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Disposizioni in materia di vita familiare delle coppie formate da persone dello stesso sesso, di stato giuridico dei figli e di accesso all'adozione e alla procreazione medicalmente assistita per le persone di stato libero, nonché delega al Governo per l'adeguamento della legislazione vigente. Onorevoli Senatori. – Il numero di Paesi europei nei cui ordinamenti è stato introdotto il matrimonio tra persone dello stesso sesso è costantemente in crescita: la Grecia è stata, infatti, il ventesimo stato del vecchio continente a legiferare in questa direzione, aggiungendosi, così, all'Austria, al Belgio, alla Danimarca, all'Estonia, alla Finlandia, alla Francia, alla Germania, all'Islanda, all'Irlanda, al Lussemburgo, a Malta, ai Paesi Bassi, alla Norvegia, al Portogallo, alla Slovenia, alla Spagna, alla Svezia, alla Svizzera e al Regno Unito. Chi non compare in questa elenco virtuoso è purtroppo l'Italia, l'unico Paese dell'Europa occidentale a non avere una legge sui matrimoni tra persone dello stesso sesso, anche se dal 2016, con la legge che ha riconosciuto le unioni civili tra persone dello stesso sesso, è stato compiuto un importante, diremmo fondamentale, passo in avanti sotto il profilo dei diritti, lasciando, però, delle lacune sotto il profilo della parità e della eguaglianza di cui all'articolo 3 della nostra Costituzione nonché – in particolare – per quel che riguarda la tutela delle bambine e dei bambini con genitori dello stesso sesso. Secondo il rapporto Eurispes per il 2022 il 61,3 per cento degli italiani è favorevole al riconoscimento del matrimonio tra persone dello stesso sesso: un Paese civile, infatti, non esclude, non emargina, non ghettizza. Le battaglie della comunità LGBTQI+ sono semplicemente richieste di uguaglianza: rappresentano la voce di milioni di italiane e italiani che rivendicano libertà e autodeterminazione, che vogliono pari dignità. Per la destra non è mai il momento; noi crediamo che l'Italia sia già molto in ritardo. In Italia, il dibattito politico su questi temi rimane ancora ancorato a posizioni ideologiche che non tengono conto né dell'esperienza, rappresentata da un numero sempre crescente di persone omosessuali che portano fuori dall'invisibilità giuridica le loro relazioni affettive, le loro famiglie e i loro figli, né dell'elaborazione giurisprudenziale intervenuta negli ultimi anni, a livello nazionale e europeo. La vita di coppia è alla base dell'organizzazione della famiglia che, come ha avuto modo di affermare la Corte costituzionale nella sentenza n. 138 del 2010, non costituisce una struttura cristallizzata, ma si modifica di pari passo alle trasformazioni della società, dei costumi e dell'ordinamento giuridico. La famiglia e il matrimonio costituiscono istituti duttili che, seppur menzionati nella Costituzione, la sociologia e l'antropologia ci raccontano mutevoli nel tempo e nello spazio. Nella società e nel diritto italiani, famiglia e matrimonio rappresentano istituti cambiati radicalmente nel volgere di pochi decenni. La legislazione sovranazionale ha già inciso nella definizione di « famiglia » anche a livello di legislazione ordinaria, posto che in attuazione della direttiva 2004/38/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 29 aprile 2004, l'articolo 2 (« definizioni ») del decreto legislativo 6 febbraio 2007, n. 30, ha riconosciuto come « familiare » anche « il partner che abbia contratto con il cittadino dell'Unione un'unione registrata sulla base della legislazione di uno Stato membro, qualora la legislazione dello Stato membro ospitante equipari l'unione registrata al matrimonio e nel rispetto delle condizioni previste dalla pertinente legislazione dello Stato membro ospitante ». Non è in dubbio, dunque, che la norma contenga una definizione di « familiare » inclusiva del membro di una unione tra due persone dello stesso sesso; una nuova svolta si è avuta con la sentenza della Corte europea dei diritti dell'uomo che ha affrontato anch'essa per la prima volta la questione dei matrimoni omosessuali: la Corte di Strasburgo, pur ritenendo che l'eventuale apertura del matrimonio sia rimessa alla discrezionalità dei singoli Paesi, ha colto l'occasione per due revirement di portata storica. La Corte europea, difatti, ha modificato la propria interpretazione della nozione di matrimonio annunciando che « la Corte non considererà più che il diritto di sposarsi sancito dall'articolo 12 debba essere limitato in ogni circostanza al matrimonio tra persone di sesso opposto ». Per tale sterzata interpretativa i giudici di Strasburgo hanno fatto leva proprio sulla portata innovativa dell'articolo 9 della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea, con un notevole esempio di « dialogo tra le Carte ». La Corte, inoltre, ha annunciato un'altra svolta epocale rendendo nota anche una nuova nozione di famiglia inclusiva delle coppie dello stesso sesso. Richiamata la propria pregressa giurisprudenza per cui le famiglie de facto sono da ricondurre nella nozione di « vita familiare », i giudici europei hanno ritenuto che sarebbe oramai da considerarsi « artificiale » mantenere la pregressa distinzione tra omosessuali ed eterosessuali, annunciando che le relazioni omosessuali non saranno più comprese soltanto nella nozione di « vita privata », ma nella nozione di « vita familiare » pure contenuta nell'articolo 8. Dunque, ai sensi della Convenzione europea dei diritti dell'uomo « una coppia dello stesso sesso che vive in una stabile relazione di fatto » è una famiglia. Coerentemente con questo dato, peraltro, lo stesso articolo 1, comma 12, della legge 20 maggio 2016, n. 76, fa espresso riferimento all'indirizzo « della vita familiare » con riguardo alle coppie unite civilmente. Dalla lettura delle pronunce della nostra Corte costituzionale non emerge invero alcun argomento che conduca a sostenere che l'apertura del matrimonio alle persone dello stesso sesso violi diritti o interessi di terzi e della famiglia eterosessuale e che dunque si contrapponga alla ratio di garanzia della norma; ne consegue che se al legislatore ordinario è preclusa dall'articolo 29 della Costituzione una normativa che limiti i diritti della famiglia, non deve ritenersi preclusa, invece, la ridefinizione per via legislativa della nozione di « matrimonio » in senso non limitativo ma, anzi, inclusivo. Si dovrà ritenere legittimo allora – e conforme all'assetto costituzionale europeo – un esito analogo a quanto accaduto, ad esempio, sotto l'imperio della Costituzione portoghese ove in seguito ad una prima sentenza della Corte costituzionale di rigetto, del 2009, il legislatore ha introdotto il matrimonio tra persone dello stesso sesso con legge ordinaria, giudicata legittima dalla stessa Corte con sentenza del 2010; la giurisprudenza, interpretando il diritto vigente, ha riconosciuto alle persone gay e lesbiche, alle loro famiglie e ai loro figli la dignità e la rilevanza sociali che gli competono, ricavandole dalla Costituzione e dalla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentale. Il presente disegno di legge, consentendo alle coppie omosessuali di contrarre matrimonio, si pone come chiave di volta di una fioritura giuridica a favore dei diritti di una minoranza.