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fu tra i primi a prendere provvedimenti sul patrimonio dei mafiosi e a confiscarlo, sui colletti bianchi, sui reati contro l'ambiente e l'ecomafia; fu tra i primi a capire lo sviluppo del potere mafioso, la sua complessa articolazione anche politica, i conflitti interni, la guerra tra la stidda e la mafia. In tutto ciò, Livatino era certamente motivato anche dalla fede, da una fede incrollabile, e per questo anche ritenuto inavvicinabile. Nelle sue carte vi era sempre il riferimento semplice e diretto. Lui stesso scriveva: «Sotto la tutela di Dio», ma - attenzione - sempre in nome della legge, in nome dello Stato. Credo sia importante sapere come Livatino sapesse coniugare perfettamente la sua fede, che lo motivava dal di dentro nelle sue azioni e lo rendeva incrollabile, con la necessità di applicare la legge dello Stato italiano. Siamo quindi orgogliosi, da cittadini italiani, da uomini delle istituzioni e da credenti, che sia anche riconosciuto come beato nel suo processo di santificazione, e che vi sia un giorno a lui dedicato: il 29 ottobre. In effetti, al di là della sua vicenda umana, ve n'è un'altra molto più significativa e pregnante che riguarda tutti noi sempre e comunque al di là delle generazioni, in cui nessuno di noi è giudice, anche se alcuni giudici pensano di esserlo comunque. Questa connessione in lui tra uomo di Stato e credente la si ritrova non solo nel suo comportamento da cittadino, e quindi da giudice, ma soprattutto negli accadimenti avvenuti dopo la sua morte e con la sua morte. È stato evidenziato prima: fu ucciso il 21 agosto 1990, nel momento più buio della storia della Sicilia, quando sembrava tutto irreparabile; ma altri giudici agivano in quel contesto e non si fermarono. Come possiamo non ricordare la morte, nell'estate del 1992, prima del giudice Falcone e poi del giudice Borsellino in via D'Amelio? Come possiamo non ricordare la vedova Schifani che, nel sagrato della chiesa, da umile vedova del popolo disse: «Io vi perdono, però dovete mettervi in ginocchio»? Era quello un segnale chiaro di qualcosa di più forte dell'impegno civile. Il 9 maggio del 1993... (Il microfono si disattiva automaticamente). (Applausi). PRESIDENTE. Grazie, senatore. Può depositare comunque il testo del suo intervento, affinché sia allegato agli atti. MIRABELLI (PD) . Domando di parlare. PRESIDENTE. Ne ha facoltà. MIRABELLI (PD) . Signor Presidente, vogliamo ricordare Rosario Livatino, proclamato beato il 9 maggio. Non è una data casuale: è lo stesso giorno in cui il nostro Paese ricorda il rapimento di Aldo Moro e l'omicidio di mafia di Peppino Impastato, due delle pagine più dure e dolorose della vita del nostro Paese. La Chiesa beatifica Livatino e, con un ennesimo gesto forte in Sicilia, conferma l'impegno dei cattolici contro le mafie e la distanza da quei mondi, che spesso cercano invece di usare la religione per crearsi consenso sociale. Rosario Livatino è stato il più giovane dei tanti magistrati martiri, vittime delle mafie; ucciso con terribile determinazione, in disprezzo della vita umana, in una vera e propria esecuzione. Perché? Perché - come recita la sentenza di condanna dei mandanti ed esecutori del delitto - «perseguiva le cosche (...) laddove si sarebbe preteso un trattamento lassista (...) se non compiacente». Livatino, quindi, era un uomo che faceva il proprio dovere. Aveva perseguito e fatto condannare gli uomini della stidda; aveva avuto il coraggio di applicare in modo innovativo ed efficace - come ha ricordato il Presidente - le misure di prevenzione. Fu il primo a trovare il modo di confiscare i beni dei mafiosi. Sapeva dei rischi che correva nella Sicilia delle guerre di mafia, ma proprio per questo, per non mettere in pericolo altre vite (ricordiamolo), rifiutò la scorta e si trovò da solo di fronte ai suoi esecutori. La sua bravura, la sua determinazione non gli hanno mai fatto, però, perdere di vista l'umanità; non ha mai concepito l'azione penale come vendetta ed è arrivato a perdonare i suoi assassini. Rosario Livatino teneva al suo lavoro, si batteva per il rigore e la credibilità della magistratura. In un ambiente difficile, ha scelto di stare là dove stava il nemico più pericoloso, la mafia, e non si è mai arreso e non ha mai arretrato. Facendo il suo dovere, non ha mai smesso di testimoniare la propria fede. Oggi ricordiamo un uomo che è un esempio; deve esserlo, come cristiano, come uomo e come magistrato. Ma voglio anche ricordare in questa occasione un uomo, Piero Nava, che ha avuto il coraggio di denunciare, identificare e testimoniare al processo, facendo sì che gli esecutori di quell'orrendo delitto fossero puniti. Piero Nava ha fatto una scelta di civiltà e di senso civico che ha cambiato la sua vita; ma ci ha detto - nelle interviste in questi mesi, dopo anni - che è orgoglioso di quella scelta. Io credo che oggi facciamo bene a ricordare in quest'Aula Livatino, per dire che le istituzioni non dimenticano chi ha saputo rappresentarle così bene, chi ha saputo rappresentare lo Stato e il Paese, arrivando fino all'estremo sacrificio. (Applausi) . GRASSO (Misto-LeU-Eco) . Domando di parlare. PRESIDENTE. Ne ha facoltà. GRASSO (Misto-LeU-Eco) . Signor Presidente, quel 21 settembre del 1990 la notizia dell'uccisione di Rosario Livatino mi giunse mentre mi trovavo a Roma alla Commissione parlamentare antimafia come consulente. Tornai immediatamente a Palermo, raggiunsi in procura Giovanni Falcone, che già si era insediato come procuratore aggiunto, e insieme, addolorati e sgomenti, cercammo di comprendere le ragioni di quel vile attentato. Sapevamo che come pubblico ministero si era occupato della prima rilevante indagine sulla mafia agrigentina che aveva portato alla condanna di molti mafiosi. Riferii a Falcone che lo avevo incontrato a maggio, pochi mesi prima, in occasione di una missione della Commissione antimafia al tribunale di Agrigento decisa dopo uno sconvolgente susseguirsi di omicidi che, per la loro efferatezza, avevano colpito l'opinione pubblica. Da circa un anno era passato come giudice allo stesso tribunale ed era stato destinato alle cause civili, ma per le note carenze di magistrati si occupava a tempo pieno di misure di prevenzione e confische di beni. Il giorno dopo andai con Falcone ai suoi funerali a Canicattì. Ho ricordi vividi di quel momento: la bara portata a spalla dai suoi colleghi, deposta in chiesa, avvolta dalla toga e dal Tricolore, coperta di fiori; accanto, in piedi, sei magistrati in toga; dietro, due corazzieri inviati dal Presidente della Repubblica. Una forte ondata di emozione pervase il Paese, che solo in quel momento scoprì la sua storia di uomo buono, la sua vita di giudice rigoroso e schivo, il suo volto pulito. Diventò per tutti e sarà per sempre il giudice ragazzino.