[pronunce]

Ciò dimostra come, nel contesto della disciplina che regola il funzionamento dei servizi, non possa ritenersi affatto anomala l'eventualità che il segreto di Stato risulti idoneo a incidere sul controllo giurisdizionale relativo alla destinazione delle dotazioni finanziarie. 14.- Il ricorrente censura, da ultimo, il fatto che, negli atti di conferma del segreto, il Presidente del Consiglio dei ministri non abbia comunque chiarito, «a mezzo di opportuna motivazione», le «ragioni della prevalenza della tutela degli "interna corporis" su ogni altro interesse tutelato da norme costituzionali»: indicazione che si dovrebbe ritenere, per contro, indispensabile alla luce dell'attuale quadro normativo - ispirato, in assunto, a un «sempre maggiore contemperamento tra le finalità del segreto di Stato e [gli] altri fondamentali interessi tutelati dalla Costituzione» - nonché del «principio di proporzionalità», affermato da questa Corte già nella sentenza n. 86 del 1977, a fronte del quale occorrerebbe sempre assicurare, in materia, «un ragionevole rapporto di mezzo a fine». In questa prospettiva, la tutela delle esigenze di riserbo sulle modalità organizzative e operative dei servizi non potrebbe essere indiscriminata - specie quando vengano in considerazione condotte del personale dei medesimi servizi costituenti reato - ma rimarrebbe subordinata alla effettiva preminenza, nel caso concreto, degli interessi alla cui salvaguardia il segreto di Stato è preordinato rispetto agli altri beni costituzionalmente protetti, tra cui quello della corretta amministrazione della giustizia. Su tali premesse, il ricorrente invita, quindi, la Corte a verificare «il rispetto dei limiti che inquadrano in un ambito costituzionalmente definito ed accettabile l'avvenuta opposizione/conferma del segreto»: ciò, in base all'assunto che, in sede di conflitto di attribuzione, debba ritenersi consentito alla Corte - diversamente che al giudice penale - «sindacare il corretto esercizio della discrezionalità» spettante al Presidente del Consiglio dei ministri in materia, «alla luce dei principi costituzionali e del loro corretto bilanciamento». L'eccezione di inammissibilità della censura per «genericità», formulata dall'Avvocatura dello Stato sul rilievo che non si comprenderebbe in base a quale parametro costituzionale la Corte dovrebbe effettuare il sindacato richiestole, non è fondata. Nella prospettiva del ricorrente, i parametri che dovrebbero venire in considerazione sono evidentemente, da un lato, quelli che offrono il fondamento costituzionale del segreto di Stato, e, dall'altro, quelli che reggono l'esercizio della funzione giurisdizionale. Nel merito, tuttavia, la tesi del ricorrente non può essere recepita. Come già rimarcato, infatti, deve tenersi fermo - anche dopo l'entrata in vigore della legge n. 124 del 2007 - quanto chiarito, a tale proposito, dalla pregressa giurisprudenza di questa Corte (sentenza n. 86 del 1977): e, cioè, che il giudizio del Presidente del Consiglio dei ministri in ordine ai mezzi necessari o utili al fine di garantire la sicurezza della Repubblica, per il suo carattere squisitamente politico e ampiamente discrezionale, resta soggetto a un sindacato di tipo esclusivamente parlamentare, essendo quella parlamentare la sede istituzionale «di controllo nel merito delle più alte e gravi decisioni dell'Esecutivo» (sentenza n. 106 del 2009). Proprio a questo scopo, è previsto che il Presidente del Consiglio dei ministri debba dare comunicazione al COPASIR di ogni caso di conferma del segreto, «indicandone le ragioni essenziali», e che detto Comitato parlamentare, ove ritenga infondata l'opposizione del segreto, debba riferirne a ciascuna delle Camere per le conseguenti valutazioni (artt. 40, comma 5, e 41, comma 9, della legge n. 124 del 2007). Nel conflitto di attribuzione che, in base alle espresse previsioni degli artt. 202, comma 7, cod. proc. pen. e 41, comma 7, della legge n. 124 del 2007, l'autorità giudiziaria può proporre nei confronti del Presidente del Consiglio dei ministri, la Corte è chiamata, infatti, «a valutare la sussistenza o insussistenza dei presupposti del segreto di Stato ritualmente opposto e confermato, non già ad esprimere una valutazione di merito sulle ragioni [...] del segreto stesso; giudizio quest'ultimo riservato, come si è precisato, in sede politica, al Parlamento» (sentenza n. 106 del 2009). Ciò non toglie che la motivazione della conferma del segreto, anche nei confronti dell'autorità giudiziaria, sia comunque necessaria (sentenza n. 86 del 1977): essa è, del resto, espressamente richiesta dalla normativa in vigore (artt. 202, comma 5, cod. proc. pen. , 66, comma 2, disp. att. cod. proc. pen. e, per quanto qui interessa, art. 41, comma, 5, della legge n. 124 del 2007). Ma lo è in una prospettiva diversa da quella ipotizzata dal giudice ricorrente e, al tempo stesso, distinta da quella della motivazione al Parlamento, come rivela anche la circostanza che il legislatore abbia disciplinato in modo autonomo e separato l'esposizione delle ragioni della segretazione nelle due sedi, giudiziaria e parlamentare (mentre, diversamente opinando, sarebbe bastato prescrivere la trasmissione al Comitato parlamentare di una copia del provvedimento già inviato al giudice all'esito della procedura di interpello). L'obbligo di motivazione, nel senso precisato, verso l'autorità giudiziaria non mira a permettere un sindacato sulle modalità di esercizio in concreto del potere di segretazione (precluso, come detto, in sede giurisdizionale), quanto piuttosto a giustificare, in termini congruenti e plausibili - nei rapporti tra poteri - lo «sbarramento» all'esercizio della funzione giurisdizionale conseguente alla conferma del segreto, dando atto delle considerazioni che consentono di ricondurre le notizie segretate agli interessi fondamentali riassumibili nella formula della sicurezza nazionale. Ed è solo quando la motivazione non risponda a tale scopo - denotando, con ciò, un possibile "sviamento" del potere di segretazione dai suoi fini istituzionali - che può ravvisarsi un vizio dell'atto suscettibile di denuncia davanti a questa Corte con lo strumento del conflitto di attribuzione. La portata dell'obbligo motivazionale nei confronti dell'autorità giudiziaria risente naturalmente dell'esigenza di non vanificare lo stesso provvedimento cui accede, come avverrebbe se, con una descrizione particolareggiata, si lasciassero trapelare le informazioni su cui si intende mantenere il riserbo. Ma, fermo restando ciò, e per quanto qui più interessa, l'adeguatezza della motivazione all'autorità giudiziaria va rapportata anche alle caratteristiche della notizia sulla quale viene confermato il segreto, riflettendone il livello di specificità. Altro è che la conferma riguardi circostanze puntualmente circoscritte, altro che - in correlazione al tenore della richiesta - essa investa, invece, notizie più generiche o, addirittura, di tipo "categoriale".