[pronunce]

che, osserva l'Avvocatura dello Stato, la questione sarebbe manifestamente inammissibile per erronea individuazione della norma censurabile, oggetto della questione, in quanto l'incidente di costituzionalità investe l'art. 6 della legge n. 138 del 1943, e cioè una disposizione che disciplina il regime dell'erogazione dell'indennità di malattia, e non già l'obbligo del pagamento del contributo (sancito dall'art. 9 della medesima fonte normativa, dall'art. 2 del decreto legislativo 2 aprile 1946, n. 142, recante “Disciplina provvisoria del carico contributivo per le varie forme di previdenza e di assistenza sociale”, e dall'art. 31, comma 5, della legge 28 febbraio 1986, n. 41, recante “Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato - legge finanziaria 1986”); che, quanto alla asserita violazione del principio di parità di trattamento, il riferimento ai contratti collettivi, contenuto nella norma censurata, deve intendersi limitato ai soli contratti collettivi vigenti all'epoca dell'emanazione della norma, e cioè a quelli corporativi efficaci erga omnes, e non anche ai contratti di diritto comune; che la regolamentazione di eventuali esoneri dall'obbligo del versamento del contributo non potrebbe trovare applicazione «in via amministrativa o di autonomia imprenditoriale», ma dovrebbe essere legittimata da apposita norma, mentre il diverso trattamento praticato al personale della RAI, nonché agli impiegati e ai dirigenti del settore industria, deriva da provvedimenti dell'Istituto, adottati in virtù della regolamentazione speciale disposta dai contratti collettivi corporativi; che, osserva ancora l'Avvocatura, la questione appare sollevata al solo fine di dirimere un contrasto giurisprudenziale sull'interpretazione della legge ordinaria, di modo che, in base alla costante giurisprudenza di questa Corte - secondo la quale le leggi si dichiarano incostituzionali solo quando non è possibile darne un'interpretazione conforme alla Costituzione -, la proposta questione andrebbe, anche sotto questo riguardo, dichiarata inammissibile; che la Metro Italia Cash and Carry s.p.a. – ricapitolata l'evoluzione del quadro normativo di riferimento, all'esito della quale le prestazioni sanitarie, una volta erogate dall'INAM, sono ora rese dal Servizio sanitario nazionale, mentre il pagamento di quelle di carattere economico è demandato all'INPS - sottolinea che oggetto di contestazione nel giudizio a quo è esclusivamente la debenza dei contributi volti ad assicurare queste ultime, e non già del contributo sociale di malattia che, destinato a finanziare l'assistenza sanitaria, è posto a carico della generalità dei cittadini; che i molteplici casi in cui - in forza dell'erogazione, da parte del datore di lavoro (o di altri enti), di un trattamento economico sostitutivo, e del conseguente venire meno dell'obbligo dell'INPS di corrispondere l'indennità di malattia - l'imprenditore è esonerato dal versamento del contributo relativo rendono innegabile il contrasto della norma censurata con l'art. 3 Cost.; che, quanto alla violazione dell'art. 38 Cost., tale norma non ha certo inteso sovvertire i principi fondamentali del sistema assicurativo, mentre la lesione dell'art. 41 Cost. costituirebbe la ricaduta, sul piano delle relazioni economiche, di quella dell'art. 3 Cost., essendo inevitabile che il malgoverno del principio di uguaglianza, tra gli imprenditori, si ripercuota, negativamente, sul corretto svolgimento della concorrenza; che, nel giudizio r.o. n. 2 del 2006, sono intervenuti l'INPS e l'Azienda Energetica s.p.a - Etschwerke AG, il primo insistendo per la declaratoria di inammissibilità o di infondatezza della proposta questione, la seconda per il suo accoglimento; che l'INPS sostiene che, in base alla lettura del sistema normativo, e segnatamente della disposizione censurata, fatta propria dalle Sezioni Unite nella sentenza n. 10232 del 2003, eventuali deroghe al regime legale della contribuzione potrebbero provenire solo da fonti equiordinate alla legge, quali erano, nel 1943, i contratti collettivi corporativi, ma non da statuizioni dell'autonomia privata, stante, tra l'altro, la natura solidaristica dell'obbligazione contributiva; che, avendo la Costituzione repubblicana impresso all'intero sistema di sicurezza sociale, originariamente improntato alla logica mutualistico-assicurativa, un forte carattere solidaristico, deve dirsi che proprio la solidarietà è alla base del principio del cosiddetto automatismo delle prestazioni, immanente nel sistema previdenziale e assistenziale, principio in forza del quale resta a carico dell'INPS l'obbligo del pagamento dell'indennità di malattia nelle ipotesi di mancato pagamento dei contributi, da parte del datore di lavoro, e anche in quelle di mancata erogazione delle prestazioni alle quali l'imprenditore si era contrattualmente obbligato; che la valenza solidaristica dell'obbligazione contributiva, che la sottrae alla disponibilità delle parti e ai poteri discrezionali dell'amministrazione pubblica (come evidenziato dalle Sezioni Unite nell'arresto innanzi richiamato), non viene meno per la sussistenza di taluni casi di esonero, disciplinati da specifici contratti collettivi corporativi, ancora in vigore, per effetto dell'art. 43 del decreto luogotenenziale 23 novembre 1944, n. 389, o da contratti dichiarati efficaci erga omnes con i decreti delegati emessi in base alla legge 14 luglio del 1959, n. 741; che, lungi dal confliggere con le norme costituzionali, la disposizione impugnata evita che, mediante previsioni contrattuali aziendali, o comunque, mediante contratti collettivi di diritto comune, vengano apportate alterazioni al regime pubblicistico contributivo, riservate esclusivamente alla discrezionalità del legislatore; che, nella memoria depositata in prossimità dell'udienza, l'INPS - dopo aver insistito sull'eccezione di inammissibilità della questione per aberratio ictus - osserva che, poiché non sono mancate pronunce del Supremo Collegio che hanno affermato l'esonero del datore di lavoro, che abbia assunto su di sé il rischio della malattia del dipendente, dall'obbligo di corrispondere i relativi contributi, la questione sarebbe inammissibile anche sotto il profilo del mancato esperimento, da parte del giudice a quo, del doveroso tentativo di pervenire a una interpretazione adeguatrice; che, in ogni caso, le denunciate violazioni degli articoli 3 e 41 Cost. sarebbero smentite dal carattere volontario dell'assunzione del rischio della malattia da parte dell'imprenditore; che l'obbligo, di natura pubblicistica, di corrispondere i contributi di malattia, lungi dal costituire violazione di precetti costituzionali, costituirebbe esso stesso pregnante applicazione - come ripetutamente affermato da questa Corte - del principio solidaristico enunciato nell'art. 38 Cost., e attuato sia attraverso la ripartizione dell'onere contributivo anche a carico di coloro che non hanno determinato le situazioni di bisogno, sia attraverso la regola dell'automatismo delle prestazioni;