[massime]

Processo penale - Incompatibilità del giudice - Giudice dell'udienza preliminare che abbia invitato il pubblico ministero a modificare l'imputazione per diversità del fatto - Incompatibilità all'ulteriore trattazione dell'udienza preliminare in caso di adesione del p.m. all'invito - Omessa previsione - Denunciata lesione del principio di imparzialità del giudice - Insussistenza - Non fondatezza della questione.. È dichiarata non fondata la questione di legittimità costituzionale dell'art. 34, comma 2, cod. proc. pen., censurato dal GUP del Tribunale di Napoli - in riferimento agli artt. 3, 24 e 111 Cost. - nella parte in cui non prevede che il giudice dell'udienza preliminare, che abbia sollecitato il pubblico ministero a modificare l'imputazione nei confronti dello stesso imputato per ritenuta diversità del fatto, divenga - una volta accolto l'invito - incompatibile a continuare a trattare la stessa udienza preliminare. L'invito al p.m. a modificare l'imputazione ai sensi dell'art. 423 cod. proc. pen. non è affatto assimilabile all'ordinanza di trasmissione degli atti al p.m. ai sensi dell'art. 521, comma 2, cod. proc. pen. (analogicamente applicabile dal giudice dell'udienza preliminare). Tale ordinanza determina la regressione del procedimento e la chiusura della fase in corso davanti al giudice che l'ha emessa, sicché la valutazione di merito insita in essa può assumere una valenza "pregiudicante" rispetto alla fase - distinta e ulteriore, anche se omologa - che si aprirà all'esito delle iniziative del p.m. (il quale dovrà esercitare nuovamente l'azione penale, sempre che ne ravvisi i presupposti); al contrario, l'invito con cui il giudice si fa promotore di una mutatio libelli - formulato, in via di principio, a conclusione dell'udienza preliminare, dopo che il confronto dialettico fra le parti e l'eventuale attività di integrazione probatoria si sono già svolti - rappresenta un rimedio "endofasico" e, in quanto tale, non determina alcuna incompatibilità all'ulteriore trattazione della medesima udienza preliminare, poiché il giudice esterna un convincimento sul merito della regiudicanda, ma lo fa come momento immediatamente prodromico alla decisione che legittimamente è chiamato ad assumere in quello stesso contesto, restando perciò esclusa la configurabilità di una menomazione dell'imparzialità del giudice, atta a rendere costituzionalmente necessaria l'applicazione dell'istituto dell'incompatibilità. ( Precedenti citati: sentenza n. 88 del 1994, sulla idoneità sia dell'invito che dell'ordinanza di trasmissione ad impedire l'incongruo risultato che il giudice dell'udienza preliminare si pronunci su una imputazione non coerente con le acquisizioni processuali; sentenze n. 400 del 2008 e n. 455 del 1994, ordinanza n. 269 del 2003, sulla valenza "pregiudicante" del provvedimento adottato ai sensi dell'art. 521 cod. proc. pen. rispetto al nuovo dibattimento e alla nuova udienza preliminare ) . Secondo la costante giurisprudenza della Corte, affinché possa configurarsi una situazione di incompatibilità - nel senso dell'esigenza costituzionale della relativa previsione, in funzione di tutela dei valori della terzietà e dell'imparzialità del giudice - è necessario che la valutazione "contenutistica" sulla medesima regiudicanda si collochi in una precedente e distinta fase del procedimento, rispetto a quella di cui il giudice è attualmente investito. È del tutto ragionevole, infatti, che, all'interno di ciascuna delle fasi (intese come sequenze ordinate di atti che possono implicare apprezzamenti incidentali, anche di merito, su quanto in esse risulti, prodromici alla decisione conclusiva) resti, in ogni caso, preservata l'esigenza di continuità e di globalità, venendosi altrimenti a determinare una assurda frammentazione del procedimento, che implicherebbe la necessità di disporre, per la medesima fase del giudizio, di tanti giudici diversi quanti sono gli atti da compiere. In questi casi, il provvedimento non costituisce anticipazione di un giudizio che deve essere instaurato, ma, al contrario, si inserisce nel giudizio del quale il giudice è già correttamente investito senza che ne possa essere spogliato: anzi è la competenza ad adottare il provvedimento dal quale si vorrebbe far derivare l'incompatibilità che presuppone la competenza per il giudizio di merito e si giustifica in ragione di essa. (Precedenti citati, sentenze n. 153 del 2012, n. 177 del 1996 e n. 131 del 1996; ordinanze n. 76 del 2007, n. 123 del 2004, n. 90 del 2004, n. 370 del 2000, n. 232 del 1999) .