[pronunce]

che l'art. 28, consentendo l'indiscriminato mutamento di destinazione d'uso dei fabbricati realizzati nel verde agricolo e la consequenziale autorizzazione all'esercizio delle attività commerciali e produttive, e permettendo di sanare costruzioni edificate in difformità dalla normativa vigente, senza alcun onere e senza incorrere nelle sanzioni penali previste dagli artt. 7, 8 e 20 della legge 28 febbraio 1985, n. 47 (Norme in materia di controllo dell'attività urbanistico-edilizia, sanzioni, recupero e sanatoria delle opere edilizie), violerebbe l'art. 9 Cost., non consentendo una ordinata pianificazione e gestione del territorio e determinerebbe una indebita ingerenza da parte della Regione nella materia penale; che l'art. 32, disponendo che ai progetti attuativi delle previsioni dei piani regolatori dei porti, approvati dall'Assessorato regionale al territorio, non si applicano le procedure previste dalla normativa emanata successivamente alla suddetta approvazione, contrasterebbe, oltre che con l'art. 9 Cost., anche con l'art. 97 Cost., in quanto non sarebbe conforme al principio di buon andamento della amministrazione l'esclusione dalle nuove procedure di valutazione e dai vari istituti autorizzatori introdotti dalla normativa successiva; che – secondo la prospettazione del ricorrente – anche l'art. 33 violerebbe l'art. 9 Cost., consentendo la fornitura di energia elettrica e il collegamento alla rete telefonica anche per via aerea con palificazione nei territori soggetti a vincolo paesaggistico; che il Commissario dello Stato ha impugnato altresì l'art. 43 (il quale dispone la copertura delle piante organiche degli enti regionali per il diritto allo studio con il personale impiegato in attività socialmente utili in servizio al 10 dicembre 2002, indipendentemente da ogni selezione pubblica e da ogni valutazione della professionalità) e l'art. 45, comma 2 (che istituisce una nuova riserva nei concorsi per l'accesso ai pubblici impieghi in favore di soggetti che già prestano servizio presso gli stessi enti in forza di un contratto di diritto privato, attraverso una selezione solo per titoli e con criteri di valutazione stabiliti dalla Commissione regionale per l'impiego), per violazione degli artt. 3, 51 e 97 Cost., in quanto entrambi avrebbero ad oggetto «l'introduzione di forme di stabilizzazione privilegiata di situazioni di precariato esistente nelle amministrazioni pubbliche della Regione, a prescindere dalle ordinarie forme di reclutamento e selezione»; che l'art. 48, in quanto “sembra” trasferire a carico di enti non identificabili l'onere previdenziale per il servizio prestato in posizione di pre-ruolo da categorie di personale precario successivamente stabilizzato, sarebbe privo di copertura finanziaria e lesivo degli artt. 3 e 97 Cost., poiché, indirettamente, riconoscerebbe un diritto per i dipendenti rimettendone il soddisfacimento «alla determinazione di vari enti presso i quali essi prestano servizio ed alle rispettive capacità finanziarie»; che, secondo quanto esposto nel ricorso, l'art. 50, comma 2, disponendo che i residui realizzati negli esercizi 2002 e 2003 sugli stanziamenti previsti dalla legge regionale 3 ottobre 2002, n. 14 (Norme per l'erogazione del buono scuola ed interventi per l'attuazione del diritto allo studio nelle scuole dell'infanzia, elementari e secondarie), possono essere utilizzati per far fronte alla concessione dei contributi anche negli anni successivi al 2003 “limitatamente alla utilizzazione dei residui realizzati nel 2002”, violerebbe l'art. 81 Cost., dal momento che “ipotizza l'utilizzo di somme non più esistenti”, in quanto la legge regionale 8 luglio 1977, n. 47 (Norme in materia di bilancio e contabilità della Regione siciliana), prevede che i residui di parte corrente non utilizzati nell'esercizio successivo alla loro formazione costituiscono economia di spesa e contribuiscono a ridurre il disavanzo di amministrazione, nonché l'art. 97 Cost., ponendo in essere procedure non conformi al buon andamento della pubblica amministrazione; che nel ricorso, inoltre, si afferma l'incostituzionalità degli artt. 53 e 54, i quali costituirebbero «riproposizione di norme già oggetto di censura» da parte del Governo; che, in particolare, l'art. 53, consentendo la trasformazione del rapporto di lavoro di circa 800 medici in servizio presso le AUSL da convenzionato a dipendente, determinerebbe “un ribaltamento” della logica che dovrebbe presiedere alle assunzioni di personale, disponendo cioè l'aumento degli organici delle AUSL in base al numero di medici da inserirvi e ponendo il relativo onere – non quantificato – a carico delle assegnazioni annuali del Fondo sanitario nazionale; che l'art. 54, nel disporre il reclutamento nei ruoli della AUSL n. 6 del personale ausiliario in precedenza addetto all'assistenza nel presidio manicomiale ex ospedale psichiatrico privato “Villa Stagno”, violerebbe gli artt. 3, 51 e 97 Cost., i quali garantiscono che l'accesso ai pubblici impieghi avvenga attraverso la selezione del personale al fine di assicurare gli standard minimi di professionalità necessari per la tutela del diritto alla salute; che l'art. 60 sarebbe in contrasto con gli artt. 3 e 97 Cost., in quanto, costituendo un «intervento interpretativo relativamente al personale stagionale con la qualifica di 'autobottista'» a distanza di otto anni dall'entrata in vigore della legge regionale 15 maggio 1991, n. 16 (Ulteriore provvedimento per la realizzazione di un collegamento stabile tra la Sicilia ed il Continente), creerebbe un privilegio ingiustificato in favore dei lavoratori con tale qualifica; che l'art. 62, comma 4, nel consentire ai componenti del collegio dei revisori dei conti negli enti locali, comuni e province, di essere rieletti senza alcun limite, violerebbe gli artt. 3 e 97 Cost., in quanto, da un lato, la prolungata permanenza nelle strutture soggette al controllo e la prospettiva di possibili riconferme nell'incarico potrebbe compromettere l'imparzialità dei revisori, dall'altro lato si creerebbe una disparità di trattamento rispetto a chi svolge la stessa funzione presso le istituzioni locali del rimanente territorio nazionale, soggetto alle limitazioni di cui all'art. 235 del d.lgs. 18 agosto 2000, n. 267 (Testo unico delle leggi sull'ordinamento degli enti locali); che il ricorrente esprime doglianze anche in relazione all'art. 62, comma 9, il quale violerebbe gli artt. 3 e 97 Cost., in quanto, nell'estendere alle piccole e medie imprese l'esclusione dalla disciplina del commercio attualmente prevista, attuerebbe una indiscriminata liberalizzazione dell'attività commerciale e impedirebbe ogni forma di programmazione economica nell'uso del territorio, nonché la verifica del possesso dei requisiti richiesti per l'esercizio delle attività commerciali;