[pronunce]

Il rimettente precisa che intende invocare l'art. 3 Cost. «non tanto per la sua portata uguagliatrice, perché non vi è dubbio che la condizione del coniuge è diversa da quella del convivente more uxorio, ma per la irrazionalità e la contraddittorietà logica della scelta discrezionale operata dal legislatore, nel caso di specie: la situazione del marito o della moglie e del convivente more uxorio che abbia instaurato uno stabile e durevole regime di convivenza sono in fatto assolutamente equiparabili, quando si tratti di evitare che, per motivi etici, si sia obbligati ad arrecare grave nocumento alla persona a cui si è affettivamente legati». Del resto questa Corte ha già affermato che «…la distinta considerazione costituzionale della convivenza e del rapporto coniugale non esclude affatto la comparabilità delle discipline riguardanti aspetti particolari dell'una e dell'altra, che possono presentare analogie ai fini del controllo di ragionevolezza ex art. 3 della Costituzione» (sentenza n. 8 del 1996; ordinanza n. 121 del 2004). In queste pronunzie si è ribadito che «fuori dal controllo di ragionevolezza sulla diversità del trattamento tra la famiglia di fatto e quella di diritto in casi specifici, che possano rendere necessaria una identità di disciplina, ogni intervento volto a parificare la famiglia di fatto e quella di diritto rientra nella sfera discrezionale del legislatore». Nel caso di specie non vi sarebbe razionalità nel tenere distinta la posizione del convivente more uxorio da quella del convivente coniugato. Rimarcato ancora questo concetto, il rimettente sostiene che la presente questione di legittimità costituzionale, già in passato respinta da questa Corte, andrebbe riesaminata alla luce della realtà sociale, del mutamento della coscienza e dei costumi sociali in punto di convivenza e matrimonio, dei vincoli di solidarietà insiti nella famiglia di fatto e degli adeguamenti normativi che si sono seguiti nel corso degli anni i quali hanno indotto il legislatore e il giudice, anche nel settore penale, ad offrire tutela ad interessi che ne erano sprovvisti; e conclude richiamando alcuni di tali interventi, dopo aver segnalato che la questione sarebbe rilevante, «perché deve trovare concreta applicazione nel presente giudizio» e non manifestamente infondata, alla luce delle argomentazioni svolte. Con atto in data 12 febbraio 2008 è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, che ha eccepito la manifesta infondatezza della questione, richiamando i precedenti sul punto della Corte di cassazione e di questa Corte. La parte privata non ha svolto attività difensiva.1. — Il Tribunale di Como, in composizione monocratica, con l'ordinanza indicata in epigrafe, dubita della legittimità costituzionale – in riferimento agli articoli 2, 3 e 29 della Costituzione – dell'art. 384, primo comma, del codice penale, «nella parte in cui non contempla tra i soggetti che possono beneficiare della scriminante anche il convivente more uxorio». Il rimettente, chiamato a giudicare un imputato del delitto di cui all'art. 378 cod. pen. , per avere offerto ospitalità presso la propria abitazione a M. D., aiutandola così a sottrarsi alle ricerche dell'autorità, perché colpita da provvedimento di unificazione di pene concorrenti, emesso dalla Procura generale della Repubblica presso la Corte di appello di Milano, osserva che l'imputato stesso intenderebbe invocare l'esimente prevista dalla norma denunziata, perché la sua condotta sarebbe stata determinata dalla necessità di evitare alla convivente more uxorio le gravi conseguenze in tema di libertà, derivanti dall'esecuzione dell'ordine di carcerazione emesso a suo carico. A ciò, tuttavia, sarebbe di ostacolo la specifica previsione normativa contemplata dall'art. 384, primo comma, cod. pen. (non suscettibile d'interpretazione adeguatrice), perché la causa di non punibilità ivi prevista sarebbe applicabile soltanto all'agente o ad un prossimo congiunto ed in tale nozione – ex art. 307, quarto comma, cod. pen. – rientrerebbe soltanto il coniuge, non il convivente more uxorio. Sussisterebbe, dunque, una irragionevole disparità di trattamento tra due situazioni – quella del coniuge e quella del convivente more uxorio – assolutamente identiche nella sostanza. Infatti, la ratio dell'esimente di cui all'art. 384, primo comma, cod. pen. sarebbe quella di evitare, per motivi etici, che un soggetto sia obbligato ad arrecare grave nocumento ad una persona alla quale sia legato da un profondo vincolo affettivo, perché parente o perché unito alla medesima da una convivenza stabile consacrata con il matrimonio, e non vi sarebbe ragione per escludere che detti motivi etici debbano essere considerati anche all'interno della famiglia di fatto. L'art. 384, primo comma, cod. pen. intenderebbe valorizzare la stabile convivenza, cui sono connessi vincoli affettivi, e non l'unione formalizzata tra due persone, ovvero l'esistenza dell'atto di matrimonio. Sarebbe quindi irragionevole che il vincolo formale «di per sé costituisca il discrimine», escludendo dalla tutela una relazione tra due persone caratterizzata da tendenziale stabilità, natura affettiva e parafamiliare, comunanza di vita e di interessi. Dopo aver richiamato gli elementi che, nel caso di specie, confermano l'attualità di un rapporto di convivenza basato su una stabile e consolidata relazione affettiva, il giudice a quo afferma che tale relazione sarebbe tutelata dall'art. 2 Cost. Osserva che, per quanto la famiglia fondata sul matrimonio e la famiglia di fatto non possano formare oggetto di completa assimilazione, tuttavia nel caso di specie la situazione del coniuge e quella del convivente more uxorio che abbia instaurato uno stabile e durevole rapporto di convivenza sarebbero del tutto equiparabili «quando si tratti di evitare che per motivi etici si sia obbligati ad arrecare grave nocumento alla persona cui si è affettivamente legati». Pone quindi l'accento sulle precedenti pronunzie di questa Corte e rileva che le trasformazioni intervenute nella realtà sociale, il mutamento della coscienza e dei costumi sociali in punto di convivenza e di matrimonio, le modifiche normative sopravvenute nel corso degli anni, la tutela accordata dal legislatore e dal giudice ad interessi che prima ne erano sprovvisti, giustificherebbero un riesame della fattispecie, non essendo ravvisabile una ragione per la quale il convivente non debba avvalersi dell'esimente di cui all'art. 384, primo comma, cod. pen. 2.— La questione è ammissibile, perché il giudice a quo ha motivato, in modo conciso ma plausibile, sulla rilevanza e sulla non manifesta infondatezza. 3 — Essa, nel merito, non è fondata. Si deve premettere che, come lo stesso rimettente non ignora, questa Corte è stata già chiamata a decidere sul tema (sentenze n. 8 del 1996 e n. 237 del 1986; ordinanze n. 121 del 2004 e n. 352 del 1989).