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In sintesi, il tanto decantato bonus casalingo non va ad affamare le casalinghe stesse, ma andrà a chi si occuperà della loro formazione e soprattutto all'INAIL che, con questo stratagemma, può potenzialmente mettere in cassa 180 milioni di euro. Meglio sarebbe stato prevedere un vero riconoscimento monetario per le casalinghe, considerando che molte di loro sono anche caregiver familiari. (Applausi) . Atti e documenti, annunzio PRESIDENTE . Le mozioni, le interpellanze e le interrogazioni pervenute alla Presidenza, nonché gli atti e i documenti trasmessi alle Commissioni permanenti ai sensi dell'articolo 34, comma 1, secondo periodo, del Regolamento sono pubblicati nell'allegato B al Resoconto della seduta odierna. Ordine del giorno per la seduta di mercoledì 9 settembre 2020 PRESIDENTE . Il Senato tornerà a riunirsi in seduta pubblica domani, mercoledì 9 settembre, alle ore 10, con il seguente ordine del giorno: ( Vedi ordine del giorno ) La seduta è tolta (ore 19,07) . Testo integrale della relazione orale della senatrice Valente sul Doc . XXII- bis , n. 3 Signora Presidente, colleghe senatrici, colleghi senatori, la relazione che discuteremo questo pomeriggio, approvata all'unanimità il 14 luglio scorso dalla Commissione d'inchiesta sul femminicidio, presenta i risultati di un'analisi durata circa un anno, che ha messo al centro le modalità di finanziamento e la governance dei servizi e dei centri che operano nel campo della prevenzione e del contrasto alla violenza maschile contro le donne. Se oggi in Italia esiste una rete territoriale integrata che prende in carico le donne che subiscono violenza, ciò è possibile in buona parte grazie ai Centri antiviolenza e alle Case rifugio. Stiamo parlando in molti casi di un'eccellenza, magari poco nota, del nostro sistema di assistenza, pubblico e privato, senza la quale - lo dico chiaramente - nessuna strategia di contrasto alla violenza di genere sarebbe possibile. Ecco perché la Commissione ha ritenuto doveroso verificare le condizioni di lavoro in cui ogni giorno tutte queste realtà e le loro operatrici operano. Si trattava di accendere una luce su criticità note, evidenziate in questi anni dai rapporti del GREVIO, il Gruppo di esperti del Consiglio d'Europa, e da parte delle stesse organizzazioni. Criticità che riguardano principalmente due punti: il volume di risorse pubbliche per il contrasto alla violenza di genere destinate a centri e case rifugio; e la qualità delle politiche in grado di fornire una risposta coordinata e interistituzionale alla violenza. Sul primo punto, la Corte dei Conti nel 2016 ha stimato che l'importo medio annuale dei finanziamenti pubblici per centri e case rifugio è di circa 6.000 euro. Una cifra che basta a malapena a coprire i costi base delle loro attività. Lo dico in apertura: serve fare di più innanzitutto sul tema delle risorse. In piena emergenza, grazie all'impegno di questo Governo e del Parlamento, abbiamo sperimentato che è possibile. Nei prossimi mesi serve che quello sforzo da straordinario diventi un incremento regolare delle risorse per l'intero sistema di prevenzione, contrasto e fuoriuscita dalla violenza. Su questo tema, come sulla capacità di programmazione, scontiamo difficoltà e ritardi che restano ancora, nonostante gli indiscutibili passi in avanti fatti dal 2015 in poi, un ostacolo al pieno raggiungimento degli obiettivi dei diversi piani antiviolenza messi in campo in questi anni. La relazione finale è il risultato di un lungo ciclo di audizioni e di sopralluoghi che ha coinvolto tanti dei 366 centri antiviolenza attivi e un numero significativo delle 264 case rifugio operative. Io qui cercherò di soffermarmi soprattutto sugli aspetti più controversi che sono emersi e brevemente sulle relative raccomandazioni di riforma. Voglio sottolineare però che gli elementi più rilevanti di questa relazione provengono dal contributo fornito dai molti soggetti auditi nel corso di un anno circa di lavoro. Loro sono stati l'elemento principale di conoscenza per la Commissione, grazie al lavoro quotidiano che, talvolta da decenni, svolgono sui territori, a contatto con i bisogni delle donne, portando avanti un approccio culturale simmetrico, non giudicante nei confronti della vittima e quanto più possibile organico rispetto al fenomeno della violenza. Fenomeno che, come sappiamo, nasce dalle asimmetrie di potere, dalle disuguaglianze e dalle discriminazioni tra donne e uomini ancora esistenti nella nostra società. A conclusione di questa prima fase, quindi, un ringraziamento va innanzitutto a loro, per la dedizione e la passione che ogni giorno mettono, nonostante condizioni non facili, ma anche per l'impegno con cui hanno accolto l'invito della Commissione. Rivolgo poi un grazie personale alle colleghe e ai colleghi commissari per aver condiviso un lungo lavoro di ascolto e di sintesi che è stato fondamentale per fornire un quadro soddisfacente del sistema antiviolenza italiano. Vengo al merito, partendo da un dato importante: il numero di donne che si rivolge alla rete di assistenza è in crescita, segno che le donne in situazioni di violenza hanno più fiducia verso i servizi specializzati. Merito anche di una nuova consapevolezza che continua a crescere. C'è però un aspetto ulteriore dietro questo aumento crescente. Se guardiamo al livello di specializzazione di centri e case rifugio, solo il 55 per cento di quelli gestiti da organizzazioni private risulta specializzata esclusivamente in violenza contro le donne. Questo vuol dire che per una parte consistente delle associazioni la violenza di genere è soltanto un pezzo tra gli altri, non l'unico, magari non il principale, della loro attività. Inoltre, tra i centri attivi, ben il 32,5 per cento risulta operativo solo dal 2014. Ecco perché, anche sulla base di questi dati, oggi diventa più chiaro che sarebbe stata necessaria l'introduzione di criteri minimi più stringenti per il finanziamento di tali servizi, che solo in parte sono fissati dal Piano d'azione straordinario contro la violenza sessuale e di genere. È un punto fondamentale. Chiunque conosca il mondo del lavoro sociale sa che formazione e specializzazione significano competenza e qualità del servizio. E la competenza non è frutto di improvvisazione, ma il risultato di studio, di esperienza prolungata sul campo e di una lettura corretta del fenomeno della violenza. Ecco perché non basta avere più centri, ma dobbiamo sostenerli in maniera adeguata e mirata. Solo così costruiremo una rete di aiuto capillare, personalizzata sui bisogni delle donne, basata sulla prevenzione della violenza, oltre che sulla protezione delle vittime e la repressione del colpevole. Penso, ad esempio, alla figura dell'operatrice di accoglienza, che va messa al centro, nella sua specificità e formazione, molto più di quanto fatto finora anche nell'intesa Stato-Regioni del 2014. Va inoltre valorizzato un approccio di genere, non neutro, integrato, che affronti trasversalmente le disuguaglianze di genere economiche, sociali e politiche, che sono il contesto culturale in cui si genera la violenza contro le donne. Per fare questo, però, c'è bisogno che venga superata l'altra maggiore criticità, dopo la scarsità di risorse, che la relazione mette in evidenza. Sto parlando della lentezza e della farraginosità dei meccanismi legati al finanziamento di centri e case rifugio.