[pronunce]

del 29 novembre 2002 deve far ritenere applicabile ai soli datori di lavoro privati la sospensione dei contributi previdenziali che in essa trova fondamento; che, quanto alla non manifesta infondatezza, il giudice a quo ritiene che la previsione impugnata violerebbe, primariamente, gli artt. 2 e 3 della Costituzione, in quanto l'esclusione dal beneficio della sospensione degli adempimenti contributivi di una categoria di lavoratori (quelli dipendenti da datori di lavoro pubblici) comporta che a questi ultimi venga negata la solidarietà sociale della comunità nazionale; che la stessa disposizione violerebbe anche l'art. 32 della Costituzione, «interpretato alla luce dell'art. 9 della Cost.», in quanto, avendo l'amministrazione – tramite la sospensione dei termini di versamento dei contributi di natura assistenziale e previdenziale – «realizzato, senza diretta spesa, ma assumendo l'onere di una minore entrata, un accrescimento in termini di valore monetario delle retribuzioni dei lavoratori, i quali hanno così percepito una utilità rivolta a consentire loro di adeguatamente fare fronte alle esigenze di tutela del proprio benessere (e di quello dei familiari a carico), a fronte di un evento per definizione tale da incidere sui livelli di vita precedenti, tramite l'alterazione improvvisa e sensibile dell'ambiente territoriale inciso dal fenomeno eruttivo che ne ha compromesso l'ordinaria vivibilità», si sarebbe determinata la diminuzione, per la categoria dei lavoratori esclusi dal beneficio, «dei livelli collettivi di assistenza sanitaria invece riconosciuti ai dipendenti di datori di lavoro privati»; che, inoltre, sempre a detta del rimettente, la norma censurata verrebbe a violare gli artt. 4, 35 e 36 della Costituzione, perché, «abrogando» il beneficio economico ed assistenziale di cui all'o.P.C.m. del 29 novembre 2002, avrebbe determinato una (sia pure temporanea) ingiustificata riduzione del livello retributivo che era stato potenziato con l'intervento di protezione civile operato con la predetta ordinanza; che ugualmente violato dalla norma censurata sarebbe il principio della tutela dell'affidamento, in quanto, secondo il giudice a quo, ai soggetti ricorrenti nell'ambito del giudizio principale, dipendenti da un datore di lavoro pubblico, sarebbe stata sottratta una disponibilità retributiva, originariamente loro conferita, venendo in tal modo ad incidere sia su situazioni che avevano ricevuto un chiaro e definitivo riconoscimento giurisprudenziale, sia sulla «adeguatezza» della retribuzione in relazione allo specifico momento e contesto emergenziale; che, quindi, risulterebbe violato anche l'art. 3 della Costituzione, in ragione della disparità di trattamento tra lavoratori dipendenti della pubblica amministrazione e lavoratori dipendenti da imprese private, disparità che, secondo il giudice a quo, non è giustificata da alcuna ragione sostanziale, risultando, in entrambe le fattispecie, analoga l'incidenza dell'evento naturale sull'esecuzione della prestazione lavorativa, data la comune natura delle difficoltà che tutti i lavoratori, sia pubblici che privati, hanno dovuto sostenere per continuare a prestare la propria attività a servizio delle rispettive Amministrazioni o aziende private; che tale parametro sarebbe parimenti violato in ragione dell'asserita irragionevolezza della previsione censurata, in considerazione, secondo il rimettente, del fatto che il legislatore – in presenza di una dimensione di emergenza riguardante tutto il territorio interessato all'eruzione dell'Etna, (e dunque relativa a tutti i soggetti che sono stati chiamati a prestare attività lavorativa nelle proibitive condizioni ambientali che l'eruzione medesima ha determinato) – avrebbe irragionevolmente scelto di assistere una sola categoria di lavoratori, individuata con un criterio che, pur se oggettivo, sarebbe del tutto slegato da qualsiasi collegamento fattuale o funzionale con l'emergenza da affrontare; che l'irragionevolezza della previsione impugnata deriverebbe anche, sempre secondo il TAR rimettente, dalla ulteriore considerazione che la stessa non sarebbe intervenuta per dirimere un'originaria ambiguità interpretativa, essendo la norma di cui all'o.P.C.m. del 29 novembre 2002 chiara nel non differenziare, tra i vari beneficiari della misura in esame, i dipendenti delle pubbliche amministrazioni; che il giudice a quo ritiene, infine, la previsione abnorme, perché, allo scopo di discriminare nell'ambito della medesima situazione i vari destinatari potenziali degli interventi emergenziali, avrebbe operato una modifica legislativa con effetto retroattivo che non inciderebbe sulla legge, ma «sull'esercizio dei poteri di amministrazione demandati alla Protezione civile»; che la norma impugnata violerebbe altresì l'art. 97 della Costituzione, in quanto la retroattività della previsione censurata, nell'incidere senza alcuna giustificazione, plausibile o evidente, sulle situazioni consolidate, avrebbe determinato – revocando i benefici già concessi – un grave vulnus alla immagine dello Stato ed alla credibilità delle istituzioni, vanificando il rapporto di assistenza e sostegno che sia lo Stato che le istituzioni avevano creato con i consociati colpiti dalle calamità naturali; che, inoltre, l'art. 97 della Costituzione risulterebbe ulteriormente violato poiché la disposizione censurata avrebbe prodotto un motivo di grave inefficienza nell'esercizio dell'azione dei pubblici poteri, avendo costretto gli uffici preposti alla trattazione dei relativi affari ad un rinnovato esercizio delle relative funzioni; che sarebbe violato anche il principio di separazione dei poteri, per l'invasione, da parte del legislatore, dell'ambito di competenza proprio del potere esecutivo, con conseguente, sostanziale disordine nell'attività della pubblica amministrazione; che l'articolo censurato sarebbe, altresì, in contrasto con gli artt. 24, 101, 102 e 104 della Costituzione, poiché esso, assumendo un contenuto avente natura provvedimentale, vincolerebbe il giudice all'adozione di determinate decisioni in controversie già pendenti, venendo così a violare il giudicato, nei suoi aspetti esterni, formatosi sulle pronunce del medesimo organo rimettente (peraltro, confermate in appello), che avevano annullato l'o.P.C.m. n. 3442 del 2005, e ripristinando, pertanto, in via legislativa, un regime che – sul piano dell'esercizio del potere esecutivo – era stato ritenuto illegittimo con pronunce passate in giudicato; che, infine, a parere del rimettente, la citata disposizione sarebbe censurabile anche in riferimento all'art. 77, secondo comma, della Costituzione, sia perché non sussisterebbero i presupposti di necessità ed urgenza, sia perchè la norma censurata sarebbe stata inserita nella fase di conversione di un decreto-legge differente ratione materiae dall'ambito di operatività della stessa (avendo il decreto in questione ad oggetto l'emergenza dei rifiuti in Campania); che è intervenuto nel giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che la questione di legittimità costituzionale sollevata sia dichiarata irrilevante, inammissibile o, comunque, manifestamente infondata;