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per i ricorrenti, la decisione del Tribunale è importantissima in quanto evidenzia come vi sia stata nella vicenda piacentina una "non legittima compressione del diritto di voto dei consorziati" nel momento in cui il consorzio ha radicalmente escluso la loro possibilità di esercitare il voto telematico nonostante tale modalità di voto sia espressamente e chiaramente prevista dallo statuto dall'articolo 18, che, come evidenziato dal Tribunale stesso, è rimasto inattuato per ben 8 anni, ossia per un periodo di tempo sicuramente irragionevole, rispetto al termine biennale previsto dallo statuto per la sua attuazione; rilevato che: la Giunta regionale dell'Emilia-Romagna ha respinto la richiesta di rinvio delle elezioni. Tale richiesta era motivata dalle restrizioni alle possibilità di spostamento delle persone fuori dal proprio comune di residenza a seguito dei provvedimenti contro la diffusione dell'epidemia da COVID-19, restrizioni che hanno inciso negativamente sulla definizione delle liste elettorali e sulla partecipazione al voto; a causa della scarsa informazione sul ruolo dei consorzi presso i contribuenti, la partecipazione al voto è da sempre molto bassa. Ad esempio, secondo quanto a conoscenza degli interroganti, sono stati solo 260, circa lo 0,15 per cento degli aventi diritto, i votanti alle elezioni per il rinnovo degli organi del consorzio di bonifica "la Pianura" di Ferrara (come si legge on line su "lanuovaferrara.gelocal" il 14 dicembre 2020); molti consorzi, che hanno svolto le attuali consultazioni, non hanno utilizzato la modalità di voto in forma elettronica, mettendo a rischio sia la salute dei votanti sia la regolarità del voto; la correttezza delle competizioni elettorali è stata anche inficiata dalla presenza, in ogni consorzio, di un'unica lista elettorale che ha reso scontato l'esito dell'elezione. L'inasprimento delle misure di contenimento della pandemia in corso ha precluso definitivamente alle liste di candidati che avessero voluto partecipare alle elezioni di raccogliere le firme a sostegno dei tanti cittadini che avrebbero voluto candidarsi; l'impossibilità degli spostamenti tra diversi comuni, se non per comprovati motivi di lavoro, salute ed estrema necessità, ha impedito, per esempio, a coloro che risiedono fuori dal comune del consorzio di apporre la propria firma di sostegno oltre che, ai potenziali candidati, di incontrare gli stessi cittadini per illustrare compiutamente programma e propositi se eletti; appare del tutto evidente che in queste condizioni l'esercizio del voto è stato viziato da un grave vulnus di mancanza di compiuta democrazia che non solo ha inficiato la regolarità del voto e del suo esito, ma determinato anche un gravissimo e pericoloso precedente di limitazione dei diritti elettivi dei cittadini minando alla base lo stesso concetto di democrazia; gli stessi siti dei consorzi, che dovrebbero fornire informazioni circa le modalità delle votazioni, risultano spesso poco chiari e trasparenti nella pubblicazione di tali dati; nello scorso aprile è stata presentata da alcuni cittadini dell'Emilia-Romagna una petizione al Parlamento europeo in cui si evidenziavano le criticità del sistema elettivo dei consorzi di bonifica e si chiedeva un intervento da parte delle istituzioni europee; il ruolo dei consorzi è fondamentale nell'ambito della sicurezza idraulica, della gestione delle acque destinate all'irrigazione, della partecipazione alla gestione di opere urbanistiche e della tutela del patrimonio ambientale e agricolo. Tali competenze incidono sugli interessi di un numero rilevante di cittadini e di imprese dell'Emilia-Romagna, si chiede di sapere: se i Ministri in indirizzo siano a conoscenza dei fatti riportati e quali siano le loro valutazioni in merito; se ritengano di attivarsi nelle sedi di competenza affinché sia garantita la trasparenza delle elezioni, sia di quelle attuali che di quelle future, di tutti i consorzi di bonifica in Emilia-Romagna e in tutte le altre zone del Paese, nonché la massima partecipazione e rappresentatività di tutti gli aventi diritto alle consultazioni per tali organismi che svolgono un ruolo cruciale sul territorio locale e nazionale. Atto n. 3-02189 CONZATTI Al Ministro dell'economia e delle finanze Premesso che: in nove mesi il comparto della ristorazione e degli alberghi, tra i più colpiti dall'emergenza epidemiologica da COVID-19, ha perso circa 50 miliardi di euro; molti bar e ristoranti hanno cercato di riconvertirsi alla sola attività consentita nelle zone rosse, ovvero l'asporto. La normativa, in questo caso, impone l'applicazione dell'aliquota ordinaria del 22 per cento, o comunque quella specifica relativa al prodotto; anche sulle regole IVA il periodo di emergenza e restrizioni per le attività ha imposto la necessità di prevedere delle eccezioni; in risposta ad un'interrogazione a risposta immediata (5-05007) del 18 novembre 2020 svolta presso la VI Commissione permanente (Finanze) della Camera, il sottosegretario per l'economia e le finanze Alesso Mattia Villarosa ha confermato la possibilità di applicare l'aliquota IVA del 10 per cento anche all'asporto e alla consegna a domicilio. In particolare, ha specificato che: "Allo stato attuale, tenuto conto della riduzione dei coperti per il rispetto degli ingenti vincoli igienico-sanitari per la somministrazione in loco degli alimenti, la vendita da asporto e la consegna a domicilio rappresentano modalità integrative mediante le quali i titolari dei suddetti esercizi possono svolgere la loro attività anche se dotati di locali, strutture, personale e competenze astrattamente caratterizzanti lo svolgimento dell'attività di somministrazione abitualmente svolta dagli stessi. Alla luce di quanto suesposto entrambe le ipotesi possono rientrare nell'applicazione delle aliquote ridotte"; quella espressa è una posizione conforme alla direttiva 2006/112/CE che prevede la possibilità di applicare alle cessioni di prodotti alimentari un'aliquota ridotta; sulla normativa che riguarda l'imposta sul valore aggiunto, l'Agenzia delle entrate si è espressa con il principio di diritto n. 9 del 22 febbraio 2019 per sottolineare la differenza tra cessione e somministrazione. Quest'ultima, in linea generale, presuppone la presenza dell'utilizzatore finale e uno spazio per il consumo di ciò che si acquista. La prima, secondo le norme canoniche, sconta un'aliquota del 22 per cento, mentre la seconda del 10 per cento. Con la risposta fornita dal Ministero, dunque, si superava questa distinzione, chiarendo altresì, almeno fino a quando sarebbero rimaste in vigore le restrizioni per il settore della ristorazione, i dubbi interpretativi circa la corretta applicazione dell'aliquota IVA; considerato che: la risposta rappresenta l'indicazione di una possibilità che, in mancanza di nuove norme specifiche in merito, non può rappresentare una garanzia sufficiente per il settore della ristorazione. Se, infatti, da una parte il Ministero non ha rilasciato ulteriori indicazioni ufficiali, dall'altra è sopraggiunto il parere dell'Agenzia delle entrate che, rispondendo all'interpello n. 581 del 14 dicembre 2020, ha esposto il proprio punto di vista sull'argomento. In particolare si legge: