[pronunce]

ORDINANZA ha pronunciato la seguentenel giudizio di legittimità costituzionale dell'articolo 204-bis, comma 7, del decreto legislativo 30 aprile 1992, n. 285 (Nuovo codice della strada), introdotto dall'art. 4, comma 1-septies, del decreto-legge 27 giugno 2003, n. 151 (Modifiche ed integrazioni al codice della strada), convertito, con modificazioni, dall'art. 1, comma 1, della legge 1° agosto 2003, n. 214, promosso con ordinanza del 5 marzo 2008 dal Giudice di pace di Milano nel procedimento civile vertente tra A. M. e il Comune di Milano, iscritta al n. 286 del registro ordinanze 2008 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 40, prima serie speciale, dell'anno 2008. Visto l'atto di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri; udito nella camera di consiglio del 14 gennaio 2009 il Giudice relatore Alfonso Quaranta. Ritenuto che il Giudice di pace di Milano ha sollevato – in riferimento all'articolo 3 della Costituzione – questione di legittimità costituzionale dell'articolo 204-bis, comma 7, del decreto legislativo 30 aprile 1992, n. 285 (Nuovo codice della strada), introdotto dall'art. 4, comma 1-septies, del decreto-legge 27 giugno 2003, n. 151 (Modifiche ed integrazioni al codice della strada), convertito, con modificazioni, dall'art. 1, comma 1, della legge 1° agosto 2003, n. 214; che il giudice a quo premette, in punto di fatto, di dover esaminare un'opposizione proposta avverso verbale di contestazione di infrazione stradale, elevato in ragione della violazione dell'art. 7, comma 14, del codice della strada, evidenziando, altresì, di dover rigettare la stessa, non avendo la ricorrente «addotto alcun valido motivo a sostegno della sua domanda di annullamento», né «addotto alcuna prova a conferma di quanto da lei affermato»; che egli deduce, inoltre, di dover «anche determinare l'importo della sanzione pecuniaria», evidenziando che l'autorità giudiziaria – nell'espletare tale incombente – deve avere riguardo ai criteri stabiliti dall'art. 195, comma 2, del codice della strada, costituiti da: «gravità della violazione, opera svolta dall'agente per l'eliminazione o attenuazione delle conseguenze della violazione, nonché personalità del trasgressore e sue condizioni economiche»; che nel caso di specie, a suo dire, «nessuna delle anzidette circostanze è stata dedotta o provata dalla pubblica amministrazione (o comunque risulta dagli atti processuali)», ciò che esclude che «il giudice possa o debba determinare la sanzione pecuniaria in misura superiore al minimo edittale», essendo, invece, costretto ad «infliggere la sanzione pecuniaria nella misura minima prevista dalla legge», e dunque per un importo inferiore alla spesa «che la pubblica amministrazione (Stato e Comuni) e quindi la collettività sostiene (deve sostenere) per il procedimento giurisdizionale promosso dall'autore o dal responsabile della violazione»; che, d'altra parte, tale inconveniente neppure potrebbe essere superato in virtù del disposto dell'art. 23, undicesimo comma, della legge 24 novembre 1981, n. 689 (Modifiche al sistema penale), giacché tale norma, pur consentendo al giudice, in caso di rigetto dell'opposizione, di porre a carico dell'opponente «le spese del procedimento», si riferisce alle sole spese processuali previste dall'art. 91 del codice di procedura civile; che, di conseguenza, il remittente – pur consapevole che la determinazione delle sanzioni rientra nella discrezionalità del legislatore (ma sempre a condizione che le sue scelte siano ragionevoli) – ritiene che la previsione del comma 14 dell'art. 7 del codice della strada sia «discutibile», avvertendo, però, che considerazioni analoghe «potrebbero essere fatte» per «quasi tutte» le infrazioni stradali; che egli, pertanto, dubita della ragionevolezza «del sistema sanzionatorio» previsto dal codice della strada, «per la diversità di trattamento tra coloro che propongono ricorso al prefetto» (art. 204, comma 1) e «coloro che propongono ricorso al giudice di pace» (art. 204-bis, comma 7), giacché, solo nel primo caso è previsto che, nell'ipotesi di rigetto del ricorso, la sanzione pecuniaria irrogata «non può essere “inferiore al doppio del minimo edittale per ogni singola violazione”»; che tale «diversità di trattamento» – la quale, sempre secondo il remittente, incrementa, «forse in misura abnorme, il contenzioso davanti al giudice di pace» – appare «di dubbia legittimità in relazione al principio di eguaglianza e “ragionevolezza” previsto dall'art. 3 della Costituzione»; che, in forza di tali rilievi, il giudice a quo ha sollevato questione di legittimità dell'art. 204-bis, comma 7, del codice della strada, «nella parte in cui prevede che in caso di rigetto del ricorso “il giudice di pace non può applicare una sanzione inferiore al minimo edittale stabilito dalla legge per la violazione accertata” e non invece “una sanzione non inferiore al doppio del minimo edittale per ogni singola violazione”, così come previsto per il Prefetto dall'art. 204, comma 1», del medesimo codice della strada; che il remittente, inoltre, sottolinea la rilevanza, nel giudizio principale, della sollevata questione giacché, in caso di declaratoria di illegittimità della norma censurata, egli «dovrebbe determinare l'importo della sanzione pecuniaria a carico del ricorrente in misura non inferiore al doppio del minimo edittale», mentre, nell'ipotesi contraria, «potrebbe e dovrebbe determinare l'importo della sanzione pecuniaria in misura pari al minimo edittale»; che è intervenuto in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che la questione sollevata sia dichiarata «inammissibile prima ancora che infondata»; che, in particolare, secondo la difesa statale, a tale conclusione condurrebbe «lo stesso iter argomentativo seguito dal giudice remittente», il quale «muove dalla critica della ragionevolezza della scelta legislativa di punire con sanzioni di modesta entità» le infrazioni contemplate dal comma 14 dell'art. 7 del codice della strada; che, pertanto, secondo l'Avvocatura generale dello Stato, «se tali argomentazioni» – come parrebbe emergere dal testo stesso dell'ordinanza di rimessione – «sottendono il convincimento» del giudice a quo circa la «mancanza di ragionevolezza del sistema sanzionatorio delle violazioni del codice della strada», e particolarmente quelle previste dall'art. 7, comma 14, la questione sollevata avrebbe dovuto investire anche tale norma e non il solo art. 204-bis, comma 7, donde la sua inammissibilità;