[pronunce]

la graduabilità della pena detentiva comminata congiuntamente a quella pecuniaria - offrendo al giudice un consistente margine di adeguamento del trattamento sanzionatorio alle particolarità del caso concreto, anche in rapporto a parametri oggettivi e soggettivi diversi dalla semplice «dimensione quantitativa» dell'illecito - esclude, difatti, che la pena edittale del reato in questione possa, nel suo complesso, considerarsi fissa (cfr. , con riferimento a fattispecie del tutto analoga alla presente, sentenza n. 188 del 1982); che, quanto al secondo quesito - afferente alla mancata previsione, nell'art. 163 cod. pen. , di un «tetto» al ragguaglio della pena pecuniaria, ai fini della concessione della sospensione condizionale, pari al limite di convertibilità della stessa in libertà controllata nel caso di insolvibilità del condannato, ex art. 102 della legge 24 novembre 1981, n. 689 - il giudice a quo basa la propria denuncia di violazione del principio di uguaglianza sull'assunto della maggiore gravità di un reato punibile con la pena di due anni di reclusione (limite massimo ordinario della sospensione condizionale), rispetto ad un reato punibile (come nell'ipotesi oggetto del giudizio a quo) con la pena di un anno di reclusione, o ancor meno, congiunta ad una pena pecuniaria che, ragguagliata a norma dell'art. 135 cod. pen. e sommata alla pena detentiva, determina il superamento del limite dei due anni; che, a sostegno di tale assunto, il rimettente allega il rilievo che la pena pecuniaria da ultimo indicata non potrebbe comunque essere convertita in executivis, ai sensi del citato art. 102 della legge n. 689 del 1981, in un più di un anno di libertà controllata: sanzione, questa, meno afflittiva della reclusione; che, in tal modo, il giudice a quo eleva peraltro ad indice della gravità dei reati puniti con pene congiunte - nel rapporto comparativo con quelli puniti con sola pena detentiva - un limite collegato ad un accadimento meramente eventuale e, per così dire, patologico, incidente sulla fase esecutiva, quale, appunto, la mancata esecuzione della pena pecuniaria per insolvibilità del condannato; che questa Corte ha già avuto modo di chiarire, tuttavia, come la disciplina del ragguaglio tra pene pecuniarie e pene detentive, dettata dall'art. 135 cod. pen. , e l'istituto della conversione, in caso di insolvibilità, delle pene pecuniarie in sanzioni sostitutive, di cui all'art. 102 della legge n. 689 del 1981, rispondano a differenti esigenze e finalità: escludendo, quindi, che le soluzioni adottate dal legislatore nell'un campo, in tema di coefficienti di ragguaglio, debbano essere indefettibilmente riprodotte nell'altro (cfr. sentenza n. 30 del 2001); che a maggior ragione analoga conclusione si impone in riferimento alla pretesa del giudice a quo - prospettata come soluzione costituzionalmente obbligata - di assegnare al limite alla conversione delle pene pecuniarie in executivis la funzione di individuare anche il «massimo» di pena pecuniaria computabile ai fini, del tutto eterogenei, dell'applicazione del beneficio della sospensione condizionale; che, al riguardo, va d'altra parte ribadito che la sospensione condizionale è istituto la cui disciplina resta rimessa all'apprezzamento discrezionale del legislatore in via generale ed astratta, prima ancora che a quello del giudice, da compiersi caso per caso: e ciò sia in rapporto alla preliminare condizione che la pena inflitta non ecceda un certo limite (cfr. sentenza n. 85 del 1997); sia in riferimento all'effetto preclusivo della fruibilità del beneficio, che discende dal dosaggio della pena edittale per i singoli reati, anche tramite la comminatoria di una pena pecuniaria dal minimo particolarmente elevato, sola o congiunta alla pena detentiva (cfr. ordinanza n. 377 del 1990): scelta legislativa, quest'ultima, che nel caso specifico del contrabbando di tabacchi lavoratori esteri si iscrive in un disegno - quale quello sotteso alla legge 19 marzo 2001, n. 92 (alla quale si deve il nuovo art. 291-bis del d.P.R. n. 43 del 1973) - di più energica repressione penale del fenomeno, in ragione della sua marcata pericolosità sociale; che le questioni vanno pertanto dichiarate manifestamente infondate. Visti gli artt. 26, secondo comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87, e 9, secondo comma, delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale.. . per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE dichiara la manifesta infondatezza delle questioni di legittimità costituzionale degli artt. 291-bis del d.P.R. 23 gennaio 1973, n. 43 (Approvazione del testo unico delle disposizioni legislative in materia doganale), e 163 del codice penale, sollevate, in riferimento agli artt. 3 e 27 della Costituzione, dal Tribunale di Venezia con l'ordinanza in epigrafe. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 20 novembre 2002. F.to: Cesare RUPERTO, Presidente Giovanni Maria FLICK, Redattore Giuseppe DI PAOLA, Cancelliere Depositata in Cancelleria il 22 novembre 2002. Il Direttore della Cancelleria F.to: DI PAOLA