[pronunce]

quanto dall'art. 117 Cost. (come sostituito dall'art. 3 della legge costituzionale 18 ottobre 2001, n. 3), che impone espressamente allo Stato e alle Regioni di esercitare la potestà legislativa nel rispetto dei vincoli derivanti dalla normativa comunitaria; che quanto, poi, alla rilevanza della questione, il rimettente osserva che, nella specie, gli imputati sono chiamati a rispondere del reato di cui all'art. 2622 cod. civ. per fatti commessi sotto il vigore dell'art. 2621 cod. civ. nella sua originaria formulazione; che si tratta, in particolare, di falsi in bilancio commessi al termine degli esercizi 1996, 1997 e 1998, in relazione ad alcuni dei quali il termine di prescrizione potrebbe essere già maturato o prossimo a scadere; e per i quali, comunque, sarebbe necessaria la valutazione – non effettuata nel corso delle indagini preliminari, in quanto concluse prima dell'entrata in vigore della nuova disciplina – del superamento delle «soglie di tolleranza» attualmente previste dall'art. 2622 cod. civ. : valutazione che allungherebbe notevolmente i tempi di definizione dell'udienza preliminare e condurrebbe verosimilmente ad una pronuncia di estinzione del reato per lo spirare, medio tempore, dei termini di prescrizione; che l'eventuale dichiarazione di illegittimità costituzionale della norma denunciata inciderebbe, dunque – secondo il rimettente – sull'esito del procedimento: giacché, provocando la cessazione ex tunc dell'efficacia di detta norma, essa determinerebbe la «riespansione» della norma incriminatrice del falso in bilancio nella sua originaria formulazione; con conseguente operatività del termine di prescrizione di dieci anni (prolungabili fino a quindici in presenza di atti interruttivi) e con il riconoscimento della completezza dell'attività di indagine espletata, ai fini della decisione; che l'applicazione agli attuali imputati dell'art. 2621 cod. civ . , nel testo originario, sarebbe d'altra parte possibile – pur trattandosi di norma meno favorevole di quella sottoposta a scrutinio di costituzionalità – proprio perché i fatti contestati risultano commessi nel vigore della disposizione più severa: onde l'operazione non comporterebbe alcuna lesione del principio «nullum crimen nulla poena sine lege», sancito dall'art. 25, secondo comma, Cost. Considerato che le ordinanze di rimessione sollevano questioni in larga misura analoghe, onde i relativi giudizi vanno riuniti per essere definiti con unica decisione; che, successivamente alle ordinanze di rimessione, è intervenuta la legge 28 dicembre 2005, n. 262 (Disposizioni per la tutela del risparmio e la disciplina dei mercati finanziari), pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 301 del 28 dicembre 2005, il cui art. 30 ha sostituito le norme impugnate, modificando l'assetto delle figure criminose in esame in rapporto a diversi profili investiti dalle censure di costituzionalità (risposta sanzionatoria, impunità dei fatti che restino al di sotto delle «soglie» di rilevanza penale e, indirettamente, prescrizione); che il nuovo testo degli artt. 2621 e 2622 del codice civile, quale risultante a seguito della citata legge – oltre ad includere fra i soggetti attivi dei reati anche i «dirigenti preposti alla redazione dei documenti contabili societari» (nuova figura introdotta dall'art. 14, comma 1, lettera n, della stessa legge n. 262 del 2005); e ad inserire fra i soggetti passivi del danno penalmente rilevante, in rapporto al delitto di cui all'art. 2622 cod. civ. (e dunque titolari del diritto di querela), anche la società – prevede, infatti, rispetto al testo immediatamente precedente, oggetto dell'impugnativa, una pena più elevata nel massimo per la fattispecie contravvenzionale di cui all'art. 2621 cod. civ. (arresto fino a due anni, anziché fino ad un anno e sei mesi); e una pena specifica e più severa (reclusione da due a sei anni) per i fatti delittuosi commessi nell'ambito di società quotate che abbiano cagionato «un grave nocumento ai risparmiatori» (art. 2622, quarto e quinto comma, cod. civ.); che le nuove norme prevedono, inoltre, l'irrogazione di una sanzione amministrativa pecuniaria, unitamente a misure di tipo interdittivo, nei confronti degli amministratori e degli altri soggetti qualificati autori di falsità, quando queste ultime non siano punibili come reato: o perché non produttive di una alterazione «sensibile» della rappresentazione della situazione economica, patrimoniale e finanziaria della società o del gruppo al quale quest'ultima appartiene; ovvero perché rimaste comunque al di sotto delle «soglie», a carattere percentuale, di rilevanza penale del fatto (artt. 2621, ultimo comma, e 2622, ultimo comma, cod. civ.); che tale ultima previsione si presta, d'altro canto, a rendere applicabile alle falsità ora indicate la disciplina generale della prescrizione stabilita in rapporto alle violazioni amministrative dall'art. 28 della legge 24 novembre 1981, n. 689 (Modifiche al sistema penale), la quale, oltre a contemplare un termine quinquennale, rinvia alle norme del codice civile in tema di interruzione, in forza delle quali la prescrizione non corre nel corso del giudizio (art. 2945 cod. civ.); che le neointrodotte sanzioni amministrative non sono poi, ovviamente, suscettibili di sospensione condizionale: istituto la cui applicabilità è addotta dal Giudice dell'udienza preliminare del Tribunale di Potenza tra gli argomenti a comprova del carattere non efficace e proporzionato della pena prevista dall'art. 2622 cod. civ. ; che, per altro verso, l'ordinanza di rimessione del Tribunale di Milano non specifica se, nel caso concreto, le soglie di rilevanza penale del fatto risultino o meno superate; mentre quella del Giudice dell'udienza preliminare del Tribunale di Potenza riferisce che tale dato è ignoto e che occorrerebbe accertarlo; che, avuto riguardo anche al particolare parametro evocato (l'asserita contrarietà al disposto dell'art. 6 della direttiva 68/151/CEE), il quale postula una valutazione di «adeguatezza» di risposte sanzionatorie non predefinite, compete quindi ai giudici rimettenti verificare se – anche alla luce dei principi in tema di successione delle leggi penali (concernendo i giudizi principali fatti commessi sotto il vigore dell'originaria disciplina di cui all'art. 2621, numero 1, cod. civ. e, dunque, in epoca anteriore ad entrambi gli interventi novativi succedutisi nel tempo) – le questioni sollevate restino o meno rilevanti alla luce dello ius superveniens; che tale verifica appare tanto più necessaria a fronte del fatto che ambedue i rimettenti sollevano le questioni nella convinzione che l'eventuale rimozione delle norme denunciate – gli artt. 2621 e 2622 cod. civ. , come sostituiti dal decreto legislativo 11 aprile 2002, n. 61 – farebbe “rivivere” (o potrebbe far “rivivere”, secondo il Tribunale di Milano) l'art. 2621 cod. civ.