[pronunce]

Secondo il rimettente, si avrebbe, quindi, «un insanabile contrasto logico-giuridico tra l'asserita natura interpretativa del citato comma 774 e la disposizione di cui al successivo comma 776» e sarebbe evidente «che con il combinato disposto di cui ai commi 774 e 776 dell'art. l della legge n. 296/2006 il legislatore ha notevolmente modificato (in pejus per i pensionati) la disciplina precedente, illegittimamente disponendo peraltro che quello era il significato della normativa preesistente». Ne conseguirebbe che «con la qualifica di interpretazione autentica impropriamente attribuita» cadrebbe anche «la conseguente efficacia retroattiva, e pertanto, la nuova disciplina derivante dai commi 774 e 776 citati sarebbe applicabile secondo la disciplina generale della legge nel tempo e, cioè, solo per le pensioni di reversibilità liquidate dal 1° gennaio 2007». Il rimettente non disconosce la rilevanza dell'interesse pubblico all'equilibrio di bilancio, ma sostiene che ciò non potrebbe consentire «la violazione della disciplina delle fonti legislative, la quale deve essere rigorosamente osservata a garanzia dell'intera comunità nazionale e per la credibilità stessa dell'ordinamento democratico statuale»; e, nella specie, il legislatore avrebbe proprio «arbitrariamente distorto la tipica funzione dell'interpretazione autentica (alla quale si deve far ricorso con attenta e responsabile moderazione) con il connaturato effetto retroattivo». Ad avviso del giudice a quo, non sarebbe neppure possibile «prendere in considerazione soltanto tale effetto (retroattivo) prescindendo dalla qualificazione della norma, giacché esso discende rigorosamente dalla suddetta qualificazione e non é stato voluto dal legislatore in maniera autonoma». Peraltro, ciò contrasterebbe con l'esigenza di certezza dei rapporti giuridici, considerato che l'irretroattività «rappresenta pur sempre una regola essenziale del sistema a cui, salva un'effettiva e grave causa giustificatrice, il legislatore deve ragionevolmente attenersi», soprattutto ove si incida «su situazioni di diritto soggettivo come il trattamento di quiescenza già in godimento». Il rimettente assume, dunque, che la «previsione interpretativa-retroattiva in esame sia viziata da irrazionalità e violi pertanto il ricordato principio di ragionevolezza ex art. 3 Cost.», avendo il legislatore, con un'operazione di «inequivoca irrazionalità», utilizzato «l'interpretazione autentica, al di là della funzione che le è propria». 1.1. - Si è costituito l'I.N.P.D.A.P., parte resistente nel giudizio principale, concludendo per l'inammissibilità o l'infondatezza della sollevata questione. Quanto all'inammissibilità, si sostiene che essa deriverebbe dalla mancata denuncia di entrambi i commi – 774 e 776 – dell'art. 1 della legge n. 296 del 2006, sul cui combinato disposto il rimettente sembrerebbe incentrare la prospettazione del dubbio di costituzionalità, giacché altrimenti, in ipotesi di accoglimento della questione sul solo comma 774, si «determinerebbe un vuoto legislativo, grave ed intollerabile, in tema di determinazione del trattamento pensionistico di reversibilità, sotto il profilo della valorizzazione della indennità integrativa speciale», non potendosi più invocare la (in ipotesi) invalidata disciplina della legge n. 335 del 1995, né quella dell'art. 15, comma 5, della legge n. 724 del 1994, in quanto abrogata dal comma 776 della legge n. 296 del 2006, non sottoposto a scrutinio di costituzionalità. Nel merito, la difesa dell'I.N.P.D.A.P. argomenta diffusamente sulla non fondatezza della questione, richiamando la trama normativa implicata e la giurisprudenza pensionistica che su di essa si era pronunciata e, segnatamente, la decisione n. 8/QM/2002 delle sezioni riunite della Corte dei conti, la quale, rispondendo ad un contrasto di orientamenti, aveva optato per quello favorevole al riconoscimento del diritto a percepire la pensione di reversibilità con l'I.I.S. in misura intera, così dimostrando, peraltro, che l'indirizzo prescelto «rappresentava solamente una possibile interpretazione della normativa vigente al riguardo». Peraltro, prosegue la parte costituita, già con il comma 3 dell'art. 15 della legge n. 724 del 1994, al fine di avviare un processo di omogeneizzazione delle diverse discipline pensionistiche, la I.I.S. aveva perso la connotazione di «emolumento separato ed accessorio rispetto alla pensione», con il corollario di dover essere conglobata nel trattamento pensionistico nella misura di quest'ultimo, secondo una lettura poi confermata dall'art. 1, comma 41, della legge n. 335 del 1995. Secondo l'I.N.P.D.A.P., in un contesto di tal genere, non potrebbe assumersi a parametro dell'uso ragionevole della discrezionalità legislativa l'orientamento giurisprudenziale, pur autorevole, quale quello espresso dalle sezioni riunite della Corte dei conti, sicché il legislatore, «per una sentita ed ormai ampiamente condivisa esigenza di contenimento della spesa previdenziale […], ha ritenuto ora di sciogliere il nodo interpretativo» su cui erano sorte incertezze e sul quale si era determinato e non sopito «un copioso contenzioso», reputando di interpretare in modo autentico la disposizione contenuta nell'art. 1, comma 41, della legge n. 335 del 1995 «e, pertanto, in ossequio ai principi generali, con efficacia retroattiva». E che di interpretazione autentica si tratti – argomenta ancora la parte costituita – è reso evidente dal fatto che la norma interpretata è rimasta ferma nel suo tenore, di cui la norma interpretante chiarisce il significato, «privilegiando una interpretazione fra le due possibili» (e cioè quella seguita dall'orientamento – Corte dei conti, sezione III, n. 111 del 15 marzo 2000 – poi non accolto dalle sezioni riunite). In tale contesto, l'abrogazione dell'art. 15, comma 5, della legge n. 724 del 1994, lungi «dal deporre a favore di una supposta irragionevolezza», sarebbe dettata da una esigenza di chiarezza sistematica in una materia, quale quella del computo della I.I.S., foriera di annosi contenziosi, anche sotto ulteriori e diversi profili. Inoltre, quanto alla prospettata lesione del principio dell'affidamento «in danno dei percettori del trattamento pensionistico di reversibilità», essa non sussisterebbe, giacché, non potendosi invocare nella materia diritti quesiti, l'intervento legislativo retroattivo denunciato risulterebbe contenuto nei limiti della ragionevolezza, anche in considerazione delle esigenze di salvaguardia degli equilibri di bilancio. L'I.N.P.D.A.P. evidenzia, da ultimo, che la più recente giurisprudenza pensionistica della Corte dei conti è indirizzata a ritenere che la norma denunciata abbia effettivamente natura di interpretazione autentica e che siano manifestamente infondati i dubbi di costituzionalità analoghi a quelli prospettati dal rimettente. 2.