[pronunce]

n. 83 del 2012 alla legge n. 89 del 2001, pacificamente ammetteva il riconoscimento dell'indennizzo in favore della parte soccombente (sono citate, in proposito, le sentenze n. 18780 del 2010, n. 24107 del 2009 e n. 27610 del 2008), ha confermato tale orientamento anche dopo dette modificazioni, in particolare, con la sentenza n. 585 del 2014, la quale, pur riguardando il diritto all'indennizzo, da essa riconosciuto, in favore della parte rimasta contumace nel processo, ha significativamente fondato tale riconoscimento sul fatto che sia l'art. 6 della CEDU che l'art. 2 della legge n. 89 del 2001 apprestano la tutela da essi prevista «a tutti coloro che sono coinvolti in un procedimento giurisdizionale» ed ha dato «per presupposto che il riconoscimento dell'indennizzo debba essere garantito &#8210; qualora ve ne siano i requisiti &#8210; anche alla parte soccombente» (è citato, in particolare, il passaggio della sentenza n. 585 del 2014 dove la Corte di cassazione afferma che «L'esito della causa, peraltro, è ininfluente ai fini del riconoscimento del diritto all'indennizzo, che compete anche alla parte soccombente»); e) la giurisprudenza della Corte costituzionale, anche anteriore alla modifica dell'art. 111 Cost. operata dalla legge costituzionale 23 novembre 1999, n. 2 (Inserimento dei principi del giusto processo nell'articolo 111 della Costituzione), nonché la chiara formulazione di tale articolo, nel testo attualmente vigente, dimostrano la fondamentale importanza del giusto processo e, in particolare, della ragionevole durata dello stesso, la cui lesione può verificarsi anche ai danni della parte soccombente, allo stesso modo che nei confronti della parte vittoriosa; che alla stregua di tali elementi la parte costituita conclude chiedendo alla Corte costituzionale di fare propria l'interpretazione costituzionalmente conforme della disposizione censurata da essa proposta secondo cui la parte soccombente può chiedere e ottenere un indennizzo in ragione del danno conseguente alla durata non ragionevole del processo e di rigettare, perciò, la sollevata questione; che è intervenuta nel giudizio l'associazione Cittadinanzattiva, non costituita nel giudizio principale; che, quanto all'ammissibilità del proprio intervento, l'associazione ripercorre anzitutto la giurisprudenza della Corte costituzionale relativa all'intervento di soggetti non costituiti nel giudizio a quo, sottolineando, in particolare, che: a) «la rigida chiusura dei primi trent'anni della giurisprudenza costituzionale, in virtù della quale nel giudizio costituzionale non avrebbero potuto costituirsi soggetti diversi da quelli "parte" del giudizio a quo [...] è stata modificata nel tempo», come confermato dalla sentenza n. 314 del 1992 nella quale la Corte costituzionale affermò che non è possibile «ammettere, alla luce dell'art. 24 della Costituzione, che vi sia un giudizio direttamente incidente su posizioni giuridiche soggettive senza che vi sia la possibilità giuridica per i titolari delle medesime posizioni di "difenderle" come parti nel processo stesso» (nello stesso senso, è citata anche la sentenza n. 76 del 2001); b) in alcune decisioni, la Corte costituzionale ha ammesso l'intervento di enti terzi, in ragione del loro carattere rappresentativo dell'interesse collettivo direttamente coinvolto dalla questione, come è avvenuto con riguardo all'intervento di ordini professionali in giudizi concernenti la legittimità di norme relative ai diritti e ai doveri del professionista, specificamente, della Federazione nazionale degli ordini dei medici chirurghi e degli odontoiatri, in un caso nel quale l'esigenza di tutelare la professionalità della categoria ha integrato un interesse giuridicamente rilevante inerente alla controversia principale che ha reso ammissibile l'intervento (sentenza n. 456 del 1993) e del Consiglio nazionale forense, il cui intervento, nella specie, ad opponendum, fu ammesso dalla Corte costituzionale sul rilevo che «il Consiglio nazionale forense tutela un interesse pubblicistico, ragion per cui non si può non riconoscergli un ruolo di rappresentanza sia delle diverse articolazioni associative, altrimenti prive d'un canale di comunicazione istituzionale, sia dei singoli che non aderiscano ad alcuna associazione. [...] È quindi ammissibile l'intervento [...], giacché si tratta di questioni inerenti allo statuto degli avvocati e procuratori, il cui esito non è indifferente all'esercizio delle attribuzioni dello stesso Consiglio» (sentenza n. 171 del 1996); c) in altre pronunce, la Corte costituzionale ha ammesso l'intervento di associazioni o altri soggetti terzi rispetto al giudizio principale, in particolare, del Comitato olimpico nazionale italiano (CONI), in quanto destinatario ex lege del provento delle prestazioni della cui costituzionalità si dubitava (ordinanza n. 50 del 2004), del genitore di un'alunna con riguardo ad una questione, concernente l'esposizione del crocifisso nelle aule scolastiche, sollevata in un giudizio promosso dal genitore di un alunna che frequentava la stessa scuola (ordinanza n. 389 del 2004), di alcune Province, in quanto un'eventuale dichiarazione di illegittimità costituzionale della norma censurata avrebbe avuto, nella prospettazione del rimettente, la conseguenza di far venire meno, con effetto diretto su tutte le Province intervenienti, il fondamento normativo dell'atto amministrativo impugnato nel giudizio a quo (ordinanza n. 250 del 2007), di una società per azioni, in quanto destinataria diretta, ai sensi del quarto comma dell'art. 111 cod. proc. civ.