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Dopo un anno di Governo siamo convinti che sia maturo il tempo di intervenire in maniera significativa sul settore, investendo risorse importanti sul cinema, perché ci sono Paesi ai nostri confini che rischiano di scipparci quella che è la nostra peculiarità, non solo perché l'Italia è un posto straordinario per girare film per sua natura, per come ce la siamo trovata, per come l'hanno conformata gli eventi della storia geologica e per i grandi artisti del Cinquecento, dell'Ottocento e del Novecento, che ci hanno regalato delle location inimitabili, ma perché noi abbiamo degli artisti e degli artigiani straordinari premiati a livello mondiale. È su questo che dobbiamo investire perché non è possibile che siano altri Paesi che si portano da loro le produzioni cinematografiche. Siamo sostanzialmente d'accordo con gran parte degli interventi contenuti nel provvedimento sulle fondazioni lirico-sinfoniche. Abbiamo tentato di migliorarlo: siamo stati noi, ad esempio, ad introdurre i teatri di tradizione. È un provvedimento molto importante, ma vogliamo un intervento significativo e abbiamo provato anche a proporne uno, che riprenderemo, sui lavoratori del settore. Chi lavora infatti in questo settore ha una condizione peculiare, ha un elemento di discontinuità lavorativa che è ordinario e fa parte delle caratteristiche del lavoro. La discontinuità lavorativa non deve diventare tuttavia precarietà lavorativa; sono due temi diversi e questo ha fondamentalmente a che fare con aspetti economici, di tutela pensionistica e di sicurezza sul lavoro. Se c'è continuità pensionistica e di sicurezza sul lavoro insieme ad una copertura economica dei periodi non lavorati, allora noi davvero trasformiamo non a parole, non scrivendolo da qualche parte, la discontinuità in tutela e combattiamo il precariato. Non stiamo parlando di un settore in cui si può pensare che una persona viene semplicemente assunta come in un altro settore; non sarà mai così per un attore, per un musicista o per chi lavora in campo artistico. Ciò non significa però condannarlo alla precarietà o, peggio ancora, ad essere quasi un amatore. È risaputo infatti che chi lavora nel settore si sente poi chiedere quale lavoro svolge davvero, considerando la sua attività come un hobby da svolgere magari anche gratuitamente. Ripeto allora che nel provvedimento sono presenti luci e ombre. Siamo soddisfatti di alcuni emendamenti che sono stati recepiti e abbiamo tentato di proporne altri e di più nel settore della musica. C'è un tema annoso, sul quale abbiamo cercato di trovare una soluzione condivisa, che riguarda il lavoro sullo spettacolo dal vivo. Siamo convinti che la svolta che deve avvenire nelle prossime settimane e nei prossimi mesi con il decreto sullo spettacolo dal vivo, che credo finalmente arriverà al Senato, sia quella di affrontare pienamente questi temi. Siamo preoccupati di chi non considera fondamentale il tema al nostro esame, vorremmo che le ore di lavoro in Commissione al riguardo fossero maggiori. Vorremmo che il Parlamento italiano fosse grande protagonista di queste tematiche perché non ci possiamo riempire la bocca della parola «cultura», fare dichiarazioni sulla bellezza dell'Italia e poi non essere efficaci e coerenti. Le faccio solo un esempio, Ministro, mi tocca farglielo; non ci siamo dimenticati della Convenzione di Faro. Non ce ne siamo dimenticati. C'è qualche cosa che non va bene? C'è qualche cosa che dobbiamo correggere? Tutte le volte che vado all'Assemblea parlamentare del Consiglio d'Europa mi chiedono perché il nostro Paese non abbia ancora ratificato la Convenzione di Faro. Lo chiedono anche al capo delegazione che sicuramente non è del mio partito. Siccome vorrei aiutare il collega ad avere una risposta efficace da dare, direi che è venuto il tempo di riprendere il tema. Tutte queste ragioni ci portano verso un voto di astensione, che è un'astensione che va interpretata in una maniera molto chiara. Qualche volta quando ci asteniamo si dice che il Partito Democratico non ha una posizione definita: no, il Partito Democratico ha una posizione molto chiara. La nostra è un'astensione che vede il positivo e che vuole sostenerlo, perché noi non faremo mai opposizione contro il Paese, non faremo mai opposizione contro chi lavora in questo settore. Quindi se c'è solo un elemento utile - e ce n'è più di uno - in un provvedimento noi lo sosteniamo, ma la nostra è un'astensione che dice anche tutto quello che manca e che noi saremo forti nell'incalzare il Governo su quello che manca, perché la nostra cortesia e la nostra dolcezza non devono mai essere scambiate per debolezza. (Applausi dal Gruppo PD) . BARBARO (L-SP-PSd'Az) . Domando di parlare per dichiarazione di voto. PRESIDENTE. Ne ha facoltà. BARBARO (L-SP-PSd'Az) . Signor Presidente, onorevoli rappresentanti del Governo, onorevoli colleghi, nel convertire in legge il cosiddetto decreto-legge cultura, mi sia concesso in via preliminare esprimere il mio più vivo apprezzamento per il lavoro organico e significativo prodotto dal Governo, in particolare dal ministro Alberto Bonisoli e dal Sottosegretario Lucia Borgonzoni, nostra collega senatrice. (Applausi dal Gruppo L-SP-PSd'Az) . Oggi è, per me, occasione di privilegio intervenire nel dibattito parlamentare: la cultura è l'unico bene dell'umanità che, diviso fra tutti, anziché diminuire diventa più grande, e la cultura italiana è da sempre fonte rilevante ed inesauribile che completa l'esistenza dell'uomo, lo eleva e lo istruisce sulla strada della libertà e del progresso, offrendogli coscienza del sé e del tutto. Con il decreto cultura si affrontano temi di particolare rilevanza, in primis il rilancio delle fondazioni lirico-sinfoniche, al fine di valorizzarne la programmazione e lo sviluppo, incentivare la prosecuzione delle loro attività istituzionali e, quindi, promuovere i settori economici ad esse connessi; dal decreto legislativo n. 367 del 1996 promosso dall'allora Ministro per i beni culturali, Walter Veltroni, gli enti lirici di rilievo nazionale e gli altri enti concertistici previsti dalla legge n. 800 del 1967 sono stati trasformati in fondazioni di diritto privato, auspicando un sistema di finanziamento misto che ne potesse garantire la operosa continuità. Ciò non è accaduto, e ad esclusione del Teatro alla Scala di Milano, tutti gli enti si stanno avviando alla rovina, disponendo di sempre minori elargizioni pubbliche e, spesso, accumulando debiti, passività e irregolarità gestionali. Ciò si ripercuote tragicamente sulla quantità e la qualità della produzione artistica del comparto lirico-sinfonico italiano, in spregio al nostro enorme patrimonio. La produttività dei teatri lirici italiani è ormai scarsa, e ciò grida vendetta: come ho detto poc'anzi, solo il Teatro alla Scala, l'ente maggiormente produttivo, si avvicina a circa cento rappresentazioni l'anno, tutti gli altri, desolatamente, hanno programmazioni sensibilmente minori, che spesso non arrivano a cinquanta eventi annuali. Altresì, al fine di garantire la tutela dei lavoratori di tale comparto, che impiega intorno alle 6.000 unità, il decreto-legge interviene sulle modalità di accesso e di stabilizzazione del personale delle fondazioni lirico-sinfoniche. Le norme peculiari e stringenti, relative ai contratti precari e a tempo determinato nelle fondazioni, si sono rese necessarie: