[pronunce]

SENTENZA ha pronunciato la seguentenel giudizio di legittimità costituzionale dell'art. 4 della legge 8 luglio 1980, n. 319 (Compensi spettanti ai periti, ai consulenti tecnici, interpreti e traduttori per le operazioni eseguite a richiesta dell'autorità giudiziaria), e degli artt. 50 e 54 del d.P.R. 30 maggio 2002, n. 115 (Testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di spese di giustizia - Testo A), promosso dal Tribunale ordinario di Torino nel procedimento vertente tra M. C. e il Ministero della giustizia, con ordinanza del 22 gennaio 2019, iscritta al n. 97 del registro ordinanze 2019 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 26, prima serie speciale, dell'anno 2019. Visto l'atto d'intervento del Presidente del Consiglio dei ministri; udito il Giudice relatore Nicolò Zanon nelle camere di consiglio del 10 marzo 2020 e dell'8 aprile 2020, quest'ultima svolta ai sensi del decreto della Presidente della Corte del 24 marzo 2020, punto 1), lettera a); deliberato nella camera di consiglio dell'8 aprile 2020.. Ritenuto in fatto Considerato in diritto 1.- Con ordinanza del 22 gennaio 2019 (r.o. n. 97 del 2019) il Tribunale ordinario di Torino ha sollevato, in riferimento all'art. 3 della Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell'art. 4 della legge 8 luglio 1980, n. 319 (Compensi spettanti ai periti, ai consulenti tecnici, interpreti e traduttori per le operazioni eseguite a richiesta dell'autorità giudiziaria), e degli artt. 50 e 54 del d.P.R. 30 maggio 2002, n. 115 (Testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di spese di giustizia - Testo A), nella parte in cui non prevedono che, in caso di omesso adeguamento periodico degli onorari mediante il decreto dirigenziale di cui all'art. 54 del citato d.P.R., tale adeguamento possa essere effettuato dal giudice in sede di liquidazione del compenso. Il rimettente opera quale giudice dell'opposizione proposta da un professionista, già consulente tecnico del pubblico ministero nell'ambito di un procedimento penale, avverso il decreto di liquidazione dei compensi richiesti per l'opera da lui prestata. Al consulente, in particolare, era stato chiesto di ricostruire la dinamica di un sinistro stradale, evidenziando eventuali profili di colpa e di efficienza causale nella condotta della conducente di un veicolo che aveva investito un pedone, rimasto vittima, nell'occasione, di lesioni personali. Espletato l'incarico, il consulente aveva chiesto il pagamento di un onorario a tempo, secondo il disposto dell'art. 4 della legge n. 319 del 1980, indicando quale base per il computo del compenso una durata delle operazioni corrispondente a trecentododici vacazioni. Il pubblico ministero, dopo aver rilevato l'assenza di profili di complessità nei fatti e nel relativo accertamento, aveva con decreto liquidato un onorario misurato in rapporto a centoventi vacazioni. Nel giudizio di opposizione, promosso a norma dell'art. 170 del d.P.R. n. 115 del 2002, il consulente aveva tra l'altro insistito sulla presunta complessità del compito affidatogli, pur senza quantificare il tempo impiegato per l'espletamento, e si era riferito, nel contempo, a esigenze di «decoro della professione». 2.- In via preliminare, dopo aver riferito della ritualità dell'opposizione e della correttezza del ricorso alla disciplina del compenso su base oraria (con conseguente limite del riconoscimento di quattro vacazioni per giornata), il rimettente osserva come l'indicazione di durata del lavoro sottesa all'originaria richiesta dell'opponente appaia «sproporzionata e inverosimile». Si tratterebbe, infatti, di una durata non compatibile con le caratteristiche dell'incarico ricevuto, con la consolidata esperienza del consulente, con il modesto numero degli adempimenti da lui stesso elencati nel descrivere l'espletamento della consulenza, con l'assai ridotta complessità della relazione finale. Tutti profili che - osserva incidentalmente il giudice a quo - precluderebbero nella specie l'aumento del compenso orario a norma dell'art. 52, comma 1, del d.P.R. n. 115 del 2002, riservato alle prestazioni di «eccezionale importanza, complessità e difficoltà»; aumento, comunque, neppure richiesto dall'interessato. Sarebbe, in definitiva, congrua la liquidazione fondata su centoventi vacazioni, pur sempre corrispondenti a duecentoquaranta ore di lavoro. Non sarebbe però congrua la somma liquidata sulla base della tariffa stabilita per gli onorari a tempo (euro 14,68 per la prima vacazione ed euro 8,15 per ciascuna delle vacazioni successive), pari complessivamente ad euro 984,53. Il rimettente ricorda come il valore orario della retribuzione sia stato stabilito da ultimo con il decreto del Ministro della giustizia 30 maggio 2002 (Adeguamento dei compensi spettanti ai periti, consulenti tecnici, interpreti e traduttori per le operazioni eseguite su disposizione dell'autorità giudiziaria in materia civile e penale), ed assume che - sebbene si tratti di un valore non direttamente correlabile alle vigenti tariffe professionali - il compenso esigibile da periti e consulenti sia divenuto ormai del tutto inadeguato. Non a caso, con l'art. 54 del d.P.R. n. 115 del 2002, il legislatore ha stabilito che la misura degli onorari sia aggiornata con cadenza triennale, in base alla variazione degli indici ISTAT dei prezzi al consumo per le famiglie di operai e impiegati, mediante un decreto dirigenziale del Ministero della giustizia di concerto col Ministero dell'economia e delle finanze. Se l'autorità amministrativa avesse dato corso alla prescrizione della legge - prosegue il giudice a quo - l'importo orario della retribuzione sarebbe più alto di circa il 26 per cento. Poiché però i decreti dirigenziali in questione non sono stati mai adottati, la base di calcolo resta quella definita dal d.m. 30 maggio 2002. Lo stato di cose descritto costringerebbe il rimettente «ad operare in un contesto del tutto irragionevole e quindi in aperta violazione dell'art. 3 Cost.». La stessa Corte costituzionale avrebbe riconosciuto al decreto ministeriale di adeguamento un ruolo essenziale nella fisionomia della disciplina dei compensi agli ausiliari del giudice, e ripetutamente stigmatizzato l'inerzia amministrativa al proposito (sono citate le sentenze n. 224 del 2018, n. 178 del 2017 e n. 192 del 2015). L'irragionevolezza della disciplina sottoposta a censura, della quale sarebbe conferma proprio l'omissione dei decreti dirigenziali previsti dalla legge, consisterebbe nel ricorso ad un complesso meccanismo amministrativo per un obiettivo di adeguamento perseguito, in realtà, mediante un criterio obiettivo ed automatico.