[pronunce]

Ad avviso della parte, oltre a determinare un'ingiustificata disparità di trattamento lesiva dell'art. 3 Cost., l'omessa previsione nei casi di specie di un meccanismo di rimessione in termini per l'accesso al rito abbreviato violerebbe anche l'art. 117, primo comma, Cost., in relazione agli artt. 6 e 7 della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali (CEDU), firmata a Roma il 4 novembre 1950, ratificata e resa esecutiva con legge 4 agosto 1955, n. 848, attesa l'iniquità di una disciplina processuale che «nel caso di rimozione di un ostacolo normativo all'accesso ad un rito speciale, non ne consenta la fruizione all'imputato che avesse tempestivamente formulato in precedenza la relativa richiesta, vedendola respinta proprio a causa dell'ostacolo normativo rimosso».1.- La Corte di assise d'appello di Reggio Calabria (reg. ord. n. 192 del 2020) ha sollevato questione di legittimità costituzionale «dell'articolo 4 ter l. 144/2000» (recte: art. 4-ter del decreto-legge 7 aprile 2000, n. 82, recante «Modificazioni alla disciplina dei termini di custodia cautelare nella fase del giudizio abbreviato», convertito, con modificazioni, nella legge 5 giugno 2000, n. 144), «nella parte in cui non prevede l'applicabilità dell'istituto nell'ipotesi di un soggetto che abbia tempestivamente avanzato richiesta di giudizio abbreviato in appello in un momento che non consentiva ancóra l'accesso al rito, ma era comunque antecedente l'espletamento dell'istruttoria dibattimentale», per violazione dell'art. 3 della Costituzione. Il giudice a quo espone di dover decidere sull'incidente di esecuzione promosso da P. P., il quale, riportate due distinte condanne all'ergastolo per delitti di omicidio unificati dal vincolo della continuazione, l'una già rideterminata alla pena di anni trenta di reclusione, ha chiesto rideterminarsi anche l'altra in pena temporanea, per aver egli richiesto, durante il relativo giudizio di appello, l'ammissione al rito abbreviato, con una prima istanza del 14 gennaio 2000, respinta appunto per la pendenza del giudizio in grado di appello, e con un'ulteriore istanza del 12 giugno 2000, respinta ai sensi della sopravvenuta norma oggetto di censura, essendosi nel frattempo conclusa la rinnovazione dell'istruttoria dibattimentale, termine preclusivo fissato dalla norma stessa. Ad avviso del rimettente, l'esito di questa concatenazione di eventi, per cui P. P. non ha potuto accedere al rito abbreviato a motivo della casuale evenienza del rapido esaurimento dell'istruzione dibattimentale riaperta in appello, metterebbe in luce l'irragionevolezza della norma censurata, per la disparità di trattamento che essa può accidentalmente determinare tra un imputato e l'altro. 2.- Intervenuto in giudizio tramite l'Avvocatura generale dello Stato, il Presidente del Consiglio dei ministri ha chiesto dichiararsi la questione inammissibile o non fondata. La norma censurata non avrebbe natura sostanziale, ma processuale, e non sarebbe applicabile in fase esecutiva, ma solo nel giudizio di cognizione; in ogni caso, poiché le istanze di ammissione al rito abbreviato formulate da P. P. erano entrambe inammissibili per tardività rispetto ai termini processuali vigenti ratione temporis, sarebbe infondata la questione inerente alla comparazione della sua posizione con quella dell'imputato che abbia goduto della riduzione di pena per aver chiesto di accedere al rito speciale nell'osservanza dei termini di legge. 3.- Costituitosi in giudizio, P. P. ha chiesto dichiararsi costituzionalmente illegittima la disposizione censurata, che, a suo avviso, oltre a determinare un'ingiustificata disparità di trattamento lesiva dell'art. 3 Cost., violerebbe anche l'art. 117, primo comma, Cost., in relazione agli artt. 6 e 7 della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali (CEDU), firmata a Roma il 4 novembre 1950, ratificata e resa esecutiva con legge 4 agosto 1955, n. 848. 4.- In via preliminare, deve rilevarsi che il riferimento al parametro convenzionale operato dalla parte non è idoneo ad ampliare il thema decidendum, come circoscritto dal rimettente riguardo al solo parametro interno di cui all'art. 3 Cost. Per giurisprudenza costante di questa Corte, infatti, l'oggetto del giudizio incidentale di legittimità costituzionale è limitato alle disposizioni e ai parametri indicati nell'ordinanza di rimessione, non potendo essere presi in considerazione ulteriori questioni o profili di illegittimità costituzionale dedotti dalle parti, sia eccepiti e non fatti propri dal giudice a quo, sia volti ad ampliare o modificare successivamente il contenuto dell'ordinanza di rimessione (ex plurimis, sentenze n. 109, n. 49 e n. 35 del 2021, n. 186 e n. 165 del 2020, n. 78 e n. 7 del 2019, n. 194 e n. 161 del 2018). 5.- La questione sollevata dalla Corte di assise d'appello di Reggio Calabria è inammissibile, in quanto si pone oltre i limiti nei quali il giudice dell'esecuzione penale è legittimato a sollevare questioni di legittimità costituzionale rispetto a norme applicate dal giudice della cognizione. 6.- Un excursus normativo è indispensabile per l'esatta comprensione dei termini della questione. 6.1.- Prima di ogni altra cosa, è opportuno chiarire che la fattispecie in scrutinio non è interessata ratione temporis dall'applicazione dell'art. 1, comma 1, lettera a), della legge 12 aprile 2019, n. 33 (Inapplicabilità del giudizio abbreviato ai delitti puniti con la pena dell'ergastolo), il quale ha nuovamente precluso l'accesso al rito abbreviato per gli imputati di delitti puniti con l'ergastolo, tramite l'inserimento del comma 1-bis dell'art. 438 del codice di procedura penale («[n]on è ammesso il giudizio abbreviato per i delitti puniti con la pena dell'ergastolo»). Invero, come stabilisce l'art. 5, comma 1, della stessa legge n. 33 del 2019, la nuova disposizione si applica soltanto «ai fatti commessi successivamente alla data di entrata in vigore della medesima legge». 6.2.- Secondo la disciplina originaria del codice, nella condanna pronunciata in abbreviato «[a]lla pena dell'ergastolo è sostituita quella della reclusione di anni trenta» (art. 442, comma 2, cod. proc. pen.), disposizione che evidenziava la sicura ammissibilità del rito speciale anche per i reati puniti con la pena perpetua. Con la sentenza n. 176 del 1991, questa Corte ha dichiarato costituzionalmente illegittima tale disposizione per eccesso di delega, con l'effetto di rendere inapplicabile il giudizio abbreviato nei processi relativi ai delitti puniti con l'ergastolo.