[pronunce]

Nel merito, la difesa erariale osserva che la giurisprudenza costituzionale, nell'accogliere o rigettare eccezioni analoghe a quelle ora in esame, ha costantemente affermato la necessità di contemperare le esigenze, ugualmente degne di tutela, di tutti i protagonisti della vicenda processuale, e così di attuare un bilanciamento tra i contrapposti interessi, affinché il diritto dell'uno non si risolva nella compressione del diritto degli altri. In particolare, poiché alla luce del novellato art. 111 Cost. e dell'art. 6 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo, il diritto alla durata ragionevole del processo va considerato di valore equivalente a quello del diritto stesso alla difesa piena e reale, occorre considerare che si tratta, nella specie, di un procedimento assai complesso, con numerosissimi creditori, necessariamente riguardante le «grandi imprese». Premesso che il momento della chiusura di tale procedimento è, per forza di cose, molto distante dal tempo della verifica dei crediti, il cui esito è comunicato direttamente ai singoli interessati, i quali possono far valere con l'opposizione le loro pretese sostanziali, l'Avvocatura dello Stato sostiene che ricorrono le speciali ragioni di deroga al sistema ordinario delle comunicazioni individuali: il numero altissimo degli interessati; il tempo necessariamente lungo che intercorre dall'epoca della formazione dello stato passivo; il non coinvolgimento di situazioni soggettive riguardanti l'esistenza, l'entità e la natura dei crediti, già consolidatesi in sede di formazione e opposizione allo stato passivo; tutti questi elementi giustificano il ricorso al ragionevole sistema di conoscenza alternativo alla notifica individuale e permettono di ricondurre la fattispecie nell'alveo di quelle situazioni analoghe, che la Corte ha già avuto occasione di giudicare compatibili con le norme costituzionali (sentenze n. 273 del 1987 e n. 228 del 1995). 2.- Nel corso di un giudizio di opposizione a un piano di riparto parziale di una procedura di amministrazione straordinaria, il Tribunale ordinario di Verona ha sollevato, con ordinanza del 19 aprile 2005, questione di legittimità costituzionale, in riferimento all'art. 24 Cost., dell'art. 1, quinto (recte: sesto) comma, «secondo inciso», della legge 3 aprile 1979, n. 95 (recte: del decreto-legge n. 26 del 1979, come convertito nella legge n. 95 del 1979), «in relazione al richiamo ivi operato» agli artt. 212 e 213 della legge fallimentare, «nella parte in cui non prevede che del deposito dei piani di riparto parziali se ne debba dare notizia ai creditori con raccomandata con avviso di ricevimento». 2.1.- In punto di fatto, il giudice a quo riferisce che la Banca Intesa – Banca Commerciale Italiana s.p.a. ha proposto opposizione a un piano di riparto parziale dell'amministrazione straordinaria della società Pagana s.r.l., lamentando la mancata inclusione di alcuni suoi crediti, pur ammessi al passivo; che la Pagana s.r.l., costituitasi in persona del commissario straordinario, ha eccepito la tardività del ricorso; che la ricorrente ha dedotto la illegittimità costituzionale degli artt. 212 e 213 della legge fallimentare per contrasto con l'art. 24 Cost.; che la causa, quindi, è passata in decisione. 2.2.- In punto di diritto, il giudice rimettente, richiamata la giurisprudenza di legittimità, che, nell'interpretare l'art. 212 della legge fallimentare, differenzia, nell'ambito della distribuzione dell'attivo della liquidazione coatta amministrativa, gli «acconti» (quali erogazioni provvisorie e revocabili) dalle «ripartizioni parziali» (quali attribuzioni definitive e irretrattabili), osserva che a queste ultime, date le caratteristiche di obbligatorietà, stabilità e concorsualità, è applicabile la disciplina dettata dall'art. 213 della legge fallimentare per il riparto finale. Di tal ché, ai sensi dell'or citato art. 213, il piano di riparto parziale dev'essere depositato nella cancelleria del tribunale (primo comma, prima proposizione); dell'avvenuto deposito dev'essere data notizia mediante inserzione nella Gazzetta Ufficiale e nei giornali designati dall'autorità che vigila sulla procedura (primo comma, seconda proposizione); dall'inserzione nella Gazzetta Ufficiale decorre il termine di venti giorni, entro il quale gli interessati possono proporre, con ricorso al tribunale, le loro contestazioni (secondo comma). La medesima disciplina trova applicazione anche nella procedura di amministrazione straordinaria, di cui al decreto-legge n. 26 del 1979, convertito, con modificazioni, nella legge n. 95 del 1979, posto che l'art. 1, quinto (recte: sesto) comma di tale legge (recte: di tale decreto-legge, come convertito), nel «secondo inciso», stabilisce che la procedura «è disciplinata, in quanto non diversamente stabilito con il presente decreto-legge, dagli articoli 195 e seguenti e dall'art. 237 della legge fallimentare». 2.3.- Quanto alla rilevanza della questione, il giudice a quo osserva che, avendo la parte resistente eccepito la tardività del ricorso per inosservanza del termine di cui all'art. 213, secondo comma, della legge fallimentare, e risultando effettivamente il ricorso depositato oltre detto termine, la causa non può essere decisa indipendentemente dalla risoluzione della questione di legittimità costituzionale sollevata. 2.4.- Quanto alla non manifesta infondatezza della medesima questione, il giudice rimettente osserva che l'inserzione nella Gazzetta Ufficiale dell'avviso dell'avvenuto deposito, non dando ai creditori la possibilità di effettiva conoscenza di tale deposito, non consente loro di proporre tempestivamente ricorso avverso provvedimenti, che, presentando le ricordate caratteristiche di definitività e irretrattabilità, incidono sul loro «diritto soggettivo al ricavato della procedura». Il meccanismo di pubblicità, previsto dalla norma denunciata, non attingendo un apprezzabile livello di conoscibilità da parte dei creditori, finisce col non permettere loro di fruire in via di effettività delle idonee garanzie giurisdizionali apprestate dall'ordinamento a tutela dei loro diritti soggettivi; sicché è palese – conclude il giudice a quo – la violazione del diritto di difesa dei creditori e, quindi, del principio sancito dall'art. 24 Cost. 2.5.- È intervenuto nel giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dalla Avvocatura generale dello Stato, che ha concluso per la inammissibilità e la infondatezza della questione. La difesa erariale rileva, in via preliminare, che la norma della cui costituzionalità si dubita, in realtà non è l'art. 1, comma quinto, della legge n. 95 del 1979, come indicato nell'ordinanza di rimessione, bensì l'art. 1, comma sesto, del decreto-legge n. 26 del 1979, convertito con modificazioni, nella legge n. 95 del 1979. Ancora in via preliminare, l'Avvocatura osserva che la norma impugnata è stata abrogata dal d.lgs. n. 270 del 1999, il quale ha integralmente regolamentato ex novo la materia.