[pronunce]

e ciò sul presupposto che essi rientrino tutti nella sua competenza (vuoi in base alle regole in tema di competenza per materia o per territorio, vuoi per effetto della disciplina derogatoria dettata in tema di connessione); che l'ipotesi dei reati commessi da più persone in danno reciproco non rientra tra i casi di connessione previsti, in via generale, dall'art. 12 cod. proc. pen.: essa è annoverata, invece – tanto dal codice di rito (art. 17, comma 1, lettera c, in riferimento all'art. 371, comma 2, lettera b) che dal d.lgs. n. 274 del 2000 (art. 9, comma 2) – tra le fattispecie che legittimano la riunione dei processi pendenti nello stesso stato e grado davanti al medesimo giudice, sempre che ricorrano le ulteriori condizioni ivi stabilite (rispettivamente: che la riunione «non determini un ritardo nella definizione del processo», e che «giovi alla celerità e completezza dell'accertamento»); che il giudice a quo vorrebbe, per converso, trasformare la fattispecie in questione in una ipotesi di connessione cosiddetta eterogenea (atta a determinare, cioè, uno spostamento della competenza per materia dal giudice di pace al giudice superiore): operazione che non può ritenersi in alcun modo imposta dai parametri costituzionali evocati; che del tutto insussistente risulta, così, la dedotta violazione dell'art. 3 Cost., sotto il profilo della ingiustificata disparità di trattamento fra gli imputati; che, infatti, né davanti al giudice di pace, né davanti ai giudici superiori è prevista la possibilità di procedere alla riunione di processi relativi a reati commessi da più persone in danno reciproco, in deroga alle ordinarie regole sulla competenza per materia o per territorio; che inconferente si presenta, poi, il richiamo al principio di parità delle parti processuali, sancito dall'art. 111 Cost.: parità che non risulta in alcun modo alterata dalla norma censurata, la quale spiega i suoi effetti, alla stessa maniera, nei confronti di ognuna delle parti; che priva di consistenza si rivela, infine, la censura di violazione del principio del giudice naturale precostituito per legge (art. 25 Cost.): principio che, parimenti, non è affatto inciso dalla mancata configurazione della fattispecie considerata come ipotesi di competenza per connessione; che per costante giurisprudenza di questa Corte, infatti, la garanzia del giudice naturale è rispettata quando la regola di competenza sia prefissata rispetto all'insorgere della controversia, e non è invece utilizzabile per sindacare la scelta del legislatore che si esprime nella fissazione di quella regola (ex plurimis, ordinanze n. 138 del 2008, n. 193 del 2003 e n. 417 del 2002); che la questione va dichiarata, pertanto, manifestamente infondata. Visti gli artt. 26, secondo comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87, e 9, comma 2, delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale.. . per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE dichiara la manifesta infondatezza della questione di legittimità costituzionale dell'art. 6, comma 1, del decreto legislativo 28 agosto 2000, n. 274 (Disposizioni sulla competenza penale del giudice di pace, a norma dell'articolo 14 della legge 24 novembre 1999, n. 468), sollevata, in riferimento agli artt. 3, 25 e 111 della Costituzione, dal Giudice di pace di Viterbo con l'ordinanza indicata in epigrafe. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 25 febbraio 2009. F.to: Francesco AMIRANTE, Presidente Giuseppe FRIGO, Redattore Maria Rosaria FRUSCELLA, Cancelliere Depositata in Cancelleria il 5 marzo 2009. Il Cancelliere F.to: FRUSCELLA