[pronunce]

– È agevole rilevare, peraltro, come le connotazioni dianzi indicate – ravvisabili, mutatis mutandis, anche in relazione alla soppressione dell'appello del pubblico ministero avverso le sentenze di proscioglimento emesse a seguito di giudizio abbreviato (art. 2 della legge n. 46 del 2006, modificativo dell'art. 443, comma 1, cod. proc. pen.: si veda la sentenza n. 320 del 2007) – non siano invece riscontrabili nell'ipotesi oggetto dell'odierno scrutinio. 4.1. – La limitazione del potere di appello del pubblico ministero, stabilita dal novellato art. 36 del d.lgs. n. 274 del 2000, non è affatto «generalizzata». Essa concerne, al contrario, i soli reati di competenza del giudice di pace, ossia un circoscritto gruppo di figure criminose di minore gravità e di ridotto allarme sociale: figure espressive, in buona parte, di conflitti a carattere interpersonale e per le quali è comunque esclusa l'applicabilità di pene detentive. La validità di questo rilievo non è inficiata dall'asserto della Corte rimettente, stando al quale non tutti i reati attribuiti alla competenza del giudice di pace – e, tra essi, in specie, il reato di lesioni personali colpose commesse con violazione delle norme sulla disciplina della circolazione stradale (oggetto del giudizio a quo) – potrebbero essere qualificati, in realtà, come “bagatellari”. Tale asserto si risolve, infatti, in un personale apprezzamento del giudice a quo circa il merito di scelte legislative in sé latamente discrezionali (quali quelle relative alla valutazione della gravità e dell'allarme sociale generato dai singoli reati). Al tempo stesso, la limitazione censurata viene ad innestarsi su un modulo processuale (il procedimento davanti al giudice di pace), che – come reiteratamente rilevato da questa Corte e come lo stesso giudice a quo riconosce – presenta caratteristiche assolutamente peculiari. Esso risulta improntato a finalità di snellezza, semplificazione e rapidità, che lo rendono non comparabile con il procedimento davanti al tribunale, e comunque tali da giustificare sensibili deviazioni rispetto al modello ordinario (ex plurimis, ordinanze n. 28 del 2007, n. 85 e n. 415 del 2005, n. 349 del 2004). Inoltre, la modifica normativa denunciata è intervenuta su una disciplina che – con specifico riguardo al regime delle impugnazioni – vedeva l'imputato, per certi versi, sfavorito rispetto al pubblico ministero. In base al previgente art. 36 del d.lgs. n. 274 del 2000, difatti, la parte pubblica era abilitata ad appellare sia le sentenze di condanna del giudice di pace che applicano una pena diversa da quella pecuniaria; sia le sentenze di proscioglimento per reati puniti con pena alternativa. Per contro, ai sensi dell'art. 37 del medesimo decreto legislativo, l'imputato era – ed è – ammesso ad appellare le sentenze di condanna a pena diversa da quella pecuniaria; nonché le sentenze di condanna a quest'ultima pena, ma solo ove venga congiuntamente impugnato il capo di condanna, anche generica, al risarcimento del danno. Ne derivava che, prima della riforma, il pubblico ministero fruiva del potere di appello, a certe condizioni, in rapporto ad entrambi gli epiloghi decisori del processo di primo grado (condanna e proscioglimento); mentre l'imputato fruiva dell'omologo potere, a certe condizioni, in rapporto ad uno soltanto di detti epiloghi (la condanna). Non solo: l'imputato non poteva (né può) proporre appello contro le sentenze di condanna per reati puniti con pena alternativa, allorché sia stata concretamente applicata la sola pena pecuniaria (salvo che impugni l'eventuale capo di condanna al risarcimento dei danni); invece, il pubblico ministero poteva appellare in ogni caso le sentenze di proscioglimento relative alla medesima categoria di reati. 4.2. – In simile situazione, la scelta del legislatore di escludere la proponibilità di censure di merito, da parte del pubblico ministero, avverso le sentenze di proscioglimento del giudice di pace – a dispetto del mantenimento di un (circoscritto) potere di appello dell'imputato avverso le sentenze di condanna – non può ritenersi eccedente i limiti di compatibilità con il principio di parità delle parti. Tale scelta trova, infatti, una sufficiente ratio giustificatrice sia nella ritenuta opportunità di evitare un secondo giudizio di merito, ad iniziativa della parte pubblica, nei confronti di soggetti già prosciolti per determinati reati “di fascia bassa”, all'esito di un procedimento improntato a marcata rapidità e semplificazione di forme; sia – almeno in parte – nell'ottica del riequilibrio dei poteri rispetto ad un assetto nel quale ad essere collocato in posizione di svantaggio era, sotto certi aspetti, l'imputato: ossia, proprio la parte il cui diritto d'appello ha una maggiore “forza di resistenza” rispetto a spinte di segno soppressivo. L'eventualità, allegata dalla Corte rimettente, che – in contrasto con la «esigenza semplificativa o di ragionevole durata del processo» – l'intervento normativo censurato determini, in caso di assoluzione ingiusta, un aumento dei gradi di giudizio occorrenti onde pervenire alla decisione definitiva (stante il carattere, di regola, solo rescindente del giudizio di cassazione), costituisce, per l'appunto, una semplice eventualità: ed in tali termini essa era stata evocata, in un'ottica contrapposta, dalla sentenza n. 320 del 2007 di questa Corte, citata dal giudice a quo. D'altronde, è indubbio che, sotto altri versanti, l'esclusione del giudizio di appello su iniziativa della parte pubblica comporti, viceversa, un risparmio di attività processuali. Analogamente, resta irrilevante, ai fini considerati, che la compressione dei poteri di impugnazione del pubblico ministero si riverberi – stante il collegamento istituito dall'art. 38 del d.lgs. n. 274 del 2000 – anche sui corrispondenti poteri del ricorrente che ha chiesto la citazione a giudizio dell'imputato, ai sensi dell'art. 21 del medesimo decreto legislativo. Contrariamente a quanto afferma la Corte rimettente, il semplice fatto che – sullo specifico versante considerato – i poteri riconosciuti alla persona offesa, che agisce in veste di “accusatore privato”, subiscano una contrazione riflessa, non può essere qualificato come «stravolgimento» di «uno dei pilastri» su cui poggia la giurisdizione del giudice di pace (la centralità del ruolo della vittima). Né, in ogni caso, detta contrazione può essere elevata ad indice della irrazionalità dell'intervento novellistico: infatti, è evidente come l'“accusatore privato” non possa fruire, sul piano del principio di parità delle parti, di poteri processuali, agli effetti penali, più estesi di quelli riconosciuti all'accusatore pubblico. Del tutto inconferente rispetto al thema decidendum (la configurazione dei poteri di appello del pubblico ministero) – oltre che contraddittoria rispetto alla doglianza dianzi esaminata – è, poi, l'ulteriore censura prospettata dal giudice a quo: