[resaula]

al riguardo, si rende necessario chiarire la distinzione di status giuridico proprio di fauna selvatica omeoterma, ovvero quella vivente in stato di naturale libertà all'interno del territorio nazionale e ascrivibile agli esemplari faunistici di diretta origine selvatica, quale patrimonio indisponibile dello Stato, da quella allevata, e, quindi, di proprietà esclusiva del cittadino in qualità di allevatore; nella prima categoria, riferendosi alle specie ornitiche detenute da privati, potevano essere ricompresi gli uccelli selvatici appartenenti alle 7 specie cacciabili delle quali era autorizzata la cattura allo stato naturale da parte delle Province, per rifornire i cacciatori di richiami vivi in base alle disposizioni di cui all'art. 4 della legge n. 157 del 1992, attività ora non più praticata da anni. Alla seconda categoria appartengono, invece, gli esemplari allevati in cattività a fenotipo ancestrale, provenienti da esclusiva attività di allevamento, le cui caratteristiche morfologiche esterne sono simili a quelle dei congeneri selvatici; posto il vuoto normativo in tema di classificazione delle categorie di appartenenza, la distinzione, necessaria al fine di definire lo status giuridico degli animali selvatici (fauna selvatica, proprietà indisponibile dello Stato) da fauna allevata (e, quindi, di proprietà esclusiva dell'allevatore), trova di fatto diretto e ampio riscontro nella giurisprudenza di legittimità (si vedano le sentenze della Cassazione: sezione III, n. 18893 del 13 maggio 2011; sezione IV, n. 3062 del 26 giugno 1997; sezione III, n. 8877 dell'8 maggio 1997); sul punto, anche recenti pronunce di merito emesse da tribunali ordinari hanno rigettato ipotesi di reato a carico di allevatori per la mancanza di prove che identifichino la natura selvatica dei soggetti detenuti (ad esempio si veda il decreto di archiviazione RGNR n. 2113/2021 del 18 febbraio 2022 emesso dal Tribunale di Pordenone); a livello normativo, ai sensi dell'art. 17 della legge n. 157 del 1992, comma 1 e seguenti, le Regioni autorizzano, regolamentandolo, l'allevamento di fauna selvatica a scopo alimentare, di ripopolamento, ornamentale ed amatoriale; pertanto, dalla distinzione, appare evidente come gli allevatori siano soggetti autorizzati dalla pubblica amministrazione ad allevare uccelli appartenenti a specie cacciabili e che gli esemplari riprodotti possono essere ceduti a privati mediante documentazione attestante la legittima provenienza (bolle di cessione), previa applicazione dell'anello identificativo al tarso dell'animale. Tale obbligo, peraltro non sempre presente, non deriva da una disposizione di legge nazionale ma viene discrezionalmente regolamentato da norme e regolamenti in materia di allevamento da Regioni o Province, ai sensi dell'articolo 5 della legge n. 157; quindi, con riferimento agli uccelli utilizzati nelle mostre e nelle esposizioni canore, è pacifico che questi esemplari appartengano alla categoria degli "esemplari allevati a fenotipo ancestrale" di proprietà esclusiva del cittadino essendo accompagnati da documentazione ed essendo muniti di anello identificativo, e non alla categoria di fauna selvatica di proprietà esclusiva dello Stato; ne consegue che, alla luce della natura giuridica del bene oggetto di contestazione, nella specie esemplari di uccelli allevati a fenotipo ancestrale di proprietà del cittadino allevatore, la presunzione discrezionale di illecita detenzione posta a base delle operazioni di sequestro e delle sanzioni penali ingiunte dagli agenti di polizia sia del tutto illegittima e priva di qualsivoglia nesso di causalità, si chiede di sapere se si sia a conoscenza dei fatti esposti, e se, con particolare riferimento alla fauna allevata, quindi, di natura giuridica domestica, non si ritenga doveroso avviare gli accertamenti del caso in ordine a quanto emerso. In particolare, se siano legittimi o meno i controlli effettuati senza un apposito mandato giudiziario dagli agenti di polizia sui soggetti ornitici esposti e detenuti in ambito pubblico o privato dai reali proprietari allevatori e se siano legittimi o meno i sequestri effettuati dagli agenti sulla base di ipotesi di reato valutate in via del tutto discrezionale e prive di qualsivoglia nesso di causalità. Atto n. 4-07361 LANNUTTI ANGRISANI Luisa GIANNUZZI Silvana ABATE Rosa Silvana CORRADO Margherita LEZZI Barbara LA MURA Virginia Al Ministro della salute Premesso che la fondazione "Santa Lucia" è un istituto di ricovero e cura a carattere scientifico (IRCCS) di diritto privato, sito in via Ardeatina a Roma, ed è considerato un ospedale di rilievo nazionale e di alta specializzazione per la riabilitazione neuromotoria, ovvero un'eccellenza nel settore delle neuroscienze e per lo sviluppo di nuove cure per le patologie che necessitano di neuroriabilitazione di alta specialità. Con i suoi 325 posti letto convenzionati con il servizio sanitario regionale (293 per ricoveri ordinari e 32 di day hospital ), rappresenta un punto di riferimento per pazienti provenienti non solo dal Lazio; considerato che, per quanto risulta agli interroganti: a seguito di un'emorragia cerebrale, la paziente R.E., è stata ricoverata in degenza ordinaria in formula privata dai propri familiari e collocata al sesto piano della struttura (reparto dei ricoveri privati, diretto dal dottor Stefano Paolucci), con pagamento diretto. Per usufruire della stanza singola con accompagnatore la retta è stata pari a 590 euro al giorno più altri 250 euro per l'accompagnatore; la signora R.E. è stata ricoverata presso il Santa Lucia per oltre 4 mesi in cui le è successo di tutto. Al suo ingresso ha contratto immediatamente il Clostridium difficile, una gravissima infezione che può essere letale e che si sviluppa principalmente a causa di scarse condizioni igieniche. Subito dopo, la paziente ha subito continue infezioni urinarie, polmoniti da ingestione dovute a probabile poca attenzione, piaghe da decubito e anche il COVID-19, stante l'assenza di idonei sistemi di prevenzione e controllo. Tutti eventi che hanno contribuito a condurre la paziente a una situazione di tale gravità da determinarne il trasferimento d'urgenza in un reparto COVID-19 di un ospedale pubblico della capitale; durante il ricovero, alla paziente non è stata concessa la minima possibilità di intraprendere una doverosa riabilitazione neurocognitiva che, invece, dovrebbe essere la vera specializzazione della struttura e per la quale è stata ricoverata. Nei primi tre mesi di ricovero, il neuropsicologo delegato ha visitato la paziente solo due volte, con visite della durata di 5 minuti, dando parere negativo e impedendole, pertanto, ogni recupero. Quando, su istanza formale e ferma dei parenti della paziente, è stata disposta una nuova valutazione ad opera di altro medico, è emerso paradossalmente che il secondo neuropsicologo, incaricato di effettuare una nuova valutazione dalla direzione sanitaria e dal responsabile del reparto ricoveri privati, è la moglie del primo neuropsicologo, circostanza taciuta ai parenti ed emersa casualmente all'interno della struttura;