad un reato - non presenterebbe, inoltre, profili di complessità tecnica atti a giustificare una deroga al principio della pubblicità delle udienze. Significative sarebbero, da ultimo, anche le ulteriori circostanze che al procedimento di esecuzione abbia partecipato un organo del Governo (il Ministero per i beni e le attività culturali), in veste di parte necessaria, e che il bene oggetto di confisca si identifichi in una statua di grande valore artistico e archeologico. Alla luce di tali considerazioni - impregiudicata la compatibilità con la norma convenzionale dello svolgimento di un rito camerale non pubblico davanti alla Corte di cassazione, alla luce di quanto affermato dalla Corte costituzionale con le sentenze n. 80 del 2011 e n. 93 del 2010 - le disposizioni degli artt. 666, 667, comma 4, e 676 cod. proc. pen. , dovrebbero ritenersi in contrasto con l'art. 6, paragrafo 1, della CEDU «nella parte in cui disciplinano la procedura di incidente di esecuzione per l'applicazione della confisca» e, segnatamente, «nella parte in cui non consentono che la parte possa richiedere al giudice dell'esecuzione lo svolgimento dell'udienza in forma pubblica». Le predette disposizioni non consentirebbero, in effetti, alcuna «interpretazione adeguatrice», essendo inequivoche nel disciplinare la procedura davanti al giudice dell'esecuzione come «rito camerale caratterizzato da oralità ma non aperto al pubblico». Alla luce delle indicazioni fornite dalla giurisprudenza costituzionale, occorrerebbe, pertanto, sollevare questione di legittimità costituzionale delle norme interne per contrasto con gli artt. 111, primo comma, e 117, primo comma, Cost. La questione sarebbe, altresì, rilevante nel giudizio a quo. Il ricorrente ha, infatti, chiesto che la procedura fosse trattata in udienza pubblica, eccependo, altresì, l'illegittimità costituzionale delle norme procedurali seguite dal giudice dell'esecuzione. A fronte del rigetto di tale richiesta, il punto ha formato, quindi, oggetto di uno specifico motivo di doglianza nell'impugnazione proposta avverso la prima ordinanza di detto giudice del 10 febbraio 2010. 2.- È intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che la questione sia dichiarata infondata. Ad avviso della difesa dello Stato, il procedimento a quo presenterebbe peculiarità tali da giustificare la sua trattazione in forma camerale, in deroga al principio generale di pubblicità delle udienze. La confisca disposta ai sensi dell'art. 174 del d.lgs. n. 42 del 2004 risponderebbe, infatti, unicamente alla finalità di recuperare un bene appartenente al patrimonio indisponibile dello Stato. Il giudice penale, davanti al quale penda un processo per reati connessi all'esportazione illecita di reperti archeologici, avrebbe, quindi, solo il compito di accertare - qualunque sia l'esito del giudizio penale - se il bene è di proprietà dello Stato italiano, alla luce delle norme in materia. Si tratterebbe di un giudizio incidentale di cognizione di natura strettamente civilistica e a carattere tecnico, in quanto basato su elementi documentali e scientifici. Nel suo ambito, la confisca non assumerebbe, d'altra parte, un carattere sanzionatorio, né una valenza infamante per l'onore e la reputazione del destinatario, così da richiedere una verifica diretta da parte del pubblico in ordine alla trasparenza dell'operato dei giudici. 3.- Si è costituito, altresì, il ricorrente nel giudizio a quo, il quale ha chiesto che la questione sia accolta. In via preliminare, la parte privata evidenzia come lo svolgimento dell'udienza in forma pubblica sia stato da essa sollecitato più volte nel corso del procedimento, e come il diniego abbia formato oggetto di uno specifico motivo di ricorso per cassazione. Nel merito, dopo aver analizzato le più significative decisioni in materia della Corte europea dei diritti dell'uomo e della Corte costituzionale, la parte privata osserva come proprio le peculiarità della procedura di confisca oggetto del giudizio a quo rendano centrale la richiesta difensiva di accesso ad un'udienza pubblica: