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Si assiste così all'accorpamento degli uffici di tutela, da cui nascono le soprintendenze cosiddette olistiche, esperimento già fallito in Italia negli anni Venti e Trenta, e fallito in Sicilia, dove oggi non sono più garantite le condizioni amministrative per esercitare la tutela, e si assiste al parto, doppiamente mostruoso, dei poli museali e degli istituti con autonomia speciale. È così che la più becera logica spartitoria a fini clientelari si è impadronita della scena, scalzando completamente il merito. Fu allora, colleghi, che il potente cuore si spezzò. Nel 2018, con il Governo Conte 1, si vara il Ministero per i beni e le attività culturali, orfano del turismo associato alle politiche agricole. Già con il Governo Conte 2 e l'inopinato ritorno di Franceschini al Collegio Romano nell'autunno 2019, il giocattolo preferito torna nelle sue mani rapaci per parassitare il Ministero. Io, voi, tutti, cademmo in quel momento. Basti ricordare le decine di milioni di euro sottratti senza esitazioni, lo scorso anno, a quei compiti istituzionali prioritari per finanziare la cosiddetta 18app. Ciò che non produce utili da spartire tra i privati, infatti, non interessa al sinistro della cultura e alla sua corte di rinvenienti, per i quali, come sapete, con il comma 4, soppresso alla Camera, aveva chiesto altri 700.000 euro per il Mic. Ho depositato un emendamento, proprio sulla denominazione del nuovo Ministero, aspetto per nulla marginale. Cultura, infatti, di per sé è un concetto vago e aleatorio, mentre la precedente denominazione conteneva il duplice e distinto riferimento alle funzioni relative: a) alla tutela, gestione e valorizzazione dei beni culturali e b) alla promozione delle attività culturali, rispettivamente riconducibili ai compiti che i commi 2 e 1 dell'articolo 9 della Costituzione attribuiscono separatamente alla Repubblica. Non avendo il decreto-legge n. 22 del 2021 modificato le precedenti attribuzioni, si deve intendere che la nuova denominazione dovrebbe, logicamente e giuridicamente, ricomprenderle sotto il termine generico di cultura. Sussiste, però, una differenza sostanziale e giuridica fondamentale tra la funzione di tutela dei beni culturali e quella di promozione delle attività culturali, per la diversa natura dei loro oggetti. Mentre il paesaggio e il patrimonio storico e artistico sono compendi di cose (come si esprimeva la legge 1° giugno 1939, n. 1089), ovvero di beni che hanno necessariamente una consistenza materiale individuata di valenza patrimoniale ordinaria, oggetto di tutela, conservazione e restauro (precondizioni della fruizione e valorizzazione della valenza culturale di tali beni), le attività culturali sono comportamenti umani che rilevano per il loro contenuto intellettuale, piuttosto che per gli oggetti materiali che ne sono supporti, strumenti o prodotti, i quali ultimi sono a loro volta oggetto di tutela - e non più di promozione - per i diritti d'autore o quando ne ricorrano le condizioni dell'intervenuto interesse storico quali beni culturali. Un'accezione del termine cultura che dovesse allontanarsi del tutto dalla precedente duplice denominazione forzatamente ricomprendente anche l'effettiva, innominata attribuzione della tutela dei beni culturali e del paesaggio sarebbe pertanto così generica e ampia da creare un illimitato margine di discrezionalità in materia, sovrapponendosi peraltro alle attribuzioni di altri Dicasteri in materia di cultura (alludo a istruzione, università ed esteri). Obliterando tale differenza di funzioni sotto l'eccessivamente generico termine unico di cultura, viene inoltre a crearsi un incongruo disallineamento fra la tutela dei beni culturali e del paesaggio, attribuita al Dicastero dall'omonimo codice e svolta da oltre 640 organi periferici del Ministero e dal 97 per cento del suo personale (mentre la promozione è svolta solo da alcuni uffici centrali), e la sua denominazione. La tutela dei beni culturali come configurata dal codice, pur avendo un presupposto di ricerca e studio e una finalità indiretta di valorizzazione e fruizione culturale, si concretizza in una serie di azioni e procedure giuridico-amministrative relative all'aspetto materiale dei beni, che non possono, per la loro stessa natura, essere considerate mere ed esclusive attività culturali. E non è pensabile, come vorrebbe l'articolo 9 della legge di delegazione europea, estendere oltremodo la definizione di istituti di tutela del patrimonio culturale al fine di favorire l'accesso a quei beni, annacquando il concetto in modo che se tutto è tutela, nulla lo è. L'eliminazione nel Mic di ogni espresso riferimento ai beni culturali costituisce infine un chiaro segnale politico per cui la loro tutela sarebbe una funzione del Dicastero non più precipua e prevalente, ma tacita e secondaria, nella quale può essere quindi ulteriormente ridotto l'intervento di risorse. Occorre pertanto o dare un segnale positivo in senso contrario che dimostri l'intenzione dello Stato di non abbassare la guardia nella tutela dei beni culturali e del paesaggio, restituendo alla denominazione del Dicastero il riferimento espresso ai beni culturali (cioè al patrimonio storico e artistico della Nazione e alla sua tutela che la Costituzione gli attribuisce come compito imprescindibile d'identità e civiltà), oppure che si crei un nuovo Ministero con risorse proprie e un proprio Ministro - vero, non un sicario o un rottamatore - che assolva realmente, con disciplina e onore, a quel compito. (Applausi) . PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Tiraboschi. Ne ha facoltà. TIRABOSCHI (FIBP-UDC) . Signor Presidente, signori membri del Governo, onorevoli colleghi senatori, un provvedimento di riordino dei Ministeri (peraltro, mi pare che questa sia la quarta volta che affrontiamo un tema di riordino ministeriale) è sicuramente strategico e molto importante. È questa la fase in cui siamo chiamati a dare l'assetto organizzativo a un pezzo della pubblica amministrazione che, pensando appunto ai due Ministeri più importanti e ai relativi comitati che vengono messi in piedi, dà l'idea di quello che vuole essere il modello di crescita e sviluppo di questo Paese. A mio modo di vedere, si tratta di un passaggio fondamentale in relazione alle risorse del recovery che arrivano dall'Europa, perché sappiamo che sia la parte del digitale che quella della transizione ecologica assorbiranno rispettivamente il 20 e il 37 per cento (per un totale del 57 per cento) delle risorse dell'Unione europea. Questo è quindi un passaggio fondamentale e, proprio per questo, lo dobbiamo interpretare in termini strategici. Mi concentrerò molto sul nuovo Ministero del turismo, sul Ministero per l'innovazione tecnologica e, di conseguenza, anche sul comitato interministeriale per la transizione digitale. Vorrei fare solo un'osservazione sul Ministero della transizione ecologica - lo dico soprattutto al relatore e al Governo - che, a seguito di una modifica introdotta dalla Camera, è componente di diritto del comitato interministeriale per la sicurezza della Repubblica; viceversa, di questo comitato non fa parte il Ministero per l'innovazione digitale. Questo un po' preoccupa, perché le due transizioni sono fortemente collegate tra di loro; non nascondo che quadrare il cerchio tra la crescita, l'innovazione digitale e la transizione energetica non sarà così semplice.