[pronunce]

nella giurisprudenza di legittimità, ex plurimis, Corte di cassazione, sezione lavoro, sentenze 12 settembre 2019, n. 22809 e 31 maggio 2017, n. 13804). L'art. 37 prevede, in specie, sei tipi di sanzioni (censura, multa, sospensione dal servizio, proroga del termine per l'aumento dello stipendio, retrocessione e destituzione), graduate in base alla gravità dell'infrazione, anche in relazione al danno provocato all'azienda (articoli da 38 a 45). La retrocessione (art. 37, primo comma, numero 5) - alla quale specificamente attengono le odierne questioni - è la sanzione più grave dopo il licenziamento (qualificato come «destituzione», con chiara eco pubblicistica). Essa è irrogata al dipendente che si sia reso colpevole dei fatti indicati nell'art. 44, primo comma. La retrocessione comporta, di norma, il trasferimento dell'agente al «grado» - ossia alla qualifica - immediatamente inferiore a quella posseduta (art. 44, secondo comma). Ad essa è «sempre» aggiunta la sanzione della proroga del termine normale per l'aumento della retribuzione, per la durata di tre o di sei mesi (art. 44, quarto comma). Quest'ultima sanzione colpisce, dunque, gli avanzamenti nel trattamento economico garantito all'agente, per disposizione di legge o del contratto collettivo, ripercuotendosi su tutti gli aumenti dovuti dopo quello che, per effetto della sanzione stessa, resta per primo ritardato (art. 43, secondo comma). Decorso un anno, gli effetti della retrocessione possono essere fatti cessare, ove l'agente ne venga ritenuto «meritevole», con conseguente sua reintegrazione nella qualifica in precedenza rivestita, fermi restando gli effetti prodotti dalla sanzione accessoria della proroga. L'azienda può, peraltro, rimuovere anche questi ultimi, ai sensi dell'art. 43, commi terzo e quarto (art. 44, quinto comma). L'art. 55 prevede, inoltre, in termini generali, che le «autorità competenti» possano, «a seconda delle circostanze e nel loro prudente criterio», applicare una sanzione di grado inferiore a quella stabilita per le singole mancanze (art. 55, primo comma). Ove, peraltro, nell'esercizio di tale facoltà, in luogo della destituzione sia inflitta la retrocessione, l'agente può essere eccezionalmente retrocesso - anziché di un grado, come di norma - di due gradi (art. 44, secondo comma), e al provvedimento può essere aggiunto, come «punizione accessoria», il «trasloco punitivo» (art. 55, secondo comma). 7.- Con le questioni sollevate, la sezione lavoro della Corte di cassazione censura l'istituto della retrocessione nella sua globalità. Presupposto fondante delle doglianze è che la previsione di tale sanzione - di stampo «militaresco» e dal contenuto «afflittivo, umiliante e degradante», nella misura in cui incide a tempo indeterminato sulla qualifica professionale del lavoratore, salva la possibilità di una reintegrazione lasciata sostanzialmente al ben volere dell'azienda - penalizzi irragionevolmente l'autoferrotranviere nel confronto con la generalità degli altri dipendenti «civili», anche di categorie affini (ferrovieri in primis), vulnerando, con ciò, un complesso di diritti costituzionalmente garantiti che ruotano attorno al rapporto di lavoro. In proposito, occorre tuttavia osservare che - alla luce di quanto in precedenza indicato - la retrocessione può essere inflitta in due diverse ipotesi: da un lato, cioè, quale sanzione "diretta", nei confronti dell'autoferrotranviere resosi responsabile degli illeciti disciplinari previsti dall'art. 44, primo comma, dell'Allegato A al r.d. n. 148 del 1931; dall'altro lato, come sanzione "sostitutiva" della destituzione, nei confronti dell'autoferrotranviere macchiatosi di illeciti (in specie, quelli indicati dal successivo art. 45) che pure giustificherebbero la sanzione espulsiva. Si tratta di ipotesi che assumono connotazioni distinte, in rapporto ai problemi di ordine costituzionale prospettati nell'ordinanza di rimessione, e che vanno tenute, quindi, necessariamente separate ai fini del presente scrutinio. Tra di esse, quella che viene in rilievo nel giudizio a quo è la seconda. Nella specie, infatti, la retrocessione è stata inflitta al dipendente, ai sensi del censurato art. 55, secondo comma, dell'Allegato A al r.d. n. 148 del 1931, in luogo di quella della destituzione, cui sarebbe stato esposto in ragione della gravità dell'infrazione disciplinare commessa (per la quale è stato anche sottoposto a procedimento penale, conclusosi con l'applicazione, su richiesta, di una pena di undici mesi di reclusione). Tale circostanza, sulla quale insiste la difesa della parte costituita - ossia la natura "sostitutiva" della misura - non è riferita, in verità, in modo esplicito nell'ordinanza di rimessione. La si desume, tuttavia, con certezza dal fatto - ivi indicato - che il ricorrente nel giudizio a quo è stato retrocesso di due gradi, anzi che di uno solo: il che è possibile, ai sensi dell'art. 44, secondo comma, dell'Allegato A al r.d. n. 148 del 1931, unicamente quando la retrocessione surroghi la destituzione. Ne consegue che le questioni risultano irrilevanti nel giudizio principale - e perciò stesso inammissibili - nella parte in cui, censurando indistintamente l'istituto, coinvolgono nello scrutinio anche la retrocessione applicata in via "diretta" per gli illeciti di cui all'art. 44, primo comma, dell'Allegato A al r.d. n. 148 del 1931. 8.- Quanto, invece, alle questioni che investono le norme censurate nella parte in cui consentono di applicare la retrocessione in luogo della destituzione, esse, pur risultando rilevanti, non sono nel merito fondate nei termini che seguono. Appare evidente, infatti, che, nell'ipotesi considerata, il previsto trasferimento a una qualifica inferiore non si risolve - come assume la Corte rimettente - in un trattamento disciplinare deteriore e penalizzante. Rispetto all'autoferrotranviere passibile di licenziamento in ragione della gravità dell'infrazione disciplinare commessa, la possibilità di veder sostituita la sanzione espulsiva con una sanzione pur severa, ma comunque sia conservativa, rappresenta, al contrario, un vantaggio, perché la perdita della professionalità acquisita è un quid minus rispetto alla perdita tout court del posto di lavoro. A fronte di ciò, l'interrogativo che occorre porsi - per quanto attiene alla denunciata violazione dell'art. 3 Cost. - non è se sia ragionevole prevedere, per gli autoferrotranvieri, una sanzione disciplinare che, incidendo in via (potenzialmente) definitiva sulla qualifica professionale, non è ammessa, in base all'art. 7, quarto comma, della legge 20 maggio 1970, n. 300 (Norme sulla tutela della libertà e dignità dei lavoratori, della libertà sindacale e dell'attività sindacale nei luoghi di lavoro e norme sul collocamento), per la generalità degli altri lavoratori subordinati.