[pronunce]

dall'altro, ha avviato il ripianamento della ingente esposizione debitoria, attraverso la liquidazione dei beni del patrimonio disponibile, conferiti alla Fondazione liberi dai vincoli delle esecuzioni in corso – in conseguenza della inefficacia dei pignoramenti –, in modo che sia attuato il principio della par condicio creditorum, «senza violazione alcuna del principio di uguaglianza, in quanto i pagamenti non verranno a dipanarsi nell'ordine casuale e contingente, determinato dalle varie procedure esecutive individuali, ma avvengono nel quadro di una procedura concorsuale liquidatoria in cui, tra l'altro, sono tenuti presenti i vari privilegi e le graduazioni previste dalla legge».1. – Il Tribunale ordinario di Torino dubita, in riferimento all'art. 3, commi primo e secondo, della Costituzione, della legittimità costituzionale dell'art. 3, comma 1, lettera b), del decreto-legge 19 novembre 2004, n. 277 (Interventi straordinari per il riordino e il risanamento economico dell'Ente Ordine Mauriziano di Torino), convertito, con modificazioni, nella legge 21 gennaio 2005, n. 4, nonché, in riferimento agli artt. 3, commi primo e secondo, e 24, commi primo e secondo, della Costituzione, della legittimità costituzionale della lettera f) del medesimo art. 3, comma 1, del citato decreto-legge. 2. – La questione sollevata in riferimento all'art. 3, comma 1, lettera b), del decreto-legge n. 277 del 2004 non è fondata. 2.1. – Il giudice a quo, muovendo dalla premessa che la locuzione «opposizione giudiziale» non può riferirsi che ai creditori il cui titolo esecutivo sia costituito da un decreto ingiuntivo esecutivo, osserva che l'inserimento, ad opera del commissario straordinario, nella massa passiva sarebbe garantito a tale tipologia di creditori, se intervenuti nel processo esecutivo prima dell'entrata in vigore del decreto-legge, il quale ex se, e non già ope judicis, sancisce l'estinzione delle procedure esecutive singolari. Di qui l'asserita violazione dell'art. 3 Cost. sia per l'irragionevole deteriore trattamento riservato ai creditori, muniti di identico titolo esecutivo, intervenuti dopo l'entrata in vigore del decreto-legge, laddove, per giunta, sarebbero ammessi nella massa passiva creditori non muniti di titolo esecutivo se intervenuti anteriormente; sia, ancora, per l'irragionevole deteriore trattamento riservato ai creditori muniti di diverso titolo esecutivo, per ciò solo esclusi dalla massa passiva; sia, infine, per l'irragionevolezza della previsione dell'estinzione, in luogo della «temporanea improseguibilità», delle procedure esecutive singolari, in quanto tale previsione comporterebbe che, allo spirare del termine di ventiquattro mesi, i creditori non soddisfatti dovrebbero iniziare ex novo procedure esecutive e non riattivare le precedenti sui medesimi beni già pignorati. 2.2. – La norma impugnata – formulata, osserva il rimettente, in modo da rendere impossibile all'interprete di attenersi strettamente alla sua lettera – deve essere interpretata alla luce del complessivo quadro normativo disegnato dagli artt. 2 e 3 del decreto-legge n. 277 del 2004; e ciò analogamente a quanto si impone per norme, sostanzialmente identiche, dettate per gli enti locali dissestati (art. 248 del decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267, “Testo unico delle leggi sull'ordinamento degli enti locali”, riproduttivo dell'art. 81 del decreto legislativo 25 febbraio 1995, n. 77, “Ordinamento finanziario e contabile degli enti locali”) e per l'Azienda Ospedaliera Policlinico Umberto I (art. 2 del decreto-legge 1° ottobre 1999, n. 341, “Disposizioni urgenti per l'Azienda Policlinico Umberto I e per l'Azienda ospedaliera Sant'Andrea di Roma”, convertito, con modificazioni, nella legge 3 dicembre 1999, n. 453). Non è dubbio, infatti, che, alla pari di quelle appena citate, la norma censurata assolve alla funzione – unitamente a quella, ex art. 3, comma 1, lettera a), che vieta di intraprendere o proseguire azioni esecutive ed a quella, ex art. 3, comma 1, lettera c), che priva i pignoramenti già eseguiti della loro efficacia e del vincolo di destinazione che ne consegue ex art. 2913 cod. civ. – di assoggettare i beni della Fondazione ad una procedura esecutiva di tipo concorsuale in luogo di quelle singolari. È il caso di rilevare che la scelta così operata – di imporre carattere concorsuale alla procedura di liquidazione dei beni – è soluzione alla quale il legislatore ricorre, in presenza di un ragionevole rischio di insufficienza di un patrimonio a soddisfare i creditori, attraverso varie tecniche: e così, al fine di non pregiudicare l'espletamento di servizi essenziali, creando una “gestione separata” di un complesso di rapporti attivi e passivi (come nel caso degli enti locali); procedendo alla creazione, con lo scorporo da una più ampia entità, di un ente distinto (scorporo dall'Università “La Sapienza” di Roma dell'Ente ospedaliero Umberto I); prevedendo la liquidazione concorsuale dell'eredità beneficiata e dell'eredità giacente ovvero del patrimonio di persona giuridica estinta. Nel caso di specie, il legislatore – al fine di preservare dal dissesto l'espletamento delle tradizionali attività ospedaliere – ha operato una scissione dell'ente (nella specie, dell'Ente Ordine Mauriziano) costituendo due distinti patrimoni (art. 1, non censurato) ed attribuendo alla neo-costituita Fondazione tutti i beni estranei ai presidi ospedalieri, nonché la qualità di successore in tutti i rapporti attivi e passivi (con esclusione di quelli di lavoro di carattere sanitario). Connotato essenziale ed indefettibile di qualsiasi procedura ispirata al principio della concorsualità, e suo fine fondamentale, è l'attuazione del principio della par condicio creditorum. Alla luce di tale principio, pertanto, devono essere interpretate le singole disposizioni, in quanto – come questa Corte ha rilevato nella sentenza n. 155 del 1994, avente ad oggetto la norma (art. 21 del decreto-legge 18 gennaio 1993, n. 8, “Disposizioni urgenti in materia di finanza derivata e di contabilità pubblica”, convertito, con modificazioni, nella legge 19 marzo 1993, n. 68) dalla quale è derivata la successiva disciplina del dissesto degli enti locali – il carattere concorsuale della liquidazione dei beni mira a far sì che il «comune rischio di inadempimento del debitore e di incapienza di una qualsivoglia procedura esecutiva individuale» risulti «razionalizzato perché il pagamento avviene non già secondo il (casuale e contingente) andamento delle singole procedure individuali, bensì nel rispetto del canone della par condicio creditorum; sicché il principio di eguaglianza, lungi dall'essere violato […], è viceversa maggiormente attuato». 2.3.