[pronunce]

SENTENZA ha pronunciato la seguentenel giudizio di legittimità costituzionale dell'articolo 186, commi 2 e 7, del decreto legislativo 30 aprile 1992, n. 285 (Nuovo codice della strada), nel testo sostituito, rispettivamente, dalle lettere a) e c) del comma 1 dell'art. 5 del decreto-legge 3 agosto 2007, n. 117 (Disposizioni urgenti modificative del codice della strada per incrementare i livelli di sicurezza nella circolazione), convertito, con modificazioni, dall'art. 1, comma 1, della legge 2 ottobre 2007, n. 160, promosso con ordinanza del 1° aprile 2008 dal Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Milano nel procedimento penale a carico di R. S., iscritta al n. 266 del registro ordinanze 2008 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 38, prima serie speciale, dell'anno 2008. Visto l'atto di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri; udito nella camera di consiglio del 28 gennaio 2009 il Giudice relatore Alfonso Quaranta.. Ritenuto in fatto Considerato in diritto 1. — Il Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Milano ha sollevato – in riferimento agli articoli 3 e 27, terzo comma, della Costituzione – questioni di legittimità costituzionale dell'articolo 186, commi 2 e 7, del decreto legislativo 30 aprile 1992, n. 285 (Nuovo codice della strada), nel testo sostituito, rispettivamente, dalle lettere a) e c) del comma 1 dell'art. 5 del decreto-legge 3 agosto 2007, n. 117 (Disposizioni urgenti modificative del codice della strada per incrementare i livelli di sicurezza nella circolazione), convertito, con modificazioni, dall'art. 1, comma 1, della legge 2 ottobre 2007, n. 160. I citati commi 2 e 7 dell'art. 186 del codice della strada sono censurati, rispettivamente, il primo «nella parte in cui omette di sanzionare con la pena e le sanzioni amministrative accessorie», previste dalla lettera c) del medesimo comma, «il fatto di guida in stato di ebbrezza accertato in via sintomatica», il secondo, invece, «nella parte in cui sanziona esclusivamente quale illecito amministrativo», e non quale reato punito ai sensi del comma 2, lettera c), del medesimo art. 186, «il rifiuto del conducente di sottoporsi agli accertamenti» di cui ai precedenti commi 3, 4 e 5 dello stesso articolo. 1.1. — Premette il remittente di dover decidere in ordine alla richiesta – formulata il 3 gennaio 2008 dal pubblico ministero presso il Tribunale milanese – di emissione di decreto penale di condanna alla pena di 900 euro di ammenda, nei confronti di un imputato colto, in data 17 giugno 2007, alla guida di un'autovettura in «stato di ebbrezza sintomatico», in conseguenza «dell'uso di bevande alcoliche». L'applicazione di tale trattamento sanzionatorio, precisa ancora il giudice a quo, appare «giustificata», in forza di quanto previsto dall'art. 2, quarto comma, del codice penale; in relazione, difatti, all'ipotesi della guida di ebbrezza accertata «in via sintomatica», la disciplina di cui al citato art. 5, comma 1, lettera a), del decreto-legge n. 117 del 2007 – che costituisce ius superveniens rispetto al fatto oggetto di giudizio – reca «un regime sanzionatorio più favorevole del pregresso» testo dell'art. 186 del codice della strada. Ed invero, sempre secondo il giudice milanese, sebbene «la nuova disciplina incriminatrice», a cui è assoggettata la fattispecie criminosa in esame, ormai «differenzi espressamente la gravità del reato e la relativa disciplina sanzionatoria in base alla rilevanza del tasso alcolemico tecnicamente verificata», conserverebbe, nondimeno, tuttora validità «la giurisprudenza formatasi sotto la disposizione precedente la modifica, costante nel ritenere che il dato sintomatico sia da sé idoneo a comprovare lo stato di ebbrezza». Tuttavia, in applicazione della «regola del favor rei», qualora «lo stato di ebbrezza dell'automobilista» venga accertato «basandosi su elementi gravi, precisi e concordanti», a norma dell'art. 192, comma 2, del codice di procedura penale, deve ritenersi legittima, nella repressione di tale ipotesi di reato, l'applicazione della sanzione meno grave prevista – tra quelle fissate dal nuovo testo del comma 2 del medesimo art. 186 – dalla lettera a), e ciò sebbene «il dato sintomatico sia compatibile con il superamento di soglie più elevate» di quella prevista da tale lettera. 1.2. — Ciò premesso, il remittente, nel sottolineare come l'indicata opzione ermeneutica sia «l'unica consentita dal vigente sistema normativo», giacché la sola «compatibile con il principio del favor rei di matrice costituzionale» sancita dall'art. 25, secondo comma, Cost. (non essendo, per contro, «costituzionalmente accettabile», sempre secondo il giudice a quo, quell'interpretazione «che ritenesse oggi priva di rilevanza penale la guida in stato di ebbrezza accertata soltanto in via sintomatica»), ne evidenzia, tuttavia, il contrasto con «plurimi principi costituzionali». Denuncia, in primo luogo, la violazione del «canone di ragionevolezza posto dall'art. 3 Cost. il quale, fra l'altro, impone al legislatore che situazioni identiche o ontologicamente assimilabili ricevano il medesimo trattamento – anche di tipo sanzionatorio – pena un'ingiustificabile disparità di disciplina». È quanto si verificherebbe nel caso in esame, giacché quando «la prova dell'ebbrezza sia raggiunta, per così dire ictu oculi, cioè in ragione di una serie di elementi esplicativi sensorialmente apprezzabili (alito vinoso, eloquio sconnesso, difficoltà di deambulazione ed equilibrio precario, guida incontrollata, et similia), è logico ritenere che il conducente versi in una condizione di grave alterazione psicofisica, se non di vera e propria ubriachezza»; nondimeno, egli sarà punito con la sanzione più lieve tra quelle previste dall'art. 186, comma 2, del codice della strada, e cioè quella fissata – dalla lettera a) – «per le fattispecie che destano minor allarme sociale, connotate da minimo superamento della soglia limite». Viene, in secondo luogo, ipotizzata la violazione dell'art. 27, terzo comma, Cost., rilevando che «intanto la risposta sanzionatoria al reato potrà costituire, non solo giusta retribuzione della realizzata trasgressione, ma anche efficace monito rispetto a nuove condotte illecite, indi essere portatrice di reale forza dissuasiva, in quanto risulti proporzionata ed adeguata al concreto disvalore del fatto commesso».