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il 30 giugno 2021, nel tratto di mare tra Lampedusa e Lampione, a poche miglia dal porto di Lampedusa, si è verificata ancora una tragedia, che forse poteva e, quindi, doveva, essere evitata: una barca sovraccarica si è rovesciata e, al momento, risultano otto morti, tra cui una donna incinta, e molto sono i dispersi. A bordo vi erano circa 60 persone; dalle prime informazioni risulterebbe che il giorno 29 giugno un peschereccio avrebbe comunicato all'autorità marittima di Lampedusa la presenza di una barca in difficoltà, di circa 8 metri, di colore bianco e rosso, con circa 50 persone a bordo. È quindi necessario sapere se si tratti della stessa unità navale; l'ordinamento giuridico e l'inveterata consuetudine internazionale fanno sorgere l'obbligo del soccorso in mare sin dalla prima segnalazione e ciò verso chiunque vi sia a bordo del natante in pericolo di perdersi, siano pure essi naufraghi o migranti; quindi, alla ricezione della notizia, sorge l'obbligo d'intervenire, che si traduce nel rimuovere al più presto le cause del pericolo, ovvero nel mitigarne le conseguenze, anche a costo di confermare così esplicitamente che ci si trova di fronte ad un soccorso marittimo anche quando l'imbarcazione fosse usata per "migrare"; è necessario, altresì, verificare le circostanze concrete nelle quali si è prodotto l'evento; secondo l'interrogante il soccorso ritardato potrebbe essere parte di una strategia che si articola, tra l'altro, nel ritiro delle unità navali istituzionali all'interno delle acque territoriali, mentre il dovere di soccorso si estende alle acque internazionali (RSS), in cui vi è la responsabilità italiana del coordinamento del soccorso marittimo, e si estende anche oltre in determinate circostanze (ricezione della prima notizia fin tanto che non intervenga l'MRCC competente), in relazione agli assetti SAR italiani disponibili ed alla capacità di coordinamento; ancora, quella stessa strategia comprende anche la tattica, ostinata, dei fermi amministrativi, con i quali solo le navi delle organizzazioni non governative vengono bloccate in porto; infine, la strategia è completata dalle operazioni di cattura da parte della "guardia costiera libica" la quale, tuttavia, non avendo alcuna capacità di coordinamento autonoma, opera sotto il coordinamento delle strutture operative italiane ed europee, come è stato appurato da numerose inchieste giornalistiche, i cui risultati non sono mai stati smentiti; considerato che: tale circostanza rende evidente, a giudizio dell'interrogante, che le motovedette libiche sono, de facto , un'articolazione tattica che è posta agli ordini delle strutture operative italiane ed europee, come è provato anche dal fatto che i libici non hanno uno strumento di comunicazione radio necessario per il coordinamento marittimo; infatti, se avessero una stazione radio-costiera, questa dovrebbe identificare l'autorità di coordinamento mediante il codice MMSI. Ma è facile constatare che non esiste una stazione radio-costiera del centro di coordinamento libico; conferma ulteriore di quanto esposto è il bando da 86.000 euro per "apparecchiature informatiche e radio da consegnare allo Stato della Libia", pubblicato proprio il 30 giugno e già aggiudicato per 45.000 euro circa, e che evidenzia la non esistenza, o comunque la non adeguatezza, dei mezzi radio indispensabili per coordinare il soccorso in mare; inoltre, non vi è nemmeno prova che esista la sede del centro di coordinamento libico, RCC, poiché sulla base delle coordinate riportare nel sito del GISIS s'individua un aeroporto miliare che è stato più e più volte bombardato; le attività delle motovedette libiche non sarebbero l'esecuzione di soccorsi, ma catture e respingimenti collettivi illegali coordinati da parte italiana ed europea. I libici non sarebbero, quindi, che gli esecutori dei respingimenti coordinati nel Mediterraneo centrale dall'Italia e dall'Europa; il ritiro della flotta istituzionale dal Mediterraneo centrale, entro le 12 miglia delle acque territoriali, costituirebbe violazione degli obblighi internazionali di soccorso marittimo assunti dall'Italia, che si verificherebbe solo nel Mediterraneo centrale, ovvero nella zona di mare più pericolosa al mondo, negando il soccorso in modo selettivo esclusivamente ai naufraghi "migranti", come se la vita di queste persone valesse meno di quella di quanti sono in mare per altri motivi, si chiede di sapere: se il Governo, per quanto di propria competenza, possa chiarire nel dettaglio come si sono svolti i fatti, quando e come si è avuta notizia della barca in pericolo, quali siano stati i tempi di risposta e le modalità del soccorso, con particolare riguardo alle cautele adottate per evitare che alla vista della motovedetta i naufraghi provocassero il ribaltamento della barca e se il natante che si è rovesciato sia lo stesso di quello segnalato il giorno precedente; se si possa confermare che le unità navali istituzionali, e segnatamente quella della Marina militare e della Guardia costiera italiana, non operano il soccorso marittimo nel Mediterraneo centrale oltre il ristretto perimetro delle acque territoriali circostanti Lampedusa e, in caso affermativo, chi abbia dato tale ordine e se esso sia stato diramato per iscritto; se si ritenga, inoltre, che la connessione tra soccorso marittimo e fenomeno migratorio attribuisca priorità all'azione di polizia e se abbia determinato l'intempestività dell'azione di soccorso; se, infine, il Governo non ritenga che l'acquisto delle apparecchiature informatiche e delle radio non sveli e confermi che la "guardia costiera libica" non ha alcuna autonoma capacità operativa e che il coordinamento dei loro interventi in mare è assicurato da strutture operative italiane ed europee. Atto n. 3-02664 DESSI' Al Ministro della salute Premesso che: l'8 marzo 2021 Stefano Paternò, giovane sottufficiale della Marina militare ad Augusta, è morto nella sua abitazione per arresto cardiaco, dodici ore dopo essersi sottoposto alla prima dose di vaccino AstraZeneca; da informazioni acquisite risulterebbe che nella relazione conclusiva dei consulenti della Procura di Siracusa, che conduce l'inchiesta, si legge: "sussiste correlazione eziologica tra il decesso e la somministrazione del vaccino, avente codice lotto fiala ABV2856, intervenuta presso l'ospedale militare di Augusta in data 8 marzo 2021". Dalla stessa relazione si evince che le cause della morte sono riconducibili "all'arresto irreversibile delle funzioni vitali, consecutivo a sindrome da stress respiratorio acuto"; il militare, secondo le dichiarazioni del procuratore capo di Siracusa, è stato colpito da un fenomeno noto come ADE, antibody-dependent enhancement, traducibile come "intensificazione (dell'infezione) anticorpo-mediata", cioè un'amplificazione infiammatoria della risposta derivata dagli anticorpi; secondo i periti che hanno seguito l'autopsia, il militare aveva contratto il COVID-19, a sua insaputa, sviluppando così gli anticorpi, che sarebbero aumentati, in maniera eccessiva, a seguito dell'inoculazione del vaccino, determinando quel fenomeno definito ADE, una reazione anticorpale che ha portato al decesso del paziente;