[pronunce]

I giudici rimettenti chiedono in sostanza a questa Corte di dichiarare illegittimo il divieto della testimonianza indiretta degli ufficiali e agenti di polizia giudiziaria, appellandosi alle argomentazioni svolte nella sentenza n. 24 del 1992, che aveva appunto dichiarato illegittima l'originaria formulazione dell'art. 195, comma 4, cod. proc. pen. I rimettenti omettono peraltro di considerare che, rispetto al momento in cui è stata emessa tale sentenza, è profondamente mutato non solo il sistema delle norme che disciplinano l'attività investigativa della polizia giudiziaria e il regime della lettura degli atti irripetibili, ma, ciò che più conta, il quadro di riferimento costituzionale, ora integrato dalla previsione, contenuta nella prima parte del quarto comma dell'art. 111 Cost., del principio del contraddittorio nella formazione della prova. Da questo principio, con il quale il legislatore ha dato formale riconoscimento al contraddittorio come metodo di conoscenza dei fatti oggetto del giudizio, deriva quale corollario il divieto di attribuire valore di prova alle dichiarazioni raccolte unilateralmente dagli organi investigativi (ed evidentemente anche dal difensore). Nel dare attuazione al principio costituzionale la legge n. 63 del 2001 ha appunto previsto il divieto della testimonianza indiretta degli ufficiali e agenti di polizia giudiziaria sulle dichiarazioni ricevute dalle persone informate sui fatti con le modalità di cui agli artt. 351 e 357, comma 2, lettere b) e c), cod. proc. pen. , al fine di evitare che tali dichiarazioni possano surrettiziamente confluire nel materiale probatorio utilizzabile in giudizio attraverso la testimonianza sul loro contenuto resa da chi le ha raccolte unilateralmente nel corso delle indagini preliminari. Il divieto risulta quindi coerente con la regola di esclusione probatoria dettata nel nuovo testo dell'art. 500, comma 2, cod. proc. pen. , in base alla quale le dichiarazioni raccolte nel corso delle indagini preliminari e lette per le contestazioni in dibattimento "possono essere valutate ai fini della credibilità del teste", ma non utilizzate come prova dei fatti in esse affermati (v. ordinanza n. 36 in data odierna). La disciplina censurata, lungi dal determinare una irragionevole disparità di trattamento della testimonianza indiretta degli ufficiali e agenti di polizia giudiziaria rispetto a quella dei privati, risponde quindi all'esigenza, costituzionalmente garantita, di evitare che, attraverso la testimonianza degli operatori di polizia giudiziaria, possa essere introdotto come prova in giudizio il contenuto di dichiarazioni consacrate in verbali di cui è vietata l'acquisizione, salva l'ipotesi, contemplata dall'art. 512 cod. proc. pen. , che di tali verbali venga data lettura per essere divenuta impossibile l'assunzione della prova in dibattimento per fatti o circostanze imprevedibili. In quest'ottica si inserisce anche l'innovazione al testo originario dell'art. 195, comma 4, cod. proc. pen. introdotta dalla legge n. 63 del 2001, secondo cui la testimonianza indiretta non è vietata negli "altri casi", cioè quando non ha per oggetto informazioni consacrate in verbali: non presentandosi l'esigenza di evitare l'aggiramento della regola di esclusione probatoria, non sussiste alcun profilo di irragionevolezza nella disciplina che consente in tali situazioni di applicare le regole generali in tema di testimonianza indiretta. Infine, non fondata è anche la questione relativa alla supposta irragionevole disparità di trattamento tra la norma censurata e la disciplina dell'incompatibilità a testimoniare prevista per gli investigatori privati dall'art. 197, comma 1, lettera d), cod. proc. pen. A prescindere dal rilievo che il fugace riferimento a tale norma non consente di verificare compiutamente quale sia l'interpretazione riservata dal rimettente al tertium comparationis, né in quali termini questi assuma la presupposta identità di ratio tra le due discipline, è sufficiente ribadire, da un lato, che il divieto della testimonianza indiretta degli ufficiali e agenti di polizia giudiziaria è coerente con il principio costituzionale del contraddittorio nella formazione della prova e, dall'altro, che interpretazioni della disciplina dell'incompatibilità a testimoniare degli investigatori privati che consentissero di aggirare le regole di esclusione probatoria si porrebbero in contrasto con l'art. 111, quarto comma, Cost. 7. - Il Tribunale di Palmi e il Tribunale di Roma sollevano la questione in una diversa prospettiva, in riferimento, rispettivamente, agli artt. 24 e 111 della Costituzione (r.o. n. 514 del 2001) e in relazione all'art. 24 della Costituzione (r.o. n. 662 del 2001). Le violazioni del diritto di difesa e del principio del contraddittorio sono infatti prospettate in termini meramente ipotetici, non ricorrendo nei giudizi a quibus le situazioni di fatto o i presupposti di diritto - quali potrebbero essere l'istanza delle parti private di ammettere come testimoni gli ufficiali o agenti di polizia giudiziaria sul contenuto delle dichiarazioni in precedenza rese dalle persone per acquisire elementi utili all'esercizio del diritto di difesa e per dare attuazione al principio del contraddittorio - a cui i rimettenti hanno in astratto fatto riferimento. La questione deve pertanto essere dichiarata manifestamente inammissibile per difetto di rilevanza. 8. - Anche la questione sollevata dal Tribunale di Siracusa con l'ordinanza n. 728 del 2001 è manifestamente inammissibile per difetto di rilevanza. Come emerge dall'ordinanza di rimessione il Tribunale, dopo aver assunto la deposizione di un sottufficiale di polizia giudiziaria sul contenuto delle dichiarazioni raccolte a verbale nel corso di attività di indagine delegate dal pubblico ministero, sul presupposto interpretativo che il divieto della testimonianza indiretta attenga solo all'attività di indagine di iniziativa della polizia giudiziaria, ritiene che il far dipendere l'operatività del divieto dal fatto che la polizia giudiziaria abbia agito d'iniziativa e non su delega sia in contrasto con gli artt. 3, 24 e 111 Cost. Ciò premesso, il rimettente solleva poi la questione di legittimità costituzionale sulla norma che vieta la testimonianza indiretta sul contenuto delle dichiarazioni assunte dalla polizia giudiziaria nell'ambito di attività di indagine di iniziativa. Ma tale norma - sulla base di quanto egli stesso ha in precedenza deciso assumendo la testimonianza dell'ufficiale di polizia giudiziaria, alla stregua dell'interpretazione secondo cui il divieto non opera nell'ipotesi di attività delegata - non ha rilevanza nel giudizio a quo.. per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE Riuniti i giudizi, Dichiara non fondata la questione di legittimità costituzionale dell'art. 195, comma 4, del codice di procedura penale sollevata, in riferimento all'art. 3 della Costituzione, dai Tribunali di Palmi e di Roma e dalla Corte di assise di Messina, con le ordinanze in epigrafe;