[pronunce]

che, inoltre, lo stesso rimettente, per affermare la rilevanza della questione in riferimento al principio dell'imparzialità del giudice, è costretto ad ipotizzare una diretta correlazione causale sia tra la propria decisione sull'ammissibilità del ricorso del contribuente ed una consistente deflazione del contenzioso tributario di cause simili; sia tra tale deflazione del contenzioso ed una eventuale futura diminuzione dei propri compensi; che, tuttavia, tali correlazioni causali – del resto prospettate in via soltanto ipotetica dal giudice a quo, il quale afferma che l'accoglimento della predetta eccezione di inammissibilità del ricorso del contribuente «potrebbe» contribuire alla diminuzione del contenzioso tributario, in quanto «può» scoraggiare la proposizione di altri ricorsi riguardanti casi simili – non sono plausibili, non risultando ragionevolmente ipotizzabile né che le decisioni di un giudice di primo grado, privo di funzioni nomofilattiche, possano significativamente modificare la tipologia del contenzioso tributario, né che la conseguente prospettata diminuzione del numero dei ricorsi avverso il silenzio-rifiuto, formatosi sulla richiesta di rimborso contenuta nella dichiarazione dei redditi del contribuente (contenzioso la cui incidenza statistica sul complesso dei ricorsi non è stata in alcun modo valutata dal rimettente), possa in futuro far diminuire in concreto il compenso complessivo di ciascun componente della Commissione tributaria provinciale di Milano; che, dunque, l'influenza nel giudizio a quo della norma censurata è meramente affermata, ma non dimostrata dalla Commissione tributaria provinciale di Milano; che, del resto, questa Corte, con riguardo ad analoghe questioni – aventi ad oggetto la norma contenuta nel previgente art. 12, primo comma, del d.P.R. 26 ottobre 1972, n. 636 (Revisione della disciplina del contenzioso tributario), relativa anch'essa al compenso dei componenti delle commissioni tributarie commisurato al numero dei ricorsi decisi, e che, secondo i rimettenti, avrebbe determinato nei giudici un interesse economico personale a decidere il maggior numero di ricorsi, incompatibile con l'indipendenza del giudice garantita dall'art. 108, secondo comma, Cost. – ha già piú volte concluso per la manifesta inammissibilità, per difetto di rilevanza, delle questioni medesime, in quanto la norma all'epoca denunciata, concernendo (al pari di quella oggetto del presente giudizio di legittimità costituzionale) i compensi previsti per i componenti delle commissioni tributarie, non incide né sul rapporto in ordine al quale il giudice rimettente è chiamato a decidere, né sulla composizione dell'organo giudicante, con la conseguenza che essa non trova né può trovare applicazione, sotto alcun profilo, da parte del giudice a quo (sentenza n. 196 del 1982; ordinanze n. 447 del 1991 e n. 326 del 1987). Visti gli artt. 26, secondo comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87, e 9, comma 2, delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale.. . per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE dichiara la manifesta inammissibilità della questione di legittimità costituzionale dell'art. 13, comma 2, del decreto legislativo 31 dicembre 1992, n. 545 (Ordinamento degli organi speciali di giurisdizione tributaria ed organizzazione degli uffici di collaborazione in attuazione della delega al Governo contenuta nell'art. 30 della legge 30 dicembre 1991, n. 413), sollevata, in riferimento all'art. 111, secondo comma, della Costituzione, dalla Commissione tributaria provinciale di Milano con l'ordinanza indicata in epigrafe. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 20 aprile 2006. F.to: Annibale MARINI, Presidente Franco GALLO, Redattore Maria Rosaria FRUSCELLA, Cancelliere Depositata in Cancelleria il 28 aprile 2006. Il Cancelliere F.to: FRUSCELLA