[pronunce]

In tali termini, notevole sarebbe stata, ad avviso del rimettente, la ricaduta su numerose fattispecie sub judice, come ben noto ai conditores per quanto evincibile dal tenore dei lavori parlamentari, con scadimento della funzione legislativa su un piano meramente provvedimentale e contestuale violazione degli artt. 102 e 104 della Costituzione. 1.2.- Si è costituita con una memoria la Comerit s.r.l. la quale ha innanzitutto ribadito la rilevanza nel giudizio a quo della questione di legittimità posto che, ove la forma scritta del contratto di trasporto di cose per conto terzi non fosse imposta ad substantiam, la domanda del vettore B.F.T. s.r.l., avanzata per il pagamento delle differenze derivanti dall'applicazione delle tariffe obbligatorie, sarebbe da scrutinarsi nel merito, superando l'eccezione di nullità dei contratti intercorsi inter partes formulata dalla deducente ai sensi della norma interpretata. La parte privata ha, quindi, concluso per la fondatezza nel merito della questione. Ha, infatti, rilevato come l'interpretazione effettuata dai giudici di merito dell'art. 26 della legge n. 298 del 1974, come novellato dall'art. 1 del d.l. n. 82 del 1993, sia stata univoca nel senso di prevedere la forma scritta ad substantiam del contratto di trasporto di cose per conto terzi. Ciò in aderenza allo scopo della normativa in esame, volta alla repressione del trasporto abusivo in armonia col sistema di sanzioni amministrative previsto dalle altre disposizioni del medesimo testo di legge. Il fine di tutela dell'ordine pubblico, tipizzante l'intera disciplina della materia, si completerebbe con l'obbligo della forma scritta del contratto, «imposto a tutela del principio di buona fede e di correttezza e di quello del diritto alla difesa, considerate le gravi sanzioni comminate a carico del committente, che può essere ragionevolmente punito soltanto quando, posto in condizione di non concorrere alla violazione della norma imperativa, la voglia ugualmente violare - art. 3, della legge n. 689 del 1981». La norma interpretativa si pone, tuttavia, in netta antitesi con le finalità di quella interpretata, prevedendo la nullità del contratto «nella sola ipotesi in cui le parti abbiano scelto la forma scritta», con la conseguenza di rendere la norma irrilevante per la tutela dell'ordine pubblico (nella misura in cui elimina ogni interesse delle parti per la stipula in forma scritta) e di indebolire l'intero sistema sanzionatorio istituito con la novella del 1993. Ad avviso del deducente, evidente è, sotto tale profilo, la violazione dell'art. 24, secondo comma, Cost. laddove il committente, o primo vettore, corresponsabili agli effetti sanzionatori previsti dall'art. 26 della legge n. 298 del 1974 sono ora privati della tutela assicurata dall'obbligo, senza esclusione per nessuno, della forma scritta del contratto e dell'annotazione dei dati dell'albo e dell'autorizzazione. Va, inoltre, censurata la norma interpretativa anche alla stregua dell'art. 3 Cost. per la sua manifesta irrazionalità, in quanto restringe l'ipotesi di nullità del contratto ad un caso non giustificato dalla tutela dell'interesse pubblico generale né da quella degli interessi coinvolti nella particolare operazione economica da compiere. La norma impugnata si configura poi come estranea ai parametri che ne dovrebbero connotare la natura interpretativa, non sussistendo alcuna incertezza interpretativa né una possibile alternativa semantica rispetto ad una lettera e ad una ratio chiarissime ed univoche; essa costituirebbe invece un tentativo di influire sui decisa ancora non stabilizzati con ulteriore violazione degli articoli 101, secondo comma, 102, primo comma e 104, primo comma, della Costituzione, nella misura in cui lede l'autonomia del giudice e gli impone di subire l'arbitrio di una interpretazione di segno esattamente opposto rispetto a quella da lui univocamente fornita nelle cause finora decise. Non sussisterebbero inoltre i requisiti di straordinaria urgenza e necessità previsti dall'art. 77 Cost. per approvare con decreto-legge la norma interpretativa suddetta, tenuto anche conto del notevole lasso di tempo (circa otto anni) intercorso tra l'entrata in vigore della norma interpretata e di quella interpretativa. Sussisterebbe poi la violazione dell'art. 41 della Costituzione nei termini per cui la norma in questione «vincola la libertà d'iniziativa economica, dando alle parti il mezzo di rendere inapplicabili le tariffe obbligatorie soltanto per alcuni, ma non per tutti, consentendo soltanto a questi di essere concorrenziali». Il deducente, infine, analiticamente esaminati i lavori parlamentari che hanno preceduto l'approvazione della norma impugnata, pone in evidenza le perplessità avanzate in ordine alla legittimità formale e sostanziale della stessa e conclude per la dichiarazione di illegittimità costituzionale della disposizione censurata. 1.3.- Sono intervenuti, fuori termine, i signori Franca Piga, Salvatore Fronteddu e Francesca Sestu, qualificandosi interessati al giudizio costituzionale, in quanto altrettante ordinanze del Tribunale del lavoro di Nuoro avevano ritenuto sussistere una pregiudizialità tra il giudizio in r.o. n. 98 del 2002 (introdotto con ordinanza del Tribunale di Torino e deciso da questa Corte con ordinanza n. 409 del 2002) e quelli, pendenti innanzi al detto Tribunale del lavoro, nei quali gli interventori erano parti, ed avevano sospeso quei giudizi «in attesa della pronuncia della Corte costituzionale sulla legittimità della normativa applicabile al rapporto dedotto in causa». Gli interventori hanno concluso per la manifesta infondatezza della questione di legittimità costituzionale, movendo essenzialmente dalla considerazione che, in realtà, sotto la vigenza della norma interpretata esisteva un contrasto interpretativo in seno alla giurisprudenza di merito, rappresentato con evidenza da una serie di pronunce di segno contrario rispetto a quelle genericamente richiamate dal giudice rimettente. Gli stessi hanno poi fatto espresso riferimento alla recente pronuncia della Corte di cassazione, sez. lavoro (sentenza n. 8256 del 6 giugno del 2002) che ha riconosciuto la natura interpretativa e la correlata portata retroattiva della norma censurata, escludendo in punto di manifesta infondatezza la sussistenza di un contrasto tra questa e i principi costituzionali di cui agli artt. 24, 41, 101, 102 e 104 della Costituzione. 1.4.- Con memoria 16 settembre 2002 sono, altresì, intervenuti nel giudizio la F.A.I. - Federazione degli Autotrasporti Italiani - e la Confartigianato Trasporti, sostenendo - “quali portavoci degli interessi delle imprese che esercitano professionalmente l'attività di autotrasporti di merce per conto terzi” - l'infondatezza della questione di legittimità costituzionale. 1.5.- La Comerit s.r.l.