[pronunce]

(contestati a taluni degli imputati nel giudizio a quo) risulterebbero prescritti, se l'applicazione della nuova disciplina sulla prescrizione del reato non fosse preclusa dalla già avvenuta dichiarazione di apertura del dibattimento in primo grado – sottolinea che secondo la Corte costituzionale (è menzionata, in particolare, la sentenza n. 80 del 1995) la garanzia ex art. 25, secondo comma, Cost. deve intendersi limitata al «divieto di retroattività della norma penale incriminatrice», non investendo «anche il principio della retroattività della norma penale più favorevole»; che tuttavia, secondo il giudice a quo, le deroghe a tale ultimo principio (sancito in via generale dall'art. 2, quarto comma, cod. pen.) debbono comunque essere «sorrette da valutazioni e giustificazioni non irragionevoli»; che ciò, però, non si sarebbe verificato nel caso di specie, atteso che la scelta compiuta dalla censurata disposizione – individuare, quale discrimine temporale per l'applicazione retroattiva della lex mitior, il momento della dichiarazione di apertura del dibattimento, e non quello della pronuncia della sentenza da parte del giudice di prime cure – non appare giustificata dalla «necessità di “neutralizzare” un accertamento giurisdizionale già effettuato sotto il vigore della precedente disciplina»; che la descritta opzione legislativa, per contro, «determina una selezione tra le due normative» (in tema di prescrizione) «collegata a profili di aleatorietà, non dipendenti da un atto di impulso processuale avente obiettiva rilevanza», donde la sua irrazionalità, ed il conseguente contrasto con l'art. 3 Cost.; che è ipotizzata, inoltre, la violazione anche dei parametri costituzionali di cui agli artt. 10, 11 e 117, primo comma, Cost.; che il rimettente sottolinea, innanzitutto, come «il principio di necessaria applicazione retroattiva della norma penale più favorevole» sia enunciato dall'art. 15 del Patto internazionale relativo ai diritti civili e politici adottato a New York il 16 dicembre 1966 (ratificato e reso esecutivo in Italia con legge 25 ottobre 1977, n. 881), trovando – non casualmente – quale solo limite quello del passaggio in giudicato della sentenza di condanna, che «rappresenta un principio anch'esso recepito a livello internazionale, quale idonea garanzia della certezza del diritto» (è richiamata, sul punto, la sentenza della Corte costituzionale n. 74 del 1980); che analogo principio è ribadito – sottolinea sempre il rimettente – dall'art. 49, comma 1, della Carta dei diritti fondamentali, approvata a Nizza il 7 dicembre 2000, riprodotto nell'art. II-109, comma 1, del Trattato che adotta una Costituzione per l'Europa, firmato a Roma il 29 ottobre 2004 (ratificato in Italia con la legge 7 aprile 2005, n. 57); che tale principio, inoltre, è stato qualificato dalla Corte di giustizia delle Comunità europee (sentenza 3 maggio 2005, C-387/02, C-391/02 e C-403/02) come appartenente «alle tradizioni costituzionali comuni agli stati membri», e dunque «parte integrante dei principi generali del diritto comunitario che il giudice nazionale deve osservare»; che costituendo, pertanto, detto principio sia una «norma di diritto internazionale generalmente riconosciuta» (alla quale «l'ordinamento interno deve conformarsi, ai sensi dell'art. 10 Cost.»), sia un «principio generale del diritto comunitario» (rilevante come tale «ai sensi dell'art. 11 Cost.»), il giudice a quo evoca, oltre a tali parametri costituzionali, anche l'art. 117, primo comma, Cost., il quale esige che la potestà legislativa venga esercitata «nel rispetto della Costituzione, nonché dei vincoli derivanti dall'ordinamento comunitario e dagli obblighi internazionali»; che, infine, in senso contrario neppure potrebbe addursi la possibilità di «disapplicare direttamente la norma interna per contrasto con la disciplina comunitaria», non essendo questa soluzione prospettabile – secondo il Tribunale di Roma – rispetto «a principi di carattere generale», cioè a dire «non consacrati» in «strumenti legislativi dell'Unione europea dotati di efficacia diretta ed immediata»; che anche la Corte d'appello di Genova (r.o. n. 133 del 2007) assume, del pari, l'illegittimità costituzionale del comma 3 dell'art. 10 della legge n. 251 del 2005, «nella parte in cui esclude dai nuovi termini di prescrizione i processi già pendenti in primo grado, ove vi sia stata la dichiarazione di apertura del dibattimento»; che il rimettente genovese – sul presupposto che l'accoglimento della questione comporterebbe, nei riguardi di tutti gli imputati nel giudizio a quo, «la declaratoria di improcedibilità dell'azione penale per estinzione dei reati perché prescritti» già in primo grado – deduce, quanto alla non manifesta infondatezza della questione, che la censurata disposizione violerebbe gli artt. 3 e 27 Cost.; che essa, difatti, comporta «un trattamento ingiustificatamente differenziato tra imputati che si trovino nelle stesse condizioni processuali», facendo dipendere l'applicazione della nuova disciplina sulla prescrizione, «non da un dato oggettivo predeterminato, ma da un riferimento temporale mobile e affidato al caso»; che, conseguentemente, «il dato giustificativo dell'estinzione che dovrebbe essere identico, a seconda delle categorie di reati, per tutti i cittadini, non è più tale», donde la violazione del principio di eguaglianza; che, d'altra parte, tale evenienza neppure potrebbe ritenersi giustificata «attraverso i diversi presupposti razionali sottesi dal secondo comma dell'art. 27 della Costituzione, che conferisce rilevanza costituzionale al principio della definitività del giudicato»; che, infine, anche il Giudice di pace di Pisa (r.o. n. 170 del 2007) censura – in riferimento agli artt. 3 e 25, secondo comma, Cost. – il predetto art. 10, comma 3, della legge n. 251 del 2005; che il rimettente pisano premette – quanto alla rilevanza della questione di costituzionalità – che per i reati di cui agli artt. 594 e 612 cod. pen. (sui quali è chiamato a pronunciarsi) sarebbe maturata, in applicazione della nuova disciplina recata dalla legge n. 251 del 2005, «la prescrizione triennale», e ciò «anche a tener conto della interruzione» del corso della prescrizione, atteso che «il termine di tre anni e sei mesi» sarebbe, comunque, venuto a scadenza; che, tuttavia, la scelta del legislatore di precludere l'applicazione della sopravvenuta lex mitior ai giudizi nei quali sia già intervenuta la dichiarazione di apertura del dibattimento, oltre «a ledere il principio della retroattività della legge più favorevole che per rango costituzionale si riferisce solo ai casi di leggi eccezionali o temporanee», darebbe vita ad un sistema «del tutto immotivato ed esiziale perché viene ad evidenziare applicazioni privilegiate», in contrasto con il principio di eguaglianza di cui all'art. 3 Cost.;