[pronunce]

SENTENZA ha pronunciato la seguentenei giudizi di legittimità costituzionale dell'art. 34, comma 2, del codice di procedura penale, promossi dal Tribunale ordinario di Spoleto, con ordinanza del 7 gennaio 2020, e dal Tribunale ordinario di Palermo, con ordinanza del 14 gennaio 2021, iscritte, rispettivamente, al n. 93 del registro ordinanze 2020 e al n. 75 del registro ordinanze 2021 e pubblicate nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 34, prima serie speciale, dell'anno 2020 e n. 22, prima serie speciale, dell'anno 2021. Visti gli atti di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri; udito nella camera di consiglio del 26 gennaio 2022 il Giudice relatore Franco Modugno; deliberato nella camera di consiglio del 26 gennaio 2022.. Ritenuto in fatto Considerato in diritto 1.- Con ordinanza del 7 gennaio 2020 (r. o. n. 93 del 2020), il Tribunale ordinario di Spoleto, in composizione monocratica, ha sollevato, in riferimento agli artt. 3, 24, secondo comma, e 111, secondo comma, della Costituzione, questioni di legittimità costituzionale dell'art. 34, comma 2, del codice di procedura penale, «nella parte in cui non prevede l'incompatibilità a partecipare e/o procedere al (successivo) giudizio (ordinario) del Giudice del dibattimento che ha rigettato la richiesta di sospensione del processo con messa alla prova dell'imputato». 1.1.- Il giudice a quo riferisce di essere investito del processo nei confronti di una persona imputata del reato di cui all'art. 635, secondo comma, del codice penale, per avere, mediante l'utilizzazione di mazzetta edile, danneggiato e reso inservibile un distributore di sigarette posto davanti a una tabaccheria. Alla prima udienza, l'imputato ha chiesto, a mezzo del suo difensore munito di procura speciale, la sospensione del procedimento con messa alla prova. Il giudice rimettente - pur ritenendo sussistenti le condizioni generali per l'accesso a tale rito (limite di pena e mancanza di condizioni ostative) - ha respinto la richiesta a fronte del dissenso espresso dalla persona offesa, dei precedenti penali dell'imputato, della relazione di indagine sociale effettuata dall'ufficio di esecuzione penale esterna e dei contenuti del programma di trattamento elaborato, che non prevedeva alcun intervento a favore dell'offeso. Di seguito a ciò, il difensore dell'imputato ha eccepito l'incompatibilità del rimettente rispetto all'ulteriore corso del giudizio, prospettando l'illegittimità costituzionale dell'art. 34, comma 2, cod. proc. pen. , nella parte in cui non prevede una tale incompatibilità. 1.2.- Ad avviso del giudice a quo, le questioni di legittimità costituzionale prospettate dalla difesa sarebbero rilevanti - risultando la loro decisione preliminare a ogni altro provvedimento inerente al successivo corso del processo - e, al tempo stesso, non manifestamente infondate. Al riguardo, il rimettente rileva come, in sede di decisione sull'ammissione dell'imputato alla prova, il giudice eserciti penetranti poteri cognitivi e valutativi sulla res iudicanda. L'art. 464-quater, comma 1, cod. proc. pen. stabilisce, infatti, che il giudice si pronuncia con ordinanza sulla richiesta di messa alla prova, sempre che non debba pronunciare sentenza di proscioglimento immediato dell'imputato a norma dell'art. 129 cod. proc. pen.: il che implicherebbe un sia pur sommario giudizio positivo sulle circostanze indicate da tale disposizione (ossia che il fatto sussista, che l'imputato lo abbia commesso, che il fatto costituisca reato e sia previsto dalla legge come reato, che il reato risulti procedibile e non estinto). Essendo, d'altro canto, illogico ammettere alla prova un imputato che appaia innocente, o che risulti non punibile per altra ragione, sarebbe giocoforza ritenere che il giudice debba valutare, in prima battuta, i presupposti della sua colpevolezza, con una verifica che - come riconosciuto da questa Corte (è citata la sentenza n. 131 del 2019) - si estende persino alla correttezza della qualificazione giuridica attribuita al fatto dal pubblico ministero. Che la commissione di un reato ad opera dell'imputato sia alla base della sospensione del procedimento con messa alla prova troverebbe, del resto, indiretta conferma nelle disposizioni dell'art. 168-quater cod. pen. (secondo il quale la sospensione viene revocata se l'imputato, durante il periodo della prova, commette un «nuovo delitto» non colposo, o un «reato» della stessa indole di quello per cui si procede), dell'art. 464-quater, comma 3, cod. proc. pen. (ove si stabilisce che la sospensione viene concessa se il giudice ritiene che l'imputato si asterrà dal «commettere ulteriori reati»), nonché dell'art. 464-septies cod. proc. pen. , che ricollega all'esito positivo della prova la pronuncia di una sentenza dichiarativa dell'estinzione del reato (il che presupporrebbe che un reato sia stato commesso). Riguardo, poi, ai poteri discrezionali esercitabili nella fase di ammissione alla prova, l'art. 464-quater, comma 3, cod. proc. pen. richiede al giudice di accertare, in base ai parametri indicati dall'art. 133 cod. pen. , l'idoneità del programma di trattamento proposto e l'assenza del pericolo di recidiva. Il riferimento ai criteri stabiliti dal codice penale per la determinazione della pena in concreto comporta, quindi, che il giudice debba tenere conto della gravità del reato e della capacità a delinquere dell'imputato. Di particolare rilievo risulterebbe, inoltre, l'individuazione della base conoscitiva dalla quale il giudice può attingere elementi utili ai fini della decisione. Di là dalla sicura possibilità di fare largo uso di quanto contenuto nel fascicolo per il dibattimento, l'art. 464-bis, comma 5, cod. proc. pen. riconosce al giudice un potere istruttorio - sia pur limitato ai soli casi necessari - consentendogli di acquisire informazioni sulle condizioni di vita dell'imputato, salvo il dovere di portare gli elementi raccolti a conoscenza delle parti del processo. Secondo quanto affermato da questa Corte con la sentenza n. 91 del 2018, d'altro canto, il giudice può anche acquisire e prendere in esame gli atti di indagine preliminare contenuti nel fascicolo del pubblico ministero, fermo restando l'obbligo di restituirli all'organo dell'accusa nel caso di rigetto della richiesta. Ciò, sulla base di una applicazione analogica dell'art. 135 del decreto legislativo 28 luglio 1989, n. 271 (Norme di attuazione, di coordinamento e transitorie del codice di procedura penale): disposizione concernente l'ipotesi della richiesta di applicazione della pena rinnovata prima della dichiarazione di apertura del dibattimento di primo grado, ma da reputare estensibile alla procedura in esame sul rilievo che anche in tal caso il dibattimento viene evitato.