[pronunce]

In particolare, ha osservato che la Corte di giustizia UE, con la sentenza 5 dicembre 2017, C-42/17, M. A. S. e M. B., ha escluso che il giudice nazionale possa disapplicare le disposizioni interne sulla prescrizione, quando una siffatta disapplicazione comporti una violazione del principio di legalità dei reati e delle pene a causa dell'insufficiente determinatezza della legge applicabile o dell'applicazione retroattiva di una normativa che impone un regime di punibilità più severo di quello vigente al momento della commissione del reato. Da ciò si dovrebbe desumere che, nel caso di specie, nel rispetto del principio di irretroattività della legge penale e di quello, ad esso connesso, dell'applicazione retroattiva della legge più mite, la sindacabilità delle norme interne per contrasto con uno strumento normativo di diritto europeo non potrebbe mai condurre all'applicazione di un trattamento deteriore nei confronti dell'imputato, in quanto, diversamente opinando, si incorrerebbe in una violazione dei principi costituzionali dell'ordinamento italiano che la stessa Corte di giustizia UE ritiene debbano essere salvaguardati. In conclusione, la parte ha insistito perché la questione sia dichiarata inammissibile e, in via subordinata, ha chiesto che venga sollevata questione pregiudiziale interpretativa davanti alla Corte di giustizia dell'Unione europea affinché chiarisca se la decisione quadro citata obblighi a prevedere termini prescrizionali più estesi rispetto a quelli di cui alla legge n. 251 del 2005, nel caso di reati sessuali commessi nei confronti di minori.1.- Con ordinanza del 21 giugno 2016, il Tribunale ordinario di Roma, sezione ottava penale, ha sollevato, questione di legittimità costituzionale dell'art. 6, commi 1, 4 e 5, della legge 5 dicembre 2005, n. 251 (Modifiche al codice penale e alla legge 26 luglio 1975, n. 354, in materia di attenuanti generiche, di recidiva, di giudizio di comparazione delle circostanze di reato per i recidivi, di usura e di prescrizione), nel testo anteriore alle modifiche apportate dalla legge 1° ottobre 2012, n. 172 (Ratifica ed esecuzione della Convenzione del Consiglio d'Europa per la protezione dei minori contro lo sfruttamento e l'abuso sessuale, fatta a Lanzarote il 25 ottobre 2007, nonché norme di adeguamento dell'ordinamento interno). Il rimettente dubita che le disposizioni censurate - nella parte in cui non escludono i reati sessuali nei confronti di minori dalla più favorevole disciplina in materia di prescrizione da esse introdotta - violino gli artt. 11 e 117, primo comma, della Costituzione, in relazione all'art. 8, punto 6, della decisione quadro 2004/68/GAI del Consiglio, del 22 dicembre 2003, relativa alla lotta contro lo sfruttamento sessuale dei bambini e la pornografia infantile, in quanto esse non consentirebbero di raggiungere l'obiettivo indicato dalla normativa europea, che richiede di rendere possibile il perseguimento dei reati sessuali in danno di minori dopo che la vittima abbia raggiunto la maggiore età. 2.- In particolare, la questione di legittimità costituzionale portata all'esame della Corte si fonda sull'assunto che il censurato art. 6, commi 1, 4 e 5, legge n. 251 del 2005 abbia modificato il regime della prescrizione in senso più favorevole all'imputato, al punto da non permettere il perseguimento dei reati di abuso nei confronti dei minori dopo che la vittima abbia raggiunto la maggiore età, come richiesto dalla decisione quadro dell'Unione europea del 2003. A sostegno di tale impostazione, il rimettente espone con una analisi dettagliata il mutamento dei criteri di calcolo del termine della prescrizione intervenuti con la legge n. 251 del 2005 e ritiene che, con riferimento ai reati sessuali, tale cambiamento abbia determinato una significativa compressione del termine, che si sarebbe ridotto dai quindici anni - estensibili sino al massimo di ventidue anni e sei mesi in presenza di atti interruttivi - della disciplina previgente, ai dieci anni - estensibili sino al massimo di dodici anni e sei mesi in caso di atti interruttivi - di cui alla legge appena citata. Il rimettente prosegue considerando che, in base alla giurisprudenza costituzionale e a quella della Corte di cassazione, la prescrizione costituisce un istituto di diritto penale sostanziale; essa quindi rientrerebbe nell'ambito di applicazione dell'art. 2, quarto comma, del codice penale, secondo cui, in caso di successione di leggi nel tempo, deve applicarsi quella più favorevole. Pertanto, ad avviso del giudice a quo, bisognerebbe applicare ai fatti di reato ascritti all'imputato la più favorevole disciplina della prescrizione introdotta dalla legge n. 251 del 2005 e, per l'effetto, ritenere già coperti da prescrizione la maggior parte di essi, vale a dire quelli che si reputano consumati fino al 21 dicembre 2003, salvo un breve periodo di sospensione della prescrizione pari a 21 giorni. A nulla rileverebbe il fatto che, con la successiva legge n. 172 del 2012, all'art. 4, comma 1, lettera a), si è stabilito che i termini della prescrizione per i «reati» (tali ritenuti dal rimettente) di cui agli artt. 609-bis e 609-ter, cod. pen. sono raddoppiati e sono estesi perciò ad anni venti, con aumento di un quarto in presenza di atti interruttivi. Infatti per il principio di non retroattività della norma penale più sfavorevole, di cui all'art. 25 Cost., la novella del 2012 non sarebbe applicabile al caso di specie. 3.- In via preliminare, deve osservarsi che si è costituito nel giudizio costituzionale l'ente ecclesiastico «Curia Generale dei Padri Somaschi» cui appartiene l'imputato. Poiché l'ente ecclesiastico è stato citato come responsabile civile nel procedimento penale a quo, deve considerarsi parte nello stesso e, come tale, secondo la consolidata giurisprudenza costituzionale (ex plurimis, sentenze n. 76 del 2016, n. 178 e n. 37 del 2015, n. 162 del 2014; ordinanze n. 156 del 2013 e n. 150 del 2012) è ammissibile la sua costituzione nel corrispondente giudizio costituzionale incidentale. 4.- Quanto all'ammissibilità della questione sollevata, questa Corte osserva che la legge n. 251 del 2005 (cosiddetta "ex Cirielli") costituisce un intervento normativo complesso che ha profondamente inciso sul regime della prescrizione, innovando l'impianto delle regole precedentemente in vigore e ponendosi in un rapporto variamente articolato rispetto alla disciplina previgente: per alcuni aspetti la legge denunciata modifica l'ordinamento in senso senz'altro più favorevole, mentre per altri profili è suscettibile di sortire effetti meno favorevoli nel singolo caso, specialmente per la diversa incidenza del bilanciamento delle circostanze, di cui si dirà tra breve. 4.1.-