[pronunce]

Ad avviso del rimettente, la collocazione della norma astratta (art. 81-bis disp. att. cod. proc. civ. ) nella realtà concreta dei tribunali italiani produrrebbe effetti irragionevoli (sulle scelte discrezionali del legislatore con il limite della ragionevolezza è richiamata la sentenza della Corte costituzionale n. 1 del 2012). Infatti, la norma censurata, al momento dell'innesto nel settore del diritto processuale civile, reso vivo dalla "realtà effettiva" del tribunale, comporterebbe un allungamento dei tempi del procedimento, una irrazionale gestione delle singole procedure e una preclusione per il giudice di attingere al bacino della propria governance giudiziale per garantire il celere ed efficiente governo delle cause sul ruolo. 1.2.- In punto di rilevanza, il rimettente osserva, in primo luogo, che, nel caso di specie, stante la notifica dell'atto di citazione in data 23 settembre 2011, occorre fare applicazione dell'art. 81-bis disp. att. cod. proc. civ. , come modificato dall'articolo 1-ter del d.l. n. 138 del 2011, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 148 del 2011. Pertanto, avuto riguardo alla attuale obbligatorietà del calendario del processo, il giudice sarebbe tenuto, provvedendo sulle istanze istruttorie, alla redazione del detto calendario. Sempre in punto di rilevanza, il giudice a quo, pur consapevole che il tenore letterale dell'art. 23, secondo comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87 (Norme sulla costituzione e sul funzionamento della Corte costituzionale) - secondo cui la questione di legittimità costituzionale in via incidentale è ammissibile qualora il giudizio non possa essere definito indipendentemente dalla risoluzione della questione stessa - sembrerebbe escludere la possibilità di giudizi aventi ad oggetto norme processuali concernenti il mero svolgimento del rito, ritiene che si debba ritenere sottintesa la rilevanza della questione anche quando il giudizio non possa essere definito «ragionevolmente» prescindendo dalla risoluzione della questione di legittimità costituzionale, valorizzando il diritto dell'individuo non ad un qualsiasi processo, ma a quello «giusto» ai sensi dell'art. 111 Cost. Tale carattere mancherebbe se norme irrazionali ne impediscano la definizione entro il termine di ragionevole durata, con sacrificio intollerabile di posizioni giuridiche tutelate. 1.3.- Quanto all'oggetto della questione, il rimettente precisa che si tratta dell'art. 81-bis disp. att. cod. proc. civ. , come modificato dalla normativa sopra indicata, nella parte in cui l'inciso "fissa", contenuto nel primo comma, interpretato alla luce del secondo comma, determina l'obbligatorietà del calendario del processo e non anche la discrezionalità. Pertanto, ad avviso del rimettente, dovrebbe dichiararsi l'illegittimità costituzionale della norma «nella parte in cui prevede che il giudice "fissa" e non che "può fissare" il calendario del processo». 1.4.- In ordine all'ammissibilità della questione, il rimettente, dopo avere richiamato la giurisprudenza costituzionale sulla necessità di motivazione in ordine all'impossibilità di interpretare la norma in senso conforme a Costituzione (sentenze n. 57 del 2006; n. 336 del 2001 e n. 361 del 1997), con il limite del dato letterale della norma stessa, ritiene di non poter dare alla norma censurata un'interpretazione diversa da quella emergente dalla mera lettura del testo. Infatti, ad avviso del rimettente, il legislatore del 2011 ha, di fatto, smentito l'interpretazione verso la discrezionalità del calendario, introducendo, peraltro, la sanzione disciplinare nel caso di violazione dell'obbligo di fissarlo. Rimarrebbe, dunque, infruttuoso il tentativo, da parte del giudicante, di individuare un'interpretazione compatibile con la Costituzione (sono citate le sentenze n. 427 e n. 306 del 2005). 1.5.- In punto di non manifesta infondatezza, il giudice a quo dubita, in riferimento agli artt. 3 e 111 Cost., della legittimità costituzionale dell'art. 81-bis disp. att. cod. proc. civ. , come modificato dall'art. 1-ter del d.l. n. 138 del 2011, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 148 del 2011. In primo luogo, il giudicante ritiene che la norma censurata violi l'art 3 Cost., sotto il profilo del principio di ragionevolezza. Egli precisa che la funzione del calendario è quella di contribuire alla ragionevole durata del processo civile, anche se in dottrina si è sostenuto che la sua fissazione non serve ad accelerare i tempi processuali, bensì solo a renderli prevedibili. Il rimettente ricorda come, dopo l'introduzione della prima versione dell'art. 81-bis, la dottrina si fosse interrogata circa la discrezionalità o obbligatorietà della fissazione del calendario del processo e la giurisprudenza di merito avesse ritenuto che esso dovesse intendersi necessariamente in termini di "discrezionalità". Non essendo, ad avviso del rimettente, più sostenibile tale opinione dopo l'intervento del legislatore del 2011, ne conseguirebbe il problema di un adempimento obbligatorio di impossibile attuazione per i ruoli carichi. Il giudicante sottolinea come l'adempimento de quo che si richiede al magistrato debba essere necessariamente collocato nel contesto concreto dell'ufficio in cui quest'ultimo si trova ad operare. Ne consegue che più saranno le cause iscritte sul ruolo, minore sarà la possibilità oggettiva di pianificare e programmare lo svolgimento delle singole udienze per ogni processo. Pertanto, ad avviso del rimettente, l'imposizione dell'uso del calendario, nel senso di obbligo del giudice alla relativa formazione sempre e comunque, a prescindere dal contesto concreto in cui l'attività giurisdizionale è esercitata, potrebbe pregiudicare proprio quelle esigenze di celerità e di organizzazione che la legge 18 giugno 2009, n. 69 (Disposizioni per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività nonché in materia di processo civile), ha inteso tutelare. Il Tribunale sottolinea come, per insegnamento della Corte costituzionale, una norma è irragionevole, ove tradisca, in modo insanabile, la ratio legis che ne ha giustificato l'introduzione nel sistema normativo. E, allora, se il calendario del processo persegue la finalità di consentire la prevedibilità dei tempi del processo nonché di contenerne la durata entro tempi ragionevoli, ad avviso del rimettente darebbe luogo ad un'aporia ritenerne l'obbligatorietà anche qualora la sua applicazione, rigida e obbligatoria in uno specifico contesto giudiziario, porti di fatto ad un risultato del tutto inverso e contrario. Al riguardo, il giudice a quo rimarca il consumo di tempo che si richiede al magistrato chiamato a gestire un ruolo di migliaia di cause per pianificare ognuna di esse, predisponendo un calendario del processo, sentiti i difensori. In tal caso anche la stessa ordinanza emessa ai sensi dell'art. 183, settimo comma, cod. proc. civ.