[pronunce]

In tal modo, però, non si avrebbe una proroga del rapporto concessorio scaduto, ma un nuovo affidamento a condizioni diverse da quelle scaturite dalla gara aggiudicata nel 2002, con violazione delle norme che impongono l'affidamento delle concessioni tramite gara. 7.4.- Infine, anche la società Centria srl ha depositato una memoria. 7.4.1.- In punto di rilevanza, la parte costituita replica alle eccezioni d'inammissibilità delle questioni sollevate dall'Avvocatura generale dello Stato. 7.4.1.1.- In primo luogo, con riferimento al difetto di motivazione, la società ricorda che, per pacifica giurisprudenza costituzionale, il riscontro dell'interesse ad agire e la verifica della legittimazione delle parti sarebbero rimessi alla valutazione del giudice rimettente, non rientrando tra i poteri di questa Corte sindacare la validità dei presupposti di esistenza del giudizio a quo, a meno che questi non risultino manifestamente e incontrovertibilmente carenti, essendo sufficiente che l'ordinanza di rimessione argomenti non implausibilmente la rilevanza della questione (sono richiamate le sentenze n. 224 del 2020, n. 126 e n. 99 del 2018, n. 200 del 2014, n. 61 del 2012 e n. 270 del 2010). Inoltre, con riferimento alle domande di mero accertamento, «[i]l fatto costitutivo che giustifica l'interesse ad agire è [...] ragionevolmente individuabile nella disciplina legislativa già entrata in vigore», in quanto, a mente della pacifica giurisprudenza di legittimità, anche la rimozione di una incertezza «rappresenta [...] un risultato utile, giuridicamente rilevante e non conseguibile se non attraverso l'intervento del giudice» (sentenza n. 35 del 2017). Come chiarito anche dalla giurisprudenza della Corte di cassazione, inoltre, l'interesse ad agire in un'azione di mero accertamento non implicherebbe necessariamente l'attualità della lesione di un diritto, essendo sufficiente uno stato di incertezza oggettiva che non sia superabile se non con l'intervento del giudice (sono richiamate le seguenti pronunce: sezioni unite civili, sentenza 7 luglio-18 settembre 2020, n. 19597; sezione lavoro, sentenza 11-marzo-31 luglio 2015, n. 16262; sezione prima civile, sentenza 4 dicembre 2013-19 febbraio 2014, n. 3885; sezione seconda civile, sentenza 14 novembre 2002, n. 16022). Nel caso di specie, il Collegio arbitrale avrebbe inteso distinguere espressamente il periodo coperto dall'accordo del 2014 dal periodo successivo, decorrente dal 1° ottobre 2019, dunque già in corso al momento della rimessione delle questioni innanzi a questa Corte; in tale momento già sussisteva, pertanto, uno stato di incertezza, configurabile comunque sin dalla proposizione dell'azione nel giudizio a quo, a conferma dell'attualità della lesione del diritto. 7.4.1.2.- In secondo luogo, in relazione all'eccezione d'inammissibilità per mancata considerazione in via preliminare dei profili di contrasto con il diritto eurounitario, negli atti depositati da Centria srl sarebbero stati sollevati profili di contrasto con norme di diritto comunitario contenute, sia nei trattati, sia nella CDFUE, ma il Collegio arbitrale avrebbe ritenuto di far riferimento, in via assorbente, agli artt. 3 e 97 Cost., in particolare in relazione alla ragionevolezza e ai limiti delle leggi di interpretazione autentica (sono richiamate le sentenze n. 308 del 2013, n. 78 del 2012 e n. 209 del 2010). Limiti che sarebbero espressione di valori costituzionali e principi fondamentali (ragionevolezza, uguaglianza, legittimo affidamento, certezza del diritto), in evidente sovrapposizione con la CDFUE. 7.4.2.- Nel merito Centria srl ribadisce le ragioni a favore dell'illegittimità costituzionale dell'art. l, comma 453, della legge n. 232 del 2016. 7.4.2.1.- Nel citato comunicato del 19 maggio 2016 l'AEEGSI (oggi ARERA) avrebbe precisato soltanto che nella fase transitoria il gestore del servizio di distribuzione non è di per sé esonerato dal dover corrispondere un canone, pur con una formulazione testuale infelice («il gestore uscente resta obbligato al pagamento del canone di concessione previsto dal contratto»), che sembrerebbe far pensare a una automatica e vincolante proroga del medesimo canone anche per tutta la fase transitoria. Una tale lettura sarebbe però costituzionalmente illegittima, poiché esisterebbe un criterio-limite per la determinazione del canone che i Comuni possono esigere dal gestore e, quindi, porre a base di gara. Ogni superamento di questo limite potrebbe giustificarsi unicamente in virtù di una offerta volontaria del gestore stesso. L'Autorità di settore avrebbe esplicitato detto limite già nell'ambito dei chiarimenti resi in sede giudiziale in data 31 luglio 2003 (i cui contenuti sarebbe poi stati recepiti dal d.m. n. 226 del 2011) , in riferimento al sistema tariffario allora vigente, il quale, peraltro in modo sostanzialmente analogo a quello attuale, riservava una componente della tariffa (allora denominata "CGD") alla copertura dei costi operativi (gestione ordinaria) e una (denominata "CCD") alla copertura dei costi di capitale (investimenti). L'Autorità avrebbe precisato, anzitutto, che la componente CGD dovesse essere necessariamente riconosciuta al soggetto che svolgeva tale servizio, mentre la componente CCD si divideva in due voci: una destinata a finanziare le opere di manutenzione straordinaria dell'impianto (voce "s"), l'altra destinata a remunerare il capitale investito (voce "rd"); qualora l'impianto fosse di proprietà dell'ente locale, il canone non poteva comunque intaccare la componente "s" del "CCD", pari mediamente al 30-35 per cento e, quindi, poteva giungere a coprire sino al 65-70 per cento del medesimo "CCD" (sempre e solo nel caso del Comune proprietario dell'impianto). Il contratto-tipo approvato con il d.m. 5 febbraio 2013 recepirebbe in toto tale approccio. Esso (art. 5, comma 5.5), non a caso, per la fase di gestione successiva alla scadenza dell'affidamento, sino alla decorrenza del nuovo affidamento, escluderebbe l'applicazione di tutti gli articoli che recepiscano condizioni volontariamente offerte o accettate dal concessionario e non derivino da obblighi legislativi o regolatori, in particolare del successivo art. 28, ove si prevede il corrispettivo offerto a favore dell'ente locale. Il gestore sarebbe invece tenuto a continuare a retrocedere all'ente solo la remunerazione tariffaria del capitale investito dall'ente stesso per la realizzazione della parte di impianto di sua proprietà, ossia il corrispettivo dovuto per l'utilizzo della rete o porzione di rete di proprietà dello stesso ente locale (di cui all'art. 27 del medesimo contratto-tipo).