[pronunce]

25 luglio 1998, n. 286, sarebbe in netto contrasto con i principi fondamentali della Costituzione ed, in particolare, con il principio della solidarietà politica, economica e sociale, oltre che con il principio dell'uguaglianza, perché colpevolizza coloro i quali, nella loro condizione di stranieri privi di autorizzazione ad entrare nel territorio dello Stato o a permanervi, fuggono dai loro paesi di origine per le precarie condizioni economiche e cercano nel nostro Paese l'affermazione della loro personalità; che la norma censurata violerebbe l'art. 3 Cost., sotto il profilo della ragionevolezza, trattandosi di norma incriminatrice priva di fondamento razionale, in quanto l'obiettivo con essa perseguito - espellere lo straniero illegittimamente presente nel territorio dello Stato - sarebbe già conseguibile con la procedura di espulsione amministrativa avente il medesimo ambito applicativo; che ulteriore profilo di irragionevolezza dovrebbe ricavarsi dalla irrazionalità del trattamento sanzionatorio, caratterizzato dalla comminatoria di una pena pecuniaria priva di ogni efficacia deterrente nei confronti di soggetti di regola impossidenti, quali gli stranieri clandestini; che, inoltre, la fattispecie incriminatrice sarebbe priva di fondamento giustificativo perché il bene giuridico della tranquillità e della sicurezza pubblica, che il legislatore intende tutelare, non può essere offeso o messo in pericolo dalla semplice condizione di straniero clandestino e, pertanto, la norma oggetto di censura si tradurrebbe nell'incriminazione della mera condizione soggettiva di migrante privo dell'autorizzazione a soggiornare, mancando un fatto oggettivo di pericolosità sociale; che in tal senso dovrebbero valere le considerazioni espresse nella sentenza della Corte costituzionale n. 78 del 2007, in tema di applicabilità delle misure alternative alla detenzione agli stranieri clandestini, ove si è detto che «il mancato possesso di un titolo abilitativo alla permanenza nel territorio dello Stato» costituisce «una condizione soggettiva» «che, di per sé non è univocamente sintomatica [...] di una particolare pericolosità sociale»; che il rimettente lamenta anche la disparità di trattamento in relazione all'ipotesi di cui all'art. 14, comma 5-ter, del d.lgs. n. 286 del 2000, a causa della mancata previsione della esclusione della colpevolezza in caso di «giustificato motivo» per un reato contravvenzionale che certamente si caratterizza per una minore gravità; che, da ultimo, è ipotizzata anche la violazione dell'art. 97, primo comma, Cost., in quanto la previsione di due distinti procedimenti - amministrativo e penale - diretti allo stesso fine (l'espulsione dello straniero) influirebbe negativamente sulla ragionevole durata dei processi, oltre a provocare un aumento di costi e di «incombenti»; che il Giudice di pace di Casale Monferrato, con ordinanza del 17 dicembre 2009 (r. o. n. 139 del 2010), ha sollevato questione di legittimità costituzionale dell'art. 10-bis del d.lgs. n. 286 del 1998 per violazione degli artt. 2, 3, 10, 25, 27 e 117, primo comma, Cost.; che il giudice a quo premette, in fatto, di dover giudicare un cittadino straniero extracomunitario imputato del reato di ingresso o soggiorno illegale nel territorio dello Stato; che l'art. 10-bis del d.lgs. 25 luglio 1998 n. 286 ha introdotto una fattispecie incriminatrice di natura contravvenzionale che prevede due tipi di condotta illecita: l'ingresso sul territorio dello Stato in violazione delle norme del «testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell'immigrazione e norme sulla condizione dello straniero» e il soggiorno sul territorio italiano in violazione delle medesime norme e dell'art. 1 della legge 28 maggio 2007, n. 68 (Disciplina dei soggiorni di breve durata degli stranieri per visite, affari, turismo e studio); che il rimettente precisa che le due ipotesi di reato sono in rapporto di alternatività tra di loro e che, pertanto, non sarebbe rilevante, nel caso di specie, la modalità dell'ingresso dello straniero nel territorio, ingresso avvenuto, in ogni caso, anteriormente all'entrata in vigore della legge n. 94 del 2009; che la norma censurata si porrebbe in primo luogo in contrasto con il principio di uguaglianza di cui all'art. 3 Cost., perché la permanenza dello straniero nel territorio dello Stato non rappresenterebbe di per sé un fatto lesivo di beni meritevoli di tutela penale ma solo espressione di una condizione individuale; che sarebbero, altresì, violati gli artt. 3 e 25, secondo comma, Cost., in relazione ai principi di inesigibilità della condotta, di tassatività e determinatezza della fattispecie penale, della irragionevole disparità di trattamento e del principio di irretroattività della norma penale; che non sarebbe sufficientemente descritta la condotta omissiva incriminata e che, in particolare, non sarebbe possibile individuare il termine alla cui scadenza il "trattenersi" in condizione di irregolarità (amministrativa) nel territorio dello Stato acquisti (anche) rilevanza penale; che, a tal proposito, il rimettente richiama le argomentazioni svolte da questa Corte con la sentenza n. 34 del 1995, ove si è detto che «il comando d'agire, per essere conforme alla chiarezza imposta dal principio di legalità, deve riferirsi a situazioni tipiche ben profilate e di significato pregnante, tali cioè da evocare immediatamente il problema dell'attivarsi in un certo modo per la salvaguardia di riconoscibili interessi, e da costituire perciò, ad un tempo, il fondamento del carattere offensivo dell'omissione, e un solido punto di riferimento per il giudizio sulla colpevolezza dell'omittente»; che la norma censurata sanzionerebbe anche condotte poste in essere prima dell'entrata in vigore della legge medesima, in violazione del principio di irretroattività della norma penale; che il rimettente lamenta anche la violazione dell'art. 3 Cost. per la irragionevole disparità di trattamento rispetto all'ipotesi criminosa di cui all'art. 14, comma 5-ter, del d.lgs. n. 286 del 1998, connessa alla mancata previsione della «scriminante» del «giustificato motivo»; che mentre l'art. 14, comma 5-ter, sopra citato consente all'irregolare che non ha ottemperato all'ordine di allontanamento di addurre giustificazioni in termini di impossibilità a provvedervi, per difficoltà oggettive o soggettive, tale facoltà non è prevista per l'irregolare per il quale non sia già stato emesso il provvedimento di espulsione; che, a parere del rimettente, non sarebbe né comprensibile né ragionevole il diverso trattamento delle due fattispecie, entrambe omissive ed anzi tali da realizzare in concreto una stessa condotta di illecito amministrativo; che il Giudice di Pace di Casal Monferrato, avanza ulteriori dubbi di legittimità costituzionale dell'art. 10-bis per contrasto con l'art. 3 Cost., in ragione dell'esclusione della applicabilità dell'oblazione di cui all'art. 162 cod. pen. ;