[pronunce]

Quanto, poi, al rilievo della ricorrente provincia secondo la quale le disposizioni in parola sarebbero illegittime, in quanto consentirebbero ai nuclei di intervenire nel processo decisionale, influenzandolo, si deve osservare che, anche quando questi sono chiamati a fornire il supporto tecnico per le analisi di opportunità e fattibilità e per l'apprezzamento ex ante di progetti ed interventi, il loro contributo rimane pur sempre contenuto nei limiti di un'attività di ausilio tecnico-valutativo alle decisioni che competono alle singole amministrazioni. E, questo non senza rilevare che si tratta comunque di previsioni ascrivibili alla categoria di norme sopra accennata, in un ambito che richiede l'applicazione di principi uniformi su tutto il territorio nazionale. A salvaguardia delle competenze della ricorrente resta, peraltro, riservata alla provincia ogni ulteriore determinazione in ordine al modo di essere di questi nuovi organismi, secondo quanto dispone il comma 3, anch'esso denunciato, il quale prevede, come già detto, che le attività volte alla costituzione dei nuclei di valutazione e verifica sono esercitate autonomamente, sotto il profilo amministrativo, organizzativo e funzionale, dalle singole amministrazioni. Né quest'ultima disposizione può ritenersi incostituzionale per il fatto che essa impone di tener conto di strutture similari già esistenti, di evitare duplicazioni, come pure di provvedere ad elaborare, anche sulla base di un'adeguata analisi organizzativa, un programma di attuazione comprensivo delle connesse attività di formazione e di aggiornamento occorrenti alla costituzione e all'avvio dei nuclei. È evidente, infatti, che si tratta di norme sostanzialmente corrispondenti a regole di buona amministrazione e funzionalmente legate da un rapporto di necessaria integrazione con quelle contenute nei commi 1 e 2 dell'art. 1 della legge n. 144 del 1999, concorrendo a realizzarne gli obiettivi riformatori, sì che le stesse, secondo l'orientamento più volte espresso dalla Corte, partecipano della medesima natura di quelle che valgono ad integrare, beneficiando, perciò, della identica protezione costituzionale (sentenze n. 170 del 2001 e n. 477 del 2000). 4. - Del pari non fondata è la censura concernente il comma 9, disposizione che, come risulta dagli atti preparatori della legge, persegue la finalità di una "mappatura" del territorio nazionale, attraverso la sua ripartizione in "sistemi locali del lavoro", e cioè in comprensori territoriali con specifiche caratteristiche funzionali riferite alle attività lavorative, tra i quali vanno, poi, individuati i "distretti economico-produttivi", da intendere come agglomerazioni di attività organizzate ad impresa. L'esigenza che si intende in tal modo soddisfare è quella di nuovi modelli concettuali ed operativi che, prendendo a riferimento le attività lavorative e produttive, consentano di rappresentare, in modo più adeguato, rispetto alle tradizionali ripartizioni amministrative, le differenze di sviluppo delle diverse zone territoriali in cui si articolano regioni e province. E ciò anche in vista dell'erogazione di quote dei fondi strutturali destinate alle zone a cui si applica l'"Obiettivo 2" (art. 4 del regolamento CE n. 1260/1999), ovvero degli aiuti in deroga, di cui all'art. 87.3.c del trattato di Roma, in funzione del sostegno, anche comunitario, delle aree territoriali in condizioni di particolare bisogno. Secondo quanto risulta dalla deliberazione CIPE n. 65 del 3 maggio 2001, nel frattempo intervenuta, la delimitazione dei sistemi locali del lavoro, come pure la individuazione dei distretti economico-produttivi, è operata previa istruttoria tecnica realizzata in ambito CIPE, e dunque con il coinvolgimento di tutti i soggetti istituzionali interessati direttamente da parte di ciascuna regione o provincia autonoma. Ciò posto, è da escludere che la disposizione censurata sia lesiva delle attribuzioni della ricorrente, segnatamente nella parte in cui - nel richiedere l'apporto di regioni e province autonome alla costruzione di un quadro di conoscenze sulle caratteristiche economico-sociali delle singole zone - stabilisce che le stesse operino sulla base dei criteri tecnici elaborati, secondo l'accennata procedura, in seno al CIPE. Non lede l'autonomia provinciale la previsione, da parte del legislatore nazionale, di un'attività di rilevazione di dati e di attivazione di sistemi informativi, alla luce, tra l'altro, di indirizzi tecnici forniti dal CIPE, organo dotato delle conoscenze necessarie in rapporto ai compiti previsti, tanto più trattandosi di esigenze che postulano un'azione unitaria e interventi destinati ad inserirsi nel più ampio quadro dei programmi comunitari. 5. - Fondata è, invece, la censura concernente il comma 4, il quale affida ad un decreto del Presidente del Consiglio dei ministri l'indicazione delle "caratteristiche organizzative comuni dei nuclei", anche per quel che attiene alla "spettanza di compensi agli eventuali componenti estranei alla pubblica amministrazione", come pure a modalità e criteri "per la formulazione e la realizzazione dei programmi di attuazione", previsti al precedente comma 3. Quale che sia il carattere della norma testé ricordata, nella sua connessione con i principi di riforma economico sociale contenuti nella legge, lo Stato, come la Corte ha più volte affermato, non è legittimato ad intervenire, nei rapporti con le regioni e le province autonome, sulla base di presupposti e secondo modalità che non siano quelli stabiliti dall'ordinamento (sentenza n. 169 del 1999). Ed è proprio alla luce dei principi che lo Stato è tenuto ad osservare che la disposizione va dichiarata illegittima, vuoi a considerare di natura regolamentare l'atto in essa prefigurato, vuoi a reputarlo un atto di indirizzo e coordinamento. Nel primo caso, occorre rammentare l'orientamento della giurisprudenza costituzionale secondo il quale i regolamenti statali non possono, di norma, disciplinare, in ragione della distribuzione delle competenze normative fra Stato, regioni e province autonome, le materie spettanti a queste ultime (sentenza n. 169 del 1999, già citata). Non diverse appaiono le conclusioni se si riconduce l'atto alla funzione di indirizzo e coordinamento, posto che in tanto possono configurarsi in capo ad organi statali poteri riconducibili a tale funzione, in quanto siano rispettate le condizioni di ordine procedurale e sostanziale indicate dalla giurisprudenza di questa Corte: e cioè, essenzialmente, l'esercizio della funzione stessa attraverso atti collegiali del Governo, nel rispetto del principio di legalità sostanziale (sentenza n. 63 del 2000). Avuto riguardo alla censura come prospettata in ricorso e, in particolare, al parametro invocato a suo sostegno, di tali condizioni difetta, per quel che concerne l'atto prefigurato nella denunciata disposizione, quantomeno quella relativa alla particolare procedura richiesta dall'art. 3 del decreto legislativo 16 marzo 1992, n. 266, il quale prevede, per l'efficacia degli atti di indirizzo e coordinamento nel territorio della regione Trentino-Alto Adige e delle province autonome, la consultazione dei predetti enti, secondo le rispettive competenze, per quanto attiene alla compatibilità degli atti stessi con lo statuto speciale e le relative norme di attuazione.. per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE Dichiara: