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Misure per il sostegno e il rilancio delle politiche abitative di edilizia residenziale pubblica e sociale. Onorevoli Senatori . – La mancanza di una politica che agisca strutturalmente nel settore abitativo e le risposte che nel tempo si sono succedute solo sporadicamente, con risorse scarse e senza interventi programmati, mostrano con evidenza come siano oggi in discussione il welfare abitativo e le politiche sociali della casa, contestualmente alle generali politiche sociali. Il problema è reso più grave dagli effetti di una crisi che fa sentire i suoi effetti e con una spirale recessiva ancora presente. Questa ha prodotto un'erosione dei redditi di cittadini e un aumento delle disuguaglianze, acuendo difficoltà economiche e disagio abitativo. L'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE) ha evidenziato come l'Italia abbia registrato negli anni della crisi uno dei maggiori aumenti delle disparità tra i Paesi industrializzati e come continuano ad ampliarsi, anche nei periodi più recenti, divari economici e sociali. L'ISTAT, in un report pubblicato il 15 giugno 2022, ha evidenziato che nel 2021 sono risultati in condizione di povertà assoluta poco più di 1,9 milioni di famiglie per un totale di circa 5,6 milioni di individui (9,4 per cento), mentre in termini di povertà relativa risultano coinvolte circa 2,9 milioni di famiglie per un totale di circa 8,8 milioni di individui. L'incidenza delle famiglie in povertà assoluta si conferma più alta nel Mezzogiorno (10,0 per cento, dal 9,4 per cento del 2020) mentre scende in misura significativa al Nord (6,7 per cento dal 7,6 per cento), in particolare nel Nord-ovest (6,7 per cento dal 7,9 per cento). Tra le famiglie povere, il 42,2 per cento risiede nel Mezzogiorno (38,6 per cento nel 2020), e il 42,6 per cento al Nord (47,0 per cento nel 2020). Il fenomeno interessa il 7,2 per cento degli italiani e il 32,4 per cento degli stranieri. Il report dell'ISTAT ha altresì evidenziato come le spese per la casa rappresentino uno dei capitoli principali delle uscite per le famiglie e siano fattore determinante della loro condizione di povertà. L'incidenza di povertà assoluta varia, infatti, anche a seconda del titolo di godimento dell'abitazione in cui si vive e la situazione è più critica per le famiglie che vivono in affitto. Le oltre 889.000 famiglie povere in affitto nel 2021 sono il 45,3 per cento di tutte le famiglie povere, con un'incidenza di povertà assoluta del 18,5 per cento, contro il 4,3 per cento di quelle che vivono in abitazioni di proprietà. Le famiglie in affitto residenti nel Mezzogiorno mostrano valori dell'incidenza di povertà assoluta pari al 22,4 per cento, rispetto al 17,6 per cento del Nord, con valori sostanzialmente stabili sul 2020, e al 15,4 per cento del Centro (+3,1 punti percentuali). Le famiglie con persona di riferimento giovane (frequentemente con minori al loro interno) e quelle con stranieri, vivono più spesso in affitto, poiché scontano sia una minore capacità reddituale sia una minore probabilità di avere accumulato risparmi o aver avuto accesso a beni ereditari. L'incidenza di povertà assoluta è più elevata per le famiglie con persona di riferimento fra i 45 e i 54 anni in affitto (pari al 23 per cento). Guardando la cittadinanza, vive in affitto il 76,5 per cento delle famiglie povere con stranieri; solo il 10,6 per cento ha una casa di proprietà contro, rispettivamente, il 31,1 per cento e il 54,9 per cento delle famiglie in povertà di soli italiani. L'affitto medio per le famiglie in povertà assoluta è pari a circa 337 euro mensili, contro i 434 euro pagati dalle famiglie che non sono in condizione di povertà. Il 15 per cento delle famiglie in povertà assoluta che vivono in casa di proprietà paga un mutuo (contro il 19,3 per cento delle famiglie non povere). Pur trattandosi di un investimento, che, come tale, non rientra nella spesa per consumi, tuttavia, per le famiglie che la sostengono, rappresenta un'uscita gravosa. Punte di forte emergenza sono inoltre rappresentate dagli sfratti, in particolare per morosità, passati dalle percentuali irrisorie dei primi anni Ottanta del XX secolo all'attuale 90 per cento delle sentenze emesse. La vasta area di disagio è restituita in modo oggettivo anche da altri dati: – circa 600.000 domande di edilizia pubblica sono inevase presso i comuni e gli ex Istituti autonomi case popolari (IACP); – nel 2021, secondo i dati ISTAT, poco più di 7 milioni di giovani tra 18-34 anni vive in casa con i genitori (67,6 per cento), in aumento di 9 punti dal 2010. Rispetto al 2019, ossia prima della pandemia, la permanenza è cresciuta di 3,3 punti. Nel Mezzogiorno la situazione per i giovani in famiglia è più critica. Non solo perché in questa area del Paese sono relativamente di più quelli che vivono con i genitori (il 72,8 per cento contro il 63,7 per cento del Nord e il 67 per cento del Centro) ma anche per l'alta incidenza di giovani in famiglia che si dichiarano disoccupati (35 per cento), doppia rispetto al Nord (17 per cento), e la contestuale bassa incidenza di quelli occupati (29 per cento nel Mezzogiorno contro 46 per cento nel Nord); – 4 milioni di lavoratori stranieri vivono in affitto e circa l'80 per cento di questi in coabitazione ed in condizioni di sovraffollamento; – delle famiglie in locazione oltre il 70 per cento ha un reddito inferiore a 30.000 euro annui e vive in prevalenza nei grandi centri urbani, dove gli affitti sono più elevati; delle famiglie in proprietà il 20 per cento deve assolvere al pagamento di un mutuo e circa un terzo ha un valore immobiliare inferiore a quello per cui hanno chiesto il prestito. L'Italia si distingue tra i Paesi europei più sviluppati per una spesa sociale destinata alla casa tra le più basse d'Europa e per una delle più basse quote di edilizia pubblica, nonché per una minore dimensione del patrimonio in affitto privato, pilastro dell'offerta in molti Paesi. Il problema abitativo risulta, quindi, un bisogno in gran parte insoddisfatto per una quota crescente di popolazione, un diritto la cui esigibilità riguarda una platea sempre più ampia. È indispensabile una risposta sociale, con politiche adeguate, orientate verso i segmenti di popolazione in maggiore difficoltà economica. Le iniziative finora adottate per affrontare la problematica del disagio abitativo hanno sostanzialmente replicato gli interventi predisposti in passato. Tutte queste iniziative hanno evidenziato la necessità di superare i limiti di programmi che, a partire dagli anni Ottanta del XX secolo, in gran parte, hanno scontato incertezza di finanziamenti, procedure ogni volta differenziate dai programmi precedenti, lunghezza dei tempi attuativi. Ma al di là di queste carenze, l'inefficacia è stata soprattutto dettata dalla mancanza di una strategia complessiva.