[pronunce]

Sotto questo aspetto, l'Istituto resistente osserva che, vertendo il prospettato dubbio di legittimità costituzionale sulla impossibilità di riconoscere il medesimo trattamento previdenziale o assistenziale al lavoratore interinale rispetto ai lavoratori dipendenti dell'impresa utilizzatrice, in ragione della necessità di considerare una determinata anzianità di servizio presso l'azienda, il collegio rimettente avrebbe dovuto semmai censurare il richiamato art. 6, comma 4, della legge n. 196 del 1997. In secondo luogo, l'INPS eccepisce anche l'inammissibilità per irrilevanza delle questioni nel giudizio a quo. Al riguardo, osserva che l'art. 16, comma 1, della legge n. 223 del 1991, non solo non ammette, ai fini della anzianità aziendale utile per maturare il diritto alla indennità di mobilità, la possibilità di cumulare i periodi lavorativi svolti presso l'azienda utilizzatrice, in forza di un contratto di lavoro interinale, a quelli svolti in virtù della stabilizzazione presso la medesima azienda, ma prevede espressamente la necessità di una determinata anzianità aziendale «con un rapporto di lavoro a carattere continuativo e comunque non a termine» (Corte di cassazione, sezione unite civili, sentenza 21 marzo 2001, n. 106). Pertanto, l'eventuale accoglimento della questione come prospettata - dell'art. 16 della legge n. 223 del 1991, «nella parte in cui esclude per i lavoratori interinali, successivamente assunti con contratto di lavoro a tempo indeterminato, la possibilità di cumulare nell'anzianità aziendale utile ai fini del riconoscimento del diritto all'indennità di mobilità anche il periodo prestato in forza del contratto di lavoro interinale» - non impedirebbe il rigetto della domanda nel giudizio a quo, non potendosi, nella specifica fattispecie, maturare la necessaria "anzianità aziendale" in forza di un rapporto di lavoro "continuativo", ma solo in virtù della «somma di vari periodi di lavoro a termine» (possibilità che continuerebbe ad essere esclusa dal medesimo art. 16). Nel merito, l'INPS deduce la non fondatezza delle questioni di legittimità costituzionale. Invero, in ordine alla dedotta violazione dell'art. 3 Cost., l'Istituto resistente osserva che tutti i trattamenti di disoccupazione diversi dall'indennità ordinaria richiedono quale requisito di accesso una anzianità lavorativa minima specificamente e differentemente indicata dalle rispettive norme di legge istitutive. In particolare, l'Istituto osserva che l'indennità di mobilità e gli altri trattamenti speciali di disoccupazione sono riservati soltanto a coloro che, per avere maturato una prestabilita anzianità lavorativa presso l'impresa che ha intimato i licenziamenti collettivi, per riduzione del personale o cessazione dell'attività aziendale, risentono maggiormente delle conseguenze pregiudizievoli della disoccupazione rispetto ad altri lavoratori inseriti nella medesima impresa in forza di contratti di lavoro a termine, stante la mancata stabilità di questi ultimi nell'organizzazione produttiva. La ratio sottesa alla norma censurata consisterebbe nel fatto di scongiurare assunzioni fraudolente e fittizie nell'imminenza dei licenziamenti al verificarsi dello stato di crisi. Ad avviso dell'INPS, avuto riguardo alla evidenziata ratio legis, non potrebbe ravvisarsi discriminazione alcuna tra i lavoratori continuativamente e stabilmente inseriti nell'attività aziendale e quelli utilizzati, per un certo periodo di tempo, dalla stessa impresa in forza di un contratto (tra l'impresa fornitrice e quella utilizzatrice) di fornitura di prestazione di lavoro temporaneo, trattandosi di situazioni oggettivamente non comparabili, non essendo peraltro prevedibile, al momento della cosiddetta stabilizzazione (trasformazione in rapporto di lavoro a tempo indeterminato con la impresa utilizzatrice), una protrazione dell'attività lavorativa di questi ultimi per il tempo necessario ai fini dell'accesso all'indennità di mobilità. L'Istituto resistente ritiene, quindi, che la situazione del lavoratore "temporaneo" sia, piuttosto, assimilabile a quella del lavoratore a termine per il quale è espressamente esclusa la tutela dell'indennità di mobilità. Pertanto, secondo l'INPS, la mancata attribuzione della indennità di mobilità ai lavoratori cosiddetti "temporanei", anche a seguito della trasformazione del rapporto di lavoro, non violerebbe il principio di eguaglianza, stante le differenti discipline delle categorie di lavoratori considerate nell'ordinanza di rimessione che renderebbero «eterogenee ed incomparabili le situazioni poste a raffronto» (ex plurimis, ordinanza n. 92 del 2009). Al riguardo, l'Istituto sottolinea i molteplici profili di differenziazione tra le diverse categorie di lavoratori poste a confronto. In particolare, il lavoratore "temporaneo" è dipendente della società fornitrice che eroga la retribuzione e versa i contributi previdenziali. Inoltre, mentre, ai sensi dell'art. 16, comma 2, lettera a), della legge n. 223 del 1991, i datori di lavoro di cui al comma 1, sono tenuti al versamento di un contributo nella misura dello 0,30 per cento delle retribuzioni assoggettate al contributo integrativo per l'assicurazione contro la disoccupazione involontaria, gli oneri contributivi dei lavoratori "temporanei" sono a carico dell'impresa fornitrice (art. 9, comma 1, prima parte, della legge n. 196 del 1997) che, essendo inquadrata nel settore terziario, non versa il contributo per l'erogazione della indennità di mobilità. Pertanto, al lavoratore "temporaneo" somministrato non potrebbe riconoscersi il diritto di accedere all'indennità di mobilità, ancorché presti attività lavorativa presso un'impresa del settore industriale. Infine, l'Istituto resistente ritiene che la soluzione invocata dal collegio rimettente intacchi l'area riservata alla discrezionalità del legislatore. L'INPS sottolinea l'inconferenza delle norme nazionali e comunitarie richiamate dalla Corte d'appello, in quanto esse riguarderebbero il rispetto del principio della identità delle condizioni di lavoro e di occupazione dei lavoratori interinali e di quelli impiegati direttamente dall'utilizzatore e non già la tutela previdenziale degli stessi. Anche con riferimento alla assunta assimilazione nella ordinanza di rimessione della condizione dei lavoratori "interinali" a quella dei lavoratori a domicilio, l'INPS evidenzia che il lavoratore a domicilio è pur sempre un lavoratore subordinato dell'azienda (Corte di cassazione, sezione lavoro, sentenza 21 ottobre 2010, n. 21625 e sentenza del 16 ottobre 2006, n. 22129). L'INPS esclude anche la violazione dell'art. 38 Cost., in quanto l'anzianità aziendale maturata presso l'ultima impresa, sebbene non possa valere ai fini dell'ottenimento della indennità di mobilità, non precluderebbe l'attribuzione della indennità ordinaria di disoccupazione di minore importo ma pur sempre adeguata alle esigenze di vita del lavoratore rimasto disoccupato.