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oggi si ripresenta il problema dei pendolari per la zona industriale della val di Sangro, costretti a fare lunghi tratti di strada a piedi dall'unica fermata davanti allo stabilimento Sevel, in quanto sono state soppresse le fermate ripristinate il 16 settembre 2019, creando così notevoli disagi ai lavoratori che non lavorano direttamente alla Sevel, che dal 1° gennaio 2020 nuovamente costretti a raggiungere le loro fabbriche o a piedi o con i propri mezzi; sindacati ed esponenti politici hanno chiesto alle autorità regionali la convocazione di un tavolo tecnico-politico sulle problematiche dei pendolari per la zona industriale della val di Sangro e di coinvolgere tutte le organizzazioni sindacali, gli enti, le società di trasporti e le Regioni Abruzzo e Molise per l'immediato ripristino in via definitiva di tutte le fermate autobus nella zona industriale di Atessa; il decreto-legge 19 maggio 2020, n. 34, attualmente all'esame del Parlamento, ha previsto (art. 200, commi 4 e 5) l'anticipo alle Regioni a statuto ordinario, in un'unica rata entro il 30 giugno 2020, dell'80 per cento del fondo nazionale per il trasporto pubblico locale e l'applicazione anche per il 2020 degli attuali criteri di riparto del fondo stesso, si chiede di sapere quali iniziative, per quanto di sua competenza, il Ministro in indirizzo intenda assumere per avviare a soluzione il problema dei lavoratori pendolari della zona industriale di Atessa. Atto n. 4-03634 ASTORRE Al Ministro del lavoro e delle politiche sociali Premesso che: l'emergenza sanitaria da COVID-19 ha determinato un notevole incremento delle attivazioni dei trattamenti di integrazione salariale in deroga alla normativa vigente, in conseguenza degli effetti scaturiti dalle misure di contenimento e sospensione delle attività commerciali e produttive; come è noto, l'integrazione salariale in deroga si configura come un istituto destinato ad una determinata platea di lavoratori, tenendo conto di specifici requisiti soggettivi e di definite causali di concessione del trattamento; l'istituto dell'integrazione salariale in deroga, come disciplinato dal decreto-legge 17 marzo 2020, n. 18 (cosiddetto decreto "cura Italia"), è stato oggetto di ulteriori modifiche, in senso estensivo, apportate con il decreto-legge 19 maggio 2020, n. 34 (cosiddetto decreto "rilancio"). Le modifiche hanno riguardato l'ammontare delle risorse finanziarie, i limiti di durata del trattamento, le procedure di concessione e di erogazione, le procedure di monitoraggio degli oneri finanziari complessivi, un'integrazione delle disposizioni specifiche per il fondo di solidarietà bilaterale intersettoriale (istituito in ciascuna delle province autonome di Trento e di Bolzano), nonché l'ipotesi di concessione di ulteriori 4 settimane di trattamento in deroga, fruibili per i periodi decorrenti dal 1° settembre al 31 ottobre 2020, limitatamente ai datori di lavoro che abbiano interamente fruito il periodo massimo di 14 settimane (per i periodi dal 23 febbraio al 31 agosto 2020); considerato che dai dati pubblicati sul portale dell'INPS, al 5 giugno, relativamente alla regione Lazio, a fronte di 64.554 domande ricevute, le domande autorizzate al pagamento ammontano a 57.816, si chiede di sapere, alla luce dei provvedimenti del Governo e registrata un'oggettiva complessità di elaborazione e di risposta con tempi che non si conciliano con l'emergenza creata dal coronavirus, quali provvedimenti il Ministro in indirizzo intenda assumere per rimettere in linea i flussi di istanze della cassa integrazione guadagni in deroga delle aziende del Lazio, ed in particolare di Roma e della sua provincia, con la tempistica di risposte delle strutture territoriali INPS. Atto n. 4-03635 SAPONARA Al Presidente del Consiglio dei ministri Premesso che: a partire dalla dichiarazione dello stato di emergenza da parte del Presidente del Consiglio dei ministri del 31 gennaio 2020 e in modo crescente nei mesi successivi, l'approvvigionamento di dispositivi medici o comunque in grado di soddisfare i requisiti essenziali di salute e sicurezza, in primo luogo mascherine a utilizzo di dispositivo di protezione individuale, è diventato un punto centrale nel dibattito politico, principalmente in riferimento alla carenza del prodotto e ai costi di vendita aumentati in modo abnorme; nel corso di questi mesi risultano essere state bloccate moltissime importazioni di mascherine, sia per la requisizione in proprietà da parte della protezione civile per fronteggiare l'emergenza e quindi per essere distribuite laddove necessario, sia per mancanza di conformità dei prodotti alle normative vigenti e quindi per essere distrutte; con l'ordinanza del Dipartimento della protezione civile n. 11 del 26 aprile 2020 il commissario straordinario ha stabilito il prezzo finale di vendita al consumo di 0,50 euro per ciascuna unità, al netto dell'IVA, per le mascherine facciali. La disposizione si è resa necessaria per arginare una lievitazione ingiustificabile dei prezzi al consumo che avrebbe ostacolato una diffusione capillare e generalizzata per tutti i cittadini di un bene strumentale utile a fronteggiare l'emergenza; a tal proposito, è stato firmato un protocollo d'intesa il 3 maggio 2020 fra il commissario Arcuri e le associazioni di categoria Confcommercio, Federdistribuzione e Ancd Conad che ha impegnato tutti gli operatori a vendere le mascherine chirurgiche a 0,50 euro e ha impegnato il commissario straordinario a provvedere ad un ristoro per le mascherine acquistate dalle aziende dal 1° aprile e giacenti nei magazzini e a corrispondere il differenziale tra i costi sostenuti dalle aziende per l'approvvigionamento delle mascherine dal 4 maggio al 30 giugno; è presumibile che molte aziende, per far fronte alle immediate esigenze di contenimento del contagio, abbiano acquistato mascherine dai fornitori nei giorni in cui è iniziata l'emergenza o comunque molto prima di aprile e, secondo le disposizioni riportate nel protocollo, queste aziende non avrebbero quindi diritto al ristoro; il ristoro di cui si parla sembra fare riferimento al puro costo di acquisto sostenuto dall'operatore e non sembrano essere ricompresi tutti i costi accessori: spese di trasporto, oneri doganali, spese di etichettatura, confezionamento ed imballo, spese del personale per l'attività di confezionamento e di back office commerciale, tutti oneri che vengono sostenuti dalle imprese e che non possono essere ignorati; le imprese che fanno riferimento alle associazioni firmatarie del protocollo devono rispettare alcuni obblighi, a differenza delle altre che non hanno questo tipo di vincoli e hanno diritto al ristoro di una parte dei costi sostenuti per l'approvvigionamento delle mascherine. Sembra quindi che alcune imprese stiano subendo una concorrenza sleale avallata dalle scelte governative, si chiede di sapere: a quanto ammonti il numero totale di mascherine sequestrate dall'inizio della dichiarazione di emergenza fino ad oggi e quante di quelle sequestrate siano state distribuite per motivi di contenimento del contagio e quante invece siano state distrutte perché non conformi;