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mentre il COVID-19 iniziava ad infettare l'Italia, il Ministero si è preoccupato di inviare in Cina 2 tonnellate di dispositivi di protezione individuale, comprese le mascherine, difficili già allora da reperire sul mercato, come "regalo del governo italiano"; oggi l'Italia è senza un numero adeguato di dispositivi di protezione individuale, in ritardo sulle forniture, con gli ospedali pieni, gli anziani (e non solo loro) che muoiono, medici e infermieri che vengono contagiati, mentre i Paesi stranieri bloccano all'Italia le forniture di mascherine, ed i ventilatori, vitali per la respirazione dei malati, stando a quanto testualmente dichiarato il 26 marzo 2020 dal commissario Domenico Arcuri ai presidenti di Regione: "per gran parte arriveranno soltanto a luglio"; egli stesso ha ammesso che "degli ottomila ventilatori che Consip ha comprato, ne arriveranno forse la metà che verranno consegnati soltanto a fine emergenza"; da tali comportamenti emergono, dunque, gravi criticità nella gestione dell'emergenza da parte del Ministro in indirizzo, con la destinazione ad altri Stati di risorse che sarebbero dovute servire al contrasto del Coronavirus in Italia; tali atti sembrerebbero posti in essere per dubbie finalità ed appaiono in ogni caso non giustificabili in questo momento, avendo privato di somme preziose la prioritaria lotta all'emergenza, mentre agli italiani, stremati dal COVID-19 e costretti a stare in casa, si chiede di aiutare con le loro donazioni la Protezione Civile e la sanità, si chiede di sapere se il Ministro in indirizzo sia in grado di riferire sui gravi fatti rappresentati in premessa, al fine di chiarire in particolare i motivi e l'urgenza dei citati stanziamenti in favore di Stati esteri e di una ONG, nonché la motivazione per la quale sia stata rimossa una importante comunicazione dai canali social riguardante il Ministero medesimo. Atto n. 4-03101 DE BONIS Al Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali Premesso che: l'effetto Coronavirus ha innescato una corsa ai beni essenziali, con un'impennata dei prezzi del grano e dei cereali in generale. E tuttavia non mancano altre materie prime alimentari, come caffè, cacao, zucchero, che provengono per lo più da Paesi in via di sviluppo, che stanno invece pagando il dazio, con duri effetti sulle bilance commerciali delle nazioni esportatrici; i principali cereali quotati al Cbot, la borsa merci di Chicago, hanno chiuso le contrattazioni la scorsa settimana in rialzo, con ulteriori guadagni che li hanno spinti sui massimi da oltre 2 mesi. Le quotazioni del caffè hanno perso, invece, oltre il 6 per cento nell'ultima seduta e quelle dello zucchero quasi il 2 per cento; a non mostrare segni di frenata è la corsa del grano: nell'ultima settimana i contratti esteri con consegna a maggio hanno registrato un ulteriore aumento del 5,92 per cento. In crescita anche il valore del mais (più 0,66 per cento), della soia (oltre il 2 per cento), dell'avena (più 1,39 per cento) e della canola (più 0,22 per cento). Volano anche le quotazioni dell'olio di soia, che hanno guadagnato il 4,65 per cento, e del riso (più 5,07 per cento). In calo la farina di soia americana (meno 0,57 per cento); secondo Coldiretti, a causare l'impennata del prezzo internazionale del grano ha influito la decisione della Russia di limitarne le esportazioni, dopo che nel Paese le quotazioni avevano raggiunto i 13.270 rubli per tonnellata, superando addirittura il valore del petrolio degli Urali, sceso a 12.850 rubli per tonnellata; gli effetti della pandemia Coronavirus si trasferiscono, dunque, dai mercati finanziari a quelli dei metalli preziosi, come l'oro, fino alle produzioni agricole, la cui disponibilità è diventata strategica con le difficoltà nei trasporti e la chiusura delle frontiere, ma anche per la corsa dei cittadini in tutto il mondo ad accaparrare beni alimentari di base dagli scaffali di discount e supermercati. Una preoccupazione che ha spinto la Russia a trattenere per uso interno parte della produzione di grano dopo esserne diventata il maggior esportatore del mondo, sostiene la Coldiretti; la tendenza all'accaparramento è confermata anche in Italia, dove nell'ultimo mese di emergenza sanitaria sono praticamente raddoppiati gli acquisti di farina (più 99,5 per cento) e sono drasticamente saliti quelli di riso bianco (più 47,3 per cento) e di pasta di semola (più 41,9 per cento); "l'aumento delle quotazioni alla borsa di Chicago conferma che l'allarme globale, provocato dal Coronavirus, ha fatto emergere una maggior consapevolezza sul valore strategico rappresentato dal cibo e dalle necessarie garanzie di qualità e sicurezza - secondo quanto afferma il presidente della Coldiretti - e l'Italia, che è il Paese con più controlli e maggiore sostenibilità, potrà trarre certamente beneficio da questo scenario, ma solo a patto di invertire la tendenza del passato a sottovalutare il potenziale agricolo nazionale"; considerato che: le condizioni per rispondere alla domanda dei consumatori e investire sull'agricoltura nazionale ci sarebbero, perché l'agricoltura italiana è sempre in grado di offrire produzione di qualità ma, purtroppo, non vi è una politica in grado di valorizzare i primati del made in Italy , garantire la sostenibilità della produzione ed il riconoscimento di un prezzo di acquisto "equo", basato sugli effettivi costi sostenuti; nel corso degli anni, in Italia, il prezzo del grano è calato sensibilmente, anche a causa di fenomeni speculativi non ancora sanzionati e, per questo, nell'ultimo decennio è scomparso un campo di grano su cinque, con la perdita di quasi mezzo milione di ettari coltivati e con effetti dirompenti sull'economia, sull'occupazione e sull'ambiente; in data 4 febbraio 2020, in occasione dell'audizione, presso la 9a Commissione permanente (Agricoltura e produzione agroalimentare) del Senato, dei vertici dell' Antitrust, si è preso atto che, dal 2015 ad oggi, c'è stata una distorsione del mercato del grano duro italiano. Ovvero i prezzi del grano duro del nostro Paese sono sempre più bassi dei prezzi del grano duro estero; in ogni caso, il grano resta la coltivazione più diffusa in Italia, con circa 300.000 agricoltori impegnati in questa coltura. Il nostro Paese è primo in Europa e secondo nel mondo nella produzione di grano duro destinato alla pasta, con una stima di 1,2 milioni di ettari seminati nel 2020 e un raccolto di 4,1 miliardi di chili, ma forte è l'importazione dall'estero (pari a circa 30 per cento del fabbisogno), con ben 793 milioni di chili. Le previsioni di semina del grano tenero per il 2020 sono invece di circa 536.000 ettari, rispetto ai 530.000 del 2019, con una produzione di 2,73 miliardi di chili e importazioni che arrivano al 70 per cento del fabbisogno totale; tenuto conto che: