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In tema di vincoli orari, l'ultima previsione di divieto di circolazione dalle ore 22 alle ore 5 del mattino seguente albergava nel decreto del Presidente del Consiglio dei ministri in vigore in materia di Covid scaduto il 6 aprile 2021, ma non è dato di rinvenire alcun precetto assistito da sanzione nel testo dell'articolo, in cui si evince soltanto una serie di rinvii caratterizzati da indeterminatezza assoluta, quale sarebbe quello al provvedimento adottato in data 2 marzo 2021. Per definizione, un "provvedimento" può essere anche una sentenza, una circolare o un atto amministrativo, tutti emessi il 2 marzo 2021. Questo rinvio si scontra con il principio irrinunciabile della certezza del diritto, soprattutto se attraverso il rinvio si vuol far derivare una serie di conseguenze sanzionatorie in capo al cittadino. Dalla relazione al decreto-legge si apprende che detto provvedimento sarebbe in realtà il DPCM del 2 marzo 2021, atto la cui natura non consente di imporre alcuna restrizione alle libertà fondamentali, come ha avuto ripetutamente occasione di precisare la giurisprudenza in modo pressoché unanime. Dei precetti in esso contenuti si sarebbe dovuto procedere all'integrale trascrizione nel testo di legge, per poterli imporre, rendendoli perfettamente conoscibili e intellegibili al cittadino. Si rappresenta peraltro che il rinvio a una norma non più in vigore (il DPCM scaduto il 6 aprile 2021) non è in grado di produrre alcun effetto. Per conseguenza, sussiste incostituzionalità per eccessiva indeterminatezza della norma, in violazione dell'articolo 25, comma 2, della Costituzione, contenente rinvio ad un non noto, né precisato provvedimento, identificato solo in sede di conversione in un DPCM ormai improduttivo di effetti. La proposta del Governo italiano di introdurre l'obbligo di vaccinazione per il personale sanitario si pone in contrasto con la risoluzione n. 2361 del 2021 dell'Assemblea parlamentare del Consiglio d'Europa, così come recentemente confermato dal segretario generale. La predetta risoluzione, approvata a larga maggioranza dei rappresentanti degli Stati contraenti, prevede: al punto 7.3.1, di garantire che i cittadini siano informati che la vaccinazione non è obbligatoria e che nessuno può essere politicamente e socialmente in alcun modo sottoposto a pressioni per farsi vaccinare, se non desidera farlo da solo; al punto 7.3.2, di garantire che nessuno sia discriminato per non essere stato vaccinato a causa di possibili rischi per la salute o per non voler essere vaccinato. Inoltre, la proposta della Commissione europea in via di adozione, volta a introdurre un certificato con il quale vincolare gli Stati membri al riconoscimento di una certificazione attestante l'avvenuta somministrazione del vaccino per la prevenzione dei possibili sintomi effetti del contagio SARS-CoV-2, esclude espressamente che tale certificazione possa essere utilizzata per finalità discriminatorie, vedi il considerando 26, secondo il quale è necessario prevenire la discriminazione nei confronti delle persone che non sono vaccinate, ad esempio per motivi medici, perché non fanno parte gruppo del target per il quale il vaccino è attualmente raccomandato, o perché non ne hanno ancora avuto l'opportunità o hanno scelto di non farlo. Nel contesto del quadro normativo sovranazionale evidenziato, non è quindi consentito a uno Stato contraente di adottare un atto legislativo in cui si prevedano conseguenze pregiudizievoli per gli operatori sanitari che rifiutino la vaccinazione. Tale rifiuto è ancora più legittimo, se si considera che tutti i vaccini attualmente disponibili nel territorio dell'Unione europea sono stati approvati con il metodo dell'autorizzazione condizionata (articolo 14, paragrafo 7, del regolamento dell'Unione europea n. 726 del 2004), che prevede la deroga ai comuni standard prudenziali per quanto concerne le sperimentazioni, i cui termini, per taluni dei prodotti attualmente disponibili, scadono addirittura nel 2023. L'articolo 4 presenta profili di criticità costituzionale per mancato rispetto della citata risoluzione n. 2361 del 2021 e dei principi di non discriminazione in essa contenuti, che hanno orientato la Commissione europea nel redigere il testo della proposta sul certificato verde di prossima adozione, in ordine al possibile contrasto con l'articolo 10, comma 1, della Costituzione, sotto un duplice profilo. Il primo aspetto è che in nessun modo sia possibile introdurre nell'ordinamento giuridico italiano l'obbligo vaccinale per quanto concerne il virus Sars-Cov 2 poiché l'ordinamento si conforma alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute. Tra queste vi è senz'altro il Trattato istitutivo del Consiglio d'Europa e la Convenzione europea dei diritti dell'uomo, di cui la risoluzione n. 2361/21 ne è diritto derivato. Lo stesso vale per i trattati che regolano il funzionamento dell'Unione europea e il cui diritto derivato sull'argomento in via di approvazione sembra anch'esso escludere nella maniera più categorica ogni possibile ipotesi di obbligatorietà. Il secondo aspetto, escluso categoricamente ogni obbligo vaccinale e qualsiasi testo normativo la cui finalità fosse quella di introdurlo anche indirettamente, riguarda invece la possibilità che il datore di lavoro - a esclusiva tutela del lavoratore e mai per ragioni sanzionatorie - inibisca al sanitario che rifiuti la somministrazione del vaccino il contatto con pazienti contagiati dal virus assegnandolo ad altre mansioni. Lo spostamento a diverse mansioni trae origine dalla necessità di tutelare il lavoratore. Costui non deve in alcun modo subirne pregiudizio, quale evidentemente quello derivante dalla riduzione salariale. Legittimare un simile approccio significa ammettere che lo spostamento non vuole tutelare il lavoratore, ma si fonda su ragioni punitive, basate su una discriminazione nei confronti del sanitario che decide di non vaccinarsi. La risoluzione n. 2361/21, al paragrafo 7.3.2, garantisce che nessuno sia discriminato per non aver fatto il vaccino. Nel momento in cui, fermo il legittimo diritto del datore di lavoro di adibire il lavoratore ad altra mansione, il sanitario si vede decurtata o azzerata la propria retribuzione in ragione del rifiuto alla somministrazione, ci troviamo di fronte a una vera e propria discriminazione vietata da diritto derivato di un Trattato a cui l'Italia ha aderito e che, ai sensi dell'articolo 10, comma 1, della Costituzione è obbligata a rispettare. Il decreto-legge n. 44 del 2021 si risolve nel mancato rispetto dell'articolo 10, comma 1, della Costituzione laddove esso preveda la riduzione o l'azzeramento della retribuzione in ragione del rifiuto di ricevere l'inoculazione del vaccino per il contrasto con il paragrafo 7.3.2 della risoluzione n. 2361/21 del Consiglio d'Europa. Per questi motivi si chiede di non procedere all'esame del disegno di legge n. 2167, di conversione del decreto-legge n. 44 del 2021. PRESIDENTE .