[pronunce]

Sentenza ha pronunciato la seguentenel giudizio per conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato sorto a seguito della delibera della Camera dei deputati del 24 febbraio 1999, relativa alla insindacabilità delle opinioni espresse dall'on. Vittorio Sgarbi nei confronti della dott.ssa Anna Fasan, promosso con ricorso del Tribunale di Treviso, notificato il 17 febbraio 2000, depositato in cancelleria il 23 successivo ed iscritto al n. 10 del registro conflitti 2000. Visto l'atto di costituzione della Camera di deputati; Udito nell'udienza pubblica del 19 giugno 2001 il giudice relatore Massimo Vari; Uditi l'avvocato Pietro Barolo per il Tribunale di Treviso e l'avvocato Sergio Panunzio per la Camera dei deputati.. Ritenuto in fatto Considerato in diritto 1. - Nel corso di un giudizio penale a carico del deputato Vittorio Sgarbi, per il reato di diffamazione a mezzo stampa, continuata ed aggravata, il tribunale di Treviso, sezione penale, ha promosso, con ordinanza del 16 aprile 1999, conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato nei confronti della Camera dei deputati, in relazione alla deliberazione adottata dall'Assemblea il 24 febbraio 1999, con la quale è stato dichiarato che i fatti per cui è in corso il menzionato procedimento penale riguardano opinioni espresse da un membro del Parlamento nell'esercizio delle sue funzioni, a norma dell'art. 68, primo comma, della Costituzione. Premette il tribunale che i fatti per cui si procede contro l'on. Sgarbi riguardano le dichiarazioni rilasciate nei confronti del giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Pordenone, Anna Fasan, nel corso delle trasmissioni televisive "Sgarbi Quotidiani" del 10, 14, 18 gennaio 1997 e 28 luglio 1997. Rileva, ancora, il ricorrente che le espressioni utilizzate dal parlamentare in dette occasioni sono state definite dallo stesso Relatore della Giunta per le autorizzazioni a procedere "astrattamente diffamatorie" e "caratterizzate da uno stile particolarmente insinuante", degne di essere "censurate" per gli "eccessi verbali". Ciononostante il parere della Giunta è stato nel senso dell'insindacabilità delle opinioni espresse dal deputato, assumendosi, in particolare, che le dichiarazioni stesse "si ricollegano ad una generica funzione di informazione e ad un non meglio precisato esercizio del diritto di satira"; l'Assemblea della Camera dei deputati ha, quindi, recepito il parere della Giunta, deliberando, in data 24 febbraio 1999, l'insindacabilità delle opinioni espresse dal suo componente. Ciò premesso, il tribunale contesta la sussistenza dei presupposti della deliberazione di insindacabilità, osservando, anzitutto, che le espressioni diffamatorie oggetto dell'imputazione sono state rese non in sede istituzionale, né nelle forme tipiche della funzione, bensì nel corso di una trasmissione televisiva "non qualificabile come tipicamente politica ... ma ricollegabile ad una attività professionale di natura giornalistica". Sostiene, ancora, il ricorrente che, nel corso delle trasmissioni televisive, l'on. Sgarbi non ha fatto riferimento alcuno ad atti parlamentari, né tantomeno all'interpellanza presentata dall'on. Veneto sulle vicende relative agli Uffici giudiziari di Pordenone, quale atto richiamato dalla difesa del deputato soltanto a seguito delle querele presentate dalla persona offesa. Peraltro, a differenza di detta interpellanza, in cui i fatti sono presentati in modo dubitativo, le dichiarazioni televisive danno "per scontati i fatti" e su questi innestano "una serie di insinuazioni a carattere personale e sessuale di contenuto pesantemente ingiurioso e lesivo dell'altrui reputazione", ove "l'aspetto denigratorio risulta assolutamente prevalente ... rispetto anche ad una ipotizzata funzione informativa". Nell'assumere, poi, che il giudizio della Giunta, recepito dall'Assemblea, "non tiene assolutamente conto di questi elementi di fatto, riferendosi ad un presunto diritto di critica, di cronaca e di satira", il Tribunale ricorrente sostiene che i limiti posti dai regolamenti parlamentari alle modalità e alle forme di esercizio della relativa funzione devono reputarsi sussistenti "non solo nello svolgimento delle attività istituzionali intra moenia ma anche al di fuori di dette sedi", concretandosi, altrimenti, una palese disparità di trattamento tra parlamentari e cittadini (con violazione dell'art. 3 della Costituzione), in quanto soltanto i secondi sarebbero tenuti al rispetto "dei principi e dei limiti imposti al diritto di manifestazione del pensiero". Del resto, si argomenta ancora nell'atto di promovimento del conflitto, la compressione dei diritti del cittadino persona offesa "trova una giustificazione costituzionale nel bilanciamento degli interessi in causa", ove l'esercizio della funzione parlamentare rimanga nell'alveo di contenuti e forme strettamente correlate alla funzione stessa, "senza travalicare in comportamenti non necessitati e gratuitamente lesivi". In ragione di quanto sopra il Tribunale di Treviso ritiene che la deliberazione di insindacabilità, oggetto di conflitto, lede la sfera di attribuzione costituzionalmente garantita ad esso giudice, concretando un illegittimo esercizio del potere spettante alla Camera, ai sensi dell'art. 68, primo comma, della Costituzione. Il ricorrente conclude, pertanto, chiedendo che questa Corte "voglia dichiarare l'ammissibilità del ricorso e risolvere il presente conflitto". 2. - Il conflitto è stato dichiarato ammissibile, ai sensi dell'art. 37 della legge n. 87 del 1953, con ordinanza n. 3 del 7 gennaio 2000. Il ricorso e la menzionata ordinanza risultano notificati alla Camera dei deputati il 17 febbraio 2000 e depositati, unitamente alla prova della notificazione, in data 23 febbraio 2000. 3. - Si è costituita la Camera dei deputati, in persona del suo Presidente, per sentir dichiarare l'inammissibilità del conflitto ovvero, in subordine, la sua infondatezza. Premessa la ricostruzione in fatto delle vicende che hanno dato origine al conflitto, la memoria eccepisce, anzitutto, l'inammissibilità del ricorso, non avendo il Tribunale di Treviso rispettato la disciplina che regola il giudizio sui conflitti di attribuzione tra poteri dello Stato e, segnatamente, l'art. 26, primo comma, delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale. Nel rilevare che il conflitto non è stato introdotto con ricorso bensì con ordinanza, la Camera è dell'avviso che, nel caso di specie, non sussista neppure quella fungibilità del predetto atto con il ricorso, che va riconosciuta - secondo la più recente giurisprudenza costituzionale - "ove l'ordinanza sia comunque dotata di tutti i requisiti occorrenti, ai sensi dell'articolo 37 della legge n. 87 del 1953 e dell'articolo 26 delle norme integrative". In particolare l'atto: 1) sarebbe carente nell'individuazione delle specifiche attribuzioni dell'autorità giudiziaria asseritamente lese;