[pronunce]

ORDINANZA ha pronunciato la seguentenel giudizio di legittimità costituzionale dell'articolo 32, commi 5, 6 e 7, della legge 4 novembre 2010, n. 183 (Deleghe al Governo in materia di lavori usuranti, di riorganizzazione di enti, di congedi, aspettative e permessi, ammortizzatori sociali, di servizi per l'impiego, di incentivi all'occupazione, di apprendistato, di occupazione femminile, nonché misure contro il lavoro sommerso e disposizioni in tema di lavoro pubblico e di controversie di lavoro), promosso dalla Corte d'appello di Potenza, sezione lavoro, nel procedimento vertente tra A. S. e l'E. B. s.p.a., con ordinanza del 9 giugno 2011, iscritta al n. 250 del registro ordinanze 2011 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 50, prima serie speciale, dell'anno 2011. Visto l'atto di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri; udito nella camera di consiglio del 21 marzo 2012 il Giudice relatore Luigi Mazzella.. Ritenuto che la Corte d'appello di Potenza, sezione lavoro, con ordinanza del 9 giugno 2011, ha sollevato questioni di legittimità costituzionale, con riferimento agli articoli 3, 4, 24, 111 e 117 della Costituzione, dell'articolo 32, commi 5, 6 e 7, della legge 4 novembre 2010, n. 183 (Deleghe al Governo in materia di lavori usuranti, di riorganizzazione di enti, di congedi, aspettative e permessi, ammortizzatori sociali, di servizi per l'impiego, di incentivi all'occupazione, di apprendistato, di occupazione femminile, nonché misure contro il lavoro sommerso e disposizioni in tema di lavoro pubblico e di controversie di lavoro); che il rimettente espone in punto di fatto che con sentenza n. 50 in data 23 febbraio 2010 il Tribunale di Potenza, in funzione di giudice del lavoro, respingeva la domanda - proposta da A. S. con ricorso in data 6 marzo 2008 - avente ad oggetto la declaratoria di nullità della clausola appositiva del termine ai contratti di lavoro subordinato stipulati con la società per azioni E. B. in date 10 gennaio 2000 e 27 aprile 2000; che avverso tale decisione il lavoratore interponeva gravame chiedendo l'accoglimento delle domande, originariamente proposte, di accertamento e declaratoria della nullità del termine apposto ai contratti di lavoro subordinato stipulati inter partes con decorrenze 10 gennaio 2000 e 27 aprile 2000, con conseguente instaurazione di un unico ed ininterrotto rapporto di lavoro a tempo pieno ed indeterminato a far data dal primo contratto ovvero, in subordine, dal secondo, e di condanna della società resistente, ora appellata, alla riammissione in servizio dalla data di cessazione del rapporto o, in subordine, dalla data dell'offerta delle prestazioni, nonché al pagamento in suo favore di tutte le retribuzioni mensili arretrate, anche a titolo di risarcimento danni, con decorrenza dalla scadenza del termine del primo contratto, ovvero, in subordine, del secondo ovvero, in via ulteriormente gradata, dalla data del tentativo di conciliazione, nonché alla copertura contributiva in favore del ricorrente per il periodo di mancata prestazione lavorativa; che nella pendenza del giudizio, il 24 novembre 2010, entrava in vigore la legge n. 183 del 2010; che in base alle censurate disposizioni dell'art. 32, in caso di accoglimento del gravame e, quindi, di riforma dell'impugnata decisione in ordine alla declaratoria di nullità della clausola, la condanna al risarcimento del danno da emettere a carico del datore di lavoro in favore del lavoratore avrebbe dovuto essere commisurata, non già, come richiesto, al monte retributivo maturato da quest'ultimo dalla data di notifica dell'atto di costituzione in mora del creditore all'effettiva riammissione in servizio, bensì, con una limitazione quantitativa della pretesa avanzata, ad una «indennità onnicomprensiva [...] tra un minimo di 2,5 ed un massimo di 12 mensilità dell'ultima retribuzione globale di fatto, avuto riguardo ai criteri indicati nell'articolo 8 della legge 15 luglio 1966, n. 604» (indennità secondo alcuni comprensiva anche del credito previdenziale ed assistenziale); che, in diritto, il giudice a quo, ritenute le norme censurate rilevanti ai fini del decidere, osserva, con riferimento alla non manifesta infondatezza, che la normativa sospettata d'illegittimità - peraltro limitatamente alla sua applicabilità ai giudizi pregressi, in quanto immuni dal termine di decadenza previsto per quelli da instaurare in futuro - violerebbe i seguenti parametri costituzionali: «a) l'art. 3 Cost. per l'evidente irragionevolezza di limitare il risarcimento del danno a carico della parte che alla nullità non abbia dato causa, senza aver prima apprestato le cautele necessarie a limitare i tempi fonte di quei danni; b) gli artt. 24 e 111 Cost. per lesione dell'effettività della tutela giurisdizionale, a suo avviso divenuta ex lege non integralmente risarcitoria senza giustificazione alcuna; c) l'art. 4 per la menomazione della tutela del diritto al lavoro, secondo alcuni anche con "estinzione" del credito previdenziale; d) l'art. 111 Cost. nella misura in cui il principio del giusto processo sia applicabile anche alla fase introduttiva del giudizio e quindi alle misure acceleratorie dei tempi di reazione alla condotta ritenuta illegittima; e) l'art. 117, primo comma, Cost. con l'interposizione dell'art. 6 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali, firmata a Roma il 4 novembre 1950 e ratificata e resa esecutiva in Italia con legge 5 agosto 1955, n. 848, per denunciata insussistenza delle ragioni di interesse generale tali da giustificare una siffatta incidenza del potere legislativo nella giurisdizione, essendo la norma applicabile solo a casi specifici (contratti di lavoro a tempo determinato convertiti) e a determinati giudizi (quelli introdotti prima della sua entrata in vigore), esclusivamente nell'àmbito di rapporti di diritto privato e senza efficacia di sanatoria di situazioni, ancorché irregolari, comunque riconducibili ad interessi socialmente rilevanti, così da risolversi a favore del datore di lavoro, non solo comunemente ritenuto contraente forte, ma soprattutto autore della clausola nulla»; che è intervenuto nel giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, il quale ha concluso per la inammissibilità e/o manifesta infondatezza della questione.