[pronunce]

4.- Nei relativi giudizi è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dalla Avvocatura generale dello Stato, la quale ha ugualmente concluso per l'inammissibilità o l'infondatezza della questione. La questione sollevata con la ordinanza r.o. n. 210 del 2014 sarebbe, anzitutto, di dubbia rilevanza, in quanto presso il medesimo Tribunale già pendevano due procedure de potestate (la minore era stata vittima di abusi sessuali da parte del padre), procedure rispetto alle quali sussisteva per il giudizio a quo una connessione che radicava la competenza del Tribunale per i minorenni. Pure in questi giudizi, comunque, si osserva che la delega conferiva al legislatore delegato anche il potere di coordinamento, rendendo legittima la previsione della competenza funzionale del tribunale per i minorenni. A proposito, poi, della ratio sottesa a tale scelta, si riportano ampi stralci della relazione predisposta dalla cosiddetta "Commissione Bianca", illustrativa dei princìpi di fondo che si è inteso salvaguardare e delle posizioni della giurisprudenza sui vari profili coinvolti nella riforma. Quanto alla questione subordinata, si osserva che la scelta del legislatore di attribuire la competenza al tribunale per i minorenni anche in caso di pendenza di un giudizio di separazione o divorzio tra i genitori, si sottrae ad ogni censura di irragionevolezza «perché muove dalla mancanza di legittimazione degli ascendenti ad intervenire nelle controversie in parola [...] e risponde all'esigenza di garantire il principio costituzionale di ragionevole durata di siffatti giudizi».1.- Il Tribunale per i minorenni di Bologna solleva, in riferimento agli artt. 3, 76, 77 e 111 della Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell'art. 38, primo comma, delle disposizioni di attuazione del codice civile, come modificato dall'art. 96, comma 1, lettera c), del decreto legislativo 28 dicembre 2013, n. 154 (Revisione delle disposizioni vigenti in materia di filiazione, a norma dell'articolo 2 della legge 10 dicembre 2012, n. 219), «nella parte in cui prevede che "sono, altresì, di competenza del tribunale per i minorenni i provvedimenti contemplati dagli articoli 251 e 317-bis del codice civile", limitatamente alla parte in cui include l'art. 317-bis». Al riguardo, il giudice rimettente osserva che, come emergerebbe dalla relazione illustrativa redatta dalla commissione ministeriale incaricata di predisporre il testo del provvedimento attuativo della delega - vale a dire il predetto d.lgs. n. 154 del 2013 -, l'individuazione del tribunale per i minorenni come giudice competente per le controversie contemplate dal nuovo articolo 317-bis cod. civ. sarebbe scaturita dall'orientamento giurisprudenziale prevalente, secondo il quale simili controversie andrebbero ricondotte nell'alveo dell'art. 333 cod. civ. , con competenza, per l'appunto, del giudice minorile; tesi, questa, contrastata da diverso orientamento giurisprudenziale, secondo il quale le controversie in questione andrebbero, invece, attratte nel perimetro dell'art. 337-ter cod. civ. , e cioè nel quadro dei provvedimenti che riguardano i tempi di frequentazione della prole presso i genitori a seguito di separazione, scioglimento, cessazione degli effetti civili del matrimonio o all'esito dei procedimenti riguardanti i figli nati fuori del matrimonio, di competenza del giudice ordinario. La disposizione censurata si porrebbe, dunque, in violazione degli artt. 76 e 77 Cost., «in stridente contrasto con la delega legislativa, eccedendo dalla cornice disegnata dalla legge delega», non contenendo questa direttive riguardanti la competenza. Come osservato dai primi commentatori, «"il silenzio del legislatore delegante doveva essere interpretato come precisa scelta di metodo"», nel senso che lo stesso «"equivaleva ad istituire la competenza del tribunale ordinario"». La disposizione denunciata si porrebbe in contrasto anche con gli artt. 3 e 111 Cost., in quanto determinerebbe un'irragionevole frattura nell'unità dei procedimenti, con correlativa compromissione del principio di concentrazione processuale. Mentre, infatti, tutti i procedimenti di cui all'art. 333 cod. civ. possono essere trattati unitariamente davanti al tribunale ordinario, ove davanti a questo sia pendente un procedimento di separazione o di divorzio, il medesimo "cumulo processuale" non potrebbe realizzarsi per i procedimenti di cui all'art. 317-bis cod. civ. , determinandosi una proliferazione di processi in danno dei minori, malgrado la delega avesse indicato il preminente interesse di questi come criterio per le scelte legislative. Per altro verso, si genererebbe l'ulteriore irrazionalità di sistema rappresentata dal fatto che, mentre davanti al tribunale per i minorenni verrebbe fatta valere la situazione soggettiva degli ascendenti, davanti al tribunale ordinario sarebbe fatta valere la «situazione giuridica soggettiva dei nipoti». 2.- Con due ordinanze di identico contenuto anche il Tribunale per i minorenni di Napoli ha sollevato la medesima questione, affermatane la rilevanza, richiamando integralmente le medesime censure e la medesima motivazione poste a fondamento della questione sollevata dal Tribunale per i minorenni di Bologna. 3.- Avendo ad oggetto un'identica questione, tutti i giudizi vanno riuniti per essere decisi con un'unica pronuncia. 4.- La questione non è fondata. 4.1.- Quanto al lamentato vizio di eccesso di delega, l'asserita mancata previsione, nella legge di delegazione, di un'apposita e specifica direttiva a proposito del giudice competente per il contenzioso in discorso non può affatto reputarsi interpretabile come una sorta di implicito e necessario "vincolo" alla sua devoluzione al giudice non specializzato; e ciò neppure sulla base del criterio "generale" stabilito all'art. 38, secondo comma, disp. att. cod. civ. novellato. La tesi dei rimettenti, secondo la quale alcune incertezze interpretative orienterebbero verso la "opportunità" di lasciare il tema al dibattito giurisprudenziale o a futuri interventi legislativi, non appare sostenuta da alcun elemento univocamente indicativo circa un supposto "vincolo" per il legislatore delegato, apparendo, anzi, del tutto coerente che, proprio allo scopo di prevenire eventuali contrasti o incertezze di giurisprudenza, il legislatore delegato abbia avvertito la necessità di chiarire expressis verbis il punto, facendo leva, in linea generale, sull'indiscusso potere "integrativo" che la legge di delega gli aveva conferito. Come è noto, infatti, la giurisprudenza costituzionale in tema di eccesso di delega è da tempo consolidata nell'affermare che la previsione di cui all'art. 76 Cost. non osta all'emanazione, da parte del legislatore delegato, di norme che rappresentino un coerente sviluppo e un completamento delle scelte espresse dal legislatore delegante, dovendosi escludere che la funzione del primo sia limitata ad una mera scansione linguistica di previsioni stabilite dal secondo.