[pronunce]

che, poste tali premesse, il rimettente ritiene non manifestamente infondata la sollevata questione di costituzionalità (a) per l'irragionevole disparità di trattamento sanzionatorio che le norme denunciate verrebbero a determinare per fatti di identica natura commessi a distanza di pochi mesi e poi contestualmente giudicati (disparità traducibile sul piano quantitativo "nella misura del centuplo") e (b) per la ingiustificata differenziazione della disciplina concernente i fatti oggetto del giudizio a quo cui sarebbe applicabile il principio tempus regit actum nella rigida interpretazione giurisprudenziale sopra descritta, rispetto a "settori contigui dell'ordinamento sanzionatorio amministrativo (tributario e valutario) oltreché penale", per i quali vige il contrapposto principio di retroattività della legge posteriore più favorevole; che nel giudizio così promosso è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, che ha concluso per l'infondatezza della questione. Considerato che il Tribunale di Milano ha sollevato, in riferimento all'art. 3 della Costituzione, questione di legittimità costituzionale (a) dell'art. 1, secondo comma, della legge 24 novembre 1981, n. 689 (Modifiche al sistema penale), "ovvero" (b) dell'art. 7, comma 12, del decreto legislativo 8 novembre 1997, n. 389 (Modifiche ed integrazioni al decreto legislativo 5 febbraio 1997, n. 22, in materia di rifiuti, di rifiuti pericolosi, di imballaggi e di rifiuti di imballaggio), nella parte in cui non prevedono che, se la legge in vigore al momento in cui fu commessa la violazione e quella posteriore stabiliscono sanzioni amministrative pecuniarie diverse, si applichi la legge più favorevole al responsabile, salva la definitività del provvedimento di irrogazione o l'intervenuto pagamento; che delle due questioni, poste in ordine logicamente successivo e subordinato tra loro, la prima e più comprensiva investe l'art. 1, secondo comma, della legge n. 689 del 1981, che, in materia di sanzioni amministrative pecuniarie, ha posto in via generale il principio di stretta legalità, con il conseguente assoggettamento della violazione alla legge del tempo del suo verificarsi e con la correlativa inapplicabilità della eventuale disciplina posteriore più favorevole; che per quanto riguarda la disciplina generale e di principio delle sanzioni amministrative pecuniarie non è dato rinvenire, in caso di successione di leggi nel tempo, un vincolo imposto al legislatore nel senso dell'applicazione della legge posteriore più favorevole, rientrando nella discrezionalità del legislatore - nel rispetto del limite della ragionevolezza - modulare le proprie determinazioni secondo criteri di maggiore o minore rigore a seconda delle materie oggetto di disciplina; che, sotto tale profilo, non può ritenersi irragionevole che, in riferimento a particolari tipologie di illeciti amministrativi (nella specie, tributari e valutari), interessate da ampi interventi di riforma e caratterizzate da peculiarità sostanziali che ne giustificano uno specifico trattamento sanzionatorio (cfr. , ad esempio, sentenza n. 49 del 1999 in materia bancaria e creditizia), il legislatore abbia optato per l'introduzione di una disciplina di maggior favore per l'autore della trasgressione, senza che, trasformando l'eccezione in regola, dette scelte debbano essere generalizzate e poste come disposizioni di principio, come invece prospettato dal giudice a quo; che le stesse considerazioni portano a concludere nel medesimo senso in relazione alla seconda questione, sollevata dal rimettente in riferimento all'art. 7, comma 12, del decreto legislativo n. 389 del 1997, non sussistendo, alla stregua del principio di uguaglianza, un obbligo di estensione della particolare disciplina dettata per determinate materie, come gli illeciti tributari e valutari, ad altre tipologie di illecito, le cui caratteristiche possono essere valutate dal legislatore anche ai fini che qui interessano; che, quanto al profilo, comune ad entrambe le questioni, della disparità di trattamento di violazioni analoghe commesse in tempi diversi, nel ribadire in generale la possibilità di una disciplina diversificata applicata alla stessa categoria di soggetti, ma in momenti diversi nel tempo giacché, a ritenere il contrario, ogni legge sarebbe immodificabile oppure tutte le leggi dovrebbero sempre valere retroattivamente deve osservarsi, più specificamente, che la sottoposizione di fatti commessi in tempi diversi a discipline differenziate è semplicemente la conseguenza, sul piano applicativo, del principio di stretta legalità che sorregge la materia delle sanzioni amministrative pecuniarie, principio che non può, per quanto sopra detto, ritenersi in contrasto con il parametro costituzionale richiamato dal tribunale; che, pertanto, entrambe le questioni devono essere dichiarate manifestamente infondate sotto tutti i profili considerati; Visti gli artt. 26, secondo comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87, e 9, secondo comma, delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale.. . per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE Dichiara la manifesta infondatezza delle questioni di legittimità costituzionale dell'art. 1, secondo comma, della legge 24 novembre 1981, n. 689 (Modifiche al sistema penale), e dell'art. 7, comma 12, del decreto legislativo 8 novembre 1997, n. 389 (Modifiche ed integrazioni al decreto legislativo 5 febbraio 1997, n. 22, in materia di rifiuti, di rifiuti pericolosi, di imballaggi e di rifiuti di imballaggio), sollevate, in riferimento all'art. 3 della Costituzione, dal Tribunale di Milano con l'ordinanza indicata in epigrafe. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, l'11 aprile 2002. Il Presidente: Ruperto Il redattore: Zagrebelsky Il cancelliere: Di Paola Depositata in cancelleria il 24 aprile 2002. Il direttore della cancelleria: Di Paola