[pronunce]

pen. (che prevede, come circostanza attenuante, la riparazione del danno prima del giudizio), ritenendo che lo stesso non dia luogo ad una «irragionevole compressione del diritto di difesa», ma si ponga «in sintonia con la ratio dell'attenuante, che è di dare rilevanza solo a comportamenti che, precedendo gli sviluppi del giudizio e i condizionamenti derivanti dalle connesse, contingenti esigenze difensive, possano considerarsi sintomatici di ravvedimento» (Cass. pen. , Sez. I, n. 3340 del 13 gennaio 1995). D'altra parte, il perfezionamento delle condotte riparatorie non dipende normalmente dal contenuto dell'imputazione, come è dimostrato dal rilievo che esse ben possono essere realizzate anche prima dell'esercizio dell'azione penale, benché talvolta una dipendenza ci possa essere, come nel caso in cui l'insufficiente determinazione del danno da risarcire sia stata determinata dalla descrizione del fatto contenuta nell'originaria imputazione, diversa da quella emergente in seguito alle nuove contestazioni. 4. - Ciò premesso, una prima ragione di inammissibilità della questione deriva dalla carente descrizione della fattispecie concreta da parte del rimettente, laddove si limita a dare atto che la richiesta di definizione anticipata del procedimento a norma dell'art. 35 del d. lgs. n. 274 del 2000, inizialmente avanzata dall'imputato, era stata rigettata in quanto la somma corrisposta alla persona offesa era stata ritenuta «non adeguata, allo stato, a soddisfare le esigenze di riprovazione del reato». Nell'ordinanza di rimessione non si precisa per quale ragione la somma era stata ritenuta inadeguata e, in particolare, se ciò era stato in qualche modo determinato dal contenuto dell'originaria imputazione, mentre il rimettente avrebbe dovuto chiarire se l'inidoneità della condotta riparatoria dell'imputato dipendeva da lacune o da inesattezze dell'imputazione originaria rispetto a quella modificata nel corso del dibattimento. 5. - Una seconda ragione di inammissibilità della questione deriva dal carattere indeterminato e oscuro della sua formulazione, operata dal rimettente facendo riferimento al «combinato disposto» dell'art. 516 cod. proc. pen. e dell'art. 35 del d. lgs. n. 274 del 2000, laddove non è previsto «che, in caso di modifica del capo di imputazione nel corso del dibattimento, anche quando la nuova contestazione concerna un fatto che già risultava dagli atti di indagine al momento dell'esercizio dell'azione penale ovvero quando l'imputato abbia tempestivamente e ritualmente proposto la definizione anticipata del procedimento in ordine alle originarie imputazioni», l'imputato possa avvalersi dell'istituto estintivo previsto dall'art. 35 del d. lgs. n. 274 del 2000. Il rimettente prospetta, dunque, due censure (legate, nell'ordinanza di rimessione, ora con la disgiuntiva «ovvero», ora con la formula «e/o») senza interrogarsi sulle rationes dell'una e dell'altra, che appaiono diverse per presupposti: la prima, infatti, fa leva sul carattere "tardivo" della nuova contestazione, e prescinde dalla realizzazione, nel termine di legge, di una condotta riparatoria, mentre la seconda è incentrata sulla tempestività della condotta riparatoria, pur ritenuta inidonea a integrare la fattispecie estintiva del reato, e prescinde dal carattere "fisiologico" o meno della modifica dell'imputazione. Né a rendere ragione dell'articolazione della questione nelle due censure indicate giova il riferimento alla sentenza di questa Corte n. 265 del 1994 (richiamata dalla successiva sentenza n. 333 del 2009), che ha dichiarato l'illegittimità costituzionale degli artt. 516 e 517 cod. proc. pen. «nella parte in cui non prevedono la facoltà dell'imputato di richiedere al giudice del dibattimento l'applicazione di pena a norma dell'art. 444 del codice di procedura penale, relativamente al fatto diverso o al reato concorrente contestato in dibattimento, quando la nuova contestazione concerne un fatto che già risultava dagli atti di indagine al momento dell'esercizio dell'azione penale ovvero quando l'imputato ha tempestivamente e ritualmente proposto la richiesta di applicazione di pena in ordine alle originarie imputazioni». Con riferimento all'ipotesi della contestazione "tardiva", la sentenza n. 265 del 1994 ha messo l'accento sul rilievo che, nell'applicazione della pena su richiesta delle parti, la valutazione dell'imputato è «indissolubilmente legata» alla natura dell'addebito, trattandosi «non solo di avviare una procedura che permette di definire il merito del processo al di fuori e prima del dibattimento, ma di determinare lo stesso contenuto della decisione, il che non può avvenire se non in riferimento a una ben individuata fattispecie penale»; con riguardo all'ipotesi della reiterazione della richiesta di applicazione della pena, la stessa sentenza ha invece richiamato il disposto dell'art. 448, comma 1, ultimo periodo, cod. proc. pen. , che non considera «l'evenienza in cui la pena richiesta dall'imputato risulti inevitabilmente incongrua, in quanto formulata con riferimento a una imputazione poi modificatasi nel corso della istruzione dibattimentale». Entrambi gli argomenti non sono immediatamente riferibili alla definizione del procedimento disciplinata dall'art. 35 del d. lgs. n. 274 del 2000, in quanto in essa, per un verso, la condotta riparatoria, come si è visto, non è necessariamente condizionata dall'imputazione e, per altro verso, manca una regola analoga a quella dettata dall'art. 448, comma 1, ultimo periodo, cod. proc. pen. Deve quindi concludersi che la formulazione delle diverse censure mosse dal rimettente e il rapporto tra le stesse presentano aspetti di indeterminatezza e di oscurità, che anche sotto questo profilo fanno ritenere la questione inammissibile.. per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE dichiara inammissibile la questione di legittimità costituzionale del «combinato disposto» dell'art. 516 del codice di procedura penale e dell'art. 35 del decreto legislativo 28 agosto 2000, n. 274 (Disposizioni sulla competenza penale del giudice di pace, a norma dell'articolo 14 della legge 24 novembre 1999, n. 468), sollevata, in riferimento agli artt. 3, 24 e 111 della Costituzione, dal Giudice di pace di Agrigento con l'ordinanza indicata in epigrafe. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 4 luglio 2011. F.to: Paolo MADDALENA, Presidente Giorgio LATTANZI, Redattore Gabriella MELATTI, Cancelliere Depositata in Cancelleria il 13 luglio 2011. Il Direttore della Cancelleria F.to: MELATTI