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A ciò appare quanto mai lontana la profonda contiguità con una parte dei media , che, sotto la pressione della necessità di fare notizia ad ogni costo e con la lusinga di esaltare il protagonismo personale, porta assai spesso la magistratura ad usare in materia distorta le proprie prerogative, alla ricerca di ribalte che hanno per inevitabili vittime i cittadini. Di fronte a questo scenario così complesso e composito, abbiamo tutti, davanti agli occhi e nelle orecchie, i verbali e le registrazioni delle conversazioni, e per vero delle non meno sconcertanti interviste, che hanno avuto come protagonista Luca Palamara, componente togato del CSM ed ex presidente dell'Associazione nazionale magistrati (ANM), riguardante il vischioso sistema di conferimento degli incarichi e il distorto pilotaggio delle indagini verso vicende « selezionate » o esponenti politici poco graditi (emblematico il caso del senatore Salvini rispetto all'affare della nave Diciotti). Aspetti che hanno lasciato cadere il velo rispetto ad un sistema di collusioni assai ampio e profondo, in grado d'imporsi o quantomeno condizionare, direttamente o indirettamente, l'azione di settori essenziali della magistratura, secondo quello che senza timore di smentite può definirsi un surrettizio e inammissibile indirizzo politico e, ancor peggio, un uso personalistico, della funzione giurisdizionale. Altrettanto gravi le rivelazioni emerse con riferimento alle vicende che nel 2013 hanno portato alla condanna di Silvio Berlusconi e alla sua successiva decadenza da senatore, per frode fiscale. Da quanto pubblicato sulle colonne de Il Riformista , il magistrato Amedeo Franco, all'epoca dei fatti giudice relatore in Cassazione del processo Mediaset, avrebbe affermato alla presenza di alcuni testimoni le seguenti, inequivocabili parole (registrate): « Berlusconi deve essere condannato a priori perché è un mascalzone! Questa è la realtà ... A mio parere è stato trattato ingiustamente e ha subìto una grave ingiustizia ... L'impressione è che tutta questa vicenda sia stata guidata dall'alto. In effetti hanno fatto una porcheria perché che senso ha mandarla alla sezione feriale? Voglio dirlo per sgravarmi la coscienza, perché mi porto questo peso del ... ci continuo a pensare. Non mi libero ... Io gli stavo dicendo che la sentenza faceva schifo ... Sussiste una malafede del presidente del Collegio, sicuramente » sostenendo la tesi secondo cui il magistrato Antonio Esposito, presidente della sezione feriale della Cassazione che emise la sentenza di condanna del 2013, sarebbe stato « pressato » per il fatto che il figlio, anch'egli magistrato, era indagato dalla procura di Milano per « essere stato beccato con droga ». La conclusione del relatore di Cassazione, nel colloquio rubato, è che « si poteva cercare di evitare che andasse a finire in mano a questo plotone di esecuzione, come è capitato, perché di peggio non poteva capitare ». Andando a ritroso nel tempo negli ultimi venticinque anni, come noto, non mancano ulteriori e ancor più sconcertanti casi di uso politico della giustizia – ritagliati attraverso sapienti tempistiche « a orologeria » – a carico di esponenti politici di tutte le parti, che negli anni della cosiddetta Tangentopoli sono addirittura arrivati a decapitare una parte del sistema partitico: vicende che ormai appartengono alla storia, irrefutabilmente documentate. Si passa dai fatti che hanno coinvolto Craxi e Citaristi, passando per la famosa consegna dell'avviso di garanzia, anticipato al Corriere della Sera, all'allora Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi mentre presiedeva la Conferenza dell'Organizzazione delle nazioni unite sulla criminalità. L'uso politico della giustizia e la cultura giustizialista di cui esso si è spesso alimentato, che ha avuto con « Mani Pulite » la sua prima e più tangibile manifestazione, è stato una delle radici dei populismi, di cui troviamo tutti gli elementi: la gogna mediatica, i toni strillati, l'appello al popolo in funzione di giudice supremo, l'irrazionalismo, la presunzione di colpevolezza. Tutto è cominciato con la trasformazione iperbolica di una serie di inchieste giudiziarie su fatti pur gravi di corruzione politica e di degenerazione nella amministrazione della cosa pubblica in una sorta di « soluzione finale » del sistema politico e della democrazia dei partiti. Alla scoperta delle armi nucleari degli avvisi di garanzia e delle potenzialità distorte delle aderenze con il sistema dei media , è seguito non solo il crollo del vecchio sistema politico, ma anche la creazione di uno nuovo sotto la perenne spada di Damocle dell'inchiesta. In questo vuoto del sistema politico, si è inserita la magistratura, quella al suo interno fortemente politicizzata, almeno negli organismi di vertice. Ma la magistratura non può diventare il baricentro dello Stato, in un sistema democratico: infatti, il sistema democratico si basa – per quanto già detto – sulla sovranità popolare, imperniata sulla riconducibilità diretta o indiretta dei governanti al popolo e sulla possibilità per questo di controllarne l'operato e farne valere la responsabilità nel momento elettorale. Chiaramente, questo vale per gli organi del circuito politico rappresentativo, che devono stabilire l'indirizzo politico. La magistratura, al contrario, non deve decidere gli indirizzi politici del futuro, ma applicarli « al passato », cioè applicare la legge; la magistratura, va ribadito, è soggetta soltanto alla legge e non a forme di controllo e responsabilità democratica. Se la magistratura assume su di sé i poteri, si crea una situazione fortemente antidemocratica perché questa è un organo acefalo e fuori da ogni controllo popolare. È illusorio pensare che « la politica », contro cui si levano strali tanto alti, sia solo quella fatta dai partiti e dai movimenti; ogni aggregato umano fa politica, quando scende in campo per incidere sui processi di decisione collettiva. Anche la magistratura, essendo composta da uomini, fa politica, è naturale; ma nel momento in cui pretende di elaborare indirizzi politici, deve accettare le regole del gioco democratico e diventare responsabile. Non si può pretendere di giocare al politico conservando l'immunità del magistrato: occorre scegliere fra un ruolo e l'altro. Senza bisogno di rievocare accadimenti purtroppo ben noti, è oggi della massima urgenza un intervento profondo sui fenomeni in discussione, invocato peraltro – alla luce delle soglie parossistiche e intollerabili in uno Stato di diritto informato alla separazione dei poteri, al principio democratico e alla sovranità popolare – da portare lo stesso Presidente della Repubblica a esprimere, con riferimento al CSM alla luce del caso Palamara, « grave sconcerto e riprovazione per quanto accaduto », rispetto a una « degenerazione del sistema correntizio e [al]l'inammissibile commistione fra politici e magistrati » tale da richiedere una nuova normativa in materia, da condividere nell'ambito di un dialogo aperto da parte di tutti gli attori politici. Il costo, per il nostro sistema, dell'uso politico della giustizia è enorme. È sotto gli occhi di tutti che la strumentalizzazione dell'ufficio e l'utilizzo della funzione giurisdizionale come prosecuzione della politica con altri mezzi producono un danno incalcolabile all'immagine e alla legittimazione delle istituzioni. Il vulnus più grave si produce, paradossalmente, in capo alla stessa magistratura: