[pronunce]

Né in contrario, secondo la Regione siciliana, la circostanza che nel suo evolversi la disciplina di tale tributo sia sempre più orientata ad assicurarne il gettito ai Comuni eliderebbe o diminuirebbe il pregiudizio che la sua applicazione arrecherebbe alla Regione. Resterebbero infatti, come disposizioni dotate di lesività, quella che continua a riservare allo Stato il gettito derivante dagli immobili ad uso produttivo classificati nel gruppo catastale D, calcolato ad aliquota standard dello 0,76 per cento, nonché la previsione secondo la quale metà dell'IMU di spettanza dei Comuni siciliani è versata all'entrata del bilancio dello Stato per alimentare il Fondo di solidarietà Comunale, non potendosi ritenere quindi superato il rischio, ad avviso della ricorrente, che i Comuni siciliani possano non disporre delle risorse loro necessarie. Per tale aspetto secondo la Regione siciliana le disposizioni impugnate violerebbero altresì l'art. 119, quarto comma, Cost. anche con riferimento all'art. 10 della legge costituzionale n. 3 del 2001, e dell'art. 81 Cost., in quanto non solo la Regione ma pure i Comuni non possono esercitare le proprie funzioni per carenza di risorse finanziarie. Parimenti le previsioni impugnate violerebbero l'art. 14, lettera o), dello statuto d'autonomia laddove attribuisce alla Regione ulteriori competenze (relative al finanziamento degli enti locali) ascrivibili alla citata previsione statutaria e non riconducibili alla medesima Regione senza alcuna determinazione da parte della Commissione paritetica di cui all'art. 43 dello statuto. In ogni caso, resterebbe indubbio che la sottrazione di quote di gettito di spettanza regionale, oggi confermata dalle norme impugnate, comporterebbe la violazione, oltre che del principio pattizio, degli artt. 36 e 37 dello statuto e delle relative norme di attuazione di cui all'art. 2 del d.P.R. n. 1074 del 1965, secondo le quali spettano alla Regione siciliana, oltre alle entrate tributarie da essa direttamente deliberate, tutte le entrate tributarie erariali riscosse nell'ambito del suo territorio, dirette o indirette, comunque denominate ad eccezione di quelle riservate allo Stato (entrate sui tabacchi, accise sulla produzione, lotto e lotterie a carattere nazionale). L'IMU infatti - si prosegue - non presenterebbe carattere di novità, in quanto sostitutiva di (componenti di) tributi di spettanza regionale oltre che dell'ICI di spettanza comunale. Per effetto di tali disposizioni la Regione sostiene di subire un depauperamento delle proprie finanze atto a provocare un notevole squilibrio «tra complessivi bisogni regionali e insieme dei mezzi finanziari per farvi fronte» (sono richiamate le sentenze n. 152 del 2011 e n. 94 del 2004), integrando anche per tale profilo la violazione dell'art. 119, quarto comma, Cost. anche con riferimento all'art. 10 della legge costituzionale n. 3 del 2001, e dell'art. 81 Cost. 2.- Si è costituito in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato. In relazione alle disposizioni impugnate osserva preliminarmente la difesa erariale che tali previsioni, prorogando quanto previsto dall'art. 13 del d.l. n. 201 del 2011 in materia di istituzione dell'IMU, già impugnate dalla medesima ricorrente con ricorso n. 39 del 2012, dovrebbero essere trattate dalla Corte in un unico contesto. L'interveniente eccepisce comunque l'inammissibilità del ricorso, in quanto le censure sarebbero formulate in senso vago e generico. Nel merito ritiene che esse siano infondate in quanto trattasi di un tributo proprio derivato che lo Stato potrebbe istituire nell'ambito delle proprie competenze, mentre, in merito alla riserva allo Stato del gettito relative agli immobili produttivi di cui alla categoria catastale "D", calcolato all'aliquota standard dello 0,76 per cento, che solo in questa sede viene censurata dalla Regione siciliana, osserva la difesa erariale che in tale caso viene attribuita allo Stato una parte delle risorse che in difetto sarebbero di pertinenza dei Comuni, sicché non vi sarebbero motivi di doglianza per la Regione, trattandosi di un tributo attribuito ai Comuni, mentre le riserve erariali concernono l'attribuzione allo Stato di proventi aggiuntivi di tributi cui la Regione partecipa. In ogni caso, conclude il Presidente del Consiglio dei ministri, la Regione non avrebbe assolutamente dimostrato che tali norme producano una riduzione delle risorse regionali al punto da alterare il rapporto tra i complessivi bisogni regionali ed i mezzi necessari per farvi fronte.1.- La Regione siciliana ha impugnato, tra gli altri, l'art. 1, commi 639, 703 e 730, della legge 27 dicembre 2013, n. 147 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato - Legge di stabilità 2014), in riferimento agli artt. 14, lettera o), 36, 37 - in relazione all'art. 2 del decreto del Presidente della Repubblica 26 luglio 1965, n. 1074 (Norme di attuazione dello Statuto della Regione siciliana in materia finanziaria) - e 43 del regio decreto legislativo 15 maggio 1946, n. 455 (Approvazione dello statuto della Regione siciliana), convertito dalla legge costituzionale 26 febbraio 1948, n. 2, nonché in riferimento agli artt. 81, 119, quarto comma, della Costituzione e 10 della legge costituzionale 18 ottobre 2001, n. 3 (Modifiche al titolo V della parte seconda della Costituzione), ed al principio di leale collaborazione. La Regione si duole innanzitutto dell'istituzione dell'imposta comunale unica (IUC) perché essa farebbe salva comunque la precedente disciplina in materia di IMU; di seguito, poi, riproduce le censure già mosse contro l'art. 13 del decreto-legge 6 dicembre 2011, n. 201 (Disposizioni urgenti per la crescita, l'equità e il consolidamento dei conti pubblici), convertito, con modificazioni, dall'art. 1, comma 1, della legge 22 dicembre 2011, n. 214 nel ricorso iscritto al n. 39 del reg. ric. 2012 (non ancora deciso al momento della proposizione del presente ricorso), nel quale aveva lamentato la violazione delle proprie prerogative statutarie avvenuta con le modalità istitutive dell'imposta municipale propria (IMU). La ricorrente sostiene inoltre che con le suddette disposizioni lo Stato, sottraendo risorse finanziarie ai Comuni, farebbe gravare sulla Regione l'onere di nuove e diverse competenze senza il previo esperimento delle procedure di cui all'art. 43 dello statuto, arrecando una grave ripercussione sul bilancio regionale tale da rendere impossibile lo svolgimento delle funzioni proprie. Richiama quanto affermato dalla Corte dei conti in sede di parifica del Rendiconto per l'esercizio finanziario 2012, secondo la quale il bilancio regionale avrebbe subìto mancati accertamenti in entrata pari ad oltre 900 milioni di euro per effetto delle varie discipline che imponevano riserve ed accantonamenti operati dallo Stato sul gettito delle entrate di spettanza regionale.