[pronunce]

La estensione del meccanismo di contrazione della settimana assicurativa risulta pertanto, a detta della parte privata, in violazione dell'art. 3 Cost., mancando di razionalità intrinseca e di ragionevolezza, non sussistendo una effettiva similarità tra pensione e altri trattamenti previdenziali. La parte privata sottolinea il contrasto della normativa censurata con l'art. 38 Cost. (espressivo del principio di assistenza sociale), dato che la contrazione della settimana assicurativa dà luogo alla necessità di allungare il periodo di riferimento, con impossibilità per il lavoratore a tempo limitato di raggiungere l'anno di contribuzione piena nel biennio anteriore alla domanda. Infatti, la compresenza di un doppio requisito - di contribuzione minima piena e di annualità contributiva - consentirebbe, stante l'allungamento del periodo di riferimento, di accreditare l'anno pieno dopo avere oltrepassato il biennio entro cui potere utilmente accreditare quell'importo. Peraltro, il lavoratore part-time orizzontale, oltre a non potere raggiungere mai (o quasi mai) il diritto al trattamento ordinario, resterebbe escluso anche dalla indennità di disoccupazione a requisiti ridotti (art. 7, comma 3, del d.l. n. 86 del 1988, convertito dalla legge n. 160 del 1988; art. 1 del decreto-legge 29 marzo 1991, n.108, recante «Misure urgenti in materia di sostegno dell'occupazione» convertito, con modificazioni, in legge 1° giugno 1991, n. 169) che risulta calibrata sulle giornate lavorative effettuate nell'anno precedente la domanda di disoccupazione, purché in quell'anno ci siano vuoti lavorativi da colmare (che non ci sono nel part-time). Infine, la parte privata, richiamando la sentenza della Corte costituzionale n. 121 del 2006, ricorda che anche il lavoratore part-time verticale, per i giorni non lavorati, non ha diritto ad alcun trattamento di disoccupazione perché, perdurando lo stato di occupazione a tempo parziale, non può ritenersi in uno stato di disoccupazione involontaria. 4.- Con atto depositato in data 21 febbraio 2011, è intervenuto il Presidente del Consiglio del ministri, rappresentato e difeso dalla Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che la sollevata questione di legittimità costituzionale sia dichiarata inammissibile e, comunque, infondata. 4.1.- In primo luogo, la difesa erariale evidenzia come, mentre l'indennità di disoccupazione risponde alla finalità di assicurare al lavoratore, in presenza dei requisiti ex lege, un aiuto economico che sostituisca il reddito da lavoro in caso di disoccupazione involontaria ed il relativo contributo, ad esclusivo carico del datore di lavoro, è versato all'INPS in misura proporzionale alla retribuzione corrisposta, il contributo a fini previdenziali, parimenti determinato in misura proporzionale alla retribuzione, è posto in parte a carico del datore di lavoro ed in parte a carico del lavoratore, ed è finalizzato alla corresponsione del trattamento pensionistico per finalità proprie dell'assicurazione per vecchiaia, invalidità, pensione ai superstiti. Ad avviso del Presidente del Consiglio dei ministri, la previsione, solo in punto di contribuzione ai fini previdenziali, per il lavoratore a tempo parziale di una soglia minima di retribuzione utile per il calcolo del singolo contributo riconducibile al valore dell'ora lavorativa del lavoratore a tempo pieno, si spiega avuto riguardo alla differente natura dei due trattamenti corrisposti dall'INPS, di tutela sociale il primo e strettamente contributiva il secondo, tenuto conto della diversità oggettiva della materia, oltre che delle diverse caratteristiche dei due rapporti di lavoro. La difesa erariale evidenzia anche la previsione, in forza del comma 3 della medesima disposizione in esame (recte: comma 3, dell'art. 7 del d.l. n. 86 del 1988), relativa alla possibilità di accesso al trattamento di disoccupazione involontaria con requisiti ridotti da parte del lavoratore che non abbia raggiunto il requisito contributivo minimo di cui all'art. 7, prima comma, prima parte, e secondo comma, del d.l. n. 463 del 1983. Infine, il Presidente del Consiglio dei ministri sottolinea come la scelta legislativa risponda, nel caso in esame, a precise esigenze di contenimento del bilancio, sussistendo, come riconosciuto anche dalla Corte costituzionale, la discrezionalità del legislatore nell'adozione di singole misure al fine di bilanciare, da un lato, il contenimento della spesa nel contesto di date risorse e, dall'altro, la tutela di diritti costituzionalmente protetti.1.- La Corte di cassazione, sezione controversie di lavoro, con l'ordinanza indicata in epigrafe, dubita, con riferimento agli articoli 3 e 38 della Costituzione, della legittimità costituzionale dell'articolo 7, primo comma, primo periodo, del decreto-legge 12 settembre 1983, n. 463 (Misure urgenti in materia previdenziale e sanitaria e per il contenimento della spesa pubblica, disposizioni per vari settori della pubblica amministrazione e proroga di taluni termini), convertito, con modificazioni, dalla legge 11 novembre 1983, n. 638, «nella parte in cui, in sede di computo del numero di contributi settimanali da accreditare ai lavoratori dipendenti nel corso dell'anno solare al fine delle prestazioni pensionistiche, non prevede che la soglia minima di retribuzione utile per l'accredito del singolo contributo ivi prevista venga ricondotta al valore dell'ora lavorativa del lavoratore a tempo pieno e quindi rapportata al numero di ore settimanali del lavoratore a tempo parziale». La Corte suddetta è chiamata a pronunciare su un ricorso, proposto da una lavoratrice che aveva chiesto, prima in sede amministrativa e poi in sede giurisdizionale, il pagamento dell'indennità di disoccupazione, essendo rimasta disoccupata a far tempo dal 4 dicembre 1996 e avendo prestato attività lavorativa per nove ore settimanali, nel biennio precedente la data predetta, per 52 settimane nell'anno 1995 e per 26 settimane nel 1996. L'INPS aveva respinto l'istanza, richiamando, per il calcolo dei contributi necessari per ottenere il beneficio richiesto (anzianità contributiva di almeno un anno nel biennio anteriore alla presentazione della domanda), l'art. 7, secondo comma, del d.l. n. 463 del 1983, come convertito. La parte privata aveva addotto la possibilità di interpretare, in via estensiva o analogica, la norma di cui all'art. 1, comma 4, del decreto-legge 9 ottobre 1989, n. 338 (Disposizioni urgenti in materia di evasione contributiva, di fiscalizzazione degli oneri sociali, di sgravi contributivi nel Mezzogiorno e di finanziamento dei patronati), convertito, con modificazioni, dalla legge 7 dicembre 1989, n. 389, relativa alla previsione, per il calcolo della contribuzione previdenziale in caso di lavoro a tempo parziale, di un minimale retributivo orario, realizzato attraverso un meccanismo di riparametrazione della retribuzione minima giornaliera, prevista per il lavoro a tempo pieno, sulla base della quantità di lavoro effettivamente prestato. Questa tesi, però, era stata respinta dai giudici di merito.