[pronunce]

Essa attribuirebbe, poi, allo Stato un potere regolamentare in tale materia, nuovamente violando l'art. 117 della Costituzione. Infine, sarebbe leso il principio di leale collaborazione, poiché non è prevista alcuna intesa in sede di Conferenza Stato-Regioni. 2. - Si è costituito in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, a mezzo dell'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo, con identici argomenti, la reiezione di tutti i ricorsi. Osserva l'Avvocatura dello Stato che la disciplina impugnata troverebbe la propria fonte in "norme comunitarie di rango pari rispetto alle norme costituzionali", posto che il patto di stabilità è teso a perseguire il rispetto di obblighi comunitari. Pertanto, le censure mosse dalle ricorrenti sarebbero, a fronte di tale deduzione, prive di rilievo, senza che abbia peso la natura dettagliata o no delle norme impugnate. 3. - Le Regioni Toscana, Basilicata ed Emilia-Romagna hanno depositato, in prossimità dell'udienza pubblica, memorie illustrative, con cui hanno ribadito le proprie doglianze ed insistito per l'accoglimento dei rispettivi ricorsi. In tale sede la Regione Basilicata si è in particolare soffermata sull'eccezione mossa dallo Stato, per la quale la norma impugnata troverebbe "fonte e finalità" nell'ordinamento comunitario, venendo così a legittimarsi costituzionalmente. La ricorrente osserva, nel senso opposto, che la giurisprudenza costituzionale ha escluso che le esigenze di attuazione del diritto comunitario possano alterare il riparto interno delle competenze legislative, salva l'ipotesi di interventi di seconda istanza, repressivi o sostitutivi e suppletivi, nel caso di inerzia della Regione, tramite norme in ogni caso cedevoli, ovvero salve le ipotesi straordinarie in cui sia lo stesso diritto comunitario a prevedere, per esigenze organizzative, la "statalizzazione" della normativa di dettaglio (ipotesi nelle quali, tuttavia, non rientrerebbe il patto di stabilità interno). Anche in tal caso, tuttavia, è preservato il rispetto degli inderogabili principi costituzionali fondamentali. La revisione del titolo V della parte seconda della Costituzione imporrebbe di qualificare in tali termini il nuovo assetto di riparto delle competenze legislative, giacché esso rifletterebbe direttamente il punto di bilanciamento tra principi dell'autonomia locale e unità della Repubblica, costituzionalizzando in buona misura la redistribuzione delle funzioni avviata dalla legge 15 marzo 1997, n. 59. Inoltre, gli stessi disegni di legge recanti "Disposizioni per l'adeguamento dell'ordinamento della Repubblica alla legge costituzionale 18 ottobre 2001, n. 3" (ora legge 5 giugno 2003, n. 131) e "Norme generali sulla partecipazione dell'Italia al processo normativo dell'Unione europea e sulle procedure di esecuzione degli obblighi comunitari" (disegno di legge n. 3123 presentato alla Camera dei deputati il 2 settembre 2002, che prevede la modifica della legge 9 marzo 1989, n. 86) confermerebbero la volontà legislativa di rafforzamento, anziché di decremento, delle garanzie di partecipazione delle Regioni all'attuazione del diritto comunitario. La norma impugnata, conclude la ricorrente, si rivelerebbe irragionevole anche sotto tale profilo. A propria volta, la Regione Emilia-Romagna contesta la tesi dello Stato, per la quale l'art. 24 sarebbe costituzionalmente giustificato, in quanto attuativo del diritto comunitario: nessuna norma comunitaria giustificherebbe la deroga ai criteri di riparto delle competenze interne, né imporrebbe le modalità, astrattamente infinite e rimesse alla discrezionalità del legislatore interno, per conseguire gli obiettivi sottesi al patto di stabilità. La ricorrente si fa altresì carico di esaminare le modifiche legislative apportate all'art. 24 dapprima dall'art. 3 della legge 24 aprile 2002 n. 75, che ha convertito in legge il decreto legge 22 febbraio 2002, n. 13 (Disposizioni urgenti per assicurare la funzionalità degli enti locali) , e poi dall'art. 29 della legge 27 dicembre 2002, n. 289 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato - legge finanziaria 2003). Tali disposizioni, per ciò che qui interessa, escludono dal computo delle spese correnti rilevanti ai fini dell'osservanza del patto di stabilità interna interessi passivi e spese finanziate da programmi comunitari (art. 3, comma 1, del decreto legge n. 13 del 2002); introducono un criterio di calcolo convenzionale e più favorevole della spesa relativa ai servizi "esternalizzati", quale base per la determinazione della spesa corrente per l'anno 2000 (art. 3, comma 2, del decreto legge n. 13 del 2002); abrogano il meccanismo di decurtazione dei trasferimenti erariali, in caso di inosservanza del patto di stabilità interna (art. 29, comma 9, della legge n. 289 del 2002); attribuiscono al solo Ministero dell'economia e delle finanze la potestà di emanare il decreto concernente il prospetto informativo di cui al comma 13 dell'art. 24 (art. 3, comma 3, del decreto legge n. 13 del 2002). Esse, secondo la Regione Emilia-Romagna, non varrebbero comunque a superare le censure esposte in ricorso, ma, anzi, confermerebbero "la mancanza di parametri razionali a cui fare affidamento", specie con riguardo alla "continua revisione dei criteri di limitazione percentuale dell'incremento delle spese correnti". 4. - All'udienza del 17 giugno 2003 le parti hanno discusso i ricorsi, insistendo sulle conclusioni già rassegnate.1. - La presente decisione riguarda le sole questioni concernenti l'art. 24 della legge n. 448 del 2001, mentre resta riservata a separate pronunzie la decisione delle altre questioni sollevate negli stessi ricorsi. 2. - L'art. 24 della legge 28 dicembre 2001, n. 448 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato - legge finanziaria 2002), rubricato "Patto di stabilità interno per province e comuni", è oggetto di censura nei ricorsi delle Regioni Toscana, Basilicata ed Emilia-Romagna. Si tratta di una disposizione dai contenuti plurimi e complessi. Il comma 1 - non contestato in alcuno dei ricorsi - dispone che "ai fini del concorso delle autonomie locali al rispetto degli obblighi comunitari della Repubblica ed alla conseguente realizzazione degli obiettivi di finanza pubblica per il triennio 2002-2004", per il 2002 il disavanzo di ciascuna Provincia e di ciascuno dei Comuni con oltre 5.000 abitanti (computato secondo le regole stabilite dall'art. 28 della legge n. 448 del 1998, istitutivo del patto di stabilità interno, e successive modificazioni) non può essere superiore a quello del 2000 aumentato del 2,5 per cento.