[pronunce]

b) si porrebbe in contrasto con i princípi e criteri direttivi fissati dalla originaria legge di delegazione, in base alla quale è stato emanato lo stesso art. 26, cioè con gli artt. 9, numero 3, e 10, secondo comma, numero 5, della legge n. 825 del 1971; c) contravverrebbe ai princípi di certezza del diritto e di irretroattività della legge; d) sarebbe diretta esclusivamente ad indurre i giudici tributari a respingere le domande di rimborso delle ritenute a titolo di imposta sugli interessi applicate nei confronti degli enti locali esclusi dall'IRPEG; che la questione è manifestamente infondata; che il rimettente muove dalla immotivata ed erronea premessa, comune a tutte le proposte censure, secondo cui gli enti pubblici, compresi i Comuni, che l'art. 88 del d.P.R. n. 917 del 1986 dichiara «non soggetti all'imposta» sul reddito delle persone giuridiche, sono da qualificare, univocamente e necessariamente, come soggetti esclusi dall'imposta e, pertanto, non possono essere annoverati tra i «soggetti esenti» dalla medesima imposta, per i quali il quarto comma, terzo periodo, dell'art. 26 del d.P.R. n. 600 del 1973, nel testo in vigore dal 29 marzo 1975 al 30 giugno 1998, dispone l'applicazione della ritenuta a titolo di imposta («Nei confronti dei soggetti esenti dall'imposta sul reddito delle persone giuridiche e in ogni altro caso le ritenute sono applicate a titolo di imposta»); che, invece, la circostanza che il citato art. 88, come modificato dall'art. 4, comma 3-bis, del decreto-legge n. 310 del 1990, abbia dichiarato tali enti «non soggetti all'imposta», con decorrenza dal 1° gennaio 1991, non comporta che essi debbano ritenersi esclusi dall'imposta; che, al riguardo, il giudice rimettente avrebbe dovuto considerare che i Comuni, fino al 31 dicembre 1990, erano soggetti passivi dell'IRPEG, ai sensi dell'art. 87, comma 1, lettera c), del d.P.R. n. 917 del 1986, e che soltanto dal 1° gennaio 1991 sono stati considerati non piú soggetti all'imposta per effetto del menzionato art. 4, comma 3-bis, del decreto-legge n. 310 del 1990; che pertanto, in base alla definizione di “esenzione” già accolta da questa Corte – secondo cui l'esenzione tributaria concreta «una ipotesi di agevolazione concessa a soggetti che ordinariamente sarebbero sottoposti all'obbligazione tributaria» e che non lo sono solo in quanto sussistono specifiche ragioni agevolative fondate su valori componibili con il principio di capacità contributiva –, il giudice a quo avrebbe dovuto ritenere non implausibile che il vigente art. 88 del d.P.R. n. 917 del 1986 si possa interpretare nel senso che i Comuni, a decorrere dall'anno 1991, sono «soggetti esenti» e non esclusi dall'imposta (ordinanze n. 174 del 2001 e n. 313 del 2002, le quali, proprio con riguardo a fattispecie in cui i redditi erano stati percepiti in data successiva al 1° gennaio 1991 ed anteriore al 1° luglio 1998, hanno altresí individuato nell'intento agevolativo perseguito dal legislatore la ratio della non imponibilità dei redditi di capitale percepiti dai Comuni); che, per quanto sopra detto, il giudice rimettente erra nel negare che tra le interpretazioni del testo del quarto comma, terzo periodo, dell'art. 26 del d.P.R. n. 600 del 1973 vigente anteriormente al 1° luglio 1998 vi può essere quella secondo cui la suddetta ritenuta è applicabile nei confronti dei Comuni in quanto soggetti «esenti» dall'IRPEG e, di conseguenza, erra anche nell'affermare che solo il nuovo testo di tale disposizione può essere inteso nel senso che la ritenuta a titolo di imposta è ad essi applicabile; che, dati i contrasti interpretativi sorti in ordine alla qualificazione dei Comuni, successivamente al 1° gennaio 1991, come soggetti esenti o esclusi dall'IRPEG, la censurata norma risolve detti contrasti, chiarendo, con interpretazione autentica, che tali enti – siano essi considerati esenti od esclusi dall'imposta – vanno ricompresi tra quelli, «non soggetti all'imposta», nei cui confronti è applicabile la suddetta ritenuta; che l'errore in cui è incorso il rimettente nel negare la natura interpretativa della norma denunciata è sufficiente per dichiarare la manifesta infondatezza della sollevata questione; che, dunque, la denunciata norma di interpretazione autentica: a) quanto alla dedotta violazione dell'art. 3 Cost., non lede alcun affidamento dei contribuenti, data l'obiettiva incertezza dell'interpretazione del quarto comma, terzo periodo, dell'art. 26 del d.P.R. n. 600 del 1973; b) quanto alla dedotta violazione degli artt. 76 e 77, primo comma, Cost., non si pone in contrasto con tali parametri, sia perché, essendo contenuta in una legge ordinaria e non in un decreto delegato del Governo, non può costituire attuazione di una legge di delegazione, sia perché, oltretutto, si limita ad imporre – come già osservato – l'applicazione di una delle possibili varianti di senso plausibilmente attribuibili alla formulazione letterale della citata legge di delegazione e del correlativo decreto delegato di attuazione (legge n. 825 del 1971; d.P.R. n. 600 del 1973); c) quanto alla dedotta violazione del principio di irretroattività della legge, con riferimento all'art. 23 Cost., non è illegittima, perché non sussiste alcun principio di irretroattività della legge tributaria fondato sull'evocato parametro, né hanno rango costituzionale – come piú volte affermato da questa Corte – l'art. 11 delle disposizioni preliminari al codice civile e l'art. 3, comma 1, della legge 27 luglio 2000, n. 212 (ex plurimis, sentenza n. 376 del 1995, ordinanza n. 216 del 2004); d) quanto, infine, alla dedotta violazione degli artt. 101, secondo comma, e 104, primo comma, Cost., non interferisce sull'esercizio della funzione giudiziaria, perché pone una disciplina generale ed astratta sull'interpretazione di una norma e, quindi, si colloca su un piano diverso da quello dell'applicazione giudiziale delle norme a singole fattispecie e perché, comunque, l'incidenza di una norma interpretativa sui giudizi in corso è fenomeno fisiologico (sentenze n. 376 del 2004 e n. 26 del 2003) e non vietato dai parametri evocati (ex plurimis, sentenza n. 229 del 1999). Visti gli artt. 26, secondo comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87, e 9, comma 2, delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale.. .