[pronunce]

che il rimettente – il quale procede nei giudizi a quibus, sia pure con riti diversi, nei confronti di persone accusate del reato di indebito trattenimento – assume che la previsione concernente i limiti edittali della sanzione, cui dovrebbe far riferimento in caso di applicazione della pena su richiesta o di condanna degli imputati, sarebbe irrazionale, e comunque discriminatoria, per il trattamento più severo previsto rispetto a quello concernente altre condotte, del tutto assimilabili eppure sanzionate in misura assai minore, o addirittura immuni da conseguenze penali; che il giudice a quo richiama in proposito norme contenute nello stesso d.lgs. n. 286 del 1998, che riguardano ulteriori condotte di inottemperanza all'ordine di lasciare il territorio dello Stato, punite solo con la pena dell'arresto da sei mesi ad un anno (in caso di espulsione conseguente alla mancata richiesta di rinnovo del permesso di soggiorno), o addirittura penalmente irrilevanti (come nel caso dell'espulsione disposta dal Ministro dell'interno a norma del comma 1 dell'art. 13 del citato d.lgs. n. 286 del 1998); che, secondo il rimettente, il legislatore non avrebbe potuto differenziare il trattamento penale delle varie condotte di inottemperanza in ragione della causa del provvedimento di espulsione rimasto ineseguito, posto che la lesione del bene giuridico sarebbe per tutte identica, e per tutte si realizzerebbe con l'inutile scadenza del termine per l'abbandono del territorio nazionale; che piuttosto lo stesso legislatore, in osservanza del criterio di proporzionalità, avrebbe dovuto assimilare il trattamento della condotta in esame a quello di comportamenti previsti da altre norme poste a tutela dell'ordine pubblico, come l'art. 650 cod. pen. e l'art. 2 della legge n. 1423 del 1956; che in particolare, a parere del rimettente, la piena comunanza di struttura e di oggetto giuridico tra le previsioni appena citate e quella censurata comproverebbe che il più severo trattamento dipende, nella specie, dalla cittadinanza straniera dell'autore della violazione, e quindi introduce una discriminazione inammissibile, se riferita ad un diritto fondamentale qual è la libertà della persona; che l'incongruenza del trattamento sanzionatorio rispetto alle caratteristiche offensive della condotta sarebbe documentata, secondo il giudice a quo, anche dall'evidente finalismo dell'opzione compiuta con la legge n. 271 del 2004, volta a fissare una pena che consentisse, a mente dell'art. 280 del codice di procedura penale, l'applicazione di una misura cautelare carceraria e dunque, pur dopo la sentenza n. 223 del 2004 della Corte costituzionale, la previsione dell'arresto obbligatorio; che, infine, la sproporzione per eccesso della previsione sanzionatoria determinerebbe anche la violazione del terzo comma dell'art. 27 Cost., atteso che la finalità rieducativa della pena deve essere assicurata non solo con riguardo alla fase esecutiva, ma anche in sede di astratta comminazione, e che detta finalità sarebbe vanificata da una punizione manifestamente eccessiva dell'interessato; che il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, è intervenuto in ciascuno dei tre giudizi, con atti depositati rispettivamente il 30 aprile 2007 (r.o. n. 203 del 2007) e il 16 maggio 2007 (r.o. nn. 247 e 248 del 2007), chiedendo che la questione sia dichiarata manifestamente infondata; che l'intervento di riforma attuato con la legge n. 271 del 2004 avrebbe riguardato un reato già considerato grave, vista l'originaria previsione dell'arresto per il responsabile, e comunque avrebbe opportunamente distinto tra le varie ipotesi di condotta conseguenti all'espulsione, conservando la forma contravvenzionale per le fattispecie meno gravi e realizzando, di conseguenza, una ragionevole ed articolata dosimetria della pena; che il Tribunale di Gorizia in composizione monocratica, con ordinanza del 18 luglio 2006 (r.o. n. 221 del 2007) , ha sollevato – in riferimento agli artt. 2, 3, 10 e 27, terzo comma, Cost. – questione di legittimità costituzionale dell'art. 14, comma 5-ter, primo periodo, del d.lgs. n. 286 del 1998, come sostituito dall'art. 1 della legge n. 271 del 2004, nella parte in cui prevede il limite edittale minimo di un anno di reclusione per lo straniero che, senza giustificato motivo, si trattenga nel territorio dello Stato in violazione dell'ordine impartitogli dal questore a norma del precedente comma 5-bis; che il rimettente – chiamato a deliberare sentenza, in esito a giudizio abbreviato, nei confronti di uno straniero imputato del reato di indebito trattenimento – dubita della legittimità della previsione che fissa il minimo edittale della pena in un anno di reclusione, previsione che dovrebbe in concreto applicare, nel caso di condanna, dato tra l'altro che l'imputato è immune da precedenti; che secondo il rimettente, alla luce della giurisprudenza costituzionale, le scelte del legislatore nella determinazione delle pene, discrezionali solo entro il limite della ragionevolezza, non potrebbero risolversi nella comminatoria di sanzioni sproporzionate al disvalore del fatto criminoso (è citata qui, soprattutto, la sentenza n. 341 del 1994), e non potrebbero implicare, senza pregiudizio per la funzionalità rieducativa del trattamento, una palese eccedenza del sacrificio della libertà personale in rapporto all'offesa recata dalla condotta punibile (sentenze n. 313 del 1990 e n. 343 del 1993); che l'esame dei lavori preparatori della legge n. 271 del 2004 – svelando la strumentalità delle modificazioni introdotte per la fattispecie sostanziale al ripristino dell'arresto obbligatorio dopo la sentenza della Corte costituzionale n. 223 del 2004 – porrebbe in luce come la discrezionalità legislativa non sia stata esercitata, nella specie, in aderenza ai principi sopra indicati; che in particolare, secondo il rimettente, la definizione di un istituto del diritto penale sostanziale alla luce di un'esigenza di carattere processuale varrebbe per se stessa a determinare una lesione dei «principi di ragionevolezza e proporzionalità della pena rispetto alla offensività della condotta»; che, comunque, l'elevata quantificazione del minimo edittale non sarebbe giustificata neppure dall'intento di legittimare la rinnovata prescrizione dell'arresto obbligatorio, posto che l'art. 280 cod. proc. pen. , per individuare i fatti suscettibili di dar luogo all'arresto del responsabile, assegna rilevanza esclusiva al massimo della pena prevista dalla disposizione sostanziale; che la disciplina censurata, sempre secondo il Tribunale, sarebbe ingiustamente discriminatoria con riguardo agli stranieri extracomunitari, posto che i cittadini comunitari, per condotte ritenute assimilabili, sarebbero assoggettati ad un trattamento assai meno severo, come avviene per i reati di cui all'art. 650 cod. pen. ed all'art. 2 della legge n. 1423 del 1956;