[pronunce]

Ciò premesso, si rileva anzitutto che le disposizioni impugnate hanno un duplice oggetto. Da un lato, esse contengono la disciplina del procedimento cautelare in corso di causa, autonomamente considerato (art. 24, commi 2 e 8); dall'altro regolano i rapporti tra il procedimento cautelare ed il giudizio di merito e l'accelerazione di questo ad iniziativa del giudice della cautela, introducendo così il giudizio abbreviato. Tali disposizioni sono censurate dal remittente per la parte in cui riguardano siffatto giudizio, perché introducono nell'ordinamento un nuovo tipo di procedimento non previsto nelle disposizioni della legge di delega, ma non anche in quanto prevedono e regolano il procedimento cautelare in corso di causa. Compiute tali precisazioni, si osserva che il giudizio abbreviato, così come configurato e definito dalle disposizioni censurate, presenta tre caratteristiche fondamentali. Esso presuppone l'esistenza di un'istanza cautelare in pendenza del procedimento di merito e l'accelerazione di questo per iniziativa del giudice della cautela, non avendo nessuna delle parti ancora presentato l'istanza di fissazione dell'udienza; è giudizio a cognizione piena e non sommaria; si conclude con una sentenza, provvedimento idoneo ad acquistare autorità di cosa giudicata. Siffatti rilievi inducono a condividere l'opinione del remittente, conforme a quella della dottrina, e a dissentire dalla relazione governativa, nel senso di escludere che la delega possa rinvenirsi nella lettera d) del comma 2 dell'art. 12 della legge n. 366 del 2001, disposizione che prevede un procedimento a cognizione sommaria destinato a concludersi con provvedimento inidoneo a passare in giudicato, istituto poi regolato dall'art. 19 del decreto delegato. Questo rilievo tuttavia non esaurisce lo scrutinio, che va condotto, come prospetta lo stesso remittente, anche in relazione alla lettera a) dello stesso comma 2 dell'art. 12 citato. Tale disposizione dev'essere interpretata nell'ambito del contesto normativo in cui s'inserisce e delle finalità della delega. Come si è detto, questa Corte ha, infatti, affermato che il sindacato di costituzionalità sulla delega legislativa postula, secondo la costante giurisprudenza sugli artt. 76 e 77 Cost., un processo interpretativo relativo all'oggetto, ai principi ed ai criteri direttivi della delega, «tenendo conto del complessivo contesto di norme in cui si collocano e delle ragioni e finalità poste a fondamento della legge di delegazione» (sentenze n. 163 e n. 425 del 2000, n. 125 del 2003 e, più di recente, n. 280 del 2004). Ora, non v'è dubbio che la delega abbia la principale finalità di accelerare i tempi della giustizia civile mediante norme che «...siano dirette ad assicurare una più rapida ed efficace definizione di procedimenti» in alcune materie, fra le quali il diritto societario (art. 12, comma 1, alinea e lettera a, della legge n. 366 del 2001). Il remittente sostiene che, per il perseguimento dello scopo indicato, la legge delega non prevedeva la configurazione di un nuovo tipo di procedimento, dando così per accertato ciò che occorre dimostrare, e cioè che le disposizioni censurate introducono un nuovo tipo di procedimento. A tale proposito è opportuno premettere che, anche in tema di questioni di legittimità costituzionale concernenti deleghe legislative, deve essere privilegiata, tra quelle ipotizzabili, una lettura delle norme conforme a Costituzione (sentenza n. 292 del 2000). Sulla base di tali considerazioni, si osserva anzitutto che l'iniziativa del giudice della cautela, consistente nell'invito rivolto alle parti a precisare le conclusioni e nella rimessione della causa al collegio, finalizzata in via principale alla più rapida emissione di un provvedimento sul merito, presuppone la pendenza del giudizio di merito; in secondo luogo, si rileva che, qualora l'opinione del giudice designato per il procedimento cautelare sia condivisa dal collegio, questo si pronuncia, appunto, a cognizione piena, emettendo una sentenza idonea ad acquistare l'autorità della cosa giudicata. Siffatte previsioni normative, unitamente al rilievo che in ogni caso possono essere adottati provvedimenti cautelari idonei ad assicurare gli effetti della decisione sul merito, consentono di affermare che esse non configurano un tipo autonomo di procedimento, quanto piuttosto una modalità di svolgimento del giudizio di merito, diretta alla realizzazione delle finalità della delega, senza trascurare gli scopi della cautela, in ottemperanza alla menzionata prescrizione del comma 1 dell'art. 12 della legge n. 366 del 2001, secondo cui le norme emesse dal Governo in esecuzione della delega avrebbero dovuto assicurare una più rapida ed efficace definizione «di procedimenti». A conforto di tale opinione si può rilevare, anzitutto, che l'espressione «giudizio abbreviato» ricorre soltanto nella rubrica dell'articolo oggetto della censura e mai nel suo testo normativo; in secondo luogo, che la previsione di un'iniziativa dell'organo presso il quale il processo si trova - fondata sul rilievo che non sono necessarie ulteriori attività per poter giungere alla decisione della causa e diretta, quindi, a non procrastinarla - è tutt'altro che nuova nell'ordinamento e si annovera, viceversa, fra i tradizionali poteri del giudice (quello, in particolare, di ritenere la causa matura per la decisione), senza che detta iniziativa possa essere ritenuta come sostanza di un "tipo" di procedimento. Il fatto, poi, che il giudice possa avviare la causa alla decisione di merito nell'ambito di un procedimento cautelare non è, di per sé, indice di violazione della delega, in quanto l'obiettivo è sempre quello della maggiore rapidità del procedimento, peraltro già pendente. Le norme delegate oggetto delle censure possono essere, quindi, ritenute conformi al criterio direttivo della concentrazione del procedimento. In considerazione di quanto detto sull'effettivo contenuto normativo delle disposizioni censurate e alla luce degli enunciati principi in tema di scrutinio di costituzionalità sul procedimento di delega legislativa, si può affermare che, nel caso in esame, i precetti di cui agli artt. 76 e 77 Cost non sono stati violati, ancorché in via generale sia auspicabile una maggiore specificazione nella determinazione dei principi e criteri direttivi da parte del legislatore delegante affinché non sia alterato l'assetto costituzionale delle fonti.. per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE dichiara non fondata la questione di legittimità costituzionale dell'art. 24, commi 2, 4, 5, 6, 7 e 8, del decreto legislativo 17 gennaio 2003, n. 5 (Definizione dei procedimenti in materia di diritto societario e di intermediazione finanziaria, nonché in materia bancaria e creditizia, in attuazione dell'articolo 12 della legge 3 ottobre 2001, n. 366), sollevata, in riferimento agli artt. 76 e 77 della Costituzione, dal Tribunale di Tivoli con l'ordinanza indicata in epigrafe. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 7 febbraio 2007. F.to: