[pronunce]

10. - Da ultimo, ad essere ritenuto lesivo delle prerogative regionali è anche l'art. 10 del d.P.C.m. impugnato, in particolare nei suoi commi 2 e 6, concernenti la compartecipazione delle Regioni e delle Università ai risultati di gestione delle aziende ospedaliero-universitarie. Le disposizioni citate, prevedendo che il contributo delle Università sia limitato al personale e a beni mobili e immobili, nonché l'obbligo delle Regioni di concordare con le Università, in caso di disavanzo, il piano poliennale di rientro, definirebbero una partecipazione delle Università ai costi decisamente inadeguata, a fronte peraltro di una eccessiva compressione della autonomia organizzativa regionale. Ancora una volta, si ritiene che le disposizioni censurate si pongano in contrasto con l'Accordo dell'8 agosto 2001, ed in particolare con l'impegno assunto dallo Stato a prevedere, previa intesa con le Regioni, adeguate forme di compartecipazione finanziaria delle Università. Sarebbe inoltre ravvisabile un contrasto puntuale dell'art. 10, commi 2 e 6, con l'art. 3, comma 2, del decreto-legge n. 347 del 2001, ai sensi del quale alle regioni sarebbe attribuito il potere di adottare tutte le disposizioni necessarie: "a) per stabilire l'obbligo delle aziende sanitarie ed ospedaliere di garantire l'equilibrio economico dei singoli presidi ospedalieri; b) per individuare le tipologie degli eventuali provvedimenti di riequilibrio; c) per determinare le misure a carico dei direttori generali nell'ipotesi di mancato raggiungimento dell'equilibrio economico". Anche il disposto del comma 3 dell'art. 4 del decreto-legge citato sarebbe particolarmente probante sul punto. Tale disposizione infatti attribuirebbe alle Regioni l'onere di coprire i disavanzi di gestione, nonché il potere di dettare norme volte a regolare le modalità tramite le quali effettuare la copertura, eventualmente anche mediante la previsione di misure di compartecipazione alla spesa sanitaria dei principali soggetti che concorrono alla determinazione di quest'ultima. 11. - Si è costituito il Presidente del Consiglio dei ministri, per mezzo dell'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che il ricorso sia dichiarato inammissibile o comunque infondato, poiché il d.P.C.m. oggetto dei ricorsi non violerebbe le norme e i principi costituzionali. 12. - Il 18 giugno 2003 la Regione Lombardia ha depositato una memoria nella quale evidenzia, preliminarmente, come l'atto di costituzione della difesa erariale, datato 28 ottobre 2001, dovrebbe considerarsi tardivo, e quindi inammissibile. 13. - Nel merito, la ricorrente ribadisce come successivamente alla pubblicazione del d.P.C.m. impugnato sarebbe intervenuto il decreto-legge n. 347 del 2001, col quale sarebbe stato recepito l'Accordo intervenuto tra Stato e Regioni l'8 agosto 2001. La Regione Lombardia illustra peraltro la propria normativa in tema di rapporti con le istituzioni universitarie, evidenziando come, già precedentemente all'entrata in vigore dell'atto impugnato, aveva proceduto all'adozione di proprie linee guida per la stipula di convenzioni con le Università nel campo della formazione pre-laurea, post-laurea e del diploma per il personale dell'area sanitaria. Sulla base di tali linee guida - afferma la ricorrente - sono state stipulate diverse convenzioni tra la stessa Regione e le Università, "prescindendo pertanto dalle linee guida statali, nel frattempo dettate dal d.P.C.m. 24 maggio 2001". Tale circostanza sarebbe estremamente significativa ai fini del presente giudizio, dal momento che "l'auspicata pronuncia di annullamento" dell'atto impugnato "scongiurerebbe (…) il rischio di eventuali declaratorie di illegittimità, per violazione del d.P.C.m. medesimo, delle convenzioni stipulate dalla Regione Lombardia con le Università lombarde non in conformità alle linee guida dettate dal d.P.C.m. 24 maggio del 2001". Da tali argomenti sarebbe desumibile la perduranza dell'interesse al ricorso, potendo l'atto impugnato infatti - in virtù del principio di continuità - "essere considerato operante nei confronti delle Regioni, anche dopo la riforma del Titolo V, fino a quando le stesse Regioni non detteranno criteri diversi da quelli ivi contenuti". Sostiene inoltre la ricorrente che, se la Corte non si pronunciasse sull'atto impugnato, il Governo, fino alla introduzione della disciplina regionale in materia, potrebbe esercitare i poteri sostitutivi che l'art. 9 del d.P.C.m. gli riconosce per il caso di mancata stipulazione dei protocolli d'intesa. Il Governo infatti potrebbe sentirsi legittimato ad esercitare tali poteri "anche nell'ipotesi in cui, come nel caso di specie, la Regione non avesse stipulato i protocolli d'intesa secondo le modalità stabilite dal d.P.C.m. 24 maggio 2001", considerando, cioè, equivalente alla mancata stipula delle intese la sottoscrizione di convenzioni non conformi alle linee guida contenute nell'atto impugnato. 14. - Da ultimo, la Regione Lombardia evidenzia come, nel contesto del nuovo Titolo V della Costituzione, il d.P.C.m. oggetto di contestazione intervenga in materie nell'ambito delle quali la competenza regionale è stata accresciuta rispetto al previgente sistema. Così sarebbe, ad esempio, per la "tutela della salute", a fronte della "assistenza sanitaria ed ospedaliera", o per la materia della "ricerca scientifica". A ciò si aggiunga che - secondo la ricorrente - gli atti di indirizzo e coordinamento, quale è l'atto impugnato, "nel mutato quadro costituzionale (…) non dovrebbero trovare più alcuna giustificazione nell'ambito delle materie di competenza concorrente". 15. - Nelle more dell'udienza pubblica, è entrata in vigore la legge 5 giugno 2003, n. 131 (Disposizioni per l'adeguamento della Repubblica alla legge costituzionale 18 ottobre 2001, n. 3), che, all'art. 9, comma 6, dispone che "nei ricorsi per conflitto di attribuzione tra Stato e Regione e tra Regione e Regione, (…) proposti anteriormente alla data dell'8 novembre 2001, il ricorrente deve chiedere la trattazione del ricorso, con istanza diretta alla Corte costituzionale e notificata alle parti costituite, entro quattro mesi dal ricevimento della comunicazione di pendenza del procedimento effettuata a cura della cancelleria della Corte costituzionale; in difetto di tale istanza, il ricorso si considera abbandonato ed è dichiarato estinto con decreto del Presidente". La Regione Lombardia e la Regione Lazio, successivamente alla comunicazione della Corte effettuata in data 18 giugno 2003 ai sensi della disposizione sopra riportata, hanno depositato istanza di trattazione del ricorso, chiedendo di mantenere a tal fine l'udienza già fissata per il 1° luglio 2003.1. - Preliminarmente, deve essere disposta la riunione dei giudizi promossi dalla Regione Lombardia e dalla Regione Lazio, in considerazione dell'identità, tanto del contenuto dei ricorsi, quanto della posizione costituzionale delle due ricorrenti. 2. - Le Regioni Lombardia e Lazio impugnano il d.P.C.m.