[pronunce]

In particolare, in riferimento all’art. 6-quater, la ricorrente ribadisce che la disposizione che interviene a ridestinare somme ancora legittimamente programmabili dalla Regione stessa, in quanto fondi assegnati direttamente alla Regione e da impegnare all’interno degli APQ in Calabria, violerebbe il divieto di retroattività. A sostegno di tale censura, la ricorrente richiama la giurisprudenza della Corte costituzionale in tema di sindacato di ragionevolezza sulle disposizioni di legge con efficacia retroattiva, affermando l’esistenza in capo alla Regione di una posizione giuridica consolidata e della mancanza di una qualunque inadempienza regionale che, sola, avrebbe potuto giustificare la revoca di disponibilità di risorse già assegnate. Peraltro, la difesa regionale evidenzia il fatto che, successivamente alla emanazione della norma impugnata, lo Stato ha sottoscritto un accordo in sede di Conferenza Unificata (ratificato con delibera CIPE n. 1 del 2009), nel quale ha disciplinato la vicenda dei fondi FAS, ipotizzando la riassegnazione di somme alla Regione Calabria, e sembra adombrare una cessazione della materia del contendere in caso di effettiva riassegnazione di tali somme, anche se non coincidenti con quelle indicate nel ricorso introduttivo. In ordine alle censure svolte avverso l’art. 6-quinquies, oltre a ribadire la violazione del divieto di retroattività, la Regione Calabria sottolinea nuovamente la violazione della normativa comunitaria, richiamando i principi di complementarità e addizionalità che caratterizzano la disciplina relativa ai fondi comunitari (artt. 9 e 15 del Regolamento CE n. 1083 del 2006). In relazione al co-finanziamento da parte dello Stato, il QSN avrebbe, infatti, espressamente quantificato il livello di spesa “interna”. La Commissione europea ha approvato la relazione sulla verifica ex ante dell’addizionalità in riferimento alle Regioni dell’obiettivo “Convergenza” per il periodo 2007-2013 (COM [2009] 112 def.), proprio tenendo conto dei valori indicati nel QSN, ma alterati dalla norma impugnata: in tale relazione è indicato che per ogni euro di finanziamento comunitario sono previsti 7, 6 euro di spesa nazionale. La disposizione impugnata, secondo la difesa regionale, avrebbe distratto i fondi dalle finalità indicate nel QSN, mediante l’istituzione di un apposito fondo, in palese violazione dei suddetti principi comunitari. Infine, la difesa regionale, ritenendo non condivisibile il principio affermato nella recente decisione di questa Corte (n. 284 del 2009) in riferimento ai Fondi comunitari (ove si è sostenuto che dai principi comunitari non è ricavabile la conseguenza di una inscindibilità assoluta ed a tutti gli effetti delle componenti aggregate del finanziamento), chiede a questa Corte un rinvio pregiudiziale ai sensi dell’art. 234 del Trattato, formulando la questione che sarà esaminata in motivazione.1. — La Regione Emilia-Romagna e la Regione Calabria, con i ricorsi indicati in epigrafe (r.r. nn. 69 e 86 del 2008), sollevano questioni di legittimità costituzionale con riferimento a numerosi articoli del decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112 (Disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e la perequazione tributaria), convertito, con modificazioni, dalla legge 6 agosto 2008, n. 133. Riservata a separate pronunzie la decisione delle questioni riguardanti altre disposizioni del medesimo testo normativo, vanno qui trattate le censure mosse avverso gli artt. 6-quater, 6-quinquies e 6-sexies. Le due impugnazioni, essendo dirette contro le stesse norme e presentando profili di connessione, rendono opportuna la trattazione congiunta di entrambi i ricorsi ai fini della loro riunione e decisione con unica sentenza. 2. — La Regione Emilia-Romagna denunzia l’illegittimità costituzionale dell’art. 6-quater, comma 2, primo periodo, del d.l. n. 112 del 2008, convertito, con modificazioni nella legge n. 133 del 2008. La norma de qua stabilisce, nel comma 1, che, al fine di rafforzare la concentrazione su interventi di rilevanza strategica nazionale delle risorse del Fondo per le aree sottoutilizzate di cui all’art. 61 della legge 27 dicembre 2002, n. 289 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato – Legge finanziaria 2003), e successive modificazioni, su indicazione dei ministri competenti sono revocate le relative assegnazioni operate dal Comitato interministeriale per la programmazione economica (CIPE) per il periodo 2000-2006 in favore di amministrazioni centrali con le delibere adottate fino al 31 dicembre 2006, nel limite dell’ammontare delle risorse che, entro la data del 31 maggio 2008, non sono state impegnate o programmate nell’ambito di accordi di programma-quadro sottoscritti entro la medesima data, con esclusione delle assegnazioni per progetti di ricerca, anche sanitaria. In ogni caso è fatta salva la ripartizione dell’85% delle risorse alle Regioni del Mezzogiorno e del restante 15% alle Regioni del Centro-Nord. Il comma 2 della norma prescrive che le disposizioni di cui al comma precedente, per le analoghe risorse ad esse assegnate, costituiscono norme di principio per le Regioni e le Province autonome di Trento e Bolzano. Il CIPE, su proposta del Ministro dello sviluppo economico, definisce, di concerto con i ministri interessati, i criteri e le modalità per la ripartizione delle risorse disponibili, previa intesa con la Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le Regioni e le dette Province autonome. Infine, il comma 3 aggiunge che le risorse oggetto della revoca, già trasferite ai soggetti assegnatari, sono versate in entrata nel bilancio dello Stato per essere riassegnate alla unità previsionale di base in cui è iscritto il fondo per le aree sottoutilizzate. La ricorrente afferma che il primo periodo del comma 2 della disposizione censurata, dietro l’autoqualificazione come principio fondamentale, cela in realtà una norma di dettaglio perché, se le Regioni sono vincolate ad operare la revoca-restituzione, esse non hanno alcun margine di scelta né sulla “voce” da tagliare, né sulle modalità con cui operare il taglio. Si tratta, dunque, di una norma che richiede soltanto di essere applicata dalle Regioni medesime, con conseguente illegittimità costituzionale della disposizione censurata, in quanto esorbitante dai limiti di un principio di coordinamento della finanza pubblica e lesiva dell’autonomia finanziaria regionale (art. 119 Cost.), vincolando l’uso delle risorse in materie di competenza regionale (quelle attinenti allo sviluppo economico: industria, commercio, artigianato, agricoltura e così via, tutte spettanti alle Regioni ai sensi dell’art. 117, quarto comma, Cost.). Al riguardo, è richiamata la sentenza di questa Corte n. 159 del 2008. La questione non è fondata.