[pronunce]

, avanzata da M.P. D.G., detenuto in espiazione della pena (residuo di otto anni) di sette anni, otto mesi e ventiquattro giorni di reclusione, inflitta dalla Corte di appello di Potenza con sentenza del 30 settembre 2016 (divenuta irrevocabile l'8 agosto 2017), in relazione ai reati di cui agli artt. 81, comma 2, 110, 317 e 319 cod. pen. 10.1.- In punto di rilevanza delle questioni sollevate, il giudice a quo evidenzia che l'istanza di concessione del permesso premio è stata presentata prima dell'entrata in vigore della legge n. 3 del 2019, ma delibata dal magistrato di sorveglianza solo successivamente, con conseguente applicabilità delle preclusioni alla concessione del permesso premio, in difetto di collaborazione con la giustizia, previste dall'art. 4-bis ordin. penit. , come novellato dall'art. 1, comma 6, lettera b), della legge n. 3 del 2019, per i reati ostativi ivi indicati, tra i quali risultano attualmente inclusi quelli di concussione e corruzione per atto contrario ai doveri di ufficio. Osserva altresì il rimettente che, in difetto della sopravvenuta modifica dell'art. 4-bis ordin. penit. , M.P. D.G. avrebbe avuto diritto alla concessione del permesso premio, sussistendo i requisiti previsti dall'art. 30-ter della medesima legge. 10.2.- Quanto alla non manifesta infondatezza, il rimettente richiama da un lato il consolidato orientamento giurisprudenziale circa la natura processuale delle norme penitenziarie, con conseguente immediata applicabilità di modifiche normative anche peggiorative ai fatti pregressi, in difetto di apposita disciplina transitoria; e, dall'altro lato, la recente pronuncia della Corte di cassazione, sezione sesta penale, n. 12541 del 2019, che ha ritenuto non manifestamente infondato - ancorché, in specie, non rilevante - il dubbio di legittimità costituzionale, in riferimento agli artt. 117, primo comma, Cost. e 7 CEDU, determinato dalla mancata previsione di una disposizione transitoria volta a limitare l'applicabilità delle modifiche introdotte all'art. 4-bis ordin. penit. ai soli fatti di reato commessi successivamente all'entrata in vigore della legge n. 3 del 2019. 10.3.- Ad avviso del giudice a quo, il permesso premio, lungi dal risolversi in una mera modalità di esecuzione della pena, «viene a incidere sulla qualità essenziale della pena stessa rispetto alla quale la funzione rieducativa viene assicurata anche tramite il beneficio ex art. 30 ter O.P.», come riconosciuto da questa Corte nella sentenza n. 349 del 1993; sicché eventuali modifiche normative che restringano i presupposti di accesso a tale beneficio modificherebbero «la natura stessa della sanzione penale» e dovrebbero essere soggette alla garanzia di irretroattività prevista dagli artt. 25, secondo comma, Cost., e 7 CEDU. Riprendendo in larga misura le argomentazioni dell'ordinanza di rimessione iscritta al n. 114 del r.o. 2019, il rimettente evidenzia come questa Corte abbia già censurato modifiche normative che incidessero in senso peggiorativo sulle condizioni di fruibilità di benefici penitenziari, applicandosi indistintamente anche ai condannati che avessero già raggiunto un grado di rieducazione adeguato al beneficio richiesto (sono richiamate le sentenze n. 79 del 2007, n. 257 del 2006, n. 137 del 1999, n. 445 del 1997 e n. 504 del 1995). 10.4.- Il rimettente argomenta poi la dedotta lesione degli artt. 25, secondo comma, e 117, primo comma, Cost. (in relazione all'art. 7 CEDU), sotto il profilo della violazione del principio di affidamento, svolgendo considerazioni analoghe a quelle esposte nell'ordinanza di rimessione iscritta al n. 114 del r.o. 2019. 10.5.- In relazione al prospettato contrasto della disposizione censurata con gli artt. 3 e 27, secondo e terzo comma, Cost., il rimettente parimenti ripropone le argomentazioni dell'ordinanza di rimessione iscritta al n. 114 del r.o. 2019, soggiungendo che «la preclusione all'accesso ai benefici penitenziari o, più correttamente, la possibilità di accesso solo in caso di collaborazione o di accertata collaborazione impossibile senza alcuna distinzione di ordine temporale quanto alla sfera di applicazione della nuova normativa» introdurrebbe un automatismo tale da impedire al giudice ogni valutazione individuale sul concreto percorso rieducativo compiuto dal condannato prima dell'entrata in vigore della legge n. 3 del 2019, con conseguente frustrazione dell'imperativo costituzionale della funzione rieducativa della pena (sono richiamate la sentenza n. 149 del 2018 e la giurisprudenza costituzionale ivi citata). 10.6.- Il Presidente del Consiglio dei Ministri non è intervenuto in giudizio. 11.- Con ordinanza del 12 giugno 2019 (r.o. n. 220 del 2019) , il Tribunale di sorveglianza di Salerno ha sollevato questioni di legittimità costituzionale dell'art. 1, comma 6, lettera b), della legge n. 3 del 2019, «nella parte in cui, modificando l'art. 4 bis, comma 1 O.P., si applica anche in relazione ai delitti di cui all'art. 319-quater comma 1 c.p. commessi anteriormente alla entrata in vigore della medesima legge», denunciando il contrasto della disposizione con gli artt. 3, 25, secondo comma, 27, terzo comma, 117 Cost. e 7 CEDU. Il rimettente è chiamato a delibare l'istanza di concessione dell'affidamento in prova al servizio sociale, o in subordine, della detenzione domiciliare o della semilibertà, avanzata da D. M., condannato alla pena di sei anni di reclusione dalla Corte di appello di Milano con sentenza del 14 novembre 2017, per i reati di cui agli artt. 319-quater, primo comma, e 648 cod. pen. , attualmente in regime di arresti domiciliari e in attesa della valutazione del Tribunale di sorveglianza circa la concedibilità di misure alternative alla detenzione, ai sensi dell'art. 656, comma 10, cod. proc. pen. 11.1.- Premette il giudice a quo che l'immediata applicabilità delle modifiche apportate all'art. 4-bis ordin. penit. dall'art. 1, comma 6, lettera b), della legge n. 3 del 2019 - e, segnatamente, l'inclusione del delitto di cui all'art. 319-quater, primo comma, cod. pen. nel novero di quelli "ostativi" ai sensi della prima disposizione - comporterebbe la declaratoria di inammissibilità delle istanze di M. D., in difetto del requisito della collaborazione con la giustizia, o della impossibilità della stessa, previsto per l'accesso ai benefici penitenziari dal citato art. 4-bis.