[pronunce]

Nella specie, tali principi apparirebbero violati, sì che ne sarebbe evidenziata la non manifesta infondatezza della sollevata questione, in quanto la tassabilità degli ammortamenti finanziari soltanto in alternativa a quelli tecnici sarebbe stata del tutto imprevedibile - dato che il precedente regime di cumulo era rimasto in vigore per oltre un ventennio - ed inoltre avrebbe frustrato in modo del tutto inaspettato l'affidamento del contribuente nella sicurezza giuridica, giacché avrebbe colpito con effetto retroattivo una situazione non ritenuta in precedenza espressione di capacità contributiva ed accentuato il carico fiscale gravante sulle imprese. In particolare, all'inizio del 1996 non sarebbe stato assolutamente prevedibile che gli ammortamenti sarebbero stati regolati in futuro in modo diverso e per tale ragione sarebbe violato il principio della certezza del diritto. In punto di rilevanza della questione, la rimettente osserva che la decisione della questione condiziona la decisione del giudizio, poiché la domanda di rimborso potrebbe esser accolta solo qualora essa risulti fondata. 3. - È intervenuto nel giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, tramite l'Avvocatura generale dello Stato, che ha depositato una prima memoria, nella quale ha sostenuto che la questione non sarebbe fondata. In particolare, sarebbe fuori luogo l'invocazione del parametro dell'art. 53 Cost., giacché la nuova regola di alternatività degli ammortamenti, in quanto applicata al periodo d'imposta in corso al momento dell'emanazione della norma, non avrebbe valenza retroattiva nemmeno con riferimento alle imprese il cui esercizio coincide con l'anno solare, non incidendo su periodi di imposta già definiti, ma assumendo come riferimento la composizione del reddito relativo all'esercizio in corso e, quindi, la capacità contributiva attuale a questo relativa. D'altro canto, l'inserimento della disciplina denunciata in un decreto legge discenderebbe "dall'esigenza, nel completamento della manovra di finanza pubblica per l'anno 1997 (concernente entrate per tale anno), di procedere entro il 1996 alla razionalizzazione della regola sull'ammortamento per avere riguardo a situazioni di imponibilità attuale suscettibili di produrre entrate nell'anno successivo". Nell'imminenza dell'udienza, l'Avvocatura ha depositato una memoria illustrativa, nella quale, dopo avere rilevato che la censura relativa all'art. 1, comma 1, lettera c), del decreto legge n. 669 del 1996 "risulta parametrata al solo art. 77 Cost.", assume che quella relativa al comma 2 dello stesso art. 1 sarebbe da riferire alla sola previsione, da parte di tale norma, dell'applicabilità della nuova norma di cui alla lettera c) al periodo di imposta in corso alla data del 31 dicembre 1996 e non anche a quella parte della norma che disciplina la situazione delle imprese che hanno dedotto cumulativamente gli ammortamenti negli esercizi anteriori al 1996. Tanto si evincerebbe perché l'ordinanza non avrebbe in linea di fatto ed ai fini del giudizio di rilevanza affermato che la parte ricorrente aveva maturato un'eccedenza, in ragione del cumulo degli ammortamenti anteriori al 1996 ed aveva, dunque, dovuto farla concorrere alla formazione del reddito imponibile per il 1996. D'altro canto, il rimborso richiesto da detta parte non implicava che parte di esso si riferisse a tale eccedenza. Nel merito, la censura ex art. 77 viene contestata, rilevando che il decreto legge n. 669 del 1996 risulta specificamente finalizzato all'emanazione di disposizioni integrative della manovra di finanza pubblica per il 1997, di cui alla legge n. 662 del 1996, in funzione degli adempimenti necessari a far rientrare i conti pubblici nei parametri dei commi 194 e 211 dell'art. 3 del Trattato di Maastricht. Onde, l'intervento di cui trattasi sarebbe stato giustificato dall'urgenza di riequilibrare le finanze pubbliche e contenere il disavanzo. Soltanto il decreto legge poteva essere utilizzato all'uopo come strumento e, poiché era prevedibile l'adozione di misure finanziarie in tal senso e sarebbe incontestabile la "coerenza tra la complessiva finalità perseguita dal legislatore e le disposizioni espresse dalle norme censurate", sarebbe fuor di luogo parlare nella specie dell'evidente mancanza dei presupposti dell'art. 77 della Costituzione. Si deduce, quindi, che non sarebbe fondata nemmeno la censura ex art. 53 Cost., in quanto la norma denunciata non solo troverebbe applicazione iniziale in relazione all'anno 1996, che era ancora in corso quando essa intervenne, ma sarebbe anche intrinsecamente giustificata sul piano della ragionevolezza, raccordandosi ad una capacità contributiva attuale. Si sottolinea all'uopo - pur ribadendosi l'eccezione circa i limiti in cui sarebbe stata sollevata la questione - che l'eccedenza del cumulo degli ammortamenti effettuato fino al 1995, rispetto al costo dei beni, sarebbe concorsa comunque a formare il reddito imponibile del periodo di imposta ancora in corso al 31 dicembre 1996, "configurandosi come una sopravvenienza attiva del tutto analoga a quella già contemplata dal comma 4 dell'art. 69 del T.U. n. 817/1986, abrogato dallo stesso art. 1, comma 1, lettera c) (punto 3), del decreto legge n. 669/1996". La disciplina anteriore alla norma impugnata si sarebbe concretata, infatti, nella possibilità di cumulare nel periodo della concessione i due tipi di ammortamenti oltre il costo dei beni soltanto momentaneamente, prevedendo il comma 4 dell'art. 69 che nell'esercizio in cui avveniva la devoluzione l'eccedenza rispetto al costo concorresse alla formazione del reddito. Si assume, infine, che rientrava nella discrezionalità del legislatore "prevedere una disciplina fiscale diversa per periodi d'imposta diversi, razionalizzando il regime delle deduzioni". 4. - Si è costituita, depositando memoria, la parte ricorrente del giudizio a quo, che, preliminarmente, richiamando la vicenda in fatto e la prospettazione assunta nel ricorso introduttivo del giudizio, ha precisato: a) di avere, fino all'esercizio 1995, calcolato cumulativamente le due tipologie di ammortamento; b) di avere dovuto - in ragione dell'intervento della normativa impugnata ed al fine di evitare sanzioni - indicare, nella dichiarazione di cui al modello 760/97, tra le variazioni in aumento un'eccedenza di lire 2.459.424.000, che avrebbe determinato l'aggravio dell'importo di I.R.PE.G. ed I.LO.R., oggetto della richiesta di rimborso. Ha, quindi, ricordato la situazione normativa precedente alle disposizioni impugnate, osservando che queste ultime hanno determinato un peggioramento per le aziende operanti nel settore della gestione dei servizi pubblici, utilizzanti beni in concessione devolvibili gratuitamente al termine della concessione stessa.