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quindi mi pare di tutta evidenza che sdoppiare le scadenze elettorali comporti il fatto di procedere chiedendo alle persone (che peraltro io credo non comprenderebbero questa motivazione) di recarsi due volte ai seggi nell'arco di poche settimane. Poi c'è una ragione legata ai costi, in quanto mi pare di tutta evidenza che lo Stato in questo momento, come spesso anche le opposizioni richiamano su questioni specifiche, sia chiamato a evitare di spendere soldi quando si possono fare dei risparmi. Inoltre, nella stessa pregiudiziale presentata da Fratelli d'Italia si dice (cito testualmente): «anche se il nostro ordinamento non prevede un espresso divieto di abbinamento referendum costituzionali-elezioni» - e già questo potrebbe bastare - «è importante notare» - continuano i colleghi - «che, in nessuno dei casi precedenti in cui nella storia repubblicana si sono svolti referendum costituzionali (...), si è ritenuto di procedere all'abbinamento con altre elezioni». Ora, si potrebbe discutere a lungo su questo "ritenere". Intanto dovremmo ricordare che, quando si fece la legge sui referendum per consentire lo svolgimento del referendum sul divorzio, la Democrazia Cristiana, allora partito di maggioranza relativa e che guidava il Governo, ritenne di separare i percorsi del referendum e delle elezioni per una ragione squisitamente di tattica elettorale. Non c'erano ragioni giuridiche, come peraltro non emergono in nessuna delle sentenze della Corte costituzionale che hanno a che fare con le vicende referendarie. Cito in conclusione due cose. L'abbinamento tra referendum ordinari ed elezioni amministrative è comunque avvenuto; questo è anche più grave da un punto di vista giuridico, perché sapete bene che i referendum abrogativi necessitano di un quorum partecipativo e quindi in quel caso la partecipazione, mossa dalle elezioni amministrative, avrebbe portato, anzi ha portato sicuramente a un differente raggiungimento del quorum . Questo è avvenuto il 21 e 22 giugno 2009, con tre quesiti referendari. Ma ci sono anche ordinanze della Corte costituzionale, ad esempio la n. 198 del 2005 e la n. 131 del 1997 che hanno ben chiarito la discrezionalità di cui gode il Governo nello scegliere la data delle consultazioni, che incontra limiti nelle ipotesi in cui sussistano oggettive situazioni eccezionali. Io credo che la situazione che stiamo vivendo sia una situazione assolutamente eccezionale e che, quindi, le ragioni di opportunità e di costi che ho citato consentano l'accorpamento che il Governo ci propone. (Applausi) . PRESIDENTE. La Presidenza l'autorizza a consegnare il testo del suo intervento, senatore Comincini. MALAN (FIBP-UDC) . Domando di parlare. PRESIDENTE. Ne ha facoltà. MALAN (FIBP-UDC) . Signor Presidente, noi voteremo a favore di questa pregiudiziale, per una serie di ragioni che sono state molto ben illustrate dal senatore Pagano; ci riconosciamo anche in quelle illustrate da Fratelli d'Italia. Se c'è un argomento a proposito del quale dovrebbero essere coinvolte le opposizioni (che peraltro secondo i sondaggi sono più rappresentate e più presenti nel Paese rispetto alla maggioranza, ma per ora stiamo ai numeri in Parlamento), questo è rappresentato dalle consultazioni elettorali. Ebbene, siamo stati coinvolti nel senso che anche noi partecipiamo alla discussione sul decreto-legge; ma sulle date non c'è stata interlocuzione. Dunque almeno si sarebbe dovuta seguire una procedura che non prevedesse innovazioni mai viste, come quelle di abbinare un referendum costituzionale a delle consultazioni di carattere chiaramente politico. Sappiamo bene infatti che nelle Regioni il confronto è politico: i vari schieramenti rappresentati nel panorama politico italiano si presenteranno con i loro candidati, con le loro alleanze e con le loro coalizioni in sede regionale. Sicuramente si favoriscono gli uscenti, perché si prevede di fare "campagna elettorale" (lo dico tra virgolette) ad agosto e in un agosto molto particolare, dal momento che saremo in una situazione in cui le preoccupazioni dovute alla pandemia, che ancora è presente, saranno molto forti. Ma, soprattutto, i 5 milioni di italiani all'estero si troveranno spesso in Paesi nei quali l'epidemia rende impossibili o sconsiglia i contatti e tiene molte persone lontano da casa, in condizioni nelle quali non potranno esercitare il loro diritto di voto. Tale diritto di voto avrebbe particolarmente senso a essere espresso su questo referendum , perché ha conseguenze specialmente sulla rappresentanza degli italiani all'estero. Con questa riforma fatta in fretta e furia, accontentando di qua e di là rispetto a certe resistenze in essere, i 5 milioni di italiani all'estero iscritti alle liste elettorali - poi ci sono tutti quelli che non sono iscritti ed è grosso il tasso di iscrizione - avranno quattro senatori (uno per ciascuno delle immense ripartizioni) e, dunque, saranno tutti dei collegi uninominali, quando la legge dice che è proporzionale. La legge dice formalmente che sono proporzionali, ma quando è eletto un solo rappresentante in Europa, uno solo in Nord America, uno solo in Sudamerica e uno solo nel resto del mondo, in realtà è un maggioritario feroce, dove solo il primo partito sarà rappresentato. Ciò è esattamente l'opposto dell'idea che, a suo tempo, portò a modificare la Costituzione - e non una leggina - per dare rappresentanza agli italiani all'estero. I 4,2 milioni di italiani oggi - l'aumento fa prevedere che ormai alle ultime consultazioni siano arrivati a 5 milioni - avranno quattro senatori di un solo partito, perché chi vince in un Paese verosimilmente vincerà anche negli altri, mentre gli 857.000 abitanti del Trentino-Alto Adige ne avranno 6 e, cioè, un senatore ogni 200.000 abitanti, contro un senatore ogni milione di abitanti per gli italiani all'estero. È giusto: molti qui l'hanno votato. Bravi, avete votato questa meraviglia! Gli italiani all'estero vengono privati della loro rappresentanza in grandissima parte perché la maggior parte saranno eletti da una minoranza. (Applausi) . Volete dare modo, allora, agli italiani all'estero di esprimersi? Anche in Italia ci saranno delle disparità: gli abitanti della Valle d'Aosta e del Trentino-Alto Adige avranno 5,9 senatori per ogni milione di abitanti. Gli abitanti delle altre Regioni ne avranno, più o meno, la metà e, cioè, 3,2. È giusto questo? Ha senso? È compatibile con lo spirito della Costituzione? La Carta costituzionale, tra l'altro, se non fosse stata cambiata successivamente, prevedeva una Camera di 750 membri e un Senato di 300 e, cioè, un numero di parlamentari più alto rispetto a quello attuale. Vogliamo dare modo agli elettori di leggere queste indicazioni e di poter esserne informati? Ricordo che eravamo arrivati vicino alla data di celebrazione del referendum , prima che fosse rinviato per la pandemia, e non c'era stato modo di avere informazioni attraverso i grandi mezzi di informazione, a cominciare da quelli del cosiddetto servizio pubblico. Non c'era stato modo di avere informazione e ce ne sarà ancora meno adesso, perché si sarà sovrastati dalle campagne partitiche delle elezioni regionali.