[pronunce]

In ogni caso, l'art. 6 della legge n. 164 del 1982 «consente all'interessato di operarsi con costi a proprio carico anche al di fuori del sistema sanitario nazionale, se ha urgenza tale da non poter attendere il vaglio giudiziario richiesto dall'ordinamento, senza compromettere la possibilità di rettificazione anagrafica». 3.- Si è costituita in giudizio L. N., che ha chiesto l'accoglimento delle censure. 3.1.- Riguardo a quella sull'art. 1 della legge n. 164 del 1982, osservato che gli approdi scientifici sull'esistenza dell'identità di genere non binaria hanno ormai trovato accoglimento in numerosi ordinamenti europei, e nello stesso diritto dell'Unione - si cita il regolamento (UE) 2016/1191 del Parlamento europeo e del Consiglio del 6 luglio 2016, che promuove la libera circolazione dei cittadini semplificando i requisiti per la presentazione di alcuni documenti pubblici nell'Unione europea e che modifica il regolamento (UE) n. 1024/2012 -, L. N. deduce che il mancato riconoscimento di tale identità da parte della norma censurata lederebbe un diritto fondamentale della persona nella sua dimensione sociale, e quindi violerebbe l'art. 2 Cost. Sarebbe violato anche l'art. 3 Cost., essendo contrario al principio di uguaglianza applicare alla persona con identità non binaria «una disciplina che, invece, è confezionata per i diversi casi in cui chi chiede la riattribuzione afferma una identità o maschile o femminile». D'altro canto, la negazione dell'identità di genere non binaria violerebbe l'art. 32 Cost., in quanto comprometterebbe il benessere psicofisico della persona, esponendola, soprattutto nella fase vulnerabile dell'adolescenza, «ai rischi di autolesionismo, alle spinte suicidarie, alle situazioni di emarginazione e di anoressia che troppo spesso rappresentano le narrazioni che giungono nelle aule dei tribunali d'Italia». Emergerebbe infine un consensus europeo sufficiente a ricondurre la tutela delle persone non binarie nell'alveo dell'art. 8 CEDU, richiamato dall'art. 117, primo comma, Cost. 3.2.- Subordinando all'autorizzazione giudiziale l'effettuazione dell'intervento chirurgico avvertito come necessario dalla persona transessuale, l'art. 31, comma 4, del d.lgs. n. 150 del 2011 ne lederebbe il diritto fondamentale all'autodeterminazione terapeutica, violando così l'art. 2 Cost., anche per i tempi e i costi del processo. Ricorrerebbe inoltre la violazione dell'art. 3 Cost., poiché esigere l'autorizzazione del tribunale per un intervento chirurgico sorretto dall'alleanza tra medico e paziente sarebbe per un verso irragionevole, trattandosi di un intervento lecito in sé, e per altro verso discriminatorio: «[q]uanto ad analoghi interventi di natura terapeutica riconducibili non alla disforia di genere, ma a patologie oncologiche, infatti, l'orchiectomia o l'isterectomia sono rimesse esclusivamente al giudizio medico e al consenso del paziente». La discriminazione sarebbe «aggravata dallo stigma che rappresenta l'autorizzazione giudiziale riservata specificamente alle persone trans adulte», sostanzialmente parificate all'incapace, che necessita dell'autorizzazione del giudice tutelare, in spregio ai principi di autonomia del paziente consacrati dalla legge 22 dicembre 2017, n. 219 (Norme in materia di consenso informato e di disposizioni anticipate di trattamento). Lo stigma indotto dal regime autorizzatorio sarebbe «profondamente lesivo della dignità delle persone trans, tanto più in un contesto in cui la scienza medica internazionale ha depatologizzato la loro condizione». La violazione più macroscopica sarebbe tuttavia inferta all'art. 32 Cost., in quanto il ritardo o il diniego dell'autorizzazione giudiziale impedirebbero al medico di eseguire e al paziente di ricevere un trattamento che essi reputano necessario. Ad avviso della parte, l'illegittimità costituzionale dell'art. 31, comma 4, del d.lgs. n. 150 del 2011 sarebbe riferibile anche a parametri non evocati dal rimettente: l'art. 13, primo comma, Cost., sotto il profilo dell'inviolabilità della libertà personale del transessuale; l'art. 97, secondo comma, Cost., per l'aggravio sull'amministrazione giudiziaria di un compito improprio; l'art. 117, primo comma, Cost., in relazione sia all'art. 8 CEDU, sia agli artt. 3 e 4 della direttiva 2004/113/CE del Consiglio, del 13 dicembre 2004, che attua il principio della parità di trattamento tra uomini e donne per quanto riguarda l'accesso a beni e servizi e la loro fornitura, parametri, questi ultimi, violati rispettivamente dall'ingerenza pubblica nella vita privata e familiare della persona transessuale e dall'ostacolo ad essa frapposto nell'accesso alla prestazione sanitaria. 4.- Hanno presentato opinioni quali amici curiae l'Osservatorio nazionale sull'identità di genere (ONIG), la Rete Lenford-Avvocatura per i diritti LGBTI+ e il Centro Studi "Rosario Livatino", le prime due associazioni di promozione dei diritti delle persone transgender, la terza ispirata ai valori e ai principi del diritto naturale. Le tre opinioni sono state ammesse con decreto presidenziale del 12 aprile 2024. 4.1.- L'ONIG cita letteratura scientifica e raccomandazioni sovranazionali orientate al riconoscimento dell'identità di genere delle persone non binarie. Quanto all'autorizzazione giudiziale ex art. 31, comma 4, del d.lgs. n. 150 del 2011, l'associazione enfatizza il «primato della scienza sul diritto». 4.2.- La Rete Lenford illustra gli esiti di un'indagine nazionale condotta tra le persone non binarie, circa la percezione negativa del binarismo di genere proprio dell'ordinamento italiano. L'associazione deduce che la tutela antidiscriminatoria di queste persone non richiede necessariamente l'introduzione di un «terzo genere» di stato civile, essendo sufficiente garantire la cancellazione dell'attribuzione di un sesso nel quale l'individuo non si identifica. L'opinione considera il regime autorizzatorio ex art. 31, comma 4, del d.lgs. n. 150 del 2011 gravemente lesivo del diritto della persona all'autodeterminazione terapeutica, in quanto il vaglio del tribunale si risolverebbe in una «superfetazione decisionale» sul corpo altrui. 4.3.- Per il Centro Studi "Rosario Livatino", l'accoglimento delle questioni sollevate dal Tribunale di Bolzano sovvertirebbe il bilanciamento legislativo tra il diritto all'identità delle persone con disforia di genere e l'interesse pubblico all'attribuzione del sesso su base biologica: «[a]i fini della rettificazione anagrafica sarebbe di fatto decisivo il solo dato puramente soggettivo della percezione di sé come persona neutra». D'altronde, non esisterebbe un'obbligazione positiva di fonte convenzionale quanto all'impostazione non binaria dei registri di stato civile (si menziona Corte EDU, sentenza 31 gennaio 2023, Y. contro Francia).