[pronunce]

che, inoltre, la difesa dello Stato sottolinea come l'art. 71 del decreto legislativo 3 febbraio 1993, n. 29 (Razionalizzazione dell'organizzazione delle amministrazioni pubbliche e revisione della disciplina in materia di pubblico impiego, a norma dell'art. 2 della legge 23 ottobre 1992, n. 421) ha previsto, per i dipendenti di pubbliche amministrazioni eletti nei Consigli regionali, il collocamento in aspettativa senza assegni per la durata del mandato, con la facoltà per gli interessati di mantenere, a richiesta, il trattamento economico in godimento presso l'amministrazione di appartenenza; tale facoltà sarebbe venuta meno a seguito dell'emanazione dell'art. 22, comma 39, della legge 23 dicembre 1994, n. 724 (Misure di razionalizzazione della finanza pubblica), che ha ritenuto, con interpretazione autentica, applicabile retroattivamente l'art. 31 della legge n. 300 del 1970 ai dipendenti pubblici; che, sempre secondo la Avvocatura dello Stato, il descritto quadro normativo farebbe conseguentemente venir meno la censurata differenziazione di trattamento normativo, in quanto anche ai dipendenti pubblici si applicherebbe il regime delle aspettative non retribuite; che la difesa dello Stato mette in rilievo come, in ogni caso, sarebbe giustificata, ex art. 3 della Costituzione, la differenza di disciplina in esame tra enti pubblici non economici ed economici per la diversa struttura che connota questi ultimi e che non tollererebbe l'imposizione di oneri aggiuntivi incompatibili con i criteri di economicità sui cui si fonda la loro attività d'impresa; che, con memoria depositata nell'imminenza dell'udienza pubblica, la parte privata ha replicato, in ordine al difetto di rilevanza eccepito dall'Avvocatura generale dello Stato, che la valutazione del contenuto e dei confini del principio di diritto spetta esclusivamente al giudice rimettente e che, in ogni caso, la vera ratio decidendi della sentenza della Cassazione n. 5083 del 1995 si incentrerebbe sulla avvenuta abrogazione della legge n. 1078 del 1966 ad opera delle norme impugnate; ha osservato, inoltre, sempre in punto di rilevanza: a) che il Tribunale a quo anche se avesse omesso di indicare tutte le disposizioni da censurare, avrebbe comunque correttamente individuato le norme illegittime (che costituirebbero il vero oggetto del giudizio costituzionale) denunciando la discriminazione subita dai dipendenti di enti pubblici economici; b) che, se non si condividesse questo assunto, l'eventuale imprecisione nell'identificazione delle disposizioni potrebbe essere corretta dalla stessa Corte costituzionale; c) che, in ogni caso, i non impugnati artt. 1 e 3 della legge n. 1078 del 1966, potrebbero essere dichiarati illegittimi in via consequenziale ex art. 27 della legge 11 marzo 1953, n. 87 (Norme sulla costituzione e sul funzionamento della Corte costituzionale); che nel merito la parte privata insiste sulla fondatezza della questione sollevata, sottolineando la insostenibilità della tesi che giustifica la diversità del trattamento normativo denunciato sulla base dell'assimilazione degli enti pubblici economici agli operatori privati più che agli altri enti pubblici; viene richiamato, a tal proposito, il particolare regime giuridico cui sono sottoposti gli enti pubblici economici che li distanzierebbe dai privati, accomunandoli, senz'altro, agli enti pubblici, con consequenziale irragionevolezza della diversità della disciplina censurata; che anche l'Avvocatura generale dello Stato ha depositato, nell'imminenza dell'udienza pubblica, una memoria integrativa, ribadendo le conclusioni già rassegnate. Considerato che, contenendo l'ordinanza del Tribunale di Savona una motivazione ampiamente plausibile della rilevanza della questione, le eccezioni pregiudiziali sollevate non possono essere accolte; che la tesi, sostenuta dal giudice a quo in ordine ad una ingiustificata discriminazione dei dipendenti degli enti pubblici economici rispetto al migliore trattamento riservato ai dipendenti dello Stato e degli enti pubblici non economici, è basata su un presupposto erroneo sia dal punto di vista interpretativo, che da quello delle disposizioni normative applicabili alla fattispecie prospettata, relativa a un dipendente di ente pubblico economico eletto a carica elettiva regionale nel maggio del 1990; che, infatti, il quadro normativo si è man mano modificato, per cui deve ritenersi superata la situazione che aveva giustificato l'originaria interpretazione di questa Corte e della Cassazione richiamata dall'ordinanza di rimessione e dalle difese delle parti; che il legislatore è, infatti, intervenuto con l'obiettivo di razionalizzare e tendenzialmente parificare, per i profili essenziali, le discipline relative ai trattamenti economici dell'aspettativa dei dipendenti pubblici chiamati a cariche elettive, alla disciplina dettata per i lavoratori privati; che, in realtà, le garanzie costituzionali, per chi è chiamato a funzioni pubbliche elettive, sono quelle "di disporre del tempo necessario al loro adempimento e di conservare il suo posto di lavoro", oltre che di poter accedervi in condizioni di eguaglianza (art. 51 della Costituzione), essendo rimesso alla discrezionalità legislativa (influenzabile anche da una valutazione degli interessi attinenti alla situazione economica generale) il trattamento economico e giuridico del lavoratore chiamato alle funzioni anzidette, con il vincolo, in ogni caso, derivante dalle predette garanzie costituzionali; che per quanto attiene specificatamente ai dipendenti di enti pubblici (in genere) eletti nei Consigli regionali, significativo è l'intervento di interpretazione autentica, operato con l'art. 22, comma 39, della legge 23 dicembre 1994, n. 724 (Misure per la razionalizzazione della finanza pubblica), con cui si è stabilito che la normativa prevista dall'art. 31 della legge 20 maggio 1970, n. 300 e successive modificazioni, deve intendersi applicabile ai dipendenti pubblici eletti - tra l'altro - nei Consigli regionali, attuando, così, una parificazione di disciplina al riguardo; che sulla base delle predette considerazioni la questioni di legittimità costituzionale sollevata è manifestamente infondata.. . per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE Dichiara la manifesta infondatezza della questione di legittimità costituzionale degli artt. 31, 37 e 40 della legge 20 maggio 1970, n. 300 (Norme sulla tutela della libertà e dignità dei lavoratori, della libertà sindacale e dell'attività sindacale nei luoghi di lavoro e norme sul collocamento), sollevata, in riferimento all'art. 3 della Costituzione, dal Tribunale di Savona con l'ordinanza indicata in epigrafe. Così deciso in Roma nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 22 aprile 2002. Il Presidente: Ruperto Il redattore: Chieppa Il cancelliere: Di Paola Depositata in cancelleria il 3 maggio 2002. Il direttore della cancelleria: Di Paola