[pronunce]

Il giudice a quo censura il primo comma del nuovo art. 56, laddove stabilisce che la detenzione domiciliare sostitutiva «comporta l'obbligo di rimanere nella propria abitazione o in altro luogo di privata dimora ovvero in luogo pubblico o privato di cura, assistenza o accoglienza ovvero in comunità o in case famiglia protette, per non meno di dodici ore al giorno, avuto riguardo a comprovate esigenze familiari, di studio, di formazione professionale, di lavoro o di salute del condannato. In ogni caso, il condannato può lasciare il domicilio per almeno quattro ore al giorno, anche non continuative, per provvedere alle sue indispensabili esigenze di vita e di salute, secondo quanto stabilito dal giudice». A parere del rimettente, tale disposizione si porrebbe in contrasto con il criterio di delega dettato dall'art. 1, comma 17, lettera f), della legge n. 134 del 2021, che - nella parte che qui rileva - prescriveva al Governo, «per la semilibertà e per la detenzione domiciliare», di «mutuare, in quanto compatibile, la disciplina sostanziale e processuale prevista dalla legge 26 luglio 1975, n. 354, per le omonime misure alternative alla detenzione»; con conseguente violazione dell'art. 76 Cost. La disciplina in esame si porrebbe, inoltre, in contrasto con l'art. 3 Cost. - creando una irragionevole disparità di trattamento nelle modalità di esecuzione della detenzione domiciliare, a seconda che essa sia adottata quale pena sostitutiva, ovvero quale misura alternativa alla detenzione - nonché con l'art. 27 Cost. L'auspicata reductio ad legitimitatem della disciplina dovrebbe effettuarsi, secondo il rimettente, riallineando le relative modalità esecutive a quelle previste per gli arresti domiciliari dall'art. 284 cod. proc. pen. , richiamate tanto dall'art. 47-ter, comma 4, quanto dall'art. 47-quinquies, comma 3, ordin. penit. 1.2.- In secondo luogo, è censurato l'art. 71, comma 1, lettera s), del d.lgs. n. 150 del 2022, che sostituisce l'art. 69 della legge n. 689 del 1981. Il rimettente dubita della legittimità costituzionale del nuovo primo comma dell'art. 69, che prevede, «[p]er giustificati motivi, attinenti alla salute, al lavoro, allo studio, alla formazione, alla famiglia o alle relazioni affettive», la possibilità che al condannato alla pena sostitutiva della detenzione domiciliare siano concesse «licenze per la durata necessaria e comunque non superiore nel complesso a quarantacinque giorni all'anno». Secondo il giudice a quo, tale previsione non troverebbe alcuna corrispondenza nella disciplina della misura alternativa della detenzione domiciliare. La scelta del legislatore delegato dovrebbe, per tale ragione, considerarsi contrastante con il menzionato criterio di delega di cui all'art. 1, comma 17, lettera f), della legge n. 134 del 2021, e pertanto in violazione dell'art. 76 Cost. Anche in questo caso, inoltre, l'irragionevole disparità di trattamento così creata tra la disciplina della detenzione domiciliare sostitutiva e dell'omonima misura alternativa darebbe luogo a una violazione dell'art. 3 Cost., oltre che dell'art. 27 Cost. 1.3.- Infine, il giudice a quo censura l'art. 71, comma 1, lettera v), del d.lgs. n. 150 del 2022, che sostituisce l'art. 72 della legge n. 689 del 1981. La disciplina dettata dal primo comma del nuovo art. 72 - secondo cui «[i]l condannato alla pena sostitutiva della semilibertà o della detenzione domiciliare che per più di dodici ore, senza giustificato motivo, rimane assente dall'istituto di pena ovvero si allontana da uno dei luoghi indicati nell'articolo 56 è punito ai sensi del primo comma dell'articolo 385 del codice penale» - sarebbe difforme da quella prevista dall'art. 47-ter, comma 8, ordin. penit. , a tenore della quale ogni allontanamento dal luogo di detenzione da parte del condannato, indipendentemente dalla sua durata, darebbe luogo a una sua responsabilità per il delitto di evasione di cui all'art. 385 cod. pen. Tale discrasia determinerebbe la violazione del criterio di delega dettato dall'art. 1, comma 17, lettera n), della legge n. 134 del 2021, che prescriveva al legislatore di «mutuare dagli articoli 47 [recte: 47-ter] e 51 della legge 26 luglio 1975, n. 354, [...] la disciplina relativa alla responsabilità penale per la violazione degli obblighi relativi alle pene sostitutive della semilibertà [e] della detenzione domiciliare»; con conseguente violazione dell'art. 76 Cost. Il rimettente si duole altresì della violazione dell'art. 3 Cost., che deriverebbe dalla irragionevole disparità di trattamento del condannato alla pena sostitutiva rispetto al condannato ammesso alla corrispondente misura alternativa. E il rimedio auspicato è, qui, il riallineamento della disciplina dell'allontanamento non autorizzato a quella prevista dall'art. 47-ter, comma 8, ordin. penit. 2.- In punto di ammissibilità delle questioni, occorre rilevare quanto segue. 2.1.- L'Avvocatura generale dello Stato eccepisce, anzitutto, un difetto di motivazione sulla rilevanza di tutte le questioni prospettate, non avendo il rimettente adeguatamente ricostruito la fattispecie oggetto del giudizio a quo. L'eccezione è solo parzialmente fondata. Il rimettente si trova a vagliare un'istanza di concordato con rinuncia ai motivi di appello ex art. 599-bis cod. proc. pen. , nella quale le parti hanno chiesto l'applicazione della pena di quattro anni di reclusione, sostituita nella pena della detenzione domiciliare sostitutiva prevista dal nuovo art. 56 della legge n. 689 del 1981. La decisione se accogliere o meno tale richiesta ai sensi dell'art. 599-bis, comma 3, cod. proc. pen. necessariamente include anche una valutazione sulla sussistenza dei presupposti per la sostituzione della pena detentiva nella misura concordata dalle parti, nonché sulla congruità dell'applicazione al condannato della detenzione domiciliare sostitutiva, avuto riguardo alla sua specifica disciplina. Fra le tre disposizioni all'esame - gli artt. 56, 69 e 72 della legge n. 689 del 1981, come sostituiti dal d.lgs. n. 150 del 2022 - deve però ritenersi che il giudice a quo sia chiamato a vagliare la possibile applicazione del solo art. 56. Quest'ultima disposizione detta, infatti, la disciplina che sarebbe immediatamente applicabile al condannato, senza alcuna necessità di ulteriori provvedimenti giudiziari, non appena la sentenza di condanna a pena sostituita pronunciata nei suoi confronti diventi esecutiva. Viceversa, non spetta alla Corte d'appello rimettente fare applicazione degli artt. 69 e 72 della legge n. 689 del 1981. Non dell'art. 69, le licenze ivi disciplinate essendo di competenza del magistrato di sorveglianza;