[resaula]

Non ho altro modo per richiamare l'attenzione dell'Assemblea su una realtà scabrosa, che facendo tuttavia comodo allo Stato e dunque a ciascun Ministro della cultura, almeno nell'ottica antipolitica oggi dominante del vantaggio immediato, vede i riflettori dei media e di conseguenza le coscienze dei cittadini costantemente spenti, perché è lo Stato - badate - che in ambito culturale tollera, consente e addirittura sollecita i privati, quando non li incentiva anche finanziariamente, a costituire associazioni di volontariato o fondazioni ONLUS che utilizzano i volontari. Questi vengono ormai impiegati in tutti i luoghi della cultura (biblioteche, archivi, monumenti, musei e aree archeologiche) come espediente per non assumere personale o sottopagarlo o pagarlo in nero, con enormi profitti che sfuggono al fisco. In effetti, la studiata confusione tra volontariato e professioni culturali già miete migliaia di vittime in questo Paese e rischia di farne in futuro molte di più, proprio con l'avallo ideologico della Convenzione di Faro. Un affare assegnato, che stiamo svolgendo in 7 a Commissione in questi giorni su mio impulso, lo conferma e ci dà anzi la misura di un abuso che dilaga senza trovare alcun argine, giovandosi dell'assenza o dell'ambiguità della normativa. Pensate che la deregolamentazione ha portato nei nostri musei pubblici, che per inciso sono quasi mezzo migliaio sul territorio nazionale, a una situazione - cito i dati Istat più aggiornati, quelli di gennaio 2019 relativi al 2017 - per cui il 65 per cento degli istituti impiega volontari e il rapporto tra volontari e stipendiati è di 1 a 67. Dico 67 volontari per ogni assunto. Ovvio che qui non si tratta più di volontariato in senso proprio e nobile, ma di lavoro gratuito mascherato, che sostituisce il lavoro qualificato e retribuito, creando concorrenza sleale con chi non è in grado di offrire pari qualità dei servizi e precludendo ai professionisti l'accesso al mondo del lavoro, o comunque ritardandolo e assoggettandolo a condizioni poco o nulla dignitose. Al punto che, a volte, i professionisti devono fingersi volontari pur di lavorare, compensati con miseri rimborsi spese. La truffa più clamorosa - mi perdonerete se parlo schietto, ma senza per questo voler offendere le migliaia di ragazzi che vi si dedicano con impegno pari alla passione e vi ripongono le loro speranze - è quella del servizio civile, con cui il Ministero dei beni culturali di fatto assume a scadenza e paga 3 euro l'ora. Del resto, stando a un'indagine condotta dalla meritoria associazione «Mi riconosci?» sui contratti di lavoro nel mondo dei beni culturali, quasi metà dei lavoratori del settore, sovente laureati e specializzati o dottorati, ha una paga oraria lorda inferiore a 8 euro. Se non fosse per questa distorsione dell'impiego del volontariato nei beni culturali, tale per cui l'occupazione nel settore cala nonostante l'incremento record del 5 per cento dei visitatori, e dunque degli introiti da bigliettazione, registrato nel 2018 nei luoghi della cultura statali rispetto all'anno precedente, potrei anch'io bearmi in astratto per ore, insieme a gran parte di quest'Assemblea, dell'afflato ideale che impregna la Convenzione di Faro. Invece, da tecnico della cultura, ne colgo i gravi profili di rischio per un Paese qual è oggi il nostro. Una Convenzione che, datata 2005, come quella UNESCO di Parigi sulla diversità culturale e successiva di soli due anni a quella, sempre di Parigi e sempre dell'UNESCO, sul patrimonio culturale immateriale, di fatto recepisce entrambe e vi si allinea. Le supera, anzi, allargando la nozione di eredità culturale a comprendere, vorrei dire finalmente, quelli che la legislazione nazionale già riconosce da tempo e definisce beni paesaggistici o, meglio ancora, paesaggio, tant'è che il codice Urbani del 2004 è detto dei beni culturali e del paesaggio; poiché un bene, in quanto oggetto, presuppone un soggetto titolare, mentre il rapporto uomo-ambiente non è di appartenenza. Se mai è la comunità il soggetto di riferimento dell'ambiente e anzi, alla fine, com'è stato scritto da chi ha titolo di commentare e interpretare il nostro diritto amministrativo, per il legislatore italiano «la realtà sociale» si identifica «con quella culturale e lato sensu ambientale». Altro aspetto interessante ma a mio parere non privo di problematicità è la soggettivazione del rapporto tra società e patrimonio culturale che la Convenzione di Faro spinge in prossimità se non oltre il limite massimo. L'encomiabile volontà di porre al centro la persona invece della cosa, infatti (volontà fondata su quella identità della comunità con il suo patrimonio culturale e con l'ambiente in cui vive che, ancora una volta, il nostro ordinamento già conosce da circa un ventennio), si spinge fino a far balenare l'idea di un diritto dell'individuo al patrimonio culturale. Quest'ultimo, se pure è qualificabile tra i diritti soggettivi, non potrà tuttavia rientrare nel novero dei diritti soggettivi perfetti, quindi assoluti, sia perché esistono beni culturali di proprietà privata, e quello è un diritto non comprimibile - lo dico da persona che, avendo coltivato gli studi umanistici per passione e per professione, non può che sentire profondamente, vorrei dire intrinsecamente, suo ogni prodotto dell'ingegno umano, ovunque si trovi e chiunque lo detenga -, sia perché l'accesso ai luoghi della cultura pubblici è comunque soggetto a limitazioni, che possono avere le più varie e diverse ragioni pratiche, tutte capaci di limitare, di fatto, la fruizione collettiva. Al contrario, l'esaltazione di questo diritto rischia di fare solo la fortuna dei galleristi. Non mi soffermo per brevità sul concetto di popolo che guida la cultura, che trasuda dalla Convenzione di Faro, concetto rimasto estraneo al nostro ordinamento persino durante il ventennio. Non mi permetto di entrare nel merito dell'accusa di anacronismo mossa al testo della Convenzione, in particolare all'articolo 14, da quanti lamentano che al digitale sia riconosciuto un ruolo «assolutamente marginale e meramente strumentale» (cito il professore Nicola Barbuti), ma permettetemi di spendere un minuto per un'ultima osservazione, del tutto personale e di nuovo da classicista. Riguarda quella definizione a mio parere troppo generica e troppo asettica di «eredità comune dell'Europa» che si legge all'articolo 3 della Convenzione. Essa consiste, cito, in «tutte le forme di eredità culturale in Europa che costituiscono, nel loro insieme, una fonte condivisa di ricordo, comprensione, identità, coesione e creatività». Tra le righe leggo un impegno smodato e, per certi aspetti, puerile, a tacere la soluzione all'indovinello, la parola chiave che necessariamente, in quanto tale, è l'unica a dover essere taciuta a tutti i costi.