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(Cassazione penale sezione III, 2 aprile 2014, n. 15109) Nel caso in cui un genitore non impedisce all'altro genitore di abusare sessualmente delle figlie è penalmente responsabile del reato di violenza sessuale aggravata e continuata in quanto la funzione di « garanzia » verso i figli attribuita ai genitori dall'articolo 147 del codice civile comporta l'obbligo di tutelare la vita, l'incolumità e la moralità sessuale dei minori contro altrui aggressioni, anche endofamiliari ponendo in essere tutti gli interventi concretamente idonei a far cessare l'attività delittuosa. (Cassazione penale sezione III, sentenza 14 dicembre 2007, n. 4730) In tema di reati contro la libertà sessuale commessi in danno di minori, grava su ciascun genitore l'onere di adoperarsi onde impedire l'evento, stante l'obbligo di protezione del minore, configurandosi in difetto il concorso nel reato (fattispecie nella quale la Corte ha ritenuto la responsabilità della madre della minore per gli atti di violenza posti in essere dal coniuge, e dalla stessa conosciuti per non aver posto in essere interventi idonei a fare cessare l'attività delittuosa, tra i quali rientra la denuncia dell'autore del reato). (Cassazione penale, sezione III, 27 aprile 2007, n. 19739) Non così pacifico è, invece, stabilire in che cosa debba concretizzarsi l'obbligo di protezione dei figli - anche dalle molestie sessuali - che grava su ciascun genitore. Più precisamente, la questione è stata affrontata dalla Cassazione penale, sezione III, 17 gennaio 2012, presidente Mannino, estensore Franco, n. 1369 è la seguente: nelle ipotesi di cui trattiamo, la posizione di garanzia del genitore impone di porre in essere genericamente qualsiasi intervento (individuabile caso per caso) concretamente idoneo a far cessare l'attività delittuosa, o il genitore è più specificamente tenuto a denunciare alle a utorità il coniuge responsabile degli abusi sessuali ? La giurisprudenza precedente della Suprema Corte pareva infatti offrire sul punto indicazioni contrastanti, o comunque non del tutto chiare. In alcune sentenze, infatti, si parlava genericamente di « interventi idonei ad impedire l'evento » e si evocava la denuncia del marito solo come una delle possibili condotte che la madre poteva tenere per assicurare la tutela della libertà sessuale dei figli. Ad esempio, nel 2007 la Suprema Corte aveva ritenuto « del tutto inutili » le cautele adottate dalla madre a tutela delle figlie (come il rientrare a sorpresa nell'abitazione, il ridurre al minimo la permanenza fuori casa,eccetera) e aveva affermato che « la posizione di garanzia del genitore impone a questi di porre in essere tutti gli interventi concretamente idonei a far cessare l'attività delittuosa (...); tra i suddetti “doverosi” interventi rientrano anche i rimedi estremi, quali la denuncia dell'autore del reato ed il suo allontanamento dall'abitazione coniugale » (Cassazione penale, sezione III, 14 dicembre 2007, n. 4730). In altri casi, invece, pur sancendo in linea di principio la necessità per la madre di porre in essere interventi idonei a proteggere i figli dagli abusi sessuali, in concreto si era individuato quale unico o principale rimedio impeditivo delle suddette condotte la denuncia dell'autore materiale delle violenze. Ad esempio, con la sentenza n. 19739/2007 la Cassazione condannava la madre rimasta inerte, affermando che la stessa « era tenuta, onde impedire l'evento, a denunciare il marito, autore di abusi sessuali sulle figlie », per poi tornare a parlare più genericamente di « intervento idoneo », « comportamento doveroso efficiente » ed « efficaci misure interdittive » (Cassazione penale, sezione III, 27 aprile 2007, n. 19739). E ancora, con un'altra pronuncia del 2006 (Cassazione penale, sezione III, 6 dicembre 2006, n. 42210) la Suprema Corte confermava la condanna della madre per aver omesso di « denunciare il convivente, autore di abusi sessuali sulla figlia, a lei noti, onde impedire l'evento » (nel caso di specie, la madre aveva denunciato il convivente per i maltrattamenti subiti, ma non per le violenze sessuali sulle figlie). Anche in questo caso, la sentenza specificava tuttavia che una volta accertato che imputata era al corrente di plurimi abusi commessi dal convivente sulla figlia, era da lei esigibile, ai fini dell'esclusione della responsabilità, un intervento idoneo ad impedire l'evento. Più di recente (Cassazione penale, sezione III, 8 luglio 2009, n. 36824), in una ipotesi analoga a quelle in esame, la Corte rinveniva nella denuncia del padre alle autorità la condotta più significativa ed idonea ad interrompere l'attività criminosa. Nello stesso senso è poi la pronuncia cui la sentenza Cassazione penale, sezione III, 17 gennaio 2012, presidente Mannino, estensore Franco, n. 1369, fa esplicito richiamo (Cassazione penale, sezione III, 4 febbraio 2010, n. 11243) secondo cui « sulla ricorrente, quale madre di E. ed esercente potestà sulla stessa, incombeva, per il rapporto familiare, l'obbligo di protezione e di educazione, sicché essa era tenuta, onde impedire l'evento, a denunciare il marito, autore di abusi sessuali sulle figlie, a lei noti per averlo personalmente costatato ». Con la sentenza Cassazione penale, sezione III, 17 gennaio 2012, presidente Mannino, estensore Franco, n. 1369, la Suprema Corte viene quindi a fare maggiore luce sul contenuto dell'obbligo di protezione, affermando non solo che la posizione di « garanzia » del genitore impone a quest'ultimo di porre in essere tutti gli interventi concretamente idonei a far cessare l'attività delittuosa, ma anche che l'obbligo di protezione dei figli richiesto dall'ordinamento al genitore non coincide necessariamente con quello di denuncia del coniuge responsabile degli abusi sessuali, ma comprende ogni condotta comunque idonea ad impedire o far cessare la violenza, come potrebbe essere, ad esempio, nel caso di specie, l'allontanamento del figlio vittima di violenza sessuale dall'abitazione familiare. La madre che lascia che il padre abusi della figlia concorre nel reato se non adotta iniziative volte a impedire il protrarsi della condotta abusante, nonostante gli atteggiamenti sospetti del coniuge (ad esempio abitudine di dormire nel letto della figlia, abbigliamento succinto usato in quelle occasioni, abitudine di fare anche il sonnellino pomeridiano nelle giornate di sabato e domenica sempre nello stesso letto con la figlia, tracce di liquido genitale lasciate sugli indumenti della ragazzina, segnalazioni fatte da altri familiari ed insegnanti che avevano raccolto le confidenze, il disvelamento fatto dalla stessa figlia, la prima volta all'età di otto anni, la seconda all'età di quindici anni, unitamente al fratello).