[pronunce]

Ciò posto, il giudice rimettente osserva che l'esame delle questioni dovrebbe essere operato alla luce dell'orientamento consolidato della Corte di cassazione, secondo cui, in seguito alla sentenza Scoppola, il condannato alla pena dell'ergastolo con sentenza passata in giudicato può ottenere in sede esecutiva la riduzione della pena ex art. 442 del codice di procedura penale, a condizione che abbia chiesto e sia stato ammesso al rito abbreviato tra il 2 gennaio e il 24 novembre 2000, con applicazione del d.l. n. 341 del 2000 che ripristinava l'ergastolo senza isolamento diurno (Corte di cassazione, prima sezione penale, 17 maggio 2013, n. 23931). Il caso oggetto dell'incidente di esecuzione non sarebbe identico né presenterebbe profili di analogia strutturale con quelli per cui è possibile procedere all'applicazione in via diretta ed immediata dei principi enucleati, prima dalla Corte EDU, nella sentenza Scoppola, poi dalle sezioni unite penali della Corte di cassazione e, infine, dalla Corte costituzionale, con la sentenza n. 210 del 2013. La vicenda all'esame del giudice a quo, pur essendo, sul piano sostanziale, esattamente sovrapponibile a quella oggetto della rimessione alla Corte costituzionale, se ne differenzierebbe per la data in cui «l'imputato ha richiesto l'accesso al rito abbreviato». L'imputato aveva infatti formalizzato la sua richiesta l'11 ottobre 2001, in pendenza del giudizio d'appello e dopo l'entrata in vigore dell'art. 7 del d.l. n. 341 del 2000, quando era già vigente la norma di «lettura c.d. autentica» e nel «regime di un quadro normativo» che aveva già differenziato il trattamento sanzionatorio tra i delitti puniti con l'ergastolo semplice e quelli puniti con l'ergastolo con isolamento diurno. Pertanto nei suoi confronti non si porrebbe un problema di applicazione retroattiva di un trattamento penale sfavorevole, come nel caso Scoppola, e, alla luce del diritto vivente richiamato, «si sarebbe fuori dall'applicazione esecutiva del trattamento di favore invocato dall'istante». Potrebbe, però, in tal modo determinarsi una lesione della sfera giuridica del richiedente e una possibile frizione dell'assetto normativo da applicare con i principi costituzionali e convenzionali. L'art. 4-ter del d.l. n. 82 del 2000 sarebbe, infatti, inscindibilmente connesso con l'art. 30, comma 1, lettera b), della legge n. 479 del 1999, norma solo formalmente processuale, avente, tuttavia, natura anche di «diritto sostantivo», perché incide, in definitiva, sul trattamento penale del fatto. Ricorrerebbe una fattispecie complessa, caratterizzata dalla coesistenza di posizioni giuridiche di distinta natura: il diritto potestativo di concludere il processo con un rito alternativo (l'abbreviato) e la posizione giuridica soggettiva parallela «di vedere definito il giudizio» applicando la disciplina sostanziale di riferimento «favorevole» in vigore nel momento in cui era sorta la specifica posizione processuale. Alla stregua del dato normativo, invece, nell'ambito della categoria unitaria composta dai soggetti già condannati in primo grado per «delitti puniti con ergastolo, anche aggravato», verrebbero differenziate in modo irrazionale due categorie di imputati: da un lato vi sarebbero quelli che erano riusciti a chiedere il giudizio abbreviato prima dell'entrata in vigore del decreto-legge cosiddetto di interpretazione autentica, i quali potrebbero, per effetto della declaratoria di illegittimità costituzionale, beneficiare della sostituzione della pena dell'ergastolo con quella di trenta anni di reclusione; dall'altro quelli che, per una «pura congiuntura del caso», legata alla fissazione della data della prima udienza in grado d'appello, non avevano potuto esercitare «in concreto» quel diritto potestativo, riconosciuto dall'art. 4-ter del d.l. n. 82 del 2000 attraverso il rinvio all'art. 442 cod. proc. pen. , come modificato dall'art. 30, comma 1, lettera b), della legge n. 479 del 1999. Costoro, infatti, non avendo avuto la possibilità di esercitare un diritto che era già entrato nel loro patrimonio processuale, avevano dovuto avvalersi di un rito alternativo con una pena più severa e non potevano richiedere «la «rettifica della sanzione alla luce della lettura giurisprudenziale, prodottasi anche all'esito delle osservazioni della Corte Europea dei diritti dell'uomo e della Corte costituzionale». Secondo il giudice rimettente il diritto al trattamento penale più favorevole, previsto dall'art. 30, comma 1, lettera b), della legge n. 479 del 1999, non deriverebbe dall'esercizio del potere processuale di avvalersi del giudizio abbreviato ma dall'entrata in vigore dell'art. 4-ter citato. Né avrebbe rilievo osservare che coloro che avevano richiesto il rito abbreviato dopo il 24 novembre 2000 erano consapevoli di accedere ad un rito che garantiva una riduzione di pena diversa da quella inizialmente prevista, dato che, per effetto dell'art. 7 del d.l. n. 341 del 2000, si sarebbe modificato un diritto potestativo processuale dell'imputato «di cui egli era già titolare, in un certo arco temporale (tra il 2 gennaio 2000 e il 24 novembre 20[00])», precludendogli la possibilità di esercitarlo e di beneficiare degli «effetti sostanziali di favore» ad esso ricollegabili. La normativa impugnata sarebbe dunque in contrasto, oltre che con l'art. 117, primo comma, Cost., anche con l'art. 3 Cost., sotto il profilo della ragionevolezza, nella parte in cui non prevede che gli imputati, che per effetto dell'art. 4-ter del d.l. n. 82 del 2000 avevano diritto alla definizione del processo con il rito abbreviato, possano fruire del trattamento sanzionatorio previsto dall'art. 442, comma 2, cod. proc. pen, come modificato dall'art. 30, comma 1, lettera b), della legge n. 479 del 1999. Avuto riguardo al principio della retroattività della legge penale più favorevole, sancito dall'art. 7, paragrafo 1, della CEDU, come interpretato dalla Corte EDU nella sentenza Scoppola, l'art. 30 della legge n. 479 del 1999 si sarebbe tradotto in una «disposizione penale posteriore», che prevedeva una pena meno severa, della quale avrebbero dovuto beneficiare tutti coloro che, nella pendenza del processo in grado d'appello, avevano maturato il diritto di richiedere il giudizio abbreviato a norma dell'art. 4-ter del d.l. n. 82 del 2000, con la possibilità di esercitarlo alla prima udienza utile.