[pronunce]

2.- Con ricorso notificato il 24 febbraio 2004 (iscritto al n. 33 del registro ricorsi del 2004), la medesima Regione Emilia-Romagna ha impugnato numerose disposizioni della legge 24 dicembre 2003, n. 350 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato - legge finanziaria 2004), tra le quali, in particolare, l'art. 3, comma 49, nella parte in cui - dopo aver previsto che «per il personale dipendente da amministrazioni, istituzioni ed enti pubblici diversi dall'amministrazione statale gli oneri derivanti dai rinnovi contrattuali per il biennio 2004-2005, nonché quelli derivanti dalla corresponsione dei miglioramenti economici al personale di cui all'articolo 3, comma 2, del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, sono posti a carico dei rispettivi bilanci ai sensi dell'articolo 48, comma 2, del medesimo decreto legislativo» - stabilisce che «in sede di deliberazione degli atti di indirizzo previsti dall'art. 47, comma 1, del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, i comitati di settore provvedono alla quantificazione delle relative risorse e alla determinazione della quota da destinare all'incentivazione della produttività, attenendosi, quale tetto massimo di crescita delle retribuzioni, ai criteri previsti dal comma 46 per il personale delle amministrazioni dello Stato»; e ciò, sostiene la ricorrente, in violazione degli artt. 117, 118 e 119 Cost. 2.1.- La ricorrente, richiamata la normativa concernente la costituzione e i poteri del comitato di settore per il comparto Regioni-autonomie locali in ordine alle procedure di contrattazione collettiva nazionale (artt. 41 e 47 del d.lgs. n. 165 del 2001), osserva che, in base a tale normativa, il potere di indirizzo nei confronti dell'ARAN, per la contrattazione relativa al personale regionale e degli enti locali, spetta alle Regioni e agli enti locali, senza interferenze da parte dello Stato, e che la materia rientra ora nella potestà regionale piena. La norma impugnata, invece, vincola gli atti di indirizzo del comitato di settore regionale, per quanto riguarda il «tetto massimo di crescita delle retribuzioni, ai criteri previsti dal comma 46 per il personale delle amministrazioni dello Stato», ossia a «incrementi nel limite massimo dello 0,2%». Lamenta, dunque, la ricorrente che siffatto vincolo lede la potestà legislativa regionale in materia di personale regionale e degli enti locali, nonché l'autonomia finanziaria e amministrativa della Regione. Né sembra possibile - ribadisce la ricorrente - porre a fondamento della norma impugnata la competenza statale in materia di «coordinamento della finanza pubblica»: infatti, da un lato, lo stesso art. 3, comma 49, della legge n. 350 del 2003, precisa che gli oneri derivanti dai rinnovi contrattuali relativi al personale regionale ricadono sulle stesse Regioni; dall'altro, i principi di coordinamento non possono incidere sulle scelte di politica regionale nella allocazione delle risorse. In ogni caso, il limite rigido dello 0,2% all'aumento delle retribuzioni nel biennio 2004-2005 per il personale regionale non può considerarsi un principio in materia di coordinamento della finanza pubblica, ma è un vincolo puntuale in una materia di competenza legislativa residuale delle Regioni, che per di più penalizza quelle che già prima avevano livelli retributivi inferiori. 2.2.- Si è costituito il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, per chiedere che il ricorso sia dichiarato infondato con argomentazioni analoghe a quelle riferite sub 1.2. 3.- In prossimità dell'udienza entrambe le parti hanno presentato memorie per ulteriormente illustrare le rispettive conclusioni. 3.1.- Quanto all'art. 33, comma 4, della legge n. 289 del 2002, la Regione Emilia-Romagna osserva, in replica alle argomentazioni dell'Avvocatura generale dello Stato, che la norma impugnata, seppure dovesse essere interpretata nel senso che da essa scaturisce non già un “vincolo di specifico adeguamento”, ma un vincolo “attenuato”, simile a quello derivante dagli atti di indirizzo e coordinamento, risulterebbe comunque illegittima, dal momento che la Corte costituzionale ha chiarito - con riferimento alla materia “tutela della salute” - che «è da escludere la permanenza in capo allo Stato del potere di emanare atti di indirizzo e coordinamento in relazione alla materia de qua, anche alla luce di quanto espressamente disposto dall'art. 8, comma 6, della legge 5 giugno 2003, n. 131 […], il quale stabilisce che “nelle materie di cui all'art. 117, terzo e quarto comma, della Costituzione, non possono essere adottati gli atti di indirizzo e di coordinamento di cui all'art. 8 della legge 15 marzo 1997, n. 59, e all'art. 4 del decreto legislativo 31 marzo 1998, n. 112”» (sentenza n. 329 del 2003). Con riguardo, poi, alla possibilità - sostenuta dalla difesa erariale - di ricondurre la norma censurata alla materia del «coordinamento della finanza pubblica», la ricorrente prende atto che la sopravvenuta sentenza della Corte costituzionale n. 4 del 2004 ha ritenuto legittima un'analoga norma, contenuta nell'art. 16, comma 7, della legge 28 dicembre 2001, n. 448 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato - legge finanziaria 2002), qualificandola come norma di principio riconducibile alla materia del «coordinamento della finanza pubblica». La stessa ricorrente, però, rileva che tale norma è simile, non identica a quella dell'art. 33, comma 4, della legge n. 289 del 2002, e opina che la questione non può ritenersi esaurita. Infatti, essa obietta che la Corte costituzionale ha affermato che i poteri di coordinamento della finanza pubblica «devono essere configurati in modo consono all'esistenza di sfere di autonomia, costituzionalmente garantite, rispetto a cui l'azione di coordinamento non può mai eccedere i limiti, al di là dei quali si trasformerebbe in attività di direzione o in indebito condizionamento dell'attività degli enti autonomi», e che «è dunque escluso che si attribuisca al Ministero il potere di incidere sulle scelte autonome degli enti quanto alla provvista o all'impiego delle loro risorse, effettuate nei limiti dei principi di armonizzazione stabiliti dalle leggi statali» (sentenza n. 376 del 2003). Ad avviso della ricorrente, i limiti indicati dalla Corte debbono valere non solo per il coordinamento amministrativo, ma anche per quello operato in via legislativa, come nel caso in questione. Infatti, gli oneri derivanti dai rinnovi contrattuali sono a carico del bilancio regionale e per lo Stato è indifferente in quali settori le Regioni decidano di impiegare maggiori o minori risorse, sicché non v'è ragione di limitare la libertà delle Regioni di gestire le proprie “politiche”.