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Disposizioni volte a consentire la rimozione dei vincoli relativi alla determinazione del prezzo massimo di cessione degli immobili in edilizia convenzionata anche successivamente alla data della prima alienazione. Onorevoli Senatori. – Nel corso degli ultimi due anni si è diffusa, suscitando allarme sociale, una problematica definita « questione del prezzo massimo di cessione » causata da un'interpretazione letterale e asettica che i tribunali formulano sulla normativa relativa alle cessioni degli immobili in edilizia residenziale convenzionata, laddove, a seguito di un intervento del legislatore del 2011 (decreto-legge 13 maggio 2011, convertito, con modificazioni, dalla legge 12 luglio 2011, n.106) , è mancata una norma di coordinamento tale da determinare una sostanziale disparità di trattamento tra coloro che hanno venduto gli immobili di edilizia convenzionata prima e dopo l'intervento legislativo del 2011. Per poter esaminare compiutamente la vicenda e analizzare le conseguenze e le possibili soluzioni, è necessario un inquadramento della fattispecie. Fin dagli anni ’60 del secolo scorso il legislatore aveva previsto delle norme volte a favorire la realizzazione di zone urbane destinate all'edilizia residenziale agevolata, affinché nuovi nuclei familiari o persone non abbienti potessero ottenere l'assegnazione di alloggi (appartamenti o villini) concorrendo alla costituzione di cooperative edilizie, con notevole riduzione dei costi rispetto all'acquisto degli alloggi sul libero mercato. In particolare, i comuni interessati venivano incentivati a concedere alle cooperative edilizie dei terreni per la realizzazione degli alloggi addivenendo alla stipula di convenzioni distinguibili in due diverse tipologie: - le cosiddette convenzioni « PEEP » ( Piani di edilizia economica popolare), perfezionate ai sensi della legge 22 ottobre 1971, n. 865, in piena proprietà o in superficie (a seconda della natura del diritto attribuito dal comune al soggetto attuatore); - le cosiddette « convenzioni Bucalossi », perfezionate ai sensi degli articoli 7 e 8 della legge 28 gennaio 1977, n.10, e in seguito ai sensi degli articoli 17 e 18 del testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia edilizia, di cui al decreto del Presidente della Repubblica 6 giugno 2001, n. 380, al fine di consentire al soggetto attuatore una riduzione del contributo concessorio per il rilascio del permesso di costruire. Per quanto di interesse in questa disamina, l'articolo 35 della legge 22 ottobre 1971, n. 865, prevedeva espressamente che « (...) le aree comprese nei piani approvati a norma della legge 18 aprile 1962, n. 167, sono espropriate dai comuni o dai loro consorzi. Le aree di cui al precedente comma, salvo quelle cedute in proprietà ai sensi dell'undicesimo comma del presente articolo, vanno a far parte del patrimonio indisponibile del comune o del consorzio. Su tali aree il comune o il consorzio concede il diritto di superficie per la costruzione di case di tipo economico o popolare e dei relativi servizi urbani e sociali. La concessione del diritto di superficie ad enti pubblici per la realizzazione di impianti e servizi pubblici è a tempo indeterminato, in tutti gli altri casi ha una durata non inferiore ad anni 60 e non superiore ad anni 99. L'istanza per ottenere la concessione è diretta al sindaco o al presidente del consorzio. Tra più istanze concorrenti è data la preferenza a quelle presentate da enti pubblici istituzionalmente operanti nel settore dell'edilizia economica e popolare e da cooperative edilizie a proprietà indivisa. La concessione è deliberata dal consiglio comunale o dall'assemblea del consorzio. Con la stessa delibera viene determinato il contenuto della convenzione da stipularsi, per atto pubblico, da trascriversi presso il competente ufficio dei registri immobiliari, tra l'ente concedente ed il richiedente. La convenzione deve prevedere: a) il corrispettivo della concessione e le modalità del relativo versamento, determinati dalla delibera di cui al settimo comma con l'applicazione dei criteri previsti dal dodicesimo comma; b) il corrispettivo delle opere di urbanizzazione da realizzare a cura del comune o del consorzio, ovvero qualora dette opere vengano eseguite a cura e spese del concessionario, le relative garanzie finanziarie, gli elementi progettuali delle opere da eseguire e le modalità del controllo sulla loro esecuzione, nonché i criteri e le modalità per il loro trasferimento ai comuni od ai consorzi; c) le caratteristiche costruttive e tipologiche degli edifici da realizzare; d) i termini di inizio e di ultimazione degli edifici e delle opere di urbanizzazione; e) i criteri per la determinazione e la revisione periodica dei canoni di locazione, nonché per la determinazione del prezzo di cessione degli alloggi, ove questa sia consentita; f) le sanzioni a carico del concessionario per l'inosservanza degli obblighi stabiliti nella convenzione ed i casi di maggior gravità in cui tale osservanza comporti la decadenza dalla concessione e la conseguente estinzione del diritto di superficie; g) i criteri per la determinazione del corrispettivo in caso di rinnovo della concessione, la cui durata non può essere superiore a quella prevista nell'atto originario. (...) Le aree di cui al secondo comma, destinate alla costruzione di case economiche e popolari, sono concesse in diritto di superficie, ai sensi dei commi precedenti, o cedute in proprietà a cooperative edilizie e loro consorzi, ad imprese di costruzione e loro consorzi ed ai singoli, con preferenza per i proprietari espropriati ai sensi della presente legge sempre che questi abbiano i requisiti previsti dalle vigenti disposizioni per l'assegnazione di alloggi di edilizia agevolata ». Secondo questa norma, gli interventi edilizi da realizzare su aree espropriate dai comuni per essere poi utilizzate per piani di edilizia residenziale devono essere soggetti ad apposita convenzione, che determina termini, oneri e condizioni per la realizzazione delle opere, lasciando ai comuni le sole disposizioni di dettaglio da inserire nelle convenzioni medesime. Un aspetto saliente delle convenzioni di edilizia residenziale riguardava i limiti alla negoziabilità degli immobili. Secondo la legge n. 865 del 1971, le convenzioni PEEP relative alle case in piena proprietà imponevano un divieto di alienazione per 20 anni e, decorso tale termine, un vincolo sul prezzo di cessione o sul canone di locazione (articolo 35, commi dal quindicesimo al diciannovesimo del testo originario); invece le convenzioni PEEP relative al diritto di superficie ponevano solo limiti alla determinazione del prezzo di cessione (articolo 35, comma ottavo, lettera e) ). Con la legge 17 febbraio 1992, n. 179 (cosiddetta legge « Ferrarini Botta ») è stato rimosso, nelle convenzioni PEEP in piena proprietà, il divieto di alienazione ventennale; da quel momento, inoltre, diventa dominante l'interpretazione secondo cui l'abolizione del divieto di alienazione contenuto in tali convenzioni avrebbe comportato anche il venir meno di ogni vincolo sul prezzo. Tuttavia successivi interventi legislativi modificano tale orientamento: