[pronunce]

— La prima questione, sollevata da entrambi i giudici rimettenti, è inammissibile. Nel denunciare un difetto di determinatezza della figura criminosa di cui all'art. 180 del d.lgs. n. 58 del 1998, connesso alla genericità del requisito dell'idoneità dell'informazione privilegiata ad influenzare «sensibilmente» il prezzo di strumenti finanziari, i giudici rimettenti non chiedono, tuttavia, né che la Corte rimuova, dalla descrizione della fattispecie penale, il solo avverbio «sensibilmente» (intervento che, peraltro, determinerebbe un effetto in malam partem, dilatando il perimetro di operatività dell'incriminazione); né, in senso opposto, che la Corte cancelli nella sua interezza la norma incriminatrice censurata. Come emerge non soltanto dal dispositivo delle ordinanze di rimessione, ma anche dalla motivazione in punto di rilevanza, i giudici a quibus invocano piuttosto l'addizione, alla formula definitoria dell'«informazione privilegiata», di «parametri» atti a rendere più puntuale e sicura l'identificazione dell'elemento di fattispecie in discorso. La rilevanza della questione nel giudizio principale, infatti, discenderebbe – secondo quanto si afferma nelle predette ordinanze — non già dalla circostanza che, in caso di pronuncia di accoglimento, gli imputati dovrebbero essere senz'altro assolti (come ovviamente avverrebbe qualora si fosse chiesta la rimozione dell'intera norma incriminatrice); quanto piuttosto dal fatto che, ove la questione venisse accolta, la condotta ascritta agli imputati medesimi — valutata alla stregua di «criteri precisi» — «potrebbe non integrare il delitto loro contestato». I giudici rimettenti non specificano peraltro in alcun modo quali siano, in concreto, i «parametri sufficientemente determinati» di cui essi auspicano l'introduzione: postulando, così, una operazione di “riempimento” dei contenuti della norma che — al di là di ogni rilievo circa la validità delle censure su cui il quesito si fonda — si palesa comunque estranea, per il suo carattere apertamente “creativo”, ai poteri di questa Corte, rimanendo eventualmente affidata alla discrezionalità del legislatore. A quest'ultimo riguardo, va rilevato come la disciplina oggetto dello scrutinio di costituzionalità appaia in effetti destinata ad essere rivista nell'immediato dal legislatore — anche per l'aspetto che specificamente interessa in questa sede — nel quadro dell'attuazione di due direttive comunitarie: la direttiva 2003/6/CE del Parlamento europeo e del Consiglio del 28 gennaio 2003, relativa all'abuso di informazioni privilegiate e alla manipolazione del mercato (abusi di mercato), che sostituisce ed abroga la direttiva 89/592/CEE, in attuazione della quale la disciplina dell'insider trading era stata originariamente introdotta nel nostro ordinamento; nonché la direttiva 2003/124/CE della Commissione del 22 dicembre 2003, recante modalità di esecuzione di essa. Infatti, mentre l'art. 1, numero 1, della direttiva 2003/6/CE contiene una nuova definizione dell'«informazione privilegiata», peraltro non troppo dissimile, nella sostanza, da quella già presente nella direttiva 89/592/CEE; l'art. 1 della direttiva 2003/124/CE — nella specifica prospettiva di «accrescere la certezza del diritto per i partecipanti al mercato» (v. il «considerando» n. 3) — reca, a sua volta, indicazioni complementari intese a puntualizzare ulteriormente la definizione suddetta, sia per quanto attiene al «carattere preciso» della notizia, sia per quel che riguarda il requisito dell'«importanza del suo impatto potenziale sui prezzi degli strumenti finanziari o degli strumenti derivati connessi». E, in correlazione a tali previsioni, la modifica della disposizione censurata è già di fatto prevista nel progetto di legge comunitaria per il 2004, in corso di approvazione da parte del Parlamento. 3.2. — La seconda questione, anch'essa sollevata da entrambi i rimettenti, è manifestamente inammissibile. Anche a voler prescindere, infatti, dalla prospettazione in forma ancipite del quesito — che già di per sé costituirebbe motivo di inammissibilità, alla stregua della costante giurisprudenza di questa Corte (cfr., ex plurimis, ordinanze n. 128, n. 159 e n. 299 del 2003) — è dirimente il rilievo che il quesito stesso poggia su un erroneo presupposto interpretativo: quello, cioè, che la disciplina dell'abuso di informazioni privilegiate contenuta nel d.lgs. n. 58 del 1998 sia stata emanata sulla base della delega di cui all'art. 1, e quindi dei principi e criteri direttivi di cui all'art. 3, comma 1, lettera c), della legge n. 52 del 1996. La citata legge delega prevedeva, in realtà, un intervento normativo, nel settore degli intermediari e dei mercati finanziari, articolato in due fasi successive. Essa delegava anzitutto il Governo a dare attuazione al complesso di direttive comunitarie comprese nell'allegato A alla legge stessa (art. 1): direttive tra le quali non figurava la direttiva 89/592/CEE del 13 novembre 1989, sul coordinamento delle normative concernenti le operazioni effettuate in possesso di informazioni privilegiate (insider trading), per l'evidente ragione che essa era già stata in precedenza attuata dalla legge n. 157 del 1991. Nell'allegato erano invece comprese le direttive 93/6/CEE e 93/22/CEE, relative, rispettivamente, ai servizi di investimento nel settore dei valori mobiliari e all'adeguatezza patrimoniale delle imprese di investimento e degli enti creditizi: direttive la cui attuazione — ai sensi del comma 2 dell'art. 21 della legge delega, che dettava i principi e criteri direttivi specifici per la materia — doveva avvenire nel termine di centoventi giorni dall'entrata in vigore della legge stessa (termine più breve di quello generale di un anno stabilito dall'art. 1). È solo a tale prima fase — sfociata nel decreto legislativo 23 luglio 1996, n. 415 (Recepimento della direttiva 93/22/CEE del 10 maggio 1993 relativa ai servizi di investimento nel settore dei valori mobiliari e della direttiva 93/6/CEE del 15 marzo 1993 relativa all'adeguatezza patrimoniale delle imprese di investimento e degli enti creditizi), cui la disciplina dell'abuso di informazioni privilegiate rimaneva affatto estranea — che si riferiscono, in effetti, i principi e criteri direttivi in materia sanzionatoria enunciati dall'art. 3, comma 1, lettera c), della legge delega: ciò desumendosi chiaramente dall'alinea dello stesso art. 3, in forza del quale i principi e criteri in questione erano destinati a presiedere all'emanazione dei «decreti legislativi di cui all'articolo 1».