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il disturbo causato dagli acufeni incide a livello emotivo e sensoriale per il suo carattere di persistenza, rende più difficile la concentrazione nel lavoro e nell'ambito delle relazioni interpersonali, crea tensione ed irritabilità e altera spesso il ritmo sonno-veglia; le persone che ne soffrono sono spesso stressate, stanche e appaiono meno disponibili, a causa del fastidio percepito assimilabile a un chiodo piantato nel cervello; l'acufene determina quindi ripercussioni concrete sulla qualità di vita che si manifestano a livello globale, con disturbi del sonno, ansia, nervosismo, difficoltà di concentrazione, stress , fino a disturbi depressivi o d'ansia; rari, ma certi, alcuni casi esitati nel suicidio; non è classificabile come una malattia, ma è una condizione che può derivare da una vasta pluralità di cause. Tra di esse si possono includere: danni neurologici (ad esempio dovuti a sclerosi multipla), infezioni dell'orecchio, stress ossidativo, stress emotivo, presenza di corpi estranei nell'orecchio, allergie nasali che impediscono (o inducono) il drenaggio dei fluidi, accumulo di cerume e l'esposizione a suoni di elevato volume. La sospensione dell'assunzione di benzodiazepine può essere anch'essa una causa; l'acufene può essere un accompagnamento della perdita dell'udito neurosensoriale o una conseguenza della perdita dell'udito congenita, oppure può essere anche un effetto collaterale di alcuni farmaci (acufene ototossico). Diverse sono le cause alle quali può essere associato: tumori cerebrali, otiti, perdita dell'udito, anche in rapporto all'invecchiamento, esposizione prolungata a rumori intensi, utilizzo prolungato di alcuni farmaci ototossici, eccetera; l'acufene è solitamente un fenomeno soggettivo, tale da non poter essere misurato oggettivamente e la condizione è spesso valutata clinicamente su una semplice scala da "lieve" a "catastrofico" in base agli effetti che esso comporta; al 2016, non vi sono farmaci efficaci, si chiede di sapere, considerato il carattere invalidante della patologia descritta in premessa, quali iniziative il Ministro in indirizzo intenda assumere per ottenerne uno specifico riconoscimento a livello di LEA (livelli essenziali di assistenza) e per attivare studi e ricerche mirate, sia per verificare le cause del disturbo, sia per intervenire in modo appropriato con farmaci specifici che possano contribuire a rimuovere questo fastidioso sintomo. Atto n. 4-00405 BINETTI RIZZOTTI Al Ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca Premesso che: in Italia, come è noto, esistono due diversi corsi di laurea, afferenti a due diverse facoltà, che permettono di conseguire il titolo di educatore, reso obbligatorio per l'esercizio della professione con la legge n. 205 del 2017, commi 594-601, e soprattutto della legge n. 3 del 2018. In un caso si tratta del corso di laurea in Scienze dell'educazione per educatori e formatori (L-19), i cui laureati possono occuparsi, come previsto nel curriculum dell'educatore , di servizi educativi e formativi, culturali, giudiziari; di genitorialità e famiglia; di mediazione interculturale e di integrazione; di bisogni educativi speciali e inoltre di formazione, gestione e valorizzazione delle risorse umane; di orientamento e bilancio delle competenze, di centri per l'impiego, eccetera. Nel secondo caso i laureati che ottengono il titolo di educatori professionali, provengono dalla facoltà di Medicina e chirurgia, dove frequentano lo specifico corso di educatore professionale, istituito ai sensi della legge n. 502 del 1992, e successive modifiche; si tratta di un corso di laurea abilitante alla professione sanitaria di educatore professionale e gli ambiti professionali previsti in questo caso riguardano contesti di tipo sanitario e sociosanitario; l'educatore sociosanitario programma, gestisce e verifica interventi educativi mirati al recupero e allo sviluppo delle potenzialità dei soggetti in difficoltà per il raggiungimento di livelli sempre più avanzati di autonomia; contribuisce a promuovere e organizzare strutture e risorse sociali e sanitarie, al fine di realizzare il progetto educativo integrato; programma, organizza, gestisce e verifica le proprie attività professionali all'interno di servizi sociosanitari e strutture sociosanitarie e riabilitative e socio-educative, in modo coordinato e integrato con altre figure professionali presenti nelle strutture, con il coinvolgimento diretto dei soggetti interessati e delle loro famiglie, dei gruppi, della collettività; opera sulle famiglie e sul contesto sociale dei pazienti, allo scopo di favorire il reinserimento nella comunità; partecipa ad attività di studio, ricerca e documentazione finalizzate a tali scopi. Rientra nella classe L SNT/02, classe delle lauree in professioni sanitarie della riabilitazione come educatore professionale sanitario; la figura dell'educatore professionale è stata oggetto di un ampio dibattito nella XVII Legislatura, anche se poi, dopo un lungo stallo della legge in Senato, si è giunti ad un'approvazione a giudizio delle interroganti frettolosa che non ha affatto risolto i problemi legati ad un tema così delicato come quello della formazione, in una prospettiva dai confini amplissimi, come è possibile rilevare dagli ambiti di competenza dei due profili professionali; il 21 luglio 2018, i tre principali sindacati Cgil, Cisl, Uil hanno scritto al Governo con l'obiettivo di riunificare la figura dell'educatore professionale, criticando lo sdoppiamento della figura. A loro avviso, i due corsi universitari avrebbero qualifiche simili e ambiti di competenza sovrapponibili e la scissione creerebbe disagi sia ai professionisti che alle diverse forme di servizio pubblico; in realtà, la struttura stessa dei due corsi di laurea è diversa, anche per collocazione culturale, dal momento che il corso di laurea a carattere sociosanitario conferisce una laurea abilitante, esige almeno 60 crediti formativi universitari di tipo professionalizzante, adeguatamente certificati, e per questo è a numero chiuso: circa 40 studenti, opportunamente selezionati, contro le diverse centinaia di studenti dell'indirizzo socio-pedagogico; inoltre ha un orizzonte professionale in cui l'aspetto sanitario richiede conoscenze mirate ed approfondite anche nell'ambito fisio-patologico, terapeutico e riabilitativo; non si tratta ovviamente di una scelta politica, ma di una scelta con caratteristiche culturali e metodologiche distinte, che in un caso abilita i neolaureati all'esercizio della professione, mentre nell'altro conserva un aspetto culturalmente molto più ampio, ma proprio per questo meno professionale; la situazione è resa ancor più complessa dalla particolare natura del corso di laurea ad indirizzo socio-pedagogico e dalle norme transitorie previste per la sua attuazione, la cui mancanza di chiarezza sta creando notevoli incertezze nella sua applicazione. A cominciare dalla struttura dei 60 crediti formativi universitari necessari per ottenere l'equipollenza tra corsi di formazione precedenti e l'attuale titolo di laurea richiesto per l'esercizio della professione;