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Il procedimento previsto per l'accertamento del reato in esame contrasta peraltro con il diritto alla difesa (che, in quanto diritto inviolabile della persona -- e non del cittadino -- deve essere riconosciuto anche agli stranieri, pur se irregolari, a prescindere dalla cittadinanza: si vedano, ad esempio, Corte costituzionale, sentenza n. 222 del 2004, nonché articolo 2, commi 1 e 5, del citato testo unico), in quanto attribuisce valore di condizione di improcedibilità all'ottemperanza, da parte dell'indagato, a un provvedimento amministrativo quale l'espulsione. Ciò rischia di contrastare con la presunzione di innocenza e con il diritto di difesa, perché impedisce all'indagato di dimostrare la propria innocenza, così da ottenere un proscioglimento nel merito a seguito dell'accertamento dell'infondatezza dell'imputazione. Infine, il reato in esame è difficilmente compatibile con lo jus migrandi sancito quale libertà fondamentale dal quarto comma dell'articolo 35 della Costituzione, nonché dall'articolo 13, secondo comma, della Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo (se inteso nell'accezione pregnante di diritto di circolazione transnazionale e non quale mero diritto alla fuga ), almeno nei casi di emigrazione necessitata da ragioni di salvaguardia della propria incolumità, cui tuttavia non sempre potrebbe applicarsi la scriminante dell'articolo 54 del codice penale. Inoltre, la previsione come reato dell'ingresso e della permanenza irregolari nel territorio dello Stato rischia di sottrarre l'imputato alle garanzie previste – soprattutto in ordine alle modalità di esecuzione dell'espulsione e al diritto al rimpatrio volontario – dalla direttiva 2008/115/CE (cosiddetta direttiva rimpatri), che può non esser applicata al rimpatrio disposto quale sanzione penale o quale conseguenza di sanzione penale (articolo 2, paragrafo 2, lettera b) ). Qualora infatti tale riserva venisse interpretata come idonea a comprendere anche reati direttamente connessi con la disciplina dell'immigrazione (e non invece, come pare preferibile, a reati diversi), tutti gli imputati per questo reato «d'esser nati altrove» sarebbero privati dei diritti sanciti in loro favore dalla direttiva. Qualora, invece – proprio per il carattere volutamente elusivo dell'articolo 10- bis – si ritenesse che anche al reato in questione si applicano le garanzie sancite dalla direttiva, la previsione dell'espulsione con accompagnamento immediato alla frontiera quale sanzione sostituiva contrasterebbe con l'articolo 7, paragrafo 1, della direttiva, che sancisce il diritto dello straniero ad un termine minimo per la partenza volontaria. In ogni caso, dunque, il reato contrasta con la direttiva e dev'essere, anche per questa ragione, abrogato. Sul piano dell'efficacia inoltre, a parte l'aggravio del contenzioso giudiziario che la norma determina, sembra che essa non muti nulla nella strategia di contrasto all'immigrazione irregolare. Gli stranieri irregolarmente presenti sul territorio nazionale sono infatti colpiti, come avveniva prima, dal provvedimento amministrativo dell'espulsione -- che ha effetto quando è possibile identificare lo straniero e sempre che questi non sia inespellibile -- ma comunque anche in questo caso si deve attivare la macchina giudiziaria ai fini dell'esercizio dell'azione penale e, in un secondo momento, ai fini della declaratoria di non luogo a procedere. Tali considerazioni dimostrano come anche sul piano dell'efficacia il reato di ingresso clandestino non rappresenta una soluzione al problema né tantomeno una scelta condivisibile sul piano dei principi. Si consideri infine che il reato in questione rischia di applicarsi -- almeno secondo un'interpretazione meramente letterale e non sistematica -- anche ai minorenni (ovviamente imputabili), in palese contrasto con il favor minoris cui s'ispira il nostro ordinamento e il diritto internazionale generale. Per superare tale antinomia, infatti, molti uffici giudiziari sono costretti a disporre -- comunque al termine di un procedimento penale -- l'archiviazione in base a una (peraltro condivisibilissima) interpretazione sistematica della norma, che tenga conto della particolare tutela accordata al minore dall'ordinamento interno e internazionale, escludendo quindi che egli possa essere soggetto attivo del reato in quanto destinatario di permesso di soggiorno per minore età ex articolo 28 del regolamento di cui al decreto del Presidente della Repubblica n. 394 del 1999. Tuttavia, il fatto stesso che un minore possa essere indagato per il solo fatto di trovarsi sul territorio dello Stato in assenza di un titolo di soggiorno ad hoc è inaccettabile e costituisce una ragione ulteriore per abrogare con urgenza il reato in esame. L'articolo 1, comma 1, lettera a) , del presente disegno di legge propone poi la soppressione dell'obbligo di ostensione del titolo di soggiorno per il conseguimento di atti di stato civile o per l'accesso a pubblici servizi, introdotto dalla legge n. 94 del 2009. Tale previsione infatti finisce con il negare allo straniero irregolare l'esercizio di quei diritti inviolabili, che spettano «ai singoli non in quanto partecipi di una determinata comunità politica, ma in quanto esseri umani», di talché la «condizione giuridica dello straniero non deve essere (...) considerata -- per quanto riguarda la tutela di tali diritti – come causa ammissibile di trattamenti diversificati e peggiorativi» (sentenza n. 249 del 2010, citata dalla sentenza n. 245 del 2011, con cui la Corte ha dichiarato incostituzionale l'obbligo di presentazione del titolo di soggiorno anche per contrarre matrimonio).. Art. 1. 1. Al testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell'immigrazione e norme sulla condizione dello straniero, di cui al decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286, sono apportate le seguenti modificazioni: a) all'articolo 6, comma 2, dopo la parola: «obbligatorie» sono inserite le seguenti: «nonché per i provvedimenti inerenti agli atti di stato civile o all'accesso a pubblici servizi»; b) l'articolo 10- bis è abrogato.