[pronunce]

che la soppressione dell'appello del pubblico ministero contro le sentenze di proscioglimento pronunciate a seguito del giudizio di primo grado – disposta dalla stessa legge n. 46 del 2006 – è stata giustificata, difatti, con la necessità di evitare che la decisione emessa da un giudice, che ha assistito alla formazione della prova nel contraddittorio tra le parti, possa venir ribaltata da altro giudice – quale quello di appello – che solo eccezionalmente procede alla rinnovazione dell'istruttoria dibattimentale; che tale giustificazione non potrebbe valere, tuttavia, in rapporto alla sentenza di proscioglimento pronunciata all'esito dell'udienza preliminare, nel corso della quale non vi è ancora una formazione della prova «nella sua pienezza», ma solo una valutazione della sua idoneità a sostenere l'ipotesi accusatoria; che la disciplina transitoria dettata dall'art. 10 della legge n. 46 del 2006 si porrebbe, a sua volta, in contrasto con il principio della ragionevole durata del processo (art. 111, secondo comma, Cost.), determinando una ingiustificata dilatazione dei tempi di definizione dei procedimenti in corso, nei quali sia già stato proposto appello ai sensi dell'art. 428 cod. proc. pen. ; che detta disciplina innescherebbe, infatti, una sequenza procedimentale che, dopo la dichiarazione di inammissibilità del gravame, comporterebbe la proposizione del ricorso per cassazione entro il termine di quarantacinque giorni (ove ne sussistano i presupposti); la celebrazione del giudizio di cassazione; l'eventuale annullamento con rinvio della sentenza impugnata; la fissazione, infine, di una nuova udienza preliminare; che l'allungamento dei tempi processuali – risultando evidente anche in rapporto alla disciplina a regime (stante il carattere solo rescindente della pronuncia della Corte di cassazione) – assumerebbe i tratti dell'irragionevolezza quanto meno in relazione ai processi – come quello a quo – nei quali il giudice di appello avrebbe dovuto solo pronunciarsi con immediatezza sull'eventuale rinvio a giudizio dell'imputato, fissando l'udienza dinanzi al tribunale. Considerato che le ordinanze di rimessione sollevano questioni in larga parte analoghe, onde i relativi giudizi vanno riuniti per essere definiti con unica decisione; che entrambi i giudici a quibus dubitano della legittimità costituzionale, in riferimento agli artt. 3, 111 e 112 della Costituzione, dell'art. 428 del codice di procedura penale, come sostituito dall'art. 4 della legge 20 febbraio 2006, n. 46 (Modifiche al codice di procedura penale, in materia di inappellabilità delle sentenze di proscioglimento), nella parte in cui esclude che il pubblico ministero possa proporre appello avverso la sentenza di non luogo a procedere emessa in esito all'udienza preliminare; che i rimettenti sollevano la questione sul presupposto che la norma censurata sia applicabile nei giudizi a quibus – ancorché concernenti appelli avverso sentenze di non luogo a procedere proposti prima dell'entrata in vigore della legge n. 46 del 2006 – in forza della disposizione transitoria di cui all'art. 10 della legge stessa: disposizione che viene fatta quindi oggetto di autonoma denuncia di incostituzionalità, in parte qua, dalla Corte d'appello di Salerno; che, peraltro, il comma 1 del citato art. 10 – nello stabilire che «la presente legge si applica anche ai procedimenti in corso alla data di entrata in vigore della medesima» – si limita, di per sé, a ribadire il principio tempus regit actum, che disciplina in via generale la successione di leggi nel settore processuale penale; che una deroga a detto principio è invece introdotta dal comma 2 dell'art. 10, il quale – incidendo sull'atto processuale già compiuto (nella specie, l'impugnazione) – stabilisce che «l'appello proposto contro una sentenza di proscioglimento dall'imputato o dal pubblico ministero prima della data di entrata in vigore della presente legge viene dichiarato inammissibile con ordinanza non impugnabile»; che, correlativamente, il successivo comma 3 accorda alla parte, il cui appello sia stato dichiarato inammissibile, la facoltà di proporre ricorso per cassazione «contro le sentenze di primo grado» entro quarantacinque giorni dalla notifica del provvedimento di inammissibilità; che il comma 2 dell'art. 10 – successivamente alle ordinanze di rimessione – è stato oggetto di dichiarazioni di parziale incostituzionalità, che non interferiscono, peraltro, con l'odierno thema decidendum, in quanto correlate alla dichiarazione di parziale illegittimità costituzionale di disposizioni «a regime» distinte da quella oggi impugnata (gli artt. 593 e 443, comma 1, cod. proc. pen. , come novellati dalla legge n. 46 del 2006) (sentenze n. 26 e n. 320 del 2007); che, ciò premesso, i rimettenti danno per scontato che la formula «sentenza di proscioglimento», impiegata nell'art. 10, comma 2, della legge n. 46 del 2006, abbracci anche le sentenze di non luogo a procedere; che l'indirizzo allo stato prevalente nella giurisprudenza di legittimità è, peraltro, di segno opposto; che, al riguardo, si rileva, infatti, che la formula «sentenza di proscioglimento» designa, nella sua accezione tecnica, la sentenza liberatoria pronunciata da un giudice chiamato a decidere sul merito: comprendendo, in specie – come si desume dall'intitolazione della sezione I, capo II, titolo III del libro VII del codice di procedura penale – le (sole) sentenze «di non doversi procedere» e di «assoluzione»; che, a sostegno dell'indirizzo in questione, si osserva, altresì, come la contrapposizione terminologica fra «sentenza di proscioglimento» e «sentenza di non luogo a procedere» – la quale rispecchia la diversa natura delle due pronunce (quanto ad oggetto dell'accertamento, base decisionale, regime di stabilità ed efficacia extrapenale) – sia già stata valorizzata da questa Corte, al fine di dichiarare non fondata altra questione di legittimità costituzionale dello stesso art. 428 cod. proc. pen. (nel testo originario), nella parte in cui non prevedeva la facoltà della parte civile di proporre appello avverso la sentenza di non luogo a procedere per il reato di diffamazione a mezzo stampa (sentenza n. 381 del 1992); che – sempre a supporto dell'orientamento in discorso – si rileva, ancora, come la disposizione di cui al comma 2 dell'art. 10 della legge n. 46 del 2006 abbia natura di norma eccezionale, proprio perché derogatoria del generale principio tempus regit actum: onde essa andrebbe interpretata restrittivamente, rimanendo comunque insuscettibile di applicazione analogica; che, da ultimo, tale orientamento evidenzia come la previsione di un trattamento differenziato della sentenza di non luogo a procedere rispetto alla sentenza di proscioglimento – quanto alla disciplina transitoria che accompagna il nuovo regime di inappellabilità delle decisioni liberatorie - introdotto dalla legge n. 46 del 2006, possa giustificarsi proprio alla luce di una delle considerazioni svolte dagli odierni rimettenti: