[pronunce]

n. 152 del 2006 e con il comma 1, lettera b), dell'art. 12 del d.P.R. n. 168 del 2010. La richiamata abrogazione referendaria del citato art. 23-bis del decreto-legge n. 133 del 2008 ha fatto venire meno il fondamento normativo del d.P.R. da ultimo citato, ma non ha toccato il richiamato art. 150 del d.lgs. n. 152 del 2006 se non nelle parti - non rilevanti per la questione - che erano state modificate proprio dal menzionato d.P.R. n. 168 del 2010. Di qui la permanenza del denunciato contrasto con l'art. 150, nella parte in cui esso attribuisce all'ATO (e comunque, in seguito alla soppressione di questo organismo intermedio, agli enti cui le Regioni hanno trasferito le relative funzioni) la competenza ad aggiudicare la gestione del servizio idrico integrato «mediante gara disciplinata dai princípi e dalle disposizioni comunitarie». 5. - Anche la Regione Lombardia ha presentato ulteriori memorie difensive in prossimità dell'udienza. La Regione contesta anzitutto l'assunto della difesa statale secondo il quale l'art. 23-bis del decreto-legge n. 112 del 2008 avrebbe abrogato il comma 13 dell'art. 113 del TUEL. Si osserva, in proposito, che l'art. 23-bis prevede l'abrogazione delle disposizioni con esso incompatibili e che tali disposizioni sono state puntualmente ed espressamente elencate nel menzionato d.P.R. n. 168 del 2010 e in particolare nell'art. 12 comma 1, lettera a), il quale non menziona il comma 13, che per questo deve ritenersi tuttora vigente. Dell'abrogazione, si prosegue nelle memorie, mancherebbe il presupposto sostanziale, non ravvisandosi alcuna incompatibilità fra il predetto art. 23-bis e il comma 13 dell'art. 113 TUEL. Il comma 5 dell'art. 23-bis, là dove stabilisce «ferma restando la proprietà pubblica delle reti, la loro gestione può essere affidata a soggetti privati», dovrebbe essere interpretato, secondo la resistente, nel senso che «gli enti locali non possono cedere la proprietà delle infrastrutture, ma possono conferire la proprietà delle stesse a società patrimoniali a capitale interamente pubblico incedibile, perpetuandosi, cosí, per tale via, il regime di proprietà pubblica degli asset». In seguito all'abrogazione referendaria dell'art. 23-bis, inoltre, sarebbe divenuta immediatamente applicabile la normativa comunitaria, che è meno restrittiva. Il diritto europeo, infatti, non impone obblighi di privatizzazione per le imprese pubbliche o incaricate della gestione di servizi pubblici, in quanto nell'art. 345 del TFUE enuncia il principio di neutralità rispetto al regime pubblico o privato della proprietà e nell'art. 106 del TFUE, enuncia i principi di libertà di definizione e di proporzionalità, stabilendo che le imprese incaricate della gestione di servizi di interesse economico generale o aventi carattere di monopolio fiscale sono sottoposte alle norme del TFUE, e in particolare alle regole di concorrenza «nei limiti in cui l'applicazione di tali norme non osti all'adempimento, in linea di diritto e di fatto, della specifica missione loro affidata». Secondo la Regione Lombardia, la stessa direttiva 2004/17/CE, che disciplina, fra l'altro, le procedure di appalto degli enti erogatori di acqua, evidenzierebbe la necessità di tutelare le infrastrutture, anche al fine di assicurarne un utilizzo capace di garantire il migliore svolgimento del servizio pubblico alle comunità di riferimento. Dalla ricostruzione del quadro normativo di diritto europeo rilevante in materia risulterebbe confermata l'infondatezza della denunciata violazione dei vincoli derivanti dall'ordinamento comunitario da parte dell'impugnato comma 2 dell'art. 49 della legge reg. Lombardia n. 26 del 2003. Il medesimo comma, secondo la Regione, sarebbe inoltre conforme all'art. 143, comma 1, del d.lgs. n. 152 del 2006, il quale dispone l'appartenenza al demanio delle infrastrutture idriche di proprietà pubblica. Tale disciplina statale, infatti, non sancisce l'inalienabilità assoluta dei predetti beni, ma la consente «nei modi e nei limiti stabiliti dalla legge». E non potrebbe certo dirsi derogatoria di siffatto regime di inalienabilità la previsione, nella disposizione regionale impugnata, che la proprietà delle infrastrutture idriche possa essere conferita a società patrimoniali a capitale interamente pubblico incedibile. 5.1. - In replica alle censure formulate avverso il comma 4 dell'art. 49 della legge reg. Lombardia n. 26 del 2003, come sostituito dall'impugnato art. 1, comma 1, lettera t), la Regione osserva che il primo periodo di tale comma, ove si prevede che «in ogni caso la società patrimoniale pone a disposizione del gestore incaricato della gestione del servizio le reti, gli impianti e le altre dotazioni patrimoniali», riprende un criterio enunciato nella normativa statale di settore, e precisamente nell'art. 153 del citato d.lgs. n. 152 del 2006. Quanto alla seconda parte del medesimo comma - impugnata perché consentirebbe alle società patrimoniali di espletare le gare per l'affidamento del servizio - la difesa regionale rileva che l'ente locale cui sono affidate le funzioni delle soppresse AATO conserva la responsabilità relativa all'affidamento del servizio, mentre alle società patrimoniali d'àmbito sarebbe assegnato solo il compito di espletare le gare, non anche quello di aggiudicare. 5.2. - Venendo alla censura concernente il comma 6, lettera c), dell'art. 49 della legge reg. n. 26 del 2003, come sostituito dal denunciato art. 1, comma 1, lettera t), la resistente chiede di dichiararla inammissibile per la sua genericità, lacunosità e incompiutezza. La disposizione impugnata, si argomenta, si riferisce alle aziende che attualmente effettuano il servizio di gestione in alcune parti del territorio regionale in assenza di un titolo di affidamento coerente con le disposizioni legislative in materia. Il comma impugnato si limiterebbe a prescrivere agli enti responsabili degli ATO la verifica propedeutica all'individuazione di un gestore d'ambito, e farebbe riferimento ai dipendenti delle aziende allo stato operanti e ai beni strumentali i cui costi sono stati coperti dalle tariffe introitate dal servizio. Secondo la difesa regionale, in conclusione, la norma denunciata disciplina oggetti su cui nulla si dice né nel ricorso, né nelle memorie depositate in vista della trattazione in udienza pubblica, che omettono del tutto di richiamare questa doglianza. Di qui l'inammissibilità, in parte qua, del ricorso statale.1. - Il Presidente del Consiglio dei ministri ha impugnato l'art. 1, comma 1, lettera t), della legge della Regione Lombardia 27 dicembre 2010, n. 21, recante «Modifiche alla legge regionale 12 dicembre 2003, n. 26 (Disciplina dei servizi locali di interesse economico generale.