[pronunce]

il che si verificherebbe nella fattispecie, posto che la disposizione impugnata è idonea di per sé a produrre l'effetto della riduzione della durata dei certificati complementari, senza alcuna necessità di fasi amministrative di applicazione, né esercizio di discrezionalità da parte di qualsivoglia autorità amministrativa. Le intervenienti ricordano poi che i CCP furono introdotti al fine di neutralizzare l'incidenza, sul periodo di sfruttamento dell'invenzione in regime di copertura brevettuale, dei tempi necessari all'espletamento delle procedure volte a ottenere il rilascio, da parte del competente Ministero della sanità, dell'autorizzazione al commercio dei prodotti farmaceutici. L'esigenza di recuperare il tempo perduto tra il deposito della domanda di brevetto e l'effettiva presenza del prodotto sul mercato – non ignota ad altri paesi, come Stati Uniti e Giappone, che per primi vi ovviarono – fu alla base dell'emanazione della legge n. 349 del 19 ottobre 1991 che, introducendo nella legge brevetti una nuova disposizione, l'articolo 4-bis, istituì il certificato complementare di protezione, titolo di proprietà industriale strutturato in maniera tale da consentire un integrale recupero del tempo trascorso tra il deposito della domanda di brevetto e l'autorizzazione ministeriale. Alla normativa nazionale fece poi seguito il regolamento comunitario n. 1768/CEE del 18 giugno 1992, che, nel prevedere una durata del periodo di esclusiva inferiore a quella garantita dalla normativa nazionale, fece tuttavia salvi gli effetti dei certificati rilasciati e delle domande depositate prima della sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale delle Comunità Europee. In tale contesto normativo è intervenuta la norma ora sospettata di incostituzionalità, la quale sacrifica il principio dell'affidamento che, benché non espressamente menzionato nella Carta fondamentale del nostro Stato, ha dignità costituzionale, avendo numerose pronunce di questa Corte colto le connessioni esistenti tra tale principio e la tutela dell'iniziativa economica privata che, proiettata per sua natura in una dimensione dinamica, non tollera arbitrari mutamenti in itinere delle regole del gioco. In particolare, le aziende farmaceutiche hanno riposto un decisivo affidamento nella durata della protezione brevettuale, anche complementare, fissata dalla legge, sulla stessa impostando precisi piani economici e industriali volti ad equilibrare i costi di ricerca e di sviluppo per la produzione di nuove specialità medicinali, con gli introiti delle vendite in esclusiva delle precedenti. La necessità di limitare la spesa pubblica sanitaria, per la parte costituita dal costo del rimborso dei farmaci, non costituisce quell'interesse pubblico il cui perseguimento legittima il legislatore a comprimere la libertà di iniziativa economica privata, sia perché tale esigenza non è affatto enunciata nella norma sospettata di illegittimità, sia perché trattasi di obbiettivo incongruo e inidoneo a giustificare una disposizione lesiva della predetta libertà. La finalità di risparmio – sostengono ancora le intervenienti – non appare neppure riconducibile all'interno della funzione sociale che il legislatore è tenuto a perseguire nella disciplina della proprietà privata, ex art. 42 della Costituzione, e ciò sia per le ragioni innanzi esplicitate, sia perché il diritto alla salute della collettività – del quale è pur necessario tener conto nell'attuazione del fine di contenimento della spesa pubblica – è leso e non favorito dalla norma censurata, la quale, riducendo il periodo di copertura brevettuale, incide direttamente sulla sostenibilità dei programmi di ricerca. Anche fondato, a giudizio delle comparenti, è il profilo di contrasto della disposizione impugnata con l'art. 42 della Costituzione, perché, se è vero che i diritti di esclusiva conferiti «con la concessione del brevetto» (art. 4 del r.d. 29 giugno 1939, n. 1127) sono, per consolidato diritto vivente, «diritti reali assoluti su beni immateriali», configurabili alla stregua di un vero e proprio diritto di proprietà, l'art. 3, comma 8, del decreto-legge n. 63 del 2002, convertito, con modificazioni, nella legge n. 112 del 2002, attua una forma di espropriazione senza indennizzo, costituendo certamente un diritto irreversibilmente quesito quello di esclusiva per tutta la durata della protezione accordata dal brevetto e dal CCP. In conclusione, l'illegittimità della norma deriverebbe, a giudizio delle intervenienti, oltre che dalla mancanza di qualsivoglia indennizzo, dall'inesistenza dell'interesse pubblico al cui perseguimento il potere di espropriazione deve essere strumentale: senza dire che la norma, prevedendo una disciplina destinata ai soli titoli già concessi in base alla legge n. 349 del 1991, si qualifica come provvedimento di tipo espropriativo, in un contesto ordinamentale che, da un lato, ha ormai esteso tale nozione anche a fattispecie ablative che non comportano alcuna vicenda traslativa e, dall'altro, espressamente disciplina negli artt. 60 e segg. del r.d. n. 1127 del 1939 l'espropriazione del diritto di brevetto per ragioni di pubblica utilità. Da tali considerazioni discende – contro quanto ritenuto in motivazione, ma non nel dispositivo, dell'ordinanza di rimessione – la non manifesta infondatezza del dubbio di incompatibilità della norma censurata anche con gli artt. 24 e 113 della Costituzione. 4.3. – Sostanzialmente dello stesso tenore sono le argomentazioni difensive sviluppate, nei rispettivi atti, da GlaxoSmithKline s.p.a., Glaxo Group Limited, Beecham Group plc e The Wellcome Foundation Limited, da Taisho Pharmaceutical Co. Ltd e da Knoll-Ravizza Farmaceutici s.p.a (già denominata Ravizza s.p.a. per l'Industria Chimica e Farmaceutica), le quali solo aggiungono, in ordine alla prospettata violazione degli artt. 24 e 113 della Costituzione, che la giurisprudenza costituzionale ha da tempo ammesso la configurabilità della nozione di legge-provvedimento, quale legge volta a dispiegare attività ordinariamente demandate alla funzione amministrativa (Corte costituzionale n. 153 del 1997; n. 2 del 1997; n. 347 del 1995; n. 62 del 1993; n. 143 del 1989) , ma nondimeno soggetta al sindacato di costituzionalità. Il principio di legalità, garantito dagli artt. 3, 97, 24 e 113 della Costituzione, imporrebbe infatti il distacco tra legge e provvedimento, al fine specifico di consentire il sindacato giurisdizionale sulla razionalità delle scelte amministrative e di garantire la partecipazione degli interessati alla loro adozione, di modo che dovrebbe escludersi la conformità alla Costituzione di quelle leggi che, avendo un contenuto autoapplicativo, importino una compressione di diritti soggettivi perfetti, con violazione degli artt. 3, 24, 97 e 113 della Costituzione. 4.4. – Menarini International Operations Luxembourg s.a., Malesci Istituto Farmabiologico s.p.a., F.I.R.M.A. - Fabbrica Italiana Ritrovati Medicinali ed Affini s.r.l. deducono di essere, la prima, licenziataria di Schering Corporation per la commercializzazione di due specialità medicinali, oggetto dei certificati complementari di protezione;