[pronunce]

con l'effetto, quindi, non di sospendere temporaneamente l'esecuzione della pena, ma di farla semplicemente proseguire nello Stato di condanna. In nessun caso, quindi, il Tribunale di sorveglianza potrebbe dirsi chiamato a fare applicazione della disciplina sul trasferimento delle persone condannate, perché il differimento della pena che si richiede di disporre non potrebbe avere luogo neppure a seguito della richiesta dichiarazione di incostituzionalità della normativa denunciata. 3.3. - Ancora, l'Avvocatura osserva che il sistema prescelto dall'Italia in sede di adesione e ratifica delineato nella Convenzione comporta la continuazione dell'esecuzione della pena inflitta all'estero, e che ciò solo indipendentemente da specifici accordi in tal senso sembra escludere il ricorso a un differimento facoltativo dell'esecuzione di pena (diversamente da quanto probabilmente potrebbe dirsi per il differimento obbligatorio), specie se un corrispondente istituto non è previsto nell'ordinamento dello Stato di condanna. Infatti il differimento interviene sull'esecuzione non per regolarne lo svolgimento ma facendola venire meno, sia pure temporaneamente, impedendo così in radice la "continuazione" dell'esecuzione. In questa prospettiva, può affermarsi che l'accordo intergovernativo tra Stati Uniti e Italia non ha aggiunto nulla alla disciplina generale, e anche per tale aspetto la norma interna di esecuzione del trattato internazionale non verrebbe in rilievo. 3.4. - Ulteriore ragione di inammissibilità, secondo l'Avvocatura dello Stato, risiederebbe nella circostanza che, se è vero che fonti esterne all'ordinamento nazionale sono soggette a controllo di costituzionalità attraverso la legge di esecuzione del trattato che le prevede, è anche vero che tale principio postula che le disposizioni attivate sul piano pattizio abbiano carattere normativo e siano, nella scala delle fonti, equiordinate agli atti con forza e valore di legge, come ad esempio avviene per i regolamenti comunitari (sentenze nn. 170 del 1984 e 183 del 1973 della Corte costituzionale). Nulla di tutto ciò è riscontrabile nella specie: il trattato internazionale, e quindi la legge che a esso dà esecuzione, considera non già una fonte produttiva di norme, che cioè possa stabilire regole generali e astratte, ma una fonte convenzionale, che produce accordi specifici su singoli casi concreti; e la regola convenzionale che di volta in volta sia posta non potrebbe non conformarsi all'ordinamento nel quale si inserisce la norma che la prevede, cioè all'ordinamento italiano. Pertanto, conclude in rito l'Avvocatura, la questione non può avere ingresso, perché spetta al giudice ordinario e non al giudice costituzionale il sindacato di conformità dell'accordo intercorso tra Stati Uniti e Italia, rispetto all'ordinamento interno. 3.5. - Nel merito, l'Avvocatura deduce l'infondatezza della questione, in riferimento a tutti i parametri invocati. La Corte costituzionale ha di recente affrontato il tema dei rapporti tra le convenzioni internazionali concernenti la cooperazione giudiziaria nella materia penale e i principi costituzionali, e ha affermato la sussistenza di alcuni principi di carattere assoluto, coessenziali al quadro costituzionale, come il divieto della pena di morte o il divieto di pene contrarie al senso di umanità (sentenza n. 223 del 1996). Ma non è questo osserva - l'Avvocatura - il caso di specie: è anzi la finalità che ispira la Convenzione e quindi la normativa denunciata a muoversi per rendere la pena il più possibile conforme al senso di umanità. Quanto al principio della finalità rieducativa della pena e al divieto di trattamenti contrari al senso di umanità, l'Avvocatura fa rilevare che le condizioni negoziate tra gli Stati in applicazione della Convenzione di Strasburgo sono rivolte proprio a mettere in opera la Convenzione in casi nei quali essa resterebbe altrimenti inoperante; come è evidente nel caso specifico, nel quale ben cinque richieste di trasferimento erano state in precedenza respinte dagli Stati Uniti. E proprio con riferimento alla vicenda in esame il Comitato per i problemi criminali - che, nell'ambito del Consiglio d'Europa, verifica il funzionamento delle convenzioni stipulate in materia penale - ha sottolineato, in un proprio rapporto del 25-27 settembre 1995, che, mentre l'obiettivo della esecuzione della condanna è raggiungibile a prescindere dalla Convenzione, non altrettanto è a dirsi per il fine del reinserimento del condannato, che dunque è la "ragion d'essere" dello strumento convenzionale internazionale. Tale finalità di risocializzazione è stata del resto riconosciuta dallo stesso giudice rimettente, essendo da preferire, nell'alternativa tra l'applicazione "condizionata" e la non applicazione della Convenzione, in nome dell'uniformità di trattamento, la prima possibilità. Quando dunque le restrizioni rispetto all'ordinario regime di detenzione dello Stato di esecuzione rappresentano condizioni imprescindibili per l'applicazione della Convenzione, non può dirsi violato il principio della finalità rieducativa perché, in difetto di un accordo, il trasferimento non avrebbe luogo e la risocializzazione del condannato ne risulterebbe compromessa in modo maggiore, in quanto l'esecuzione della pena dovrebbe proseguire, alle medesime condizioni, ma nel Paese estero di condanna. Circa il principio di legalità della pena, sia inteso come rispetto della riserva di legge sia come esigenza di tassatività, esso sarebbe rispettato, per il recepimento della Convenzione nell'ordinamento attraverso la legge di ratifica ed esecuzione e perché in essa è posta una disciplina analitica sull'esecuzione della condanna. Quanto alla dedotta violazione del diritto fondamentale alla salute, l'Avvocatura rileva che nel caso concreto il diritto appare salvaguardato poiché la magistratura di sorveglianza ha disposto il trasferimento della detenuta in struttura ospedaliera civile, a norma dell'art. 11 ordinamento penitenziario; mentre è affidata alla discrezionalità del giudice di merito l'eventuale valutazione di insufficienza di detto strumento rispetto alle esigenze sanitarie dell'interessata. Proprio per la - praticata - possibilità di ricovero in una struttura ospedaliera esterna, pur se in regime di detenzione, l'Avvocatura richiama l'attenzione sulla necessità di una valutazione della disciplina che operi un bilanciamento degli interessi in gioco, tenendo conto del fatto che è questione di rinvio facoltativo e non di rinvio obbligatorio della esecuzione: le restrizioni concordate rappresentano una conditio sine qua non per il trasferimento e pertanto, se si ritenesse incostituzionale la normativa che tali restrizioni consente, si perverrebbe al risultato, paradossale, di negare la stessa possibilità del trasferimento, così contrastando proprio l'attuazione dei principi di risocializzazione e umanizzazione del trattamento di cui il tribunale lamenta la violazione. Ove l'accordo in questione non sussistesse, infatti, non vi sarebbe stato luogo al trasferimento in Italia, e la condannata non avrebbe certo fruito di condizioni di maggiore salvaguardia della salute, giacché avrebbe ricevuto cure analoghe ma all'interno della struttura carceraria dello Stato estero.