[pronunce]

Dopo aver ripercorso quanto statuito da questa Corte con la sentenza n. 383 del 2005, depositata successivamente alla presentazione del ricorso introduttivo del presente giudizio, in relazione al riparto di competenze nel “settore energetico”, l'Avvocatura torna a ribadire le censure già svolte con riguardo alle disposizioni impugnate. Quanto all'art. 11 della legge impugnata, lo Stato trae ulteriori argomenti dall'art. 3 della direttiva 2001/77/CE, che impegna alla pubblicazione di una relazione che indichi gli obiettivi nazionali di consumo di energia prodotta da fonti rinnovabili, e di un'altra relazione che dia conto ogni due anni del grado di raggiungimento di tali obiettivi. Da ciò si desumerebbe, ad avviso del ricorrente, la necessaria attinenza dei procedimenti relativi agli impianti da fonti rinnovabili alla dimensione nazionale. Né il rinvio operato dalla norma impugnata agli artt. 52-ter e 52-quater del testo unico in materia espropriativa varrebbe a superare la censura, giacché l'art. 52-quater, comma 4, fa salvi i procedimenti speciali, tra i quali rientrerebbe quello regolato dall'art. 12 del d.lgs. n. 387 del 2003. Quanto all'art. 26, lo Stato osserva che, ai sensi della direttiva 2001/77/CE, la promozione dell'energia prodotta da fonti rinnovabili costituisce un obiettivo prioritario, «che richiede la uniformità di disciplina su tutto il territorio nazionale». Viceversa, la norma impugnata non solo avrebbe illegittimamente introdotto un ostacolo a tale obiettivo, consentendo di subordinare a misure compensative l'autorizzazione per gli impianti energetici da fonti rinnovabili, ma «nel prevedere la esenzione dall'autorizzazione» «per il caso di interventi costituenti attività libera ai sensi dell'art. 17 o soggetti unicamente a DIA ai sensi dell'art. 16», non avrebbe seguito «la elencazione degli impianti, riportata nell'art. 2, lettere b) ed e), del d.lgs. n. 387 del 2003». Quanto all'art. 27, il ricorrente sostiene che la norma, nel demandare alla Regione il compito di «operare» per i fini ivi indicati, non può che avere ad oggetto l'attività legislativa, la quale, in punto di determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni in materia di energia, spetterebbe invece allo Stato, cui competerebbe inoltre di «fissare i criteri ed i limiti negli usi energetici che consentano di tenere i costi ai livelli più bassi, tenuto conto della struttura del mercato». La Regione Toscana non potrebbe, invece, invocare alcuna competenza residuale relativa alla «distribuzione locale» dell'energia, poiché essa non costituirebbe autonoma materia legislativa. Viceversa, omettendo di assicurare che le proprie competenze, anche amministrative, saranno esercitate nel rispetto della legislazione statale, la norma impugnata comporterebbe potenziale pregiudizio per la unitarietà e funzionalità della rete energetica nazionale, considerato per di più che il piano di indirizzo energetico regionale verrebbe elaborato «senza nessuna verifica di compatibilità con le esigenze delle altre Regioni». Quanto all'art. 28, l'Avvocatura ribadisce che tale norma sarebbe lesiva del principio che assegnerebbe allo Stato il potere concessorio, affinché la concessione produca «effetti uniformi su tutto il territorio nazionale». Quanto all'art. 29, lo Stato insiste nell'affermare che la Regione sarebbe «intervenuta sul contenuto di concessioni che, essendo nazionali, sono sottratte a qualsiasi suo potere di intervento»; inoltre, l'iniziativa di integrare e di sostituire i disciplinari da parte delle «amministrazioni competenti» consentirebbe a tali enti di «modificare» il contenuto della concessione, senza che allo Stato sia riservato alcuna competenza in proposito. Quanto all'art. 30, nel ribadire la censura già svolta, l'Avvocatura sottolinea che anche gli obblighi di comunicazione che la Regione può imporre verso i clienti atterrebbero alla materia della tutela della concorrenza, riservata in via esclusiva allo Stato. Quanto all'art. 33, lo Stato evidenzia che «i poteri della Regione non sono limitati alla pubblicità, ma comportano anche interventi diretti rivolti a perseguire gli inadempimenti segnalati», così concretizzando l'invasione della sfera di competenza riservata all'Autorità per l'energia elettrica e il gas. Quanto all'art. 38, l'Avvocatura osserva che la sentenza n. 383 del 2005 di questa Corte avrebbe già chiarito la legittimità del criterio attributivo della competenza in materia di autorizzazione degli elettrodotti sulla base dell'appartenenza alla rete nazionale di trasporto, piuttosto che alla potenza espressa in MW, secondo lo schema accolto dall'art. 27 (recte: 29), comma 2, lettera g), del d.lgs. n. 112 del 1998 (Conferimento di funzioni e compiti amministrativi dello Stato alle regioni ed agli enti locali, in attuazione del capo I della legge 15 marzo 1997, n. 59) (rispetto al quale, aggiunge il ricorrente, sarebbe in ogni caso disomogenea l'adozione dell'unità di misura relativa alla tensione dell'impianto, espressa in KV). Pertanto, la circostanza che la norma impugnata sia riferita alle linee con tensione compresa tra 30.000 e 150.000 volts appare priva di rilievo, posto che essa avrebbe in ogni caso per oggetto elettrodotti facenti parte della rete nazionale. Quanto all'art. 42, secondo il ricorrente, esso costituirebbe «il completamento delle altre» disposizioni, le quali «sono state impugnate proprio perché hanno ampliato la competenza regionale al di là dei limiti costituzionali», sicché tale norma a propria volta sarebbe illegittima. 4. – Anche, la Regione Toscana ha depositato una memoria, con cui ha insistito per il rigetto del ricorso, contestando nuovamente la fondatezza delle censure dello Stato. Quanto all'art. 11, la Regione rileva che esso sarebbe impugnato «perché alle lettere a) e b), nonché in virtù del richiamo operato dall'art. 3, comma 2, lettera a), attribuisce alle Regioni il rilascio dell'autorizzazione per la costruzione e l'esercizio di alcuni impianti di produzione di energia elettrica e delle relative linee di trasporto, nonché di linee e impianti di trasmissione, trasformazione, distribuzione di energia elettrica di tensione nominale superiore a 100.000 volt», con violazione dell'art. 1, comma 26, della legge n. 239 del 2004 «che prevede la competenza statale». Tale presupposto sarebbe erroneo, poiché «le norme contenute nell'art. 11 e nell'art. 3, comma 2, non trovano applicazione per gli impianti della rete nazionale di trasporto», come risulterebbe desumibile dall'art. 10 della legge impugnata, che, nel prevedere l'obbligo dell'autorizzazione unica o della denuncia di inizio attività, «stabilisce che tale obbligo riguarda ciò che concerne le competenze della Regione e degli enti locali».