[pronunce]

5.3.- Così articolato il procedimento sanzionatorio previsto dalla disposizione regionale impugnata, può ritenersi che quest'ultima non esorbiti dal limite costituito, come parametro interposto, dal citato art. 208, comma 13, del cod. ambiente. Lo schema e la sequenza del regime sanzionatorio della censurata disposizione regionale e di quella simmetrica statale sono analoghi. C'è l'iniziale diffida ad opera della struttura regionale competente al rilascio dell'autorizzazione unica, con cui è contestata una inadempienza al soggetto titolare dell'autorizzazione. C'è la sospensione dell'attività autorizzata in caso di mancata tempestiva ottemperanza alle prescrizioni contenute nell'atto di diffida. C'è, infine, la decadenza/revoca dell'autorizzazione unica in caso di perdurante inadempimento. Vi è, invero, una qualche asimmetria, denunciata dal ricorrente, che però non è tale da compromettere il complessivo e sostanziale rispetto della citata disposizione del codice dell'ambiente da parte della impugnata disposizione regionale. 5.4.- Innanzi tutto questa asimmetria non c'è nel caso in cui l'inadempienza del gestore abbia determinato una situazione di pericolo per la salute pubblica e per l'ambiente. Infatti, la disposizione statale prevede la diffida con contestuale sospensione dell'autorizzazione per un tempo determinato (art. 208, comma 13, lettera b). A fronte di ciò, la disposizione regionale prevede, ove vi sia una situazione di pericolo temporaneo per la salute pubblica causata dall'esercizio dell'attività dell'impianto, la sospensione dell'autorizzazione unica (art. 22, comma 1) con diffida al soggetto titolare dell'autorizzazione a far cessare la causa dell'inadempimento o della violazione, e assegnazione di un termine per provvedere (art. 22, comma 2). Ove persista l'inadempienza dopo la scadenza del termine per adempiere, la disposizione statale prevede che l'autorità competente proceda, «secondo la gravità dell'infrazione», alla «revoca dell'autorizzazione in caso di mancato adeguamento alle prescrizioni imposte con la diffida e in caso di reiterate violazioni che determinino situazione di pericolo per la salute pubblica e per l'ambiente» (art. 208, comma 13, lettera c). La disposizione regionale, parimenti, prevede la decadenza dell'autorizzazione unica in caso di inosservanza delle prescrizioni o delle condizioni stabilite dall'autorizzazione unica che abbiano cagionato pericolo o danno per l'ambiente o per la salute pubblica (art. 23, comma 1, lettera b), e in caso di decorrenza del periodo di sospensione senza che il titolare dell'autorizzazione abbia rimosso la causa che ha determinato l'emanazione del provvedimento di sospensione (art. 23, comma 1, lettera c). Lo schema sanzionatorio della disposizione regionale ripete, quindi, quello della disposizione statale nell'ipotesi di maggiore rilevanza: quello della situazione di pericolo per la salute pubblica causata dall'esercizio dell'attività dell'impianto. 5.5.- Invece, l'allineamento non è così puntuale nel caso di altre situazioni parimenti riconducibili a inadempienze del gestore. La disposizione regionale (art. 22, comma 3) prevede che, qualora il soggetto titolare dell'autorizzazione unica non ottemperi entro il termine assegnato nell'atto di diffida, sia dapprima ordinata la sospensione dell'attività autorizzata per un periodo massimo di dodici mesi. Qualora, entro tale periodo, non sia cessata la causa che ha determinato l'emanazione del provvedimento di sospensione, solo allora la struttura regionale competente in materia di gestione dei rifiuti provvederà ad adottare decadenza, ai sensi del medesimo art. 23, comma 1, lettera c). Invece, la disposizione statale (art. 208, comma 13, lettera c) fa conseguire la revoca dell'autorizzazione direttamente allo spirare del termine previsto dalla diffida in caso di mancato adeguamento alle prescrizioni imposte con quest'ultima. Nella sua essenzialità lo schema è lo stesso: scadenza del termine previsto dalla diffida e conseguente decadenza/revoca dell'autorizzazione. È come se l'unico termine per adempiere, previsto dalla diffida secondo la disposizione statale, fosse articolato dalla disposizione regionale in due segmenti temporali che, unitamente considerati, sono equivalenti al primo senza che la maggiore flessibilità della disposizione regionale, insita nel doppio termine per adeguarsi, possa ridondare in violazione della corrispondente disposizione del codice dell'ambiente. La quale peraltro è, in realtà, solo apparentemente più rigorosa, perché la revoca dell'autorizzazione è comunque adottata - come prescrive testualmente l'art. 208, comma 13, citato - «secondo la gravità dell'infrazione»; ciò che introduce parimenti un elemento di flessibilità. Sicché, anche questa terza disposizione (art. 23) della impugnata legge regionale non si pone in contrasto con la disposizione del codice dell'ambiente, evocata dal ricorrente a parametro interposto. 6.- In conclusione, la questione di costituzionalità dell'art. 13 della legge reg. Friuli-Venezia Giulia n. 34 del 2017 non è fondata, nei sensi di cui sopra, perché della stessa è possibile dare un'interpretazione adeguatrice secondo cui trovano applicazione le disposizioni del codice dell'ambiente indicate a parametro interposto. Le questioni di legittimità costituzionale degli artt. 15, comma 4, e 23 della legge reg. Friuli-Venezia Giulia n. 34 del 2017 non sono fondate perché non violano le disposizioni del codice dell'ambiente indicate a parametro interposto.. per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE 1) dichiara non fondata, nei sensi di cui in motivazione, la questione di legittimità costituzionale dell'art. 13 della legge della Regione autonoma Friuli-Venezia Giulia 20 ottobre 2017, n. 34 (Disciplina organica della gestione dei rifiuti e principi di economia circolare), promossa, in riferimento all'art. 117, secondo comma, lettera s), della Costituzione, in relazione all'art. 13 del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152 (Norme in materia ambientale), e all'art. 4 della legge costituzionale 31 gennaio 1963, n. 1 (Statuto speciale della Regione Friuli-Venezia Giulia), dal Presidente del Consiglio dei Ministri con il ricorso indicato in epigrafe; 2) dichiara non fondate le questioni di legittimità costituzionale degli artt. 15, comma 4, e 23 della legge reg. Friuli-Venezia Giulia n. 34 del 2017, promosse, in riferimento agli artt. 117, secondo comma, lettera s), Cost., in relazione, rispettivamente, agli artt. 94 e 208, comma 13, del d.lgs. n. 152 del 2006, e all'art. 4 dello statuto reg. Friuli-Venezia Giulia, dal Presidente del Consiglio dei ministri con il ricorso indicato in epigrafe. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 9 ottobre 2018. F.to: Giorgio LATTANZI, Presidente Giovanni AMOROSO, Redattore Roberto MILANA, Cancelliere Depositata in Cancelleria il 26 novembre 2018. Il Direttore della Cancelleria F.to: Roberto MILANA