[pronunce]

che, in tale prospettiva, l'eventuale estensione della disciplina sul giudice monocratico al rito militare richiederebbe un riassetto complessivo del sistema, tale da involvere scelte discrezionali riservate al legislatore. Considerato che, secondo la costante giurisprudenza di questa Corte, le scelte concernenti la composizione, collegiale o monocratica, dell'organo giudicante rientrano nell'ambito della discrezionalità del legislatore, e come tali non sono sindacabili sul terreno della costituzionalità, ove effettuate in base a criteri non irragionevoli(v. ordinanze n. 240 del 2000; n. 423 e n. 139 del 1997; n. 257 del 1995); che, per quanto attiene in particolare ai tribunali militari, la previsione di una composizione (esclusivamente) collegiale e "mista", con la partecipazione di un membro "laico" proveniente dalle Forze armate, pur non rappresentando una soluzione costituzionalmente obbligata (v. sentenza n. 460 del 1994), non può nemmeno essere qualificata come scelta legislativa affatto irragionevole; che l'intervento di detto membro "laico", connettendosi alla stessa origine e ratio storica dei tribunali militari, mira, infatti - come più volte affermato da questa Corte - ad assicurare una migliore comprensione, utile ai fini del giudizio, della vita e dell'ambiente militare nei quali i fatti illeciti sono commessi (v. sentenze n. 460 del 1994 e n. 49 del 1989; ordinanza n. 151 del 1992); che, in tale ottica, la disciplina della composizione del tribunale militare risponde dunque a finalità analoghe a quelle cui è ispirata la previsione di organi giudicanti specializzati collegiali - organi chiamati a giudicare anche su reati o su controversie civili aventi, di per sé, limitata rilevanza (si pensi, per tutti, al tribunale per i minorenni ed alle sezioni specializzate agrarie) - i quali si caratterizzano per la presenza, a fianco di giudici "togati", di soggetti estranei alla magistratura idonei a fornire, per il possesso di particolari requisiti culturali o professionali, un qualificato contributo alla comprensione delle vicende oggetto del giudizio (v. sentenza n. 49 del 1989); che, sempre alla luce della giurisprudenza di questa Corte, il carattere ampiamente discrezionale delle scelte legislative inerenti alla composizione dell'organo giudicante non viene meno per il fatto che tali scelte abbiano riflessi sul piano processuale, in termini di maggiore o minore complessità del procedimento (v. ordinanze n. 139 e n. 423 del 1997): riflessi che, nell'ipotesi in esame, si risolvono peraltro in un rafforzamento delle garanzie dell'imputato nel procedimento militare, cui è in particolare assicurato, in ogni caso, il "filtro" dell'udienza preliminare; che, quanto alle denunciate disparità di trattamento correlate al regime della connessione tra reati comuni e militari, la disciplina in questione - in forza della quale, fra reati comuni e reati militari, la connessione di procedimenti opera entro circoscritti limiti (e cioè solo quando il reato comune è più grave di quello militare), con attribuzione della competenza per tutti i reati al giudice ordinario - si configura anch'essa come frutto di una scelta discrezionale del legislatore non eccedente i limiti della ragionevolezza, in quanto espressiva di un "bilanciamento" tra le esigenze proprie del giudizio sui reati militari e quelle cui risponde, in via generale, l'istituto della connessione; e ciò a prescindere dal rilievo che tali disparità di trattamento vanno ascritte non alle norme oggi impugnate, ma a quelle che regolano gli effetti della connessione stessa (segnatamente, l'art. 13, comma 2, cod. proc. pen.); che per quanto concerne poi l'asserita violazione dell'art. 97, primo comma, Cost., è costante giurisprudenza di questa Corte che il principio del buon andamento della pubblica amministrazione, pur essendo riferibile anche agli organi dell'amministrazione della giustizia, attiene esclusivamente alle leggi concernenti l'ordinamento degli uffici giudiziari e il loro funzionamento sotto l'aspetto amministrativo, mentre è del tutto estraneo all'esercizio della funzione giurisdizionale, che nel frangente viene in rilievo (cfr., ex plurimis ordinanze n. 30, n. 152 e n. 490 del 2000); che deve altresì escludersi la violazione dell'art. 111 Cost.: il principio della ragionevole durata del processo, sancito dalla norma costituzionale invocata a seguito delle modifiche operate dall'art. 1 della legge costituzionale 23 novembre 1999, n. 2, deve essere infatti letto - alla luce dello stesso richiamo al connotato di "ragionevolezza", che compare nella formula normativa - in correlazione con le altre garanzie previste dalla Carta costituzionale, a cominciare da quella relativa al diritto di difesa (art. 24 Cost.); che il legislatore conserva, quindi, ampia discrezionalità nella definizione della disciplina processuale, salvo il divieto di scelte prive di valida ragione giustificativa, ora anche sotto il profilo della durata dei processi (v. ordinanza n. 32 del 2001); che, in tale prospettiva, non può essere ritenuta contrastante con il parametro costituzionale in discorso né la previsione della composizione comunque collegiale del tribunale militare, trattandosi di scelta suggerita dall'accennata finalità di "migliore comprensione" dei fatti oggetto di giudizio; né la correlata previsione, nel rito militare, dell'udienza preliminare anche in rapporto a reati di limitata gravità, avendo detta udienza, di per sé, la valenza di una garanzia per l'imputato; che, pertanto, la questione di costituzionalità deve essere dichiarata manifestamente infondata. Visti gli artt. 26, secondo comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87, e 9, secondo comma, delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale.. . per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE Dichiara la manifesta infondatezza della questione di legittimità costituzionale dell'art. 261 del codice penale militare di pace e dell'art. 2 della legge 7 maggio 1981, n. 180 (Modifiche all'ordinamento giudiziario militare di pace), "come richiamato" dagli artt. 271 e 272 del codice penale militare di pace, sollevata, in riferimento agli artt. 3, primo comma, 97, primo comma, e 111 della Costituzione, dal tribunale militare di Roma con l'ordinanza in epigrafe. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 4 giugno 2001. Il Presidente: Ruperto Il redattore: Flick Il cancelliere: Di Paola Depositata in cancelleria il 22 giugno 2001. Il direttore della cancelleria: Di Paola