[pronunce]

La misura minima della sanzione pecuniaria per chi non provvede nei termini e con le modalità prescritti alla comunicazione dei documenti, dei dati e delle notizie richiesti dall'autorità competente appare dunque non manifestamente sproporzionata alle caratteristiche dello specifico illecito amministrativo e rispondente alle finalità repressive perseguite. E, d'altro canto, la stessa vicenda oggetto del giudizio a quo, nel quale la misura della sanzione irrogata è stata quantificata nel doppio di quel minimo edittale della cui legittimità costituzionale il rimettente dubita, mette in evidenza la possibilità offerta al giudice di modulare l'entità della sanzione da irrogare a seconda delle caratteristiche del caso. Ciò premesso in linea generale sulla non irragionevolezza della previsione di sanzioni severe, anche nel minimo, per questo specifico tipo di illeciti, si deve escludere che sia irragionevole, come invece sostiene il rimettente, sottoporre allo stesso trattamento piccoli e grandi imprenditori del settore. Come già osservato, la particolare ampiezza della "forbice" tra minimo e massimo edittale (da 15.000 euro a 1.150.000 euro) consente all'autorità chiamata ad irrogare la sanzione di calibrarne in concreto la misura in rapporto alla maggiore o minore gravità della violazione (ordinanza n. 109 del 2004) e di differenziarla, se del caso, anche in considerazione delle dimensioni dell'impresa, le quali possono influire sulla valutazione della condotta degli autori della stessa violazione. Non sussistono, del resto, ragioni specifiche per cui nella disciplina delle sanzioni per omessa comunicazione dei dati in esame il legislatore avrebbe dovuto distinguere, a pena di illegittimità costituzionale della sua scelta, il trattamento sanzionatorio in base alle capacità economiche dei responsabili dell'omissione informativa. E d'altra parte nemmeno la disciplina precedente quella oggetto di censura distingueva la misura del trattamento sanzionatorio in ragione delle caratteristiche dei responsabili dell'illecito di cui si discute, e prevedeva a sua volta una "forbice" edittale proporzionalmente altrettanto ampia. Non è comunque pertinente, per la diversità della materia e per la specificità della relativa disciplina, il riferimento, operato dal rimettente, alle sanzioni riservate all'attività radiotelevisiva in «ambito locale», definita all'art. 2, comma 1, del d.lgs. n. 177 del 2005, con riguardo all'«ambito locale radiofonico», come «[...] attività di radiodiffusione sonora, con irradiazione del segnale fino a una copertura massima di quindici milioni di abitanti» (lettera v) e, con riguardo all'«ambito locale televisivo», come «[...] attività di radiodiffusione televisiva in uno o più bacini, comunque non superiori a dieci, anche non limitrofi, purché con copertura inferiore al 50 per cento della popolazione nazionale», con la precisazione che «l'ambito è denominato "regionale" o "provinciale" quando il bacino di esercizio dell'attività di radiodiffusione televisiva è unico e ricade nel territorio di una sola regione o di una sola provincia, e l'emittente, anche analogica, non trasmette in altri bacini» (lettera z). Non solo si tratta di attività materialmente diverse, ma le stesse distinzioni di tipo soggettivo operate dalla norma per coloro che esercitano attività di telediffusione e di radiodiffusione (sulla base del territorio di emittenza) sarebbero inapplicabili a chi svolge invece attività di fornitura di reti o servizi di comunicazione elettronica, attività il cui bacino di potenziale influenza per sua natura non incontra limiti territoriali. Infine, è irrilevante nel caso in esame, che riguarda l'adeguatezza del limite edittale minimo, l'argomento addotto dal giudice a quo, secondo cui il limite edittale massimo previsto dalla norma sarebbe irrisorio per le grandi imprese di telecomunicazione, ciò che, vanificando l'efficacia deterrente della sanzione, determinerebbe l'intrinseca irragionevolezza del complessivo trattamento sanzionatorio censurato. La violazione dell'art. 3 Cost., pertanto, non sussiste. 3.2.- Non è fondata nemmeno la questione prospettata con riferimento all'art. 97 Cost., sull'assunto che l'indiscriminato inasprimento della sanzione indurrebbe gli autori dell'illecito a promuovere giudizi di opposizione a ordinanza-ingiunzione, con aggravio del contenzioso giudiziario e mancato soddisfacimento dell'amministrazione, ciò che pregiudicherebbe il buon andamento e l'efficacia dell'azione amministrativa. Premesso che il principio del buon andamento è riferibile all'amministrazione della giustizia soltanto per quanto attiene all'organizzazione e al funzionamento degli uffici giudiziari (ex plurimis, sentenze n. 91 del 2018, n. 65 del 2014, n. 272 del 2008; ordinanze n. 158 del 2014, n. 84 del 2011 e n. 408 del 2008), la questione è infondata, sia per la parte in cui viene prospettato l'aggravio del contenzioso giudiziario, sia per la parte in cui se ne lamentano le ricadute in termini di mancato soddisfacimento delle ragioni creditorie dell'amministrazione. Le ipotizzate conseguenze della quantificazione legislativa della misura della sanzione, infatti, non sono direttamente riconducibili alla previsione censurata, ma derivano in linea fattuale da scelte difensive soggettive (quanto all'aggravio del contenzioso) e dall'eventuale effettiva insolvenza o incapienza patrimoniale dei responsabili dell'illecito (quanto alle difficoltà di riscossione delle sanzioni pecuniarie) e si risolvono quindi in un - indimostrato - mero inconveniente di fatto, inidoneo a determinare un problema di legittimità costituzionale (ex plurimis, sentenza n. 157 del 2014 e ordinanza n. 206 del 2016). 4.- In conclusione, le questioni devono essere dichiarate non fondate.. per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE dichiara non fondate le questioni di legittimità costituzionale dell'art. 98, comma 9, del decreto legislativo 1° agosto 2003, n. 259 (Codice delle comunicazioni elettroniche), come modificato dall'art. 2, comma 136, lettera d), del decreto-legge 3 ottobre 2006, n. 262 (Disposizioni urgenti in materia tributaria e finanziaria), convertito, con modificazioni, nella legge 24 novembre 2006, n. 286, sollevate dal Tribunale ordinario di Livorno, in riferimento agli artt. 3 e 97 della Costituzione, con l'ordinanza indicata in epigrafe. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 20 marzo 2019. F.to: Giorgio LATTANZI, Presidente Daria de PRETIS, Redattore Roberto MILANA, Cancelliere Depositata in Cancelleria il 10 maggio 2019. Il Direttore della Cancelleria F.to: Roberto MILANA