[pronunce]

In relazione a quest'ultimo profilo, la mancanza della relativa definizione nell'art. 117 della Costituzione dell'attività di gestione esprimerebbe che essa non è stata ritenuta una "funzione” così come la "tutela” e la "valorizzazione”, bensì un «servizio di supporto strumentale ad entrambe», comprensivo di una serie di attività strumentali sia all'attività di tutela che di valorizzazione. L'art. 33, cit. , coinvolgendo i privati nella gestione dei beni culturali, «connette strettamente la stessa gestione alle esigenze di garanzia e tutela dei beni», esigenze che sarebbero particolarmente avvertite proprio in quanto occorre affidare la gestione dei beni a soggetti privati con il massimo delle garanzie. Rientrando la gestione nella "tutela” che è materia attribuita alla competenza esclusiva dello Stato, la previsione del potere regolamentare non violerebbe l'art. 117, sesto comma, della Costituzione. Considerazioni sostanzialmente identiche sono svolte dalla difesa erariale per contrastare le censure svolte dalle Regioni Emilia-Romagna ed Umbria. 4. — All'udienza pubblica le parti hanno insistito per l'accoglimento delle conclusioni rassegnate negli scritti difensivi.1. — La questione di legittimità costituzionale proposta, con i ricorsi indicati in epigrafe, dalle Regioni Marche, Toscana, Emilia-Romagna ed Umbria ha ad oggetto l'art. 33 della legge 28 dicembre 2001, n. 448 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato -legge finanziaria 2002), che viene impugnato insieme con altre disposizioni della medesima legge. Per ragioni di omogeneità di materia, la trattazione di questa questione di legittimità costituzionale viene separata dalle altre, sollevate con gli stessi ricorsi, le quali sono oggetto di distinte decisioni. 2. — Secondo le ricorrenti, la norma impugnata, introducendo nell'art. 10, comma 1, del d. lgs. 20 ottobre 1998, n. 368 la lettera b-bis) che, nella formulazione censurata, stabilisce, tra l'altro, che il Ministero può "dare in concessione a soggetti diversi da quelli statali la gestione di servizi finalizzati al miglioramento della fruizione pubblica e della valorizzazione del patrimonio artistico come definiti dall'articolo 152, comma 3, del decreto legislativo 31 marzo 1998, n. 112, secondo modalità, criteri e garanzie definiti con regolamento emanato ai sensi dell'articolo 17, comma 3, della legge 23 agosto 1988, n. 400”, violerebbe diverse disposizioni costituzionali. Ed infatti la medesima norma è censurata dalle ricorrenti sotto molteplici profili inerenti ai parametri costituzionali degli artt. 117, 118 e 119 della Costituzione, nonché in riferimento ai principi costituzionali attinenti al rapporto tra Stato e regione ed al canone di ragionevolezza. In particolare, la Regione Marche denuncia che la norma impugnata disciplina con norme di dettaglio una materia -la valorizzazione dei beni culturali- riconducibile tra quelle attribuite, ai sensi dell'art. 117, terzo comma, della Costituzione, alla potestà legislativa concorrente delle regioni, e conferisce al Ministro dei beni culturali, in contrasto con il sesto comma dell'art. 117 cit. , un potere regolamentare in una materia di competenza regionale. Ed infatti, benché la lettera b-bis) del comma 1 faccia riferimento alla attività di "gestione”, tale attività può essere riferita a profili sia di "tutela”, sia di "valorizzazione”, secondo la specifica finalità, che di volta in volta si trovi a perseguire. Inoltre, anche ammettendo che lo Stato possa riservare determinate funzioni al livello centrale, in attuazione dell'art. 118, primo comma, della Costituzione, solo per tali funzioni deve dettare la relativa disciplina e non già per semplici integrazioni parziali della previgente normativa. Secondo le Regioni Toscana, Emilia-Romagna ed Umbria, infine, essendo la materia della "valorizzazione” dei beni culturali attribuita alla competenza legislativa concorrente delle regioni, lo Stato dovrebbe dettare solo i principi fondamentali, essendo anche illegittima la previsione di un regolamento ministeriale in materia. La Regione Umbria denuncia altresì la lesione del principio di sussidiarietà, spettando in via generale ai comuni le funzioni amministrative. Per ragioni di connessione oggettiva e di coincidenza di profili di illegittimità costituzionale sollevati, i ricorsi in esame vengono riuniti per essere decisi con un'unica pronuncia. 3. — La questione non è fondata nei termini di seguito indicati. Le censure di legittimità costituzionale prospettate nei ricorsi in esame si incentrano essenzialmente su due profili: il primo è relativo alla materia oggetto della disposizione impugnata, la quale, pur riguardando formalmente la "gestione” di servizi finalizzati al miglioramento della fruizione pubblica del patrimonio artistico, in realtà, secondo le ricorrenti, disciplinerebbe con norme di dettaglio la "valorizzazione dei beni culturali”, materia rientrante tra quelle che l'art. 117, terzo comma, della Costituzione attribuisce alla competenza legislativa regionale concorrente. Il secondo profilo, strettamente collegato al primo, si incentra sulla previsione di un regolamento ministeriale incidente sul predetto ambito materiale, da ricondurre appunto, secondo quanto sopra detto, alla sfera di competenza legislativa regionale concorrente. Al fine di valutare la pretesa lesione delle attribuzioni legislative regionali, occorre dunque individuare i caratteri distintivi della "gestione” dei servizi in oggetto e il settore materiale al quale essa è riconducibile. Al riguardo la norma impugnata, che appunto prevede la facoltà del Ministero per i beni e le attività culturali di dare in concessione a "soggetti diversi da quelli statali” la gestione di servizi finalizzati "al miglioramento della fruizione pubblica e della valorizzazione del patrimonio artistico come definiti dall'art. 152, comma 3, del d. lgs. 31 marzo 1998, n. 112”, non è chiara. Essa invero si inserisce nell'ambito delle discipline della c.d. esternalizzazione della gestione dei servizi culturali di competenza statale, il cui controverso accoglimento in sede parlamentare -come si ricava dai relativi lavori preparatori- si è evidentemente riflesso su una certa oscurità di formulazione della norma in esame e spiega altresì i vari mutamenti che il testo legislativo in questione ha subito successivamente alla sua entrata in vigore. Le indicate difficoltà interpretative riguardano essenzialmente la distinzione dell'attività in esame -di "gestione”- rispetto a quelle di "tutela” o di "valorizzazione” dei beni culturali e quindi l'ambito di applicazione della disposizione denunciata, non tanto perché è dubbio in che misura la lettera b-bis), aggiunta dall'art. 33 all'art. 10 del citato d. lgs. n. 368 del 1998, innovi rispetto ad altre norme dello stesso art. 10, che già prevedono che per le stesse finalità il Ministero per i beni e le attività culturali possa "stipulare accordi con amministrazioni pubbliche e con soggetti privati”, ma soprattutto perché non risulta affatto chiaro in che cosa consista l'oggetto della concessione e quali beni culturali riguardi.