[pronunce]

che, in prossimità dell'udienza pubblica, la difesa della parte ha depositato una memoria, con cui ha contestato gli assunti dell'Avvocatura generale dello Stato e ha rimarcato come i direttori delle Agenzie fiscali siano, in virtù dei compiti di natura gestionale ad essi eminentemente assegnati, estranei all'attività ministeriale di elaborazione delle linee di indirizzo politico-amministrativo; che anche l'Avvocatura generale dello Stato ha depositato memoria in prossimità dell'udienza pubblica, nella quale, unitamente alla contestazione degli argomenti presentati dalla difesa di G. K., ha riferito dell'audizione del direttore dell'Agenzia delle dogane e dei monopoli svoltasi il 22 ottobre 2020 presso la VI Commissione permanente del Senato (Finanze e tesoro), in cui è stato esposto il contenuto di un insieme di provvedimenti di riforma dei poteri dell'Agenzia «recentemente proposto al Ministro dell'Economia e delle Finanze, che esercita la vigilanza sull'Agenzia» medesima, da cui si ricaverebbe, contrariamente a quanto ritenuto dal giudice rimettente e dalla difesa della parte privata, «la concreta percezione del ruolo, non certo meramente gestionale, realmente svolto dal Direttore dell'Agenzia attraverso la presentazione al Ministro di proposte legislative attinenti ai compiti dell'Agenzia da inserire nella legge di bilancio, a riprova della partecipazione dell'organo apicale alle "scelte politiche" che interessano l'Ente». Considerato che il Tribunale ordinario di Roma, in funzione di giudice del lavoro, ha sollevato, in riferimento agli artt. 97 e 98 della Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell'art. 2, comma 160, del decreto-legge 3 ottobre 2006, n. 262 (Disposizioni urgenti in materia tributaria e finanziaria), convertito, con modificazioni, nella legge 24 novembre 2006, n. 286, nella parte in cui esso estende ai direttori delle Agenzie fiscali, e segnatamente al direttore dell'Agenzia delle dogane e dei monopoli, il regime di cessazione automatica dell'incarico conseguente al decorso di novanta giorni dal voto sulla fiducia al Governo previsto dall'art. 19, comma 8, del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165 (Norme generali sull'ordinamento del lavoro alle dipendenze delle amministrazioni pubbliche); che ad esso si è rivolto G. K., già direttore dell'Agenzia delle dogane e dei monopoli, nominato nell'ottobre 2017 e cessato dalle sue funzioni al momento della nomina del suo successore in data 12 settembre 2018; che nel giudizio a quo il ricorrente ha proposto in via principale domanda di condanna dell'amministrazione al pagamento dell'indennità prevista dall'art. 5, comma 3, del contratto di lavoro per l'ipotesi di risoluzione consensuale del rapporto di lavoro «su iniziativa del Ministro»; che, in via subordinata, il ricorrente ha chiesto che fosse dichiarato nullo «per discriminatorietà politica e per vizio di forma» il recesso di fatto dell'amministrazione, con conseguente condanna di quest'ultima al pagamento delle retribuzioni maturate dal settembre 2018; che, in via ulteriormente subordinata, il ricorrente ha chiesto che al medesimo esito si giungesse per effetto della dichiarazione di illegittimità costituzionale della norma censurata per violazione degli artt. 3, 97 e 98 Cost.; che la questione sollevata è manifestamente inammissibile per plurimi, concorrenti, profili; che il giudice rimettente motiva la rilevanza della questione di legittimità costituzionale ritenendo innanzi tutto di non potersi pronunciare né sulla domanda proposta in via principale dal ricorrente, né su quella subordinata, e che invece verrebbe in rilievo l'eccezione di illegittimità costituzionale sollevata, in via ulteriormente subordinata, dalla difesa del medesimo ricorrente; che la domanda principale non sarebbe accoglibile perché - pur essendo contrattualmente previsto il pagamento di un'indennità in caso di risoluzione del contratto su iniziativa del Ministro (art. 5, comma 3) - in realtà sarebbe comunque mancato il consenso del ricorrente, necessario - secondo il giudice rimettente - in ragione del (ritenuto) dato testuale della clausola contrattuale che regolava il recesso ante tempus come risoluzione "consensuale" dopo quella non "consensuale", perché "automatica" (ossia quella conseguente alla nomina di un commissario straordinario o all'assunzione da parte del ricorrente di altro incarico); che neppure è accoglibile - secondo il rimettente - la domanda subordinata di accertamento della nullità della risoluzione del contratto per asserita «discriminatorietà politica» atteso che, secondo la tesi dei convenuti, il rapporto sarebbe cessato automaticamente, senza che si rendesse necessaria alcuna manifestazione di volontà, neppure implicita, da parte del datore di lavoro pubblico; che, pertanto, la controversia non sarebbe altrimenti decidibile se non facendo applicazione della disposizione contenuta nell'art. 2, comma 160, del d.l. 3 ottobre 2006, n. 262, oggetto dell'eccezione di illegittimità costituzionale sollevata, in via ulteriormente subordinata, dalla parte ricorrente; che - come emerge chiaramente dalla stessa ordinanza di rimessione - la clausola di cessazione automatica dell'incarico è contenuta nel decreto presidenziale di nomina ed è altresì incorporata nel contratto di lavoro, in quanto espressamente richiamata; che la clausola, accettata dal ricorrente, ha quindi la sua fonte diretta sia in un atto amministrativo, qual è il decreto presidenziale di nomina, sia in un atto negoziale, qual è il contratto; che il giudice rimettente, tuttavia, non riferisce di un'eventuale deduzione, da parte della difesa del ricorrente, della nullità parziale del contratto in ragione della nullità della clausola; che il giudice rimettente non fa neppure menzione di un'eventuale richiesta della difesa del ricorrente di disapplicazione (ex art. 4 della legge 20 marzo 1865, n. 2248, recante «Legge sul contenzioso amministrativo - All. E») del decreto presidenziale di nomina in parte qua; che il giudice rimettente non si pone neanche il problema di sindacare d'ufficio la nullità della clausola contrattuale ovvero la legittimità in parte qua del decreto presidenziale di nomina al fine di operare la sua eventuale disapplicazione; che, in questo modo, il rimettente nulla argomenta in ordine alla possibile ricaduta, che in ipotesi dovrebbe avere la dichiarazione di illegittimità costituzionale della disposizione censurata, sia sull'atto amministrativo, costituito dal decreto presidenziale di nomina, sia sull'atto negoziale, rappresentato dal contratto di lavoro; che tale lacuna argomentativa, per il fatto di tradursi in una prospettazione non adeguata delle conseguenze applicative derivanti da un eventuale accoglimento della questione sollevata, si risolve pertanto in un difetto di motivazione sulla rilevanza tale da rendere la questione stessa manifestamente inammissibile;