[pronunce]

che il giorno successivo, conclusosi il procedimento ex art. 88 della Costituzione, «lo stesso Presidente della Repubblica firmava il decreto di scioglimento delle Camere nonché il decreto di convocazione dei comizi elettorali per lo svolgimento delle elezioni della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica nei giorni 13 e 14 aprile 2008»; che si realizzavano, così, le condizioni di legge fissate dal sopra menzionato art. 34 della legge n. 352 del 1970 per la sospensione automatica del referendum, con l'effetto di far slittare il voto referendario di almeno un anno, con conseguente lesione – secondo i ricorrenti – del «diritto costituzionale dei cittadini a votare per il referendum sulla legge elettorale e quello dei sottoscrittori dell'iniziativa a provocare la consultazione popolare entro un termine ragionevole»; che avverso «il suddetto illegittimo slittamento» è stato promosso il presente conflitto di attribuzione; che, ciò premesso in fatto, i ricorrenti evidenziano come nessun dubbio si possa configurare, anzitutto, in ordine alla propria legittimazione attiva, avendo la Corte costituzionale già «riconosciuto agli elettori, in numero non inferiore a 500.000, sottoscrittori della richiesta di referendum – dei quali i promotori sono competenti a dichiarare la volontà in sede di conflitto – la titolarità, nell'ambito della procedura referendaria, di una funzione costituzionalmente rilevante e garantita, in quanto essi attivano la sovranità popolare nell'esercizio dei poteri referendari» (così testualmente l'ordinanza n. 198 del 2005; sono citate, inoltre, le sentenze n. 502 del 2000, n. 49 del 1998 e n. 102 del 1997, oltre alle ordinanze n. 195 del 2003 e n. 131 del 1997); che, del pari, va riconosciuta – secondo i ricorrenti – «la legittimazione passiva tanto del Governo, in persona del Presidente del Consiglio, quanto del Parlamento, in persona dei Presidenti delle due Camere»; ed invero, il presente conflitto risulta promosso nei confronti dell'Esecutivo «in quanto lesiva delle attribuzioni costituzionali di cui si chiede in questa sede tutela è la scelta del Governo di deliberare la data dello svolgimento del referendum prima dello scioglimento delle Camere così da determinarne la sospensione»; che il conflitto, inoltre, investe anche il Parlamento «in considerazione del fatto che il contestato automatismo della sospensione è fissato dall'art. 34, secondo comma, della legge n. 352 del 1970, per cui la lesione qui lamentata discende anche dall'esercizio del potere legislativo»; che, sul piano oggettivo, i ricorrenti evidenziano, poi, che le attribuzioni costituzionali delle quali chiedono tutela «riguardano il diritto allo svolgimento delle operazioni di voto referendario, una volta compiuta la procedura di verifica della legittimità e della ammissibilità delle relative domande, entro termini ragionevoli», termini da individuare in quelli intercorrenti «tra il 15 aprile e il 15 giugno dello stesso anno in cui è avvenuta la dichiarazione di ammissibilità del referendum pronunciata dalla Corte costituzionale, pena un sostanziale svuotamento della carica innovativa dello strumento referendario»; che il ricorso, pertanto, mira a «veder riconosciuto il diritto a votare per il referendum in data 18 maggio 2008 (e comunque entro il 15 giugno di questo anno)», diritto acquisito – sottolineano i ricorrenti – a seguito delle sentenze della Corte costituzionale numeri 15, 16 e 17 del 2008, nonché della successiva indizione del referendum effettuata con d.P.R. 5 febbraio 2008; che i ricorrenti deducono, che, nel caso di specie, la «lamentata lesione del diritto a votare in termini ragionevoli» costituisce un «effetto della automatica sospensione del procedimento per il referendum, determinatasi, ai sensi dell'art. 34, secondo comma, della legge n. 352 del 1970»; che tale è, dunque, la novità – si afferma sempre nel ricorso – della questione portata all'attenzione della Corte costituzionale, rispetto ai casi definiti con le ordinanze n. 198 del 2005 e n. 131 del 1997, nei quali i comitati promotori pretendevano di interferire «sulla scelta governativa, tra le molteplici legittime opzioni, della data all'interno del periodo prestabilito»; che nel presente caso, per contro, viene in questione – si sottolinea sempre nel ricorso – «il diritto a votare in termini ragionevoli (e comunque nel corrente anno) e la conseguente illegittimità dello slittamento di almeno un anno (ma potenzialmente anche di due) del voto referendario»; che tale diritto risulterebbe, pertanto, leso «dal cattivo uso fatto dal Governo del potere di deliberare la data di svolgimento del referendum» e «dall'automatismo della sospensione del referendum indetto», che si determina ai sensi dell'art. 34, secondo comma, della legge n. 352 del 1970; che, tanto premesso, i ricorrenti – non senza rammentare che l'indizione del referendum abrogativo ex art. 87, sesto comma, Cost. è «atto dovuto» quanto all'an, rimanendo invece caratterizzato da «una non indifferente discrezionalità relativamente al quando» – sottolineano come, «in assenza di un obbligo costituzionale di immediata indizione ed in considerazione del principio del favor per il referendum, il cui svolgimento non tollera immotivate dilazioni», tale discrezionalità del Governo sia «duplice»; che, «da un lato vi è la discrezionalità nella scelta della data all'interno del ristretto arco temporale previsto dalla legge» (tra il 15 aprile e il 15 giugno), scelta non altrimenti vincolata «salvo che sussistano oggettive situazioni di carattere eccezionale» idonee «a determinare una effettiva menomazione del diritto di voto referendario» (è richiamata l'ordinanza n. 131 del 1997); che, dall'altro, «vi è discrezionalità nella scelta del momento in cui deliberare la data di fissazione, la quale deve essere esercitata nel rispetto del principio del favor del referendum e quindi in modo tale da permettere il suo sollecito svolgimento piuttosto che la sua sospensione»; che, nel caso di specie, secondo i ricorrenti, verrebbe in considerazione «esclusivamente il cattivo esercizio di questa seconda discrezionalità»; che, in particolare, male avrebbe fatto il Governo «ad indire il referendum qualche ora prima dello scioglimento delle Camere con l'effetto di concretizzare le condiciones legali necessarie per determinare la sospensione del relativo iter», ai sensi di quanto previsto dall'art. 34, secondo e terzo comma, della legge n. 352 del 1970; che, per contro, il Governo stesso «avrebbe dovuto piuttosto differire la decisione, in un'ottica di leale collaborazione fra poteri dello Stato», o «ad un momento successivo alla pubblicazione in Gazzetta Ufficiale del decreto di convocazione dei comizi elettorali per le nuove Camere» (così da consentire effettivamente che le votazioni per il referendum si svolgessero il 18 maggio 2008), ovvero «ad un momento successivo allo svolgimento delle elezioni politiche, in modo tale da assicurare lo svolgimento del referendum entro il 15 giugno 2008»;