[pronunce]

– Si è costituito in giudizio il Senato della Repubblica, depositando documenti e svolgendo deduzioni, a conclusione delle quali ha chiesto che la Corte dichiari il ricorso «inammissibile, improcedibile e comunque infondato». La difesa del Senato della Repubblica contesta, in particolare, la fondatezza del ricorso proposto dal Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Milano. Secondo la stessa difesa, l'Assemblea del Senato e la Giunta delle elezioni e delle immunità parlamentari, facendo esplicito riferimento ai principi enunciati dalla giurisprudenza della Corte costituzionale, hanno correttamente ricondotto nell'ambito dell'art. 68, primo comma, Cost., le affermazioni rese dal senatore Iannuzzi nell'articolo di stampa pubblicato a sua firma dal settimanale « Panorama». 2.2. – La difesa sottolinea che il Senato della Repubblica, nel deliberare di costituirsi nel presente giudizio, ha tenuto ben presenti gli orientamenti della giurisprudenza costituzionale in materia di insindacabilità di cui all'art. 68, primo comma, Cost., giurisprudenza secondo la quale non dovrebbe mai mancare una «sostanziale corrispondenza tra le dichiarazioni rese extra moenia e quelle rese […] intra moenia» (sentenza n. 416 del 2006 e sentenza n. 193 del 2005; sono menzionate, inoltre, le sentenze n. 260 del 2006, n. 347 del 2004, n. 283 del 2002 e n. 10 del 2000). Infatti, proprio tale sostanziale corrispondenza tra le dichiarazioni rese extra moenia e l'attività parlamentare del senatore Iannuzzi, la Giunta, prima, e l'Assemblea del Senato, poi, avrebbero ravvisato, «in particolare attraverso la Relazione al Disegno di Legge n. 2292 e la Relazione alla Proposta di inchiesta parlamentare di cui al Doc. XXII n. 25». La difesa del Senato evidenzia ancora come, nella piena coscienza, da parte del Senato della Repubblica, dell'indirizzo seguito dalla giurisprudenza costituzionale e nella consapevolezza che «l'interpretazione fornita nel caso concreto dai propri organi si pone ai limiti dell'indirizzo rigoroso più volte ribadito» dalla Corte costituzionale, si fosse sottolineata la possibilità di chiedere, in relazione al presente conflitto, «che venga effettuata una puntualizzazione dell'indirizzo» della Corte costituzionale «verso una più larga concezione, sul piano sostanziale, della ratio delle prerogative che l'art. 68, primo comma, Cost. riconosce al parlamentare, per garantirne in modo pieno l'autonomia di giudizio e di divulgazione delle sue iniziative». 3. – In prossimità dell'udienza pubblica il Senato della Repubblica ha depositato memoria, illustrando le precedenti difese e insistendo affinché la Corte dichiari il ricorso «inammissibile e comunque infondato». 3.1. – In via preliminare, la difesa del Senato eccepisce l'inammissibilità del ricorso, in ragione del fatto che l'autorità giudiziaria ricorrente non avrebbe correttamente riportato le dichiarazioni del senatore Iannuzzi della cui insindacabilità si controverte. 3.2. – Quanto al merito, la difesa del Senato ribadisce gli argomenti già esposti nell'atto di costituzione in giudizio a sostegno dell'infondatezza del ricorso.1. – Il Giudice per le indagini preliminari (GIP) del Tribunale di Milano, con atto del 12 giugno 2007, ha proposto conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato nei confronti del Senato della Repubblica in relazione alla deliberazione del 30 gennaio 2007 (doc. IV-ter, n. 1) con la quale, in conformità alla proposta formulata dalla Giunta delle elezioni e delle immunità parlamentari, è stato dichiarato che i fatti per i quali è in corso un procedimento penale a carico del senatore Raffaele Iannuzzi costituiscono opinioni espresse da un membro del Parlamento nell'esercizio delle sue funzioni e sono pertanto insindacabili ai sensi dell'art. 68, primo comma, della Costituzione. Il giudice ricorrente riferisce che il senatore è imputato del reato di diffamazione a mezzo stampa in relazione al contenuto dell'articolo a sua firma apparso sul settimanale «Panorama» del 10 ottobre 2002, intitolato «Il codice segreto dell'ultimo pentito», ritenuto offensivo della memoria del sindacalista Domenico Geraci, ucciso nell'ottobre del 1998. Nel capo di imputazione – riprodotto dal ricorrente nell'epigrafe dell'atto introduttivo del giudizio – sono contestate al parlamentare, in particolare, le seguenti affermazioni: «… Il boss di Caccamo del '98, un sindacalista molto discusso, che avrebbe fatto da tramite tra la mafia ed ambienti di sinistra (si disse perfino che Geraci era su quello stesso aereo su cui viaggiavano da Palermo a Roma Luciano Violante e Giovanni Brusca) …». Rileva, peraltro, il GIP del Tribunale di Milano, nella parte espositiva del ricorso, che il procedimento pendente davanti a sé trae origine dalla querela proposta dai signori Giuseppe Geraci e Vincenza Scimeca, rispettivamente figlio e vedova di Domenico Geraci, i quali lamentano che il loro congiunto sia stato indicato nell'articolo di stampa come «sindacalista molto discusso», che «avrebbe fatto da tramite tra la mafia ed ambienti di sinistra»; affermazioni ritenute dai querelanti gravemente offensive della memoria del proprio familiare in quanto idonee a delinearne una collocazione criminale. Il giudice ricorrente deduce, in sintesi, l'insussistenza dei presupposti dell'insindacabilità di cui all'art. 68, primo comma, Cost., mancando un nesso funzionale tra le predette dichiarazioni e alcun atto parlamentare del senatore. 2. – Preliminarmente, deve essere ribadita l'ammissibilità del conflitto, sussistendone i presupposti soggettivi e oggettivi, come già ritenuto da questa Corte con l'ordinanza n. 399 del 2007. 2.1. – Non è fondata, al riguardo, l'eccezione di inammissibilità formulata dalla difesa del Senato della Repubblica sull'assunto che il giudice ricorrente non avrebbe riportato correttamente nell'atto introduttivo del giudizio le espressioni del senatore sulle quali verte il conflitto. In particolare, la difesa del Senato sostiene che il GIP del Tribunale di Milano, nel riportare le espressioni ritenute diffamatorie, avrebbe travisato le parole del senatore, il quale apparirebbe attribuire l'epiteto «il boss di Caccamo» al sindacalista Domenico Geraci, laddove invece, come si evince dalla lettura dell'articolo a sua firma, esso era riferito al pentito Antonino Giuffrè. Nell'atto introduttivo del giudizio il giudice ricorrente riproduce, nell'epigrafe dello stesso, l'imputazione formulata dal pubblico ministero. In tale imputazione, tra le affermazioni offensive della memoria del sindacalista Domenico Geraci ascritte al senatore, figura l'epiteto «il boss di Caccamo»; espressione che, dalla lettura dell'articolo a firma del parlamentare prodotto dalla difesa del Senato, risulta invece riferita al pentito Antonino Giuffrè.