[pronunce]

ORDINANZA ha pronunciato la seguentenel giudizio di legittimità costituzionale degli artt. 32, 39 e 42, del decreto del Presidente della Repubblica 29 settembre 1973, n. 600 (Disposizioni comuni in materia di accertamento delle imposte sui redditi), nonché dell'art. 12, comma 7, della legge 27 luglio 2000, n. 212 (Disposizioni in materia di statuto dei diritti del contribuente), promosso dalla Commissione tributaria provinciale di Siracusa nel giudizio vertente tra C. L. e l'Agenzia delle entrate - Direzione provinciale di Siracusa, con ordinanza del 26 marzo 2018, iscritta al n. 170 del registro ordinanze 2018 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 48, prima serie speciale, dell'anno 2018. Visto l'atto di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri; udito nella camera di consiglio del 4 dicembre 2019 il Giudice relatore Augusto Antonio Barbera. Ritenuto che con ordinanza depositata il 26 marzo 2018 (reg. ord. n. 170 del 2018) la Commissione tributaria provinciale di Siracusa ha sollevato questioni di legittimità costituzionale degli artt. 32, 39 e 42 del decreto del Presidente della Repubblica 29 settembre 1973, n. 600 (Disposizioni comuni in materia di accertamento delle imposte sui redditi), nonché dell'art. 12, comma 7, della legge 27 luglio 2000, n. 212, recante «Disposizioni in materia di statuto dei diritti del contribuente» (da ora in avanti: statuto contribuente), in riferimento agli artt. 3, 24, 53, 111 e 117, primo comma, della Costituzione; che, per quanto emerge dall'ordinanza, il giudizio principale ha ad oggetto l'impugnazione di un avviso di accertamento inerente al recupero delle maggiori imposte dovute per IRPEF, addizionale regionale IRPEF, IRAP, IVA e correlate sanzioni, in conseguenza di ricavi non dichiarati nell'anno 2004; che, come evidenziato dal rimettente, l'accertamento contestato, effettuato senza accedere presso i locali del contribuente, è disciplinato dal combinato disposto degli artt. 32, 39, comma 1, lettera d), e 42 del d.P.R. n. 600 del 1973 e che il soggetto d'imposta, con il secondo motivo di ricorso, ha contestato l'illegittimità dell'atto per la mancata instaurazione del contraddittorio preventivo, avendo a suo avviso l'Agenzia delle entrate «trasferito nella sede giudiziaria la fase istruttoria»; che secondo il Collegio rimettente va condivisa l'interpretazione del quadro normativo di riferimento offerta dalla giurisprudenza delle Sezioni unite della Corte di cassazione nella sentenza 9 dicembre 2015, n. 24823, in forza della quale deve ritenersi: a) per un verso, che il contraddittorio preventivo dettato dall'art. 12, comma 7, dello statuto contribuente non può esondare dagli argini definiti dal tenore letterale della relativa disposizione, rappresentati, ai sensi del comma 1 del medesimo articolo, dai soli accertamenti legati ad accessi, verifiche o ispezioni rese sui luoghi di riferimento del contribuente, così da non risultare estensibile alle verifiche, come quella di specie, rese "a tavolino" perché svolte esclusivamente presso l'ufficio che procede al controllo fiscale; b) per altro verso, che manca nel sistema tributario nazionale un principio generale che, alla stessa stregua di quanto imposto per i tributi armonizzati dall'art. 41 della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea (CDFUE), proclamata a Nizza il 7 dicembre 2000 e adattata a Strasburgo il 12 dicembre 2007, imponga il contraddittorio preventivo per le imposizioni fiscali esclusivamente interne; che, tuttavia, ad avviso del rimettente, muovendo da siffatta lettura interpretativa di sistema, le disposizioni censurate violerebbero, in primo luogo, l'art. 117, primo comma, Cost.; che, in particolare, le norme censurate sarebbero in contrasto con l'art. 1 del Protocollo addizionale alla Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali, firmato a Parigi il 20 marzo 1952, ratificato e reso esecutivo con legge 4 agosto 1955, n. 848, perché, a fronte di un provvedimento dotato di immediata esecutività, assunto dall'amministrazione senza garantire il preventivo contraddittorio con il contribuente, non rispettano il canone della proporzionalità; che, inoltre, le disposizioni indubbiate sarebbero in conflitto l'art. 6 della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali (CEDU), firmata a Roma il 4 novembre 1950, ratificata e resa esecutiva con legge 4 agosto 1955, n. 848, perché l'atto impositivo contiene sanzioni dotate di una efficacia sostanziale non dissimile da quella propria delle sanzioni penali, così che non potrebbe prescindersi, nella relativa irrogazione, dal preventivo confronto con le ragioni del contribuente; che le medesime disposizioni sarebbero altresì in contrasto con gli artt. 24 e 111 Cost., perché pregiudicano il diritto di difesa, il principio di parità delle parti e il diritto ad un processo "giusto", avuto riguardo anche ai tempi di durata dello stesso; che, ad avviso della Commissione rimettente, infine, le norme censurate violerebbero anche gli artt. 3 e 53 Cost., perché, in assenza di una ragionevole giustificazione, discriminerebbero la posizione dei contribuenti che subiscono accertamenti non preceduti da accessi, ispezioni o verifiche presso i locali di riferimento della relativa attività economica, senza garantire loro il diritto al contraddittorio preventivo all'attuazione impositiva, altrimenti previsto, al verificarsi dei suddetti presupposti, dal combinato disposto dei commi 1 e 7 dell'art. 12 dello statuto del contribuente; che è intervenuto in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, adducendo diverse eccezioni pregiudiziali e, nel merito, concludendo per la non fondatezza delle questioni. Considerato che la Commissione tributaria provinciale di Siracusa ha sollevato, con ordinanza del 26 marzo 2018, questioni di legittimità costituzionale degli artt. 32, 39 e 42 del decreto del Presidente della Repubblica 29 settembre 1973, n. 600 (Disposizioni comuni in materia di accertamento delle imposte sui redditi), nonché dell'art. 12, comma 7, della legge 27 luglio 2000, n. 212, recante «Disposizioni in materia di statuto dei diritti del contribuente» (da ora in avanti: statuto contribuente), in riferimento agli artt. 3, 24, 53, 111 e 117, primo comma, della Costituzione; che, relativamente alle eccezioni pregiudiziali sollevate dalla difesa dello Stato, deve ritenersi fondata, nei termini precisati di seguito, quella inerente alla addotta inammissibilità delle questioni perché erroneamente o comunque non sufficientemente argomentate in ordine alla individuazione delle disposizioni censurate; che, sotto questo profilo, va rimarcato che l'ordinanza, in linea con il complesso delle argomentazioni da essa svolte, indica più disposizioni censurate e contiene un duplice capo di domanda;