[pronunce]

– La questione di costituzionalità dell'art. 6, comma 1, del d.lgs. n. 274 del 2000, sollevata da entrambi i giudici a quibus, non è fondata. 5.1. – Questa Corte ha già avuto modo di affermare che la disciplina della competenza per connessione – e, in particolare, l'identificazione dei casi e dei limiti in cui la connessione stessa opera – appartiene, nell'ambito della ragionevolezza, alla discrezionalità del legislatore, senza che possa ritenersi imposto, a pena di illegittimità costituzionale, alcun criterio prefissato (sentenza n. 73 del 1980). Il principio fu enunciato nella vigenza del codice di procedura penale anteriore, in cui la connessione non era disciplinata, come ora, quale criterio autonomo attributivo di competenza e consentiva maggiori margini di discrezionalità giudiziale. A maggior ragione esso va riaffermato. Come attestano le ampie oscillazioni che caratterizzano l'evoluzione storica dell'istituto, la disciplina della competenza per connessione è infatti espressiva del contemperamento di esigenze contrapposte, suscettibili di valutazioni mutevoli nel tempo. Da un lato, essa tende a favorire, creandone uno dei possibili presupposti, un simultaneus processus che consenta – a fronte di imputazioni collegate da vincoli più o meno intensi – di acquisire e valutare unitariamente le prove, di applicare pene proporzionate e di prevenire giudicati contraddittori (sentenza n. 130 del 1963), o comunque, pur nel caso di processi separati, di far permanere la competenza in capo allo stesso giudice. Dall'altro, occorre evitare che l'accumulo delle regiudicande in un'unica sede si ripercuota negativamente sull'efficacia e sulla durata dell'accertamento processuale, ovvero comprometta interessi che l'ordinamento considera preminenti (al riguardo, si vedano le sentenze n. 222 del 1983 e n. 139 del 1971), e segnatamente l'interesse a preservare la competenza del giudice normalmente ritenuto più idoneo a risolvere determinate specie di controversie (sentenza n. 73 del 1980). Nella specie, la scelta sensibilmente limitativa delle ipotesi di connessione, operata dal legislatore con il d.lgs. n. 274 del 2000, rinviene per l'appunto la propria ratio – come emerge anche dalla relazione governativa al decreto – nell'intento di valorizzare le peculiarità della giurisdizione penale del giudice di pace, la quale si connota – oltre che per la presenza di un autonomo apparato sanzionatorio – anche e soprattutto per le accentuate particolarità del rito, che, nei loro tratti di semplificazione e snellezza, esaltano la funzione conciliativa del giudice onorario tramite strumenti processuali volti a favorire la riparazione del danno e la conciliazione tra autore e vittima del reato. E ciò, in correlazione alla natura delle fattispecie criminose devolute alla cognizione di tale giudice, di ridotta gravità ed espressive, per lo più, di conflitti a carattere interpersonale. In questa prospettiva, si è ritenuta preminente l'esigenza di evitare il possibile svuotamento delle funzioni del giudice di pace, che sarebbe potuto derivare dall'attrazione delle competenze presso il giudice superiore per effetto della connessione. Nel dare attuazione al criterio di delega legislativa enunciato all'art. 17, lettera i), della citata legge n. 468 del 1999, il legislatore delegato – superando l'impostazione originaria dello schema preliminare del decreto legislativo, che escludeva addirittura in radice l'operatività della connessione eterogenea – ha in particolare valutato che l'interesse a preservare la competenza del giudice non togato debba cedere, di fronte al contrapposto interesse al simultaneus processus, unicamente nel caso di concorso formale di reati. E ciò – come pure si legge nella relazione governativa – perché tale ipotesi «è quella in cui, attesa l'unicità della condotta, è effettivamente più elevato il rischio di giudicati contrastanti in caso di processi separati». Al tempo stesso, peraltro, si è stabilito – in deroga alla disciplina generale del codice di rito e proprio per preservare le peculiarità del processo avanti al giudice di pace, in linea con le indicazioni della ricordata direttiva della legge delega – che la connessione eterogenea non opera (oltre che in rapporto ai procedimenti di competenza di giudici speciali) qualora non sia comunque possibile la riunione dei processi (art. 6, comma 3, del d.lgs. n. 274 del 2000): limitando, così, lo spostamento di competenza ai soli casi in cui esso consenta effettivamente di impedire la moltiplicazione dei giudizi e facendo salvo, in caso contrario, il regime di separazione, al quale il legislatore accorda la preferenza. 5.2. – Scendendo, sulla scorta di tali premesse, all'esame delle singole censure di costituzionalità, si rivela insussistente, anzitutto, la lesione dell'art. 3 Cost., lamentata dal Tribunale di Montepulciano sotto il profilo della ingiustificata disparità di trattamento tra il concorso formale di reati e la continuazione. L'identità delle conseguenze giuridiche annesse alle due fattispecie, quanto al trattamento sanzionatorio, dall'art. 81 cod. pen. non esclude, infatti, che – come lo stesso giudice a quo riconosce – esse descrivano fenomeni differenziati sul piano naturalistico. Nel caso della continuazione si è al cospetto di fatti di reato distinti, benché esecutivi del medesimo disegno criminoso, i quali – al di là delle connotazioni contingenti del caso concreto oggetto del giudizio a quo – possono essere realizzati anche in ambiti spazio-temporali sensibilmente divaricati. Il tertium comparationis evocato dal rimettente è, perciò, eterogeneo: quel che giustifica, nella prospettiva del legislatore, la fattispecie di connessione descritta dall'art. 6, comma 1, del d.lgs. n. 274 del 2000 è proprio l'unicità della condotta sotto il profilo naturalistico, tipica del concorso formale di reati, ben diversa dalla unicità del disegno criminoso che connota la continuazione e lascia integri oggettivamente e soggettivamente i singoli fatti. Sul piano della disciplina penale sostanziale – secondo quanto di recente affermato dalle sezioni unite della Corte di cassazione – definitivamente superata la concezione dell'unitarietà del reato continuato, questo va considerato, in linea di principio, come una pluralità di illeciti (Cassazione, sezioni unite, 27 novembre 2008, n. 3286). Al riguardo, non è del resto priva di significato la circostanza che anche l'art. 12, comma 1, lettera b), del codice di procedura penale nella sua formula originaria – in una prospettiva di energico contenimento delle ipotesi di connessione rispetto al regime del codice previgente – la prevedesse solo nel caso del concorso formale di reati e non anche in quello della continuazione: essendo il riferimento alla seconda comparso, nel testo di tale articolo, solo a seguito delle modifiche operate dal decreto-legge 20 novembre 1991, n. 367 (Coordinamento delle indagini nei procedimenti per reati di criminalità organizzata), convertito, con modificazioni, dalla legge 20 gennaio 1992, n. 8. 5.3.