[pronunce]

1.3.3.- La disposizione censurata violerebbe anche l'art. 97 Cost., «in rapporto all'interesse dell'Amministrazione di privarsi di un magistrato a fronte di una condotta che, grave dal punto di vista della reazione punitiva statuale, potrebbe non esserlo se valutata in termini di offensività del fatto, con riferimento sia alla lesione dell'interesse specifico tutelato dall'illecito disciplinare, sia alla compromissione dell'immagine del magistrato e del prestigio di cui deve godere nell'esercizio dell'attività giurisdizionale». L'automatismo descritto dalla disposizione censurata si tradurrebbe allora anche in una violazione dell'art. 97 Cost., poiché realizzerebbe «una eterogenesi dei fini cui la disposizione costituzionale è preordinata». 1.3.4.- Sottolinea infine il rimettente che la possibilità di accedere alle misure alternative potrebbe scongiurare l'espiazione in carcere della pena, di talché non sussisterebbe necessariamente una preclusione oggettiva alla prosecuzione del rapporto di lavoro pur in presenza di una sentenza di condanna non sospesa. 2. - È intervenuto in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che le questioni siano dichiarate inammissibili o, comunque, non fondate. 2.1.- In via preliminare, l'interveniente prospetta l'inammissibilità delle questioni per difetto di rilevanza. Il passaggio motivazionale contenuto nella sentenza della Sezione disciplinare, in cui si afferma che la gravità delle condotte oggetto di incolpazione avrebbe reso necessaria la sanzione estrema della rimozione anche ove fosse stata inflitta una pena inferiore alla soglia oltre la quale tale sanzione scatta automaticamente, costituirebbe infatti non un'argomentazione ipotetica - come affermato dal rimettente - bensì una motivazione subordinata o alternativa. Di conseguenza, la questione risulterebbe «formulata in termini astratti, al solo scopo di aggredire una norma che, anche ove rimossa, non muterebbe l'esito del giudizio nel quale è sollevata la questione». 2.2.- Nel merito, la questione relativa alla violazione dell'art. 117, primo comma, Cost., in relazione all'art. 8 CEDU non sarebbe fondata. Pur non contestando l'applicabilità della norma convenzionale anche ad avvenimenti della vita lavorativa, l'interveniente osserva che la Corte EDU avrebbe chiarito come l'art. 8 CEDU non possa essere invocato quando l'effetto negativo sulla vita privata sia costituito da una conseguenza prevedibile delle proprie azioni, come ad esempio la commissione di un reato o, comunque, quando gli effetti negativi lamentati si limitino alle conseguenze prevedibili del comportamento illecito (sono citate: sentenza 27 luglio 2004, Sidabras e D&#382;iautas contro Lituania; sentenza 7 febbraio 2012, Axel Springer AG contro Germania; sentenza 3 aprile 2012, Gillberg contro Svezia; sentenza Denisov). 2.3.- Non fondata dovrebbe ritenersi anche la questione relativa alla violazione dell'art. 97 Cost. L'interesse dell'amministrazione, infatti, non potrebbe in alcun modo venire in considerazione nell'ambito dell'applicazione di una sanzione disciplinare. Anzi, proprio nel combinato disposto degli artt. 97 e 54 Cost. - che impongono, da un lato, alla pubblica amministrazione di agire secondo principi di imparzialità e buon andamento e, dall'altro, ai funzionari pubblici di agire con onore - l'automatismo sanzionatorio troverebbe una espressa legittimazione costituzionale a fronte di una condanna a pena detentiva non sospesa per un fatto illecito doloso. 2.4.- Parimenti non fondate sarebbero le questioni relative agli artt. 3 e 105 Cost. Pur riconoscendo, in via generale, l'illegittimità costituzionale degli automatismi sanzionatori a seguito di condanna penale nel procedimento disciplinare, l'interveniente sostiene che tale principio non sia assoluto, e che esso possa cedere a fronte della preminenza di interessi collettivi in relazione al ruolo svolto dal dipendente pubblico e alla peculiarità e delicatezza dei compiti a lui assegnati (è citata la sentenza di questa Corte n. 112 del 2014). Sarebbe questo anche il caso del magistrato, come questa Corte avrebbe affermato nella sentenza n. 197 del 2018 con riferimento ad un illecito disciplinare, ma con un ragionamento che dovrebbe valere a fortiori per la commissione di un reato. «Coerenza logica e giuridica, oltre che necessità di salvaguardare il rigore di un'istituzione fondamentale della società, fanno ritenere sufficienti per l'interessato le garanzie processuali offerte nell'ambito del processo penale, nell'ambito dei tre gradi di giudizio, al punto da non ritenersi non solo ultronea ma anche intrinsecamente contraddittoria la previsione di un ulteriore passaggio presso l'organo disciplinare», la cui valutazione rischierebbe così di porsi in contrasto con quella del giudice penale. In ogni caso, la disposizione censurata tutelerebbe il magistrato «da eventuali derive giustizialiste», subordinando la rimozione alla commissione di un delitto doloso e alla pena inflitta superiore a un anno non condizionalmente sospesa. La valutazione del giudice penale in ordine ai requisiti di cui agli artt. 163 e 164 cod. pen. , allora, costituirebbe un'ulteriore garanzia: essa infatti presupporrebbe «una valutazione da parte di un collega del Giudice incriminato, che, ben consapevole delle conseguenze sul piano personale, professionale e disciplinare, abbia ritenuto sussistere tutti gli elementi per negare all'interessato la sospensione della pena». Di conseguenza, consentire al CSM di irrogare una sanzione disciplinare meno severa della rimozione comporterebbe un'evidente deminutio della valutazione del giudice penale. E, inoltre, «[a]pplicare sanzioni meno gravi della rimozione nonostante la previsione del giudice penale del pericolo di reiterazione del reato comprometterebbe irrimediabilmente la fiducia dei consociati nell'amministrazione della giustizia da parte di un organo terzo ed imparziale». 3.- Il magistrato incolpato si è costituito in giudizio a mezzo dei propri difensori, i quali nell'atto di costituzione hanno insistito per l'accoglimento delle questioni di legittimità costituzionale, confutando poi - nella memoria depositata in prossimità dell'udienza - le eccezioni dell'Avvocatura generale dello Stato. 3.1.- La difesa replica, innanzi tutto, all'eccezione di inammissibilità delle questioni di legittimità costituzionale per difetto di rilevanza. Osserva che spetta alle Sezioni unite rimettenti, nella loro funzione di scrutinio della decisione della Sezione disciplinare del CSM, vagliare il contenuto di tale pronuncia e trarne le opportune conclusioni. Il rimettente avrebbe chiarito, motivando esaurientemente sul punto, il carattere meramente ipotetico delle affermazioni della Sezione disciplinare; d'altronde, osserva la parte, «il giudice decide tota lege perspecta: