[pronunce]

La resistente, dopo aver sottolineato come le disposizioni censurate si limitino ad offrire uno «strumento volto a realizzare l'interesse pubblico», identificabile nella finalità di agevolare le amministrazioni statali sul piano della celerità e della effettività dell'azione da esse svolte, richiama la sentenza n. 140 del 1992 (oltre che la sentenza n. 172 del 2005, pur riguardante materia diversa). Le disposizioni censurate non realizzerebbero, ad avviso della Regione, alcuna invasione delle competenze degli organi statali, in quanto, come desumibile sia dall'art. 1, sia dall'art. 3, comma 1, del disegno di legge regionale, ogni valutazione circa la sussistenza e la concreta individuazione delle esigenze di risorse umane e strumentali sarebbe rimessa agli organi statali, e, allo stesso modo, non risulterebbe intaccata la riserva di competenza del Ministro della giustizia prevista dall'art. 110 Cost., dal momento che le disposizioni regionali potrebbero trovare applicazione soltanto ed entro i limiti di quanto convenuto dalle amministrazioni destinatarie dell'intervento collaborativo (sentenza n. 429 del 2004 di questa Corte). Peraltro, la resistente osserva come il parametro di costituzionalità dell'art. 110 Cost. risulterebbe erroneamente invocato in riferimento agli uffici della giurisdizione ordinaria, in quanto, come affermato dalla Corte (sentenza n. 150 del 1986), esso è da ritenersi dettato per segnare il confine tra le competenze del Consiglio superiore della magistratura e quelle del Ministro della giustizia. Il parametro evocato sarebbe, inoltre, del tutto inconferente in relazione agli interventi disposti a favore degli uffici periferici delle giurisdizioni speciali e delle Avvocature distrettuali dello Stato, essendo detti uffici palesemente estranei al riparto di competenze tra Ministro della giustizia e Consiglio superiore della magistratura. Assume la resistente, inoltre, che la censura riguardante la violazione dell'art. 81, quarto comma, Cost., sarebbe del tutto ipotetica in quanto fondata sul rilievo che dall'applicazione della normativa impugnata potrebbe, «con ogni verosimiglianza», derivare per la Regione la necessità di colmare i vuoti di personale, senza, peraltro, che il ricorrente abbia tenuto conto del carattere straordinario, e perciò temporaneo, dell'intervento regionale. Quanto, infine, all'asserita «interferenza in materia di diritto privato» derivante dalla disposizione contenuta nell'art. 2, comma 4, la resistente osserva che la disposizione non inciderebbe sull'avvenuta contrattualizzazione della disciplina del trattamento retributivo dei dipendenti regionali comandati, limitandosi ad escludere che eventuali oneri aggiuntivi possano ricadere sulle amministrazioni statali beneficiarie dell'intervento straordinario, e ciò in quanto la mancanza di siffatta previsione comporterebbe l'assunzione dei relativi oneri a carico dell'amministrazione di destinazione o utilizzazione nel caso in cui, in sede contrattuale, fossero riconosciuti indennità o altri emolumenti ai dipendenti «comandati» (cfr. Consiglio di Stato, Sez. II, 26 novembre 1997, n. 2597).1. – Il Commissario dello Stato per la Regione Siciliana ha impugnato l'art. 1, ultimo inciso, l'art. 2, commi 2, ultimo inciso, 3 e 4, e gli artt. 3 e 4 del disegno di legge n. 805 (Disposizioni urgenti per il rafforzamento dell'azione amministrativa a tutela della legalità), approvato dall'Assemblea regionale siciliana nella seduta del 12 aprile 2005 e successivamente promulgato e pubblicato come legge della Regione Siciliana 31 maggio 2005, n. 6, per violazione degli artt. 81, quarto comma, 97, 110 e 117, secondo comma, lettera g), della Costituzione, nonché della competenza esclusiva statale in materia di diritto privato. 2. – Preliminarmente deve rilevarsi che, essendo nel corso del giudizio intervenute la promulgazione e la pubblicazione della legge regionale, che completano l'iter procedimentale connesso alla delibera legislativa impugnata, la pronuncia di questa Corte va adottata nei confronti di tale legge (sentenze n. 55 del 2001 e n. 271 del 1996). 3. – Il primo profilo di censura delle norme impugnate è basato sulla presunta violazione dell'art. 110 Cost. perché in esse si prevede che la richiesta di comando deve essere fatta dai capi degli uffici periferici degli organi giudiziari e non, invece, dai competenti uffici del Ministero della giustizia. 3.1. – La questione non è fondata. La legge regionale in questione non attribuisce ai capi degli uffici giudiziari aventi sede in Sicilia competenze nuove, aggiuntive o modificative, rispetto a quelle previste dalla vigente legislazione statale. L'art. 102 della legge 23 ottobre 1960, n. 1196 (Ordinamento del personale delle cancellerie e segreterie giudiziarie) dispone: «I capi delle cancellerie e delle segreterie giudiziarie hanno la direzione dei rispettivi uffici, provvedono ad assicurare il normale funzionamento dei servizi e ne rispondono al capo dell'ufficio giudiziario, dal quale sono sentiti in ordine a qualsiasi provvedimento che abbia attinenza con i servizi di cancelleria e segreteria». Il successivo art. 103 aggiunge: «I capi delle cancellerie e delle segreterie giudiziarie curano, sotto la sorveglianza dei rispettivi capi degli uffici giudiziari, l'organizzazione degli uffici di cancelleria e segreteria dipendenti, ai fini del regolare funzionamento dei servizi». Sulla base delle citate disposizioni legislative si è formato un “diritto vivente”, che riconosce ai capi degli uffici giudiziari «poteri di informazione, ispezione e indirizzo» (Cass. , S.U. civili, 7 agosto 1996, n. 7222) , e determina un obbligo di collaborazione per i dirigenti delle cancellerie, sanzionato in via disciplinare (Cons. Stato, sez. IV, 21 settembre 1992, n. 786). Le citate norme di legge statali, il “diritto vivente” giurisprudenziale e la prassi applicativa sinora invalsa ricevono conferma e precisazione ulteriori dall'art. 2, comma 1, lettera s), numero 1, della legge 25 luglio 2005, n. 150 (Delega al Governo per la riforma dell'ordinamento giudiziario di cui al regio decreto 30 gennaio 1941, n. 12, per il decentramento del Ministero della giustizia, per la modifica della disciplina concernente il Consiglio di presidenza della Corte dei conti e il Consiglio di presidenza della giustizia amministrativa, nonché per l'emanazione di un testo unico), in cui si prevede che «siano attribuite al magistrato capo dell'ufficio giudiziario la titolarità e la rappresentanza dell'ufficio nel suo complesso, nei rapporti con enti istituzionali e con i rappresentanti degli altri uffici giudiziari, nonché la competenza ad adottare i provvedimenti necessari per l'organizzazione dell'attività giudiziaria e, comunque, concernenti la gestione del personale di magistratura e del suo stato giuridico».