[pronunce]

La Regione Campania avrebbe «innovato il quadro dei tributi regionali, in maniera del tutto avulsa dalla normativa generale, di derivazione statale», poiché quelli oggetto delle norme censurate non sarebbero riconducibili alle previsioni degli artt. 1, 3, 11, 12 e 14 della legge 16 maggio 1970, n. 281 (Provvedimenti finanziari per l'attuazione delle Regioni a statuto ordinario). La Regione Campania, con le leggi regionali n. 15 del 2005 e n. 1 del 2008 avrebbe «motu proprio, istituito tributi del tutto nuovi», peraltro non collegati all'attività di coltivazione delle cave, «in assenza di una previsione di massima contenuta in leggi statali e, quindi, in contrasto con i citati parametri, di fonte costituzionale». Ad avviso del giudice a quo, la sollevata questione sarebbe analoga a quella decisa da questa Corte con la sentenza n. 58 del 2015 (della quale trascrive alcune parti), che ha dichiarato costituzionalmente illegittimo l'art. 16, comma 4, della legge della Regione Piemonte 24 ottobre 2002, n. 24 (Norme per la gestione dei rifiuti. ) , il quale aveva stabilito un contributo a carico di coloro che gestiscono impianti di pre-trattamento e di trattamento di scarti animali. 2.4.- Secondo il rimettente, le norme censurate si porrebbero in contrasto anche con l'art. 23 Cost., poiché hanno ad oggetto «prestazioni patrimoniali», la cui previsione «postula una riserva di legge, che nella specie sarebbe stata violata (facendo, in particolare, difetto una legge generale statale che fissi i principi, in base ai quali la Regione possa deliberare l'istituzione dei nuovi tributi in oggetto)». 2.5.- Le norme regionali in esame violerebbero infine, i principi di eguaglianza (art. 3 Cost.) e di libertà dell'iniziativa economica (art. 41 Cost.), in quanto hanno ad oggetto «esclusivamente l'attività di coltivazione di cave, e non altre attività di tipo imprenditoriale, nonché attività di coltivazione di cave, svolte unicamente all'interno della Regione Campania». 3.- Nel giudizio davanti alla Corte si è costituita la Regione Campania, parte del processo principale, che ha eccepito l'inammissibilità e l'infondatezza delle questioni, argomentando dette conclusioni nella memoria depositata in prossimità dell'udienza pubblica. A suo avviso, gli artt. 5, 117, 119, 123 e 127 Cost. permetterebbero di ritenere «ormai consolidato il concetto di pari dignità tra legge statale e legge regionale». Inoltre, in riferimento alla competenza legislativa di tipo residuale (art. 117, comma quarto Cost.), «le "riserve di legge" aliunde stabilite dal sistema costituzionale debbono comunque intendersi riferite alla sola legge della Regione». L'art. 119, primo e secondo comma, Cost., avrebbe poi attribuito alle Regioni un'autonomia di entrata, prevedendo «un potere normativo perfetto da esercitarsi mediante legge» e permettendo di ritenere che «tra i contenuti della legislazione esclusiva e residuale della Regione non possa non esservi la disciplina dei suoi propri tributi». Secondo la Regione, l'art. 119, secondo comma, Cost., nella parte in cui impone alla Regione di rispettare il «sistema tributario», sarebbe riferibile al "sistema" «concernente lo stesso territorio regionale» e farebbe «intendere con evidenza» che detta norma «ha chiaramente stabilito la possibilità per le regioni di istituire tributi propri». Le censure riferite agli artt. 3 e 41 Cost. sarebbero, infine, infondate, poiché le norme censurate non stabiliscono «alcun vincolo al pieno esplicarsi dell'attività imprenditoriale dell'attività estrattiva». 4.- Si è altresì costituita nel giudizio di costituzionalità la Società, ricorrente nel giudizio a quo, chiedendo, anche nella memoria depositata in prossimità dell'udienza pubblica, che le questioni siano dichiarate fondate. A suo avviso, le modifiche dei censurati artt. 17 (prima da parte dell'art. 5, comma 7, della legge regionale 18 gennaio 2016, n. 1, recante «Disposizioni per la formazione del bilancio di previsione finanziario per il triennio 2016-2018 della Regione Campania - Legge di stabilità regionale 2016»; poi ad opera dell'art. 15, comma 1, lettere a, b, della legge regionale 20 gennaio 2017, n. 3, recante «Disposizioni per la formazione del bilancio di previsione finanziario per il triennio 2017-2019 della Regione Campania - Legge di stabilità regionale 2017») e 19 (da parte dell'art. 15, comma 2, lettere a, b, della legge regionale n. 3 del 2017) non sarebbero applicabili nel giudizio principale e, quindi, non influirebbero sulla perdurante rilevanza delle questioni. Secondo la Società, nella Regione Campania coloro che coltivano le cave sono gravati da tre contributi; il primo, stabilito dall'art. 18 della legge della Regione Campania 13 dicembre 1985, n. 54 (Coltivazione di cave e torbiere), non avrebbe natura tributaria, diversamente dagli altri due, disciplinati dai censurati artt. 17 e 19. Tale natura del prelievo sarebbe confortata dal fatto che non sono stabiliti convenzionalmente, non spettano ai Comuni nel cui territorio è ubicata la cava, non hanno natura indennitaria e sono dovuti in relazione allo svolgimento dell'attività estrattiva e commisurati al materiale estratto. Il contributo previsto dal richiamato art. 17 non concernerebbe la materia «cave e torbiere», ma quella «porti e aeroporti» o, al più, il «governo del territorio», attribuite alla competenza legislativa regionale concorrente. Tale norma sarebbe costituzionalmente illegittima, in quanto ha previsto un tributo in difetto di una disciplina statale recante i principi regolatori della materia. In contrario, a suo avviso, non rileverebbero la legge 5 maggio 2009, n. 42 (Delega al Governo in materia di federalismo fiscale, in attuazione dell'art. 119 della Costituzione), ed il decreto legislativo 6 maggio 2011, n. 68 (Disposizioni in materia di autonomia di entrata delle regioni a statuto ordinario e delle province, nonché di determinazione dei costi e dei fabbisogni standard nel settore sanitario), sia perché sopravvenuti alle norme censurate, sia perché la mancata completa attuazione del federalismo fiscale confermerebbe che le Regioni a statuto ordinario non possono ancora esercitare il potere impositivo. La Società formula, inoltre, ulteriori censure (non proposte dal rimettente), eccependo che le norme si porrebbero in contrasto con il divieto della doppia imposizione. Secondo la parte, il richiamato art. 19 disciplinerebbe un tributo ambientale, destinato in parte ad alimentare il fondo previsto dall'art. 15 della legge regionale n. 1 del 2008, ciò che conforterebbe la violazione dei parametri costituzionali evocati dal rimettente con lesione, altresì, dell'art. 117, secondo comma, lettera s), Cost., perché concernerebbe la materia «ambiente».