[pronunce]

, ha sollevato – in riferimento all'art. 3 Cost. – questione di legittimità costituzionale dell'art. 157, quinto comma, cod. pen. , come sostituito dall'art. 6 della legge n. 251 del 2005, nella parte in cui non dispone che il termine triennale di prescrizione previsto per i reati puniti con pena diversa da quella detentiva e da quella pecuniaria si applichi, inoltre, a tutti gli ulteriori reati di competenza del giudice di pace, ovvero nella parte in cui prevede un termine prescrizionale di tre anni quando per il reato la legge stabilisce pene diverse da quella detentiva e da quella pecuniaria; che nel giudizio principale si procede per un delitto di minaccia non aggravato (art. 612 cod. pen.), sanzionabile con la sola pena pecuniaria, per il quale, secondo il rimettente, il termine prescrizionale sarebbe pari a sei anni, in applicazione del primo comma dell'art. 157 cod. pen. (come sostituito dalla legge n. 251 del 2005), oppure a cinque anni, considerando più favorevole la disciplina della prescrizione vigente all'epoca del fatto; che peraltro, secondo il giudice a quo, il novellato quinto comma dell'art. 157 cod. pen. , fissando in soli tre anni la durata del termine prescrizionale per i reati puniti con le sanzioni cosiddette paradetentive, avrebbe indotto nel sistema una situazione di grave irrazionalità; che infatti, nell'ambito dei reati di competenza del giudice di pace, la prescrizione maturerebbe più rapidamente per i fatti più gravi, mentre sarebbe ingiustificatamente dilazionata per i reati sanzionati con sola pena pecuniaria; che sarebbero vulnerati, in tale situazione, il criterio della razionalità intrinseca ed il principio di uguaglianza, con conseguente violazione dell'art. 3 Cost; che il rimettente osserva, in punto di rilevanza, come l'eventuale accoglimento della questione sollevata possa condurre, nel giudizio a quo, ad una declaratoria di estinzione del reato altrimenti non (ancora) consentita; che peraltro, nel dispositivo del provvedimento di rimessione, il quinto comma dell'art. 157 cod. pen. è censurato, in senso alternativo, nella parte in cui non estende il termine triennale in esso previsto a tutti i reati di competenza del giudice di pace, ovvero nella parte in cui prevede un termine triennale per i reati puniti con pene diverse da quella detentiva o da quella pecuniaria; che il Giudice di pace di Cagliari, con ordinanza del 23 febbraio 2007 (r.o. n. 614 del 2007), ha sollevato – in riferimento all'art. 3 Cost. – questione di legittimità costituzionale dell'art. 157 cod. pen. , come sostituito dall'art. 6 della legge n. 251 del 2005, nella parte in cui prevede «termini di prescrizione diversi» per i reati puniti con pene differenti da quella detentiva e da quella pecuniaria; che nel giudizio principale si procede nei confronti di persona accusata del delitto di diffamazione (art. 595 cod. pen.), in relazione al quale, secondo il rimettente, dovrebbero applicarsi i termini di prescrizione introdotti dalla citata legge n. 251 del 2005; che, a parere del giudice a quo, l'art. 157 cod. pen. , nel testo riformato, viola «il principio di razionalità e di uguaglianza», in quanto, per i reati più gravi tra quelli attribuiti alla competenza del giudice di pace, «come quello di specie», prevede un termine prescrizionale più breve che per i reati di minor gravità; che, dunque, lo stesso art. 157 cod. pen. dovrebbe essere dichiarato illegittimo «nella parte in cui prevede termini di prescrizione diversi per i reati puniti con pene diverse da quelle pecuniarie e detentive»; che il Tribunale di Biella, con ordinanza del 20 febbraio 2007 (r.o. n. 634 del 2007), ha sollevato – in riferimento all'art. 3 Cost. – questione di legittimità costituzionale dell'art. 157, quinto comma, cod. pen. , come sostituito dall'art. 6 della legge n. 251 del 2005, nella parte in cui non dispone che il termine triennale di prescrizione previsto per i reati puniti con pena diversa da quella detentiva e da quella pecuniaria si applichi, inoltre, a tutti gli ulteriori reati di competenza del giudice di pace; che nel giudizio a quo si procede nei confronti di persona accusata dei reati di lesioni personali (art. 582 cod. pen.) e ingiuria (art. 594 cod. pen.), commessi il 17 novembre 2000; che il rimettente – premesso che per entrambi i fatti in contestazione sono applicabili le sanzioni introdotte dall'art. 52 del d.lgs. n. 274 del 2000 – osserva come il più grave tra detti reati, quello di lesioni personali, debba essere dichiarato estinto per prescrizione a norma del quinto comma dell'art. 157 cod. pen. , mentre la meno grave fattispecie di ingiuria sarebbe ulteriormente perseguibile, in quanto assoggettata ai più lunghi termini fissati nel primo comma dello stesso art. 157 cod. pen. ; che in particolare, secondo il giudice a quo, la previsione di un termine triennale per la prescrizione dei reati puniti con «pene diverse da quelle detentive o pecuniarie» deve essere riferita agli illeciti di competenza del giudice di pace per i quali siano comminate le cosiddette sanzioni paradetentive, anche perché, ove «diversamente intesa, la norma risulterebbe inapplicabile, in quanto priva di qualsivoglia concreto riferimento»; che la prevista possibilità dell'irrogazione di una pena pecuniaria in alternativa alla sanzione «diversa», nei singoli casi concreti, non escluderebbe l'applicazione della norma censurata ai reati di competenza del giudice di pace, poiché detta norma si riferisce, in astratto, alle previsioni sanzionatorie edittali; che dunque, nell'ambito degli illeciti rimessi alla competenza del giudice onorario, il termine di prescrizione per i reati puniti con la sanzione pecuniaria sarebbe pari a quattro anni o addirittura a sei (a seconda che si tratti di contravvenzioni o delitti), mentre gli illeciti più gravi, per i quali è applicabile anche (o solo) una sanzione coercitiva della libertà personale (ancorché non detentiva), sarebbero suscettibili di estinzione già nell'arco di un triennio; che un tale assetto, secondo il rimettente, sarebbe «platealmente irragionevole», perché contrastante con l'aspettativa di un «oblio sociale dell'illecito» più o meno tempestivo a seconda della portata dell'offesa, e comunque con il criterio di un più marcato interesse punitivo per i fatti di maggior gravità; che la denunciata irrazionalità risulterebbe particolarmente evidente considerando sequenze criminose di progressione nell'offesa ad un medesimo bene: la prescrizione del reato di percosse (fatto punibile, a norma dell'art. 581 cod. pen. , con la sola pena pecuniaria) matura in sei anni, e tuttavia, nel caso in cui l'agente giunga a provocare lesioni personali lievi (punibili, a norma dell'art. 582 cod. pen. , anche con la permanenza domiciliare o il lavoro sostitutivo), il termine per l'estinzione del reato scende a tre anni;