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Disposizioni concernenti l'istituzione di asili aziendali. Onorevoli Senatori. – Se la dimensione sociale di un bambino comincia il giorno in cui varca la soglia di casa per entrare in un'istituzione diversa dalla famiglia, allora il nido diventa il luogo della sua prima tappa di socializzazione. La questione però non è solo psichica, sociale, antropologica ed economica, ma anche politica, perché concerne il soggetto bambino, l'istituzione familiare e il mercato del lavoro. Per questo il mondo politico deve tutelare il corretto sviluppo psico-fisico del bambino. I nidi d'infanzia appartengono a quella tipologia di servizi indispensabili volti a garantire, da un lato, la crescita di un individuo e, dall'altro lato, l'autonomia dei familiari. Nell'anno educativo 2014/15 – dati ISTAT – sono state censite sul territorio nazionale 13.262 unità che offrono servizi socio-educativi per la prima infanzia, il 36 per cento è pubblico e il 64 per cento privato. I posti disponibili, in tutto 357.786, coprono il 22,8 per cento del potenziale bacino di utenza (i bambini sotto i tre anni residenti in Italia). La storia degli asili nido comincia con la legge 6 dicembre 1971, n. 1044, recante il piano quinquennale per l'istituzione di asili nido comunali con il concorso dello Stato, grazie alla quale si è avuta la prima fase di sviluppo degli asili nido pubblici. Da allora tuttavia si sono evidenziate una tendenza verso tipologie di servizio diversificate e soprattutto la crescita di un mercato privato che si è sempre più ampliato rispetto a quello pubblico. Con la legge 28 agosto 1997, n. 285, recante disposizioni per la promozione di diritti e di opportunità per l'infanzia e l'adolescenza, sono state promosse l'innovazione e la sperimentazione di servizi socio-educativi per la prima infanzia. La normativa ha reso possibile l'attivazione di servizi con caratteristiche educative, ludiche, culturali e di aggregazione sociale per bambini da zero a tre anni di età, che prevedono la presenza di genitori, familiari o adulti, responsabili della loro cura, organizzati secondo criteri di flessibilità. La tipologia di somministrazione di tali servizi ha previsto un tempo giornaliero non superiore alle cinque ore, senza servizio mensa o riposo pomeridiano. Grazie all'applicazione corretta di questa legge è cresciuta nel nostro Paese la sensibilità verso l'infanzia e l'adolescenza. Tuttavia la stessa legge prevede servizi auto-organizzati dalle famiglie, dalle associazioni e dai gruppi, creando una tipologia di asili nido o famiglia nettamente diversa dagli asili nido comunali e dagli asili aziendali, che il presente disegno di legge vuole promuovere. Con l'articolo 70 della legge 28 dicembre 2001, n. 448, (legge finanziaria 2002), era stata prevista l'istituzione di un fondo nazionale per la costruzione e la gestione degli asili nido, nonché di micro-nidi nei luoghi di lavoro; successivamente il citato fondo è stato soppresso dall'articolo 1, comma 59, della legge 30 dicembre 2004, n. 311, (legge finanziaria 2005). Gli asili nido, nell'ottica della citata norma, sono definiti come «strutture dirette a garantire la formazione e la socializzazione delle bambine e dei bambini di età compresa tra i tre mesi ed i tre anni ed a sostenere le famiglie ed i genitori» e per questo «rientrano tra le competenze fondamentali dello Stato, delle regioni e degli enti locali». Alle regioni è demandato il compito di provvedere «a ripartire le risorse finanziarie tra i comuni, singoli o associati, che ne fanno richiesta per la costruzione e la gestione degli asili nido nonché di micro-nidi nei luoghi di lavoro». Quando non esistono adeguate strutture preposte alla cura del bambino, i genitori devono necessariamente ricorrere all'assistenza domiciliare che però non dovrebbe essere incentivata, perché la crescita del bambino ha bisogno di stimoli che gli possono derivare solo dallo stare a contatto con altri bambini in uno spazio progettato per lui e con persone che si dedicano a lui completamente. In quest'ottica però bisogna sottolineare che l'asilo nido è una soluzione non sempre praticabile, a causa di due fattori principali: l'esiguo numero di strutture per la prima infanzia, unito alla loro cattiva distribuzione sul territorio, e l'eccessivo dispendio economico relativo alle rette di frequenza. Per venire incontro alle esigenze delle lavoratrici e dei lavoratori che si trovano in questa situazione, alcune imprese hanno trovato una soluzione interna: l'asilo aziendale. La tematica della conciliazione tra tempi di lavoro e tempi della famiglia è un problema sociale e come tale va affrontato predisponendo misure adeguate: 1) strumenti che permettono la riduzione o la diversa articolazione dei tempi di lavoro (organizzazione del lavoro); 2) strumenti che liberano tempo (organizzazione dei servizi); 3) aiuti alle famiglie. Secondo i sociologi, gli asili aziendali sono la soluzione più adatta e innovativa alla conciliazione tra tempi di lavoro e tempi della famiglia. La responsabilità sociale delle imprese è un tema attuale: con l'istituzione dell'asilo aziendale le imprese dimostrano di essere concretamente coinvolte anche nelle vicende personali e non solo esclusivamente lavorative dei propri dipendenti. L'asilo aziendale è un luogo tranquillizzante perché il bambino resta sempre accanto alla madre. Per garantire un corretto sviluppo del bambino si prevede che l'asilo aziendale, come avviene per l'asilo nido comunale, sia posto sotto la vigilanza del Ministero dell'istruzione, dell'università e della ricerca, per quanto attiene il progetto educativo e la formazione delle educatrici e degli educatori, che dovrà essere di livello universitario. In ambito europeo, inoltre, per numero di posti negli asili, l'Italia è ai livelli più bassi: 10 posti contro i 35 della Francia e i 50 della Danimarca. Permangono differenze molto rilevanti fra il Mezzogiorno e il resto del paese: al Nord-est e al Centro Italia i posti censiti nelle strutture pubbliche e private coprono il 30 per cento dei bambini sotto i 3 anni, al Nord-ovest il 27 per cento mentre al Sud e nelle Isole si hanno rispettivamente 10 e 14 posti per cento bambini residenti. I bambini sotto i tre anni accolti in servizi comunali o finanziati dai comuni variano dal 18,3 per cento del Centro al 4,1 per cento del Sud. Senza un adeguato numero di baby parking sono molte le donne che purtroppo rinunciano al lavoro perché non riescono a conciliare lavoro e cura della famiglia. Su questo tema è intervenuta l'Europa che nel 2002 a Barcellona ha stabilito che ogni Paese membro entro il 2010 dovrà garantire la copertura del 33 per cento dei bambini da zero a tre anni di età.