[pronunce]

che è intervenuto in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, concludendo per la manifesta infondatezza della questione, sul principale assunto secondo cui non vale più richiamare la sentenza n. 422 del 1995 di questa Corte, in quanto emessa prima della modifica dell'art. 51 Cost. operata dalla legge costituzionale 30 maggio 2003, n. 1 (Modifica dell'articolo 51 della Costituzione), che ha aggiunto al primo comma un ulteriore periodo in base al quale «la Repubblica promuove con appositi provvedimenti le pari opportunità tra donne e uomini», in presenza del quale l'ordinanza del Consiglio di Stato appare carente di motivazione, non avendo tenuto conto del fatto che la riforma costituzionale è palesemente orientata nel senso di rimuovere gli ostacoli ad una adeguata presenza femminile nel mondo istituzionale; che nella medesima direzione, inoltre, andrebbero considerati anche altri recenti interventi normativi: la legge costituzionale 31 gennaio 2001, n. 2 (Disposizioni concernenti l'elezione diretta dei presidenti delle regioni a statuto speciale e delle province autonome di Trento e di Bolzano), che, integrando gli statuti delle Regioni ad autonomia differenziata, ha espressamente attribuito alle leggi elettorali delle Regioni il compito di promuovere «condizioni di parità per l'accesso alle consultazioni elettorali»; la legge costituzionale 18 ottobre 2001, n. 3 (Modifiche al titolo V della parte seconda della Costituzione), che ha introdotto nel corpo dell'articolo 117 un'espressa previsione (settimo comma) sulle pari opportunità con riguardo alle leggi regionali; nonché la legge 8 aprile 2004, n. 90 (Norme in materia di elezioni dei membri del Parlamento europeo e altre disposizioni inerenti ad elezioni da svolgersi nell'anno 2004), concernente le elezioni dei membri del Parlamento europeo, secondo cui, al momento della formazione delle liste elettorali, nessuno dei due sessi può essere rappresentato in misura superiore ai due terzi dei candidati; che, in tale ottica, l'Avvocatura richiama la sentenza n. 49 del 2003 di questa Corte, nella quale si sarebbe operata una netta inversione di tendenza rispetto alle argomentazioni sostenute nella sentenza n. 422 del 1995; che, quindi, la norma impugnata sarebbe coerente con il mutato quadro normativo in quanto, introducendo un vincolo legale nella formazione delle commissioni di concorso per il reclutamento nel pubblico impiego, non andrebbe ad incidere sul fondamentale diritto dei cittadini, dell'uno e dell'altro sesso, di partecipare in piena uguaglianza ad un concorso pubblico, bensì sulla formazione delle scelte dell'Amministrazione pubblica in merito ai componenti della commissione; che l'Avvocatura dello Stato, inoltre, sottolinea come la norma sia volta a creare le condizioni per un'effettiva partecipazione delle donne ai processi decisionali pubblici, in linea con una scelta politica che trova piena rispondenza nella situazione attuale della pubblica amministrazione, ove è ancora necessario correggere uno squilibrio di fatto esistente a svantaggio delle donne; che nel giudizio dinanzi a questa Corte si è costituito l'appellante, chiedendo la declaratoria d'illegittimità costituzionale della norma impugnata; che si è altresì costituita in giudizio l'appellata che ha concluso per la declaratoria di irrilevanza ovvero di infondatezza della questione, ribadendo tali conclusioni anche in un'ampia memoria depositata in prossimità dell'udienza; che quest'ultima, dopo aver sostenuto la mera ipoteticità della questione, ha posto particolarmente l'accento sulla fondamentale importanza della modifica dell'art. 51 Cost., ignorata dall'ordinanza di rimessione, nonché sulla piena conformità della disposizione impugnata alla normativa comunitaria. Considerato che il Consiglio di Stato dubita, in riferimento agli artt. 3 e 51 Cost., della legittimità costituzionale dell'art. 61, comma 1, lettera a), del decreto legislativo 3 febbraio 1993, n. 29 (Razionalizzazione dell'organizzazione delle amministrazioni pubbliche e revisione della disciplina in materia di pubblico impiego, a norma dell'articolo 2 della legge 23 ottobre 1992, n. 421), come modificato dall'art. 43 del decreto legislativo 31 marzo 1998, n. 80; che con la legge costituzionale 30 maggio 2003, n. 1, è stato aggiunto un periodo al primo comma dell'indicato art. 51 con il quale si è prescritto che, al fine di consentire ai cittadini di entrambi i sessi di «accedere agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizioni di eguaglianza, secondo i requisiti stabiliti dalla legge», «la Repubblica promuove con appositi provvedimenti le pari opportunità tra donne e uomini»; che nel nuovo testo la norma non si limita più a disporre che «la diversità di sesso, in sé e per sé considerata, non può essere mai ragione di discriminazione legislativa» (v. sentenza n. 33 del 1960) e, quindi, a costituire una sorta di specificazione del principio di uguaglianza enunciato, a livello di principio fondamentale, dall'art. 3, primo comma, Cost. (v. sentenze n. 188 del 1994 e n. 422 del 1995), ma assegna ora alla Repubblica anche un compito di promozione delle pari opportunità tra donne e uomini; che, di conseguenza, per l'esame dell'attuale questione il primo comma dell'art. 51 Cost. nel testo attualmente vigente assume un ruolo assorbente; che con riguardo all'art. 51 Cost. l'ordinanza non è adeguatamente motivata, in quanto il giudice remittente si limita a richiamare la sentenza di questa Corte n. 422 del 1995, senza alcun riferimento alla sopravvenuta modifica di tale norma costituzionale; che, pertanto, la carenza argomentativa dell'ordinanza di rimessione si traduce in una determinante mancanza di motivazione sul parametro costituzionale evocato e sulla non manifesta infondatezza della questione, in quanto il richiamo esclusivo sul punto alla sentenza n. 422 del 1995 di questa Corte induce a ritenere che il Consiglio di Stato remittente abbia inteso riferirsi al vecchio testo della disposizione costituzionale, senza specificare le ragioni di tale scelta e senza una complessiva valutazione delle sopravvenienze legislative e del contesto globale della giurisprudenza di questa Corte (v. sentenza n. 49 del 2003 ed ordinanza n. 172 del 2001); che la questione deve, quindi, essere dichiarata manifestamente inammissibile (v., ex plurimis, ordinanze n. 191 del 1992, n. 357 del 2001, n. 200 del 2003).. .