[pronunce]

che le norme censurate, a giudizio del Tribunale, contrastano in primo luogo con il secondo comma dell’art. 24 Cost., data l’illegittima compressione che ne deriva circa il diritto di difesa del soggetto indagato nell’ambito del procedimento principale; che infatti la procedura camerale regolata dall’art. 240 – anche attraverso il richiamo al modello generale dell’art. 127 cod. proc. pen. – non varrebbe ad assicurare garanzie adeguate rispetto alla funzione cui la procedura stessa è deputata, cioè la produzione di una prova, con valenza dibattimentale, della provenienza illecita delle informazioni recate dal documento destinato alla distruzione; che la verifica dei fatti da parte del giudice, data anche la forzata celerità del procedimento, sarebbe attuabile solo mediante l’audizione delle parti presenti, e detta presenza sarebbe, d’altro canto, del tutto facoltativa (anche per quanto concerne i difensori e lo stesso pubblico ministero); che, dunque, la precostituzione della prova d’accusa sarebbe rimessa ad un contraddittorio solo eventuale e comunque sommario, il che varrebbe ad integrare l’ulteriore violazione dell’art. 111, commi primo, secondo e quarto, Cost.; che, secondo il rimettente, una volta orientato per la formazione anticipata della prova rispetto alla sede dibattimentale, il legislatore avrebbe dovuto anticipare anche le forme dell’accertamento dibattimentale, così come avviene per l’incidente probatorio, in guisa da garantire l’effettivo contraddittorio tra le parti e la pienezza del loro diritto alla prova; che peraltro, sempre a parere del giudice a quo, il disposto costituzionale sarebbe comunque violato per effetto della disciplina che concerne il verbale cui resta rimessa – a norma del comma 1-bis dell’art. 512 cod. proc. pen. – la prova delle attività illecite sottese al materiale da distruggere; che infatti è prescritto, dal comma 6 dell’art. 240 cod. proc. pen. , che il giudice dia atto della condotta illecita riscontrata e delle relative modalità, ed elenchi le persone interessate, ma è precluso ogni riferimento al contenuto dei «documenti, supporti e atti», e dunque alle informazioni la cui acquisizione sarebbe stata illegittima; che tale disciplina, secondo il rimettente, inibisce al giudice del merito una cognizione adeguata della prova e limita la possibilità per l’accusato di difendersi, ad esempio negando il carattere segreto della notizia raccolta o la sua acquisizione con modalità illecite, poiché il riscontro di tesi siffatte sarebbe irrimediabilmente precluso dopo la distruzione del supporto; che inoltre, quand’anche fosse raggiunta la prova di colpevolezza, il giudice del merito sarebbe privo di informazioni essenziali per una puntuale quantificazione della pena, la quale non potrebbe prescindere dalla natura delle informazioni acquisite; che dunque, secondo il Tribunale, «la procedura di distruzione non è solo una modalità di anticipazione nella formazione della prova – pure realizzata con modalità che non garantiscono il diritto di difesa – ma anche di anticipata eliminazione definitiva della prova, con diretto pregiudizio del diritto di difesa»; che il rimettente prospetta una ulteriore violazione, in riferimento al primo comma dell’art. 24 Cost., relativamente alle implicazioni della disciplina censurata nei confronti della persona offesa dal reato culminato con l’illecita acquisizione delle informazioni; che il diritto al risarcimento sarebbe infatti pregiudicato dalla dispersione della prova necessaria per documentare la sussistenza del danno e la sua rilevanza in termini quantitativi (rilevanza che dipende anche dalla natura dell’informazione carpita), con la conseguenza paradossale che subirebbe un pregiudizio proprio il diritto che la legge censurata mira a garantire; che il giudice a quo prospetta, ancora, una violazione dell’art. 112 Cost., perché la distruzione della prova pregiudicherebbe l’esercizio del potere-dovere di perseguire, da parte del pubblico ministero, i reati finalizzati all’acquisizione illegittima delle relative informazioni; che infatti, per le ragioni già indicate, il verbale «sostitutivo» potrebbe risultare insufficiente, e d’altra parte la distruzione del materiale sequestrato, imposta prima di ogni possibile sviluppo delle investigazioni preliminari, varrebbe a pregiudicare l’identificazione e la punizione di tutti i responsabili del fatto accertato; che l’ordinanza di rimessione – ove pure il parametro dell’art. 3 Cost. non risulta espressamente evocato – si chiude prospettando una «irragionevolezza di fondo della normativa in oggetto, in comparazione con i valori che essa vuole proteggere»: in sostanza, il legislatore non avrebbe compiuto un corretto bilanciamento tra le esigenze contrapposte, sacrificando completamente, in favore del diritto alla riservatezza, i valori connessi all’accertamento del fatto, tra i quali per altro primeggia proprio la tutela (in chiave sanzionatoria) del diritto di riservatezza della persona offesa. Considerato che il Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Milano ha sollevato – in riferimento agli artt. 24, primo e secondo comma, 111, primo, secondo e quarto comma, e 112 della Costituzione – questione di legittimità costituzionale dell’art. 240, commi 3, 4, 5 e 6, del codice di procedura penale, come modificato dall’art. 1 del decreto-legge 22 settembre 2006, n. 259 (Disposizioni urgenti per il riordino della normativa in tema di intercettazioni telefoniche), convertito, con modificazioni, dall’art. 1 della legge 20 novembre 2006, n. 281; che il denunciato contrasto con le norme costituzionali deriverebbe dalla prescrizione che i supporti recanti dati illegalmente acquisiti a proposito di comunicazioni telefoniche o telematiche, o informazioni illegalmente raccolte, vengano distrutti in esito ad una udienza camerale celebrata dal giudice per le indagini preliminari, e che in proposito venga redatto un verbale ove si dia «atto dell’avvenuta intercettazione o detenzione o acquisizione illecita dei documenti […] nonché della modalità e dei mezzi usati oltre che dei soggetti interessati», e tuttavia venga omesso qualsiasi «riferimento al contenuto degli stessi documenti, supporti ed atti»; che tale disciplina violerebbe anzitutto gli art. 24, secondo comma, e 111, commi primo, secondo e quarto, Cost., poiché la procedura prescritta dalle norme censurate, pur essendo finalizzata alla distruzione del corpo del reato (o comunque d’una prova del reato medesimo), ed alla formazione di un verbale destinato alla lettura nella sede dibattimentale, si svolge in forma camerale, alla presenza solo facoltativa delle parti e dei difensori, senza possibilità di approfondimenti istruttori, e dunque con esercizio solo eventuale del diritto di difesa e del contraddittorio; inoltre, la distruzione dei supporti indicati, e la concomitante assenza di riferimenti all’oggetto ed alla natura delle informazioni illegalmente acquisite nel verbale destinato alla lettura dibattimentale, pregiudicherebbero il diritto di difesa ed il diritto alla prova del soggetto accusato dell’illecita raccolta, impedendo la verifica del carattere riservato delle informazioni e, comunque, della loro acquisizione mediante modalità illecite;