[pronunce]

Invero, il diniego dell'indennità di maternità pregiudicherebbe «la formazione di una famiglia, o come qui il suo incremento, [...] e l'adempimento dei compiti genitoriali». Le disposizioni censurate, nel determinare un trattamento deteriore per il genitore adottivo, si porrebbero in contrasto anche con l'art. 117, primo comma, Cost., in relazione agli artt. 12 e 14 della CEDU e agli artt. 21 e 23 della CDFUE. Sarebbero violati, in particolare, il «diritto a contrarre matrimonio ed a fondare una famiglia» (art. 12 della CEDU), il principio «di non discriminazione per ragioni di sesso» (artt. 14 della CEDU e 21 della CDFUE), il principio di «parità fra uomo e donna in materia di lavoro, retribuzione ed occupazione» (art. 23 della CDFUE). 2.- Con atto depositato l'11 luglio 2017, si è costituita la Cassa nazionale di previdenza e assistenza forense, e ha chiesto di dichiarare inammissibili e comunque infondate le questioni di legittimità costituzionale proposte dalla Corte d'appello di Trieste, con argomentazioni riprese anche nella memoria illustrativa depositata in vista dell'udienza. 2.1.- In punto di ammissibilità, la Cassa forense osserva che l'ordinanza di rimessione sarebbe carente di motivazione sul profilo della rilevanza e non descriverebbe in modo esauriente la fattispecie concreta, soprattutto per quel che attiene alla posizione assicurativa della moglie del ricorrente. L'inammissibilità si riscontrerebbe anche sotto un ulteriore profilo. A fronte di vicende risalenti al 2012, il rimettente si limiterebbe a menzionare le disposizioni del d.lgs. n. 151 del 2001, senza chiarire se si tratti della formulazione successiva o precedente alla novella del 2015, e indicherebbe soltanto per relationem il contenuto della disposizione censurata, attraverso il mero richiamo all'interpretazione offerta in primo grado. Nella memoria illustrativa la difesa della Cassa professionale formula un'ulteriore eccezione di inammissibilità per aberratio ictus e rileva che, in base alla disciplina applicabile ratione temporis alle lavoratrici autonome iscritte alla gestione separata (art. 64, comma 2, del d.lgs. n. 151 del 2001) , il nucleo familiare del ricorrente avrebbe potuto fruire dell'indennità di maternità, commisurata a cinque mensilità, ma non avrebbe potuto beneficiare della «flessibilità nella prestazione (o meno) dell'attività lavorativa nel periodo dell'erogazione dell'indennità». Il rimettente, pertanto, avrebbe dovuto censurare l'art. 64 del d.lgs. n. 151 del 2001, nella versione applicabile alla vicenda controversa, nella parte in cui esclude tale flessibilità nella prestazione, consentita soltanto a far data dall'entrata in vigore dell'art. 13, comma 1, della legge 22 maggio 2017, n. 81 (Misure per la tutela del lavoro autonomo non imprenditoriale e misure volte a favorire l'articolazione flessibile nei tempi e nei luoghi del lavoro subordinato), che ora concede l'indennità di maternità alle lavoratrici iscritte alla gestione separata a prescindere dalla effettiva astensione dall'attività lavorativa. Anche la motivazione in punto di non manifesta infondatezza, con particolare riguardo alle disposizioni della CEDU e della CDFUE, sarebbe lacunosa. Il giudice a quo avrebbe richiamato in modo apodittico una pluralità di parametri costituzionali eterogenei, senza far luce sulle ragioni del contrasto della disposizione censurata con i precetti invocati. Lacunosa e ambigua sarebbe anche l'individuazione del petitum, in quanto il rimettente non avrebbe specificato il verso dell'addizione richiesta alla Corte e non ne avrebbe chiarito il carattere costituzionalmente imposto. La questione sollevata sarebbe inammissibile anche per l'omessa sperimentazione di un'interpretazione conforme a Costituzione. Il giudice a quo avrebbe trascurato di esplorare una diversa interpretazione del dato normativo, così da riconoscere al ricorrente «a causa della rinuncia della moglie, l'indennità di maternità spettante a quest'ultima, estendendo al libero professionista il trattamento del lavoratore autonomo». Nella memoria illustrativa, si lamenta che il rimettente non abbia approfondito la praticabilità di un'interpretazione adeguatrice, che sancisca il diritto del ricorrente di percepire l'indennità di maternità dall'Istituto nazionale della previdenza sociale (INPS) e non già dalla Cassa forense. 2.2.- La questione, nel merito, non sarebbe fondata. Non sarebbe appropriato il richiamo all'art. 29, primo comma, Cost., che tutela la famiglia come società naturale fondata sul matrimonio, e all'art. 31, primo e secondo comma, Cost. L'ordinamento, nella vicenda in esame, avrebbe riconosciuto all'altro coniuge il beneficio dell'indennità di maternità, preordinato «ad agevolare l'inserimento dei minori nell'ambiente familiare», e avrebbe così già apprestato provvidenze efficaci per la tutela della famiglia. Neppure il richiamo alla Carta di Nizza sarebbe pertinente, in quanto i diritti fondamentali che essa garantisce sarebbero provvisti di forza precettiva, solo quando una normativa nazionale rientri nell'àmbito di applicazione del diritto dell'Unione. Tale ipotesi non ricorrerebbe nel caso di specie. La disposizione censurata non recherebbe alcun vulnus al «diritto a contrarre matrimonio ed a fondare una famiglia» (art. 12 della CEDU) e non determinerebbe alcuna discriminazione nel godimento dei diritti e delle libertà riconosciuti dalla stessa Convenzione (art. 14 della CEDU). La sentenza n. 385 del 2005, addotta dal rimettente a sostegno delle censure di violazione dell'art. 3 Cost., demanderebbe comunque al legislatore «il compito di approntare un meccanismo attuativo che consenta anche al lavoratore padre un'adeguata tutela». Il d.lgs. n. 80 del 2015, nell'estendere e nel differenziare le tutele già accordate dal d.lgs. n. 151 del 2001, avrebbe concesso al padre libero professionista di accedere al beneficio dell'indennità di maternità quando la madre libera professionista non sia in grado di assistere il minore. Sarebbe stata così completata e rafforzata la "rete di solidarietà", che assicura in ogni caso la presenza di una «figura genitoriale in grado di accudire il minore, sgravata dalle incombenze del lavoro (dipendente o libero professionale)». Sarebbe ininfluente il fatto che «in via ordinaria il legislatore incardini nella figura femminile della coppia il beneficio legato alla maternità», poiché, nell'essenziale prospettiva della tutela del minore, nella specie efficacemente salvaguardata, «eventuali profili differenziali nel trattamento delle due figure genitoriali sono irrilevanti». Non sarebbe meritevole di tutela la pretesa di scegliere arbitrariamente, per ragioni di mero calcolo economico, il soggetto chiamato a beneficiare dell'indennità di maternità, tanto più che le libere professioniste e i liberi professionisti «non sopportano l'astensione obbligatoria dal lavoro». L'odierna disciplina, novellata nel 2015, non presenterebbe, pertanto, i profili di illegittimità costituzionale denunciati dal rimettente in riferimento all'art. 3 Cost.