[pronunce]

che il rimettente evidenzia come, al contrario, con riferimento alle misure alternative dell'affidamento in prova cosiddetto terapeutico e della detenzione domiciliare, sia possibile l'ammissione provvisoria alle predette misure, all'esito di un procedimento valutativo in tutto identico a quello delineato dalla norma censurata; che il rimettente vorrebbe perciò introdotto, in luogo della prevista sospensione della pena, un provvedimento di carattere anticipatorio, in modo da «riempire» con i contenuti tipici della predetta misura il periodo, di durata potenzialmente significativa, che precede la decisione definitiva del tribunale di sorveglianza, evitando, nel contempo, l'interruzione della fase esecutiva, con il vantaggio, per l'interessato, di vedersi riconosciuto il predetto periodo ai fini del computo della pena espiata; che, nell'ambito della discrezionalità che connota le scelte di politica penitenziaria, non appare manifestamente irragionevole la previsione, introdotta con la legge n. 165 del 1998, che consente la sospensione cautelare della pena nei confronti del condannato il quale abbia presentato istanza di affidamento in prova al servizio sociale, in attesa della decisione definitiva dell'organo collegiale sull'applicazione della misura; che infatti la provvisoria rimessione in libertà, senza prescrizioni, è disposta mediante un provvedimento cautelare, di competenza del magistrato di sorveglianza nei casi di detenzione già iniziata, che deve essere sorretto da un giudizio prognostico favorevole circa l'ammissione del soggetto istante alla misura alternativa in assoluto più favorevole tra quelle configurate dall'ordinamento penitenziario, e che presuppone la capacità del beneficiario di autodeterminarsi a prescindere da particolari limitazioni della libertà personale; che anche il criticato effetto interruttivo dell'esecuzione della pena, derivante dall'applicazione della norma censurata, risulta in realtà coerente con la scelta di restituire provvisoriamente piena libertà al soggetto che, ad un giudizio prognostico, appare meritevole dell'ammissione alla misura alternativa in esame, essendo logica conseguenza che, nell'ipotesi di mancato accoglimento dell'istanza da parte del tribunale di sorveglianza, il periodo trascorso fuori dall'istituto di detenzione, senza alcuna forma di restrizione, non possa essere valutato quale forma di espiazione; che nemmeno può ritenersi ingiustificata la disparità di trattamento denunciata, con riferimento al contenuto dell'intervento provvisorio del magistrato di sorveglianza, tra condannati istanti per l'affidamento in prova al servizio sociale, come nella specie, e condannati che richiedano l'ammissione alle misure della detenzione domiciliare e dell'affidamento in prova a fini terapeutici, atteso che, come ripetutamente affermato da questa Corte, le situazioni poste in comparazione sono caratterizzate dalla diversità dei presupposti di fatto e della configurazione normativa delle diverse misure alternative (ex multis, sentenza n. 338 del 2008 e ordinanza n. 375 del 1999); che, infatti, l'ammissione in via provvisoria alla detenzione domiciliare nei casi indicati all'art. 47-ter, commi 1 e 1-bis, della legge n. 354 del 1975, serve a garantire la continuità della restrizione, in attesa della decisione definitiva sull'applicazione della misura alternativa, quando il detenuto si trovi in situazioni soggettive caratterizzate da esigenze di natura umanitario-assistenziale (comma 1), ovvero in condizioni tali, avuto riguardo all'entità della pena da espiare, al titolo del reato e alla mancanza di recidiva (comma 1-bis), da rendere preferibile, a fini essenzialmente deflattivi, la sostituzione della detenzione carceraria con quella domiciliare; che, in termini analoghi, l'ammissione in via provvisoria all'affidamento a fini terapeutici consente l'immediato avvio, o la prosecuzione, del programma di recupero dalla tossicodipendenza o alcooldipendenza, all'interno del quale si realizza anche una imprescindibile forma di contenimento e di controllo su soggetti altrimenti destinati a rimanere ristretti in carcere; che, pertanto, la questione sollevata appare, sotto ogni profilo, manifestamente non fondata. Visti gli articoli 26, secondo comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87, e 9, comma 2, delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale.. . per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE dichiara la manifesta infondatezza della questione di legittimità costituzionale dell'art. 47, comma 4, della legge 26 luglio 1975, n. 354 (Norme sull'ordinamento penitenziario e sull'esecuzione delle misure privative e limitative della libertà), come sostituito dall'art. 2 della legge 27 maggio 1998, n. 165 (Modifiche all'articolo 656 del codice di procedura penale ed alla legge 26 luglio 1975, n. 354, e successive modificazioni), sollevata, in riferimento all'art. 3 della Costituzione, dal Magistrato di sorveglianza di Livorno con l'ordinanza indicata in epigrafe. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 17 dicembre 2008. F.to: Giovanni Maria FLICK, Presidente Gaetano SILVESTRI, Redattore Giuseppe DI PAOLA, Cancelliere Depositata in Cancelleria il 29 dicembre 2008. Il Direttore della Cancelleria F.to: DI PAOLA