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È assurdo negare il riferimento alle radici cristiane che hanno apportato significati prevalentemente morali e spirituali elaborando il concetto di «psiche», l'idea dell'uomo capace di intendere e di volere, l'importanza della cura dell'anima, il valore e la centralità dell'uomo come persona in rapporto con gli altri e con Dio, promuovendo i valori dell'uguaglianza, della tolleranza e della libertà oltre che della grandezza dell'umile e mettendo al centro dell’esistenza umana il principio dell'amore. Quando si parla di laicità delle istituzioni democratiche infatti, così come di autonomia della politica, si fa riferimento ai princìpi fondamentali di uno Stato di diritto, posti a perseguimento e a garanzia del bene comune e della libertà religiosa e di culto di tutti. Ma nessuna istituzione può dirsi realmente neutra se agisce nel rispetto dei valori di autonomia e di laicità poiché questi stessi valori sono prodotto e derivazione del cristianesimo. Oggi viviamo in un clima di profonda crisi identitaria. Si sente dire che tutte le religioni sono uguali e che non esistono criteri seri e validi per distinguerle o per affermare che una sia più o meno «vera» delle altre. Questo relativismo alimenta solo la confusione e il sincretismo, ossia conduce a una mescolanza di temi religiosi presi un pò da una religione e un pò da un'altra, secondo i bisogni e le esigenze del momento, dando vita a una religione «su misura», «personalizzata». Si assiste sempre più nella nostra società moderna o, meglio, «post-moderna», al sorgere di un «individualismo sincretistico», a una forma esperienziale religiosa, paradossalmente senza bisogno di religioni. Aumentano così i particolarismi e gli egoismi individuali, soprattutto delle nuove generazioni, e l'impressione è che ci si avvii verso un'epoca in cui più niente ha valore. Tutto ciò, se spinto all'eccesso, può portare solo a separazioni, conflitti e violenze. Le cause sono più culturali che religiose: il relativismo e il sincretismo in campo religioso sono la conseguenza di una cultura in cui sembra contare la vuota apparenza sulla sostanza. I valori sono diventati sempre più delle «sensazioni». Un'Europa che voglia essere unita, non solo teoricamente ma anche e soprattutto nella sostanza, non può prescindere dal riconoscimento anche formale delle proprie radici cristiane quale elemento fondante e caratterizzante della propria storia. L'Europa non può ignorare da dove deriva la sua stessa democrazia. È, infatti, innegabile che sia proprio la tradizione cristiana ad aver consegnato alla storia il moderno concetto di persona (cioè dell'individuo che in quanto tale, prima ancora di essere cittadino, è portatore di dignità e di diritti), principio recepito come fondante da tutte le Costituzioni laiche degli Stati membri dell'Unione europea. In più di un'occasione i popoli europei si sono espressi contro i trattati che sono stati sottoposti alla loro approvazione anche perché non hanno riconosciuto in essi la tutela delle proprie origini e della propria identità. Molti esponenti di spicco della scena politica, senza distinzione di appartenenza partitica, sono più volte intervenuti sottolineando l'importanza di un riferimento alle radici cristiane nella Carta europea. Sua Santità Giovanni Paolo II e poi Papa Benedetto XVI hanno più volte ribadito in tutte le sedi istituzionali il loro profondo rammarico a proposito dell'ingiustificabile marginalizzazione della fede e della cultura cristiane, al di là di ogni confessionalismo, nel processo costituente europeo. Il Trattato di Lisbona, come tutti i trattati europei che lo hanno preceduto, sconta la gravissima omissione di qualsiasi richiamo alla tradizione cristiana quale elemento identitario della realtà sociale e civile in cui vivono i popoli europei. Un'Europa che rinuncia alla propria anima è destinata a morire, come del resto ogni realtà umana non può sopravvivere senza radici. Relegare la religione alla sfera privata escludendo la tradizione religiosa dell'Europa dal dialogo pubblico è un grave errore che rischia di far precipitare le nuove generazioni in un vuoto valoriale. In conclusione, sarebbe una manifestazione di stoltezza rifiutare che la nostra Patria ha radici squisitamente cristiane, basti constatare quale ricco patrimonio religioso si presenti in modo indelebile nel nostro Paese: cattedrali, monumenti, dipinti, musica sacra, poesia e letteratura religiose, croci poste agli incroci delle nostre strade, semplici icone fissate sulle pareti esterne delle case o dei palazzi, croci piantate sulle cime delle nostre montagne. Per i motivi illustrati è importante che anche nella Costituzione della nostra Repubblica vi sia un richiamo esplicito alle tradizioni religiose cristiane. Il riferimento è a quel patrimonio spirituale cristiano che, senza voler essere escludente, si esprime in quei valori che hanno contribuito al processo di formazione europeo. L'identità dell'Occidente nasce dalla cultura greco-romana, cui dobbiamo la nozione di « polis » e l'origine del concetto stesso di «Stato», nonché dalla cultura cristiana, di cui è massima espressione l'idea di «persona». L'impostazione personalistica permea di sé tutta la parte prima della Costituzione e pertanto appare opportuno esplicitare sinteticamente la sua radice, individuabile nel patrimonio religioso cristiano. Lasciare il nostro Stato e la nostra Costituzione, nell'epoca attuale, come uno spazio vuoto di valori non rende più facile la convivenza, anzi può costituire un serio rischio di fronte alla pressione di culture e di fedi religiose che propugnano valori estranei alla nostra consolidata tradizione.. 1 1 All'articolo 8 della Costituzione è premesso il seguente comma: «La Repubblica riconosce il proprio fondamento civile e spirituale nel patrimonio culturale e religioso giudaico-cristiano».