[pronunce]

che le questioni sollevate in riferimento agli artt. 3 e 53 Cost., per lesione del principio di ragionevolezza, per disparità di trattamento fra il coobbligato solidale e il debitore principale e per violazione del principio della capacità contributiva, sono manifestamente infondate, in forza di quanto affermato da questa Corte con la sentenza n. 557 del 2000, la quale ha dichiarato l'infondatezza di analoghe questioni, aventi ad oggetto la stessa norma e proposte in base agli stessi parametri; che l'analogia tra le questioni decise con tale sentenza e quelle poste dal rimettente all'odierno esame della Corte risulta dal fatto che sia le une che le altre hanno ad oggetto la legittimità costituzionale del denunciato art. 6, comma 2, del decreto legislativo n. 507 del 1993, secondo cui il “soggetto pubblicizzato” è obbligato in solido con il soggetto passivo al pagamento dell'imposta, per il solo fatto di essere «colui che produce o vende la merce o fornisce i servizi oggetto della pubblicità»; con la sola differenza che quelle esaminate dalla sentenza n. 557 del 2000 riguardano l'ipotesi, piú generale, in cui l'obbligazione solidale sussiste in capo al “soggetto pubblicizzato” «anche in mancanza di un effettivo rapporto giuridico-economico [pubblicitario] tra i due soggetti», mentre quelle sollevate dall'ordinanza di rimessione della Commissione tributaria provinciale di Piacenza riguardano la specifica ipotesi – pur sempre riconducibile all'ipotesi oggetto della sentenza n. 557 del 2000 – in cui il “soggetto pubblicizzato” è obbligato in solido con il soggetto passivo di imposta quando sia accertata, oltre alla cessazione del rapporto pubblicitario, anche la circostanza che egli «abbia voluto e fatto tutto quanto poteva affinché il soggetto passivo di imposta non realizzasse il presupposto della imposizione tributaria»; che valgono in proposito, in difetto di nuovi profili di illegittimità prospettati dal rimettente, le stesse considerazioni svolte dalla Corte con la citata sentenza n. 557 del 2000, secondo cui: a) «il principio di capacità contributiva non esclude che la legge possa stabilire prestazioni tributarie a carico, oltreché del debitore principale, anche di altri soggetti, purché non estranei al presupposto d'imposta, costituendo unico limite alla discrezionalità del legislatore la non irragionevolezza del criterio di collegamento utilizzato per l'individuazione dei predetti responsabili d'imposta (sentenza n. 184 del 1989, ordinanze n. 301 del 1988 e n. 316 del 1987)»; b) «nella fattispecie in esame non può certo considerarsi estraneo al presupposto di imposta» colui che svolge «l'attività economica oggetto della pubblicità» e, quindi, ben può assumersi quale idoneo elemento di collegamento il fatto stesso di svolgere detta attività; c) pertanto, «la solidarietà passiva a carico di tale soggetto» non è lesiva «del principio di capacità contributiva»; d) ciò è vero anche in considerazione del fatto che «alla solidarietà passiva nel senso sopra precisato si ricollegano quali necessari corollari il diritto di rivalsa dell'obbligato solidale nei confronti del debitore principale e il diritto al risarcimento del danno nel caso in cui la diffusione del messaggio pubblicitario avvenga in difformità o, come di fatto possibile, in difetto di un sottostante rapporto giuridico»; che anche la questione con la quale, in riferimento agli artt. 3 e 76 Cost., si denuncia l'eccesso di delega, sul rilievo che «la legge delega attribuisce la soggettività passiva solo a colui che dispone dei mezzi pubblicitari», è manifestamente infondata, sempre in forza di quanto affermato da questa Corte con la citata sentenza n. 557 del 2000; che tale pronuncia ha, infatti, chiarito che «La norma delegante di cui all'art. 4, comma 4, lettera a), numero 2, della legge 23 ottobre 1992, n. 421, indica […] tra i principi e criteri direttivi, “la regolamentazione della responsabilità tributaria di colui che produce, vende la merce o fornisce i servizi oggetto della pubblicità”» e che «è evidente come uno dei modi di attuazione della responsabilità tributaria sia proprio quella solidarietà passiva che viene, invece, infondatamente censurata sotto il profilo dell'eccesso di delega»; che la questione sollevata in riferimento agli artt. 24 e 111 Cost., per «violazione del diritto di difesa e del principio dell'equo processo», è del pari manifestamente infondata, perché la norma censurata non ha natura processuale ed è, quindi, estranea all'àmbito di applicazione dei suddetti parametri costituzionali (ex plurimis, ordinanze n. 13 del 2008 e n. 180 del 2007); che, inoltre, la questione sollevata in riferimento all'art. 3 Cost. – per cui sarebbe irragionevole che il soggetto pubblicizzato sia obbligato in solido «con un soggetto fallito, senza potersi rivalere in regresso sul medesimo» – è manifestamente infondata, perché, contrariamente a quanto affermato dal rimettente, non è escluso il regresso nei confronti di soggetti falliti, essendo il fallimento e l'eventuale incapienza del patrimonio del fallito a soddisfare il credito circostanze di mero fatto, rientranti nell'alea connessa alla scelta del contraente e irrilevanti, come tali, ai fini dello scrutinio di costituzionalità; che la questione proposta in riferimento congiunto agli artt. 3 e 27 Cost. – basata sulla considerazione che la norma denunciata «non prevede che le sanzioni di tipo afflittivo o punitivo debbano colpire esclusivamente il soggetto passivo di imposta e non debbano colpire il soggetto pubblicizzato», il quale non può fare alcunché «per far cessare e prevenire la propria responsabilità solidale» – è in parte manifestamente inammissibile e in parte manifestamente infondata; che nell'ordinanza di rimessione si afferma che, nel caso di specie, al “soggetto pubblicizzato”, obbligato in solido per il pagamento dell'imposta sulla pubblicità, sono state richieste somme «a titolo di sanzione pecuniaria per l'omessa denuncia, per ritardato pagamento e per interessi di mora (del 7%), ossia per titoli che appaiono sanzioni prettamente afflittive», per fatto altrui; che, quanto alla sanzione per l'omessa denuncia [rectius: per l'omessa presentazione della dichiarazione di cui all'art. 8 del d.lgs. n. 507 del 1993 da parte del soggetto passivo di imposta] , il giudice a quo muove da un'incompleta ricostruzione del quadro normativo, perché non tiene conto dei princípi stabiliti, in materia di sanzioni amministrative tributarie, dagli artt. 2, comma 2, 5, comma 1, primo periodo, e 11, comma 1, del d.lgs.