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Istituzione dell'Agenzia nazionale delle case famiglia. Onorevoli Senatori. -- L'attenzione sempre maggiore che viene rivolta alla tutela dei diritti del minore riveste un ruolo estremamente significativo sia a livello nazionale che sovranazionale. Numerose, invero, sono state negli anni le prese di posizione in tal senso da parte della comunità internazionale tutta. La Convenzione sui diritti del fanciullo, approvata il 20 novembre 1989 dall'Assemblea Generale delle Nazioni Unite e, specificatamente, gli articoli 3, 9 e 27, statuiscono che il fanciullo deve, per quanto possibile, crescere sotto le cure e la responsabilità dei genitori e, salvo circostanze eccezionali, il bambino in tenera età non deve essere separato dalla madre. Risulta, inoltre, desiderabile che alle famiglie numerose siano concessi sussidi statali o altre provvidenze per il mantenimento dei figli, e che gli Stati si impegnino affinché le strutture responsabili della cura e della protezione dei fanciulli siano conformi ai criteri normativi fissati dalle autorità competenti, particolarmente nei campi della sicurezza e dell'igiene e per quanto concerne la consistenza e la qualificazione del loro personale, nonché che sia garantita l'esistenza di un adeguato controllo. Soprattutto, viene sancito che l'interesse superiore del minore deve costituire oggetto di primaria considerazione in tutte le decisioni riguardanti i fanciulli che scaturiscano da istituzioni di assistenza sociale e tribunali, e che sia salva la possibilità per i genitori di presentare ricorsi contro la decisione all'autorità giudiziaria. Detti principi sono stati ulteriormente ribaditi in occasione dell'adozione della risoluzione 64/132, il 18 dicembre 2009, voluta per celebrare il ventesimo anniversario della Convenzione sui diritti del fanciullo del 1989, con la quale l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha impegnato, attraverso una serie di standard orientativi, nella politica e nella pratica, gli Stati aderenti a preservare il rapporto del minore con la propria famiglia di origine, nonché ad impedire che questi debba abbandonarla, e, qualora si verifichi tale circostanza, a far sì che ne sia agevolato il rientro, dettando criteri ben precisi sull'affidamento temporaneo. In particolare, le linee guida relative all'accoglienza eterofamiliare, esortano gli Stati aderenti ad attenersi ad una serie di principi, quali: che la residenza ove è ospitato il minore sia vicina alla dimora abituale; che sia posta l'opportuna attenzione affinché il fanciullo non divenga oggetto di abusi o sfruttamenti; che l'allontanamento si prospetti temporaneo e comunque finalizzato al rientro nella famiglia di origine in tempi il più circoscritti possibile; che le condizioni economiche della famiglia non costituiscano l'elemento preponderante alla base del provvedimento di affidamento, così come non debbano esserlo motivi di ordine religioso o politico e che, comunque, l'inserimento del fanciullo in istituto debba sempre considerarsi l' extrema ratio . In particolare, il Comitato delle Nazioni Unite sui diritti dell'infanzia e dell'adolescenza, nelle Osservazioni finali dell'ottobre 2011, impegnava l'Italia affinché adottasse «criteri e standard minimi concordati a livello nazionale per i servizi e l'assistenza relativi a tutte le istituzioni di assistenza alternative per i bambini privati di un ambiente familiare, incluse le "strutture residenziali" quali le comunità di tipo familiare». Anche in ambito europeo si è assistito, negli anni, all'adozione di diverse misure volte a rafforzare la tutela dei diritti dei minori: il Consiglio d'Europa si è reiteratamente espresso in merito attraverso plurime convenzioni focalizzate, di volta in volta, su specifici aspetti della protezione dei diritti del minore, fornendo un fattivo contributo, arricchendo ulteriormente il quadro normativo in vigore. Allo stesso modo anche la Corte europea dei diritti umani (CEDU), si è pronunciata sottolineando con forza il dovere in virtù del quale gli Stati non debbano intervenire nella vita familiare; parimenti, la CEDU ha ribadito come questi ultimi siano, invece, tenuti ad intraprendere tutte le opportune iniziative sia per fornire il necessario supporto ai nuclei familiari sia per proteggere i fanciulli allorquando l'ambiente familiare non sia in grado di garantire al minore tutte le cure necessarie perché ne sia assicurata la protezione. Pertanto, la Corte ha riaffermato che la separazione dei figli dai propri genitori deve essere considerato un intervento da adottare unicamente in circostanze eccezionali: in tali casi, gli Stati si debbono impegnare ad intensificare tutti gli sforzi nel preservare le relazioni personali e, qualora sussistano le idonee condizioni, a favorire ed agevolare il reinserimento nella famiglia. Allo stesso modo, allorquando si verifichi l'allontanamento di un neonato, in particolar modo dalla madre, le ragioni per cui uno Stato opera in tal senso devono essere straordinariamente stringenti. I soli casi in cui il rapporto con i genitori possa o debba essere reciso, debbono rispondere alla concreta esigenza che ciò sia conforme unicamente al superiore interesse del minore. Per quanto attiene alla normativa nazionale, la legge 4 maggio 1983, n. 184, «Diritto del minore ad una famiglia», che reca la disciplina dell'adozione e dell'affidamento dei minori, così come modificata dalla legge 31 dicembre 1998, n. 476, che, peraltro, ha recepito la Convenzione dell'Aja per la tutela dei minori, e dalla legge 28 marzo 2001, n. 149, ribadisce il principio fondamentale per il quale tutti i minori hanno diritto a crescere ed essere educati, per quanto possibile, in seno alla famiglia di origine, riaffermando il fondamentale ruolo nel rapporto genitoriale derivante dallo status filiationis . Nel disciplinare le modalità di affidamento, l'articolo 2 della suddetta legge regolamenta l'affidamento del minore ad una famiglia o ad una persona singola, in grado di garantirgli il mantenimento, l'educazione, l'istruzione e le relazioni affettive di cui egli ha bisogno e, nel caso in cui il minore stesso sia temporaneamente privo di un ambiente familiare idoneo o qualora questo non sia possibile, si prevede l'inserimento in una comunità di tipo familiare ovvero in un istituto di assistenza pubblico o privato. Orbene, stante la primaria importanza del tema della tutela dei diritti del minore, il presente disegno di legge intende conferire organicità ad un quadro normativo che, seppure estremamente vasto, lascia, all'atto pratico, plurime problematiche irrisolte ed in particolare per quanto attiene alla gestione delle case famiglia.