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Non ci sono dubbi sul fatto che la bigenitorialità debba sempre essere un criterio preferenziale, peraltro com'è già previsto dalla legge e dalle linee guida, circostanza tra l'altro citata dagli interroganti. Si tratta quindi di colmare la normativa, quando dev'essere colmata, ma nello stesso tempo anche di cercare di far applicare correttamente e vigilare sulla corretta applicazione delle leggi in materia di protezione dei bambini. Detto questo, dev'essere chiaro a tutti che nel nostro Paese, nella nostra democrazia e con la nostra Costituzione non ci potrà mai essere spazio per una qualsiasi banca dati che possa addirittura monitorare i nostri cittadini o censirli per l'orientamento sessuale: credo che su questo possiamo considerarci tutti d'accordo. (Applausi dai Gruppi M5S e PD). PRESIDENTE. Ha facoltà di intervenire in replica il senatore Balboni, per due minuti. BALBONI (FdI) . Signor Ministro, la ringrazio della risposta, anche se in realtà non ha risposto alla mia domanda. Nessuno chiede di schedare o inserire in banca dati, ma di sapere se esista un pregiudizio ideologico a favore di genitori o affidatari gay nell'affidamento dei bambini. A nostro avviso, un bambino ha diritto a una madre e a un padre: come lei ha ricordato, la legge prescrive che i bambini vadano affidati a famiglie con figli, dove ci sono un padre e una madre. Siamo di fronte allo scandalo di bambini sottratti per far guadagnare case-famiglia: si parla di 200, 300 o 400 euro al giorno. Si sottraggono bambini a famiglie per motivi economici, quando con molto meno si potrebbero aiutare quelle famiglie a tenere, mantenere ed educare i propri figli nella protezione della famiglia, come vogliono la legge e la Costituzione. Quanto emerge di scandaloso a Bibbiano è che i bambini venivano sottratti senza ragione alle famiglie con lo scopo di affidarli a persone gay per dimostrare che quello era un luogo migliore della famiglia tradizionale, dove crescevano. (Commenti dal Gruppo PD). MALPEZZI (PD) . Ma cosa stai dicendo? Vergogna! BALBONI (FdI) . Questo è il pregiudizio ideologico emerso dalle inchieste ed è su questo, caro Ministro, che noi la richiamiamo a vigilare. (Applausi dai Gruppi FdI, FI-BP e L-SP-PSd'Az) . PRESIDENTE . Il senatore Campari ha facoltà di illustrare l'interrogazione 3-01067 sull'IVA sui farmaci veterinari, per tre minuti. CAMPARI (L-SP-PSd'Az) . Signor Presidente, signor Ministro, onorevoli colleghi, premesso che i medici veterinari che, a seguito di visita medico-veterinaria, dispensano anche i farmaci di primo uso, al momento della fatturazione devono applicare l'IVA della propria prestazione al 22 per cento oltre a far pagare il prezzo del farmaco già ivato al 10 per cento e poi riapplicare la loro propria IVA al 22 per cento (cui si aggiunge un 2 per cento di cassa veterinaria), si rileva che questo comporta un aggravio di costi per il cliente proprietario di animale sottoposto a visita e cura veterinaria, il quale si vede costretto a pagare ulteriormente l'IVA sul farmaco dispensato dal medico veterinario al momento del pagamento della fattura. Secondo il comma 3 dell'articolo 84 del decreto legislativo n. 193 del 2006, la cessione del farmaco veterinario è da ritenersi prestazione accessoria rispetto a quella professionale. In particolare, il carattere accessorio è definito dall'articolo 12 del decreto del Presidente della Repubblica n. 633 del 1972 (principio di accessorietà), che prevede che una prestazione accessoria ad una cessione di beni o ad una prestazione di servizi, effettuati direttamente dal cedente o prestatore o per suo conto e a sue spese, non sono soggetti autonomamente all'imposta nei rapporti fra le parti dell'operazione principale. Se la cessione o prestazione principale è soggetta all'imposta, i corrispettivi delle cessioni o prestazioni accessorie imponibili concorrono a formare la base imponibile; quella accessoria, che è meno importante, perde la propria autonomia e viene assorbita nell'operazione principale e quindi non solo rientra nello stesso imponibile, ma attrae la stessa aliquota. Se si espone in fattura il farmaco ceduto con un'aliquota diversa da quella delle prestazioni medico-veterinarie, attualmente al 22 per cento, si effettua una vera e propria attività commerciale di vendita del farmaco; attività riservata alle farmacie, e ora anche alle parafarmacie. Quindi, in una fattura in cui il costo del farmaco è di gran lunga maggiore di quello della visita, perché i farmaci per animali sono molto costosi, ci si ritrova un aggravio di IVA non dovuta, e occorrerebbe tenere fuori dall'imponibile IVA il farmaco. Si chiede di sapere se il Ministro non intenda assumere iniziative volte a consentire che il farmaco dispensato dai medici veterinari non sia considerata prestazione accessoria rispetto alla principale consistente nella visita medica, al fine di consentire al proprietario di non pagare, sul medicinale, la maggiorazione dell'IVA. In pratica i clienti si trovano a pagare l'IVA due volte e a sostenere costi che non sono dovuti. (Applausi dal Gruppo L-SP-PSd'Az) . PRESIDENTE. Il ministro dell'economia e delle finanze, professor Tria, ha facoltà di rispondere all'interrogazione testé illustrata, per tre minuti. TRIA, ministro dell'economia e delle finanze . Signor Presidente, in relazione all'interrogazione in esame occorre preliminarmente osservare che sulla base del quadro normativo di riferimento, costituita dal codice comunitario dei medicinali veterinari, la vendita al dettaglio di medicinali veterinari è effettuata soltanto da farmacisti in farmacia, dietro presentazione di ricetta medico veterinaria, se prevista come obbligatoria. Tale regola prevede delle eccezioni, ma non con riferimento al medico veterinario che quindi non può per legge vendere medicinali veterinari. Il medico veterinario nell'ambito della propria attività e qualora l'intervento professionale lo richieda, può consegnare all'allevatore o al proprietario degli animali le confezioni dei medicinali veterinari della propria scorta e da lui già utilizzate, allo scopo di iniziare la terapia in attesa che detto soggetto si procuri dietro presentazione della ricetta redatta dal medico veterinario, secondo le tipologie previste, altre confezioni prescritte per il proseguimento della terapia medesima. Il suesposto quadro normativo evidenzia che, dal punto di vista dell'imposta sul valore aggiunto, la consegna di medicinali veterinari da parte del veterinario si configura come un'operazione accessoria alla prestazione principale. Infatti, tale consegna di medicinali veterinari non può che essere resa in conseguenza della prestazione eseguita dal medico veterinario e solo allo scopo di iniziare la terapia, peraltro solo relativamente a confezioni di medicinali veterinari della propria scorta e già utilizzate dal medico veterinario stesso per la realizzazione della prestazione professionale. Pertanto trova applicazione alla cessione del medicinale veterinario la disciplina delle cessioni e prestazioni accessorie, secondo cui tali cessioni devono essere assoggettate alla medesima aliquota IVA prevista per la prestazione veterinaria, vale a dire il 22 per cento.