[pronunce]

Sentenza ha pronunciato la seguentenei giudizi di legittimità costituzionale dell'art. 58, terzo comma, del decreto del Presidente della Repubblica 29 settembre 1973, n. 602 (Disposizioni sulla riscossione delle imposte sul reddito), nel testo modificato dal decreto legislativo 26 febbraio 1999, n. 46 (Riordino della disciplina della riscossione mediante ruolo, a norma dell'art. 1 della legge 28 settembre 1998, n. 337) (recte: art. 52, secondo comma, lettera b) del d.P.R. n. 602 del 1973, nel testo anteriore alla sostituzione disposta dal d.lgs. n. 46 del 1999), promossi con due ordinanze emesse il 19 dicembre 2000 dal Tribunale di Cassino, rispettivamente iscritte ai numeri 164 e 165 del registro ordinanze 2001 e pubblicate nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 11, 1a serie speciale, dell'anno 2001, nonché nel giudizio di legittimità costituzionale dello stesso art. 58, nel testo modificato dal suddetto d.lgs. , promosso dal Tribunale di Cassino con ordinanza emessa il 19 dicembre 2000, iscritta al n. 166 del registro ordinanze 2001 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 11, 1ª serie speciale, dell'anno 2001. Visti gli atti di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri; Udito nella camera di consiglio del 10 ottobre 2001 il giudice relatore Franco Bile.. Ritenuto in fatto Considerato in diritto 1. - Con l'ordinanza iscritta al n. di ruolo 164 del 2001, pronunciata il 19 dicembre 2000, il Tribunale di Cassino, in composizione monocratica ed in funzione di giudice istruttore, nel corso di un procedimento di opposizione di terzo all'esecuzione, introdotto, con ricorso del 10 dicembre 1998, da Silvana Valerio avverso l'esecuzione forzata esattoriale mobiliare promossa dal Servizio di riscossione tributi della Provincia di Frosinone, gestito dalla Banca di Roma S.p.a. , a carico del coniuge dell'opponente, per un "debito erariale connesso alla sua attività imprenditoriale esclusiva" ha sollevato, secondo il tenore formale del dispositivo dell'ordinanza, questione di legittimità costituzionale dell'art. 58 del decreto del Presidente della Repubblica 29 settembre 1973, n. 602 (Disposizioni sulla riscossione delle imposte sul reddito), nel testo risultante dalla sostituzione dell'intero titolo II (artt. da 45 a 90) di tale d.P.R., disposta dall'art. 16 del decreto legislativo 26 febbraio 1999, n. 46 (Riordino della disciplina della riscossione mediante ruolo, a norma dell'art. 1 della legge 28 settembre 1998, n. 337), nella parte in cui non darebbe "rilievo", a favore del coniuge, alla presunzione di esistenza della comunione legale sui beni mobili che si trovano nella casa coniugale, in sede di opposizione di terzo del coniuge all'esecuzione esattoriale, promossa per un debito esclusivo dell'altro coniuge. In base al tenore della motivazione dell'ordinanza, tuttavia, la questione risulta espressamente sollevata con riferimento all'art. 52 del d.P.R. n. 602 del 1973, nel testo anteriore all'indicata sostituzione. Secondo quanto riferisce il rimettente, l'opponente ha dedotto che, essendo avvenuto il pignoramento nella casa coniugale, i beni quivi rinvenuti dovevano ritenersi ricadenti nella comunione legale fra i coniugi, di modo che, per un verso sussisteva la sua legittimazione alla proposizione dell'opposizione quale comproprietario, per altro verso il suo diritto di eccepire il mancato ricorso alla procedura di cui all'art. 599 del codice di procedura civile per l'espropriazione dei beni indivisi. L'opposta ha eccepito il difetto di giurisdizione dell'autorità giudiziaria ordinaria, per non essere ammissibile - "alla stregua dell'art. 52 d.P.R. n. 602/1973" - l'opposizione del coniuge in caso di beni mobili pignorati nella casa del debitore e per essere ammissibile soltanto, a norma dell'art. 53 dello stesso d.P.R., un'opposizione in via amministrativa alla Direzione regionale delle entrate, nel mentre la prova dell'appartenenza era comunque soggetta ai limiti dell'art. 65 del medesimo d.P.R. Sulla base di tale premessa, il rimettente osserva che la controversia - in forza del principio tempus regit actum - non può essere decisa alla stregua delle modificazioni apportate al d.P.R. n. 602 del 1973 dal d.lgs. n. 46 del 1999 e, quindi, con l'applicazione dell'art. 58 di detto d.P.R., ma deve essere decisa - donde il segnalato contrasto fra dispositivo e motivazione - in base all'art. 52 vecchio testo del d.P.R., il quale, in forza degli interventi della Corte costituzionale, prevedeva con circostanziata casistica l'ammissibilità dell'opposizione di terzo da parte del coniuge. Dopo avere assunto l'infondatezza dell'eccezione dell'opposta in ordine all'applicabilità dell'art. 65 del d.P.R. n. 602 vecchio testo, sostenendo che tale norma concerneva solo l'attività dell'ufficiale di riscossione e non riguardava invece il giudizio del giudice dell'esecuzione investito di un'opposizione di terzo, il rimettente affronta il problema della possibilità di far valere con l'opposizione di terzo la situazione di comproprietà sui beni pignorati e, pur risolvendo positivamente il quesito, sostiene che tale interpretazione "non consentirebbe perciò di accogliere l'opposizione, in quanto il coniuge può proporre l'opposizione ex art. 619 c.p.c. solo nel caso di beni dotali". Secondo il rimettente, non sarebbe conforme a Costituzione che la comunione legale non assuma "rilievo" anche nei riguardi del "credito erariale" in quanto la ratio della previsione, da parte della riforma del diritto di famiglia, "di presumere la comunione legale come regime ordinario", in difetto di espressa volontà contraria, risulterebbe funzionale all'assicurazione al coniuge di una posizione soggettiva "da tutelare anche contro le aggressioni esecutive da parte dei creditori dell'altro coniuge". In tale ottica, l'opposizione di terzo sarebbe lo strumento idoneo a salvaguardare la posizione del coniuge non debitore e la presunzione di comunione costituirebbe "essa stessa ostacolo all'espropriazione forzata, stante l'unanime riconoscimento da parte della giurisprudenza di legittimità dell'opponibilità della comunione a terzi". Inoltre, poiché il potere sulla casa coniugale apparterrebbe ad entrambi i coniugi ed ognuno di essi avrebbe lo ius prohibendi sarebbe "conseguenziale quindi ammettere che anche i beni in essa contenuti debbano presumersi, salvo prova contraria, di pertinenza di ambedue i coniugi". E pertanto "affrontare la presunzione legale ex legge n. 151/1975 con la presunzione di proprietà esclusiva del coniuge escusso sui beni staggiti nella casa coniugale ex art. 52 cit.