[pronunce]

giacché il condizionare il trasferimento della azione civile alla accettazione della controparte, mantiene la propria rilevanza tanto in caso di assenso che di diniego da parte di quest'ultima; che nel merito la questione è, peraltro, palesemente destituita di fondamento. La logica, infatti, per la quale nel processo civile la rinuncia agli atti del giudizio (una rinuncia - va osservato - di tipo meramente "processuale", che non coinvolge il diritto sostanziale controverso) richiede, per determinare l'estinzione del giudizio, l'accettazione incondizionata delle parti costituite "che potrebbero aver interesse alla prosecuzione", è ispirata all'esigenza di consentire alla parte non rinunciante di conseguire una pronuncia che realizzi le proprie pretese e che quindi accerti - con la forza del giudicato - l'eventuale infondatezza della domanda proposta nei suoi confronti da chi ha poi formulato la rinuncia. Una esigenza, dunque, che viene ad essere necessariamente soddisfatta nell'ipotesi di trasferimento della azione civile dalla sede propria a quella penale, posto che in tale evenienza è la stessa azione - e quindi il medesimo "processo" - a proseguire in altra sede: con la conseguenza che l'accertamento di merito sulla fondatezza della domanda - che sta alla base del capo civile - viene ad essere compiutamente espletato, addirittura con possibilità difensive maggiori per l'imputato-convenuto, considerato che in sede penale non valgono le limitazioni di prova operanti nel processo civile; che del tutto improprio si rivela il richiamo all'art. 25 Cost., avendo questa Corte più volte affermato che la garanzia del giudice naturale non è lesa quando, come nella specie, il giudice sia designato in modo non arbitrario né a posteriori, oppure direttamente dal legislatore in conformità alle regole generali, ovvero attraverso atti di soggetti ai quali sia attribuito il relativo potere nel rispetto della riserva di legge stabilita dallo stesso parametro (cfr. , ex plurimis, sentenza n. 152 del 2001); che, pertanto, la questione deve essere dichiarata manifestamente infondata. . per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE dichiara la manifesta infondatezza della questione di legittimità costituzionale dell'art. 75, comma 1, del codice di procedura penale, sollevata in riferimento agli artt. 3, 24 e 25 della Costituzione, dal Tribunale di Padova con l'ordinanza in epigrafe. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 20 maggio 2002. F.to: Massimo VARI, Presidente Giovanni Maria FLICK, Redattore Giuseppe DI PAOLA, Cancelliere Depositata in Cancelleria il 23 maggio 2002. Il Direttore della Cancelleria F.to: DI PAOLA