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Il sistema creato dalla Lagarde è divenuto emblema di un modello responsabile di approccio da parte del Parlamento al problema della violenza maschile sulle donne, che parte dalla volontà di conoscere l’entità e le caratteristiche della vittimizzazione e di rilevare i motivi di fallimento del modello legislativo esistente, al fine di una sua efficace e strutturale modificazione. La Commissione, presieduta da Lagarde, ha rielaborato le informazioni reperite presso varie istituzioni (procure generali, organizzazioni non governative (ONG), istituzioni di donne e di statistica, Corte Suprema, organizzazioni civili, giornali) verificando che l’85 per cento dei femminicidi messicani avveniva in casa per mano di parenti e riguardava non soltanto le donne indigene ma anche studentesse, impiegate, donne di media borghesia. Ogni Stato del Messico è stato mappato: dati ufficiali e dati delle ONG, situazione legislativa, misure adottate per il contrasto alla violenza di genere, numero dei centri antiviolenza e dei progetti sul territorio indirizzati alle donne. La comparazione dei dati ha consentito di verificare che il 60 per cento delle vittime di femminicidio aveva già denunciato episodi di violenza o di maltrattamento. In Messico, e a seguire in numerosi altri Paesi latinoamericani, le istituzioni hanno scelto di fare propria la categoria del femminicidio e utilizzarla ai fini dello svolgimento delle rilevazioni dei dati e nella seguente riforma legislativa. L’utilizzo da parte delle istituzioni di questa lente di analisi della violenza maschile sulle donne ha determinato l’insorgere di una consapevolezza nella società civile e nelle istituzioni sulla dimensione strutturale della violenza maschile sulle donne, e sulla necessità di un approccio strutturale per eliminare i pregiudizi che ne stanno alla base e che inibiscono anche l’efficace funzionamento delle istituzioni nel prevenirla e perseguirla adeguatamente. Gli esiti delle indagini sul femmicidio e sul femminicidio, condotte sull’esempio del Messico in numerosi altri stati latinoamericani, hanno reso quindi possibile ricostruire nelle sue reali dimensioni la natura strutturale della discriminazione e della violenza di genere e, di conseguenza, la responsabilità istituzionale per la mancata rimozione dei fattori culturali, sociali ed economici che la rendono possibile. Questo ha consentito anche un approccio più consapevole dei legislatori alle riforme normative che, a quel punto, si profilavano indispensabili. La maturata consapevolezza ha così determinato l’insorgere dell’istanza di un utilizzo simbolico anche del diritto penale, mediante l’introduzione del reato di femmicidio o di femminicidio o di aggravanti «di genere», là dove quelle medesime condotte prima erano attenuate o restavano impunite proprio perché commesse nei confronti delle donne. In particolare, nell’area latinoamericana, l’introduzione nel diritto penale di fattispecie/aggravanti di genere veniva raccomandato nell’«Informe hemisférico » dal « Mecanismo de Seguimiento de la Implementación de la Convención Interamericana para Prevenir, Sancionar y Erradicar la Violencia contra la Mujer », come misura attuativa dell’articolo 7, lettera c) , della Convenzione, e per alcuni Paesi, tra cui il Messico, è stata suggerita anche dal Comitato istituito dalla Convenzione sull’eliminazine di ogni forma di discriminazione nei confronti della donna (Comitato CEDAW) come «misura speciale temporanea» capace di fungere al contempo sia da deterrente all’impressionante numero di uccisioni di donne in quanto donne, sia da risarcimento simbolico al disinteresse storico del sistema giuridico per la protezione della vita e dell’integrità delle donne. Attualmente, i Paesi che hanno introdotto nei propri ordinamenti interni il reato di femmicidio o di femminicidio sono Costa Rica, Guatemala, Messico, Venezuela, Cile, El Salvador, mentre progetti di legge per la codificazione del reato di femmicidio o di femminicidio sono stati presentati a Panama, in Argentina, Nicaragua, Colombia, Honduras. Il bene giuridico tutelato è il diritto della singola donna e del genere femminile ad una vita libera dalla violenza e da ogni forma di vessazione discriminatoria basata sul sesso, e dunque il diritto alla vita ed all’integrità psicofisica, senza discriminazioni basate sul sesso. Emblematico, per capire il contesto in cui sorge l’esigenza di codificare il reato di femmicidio/femminicidio, l’appello dell’ambasciatrice di Amnesty International Hilda Morales ai legislatori per l’introduzione del reato di femminicidio nel codice penale, sulla base del fatto che «il codice penale è una Costituzione in negativo» e dunque si rende necessaria al fine di «garantire l’integrità fisica senza discriminazioni». Tuttavia, la trasposizione dei concetti socio-crimino-antropologici di femmicidio e di femminicidio in una fattispecie penale ha sollevato non poche sfide giuridiche connesse all’individuazione delle condotte da incriminare, alla differenziazione del reato di femmicidio/femminicidio rispetto alle altre forme di violenza di genere già tipizzate ovvero alla considerazione di una aggravante di reati connotati perlopiù in maniera neutra dal punto di vista della parte offesa e dell’aggressore. Per quanto attiene alla costruzione della fattispecie criminale, si è posto in via principale il problema della delimitazione della condotta punibile. Se infatti il femmicidio è «facilmente» identificabile nella condotta di chi uccide una donna in ragione del suo genere di appartenenza, il femminicidio al contrario include una vasta gamma di condotte discriminatorie e violente rivolte contro la donna «in quanto donna», che rappresentano una violazione dei suoi diritti fondamentali, in quanto la eliminano fisicamente o annullano la sua possibilità di godere delle libertà concesse invece agli altri consociati (maschi). Di qui la difficoltà di «formalizzare» giuridicamente la categoria in ambito penale nel rispetto del principio di tassatività. Nell’ambito del diritto umanitario internazionale, i diritti delle donne sono affermati da numerose convenzioni dell’ONU e Carte regionali. Tra queste, vale la pena ricordare la principale, la Convenzione delle Nazioni Unite sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione nei confronti della donna (CEDAW, ratificata dall’Italia ai sensi della legge 14 marzo 1985, n. 132) e, a livello regionale, la Convenzione interamericana di Belem do Parà (Convenzione inter-americana sulla prevenzione, punizione e sradicamento della violenza contro le donne), la Convenzione di Istanbul (convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica, fatta a Istanbul l’11 maggio 2011 e ratificata dall’Italia ai sensi della legge 27 giugno 2013, n. 77) e il Protocollo di Maputo aggiuntivo alla Carta africana sui diritti dell’uomo e dei popoli. La Conferenza mondiale dell’ONU sulle donne di Pechino ha poi sancito ufficialmente che i diritti delle donne sono diritti umani e che la violenza di genere costituisce una violazione dei diritti fondamentali delle donne. Ne consegue, per gli Stati, l’obbligazione di garantire alle donne una vita libera da ogni forma di violenza, solitamente declinata come «obbligazione delle 5 P»: to promote , promuovere una cultura che non discrimini le donne;