[pronunce]

ORDINANZA ha pronunciato la seguentenel giudizio di legittimità costituzionale dell'art. 525, comma 2, del codice di procedura penale, promosso dal Tribunale di Roma nel procedimento penale a carico di A. M., con ordinanza del 28 aprile 2009, iscritta al n. 279 del registro ordinanze 2009 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 47, prima serie speciale, dell'anno 2009. Visto l'atto di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri; udito nella camera di consiglio del 26 maggio 2010 il Giudice relatore Giuseppe Frigo.. Ritenuto che, con ordinanza del 28 aprile 2009, il Tribunale di Roma, in composizione monocratica, ha sollevato, in riferimento agli artt. 3, 101 e 111 della Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell'art. 525, comma 2, del codice di procedura penale, «nella parte in cui prevede che alla deliberazione debbano concorrere a pena di nullità assoluta gli stessi giudici che hanno partecipato al dibattimento»; che il rimettente premette che, nel giudizio a quo, una parte dell'istruzione dibattimentale, consistita nell'escussione di alcuni testi, è stata espletata dinanzi ad altro giudice-persona fisica, che in precedenza era «assegnatario del ruolo»; che a fronte del consenso del pubblico ministero all'utilizzazione delle prove già assunte ai sensi dell'art. 511 cod. proc. pen. , la difesa ha invece chiesto che l'istruzione dibattimentale svolta venga rinnovata in ossequio all'art. 525, comma 2, cod. proc. pen. ; che il giudice a quo dubita, tuttavia, della legittimità costituzionale di tale disposizione sotto plurimi profili; che il rimettente assume preliminarmente che il problema della perdurante valenza probatoria dell'attività istruttoria dibattimentale già compiuta, nel caso di mutamento della persona fisica del giudicante, sarebbe stato già risolto dalla Corte costituzionale in senso opposto a quello indicato dalle sezioni unite della Corte di cassazione nella sentenza 15 gennaio 1999-17 febbraio 1999, n. 2; che, infatti, la Corte costituzionale, con la sentenza n. 17 del 1994, ha dichiarato infondata la questione di legittimità costituzionale della disposizione combinata degli artt. 238 e 512 cod. proc. pen. , ritenendo ammissibile, ai sensi dell'art. 511 cod. proc. pen. , l'acquisizione mediante lettura (o indicazione sostitutiva) dei verbali delle dichiarazioni rese dai testi escussi dinanzi al precedente collegio o al diverso giudice-persona fisica, a prescindere dall'esame del dichiarante (come confermerebbe altresì l'ordinanza di questa Corte n. 99 del 1996); che - ciò posto - la disposizione censurata si porrebbe in contrasto, anzitutto, con i principi di eguaglianza e di ragionevolezza (art. 3 Cost.), tenuto conto del fatto che l'utilizzabilità di atti di natura probatoria formatisi davanti ad un diverso giudice è prevista da numerose disposizioni del codice di rito; che essa è considerata, in specie, nell'art. 238 cod. proc. pen. , il quale disciplina l'acquisizione dei verbali di prove di altri procedimenti penali, assunte tanto nell'incidente probatorio che nel dibattimento; nell'art. 26 cod. proc. pen. , secondo cui i verbali delle prove assunte dinanzi ad altro giudice, incompetente per materia, conservano la loro validità; nell'art. 33-nonies cod. proc. pen. , in forza del quale l'inosservanza delle disposizioni sulla composizione collegiale o monocratica del tribunale non determina l'inutilizzabilità delle prove già acquisite; e, ancora, nell'art. 42 cod. proc. pen. , ove si prevede che, nelle ipotesi di astensione e ricusazione, il provvedimento che accoglie la relativa dichiarazione stabilisce se ed in quale parte gli atti compiuti dinanzi al giudice astenutosi o ricusato conservino efficacia; che a maggior ragione, pertanto, nell'ipotesi «fisiologica» di mutamento della persona fisica del giudice - ad esempio, per effetto di tramutamenti o aspettative - gli atti in questione dovrebbero rimanere efficaci; che la norma impugnata si porrebbe in contrasto anche con l'art. 101 Cost., in base al quale - così come è letto dal rimettente - «tutti i giudici sono uguali dinanzi alla legge»; che il giudice chiamato a sostituire il collega dovrebbe essere considerato, perciò, «a quest'ultimo uguale», tanto più che non si versa nemmeno nella situazione di «sospetto» contemplata dall'art. 42 cod. proc. pen. , con riguardo ai casi di astensione o di ricusazione; che detto principio non sarebbe, di contro, rispettato nella situazione in esame, stante il diverso trattamento riservato al giudice subentrato rispetto a quello previsto per i casi, dianzi indicati, di prove acquisite dinanzi ad altri giudici; che risulterebbe violato, infine, l'art. 111 Cost., in forza del quale il processo deve avere una ragionevole durata: ritenere il giudice vincolato, nel caso in esame, dalla richiesta di parte di rinnovazione dell'istruzione dibattimentale - e ciò sebbene i verbali delle prove testimoniali facciano già parte del fascicolo per il dibattimento, trattandosi di prove assunte nel contraddittorio tra le parti - significherebbe, infatti, dilatare irrazionalmente i tempi processuali, favorendo l'estinzione dei reati per prescrizione; esito, questo, tanto meno accettabile in una situazione di «emergenza», quale quella indotta dalle numerose condanne dello Stato italiano ad opera della Corte europea dei diritti dell'uomo, per l'eccessiva durata dei processi; che nel giudizio di costituzionalità è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che la questione sia dichiarata inammissibile o infondata; che, a parere della difesa dello Stato, la questione sarebbe inammissibile, avendo il rimettente omesso di descrivere compiutamente la fattispecie concreta e di motivare sulla rilevanza: in particolare, il giudice a quo non avrebbe precisato se il riesame dei testi escussi sia o meno necessario nella specie (e ciò, considerata la sussistenza di «situazioni di maggior rischio per la genuinità della prova in cui detto riesame è escluso»); se la rinnovazione dibattimentale sia o meno possibile e con quale prevedibile allungamento dei tempi processuali; se, infine e soprattutto, tale allungamento comporti il rischio della prescrizione del reato per cui si procede; che, nel merito, la questione sarebbe comunque priva di fondamento, in quanto basata su censure già più volte disattese dalla Corte costituzionale. Considerato che il Tribunale di Roma dubita, in riferimento agli artt. 3, 101 e 111 della Costituzione, della legittimità costituzionale dell'art. 525, comma 2, del codice di procedura penale, nella parte in cui prevede che «alla deliberazione debbano concorrere a pena di nullità assoluta i medesimi giudici che hanno partecipato al dibattimento»;