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nessuno di noi può fare da solo e non siamo sulla scia di qualcuno dei membri del suo Governo che, non molti anni fa, ma un anno e mezzo fa è andato a Parigi per legittimare i gilet gialli. Sono contento che oggi vi sia stata una conversione verso Bruxelles, un'importante conversione, non vuol dire che entrare nel sistema, ma far valere le proprie idee sui tavoli che contano. Su questo noi vogliamo insistere, signor Presidente del Consiglio, come sul fatto che l'Italia, purtroppo, è incapace di spendere i soldi, perché è vero che siamo il terzo contribuente dell'Unione europea, ma è altrettanto vero che siamo tra gli ultimi Paesi europei a spendere quei soldi. Mi permetta di citare l'esempio delle Marche, l'ultima Regione che riesce a spendere i soldi destinati dall'Unione europea (appena il 20 per cento), il cui Presidente si permette di dire: «Sì, è vero, sono scaduti i sette anni, ma abbiamo altri tre anni per spenderli». Questa è la testimonianza più plastica di quanta distanza c'è tra chi governa i territori e le esigenze di quei territori. Presidente Conte, mi permetta di dire con molta franchezza che noi oggi ci saremmo aspettati un atteggiamento diverso. Il capo dell'opposizione di un Paese membro, appartenente al centrodestra, ha preso la parola in Aula e ha detto: «La fortuna del nostro Presidente del Consiglio coincide con la fortuna del nostro popolo». Noi siamo profondamente convinti nell'augurarle buona fortuna, ma vorremmo che lei cambiasse atteggiamento e assumesse con umiltà la consapevolezza che da soli non si va da nessuna parte: pensiamo a quanto è accaduto con questa pandemia. Devo dire con molta franchezza, ma anche con un po' di autocritica, che noi apparteniamo a quella cultura democratica cristiana e liberale per cui, quando il Presidente del Consiglio siede a un tavolo internazionale per un negoziato, noi auspichiamo il successo di quel negoziato per quanto riguarda gli interessi nazionali. Al contempo, però, le chiediamo se siete veramente all'altezza di spendere quei fondi. Questo è il quesito che dovete porvi voi, in prima istanza, e poi noi come parlamentari, perché qui fuori non importa nulla a nessuno di chi è la responsabilità: fuori da quest'Aula a settembre-ottobre, nel caso in cui malauguratamente dovessero scoppiare delle rivolte sociali, non distingueranno tra maggioranza e opposizione. Ecco perché, allora, noi non chiediamo nella maniera più assoluta un inciucio: noi chiediamo semplicemente che il suo Governo e la sua maggioranza abbiano l'umiltà di coinvolgere l'opposizione, perché noi rappresentiamo la stragrande parte del popolo italiano. Se lei insiste sulla linea della solitudine, signor Presidente, mi permetta di dirle che non andrà lontano. (Applausi). PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Candiani. Ne ha facoltà. CANDIANI (L-SP-PSd'Az) . Signor Presidente, mi riallaccio subito alla domanda retorica posta dal senatore Saccone: no, senatore Saccone, non sono all'altezza e non sono in grado di governare e di spendere i soldi che occorrono per fare ripartire il Paese in questa situazione. Le do subito un'evidenza, caro presidente Conte. Basta che lei compari il voluminoso testo del decreto rilancio, che è frutto del lavoro del Governo, che è diventato una sorta di decreto omnibus , nel quale avete fatto convergere tutto, fino ad arrivare anche a perderne il significato e dal quale discenderanno almeno un centinaio di decreti attuativi, con le quattro paginette del provvedimento della Repubblica federale di Germania. Ho in mano i due fascicoli: uno è il provvedimento della Repubblica federale di Germania, l'altro è il suo decreto. Questo è il paragone di fronte al quale lei oggi si pone agli italiani e va in Europa. (Applausi) : abbiamo in un fascicolo 130 miliardi l'uno, nell'altro 55 miliardi. Non c'è nulla da ridere, Presidente, anzi le chiederei anche una cortesia: dica al suo ufficio stampa, magari allo stesso Casalino, di aggiornare il suo discorso perché continua a essere un po' noioso dopo mesi, mesi e mesi. (Applausi). E magari gli dico di aggiornarlo tenendo conto che da febbraio è la prima volta che viene in Parlamento a chiedere un indirizzo politico al Parlamento italiano. (Applausi). Febbraio, marzo, aprile, maggio, giugno, siamo a luglio e lei è dal mese di marzo che dice «settimana prossima arrivano i soldi», «settimana prossima arriva il piano di soccorso». Avete impegnato Colao. Avete preso schiere e orde di scienziati per andare a costruire un piano che è finito nel cassetto e che nel testo del decreto rilancio non si trova, presidente Conte. Lo capisce che non funziona il paragone tra i due provvedimenti? Lo capisce che non funziona il suo Governo? Lo capisce che così il Paese non lo fate ripartire? Lo capisce questo? Se capisce questo, può andare in Europa a rappresentare l'Italia; altrimenti il rischio è che vada in Europa e semplicemente faccia fare brutta figura al nostro Paese, che invece ha bisogno di essere rispettato. (Applausi). Un applauso lo chiediamo anche noi, senatore Casini, ma lo chiediamo per gli italiani, che non si stanno piegando e stanno cercando di rialzarsi da soli, anche se da mesi aspettano dall'INPS l'erogazione di una previdenza, di un sussidio e di una cassa integrazione che ancora non sono arrivati. Questa è la realtà, presidente Casini. Allora di fronte a questo ci dobbiamo porre degli interrogativi: come volete spendere i soldi? Avete posizionato il discorso sui soldi, dicendo «arriveranno i soldi, ce li manderà l'Europa», sempre con la solita retorica. A tutt'oggi però non c'è un piano reale che possa dire che avete cambiato le regole che hanno affossato l'Italia ieri e che la faranno ripartire domani. Non avete cambiato una sola regola e il mostro che sta per approdare in Senato, il cosiddetto decreto semplificazioni, sarà per l'ennesima volta aver perso un'occasione per riformare il Paese. Se infatti non l'avete capito, il Paese si è fermato, l'economia si è fermata. A chi racconta che, con il lavoro da casa il Paese si può rimettere in piedi e diventare competitivo, rispondo che questo è un Paese che lavora nelle fabbriche, nei campi, nelle botteghe artigiane (Applausi) , nelle botteghe dei commercianti. È un Paese che si rimbocca le maniche. Non è un Paese virtuale come le vostre visioni, presidente Conte. È evidente a tutti che man mano che cala la pressione della preoccupazione per la crisi sanitaria e per la pandemia, tornano a riemergere i problemi di prima, che non sono affrontati e che la sua maggioranza non è in grado di risolvere, a partire dall'Ilva, che è stata dimenticata, e dai problemi e dal caos che avete creato in questi giorni in Liguria, con la gestione autostradale e con tutto quello che ne consegue. Presidente Conte, questo è il Paese reale (Applausi) , e non quello che descrive Casalino nei suoi discorsi.