[pronunce]

Sentenza ha pronunciato la seguentenel giudizio per conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato sorto a seguito della delibera della Camera dei deputati del 23 marzo 1999 relativa alla insindacabilità delle opinioni espresse dal deputato Vittorio Sgarbi nei confronti del dott. Giancarlo Caselli, promosso con ricorso della Corte di appello di Roma notificato il 15 gennaio 2001, depositato in Cancelleria il 29 successivo ed iscritto al n. 6 del registro conflitti 2001. Visto l'atto di costituzione della Camera dei deputati; Udito nell'udienza pubblica del 23 aprile 2002 il giudice relatore Giovanni Maria Flick; Udito l'avvocato Roberto Nania per la Camera dei deputati.. Ritenuto in fatto Considerato in diritto 1. - Nel corso del giudizio di appello proposto avverso la sentenza del Tribunale di Roma in data 28 ottobre 1998 - con la quale il deputato Vittorio Sgarbi era stato condannato alla pena di mesi due di reclusione per il reato di diffamazione aggravata a mezzo stampa ai danni del dott. Giancarlo Caselli, con riferimento ad alcune espressioni ("Soltanto la mente perversa di alcuni magistrati può pensare di attribuire a Berlusconi l'associazione mafiosa 416 bis. Loro sì mafiosi, che sequestrano la Sicilia, arrivano dal Piemonte per inquisire i siciliani, corrompere la loro dignita!"), pronunciate in occasione di un comizio tenutosi il 27 marzo 1996 e riportate dalla stampa - la Corte di appello di Roma ha sollevato conflitto di attribuzione fra poteri dello Stato in relazione alla deliberazione della Camera dei deputati assunta il 23 marzo 1999. Con tale deliberazione l'Assemblea, in accoglimento del parere espresso dalla Giunta per le autorizzazioni a procedere (doc. IV-quater n. 65), ha dichiarato che i fatti per i quali il suddetto parlamentare era sottoposto al procedimento penale in questione concernevano opinioni espresse dal deputato Sgarbi nell'esercizio delle sue funzioni, ai sensi del primo comma dell'art. 68 della Costituzione. La Corte di appello - dopo aver richiamato la giurisprudenza costituzionale relativa all'oggetto del conflitto di attribuzione ed al nesso funzionale, che deve intercorrere tra le opinioni e l'attività parlamentare - ha rilevato come, nel caso di specie, non possa ravvisarsi alcun nesso di tal genere, "stante la non riscontrabilità di connessione con atti tipici della funzione parlamentare, in quanto non è possibile individuare ...un intento divulgativo di una scelta o, più in generale, di una attività politico-parlamentare". Al contrario, le dichiarazioni incriminate avrebbero "natura di insulto personale" e sarebbero scollegate ed estranee rispetto a qualunque valutazione politica, come sarebbe dimostrato "dalla loro genericità e dalla carenza di riferimenti a fatti concreti, specifici, determinati". La Giunta per le autorizzazioni a procedere e la Camera - ad avviso delle quali le opinioni sarebbero da ricondurre ad un contesto prettamente politico ed al legittimo diritto di critica del parlamentare, sia pure espresso "in forma paradossale e forse non conveniente" - avrebbero omesso di considerare che "non si può ricondurre nella funzione parlamentare l'intera attività politica svolta dal deputato, perché tale interpretazione vanificherebbe il nesso funzionale di cui all'art. 68, primo comma, della Costituzione e comporterebbe il rischio di trasformare la prerogativa in un privilegio personale". Invece, "il fatto che si tratti di argomento politicamente rilevante e trattato in più occasioni da un deputato, non comporta di per sé che ci si trovi in presenza di esercizio della funzione parlamentare, da ravvisare solo quando tale attività sia correlabile ad uno specifico atto tipico". Pertanto, secondo la Corte di appello ricorrente, la deliberazione della Camera esorbiterebbe dall'ambito derogatorio consentito dall'art. 68 della Costituzione: con la conseguente violazione degli artt. 101, secondo comma, 102, primo comma, e 104, primo comma, Cost., che assegnano la titolarità della funzione giurisdizionale alla magistratura e tutelano la legalità e l'indipendenza del suo esercizio; nonché degli artt. 3, primo comma, per la disparità di trattamento che verrebbe introdotta tra cittadini e parlamentari, e 24, primo comma, della medesima Carta, per l'impossibilità della parte lesa di fruire della tutela giurisdizionale, solo perché è stata offesa da un parlamentare. 2. - Il conflitto è stato dichiarato ammissibile con ordinanza n. 9 del 2001 (depositata il 4 gennaio 2001). Le notificazioni di rito sono state eseguite il 15 gennaio 2001 ed il conseguente deposito è stato effettuato il 29 gennaio 2001. 3. - Nel giudizio si è costituita la Camera dei deputati, depositando documenti e svolgendo deduzioni, a conclusione delle quali ha chiesto dichiararsi che spetta ad essa Camera affermare la insindacabilità, a norma dell'art. 68, primo comma, Cost., delle opinioni espresse dal deputato Vittorio Sgarbi in data 27 marzo 1996, come deliberato dalla Assemblea della Camera medesima in data 23 marzo 1999. Viene anzitutto ritenuta erronea la tesi della Corte ricorrente, secondo la quale la sede "extraparlamentare e politica" in cui le dichiarazioni sono state rese renderebbe inoperante la prerogativa sancita dall'art. 68 Cost.: tesi in contrasto con la giurisprudenza costituzionale e con il diverso testo che compariva nell'art. 51 dello Statuto. Altro assunto reputato erroneo è quello secondo il quale non sarebbe dato di ravvisare nella specie un collegamento tra un pur minimo intento divulgativo e un "comportamento" del parlamentare, giacché - osserva la Camera resistente - una "indagine che pretendesse di sindacare le motivazioni soggettive che abbiano mosso il parlamentare a rendere le proprie dichiarazioni, resta del tutto ininfluente ai fini della applicazione della garanzia costituzionale della insindacabilità", come d'altra parte è possibile desumere dalla stessa giurisprudenza costituzionale. È al contrario corretta - sottolinea la Camera - l'osservazione svolta dalla Giunta per le autorizzazioni a procedere, laddove segnala come il deputato Sgarbi abbia rivolto una costante attenzione, nell'esercizio del sindacato ispettivo proprio della carica, sull'operato della Procura della Repubblica di Palermo; sicché le dichiarazioni sub iudice vengono a porsi "con tale attività in rapporto di conseguenzialità logica e contenutistica", come d'altra parte testimoniano "le svariate interrogazioni avanzate dal medesimo deputato", che la stessa Camera ha depositato ed illustrato. Come emergerebbe dalla rassegna delle interrogazioni riportata nell'atto di costituzione, tra le dichiarazioni di cui alla impugnata delibera di insindacabilità e le prese di posizione formalizzate in sede ispettiva, non intercorrerebbe soltanto - ad avviso della Camera - un "più che trasparente rapporto di comunanza tematica, ma una vera e propria identità di impostazione e di svolgimento dei medesimi contenuti critici". Ciò anche in riferimento alla "perifrasi provocatoria, ossia quella che ricorre all'appellativo "mafiosi", che peraltro non è di uso infrequente nella tecnica argomentativa del parlamentare, tant'è che figura negli stessi atti ispettivi".