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Il tempo a mia disposizione è davvero troppo poco per poter raccontare tale attività, le sue modalità e i personaggi che ruotavano intorno a quei tavoli e che - da quanto apprendo - ancora oggi tentano di farlo. In occasione del provvedimento in esame, ho cercato di proporre degli interventi emendativi per avere una maggiore trasparenza, una maggiore democraticità e - perché no? - una maggiore legalità, visto quanto è successo in passato - fortunatamente prima del nostro arrivo - di estremamente oscuro. Credo sia fondamentale che, durante la discussione delle crisi aziendali, vengano coinvolte anche le Commissioni parlamentari per poter esprimere un loro indirizzo di merito sulle possibilità di sviluppo e risoluzione delle crisi stesse. Molto spesso infatti, a valle di una crisi aziendale, non c'è soltanto l'aspetto meramente industriale o economico. E mi riferisco soprattutto alla vicenda, che ho prima menzionato, dell'azienda Novelli, poi Alimentitaliani - e vedremo ciò che sarà, essendo stati generati fallimenti a catena, tanto per farvi capire l'efficacia all'epoca dei tavoli di crisi - che riguarda non soltanto il Ministero dello sviluppo economico. Ho chiesto anche l'intervento - ad esempio -, del Ministero della giustizia perché, se di fronte a una crisi aziendale, si scopre che le carte relative si trovano in quattro tribunali e tre procure, sparpagliati sul territorio nazionale. Ci si rende conto che si tratta non più di una crisi aziendale, bensì di una crisi giudiziaria. Credo quindi che l'interesse verso la risoluzione di dette crisi a volte vada molto al di là della competenza legittima del Ministero dello sviluppo economico, che dovrebbe essere coadiuvato anche attraverso altri strumenti. Serve sicuramente una maggiore partecipazione dei parlamentari ai lavori dei tavoli in gestione, perché rappresentano un collegamento con il territorio, arrivando le istanze dai cittadini, dai lavoratori e dagli stessi imprenditori che ci chiedono di portarle nelle Aule parlamentari. È perciò importante che gli stessi parlamentari possano partecipare non soltanto ai tavoli convocati mensilmente, o quando è necessario presso il Ministero dello sviluppo economico, ma anche alla gestione delle crisi aziendali. È fondamentale che i lavori dei tavoli di crisi (soprattutto le riunioni indette di tanto in tanto) siano alquanto trasparenti e comunicati all'esterno. Dico questo perché in questo momento abbiamo soltanto uno strumento col quale viene data la pubblicità dei lavori, che è il verbale di riunione; un verbale costruito in una qualche misura tra gli attori presenti al tavolo e che, quindi, risponde a un'esigenza semplicemente comunicativa. Sarebbe fondamentale invece una vera e propria pubblicità della riunione per lasciare traccia di quanto effettivamente viene detto al tavolo. Infine, ricordo un tema fondamentale, il conflitto di interessi. È importante e tassativo che chi ha lavorato presso l'Unità di gestione delle crisi aziendali non entri poi in contatto a livello lavorativo con le imprese con le quali si è trovato a lavorare nella gestione delle crisi. Faccio un esempio. Abbiamo rilevato che stiamo migliorando l'unità di crisi anche in termini di personale; se un responsabile dell'Unità che ha gestito le vertenze sindacali di determinate aziende, diventasse poi consulente di quelle stesse aziende, alle quali ha chiesto di procedere con il concordato fallimentare e per le quali ha nominato i liquidatori, sarebbe davvero sconveniente. Vi state domandando tutti - lo capisco dai vostri occhi interessati - se ciò accade realmente. Sta accadendo e, grazie al provvedimento al nostro esame, spero non possa più verificarsi: per i prossimi cinque anni il personale che parteciperà, come rappresentante del Governo e del Ministero, ai tavoli di gestione delle crisi non potrà intrattenere relazioni con le imprese con le quali è entrato in contatto. (Applausi dal Gruppo M5S) . PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Gallone. Ne ha facoltà. GALLONE (FI-BP) . Signor Presidente, colleghi, membri del Governo, cantava il Poeta: «Ahi serva Italia, di dolore ostello, nave senza nocchiere in gran tempesta». Si poteva fare meglio. Posso dire che ormai il «si poteva fare meglio» è diventata una litania, che sembra ripetitiva e stucchevole, se non fosse che è non una litania, ma un grido di allarme, un grido di preoccupazione che da questi banchi - sono ancora quelli della rappresentanza popolare - non smetteremo di lanciare. Non saremo mai complici di un Governo sbagliato e di un sistema della politica il cui leitmotiv è da troppo tempo il compromesso al ribasso pur di governare, e l'Italia e gli italiani sono il campo da gioco. Governare un Paese non è un gioco, e non lo si dovrebbe fare formando coalizioni che hanno visioni inconciliabili - se di visioni si può parlare - e che quindi alla fine rischiano di produrre provvedimenti raffazzonati e sterili, se non quando, addirittura, provvedimenti dannosi, deleteri per il sostegno e lo sviluppo del Paese. Signori, qui parliamo di crisi aziendali e di lavoro. Qui parliamo di aziende che rischiano la chiusura e di posti di lavoro che rischiano di saltare. E quando un'azienda entra in crisi, quando un'azienda chiude, quando un imprenditore fallisce o vende la propria azienda a investitori stranieri, non entra in crisi solo quell'azienda; non chiude, non fallisce, non viene comprata solo quell'azienda, ma entra in crisi, fallisce - cominciando da quel territorio e dalla comunità che lo compone - l'intero Paese. Si poteva fare molto di più; si poteva fare molto meglio. Per una volta, si sarebbe potuto provare a dare qualcosa in più a un provvedimento, se non sempre e solo il carattere dell'urgenza per tamponare l'emergenza. Le crisi aziendali vanno risolte dando la possibilità di lavorare, e non solo con gli ammortizzatori sociali all'infinito. Ancora una volta si ha un Governo strabico, con un guazzabuglio di pensieri contrapposti, contrastanti, con Ministri che lavoreranno a compartimenti stagni o che si disferanno l'uno con l'altro i provvedimenti. E intanto il Paese langue. Si poteva quantomeno - con l'avvento di questo nuovo, ancor più rattoppato, Governo - provare a smetterla di agire tappando le buche, mettendo pezze; smetterla di agire guardandosi la punta delle scarpe. Si poteva cominciare, invece, a definire una politica di indirizzo economico e sociale seria, costruttiva, che rivelasse una minima visione per il sostegno e lo sviluppo del Paese. Ancora si ragiona pensando all'Italia come a un Paese privo di materie prime, dimenticando, o peggio, non considerando che la materia prima dell'Italia è l'Italia stessa (Applausi dal Gruppo FI-BP) , con il suo paesaggio, con la sua storia culturale, con l'ingegno dei suoi artigiani e imprenditori, con l'enogastronomia, perfino con il suo sistema di tutela dell'ambiente attraverso l'economia circolare, in cui siamo molto avanti, nonostante questo Governo e quello precedente.