[pronunce]

ed il contrasto con la capacità contributiva di ciascun successore deriverebbe dalla circostanza che l'imposta sul valore netto globale dell'asse ereditario si rapporta alla capacità contributiva del de cuius (configurandosi come una “tassa sul morto”, cioè sull'intero asse relitto) o dell'eredità giacente (come tale), i quali sono privi di soggettività tributaria; che, tuttavia, la giurisprudenza costituzionale ha già più volte esaminato simili censure e ne ha sempre negato il fondamento, avendo precisato, in numerose pronunce, che l'imposta sul valore netto globale dell'asse ereditario colpisce l'eredità come tale, indipendentemente dal trasferimento di ricchezza agli aventi causa uti singuli, in quanto si collega direttamente con il patrimonio ereditario unitariamente considerato (sentenza n. 68 del 1985; ordinanze n. 170 e n. 172 del 1988, n. 222 del 1989, n. 211 del 1990, n. 179 del 1992 e n. 353 del 1993; nello stesso senso, sostanzialmente, già la sentenza n. 147 del 1975); che da tale premessa la menzionata giurisprudenza ha infatti tratto il corollario, per quanto concerne l'evocato art. 53 Cost., che non può ravvisarsi violazione del principio di capacità contributiva nell'applicazione dell'imposta sul valore netto globale dell'asse ereditario, perché questa ha carattere reale ed in tale tipo di imposta «la capacità contributiva è data dal valore del bene tassato e non dal patrimonio del soggetto o dei soggetti ai quali il bene appartiene» (cosí, testualmente, la citata sentenza n. 147 del 1975); che, per la medesima giurisprudenza, non è contrario agli artt. 3 e 53 Cost. che, per effetto della progressività dell'indicato tributo, «a seconda del valore dell'asse, […] quote ereditarie di eguale valore siano gravate da imposte di ammontare differente», e ciò perché «non è irrazionale […] avere ritenuto diverse, agli effetti tributari, successioni ereditarie per quote dello stesso valore da assi di valore diverso» (cosí, in particolare, la suddetta sentenza n. 147 del 1975); che il giudice a quo e le parti private, pur non criticando tale giurisprudenza, tuttavia la ritengono inconferente, perché riguarderebbe solo la normativa previgente a quella denunciata e presupporrebbe, perciò, un soggetto passivo d'imposta (il chiamato all'eredità) ed una nozione di capacità contributiva (commisurata al valore globale dell'asse ereditario) non più compatibili con la normativa dell'imposta di successione introdotta con il d.lgs. n. 346 del 1990, il quale – sempre per il giudice a quo – avrebbe innovato il quadro normativo, stabilendo che il soggetto passivo d'imposta si identifica con il successore mortis causa e che la capacità contributiva di questo va commisurata esclusivamente al trasferimento (od all'incremento, secondo una variante interpretativa) di ricchezza in suo favore; che l'affermazione del rimettente e delle parti private circa il mancato esame, da parte di questa Corte, della normativa denunciata è inesatta, perché tale normativa è stata già valutata dalla sentenza n. 111 del 1997, la quale ha ritenuto non lesivo dei princípi di uguaglianza e di capacità contributiva il fatto che il legislatore individui, di volta in volta, quali indici di capacità contributiva, le varie specie di beni patrimoniali, come accade nel caso, appunto, dell'«imposta sul valore globale netto dell'asse ereditario (d.lgs. 31 ottobre 1990, n. 346)»; che anche l'altra affermazione circa le innovazioni che il legislatore del 1990 avrebbe apportato alla disciplina dell'imposta sulle successioni è inesatta, perché, se è vero che l'art. 42, comma 1, lettera e), del d.lgs. n. 346 del 1990 – consentendo di richiedere agli uffici tributari il rimborso dell'imposta di successione «pagata o pagata in più a séguito di sopravvenuto mutamento della devoluzione ereditaria», anziché solo il rimborso dell'imposta «percetta in più per la mutata devoluzione ereditaria» previsto dall' art. 47, primo comma, numero 3, del d.P.R. 26 ottobre 1972, n. 637 (Disciplina dell'imposta sulle successioni e donazioni) – ha definitivamente chiarito che il soggetto passivo dell'imposta è l'erede od il legatario e non il chiamato (gravato solo di obblighi strumentali e comunque provvisori, come si desume anche dal disposto dell'art. 7, comma 4, del d.lgs. n. 346 del 1990, per il quale, «fino a quando l'eredità non è stata accettata, o non è stata accettata da tutti i chiamati, l'imposta è determinata considerando come eredi i chiamati che non vi hanno rinunziato»), è altrettanto vero che tale interpretazione era ben possibile già nella precedente normativa, come del resto rilevato da questa stessa Corte con la sentenza n. 147 del 1975, secondo cui l'imposta grava «in definitiva» sull'erede, e come sostenuto da autorevole dottrina, secondo cui l'imposizione posta a carico del chiamato all'eredità era da considerarsi provvisoria perché suscettibile di essere rimossa mediante restituzione in caso di mancata accettazione dell'eredità; che, comunque, la citata giurisprudenza di questa Corte, riguardante esclusivamente fattispecie relative a successori mortis causa e che ha costantemente dichiarato non fondate le questioni di legittimità costituzionale dell'imposta sull'asse ereditario all'epoca sollevate, ha sempre evidenziato, quale propria essenziale ratio decidendi, l'argomento tratto dal fatto oggettivo del «diretto collegamento dell'imposizione con il patrimonio ereditario unitariamente considerato, indipendentemente dal trasferimento di ricchezza», con la conseguenza che, in questa prospettiva, importa solo tale «diretto collegamento», mentre appare irrilevante identificare il soggetto passivo nel chiamato all'eredità o nell'effettivo successore mortis causa; che, una volta esclusi significativi elementi di novità nella normativa censurata rispetto alla precedente disciplina e negli argomenti prospettati dal rimettente rispetto a quelli già esaminati da questa Corte, va confermata l'indicata giurisprudenza costituzionale in tema di imposta sul valore netto globale dell'asse ereditario; che, pertanto, deve essere qui ribadito e chiarito, con particolare riferimento alla normativa denunciata, che l'imposta sulle successioni – pur se formalmente unica, dopo l'unificazione dell'imposta sul valore netto globale dell'asse ereditario con l'imposta sulle singole quote ereditarie e sui legati, operata dal d.P.R. n. 637 del 1972 e confermata dal d.lgs. n. 346 del 1990 – continua ad articolarsi (con diversità di presupposto e di base imponibile) in una imposizione di carattere prevalentemente patrimoniale e reale, gravante su tutti i successori ed incidente sull'asse ereditario globale, ed in una imposizione delle quote ereditarie e dei legati, gravante soltanto sui successori cosiddetti “indiretti” ed incidente sul singolo trasferimento (od incremento) di ricchezza in favore di ciascun beneficiario;