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le aziende di autobus per trasporti privati, a differenza delle ditte pubbliche, devono rispettare specifici requisiti anti inquinamento che impongono almeno la categoria euro 5; le aziende di trasporto privato, pur di rimettere in moto la propria impresa, si sono messe a disposizione per sopperire con i loro mezzi alle mancanze delle ditte di trasporto pubblico, dovute ai nuovi regolamenti anti contagio; solo nella provincia di Bergamo le aziende di autotrasporti privati hanno fermi da mesi circa 600 autobus; il problema dell'affollamento sui pullman si pone storicamente ogni settembre e dunque ogni inizio di nuovo anno scolastico e quest'anno ha una valenza ancora più importante; in alcuni Comuni italiani, le aziende private svolgono già servizi di scuolabus per elementari e medie e dunque potrebbero garantire in sicurezza un servizio più ampio, ad esempio evitando il disagio del doppio o triplo turno a studenti, docenti di entrambe le scuole, si chiede di sapere: che cosa i Ministri in indirizzo intendano fare per evitare il rischio del definitivo collasso delle ditte di autotrasporti privati; che cosa abbiano previsto per scongiurare il rischio di affollamento dei bus urbani ed extraurbani; se non ritengano utile e opportuno coinvolgere anche le aziende di autoservizi privati nella gestione del trasporto pubblico in modo da permettere la conciliazione di più interessi, ovvero, quelli degli utenti che potrebbero avere servizi migliori, quelli delle aziende di trasporto pubblico che potrebbero evitare il sovraffollamento e quelli delle aziende private che sono senza lavoro da febbraio. Atto n. 4-04028 MALLEGNI Al Ministro dell'economia e delle finanze Premesso che: consta all'interrogante che, nonostante l'emergenza COVID-19 e le difficoltà di molte imprese italiane nel portare avanti la loro attività, gli Istituti bancari non sembrano intenzionati a sospendere le procedure di recessione dai contratti di conto corrente con le imprese che operano nel settore del gioco legale; risulta che nei giorni scorsi la Banca di Credito Cooperativo Abruzzese avrebbe assunto la decisione di recedere da ben due contratti di conto attraverso i quali un imprenditore svolge la sua attività; tale decisione crea un danno incalcolabile alle imprese del settore e desta perplessità da un lato, per il modus operandi a parere dell'interrogante assolutamente ingiustificato, esercitato in maniera irrituale nei confronti di aziende, che presentano saldi attivi e che risultano in regola con i pagamenti di fornitori, imposte e contributi previdenziali; dall'altro, perché tale recesso immotivato obbliga le società o aziende a chiudere, in quanto le sempre più stringenti norme sulla tracciabilità dei flussi finanziari non ne consentirebbero l'operatività; i conti correnti sono servizi pubblici essenziali per garantire il funzionamento del ciclo economico e, in quanto tali, non possono essere negati; risulta che le banche stiano chiudendo i rapporti di conto corrente consegnando ai correntisti unicamente un assegno circolare, il quale per sua natura ha necessità di un conto corrente e di un rapporto bancario per essere tradotto in liquidità disponibile alla spesa od utilizzato per il pagamento di spese ed utenze; già in passato operatori del gioco legale avevano evidenziato questa situazione, si chiede di sapere se il Ministro in indirizzo non ritenga di fornire chiarimenti in merito alle decisioni di recesso dai conti correnti assunte dagli Istituti di credito e riguardo alla funzione degli stessi alla luce della normativa vigente sulle limitazioni dell'utilizzo del contante, di cui alla legge 19 dicembre 2019, n. 157 e della legge 27 dicembre 2017, n. 205 (legge di bilancio per il 2018), che impone ai cittadini l'esclusivo utilizzo di un conto corrente sul quale depositare emolumenti derivanti da rapporti di lavoro, e altre transazioni oltre una somma determinata. Questioni che da tempo sono rimaste in sospeso per il corretto funzionamento dell'intero comparto e che in questo momento di crisi si stanno accentuando. Atto n. 4-04029 DE BERTOLDI Ai Ministri del lavoro e delle politiche sociali e dello sviluppo economico Premesso che: la vicenda legata ad alcuni parlamentari in carica, che hanno percepito l'indennità pari a 600 euro, riconosciuta in favore di alcune categorie di lavoratori possessori di partita IVA (a determinate condizioni) come previsto dal decreto-legge 17 marzo 2020, n. 18 (cosiddetto decreto Cura Italia), (articoli da 27 a 31 e 38), a causa dell'emergenza epidemiologica da COVID-19, ribadisce, ad avviso dell'interrogante, oltre ad un evidente ed immorale comportamento (sebbene legittimo) un palese e grave errore normativo, in considerazione che le disposizioni previste hanno stabilito dei limiti di reddito per il percepimento del bonus da 600 euro, soltanto per le libere professioni ordinistiche (discriminate, a giudizio dell'interrogante dal Governo) e non per tutte le partite IVA beneficiarie, come invece, a giudizio dell'interrogante, sarebbe stato invece corretto; al riguardo, risulta conseguentemente urgente e necessario, secondo l'interrogante, conoscere il numero esatto di coloro che hanno beneficiato del bonus , avendo un reddito superiore ai limiti già imposti ai citati professionisti iscritti in ordini, in relazione all'evidente possibilità che i percettori possano essere in realtà, centinaia di migliaia e non invece soltanto cinque parlamentari risultati alle cronache di stampa nazionale (fatto che consente al partito del Movimento 5 stelle di esercitare un evidente "populismo", quando, a giudizio dell'interrogante, risulta essere il primo responsabile di tale increscioso comportamento); in tale quadro, emergono inoltre secondo l'interrogante, evidenti profili di ragionevolezza, in relazione all'avvio di procedure in giudizio, da parte dei contribuenti danneggiati, nel far valere i propri diritti, attraverso un'azione di classe (cosiddetta class action ) come stabilito dall'articolo 140 -bis del Codice del Consumo, in considerazione che le modalità legislative introdotte dal Governo e approvate dalla maggioranza, così ambigue e distorte, potrebbero costituire eventuali azioni di risarcimento per la gestione del lockdown , anche a causa della mancata previsione di un limite di reddito nell'assegnazione dell'indennità di 600 euro, che ha depauperato le casse statali, magari a beneficio di alcuni cittadini benestanti, si chiede di sapere; quali sia il numero effettivo di coloro che hanno beneficiato dell'indennità pari a 600 euro, prevista dal decreto-legge Cura Italia, avendo un reddito superiore ai limiti già imposti ai professionisti ordinistici, citati in premessa; se i Ministri in indirizzo, nell'ambito delle rispettive competenze, siano in possesso di altre informazioni, in merito alla vicenda legata ai percettori del bonus richiamato, che ha escluso immotivatamente dal beneficio, i liberi professionisti iscritti agli ordini professionali, categoria che sta affrontando, dall'inizio dell'emergenza sanitaria diffusa nel Paese, gravissimi problemi economici e finanziari e, in caso affermativo, se non ritengano di rendere pubbliche tali informazioni;