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Quella regionale si concreta, dall'altro lato, nell'analisi delle esigenze, nell'individuazione degli obiettivi, nel dimensionamento delle dotazioni finanziarie e strumentali, nella definizione e nella gestione delle fasi di attuazione. In forza della disposizione di rango costituzionale lo Stato è il soggetto istituzionale principalmente obbligato alla promozione e al sostegno dell'intervento in favore dell'Isola sarda. Tale adempimento si esercita con il concorso della regione, perciò in una condizione di leale collaborazione, di vincolo pattizio finalizzato che oggi può definirsi di federalismo solidale. L'intervento partecipato Stato-regione ha carattere di piano organico, quindi di intervento a carattere generale ancorché non esclusivo né esaustivo, ma comunque rivolto ai molteplici fattori dello sviluppo economico e sociale. Il piano ha la finalità di favorire, quindi di sostenere, il progetto complessivo di sviluppo qualificato (rinascita) e perciò si esercita in coerenza con il Programma regionale di sviluppo (PRS) di cui all'articolo 2 della legge regionale 2 agosto 2006, n. 11. Il contenuto e l'obiettivo della rinascita si sostanziano in un miglioramento della qualità della vita economica e civile che la comunità regionale, attraverso le istituzioni democratiche, determina in ragione della sua esistenza. La rinascita deve essere contestualmente economica e sociale, pertanto a valenza qualitativa sia dei processi di sviluppo, sia delle condizioni generali di vita di tutta la popolazione. La regione destinataria di questi interventi è «l'Isola», vale a dire la Sardegna, una specifica parte del territorio nazionale configurata, oltre che dalla dimensione istituzionale e comunitaria di popolo insediato nel territorio, anche dalla specificità geografica (l'insularità, appunto). Tale specificità geografica, rilevante nella norma costituzionale, richiama il permanente divario di sviluppo con le altre regioni italiane ed europee, in relazione all'esclusione oggettiva della Sardegna dalla continuità delle principali reti di comunicazione, trasportistiche ed energetiche -- soprattutto relative alle fonti pulite, a minor tasso di inquinamento e a minor costo -- nazionali e continentali. L'integrazione con i sistemi di comunicazione e dei servizi richiede una adeguata politica italiana ed europea per le isole, capace di considerare lo svantaggio derivante dall'inaccessibilità di risorse disponibili solo in ambito continentale e dalla necessità permanente di ridurre gli effetti negativi dell'isolamento fisico. La connessione del sistema dei trasporti locali con quelli nazionali e continentali deve essere quindi trattata come un obbligo verso i cittadini sardi da parte dei diversi livelli istituzionali (Unione europea, Stato, regione, autonomie locali) in ragione delle rispettive competenze. La condizione di insularità non solo legittima la permanente validità dell'articolo 13 dello Statuto speciale per la Sardegna, ma rende sempre attuale il tema cui esso allude. Gli elementi richiamati configurano un obbligo giuridico in attuazione di una specifica norma costituzionale, ma anche un interesse nazionale, a sostegno di una strategia di sviluppo di qualità propria e nuova, da promuovere in favore della regione-Isola Sardegna. Peraltro, tutto ciò implica una complessiva valenza di straordinarietà degli interventi e di coordinamento sinergico da parte di tutti i poteri pubblici necessariamente intervenienti e una definizione dell'intervento attuativo selettivo e strategico rispetto alla previsione costituzionale più complessiva (sviluppo equilibrato e socialmente qualificato, Repubblica delle autonomie, sistema partecipativo, autonomia speciale della Sardegna). Nelle precedenti esperienze storiche l'iniziativa dello Stato e il concorso della regione sono stati principalmente finalizzati alla realizzazione di modelli organizzativi dell'economia e della società già esistenti nelle regioni a più alto tasso di sviluppo. Ciò con l'obiettivo prevalente di allineare il sistema produttivo della Sardegna alle scelte produttive delle regioni più industrializzate del Paese. Si rinunciava, così, sostanzialmente, a perseguire il superamento del divario di sviluppo esistente, in tale modo mantenendo una prospettiva di inserimento comunque subalterno nel permanente processo di sviluppo duale tra Nord e Sud d'Italia e d'Europa. Persiste ancora oggi, in alcune recenti produzioni normative, l'idea che la risposta alla domanda di rinascita possa risiedere nella trasposizione dei più attuali e prevalenti modelli di crescita economica fondati sulla competitività di prezzo, sull'iperflessibilità del lavoro (con conseguente riduzione dei diritti e precarizzazione delle condizioni di vita delle lavoratrici e dei lavoratori), sul consumo, ritenuto inevitabile, di territorio e ambiente. Una siffatta impostazione va interamente rovesciata: per superare le condizioni di svantaggio, al contrario, bisogna individuare le vocazioni produttive più naturali dei luoghi e i percorsi più originali di sviluppo proprio. La più attuale lettura dell'articolo 13 del citato Statuto speciale per la Sardegna suggerisce la scelta netta di perseguire nel tempo intermedio due sostanziali azioni generali: una sul versante dell'innovazione economica (processi e prodotti di assoluta qualità ambientale) e una sul versante dell'innovazione sociale. Perciò, le azioni essenziali da affidare allo specifico intervento del citato articolo 13 possono oggi delinearsi nel progetto di rinaturalizzazione dell'Isola attraverso il risanamento integrale dei fattori naturali (terra, acqua, aria, habitat , patrimonio animale e vegetale) e nel contrasto alla desertificazione. Il modello di sviluppo che sottende al progetto di rinaturalizzazione deve basarsi su elementi imprescindibili, relativi alla partecipazione attiva delle comunità locali, alla valorizzazione delle pratiche tradizionali, all'innovazione coerente con la qualità ambientale dei processi non meno che dei prodotti, alla costruzione di canali di commercializzazione dei beni di qualità, attraverso il ricorso a progetti per l'ecocertificazione e l' ecolabelling . La «democrazia ambientale» comporta la partecipazione democratica dei singoli e delle comunità alla definizione del modello economico-sociale di sviluppo, azioni positive di inclusione e di coesione sociale, risposte coerenti alla domanda di lavoro buono, di occupazione produttiva, di studio, di ricerca, di formazione. Perciò, il piano di risanamento dovrà essere definito nelle sue modalità e priorità attraverso un processo partecipativo, secondo i criteri più elevati riconosciuti a livello internazionale, da Agenda 21 alla Carta di Aarhus, sulla partecipazione pubblica. L'elaborazione del piano dovrà essere svolta attraverso il coinvolgimento dei vari soggetti istituzionali, a livello regionale e locale, delle parti sociali, dei movimenti, delle associazioni, dei comitati. L'ampio processo consultivo dovrà essere promosso dalla regione su tutto il territorio della Sardegna secondo i principi e le pratiche del bilancio partecipativo. La dimensione sociale del piano proposto risulta soprattutto evidenziata dalla necessaria applicazione di lavoro qualificato e stabile che deriva dalla gestione degli interventi, dallo studio, dalla ricerca delle nuove produzioni di qualità, dall'organizzazione funzionale e produttiva di tutte le attività connesse. Tutti elementi utili per ridefinire un autentico piano straordinario per il lavoro.