[pronunce]

Secondo il rimettente - mentre con la legge retroattiva «il legislatore persegue gli obiettivi di certezza del diritto e di uguaglianza innanzi alla legge, forte della propria prerogativa di dettare norme per il passato, e con ciò si assoggetta ai limiti costituzionali imposti alle norme retroattive» - con la legge interpretativa, invece, egli «cerca illegittimamente di aggirare quei limiti, finendo non per rafforzare la certezza del diritto, ma piuttosto per indebolirla», giacché, «a processo in corso, o comunque fino a che la fattispecie è potenzialmente assoggettabile alla giurisdizione in caso di lite, i consociati sono privati delle aspettative che ragionevolmente potevano riporre su di un favorevole esito giudiziale, per venire invece assoggettati ad una decisione prodotta secondo i ben diversi criteri di opportunità politica del legislatore, e dunque inevitabilmente imprevedibile, ma ugualmente somministrata "in via interpretativa"», così assorbendo la potestas iudicandi nella funzione legislativa. Ove la Corte ritenesse che la Costituzione ammetta in termini generali la figura della legge di interpretazione autentica, il rimettente denuncia la medesima normativa anche per violazione dell'art. 3 Cost., in quanto la norma censurata ha attribuito all'art. 194 dell'ordinamento giudiziario una portata che esso non poteva avere quando la disposizione impugnata è entrata in vigore, non trovando essa applicazione nei confronti dei magistrati già trasferiti d'ufficio a sede disagiata. Ricostruita l'evoluzione normativa che ha fatto sì che la norma interpretata fosse resa compatibile con i soli trasferimenti a domanda, ovvero presso una sede «chiesta» dal magistrato, il rimettente rileva che - quand'anche si ritenesse che il legislatore fosse partito invece dall'intento di uniformare la disciplina del trasferimento a domanda e del trasferimento d'ufficio sotto la comune previsione dell'art. 194 - in ogni caso andrebbe rilevato che tale operazione non si è sviluppata adeguatamente sul piano normativo. A suo avviso, infatti, la sola conclusione oggettivamente traibile da tale quadro normativo, e su cui il magistrato poteva riporre affidamento quando aveva accettato il trasferimento d'ufficio verso la sede disagiata, è che, venuta meno un'espressa previsione di legge, trovasse applicazione solo la disciplina suppletiva promanante dal CSM in tema di legittimazione a seguito di trasferimento d'ufficio (il rimettente richiama la precedente circolare sui tramutamenti del 30 novembre 1993, n. 15098, il cui paragrafo V, punto 22, già stabiliva quanto oggi è ribadito dal vigente paragrafo V, punto 20, della indicata circolare n. 12046 del 2009, nonché la prassi seguita dal Consiglio nei precedenti bandi di concorso. Infine, in terzo luogo, il rimettente denuncia la violazione dell'art. 3 Cost., poiché se, in linea di principio, negare che il legislatore possa interpretare la legge non equivale a privarlo della diversa prerogativa di disciplinare i rapporti giuridici con norme retroattive - non potendosi escludere che si manifestino ragioni imperative d'interesse generale in tal senso, il cui apprezzamento è affidato alla discrezionalità legislativa -tuttavia, vi sono interessi di rilievo costituzionale che non possono venire pretermessi, tra cui, in particolare, la tutela dell'affidamento «quale principio connaturato allo Stato di diritto». E, secondo il Tar, il periodo minimo di permanenza nella sede, assicurato dall'ordinamento giuridico al tempo in cui essa viene accettata, «costituisce una componente essenziale e costitutiva della fattispecie legale alla quale si chiede adesione da parte del pubblico dipendente», non essendo «negabile che l'estensione dell'arco temporale di servizio presso quest'ultima sia fattore determinante per la scelta, non meno degli incentivi economici e di carriera». 2.- È intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, eccependo preliminarmente l'inammissibilità per irrilevanza della sollevata questione: da un lato, in ragione del fatto che il magistrato ricorrente nel giudizio a quo non ha maturato il termine biennale di permanenza nella sede disagiata al momento della entrata in vigore della normativa censurata; e, dall'altro lato, in quanto l'interpretazione fornita dalla norma censurata è considerata, da una parte della giurisprudenza amministrativa, l'unica corretta già sotto il vigore dell'art. 194 dell'ordinamento giudiziario, tanto che la richiesta "eliminazione" della norma interpretativa sarebbe tamquam non esset. Nel merito, l'Avvocatura deduce la manifesta infondatezza della questione con riferimento a tutti i parametri evocati, affermando in primo luogo che la norma censurata è sopravvenuta in un contesto in cui la prassi del CSM era già nel senso di affermare che il termine triennale di permanenza nel posto (sancito dall'art. 194) costituisse requisito generale per la mobilità di sede, ritenendolo applicabile ad ogni genere di trasferimento, quale ne fosse l'origine e la causa, senza distinguere tra trasferimenti volontari ed officiosi, così assegnando alla disposizione interpretata un significato riconoscibile come una delle sue possibili letture. Né, in senso contrario, vale il riferimento alla previsione vigente di cui al paragrafo V, punto 20, della richiamata circolare n. 12046 del 2009, non potendosi non considerare che, venuta meno la copertura di legislazione primaria, la disposizione della circolare non potrebbe da sola (stante la riserva di legge di cui all'art. 108 Cost.) rappresentare la disciplina esclusiva dei limiti alla mobilità dei magistrati. Infine, con riferimento alla retroattività della norma ed alla connessa denunciata lesione dell'affidamento, la difesa dello Stato esclude che la norma di interpretazione autentica, in quanto retroattiva, non sia compatibile con l'assetto costituzionale, non interferendo necessariamente con la sfera del potere giudiziario; ed osserva che, nella specie, sono agevolmente rinvenibili motivi imperativi di interesse generale (connessi alla gestione della mobilità generale della magistratura, coerente con l'obiettivo di una congrua stabilità funzionale minima dell'organizzazione degli uffici giudiziari) ovvero princípi di preminente interesse costituzionale (posto che la continuità nell'esercizio della funzione giudiziaria garantita dal generalizzato termine triennale risponde alle esigenze di buona organizzazione della macchina giudiziaria, ai sensi degli artt. 97 e 107 Cost.) sottesi al censurato intervento normativo e giustificativi dello stesso.1.- Il Tribunale amministrativo regionale del Lazio censura l'art. 35, comma 3, del decreto-legge 9 febbraio 2012, n. 5 (Disposizioni urgenti in materia di semplificazione e di sviluppo), convertito, con modificazioni, dall'art. 1, comma 1, della legge 4 aprile 2012, n. 35.