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No, torniamo a parlare di politiche industriali, di investimenti pubblici, di occupazione di qualità, di riduzione dell'orario di lavoro a parità di salario. Parliamo di tutto questo e, se lo facciamo insieme, credo che ridaremo sì dignità ai lavoratori, ma ridaremo dignità anche alla politica. (Applausi dal Gruppo Misto-LeU) . DE BERTOLDI (FdI) . Domando di parlare per dichiarazione di voto. PRESIDENTE. Ne ha facoltà. DE BERTOLDI (FdI) . Signor Presidente, premetto che siamo lieti di vederla al suo posto a presiedere quest'Assemblea. (Applausi dai Gruppi FdI, M5S e L-SP-PSd'Az) . Egregi colleghi e signori del Governo, il mio intervento oggi non sarà morbido nei confronti del decreto-legge in esame, ma vorrà essere come il DNA del Gruppo politico Fratelli d'Italia, il DNA di una forza di opposizione che vuole prima di tutto essere una forza di costruzione e proposizione. Quindi, se noi diremo "no" - come diremo - a questo decreto-legge, lo diremo motivandolo e soprattutto spiegando il perché. Al momento di tristezza che raggiungerà gli imprenditori non appena in queste ore verrà approvato il decreto-legge dignità, noi invece attireremo contestualmente delle proposte politiche concrete e a costo zero, che un'ora fa abbiamo presentato alla stampa con la nostra presidente Giorgia Meloni nelle aule parlamentari. Quindi, caro ministro Di Maio - che con piacere le vedo qui in Aula - parliamo di un decreto-legge dignità. Io però mi sono posto una domanda e me la sono posta, signor Presidente, soprattutto in occasione delle serate e delle quasi nottate che passato assieme ai vostri amabili colleghi nelle Commissioni finanze e lavoro. Mi sono chiesto perché abbiate chiamato decreto dignità un decreto-legge che, purtroppo - lo dico da cittadino prima che da politico - ritengo sarà il decreto della disoccupazione e del lavoro nero. Ho cercato davvero, senza pregiudizi, di calarmi nel vostro pensiero, nella lettura delle vostre norme e nella filosofia che le ha improntate e, al di là delle buone intenzioni che vi posso riconoscere, non sono stato davvero capace di intravedere un motivo per dare un accenno positivo a quelle norme fondamentali sul lavoro, che sono parte integrante del decreto-legge al nostro esame. Si tratta di un decreto-legge che, però, forse - a questo sono arrivato un po' dopo - potrebbe essere stato da voi costruito in modo propedeutico ad un'altra filosofia, che non è quella di creare nuovi posti di lavoro e di creare fiato per le imprese e per la nostra economia, ma è quella piuttosto di arrivare alla decrescita felice. Se l'obiettivo è quello, allora forse ha senso parlare di decreto-legge dignità. Se l'obiettivo è la decrescita felice, allora forse una ragione la trovo. Se l'obiettivo è quello di giustificare il reddito di cittadinanza e quindi l'assistenzialismo, allora forse trovo una ragione nel decreto-legge dignità. Altrimenti è difficile trovare dignità in norme che ragionano contro il mercato e contro le esigenze delle imprese, ma anche e soprattutto delle piccole e medie imprese, che sono l'ossatura del nostro territorio e dalle quali, in queste ore - come sapete benissimo anche voi, cari colleghi - sta giungendo un grido di dolore, che arriva ad ogni senatore e ad ogni deputato. Non è tanto la Confindustria, che tante volte va a braccetto con la CGIL, come qualche volta avviene anche in queste Aule, ma sono le associazioni dei piccoli imprenditori che stanno rispondendo con rabbia a questa normativa restrittiva e sanzionatoria, a questi lacci e lacciuoli, che vengono apposti al mercato del lavoro. Lo possiamo anche vedere analiticamente, perché i primi tre articoli, che costituiscono l'impostazione base del decreto-legge per quanto riguarda il lavoro, dicono innanzitutto - cito «Il Sole 24 Ore» di ieri - che in cinque mesi avremo quattro regimi diversi. Ciascuno di noi capisce come un imprenditore, che in cinque mesi si trova ad avere quattro regimi diversi, già di per sé, a prescindere dal merito, è messo in difficoltà. Quindi, a prescindere dal merito, che tutti abbiamo evidenziato nei nostri emendamenti, anche la procedura tecnica di applicazione creerà problemi alle imprese. Quindi questa non è dignità, ma è un voler creare ostacoli a chi fa impresa. A proposito dei voucher , avete sì riaperto minimamente e blandamente a quei voucher che il Partito Democratico, sotto dettatura della CGIL, aveva eliminato, però lo avete fatto in un modo più che altro di facciata e non nella sostanza. Faccio il caso delle imprese turistiche alberghiere: in tal caso allargate alle imprese fino ad otto dipendenti il novero di quelle che possono beneficiare dei voucher . Vorrei però chiedervi quante aziende alberghiere conoscete, a meno che non facciano ricorso al lavoro nero, che hanno fino ad otto dipendenti, perché già se ne hanno nove non potranno più ricorrere ai voucher nei picchi di lavoro e nei momenti di stagionalità. Non parliamo poi di quelle imprese che lavorano a fianco delle imprese alberghiere, come quelle della ristorazione e della pubblica somministrazione: tutte queste imprese sono escluse dai voucher, e ne è ben felice la CGIL, e quindi ricorreranno, come hanno sempre fatto, al lavoro nero. Ecco perché mi chiedo dove sia la dignità. Passando poi agli articoli successivi, parliamo della scuola. Qui avete una giustificazione: come bene ha detto il mio collega La Pietra questa mattina ci aveva già pensato la cosiddetta buona scuola a creare il precariato nell'ambito del lavoro degli insegnanti e delle maestre dei nostri figli. Il decreto-legge in esame, invece che rispondere concretamente con una soluzione, di fatto istituzionalizza il precariato, non dando risposta alle insegnanti delle scuole pubbliche e paritarie, a tutte le sigle della categoria, che avranno inondato voi, come noi, con un altro grido di dolore, analogo a quello degli imprenditori, che citavo in precedenza. Passiamo quindi al tema della delocalizzazione. Anche in questo caso, siamo d'accordo, anzi estremamente d'accordo con l'intento di ostacolare la delocalizzazione, che peraltro - faccio notare - è cosa ben diversa dall'internazionalizzazione. Tuttavia, non si ostacola la delocalizzazione semplicemente aumentando le sanzioni; certamente si può fare anche quello, ma la delocalizzazione si ostacola soprattutto creando le condizioni perché l'imprenditore resti a produrre nella nostra Patria, in Italia, sia avvantaggiato nel produrre con i nostri prodotti, con i nostri beni, con i nostri lavoratori. (Applausi dal Gruppo FdI) . Il Gruppo Fratelli d'Italia è fiero di aver presentato degli emendamenti che parlano del marchio Italia. Dobbiamo rispondere alla delocalizzazione premiando quegli imprenditori che producono in Italia, che usano materie prime e semilavorati per lo più italiani e che, soprattutto, facciano utilizzo di manodopera italiana. Così si fa per rispondere alla delocalizzazione; questo vuol dire essere propositivi e costruttivi. Passando agli articoli successivi, l'articolo 8, che cito brevemente, contiene delle altre restrizioni.