[ddlpres]

Disposizioni finalizzate all'introduzione di percorsi di educazione all'affettività e di educazione sessuale nell'ambito del sistema nazionale di istruzione. Onorevoli Senatori. – L'educazione affettiva e sessuale non solo è fra gli argomenti che appaiono ancora difficili da affrontare a scuola, ma rimane – nella sua essenza e per le implicazioni che ne derivano – una questione particolarmente delicata e circondata spesso, fra ostentazione e pregiudizio, dai numerosi tabù di cui si compone la nostra realtà. La sessualità è parte integrante dell'essere umano e della sua identità: inscindibile dall'educazione generale della persona, essa deve poter essere affrontata, oltre che dalla famiglia, anche dalla scuola, in quanto parte della sua missione educativa. L'educazione sessuale non prevede solo l'insegnamento degli aspetti cognitivi, legati più strettamente alla sessualità biologica (ossia del « sapere »), ma deve considerare anche l'aspetto relazionale ed emotivo della sessualità (ossia del « saper essere »), il rapporto e il confronto con gli altri, il rispetto di sé e dell'altro, nonchè la capacità di sentire le proprie emozioni e di gestirle. Il dibattito sull'introduzione dell'educazione affettiva e sessuale come insegnamento nelle scuole è iniziato in Italia già nel secolo scorso, quando il 13 marzo 1975 fu presentata la proposta di legge, in materia di iniziative per l'informazione sui problemi della sessualità nella scuola statale (atto Camera n. 3584), a prima firma del deputato Giorgio Bini, esponente del Partito comunista italiano (PCI). Da allora sono stati presentati altri progetti di legge da parte di parlamentari di diversi orientamenti politici, ma non si è mai arrivati a un risultato concreto: tutti sfociati in un nulla di fatto. Da ultimo, con riferimento alla legge 13 luglio 2015, n. 107, cosiddetta « Buona scuola », al comma 16, dell'articolo 1, in particolare, si prevede che: « Il piano triennale dell'offerta formativa assicura l'attuazione dei princìpi di pari opportunità promuovendo nelle scuole di ogni ordine e grado l'educazione alla parità tra i sessi, la prevenzione della violenza di genere e di tutte le discriminazioni, al fine di informare e di sensibilizzare gli studenti, i docenti e i genitori sulle tematiche indicate dall'articolo 5, comma 2, del decreto-legge 14 agosto 2013, n. 93 », ovvero su tutto ciò che è relativo alla violenza contro le donne, all'educazione alla relazione e alla discriminazione di genere. Tuttavia, le linee-guida per l'attuazione di tali princìpi non sono state sempre recepite integralmente dalle singole istituzioni scolastiche, in quanto le decisioni degli stessi dipendono, spesso, da un lato, dalla disponibilità economica mentre, dall'altro, dall'orientamento ideologico dei consigli di istituto. Le resistenze maggiori sono riconducibili sia alla convinzione che il primato educativo sugli argomenti più delicati spetti alla famiglia, sia al timore che discutere di sessualità induca gli studenti a praticarla prematuramente. In realtà, uno studio del 2011 elaborato dal Dipartimento di affari sociali ed economici delle Nazioni Unite dal titolo « The impact of sex education on the sexual behaviour of young people » mostra che i programmi di educazione sessuale ritardano l'età del primo rapporto. Per quanto riguarda il ruolo della famiglia, da un'indagine nazionale del Ministero della salute sulle condizioni fisico-sessuali e riproduttive degli adolescenti, pubblicata il 19 febbraio 2019, è emerso che la famiglia è un contesto in cui difficilmente si affrontano temi come la sessualità, le infezioni sessualmente trasmissibili o la contraccezione. Questo perché temi come l'affettività e la sessualità muovono meccanismi emotivi difensivi negli adulti, che inducono al silenzio con i figli e con gli alunni: quegli stessi silenzi da cui « proveniamo », le medesime parole non dette che i nostri genitori e gli adulti di riferimento ci hanno riservato quando, a volta nostra, eravamo bambini e preadolescenti. Oggi simili silenzi potrebbero rivelarsi oltremodo dannosi, un vero pericolo per la crescita di minori (nativi e natanti digitali), immersi nella vita virtuale e nel simultaneo, che hanno libero accesso a siti, territori ed esperienze in cui si è dissolto il concetto di fase-specificità. Un concetto chiave nell'età evolutiva, tanto più necessario per un'area delicata della crescita come la sessualità, che ha bisogno di essere sostenuta e accompagnata con stimoli, informazioni e strumenti adatti al livello di sviluppo psico-emotivo del minore. I risultati dell'indagine ora citata rilevano che in un contesto in cui l'educazione sessuale è assente, frammentaria, approssimativa e geograficamente disomogenea, la stragrande maggioranza degli adolescenti italiani (l'89 per cento dei ragazzi e l'84 per cento delle ragazze) è costretta a informarsi ricorrendo alla rete internet . Meno della metà si rivolge agli amici, e solo uno su quattro ai familiari. Quella di internet è una realtà nella quale l'adolescente è spettatore e fruitore prima di essere adolescente: da solo o da sola davanti allo schermo, l'adolescente non viene « trattato » per quella che è la sua specificità e le sue necessità di dialogo e di confronto, sia con i professionisti sia con i suoi pari, non vengono soddisfatte. In questo senso, senza un percorso di monitoraggio e un'attenzione specifica « all'utente », il patto educativo viene a mancare e il contenuto visivo, audiovisivo o scritto viene recepito senza la mediazione necessaria di chi è formato per questo ruolo. Oggi, purtroppo, può capitare che i bambini si confrontino con i contenuti della pornografia già al termine della scuola primaria. Attraverso la rete essi hanno già visto tutto. Tuttavia, internet e i coetanei contribuiscono, spesso, ad alimentare la confusione e i falsi miti sulla sessualità. Così i ragazzi entrano in contatto con la pornografia, ma senza aver ricevuto dal sistema educativo gli strumenti per capire che si tratta di finzione cinematografica. Gli adolescenti tendono a imitare le pratiche sessuali viste nei filmati pornografici, con tutti i problemi che ciò comporta dal punto di vista della violenza di genere e dei connessi stereotipi. In questo modo, la sessualità resta spesso una dimensione sollecitata esclusivamente nell'area dell'eccitazione. Del suo valore relazionale ed emotivo i minori non vengono a conoscenza e non hanno consapevolezza: ragazzi e ragazze, crescendo, vedono, sempre più spesso, moltissime situazioni in cui « si fa sesso », ma del « fare l'amore » non comprendono in alcun modo il valore e il significato. La stessa indagine nazionale del Ministero della salute rileva che è significativa la percentuale di studenti che ritengono che la scuola debba garantire l'informazione sulla sessualità e sulla riproduzione: per alcuni a partire già dalla scuola primaria (11 per cento), per altri dalle scuole secondarie di primo grado (50 per cento) e per altri, infine, dalle scuole secondarie di secondo grado (32 per cento). Al contrario, solo il 6 per cento degli intervistati dichiara di non ritenere utile questo insegnamento. Da parte dei ragazzi e delle ragazze esiste, dunque, una forte domanda per ricevere un'educazione all'affettività e alla sessualità.