[pronunce]

Ordinanza ha pronunciato la seguentenei giudizi di legittimità costituzionale degli artt. 30 e 31 della legge 13 settembre 1982, n. 646 (Disposizioni in materia di misure di prevenzione di carattere patrimoniale ed integrazioni alle leggi 27 dicembre 1956, n. 1423, 10 febbraio 1962, n. 57, e 31 maggio 1965, n. 575. Istituzione di una commissione parlamentare sul fenomeno della mafia), promossi con ordinanze emesse il 7 e il 21 febbraio 2001 dal giudice dell'udienza preliminare del Tribunale di Trapani nei procedimenti penali a carico di F. B. e M. A., iscritte ai nn. 273 e 305 del registro ordinanze 2001 e pubblicate nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica nn. 16 e 17, 1ª serie speciale, dell'anno 2001. Visti gli atti di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri; Udito nella camera di consiglio del 7 novembre 2001 il giudice relatore Gustavo Zagrebelsky. Ritenuto che con ordinanza del 7 febbraio 2001 (r.o. 273/2001), il giudice dell'udienza preliminare del Tribunale di Trapani ha sollevato questioni di legittimità costituzionale (a) dell'art. 30 della legge 13 settembre 1982, n. 646 (Disposizioni in materia di misure di prevenzione di carattere patrimoniale ed integrazioni alle leggi 27 dicembre 1956, n. 1423, 10 febbraio 1962, n. 57, e 31 maggio 1965, n. 575. Istituzione di una commissione parlamentare sul fenomeno della mafia), in riferimento all'art. 3 della Costituzione, e (b) dell'art. 31 della medesima legge n. 646 del 1982, in riferimento all'art. 27 della Costituzione; che, relativamente alla prima questione, il rimettente muove dalla formulazione dell'art. 30 impugnato, il cui primo comma fa obbligo alle persone "già sottoposte, con provvedimento definitivo, ad una misura di prevenzione ai sensi della legge 31 maggio 1965, n. 575", di comunicare per dieci anni, ed entro trenta giorni dal fatto, al nucleo di polizia tributaria del luogo di dimora abituale, tutte le variazioni nella entità e nella composizione del patrimonio concernenti elementi di valore non inferiore a venti milioni di lire e altresì di comunicare entro il 31 gennaio di ciascun anno le variazioni intervenute nell'anno precedente, sempre se al di sopra della soglia di valore anzidetta; mentre il secondo comma stabilisce che il suddetto termine di dieci anni decorre "dalla data del decreto" applicativo della misura di prevenzione e il terzo comma dispone che "gli obblighi previsti nel primo comma cessano quando la misura di prevenzione è revocata a seguito del ricorso in appello o in cassazione"; che pertanto - prosegue il rimettente - dalla formulazione complessiva della norma si traggono due diverse e tra loro contraddittorie prescrizioni nell'ambito della medesima disposizione legislativa, giacché, mentre dal primo comma si desume chiaramente che l'obbligo di comunicazione è imposto a soggetti sottoposti con provvedimento definitivo alla misura preventiva, dai commi successivi si desume invece che lo stesso obbligo decorre già dalla data dell'emanazione del decreto o comunque dal momento, immediatamente successivo, della sua esecuzione, e ciò sia per la formulazione testuale del secondo comma, sia implicitamente per la previsione del terzo comma, poiché la cessazione dell'obbligo in caso di revoca della misura a seguito di gravame fa necessariamente presupporre che l'obbligo sia operante prima che il decreto divenga definitivo, in pendenza delle impugnazioni; che il rimettente - chiamato a trattare l'udienza preliminare per il reato di violazione dell'obbligo in discorso di cui all'art. 31 della legge n. 646, anch'esso censurato con la seconda questione - rileva che nel caso di specie la persona imputata ha omesso di comunicare operazioni di alienazione di immobili effettuate in date 30 gennaio 1997, 28 febbraio 1997 e 9 luglio 1998, mentre il decreto di applicazione della misura di prevenzione è divenuto definitivo, a seguito di appello, in data 28 aprile 1998, e dunque che due operazioni su tre sono anteriori alla definitività del provvedimento; che il giudice a quo sottolinea inoltre che il primo comma dell'art. 30, nella sua versione originaria, non conteneva l'inciso "con provvedimento definitivo", che è stato aggiunto dall'art. 11 della legge 19 marzo 1990, n. 55 (Nuove disposizioni per la prevenzione della delinquenza di tipo mafioso e di altre gravi forme di manifestazione di pericolosità sociale), ma senza che a tale modifica si accompagnasse alcun contestuale intervento sugli altri due commi, e che dunque la contraddizione normativa che egli lamenta deriva dall'intervento di riforma; un intervento peraltro valutato dallo stesso rimettente come opportuno, in quanto finalizzato a correggere la discriminazione, prima esistente, tra soggetti condannati per il reato associativo di stampo mafioso (per i quali l'obbligo della comunicazione decennale presupponeva e continua a presupporre la condanna definitiva) e soggetti sottoposti a una misura preventiva (per i quali in precedenza non era richiesto un provvedimento definitivo), con paradossale vantaggio dei primi; che, a ulteriore riprova dell'incongruenza della previsione nel suo assieme, il giudice rimettente osserva che ulteriori effetti distorsivi possono determinarsi nell'ipotesi in cui il decreto applicativo della misura venga revocato a seguito del ricorso in appello o in cassazione, poiché, supponendo l'operatività immediata dell'obbligo di comunicazione già a partire dall'adozione del decreto, si potrebbe verificare la definitiva realizzazione del reato omissivo, con le severe conseguenze sanzionatorie che ne derivano (art. 31 della legge n. 646 del 1982), benché la successiva revoca del decreto faccia venire meno lo stesso presupposto sulla base del quale gli obblighi di comunicazione in argomento sono posti; che, alla stregua di tutti i rilievi che precedono, il rimettente conclude denunciando di incostituzionalità l'art. 30 della legge n. 646 del 1982 in riferimento all'art. 3 della Costituzione, perché dalla sua formulazione e dalla duplicità di interpretazioni inconciliabili che esso consente, si genera "incertezza del diritto, con conseguente impossibilità di assicurare ai soggetti destinatari parità di trattamento dinanzi alla legge" qualora si ritenga che vi sia immediata decorrenza degli obblighi di comunicazione per i soggetti sottoposti a misura di prevenzione; che con la seconda questione il giudice a quo deducendo la violazione dell'art. 27 della Costituzione, lamenta che la sanzione prevista dall'art. 31 della legge n. 646 del 1982 per il caso di inosservanza dell'obbligo di comunicazione delle variazioni patrimoniali - la reclusione da due a sei anni e la multa da lire venti milioni a lire quaranta milioni, e la confisca dei beni a qualunque titolo acquistati nonché del corrispettivo dei beni a qualunque titolo alienati - sia eccessiva e sproporzionata e contemporaneamente inefficace rispetto allo scopo;