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con successivo decreto del Presidente del Consiglio dei ministri del 1° marzo 2020 recante "Ulteriori disposizioni attuative del decreto-legge 23 febbraio 2020, n. 6, recante misure urgenti in materia di contenimento e gestione dell'emergenza epidemiologica da COVID-19", sono state sostituite le disposizioni di cui al decreto del Presidente del Consiglio dei ministri 23 febbraio 2020 e decreto del Presidente del Consiglio dei ministri 25 febbraio 2020 (che cessano di avere efficacia dal 2 marzo 2020) ed è stato previsto che la modalità di lavoro agile disciplinata dagli articoli da 18 a 23 della legge 22 maggio 2017, n. 81 possa essere applicata dai datori di lavoro (imprese e professionisti), anche in assenza degli accordi individuali ivi previsti, per la durata dello stato di emergenza di cui alla deliberazione del Consiglio dei ministri 31 gennaio 2020, ossia per 6 mesi, a ogni rapporto di lavoro subordinato sull'intero territorio nazionale. Resta fermo per datore di lavoro e lavoratore l'obbligo di rispettare la disciplina dello smart working , di cui alla legge n. 81 del 2017; la direttiva 1° giugno 2017 n. 3 del Presidente del Consiglio dei ministri in materia di lavoro agile, contenente le Linee guida per l'attuazione della cosiddetta "legge Madia" (legge 7 agosto 2015 n. 124), detta le regole inerenti alla riorganizzazione del lavoro in un'ottica moderna di efficienza e aumento della produttività non più legata alla presenza fisica, ma ai risultati raggiunti per realizzare economie di gestione e benessere organizzativo; considerato inoltre che: il rapido aggravarsi della situazione epidemiologica, il carattere particolarmente diffusivo dell'epidemia e l'incremento dei casi su tutto il territorio nazionale, e in particolare le Regioni del nord Italia, tra cui il Veneto, rendono necessaria la messa in atto di tutte le misure urgenti per limitare la diffusione dell'epidemia tra le quali favorire il lavoro agile che, a differenza delle altre misure come congedi e ferie, garantisce l'espletamento della mansione lavorativa e l'erogazione dei servizi e limitano gli spostamenti delle persone; il Comune di Venezia in data 10 marzo 2020 ha dato la possibilità ai propri dipendenti di fare domanda di lavoro agile, ma per soli tre giorni a settimana e secondo turnazioni, vanificando in larga misura l'obiettivo di contenimento del contagio del virus ; l' iter di approvazione previsto dal Comune di Venezia non è automatico, bensì sottoposto a nulla-osta da parte del dirigente e viene richiesto di produrre certificati medici, qualora l'interessato ne sia in possesso, certificazione di conformità dell'impianto elettrico e della centrale termica dell'immobile qualora richiesti, nonché un report dell'attività svolta a casa. Una serie di adempimenti che, di fatto, appesantiscono il procedimento di provvedimenti che si vorrebbero emergenziali; presso il Comune di Venezia, alla scadenza del termine dei tre anni indicato dalla "legge Madia" per il raggiungimento del numero minimo di personale impiegato nel telelavoro nella misura del 10 per cento del numero complessivo di dipendenti dell'ente (2.817 - PAP del 30 settembre 2018), risultano essere in regime di telelavoro solo 48 dipendenti (di cui 42 donne e 6 uomini) pari all'1,7 per cento del totale dei dipendenti, dimostrando così una evidente vanificazione degli obiettivi fissati dalla "legge Madia" stessa, si chiede di sapere: se il Ministro in indirizzo sia a conoscenza dei fatti esposti; quali iniziative di competenza intenda intraprendere al fine di procedere alle opportune verifiche, e se ritenga di adottare o sollecitare l'adozione di tutte le misure necessarie all'attuazione delle disposizioni in materia di lavoro agile per il contenimento dell'emergenza epidemiologica in atto e alla massima tutela del personale in servizio. Atto n. 4-03106 IANNONE Al Ministro dello sviluppo economico Premesso che: nella prassi commerciale è ormai costante consuetudine che, a fronte di un impegno economico, il creditore ed il debitore si accordino sulle modalità di pagamento, prevedendo una rateizzazione delle somme dovute, utilizzando lo strumento del rilascio di assegni postdatati a copertura del debito contratto; questo ha assunto nel tempo la natura di "garanzia" per il venditore o fornitore, ed il titolo di credito viene utilizzato nel caso in cui il debitore non adempia la propria obbligazione entro il termine convenuto; circa la legittimità del rilascio di un assegno postdatato a garanzia si può affermare che non integra una fattispecie di reato, ma sussistono certamente profili di illiceità civilistica da non sottovalutare: si può sul punto affermare che l'emissione di un assegno in bianco o postdatato, è contrario alle norme imperative di cui agli artt. 1 e 2 del Regio decreto n. 1736 del 1933 (Testo unico Assegno), ciò nonostante l'assegno postdatato mantiene la propria piena efficacia cartolare, posto che è sì titolo irregolare, ma non nullo, con dovere di pagamento a vista, previa regolarizzazione dal punto di vista fiscale. Quindi, la prassi dell'emissione di un assegno postdatato si regge sull'esistenza del "patto di non presentazione", ossia di un accordo tra le parti, con cui il creditore si impegna a non presentare l'assegno all'incasso prima della data indicata sull'assegno. In difetto di "copertura" dell'assegno la banca procede ad effettuare la comunicazione per l'iscrizione al C.A.I. (Centrale d'allarme interbancaria presso la Banca d'Italia), ovvero l'elenco dei cosiddetti "cattivi pagatori", con tutte le conseguenze prevedibili per la parte debitrice, la quale viene esposta all'aggressione giudiziale del creditore, con le varie procedure di recupero (ricorso per decreto ingiuntivo, che in questo caso, viene rilasciato provvisoriamente esecutivo; notifica dell'atto di precetto, ricorso per dichiarazione di fallimento); va evidenziato che in questo momento storico e drammatico, il Governo ha, in un certo qual modo, previsto una serie di interventi per "tutelare e garantire" le varie posizioni sociali ed imprenditoriali dalle gravissime conseguenze che deriveranno sull'economia e sulla finanza a causa della crisi sanitaria provocata dal Coronavirus, e addirittura si è pensato anche ad interventi in favore di quella fascia sociale che si sostenta con il cosiddetto "lavoro sommerso" o "lavoro in nero", ma nulla è stato espressamente precisato o previsto per quella categoria di imprenditori (commercianti) che utilizzano la forma di pagamento e di garanzia citata (assegno postdatato) per poter lavorare e portare avanti le loro attività, si chiede di sapere: se il Ministro in indirizzo ritenga necessario ed urgente un intervento normativo chiarificatorio al fine di "bloccare", a monte, la negoziazione dei titoli di credito e prevedere una rinegoziazione del credito sulla base della durata dell'attuale "crisi sanitaria" e riguardo al problema dei protesti degli assegni bancari e degli effetti cambiari;