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Istituzione della figura dell'infermiere di famiglia e di comunità. Onorevoli Senatori . – Con un annuncio dello scorso 30 gennaio, il direttore generale Tedros Adhanom Ghebreyesus e l'executive board dell'Organizzazione mondiale della sanità (OMS) hanno reso pubblica la designazione dell'anno 2020 come « anno dell'infermiera/e », prevedendo iniziative celebrative in tutto il mondo. È un'occasione importante non solo per far conoscere l'impegno di questa professione, ma anche per verificare quali azioni gli Stati possono adottare per valorizzarla al fine di renderla in grado di essere coprotagonista nell'affrontare le sfide sanitarie del XXI secolo. L'OMS ha indicato, tra l'altro, anche l'obiettivo « Sviluppare le risorse umane per la salute », secondo il quale tutti gli Stati membri devono assicurare che i « professionisti della salute » acquisiscano conoscenze, attitudini e capacità adeguate a proteggere e promuovere la salute, riferendosi agli infermieri, alle ostetriche, alle altre professioni sanitarie e ai medici che lavorano nell'ambito dell'assistenza sanitaria di base, riconoscendoli quali « perno della rete dei servizi richiesti » per raggiungere gli obiettivi della politica sanitaria. Il professionista della salute, nel proprio ambito di competenza, deve pertanto svolgere un ruolo efficiente ed efficace promuovendo la salute degli individui delle famiglie e delle comunità; gestendo l'assistenza in ambito domiciliare, compresa quella delegata ad altro personale di supporto; identificando e valutando lo stato di salute e i bisogni degli individui e delle famiglie nel loro contesto; lavorando da soli o in seno ad un' équipe , gestendo il cambiamento. In molti Stati membri dell'OMS la collaborazione tra il medico, l'infermiere e gli altri professionisti della salute nell'ambito delle cure primarie, in particolare nella medicina generale, è esperienza ormai consolidata e valida, da almeno trent'anni: nel nostro Paese essa è, invece, un processo ancora da sviluppare e da implementare. Nei sistemi sanitari del nord Europa, sulla scia della consolidata esperienza anglosassone, si è dato vita da tempo a questo modello operativo interprofessionale rendendosi conto delle potenzialità in termini di qualità di vita e di benessere sociale derivanti dall'avvio e dallo sviluppo di questo nuovo modello organizzativo territoriale. È evidente che questo modello ha effetti benefici anche nei confronti della spesa sanitaria, in quanto con l'intervento proattivo di professionisti della salute sulla prevenzione, dalle campagne sugli stili di vita migliori da adottare, agli screening e diagnosi precoci, ad azioni di counseling individuale e familiare, si può contrarre e far decrescere a medio – lungo termine la stessa spesa sanitaria nazionale in quanto, evitando stati morbosi e gestendo più adeguatamente le cronicità, si riducono ricoveri, uso e abuso di farmaci, utilizzo di presidi e diagnostiche non necessarie. Il servizio sanitario italiano, sin dall'inizio, si è posto l'obiettivo, non ancora compiutamente raggiunto, della propria razionalizzazione mediante tagli di posti letto e conseguente potenziamento dei servizi territoriali. Centrale e strategica, per raggiungere quest'obiettivo, è l'implementazione dell'assistenza domiciliare pluriprofessionale e pluridisciplinare, prevedendo, se del caso, degenze brevi per far fronte ai problemi di salute legati all'invecchiamento della popolazione e alla diffusione delle malattie croniche, anche in ospedali di comunità. Com'è noto, negli ultimi anni, in Italia, si è assistito al duplice fenomeno sia dell'aumento della vita media e sia del tasso di crescita uguale a zero, con la conseguenza della prevalenza numerica della popolazione anziana su quella (e non solo) adolescente e della maggiore incidenza di malattie a prognosi infausta (soprattutto oncologiche), il cui esito negativo peraltro oggi si sposta sempre più avanti nel tempo. Inoltre, insieme all'invecchiamento della popolazione bisogna tener conto degli effetti iatrogeni dell'impatto ambientale causato dagli insediamenti produttivi nonché delle dipendenze vecchie e nuove. Si producono, quindi, nuovi bisogni di salute tra i cittadini che per essere soddisfatti abbisognano di una diversificazione dell'utilizzo delle risorse; per l'OMS l'infermiere di famiglia e di comunità, e gli altri professionisti della salute sono il futuro dell'assistenza sul territorio, migliorando le prestazioni e abbattendo i costi. Per quanto riguarda la legislazione italiana, già con la legge n. 833 del 1978 era stato istituito il distretto, destinato al coordinamento dell'assistenza sanitaria al cittadino. Questa legge è poi stata modificata dal decreto legislativo 19 giugno 1999, n. 229, dove si parla ancora di distretto, il quale diventa il punto di riferimento territoriale per l'assistenza sanitaria di base e per l'assistenza territoriale domiciliare. Con il suddetto decreto legislativo si conferma la definizione di distretto quale sede d'accesso ai servizi sanitari e socio-sanitari per le cure domiciliari, le prestazioni specialistiche, l'assistenza integrativa e protesica in un quadro di continuità assistenziale. Il decreto-legge 13 settembre 2012, n. 158, convertito, con modificazioni, dalla legge 8 novembre 2012, n. 189, noto anche come « decreto-legge Balduzzi », ha dato un assetto più innovativo alle cure primarie, prevedendo l'organizzazione del distretto in aggregazioni funzionali territoriali (AFT) e in unità complesse di cure primarie (UCCP): le prime come reti monoprofessionali, le seconde come reti multiprofessionali con la partecipazione di altri professionisti della salute, compreso il servizio sociale; e ovviamente un ruolo fondamentale all'interno dell'UCCP è svolto proprio dall'infermiere di famiglia e di comunità. Il rimodellamento delle cure primarie previsto dal suddetto decreto-legge produce un'organizzazione dell'assistenza sempre più integrata, multidisciplinare e multiprofessionale in grado di attuare la reale presa in carico del cittadino, in particolare se affetto da una, ma sempre più, patologie croniche portando, quindi, sul territorio l'assistenza sanitaria e socio-sanitaria e lasciando ai presidi ed aziende ospedaliere la prevalente gestione delle acuzie. Inoltre, alle cure primarie sul territorio spetta anche il compito di promuovere la salute della popolazione di riferimento attraverso il passaggio dalla « medicina di attesa » alla « medicina di iniziativa », mediante un sistema di controllo informatizzato che permetta di verificare l'appropriatezza, la qualità e la sostenibilità dei percorsi di cura: per questo è fondamentale l'infermiere di famiglia nel suo ruolo di manager o care manager . Il futuro della sanità italiana si gioca quindi sul territorio: questo è l'ambito dove, nei prossimi anni, si svolgerà gran parte delle attività assistenziali che oggi afferiscono, in maniera impropria, agli ospedali. Questa è appunto la mission dei distretti, come sanciscono il decreto legislativo 19 giugno 1999, n. 229, ed il Patto per la salute: in questa prospettiva la figura dell'infermiere di famiglia e di comunità, assume ancora più rilievo.