[pronunce]

a1) secondo alcune ordinanze, per irragionevole discriminazione fra coloro che hanno chiesto in giudizio gli accessori su somme tardivamente corrisposte, a seconda che un giudicato sia o no intervenuto; e anche per irragionevolezza intrinseca, non contribuendo la norma alla "stabilizzazione ed allo sviluppo del paese"; a2) secondo altre, per l'irragionevole discriminazione di una categoria di crediti pensionistici rispetto a tutti gli altri; a3) secondo un'ordinanza, anche per la discriminazione fra collocati a riposo prima o dopo il 1 gennaio 1979, poiché, in caso di ritardo, interessi e rivalutazione sono negati solo ai primi; b) l'art. 24 è violato per il sacrificio della tutela giurisdizionale, in riferimento a giudizi in corso. 4. - Sulla rilevanza della questione concernente il comma 4, le ordinanze assumono - con motivazione non implausibile - la necessità della sua applicazione, dato che nei giudizi si chiedono gli interessi e la rivalutazione che la norma nega. La questione inerente al comma 5 è ammissibile soltanto con riguardo all'ordinanza n. 6 del 2000, poiché in essa si enuncia che le somme dovute per interessi e rivalutazione sono state corrisposte in ottemperanza alla decisione di primo grado appellata avanti al rimettente. 5. - Poiché tutte le ordinanze impugnano il comma 4 dell'art. 26, i giudizi possono essere riuniti. nel merito è opportuno distinguere le questioni, relative alle due diverse norme contenute nella disposizione censurata. 6. - La norma relativa alle "somme corrisposte al personale del comparto ministeri" si ricollega alla legge n. 312 del 1980, che ha dato ai dipendenti civili e militari dello Stato (salvo specifiche eccezioni) un nuovo assetto, sostituendo al sistema delle carriere quello delle qualifiche funzionali. A tal fine essi sono stati prima inquadrati provvisoriamente, dalla stessa legge, nelle nuove qualifiche; e poi - dopo che un'apposita commissione ha individuato i profili professionali compresi in ciascuna qualifica e valutato la corrispondenza fra vecchie carriere e nuovi profili - definitivamente inquadrati, mediante provvedimenti individuali, nelle qualifiche funzionali col corrispondente livello retributivo. I rimettenti ritengono, in conformità a giurisprudenza amministrativa consolidata, costituente quindi "diritto vivente": a) che in tema di inquadramento del "comparto ministeri" il potere discrezionale dell'amministrazione si è esaurito l'8 novembre 1988, con la pubblicazione della delibera dell'indicata Commissione, onde la natura sostanzialmente ricognitiva dei successivi provvedimenti individuali; b) che in tale data, quindi, sarebbe sorto il credito dei dipendenti per la parte di retribuzione, commisurata a mansioni effettivamente svolte, non percepita per l'inadeguatezza dell'inquadramento provvisorio rivelata da quello definitivo; c) che su tali somme sarebbero dovuti, dalla stessa data al pagamento, interessi e rivalutazione monetaria. L'applicazione di questi principi è però impedita, ad avviso dei rimettenti, dalla norma del citato comma 4 dell'art. 26, secondo cui le somme in esame "non danno luogo ad interessi né a rivalutazione monetaria". 7. - La questione concernente tale norma è fondata. Alcune ordinanze prospettano la violazione dell'art. 3 Cost., dubitando che la norma possa qualificarsi (come vorrebbe la rubrica dell'art. 26) in termini di interpretazione autentica, con efficacia per ciò solo retroattiva, e la ritengono invece innovativa e retroattiva. La Corte ha però affermato (per tutte, sentenza n. 229 del 1999) che - ai fini del controllo di legittimità costituzionale sotto il profilo della ragionevolezza - non assume valore decisivo verificare se una norma abbia efficacia retroattiva in quanto di natura realmente interpretativa, ovvero si connoti come innovativa con efficacia retroattiva. E - sulla premessa che il divieto di retroattività della legge, pur costituendo fondamentale valore di civiltà giuridica e principio generale dell'ordinamento, non è stato tuttavia elevato a dignità costituzionale, salva la previsione dell'art. 25 della Costituzione in materia penale - ha precisato che, nel rispetto di tale limite, ben può il legislatore porre norme retroattive (interpretative o innovative che siano), purché la retroattività trovi adeguata giustificazione sul piano della ragionevolezza e non contrasti con altri valori e interessi costituzionalmente protetti. Orbene, la norma del comma 4 - che, in caso di inadempimento di particolari obbligazioni, nega interessi e rivalutazione - è palesemente retroattiva, alla stregua del comma 5: questo infatti - disponendo che, fatti salvi i giudicati, le somme corrisposte (evidentemente prima del sopraggiungere del divieto) sono recuperate sui futuri miglioramenti - assoggetta a ripetizione pagamenti anteriori all'entrata in vigore della nuova disciplina ed esclude così che il comma 4 possa negare gli accessori solo a partire dalla sua entrata in vigore. 7.1. - Di questa disciplina (retroattiva) occorre valutare la conformità al principio di ragionevolezza, posto dall'art. 3 Cost., verificando l'effettività delle denunciate discriminazioni. Dal confronto fra la situazione degli appartenenti al "comparto ministeri" e quella degli altri dipendenti delle pubbliche amministrazioni, o (in una prospettiva più ampia) dei lavoratori in genere, emerge come la norma impugnata ponga i primi in una posizione sicuramente deteriore. Infatti il "personale del comparto ministeri" quanto ai crediti per differenze retributive da inquadramento definitivo, è totalmente sottratto alla regola che garantisce a tutti i lavoratori, dipendenti da privati o da pubbliche amministrazioni, in caso di inadempimento di obbligazioni retributive, gli interessi e la rivalutazione monetaria, nella misura più ampia di cui all'art. 429 cod. proc. civ. o, per i crediti maturati dopo il 31 dicembre 1994, in quella più ristretta prevista dall'art. 22, comma 36, della legge n. 724 del 1994. Ed è indifferente che non sempre risulti dalle ordinanze se i crediti fatti valere abbiano subito questa successione di disciplina, poiché la norma impugnata esclude radicalmente l'operatività di quella regola. Ma, più in generale, il diniego di interessi e rivalutazione comporta per il personale in esame una posizione deteriore rispetto a qualsiasi altro creditore di somma di danaro, tenuto conto che l'art. 1224 cod. civ. collega all'inadempimento delle obbligazioni pecuniarie l'effetto normale della corresponsione degli interessi e quello eventuale del risarcimento del maggior danno, nel quale rientra il pregiudizio da perdita di valore della moneta.