[resaula]

L'inarrestabile dismissione del patrimonio sanitario pubblico avvenuta negli ultimi decenni dispiega i suoi effetti negativi ovunque, ma nelle grandi città si manifesta, in particolare, con la chiusura di storici ospedali e l'affievolimento della risposta ai bisogni di salute. La riduzione del numero di ospedali è una tendenza in atto da ben prima che scoppiasse la crisi economica del 2008. In Italia ci sono oggi 2,7 posti letto ospedalieri ogni 1.000 abitanti, mentre la media dei Paesi europei è di 4 posti letto per 1.000 abitanti. Tale carenza ci colloca agli ultimi posti in Europa. L'ospedale è stato l'epicentro di tagli lineari, mentre la sanità territoriale non è mai decollata. I nostri nosocomi sono assurti a specchio dell'inadeguatezza del sistema, con severe ricadute sulle condizioni di salute degli assistiti, il cui disagio è ben documentato sulle cronache dei quotidiani. A Roma, in specie, emblema di tale vulnus sono la chiusura e l'abbandono degli ospedali Forlanini e San Giacomo, la cui immediata riattivazione viene richiesta da più parti. La sottoscrizione per il Forlanini ha raccolto ad oggi ben 118.000 firme di cittadini, mentre per il San Giacomo soccorre la sentenza della terza sezione del Consiglio di Stato, presieduta da Michele Corradino, del 7 aprile 2021, che ne prevede il riuso a fini sanitari. Per fronteggiare la situazione pandemica la Regione Lazio ha autorizzato l'attivazione di posti letto presso strutture sanitarie accreditate. Sarebbe allora opportuno conoscere, se ce ne sono, le condizioni ostative per cui non è previsto il riuso degli ospedali pubblici dismessi Forlanini e San Giacomo, cui si aggiungono il Nuovo Regina Margherita e il San Gallicano, in quanto attualmente sottoutilizzati. A tali strutture andrebbero indirizzate le risorse previste dal PNRR con delibera della Giunta regionale del Lazio 30 dicembre 2021, n. 1.005. Tuttavia, nella delibera citata non vi è alcun cenno a risorse indirizzate ai medesimi ospedali; al contrario, si privilegiano strutture non in grado di tutelare la dignità dei cittadini e il diritto alla salute della collettività. BINETTI (FIBP-UDC) . Domando di parlare. PRESIDENTE. Ne ha facoltà. BINETTI (FIBP-UDC) . Signor Presidente, colleghe e colleghi, vorrei richiamare l'attenzione di tutti su un'iniziativa partita dalla Commissione straordinaria per la tutela e la promozione dei diritti umani che, coinvolgendo tutte le colleghe donne che ne fanno parte e con l'intenzione di interessare un po' alla volta tutte le colleghe del Parlamento, ha il fine di creare una luce accesa sul grande tema dei diritti delle donne afghane. Il nostro desiderio è che non ci sia un intervento spot , di quelli che magari si fanno ricordare perché sono particolarmente brillanti, ma di cui poi - come succede a volte con le cose molto brillanti - passato il momento, ci si dimentica. Noi vogliamo tendere un fil rouge che attraversi tutto quel che resta di questa legislatura. Puntualmente abbiamo cominciato il 1° gennaio, con gli interventi delle senatrici Pinotti, Fedeli, Bonino, Unterberger, Rauti e Vanin. La trasversalità delle donne del Parlamento ha assunto come responsabilità all'interno di questa legislatura quella di mantenere vivo il tema del diritto delle donne afghane, a partire dal diritto all'istruzione come diritto all'espressione più alta della libertà personale. Ci siamo prodigate anche, per quanto possibile, perché le famose 82 studentesse afghane che avevano già ottenuto un visto per venire a studiare in Italia lo potessero fare. Ci stiamo prodigando - anche insieme a colleghe del Parlamento europeo - perché i collegi di merito presenti in Italia, ma anche in Europa, possano accogliere le studentesse afgane e, quindi, garantire loro non soltanto il diritto allo studio, ma anche la possibilità oggettiva di studiare, di essere accolte e di portare avanti un programma che ci auguriamo possa presto disegnare un ritorno nelle loro terre, per essere quelle che in questi vent'anni erano diventate veri punti di riferimento nel mondo della comunicazione, dell'insegnamento accademico, della ricerca, dello sport. Le donne afghane, in un contesto e in un clima di maggiore libertà, hanno saputo esprimere un potenziale di talenti veramente straordinario e noi vogliamo essere alleati di questi talenti, perché davvero ognuno di loro possa ricevere tutti gli aiuti necessari a poterli sviluppare. La seconda faccia di questa medaglia potrebbe essere che, con un'iniziativa forte, decisa e determinata, si possa porre fine anche a quell'obbrobrio costituito dai matrimoni in età giovanile, quasi in età infantile. La prima documentazione uscita dalla Commissione diritti umani del Senato in questa legislatura ribadiva proprio un secco no a quel tipo di matrimoni. In questo modo vogliamo, una parte, riprendere un lavoro proattivo positivo, e dall'altra, porre un limite a quella che è una vera e propria piaga. Tutte le colleghe hanno ricevuto una comunicazione in tal senso e ricordiamo a tutte coloro che vogliono partecipare che ogni giorno usciamo sulla stampa e con i mezzi che ciascuna può mettere a disposizione per ricordarlo. E faremo una cosa analoga - non quotidiana, ma settimanale - all'interno del nostro Parlamento. Grazie infinite, Presidente. (Applausi) . PRESIDENTE . Grazie a lei, senatrice Binetti. Si tratta di un argomento su cui c'è tutta la sensibilità del Senato e, certamente, dell'intero Parlamento. PELLEGRINI Marco (M5S) . Domando di parlare. PRESIDENTE. Ne ha facoltà. PELLEGRINI Marco (M5S) . Signor Presidente, la scorsa notte sono esplose due bombe nella città di San Severo, in provincia di Foggia, e questi due attentati dinamitardi fanno seguito ad altri attentati che si sono, purtroppo, verificati sempre negli ultimi giorni. È un' escalation di violenza che ovviamente preoccupa tutti i cittadini e gli operatori economici. La provincia di Foggia è flagellata da una mafia violenta, pericolosa, primitiva, che vuole assoggettare e intimidire un intero territorio. Certo, lo Stato negli ultimi anni, specie negli ultimi quattro anni, ha conseguito tanti successi e si sono succeduti centinaia di operazioni antimafia e centinaia di arresti. I boss delle famiglie mafiose sono in carcere, a scontare pene definitive o in attesa di giudizio e, quindi, della pena conclusiva. Quindi, è innegabile che lo Stato abbia fatto tantissimo: abbiamo portato la Direzione investigativa antimafia a Foggia - non c'era una sezione operativa dislocata - nel febbraio 2020, e siamo consapevoli dell'immane lavoro che stanno svolgendo i magistrati, gli uomini e le donne delle Forze dell'ordine. Ma tutto questo evidentemente non basta, perché i fatti dimostrano che l' escalation continua e, quindi, che le compagini mafiose continuano a esplicare atti che davvero gettano nello sgomento e nel terrore un'intera provincia, i cittadini e le cittadine della mia provincia. Chiediamo che lo Stato faccia sentire ancor di più la sua presenza, che ci sia uno scatto ancora maggiore proprio per migliorare l'azione di contrasto nei confronti di quei sodalizi criminali.