[pronunce]

che, quanto alla non manifesta infondatezza, a parere del rimettente la norma censurata (la quale è stata modificata dall'art. 6, comma 5, della legge n. 251 del 2005), nel determinare il tempo necessario a prescrivere per imputati incensurati (aumento di un quarto), imputati con recidiva infraquinquennale o specifica (aumento della metà) e imputati recidivi plurimi (aumento di due terzi), imputati dichiarati delinquenti abituali o professionali (aumento del doppio), «fa dipendere i differenti termini massimi di prescrizione non dalla gravità oggettiva del fatto bensì dallo status soggettivo dell'imputato, così determinando un ritorno al “diritto penale d'autore” ed introducendo una discriminazione assai pericolosa che finisce per pregiudicare gli autori di reati bagatellari ma commessi con continuità rispetto ai reati dei colletti bianchi»; che è intervenuto nel giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo alla Corte di dichiarare la questione inammissibile o infondata; che, in particolare, secondo l'Avvocatura dello Stato «l'opzione del legislatore è mirata all'individuazione di criteri di calcolo il più possibile oggettivi, e si prospetta come una sostanziale applicazione del principio del “favor rei”, consentendo l'esclusione del singolo episodio, ormai prescritto, dall'aumento di pena previsto ex art. 81 cpv. c.p. in caso di condanna, e facendo comunque salva la facoltà dell'imputato di rinunciare alla stessa prescrizione, accettando il giudizio di merito»; che, in tale contesto, l'asserita irragionevolezza della norma, peraltro solo apoditticamente sostenuta, sembrerebbe superata con il significativo bilanciamento degli interessi appena rappresentati; che, pertanto, sempre a giudizio dell'Avvocatura, appare di tutta evidenza l'inammissibilità, prima che l'infondatezza, della sollevata questione di costituzionalità, in una materia nella quale, fra l'altro, resta pur sempre salva la facoltà dell'imputato di rinunciare alla prescrizione e accettare il giudizio di merito. Considerato che le ordinanze di rimessione sollevano questioni identiche o analoghe, onde i relativi giudizi vanno riuniti per essere decisi con unica pronuncia; che il Tribunale di Salerno, con due distinte ordinanze, la prima della sezione distaccata di Cava de' Tirreni, del 23 gennaio 2007 (r.o. n. 434 del 2007) , la seconda della sezione distaccata di Amalfi del 13 febbraio 2006 (r.o. n. 76 del 2008), ha sollevato, in riferimento agli artt. 3, 13, 25, comma secondo, 27 e 79 della Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell'art. 6, commi 1 e 4, della legge 5 dicembre 2005, n. 251 (Modifiche al codice penale e alla legge 26 luglio 1975, n. 354, in materia di attenuanti generiche, di recidiva, di giudizio di comparazione delle circostanze di reato per i recidivi, di usura e di prescrizione), nella parte in cui prevede un sistema di computo dei termini prescrizionali collegato non già alla gravità oggettiva del fatto, bensì allo status soggettivo dell'imputato, prevedendo un più lungo termine di prescrizione in caso di atti interruttivi riguardanti delinquenti recidivi, abituali o professionali; e che, con la sola ordinanza della sezione distaccata di Amalfi, ha sollevato, in riferimento all'art. 3 Cost., questione di legittimità costituzionale dell'art. 10, comma 3, della legge n. 251 del 2005 nella parte in cui prevede l'applicazione della nuova più favorevole normativa nei processi pendenti alla data di entrata in vigore di detta legge, «ad esclusione dei processi già pendenti in primo grado ove vi sia stata la dichiarazione di apertura del dibattimento»; che il rimettente ritiene che la norma censurata, nell'adottare, in caso di atti interruttivi, come criterio per determinare il tempo di prescrizione dei reati, la personalità criminale del reo desunta dalla recidiva o dallo stato di delinquente abituale o professionale e non la gravità oggettiva del reato, contrasti con gli artt. 13, 25 e 27 Cost., i quali impongono un ordinamento improntato a un «diritto penale del fatto»; che, inoltre, la norma contrasterebbe sia con il principio di eguaglianza, che sancisce l'illegittimità di trattamenti normativi differenti in ragione delle condizioni personali del cittadino, sia con il principio di ragionevolezza, non essendo sorretta da alcuna ragione giustificatrice; che, infine, la norma censurata violerebbe il «principio costituzionale di difesa sociale», immanente all'intero sistema costituzionale, e l'applicazione ai fatti pregressi produrrebbe l'effetto tipico di una amnistia in violazione dell'art. 79 Cost.; che, nella sola ordinanza del 13 febbraio 2006 (r.o. n. 76 del 2008), il rimettente censura anche la disciplina transitoria della legge n. 251 del 2005, dettata dall'art. 10, comma 3, ritenendola irragionevole e in contrasto con l'art. 3 Cost.; che, in particolare, la dichiarazione di apertura del dibattimento sarebbe un momento processuale privo di qualsivoglia connotato in grado di giustificare una dismissione della pretesa punitiva dello Stato, non essendo assimilabile né all'esercizio dell'azione penale, né, tantomeno, alla pronuncia di una sentenza di condanna in primo grado, atto autoritativo che esprime l'accertamento della responsabilità ipotizzata; che il Giudice dell'udienza preliminare del Tribunale di Prato, con ordinanza del 6 febbraio 2007 (r.o. n. 707 del 2007) , ha sollevato, in riferimento all'art. 3 Cost., questione di legittimità costituzionale dell'art. 161, secondo comma, cod. pen. , come modificato dall'art. 6, commi 1 e 4 (recte: comma 5), della legge n. 251 del 2005, nella parte in cui prevede un sistema di computo dei termini prescrizionali collegato non già alla gravità oggettiva del fatto, bensì allo status soggettivo dell'imputato, prevedendo un più lungo termine di prescrizione in caso di atti interruttivi riguardanti delinquenti recidivi, abituali o professionali;