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Nuove disposizioni per la disciplina delle attività di prospezione, ricerca e coltivazione di idrocarburi. Onorevoli Senatori. -- Mentre nel nostro Paese si osserva una evidente inversione di tendenza nei consumi petroliferi, per effetto della crisi economica, ma anche per il crescente contributo delle energie rinnovabili, non si attenua la pressione delle compagnie operanti nel settore per l'ottenimento di concessioni di prospezione, ricerca ed estrazione di idrocarburi, sia sulla terraferma che di fronte alle nostre coste. Una vera «corsa» all'oro nero, pure a fronte delle ridotte entità di prodotto in gioco, con richieste che interessano ad oggi una superficie territoriale e marina di dimensioni equivalenti alla Sardegna. Lo stato delle richieste giacenti, sulla base di quanto riportato nel dossier dell'Associazione «Legambiente» presentato lo scorso mese di luglio, è il seguente: -- sette richieste per la coltivazione di nuovi giacimenti, per un totale di 732 kmq individuati, che andrebbero a sommarsi ai 1.786 kmq su cui già insistono le piattaforme attive; -- quattordici permessi di ricerca attivi per un totale di 6.371 kmq, con l'ultimo conferito nel marzo scorso alla Petroceltic Italia a largo della costa abruzzese; -- trentadue richieste di ricerca di idrocarburi per un totale di 15.574 kmq di mare non ancora rilasciate, ma in attesa di valutazione e autorizzazione da parte dei Ministeri dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare e dello sviluppo economico. Secondo stime diffuse dallo stesso Ministero dello sviluppo economico, anche raggiungendo gli obiettivi fissati dalla Strategia energetica nazionale, che prevede un incremento del 148 per cento nella produzione annuale di greggio «nazionale», portando quindi l'estrazione di petrolio dalle attuali 5 milioni di tonnellate a oltre 12 milioni di tonnellate, le riserve totali (nel mare e nel sottosuolo italiano) si esaurirebbero in poco più di dieci anni, con un contributo certamente non decisivo al bilancio energetico nazionale. Un contesto di indispensabile valutazione dei costi e benefici richiede in primo luogo di rapportare queste stime di produzione ai rischi che la ricerca e l'estrazione di idrocarburi comportano per l'ecosistema del Mediterraneo e per le attività economiche del nostro Paese più direttamente connesse alla qualità delle aree costiere e delle acque marine. Il Mediterraneo è un bacino semi-chiuso che presenta un lentissimo ricambio delle acque e risulta interessato dal 25 per cento del traffico mondiale di idrocarburi, solo un terzo del quale è destinato al consumo dei paesi rivieraschi, già oggi in presenza di una densità di catrame pelagico molto elevata, pari a 38 mg/m2, quasi quattro volte superiore a quella del Mar dei Sargassi che è posizionato al secondo gradino di questa classifica. Tutto questo a fronte di una biodiversità marina molto elevata, con punte di eccezionale valore, con un turismo che incide per l'8 per cento sul PIL nazionale, fortemente caratterizzato dalle attività costiere, in un Paese con circa 16 milioni di residenti stabili a ridosso delle coste e con la seconda flotta europea, in termini di numero di imbarcazioni, per la pesca professionale. Dati che dovrebbero far riflettere sull'impatto devastante che potrebbe riversarsi sugli ecosistemi marini, con effetti permanenti di tossicità, sull'economia turistica e della pesca e sulla qualità della vita della popolazione insediata nelle aree costiere a fronte di un incidente rilevante nelle attività di coltivazione dei giacimenti di idrocarburi. Senza considerare l'impatto derivante dalle attività propedeutiche all'estrazione, con una stima, tratta dallo studio condotto dal consorzio GESAMP ( Group of expert on the scientific aspects of marine environmental protection ) cui partecipa, fra gli altri, l'Organizzazione mondiale della sanità, di uno sversamento variabile da 30 a 120 tonnellate di sostanze tossiche derivanti dal normale esercizio di un pozzo esplorativo. Per comprendere più a fondo le ragioni di questa anomala spinta alla concessione di aree per la ricerca di idrocarburi in Italia e nelle relative acque territoriali, occorre peraltro ricostruire il quadro fiscale nel quale si muovono, ad oggi, queste attività, configurando un complesso di vantaggi ed esenzioni che non ha eguali nel mondo. Il decreto legislativo 25 novembre 1996, n. 625, contempla infatti esenzioni totali dal regime d'imposta per i primi 25 milioni di tonnellate di metri cubi di gas e ventimila tonnellate di olio prodotti annualmente in terraferma, incrementate rispettivamente a 80 milioni e 50.000 se prodotti in mare. I canoni annui per le aree concesse (articolo 18 del decreto legislativo n. 625 del 1996) sono fermi tuttora ad importi assolutamente irrisori e l'aliquota applicata sul prodotto è pari ad oggi al 10 per cento sulle estrazioni in terraferma e al 7 per cento per gli idrocarburi liquidi estratti dal mare (articolo 19 del decreto legislativo n. 625 del 1996, recentemente corrette dall'articolo 35 del decreto-legge 22 giugno 2012, n. 83, convertito, con modificazioni, dalla legge 7 agosto 2012, n. 134), decisamente al di sotto dei valori applicati in tutti i paesi produttori che partono da un minimo del 20 per cento. Un regime quindi di particolare favore, che non è stato sostanzialmente intaccato dall'intervento normativo disposto con l'articolo 35 del citato decreto-legge n. 83 del 2012. Provvedimento quest'ultimo che ha introdotto l'importante divieto di effettuare attività di ricerca di idrocarburi nelle aree marine a qualsiasi titolo protette e all'interno delle dodici miglia dalla linea di costa, ed introdotto l'obbligo di procedere alla valutazione d'impatto ambientale (V.I.A.) ai sensi dell'articolo 21 del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, vanificando però contemporaneamente l'efficacia di tali prescrizioni con alcune deroghe sostanziali. Il riferimento è in particolare a quanto previsto per i «procedimenti concessori» in corso, che vengono fatti salvi anche se localizzati nelle dodici miglia, e per le attività autorizzate dagli uffici territoriali di vigilanza dell'Ufficio nazionale minerario per gli idrocarburi che vengono sottratte all'obbligo della V.I.A. La situazione giuridica sopra sinteticamente descritta rende pertanto necessario e urgente un nuovo intervento normativo, come previsto con il presente disegno di legge, nella direzione già intrapresa dalla nuova direttiva europea 2013/30/UE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 12 giugno 2013, tendente, fra l'altro, a rafforzare le condizioni di sicurezza ambientale delle operazioni a mare. Con il comma 1 del disegno di legge si interviene sull'articolo 6, comma 17, del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, nel testo modificato con l'articolo 35 del citato decreto-legge n. 83 del 2012.