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In Germania, la Legge sullo stato giuridico dei membri del Bundestag del 18 febbraio 1977, all'articolo 8, estende ai giudici il medesimo regime di incompatibilità tra cariche previsto per tutti gli altri pubblici funzionari. Qui tuttavia si prevede la possibilità della sospensione del rapporto di pubblico impiego a partire dal giorno dell'accettazione del mandato di membro del Bundestag e per tutta la sua durata. I diritti e i doveri derivanti dal rapporto di pubblico impiego, alla scadenza del mandato, rimangono sospesi per un periodo di altri sei mesi prima del pieno reinserimento nel rapporto di servizio. In Spagna, la materia dell'ineleggibilità dei magistrati e dell'incompatibilità dell'esercizio delle loro funzioni con il mandato parlamentare è regolata dall'articolo 70 della Costituzione, dalla legge organica sul sistema elettorale generale del 19 giugno 1985, n. 5, e dalla legge organica del 1º luglio 1985, n. 6, sul potere giudiziario. Tra le cause di ineleggibilità è espressamente prevista la circostanza di essere magistrati, giudici e pubblici ministeri in servizio attivo. L'articolo 356 della legge organica n. 6 del 1985 precisa che i giudici e i magistrati che vogliano partecipare come candidati alle elezioni legislative generali, a quelle delle Comunità autonome o a quelle locali, devono richiedere l'aspettativa volontaria. La stessa legge stabilisce in particolare che l'esercizio delle funzioni di magistrato è incompatibile con qualsiasi carica elettiva e con qualsiasi designazione politica dello Stato, delle Comunità autonome, delle province o di altri enti locali. Il magistrato eletto deputato o senatore alle Cortes, ovvero membro delle Assemblee legislative delle Comunità autonome, viene a trovarsi in una posizione di «servizio speciale», con diritto al mantenimento dell'impiego nella località nella quale si trovava a prestare il proprio servizio prima delle elezioni. Diversamente invece, e in senso più rigido, avviene in Gran Bretagna e negli Stati Uniti d'America. In Inghilterra la materia dell'incompatibilità tra l'ufficio di magistrato e lo svolgimento del mandato parlamentare elettivo alla Camera dei comuni è regolata dallo House of Commons Disqualification Act del 1975, il quale, all'articolo 1, fissa il principio della generica incapacità per i pubblici funzionari a essere membri della Camera dei comuni, stabilendo espressamente una vera e propria incapacità anche dei magistrati giudicanti e requirenti. A norma dell'articolo 6, se uno dei soggetti per i quali è stabilita l'incapacità viene ugualmente eletto membro della Camera dei comuni, la sua elezione è nulla e se la causa di incapacità sopravviene nel caso di espletamento del mandato parlamentare, il membro della Camera decade dalla carica. Tuttavia il caso di un magistrato che si candidi a una carica politica elettiva appare piuttosto infrequente nella pratica, in quanto ciò sarebbe considerato inopportuno dal punto di vista costituzionale, mentre un magistrato che voglia concorrere alle elezioni politiche è preferibile che si dimetta preventivamente dalle funzioni giudiziarie, senza poter essere riammesso in servizio al termine del mandato parlamentare, nemmeno nel caso in cui, essendosi candidato, non sia stato eletto. Per contro, nessuna norma vieta a chi è stato membro del Parlamento di ricoprire le funzioni di giudice allorché il mandato politico sia terminato, attraverso un nuovo procedimento di nomina. La Costituzione federale degli Stati Uniti d'America, all’articolo I, sezione 6, comma secondo, impedisce a chi abbia un impiego pubblico di essere eletto membro di una delle due Camere finché conservi tale impiego. In applicazione di tale norma, le funzioni di magistrato giudicante o requirente cessano definitivamente con l'elezione al Senato e alla Camera dei rappresentanti e il parlamentare che alla scadenza del mandato politico abbia intenzione di riprendere le funzioni giudiziarie deve ottenere una nuova nomina. Considerato che, rispetto a quanto avviene negli altri Paesi, nel nostro ordinamento la magistratura e soprattutto i pubblici ministeri godono di una totale autonomia e indipendenza dal Governo e dal potere esecutivo, lascia perplessi che il legislatore abbia inteso sancire solamente una causa di incompatibilità tra l'ufficio di magistrato e la posizione di candidato alle elezioni politiche, al fine di garantire quel bene costituzionalmente rilevante che è l'imparzialità del giudice, senza statuire invece per i magistrati una condizione di ineleggibilità assoluta, come del resto fa per altre categorie espressamente indicate nell'articolo 7 dello stesso testo unico di cui al decreto del Presidente della Repubblica 30 marzo 1957, n. 361. Qui infatti si prevede l'ineleggibilità alla carica parlamentare dei presidenti delle giunte provinciali, dei sindaci dei comuni con popolazione superiore a 20.000 abitanti, del capo e del vice capo della polizia e degli ispettori generali di pubblica sicurezza, dei capi di Gabinetto dei Ministri, dei rappresentanti o dei commissari del Governo, dei prefetti e di coloro che ne fanno le veci nelle predette cariche, dei viceprefetti e dei funzionari di pubblica sicurezza, degli ufficiali generali, degli ammiragli e degli ufficiali superiori delle Forze armate dello Stato, nella circoscrizione del loro comando territoriale (unico caso di ineleggibilità relativa contenuto nell'articolo 7). Oltre ai casi suddetti, l'articolo 10 del medesimo testo unico stabilisce inoltre che non sono eleggibili coloro che in proprio o in qualità di rappresentanti legali di società o di imprese private risultano vincolati con lo Stato per contratti di opere o di somministrazioni o per rilevanti concessioni e autorizzazioni amministrative, i rappresentanti, gli amministratori e i dirigenti di società e di imprese volte al profitto di privati e sussidiate dallo Stato, i consulenti legali e amministrativi che prestano in modo permanente la loro opera in favore di tali persone, società o imprese. Ulteriori casi di ineleggibilità alle elezioni politiche sono stabiliti dall'articolo 7 della legge 11 marzo 1953, n. 87, per i giudici della Corte costituzionale, e dal decreto legislativo 30 dicembre 1992, n. 502, per l'amministratore straordinario, il direttore generale, il direttore amministrativo e il direttore sanitario delle aziende sanitarie. Le categorie di ineleggibilità così individuate sono dirette a tutelare esigenze differenti, come la garanzia della sovranità e degli interessi nazionali, il principio della parità tra candidati e l'imparzialità nell'esercizio delle funzioni, sempre al fine di evitare indebite interferenze tra interessi e capziose influenze sull'elettorato. La necessità di intervenire a colmare le lacune della normativa è stata a suo tempo affrontata anche dalla Commissione parlamentare per le riforme istituzionali del 1997, presieduta dall'onorevole D'Alema e con relatore sul sistema delle garanzie l'onorevole Boato.