[pronunce]

SENTENZA ha pronunciato la seguentenel giudizio di legittimità costituzionale dell'art. 96, terzo comma, del codice di procedura civile e dell'art. 133 del decreto del Presidente della Repubblica 30 maggio 2002, n. 115 (Testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di spese di giustizia - Testo A), promosso dal Tribunale di Tivoli, nel procedimento vertente tra L. F. e il Comune di Guidonia Montecelio ed altra, con ordinanza del 30 maggio 2012, iscritta al n. 260 del registro ordinanze 2012 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 47, prima serie speciale, dell'anno 2012. Visto l'atto di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri; udito nella camera di consiglio del 22 maggio 2013 il Giudice relatore Sergio Mattarella.. Ritenuto in fatto Considerato in diritto 1.- Con ordinanza del 30 maggio 2012, depositata in cancelleria il 6 novembre 2012 (reg. ord. n. 260 del 2012), il Tribunale di Tivoli ha sollevato, in riferimento agli articoli 3, 24 e 111 della Costituzione ed all'art. 6 della legge 4 agosto 1955, n. 848 (Ratifica ed esecuzione della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali firmata a Roma il 4 novembre 1950 e del Protocollo addizionale alla Convenzione stessa, firmato a Parigi il 20 marzo 1952), questione di legittimità costituzionale degli articoli 96, terzo comma, del codice di procedura civile e 133 del d.P.R. 30 maggio 2002, n. 115 (Testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di spese di giustizia - Testo A), nella parte in cui escludono pro quota lo Stato, ove gravato dell'onere del patrocinio gratuito in favore della parte vittoriosa, dal novero dei beneficiari delle somme oggetto di condanna irrogata ai sensi del suddetto art. 96, terzo comma, in ipotesi di responsabilità aggravata. Il giudice rimettente espone che nel giudizio a quo l'attore, ammesso al gratuito patrocinio, ha chiesto la condanna di un Comune e delle Assicurazioni Generali s.p.a. al risarcimento dei danni subiti a seguito della caduta da un ciclomotore causata da una serie di buche stradali, nonché al pagamento di una somma da determinare in via equitativa per un danno qualificato «punitivo», a causa della mancata conclusione della controversia in via stragiudiziale. Dall'esame delle prove raccolte, il giudice ritiene essere stata raggiunta la prova della responsabilità del Comune convenuto per omessa custodia e per l'assenza di manutenzione della strada in questione, e di dovere quindi procedere alla quantificazione dei danni subiti dall'attore. In particolare, in riferimento alla domanda relativa al suddetto danno «punitivo», per avere i convenuti resistito in giudizio senza addivenire ad un accordo stragiudiziale, stante l'evidenza dei fatti per cui è causa, il giudice rimettente osserva che essa risulta contenuta nell'atto di citazione notificato «nel maggio 2009»; sicché deve ritenersi che tale domanda sia riferita all'art. 96, primo comma, cod. proc. civ. , dal momento che il terzo comma dello stesso articolo è stato introdotto dall'art. 45 della legge 18 giugno 2009, n. 69 (Disposizioni per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività nonché in materia di processo civile). Ai fini dell'applicabilità nel giudizio a quo del terzo comma dell'art. 96 cod. proc. civ. , il Tribunale di Tivoli dà atto che «l'intera attività difensiva e la stessa costituzione dei convenuti è successiva all'entrata in vigore della legge 69/2009», risalente al 4 luglio 2009, per cui la citata disposizione del terzo comma «può e deve» essere applicata «anche in ragione della sua natura processuale», posto che la condotta sanzionata dalla norma, costituita dalla resistenza colposa in giudizio, si è svolta tutta successivamente alla data della entrata in vigore della citata modifica legislativa. Nel merito, il giudice rimettente ritiene che nel caso in esame sussistano gli estremi per dichiarare la colpa aggravata dei convenuti, a causa dell'evidenza probatoria e della «pretestuosità delle difese addotte», che hanno «costretto l'attore ad un giudizio che avrebbe dovuto essere evitato». L'ordinanza osserva che, mentre la previsione di cui all'art. 96, primo comma, cod. proc. civ. subordina il risarcimento del danno, oltre che all'elemento oggettivo della soccombenza, al comportamento del soccombente e alla sua mala fede o colpa grave, configurando così un'ipotesi di responsabilità ai sensi dell'art. 2043 cod. civ. , quella prevista dal terzo comma dello stesso articolo non individua le specifiche condotte sanzionabili. A tale riguardo il giudice rimettente condivide l'opinione secondo la quale, nel silenzio del legislatore circa i presupposti della condanna, questa possa essere pronunciata solo ove ricorrano le condizioni di cui al primo comma, e cioè qualora la parte abbia agito o resistito in giudizio con mala fede o colpa grave, ritenute esistenti nel caso in esame. Inoltre, il giudice a quo afferma che la condanna prevista dall'art. 96, terzo comma, cod. proc. civ. si contraddistingue per il suo carattere sanzionatorio, dal momento che la sua quantificazione non risulta commisurata all'entità del danno subito, ma è rimessa all'equo apprezzamento del giudice. Queste caratteristiche distinguono l'ipotesi sanzionatoria in esame dal modello della responsabilità aquiliana, dal momento che essa non concreta una fattispecie risarcitoria di un danno, ma risulta finalizzata a prevenire l'abuso del processo ed a tutelare l'efficienza dell'amministrazione della giustizia. Sotto diverso profilo, essa costituisce un adempimento «degli obblighi cosiddetti positivi» derivanti dall'art. 6 CEDU, e pertanto la sanzione in esame ha natura composita e, tra l'altro, è volta a compensare il rischio processuale che inevitabilmente corre la parte a causa dell'abuso del processo. Nella peculiare ipotesi che ricorre nel giudizio a quo, il soggetto su cui grava il rischio, a causa dell'ammissione dell'attore al gratuito patrocinio a spese dello Stato, non è «la controparte», ma il pubblico erario, tenuto comunque al pagamento delle spese sostenute per il giudizio. In tale situazione, sussiste «una disparità di trattamento tra parte privata gravata del rischio e delle spese processuali e parte pubblica (intesa come Stato persona giuridica onerato delle spese del patrocinio) gravata ex lege del medesimo onere». Poiché, infatti, l'art. 133 del d.P.R. n. 115 del 2002 consente solo il pagamento (o il recupero ai sensi dell'art. 134) delle spese processuali, ma non considera la possibilità di un ristoro a favore dello Stato del rischio risarcibile con la sanzione prevista dall'art. 96, terzo comma, cod. proc. civ.