[pronunce]

che, al contrario, le predette espressioni «disciplina del fallimento» e «procedure applicabili alle controversie in materia» hanno una valenza semantica talmente ampia da ricomprendere certamente nel loro ambito il riferimento a tutti i processi che, come quelli di cui ai giudizi a quibus, in quanto volti a far dichiarare la inefficacia rispetto alla massa fallimentare di determinati atti dispositivi, originano dalla procedura fallimentare e in essa trovano il loro naturale alveo; che anzi – a differenza di quanto riferito dallo stesso rimettente onde avvalorare la sua tesi – fra i principi ed i criteri direttivi in base ai quali esercitare la delega vi è l'espresso richiamo anche alla disciplina di azioni diverse rispetto a quella svolta con ricorso per dichiarazione di fallimento, là dove si indica fra i compiti del legislatore delegato, al numero 6 della lettera a) del comma 6 dell'art. 1 della legge n. 80 del 2005, la riduzione del termine di decadenza per l'esercizio della azione revocatoria; che non v'è dubbio, per altro verso, che tramite l'applicazione alle controversie in materia fallimentare delle norme previste dagli artt. da 737 a 742 del codice di procedura civile, risulti soddisfatto dalla norma censurata il principio della semplificazione e della accelerazione delle procedure imposto in sede di delega legislativa; che le restanti censure, concernenti la asserita violazione degli artt. 3, 24 e 111 Cost., che sarebbe realizzata attraverso la adozione del rito camerale quale “forma” processuale applicabile a tutte le azioni che derivano dal fallimento, possono essere congiuntamente esaminate; che la asserita violazione dell'art. 3 Cost. per la disparità di trattamento di situazione identiche – al di là di una certa perplessità argomentativa, essendo essa cronologicamente riferita, in termini di irrisolta alternatività, ora alla data di dichiarazione del fallimento ora a quella di instaurazione della controversia regolata dal rito camerale – non sussiste, essendo il diverso regime normativo applicabile alle controversie dovuto al naturale fluire del tempo che, per consolidata giurisprudenza di questa Corte, è valido discrimine fra situazioni analoghe (da ultimo ordinanza n. 212 del 2008); che le argomentazioni svolte dal rimettente al fine di dimostrare la violazione dell'art. 24, secondo comma, Cost., in ordine ad una affermata variabilità, a seconda dell'ufficio giudiziario adito, delle regole processuali applicabili al rito camerale, appaiono non suffragate da alcun elemento obiettivo desumibile sia, positivamente, dall'ordinamento normativo che, empiricamente, dalla sua concreta prassi applicativa; che, viceversa, più volte questa Corte ha ribadito la piena compatibilità costituzionale della opzione del legislatore processuale, giustificata da comprensibili esigenze di speditezza e semplificazione, per il rito camerale (ex multis: sentenza n. 103 del 1985, ordinanza n. 35 del 2002), anche in relazione a controversie coinvolgenti la titolarità di diritti soggettivi; che, in particolare, come già in passato osservato, «la giurisprudenza di questa Corte è costante nell'affermare che la previsione del rito camerale per la composizione di conflitti di interesse mediante provvedimenti decisori non è di per sé suscettiva di frustrare il diritto di difesa, in quanto l'esercizio di quest'ultimo può essere modulato dalla legge in relazione alle peculiari esigenze dei vari procedimenti […] purché ne vangano assicurati lo scopo e la funzione» (sentenza n. 103 del 1985, ordinanze n. 121 del 1994 e n. 141 del 1998); che, più nello specifico, può escludersi sia l'irragionevolezza della scelta legislativa sia la violazione del diritto di difesa sia, infine, la violazione della regola del giusto processo garantita dall'art. 111, primo comma, Cost., ove il modello processuale previsto dal legislatore, nell'esercizio del potere discrezionale di cui egli è titolare in materia (da ultimo sentenza n. 221 del 2008), sia tale da assicurare il rispetto del principio del contraddittorio, lo svolgimento di un'adeguata attività probatoria, la possibilità di avvalersi della difesa tecnica, la facoltà della impugnazione – sia per motivi di merito che per ragioni di legittimità – della decisione assunta, la attitudine del provvedimento conclusivo del giudizio ad acquisire stabilità, quanto meno “allo stato degli atti”; che tutte queste condizioni non risultano contraddette nel caso della applicazione del rito camerale ai procedimenti in materia fallimentare. Visti gli artt. 26, secondo comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87, e 9, comma 2, delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale.. . per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE riuniti i giudizi, dichiara la manifesta infondatezza della questione di legittimità costituzionale dell'art. 24, secondo comma, del regio decreto 16 marzo 1942, n. 267 (Disciplina del fallimento, del concordato preventivo e della liquidazione coatta amministrativa), come sostituito dall'art. 21 del decreto legislativo 9 gennaio 2006, n. 5 (Riforma organica della disciplina delle procedure concorsuali a norma dell'art. 1, comma 5, della legge 14 maggio 2005, n. 80), sollevata, in riferimento agli artt. 3, primo comma, 24, secondo comma, 76 e 111, primo comma, della Costituzione, dal Tribunale ordinario di Lucca con le ordinanze in epigrafe. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 18 maggio 2009. F.to: Francesco AMIRANTE, Presidente Paolo Maria NAPOLITANO, Redattore Giuseppe DI PAOLA, Cancelliere Depositata in Cancelleria il 29 maggio 2009. Il Direttore della Cancelleria F.to: DI PAOLA