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Proprio per questo, colleghi, Presidente, membri del Governo, per l'importanza e per l'enfasi che è stata messa in questa legislatura sul diritto alla salute ottenuto attraverso la prevenzione - un approccio molto alto come sguardo sulla salute pubblica - mi auguro che, per quella ricchezza che ci conferisce il sapere traslazionale, questo stesso atteggiamento possa essere proiettato su tante altre patologie. La concentrazione dell'interesse di tutto il sistema nei confronti della lotta al Coronavirus, infatti, ha fatto sì che abbiamo lasciato nell'ombra, in qualche modo marginalizzandole, altri tipi di patologie, altre forme di prevenzione. Penso a una per tutti: gli screening , da quello neonatale a quelli oncologici. Mi riferisco a tante forme per cui la medicina ha potuto fare passi positivi in avanti proprio in virtù di aver messo a fuoco il massimo delle strategie possibili per evitare che la malattia arrivasse, avendole chiuso la porta in faccia. Il diritto alla salute attraverso la prevenzione è una conquista positiva di questa legislatura ed è una conquista che il decreto-legge al nostro esame conferma in modo chiaro e inequivocabile. Ma il provvedimento in esame fa due passi avanti, ricordando, accanto al diritto alla salute, altri due diritti. Il primo è il diritto all'istruzione: il decreto-legge si occupa con grande dettaglio di ciò che succede nelle scuole e di come la prevenzione debba essere portata nella scuola; a volte lo fa con un'attenzione così minuta, così puntuale, così precisa, così difficile anche da governare, proprio per la quantità e la qualità delle eccezioni che prende in considerazione, che - dobbiamo riconoscere - è la risposta a una critica che - in modo direi condiviso - abbiamo mosso tutti rispetto al rischio che noi ritenessimo di poter soddisfare il diritto dei bambini all'istruzione soltanto attraverso la famosa didattica a distanza. Per evitare la didattica a distanza si è moltiplicata l'attenzione alla prevenzione all'interno della vita scolastica, cercando di identificare e di selezionare, quasi in maniera chirurgica, i casi che potevano creare il problema e minimizzare la condizione di rischio, riducendo la frequenza scolastica dei bambini invece di chiudere inevitabilmente tutta la scuola. L'abbiamo fatto dai più piccoli fino all'università, laddove molti dei nostri giovani hanno imparato che quel livello di autoregolamentazione e di consapevolezza critica del fatto che la tutela della propria salute è un impegno tra i più alti sotto il profilo sociale, politico, cittadino (la famosa educazione civica) comincia anche vaccinandosi e tenendo presenti i segnali di allarme quando - per esempio - c'è un tampone positivo. Abbiamo poi messo in evidenza anche l'altro grande diritto: il diritto al lavoro. L'abbiamo fatto garantendo la qualità della vita e la salute delle persone che andavano a lavorare. E, ancora una volta, l'abbiamo fatto cercando di spezzare il circuito in cui la cultura del nostro tempo ci sospinge continuamente, che è il diritto individuale, ponendo in evidenza il dovere sociale. Quindi, nei posti di lavoro abbiamo alzato il livello della sensibilità rispetto all'obbligo di una vaccinazione che fosse a tutela delle persone fragili. Quando abbiamo previsto che oltre i cinquant'anni tutti dovessero essere vaccinati, abbiamo stabilito una misura non punitiva, ma di consapevolezza, che esorta a prendersi cura della propria salute e della salute di chi ci sta accanto, senza per questo rinunciare a quella straordinaria esperienza umana che è per tutti noi la possibilità di lavorare, che non è soltanto la possibilità di fare delle cose, ma è anche la possibilità di stare con le persone e di attivare processi di creatività intellettuale, di collaborazione e servizio. Il lavoro significa molto, come grande laboratorio di esperienza umana. Chi è stato a casa nei famosi mesi del lockdown duro sa quanto era difficile realizzare un lavoro che conservasse tutta la sua dimensione di ricchezza umana, di collante della coesione sociale. Il decreto-legge in esame, nella misura in cui sottolinea il diritto alla salute, il diritto all'istruzione e il diritto al lavoro, stabilisce una sorta di triangolazione molto importante, nella quale si inquadra tutto il nostro sistema di vita, personale e sociale, privato e pubblico; tutta la nostra vita è sfaccettata su questi tre grandi diritti. Attraverso il diritto all'istruzione (spesso anche il diritto all'istruzione dei nostri figli e dei nostri nipoti), noi sappiamo che stiamo facendo un lavoro prezioso di trasferimento di competenze, di sensibilità, di possibilità di imparare a dialogare con gli altri. Siamo sottraendo il bambino a quella forma di isolamento proprio della realtà virtuale, in cui lui e il suo schermo diventano quasi il sottoprodotto di un'esperienza umana che ha bisogno, invece, di toccare e vedere le cose, che ha bisogno anche di ascoltarle direttamente. La conoscenza mediata dal video, come il lavoro mediato dal video, possono in certi momenti essere una risposta positiva; possono contribuire a risolvere alcuni problemi, ma non possono sostituire le esperienze di realtà di cui ognuno di noi ha bisogno. Avviandomi alla conclusione, signor Presidente, il decreto-legge in esame ha, come sempre, molte aree positive e alcune nicchie di difficoltà. La principale è dettata sicuramente dalla rincorsa al decreto-legge, che fa sì che si crei un affastellamento di norme e una sofferenza per tutti. Il fatto che il 31 marzo termini il periodo di emergenza la dice lunga anche come risposta a tante delle cose che sono state dette. Il presidente Draghi, come segno di equilibrio, nella misura in cui ha ricordato che il periodo di emergenza da guerra si estende al 31 dicembre, ha anche detto che l'emergenza da Covid si concluderà con il 31 marzo. Si tratta di un'operazione coraggiosa e intelligente, di cui gli siamo grati. (Applausi) . PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Romagnoli. Ne ha facoltà. ROMAGNOLI (M5S) . Signora Presidente, colleghe e colleghi, non intervengo quasi mai in Aula, perché ascolto e mi faccio un'idea di tutte le cose di cui discutiamo e spesso sono d'accordo o in disaccordo con quello che viene detto. Oggi però devo farlo, perché la medicina mi ha salvato la vita più volte. Per fortuna sono vaccinato e per fortuna c'è stato un intervento celere della medicina per creare i vaccini che hanno aiutato tutti a venire fuori da una situazione drammatica. Sentivo pertanto l'obbligo di intervenire e di dire a tutti quello che ho toccato con mano. Ovviamente empatizzo e conosco benissimo tutte le difficoltà che hanno incontrato le persone, le famiglie, i ragazzi, i lavoratori; difficoltà sostanziali che hanno messo a dura prova tutti; comprendo quindi anche i toni. Come diceva la collega Binetti poco fa, abbiamo avuto interventi anche pesanti, difficili, a volte insulti. È tutto comprensibile. Ascoltiamo tutte le voci: nei territori sentiamo persone che ci dicono di tutto e di più; ma dopo si va a toccare con mano quello che succede negli ospedali, come le persone che muoiono senza poter respirare. Allora si cambia punto di vista su tante cose. Ci sono persone che muoiono all'improvviso. Finalmente oggi si parla di riduzione delle limitazioni e di un lento ritorno alla normalità.