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sapevamo che c'era la necessità di intervenire nei confronti di questi settori e sapevamo anche che in questo provvedimento non avevamo disponibilità di risorse aggiuntive perché era stato chiaro che, nonostante l'autorizzazione data dal Parlamento per il superamento dei parametri di indebitamento previsti dal bilancio, queste erano sostanzialmente esaurite; abbiamo quindi lavorato su questo provvedimento intervenendo su tutta una serie di misure che, anche se non sono risorse economiche, sono fondamentali per dare un sollievo immediato alle aziende. Siamo intervenuti per le misure di anticipazione sulle risorse europee e nazionali per poterle stanziare; siamo intervenuti sul settore avicolo; abbiamo rinviato moltissime scadenze e autorizzato gestioni in deroga per quel che riguarda, come dicevo prima, i permessi di soggiorno, i corsi di formazione e l'abilitazione ai patentini per i fitofarmaci, le certificazioni dei motopescherecci, le deroghe sugli scarti di lavorazione del latte (che sono adesso utilizzabili negli impianti a biogas), la certificazione dei prodotti bio e delle indicazioni di origine. Abbiamo fatto questo lavoro e lo abbiamo accompagnato con un ordine del giorno importante di maggioranza che indica quelle che saranno le priorità fondamentali del prossimo decreto-legge economico, su cui credo dovremo fare molta attenzione perché molti comparti agricoli si giocano la possibilità di guardare a un futuro legato a quel provvedimento. Signor Presidente, avviandomi alla conclusione, dobbiamo avere tutti chiaro che è fondamentale riuscire a dare risposte in grado di mettere in gioco il settore agricolo, ma dovremo avere anche una consapevolezza, Presidente: non usciremo da questa crisi uguali a come eravamo prima di entrarci; o saremo meglio o saremo peggio. Voglio sperare che su tematiche quali l'ambiente, la salute, le diseguaglianze, il tema delle semplificazioni e delle infrastrutture portanti per il Paese saremo capaci di fare quel salto in avanti che il Paese si aspetta da noi. Il decreto-legge di aprile sarà quell'occasione; in questo ritengo che abbiamo fatto un buon lavoro e, se ciò è stato possibile, è perché a mio avviso c'è stata una grande collaborazione, un gioco di squadra tra tutti i senatori e tutti i Gruppi parlamentari. Penso che questo possa essere di buon auspicio per il lavoro che saremo chiamati a fare con l'esame del prossimo provvedimento. (Applausi dai Gruppi PD e M5S). PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Paragone. Ne ha facoltà. PARAGONE (Misto) . Signor Presidente, il decreto-legge che andiamo a discutere è nato in un periodo in cui a casa e da casa prendevamo purtroppo e maledettamente confidenza con immagini drammatiche che arrivavano dalle terapie intensive. Tutti ci ricordiamo di quelle terapie intensive, dove i pazienti erano messi in una strana posizione; forse lo ricorderete tutti: quei pazienti erano messi in posizione prona, a pancia in giù. Poco tempo dopo il professor Luciano Gattinoni, che ha per primo consigliato questa posizione, ha raccontato la reazione che gli altri avevano avuto rispetto al suo consiglio. Egli diceva: se rovesciate semplicemente il paziente date la possibilità alla macchina, a quei respiratori, di lavorare meglio. E tutti a dire: «Ah è arrivato il professore! La fa facile, basta rovesciarlo!». E sì, bastava rovesciarlo per dare maggiore efficacia a quelle macchine. Il professore consigliava quella posizione perché la capacità polmonare ha maggiore possibilità di far lavorare al meglio i respiratori. Però tutti a dire «Ah, ma la fa facile! Bastasse questo!». Ripeto, dopo la posizione prona è diventata quella adottata da tutti; una posizione semplice, quasi banale per intuizione, con cui però si riusciva a salvare i pazienti e a liberare anche posti nelle terapie intensive. Che cosa voglio dire? A volte difendere una scelta apparentemente semplice, forse per qualcuno anche banale, ha una portata rivoluzionaria. E perdonatemi se riprendo uno dei monologhi di Giorgio Gaber che si chiamava «L'equazione». A un certo punto Gaber dice: «Sì, un errore innocente impercettibile, che poi col tempo si è ripetuto moltiplicato, ingigantito, fino a diventare gravissimo, irreparabile. Già, ma perché l'errore si ingigantisce? Dev'essere un po' come quando a scuola facevamo le equazioni algebriche. Cioè, tu fai uno sbaglietto, una svista, un più o un meno, chi lo sa... È che poi te lo porti dietro, e nella riga sotto cominci già a vedere degli strani numeri. E dici, vabbè tanto poi si semplifica. E poi numeri sempre più brutti, più grossi, sgraziati anche. Addirittura enormi, incontenibili, schifosi. » - me lo ricordo Gaber con il suo pathos - « E alla fine: X = 472.827.324 / √87.225.035 + C. E ora prova un po' a semplificare. Non c'è niente da fare. La matematica deve avere una sua estetica: X = 2. Bello, la semplicità.». Il consiglio che voglio dare al Governo, che finora si è sottratto a questi inviti, è di cercare la semplicità e di cercarla con chi gli sta suggerendo la rivoluzione della semplicità. Guardate che è inutile che ci andiamo a impelagare con prestiti e soldi che non sono generati di per sé ma devono essere restituiti, perché non è quella la via semplice: quella è la via tortuosa. Quando i nonni ci dicevano «senza soldi non si cantano messe», i soldi non erano soldi in prestito. I soldi con cui cantavi la messa erano i soldi tuoi. Stiamo allora attenti al grande rischio cui andiamo incontro, perché il rischio è di continuare a ripetere l'equazione di Gaber, pensando che tanto poi si semplifica. Gli errori che però ci portiamo dietro con questi decreti si sommeranno ad altri errori, perché sono errori di matrice; è sbagliata la matrice con cui stiamo tentando di risolvere un'emergenza che è straordinaria. Se l'emergenza è straordinaria, allora anche la reazione deve essere tale. Se l'Europa non capisce l'effetto delle parole e della portata straordinaria, perdonatemi ma l'Europa non mi serve, non ci serve. È un'Europa che rischia di rimanere, lei stessa, prigioniera e fonte di altri errori nell'equazione. Io adesso devo però andare dritto per dritto, quello che ci chiedono gli imprenditori, i soggetti interessati alla produzione, le famiglie o i lavoratori, è la semplicità. Io non posso andare in banca con la paura che un algoritmo mi ha già fatto "saltare", perché questo è un Paese in cui si salta per gli algoritmi, in cui in banca tu finisci nell'elenco dei cattivi pagatori perché un terminale ti ha messo - per un difetto di pagamento - in quella lista. E non ne esci. Vi dico anche che nessun dipendente in nessuna banca ti aiuterà perché non può rischiare il posto. Vi sarà allora sempre un conflitto tra chi si sente più garantito di un altro. Come faremo ad affrontare una risposta di questo tipo quando già è sbagliata la matrice del Governo e poi si sommano tutti gli stress e le tensioni che si accumulano nella società? Noi abbiamo chiesto alla società un esercizio difficilissimo, quasi impossibile se ci pensate.