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Su tale conto verrebbe appostato annualmente, fino alla maggiore età del titolare, un certo ammontare di contributo pubblico -- pari al massimo a 1.500 euro all'anno per gli appartenenti ai nuclei familiari più poveri e di importo decrescente per le famiglie più ricche -- nonché, su base volontaria, una quota di risparmio familiare, entro il medesimo limite di 1.500 euro all'anno. Il vantaggio per le famiglie che decidessero di farvi affluire il risparmio privato ed eventualmente altre provvidenze pubbliche, anche non statali (borse di studio, contributi regionali e così via), è costituito da un tasso agevolato di rivalutazione, assimilato a quello dei titoli di debito pubblico a medio-lungo termine, nonché dall'esclusione di tali somme dalla base imponibile ai fini IRPEF. Con questo meccanismo, tanto i giovani delle famiglie più povere -- che avrebbero titolo alla contribuzione pubblica massima -- quanto quelli delle famiglie più ricche -- che alimenterebbero la Dote con il solo risparmio privato entro il tetto indicato -- potrebbero ritrovarsi a 18 anni la medesima quantità di risorse (circa 27.000 euro, cui deve aggiungersi la prevista rivalutazione) per avviare un'attività lavorativa o finanziarsi gli studi, cioè una vera e propria «dote» nella loro personale disponibilità, vincolata all'investimento nella propria crescita professionale. Per di più tale meccanismo, se effettivamente attrattivo per il risparmio privato, potrebbe garantire un flusso significativo di risorse di cassa, utile a finanziare o cofinanziare altri investimenti pubblici e perciò ad innescare un circuito virtuoso di impiego. Quanto ai requisiti reddituali per l'accesso alla Dote, è preso a riferimento il valore dell'indice ISEE (l'indicatore di situazione economica equivalente di cui alla Tabella 2 del decreto legislativo 31 marzo 1998, n. 109, e successive modificazioni) del nucleo familiare di appartenenza del titolare. Come è noto, tale indicatore esprime la condizione economica delle famiglie attraverso l'applicazione, alla somma dei redditi imponibili prodotti da ciascun familiare, di una scala di equivalenza calibrata sul numero dei componenti del nucleo. Il vantaggio di questo strumento è costituito dalla sua flessibilità rispetto alle finalità di utilizzo. La scala di equivalenza può infatti essere a sua volta tarata per tener conto di peculiari situazioni di svantaggio, quali la presenza di figli minori o familiari disabili, la monogenitorialità, e così via. Nello specifico si prevede che, in aggiunta a quelle già previste dalla disciplina vigente dell'ISEE, ai fini del solo computo della «Dote» possano essere considerate peculiari e aggiuntive condizioni di svantaggio per il titolare, in relazione -- per esempio -- al livello di scolarizzazione dei genitori e dei fratelli e all'eventuale discontinuità o precarietà dei redditi concorrenti al reddito familiare. Inoltre, lo stesso accesso del titolare della «Dote» al capitale maturato alla maggiore età è vincolato per un verso a condotte pregresse -- prima fra tutte, l'assolvimento dell'obbligo scolastico -- e per altro verso a precise finalità di utilizzo: l'avvio di un'attività professionale, di lavoro autonomo o non profit , con particolare riguardo ai settori dell'innovazione tecnologica, dello sviluppo sostenibile e dei servizi d'utilità sociale; il sostegno alle spese per l'iscrizione e la frequenza di corsi universitari, di alta formazione artistica e musicale, di specializzazione post-laurea e master , in Italia e all'estero; il sostegno alle spese per la partecipazione ad attività certificate di formazione, riqualificazione ovvero orientamento professionale. Quanto al livello sociale di copertura atteso per tale istituto, si è assunto a riferimento l'ultimo rapporto ISTAT sulla condizione delle famiglie («Distribuzione del reddito e condizioni di vita in Italia -- ISTAT, dicembre 2010»). Da esso risulta che il valore mediano del reddito familiare netto delle famiglie con almeno un figlio minore (esclusi i fitti imputati) è pari a 30.600 euro, a sua volta corrispondente -- nel caso di una famiglia di tre persone, con due redditi da lavoro -- ad un indice ISEE pari a circa 20.000 (in caso di più figli, a parità di redditi, l'indice risulterebbe inferiore). Supponendo che i nuovi nati (pari annualmente a circa 560.000 unità) si distribuiscano omogeneamente tra le classi di reddito familiare, la metà di essi (280.000) si può supporre nata in famiglie con un indice ISEE non superiore a 20.000. Si è dunque assunto a riferimento tale valore dell'indice ISEE per garantire che la metà dei nuovi nati abbia una «Dote» annua di importo non inferiore a 1.000 euro e che non meno del 30 per cento più povero delle famiglie in cui nasca un figlio si veda riconoscere per esso la Dote annua massima, pari a 1.500 euro. Per come delineato nel presente disegno di legge, l'istituto della Dote è destinato ad avere un'onerosità a regime pari ad almeno mezzo punto di prodotto interno lordo (PIL) (7-8 miliardi di euro): un impegno finanziario che evidentemente necessita di un significativo investimento di risorse erariali. Fermi restando i princìpi generali di funzionamento -- in particolare l'impianto universalistico e sussidiario dell'istituto -- il legislatore potrebbe evidentemente manovrare le soglie di reddito e l'entità massima della Dote in modo da tenere conto delle condizioni pro tempore della finanza pubblica. Resta comunque opportuno garantire un canale «automatico» di finanziamento che possa quantomeno concorrere alla copertura integrale dell'onere. La presente proposta individua tale canale nel recupero annuale di risorse dalla lotta all'evasione fiscale. Valutate dall'Agenzia per le entrate in 25 miliardi di euro per il solo anno 2010, le maggiori entrate tributarie ascrivibili al contrasto all'evasione e all'elusione fiscali costituiscono un giacimento di risorse ancora dotato di un elevato potenziale di sfruttamento. Il presente disegno di legge propone di utilizzare integralmente queste risorse per l'investimento nelle politiche di promozione dell'autonomia finanziaria dei giovani, suggerendo -- in particolare -- di canalizzarle sulle due misure portanti del «Piano nazionale per l'autonomia e la libertà delle nuove generazioni»: la «Dote personale di cittadinanza» e gli incentivi all'assunzione di giovani alla prima occupazione, secondo le norme di cui al capo V (v. infra) . L'altra misura di promozione dell'autonomia finanziaria dei giovani è costituita dall'istituzione di un «fondo di garanzia per l'autonomia dei giovani». Appostato presso la Cassa depositi e prestiti, sotto la vigilanza del Ministero dell'economia e delle finanze, con la dotazione annua iniziale di 300 milioni di euro, tale fondo rotativo è finalizzato a sostenere l'accesso al credito e al micro-credito dei giovani di età compresa tra i 18 e i 35 anni, attraverso il rilascio di garanzie dirette, anche fideiussorie.