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Si vuole fare riferimento, in particolare, all'articolo 17 della direttiva 2000/78/CE, del Consiglio, del 27 novembre 2000, che stabilisce come le sanzioni da irrogare in caso di violazione delle norme antidiscriminatorie debbano essere effettive, proporzionate e dissuasive. La natura punitivo/dissuasiva del risarcimento in materia, confermata direttamente anche dalla più autorevole giurisprudenza intervenuta sul tema (Cassazione civile, Sezioni unite, n. 16601 del 5 luglio 2017; Tribunale di Pistoia, 8 settembre 2012, dott.ssa Tarquini; si vedano anche le tabelle del Tribunale di Milano 2018, che ammettono l'aumento del danno non patrimoniale in ragione della peculiare gravità del fatto) ha portato alla redazione dell'articolo 2, in cui oltre al risarcimento del danno patrimoniale e non patrimoniale in ottica compensativa, è prevista nei confronti di ciascun soggetto convenuto e condannato per molestie lavorative il pagamento di una sanzione, a favore della vittima, commisurata alla retribuzione lorda annua della vittima stessa, in misura che il giudice dovrà liquidare discrezionalmente da un minimo del 50 per cento ad un massimo del 300 per cento. Detta sanzione, rivolta a ciascuno dei soggetti eventualmente condannati, dovrà essere discrezionalmente liquidata dal giudice tuttavia entro specifici parametri, rappresentati dalla gravità del fatto, dalla condotta stragiudiziale e processuale del molestatore e dalle condizioni (economiche, sociali e personali) delle parti, in modo da adeguare il più possibile la sanzione al caso concreto, al fine di renderla « proporzionata, effettiva e dissuasiva » come prescritto proprio dalla norma comunitaria. La liquidazione di tale somma di natura sanzionatoria, inoltre, è indipendente dall'accertamento del danno patrimoniale e non patrimoniale, e dunque dovrà essere liquidata dal giudice anche in caso di mancata prova da parte della vittima di uno specifico pregiudizio di tipo patrimoniale o non patrimoniale. Considerata, inoltre, la specialità della materia che necessita di plurime e trasversali competenze, le quali afferiscono non solo al campo della medicina del lavoro ma anche e soprattutto all'ambito della psicologia del lavoro, la disciplina in oggetto si articola in una norma che richiede al giudice, nella fase di accertamento e liquidazione del danno patrimoniale e non patrimoniale, di attribuire tale delicata fase sia ad uno specialista in psicologia del lavoro sia ad uno specialista in medicina legale. Ciò al fine di garantire, al massimo livello, la professionalità nell'accertamento dei danni patrimoniali e non patrimoniali residuati all'esito delle condotte ostili. La consulenza tecnica d'ufficio, inoltre, dovrà orientare il giudice anche nella determinazione di uno dei tre parametri di liquidazione della sanzione a carico dei soggetti responsabili di molestie, ovvero la gravità del fatto, attraverso l'indicazione dell'intensità lesiva del fatto. Per evitare che la disciplina in oggetto possa paradossalmente trasformarsi in un improprio strumento di molestia (in aderenza alla risoluzione 2001/2339 del Parlamento europeo che al punto 5 della lettera F « richiama l'attenzione sul fatto che false accuse di mobbing possono trasformarsi a loro volta in un temibile strumento di mobbing »), sono state previste due norme volte a reprimere le false o ritorsive denunce di condotte moleste, attraverso rispettivamente la previsione del risarcimento del danno da lite temeraria a favore dei soggetti ingiustamente convenuti in giudizio e la previsione della giusta causa di licenziamento nei confronti del dipendente che accusi infondatamente il proprio datore di lavoro. Da ultimo, i commi 2- sexies e 2- septies dell'articolo 4 del decreto legislativo n. 216 del 2003, predispongono misure di protezione a favore sia dei soggetti denuncianti le condotte moleste sia dei colleghi testimoni di tali episodi, rispetto alle possibili ritorsioni del datore di lavoro che, frequentemente, si traducono in provvedimenti organizzativi con effetti negativi permanenti (trasferimenti, sanzioni disciplinari, demansionamenti, licenziamenti). Anche in questo caso, per evitare strumentalizzazioni da parte dei beneficiari della tutela, è prevista l'inoperatività della protezione nel caso di accertamento dell'infondatezza della denuncia o della falsità della testimonianza, ferme restando le ulteriori sanzioni previste dalla legge. Inoltre, la disciplina in oggetto viene estesa integralmente anche ai casi di segnalazione di illeciti ( whistleblowing ) di cui alla legge 30 novembre 2017, n. 179, attraverso il rinvio operato dall'articolo 3. Come anticipato all'inizio della presente relazione, l'intervento normativo in esame non comporta alcun onere aggiuntivo per il bilancio dello Stato (articolo 4), trattandosi di rilevante ed importante riforma che segna il progresso civile del nostro ordinamento, a costo zero per la collettività.. 1 (Discriminazioni e molestie) 1 All'articolo 1, comma 1, del decreto legislativo 9 luglio 2003, n. 216, le parole: « dalla religione, dalle convinzioni personali, dagli handicap , dall'età e dall'orientamento sessuale » sono sostituite dalle seguenti: « dalla religione, dagli handicap , dall'età, dall'orientamento sessuale, dalle convinzioni personali, dalle condizioni personali e sociali o da ogni altra condizione ». 2 All'articolo 2 del decreto legislativo 9 luglio 2003, n. 216, sono apportate le seguenti modificazioni: a al comma 1, alinea, primo periodo, le parole: « a causa della religione, delle convinzioni personali, degli handicap , dell'età o dell'orientamento sessuale » sono sostituite dalle seguenti: « a causa della religione, degli handicap , dell'età, dell'orientamento sessuale, delle convinzioni personali, delle condizioni personali e sociali o di ogni altra condizione »; b al comma 1, lettera a) , le parole « per religione, per convinzioni personali, per handicap , per età o per orientamento sessuale » sono sostituite dalle seguenti: « per religione, per handicap , per età, per orientamento sessuale, per convinzioni personali, per condizioni personali e sociali o per ogni altra condizione »; c al comma 1, lettera b) , le parole: « le persone che professano una determinata religione o ideologia di altra natura, le persone portatrici di handicap , le persone di una particolare età o di un orientamento sessuale » sono sostituite dalle seguenti: « le persone che professano una determinata religione o ideologia di altra natura, le persone portatrici di handicap , le persone di una particolare età, le persone di differente orientamento sessuale, le persone di differenti condizioni personali e sociali o di ogni altra condizione »; d al comma 3, le parole: « posti in essere per uno dei motivi di cui all'articolo 1 » sono sostituite dalle seguenti: « posti in essere a causa della religione, degli handicap , dell'età, dell'orientamento sessuale, delle convinzioni personali, delle condizioni personali e sociali o di ogni altra condizione ». 3 All'articolo 3 del decreto legislativo 9 luglio 2003, n. 216, sono apportate le seguenti modificazioni: a al comma 1, alinea, le parole: « di religione, di convinzioni personali, di handicap , di età e di orientamento sessuale » sono sostituite dalle seguenti: « di religione, di handicap , di età, di orientamento sessuale, di convinzioni personali, di condizioni personali e sociali o di ogni altra condizione »;