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Confrontandosi con questi Paesi che presentano tradizioni e ordinamenti simili al nostro in materia di diritto di famiglia, la scelta operata con questa legge è quella di mantenere accanto al matrimonio egualitario l'istituto delle unioni civili di cui alla legge n. 76 del 2016, aprendolo anche alle coppie di sesso diverso. Si è ritenuto, infatti, che la presenza di un numero maggiore di modelli di regolamentazione delle famiglie possa portare all'aumento del numero di coppie che scelgono di impegnarsi formalizzando la loro unione, a fronte di una continua diminuzione dei matrimoni che vengono celebrati in Italia. Ampliare il ventaglio di scelte è un modo che estende le possibilità del diritto di essere al servizio alla persona e della sua realizzazione personale nelle formazione sociali che chiamiamo famiglia e che lo Stato si propone sempre di favorire. Passando all'illustrazione dell'articolato, l'articolo 1 inserisce nel codice civile una disposizione di carattere generale rubricata come « matrimonio egualitario », la quale afferma che il matrimonio può essere contratto da coppie di sesso diverso o dello stesso sesso. Ai nubendi, quale che sia il sesso, sono richiesti gli stessi requisiti, così come il matrimonio produce i medesimi effetti. Il nuovo articolo è collocato come primo del titolo del codice civile dedicato al matrimonio (titolo VI, libro primo). L'articolo 2 aggiorna le disposizioni del codice civile e di procedura civile sostituendo, dove necessario, il riferimento a « marito e moglie » con quello di « coniugi ». Tale sostituzione realizza anche l'uniformazione lessicale del codice civile, in cui la parola « coniugi » ricorre 281 volte ed è utilizzata in maniera quasi esclusiva, rispetto alle 19 volte di « marito » e alle 11 di « moglie », che in gran parte sono rimaste nel codice come lacerti di quel che resta della disparità tra i coniugi nel matrimonio. Il comma 1 interviene sul divieto temporaneo di nuove nozze (articolo 89, secondo comma, del codice civile). Nella dizione attuale la legge stabilisce che quando « il marito non ha convissuto con la moglie nei trecento giorni precedenti lo scioglimento, l'annullamento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio », il tribunale può autorizzare un nuovo matrimonio. La previsione così formulata appare recare una implicita differenziazione tra la posizione della moglie e del marito (« quando il marito non ha convissuto con la moglie », ma non anche quando « la moglie non ha convissuto con il marito »), la quale viene a scomparire con la introduzione del riferimento « ai coniugi » che non abbiano convissuto tra di loro. Il comma 2 interviene sulla forma della celebrazione (articolo 107, primo comma, del codice civile), stabilendo che le parti dichiarino di volersi prendere come coniugi l'una dell'altra, anziché « rispettivamente in marito e in moglie ». Il comma 3 interviene sulla inopponibilità di termini e condizioni (articolo 108, primo comma, del codice civile), stabilendo che la dichiarazione delle parti di volersi prendere reciprocamente come coniugi, sostituisca quella di prendersi « rispettivamente in marito e in moglie ». Il comma 4 interviene sui diritti e doveri reciproci dei coniugi (articolo 143, primo comma, del codice civile), stabilendo che con il matrimonio « i coniugi », anziché « il marito e la moglie », acquistano gli stessi diritti e assumono gli stessi doveri. Il comma 5 sostituisce l'articolo 143- bis del codice civile che regola il cognome della moglie a seguito di matrimonio e nello stato vedovile. Il nuovo articolo, nel rispetto della parità dei coniugi, stabilisce che ciascuno dei essi mantiene il proprio cognome e può aggiungere al proprio quello dell'altro e conservarlo durante lo stato vedovile, fino a che passi a nuove nozze. Il comma 6, invece, sostituisce l'articolo 156- bis del codice civile che regola il divieto o l'autorizzazione all'utilizzo del cognome del marito in specifiche circostanze. Il nuovo articolo 156- bis estende la regola a entrambi i coniugi mantenendo nel resto inalterato il contenuto della disposizione. I commi 7 e 8 intervengono in materia di adozione di persone maggiori di età. Il comma 7, modificando l'articolo 294, secondo comma, del codice civile, stabilisce che una persona che sia maggiorenne possa essere adottata non già dal marito e dalla moglie, come previsto attualmente, ma dai coniugi, quale che sia il loro sesso, anche alla luce della lettura costituzionalmente orientata della normativa sull'adozione di persone maggiori di età che, tradizionalmente costruita intorno allo scopo di tramandare nel tempo la discendenza e il patrimonio dell'adottante, si pone come strumento anche di protezione dei rapporti umani di tipo familiare e delle relazioni sociali, affettive e identitarie instaurate tra l'adottato maggiorenne e gli adottanti, a nulla dovendo rilevare la loro differenza di sesso. Il comma 8 aggiorna, invece, la regola del cognome attribuito all'adottato (articolo 299 del codice civile). In particolare, al terzo comma stabilisce che, quando l'adozione è compiuta da entrambi i coniugi, gli adottanti, di comune accordo, decidono quale dei loro cognomi debba assumere l'adottato, ponendosi nell'alveo della sentenza della Corte costituzionale n. 286 del 2016, che ha dichiarato l'incostituzionalità parziale di questo comma; al quarto comma, conferma, adeguandola, la regola dell'assunzione del cognome dell'adottante nel caso l'adozione avvenga da parte di uno solo dei coniugi. Abroga, invece, l'inciso « che non sia figlio del marito », dal momento che nel nostro ordinamento è riconosciuta la possibilità di assumere anche il nome della madre, in aggiunta a quello del padre, nonostante permanga l'assenza di un intervento normativo organico del legislatore che adegui la regola di trasmissione del cognome ai figli ai principi costituzionali di parità tra coniugi. Il comma 9 interviene sul codice di procedura civile in materia di obbligo di astensione del giudice (articolo 51, primo comma, numeri 2) e 3), sostituendo la parola « moglie » con « coniuge ». Questo intervento, come altri, ha l'ulteriore effetto di eliminare un rimasuglio verbale della discriminazione subita dalla donne fino al 1963, quando erano escluse dalla magistratura. La formulazione dell'articolo, infatti, facendo riferimento al « giudice » e a sua « moglie », non rappresenta un caso di utilizzo del maschile sovraesteso, ma si riferisce proprio al giudice come soggetto unicamente di sesso maschile. L'articolo 3 interviene sulla legge in materia di affidamento e adozione (n. 183 del 1983) adeguando la regola relativa al cognome che assume l'adottato nel caso in cui, in corso di affidamento preadottivo, interviene separazione tra i coniugi affidatari e l'adozione sia disposta nei confronti della sola moglie. In base a tale regola l'adottato oggi assume il solo cognome della famiglia di lei, mentre a seguito dell'intervento recato dalla presente legge, si rende necessario generalizzare la regola, stabilendo che l'adottato prenda il cognome del coniuge separato, maschio o femmina che sia, nei cui confronti è disposta l'adozione.