[pronunce]

Il legislatore, disponendo che i diritti di credito accertati in sede giurisdizionale, «ma riferiti a fatti o atti anteriori al 28 aprile 2008», sono ricompresi tra quelli per i quali non sono consentite azioni esecutive, avrebbe inciso «retroattivamente, senza alcuna ragionevolezza», su diritti riconosciuti con sentenze passate in giudicato prima dell'entrata in vigore del d.l. n. 2 del 2010, come avvenuto nel caso oggetto del giudizio principale. Il rimettente richiama la sentenza n. 155 del 1990 della Corte costituzionale, secondo cui una norma interpretativa «non viola di per sé gli artt. 101, 102 e 104 Cost. [...], a meno che essa non leda il giudicato già formatosi o non sia intenzionalmente diretta ad incidere sui giudizi in corso», ritenendo che si dovrebbe pervenire alla medesima conclusione anche nel caso in cui una norma interpretativa, pur non disconoscendo il diritto accertato dal giudice, né incidendo sul suo contenuto, agisca sul diverso piano della effettività della tutela giurisdizionale, in sede esecutiva. Per queste ragioni, le disposizioni censurate contrasterebbero con l'art. 3 Cost., per la manifesta irragionevolezza «in relazione al principio di eguaglianza dei cittadini dinanzi alla legge», nonché con gli artt. 2, 24, 103 e 113 Cost., che garantiscono il diritto inviolabile alla tutela giurisdizionale. Il Consiglio di Stato ritiene altresì violato l'art. 117, primo comma, Cost., in relazione agli artt. 6, comma 1, e 13 della Convenzione EDU, i quali sanciscono, rispettivamente, il diritto ad un equo processo, da celebrare in tempi ragionevoli, dinanzi ad un tribunale indipendente ed imparziale costituito per legge, per la determinazione dei diritti e dei doveri di carattere civile, ed il diritto di poter esperire «un ricorso effettivo davanti ad una istanza nazionale», nel caso di violazione delle libertà e dei diritti riconosciuti dalla stessa Convenzione. Le norme convenzionali citate ed i princìpi da esse desumibili, che costituiscono, ai sensi dell'art. 117, primo comma, Cost., altrettanti limiti alla potestà legislativa, risulterebbero violati in quanto le norme censurate, mediante il richiamo all'art. 248, comma 2, del d.lgs. n. 267 del 2000, negano la possibilità di intraprendere o proseguire azioni esecutive nei confronti dell'ente locale «per i debiti che rientrano nella competenza dell'organo straordinario di liquidazione». 1.4.3.- Con il terzo gruppo di censure, il giudice a quo prospetta un contrasto tra le norme oggetto del giudizio e gli artt. 101, 102, 104 e 108, secondo comma, Cost. Si assume, in particolare, che l'intervento legislativo avrebbe compresso ex post l'autonomia e l'indipendenza dell'autorità giudiziaria, incidendo sulla effettività delle pronunce da essa rese. È richiamata in proposito la sentenza n. 364 del 2007 della Corte costituzionale, che ha dichiarato l'illegittimità costituzionale dell'art. 7-quater del decreto-legge 31 gennaio 2005, n. 7 (Disposizioni urgenti per l'università e la ricerca, per i beni e le attività culturali, per il completamento delle grandi opere strategiche, per la mobilità dei pubblici dipendenti e per semplificare gli adempimenti relativi a imposte di bollo e tasse di concessione, nonché altre misure urgenti), convertito, con modificazioni, dall'art. 1 della legge 31 marzo 2005, n. 43. La citata disposizione, prosegue il rimettente, stabiliva «l'inefficacia nei confronti di un ente succeduto ad un altro - anche nei rapporti pendenti, con istituzione di una gestione commissariale per i debiti del secondo - dei decreti ingiuntivi e delle sentenze emesse nei confronti del primo ente per debiti relativi al secondo e l'estinzione d'ufficio dei giudizi di ottemperanza pendenti in base al medesimo titolo». La Corte costituzionale ha ritenuto che tale disposto violasse le attribuzioni costituzionali dell'autorità giudiziaria, cui spetta la tutela dei diritti, non essendo dubitabile che l'emissione di provvedimenti idonei ad acquistare autorità di giudicato costituisca uno dei principali strumenti per realizzare il suddetto compito. La stessa Corte ha altresì rilevato la lesione degli artt. 3 e 24 Cost., in quanto le previsioni contenute nella disposizione sottoposta a scrutinio vanificavano i risultati dell'attività difensiva svolta, sulla cui definitività i creditori potevano fare ragionevole affidamento. Il Consiglio di Stato sottolinea il passaggio motivazionale in cui la Corte costituzionale, dopo aver ribadito che «in materia non penale la legittimità di leggi retroattive è condizionata dal rispetto di altri principi costituzionali e, in particolare, di quello della tutela del ragionevole, e quindi legittimo, affidamento (ex plurimis, sentenze n. 446 del 2002 e n. 234 del 2007)», ha affermato che «anche se le disposizioni in scrutinio non possono essere definite retroattive in senso tecnico, tuttavia esse, travolgendo provvedimenti giurisdizionali definitivi ed incidendo sui regolamenti dei rapporti in essi consacrati, finiscono per avere la stessa efficacia di norme retroattive e per incontrare i medesimi limiti costituzionali per queste enunciati». 1.4.4.- Ulteriori censure sono prospettate in riferimento agli artt. 3, 24 e 41, primo comma, Cost., sul rilievo che l'applicazione delle disposizioni censurate pregiudichi il legittimo affidamento che i creditori del Comune di Roma hanno riposto nel positivo svolgimento dell'attività difensiva, finalizzata a tutelare in giudizio i propri interessi, «in tal modo incidendo sulla libertà di impresa, riconosciuta e garantita dall'art. 41 Cost.». Le disposizioni censurate violerebbero, infine, gli artt. 42 e 117, primo comma, Cost., quest'ultimo in relazione all'art. 1 del primo Protocollo addizionale alla Convenzione EDU. Ad avviso del rimettente, «per il tramite di un rinvio ad un termine "incertus quando", senza alcuna distinzione in ordine alla natura del credito insorto in momento anteriore al 28 febbraio 2011 [recte: 28 aprile 2008]», sarebbe leso il diritto costituzionalmente garantito ad una effettiva corresponsione dell'indennità di esproprio, quale indispensabile presupposto dell'esercizio della potestà ablatoria. E del resto, nemmeno potrebbe parlarsi di indennità di esproprio nell'accezione di "serio ristoro" per la perdita della proprietà, enucleata dalla giurisprudenza costituzionale (a partire dalla sentenza n. 5 del 1980, fino alle sentenze n. 348 e n. 349 del 2007), nel caso in cui la corrispondente somma non possa essere «materialmente e celermente conseguita». In questa prospettiva, risulterebbe violato anche il parametro convenzionale, che tutela la proprietà privata. 2.- Con atto depositato il 27 dicembre 2011, si sono costituti in giudizio, con unica difesa, la Società Consorcasa Regione Lazio Coop. a r.l., Fiore Verbena s.r.l., Pao.