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Diede un contributo importante al progetto socialista del 1978 e all'Alleanza riformatrice dei meriti e dei bisogni della conferenza di Rimini del 1982, che - voglio dirlo - per me rappresenta una delle elaborazioni più interessanti e innovative di quegli anni e uno stimolo a una riflessione che - ahimè - la sinistra nel suo complesso non riuscì a fare. Non voglio negare la dialettica - io ero su posizioni diverse - ma certamente riconosco che, da quel punto di vista, fu fatto un lavoro importante. In conclusione, voglio fare una breve riflessione sul concetto di riformismo. A volte questa parola, come capita nel linguaggio e nel modo di utilizzo, rischia di perdere di significato. Insisto: siamo in una fase nuova; è cambiato tutto. Ragionare e avere l'ambizione culturale, politica e storica di essere riformisti significa avere il coraggio di una nuova radicalità, un nuovo modello di sviluppo, una nuova idea di società. Questo è il riformismo, perché senza una visione ampia il riformismo rischierebbe di diventare una pratica amministrativa. E pur da posizioni diverse, qualità, lavoro e impegno, Covatta aveva questa ambizione. (Applausi). CRAXI (FIBP-UDC) . Domando di parlare. PRESIDENTE. Ne ha facoltà. CRAXI (FIBP-UDC) . Signor Presidente, onorevoli colleghi, non è facile ricordare, senza cadere nella retorica, una personalità scomparsa. Lo è ancor di più se bisogna commemorare un socialista, un intellettuale inquieto ed eretico, dal carattere schivo e introverso, come è sempre stato Luigi Covatta. Ironico e autoironico, Gigi, come era affettuosamente chiamato da amici e compagni, è stato una tessera brillante di un mosaico di intelligenze che contribuì allo sviluppo di quel nuovo corso socialista che ha rappresentato, nonostante una certa lettura faziosa che egli ebbe sempre a contrastare, un fattore fondamentale del progresso italiano. Infatti Covatta dopo un'avventura significativa dal punto di vista culturale, ma assai scarna di risultati, come fu quella del Movimento politico dei lavoratori (MPL) di Livio Labor, un movimento cattolico riformista - di fatto una delle esperienze più interessanti della presenza cattolica nella politica militante - aderì con un manipolo di intelligenze dopo le elezioni politiche del 1972 a un Partito socialista in preda ad una profonda crisi culturale, ancor più che strategica ed elettorale. Si trovò così, prima a fianco di Riccardo Lombardi, poi di Bettino Craxi, ad essere quello che io amo definire un intellettuale di campo. Come è proprio di chi ha cultura riformista, si sporcò le mani, sperimentò le difficoltà e le asprezze della politica, non limitandosi a una sola elaborazione teorica, ma svolgendo all'interno del partito e delle Istituzioni un'azione forte, talvolta controcorrente come era uso fare in una casa libertaria qual è quella socialista, fungendo così da raccordo fra il variegato mondo intellettuale che ruotava intorno a Craxi e i socialisti. Covatta è stato inoltre uno dei protagonisti principali di quella ineguagliata Conferenza programmatica di Rimini del 1982, tanto come ideatore che come relatore. A lui infatti fu affidata la relazione introduttiva che schiudeva le porte a una nuova fase socialista con un passaggio - si diceva allora - dal progetto al programma, ponendosi il tema della governabilità del Paese. Governare il cambiamento fu il motto e la missione socialista di quegli anni che, come asseriva Covatta nel suo intervento, non è pretestuoso mettere al centro del programma socialista unitamente a quel messaggio riformista che individua nella società i nuovi soggetti dell'innovazione e del progresso politico. Covatta, al pari di molti ragazzi della sua generazione, di ogni colore e parte, ha inteso la politica, quella politica che oggi rievochiamo con l'uso enfatico della "P" maiuscola, come il terreno di gioco cui dedicare la propria vita, un campo di gioco da cui non uscì neanche dopo la distruzione della casa socialista, avvenuta all'interno di quella falsa rivoluzione che prese il nome di "tangentopoli" e dopo la conseguente fine della sua esperienza parlamentare. La sua esperienza e quella di tanti ci deve ricordare che la politica, la buona politica non può e non deve esaurirsi nella pratica parlamentare di cui è solo una parte. Ha così scelto nella seconda Repubblica di cimentarsi in un'opera di lettura e di rilettura dell'epopea craxiana, contribuendo, al pari di tanti altri compagni, a impedire la damnatio memoriae di una storia di civiltà e a sovvertire parte di una vulgata falsa e mistificatoria improntata a un antisocialismo di maniera. Non sempre mi sono trovata d'accordo con Gigi in questi anni, con alcune sue analisi e con alcune letture della sua storia recente. Ricordo una cena a Bari, qualche anno fa, in cui dibattemmo fino a tarda sera tra un bicchiere di vino e molto di più di qualche sigaretta, su alcune vicende della nostra storia. Ho riconosciuto in lui lo spirito libero, l'intellettuale autocritico, prima che criptico, e ho sempre condiviso uno dei suoi crucci da Rimini a oggi, passando per la tragica legislatura 1992-1994, quando ricoprì l'incarico di vicepresidente della Commissione per le riforme istituzionali: la necessità di dare vita ad una profonda riforma istituzionale di cui nessuno parla e di cui oggi, ancor più di ieri, abbiamo un disperato bisogno. È un nodo irrisolto che a causa della lunga e perdurante crisi italiana ... (Il microfono si disattiva automaticamente) . ...da commentatore attento e acuto qual era non ha mai fatto mancare la sua voce. Onorevoli colleghi, salutare un compagno, dare l'ultimo commiato a un membro della propria comunità, perché i partiti erano innanzitutto questo, è doloroso, credetemi, ma sono fiduciosa che Gigi continuerà a vivere nella memoria di tanti, nei suoi scritti e nelle sue carte, e che in questo momento, ovunque lui sia, ci starà guardando sornione, fumando la solita sigaretta. (Applausi) . GRASSI (L-SP-PSd'Az) . Domando di parlare. PRESIDENTE. Ne ha facoltà. GRASSI (L-SP-PSd'Az) . Signor Presidente, non conoscevo il senatore Luigi Covatta se non indirettamente per i suoi scritti, ma anche per le sue origini. Covatta era campano, era nato a Ischia, e leggendo le sue opere si scorge nel suo lavoro, nel suo approccio, l'ironia amara e triste tipica della mia terra. Mi ha colpito in particolare un libro dal seguente titolo «Menscevichi. I riformisti nella storia dell'Italia repubblicana». Sappiamo che i menscevichi sono i perdenti della rivoluzione russa, sono i riformisti democratici che perdono la sfida con la storia, sopraffatti dal colpo di Stato di ottobre dei bolscevichi. Si tratta, dunque, di un titolo non casuale, che esprime un'amarezza, la percezione che la Sinistra cattolica italiana riformista e i suoi obiettivi avevano perso la sfida con la storia in un determinato periodo della nostra Italia. È interessante ricordare Covatta facendo riecheggiare in quest'Aula le sue parole di un suo scritto del 2007, che è ancora legato ad una stagione superata, ma di cui sopravvive lo spirito. Consentitemi di leggerne un breve passo: