[pronunce]

3.1.-- L'affermata esclusione operata dal giudice rimettente - palesemente decisiva in merito alla rilevanza della questione sollevata - appare, alla luce vuoi degli altri elementi di fatto riportati nell'ordinanza, vuoi alla luce degli orientamenti giurisprudenziali formatisi sull'argomento, viziata da una fragilità argomentativa tale da impedire che la stessa possa dirsi meritevole di quella valutazione di «plausibilità» che, secondo la più volte ribadita giurisprudenza di questa Corte, segna il limite di fronte al quale deve arrestarsi l'indagine del giudice delle leggi sulla rilevanza nel giudizio a quo della questione sollevata (sul punto, ex plurimis: sentenze nn. 178, 161 e 125 del 2009, nonché ordinanza n. 179 del 2003). Infatti, il rimettente - sebbene chiarisca, nel descrivere minuziosamente i prodromi della vicenda che ha portato alla presentazione della istanza di fallimento, che l'impresa fallenda, realizzata la piscina per l'allevamento ittico in relazione alla quale aveva goduto del contributo finanziario erogato dalla Amministrazione provinciale di Napoli, non aveva posto in funzione la predetta infrastruttura produttiva, provvedendo, anzi, quale sua unica attività economica, alla dismissione dei propri cespiti immobiliari, tanto che l'ente erogante aveva revocato il finanziamento chiedendone, invano, la restituzione - ritiene, tuttavia, di dover qualificare come imprenditore ittico il detto operatore economico sulla base del solo dato formale costituito dalla sua iscrizione con tale qualificazione presso la Camera di commercio di Napoli e dall'oggetto sociale. 3.2.-- Trascura, però, il rimettente di dare conto dell'avvenuta verifica della sostanziale congruità dell'attività effettivamente svolta dall'impresa fallenda rispetto ai predetti dati formali. Tale verifica si sarebbe dovuta imporre con tanta maggiore evidenza in quanto, da un lato, l'oggetto sociale dichiarato si caratterizza per la sua ridotta univocità (si parla, infatti, di commercio, all'ingrosso ed al dettaglio, di prodotti ittici, senza che sia precisato se i medesimi siano frutto dell'attività di pesca ed allevamento ovvero siano acquisiti presso terzi), e, d'altro lato, nell'ordinanza di rimessione l'unica attività economica ascritta alla fallenda (la dismissione, tramite cessione a terzi, dei propri cespiti immobiliari) è certamente riconducibile più ad un'impresa commerciale che ad una società operante nel settore ittico. Tanto più decisiva - deve, infine, osservarsi - è la omissione argomentativa del rimettente ove si tenga presente l'orientamento, anche di recente ribadito, della Corte di cassazione, secondo il quale l'iscrizione di un'azienda nel registro delle imprese con la qualifica di impresa agricola non impedisce di accertare lo svolgimento effettivo e concreto di un'attività commerciale rientrante nei parametri di cui all'art. 1 della legge fallimentare (Corte di cassazione, sezione I civile, 10 dicembre 2010, n. 24995). Né la circostanza che la società in questione non avesse ancora iniziato a svolgere alcuna attività - salvo quella relativa alla dismissione di alcuni immobili - poteva essere considerata elemento ostativo per la sottoposizione alla procedura fallimentare, dato che il giudice di legittimità ha affermato che l'«identità» atta a ritenere applicabile tale normativa è, dalla società ad oggetto commerciale, acquisita «nel momento in cui si costituisce» (Corte di cassazione, sezione I civile, 28 aprile 2005, n. 8849). 3.3.-- L'insoddisfacente identificazione quale imprenditore ittico, e come tale equiparato per quanto ora di interesse a quello agricolo, del soggetto del cui fallimento si discute di fronte al rimettente, rendendo, quanto meno, non adeguatamente motivata la rilevanza nel giudizio a quo della presente questione di legittimità costituzionale - in un ambito tematico nel quale questa Corte ha già in passato postulato la necessità di applicare criteri assolutamente idonei e sicuri, dovendosi il giudizio di fallibilità dell'imprenditore ricavare in «relazione all'attività svolta, all'organizzazione dei mezzi impiegati, all'entità dell'impresa ed alle ripercussioni che il dissesto produce nell'economia generale» (sentenza n. 570 del 1989) ed affermato che l'individuazione del «tipo» di impresa non può prescindere anche dalla concreta indagine sulla sua struttura ed organizzazione (sentenza n. 54 del 1991) - ne comporta la inammissibilità.. per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE dichiara inammissibile la questione di legittimità costituzionale dell'articolo 1 del regio decreto 16 marzo 1942, n. 267 (Disciplina del fallimento, del concordato preventivo e della liquidazione coatta amministrativa), sollevata, in riferimento all'art. 3 della Costituzione, dal Tribunale ordinario di Torre Annunziata con l'ordinanza in epigrafe. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 16 aprile 2012. F.to: Alfonso QUARANTA, Presidente Paolo Maria NAPOLITANO, Redattore Gabriella MELATTI, Cancelliere Depositata in Cancelleria il 20 aprile 2012. Il Direttore della Cancelleria F.to: MELATTI