[pronunce]

che i due atti di conferma del segreto non rispetterebbero, però, tale criterio distintivo, e dunque il principio di «ragionevole rapporto di mezzo a fine», ciò che, in particolare, vale – secondo il ricorrente – per quello relativo alla testimonianza dello Scandone, giacché essa, mirando a far accertare l'esistenza di eventuali ordini o direttive, impartiti dal Generale Pollari ai propri sottoposti e diretti «ad impedire l'uso di mezzi o modalità illecite da parte dei medesimi nell'opera di contrasto del terrorismo internazionale e, in particolare, nell'attività cosiddetta delle renditions», non si vede proprio – sempre secondo il ricorrente – «quale grave compromissione della “credibilità del Servizio”, né quale “indebita pubblicità” delle sue “modalità organizzative ed operative”» avrebbe potuto recare; che poi, in particolare, la conferma del segreto opposto dal teste Murgolo violerebbe il «principio dell'anteriorità della secretazione», investendo quanto dal teste «già riferito nel corso delle indagini preliminari» e, dunque, una notizia già divulgata (e come tale non più secretabile); che, invero, tale secretazione successiva contravverrebbe alla ratio sottesa al principio «per cui la secretazione di una notizia deve essere antecedente alla sua acquisizione da parte dell'autorità giudiziaria», ratio da individuare – alla stregua dei lavori preparatori della legge n. 801 del 1977 – nella necessità «di evitare che l'Esecutivo opportunamente ed arbitrariamente copra del segreto ex post ciò che adesso è scomodo o dannoso in relazione ad un processo determinato»; che tale principio, già previsto dalla disciplina originaria sul segreto di Stato, è stato ribadito dalla legge n. 124 del 2007, che richiede, inoltre, quale corollario «l'obbligo di annotazione del segreto (ove possibile) sugli atti documenti o cose che ne sono oggetto»; che, infine, il ricorrente ipotizza anche la violazione del principio di correttezza e lealtà, atteso che il potere di secretazione non sarebbe stato esercitato, come invece doveroso, «in modo chiaro, esplicito ed univoco», ciò che sarebbe confermato, innanzitutto, dalla circostanza che «tutti i giudici che si sono occupati del “caso Abu Omar” hanno avuto seri problemi nell'individuare i contorni del segreto di Stato ed i confini delle proprie attribuzioni»; che, d'altra parte, tali incertezze neppure potrebbero ritenersi superate per effetto dell'affermazione del Presidente del Consiglio dei ministri secondo cui il fatto-reato non è segreto, mentre lo sono «i mezzi di prova (…) che hanno tratto ai rapporti fra Servizi italiani e stranieri», giacché essa «si risolve in una sorta di artificio retorico volto a mascherare, nella forma, l'effettiva portata della segretazione», la quale, «nella sostanza, diviene tanto ampia da comportare il rischio di uno svuotamento del potere/dovere del giudice di conoscere il reato nelle componenti oggettive e soggettive»; che, difatti, l'affermazione del Presidente del Consiglio dei ministri equivarrebbe, secondo il ricorrente, a riconoscere che «di un reato è conoscibile e accertabile solo il mero fatto storico ma non le sue cause, non le condotte che lo hanno posto in essere, non le sue eventuali cause di giustificazione», lasciando così «ancora una volta il giudice in balia di interpretazioni soggettive e mutevoli, esponendolo al rischio di gravi responsabilità, in evidente contrasto con il principio di correttezza e lealtà»; che con specifico riferimento, da ultimo, alla conferma del segreto opposto dal teste Murgolo il ricorrente evidenzia «un'ulteriore anomalia»; che, infatti, a fronte di un interpello concernente «il ruolo eventualmente rivestito dall'imputato Mancini nel sequestro Abu Omar», il Presidente del Consiglio dei ministri, «muovendo da una “reinterpretazione”» dello stesso, ne avrebbe individuato l'oggetto – come conferma la motivazione incentrata sulla necessità di «preservare la credibilità del Servizio nell'ambito dei suoi rapporti internazionali con gli organismi collegati» – «in informazioni specificamente secretate (i rapporti CIA/SISMi)», con il che si sarebbe in sostanza elusa «la richiesta di conferma, in contrasto con il principio di correttezza e lealtà»; che il ricorrente ha anche formulato la richiesta istruttoria (ai sensi dell'art. 13 della legge 11 marzo 1953, n. 87, e dell'art. 12 delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale) di acquisizione delle comunicazioni inviate dal Presidente del Consiglio dei ministri al Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica («in assenza delle quali», si sottolinea sempre nel ricorso, «sarebbero sicuramente illegittime sia l'apposizione, sia la conferma del segreto»), nonché degli atti che appongono il segreto sia «sulle circolari e sugli ordini impartiti dal Generale Pollari tesi a vietare ai suoi sottoposti il ricorso a mezzi illeciti di contrasto del terrorismo internazionale e, in particolare, le extraordinary renditions», sia «sui comportamenti del dott. Mancini collegati al sequestro Abu Omar»; che, in conclusione, il ricorrente ha chiesto a questa Corte di dichiarare «che non spetta al Presidente del Consiglio dei ministri secretare “qualsiasi rapporto fra i Servizi italiani e stranieri ancorché in qualche modo collegato o collegabile con il fatto storico meglio noto come sequestro Abu Omar”», né «precludere all'autorità giudiziaria ricorrente l'acquisizione e l'utilizzazione di tutti i mezzi di prova che “hanno tratto ai rapporti fra Servizi italiani e stranieri”», né, infine, «confermare il segreto di Stato su notizie già rivelate nel corso delle indagini preliminari», annullando, per l'effetto, gli atti di conferma, ai sensi dell'art. 202 cod. proc. pen. , datati 15 novembre 2008 (USG/2.SP/556/50/347 e USG/2.SP/557/50/347) e, «ove occorra», la lettera del Presidente del Consiglio dei ministri datata 6 ottobre 2008 (N. 6000.1/42025/GAB). Considerato che in questa fase la Corte è chiamata, a norma dell'art. 37, terzo e quarto comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87, a delibare, senza contraddittorio, se il ricorso sia ammissibile in quanto esista «la materia di un conflitto la cui risoluzione spetti alla sua competenza», sussistendone i requisiti soggettivo ed oggettivo, fermo restando il potere della Corte, a seguito del giudizio, di pronunciarsi su ogni aspetto del conflitto, ivi compresa la sua ammissibilità; che il Tribunale ordinario di Milano in composizione monocratica, investito del dibattimento relativo alla vicenda giudiziaria sopra riassunta, è legittimato a proporre il presente conflitto;