[pronunce]

«non precisa il momento in cui la situazione che determina la competenza si cristallizza, e la questione è di primaria importanza essendo possibile e frequente il susseguirsi in fase esecutiva di nuove sentenze da eseguire che si aggiungono alle precedenti (in presenza o meno di provvedimenti di cumulo)» (Cass. sentenza n. 49256 del 2004). La stessa Corte, però, per quanto concerne il giudice dell'esecuzione, ha indicato la soluzione interpretativa da seguire, precisando nella medesima sentenza che «il sistema non sembra, peraltro, lasciare dubbi: la competenza si determina nel momento della presentazione della domanda e, in omaggio al principio della perpetuatio jurisdictionis, si radica definitivamente e non muta anche in caso di sopravvenienza di ulteriori titoli esecutivi». La Corte di cassazione si è pronunciata in senso analogo anche per quanto concerne il giudizio di sorveglianza (Cass. , sentenza n. 4957 del 2004).1. — Il Tribunale di sorveglianza di Bari, con le quattro ordinanze di analogo tenore indicate in epigrafe, dubita, in riferimento agli articoli 25, primo comma, 111, secondo comma e 97, primo comma, della Costituzione, della legittimità costituzionale dell'art. 656, comma 5, del codice di procedura penale, nella parte in cui non prevede che, nelle more della decisione sull'istanza di concessione di misura alternativa alla detenzione, qualora sopravvengano altre sentenze definitive di condanna pronunciate da giudici di diverso distretto di corte d'appello nei confronti della stessa persona e il pubblico ministero competente determini la pena ai sensi dell'art. 663 cod. proc. pen. , la competenza a decidere rimanga ferma in favore del tribunale di sorveglianza del luogo in cui ha sede l'ufficio del pubblico ministero che – al momento della presentazione di detta istanza da parte del condannato “libero sospeso” ai sensi dell'art. 656, comma 5, cod. proc. pen. – era competente per l'esecuzione. Ad avviso del giudice a quo, l'art. 656, comma 6, cod. proc. pen. si applica soltanto nell'ipotesi in cui la pena da espiare sia stata inflitta con una o più sentenze definitive, in riferimento alle quali il pubblico ministero competente prima emetta apposito ordine di sospensione dell'esecuzione a norma dell'art. 656, comma 5, cod. proc. pen. , e poi il condannato “libero sospeso” presenti, entro trenta giorni, apposita istanza di accesso a misura alternativa alla detenzione. Invece, la norma denunziata nulla prevede per il caso in cui, dopo la presentazione da parte del condannato dell'istanza di accesso a misura alternativa alla detenzione, in relazione alla pena inflitta con una o più sentenze definitive, sopraggiungano altre sentenze definitive di condanna emesse da giudici di diverso distretto di corte d'appello, e queste siano assorbite – come nelle fattispecie sub iudice – in un apposito provvedimento di cumulo adottato dal pubblico ministero competente per territorio ai sensi dell'art. 663 cod. proc. pen. In questa particolare ipotesi trova applicazione – secondo il rimettente – il principio, desumibile dal combinato disposto degli artt. 655, comma 1, e 665, comma 4, cod. proc. pen. , secondo cui la competenza – qualora sopravvengano altre sentenze di condanna pronunciate da giudici di diverso distretto di corte d'appello – è del tribunale di sorveglianza del luogo in cui è stata pronunciata la sentenza divenuta irrevocabile per ultima e, cioè, del luogo in cui ha sede l'ufficio del pubblico ministero che, avendo emesso apposito provvedimento ai sensi dell'art. 663 cod. proc. pen. , ne cura l'esecuzione. Illustrate le ragioni di questo approdo ermeneutico, il rimettente afferma che le questioni in esame non potrebbero essere risolte applicando il principio della perpetuatio jurisdictionis, né sotto il profilo dell'analogia legis, né sotto quello dell'analogia juris, perché tale operazione interpretativa è possibile qualora la fattispecie sub iudice non sia disciplinata dalla legge, mentre nei casi in esame la competenza per territorio, oggetto delle procedure di sorveglianza, è disciplinata dal combinato disposto degli artt. 655, comma 1, e 665, comma 4, cod. proc. pen. , norme nelle quali è contemplato il criterio legale da utilizzare per individuare il tribunale di sorveglianza territorialmente competente. Tuttavia, secondo il giudice a quo, il criterio relativo alla competenza territoriale, desumibile dagli artt. 655, comma 1, e 665, comma 4, cod. proc. pen. sarebbe molto “mobile”, in quanto consente al tribunale di sorveglianza, inizialmente competente ex art. 656, comma 6, cod. proc. pen. di dichiararsi incompetente e di trasmettere gli atti della procedura al diverso tribunale di sorveglianza, nel frattempo divenuto competente per il sopravvenire di altra sentenza irrevocabile pronunciata da giudice di diverso distretto di corte d'appello. Ma tali ripetuti spostamenti della competenza per territorio, destinata a “cristallizzarsi” solo quando il tribunale di sorveglianza decida prima della sopravvenienza di altre condanne definitive pronunciate da giudici di altri distretti di corte d'appello, si pongono in contrasto con gli invocati parametri costituzionali e, segnatamente: con l'art. 25, primo comma, Cost., perché rendono impossibile individuare a priori il tribunale di sorveglianza competente per territorio a decidere sull'istanza diretta ad ottenere l'applicazione di misure alternative alla detenzione, presentata da chi è stato condannato con più sentenze emesse da giudici di diversi distretti di corte d'appello; con l'art. 111, secondo comma, Cost., perché dilatano in modo irragionevole i tempi di definizione dei procedimenti, non assicurandone quindi la ragionevole durata; con l'art. 97, primo comma, Cost., perché rischiano di far girare “a vuoto”, per un tempo più o meno lungo, la stessa attività giurisdizionale, concretizzando così la violazione del principio costituzionale di “buon andamento”, che informa l'attività di ogni amministrazione pubblica. 2. — Le ordinanze di rimessione sollevano questioni di costituzionalità inerenti alla medesima norma, svolgendo, altresì, censure nella sostanza identiche, onde i relativi giudizi vanno riuniti per essere definiti con unica decisione. 3. — Le questioni sono inammissibili. 3. 1. — Il rimettente muove dal presupposto che l'art. 656, commi 5 e 6, cod. proc. pen. , nulla prevede per il caso in cui, dopo la presentazione, da parte del condannato, dell'istanza di accesso a misura alternativa alla detenzione in riferimento alla pena inflitta con una o più sentenze definitive, sopraggiungano altre sentenze definitive di condanna emesse da giudici di diversi distretti di corte d'appello e tali sentenze siano assorbite in apposito provvedimento di cumulo adottato dal pubblico ministero territorialmente competente ai sensi dell'art. 663 cod. proc. pen. Il giudice a quo ritiene che, in questa particolare ipotesi, debba trovare applicazione il principio desumibile dal combinato disposto degli artt. 655, comma 1, e 665, comma 4, cod. proc. pen.