[pronunce]

ORDINANZA ha pronunciato la seguentenel giudizio di legittimità costituzionale dell'art. 10, comma 3, della legge 5 dicembre 2005, n. 251 (Modifiche al codice penale e alla legge 26 luglio 1975, n. 354, in materia di attenuanti generiche, di recidiva, di giudizio di comparazione delle circostanze di reato per i recidivi, di usura e di prescrizione), promosso con ordinanza del 31 maggio 2006 dal Giudice dell'udienza preliminare del Tribunale di Trieste nel procedimento penale a carico di C. G., iscritta al n. 149 del registro ordinanze 2007 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 14, prima serie speciale, dell'anno 2007. Udito nella camera di consiglio del 5 novembre 2008 il Giudice relatore Alfonso Quaranta. Ritenuto che il Giudice dell'udienza preliminare del Tribunale di Trieste ha sollevato – in riferimento all'articolo 3 della Costituzione – questione di legittimità costituzionale dell'art. 10, comma 3, della legge 5 dicembre 2005, n. 251 (Modifiche al codice penale e alla legge 26 luglio 1975, n. 354, in materia di attenuanti generiche, di recidiva, di giudizio di comparazione delle circostanze di reato per i recidivi, di usura e di prescrizione), «nella parte in cui non esclude l'applicazione dei termini di prescrizione più brevi ai processi pendenti alla data di entrata in vigore della presente legge, ove sia stato disposto o ammesso il giudizio abbreviato»; che il remittente premette, in punto di fatto, di essere chiamato a giudicare – in sede di rito abbreviato, la cui celebrazione veniva disposta all'udienza del 20 settembre 2005 – una fattispecie di reato prevista dagli artt. 81, secondo comma, 609-quater, 609-ter, numero 5) (in riferimento, quoad poenam, all'art. 521), e 61, numero 5), del codice penale, asseritamente posta in essere dall'imputato, in danno della figlia minore, in un periodo di tempo compreso tra una data anteriore al 1990 ed il 26 gennaio 1995; che, sempre in via preliminare, il giudice a quo deduce che in forza delle «nuove disposizioni sulla prescrizione del reato», introdotte dall'art. 6 della legge n. 251 del 2005, il delitto oggetto del giudizio principale, essendo ormai assoggettato ad un termine prescrizionale di sei anni ed otto mesi (e non più di dieci anni), deve ritenersi estinto, con conseguente necessità di pronunciare una sentenza di non doversi procedere; che ai sensi dell'art. 10, comma 3, della stessa legge – si rileva nell'ordinanza di rimessione – «la modificazione in melius per l'imputato» della disciplina relativa alla prescrizione del reato è priva di effetto soltanto «se al momento dell'entrata in vigore della legge n. 251 del 2005 è già intervenuta la dichiarazione di apertura del dibattimento, ovvero se si verte in un giudizio di impugnazione»; che, pertanto, secondo il remittente, «le linee che demarcano l'efficacia delle nuove norme», attribuendo rilievo all'espletamento dell'incombente di cui all'art. 492 del codice di procedura penale, ovvero all'eventuale pendenza delle fasi d'impugnazione del processo penale, «non toccano il presente giudizio a quo, trattandosi di giudizio abbreviato»; che, difatti, «la lampante peculiarità strutturale» che caratterizza quest'ultimo, risultando esso privo di «una fase di istruzione dibattimentale in contraddittorio» e basato su di una «mutazione funzionale del materiale investigativo» (materiale assunto, nonostante «la sua provenienza unilaterale», quale «supporto per una decisione sulla responsabilità dell'imputato»), non consente «di parlare correttamente di “apertura del dibattimento” in seno al giudizio abbreviato»; che di conseguenza, per tale tipo di giudizio, troverebbe sicura applicazione l'incipit del citato art. 10, comma 3, della legge n. 251 del 2005, secondo cui, qualora, «per effetto delle nuove disposizioni, i termini di prescrizione risultano più brevi, le stesse si applicano ai procedimenti e ai processi pendenti alla data di entrata in vigore della presente legge»; che il remittente – dopo avere motivato, con gli argomenti appena illustrati, la rilevanza della sollevata questione di costituzionalità (diretta, in definitiva, ad estendere l'area della deroga che il censurato art. 10, comma 3, ha introdotto rispetto alla regola generale dell'efficacia retroattiva dell'intervento in mitius, con richiesta di includervi anche i giudizi abbreviati già pendenti alla data di entrata in vigore della legge n. 251 del 2005) – censura l'irragionevolezza della scelta del legislatore di dare vita ad un diritto intertemporale che «accomuna tutte le forme di “giudizio sull'accusa”, con l'unica eccezione del giudizio abbreviato»; che egli muove, difatti, dal presupposto che la «ratio della riserva all'applicazione immediata dei nuovi termini prescrizionali consiste nel realizzare un equilibrio tra l'interesse degli accusati ad avvantaggiarsi immediatamente della nuova disciplina favorevole e l'interesse alla conservazione dell'attività di indagine e processuale già espletata al momento di entrata in vigore della legge», e ciò «al fine di salvaguardare la funzione di accertamento dei reati e, in ultima istanza, la tutela dei beni fondamentali che la repressione penale è volta a realizzare»; che tale equilibrio, tuttavia, non risulterebbe garantito nel caso dei reati oggetto di giudizio abbreviato, il cui trattamento differenziato non può ritenersi giustificato in ragione delle esigenze di economia processuale che connotano tale procedimento speciale, atteso che le medesime esigenze hanno un'incidenza «ben più marcata» – osserva sempre il remittente – «in altri meccanismi processuali», quali, in particolare, il rito direttissimo (caratterizzato da «un'istruzione rapida e concludente, giusta la pregressa confessione o il fatto di aver colto in flagranza il reo»; è citata la sentenza della Corte costituzionale n. 102 del 1991), il giudizio immediato (giacché, in questo caso, «il carattere di “evidenza” delle prove raccolte ante iudicium lascia preconizzare un rapido e pieno riscontro in dibattimento»), il processo a citazione diretta innanzi al tribunale in composizione monocratica (ispirato alla massima semplificazione della forme; sentenza n. 175 del 1992) ed, infine, quello innanzi al giudice di pace;