[pronunce]

n. 270 del 1999, prevedendo che le azioni revocatorie «possono essere proposte dal commissario straordinario soltanto se è stata autorizzata l'esecuzione di un programma di cessione dei complessi aziendali» e rilevato che «detta previsione normativa ha reso il nostro ordinamento nuovamente in linea con le finalità connaturate all'azione revocatoria fallimentare» (di ricostruzione del patrimonio del debitore ovvero di ripartizione della perdita tra tutti i creditori), le ordinanze de quibus escludono che procedure miranti alla conservazione, e non già alla liquidazione dell'impresa, siano compatibili con le funzioni - recuperatoria e ridistribuiva - dell'azione revocatoria. Irragionevolmente la norma censurata avrebbe «ribaltato la scelta consapevolmente operata con l'art. 49 della legge “Prodi-bis”», e tale irragionevolezza «risulta amplificata, ove si consideri come l'opzione a favore della “Marzano” sia sostanzialmente rimessa dal legislatore all'unilaterale iniziativa dell'impresa insolvente, la quale potrebbe essere opportunisticamente motivata dalle possibilità di eterofinanziamento insito nell'esercizio di azioni revocatorie». Del tutto pleonastico ed inconcludente sarebbe l'inciso per cui occorre che le azioni «si traducano in un vantaggio per i creditori» ed irrilevante sarebbe la circostanza che, nel caso di specie, il «risanamento» abbia ad oggetto l'impresa - ceduta, a seguito di concordato, ad un assuntore - e non già l'imprenditore: ed infatti, osservano i rimettenti, il concordato costituisce solo una delle modalità del programma di ristrutturazione (laddove l'art. 6 «assicura lo strumento revocatorio alla procedura di amministrazione straordinaria in quanto tale»), sicché «le censure di illegittimità si incentrano sulla disciplina generale della procedura […] nell'ambito della quale l'epilogo naturale del processo di risanamento è costituito dal ritorno dell'imprenditore all'ordinaria operatività industriale, a conclusione del programma di ristrutturazione con qualunque modalità attuato, ivi compreso il concordato con assunzione che costituisce un'ipotesi del tutto eventuale e residuale di conclusione del programma di ristrutturazione dell'impresa, cui il legislatore assegna la sola valenza di determinare l'immediata chiusura della procedura rispetto alla sua fisiologica durata ed al suo naturale espletamento». 4.2.- Deve osservarsi, in primo luogo - e salvo quanto diffusamente si osserverà circa gli sviluppi e gli esiti della procedura (rectius: delle procedure) di cui alla “legge Marzano” -, che è priva di riscontro normativo la tesi secondo la quale «l'opzione a favore della “Marzano” sia sostanzialmente rimessa dal legislatore all'unilaterale iniziativa dell'impresa insolvente», se con ciò si intende affermare - come sembra presupporre il riferimento al fine di giovarsi di eterofinanziamenti altrimenti preclusi - che la scelta in favore della procedura speciale sia rimessa all'impresa insolvente. Se è vero, infatti, che l'impresa insolvente è legittimata a proporre l'istanza (art. 1, comma 1, del decreto-legge n. 347 del 2003), è anche vero che l'istanza stessa, «motivata e corredata di adeguata documentazione», deve essere vagliata dal Ministro, prima (ai fini dell'emissione del decreto), e dal tribunale, poi (ai fini della dichiarazione dello stato di insolvenza), e che l'intervento del tribunale deve essere sollecitato con «contestuale ricorso per la dichiarazione dello stato di insolvenza» (art. 2, comma 1, del decreto-legge n. 347 del 2003) e con immediata comunicazione del decreto del Ministro (comma 3). L'ammissione alla procedura de qua, quindi, è subordinata ad una verifica - dapprima in sede amministrativa, e quindi in sede giurisdizionale - della sussistenza dei requisiti “dimensionali” previsti dall'art. 1 del decreto-legge n. 347 del 2003; alla stessa verifica, cioè, alla quale è subordinata - ma in ordine inverso - l'ammissione alla procedura di amministrazione straordinaria disciplinata dal d.lgs. n. 270 del 1999. È del tutto evidente che tale iter - che mira ad «accelerare la definizione dei relativi procedimenti, assicurando la continuazione ordinata delle attività industriali senza dispersione dell'avviamento» (così la premessa del decreto-legge n. 347 del 2003) - non altera, rispetto alla procedura “ordinaria” di cui al d.lgs. n. 270 del 1999, le garanzie di controllo commesse dalla legge all'autorità giudiziaria ed a quella amministrativa, discendendo l'applicazione dell'una o dell'altra procedura esclusivamente dai requisiti “dimensionali” che ne costituiscono il presupposto. 4.3.- Muovendo dalla corretta premessa - avallata anche da questa Corte (sentenza n. 379 del 2000) - secondo la quale il sacrificio che l'azione revocatoria impone ai terzi «trova adeguata giustificazione nelle esigenze di tutela della par condicio» e che, pertanto, di essa non può giovarsi l'imprenditore insolvente, le ordinanze di rimessione fanno di tale premessa, attraverso un'interpretazione angustamente letterale del combinato disposto dell'art. 1, comma 1, e dell'art. 6, comma 1, del decreto-legge n. 347 del 2003, un'applicazione inaccettabile. Ed infatti, poiché la prima norma fa riferimento alle imprese «che intendono avvalersi della procedura di ristrutturazione economica e finanziaria di cui all'art. 27, comma 2, lettera b), del decreto legislativo 8 luglio 1999, n. 270» e la seconda norma consente «le azioni revocatorie previste dagli articoli 49 e 91 del decreto legislativo n. 270 anche nel caso di autorizzazione all'esecuzione del programma di ristrutturazione», se ne deduce che l'art. 6 del decreto-legge n. 347 del 2003 consente all'imprenditore insolvente di ristrutturarsi - e di tornare in bonis - a spese dei terzi assoggettati a revocatoria: ciò che, da un lato, l'art. 49 del d.lgs. n. 270 del 1999 esclude e ciò che, dall'altro lato, non sarebbe impedito dall'inciso finale – “pleonastico”, si dice - dello stesso art. 6, comma 1 («purché si traducano in un vantaggio per i creditori»). In realtà, deve escludersi che quella appena riferita non solo sia l'unica possibile, ma anche che essa sia la corretta interpretazione delle norme in questione, e cioè che la “legge Marzano” abbia attribuito all'azione revocatoria, in spregio delle sue funzioni recuperatoria e redistributiva, il compito di consentire all'imprenditore insolvente di ristrutturare l'impresa a spese dei terzi assoggettati - per atti in sé legittimi, ma posti in essere nel periodo sospetto - alle revocatorie esperite (sostanzialmente, anche se non formalmente) dal debitore per consentirgli di tornare in bonis. L'erroneità dell'interpretazione adottata dai rimettenti è rivelata, in primo luogo, dal costante uso promiscuo - quasi si trattasse di sinonimi - delle locuzioni «imprenditore insolvente» e «impresa insolvente»;