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l'interrogante intende segnalare l'incresciosa situazione in cui versa il servizio erogato da Poste italiane a Casale Monferrato (Alessandria), dove sono rimasti solo due uffici operativi; oltre alle problematiche relative alla consegna inefficiente della corrispondenza, ciò che desta maggiore preoccupazione è che la chiusura degli uffici periferici crea code chilometriche all'esterno dell'ufficio postale centrale; su questo ufficio centrale si riversa utenza che necessita di usufruire di servizi collegati a documentazione presente negli uffici periferici e che l'ufficio centrale stesso non tratta, perché, a detta degli operatori, impossibilitato ad intervenire su quelle specifiche pratiche; in sostanza si crea l'imbarazzante questione di dover attendere per ore sotto il sole, perché per le norme anti coronavirus negli uffici possono entrare poche persone, per poi sentirsi dire che le proprie richieste non possono essere soddisfatte e di attendere la riapertura degli uffici periferici di competenza; almeno in due occasioni il nucleo comunale della protezione civile è dovuto intervenire all'esterno dell'ufficio postale centrale per distribuire acqua agli anziani in coda sotto il sole; Poste italiane svolge un servizio pubblico. Queste modalità e condizioni operative, come svolte a Casale Monferrato, non sono degne di un Paese civile del mondo occidentale; allo stesso modo occorre tutelare i dipendenti delle due sedi aperte, quotidianamente esposti alle legittime rimostranze della cittadinanza adirata, seppur incolpevoli, si chiede di sapere quali siano gli intendimenti del Governo per risolvere i disservizi collegati alla chiusura degli uffici postali di Casale Monferrato. Atto n. 4-04050 ALESSANDRINI RIPAMONTI CENTINAIO BERGESIO VALLARDI SBRANA DE VECCHIS Al Ministro dello sviluppo economico Premesso che: il settore del commercio ambulante su area pubblica, operante nel settore fieristico, è fortemente in crisi, a causa della confusione normativa relativa al comparto delle fiere e delle sagre; con decreto del Presidente del Consiglio dei ministri emanato il 7 agosto 2020, recante ulteriori disposizioni attuative dei decreti-legge n. 19 e n. 33 del 2020, si è stabilita la riapertura del settore fieristico e delle sagre; anche diverse Regioni hanno emanato specifiche linee guida per lo svolgimento di tali eventi; nonostante ciò si sono riscontrati, nel corso delle scorse settimane, diversi casi di Comuni che con specifiche ordinanze hanno annullato fiere per le quali gli esercenti ambulanti avevano già pagato le contribuzioni previste e approvvigionato la merce; considerato che: tale categoria è rappresentata da circa 138.000 detentori di partite IVA, in fortissima crisi a causa dell'epidemia da COVID-19 e dal mancato svolgimento degli eventi sin dalla data 7 marzo 2020; tali microaziende lamentano, oltre alla confusione normativa che porta all'annullamento di eventi a pochi giorni dallo svolgimento, la mancanza di aiuti da parte del Governo; a titolo di esempio, le attività commerciali su sede fissa sono state dal Governo sollevate dal pagamento della Tosap, così come previsto nel decreto-legge "agosto", mentre le attività di commercio ambulante itinerante non sono state comprese in tale disposizione; valutato infine, quindi, che la mancanza di aiuti e l'imposizione del pagamento delle tasse a fronte dell'annullamento continuo di eventi fieristici sta erodendo completamente la piccola economia rappresentata dalla categoria degli ambulanti fieristici e al contempo non permette una programmazione di medio-lungo termine, si chiede di sapere se il Ministro in indirizzo intenda intraprendere concrete azioni per salvaguardare tale settore in crisi, prevedendo aiuti economici per la categoria di ambulanti fieristici e al contempo impegnandosi nel garantire lo svolgimento di fiere e sagre, che rappresentano un volano per l'intero settore del made in Italy . Atto n. 4-04051 URSO Al Presidente del Consiglio dei ministri Atto n. 4-04052 AIMI BARBONI BERNINI Al Ministro del lavoro e delle politiche sociali Premesso che: il decreto del Presidente della Repubblica 29 dicembre 1973, n. 1092, recante "Approvazione del testo unico delle norme sul trattamento di quiescenza dei dipendenti civili e militari dello Stato", con riferimento all'erogazione del beneficio pensionistico, stabilisce le competenze tra il personale civile e militare delle forze armate e di polizia includendole separatamente negli articoli 44 (misura del trattamento normale, riferita al personale civile) e 54 (misura del trattamento normale, riferita al personale militare) del medesimo ed assegnando ad ognuna delle categorie competenze differenti; risulta agli interroganti che l'INPS, per determinare la pensione del personale militare, avrebbe applicato l'articolo 44 per inquadrare il personale civile, sottraendo molte migliaia di euro alle competenze dei militari e provando a risparmiare proventi a danno dei legittimi assegnatari; l'incongruenza è contenuta nella percentuale che si applica al beneficiario all'atto dell'emanazione del documento che stabilisce la misura da applicare alla valutazione degli anni di servizio da parte dell'INPS, quando il personale è collocato in pensione; risulterebbe che in quel momento l'INPS, per ragioni sconosciute, applica l'articolo 44, che al comma 1 testualmente recita: "La pensione spettante al personale civile con l'anzianità di quindici anni di servizio effettivo è pari al 35 per cento della base pensionabile", anziché l'articolo 54 che invece dispone: "La pensione spettante al militare che abbia maturato almeno quindici anni e non più di venti anni di servizio utile è pari al 44 per cento della base pensionabile"; leggendo la prima parte della norma si comprende il danno arrecato al personale militare che viene privato di 9 punti percentuali di rivalutazione, che si riverberano in termini importanti sulla retribuzione; a fronte di quanto detto, il personale interessato ha proposto ricorso alle Corti dei conti, ricevendo le sentenze favorevoli nelle regioni Sardegna, Calabria, Umbria, Puglia e Toscana oltre alla II e III sezioni della Corte d'appello di Roma, che ha rigettato il ricorso dell'INPS, condannando l'istituto alle spese processuali verso i ricorrenti; risulta altresì che anche il Ministero della difesa, con una nota, ha invitato l'Istituto a fornire chiarimenti; consta agli interroganti che a seguito di colloquio con tre dirigenti, in luogo del direttore generale, sarebbe emerso che, in assenza di disposizioni da parte della Direzione generale dell'Istituto, è verosimile che lo stesso si mantenga sulle posizioni attuali per due ordini di ragioni: la prima è di valutazione percentualistica, ovvero la speranza che non tutti gli aventi diritto propongano ricorso, con un conseguente risparmio di esborso; la seconda, di ordine giurisprudenziale, conta sulla disponibilità del collegio dei difensori dell'Istituto, i quali, deputati a tale compito, continueranno a ricorrere avverso le varie sentenze nella speranza che, in un momento di favorevole contingenza, la magistratura modifichi le convinzioni e l'orientamento delle sentenze sull'argomento, consentendo all'istituto di recuperare eventualmente le somme nel frattempo erogate;