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in realtà regionali dove insistono prevalentemente comuni di grandi dimensioni un ente intermedio di area vasta può essere non necessario, mentre una diversa soluzione si può imporre in realtà regionali caratterizzate dalla prevalenza di comuni di piccole dimensioni. Per quanto riguarda il sistema dei comuni, si opera su un duplice piano: da un lato si rimette alla legge bicamerale la definizione del relativo sistema elettorale e la definizione delle funzioni fondamentali, prevedendo peraltro che queste possano essere differenziate in relazione alle dimensioni dei comuni (oggi, invece, assurdamente il più piccolo comune italiano, con poche decine di abitanti, ha le stesse identiche funzioni fondamentali di quello con alcuni milioni di abitanti). Dall'altro, si prevede anche, nel perseguimento del medesimo principio di adeguatezza, il principio dell'esistenza di una dimensione minima del comune, funzionale ad ottenere economie di scala (e quindi minori costi e migliori servizi). Questa dimensione viene stabilita con legge bicamerale che potrà differenziare i criteri in relazione alle caratteristiche generali dei comuni. In questo modo i comuni al di sotto della dimensione minima potrebbero diventare municipi, come articolazioni dei nuovi comuni. La scelta recentemente operata a favore dell'esercizio obbligatoriamente associato di tutte le funzioni fino alla soglia dei 1.000 abitanti -- e delle funzioni fondamentali per i comuni fino a 5.000 abitanti (o 3.000 nelle zone montane) -- ha segnato un positivo avanzamento verso l'affermazione di un imprescindibile criterio di adeguatezza. Tuttavia, anche considerate le difficoltà nell'attuazione di una soluzione di questo tipo, i tempi sono ormai maturi per compiere un'ulteriore evoluzione, che del resto ha positivamente caratterizzato altri Paesi europei (come la Germania, il Belgio, la Gran Bretagna, la Danimarca) che hanno dimezzato o ridotto ancor più drasticamente il numero dei loro comuni. Un altro aspetto fondamentale del presente disegno di legge costituzionale riguarda il problema della migliore regolazione dei rapporti finanziari tra Stato ed enti territoriali. Da questo punto di vista è opportuno di specificare che costi e fabbisogni standard costituiscono il criterio principale in base al quale tutte le regioni e gli enti locali, in seguito alla perequazione, devono essere in grado di finanziare integralmente le funzioni loro attribuite -- fatto salvo quanto sopra, la perequazione dovrà essere effettuata in base al criterio della capacità fiscale. Ciò da un lato consente un elevato grado di solidarietà e di rispetto del princìpio di eguaglianza, dall'altro permette di finanziare i servizi effettivamente svolti, con un importante effetto di responsabilizzazione. Si tratta di costituzionalizzare un punto di arrivo estremamente importante cui è pervenuto questo Governo: determinando i costi standard per la sanità delle regioni e i fabbisogni standard per tutte le funzioni fondamentali dei comuni (le cui note metodologiche sono state recentemente approvate nella Commissione paritetica per l'attuazione del federalismo fiscale) è stato finalmente superato il criterio perverso e deresponsabilizzante del finanziamento in base alla spesa storica. Costi e fabbisogni standard vengono peraltro considerati dall'Ocse come criterio di perequazione più evoluto: la loro costituzionalizzazione serve a impedire passi indietro rispetto all'importante risultato raggiunto. In questo modo si pone anche un limite alla prassi dei tagli lineari, che spesso hanno penalizzato gli enti virtuosi, e altrettanto spesso hanno ridotto la spesa efficiente, mantenendo inalterati gli sprechi. La legge statale ordinaria, rispetto alla quale il Senato delle Regioni avrebbe un limitato potere di intervento, potrebbe poi modulare le aliquote o l'entità delle compartecipazioni, sia per interventi ordinari o anche eventualmente per fare fronte a esigenze straordinarie di manovra pubblica, ma non potrebbe stravolgere il quadro del sistema definito dalla legge bicamerale. Una riserva di competenza alla legge bicamerale viene quindi disposta all'interno dell'articolo 119 della Costituzione in ordine al coordinamento del sistema tributario garantendo stabilità alle linee di fondo del sistema. Quanto stabilito dalla legge bicamerale a livello di struttura di fondo del sistema, sarebbe poi oggetto di specificazione da parte o della legge statale ordinaria (ad esempio la determinazione delle aliquote di compartecipazione ad un tributo erariale come l'IVA) o della legge regionale (ad esempio l'istituzione di un’imposta regionale su un presupposto lasciato libero dall’imposizione statale), secondo la rispettiva competenza. Nell'ambito della legge bicamerale sulla finanza territoriale dovrà peraltro trovare collocazione un opportuno principio diretto a specificare che eventuali ripiani di enti territoriali in situazione di dissesto finanziario sono automaticamente accompagnati da misure di effettivo commissariamento statale. In un sistema ispirato a un ampio decentramento di funzioni legislative e amministrative è infatti fondamentale un forte ruolo di coordinamento dello Stato centrale. È stato poi ritenuto opportuno prevedere, come avviene nella generalità dei sistemi federali, che i trasferimenti vincolati di cui al quinto comma dell'articolo 119 possano essere effettuati, con legge bicamerale e in presenza di determinate esigenze tassativamente elencate, alle condizioni previste dalla stessa disposizione (promuovere lo sviluppo economico, la coesione e solidarietà sociale, eccetera), anche nei confronti della generalità degli enti territoriali e non – come nella versione vigente -- solo a favore di determinati enti. Ferma poi la distinzione tra autonomie ordinarie e autonomie speciali, si presenta tuttavia necessario favorire un processo di riduzione delle diversità ingiustificate, definendo i termini generali dell'integrazione di esse nel sistema nazionale del cosiddetto «federalismo fiscale» e della perequazione. In questo senso, l'articolo 119 viene adeguato chiarendo che i territori cui si riferisce il fondo perequativo sono, in generale, «i territori della Repubblica». Da ultimo, l'attuale titolo V, all'articolo 127 della Costituzione che sottoponeva al visto governativo la promulgazione delle leggi regionali, ha previsto che l'eventuale impugnazione governativa di una legge regionale illegittima possa avvenire entro sessanta giorni dalla pubblicazione della stessa. L'innovazione è stata decisamente negativa. Non solo talune forme di contrattazione, che si volevano eliminare, si sono ripetute anche nei sessanta giorni entro cui il Governo può impugnare una legge ma -- questo è il punto più grave -- l'entrata in vigore di una legge regionale impugnata dal Governo ha spesso determinato per tutto l'arco dei tempi di attesa della decisione della Corte (alcuni mesi) gravi incertezze circa il diritto vigente, nocive sia per le amministrazioni che per gli operatori e le imprese (si pensi all’attività edilizia sospesa per quasi due anni dal contenzioso Stato-regioni sulla Scia o a quelle regioni che approvano leggi certamente destinate alla loro caducazione da parte della Corte ma in grado di soddisfare temporaneamente taluni interessi). È quindi opportuna, anche in considerazione dell'eliminazione della competenza concorrente, una modifica costituzionale dell'articolo 127, che consenta al Governo di sospendere – dandone comunicazione al Senato delle Regioni -- l'efficacia di una legge regionale impugnata davanti alla Corte fino alla definizione del giudizio della Corte stessa.