[pronunce]

Giudizio, questo, al quale è necessariamente associata, come già la dottrina coeva alle prime pronunce di questa Corte aveva sottolineato, una valutazione discrezionale negativa delle qualità morali e della socialità dell'individuo. In altre parole ancora, come si è osservato nella sentenza n. 127 del 2022, le misure in questione - pur non comportando alcuna coercizione fisica - convogliano uno «stigma morale» a carico dell'interessato, e una «mortificazione della [sua] pari dignità sociale» (punto 6 del Considerato in diritto), separandolo dal resto della collettività e assoggettandolo a un trattamento deteriore proprio in ragione della sua ritenuta pericolosità (punto 5 del Considerato in diritto). Tali caratteristiche evidentemente non connotano, ad esempio, la misura della quarantena in caso di contagio dal virus COVID-19, oggetto della stessa sentenza n. 127 del 2022: misura che «non si congiunge ad alcuno stigma morale, e non può cagionare mortificazione della pari dignità sociale, anche alla luce del fatto che si tratta di una condizione condivisa con milioni di individui» (punto 6 del Considerato in diritto). 4.1.2.2.- Dall'altro lato, la degradazione giuridica determinata dalla misura non è di per sé sufficiente - come invece sembra ritenere il giudice a quo - a far scattare le garanzie dell'art. 13 Cost. È, altresì, necessario a tal fine che il trattamento deteriore dell'individuo rispetto al resto della collettività incida sulla sua libertà di movimento in maniera significativa dal punto di vista "quantitativo", in relazione alla particolare gravosità delle limitazioni imposte attraverso la misura. Esse devono, infatti, essere di tale intensità da risultare sostanzialmente equivalenti, dal punto di vista delle garanzie costituzionali, alle restrizioni attuate mediante l'uso di coazione fisica (così già la sentenza n. 68 del 1964). 4.2.- Proprio il criterio di natura "quantitativa" appena evidenziato consente di cogliere la ratio rispettiva delle due decisioni, adottate da questa Corte nel suo primo anno di attività, con le quali si ritenne, da un lato, che la disciplina del rimpatrio obbligatorio (corrispondente nella sostanza all'attuale foglio di via) non ponesse in causa le garanzie di cui all'art. 13 Cost., salvo che per la parte in cui consentiva la realizzazione coattiva del rimpatrio (sentenza n. 2 del 1956); e, dall'altro, si dichiarò l'illegittimità costituzionale, per contrasto con lo stesso art. 13 Cost., della misura questorile dell'ammonizione, corrispondente nella sostanza all'attuale sorveglianza speciale di pubblica sicurezza (sentenza n. 11 del 1956). Come questa Corte chiarì nelle successive sentenze n. 45 del 1960 e n. 68 del 1964 , la differenza tra le due misure risiedeva essenzialmente nella maggiore gravosità degli obblighi inerenti all'ammonizione rispetto a quelli scaturenti dal rimpatrio obbligatorio (che pure la Corte ha riconosciuto, nella sentenza n. 68 del 1964, come idonei anch'essi a ripercuotersi «sulla stimabilità delle persone»). Osservò in particolare la sentenza n. 68 del 1964 che l'ordine di rimpatrio - depurato dalla traduzione coattiva ad opera della sentenza n. 2 del 1956 - «non è suscettibile di coercitiva esecuzione»; aggiungendo che, una volta che il soggetto abbia raggiunto la nuova sede, egli «è libero di restarvi o di trasferirsi altrove, purché non torni alla sede dalla quale è stato allontanato. Non sussistono altri adempimenti, né altri vincoli o limitazioni alla libertà del soggetto». Pertanto, vi è qui una mera limitazione della libertà di circolazione ai sensi dell'art. 16 Cost. Al contrario, la sentenza n. 45 del 1960 rilevò come l'ammonizione fosse caratterizzata da «tutta una serie di obblighi, di fare e di non fare, fra cui quello di non uscire prima e di non rincasare dopo di una certa ora non era che uno fra gli altri che la speciale commissione poteva prescrivere». La degradazione giuridica qui ravvisata, dunque, era qualificata dalla peculiare intensità e invasività delle prescrizioni inerenti alla misura rispetto alle ordinarie abitudini di vita: ciò che spiegava perché la sentenza n. 11 del 1956 avesse ricondotto questa misura alla sfera di tutela dell'art. 13 Cost., anziché a quella dell'art. 16 Cost. 4.3.- Il medesimo criterio "quantitativo" è stato più recentemente posto alla base delle numerose pronunce di questa Corte in materia di DASPO previsto dall'art. 6 della legge n. 401 del 1989 (il cosiddetto "DASPO sportivo"). Posto che tale misura ha, in ogni caso, come presupposto una valutazione negativa sulla personalità dell'interessato, la giurisprudenza costituzionale ha differenziato l'ipotesi in cui la misura si esaurisca nell'interdizione all'accesso nei luoghi in cui si svolgono manifestazioni sportive, da quella in cui a tale interdizione venga aggiunto, ai sensi del comma 2 del citato art. 6, l'obbligo di comparire personalmente una o più volte in un ufficio o comando di polizia, agli orari indicati, nel corso della giornata in cui si svolgono le manifestazioni sportive interdette (cosiddetto obbligo di firma). Mentre il DASPO senza obbligo di firma, in ragione della sua «minore incidenza sulla sfera della libertà del soggetto», è stato ritenuto risolversi in una mera limitazione della libertà di circolazione ai sensi dell'art. 16 Cost. (sentenza n. 193 del 1996), il DASPO con obbligo di firma, imponendo la frequente presenza del destinatario negli uffici di polizia, è stato ritenuto restrittivo della libertà personale ai sensi dell'art. 13 Cost. (sentenza n. 143 del 1996 e, successivamente, sentenze n. 144 del 1997, n. 136 del 1998 e n. 512 del 2002). Trasparente la diversa ratio decidendi sottesa alle pronunce appena citate: il divieto di accedere in taluni luoghi specificamente individuati lascia intatta la libertà della persona di recarsi, durante il tempo dello svolgimento delle manifestazioni interdette, in qualsiasi altro luogo e di fare ciò che più desidera. Di contro, l'obbligo di presentarsi alla polizia in occasione di ogni manifestazione sportiva interdetta annulla quella libertà, precludendo all'interessato ogni diversa attività, e risulta così equiparabile, quanto agli effetti, alle restrizioni di libertà realizzate attraverso l'uso della coercizione fisica. In questa stessa linea si colloca, altresì, la recentissima sentenza n. 47 del 2024, che ha scrutinato la legittimità costituzionale delle misure del cosiddetto "DASPO urbano" di cui all'art. 10, comma 2, del d.l. n. 14 del 2017, al metro del solo art. 16 Cost. evocato dal rimettente. La pronuncia non ha posto in discussione l'implicita valutazione dello stesso rimettente di non applicabilità delle più stringenti garanzie di cui all'art. 13 Cost. rispetto a tale misura, che comporta il mero divieto di accesso a specifiche aree indicate dalla disposizione censurata, non accompagnato da alcun obbligo di facere.