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Modifiche agli articoli 97, 117 e 119 della Costituzione. Onorevoli Senatori. -- 1. Oggi nella Costituzione della Repubblica italiana non è previsto un diritto di ribellione, ma piuttosto un dovere di sottomissione. «Ogni cittadino ha il dovere di essere fedele alla Repubblica, di osservarne la Costituzione e le leggi, di adempiere con disciplina ed onore le funzioni che gli sono affidate». Ma: «Quando i poteri pubblici violino le libertà fondamentali ed i diritti garantiti dalla Costituzione, la resistenza all'oppressione è diritto e dovere del cittadino». Formulato in questi termini dall'onorevole Dossetti, nel 1947, durante i lavori dell'Assemblea costituente (e leggibile nel testo del «Comitato dei 75»), questo articolo, sul diritto di ribellione, non fu approvato. Nel 2001 nel nuovo «Titolo V» della Costituzione, in specie con il nuovo articolo 117, primo comma, è stato all'opposto introdotto il nostro dovere di sottomissione all'Europa: «La potestà legislativa è esercitata dallo Stato e dalle Regioni nel rispetto..... dei vincoli derivanti dall'ordinamento comunitario». È in specie questa una norma che, per il suo ampio disposto: -- non solo si sovrappone al «vecchio» articolo 11 della Costituzione, per il cui effetto l'Italia consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicura la pace e la giustizia fra le Nazioni; -- ma va molto oltre, costituzionalizzando per importazione in Italia tutti i materiali giuridici di fonte europea. Non solo i princìpi europei, ma anche, ed a trecentosessanta gradi, tutti i vincoli derivanti da tutte le fonti giuridiche europee. E dunque non solo i vincoli derivati dai trattati, ma anche i vincoli derivanti dai regolamenti, dalle direttive, dalle decisioni europee e quant'altro. I princìpi europei sono alti e nobili, ma formulati in termini generalissimi e programmatici e perciò elastici e flessibili, per questo tali da sovrapporsi per confusione ai più fondati, chiari e precisi e dispositivi e non ideologici e non programmatici princìpi costituzionali italiani. Ma non solo i princìpi, si ripete. La più vasta gamma dei vincoli europei a cui l'Italia si è subordinata e si subordina, in forza del citato articolo 117, primo comma, della Costituzione, non solo ha forma opposta rispetto ai princìpi, essendo rigida e specifica, soprattutto è una classe di vincoli che può derivare anche da atti di livello inferiore, da atti para-amministrativi più o meno oscuramente formulati e verbalizzati nelle prassi e dalle prassi europee. A partire per esempio dalle decisioni del collegio dei Commissari europei, per arrivare a quelle dei vari Consigli europei, atti questi che non sono certo leggi, ma che in Italia, proprio per effetto dell'articolo 117, primo comma, citato, diventano ancora più che leggi, fonte di vincoli addirittura costituzionalmente rafforzati. In questi termini ci siamo volontariamente e follemente «desovranizzati». Nelle Costituzioni degli altri Paesi fondatori dell'Unione europea non si trovano norme così generali, così automatiche, così sottomesse. È vero che, se pure ad altri effetti, l'articolo 11, primo comma, della Costituzione, fa riferimento a fonti giuridiche internazionali. Ma comunque stabilisce espressamente il principio della «parità con gli altri Stati». Un prinipio, questo della parità, che è invece del tutto assente nel più volte citato articolo 117, primo comma. Quanto è stato fatto in Italia nel 2001 pare ancora più assurdo in considerazione dell'articolo 4, paragrafo 2, del trattato sull’Unione europea (TUE), come introdotto dal Trattato di Lisbona, che segna il rapporto tra l'Unione europea e l'identità costituzionale degli Stati membri nei seguenti termini: «L'Unione rispetta l'uguaglianza degli Stati membri davanti ai trattati e la loro identità nazionale insita nella loro struttura fondamentale, politica e costituzionale, compreso il sistema delle autonomie locali e regionali. Rispetta le funzioni essenziali dello Stato». Al proposito devono poi essere ricordate la giurisprudenza della Corte di giustizia in tema di rapporti tra ordinamento interno e ordinamento dell’Unione europea, come pure le sentenze della nostra Corte costituzionale (in particolare, sentenze n. 170/1984, n. 117/1994, n. 126/1996, n. 93/1997 e n. 286/1986), tutte basate sullo stesso principio che ora informa l'articolo 4, paragrafo 2, TUE). In sintesi, il Trattato di Lisbona traccia una strada opposta a quella dell'articolo 117, primo comma, della Costituzione, salvaguardando le prerogative costituzionali fondamentali degli Stati membri e non, all'opposto, circoscrivendone la portata. In ipotesi si potrebbe anche tentare di formulare un'interpretazione riduttiva dell'articolo 117, primo comma, assumendo che questa sia una norma applicabile solo nel rapporto interno tra Stato e regioni. Tuttavia la forma ampia della norma esclude questo particolare tipo di interpretazione restrittiva e la ragione non ne consentirebbe comunque una applicazione logica e lineare. Può essere che nel 2001 non fossero chiare ai «costituenti» le conseguenze politiche e sistemiche della nuova norma europea che stavano introducendo in Costituzione. Ma oggi ne sono per contro drammaticamente forti ed evidenti gli effetti. Così che il nuovo «Titolo V» non solo ha assurdamente sovrapposto un particolare nuovo tipo di «federalismo» al già operato e già per suo conto devastante «decentramento» dello Stato, ma ha in più e radicalmente alterato i termini della nostra sovranità nazionale. È per queste ragioni che qui si chiede un voto soppressivo dei richiami che subordinano il nostro ordinamento a quello comunitario (o comunque dell'Unione europea) all'articolo 117, primo comma, della Costituzione e, a seguire e nella stessa logica, anche agli articoli 97, primo comma, e 119, primo comma. Non solo. 2. In un ambiente ispirato all'inizio dall'etica politica classica del no taxation without representation , il «vecchio» articolo 81 della Costituzione ha tenuto per un lungo tratto di tempo. In specie, ha tenuto dal dopoguerra fino al principio degli anni '70 quando, a fronte delle grandi trasformazioni che stavano intervenendo nella struttura della società italiana, a partire dalle grandi migrazioni dal sud al nord e dall'appennino alla pianura, ha preso avvio una politica di deficit spending , poi degenerata in quella «democrazia del deficit » che ha portato l'Italia ad avere il terzo debito pubblico del mondo, certamente senza che l'Italia abbia la terza economia del mondo. La crisi finanziaria mondiale ha infine impartito all'Europa, ed all'Italia, una lezione fondamentale: impossibile continuare a produrre più deficit e debiti pubblici che prodotto interno lordo. Dato il nostro enorme debito pubblico, è per questa ragione che nel 2011-2012 è stato introdotto in Costituzione il «nuovo» articolo 81. È questa una norma molto seria ed efficace e perciò qui non in discussione. Una norma sulla quale va peraltro notato quanto segue: a) nel corpo della nuova norma non c'è alcun riferimento ai cosiddetti «vincoli europei».