[pronunce]

ORDINANZA ha pronunciato la seguentenel giudizio di legittimità costituzionale dell'articolo 19 del decreto legislativo 11 maggio 2005, n. 133 (Attuazione della direttiva 2000/76/CE, in materia di incenerimento dei rifiuti), promosso dal Tribunale di Trieste, in composizione monocratica, con ordinanza del 15 dicembre 2010, iscritta al n. 49 del registro ordinanze 2011 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 13, prima serie speciale, dell'anno 2011. Visto l'atto di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri; udito nella camera di consiglio del 6 luglio 2011 il Giudice relatore Gaetano Silvestri.. Ritenuto che, con ordinanza deliberata il 15 dicembre 2010, il Tribunale di Trieste, in composizione monocratica, ha sollevato, in riferimento agli articoli 3, 24, secondo comma, e 27 della Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell'articolo 19 del decreto legislativo 11 maggio 2005, n. 133 (Attuazione della direttiva 2000/76/CE, in materia di incenerimento dei rifiuti), «nella parte in cui contempla la sanzione congiunta dell'arresto e dell'ammenda e non invece le pene di cui all'art. 16 del decreto legislativo n. 59 del 2005 dell'arresto o dell'ammenda», per i reati connessi all'attività di incenerimento di rifiuti; che dinanzi al rimettente pende un procedimento promosso nei confronti dell'amministratore delegato di una società commerciale dedita al trattamento di rifiuti e di altri responsabili di un impianto di incenerimento, imputati di numerosi illeciti previsti dall'art. 19 del d.lgs. n. 133 del 2005; che, per quanto risulta dall'imputazione riportata nell'ordinanza di rimessione, è contestato lo svolgimento, in assenza delle prescritte autorizzazioni, dell'attività di incenerimento di materiali assimilabili ai rifiuti urbani, di rifiuti speciali e di rifiuti pericolosi; che sono inoltre contestate condotte di superamento dei valori limite di emissione (art. 19, comma 8, del d.lgs. n. 133 del 2005) , di protrazione dell'attività oltre il limite temporale fissato dall'art. 16, comma 3, dello stesso d.lgs. n. 133 del 2005 (art. 19, comma 5), di omissione della dovuta informazione alle autorità competenti circa l'avvenuto superamento di determinati limiti di emissione e di sospensione della registrazione dei valori inquinanti (art. 19, comma 15); che, secondo quanto riferisce il giudice a quo, la difesa degli imputati aveva sollecitato l'applicazione della diversa disciplina sanzionatoria prevista dall'art. 16 del decreto legislativo 18 febbraio 2005, n. 59 (Attuazione integrale della direttiva 96/61/CE relativa alla prevenzione e riduzione integrate dell'inquinamento), il cui contenuto, dopo l'abrogazione disposta dall'art. 4, comma 1, lettera a), del decreto legislativo 29 giugno 2010, n. 128 (Modifiche ed integrazioni al decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, recante norme in materia ambientale, a norma dell'art. 12 della legge 18 giugno 2009, n. 69), risulta trasfuso nell'art. 29-quattuordecies del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152 (Norme in materia ambientale), introdotto dall'art. 2, comma 24, del citato d.lgs. n. 128 del 2010; che - precisa il giudice a quo - l'istanza difensiva era finalizzata a rendere proponibile la domanda di oblazione ai sensi dell'art. 162-bis del codice penale, posto che l'art. 16 del d.lgs. n. 59 del 2005 commina la pena alternativa dell'arresto o dell'ammenda, diversamente dalla norma contestata, ove le pene indicate sono previste congiuntamente; che la stessa difesa, per il caso di reiezione della domanda appena citata, aveva prospettato una questione di legittimità costituzionale della norma posta alla base delle imputazioni; che il rimettente riferisce di aver respinto l'istanza di applicazione dell'art. 16 del d.lgs. n. 59 del 2005, in quanto «l'accusa, così come formulata, non permetteva una diversa qualificazione giuridica del fatto, ai fini dell'oblazione, in presenza di condotte indifferenziate», ritenendo, invece, non manifestamente infondato il dubbio di legittimità costituzionale dell'art. 19 del d.lgs. n. 133 del 2005; che il giudice a quo osserva in proposito come, ai fini della individuazione del regime autorizzatorio dell'attività di incenerimento dei rifiuti, l'art. 19 del d.lgs. n. 133 del 2005 contenga un rinvio all'art. 4 dello stesso decreto, e quest'ultimo, a sua volta, richiami la disciplina concernente l'autorizzazione integrata ambientale (AIA), contenuta nel d.lgs. n. 59 del 2005; che dunque, prosegue il rimettente, sia l'art. 19 del d.lgs. n. 133 del 2005, sia l'art. 16 del d.lgs. n. 59 del 2005, considerano l'autorizzazione come precondizione per l'esercizio dell'attività di incenerimento dei rifiuti, dettando le sanzioni per l'ipotesi di esercizio in assenza di autorizzazione; che identica sarebbe la ratio delle due previsioni, cioè quella di assicurare una valutazione preventiva circa «la sussistenza delle condizioni di operatività in sicurezza di un impianto industriale, nel rispetto ed a tutela dell'ambiente, subordinando a ciò il rilascio da parte dell'autorità competente dell'autorizzazione integrata ambientale all'esercizio dell'impianto», così come identica risulterebbe la condotta sanzionata, ovvero l'esercizio di un impianto di incenerimento di rifiuti senza autorizzazione; che, rileva ancora il giudice a quo, ciò è coerente con la funzione dell'autorizzazione integrata ambientale, la quale ha sostituito, assorbendole, le diverse autorizzazioni previste a tutela dell'ambiente, per rispondere ad una esigenza di «unificazione che ha radice nelle direttive comunitarie»; che, tuttavia, permangono diversità significative nel trattamento sanzionatorio, in quanto l'art. 19 del d.lgs. n. 133 del 2005 «contempla pene congiunte dell'arresto e dell'ammenda, per un evento qualificabile come esercizio dell'impianto senza autorizzazione», mentre l'art. 16 del d.lgs. n. 59 del 2005 prevede la pena alternativa dell'arresto o dell'ammenda; che la scelta del legislatore di configurare nella norma censurata un trattamento sanzionatorio più severo sarebbe «irrazionale in quanto le due norme a confronto descrivono condotte omogenee e indifferenziate, che ad un esame strutturale non denotano elementi di specialità o di specialità reciproca, sicché l'unico elemento di diversità pare essere quello della pena più severa contemplata nell'art. 19 del d.lgs. n. 133 del 2005»;