[pronunce]

Passando a esaminare le eccezioni di illegittimità costituzionale proposte dalla ricorrente nel processo principale, il giudice a quo respinge quelle riferite alla violazione degli artt. 77 e 42 Cost. (quest'ultimo «anche con riferimento» all'art. 1 del Protocollo addizionale alla Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali, firmato a Parigi il 20 marzo 1952) e considera invece non manifestamente infondate, nei termini di seguito esposti, le questioni ex artt. 3, 53, 41, 45 e 47 Cost. 1.2.1.- Con la prima questione è lamentata la violazione degli artt. 3 e 53 Cost. Secondo il rimettente, il previsto prelievo avrebbe natura di imposta sul patrimonio netto dell'impresa e non colpirebbe il conferimento dell'azienda bancaria, soggetto in quanto tale a un regime di neutralità fiscale ex art. 176, comma 1, del d.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917 (Approvazione del testo unico delle imposte sui redditi). Deporrebbe in questo senso anche l'individuazione della base imponibile, rappresentata da una percentuale del patrimonio netto a una specifica data (31 dicembre 2015), e dunque del tutto «sganciata» dal valore del conferimento dell'azienda bancaria. L'imposta stessa, tuttavia, non potrebbe trovare ragione - come sostenuto dalla difesa erariale nel giudizio a quo - nella scelta della BCC di conferire l'azienda bancaria nella spa «di nuova costituzione», sul presupposto che l'imposta medesima sarebbe «bilanciata perché calibrata sulla detassazione degli utili di cui ha fruito la [BCC]», con la conseguenza che essa graverebbe dunque sul patrimonio netto, costituente specifico indice di capacità contributiva, in quanto formato anche grazie alle agevolazioni fiscali di settore. Questa ricostruzione - ad avviso del rimettente - sarebbe coerente con l'originaria configurazione del prelievo, in cui esso fungeva da strumento per affrancare le riserve ed evitare la devoluzione ai fondi mutualistici del patrimonio della BCC trasformatasi in spa, nonostante il venir meno del perseguimento dello scopo di mutualità prevalente. Nell'assetto definitivo della riforma, la ricostruzione dovrebbe essere rovesciata, in quanto l'esercizio della «terza opzione» riservata alle BCC di grande rilevanza patrimoniale fa sì che l'ente cooperativo persista e persegua lo scopo mutualistico attraverso il pacchetto azionario ottenuto con il conferimento dell'azienda bancaria nella spa, «secondo un modus operandi già conosciuto dall'ordinamento». Le norme censurate sarebbero pertanto viziate da irragionevolezza ex artt. 3 e 53 Cost., con riferimento alla stessa ratio della riforma. L'imposta straordinaria introdotta dalla legge di conversione del d.l. n. 18 del 2016 colpisce infatti il patrimonio netto di una società che continua a operare nel settore della mutualità prevalente, una volta conferita l'azienda bancaria in una spa e modificato l'oggetto sociale escludendo l'attività bancaria. Difetterebbe quindi uno specifico indice di capacità contributiva che giustifichi l'imposizione e la conseguente destinazione del prelievo alla fiscalità generale, mentre, secondo la giurisprudenza costituzionale, «la possibilità di imposizioni differenziate deve pur sempre ancorarsi a una adeguata giustificazione obiettiva, la quale deve essere coerentemente, proporzionalmente e ragionevolmente tradotta nella struttura dell'imposta» (è citata la sentenza di questa Corte n. 10 del 2015). Nemmeno il carattere straordinario dell'imposta, istituita nell'ambito di una disciplina transitoria, sarebbe sufficiente a rendere ragionevole la scelta del legislatore, ponendosi essa in oggettivo contrasto con l'esigenza di consolidamento della struttura del credito cooperativo e con il generale riconoscimento, anche in sede europea (è citata la sentenza della Corte di giustizia dell'Unione europea 8 settembre 2011, in cause riunite C-78/08, C-79/08 e C-80/08, Paint Graphos e altri), della ridotta capacità contributiva delle cooperative a mutualità prevalente. 1.2.2.- Con la seconda questione è lamentata la violazione degli artt. 41 e 45 Cost. Il rimettente premette che l'art. 41 Cost., nel garantire la libertà di iniziativa economica privata, ha assunto il ruolo di fondamento costituzionale del principio di tutela della concorrenza, in linea con l'evoluzione del diritto dell'Unione europea, e osserva che la riforma delle BCC persegue il fine di «assicurare l'effettivo sviluppo della concorrenza sul mercato unico europeo nel quadro comunque del consolidamento dell'intera struttura del credito cooperativo». La «funzione sociale della cooperazione a carattere di mutualità e senza fini di speculazione privata», riconosciuta dall'art. 45, primo comma, Cost., fungerebbe dunque da limite al principio di tutela della concorrenza, nell'ambito della «clausola generale» dell'utilità sociale ex art. 41, secondo comma, Cost. e nel quadro di un necessario bilanciamento tra diversi valori di rilievo costituzionale. Date queste premesse, il giudice a quo reputa che l'imposizione tributaria contrasti con l'indicata funzione sociale della cooperazione, sulla base delle seguenti ragioni: a) la società conferente continua a operare nel settore della cooperazione a mutualità prevalente anche dopo aver conferito l'azienda bancaria nella spa e adottato le modifiche statutarie; b) l'imposta colpisce proprio le banche di credito cooperativo più in grado, per consistenza patrimoniale, di assicurare la capacità competitiva nel mercato e mantenere il collegamento con il territorio, anche senza aderire a un gruppo bancario cooperativo; c) infine, restando indivisibili le riserve della conferente - diversamente da come era stato previsto nel testo originario - sarebbe pregiudicata la capacità di erogare credito da parte «dell'azienda di nuova formazione». Il fatto che l'assoggettamento all'imposta straordinaria derivi dalla scelta volontaria della BCC di non aderire al gruppo non varrebbe a rendere insindacabili - come ritenuto dal giudice tributario d'appello nel processo principale - le ricadute economiche dell'imposta. Non si tratterebbe infatti di un'opzione fiscale equiparabile a quella - di natura negoziale - tra un'imposta sostitutiva e una (inesistente) imposta ordinaria, bensì della scelta di un modulo organizzativo tramite il quale la libertà di iniziativa economica privata si svolge non in contrasto con l'utilità sociale, nel rispetto dell'art. 41 Cost., e che esprime inoltre la funzione sociale della cooperazione a carattere di mutualità e senza fini di lucro, riconosciuta dall'art. 45 Cost. 1.2.3.- In terzo luogo è lamentata la violazione dell'art. 47 Cost., nella parte in cui, al primo comma, prevede che «[l]a Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme». Secondo il rimettente, la scelta legislativa di assoggettare al tributo l'adesione a un modulo imprenditoriale piuttosto che a un altro «nel quadro del medesimo settore del credito cooperativo», si porrebbe in contraddizione con il principio della tutela del risparmio.