[pronunce]

Non si vede, d'altro canto - né la stessa Avvocatura generale dello Stato la indica - quale altra disposizione il rimettente avrebbe dovuto censurare. Neppure, infine, può ritenersi che il rimettente abbia invocato una pronuncia additiva in assenza di soluzione costituzionalmente obbligata. Proprio la presenza di una disposizione quale quella dell'art. 671 cod. proc. pen. fa sì che, laddove si riconosca l'esigenza costituzionale di ricomporre l'unità del reato permanente frantumata in sede cognitiva, la rideterminazione unitaria della pena da parte del giudice dell'esecuzione si presenti come l'unica soluzione coerente in una cornice di sistema. L'automatica estensione alla fattispecie considerata, nei limiti della compatibilità, delle previsioni relative all'applicazione in sede esecutiva degli istituti del concorso formale e della continuazione varrebbe, altresì, ad evitare ogni possibile vuoto di disciplina conseguente all'accoglimento del petitum del rimettente (e ciò anche per quel che concerne l'individuazione dei limiti dell'introducendo potere discrezionale del giudice dell'esecuzione, in rapporto alle statuizioni adottate in sede cognitiva: limiti che risulterebbero desumibili dal disposto dell'art. 671, comma 2, cod. proc. pen. e dell'art. 187 del decreto legislativo 28 luglio 1989, n. 271, recante «Norme di attuazione, di coordinamento e transitorie del codice di procedura penale»). 3.- Nel merito, le questioni non sono, tuttavia, fondate. Il quesito di costituzionalità sottoposto a questa Corte evoca una tematica complessa e spigolosa: la difficoltà, cioè, di coniugare la configurazione teorica del reato permanente, come reato unico a consumazione prolungata nel tempo, con una realtà giudiziaria che conosce ampiamente - e spesso "esige" - giudizi di cognizione frazionati su singoli segmenti temporali della condotta illecita. Per communis opinio, il reato permanente - figura richiamata a determinati effetti, ma non definita, tanto dal codice penale (art. 158), quanto dal codice di procedura penale (artt. 8 e 382, comma 2) - si caratterizza come illecito di durata, nel quale l'offesa al bene protetto, diversamente che nella figura antitetica del reato istantaneo, non si esaurisce nel momento stesso in cui viene prodotta, ma si protrae nel tempo per effetto del perdurare della condotta volontaria del reo, esaurendosi, sul piano della rilevanza penale, soltanto con la cessazione di quest'ultima. La giurisprudenza - salvo sporadiche eccezioni - ha sempre riconosciuto al reato permanente natura unitaria, scartando l'opposta teoria pluralistica. La prosecuzione nel tempo della condotta, oltre il momento iniziale nel quale sono stati posti in essere tutti gli elementi costitutivi del singolo reato, non dà luogo a tante offese - e, dunque, a tanti reati - quanti sono i "momenti" di cui si compone la permanenza: unica è la condotta, unica e medesima l'offesa, unico dunque il reato. Unica dovrebbe essere, pertanto, anche la pena inflitta per l'illecito globalmente considerato. Concezione, questa, che appare riflessa nella previsione dell'art. 158 cod. pen. , in forza della quale la prescrizione decorre, per il reato permanente, solo dal momento in cui è cessata la permanenza. Di fatto, tuttavia, può accadere che il reato permanente venga giudicato in modo frazionato, con riferimento a distinti segmenti temporali della condotta antigiuridica, dando così luogo ad una pluralità di giudicati di condanna. Si tratta di una evenienza che può dipendere - e di consueto dipende - da fattori in sé del tutto "fisiologici". Per un verso, infatti, è ovvio che - essendo il reato permanente già perfetto con la realizzazione di tutti gli elementi tipici della fattispecie - l'azione penale può essere promossa anche se la permanenza è ancora in corso (diversamente, la protrazione della condotta antigiuridica sottrarrebbe il reo alla punizione). Ma in una simile ipotesi la condanna può riguardare, comunque sia - altrettanto ovviamente - solo la condotta ad essa anteriore, non essendo concepibile una condanna per il futuro. Di conseguenza, ove il reo persista nell'illecito anche dopo la condanna, potrà essere necessario instaurare un ulteriore procedimento penale al fine di reprimere la condotta successiva. Si tratta di ipotesi non infrequente nei procedimenti per reati di tipo associativo (e, in particolare, di associazione mafiosa), nei quali l'azione penale viene spesso esercitata quando il sodalizio criminoso è ancora in attività, mentre la protrazione della condotta tipica non è preclusa - per consolidata giurisprudenza - nemmeno dallo stato di detenzione dell'associato. Anche l'autore di un reato permanente a carattere omissivo (quale quello di cui si discute nel giudizio a quo) può, d'altronde, persistere nella sua inazione antidoverosa, malgrado il processo già instaurato nei suoi confronti. Per altro verso, può anche accadere che il pubblico ministero acquisisca in modo graduale la prova della commissione del reato permanente da parte del soggetto: dapprima, cioè, in relazione ad un certo periodo di tempo - limitatamente al quale viene, quindi, inizialmente promossa l'azione penale - e poi in relazione ad altri periodi, anteriori o successivi, per i quali vengono instaurati ulteriori giudizi. Proprio a questa seconda fenomenologia appare, nella sostanza, ascrivibile la vicenda oggetto del giudizio a quo. La figura criminosa che viene in rilievo nella specie è quella della violazione degli obblighi di assistenza familiare, nella sottofattispecie dell'omessa prestazione dei mezzi di sussistenza ai discendenti di età minore, prevista dall'art. 570, secondo comma, numero 2), cod. pen. Tale ipotesi delittuosa si connota, in base a un consolidato indirizzo giurisprudenziale, come reato di natura permanente, la cui consumazione si protrae per tutto il tempo dell'inadempimento volontario dell'obbligo, cessando - laddove non intervenga il fenomeno della cosiddetta interruzione giudiziale della permanenza, sul quale si porterà l'attenzione più avanti - solo nel momento in cui l'obbligo stesso viene assolto (ex plurimis, Corte di cassazione, sezione sesta penale, sentenza 22-28 luglio 2015, n. 33220 ; sezione sesta penale, sentenza 4-19 dicembre 2013, n. 51499). In accordo con i postulati della teoria unitaria, il delitto in questione non può essere, quindi, in linea di principio, scomposto in una pluralità di reati omogenei, corrispondenti alle singole violazioni (Corte di cassazione, sezione sesta penale, sentenza 20 ottobre-13 novembre 2015, n. 45462). Nel caso di specie, tuttavia - secondo quanto si evince dall'ordinanza di rimessione - è avvenuto che, a seguito della presentazione di plurime denunce-querele da parte del coniuge separato, un soggetto rimasto continuativamente inadempiente agli obblighi di assistenza familiare sia stato sottoposto a tre distinti procedimenti penali in rapporto a singole frazioni del periodo di inadempienza: procedimenti conclusisi con altrettante sentenze di condanna, divenute definitive.