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Modifiche alla legge 11 febbraio 1992, n. 157, recante norme per la protezione della fauna selvatica omeoterma e per il prelievo venatorio, in materia di depenalizzazione degli illeciti penali. Onorevoli Senatori. -- Il presente disegno di legge apporta innovazioni alla legge 11 febbraio 1992, n. 157, recante «Norme per la protezione della fauna selvatica omeoterma e per il prelievo venatorio», in particolare in tema di sanzioni penali, derubricando alcuni illeciti. Poiché nessuno può pretendere di essere rispettato se non rispetta gli altri, così anche in materia di caccia tutte le opinioni vanno rispettate. È con questa doverosa premessa che intendo portare alla Vostra attenzione un tema che ho avuto modo di approfondire e che vorrei affrontare, condividere e risolvere con Voi attraverso un dialogo aperto, nel pieno rispetto delle Vostre opinioni: quello dei reati venatori e della loro depenalizzazione. La caccia nasce con l'uomo e con lui si evolve, ne segue i cambiamenti, gli sviluppi, le tecniche; si tramandano così gli usi, le consuetudini, le tradizioni ed i valori. Quei valori tipici della cultura e della civiltà rurali alle quali la caccia è da sempre stata legata. Cioè la caccia vissuta non solo come sport, ma come ars venandi , amore e rispetto della natura. Una caccia moderna in una logica di sviluppo eco-compatibile che tenga conto delle varie esigenze e che salvaguardi i diritti-doveri del cittadino-cacciatore. Fra questi, vi sono il rispetto delle leggi e dei regolamenti in materia venatoria e delle relative sanzioni ad essi collegate. Ogni anno, su tutto il territorio nazionale, vengono elevate numerose contravvenzioni e verbali di accertamento che spesso comportano, oltre alla sanzione amministrativa, quella penale. Tutto ciò appare abbastanza opinabile soprattutto per quanto riguarda alcuni reati minori venatori poiché la sanzione comminata dovrebbe essere rapportata al reato commesso. Nella realtà accade invece che l'abbattimento di un solo capo di selvaggina migratoria protetta comporti una denuncia da parte delle autorità competenti per «furto aggravato allo Stato» che prevede, come già sottolineato, oltre alla pena pecuniaria, il «penale». Mi sembra che, come sempre, dovrebbe avere il sopravvento in ogni nostro atto il «buon senso», dando il giusto peso alle cose. Ed è in questo senso che deve essere letta la presente proposta, volta alla depenalizzazione di reati minori di carattere venatorio. Il disegno di legge non vuole rappresentare un «colpo di spugna» rivolto alla normativa vigente e a tutti i reati commessi durante l'esercizio venatorio, né, tantomeno, verso il fenomeno del «bracconaggio», peraltro fortemente condannato da tutti i cacciatori. Bensì vuole correggere, migliorandola, la legislazione vigente al fine di renderla più consona e perequata alla realtà di oggi ( emendare utiliter legem ). Introduzione. L'attività venatoria era disciplinata in passato dal testo unico delle norme per la protezione della selvaggina e per l'esercizio della caccia, di cui al regio decreto 5 giugno 1939, n. 1016, nel quale era stato sancito il principio di libertà del diritto di caccia per tutti i cittadini, come espressione di un diritto soggettivo assoluto. Nell'ambito di tale concezione ogni limite all'esercizio del citato diritto era considerato come eccezionale. Progressivamente si è abbandonata tale impostazione: l'attività venatoria è stata oggetto di un progressivo assoggettamento a limiti e a divieti di carattere pubblicistico, connessi all'affermarsi della consapevolezza della scarsità delle risorse naturali e della necessità di protezione e di conservazione dell'ambiente. In questo contesto la legge 27 dicembre 1977, n. 968, ha previsto per la prima volta una disciplina organica della caccia indirizzata alla regolamentazione non solo della materia in sé, ma, più in generale, del patrimonio faunistico. La disciplina sanzionatoria in materia di caccia è oggi contenuta nella legge 11 febbraio 1992, n. 157 (legge-quadro in materia di caccia). Al principio tradizionale di libertà di caccia viene a sostituirsi quello di caccia controllata e programmata. L'esercizio dell'attività venatoria è assoggettato quindi a precisi limiti temporali, spaziali e quantitativi (numero di capi che si possono abbattere), fissati a livello nazionale, regionale e provinciale. Su questa linea si è posta anche la legge n. 157 del 1992, che ha inteso realizzare un equilibrio tra due opposti valori: la difesa dell'ambiente e la conservazione di un'attività tradizionale profondamente radicata nella cultura e nella storia del Paese. Al mancato rispetto dei limiti accennati si accompagna un duplice sistema di sanzioni: la legge n. 157 del 1992 ha infatti previsto sia sanzioni penali (articolo 30) che amministrative (articolo 31). Ad entrambe le tipologie di sanzioni si connettono ulteriori sanzioni di natura accessoria (articolo 32), come la sospensione, la revoca della licenza di porto di fucile per uso di caccia o l'esclusione definitiva dalla concessione della stessa, nonché la chiusura o la sospensione dell'esercizio commerciale. Tali sanzioni sono comminate dal legislatore nell'ipotesi di recidiva di cui all'articolo 99 del codice penale. La scelta del legislatore del 1992 è in controtendenza rispetto al passato. La previgente disciplina della caccia, di cui alla citata legge 27 dicembre 1977, n. 968, aveva già depenalizzato la materia, in linea con una generale tendenza iniziata negli anni '60 e tradottasi in diversi provvedimenti di depenalizzazione (tra cui in particolare la legge 24 dicembre 1975, n. 706). È necessario precisare che la disciplina del '92 nasce ed è espressione di un clima politico e culturale particolare. Il referendum sulla caccia, indetto nel giugno del 1990, fallito per il mancato raggiungimento del quorum minimo previsto dall'articolo 75 della Costituzione, aveva contribuito a creare, soprattutto dinanzi all'opinione pubblica, un'immagine della caccia come disvalore sociale. L'eco della campagna referendaria non solo ha ritardato l'approvazione della legge-quadro, ma ha in parte influito sulle scelte operate in tema di regime sanzionatorio. La scelta di fare riferimento per gli illeciti principali al sistema sanzionatorio penale, al quale si connette un particolare disvalore sociale, è sicuramente espressione di un assioma di fondo, cioè che la disciplina penale possa meglio garantire la tutela di valori primari dell'ordinamento come l'ambiente (potenzialmente leso da un'attività venatoria scriteriata). In realtà, come si avrà modo di mettere in evidenza nel corso della relazione, tale equivalenza (tutela penale = maggiore garanzia) non è esatta, né vi è alcun vincolo costituzionale o comunitario in questo senso. Il dibattito parlamentare dimostra proprio che la scelta del sistema sanzionatorio penale è stata voluta nella (errata) convinzione che esso fosse in grado di meglio garantire il bene ambiente: tuttavia nessun dato statistico e nessuna indagine giuridica seria hanno mai confortato questa convinzione.