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E questo Paese avrà il duplice -- e ingiustificato -- beneficio di mantenere saldamente legata al suo territorio un'attività con caratteri mondiali e di percepire entrate fiscali a fronte di redditi realizzati altrove, magari basse in termini di aliquote reali ma altissime in cifra assoluta. Una tale modalità di individuazione del Paese, al quale compete la tassazione di un certo profitto, era giustificata al tempo in cui le attività si potevano svolgere in altri Paesi solo costruendovi fabbriche, catene di negozi e palazzi per uffici con legioni di dipendenti. Ma ha ancora senso oggi? Per le attività di quella che si usa chiamare old economy probabilmente sì. Per le attività digitali dematerializzate, certamente no. Occorre, quindi, superare o almeno aggiornare il concetto di «stabile organizzazione». La questione è ben nota fra gli specialisti di diritto tributario internazionale tanto che se ne è di recente occupata anche l'OCSE (cfr. Addressing the Tax Challenges of the Digital Economy. Action 1, Final Report 2015 , presentato il 5 ottobre 2015) e la stessa Commissione europea (cfr. Commission Expert Group on Taxation of the Digital Economy del 28 maggio 2014). In particolare le conclusioni cui giunge l'OCSE, senza prendere posizione definitiva sul tema, suggeriscono agli Stati che intendono anticiparne le mosse di farlo nel rispetto dei relativi impegni convenzionali e mediante adozione di misure che vi si adattino (« adaptation to ensure consistency with existing international legal commitments ». Action 1, Executive Summary ). Misura, questa, che è stata di fatto anticipata dalla Gran Bretagna attraverso la cosiddetta Diverted Profit Tax varata con il Financial Bill del 2015. La nuova legge britannica non porta di per sé un colpo mortale all'elusione fiscale delle OTT. Basti considerare quanto l'accordo raggiunto all'inizio del 2016 dal ministro Osborne con Apple in applicazione della Diverted Profit Tax comporti un recupero fiscale nettamente inferiore in cifra assoluta e in percentuale sul giro d'affari all'accordo che la stessa Apple ha raggiunto con l'Agenzia delle entrate italiana. E tuttavia la legge britannica segna un principio. Che non è stato contestato in sede UE. Ora, pur considerando preferibile un intervento incisivo e definitivo dell'OCSE sull'argomento, e pur lasciando i profili IVA alla Commissione UE, che ne ha la competenza esclusiva, è tuttavia possibile mirare meglio l'azione accertativa dell'Amministrazione finanziaria italiana dotando la stessa di più adeguati strumenti informativi che la mettano in condizione di disporre i più efficaci interventi antielusivi. Non ci si propone, quindi, almeno in questa sede, di riscrivere le disposizioni atte a individuare una stabile organizzazione. Questo lavoro certo merita di essere accelerato in tutti i modi, considerata la vetustà delle categorie normative in vigore ed anche dei concetti espressi nei commentari OCSE sull'argomento. E tuttavia non può che essere affidato alle organizzazioni internazionali, con l'inevitabile lungaggine procedimentale. Del resto, se così non si facesse, si entrerebbe in conflitto insanabile con i trattati contro le doppie imposizioni sottoscritti dall'Italia. Trattati che non è pensabile riscrivere in tempi brevi, tenuto conto non solo del loro numero ma anche dell'ovvia necessità, ove vi si mettesse davvero mano, di non limitarsi al solo tema della stabile organizzazione ma anche alle altre materie di comune interesse nel quadro dei rapporti bilaterali tra l'Italia e ciascun altro Paese. Di qui l'evidente opportunità di limitare per quanto possibile l'orizzonte dell'intervento, di cui al disegno di legge, lasciando che la tematica della stabile organizzazione trovi una ridefinizione condivisa a livello internazionale e non caratterizzi in negativo, con iniziative unilaterali, il nostro Paese come un mercato non-business friendly . Ma tale opportunità non può cancellare l'esigenza di garantire al settore in senso lato informatico e dell' e-commerce quell'attenzione che la storia e la cronaca sollecitano. Un'esigenza che va soddisfatta riservando a ciascuno degli operatori coinvolti il ruolo che è più appropriato. Il che vuol dire riservare all'Agenzia delle entrate il compito di svolgere gli accertamenti di natura tributaria e agli intermediari finanziari, che normalmente eseguono i pagamenti a favore di fornitori di beni e servizi scambiati sul circuito digitale, quello di raccogliere informazioni sul percettore del flusso di denaro da trasferire all'Agenzia perché questa le utilizzi con intelligenza e prontezza di riflessi. Per queste ragioni le norme qui illustrate prevedono una duplice serie di interventi e sono formulate così da consentire una progressiva accentuazione delle incombenze di carattere fiscale. Nessun colpo di testa, dunque, ma l'avvio di un intervento non tanto genericamente minaccioso quanto via via più stringente in funzione delle risposte che gli operatori (e il contesto internazionale) forniranno. I primi interventi sono mirati a fare sì che gli intermediari finanziari raccolgano, in sede di accensione del rapporto con un non residente, l'esistenza del numero di partita IVA se il non residente ne dispone (avendo cura di verificarne la veridicità). Ove così non fosse -- perché il non residente appare essere un privato o un operatore estraneo alla UE -- il rapporto può comunque essere acceso ed operare. Ma se in un lasso di tempo non brevissimo (sei mesi) detto operatore estero riceve più di duecento pagamenti, un campanello d'allarme deve scattare. Di qui l'obbligo di segnalazione all'Agenzia delle entrate, la comunicazione all'operatore estero che detta segnalazione è stata inviata, l'invito a farsi attribuire un numero di partita IVA (dall'autorità UE competente se ne ricorrono i presupposti ovvero dall'Agenzia delle entrate italiana se questi non ricorrono) e la sospensione di ogni ulteriore attività di pagamento fino a quando detto numero di partita IVA non risulti attribuito e comunicato all'intermediario finanziario italiano (articolo 1). L'attribuzione del numero di partita IVA, peraltro, non testimonia ancora, di per sé, l'esistenza di una stabile organizzazione in Italia: ma consente alle autorità italiane di iniziare a raccogliere informazioni di interesse ai fini di successivi interventi, se essi si rendono opportuni. L'articolo 2 ha lo scopo di fornire una clausola antielusiva mirata qualora si verifichino situazioni che lasciano presagire l'esistenza di una stabile organizzazione in Italia dell'operatore non residente abilmente dissimulata. Lo stesso documento OCSE del 5 ottobre 2015 lascia intendere la frequenza e pericolosità delle manipolazioni poste in essere da operatori internazionali con lo scopo di sfuggire alle catalogazioni delle fattispecie idonee, oggi, a dare luogo a stabili organizzazioni nel senso tradizionale che questa locuzione ha storicamente assunto. La formulazione dell'articolo 162- bis che viene introdotto nel testo unico delle imposte sui redditi (di cui al decreto del Presidente della Repubblica n. 917 del 1986) ha proprio lo scopo di sottolineare la stabilità, la ricorrenza e la dimensione economica della presenza dell'operatore estero pur nell'accortezza che questi manifesta nell'evitare l'emersione di spazi fisici cui ricondurre l'esistenza delle stabile organizzazione.