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Norme in materia di trascrizione di atti di nascita di minori nati all'estero e di riconoscimento dei figli in caso di coppie composte da soggetti dello stesso sesso. Onorevoli Senatori. – Sono sempre più numerosi i casi in cui coppie omosessuali chiedono la trascrizione in Italia dell'atto di nascita di un figlio nato all'estero con il metodo della fecondazione eterologa o, addirittura, della maternità surrogata. Come noto, entrambe queste pratiche sono vietate in Italia e questo spinge le coppie formate da persone dello stesso sesso a recarsi all'estero per poter avere dei figli. Nell'aprile del 2018, addirittura, per la prima volta in Italia, un bambino nato nel territorio nazionale è stato ufficialmente registrato come figlio di due madri. Nel corso degli anni, gli ufficiali di stato civile che si sono trovati di fronte al compito di effettuare la trascrizione di tali atti di nascita, lasciati soli da una normativa che né espressamente contemplava tale possibilità, né, tantomeno, esplicitamente la escludeva, hanno assunto un duplice atteggiamento. Alcuni hanno provveduto alla trascrizione, mentre altri non hanno adempiuto, motivando il proprio rifiuto con la contrarietà all'ordine pubblico che siffatto provvedimento amministrativo rappresenterebbe nel nostro ordinamento giuridico. In maniera analoga, anche i tribunali presso i quali gli aspiranti genitori depositavano ricorso avverso il diniego della trascrizione hanno dato interpretazioni del tutto differenti della questione e indicato soluzioni diverse. Il Tribunale di Torino nell'ottobre 2013 aveva respinto la richiesta di trascrizione dell'atto di nascita del figlio di una coppia omosessuale, ritenendo che «ai sensi dell'articolo 18 decreto del Presidente della Repubblica n. 396 del 2000 la fattispecie rientri nei casi di non trascrivibilità dei certificati redatti all'estero per contrarietà all'ordine pubblico inteso come insieme di princìpi desumibili dalla Carta costituzionale o comunque fondanti l'intero assetto ordinamentale di cui fanno parte le norme in materia di filiazione (artt. 231 e seg. cc) che si riferiscono, espressamente ai concetti di padre e madre, di marito e di moglie; che in assenza di una normativa nazionale che disciplini istituti analoghi a quello del matrimonio tra persone dello stesso sesso e consenta la nascita di rapporti di filiazione tra persone omosessuali, la trascrizione dell'atto di nascita non rappresenta un diritto astrattamente ed autonomamente tutelabile, attesa la natura di provvedimento amministrativo non idoneo ad attribuire al minore quei diritti che le parti vorrebbero riconosciuti in capo allo stesso». A favore della tesi che, invece, ritiene d'obbligo che l'ufficiale di stato civile proceda alla trascrizione, nel 2016 si è pronunciata la prima sezione civile della Suprema corte di cassazione con la sentenza n. 19599 del 21 giugno, confermando la trascrivibilità in Italia dell'atto di nascita formato all'estero dal quale risulti che il minore è figlio di due madri (nel caso di specie). La sentenza ha contestato la contrarietà all'ordine pubblico dell'atto da trascrivere alla luce della necessaria compatibilità di questo con l'ordinamento internazionale, che «sulla materia è in continua evoluzione», e affermando che «il giudice italiano, chiamato a valutare la compatibilità con l'ordine pubblico» dell'atto di nascita straniero, «deve verificare non già se l'atto straniero applichi una disciplina della materia conforme o difforme rispetto ad una o più norme interne (seppure imperative o inderogabili), ma se esso contrasti con le esigenze di tutela dei diritti fondamentali dell'uomo, desumibili dalla Carta costituzionale, dai Trattati fondativi e dalla Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea, nonché dalla Convenzione europea dei diritti dell'uomo». Alle esigenze di tutela dell'interesse del minore, nel senso del riconoscimento allo stesso del «diritto a conservare lo status di figlio» si è più recentemente ispirata anche la prima sezione della Corte d'appello di Trento con l'ordinanza del 23 febbraio 2017. Con essa la Corte ha ribadito l'esigenza di salvaguardare il diritto del minore alla continuità dello status filiationis nei confronti di entrambi i genitori, «il cui mancato riconoscimento non solo determinerebbe un grave pregiudizio per i minori, ma li priverebbe di un fondamentale elemento della loro identità familiare, così come acquisita e riconosciuta nello Stato estero in cui l'atto di nascita è stato formato». Con riferimento al fatto che in Italia il ricorso alla pratica della fecondazione eterologa (utilizzata dalla coppia nel caso in esame) sia vietato, la Cassazione, nella citata sentenza n. 19599, ha ritenuto che la legge n. 40 del 2004 che disciplina la procreazione medicalmente assistita «non esprime un valore costituzionale superiore ed inderogabile, idoneo ad assurgere a principio di ordine pubblico». Tale affermazione presenta dei limiti evidenti: il fatto che una legge non esprima «un valore costituzionale superiore ed inderogabile» non può essere addotto come giustificazione per ratificare ex post un comportamento che secondo l'ordinamento giuridico vigente è contrario alla legge; un cittadino italiano rimane tale anche quando si reca all'estero e questo non lo dispensa dall'osservanza delle leggi nazionali. Inoltre, la posizione giurisprudenziale espressa dalla sentenza in esame sembra prescindere dal fatto che la normativa italiana tutela il diritto del bambino ad avere due genitori di sesso diverso. Il codice civile, infatti, laddove disciplina il riconoscimento dei figli, contempla unicamente le ipotesi di quelli nati in costanza di matrimonio, istituto, come abbiamo visto, riservato dal nostro ordinamento esclusivamente alle coppie eterosessuali, o del «figlio nato fuori dal matrimonio» che può essere riconosciuto «dalla madre e dal padre». E la stessa legge 20 maggio 2016, n. 76, che ha introdotto nel nostro ordinamento le unioni civili tra persone dello stesso sesso, nega che queste coppie possano adottare; nonostante l'unione civile sia definita come «specifica formazione sociale ai sensi degli articoli 2 e 3 della Costituzione» e ad essa sia estesa una gran parte della disciplina che regola le unioni matrimoniali, secondo la previsione legislativa il rapporto si esaurisce tra le parti e non contempla la presenza di figli. Al contrario, una delle differenze fondamentali rispetto al matrimonio consiste proprio nel fatto che non si estende alle coppie omosessuali la disciplina sulle adozioni, e resta vietata per queste coppie anche la cosiddetta stepchild adoption , vale a dire la possibilità per ciascun membro della coppia di adottare il figlio dell'altro. Resta fermo, dunque, il principio che solo coppie eterosessuali o, al limite, singoli uomini o donne possono adottare ma non coppie omosessuali, né il nostro ordinamento ammette che un bambino possa essere registrato come figlio naturale di due soggetti dello stesso sesso. È stato affermato che con la sentenza della Cassazione n. 19599 «tra le pieghe del giudizio di non contrarietà all'ordine pubblico, è possibile individuare un vero e proprio inquadramento sistematico dell'omogenitorialità nel nostro ordinamento, capace di assumere rilevanza anche al di là delle peculiarità del caso di specie».