[pronunce]

Al riguardo, non vi è dubbio che il riconoscimento dell'incidenza del segreto sul diritto di difesa non possa rimanere affidato alla mera attestazione del soggetto sottoposto a processo - che a quel riconoscimento ha interesse - ma debba poggiare su una prospettazione dotata di adeguato tasso di persuasività. L'inerenza del segreto al diritto di difesa si traduce in un fatto da cui dipende l'applicazione di norme processuali, anch'esso oggetto di prova ai sensi dell'art. 187, comma 2, cod. proc. pen. , nel contraddittorio con le parti controinteressate, sia pure con le limitazioni necessariamente connesse all'esigenza di non rivelare indirettamente le notizie segrete, che imprimono alla relativa verifica i tratti di un giudizio di tipo eminentemente presuntivo. In tale appropriata cornice potrà tenersi, quindi, conto anche di elementi quali la coerenza e la plausibilità della prospettazione dell'imputato, in rapporto al complesso delle sue deduzioni difensive e di quelle dei coimputati che versino in posizione analoga. Ma tutto ciò rientra nell'ambito di una indagine rimessa alla stessa autorità giudiziaria, senza investire la legittimità dell'atto di conferma del segreto. Nell'adottare quest'ultimo, il Presidente del Consiglio dei ministri non si pronuncia affatto sulla reale idoneità delle informazioni segretate a fornire prove decisive della non colpevolezza di chi ha opposto il segreto - apprezzamento che non gli compete - ma solo sull'attitudine di quelle informazioni a ledere, se divulgate, la sicurezza nazionale. Non si può pertanto parlare, sotto questo profilo - come fa il ricorrente - di illegittimo "avallo", da parte del Presidente del Consiglio dei ministri, di una strategia difensiva basata su un presupposto, in assunto, distonico rispetto all'esigenza di non creare una "via di fuga" dalla responsabilità penale, fruibile ad libitum dal personale dei servizi informativi. La pertinenza del segreto al fatto oggetto di giudizio è affermata dall'imputato, non dal Presidente del Consiglio (fuori del caso previsto dall'art. 66, comma 2, disp. att. cod. proc. pen. , che qui non viene in rilievo), e spetta esclusivamente al giudice valutarla. 8.- Fermi questi punti, occorre prendere anzitutto in esame, per ragioni di priorità logica, la censura sviluppata dal ricorrente nella memoria, secondo la quale - con riferimento ai primi tre punti della richiesta del pubblico ministero - la conferma del segreto da parte del Presidente del Consiglio dei ministri sarebbe illegittima «in quanto frutto dell'errata individuazione dell'oggetto della richiesta». Le circostanze in discussione - sulle quali il pubblico ministero aveva chiesto la conferma del segreto con note del 27 ottobre e 19 novembre 2009 - riguardavano segnatamente il fatto che il SISMI, durante il periodo in cui era stato diretto dal generale Pollari: a) avesse «finanziato in qualsiasi modo e forma, sia direttamente che indirettamente, la sede di Roma, via Nazionale, gestita da Pio Pompa»; b) avesse «retribuito economicamente, in qualsiasi modo e forma, direttamente o indirettamente» il Pompa o la Tontodimamma; c) avesse «impartito ordini o direttive» a questi ultimi. Secondo il ricorrente, il Presidente del Consiglio dei ministri, travisando il contenuto della richiesta, avrebbe confermato il segreto su circostanze diverse da quelle indicate e non rilevanti ai fini del procedimento penale. Quanto ai primi due punti, il Presidente del Consiglio ha dichiarato, infatti, di confermare il segreto sui «modi» e sulle «forme» dei finanziamenti della sede di via Nazionale e delle retribuzioni del Pompa e della Tontodimamma, quando invece la richiesta atteneva unicamente alla loro esistenza (al «se», non al «come»). Analogamente, quanto al terzo punto, dalla motivazione degli atti di conferma si desumerebbe che il Presidente del Consiglio ha inteso segretare le direttive e gli ordini impartiti dal SISMI in rapporto al loro contenuto, trascurando il fatto che la richiesta aveva ad oggetto, anche in questo caso, solo il «se» il Pompa e la Tontodimamma avessero ricevuto ordini e direttive dal Servizio nel periodo considerato. Al riguardo, occorre peraltro rilevare, in termini generali, che qualora il Presidente del Consiglio, richiesto di confermare il segreto di Stato su una determinata notizia, lo confermi su una notizia diversa, non essenziale ai fini del procedimento in corso, ciò non si traduce automaticamente in un motivo di illegittimità dell'atto di conferma, censurabile dall'autorità giudiziaria con lo strumento del conflitto di attribuzione. Nel caso considerato, infatti, non si assiste ad alcuna lesione delle attribuzioni costituzionali dell'autorità giudiziaria, giacché la conferma del segreto su una notizia diversa da quella cui atteneva la richiesta equivale, nei fatti, a mancata conferma del segreto su tale informazione, atta a rendere operante la previsione dell'art. 41, comma 4, della legge n. 124 del 2007 (in forza della quale «se entro trenta giorni dalla notificazione della richiesta il Presidente del Consiglio dei Ministri non dà conferma del segreto, l'autorità giudiziaria acquisisce la notizia e provvede per l'ulteriore corso del procedimento»). Nel caso di specie, la richiesta del pubblico ministero di conferma del segreto - per i termini in cui era formulata - appariva, in realtà, suscettibile di venire riferita, riguardo ai primi due punti, tanto all'esistenza dei finanziamenti e delle retribuzioni in questione, quanto alle loro modalità (evocate, in specie, dalla formula «in qualsiasi modo e forma, direttamente o indirettamente»). La circostanza che il Presidente del Consiglio abbia confermato il segreto sul quomodo, e non anche sull'an, comporterà che solo in rapporto al primo operi lo «sbarramento» all'esercizio dei poteri dell'autorità giudiziaria conseguente alla conferma. Analoga conclusione si impone in rapporto al terzo punto, laddove a fronte di una richiesta genericamente riferita al fatto che il SISMI abbia impartito ordini o direttive al Pompa e alla Tontodimamma, il Presidente del Consiglio ha confermato il segreto sulla scorta di una motivazione tale da rendere palese che l'esigenza di riserbo attiene al contenuto degli ordini e delle direttive («anche le direttive e gli ordini impartiti all'interno del Servizio possono costituire interna corporis da tutelare, se dalla loro divulgazione vengono in evidenza, come nel caso in esame, profili attinenti alle modalità organizzative ed a quelle tecnico-operative che è opportuno non disvelare»). 9.- Le considerazioni che precedono valgono anche a escludere l'ulteriore profilo di illegittimità, in parte qua, degli atti impugnati, connesso, in assunto, al fatto che - con riferimento ai tre punti considerati - la richiesta di conferma del segreto avrebbe avuto ad oggetto circostanze notorie e, perciò, insuscettibili di segretazione.