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Disposizioni per la riabilitazione storica degli appartenenti alle Forze armate italiane condannati alla fucilazione dai tribunali militari di guerra nel corso della prima Guerra mondiale. Onorevoli Senatori. – Si celebrano i cento anni dalla disfatta di Caporetto e in alcuni articoli e in alcune interviste si fa cenno alla offesa all'umanità rappresentata dal cadornismo che incolpò della sconfitta la vigliaccheria dei soldati. Il generale Luigi Cadorna fu anche l'autore di una nefasta circolare che autorizzava fucilazioni e processi per diserzione e insubordinazione. Purtroppo neppure questa occasione sembra essere colta per risolvere la ferita aperta dalle inique condanne a morte. Nella scorsa legislatura l’ iter di questa proposta si interruppe prima del traguardo finale. Sarebbe pertanto incomprensibile ora non trovare una soluzione condivisa che restituisca l'onore alle centinaia di vittime di un militarismo ottuso e incapace. Altri lo hanno fatto, come Francia e Gran Bretagna. Il Presidente Sarkozy nel novembre del 2008 riabilitò politicamente i 675 militari giustiziati tra il 1914 e il 1918 rendendo omaggio a tutte le vittime del massacro, compresi «i fucilati per l'esempio», che erano stati condannati per ammutinamento, diserzione, disobbedienza o automutilazioni. Un omaggio e una riparazione già suggeriti dieci anni prima da Lionel Jospin secondo il quale quei soldati dovevano essere reintegrati pienamente nella memoria collettiva nazionale. La Gran Bretagna con una legge ha riabilitato la memoria di 306 soldati giustiziati durante la Grande guerra. L'Italia continua a dimenticare 750 soldati condannati a morte e fucilati, a cui vanno aggiunte le vittime delle esecuzioni sommarie. La soluzione deve avere quindi il carattere della riconciliazione. In alcune regioni, in particolare in Friuli, è ancora vivo nella popolazione il ricordo delle tragedie di cento anni fa e le istituzioni, dal consiglio regionale al consiglio della provincia di Udine, hanno chiesto ripetutamente una soluzione di giustizia. Il 20 novembre 2017 l'associazione La società della ragione ha organizzato a Udine un convegno perché venga approvata dal Parlamento la legge. In quella occasione Franco Corleone, che già nel 2000 come sottosegretario alla giustizia si era occupato del problema, favorendo l'approvazione di un ordine del giorno della Commissione Difesa della Camera dei deputati, ha presentato un testo di legge che tiene conto della proposta di legge approvata dalla Camera (il 21 maggio 2015) e del testo alternativo, rimasto comunque nel cassetto e non discusso e che viene fatto proprio dai senatori proponenti come una sorta di appello alla buona volontà. Costruire una memoria condivisa sulla base dei princìpi della Costituzione che all'articolo 27 afferma che la pena di morte non è ammessa, in nessun caso e senza eccezioni, costituirebbe un segno di forza dei princìpi. Una proposta condivisa corrisponderebbe anche al sentimento del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Il senso della presentazione di questo disegno di legge sta nel richiamare ognuno alla propria responsabilità. Riteniamo utile consegnare alla riflessione il testo dell'orazione civile pronunciata dallo storico Guido Crainz il 1° luglio 2016 a Cercivento in occasione dell'anniversario della fucilazione di quattro alpini in Carnia: «È accaduto qui, un secolo fa: nella prima guerra moderna, che travolgeva imperi e culture, modi di pensare e modi di vivere dell'intera Europa. All'indomani di essa “nulla era rimasto immutato fuorché le nuvole”, scriveva Walter Benjamin». Di quella guerra stiamo parlando e qui si è svolto il dramma di un secolo fa: dentro una tragedia mondiale e al tempo stesso dentro il vissuto di una comunità. Sono molte le ragioni che ci portano qui: in primo luogo il dovere di onorare Silvio Gaetano Ortis, Giovanni Battista Coradazzi, Basilio Matiz e Angelo Primo Massaro, fucilati ingiustamente. Il dovere di onorare loro e i loro compagni – lo ha fatto bene Diego Carpenedo ne La compagnia fucilati ; loro, le loro famiglie e i loro discendenti, nel dolore di allora e nella sofferenza per l'esclusione dei loro cari dalla memoria nazionale. Questo però non è solo un luogo del dolore: è il luogo da cui ha preso forza la richiesta che questa esclusione cessi, all'interno di una riflessione nazionale. È stato un segnale al Paese il cippo messo vent'anni fa dal comune di Cercivento: «un atto di riparazione deciso dal basso, un corale gesto di pietà storica», come ha scritto Maria Rosa Calderoni, che a questa storia si è appassionata. Siamo qui anche perché questo luogo invita ad interrogarsi su grandi nodi: il dolore e la morte, il modo di intendere la patria e l'onore, la vita e il rispetto dell'umanità. C'è tutto, in questa vicenda, e sono noti i fatti e il clima in cui si svolse, ricostruiti per la prima volta molti anni fa da Gian Paolo Leschiutta. Eravamo nel pieno di una guerra che immetteva a forza milioni di uomini nella «grande storia», nei suoi aspetti più terribili e feroci. Strappandoli alla loro vita quotidiana, trascinandoli violentemente in una «modernità» che non ha più come cardine il progresso, come era stato sino ad allora, ma la distruzione e l'annientamento. Un trauma radicale per l'intero Occidente. E quella guerra ferocemente moderna fu combattuta – non solo in Italia – con una cultura militare arcaica, con codici autoritari e disumani. Un aspetto a lungo rimosso: lo portava alla luce quasi mezzo secolo fa un libro scritto da uno storico intensamente cattolico, Alberto Monticone, e da un intellettuale rigorosamente laico, Enzo Forcella. In quel libro, Plotone di esecuzione , Forcella si interrogava sulle centinaia di migliaia di denunce e sui processi per «discorsi disfattisti, diserzioni, ammutinamenti, ribellioni in faccia o in presenza del nemico» (su questa elegante questione di diritto – annotava – si decide spesso la vita di un uomo). Alberto Monticone ci aiutava invece a ricordare le leggi militari di allora: entriamo nella «grande guerra», osservava, con gli stessi codici con cui Carlo Alberto aveva combattuto la prima guerra di indipendenza. Ancora Monticone ci ricordava il clima di quel 1916, con l'offensiva austriaca che a maggio travolge lo schieramento italiano in Trentino (la Strafexpedition ). Già allora, come farà dopo Caporetto, il generale Cadorna nega responsabilità ed errori dei vertici militari e rovescia ogni colpa sulla presunta codardia dei soldati: e parlava di uomini che si stavano battendo con enorme senso del sacrificio in una guerra devastante. L'offensiva austriaca provoca l'inasprirsi di misure già durissime: Cadorna ordina con sempre più forza di ricorrere a processi ed esecuzioni sommarie, e il 1° novembre introduce ufficialmente il sorteggio per procedere alla fucilazione. Fra quelle due date, fra il maggio ed il novembre del 1916, vi è il dramma che si è svolto qui. I fatti sono duri come le rocce, a partire dall'ordine di attacco dato a un plotone del Battaglione Monte Arvenis: conquistare la cima orientale del Monte Cellon, una cresta liscia e priva di elementi che possano facilitare l'avanzata;