[pronunce]

che il Tribunale rimettente ritiene, poi, non manifestamente infondata, con riferimento al principio di determinatezza delle pene, sancito dal secondo comma dell'art. 25 Cost., la questione di legittimità costituzionale dell'art. 168-bis, secondo e terzo comma, cod. pen. ; che, ad avviso del rimettente, le norme censurate prescriverebbero sanzioni indeterminate, sia sul piano qualitativo, potendo il trattamento a cui l'imputato viene sottoposto risolversi in vincoli conformativi e ablatori della libertà personale di diversa intensità, sia sul piano quantitativo, essendo la relativa durata fissata «soltanto nel minimo (dieci giorni) in relazione alla sanzione sostitutiva del lavoro di pubblica utilità, e totalmente indeterminata in relazione alla misura alternativa dell'affidamento al servizio sociale»; che questa «indeterminatezza legale» non potrebbe essere colmata mediante il ricorso all'applicazione analogica dell'art. 464-quater, comma 5, cod. proc. pen. , che stabilisce soltanto la durata massima della sospensione del processo conseguente alla messa alla prova, o dell'art. 657-bis cod. proc. pen. , che stabilisce soltanto i criteri di ragguaglio applicabili in sede di determinazione della pena da espiare nel caso di esito negativo della prova; che l'ordinanza di rimessione censura, altresì, l'art. 464-quater, comma 4, cod. proc. pen. , «nella parte in cui prevede il consenso dell'imputato quale condizione di ammissibilità, di validità o di efficacia dei provvedimenti giurisdizionali modificativi o integrativi del programma di trattamento»; che la norma impugnata contrasterebbe con l'art. 101 Cost., in quanto «attribuisce alla volontà dell'imputato la capacità sovrana di integrare la condizione meramente potestativa cui resta insindacabilmente subordinato ogni profilo di efficacia formale ed utilità sostanziale del provvedimento giurisdizionale di messa alla prova, nonché [...] dell'intera procedura già celebrata strumentalmente alla pronuncia del medesimo»; che sarebbero violati anche «i principi costituzionali di buon andamento ed efficienza delle attività dei pubblici poteri (art. 97 Cost.) e [i] principi di economicità e ragionevole durata del processo penale (art. 111 comma 2 Cost.) nella misura in cui si stabilisce lo svolgimento di attività paragiudiziarie e giudiziarie che, senza riguardo al dispendio di tempi e risorse processuali all'uopo occorrenti, devono essere necessariamente disimpegnate dai competenti pubblici uffici (prima l'ufficio esecuzione penale esterna e poi il giudice procedente) per il solo fatto che ne faccia richiesta la stessa parte processuale al cui mero insindacabile beneplacito, contestualmente, si attribuisce anche la prerogativa di deciderne a posteriori la sorte, ossia addirittura di stabilire a piacimento se tali attività, una volta che abbiano avuto luogo, siano state o meno compiute soltanto a titolo di futile dissipazione di tempi processuali e denari pubblici»; che, da ultimo, il giudice a quo ritiene non manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale degli artt. 464-quater e 464-quinquies cod. proc. pen. , laddove «prescrivono la irrogazione ed esecuzione di sanzioni penali consequenziali ad un reato per cui non risulta pronunciata né di regola pronunciabile alcuna condanna definitiva o non definitiva»; che le norme censurate contrasterebbero con l'art. 27, secondo comma, Cost., «poiché stabiliscono non tanto una violazione, quanto la radicale negazione della garanzia formale racchiusa nel principio secondo cui l'imputato non può essere considerato e tantomeno trattato come colpevole sino alla condanna penale definitiva», senza che vi sia alcuna contrapposta «esigenza di tutela di valori di dignità costituzionale pari o superiore»; che, ad avviso del Tribunale rimettente, non sarebbe possibile un'interpretazione costituzionalmente orientata delle norme impugnate, le quali definirebbero «una mera sequela di adempimenti formali», che impegnano risorse e attività non inferiori a quelle occorrenti per la celebrazione del giudizio ordinario, peraltro in funzione di «mere utilità erariali (sfollamento penitenziario e deflazione processuale)»; che, infine, le questioni sollevate sarebbero rilevanti, dovendo il Tribunale rimettente decidere sull'idoneità del programma di trattamento predisposto dall'ufficio di esecuzione penale esterna, «in maniera largamente incompleta», mediante la «perplessa compilazione di un modulo», sulla base dei soli atti del fascicolo per il dibattimento; che è intervenuto in tutti i giudizi il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, e ha chiesto che le questioni siano dichiarate inammissibili e comunque non fondate; che la difesa dello Stato ha eccepito l'inammissibilità delle questioni sollevate, in primo luogo perché «pregiudicat[e] dalle gravi carenze che inficiano la descrizione della fattispecie sottoposta all'esame del giudice a quo, risultando omessa l'indicazione dei dati necessari per consentire la verifica della rilevanza delle question[i] propost[e]»; che le questione sarebbero inammissibili, inoltre, perché sollevate dal Tribunale rimettente «in termini ipotetici e astratti o comunque prematuri, che le rendono non rilevanti nel giudizio a quo»; che, nel merito, le questioni sarebbero infondate, perché l'istituto della messa alla prova - peraltro già sperimentato nel nostro ordinamento in ambito minorile - persegue, accanto a scopi deflativi, una finalità riparatoria e risocializzante, rispetto alla quale non rileva la ricostruzione del fatto di reato in tutte le sue componenti oggettive e soggettive, né l'attribuzione di responsabilità. Considerato che i giudizi vertono sulle medesime disposizioni, sicchè ne appare opportuna la riunione, ai fini di una decisione congiunta; che l'Avvocatura generale dello Stato ha eccepito l'inammissibilità delle questioni sollevate, rilevando che le ordinanze di rimessione non contengono alcuna indicazione, non solo dei fatti di reato contestati agli imputati, ma anche dell'esistenza delle condizioni richieste dall'art. 168-bis del codice penale per l'applicazione della messa alla prova e non chiariscono per quale ragione i programmi di trattamento elaborati dall'ufficio di esecuzione penale esterna, allegati alle istanze degli imputati, non sarebbero completi ed esaustivi; che l'eccezione è fondata; che, infatti, le tre ordinanze di rimessione, non contengono alcuna descrizione dei fatti oggetto dei giudizi a quibus, limitandosi ad indicare, con il solo numero, le disposizioni che prevedono i reati contestati agli imputati, senza neppure riportare i relativi capi di imputazione; che inoltre nulla si dice sull'esistenza, nei casi di specie, dei requisiti soggettivi previsti dall'art. 168-bis cod. pen. per l'applicazione della messa alla prova; che, come la giurisprudenza di questa Corte ha più volte precisato, «l'omessa o insufficiente descrizione della fattispecie, non emendabile mediante la diretta lettura degli atti, impedita dal principio di autosufficienza dell'atto di rimessione, preclude il necessario controllo in punto di rilevanza» (sentenza n. 338 del 2011;