[pronunce]

1.8.– A identico risultato approda la valutazione dell'eccezione di violazione degli artt. 41 e 42, in relazione all'art. 3 della Costituzione, sollevata dalla Schering sotto il profilo che se la proprietà intellettuale è una vera e propria proprietà – soggetta in quanto tale all'apposizione di restrizioni che ne assicurino la funzione sociale – la riduzione della durata dei certificati complementari nazionali non potrebbe essere qualificata come limite legittimamente opponibile ai sensi dell'art. 42 Cost., perché il contenimento della spesa sanitaria non può definirsi interesse di rango costituzionale, pari o superiore al diritto di proprietà, e perché la norma censurata espressamente dichiara di perseguire l'obbiettivo di adeguare quella nazionale alla normativa comunitaria. In ogni caso, quand'anche la riduzione della durata fosse una forma, in sé consentita, di espropriazione, essa sarebbe comunque illegittima, perché disposta senza indennizzo, e per giunta in contrasto sia con le disposizioni di cui agli artt. 60 e segg. del regio decreto 29 giugno 1939, n. 1127 (Testo delle disposizioni legislative in materia di brevetti per invenzioni industriali), sia nell'Accordo TRIPs (Trade Related Aspects of Intellectual Property Rights, firmato a Marrakech il 15 aprile 1994 nel quadro dei negoziati GATT), ratificato con legge 29 dicembre 1994 n. 747 (Ratifica ed esecuzione degli atti concernenti i risultati dei negoziati dell'Uruguay Round, adottati a Marrakech il 15 aprile 1994). Anche a questo proposito il rimettente rileva che le argomentazioni della ricorrente appaiono «resistibili» con argomenti contrari che non sono prima facie destituiti di fondamento: e invero, mentre non par dubbio che la ratio dell'art. 3, comma 8, del decreto legge n. 63 del 2002 sia da individuare nel contenimento della spesa farmaceutica, il cui perseguimento deve evidentemente avvenire contemperando l'interesse alla tutela della salute della collettività con costi a carico dello Stato, e quello all'incentivazione della ricerca da parte delle imprese farmaceutiche, la qualificazione come fenomeno espropriativo della riduzione della durata dei certificati complementari nazionali postula che, contro l'evoluzione normativa innanzi descritta, venga considerato come un diritto irreversibilmente quesito l'allungamento disposto dalla legge n. 349 del 1991. E tuttavia, considerato, ancora una volta, che solo la questione manifestamente infondata non deve essere rimessa alla Corte, ritiene la Commissione di non potersi esimere dal sollevare incidente anche per quest'ulteriore profilo di sospetta illegittimità. 2. – Si è costituita la Schering Corporation Ltd che ha insistito per l'accoglimento delle prospettate questioni, espressamente segnalando anche l'enucleabilità di altre ragioni di incostituzionalità, «eventualmente sollevabili ex officio davanti a sé da codesta Ecc.ma Corte». 2.1. – Nel ricapitolare i fatti salienti che hanno determinato l'impugnativa del provvedimento dell'Ufficio brevetti innanzi alla Commissione dei ricorsi, l'esponente evidenzia che, in attuazione dell'art. 3, comma 8, del decreto-legge n. 63 del 2002, convertito, con modificazioni, nella legge 15 giugno 2002, n. 112, il predetto Ufficio, con un primo provvedimento adottato in data 7 ottobre 2002, aveva operato il ricalcolo della durata della protezione nello sfruttamento commerciale dell'invenzione, assicurata dai CCP vigenti, indicando in un apposito tabulato le nuove date di scadenza, che, per le specialità medicinali oggetto del giudizio a quo, erano, quanto al Clarityn (Loratadina), il 1° settembre 2007, e, quanto all'Ecolon (Mometasone Furoato), il 31 dicembre 2009; che detta scadenza era stata poi confermata, previa rideterminazione dei criteri di calcolo, con provvedimento del 24 gennaio 2003, precisandosi nell'occasione che eventuali obiezioni avrebbero dovuto essere formulate entro sessanta giorni dal ricevimento dell'atto ministeriale; che, eccepita con nota del 24 febbraio 2003 l'erroneità e l'illegittimità dei criteri di ricalcolo applicati, l'Ufficio brevetti, in data 25 febbraio 2003, aveva confermato la precedente determinazione, con l'avvertenza che contro il provvedimento era ammesso ricorso innanzi alla Commissione «entro il termine perentorio di trenta giorni dalla data di ricevimento della presente». Tanto premesso, la Schering evidenzia come, correttamente, il giudice a quo abbia individuato l'interesse all'impugnazione dell'atto – e pertanto la rilevanza della prospettata questione – negli «effetti giuridici propriamente riconducibili alla pubblicazione della modifica temporale» della durata della protezione, effetti concretamente apprezzabili, in termini favorevoli o lesivi, tanto da parte dei titolari dei relativi diritti, quanto da parte dei soggetti interessati alla produzione e commercializzazione di farmaci identici nella composizione, una volta venuta meno la copertura brevettuale. D'altra parte, indipendentemente dalla qualificazione come veri e propri interessi legittimi delle posizioni giuridiche soggettive incise dai provvedimenti amministrativi in questione, è pacifico che la Commissione ha giurisdizione in tutte le ipotesi in cui il r.d. 29 giugno 1939, n. 1127 riconosce la possibilità di impugnare un atto dell'Ufficio brevetti e marchi: e allora, posto che la rideterminazione della durata della protezione si risolve in un diniego sopravvenuto di concessione, per quella parte della originaria domanda che, all'esito della valutazione dell'Ufficio, risulta rigettata, la sua impugnativa va correttamente ricondotta nell'ambito della giurisdizione della Commissione ricorsi. 2.2. – In ordine al prospettato dubbio di violazione del principio dell'affidamento (e, nei limiti di questo, di quello di retroattività) ex artt. 3 e 41 della Costituzione, rileva la Schering che esso è evocato in maniera tanto più pertinente in quanto l'evoluzione della giurisprudenza costituzionale ne ha fatto un parametro di valutazione della ragionevolezza del «regolamento … di situazioni fondate su leggi preesistenti», con riferimento non solo alle ipotesi in cui la norma, operando in deroga al canone tempus regit actum, spiega effetti che si riverberano negativamente su fattispecie già esauritesi (c.d. retroattività in senso proprio), ma anche a quelle in cui il legislatore si sia limitato a modificare per il futuro, in senso sfavorevole per i beneficiari, le condizioni di rapporti giuridici di durata in itinere (c.d. retroattività in senso improprio). Del resto, così forte può essere l'impatto di improvvise e impreviste modifiche normative su aspettative generate dallo stesso legislatore, che si è sentita l'esigenza di trasporre nei rapporti di diritto pubblico il principio, di origine civilistica, della tutela della buona fede nei rapporti contrattuali, sotto forma di legittimo affidamento del cittadino nella coerenza della normazione legislativa.