[pronunce]

Ciò in quanto la non computabilità di tali posizioni nella complessiva dotazione organica di dirigenti di prima fascia determina in ogni caso effetti negativi, sia di ordine finanziario, in relazione ai costi derivanti dalla retribuzione dei dirigenti interessati, sia riguardo al razionale assetto organizzativo realmente rispettoso delle previsioni normative in materia, e non soltanto dell'art. 19 del d.lgs. n. 165 del 2001, e dunque produce, in definitiva, effetti negativi sul reale contenimento complessivo della spesa. In proposito, occorre difatti evidenziare che nelle amministrazioni pubbliche, ivi comprese le Regioni, la dotazione organica costituisce elemento ad oggi essenziale per l'assetto organizzativo e per la determinazione dei costi del personale, e che la sua consistenza e le sue variazioni sono pertanto determinate, previa verifica degli effettivi fabbisogni, in funzione di un accrescimento dell'efficienza delle amministrazioni, della realizzazione di un migliore utilizzo delle risorse umane, e appunto di una razionalizzazione del costo del lavoro pubblico, contenendo la spesa complessiva del personale, diretta e indiretta, entro i vincoli di finanza pubblica (in tal senso gli artt. 1, commi 1 e 2, e 6, comma 1, del d.lgs. n. 165 del 2001). Proprio in direzione di un contenimento della spesa operano, del resto, gli interventi, anche legislativi, disposti nell'ambito di misure di spending review (ad esempio l'art. 2 del decreto-legge 6 luglio 2012, n. 95, convertito, con modificazioni, dall'art. 1 della legge 7 agosto 2012, n. 135), finalizzate a ridurre le dotazioni organiche, ivi comprese quelle dirigenziali. Ne consegue che una previsione, come quella in esame, intesa a non ricomprendere nelle dotazioni organiche una serie di posti dirigenziali può condurre ad un sostanziale aggiramento-svuotamento delle predette disposizioni. Riguardo poi agli altri profili oggetto di censura che risultano modificati dallo ius superveniens, questa Corte ritiene che non possa parimenti pervenirsi ad una declaratoria di cessazione di materia del contendere. Secondo il costante orientamento in materia, occorre a tal fine verificare se la disposizione censurata abbia trovato applicazione nel lasso temporale fra la sua entrata in vigore e la sua sostituzione (ex plurimis, sentenze n. 68 del 2013, n. 158 del 2012, nn. 310 e 153 del 2011, n. 451 del 2007). Nel caso in esame il tempo decorso tra la sua entrata in vigore (5 maggio 2015, ai sensi dell'art. 50 della legge reg. Molise n. 8 del 2015) e la sua sostituzione per effetto dell'art. 27 della legge regionale n. 4 del 2016 (entrata in vigore, ai sensi dell'art. 35, il 6 maggio 2016) non consente, in assenza di elementi di segno diverso, di ritenere priva di applicazione la disposizione censurata e dunque di pervenire ad una pronuncia sul punto di cessazione della materia del contendere. Conseguentemente la questione di legittimità in esame risulta fondata, violando la norma censurata i principi di buon andamento posti dall'art. 97 Cost., nonché la competenza dello Stato in materia di ordinamento civile, stabilita dall'art. 117, secondo comma, lettera l), Cost. 2.4.- Parimenti va accolta la quarta questione sollevata nel ricorso con riferimento alla disposizione di cui all'art. 44, comma 6, lettera h), della legge reg. Molise n. 8 del 2015. La disposizione scrutinata, pur apparendo meramente ricognitiva laddove fa riferimento (lettera a) ai trattamenti tabellari previsti dai vigenti contratti collettivi nazionali, ha, invece, carattere sicuramente dispositivo e incidente direttamente sulla determinazione del trattamento economico là dove prevede (lettera b) che la retribuzione di posizione sia non superiore alla misura massima prevista dai contratti collettivi, ma aumentata del 50%; e là dove stabilisce (lettera c), che la retribuzione di risultato sia ancorata ex lege alla misura determinata, secondo i sistemi di valutazione, per i direttori di servizio. Da quanto esposto si evince che la disposizione censurata, determinando in tal modo la struttura e l'entità del trattamento economico dei dirigenti, lede l'art. 117, secondo comma, lettera l), Cost., in quanto interviene in materia di ordinamento civile, quale la regolazione del rapporto di lavoro pubblico regionale, con specifico riferimento al profilo della sua contrattualizzazione, previsto dalla legislazione statale come principio regolatore del rapporto di lavoro con tutte le pubbliche amministrazioni, comprese le Regioni. In tal senso questa Corte si è ripetutamente e uniformemente espressa. Al riguardo ci si limita qui a richiamare, ex multis, quanto in proposito affermato nella sentenza n. 211 del 2014, già innanzi citata, in considerazione della sua sintetica esaustività: «Secondo il costante orientamento di questa Corte, a seguito della privatizzazione del rapporto di pubblico impiego [...] la disciplina del rapporto di lavoro alle dipendenze della pubblica amministrazione è retta dalle disposizioni del codice civile e dalla contrattazione collettiva. Con specifico riguardo al trattamento economico, l'art. 2, comma 3, del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165 (Norme generali sull'ordinamento del lavoro alle dipendenze delle amministrazioni pubbliche), stabilisce che "L'attribuzione di trattamenti economici può avvenire esclusivamente mediante contratti collettivi" e l'art. 45 dello stesso decreto ribadisce che "Il trattamento economico fondamentale ed accessorio [...] è definito dai contratti collettivi". Proprio a seguito di tale privatizzazione, questa Corte ha affermato che «i principi fissati dalla legge statale in materia costituiscono tipici limiti di diritto privato, fondati sull'esigenza, connessa al precetto costituzionale di eguaglianza, di garantire l'uniformità nel territorio nazionale delle regole fondamentali di diritto che disciplinano i rapporti fra privati e, come tali, si impongono anche alle Regioni a statuto speciale» (sentenza n. 189 del 2007). In particolare, dall'art. 2, comma 3, terzo e quarto periodo, della legge n. 421 del 1992, emerge il principio per cui il trattamento economico dei dipendenti pubblici è affidato ai contratti collettivi, di tal che la disciplina di detto trattamento, e, più in generale, la disciplina del rapporto di impiego pubblico rientra nella materia "ordinamento civile" riservata alla potestà legislativa esclusiva dello Stato (sentenze n. 61 del 2014, n. 286 e n. 225 del 2013, n. 290 e n. 215 del 2012, n. 339 e n. 77 del 2011, n. 332 e n. 151 del 2010)». Riguardo, poi, specificamente al rilievo che la contrattazione collettiva assume nell'assetto regolatorio del rapporto di pubblico impiego, ivi compreso quello alle dipendenze delle Regioni, con peculiare riferimento alle componenti del trattamento economico, può rinviarsi, anche in termini di ricostruzione sistematica della materia, alle recente sentenza n. 178 del 2015, in cui la Corte ha affermato: «Nei limiti tracciati dalle disposizioni imperative della legge (art. 2, commi 2, secondo periodo, e 3-bis del d.lgs.