[pronunce]

che la Commissione tributaria provinciale, infine, solleva la terza questione con riguardo solo ai giudizi principali di cui alle ordinanze iscritte ai numeri 448 e 449 del registro del 2005 ed afferma che il predetto combinato disposto della legge regionale n. 35 del 2001 e dell'annessa tabella A, nella parte in cui prevede per l'anno 2003 (e non «limitatamente all'anno 2002», come consentito in via eccezionale dal citato art. 4, comma 3-bis, del decreto-legge n. 347 del 2001) un'addizionale regionale all'IRPEF della medesima entità dell'anno 2002, ma superiore all'1,4 % del reddito imponibile ai fini di tale imposta, violerebbe l'art. 119 Cost., sia perché tale previsione sarebbe in contrasto con l'art. 50, comma 3, secondo periodo, del decreto legislativo n. 446 del 1997 (quale modificato, con effetto dall'anno 2000, dall'art. 3, comma 1, del decreto legislativo 18 febbraio 2000, n. 56, recante «Disposizioni in materia di federalismo fiscale, a norma dell'art. 10 della legge 13 maggio 1999, n. 133»), che pone il divieto di superare tale limite; sia perché, nella specie, il sopravvenuto art. 3, comma 1, lettera a), della legge statale 27 dicembre 2002, n. 289 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato – legge finanziaria 2003) – secondo cui «gli aumenti delle addizionali all'imposta sul reddito delle persone fisiche per i comuni e le regioni […], deliberati successivamente al 29 settembre 2002 e che non siano confermativi delle aliquote in vigore per l'anno 2002, sono sospesi fino a quando non si raggiunga un accordo ai sensi del decreto legislativo 28 agosto 1997, n. 281, in sede di conferenza unificata tra Stato, regioni ed enti locali sui meccanismi strutturali del federalismo fiscale» – non legittimerebbe le Regioni a mantenere anche per gli anni successivi al 2002 maggiorazioni dell'aliquota in deroga al citato art. 50 del decreto legislativo n. 446 del 1997; che le ordinanze di rimessione prospettano questioni coincidenti o connesse e, pertanto, i correlativi giudizi di legittimità costituzionale vanno riuniti per essere congiuntamente decisi; che le sollevate questioni sono in parte manifestamente inammissibili ed in parte manifestamente infondate; che le questioni concernenti l'art. 4, comma 3-bis, del decreto-legge n. 347 del 2001, sollevate con le ordinanze iscritte ai numeri 448 e 449 del registro del 2005, sono prive di rilevanza e, perciò, manifestamente inammissibili, perché la norma censurata consente il superamento del limite massimo dell'aliquota dell'addizionale regionale solo per l'anno 2002 («Limitatamente all'anno 2002») e, dunque, non è applicabile ratione temporis nei giudizi principali, aventi invece ad oggetto il silenzio-rifiuto formatosi su istanze di rimborso dell'addizionale regionale all'IRPEF corrisposta per l'anno 2003; che la medesima questione, attinente al predetto art. 4, comma 3-bis, del decreto-legge n. 347 del 2001, sollevata con l'ordinanza iscritta al numero 447 del registro del 2005 e relativa all'anno di imposta 2002, è manifestamente infondata in riferimento ad entrambi i parametri evocati; che, infatti, il rimettente – affermando che la mancata previsione, nella denunciata norma statale, di un limite massimo dell'addizionale regionale all'IRPEF dell'anno 2002 renderebbe impossibile il coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario – evoca evidentemente il secondo comma del vigente art. 119 Cost. e, dunque, un parametro costituzionale inconferente perché relativo al coordinamento dei tributi «propri» della Regione, cioè dei tributi stabiliti e applicati dalla Regione (v., in particolare, la sentenza n. 37 del 2004), mentre l'addizionale regionale in questione, in quanto istituita e disciplinata dall'art. 50 del decreto legislativo n. 446 del 1997, è da considerarsi tributo statale, rientrante nella competenza legislativa esclusiva dello Stato ai sensi dell'art. 117, secondo comma, lettera e), Cost., e non tributo «proprio» della Regione, senza che in contrario rilevino né l'attribuzione del gettito alle Regioni ed alle Province, né le determinazioni espressamente attribuite alla legge regionale dal citato decreto legislativo (v., ex plurimis, sentenze n. 2 del 2006, n. 37 e n. 381 del 2004); che la rilevata non pertinenza del predetto parametro assorbe il rilievo, prospettato dalla costituita parte pubblica, che il rimettente non avrebbe neppure esperito il doveroso tentativo – richiesto da questa Corte a pena di inammissibilità della questione – di fornire un'interpretazione costituzionalmente orientata della norma denunciata, valutando, nella specie, la possibilità di rinvenire nella stessa legge statale un limite massimo dell'addizionale regionale relativa all'anno 2002, nel rispetto della riserva di legge di cui al non evocato art. 23 Cost.; che anche in riferimento all'art. 3 Cost. la questione è manifestamente infondata, perché la diversità di trattamento fiscale tra contribuenti aventi lo stesso reddito imponibile costituisce la necessaria conseguenza non già della affermata mancanza di un limite massimo posto dalla normativa statale per l'addizionale regionale relativa all'anno 2002, ma dell'esercizio dell'autonomo e non censurato potere delle Regioni di prevedere aliquote dell'addizionale stessa che possono risultare tra loro diverse e giustificarsi in funzione delle diverse situazioni in cui versano gli enti territoriali; che le questioni concernenti il combinato disposto dell'art. 1, comma 7, della legge della Regione Marche n. 35 del 2001 e della tabella A annessa alla medesima legge sono state già esaminate e dichiarate non fondate da questa Corte con la sentenza n. 2 del 2006; che con tale sentenza si è, in particolare, precisato: a) che la norma statale istitutiva dell'addizionale (art. 50, commi 2 e 3, secondo periodo, del decreto legislativo n. 446 del 1997), nell'impiegare il termine «aliquota» al singolare per la determinazione degli aumenti dell'addizionale medesima, non impedisce che tali aumenti siano improntati a criteri di progressività, perché la parola “aliquota”, usata al singolare e senza altra specificazione, ben può essere interpretata, secondo l'uso linguistico generale e specialistico del settore tributario, in senso neutrale, e cioè sia nel senso di “aliquota proporzionale”, sia nel senso di “aliquota progressiva”, con la conseguenza che – essendo la progressività principio informatore dell'intero sistema tributario, ai sensi dell'art. 53, secondo comma, Cost. – anche le Regioni, nell'esercizio del loro autonomo potere di imposizione, possono legittimamente improntare il prelievo a criteri di progressività in funzione delle politiche economiche e fiscali da esse perseguite;