[pronunce]

entro il 31 dicembre 1992), aumenti delle tasse sulle concessioni regionali superiori al venti per cento e fino al limite massimo dell'incremento percentuale corrispondente a quello degli aumenti stabiliti, nella misura del cento per cento, per le tasse sulle concessioni governative dall'art. 10 del decreto-legge 11 luglio 1992, n. 333 (Misure urgenti per il risanamento della finanza pubblica), convertito, con modificazioni, dalla legge 8 agosto 1992, n. 359 – avrebbe “esaurito” (proprio a causa di tale omissione) il potere di aumentare le tasse sulle concessioni regionali in misura superiore al venti per cento e, quindi, anche il potere di aumentare di oltre il venti per cento la tassa di rinnovo della concessione regionale di costituzione di azienda faunistico-venatoria. Per il giudice a quo, conseguentemente, le censurate norme regionali, poiché hanno disposto solo nel 1995, per l'anno successivo, l'aumento del cento per cento degli importi di detta tassa di rinnovo, violano la menzionata norma statale interposta e si pongono, perciò, in contrasto con i previgenti articoli 117 e 119 Cost., articolo, quest'ultimo, che, in materia tributaria, attribuisce alle Regioni una potestà legislativa di mera attuazione delle leggi della Repubblica. Inoltre, il rimettente ritiene che le norme denunciate contrastino anche con il testo vigente degli artt. 117 e 119 Cost. sia perché, ai sensi dell'art. 117, secondo comma, lettera e), Cost., lo Stato ha competenza legislativa esclusiva in materia di tributi erariali, ivi compresi quelli il cui gettito è attribuito, in tutto o in parte, alle Regioni o agli enti locali, sia perché le tasse sulle concessioni regionali sono interamente disciplinate dall'art. 3 della legge n. 281 del 1970 e dai decreti legislativi 22 giugno 1991, n. 230 (Approvazione della tariffa delle tasse sulle concessioni regionali ai sensi dell'articolo 3 della legge 16 maggio 1970, n. 281, come sostituito dall'articolo 4 della legge 14 giugno 1990, n. 158) e 23 gennaio 1992, n. 31 (Rettifiche alla tariffa delle tasse sulle concessioni regionali, approvata con decreto legislativo 22 giugno 1991, n. 230) e, quindi, non possono qualificarsi “tributi propri” delle Regioni ai sensi dell'art. 119 Cost., essendo rimesso alle stesse Regioni il solo potere di aumentare l'importo di dette tasse, nei limiti stabiliti dalle menzionate leggi statali. Quanto alla rilevanza, il giudice a quo osserva che la invocata dichiarazione di illegittimità costituzionale comporterebbe l'accoglimento delle domande degli attori, tempestivamente proposte entro il termine triennale di decadenza, ed aventi ad oggetto le somme pagate oltre il limite di aumento consentito dalla norma interposta. 2. – Si sono costituite in giudizio solo tre delle numerose parti private del giudizio principale (Leonardo Chiri, Giorgio Corradini ed Enrico Cartoni), le quali concordano sostanzialmente con le argomentazioni svolte nell'ordinanza di rimessione e concludono per l'accoglimento della questione sollevata. 3. – Il Presidente della Giunta regionale del Lazio si è tardivamente costituito in giudizio, con atto depositato il 4 luglio 2005. 4. – In prossimità dell'udienza, la difesa della Regione ha depositato memoria illustrativa. 5. – L'8 febbraio 2006, altre parti private del giudizio principale hanno depositato «atti di adesione» alla comparsa delle tre precedentemente costituite, nonché separato atto di «deduzioni», con i quali sostengono la tempestività della loro costituzione e concludono nel merito della questione.1. – Il Tribunale di Roma dubita della legittimità costituzionale dell'art. 1 della legge della Regione Lazio 20 marzo 1995, n. 9 (Legge regionale 2 maggio 1980, n. 30, e successive modificazioni ed integrazioni. Variazione tariffa), limitatamente ai commi 1 – quale sostituito dall'art. 1 della legge della Regione Lazio 20 marzo 1995, n. 10 (Modificazioni ed integrazione alla legge regionale approvata nella seduta del 1° febbraio 1995 concernente: «Legge regionale 2 maggio 1980, n. 30, e successive modificazioni ed integrazioni. Variazione tariffa») – e 2, nella parte in cui tali commi dispongono l'aumento del cento per cento della tassa di rinnovo della concessione regionale di costituzione di azienda faunistico-venatoria e della correlativa soprattassa, a far data dal 1° gennaio 1996. Il giudice a quo deduce la violazione degli artt. 117 e 119 della Costituzione, nel testo sia anteriore che successivo alla riforma del Titolo V della Parte II apportata dalla legge costituzionale 18 ottobre 2001, n. 3 (Modifiche al Titolo V della parte seconda della Costituzione), in quanto le norme censurate eccederebbero i limiti previsti dalla norma statale interposta di cui all'art. 3, comma 5, della legge 16 maggio 1970, n. 281 (Provvedimenti finanziari per l'attuazione delle Regioni a statuto ordinario) – come sostituito dall'art. 4, comma 1, della legge 14 giugno 1990, n. 158 (Norme di delega in materia di autonomia impositiva delle regioni e altre disposizioni concernenti i rapporti finanziari tra lo Stato e le regioni), modificato, a sua volta, dall'art. 4, comma 2, del decreto-legge 31 ottobre 1990, n. 310 (Disposizioni urgenti in materia di finanza locale), convertito, con modificazioni, dalla legge 22 dicembre 1990, n. 403 – il quale stabilisce che «con legge regionale possono essere disposti, ogni anno, aumenti della tariffa anche con riferimento solo ad alcune voci, con effetto dal 1° gennaio dell'anno successivo, in misura non superiore al 20 per cento degli importi determinati per il periodo precedente, ovvero in misura non eccedente la maggiore percentuale di incremento disposta dallo Stato per le tasse sulle concessioni governative». Secondo il giudice a quo, le Regioni hanno la facoltà di aumentare le tasse sulle concessioni regionali in misura superiore al venti per cento e fino al maggiore incremento percentuale stabilito dallo Stato per le tasse sulle concessioni governative, alla condizione che l'aumento sia disposto per l'anno successivo a quello in cui è intervenuto l'incremento statale. Non avendo il legislatore regionale soddisfatto tale condizione, le disposizioni censurate avrebbero ecceduto i limiti fissati dalla norma interposta, ponendosi così in contrasto con gli evocati parametri costituzionali. 2. – Preliminarmente, deve dichiararsi inammissibile la costituzione in giudizio sia del Presidente della Giunta regionale del Lazio, sia di quelle parti private del giudizio principale che hanno depositato «atti di adesione» alle deduzioni delle tre tempestivamente costituite.