[pronunce]

La norma censurata violerebbe questi principi, in quanto, malgrado la precisazione del primo comma, secondo cui l'atto di acquisizione è destinato a non operare retroattivamente (rivolta a rispondere ad uno dei rilievi espressi dalla sentenza n. 293 del 2010 di questa Corte), con la disposizione dell'ottavo comma avrebbe confermato la possibilità dell'amministrazione di utilizzare il provvedimento "sanante" ex tunc, per fatti anteriori alla sua entrata in vigore ed anche se vi sia già stato un provvedimento di acquisizione successivamente ritirato o annullato, in conformità alla finalità di attribuire alle amministrazioni occupanti una legale via di uscita dalle situazioni di illegalità venutesi a verificare nel corso degli anni. Pertanto, i privati proprietari - i quali, per effetto della sentenza n. 293 del 2010 di questa Corte, avrebbero avuto diritto alla restituzione dei loro immobili, nonché al risarcimento del danno alla stregua dei parametri contenuti nell'art. 2043 cod. civ. - in conseguenza del sopravvenuto art. 42-bis, nonché del provvedimento acquisitivo adottato nel corso del giudizio, avrebbero perduto in radice la tutela reale, e potrebbero avvalersi soltanto di quella «indennitaria/risarcitoria» introdotta dalla norma censurata. Quest'ultima, perciò, non si sottrarrebbe neppure all'addebito, in casi analoghi mosso dalla Corte europea al legislatore nazionale, «di averla slealmente introdotta in giudizi iniziati ed impostati secondo diversi presupposti normativi, sì da incorrere anche nella violazione dell'art. 6, par. 1, della Convenzione» per il mutamento «delle regole in corsa». Sotto tale profilo, la norma risulterebbe anche in contrasto con l'art. 111, primo e secondo comma, Cost., nella parte in cui, disponendo l'applicabilità ai giudizi in corso delle regole sull'acquisizione "sanante" in seguito ad occupazione illegittima, violerebbe i principi del giusto processo, in particolare la condizione di parità delle parti davanti al giudice, che risulterebbe lesa dall'intromissione del potere legislativo nell'amministrazione della giustizia, allo scopo di influire sulla risoluzione di una circoscritta e determinata categoria di controversie. 2.3.- Nel giudizio si è costituito, con atto depositato il 24 giugno 2014, il Comune di Porto Cesareo. Afferma l'ente comunale che, con sentenza del 25 giugno 2010, n. 1614, il TAR Puglia, sezione staccata di Lecce, ha definito un ricorso proposto dal medesimo ricorrente nel giudizio a quo, qualificando la domanda dallo stesso proposta - in conseguenza della scadenza del termine quinquennale di validità della dichiarazione di pubblica utilità dell'opera pubblica programmata (realizzazione di area a verde pubblico, di parcheggi e strade di raccordo) senza l'emanazione del decreto definitivo di esproprio del fondo privato occupato a tale fine - come intesa ad ottenere il solo ristoro economico, ordinando al Comune convenuto l'emissione del provvedimento ex art. 43 del T.U. sulle espropriazioni allora vigente. Dichiarata incostituzionale la norma da ultimo citata, il ricorrente ha adito nuovamente il giudice amministrativo per chiedere la restituzione dei fondi, in palese contrasto con il giudicato ormai formatosi sulle statuizioni della precedente sentenza n. 1614 del 2010, che aveva escluso il diritto a tale restituzione. Nelle more del giudizio è stato introdotto l'art. 42-bis nel T.U. sulle espropriazioni, sicché il Comune di Porto Cesareo, in applicazione espressa di tale norma, ha disposto l'acquisizione del fondo al proprio patrimonio indisponibile, determinando e quantificando l'indennizzo dovuto. Tale provvedimento è stato impugnato con motivi aggiunti dal ricorrente, il quale ha chiesto la rideterminazione dell'indennizzo, in considerazione dell'effettivo valore venale del bene. Il Comune di Porto Cesareo ha proposto, dunque, regolamento di giurisdizione, sul rilievo che la domanda giudiziale, avuto riguardo al petitum sostanziale ed alla causa petendi, atteneva esclusivamente alla contestazione del quantum spettante a titolo di indennizzo, con conseguente configurabilità della giurisdizione del giudice ordinario, ai sensi dell'art. 133, comma 1, lettera f), del codice del processo amministrativo (d.lgs. n. 104 del 2010). Il TAR ha dichiarato la manifesta inammissibilità del regolamento preventivo di giurisdizione, stante l'asserita intervenuta formazione di un giudicato (originato dalla sentenza n. 1614 del 2010) sulla domanda (esclusivamente) risarcitoria proposta dal ricorrente, quantificando in sentenza l'ammontare del risarcimento dovuto. La pronuncia è stata impugnata dal Comune di Porto Cesareo con appello al Consiglio di Stato, sia in punto di giurisdizione (prospettata come spettante al giudice ordinario), sia nel merito. Il giudizio risulta ancora pendente e nelle more è stata sollevata la questione di legittimità costituzionale dell'art. 42-bis, proprio nell'ambito dell'instaurato regolamento di giurisdizione innanzi alla Corte di cassazione, sezioni unite civili. 2.3.1.- Il Comune di Porto Cesareo eccepisce, in primo luogo, l'inammissibilità della questione di legittimità costituzionale, per carenza di motivazione in ordine ai requisiti della rilevanza e della non manifesta infondatezza. Il giudice rimettente, infatti, ha sostenuto che, qualora l'art. 42-bis venisse espunto dall'ordinamento, il privato potrebbe aspirare ad ottenere la restituzione del bene illegittimamente occupato. Secondo l'ente comunale, invece, la restituzione non sarebbe più ipotizzabile, in virtù, in particolare, del giudicato formatosi sulla precedente sentenza (n. 1614 del 2010) del medesimo TAR adito, che ne aveva espressamente escluso la possibilità, peraltro in presenza di una sostanziale rinuncia dello stesso ricorrente a conseguire tale restituzione. Ciò sarebbe dimostrato dal contenuto dei motivi aggiunti proposti nel giudizio amministrativo ancora pendente, tendenti solo ad ottenere la determinazione dell'indennizzo, in seguito al provvedimento di acquisizione ex art. 42-bis nelle more adottato dal Comune di Porto Cesareo. A fronte del giudicato formatosi sull'esclusione del diritto alla restituzione del bene, nessuna utilità potrebbe dunque ricavare il privato dall'eventuale caducazione della norma censurata. Quanto alla questione sollevata in riferimento al diritto al risarcimento integrale del danno (informato ai principi di cui agli artt. 2043 e 2059 cod. civ.), in luogo del mero indennizzo, il Comune di Porto Cesareo ne sostiene l'inammissibilità per difetto di rilevanza. Infatti, il danno sarebbe già stato determinato in forma integrale, sempre in esecuzione del giudicato formatosi sulla precedente sentenza n. 1614 del 2010, adempiendo al quale la determinazione dell'indennizzo sarebbe stata superiore a quanto spettante in applicazione della norma censurata. 2.3.2.- Nel merito, il Comune di Porto Cesareo ha sostenuto l'infondatezza della questione prospettata, per i seguenti motivi: