[pronunce]

A sostegno dell'assunto vengono proposti rilievi essenzialmente coincidenti con quelli illustrati nell'atto di intervento prodotto per il giudizio r.o. n. 415 del 2006, cui già sopra si è fatto riferimento. 4. – Il Tribunale di Grosseto in composizione monocratica, con ordinanza del 14 febbraio 2007 (r.o. n. 399 del 2007), ha sollevato – in riferimento all'art. 3 Cost. – questione di legittimità costituzionale dell'art. 157, primo comma, cod. pen. , come sostituito dall'art. 6 della legge n. 251 del 2005, nella parte in cui assoggetta ai più lunghi termini di prescrizione in esso previsti, anziché ad un termine triennale, i reati di competenza del giudice di pace puniti con la sola pena pecuniaria. Nel giudizio principale si procede per il reato di cui al primo comma dell'art. 612 cod. pen. (minaccia non aggravata), rimesso alla competenza del giudice di pace (anche se giudicato dal tribunale per effetto delle disposizioni transitorie concernenti i fatti antecedenti all'entrata in vigore del d.lgs. n. 274 del 2000). Il rimettente osserva che, per i delitti attribuiti alla cognizione del magistrato onorario e puniti con la sola pena pecuniaria, il primo comma dell'art. 157 cod. pen. prevede un termine prescrizionale di sei anni, mentre lo stesso termine sarebbe pari a tre anni, in applicazione del successivo quinto comma, per i reati puniti anche mediante la permanenza domiciliare od il lavoro di pubblica utilità. Le sanzioni citate da ultimo, infatti, sono «diverse» da quelle detentive e da quelle pecuniarie. In nulla rileverebbe, d'altra parte, l'equiparazione di effetti giuridici stabilita dal primo comma dell'art. 58 del d.lgs. n. 274 del 2000: a parte il rilievo che ogni «equiparazione» marca la differenza fra gli elementi posti a raffronto, la norma in questione presenterebbe natura «generale e suppletiva», e dunque troverebbe applicazione solo in assenza di una disciplina espressa, dovendo invece soccombere di fronte alla previsione del nuovo quinto comma dell'art. 157 cod. pen. , definito quale «norma speciale prevalente» per quanto concerne il regime della prescrizione. La disposizione dettata per le «pene diverse», secondo il rimettente, sarebbe priva di significato applicativo se non riferita, appunto, ai reati di competenza del giudice di pace. D'altronde la legge differenzia sotto molti profili gli «effetti giuridici» della pena detentiva e quelli delle sanzioni «para-detentive», escludendo ad esempio la sussistenza del delitto di evasione in caso di violazione delle prescrizioni inerenti alla permanenza domiciliare (art. 56 del d.lgs. n. 274 del 2000) , o precludendo la sospensione condizionale per l'esecuzione delle pene inflitte dal giudice di pace (art. 60 dello stesso d.lgs. ). L'applicazione del quinto comma dell'art. 157 cod. pen. non potrebbe neppure essere esclusa, secondo il giudice a quo, sul presupposto che le sanzioni «para-detentive» sarebbero sempre irrogabili in alternativa a quelle pecuniarie, per le quali è previsto un più lungo termine prescrizionale. Nei casi di contestazione della recidiva reiterata infraquinquennale, a norma del comma 3 dell'art. 52 del d.lgs. n. 274, sono infatti applicabili le sole pene «para-detentive». Se è vero che la disposizione può essere superata, agli effetti del trattamento sanzionatorio, mediante il giudizio di comparazione con attenuanti, va considerato, a parere del rimettente, che il concorso dell'aggravante con circostanze di segno opposto è irrilevante nel computo dei termini prescrizionali (terzo comma dell'art. 157 cod. pen.). A parere del Tribunale, la constatazione evidenzia nella massima misura l'irrazionalità del sistema, coinvolgendo reati particolarmente gravi, anche nei profili inerenti alla persona del colpevole, in una previsione di termini prescrizionali ben più favorevole di quella concernente i reati di gravità più ridotta. Il rimettente non ignora come la Corte di cassazione, muovendo dal medesimo presupposto interpretativo, abbia ritenuto che l'aporia del sistema debba essere emendata espungendo la disposizione sul termine prescrizionale più breve (è richiamata espressamente l'ordinanza r.o. n. 112 del 2007). Egli ritiene però che due considerazioni impongano, al contrario, l'estensione di tale termine a tutti i reati di competenza del giudice di pace. In primo luogo, infatti, una manipolazione che implicasse un effetto peggiorativo violerebbe la riserva di legge in materia penale. D'altra parte una soluzione che estendesse i termini brevi sarebbe ben più congrua, per gli illeciti in questione, di quella che li parificasse ai termini previsti per i reati di competenza del giudice professionale. Non solo, infatti, i reati attribuiti alla cognizione del magistrato onorario sono generalmente meno gravi degli altri. La prescrizione più veloce corrisponderebbe anche alla più breve durata delle indagini preliminari, ed alla generale snellezza delle forme e degli adempimenti che caratterizzano il procedimento innanzi al giudice di pace. Di qui l'opinione del rimettente che la censura non debba riguardare il quinto comma dell'art. 157 cod. pen. , bensì il primo, nella parte in cui non prevede che, per i reati puniti con sanzione pecuniaria e rimessi alla competenza del magistrato onorario, il termine prescrizionale sia pari a tre anni (sia identico, cioè, a quello previsto dal quinto comma per gli ulteriori reati di analoga competenza). Ad avviso del Tribunale lo stesso risultato non potrebbe essere raggiunto con una «interpretazione adeguatrice», che estenda analogicamente il quinto comma dell'art. 157 cod. pen. ai reati puniti con sanzione pecuniaria, se attribuiti alla cognizione del giudice di pace. L'analogia presuppone che la materia da regolare sia priva di specifica disciplina, mentre il primo comma dell'art. 157 cod. pen. contiene una disposizione direttamente e chiaramente riferibile ai reati in questione. 4.1. – Il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, è intervenuto nel giudizio con atto depositato il 26 giugno 2007. Secondo la difesa erariale, la questione proposta è infondata. Dovrebbe ritenersi, contrariamente a quanto sostenuto dal rimettente, che il primo comma dell'art. 157 cod. pen. non riguardi le pene pecuniarie applicate dal giudice di pace, e che anche i reati sanzionati con tali pene ricadano, di conseguenza, nella previsione del quinto comma dello stesso art. 157. A sostegno dell'assunto vengono proposti rilievi essenzialmente coincidenti con quelli illustrati nell'atto di intervento prodotto per il giudizio r.o. n. 415 del 2006, cui già sopra si è fatto riferimento.1.