[pronunce]

previsione che si rinviene, invece, nell'art. 14, comma 5-ter, del d.lgs. n. 286 del 1998, in rapporto alla più grave ipotesi delittuosa ivi delineata; che irrazionale, e dunque lesiva l'art. 3 Cost., sarebbe anche la negazione agli imputati della contravvenzione in esame - benché punita con la sola ammenda - della possibilità di fruire dell'oblazione (art. 10-bis, comma 1, secondo periodo, del d.lgs. n. 286 del 1998); che, sotto diverso profilo, la circostanza che il campo applicativo della nuova figura di reato si sovrapponga integralmente a quello del preesistente istituto dell'espulsione amministrativa renderebbe palese l'«assoluta irragionevolezza» dell'incriminazione e la sua incompatibilità con il principio di «proporzionalità», a fronte del quale la sanzione penale dovrebbe essere utilizzata solo in mancanza di altri strumenti idonei al raggiungimento dello scopo; che la nuova incriminazione si porrebbe, da ultimo, in contrasto col principio di buon andamento dei pubblici uffici (art. 97 Cost.), venendo a gravare gli uffici giudiziari di un pesante carico di lavoro senza alcuna utilità concreta; che la prevista pronuncia di una sentenza di non luogo a procedere nel caso di avvenuta espulsione dello straniero, salva l'applicazione dell'art. 345 cod. proc. pen. nel caso di rientro illegale in Italia prima della scadenza del divieto di reingresso, rischierebbe, infatti, di innescare una sequenza, potenzialmente infinita, di processi per il medesimo fatto conclusi con sentenze di proscioglimento poi revocate; che, d'altro canto, nel caso di condanna, l'applicabilità allo straniero dell'espulsione come sanzione sostitutiva (art. 16, comma 1, del d.lgs. n. 286 del 1998) farebbe sì che dalla celebrazione del processo penale non derivi alcun risultato utile, ulteriore e diverso rispetto a quello già conseguibile in base alla previgente disciplina dell'espulsione amministrativa; che nel giudizio relativo all'ordinanza r.o. n. 82 del 2010 è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, il quale ha chiesto che le questioni siano dichiarate infondate; che, con ordinanza emessa il 24 dicembre 2009 (r.o. n. 97 del 2010), nell'ambito di un processo penale nei confronti di sei cittadini extracomunitari imputati della contravvenzione prevista dalla norma censurata, il Giudice di pace di Taranto ha sollevato, in riferimento agli artt. 2, 3, 10, 25, 27 e 117 Cost., questioni di legittimità costituzionale, oltre che dell'art. 10-bis, anche dell'art. 16, comma 1, del d.lgs. n. 286 del 1998, come modificato dall'art. 1, commi 16, lettera b), e 22, lettera o) , della legge n. 94 del 2009, e dell'art. 62-bis del d.lgs. 28 agosto 2000, n. 274 (Disposizioni sulla competenza penale del giudice di pace, a norma dell'articolo 14 della legge 24 novembre 1999, n. 468), aggiunto dall'art. 1, comma 17, lettera d), della medesima legge n. 94 del 2009; che, a parere del giudice a quo, la norma incriminatrice di cui all'art. 10-bis del d.lgs. n. 286 del 1998 - formulata in chiave di mera disobbedienza alle norme che regolano i flussi migratori - violerebbe i principi di materialità e di necessaria offensività del reato, desumibili dall'art. 25, secondo comma, Cost., sottoponendo a pena una mera condizione personale dello straniero non lesiva di alcun bene meritevole di tutela, quale quella connessa al mancato possesso di un titolo abilitativo all'ingresso e alla permanenza nel territorio italiano; che la nuova figura criminosa violerebbe, altresì, l'art. 2 Cost., poiché la repressione indiscriminata dell'immigrazione irregolare provocherebbe un mutamento dell'atteggiamento dei cittadini in senso contrario al principio di solidarietà, che esige la «promozione di coloro che versano in condizioni svantaggiate»; che fonte di una irragionevole disparità di trattamento (art. 3 Cost.) e di un vulnus al principio di colpevolezza (art. 27 Cost.) risulterebbe, poi, la mancata previsione dell'«esimente» del «giustificato motivo», contemplata invece in rapporto all'analoga ipotesi delittuosa di cui all'art. 14, comma 5-ter, del d.lgs. n. 286 del 1998; che l'art. 3 Cost. risulterebbe leso anche a fronte dell'assoggettamento della nuova fattispecie contravvenzionale - come conseguenza della sua devoluzione alla competenza del giudice di pace - a un regime sanzionatorio più gravoso di quello previsto per il delitto dianzi indicato, avuto riguardo, in specie, all'impossibilità di fruire del trattamento premiale connesso ai riti speciali e della sospensione condizionale della pena (artt. 2 e 60 del d.lgs. n. 274 del 2000); che anche il trattamento sanzionatorio della fattispecie criminosa risulterebbe, nel suo complesso, irrazionale; che la pena pecuniaria per essa comminata resterebbe, infatti, priva di qualsiasi efficacia deterrente nei confronti di persone, quali gli immigrati irregolari, costrette a lasciare la loro terra da condizioni di vita insostenibili; che affatto ingiustificata risulterebbe, inoltre, la negazione all'imputato del reato in esame della possibilità di beneficiare dell'oblazione, diversamente da quanto avviene per tutte le fattispecie analoghe di natura contravvenzionale; che, ancora, l'art. 16, comma 1, del d.lgs. n. 286 del 1998 prevede che il giudice possa sostituire la pena pecuniaria con l'espulsione e, dunque, con una misura più grave della pena sostituita, in quanto incidente sulla libertà personale: il che comprometterebbe anche la finalità rieducativa della pena, sancita dall'art. 27 Cost.; che la nuova incriminazione apparirebbe, peraltro, di per sé priva di giustificazione, in quanto l'espulsione dell'immigrato irregolare è già prevista in via amministrativa: donde l'inutilità del ricorso allo strumento penale, tanto più evidente a fronte del disposto del comma 5 dell'art. 10-bis del d.lgs. n. 286 del 1998, in forza della quale il giudice è tenuto a pronunciare sentenza di non luogo a procedere quando abbia avuto notizia dell'avvenuta esecuzione dell'espulsione; che la norma censurata violerebbe, inoltre, l'art. 10 Cost., ponendosi in contrasto con i principi in materia di immigrazione sanciti dalle norme di diritto internazionale generalmente riconosciute: principi alla luce dei quali la condizione del migrante, anche «non regolare», andrebbe guardata «con comprensione e benevolenza», non trattandosi di un criminale, certo o possibile, ma di un essere umano che abbandona la propria terra alla ricerca di migliori condizioni di vita;