[pronunce]

- alcune, alle modifiche apportate dall'art. 1, comma 1, della legge citata all'art. 444 del codice di procedura penale, con particolare riferimento all'aumento da due a cinque anni del tetto di pena entro il quale opera l'istituto dell'applicazione della pena su richiesta delle parti; - altre, alla disciplina transitoria contenuta nei commi 1 e 2 dell'art. 5 della legge citata, anche in riferimento all'art. 1 della medesima legge, e in particolare alle previsioni che riconoscono alle parti la facoltà di presentare richiesta di applicazione della pena anche quando alla data di entrata in vigore della legge risultino decorsi i termini ordinari, e consentono all'imputato di chiedere la sospensione del dibattimento per un periodo non inferiore a quarantacinque giorni per valutare l'opportunità di chiedere il patteggiamento; - le ultime, infine, alla disciplina transitoria contenuta nei commi 1, 2 e 3 dell'art. 5 della legge citata, nella parte in cui la disciplina stessa non si applica nel giudizio abbreviato e nel procedimento a citazione diretta. Poiché tutte le questioni riguardano le modifiche apportate all'istituto dell'applicazione della pena su richiesta delle parti dalla legge n. 134 del 2003 e in particolare le disposizioni transitorie che regolano l'applicazione delle nuove norme ai processi in corso, deve essere disposta la riunione dei relativi giudizi, per la loro definizione con un'unica pronuncia. 2. - La disciplina contenuta nell'art. 1 della legge n. 134 del 2003 è censurata dal Tribunale di Roma (r.o. n. 865, n. 866, n. 867, n. 1060 e n. 1061 del 2003) in riferimento agli artt. 3 e 111 della Costituzione, nella parte in cui, consentendo alle parti di chiedere al giudice l'applicazione di una pena detentiva che, tenuto conto delle circostanze e della diminuzione fino a un terzo, non supera cinque anni, soli o congiunti a pena pecuniaria, e così sottraendo all'ordinario giudizio di cognizione una serie di reati di notevole gravità e «riducendo il sistema penale e processuale a un luogo di negoziazione che svilisce la funzione giurisdizionale», determina, del tutto irragionevolmente, un evidente contrasto con il principio della formazione della prova nel contraddittorio tra le parti, trasformando in principio generale l'eccezione prevista dall'art. 111, quinto comma, Cost. 2.1. - La questione non è fondata. 2.2. - L'innalzamento da due a cinque anni della pena detentiva che può essere oggetto di patteggiamento a norma dell'art. 444 cod. proc. pen. costituisce certamente un notevole potenziamento di questa forma di 'giustizia negoziata'. Per le pene detentive superiori a due anni, il legislatore ha peraltro previsto una serie di limitazioni di carattere sia oggettivo che soggettivo, volte a restringere la sfera di operatività dell'istituto, ed ha escluso alcuni degli effetti premiali che continuano invece a connotare l'applicazione della pena non superiore a due anni. Il comma 1-bis del nuovo testo dell'art. 444 cod. proc. pen. , inserito dall'art. 1 della legge n. 134 del 2003, stabilisce infatti che, qualora la pena detentiva superi i due anni, soli o congiunti a pena pecuniaria, sono esclusi dal patteggiamento i procedimenti per i delitti di cui all'art. 51, commi 3-bis e 3-quater, cod. proc. pen. - cioè per i delitti espressione di gravi forme di criminalità organizzata ovvero commessi con finalità di terrorismo - e i procedimenti nei confronti dei soggetti dichiarati delinquenti abituali, professionali e per tendenza, o recidivi ai sensi dell'art. 99, quarto comma, del codice penale. Quanto agli effetti premiali, a seguito delle modifiche introdotte nell'art. 445, commi 1 e 2, cod. proc. pen. dall'art. 2 della legge n. 134 del 2003, l'esenzione dal pagamento delle spese processuali, il divieto di applicare pene accessorie e misure di sicurezza (ad eccezione della confisca nei casi di cui all'art. 240 cod. pen.) e l'estinzione del reato nei termini rispettivamente previsti per i delitti e per le contravvenzioni operano solo nei casi in cui la pena detentiva non superi i due anni, soli o congiunti a pena pecuniaria. Rimangono inoltre fermi i meccanismi di 'filtro' e di controllo rispettivamente affidati al pubblico ministero, che continua ad essere chiamato ad esprimere il consenso in caso di richiesta presentata dall'imputato, e al giudice, deputato a verificare, a norma dell'art. 444, comma 2, cod. proc. pen. , non solo la correttezza della qualificazione giuridica del fatto e dell'applicazione e della comparazione delle circostanze, ma anche la congruità della pena indicata dalle parti. Proprio le cautele adottate dal legislatore nel prevedere le ipotesi di esclusione oggettiva e soggettiva in relazione alla gravità dei reati ed ai casi di pericolosità qualificata e la non operatività di importanti effetti premiali consentono di ritenere, alla luce della disciplina complessiva risultante dalle modifiche recate dalla legge n. 134 del 2003, che la scelta di ampliare l'ambito di operatività del patteggiamento, certamente rientrante nella sfera della discrezionalità del legislatore, non è stata esercitata in maniera manifestamente irragionevole. Sotto questo profilo, risultano prive di fondamento anche le censure sollevate in riferimento all'art. 111 Cost., ma sostanzialmente incentrate sul rilievo che la deroga al principio del contraddittorio introdotta dalla nuova disciplina dell'applicazione della pena su richiesta delle parti esorbiti dai limiti della ragionevolezza; limiti che invece questa Corte, per quanto sopra esposto, ritiene siano stati rispettati. 3. - La disciplina transitoria, prevista dall'art. 5, commi 1, 2 e 3 (quest'ultimo richiamato solo nelle ordinanze n. 1060 e n. 1061 del 2003, peraltro senza alcuna motivazione), della legge n. 134 del 2003, è censurata in tutte le ordinanze dei Tribunali di Firenze, di Roma e di Torino (ad eccezione dell'ordinanza iscritta al n. 922 del registro ordinanze del 2003), nella parte in cui consente all'imputato o al suo difensore, nella prima udienza utile successiva alla data di entrata in vigore della legge, di formulare richiesta di applicazione della pena anche nei processi nei quali è già in corso il dibattimento; nonché nella parte in cui impone al giudice, su richiesta dell'imputato, di sospendere il dibattimento per un periodo non inferiore a quarantacinque giorni per consentire a quest'ultimo di valutare l'opportunità di formulare la richiesta di applicazione della pena, così assegnando all'imputato uno spatium deliberandi che decorre dalla prima udienza successiva all'entrata in vigore della legge anziché dalla data di entrata in vigore della legge stessa. Ad avviso dei rimettenti le disposizioni censurate violerebbero: