[pronunce]

Sebbene esso, difatti, non si atteggi «a giudizio sindacatorio (…) su di una determinazione discrezionale dell'assemblea politica», è pur vero che la Corte, «chiamata a svolgere, in posizione di terzietà, una funzione di garanzia, da un lato dell'autonomia della Camera di appartenenza del parlamentare, dall'altro della sfera di attribuzione dell'autorità giurisdizionale, non può verificare la correttezza, sul piano costituzionale, di una pronuncia di insindacabilità senza verificare se, nella specie, l'insindacabilità sussista, cioè se l'opinione di cui si discute sia stata espressa nell'esercizio delle funzioni parlamentari, alla luce della nozione di tale esercizio che si desume dalla Costituzione» (è richiamata testualmente la sentenza n. 10 del 2000). Orbene, prosegue il ricorrente, poiché la deliberazione della Camera dei deputati del 17 marzo 2004 (oggetto del presente conflitto) risulterebbe adottata in difetto dei presupposti per l'applicazione della garanzia di cui all'art 68, primo comma, della Carta Costituzionale, la stessa si paleserebbe lesiva della «sfera di attribuzione dell'ordine giudiziario». 1.4.- Né in senso contrario potrebbe addursi – evidenzia il summenzionato Giudice dell'udienza preliminare – la recente previsione normativa introdotta dall'articolo 3, comma 1, della già citata legge n. 140 del 2003, secondo cui è pure insindacabile «ogni altra attività di ispezione, di divulgazione, di critica e di denuncia politica connessa alla funzione di parlamentare, espletata anche al di fuori del Parlamento». La stessa Corte, difatti, ha chiarito (sentenza n. 120 del 2004) come, attraverso tale previsione normativa, «il legislatore non innovi affatto alla predetta disposizione costituzionale», essendosi limitato a renderne «esplicito il contenuto (…) specificando gli atti di funzione tipici, nonché quelli che, pur non tipici, debbono comunque essere connessi alla funzione parlamentare, a prescindere da ogni criterio di localizzazione», e ciò – oltretutto – «in concordanza con le indicazioni ricavabili al riguardo dalla giurisprudenza costituzionale in materia». Ciò che, dunque, continua a rilevare, sottolinea ancora il ricorrente, è «il collegamento necessario con le funzioni del Parlamento, cioè l'ambito funzionale in cui l'atto si iscrive, a prescindere dal suo contenuto comunicativo che può essere il più vario, ma che in ogni caso deve rappresentare esercizio in concreto delle funzioni proprie dei membri delle Camere», di talché, in sé considerate, «le attività di ispezione, divulgazione, critica e denuncia politica» (alle quali si riferisce il già menzionato art. 3, comma, 1 della legge n. 140 del 2003) non rappresentano «un indebito allargamento dell'insindacabilità, se risultano in connessione con l'esercizio di funzioni parlamentari» (si richiamano le sentenze n. 219 del 2003, n. 509 del 2002, n. 320, n. 56, n. 11 e n. 10 del 2000). Diversamente, invece, «l'attività di propaganda e critica politica svolta in assenza di un nesso funzionale con l'attività parlamentare propria è soggetta ai medesimi limiti di espressione di ogni altro cittadino che voglia partecipare alla vita politica nazionale». 1.5.- È, pertanto, sulla scorta di tali princípi, che secondo il ricorrente – il quale, peraltro, non manca di porre in luce come soltanto la loro rigorosa applicazione consenta «di non incorrere nelle sanzioni della Corte Europea dei diritti dell'uomo» (avendo essa affermato che «condizione per la compatibilità del meccanismo di tutela dell'art. 68 Cost. con l'ordinamento comunitario e con i diritti individuali alla tutela dell'onore dei privati cittadini è la proporzione tra l'ambito delle condotte ritenute insindacabili ed il fine per il quale l'insindacabilità è prevista») – occorre «valutare se le condotte oggetto del presente procedimento siano o meno tra quelle garantite dall'art. 68» Cost. Atteso, dunque, che «le condotte delle quali si contesta la legittimità sono state tenute “fuori del Parlamento”, e fuori delle attività parlamentari tipiche» (l'interessato ebbe a pronunciare le frasi oggetto di giudizio nel corso di una trasmissione televisiva), appare evidente – ad avviso del Giudice dell'udienza preliminare del Tribunale di Brescia – che «l'aspetto da verificare è proprio quello della riconducibilità delle condotte denunciate alle attività “atipiche”», e ciò «sotto il profilo della connessione di tali condotte con la funzione, ovvero attività parlamentare». In tale prospettiva, però, il ricorrente evidenzia come il deputato non abbia «mai azionato alcuna iniziativa parlamentare, tipica o atipica, relativamente alla questione (…) del Maresciallo Scaletta», non parendo, inoltre, «che le interrogazioni autonomamente presentate (…) da due diversi deputati su alcuni aspetti della vicenda» possano giustificare l'applicazione della prerogativa ex art. 68, primo comma, della Costituzione. Si sottolinea, inoltre, nel presente ricorso come oggetto del procedimento penale (e quindi della delibera contestata) siano, «non solo le affermazioni relative alla supposta distorsione dell'attività investigativa diretta dal dott. Davigo a fini personali, in danno dell'avv. Taormina, ma tutte le condotte e le frasi riportate nell'imputazione, a partire dalla presentazione della puntata», sia mediante l'esibizione di un disegno che riproduceva «due maiali vestiti con toga e tocco, con grembiule sporco di sangue ed un coltello in mano», sia attraverso «l'accompagnamento di una colonna sonora che cantava “siam tre piccoli porcellin …” ed il riferimento formalmente ad escludendum ai pubblici ministeri di Milano». Ne consegue, sottolinea il ricorrente, che tali condotte – come del resto «le frasi sulla recensione del volume di Davigo» – per i loro «modi ed argomenti» appaiono «difficilmente ricollegabili alla funzione pubblica parlamentare». Non casualmente, del resto, la Giunta per le autorizzazioni della Camera dei deputati – è la conclusione del Giudice dell'udienza preliminare summenzionato – aveva «proposto di deliberare nel senso della estraneità delle condotte e delle opinioni espresse alla funzione parlamentare», ritenendo insufficiente, ai fini del riconoscimento della garanzia della insindacabilità, «la mera coloritura politica delle affermazioni contestate», ovvero «la sola comunanza d'argomento con tematiche trattate in Parlamento». Avendo, per contro, l'Assemblea parlamentare deliberato in data 17 marzo 2004 (Doc. IV-ter, n. 4-A)