[massime]

Lo scostamento rispetto alla disciplina statale non è soltanto formale e la norma interposta, per effetto delle strette interrelazioni tra i principi costituzionali coinvolti è servente al coordinamento della finanza pubblica, dal momento che la sincronia delle procedure di bilancio è collegata alla programmazione finanziaria statale e alla redazione della manovra di stabilità, operazioni che presuppongono da parte dello Stato la previa conoscenza di tutti i fattori che incidono sugli equilibri complessivi e sul rispetto dei vincoli nazionali ed europei. Non è fondata la questione di legittimità costituzionale del comma 6 dell'art. 18 della legge reg. Toscana n. 1 del 2015 in relazione all'art. 43, comma 2, del d.lgs. n. 118 del 2011. La disposizione impugnata stabilisce che l'esercizio provvisorio sia autorizzato per un periodo non superiore a quello stabilito dallo statuto (tre mesi) mentre la norma interposta fissa il limite complessivo dell'esercizio provvisorio in un periodo non superiore a quattro mesi. In questo caso la disposizione regionale è addirittura più rigorosa di quella statale. Il maggior rigore dello statuto regionale rende la disposizione impugnata conforme al canone costituzionale che contempla l'esercizio provvisorio come un'ipotesi eccezionale collegata ad eventi straordinari e non fisiologici. La questione di legittimità costituzionale dell'art. 23 della legge reg. Toscana n. 1 del 2015, in riferimento agli artt. 81, 97 e 117, secondo comma, lettera e), Cost. ed in relazione al principio contabile di cui all'allegato 4/2, paragrafo 9.2, del d.l.gs. n. 118 del 2011, è fondata. La disposizione impugnata stabilisce che nei casi di assegnazioni comunitarie e statali con vincolo di destinazione, la Regione può stanziare somme eccedenti quelle assegnate e, qualora abbia impegnato in un esercizio spese eccedenti le risorse ad essa assegnate dallo Stato con vincolo di destinazione, ha facoltà di compensare tali maggiori spese con minori stanziamenti per lo stesso scopo nei due esercizi immediatamente successivi. Nei bilanci relativi a tali esercizi, le assegnazioni statali per scopi già soddisfatti con i finanziamenti aggiuntivi regionali sono sottratte alla loro destinazione. Il confronto tra la disposizione impugnata e la norma interposta (il paragrafo 9.2 dell'allegato 4/2 del d.lgs. n. 118 del 2011) evidenzia l'illegittimità della norma regionale, consistente nella creazione di un meccanismo contabile elusivo del vincolo di destinazione. Il vincolo di destinazione nella materia finanziaria e contabile comporta che il fondo possa essere impiegato solo per la realizzazione dello scopo per cui è stato stanziato. Occorre a tal fine considerare che nella contabilità pubblica la regola relazionale tra entrate e spese è quella riconducibile al principio di unità del bilancio specificativo dell'art. 81 Cost. secondo cui tutte le entrate correnti, a prescindere dalla loro origine, concorrono alla copertura di tutte le spese correnti, con conseguente divieto di prevedere una specifica correlazione tra singola entrata e singola uscita. In tale contesto, il vincolo di destinazione si pone quale deroga al principio generale per garantire la finalizzazione di determinate risorse, come quelle erogate a titolo di sovvenzioni, contributi o finanziamenti, alla realizzazione dello scopo pubblico per il quale sono state stanziate. Pertanto, il carattere finalistico della deroga non consente interpretazioni o distinzioni di sorta all'interno della contabilità regionale, poiché la natura esclusiva del vincolo di destinazione delle risorse e la sua precipua funzionalizzazione alla realizzazione di un programma costituisce scelta finanziaria di fondo della norma interposta statale. L'ente pubblico deve ottemperare ai vincoli di destinazione per finanziarie gli obiettivi, cui sono dirette le entrate vincolate eventualmente rifluite nel risultato di amministrazione dell'esercizio precedente. Questa eccezione al principio di unità del bilancio è riconducibile alla clausola generale in materia contabile che garantisce l'esatto impiego delle risorse stanziate per specifiche finalità di legge. Per l'affermazione che esistono alcuni complessi normativi i quali «non integrano una vera e propria materia, ma si qualificano a seconda dell'oggetto al quale afferiscono», v. la citata sentenza n. 303/2003. Sul collegamento tra buon andamento finanziario e programmazione, v. le citate sentenze nn. 129/2016 e 10/2016. Sulla compatibilità costituzionale di una disciplina volta «a consentire il soddisfacimento contestuale di una pluralità di interessi costituzionalmente rilevanti», v. la citata sentenza n. 279/2006. Sugli elementi sufficienti per ritenere ammissibile una censura (i termini della questione proposta, la disposizione impugnata, i parametri evocati e le ragioni del dubbio di legittimità), v. le citate sentenze nn. 31/2016 e 176/2015. Sull'impossibilità per il legislatore regionale di derogare al vincolo di esclusività della destinazione dei proventi fissato dalla legge statale, v. la citata sentenza n. 38/2016. Per l'affermazione che «la forza espansiva dell'art. 81, quarto comma, Cost., presidio degli equilibri di finanza pubblica, si sostanzia in una vera e propria clausola generale in grado di colpire tutti gli enunciati normativi causa di effetti perturbanti la sana gestione finanziaria e contabile» , v. la citata sentenza n. 192/2012.