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Disposizioni per il riconoscimento della maggiore età al raggiungimento dei sedici anni. Onorevoli Senatori. -- Dopo la scelta dell'Austria di abbassare la soglia della maggiore età a sedici anni, è sempre più vivace anche nel nostro Paese la discussione sul tema. Uno dei più concreti segnali di apertura negli ultimi anni in questo senso è stata la decisione di far partecipare anche sedicenni e diciassettenni alle primarie non istituzionalizzate delle singole formazioni politiche. Il tema è chiaramente delicato e non scevro da conseguenze rilevanti per le dinamiche politiche e sociali del Paese. Se ci sono buoni motivi per ringiovanire l'elettorato nel mondo occidentale, questi sono ancor più accentuati nel nostro Paese. Per esempio, in Italia, i meccanismi del ricambio generazionale sono più inceppati che altrove. Varie sono le evidenze empiriche che lo testimoniano, a partire dal fatto che la classe dirigente e, soprattutto, quella politica sono caratterizzate da una scarsa presenza di esponenti delle più giovani generazioni. Alla maggior età media delle più importanti cariche di governo e istituzionali si associa anche, rispetto agli altri Paesi occidentali, una più scarsa attenzione politica verso i giovani. E infatti le politiche nei loro confronti risultano cronicamente carenti in Italia e la protezione sociale particolarmente bassa. Attualmente, la spesa sociale italiana è, in Europa, una tra le più sbilanciate a favore delle generazioni più anziane. Oltre i due terzi sono destinati alle pensioni e alle invalidità, mentre nettamente inferiore rispetto alla media europea è la quota che va per casa, disoccupazione ed esclusione sociale. Le difficoltà a mettere in campo gli «ammortizzatori sociali» contro la precarietà, a intaccare i privilegi acquisiti per dar spazio alle forze più dinamiche, a costruire un sistema previdenziale più equo dal punto di vista generazionale, sono tutti esempi che testimoniano quanto poco la politica italiana stia investendo nel ridurre i rischi e nell'aumentare le opportunità delle più giovani generazioni. Se già oggi la classe politica è tra le più anziane e la spesa sociale a favore dei giovani è tra le più basse, tutto ciò potrebbe ulteriormente peggiorare a causa dell'invecchiamento della popolazione. La persistente denatalità italiana, testimoniata dagli ultimi dati Istat pubblicati nel febbraio 2016, sottolinea come gli italiani fanno pochi figli, la media si attesta sull'1,3 per donna, mentre i morti sono sempre di più (653.000 l'anno scorso, almeno il 9,1 per cento in più che nel 2014). Il tasso di mortalità è elevato, il tasso di denatalità aumenta esponenzialmente. Pertanto, il peso demografico dei giovani è destinato a ridursi da noi più che altrove, e per converso, è destinato ad accrescersi quello degli anziani. Saremo nei prossimi decenni, assieme al Giappone, il Paese al mondo con struttura per età più squilibrata al mondo. Il che significa meno peso elettorale e (presumibilmente) politico dei giovani, e ancor più spesa sociale assorbita (per previdenza e salute pubblica), a parità di risorse, dalle generazioni più anziane. Il voto ai sedicenni e diciassettenni consente quantomeno di dar più rilevanza al voto «dei» giovani e (presumibilmente) «per» i giovani. Attualmente il peso elettorale (per ora virtuale) dei sedicenni e diciassettenni equivale a quello degli over ottantacinque (circa un milione di voti, il 2,2 per cento della popolazione). Ci si può chiedere perché nella decisione di chi è chiamato a responsabilità di governo (o amministrazione locale) i novantenni contino più dei diciassettenni. Tanto più che da qui al 2035 il peso dei primi è destinato comunque a diventare il triplo rispetto a quello dei secondi. Le ultime tendenze estrapolate dall'Istat mostrano che nel 2050 gli over ottantacinque saranno 4,5 volte numericamente superiori alla popolazione compresa fra i sedici e i diciassette anni. Rispetto alla proposta di abbassare al di sotto dei diciotto anni l'età del diritto di voto sono state sollevate alcune perplessità. Uno dei principali argomenti utilizzati è che «non sono ancora maturi per il voto» e che a tale età i giovani devono concentrarsi soprattutto sullo studio. È vero che una quota elevata di sedici-diciassettenni frequenta le scuole superiori (oltre l'80 per cento), ma ciò vale anche per i diciottenni (oltre il 70 per cento). Inoltre una parte di essi lavora. Se le leggi italiane prevedono che un sedicenne possa lavorare e pagare le tasse, non si comprende perché non dovrebbe poter esprimere il suo voto su chi poi amministra la cosa pubblica. Riguardo la tesi dell'immaturità dei sedicenni, bisogna sottolineare come nel mondo globalizzato odierno la crescita dell'individuo è anticipata e forzata da fattori esterni che anticipano la maturità individuale. La gran parte dei giovani danesi vive già in modo indipendente dai genitori a diciotto-venti anni. La maggioranza dei giovani europei lascia la casa dei genitori entro i venticinque. Nel nostro Paese è invece sempre più comune rimanervi fino ai trenta e oltre. Ben venga quindi un voto che tratta meno da immaturi e responsabilizza un po’ di più i giovani italiani. C'è poi chi è scettico perché teme un voto troppo influenzabile, da un lato, e troppo «ideologizzato» dall'altro. Certamente è possibile che molti giovani votino come i propri genitori, e altri si facciano un'opinione attraverso gli strumenti di confronto che offre internet . Ma nella democrazia italiana il voto di un ottantacinquenne non risulta meno ideologizzato e imparziale di quello di un sedicenne. I dati Istat dimostrano, al contempo, un grande interesse da parte della maggioranza dei sedicenni verso la partecipazione alle elezioni amministrative e politiche: i disinformati e i disinteressati dei fatti della politica sono meno della metà dei sedici-diciassettenni. Recenti indagini su tale fascia d'età, come quella condotta a Milano dall'Osservatorio sui diritti dei minori, evidenziano come quasi tre su quattro sarebbero contenti di poter votare, e oltre il 40 per cento di chi è favorevole si sente più informato e consapevole rispetto alle generazioni precedenti. Si dice spesso che l'Italia sia un Paese bloccato, ingessato, che ha bisogno di liberare le sue forze più dinamiche ed investire sul proprio futuro. Per farlo sono necessarie scelte coraggiose e segnali di discontinuità rispetto alle vecchie logiche. Abbassare il diritto di voto ai sedici anni significa per la politica, quantomeno, doversi maggiormente confrontare con l'Italia che sarà; porsi il problema di chi sono e come si stanno formando le generazioni più giovani. E magari scommettere un po’ di più sul futuro e difendere meno i privilegi acquisiti. Pertanto, l'articolo 1 del presente disegno di legge abbassa la soglia della maggiore età ai sedici anni. Con l'articolo 2 si adeguano, di conseguenza, tutte le norme contenute nel testo unico di cui al decreto del Presidente della Repubblica 20 marzo 1967, n. 223, relative alle procedure elettorali.