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Il sistema autodisciplinare, frutto di scelte di autonomia privata, che trova la sua fonte in regolamenti emanati, su base volontaristica, da appositi organismi, i più rappresentativi dei quali sono il codice di autodisciplina della comunicazione commerciale, adottato dall'Istituto di autodisciplina pubblicitaria (IAP), e il codice di autoregolamentazione TV e minori. L'impianto complessivo di tali strumenti non contiene alcun richiamo, né espresso né implicito, alla discriminazione e alla strumentalizzazione dell'immagine femminile, salvo che per le ipotesi di volgarità, violenza e indecenza in pubblicità, di cui all'articolo 9 del codice di autodisciplina della comunicazione commerciale. Circa le forme di controllo, ciascun regolamento prevede la presenza di appositi organismi che curano l'osservanza delle norme regolamentari da parte dei soggetti che a quelle norme si sono, appunto, autovincolati. Il codice di autoregolamentazione TV e minori attua i controlli tramite il comitato di applicazione che vigila sull'operato delle emittenti televisive firmatarie; il codice di autodisciplina della comunicazione commerciale prevede un comitato di controllo e un organo giudicante, denominato giurì, entrambi organi dello IAP. Il sistema normativo statale, di derivazione pubblicistica, trova invece la sua fonte principale di regolamentazione in due raccolte di norme, rispettivamente rappresentate dal codice del consumo, di cui al decreto legislativo 6 settembre 2005 n. 206, e dal testo unico dei servizi di media audiovisivi e radiofonici, di cui al decreto legislativo 31 luglio 2005, n. 177. Il primo, tuttavia, non tratta della pubblicità sotto i profili che qui interessano, mentre il secondo si riferisce alla sola emittenza televisiva. Con riferimento ai minori e agli strumenti di tutela che è necessario assumere in materia di pubblicità, sarebbe, in realtà, auspicabile che fosse inserito il diretto riconoscimento, in Costituzione, del minore come specifico soggetto titolare di diritti e destinatario di specifiche tutele, in aggiunta alle uniche attualmente previste dall'articolo 31 (in materia di protezione della maternità, dell'infanzia e la gioventù), dall'articolo 35 (in materia di lavoro minorile) e dall'articolo 30 (in materia di mantenimento, istruzione e educazione dei figli). Nei testi costituzionali di altri Paesi europei sono già stati attuati interventi in questa direzione. È il caso del Belgio, che nel febbraio 2000 ha adottato un'apposita legge di revisione del titolo II della Costituzione con cui è stato inserito il nuovo articolo 22-bis, secondo il quale ogni minore ha diritto al rispetto della propria integrità morale, fisica, psichica e sessuale. Ancora più incisivi, sotto i profili di cui si sta trattando, sono l'articolo 12 della Costituzione finlandese, adottato sempre nel 2000, dove si stabilisce che « Provisions on restrictions relating to pictorial programmes that are necessary for the protection of children may be laid down by an Act » e l'articolo 20 della Costituzione spagnola, che espressamente prevede che le libertà di pensiero o di creazione artistica «trovino un limite», oltre che nel diritto all'onore e nel diritto all'intimità, anche e specificamente «nella protezione della gioventù e dell'infanzia». A Costituzione vigente, tuttavia, nel nostro ordinamento è comunque non solo certamente possibile, ma oltremodo necessaria l'adozione di norme che nel corretto bilanciamento tra tutela dei diritti fondamentali di dignità della persona e parità tra i sessi, libertà di espressione artistica (articolo 21), libero esercizio delle attività d'impresa (articolo 41) e adeguata tutela della libera formazione di minori e adolescenti prevedano l'applicazione del principio costituzionale, peraltro consolidato da numerose pronunce della stessa Corte costituzionale, secondo cui alla tutela dei minori devono essere subordinati gli interessi di ogni altro soggetto coinvolto in un rapporto con il minore stesso. Il che, peraltro, è sancito dalla Convenzione sui diritti del fanciullo, approvata dall'Assemblea generale delle Nazioni Unite il 20 novembre 1989 e ratificata dall'Italia ai sensi della legge 27 maggio 1991, n. 176, convenzione che all'articolo 3 sancisce che in tutti gli atti relativi ai minori, siano essi compiuti da autorità pubbliche o da istituzioni private, l'interesse superiore del minore deve essere considerato preminente, con disposizione puntualmente riprodotta all'articolo 24 dalla «Carta di Nizza» (2000/C 364/01) tra i diritti, le libertà e i princìpi che l'Unione europea ha dettato e riconosciuto. Un forte richiamo nel senso prospettato lo si rinviene nei lavori svolti dalla Commissione parlamentare per l'infanzia e l'adolescenza nelle precedenti legislature. Sono stati raccolti, infatti, in quella sede, dati accurati sulla fruizione della televisione da parte dei minori, che evidenziano come bambini adolescenti si intrattengano dinanzi alla televisione per circa 1.100 ore all'anno (contro le 800 ore di impegno scolastico), il che significa dalle due alle quattro ore al giorno, molto spesso in solitudine. La Commissione ha sottolineato come il sistema dei codici di autoregolamentazione in materia di pubblicità si sia rivelato non del tutto efficace, nella tutela dei minori, tanto da indurre a una forte sollecitazione «contenuta nella relazione conclusiva dei lavori» ad assumere idonee iniziative parlamentari, nel campo della comunicazione, di natura «legislativa, chiarendo ciò che è legale e ciò che non lo è; esecutiva, facendo applicare le leggi esistenti, esercitando un efficace controllo sui contenuti massmediatici e sulle agenzie educative, combattendo permissivismo e illegalità; giudiziaria, condannando e punendo severamente i trasgressori della legge». Con riferimento all'immagine della donna veicolata nella pubblicità, e alle tutele che è divenuto indifferibile assicurare, la consapevolezza che non esistano criteri universalmente validi per identificare e definire puntualmente la discriminazione di genere in pubblicità impone, anzitutto, di ampliare lo spazio di intervento legislativo in materia di concorrenza «di cui la pubblicità costituisce uno dei più rilevanti aspetti» passando dalla centralità oggi assegnata alla sola concorrenza qualificata, in negativo, come sleale nei confronti dei competitori e dei consumatori, a una visione della pubblicità che si qualifichi, invece, in positivo, come dichiaratamente leale nei confronti dei consumatori. Attuando, così, i princìpi costituzionali, espressamente ribaditi dalla giurisprudenza della Corte costituzionale (con l'ordinanza n. 162 del 2009 e già con la sentenza n. 279 del 2006), secondo cui la concorrenza, sebbene valore basilare del principio di libertà di iniziativa economica, non riceve dall'ordinamento protezione assoluta, potendo, al contrario, il valore in questione, essere limitato al fine di «consentire il soddisfacimento contestuale di una pluralità di interessi costituzionalmente rilevanti».