[pronunce]

Sotto altro versante, la ricorrente prospetta la violazione degli artt. 3, 97 e 118 Cost. A suo giudizio, infatti, l'intento del legislatore statale sarebbe quello di «comprimere in modo progressivo e stringente le attribuzioni delle Province, in attesa della loro programmata soppressione», dimenticando però che «le Province, fino a quando godranno di diretta garanzia costituzionale in quanto enti costitutivi della Repubblica, sono titolari di insopprimibili funzioni fondamentali», che, del resto, sono state confermate dallo stesso legislatore statale (in base all'art. 1, comma 85, della legge n. 56 del 2014). I commi 418, 419 e 451 violerebbero dunque gli artt. 97 e 118 Cost. perché, privando le province delle risorse necessarie per l'esercizio delle funzioni fondamentali, comprometterebbero il buon andamento della pubblica amministrazione e pregiudicherebbero le competenze amministrative spettanti alle province in base all'art. 118 Cost. Inoltre le norme impugnate violerebbero l'art. 3 Cost. perché sarebbero irragionevoli e contraddittorie «rispetto al percorso di riforma degli enti locali tracciato dal legislatore nazionale con la l. n. 56 del 2014»: il legislatore «con una mano conferma la titolarità di funzioni fondamentali in capo a Province e Città metropolitane, e con l'altra le priva delle risorse necessarie a finanziarle». Inoltre, sarebbe violato il canone di proporzionalità richiesto in questo ambito dalla giurisprudenza costituzionale. Viene, ancora, prospettata la violazione dell'art. 114 Cost., come conseguenza diretta della gravità della «lesione dell'autonomia finanziaria e dell'autonomia amministrativa delle Province e delle Città metropolitane», che avrebbe comportato «una più ampia compromissione della dignità autonoma delle Province e delle Città metropolitane, quali componenti essenziali della Repubblica ex art 114 Cost.», essendo tali enti divenuti «una sorta di esattori per conto dello Stato, tenuti a versare nel suo bilancio parte consistente dei tributi propri», con mortificazione della «dignità costituzionale delle comunità provinciali, anch'esse costituzionalmente garantite dall'art. 114 Cost., e meritevoli di ricevere servizi pubblici adeguati alla loro partecipazione, su base locale, alle pubbliche spese». Viene infine prospettata la violazione degli artt. 117, commi terzo e quarto, e 118 Cost., nonché del principio di leale collaborazione di cui agli artt. 5 e 120 Cost. In attuazione della riforma del sistema degli enti locali delineata dalla legge n. 56 del 2014, infatti, alle regioni e ai comuni dovrebbero essere attribuite in tutto o in parte le funzioni non fondamentali di attuale spettanza delle province e «le risorse finanziarie, già spettanti alle province ai sensi dell'articolo 119 della Costituzione, [...] devono essere trasferite agli enti subentranti per l'esercizio delle funzioni loro attribuite, dedotte quelle necessarie alle funzioni fondamentali» (art 1, comma 92, della legge n. 56 del 2014; la ricorrente cita anche l'Accordo raggiunto nella Conferenza unificata dell'11 settembre 2014 e il decreto del Presidente del Consiglio dei ministri 26 settembre 2014, recante «Criteri per l'individuazione dei beni e delle risorse finanziarie, umane, strumentali e organizzative connesse con l'esercizio delle funzioni provinciali»). Ne deriva che le funzioni amministrative provinciali non fondamentali, che dovranno essere trasferite alle regioni od ai comuni, continueranno ad essere finanziate con le risorse proprie delle province, sicché il contributo forzoso imposto dai commi 418, 419 e 451 della legge n. 190 del 2014 «oltre a pregiudicare direttamente le Province, pregiudicherà quindi indirettamente anche gli enti subentranti, che difficilmente potranno disporre delle risorse necessarie a finanziare le funzioni non fondamentali loro attribuite». Il contestato contributo forzoso inciderebbe pertanto gravemente «anche sulla corretta distribuzione delle funzioni amministrative tra enti di area vasta, Regione e Comuni, che spetterebbe alla Regione disciplinare nell'esercizio della sua competenza legislativa, nel rispetto degli artt. 117 e 118 Cost.» (ai sensi dell'art. 1, comma 89, della legge n. 56 del 2014). Nel Veneto le funzioni provinciali non fondamentali sono riconducibili a materie ricadenti nella potestà legislativa concorrente o residuale della Regione, quali i servizi per il lavoro, la formazione e l'istruzione, le politiche sociali, il turismo, lo sport, la cultura e lo spettacolo, l'agriturismo, le attività produttive. In tutti questi ambiti, a giudizio della ricorrente, la Regione «vedrà inevitabilmente ed illegittimamente compressa la propria potestà legislativa, de facto vincolata e limitata dalla scarsità di risorse finanziarie provinciali imposta dallo Stato, tramite il contributo forzoso de quo». Da ciò discenderebbe anche la violazione del principio di leale collaborazione, dato che «la libera attribuzione delle funzioni provinciali non fondamentali», da parte delle regioni, sarebbe stata «ribadita e concordata tra Stato e Regioni anche in sede di Accordo raggiunto nella Conferenza Unificata dell'11 settembre 2014». 3.1.- Il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, si è costituito anche in questo giudizio di legittimità costituzionale, con memoria depositata il 3 aprile 2015. La difesa erariale svolge considerazioni corrispondenti a quelle contenute nell'atto di costituzione depositato nel giudizio r.r. n. 36 del 2015, di cui si è già riferito. 3.2.- La Regione ha depositato una memoria integrativa e documenti il 12 aprile 2016. In essa, in particolare, ribadisce che i saldi relativi alla spesa delle province per funzioni fondamentali sarebbero divenuti negativi, cita a sostegno una relazione del 2015 della Corte dei conti e rileva che gli effetti eccessivamente negativi delle norme impugnate sarebbero confermati «da alcuni interventi di favore che recentemente il Governo ha ritenuto di concedere agli enti di area vasta»: la Regione richiama a tale proposito la legge 28 dicembre 2015, n. 208, recante «Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (legge di stabilità 2016)». Inoltre, la Regione illustra ulteriormente la violazione dell'art. 119 Cost., derivante dal fatto che il contributo forzoso imposto dalle norme impugnate contraddirebbe la ratio di tale disposizione, sarebbe di «misura [...] sproporzionata per eccesso» e non sarebbe temporaneo. Nella stessa data la Regione ha depositato una memoria relativa al comma 451, uguale nel contenuto a quella appena citata, salva la mancanza della censura relativa al carattere stabile del contributo, dato che il comma 451 lo proroga al 2018 e non a tempo indeterminato.1.- La Regione Veneto ha impugnato, con due distinti ricorsi, diverse disposizioni della legge 23 dicembre 2014, n. 190 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato - legge di stabilità 2015).