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Il provvedimento in esame prevede che le Regioni e le Province autonome adottino un Piano regionale di interventi urgenti per la gestione, il controllo e l'eradicazione della peste suina africana nei suini da allevamento e nella specie cinghiale non sottoposto a valutazione ambientale strategica (VAS) né a valutazione di incidenza ambientale (Vinca). Questa è già la prima deroga, assolutamente negativa, che va contro l'ambiente e contro le strategie di economia sostenibile a cui dovremmo invece tendere. Il provvedimento consente l'automatico ricorso a misure cruente e generalizzate di eradicazione della popolazione dei cinghiali selvatici su tutto il territorio nazionale non solo nelle aree infette da peste suina africana, prevedendo invece, mediante rinvio a un decreto ministeriale, esclusivamente il ricorso a misure di biosicurezza per gli allevamenti di suini anche nelle zone infette. Il decreto in oggetto inoltre non considera adeguatamente gli allevamenti intensivi, sui quali invece bisognerebbe ragionare, perché dal punto di vista del rischio sanitario sappiamo benissimo che queste metodologie di allevamento vanno riviste, e neanche l'attività produttiva, visto l'innegabile potenziale di insorgenza e diffusione di malattie che gli stabilimenti suinicoli di tipo industriale rappresentano. Vi è quindi una sproporzione tra le misure previste, che appare ancora più evidente se si considera quanto stabilito dal Regolamento europeo n. 429 del 2016, il quale prevede che le misure siano necessarie e proporzionate a contrastare la diffusione della malattia. Il decreto-legge, quindi, non assicura questi requisiti e risulta non in linea con l'articolo 9 della Costituzione, né con l'articolo 13 del Trattato sul funzionamento dell'Unione europea, in merito al benessere animale. A questo con i colleghi abbiamo cercato di rimediare. Ribadisco che i piani regionali devono essere funzionali all'eradicazione della peste suina africana con metodi ecologici, come le recinzioni, e non all'eradicazione dei cinghiali. Pertanto, quella parte del provvedimento è già regolamentata dalla legge n. 157 del 1992. Come precisato dall'ISPRA nelle audizioni, la notevole resistenza del virus nell'ambiente fa sì che la malattia continui a circolare per anni anche in popolazioni di cinghiali a densità bassissime (pari a un cinghiale ogni chilometro quadrato), ovviamente questo laddove si decidesse di eradicare la malattia diminuendo la popolazione di cinghiali, così com'è scritto nel decreto-legge. A supporto di quanto dichiarato dall'ISPRA, nei Paesi dell'Est Europa, dove si è proceduto con misure dirette di riduzione della popolazione di cinghiali, i risultati sono stati disastrosi, al punto da incrementare la diffusione del virus. Invece in Belgio e nella Repubblica Ceca la peste suina africana è stata eradicata esclusivamente attraverso i metodi ecologici, consistenti nella recinzione dell'area infetta. Questa è la differenza e, quindi, è in questa direzione che penso si stia andando e si andrà con il decreto attuativo in relazione a quanto indicato nel manuale operativo per la gestione della peste suina, lasciando quindi che la malattia possa fare il suo corso. Poi, quanto al fatto che gli animali debbano essere abbattuti o meno, sappiamo bene che la peste suina li uccide quando vengono isolati e il virus non si trasmette, per cui dovremo metterli in vigile attesa, tanto per ricordare quello che abbiamo fatto e stiamo facendo con il Covid-19. Dalla normativa europea e italiana in materia non si evince, per quanto riguarda gli animali selvatici, un qualsivoglia obbligo di attuazione di misure cruente; operazioni come l'abbattimento devono necessariamente avvenire nell'ambito di uno specifico piano e non prima dell'identificazione di una zona infetta (spero che si farà proprio questo) a partire dalla quale sarà ipotizzabile un eventuale depopolamento. Penso quindi a un'area cuscinetto attorno all'area infetta, con una sorveglianza per allentare la pressione della zona infetta. Gli emendamenti presentati con i colleghi e le colleghe del Gruppo Misto (Paola Nugnes, Matteo Mantero ed altri) sono in linea con quanto enunciato per risolvere queste criticità; in parte sono stati approvati - e vorrei ricordarli - mentre altri sono stati respinti. Il Piano regionale degli interventi urgenti deve contenere in via prioritaria parametri tecnici di biosicurezza per gli allevamenti suinicoli articolati per tipologia produttiva e modalità di allevamento o detenzione. Tra i metodi ecologici devono essere incluse anche le restrizioni all'attività di caccia, altrimenti sappiamo benissimo che il virus può diffondersi a causa della mobilità: gli animali scappano perché cercano di difendersi, quando c'è un fucile che li raggiunge. Abbiamo escluso che si ricorresse a sistemi di controllo delle specie di cinghiali su base annuale, indipendentemente dalla presenza di epidemie in corso nel territorio considerato. Voglio anche dire che non bisogna andare in deroga alla valutazione ambientale strategica e neppure alla valutazione di incidenza ambientale e che appunto bisogna si vada verso la recinzione e l'individuazione delle aree infette, grazie anche al contributo dell'ISPRA. Altrimenti, davvero rischiamo il nostro territorio e il nostro ambiente per poi non risolvere il problema. Spero appunto che i colleghi e tutti noi possiamo gestire questa emergenza sanitaria in maniera opportuna, tenendo da parte la caccia, che è qualcosa che in questo decreto non dovrebbe assolutamente esserci. (Applausi) . PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore De Bonis. Ne ha facoltà. DE BONIS (FIBP-UDC) . Signor Presidente, onorevoli colleghi, con il decreto per eradicare la peste suina africana nei cinghiali e prevenirne la diffusione nei suini da allevamento finalmente diamo una risposta agli allevatori e alle imprese, già duramente provati dalle ripercussioni del Covid-19 e dalla tragica situazione in Ucraina. Scopo di questo decreto è salvaguardare la sanità animale, il sistema produttivo nazionale e le esportazioni. Si tratta di una vera e propria emergenza, che rischia di colpire duramente settori importanti della nostra economia. Pur non essendo pericolosa per la salute umana, infatti, la peste suina è contagiosa e letale per gli animali, in particolare per i suini, un comparto di eccellenza nel panorama zootecnico italiano. Il settore suinicolo, infatti, rappresenta uno dei segmenti principali dell'agroalimentare italiano, sia per la produzione di animali vivi, sia per l'indotto dell'industria di trasformazione. Dai dati dell'Istituto di servizi per il mercato agricolo alimentare (Ismea), in Italia esistono 32.000 allevamenti e oltre 3.000 imprese di produzione di elaborati. Gli allevamenti generano un valore di oltre 3 miliardi di euro, pari al 5,7 per cento del valore complessivo dell'agricoltura nazionale. Il fatturato dell'industria, invece, è di oltre 8 miliardi di euro. Una caratteristica della filiera suinicola nazionale è la forte specializzazione nel comparto della salumeria, cui viene destinato il 70 per cento delle macellazioni, e l'elevata incidenza delle produzioni a indicazione geografica, cui viene destinato il 70 per cento dei capi italiani.