[pronunce]

, che si conclude con sentenza non impugnabile) non può ritenersi irragionevole, trovando la sua giustificazione nella esigenza di definire rapidamente le questioni relative alla validità ed efficacia del titolo esecutivo, che permea l'attuale disciplina del processo di esecuzione a seguito delle modifiche introdotte con le riforme degli anni 2005 e 2006. Esigenza, questa, che consente di escludere che l'equiparazione, quanto al regime di impugnazione, delle sentenze rese nel giudizio di opposizione all'esecuzione e di quelle rese nel giudizio di opposizione agli atti esecutivi sia priva di una sua razionalità perché non tiene conto della diversa natura degli interessi coinvolti. Va infine escluso, secondo l'Avvocatura dello Stato, che l'inappellabilità della sentenza resa ai sensi dell'art. 616 cod. proc. civ. si ponga in contrasto con gli artt. 24 e 111, secondo comma, Cost., in quanto l'attuazione dei principi di effettività della tutela giurisdizionale e del giusto processo non impongono affatto la previsione del doppio grado di merito.1. — Con due ordinanze la Corte di appello di Salerno ha sollevato questioni di legittimità costituzionale, in riferimento agli artt. 3, primo comma, 24 e 111, secondo comma, della Costituzione, «dell'ultimo periodo dell'art. 616 del codice di procedura civile, come sostituito dall'art. 14 della legge 24 febbraio 2006, n. 52», disposizione vigente dal 1° marzo 2006, la quale stabilisce che il giudizio di cognizione introdotto dall'opposizione all'esecuzione è deciso con sentenza non impugnabile. La remittente, con la prima ordinanza (r. o. n. 512 del 2007), riferisce che il giudizio di appello di cui è investita concerne una sentenza emessa prima dell'entrata in vigore della disposizione suddetta, ma fa osservare come, in difetto di una disciplina transitoria, il regime della non impugnabilità, e quindi della sola assoggettabilità della sentenza al ricorso per cassazione di cui all'art. 111, settimo comma, Cost., si debba applicare anche ai giudizi di appello pendenti relativi ad una sentenza venuta ad esistenza prima dell'entrata in vigore dell'innovazione legislativa. Con la seconda ordinanza (r. o. n. 610 del 2007) – emessa in un giudizio avente ad oggetto una sentenza concernente l'opposizione all'esecuzione spiegata per contestare sia il diritto di procedere in executivis sia la pignorabilità dei beni oggetto dell'esecuzione stessa – la Corte remittente espone che la sentenza impugnata è successiva all'entrata in vigore della disposizione sostitutiva, nei sensi suindicati, dell'art. 616 cod. proc. civ. Tutto ciò in punto di rilevanza della questione. 2.— Riguardo alla non manifesta infondatezza, il giudice a quo premette che non intende mettere in discussione il consolidato orientamento secondo il quale lo svolgimento dei giudizi attraverso due gradi di merito non è principio costituzionalizzato, ma sostiene che la disciplina del processo, pur tenendo conto dei larghi margini di apprezzamento di cui gode il legislatore, deve corrispondere ai canoni della non irragionevolezza, della parità di trattamento per situazioni identiche e della non omologazione di fattispecie diverse. A tal proposito, la Corte d'appello invoca il precedente costituito dalla sentenza di questa Corte n. 69 del 1982, dichiarativa della illegittimità della disposizione che sottraeva all'appello le sentenze emesse in sede di opposizione al passivo fallimentare aventi ad oggetto crediti di lavoro, previdenziali o assistenziali. Sotto tali profili il giudice a quo ritiene irragionevole stabilire la non appellabilità di sentenze emesse in giudizi di opposizione all'esecuzione quando la categoria dei titoli esecutivi si è, da ultimo, ampliata fino ad includere numerose ipotesi di titoli stragiudiziali, in precedenza non assoggettati a verifica da parte di un giudice. La remittente ritiene, altresì, contrastante con il principio di eguaglianza l'aver sottratto all'appello le suddette sentenze sulle opposizioni all'esecuzione, mentre sono appellabili quelle emesse in giudizi di accertamento negativo del credito promossi dal debitore prima di essere assoggettato ad esecuzione, pur trattandosi in entrambi i casi di pronunce suscettibili di giudicato sulla esistenza del rapporto. Inoltre, la remittente denuncia, quale ulteriore violazione dell'art. 3 Cost., l'equiparazione, quanto al regime delle impugnazioni, delle opposizioni all'esecuzione a quelle agli atti esecutivi: le prime concernenti l'accertamento del rapporto, le altre mere irregolarità del procedimento esecutivo. Le ordinanze di remissione sostengono, infine, che la previsione della sola ricorribilità per cassazione delle sentenze di cui si tratta impedirebbe la piena realizzazione del diritto di difesa e contrasterebbe con i principi del giusto processo. 3.— In via preliminare deve essere disposta la riunione dei due giudizi, aventi ad oggetto la medesima disposizione di legge, censurata per motivi identici. Si rileva, anzitutto, l'inammissibilità della questione proposta con l'ordinanza n. 512 del 2006, per implausibilità della motivazione sulla rilevanza. Infatti, contrariamente a quanto assume la remittente, in caso di successione di leggi e in mancanza di una disciplina transitoria, il regime di impugnabilità dei provvedimenti giurisdizionali va desunto dalla normativa vigente quando essi sono venuti a giuridica esistenza (come osservato dalla giurisprudenza di legittimità: Cass. , 12 maggio 2000, n. 6099, e 20 settembre 2006, n. 20414). E, nel caso in esame, la sentenza oggetto dell'appello era stata depositata ben prima dell'entrata in vigore della disposizione che prevede la non impugnabilità delle sentenze emesse in giudizi di opposizione all'esecuzione. 4.— Per differenti ragioni, anche la questione sollevata con l'ordinanza n. 610 del 2007 dalla stessa Corte di appello di Salerno non è ammissibile. La suddetta ordinanza, infatti, non ha i requisiti necessari per dare ingresso ad un giudizio di legittimità costituzionale in via incidentale, in quanto presenta carenze nella esposizione dei fatti, contiene affermazioni non motivate nella ricostruzione del quadro normativo ed incorre in contraddizioni tra motivazione e richiesta di una sentenza di illegittimità costituzionale integralmente ablativa della disposizione impugnata. La remittente censura, anzitutto, la disposizione in argomento accusandola di trascurare la circostanza che – per le innovazioni intervenute negli ultimi anni, innovazioni che la Corte di Salerno non precisa – è aumentato il numero di atti non giurisdizionali aventi efficacia di titolo esecutivo, senza però indicare se, nel giudizio pendente dinanzi a sé, l'esecuzione cui il debitore si oppone si fondi su un titolo giudiziale o extragiudiziale. In secondo luogo, al fine di affermarne la totale equiparazione, riguardo all'oggetto, a un giudizio di accertamento negativo del credito fatto valere, la remittente implicitamente sostiene che il giudizio di opposizione all'esecuzione ha sempre ad oggetto l'accertamento dell'esistenza del rapporto ed è idoneo ad acquistare efficacia di giudicato su tale accertamento.