[pronunce]

In effetti, in ordine alle censure di costituzionalità riferite all'art. 119 della Costituzione, il ricorso difetta di qualsiasi sostegno argomentativo. Né può ritenersi che tale vizio possa essere sanato dalla memoria presentata nell'imminenza dell'udienza, la quale, diversamente dal ricorso, si sofferma nel motivare il lamentato vizio di legittimità costituzionale. Infatti, come precisato dalla giurisprudenza di questa Corte (sentenza n. 384 del 1999), il ricorso non solo deve identificare esattamente la questione nei suoi termini normativi, ma, parallelamente a quanto l'art. 23, secondo comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87 (Norme sulla costituzione e sul funzionamento della Corte costituzionale) richiede per l'atto introduttivo delle questioni incidentali, esso deve altresì contenere una seppur sintetica argomentazione di merito, a sostegno della richiesta declaratoria d'incostituzionalità della legge. 3.6. - L'Avvocatura generale dello Stato eccepisce infine la tardività dell'impugnazione per quanto riguarda il primo dei ricorsi della Regione Emilia-Romagna (reg. ric. n. 13 del 2004) , in quanto la ricorrente avrebbe dovuto impugnare l'art. 32, commi 21 e 22, del decreto-legge n. 269 del 2003 e non la legge di conversione n. 326 del 2003. In proposito va ripetuto quanto già detto riguardo al ricorso della Regione Puglia, e cioè che non può considerarsi tardivo il ricorso proposto contro la legge di conversione, la quale riproduca il contenuto del decreto-legge. 3.7. - Sono poi da esaminare alcune questioni di legittimità costituzionale avanzate dalla Regione Emilia-Romagna. 3.8. - Innanzitutto, va dichiarata la inammissibilità della censura riferita all'art. 3 della Costituzione per l'ingiustificata discriminazione tra gli imprenditori che usano i beni demaniali per finalità turistiche e quelli che usano gli stessi beni demaniali per altre finalità (art. 32, commi 21 e 22, del decreto-legge n. 269 del 2003, nel testo risultante dalla legge di conversione n. 326 del 2003). È infatti evidente che, in considerazione del tenore della predetta censura, incentrata esclusivamente sulla disparità di trattamento che deriverebbe dalle norme impugnate per gli imprenditori turistici rispetto agli altri imprenditori, difetta l'interesse della Regione, in quanto tale violazione non comporta un'incisione, diretta o indiretta, delle competenze attribuite dalla Costituzione alla Regione stessa (cfr. sentenze n. 4 del 2004 e n. 337 del 2001). 3.9. - Parimenti inammissibile è la censura di irragionevolezza (art. 3 della Costituzione) della norma che prevede l'elevazione del trecento per cento dei canoni delle concessioni d'uso dei beni del demanio marittimo, senza tener conto del diverso valore turistico delle varie aree. Infatti, a parte la considerazione che le norme, come si vedrà in seguito, tengono conto del diverso valore turistico delle aree, anche in questo caso non sono in gioco le attribuzioni costituzionali della Regione Emilia-Romagna, bensì, unicamente, gli interessi dei concessionari. 3.10. - Va poi esaminata la prospettazione riferita all'art. 117 della Costituzione. Ad avviso della ricorrente, la rideterminazione del canone comporterebbe pregiudizio all'azione regionale di programmazione e di sviluppo in materia turistica, rendendo impossibile l'aggiornamento dei diritti d'imposta regionali sulle concessioni statali dei beni del demanio, in quanto l'esorbitante aumento del canone di concessione comprimerebbe le risorse degli imprenditori turistici. La questione è inammissibile, poiché si tratta di censura di mero fatto e non riguarda una presunta lesività della norma. 3.11. - Va infine dichiarata inammissibile la censura di scarsa chiarezza della normativa impugnata, in quanto la difficoltà di interpretazione del testo normativo nella specie non sussiste. 4. - Restano la questione sollevata dalla Regione Puglia in ordine al potere dello Stato di determinare i canoni delle concessioni d'uso dei beni demaniali e la questione, sollevata dalla Regione Puglia e dalla Regione Emilia-Romagna, in ordine al mancato rispetto del principio della leale collaborazione. Prima di trattare il merito di tali questioni, è opportuno far cenno alla disciplina che regola la materia, e cioè ai commi 21, 22 e 23 dell'art. 32 del decreto-legge n. 269 del 2003, convertito nella legge n. 326 del 2003. Il comma 21 prevede che “con decreto del Ministro delle infrastrutture e dei trasporti, di concerto con il Ministro dell'economia e delle finanze, da adottare entro sessanta giorni dalla data di entrata in vigore del presente decreto, sono rideterminati i canoni annui di cui all'articolo 03 del decreto-legge 5 ottobre 1993, n. 400, convertito, con modificazioni, dalla legge 4 dicembre 1993, n. 494”. L'articolo 03, al comma 1, si occupa dei canoni di concessioni demaniali per finalità turistico-ricreative, precisando che il decreto ministeriale (ora interministeriale) che li determina deve essere emanato “sentita la Conferenza permanente per i rapporti fra lo Stato, le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano”. Il successivo comma 22 del medesimo art. 32, così come modificato dall'art. 2, comma 53, della legge n. 350 del 2003, dispone, relativamente a dette concessioni, che “con decreto interministeriale, da emanare entro il 30 giugno 2004, sono assicurate maggiori entrate non inferiori a 140 milioni di euro, a decorrere dal 1° gennaio 2004”. In caso di mancata adozione del decreto entro il predetto termine del 30 giugno 2004, “i canoni per la concessione d'uso sono rideterminati, con effetto dal 1° gennaio 2004”, nella misura prevista dalle tabelle allegate al decreto ministeriale 5 agosto 1998, n. 342 (Regolamento recante norme per la rideterminazione dei canoni relativi a concessioni demaniali marittime per finalità turistico-ricreative), “rivalutate del trecento per cento”. Tali tabelle tengono conto dei criteri di classificazione in base alla diversa valenza turistica delle aree, stabiliti con lo stesso decreto ministeriale 5 agosto 1998, n. 342. Strettamente connesso con il predetto comma 22 è il successivo comma 23 dello stesso art. 32, secondo il quale “resta fermo quanto previsto dall'articolo 6 del citato decreto del Ministro di cui al comma 22, relativo alla classificazione delle aree da parte delle regioni, in base alla valenza turistica delle stesse”. Il riferimento all'art. 6 del decreto ministeriale 5 agosto 1998, n. 342, pone in evidenza il ruolo che è stato riservato alle Regioni per la classificazione delle aree secondo la loro valenza turistica. Detto art. 6 precisa infatti che “le regioni individuano le aree del proprio territorio da classificare nelle categorie A, B e C, effettuati gli accertamenti (…) dei requisiti di alta, normale e minore valenza turistica”.