[pronunce]

che, con le altre tre ordinanze indicate in epigrafe, il Tribunale di Macerata, il Tribunale di Alessandria e il Tribunale di Sondrio, anch'essi investiti di processi nei confronti di persone imputate del delitto previsto dalla norma denunciata per aver svolto operazioni di trasferimento di denaro senza essere iscritte nell'elenco degli agenti in attività finanziaria tenuto dall'Ufficio Italiano Cambi, o per avere indotto altro soggetto a svolgere tale attività (si veda l'ordinanza del Tribunale di Alessandria), hanno del pari sollevato, in riferimento agli articoli 76 e 77 Cost., altrettante questioni di legittimità costituzionale dell'art. 5, comma 3, del decreto legislativo 26 maggio 1997, n. 153, nelle parti in cui configura come delitto la fattispecie penale in esso descritta e commina quindi pene di specie diversa e superiori ai limiti edittali indicati nella legge delega 6 febbraio 1996, n. 52; che, in particolare, i rimettenti, ritenuta la rilevanza della questione nel caso concreto, stante la sua incidenza sul processo e sulla pena, pervengono a giudicare la questione medesima non manifestamente infondata, esponendo argomenti sostanzialmente analoghi a quelli addotti nelle due ordinanze del Tribunale di Palermo (in sintesi, eccesso di delega per avere introdotto una fattispecie di reato configurata come delitto e non come contravvenzione, con un trattamento sanzionatorio esorbitante rispetto ai criteri direttivi indicati dal legislatore delegante); che nel giudizio di costituzionalità promosso con l'ordinanza del Tribunale di Macerata è intervenuta la Presidenza del Consiglio dei ministri, chiedendo che la questione sia dichiarata manifestamente infondata per il già dedotto errore nell'individuazione della “norma interposta”; che le parti private non hanno svolto attività difensiva. Considerato che le cinque ordinanze di rimessione indicate in epigrafe sollevano questioni identiche, onde i relativi giudizi devono essere riuniti per essere definiti con unica decisione; che i giudici a quibus dubitano della legittimità costituzionale, in riferimento agli artt. 76 e 77 della Costituzione, dell'art. 5, comma 3, del decreto legislativo 26 maggio 1997, n. 153 (Integrazione dell'attuazione della direttiva 91/308/CEE, in materia di riciclaggio dei capitali di provenienza illecita), nelle parti in cui configura come delitto la fattispecie criminosa ivi descritta e commina pene superiori ai “limiti edittali” indicati nella legge delega 6 febbraio 1996, n. 52; che, ad avviso dei rimettenti, il legislatore delegato doveva ritenersi abilitato ad introdurre unicamente fattispecie penali di tipo contravvenzionale, punite con pene non superiori a quelle previste per i reati contemplati dal decreto-legge 3 maggio 1991, n. 143, convertito con modificazioni nella legge 5 luglio 1991, n. 197; e comunque – qualora si dovesse fare riferimento, oltre che alla normativa di cui alla legge n. 197 del 1991, anche al d.l. n. 167 del 1990, convertito con modificazioni dalla legge n. 227 del 1990, pure richiamato nell'art. 15, comma 1, della legge delega – il trattamento sanzionatorio sarebbe sempre esorbitante rispetto ai limiti edittali in tale normativa contemplati; che i rimettenti valutano, tuttavia, la sussistenza del dedotto vizio di eccesso di delega esclusivamente alla luce dei criteri di delega specifici dettati dall'art. 15 della legge n. 52 del 1996 ai fini dell'integrazione dell'attuazione della direttiva 91/308/CEE, senza tenere conto dei criteri generali stabiliti dalla medesima legge in tema di disciplina delle sanzioni: criteri, questi ultimi, la cui applicabilità non è esclusa dai primi; che, secondo un approccio tipico delle “leggi comunitarie”, la legge n. 52 del 1996 ha delegato infatti il Governo ad emanare i decreti legislativi recanti le norme necessarie per dare attuazione ad un complesso di direttive comunitarie, indicate nell'allegato A alla medesima legge (art. 1): direttive fra le quali è compresa la direttiva 91/308/CEE in tema di prevenzione dell'uso del sistema finanziario a scopo di riciclaggio dei proventi di attività illecite; che la medesima legge n. 52 del 1996 reca, altresì, all'art. 3, un insieme di criteri e principi direttivi “generali”, cioè valevoli per tutti i decreti legislativi da emanare, salvi i principi specifici dettati dai successivi articoli in relazione alle singole materie e in aggiunta a quelli contenuti nelle direttive da attuare; che, con particolare riguardo all'assetto sanzionatorio, la lettera c) del citato art. 3 – ripetendo una formula corrente nelle “leggi comunitarie” – stabiliva che il legislatore delegato potesse introdurre sanzioni amministrative e penali per le infrazioni alle disposizioni dei decreti legislativi, ove necessario al fine di assicurarne l'osservanza: entro il limite, quanto alle sanzioni penali, dell'ammenda fino a lire duecento milioni e dell'arresto fino a tre anni, e sempre che le infrazioni ledessero o esponessero a pericolo «interessi generali dell'ordinamento interno del tipo di quelli tutelati dagli artt. 34 e 35 della legge 24 novembre 1981, n. 689»; che la medesima disposizione, tuttavia, soggiungeva che «in ogni caso, in deroga ai limiti sopra indicati, per le infrazioni alle disposizioni dei decreti legislativi saranno previste sanzioni penali o amministrative identiche a quelle eventualmente già comminate dalle leggi vigenti per le violazioni che siano omogenee e di pari offensività rispetto alle infrazioni medesime»; che – come emerge chiaramente dalla relazione integrativa allo schema del d.lgs. n. 153 del 1997 – proprio sulla base del criterio generale di delega ora indicato, e non già di quelli specifici di cui all'art. 15 della medesima legge, il legislatore delegato ha inteso emanare la norma incriminatrice di cui si discute: e ciò sul rilievo che la fattispecie di abusivismo contemplata da tale norma risulterebbe omogenea e di pari offensività rispetto al delitto di abusiva attività finanziaria previsto dall'art. 132 d.lgs. n. 385 del 1993, nonché al delitto di abusivo esercizio dell'attività di mediazione creditizia, previsto dall'art. 16, comma 7, della legge 7 marzo 1996, n. 108 (Disposizioni in materia di usura); delitti al cui trattamento sanzionatorio è stato quindi allineato quello della figura di reato di cui si discute; che, come eccepito dall'Avvocatura generale dello Stato, i rimettenti hanno individuato, dunque, in modo errato la norma di delega alla cui stregua va apprezzata la sussistenza del dedotto vizio di eccesso di delega, svolgendo per conseguenza argomentazioni inconferenti ai fini di tale valutazione, il che rende le questioni sollevate manifestamente inammissibili (sentenza n. 382 del 2004; ordinanza n. 72 del 2003);