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l'Autorità nazionale anticorruzione (ANAC) con propria interpretazione, poi recepita nella legge n. 190 del 2012 e nel decreto legislativo n. 33 del 2013, in relazione alle connesse normative in materia di anticorruzione e trasparenza, fa riferimento al concetto di ente privato in controllo pubblico, nel quale rientrerebbero in sintesi gli enti sottoposti a controllo pubblico ai sensi dell'art. 2359 del codice civile e gli enti in cui la totalità degli amministratori è nominata da enti pubblici; i Gal non sono quindi classificabili tra gli enti privati in controllo pubblico, con conseguente inapplicabilità dell'art. 20 del decreto legislativo n. 39 del 2013; non firmando la dichiarazione richiesta dalla Direzione generale politiche agricole, alimentari e forestali della Regione, i Gal non possono candidare progetti alla misura 19 del PSR 2014-2020 determinando, così, una mancata occasione di sviluppo per le aree rurali regionali; in Campania i presidenti dei Gal sono maggiormente sindaci che non possono autodichiarare l'insussistenza di una delle cause di inconferibilità e incompatibilità, di cui all'art. 20 del decreto legislativo n. 39 del 2013; a giudizio degli interroganti sarebbe necessario apportare alcune modifiche migliorative rispetto alla normativa introdotta, in quanto, pur avendo finalità apprezzabili e condivisibili, presenta ancora diverse lacune, che consentono di assumere la presidenza dei menzionati Gal, pur in presenza di potenziali situazioni di incompatibilità, si chiede di sapere: se il Ministro in indirizzo intenda attivarsi, nell'esercizio delle proprie funzioni, affinché si ponga fine alla prassi, a giudizio degli interroganti irregolare, frequentemente praticata presso la Regione Campania, che sta determinando un danno allo sviluppo economico di tutto il territorio; quali iniziative, anche di carattere normativo, intenda assumere al fine di rendere più efficace la disciplina introdotta, garantendo la massima trasparenza circa l'operato delle pubbliche amministrazioni e dando la possibilità ai cittadini di conoscerne direttamente le attività, nell'ottica del contrasto a ogni forma di corruzione e in nome della democrazia. Atto n. 4-00477 LANNUTTI Ai Ministri dell'economia e delle finanze e per gli affari regionali e le autonomie Premesso che, per quanto risulta all'interrogante: secondo quanto riportato dal giornalista de "La Stampa", Gianluca Paolucci, in un articolo del 23 febbraio 2017, la Finpiemonte avrebbe prestato dei soldi a una società che faceva capo all'allora presidente della stessa finanziaria regionale del Piemonte per evitarle il fallimento: soldi che non sarebbero mai stati restituiti, causando un buco nel bilancio della Finpiemonte; scendendo nel dettaglio l'articolo ricostruisce tutta la vicenda che ha come «protagonista la società Gem Immobiliare, il cui azionista di maggioranza [Fabrizio Gatti, presidente di Finpiemonte] è "schermato" da una fiduciaria (prima Ersel e poi Corefi)». La Gem aveva deciso di investire nell'acquisto di un capannone e di una palazzina di uffici a Collegno, in provincia di Torino. Il primo avrebbe dovuto essere trasformato in una palestra, la seconda avrebbe dovuto essere venduta dopo aver costruito più piani un garage multipiano interrato. Il Comune, però, non ha concesso l'autorizzazione per i lavori della palazzina. La società che aveva intenzione di comprarla era la stessa intenzionata ad acquistare la palestra. Quindi, sono saltati entrambi gli affari; la suddetta operazione era stata finanziata, per 5 milioni euro, da una cordata di banche. La parte più ingente spettava alla Banca Intermobiliare-Bim (3 milioni di euro), a seguire Intesa Sanpaolo (un milione e mezzo di euro) e Monte dei Paschi di Siena (mezzo milione di euro). La Gem, inoltre, aveva accumulato debiti anche con svariati fornitori, per un totale di 9 milioni e 700.000 euro. Un debito che rischiava di farla fallire. La soluzione trovata fu un concordato fallimentare, un accordo con i creditori vidimato dal tribunale. Solo che anche per questo servivano soldi: 6 milioni e 400.000 euro. In base all'«articolo 182 della legge fallimentare, servirebbe un acquirente che metta soldi freschi e metta a tacere i creditori»; «prima che tutto vada male» si è fatta avanti una società disposta a pagare i 6 milioni di euro, acquistando la palestra: Csp SpA e si occupa di consulenza informatica, disposta a finanziare il doppio del proprio capitale nonostante non abbia nessuna competenza circa la gestione delle palestre. Il fatto è che la Csp lavorava molto con le pubbliche amministrazioni e la destinataria dei finanziamenti comunitari e regionali era appunto la Finpiemonte, presieduta dal proprietario della Gem, che la Csp avrebbe dovuto salvare; la seconda anomalia veniva dal fatto che nella causa per far riconoscere le proroghe chieste dalla Gem, la società di Gatti veniva difesa in Tribunale da Stefano Ambrosini, che all'epoca era presidente di Veneto Banca (controllante della Bim) e in seguito diventerà presidente della Bim e, infine, presidente proprio della Finpiemonte e successore di Gatti. Ma i soldi non arriveranno mai; allora, si è deciso di percorrere un'ultima strada: questa volta i soldi sarebbero dovuti giungere dalla società di Zurigo P&P Management, fondata 4 mesi prima, proprio per garantire il pagamento dei 6.400.000 da parte di una società che nel frattempo aveva rilevato il contratto di acquisto della palestra: la Gesi SpA. Quest'ultima a garanzia dell'operazione ha presentato fideiussioni a giudizio dell'interrogante improbabili: una società di riassicurazione romena, una finanziaria cinese; i soldi della P&P in realtà li avrebbe messi la Vontobel Bank, sempre di Zurigo. Si trattava di una banca nella quale la Finpiemonte di Gatti aveva investito 45 milioni di euro in una gestione patrimoniale. Riguardava un finanziamento particolare, in gergo "Prestito Lombard". In pratica, un finanziamento per cassa appoggiato a un portafoglio mobiliare, che viene mantenuto intatto ma sul quale la banca assume un pegno a garanzia del finanziamento. Solo che il portafoglio sul quale si appoggiava il prestito alla P&P di Zurigo era proprio quello di Finpiemonte; in altre parole, la finanziaria presieduta da Gatti prestava soldi a una banca svizzera per poterli a sua volta prestare a una finanziaria zurighese che li avrebbe girati alla società che avrebbe dovuto acquistare la palestra di proprietà della società immobiliare di Gatti, per permettere a quest'ultima di evitare il fallimento; la vicenda si è conclusa con la vendita della Gem Immobiliare da parte della Gedi Re, che nel frattempo ne aveva acquisito il controllo grazie ai soldi della Finpiemonte: vendita, però, fallimentare, visto che ha incassato solo 400.000 euro dopo averne spesi 6.400.000: un buco di 6 milioni, dunque, tutto a carico della finanziaria regionale, a cui il prestito non è mai stato restituito; considerato che: sono quindi stati sottratti 6 milioni di euro alle casse della finanziaria regionale Finpiemonte;