[pronunce]

che la pena pecuniaria comminata per la violazione rimarrebbe, d'altro canto, solo «teorica», dovendo essere applicata a persone nullatenenti e prive di «sicura domiciliazione», sicché anche la sua conversione in lavoro sostitutivo «non otterrebbe alcun risultato utile»; che risulterebbero violati, inoltre, i principi di offensività e proporzionalità, giacché, come chiarito dalla Corte costituzionale con la sentenza n. 78 del 2007, il mancato possesso di un titolo valido per il soggiorno nello Stato non è, di per sé, sintomatico di una particolare pericolosità sociale: pericolosità che, per contro - alla luce dell'espressione «fatto commesso», contenuta nell'art. 25, secondo comma, Cost., nonché del principio di personalità della responsabilità penale (art. 27 Cost.) e del criterio dell'extrema ratio - costituirebbe condizione imprescindibile affinché possano irrogarsi sanzioni di natura criminale; che la norma censurata violerebbe, ancora, gli artt. 2 e 10 Cost., per contrasto con il principio di solidarietà - posto tra «i valori fondamentali dell'uomo» da plurime convenzioni internazionali - assumendo un «connotato discriminatorio» nei confronti di persone che versano in condizioni di bisogno; che un ulteriore e conclusivo profilo di irrazionalità della norma si connetterebbe alla circostanza che, in rapporto alla sottofattispecie dell'illegale trattenimento, non sia stata introdotta una disciplina transitoria, «quale quella prevista per le colf e badanti»: con la conseguenza che il migrante clandestino, già presente nel territorio dello Stato alla data di entrata in vigore della novella, non avrebbe alcuna possibilità di evitare i rigori della legge penale; che una ulteriore questione di legittimità costituzionale dell'art. 10-bis del d.lgs. n. 286 del 1998 è sollevata, in riferimento agli artt. 2, 3, primo comma, 25, secondo comma, e 117, primo comma, Cost., dal Giudice di pace di Sondrio, con ordinanza emessa il 19 ottobre 2009 (r.o. n. 398 del 2010); che il giudice a quo reputa la scelta legislativa di criminalizzare l'ingresso e la permanenza illegali nello Stato italiano incompatibile con l'art. 3 Cost., sotto il profilo della ragionevolezza, giacché l'obiettivo con essa perseguito - espellere lo straniero illegittimamente presente nel territorio dello Stato - era già raggiungibile mediante l'espulsione coattiva in via amministrativa, ai sensi dell'art. 13, comma 4, del d.lgs. n. 286 del 1998, il cui ambito di applicazione coincide perfettamente con quello della nuova fattispecie criminosa; che l'irragionevolezza della nuova incriminazione emergerebbe, altresì, «dal complessivo profilo sanzionatorio», contraddistinto non solo dalla comminatoria della pena dell'ammenda, ma anche dal divieto di applicazione del beneficio della sospensione condizionale della pena e dalla facoltà per il giudice di sostituire la pena principale con la misura dell'espulsione per un periodo non inferiore a cinque anni: misura che risulterebbe oggettivamente più grave della pena sostituita; che l'art. 3 Cost. sarebbe violato anche sotto l'ulteriore profilo della irragionevole disparità di trattamento rispetto alla figura criminosa delineata dall'art. 14, comma 5-ter, del d.lgs. n. 286 del 1998, che punisce lo straniero inottemperante all'ordine di allontanamento del questore solo ove egli si trattenga nel territorio italiano «oltre il termine stabilito» e «senza giustificato motivo»: condizioni, queste, che non figurano nell'art. 10-bis del d.lgs. n. 286 del 1998; che la norma censurata si porrebbe, altresì, in contrasto con gli artt. 3 e 25, secondo comma, Cost., in quanto la punibilità non sarebbe collegata a fatti materiali imputabili al soggetto, ma alla mera condizione di migrante "irregolare", non sintomatica, di per sé, di una particolare pericolosità sociale, essendo spesso determinata da «ragioni di sopravvivenza»; che la medesima norma incriminatrice violerebbe pure l'art. 2 Cost., che, riconoscendo e garantendo «i diritti inviolabili dell'uomo» e richiedendo «l'adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà sociale», osterebbe all'adozione di misure puramente repressive per contrastare il fenomeno dell'immigrazione di massa, originato «dall'aspettativa di una vita migliore» da parte dei «nuovi poveri di oggi»; che, da ultimo, il giudice a quo prospetta la lesione dell'art. 117, primo comma, Cost., per violazione del Protocollo addizionale alla Convenzione delle Nazioni Unite contro la criminalità organizzata transnazionale per combattere il traffico illecito di migranti, adottato il 15 dicembre 2000, il quale, nell'impegnare ogni Stato aderente a conferire carattere di reato a una serie di condotte attinenti al traffico dei migranti (art. 6), statuisce, all'art. 5, che «i migranti non diventano assoggettati all'azione penale fondata sul presente protocollo per il fatto di essere stati oggetto delle condotte di cui all'art. 6»; obbligando, inoltre, all'art. 16, gli Stati contraenti a prendere adeguate misure a tutela dei migranti la cui vita o incolumità è posta in pericolo dalle predette condotte; che la norma interna di cui all'art. 10-bis del d.lgs. n. 286 del 1998 , nel «criminalizzare» lo straniero «irregolare», si porrebbe in evidente contraddizione con le citate norme pattizie, sottoponendo a pena le persone che lo Stato si è impegnato ad assistere e proteggere. Considerato che le ordinanze di rimessione sollevano questioni identiche o analoghe, onde i relativi giudizi vanno riuniti per essere definiti con un'unica decisione; che i giudici a quibus dubitano, in riferimento a plurimi parametri, della legittimità costituzionale dell'art. 10-bis del decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286 (Testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell'immigrazione e norme sulla condizione dello straniero), aggiunto dall'art. 1, comma 16, lettera a), della legge 15 luglio 2009, n. 94 (Disposizioni in materia di sicurezza pubblica), che punisce con l'ammenda da 5.000 a 10.000 euro, salvo che il fatto costituisca più grave reato, lo straniero che fa ingresso o si trattiene illegalmente nel territorio dello Stato; che tutte le ordinanze di rimessione presentano carenze in punto di descrizione della fattispecie concreta e di motivazione sulla rilevanza tali da precludere lo scrutinio nel merito delle questioni con esse sollevate; che, in rapporto all'ordinanza di rimessione del Giudice di pace di Orvieto, le indicate manchevolezze sono totali; che, a loro volta, gli altri giudici rimettenti si limitano - quanto alla descrizione della vicenda concreta - a riportare, nell'epigrafe delle ordinanze di rimessione, il capo di imputazione: il quale si risolve, peraltro, nella sostanza, in una generica parafrasi del dettato della norma incriminatrice; che i medesimi giudici rimettenti affermano, al tempo stesso, la rilevanza delle questioni in termini puramente assiomatici;