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n. 502 del 1992 gli artt. 16-quinquies e 16-sexies, in riferimento agli artt. 8, numeri 1 e 29, 9, numero 10, e 16 del d.P.R. 31 agosto 1972, n. 670 (Approvazione del testo unico delle leggi costituzionali concernenti lo statuto speciale per il Trentino-Alto Adige) all'art. 6 del d.P.R. del 1° novembre 1973, n. 689 (Norme di attuazione dello statuto speciale per la regione Trentino-Alto Adige concernente addestramento e formazione professionale), all'art. 2 del d.P.R. 28 marzo 1975, n. 474 (Norme di attuazione dello statuto per la regione Trentino-Alto Adige in materia di igiene e sanità), all'art. 5 del d.P.R. 26 gennaio 1980, n. 197 (Norme di attuazione dello statuto speciale per il Trentino-Alto Adige concernenti integrazioni alle norme di attuazione in materia di igiene e sanità approvate con D.P.R. 28 marzo 1975, n. 474), agli artt. 3 e 4 del d.lgs. 16 marzo 1992, n. 266 (Norme di attuazione dello statuto speciale per il Trentino-Alto Adige concernenti il rapporto tra atti legislativi statali e leggi regionali e provinciali, nonché la potestà statale di indirizzo e coordinamento), ed all'art. 76 della Costituzione. 1.5. — La Provincia autonoma di Trento, con ricorso notificato il 4 agosto 1999, depositato il 6 successivo, ha sollevato questione di legittimità costituzionale degli artt. 8 e 14 del d.lgs. n. 229 del 1999, nella parti in cui hanno inserito, nel d.lgs. n. 502 del 1992, l'art. 8-septies e gli artt. 16-quinquies e 16-sexies, in riferimento agli artt. 8, numero 29, 9, numero 10, e 16 dello statuto speciale per il Trentino Alto-Adige (d.P.R. 31 agosto 1972, n. 670), alle relative norme di attuazione (in particolare a quelle recate dal d.P.R. n. 474 del 1975, dal d.P.R. n. 689 del 1973 e dal d.P.R. n. 266 del 1992) ed all'art. 2, comma 2, della legge n. 419 del 1998. 2. — La Regione Lombardia, con il ricorso avente ad oggetto le norme della legge n. 419 del 1998, ha eccepito l'illegittimità costituzionale degli artt. 1 e 2 di detta legge, in riferimento all'art. 76 della Costituzione, deducendo la sostanziale mancanza dei “principi e criteri direttivi”, nonché dell'art. 1, comma 2, nella parte in cui stabilisce che sugli schemi dei decreti delegati il Governo deve acquisire il parere della Conferenza unificata di cui all'articolo 8 del d.lgs. n. 281 del 1997, anziché prevedere che il parere debba essere reso dalla Conferenza Stato-regioni. La ricorrente ha impugnato le norme sotto molteplici profili, sostenendo, tra l'altro, che vulnerebbero la propria competenza quelle che hanno attribuito al Governo il potere di stabilire una verifica del processo di aziendalizzazione superfluo e invasivo della riorganizzazione già effettuata dalle regioni, privilegiando irragionevolmente i soggetti privati che non hanno scopo di lucro e preludendo ad una ridefinizione del «ruolo del Piano sanitario nazionale» (infra, P.s.n.) invasiva delle attribuzioni regionali, anche nella parte riguardante gli interventi del Ministro della sanità (art. 2, comma 1, lettera oo). 3. — Con i ricorsi aventi ad oggetto le norme del d.lgs. n. 229 del 1999, le ricorrenti, con argomentazioni in parte coincidenti, in linea generale e preliminare, hanno dedotto che questo decreto costituirebbe un elemento di discontinuità rispetto alla riforma realizzata con il d.lgs. n. 502 del 1992; determinerebbe ingiustificati aggravi di spesa; vieterebbe alle regioni di istituire aziende ospedaliere di rilievo regionale; disciplinerebbe l'accreditamento con modalità tali da condurre al riconoscimento di un maggiore spazio in favore delle strutture pubbliche. In particolare, esse hanno eccepito l'illegittimità costituzionale dell'intero testo del d.lgs. n. 229 del 1999, in quanto, in violazione degli artt. 76 e 73 della Costituzione, in relazione all'art. 1 della legge n. 419 del 1998, non sarebbero stati rispettati i termini stabiliti per l'emanazione e la pubblicazione, dato che il d.lgs. è stato emanato dal Presidente della Repubblica il 19 giugno 1999, ma è stato pubblicato soltanto nella Gazzetta Ufficiale del 16 luglio 1999, n. 165, supplemento ordinario [Regioni Lombardia e Puglia]; il decreto sarebbe stato, inoltre, emanato nonostante che la Conferenza unificata avesse reso parere favorevole, condizionatamente all'introduzione di alcuni emendamenti, non tutti accolti, essendo «censurabile il fatto che alcuni punti dello schema di decreto» neppure sarebbero «stati sottoposti al parere di nessuna Conferenza» [Regione Veneto]. 3.1. — Le ricorrenti hanno eccepito l'illegittimità costituzionale delle norme impugnate sotto molteplici profili, deducendo, tra l'altro, in riferimento all'art. 1, che le competenze regionali sarebbero vulnerate dalle norme che disciplinano il P.s.n. , prevedendo disposizioni di estremo dettaglio, e, quanto all'art. 2, che sarebbero viziate le norme che disciplinano procedure e strumenti per la pianificazione sanitaria regionale ed infraregionale (art. 2, commi 2-ter e 2-quinquies), prevedendo, per determinati inadempimenti, un potere sostitutivo del Ministro della sanità. L'art. 3 del d.lgs. n. 229 del 1999, secondo la Regione Lombardia, sarebbe illegittimo nelle norme che disciplinano i requisiti dei direttori generali delle Unità sanitarie locali (U.s.l.) e delle aziende ospedaliere, recando una disciplina di estremo dettaglio in materia di distretti, nonché, ad avviso della Regione Veneto, in quelle che attribuiscono ad un atto aziendale di diritto privato la disciplina dell'organizzazione e del funzionamento delle U.s.l. , prevedendo una ingerenza nella materia del sindaco o della conferenza dei sindaci. L'art. 4 del d.lgs. n. 229 del 1999 è stato impugnato dalle Regioni Lombardia e Puglia, tra l'altro, nella parte in cui, nel fissare i requisiti delle aziende ospedaliere, sembra impedire la costituzione di aziende ospedaliere di rilievo regionale, vietando, in alcuni casi, la costituzione o la conferma dei presidi ospedalieri in aziende ospedaliere, nonché, ad avviso della seconda ricorrente, nella parte concernente la conferma o la costituzione in azienda ospedaliera degli istituti di ricovero e cura a carattere scientifico di diritto pubblico. La Regione Lombardia ha dedotto l'illegittimità dell'art. 5 del d.lgs. n. 229 del 1999, sia nella parte in cui ha modificato l'art. 5 del d.lgs.