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Ma non sono i numeri il problema o la questione intorno alla quale c'è da discutere, finché ancora possiamo discutere, come dicevo prima. Si tratta di una decisione in ogni caso delicata in quanto investe i criteri di base su cui si fonda il nostro sistema democratico: la rappresentatività parlamentare e l'equilibrio dei poteri del nostro Stato di diritto, criteri che non possono venire superati da esperimenti di rappresentanza diretta, come ad esempio l'eliminazione del quorum referendario o quant'altro. Noi siamo favorevoli a una riduzione del numero dei componenti del Parlamento, ma nell'ambito di una più ampia, organica, complessiva, razionale e costituzionale riforma del sistema-Stato. Limitarsi infatti a ridurre il numero dei parlamentari tout court , significherà semplicemente sbilanciare un equilibrio fondamentale per garantire la democrazia e soprattutto la sovranità popolare e significherà semplicemente creare dei macrocollegi che, per forza di cose, creeranno dispersività e lontananza tra elettore ed eletto, quindi a discapito della sovranità popolare e della rappresentanza. Infatti, se è vero, come ricordava anche il collega Biasotti in un intervento che mi ha preceduto che il nostro Paese ha uno dei parlamenti più numerosi in Europa, è altrettanto vero che esso si colloca al ventesimo posto per criterio di rappresentatività, proprio per il rapporto tra eletti ed elettori; quindi alla riduzione dei parlamentari si dovrebbero affiancare contemporaneamente una serie di azioni fondamentali di modifica organica ed equilibrata del sistema-Stato nel suo complesso. In primo luogo il potenziamento delle autonomie locali, mortificate dai Governi a guida PD, in primo luogo il Governo Renzi, restituendo, prime fra tutte alle Province, il ruolo di corpo intermedio sussidiario, mortificato a colpi di leggi che poca cittadinanza trovano nel nostro impianto costituzionale. Il secondo è il potenziamento delle autonomie regionali, dotate - lo ricordo - di autonomia legislativa, che richiamino tutte le realtà locali alla responsabilità del governo dei loro territori, senza che sia possibile questo indegno scaricabarile tra Sud e Nord e viceversa Il terzo e più delicato punto è una rivisitazione del ruolo della magistratura, soprattutto in ambito civilistico, con un accresciuto ruolo della suprema corte, attraverso una normativa che preveda una nomofilachia vincolante per i gradi inferiori vicina al common law, che consenta di trovare, a chi voglia investire nel nostro Paese, un quadro normativo e giuridico di ragionevole certezza. Inoltre, fondamentale per il mantenimento dell'equilibrio dello Stato di diritto è il fatto che all'alleggerimento parlamentare deve corrispondere un alleggerimento della dimensione e della pervasività dell'Esecutivo e delle sue strutture, prevedendo parimenti una correlazione rigida tra il numero dei Ministri, Vice Ministri, Sottosegretari e il numero dei parlamentari e una conseguente riduzione degli apparati burocratici centrali che soffocano i cittadini. Il tutto senza rinunciare all'indifferibile ruolo di rappresentanza che viene garantito al Parlamento. Ripeto che siamo favorevoli alla riduzione del numero dei parlamentari, perché quando il legislatore costituente definì la composizione del Parlamento aveva di fronte un Paese differente, in cui le Regioni erano entità previste sulla carta e altri problemi dovevano trovare cittadinanza nella Carta costituzionale: si pensi alle pressioni austriache per la tutela delle minoranze etniche dell'Alto Adige. Oggi, con uno Stato cambiato e in cambiamento in cui le Regioni, in omaggio al principio di sussidiarietà, operano con autonomia legislativa, è possibile pensare a una riduzione del peso legislativo del Parlamento e del Governo centrali. Ça va sans dire che una riforma del genere non può e non deve avvenire per mere, anche se importanti, occasioni di risparmio economico, perché la democrazia è uno strumento troppo importante per venire assoggettato a scelte di tipo puramente mercantilistico; allo stesso modo non può essere una scelta funzionale a un accrescimento di potere dell'Esecutivo che vada a discapito del ruolo che i rappresentanti del popolo chiamati a rappresentarlo in questa nell'altra Camera sono chiamati a svolgere. Un Governo dell'Esecutivo ha il cattivo sapore della dittatura, sia essa monocratica o quella specie di diarchia con un mediatore sociale che stiamo vivendo: un Governo in cui i due capi dei partiti decidono tutto e procedono per decreti-legge e fiducie, imponendo al Paese la loro volontà, rendendo succube e inesistente il ruolo del Parlamento. Ricordatevi che togliere dignità e ruolo al Parlamento significa togliere dignità e voce al popolo. Penso a quella libertà di cui parlò Lincoln nel famoso discorso di Gettysburg: «Che questa Nazione (...) abbia una rinascita di libertà e che l'idea di un Governo di popolo, dal popolo, per il popolo non abbia a perire dalla terra». La libertà passa attraverso un Governo democratico: di popolo attraverso il suffragio universale, dal popolo attraverso la rappresentanza elettiva e per il popolo e quindi libero da scelte guidate da logiche propagandistiche finalizzate all'autoconservazione del potere. In questo quadro di rinnovata o restituita libertà e autonomia della società da uno Stato centrale, per troppi versi ottocentesco, è non solo opportuno ma addirittura giusto pensare a un alleggerimento del Parlamento in termini numerici e a una riforma complessiva del sistema dello Stato. Esistono molte ragioni per le quali la democrazia diretta non può funzionare rebus sic stantibus e per le quali è assurdo pensare al referendum senza quorum. La prima e più importante è che un referendum senza quorum lede in maniera profonda e irreparabile il principio democratico maggioritario. Se già il principio maggioritario, ovvero il motivo per il quale la minoranza debba soggiacere alla volontà della maggioranza, ha rappresentato una preoccupazione per i giuristi (Ruffini per tutti), il passaggio a un modello minoritario nel quale la maggioranza debba assecondare la volontà di una minoranza, quale essa sia, appare addirittura perverso. Partecipare o no a un referendum non è un atto di disinteresse rispetto a un tema, ma una manifestazione di libertà rispetto a un tema promosso da una minoranza cui non posso, come cittadino, venire chiamato a esprimere forzatamente un'opinione, anche se mi pare bislacco o di nessun interesse. Per fare una riduzione ad assurdo, tanto utile quando si tratta di semplificare, se una minoranza qualsiasi promuovesse un referendum per rendere obbligatorie le scarpe di colore giallo per tutti i cittadini, sarebbe assurdo pretendere che io andassi a votare correndo, altrimenti correrei il rischio di dovermi adeguare alle scelte della minoranza che ha promosso il referendum. A questa ragione se ne aggiunge una ancora più importante, quella dell'asimmetria informativa. Il motivo per quale esiste l'istituto della delega parlamentare o negli enti locali è legato al fatto che l'elettore affida al proprio eletto il compito di svolgere con diligenza, e tenendo presente le ragioni di chi lo ha eletto, gli approfondimenti necessari su un tema, mentre gli continua a svolgere il proprio lavoro e non ha quindi il tempo o la voglia di farlo in continuazione. Quello che l'elettore si aspetta dai propri rappresentanti è appunto che essi, dedicandovi il proprio tempo e la propria passione civile, lo rappresentino nelle scelte.