[pronunce]

che, per il giudice a quo, la norma denunciata si porrebbe in contrasto con gli articoli 70 e 77 della Costituzione, perché il decreto-legge n. 16 del 1993, da essa convertito, sarebbe privo dei requisiti di necessità e urgenza che lo dovrebbero sorreggere, anche «in quanto sostitutivo di […] precedenti decreti-legge non convertiti»; che, infatti, ad avviso del giudice rimettente, è viziata da incostituzionalità la norma che riproduca il «contenuto normativo dell'intero testo o di singole disposizioni» di un decreto-legge non convertito, ove tale riproduzione non sia giustificata da nuovi presupposti straordinari di necessità ed urgenza; vizio, questo, che – contrariamente a quanto affermato da questa Corte nella sentenza n. 360 del 1996 – non sarebbe sanato dalla conversione in legge, ma – come, invece, ritenuto dalla sentenza di questa Corte n. 29 del 1995 – si rifletterebbe, come vizio in procedendo, sulla legge di conversione; che il giudice a quo si sofferma poi a descrivere il meccanismo attraverso il quale opera la legge di conversione, precisando che, a suo avviso, «nel caso in cui con l'effetto prodotto dal congiunto operare di un decreto e della relativa legge di conversione si disciplinano fattispecie che resterebbero precluse ad una legge retroattiva emanata ai sensi dell'art. 70 Cost.», «l'illegittimità del provvedimento del Governo non può non riflettersi su quello delle Camere»; che il giudice a quo sostiene che, con riferimento alla fattispecie concreta al suo esame, la retroattività della norma denunciata non si giustifica nemmeno «in ragione dell'esigenza di coordinamento e razionale sistemazione delle innumerevoli disposizioni tributarie succedutesi nel tempo»; che, quanto all'evocato art. 23 Cost., il rimettente ritiene che, dal collegamento sistematico di tale articolo con gli artt. 24 e 25 Cost., si desume il principio dell'irretroattività delle norme tributarie impositive e che «nel caso di specie, di fatto, manca la legge impositiva, poiché l'art. 1, comma secondo, della legge n. 73/95 ha semplicemente fatto salvi gli effetti dei d.l. non convertiti, ma non ha imposto alcun tributo»; che, anche con riferimento all'art. 81 Cost., il giudice a quo afferma che «l'imposizione tributaria non può essere retroattiva poiché violerebbe le specifiche norme relative alla legge sul Bilancio che ha una durata ben determinata proprio per evitare il verificarsi di effetti retroattivi di aggiustamento delle poste di bilancio che dovrebbero essere oggetto di esame della legge finanziaria dell'anno successivo»; che, in punto di rilevanza, la Commissione tributaria rimettente osserva che il giudizio in corso non potrebbe essere definito indipendentemente dalla risoluzione della questione sollevata; che è intervenuto in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, concludendo per l'inammissibilità o, comunque, per l'infondatezza della sollevata questione; che, in relazione alla pretesa violazione degli artt. 70 e 77 Cost., la difesa erariale rileva che la norma censurata sarebbe una norma non già di conversione – come ritenuto dal rimettente –, ma di sanatoria, diretta a fare salvi gli effetti giuridici dei decreti-legge reiterati e non convertiti, con conseguente manifesta infondatezza della questione; che, in riferimento agli artt. 3 e 53 Cost., la questione sarebbe inammissibile, per mancanza di adeguata motivazione; che, quanto al parametro dell'art. 23 Cost., la questione sarebbe, invece, infondata, dal momento che il divieto di leggi retroattive sarebbe stabilito, in via assoluta ed inderogabile, solo nella materia penale; che, in riferimento all'art. 81 Cost., la questione sarebbe, infine, infondata o manifestamente infondata, perché su tale parametro non potrebbe basarsi il divieto di retroattività della norma censurata; che, in prossimità dell'udienza, il Presidente del Consiglio dei ministri ha depositato memoria, ribadendo le argomentazioni svolte nell'atto di intervento. Considerato che la Commissione tributaria regionale della Calabria dubita, in riferimento agli articoli 3, 23, 53, 70, 77 e 81 della Costituzione, della legittimità costituzionale dell'art. 1, comma 2, della legge 24 marzo 1993, n. 75 (Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 23 gennaio 1993, n. 16, recante disposizioni in materia di imposte sui redditi, sui trasferimenti di immobili di civile abitazione, di termini per la definizione agevolata delle situazioni e pendenze tributarie, per la soppressione della ritenuta sugli interessi, premi ed altri frutti derivanti da depositi e conti correnti interbancari, nonché altre disposizioni tributarie); che la norma censurata prevede, in particolare, che «restano validi gli atti e i provvedimenti adottati e sono fatti salvi gli effetti prodottisi ed i rapporti giuridici sorti» sulla base dell'art. 3, comma 1, lettera a), del decreto-legge 28 febbraio 1992, n. 174, dell'art. 3, comma 1, lettera a), del decreto-legge 27 aprile 1992, n. 269 e dell'art. 3, comma 1, lettera a), del decreto-legge 25 giugno 1992, n. 319; che le disposizioni richiamate dalla norma censurata, di identico contenuto ed inserite in decreti-legge non convertiti, avevano esteso l'assoggettamento a tassazione previsto dall'art. 11 della legge 30 dicembre 1991, n. 413, alle «plusvalenze conseguenti alla percezione, da parte di soggetti che non esercitano imprese commerciali, di indennità di esproprio o di somme percepite a seguito di cessioni volontarie nel corso di procedimenti espropriativi nonché di somme comunque dovute per effetto di acquisizione coattiva conseguente ad occupazioni di urgenza divenute illegittime relativamente a terreni destinati ad opere pubbliche o ad infrastrutture urbane all'interno delle zone omogenee di tipo F», di cui al decreto ministeriale 2 aprile 1968, n. 1444; che la questione sollevata deve essere dichiarata manifestamente inammissibile, per difetto di rilevanza; che, infatti, il giudice a quo, condividendo in punto di diritto l'interpretazione dell'amministrazione finanziaria, afferma che ai fini dell'applicazione dell'imposta si deve avere riguardo alla zona territoriale omogenea in cui risulta classificato il terreno alla data del primo atto della procedura espropriativa e non alla data della emissione del decreto di esproprio; che, a quanto riferisce in punto di fatto lo stesso rimettente, l'espropriazione ha avuto inizio, nella specie, in data 19 marzo 1990, e cioè in una data anteriore a quella in cui il terreno espropriato, da agricolo, è stato destinato a zona omogenea di tipo “F” «a seguito di variazione del 18.11.91 documentata dall'UTE in data 07.07.92, nonché di modificazioni degli strumenti urbanistici certificati dal Comune di Reggio Calabria il 14.07.92»;