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quella scuola che ogni mattina accoglie 8 milioni di studenti in tutta Italia e mette insieme centinaia di migliaia di docenti, che con passione straordinaria fanno il loro mestiere in maniera faticosa, con grande forza e, qualche volta, fortunatamente, anche con grande entusiasmo. Peraltro, il fatto che la scuola dovesse diventare la grande questione strategica del Paese e, quindi, anche un elemento di rinnovato impegno del Governo nella vita politica e nel dibattito parlamentare, lo aveva già detto con molta chiarezza il presidente Conte proprio nel discorso del suo insediamento. Credo che lavorare affinché anche il Parlamento possa diventare il luogo dove il dibattito politico, quello auspicato dal presidente Conte, possa vivere fino in fondo, sia un elemento di grande centralità nella nostra discussione. Tutto questo lo si fa partendo dai fondamentali; a cosa serve la scuola pubblica del Paese; a cosa servono la pubblica istruzione, l'università e la ricerca, forse anche tentando di modificare alcuni elementi che pure nel corso degli anni hanno avuto un elemento di accumulazione. E dobbiamo cercare di dire ciò che dovremmo veramente reclamare ad altissima voce: la pubblica istruzione deve servire al nostro Paese anzitutto per formare nuovi cittadini, i quali possano interpretare al meglio la loro vita democratica all'interno del Paese e possano far vivere meglio spirito critico, consapevolezza critica, che è esattamente quanto serve alla nostra Italia. Ho apprezzato molto gli interventi che ho ascoltato nel dibattito di stamattina, anche gli ultimi, e devo dire che condivido molto questo taglio valoriale, quest'idea che penso debba essere al centro della nostra riflessione. Il presidente Conte, quando si insediò e volle aprire la stagione del nuovo Governo, evidenziò - secondo me, molto correttamente e giustamente - alcune delle direttrici - le chiamò proprio così - prioritarie di azione, che sono: la qualificazione della didattica; la lotta alla dispersione scolastica; il rilancio dovuto dell'università italiana nello scenario globale; la necessità di valorizzare la professionalità degli insegnanti. E all'interno di tutto questo, che deve diventare il nerbo attorno al quale far crescere l'elemento di consapevolezza, vi è anche la questione che il decreto-legge al nostro esame cerca di affrontare - e penso che per una parte molto positiva lo faccia - per mettere in campo elementi di contrasto al precariato storico, docente e ausiliario. Il provvedimento risolve completamente il problema del precariato in Italia? Non lo risolve e non potrebbe essere altrimenti, visto che la scuola pubblica nel Paese è stata colpita da provvedimenti molto sbagliati nel corso degli ultimi decenni. Mi stupisce che alcuni parlamentari dell'opposizione oggi affrontino negativamente le tematiche contenute nel decreto-legge, dimenticando quali sono state le ragioni di fondo per cui la scuola pubblica è diventata quello che è oggi. Noi ci ricordiamo cosa è accaduto nel corso degli ultimi anni? Ci ricordiamo - ad esempio - quando in questo Paese è stata fatta la riforma Gelmini, che all'epoca ha tagliato quegli 8 miliardi, da cui la scuola pubblica probabilmente non si è mai più ripresa nel corso di tutti questi anni (Applausi dai Gruppi M5S e PD e della senatrice De Petris) ? Ricordiamo anche, per l'appunto, che l'operazione di propaganda deve essere sempre più significativa rispetto agli elementi di verità che, invece, penso vadano messi in campo anche nella discussione di oggi. Il decreto-legge non risolve tutti i problemi della scuola italiana, e peraltro non potrebbe farlo, né potrebbe farlo un Governo che da tre mesi deve risolvere una difficoltà così grande che ha attraversato per tanto tempo un dibattito politico e soprattutto ha determinato esattamente ciò rispetto a cui dobbiamo invertire la tendenza, e cioè la mancanza di centralità, il vero problema politico degli ultimi anni. Tuttavia, all'interno di questo quadro difficile, almeno inverte la tendenza, inverte la direzione, prova a dare delle risposte, a costruire una possibilità in più per questo Paese e, quindi, prova a fare un passo. Non risolve certo tutte le questioni, ma è un passo che va nella giusta direzione e penso che da questo punto di vista vada accolto in tutta la sua importanza e in tutto il suo sforzo. Noi siamo davvero molto consapevoli che questa è una sfida difficile e vada valorizzato e rilanciato il sistema nazionale dell'istruzione. Sappiamo bene che non è facile. Sappiamo perfettamente che cosa è accaduto negli ultimi anni e anche quanto è stata confusa la materia del reclutamento e dell'abilitazione nel corso di una lunga stagione politica. Purtroppo nel corso degli anni i nuovi sistemi di accesso alla professione di docente hanno prodotto, invece che semplificazione e meno precarietà, una serie di sovrapposizioni, che sono per l'appunto la ragione per cui abbiamo assistito alla moltiplicazione delle graduatorie all'interno del sistema e - secondo me - non hanno sciolto un tema di fondo, che invece penso dobbiamo mettere in discussione. Il tema di fondo è che da qui agli anni che verranno dobbiamo cercare di costruire un'idea attorno alla quale l'insegnamento si determini attorno a una modalità, e non attorno a decine di cose confuse che si sovrappongono l'una all'altra. Quindi, cerchiamo di fare questo e, da una parte, di avere uno sguardo lungo. Stiamo lavorando all'ipotesi di un disegno di legge che provi in maniera definitiva a mettere un punto fine rispetto a questa tendenza. È stato detto anche nel corso della discussione di stamattina - e lo condivido - che dovrà arrivare il giorno che anche nel nostro Paese si capisca come ci si abilita, come si diventa insegnanti; lo dobbiamo ai nostri figli, e alla qualità dell'insegnamento, che è una cosa fondamentale, importantissima (Applausi dai Gruppi M5S e PD e della senatrice De Petris) . Ha ragione il senatore che lo ha ricordato prima: la qualità dell'insegnamento è esattamente il meccanismo di fondo che ci serve per evitare che, al posto dell'insegnante, la formazione ai ragazzini venga fatta dalle famiglie, perché in quel caso ovviamente la famiglia che potrà permetterselo, quella che ha a disposizione più strumenti economici e culturali, lo farà meglio; mentre quella che ha maggiori difficoltà naturalmente lo farà in modo peggiore. Ovviamente non risolveremo il grande tema che purtroppo è ancora tutto dentro l'istruzione pubblica del Paese, e cioè che quell'ascensore sociale, che pure si era visto faticosamente nel corso degli anni passati, si è inclinato e oggi vive un momento di difficoltà. Dobbiamo quindi discutere di qualità dell'insegnamento, che è qualcosa di davvero importante - secondo me - e dovremmo discutere molto seriamente di come ci si abilita. Tuttavia, mentre cerchiamo di costruire una strategia, dobbiamo cercare di ovviare a quanto successo nel corso degli anni e mettere in campo dei ragionamenti, dei meccanismi e degli strumenti che possano dare delle risposte concrete al mondo dei precari, che ha tenuto le scuole aperte, ha fatto tanto, ci ha messo la forza, spesso la faccia, l'entusiasmo, la passione, ma anche la sofferenza, la difficoltà e le criticità. Peraltro, la Corte di giustizia europea ha detto molto chiaramente che non è possibile andare oltre i trentasei mesi di precariato e noi abbiamo cercato di cominciare il nostro ragionamento esattamente da questo punto di vista.