[pronunce]

che, con riferimento all'impugnazione del capo penale della sentenza, il rimettente osserva che essa deve essere dichiarata inammissibile, giacché l'art. 9 della sopravvenuta legge n. 46 del 2006 – immediatamente applicabile ai procedimenti in corso in base al disposto dell'art. 10 – ha abrogato in toto l'art. 577 cod. proc. pen. , che consentiva alla parte civile, in forza del rinvio alle norme del codice di rito operato dall'art. 2 del d.lgs. n. 274 del 2000, di impugnare, anche agli effetti penali, le sentenze di proscioglimento per i reati di ingiuria emesse dal giudice di pace; che, quanto all'appello proposto agli effetti civili, il giudice a quo rileva come, dopo la novella del 2006, sia rimasto in vigore l'art. 576 cod. proc. pen. (applicabile anch'esso al procedimento davanti al giudice di pace in base al richiamato art. 2), che consente alla parte civile di impugnare, ai soli effetti della responsabilità civile, la sentenza di proscioglimento; che, tuttavia, l'art. 6 della legge n. 46 del 2006 ha soppresso nel testo dell'art. 576 cod. proc. pen. l'inciso («con il mezzo previsto dal pubblico ministero») che – collegando l'impugnativa della parte privata a quella della parte pubblica – riconosceva alla prima, in virtù del principio di tassatività dei mezzi di impugnazione (art. 568, comma 1, cod. proc. pen.), il potere di proporre appello; che il giudice a quo ne trae la conseguenza – a suo avviso «unica formalmente corretta», alla luce di una doverosa interpretazione letterale e sistematica delle norme – dell'intervenuta soppressione del potere di appello della parte civile, anche per le sentenze del giudice di pace; che, ad avviso del rimettente, l'eliminazione del potere di appello della parte civile non presenterebbe profili di illegittimità costituzionale nella disciplina “a regime”: e ciò, sia per l'impossibilità di porre a confronto la parte civile, che è parte eventuale, con le altre parti necessarie; sia perché, comunque, la prima fruisce del potere di ricorrere in cassazione contro la sentenza di proscioglimento, al pari del pubblico ministero; che a diversa conclusione dovrebbe pervenirsi, invece, in riferimento alla disciplina transitoria contenuta nell'art. 10 della legge n. 46 del 2006, il cui comma 1, in assenza di disposizioni specifiche relative alla parte civile, imporrebbe di dichiarare inammissibile l'appello proposto; che la parte civile la quale, prima della riforma, abbia scelto di far valere le proprie pretese risarcitorie nel processo penale si troverebbe infatti privata, nel nuovo assetto normativo, di un potere di gravame «ampiamente devolutivo» della questione di fatto, e costretta a subire, in caso di assoluzione, l'efficacia del giudicato penale nel giudizio civile ai sensi dell'art. 652 cod. proc. pen. ; che tale disciplina violerebbe l'art. 3 Cost., determinando una irragionevole disparità di trattamento fra la persona offesa o danneggiata dal reato la quale, prima dell'entrata in vigore della legge n. 46 del 2006, abbia scelto di costituirsi parte civile e quella che non l'abbia fatto, scegliendo di agire davanti al giudice civile; che risulterebbe violato, altresì, l'art. 24, primo e secondo comma, Cost., venendo pregiudicata la difesa dei diritti soggettivi di detta parte, originariamente garantiti dal «modello processuale» prescelto. Considerato che le ordinanze di rimessione sollevano questioni analoghe, onde i relativi giudizi vanno riuniti per essere definiti con unica decisione; che i quesiti di costituzionalità sottoposti a questa Corte hanno ad oggetto la disciplina – “a regime” e transitoria – dell'appello della parte civile avverso le sentenze di proscioglimento emesse dal giudice di pace, dopo le modifiche introdotte dalla legge 20 febbraio 2006, n. 46 (Modifiche al codice di procedura penale, in materia di inappellabilità delle sentenze di proscioglimento); che, in particolare, il Tribunale di Sondrio dubita, in riferimento agli artt. 3, 24 e 111 della Costituzione, della legittimità costituzionale dell'art. 593 del codice di procedura penale, come sostituito dall'art. 1 della legge di riforma, nella parte in cui non prevede che la parte civile possa proporre appello nei casi di cui all'art. 576 cod. proc. pen. avverso le sentenze di proscioglimento del giudice di pace; che il Tribunale di Reggio Emilia censura, a sua volta, in riferimento agli artt. 3 e 24, primo e secondo comma, Cost., la disciplina transitoria di cui all'art. 10, comma 1, della citata legge n. 46 del 2006, nella parte in cui prevede che debba dichiararsi inammissibile, o qualificarsi come ricorso in cassazione, l'appello proposto dalla parte civile prima dell'entrata in vigore della legge n. 46 del 2006, ai soli effetti della responsabilità civile, contro la sentenza di proscioglimento pronunciata dal giudice di pace; che i rimettenti muovono dalla premessa interpretativa, non implausibile, per cui – in mancanza di una specifica disciplina dell'impugnazione della parte civile nel decreto legislativo 28 agosto 2000, n. 274 (Disposizioni sulla competenza penale del giudice di pace, a norma dell'articolo 14 della legge 24 novembre 1999, n. 468) – detta impugnazione resta regolata, in forza del rinvio operato dall'art. 2 del medesimo decreto legislativo, dalle norme sulle impugnazioni contenute nel codice di rito: norme profondamente modificate dalla legge n. 46 del 2006; che i giudici a quibus assumono, per altro verso, che l'art. 6 di tale legge – modificando l'art. 576 cod. proc. pen. – avrebbe eliminato il potere di appello della parte civile avverso le sentenze di proscioglimento: e ciò segnatamente alla luce del generale principio di tassatività dei mezzi di impugnazione (art. 568, comma 1, cod. proc. pen.), posto che, per un verso, la parte civile non è inclusa tra i soggetti legittimati a proporre appello dall'art. 593 cod. proc. pen. ; e, per un altro verso, il testo novellato dell'art. 576 del codice di rito – nel corpo del quale è stata soppressa l'originaria statuizione, che consentiva alla parte civile di proporre impugnazione con lo stesso mezzo previsto per il pubblico ministero – non specifica di quali mezzi di impugnazione detta parte sia ammessa a fruire; che, di conseguenza – secondo i rimettenti – il potere di appello della parte civile sarebbe venuto meno anche in relazione alle sentenze emesse dal giudice di pace;