[pronunce]

ORDINANZA ha pronunciato la seguentenei giudizi di legittimità costituzionale dell'art. 36 del decreto legislativo 28 agosto 2000, n. 274 (Disposizioni sulla competenza penale del giudice di pace, a norma dell'articolo 14 della legge 24 novembre 1999, n. 468), come modificato dall'art. 9, comma 2, della legge 20 febbraio 2006, n. 46 (Modifiche al codice di procedura penale, in materia di inappellabilità delle sentenze di proscioglimento), promossi con ordinanze dell'8 novembre 2007 dalla Corte di cassazione nel procedimento penale a carico di D. N. V. e del 7 febbraio 2008 dal Tribunale di Sondrio nel procedimento penale a carico di C. G., iscritte ai nn. 137 e 170 del registro ordinanze 2008 e pubblicate nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica nn. 20 e 24, prima serie speciale, dell'anno 2008. Udito nella camera di consiglio del 14 gennaio 2009 il Giudice relatore Paolo Maria Napolitano. Ritenuto che la Corte di cassazione, con ordinanza del 9 novembre 2008, ha sollevato, in riferimento agli artt. 3 e 111 della Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell'art. 36 del decreto legislativo 28 agosto 2000, n. 274 (Disposizioni sulla competenza penale del giudice di pace, a norma dell'articolo 14 della legge 24 novembre 1999, n. 468), come modificato dall'art. 9, comma 2, della legge 20 febbraio 2006, n. 46 (Modifiche al codice di procedura penale, in materia di inappellabilità delle sentenze di proscioglimento), nella parte in cui non consente al pubblico ministero di appellare le sentenze di proscioglimento pronunciate dal giudice di pace; che la Corte di cassazione premette in fatto di dover esaminare il ricorso proposto dal Procuratore della Repubblica di Benevento avverso una sentenza di proscioglimento perché il fatto non sussiste, in ordine al reato di cui all'art. 638 del codice penale, fondata sull'assunto della mancanza di prova circa la sussistenza dell'elemento soggettivo del reato; che, in punto di rilevanza, il rimettente precisa che, in caso di accoglimento della questione, venendo meno la disposizione di legge censurata che ha soppresso la possibilità per il pubblico ministero di appellare le sentenze di proscioglimento per reati puniti con pene alternative, il ricorso al suo esame dovrebbe essere convertito in appello; che, quanto alla non manifesta infondatezza, il rimettente richiama interamente la sentenza n. 26 del 2007 della Corte costituzionale, con la quale è stata dichiarata l'illegittimità costituzionale dell'art. 1 della legge n. 46 del 2006 nella parte in cui, sostituendo l'art. 593 del codice di procedura penale, esclude che il pubblico ministero possa proporre appello contro le sentenze di proscioglimento, fatta eccezione per le ipotesi di cui all'art. 603, comma 2, del medesimo codice se la nuova prova è decisiva, ritenendo applicabili anche alla disposizione censurata le ragioni poste a base della citata pronuncia; che, in particolare, la Corte di cassazione evidenzia come il novellato art. 36 del d.lgs. n. 274 del 2000 realizzi la medesima asimmetria fra le parti che la Corte ha ritenuto incostituzionale in relazione all'art. 593 cod. proc. pen. ; che, infine, la norma sarebbe del tutto irragionevole, dal momento che consente al pubblico ministero di appellare le sentenze di condanna, cioè quando la sua domanda è stata almeno in parte accolta, e non quelle di proscioglimento, quando invece la domanda è stata integralmente rigettata; che il Tribunale di Sondrio, quale giudice d'appello, con ordinanza del 7 febbraio 2008, ha sollevato, in riferimento all'art. 111, secondo comma, Cost., questione di legittimità costituzionale dell'art. 9, comma 2, della legge n. 46 del 2006 nella parte in cui non consente al pubblico ministero di appellare le sentenze di proscioglimento pronunciate dal giudice di pace; che il rimettente premette, in fatto, di essere chiamato a giudicare dell'appello da parte del pubblico ministero avverso una sentenza di assoluzione per insussistenza del fatto emessa dal Giudice di pace di Tirano nei confronti di C. G. in ordine al reato di cui all'art. 187, commi 1 e 4, del codice della strada; che il rimettente precisa, ai fini della rilevanza della questione, che in applicazione della disposizione censurata dovrebbe dichiarare improponibile l'appello con trasmissione degli atti alla Corte di cassazione ai sensi dell'art. 568, comma 5, cod. proc. pen. ; che, quanto alla non manifesta infondatezza, il rimettente evidenzia come, ai sensi dell'art. 37, comma 1, della legge n. 274 del 2000, l'imputato possa proporre appello contro le sentenze di condanna del giudice di pace che abbia irrogato una pena di specie diversa da quella pecuniaria nonché contro quelle che applichino la pena pecuniaria, qualora impugni il capo relativo alla condanna, anche generica, al risarcimento del danno; che, pertanto, a fronte del riconoscimento da parte del legislatore di un potere, in capo all'imputato, di appellare, sia pure nei limiti indicati, le sentenze del giudice di pace, la norma censurata nega radicalmente il «correlativo potere di appello del pubblico ministero contro le sentenze di proscioglimento» pronunciate dal medesimo giudice; che nelle sentenze della Corte costituzionale n. 320 e n. 26 del 2007, pur essendo ribadito che «per quanto attiene alla disciplina delle impugnazioni, parità delle parti non significa, nel processo penale, necessaria omologazione di poteri e facoltà», si è affermato che «ciò non toglie, tuttavia, che le eventuali menomazioni del potere di impugnazione della pubblica accusa, nel confronto con lo speculare potere dell'imputato, debbano comunque rappresentare – ai fini del rispetto del principio di parità – soluzioni normative sorrette da una ragionevole giustificazione, nei termini di adeguatezza e proporzionalità dianzi lumeggiati: non potendosi ritenere, anche su questo versante – se non a prezzo di svuotare di significato l'enunciazione di detto principio con riferimento al processo penale – che l'evidenziata maggiore flessibilità della disciplina del potere di impugnazione del pubblico ministero legittimi qualsiasi squilibrio di posizioni, sottraendo di fatto, in radice, le soluzioni normative in subiecta materia allo scrutinio di costituzionalità»; che, a parere del rimettente, la «dissimetria radicale» riscontrata dalla Corte nelle norme allora censurate deve ravvisarsi anche con riferimento alla disposizione in esame, in quanto «a differenza dell'imputato il pubblico ministero viene privato del potere di proporre doglianze di merito avverso la sentenza che lo veda totalmente soccombente, negando per integrum la realizzazione della pretesa punitiva fatta valere con l'azione intrapresa, in rapporto a qualsiasi categoria di reati»;