[pronunce]

Nella prospettiva comunitaria e nazionale l’accordo quadro «è un accordo concluso tra una o più amministrazioni aggiudicatrici e uno o più operatori economici e il cui scopo è quello di stabilire le clausole relative agli appalti da aggiudicare durante un dato periodo, in particolare per quanto riguarda i prezzi e, se del caso, le quantità previste» (art. 1, paragrafo 5, della direttiva n. 18 del 2004; la definizione è stata recepita, sul piano nazionale, dall’art. 3, comma 13, del d.lgs. n. 163 del 2006). Nella specie, il legislatore provinciale, demandando al regolamento provinciale la definizione dei casi in cui è possibile stipulare l’accordo quadro, ha introdotto una normativa differente da quella prevista dal citato art. 59 del Codice degli appalti, il quale, come sottolineato, limita la possibilità per le amministrazione aggiudicatrici di stipulare accordi quadro soltanto nel settore dei lavori pubblici di manutenzione. Tale diversità di ambito di applicazione è idonea ad incidere negativamente sul livello di tutela dei mercati concorrenziali assicurata in ambito statale. Infatti, la legge provinciale attribuisce al regolamento il compito di individuare i casi in relazione ai quali le stazioni appaltanti possono limitarsi a determinare il contenuto quadro dell’accordo, rinviando ad un momento successivo la concreta stipulazione dei contratti di appalto attuativi del predetto accordo. 7.7. — L’art. 56, nel sostituire l’art. 50 della legge prov. n. 26 del 1993, sostituisce anche il comma 4 del medesimo art. 50 e prevede che, per affidare la concessione di lavori pubblici, «le amministrazioni aggiudicatrici sono libere di scegliere tra le procedure aperta, ristretta o negoziata, purché sia garantito un adeguato confronto concorrenziale, volto a individuare le offerte più vantaggiose dal punto di vista tecnico, economico e gestionale, anche secondo il profilo della redditività, previa definizione dei criteri di valutazione o della loro ponderazione, con le modalità stabilite dal regolamento di attuazione». Sul piano nazionale, il legislatore statale ha previsto, invece, che le stazioni appaltanti «affidano le concessioni di lavori pubblici con procedura aperta o ristretta, utilizzando il criterio selettivo dell’offerta economicamente più vantaggiosa» (art. 144 del d.lgs. n. 163 del 2006). Non viene consentito, pertanto, nell’ambito di questa tipologia di contratto di partenariato pubblico privato, di ricorrere alla procedura negoziata. È evidente come la disciplina provinciale si discosti dalla normativa statale, incidendo negativamente sul livello di tutela della concorrenza assicurato dal legislatore nazionale. Deve conseguentemente essere dichiarata la illegittimità costituzionale dell’art. 56, nella parte in cui sostituisce il comma 4 dell’art. 50 della legge prov. n. 26 del 1993. 7.8.— L’art. 86, disciplinando la procedura di affidamento in caso di fallimento dell’esecutore o di risoluzione del contratto per suo grave inadempimento, prevede che l’affidamento avviene alle condizioni fatte in sede di originaria offerta da parte dell’interpellata e non da parte dell’originario aggiudicatario, come invece previsto dall’art. 140 del d.lgs. n. 163 del 2006. Anche la suddetta disposizione, quindi, è illegittima, in quanto viola i limiti dettati dall’art. 4 dello statuto. 8.— Infine, un terzo gruppo di censure deve ritenersi non fondato. 8.1.— In particolare, non può trovare accoglimento la censura con la quale il ricorrente impugna l’art. 1 della legge prov. n. 10 del 2008, che sostituisce l’art. 1 della legge prov. n. 26 del 1993, lamentando come al comma 2 il legislatore provinciale abbia previsto che la legge impugnata si applichi soltanto ai contratti di importo “inferiore” o “superiore” alla soglia comunitaria e non anche, come stabilito in ambito europeo, a quelli di importo “pari” alla soglia medesima. Al riguardo, va innanzitutto osservato che l’art. 3 della legge censurata in esame, introducendo l’art. 1-ter nella legge provinciale n. 26 del 1993, ha espressamente sancito, contrariamente a quanto asserito dal ricorrente, che i contratti sopra la soglia comunitaria sono quelli il cui valore stimato, al netto dell’imposta sul valore aggiunto, è pari o superiore alle soglie fissate dalla direttiva comunitaria in materia di procedure di aggiudicazione di appalti pubblici di lavori. Chiarito ciò, deve rilevarsi come la disposizione censurata si limiti a definire l’ambito di applicazione della normativa e in quanto tale abbia un contenuto non idoneo a recare alcun vulnus alle competenze costituzionali dello Stato. 8.2.— Per le medesime ragioni non è fondata l’analoga censura avente ad oggetto l’art. 99, relativo agli appalti di importo superiore alla soglia comunitaria. 8.3. — Non può trovare accoglimento neanche la doglianza relativa al comma 4 dell’art. 1 della legge prov. n. 26 del 1993, sostituito dall’art. 1 della legge prov. n. 10 del 2008, il quale prevede che nei contratti misti di lavori, forniture e servizi, e nei contratti di forniture e servizi quando comprendono lavori, si applica la legge provinciale n. 10 del 2008 «se i lavori assumono rilievo superiore al 50 per cento, salvo che, secondo le caratteristiche specifiche dell’appalto, i lavori abbiano carattere meramente accessorio rispetto ai servizi o alle forniture e purché queste costituiscano l’oggetto principale del contratto». Come emerge dalla lettura della riportata disposizione, essa, limitandosi a fornire una definizione di contratto misto, ai fini dell’applicazione della normativa provinciale sostanzialmente equivalente a quella contenuta nel comma 3 dell’art. 14 del Codice degli appalti, non è suscettibile di recare alcun vulnus alle competenze statali. 8.4. — Altresì non fondata, sempre per inidoneità della norma censurata ad incidere sulle competenze statali, è la doglianza avente ad oggetto l’art. 2, il quale si limita a stabilire l’obbligo di rispettare taluni principi generali nella fase di affidamento e esecuzione di opere e lavori pubblici, quali i principi di economicità, efficacia, tempestività e correttezza, libera concorrenza, parità di trattamento, non discriminazione, trasparenza, proporzionalità e pubblicità. È bene aggiungere che la circostanza che non siano richiamati altri principi contenuti nei commi 2, 3, e 4 dell’art. 4 del Codice degli appalti non implica, d’altro canto, contrariamente a quanto sostenuto dal ricorrente, la loro inapplicabilità. 8.5. — Non è fondata neanche la censura relativa all’art. 3 della legge provinciale impugnata, atteso che la norma in questione si limita a fornire talune definizioni che, per la mancanza di un effettivo contenuto precettivo, non sono idonee ad invadere ambiti costituzionalmente riservati alla competenza legislativa statale. 8.6.