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Data la sua natura, sono previsti interventi molto vari che incidono in diversi ambiti di pertinenza e in molteplici settori della nostra vita, non di poco conto, anzi spesso rilevanti. In particolare, in questo intervento vorrei approfondire due aspetti che mi stanno a cuore: la lotta alla discriminazione in favore di tutti i consumatori italiani ed europei e l'attuazione del mercato unico digitale europeo, che purtroppo rimane da completare in maniera efficace. Mi riferisco all'articolo 6, che adegua la normativa interna al regolamento UE n. 302 del 2018, il quale dispone il divieto della diffusa pratica del geoblocking . Il regolamento, entrato in vigore il 3 dicembre 2018, attendeva il completamento da parte ciascuno Stato membro con la designazione delle autorità competenti. Con la legge in votazione oggi designiamo l'Autorità garante della concorrenza e del mercato quale organismo responsabile dell'applicazione del regolamento, con poteri inibitori e sanzionatori, nonché il Centro nazionale della rete europea per i consumatori quale organismo competente a fornire assistenza ai consumatori in caso di controversia tra consumatori e professionisti. Ma di cosa parliamo quando usiamo l'espressione geoblocking , ossia «blocco geografico»? Intendiamo quella pratica discriminatoria per cui non riuscivamo a fare acquisti online in tutta Europa senza incappare nei soliti imprevisti, come sovrapprezzi o blocco delle carte credito, non accettate solo perché il nostro Paese di residenza è diverso da quello della sede del venditore. Come si manifesta il geoblocking ? Mettiamo il caso che troviamo un'offerta di un prodotto che ci piace su un sito che si trova, ad esempio, nel Regno Unito o in Germania e che magari procediamo alla registrazione online e, infine, al pagamento. A questo punto veniamo reindirizzati sul sito italiano che, nella stragrande maggioranza delle volte, non è configurato per accettare l'offerta che abbiamo scelto sul sito di uno Stato membro. Il risultato è che non possiamo acquistare il prodotto scelto oppure ci viene proposto un prezzo superiore. Tutto questo protezionismo dei mercati locali, che avvantaggiava solo le multinazionali a danno dei consumatori, oggi è ritenuto ingiustificato. Pertanto, nel digital single market , il mercato unico digitale su cui sta tanto investendo l'Unione europea, il geoblocking è stato vietato. I dati della Commissione europea sono stati molto illuminanti nell'evidenziare le discriminazioni operate a danno dei cittadini consumatori residenti nell'Unione: nel 2017 il 57 per cento degli europei ha acquistato online (una percentuale che sale al 68 per cento per chi frequenta abitualmente la rete), mentre un terzo dei consumatori si è rivolto a negozi di un altro Paese dell'Unione europea. Tuttavia, solo il 37 per cento dei tentativi di acquisto da parte di utenti di uno Stato membro su un sito web di un altro Paese europeo è andato a buon fine. Uno dei motivi alla base di questa situazione è proprio la pratica dei blocchi geografici. Lo scopo del regolamento è quindi di eliminare tali restrizioni e sbloccare il commercio elettronico, impedendo la discriminazione dei consumatori e delle imprese in materia di accesso a prezzi e condizioni di vendita o di pagamento negli acquisti di prodotti e servizi in un altro Paese dell'Unione europea. In base alle nuove regole, gli operatori non possono più operare discriminazioni in base alla residenza dei clienti relativamente ai termini e alle condizioni generali, inclusi i prezzi, dal momento che le modalità di consegna devono essere concordate tra acquirente e venditore. La discriminazione viene inoltre esclusa per i servizi online (come i servizi cloud , l'archiviazione dei dati e l' hosting di siti web ) oppure per i servizi quali l'alloggio in alberghi e il noleggio auto, che il cliente riceve nel Paese in cui ha sede l'operatore. Anche la discriminazione ingiustificata dei clienti in relazione ai metodi di pagamento è vietata. Sono esclusi alcuni servizi, come quelli finanziari, audiovisivi, di trasporto, sanitari e sociali, mentre saranno oggetto di riesame della Commissione europea i servizi connessi ai contenuti tutelati dal diritto d'autore o alle opere in forma immateriale, come i servizi musicali in streaming e i libri elettronici. Il problema però nasce qui: sembra incredibile, ma quando si vanno a toccare i privilegi delle lobby degli editori e delle aziende dell'intrattenimento, il percorso è sempre molto accidentato, per i consumatori naturalmente. Dalle misure che ho descritto, è infatti evidente che l'azione europea sul geoblocking è ancora monca: rimangono esclusi i media digitali quali musica, e-book , software e giochi online e, soprattutto, rimangono favorite le grandi aziende di intrattenimento a danno dei semplici consumatori. Anche per la portabilità transfrontaliera di servizi online , cui fa riferimento l'altro regolamento, il n. 1128 del 2017, già in vigore dal 1° aprile, è stata fatta un'eccezione per le reti televisive pubbliche, che potranno decidere se concedere la portabilità o meno. Se quindi la fine dei blocchi geografici rappresenterà una nuova opportunità sia per i consumatori, che avranno più opportunità di scelta, sia per le imprese nel settore del commercio elettronico ancora molti muri di protezione devono cadere. Speriamo che il nuovo Parlamento europeo, dopo le elezioni di maggio, possa finalmente abbattere questi ostacoli. (Applausi dai Gruppi M5S e L-SP-PSd'Az). PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Casolati. Ne ha facoltà. CASOLATI (L-SP-PSd'Az) . Signor Presidente, colleghe e colleghi senatori, siamo qui oggi per discutere della legge europea 2018, che assieme alla legge di delegazione europea rappresenta uno dei due strumenti predisposti dalla legge n. 234 del 2012 per l'adeguamento periodico dell'ordinamento nazionale a quello dell'Unione europea. Si tratta di uno strumento necessario, quindi, a recepire gli atti normativi dell'Unione nel nostro ordinamento e ad eliminare o a ridurre il più possibile i contrasti normativi tra l'ordinamento europeo e quello nazionale. Si tratta di contrasti che, se non risolti, comportano come noto l'apertura di una procedura di infrazione da parte della Commissione europea, l'organo predisposto a garantire che tutti gli Stati membri applichino correttamente il diritto dell'Unione. Mi permetto in proposito di sviluppare una breve riflessione di carattere politico sul funzionamento delle istituzioni europee. Negli ultimi anni abbiamo assistito letteralmente ad una esplosione delle procedure di infrazione a livello europeo, con numeri che sono esponenzialmente aumentati rispetto agli anni precedenti. Dal 2014 al 2017 sono state avviate in Europa, 3.337 procedure di infrazione in totale, per una media di circa 119 contenziosi a Paese e circa 834 procedure all'anno. Sono numeri che fanno riflettere e che assumono ancora più valore se accumunati ad un'altra tendenza che emerge, se si analizzano i dati relativi alle procedure. Si nota infatti come ci sia una diminuzione delle procedure di infrazione relative alla mancata applicazione delle indicazioni, mentre al contrario aumentano a livello europeo le procedure riguardanti il non corretto recepimento.