[pronunce]

che, secondo il rimettente, l'art. 15, comma 6-quinquies, del d.l. n. 78 del 2010, come convertito dalla legge n. 122 del 2010, consentendo il trattenimento delle somme versate a titolo di canone aggiuntivo unico, prevederebbe una disciplina di salvaguardia degli effetti prodottisi e dei rapporti giuridici sorti sulla base dell'art. 1, comma 486, della legge n. 266 del 2005, dichiarato costituzionalmente illegittimo; che, in particolare - sottolineando che le decisioni di accoglimento della Corte costituzionale hanno effetto retroattivo, poiché incidono «fin dall'origine sulla validità e l'efficacia della norma dichiarata contraria alla Costituzione, salvo il limite delle situazioni giuridiche consolidate» - il giudice a quo rileva che la disposizione censurata si porrebbe in contrasto con l'art. 136 Cost., poiché consoliderebbe gli effetti relativi ai versamenti eseguiti a titolo di canone aggiuntivo, nonostante la dichiarazione di illegittimità costituzionale delle norme che prevedevano la proroga; che vi sarebbe anche una violazione degli artt. 3 e 42 Cost., poiché, una volta venuta meno la proroga, l'art. 15, comma 6-quinquies, del d.l. n. 78 del 2010, come convertito dalla legge n. 122 del 2010, imporrebbe ai concessionari di grandi derivazioni per uso idroelettrico una prestazione patrimoniale ingiustificata e «distorsiva del mercato concorrenziale tra produttori di energia elettrica»; che, da ultimo, il giudice a quo ritiene che la disposizione censurata contrasterebbe anche con gli artt. 24, 97 e 113 Cost., in quanto, prevedendo il trattenimento delle somme versate per una concessione non prorogata, impedirebbe «la tutela giurisdizionale del diritto dei concessionari ad ottenere il rimborso delle somme indebitamente corrisposte vanificando l'effettività della tutela giurisdizionale di tale diritto di credito»; che, con atto depositato il 18 maggio 2016, si è costituita in giudizio la ricorrente Edipower spa, chiedendo l'accoglimento delle questioni di legittimità costituzionale sollevate; che, con atto depositato il 31 maggio 2016, è intervenuto in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, per il tramite dell'Avvocatura generale dello Stato, concludendo per l'inammissibilità e, comunque, per la manifesta infondatezza delle questioni di legittimità costituzionale sollevate; che, anzitutto, l'Avvocatura generale dello Stato ritiene che il giudice rimettente abbia omesso di considerare nel proprio giudizio l'art. 1, comma 671, della legge 28 dicembre 2015, n. 208, recante «Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (legge di stabilità 2016)»; che tale ultima disposizione - al fine di adeguare il quadro normativo alle sentenze della Corte costituzionale n. 205 del 2011 e n. 1 del 2008 - ha modificato la disposizione censurata, eliminando la previsione del trattenimento da parte dello Stato delle somme versate a quest'ultimo, e ha autorizzato la spesa di dodici milioni di euro per completare la restituzione di tali somme ai concessionari delle grandi derivazioni idroelettriche; che, secondo la difesa statale, il giudice a quo avrebbe dovuto porsi il problema dell'influenza dello «ius superveniens sulla domanda proposta» e, quindi, una corretta ricostruzione del quadro normativo di riferimento avrebbe consentito al rimettente di considerare la ricordata novella «pienamente satisfattiva della pretesa avanzata dal soggetto ricorrente»; che, per tali ragioni, la difesa statale chiede che le questioni all'esame della Corte costituzionale siano dichiarate manifestamente inammissibili; che, nel merito, l'Avvocatura generale dello Stato assume che, mentre con la sentenza n. 1 del 2008 la Corte costituzionale ha dichiarato costituzionalmente illegittima, in via consequenziale, la previsione del pagamento del canone aggiuntivo unico, così non ha fatto, in ordine al trattenimento delle somme, con la successiva sentenza n. 205 del 2011, di talché parrebbe «sussistere un chiaro indizio, a contrario, di un giudizio di legittimità costituzionale dell'art. 15 comma 6-quinquies del D.L. n. 78/2010»; che, in ogni caso, le questioni sollevate dal Tribunale regionale delle acque pubbliche sarebbero manifestamente infondate, anzitutto poiché il legislatore avrebbe inteso «adeguare gradualmente l'ordinamento giuridico alla dichiarazione d'incostituzionalità resa con la sent. n. 1/2008» e, in secondo luogo, in quanto la disposizione censurata - come modificata dalla legge n. 208 del 2015 - già prevede la restituzione delle somme versate in modo pienamente conforme alle decisioni della Corte costituzionale; che, per tutti gli illustrati argomenti, l'Avvocatura generale dello Stato ritiene che non siano ravvisabili le ulteriori violazioni della Costituzione prospettate dall'ordinanza di rimessione; che, infine, con atto depositato fuori termine, Edipower spa chiede che venga dichiarata «l'improcedibilità del giudizio di costituzionalità» per essere «venuta meno l'utilità della eventuale pronuncia di incostituzionalità della norma», poiché, a fronte della modifica normativa introdotta dalla legge n. 208 del 2015, le somme versate allo Stato di cui si chiedeva la restituzione sono state effettivamente rimborsate nelle more del giudizio. Considerato che il Tribunale regionale delle acque pubbliche presso la Corte d'appello di Milano ha sollevato questioni di legittimità costituzionale dell'art. 15, comma 6-quinquies, del decreto-legge 31 maggio 2010, n. 78 (Misure urgenti in materia di stabilizzazione finanziaria e di competitività economica), come convertito dalla legge 30 luglio 2010, n. 122, in riferimento agli artt. 2, 3, 24, 42, 97, 113 e 136 della Costituzione; che l'ordinanza del giudice a quo, depositata in cancelleria in data 29 marzo 2016, considera, quale disposizione oggetto del giudizio di legittimità costituzionale, quella introdotta dalla legge n. 122 del 2010, in sede di conversione del decreto legge n. 78 del 2010; che, in tale formulazione, la disposizione prevedeva che «[l]e somme incassate dai comuni e dallo Stato, versate dai concessionari delle grandi derivazioni idroelettriche, antecedentemente alla sentenza della Corte Costituzionale n. 1 del 14-18 gennaio 2008, sono definitivamente trattenute dagli stessi comuni e dallo Stato»;