[pronunce]

SENTENZA ha pronunciato la seguentenel giudizio di legittimità costituzionale dell'art. 464, comma 2, del codice di procedura penale, promosso dal Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Tivoli nel procedimento penale a carico di D.F.A. ed altri con ordinanza del 10 febbraio 2014, iscritta al n. 146 del registro ordinanze 2014 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 39, prima serie speciale, dell'anno 2014. Visto l'atto di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri; udito nella camera di consiglio del 28 gennaio 2015 il Giudice relatore Giuseppe Frigo.. Ritenuto in fatto Considerato in diritto 1.- Con ordinanza del 10 febbraio 2014, il Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Tivoli ha sollevato, in riferimento agli artt. 3, 24, 27 e 111 della Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell'art. 464, comma 2, del codice di procedura penale, nella parte in cui, «secondo il diritto vivente», non consente al giudice di pronunciare sentenza di proscioglimento ai sensi dell'art. 129 cod. proc. pen. , ove l'imputato abbia presentato domanda di oblazione contestualmente all'opposizione a decreto penale di condanna. Il giudice a quo premette di essere investito dell'opposizione avverso il decreto penale di condanna alla pena di euro 2.500 di ammenda, emesso nei confronti di tre persone imputate, in concorso tra loro, di una contravvenzione in materia ambientale. Con l'atto di opposizione, corredato da memoria difensiva con allegata documentazione, gli imputati avevano chiesto il proscioglimento ai sensi dell'art. 129 cod. proc. pen. e, in subordine, di essere ammessi all'oblazione a norma dell'art. 162-bis del codice penale. Ad avviso del rimettente, sussisterebbero i presupposti per l'immediato proscioglimento degli imputati perché il fatto non costituisce reato: la documentazione prodotta fornirebbe, infatti, la prova evidente che essi avevano operato nell'incolpevole convincimento della piena legittimità dell'attività di abbandono di rifiuti loro contestata, con conseguente insussistenza dell'elemento soggettivo del reato. Secondo il giudice a quo, tuttavia, alla luce del «diritto vivente», tale pronuncia non sarebbe consentita. Con sentenza 25 marzo - 4 giugno 2010, n. 21243, le sezioni unite della Corte di cassazione - componendo un pregresso contrasto di giurisprudenza - hanno infatti affermato che la sentenza di proscioglimento, emessa ai sensi dell'art. 129 cod. proc. pen. dal giudice per le indagini preliminari dopo l'opposizione a decreto penale, deve considerarsi abnorme. A sostegno della conclusione, le sezioni unite hanno rilevato che il citato art. 129 non attribuisce al giudice un potere di giudizio ulteriore, inteso quale occasione "atipica" di decidere la res iudicanda, ma si limita ad enunciare una regola di giudizio che deve trovare attuazione con l'osservanza della disciplina relativa alla fase e al grado in cui il processo si trova e nel rispetto del principio del contraddittorio. Nella specie, una volta emesso il decreto penale, il giudice per le indagini preliminari è spogliato di poteri decisori di merito, incombendo su di esso solo i poteri-doveri di impulso processuale previsti dall'art. 464 cod. proc. pen. , vincolati nell'an e nel quomodo, con la sola eccezione della decisione sulla eventuale domanda di oblazione (art. 464, comma 2, cod. proc. pen.). A parere del giudice a quo, tuttavia, proprio in relazione all'ipotesi in cui sia presentata domanda di oblazione, la soluzione ermeneutica accolta dal «diritto vivente» condurrebbe a risultati contrastanti con la Costituzione. Al riguardo, il rimettente rileva preliminarmente come non possa condividersi l'assunto delle sezioni unite, posto anch'esso a base della ricordata opzione interpretativa, stando al quale il giudice per le indagini preliminari non potrebbe pronunciare sul merito dell'azione penale dopo l'opposizione senza incorrere in una violazione delle regole sulla incompatibilità, posto che l'art. 34, comma 2, cod. proc. pen. inibisce al giudice che abbia emesso il decreto penale di condanna di «partecipare al giudizio» concernente lo stesso imputato. Sarebbe, infatti, lo stesso art. 141, comma 3 [recte: comma 4], disp. att. cod. proc. pen. a prevedere che detto giudice, dopo il versamento della somma dovuta a titolo di oblazione, dichiari estinto il reato con sentenza: ciò, «a dimostrazione di una valenza del tutto attenuata della clausola di incompatibilità di cui all'art. 34, comma 2, c.p.p.». Tanto puntualizzato, il rimettente osserva come, in forza del censurato art. 464, comma 2, cod. proc. pen. , il giudice debba decidere sulla domanda di oblazione prima di emettere i provvedimenti propulsivi finalizzati all'instaurazione del giudizio conseguente all'opposizione: con il risultato che l'opzione esercitata impedirebbe all'imputato di accedere ad una pronuncia di merito che ne accerti l'innocenza. Ciò comporterebbe, anzitutto, la violazione del «principio di ragionevolezza, quale particolare accezione del principio di uguaglianza di cui all'art. 3 Cost.». L'art. 459, comma 3, cod. proc. pen. consente, infatti, al giudice di prosciogliere l'imputato ai sensi dell'art. 129 cod. proc. pen. in sede di decisione sulla richiesta di emissione del decreto di condanna presentata dal pubblico ministero. Di contro, nella fase successiva all'emissione del decreto, l'imputato, per il solo fatto di aver richiesto l'oblazione, verrebbe a trovarsi in una situazione irragionevolmente deteriore: giacché, quando pure - alla luce delle deduzioni contenute nell'atto di opposizione - emergesse la prova evidente della sua innocenza, il giudice dovrebbe comunque "imporgli" il versamento di una somma di denaro a titolo di oblazione. Tale risultato non potrebbe essere evitato neppure tramite un rigetto della domanda di oblazione volto «obliquamente» a consentire all'imputato «di rimettere in discussione la res iudicanda», giacché le cause di rigetto dell'istanza di oblazione «sono tutte da interpretare contra reum». La possibilità, per l'imputato, di beneficiare del proscioglimento immediato nella fase anteriore all'emissione del decreto, in applicazione dell'art. 459, comma 3, cod. proc. pen. , verrebbe, d'altra parte, a dipendere dalla completezza o meno delle indagini svolte fino a quel momento dal pubblico ministero, senza che rilevino i successivi apporti probatori della difesa: donde una irragionevole compressione anche del diritto di difesa dell'imputato (art. 24 Cost.). La norma censurata, nella lettura datane dal «diritto vivente», si porrebbe altresì in contrasto con l'art. 27 Cost., perché lesiva del diritto dell'imputato a conseguire in ogni stato e grado del giudizio l'assoluzione dall'accusa mossagli, allorché emerga univocamente la sua innocenza.