[pronunce]

25 luglio 1998, n. 286 (Testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell'immigrazione e norme sulla condizione dello straniero), che punisce l'ingiustificata inottemperanza dello straniero colpito da provvedimento di espulsione all'ordine di allontanamento dal territorio dello Stato impartitogli dal questore; e la norma processuale di cui al comma 5-quinquies dello stesso articolo, nella parte in cui prevede l'arresto obbligatorio dell'autore del predetto reato – delle quali non è affatto chiamato a fare applicazione nell'ambito del procedimento in cui l'incidente di costituzionalità si innesta; che – secondo quanto si legge nell'ordinanza di rimessione – il giudice a quo è infatti investito unicamente del giudizio civile diretto alla verifica della legittimità del provvedimento prefettizio di espulsione che sta “a monte” dell'ordine del questore di allontanamento dal territorio dello Stato: ordine che costituisce, a sua volta, il presupposto del reato di cui al citato art. 14, comma 5-ter; che la configurabilità o meno di una responsabilità penale del ricorrente nel giudizio a quo per il reato ora indicato è, dunque, aspetto totalmente estraneo al thema decidendum del giudice rimettente; né la rilevanza della questione di costituzionalità che investe l'anzidetta norma incriminatrice può essere fatta discendere – come si pretende nell'ordinanza di rimessione – dall'obbligo di denuncia previsto dall'art. 331 cod. proc. pen. a carico di qualunque pubblico ufficiale (e non solo del giudice) che abbia notizia di un reato perseguibile d'ufficio nell'esercizio delle sue funzioni: e ciò per l'ovvia ragione che la presentazione o meno della denuncia nei confronti dello straniero, per il reato considerato, è circostanza avulsa ed assolutamente ininfluente rispetto allo scrutinio del suo ricorso avverso il provvedimento di espulsione; che tanto meno, poi, il rimettente è chiamato a fare applicazione della disposizione di cui al comma 5-quinquies dell'art. 14, in tema di arresto obbligatorio per il reato in parola: arresto, nella specie, neppure avvenuto; che, al riguardo, è infondata l'argomentazione in base alla quale il giudice a quo afferma la rilevanza del dubbio di costituzionalità concernente tale disposizione: vale a dire che la previsione normativa censurata renderebbe praticamente inutile la convocazione del ricorrente ai fini dell'audizione personale – cui esso giudice a quo dovrebbe procedere prima della decisione sul ricorso – dato che, in caso di comparizione, il ricorrente sarebbe destinato ad essere arrestato «in limine dell'udienza», e non potrebbe dunque partecipare a questa; che – a prescindere, dal rilievo che, in tal modo, il rimettente basa l'affermazione della rilevanza su un presupposto fattuale “patologico” nel sistema della legge (che, cioè, lo straniero colpito da ordine di allontanamento del questore, disobbedisca ingiustificatamente all'intimazione) e, al tempo stesso, su un evento futuro ed ipotetico (l'arresto del ricorrente in occasione della comparizione all'udienza, il quale potrebbe in concreto non verificarsi per i più diversi motivi) – è assorbente la considerazione che si palesa erronea la premessa interpretativa su cui si regge l'intera costruzione logica; che, infatti – come ripetutamente affermato dalla giurisprudenza di legittimità – a seguito della modifica del comma 8 dell'art. 13 del d.lgs. n. 286 del 1998 operata dall'art. 12 della legge 30 luglio 2002, n. 189 (Modifica alla normativa in materia di immigrazione e di asilo), che ha altresì soppresso il comma 9 dello stesso articolo, ove si prevedeva l'obbligo di audizione dell'interessato, nel giudizio sul ricorso dello straniero avverso il decreto prefettizio di espulsione non è più richiesta l'audizione personale del ricorrente: e ciò in coerenza con la regola generale dell'immediata esecuzione del provvedimento a mezzo di accompagnamento alla frontiera; che il rimettente, in effetti, trascura la circostanza che, nel sistema introdotto dalla citata legge n. 189 del 2002, il provvedimento di espulsione – che è immediatamente esecutivo nonostante gravame (art. 13, comma 3, del d.lgs. n. 286 del 1998) – deve essere eseguito, in via di principio, con accompagnamento alla frontiera a mezzo della forza pubblica (art. 13, comma 4, del d.lgs. n. 286 del 1998), ricorrendosi allo strumento dell'ordine di allontanamento (presidiato da sanzione penale e cui accede l'arresto obbligatorio) solo quando l'esecuzione immediata dell'espulsione non sia possibile (art. 14, comma 1, del d.lgs. n. 286 del 1998); che tale regime rende, dunque, del tutto implausibile il duplice assunto per cui, da un lato, la legge imporrebbe tuttora al giudice di sentire comunque personalmente l'interessato prima della decisione sul ricorso avverso il provvedimento prefettizio di espulsione (per la cui proposizione è previsto il termine di sessanta giorni); e, dall'altro lato, l'elemento che impedirebbe tale audizione sarebbe rappresentato dalla mera previsione dell'arresto obbligatorio per il reato di cui all'art. 14, comma 5-ter, del d.lgs. n. 286 del 1998: arresto che rappresenta, di contro, solo l'ultimo possibile anello della catena degli eventi prefigurati dal sistema normativo, presupponendo non solo che non sia stato possibile accompagnare immediatamente lo straniero alla frontiera, ma anche che lo straniero non abbia ottemperato, senza giustificato motivo, al conseguente ordine di allontanamento dal territorio nazionale; che la palese estraneità delle norme denunciate all'area decisionale del giudice rimettente esclude che debba farsi luogo – così come richiesto dall'Avvocatura dello Stato – alla restituzione degli atti al predetto giudice, per un nuovo esame della rilevanza delle questioni alla luce dei sopravvenuti mutamenti che hanno interessato le norme stesse: mutamenti rappresentati, in particolare, dalla sentenza di questa Corte n. 223 del 2004 – con cui l'art. 14, comma 5-quinquies, del d.lgs. n. 286 del 1998 è stato dichiarato costituzionalmente illegittimo nella parte in cui prevedeva l'arresto obbligatorio per il reato contravvenzionale di cui al comma 5-ter dello stesso articolo – e dal successivo decreto-legge 14 settembre 2004, n. 241 (Disposizioni urgenti in materia di immigrazione), convertito, con modificazioni, in legge 12 novembre 2004, n. 271, il quale, per un verso, ha trasformato l'anzidetta figura criminosa in delitto, fatta eccezione per l'ipotesi dell'ingiustificato trattenimento nel caso di espulsione disposta perché il permesso di soggiorno è scaduto da più di sessanta giorni e non ne è stato chiesto il rinnovo; e, per un altro verso, ha ripristinato la misura dell'arresto obbligatorio in rapporto alle ipotesi di ingiustificato trattenimento che hanno assunto connotazione delittuosa; che le questioni debbono essere dichiarate, pertanto, manifestamente inammissibili.