[pronunce]

Considerato che il Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Forlì solleva, in riferimento agli artt. 3, secondo comma, 24, primo comma, 27, terzo comma, 97, primo comma, 101, primo comma, e 111, secondo comma, della Costituzione, questione di legittimità costituzionale della disposizione combinata degli artt. 667, comma 4, e 672 del codice di procedura penale, nella parte in cui – secondo l'interpretazione vincolante data dalla Corte di cassazione – prevede che «all'applicazione dell'amnistia e dell'indulto si possa procedere “senza formalità”, intesa tale espressione come “d'ufficio”»; che, pertanto, il giudice rimettente non contesta in toto la legittimità della procedura semplificata prevista per l'applicazione dell'indulto, ma solo per la parte in cui prevede che il giudice dell'esecuzione possa, secondo quanto affermato dalla Corte di cassazione, adottare il provvedimento di concessione anche in assenza di istanza di parte; che, pur essendo rilevante nel giudizio a quo e ammissibile, la questione è manifestamente infondata con riguardo a tutti i parametri costituzionali evocati; che, in particolare, il contrasto con l'art. 3 Cost., sotto il profilo della ragionevolezza, non sussiste in quanto non è pertinente il termine di comparazione utilizzato, atteso che l'art. 212, comma 2, del decreto del Presidente della Repubblica n. 115 del 2002 stabilisce che, entro un mese dal passaggio in giudicato, o dalla definitività del provvedimento da cui sorge l'obbligo, l'ufficio per il recupero dei crediti debba dare inizio alla riscossione, mediante notifica dell'avviso di pagamento, solo per i crediti esigibili, categoria a cui non appartengono le pene pecuniarie estinte a seguito di concessione dell'indulto; che non corrisponde al quadro normativo vigente l'assunto del rimettente, secondo cui l'applicazione dell'indulto per una condanna a pena pecuniaria impedirebbe all'interessato di fruire del medesimo indulto in rapporto a una eventuale successiva condanna a pena detentiva, per altro reato commesso entro la data di operatività del provvedimento di clemenza; che, infatti, l'art. 174, secondo comma, cod. pen. , in forza del quale, «nel concorso di più reati, l'indulto si applica una sola volta, dopo cumulate le pene, secondo le norme concernenti il concorso di reati», non determina che dell'indulto si può fruire per una sola condanna, ma solo che il beneficio non può essere applicato in misura superiore al massimo consentito, per cui, qualora il soggetto abbia commesso, entro la data di operatività del beneficio, una pluralità di reati, l'indulto si applica una sola volta sulla somma delle pene irrogate e non tante volte quante sono i reati commessi; operazione, questa, che potrebbe portare a condonare una pena complessivamente superiore al limite massimo stabilito; che, pertanto, l'interpretazione data dalla Corte di cassazione, con la sentenza n. 3628 del 2007, della disposizione combinata degli artt. 667, comma 4, e 672 cod. proc. pen. non determina alcuna menomazione per il beneficiando del diritto «di agire in giudizio per tutelare la propria posizione secondo le opportunità ritenute più convenienti», anche perché non spetta al condannato decidere a quali pene debba applicarsi il condono, ma deve il pubblico ministero, ai sensi dell'art. 663 cod. proc. pen. , provvedere ad unificare le pene concorrenti, per poi applicare il beneficio nella misura massima concedibile, o al condannato richiedere, in fase esecutiva, il cumulo delle pene ai fini dell'applicabilità dell'indulto: e tale ultima considerazione consente di far ritenere insussistente anche la prospettata violazione dell'art. 27, terzo comma, Cost.; che neppure possono dirsi violati gli artt. 97, primo comma, e 101, primo comma, Cost., in quanto la rinuncia ad un'entrata, conseguente all'applicazione dell'indulto, deriva dalla legge, che il giudice si limita solo ad applicare; che, secondo quanto ha più volte deciso questa Corte, il principio del contraddittorio non impone che esso si esplichi con le medesime modalità in ogni tipo di procedimento e neppure sempre e necessariamente nella fase iniziale dello stesso, onde non sono in contrasto con l'art. 111, secondo comma, Cost. i modelli processuali a contraddittorio eventuale e differito: «i quali, cioè, in ossequio a criteri di economia processuale e di massima speditezza, adottino lo schema della decisione de plano seguita da una fase a contraddittorio pieno, attivata dalla parte che intenda insorgere rispetto al decisum» (tra le molte, sentenza n. 115 del 2001 e ordinanze n. 291 del 2005, n. 352, n. 172 e n. 8 del 2003); che, di conseguenza, anche la procedura de plano prevista dalle norme impugnate per l'applicazione dell'indulto è conforme al dettato costituzionale, proprio perché attribuisce alle parti, una volta conosciuto il provvedimento adottato d'ufficio, la facoltà di richiedere che la questione decisa sia nuovamente sottoposta, in contraddittorio e nelle forme previste dall'art. 666 cod. proc. pen. , al vaglio del giudice dell'esecuzione; che, infine, neppure sussiste lesione del principio di terzietà del giudice, sia perché – in generale – esso non implica che il giudice non possa adottare d'ufficio senza richiesta di parte decisioni su singole questioni processuali (in questi termini, con riferimento al potere, previsto dall'art. 507 cod. proc. pen. , di disporre anche d'ufficio l'assunzione di nuovi mezzi di prova, si vedano le sentenze n. 111 del 1993 e n. 241 del 1992); sia perché – nello specifico – il giudice dell'esecuzione agisce sempre in forza di poteri che gli sono propri e comunque sempre su sollecitazione esterna – così è stato anche nel giudizio a quo – per cui l'espressione “d'ufficio”, se correttamente intesa, indica che non è necessaria una formale istanza delle parti, ma è sufficiente una qualsiasi segnalazione anche proveniente dalla cancelleria o da organi esterni all'amministrazione della giustizia, per dare inizio alla procedura d'applicazione dell'indulto. Visti gli artt. 26, secondo comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87, e 9, comma 2, delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale.. . per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE dichiara la manifesta infondatezza della questione di legittimità costituzionale della disposizione combinata degli artt. 667, comma 4, e 672 del codice di procedura penale, sollevata, in riferimento agli artt. 3, secondo comma, 24, primo comma, 27, terzo comma, 97, primo comma, 101, primo comma, e 111, secondo comma, della Costituzione, dal Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Forlì con l'ordinanza indicata in epigrafe. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 23 luglio 2009. F.to: Francesco AMIRANTE, Presidente Giuseppe FRIGO, Redattore Giuseppe DI PAOLA, Cancelliere Depositata in Cancelleria il 30 luglio 2009. Il Direttore della Cancelleria F.to: DI PAOLA