[pronunce]

La ASL osserva, innanzitutto, che il giudizio pendente davanti al Tribunale di Orvieto ha per oggetto la domanda del ricorrente tesa ad ottenere la condanna della Regione Umbria al pagamento degli importi per il titolo indicato nel ricorso, ossia come conseguenza della delibera del 13 maggio 1998 della Giunta regionale con la quale il rapporto di lavoro tra il dirigente della ASL e la Regione venne dichiarato risolto per impossibilità sopravvenuta della prestazione; in quella delibera nessun riferimento era fatto alla norma oggi sospettata di illegittimità costituzionale, poiché la soppressione della ASL cui era preposto il ricorrente è regolata dall'art. 36 della legge reg. n. 3 del 1998, ossia da una norma diversa da quella impugnata dal giudice remittente. L'art. 34, comma 3, all'esame della Corte non riguarderebbe, secondo la parte, la soppressione di una ASL in conseguenza dell'incorporazione in un'altra, poiché in questo caso la cessazione del rapporto di lavoro del direttore generale è conseguenza diretta della impossibilità sopravvenuta della prestazione, come risulta dal menzionato art. 36. Difetterebbe, pertanto, il requisito della rilevanza, il che risulta in modo evidente dallo stesso ragionamento del Tribunale di Orvieto che, a detta della parte, avrebbe sollevato una questione di legittimità costituzionale del tutto ipotetica, nella convinzione di doversi porre comunque il dubbio prospettato alla Corte indipendentemente dalla verifica circa l'esistenza della impossibilità sopravvenuta della prestazione, invocata dalla Regione. Quanto al merito, l'azienda costituita fa presente di non condividere l'assunto del giudice a quo circa la presunta violazione, da parte della norma impugnata, del limite costituito dalla materia dell'ordinamento civile, di competenza esclusiva dello Stato. Anche a prescindere dall'indubbia difficoltà di individuare gli esatti confini di tale materia, nella memoria si osserva che la giurisprudenza di questa Corte, espressa, nel precedente assetto costituzionale, a proposito del c.d. limite del diritto privato per la potestà normativa regionale, non può automaticamente ritenersi valevole a proposito della materia dell'ordinamento civile. Quest'ultima nozione pare piuttosto «volta a riconoscere allo Stato il solo potere di dettare norme a tutela di principi generali e diritti fondamentali che assumono un valore costitutivo ed essenziale dell'ordinamento», in ciò andando a completare ed integrare la riserva di legge statale di cui all'art. 117, secondo comma, lettera m), Cost., a proposito di prestazioni essenziali in materia di diritti civili. E, d'altra parte, la stessa giurisprudenza di questa Corte riconosce che il limite del diritto privato non ha valenza assoluta (sentenze n. 352 del 2001 e n. 282 del 2002). Nel caso in esame, inoltre, la legge regionale in questione avrebbe uno specifico profilo di organizzazione del settore sanitario, settore che è in stretto collegamento con la materia della salute; la razionalizzazione dell'ordinamento sanitario regionale è il vero obiettivo della legge, la cui realizzazione passa attraverso la modifica delle ASL esistenti ed il conseguente azzeramento dei contratti in corso con i dirigenti. La norma impugnata, quindi, anziché essere destinata ad incidere, come vorrebbe l'ordinanza di rimessione, su di un aspetto fondamentale del contratto, ha piuttosto lo scopo di esaurire i propri effetti con riferimento ai rapporti esistenti alla data di entrata in vigore della legge stessa. Quanto all'ulteriore censura di violazione dell'art. 3 Cost. conseguente al presunto difetto di generalità ed astrattezza della norma, la ASL costituita sostiene che tale censura è infondata, poiché la norma è «di prima applicazione, di carattere eccezionale, strumentale alla disciplina generale del nuovo ordinamento del servizio sanitario regionale dell'Umbria e come tale perfettamente ragionevole». 4.— Si è costituita in giudizio pure la Regione Umbria, chiedendo, anche in una memoria depositata in prossimità dell'udienza, che la questione sia dichiarata inammissibile e, in subordine, infondata. In primo luogo, la questione sarebbe inammissibile poiché irrilevante in ordine alla decisione del giudizio a quo. Anche in riferimento a quella parte della domanda con la quale il ricorrente ha chiesto la condanna della Regione alla corresponsione degli emolumenti dovuti dal momento della anticipata risoluzione fino a quello della naturale scadenza del rapporto contrattuale, infatti, la Regione Umbria fa presente che la norma della cui legittimità costituzionale si dubita non sarebbe quella da applicare al caso di specie. Invero, la legge regionale impugnata, al fine di dare al sistema sanitario dell'Umbria un assetto nuovo, ha dettato, con gli artt. 34 e 36, due norme volte a disciplinare il passaggio dal vecchio al nuovo ordinamento. Con il primo si è disposta la decadenza degli organi delle aziende sanitarie regionali in carica alla data di entrata in vigore della legge, con contestuale risoluzione “di diritto” dei relativi contratti di lavoro; con il secondo, invece, si è disposta la soppressione della ASL n. 4 dell'orvietano e la sua incorporazione nella n. 5 del ternano, con conseguente venire meno degli organi (fra i quali il direttore generale) dell'azienda soppressa. L'art. 34 è, perciò, una norma generale, mentre l'art. 36 è una norma speciale ed è evidente che alla controversia pendente davanti al Tribunale di Orvieto dovrebbe applicarsi soltanto l'art. 36, in base al quale la cessazione dell'incarico di direttore generale è da considerarsi dovuta alla sopravvenuta impossibilità della prestazione di cui all'art. 2228 cod. civ. , conseguente alla soppressione della azienda cui il ricorrente era preposto. Questo confermerebbe l'inammissibilità della questione, irrilevante ai fini della decisione del giudizio a quo. A parere della Regione, d'altra parte, l'inammissibilità deriverebbe anche dal modo in cui la questione è formulata dal Tribunale, il quale ammette di doversi porre il dubbio di costituzionalità soltanto per l'ipotesi in cui venga ritenuta insussistente l'impossibilità sopravvenuta della prestazione invocata nei confronti del ricorrente. La norma impugnata, quindi, non è applicabile nel caso di specie, ovvero lo è soltanto ipoteticamente, il che dovrebbe tradursi nell'inammissibilità della presente questione, per mancanza del requisito della concretezza. Nel merito, poi, la questione appare alla Regione infondata.