[pronunce]

che la norma denunciata configgerebbe con l'art. 3 Cost. anche per lesione del canone della ragionevolezza, giacché le ipotesi del differimento obbligatorio per la donna incinta o madre di figlio di età inferiore ad un anno sono le sole, tra quelle previste dall'art. 146 cod. pen. , a non ammettere alcuna verifica in concreto sulla sussistenza di una effettiva situazione di pregiudizio agli interessi che la norma tende a tutelare o di contrarietà dell'esecuzione penale al senso di umanità, e ad avere una difforme regolamentazione in sede cautelare e in sede esecutiva; che, difatti, nelle medesime condizioni (stato di gestazione e presenza di un figlio di età inferiore ad un anno) è consentito solo nella fase cautelare disporre la carcerazione, sia pure ove sussistano esigenze di eccezionale rilevanza (art. 275, comma 4, cod. proc. pen.): in presenza delle medesime esigenze di sicurezza sociale e delle medesime situazioni personali, l'ordinamento consente solo al giudice della cautela la salvaguardia delle prime, ove siano di eccezionale rilevanza, mentre dopo il passaggio in giudicato le stesse esigenze sarebbero postergate e nessuna verifica sarebbe consentita al giudice di sorveglianza in merito all'eccezionalità delle stesse e all'esistenza effettiva di pregiudizio per la madre e il minore; che, del resto, anche in altri settori l'ordinamento, nel prevedere particolari forme di tutela della maternità e del minore nella fase immediatamente successiva al parto, non oblitera la salvaguardia delle esigenze di sicurezza sociale (si cita il divieto di espulsione della donna in stato di gravidanza o nei sei mesi successivi al parto, previsto dall'art. 19 del d.lgs. 25 luglio 1998, n. 286, che trova un limite nelle esigenze di tutela dell'ordine pubblico e della sicurezza dello Stato); che, ad avviso del rimettente, la particolare normativa di favore per le donne in stato di gravidanza e puerperio può indurre, come nella pratica avviene, «ad una strumentalizzazione a fini illeciti della maternità e del rapporto di filiazione con conseguente scelta della procreazione al solo fine di ottenere l'impunità di fatto dai delitti commessi»: di qui lo snaturamento della funzione dell'istituto, con lesione dell'art. 30 della Costituzione; che nel giudizio dinanzi alla Corte costituzionale è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, che ha concluso per la manifesta infondatezza della questione; che la difesa erariale osserva che, ai sensi del secondo comma dell'art. 146 cod. pen. , il differimento non opera o, se concesso, è revocato se la gravidanza si interrompe, se la madre è dichiarata decaduta dalla potestà sul figlio ai sensi dell'art. 330 del codice civile, se il figlio muore, viene abbandonato ovvero affidato ad altri, sempreché l'interruzione di gravidanza o il parto siano avvenuti da oltre due mesi; che nel caso di specie, ad avviso dell'Avvocatura, sembrerebbero sussistere nei confronti della madre condannata tutti i gravi elementi richiesti per l'adozione, anche in via d'urgenza, da parte dell'autorità giudiziaria competente, del provvedimento di decadenza ex art. 330 cod. civ. , con i conseguenti riflessi in ordine al diniego del differimento provvisorio dell'esecuzione della pena; che la disposizione censurata, pertanto, non configgerebbe con i parametri costituzionali evocati, perché essa, in virtù dell'articolato sistema delineato al secondo comma, armonizzerebbe e bilancerebbe adeguatamente le esigenze di tutela del minore e del rapporto madre-figlio e quelle di sicurezza sociale connesse all'esecuzione penale; che questioni identiche o analoghe, aventi ad oggetto anche l'art. 146, primo comma, numero 1), cod. pen. , che dispone il rinvio obbligatorio dell'esecuzione della pena se deve aver luogo contro donna incinta, sono state sollevate dal Tribunale di sorveglianza di Venezia con altre tre ordinanze di analogo tenore emesse in data 11 agosto 2008 (reg. ord. n. 403, n. 404 e n. 405 del 2008); che anche in questi tre giudizi è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, concludendo per la manifesta infondatezza delle questioni. Considerato che le questioni di legittimità costituzionale investono l'art. 146, primo comma, numeri 1) e 2), del codice penale, che dispone il rinvio obbligatorio della pena detentiva se deve aver luogo nei confronti di donna incinta o di madre di infante di età inferiore ad un anno; che, ad avviso del giudice rimettente, la disposizione denunciata violerebbe gli articoli 3, 27, terzo comma, e 30 della Costituzione, nella parte in cui non prevede che il giudice possa negare il differimento della pena quando lo ritenga non adeguato alle finalità di prevenzione generale e di difesa sociale e la detenzione domiciliare non sia idonea a prevenire il pericolo di recidiva, sempre che l'espiazione della pena possa avvenire senza pregiudizio per le esigenze di tutela dello stato di gravidanza o del rapporto del minore infante con la madre; che il contrasto con l'art. 3 della Costituzione viene prospettato sotto un triplice ordine di profili: (a) perché il rinvio dell'esecuzione della pena detentiva in base ad un rigido automatismo non sarebbe temperato da alcuna valutazione di merito volta ad assicurare il perseguimento delle finalità costituzionali della pena e l'individualizzazione e proporzionalità del trattamento, così finendosi con l'assegnare il medesimo beneficio a condannate che presentano tra loro differenti stadi del percorso di risocializzazione e diversi gradi di pericolosità sociale; (b) perché, nella medesima situazione (gravidanza o presenza di un figlio di età inferiore ad un anno), solo nella fase cautelare sarebbe possibile disporre la carcerazione, sia pure ove sussistano esigenze di eccezionale rilevanza (art. 275, comma 4, cod. proc. pen.); e (c) perché sarebbero obliterate le esigenze di sicurezza sociale, in altri momenti invece tenute presenti dal legislatore (come avviene per il divieto di espulsione della donna straniera in stato di gravidanza o nei sei mesi successivi al parto, divieto che trova un limite nelle esigenze di tutela dell'ordine pubblico e della sicurezza dello Stato, secondo quanto è previsto dall'art. 19 del d.lgs. 25 luglio 1998, n. 286); che la disposizione denunciata violerebbe l'art. 27, terzo comma, della Costituzione, perché sarebbe svilita la finalità di prevenzione generale e di difesa sociale (finalità la cui realizzazione dipende non soltanto dalla minaccia legale della sanzione penale, ma anche e soprattutto dalla sua concreta esecuzione), e sarebbe del tutto vanificato il profilo retributivo-afflittivo della pena, posto che la rinuncia alla relativa esecuzione lascerebbe sostanzialmente impunito il reato commesso;