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Delega al Governo per l'istituzione del sistema integrato di accoglienza, protezione sociale e sostegno del minore dal concepimento fino al terzo anno di età. Onorevoli Senatori. – La povertà minorile in Italia continua a crescere al ritmo di oltre 300.000 minori all'anno. Se nel 2012 erano 1.058.000 i minori in condizioni di povertà (il 10,3 per cento della popolazione di riferimento), nel 2013 erano saliti a 1.434.000. Un dato preoccupante, nel quadro più generale della popolazione in situazione di povertà. In Italia, secondo i dati riferiti al 2013, erano 3.230.000 le famiglie in condizione di povertà relativa (il 12,6 per cento), per un totale di 10.048.000 individui poveri, il 16,6 per cento dell'intera popolazione. I dati mostrano, rispetto all'anno precedente, una certa stabilità del fenomeno in tutte le ripartizioni geografiche del Paese, ma con dinamiche differenti a seconda della composizione del nucleo familiare. Come ad esempio capita alle famiglie più ampie, cioè con tre o più figli minori, per le quali, sia al nord (dal 13,6 per cento al 21,9 per cento) che al sud (dal 40,2 al 51,2 per cento), cresce maggiormente la povertà relativa. Anche l'intensità della povertà, che misura di quanto, in percentuale, la spesa media delle famiglie povere è al di sotto di una data soglia di povertà, è aumentata nel 2013 rispetto all'anno precedente raggiungendo il 21,4 per cento (corrispondente a una spesa media di 764 euro mensili). Nel Mezzogiorno la povertà è più diffusa rispetto al resto del Paese e raggiunge un'intensità del 23,5 per cento. La situazione è più grave in Calabria (32,4 per cento) e in Sicilia (32,5 per cento), regioni in cui un terzo delle famiglie è relativamente povero. Il disagio economico è più diffuso se all'interno della famiglia è presente un numero crescente di figli minori: l'incidenza di povertà, pari al 20,4 per cento tra le coppie con due figli e al 32,9 per cento tra quelle che ne hanno almeno tre, sale rispettivamente al 23,1 per cento e al 34,3 per cento. Il fenomeno, ancora una volta, è particolarmente evidente al sud, dove la metà delle famiglie, con tre o più figli minori, è povera. Questo quadro peggiora ulteriormente se si analizzano i dati relativi alla povertà assoluta. Nel 2013, in Italia, 2.028.000 famiglie (il 7,9 per cento) risultavano in condizione di povertà assoluta, per un totale di 6.020.000 individui (il 9,9 per cento dell'intera popolazione; era l'8 per cento nel 2012). La metà di queste famiglie (1.014.000) risiede nel Mezzogiorno, così come gli individui (3.072.000 persone). Sempre al sud, la povertà assoluta delle famiglie raggiunge il 12,6 per cento (era il 9,8 per cento nel 2012). Anche per l'indice di povertà assoluta si conferma lo svantaggio, che aumenta rispetto al 2012, delle famiglie più ampie, soprattutto con minori: l'incidenza è pari al 22,1 per cento se i componenti sono almeno cinque e al 21,3 per cento tra le coppie con tre o più figli. Se si confrontano i dati sui minori in povertà assoluta degli anni 2011, 2012, e 2013, si nota come si è passati al nord dal 4,7 per cento del 2011 al 10,2 per cento del 2013, al centro dal 4,7 per cento al 10,2 per cento e al sud dal 10,9 per cento al 19,1 per cento. I dati del 2013 confermano la forte associazione tra povertà, bassi livelli di istruzione, bassi profili professionali ed esclusione dal mercato del lavoro. La crisi economica che stiamo attraversando dal 2008 non ha fatto che accentuare la spirale della povertà e dell'esclusione sociale che coinvolge anche i minori. Tra i 41 Paesi più ricchi, ad esempio, l'Italia occupa il 33° posto e ha visto aumentare il tasso di povertà minorile di 5,7 punti percentuali dal 2008 (quando era al 24,7 per cento) al 2012 (quando era al 30,4 per cento). Si vedano: Istituto nazionale di statistica (ISTAT), La povertà in Italia . Anno 2013 , Report del 14 luglio 2014, e Gruppo CRC, 8° Rapporto di aggiornamento sul monitoraggio della Convenzione sui diritti dell'infanzia e dell'adolescenza in Italia . Povertà significa esclusione sociale e assenza di diritti di cittadinanza o, meglio, titolarità di diritti condizionati. Lasciare al loro destino i bambini che nascono da famiglie in difficoltà socio-economica significa, di fatto, condannare una parte consistente della popolazione a un destino di marginalità e determinare, per la società, un carico di povertà e di devianza che può minare alla base qualsiasi possibilità di sviluppo. In questo contesto precario, sostenere la genitorialità, la relazione tra madre e bambino, e il contesto familiare chiamato ad accogliere un ulteriore membro può contribuire in misura determinante a promuovere il benessere delle nuove generazioni e dell'intero contesto sociale del quale entrano a far parte. I primi mille giorni (trecento giorni dal concepimento alla nascita), dal concepimento al terzo anno di vita, in particolare, rappresentano il periodo di maggiore importanza nella crescita dei bambini. In questo periodo, infatti, sono poste le basi per la salute e il benessere nell'infanzia che, tuttavia, incideranno anche nell'età adulta. La nuova strategia della Regione europea dell'Organizzazione mondiale della sanità (OMS) per la salute di bambini e adolescenti 2015-2020 – richiesta dai Ministri della salute dei 53 Paesi della Regione europea dell'OMS, di cui costituiscono l'organo deliberativo (Comitato regionale europeo dell'OMS) – ha inteso fare fronte all'evoluzione delle problematiche relative alla salute e alle conoscenze rispetto all'analogo documento approvato nel 2005. In particolare, l'analisi su cui si è basato il documento ha evidenziato che, in gran parte dei Paesi, mancano piani per la salute dell'infanzia e dell'adolescenza, dotati di fondi ad hoc, e mancano strategie complessive che coinvolgano altri settori, oltre a quello sanitario, nel contrasto ad alcune patologie e nella promozione della salute. La strategia adottata dalla 64ª sessione del Comitato regionale europeo dell'OMS il 18 settembre 2014, pertanto, risulta ispirata a quattro princìpi: 1) l'approccio life course, per cui devono essere colte tutte le opportunità di intervento efficace dal periodo preconcezionale fino all'adolescenza, trattandosi del migliore approccio per massimizzare i benefici degli interventi pubblici; 2) l'applicazione di politiche e di interventi basati sull'evidenza; 3) la ricerca di partnership, innanzitutto tra settori diversi (salute, educazione, ambiente, politiche sociali e altro) del Governo e quindi con i diversi portatori di interesse; 4) una sottolineatura della salute come diritto universale, oltre che come investimento produttivo.