[pronunce]

SENTENZA ha pronunciato la seguentenel giudizio di legittimità costituzionale degli articoli 70, 71 e 72 del codice di procedura penale, promosso con ordinanza dell'11 dicembre 2002 dal Tribunale di Genova, iscritta al n. 66 del registro ordinanze 2003 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 10, prima serie speciale, dell'anno 2003. Visto l'atto di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri; udito nella camera di consiglio del 29 ottobre 2003 il Giudice relatore Valerio Onida.. Ritenuto in fatto Considerato in diritto 1. - Il Tribunale di Genova, nel corso di un giudizio penale per i reati di violenza privata, esercizio arbitrario delle proprie ragioni con violenza alle persone e lesioni personali, ha sollevato, in riferimento agli articoli 3 e 24, secondo comma, della Costituzione, questione di legittimità costituzionale degli articoli 70, 71 e 72 del codice di procedura penale, nella parte in cui limitano gli accertamenti sulla persona dell'imputato e i successivi provvedimenti in ordine alla sospensione del procedimento alle sole ipotesi in cui, per infermità mentale, l'imputato non sia in grado di partecipare coscientemente al processo, e non prevedono invece l'applicazione della disciplina della sospensione del processo a tutti quei casi in cui, per infermità fisica di qualsiasi natura, oltre che psichica, l'imputato non sia in grado di esprimersi in modo compiuto né verbalmente, né attraverso la scrittura, né utilizzando un linguaggio convenzionale che sia traducibile avvalendosi di un interprete, e quindi sia impossibilitato a partecipare attivamente al processo, esercitando validamente la propria autodifesa. Il giudice a quo riferisce in fatto che dalla disposta perizia risulta che l'imputato presenta esiti di un ictus cerebrale e, in particolare, è affetto da afasia, per cui gli è impossibile l'espressione verbale, e da emiparesi destra con plegia dell'arto superiore, cosicché non può scrivere e, con la mano sinistra, riesce solo "a firmare ed a scrivere piccoli e semplici vocaboli"; e che egli, pur sforzandosi di parlare, produce suoni vocali stereotipati incomprensibili. L'imputato, benché in grado di partecipare coscientemente al processo, sarebbe impossibilitato ad esprimersi correttamente sul piano verbale. Il remittente muove dalla premessa secondo cui, nella disciplina vigente, non vi sarebbe alcuna norma che consenta, in un caso concreto avente tali caratteristiche, di sospendere o anche solo di rinviare il dibattimento. In particolare, il giudice a quo ritiene non applicabile l'art 420-ter, richiamato dall'art. 484 cod. proc. pen. , in quanto non si verserebbe in un'ipotesi di assoluta impossibilità di comparire per caso fortuito, forza maggiore o altro impedimento. L'imputato, in effetti, potrebbe venire in udienza, né la partecipazione al processo risulterebbe in qualche modo dannosa per la sua salute. Neppure risulterebbe applicabile, ad avviso del remittente, la disciplina dettata dagli articoli 70 e ss. cod. proc. pen. , relativa alle ipotesi di imputato che, per infermità mentale, non è in grado di partecipare coscientemente al processo. Infatti dalla perizia risulta che l'imputato, avendo un grado sufficiente di coscienza e di capacità di intervento critico, può partecipare coscientemente al processo, per cui del tutto arbitrario e non consentito sarebbe il richiamo alla citata disciplina. Non potrebbe, infine, neppure applicarsi la disciplina dettata dall'art. 119 cod. proc. pen. , relativamente alla partecipazione del sordo, del muto e del sordomuto ad atti del procedimento, in quanto l'imputato, colpito da ictus in età avanzata e quindi solo da poco tempo non in grado di esprimersi, non utilizza un "linguaggio" convenzionale che possa essere sottoposto alla "traduzione" di un interprete, ma solo emette suoni inarticolati e compie gesti privi di un significato codificato, che solo la sensibilità e l'abitualità di rapporto delle persone che gli vivono vicine rende in qualche misura comprensibili. In conclusione l'imputato, non potendo parlare, non potendo scrivere correntemente e non potendo essere inteso nelle sue espressioni gestuali e vocali da un interprete, avendo solo la capacità di farsi intendere quando esprime assenso o dissenso e poco più, non avrebbe alcun modo di comunicare compiutamente né con il suo difensore né, tanto meno, nell'ambito del processo. Ad avviso del Tribunale, qualora si ritenesse di poter comunque celebrare il dibattimento, non sussistendo alcuna norma che ne consenta la sospensione, verrebbero gravemente compromesse le possibilità di difesa dell'imputato, sia sotto il profilo dell'impossibilità di narrare compiutamente al difensore la propria versione dei fatti, al fine di concordare la più adeguata linea difensiva, sia sotto il profilo di esercitare adeguatamente l'autodifesa. Di qui, stante l'impossibilità di trovare una adeguata risposta nel diritto vigente, se non forzando la lettera della legge oltre ogni limite consentito, il dubbio di legittimità costituzionale degli articoli 70, 71, 72 cod. proc. pen. , nei termini sopra indicati. Quanto alla rilevanza della questione, il giudice ne motiva la sussistenza affermando che l'accoglimento di essa legittimerebbe la sospensione del processo con periodico riesame della situazione fisica dell'imputato sino a quando, eventualmente, egli non riuscisse a recuperare in modo sufficiente l'uso della parola, o la capacità di scrivere, tanto da consentirgli di narrare i fatti. In punto di non manifesta infondatezza, il Tribunale osserva che costringere l'imputato a subire un processo in cui egli, di fatto, non è in grado di partecipare attivamente e in modo costruttivo, significherebbe pregiudicare l'esercizio dell'inviolabile diritto di difesa, sotto il profilo del diritto di autodifendersi, che è costituzionalmente sancito dall'art. 24, secondo comma, della Costituzione e che la stessa Corte costituzionale ha ritenuto prevalente rispetto al diritto di essere giudicato. Il diritto di difesa, rileva il remittente, nel sistema adottato dall'ordinamento italiano è imperniato sul concorso dell'attività difensiva dell'imputato con quella del difensore tecnico ma, pur articolandosi attraverso i due poli dell'autodifesa e dell'assistenza tecnica, le rispettive posizioni conservano, di regola, carattere di piena autonomia e la prima (l'autodifesa) assume certamente un carattere indefettibile e prioritario e non può essere sostituita dalla seconda che, pur integrando, nei casi previsti dalla legge, necessariamente l'altra, è pur sempre condizionata ad un atto di libera scelta da parte dell'interessato e, solo in difetto, da un atto di doverosa integrazione da parte del giudice. Conseguentemente, celebrare il processo senza che le possibilità di autodifesa dell'imputato siano effettive, comporterebbe, ad avviso del giudice a quo, la violazione dell'art. 24, secondo comma, della Costituzione.