[pronunce]

che, in particolare, l'autopromovimento della questione di legittimità costituzionale non consentirebbe di rispettare il termine del 20 gennaio, previsto dall'art. 33, primo comma, della legge n. 352 del 1970 per la «deliberazione» in merito all'ammissibilità del referendum, come pure gli altri termini previsti dallo stesso art. 33 e dall'art. 34, pregiudicando, in maniera definitiva, la possibilità di apprestare adeguata garanzia alle prerogative spettanti ai Consigli regionali ricorrenti, quali intestatari del potere di iniziativa ex art. 75 Cost.; che questi ultimi vanterebbero, quindi, «un interesse attuale e concreto alla reintegrazione del proprio ambito competenziale», asseritamente leso dall'art. 37, terzo comma, secondo periodo, della legge n. 352 del 1970, e siffatta reintegrazione - sempre secondo i ricorrenti - potrebbe essere assicurata solo mediante il promovimento di un conflitto tra poteri; che, nel merito, è richiamata la giurisprudenza costituzionale secondo cui, nell'ipotesi di referendum abrogativi attinenti a leggi costituzionalmente necessarie e, in particolare, a leggi elettorali, gli organi costituzionali o di rilevanza costituzionale «non possono essere esposti alla eventualità, anche soltanto teorica, di paralisi di funzionamento» (sentenza n. 29 del 1987), con la conseguenza che questi referendum devono riguardare solo parti delle leggi anzidette, in modo che residui «una normativa complessivamente idonea a garantire il rinnovo, in ogni momento, dell'organo costituzionale elettivo» (è richiamata, tra le altre, la sentenza n. 15 del 2008); che dalla disamina di questa giurisprudenza i ricorrenti deducono che «il principio della "costante operatività" degli organi costituzionali e di rilievo costituzionale dispiega una pregnante portata assiologica, ostando all'ammissibilità di referendum abrogativi su leggi elettorali, tutte le volte che il relativo quesito non assicuri una normativa di risulta "autoapplicativa"»; che proprio la considerazione che l'eventuale difetto di «autosufficienza» della normativa di risulta possa determinare «il sacrificio integrale del contrapposto interesse dei promotori e dei cittadini, rispettivamente, a dare impulso all'iniziativa referendaria e a pronunciarsi mediante l'esercizio del suffragio», renderebbe ineludibile - secondo i ricorrenti - «ricondurre il bilanciamento tra i principi costituzionali menzionati [...] entro canoni di "ragionevolezza" e "proporzionalità"»; che, in proposito, la difesa dei Consigli regionali riconosce che i criteri di ammissibilità dei referendum enucleati dalla Corte costituzionale «condizionano e precedono, logicamente, il perimetro dell'interesse tutelato (vale a dire, il diritto-potere al referendum)»; che, tuttavia, «trattandosi di parametri ricavati, per via ermeneutica, da "esigenze supreme" dell'ordinamento giuridico-costituzionale», sarebbe necessario «interrogarsi sul "peso" che, nella valutazione operata, si sarebbe dovuto - e si dovrebbe - attribuire proprio a quell'interesse, quale corollario del principio di sovranità popolare»; che questa Corte non potrebbe accordare «preferenza assoluta, esclusiva e assorbente» al principio di «costante operatività» degli organi costituzionali e di rilievo costituzionale, il quale, per questo verso, diverrebbe «tiranno» nei confronti di altre situazioni giuridiche costituzionalmente riconosciute e tutelate, e dovrebbe, piuttosto, bilanciare la tutela di siffatto principio con altri di pari rango, tra cui quello di sovranità popolare, cui si riconnette l'interesse allo svolgimento del referendum; che, sempre secondo la difesa dei Consigli regionali, la giurisprudenza costituzionale sarebbe «approdata, attraverso la valorizzazione del canone di proporzionalità, quale riflesso del più generale principio di ragionevolezza, alla dottrina del "vincolo del minor sacrificio possibile", come regola di sindacato (e censura) sull'utilizzo della discrezionalità legislativa»; che, tuttavia, di questa dottrina non vi sarebbe traccia nella giurisprudenza relativa all'ammissibilità dei referendum abrogativi su leggi elettorali, sebbene il vincolo rappresentato dall'«autosufficienza» della normativa di risulta comporti - sempre secondo i ricorrenti - «una limitazione estrema a carico del diritto-potere al referendum, sancito dall'art. 75 Cost.»; che, nel caso delle leggi costituzionalmente necessarie, il legislatore, asseritamente interessato a scongiurare l'abrogazione referendaria, potrebbe costruire la struttura dell'atto normativo in modo tale da impedire, di fatto, un intervento manipolativo che garantisca la sopravvivenza di una normativa di risulta «autosufficiente»; che, pertanto, la possibilità di esercitare i «diritti di democrazia diretta» sarebbe rimessa alla «totale disponibilità del "controinteressato" all'iniziativa referendaria, il Legislatore», «grazie ad un'applicazione "opportunistica" dell'usbergo del principio di "costante operatività" degli organi costituzionali e di rilievo costituzionale»; che l'esigenza di tener conto della dottrina del «vincolo del minor sacrificio possibile», che costituirebbe «la premessa "metodologica" indispensabile» per bilanciare il principio della «costante operatività» con quello di sovranità popolare, si tradurrebbe in concreto nella necessità di una «modulazione degli effetti temporali dell'abrogazione referendaria»; che, in particolare, secondo i ricorrenti il «punto di equilibrio normativo» dovrebbe essere individuato nella «previsione della sospensione dell'entrata in vigore dell'abrogazione referendaria, sino all'adozione, ad opera del Legislatore, delle misure applicative, che ne rendano gli effetti interamente operativi»; che la sospensione degli effetti dell'abrogazione referendaria non rappresenterebbe «una fattispecie meramente ipotetica, tra le possibili soluzioni di bilanciamento tra principi costituzionali in gioco» (è richiamato, sul punto, quanto previsto dall'art. 37, terzo comma, secondo periodo, della legge n. 352 del 1970 e quanto eccezionalmente disposto dall'art. 2 della legge 7 agosto 1987, n. 332, recante «Deroghe alla legge 25 maggio 1970, n. 352, in materia di referendum»); che nella medesima prospettiva si inquadrerebbe anche quanto stabilito dall'art. 10 della legge 4 agosto 1993, n. 276 (Norme per l'elezione del Senato della Repubblica) e dall'art. 10 della legge 4 agosto 1993, n. 277 (Nuove norme per l'elezione della Camera dei deputati), disposizioni, queste, con le quali era stata introdotta una disciplina transitoria che subordinava la produzione dell'effetto abrogativo della pregressa disciplina elettorale all'entrata in vigore di quella di attuazione della nuova;