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Per questo, in quasi ogni paese e frazione delle nostre vallate alpine e appenniniche, sorge una sede ANA, dove gli ex coscritti hanno potuto continuare a rimanere a servizio della loro comunità. Vi è poi la parola «sacrificio», che è quella cosa che gli alpini, fin dalla loro fondazione, hanno sempre conosciuto e rispettato senza timore. Chi vive in montagna e nelle aree interne sa bene di cosa si tratta, anche nella vita comune, ancora oggi, dall'agricoltura alla scuola, dalla viabilità alle comunicazioni. Il sacrificio gli alpini l'hanno dimostrato in tutte le guerre a cui hanno preso parte, ma l'hanno dimostrato ancora di più in tutte le attività di volontariato e protezione civile in cui sono degni di ammirazione. Veniamo ora alla data della celebrazione, il 26 gennaio di ogni anno: la sfortunata data, sebbene sia stata quella di una battaglia, a Nikolajewka, è la sintesi di quello che sono le parole «memoria» e «sacrificio», ossia lo spirito di fraternità. Quel 26 gennaio del 1943 le ormai stremate truppe alpine della divisione Tridentina e gli alpini sbandati delle divisioni Julia e Cuneense si ritrovarono davanti allo sbarramento russo di Nikolajewka. Queste truppe erano state accerchiate e quindi sacrificate ben un mese prima sulle rive del Don per consentire la ritirata di quello che restava dell'Armir, ma anche di tedeschi, rumeni e ungheresi, travolti dall'operazione Piccolo Saturno. Al momento dell'ordine di ripiegamento, gli alpini contavano ancora 52.000 uomini effettivi, che, seppur accerchiati e privi di speranze, avevano tenuto le posizioni loro assegnate fino a quel fatidico 17 gennaio 1943, quando iniziarono la loro terribile avanzata all'indietro, che durò ben nove giorni, con venticinque battaglie di sfondamento e retroguardia. Aprendosi la strada combattendo, la divisione Tridentina, grazie anche al sacrificio delle divisioni sorelle Julia e Cuneense, trasformò la ritirata nella più inarrestabile e tragica avanzata in territorio nemico che si sia mai vista. ln condizioni disumane per mancanza di cibo e riparo, con scarsissime munizioni, senza mezzi di trasporto, se non slitte attaccate ai fedeli muli, con temperature di 40 gradi sotto zero, gli alpini salvarono la vita a se stessi e a una massa di prigionieri italiani, tedeschi, rumeni e ungheresi liberati e aggregati alla lunga colonna. Se questi alpini non avessero avuto memoria per le loro case lontane, per le loro famiglie e per la loro Patria, non avrebbero trovato la forza necessaria; se non avessero avuto spirito di sacrificio, non si sarebbero caricati a spalla i feriti, non avrebbero diviso quel poco di cibo rimasto con tutti gli sbandati che si accodavano alla lunga colonna e non sarebbero riusciti a presentarsi allo scontro fatale di Nikolajewka, che permise a 13.240 uomini di uscire dalla sacca. Mario Rigoni Stern ha scritto pagine che credo tutti noi abbiamo avuto modo di apprezzare, in cui si leggono la disperazione, ma al contempo anche l'umanità di quel 26 gennaio. Alpini salvati da un compagno, ufficiali che muoiono alla testa dei loro uomini, attendenti che si fermano per piangerli: sono solo alcuni degli episodi di quella tragica battaglia di Nikolajevka, che culmina nella scena del generale Reverberi, comandante della Tridentina, che salito sull'ultimo semovente rimasto guida la battaglia cruciale e guida personalmente i superstiti all'assalto. Permettetemi di leggere la poesia del sottotenente Nelson Cenci del 2° Reggimento artiglieria alpina Vicenza: «Un'alba che nell'anima del sole aveva la speranza. Per immensi pascoli di neve sotto un cielo arato di morte, più volte sui tuoi dossi si logorò l'audacia a cercarvi la vita. Solo al finire del giorno, con disperato grido, epica schiera di fantasmi passò tra mesto mormorio di preghiere. Scende ora il sole sull'alto del crinale bagnando di luce i tuoi morti e, in un vento di nuvole, fugge il tuo solitario pianto verso cieli lontani. Non più aspre terre e profili di monti nei loro occhi di vetro, ma lunghe file mute di uomini su sentieri di ghiaccio. La pista si è fatta di stelle e cristalli di luna si spengono su misere croci senza nome». La tragica epopea del Corpo d'armata alpino, però, non si conclude quella sera del 26 gennaio 1943, bensì solo quando i superstiti raggiungono sempre a piedi Shebekino il 31 gennaio. Il 3 febbraio, giorno di San Biagio, alla radio Benito Mussolini comunica che solo 10.000 alpini sono usciti dalla sacca, e 1'8 febbraio il comunicato n. 630 dell'Armata rossa dichiara che solo il Corpo d'armata alpino deve ritenersi imbattuto in terra di Russia. Il 6 marzo 1943 cominciarono a partire da Gomel le tradotte che riportavano in Italia i superstiti del Corpo d'armata alpino; il giorno 15 partì l'ultimo convoglio e il 24 marzo tutti furono in Patria. Come già ricordato dall'amico e collega senatore Gasparri, i numeri furono inclementi: si salvarono e uscirono dalla sacca soltanto 6.400 della Tridentina, 3.300 della Julia e 1.300 della Cuneense. La tragica ritirata di Russia si concluse beffardamente per gli alpini al loro rientro in Patria. Pochi lo sanno, ma alla stazione di Merano, dove si aspettavano di essere ricevuti come eroi dalle stesse bande musicali che con grande cerimonia li avevano salutati l'anno prima alla partenza, le autorità locali fecero suonare l'allarme antiaereo, perché era meglio che la popolazione non vedesse lo stato pietoso dei reduci, congelati, mutilati, feriti, senza scarpe e con le divise a brandelli. Questa però ormai è storia, quella che nelle sedi ANA delle nostre vallate i reduci raccontavano alle nuove leve, insieme a quell'arte dl arrangiarsi che un po' contraddistingue noi montanari. E negli stessi luoghi dove gli ultimi reduci della Grande guerra erano venerati dai reduci della Seconda, noi più giovani imparavamo cos'era la grande famiglia alpina, quella che non lascia mai indietro nessuno e che toglie dalla slitta una cassetta di munizioni e vi carica un ferito. In queste sedi, oltre agli immancabili libri di Mario Rigoni Stern e Giulio Bedeschi, ci sono sempre a dimostrarlo anche centinaia di fotografie che testimoniano quella tragica ritirata. Oggi al fianco degli uomini e delle donne in servizio nel Corpo degli alpini si schierano, ormai da un secolo, le centinaia di migliaia di penne nere in congedo, che fanno dell'Associazione nazionale alpini, con i suoi 350.000 iscritti, la più grande associazione d'arma del Paese, presenza viva e vitale dove le sedi ANA sono luoghi di aggregazione. Ancor oggi con commozione penso al cartello di inclusione che campeggia all'ingresso della sede del gruppo ANA di Montefiorino: «Sosta e mira questa luce che tra noi qui ti conduce. Sia borghese oppure alpino troverai pagnotta e vino».