[pronunce]

dall'altro, l'acquisto, da parte del medesimo tipo di società, di un immobile di proprietà di un privato non soggetto IVA - non sarebbero da ritenere omogenee, poiché, nel primo caso, si tratterebbe di una cessione che, pur "esente" dall'IVA ai sensi dell'art. 10, primo comma, numero 8-bis), del d.P.R. n. 633 del 1972, non è totalmente "fuori campo IVA", mentre, nel secondo caso, si avrebbe una diversa "rilevanza fiscale", in quanto si tratterebbe appunto di un'attività non rilevante ai fini IVA. La scelta del legislatore di applicare il trattamento agevolato dell'1 per cento ai soli trasferimenti della prima tipologia sarebbe «espressione della sua discrezionalità in materia».1.- La Commissione tributaria provinciale di Trapani, con ordinanza del 25 febbraio 2014 - nel corso di un giudizio promosso dalla società Urbania srl nei confronti dell'Agenzia delle entrate, Ufficio di Marsala, avverso un avviso di liquidazione con il quale era stata disconosciuta l'applicabilità dell'aliquota ridotta dell'1 per cento per l'acquisto, effettuato dalla società con rogito del 5 dicembre 2006, di un fabbricato di proprietà di un privato non soggetto IVA - ha sollevato questione di legittimità costituzionale dell'art. 1, comma 1, quinto periodo, della Parte Prima della Tariffa allegata al d.P.R. 26 aprile 1986, n. 131 (Approvazione del Testo unico delle disposizioni concernenti l'imposta di registro), come introdotto dall'art. 3, comma 14, lettera b), del decreto-legge 31 dicembre 1996, n. 669 (Disposizioni urgenti in materia tributaria, finanziaria e contabile a completamento della manovra di finanza pubblica per l'anno 1997), convertito, con modificazioni, dalla legge 28 febbraio 1997, n. 30, in riferimento all'art. 3 della Costituzione. 2.- La norma impugnata, applicabile ratione temporis, stabilisce: «se il trasferimento avente per oggetto fabbricati o porzioni di fabbricato è esente dall'imposta sul valore aggiunto ai sensi dell'articolo 10, primo comma, numero 8-bis), del decreto del Presidente della Repubblica 26 ottobre 1972, n. 633, ed è effettuato nei confronti di imprese che hanno per oggetto esclusivo o principale dell'attività esercitata la rivendita di beni immobili, a condizione che nell'atto l'acquirente dichiari che intende trasferirli entro tre anni: 1%». Ad avviso della rimettente, essa lederebbe l'art. 3 Cost., in quanto, prevedendo, in modo irragionevole, che il trattamento agevolato si applichi agli acquisti di immobili di proprietà di soggetti IVA e non anche a quelli di soggetti privati, discriminerebbe situazioni tra di loro omogenee. 3.- Deve essere disattesa l'eccezione di inammissibilità prospettata dall'Avvocatura generale dello Stato, in relazione all'art. 24, secondo comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87 (Norme sulla costituzione e sul funzionamento della Corte costituzionale). Occorre precisare che con l'ordinanza n. 268 del 2012 questa Corte dichiarava la questione manifestamente inammissibile per insufficiente motivazione sulla rilevanza, vizio che, potendo essere rimosso dal giudice a quo, non determina un effetto preclusivo della riproposizione della questione. 4.- La Commissione rimettente, nel sollevare nuovamente la questione, pone in evidenza, in ordine alla rilevanza, che la soluzione della questione di legittimità costituzionale è pregiudiziale ai fini della decisione relativa all'aliquota da applicare. 5.- La questione non è fondata. 6.- L'art. 7, comma 2, numero 1, della legge 9 ottobre 1971, n. 825 (Delega legislativa al Governo della Repubblica per la riforma tributaria), in presenza delle direttive comunitarie che andavano delineando un sistema comune d'imposta sul valore aggiunto, stabiliva quali criteri direttivi: «l'applicazione in misura fissa dell'imposta di registro, dell'imposta ipotecaria sulle trascrizioni e dei tributi catastali sugli atti che prevedono corrispettivi soggetti all'imposta sul valore aggiunto e l'assoggettamento di tali atti alla registrazione solo in caso d'uso sempreché non si tratti di atti pubblici o di scritture private autenticate». In attuazione della delega, l'art. 38, primo periodo, del d.P.R. 26 ottobre 1972, n. 634 (Disciplina dell'imposta di registro), prevedeva che l'imposta dovesse essere applicata in misura fissa, per le cessioni di beni e le prestazioni di servizi soggetti all'imposta sul valore aggiunto. Successivamente, l'art. 40, comma 1, primo periodo, del d.P.R. n. 131 del 1986, nel testo originario, nel disporre che «per gli atti relativi a cessioni di beni e prestazioni di servizi soggetti all'imposta sul valore aggiunto, l'imposta si applica in misura fissa», confermava l'alternatività. 7.- Il principio svolge una funzione di tutela rispetto alla simmetria del sistema IVA- registro, evitando fenomeni di doppia imposizione. Perché esso operi, è necessario che l'operazione ricada nell'ambito delineato oggettivamente e soggettivamente dal d.P.R. 26 ottobre 1972, n. 633 (Istituzione e disciplina dell'imposta sul valore aggiunto): si deve trattare, cioè, di "cessioni di beni" (art. 2) o "prestazioni di servizi" (art. 3) effettuate da soggetti esercenti "attività di impresa (art. 4) o "arti e professioni" (art. 5). Peraltro, se ciò è necessario, è anche sufficiente, poiché sostanzialmente fin dall'origine (artt. 5 e 40 del d.P.R. n. 131 del 1986) l'alternatività non è condizionata all'effettiva sottoposizione ad IVA dell'operazione, essendo sufficiente che essa rientri in tale ambito, cosicché vale anche nel caso in cui sia poi prevista in concreto l'esenzione. In proposito, si può ricordare come la Corte di cassazione (quinta sezione civile, sentenza 17 gennaio 2014, n. 859), nell'escludere la non manifesta infondatezza di analoga questione di legittimità costituzionale, proprio con riferimento all'art. 3 Cost., evidenzi con chiarezza «la differenza tra acquisti esenti dall'IVA, ed operazioni non imponibili», aggiungendo che «dunque, la soggezione di un'operazione commerciale al regime dell'IVA o l'esclusione da esso giustifica la diversa imposizione». Analoga affermazione giurisprudenziale è rinvenibile a proposito del citato art. 38 del d.P.R. n. 634 del 1972 (Corte di cassazione, quinta sezione civile, sentenze 20 aprile 2007, n. 9403 e 30 marzo 2006, n. 4748).