[pronunce]

Nel richiamare, infine, la sentenza n. 55 del 1991 e l'ordinanza n. 314 del 1991, l'Avvocatura evidenzia come il giudice rimettente non abbia neppure specificamente indicato e qualificato la natura del credito azionato, con ciò impedendo ogni valutazione comparativa con gli interessi tutelati dal menzionato art. 38 Cost.1.- Il Tribunale di Ragusa dubita, «in relazione all'art. 3, comma primo, Cost., e, comunque, al principio di ragionevolezza», della legittimità costituzionale dell'art. 128 del regio decreto-legge 4 ottobre 1935, n. 1827 (Perfezionamento e coordinamento legislativo della previdenza sociale), convertito, con modificazioni, nella legge 6 aprile 1936, n. 1155, e dell'art. 69, primo comma, della legge 30 aprile 1969, n. 153 (Revisione degli ordinamenti pensionistici e norme in materia di sicurezza sociale), nella parte in cui escludono - in relazione all'art. 545, quarto comma, cod. proc. civ. - la pignorabilità nei limiti di un quinto della pensione di vecchiaia per crediti diversi da quelli inerenti all'INPS e da quelli di natura alimentare. 2.- La questione è fondata nei limiti di seguito precisati. 3.- Questa Corte è stata numerose volte, e sotto più profili, investita della questione della pignorabilità delle pensioni, sia degli ex dipendenti da pubbliche amministrazioni, sia di professionisti assistiti da casse di previdenza, sia, ancora, di titolari di trattamenti pensionistici erogati dall'INPS; anche se, nella giurisprudenza formatasi in oltre un quarantennio, la questione posta dall'ordinanza di rimessione risulta essere stata trattata ex professo solo una volta. La copiosa giurisprudenza di questa Corte, infatti, si è articolata in una serie di pronunce che - quanto al regime della pignorabilità e sequestrabilità, e sovente attraverso la rimeditazione di precedenti decisioni - hanno equiparato, da un lato, le pensioni erogate dall'INPS a quelle erogate agli ex pubblici dipendenti e, dall'altro lato, le retribuzioni dei pubblici dipendenti a quelle dei lavoratori del settore privato; sicché il principio della “normale” impignorabilità delle pensioni è risultato più presupposto che affermato dalla giurisprudenza di questa Corte, tutta volta ad equiparare il trattamento del settore privato a quello pubblico. 3.1.- Con la sentenza n. 18 del 1960, la Corte ha dichiarato non fondata la questione di legittimità costituzionale dell'impignorabilità delle pensioni (sancita, rispettivamente, dagli artt. 128 del regio decreto-legge n. 1827 del 1935 e 45 del regio decreto n. 1765 del 1935) erogate dall'INPS e dall'INAIL, osservando che il «precetto costituzionale per cui devono essere assicurati al lavoratore, non più in grado di provvedere al suo sostentamento in caso di infortunio, malattia, invalidità o vecchiaia, i mezzi indispensabili alle sue esigenze di vita (art. 38 Cost.)» giustifica - senza contrasto «coi principi relativi all'assistenza familiare, sanciti negli artt. 29 e 30 Cost.» - l'impignorabilità assoluta anche in danno del «coniuge o dei figli minori che vantino un credito per alimenti verso il beneficiario della pensione». Con la sentenza n. 1041 del 1988, viceversa, la Corte ha dichiarato «l'illegittimità costituzionale, per contrasto con gli artt. 3 e 29 Cost., degli artt. 128 del regio decreto-legge n. 1827 del 1935 e 69 della legge n. 153 del 1969, nella parte in cui non consentono, entro i limiti stabiliti per i pubblici dipendenti dall'art. 2, numero 1, del d.P.R. n. 180 del 1950 (e cioè «fino alla concorrenza di un terzo valutato al netto di ritenute»), la pignorabilità delle pensioni corrisposte dall'INPS per crediti alimentari (ai quali vanno equiparati quelli di assegno di mantenimento, nei limiti in cui questo abbia carattere alimentare)»; e ciò in quanto, «dinanzi alla esigenza di tutelare i crediti alimentari, non vi è alcuna ragione di concedere ai titolari di pensioni INPS un trattamento privilegiato rispetto a coloro che fruiscono di pensioni dello Stato o di altri enti pubblici», ovvero fruiscono di assegni corrisposti da casse di previdenza di professionisti. 3.2.- Con riguardo all'art. 12 del regio decreto-legge 27 maggio 1923, n. 1324 (convertito nella legge 17 aprile 1925, n. 473), che prevedeva l'assoluta impignorabilità ed insequestrabilità delle quote di integrazione, delle pensioni e degli assegni dovuti ai notai dalla relativa cassa (inclusa l'indennità di cessazione dall'esercizio delle funzioni), questa Corte ne ha dapprima escluso l'incostituzionalità perché «non possono porsi sullo stesso piano dei liberi professionisti, quali i notai, i dipendenti privati» (sentenza n. 100 del 1974); successivamente (sentenza n. 105 del 1977), ha dichiarato l'illegittimità costituzionale della norma, nella parte in cui sottraeva alla pignorabilità per crediti alimentari l'assegno di integrazione corrisposto ai notai in esercizio che non raggiungano nell'anno un minimo di onorari, e non ne consentiva la pignorabilità nei limiti stabiliti dall'art. 2, primo comma, numero 1, del d.P.R. n. 180 del 1950; infine, con la sentenza n. 155 del 1987, la Corte ha dichiarato l'illegittimità costituzionale della norma, nella parte in cui non prevede la pignorabilità per crediti alimentari delle pensioni dei notai negli stessi limiti stabiliti dall'art. 2, primo comma, numero 1, del d.P.R. n. 180 del 1950. 3.3.- Anche con riguardo alle pensioni ed indennità corrisposte ai giornalisti dall'INPGI, la Corte ha dapprima dichiarato (con riguardo, nella specie, ai crediti tributari) che l'impignorabilità assoluta sancita dall'art. 1 della legge 9 novembre 1955, n. 1122, non contrastava con il principio di eguaglianza, essendo «una disposizione estensiva della normativa prevista in materia per l'INPS dall'art. 128 del regio decreto-legge n. 1827 del 1935 ed essendo non comparabile la situazione dei giornalisti con quella di avvocati, commercialisti, geometri, ragionieri» (sentenza n. 214 del 1972);