[pronunce]

- Il secondo giudice, dal canto suo - chiamato a convertire, secondo quel che risulta dall'ordinanza, una pena pecuniaria inflitta con un decreto penale risalente al 28 ottobre 1991, per il reato all'epoca previsto dall'art. 87, terzo comma, del codice della strada - censura la disposizione, nella parte in cui "non esclude l'applicazione del capoverso dell'art. 660 del codice di procedura penale alle multe e alle ammende" in questione, dando così luogo, nella specifica prospettiva della conversione della pena, ad una irragionevole disparità di trattamento tra coloro che, essendo stati condannati a pena detentiva, potranno andare esenti da ogni sanzione, e coloro i quali, essendo stati, invece, condannati, in relazione alla medesima fattispecie, a pena pecuniaria, rimangono gravati non solo dall'adempimento della sanzione, ma anche dall'eventuale conversione della pena pecuniaria in pena detentiva, ancorché il fatto commesso debba reputarsi, in ragione della sanzione applicata, meno grave. Secondo il rimettente, sarebbe violato anche l'art. 13 della Costituzione, a causa delle prescrizioni fortemente limitative della libertà personale che gravano irragionevolmente sul condannato a pena pecuniaria, a seguito della conversione della stessa in libertà controllata, nonostante che l'aggressione all'interesse protetto non possa reputarsi di gravità intollerabile. 5. - Le questioni sollevate con le già ricordate ordinanze dei magistrati di sorveglianza di Macerata e di Avellino sono da reputare, sia pure per ragioni diverse, inammissibili. 5.1. - La prima delle anzidette ordinanze (r.o. n. 404 del 2000) muove dall'assunto che la permanenza dell'obbligo di corrispondere le multe e le ammende inflitte, nonostante l'abolitio criminis, consegua ad una revoca del titolo di condanna che, in caso di sanzioni pecuniarie, sarebbe solo "parziale", con ciò determinandosi una disparità di trattamento rispetto alle pene detentive, per le quali la revoca prevista dall'art. 101 sarebbe invece tale, nella sua assolutezza, da comportare il venir meno di ogni effetto della condanna. La Corte, sulla base di quella valutazione di non implausibilità ad essa demandata in ordine alla premessa interpretativa dalla quale muove il giudice a quo, non ha motivo di discostarsi dalla ricostruzione del sistema normativo come operata dal rimettente. Dalla stessa discende, tuttavia, che la questione, così come prospettata, si risolve nel porre in discussione portata e conseguenze del potere di revoca affidato al giudice dall'art. 101. In questi termini, la questione investe, però, un ambito di cognizione che, secondo l'ordinamento processuale, appartiene, con tutta evidenza, al giudice dell'esecuzione - al quale, infatti, la suddetta disposizione affida il compito di revocare la sentenza o il decreto, dichiarando che il fatto non è previsto dalla legge come reato, e di adottare i provvedimenti conseguenti - e non a quello di sorveglianza, sicché la stessa non può trovare ingresso in questa sede, per difetto di rilevanza. 5.2. - Quanto, poi, al dubbio di costituzionalità sollevato dal magistrato di sorveglianza di Avellino (r.o. n. 422 del 2000) , detto giudice, censurando l'art. 101, secondo comma, del decreto legislativo n. 507 del 1999, nella parte in cui non esclude l'applicazione della disciplina della conversione, di cui al capoverso dell'art. 660 cod. proc. pen. , sollecita, in definitiva, una pronunzia alla quale consegua la non convertibilità delle multe o ammende di cui trattasi. La questione, benché astrattamente idonea a dare ingresso al giudizio di costituzionalità, in quanto rivolta a denunciare, per le sanzioni pecuniarie oggetto dell'art. 101, comma 2, la permanenza del potere, che è proprio del magistrato di sorveglianza, di procedere alla conversione di cui al comma 2 dell'art. 660 cod. proc. pen. , va dichiarata, tuttavia, anch'essa inammissibile, sia pure per ragioni diverse da quelle esposte a proposito dell'ordinanza del magistrato di sorveglianza di Macerata. A parte l'assenza di qualsiasi cenno, nella motivazione dell'ordinanza di rimessione, sulle ragioni che inducono a ritenere che la depenalizzazione della fattispecie all'esame del rimettente sia avvenuta per opera del decreto legislativo n. 507 del 1999 - con ciò trascurando le vicende legislative che già in precedenza avevano riguardato la fattispecie stessa (decreto legislativo 30 aprile 1992, n. 285, recante il "Nuovo codice della strada" e poi decreto legislativo 10 settembre 1993, n. 360, recante disposizioni correttive e integrative del medesimo codice), come si evincono anche dalla sentenza di questa Corte n. 3 del 1997 - il giudice a quo afferma di ritenere, conformemente all'orientamento "già implicitamente espresso dal proprio ufficio", non suscettibili di conversione le sanzioni pecuniarie oggetto della disposizione denunciata, sì da sollevare l'incidente di costituzionalità unicamente perché "dalla mancanza di una specifica indicazione del riferimento normativo non può farsi discendere una automatica esclusione dello stesso". Appare, dunque, evidente, dalla stessa prospettazione del giudice a quo l'inammissibilità della questione stessa, posto che la sua proposizione, lungi dall'essere rivolta a rimuovere una disposizione reputata contraria alla Costituzione, è diretta ad ottenere un chiarimento circa la portata della norma censurata e, dunque, a perseguire una finalità che, secondo la giurisprudenza di questa Corte, è del tutto estranea alla logica del giudizio di costituzionalità (ordinanza n. 54 del 1999). 6. - Sia pure in parte, sono da considerare inammissibili anche le questioni sollevate dal tribunale di Firenze con le due ordinanze sopra menzionate (r.o. nn. 426 e 427 del 2000), volte ad eccepire l'illegittimità costituzionale degli artt. 100 e 101 del decreto legislativo n. 507 del 1999. La censura, avendo per oggetto le predette disposizioni "nella parte in cui dispongono il pagamento delle multe e delle ammende inflitte con sentenze o decreti irrevocabili di condanna per reati depenalizzati dal decreto legislativo n. 507 del 1999", investe, in realtà, il solo art. 101, comma 2, mentre non tocca in alcun modo il contenuto dell'art. 100, il quale, come già detto, riguarda la sorte delle violazioni commesse anteriormente alla data di entrata in vigore del medesimo decreto n. 507 del 1999, che non siano state accertate con sentenza o decreto divenuti irrevocabili. Con riferimento all'art. 100, la questione va pertanto dichiarata inammissibile. 7. - Tanto premesso, resta da esaminare, nel merito, la questione di legittimità costituzionale dell'art. 101, comma 2, siccome prospettata dai giudici dell'esecuzione dei tribunali di Catanzaro (r.o. n. 328 del 2000) e di Firenze (r.o. nn. 426 e 427 del 2000). La stessa è fondata.