[pronunce]

distaccata di Cantù, da Giovanni Vergani contro il comune ed altri convenuti (funzionari comunali o direttori dei lavori delle opere di urbanizzazione) per ottenere - sulla premessa di esser proprietario di un lotto compreso in un piano di lottizzazione disposto d'ufficio dal comune e di avere aderito alla correlata convenzione di lottizzazione - la dichiarazione di illegittimità delle autorizzazioni e concessioni edilizie relative ad altri lotti e dell'esecuzione in essi, senza le necessarie autorizzazioni e concessioni, di opere lesive del proprio lotto, e la condanna solidale del comune e degli altri al risarcimento dei danni sofferti a causa della mancata vigilanza sull'esecuzione del piano di lottizzazione e della convenzione di attuazione, e del solo comune al risarcimento del danno sofferto per la mancata tempestiva adozione delle varianti al progetto originario; che, secondo il comune, la controversia rientrerebbe nella giurisdizione amministrativa esclusiva ex art. 34 del d.lgs. n. 80 del 1998; che le Sezioni unite rilevano che la controversia - instaurata dopo il 30 giugno 1998 - sarebbe devoluta, ai sensi dell'art. 45, comma 18, del d.lgs. n. 80 del 1998, alla giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo, sulla base del combinato disposto degli artt. 34, commi 1 e 2, e 35 del medesimo d.lgs. , essendo le domande risarcitorie fondate su comportamenti tenuti dalla pubblica amministrazione nella fase di attuazione di un piano di lottizzazione, strumento urbanistico di dettaglio concernente l'uso del territorio, e quindi in materia urbanistica; che, secondo l'ordinanza, tale normativa sarebbe incostituzionale per eccesso di delega, alla luce della sentenza di questa Corte n. 292 del 2000 (resa in sede di scrutinio di costituzionalità dell'art. 33 del d.lgs. n. 80 del 1998), secondo la quale al legislatore delegato l'art. 11, comma 4, lettera g) della legge n. 59 del 1997 aveva solo assegnato il compito di estendere, nelle materie dell'edilizia, dell'urbanistica e dei pubblici servizi, la giurisdizione amministrativa esistente, sia di legittimità che esclusiva, ai diritti patrimoniali consequenziali, in essi compreso il risarcimento del danno, con la conseguenza che l'istituzione in quelle materie di una nuova giurisdizione esclusiva si risolveva in eccesso di delega; che, in particolare, l'art. 34, non diversamente dall'art. 33, invece di estendere la giurisdizione amministrativa esistente ai diritti patrimoniali consequenziali, ha creato una nuova giurisdizione esclusiva nelle materie dell'urbanistica e dell'edilizia e, nel secondo comma, ha dato una definizione amplissima all'urbanistica, comprendente tutti gli aspetti dell'uso del territorio; che infine l'ordinanza afferma che l'art. 7 della legge n. 205 del 2000, recante modifiche al testo delle norme impugnate, non avendo "efficacia retroattiva, in difetto di espressa previsione in tal senso" si applica soltanto ai giudizi instaurati dopo l'entrata in vigore della legge stessa (10 agosto 2000), e non anche ai giudizi iniziati, come quello in esame, anteriormente a tale data. Considerato che - ponendo le due ordinanze del Tribunale di Firenze la medesima questione e prospettando l'ordinanza della Corte di cassazione una questione più ampia ma connessa - i giudizi devono essere riuniti; che, secondo le tre ordinanze, la giurisdizione sui giudizi a quibus è regolata dall'art. 34 del decreto legislativo 31 marzo 1998, n. 80 (Nuove disposizioni in materia di organizzazione e di rapporti di lavoro nelle amministrazioni pubbliche, di giurisdizione nelle controversie di lavoro e di giurisdizione amministrativa, emanate in attuazione dell'art. 11, comma 4, della legge 15 marzo 1997, n. 59), nel testo originario avente valore di decreto legislativo delegato, e non nel testo, avente invece valore di legge formale, risultante dalla sostituzione disposta dall'art. 7 della legge 21 luglio 2000, n. 205 (Disposizioni in materia di giustizia amministrativa), in quanto si tratta di giudizi promossi a partire dal 1 luglio 1998 (data di inizio dell'operatività della giurisdizione esclusiva istituita dal medesimo art. 34 del d.lgs. n. 80) e pendenti al 10 agosto 2000 (data di entrata in vigore della legge n. 205); che le ordinanze del Tribunale di Firenze motivano sulla base dell'art. 5 del codice di procedura civile, ritenendo che l'indicata sostituzione costituisca un mutamento della legge regolatrice della giurisdizione successivo alla proposizione della domanda, come tale ininfluente ai fini del regolamento della giurisdizione stessa, mentre l'ordinanza della Corte di cassazione ritiene determinante a tali fini l'irretroattività della legge n. 205 del 2000; che i giudici rimettenti non considerano, invece, la diversa opzione interpretativa (già menzionata da questa Corte nell'ordinanza n. 123 del 2002 e, allo stato, presa in considerazione una sola volta dalla stessa Corte di cassazione nella sentenza n. 149 del 2001), secondo cui l'art. 7 della sopravvenuta legge n. 205 del 2000 - modificando il testo degli artt. 33, 34 e 35 all'interno del decreto legislativo n. 80 del 1998 - avrebbe non solo sostituito talune norme di un decreto legislativo delegato con altrettante norme di legge formale (così affrancandole dal vizio di eccesso di delega, per il quale questa Corte aveva dichiarato l'incostituzionalità dell'art. 33 del decreto: sentenza n. 292 del 2000), ma anche disciplinato direttamente la giurisdizione per i giudizi innanzi indicati (così derogando al principio posto dall'art. 5 cod. proc. civ.); che a questo ultimo risultato potrebbe condurre il coordinamento del nuovo testo dei citati articoli del decreto n. 80 del 1998, introdotto dalla legge n. 205 del 2000, con un'altra disposizione del decreto rimasta immutata, cioè con l'art. 45, comma 18, il quale pur dopo la sostituzione dell'art. 33 e dell'art. 34 operata dalla legge del 2000 continua a disporre che "le controversie di cui agli art. 33 e 34 del presente decreto sono devolute al giudice amministrativo a partire dal 1 luglio 1998"; che per effetto di questa interpretazione la giurisdizione sarebbe, nella specie, regolata dall'art. 34 nel nuovo testo, norma contenuta in una legge formale, nei confronti della quale la questione di legittimità costituzionale per eccesso di delega non avrebbe potuto essere proposta (come questa Corte ha rilevato a proposito della questione decisa con la citata ordinanza n. 123 del 2002); che la mancata verifica, da parte dei rimettenti, della praticabilità dell'indicata ipotesi interpretativa si risolve in insufficiente motivazione sulla rilevanza delle sollevate questioni, onde la loro manifesta inammissibilità.