[pronunce]

In particolare, veniva contestato al dipendente la lesione dell'immagine dell'ente a causa della condotta tenuta dallo stesso e consistita nella commissione di reati, accertati con sentenza irrevocabile, di violenza sessuale, con abuso di qualità e di poteri, e di concussione ai danni di alcuni detenuti. In concreto la sussistenza del danno sarebbe dimostrata dalla pubblicità che la vicenda in esame avrebbe avuto presso la stampa locale. 7.1.1.- Ciò premesso, il giudice a quo assume che la questione è rilevante, in quanto la norma impugnata, ammettendo la proposizione dell'azione di danno soltanto in presenza di delitti contro la pubblica amministrazione, non consentirebbe un giudizio di merito sull'intera domanda. Inoltre, la nullità dell'azione può essere rilevata d'ufficio dal giudice; ma anche qualora si volesse argomentare diversamente, deve ritenersi, puntualizza la Corte remittente, che il pubblico ministero, sollevando l'eccezione di legittimità costituzionale, «ha implicitamente riconosciuto ed eccepito la nullità sopravvenuta in parte qua dell'atto di citazione». 7.1.2.- Prima di esporre le ragioni a sostegno della non manifesta infondatezza della questione, il remittente precisa che la norma, per il suo chiaro contenuto precettivo, non è suscettibile di essere interpretata in modo conforme a Costituzione. 7.1.3.- Chiarito ciò, si assume, innanzitutto, la violazione dell'art. 3 Cost., per irragionevolezza della scelta legislativa di ammettere la risarcibilità soltanto in presenza di comportamenti che integrano gli estremi di delitti contro la pubblica amministrazione e non anche di altri reati, quali, ad esempio, i reati di violenza sessuale, che possano avere anche una maggiore idoneità lesiva dell'immagine della pubblica amministrazione, soprattutto quando, come nel caso oggetto del giudizio a quo, essi vengono consumati all'interno di un istituto penitenziario. 7.1.4.- Sotto altro aspetto, si rileva come sarebbe irragionevole la scelta legislativa di ancorare alla tipologia dei reati il ridimensionamento della legittimazione all'esercizio dell'azione. 7.1.5.- Inoltre, la irragionevolezza della norma in esame risulterebbe dal fatto che essa è inserita in un testo legislativo che ha, quale principale finalità, quella di prevedere misure idonee a fronteggiare l'attuale crisi economica. La disposizione in esame, si sottolinea, comporterebbe, invece, addirittura «un maggiore esborso, qualora l'ente danneggiato debba ricorrere alla costituzione di parte civile nel processo penale o alla coltivazione dell'azione risarcitoria direttamente nel giudizio civile per ottenere la piena reintegrazione alla propria immagine lesa». 7.1.6.- La norma censurata comporterebbe, altresì, un'evidente disparità di trattamento tra dipendenti dell'ente pubblico che, avendo commesso uno dei delitti contro la pubblica amministrazione, sono sottoposti alla giurisdizione contabile, e dipendenti che, pur avendo commesso un altro delitto con abuso delle funzioni ricoperte e nell'esercizio delle stesse, «sono sottoposti, per il risarcimento del danno all'immagine, alla giurisdizione ordinaria, con un differente regime processuale e prescrizionale». 7.1.7.- La Corte remittente ritiene che la norma contrasti anche con il principio di buon andamento dell'azione amministrativa (art. 97 Cost.), in quanto, da un lato, «indebolisce l'efficacia deterrente del giudizio di responsabilità; dall'altro, come nella presente fattispecie ed in ipotesi similari, comporta il dispendio di maggiori risorse a carico dell'erario per l'attivazione di plurimi giudizi volti ad ottenere l'"integrale" risarcimento del danno all'immagine, pur essendo state poste in essere condotte da parte di un pubblico dipendente in un unico contesto criminoso, integranti sia le ipotesi delittuose di cui al capo I del titolo II del libro secondo del codice penale che altre fattispecie delittuose». 7.1.8.- Infine, si assume la violazione dell'art. 24 Cost., «dal momento che la limitazione della legittimazione ad agire del pubblico ministero, nella maggior parte dei casi, si configura come una minorata tutela dell'erario giacché l'iniziativa processuale è lasciata alle stesse amministrazioni danneggiate, con possibili pratiche lassiste». 7.2.- È intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, il quale, dopo avere svolto la premessa già esposta, ha sottolineato come le questioni siano inammissibili, in quanto il remittente, formulando «un giudizio di "maggiore pregnanza" di determinate fattispecie criminose rispetto ad altre, compie in realtà un apprezzamento assolutamente soggettivo e ovviamente opinabile, intendendo così sostituire le proprie valutazioni a quelle del legislatore». In relazione, poi, all'asserita irragionevolezza della norma, l'Avvocatura dello Stato fa presente come sia lo stesso giudice remittente ad affermare che «non sarebbe preclusa, in caso di presunto danno all'immagine derivante dalla commissione di reati diversi da quelli previsti dalla norma, la possibilità di agire per il risarcimento innanzi ad un giudice diverso dal giudice contabile». Per quanto attiene, invece, alla irragionevolezza connessa alla collocazione sistematica della norma, si osserva come «a prescindere dalla correttezza di una prassi ormai assolutamente costante dal (solo) punto di vista della "buona tecnica legislativa", non si vede (né si dimostra in alcun modo) come la sedes prescelta possa in sé aver inficiato le compiute valutazioni del legislatore e la ragionevolezza della norma». Con riferimento all'asserita differenziazione ingiustificata tra le posizioni dei dipendenti sottoposti o meno alla giurisdizione contabile, si deduce come non sia «del tutto chiaro se la censura si riferisca alla differenza esistente, in linea generale, tra soggetti-dipendenti pubblici sottoposti o sottratti alla giurisdizione contabile (...), ovvero alla differenza di trattamento in ipotesi ravvisata nell'ambito dei soggetti tutti sottoposti a tale giurisdizione con riferimento alla risarcibilità di determinati danni». Con riferimento alla censura riferita all'art. 24 Cost., si assume come essa sia inammissibile, in quanto formulata in forma eventuale. Nel merito, si ribadiscono le argomentazioni contenute negli altri atti difensivi. 8.- La Corte dei conti, sezione giurisdizionale per la Regione Lombardia, ha anch'essa sollevato, con ordinanza del 29 dicembre 2009 (reg. ord. n. 125 del 2010) , questione di legittimità costituzionale dell'art. 17, comma 30-ter, periodi secondo e terzo. 8.1.- La procura contabile aveva chiesto la condanna di un ispettore di polizia di Stato al risarcimento del danno subito dall'immagine dell'amministrazione di appartenenza. In particolare, si era contestato al convenuto di avere preteso, abusando della propria qualità e dei suoi poteri, di accedere gratuitamente in locali aperti al pubblico.