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Carta dei diritti universali del lavoro. Nuovo statuto di tutte le lavoratrici e di tutti i lavoratori. Onorevoli Senatori. – 1. – L'evoluzione della normativa lavoristica di quest'ultimo ventennio, in Italia come nel resto dell'Europa, non ha affatto rappresentato solo una « naturale » e « oggettiva » risposta regolativa alle trasformazioni dell'organizzazione della produzione e del lavoro indotte in generale dallo sviluppo tecnico-scientifico e dall'apertura dei mercati internazionali e dalla conseguente crescita esponenziale della domanda e offerta di beni e servizi. Secondo una diffusa lettura economica e politica di quanto avvenuto nell'ultimo quarto di secolo, questi mutamenti epocali avrebbero inciso in generale tanto sulle imprese che sui lavoratori, in termini, rispettivamente, di apertura di inedite opportunità, sul piano delle sfide economico-produttive, e di inediti spazi di autonomia, sul piano dell'esercizio delle attività lavorative e professionali. La disciplina del lavoro avrebbe pertanto dovuto assecondare la nuova fase di modernizzazione delle imprese, aprendo grandi spazi di flessibilità nelle modalità contrattuali di accesso al lavoro e nell'impiego della forza lavoro, esaltando la centralità del lavoro e riconoscendo il valore dell'apporto individuale ai processi produttivi, anche quale strumento di innalzamento della produttività. In realtà, se è vero che, potenzialmente, la globalizzazione avrebbe potuto e potrebbe aprire nuovi spazi e opportunità non solo per le imprese – favorite dalla eliminazione delle barriere limitative della circolazione di beni e servizi, oltre che dei capitali –, ma anche per i lavoratori – garantiti da maggiori diritti e libertà, valorizzati nelle personali competenze professionali e soddisfatti nella compatibilizzazione tra tempi di vita e tempi di lavoro –, è pur vero che, al contrario, il governo dell'evoluzione in atto, sin qui e più accentuatamente con l'avanzare della grave crisi economica ancora in corso, è stato tutt'altro che neutro, in quanto ha assecondato le pressioni provenienti dal mondo delle imprese italiane verso una riduzione dei costi di produzione, perseguita primariamente, se non esclusivamente, tramite un abbattimento del costo del lavoro, a sua volta ottenuto soprattutto mediante una vasta precarizzazione dei rapporti di lavoro. Il che, anziché allargare e rafforzare i diritti dei lavoratori, ha finito con il mettere ulteriormente a rischio garanzie acquisite, anche fuori dall'area tradizionalmente riferibile al lavoro subordinato. In effetti, la maggior parte delle imprese italiane ha inteso affrontare la competizione nei mercati nazionali e internazionali con il ricorso sempre più accentuato a contratti di lavoro « atipici » caratterizzati dalla temporaneità del rapporto (e dunque alla cosiddetta flessibilità quantitativo-numerica, prima ancora che a quella qualitativo-funzionale). E a siffatta pressante domanda del mondo imprenditoriale di liberalizzazione dell'utilizzo della forza lavoro tramite contratti cosiddetti flessibili hanno risposto, in modi largamente confluenti nell'ispirazione di fondo, tanto i Governi di centro-destra quanto quelli di centro-sinistra succedutisi alla guida del nostro Paese in tale periodo. Anche questi ultimi, infatti, hanno sostanzialmente condiviso, in radice, tale domanda, assumendo a fondamento della loro azione politica il modello della flexicurity (flessibilità più sicurezza), ispirato alle esperienze in atto in alcune socialdemocrazie del Nord Europa e in larga parte sostenuto e sospinto dagli organismi tecnici e politici dell'Unione europea. Un modello in cui, alla predetta flessibilità del lavoro, dovrebbe far riscontro (in funzione di bilanciato riequilibrio sociale) un rafforzamento dei sistemi di sicurezza economico/occupazionale volti a proteggere il lavoratore nel mercato, soprattutto nei frequenti periodi in cui potrebbe trovarsi disoccupato. Un modello, insomma, mirato ad attuare l'auspicato passaggio da un sistema di « tutele nel rapporto di lavoro » dei lavoratori subordinati stabili – eccessivamente costoso per le imprese e foriero di ingiuste differenziazioni tra insider e outsider – a un sistema di « tutele nel mercato » dei lavoratori flessibili di ogni tipo, tanto subordinati quanto autonomi, in cui i costi del sostegno e dell'assistenza occupazionale e reddituale sono equamente redistribuiti nella società. Il fatto è, peraltro, che questo modello di organizzazione del mercato del lavoro e della società si sta rivelando drammaticamente inefficiente, non soltanto in Italia e negli altri Paesi europei che si affacciano nel Mediterraneo, che sono stati colpiti più degli altri dalla gravissima crisi tuttora in atto, e la cui situazione economica e sociale non è comunque comparabile e tanto meno assimilabile a quella, appunto, del Nord Europa. Esso comincia a manifestare i suoi limiti finanche nei ricchi e solidi Paesi nordici, dove pure ha avuto origine e dove oggi affiorano numerose contraddizioni interne relative alla difficile sostenibilità dei costi di un welfare tarato sulla costruzione di un sistema strutturato, « a regime », in funzione di vite lavorative frastagliate e precarie. Sui limiti, anche ideologici, di questo modello si tornerà nel seguito. Per ora vale la pena sottolineare come, in Italia, la possibilità concessa alle imprese, a partire almeno dal 1997, di ricorrere in misura sempre più ampia a contratti flessibili di durata temporanea ha consolidato la loro propensione ad abbattere i costi di produzione e del lavoro attraverso l'impiego sistematico e diffuso di tali forme contrattuali, piuttosto che attraverso l'innovazione tecnologico-organizzativa e quella di prodotti e processi; e ciò ha di fatto contribuito a bloccare la modernizzazione del sistema economico nel suo complesso, scatenando effetti sociali devastanti. Si è così verificata una drammatica proliferazione del lavoro precario, veicolato attraverso tutte le forme di contratto di lavoro cosiddetto « atipico », sia subordinato, sia autonomo-parasubordinato o autonomo tout court (tra cui le « famigerate » partite IVA). Il che ha rimesso in discussione, o perlomeno eroso, la condizione economico-sociale nonché le opportunità e l'effettività dei diritti non solo dei lavoratori dipendenti, bensì di ampie fasce di lavoratori autonomi, persino appartenenti a settori tradizionali delle professioni intellettuali e protette. In sostanza, mentre dal lato del capitale si è comunque assistito alla conservazione di elevati livelli di redditività, grazie a un accresciuto sfruttamento del lavoro, nonché all'attuazione di molteplici strategie per fronteggiare le sfide della concorrenza globale – in particolare attraverso l'esternalizzazione di intere parti, fasi o settori della produzione, ovvero attraverso forme di concentrazione delle attività economico-imprenditoriali (agevolate sotto ogni profilo: dalla costituzione di imprese « multinazionali », ai collegamenti internazionali o « globali »), in grado di fatto di restringere l'accessibilità ai mercati e alla concorrenza –, dal lato dei lavoratori si è verificata una crescente divaricazione tra pochi privilegiati (i grandi manager ) in grado di ottenere, in modo accelerato e brutale, enormi remunerazioni per le loro prestazioni, e la gran massa di lavoratori, tanto subordinati che autonomi, le cui disponibilità economiche e di opportunità si sono fortemente ridotte, indipendentemente dalla qualità dell'istruzione, della formazione e dalla qualificazione professionale raggiunta. 2.