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anche la direttiva del Consiglio europeo del 12 giugno 1986 è intesa a disciplinare l'utilizzazione dei fanghi di depurazione in agricoltura in modo da evitare effetti nocivi sul suolo, sulla vegetazione, sugli animali e sull'uomo, incoraggiando la corretta utilizzazione di questi fanghi; molte di queste sostanze sono molecole stabili che si accumulano nel suolo e nelle falde acquifere e non basta l'aratura per attenuarne la contaminazione; il citato articolo 41 non prevede nessun test di fitotossicità, non indica quali siano i suoli idonei allo smaltimento, le condizioni ambientali del suolo (ph, umidità, temperatura, potenziale Redox, età), la reattività dei costituenti del terreno, la distanza dalle strade da corsi d'acqua e le pendenze dei terreni. La disposizione doveva servire a giungere a una soluzione di emergenza, che non doveva essere definitiva. Al contrario, non è stato assegnato un termine per risolvere questa emergenza, né è stato richiesto un parere aggiornato all'Istituto superiore di sanità. Quello precedente, del 14 marzo 2018, era limitato ai soli parametri microbiologici e non a quelli tossicologici; con l'approvazione definitiva di questa norma si è avuto il seguente paradosso: per conferire i fanghi da depurazione in discarica il limite previsto è 500 milligrammi di idrocarburi per chilo mentre con l'attuale disposizione per utilizzare fanghi con le stesse sostanze inquinanti sui suoli agricoli i limiti diventano 1000 milligrammi per chilo riferiti, però, non alla "sostanza secca" ma al "tal quale". Il che significa un valore che, se riferito alla sostanza secca, oscilla da 5.000 a 8.000 milligrammi per chilo, vale a dire valori prossimi ai livelli desiderati dalla Regione Lombardia, ottenuti in modo da poter superare i pronunciamenti della magistratura. La disposizione relativa ai limiti sul tal quale non fissa i quantitativi massimi di fanghi in materia secca che le disposizioni comunitarie prevedono espressamente per gli Stati membri. Sarebbe infatti opportuno chiedere a chi produce tali fanghi di ridurre gli inquinanti mediante processi tecnologici, come viene fatto già in altre parti d'Europa, come per esempio in Svizzera, in Austria e in molte altre regioni della Germania, dove è vietato lo spandimento di questi fanghi tossici; tenuto, inoltre, conto che: dalle problematiche evidenziate si ritiene molto poco efficace, per quanto riguarda l'effettiva tutela della salute pubblica, il controllo analitico previsto almeno una volta all'anno per i parametri PCDD/PCDF più PCB DL. Si ritiene che tutti i parametri strategici devono essere monitorati nei suoli ove i fanghi vengono sversati almeno ogni 4 mesi. Questo anche in relazione alle quantità e alle caratteristiche dei fanghi sparsi; l'articolo 3, comma 1, lettera c) , del decreto legislativo n. 99 del 1992, "Attuazione della direttiva 86/278/CEE concernente la protezione dell'ambiente, in particolare del suolo, nell'utilizzazione dei fanghi di depurazione in agricoltura", recita: "È ammessa l'utilizzazione in agricoltura dei fanghi indicati all'articolo 2 solo se ricorrono le seguenti condizioni: non contengono sostanze tossiche e nocive e/o persistenti e/o bioaccumulabili in concentrazioni dannose per il terreno, per le colture, per gli animali, per l'uomo e per l'ambiente in generale"; l'Italia non ha ancora ratificato la Convenzione di Stoccolma che si pone come obiettivo l'eliminazione e la diminuzione dell'uso di alcune sostanze nocive per la salute umana e per l'ambiente definite inquinanti organici persistenti (POP o POPs) tra i quali diossine, benzofurani, policlorobifenili e IPA, che potranno essere sparsi sui suoli agricoli. Il disegno di legge "Ratifica ed esecuzione della Convenzione di Stoccolma sugli inquinanti organici persistenti, con Allegati, fatta a Stoccolma il 22 maggio 2001", AC 2806, è ancora in corso d'esame ed è fermo alla Camera dei deputati al 4 agosto 2021; da ultimo, autorevoli pareri scientifici affermano che questi fanghi sono potenziali vettori di virus e batteri e, nello specifico, anche del COVID-19. Di recente è stata diffusa dall'OMS una nota informativa sui rischi da coronavirus nelle acque, incluse le acque reflue di cui i fanghi sono i materiali di risulta. Due studi di analisi metagenomica virale hanno dimostrato la presenza di coronavirus umani in fanghi di depurazione trattati e destinati all'agricoltura: uno studio del 2011 identifica i coronavirus 229E e HKU1 in fanghi trattati negli Stati Uniti, e un'altra ricerca riporta la presenza degli stessi coronavirus in fanghi in entrata e in uscita da digestori anaerobici; il Governo aveva il preciso dovere di affrontare in maniera decisa la questione, che ha un impatto sulla salute, sull'ambiente e anche sull'economia molto più forte di quanto non sia ancora noto all'opinione pubblica, essendo l'emergenza sanitaria da COVID-19 prioritaria rispetto a quella relativa all'esigenza industriale di smaltimento dei rifiuti, in particolare in alcune regioni del Nord Italia; l'ISS ha fornito raccomandazioni relative alle modalità di smaltimento dei fanghi trattati, nel rispetto delle prescrizioni normative di riferimento e limitatamente alle circostanze contingenti di emergenza della pandemia in corso; l'evidenza di manifestazioni cliniche associate a COVID-19, inclusa la diarrea, pone l'interrogativo circa la possibilità di trasmissione per via fecale-orale, a seguito del rilascio del virus nelle acque di scarico. Sulla base dei dati disponibili in letteratura, circa il 2-10 per cento dei pazienti con COVID-19 presentano diarrea, e due studi recenti hanno rilevato frammenti di RNA virale nelle feci. Solo uno studio ha dimostrato presenza del SARS-CoV-2 in un campione di feci mediante colture cellulari. Tuttavia, durante l'epidemia da SARS-CoV-1 del 2003 è stata dimostrata la presenza del virus nelle feci di pazienti infetti e la sua trasmissione attraverso produzione di droplet contaminati provenienti dal sistema fognario che venivano reintrodotti all'interno delle abitazioni attraverso le condotte aerauliche; ancor più alla luce di questo, dispiace constatare che la revisione della normativa sui fanghi promessa dall'ex ministro Costa dopo l'approvazione dell'articolo 41 del decreto-legge n. 109 del 2018 non abbia ancora avuto seguito, a distanza di ormai 4 anni; rilevato, infine, che: la puntata del 10 gennaio 2022 di "Report" intitolata "L'odore dei fanghi" ha ricostruito la filiera "tal quale" e quella del prodotto diventato gesso di defecazione, una pratica ormai consolidata che si muove in un vuoto normativo, come ha ammesso lo stesso Ministro della transizione ecologica Roberto Cingolani. Quest'anno entrerà in vigore un nuovo regolamento europeo, ma ogni Stato può continuare a utilizzarli secondo le proprie normative nazionali. E se in Spagna, Gran Bretagna e Irlanda sono largamente impiegati come fertilizzanti, in Olanda, Belgio e Svizzera preferiscono incenerirli.