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Quando parliamo di informazione, infatti, pensiamo solo ai giornalisti, che naturalmente sono una parte minoritaria della grande filiera dell'informazione, che è fatta di poligrafici, impiegati, distributori, stampatori, produttori di carta, edicolanti e via elencando. Non mi nascondo e non mi illudo, perché, se anche fossero stati accettati tutti gli emendamenti che ho presentato, non per questo la situazione del comparto sarebbe cambiata in maniera radicale. La situazione infatti è letteralmente catastrofica: negli ultimi quindici anni si è perso oltre il 60 per cento dei ricavi da vendite, ma soprattutto oltre l'80 per cento dei ricavi da pubblicità. A questo stato di fatto si aggiunge che i costi di produzione stanno vertiginosamente crescendo: tanto per dare un unico elemento di riflessione, solo nell'ultimo anno il costo della cellulosa è aumentato del 70 per cento. Stiamo parlando di una filiera che dà lavoro complessivamente a 90.000 persone. Non si tratta, però, di sostenere un comparto industriale in crisi, bensì di sostenere la qualità della nostra democrazia intervenendo con risorse pubbliche. Proteggere l'editoria vuol dire proteggere e rafforzare il diritto dei cittadini di essere debitamente informati, rafforzare e dare loro degli strumenti per comprendere la realtà e per orientarsi in un mondo che è quanto mai scombussolato, ha perso la bussola (si sono perse le gerarchie delle notizie, si è perso il senso della realtà) e per consentire loro di esercitare con cognizione di causa il proprio diritto-dovere di voto. Conoscere per deliberare diceva Luigi Einaudi e naturalmente diceva la verità. Joseph Stiglitz, premio Nobel per l'economia, è molto popolare soprattutto tra i ranghi di quel MoVimento 5 Stelle dove tutt'oggi c'è chi ha inteso e tuttora intende far morire per fame, affamare letteralmente editori e giornalisti, evidentemente volendo servire gli interessi dei giganti del web. Ebbene, Stiglitz diceva che l'informazione è un bene pubblico e in quanto bene pubblico ha bisogno di sostegno pubblico. Non è un vezzo, non è un capriccio, non è retorica; è quanto concretamente fanno tutti i Paesi civilizzati del mondo. Una ricerca di dieci anni fa dell'università di Oxford diceva che l'Italia è l'ultimo Paese tra quelli che sostengono attivamente la propria editoria nazionale; i dati più recenti della Banca mondiale confermano, purtroppo, questa tendenza. Il Paese che più si spende e spende per l'editoria è la Danimarca con 9,59 euro per abitante, in coda alla classifica c'è l'Italia con 1,49 euro: quasi 10 euro per cittadino la Danimarca, meno di 1,5 euro per cittadino l'Italia. La Francia naturalmente fa molto più di noi, perché i francesi (e non solo loro) comprendono il valore sociale e politico di un'informazione professionale. L'ultima relazione dell'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni (Agcom), quella dell'anno in corso, afferma che soltanto il 17 per cento degli italiani si informa leggendo i giornali, oltre il 60 per cento si abbevera alle mille fonti del web e questo potrebbe anche andar bene, perché il mondo cambia, la rivoluzione digitale ha cambiato il mondo, cambiano le abitudini, alcune professioni scompaiono, altre nascono, cambia anche il modo di informarsi dei cittadini, se non fosse che quelle fonti sono prevalentemente "avvelenate". Vi fornisco alcuni elementi di fatto che forse, coniugati e letti in sequenza logica, fanno un ragionamento: il Massachussetts institute of technology (MIT) di Boston afferma che sui social in generale e su Twitter in particolare le notizie false si diffondono sei volte più velocemente delle notizie vere. Le ricerche del Pew research center americano ci dicono che, mai come oggi, l'opinione pubblica, i cittadini sono disinformati, nel senso che non hanno le informazioni, non conoscono i fatti e, quando conoscono i fatti, non sono in grado di contestualizzarli, capirne il senso e comprenderne la portata. Eppure, mai come oggi l'opinione pubblica ritiene di essere iperinformata. I rapporti OCSE Pisa ci dicono che i nostri figli, i nostri nipoti, quando si informano guardando un sito web non riescono a distinguere tra un contenuto pubblicitario e un'informazione, una notizia. Non distinguono tra pubblicità e notizia, tra la parte teoricamente giornalistica e quella evidentemente pubblicitaria. Le ricerche americane dicono che la lettura su carta s'imprime enormemente di più nella memoria e stimola enormemente di più il pensiero rispetto alla lettura su dispositivo digitale, ancor più naturalmente rispetto alla fruizione dei medesimi concetti attraverso un video. Se abbiamo a cuore, non la quantità delle informazioni, ma la qualità dell'informazione, questi dati dicono che il digitale, evidentemente, non è un degno sostituto della carta stampata e che i social non sono un degno sostituto dei giornali. Ora, conosco la serietà e la dedizione del sottosegretario all'editoria Giuseppe Moles e ho apprezzato molto il fatto che sia stato inserito, nelle pieghe di questa legge di bilancio, un fondo straordinario per l'editoria. Non ho dubbi sul fatto che il Governo recepirà nel migliore dei modi il piano cui sta lavorando l'intera filiera dell'informazione e che lo saprà inserire adeguatamente nel PNRR, per consentire a questo comparto di adeguarsi al cambiamento e alla transizione digitale. Naturalmente, saranno poi i giornalisti e gli editori a doversi dimostrare all'altezza di questo compito, un compito che, mai come oggi, in un'epoca di grande caos, di grande confusione, che ha perso ogni principio ordinatore, non è esagerato definire storico. Un compito del genere va assolto con senso dell'onore personale e soprattutto con senso di responsabilità nazionale. In questi giorni, soprattutto alla luce di quanto detto dal Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, due giorni fa, sul rapporto malato tra media e no vax, mi ha colpito molto apprendere quanto segue. I principali inviati delle grandi testate al seguito delle truppe italiane impegnate nella guerra di Libia, eravamo nel 1911, avevano deciso, da soli, parlando tra di loro, di tacere o comunque di depotenziare la notizia di un'epidemia di colera che aveva investito le nostre truppe. Lo fecero, naturalmente, per non deprimere l'umore dei combattenti al fronte e dei concittadini in Patria. Vi lascio con questa riflessione. Non aggiungo nulla. Una riflessione a partire da questo punto sarebbe opportuna, non certo in un'Assemblea parlamentare ma tra i ranghi della categoria cui appartenevo. (Applausi) . PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Fregolent. Ne ha facoltà. FREGOLENT (L-SP-PSd'Az) . Signor Presidente, onorevoli colleghi, signori Sottosegretari, innanzitutto desidero ringraziare i colleghi della 5 a Commissione per l'impegno di queste ultime settimane, un lavoro stancante e senza sosta. Ma se ora vi chiedessi quali sono le cose più preziose della vostra vita, credo di poter ipotizzare, senza paura di essere smentita: la famiglia, i nostri cari e la salute. (Applausi) . Nei momenti in cui la salute viene meno, vogliamo soprattutto due cose: innanzitutto essere curati e curati bene e poi avere accanto a noi le persone che amiamo, i nostri cari.