[pronunce]

Esso stabiliva, infatti, che, in caso di accertamento di talune delle infrazioni stradali sanzionate (anche) con la decurtazione del punteggio dalla patente di guida, l'organo da cui risultava dipendere l'agente accertatore fosse tenuto ad applicare detta sanzione di natura personale «a carico del conducente quale responsabile della violazione» ovvero, «nel caso di mancata identificazione di questi», nei confronti «del proprietario del veicolo», salvo che lo stesso non avesse provveduto a comunicare, «entro trenta giorni dalla richiesta, all'organo di polizia che procede, i dati personali e della patente del conducente al momento della commessa violazione». La medesima norma prevedeva, inoltre, che sempre a carico del proprietario del veicolo – nuovamente nell'ipotesi in cui egli avesse omesso di comunicare i «dati personali e della patente del conducente al momento della commessa violazione» – fosse applicata anche la ulteriore sanzione, di natura pecuniaria, «prevista dall'articolo 180, comma 8» del medesimo codice della strada. 3.1. — Tale articolata previsione normativa è stata profondamente modificata, dapprima, per effetto dalla sentenza di questa Corte n. 27 del 2005 e, poi, dell'intervento del legislatore. 3.1.1. — Ed invero, questa Corte, chiamata a vagliare sotto vari profili la costituzionalità della norma de qua, pur ribadendo che «la responsabilità del proprietario di un veicolo, per le violazioni commesse da chi si trovi alla guida, costituisce, nel sistema delle sanzioni amministrative previste per la violazione delle norme relative alla circolazione stradale, un principio di ordine generale», ciò nondimeno ha ritenuto che «la peculiare natura della sanzione prevista dall'art. 126-bis» (e segnatamente il suo carattere «schiettamente personale», giacché si tratta di sanzione incidente sulla «legittimazione soggettiva alla conduzione di ogni veicolo») denotasse «l'irragionevolezza della scelta legislativa di porre la stessa a carico del proprietario del veicolo che non sia anche il responsabile dell'infrazione stradale» (così la citata sentenza n. 27 del 2005). Conseguentemente, dopo la pronuncia della Corte – dichiarata la parziale illegittimità della norma in esame, laddove ricollegava, all'inosservanza dell'obbligo di comunicazione, l'applicazione nei confronti del proprietario del veicolo della sanzione “personale” della decurtazione dei punti dalla patente di guida – la sola conseguenza sanzionatoria ricollegabile all'omessa comunicazione è risultata quella pecuniaria prevista all'art. 180, comma 8, del medesimo codice della strada. 3.1.2. — Dopo la pronuncia della Corte è seguito, poi, un intervento del legislatore, realizzato mediante l'art. 2, comma 164, lettera b), del decreto-legge 3 ottobre 2006, n. 262 (Disposizioni urgenti in materia tributaria e finanziaria), nel testo risultante dalla relativa legge di conversione 24 novembre 2006, n. 286. Tale intervento si è mosso in una duplice direzione, per un verso si è resa “autonoma” la sanzione pecuniaria conseguente all'inosservanza dell'obbligo di comunicazione gravante sul proprietario del veicolo (si è stabilito, difatti, che nel caso di omessa comunicazione non trovi più applicazione «la sanzione prevista dall'articolo 180, comma 8», bensì quella «del pagamento di una somma da euro 250 a euro 1.000»); per altro verso, invece, si è stabilito – quel che più rileva in relazione all'oggetto del presente giudizio – che tale sanzione possa essere irrogata soltanto quando il contegno omissivo del proprietario del veicolo sia posto in essere «senza giustificato e documentato motivo», ammettendo, in tal modo, l'interessato a fornire la prova in grado di esonerarlo da responsabilità. 4.— Tanto premesso sulle vicende che hanno interessato il censurato art. 126-bis, comma 2, passando all'esame delle odierne questioni di legittimità costituzionale, occorre innanzitutto delimitare il thema decidendum. In tale prospettiva, pertanto, deve essere ribadito che se il Giudice di pace di Cittadella si duole del fatto che il testo originario dell'art. 126-bis, comma 2, del codice della strada – che reputa, peraltro con motivazione non implausibile, applicabile ratione temporis alla fattispecie oggetto del giudizio principale – sembrerebbe sanzionare “incondizionatamente” il proprietario del veicolo che ometta di fornire la comunicazione richiestagli (senza dare rilievo a quelle evenienze, definite nell'ordinanza di rimessione come «esimenti o cause di giustificazione», prese in considerazione, invece, dal testo della norma attualmente vigente), il Giudice di pace di Ronciglione rivolge, viceversa, la propria censura su un profilo diverso (e chiaramente pregiudiziale), reputando incostituzionale la previsione in sé dell'obbligo di comunicazione. Ne deriva, pertanto, la necessità di esaminare preliminarmente proprio la questione da ultimo indicata, atteso che il suo ipotetico integrale accoglimento, comportando l'eliminazione dell'obbligo suddetto (previsto, oltretutto, dal censurato art. 126-bis, comma 2, sia nel suo testo originario che in quello vigente), esonererebbe questa Corte dalla necessità di pronunciarsi sull'ulteriore questione, concernente le condizioni in presenza delle quali, vigente ed applicabile il testo originario della norma censurata, risulta possibile sanzionare la violazione di quell'obbligo. 5.— La questione sollevata dal Giudice di pace di Ronciglione non è fondata. 5.1. — Non ricorre, infatti, nessuno dei dedotti profili di contrasto con l'art. 2 Cost., ipotizzati dal predetto rimettente. Non quello relativo alla violazione del diritto alla riservatezza dei dati personali del conducente, giacché, a prescindere da ogni altra considerazione, la giurisprudenza costituzionale in materia, pur nel quadro di una progressiva valorizzazione di tale diritto, ha sempre sottolineato la necessità di bilanciarne la tutela con la salvaguardia di altri interessi costituzionalmente rilevanti. Significative, in tale prospettiva, sono le pronunce di questa Corte, ancorché risalenti, intervenute sul punto, le quali sottolineano la necessità che la «sfera di riservatezza» sia «rispettata nei limiti in cui lo consenta la tutela degli interessi della collettività nel campo della sicurezza, dell'economia e della finanza pubblica» (sentenza n. 121 del 1963), ovvero precisano come non possa affatto escludersi che, «nella vita privata e familiare», possa «aversi ingerenza della pubblica autorità», a condizione che tale ingerenza sia prevista dalla legge e costituisca «una misura che, in una società democratica, è necessaria per la sicurezza nazionale, la sicurezza pubblica, il benessere economico del paese, la difesa dell'ordine e la prevenzione delle infrazioni penali, la protezione dei diritti e delle libertà altrui» (sentenza n. 104 del 1969).