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Disciplina delle attività di relazioni istituzionali per la rappresentanza degli interessi. Onorevoli Senatori. – Diversi sono stati i progetti normativi presentati nelle scorse legislature volti a disciplinare le attività di relazioni istituzionali per la rappresentanza di interessi, ma nessuno di questi ha di fatto terminato l’ iter di approvazione diventando legge. L'attività di relazione istituzionale tra portatori di interessi particolari e decisori pubblici, ovvero di lobbying , posta in essere anche da soggetti non iscritti ai differenti registri istituiti nel tempo presso alcuni Ministeri e la stessa Camera dei deputati, è tradizionalmente etichettata come eventuale elemento patologico o negativo del processo decisionale pubblico, quasi parallela e concorrente a quella svolta dai rappresentanti politici democraticamente eletti e, dunque, da arginare o comunque da regolamentare. Tuttavia, come precisato dalla Corte costituzionale con la sentenza n. 379 del 6 dicembre 2004, la consultazione con soggetti sociali ed economici su alcuni temi di cui sono particolarmente esperti non ha lo scopo di espropriare gli organi legislativi dei poteri loro costituzionalmente attribuiti o, al contempo, di ritardare ed ostacolare l'attività della pubblica amministrazione, ma è al contrario finalizzata a rendere più trasparenti le procedure di raccordo degli organi rappresentativi con gli stakeholders a cui è riferito il sistema delle politiche pubbliche. Per di più, sia a livello eurounitario che comparato, la rappresentanza degli interessi è stata negli anni regolarmente disciplinata. Già nel 2001, ad esempio, con il Libro bianco sulla governance europea, e poi con il Libro verde del 2006, dedicato anche alla trasparenza e all'attività di lobbying , la Commissione europea ha definito come componente legittima dei sistemi democratici gli interventi dei rappresentanti di interesse nei vari procedimenti deliberativi, istituendo poi nel 2011, in collaborazione con il Parlamento di Bruxelles, un vero e proprio Registro comune per la trasparenza, al fine di registrare su base volontaria e rendere noti al pubblico, tramite il libero accesso informatico ai dati del registro, i vari professionisti della rappresentanza degli interessi nei confronti dei diversi decision maker politici, tenuti al rispetto di un apposito codice di condotta, comprensivo di eventuali sanzioni e con il compito di specificare gli interessi perseguiti e le risorse umane impiegate in tale attività. Allo stesso modo, un forte attivismo è stato mostrato in materia dal Bundestag tedesco, dal Parlamento inglese, dall'apparato istituzionale statunitense o anche dal Consiglio d'Europa, che ha di fatto affrontato la disciplina dei rappresentanti di interessi nell'ambito della lotta alla corruzione, mediante il progetto di raccomandazione del Comitato dei ministri agli Stati membri sulla regolamentazione normativa delle attività di lobbying nel processo decisionale pubblico, redatto dal Comitato europeo per la cooperazione giuridica (CDG). Con riguardo all'Italia, invece, sia a livello nazionale che regionale, numerosi sono stati i disegni di legge che si sono susseguiti nelle diverse legislature al fine di regolamentare la rappresentanza degli interessi e la partecipazione dei gruppi di pressione al processo decisionale pubblico. Più nello specifico, dall'VIII legislatura ad oggi sono oltre sessantacinque i disegni di legge d'iniziativa parlamentare presentati sul tema e lo stesso Governo ha più volte manifestato il proprio interesse, a partire dalla predisposizione di una specifica bozza legislativa sui lobbisti da parte dell'Esecutivo guidato dal senatore Monti e dalla parallela introduzione del reato di traffico di influenze illecite di cui all'articolo 346- bis del codice penale, inserito nel corpus normativo della legge 6 novembre 2012, n. 190, cosiddetta legge Severino. Allo stesso modo, l'allora Presidente del Consiglio Enrico Letta, nella XVII legislatura, aveva deciso di affidare la redazione di uno specifico articolato normativo ad un apposito gruppo di lavoro, coordinato dal Segretario generale di Palazzo Chigi dell'epoca, Roberto Garofoli, naufragato di fronte all'opposizione di alcuni Ministri contrari sia al merito che al drafting legislativo usato, poiché ritenuto troppo puntuale ed interventista. Successivamente, anche il Governo Renzi ha rappresentato nel Documento di economia e finanza 2014 l'esigenza di adottare un provvedimento legislativo per regolare le relazioni dei gruppi di interesse con le istituzioni. Diverse sono state infatti le proposte normative vagliate proprio dalla Commissione Affari costituzionali del Senato, che prevedevano ad esempio la sottoposizione dell'attività di lobbying a forme di verifica e controllo da parte di autorità diverse, quali il CNEL (atti Senato nn. 281 e 1194), l'Autorità anticorruzione (atti Senato nn. 992, 1632 e 1782), gli Uffici di presidenza del Senato e della Camera dei deputati (atto Senato n. 358), la Presidenza del Consiglio dei ministri (atti Senato nn. 643 e 1522), l'Autorità antitrust (atto Senato n. 1497) o un'apposita Commissione parlamentare (atto Senato n. 806); anche in questo caso, tuttavia, nonostante l'adozione di un testo base (atto Senato n.1522) e lo svolgimento di un ciclo di audizioni, l’ iter legislativo è naufragato senza esito alcuno. A ben vedere, un importante traguardo, se non l'unico sul tema nella passata legislatura, è stato conseguito dalla Giunta per il regolamento della Camera, quando nell'aprile 2016 ha approvato il Codice di condotta dei deputati ed una regolamentazione dell'attività di rappresentanza di interessi, resa poi operativa solo per quel ramo del Parlamento attraverso il Disciplinare predisposto dall'allora Vice presidente assembleare Marina Sereni e approvato con deliberazione dell'Ufficio di Presidenza dell'8 febbraio 2017. Più nello specifico, con la citata deliberazione dell'Ufficio di presidenza è stato materialmente istituito il Registro dei soggetti che svolgono attività di rappresentanza degli interessi leciti nei confronti dei deputati presso le sedi della Camera, l'iscrizione al quale comporta l'obbligo di presentare una relazione a cadenza annuale che dia conto dei contatti posti in essere, degli obiettivi conseguiti e dei soggetti interessati, con parallele sanzioni consistenti nella sospensione o cancellazione dal Registro stesso nel caso in cui tali normative vengano disattese. Per di più, dato lo scarso successo delle iniziative parlamentari e quindi l'assenza di una precisa normativa nazionale, alcune regioni, come ad esempio la Toscana, il Molise, l'Abruzzo, la Calabria, la Lombardia e la Puglia, hanno invece approvato delle leggi finalizzate ad assicurare la trasparenza dell'attività politica e amministrativa del proprio organo consiliare ed hanno altresì istituito dei registri territoriali ad oggi funzionanti.