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Istituzione del reddito minimo garantito e delega al Governo in materia di riordino di tutte le prestazioni assistenziali e del welfare. Onorevoli Senatori. -- Il presente disegno di legge è frutto di anni di impegno a favore del reddito minimo garantito. I presentatori si sono offerti di fungere da speaker di un partito, il Nuovo partito d'azione, che è quello che da più tempo ha sposato questa cruciale tematica sociale. I presentatori non si sono limitati solo a svolgere detto ruolo, ma hanno fatto proprio questo disegno di legge che hanno giudicato come il più concreto, fattibile e avanzato tra quelli che sono stati presentati alle Camere negli ultimi tempi. Quindi, a tutti gli effetti, questo disegno di legge è presentato dal Partito socialista italiano e, per il tramite dei suoi parlamentari, dal Nuovo partito d'azione. La crisi economica ha fatto emergere in modo molto chiaro l'inadeguatezza e l'inefficacia del sistema di welfare italiano, causate soprattutto del suo principale elemento caratterizzante: la frammentarietà. La mancanza di azioni sistemiche ha comportato la frantumazione degli obiettivi di contrasto alla povertà, intesa come una loro eccessiva parcellizzazione già nel momento della loro individuazione, mostrando la volontà politica di rinforzare le classiche catene clientelari anziché rappresentare delle azioni universalistiche volte ad affrontare i problemi di tutti i cittadini. La tabella n. 1 allegata alla presente relazione su «Spesa sociale, principali indicatori sociali. Anni 2005 e 2009/2010», del Rapporto della Commissione di indagine sull’esclusione sociale (CIES) del 2013, dimostra infatti come in Italia tutti gli interventi di assistenza sociale non abbiano prodotto alcun risultato significativo. Dai dati emerge che, in Italia, il livello di incidenza della spesa sociale sul PIL, nel confronto con gli altri paesi, è al terzultimo posto per intensità. Il nostro paese risulta la Cenerentola d'Europa nel merito di tutte le voci di spesa analitiche (disoccupazione, esclusione sociale e housing sociale), e soprattutto nel paragone con i risultati di tali spese, riportati nelle ultime colonne della tabella «Rischio povertà prima dei trasferimenti» e «Rischio povertà dopo i trasferimenti». Al netto dei dati macroeconomici di ogni paese (PIL e tasso di crescita), risulta chiaro che il sistema italiano soffre di notevoli inefficienze e, come giustamente sottolineato dal documento «Come minimo» della Campagna «Sbilanciamoci», la moltiplicazione delle categorie d'accesso agli istituti d'assistenza ne compromette l'efficacia. In Italia, infatti, per accedere a strumenti quali assegno sociale, integrazione al minimo, invalidità, assegno al nucleo familiare, non basta essere poveri, ma si deve essere anche inabili, anziani, avere una famiglia numerosa e via dicendo. Un sistema siffatto viene definito in letteratura «sistema dualistico», ma nell'analisi della società italiana può essere detto «esclusivo», contraddicendo proprio il fine ultimo dello Stato sociale, ossia l'inclusività. Per questo motivo, è necessario avviare un processo politico di tipo inverso rispetto all'esistente, e per poterlo fare è fondamentale comprendere quali soggetti siano esclusi dalle tutele contro la povertà, ossia gli «ultimi tra gli ultimi». Qualche riflessione va fatta anche sulla sottocategoria dei cosiddetti «inattivi» (tabella n. 2. Fonte: Rapporto sulla coesione sociale del Ministero del lavoro e delle politiche sociali, 2013). Dal dato generale devono essere sottratti i soggetti in età non lavorativa, che secondo alcune stime ammontano a circa 20 milioni, e quelli in età lavorativa ma inabili al lavoro (di cui non si può avere una stima precisa, visto che nell'inabilità le statistiche includono spesso anche chi è inattivo per una scelta o per scoraggiamento). In tal modo è possibile individuare quella che gli statistici definiscono la «zona grigia dell'inattività», ossia la zona in cui confluiscono le persone inattive ma impiegabili. Secondo il Rapporto ISTAT del 2014 tali soggetti ammonterebbero a 3.6 milioni. Il tasso d'inattività più elevato si riscontra nelle donne tra i 30 e i 40 anni (quasi il 40 per cento del totale), un tasso in leggera decrescita dal 2011, ma ciò ha sortito effetti tristemente positivi solo sui tassi di disoccupazione. Infine è opportuno sottolineare come tutti i rapporti statistici registrino un costante aumento del dato sull'inattività degli uomini adulti. Incrociando i dati sulla povertà nel nostro Paese con i dati estratti dal «Rapporto sulla coesione sociale del Ministero del lavoro e delle politiche sociali» (dati 2013), la situazione si presenta nel seguente, preoccupante modo: nella povertà relativa ricadono 3.232.000 famiglie, cioè circa 9 milioni di persone che non possono permettersi una spesa mensile superiore a 990 euro. La povertà assoluta invece riguarda la condizione di 1.725.000 famiglie, cioè quasi 5 milioni di persone. Questo dato considera anche altri indicatori di disagio sociale, ad esempio lo stato di deprivazione materiale che coinvolge circa 17 milioni di persone che non possono permettersi tre dei nove beni elencati di seguito: telefono, tv, lavatrice, auto, pasto di carne o di pesce ogni due giorni, una settimana di vacanza, pagamento regolare delle rate di mutui o affitti, riscaldamento. Una famiglia su tre non può affrontare spese improvvise di 1.000 euro e una famiglia su dieci ha difficoltà nel pagare il riscaldamento e nel coprire le spese mediche (vedi tabelle n. 3 e n. 4. Fonte: Rapporto sulla coesione sociale del Ministero del lavoro e delle politiche sociali, 2013). L'incrocio dei dati ci segnala che le fasce di popolazione escluse da ogni tutela sociale sono tante, quindi è opportuno capire da dove partire per innescare un processo virtuoso di welfare universalistico, che possa avviarsi coerentemente con la sostenibilità finanziaria e incida positivamente in modo prospettico su molti aspetti organizzativi della Pubblica amministrazione. Se l'obiettivo di uno strumento di welfare deve essere quello di aiutare tutti i cittadini in difficoltà, il modo migliore per farlo è individuare quali sono i soggetti che patiscono i problemi più gravi e drammatici e quanto questi problemi influenzino negativamente le persone a loro più vicine. Secondo noi, rimanere disoccupati a lungo in età adulta rappresenta una tragedia probabilmente senza soluzioni, tanto per il disoccupato quanto per la sua famiglia. La condizione più allarmante di tutte è quella degli over cinquantacinquenni ai quali, proprio recentemente, il nuovo presidente dell'INPS, Tito Boeri, ha molto opportunamente dedicato delle riflessioni dirette a sollecitare una corsia di priorità in relazione alla istituzione del reddito minimo garantito. Disoccupazione e povertà in età adulta sono infatti drammi strettamente connessi e l'indice di persistenza di povertà assoluta dei disoccupati ci indica che le strade che si aprono per queste persone appaiono tutte senza vie d'uscita. Le tutele pubbliche risultano assolutamente inadeguate, nonostante i recenti miglioramenti apportati ai criteri d'accesso al sussidio di disoccupazione (almeno tredici settimane di contribuzione nei quattro anni precedenti alla richiesta e trenta giornate lavorate effettive negli ultimi dodici mesi).