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Mentre sulla legge elettorale, invece di estendere la quota di maggioritario e individuare forme trasparenti di partecipazione democratica alla scelta dei candidati, con un inatteso colpo di mano, studiato appositamente per contenere una sua prevista débâcle elettorale, il centrodestra ha resuscitato un sistema proporzionale, piegato all’obiettivo «antipatriottico» di non assicurare la governabilità del Paese e di accentuare la frammentazione politica (M. Calise, La Terza Repubblica. Partiti contro Presidenti, Laterza, Roma-Bari, 2006). Ma, per tornare al processo di «leaderizzazione» della vita dei partiti, che solo in parte si intreccia con quella delle istituzioni e che, in un certo senso, trascende, come abbiamo visto, la specificità delle leggi elettorali, occorre riconoscere che il fenomeno, ovviamente, non è solo italiano. Tra i primi in Europa, Berlusconi ha intuito le trasformazioni in atto, e attraverso il controllo dei media è riuscito ad accelerare il passaggio ad una «democrazia monocratica», con un premier legittimato dal voto popolare che risponde direttamente all’elettorato e alla nazione delle sue scelte di governo, teorizzando di fatto una democrazia senza partiti, cementata sul rapporto diretto tra il principe (elettivo) e il popolo. È vero che formalmente nel modello berlusconiano i partiti non vengono cancellati, ma assumono un ruolo e una connotazione assolutamente inediti. Diventano associazioni di sostenitori, non di soci militanti. Il modello è quello dei club di tifosi, con le bandiere, l’inno della squadra, i « gadge », che, come tali, non hanno organi, o se li hanno vengono riuniti raramente e solo con compiti di «ratifica», non fanno congressi o, se li fanno, li fanno non per scegliere ma per incoronare il capo. «Laddove il partito costituisce una novità assoluta e non è l’erede di esperienze precedenti, tende ad assumere le sembianze del partito elettorale, con un’organizzazione più "leggera": è il caso della maggior parte dei partiti di centro destra negli Stati postcomunisti, ma anche di un partito novità come Forza Italia nell’Italia degli anni Novanta» (P. Grilli di Cortona, Partiti e sistemi politici in Europa: continuità e mutamenti, in P. Grilli di Cortona e G. Pasquino, a cura di, op. cit. , p. 277). Forza Italia è dunque il prototipo di questo modello di partito. Più che un «partito personale» (M. Calise, Il partito personale, Laterza, Roma-Bari, 2000) è, come scrive Angelo Panebianco, il «partito del presidente», un «partito blob » (I. Diamanti, Il Cavaliere, la televisione e il partito mediatico di massa, La Repubblica, 19 dicembre 2004), il cui leader ha esplicitato (a Venezia, alcuni anni fa, in occasione del cosiddetto « no tax day ») l’idea di «democrazia come arena mediatica e di mercato» sostenendo che «in un Paese democratico la politica si fa soprattutto (o forse solo) in televisione», richiamando, ad esempio, il modello americano in cui le campagne elettorali si fanno attraverso gli spot che promuovono temi politici come prodotti di consumo, «come la coca-cola» disse. La pubblicità non consente replica, il suo scopo non è suscitare la discussione, ma indurre all’acquisto del prodotto. La democrazia come mercato, dove i titolari della sovranità (articolo 1 della Costituzione) diventano gli acquirenti, i consumatori, di prodotti politici. In questa concezione della democrazia il partito diventa fabbrica di prodotti per conto del titolare, prodotti da vendere, non sede di un’associazione di liberi cittadini che vogliono concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale. Questo processo ha finito per trascendere il cosiddetto «berlusconismo» investendo ormai gran parte del sistema dei partiti, per le ragioni analizzate in precedenza. D’altra parte la fine delle grandi ideologie del Novecento, la secolarizzazione valoriale, le grandi trasformazioni tecnologiche che hanno aumentato le modalità e la qualità della comunicazione pubblica, hanno ridotto significatamente la possibilità che la partecipazione ai processi democratici possa avvenire nelle forme del passato. Hanno mutato e reso esili ed egoistiche le stesse ragioni di ciò che siamo soliti definire «appartenenza». Le identità forti non sono più proponibili, essendo un ostacolo ingombrante in una società dominata dal pensiero leggero. Del resto le regole della comunicazione televisiva impongono, come abbiamo detto, la spettacolarizzazione del dibattito politico, l’abilità mediatica dei leader , la brevità e l’efficacia del messaggio. È quella che viene chiamata la personalizzazione della politica. «Questo fenomeno concerne specificamente il rapporto fra elettori, da un lato, Parlamento e assemblee locali dall’altro. E può essere considerato tanto dal punto di vista dell’elettore come da quello dell’eletto, perché, in effetti, per entrambi, la persona anziché il soggetto collettivo partito, diventa il principale riferimento» (L. Cavalli, La personalizzazione? Una tendenza inarrestabile, Reset , n. 60, 1999). La personalizzazione della politica comporta inevitabilmente la personalizzazione della leadership politica. Potere mediatico e fiducia popolare sono i due volti della personalizzazione della leadership, è cosi che nasce il «partito del leader ». Si afferma, nota Calise, un nuovo tipo di voto, il voto «impressionista», un voto in cui i leader contano molto più dei partiti; la personalizzazione ha così la meglio sui programmi, «le impressioni finiscono col prendere il posto delle opinioni» (M. Calise, La Terza Repubblica. Partiti contro Presidenti, Laterza, Roma-Bari, 2006, pp. 76-77). Il peso del voto impressioni sta è dato dal fatto di essere particolarmente diffuso tra gli elettori fluttuanti e indecisi, tra coloro che, decidendo all’ultimo minuto per chi votare, finiscono per essere determinanti. Sono elettori con livelli di istruzione inferiori alla media e fondamentalmente disinteressati all’approfondimento di tematiche complesse, che con grande facilità si lasciano sedurre dall’effetto leadership. E, dall’altra parte, si può notare come ormai sia passato nel linguaggio comune l’uso dell’aggettivo possessivo «mio» riferito sia al governo che al partito. Non si appartiene più al partito, ma è il partito che mi appartiene: «il mio partito». E così per il governo: «il mio governo». Ma giustamente rilevò Norberto Bobbio: «partito personale è una contraddizione in termini. Il partito per definizione è una associazione di individui che stanno insieme per raggiungere uno scopo comune». E aggiunse: «Quanti siano nel nostro Paese i partiti personali, non so. So soltanto che se in altri Paesi può sorgere e presto sparire il partito personale, come quello di Poujade in Francia, in Italia il partito fatto su misura sta diventando la regola» (n. Bobbio, Italica follia, La Stampa, 22 ottobre 2000). Il nostro sistema democratico risulta, così, stravolto e sempre più frammentato.