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l'articolo 3, comma 1, lettera a) , n. 1) del decreto legislativo n. 173 del 2019, nel modificare l'articolo 2196- bis del codice dell'ordinamento militare, di cui al decreto legislativo n. 66 del 2010, ha elevato da 45 a 52 anni il limite d'età per la partecipazione ai concorsi per il reclutamento degli ufficiali dei ruoli speciali delle forze armate nel periodo transitorio fino all'anno 2024; considerato che: il mancato adeguamento al nuovo limite d'età ha, di fatto, annullato tale innovazione normativa, deludendo le legittime aspettative del personale più anziano; al momento non si è svolta nessuna delle prove previste dal concorso e presumibilmente esse subiranno un ritardo a causa dell'emergenza epidemiologica in atto, si chiede di sapere se il Ministro in indirizzo intenda procedere all'annullamento del citato concorso e bandirlo nuovamente, prevedendo il limite d'età di 52 anni e, qualora la situazione emergenziale pregiudichi lo svolgimento delle prove concorsuali, prevedere il reclutamento per soli titoli. Atto n. 4-03369 DE BONIS Al Ministro dello sviluppo economico Premesso che: lo Svimez, Associazione per lo sviluppo dell'industria nel Mezzogiorno, ha condotto un'analisi sugli effetti del coronavirus al Centro-Nord e al Sud. Dal report si legge che "il rischio di default è maggiore per le medie e grandi imprese del Mezzogiorno. La situazione di incertezza determinata dal lockdown , investe tempi e modalità delle riaperture minando le prospettive di tenuta della capacità produttiva. Il blocco improvviso ed inatteso coglie impreparate le molte imprese meridionali che non hanno ancora completato il percorso di rientro dallo stato di difficoltà causato dall'ultima crisi. Rispetto alla grande crisi, il processo di selezione, allora dispiegatosi lungo un arco temporale ampio, oggi è anticipato all'inizio della crisi con un'interruzione improvvisa che ha posto immediatamente al policy maker l'urgenza di intervenire a sostegno della liquidità delle imprese, di ogni dimensione"; è possibile, quindi, trarre alcune utili considerazioni sui rischi, più concreti per le imprese meridionali, di non sopravvivere alla fase corrente se non adeguatamente supportate con iniezioni di liquidità, con particolare riferimento alle imprese medie e grandi, quelle cioè con un fatturato superiore agli 800.000 euro. Le evidenze su grado di indebitamento, redditività operativa e costo dell'indebitamento portano a stimare una probabilità di uscita dal mercato delle imprese meridionali 4 volte superiore rispetto a quelle del Centro-Nord; secondo le stime del rapporto Svimez la chiusura delle attività produttive costa circa 47 miliardi di euro al mese, 37 persi al Centro-Nord, 10 al Sud. La straordinarietà della dimensione del lockdown si legge nella quota di impianti fermi: più di 5 su 10 in Italia. Nella media nazionale, senza considerare i settori dell'agricoltura, le attività finanziarie e assicurative e la pubblica amministrazione, crollano del 50 per cento fatturato, valore aggiunto e occupazione. Il blocco colpisce duramente, sia pure con diversa intensità, indistintamente l'industria, le costruzioni, i servizi, il commercio; analizzando nello specifico l'impatto del lockdown sull'occupazione, risulta evidente che le categorie maggiormente a rischio sono i lavoratori autonomi e quelli con partiva IVA. "Considerando l'intero sistema economico, tenendo conto anche del sommerso, sono interessati dal lockdown il 34,3 per cento degli occupati dipendenti e il 41,5 per cento degli indipendenti. Al Nord l'impatto sull'occupazione dipendente risulta più intenso che nel Mezzogiorno (36,7 per cento contro il 31,4 per cento) per l'effetto della concentrazione territoriale di aziende di maggiore dimensione e solidità"; la perdita complessiva di fatturato è di oltre 25,2 miliardi di euro in Italia, così distribuiti territorialmente: 12,6 al Nord; 5,2 al Centro e 7,7 nel Mezzogiorno. La perdita di fatturato per mese di inattività ammonta a 12.000 euro per autonomo o partita IVA, con una perdita di reddito lordo di circa 2.000 euro, 1.900 e 1.800 per mese di lockdown rispettivamente nelle tre macroaree; considerato che: il direttore dello Svimez, nel corso di un'intervista rilasciata a metà aprile a "la Repubblica" ed a "Radio Tre", ha spiegato la necessità di "una strategia unificata per la cosiddetta fase 2 di uscita dalle misure per contenere l'economia. Non serve una corsa tra regioni o peggio tra Nord e Sud a chi riapre prima le fabbriche. Ciò che serve è una strategia nazionale di attuazione della cosiddetta fase 2 che consenta un riavvio equilibrato delle varie attività produttive, anteponendo sempre la garanzia della salute dei lavoratori"; il report predisposto dallo Svimez evidenzia chiaramente come gli effetti economici e sociali del lockdown siano diffusi con grande intensità in tutto il Paese e che il Sud rischia di pagare un prezzo molto alto sia in termini di impatto sociale, per effetto della maggiore precarietà del mercato del lavoro e della più alta diffusione di aree di disagio e di povertà, sia in termini di rischio di chiusura di moltissime piccole e micro imprese finanziariamente più fragili. In una successiva intervista il direttore Svimez ha evidenziato come "il problema del Mezzogiorno dopo il coronavirus è l'impatto sociale della crisi, perché il tessuto sociale del meridione ne esce molto indebolito: ci sono meno lavoratori, più lavoro nero, e tutto questo può determinare redditi molto bassi in alcune famiglie. Il Sud, oltre a problemi di reddito, ha anche problemi di servizi, e, ha ammonito, le politiche di ricostruzione stiano attente alle nuove generazioni e ai più deboli"; tenuto conto che: il meridione d'Italia ha un divario nella spesa storica mai colmato. L'Italia "non riparte senza il Sud" non deve rimanere un vuoto slogan da campagna elettorale e oggi, più che mai, la crisi provocata dal COVID-19 deve far sì che questo slogan diventi una realtà. L'azione del Governo deve dunque concretizzarsi agendo nel rispetto del principio di uguaglianza costituzionalmente tutelato. Certo non deve mancare il sostegno all'economia del settentrione d'Italia, colpito maggiormente dall'emergenza sanitaria, ma non deve mancare nemmeno all'economia meridionale. I fondi europei sono indispensabili per attuare l'auspicata coesione nazionale per i quali gli stessi sono stati istituiti e cioè per recuperare il gap economico-infrastrutturale maturato in 159 anni e che, di fatto, divide l'Italia. Il Governo deve fugare il rischio che al Mezzogiorno siano sottratti 46,6 miliardi di euro, una perdita che impedirebbe al Sud di risollevarsi e ripartire dopo questa ennesima emergenza, compromettendo la ripresa di tutta la nazione; trasferire fondi del Sud al Nord, approfittando della pandemia, potrebbe significare l'origine del declino italiano;