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Siamo al 3 giugno ed è arrivato all'esame in Commissione e ora alla discussione dell'Assemblea un provvedimento datato 8 aprile, approvato alla Camera il 25 maggio. Nel giro di due mesi, non riusciamo a capire se c'è stata l'incapacità del Governo o la volontà di non fare arrivare in tempo utile questo provvedimento. (Applausi). E visto il pastrocchio fatto, sarebbe stato utile e indispensabile un ulteriore passaggio, non per dare il contentino ai brutti e cattivi della Lega, ma per apportare migliorie e integrazioni a un provvedimento dell'8 aprile, un provvedimento datato, che in questi due mesi ha dimostrato tutte le sue inefficienze e difficoltà. Partiamo dal nome: decreto-legge liquidità. In questo provvedimento la liquidità sta a zero; si parla solamente di garanzie per l'accesso al credito, quindi, oltre all'inganno, c'è anche la beffa, perché è praticamente impossibile accedere al credito. (Applausi). E non siamo noi a dirlo per fare slogan elettorali: lo dicono i commercialisti, che hanno le domande ferme dal 24 aprile; lo dicono i professionisti, le piccole attività, che hanno richiesto un contributo, un aiuto con la restituzione e ancora non hanno ottenuto nulla. Un aiuto che serve, di fatto, per pagare le tasse! Per non parlare del fatto che l'emergenza è iniziata a febbraio e tutte queste aziende, i professionisti sono stati obbligati a chiudere; gli è stata imposta la chiusura in un periodo emergenziale. Giusto così, ma hanno dovuto comunque sostenere spese vive: i costi dell'affitto, delle utenze, i costi per la sanificazione, per la ripartenza. E lo Stato cosa fa? Lo Stato è assente, ed è vergognoso! Questo Governo non ha ascoltato il territorio; un territorio che ha gridato a gran voce partendo dai sindaci, dalle amministrazioni, dalle Regioni e, oltre a non aiutarli, ha scaricato su di loro tutte le responsabilità del caso. Io ve lo posso dire perché sono un amministratore: nei Comuni noi amministratori, insieme ai sindaci, siamo stati gli attori principali, sia nella fase sanitaria sia nella fase economica. Nella prima fase, quella sanitaria, abbiamo dato tranquillità e supporto ai nostri cittadini; nella fase economica le giunte hanno fatto delibere e sono riuscite, con tutte le difficoltà, a dare ristoro a tutto il tessuto sociale, economico e produttivo, alla faccia di un Governo che non l'ha ascoltato. E a nulla è valso il grido d'aiuto lanciato dagli enti locali: questo Governo è andato oltre, non ha ascoltato nessuno. Cominciate ad ascoltarci; avete fatto proclami su proclami: lo ha detto il ministro Gualtieri, lo ha detto il ministro Patuanelli e ancora il premier Conte, che stasera ci delizierà con una nuova diretta. (Applausi). Avete detto che questi prestiti sarebbero stati erogati in quarantotto, massimo settantadue ore. È stato chiesto anche un gesto d'amore alle banche. Le banche non possono rispondere con amore. Le banche avevano solamente bisogno di una modifica normativa che consentisse loro di non istruire tutte le pratiche con l' iter ordinario, ma con un iter d'emergenza. Neanche questo avete fatto! (Applausi). E non riusciamo a capire se tutto ciò sia dovuto all'incapacità o alla volontà di svendere il nostro Paese alle multinazionali straniere, magari cinesi, così anche il Gruppo MoVimento 5 Stelle è contento. Ma così non si può andare avanti. Ve lo chiedo per favore, e non parlo da senatore, ve lo chiedo da assessore, da amministratore: ascoltati i territori, i Comuni sono al collasso, e così le aziende. Tutto il Paese è al collasso. Non andate avanti con prepotenza, arroganza e sordità, perché alla fine il prezzo caro lo pagheremo tutti, voi compresi: il mandato non dura in eterno, la gente ve ne renderà conto, prima o poi. (Applausi). PRESIDENTE . Colleghi, non ho voluto interrompere la senatrice Nisini, ma vi ricordo che in Aula non è possibile fare foto o video. È iscritto a parlare il senatore Pichetto Fratin. Ne ha facoltà. PICHETTO FRATIN (FIBP-UDC) . Signor Presidente, il decreto-legge in discussione fa parte del tris d'assi d'emergenza: il provvedimento cura Italia, che aveva una dotazione finanziaria di 20 miliardi di euro di indebitamento e una previsione di impegno di 25 miliardi; il successivo decreto, quello definito rilancio, che prevede un indebitamento di 55 miliardi di euro ed effetti addirittura per 150 miliardi; in mezzo, il decreto-legge liquidità. Rispetto al decreto cura Italia, che doveva andare nell'indirizzo di coprire le esigenze della domanda (essenzialmente prevedeva interventi per la cassa integrazione e a sostegno della domanda e delle famiglie), il decreto liquidità doveva intervenire a mantenere, nel periodo di emergenza, il sistema delle imprese. Il decreto rilancio, a sua volta, doveva invece attuare interventi per una ripresa dell'economia del nostro Paese. Di fatto, il decreto rilancio, attualmente alla Camera, fa parte dello stesso pacchetto dei provvedimenti cura Italia e liquidità: ancora tutto, purtroppo, completamente emergenza. Un solco però di emergenza, perché purtroppo dobbiamo rimarcare che c'è molto velleitarismo. Vorrei ricordare la conferenza stampa sul lancio dei 400 miliardi di euro. Si tratta di un provvedimento velleitario ma necessario, sulla falsariga degli altri Paesi europei, naturalmente in tono minore rispetto alle disponibilità di cui altri Paesi, come la Germania, potevano disporre per i loro interventi; necessario perché forse avrebbe dovuto essere a fondo perduto, ma non potevamo permettercelo, velleitario, in quanto interviene con una serie di meccanismi senza conoscerne le conseguenze. Vorrei ricordare che il decreto liquidità, che doveva dare nell'immediato un ombrello di 400 miliardi di euro, di fatto si è arenato semplicemente di fronte alla firma di un funzionario di banca, che automaticamente non ha firmato. (Applausi) . Io ho fatto un'altra carriera nella mia vita, ma se avessi fatto il funzionario di una qualsiasi banca, sinceramente non avrei messo a rischio il quinto del mio stipendio e l'eventuale casa di proprietà, acquisita o ereditata, per concedere 25.000 euro, nell'immediato, alla prima azienda che ne aveva bisogno. L'altra questione, su cui si discute tanto, è la seguente. Ho visto i dati delle prime 420.000 domande e i media riportano che i finanziati in automatico forse sono quelli che avevano meno bisogno. Su questo dissento personalmente, perché anche se forse, nell'immediato, l'automatismo ha favorito quelli che avevano il merito di credito, rispetto ai quali il funzionario firmava più tranquillamente, sono andati comunque a buon fine. Sono serviti e servono a mantenere più forti, probabilmente, aziende e piccole imprese che già lo sono. Ma il tema fondamentale è che, nonostante l'intervento della Camera, il percorso è ancora lento sull'altro grande sistema, cioè quello delle medie e grandi aziende, quelle oltre i 25.000 euro.