[pronunce]

Dopo avere riportato i commi primo, secondo, terzo e quarto dell'art. 7 del d.l. n. 463 del 1983, come convertito, la Corte di cassazione rileva che la disciplina in esame attiene sia al regime relativo al numero di contributi settimanali da accreditare ai fini dell'attribuzione delle prestazioni previdenziali ai lavoratori assicurati (prima parte del primo comma e secondo comma del citato art. 7), sia al regime attinente al limite minimo di retribuzione giornaliera imponibile ai fini della determinazione della misura dell'obbligazione contributiva (seconda parte del primo comma). La Corte sottolinea come, mentre il primo regime non è stato modificato fino all'epoca cui si riferiscono i fatti di causa (1995-1996), il secondo, fondato sulla regola della commisurazione della contribuzione dovuta ad un minimale retributivo giornaliero, è stato integrato con la previsione di un diverso criterio, valevole per i contratti a tempo parziale, ad opera dell'art. 5, quinto comma, del d.l. n. 726 del 1984, convertito in legge 19 dicembre 1984, n. 863, poi sostituito dall'art. 1, comma 4, del d.l. 9 ottobre 1989, n. 338, convertito, con modificazioni, in legge n. 389 del 1989, con la formulazione ripresa dall'art. 9, comma 1, del decreto legislativo 25 febbraio 2000, n. 61 (Attuazione della direttiva 97/81/CE relativa all'accordo-quadro sul lavoro a tempo parziale concluso dall'UNICE, dal CEEP e dalla CES). La rimettente ricorda che mentre, nella prima versione, il minimale retributivo giornaliero era stato sostituito, nel settore del lavoro a tempo parziale, da un minimale retributivo orario, rapportato ad un sesto di quello giornaliero di cui all'art. 7 del d.l. n. 463 del 1983, il legislatore del 1989 (poi ripreso da quello del 2001) ha sostituito l'art. 5, quinto comma, del d.l. n. 726 del 1984, convertito dalla legge n. 863 del 1984, con la formula: «La retribuzione minima oraria da assumere quale base per il calcolo dei contributi previdenziali dovuti per i lavoratori a tempo parziale, si determina rapportando alle giornate di lavoro settimanale ad orario normale il minimale giornaliero di cui all'art. 7 del d.l., convertito, con modificazioni, dalla legge, e dividendo l'importo così ottenuto per il numero delle ore di orario normale settimanale previsto dal contratto collettivo nazionale di categoria per i lavoratori a tempo pieno». Ad avviso della ricorrente, sul presupposto che il regime relativo al numero dei contributi settimanali da accreditare ai fini dell'attribuzione delle prestazioni previdenziali ai lavoratori assicurati, di cui alla prima parte del primo comma e al secondo comma dell'art. 7 del d.l. n. 463 del 1983, riguardi unicamente il settore del lavoro a tempo pieno (non essendo all'epoca disciplinato dalla legge il lavoro a tempo parziale), la norma di cui all'art. 1, quarto comma, del d.l. n. 338 del 1989, con la relativa riparametrazione della retribuzione minima giornaliera in base alla quantità di lavoro effettivamente prestato, si applicherebbe estensivamente anche in sede di calcolo del numero dei contributi settimanali utili per la maturazione del diritto alla prestazione previdenziale in capo al lavoratore a tempo parziale. La Corte rimettente sottolinea che già prima del d.l. n. 726 del 1984 il lavoro parziale era stato preso in considerazione dal legislatore previdenziale (art. 45, recte: 48, secondo comma, del regio decreto-legge 4 ottobre 1935, n. 1827, recante «Perfezionamento e coordinamento legislativo della previdenza sociale») e dalla giurisprudenza di legittimità (Corte di cassazione, sezione lavoro, sentenza del 27 febbraio 1986, n. 1251 e sentenza del 7 luglio 1987, n. 5910) sulla infrazionabilità del minimale retributivo imponibile al di sotto della giornata lavorativa anche nel lavoro part-time. Inoltre, essa ritiene che, avuto riguardo anche al tenore letterale dell'art. 1, comma 4, del d.l. n. 338 del 1989 (riproposto negli stessi termini nell'art. 9, comma 1, del d.lgs. n. 61 del 2000), il cui ambito applicativo attiene alla «retribuzione minima oraria da assumere quale base per il calcolo dei contributi previdenziali dovuti per i lavoratori a tempo parziale», non sia possibile l'estensione, in via interpretativa, del meccanismo di adeguamento ivi previsto all'ipotesi diversa del sistema di calcolo dell'anzianità contributiva utile per il conseguimento del diritto alla prestazione previdenziale nel settore del lavoro a tempo parziale. Infatti, ad avviso della rimettente, la ratio della disciplina di cui all'art. 7, primo comma, prima parte, e secondo comma, del d.l. n. 463 del 1983, è quella di stabilire una soglia all'accesso alle prestazioni previdenziali considerate ed il fatto che detta soglia possa essere reputata non equa o irrazionale con riguardo al lavoro a tempo parziale attiene al tema di una sua eventuale illegittimità costituzionale. La Corte esclude anche una interpretazione analogica della norma di cui all'art. 1, comma 4, del d.l. n. 338 del 1989 in sede di calcolo della retribuzione utile per l'accredito dei contributi settimanali nel settore del contratto di lavoro a tempo parziale, in presenza del chiaro intento del legislatore (del 1984, e successivamente del 2001 e del 2003) di tenere distinta la disciplina dei due argomenti e di volere applicare la normativa di cui al citato art. 7, comma 1, prima frase, anche con riguardo al settore del lavoro a tempo parziale. La Corte rimettente, ritenuta, pertanto, corretta l'interpretazione data alle norme considerate dalla Corte di appello, ritiene rilevante e non manifestamente infondata, in riferimento agli artt. 3 e 38 Cost., la questione di legittimità costituzionale dell'art. 7, primo comma, primo periodo, del d.l. n. 463 del 1983, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 638 del 1983, nella parte in cui non prevede, per il rapporto di lavoro a tempo parziale, un meccanismo di riparametrazione della retribuzione minima settimanale analogo a quello adottato dall'art. 1, comma 4, del d.l. n. 338 del 1989, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 389 del 1989.