[pronunce]

n. 286 del 1998. Il rimettente non avrebbe inoltre offerto alcun dato significativo circa le condizioni economiche dell'imputato, sicché sarebbe impossibile verificare l'effettiva sostenibilità della quota giornaliera sostitutiva della pena detentiva, determinata ai sensi dell'art. 53, secondo comma, della legge n. 689 del 1981, anche ove il giudice, in forza dell'art. 133-ter cod. pen. , concedesse la massima dilazione di pagamento. 2.2.- Ulteriore profilo di inammissibilità risiederebbe nell'inesatta e incompleta identificazione della norma oggetto di censura, che comporterebbe la contraddittorietà del petitum. L'ordinanza di rimessione avrebbe dovuto censurare anche l'art. 4 della legge n. 134 del 2003, che ha espunto dal testo dell'art. 53, secondo comma, della legge n. 689 del 1981 il rinvio all'art. 133-bis cod. pen. , dal momento che la pretesa illegittimità costituzionale scaturirebbe proprio dalla menzionata disposizione. Pertanto, «sebbene la questione di legittimità costituzionale in astratto possa ritenersi non manifestamente infondata», essa sarebbe inammissibile per l'aberratio ictus parziale in cui sarebbe incorso il rimettente. 3.- Con ordinanza del 14 aprile 2021 (r.o. n. 129 del 2021), il Giudice per le indagini preliminari del Tribunale ordinario di Taranto ha parimenti sollevato questioni di legittimità costituzionale dell'art. 53, secondo comma, della legge n. 689 del 1981, «nella parte in cui detta disposizione prevede che, nel determinare il quantum della pena pecuniaria sostitutiva della pena detentiva di durata inferiore a sei mesi, il Giudice individui il valore minimo giornaliero di un giorno di reclusione nella misura della somma indicata dall'articolo 135 c.p., pari a 250,00 euro, anziché nella minor somma di 75,00 &#8364; prevista dall'articolo 459, co. l-bis c.p.p.», per ritenuto contrasto con gli artt. 3, secondo comma, 27, terzo comma, e 117, primo comma, Cost. in relazione all'art. 49, paragrafo 3, della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea (CDFUE). In via subordinata, la stessa disposizione è denunciata, in riferimento ai medesimi parametri, nella parte in cui «non prevede che il Giudice, nel determinare la pena pecuniaria sostitutiva di pena detentiva di durata inferiore a sei mesi, [...] possa fare applicazione del criterio di adeguamento della pena pecuniaria minima previsto dall'articolo 133-bis c.p.». 3.1.- Il giudice a quo è investito dell'opposizione proposta avverso un decreto penale di condanna, emesso nei confronti dell'imputato G. M. in relazione al delitto di violenza privata (art. 610 cod. pen.), per avere posizionato la propria autovettura in prossimità dell'ingresso dell'abitazione delle persone offese, impedendo a queste ultime l'accesso e l'uscita dall'abitazione stessa. Nel giudizio di opposizione, l'imputato e il pubblico ministero hanno chiesto applicarsi, ai sensi dell'art. 444 cod. proc. pen. , la pena, già diminuita per la scelta del rito, di tre mesi di reclusione, sostituita dalla multa di 6.750,00 euro, determinata al tasso di 75 euro per ogni giorno di pena detentiva. Il rimettente ritiene che, in assenza di elementi tali da imporre ex art. 129 cod. proc. pen. il proscioglimento di G. M., e alla luce della scarsa pericolosità sociale e della modesta capacità criminosa rivelate dalla condotta contestata, la pena detentiva di cui le parti chiedono l'applicazione sia congrua e proporzionata alla personalità del reo e alla concreta offensività del fatto di reato, tenuto conto dei criteri di cui all'art. 133 cod. pen. Lo stesso può dirsi con riferimento alla pena pecuniaria sostitutiva di 6.750,00 euro, rateizzabile ex art. 133-ter cod. pen. ; pena pecuniaria che, però, le parti hanno determinato sulla base del tasso di conversione minimo previsto, per il procedimento per decreto penale di condanna, dall'art. 459, comma 1-bis, cod. proc. pen. (75 euro per un giorno di detenzione), e non sulla base il tasso minimo di ragguaglio prescritto dall'art. 53, secondo comma, della legge n. 689 del 1981 mediante rinvio all'art. 135 cod. pen. (250 euro per un giorno di detenzione), che dovrebbe essere applicato nel giudizio di opposizione. L'applicazione di quest'ultimo criterio, invece, darebbe luogo a una pena pecuniaria sostitutiva pari a 22.500 euro. Osserva in proposito il giudice a quo che, alla luce della documentazione dell'Agenzia delle entrate versata in atti e attestante la situazione reddituale dell'imputato, una pena pecuniaria di tale importo sarebbe sostanzialmente pari ai redditi dichiarati nell'anno 2020 e, dunque, del tutto sproporzionata rispetto alle condizioni economiche dell'interessato. Anche nell'eventualità di una rateizzazione, l'entità degli importi dovuti sarebbe tale da compromettere notevolmente la capacità economica del reo. 3.2.- Tanto premesso, il rimettente richiama i principi enunciati da questa Corte in punto di necessaria proporzionalità della pena al disvalore del fatto illecito commesso (sono citate le sentenze n. 236 del 2016, n. 341 del 1994, n. 409 del 1989 e n. 50 del 1980), anche a garanzia dell'effettivo dispiegarsi della funzione rieducativa della pena, di cui all'art. 27, terzo comma, Cost. (sono citate le sentenze n. 251 del 2012, n. 341 del 1994, n. 343 del 1993 e n. 313 del 1990), per poi soffermarsi diffusamente sulla sentenza n. 15 del 2020, che avrebbe apertis verbis rilevato «l'irragionevolezza intrinseca del valore minimo del criterio di conversione delle pene detentive brevi» previsto dalla disposizione censurata. Evidenziata quindi la rilevanza delle questioni sollevate - atteso che l'applicazione del tasso minimo di ragguaglio stabilito dall'art. 53, secondo comma, della legge n. 689 del 1981 imporrebbe il rigetto della richiesta di applicazione della pena sostitutiva formulata dalle parti -, il giudice a quo ritiene che la disposizione censurata contrasti anzitutto con l'art. 3, secondo comma, Cost., poiché il descritto coefficiente di ragguaglio creerebbe una disparità di trattamento tra imputati facoltosi - in grado di assolvere al pagamento della pena pecuniaria, pur se sproporzionata - e imputati meno abbienti. Tale criterio minimo di conversione colliderebbe altresì con l'art. 27, terzo comma, Cost., nella misura in cui rischierebbe di vanificare «l'imprescindibile esigenza di minimizzazione dell'inflizione di pene detentive brevi "gratuite" ed "inutilmente laceranti"» e genererebbe trattamenti sanzionatori sproporzionati e intrinsecamente irragionevoli.