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Da parte nostra, noi li abbiamo giudicati insoddisfacenti, partendo da un presupposto concettuale e pratico fattivo: il concetto di accoglienza è diverso da quello di sbarco. Consentire sbarchi indiscriminati senza limiti non equivale a offrire accoglienza. (Applausi dai Gruppi M5S, L-SP-PSd'Az e FdI. Commenti dal Gruppo PD) . Dico questo senza nulla togliere a chi l'ha pensata diversamente e ha fatto valutazioni diverse. Abbiamo ritenuto che occorresse un diverso approccio per quello che a me piace chiamare non il fenomeno della migrazione, ma il problema politico, giuridico, economico e sociale della regolazione e della gestione dei flussi migratori. Il presupposto è che questo problema complessivo vada affrontato con un approccio strutturale e in modo da non rimanere schiacciati dal caso emergenziale. Ovviamente non posso dedicare le mie comunicazioni odierne a sviscerare il caso emergenziale, in quanto ce ne stiamo occupando con gli uffici e i Ministeri competenti. Per rassicurarvi - perché comprendo le premure e sono stati evocati anche interessi fondamentali della persona - vorrei ricordare che, in tutti i casi emergenziali (anche quelli più drammatici, che hanno avuto gli onori delle cronache nei mass media per vari giorni), noi abbiamo sempre tutelato i diritti fondamentali delle persone e siamo sempre tempestivamente intervenuti per assicurare assistenza sanitaria ai bisognosi. Anzi, visto che si sta parlando di questo caso emergenziale, vi preciso che è stato prestato un soccorso sanitario (che si è poi rivelato superfluo, perché non sono state accertate patologie) anche a uno dei migranti della nave Mare Jonio. E così continueremo a fare anche perché - attenzione - riteniamo che disincentivare gli sbarchi non solo contrasta più efficacemente il traffico di esseri umani (che è una cosa indegna per qualsiasi Paese civile), ma - ovviamente - evita anche il pericolo. Infatti, a parte che, quando questi percorsi iniziano, i pericoli hanno inizio dal Paese di origine, il pericolo maggiore - ahimè - come negli anni scorsi è stato dimostrato, è proprio quando le persone attraversano il Mediterraneo. Venendo a noi, mi soffermo sul prossimo Consiglio europeo, che è il quarto a cui prenderò parte da quando ho l'onore di presiedere il Governo italiano e il quinto se consideriamo anche il Consiglio straordinario che si è tenuto lo scorso 25 novembre, nel corso del quale abbiamo approvato l'accordo di recesso con il Regno Unito e la dichiarazione politica. Questo quarto Consiglio europeo assume una valenza politica peculiare perché si svolge due mesi prima delle elezioni per il nuovo Parlamento europeo e deve al contempo confrontarsi con sfide cruciali per l'Europa di oggi e domani. C'è un trait d'union tra i principali temi in agenda al Consiglio europeo. Mi riferisco alla capacità dell'Unione europea di affrontare unita, da leader globale, temi che sono in agenda: l'epilogo della Brexit, il rapporto dell'Unione europea con la Cina, la priorità della crescita, del lavoro, dello sviluppo industriale e dell'innovazione, a fronte del rallentamento internazionale dell'economia e, infine, il cambiamento climatico. Se non saprà rimanere unita, l'Unione europea non potrà essere né forte, né competitiva, prima di tutto sul piano politico, nel definire e perseguire la propria posizione in ordine alle priorità appena menzionate, rispetto alle quali è evidente che nessuno Stato nazionale, muovendosi isolatamente, potrà mai assicurare e garantire una compiuta ed efficace tutela dei propri interessi nazionali. In questo senso l'Italia si riconosce pienamente in un approccio europeo, come l'unico foriero di un futuro migliore per i nostri cittadini e per i cittadini dell'intero continente. L'esigenza di un'Europa unita al suo interno e forte nel mondo va tenuta a maggior ragione presente nell'attuale fase di fine legislatura europea. In vista dell'avvicendamento del Parlamento europeo e della Commissione europea viene ancora più in rilievo - se mi permettete - il ruolo del Consiglio europeo e quindi dei Governi. Occorre dunque che questo organo primario dell'Unione abbia discussioni e prenda decisioni con vero spirito europeo, capace di mantenere coesa l'Unione, che adesso si è dilatata - siamo arrivati a 28 Stati membri - e che necessita, ora più che mai, di unità di intenti e di spirito solidale al suo interno. Per essere forte nel mondo - tornerò su questo punto quando ragionerò di rapporti con la Cina e con il Regno Unito - l'Europa deve essere un attore di respiro globale già al suo interno, elaborando adeguate strategie in materia di crescita, lavoro, sviluppo industriale e innovazione. Vedo purtroppo confermarsi - questo mi preoccupa molto - un approccio europeo prociclico e procedurale, che negli ultimi si è mostrato evidentemente inadeguato rispetto alla sfida della crescita e all'esigenza di equilibrio tra la riduzione e la condivisione dei rischi. Il rallentamento economico globale sta avendo un impatto sulla congiuntura economica in Europa e necessita di una risposta europea, con un rafforzamento della domanda interna e con un impulso alla crescita attraverso maggiori investimenti e più coraggiose riforme. In particolare, l'esigenza di un rilancio della domanda interna è supportata da nuove evidenze empiriche, autorevolmente prodotte e argomentate, che in questo rilancio individuano la giusta risposta alla necessità che la crescita economica europea non sia eccessivamente dipendente dalla domanda esterna, vale a dire dall'e xport , e al rischio di una possibile tendenza strutturale dell'economia mondiale alla stagnazione. In questa prospettiva, soprattutto gli Stati membri che hanno spazio fiscale o surplus commerciali dovrebbero usarli a sostegno della domanda e degli investimenti pubblici, in modo da permettere all'Europa di crescere a pieno potenziale e di reagire alle tensioni provocate dagli altri, rafforzando e rendendo più resiliente la propria economia. La continua sollecitazione alla crescita e alla competitività è da accogliere se è finalizzata ad accrescere gli standard di vita dei cittadini europei, ma è da respingere se nasconde un mero spirito mercantilista: lo vietano le regole europee, che non possono essere invocate solo quando ritenute convenienti. Per essere più espliciti, crediamo che la crescita della produttività del lavoro debba alimentare la crescita dei salari dei lavoratori (Applausi dai Gruppi M5S e L-SP-PSd'Az) , piuttosto che favorire l'accumulo dei surplus commerciali, che peraltro, oltre una certa misura, sono vietati dalle stesse regole europee. Questi aspetti devono essere al centro della discussione di un Consiglio europeo che guardi alla realtà di un continente che soffre tuttora di troppe asimmetrie sul lavoro (lo dico soprattutto con riguardo ai giovani) e sulla crescita e deve ancora completare quel pilastro sociale adottato a novembre 2017 al vertice informale di Göteborg. È in chiave di impulso europeo alla crescita, al lavoro, alla sicurezza sociale che auspico sia orientata la discussione che il Consiglio europeo avrà sul mercato, rispetto al quale occorre promuovere la rimozione delle barriere ingiustificate, in particolare nel settore dei servizi, con sollecitazioni per la Commissione a prospettare e realizzare una visione di lungo periodo per il futuro industriale dell'Europa; maggiori investimenti nella ricerca e nell'innovazione;