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Tutela delle comunicazioni e della libertà di movimento dei titolari di guarentigie costituzionali. Onorevoli Senatori. -- Il principio di leale collaborazione tra poteri è stato di recente declinato, con le sentenze dela Corte costituzionale nn. 87 ed 88 del 12 aprile 2012, su quel delicato terreno di confine tra istituzioni e giurisdizione che è il sistema delle prerogative e delle immunità. La pretesa di ricavarne, in via pretoria ovvero di prassi, regole di condotta dei poteri dello Stato si scontra – come recita la citata sentenza n. 87 del 2012 -- con «le regole dell'agire giudiziario, assai più fitte e rigorose di quanto non siano quelle che accompagnano l'azione degli organi costituzionali incaricati di tracciare l'indirizzo politico». Esse «sono perciò indisponibili da parte dello stesso ordine giudiziario, e possono venire arricchite di ulteriori contenuti desumibili dalla clausola generale della leale collaborazione, solo con la prudenza necessaria ad evitare una "predisposizione ex novo di un complesso di regole che non può che essere posto nella sede competente" di fonte normativa (sentenza n. 309 del 2000)». La necessità di tale predisposizione era evidente ben prima dei recentissimi eventi, forieri di contenzioso ai massimi livelli istituzionali. La sua difficoltà risiede, invero, nel fatto che la legislazione ordinaria -- in materia immunitaria -- deve rispondere (quando «non costituzionalmente vincolata») ad «un'esigenza di coordinamento e di collaborazione fra l'esercizio della funzione giurisdizionale e l’area di competenza di altro organo supremo ... Le forme di tale coordinamento, ove non ricavabili direttamente della Costituzione, sono rimesse alla non irragionevole discrezionalità del legislatore ordinario, il cui mancato esercizio comporta "la mera applicazione delle generali disposizioni processuali" (sentenza n. 149 del 2007)». I profili di cui il legislatore ordinario deve essere investito, perché indisponibili da parte dell'ordine giudiziario (anche il più ben disposto nei confronti del principio di leale collaborazione), sono molteplici, e vengono trattati nei quattro articoli del presente disegno di legge, che trae spunti anche dalla casistica più volte presentatasi -- e non soddisfacentemente risolta -- nelle competenti sedi parlamentari. L'articolo 1 del disegno di legge riconduce l'ambito dell'articolo 4 della legge 20 giugno 2003, n. 140, agli atti invasivi della sfera del parlamentare già contemplati dall'articolo 68, secondo comma, della Costituzione, risolvendo alcuni problemi presentatisi nella pratica. In particolare, in base al principio volenti non fit iniuria , si enunciano alcuni ambiti nei quali la pluridirezionalità dell'atto esclude che esso abbia intenti persecutori o sia volto a coartare la libertà di movimento del (solo) parlamentare: si tratta dell'esibizione di valori ai valichi doganali, dell'esibizione di oggetti ai varchi aeroportuali o di altri luoghi aperti al pubblico (previa sottoposizione al metal detector o ad altra apparecchiatura di controllo del contenuto di bagagli o involucri, compreso il tunnel raggi) e della sottoposizione a controlli alcoolmetrici o per stupefacenti, nel caso di guidatore di autoveicoli. Infine, con la stessa logica, la volontarietà della richiesta di accesso agli istituti penitenziari ovvero alle aree militari definite riservate giustifica la sottoposizione a tunnel raggi o metal detector del parlamentare in visita per sindacato ispettivo, ovvero dell'accompagnatore. Un portato della guarentigia riconosciuta ai principali organi costituzionali --- in virtù della stessa posizione da essi esercitata nella forma di governo delineata dalla Costituzione --- è la necessità di evitare atti invasivi della sua sede. Sembrava un portato scontato, e per questo non esplicitato espressamente, della stessa configurazione ordinamentale, ma ciò è venuto meno quando la riforma dei servizi di informazione e sicurezza (legge 3 agosto 2007, n. 124) ha consacrato una scriminante per determinate attività svolte «sotto copertura» e ne ha esentato una serie di edifici (compresi sedi di partito e giornali) ma non gli organi costituzionali. Per evitare l'operatività della clausola ubi lex non dixit noluit , l'articolo 2 del disegno di legge esplicita che anche Quirinale, palazzo della Consulta, Montecitorio e palazzo Madama rientrano nell'esclusione dai luoghi delle attività dei servizi segreti. L'articolo esclude, per lo stesso motivo, che attività di intercettazioni -- sia a scopo processuale che preventivo --- possano aver luogo senza autorizzazione nei confronti del Capo dello Stato. L'articolo 3 parte dal presupposto che la disciplina dell'autorizzazione preventiva, delineata per il Capo dello Stato dall'articolo 7, comma 3, della legge 5 giugno 1989, n. 219, in attuazione dell'articolo 90 della Costituzione, e per i parlamentari dall'articolo 68, terzo comma, della Costituzione, deve trovare applicazione «tutte le volte in cui il parlamentare sia individuato in anticipo quale destinatario dell'attività di captazione» (Corte costituzionale, sentenza n. 390 del 23 novembre 2007). Ciò che conta «non è la titolarità o la disponibilità dell'utenza captata, ma la direzione dell'atto di indagine». Se quest'ultimo è volto, in concreto, ad accedere nella sfera delle comunicazioni del parlamentare, l'intercettazione non autorizzata è illegittima, a prescindere dal fatto che il procedimento riguardi terzi o che le utenze sottoposte a controllo appartengano a terzi (si veda la citata sentenza n. 390 del 2007). Si richiede quindi un test particolarmente stringente: non basta che in astratto fosse prevedibile che l'intercettato si relazionasse con il parlamentare. Occorre che in concreto il magistrato richiedente l'attività intercettativa avesse previsto che l'intercettato si sarebbe relazionato con il parlamentare. In caso contrario si hanno mere intercettazioni «fortuite», nelle quali «l'eventualità che l'esecuzione dell'atto sia espressione di un atteggiamento persecutorio -- o, comunque, di un uso distorto del potere giurisdizionale nei confronti del membro del Parlamento -- resta esclusa, di regola, proprio dalla accidentalità dell'ingresso del parlamentare nell'area di ascolto, che non consente all'autorità giudiziaria di munirsi preventivamente del placet della Camera di appartenenza» (Corte costituzionale, sentenza n. 390 del 2007).