[pronunce]

SENTENZA ha pronunciato la seguentenel giudizio di legittimità costituzionale degli artt. 82, comma 2, del decreto legislativo 1° settembre 1993, n. 385 (Testo unico delle leggi in materia bancaria e creditizia) e 202 del regio decreto 16 marzo 1942, n. 267 (Disciplina del fallimento, del concordato preventivo, dell'amministrazione controllata e della liquidazione coatta amministrativa), promosso con ordinanza del 26 febbraio 2003 dal Tribunale di Cosenza nel procedimento civile vertente tra la s.c. a r.l. Banca di credito cooperativo di Cosenza e la s.c. a r.l. Banca di credito cooperativo di Cosenza in liquidazione coatta amministrativa ed altro, iscritta al n. 1008 del registro ordinanze 2003 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 48, prima serie speciale, dell'anno 2003. Visti gli atti di costituzione della s.c. a r.l. Banca di credito cooperativo di Cosenza in liquidazione coatta amministrativa e di Marcello Maggiolini nonché l'atto di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri; udito nell'udienza pubblica del 22 marzo 2005 il Giudice relatore Franco Gallo; uditi gli avvocati Alfonso Maria Cosentino per Marcello Maggiolini, Gianluca Brancadoro per la s.c. a r.l. Banca di credito cooperativo di Cosenza in liquidazione coatta amministrativa e l'avvocato dello Stato Giovanni Lancia per il Presidente del Consiglio dei ministri.. Ritenuto in fatto Considerato in diritto 1. – Il Tribunale di Cosenza, nel corso di un giudizio di opposizione promosso dalla s.c. a r.l. Banca di credito cooperativo di Cosenza nei confronti del commissario liquidatore della stessa banca avverso la sentenza con la quale il tribunale aveva dichiarato lo stato di insolvenza della banca, già sottoposta a liquidazione coatta amministrativa, ha sollevato – in riferimento all'art. 3 della Costituzione – questione di legittimità costituzionale del combinato disposto degli artt. 82, comma 2, del decreto legislativo 1° settembre 1993, n. 385 (Testo unico delle leggi in materia bancaria e creditizia) e 202 del regio decreto 16 marzo 1942, n. 267 (Disciplina del fallimento, del concordato preventivo, dell'amministrazione controllata e della liquidazione coatta amministrativa), nella parte in cui prevede che la dichiarazione giudiziale dello stato d'insolvenza successiva al decreto di sottoposizione a liquidazione coatta amministrativa di una banca possa essere pronunciata anche dopo il decorso di un anno dalla data di emissione di tale decreto. Il giudice rimettente premette, in punto di fatto: a) che, con decreto del «19 maggio 2000», il Ministro del tesoro, del bilancio e della programmazione economica ha disposto la liquidazione coatta amministrativa della s.c. a r.l.; b) che il Tribunale di Cosenza, con sentenza n. 992 del 30 maggio 2001, ha dichiarato lo stato di insolvenza della stessa s.c. a r.l. Il Tribunale rileva poi, in punto di diritto, che, poiché le norme denunciate non prevedono un termine di decadenza per la consumazione del potere del commissario liquidatore o del pubblico ministero di richiedere l'accertamento giudiziale dello stato d'insolvenza, rimarrebbe così indeterminato il tempo in cui potrebbe trovare applicazione la disciplina degli effetti prodotti da tale accertamento sugli atti pregiudizievoli ai creditori, ai sensi dell'art. 203 della legge fallimentare (cioè del citato r.d. n. 267 del 1942), ed in particolare la data di decorrenza del termine quinquennale di prescrizione per la proposizione delle azioni di revocatoria fallimentare. In tal modo, secondo il giudice a quo, mentre nel fallimento l'atto compiuto nel cosiddetto “periodo sospetto” (due anni od un anno prima della dichiarazione di fallimento, a seconda che si versi nell'ipotesi di cui al primo od al secondo comma dell'art. 67 della legge fallimentare) consolida i suoi effetti con il decorso del termine quinquennale di prescrizione dalla data del fallimento, ove il curatore non abbia agito in revocazione, viceversa, nella liquidazione coatta amministrativa, l'atto compiuto nel “periodo sospetto” anteriore al decreto che la dispone consoliderebbe i suoi effetti con riferimento ad un termine prescrizionale il cui dies a quo rimarrebbe incerto sino all'esito della procedura concorsuale. Siffatta incertezza riguardante la sfera giuridica dei terzi in ordine ad atti non qualificabili, di per sé, come illeciti contrasterebbe, per il Tribunale, con l'esigenza di salvaguardare il generale principio di certezza delle situazioni giuridiche posto dal legislatore a base degli artt. 10, 11 e 147 della legge fallimentare, nella portata precettiva risultante a séguito delle sentenze della Corte costituzionale n. 66 del 1999 e n. 319 del 2000, secondo le quali tale principio sarebbe vulnerato dall'inesistenza di un limite temporale normativamente prefissato (nella specie, di un anno) entro il quale il soggetto che abbia cessato l'attività d'impresa ovvero il socio illimitatamente responsabile che abbia cessato di appartenere all'impresa sociale collettiva deve, a pena di decadenza, essere dichiarato fallito. Oltre a ciò, sempre per il rimettente, la mancanza di un termine di decadenza per l'emanazione della sentenza accertativa dello stato di insolvenza comporterebbe che il momento consumativo dei reati lato sensu di bancarotta commessi in relazione all'impresa assoggettata a liquidazione coatta amministrativa (in cui è elemento costitutivo la sentenza dichiarativa dell'insolvenza) potrebbe avere una collocazione temporale anormalmente distante dal momento della realizzazione della condotta materiale e dell'offesa al bene giuridico tutelato ed irragionevolmente subordinata all'arbitrio dei soggetti legittimati a richiedere l'accertamento dello stato d'insolvenza. Dalla ritenuta lesione dei princìpi di eguaglianza e di ragionevolezza provocata dalla denunciata disciplina, nella parte in cui non limita ad un anno a decorrere dalla sottoposizione a liquidazione coatta amministrativa il termine per la pronuncia della sentenza accertativa dello stato di insolvenza, e dal rilievo del decorso di più di un anno, nella specie, tra la data di emissione del decreto di sottoposizione a liquidazione coatta amministrativa e la data della sentenza di accertamento dello stato di insolvenza, il Tribunale di Cosenza fa dunque derivare, rispettivamente, la non manifesta infondatezza e la rilevanza della sollevata questione. 2. – Nel giudizio di legittimità costituzionale si è costituito Marcello Maggiolini (volontariamente intervenuto nel giudizio a quo, quale socio e componente del disciolto consiglio di amministrazione della banca), insistendo per la dichiarazione di illegittimità costituzionale delle norme denunciate. In ordine alla rilevanza della sollevata questione, la parte sottolinea: a) che la Banca d'Italia, con provvedimento del «18 maggio 2000», aveva revocato alla s.c.