[pronunce]

che la violazione del principio di ragionevolezza sarebbe palese una volta considerato come il legislatore del 2004, a parere del Tribunale, si sia astenuto da ogni valutazione sostanziale circa l'intrinseca gravità del reato in questione, ed abbia semplicemente voluto «reagire» alla sentenza di questa Corte n. 223 del 2004, creando le premesse per una nuova previsione di arresto obbligatorio; che secondo il giudice a quo, una volta stabilita l'illegittimità della norma incriminatrice nella parte in cui fissa il massimo della pena in quattro anni di reclusione, risulterebbe illegittima anche la previsione di cui all'art. 14, comma 5-quinquies, del d.lgs. n. 286 del 1998, proprio per le ragioni già indicate nella citata sentenza n. 223 del 2004: la previsione dell'arresto sarebbe contraria al disposto degli artt. 3 e 13 Cost., se (nuovamente) riferita ad un reato che non consentisse, in seguito, l'applicazione di «alcuna misura cautelare»; che il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, è intervenuto nei due giudizi con atti di identico tenore, depositati il 9 agosto 2005, chiedendo che le questioni siano dichiarate inammissibili o, comunque, infondate; che sarebbe inammissibile, in particolare, la questione concernente l'arresto prescritto per lo straniero inottemperante all'ordine di allontanamento, posto che lo stesso rimettente avrebbe manifestato «dubbi» in merito alla richiesta convalida, così da porre in evidenza l'irrilevanza della questione medesima; che sarebbero comunque infondate le censure espresse riguardo al quadro sanzionatorio scaturito dalla legge n. 271 del 2004, posto che l'inottemperanza all'ordine di espulsione conseguente ad un ingresso illegale nel territorio dello Stato (o a condotte equivalenti) era già prima trattata severamente (specie con la previsione dell'arresto obbligatorio), e che residuano pene più miti per le condotte meno gravi (come l'indebito trattenimento di chi non abbia chiesto il rinnovo del permesso di soggiorno); che gli specifici interessi sottesi alle norme penali in materia di immigrazione non consentirebbero comparazioni con ulteriori e diverse fattispecie di inottemperanza (come l'art. 650 cod. pen. o l'art. 2 della legge n. 1423 del 1956), i cui livelli sanzionatori, d'altronde, sarebbero non casualmente assimilabili a quelli della meno grave figura di indebito trattenimento dello straniero; che il Tribunale di Milano in composizione monocratica, con due ordinanze di identico tenore, deliberate il 25 maggio 2005 (r.o. nn. 519 e 520 del 2005), ha sollevato – in riferimento agli artt. 3, 16 e 27, terzo comma, Cost. – questione di legittimità costituzionale dell'art. 14, comma 5-ter, prima parte, del d.lgs. n. 286 del 1998, come modificato dall'art. 1 della legge n. 271 del 2004, nella parte in cui prevede la pena della reclusione da uno a quattro anni per lo straniero che, senza giustificato motivo, si trattenga nel territorio dello Stato in violazione dell'ordine di allontanarsene, impartitogli dal questore ai sensi del precedente comma 5-bis; che secondo il rimettente, il quale procede in due distinti giudizi con rito abbreviato per fatti di indebito trattenimento, la previsione di pena contenuta nella norma censurata è palesemente sproporzionata rispetto all'offesa che la condotta tipica reca agli interessi tutelati dall'incriminazione (è citata la sentenza di questa Corte n. 341 del 1994), ed anche rispetto ai vantaggi che il sacrificio di libertà del condannato comporta per quegli stessi interessi (sentenza n. 409 del 1989); che detta sproporzione contrasterebbe con il principio di uguaglianza e vanificherebbe il fine rieducativo della pena (è richiamata la sentenza n. 343 del 1993), comportando inoltre una indebita restrizione della libertà di circolazione, che neppure per gli stranieri potrebbe essere limitata da prescrizioni manifestamente irragionevoli (vengono richiamate le sentenze n. 62 del 1994, n. 144 del 1970 e n. 104 del 1969); che secondo il Tribunale sarebbe eccessiva, anzitutto, la misura minima della pena prevista dalla norma censurata, poiché rispetto a tale sanzione risultano uniformate situazioni soggettivamente ed oggettivamente diverse, che spaziano da fattispecie di minimo allarme sociale ad altre di significato lesivo più marcato; che anche la previsione concernente il massimo edittale della pena, a parere del giudice a quo, sarebbe manifestamente irragionevole, posto che la quadruplicazione della misura originaria non troverebbe giustificazione in un incremento del significato lesivo del fatto, ma solo nella volontà legislativa di ripristinare l'arresto obbligatorio in flagranza, dopo la sentenza n. 223 del 2004, senza una formale violazione dei principi nell'occasione enunciati da questa Corte; che l'attuale livello della sanzione sarebbe ingiustificatamente analogo a quello previsto per fatti di rilevanza assai maggiore, come il reato di cui all'art. 14, comma 5-quater, dello stesso d.lgs. n. 286 del 1998, che consiste nell'indebito reingresso di persona già espulsa dal territorio nazionale, e dunque in una condotta ben più grave della mera inottemperanza all'ordine di allontanamento; che d'altra parte i valori di pena della norma censurata sono molto più elevati di quelli che caratterizzano fattispecie riguardanti, a parere del Tribunale, comportamenti essenzialmente analoghi a quello in considerazione, in quanto pertinenti a fatti di inottemperanza ad un divieto o ad un obbligo: l'inosservanza di un provvedimento dell'autorità, di cui all'art. 650 cod. pen.; la contravvenzione al foglio di via obbligatorio, di cui all'art. 2 della legge n. 1423 del 1956; la contravvenzione ai divieti od agli obblighi imposti a fini di prevenzione della violenza nelle manifestazioni sportive, di cui all'art. 6, comma 6, della legge 13 dicembre 1989, n. 401 (Interventi nel settore del giuoco e delle scommesse clandestini e tutela della correttezza nello svolgimento di manifestazioni sportive), sanzionata in via alternativa con la pena pecuniaria e con quella detentiva, e tra l'altro concernente soggetti già denunciati o condannati per gravi reati, o comunque già coinvolti in episodi di violenza; che il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, è intervenuto nei due giudizi con atti di identico tenore, depositati il 15 novembre 2005, chiedendo che le questioni siano dichiarate infondate; che gli atti di intervento citati si caratterizzano per l'identico percorso argomentativo, analogo a quello già illustrato per il giudizio concernente l'ordinanza n. 333 del 2005, e per la comune richiesta che la questione sollevata sia ritenuta infondata.