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alcuni ordini, quali la Federazione degli ordini dei chimici e dei fisici e l'Ordine nazionale dei biologi, hanno spinto per un'interpretazione della nuova norma come un obbligo di fatto generalizzato all'iscrizione per i laureati, a partire da tutti coloro che operano nella ricerca, sia pubblica che privata; in particolare l'Ordine dei biologi, presieduto dal presidente pro tempore Vincenzo D'Anna, ha più volte minacciato non solo azioni legali, ma anche ritorsioni disciplinari nei confronti dei propri iscritti che avessero preso posizioni non allineate con l'attuale presidenza; alla base di questo riordino vi è l'intenzione, secondo l'Ordine dei biologi, non solo di creare le condizioni per un obbligo di iscrizione generalizzato per i biologi, ma anche per altre figure, come i biotecnologi che, pur potendosi iscrivere all'ordine, presentano peculiarità che li rendono figura non sovrapponibile a quella del biologo; il Ministero dell'istruzione, dell'università e della ricerca, facendo proprio il parere emesso dal Consiglio universitario nazionale (CUN), ha sottolineato che tale obbligo di iscrizione deve riguardare "esclusivamente l'esercizio di attività finalizzate alla promozione della salute, alla prevenzione e alla cura", come previsto dalla norma; considerato che: la quasi totalità dei laureati nelle discipline coinvolte dal riordino non svolge attività riconducibili a quanto descritto dalla legge come professione sanitaria, né attività riconducibili a quanto previsto dagli articoli delle rispettive leggi istitutive; tra tali attività non ricomprese la principale è quella di ricerca svolta all'interno del pubblico o del privato; a parere degli interroganti l'inserimento di un obbligo di iscrizione agli ordini anche per i ricercatori avrebbe l'esito di creare una nuova barriera all'ingresso e di aggiungere nuovi costi a un settore, quello della ricerca, che invece merita di essere alleggerito da inutili burocrazie, basti pensare all'effetto di tale norma nei confronti di eventuali ricercatori, che operano oggi all'estero, dove non esiste nulla di simile, e volessero rientrare in Italia; se tale interpretazione della "legge Lorenzin" venisse ritenuta quella corretta, la problematica non interesserebbe solo le categorie citate, ma anche tutte le altre lauree riferibili a ordini vigilati dal Ministero della salute, su cui di rimando ricadrebbe l'obbligo di iscrizione. Tra i lavoratori coinvolti è bene ricordare che potrebbero essere inclusi anche gli insegnanti delle scuole di ogni ordine e grado; in questo contesto, i laureati in biotecnologie risultano, in particolare, una figura professionale sovrapponibile a quella del biologo, in quanto pensata espressamente per promuovere attraverso la ricerca l'innovazione. Per questo presentano un bagaglio culturale che, pur traendo origine dalla biologia, si integra e arricchisce con saperi che afferiscono al campo della medicina, della farmacologia, dell'ingegneria, dell'agrotecnica, dell'economia, e della bioetica, permettendo loro di ricoprire molteplici ruoli che non rientrano nella definizione di "biologo" (art. 3. della legge 24 maggio 1967, n. 396) e nemmeno nella definizione di "professione sanitaria", non svolgendo attività di "prevenzione, diagnosi, cura e riabilitazione", si chiede di sapere: se i Ministri in indirizzo intendano risolvere l'opacità interpretativa della nuova norma chiarendo in modo inequivocabile che chi svolge attività di ricerca, sia nel pubblico che nel privato, non può essere soggetto a vincoli, quali l'iscrizione a albi o ordini; se intendano, per la figura del biotecnologo, adottare azioni mirate di valorizzazione che non portino alla semplice e sostanziale identità con quella del biologo, e se tali azioni verranno intraprese in collaborazione con le associazioni che da anni sono impegnate in tal senso; quali iniziative di competenza intendano assumere, nell'ambito dei poteri spettanti al Ministero vigilante, al fine di accertare se la condotta del presidente dell'Ordine dei biologi, in particolare relativamente al sistema di gestione della relazione tra l'ordine stesso e i propri iscritti, sia in linea con le norme vigenti. Atto n. 4-01410 FATTORI DE FALCO Al Ministro dell'interno Premesso che: la definizione normativa del concetto di ordine pubblico come istituto di diritto amministrativo è contenuta nell'art. 159, comma 2, del decreto legislativo 31 marzo 1998, n. 112, il quale prevede appunto che "le funzioni ed i compiti amministrativi relativi all'ordine pubblico e sicurezza pubblica (…) concernono le misure preventive e repressive dirette al mantenimento dell'ordine pubblico, inteso come il complesso dei beni giuridici fondamentali e degli interessi pubblici primari sui quali si regge l'ordinata e civile convivenza nella comunità nazionale, nonché alla sicurezza delle istituzioni, dei cittadini e dei loro beni"; la sicurezza pubblica è richiamata in Costituzione complessivamente dieci volte: cinque all'interno della Parte I (Diritti e doveri dei cittadini); cinque all'interno della Parte II (Ordinamento della Repubblica). A queste devono essere aggiunte anche le disposizioni che si riferiscono a concetti analoghi, quali l'incolumità pubblica o l'ordine pubblico (quest'ultimo, a partire dal 2001), non a caso a volte richiamati congiuntamente; nei richiami costituzionali e dalla legge ordinaria si evince chiaramente come la responsabilità, anche e soprattutto in via preventiva, ricada in capo allo Stato e alla sua strutturazione, affinché vengano rispettati i principi di solidarietà, di integrazione e di ordinata e civile convivenza; considerato che: il nostro Paese sta vivendo un momento a giudizio degli interroganti di grande crisi sociale, che manifesta un disagio anche rispetto alla sicurezza e all'ordine pubblico; i casi di intolleranza in Italia stanno aumentando esponenzialmente, soprattutto rispetto alle etnie rom e agli immigrati di colore; le relazioni delle forze dell'ordine indicano un aumento notevole di fenomeni di razzismo; il giornalista Luigi Mastrodonato ha creato e aggiorna una carta interattiva delle aggressioni razziste dal 1° giugno 2018, nella quale sono indicati i luoghi e le descrizioni di 128 atti di violenza. Ogni tre giorni una o più persone, spesso extraeuropee e con la pelle scura, sono state aggredite con pugni, spranghe, armi, a volte anche al grido di "Salvini, Salvini", come a Caserta l'11 giugno 2018; la situazione in Italia è tanto allarmante che le Nazioni Unite hanno svolto un'inchiesta che ha accertato un clima di razzismo con violazioni di diritti umani tanto che l'11 settembre 2018 l'Alto commissario per i diritti umani, Michelle Bachelet, ha dichiarato: "Abbiamo intenzione di inviare personale in Italia per valutare il riferito forte incremento di atti di razzismo contro migranti, persone di discendenza africana e rom"; lo scorso 3 marzo, a Milano, si sono riversate in piazza oltre 250.000 persone per manifestare la propria contrarietà a un fenomeno che evidentemente prolifera come si diffonde l'intolleranza generale verso ciò che è considerato diverso; considerato inoltre che, a parere degli interroganti: