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Ebbene, è difficile, oggi, al professionista interagire sul piano della progettualità, ma anche della relazione di fiducia con le strutture, senza sentirsi in qualche modo bloccato da tre elementi che conosciamo tutti e a cui la legge cerca di dare in qualche modo una risposta. Fra questi, la possibilità di venire incontro alle esigenze dei professionisti che si impegnano a tempo pieno in un'impresa così difficile e che devono poter incassare le loro parcelle, ciò che rappresenta il loro mezzo di sostentamento personale, altrimenti sono sottoposti anche loro ad una sorta di tsunami che non permetterà loro nemmeno di garantire alla propria famiglia e alla propria continuità professionale il necessario sostegno. C'è poi anche la difficoltà di sapere in che misura la loro responsabilità personale si integra con la responsabilità della pubblica amministrazione a proposito delle certificazioni: sappiamo che molto è stato messo in carico ai professionisti e che i professionisti hanno potuto vedere questo, da un lato, come una prova di fiducia, ma, dall'altro, come una situazione ad alto rischio. Ciò che rappresenta per noi il vero impedimento nel Paese è la complessità burocratica, che con una serie di lacci e lacciuoli fa dire addirittura al Ministero dello sviluppo economico che i fondi ci sono ma non si riesce a spenderli, che è la peggiore ferita che si possa imporre a queste persone. Se non si ricostruiscono le cose non è perché mancano i fondi, ma perché il sistema di cui ci siamo dotati per affrontare questo è un sistema non solo ad alta complessità, ma ad alto rischio di incappare nelle contraddizioni della legge. Mi sembra che il decreto-legge cerchi, in alcuni passaggi, di fare chiarezza, di liberare ad esempio la ricchezza progettuale spostando il controllo a valle e non necessariamente a monte. Ci sono tantissimi posti in cui questi lavori non possono nemmeno partire, perché i controlli burocratici che li precedono sono tali e di tale complessità da non far correre il rischio di mettere in gioco cantieri che poi potranno addirittura comportare conseguenze e penalità successive. Da questo punto di vista, c'è anche l'idea che la stessa rimozione delle macerie, in alcuni casi, costituisca un fattore di impedimento tale che contribuisce a dare a questi paesi la dimensione di paesi morti. È chiaro che in teoria il decreto-legge vuole prevenire il depauperamento, lo spopolamento di questi paesi, ma non c'è dubbio che a distanza di numerosi anni (si parla del sisma del 2016, ma noi sappiamo che ci sono ancora - basti pensare a situazioni come quella dell'Aquila, per citarne soltanto una - macerie che vengono da molto più lontano) tutto questo non si riesce a farlo. Ci saremmo aspettati da questo decreto-legge non soltanto le risorse materiali che vengono messe a disposizione, non soltanto una progettualità che tenga conto, per esempio per situazioni come quella di Venezia o come quella di Matera, del fatto che si tratta di città d'arte e che quindi meritano un'attenzione veramente particolare alla restituzione di un'immagine che è nella memoria, nella testa e nel cuore non solo degli italiani, ma del mondo intero, ma un'attenzione alle situazioni in cui il deficit è quello semplice delle case in cui abitare, delle stalle dove tenere gli animali, delle scuole da far frequentare ai figli, in alcuni casi anche dei luoghi in cui gli anziani possano continuare a vivere. A questo proposito, cito un esempio per tutti: in Provincia di Amatrice c'è una residenza per anziani, l'unica della zona nel raggio di 20 chilometri, che ha chiesto un aumento della disponibilità di posti letto perché i figli di questi anziani si sono spostati, sono andati a vivere fuori, le loro case non sono agibili. L'unica possibilità è essere accolti a vivere in queste realtà, ma di questo non c'è traccia. È ancora una volta un decreto-legge costruito sulla normatività, per cercare di evitare quelli che possono essere usi e abusi, ma che in realtà in molti casi consegna questi territori all'immobilismo. Non c'è la centralità della persona, in particolare delle persone fragili, e ribadisco il caso concreto di questa RSA per anziani che da mesi attende di vedere semplicemente allargata la propria disponibilità per rendere possibile la vita di persone che non hanno voglia di andare a vivere fuori. Lì non c'è uno spopolamento; c'è un radicamento che va comunque conservato e difeso. C'è poi tutta l'impossibilità dei genitori di garantire ai figli la continuità scolastica, resa difficile anche dei trasporti, dal maltempo e da tanti altri fattori. Credo che davvero la semplificazione burocratica debba essere un impegno, che nel decreto-legge al nostro esame è recepito solo parzialmente, laddove dovrebbe diventare uno stile di vita perché questi territori possano davvero ricominciare a costruire, a vivere e a rimettere in movimento l'economia locale. (Applausi dal Gruppo FIBP-UDC) . PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Papatheu. Ne ha facoltà. PAPATHEU (FIBP-UDC) . Signor Presidente, colleghi, mi rivolgo in particolare ai colleghi eletti in Sicilia, che sono 17 del MoVimento 5 Stelle: Francesco Mollame, Lorefice, Marinello, D'Angelo, Drago, Pisani, Campagna, Santangelo, Leone, Trentacoste, Giarrusso, Anastasi, Floridia e Catalfo. Mi rivolgo ai due colleghi di Italia Viva, purtroppo assenti, ovvero la senatrice Sudano e il collega Davide Faraone, e anche al senatore Grasso, di Palermo. Abbiamo tutti questi rappresentanti della Sicilia, che sono stati chiamati a esporre e a difendere le sue ragioni. Ebbene oggi, come sempre, da «terrona», da siciliana, insieme ai colleghi, sono costretta a riportare i problemi del Sud, quel Sud che tutti dite di voler aiutare: dal Conte 1 al Conte 2, al Conte "1 al prezzo di tre": a oggi non si è visto niente. Ma la cosa scandalosa è che ormai questa situazione per noi è diventata la normalità, perché siamo abituati al sottosviluppo, siamo abituati forse ad aspettare, a credere, a sperare ancora nel cambiamento, perché 25 senatori eletti non sono pochi. Eppure, di 25 senatori, nessuno, e dico nessuno - non parlo dei rappresentanti della Camera perché c'è da vergognarsi - è riuscito a scrivere un rigo, una sola parola di aiuto per la Sicilia. Vi ricordo, allora, colleghi siciliani, che la Sicilia, da cento anni, vive nella città di Messina una situazione di grande vergogna, una vergogna che tutti hanno riportato sui giornali perché il sindaco Cateno De Luca, che tutti conoscete per il suo manifestare - anche folkloristico - le doglianze della nostra Sicilia, ha contratto delle malattie andando ai ghetti, baracche come le favelas , che vengono trasferite di padre in figlio sin dal terremoto del 1908. Parliamo di famiglie che non hanno niente di meno delle famiglie dei poveri terremotati del Centro Italia; famiglie che si sono abituate da generazioni a vivere in mezzo alle malattie perché vivono nell'eternit, con le fogne aperte, senza luce. Siamo stati là varie volte come parlamentari.