[pronunce]

che il difetto di proporzionalità della pena inflitta, almeno nel rapporto tra l'aumento dovuto all'applicazione della norma censurata e la sostanziale identità del fatto nei suoi profili offensivi, comporterebbe, a parere del rimettente, anche la violazione del terzo comma dell'art. 27 Cost., poiché la funzionalità rieducativa della sanzione è condizionata, appunto, dalla sua proporzionalità (sono richiamate le sentenze della Corte costituzionale n. 103 del 1982 e n. 72 del 1980); che il difetto di capacità rieducativa della pena sarebbe aggravato dalle discriminazioni che la norma censurata introduce (con violazione concomitante dell'art. 3 Cost.) tra gli stessi stranieri illegalmente presenti nel territorio nazionale, assimilando persone semplicemente prive del titolo di soggiorno a soggetti già colpiti da un provvedimento di espulsione e non ottemperanti all'ordine di lasciare il territorio dello Stato, e delineando un automatismo che la stessa Corte costituzionale avrebbe giudicato intollerabile trattando della recidiva (è richiamata ancora la sentenza n. 192 del 2007); che il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, è intervenuto nel giudizio con atto depositato il 29 maggio 2009, chiedendo che la questione sia dichiarata inammissibile o infondata; che la difesa erariale ricorda, in particolare, come la prima parte dell'art. 61 cod. pen. stabilisca che le aggravanti «comuni» si applicano solo quando i pertinenti elementi costitutivi non concorrano anche alla definizione del reato cui la circostanza dovrebbe accedere, e come dunque la fattispecie censurata non possa essere applicata a reati che già si fondino sulla violazione della normativa in materia di immigrazione; che il Tribunale ordinario di Trieste in composizione monocratica, con ordinanza del 4 marzo 2009 (r.o. n. 134 del 2009) , ha sollevato - in riferimento agli artt. 3, 13, 25, secondo comma, 27, primo e terzo comma, Cost. - questione di legittimità costituzionale dell'art. 61, numero 11-bis, cod. pen. , come introdotto dall'art. 1, lettera f), del decreto-legge n. 92 del 2008, convertito, con modificazioni, dall'art. 1 della legge n. 125 del 2008; che il rimettente procede, con rito abbreviato, nei confronti di un cittadino straniero imputato dei reati di tentata rapina (artt. 56, 110, 628, secondo comma, cod. pen.) e di false dichiarazioni sulla propria identità (art. 496 cod. pen.), entrambi aggravati a norma dell'art. 61, numero 11-bis, cod. pen. ; che il giudice a quo osserva, in punto di rilevanza, come l'imputato si trovasse effettivamente, al momento dei fatti, in condizione di soggiorno illegale nel territorio dello Stato, e come dunque sussistano i presupposti per l'applicazione della norma censurata, a nulla valendo l'astratta possibilità di neutralizzare l'effetto aggravante mediante il giudizio di comparazione con circostanze di segno opposto (poiché la ricorrenza della fattispecie varrebbe comunque a determinare un concorso tra circostanze eterogenee, ed a condizionarne l'esito); che il Tribunale, riguardo alla non manifesta infondatezza della questione sollevata, propone gli stessi argomenti già illustrati in un precedente provvedimento, sopra riassunti (r.o. n. 133 del 2009) ; che il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, è intervenuto nel giudizio con atto depositato il 29 maggio 2009, chiedendo che la questione sollevata sia dichiarata inammissibile; che infatti detta questione sarebbe irrilevante nel giudizio a quo per le ragioni già illustrate con l'atto di intervento depositato riguardo ad altra ordinanza del medesimo rimettente (r.o. n. 133 del 2009) ; che il Tribunale ordinario di Agrigento, in composizione monocratica, con ordinanza del 19 maggio 2009 (r.o. n. 251 del 2009), ha sollevato - in riferimento agli artt. 3, 25, secondo comma, 27, primo e terzo comma, Cost. - questione di legittimità costituzionale dell'art. 61, numero 11-bis, cod. pen. , come introdotto dall'art. 1, lettera f), del decreto-legge n. 92 del 2008; che il rimettente procede, con rito abbreviato, nei confronti di un cittadino non comunitario, imputato dei reati di resistenza a pubblico ufficiale (art. 337 cod. pen.) e lesioni personali aggravate (artt. 582, primo e secondo comma, e 61, n. 10, cod. pen.), con la contestazione, per entrambi, della circostanza di cui all'art. 61, numero 11-bis, cod. pen. ; che il giudice a quo, in punto di rilevanza, osserva come l'imputato si trovasse effettivamente, al momento dei fatti, in condizione di soggiorno illegale nel territorio nazionale; che, riguardo alla non manifesta infondatezza della questione sollevata, il rimettente propone gli stessi argomenti già illustrati in un precedente provvedimento, sopra riassunti (r.o. n. 103 del 2009) ; che il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, è intervenuto nel giudizio con atto depositato il 22 ottobre 2009, chiedendo che la questione sollevata sia dichiarata «inammissibile e non fondata»; che la difesa erariale ricorda, in particolare, come la prima parte dell'art. 61 cod. pen. subordini l'applicazione delle aggravanti «comuni» alla condizione che i loro elementi costitutivi non concorrano alla definizione del reato, sicché la fattispecie oggetto di censura non sarebbe applicabile a reati concernenti l'ingresso o la permanenza dello straniero; che dunque, sempre secondo l'Avvocatura generale, nel caso della contestazione di reati riguardanti l'immigrazione si determinerebbe un fenomeno di assorbimento dell'aggravante (è citato l'art. 15 cod. pen.), necessario per escludere un sostanziale bis in idem nella punizione del colpevole; che la questione sollevata sarebbe mirata a sindacare il legittimo esercizio della discrezionalità legislativa, e d'altronde non potrebbe negarsi, nel merito, che la violazione delle norme sull'ingresso ed il soggiorno degli stranieri sul territorio nazionale «costituisca univoco indice di maggior pericolosità sociale dell'individuo». Considerato che i Tribunali ordinari di Livorno, Agrigento e Trieste - con le cinque ordinanze meglio sopra indicate - hanno sollevato questioni di legittimità costituzionale dell'art. 61, numero 11-bis, del codice penale, nel testo introdotto dall'art. 1, lettera f), del decreto-legge 23 maggio 2008, n. 92 (Misure urgenti in materia di sicurezza pubblica), o nel testo risultante dalle modifiche apportate, in sede di conversione, dalla legge 24 luglio 2008, n. 125;