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Parere espresso dalla 5a Commissione permanente sul testo del disegno di legge n. 871 e sui relativi emendamenti La Commissione programmazione economica, bilancio, esaminato il disegno di legge in titolo ed il relativo emendamento, trasmesso dall'Assemblea, esprime, per quanto di propria competenza, parere non ostativo. Testo integrale della dichiarazione di voto della senatrice Gallone nella discussione delle mozioni nn. 1-00049, 1-00051, 1-00053, 1-00054 (testo 2), 1-00055, 1-00056 e 1-00058. Signor Presidente, Governo, cari colleghi e care colleghe, innanzitutto ringrazio i colleghi e le colleghe di ogni schieramento per la sensibilità dimostrata sul tema e in particolare le colleghe del PD per l'immediata condivisione di un percorso che, pur nelle reciproche differenze di impostazione, ci ha visto collaborare fattivamente. Signor Presidente, Governo, cari colleghi e care colleghe, il rispetto della dignità umana, della dignità della persona, costituisce il bene primario di ogni democrazia e di ogni azione politica, e ogni misura volta a garantirlo e a tutelarlo deve essere sostenuta da tutti attraverso la cultura e l'educazione, attraverso la legge, attraverso la solidarietà. Il rispetto della dignità della donna va anche oltre. Rappresenta il più alto grado di civiltà di un popolo. Rappresenta la forza di un popolo che voglia dirsi veramente e definitivamente civile. La violenza sulle donne invece, anche nei Paesi più evoluti tra cui il nostro, ancora persiste, insiste e nonostante la messa in campo di ogni iniziativa legislativa possibile, aumenta. La violenza sulle donne è il fenomeno più democratico che esista e il più cosmopolita, quindi non si può circoscrivere. È un fenomeno subdolo, strisciante, di cui troppo spesso ci si rende conto solo quando portato alle estreme conseguenze. La violenza sulle donne ha mille facce stalking , mobbing , maltrattamenti, percosse, molestie, sfruttamento sessuale, riduzione in schiavitù, discriminazione, coercizione, menomazione, differenze salariali e violazione dei diritti, femminicidio. Ecco, il Femminicidio, questo neologismo che riesce sempre a far discutere. Consentitemi un inciso prima di entrare nel merito: personalmente sono contraria a ogni forma di «femminilizzazione» dei ruoli perché secondo me le funzioni non hanno genere. Il Presidente del Senato rimane il Presidente (uomo o donna che sia) come il Sindaco o il Ministro rimangono il Sindaco e il Ministro, uomini o donne che siano ma, invece, reagisco quando sento polemizzare su questo termine da parte di persone che non riescono a vederne la differenza rispetto all'omicidio. In questo caso la differenza c'è, eccome, nel momento in cui la violenza estrema contro una donna si compie da parte dell'uomo verso una donna in quanto donna, in quanto femmina, nella accezione più negativa e sbagliata di oggetto di possesso! Ma torniamo alla violenza. Violenze di ogni genere fisiche e morali, che avvengono da sempre e che avvengono ovunque fuori e - ahimè - troppo spesso dentro le mura domestiche, per i motivi più disparati (culturali, religiosi) là dove comunque ci sia ancora la concezione della donna percepita sesso debole, nel senso che la debolezza fisica, la maggiore o la diversa sensibilità sono considerati i limiti che, in menti grette e ignoranti, rendono lecite azioni spregevoli nei loro confronti. E il «là dove» non è purtroppo solo dall'altra parte del mondo ma anche «qui e ora» nella nostra civilissima Europa, nella nostra civilissima Italia, da Nord a Sud senza differenze. Perché oggi siamo ancora qui a sollecitare il Governo con una mozione? Perché oggi siamo ancora qui a manifestare, a portare testimonianze, a sensibilizzare in ogni modo? Siamo ancora qui perché nonostante tutti gli sforzi, tutte le leggi e tutte le manifestazioni i numeri diffusi dalle statistiche sono impressionanti: solo in Italia ogni due giorni e mezzo viene uccisa una donna. E i primi mesi del 2018 hanno visto un'impennata del fenomeno con un incremento del 30 per cento rispetto al 2017 e con trentacinque donne uccise dall'inizio del'anno. Trentacinque! Trentacinque donne uccise dall'inizio di quest'anno! E troppo spesso alle donne vittime si aggiungono altre vittime: i figli che rimangono orfani o che vengono uccisi a loro volta e a loro volta segnati per sempre dalla violenza a cui hanno assistito. Lo abbiamo detto e ripetuto qui oggi in Aula, come lo abbiamo detto e ripetuto tutti noi che ricopriamo un ruolo politico durante tutte le manifestazioni a cui abbiamo partecipato: basta, basta basta. La violenza nei confronti delle donne è finalmente considerata una violazione dei diritti umani fondamentali, anzi l'OMS la considera la più vergognosa e la più pervasiva. Tanto da considerarla un flagello sociale, la prima causa di morte delle donne fra i sedici e i quarantaquattro anni. Ecco perché oggi siamo ancora qui a parlarne. Per arrivare a non doverne parlare più. In Italia, sono stati nel tempo introdotti numerosi strumenti di civiltà e tutela femminile, a partire dalla riforma del diritto di famiglia nel 1975 quando finalmente la donna smise di passare dalla tutela della patria potestà a quella della patria maritale, passando per abolizione del «delitto d'onore» avvenuta soltanto nel 1981, al reato di violenza sessuale, definito solo dal 1996 come crimine contro la persona e non più contro la morale per arrivare finalmente alla legge del 2009 contro lo stalking o a quella del 2006 che vieta le pratiche di mutilazione genitale femminile. Ma ci sono reati che ancora vanno codificati nel nostro ordinamento: nuove fattispecie di reati subdoli e striscianti e pericolosissimi: per esempio pene severe per chiunque pubblica o divulga attraverso strumenti informatici o telematici o digitali immagini e video privati sessualmente espliciti senza il consenso delle persone rappresentate. Alle azioni dirette alla rivoluzione culturale devono poi aggiungersi ulteriori interventi sul piano legislativo, perché alla gravità di questo fenomeno si può davvero rispondere soltanto con provvedimenti articolati che non si limitino solo a sanzionare penalmente le molestie e le violenze contro le donne, ma che siano soprattutto in grado di tutelare le donne contro ogni forma di violenza, favorendo la prevenzione, ma garantendo al contempo processi rapidi, accertamento della responsabilità e conseguente pena certa e adeguata per i colpevoli. Dobbiamo spingere per un sistema di prevenzione organizzata, per realizzare strumenti cautelari efficaci e per garantire il codice rosso sui reati di violenza sulle donne con conseguente velocizzazione di tutte le indagini per percosse e maltrattamenti ripetuti. Affinché le situazioni non arrivino a precipitare. Ed è proprio di ieri la notizia che il Consiglio dei Ministri ha approvato il Codice Rosso, ovvero una corsia preferenziale per le denunce, indagini più rapide sui casi di violenza alle donne, l'obbligo per i pm di ascoltare le vittime entro tre giorni e corsi di formazione ad hoc per le Forze di polizia perché sappiano rapportarsi nel migliore dei modi nel momento in cui le donne trovano il coraggio di denunciare magari proprio il partner.