[pronunce]

che nel giudizio è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, il quale ha concluso per l'inammissibilità o, comunque, per l'infondatezza della questione; che la difesa dello Stato richiama la giurisprudenza costituzionale secondo cui la disciplina dell'ingresso e del soggiorno dello straniero nel territorio nazionale è collegata alla ponderazione di svariati interessi pubblici (sicurezza e sanità pubblica, ordine pubblico, vincoli internazionali), che spetta in via preminente al legislatore ordinario, al quale va riconosciuta un'ampia discrezionalità al riguardo (sono citate le sentenze della Corte costituzionale n. 148 del 2008; n. 206 del 2006 e n. 62 del 1994); che nella specie, secondo l'Avvocatura generale, il limite della ragionevolezza risulterebbe rispettato, dovendosi considerare che, dopo l'entrata in vigore della legge 15 luglio 2009, n. 94 (Disposizioni in materia di sicurezza pubblica), la condotta di soggiorno illegale nel territorio dello Stato costituisce uno specifico reato, seppure di natura contravvenzionale; che, inoltre, la norma censurata non sarebbe in contrasto con il principio della necessaria finalità rieducativa della pena, considerato che il divieto di sospensione dell'esecuzione già sussisteva, «in relazione a numerose altre fattispecie di reato», prima della modifica dell'art. 656, comma 9, cod. proc. pen. ; che, anche in relazione ai reati commessi durante la permanenza illegale nel territorio dello Stato, il legislatore ha ritenuto che il condannato debba comunque fare ingresso in carcere, potendo poi, nella condizione di restrizione, chiedere l'ammissione alle misure alternative alla detenzione; che, ad avviso della difesa dello Stato, non potrebbe per ciò solo ritenersi compromesso il percorso rieducativo del condannato, posto che altrimenti si finirebbe per teorizzare che ad ogni ipotesi di detenzione in carcere consegua, automaticamente, una violazione del precetto contenuto nell'art. 27 Cost. Considerato che il Tribunale di Bergamo, in funzione di giudice dell'esecuzione penale, ha sollevato, in riferimento agli artt. 3 e 27 della Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell'art. 656, comma 9, lettera a), del codice di procedura penale, nella parte in cui preclude la sospensione dell'esecuzione delle pene detentive infratriennali nei confronti di persone condannate per delitti aggravati dalla circostanza prevista dall'art. 61, primo comma, numero 11-bis, del codice penale; che, secondo il giudice a quo, la norma censurata avrebbe introdotto una «aprioristica presunzione di pericolosità» del condannato straniero per fatti commessi durante la permanenza irregolare nel territorio nazionale, che risulterebbe del tutto eccentrica nel sistema dell'esecuzione penale delle pene detentive brevi, con conseguenze paradossali sul piano della coerenza del sistema, in contrasto con i principi di uguaglianza e della finalità necessariamente rieducativa della pena; che, con la sentenza n. 249 del 2010, successiva all'ordinanza di rimessione, questa Corte ha dichiarato l'illegittimità costituzionale dell'art. 61, primo comma, numero 11-bis, cod. pen. , e, in via consequenziale, dell'art. 656, comma 9, lettera a), cod. proc. pen. , limitatamente alle parole «e per i delitti in cui ricorre l'aggravante di cui all'art. 61, primo comma, numero 11-bis), del medesimo codice»; che, di conseguenza, la questione di legittimità oggi in esame è divenuta priva di oggetto e va dichiarata, per tale ragione, manifestamente inammissibile (ex plurimis, ordinanza n. 78 del 2010). Visti gli articoli 26, secondo comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87, e 9, comma 2, delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale.. per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE dichiara la manifesta inammissibilità della questione di legittimità costituzionale dell'art. 656, comma 9, lettera a), del codice di procedura penale, sollevata, in riferimento agli artt. 3 e 27 della Costituzione, dal Tribunale di Bergamo con l'ordinanza indicata in epigrafe. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 16 dicembre 2010. F.to: Ugo DE SIERVO, Presidente Gaetano SILVESTRI, Redattore Maria Rosaria FRUSCELLA, Cancelliere Depositata in Cancelleria il 5 gennaio 2011. Il Cancelliere F.to: FRUSCELLA