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n. 165 del 2001 la norma da sottoporre al sindacato di legittimità costituzionale (come da ordinanza n. 184 del 2002 di questa Corte), e ciò anche relativamente al parametro dell'art. 76 Cost., in quanto la norma censurata è stata emanata in attuazione di una delega – art. 1, comma 8, della legge 24 novembre 2000, n. 340 (Disposizioni per la delegificazione di norme e per la semplificazione di procedimenti amministrativi – Legge di semplificazione 1999) – che conferiva al Governo il potere di «emanare un testo unico per il riordino» delle norme sul rapporto di lavoro “contrattualizzato” dei pubblici dipendenti, con facoltà di apportare «le modifiche necessarie per il migliore coordinamento delle diverse disposizioni», e, pertanto, apportando modifiche puramente lessicali – dettate dall'esigenza di far riferimento ad un termine (15 settembre 2000), “futuro” nella norma sostituenda, e “passato” in quella sostitutiva (cfr. ordinanza n. 214 del 2004) – a quanto previsto dall'art. 45, comma 17, del d.lgs. n. 80 del 1998; che, conseguentemente, anche l'art. 69, comma 7, del d.lgs. n. 165 del 2001 – così come, in precedenza, l'art. 45, comma 17, del d.lgs. n. 80 del 1998 – è suscettibile di sindacato, quale norma delegata ed in riferimento all'art. 76 Cost., avendo riguardo al principio direttivo di cui all'art. 11, comma 4, lettera g), della legge delega n. 59 del 1997; che deve ribadirsi (cfr. ordinanza n. 214 del 2004), in via preliminare, l'inaccettabilità della tesi secondo la quale il termine del 15 settembre 2000 si configurerebbe come di confine tra la giurisdizione del giudice amministrativo e quella del giudice ordinario, essendo viceversa evidente per la formulazione della norma ed assolutamente dominante nella giurisprudenza sia delle Sezioni unite della Corte di cassazione sia del Consiglio di Stato l'interpretazione secondo la quale tale termine – come previsto sia dall'abrogato art. 45, comma 17, del d.lgs. n. 80 del 1998, sia dall'art. 69, comma 7, del d.lgs. n. 165 del 2001 – deve ritenersi di decadenza per l'esercizio del diritto di azione; che le questioni sollevate dall'ordinanza (n. 522 r.o. del 2004) del Tribunale amministrativo regionale per il Friuli-Venezia Giulia e da tre ordinanze (numeri 542, 622 e 710 r.o. del 2004) del Tribunale amministrativo regionale per la Calabria sono manifestamente inammissibili, essendo palesemente irrilevante nei giudizi a quibus la previsione di un termine di decadenza, fissato nel 15 settembre 2000, per la proposizione di controversie introdotte con ricorsi – riferiscono i Tribunali rimettenti – notificati anteriormente a detto termine, pur se depositati in data ad esso successiva; che, per principio generale del processo, ribadito dalla legge disciplinatrice del processo amministrativo – art. 36 del regio decreto 26 giugno 1924, n. 1054 (Approvazione del testo unico delle leggi sul Consiglio di Stato), richiamato dall'art. 19 della legge 6 dicembre 1971, n. 1034 (Istituzione dei tribunali amministrativi regionali); artt. 21 e 23-bis, comma 7, della legge n. 1034 del 1971 –, la controversia deve ritenersi “proposta” e, conseguentemente, impedita ogni decadenza, con la notifica del ricorso, assumendo il deposito del ricorso rilevanza esclusivamente al fine della sua procedibilità (ovvero, in via transitoria ed eccezionale, per radicare l'originaria – ed eccezionale, dopo l'introduzione del doppio grado nel giudizio amministrativo – competenza del Consiglio di Stato rispetto a quella, sopravvenuta ed ordinaria, dei tribunali amministrativi regionali, come previsto dall'art. 38 della legge n. 1034 del 1971: cfr. Consiglio di Stato - adunanza plenaria 28 luglio 1980, n. 35); che la questione sollevata dal Tribunale amministrativo della Calabria con ordinanza n. 625 del 2004 – rilevante per essere stato il ricorso notificato in data successiva al 15 settembre 2000 – è manifestamente infondata sotto tutti i profili dedotti; che non sussiste alcuna violazione dell'art. 3 Cost., in quanto la disparità di trattamento tra i dipendenti privati e quelli pubblici, soggetti – relativamente ai diritti sorti anteriormente alla data del 30 giugno 1998 – ad un termine di decadenza, è ragionevolmente giustificata dall'esigenza di contenere gli effetti, temuti dal legislatore come pregiudizievoli per il regolare svolgimento dell'attività giurisdizionale, prodotti dal trasferimento della competenza giurisdizionale al giudice ordinario e dal temporaneo mantenimento di tale competenza in capo ai tribunali amministrativi, ed in quanto è ampia la discrezionalità del legislatore nell'operare le scelte più opportune – purché non manifestamente irragionevoli e arbitrarie – per disciplinare la successione di leggi processuali nel tempo (sentenza n. 400 del 1996; ordinanze n. 294 del 1998 e n. 490 del 2000); che non sussiste nemmeno violazione degli artt. 24 e 113 Cost., dal momento che, da un lato, non è certamente ingiustificata – per quanto si è appena detto – la previsione di un termine di decadenza e, dall'altro lato, tale termine (di oltre ventisei mesi) non è certamente tale da rendere “oltremodo difficoltosa” la tutela giurisdizionale; che non sussiste, infine, alcuna violazione dell'art. 76 Cost., dal momento che l'art. 11, comma 4, lettera g), della legge delega 15 marzo 1997, n. 59, conferiva al Governo il potere di «adottare misure organizzative e processuali anche di carattere generale atte a prevenire disfunzioni dovute al sovraccarico del contenzioso», in occasione del trasferimento della competenza giurisdizionale dai tribunali amministrativi regionali all'autorità giudiziaria ordinaria in materia di pubblico impiego e del contestuale trasferimento da quest'ultima ai primi della competenza giurisdizionale in materie attinenti ai servizi pubblici ed al governo del territorio;