[pronunce]

SENTENZA ha pronunciato la seguentenel giudizio per conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato sorto a seguito della deliberazione del Senato della Repubblica del 31 gennaio 2001 relativa alla insindacabilità, ai sensi dell'art. 68, primo comma, della Costituzione, delle opinioni espresse dal senatore Giulio Andreotti nei confronti del dott. Mario Almerighi, promosso con ricorso del Giudice per l'udienza preliminare del Tribunale di Perugia, notificato il 23 gennaio 2003, depositato in Cancelleria il 12 febbraio 2003 ed iscritto al n. 1 del registro dei conflitti 2003. Visto l'atto di costituzione del Senato della Repubblica; udito nell'udienza pubblica dell'8 marzo 2005 il Giudice relatore Francesco Amirante; udito l'avvocato Giuseppe Morbidelli per il Senato della Repubblica.. Ritenuto in fatto Considerato in diritto 1.- Con ricorso del 5 ottobre 2001 il Giudice per l'udienza preliminare del Tribunale di Perugia ha proposto conflitto di attribuzione nei confronti del Senato della Repubblica in riferimento alla delibera del 31 gennaio 2001 (documento IV-quater, n. 59) con la quale si è affermato che le opinioni espresse dal senatore Giulio Andreotti nei confronti del dott. Mario Almerighi e divulgate dalla stampa e da alcune televisioni – per le quali pende procedimento penale a carico del senatore, per il reato di diffamazione aggravata, a seguito di querela sporta dal dott. Almerighi – costituiscono opinioni espresse da un membro del Parlamento nell'esercizio delle sue funzioni e sono, pertanto, insindacabili alla luce dell'art. 68, primo comma, della Costituzione. Osserva il Giudice ricorrente che, a seguito di una deposizione testimoniale resa dal dott. Almerighi davanti al Tribunale di Palermo in occasione di un processo penale a carico del senatore Andreotti, quest'ultimo aveva compiuto una serie di dichiarazioni – diffuse da alcuni quotidiani e da alcune televisioni in data 25, 26 ottobre e 4 novembre 1999 – in conseguenza delle quali era stato querelato dal dott. Almerighi. Instauratosi il relativo procedimento penale per diffamazione aggravata, era intervenuta la delibera del Senato sopra menzionata, impugnata dal ricorrente al momento dell'udienza preliminare. Secondo il G.u.p. di Perugia, infatti, la prerogativa dell'insindacabilità non sarebbe stata legittimamente invocata dal Senato in considerazione dell'assoluta estraneità del comportamento tenuto dal senatore Andreotti rispetto ai concetti di “opinione” e di “esercizio delle funzioni” proprie dei componenti del Parlamento. Pur essendo indubbio che il processo penale svoltosi a Palermo ha avuto una serie di importanti ripercussioni sulla vita politica nazionale, tuttavia ciò non consente, secondo il ricorrente, di collegare le dichiarazioni rese dal senatore con una qualche forma di attività parlamentare; nella vicenda, infatti, il senatore non avrebbe fatto altro che esprimere le proprie opinioni personali, senza alcun collegamento con la funzione svolta. La giurisprudenza costituzionale, invece, ha da tempo identificato il perno della prerogativa dell'insindacabilità nel c.d. nesso funzionale tra le dichiarazioni e l'attività parlamentare, richiedendo che vi sia un'identità sostanziale tra l'opinione espressa nell'esercizio delle funzioni e quella manifestata all'esterno (sentenze n. 10, n. 11, n. 56, n. 58 e n. 82 del 2000), prescindendo anche dalla sede in cui quest'ultima sia stata divulgata. Nel caso specifico, invece, le dichiarazioni del senatore Andreotti, oltre a contenere «valutazioni prettamente soggettive» che comportano l'attribuzione di un reato ben preciso, ossia quello di falsa testimonianza (“Almerighi ha detto infamie”, “si tratta di un falso testimone” etc.), si risolverebbero anche nell'emissione di un giudizio di colpevolezza, che certamente spetta all'Autorità giudiziaria (“la verità è emersa in modo molto netto e questo scredita la testimonianza di Almerighi”). È evidente, secondo il ricorrente, che la prerogativa di cui all'art. 68, primo comma, Cost. come non si estende fino a coprire gli insulti, non può neppure riguardare dichiarazioni che, risolvendosi nell'attribuzione di illeciti penali, non possono certamente essere espressione della funzione parlamentare. Le dichiarazioni, tra l'altro, oltre a caratterizzarsi per la pesantezza di alcune espressioni (“Almerighi è pazzo, dica quello che vuole. Mi procura solo divertimento”), farebbero anche emergere un interesse del tutto personale (e patrimoniale) del senatore Andreotti verso la vicenda, interesse sicuramente estraneo alla funzione parlamentare (“magari mi fa un'azione penale: mi farebbe guadagnare forse qualche cosa in sede civile”, “potrei guadagnare qualcosa in sede civile e ciò non guasterebbe”). Dall'insieme di tutte queste considerazioni emerge chiaramente, secondo il G.u.p. del Tribunale di Perugia, che la delibera di insindacabilità assunta dal Senato si risolve in un'estensione abusiva della garanzia prevista dalla Costituzione, oltre che in una lesione del principio costituzionale di autonomia della magistratura e del fondamentale principio di uguaglianza. Il ricorrente, quindi, chiede a questa Corte di dichiarare che non spetta al Senato della Repubblica la valutazione della condotta attribuita al senatore Andreotti, con conseguente annullamento della delibera in oggetto. 2.— Il conflitto così proposto è stato giudicato ammissibile con ordinanza n. 4 del 2003, regolarmente notificata al Senato in data 23 gennaio 2003; il ricorrente ha poi provveduto al deposito presso la cancelleria di questa Corte il successivo 12 febbraio 2003. 3.— A seguito della notifica si è costituito il Senato della Repubblica, chiedendo che il conflitto proposto venga dichiarato inammissibile o comunque respinto nel merito. Il Senato ricorda, prima di tutto, che la vicenda in questione è stata al centro di un ampio dibattito parlamentare, svoltosi prima davanti alla Giunta per le immunità e poi in aula, nel corso del quale lo stesso senatore Andreotti si è opposto «al diniego della domanda di autorizzazione a procedere». Dal dibattito è emerso che la Procura della Repubblica di Palermo aveva centrato la propria tesi accusatoria sul convincimento che il senatore, attraverso il legame col giudice Corrado Carnevale, avesse esercitato la sua influenza in favore di alcuni noti componenti dell'associazione mafiosa: di qui «l'evidenza del collegamento tra le dichiarazioni, oggetto della querela contro il senatore Andreotti, ed una specifica attività parlamentare». Ciò posto, nella memoria difensiva si osserva che il ricorso è privo di fondamento, perché i pretesi interventi del senatore presso il giudice Carnevale sono stati oggetto di ampio dibattito parlamentare, nel quale l'interessato ha dimostrato la propria totale estraneità, sicché le dichiarazioni contro il comportamento del dott. Almerighi non sarebbero altro che «il seguito ed anzi il doveroso sviluppo di quanto affermato già dal senatore Andreotti in aula». Oltre a ciò, il Senato rileva che, nel valutare la posizione del senatore Andreotti, non si può trascurare il fatto che egli è un senatore a vita;