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A tale riguardo, è particolarmente emblematico nell'attuale Governo, frutto del contratto, il vulnus della capacità di governo in Italia, in cui decide più un Vice Premier - non sappiamo se vicario, ma si dice che «vicario» conti poco - che il Premier stesso. Siamo giunti al punto di caduta della crisi politica e istituzionale italiana e voi lo rappresentate. Io vi dico grazie perché, circa un mese fa, intervenni in quest'Aula a fine seduta, sollevando tra l'altro una reazione che a me apparve inconsulta, evidenziando il vulnus della democrazia e delle prerogative del Parlamento che nasceva dal processo e dalla graticola ai Sottosegretari e ai Ministri posti in atto dal MoVimento 5 Stelle. Era il 12 giugno. Fino a quel momento tutti i giornali parlavano del processo ai Sottosegretari e ai Ministri fatto fuori dalle Aule del Parlamento in forme che violavano le prerogative parlamentari. Abbiamo fatto quell'intervento; c'è stata una reazione inconsulta in Aula e dal giorno successivo il processo ai Sottosegretari è scomparso. Passato un mese, non se ne è avuta più notizia, il che vuol dire che parlare, qualche volta, serve per far capire. Mi auguro che con questo breve intervento si riesca a comprendere la necessità che il Paese ha, oggi più che mai, di una vera e compiuta riforma costituzionale e di una vera e compiuta riflessione moderna su cosa sia oggi la sovranità nazionale. (Applausi dal Gruppo FdI) . PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Cangini. Ne ha facoltà. CANGINI (FI-BP) . Signor Presidente, chiunque abbia studiato le cronache parlamentari sa che nella storia repubblicana c'è stato solo un partito tra quelli più rappresentativi che ha pensato di introdurre una riforma analoga a questa, cioè un taglio orizzontale del numero dei parlamentari senza che questo sia collegato a una riforma più generale e senza che sia giustificato da esigenze di funzionalità delle istituzioni e del potere legislativo. Quel partito era il Partito Comunista Italiano e lo faceva per ragioni di polemica politica. Erano i tempi in cui Bettino Craxi agitava, in funzione anticomunista, l'abolizione del voto segreto nelle Aule parlamentari. Il voto segreto era evidentemente uno strumento a disposizione delle opposizioni per far emergere le contraddizioni all'interno della maggioranza di Governo. Si trattava di maggioranze piuttosto articolate e abbastanza precarie. A questo il PCI rispondeva minacciando il taglio del numero dei parlamentari. Aldo Tortorella si incaricava di questa dialettica: più Craxi insisteva, più Tortorella abbassava il livello della rappresentanza parlamentare, tant'è che a un certo punto Berlinguer lo convocò e gli disse: «Caro Aldo, facciamola finita, sennò di questo passo in questa grande Aula resteremo soli io e te». Non è il modo migliore di trattare la Costituzione, le istituzioni e di rendere onore allo Stato. È evidente che l'unica ratio di questa riforma è quella qualunquista; è il modo per esibire lo scalpo del ceto politico, al quale voi stessi appartenete. L'argomento che utilizzate della riduzioni dei costi è miserabile, mi si consenta dirlo: non si può mettere la qualità della democrazia e la funzionalità delle istituzioni sul piano dei costi. Se anche fosse questo il piano, la riduzione non è miserabile, ma misera: complessivamente la Camera e il Senato costano circa 1,5 miliardi ogni anno e il risparmio sarebbe nell'ordine di 50 milioni di euro. Ci sono argomenti più efficaci per giustificare una riforma del genere, che avrebbe invece alti costi in termini di qualità del processo democratico. Viviamo in un'epoca in cui giustamente ci si lamenta molto del fatto che il palazzo sia lontano dal Paese, che i rappresentanti siano lontani dai rappresentati, che i partiti siano lontani dai territori. È evidente che una riforma del genere allontanerebbe ulteriormente il ceto politico parlamentare dai territori dei quali sono espressione con casi paradossali: tutto il Molise esprimerebbe un unico senatore, che naturalmente sarebbe di maggioranza e, quindi, le opposizioni in Molise non avrebbero la possibilità di essere rappresentate in Parlamento. Come questo possa andare incontro alla necessità di avvicinare la politica ai cittadini francamente me lo chiedo e ve lo chiedo. Si introdurrebbe di fatto, in molte circoscrizioni una soglia di sbarramento, non formalizzata ma reale, del 20 per cento. Si perderebbe il senso della rappresentanza politica, e già questo a mio avviso sarebbe motivo sufficiente per non votare questa legge (nel primo passaggio parlamentare mi sono espresso in dissenso rispetto al mio Gruppo politico). Quello che però inquieta di più è il contesto in cui questo disegno di legge costituzionale puramente qualunquista è inserito; il contesto di un Governo che quotidianamente schiaccia le prerogative del Parlamento abusando della decretazione d'urgenza e della questione di fiducia, dando alle Commissioni parlamentari e alle Assemblee di Camera e Senato tempi ristrettissimi, spesso nulli, per valutare il merito dei provvedimenti che il Governo impone al Parlamento e addirittura scrivendo al posto dei Gruppi parlamentari gli emendamenti ai suoi stessi decreti-legge poi raccolti in maxiemendamenti. Non è una buona pratica e ancor peggiore è la prospettiva che il ministro Fraccaro, fonte autorevolissima, evidentemente lega a questa riforma, cioè il referendum propositivo. Se il taglio del numero dei parlamentari è una riforma qualunquista, demagogica, fine a sé stessa, che allenta la qualità della rappresentanza politica, con l'altra davvero (ed io non drammatizzo mai, non sono tra quelli che vedono la democrazia in pericolo a ogni piè sospinto) si sposta la fonte del Potere legislativo dal Parlamento ad alcune piattaforme digitali. Basteranno 500.000 click su una qualsiasi piattaforma in favore di qualsiasi progetto di legge per annullare la volontà di milioni di elettori: milioni di elettori contro 500.000 click, voti contro click. È un servizio alle lobby evidentemente, un immenso, gigantesco servizio alle lobby che, con poco sforzo e pochissima spesa, faranno campagne su Facebook ottenendo qualsiasi risultato vorranno. Capisco che sia nella logica dei partiti che sostengono questo Governo, partiti che ritengono - probabilmente con ragione - di dovere molto del loro consenso all'uso sapiente - o spregiudicato - delle nuove tecnologie e dei social in modo particolare; non è un servizio alla qualità del dibattito, alla qualità della democrazia. Il Parlamento ha un senso perché è il luogo del confronto, della mediazione, è il luogo dell'approfondimento. I tempi nell'approvazione delle leggi servono anche per dar modo al legislatore di conoscere, di ravvedersi, di mettere a punto gli effetti di una legge, che nel suo spirito magari può essere la migliore possibile ma nel suo articolato molto spesso (alle volte accade nonostante tutto) ottiene effetti contrari a quelli voluti o produce danni non valutati dal legislatore. Per questo si fanno cicli di audizioni nelle Commissioni; per questo c'è il confronto in Commissione e in Aula tra maggioranze e opposizioni, spesso anche all'interno delle stesse maggioranze;