[pronunce]

che infatti, essendo state sollevate questioni distinte, ancorché legate da pregiudizialità logica, la formulazione di un diverso petitum, con riferimento a ciascuna di esse, non ne comporta l'inammissibilità; che le questioni sono state tra loro logicamente collegate in una relazione di necessaria pregiudizialità; che per questa ragione la seconda e la terza questione sono state sollevate dal giudice rimettente «in via subordinata», ossia solo per l'eventualità dell'accoglimento della prima; che infatti, esistendo a carico dell'imputato una recidiva specifica e reiterata, se non cadesse il requisito dell'abitualità, la causa di non punibilità introdotta dall'art. 131-bis del codice penale non potrebbe in alcun caso trovare applicazione e farebbe perdere rilevanza alle altre questioni relative all'art. 131-bis, quarto comma, cod. pen. , che diventerebbero inammissibili; che secondo il Tribunale rimettente il requisito della non abitualità sarebbe in contrasto con più disposizioni costituzionali: innanzi tutto con l'art. 3 della Costituzione, perché lo stesso fatto sarebbe trattato diversamente in ragione di elementi che non lo riguardano nella sua materialità, ma si riferiscono ad aspetti soggettivi; poi con l'art. 25 Cost., perché con l'espresso richiamo al «"fatto commesso"» questa norma dà rilevanza alla condotta dell'agente per il suo obiettivo disvalore e non solo in quanto «manifestazione sintomatologica di pericolosità sociale»; infine con l'art. 27 Cost., perché «la punizione che discende da un fatto oggettivamente privo di offensività apprezzabile espone il condannato ad una pena sproporzionata ex se alla gravità del reato commesso», che «non potrà mai essere sentita [...] come sanzione rieducatrice»; che tali questioni, enunciate in via prioritaria dal giudice rimettente, sono manifestamente infondate; che il fatto particolarmente lieve, cui fa riferimento l'art. 131-bis cod. pen. , è comunque un fatto offensivo, che costituisce reato e che il legislatore preferisce non punire, sia per riaffermare la natura di extrema ratio della pena e agevolare la "rieducazione del condannato", sia per contenere il gravoso carico di contenzioso penale gravante sulla giurisdizione; che l'avere condizionato la non punibilità anche attraverso un dato soggettivo, costituito dalla non abitualità del comportamento penalmente illecito, non contrasta con il principio di uguaglianza, perché il trattamento diverso è collegato a una situazione giuridica diversa; che un requisito analogo, costituito dalla occasionalità del fatto, è previsto anche nelle fattispecie simili del giudizio davanti al giudice di pace (art. 34 del decreto legislativo 28 agosto 2000, n. 274, recante «Disposizioni sulla competenza penale del giudice di pace, a norma dell'articolo 14 della legge 24 novembre 1999, n. 468») e del giudizio davanti al tribunale per i minorenni (art. 27 del d.P.R. 22 settembre 1988, n. 448, recante «Approvazione delle disposizioni sul processo penale a carico di imputati minorenni»); che riconoscere la necessità che la fattispecie penale sia ancorata al «"fatto commesso"», e non a una mera «manifestazione sintomatologica di pericolosità sociale», come rileva il giudice rimettente, non significa negare qualunque rilevanza alla condotta dell'imputato antecedente, contemporanea o successiva alla commissione del fatto; che la generale rilevanza di tale condotta ai fini della pena risulta dall'art. 133 cod. pen. , oltre che dalla disciplina della recidiva, quando si tratta di condotta antecedente alla commissione del fatto; che un comportamento penalmente illecito con caratteristiche di abitualità, specie se costituite da una recidiva specifica e reiterata, così come può rilevare per determinare la pena, analogamente può rilevare per determinare la punibilità di un fatto che, seppure di particolare tenuità, costituisce comunque reato; che a una logica per vari aspetti analoga a quella dell'art. 131-bis cod. pen. si ispira anche la disciplina della sospensione condizionale della pena, che, a norma dell'art. 164 cod. pen. , «è ammessa soltanto se, avuto riguardo alle circostanze indicate nell'articolo 133, il giudice presume che il colpevole si asterrà dal commettere ulteriori reati» e non può essere concessa «a chi ha riportato una precedente condanna a pena detentiva per delitto»; che il riferimento del Tribunale rimettente alle sentenze di questa Corte (n. 106 e n. 105 del 2014, e n. 251 del 2012), che in casi particolari hanno dichiarato l'illegittimità costituzionale dell'art. 69, quarto comma, cod. pen. , non è pertinente perché quelle decisioni non hanno fatto venire meno il generale divieto di prevalenza delle circostanze attenuanti sulla recidiva dell'art. 99, quarto comma, cod. pen. , ma lo hanno escluso solo in ipotesi particolari, nelle quali il divieto incideva su circostanze attenuanti indicative di una diversità materiale del fatto per la sua minore offensività; che in quei casi infatti il divieto comportava la violazione dell'art. 3 Cost., perché dava luogo a un uguale trattamento di fatti oggettivamente diversi, mentre nel caso in esame vengono in questione fatti oggettivamente uguali, o equivalenti, trattati diversamente, per il comportamento abitualmente illecito di chi li ha commessi; che applicare la causa di non punibilità prevista dall'art. 131-bis cod. pen. anche quando il comportamento illecito dell'agente risulta connotato dall'abitualità contrasterebbe con le esigenze di prevenzione speciale e significherebbe garantire all'imputato l'impunità per tutti gli analoghi reati che dovesse in futuro commettere; che, in conclusione, le questioni di legittimità costituzionale dell'art. 1, comma 1, lettera m), della legge n. 67 del 2014, e dell'art. 131-bis, primo e terzo comma, cod. pen. sono manifestamente infondate, perché l'avere subordinato la causa di non punibilità per la particolare tenuità del fatto alla non abitualità del comportamento illecito non viola il principio di uguaglianza, dato che anche in presenza di fatti analoghi le ineguali condizioni soggettive giustificano il diverso trattamento penale, e per lo stesso motivo non è irragionevole e non risulta in contrasto con gli artt. 25 e 27 Cost.; che la manifesta infondatezza delle questioni di legittimità costituzionale dell'art. 131-bis, primo e terzo comma, cod. pen. comporta la manifesta inammissibilità delle altre questioni sollevate dal Tribunale ordinario di Padova; che infatti, non essendo venuto meno il requisito della non abitualità della condotta, le altre questioni sono prive di rilevanza, perché la causa di non punibilità prevista dall'art. 131-bis cod. pen . risulta comunque inapplicabile nel giudizio a quo.. . per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE 1) dichiara manifestamente infondate le questioni di legittimità costituzionale dell'art. 1, comma 1, lettera m), della legge 28 aprile 2014, n. 67 (Deleghe al Governo in materia di pene detentive non carcerarie e di riforma del sistema sanzionatorio.