[pronunce]

in concreto, soltanto da chi vanti un credito alimentare o tributario, nonché - per gli ex dipendenti pubblici - un credito del datore di lavoro derivante dal rapporto di impiego ovvero - per i titolari di pensioni INPS - un credito dell'Istituto derivante da indebite prestazioni percepite ovvero da omissioni contributive (così l'art. 69 della legge n. 153 del 1969, che ha sostituito - a seguito della sentenza n. 22 del 1969 - l'art. 128, secondo comma, del regio decreto-legge n. 1827 del 1935). La retribuzione, da qualsiasi lavoratore percepita, è stata, dunque, assoggettata al regime della responsabilità patrimoniale quale “bene” sul quale qualsiasi creditore può, nei limiti di legge, soddisfarsi attraverso l'espropriazione presso terzi; e la giurisprudenza di questa Corte ha sempre respinto la questione di legittimità costituzionale, in relazione all'art. 36 Cost., dell'art. 545, quarto comma, cod. proc. civ. , nella parte in cui non prevede l'impignorabilità della quota di retribuzione necessaria al mantenimento del debitore e della famiglia (sentenza n. 20 del 1968; sentenza n. 38 del 1970; sentenza n. 102 del 1974; sentenza n. 209 del 1975; ordinanza n. 12 del 1977; ordinanza n. 260 del 1987; ordinanza n. 491 del 1987; sentenza n. 434 del 1997). 6.- Se si escludono due pronunce (di rigetto, sentenza n. 231, e d'inammissibilità, sentenza n. 831 del 1988) su questioni sollevate sulla base di un fraintendimento della portata delle sentenze n. 89 e n. 878 del 1987, questa Corte si è occupata del regime dell'impignorabilità in sé - e non già avendo quale tertium comparationis il d.P.R. n. 180 del 1950 - delle pensioni erogate dall'INPS, soltanto con la sentenza n. 55 del 1991, alla quale sono seguite quattro ordinanze d'inammissibilità per manifesta erroneità nell'individuazione del tertium comparationis (n. 314 del 1991), per inidoneità della motivazione (n. 305 del 1998 e n. 231 del 2000) e per irrilevanza (n. 92 del 2001). La sentenza n. 55 del 1991 - premesso che «il diverso regime della pignorabilità delle pensioni non incide sul contenuto della responsabilità patrimoniale del debitore…, ma soltanto su un particolare mezzo di esecuzione civile» (e cioè sull'unico mezzo - pignoramento presso terzi - idoneo a fare della pensione un “bene” assoggettabile alla responsabilità patrimoniale) - si limita ad osservare che «l'esclusione delle pensioni dal novero dei beni sequestrabili o pignorabili per il soddisfacimento di crediti non qualificati è da ritenersi espressione della facoltà del legislatore, non preclusa dall'art. 24 Cost., di subordinare in alcuni casi l'esperimento del diritto del privato alla tutela di altri interessi generali o di preminente valore pubblico come, nel caso, quelli garantiti dall'art. 38 Cost.», ed a rilevare come la differenza di regime tra retribuzioni e pensioni «non è irragionevole poiché trova fondamento nella intrinseca diversità di due situazioni giuridiche che rispondono a principi e finalità diversi, quali quelli espressi, rispettivamente, dagli artt. 36 e 38 Cost.». 7.- La Corte ha avuto modo di precisare che la differenza tra retribuzioni e pensioni è più strutturale che funzionale (sentenza n. 1045 del 1988), ora traendone la conseguenza della illegittimità costituzionale dell'art. 442 cod. proc. civ. , nella parte in cui non prevede la rivalutazione dei crediti pensionistici (sentenza n. 156 del 1991), ora (sentenza n. 361 del 1996) traendone “il corollario della non applicabilità diretta dell'art. 36 Cost. ai crediti di pensione, ai quali tale norma è riferibile solo indirettamente per il tramite e nella misura dell'art. 38 Cost.». D'altra parte, in presenza di crediti aventi natura mista (retributiva, previdenziale e assistenziale), come l'indennità di fine rapporto, la Corte ha dichiarato l'illegittimità costituzionale della norma (art. 2, primo comma, numero 3, del d.P.R. n. 180 del 1950) che ne consentiva la pignorabilità solo per crediti alimentari e non anche, come per i lavoratori del comparto privato consentiva l'art. 545, quarto comma, cod. proc. civ. , nella misura di un quinto «anche per ogni altro credito» (sentenza n. 99 del 1993). 8.- Il complesso quadro della giurisprudenza costituzionale che si è tracciato impone di riesaminare la questione sottoposta al vaglio della Corte dal Tribunale di Ragusa. 8.1.- L'art. 38, secondo comma, Cost. è certamente norma che - sancendo il diritto dei lavoratori, in caso di infortunio, malattia, invalidità, vecchiaia e disoccupazione involontaria, a che siano «preveduti ed assicurati mezzi adeguati alle loro esigenze di vita» - si ispira a criteri di solidarietà sociale e «di pubblico interesse a che venga garantita la corresponsione di un minimum», il cui ammontare è ovviamente riservato all'apprezzamento del legislatore (così la sentenza n. 22 del 1969). È ben vero che il pubblico interesse - in cui si traduce il criterio di solidarietà sociale - a che il pensionato goda di un trattamento «adeguato alle esigenze di vita» può, ed anzi deve, comportare - oltre che un dovere dello Stato (da bilanciarsi, in primis, con le esigenze della finanza pubblica: ordinanza n. 342 del 2002) - anche una compressione del diritto di terzi di soddisfare le proprie ragioni creditorie sul bene-pensione, ma è anche vero che tale compressione non può essere totale ed indiscriminata, bensì deve rispondere a criteri di ragionevolezza che valgano, da un lato, ad assicurare in ogni caso (e, quindi, anche con sacrificio delle ragioni di terzi) al pensionato mezzi adeguati alle sue esigenze di vita e, dall'altro lato, a non imporre ai terzi, oltre il ragionevole limite appena indicato, un sacrificio dei loro crediti, negando alla intera pensione la qualità di bene sul quale possano soddisfarsi. Il presidio costituzionale (art. 38) del diritto dei pensionati a godere di «mezzi adeguati alle loro esigenze di vita» non è tale da comportare, quale suo ineludibile corollario, l'impignorabilità, in linea di principio, della pensione, ma soltanto l'impignorabilità assoluta di quella parte di essa che vale, appunto, ad assicurare al pensionato quei «mezzi adeguati alle esigenze di vita» che la Costituzione impone gli siano garantiti, ispirandosi ad un criterio di solidarietà sociale: e, pertanto, ad un criterio che, da un lato, sancisce un dovere dello Stato e, dall'altro, legittimamente impone un sacrificio (ma nei limiti funzionali allo scopo) a tutti i consociati (e segnatamente ai creditori). 8.2.-