[pronunce]

Nel caso di specie, rileva che nel verbale della sezione elettorale, in cui si sarebbero verificati i fatti denunciati dai ricorrenti, non vi è traccia alcuna dei fatti medesimi e che detto verbale risulta sottoscritto da tutti i componenti dell'ufficio elettorale e dai rappresentanti di lista, ivi compresi coloro che hanno reso le dichiarazioni sulle quali si basa il ricorso introduttivo del giudizio davanti al TAR In particolare, evidenzia che nel verbale in questione, alla pagina 15, relativa alla chiusura delle operazioni del primo giorno di votazione, si legge che il presidente provvede immediatamente a chiudere l'urna contente le schede votate e la scatola con le schede autenticate e le sigilla nel modo descritto nelle istruzioni. Se i fatti denunciati si fossero effettivamente verificati, avrebbero dovuto - argomenta il resistente - essere riportati nel verbale; sicché l'omissione di verbalizzazione al riguardo assume il valore di attestazione della insussistenza dei fatti medesimi, la quale integrerebbe una falsità ideologica. Ne consegue che l'unico strumento idoneo a infirmare l'efficacia probatoria del verbale è la querela di falso, mentre a nulla può valere una eventuale prova testimoniale. Risultando, dunque, detta prova del tutto inutilizzabile ai fini della decisione sul chiesto annullamento delle operazioni elettorali, la questione di legittimità costituzionale è - a suo avviso - irrilevante. Nel merito, poi, delle censure mosse dal giudice a quo, osserva, quanto alla prospettata violazione dell'art. 3 Cost., scaturente dal diverso regime delle prove utilizzabili nel giudizio relativo alle operazioni elettorali rispetto a quello in materia di eleggibilità, che tale diversità è connaturale alle caratteristiche dei due giudizi, l'uno attribuito alla giurisdizione amministrativa, l'altro alla giurisdizione ordinaria. Quanto alla violazione degli artt. 24 e 111 Cost., osserva che la tutela non è affatto limitata agli scarni mezzi probatori del processo amministrativo, ma comprende anche lo strumento appositamente previsto dall'ordinamento per contestare il contenuto degli atti fidefacenti, ossia la querela di falso, altrettanto necessaria nel giudizio in materia di eleggibilità dinanzi al giudice ordinario, quando si intenda contestare la veridicità di un atto pubblico. Del resto, il principio sancito nell'art. 2700 del codice civile - soggiunge il resistente - non può non trovare applicazione in tutti i procedimenti giurisdizionali previsti dall'ordinamento, proprio in virtù dei principi costituzionali di uguaglianza e di effettività e pienezza della tutela giurisdizionale. Conclude, pertanto, per la declaratoria di inammissibilità o infondatezza della questione.1.- Il Tribunale amministrativo regionale per la Campania dubita della legittimità costituzionale, in relazione agli articoli 3, 24 e 111 della Costituzione, dell'art. 83/11, quinto comma, del d.P.R. 16 maggio 1960, n. 570 (Testo unico delle leggi per la composizione e la elezione degli organi delle Amministrazioni comunali), nella parte in cui tale comma, «non derogando ai sistemi probatori ordinari del giudizio avanti alle magistrature amministrative, limita, in materia elettorale, alle sole risultanze documentali i poteri istruttori fruibili per la definizione del merito», e, in particolare, esclude l'utilizzabilità della prova testimoniale. 2.- La questione è inammissibile. 2.1.- Il giudice a quo reputa rilevante la questione di legittimità costituzionale, in quanto ritiene, sotto un primo profilo, che l'efficacia probatoria dell'atto pubblico, costituito dal verbale delle operazioni elettorali, non precluda l'utilizzabilità di mezzi istruttori diversi dalla querela di falso, e in quanto ritiene, sotto un secondo profilo, che soltanto la prova testimoniale costituisca mezzo istruttorio idoneo a fornire la prova del fatto allegato dai ricorrenti come invalidante le operazioni elettorali. Ritiene il rimettente che la prima conclusione si fondi sulla giurisprudenza sia penale che amministrativa secondo le quali l'efficacia di piena prova riconosciuta dalla legge (art. 2700 del codice civile) all'atto pubblico - e, quindi, al verbale delle operazioni elettorali - concerne esclusivamente quanto il presidente del seggio, in qualità di pubblico ufficiale (art. 24 del d.P.R. n. 570 del 1960 e art. 40 del d.P.R. 30 marzo 1957, n. 361, "Approvazione del testo unico delle leggi recanti norme per la elezione della Camera dei deputati”), attesta essere stato da lui compiuto o essere avvenuto in sua presenza; sicché la verità di circostanze non risultanti dal verbale può essere provata con strumenti diversi dalla querela di falso. 2.2.- Tali considerazioni non sono condivisibili. È ben vero che il falso ideologico concerne esclusivamente attestazioni e che, pertanto, in linea di principio, l'omissione di circostanze, pur se rilevanti, non rende per ciò solo falso l'atto pubblico incompleto nella descrizione di quanto compiuto dal pubblico ufficiale o avvenuto in sua presenza. Ma è anche vero - come costantemente afferma la giurisprudenza chiamata ad applicare l'art. 479 del codice penale - che l'omissione di una circostanza rilevante può risolversi non già in una mera incompletezza, bensì in una falsa attestazione implicita, e ciò accade quando il contesto espositivo dell'atto è tale da far assumere all'omissione dell'esposizione di un fatto il significato di negazione dell'esistenza stessa di quel fatto. Nel giudizio a quo il Tribunale rimettente non poteva non considerare che, come rilevato dal Comune di Bellona, il verbale delle operazioni attesta che, al termine del primo giorno di votazione, «il presidente provvede a chiudere immediatamente l'urna contenente le schede votate e la scatola con le schede autenticate e le sigilla nel modo descritto nelle istruzioni»: attestazione che, inequivocabilmente, costituisce negazione del fatto (apertura dell'urna per ricercarvi una scheda non votata) dedotto dai ricorrenti a fondamento della domanda di annullamento delle operazioni elettorali e della proclamazione degli eletti. 2.3.- È evidente, conseguentemente, che, non potendo l'efficacia di piena prova dell'attestazione (immediata chiusura con sigilli dell'urna), contenuta nel verbale, essere posta in discussione altrimenti che con la querela di falso a norma dell'art. 2700 cod. civ. , la questione di legittimità costituzionale, sollevata in riferimento all'esclusione della prova testimoniale dal novero dei mezzi di prova, dei quali il giudice può valersi nel giudizio amministrativo elettorale, è del tutto irrilevante nel caso di specie.. per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE dichiara inammissibile la questione di legittimità costituzionale dell'art. 83/11, quinto comma, del d.P.R. 16 maggio 1960, n. 570 (Testo unico delle leggi per la composizione e la elezione degli organi delle Amministrazioni comunali), sollevata, in riferimento agli articoli 3, 24 e 111 della Costituzione, dal Tribunale amministrativo regionale per la Campania, con l'ordinanza in epigrafe.