[pronunce]

con conseguente possibilità per il giudice – qualora tale verifica dia esito negativo – di mantenere in vita il beneficio, ove esso appaia ancora idoneo a perseguire le sue finalità (in sostanza, la revoca si trasformerebbe da obbligatoria in facoltativa, sulla falsariga della previsione del secondo comma dello stesso art. 168 cod. pen.); che, al riguardo, va peraltro preliminarmente osservato che, secondo quanto si riferisce nell'ordinanza di rimessione, il condannato nel giudizio a quo – che aveva fruito di due sospensioni condizionali per pene già complessivamente superiori al limite dei due anni di pena detentiva, previsto dall'art. 163 cod. pen. riguardo ai soggetti di età compresa tra i ventuno ed i settanta anni (quale l'interessato) – ha riportato due nuove condanne per fatti anteriormente commessi a pene che, sommate, superano a loro volta, da sole, addirittura i tre anni di reclusione (e ciò anche a tener conto della sola pena detentiva); che non si comprende, pertanto, in qual modo il rimettente potrebbe evitare, anche in caso di accoglimento del petitum, di revocare il beneficio nell'ipotesi di specie: sicché, nella sua seconda parte, la questione appare irrilevante nel giudizio a quo; che quanto, poi, alla prima parte del quesito – e con particolare riferimento alla censura di violazione dell'art. 3 Cost. per disparità di trattamento, rispetto alla disciplina dell'affidamento in prova al servizio sociale – giova puntualizzare che l'obbligo del giudice di tener conto del periodo di prova trascorso, nel caso di annullamento o revoca dell'anzidetta misura, consegue a pronunce di questa Corte: pronunce le quali trovano la loro ratio nell'esigenza di evitare che – a fronte dei contenuti intrinsecamente afflittivi della misura stessa – i provvedimenti in parola determino un sostanziale aggravamento del trattamento sanzionatorio del condannato, che risulterebbe privo di titolo (cfr. sentenze n. 343 del 1987; n. 312 e 185 del 1985); che alla stregua di dette pronunce, peraltro, nell'ipotesi in cui l'affidamento in prova venga a cessare per sopravvenienza di ulteriori sentenze di condanna per fatti anteriormente commessi, il tribunale di sorveglianza non è affatto chiamato – come mostra di ritenere il giudice a quo – a determinare discrezionalmente la pena residua da espiare, tenuto conto della durata del periodo di prova e del comportamento in esso tenuto dal condannato (tale regime trova applicazione, difatti, nella diversa ipotesi della revoca dell'affidamento per comportamento incompatibile con la prosecuzione della prova: cfr. sentenza n. 343 del 1987); ma deve considerare il periodo di affidamento puramente e semplicemente come espiazione di pena (cfr. sentenza n. 185 del 1985); che, ciò posto, risulta comunque palese l'inidoneità del tertium comparationis evocato dal giudice rimettente, stante l'eterogeneità delle situazioni poste a confronto; che, alla stregua di una consolidata giurisprudenza costituzionale e di legittimità, difatti – e come lo stesso giudice a quo riconosce – l'affidamento in prova al servizio sociale è una forma di esecuzione della pena, alternativa rispetto alla detenzione in carcere: la misura fa perno, infatti, sull'imposizione di regole di condotta («prescrizioni») – talune previste in via obbligatoria, altre solo facoltativamente – le quali, nella duplice ottica di incentivare la risocializzazione del condannato e di neutralizzare i fattori di recidiva, incidono sotto vari profili sulla libertà personale (cfr. , in particolare, art. 47, commi 5 e 6, della legge n. 354 del 1975); che, al contrario, la sospensione condizionale si traduce in una semplice «astensione a tempo» dall'esecuzione della pena, che – alla stregua della disciplina vigente al tempo della concessione dei benefici di cui si discute nel giudizio a quo – non implica alcuna limitazione della libertà personale del condannato; che in base a detta disciplina, invero, il beneficio poteva (come può tuttora) essere subordinato all'adempimento di determinati obblighi (art. 165 cod. pen.): ma, a prescindere dal fatto che non consta che tale evenienza si sia verificata nel caso concreto, gli obblighi in parola – restituzioni; pagamento della somma liquidata a titolo di risarcimento del danno o provvisoriamente assegnata sull'ammontare di esso; pubblicazione della sentenza a titolo di riparazione del danno; eliminazione delle conseguenze dannose o pericolose del reato – non possono essere configurati come limitazioni della libertà personale, connettendosi sostanzialmente alla commissione del fatto criminoso in quanto illecito civile o amministrativo; mentre non viene comunque in rilievo, nella presente sede, la possibilità – introdotta solo successivamente alle sentenze oggetto del giudizio a quo dalla legge 11 giugno 2004, n. 145 (Modifiche al codice penale ed alle relative disposizioni di coordinamento e transitorie in materia di sospensione condizionale della pena e di termini per la riabilitazione del condannato) – di subordinare il beneficio anche alla prestazione di attività non retribuita a favore della collettività, ove il condannato vi consenta (nuovo art. 165, primo comma, ultima parte, cod. pen.); che questa stessa Corte, d'altro canto – in occasione dei ricordati interventi, che hanno imposto di tener conto del periodo trascorso, nel caso di annullamento o revoca dell'affidamento in prova al servizio sociale – non ha mancato di sottolineare la sostanziale diversità tra tale istituto e la sospensione condizionale della pena: motivando la sua decisione anche, e proprio, con la necessità di evitare di «porre l'affidamento in prova sullo stesso piano di misure clemenziali quali la sospensione condizionale della pena (art. 168 cod. pen.) e l'amnistia, l'indulto e la grazia condizionati (art. 596 cod. proc. pen.), nei quali manca del tutto un assoggettamento a restrizioni della libertà personale» (cfr. sentenza n. 343 del 1987; per analogo rilievo, quanto ai rapporti tra sospensione condizionale della pena e liberazione condizionale, cfr. altresì, nella sentenza n. 282 del 1989, l'espressa affermazione che rispetto alla prima – a differenza che per la seconda – «non si pongono problemi di “scomputo”, dalla prefissata pena detentiva, del tempo trascorso tra l'ordine di sospensione e la sua revoca», trattandosi di lasso temporale caratterizzato dall'assenza di vincoli alla libertà del condannato); che quanto, poi, alla concorrente censura di violazione degli artt. 27, primo e terzo comma, Cost., vale osservare che l'istituto della sospensione condizionale della pena trova il suo presupposto fondante nella prognosi favorevole sulla futura condotta del condannato: prognosi che, peraltro – come rimarcato anche all'Avvocatura dello Stato – può essere formulata solo quando la pena complessivamente inflitta al condannato non superi i limiti stabiliti dal legislatore, nell'esercizio dell'ampia discrezionalità di cui – per costante giurisprudenza di questa Corte (cfr., ex plurimis, sentenza n. 85 del 1997; ordinanze n. 475 del 2002 e n. 377 del 1990) – egli gode nella conformazione dell'istituto stesso;