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sebbene fino a quando il Regno Unito continuerà a far parte dell'Unione europea e fino a quando non sarà conclusa la procedura prevista dall'articolo 50 del Trattato sull'Unione europea per la sua uscita, troverà applicazione nei suoi confronti il regolamento comunitario di sicurezza sociale (CE) n. 883 del 29 aprile 2004 (e successive modifiche), la Brexit potrebbe determinare l'inapplicabilità, sempre che non si raggiunga un accordo nella materia specifica, di tale regolamento al Regno Unito con conseguenze imprevedibili e dannose sui diritti socio-previdenziali dei lavoratori italiani coinvolti; considerato che: lo scopo del regolamento comunitario di sicurezza sociale è quello di proteggere il cittadino europeo che lavora, risiede o soggiorna in un altro Stato membro in materia di prestazioni di malattia, prestazioni di maternità ed equivalenti prestazioni di paternità, infortuni sul lavoro, malattie professionali, prestazioni d'invalidità, pensioni di vecchiaia, prestazioni per i superstiti, indennità in caso di morte, prestazioni di disoccupazione, prestazioni familiari e, infine, prestazioni di prepensionamento; pertanto, l'inapplicabilità ai cittadini italiani che lavorano o hanno lavorato nel Regno Unito potrebbe compromettere il principio della non discriminazione e della parità di trattamento che finora ha tutelato i nostri connazionali emigrati; l'uscita del Regno Unito dalla UE, i cui tempi diventano sempre più prossimi, impone perciò una seria, attenta e sollecita valutazione sulle conseguenze pratiche sulla libera circolazione e sui diritti socio-previdenziali di centinaia di migliaia di lavoratori italiani che si sono spostati o che si sposteranno tra l'Italia e il Regno Unito nei prossimi anni ma soprattutto rende indispensabile un'azione di Governo per tutelare al meglio tali diritti dei nostri connazionali, si chiede di sapere: quali azioni di competenza i Ministri in indirizzo intendano intraprendere al fine di valutare con esattezza le reali conseguenze della Brexit sui diritti socio-previdenziali dei nostri connazionali che vivono o hanno vissuto nel Regno Unito; quali misure intendano adottare per salvaguardare i diritti acquisiti dai nostri connazionali in materia socio-previdenziale in base al regolamento comunitario di sicurezza sociale e per garantire che in futuro tali previsioni possano essere mantenute anche dopo l'uscita del Regno Unito dall'Unione europea; quali iniziative intendano intraprendere per discutere con i Governi e le istituzioni politiche del Regno Unito possibili accordi, anche bilaterali, che garantiscano in futuro una tutela adeguata dei diritti socio-previdenziali dei nostri connazionali. Atto n. 4-00305 LANNUTTI Ai Ministri dell'economia e delle finanze e dello sviluppo economico e del lavoro e delle politiche sociali Premesso che, per quanto risulta all'interrogante: nei giorni scorsi Carlo Cottarelli, già dipendente della Banca d'Italia ed ex direttore esecutivo del Fondo monetario internazionale (FMI) per Italia, Albania, Grecia, Malta, Portogallo e San Marino (dal 2014 al 2017), premier incaricato di formare il Governo, ha sfornato l'ennesima ricerca, andata sulle prime pagine di quotidiani e televisioni, in merito ai conti pubblici italiani, per propagandare le politiche di austerità somministrate dal FMI alle popolazioni stremate. L'articolo de "Il Sole-24 ore" è intitolato "Conti pubblici, Cottarelli: senza Monti rapporto debito-Pil al 145%". Titoli analoghi sono apparsi su "la Repubblica", "La Stampa", altri quotidiani, sui siti on line e tutte le edizioni dei telegiornali. Quello studio, confezionato, analogamente ad altre "ricette" degli ultraliberisti, allo scopo di consolidare ricette economiche "lacrime e sangue" da somministrare alle famiglie, fondate sull'austerità e sul primato di economia e finanza sui Governi e sulle Costituzioni, basato su parametri e moltiplicatori errati, contraddice una ricerca più seria del Ministero dell'economia e delle finanze dell'aprile 2017, inserita nel Documento di economia e finanza per il 2018, secondo la quale il "Salva Italia" di Monti (di cui al decreto-legge n. 201 del 2011, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 211 del 2011) è costato 300 miliardi di euro di Pil e mancata crescita; si leggeva su un articolo pubblicato da "Agi - la voce del consumatore" il 26 aprile 2017: «Le politiche di austerità e di macelleria sociale del governo tecnico di Mario Monti, insediatosi a fine novembre 2011, invece di salvare l'Italia con la riforma delle pensioni, il dramma degli esodati ed altre misure per salvare le banche, non ha fatto ripartire l'economia, ma ha ammazzato la crescita economica, aggravando la crisi con un costo di circa 300 miliardi di euro sul Pil». Lo confermava quanto espresso dallo stesso Ministero dell'economia e delle finanze, nel piano nazionale di riforma (Pnr), sotto il titolo "Una valutazione del 'Salva Italia' con la nuova variante del modello Igem con frizioni finanziarie". «L'austerità imposta dal Fiscal Compact ai Paesi Ue e realizzata in Italia soprattutto dal governo Monti ha ridotto di quasi il 10% gli investimenti» e indotto un calo del 3,6% dei «consumi tra il 2012 e il 2015, riducendo gli effetti sulla ricchezza prodotta in Italia (il Pil) del 4,7% in media, cioè circa 75 miliardi l'anno per quattro anni, vale a dire circa 300 miliardi di euro. La stretta fiscale ammontava a 26 miliardi nel 2012, per poi salire a 31 nel 2013 e a 33 miliardi nel 2014, divisi nel triennio tra 65 miliardi di "maggiori entrate" (Imu, Tares, aumento dell'addizionale Irpef regionale, ecc. e 25 miliardi di "minori spese", cioè tagli). Invece di ridurre il deficit pubblico e far calare il rapporto debito/Pil rassicurando i mercati, provocò un aumento dello spread, attestato sotto i 400 punti, fino a 515 punti del 23 dicembre 2011 quando il testo ottenne l'ok definitivo del Parlamento». Lo studio del Ministero dell'economia conferma «che le politiche di austerità hanno ammazzato la crescita, aumentato disuguaglianze e povertà, compresso i consumi, aggravando una crisi economica, politica e sociale (...) ancora tutta da risolvere»; Cottarelli (che, all'epoca dell'intervento in Grecia, il cui piano di austerità imposto dalla "Troika", cioè FMI, Banca centrale europea e Unione europea, in cambio di un prestito, andato per il 95 per cento alle banche creditrici, era direttore del Fiscal affairs department del FMI) continua ad impegnarsi per l'attuazione di quel programma di austerità, che prevede di aumentare l'avanzo primario, tagliare la spesa sociale, privare i cittadini dei diritti alla salute ed a condizioni dignitose di vita. Come in Grecia, dove l'avanzo primario nel 2016 era al 3,9 per cento, la disoccupazione oltre il 25 per cento, i bambini sotto la soglia di povertà al 38 per cento;