[pronunce]

Secondo il giudice a quo tale previsione dovrebbe ritenersi già lesiva, nella misura in cui essa incide immediatamente sulla convenienza economica delle programmate operazioni di dismissione, tra l'altro poste a base delle osservazioni al PRG proposte dalle due società, e prese espressamente e specificatamente in considerazione dalle norme tecniche impugnate aventi proprio ad oggetto il «riuso della edificazione dismessa». In punto di rilevanza osserva ulteriormente il Consiglio di Stato che, pur potendo ritenersi - come già affermato in precedenza (è citata la sentenza del Cons. Stato 13 luglio 2010, n. 4545) - che disposizioni quali quelle contestate costituiscano espressione della potestà conformativa del territorio nell'esercizio della propria attività di pianificazione, concretizzatasi attraverso il ricorso a modelli privatistici e consensuali, a mente dell'art. 11, legge 7 agosto 1990, n. 241, recante «Nuove norme in materia di procedimento amministrativo e di diritto di accesso ai documenti amministrativi», sarebbe del tutto evidente che l'art. 14, comma 16, lettera f) del d.l. n. 78 del 2010 debba esser inteso quale disposizione posta a "copertura" legislativa del contributo straordinario in contestazione, ovvero emanata al preciso scopo di legittimare ex post la previsione del contributo straordinario da parte del Comune di Roma. Conseguentemente, in disparte gli impegni già assunti dal privato a mezzo di un accordo già formalizzato, secondo il Consiglio di Stato dovrebbe ritenersi che le altre procedure urbanistiche di valorizzazione citate dalla norma, ancora in itinere, restino disciplinate dalla norma citata, ed alla luce di questa dovrebbero essere giudicate. Evidenzia inoltre il giudice a quo che, successivamente, per effetto delle modifiche introdotte dall'art. 17, comma l, lettera g) della legge 11 novembre 2014, n. 164 [recte: del decreto-legge 11 settembre 2014, n. 133,] (Misure urgenti per l'apertura dei cantieri, la realizzazione delle opere pubbliche, la digitalizzazione del Paese, la semplificazione burocratica, l'emergenza del dissesto idrogeologico e per la ripresa delle attività produttive), come modificato dalla legge di conversione 11 novembre 2014, n. 164, all'art. 16, comma 4, del d.P.R. 6 giugno 2001 n. 380, recante «Testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia edilizia (testo A)», sarebbe stata introdotta su tutto il territorio nazionale la previsione di assoggettamento ad un analogo contributo straordinario; inoltre, la medesima legge n. 164 del 2014 avrebbe anche inserito - mediante l'art. 17, comma l, lettera g), numero 3-bis del d.l. n. 133 del 2014 - un successivo comma 4-bis all'art. 16 del d.P.R. n. 380 del 2001, con il quale si fanno salve le «diverse disposizioni delle legislazioni regionali e degli strumenti urbanistici generali». Secondo il Consiglio di Stato in tal modo sarebbe fatto salvo anche l'art. 20 delle NTA del nuovo PRG di Roma e soprattutto, a maggior ragione, in quanto norma speciale, si dovrebbe ritenere implicitamente salvo anche l'art. 14, comma 16, lettera f) del d.l. n. 78 del 2010, oggetto di impugnazione. Il rimettente esclude qualsiasi possibilità di una interpretazione costituzionalmente orientata «essendo qualsivoglia approccio esegetico inibito dal carattere perentorio della norma, nonché dalla mancanza nell'ordinamento di norme e principi, anche in materia perequativa, la cui tenuta costituzionale si possa dire certa al punto di consentire di colmare le lacune o di emendare le norme con l'ausilio dell'analogia». 1.1.- Tanto premesso, nel merito il Consiglio di Stato ritiene che la norma impugnata violi l'art. 23 Cost., in quanto il contributo straordinario, finalizzato a «garantire l'equilibrio economico-finanziario della gestione ordinaria del Comune di Roma», pur accedendo a previsioni urbanistiche espressive del tradizionale potere pianificatorio, introdurrebbe una prestazione patrimoniale imposta, seppur collegata ad un beneficio derivante dall'attività istituzionale dell'ente di pianificazione del territorio, che tale prestazione impone, e ciò secondo la logica tipica della contribuzione in materia edilizia. Quel che muterebbe rispetto all'ordinamento previgente, secondo il rimettente, è che, ove le finalità della pianificazione siano quelle indicate, e gli effetti siano economicamente stimabili in termini di incremento di valore dell'immobile interessato dalla pianificazione, il proprietario di quest'ultimo è soggetto all'imposizione di un contributo straordinario nella misura massima del sessantasei per cento del maggior valore immobiliare conseguibile. 1.1.1.- Sulla scorta di tale qualificazione, eccepisce il rimettente che, pur essendo pacifico che la riserva di legge di cui all'art. 23 della Costituzione abbia carattere relativo, nel caso concreto si tratterebbe di una prescrizione normativa "in bianco" che non preciserebbe in alcun modo i contenuti ed i modi dell'azione amministrativa limitativa della sfera generale di libertà dei cittadini. Tale disposizione difatti porrebbe criteri vaghi (quale sarebbe la nozione di «rilevanti» valorizzazioni immobiliari) ed imprecisi (quale sarebbe la riferibilità di tali valorizzazioni a fatti generatori anche in via «indiretta») che, come tali, sarebbero inidonei a delimitare la discrezionalità dell'autorità amministrativa nell'esercizio del potere impositivo. Parimenti, secondo il Consiglio di Stato, difetterebbero i criteri in ordine al quantum della pretesa, poiché l'indicazione di una sola misura massima del sessantasei per cento lascerebbe l'amministrazione totalmente libera di fissare l'aliquota in un margine eccessivamente ampio (da 0 al 66 per cento), in assenza di qualsivoglia parametro o criterio. 1.1.2.- Sotto altro profilo, l'art. 14, comma 16, lettera f) del d.l. 78 del 2010 violerebbe l'art. 23 Cost., alla luce del principio di ragionevolezza di cui all'art. 3 Cost. e dei principi di imparzialità e buon andamento di cui all'art. 97 Cost. Secondo il Consiglio di Stato la particolare gravosità dell'imposizione patrimoniale si spiegherebbe solo con riferimento al principio della derivazione del beneficio dall'esercizio del potere amministrativo di conformazione della proprietà: l'ente sarebbe legittimato a chiedere una somma così alta perché essa sarebbe il frutto di una previa attività amministrativa dell'ente, creativa di un plusvalore ancora più rilevante. L'obbligazione pecuniaria citata, secondo il rimettente, avrebbe quindi un senso solo se connessa al principio di perequazione: poiché l'amministrazione, nel perseguimento di una corretta ed imparziale pianificazione del futuro assetto del territorio, genera, per alcuni proprietari, rilevanti valorizzazioni rispetto ad altri, si dovrebbe ritenere equo che i proprietari beneficiati restituiscano, quanto meno in parte, il plusvalore a favore del territorio, così che anche gli altri proprietari ne possano indirettamente beneficiare.