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secondo il Fondo monetario internazionale, da soli Olanda e Lussemburgo ospitano quasi la metà degli investimenti esteri diretti "fantasma" del pianeta, ovvero attività installate per puri vantaggi fiscali; secondo il FMI, le cosiddette società fantasma hanno pochi impiegati, anche se contribuiscono comunque all'economia locale in termini di consulenza fiscale, contabilità e altri servizi finanziari, nonché pagando le tasse di registrazione; il Lussemburgo in particolare ospita una quota di investimenti esteri diretti pari a quella di Stati Uniti e Cina. Nonostante la sua popolazione sia di soli 600.000 abitanti. Una cifra complessiva di 4.400 miliardi di euro; considerato che: la politica fiscale e? quella parte della politica economica di ogni Paese che si occupa del finanziamento delle spese pubbliche e della ridistribuzione dei redditi. L'attuale ordinamento dell'Unione europea stabilisce che essa e? di competenza dei singoli Stati membri in quanto elemento caratterizzante della sovranità nazionale. Di conseguenza, a oggi non esiste un ordinamento fiscale europeo inteso come un insieme organico di imposte europee sovrapposte a quelle degli Stati membri e derivanti dall'esercizio di una piena competenza fiscale dell'Unione. I 27 Paesi membri che attualmente compongono l'Unione europea adottano 27 diversi regimi d'imposta sulle imprese. Sebbene alcuni aspetti minori si sono andati pian piano armonizzando, persistono comunque diversità sostanziali che non si limitano all'esistenza di diverse aliquote legali applicate ma riguardano una serie di caratteristiche molto diverse tra loro, quali la scelta del sistema di imposizione, la definizione della base imponibile oltre alle aliquote legali applicate; i vari trattati non attribuiscono alle istituzioni comunitarie competenze fiscali tali da permettere la creazione di un'imposta comunitaria, di definirne la base imponibile e di assicurarne la riscossione. L'azione europea in materia e? sussidiaria. Riguarda solo quegli aspetti che possono incidere sul funzionamento del mercato comune e sull'attuazione della libera concorrenza; la politica fiscale non e? stata ritenuta dai padri fondatori della Comunità europea come una delle attività fondamentali per la sopravvivenza della Comunità stessa, ma, piuttosto, come strumentale per il raggiungimento delle finalità principali; la competenza comunitaria in materia e? stata esercitata sia in termini normativi che (soprattutto) in termini giurisprudenziali. Le sentenze della Corte di giustizia dell'Unione europea hanno, infatti, consolidato nel tempo tutta una serie di principi generali in materia fiscale. L'incidenza di questi principi e? notevolissima e ha provocato ampi e profondi mutamenti nella legislazione dei singoli Stati membri, realizzando un processo di "armonizzazione" delle normative nazionali; la liberalizzazione degli scambi e dalla mobilita? dei fattori produttivi entro un'area economica integrata o con un buon grado di apertura commerciale ha reso la concorrenza fiscale un fenomeno "normale". I Paesi competono per procurarsi vantaggi secondo la più classica tradizione dell'economia ricardiana neoliberista, avendo incentivi a scegliere in modo strategico e non cooperativo le proprie variabili fiscali (aliquote e basi imponibili) sui redditi ad elevata mobilita? internazionale. Questi comportamenti determinano che il livello di benessere dei residenti di un Paese sia influenzato dalle scelte di politica fiscale degli altri Paesi e viceversa. Se, da un lato, l'integrazione europea ha ridotto il campo di azione della politica fiscale dei singoli Stati membri, dall'altro, la liberalizzazione dei movimenti dei capitali ha aumentato l'elasticità nelle scelte di localizzazione delle imprese rispetto alle imposte; rilevato che: l'impianto dell'armonizzazione fiscale attualmente presente nei trattati dell'Unione europea è molto debole e le uniche norme presenti nel Trattato che istituisce la Comunità europea e successivi emendamenti del Trattato sull'Unione europea che esplicitamente trattano la materia fiscale sono contenute nella parte terza, titolo VI, articoli 95-102; l'articolo 99 prevede l'armonizzazione delle legislazioni fiscali degli Stati, nella misura e nei limiti in cui ciò e? necessario per un corretto funzionamento del mercato interno: "Il Consiglio, deliberando all'unanimità della Commissione e previa consultazione del Parlamento europeo e del Comitato economico e sociale, adotta le disposizioni che riguardano l'armonizzazione delle legislazioni relative alle imposte sulla cifra d'affari, alle imposte di consumo ed altre imposte indirette, nella misura in cui detta armonizzazione sia necessaria per assicurare l'instaurazione ed il funzionamento del mercato interno". Limita, quindi, le possibilità di intervento in questo ambito giuridico alle sole imposte indirette; gli articoli 100-102 attribuiscono al Consiglio il potere di adottare direttive per avvicinare le legislazioni nazionali, sempre dove si ritenga che le differenze tra le disposizioni legislative abbiano un'incidenza diretta sul funzionamento del mercato comune; per proporre un progetto di direttiva in materia di armonizzazione della fiscalità diretta, la Commissione deve dimostrare che la diversità fra i sistemi fiscali degli Stati membri provoca una distorsione e un ostacolo al funzionamento del mercato comune. Ogni decisione deve, oltretutto, essere assunta, secondo l'articolo 101, all'unanimità, per cui e? meno facile pervenire all'emanazione di norme comuni o, comunque, armonizzate. Pertanto, se nel campo della fiscalità indiretta si e? raggiunta una certa armonizzazione, non cosi? può dirsi in materia di fiscalità diretta, a causa delle resistenze interne attuate da alcuni Stati membri; le imposte societarie sono tradizionalmente le imposte che esprimono in modo diretto la politica fiscale dei governi. Da qui la necessita? del ricorso alla direttiva, che è contraddistinta, rispetto al regolamento, dal carattere di minore obbligatorietà, perché vincola gli Stati esclusivamente al raggiungimento dei risultati cui tende e in vista dei quali e? stata emanata ma non vincola la sovranità nazionale. Inoltre, le direttive devono essere recepite da un provvedimento interno dello Stato membro e pertanto sono soggette a maggiore controllo; valutato che: la legislazione fiscale si basa su due principi: quello della residenza e quello della fonte. Il primo rende possibile la tassazione in base al principio della capacita? contributiva, che e? quello maggiormente diffuso nei sistemi fiscali nazionali. Il secondo fa riferimento maggiormente a una connotazione reale della tassazione, più vicina al principio del beneficio; in presenza di difficolta? nel reperimento delle informazioni e di forte rischio di trasferimenti fittizi delle residenze fiscali all'estero o nel caso delle società multinazionali la possibilità di applicare il principio di residenza con aliquote positive diventa assai problematica; il principio della fonte causa una corsa al ribasso delle aliquote, determinata dalla riallocazione delle risorse verso i Paesi a minore tassazione senza che sia neppure necessario il trasferimento della residenza. Ribasso che riguarda gli incentivi al transfer pricing delle imprese e la creazione di strumenti finanziari innovativi che accentuano la volatilità e la sensibilità ai differenziali di aliquota. Cosi? il rischio di una progressiva riduzione delle aliquote interne aumenta, tendenzialmente con una riduzione più accentuata per le basi più mobili e meno controllabili;