[pronunce]

1.3.4.- La procedura disciplinata dal decreto-legge n. 347 del 2003 stabilisce che il programma di ristrutturazione finanziaria, che il commissario deve presentare entro 180 giorni dalla nomina, può prevedere la soddisfazione dei creditori mediante un concordato (art. 4-bis), anche con attribuzione ad un assuntore delle attività dell'impresa (art. 4-bis, comma 1, lettera c-bis). In questa ipotesi la ristrutturazione non riguarda l'imprenditore, bensì l'impresa e, in coerenza con siffatta finalità, la norma da ultimo richiamata stabilisce l'ammissibilità di un patto di concordato, avente ad oggetto il trasferimento all'assuntore delle azioni revocatorie promosse fino alla data di pubblicazione della sentenza, stabilendo una disciplina omologa a quella recata dall'art. 124 della legge fallimentare. La norma impugnata ribadisce, dunque, il principio generale, secondo il quale le azioni revocatorie possono essere proposte soltanto a vantaggio dei creditori, richiamando espressamente, al comma 1-bis, la disciplina stabilita per il concordato con assunzione, nel quale è in re ipsa l'impossibilità che l'azione si traduca in un vantaggio per l'imprenditore insolvente, con conseguente infondatezza delle censure sollevate nell'ordinanza di rimessione. Nel caso in esame, le azioni revocatorie sono state proposte dopo l'autorizzazione del programma che prevedeva un concordato con assunzione delle attività e delle passività da parte di una società costituita dal commissario, le cui azioni erano destinate ad essere attribuite ai creditori. Peraltro, se il concordato non fosse stato approvato dal Tribunale o dai creditori il commissario, ex art. 4-bis, comma 11-bis, del decreto-legge n. 347 del 2003, avrebbe potuto presentare nei successivi 60 giorni un programma di cessione dei complessi aziendali, compatibile con l'esperimento delle azioni revocatorie; qualora tale programma non fosse stato approvato, la procedura sarebbe stata convertita in fallimento, sicché nessuno dei possibili sviluppi avrebbe condotto ad un “risanamento soggettivo” e neppure l'azione avrebbe potuto tradursi in un vantaggio per l'imprenditore insolvente. 1.3.5.- Relativamente alla censura riferita all'art. 41 Cost., la società in amministrazione straordinaria osserva che l'art. 49 del d.lgs. n. 270 del 1999 rende proponibili le azioni revocatorie dopo l'autorizzazione di un programma di cessione dei complessi aziendali, cessione che deve avvenire entro un anno dall'autorizzazione del programma (art. 27, comma 2, lettera a, e 57, comma 4, del d.lgs. citato), termine prorogabile per tre mesi se, all'originaria scadenza, risultino in corso iniziative di imminente definizione (art. 66 del d.lgs. citato). Dunque, nel sistema definito dal d.lgs. n. 270 del 1999 non è stabilita alcuna incompatibilità tra prosecuzione dell'attività di impresa ed esercizio delle azioni revocatorie, incompatibilità non prevista nemmeno dalla legge fallimentare, data la esperibilità di dette azioni anche nel caso di esercizio provvisorio dell'impresa. Il Tribunale non ha, invece, considerato, in primo luogo, che la prosecuzione dell'attività inserita in un risanamento su base oggettiva è strumentale rispetto allo scopo di garantire una liquidazione più vantaggiosa, nell'interesse dei creditori. In secondo luogo, ha omesso di valutare che l'organizzazione ha spesso un valore superiore a quello dei beni organizzati, che va salvaguardato anche nel caso di perseguimento di una finalità liquidatoria, tant'è che l'art. 2487 del codice civile, ammette nella fase della liquidazione della società di capitali l'esercizio provvisorio dell'attività, in funzione del migliore realizzo dei beni. In altri termini, l'azione revocatoria è compatibile con la prosecuzione dell'attività d'impresa, purché temporanea e finalizzata a realizzare una migliore liquidazione, come può appunto accadere: nel fallimento, qualora sia autorizzato l'esercizio provvisorio dell'impresa (art. 90 della legge fallimentare), ovvero nel caso di concordato fallimentare (art. 124 della legge fallimentare); nella procedura di amministrazione straordinaria “ordinaria”, se sia autorizzato un programma di cessione dei complessi aziendali; nella procedura di amministrazione straordinaria “accelerata”, nel caso in cui l'azione revocatoria si traduca in un vantaggio per i creditori, ovvero se sia stato autorizzato un concordato, nei termini sopra indicati. Pertanto, le azioni revocatorie sono finalizzate ad assicurare un vantaggio ai creditori, mentre la considerazione del tempo occorrente per ottenere una sentenza favorevole fa anche escludere che possa ipotizzarsi un effetto distorsivo della concorrenza. Infine, conclude la società in amministrazione straordinaria, il rimettente non ha considerato che l'assuntore del concordato paga un prezzo che viene determinato tenendo conto delle azioni revocatorie e che i creditori, nell'esprimere il loro voto, hanno valutato la convenienza dell'operazione anche alla luce della proponibilità delle azioni revocatorie. Dunque, l'affermazione che la società assuntrice del concordato godrebbe di un ingiustificato vantaggio rispetto alle concorrenti «sembra dimenticare del tutto il costo pagato dai creditori-azionisti, in termini di rinuncia al loro credito». 1.4.- Nel giudizio innanzi alla Corte è intervenuta anche la Parmalat s.p.a., in persona del legale rappresentante pro tempore, la quale ha svolto argomentazioni coincidenti con quelle della Parmalat s.p.a. in amministrazione straordinaria, sopra riportate, e ha formulato identiche conclusioni. 1.5.- Nel giudizio innanzi alla Corte si è costituita HSBC, parte convenuta nel processo principale, chiedendo che la questione sia accolta. HSBC, premesso un ampio excursus circa la disciplina stabilita dal decreto-legge n. 26 del 1979 e l'orientamento della giurisprudenza di legittimità (secondo il quale l'azione revocatoria non è esperibile nella fase di esercizio dell'attività di impresa, in quanto ispirata a finalità recuperatorie), ricorda che la Corte di giustizia delle Comunità europee ha affermato che l'applicazione del regime stabilito da detto decreto-legge ad un'impresa autorizzata a continuare la sua attività economica, in circostanze in cui tale eventualità sarebbe stata esclusa nell'ambito dell'applicazione delle regole normative normalmente vigenti in tema di fallimento, dà luogo alla concessione di un aiuto di Stato, vietato dalle norme comunitarie (sentenza 1° dicembre 1998, C. n. 200/97; sentenza 17 giugno 1999, C. n. 195/97); ricorda, altresì, che alcune corti italiane, a seguito di dette pronunce, hanno disapplicato le norme del 1979 (cosiddetta “legge Prodi”) nel caso di azione revocatoria fallimentare proposta al di fuori della fase liquidatoria di cessione dei complessi aziendali. Il d.lgs. n. 270 del 1999 - prosegue HSBC - è stato emanato allo scopo di porre rimedio ai vizi che inficiavano l'originaria disciplina della procedura di amministrazione straordinaria ed ha previsto due distinti modelli: il primo caratterizzato da una finalità liquidatoria, da conseguire mediante la cessione dei complessi aziendali;