[pronunce]

che, secondo il rimettente, le norme censurate sarebbero contrarie anche all'art. 3 Cost., in quanto la depenalizzazione del reato di ingiuria avrebbe determinato una irragionevole disparità di trattamento rispetto al reato di diffamazione di cui all'art. 595 cod. pen. , delitto riconducibile «alla stessa medesima ratio e allo stesso diritto fondamentale», distinguendosi solamente per la presenza o meno dell'offeso al momento della condotta, il che risulterebbe con evidenza in riferimento all'abrogazione dell'ipotesi aggravata di cui all'art. 594, quarto comma, cod. pen. , che disponeva un aumento di pena qualora l'offesa fosse commessa «in presenza di più persone», risultando del tutto irragionevole «[l]a scelta di perseguire un fatto "comunicando con più persone" in assenza dell'offeso (diffamazione) e di non punire il medesimo fatto "commesso in presenza di più persone" quindi in presenza dell'offeso (ingiuria)»; che nel giudizio è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, concludendo per l'inammissibilità o, comunque, per l'infondatezza delle questioni sollevate; che, ad avviso dell'Avvocatura generale dello Stato, le questioni sarebbero inammissibili, posto che rientrerebbero in una materia che «attiene all'esercizio della discrezionalità legislativa, sottratta al sindacato della Corte costituzionale», senza che i precedenti di questa Corte su norme penali di favore o, comunque, abrogative di fattispecie penali (sono citate le sentenze n. 215 del 2017, n. 81 e n. 5 del 2014, n. 394 del 2006, nonché l'ordinanza n. 175 del 2001) possano ritenersi pertinenti rispetto alle censure sollevate nel giudizio a quo; che, sempre secondo l'Avvocatura generale dello Stato, l'intervenuta depenalizzazione non sarebbe né arbitraria, né manifestamente irragionevole, «perseguendo anzi chiari fini di deflazione del sistema penale, in funzione della sua efficienza e della ragionevole durata del processo, costituenti altrettanti beni tutelati dalla Costituzione, secondo un ragionevole equilibrio di interessi», non potendosi condividere l'assunto del rimettente secondo cui «l'offesa a beni giuridici "costituzionalmente rilevanti" debba necessariamente avere tutela penale»; che, infine, le censure sollevate in riferimento agli artt. 2, 10 e 117 Cost. sarebbero, ad avviso dell'Avvocatura generale dello Stato, del tutto immotivate, posto che «la circostanza che la dignità dell'uomo assurga a bene costituzionale non comporta necessariamente che l'ingiuria debba essere punita penalmente piuttosto che con sanzione pecuniaria», neppure per il diritto europeo, e che la «contrarietà delle norme impugnate agli obblighi internazionali è meramente postulata», senza alcuna illustrazione dei motivi, con conseguente inammissibilità delle censure per «assoluta genericità ed indeterminatezza». Considerato che l'ordinanza del giudice rimettente solleva plurime censure miranti a ripristinare il delitto di ingiuria di cui all'art. 594 del codice penale, abrogato per effetto dell'art. 1, comma 1, lettera c), del decreto legislativo 15 gennaio 2016, n. 7 (Disposizioni in materia di abrogazione di reati e introduzione di illeciti con sanzioni pecuniarie civili, a norma dell'articolo 2, comma 3, della legge 28 aprile 2014, n. 67), fondate sull'assunto che dalla natura inviolabile dei diritti presidiati dalla norma penale abrogata deriverebbero obblighi di incriminazione, oltre che sull'asserita irragionevole disparità di trattamento tra la fattispecie dell'ingiuria e quella della diffamazione, di cui all'art. 595 cod. pen. ; che le censure proposte in riferimento agli artt. 2 e 3 della Costituzione e quelle proposte in riferimento agli artt. 10 e 117, primo comma, Cost. in relazione all'art. 1 della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea (CDFUE), proclamata a Nizza il 7 dicembre 2000 e adattata a Strasburgo il 12 dicembre 2007, sono sostanzialmente identiche a quelle sollevate dallo stesso rimettente con precedenti plurime ordinanze e incorrono nelle medesime ragioni di inammissibilità - basate sulla richiesta di un intervento in malam partem in materia penale, al di fuori dalle eccezioni desumibili dal sistema - e, rispettivamente, di manifesta inammissibilità - per radicale assenza di motivazione sulla loro non manifesta infondatezza - rilevate rispetto ad esse dalla sentenza n. 37 del 2019; che l'ulteriore profilo di censura formulato dal rimettente nell'odierna ordinanza, in riferimento all'art. 117, primo comma, Cost. in relazione agli artt. 8 e 10 della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali (CEDU), firmata a Roma il 4 novembre 1950, ratificata e resa esecutiva con legge 4 agosto 1955, n. 848, è sfornito di qualsiasi sviluppo argomentativo, ciò che rende manifestamente inammissibile anche tale censura. Visti gli artt. 26, secondo comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87, e 9, comma 1, delle Norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale.. . per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE dichiara la manifesta inammissibilità delle questioni di legittimità costituzionale dell'art. 2, comma 3, della legge 28 aprile 2014, n. 67 (Deleghe al Governo in materia di pene detentive non carcerarie e di riforma del sistema sanzionatorio. Disposizioni in materia di sospensione del procedimento con messa alla prova e nei confronti degli irreperibili) e dell'art. 1, comma 1, lettera c), del decreto legislativo 15 gennaio 2016, n. 7 (Disposizioni in materia di abrogazione di reati e introduzione di illeciti con sanzioni pecuniarie civili, a norma dell'articolo 2, comma 3, della legge 28 aprile 2014, n. 67), sollevate, in riferimento agli artt. 2, 3, 10 e 117, primo comma, della Costituzione, quest'ultimo in relazione all'art. 1 della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea (CDFUE), proclamata a Nizza il 7 dicembre 2000 e adattata a Strasburgo il 12 dicembre 2007, e agli artt. 8 e 10 della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali (CEDU), firmata a Roma il 4 novembre 1950, ratificata e resa esecutiva con legge 4 agosto 1955, n. 848, dal Giudice di pace di Venezia con l'ordinanza indicata in epigrafe. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 6 novembre 2019. F.to: Aldo CAROSI, Presidente Francesco VIGANÒ, Redattore Roberto MILANA, Cancelliere Depositata in Cancelleria il 20 dicembre 2019. Il Direttore della Cancelleria F.to: Roberto MILANA