[pronunce]

) tutela, invece, la genuinità di fonti attraverso le quali si forma il convincimento del giudice in ordine agli elementi di prova desumibili da atti di ispezione di luoghi, di cose o persone, dall’esperimento giudiziale, dalla perizia o dalla consulenza tecnica. In tale ipotesi di reato, dunque, l’alterazione avviene non direttamente innanzi all’autorità giudiziaria, ma in un momento precedente all’assunzione o alla valutazione della prova. Inoltre, in molti casi, si tratta di atti irripetibili, sottratti alla verifica del dibattimento. Sanzionando, poi, il delitto di simulazione di reato, il legislatore si è posto l’obiettivo di evitare che gli organi destinati all’accertamento e alla repressione dei reati siano attivati inutilmente, con dispendio di energie e sviamento dalle loro funzioni istituzionali. Attraverso i delitti di favoreggiamento, personale e reale (artt. 378 e 379 cod. pen.), il legislatore ha inteso salvaguardare il regolare svolgimento del procedimento penale nella fase delle indagini e delle ricerche, in quanto le condotte che integrano le dette ipotesi criminose tendono a fuorviare o ad ostacolare l’attività di accertamento e repressione dei reati. Con riferimento al delitto di calunnia, il giudice a quo ha omesso di considerare che la maggiore gravità di quest’ultimo rispetto alla falsa testimonianza – derivante dall’essere reato plurioffensivo in quanto lesivo sia dell’interesse a che l’attività giudiziaria non sia tratta in inganno, sia della libertà e dell’onore della persona falsamente incolpata – trova sanzione nel più severo trattamento previsto quando la falsa incolpazione concerne reati puniti con pena superiore nel massimo a dieci anni o con altra pena più grave o se dal fatto è derivata una condanna alla reclusione nella misura determinata dalla norma medesima. Come si vede, le indicate ipotesi di reato, pur presentando tratti comuni che ne giustificano la collocazione nella categoria dei delitti contro l’attività giudiziaria, non hanno carattere del tutto omogeneo, sicché il diverso trattamento sanzionatorio ad esse riservato costituisce legittimo esercizio della discrezionalità legislativa. 2.2. — Anche la censura mossa con riferimento all’art. 27, terzo comma, Cost. non è fondata. La disposizione impugnata, prevedendo un significativo divario tra il minimo ed il massimo edittale della pena, consente al giudice di graduare quest’ultima in relazione alla gravità del fatto e, quindi, di adeguare il trattamento punitivo al diverso disvalore delle singole violazioni rientranti nella previsione della norma, così realizzando la finalità rieducativa cui la pena stessa deve tendere. E nella stessa prospettiva, non va trascurato il potere affidato al giudice di riconoscere le circostanze attenuanti e, segnatamente, le attenuanti generiche, così ulteriormente adeguando la misura della pena alla personalità del reo e alla gravità del fatto. Infine, non si può condividere l’argomento del rimettente, secondo cui «coincidendo il minimo edittale (anni due di reclusione) con il limite di pena oltre il quale non è usufruibile la sospensione condizionale ex art. 163 cod. pen. , è giocoforza lamentare che ciò comprime al massimo, di fatto quasi annullandolo, il margine di operatività del suddetto beneficio, accordabile al reo primario che ne possa essere meritevole». Infatti, a parte il rilievo che la soglia minima della pena già consente la concessione del beneficio, nonostante l’innalzamento del minimo edittale il giudice può comunque applicare la sospensione condizionale della pena, sia attraverso la già rilevata possibilità di riconoscere le circostanze attenuanti (ovviamente, qualora ne ricorrano i presupposti), sia per effetto di riduzioni della pena stessa conseguenti alla scelta di riti alternativi.. per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE dichiara non fondata la questione di legittimità costituzionale dell’articolo 372 del codice penale, sollevata, in riferimento agli articoli 3 e 27 della Costituzione, dal Tribunale di Trento, con l’ordinanza indicata in epigrafe. Così deciso in Roma, nella sede della Corte Costituzionale, Palazzo della Consulta, l'8 febbraio 2010. F.to: Ugo DE SIERVO, Presidente Alessandro CRISCUOLO, Redattore Giuseppe DI PAOLA, Cancelliere Depositata in Cancelleria il 12 febbraio 2010. Il Direttore della Cancelleria F.to: DI PAOLA