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Il Comitato dei Ministri specifica, infatti, nella raccomandazione, che ai giornalisti dovrebbe essere consentito di avere contatti con persone che scontano pene detentive in carcere, nella misura in cui ciò non pregiudichi la corretta amministrazione della giustizia, i diritti dei detenuti e del personale penitenziario o la sicurezza dell'istituto di detenzione (principio 17). Infine, nella raccomandazione del Consiglio d'Europa, il diritto alla privacy , previsto dal sopra citato articolo 8 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo, viene esteso fino a comprendere il dovere di tutelare l'identità di chiunque abbia scontato una condanna giudiziaria. Segnatamente, il principio 18 della raccomandazione in esame, in materia di informazioni dei media relative a sentenze di condanna, statuisce che «Al fine di non pregiudicare il reinserimento sociale di soggetti che hanno scontato sentenze di condanna penale, il diritto di proteggere la privacy previsto dall'articolo 8 della Convenzione [europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali] dovrebbe includere il diritto di proteggere l'identità di tali soggetti in relazione ai reati precedentemente commessi, a meno che i condannati diano il proprio consenso alla divulgazione delle informazioni che li riguardano oppure questi, e il reato da loro commesso, continuino o tornino ad essere di interesse pubblico». Orbene, nonostante l'imponente impianto normativo nazionale e comunitario innanzi citato, i soggetti che hanno avuto la sventura di essere stati sottoposti, in passato, a un procedimento penale sono molto spesso oggetto di aggressione alla loro privacy da parte dei media che, attraverso carta stampata, internet e televisione, divulgano informazioni ormai prive di un interesse pubblico meritevole di tutela, ma che, spesso, vengono utilizzate ai soli fini di mera promozione commerciale e ridotte a veri e propri « gossip » (pettegolezzi). Sono sempre più numerosi i casi portati dinanzi all'autorità giudiziaria e al Garante per la protezione dei dati personali. Quest'ultimo, addirittura, in relazione a una serie di casi di pubblicazione su internet dei dati giudiziari (tra cui sentenze di condanna) relativi a soggetti italiani, si è trovato nell'impossibilità di procedere con la società italiana rappresentante di un noto provider californiano (Google), la quale, infatti, ha rinviato le legittime lamentele dell' Authority italiana alla sede centrale californiana del provider . La disponibilità del provider americano a costituire un tavolo tecnico con l' Authority italiana per affrontare il problema della cancellazione dei dati giudiziari e di quelli relativi a condanne penali, pubblicati (e cristallizzati) su pagine internet , non ha allo stato risolto, né certamente risolverà, in modo definitivo il problema. Infatti, a fronte della copiosa normativa in materia, appare evidente come ad oggi, non vi sia alcuna disposizione che tuteli, in modo chiaro e preciso, il cosiddetto «diritto all'oblio» ossia che limiti efficacemente -- per giornali, televisioni, e web provider -- l'attuale possibilità di pubblicare indiscriminatamente informazioni personali afferenti a soggetti che hanno scontato (o stanno scontando) condanne penali in relazione a vicende risalenti nel tempo o che, ancorché assolti, hanno soltanto avuto la sventura di essere stati, con riferimento alle medesime vicende, sottoposti a procedimento penale. Si ritiene, infatti, che, in ossequio ai princìpi costituzionali (nazionali e comunitari) innanzi esposti e alla citata raccomandazione del Consiglio d'Europa del 2003 (principio 18), si renda necessario predeterminare -- una volta per tutte e salve tassative eccezioni -- il periodo di tempo oltre il quale un soggetto sottoposto a procedimento penale maturi il diritto a non vedere più il proprio nome «accostato» alla vicenda processuale. Per quanto concerne, in particolare, il condannato, in funzione della necessità di un suo pieno reinserimento sociale, fatto salvo l'eventuale effettivo interesse pubblico (da provare rigorosamente), si reputa «non attuale» (e, quindi, non pubblicabile e non «trattabile») una informazione personale direttamente o indirettamente correlata alla precedente condanna subita da un soggetto, dopo che sono trascorsi cinque anni, se la pena inflitta è pari o inferiore a quindici anni, oppure dieci anni, se essa è superiore a quindici anni. A precisazione di quanto sopra osservato, il dies a quo dei predetti periodi di tempo coincide con la data del passaggio in giudicato della sentenza, e, sotto altro profilo, rileva la pena originariamente inflitta, non già quella eventualmente ridotta in virtù dell'applicazione di benefici o di altri istituti premiali. Inoltre, in caso di assoluzione, il termine oltre il quale opera il divieto di cui al presente disegno di legge è in ogni caso di cinque anni, con decorrenza dal momento in cui la sentenza diverrà definitiva. Si noti, del resto, che nell'ordinamento penale vigente esistono già istituti che, nella medesima ottica specialpreventiva della proposta tutela del cosiddetto «diritto all'oblio», attribuiscono rilievo al decorso di un periodo di tempo predeterminato ex lege per riconoscere (o restituire) al condannato diritti (o facoltà). Si pensi all'istituto della riabilitazione (articoli 178-179 del codice penale), con cui, in presenza di determinati presupposti (tra cui, appunto, il decorso di tre/dieci anni dall'esecuzione o, comunque, dalla estinzione della pena principale), si estinguono le pene accessorie e gli effetti penali della condanna: in altri termini, allo scopo di non pregiudicare il reinserimento sociale del reo, gli vengono «restituite» alcune delle facoltà giuridiche che, in conseguenza della condanna, erano state escluse o compresse. Dal punto di vista sistematico, il presente disegno di legge si sviluppa in sei articoli. I primi tre recano la tutela del diritto all'oblio, prevedendone l'oggetto, le esclusioni e, in caso di violazione, le relative sanzioni. In particolare, all'articolo 1 si definisce l'oggetto del divieto di pubblicazione e di trattamento e si fissa la conseguente sanzione penale. All'articolo 2 si esclude l'applicazione del divieto in presenza di un interesse pubblico attuale al trattamento o alla pubblicazione, di un'autorizzazione preventiva del Ministro della giustizia (comma 1) o del consenso scritto dell'interessato (comma 2). A quest'ultimo riguardo, nel successivo comma 3, viene disciplinata l'ipotesi di una pluralità di persone sottoposte a procedimento penale, distinguendosi a seconda che esse siano state tutte condannate (in tal caso il divieto di cui all'articolo l non si applica soltanto se il consenso è rilasciato per iscritto da ciascuna di loro) ovvero che nei confronti di taluna di dette persone siano stati pronunciati una sentenza di assoluzione, di non luogo a procedere, di non doversi procedere o un provvedimento di archiviazione (in tale evenienza, ai fini della pubblicazione o del trattamento, è sufficiente che il consenso sia prestato da tale soggetto, ma nella pubblicazione o nel trattamento dovrà essere omesso ogni riferimento alle altre persone sottoposte al medesimo procedimento penale che non abbiano prestato analogo consenso). Nel medesimo articolo sono, altresì, previste talune esclusioni di carattere «soggettivo»: