[pronunce]

che il rimettente, illustrando la rilevanza nel giudizio a quo della questione sollevata, assume che la prescrizione sarebbe già maturata per tutti i reati contestati tranne quello meno grave (minaccia), il quale per altro risulterebbe prescritto, a sua volta, nel caso di accoglimento delle censure prospettate; che il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, è intervenuto nel giudizio con atto depositato il 12 giugno 2007, chiedendo che la questione sia dichiarata infondata per le ragioni già illustrate mediante gli atti di intervento prodotti nei giudizi fin qui richiamati; che il Tribunale di Perugia, sezione distaccata di Gubbio, con ordinanza del 22 novembre 2006 (r.o. n. 409 del 2007), ha sollevato – in riferimento all'art. 3 Cost. – questione di legittimità costituzionale dell'art. 157, quinto comma, cod. pen. , come sostituito dall'art. 6 della legge n. 251 del 2005, nella parte in cui prevede un termine di prescrizione, per i reati puniti con pena diversa da quella detentiva e da quella pecuniaria, più breve di quello applicabile per reati di minor gravità, punibili con la sola pena pecuniaria; che nel giudizio a quo si procede per i reati di lesioni personali colpose (art. 590, primo comma, cod. pen.) e di omessa assistenza (art. 180, comma 7, del decreto legislativo 30 aprile 1992, n. 285, recante «Nuovo codice della strada»); che il rimettente, prendendo in considerazione la richiesta difensiva d'una declaratoria di prescrizione con riguardo al reato di lesioni personali, rileva che per detto reato dovrebbe applicarsi il termine prescrizionale previsto dal primo comma dell'art. 157 cod. pen. , e dunque un termine più lungo di quello fissato nel successivo quinto comma; che lo stesso rimettente, posta tale premessa, e rilevato come il quinto comma dell'art. 157 cod. pen. comporti una prescrizione più rapida per il reato di lesioni personali colpose quando ricorra un'aggravante, ravvisa l'esistenza di «profili di legittimità costituzionale con palese violazione dei principi costituzionali, in particolare dell'art. 3 Costituzione»; che il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, è intervenuto nel giudizio con atto depositato il 26 giugno 2007, chiedendo che la questione sia dichiarata infondata per le ragioni già illustrate mediante gli atti di intervento prodotti nei giudizi finora indicati; che il Tribunale di Grosseto, sezione distaccata di Orbetello, con due ordinanze di analogo tenore, deliberate rispettivamente il 18 gennaio 2007 (r.o. n. 419 del 2007) e l'8 marzo 2007 (r.o. n. 643 del 2007), ha sollevato – in riferimento all'art. 3 Cost. – questioni di legittimità costituzionale dell'art. 157, primo comma, cod. pen. , come sostituito dall'art. 6 della legge n. 251 del 2005, nella parte in cui assoggetta ai più lunghi termini di prescrizione in esso previsti, anziché ad un termine triennale, i reati di competenza del giudice di pace puniti con la sola pena pecuniaria; che si procede, nel primo dei giudizi a quibus, per fatti di minaccia (art. 612 cod. pen.) e danneggiamento (art. 635, comma primo, cod. pen.), e nel secondo per il reato di ingiuria (art. 594 cod. pen.), fatti tutti commessi in epoca antecedente all'entrata in vigore del d.lgs. n. 274 del 2000, e dunque affidati alla cognizione del tribunale, sebbene riferibili alla competenza del giudice di pace e sanzionabili, di conseguenza, con le pene previste dall'art. 52 del citato decreto; che le ordinanze di rimessione ricalcano, per quanto concerne la non manifesta infondatezza della questione sollevata, la motivazione dei provvedimenti recanti i numeri r.o. 491 e 492 del 2006, sottoscritti dal medesimo giudice e già sopra considerati; che il rimettente comunque ribadisce, in relazione ad orientamenti sopravvenuti di segno contrario, che l'aporia del sistema non potrebbe essere superata mediante l'eliminazione della norma che prevede un termine minore per i reati puniti con pene diverse da quelle detentive o pecuniarie (quinto comma dell'art. 157 cod. pen.), anzitutto perché si tratterebbe di una manipolazione con effetti peggiorativi, come tale preclusa dalla riserva di legge in materia penale, ed in secondo luogo perché una prescrizione di durata specialmente breve per i reati di competenza del giudice di pace troverebbe corrispondenza nella ridotta gravità dei reati medesimi, e nella speciale brevità e snellezza di forme del relativo procedimento; che il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, è intervenuto in entrambi i giudizi indicati, con atti depositati rispettivamente il 27 giugno 2007 ed il 9 ottobre 2007, chiedendo che le questioni siano dichiarate infondate per le ragioni già illustrate in occasione dell'intervento negli ulteriori giudizi fin qui richiamati; che il Tribunale di Bergamo, sezione distaccata di Treviglio, con due ordinanze di tenore analogo, deliberate rispettivamente il 31 gennaio 2007 (r.o. n. 421 del 2007) ed il 4 maggio 2007 (r.o. n. 746 del 2007) , ha sollevato – in riferimento all'art. 3 Cost. – questioni di legittimità costituzionale dell'art. 157, quinto comma, cod. pen. , come sostituito dall'art. 6 della legge n. 251 del 2005, nella parte in cui non dispone che il termine triennale di prescrizione si applichi a tutti i reati di competenza del giudice di pace, e non soltanto a quelli puniti con pena diversa da quella detentiva e da quella pecuniaria; che il rimettente procede, in ciascuno dei giudizi a quibus, con riguardo ai reati di minaccia (art. 612 cod. pen.) e di ingiuria (art. 594 cod. pen.), per i quali ritiene applicabile il termine di prescrizione indicato nel primo comma dell'art. 157 cod. pen. , non ancora scaduto; che tuttavia il quinto comma del citato art. 157 prevede, per reati più gravi (in quanto puniti con la permanenza domiciliare od il lavoro di pubblica utilità), un termine prescrizionale di soli tre anni (già maturato in entrambi i giudizi a quibus), dando luogo, a parere del Tribunale, ad un regime «del tutto irrazionale e quindi generatore di un'ingiustificata disparità di trattamento»; che il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, è intervenuto in entrambi i giudizi indicati, con atti depositati rispettivamente il 27 giugno ed il 4 dicembre 2007, chiedendo che le questioni siano dichiarate infondate per le ragioni già illustrate negli ulteriori atti di intervento dei quali fin qui si è detto;