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Disposizioni in materia di tutela degli animali. Onorevoli Senatori . – Stando a quanto emerge dal rapporto zoomafia 2018, « Crimini e animali », redatto dall'Osservatorio zoomafia della Lega antivivisezione, anche nel 2017, il maltrattamento si riconferma il reato più contestato in Italia contro gli animali, con inquietanti casi di zoocriminalità anche minorile: in base al rapporto e ai dati forniti da centoquindici procure ordinarie e venticinque procure presso i tribunali per i minorenni, solo nel 2017, sono stati aperti all'incirca ventisei fascicoli al giorno, uno ogni cinquantacinque minuti, per reati a danno di animali, con all'incirca una persona indagata ogni novanta minuti. Ma il « vero allarme, un vero affare per la criminalità », rileva il rapporto, sono i combattimenti clandestini, con migliaia di vittime ogni anno: troppi sono i cani ritrovati con ferite da morsi, se non addirittura morti con cicatrici riconducibili alle lotte, tanti i sequestri di allevamenti di cani da lotta e sempre più diffusi i profili social e le pagine segrete sul web che contengono materiale audio-video di combattimenti tra cani, pitbull soprattutto. Ma i cani non sono le uniche vittime. Oltre alle corse clandestine tra cavalli, si riscontrano addirittura casi di combattimenti tra galli, se non addirittura tra specie differenti, primi fra tutti cani e cinghiali. Esiste una vera e propria rete transnazionale, facilitata dall'utilizzo di strumenti informatici e di una piattaforma con gergo e parole criptate, che organizza ring clandestini e scommesse da migliaia di euro. Allo scopo di aumentarne l'aggressività, i cani sono sottoposti a diete rigide, isolamento, maltrattamenti, vessazioni fisiche e continua tensione psichica, oltreché alla somministrazione di sostanze stupefacenti e vietate. Secondo la Lega antivivisezione, il fenomeno è in costante crescita: + 5-10 per cento di denunce all'anno nell'ultimo biennio, con un « fatturato » che ammonta all'incirca a 3 miliardi di euro in tutta Europa. Nonostante, quindi, l'apparente diffusione di una maggiore sensibilità sociale nei confronti degli animali e il conseguente proliferare, nel corso degli anni, di disposizioni normative nazionali, europee ed internazionali finalizzate alla protezione della loro vita e della loro salute, i risultati finora ottenuti sono ancora del tutto insufficienti, oltreché poco incoraggianti: percosse, incuria grave, mutilazioni, avvelenamenti, prigionia, impiccagioni, abusi di ogni genere nei confronti di animali, anche a sfondo sessuale, sono ormai all'ordine del giorno. Basta leggere un qualsiasi quotidiano locale o nazionale o navigare in internet per ritrovarvi racconti strazianti di morti, maltrattamenti e sevizie subite da cani, gatti e animali di ogni specie e razza, inflitti dall'uomo spesso senza alcun motivo e con estrema e ingiustificata crudeltà. Risale a non molto tempo fa la notizia di un sessantacinquenne accusato di aver ucciso brutalmente un cane meticcio di tre anni, dopo avergli legato al collo un filo di nylon e averlo appeso ad un arbusto. L'uomo è stato denunciato dai Carabinieri, allertati dagli abitanti del posto, che sono stati costretti ad assistere ad una scena a dir poco agghiacciante. Eppure, in un caso analogo, il giudice monocratico del tribunale di Paola aveva emesso,nel 2017, una sentenza che, secondo gli animalisti, è da definirsi « storica ». Ai quattro giovani accusati della barbara uccisione del cane Angelo, avvenuta a Sangineto nel novembre 2016, veniva applicata per la prima volta in Italia la pena massima prevista dalle leggi vigenti per l'uccisione di un animale: sedici mesi di reclusione, in applicazione del rito abbreviato, invece dei ventiquattro previsti dall'articolo 544- bis codice penale. Eppure, nonostante la condanna, resa più semplice dal fatto che i responsabili avessero anche prontamente diffuso il video dell'uccisione sui social , i quattro aguzzini non sconteranno neppure un giorno di carcere. In quanto incensurati, hanno infatti definitivamente ottenuto la sospensione della pena, sebbene subordinata alla prestazione di sei mesi di lavori di pubblica utilità presso associazioni a tutela degli animali. Sentenza severa, quindi, ma ad efficacia zero. Ma le atrocità non finiscono qui. Le organizzazioni animaliste diffondono, ormai da tanti anni, immagini di macelli italiani in cui, in deroga alla normativa vigente, gli animali vengono trasformati in carne senza essere prima storditi, come invece dovrebbe essere per evitare che soffrano durante la macellazione. Eppure, nell'ultimo decennio, l'apparente superamento di una prospettiva ancora esclusivamente antropocentrica e l'affermarsi di una cultura sociale più evoluta e sensibile nei confronti degli animali – sancita anche da fonti normative europee e internazionali, che hanno impegnato gli Stati ad introdurre, nel corso degli anni, norme minime di tutela all'interno dei singoli ordinamenti nazionali – sembravano avere aperto la strada ad una svolta concreta. A tale proposito, tra le importanti novità introdotte dal Trattato di Lisbona del 2009, vale la pena di ricordare il grande passo in avanti compiuto dall'Unione europea nella tutela dei diritti degli animali: l'articolo 13 del Trattato sul funzionamento dell'Unione europea (TFUE), infatti, ha definitivamente sancito il principio giuridico della tutela degli animali in quanto veri e propri « esseri senzienti » e, di conseguenza, gli Stati nazionali sono stati chiamati a tenere pienamente conto delle esigenze legate al loro benessere. Ma, ciononostante, siamo ancora lontani dall'obiettivo. Nel 2017, a seguito di alcuni noti fatti di cronaca e del ripetersi di condotte delittuose nei confronti di animali – come la vicenda di un uomo che aveva acquistato alcuni cuccioli con l'unico scopo di inveire sugli stessi con violenza, fino a soffocarli e ucciderli a coltellate – il Parlamento inglese ha provveduto ad introdurre una modifica legislativa volta ad elevare le pene massime previste in caso di delitti contro gli animali, adeguandole a quelle già in vigore in Irlanda, Canada e Australia, dove la pena massima per il maltrattamento di animali era stata aumentata già da tempo: chiunque si renda colpevole del reato di maltrattamento rischia oggi una condanna fino a cinque anni di reclusione, mentre la disciplina previgente prevedeva una pena detentiva massima di sei mesi. La stessa pena si applica a chiunque organizzi combattimenti tra animali. Anche in Italia, è ormai largamente diffusa l'opinione che la portata dissuasiva delle norme vigenti non sia sufficientemente adeguata a scoraggiare il verificarsi di condotte criminose a danno degli animali e, peggio ancora, che non sia neppure sufficientemente certa la risposta sanzionatoria nei confronti di coloro che si rendono responsabili di tali condotte.