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Senza crescita non si pagano i debiti e qui il presidente Draghi ci dà un'indicazione in più, perché definisce la crescita, chiamandola crescita inclusiva. Credo che su questa definizione dobbiamo confrontarci politicamente e capirci, perché credo che la crescita inclusiva non sia da intendere in modo classico: cresciamo, produciamo surplus che utilizziamo per pagare i debiti, ma anche per elargire sussidi che riducono le forbici, le distanze, le differenze e le disuguaglianze. Quando il presidente Draghi parla di crescita inclusiva, credo debba essere interpretato in un modo nuovo e non nel senso classico in base al quale si produce la torta e una fetta va al welfare. Oggi la crescita inclusiva, per il tipo di percorso che dobbiamo fare e di cui ho detto prima, ha bisogno di un welfare nuovo orientato a sostenere la crescita. Anche il welfare deve essere un elemento di sostegno della crescita e non sarebbe neanche una novità. Facciamo un esempio. Se modificheremo - come penso - il reddito di cittadinanza - possiamo continuare a chiamarlo così - sarà per orientarlo fortemente alla formazione, al fine di far rientrare le persone nel mondo del lavoro in modo assolutamente produttivo e adeguato alle sfide del futuro del nostro Paese. Pensiamo alla gestione delle dinamiche di transizione del nostro sistema produttivo nel nuovo orizzonte della sostenibilità carbon free . Sto parlando di un welfare che sostiene la crescita e diventa politica attiva del lavoro. Quando il presidente Draghi parla di crescita inclusiva nasce un punto di confronto politico, e non voglio ancora dire uno spartiacque, perché credo ci siano le condizioni per individuare una declinazione di questa sintesi capace di avere largo consenso e condivisione in questo Parlamento. È chiaro che la formula classica del produrre ricchezza per redistribuire oggi per il futuro è insufficiente. Almeno per me, ciò è chiaro e richiama la necessità di un profilo politico riformista. Diversamente, non riusciremo a uscire dal rimbalzo di crescita al 6 per cento con la capacità di consolidare una crescita costante di almeno il 2 per cento. Voglio fare un altro esempio di profilo politico riformista che ritengo sia adeguato a definire il percorso che ci porta a raggiungere gli obiettivi che ci siamo dati come Paese. Penso a una storica distanza dell'Italia con gli altri Paesi, che si chiama gap di produttività. Il presidente Draghi, anche qui, ha fissato un punto nuovo o - meglio - che necessita di un'interpretazione politica. Egli ha parlato di recupero di produttività totale dei fattori, indicatore che misura il grado di efficienza complessivo di un'economia che è diminuita del 6,2 per cento tra il 2001 e il 2019, a fronte di un generale aumento a livello europeo. Certo: noi siamo stati testimoni dell'insufficienza della definizione classica di produttività (PIL per unità di prodotto, oppure ore lavorate per unità di prodotto e anche in questo caso i grafici sono impietosi). Ma cosa è stato quota 100 se non il più grande intervento finanziato da soldi pubblici che è andato ad agire direttamente sulla definizione classica di produttività, quando i dati verificati sul campo ci dicono che, ogni dieci lavoratori che sono andati in pensione con quota 100, ne sono stati assunti uno o due? Avremmo dovuto registrare un miglioramento della produttività, ma questo non è successo. Ciò vuol dire che il concetto classico non descrive pienamente il problema. Draghi introduce nel dibattito politico il concetto di produttività totale dei fattori e questo vale per noi politici, ma anche per le associazioni datoriali e sindacali. Voglio non parlare di teorie economiche, ma arrivare dritto al punto: giustizia, concorrenza e pubblica amministrazione sono le riforme che concorrono a far crescere la produttività del lavoro nel nostro Paese. Ne aggiungo un altro. L'articolo 46 della Costituzione recita che «Ai fini della elevazione economica e sociale del lavoro e in armonia con le esigenze della produzione, la Repubblica riconosce il diritto dei lavoratori a collaborare, nei modi e nei limiti stabiliti dalle leggi, alla gestione delle aziende». Si tratta di un articolo inattuato, un grande gap con l'economia forte dell'Europa, ossia quella tedesca. Voglio concludere con un'altra osservazione che credo debba essere oggetto di una riflessione urgente, relativa a come fare in modo che le risorse del PNRR rappresentino un volano per gli investimenti privati. C'è necessità di mettere questo tema in primo piano a tutti i livelli istituzionali, perché parliamo di ingenti risorse che arriveranno per gli investimenti pubblici, ma che devono rappresentare un'opportunità complessiva di crescita per il nostro Paese. (Applausi) . PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice La Mura. Ne ha facoltà. LA MURA (Misto) . Signor Presidente, onorevoli colleghi, la Nota di aggiornamento del Documento di economia e finanza, estremamente importante in vista della legge di bilancio, contiene alcuni dettagli interessanti e positivi. È bene che il Documento rilevi che la politica è e resterà espansiva fino a quando il PIL e l'occupazione avranno recuperato non solo la crisi, ma anche la mancata crescita rispetto al livello del 2019. Tali condizioni, secondo il Documento, saranno soddisfatte nel 2024, sebbene secondo la Corte dei conti tale previsione sarebbe potrebbe essere ottimistica, considerando - ad esempio - la nostra dipendenza dal debito pubblico. L'economia italiana, come indica il Documento, sarà certamente favorita anche dal Piano nazionale di ripresa e resilienza, quale occasione per il rilancio in chiave di sostenibilità ambientale e sociale, come sottolineato anche dalla terza raccomandazione del Consiglio dell'Unione europea, anche se il PNRR presenta importanti criticità proprio sulla parte ambientale, che ho a suo tempo evidenziato molte volte (e lo farò anche questa volta). È bene che venga evidenziato che le entrate derivanti dalla revisione delle imposte ambientali e dalla riforma dei sussidi ambientalmente dannosi andranno utilizzate per ridurre altri oneri a carico dei settori produttivi. Ma si dovrebbe specificare che deve trattarsi di attività produttive ecosostenibili secondo il regolamento UE sulla tassonomia e il principio " do not significant harm ", secondo il quale non bisogna arrecare un danno significativo all'ambiente. Ce lo dimentichiamo sempre; soprattutto adesso gli obiettivi di sviluppo sostenibile sono stati dimenticati, perché, per la voglia di crescere e di aumentare la nostra produttività, abbiamo lasciato indietro l'ambiente. Positivi sono anche gli investimenti in ricerca, innovazione e istruzione. È in questa direzione che va orientato l'impegno di risorse pubbliche a supporto di iniziative private e, attraverso partnership pubblico-private, verso interventi i cui impatti sociali e ambientali siano evidenti e misurabili, con l'adozione di nuovi criteri di valutazione degli investimenti che integrino i tradizionali parametri economico-finanziari, in relazione al nuovo assetto sociale e ambientale. Inoltre, nel Documento si tratta il tema della valutazione dell'impatto ambientale dei progetti ricompresi nel Piano nazionale di ripresa e resilienza e nel Piano nazionale energia e clima (PNIEC).