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Disposizioni concernenti la partecipazione dell’Italia alle missioni internazionali (n. 1917). Onorevoli Senatori. -- Il provvedimento in esame ha un obiettivo ambizioso: fornire una cornice normativa unitaria per l'invio di contingenti italiani all'estero, nel quadro delle missioni dell'ONU e delle altre organizzazioni cui partecipa l'Italia, quindi in primo luogo Nato e Unione europea. Il disegno di legge copre tutte le tipologie di missioni che si sono a mano a mano andate definendo nel corso degli ultimi anni, da quelle di mantenimento della pace (peace keeping) a quelle di conseguimento della pace (peace enforcement) fino agli interventi umanitari. Com'è noto la Costituzione italiana non contiene previsioni che disciplinino l'impiego dello strumento militare all'estero, ad eccezione delle disposizioni sullo stato di guerra. Neppure esistono riferimenti normativi organici, al di là di alcune previsioni di principio contenute nella legge sull'ordinamento delle Forze armate o del procedimento ipotizzato dalla cosiddetta risoluzione Ruffino del 2001, che è appunto una risoluzione parlamentare, peraltro della sola Commissione difesa della Camera dei deputati, e quindi ha un rilievo evidentemente molto ridotto. Nemmeno esiste una normativa di carattere generale che disciplini i profili concernenti il trattamento economico e normativo del personale impegnato e i vari profili amministrativi. La conseguenza, come tutti sappiamo, è che oggi il quadro giuridico per la partecipazione alle missioni viene definito essenzialmente con lo strumento del decreto-legge. Questo comporta una provvisorietà e disorganicità delle disposizioni, soprattutto di quelle ordinamentali, e una grande precarietà, anche dal punto di vista finanziario, che non giova alle esigenze di programmazione operativa. L'esigenza di una legge organica in materia è ampiamente condivisa. Si deve sottolineare che il disegno di legge è di iniziativa parlamentare e che alla Camera dei deputati è stato approvato senza alcun voto contrario. Il provvedimento si occupa sia dell'autorizzazione e del finanziamento delle missioni che del trattamento economico-giuridico del personale e della gestione amministrativa delle missioni. La partecipazione dell'Italia alle missioni internazionali è stata, negli ultimi trent'anni, essenziale sia perché abbiamo contribuito a importanti risultati di stabilizzazione in tante parti del mondo, sia perché abbiamo migliorato il nostro strumento militare, con addestramento e rafforzamento della componente operativa. Con le missioni il nostro Paese ha poi indubbiamente migliorato la sua immagine internazionale, anche perché nel corso degli anni si è definito un «modello italiano» di peace-keeping , a partire dalla missione in Libano nel 1982 e poi con le missioni in Albania, Somalia, Mozambico -- senza dimenticare gli interventi in Bosnia-Erzegovina, in Afghanistan e in Iraq -- e poi di nuovo in Libano, che è forse l'esempio più riuscito della nostra proiezione esterna. Le forze armate italiane sono particolarmente apprezzate non solo per le capacità militari, ma anche per la modalità di conduzione delle missioni, contraddistinta da una forte imparzialità tra le parti in causa e da una particolare attenzione e sensibilità alle esigenze della popolazione civile e agli aspetti umanitari. Con il nostro esempio abbiamo quindi fatto sì che l'elemento di cooperazione assumesse un ruolo sempre più significativo. Sottolineare questi successi non significa negare che qualcosa si possa e si debba cambiare, anche in considerazione della crisi economica, che costringe a selezionare in maniera più rigorosa gli impegni, e del nuovo quadro delle crisi globali. Se dunque finora abbiamo sempre seguito le richieste di partecipazione che ci provenivano della comunità internazionale, da oggi in poi si tratterà di valutare in maniera più strategica le modalità e soprattutto gli ambiti regionali nella nostra partecipazione alle missioni, a partire dal ruolo centrale del Mediterraneo. Anche sotto questo profilo il provvedimento che discutiamo è importante, perché fornisce una serie di strumenti per una migliore programmazione degli interventi. L'articolo 1 definisce l'ambito di applicazione del provvedimento e i princìpi generali cui si ispira. In primo luogo c'è ovviamente il richiamo all'articolo 11 della Costituzione, nonché al rispetto del diritto internazionale, sia sotto il profilo dei diritti umani che del diritto penale internazionale. Per quanto riguarda l'ambito di applicazione, il provvedimento riguarda sia la partecipazione delle Forze armate e delle Forze di polizia, sia «l'invio di personale e di assetti, civili e militari», fuori del territorio nazionale. L'articolo 1 fa riferimento anche alla possibile partecipazione alle missioni dei «corpi civili di pace». Si tratta di un contingente istituito in via sperimentale, seguendo l'esempio di molti Paesi, con la legge di stabilità per il 2014. Il corpo, in via di formazione, è composto da 500 giovani volontari nell'ambito del servizio civile nazionale, da impiegare all'estero in azioni di pace o in casi di emergenze ambientali. Il comma 3 dell’articolo 1 prevede che nell'ambito della sua partecipazione alle missioni, l'Italia adotti tutte le possibili iniziative per valorizzare il ruolo delle donne nella costruzione della pace e della sicurezza internazionale, in linea con le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell'ONU in materia e con il Piano d'azione nazionale su «Donne, pace e sicurezza 2014-2016». L'articolo 2 stabilisce la procedura da seguire per l'autorizzazione delle missioni e per il loro finanziamento. Il primo passaggio è rappresentato dalla delibera del Consiglio dei ministri, che viene adottata, previa comunicazione al Presidente della Repubblica, ed eventuale convocazione del Consiglio supremo di difesa, ove se ne ravvisi la necessità. Successivamente la deliberazione dovrà essere «trasmessa» alle Camere -- come previsto dalla modifica approvata in sede referente in questo ramo del Parlamento -- le quali, «tempestivamente», la discutono e l'autorizzano «con appositi atti di indirizzo», eventualmente definendo impegni particolari per il Governo. La comunicazione al Parlamento deve essere molto dettagliata. Per ciascuna missione, il Governo deve indicare: l'area geografica di intervento, gli obiettivi, la base giuridica di riferimento, la composizione degli assetti da inviare, il numero massimo delle unità di personale coinvolte, nonché la durata programmata e il fabbisogno finanziario per l'anno in corso. A seguito dell'approvazione in sede referente di un emendamento a firma Pegorer e De Pietro, dovrà essere altresì individuata anche «la disciplina penale applicabile» alle singole missioni. Le risorse necessarie per il fabbisogno delle missioni deliberate sono definite con uno o più decreti del Presidente del Consiglio dei ministri, su proposta dei Ministri degli affari esteri e della cooperazione internazionale, della difesa, dell’interno e dell’economia e delle finanze. Tali risorse sono a valere su un fondo dedicato, che viene introdotto all'articolo 4. Gli schemi di decreti, corredati di relazione tecnica esplicativa, vengono trasmessi alle Commissioni parlamentari, che devono rendere il parere entro venti giorni. Quindi c'è una seconda fase di controllo parlamentare, questa volta specificatamente sugli aspetti finanziari.