[pronunce]

che la Corte d'appello di Brescia formula, in riferimento alla disciplina transitoria, censure analoghe a quelle prospettate dalle altre ordinanze di rimessione, sul rilievo che la parte civile – in mancanza di una disciplina che le consenta di proporre ricorso per cassazione, come previsto per il pubblico ministero e per l'imputato – sarebbe «costretta a subire l'efficacia di un giudicato formatosi sulla sentenza di primo grado e senza più la possibilità di ricorrere al giudice civile, pur avendo optato per il giudizio penale in un contesto legislativo che le conferiva il potere di appello»; che, con ordinanza del 30 maggio 2006 (r.o. n. 231 del 2007), la Corte d'appello di Lecce ha sollevato, in riferimento agli artt. 3, 24, 97 e 111 della Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell'art. 576 cod. proc. pen. , come modificato dall'art. 6 della legge n. 46 del 2006, «nella parte in cui non consente alla parte civile l'appello contro le sentenze di primo grado», e dell'art. 10 della medesima legge, «che dichiara, anche con riguardo alla parte civile, applicabile ai processi in corso la nuova disciplina»; che la Corte d'appello rimettente premette che, con sentenza del Tribunale di Brindisi, l'imputato è stato condannato per i reati di danneggiamento, lesioni personali, minacce e ingiurie, unificati dalla continuazione, alla pena complessiva di mesi tre di reclusione, previo riconoscimento delle attenuanti generiche; che avverso detta sentenza hanno proposto appello le parti civili, «chiedendo, ai sensi dell'art. 577 c.p.p. , la rideterminazione della pena, reputando inadeguata quella inflitta per il reato satellite di ingiurie, nonché revocarsi il beneficio della sospensione condizionale e liquidarsi, a titolo di danni, la somma di 10.000,00 (a fronte di quella – euro 400,00 – liquidata in sentenza, reputata inadeguata)», e l'imputato, che ha chiesto l'assoluzione in relazione a tutte le imputazioni; che la Corte d'appello – rilevato che nelle more del giudizio è entrata in vigore la legge n. 46 del 2006 che ha modificato l'art. 576 cod. proc. pen. e ha abrogato l'art. 577 dello stesso codice – afferma che per effetto di tali modifiche l'appello proposto dalla parte civile ai sensi dell'art. 577 cod. proc. pen. dovrebbe essere dichiarato inammissibile; che, quanto alla impugnazione proposta dalla parte civile ai sensi dell'art. 576 cod. proc. pen. , la Corte d'appello rimettente ritiene invece di dover sollevare questione di legittimità costituzionale nei termini sopra precisati, sul presupposto che l'art. 576 censurato, nella formulazione risultante dalle modifiche introdotte dalla legge n. 46 del 2006, non consenta più l'appello della parte civile avverso le sentenze di condanna e di proscioglimento; che, al riguardo, la rimettente osserva che la possibilità per la parte civile di proporre appello – avverso i capi civili della sentenza di condanna e, ai soli effetti della responsabilità civile, avverso la sentenza di proscioglimento – derivava unicamente, nel previgente assetto normativo, dal collegamento tra l'art. 576 cod. proc. pen. e l'art. 593 dello stesso codice; che proprio per tale ragione, nel corso dei lavori parlamentari, si decise di “sganciare” il potere di impugnazione della parte civile da quello del pubblico ministero, attraverso l'eliminazione nell'art. 576 cod. proc. pen. dell'inciso «con il mezzo previsto per il pubblico ministero», così da mantenere ferma la possibilità per la parte civile di proporre impugnazione; che tuttavia, nonostante la chiara volontà legislativa, una volta eliminato il collegamento con l'appello del pubblico ministero non è più possibile riconoscere un analogo potere alla parte civile, stante il principio di tassatività delle impugnazioni contenuto nell'art. 568, comma 1, cod. proc. pen. ; che pertanto – mancando oggi nel codice una disposizione che consenta alla parte civile di proporre appello contro le sentenze di primo grado (di condanna e di proscioglimento) – l'unico rimedio offerto alla parte civile a tutela delle proprie ragioni sarebbe il ricorso per cassazione; che il mantenimento in capo alla parte civile del potere di proporre appello avverso le sentenze di proscioglimento e di condanna non potrebbe, del resto, desumersi né dal mancato riferimento alla parte civile in sede di disciplina transitoria (evidenziandosi anzi, al riguardo, un ulteriore profilo di illegittimità costituzionale, derivante dalla impossibilità per la parte civile di proporre ricorso per cassazione come previsto invece per il pubblico ministero e per l'imputato); né dal riferimento all'impugnazione della parte civile contenuto nell'art. 600 cod. proc. pen. , che si riferisce alle sole statuizioni concernenti la provvisionale; che, tanto premesso, la Corte d'appello di Lecce afferma che l'attuale sistema delle impugnazioni – nella parte in cui non consente più l'appello della parte civile avverso le sentenze di condanna e di proscioglimento – si pone «in contrasto con la Costituzione, tanto più ove si consideri che la possibilità per la parte civile di proporre appello contro la sentenza di primo grado, sia pure ai soli effetti civili, venne introdotta nel nostro ordinamento proprio in seguito alla sentenza n. 1 del 1970 della Corte costituzionale»; che, quanto alla disciplina transitoria, la Corte rimettente pone in evidenza come essa finisca per «paralizzare le già azionate pretese civilistiche del danneggiato dal reato, pretese che se proposte nella sede civile avrebbero potuto essere coltivate non solo in primo grado, ma anche in grado d'appello», con conseguente violazione degli artt. 3, 24 e 111 Cost.; che, nei giudizi da cui originano le ordinanze iscritte ai numeri 159, 160, 602 e 635 del registro ordinanze del 2007, è intervenuto il Presidente del Consiglio, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato; che l'Avvocatura generale eccepisce, in primo luogo, l'inammissibilità delle questioni proposte alla stregua della ordinanza n. 32 del 2007, con cui la Corte costituzionale ha dichiarato la manifesta inammissibilità di questioni analoghe, per omessa verifica – da parte dei giudici rimettenti – della possibilità di interpretare la disposizione censurata in senso conforme a Costituzione, in assenza di un diritto vivente; che, nel merito, la difesa erariale ritiene peraltro infondate le questioni, perché basate su un erroneo presupposto interpretativo: a suo avviso, infatti, in ossequio al «fondamentale canone ermeneutico» che impone di preferire l'interpretazione conforme a Costituzione, l'art. 576 cod. proc. pen. , come novellato, ben potrebbe essere interpretato nel senso che la parte civile conserva la possibilità di proporre appello avverso la sentenza di proscioglimento. Considerato che le ordinanze di rimessione sollevano questioni analoghe e, pertanto, i relativi giudizi vanno riuniti per essere definiti con un'unica pronuncia;