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Al fine di conciliare l'esercizio del diritto di difesa con l'esigenza di garantire il corretto svolgimento dell'attività di verifica e di scongiurare i rischi connessi a produzioni documentali tardive, si ritiene opportuno puntualizzare che il divieto di cui trattasi opera nel solo caso in cui il comportamento del contribuente sia connotato da una condotta dolosa o gravemente colposa, e non pure quando la mancata esibizione degli atti richiesti dai verificatori sia cagionata da difficoltà obiettive. Le disposizioni proposte alle lettere u), v) e z) si riferiscono alle dichiarazioni rese da terzi in sede extragiudiziale e alla prova testimoniale nel processo tributario. Tali disposizioni tendono a colmare le attuali lacune dell'istruttoria nel processo tributario, determinate soprattutto dal divieto contenuto nell'articolo 7, comma 4, del decreto legislativo 31 dicembre 1992, n. 546. Si tratta di un divieto in gran parte ingiustificato, che non trova corrispondenza in altri rami dell'ordinamento processuale e che è astrattamente idoneo a ledere il corretto esercizio dell'attività di difesa e la corretta attuazione degli obblighi contributivi. Con riferimento a questi temi, si ritiene che si debbano distinguere due profili: 1) quello della utilizzabilità delle dichiarazioni acquisite dai verbalizzanti nel corso delle indagini, che sono normalmente considerate « prove atipiche » liberamente valutabili dal giudice, in connessione con altri elementi di prova. Con la lettera u) si propone che, per favorire la parità delle posizioni delle parti nel processo, debba essere prevista la facoltà del contribuente di produrre analoghe dichiarazioni di terzi, redatte nella forma della certificazione sostitutiva di cui all'articolo 47 del testo unico di cui al decreto del Presidente della Repubblica 28 dicembre 2000, n. 445. Si tratta in realtà di convalidare una prassi già diffusa nella giurisprudenza di merito, che è opportuno tuttavia dotare di copertura legislativa, in considerazione del fatto che le norme vigenti attribuiscono rilevanza a tali dichiarazioni solo nei confronti degli organi dell'amministrazione pubblica e dei gestori o esercenti di pubblici servizi, e non pure a scopi di dimostrazione in giudizio. Sotto altro profilo, occorre considerare, che le prove « atipiche », che si siano formate senza contraddittorio in altra sede, dovrebbero poter essere ammesse nel processo a condizione che il contraddittorio si possa formare nel proprio ambito. Per questo motivo, dovrebbe essere fatta sempre salva la possibilità del giudice o delle parti di disporre l'audizione come testi delle persone che abbiano reso dichiarazioni su circostanze aventi rilevanza decisiva ai fini del giudizio, così come proposto alla lettera v) ; 2) quello della estensione al processo tributario (lettera z) ) della prova testimoniale scritta, di cui agli articoli 257- bis del codice di procedura civile e 103 delle disposizioni per l'attuazione del codice di procedura civile. Questa possibilità dovrebbe trovare applicazione nei casi in cui non si ritengano sufficienti le dichiarazioni di cui si è detto alla lettera v) e – per essere effettiva – dovrebbe essere rimessa all'iniziativa di ciascuna parte, previa autorizzazione del giudice. Si ritiene inoltre che, per esigenze di economia processuale, l'uso di questo strumento dovrebbe essere limitato alle ipotesi in cui occorra accertare situazioni di fatto rilevanti ai fini del giudizio, delle quali esista un principio di prova e il testimone abbia conoscenza diretta, e che non sia possibile verificare con altri mezzi. d) Gli strumenti di deflazione Si ritiene che, ai fini dell'efficiente esercizio della funzione giurisdizionale, assuma un'importanza strategica la deflazione del contenzioso. La possibilità di risolvere in tempi rapidi e con pronunce autorevoli i conflitti tra il contribuente e gli enti impositori, presuppone infatti un numero di controversie concretamente gestibile. Attualmente, la gravità del problema è testimoniata soprattutto dall'arretrato che si è accumulato presso la Corte suprema di cassazione, nonostante ogni possibile sforzo compiuto al fine di razionalizzare l'impiego delle risorse umane disponibili e di massimizzare i risultati concretamente perseguibili. È auspicabile che le attuali difficoltà possano essere notevolmente ridimensionate attraverso il potenziamento degli strumenti conciliativi, a cui si è fatto riferimento innanzi, e il miglioramento della qualità delle sentenze di merito, che dovrebbe derivare dalla maggiore qualificazione del giudice tributario a tempo pieno, altamente specializzato, che si propone di istituire. Occorre tuttavia considerare che si potranno perseguire ulteriori risultati nel termini di contenimento del contenzioso, se si adottano specifici strumenti per accrescere la certezza dei diritti attraverso il migliore esercizio della funzione di nomofilachia della Corte suprema di cassazione. Si ritiene infatti che il più grave fattore di crisi del sistema della giustizia tributaria sia rappresentato dalla proliferazione di norme di scarsa qualità tecnica, emanate in modo spesso alluvionale, e dalla tendenza degli enti impositori a coltivare a oltranza ogni singola controversia che presenti problemi interpretativi, al fine di evitare la formazione di precedenti giurisdizionali sfavorevoli. Ciò si traduce in un'enorme diffusione di contenzioso seriale e di giudicati contrastanti e nella contrapposta esigenza di una più tempestiva formazione di orientamenti interpretativi stabili e omogenei. A tal fine si propone: 1) di valorizzare il ruolo della procura generale presso la Corte suprema di cassazione, con l'intento di intercettare e accelerare la fissazione di « cause pilota », che interessino contenziosi seriali, prospettino questioni di diritto rilevanti o offrano occasione per risolvere incertezze e conflitti giurisprudenziali. In questa prospettiva, alla lettera aa) si propone di attribuire al procuratore generale la facoltà di richiedere la fissazione urgente di cause seriali o di rilevante importanza; 2) di prevedere la facoltà dei giudici di rivolgere alla Corte suprema di cassazione, per il tramite del procuratore generale presso la medesima Corte, un quesito pregiudiziale sul significato e sulla portata della norma controversa. In tal caso, il giudizio dinanzi al giudice a quo rimarrebbe sospeso fino all'esito del procedimento incidentale e le parti potrebbero partecipare alla fase di giudizio che si svolgerà in sede di legittimità, con effetti vincolanti nei propri confronti del principio di diritto che sarà enunciato dalla Corte suprema di cassazione (lettera bb) ). Si tratterebbe di una utile integrazione della proposta formulata alla lettera aa) , in considerazione del fatto che normalmente le novità interpretative approdano in sede di legittimità dopo vari anni dal momento in cui insorgono in sede di merito. Occorre tuttavia avvertire che quest'ultima proposta (che potrebbe confluire senza sostanziali modificazioni in un ipotetico articolo 362- bis del codice di procedura civile) ha incontrato il netto dissenso di alcuni componenti della commissione, per i rischi di una deresponsabilizzazione del giudice di merito, di un ingiustificato allungamento dei tempi del processo e di uno snaturamento della funzione di valutazione tipica della Corte di cassazione.