[pronunce]

al rispetto delle funzioni costituzionalmente riservate al potere giudiziario (sentenza n. 397 del 1994); che, ad avviso del giudice a quo, anche i suddetti canoni risulterebbero violati dalla norma censurata; che, in particolare, ad avviso del rimettente, l'art. 2, comma 61, lederebbe: 1) il principio di parità di trattamento tra situazioni simili, in quanto, involgendo i soli rapporti bancari, escluderebbe ogni altro rapporto regolato in conto corrente tra diversi soggetti giuridici; 2) l'affidamento legittimamente insorto nei consociati, in quanto, fino alla entrata in vigore della detta norma, i beneficiari di aperture di credito, in "sofferenza", soprassedevano, in costanza di rapporto, da richieste dirette alla ripetizione di somme illegittimamente versate, ciò al fine di evitare pericolose ricadute sul rapporto di fiducia con l'istituto di credito, quali la cosiddetta revoca dell'affidamento, ossia la decadenza dal beneficio del termine; 3) i canoni di coerenza e di certezza dell'ordinamento per le medesime ragioni di cui sopra; che il rimettente assume il contrasto della norma denunciata anche con l'art. 117, primo comma, Cost., tramite violazione dell'art. 6 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali (CEDU), ratificata e resa esecutiva con legge 4 agosto 1955, n. 848, come interpretata dalla Corte EDU, secondo cui il principio dello Stato di diritto, la nozione di equo processo e il principio di parità delle armi, vietano l'interferenza del legislatore - con norme retroattive - nell'amministrazione della giustizia destinata ad influenzare l'esito delle singole controversie, fatta eccezione per i motivi di interesse generale (sentenze 21 giugno 2007, Scanner de L'Ouest Lyonnais e altri contro Francia; 9 dicembre 1994, Raffineries Grecques Stran e Stratis Andreadis contro Grecia; 28 ottobre 1999, Zielinski e altri contro Francia); che, ad avviso del giudice a quo, se è vero che motivi rilevanti di interesse generale potrebbero in astratto rinvenirsi nella necessità di salvaguardare la tenuta del sistema bancario e quindi nelle esigenze di tutela del risparmio (art. 47, primo comma, Cost.), nella fattispecie concreta nulla sembra giustificare la nuova disposizione retroattiva sulla decorrenza del termine di prescrizione dell'azione di ripetizione dell'indebito; che, con memoria depositata in data 17 gennaio 2012 (fuori termine), si è costituita in giudizio Unicredit s.p.a., quale incorporante il Banco di Sicilia s.p.a., in persona del legale rappresentante pro tempore, chiedendo che la questione di legittimità costituzionale sia dichiarata inammissibile o infondata; che, con atto depositato in data 3 gennaio 2012, il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dalla Avvocatura generale dello Stato, è intervenuto in giudizio chiedendo che la questione di legittimità costituzionale sia dichiarata inammissibile o infondata; che, la difesa erariale eccepisce, in primo luogo, la inammissibilità della questione per genericità della motivazione sulla rilevanza, in quanto il Tribunale riferisce trattarsi di versamenti «solutori» annotati in conto oltre dieci anni prima dell'introduzione della causa, ma poiché tali pagamenti sono soggetti a prescrizione decennale, anche in base alla giurisprudenza delle sezioni unite della Corte di cassazione di cui alla sentenza n. 24418 del 2010, la sopravvenuta norma interpretativa non avrebbe alcuna effettiva incidenza sulla decisione della causa; che, nel merito, ad avviso del Presidente del Consiglio dei ministri, la questione sarebbe infondata; che, in particolare, con riferimento alla prima parte della citata disposizione, la difesa erariale ritiene che il legislatore, nel richiamare i «diritti nascenti dalle annotazioni», abbia inteso riferirsi al diritto di contestare giudizialmente non solo i profili contabili, ma anche le ragioni sostanziali dalle quali è derivata l'annotazione in conto e, perciò, al diritto di accertare la mancanza di un valido titolo giustificativo della posta creditoria annotata in quanto derivante da una clausola negoziale o da un atto invalido (ad esempio: applicazione di interessi ultra legali; indebita capitalizzazione di interessi); che, con la norma denunciata, il legislatore avrebbe chiarito che, nel contratto di conto corrente bancario, le annotazioni hanno la funzione di rendere definitivi, se non contestati entro un termine prescrizionale ordinario, i crediti ed i debiti annotati nel conto sia pure in base ad una disposizione contrattuale viziata; che, pertanto, nell'ottica di un'interpretazione costituzionalmente orientata della norma censurata, si potrebbe ritenere che con essa il legislatore abbia voluto precisare la portata dell'art. 2935 cod. civ. , individuando nella annotazione, cui le parti hanno inteso dare una particolare valenza in base al sinallagma contrattuale, il momento di decorrenza della prescrizione del diritto nascente da quella operazione; che la difesa erariale rileva, altresì, come la norma denunciata non sarebbe contraria ai principi vigenti in materia, in quanto ciò che conterebbe ai fini della prescrizione non sarebbe tanto il concreto esercizio del diritto, ma l'astratta possibilità di esercitarlo (Cassazione, sezione prima, sentenza 22 aprile 2010, n. 9620); che la difesa erariale sottolinea come la norma in questione non violi neanche i principi di uguaglianza e ragionevolezza, sotto il profilo della asserita diversità della disciplina dei contratti di conto corrente bancario rispetto ad altri contratti regolati in conto corrente, nonché della ingiustificata efficacia retroattiva; che, quanto alla efficacia retroattiva della norma in esame, la stessa esprimerebbe un principio già insito nel sistema, per cui la retroattività costituirebbe un riflesso intrinseco della sua natura interpretativa; che, inoltre, non sarebbe ravvisabile alcuna lesione delle funzioni e delle prerogative del potere giudiziario, in quanto la norma censurata avrebbe un contenuto sostanziale e non processuale, limitandosi a chiarire i termini entro i quali i diritti vantati devono essere esercitati, secondo i comuni canoni che presiedono alla prescrizione dei diritti e delle correlative azioni giudiziarie, ciò nell'interesse generale della certezza e stabilità dei rapporti; che il Giudice di pace di Potenza, con ordinanza del 9 novembre 2011 (r.o. n. 13 del 2012) , ha sollevato, in riferimento agli articoli 3, 24, 101, 102, 104 e 111 Cost., questione di legittimità costituzionale dell'art. 2, comma 61, del d.l. n. 225 del 2010, convertito, con modificazioni, dalla legge 26 febbraio 2011, n. 10, comma aggiunto dalla legge di conversione;