[pronunce]

che, in conclusione, l'art. 7, comma 5, del decreto-legge n. 384 del 1992 (e successive proroghe), ponendosi in contrasto con l'art. 4, punto 2, della Carta sociale europea, viola l'art. 117, comma primo, Cost., come riformulato dalla legge costituzionale 18 ottobre 2001, n. 3, il quale vincola la potestà legislativa dello Stato e delle Regioni al rispetto degli obblighi internazionali; che la previsione dei contratti collettivi non incide sulla rilevanza della questione, in quanto, per il principio della cosiddetta “inderogabilità unilaterale”, vigente nel diritto del lavoro, le norme di legge che prevedono diritti a favore dei lavoratori subordinati non possono essere derogate in peius, né dall'autonomia individuale, né dalla contrattazione collettiva, e le eventuali clausole contrattuali peggiorative sono sostituite di diritto dalle disposizioni legislative più favorevoli; che, in applicazione della cosiddetta “teoria del cumulo” – secondo la quale la comparazione va fatta prendendo in considerazione le singole clausole e confrontandole con le corrispondenti disposizioni di legge; teoria da preferirsi a quella cosiddetta del “conglobamento”, in base al disposto degli artt. 1339 e 1419 cod. civ. –, le norme di legge sulla retribuzione del lavoro straordinario (ossia, l'art. 2108 cod. civ. e l'art. 5 del r.d.l. n. 692 del 1923) si sostituirebbero automaticamente alle clausole del contratto collettivo del settore con esse contrastanti; che il giudice rimettente, acclarato che la contrattazione collettiva del settore prevede una durata della prestazione lavorativa ordinaria inferiore a quella stabilita dalle richiamate norme di legge, conclude, aderendo all'insegnamento della giurisprudenza di legittimità, nel senso che alla disciplina contrattuale andrebbe sostituita la disciplina legale riguardo sia alla maggiorazione del compenso per lavoro straordinario sia alla durata del lavoro ordinario; che, secondo il giudice rimettente, essendo la retribuzione del lavoro straordinario prevista dal contratto collettivo inferiore a quella del lavoro ordinario, la disciplina legale risulta comunque più favorevole per i lavoratori di quella contrattuale, in quanto, «nella specie, il carattere più favorevole del trattamento legale dipende anche, paradossalmente, dalla circostanza che la durata della normale prestazione lavorativa stabilita dalla legge sia più ampia di quella stabilita in sede contrattuale; tale paradossale risultato discende dal fatto che in sede contrattuale il lavoro straordinario è retribuito in misura inferiore a quello ordinario»; che, ritualmente costituitosi, il ricorrente Fortunato Bognolo ha concluso per la fondatezza della questione, facendo proprie le argomentazioni esposte nell'ordinanza di rimessione; che, costituitasi in giudizio, la Rete Ferroviaria Italiana s.p.a. (già Ferrovie dello Stato Società di trasporti e servizi per azioni) ha concluso per la inammissibilità e, comunque, l'infondatezza della questione; che, quanto alla rilevanza, l'ordinanza di rimessione sarebbe contraddittoria, in quanto ha posto a confronto, da un lato, la disciplina legale del trattamento economico dello straordinario e la sola clausola contrattuale che prevede il “blocco” dei compensi agli importi del 1992, ma, dall'altro lato, ha dovuto riconoscere che l'orario contrattuale è più favorevole di quello legale; che, inoltre, la questione sarebbe irrilevante, in quanto sollevata con riferimento all'art. 117 Cost., come modificato dalla legge costituzionale n. 3 del 2001, in una controversia concernente prestazioni lavorative rese fino al 31 dicembre 1999, e, pertanto, governata da una norma che, originariamente conforme a Costituzione, a seguito di una modifica della Carta fondamentale non può divenire difforme ab origine, ma, semmai, solo dal momento in cui si è avuta la modifica costituzionale; che, quanto alla fondatezza della questione, la deducente, in primis, contesta che la legge di “privatizzazione” delle Ferrovie dello Stato abbia determinato l'abrogazione della disciplina speciale dell'orario di lavoro dei ferrovieri; che, inoltre, il diritto ad una retribuzione maggiorata per il lavoro straordinario non è affatto un diritto fondamentale, né per la nostra Costituzione (sentenza della Corte costituzionale n. 470 del 2002), né per la Carta sociale europea, il cui art. 4 non solo prevede l'eccezione di «casi particolari», ma nemmeno elenca tale diritto fra quelli che gli Stati contraenti sono tenuti a recepire; che, infine, secondo la giurisprudenza della Corte di cassazione, «il fatto che la contrattazione collettiva e la più recente normativa del settore – in ragione di una maggiore flessibilità – abbiano comportato una diversa modulazione del lavoro su di un arco temporale multiperiodale, comporta che il superamento dell'orario contrattualmente definito come “normale” in un periodo più ristretto (giorno o settimana), non può far considerare le ore “eccedenti” come lavoro straordinario dal punto di vista legale; donde la inapplicabilità dell'intera normativa – anche attuativa dell'art. 4 della Carta sociale europea, ratificata con legge 9 febbraio 1999, n. 30 – avente ad oggetto il compenso per lo straordinario stricto sensu inteso» (Cass. 14 marzo 2003, n. 3770; Cass. 2 maggio 2003, n. 6708); che è intervenuto nel giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, il quale ha chiesto che la questione sia dichiarata inammissibile o, comunque, infondata; che, a giudizio della difesa erariale, l'ordinanza di rimessione sarebbe carente di motivazione sulla rilevanza della questione, per avere il giudice rimettente omesso di ricostruire i fatti di causa, al punto che non è dato sapere se si verta effettivamente in un'ipotesi di lavoro straordinario, né se la retribuzione percepita dal ricorrente sia da ritenere inferiore a quella spettantegli; che, inoltre, la questione si basa su di un'opzione interpretativa, la cosiddetta “teoria del cumulo”, del tutto opinabile; che, ancora, la pretesa lesione di diritti del lavoratore non discende dalla norma impugnata, la quale non esclude affatto una retribuzione maggiorata per il lavoro straordinario, limitandosi a “congelare” talune voci retributive, ma dalla concreta quantificazione del trattamento economico operata dalla contrattazione collettiva, la quale, ove in contrasto con norme inderogabili, è sindacabile dal giudice ordinario; che, peraltro, la disciplina del trattamento economico scaturente dalla vigente contrattazione collettiva appare ben più favorevole della disciplina legale, per cui nessun concreto danno deriva ai lavoratori dalle modalità di calcolo del compenso per il lavoro straordinario; che, quanto al merito, le disposizioni della Carta sociale europea non costituiscono «obblighi internazionali» idonei a vincolare la potestà legislativa dello Stato, ai sensi dell'art. 117, primo comma, Cost., in quanto esse individuano degli obiettivi da perseguire nell'ambito delle relazioni internazionali, e non sono direttamente applicabili ai singoli rapporti;