[pronunce]

che il Tar del Lazio, nel riproporre la questione, ha inteso colmare le indicate lacune della motivazione sulla rilevanza mediante il mero richiamo della dichiarazione, rilasciata da ciascuno dei ricorrenti sotto la propria personale responsabilità ed in adempimento di una specifica richiesta del Tribunale stesso, di essere «avvocato tributarista iscritto al registro dei revisori contabili, di esercitare la professione di revisore contabile da almeno cinque anni e di detenere presso di sé le scritture contabili dei propri clienti»; che, tuttavia, neppure con la seconda ordinanza di rimessione le suddette rilevate lacune sono state colmate; che, in primo luogo, quanto al requisito dell'«esercizio da parte dei revisori della professione per almeno cinque anni» (citata ord. n. 499 del 2002) , il rimettente omette di specificare se i revisori contabili ricorrenti abbiano esercitato la professione di avvocato tributarista da almeno cinque anni, perché, erroneamente interpretando sia l'indicata ordinanza della Corte sia la disposizione censurata, da un lato considera sufficiente l'iscrizione in “albi”, indipendentemente dall'effettivo esercizio della professione, e dall'altro ritiene che tale esercizio riguardi soltanto la “professione” di revisore contabile e non, invece, la professione specificamente consentita dall'iscrizione nell'albo professionale; che l'erroneità dell'interpretazione seguita dal Tar risulta evidente dal tenore letterale della disposizione denunciata, che esige l'esercizio per almeno cinque anni della professione consentita dall'iscrizione in “albi” professionali (dottore commercialista; ragioniere o perito commerciale; consulente del lavoro) e distingue tale esercizio da quello della funzione consentita dall'iscrizione nel “registro” dei revisori contabili (v., in tal senso, il punto 1 del “Considerato in diritto” della sentenza n. 307 del 2002, di questa Corte); che, in secondo luogo, quanto alla «tenuta di scritture contabili» relative ai propri clienti da parte dei revisori contabili ricorrenti, il rimettente omette di precisare se nella specie sussista tale requisito, perché, confondendo la “tenuta delle scritture contabili” richiesta dalla norma denunciata con la mera detenzione materiale dei documenti nei quali le scritture sono riportate, si limita a richiamare l'irrilevante circostanza della «detenzione» dei documenti contabili «presso» i ricorrenti; che, invece, l'espressione “tenuta delle scritture contabili” impiegata dal legislatore nella disposizione denunciata va intesa come formazione diretta di tali scritture o comunque come formazione di esse sotto il diretto controllo e la responsabilità del professionista, secondo quanto risulta sia dal comune significato delle parole, sia dalla ratio della norma (intesa a valorizzare, nell'àmbito dei vari requisiti stabiliti per l'abilitazione alla certificazione tributaria, la circostanza che il professionista abbia formato, nella sostanza, quelle stesse scritture contabili sulle quali è chiamato ad esprimere la propria valutazione), sia dalla normativa secondaria di attuazione (che ha espressamente ribadito tale accezione, da ultimo chiarendo che per “tenuta delle scritture contabili” deve intendersi non solo la diretta formazione di queste, ma anche la loro formazione sotto il diretto controllo e la responsabilità del professionista: art. 24, comma 2, del decreto ministeriale n. 164 del 1999); che, in terzo luogo, nell'ordinanza di rimessione manca qualsiasi motivazione sulla ricorrenza dei predetti due requisiti richiesti dalla norma denunciata per l'abilitazione al rilascio della certificazione tributaria, perché il Tar del Lazio si limita a riportare le dichiarazioni rilasciate al riguardo dai ricorrenti, senza dare alcuna valutazione sulla sussistenza effettiva di tali requisiti; che, in conclusione, non avendo il giudice a quo motivato sulla rilevanza della sollevata questione, questa deve essere dichiarata manifestamente inammissibile, restando così precluso ogni esame di merito (peraltro già affrontato da questa Corte, in riferimento a molti dei profili sollevati con l'ordinanza di rimessione indicata in epigrafe, e deciso nel senso della non fondatezza della questione con la sentenza n. 307 del 2002).. . per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE dichiara la manifesta inammissibilità della questione di legittimità costituzionale dell'art. 36, comma 1, del decreto legislativo 9 luglio 1997, n. 241 (Norme di semplificazione degli adempimenti dei contribuenti in sede di dichiarazione dei redditi e dell'imposta sul valore aggiunto, nonché di modernizzazione del sistema di gestione delle dichiarazioni), nel testo risultante dall'integrazione apportata dall'art. 1 del decreto legislativo 28 dicembre 1998, n. 490 (Disposizioni integrative del decreto legislativo 9 luglio 1997, n. 241, concernenti la revisione della disciplina dei centri di assistenza fiscale), sollevata, in riferimento agli artt. 3, 35, 76 e 97 della Costituzione, dal Tribunale amministrativo regionale del Lazio, con l'ordinanza indicata in epigrafe. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 13 luglio 2005. F.to: Piero Alberto CAPOTOSTI, Presidente Franco GALLO, Redattore Giuseppe DI PAOLA, Cancelliere Depositata in Cancelleria il 26 luglio 2005. Il Direttore della Cancelleria F.to: DI PAOLA