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Di qui, la prassi che registra comportamenti fiscali inquadrabili nell'abuso di diritto (si pensi al soddisfacimento di una tassa minima relativa ai beni immobili). A ciò si aggiunga la complessità nel discernere il corretto regime impositivo applicabile in tema di plusvalori, quando, tra la disciplina della cessione d'azienda e la disciplina del conferimento di azienda, l'unica distinzione si fonda sul corrispettivo ottenuto in cambio dell'azienda: per la cessione il denaro, per il conferimento le partecipazioni della società conferitaria. Per interrompere il circolo vizioso, in caso di cessione di azienda a titolo oneroso, l'articolo 7 mette a punto una disciplina intesa ad assicurare il regime agevolativo di neutralità fiscale (assenza di tassazione delle plusvalenze). Questo alla duplice condizione che la cessione sia finalizzata all'esercizio di un'attività d'impresa operante nel settore dell'artigianato artistico e tradizionale e che l'azienda non sia ceduta nei tre anni successivi alla data di trasferimento (comma 1). In pratica, la cessione non risulta fiscalmente realizzativa. Il proponimento del disposto normativo dimora, infatti, nell'allineare il regime di tassazione degli incrementi di valore emergenti in sede di trasferimento d'azienda a titolo oneroso – in favore di soggetti rientranti nei limiti dimensionali e societari di cui alla legge 8 agosto 1985, n. 443 – a quello attualmente previsto per i conferimenti d'azienda di cui all'articolo 176 del testo unico delle imposte sui redditi, di cui al decreto del Presidente della Repubblica 22 dicembre 1986, n. 917. Il soggetto cessionario, al comma 1, in forza del subentro nella posizione del cedente, è chiamato comunque a darne evidenza tramite apposito prospetto di riconciliazione. Il comma 2 consente ai soggetti dell'operazione di optare, sui maggiori valori attribuiti in bilancio, per il regime in vigore per le altre fattispecie di cessione d'azienda ovvero per l'applicazione dell'imposta sostitutiva dell'IRPEF, dell'IRES e dell'IRAP, come delineata dall'articolo 176, comma 2- ter, del citato testo unico delle imposte sui redditi in materia di conferimento d'azienda. In tal modo, l'operazione riceve comunque riconoscimento fiscale. Il comma 3 afferma in sostanza che, se l'aumento del patrimonio netto eccede il valore fiscalmente riconosciuto dell'azienda, la differenza costituisce una riserva di utili. Ai fini dell'imposizione indiretta – chiosa il comma 4 – alla cessione d'azienda si applicano, analogamente a quanto disposto in tema di conferimenti d'azienda, le disposizioni concernenti l'imposta di registro e la relativa tariffa, di cui alla parte prima, articolo 4, comma 1, lettera a) , numero 3), della tariffa allegata al testo unico delle disposizioni concernenti l'imposta di registro, di cui al decreto del Presidente della Repubblica 26 aprile 1986, n. 131, nonché l'imposta catastale nella misura di cui all'articolo 10, comma 2, del testo unico delle disposizioni concernenti le imposte ipotecaria e catastale, di cui al decreto legislativo 31 ottobre 1990, n. 347. Sul piano della tutela dei prodotti artigiani, invece, si fa sempre più impellente la definizione di un sistema che ne certifichi l'origine, anche in considerazione di una crescente educazione al dettaglio e attenzione ai materiali impiegati nelle lavorazioni. Un riconoscimento del genere valorizzerebbe, in particolare, il potenziale economico e sociale di diverse micro e piccole imprese del settore artistico e tradizionale, detentrici, soprattutto in Italia, di conoscenze e metodi radicati nel patrimonio culturale di uno specifico ambiente geografico. Negli ultimi anni le istituzioni europee, Commissione e Parlamento in primis , hanno esaminato a più riprese la possibilità di conferire protezione giuridica ai prodotti non agricoli. Ma a differenza dei prodotti agricoli e alimentari, non si è giunti ad individuare una tutela unitaria per quanto riguarda l'indicazione di origine dei prodotti artigiani. Allo stesso tempo, gli strumenti giuridici nazionali appaiono insufficienti. Tuttavia, senza una certificazione valida erga omnes diventa difficile per il consumatore discriminare fra proposte diverse, quando invece occorrerebbe cogliere immediatamente il valore materiale e immateriale che si cela dietro una produzione artigiana. Il riconoscimento dell'indicazione di origine per i prodotti no food consentirebbe: a) al consumatore, di ottenere garanzie e certezze circa le caratteristiche dei prodotti, in ragione della provenienza geografica, della relativa reputazione qualitativa e della filiera di produzione seguita; b) al produttore, di difendere i propri manufatti dal diffondersi di pratiche sleali o fraudolente (come ad esempio la concorrenza sleale o la contraffazione). Alla luce delle summenzionate considerazioni, l'articolo 8, comma 1, del disegno di legge prevede che il Ministero delle imprese e del made in Italy , raggiunta l'intesa in sede di Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano, possa attribuire ai prodotti artigiani la denominazione di origine e qualità, a patto che questi siano in grado di esibire determinate caratteristiche in termini di valore creativo ed estetico. A tale scopo, il citato Ministero è tenuto a fissare con decreto un regime che proceduralizzi l' iter di presentazione della domanda e ciò ai fini dell'iscrizione del prodotto in un registro debitamente configurato. Il tutto deve essere disciplinato in modo che non venga inficiato il libero sviluppo degli scambi. A seguire, il comma 2 predetermina il contenuto minimo da associare alla denominazione di origine e qualità. Rispetto al prodotto artigiano, denominazione e simbolo debbono designare: a) la concisa descrizione del processo di lavorazione; b) l'indicazione dei materiali impiegati; c) il nome del luogo d'origine, cui si deve il possesso di specifiche qualità. Il comma 3, infine, concerne i disciplinari di produzione, adottati e aggiornati con decreto dal Ministro delle imprese e del made in Italy , previa intesa in sede di Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano. I disciplinari sono diretti a: a) certificare le caratteristiche dei prodotti artigiani che intendano conseguire la denominazione di origine e qualità; b) verificare la conformità dei prodotti artigiani che abbiano già conseguito la denominazione. Specularmente, v'è da rilevare come sul mercato circolino, sempre più di frequente, prodotti dei quali non si è in grado di conoscere con esattezza né i materiali impiegati, né tantomeno i trattamenti eseguiti per la loro realizzazione e ciò con grave rischio per la salute degli acquirenti. Sotto tale profilo, è il caso di monitorare le tante attività che animano il cosiddetto fenomeno « hobbistico », fronteggiando, con lo strumento normativo, quel processo di mimetizzazione in base al quale diverse attività operanti in regime di concorrenza sleale dissimulano lo svolgimento di un'attività di vendita sporadica. Non ci si può limitare, pertanto, ad assicurare staticamente il pluralismo nel campo dell'agire economico. La base legale c'è: