[pronunce]

ORDINANZA ha pronunciato la seguentenel giudizio di legittimità costituzionale dell'articolo 291 del codice civile promosso con ordinanza del 28 settembre 2001 dalla Corte d'appello di Milano sul reclamo proposto da Brugola Mario iscritta al n. 52 del registro ordinanze 2002 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 6, prima serie speciale, dell'anno 2002. Visto l'atto di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri; udito nella camera di consiglio del 26 marzo 2003 il Giudice relatore Francesco Amirante. Ritenuto che, nel corso del procedimento di reclamo avverso un provvedimento del Tribunale di Monza del 28 febbraio 2001 che aveva respinto il ricorso presentato ex art. 291 cod. civ. da M. B. al fine di ottenere l'adozione della figlia legittima maggiorenne della propria attuale moglie, la Corte di appello di Milano ha sollevato, in riferimento agli artt. 2, 3 e 30 della Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell'art. 291 cod. civ. , nella parte in cui non prevede che possa aversi adozione di maggiorenne da parte di soggetto che abbia discendenti legittimi o legittimati di età minore; che la Corte remittente premette, in fatto, che il reclamante è padre di una figlia minorenne, nata dal suo attuale matrimonio, che l'adottanda è da circa venti anni stabilmente inserita nel nucleo familiare costituito per effetto di tale matrimonio e che il padre legittimo dell'adottanda ha manifestato il proprio consenso all'adozione mentre il Procuratore generale ha concluso per il rigetto del reclamo; che, per quel che riguarda la non manifesta infondatezza della questione, la Corte di appello di Milano, benché identica questione sia già stata respinta da questa Corte, ritiene di riproporla essendo nel frattempo intervenuta la sentenza della Corte di cassazione 14 gennaio 1999, n. 354, la quale, a suo avviso, «ha espressamente affermato che la differenza tra adozione ordinaria e adozione speciale risulta temperata allorché i figli maggiorenni e minorenni siano fratelli tra di loro e vi sia permanenza dell'adottando nella stessa famiglia, con la conseguenza che la famiglia dell'adottando è strettamente legata, anzi coincide, con quella dell'adottante» e che il maggiorenne, se non adottato dal nuovo coniuge del proprio genitore, «resterebbe estraneo al medesimo e vivrebbe il disagio sociale della manifesta diversità di origine, con possibili disarmonie nella formazione psicologica e morale»; che il giudice a quo richiama, quindi, la sentenza di questa Corte n. 557 del 1988 con la quale è stata dichiarata l'illegittimità costituzionale dell'art. 291 cod. civ. , nella parte relativa al divieto di adozione di maggiorenne da parte di chi abbia figli legittimi o legittimati maggiori di età e consenzienti, nonché la sentenza n. 345 del 1992 che, facendo riferimento all'art. 297, secondo comma, ultima parte, cod. civ. , ha ammesso la possibilità di derogare al suddetto divieto anche da parte di chi abbia figli legittimi o legittimati maggiorenni ma incapaci di esprimere il proprio assenso; che, dopo aver altresì ricordato le sentenze n. 53 del 1994 e n. 252 del 1996 - che, pronunciandosi su questioni analoghe a quella attualmente sollevata, hanno escluso la derogabilità del divieto in argomento in presenza di discendenti legittimi o legittimati minorenni dell'adottante anche nel caso di adottando maggiorenne figlio del coniuge dell'adottante e stabilmente inserito nella comunità familiare cui ha dato vita il matrimonio attualmente in corso - la Corte remittente sottolinea che, essendo tutta la normativa della famiglia, come regolata dal legislatore del 1975 e integrata dagli interventi di questa Corte, finalizzata ad adeguarsi «alla continua evoluzione e alle esigenze della società contemporanea, fondata oltre che sulla famiglia istituzionale anche sulle comunità di vita allargate», appare in contrasto con il principio di razionalità-equità e con il principio di tutela dell'interesse superiore dell'armonia familiare, costituzionalmente garantiti, non consentire a più figli appartenenti al medesimo nucleo familiare ed aventi in comune uno dei genitori di vedersi equiparare la rispettiva posizione giuridica; che, quanto alla rilevanza della questione, il giudice a quo osserva che la disposizione impugnata influisce sulla decisione relativa al reclamo di cui si tratta in quanto essa, nella sua attuale formulazione, ne comporterebbe il rigetto; che è intervenuto in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, che ha concluso per una dichiarazione di manifesta inammissibilità o, in subordine, di infondatezza della questione, sottolineando l'identità tra la presente questione e quella dichiarata inammissibile con la sentenza n. 252 del 1996 ed escludendo che, rispetto a tale decisione, possa addursi quale significativo elemento di novità la sentenza della Corte di cassazione n. 354 del 1999 in quanto essa, oltre a costituire un unicum giurisprudenziale, si è occupata di una fattispecie del tutto diversa da quella attualmente in esame. Considerato che la Corte di appello di Milano dubita, in riferimento agli artt. 2, 3 e 30 della Costituzione, della legittimità costituzionale dell'art. 291 cod. civ. , «nella parte in cui non prevede che possa aversi adozione di maggiorenne da parte di soggetto che abbia discendenti legittimi o legittimati di età minore»; che, in via preliminare, si deve rilevare che, dalla valutazione complessiva dell'atto di promovimento dell'incidente di costituzionalità, si desume che la questione, ancorché nel dispositivo di tale atto sia formulata nei menzionati termini, nella relativa motivazione è specificamente riferita all'ipotesi in cui l'adottando sia figlio del coniuge dell'adottante e sia stabilmente inserito nella comunità familiare, sicché è in relazione a quest'ultima ipotesi che va definito il thema decidendum; che, ad avviso della Corte remittente, la mancata possibilità per più figli appartenenti al medesimo nucleo familiare ed aventi in comune uno dei genitori di vedersi riconoscere anche dal punto di vista giuridico quella parità di cui essi già godono sotto il profilo affettivo sarebbe in contrasto con il principio di razionalità-equità e con il principio di tutela dell'interesse superiore dell'armonia familiare, costituzionalmente garantiti; che il giudice a quo, pur dimostrando di conoscere le sentenze di questa Corte n. 53 del 1994 e n. 252 del 1996, con le quali sono state, rispettivamente, dichiarate l'infondatezza e l'inammissibilità di analoghe questioni, ritiene tuttavia di sottoporre nuovamente all'attenzione del Giudice delle leggi il menzionato art. 291 cod. civ.