[pronunce]

Ciò, in particolare, con riferimento al precedente costituito dalla sentenza della Corte costituzionale n. 166 del 1972 che, esponendo i motivi che la inducevano a dichiarare l'illegittimità costituzionale dell'art. 5, n. 7, della legge 17 febbraio 1968, n. 108, consistenti nella inammissibilità dell'esistenza di "una causa di ineleggibilità dai confini estremamente generici ed elastici, suscettibile di essere dilatata in sede interpretativa sino a ricomprendere le situazioni più diverse", aggiungeva incidentalmente che norme del genere non sussistevano nella legislazione elettorale allora vigente, "se si prescinde da una disposizione, sostanzialmente analoga, della legge Regione Siciliana del 20 marzo 1951, n. 29". Il giudice remittente appare consapevole che in realtà la disposizione impugnata si riferisce ai "capi servizio" e non ai "capi degli uffici", come la norma statale a suo tempo dichiarata illegittima costituzionalmente, e si pone quindi il problema, che peraltro non risolve ma sembra rinviare alla valutazione di questa Corte, se una sua adeguata specificazione, con riferimento al caso oggetto del giudizio, non possa essere derivata dalla successiva legislazione siciliana che ha determinato l'ordinamento interno dei servizi sanitari, ivi compresi i servizi dell'unità sanitaria locale. 2. - In via logicamente preliminare si pone anzitutto il problema se la disposizione impugnata sia tuttora vigente, come afferma il giudice remittente, o se essa sia stata invece abrogata ad opera del primo comma dell'art. 13 della legge 20 giugno 1997, n.19, (Criteri per le nomine e designazioni di competenza regionale di cui all'articolo 1 della legge regionale 28 marzo 1995, n. 22. Funzionamento della Commissione paritetica (articolo 43 dello Statuto siciliano). Prima applicazione della legge 23 ottobre 1992, n. 421. Disposizioni in materia di indennità e permessi negli enti locali. Modifiche alla legge regionale 20 marzo 1951, n. 29), come sostenuto dalla sentenza appellata e dal resistente nel processo di merito, non essendo stata riprodotta questa clausola di ineleggibilità nella legge statale 23 aprile 1981, n. 154 cui appunto rinvierebbe il suddetto art. 13 della legge 20 giugno 1997, n. 19, allorché afferma che "le condizioni di eleggibilità previste nell'art. 8 della legge regionale 20 marzo 1951, n. 29 e successive modifiche ed integrazioni, rimangono regolate dagli articoli 2, 3 e 4 della legge 23 aprile 1981, n. 154". Il giudice remittente sostiene invece, esplicitamente condividendo quanto motivatamente argomentato dalla prima sezione della Corte di cassazione nella sentenza 6 luglio 2002, n. 9831, che - pur dandosi "atto della imperfetta tecnica normativa seguita dal legislatore regionale" - quest'ultimo "ha inteso disporre che le condizioni di ineleggibilità previste dalla legge regionale restano ferme, ossia permangono ("rimangono"), ma sono regolate secondo la legge statale". Ciò in particolare significa, ove vi sia una coincidenza fra le fattispecie della legge regionale e quelle della legge statale relative a situazioni di incompatibilità, " la trasformazione di cause di ineleggibilità , previste dalla legge regionale n. 29 del 1951 (e successive modificazioni) in cause di incompatibilità", ma anche la permanente vigenza delle residue clausole di ineleggibilità previste dalla legge regionale, "come, tra le altre, quella prevista dall' art. 8, secondo comma, n. 7, della stessa legge". Questa interpretazione non è implausibile, così come, d'altra parte, le argomentazioni svolte dalla Sezione consultiva del Consiglio di giustizia per la Regione Siciliana nel parere n. 239/01 del 10 aprile 2001 a proposito della perdurante vigenza dell'intero titolo della legge n. 29 del 1951 (e successive modificazioni) in tema di eleggibilità anche dopo la legge costituzionale n. 2 del 2001. 3. - Un ulteriore profilo preliminare attiene alla riconducibilità del caso che ha originato la vicenda processuale alla fattispecie contemplata dalla norma della cui legittimità costituzionale si dubita, poiché altrimenti non sussisterebbe la necessaria rilevanza della questione. L'art. 8, secondo comma, n. 7, della legge 20 marzo 1951, n.29, infatti, si riferisce ai "capi servizio degli uffici statali che svolgono attività nella regione", allorché la vicenda processuale si riferisce ad un dirigente delle strutture periferiche dell'INAIL e non dell'amministrazione periferica dello Stato: da ciò la tesi sostenuta dal resistente nel processo di merito secondo cui questa norma sarebbe inapplicabile, poiché l'INAL costituirebbe un soggetto distinto dallo Stato e inoltre svolgerebbe un'attività diversa rispetto a quella delle AA.UU.SS.LL. con le quali non avrebbe alcun collegamento funzionale. Il giudice remittente motiva in modo non implausibile la opposta opinione che "tenuto conto della evoluzione storica dell'Istituto ed anche dei compiti e delle attribuzioni... il termine "statali" di cui all'art. 8 della legge regionale possa riferirsi anche all'I.N.A.I.L. e vada, cioè, in questo caso, inteso in senso lato": a questo esito interpretativo di tipo estensivo contribuisce la considerazione della particolare natura degli enti cosiddetti parastatali, dei penetranti poteri di ingerenza dello Stato sulla loro organizzazione e gestione, del trasferimento intervenuto di alcune delle loro precedenti funzioni al servizio sanitario nazionale ed alle stesse regioni. 4. - Si pone dunque il problema del merito, relativo alla sufficiente determinatezza della fattispecie di ineleggibilità prevista dall' art. 8, secondo comma, n. 7, della legge 20 marzo 1951, n. 29. Rilevano, a questo proposito, non solo le ricorrenti affermazioni di questa Corte relative al fatto che le cause di ineleggibilità, per essere conformi al principio dell'art. 51 Cost., devono considerarsi di stretta interpretazione e comunque contenute entro i limiti rigorosamente necessari per il soddisfacimento delle esigenze di pubblico interesse (cfr. sent. n. 132 del 2001, sent. n. 141 del 1996, sent. n. 344 del 1993, sent. n. 388 del 1991), ma anche le affermazioni contenute nella sentenza n. 166 del 1972, relative all'incostituzionalità di una causa di ineleggibilità che sia fonte di "situazioni di persistente incertezza, troppo frequenti contestazioni, soluzioni giurisprudenziali contradditorie, che finirebbero per incrinare gravemente, in fatto, la proclamata pari capacità elettorale passiva dei cittadini", in quanto "dai confini estremamente generici ed elastici, suscettibile di essere dilatata in sede interpretativa sino a ricomprendere le situazioni più diverse". In quest'ultima sentenza, in particolare, si rinviene un riferimento incidentale al fatto che unica disposizione analoga a quella in tale occasione dichiarata incostituzionale era allora proprio la disposizione oggi sottoposta a scrutinio di costituzionalità;