[resaula]

Emerge qui un altro fattore di fragilità del progetto europeo che può essere corretto solo da un auspicabile atteggiamento cooperativo della Germania, ovvero la necessità di mantenere il cambio dell'euro relativamente sottovalutato rispetto ai fondamentali tedeschi, per evitare di opprimere i Paesi periferici. Da ciò consegue che, con i beni della Germania, si esportano nel resto del mondo anche gli squilibri macroeconomici dell'intera area e verso Paesi quali gli Stati Uniti, che attualmente non appaiono disposti a giocare per sempre il ruolo di «compratori di ultima istanza» dell'economia mondiale, come ampiamente prevedibile. Per quanto riguarda la finanza pubblica, il quadro tendenziale prevede una riduzione del deficit all'1,6 per cento del PIL nel 2018 e allo 0,8 per cento nel 2019, con l'avanzo primario in crescita rispettivamente all'1,9 per cento e al 2,7 per cento. Il debito pubblico è previsto scendere al 130,8 per cento del PIL nell'anno in corso e al 128 per cento l'anno prossimo. La principale modifica intervenuta rispetto al quadro proposto dalla NADEF 2017 riguarda la contabilizzazione degli interventi a favore del sistema bancario. A tal proposito, ricordo che con la relazione al Parlamento presentata alle Camere in data 19 dicembre 2016, ai sensi dell'articolo 6 della legge n. 243 del 2012, il Governo chiese l'autorizzazione a emettere titoli di debito pubblico fino a un massimo pari a 20 miliardi di euro per l'anno 2017, per l'eventuale adozione di tali provvedimenti. La Nota di aggiornamento al DEF 2017 precisava che, trattandosi di partite finanziarie, si era ipotizzato un impatto nullo sull'indebitamento netto delle amministrazioni pubbliche. Giova ricordare che la verifica delle quantificazioni n. 555, realizzata dal Servizio del bilancio in data 6 luglio 2017, aveva evidenziato l'esigenza di ulteriori indagini. L'Istat, nella comunicazione diffusa il 4 aprile 2018, ha in effetti rettificato le considerazioni espresse nella NADEF 2017 dando conto di alcune revisioni dei dati relativi all'indebitamento netto e al debito per il 2017, dovute in larga parte all'inclusione nelle stime riferite a tali indicatori degli effetti delle operazioni riguardanti le banche in difficoltà. Tali revisioni sono per lo più ascrivibili alla decisione assunta da Eurostat nel parere pubblicato il 3 aprile 2018, che ha fornito indicazioni metodologiche circa il corretto trattamento contabile delle operazioni relative alle banche venete, attribuendo alle stesse un impatto, non solo ai fini del fabbisogno, ma anche dell'indebitamento netto (a differenza quindi di quanto previsto dalla NADEF 2017). Dai dati forniti risulta che le operazioni relative alle banche in difficoltà hanno determinato nel 2017 effetti anche sull'indebitamento netto per circa 6,3 miliardi, di cui circa 1,6 miliardi derivanti dalle operazioni relative a Monte Paschi di Siena e circa 4,8 miliardi ascrivibili alle operazioni sulle banche venete. La decisione Eurostat ha modificato anche l'impatto sul debito delle operazioni riferite alle banche venete. Tenendo conto di queste modifiche, si prospetta comunque una riduzione progressiva del deficit tendenziale sia in valore assoluto sia in percentuale del PIL, raggiungendo un sostanziale pareggio nel 2020 e un lieve avanzo nell'ultimo anno di previsione. Il miglioramento deriva sostanzialmente dall'incremento dell'avanzo primario, che dovrebbe via via salire sino ad arrivare al 3,7 per cento del PIL nel 2021. La spesa per interessi è prevista ridursi dal 3,8 per cento del PIL registrato nel 2017 al 3,5 per cento nel 2018, per poi stabilizzarsi. Tuttavia, anche in conseguenza delle vicende relative alle banche in difficoltà, la cosiddetta "regola del debito" non appare rispettata in base a nessuno dei tre noti criteri previsti dalla normativa europea. Quanto al miglioramento dell'avanzo primario, questo sconta soprattutto una riduzione dell'incidenza sul PIL delle uscite primarie, in particolare di quelle di natura corrente, data anche la natura a legislazione vigente della previsione. A questo proposito, sta destando un certo allarme nell'opinione pubblica il dato evidenziato dalla Tabella 2.2 delle Analisi e tendenze di finanza pubblica, secondo cui dal 2019 la spesa sanitaria scenderebbe sotto il livello minimo consigliato dall'OCSE, pari ai 6,5 per cento dei PIL, dato evidenziato anche dal rappresentante della Conferenza delle Regioni e delle Province autonome nell'audizione del 15 maggio scorso. Una tendenza che richiama alla mente le note parole del linguista e filosofo statunitense Chomsky: «La tecnica standard della privatizzazione è questa: taglia i fondi pubblici» (Applausi del senatore Morra) «assicurati che il servizio pubblico non funzioni e che i suoi utenti si arrabbino, e poi devolvilo al capitale privato». Notiamo, incidentalmente, come la stessa audizione abbia evidenziato che il contributo al risanamento del debito delle amministrazioni pubbliche stia avvenendo largamente per opera delle amministrazioni locali, causando ad esse ovvie difficoltà nell'assicurare i servizi ai cittadini che ad esse competono. Inoltre, il quadro economico-finanziario prospettato nel DEF, non avendo natura programmatica, contempla l'aumento delle imposte indirette nel 2019 e, in minor misura, nel 2020, previsto dalle clausole di salvaguardia in vigore. Come già avvenuto negli anni scorsi, tale aumento potrà - e direi dovrà - essere sostituito da misure alternative con futuri interventi legislativi che saranno valutati dall'attuale Governo. Il DEF aggiorna altresì le previsioni tendenziali relative ai saldo strutturale, che è previsto migliorare progressivamente passando da una stima del meno 1,1 per cento nel 2017 a un lieve avanzo nel 2020 (più 0,1), che si mantiene anche nel 2021. Su questo punto va segnalato che la Commissione europea stima un saldo strutturale peggiore rispetto al DEF di meno 0,6 punti di PIL nel 2017, meno 0,7 punti nel 2018 e meno 1,6 punti nel 2019. In tutti e tre gli anni incide una diversa valutazione della componente ciclica del bilancio che, secondo la Commissione, è inferiore di 0,6 punti annui rispetto a quanto stimato dal DEF. Tale divergenza discende in larga misura dalle diverse metodologie seguite da Governo e Commissione per stimare l' output gap . Pur conservando delle riserve di ordine scientifico su questo criterio, il relatore dà atto al Governo di aver proposto ed in parte applicato una riforma della metodologia di calcolo dell' output gap meno penalizzante per il nostro Paese. Per approfondimenti su questo tema si rinvia al quarto paragrafo della relazione sui "Fattori rilevanti per lo sviluppo del debito pubblico italiano", redatta ai sensi dell'articolo 126 del Trattato sul funzionamento dell'Unione europea (TFUE) e pubblicata dal MEF lo scorso mese. Restano dei progressi da fare in questa area, in particolare esigendo che il personale in cassa integrazione guadagni venga considerato nella cosiddetta misura di labour market slack .