[pronunce]

Ciò in quanto - sottolinea la Camera - il ricorso del tribunale era pervenuto alla cancelleria di questa corte, in un primo tempo, a mezzo fax, ed in seguito - successivamente, peraltro, allo scadere del termine di cui all'art. 26, terzo comma, delle norme integrative - tramite servizio postale. Non potendosi, dunque, ritenere surrogabile il deposito dell'originale del ricorso con la trasmissione di una copia fotoriprodotta, "che è priva di tale valore probatorio"; e poiché difetta una norma che autorizzi nella specie l'impiego del servizio postale: ne deriverebbe - conclude la resistente - l'improcedibilità del conflitto, alla luce della più volte affermata perentorietà del termine di cui al già richiamato art. 26, terzo comma, delle norme integrative. 3. - Le questioni preliminari sollevate dalla difesa della Camera dei deputati devono essere tutte disattese. Quanto al primo rilievo, concernente la mancata sottoscrizione dell'atto introduttivo da parte di tutti i membri del collegio giudicante, basterà infatti rammentare che questa Corte ha già avuto modo di affermare che "l'atto introduttivo del conflitto promosso da un organo collegiale deve essere sottoscritto da chi lo rappresenta, vale a dire dal suo presidente" (v. sentenza n. 321 del 2000): sicché nessun vizio può ritenersi affliggere per questo aspetto il provvedimento, con il quale è stato proposto l'odierno conflitto. Identica sorte deve essere riservata anche alla seconda eccezione, fondata sulla forma - ordinanza anziché ricorso - che caratterizza l'atto introduttivo ed ai connessi rilievi in merito al procedimento di notificazione, asseritamente carente di un ordine del giudice: si tratta, infatti, di questioni già più volte delibate e disattese da questa Corte (v., fra le altre, l'ordinanza n. 10 del 2001 e la sentenza n. 137 del 2001), in ordine alle quali non vengono prospettati argomenti nuovi o diversi da quelli a suo tempo esaminati. È invece nuova la tematica coinvolta dalla terza eccezione: la asserita inidoneità - a fungere quale rituale modalità di deposito, agli effetti di quanto previsto dall'art. 26, terzo comma, delle norme integrative - dell'invio, attraverso teletrasmissione a mezzo fax, del ricorso introduttivo con la prova della avvenuta notificazione del ricorso e dell'ordinanza ammissiva del conflitto, e del successivo inoltro degli originali attraverso il servizio postale. In proposito, come rammenta la Camera resistente, è ben vero che questa Corte ha costantemente affermato, a far tempo dalla sentenza n. 87 del 1977, che il deposito del ricorso nel termine previsto dal più volte richiamato art. 26, terzo comma, delle norme integrative, costituisce un adempimento necessario affinché si possa aprire la seconda fase del conflitto relativa alla decisione di merito; precisando altresì che siffatto termine ha carattere perentorio, poiché da esso decorre l'intera catena degli ulteriori termini fissati per la prosecuzione del giudizio (v., fra le tante e da ultimo, sentenza n. 293 del 2001). Altrettanto corretto è l'ulteriore richiamo della Camera dei deputati all'assunto secondo il quale non può considerarsi "equivalente al tempestivo deposito l'affidamento nel termine dell'atto da depositare al servizio postale, in mancanza di una regola generale o speciale, da applicare a questo procedimento, in tal senso" (v. sentenza n. 449 del 1997). Ma, nella specie, il deposito degli atti notificati risulta avvenuto mediante trasmissione via fax entro il termine prescritto, dovendosi ritenere che la successiva trasmissione degli originali abbia avuto la funzione di consentire la verifica dell'autenticità degli atti medesimi. 4. - Nel merito il ricorso è fondato. Come questa Corte ha avuto modo di affermare più volte - nella ormai consolidata giurisprudenza formatasi sul tema dei conflitti di attribuzione fra autorità giudiziaria e Camere parlamentari, in ordine alla applicazione dell'art. 68, primo comma, della Costituzione - ove le dichiarazioni per le quali il parlamentare è chiamato a rispondere in sede giurisdizionale siano state rese, come nella specie, "del tutto al di fuori di un'attività funzionale riconducibile alla qualità di membro della Camera, e del tutto al di fuori delle possibilità di controllo e di intervento offerte dall'ordinamento parlamentare, l'unico punto da verificare riguarda l'eventualità che la dichiarazione medesima non rappresenti altro se non la divulgazione all'esterno ... di un'opinione già espressa, o contestualmente espressa, nell'esercizio di funzione parlamentare" (v., fra le tante, la sentenza n. 289 del 2001). Per poter dunque ricondurre le dichiarazioni extra moenia, al panorama delle "opinioni" per le quali opera la garanzia costituzionale della irresponsabilità, non basta la semplice comunanza di argomenti né la medesimezza del "contesto" politico tra quelle dichiarazioni e l'espletamento di atti tipici della funzione parlamentare. "Occorre, invece, che la dichiarazione possa essere qualificata come espressione di attività parlamentare; il che normalmente accade se ed in quanto sussista una sostanziale corrispondenza di significati tra le dichiarazioni rese al di fuori dell'esercizio delle attività parlamentari tipiche svolte in Parlamento e le opinioni già espresse nell'ambito di queste ultime" (v., tra le altre, le sentenze n. 76 del 2001 e n. 321 del 2000). Nella specie deve escludersi che alle dichiarazioni, per le quali pende procedimento penale nei confronti dell'on. Borghezio, possa attribuirsi siffatto carattere divulgativo di una opinione parlamentare insindacabile. Gli atti di sindacato ispettivo evocati e prodotti dalla difesa della Camera, e compiuti dall'on. Borghezio e da altri parlamentari, infatti, lungi dall'evidenziare profili di sostanziale corrispondenza rispetto alle espressioni che formano oggetto dei capi di imputazione, si limitano a tratteggiare e stigmatizzare l'identica vicenda, sulla quale si sono poi sviluppate le espressioni - totalmente diverse per forma e significati - poste a fondamento della accusa contestata al predetto parlamentare; tutto ciò a prescindere dal fatto che le minacce, che si assume essere state proferite dal deputato, non sono riconducibili alla nozione di opinioni di cui all'art. 68, primo comma, della Costituzione. Deve dunque ritenersi che la Camera dei deputati, nell'affermare la insindacabilità delle dichiarazioni di cui qui si tratta, abbia violato l'art. 68, primo comma, della Costituzione, e leso in tal modo le attribuzioni della autorità giudiziaria ricorrente.. per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE Dichiara che non spetta alla Camera dei deputati deliberare che i fatti per i quali è in corso presso il Tribunale di Novara il procedimento penale a carico del deputato Mario Borghezio, di cui al ricorso in epigrafe, concernono opinioni espresse da un membro del Parlamento nell'esercizio delle sue funzioni, ai sensi dell'art. 68, primo comma, della Costituzione; conseguentemente annulla la deliberazione in tal senso adottata dalla Camera dei deputati nella seduta del 27 ottobre 1999.