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suo padre Mario era stato eletto deputato nel partito di Giovanni Amendola, nelle ultime elezioni democratiche prima del fascismo, e poi parlamentare per vent'anni nelle file del Partito Socialista, dal 1948 al 1968. In questa famiglia Enrico Berlinguer maturò la sua passione politica e trovò la sua strada di impegno pubblico e di vicinanza ai più deboli, iscrivendosi giovanissimo al Partito Comunista Italiano, facendo l'esperienza del carcere e della lotta contro il regime e poi cominciando un percorso di militanza politica, fatto di studio, di lavoro, di acquisizione di conoscenze e di costante prossimità ai problemi delle persone. Oggi, nel centenario della sua nascita, non dobbiamo fare un panegirico o un'apologia di Enrico Berlinguer; dobbiamo però ricordare i tratti peculiari di una grande personalità. Ne voglio mettere in evidenza solo alcuni: il primo è l'integrità. Anche i suoi avversari e persone che lo avevano criticato di Berlinguer dicevano perlopiù che emanava odore di bucato. Questo credo sia un punto molto importante: la pulizia morale, l'intransigenza e il rigore sono stati una caratteristica di fondo, permanente dell'attività politica di Enrico Berlinguer. Anche la denuncia della questione morale, ricordata dalla Presidente nel suo intervento introduttivo, fa parte di questa personalità, dei suoi tratti più caratteristici, e ha connotato la sua opera in maniera molto forte. Insieme all'integrità, vorrei sottolineare il coraggio, quello politico, ovviamente. Berlinguer compì scelte che non erano scontate. Seppe impostare decisioni che sapeva non sarebbero state immediatamente comprensibili e facilmente accettabili anche per una parte importante del popolo che rappresentava, che era una grande fetta della nostra società. Eppure, di fronte all'esigenza di fare innovazioni, non arretrò mai: accadde questo per il compromesso storico; accadde questo quando si trattò di recidere il legame di ferro del Partito Comunista Italiano con l'Unione Sovietica, scelte difficili che videro Berlinguer autore e protagonista. Per rammentare il suo coraggio e la sua modernità da questo punto di vista, credo che si debba sottolineare con forza anche il senso di responsabilità nazionale che Berlinguer e tanti dirigenti di quella generazione di politici italiani ebbero nei momenti più complicati della storia del nostro Paese. L'Italia si è salvata dalla minaccia del terrorismo e del tracollo politico, economico e finanziario perché ci sono stati dirigenti politici come Enrico Berlinguer e Aldo Moro alla guida delle due principali forze politiche del Paese in versanti drammatici della nostra storia. Penso però che per capire la grandezza della figura di Berlinguer e l'emozione profonda che ricordarlo suscita ancora oggi nel Paese a tanti anni di distanza dalla sua morte, oltre alle qualità politiche, sia necessario ricordare l'uomo, le sue qualità umane. Com'è stato detto da molti, anche quelli che non condividevano le idee di Berlinguer o lo avversavano politicamente sentivano di potersi fidare. Molti italiani che non hanno mai votato il partito guidato da Enrico Berlinguer sapevano che, oltre al politico di valore, c'era una bella persona e noi non dobbiamo perdere la cognizione del valore di essere belle persone. Mitezza è un termine che è stato spesso utilizzato per Berlinguer, mitezza che era fatta di rispetto per gli avversari, per le idee diverse dalle sue, ma anche di grande sobrietà. Fu carismatico, fu leader enormemente popolare, eppure era una persona che credo in vita sua non abbia mai fatto niente per piacere, niente per apparire, anzi, era la riservatezza a caratterizzarlo profondamente. Nel concludere questo mio intervento, vorrei dire che nel corso degli anni, come immagino tanti che sono qui oggi, ho letto articoli, libri, studi e saggi su Enrico Berlinguer. Mi resta però particolarmente impressa nella mente una sua intervista televisiva, la più nota, un anno prima della morte, rilasciata a un grande giornalista in un faccia a faccia. A Berlinguer furono poste due domande. Alla prima, con la quale gli veniva chiesto quale fosse la cosa di cui era più fiero, Berlinguer rispose dicendo di essere rimasto fedele, pur negli errori certamente compiuti, agli ideali della sua gioventù. Con la seconda domanda, che mi è venuta in mente con grande prorompenza proprio perché ne ho messo in evidenza il tratto umano, fu chiesto a Berlinguer quale fosse la cosa che dicevano di lui che lo faceva arrabbiare. La risposta fu: «Quando dicono che sono triste, perché non è vero». Ecco, penso che oggi dobbiamo tenere insieme il politico e l'uomo, con la consapevolezza che figure di questo tipo hanno fatto parte di un pezzo del mondo politico italiano, sono state nella loro vita uomini e dirigenti di partito, ma, per quello che hanno saputo mettere in campo, sono anche un patrimonio di tutti. Questo ricordo dunque lo dobbiamo fare e lo faccio con un senso di debito, guardando alla vita di Enrico Berlinguer come si guarda a un modello di dedizione all'interesse generale e a un punto di riferimento che è stato, è e sarà sempre valido per tutti coloro che operano nelle istituzioni. (Applausi) . LANNUTTI (CAL-Alt-PC-IdV) .Domando di parlare. PRESIDENTE. Ne ha facoltà. LANNUTTI (CAL-Alt-PC-IdV) . Signora Presidente, un secolo fa nasceva a Sassari Enrico Berlinguer, il segretario del PCI, il più grande partito comunista dell'Occidente, che sotto la sua guida arrivò, nel 1976, al 34,4 per cento, oltre un terzo dei consensi elettorali. Ho ricordi nitidi di Berlinguer, il comunista della questione morale; io, che nella Valle del Sangro egemonizzata dalla DC di Remo Gaspari, avevo preso da ragazzo la tessera della FGCI. Il 7 giugno 1984 lavoravo a Roma, dopo aver fatto per tanti anni il segretario di Mario Spallone, il medico di Togliatti, in un'agenzia bancaria di piazza Malatesta, quando arrivò la notizia del malore in piazza della Frutta a Padova. L'11 giugno, nei giorni della veglia nella sede del PCI di via delle Botteghe Oscure, Giancarlo Pajetta, il ragazzo rosso che aveva passato la sua gioventù nelle carceri del regime fascista, andò a prendere tra la folla Giorgio Almirante, il segretario del Movimento Sociale Italiano; nessuno protestò quando vide l'avversario politico rendere omaggio e inchinarsi alla bara di Enrico Berlinguer. Il successivo 13 giugno, in piazza San Giovanni a Roma, una marea umana, quasi due milioni di persone, lo accompagnò nei più grandi funerali della storia del Novecento, ammantati dalle bandiere rosse. Eppure Enrico Berlinguer era segretario del PCI, contro il quale era stato posto il veto del blocco occidentale; quel capo della sinistra che non aveva mai governato. Ciononostante la sua morte fu un dolore immenso, collettivo, una ferita nel cuore di milioni di italiani, a prescindere dal colore politico. Scrisse di lui Enzo Biagi: «È uno dei pochi politici che mantiene la parola data». Quel comunista gentile ma dal carattere ferreo, che aveva fatto riscoprire a milioni di italiani valori e dignità della politica al servizio dei cittadini e delle comunità. «I partiti non fanno più politica», disse Berlinguer nella famosa intervista a Scalfari sulla questione morale. «I partiti hanno degenerato e questa è l'origine dei malanni d'Italia.