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la crisi demografica, la denatalità italiana. Il nostro è un Paese che sta invecchiando: da un lato, vi è il progressivo allungamento della vita media; dall'altro, vi è la media di un figlio per coppia ovvero neanche la sostituzione matematica della coppia genitoriale. È un Paese che invecchia: se questo Governo vuole davvero introdurre un cambio di passo, faccia qualcosa di più di quanto è previsto nel contratto di Governo. Inserisca con questo DEF alcuni elementi che ci permettiamo di suggerire, primo fra tutti quello che abbiamo battezzato «reddito di infanzia», ovvero un assegno mensile di 400 euro per ogni minore da zero a sei anni; e ancora, la riduzione progressiva dell'IVA sui prodotti per l'infanzia. Inoltre - perché bisogna intervenire con un modello di sistema e non con interventi di segmento - occorre incrementare l'offerta dei servizi socio-educativi per l'infanzia, dalla fascia neonatale fino all'età prescolare. Pensiamo agli asili nido: li immaginiamo gratuiti - e avremmo già individuato le coperture - e aperti a tempo pieno, perché a tempo pieno lavorano i genitori, e a rotazione nel periodo estivo. E ancora, vorremmo vedere inserito in questo Documento il pieno riconoscimento giuridico non solo della figura, ma anche dell'attività dei caregiver familiari, un asse fondamentale del welfare e centrale di tutti quei servizi alla famiglia. Bisogna favorire concretamente i cosiddetti strumenti di conciliazione famiglia-lavoro, ma farlo, anche qui, con un approccio di sistema, perché, cari colleghi, dobbiamo incoraggiare le scelte libere e sostenere le scelte di maternità e paternità. Ci dobbiamo chiedere perché c'è uno scarto tra le aspettative di fecondità e il tasso di natalità: le giovani coppie non sono sostenute; non è egoismo, quindi, né edonismo, ma si chiama precariato e crisi economica. Non lo diciamo noi, ma i dati ISTAT, dei quali ne riporterò solo uno: nel 2017 l'Italia ha toccato il suo minimo storico di nascita (458.000 neonati) ed il numero dei decessi ha superato quello dei nati, con un saldo negativo di quasi 200.000 unità. È su questo che la politica si deve interrogare e anche a questo un Documento di programmazione deve saper rispondere. Il Governo del cambiamento, se cambiamento vuole creare, produrre e introdurre, anche su questo tema deve fare la sua parte. Questo Governo non deve avere paura di lanciare una politica per sostenere la famiglia: la Francia l'ha fatto decenni fa, lo voglio ricordare ai colleghi, ed è riuscita a sconfiggere la crisi demografica. Perché allora, cari colleghi, sottolineare in un Documento economico questi aspetti? Non è soltanto per quella che viene definita la gioia di essere "continuati", ma per un altro ragionamento. È perché la maternità e la paternità non sono un fatto privato; la maternità e la paternità hanno un valore sociale e, come tali, devono essere affrontate, condivise e sostenute. E allora, coraggio, introducete questo cambiamento e aiutate il Paese a fare figli. È la storia che lo chiede alla politica, non sono i dati statistici. È la storia che lo chiede alla politica, non solo per il nostro passato - e sarebbe già abbastanza - ma per il suo futuro. La posta in gioco, che ritengo centrale, è infatti l'identità stessa del nostro popolo e la sua continuità. (Applausi dal Gruppo FdI e del senatore Mangialavori) . PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Solinas. Ne ha facoltà. SOLINAS (L-SP) . Signor Presidente, signori del Governo, colleghe e colleghi senatori, il Documento di economia e finanza, oggi all'esame dell'Assemblea, reca in sé il limite e le contraddizioni proprie di un testo asseritamente tecnico adottato da un Governo dimissionario in una congiuntura particolare di transizione tra due legislature. Invero, però, ripropone fra le righe una linea di sostanziale continuità rispetto ai totem laici delle formule finanziarie europee: austerità, flessibilità, svalutazione competitiva. Il voto del 4 marzo impone a questa maggioranza e al Governo che ne è espressione un profondo ripensamento dei contenuti e della filosofia di fondo del DEF a partire dalla costruzione dello scenario e del programma nazionale di riforma. Se è pur vero che il rapporto tra deficit e PIL rappresenta uno dei principali indicatori internazionali per gli investitori, deve coerentemente affermarsi che il suo valore possa essere aggiustato operando non solo sul numeratore con politiche depressive di continua riduzione della spesa. Noi restiamo convinti che si possa e si debba agire sul denominatore, incentivando la domanda e la crescita. Certamente questo renderà necessaria una revisione in sede europea delle scelte sugli stringenti vincoli di bilancio e le misure di austerità fiscale che hanno contraddistinto le politiche comunitarie degli ultimi due lustri. Giova sul punto richiamare un dato oggettivo e non previsionale del quale non possiamo non tener conto, rappresentato dagli effetti negativi delle sole politiche di offerta che, presentate come soluzione per eccellenza (basti ricordare in questa sede il ricorrente richiamo alle varie liberalizzazioni, privatizzazioni, flessibilità), hanno invece acuito la fase depressiva. In questo senso anche i modelli economici di Krugman dimostrano che in economie impegnate nella riduzione del debito, come quella italiana, l'espansione dell'offerta può ridurre non solo i prezzi, ma lo stesso prodotto. Così come una crescente flessibilità del mercato del lavoro, con una correlata contrazione dell'occupazione stabile, rischia di aggravare la recessione poiché, riducendo il reddito complessivamente disponibile per la popolazione, determina il collasso della domanda aggregata. Evidenti ragioni di tempo e procedurali hanno imposto che si lavorasse su questo testo base, ma auspico che la risoluzione che sarà approvata dal Senato impegni il Governo ad un aggiornamento del DEF che lo adegui alle linee programmatiche sulle quali ha ottenuto la fiducia delle Camere. (Applausi dal Gruppo L-SP) . Con riferimento al quadro macroeconomico sebbene gli ultimi anni abbiano consolidato un trend di crescita mondiale sostenuta dal manifatturiero e dagli impulsi espansivi del commercio internazionale intorno al 3,8, secondo le stime del Fondo monetario internazionale, l'economia europea segna un passo più lento, al 2,4, con una controtendenza per i prossimi anni valutati in decelerazione al 2 per cento. In tale contesto l'Italia cresce meno, attestandosi sull'1,5 per cento, e le previsioni nel biennio sono al ribasso fino al 1,1 per il 2019, con una preoccupante prospettiva di scenario geoeconomico e politico internazionale. Il tasso di disoccupazione è stabilmente al di sopra del 10 per cento, con picchi intollerabili nel Mezzogiorno e nelle isole del Paese. Occorre un grande piano di investimenti pubblici che rilanci una fase espansiva del ciclo economico, ma occorre pure ricreare condizioni favorevoli per gli investimenti privati; meno burocrazia, certezza dei diritti, maggiore speditezza dei procedimenti amministrativi e stabilità delle politiche. Occorre però soprattutto assumere una nuova centralità del protagonista dimenticato della vita: l'uomo. Tutti gli indicatori, i valori e i numeri dei quali parliamo hanno assunto nel tempo una supremazia perniciosa.