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A un certo punto, finalmente, un annuncio e una presa di posizione: un provvedimento di sospensione dell' export di armi, cui però non abbiamo visto dare seguito. Cosa avete fatto? Vi siete messi sotto l'ombrello europeo, aspettando che smettesse di piovere, anziché prendere una decisione che desse orgoglio e dignità al nostro Paese a livello europeo e internazionale. (Applausi dal Gruppo FdI) . Adesso ha smesso di piovere e venite qui a fare relazioni "compilative" - perdonate l'espressione - che non ci illuminano sulla politica estera del nostro Paese su questo aspetto. Neppure oggi, signor Ministro, è stato assertivo: non ha detto parole chiare e inequivocabili contro la deriva islamista e l'imperialismo del sultano Erdogan o contro la violazione dei diritti umani, dei confini siriani e della sovranità di un popolo. Non ho sentito parole accorate rispetto all'offensiva lanciata contro i curdi siriani, che ci hanno difeso, battendosi, combattendo e anche morendo contro l'ISIS, Daesh. Analogamente, non ho sentito una parola - lo ricordava il collega Comincini - sulla barbara uccisione, compiuta da integralisti islamici filo-turchi, di Hevrin Kalhaf, nota al mondo come paladina delle donne e attivista curda per i diritti umani. È stata l'esecuzione orrenda di una donna simbolo, impegnata per il suo popolo con il suo partito, Futuro siriano, sempre in prima linea per i diritti fondamentali e - lo voglio sottolineare - la convivenza pacifica tra curdi cristiani e arabi. Hanno ucciso con lei un metodo, quello della convivenza. Non ho sentito una parola né per lei né per quelle migliaia di donne curde che in otto anni di guerra si sono battute - e sono morte - contro l'ISIS, Daesh, e che anche oggi hanno continuato a combattere, lanciando un grido alla comunità internazionale, all'Europa e all'Italia, quindi anche a lei. Penso alle dichiarazioni e all'impegno di comandanti come Nessrin Abdalla o Jomma Issa, nomi che forse non sono noti a quest'Assemblea, ma che lo sono nella storia della resilienza del popolo curdo e che appartengono a comandanti che si sono battuti e hanno chiesto aiuto. La risposta è stata il silenzio dell'Europa, che si è riunita e ha deciso qualcosina, ma ci sono stati poco seguito, poco cuore e poca presa di posizione. Signor Ministro, abbiamo anche presentato una proposta di risoluzione puntuale, che illustrerà dopo di me il collega Urso. Ad ogni modo, avviandomi alla conclusione, tengo a dire che ci sono tante domande senza risposta e nella sua relazione non ci sono neanche gli spunti per dedurne. L'Unione europea è pronta a rivedere gli accordi di partenariato con la Turchia in termini seri? È ammissibile che uno Stato membro della NATO utilizzando i profughi come una bomba demografica, minacci gli altri partner di un'invasione da parte di quegli stessi per cui l'Europa ha pagato per tenerli nei suoi confini? E noi e voi, muti, siamo stati minacciati e non abbiamo reagito a questa minaccia? Abbiamo forse detto una parola su un sultano che favorisce il terrorismo islamico, la penetrazione in Europa e il terrorismo in Libia? E ancora, possiamo dire una volta per tutte, in maniera netta e definitiva, no all'ingresso della Turchia in Europa? (Applausi dal Gruppo FdI) . È una questione sospesa, una spada di Damocle: lo vogliamo dire o no che la Turchia si candida a essere la potenza politica dell'islam? Quando ci troveremo i terroristi sotto casa sarà a quest'origine che dovremo tornare: a una storia di mancate risposte; a questo silenzio, ai «vedremo» e ai «faremo» sotto l'ombrello europeo. Mi sarei aspettata molto di più di fronte a un dramma umanitario come quello e non è questione di appartenenze partitiche: si tratta di avere un concetto della sovranità e rispetto per i diritti umani fondamentali. In conclusione, signor Presidente, la minaccia terroristica va oltre il discioglimento statuale di Daesh, perché l'islam è un'ideologia che permea, subentra e si infiltra in Europa e in Occidente, poi dichiara guerra a noi, all'Occidente e alla cristianità. Rispetto a tutto questo - lo ripeto - la sua relazione è insufficiente e compilativa. (Applausi dai Gruppi FdI e FI-BP). PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Alfieri. Ne ha facoltà. ALFIERI (PD) . Signor Presidente, signor Ministro, colleghi, è la terza volta che affrontiamo in Aula il delicato tema concernente la situazione in Siria. La prima volta fummo noi a farlo, come Partito Democratico, preoccupati dell'annuncio del presidente Erdogan di intervenire in territorio siriano. Penso che ci si debba giustamente muovere su due versanti, il primo dei quali è il rapporto nei confronti dell'opinione pubblica. Sono orgoglioso di appartenere a un partito come il Partito Democratico, che ha promosso centinaia di presidi e iniziative per dire no all'intervento della Turchia, sì alla difesa della popolazione civile, no alle violazioni dei diritti umani, ma è chiaro che non basta. C'è poi l'azione istituzionale, ovvero quello che possiamo fare come Governo italiano nelle sedi internazionali. Alcuni temi li ha affrontati, signor Ministro e le do atto di aver toccato quelli principali del nostro lavoro. Proverò dunque a dividere il mio intervento in due parti. Una riguarda quello che è stato fatto e le sfide che abbiamo davanti rispetto a una situazione in cui l'Italia, storicamente, non è stata protagonista. Non lo è stata non solo per demerito proprio, ma perché, all'interno delle organizzazioni internazionali di cui fa parte, ci sono stati oggettivamente, alcuni limiti nell'azione di politica estera sul versante della Siria. Va bene allora il lavoro insieme ad altri partner per chiedere che venga rispettato il cessate il fuoco, che si lavori per la stabilizzazione dell'area e venga rispettata la non belligeranza. Penso che questo si debba provare a costruire dentro le sedi internazionali, a partire dalle Nazioni Unite, che sono in crisi sul versante della costruzione di progetti di mantenimento della pace. Penso che questa sia una iniziativa che l'Italia può prendere, perché della dimensione multilaterale ha fatto una caratteristica della propria politica estera: è una riflessione su come, seguendo il modello di altre realtà, una forza di interposizione possa andare a inserirsi al confine tra Turchia e Siria in maniera stabile. Mi rendo conto della complessità del teatro turco-siriano, dove si confrontano attori come la Russia e l'Iran, con cui non è facile trovare accordi e con i quali, com'è stato ricordato prima, ha contato più il processo di Astana delle nostre riunioni all'interno della NATO. Un'iniziativa innovativa da questo punto di vista, però, penso sia importante, perché quell'area va stabilizzata per le tensioni che ci sono e dato che non ha mai riconosciuto pienamente i confini: da quando sono stati tracciati, dopo il 1918, con gli accordi Sykes-Picot, di fatto le tensioni fra i diversi gruppi etnici e religiosi si muovono a prescindere dai confini materiali e formali. Ne dobbiamo prendere atto, quindi va presa in considerazione una risposta della comunità internazionale all'altezza di quella sfida.