[pronunce]

Ciò, a differenza di quanto avviene per le ipotesi di concorso formale e di continuazione fra reati, riguardo alle quali la lettera b) dello stesso art. 12, comma 1, cod. proc. pen. - anche dopo la modifica operata dal citato decreto-legge n. 367 del 1991 - continua a fare uso della primigenia espressione «se una persona». 3.- Con orientamento formatosi all'indomani della riforma del 1991 e ancora di recente ribadito (da ultimo, Cass. , 29 febbraio 2012-5 marzo 2012, n. 8552), la giurisprudenza di legittimità ha, peraltro, ritenuto che - non ostante il dato letterale dianzi evidenziato - l'identità tra gli autori del reato-mezzo e gli autori del reato-fine resti una condizione imprescindibile per la configurabilità della connessione teleologica e, dunque, per la produzione dei suoi effetti tipici, sul piano dello spostamento di competenza. A sostegno di tale conclusione si adducono essenzialmente due argomenti. Da un lato, si rileva che, in caso di eterogeneità degli autori, mancherebbe l'unità del processo volitivo tra il reato-mezzo e il reato-fine, che dell'ipotesi di connessione in esame rappresenterebbe comunque il presupposto logico. Dall'altro, si osserva che l'interesse di un solo imputato alla trattazione unitaria dei reati legati da vincolo teleologico - così come dei reati commessi in continuazione fra loro - non potrebbe pregiudicare l'interesse del coimputato (o dei coimputati) a non essere sottratti al giudice naturale, secondo le ordinarie regole di competenza. Dalla linea interpretativa testé ricordata, ormai quasi ventennale, si discostano due pronunce della Corte di cassazione - notevolmente divaricate tra loro sul piano temporale - secondo le quali il nesso teleologico rileverebbe invece in termini oggettivi, a prescindere dalla coincidenza fra gli autori dei reati in concorso (Cass. , 13 giugno 1998-22 settembre 1998, n. 10041; Cass. , 23 settembre 2010-15 ottobre 2010, n. 37014). A conforto di tale lettura, si valorizza precipuamente la variazione lessicale operata nel 1991 e mantenuta ferma dalla riforma del 2001, e si evidenzia, altresì, come essa debba ritenersi espressiva di una precisa volontà legislativa, in quanto sintonica con il generale obiettivo del legislatore del tempo di ampliare il perimetro di operatività dell'istituto della connessione rispetto all'impostazione originaria del nuovo codice di rito, giudicata troppo restrittiva. Si osserva, inoltre, come anche in rapporto ai profili sostanziali (art. 61, numero 2, cod. pen.), la configurabilità della connessione teleologica in caso di diversi autori sia stata riconosciuta tanto in sede dottrinale che giurisprudenziale. 4.- In sintesi, può dirsi, dunque, che sul tema oggetto dell'odierno quesito di costituzionalità si fronteggiano due indirizzi interpretativi: il primo, adottato dalla giurisprudenza di legittimità maggioritaria, esige l'identità tra gli autori dei reati; il secondo, accolto dalle due sentenze diversamente orientate di cui si è detto, viceversa ne prescinde. Nella specie, il giudice rimettente - dopo essersi correttamente rappresentato il quadro giurisprudenziale ora sintetizzato - reputa di dover aderire alla seconda soluzione. Ma lamenta - di qui l'odierna questione - che essa renderebbe costituzionalmente illegittime le norme coinvolte e chiede, quindi, a questa Corte una pronuncia che le allinei a quanto postulato dal primo indirizzo interpretativo. A prescindere, peraltro, da ogni rilievo circa la reale fondatezza delle censure formulate dal giudice a quo (quelle riferite all'art. 25 Cost., se valide, imporrebbero a rigore la rimozione dell'intero istituto della connessione di procedimenti; quella relativa all'art. 3 Cost. trascura i tratti differenziali tra le figure poste a confronto, cioè connessione teleologica e continuazione), è pregiudiziale e dirimente rilevare che l'operazione dianzi descritta implica un uso improprio dell'incidente di costituzionalità. Come reiteratamente affermato da questa Corte, «in linea di principio, le leggi non si dichiarano costituzionalmente illegittime perché è possibile darne interpretazioni incostituzionali (e qualche giudice ritenga di darne), ma perché è impossibile darne interpretazioni costituzionali» (ex plurimis, sentenze n. 301 del 2003 e n. 356 del 1996; ordinanze n. 98 del 2010 e n. 85 del 2007). Alla luce di tale regola basilare, deve escludersi che questa Corte possa essere chiamata a scrutinare una determinata norma di legge assumendola nel significato attribuitole da un indirizzo interpretativo minoritario, cui il giudice rimettente non è vincolato ad aderire e che egli stesso sostiene rendere costituzionalmente illegittima la norma denunciata, quando invece l'orientamento giurisprudenziale prevalente fornisce una lettura della norma conforme all'assetto auspicato dal giudice a quo. In tale situazione, la questione proposta non mira realmente a risolvere un dubbio di legittimità costituzionale, ma viene piuttosto a configurarsi come un improprio tentativo di ottenere dalla Corte un avallo a favore dell'una scelta interpretativa contro l'altra, «senza che da ciò conseguano» - nella prospettiva dello stesso rimettente - «differenze in ordine alla difesa dei principi e delle regole costituzionali, ciò in cui, esclusivamente, consiste il compito della giurisdizione costituzionale»: il che rende inammissibile la questione stessa (tra le altre, sentenza n. 356 del 1996 e ordinanza n. 85 del 2007).. per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE dichiara inammissibile la questione di legittimità costituzionale della disposizione combinata degli articoli 12, comma 1, lettera c), e 16 del codice di procedura penale, sollevata, in riferimento agli articoli 3 e 25 della Costituzione, dal Tribunale di Lecce con l'ordinanza indicata in epigrafe. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, l'11 febbraio 2013. F.to: Franco GALLO, Presidente Giuseppe FRIGO, Redattore Gabriella MELATTI, Cancelliere Depositata in Cancelleria il 14 febbraio 2013. Il Direttore della Cancelleria F.to: Gabriella MELATTI