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Sulla validità del testo si sono espressi Vittorio Grevi (titolare della cattedra di procedura penale all’università di Pavia e opinionista del Corriere della Sera), Federico Stella (titolare della cattedra di diritto penale dell’università Cattolica di Milano) e Cesare Ruperto (Presidente emerito della Corte costituzionale), solo per citare alcuni dei più insigni giuristi italiani. L’articolo 1 del disegno di legge sancisce il divieto di propaganda elettorale per le persone ritenute socialmente pericolose e sottoposte alla misura della sorveglianza speciale di pubblica sicurezza, persone per le quali il testo unico di cui al decreto del Presidente della Repubblica n. 223 del 20 marzo 1967, ex articolo 2, comma 1, prevede la sospensione del diritto di elettorato attivo e passivo, ossia persone che «non sono elettori». Sicché, il divieto riguarda unicamente le persone indiziate di appartenenza ad associazioni mafiose sottoposte, proprio per tale ragione, alla misura della sorveglianza speciale (lo sono la maggior parte dei mafiosi), che è misura inflitta con procedimento giurisdizionale e, dunque, nel rispetto di tutte le garanzie difensive per la persona che vi viene sottoposta. Di conseguenza, il divieto in questione mira a privare le associazioni malavitose di un potere contrattuale di indubbio peso, quale la raccolta del voto in favore o in pregiudizio di candidati o simboli. Il riferimento ai simboli, come detto, consente l’applicazione del divieto anche in occasione di quelle competizioni elettorali regolate da una disciplina legislativa che non preveda il voto di preferenza, come nel caso dell’attuale impianto normativo per l’elezione dei membri del Parlamento. Invero, come la legge n. 175 del 2010, la normativa proposta serve a colmare una lacuna del sistema e ad eliminare un paradosso normativo, assicurando una più efficace tutela della trasparenza nella vita politica, come opportunamente messo in evidenza dal prof. Vittorio Grevi già nel primo commento apparso sull’edizione del Corriere della Sera del 22 marzo 1993. Il legislatore, con il decreto del Presidente della Repubblica n. 223 del 1967, ha sancito, a seguito di accertato stato di pericolosità, la sospensione (finché dura la misura) dell’esercizio del diritto di voto e di candidarsi alla persona sottoposta a sorveglianza speciale, però, nel contempo, consentiva e consente alla stessa, pur se in stato di pericolosità, di raccogliere il consenso per persone che, per suo conto, gestiscano il malaffare all’interno delle istituzioni elettive. Disciplina questa illogica e contraddittoria, tanto più se si riflette che al mafioso non interessa entrare di persona nell’istituzione, bensì ha l’interesse contrario e cioè di servirsi dei suoi rappresentanti (meglio se formalmente incensurati), procurando loro il consenso e avvalendosi all’uopo della ramificazione nella zona dell’associazione cui appartiene, con effetti devastanti per l’istituzione. Di conseguenza, con la nuova speciale formulazione del divieto in parola, autonomo rispetto alla normativa prevista dalla legge n. 575 del 1965, si regolano gli effetti decadenziali ed i divieti conseguenti all’irrogazione di una misura di prevenzione antimafia. Cosicché, il mafioso non solo non potrà scambiare il proprio voto che lo Stato non gli consente di esprimere, ma nemmeno potrà raccogliere e scambiare il voto degli altri affiliati malavitosi, ovvero usare l’arroganza e la forza proprie dell’agire mafioso per condizionare o limitare il diritto di voto dei cittadini onesti. Lo strumento normativo proposto è più efficace della normativa vigente, in quanto, consentendo a forze dell’ordine e ad inquirenti di intervenire al momento della raccolta del consenso, mira a prevenire lo scioglimento dell’assemblea elettiva, per infiltrazione, di cui all’articolo 143 del testo unico di cui al decreto legislativo n. 267 del 2000, che è provvedimento generalizzato e per questo iniquo, poiché penalizza l’immagine dell’intera comunità e coloro che sono stati liberamente e democraticamente eletti, non distinguendo tra cittadini onesti e cittadini disonesti. Tale strumento normativo interviene, quindi, nel momento della formazione della volontà popolare e non a distanza di anni e a danno ormai compiuto, come nelle ipotesi di reato di cui agli articoli 416 -bis e 416 -ter del codice penale. Diversamente dalle appena menzionate ipotesi di reato di voto di scambio, il presente disegno di legge parte dall’esigenza di apprestare, nell’immediato, e cioè durante la campagna elettorale, uno strumento concreto di contrasto alla mafia, perché è proprio durante la campagna elettorale che il malaffare entra dentro le istituzioni elettive ed è obbligo dello Stato di diritto di intervenire, impedendo la raccolta dei voti ai boss e ai suoi complici e bonificando in tal modo il momento della consultazione. E ciò senza dover ricorrere alla prova diabolica di appartenenza al sodalizio criminoso ed alla natura e contenuto del rapporto elettorale (articolo 416 -bis del codice penale, do ut des, do ut facias) o dell’intervenuta elargizione di una somma di denaro -- ipotesi alquanto rara -- (articolo 416 -ter del codice penale), prova questa la cui acquisizione avviene a distanza di tempo (e se avviene), con nessuna incidenza, quindi, per il momento elettorale in cui lo scambio politico-mafioso avviene. In ogni caso, valga pure precisare che, con l’uso della locuzione «salvo che il fatto costituisca più grave reato la persona sottoposta, in forza di provvedimento definitivo, alla misura della sorveglianza speciale di pubblica sicurezza che propone o accetta di svolgere attività di propaganda elettorale in violazione del divieto previsto dall’articolo 67, comma 7, e il candidato che la richiede o in qualsiasi modo la sollecita», il presente disegno di legge ha così definito ed esattamente delimitato il proprio ambito di operatività, distinguendolo nettamente dalle altre norme che sanzionano il voto di scambio. Più in particolare, il disegno di legge incide sul perverso rapporto tra politica e malaffare che condiziona il momento più importante della vita democratica (la formazione del consenso) e, allo stesso tempo, proietta nefaste ombre sulle Istituzioni democratiche. Grazie all’opera della Magistratura, tali ombre si sono, purtroppo, materializzate in tutta la loro drammaticità, evidenziando come il fenomeno delle infiltrazioni criminali nelle istituzioni abbia assunto dimensioni allarmanti, in quanto si è ormai esteso a tutte le regioni d’Italia, frutto amarissimo proprio del voto di scambio tra politica e criminalità organizzata. All’articolo 1, comma 1, lettera a) , del disegno di legge, per la prima volta, si definisce l’attività di propaganda elettorale: «Si intende per attività di propaganda elettorale qualsiasi attività diretta alla raccolta del consenso, svolta in occasione di competizioni elettorali e caratterizzata da molteplicità di atti, coinvolgimento di più persone, impiego di mezzi economici e predisposizione di una struttura organizzativa, sia pur minima, a tale scopo destinata».