[pronunce]

a) il decorso di un nuovo termine non potrebbe conseguire dalla pronuncia della Corte costituzionale, perché una siffatta disciplina resta riservata alla discrezionalità del legislatore; b) il venir meno della sospensione dei termini altererebbe l'equilibrio tra le parti, «in quanto il contribuente si troverebbe nell'alternativa di accettare le condizioni dell'ufficio oppure di trovarsi decaduto dal termine per impugnare»; che detta Avvocatura deduce, in via subordinata, la manifesta infondatezza della questione sul rilievo che la sospensione dei termini d'impugnazione prevista dalla norma denunciata è «del tutto ragionevole», perché «riesce a conciliare l'esigenza della speditezza dei procedimenti con l'esigenza di consentire un accordo che eviti una controversia»; che infatti, secondo la difesa dello Stato, l'eventuale dilatazione dei termini d'impugnazione da 60 a 150 giorni non si pone in contrasto con la Costituzione, ma costituisce un effetto necessario per la corretta operatività del procedimento di accertamento con adesione. Considerato che la Commissione tributaria provinciale di Milano dubita - in riferimento al principio di ragionevolezza di cui all'art. 3 della Costituzione - della legittimità dell'art. 12, comma 2, del decreto legislativo 19 giugno 1997, n. 218 (Disposizioni in materia di accertamento con adesione e di conciliazione giudiziale), il quale stabilisce che la presentazione dell'istanza di accertamento con adesione «anche da parte di un solo obbligato comporta la sospensione, per tutti i coobbligati, dei termini per l'impugnazione» dell'atto innanzi alla commissione tributaria provinciale «e di quelli per la riscossione delle imposte in pendenza di giudizio, per un periodo di novanta giorni. L'impugnazione dell'atto da parte del soggetto che abbia richiesto l'accertamento con adesione comporta la rinuncia all'istanza»; che, per il rimettente, la disposizione denunciata, «nella parte in cui non prevede che la formalizzazione del mancato raggiungimento dell'accordo comporti la rinuncia all'istanza di accertamento con adesione», víola l'evocato parametro perché, per effetto di tale mancata previsione, «le istanze di accertamento con adesione diventeranno la regola ed il termine per ricorrere, di fatto, passerà da sessanta a centocinquanta giorni»; che non osta all'ammissibilità della sollevata questione il fatto che il rimettente, nel denunciare l'art. 12, comma 2, del d.lgs. n. 218 del 1997, applicabile solo alle imposte indirette diverse dall'IVA, sia incorso in un evidente errore materiale, intendendo denunciare, in realtà, l'art. 6, comma 3, del medesimo decreto legislativo, il quale è applicabile (oltre all'IVA) alle imposte sui redditi richieste con gli avvisi di accertamento impugnati nei giudizi principali riuniti (IRPEF) ed ha un contenuto normativo identico a quello della disposizione denunciata («Il termine per l'impugnazione [...] e quello per il pagamento dell'imposta sul valore aggiunto accertata [...] sono sospesi per un periodo di novanta giorni dalla data di presentazione dell'istanza del contribuente [...]. L'impugnazione dell'atto comporta rinuncia all'istanza»); che, infatti, tale errore del rimettente non impedisce di individuare nell'art. 6, comma 3, del d.lgs. n. 218 del 1997 la disposizione effettivamente oggetto della questione, tenuto conto del tenore complessivo dell'ordinanza; che l'eccezione di inammissibilità sollevata dall'Avvocatura generale dello Stato, sul rilievo che nell'ordinanza di rimessione non sarebbe indicata la disciplina ritenuta "ragionevole", non è fondata, perché il rimettente ha chiaramente dedotto che la norma denunciata è irragionevole nella parte in cui non fa cessare la sospensione dei termini di impugnazione («rinuncia all'istanza») con decorrenza dal momento della redazione del verbale di mancato accordo tra il contribuente e l'ente impositore, allorché tale verbale sia redatto prima del decorso di novanta giorni dalla data di presentazione dell'istanza di accertamento con adesione; che, in particolare, il giudice a quo, nel motivare sulla rilevanza, ha precisato che, nel caso di accoglimento della sollevata questione, i ricorsi dei contribuenti sarebbero tardivi, perché presentati oltre sessanta giorni dalla notificazione degli impugnati avvisi di accertamento, computando in tale periodo sia il tempo trascorso da tale notificazione al momento della presentazione dell'istanza di accertamento con adesione sia il tempo compreso tra la data di redazione del verbale di mancato accordo e la proposizione dei ricorsi; che non è fondata neppure l'ulteriore eccezione di inammissibilità prospettata dalla difesa dello Stato, secondo cui la sollevata questione non sarebbe rilevante perché l'invocata pronuncia di illegittimità costituzionale non renderebbe inammissibili i ricorsi dei giudizi principali, a ciò ostando il legittimo affidamento dei ricorrenti in un termine previsto da una norma vigente alla data di presentazione dei ricorsi; che infatti - contrariamente a quanto sostenuto dall'Avvocatura generale - il principio di affidamento nella certezza dell'ordinamento giuridico non costituisce di per sé ostacolo a dichiarazioni di illegittimità costituzionale riguardanti norme processuali o sostanziali, essendo sufficiente ai fini di tali dichiarazioni (come è, del resto, nella logica stessa dello scrutinio di costituzionalità in via successiva) la valutazione della sussistenza del denunciato vulnus alla Costituzione; che, ovviamente, la Corte deve rispettare i limiti propri dell'efficacia temporale retrospettiva delle suddette dichiarazioni, alle quali è fatto divieto di incidere su rapporti esauriti (ivi compreso il giudicato) o di introdurre un trattamento in malam partem in materia penale; che, invece, il principio dell'affidamento può venire in considerazione nella valutazione della Corte solo sotto l'aspetto della ragionevolezza ed entrare cosí nel complessivo bilanciamento di valori ed interessi costituzionali che spetta alla stessa Corte effettuare; che, infine, la rilevanza della questione non sarebbe esclusa neppure dalla possibilità per il giudice a quo - prospettata dalla difesa dello Stato - di rimettere in termini le parti ricorrenti nei giudizi principali riuniti, ove esse dimostrino di essere incorse in decadenza per causa a loro non imputabile e riferibile alla pronuncia di illegittimità costituzionale; che detta rilevanza sussisterebbe, perché: a) l'istituto della rimessione in termini è previsto da norme diverse da quella denunciata, e cioè dal combinato disposto degli artt. 153, secondo comma (per i giudizi instaurati a decorrere dal 4 luglio 2009), oppure 184-bis (per i giudizi instaurati anteriormente a detta data) del codice di procedura civile e 1, comma 2, del d.lgs. 31 dicembre 1992, n. 546 (Disposizioni sul processo tributario in attuazione della delega al Governo contenuta nell'articolo 30 della legge 30 dicembre 1990, n. 413);