[ddlpres]

Modifiche al testo unico di cui al decreto del Presidente della Repubblica 30 marzo 1957, n. 361, in materia di elezione della Camera dei deputati, e al testo unico di cui al decreto legislativo 20 dicembre 1993, n. 533, in materia di elezione del Senato della Repubblica, nonché delega al Governo per la determinazione dei collegi uninominali. Onorevoli Senatori. -- Il presente disegno di legge riproduce, nella relazione e nell'articolato, la proposta di riforma del sistema di elezione della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica già presentata nella scorsa legislatura -- in entrambi i rami del Parlamento -- dai Gruppi del Partito Democratico (XVI Legislatura -- A.C. n. 4545, Bersani e altri; A.S. n. 2846, Finocchiaro e altri). * * * Nel corso degli ultimi anni, la forma di governo delineata dalla Costituzione ha subìto (di fatto) una trasformazione profonda e il Parlamento ha progressivamente perso sia il potere di indirizzo politico e l'influenza sull'azione del Governo, sia la fiducia di molti cittadini. L'abuso della decretazione d'urgenza e del ricorso all'istituto della questione di fiducia, ad esempio, sono ormai ben più che un campanello d'allarme o il segnale di un momento di difficoltà nel rapporto tra Parlamento e Governo. I fenomeni di disaffezione dell'opinione pubblica e di progressiva sfiducia e ripulsa verso ogni forma di organizzazione e di mediazione politica sono davanti agli occhi di tutti, così come i rischi di una sempre più marcata involuzione populista: il crescente astensionismo nelle ultime elezioni ne è una conferma, così come la tendenza alla semplificazione del confronto politico in un confronto tra singoli leader . All'origine di questa trasformazione (e di questa concentrazione del potere nell'organo esecutivo) vi è una trasformazione profonda della realtà politica, economica e sociale, nel cui ambito si è consumata una crisi dei partiti e della rappresentanza che le ultime modifiche dei sistemi elettorali (legge 21 dicembre 2005, n. 270), anziché contrastare, hanno ulteriormente e significativamente acuito. Il sistema elettorale risultato dalla legge n. 270 del 2005 è stato, fin dall'inizio, oggetto di numerosi rilievi critici, tanto in sede scientifica quanto in sede di confronto politico-parlamentare. In particolare, le perplessità e le critiche sollevate durante il dibattito parlamentare dall'allora minoranza di centrosinistra hanno trovato in larga misura conferma dopo l'applicazione della nuova disciplina, in particolare alle elezioni politiche del 2006. Alla sua prima prova, il nuovo sistema elettorale si è prima di tutto dimostrato inidoneo a garantire la governabilità, a causa dell'inefficienza (e della sostanziale irrazionalità) del meccanismo dei premi di maggioranza regionali per l'elezione del Senato della Repubblica. Il sistema non è infatti strutturalmente capace di assicurare alla coalizione più votata la maggioranza assoluta dei seggi al Senato della Repubblica, per effetto della possibile neutralizzazione reciproca dei premi di maggioranza regionali. Questo meccanismo, laddove non annulli o addirittura ribalti -- in termini di seggi -- i risultati elettorali conseguiti dalle coalizioni in termini di voti, produce comunque una irrazionale distorsione della rappresentanza, con esiti del tutto casuali sotto il profilo della composizione delle maggioranze. In tal senso, per come configurato, il sistema elettorale vigente sembra contraddire la stessa ratio dell'introduzione di un premio di maggioranza, non riuscendo a contemperare efficacemente l'esigenza di garantire un saldo rapporto fiduciario tra Governo e Parlamento, valido anche per il Senato della Repubblica, con la garanzia di un sufficiente grado di rappresentatività del sistema. Peraltro, oltre a non assicurare la governabilità, il sistema elettorale vigente potrebbe risultare eccessivamente lesivo del principio di rappresentatività, il quale, pur bilanciabile con altri princìpi costituzionali come la necessità di garantire la stabilità, di certo non può essere compresso in maniera troppo netta. Infatti, non essendo prevista una soglia di consenso minima per l'assegnazione del premio di maggioranza, potrebbe determinarsi un forte squilibrio nel rapporto tra voti conseguiti e seggi ottenuti fino a consentire a liste del tutto minoritarie di avvantaggiarsi -- almeno alla Camera dei deputati-- in maniera del tutto sproporzionata grazie al premio di maggioranza. Inoltre, l'effetto congiunto del meccanismo delle liste bloccate, della sostituzione dei collegi uninominali con circoscrizioni elettorali di grandi dimensioni e della possibilità di candidature plurime, ha fatto crescere il peso degli apparati centrali di partito nella composizione delle liste e ha fortemente indebolito il rapporto dei parlamentari con i territori di cui sono espressione. In particolare, l'ampiezza delle circoscrizioni e la conseguente estensione delle liste bloccate hanno compresso significativamente la riconoscibilità dei candidati da parte dell'elettore, facendo aumentare la distanza tra la base elettorale e la sua rappresentanza parlamentare. Tutto ciò -- è importante osservare -- non produce peraltro alcuno sviluppo economico. La concentrazione del potere e la progressiva destrutturazione dei corpi intermedi non aumentano l'efficienza prestazionale delle istituzioni politiche, né accrescono la competitività del «sistema Paese». Questa situazione concorre solo ad aumentare le disuguaglianze, le divisioni e i conflitti sociali. Il problema dell'unità e della coesione sociale è oggi nuovamente un problema serissimo del nostro Paese. Per contrastare la progressiva lacerazione del tessuto sociale e la crescente perdita di capacità regolativa delle istituzioni occorre dunque procedere a una solida rilegittimazione delle istituzioni democratico-rappresentative e del sistema politico. In questo contesto, una riforma del sistema elettorale deve in primo luogo perseguire alcuni obiettivi di fondo, da collocare nell'attuale fase storica e nel presente contesto politico. In secondo luogo, essa deve scegliere i mezzi più adeguati a perseguire tali obiettivi. Gli obiettivi di fondo della riforma elettorale devono al tempo stesso saldarsi con la stagione riformatrice della prima metà degli anni Novanta e tentare di apprendere le lezioni che alcuni fallimenti subiti durante quel percorso hanno impartito. Un buon sistema elettorale non può eludere gli obiettivi di una legittimazione popolare delle maggioranze di governo, che deve consentire in linea di massima all'elettore di scegliere, in quest'ordine, un programma, una coalizione e un candidato premier. La personalizzazione della politica costituisce un dato irreversibile dell'attuale stagione delle democrazie pluraliste: essa si impone in via di fatto quali che siano le forme di governo e i contenuti ideologici. La personalizzazione deve tuttavia essere razionalizzata e inquadrata, trasformandola da guscio vuoto in veicolo sintetico e simbolico di una proposta politica: su di essa deve essere possibile l'espressione di una indicazione popolare. Quest'ultima, al tempo stesso, sarebbe illusoria se non fosse accompagnata da dispositivi, anzitutto politici, finalizzati a proteggere la stabilità della triade programma-coalizione- premier oggetto di indicazione popolare: non certo con irrigidimenti eccessivi ed irrealistici, che verrebbero superati rapidamente dal cambiamento delle condizioni di contesto, ma rilegittimando soggettività collettive capaci di porsi come punto di coagulo del consenso popolare.