[ddlpres]

Conclusivamente La normativa riguardante l'insegnamento della religione cattolica nelle scuole statali, con personale docente retribuito dallo Stato, quale previsto dall'accordo che apporta modificazioni al Concordato lateranense e relativo protocollo addizionale, reso esecutivo ai sensi della legge 25 marzo 1985, n. 121, e dall'intesa tra il Ministro della pubblica istruzione e il Presidente della Conferenza episcopale italiana, resa esecutiva con decreto del Presidente della Repubblica 16 dicembre 1985, n. 751, trova nella legge 18 luglio 2003, n. 186: «Norme sullo stato giuridico degli insegnanti di religione cattolica degli istituti e delle scuole di ogni ordine e grado» la nuova statuizione in materia. Con la sopra citata legge si dispone che: a) lo Stato italiano si obbliga a bandire concorsi per l'insegnamento della religione cattolica, estendendo ai docenti le norme di stato giuridico e di trattamento economico previsti dal decreto legislativo. 16 aprile 1994, n. 297, e successive modificazioni, che trova applicazione nei confronti degli insegnanti delle scuole dello Stato che insegnano discipline dello Stato; b) nella procedura concorsuale spetta allo Stato soltanto l'accertamento della preparazione culturale generale e didattica, come quadro complessivo di riferimento, con esclusione dei contenuti propri di detto insegnamento che resta di esclusiva competenza della Chiesa cattolica. A tal fine, i titoli di qualificazione professionale per partecipare ai concorsi sono quelli stabiliti al punto 4 dell'Intesa di cui si è detto. Titoli rilasciati da enti della stessa Chiesa cattolica; c) ogni candidato deve inoltre essere in possesso del riconoscimento di idoneità a detto insegnamento, rilasciato dall'ordinario diocesano competente per territorio. Materia, questa, nella totale indisponibilità dello Stato italiano. Ciò stando a significare, tra l'altro, che l'attività di insegnamento del docente deve conformarsi pienamente alle finalità di detta idoneità e non, invece, svolgersi ed evolversi in rapporto alla destinazione di scopo della funzione docente e della libertà di insegnamento nella scuola di Stato (pena il licenziamento, e senza poter ricorrere ad un giudice del lavoro); d) nella scuola dell'infanzia e nella scuola elementare l'insegnamento della religione cattolica può essere affidato a docenti di sezione o di classe, anch'essi riconosciuti idonei dalla competente autorità ecclesiastica, che tuttavia siano disposti a farlo. La riferita normativa, a parte ogni altra considerazione di natura storico-politica sulle pattuizioni intervenute tra lo Stato italiano e la Chiesa cattolica, dal 1929 in poi, viola palesemente gli articoli 2 e 33, primo comma, della Costituzione, alla cui osservanza tutti i docenti delle scuole di Stato sono vincolati, come dovere da compiere. In quanto l'Italia è Stato laico e non confessionale, in esso la libertà di insegnamento è data al «singolo docente nell'esplicazione di un suo dovere d'ufficio, anzi per il buon uso dell'ufficio». «Storicamente la libertà d'insegnamento è sempre stata affermata a vantaggio della scuola, o a vantaggio diretto degli alunni, o a vantaggio della scienza» (V. Pototschnig). In buona sostanza la libertà d'insegnamento trova il suo riconoscimento «nell'interesse diretto e primario della società». Ad oggi, è fatto ben noto, l'insegnante di religione cattolica nelle scuole dello Stato ha l'obbligo, assoluto e tassativo, pena la revoca dell'idoneità da parte dell'ordinario diocesano e il conseguente licenziamento, di svolgere il proprio insegnamento, non in osservanza in attuazione degli articoli 2 e 33, primo comma, della Costituzione, per come specificato, ma esclusivamente per indottrinare i discenti ad un certo credo religioso (o, per come afferma l'articolo 19 della Costituzione, per fare propaganda dalla propria fede religiosa, anche attraverso un'attività di insegnamento). Del tutto inconferente, per la confessione religiosa, che detta legge violi palesemente precetti costituzionali di uno Stato laico, non confessionale. I buoni affari non abbisognano di guardare troppo per il sottile, soprattutto se a consentirli è chi patisce la violazione. La legge in questione non ha nulla a che vedere con la libertà religiosa sancita nell'articolo 19 della Carta, di cui la Chiesa cattolica, come le altre confessioni religiose, è originariamente titolare. Trattasi di un privilegio che ha radici lontane, per la precisione nei Patti lateranensi del 1929 col regime fascista, di cui porta l'impronta. Un'ultima osservazione per chiudere l'argomento. Nella citata legge n. 186 del 2003 è stabilito (articolo 1, comma 3) che nella scuola dell'infanzia e nella scuola elementare l'insegnamento della religione cattolica può essere affidato ai docenti di sezione o di classe riconosciuti idonei dalla competente autorità ecclesiastica. Di qui tanti «Giano bifronte»: da una parte un docente della scuola di Stato che deve svolgere il proprio insegnamento in attuazione degli articoli 2 e 33, primo comma, della Costituzione, dall'altra lo stesso docente che, nella stessa giornata, dismessa la veste di docente della scuola di Stato (con il placet dello stesso Stato laico e non confessionale), svolge un insegnamento diretto ad indottrinare i discenti della scuola del medesimo Stato. Si passa, ora, alla presentazione dell'articolato. Articolo 1. Definisce il servizio nazionale di istruzione, in attuazione dell'articolo 3 della Costituzione e dell'articolo 21 della legge di delega n. 59 del 1997 e provvedimenti attuativi, primo dei quali il più volte citato regolamento di cui al decreto del Presidente della Repubblica n. 275 del 1999, recante il regolamento sull'autonomia delle istituzioni scolastiche. Si enuclea la nozione di servizio da rendere alla persona del docente e al Paese, in attuazione del principio di eguaglianza sostanziale, ex articolo 3, secondo comma, della Costituzione, in termini di diritto ad una prestazione didattica erogata in rapporto a standard di qualità e quantità definiti dall'ente erogatore dello stesso «servizio» e con la garanzia del pieno godimento dei diritti inviolabili del discente alla libertà di apprendimento, alla continuità di esso e alla propria diversità, garantendo la quale trova attuazione il principio dell'eguaglianza sostanziale, servizio, comunque, da erogare in una dimensione europea dell'educazione. Articolo 2. Richiama le funzioni delegate alle regioni e i compiti e le funzioni trasferiti agli enti locali dal decreto legislativo 31 marzo 1998, n. 112. Articolo 3. Attiene all'articolazione del comparto scuola. Detto comparto ha una propria peculiarità ordinamentale, che altre branche della pubblica amministrazione assolutamente non hanno, tenuto conto della sua derivazione costituzionale (docenti, dirigenti scolastici e dirigenti tecnici, tutti personale della scuola di Stato, titolari delle libertà di insegnamento) e delle finalità del servizio nazionale di istruzione. Articolo 4. Conferisce delega al Governo: