[pronunce]

SENTENZA ha pronunciato la seguentenel giudizio per conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato sorto a seguito della delibera della Camera dei deputati del 23 gennaio 2002, relativa alla insindacabilità delle opinioni espresse dall'onorevole Umberto Bossi, promosso dalla Corte d'appello di Milano, seconda sezione penale, con ricorso notificato e depositato in cancelleria il 20 maggio 2003, ed iscritto al n. 18 del registro conflitti del 2003. Visto l'atto di costituzione della Camera dei deputati; udito nell'udienza pubblica del 6 giugno 2006 il Giudice relatore Gaetano Silvestri; udito l'avvocato Massimo Luciani per la Camera dei deputati.. Ritenuto in fatto Considerato in diritto 1. – Nel corso di un procedimento penale nei confronti del deputato Umberto Bossi, la Corte d'appello di Milano, seconda sezione penale, ha sollevato – con atto depositato il 7 febbraio 2002 – conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato nei confronti della Camera dei deputati, in relazione alla deliberazione, assunta dall'Assemblea in data 23 gennaio 2002 (documento IV-quater, n. 18), con la quale è stato dichiarato che i fatti oggetto del processo concernono opinioni espresse da un membro del Parlamento nell'esercizio delle sue funzioni, ai sensi dell'art. 68, primo comma, della Costituzione. In punto di fatto, la ricorrente riferisce di essere investita del giudizio di appello promosso avverso la sentenza del 23 maggio 2001 del Tribunale di Como, sezione distaccata di Cantù, con la quale il deputato Bossi è stato dichiarato colpevole del reato di cui all'art. 292 del codice penale per avere, in data 25 luglio 1997, nel corso di una manifestazione indetta dalla Lega Nord e svoltasi nei pressi del Palazzetto dello sport di Cabiate, pronunziato le seguenti parole: «quando io vedo il tricolore, mi incazzo; il tricolore lo uso soltanto per pulirmi il culo» e poi, criticando le disposizioni in materia di esposizione della bandiera italiana, «con il tricolore, ci si possono pulire il culo». La Corte d'appello di Milano, richiamata in premessa la richiesta di improcedibilità avanzata dal Procuratore generale e dalla difesa dell'imputato a seguito della suddetta delibera parlamentare, afferma di non condividere le conclusioni e le argomentazioni contenute nella delibera stessa, secondo cui l'episodio oggetto di giudizio andrebbe inquadrato nel contesto dell'azione politica all'epoca condotta dal partito del quale il deputato Bossi era segretario nazionale, ed in particolare nella lotta intrapresa dai deputati di tale partito avverso la proposta di legge volta ad introdurre l'obbligo di esposizione negli edifici pubblici della bandiera italiana e dell'Unione europea. L'asserita riconducibilità delle affermazioni del deputato Bossi alla sua funzione parlamentare è contestata dalla Corte d'appello di Milano, la quale, richiamandosi alla giurisprudenza di questa Corte sul c.d. «nesso funzionale» (in particolare alle sentenze n. 375 del 1997 e n. 10 del 2000), rileva, anzitutto, come non risulti in alcun modo, e neppure è affermato nella delibera parlamentare, che il deputato Bossi abbia personalmente utilizzato all'interno della Camera le espressioni incriminate. Secondo la ricorrente, poi, non potrebbe rilevare il richiamo alla «condotta tenuta da imprecisati deputati leghisti» in sede di discussione della proposta di legge riguardante l'obbligo di esposizione della bandiera nazionale, non essendo specificato, nella relazione della Giunta per le autorizzazioni a procedere, né se si sia trattato di espressioni pronunziate dal deputato Bossi, né quale sia stato nel dettaglio il tenore di tali dichiarazioni. La Corte d'appello rileva, ancora, che la impossibilità di ricondurre le espressioni utilizzate dal deputato Bossi alla previsione dell'art. 68, primo comma, Cost. discenderebbe dal fatto che, come affermato da questa Corte nella sentenza n. 137 del 2001, la prerogativa parlamentare non può essere estesa «sino a comprendere gli insulti – di cui è comunque discutibile la qualificazione come opinioni – solo perché collegati con le “battaglie” condotte da esponenti parlamentari in favore delle loro tesi politiche». Per queste ragioni, la ricorrente, «dissentendo […] dalla deliberazione con cui la Camera ha dichiarato insindacabile ex art. 68, primo comma, della Costituzione le espressioni oggetto del capo di imputazione, in quanto invasiva delle funzioni giurisdizionali», ritiene «necessario investire la Corte costituzionale, elevando il conflitto di attribuzioni previsto dall'art. 134 della Costituzione». 2. – Il conflitto è stato dichiarato ammissibile con ordinanza di questa Corte n. 156 del 2003, depositata il 9 maggio 2003. 3. – La Corte d'appello di Milano ha provveduto a notificare tale ordinanza ed il ricorso introduttivo alla Camera dei deputati il 20 maggio 2003, e li ha poi depositati nella stessa data. 4. – La Camera dei deputati si è costituita in giudizio con memoria depositata il 9 giugno 2003, eccependo l'inammissibilità e, in subordine, l'irricevibilità del ricorso, prospettando in ulteriore subordine, quanto al merito, l'infondatezza dello stesso ricorso, con conseguente riconoscimento della spettanza alla Camera di dichiarare l'insindacabilità delle opinioni espresse dal deputato Bossi. 4.1. – La difesa della Camera, pur riservandosi di identificare tutte le ragioni di irricevibilità, di inammissibilità e di improcedibilità del ricorso «solo dopo aver esaminato gli atti e i documenti depositati dalla Corte di appello di Milano», ritiene che il conflitto debba essere dichiarato inammissibile. Una prima ragione di inammissibilità consisterebbe nell'essere, l'atto introduttivo, carente dei contenuti e della sostanza del ricorso. Richiamata la giurisprudenza di questa Corte, la difesa della Camera evidenzia come l'atto in parola sia privo dei requisiti specificamente previsti, ed in particolare di «uno specifico petitum», poiché l'autorità giudiziaria si sarebbe limitata a ordinare la trasmissione degli atti alla Corte costituzionale, «sollevando conflitto di attribuzione con la Camera dei deputati con riferimento alla delibera della stessa […] del 23 gennaio 2002», senza espressamente chiedere a questa Corte di annullare l'atto in questione, né di pronunciarsi «sulla spettanza o sull'esercizio del potere contestato». In secondo luogo, a parere della resistente, l'atto introduttivo non conterrebbe «alcuna indicazione delle “ragioni del conflitto”» e pertanto nel presente giudizio si dovrebbe pervenire alle medesime conclusioni cui questa Corte è giunta con la sentenza n. 363 del 2001, con la quale è stata dichiarata l'inammissibilità di un conflitto di attribuzione a causa della lacunosa esposizione delle ragioni del conflitto.