[pronunce]

La Sezione remittente premette che il magistrato imputato era stato sospeso, ai sensi dell'art. 31, terzo comma, del r.d.lgs. n. 511 del 1946 (secondo il quale “il magistrato sottoposto a procedimento penale per delitto non colposo può ... essere provvisoriamente sospeso dalle funzioni e dallo stipendio"), con un'ordinanza che - a seguito dell'annullamento di un precedente analogo provvedimento, e in conformità al principio di diritto enunciato dalla Corte di cassazione - era stata adottata non già sul mero presupposto della pendenza del procedimento penale e di una valutazione in astratto della gravità dell'imputazione, ma alla stregua di una autonoma valutazione, sia pure contenuta nei limiti di una delibazione sommaria, del merito in ordine alla responsabilità del magistrato, al rilievo disciplinare della condotta attribuitagli e alla sussistenza di esigenze che in concreto rendevano inopportuna la sua permanenza in servizio. La Sezione richiama la giurisprudenza di questa Corte, dalla quale ricava il principio secondo cui la regola della durata massima quinquennale della misura cautelare sospensiva, stabilita dall'art. 9, comma 2, della legge n. 19 del 1990 in relazione ai pubblici dipendenti sospesi “a causa del procedimento penale", vale come clausola di garanzia di portata generale applicabile sia nelle ipotesi in cui la sospensione è disposta in base ad un obbligo di legge (c.d. sospensione “automatica"), sia in quelle in cui, pur essendo rimesso all'amministrazione il potere di disporre la misura cautelare, l'applicazione di questa consegua ad una valutazione in cui è la pendenza del procedimento penale in sé e per sé considerata, in ragione della gravità dei fatti contestati, a costituire la ragione giustificatrice sufficiente dell'esercizio del potere discrezionale da parte dell'amministrazione medesima; e sottolinea la differenza tra l'ipotesi di misura sospensiva applicabile automaticamente e quella di sospensione c.d. “discrezionale" conseguente ad una valutazione nel merito dei fatti, sia pure contenuta nei limiti di una delibazione sommaria. Tuttavia la Sezione, alla luce della recente sentenza di questa Corte n. 145 del 2002, che ha dichiarato la illegittimità costituzionale dell'art. 4, comma 2, della legge n. 97 del 2001 - relativo alla sospensione obbligatoria dei dipendenti pubblici condannati, anche non definitivamente, per determinati reati - nella parte in cui disponeva che la sospensione perdesse efficacia solo decorso un periodo di tempo pari a quello di prescrizione del reato, rendendo così applicabile alla fattispecie la regola della durata massima quinquennale di cui all'art. 9, comma 2, della legge n. 19 del 1990, reputa che non sia razionalmente giustificata, alla luce dell'art. 3 della Costituzione, una diversità di disciplina per cui, mentre la sospensione cautelare dal servizio disposta automaticamente per effetto di una sentenza penale di condanna perde efficacia decorsi cinque anni, è invece suscettibile di protrarsi anche oltre tale termine la sospensione disposta discrezionalmente dall'amministrazione in base ad un'autonoma e sommaria valutazione dei fatti dedotti nel procedimento penale, e quindi pur sempre in relazione alla pendenza del procedimento penale ed ai fatti per i quali in esso si procede. E aggiunge che, nel caso concreto, restando lo sviluppo del procedimento disciplinare condizionato dallo svolgimento del procedimento penale, apparirebbe difficile ipotizzare mutamenti di circostanze suscettibili di giustificare una revoca della misura cautelare, che non siano sopravvenuti nel corso del procedimento penale e non si riconducano agli sviluppi di esso. 2.- La questione non è fondata. Come la stessa Sezione remittente ricorda, la giurisprudenza di questa Corte ha affermato da tempo la necessità che le misure cautelari sospensive nei confronti di pubblici impiegati o di esercenti funzioni pubbliche siano adottate, in linea di principio, dall'amministrazione competente in base ad un apprezzamento concreto sia degli addebiti, sia delle esigenze cautelari; ha precisato che non può però negarsi al legislatore, in circoscritte ipotesi, la possibilità di effettuare direttamente l'apprezzamento di tali esigenze cautelari in relazione alla pendenza, a carico dell'interessato, di procedimenti penali per fatti suscettibili di avere anche rilievo disciplinare, e comunque per accuse suscettibili di rendere inopportuna, per l'amministrazione, la permanenza dell'interessato nell'esercizio delle funzioni; ha affermato che, ove la misura cautelare si colleghi esclusivamente, come effetto “automatico", alla pendenza di un procedimento penale, un corretto contemperamento degli interessi di rilievo costituzionale in gioco esige che sia fissata una ragionevole durata massima alla misura cautelare (cfr. sentenze n. 766 del 1988, n. 595 del 1990, n. 239 del 1996, n. 447 del 1995, n. 206 del 1999, n. 454 del 2000, n. 145 del 2002). L'esigenza di tale limitazione temporale è connessa al carattere “automatico" della misura o quanto meno alla circostanza che la sospensione sia disposta sulla base del mero dato formale della pendenza del procedimento penale, cioè è connessa al fatto che l'apprezzamento dell'esistenza delle esigenze cautelari, anziché essere frutto di una autonoma valutazione dell'amministrazione, è compiuto “in astratto" dal legislatore, e collegato all'accusa penale “solo in quanto è la pendenza dell'accusa, come tale, che mette in pericolo interessi" dell'amministrazione (sentenza n. 206 del 1999). Quando invece la misura cautelare sia di applicazione discrezionale, nel senso che “in tanto può essere adottata, in quanto l'autorità competente riscontri in concreto la sussistenza delle esigenze cautelari che la motivano, e può essere mantenuta solo fino a quando tali esigenze permangano", allora “si deve escludere che sia costituzionalmente necessaria la determinazione di un limite massimo di durata, oltre il quale la misura non possa essere mantenuta, pur permanendo, in ipotesi, le esigenze cautelari" (sentenza n. 454 del 2000). Da questi principi non si discosta la sentenza n. 145 del 2002, invocata dalla Sezione remittente: in essa si ribadisce che la clausola di garanzia della durata massima della misura comprende ogni “ipotesi di sospensione dal servizio a causa del procedimento penale, sia facoltativa che obbligatoria", con riferimento ai casi in cui è la sola pendenza del procedimento penale, in quanto tale, che conduce alla sospensione, indipendentemente da un autonomo apprezzamento delle esigenze cautelari in concreto ad opera dell'amministrazione: e infatti l'applicazione del principio fatta dalla Corte in quel caso riguarda proprio una ipotesi - quella di cui all'art. 4, comma 2, della legge n. 97 del 2000 - che prevede la sospensione obbligatoria (c.d. “automatica") a seguito di condanna, anche non definitiva, per determinati delitti.