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La lettera d) e la lettera e) vertono sulle sanzioni in caso di violazioni e sulla destinazione dei proventi delle sanzioni stesse. Segnatamente, la lettera e) prefigura una revisione e razionalizzazione del sistema sanzionatorio mirante a rendere più efficace la prevenzione, mentre la lettera d) dispone che i proventi derivanti dalle sanzioni amministrative siano utilizzati per scopi connessi al potenziamento delle ispezioni ambientali straordinarie previste dalla direttiva. Venendo al contenzioso intorno alla direttiva 2008/1/CE (detta anche direttiva IPPC, acronimo di Integrated Pollution Prevention and Control ) cui si accennava in precedenza, il 31 marzo 2011 la Corte di giustizia dell'Unione europea ha giudicato l'Italia responsabile di non avere adottato entro il termine stabilito le misure necessarie affinché le autorità competenti riesaminassero gli impianti esistenti e controllassero la loro conformità ai requisiti imposti dalla normativa comunitaria. La direttiva 2008/1/CE impone il rilascio di un'autorizzazione per tutte le attività industriali e agricole che presentano un notevole potenziale inquinante. Questa autorizzazione può essere concessa solo se vengono rispettate alcune condizioni ambientali, per far sì che le imprese stesse si facciano carico della prevenzione e della riduzione dell'inquinamento che possono causare. Anche altri Paesi, oltre all'Italia, sono stati dichiarati dalla Corte di giustizia dell'Unione europea inadempienti rispetto alla direttiva 2008/1/CE. La Corte di giustizia contestualmente rilevò che ad aprile 2009 molti degli impianti esistenti in funzione nel nostro Paese erano privi dell'autorizzazione richiesta dalla direttiva 2008/1/CE in quanto soltanto una parte delle autorizzazioni era stata riveduta e aggiornata, e che per oltre 600 impianti le autorità non avevano ritenuto necessario riesaminare le autorizzazioni. L'articolo 4 detta uno specifico criterio di delega per dare attuazione al paragrafo 3- bis dell'articolo 9 della direttiva 2003/109/CE, introdotto dalla direttiva 2011/51/UE. Quest'ultima direttiva estende l'ambito di applicazione della direttiva 2003/109/CE, relativa allo status dei cittadini di Paesi terzi soggiornanti di lungo periodo, ai titolari di protezione internazionale. L'articolo 9 della direttiva 2003/109/CE disciplina i casi di revoca o perdita dello status di soggiornante di lungo periodo. Con l'introduzione del paragrafo 3- bis , gli Stati membri hanno la facoltà (non l'obbligo) di prevedere la revoca dello status di soggiornante di lungo periodo in caso di revoca o cessazione della protezione internazionale, quando il predetto status era stato ottenuto a titolo di protezione internazionale. L'articolo 4 della presente legge si limita, pertanto, a vincolare il Governo, in sede di adozione del decreto legislativo a dare attuazione alla may prevision di cui al paragrafo 3- bis dell'articolo 9 citato. Tale disposizione pertanto non dovrebbe comportare nuovi o maggiori oneri, in quanto si tratta di una disposizione intesa ad ampliare i casi di revoca dello status di soggiornante di lungo periodo e, quindi, dei benefici connessi al possesso di tale status ; in ogni caso, eventuali oneri non sono al momento determinabili e, se esistenti, saranno quantificati al momento dell'adozione dei singoli decreti legislativi, così come previsto dall'articolo 17 della legge n. 196 del 2009. L'articolo 5 reca uno specifico criterio di delega per il recepimento della direttiva 2011/85/UE, la quale definisce i requisiti per i quadri di bilancio nazionali, fissando le regole minime perché sia garantita l'osservanza da parte degli Stati membri dell'obbligo, derivante dal Trattato, di evitare disavanzi pubblici eccessivi. In particolare esso prevede il coordinamento del recepimento della direttiva con la legge 24 dicembre 2012, n. 243 -- adottata in attuazione dell'articolo 81, sesto comma, della Costituzione, come modificato ad opera della legge costituzionale n. 1 del 2012 -- in tema di controllo da parte di organismi indipendenti sulle regole numeriche di bilancio, nonché con le disposizioni in materia di contabilità e finanza pubblica di cui alla legge 31 dicembre 2009, n. 196. L'articolo 6 reca una delega al Governo per il coordinamento della disciplina interna in materia di IVA con l'ordinamento dell'Unione europea. Nel 2011 è stato emanato, sulla base dell'articolo 397 della direttiva 2006/112/CE, il regolamento di esecuzione (UE) n. 282/2011 del Consiglio, del 15 marzo 2011, che trova immediata applicazione nell'ordinamento senza necessità di recepimento. Questo provvedimento si inserisce in un contesto nel quale lo strumento del regolamento UE nella materia dell'IVA sarà sempre più utilizzato in futuro nel perseguimento di una maggiore uniformità del sistema comune dell'IVA in tutta l'Unione europea; infatti, come affermato nel «Libro verde sul futuro dell'IVA -- verso un sistema dell'IVA più semplice, solido ed efficiente» (COM (2010) 695 definitivo -- paragrafo 5.2.1) pubblicato dalla Commissione europea, il 1º dicembre 2010, «il ricorso a regolamenti, anziché a direttive, del Consiglio permetterebbe di conseguire una maggiore armonizzazione, consentendo in particolare all'UE di evitare la doppia imposizione o la non imposizione o di stabilire gli obblighi in materia di IVA a carico delle imprese non stabilite». Ferma restando, quindi, l'impostazione generale del sistema comune dell'IVA fornita dalla citata direttiva 2006/112/CE, si assisterà in futuro ad una maggiore «europeizzazione» della normativa IVA, vale a dire a una regolazione di dettaglio, da parte dell'Unione europea, di taluni aspetti dell'amministrazione dell'imposta, che attualmente sono disciplinati, in maniera non sempre uniforme, dalle normative dei 27 Stati membri. A seguito dell'entrata in vigore del regolamento di esecuzione (UE) n. 282/2011, talune disposizioni nazionali sono divenute o inapplicabili perché in contrasto con detto regolamento ovvero di difficile applicazione/interpretazione in quanto non si coordinano bene con il medesimo, che, si ripete, trova in ogni caso immediata applicazione. Conseguentemente, la disposizione conferisce delega al Governo al fine di abrogare le disposizioni incompatibili con quelle del citato regolamento di esecuzione e di riformulare le norme che necessitano di un migliore coordinamento con quelle dell'Unione europea. L'articolo 7 delega il Governo ad attuare la normativa europea relativa all'istituzione di un sistema di licenze FLEGT ( Forest Law Enforcement, Governance and Trade ) per le importazioni di legname nell'Unione europea, nell'ambito delle azioni di contrasto alla raccolta ed al commercio illegale di legname. Il comparto dell'industria del legno in Italia è sempre stato particolarmente importante in termini socio-economici con un numero medio di addetti pari a circa 400.000 e un fatturato annuo di circa 34 miliardi di euro. Per fortuna il settore sta superando i minimi storici di produzione ed esportazione raggiunti nel 2009, in concomitanza con la più generale crisi economica.