[pronunce]

pen. , pur non essendo compreso tra le disposizioni elencate nell'art. 2, comma 1, del decreto legislativo n. 274 del 2000, non è applicabile al procedimento davanti al giudice di pace; che, quanto alle censure prospettate con riferimento agli artt. 3 e 24 Cost., questa Corte ha già avuto modo di affermare, decidendo su questioni relative al giudizio immediato e al procedimento per decreto, che l'omessa previsione dell'avviso di conclusione delle indagini preliminari non è costituzionalmente illegittima, in base al rilievo che le forme di esercizio del diritto di difesa possono essere modulate in relazione alle caratteristiche dei singoli riti speciali ed ai criteri di massima celerità e semplificazione che li ispirano (v., rispettivamente, ordinanze n. 203 del 2002 e n. 32 del 2003); che, tenendo conto delle peculiarità del procedimento davanti al giudice di pace, analoghe considerazioni valgono a maggior ragione in relazione alle questioni sollevate dagli attuali rimettenti; che mediante il procedimento penale davanti al giudice di pace il legislatore ha inteso delineare un modello di giustizia caratterizzato da forme particolarmente snelle, di per sé non comparabile con il procedimento per i reati di competenza del tribunale (v., al riguardo, ordinanza n. 290 del 2003); che, per quanto riguarda la fase precedente al dibattimento, il procedimento penale davanti al giudice di pace è connotato dal ruolo marginale assegnato alle indagini preliminari, che si sostanziano in una fase investigativa affidata in via principale alla polizia giudiziaria, alla quale è anche attribuito il compito di disporre la citazione a giudizio; che la sostanziale svalutazione della fase delle indagini è coerente con le esigenze di massima semplificazione «rese necessarie dalla competenza» riconosciuta al giudice di pace (v. art. 17, comma 1, della legge 24 novembre 1999, n. 468, contenente, tra l'altro, la delega al Governo in materia di competenza penale di tale giudice) e con la 'finalità conciliativa' che costituisce il principale obiettivo della giurisdizione penale del giudice di pace (enunciato dall'art. 2, comma 2, del decreto legislativo n. 274 del 2000 e richiamato dall'art. 29, comma 4, del medesimo decreto, in attuazione dell'art. 17, comma 1, lettera g, della legge n. 468 del 1999), posto che la sede idonea per promuovere la conciliazione e per verificare la praticabilità di altre possibili alternative al giudizio è l'udienza di comparizione, ove avviene appunto il primo contatto tra le parti e il giudice (v. ordinanze numeri 231 del 2003; 10, 11, 55, 56 e 57 del 2004); che, quanto alla censura proposta con riferimento all'art. 111, terzo comma, Cost., questa Corte ha affermato, relativamente al procedimento per decreto, che «il dettato costituzionale, da un lato, non impone che il contraddittorio si esplichi con le medesime modalità in ogni tipo di procedimento e, soprattutto, che debba essere sempre collocato nella fase iniziale del procedimento stesso, dall'altro non esclude che il diritto dell'indagato di essere informato nel più breve tempo possibile dei motivi dell'accusa a suo carico possa essere variamente modulato in relazione alla peculiare struttura dei singoli riti alternativi» (v. ordinanza n. 8 del 2003, nonché ordinanze numeri 32, 131, 132 e 257 del 2003, e in precedenza ordinanza n. 432 del 1998); che nel procedimento davanti al giudice di pace le esigenze di informazione dell'imputato prima dell'udienza di comparizione sono comunque assicurate dall'avviso, contenuto nella citazione a giudizio disposta dalla polizia giudiziaria, che il fascicolo relativo alle indagini preliminari è depositato presso la segreteria del pubblico ministero e che le parti e i loro difensori hanno facoltà di prenderne visione e di estrarne copia, nonché dall'indicazione, contenuta sempre nel medesimo atto, delle fonti di prova di cui il pubblico ministero chiede l'ammissione e, ove venga chiesto l'esame di testimoni, delle circostanze su cui deve vertere l'esame (art. 20, comma 1, lettere f e c, del decreto legislativo n. 274 del 2000); che l'innesto della disciplina dell'avviso di conclusione delle indagini snaturerebbe la struttura del procedimento davanti al giudice di pace, introducendo una procedura incidentale incompatibile con i caratteri di particolare snellezza e rapidità del rito e una garanzia incongrua con le finalità di questa particolare forma di giurisdizione penale; che le questioni devono pertanto essere dichiarate manifestamente infondate in relazione a tutti i parametri costituzionali evocati dai rimettenti. Visti gli artt. 26, secondo comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87, e 9, secondo comma, delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale.. . per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE riuniti i giudizi, dichiara la manifesta infondatezza delle questioni di legittimità costituzionale dell'art. 15 del decreto legislativo 28 agosto 2000, n. 274 (Disposizioni sulla competenza penale del giudice di pace, a norma dell'articolo 14 della legge 24 novembre 1999, n. 468), sollevate, in riferimento agli artt. 3, 24 e 111, terzo comma, della Costituzione, dai Giudici di pace di Bari, Altamura e Frosinone, con le ordinanze in epigrafe. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 24 giugno 2004. F.to: Gustavo ZAGREBELSKY, Presidente Guido NEPPI MODONA, Redattore Maria Rosaria FRUSCELLA, Cancelliere Depositata in Cancelleria il 28 giugno 2004. Il Cancelliere F.to: FRUSCELLA