[pronunce]

Tale soluzione sarebbe stata, difatti, implicitamente esclusa da questa Corte con l'ordinanza n. 185 del 2001, relativa ad analoga questione di legittimità costituzionale dell'art. 423 cod. proc. pen. , sollevata in riferimento all'art. 3 Cost. sul presupposto della disparità di trattamento, in parte qua, tra la fase dell'udienza preliminare e quella dibattimentale: questione che la Corte stessa ha dichiarato manifestamente infondata in base al rilievo che la disparità denunciata non poteva considerarsi irrazionale, stante l'eterogeneità delle due fasi processuali; negando così implicitamente la configurabilità di un «principio immanente» alla legge processuale, che imponga di informare l'imputato contumace o assente dei mutamenti dell'«oggetto del contraddittorio» instaurato nell'udienza preliminare. Il giudice rimettente ritiene, peraltro, che la questione di costituzionalità debba essere riproposta anche sotto il profilo, ora indicato, della violazione dell'art. 3 Cost.: e ciò a fronte dei mutamenti della giurisprudenza costituzionale in ordine alla natura dell'udienza preliminare, intervenuti successivamente alla citata ordinanza n. 185 del 2001. In detta pronuncia, difatti, la Corte aveva ritenuto giustificata, per le contestazioni suppletive nell'udienza preliminare, una disciplina difforme e più snella rispetto a quella dettata per il dibattimento, confermando il proprio consolidato orientamento secondo cui l'udienza preliminare si connoterebbe quale momento fondamentalmente orientato al controllo processuale dell'azione penale esercitata dal pubblico ministero. Successivamente, però, la stessa Corte ha riconosciuto – in particolare con le sentenze n. 224 del 2001 e n. 335 del 2002 – che, per effetto delle modifiche introdotte dalla legge 16 dicembre 1999, n. 479 (Modifiche alle disposizioni sul procedimento davanti al tribunale in composizione monocratica e altre modifiche al codice di procedura penale. Modifiche al codice penale e all'ordinamento giudiziario. Disposizioni in materia di contenzioso civile pendente, di indennità spettanti al giudice di pace e di esercizio della professione forense), l'udienza preliminare è venuta a caratterizzarsi sia per la completezza del quadro probatorio di cui il giudice deve disporre, sia per il potenziamento dei poteri riconosciuti alle parti in materia di prova, sia per la maggiore pregnanza delle decisioni che la concludono: tanto da doversi ormai annoverare, ai fini dell'applicazione della disciplina dell'incompatibilità del giudice, tra i giudizi idonei a pregiudicarne altri ulteriori e ad essere pregiudicati da altri anteriori. In particolare, argomentando dall'ampliamento dello spettro della regola di giudizio che presiede all'adozione della sentenza di non luogo a procedere ex art. 425 cod. proc. pen. – ora in grado di scaturire anche dall'applicazione della disciplina di cui all'art. 69 cod. pen. , in tema di comparazione tra circostanze – la Corte ha riconosciuto che tale sentenza presenta attualmente i connotati tipici delle statuizioni di merito. Alla luce di tali indicazioni, peraltro, la disciplina differenziata delle contestazioni suppletive nell'udienza preliminare e nel dibattimento risulterebbe non più giustificabile. Infatti, appare ormai pacifico che nell'udienza preliminare il giudice non è più chiamato ad una mera verifica della generica idoneità dell'accusa ad essere sostenuta in giudizio, in rapporto ad una «piattaforma cognitiva eventualmente sommaria»: sarebbe, dunque, giocoforza ritenere che anche le modalità di esercizio dei diritti difensivi all'interno dell'udienza siano mutate; e che occorra, di conseguenza, ispessire il relativo apparato di garanzie sulla falsariga di quello proprio del giudizio di merito, in particolare per quanto attiene al diritto dell'imputato contumace ad essere informato delle contestazioni suppletive. Con riferimento al caso oggetto del procedimento a quo, non si comprenderebbe, così, perché gli imputati – cui è stata contestata nell'udienza preliminare una nuova circostanza aggravante, peraltro in dipendenza di una precedente «inerzia» del pubblico ministero nell'estrarre dagli atti di indagine l'imputazione corretta – non possano di fatto accedere, in vista del loro eventuale interesse a neutralizzarne le conseguenze negative, ad un «negoziato» con l'organo dell'accusa, proponendo un «patteggiamento» che presupponga il riconoscimento delle attenuanti generiche con prevalenza sulla suddetta aggravante. E, allo stesso modo — posto che il giudice dell'udienza preliminare, ai fini dell'adozione della decisione conclusiva della fase, è chiamato a compiere la stessa valutazione rimessa al giudice del dibattimento, in punto di comparazione fra le circostanze del reato – non si comprenderebbe perché solo nel dibattimento l'imputato rimasto contumace, prima di difendersi dalla nuova contestazione di una circostanza aggravante, abbia diritto ad essere informato della modifica dell'imputazione. La questione sarebbe infine rilevante nel giudizio a quo, in quanto sollevata prima dell'inizio della discussione che conclude l'udienza preliminare, e che segna il momento preclusivo per l'attivazione dei riti alternativi. 2. – È intervenuto nel giudizio di costituzionalità il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che la questione sia dichiarata non fondata. La difesa erariale rileva come l'aggravamento della contestazione nel corso dell'udienza preliminare costituisca un rischio che – nel caso di modifica dell'imputazione basata su elementi già presenti negli atti di indagine – l'imputato è in grado di valutare, anche ai fini della scelta del rito, nel momento della fissazione dell'udienza, in conseguenza del preventivo deposito dei predetti atti a norma dell'art. 415-bis cod. proc. pen. Di conseguenza, si tratterebbe di un «rischio calcolato» dall'imputato che scelga di rimanere contumace, consentendo altresì lo svolgimento dell'udienza nelle forme ordinarie. Il confronto con il dettato dell'art. 520 cod. proc. pen. – che prevede la notifica all'imputato contumace o assente delle nuove contestazioni operate in dibattimento – non sarebbe d'altro canto pertinente al caso di specie, dato che la predetta notifica non sarebbe finalizzata all'introduzione di riti alternativi, quanto piuttosto al generale e corretto esercizio del diritto di difesa.1. – Il Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Milano dubita, in riferimento agli artt. 3 e 24, secondo comma, della Costituzione, della legittimità costituzionale dell'art. 423, comma 1, del codice di procedura penale, nella parte in cui non prevede l'obbligo del giudice dell'udienza preliminare di disporre la notificazione all'imputato contumace del verbale di udienza che recepisce la modifica dell'imputazione, mediante contestazione di una circostanza aggravante, operata dal pubblico ministero sulla base degli stessi atti di indagine che hanno fondato l'esercizio dell'azione penale. Ad avviso del rimettente, la norma impugnata lederebbe il diritto di difesa dell'imputato, impedendogli di avvalersi in maniera consapevole della propria facoltà di accesso ai riti alternativi entro il limite temporale finale segnato dalla formulazione delle conclusioni nell'udienza preliminare.