[pronunce]

ORDINANZA ha pronunciato la seguentenel giudizio di legittimità costituzionale dell'art. 14, comma 1, della legge 5 gennaio 1994, n. 36 (Disposizioni in materia di risorse idriche), promosso con ordinanza del 14 marzo 2005 dal Giudice di pace di Gragnano, nel procedimento civile vertente tra Antonio Inserra e la s.p.a. G.O.R.I., iscritta al n. 507 del registro ordinanze 2005 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 42, prima serie speciale, dell'anno 2005. Visti l'atto di costituzione della s.p.a. G.O.R.I., nonché l'atto di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri; udito nell'udienza pubblica del 6 giugno 2006 il Giudice relatore Franco Gallo; uditi gli avvocati Vincenzo Cocozza e Ferdinando Pinto per la s.p.a. G.O.R.I. e l'Avvocato dello Stato Francesco Lettera per il Presidente del Consiglio dei ministri. Ritenuto che, nel corso di un giudizio civile, il Giudice di pace di Gragnano – con ordinanza del 14 marzo 2005 – ha sollevato, in riferimento agli articoli 2, 3, 32, 41 [recte: 53] e 97 della Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell'art. 14, comma 1, della legge 5 gennaio 1994, n. 36 (Disposizioni in materia di risorse idriche), nella parte in cui prevede, nella formulazione originaria, che la quota di tariffa riferita al servizio di pubblica fognatura e di depurazione è dovuta dagli utenti anche nel caso in cui la fognatura sia sprovvista di impianti centralizzati di depurazione o questi siano temporaneamente inattivi; che il rimettente, premesso che oggetto del giudizio principale è la domanda proposta da Antonio Inserra nei confronti della s.p.a. G.O.R.I. affinché sia accertata e dichiarata «non dovuta la quota riferita alla depurazione di acque reflue», osserva che, in forza dell'art. 24 del decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 258 (Disposizioni correttive e integrative del decreto legislativo 11 maggio 1999, n. 152, in materia di tutela delle acque dall'inquinamento, a norma dell'art. 1, comma 4, della legge 24 aprile 1998, n. 128), il canone di depurazione «ha perso la propria natura tributaria e rappresenta il parziale corrispettivo di una prestazione complessa correlata all'approvvigionamento idrico, civilisticamente ricollegabile alla disciplina del contratto di somministrazione regolato dall'art. 1559 c.c.»; che, ad avviso del rimettente, «il rapporto sinallagmatico prevede necessariamente la corrispettività delle prestazioni ed in mancanza, il contratto, ai sensi dell'art. 1463 c.c. , è nullo per impossibilità originaria o sopravvenuta dell'oggetto e, quindi, il somministrato ha diritto alla ripetizione di quanto già corrisposto oltre al risarcimento del danno»; che il giudice a quo aggiunge che «il soggetto che non è in grado di eseguire la prestazione dovuta non può richiedere la controprestazione (nel caso di specie invio fattura per la fornitura del servizio) e deve restituire quella che ha ricevuto» e che «il canone di depurazione presuppone, in forza del vincolo sinallagmatico […], l'effettiva fruizione del servizio»; che il rimettente riferisce che la società convenuta «non contesta l'assenza di qualsivoglia impianto di depurazione anche se […] sostiene […] che l'esistenza della condotta fognaria e di una griglia di intercettazione costituirebbe di per sé un impianto di depurazione» e resiste in giudizio fondando le proprie ragioni sull'art. 14, comma 1, della legge n. 36 del 1994, in quanto da tale norma deriverebbe l'inderogabilità dell'obbligazione di pagamento del canone, «indipendentemente dalla sussistenza o meno di un servizio corrispettivo, proprio in virtù della natura pubblicistica»; che il giudice a quo precisa che, secondo tale disposizione, «la quota di tariffa riferita al servizio di pubblica fognatura e depurazione è dovuta dagli utenti anche nel caso in cui la fognatura sia sprovvista di impianti centralizzati di depurazione o questi siano temporaneamente inattivi. I relativi proventi affluiscono in un fondo vincolato e sono destinati esclusivamente alla realizzazione ed alla gestione delle opere e degli impianti centralizzati di depurazione»; che, in punto di non manifesta infondatezza della questione, lo stesso rimettente afferma che «il tenore dell'art. 14 legge n. 36/1994 (Legge Galli), peraltro non modificato in maniera rilevante ai fini che qui interessano dall'art. 28 legge 31 luglio 2003 [recte: 2002] n. 179, appare […] indubbiamente sospetto ai fini della legittimità costituzionale» ed aggiunge che «la natura di tributo nel periodo interessato e la lettera della norma in questione non consentirebbe ai cittadini in alcun modo di sottrarsi ad esso»; che il citato art. 14, comma 1, violerebbe, pertanto: a) l'art. 2 Cost., perché deteriorerebbe «le garanzie giuridiche immanenti nell'art. 2 Cost., visto che soppianta le irrinunciabili virtù connesse al proprio stato di cittadino e quindi, di soggetto di diritto, in favore del suddito vessato dai poteri autoritari, in quanto subordinato, come nel caso di specie, ad una imposizione iniqua, intesa ad attingere indebitamente risorse», senza la corrispondente fruizione del servizio di depurazione, e perché non fisserebbe un limite di tempo «oltre il quale non sia possibile procedere alla riscossione del canone di depurazione in assenza del servizio», determinando «la perpetua esposizione della persona, non più definibile “soggetto di diritto”, ad un indebito prelievo, la cui cessazione è sostanzialmente rimessa alla mera discrezionalità dell'ente impositore»; b) l'art. 3 Cost., perché determinerebbe «una discriminazione dei cittadini che versano il tributo senza usufruire del servizio di depurazione ed inquinando, loro malgrado, l'ambiente rispetto a coloro che versano il tributo e si giovano invece del servizio»; c) l'art. 32 Cost., perché incoraggerebbe «il lassismo degli enti locali a spese della salute dei cittadini e delle future generazioni danneggiate dall'inquinamento che ne scaturisce»; d) l'art. 41 [recte: 53] Cost., perché «la pubblica amministrazione non può pretendere alcuna prestazione impositiva senza alcun collegamento con la capacità di contribuzione di cui all'art. 53 Cost.»; e) l'art. 97 Cost., perché consentirebbe alla pubblica amministrazione «d'imporre ai cittadini una sorta di tassa sine titulo la cui finalizzazione ad una futura esecuzione degli impianti appare generica ed astratta»; che, in punto di rilevanza, il rimettente si limita ad osservare che «il giudizio non può essere deciso indipendentemente dalla risoluzione della questione di costituzionalità, che costituisce una vera e propria questione risolutiva nel merito»;