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Due strumenti operano quindi il «reingresso» nello Stato di diritto della «zona franca» sin qui presidiata dall’autodichia. Da un lato, nel quadro delineato dalla citata sentenza della Corte costituzionale n.379 del 1996, per i diritti (patrimoniali o personali, dei dipendenti o degli estranei) è sancita la competenza generale della giurisdizione ordinaria: se ostacolata dalle Camere, in via di conflitto tra poteri dello Stato il giudice è in grado di farsela riconoscere dalla Corte costituzionale (annullando l’atto emesso in cattivo esercizio del potere). Dall’altro lato, nell’ambito coperto dai regolamenti parlamentari e rientrante nella loro esclusiva capacità qualificatoria, dopo le pronunce nn.348 e 349 del 22-24 ottobre 2007 della Corte costituzionale, non è comunque dato violare gli imperativi convenzionali di terzietà del giudice imposti dalla sentenza Savino; se radicata male, la giurisdizione speciale può essere caducata per violazione dell’articolo 117 della Costituzione. La Corte di cassazione si era riservata questa possibilità -- operando in via diretta -- con la disapplicazione del «regolamento minore» che istituisce l’organo di autodichia (v. Cass. civ. , Sezioni unite, 17 marzo 20010, n.6529) ; ma in quel caso il regolamento (poi in concreto convalidato) era emanato dalla Presidenza della Repubblica, presso la quale il regime di autodichia discende da apposite norme di legge. Nel caso dell’ordinanza n.136 del 2013 di cui in premessa, invece, le Sezioni unite civili hanno preferito rinviare la questione alla Corte costituzionale, rimettendole la valutazione della «resistenza» del regime di autodichia agli imperativi convenzionali (e non solo: sono evocati anche altri parametri): probabilmente nel solco dell’assunto che la Costituzione italiana «pone limiti e regole, da specificarsi nei regolamenti parlamentari. Il rispetto delle norme costituzionali, che dettano tali limiti e regole, è condizione di legittimità costituzionale degli atti approvati» (sentenza n.22 del 2012). Ma non si tratta dell’unica alternativa (autodichia «terza», ammessa, ed autodichia «non terza» e, quindi, incostituzionale). Ve n’è una seconda, non meno importante ai fini del presente disegno di legge. Come già affermato per le giurisdizioni domestiche, riguardanti i dipendenti e i terzi, di tutti gli altri organi costituzionali, se l’autodichia, a parere della Corte costituzionale; poteva considerarsi compatibile con la Costituzione, non per questo poteva dirsi costituzionalizzata. È quanto sostenuto dalla Corte costituzionale, nella sentenza n.135, dell’11 giugno 1975, in merito alla giurisdizione domestica della Corte dei conti, di cui all’articolo 65 del testo unico delle leggi sulla Corte dei conti (regio decreto 12 luglio 1934, n.1214) . Perciò nulla comporta che il sistema dell’autodichia parlamentare -- se anche dovesse essere «perfezionato» mercé una «correzione» che elida le obiezioni convenzionali sulla terzietà del giudice -- debba considerarsi costituzionalmente necessitato. Anzi, come si dirà meglio all’illustrazione dell’articolo 2, vi sono ottimi motivi per i quali il legislatore -- nell’ambito della sua «discrezionalità lata» -- la rimuova sostituendola con il sistema ordinario di tutela dei diritti e degli interessi vigente per tutti i cittadini. Ciò fuga l’ultima obiezione che potrebbe essere fallacemente sollevata: quella della necessità di una legge costituzionale per operare la devoluzione che qui si propone, invece, con atto di rango primario. La Costituzione non richiede affatto che leggi di rango diverso da quello legislativo ordinario statuiscano su ambiti esterni agli articoli 64, 66 e 68 della Costituzione: quando ciò avviene, il bilanciamento coi supremi valori convenzionali (che poi sono anche costituzionali) rende soccombenti le deroghe ad hoc disposte in ambito parlamentare. Fatti salvi gli ambiti in cui l’eccezione è giustificata con la diretta riconducibilità agli articoli della Costituzione, come nel caso delle procedure parlamentari, è oggi non solo legittimo, ma doveroso andare incontro il prima possibile alla sollecitazione fatta dalla Corte europea dei diritti dell’uomo con la sentenza Savino: «la Corte osserva che non ha per compito di indicare agli Stati, tra le numerose possibilità considerabili, la soluzione da adottare per conformarsi all’articolo 6, paragrafo 1, della Convenzione. Tuttavia, riafferma che è essenziale che le corti e i tribunali siano indipendenti ed imparziali e che ispirino fiducia ai giudicabili». Poiché in Parlamento la riserva di regolamento funzionalisticamente attiene ad ambiti precisi, quali quello di cui all’articolo 64 della Costituzione, quello relativo alla verifica dei poteri e dei titoli di ammissione dei parlamentari, nonché quello relativo alle immunità e alle sanzioni irrogate a deputati e senatori ai sensi dei regolamenti parlamentari, al di fuori di essa il valore tutelato dalla Costituzione e dalla Convenzione europea può dirsi tranquillamente garantito dal rispetto del principio di legalità. Operando lo scrutinio in concreto, la Corte europea dei diritti dell’uomo ha riconosciuto che il fine legittimo di garantire la separazione dei poteri e l’indipendenza del Parlamento dall’Esecutivo non può sospingersi fino a sacrificare valori tutelati dalla Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo: quelli che hanno portato alla condanna dell’Italia sono stati i preminenti valori dell’imparzialità e indipendenza del giudice. La Corte si mantiene nella sua consueta modalità di rispetto della discrezionalità degli Stati, non precostituendo «fra le molte possibilità prevedibili» una soluzione legislativa: ma il Legislatore nazionale non può fingere di non sapere che nel nostro ordinamento, la via maestra non può che essere la devoluzione al giudice esterno (ordinario o amministrativo) di quella parte della giurisdizione domestica che non è affatto essenziale per l’esercizio indipendente delle funzioni parlamentari. Ogni soluzione minore o intermedia rischia di non soddisfare il bene giuridico tutelato dalla Convenzione, visto che nel nostro ordinamento le guarentigie della magistratura costituiscono il prototipo per l’esercizio indipendente della funzione giudicante: a ciò tende il presente disegno di legge, che consegue l’incontestabile principio secondo cui la legalità richiede la precostituzione per legge del giudice indipendente ed imparziale, come richiesto dalla Corte europea dei diritti dell’uomo. L’unica soluzione, quindi, non può che essere un intervento legislativo che devolva esplicitamente la competenza sulle questioni coinvolgenti il personale ed i soggetti esterni, che vengano a contatto con l’attività amministrativa delle Camere, alla giurisdizione vigente secondo le regole ordinarie; pertanto l’autorità giudiziaria esterna, ordinaria o amministrativa a seconda del tipo di contenzioso, risulterà investita delle controversie delle Camere con i dipendenti o con i terzi.