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La questione dell'utilizzo di un numero di decimali superiore a due nei calcoli intermedi si pone in particolare per quelle monete la cui unità divisionale minima, col passaggio all'euro, cresce sensibilmente. Tra queste rientra senz'altro la lira, la cui unità divisionale minima (1 lira) cresce circa 19-20 volte (infatti, un centesimo di euro corrisponderà presumibilmente a 19-20 lire). Ciò comporta marcati problemi quando occorre convertire in euro importi in lire di ammontare modesto, inferiori alle decine di migliaia di lire (per maggiori chiarimenti sugli aspetti numerici della questione si veda più avanti la relazione di accompagnamento al comma 1 dell'articolo 4). Infatti, se in questi casi non si regolasse adeguatamente la questione, imponendo - salvo diverso accordo - l'utilizzo di un numero di decimali superiore a due dell'importo convertito in euro, si otterrebbero significativi scostamenti percentuali tra gli importi espressi nelle due monete, con conseguenze facilmente immaginabili, specie sui risultati dei calcoli che dell'importo convertito fanno uso. Poichè la necessità di precisione è tanto maggiore quanto più è basso l'importo in lire da convertire, la norma impone, sempre in mancanza di un diverso accordo, l'uso di un numero di decimali di euro decrescente al crescere dell'importo in lire da cui si parte, lasciando comunque piena libertà per gli importi pari o superiori alle decine di migliaia di lire, per i quali il grado di precisione risulta accettabile senza necessità di regole particolari. Il comma si applica anche alle tariffe, ai prezzi amministrati o comunque imposti che fossero contenuti in strumenti giuridici diversi dalle norme vigenti, fattispecie - quest'ultima - disciplinata dal comma 1 dell'articolo 4 (per approfondimenti si veda la relazione di accompagnamento del suddetto comma). Secondo comma. Il comma chiarisce, così da fugare ogni dubbio, che quando un importo in euro non va autonomamente contabilizzato o pagato (nel qual caso permane l'obbligo all'uso di massimi due decimali) è possibile trattarlo, anche elettronicamente, con un numero di cifre decimali a piacere. Peraltro, poiché nei casi indicati al comma 1 s'impone l'uso di un numero minimo di cifre decimali, si stabilisce che, comunque, in quei casi l'importo non può essere trattato, anche elettronicamente, con un numero di cifre inferiore al detto minimo. Per quanto riguarda la rappresentazione nei confronti dei terzi degli importi in euro non si è ritenuto di dover dire qualcosa. Si reputa infatti che laddove v'è l'obbligo ad utilizzare un certo numero minimo di cifre decimali, va da sé che la rappresentazione ai terzi non può che avvenire con un numero di cifre decimali almeno pari a quello minimo. D'altra parte, sebbene non si ponga un limite massimo al numero di cifre decimali rappresentabili ai terzi, non si ritiene vi possa essere interesse - dati anche gli oneri che dò comporterebbe - ad utilizzare un numero di cifre decimali superiore a quello minimo. Articolo 4 (Importi in lire contenuti in norme vigenti) Premessa. L'articolo 6 della legge delega consente, ma non obbliga, di riesprimere sistematicamente in euro, fin dal 1 gennaio 1999, gli importi in lire contenuti in norme vigenti. Si tratta di importi che svolgono le funzioni più varie. Ad esempio, taluni costituiscono presupposto per l'attribuzione o l'esercizio di un diritto, di una facoltà, di una azione, ecc., mentre altri, invece, costituiscono il presupposto per il verificarsi di doveri, obblighi, oneri, pesi, gravami, ecc. e altri ancora stabiliscono la ripartizione delle competenze tra organi giudiziari, amministrativi, o fissano sanzioni, ecc. Anzitutto, occorre dire che la questione della conversione degli importi in lire contenuti in norme vigenti è risolta in linea di massima dai Regolamenti comunitari. A questo proposito, si vedano i considerando 11 e 20 e, in particolare, gli articoli 52 e 14 del Progetto di Regolamento 0000/97, pubblicato in G.U.C.E. n. C 236/8 del 2 agosto 1997. L'articolo 5 comma 2 fissa già, per il periodo transitorio, il seguente principio: "Ove uno strumento giuridico faccia riferimento a un'unità monetaria nazionale, tale riferimento ha il medesimo valore di un riferimento all'unità euro in base ai tassi di conversione". L'articolo 14, a sua volta, regola il periodo definitivo come segue: "I riferimenti alle unità monetarie nazionali presenti negli strumenti giuridici in vigore al termine del periodo transitorio vengono intesi come riferimenti all'unità euro, da calcolarsi in base ai rispettivi tassi di conversione. Si applicano le regole di arrotondamento definite nel Regolamento (CE) n. 1103/97. " Tra gli strumenti giuridici indicati dai due suddetti articoli rientrano senz'altro anche le norme vigenti. Porre mano alla sistematica conversione in euro degli importi in lire contenuti in norme vigenti è questione complessa che è possibile affrontare in un tempo ristretto solo a condizione di dettare regole generali di rettifica dei risultati della conversione per classi di norme omogenee. Si parla di rettifica dei risultati della conversione in quanto: a) se ci si dovesse limitare alla pura e semplice conversione "aritmetica" non occorrerebbe dire nulla, avendo già il suddetto Regolamento comunitario disciplinato questo aspetto; b) la legge delega consente, appunto, di rettificare i risultati della conversione oltre il semplice arrotondamento ai centesimi di euro. Data l'estrema varietà delle situazioni concrete - facilmente verificabile scorrendo a caso, ad esempio, il codice civile - procedere con regole generali per classi di norme rischia tuttavia di provocare conseguenze imprevedibili e indesiderate. Spesso infatti accade che le norme, pure omogenee tra loro rispetto al carattere scelto per classificarle, presentino significative differenze nei restanti loro caratteri, sicchè l'applicazione automatica, a ciascuna classe di norme, della medesima regola generale di rettifica dei risultati della conversione rischia di produrre risultati che possono collidere con la molteplicità di funzioni che la norma talvolta assolve. Si rende pertanto necessario avviare un lavoro analitico di revisione generale degli importi in lire contenuti in norme vigenti, che riguardi anche le sanzioni, da concludersi quanto prima con l'emanazione di un apposito decreto legislativo da adottarsi ai sensi del comma 4 dell'articolo 1 della legge delega. In questa fase ci si limita quindi a modificare quelle norme per le quali si ravvisa la necessità o l'opportunità di intervenire fin dal 1 gennaio 1999. I prezzi imposti (tariffe, ecc.) e talune norme del diritto societario rientrano tra queste. Primo comma. Quando gli importi in lire contenuti in norme vigenti stabiliscono tariffe, prezzi amministrati o comunque imposti e il loro ammontare è modesto (orientativamente al di sotto delle decine di migliaia di lire, cosa frequente quando si tratta di importi unitari) l'applicazione delle regole generali di conversione e di arrotondamento al centesimo di euro produce risultati inaccettabili.