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Le norme di attuazione dello statuto regionale ad autonomia speciale sono destinate a contenere, tra l'altro, non solo disposizioni di vera e propria esecuzione o integrative secundum legem non essendo escluso un "contenuto praeter legem nel senso di integrare le norme statutarie, anche aggiungendo ad esse qualche cosa che le medesime non contenevano", con il "limite della corrispondenza alle norme e alla finalità di attuazione dello Statuto, nel contesto del principio di autonomia regionale" (sentenza n. 212 del 1984; n. 20 del 1956). È insito nelle norme di attuazione il compito di assicurare un collegamento e di coordinare l'organizzazione degli uffici, delle attività e delle funzioni trasferite alla Regione e di quelle rimaste allo Stato, in modo che vi sia una armonizzazione dei contenuti e degli obiettivi particolari delle autonomie speciali con l'organizzazione dello Stato nell'unità dell'ordinamento giuridico (sentenze n. 213 del 1998; n. 212 del 1984; n. 136 del 1969; n. 30 del 1968). Di conseguenza non si può disconoscere che le disposizioni impugnate assolvano agli anzidetti compiti di coordinamento (v. sentenze n. 263 del 1997; n. 412 del 1994), per quanto riguarda i poteri e l'intervento del Ministro (all'epoca della legge, Ministro dei lavori pubblici) nella sua qualità di presidente del comitato istituzionale dell'Autorità di bacino; pertanto, non può contestarsi che esse possano rientrare tra le norme di attuazione dello statuto speciale. Sotto tale aspetto deve escludersi il fondamento dei motivi di ricorso, che investono le disposizioni nel loro complesso, relativi alla esorbitanza dalle competenze delle norme stesse. Tuttavia ciò non sottrae le norme denunciate alla verifica di legittimità costituzionale sotto gli ulteriori profili, appresso enunciati, contenuti nel ricorso. 5. - Le esigenze di tutela del principio di autonomia regionale e delle relative norme costituzionali che lo garantiscono, legittimano la promozione dell'azione di legittimità costituzionale davanti alla Corte contro le norme di attuazione dello statuto speciale da parte della Regione (o Provincia) cui si riferiscono le norme, che si ritenga lesa nella sfera di competenza ad essa costituzionalmente assegnata (v., tra le altre, sentenza n. 2 del 1960). Allo stesso modo una qualsiasi Regione è legittimata a promuovere in via principale la stessa azione di legittimità costituzionale, qualora ritenga che le norme di attuazione dello statuto speciale di altra Regione ledano la propria sfera di competenza costituzionalmente garantita. Entro questi limiti deve essere esaminata la questione proposta, dovendosi escludere dal presente giudizio gli altri profili che attengono al merito delle soluzioni adottate - nella discrezionalità del potere legislativo esercitato, in quanto non coinvolgenti posizioni costituzionalmente tutelate della ricorrente Regione - in ordine al piano generale (per ciascuna Provincia autonoma di Trento e di Bolzano) per l'utilizzazione delle acque pubbliche e al suo valore di piano di bacino, limitatamente, si noti, al rispettivo territorio provinciale e ai poteri del Ministro nei soli rapporti tra Stato e Province autonome per assicurare il coordinamento attraverso un'intesa. 6. - La questione è fondata, per quanto riguarda la terza proposizione normativa contenuta nell'art. 2, comma 1, lettera d) del d.lgs. n. 463 del 1999, che prevede: "Ai fini della definizione della predetta intesa il Ministero dei lavori pubblici, sentiti i comitati istituzionali delle autorità di bacino di rilievo nazionale interessati, assicura, attraverso opportuni strumenti di raccordo, la compatibilizzazione degli interessi comuni a più regioni e province autonome il cui territorio ricade in bacini idrografici di rilievo nazionale". È evidente l'irragionevole ed ingiustificato trattamento deteriore (e come tale lesivo dei principi dell'autonomia regionale) riservato all'altra Regione, il cui territorio ricade in bacini idrografici di rilievo nazionale (nella specie Regione Veneto: bacini Adige e Brenta-Bacchiglione), con un metodo assai debole di partecipazione della Regione stessa, in quanto si prevede solo che vengano "sentiti i comitati istituzionali interessati", ai quali partecipano i rappresentanti delle Regioni, il cui territorio e maggiormente interessato. La illegittima lesione della autonomia della Regione Veneto e della correlata necessaria paritaria partecipazione di essa risulta evidente dalla esistenza di interessi comuni a più Regioni e Province (ribadita espressamente dalla norma impugnata e confermata dai principi che si possono trarre dalla legge n. 183 del 1989), oltre che dalla non modificata unitarietà del bacino "di rilievo nazionale". Le predette considerazioni non portano ad escludere la possibilità di subpiani territoriali o di pianificazioni territorialmente più ristrette, talora, più adeguate alle esigenze ed ai rischi del territorio. Ma le esigenze di coordinamento e di integrazione, indispensabili in base ad apprezzamento dello stesso legislatore, devono essere realizzate, nella unitarietà della pianificazione del bacino di rilievo nazionale, a livello di organo centrale o pluriregionale, con uno degli ipotizzabili sistemi, che assicuri effettiva parità di intervento di tutte le Regioni e Province autonome interessate, in un giusto procedimento di partecipazione equilibrata dei medesimi soggetti, titolari di interessi giuridicamente rilevanti sul piano costituzionale.. per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE Dichiara l'illegittimità costituzionale dell'art. 2, comma 1, lettera d), del decreto legislativo 11 novembre 1999, n. 463 (Norme di attuazione dello statuto speciale della Regione Trentino-Alto Adige in materia di demanio idrico, di opere idrauliche e di concessioni di grandi derivazioni a scopo idroelettrico, produzione e distribuzione di energia elettrica), limitatamente al periodo: "Ai fini della definizione della predetta intesa il Ministero dei lavori pubblici, sentiti i comitati istituzionali delle autorità di bacino di rilievo nazionale interessati, assicura, attraverso opportuni strumenti di raccordo, la compatibilizzazione degli interessi comuni a più regioni e province autonome il cui territorio ricade in bacini idrografici di rilievo nazionale"; Dichiara inammissibili le altre censure relative alla questione di legittimità costituzionale dell'art. 2, comma 1, lettera d), del decreto legislativo 11 novembre 1999, n. 463, sollevate, in riferimento agli artt. 11, 76 e 123 della Costituzione, con il ricorso indicato in epigrafe, dalla Regione Veneto. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 6 novembre 2001. Il Presidente: Ruperto Il redattore: Chieppa Il cancelliere: Fruscella Depositata in cancelleria il 7 novembre 2001. Il cancelliere: Fruscella