[pronunce]

- Il giudice rimettente dubita della conformità agli artt. 3 e 38, secondo comma, della Costituzione dell'art. 3, undicesimo comma, della legge 29 marzo 1982, n. 297, in relazione all'art. 21, comma 6, della legge 11 marzo 1988, n.67, interpretato dall'art. 3, comma 2-bis del decreto-legge 21 marzo 1988, n. 86, convertito, con modificazioni, in legge 20 maggio 1988, n. 160. L'art. 3 della legge n. 297 del 1982 - modificando la disciplina delle pensioni dell'assicurazione generale obbligatoria per invalidità, vecchiaia e superstiti dei lavoratori dipendenti, ed in particolare il sistema (già esistente nell'ordinamento precedente) del c.d. "tetto pensionabile" - determinò all'ottavo comma la retribuzione annua pensionabile, per le pensioni con decorrenza successiva al 30 giugno 1982, nella quinta parte della somma delle retribuzioni percepite in costanza di rapporto di lavoro (o corrispondenti a periodi riconosciuti figurativamente, ovvero ad eventuale contribuzione volontaria) risultante dalle ultime 260 settimane di contribuzione (pari, in pratica, agli ultimi cinque anni) precedenti la decorrenza della pensione; e stabilì all'undicesimo comma la rivalutazione della retribuzione media settimanale di ciascun anno solare in misura corrispondente alla variazione dell'indice annuo del costo della vita (calcolato dall'ISTAT ai fini della scala mobile delle retribuzioni dei lavoratori dell'industria) tra l'anno solare di riferimento e quello precedente la decorrenza della pensione. Il sistema è stato poi mitigato dalla legge n. 67 del 1988, il cui art. 21 ha previsto, al comma 6, la computabilità - con decorrenza dal 1° gennaio 1988 - della parte di retribuzione eccedente il "tetto pensionabile" secondo aliquote di rendimento fissate nella tabella allegata, precisando che la quota di pensione così determinata si somma a quella originaria. Il sesto comma dell'art. 21 è stato interpretato autenticamente dall'art. 3, comma 2-bis del decreto-legge n. 86 del 1988, aggiunto dalla legge di conversione n. 160 del 1988, nel senso che la retribuzione pensionabile rilevante per la determinazione della quota aggiuntiva si calcola sulla media delle retribuzioni imponibili e pensionabili, rivalutate a norma dell'undicesimo comma dell'art. 3 della legge n. 297 del 1982, e relative alle ultime duecentosessanta settimane di contribuzione, cioè, in pratica, allo stesso modo che per la quota non eccedente il tetto. Per effetto del richiamo a tale undicesimo comma, la rivalutazione è fatta secondo la variazione dell'indice annuo del costo della vita "tra l'anno solare cui la retribuzione si riferisce e quello precedente la decorrenza della pensione". 3. - La norma ha dato luogo a dubbi interpretativi, in particolare sull'applicabilità del sistema delle quote aggiuntive solo alle pensioni decorrenti dal 1° gennaio 1988 o anche a quelle liquidate prima. Questa Corte ha dichiarato non fondata la questione di legittimità costituzionale prospettata sull'assunto che il sistema non concernesse le pensioni liquidate anteriormente al 1° gennaio 1988, ritenendola basata su un erroneo presupposto interpretativo, ed ha affermato che i benefici di cui all'art. 21 della legge n. 67 del 1988 si applicano anche ai soggetti già pensionati al 1° gennaio 1988, in quanto tale data segna solo il momento a partire dal quale si computa la retribuzione eccedente il tetto e si corrisponde la quota aggiuntiva (sentenza n. 72 del 1990). Il principio è stato confermato e precisato dalla sentenza n. 296 del 1995, nel senso che il meccanismo previsto dalla norma in esame "si esaurisce nell'erogazione di una semplice "quota" di pensione, da sommare a quella "determinata in base al limite massimo" della retribuzione annua pensionabile, con conseguente esclusione di qualsiasi operazione di complessivo ricalcolo del trattamento". Sulla base di questa interpretazione, la giurisprudenza di legittimità si è consolidata - divenendo "diritto vivente" - nel senso che, ai fini della liquidazione della quota aggiuntiva relativa a pensioni liquidate prima del 1° gennaio 1988, le retribuzioni medie imponibili e pensionabili devono essere rivalutate per il periodo che va da ciascun anno solare considerato fino all'anno antecedente a quello dell'originaria decorrenza della pensione. 4. - Sull'implicita premessa che la norma impugnata debba così essere interpretata, l'ordinanza n. 638 la ritiene in contrasto: a) con l'art. 3 Cost., essendo irrazionale che coloro che sono andati in pensione prima del 1° gennaio 1988 "siano penalizzati dalla mancata perequazione della retribuzione pensionabile per il periodo intercorrente tra il loro pensionamento originario e la sua successiva riliquidazione"; b) con l'art. 38, secondo comma, Cost., perché "la mancata rivalutazione dei valori monetari relativi alla retribuzione pensionabile si riflette sul trattamento pensionistico, diminuendone il valore economico effettivo e rendendolo non più idoneo a fornire agli interessati quei mezzi adeguati di vita di cui abbisognano, e che la norma costituzionale vuole siano assicurati". 5. - La questione non è fondata. Anzitutto il giudice rimettente ragiona erroneamente in termini di "riliquidazione" della pensione, senza considerare che le citate sentenze della Corte hanno escluso che la norma impugnata dia luogo ad un "complessivo ricalcolo del trattamento". Ma soprattutto - nella sostanza - finisce per sollecitare un sindacato sull'esercizio della discrezionalità del legislatore in tema di modulazione temporale dell'applicabilità dei trattamenti previdenziali. Orbene, tale sindacato è possibile soltanto sotto il profilo del controllo di ragionevolezza (cfr., fra le altre, sentenza n. 202 del 1999, ordinanza n. 177 del 1999): e nella specie è da escludere che la scelta legislativa sia irragionevole. In effetti, la soluzione auspicata dal rimettente - secondo cui, ai fini del calcolo della "quota aggiuntiva" su pensioni anteriori al 1° gennaio 1988, la retribuzione media pensionabile dovrebbe essere rivalutata non solo dai singoli anni dell'ultimo quinquennio fino all'anno antecedente il pensionamento (come dispone la norma impugnata), ma anche per il periodo successivo, fino al 1° gennaio 1988 - comporterebbe l'applicazione a tali pensioni di un meccanismo radicalmente diverso rispetto a quello apprestato dalla stessa norma per tutte le altre. Infatti - mentre per le pensioni liquidate dopo il 1° gennaio 1988 la quota aggiuntiva è calcolata tenendo conto della svalutazione della retribuzione di ciascun anno di riferimento fino all'anno anteriore a quello del pensionamento - per le pensioni liquidate prima di quella data la retribuzione sarebbe rivalutata non solo per lo stesso anno di pensionamento, ma anche per un periodo ad esso successivo, posteriore quindi alla cessazione del rapporto di lavoro; e si configurerebbe, sia pure ai soli fini della quota aggiuntiva, proprio quel " complessivo ricalcolo" del trattamento pensionistico che la Corte ha decisamente escluso (sentenza n. 296 del 1995, citata).