[pronunce]

che, a tal proposito, il giudice a quo ritiene estensibile anche alla fase dibattimentale la ratio posta a fondamento delle sentenze di questa Corte, con le quali l'obbligo di procedere all'interrogatorio dell'imputato in vinculis entro cinque giorni dalla esecuzione della ordinanza applicativa della misura carceraria – originariamente previsto solo nel corso delle indagini preliminari – fu dapprima esteso fino alla trasmissione degli atti al giudice del dibattimento (sentenza n. 77 del 1997) e, successivamente, fino alla apertura del dibattimento (sentenza n. 32 del 1999): e ciò in quanto le esigenze di tempestività, che devono caratterizzare la verifica, da parte del giudice, del permanere dei presupposti della cautela – le quali rappresenterebbero l'in se dell'interrogatorio di garanzia – ben potrebbero essere frustrate dalle diluizioni temporali che può subire la celebrazione del dibattimento; che in tale prospettiva – sottolinea il Tribunale rimettente – è ben vero che questa Corte, nella più volte richiamata sentenza n. 32 del 1999, ha espressamente sottolineato come l'obbligo del tempestivo interrogatorio dell'imputato presupponga che «non sia stata ancora instaurata la fase del giudizio che, per i suoi caratteri essenziali di pienezza del contraddittorio e per l'immanente presenza dell'imputato, assorbe la stessa funzione dell'interrogatorio previsto dall'art. 294, comma 1»; ma è altrettanto vero – puntualizza il giudice a quo – che tale “immanenza” «nella maggioranza dei casi (...) non si verifica, perché il nostro sistema processuale non sempre consente l'immediato contatto della persona sottoposta a misura con il giudice del dibattimento»; che, alla stregua di tali considerazioni, dunque, le stesse problematiche di fatto, cui ha inteso far fronte la giurisprudenza di questa Corte, potrebbero insorgere anche nella fase dibattimentale, rendendo così vulnerabili sul piano costituzionale le previsioni normative oggetto di censura; che un simile assunto, peraltro, si rivela erroneo, in quanto il legislatore – nell'intervenire con il d.l. n. 29 del 1999, convertito, con modificazioni, in legge n. 109 del 1999, in stretta aderenza alla lettera ed allo spirito delle menzionate pronunce – non ha affatto ecceduto dai confini di un corretto e ragionevole uso della discrezionalità normativa, essendo principio più volte affermato dalla giurisprudenza di questa Corte quello secondo il quale il diritto di difesa ben può ammettere modulazioni differenziate, tanto in rapporto alla peculiare struttura dei riti, che in funzione delle differenze che possono caratterizzare le varie fasi del processo (cfr. , ad esempio, le ordinanze n. 287 e n. 257 del 2003); che, in particolare, e proprio sul versante dell'interrogatorio “di garanzia” della persona sottoposta a custodia cautelare, è evidente come un simile atto presenti connotazioni difensive ben diverse, non soltanto a seconda dello stadio raggiunto dal procedimento – e, con esso, del corrispondente “tasso di cristallizzazione” della accusa e del relativo materiale di prova – ma anche in rapporto alle specifiche “attribuzioni” del giudice chiamato ad intervenire in quello specifico “segmento” del procedimento; che, in una simile prospettiva, con la dichiarazione di apertura del dibattimento, non soltanto si introduce un sensibile mutamento strutturale e finalistico degli atti, che assumono i connotati tipici di quelli esperibili nella istruzione probatoria; ma anche una significativa mutatio circa la sfera delle attribuzioni giurisdizionali, che si realizza, appunto, attraverso la devoluzione al giudice della cognizione piena del merito: con l'ovvia conseguenza, pertanto, di rendere pienamente (e naturalmente) compenetrata in essa l'intera gamma delle varie attribuzioni “incidentali”, fra le quali – innanzi tutto – proprio quelle di natura cautelare; che tutto ciò sta quindi a significare che, proprio in virtù di tale fisiologica coesistenza e assorbimento delle funzioni cautelari in quelle di merito – nel che sta quel valore di “immanenza” richiamato dalla sentenza n. 32 del 1999 –, si realizza appieno il costante controllo sulla indispensabilità del permanere della misura, che l'interrogatorio (atto, per di più, eccentrico, rispetto a quelli tipici della sede dibattimentale) dovrebbe – per sé solo – assicurare: è infatti evidente che «il giudice del dibattimento, quale giudice che “attualmente” potrà procedere all'esame dell'imputato in vinculis su ogni elemento dell'imputazione e sulle condizioni legittimanti lo status custodiae, ha in ogni momento della fase la possibilità di verificare sia la legittimità dello status, sia la permanenza delle condizioni che determinarono l'adozione della misura custodiale» (v. sentenza n. 32 del 1999); ferma restando, ovviamente, la possibilità per l'imputato di rendere dichiarazioni in ogni stato del dibattimento, a norma dell'art. 494 cod. proc. pen. , o di attivare i rimedi impugnatori de libertate, con il correlativo contraddittorio camerale; che, pertanto, avuto riguardo alle peculiarità che caratterizzano la fase del dibattimento ed alla adeguatezza del livello di garanzie de libertate apprestato in esso dal sistema, la questione proposta deve essere dichiarata manifestamente infondata. Visti gli articoli 26, secondo comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87 e 9, comma 2, delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale.. . per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE dichiara la manifesta infondatezza della questione di legittimità costituzionale degli artt. 294, comma 1, e 302 del codice di procedura penale, sollevata, in riferimento agli artt. 3 e 24, secondo comma, della Costituzione, dal Tribunale di Torino con l'ordinanza in epigrafe. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 6 giugno 2005. F.to: Fernanda CONTRI, Presidente Giovanni Maria FLICK, Redattore Giuseppe DI PAOLA, Cancelliere Depositata in Cancelleria l'8 giugno 2005. Il Direttore della Cancelleria F.to: DI PAOLA