[pronunce]

, e, per contro, l'applicabilità della nuova disciplina della compromettibilità in arbitri in materia societaria, (art. 34 del decreto legislativo n. 5 del 2003) con conseguenze «devastanti» (tenuto anche conto della possibilità che gli arbitri vengano autorizzati a decidere secondo equità), e in stridente contrasto con tutto il sistema normativo, volto a bilanciare, in ottemperanza ai principi di cui agli artt, 3, 35 e 36 della Costituzione, la disparità di fatto tra le parti del rapporto di lavoro; che, inoltre, il contrasto con l'art. 3 della Costituzione sussisterebbe sotto il profilo dell'ingiustificata disparità di trattamento tra il socio di cooperativa e gli altri lavoratori subordinati (in particolare, che prestino la propria attività nell'ambito di rapporti lato sensu associativi, quali l'associazione in partecipazione o l'impresa familiare) e sotto il profilo della irragionevolezza di una opzione normativa in stridente e insanabile contrasto con la «scelta di fondo» già operata dal legislatore in parte qua; che, in entrambi i giudizi è intervenuto, con la rappresentanza dell'Avvocatura generale dello Stato, il Presidente del Consiglio dei ministri il quale ha in primo luogo evidenziato che la questione sollevata dal giudice genovese avrebbe natura meramente interpretativa perché, seguendo l'interpretazione adeguatrice già effettuata dalla Corte di cassazione, con l'ordinanza 18 gennaio 2005, n. 8650 – la quale attribuisce alla locuzione «prestazione mutualistica» il significato di prestazione estranea all'attività lavorativa fornita dal socio alla cooperativa – la prestazione oggetto del giudizio a quo rientrerebbe de plano nella competenza del giudice del lavoro, con la conseguenza del venir meno di tutte le censure articolate dal giudice rimettente; che, osserva il deducente, proprio la Corte costituzionale ebbe già a ritenere inammissibile, in quanto interpretativa, analoga questione con cui era stato denunciato l'art. 409, primo comma, n. 3), cod. proc. civ. , nella parte in cui tra i rapporti assoggettati al rito del lavoro non includeva anche quello del socio con la cooperativa di produzione e lavoro; che, comunque, la scelta del rito appartiene alla discrezionalità del legislatore il quale, nel caso in esame, l'avrebbe esercitata in modo non arbitrario, assicurando al socio lavoratore una tutela giurisdizionale effettiva, secondo quanto prescritto dall'art. 24 Cost.; che sarebbe irrilevante ogni censura relativa alla devolvibilità in arbitri delle controversie in parola, attesa che tale questione non è stata posta nel giudizio a quo; che, con memorie successivamente depositate, l'Avvocatura dello Stato – contestata l'asserita inidoneità del cosiddetto rito societario a governare le controversie de quibus – sottolinea la peculiarità del rapporto tra socio lavoratore e cooperativa, peculiarità che di per sé sarebbe idonea a giustificare l'applicabilità del rito di cui al d. lgs. n. 5 del 2003 e che, peraltro, la sentenza n. 30 del 1996 ha riconosciuto tale da giustificare una disciplina processuale diversa da quella applicabile agli ordinari rapporti di lavoro. Considerato che il Tribunale di Genova, con due ordinanze, dubita della legittimità costituzionale, in riferimento agli articoli 3, 24, 35 e 36 della Costituzione, dell'art. 9, comma 1, lettera d) della legge 14 febbraio 2003, n. 30 (Delega al Governo in materia di occupazione e mercato), nella parte in cui, sostituendo l'art. 5, comma 2, della legge 3 aprile 2001, n. 142 (Revisione della legislazione in materia cooperativistica, con particolare riferimento alla posizione del socio lavoratore), devolve al Tribunale ordinario le controversie tra socio e cooperativa relative alla prestazione mutualistica, e in tal modo sottrae tali controversie al giudice del lavoro al quale in precedenza erano attribuite; che, essendo identica la questione sollevata dalle due ordinanze di rimessione, i relativi giudizi devono essere riuniti; che la questione è manifestamente inammissibile, in quanto le argomentazioni poste a suo fondamento sono espressione, da un lato, di soggettivi giudizi di valore (quali, ad esempio, «l'esasperata ed astratta prospettiva contrattualistica» da cui sarebbe «viziata» la sentenza n. 30 del 1996 di questa Corte o il carattere «non paritario» del rito del lavoro) ovvero, dall'altro, di interpretazioni talvolta contraddittorie (la medesima norma che definisce la «prestazione mutualistica» e che consentiva la distinzione tra controversia associativa e controversie di lavoro, impedirebbe ora tale distinzione), talvolta prive di qualsiasi capacità persuasiva (l'applicabilità di norme sostanziali inderogabili verrebbe meno in ragione del rito al quale è assoggettata la controversia); che siffatte argomentazioni sono palesemente inidonee a giustificare un sindacato di questa Corte su una materia, quale quella processuale, nella quale il legislatore incontra, per costante giurisprudenza costituzionale, il solo limite della manifesta irragionevolezza ed arbitrarietà (ex multis, v. sentenza n. 155 del 1992). Visti gli artt. 26, secondo comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87, e 9, comma 2, delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale.. . per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE dichiara la manifesta inammissibilità della questione di legittimità costituzionale dell'art. 9, comma 1, lettera d), della legge 14 febbraio 2003, n. 30 (Delega al Governo in materia di occupazione e mercato), sollevata, in riferimento agli articoli 3, 24, 35 e 36 Cost., dal Tribunale di Genova con le ordinanze in epigrafe. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 13 dicembre 2006. F.to: Giovanni Maria FLICK, Presidente Romano VACCARELLA, Redattore Giuseppe DI PAOLA, Cancelliere Depositata in Cancelleria il 28 dicembre 2006. Il Direttore della Cancelleria F.to: DI PAOLA