[pronunce]

nel corso di due giudizi promossi con azione popolare per far dichiarare la decadenza del Sindaco, rispettivamente dei Comuni di Forlì e di Civitanova Marche, per incompatibilità, nel primo caso, con l'ufficio di dirigente medico di primo livello (ex primario) nel locale Ospedale, nel secondo caso con la funzione di medico di base convenzionato con la Azienda sanitaria locale nel cui territorio è compreso il Comune, hanno sollevato questione di legittimità costituzionale dell'art. 274, comma 1, lettera l, del decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267 (Testo unico delle leggi sull'ordinamento degli enti locali), nella parte in cui, abrogando la legge 23 aprile 1981, n. 154 (salve le sole disposizioni ivi previste per i consiglieri regionali), ha fatto venir meno la causa di incompatibilità già prevista dall'art. 8, n. 2, della medesima legge n. 154 del 1981 fra la carica di Sindaco del Comune il cui territorio coincide con quello dell'unità sanitaria locale, o di Sindaco di Comune con popolazione superiore a 30.000 abitanti che concorre a costituire l'unità sanitaria locale, e la qualità di dipendente dell'unità sanitaria locale medesima o di professionista con essa convenzionato. Il Tribunale di Forlì formula la censura con riguardo alla parte della norma che non fa salva l'incompatibilità “almeno quanto alla funzione di primario di divisione nella locale unità sanitaria”; ed estende la questione altresì agli artt. 63 e 66 del d.lgs. n. 267 del 2000 nella parte in cui gli stessi, disciplinando, rispettivamente, le incompatibilità con la carica di Sindaco e le incompatibilità con la carica di Sindaco di uffici delle aziende sanitarie ed ospedaliere, non prevedono l'incompatibilità della carica di Sindaco con la funzione di primario di divisione nella locale unità sanitaria. Il Tribunale di Macerata censura invece l'art. 274, comma 1, lettera l, del testo unico sull'ordinamento degli enti locali (nella parte in cui comporta l'abrogazione dell'art. 8, n. 2, della legge n. 154 del 1981), nonché l'art. 275 dello stesso testo unico, contenente la “norma finale” in base alla quale, salvo che sia diversamente disposto e fuori dei casi di abrogazione per incompatibilità, il riferimento fatto da altre norme a disposizioni espressamente abrogate dal testo unico si intende alle corrispondenti disposizioni del testo unico medesimo. Entrambi i giudici remittenti sollevano la questione in riferimento all'art. 76 (nonché all'art. 77, per quanto riguarda il Tribunale di Macerata) della Costituzione, ritenendo che la disposta abrogazione della norma sulla predetta causa di incompatibilità sia viziata da eccesso di delega, in quanto non consentita dai limiti della delega conferita al Governo con l'art. 31 della legge 3 agosto 1999, n. 265, per l'adozione di “un testo unico nel quale sono riunite e coordinate le disposizioni legislative vigenti in materia di ordinamento dei comuni e delle province” (comma 1), avendo riguardo, fra le altre, alla legge n. 154 del 1981 (comma 3, lettera e). In siffatta delega di coordinamento non potrebbe infatti ritenersi compresa la facoltà di innovare abrogando norme esistenti, e in ogni caso l'abrogazione contestata non sarebbe necessitata dalle finalità di coordinamento, o non risponderebbe a nessuna esigenza di coordinamento e di coerenza dell'assetto normativo. Il solo Tribunale di Forlì lamenta altresì la violazione degli artt. 3 e 97 della Costituzione, osservando che l'abrogazione della incompatibilità fra la carica di Sindaco e la funzione di primario ospedaliero, “anche se ricompresa nel potere normativo delegato al Governo”, urta contro i principi di imparzialità e di buon andamento della pubblica amministrazione e non si giustifica sotto il profilo dei principi di eguaglianza e di ragionevolezza, per quanto concerne la qualità di primario ospedaliero, in relazione alle cause di incompatibilità previste invece per le nuove figure dirigenziali sanitarie (direttore generale, direttore amministrativo e direttore sanitario delle aziende sanitarie). Ciò in quanto, pur dopo la riforma delle unità sanitarie locali, operata con il d.lgs. 30 dicembre 1992, n. 502, e poi integrata con il d.lgs. 19 giugno 1999, n. 229, che ha comportato un “arretramento dei poteri gestori” dei Comuni nei confronti delle aziende sanitarie operanti sul loro territorio, permarrebbero funzioni di controllo e di indirizzo dei Comuni nei confronti di tali aziende, e un ruolo rilevante del Sindaco, da solo o nel più ampio contesto della conferenza dei sindaci, nella formazione del programma, nell'indirizzo sanitario e nel controllo contabile della azienda, con una conseguente “immanente possibilità di conflitto di interessi tra Sindaco e componente della struttura sanitaria”. 2.- Le due ordinanze di rimessione sollevano questioni parzialmente uguali, ed è quindi opportuno riunire i giudizi perché siano definiti con unica pronunzia. 3.- Devono in primo luogo disattendersi le eccezioni di inammissibilità che le parti private, da diverse ed opposte prospettazioni, avanzano nei riguardi della questione sollevata dal Tribunale di Forlì. La parte ricorrente nel giudizio a quo lamenta che il Tribunale abbia ritenuto applicabile alla specie la disciplina risultante dal testo unico del 2000, anziché quella vigente all'epoca della elezione del Sindaco, avvenuta nel 1999, quando cioè era ancora in vigore l'art. 8, n. 2, della legge n. 154 del 1981, che sanciva l'incompatibilità con la carica di Sindaco per i dipendenti della unità sanitaria locale: onde la questione sollevata sul testo unico sarebbe priva di rilevanza. Questa Corte non ha ragione di discostarsi dall'indirizzo della giurisprudenza di legittimità, cui esplicitamente si conforma l'ordinanza di rimessione, secondo cui nel giudizio promosso per l'accertamento in sede giurisdizionale della causa di incompatibilità dell'amministratore locale si applica la disciplina normativa, in tema di incompatibilità, vigente nel momento in cui viene a scadere il termine ultimo entro il quale l'interessato può rimuovere la causa di incompatibilità: momento che - ai sensi dell'art. 7, quinto comma, della legge n. 154 del 1981, aggiunto dall'art. 20 della legge n. 265 del 1999, dopo la parziale dichiarazione di illegittimità costituzionale dell'art. 9-bis del d.P.R. 16 maggio 1960, n. 570, pronunciata da questa Corte con la sentenza n. 160 del 1997, proprio per garantire la salvaguardia del diritto di elettorato passivo - coincide con la scadenza del termine di dieci giorni dalla notificazione del ricorso. Non vale opporre che la causa di incompatibilità, sussistente al momento dell'elezione, non potrebbe essere esclusa in forza di una norma sopravvenuta, in base al principio tempus regit actum (intendendosi per atto l'elezione).