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nel 2017, poi, il professor Adriano Gaspani, astronomo dell'osservatorio di Brera, che già aveva approfondito lo studio del primo, grazie a particolari algoritmi appositamente messi a punto per l'interpretazione digitale, è riuscito a "pulire" alcune fotografie aeree e immagini satellitari datate a partire dal 1958 che attesterebbero la presenza di un secondo cerchio (ancora interrato) a soli 150 metri di distanza da quello noto, in direzione sud-ovest, con diametro di circa 60 metri e un cerchio minore interno di circa 30, nonché quattro manufatti allineati; considerato che: nonostante le aspettative suscitate dalla scoperta, obiettivamente eccezionale, dopo lo scavo stratigrafico che, come riferito, ha consentito di trovare elementi datanti la frequentazione del "grande cerchio" alla fase II A della cultura di Golasecca, non sono state assunte iniziative atte a garantire fruizione e promozione del sito creando quel parco archeologico inizialmente auspicato e promesso da molti. Anche dopo la costruzione della vicina palazzina direzionale del Sant'Anna, è stata infatti lasciata a vista unicamente la sommità del doppio filare di grandi pietre, emergenti dalla superficie circostante sistemata a prato; ai tre progetti di valorizzazione, che sarebbero stati elaborati con fondi pubblici dalla Soprintendenza e da Infrastrutture lombarde SpA (società partecipata interamente dalla Regione oggi incorporata in ARIA SpA), con previsione di copertura totale o parziale del manufatto in funzione della sua conservazione ottimale ma anche di una pubblica fruizione che consenta di leggere e comprendere le caratteristiche strutturali dell'opera, non è stata data alcuna evidenza. Solo in occasione di conferenze ed altri eventi partecipati i rappresentanti della Soprintendenza vi hanno fatto riferimento; la proposta di legge recante "Istituzione di un fondo per il recupero, la conservazione e la valorizzazione del sito archeologico celtico, denominato 'Grande cerchio'", presentata nel 2009 dall'on. Erica Rivolta, declinata in 4 articoli e comprensiva della candidatura nella lista del patrimonio dell'UNESCO, è rimasta lettera morta; in attesa di una sistemazione che abbia le caratteristiche suddette, nel sito manca qualsiasi pannello esplicativo o altro strumento di divulgazione delle informazioni circa la natura e la destinazione del "grande cerchio" (astronomica o rituale), rimasto muto, perciò, agli occhi dei curiosi, che facilmente potrebbero essere indotti in inganno e interpretarlo alla stregua di un mero arredo da giardino, si chiede di sapere: se il Ministro in indirizzo sia a conoscenza dei fatti esposti; se, alla luce della mancata indagine indiretta (geognostica) del presunto secondo cerchio, e dell'assai parziale musealizzazione del primo, nonostante siano trascorsi 13 anni dalla scoperta, non ritenga opportuno disporre un accertamento su tutto il percorso compiuto, sia in ordine alle responsabilità dell'ufficio territoriale di tutela sia a quelle della Regione, committente dell'opera pubblica, e degli altri enti locali, essendo la valorizzazione del patrimonio culturale materia concorrente; se, pur essendo il Lario il principale catalizzatore turistico del territorio e dunque un motore di sviluppo imprescindibile, non ritenga sensata e non voglia sostenere, nei limiti delle sue prerogative, l'aspirazione della comunità locale, conscia dell'unicità e dunque dell'attrattività del "grande cerchio", a vederlo musealizzato nel modo scientificamente più corretto ma anche più adatto a soddisfare le aspettative dei visitatori. Atto n. 3-02038 CORRADO DE LUCIA ANGRISANI CROATTI GALLICCHIO PRESUTTO ABATE MONTEVECCHI TRENTACOSTE LANNUTTI CAMPAGNA Ai Ministri dello sviluppo economico e dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare Premesso che: oltre il 70 per cento della produzione nazionale di gas estratto sulla terraferma proviene dalla Basilicata, secondo i dati dell'ufficio nazionale minerario per gli idrocarburi e le georisorse (UNMIG) del 2018; risulta agli interroganti che nella fascia ionica metapontina, nonostante le proteste delle comunità locali (espresse, negli anni, in manifestazioni di piazza, convegni, consigli comunali aperti), la Gas Plus Italiana Srl, società di Fornovo di Taro (Parma), abbia chiesto al Ministero dello sviluppo economico e alle Regioni coinvolte, Basilicata e Calabria, con nota prot. 85972 del 1° ottobre 2018, il rinnovo per altri 10 anni della concessione di coltivazione denominata "Policoro", in scadenza a settembre 2020; grazie alla concessione, che interessa le province di Matera e Cosenza, nel materano sono stati estratti, dall'unico pozzo produttivo (denominato "Policoro 001 dir bis"), sito in via Pellico a Policoro e attivo fino ad ottobre 2018, oltre 3 milioni di metri cubi di gas. Si tratta dello stesso pozzo esploso nel 1991 e che bruciò per oltre 2 settimane senza che alcuno riuscisse a spegnerlo e senza che fossero poi accertati e monitorati eventuali danni alle matrici ambientali; quanto alla centrale di raccolta e trattamento gas cui fa riferimento la concessione Policoro, denominata Sinni e di proprietà di Gas Plus Italiana Srl, l'impianto è allocato anch'esso in territorio di Policoro, in località Bosco Soprano, immerso in aree agricole con colture di pregio (come la fragola Candonga, vanto della Basilicata), ricche di pozzi e sorgenti per uso civile, agricolo e nell'industria agroalimentare, per di più densamente abitate; diversamente dall'amministrazione comunale di Policoro, rimasta inerte, i Comuni di Montalbano Jonico e Scanzano Jonico (Matera) si sono opposti ufficialmente al rinnovo della concessione "Recoleta" (anch'essa di Gas Plus), scaduta a settembre 2019; anche per la concessione che interessa la frazione San Teodoro del comune di Pisticci (Matera) è stata fatta opposizione al Ministero dello sviluppo economico; considerato che: la concessione Policoro interessa pozzi gas situati intorno all'impianto di trattamento e rifabbricazione di elementi di combustibile (ITREC) di Trisaia di Rotondella (Matera), limitrofo all'area SIC "bosco Pantano di Policoro e costa ionica foce Sinni" ("Natura 2000" codice IT92220055); l'ITREC è un sito provvisorio definitivo di III categoria, cioè di massima pericolosità, soggetto alla direttiva "Seveso III" (direttiva 2012/18/UE) e dunque classificato a rischio di incidente rilevante. Vi si trovano piscine interrate per il raffreddamento di 64 barre del ciclo uranio-torio di Elk River ma anche altri rifiuti liquidi di III categoria e scorie di I e II categoria in attesa di essere messe in sicurezza. Perdite di liquido radioattivo, risolte con costose bonifiche, hanno interessato, in passato, proprio la fossa interrata irreversibile con rifiuti di II e III categoria;