[pronunce]

che, nel corso di tale ultima misura, l'istante ha avviato un'attività lavorativa, per l'esecuzione della quale si è valso della patente di guida, avendo il PM competente disposto in quest'occasione il differimento dell'esecuzione della pena accessoria, al fine di non compromettere il percorso di risocializzazione del reo; che, a parere del giudice a quo, tale differimento non può più essere concesso, una volta interamente espiata la pena principale, posto che la norma censurata imporrebbe di eseguire la pena accessoria incompatibile con il regime carcerario, non appena scontata quella principale; che tale rigida previsione si porrebbe in contrasto con le finalità rieducative della sanzione penale, vanificando il cammino di risocializzazione già fruttuosamente intrapreso dal reo, e violando in tal modo l'art. 27, terzo comma, della Costituzione; che sarebbe parimenti leso l'art. 3 della Costituzione, posto che la norma oggetto determinerebbe disparità di trattamento rispetto all'ipotesi normata dall'art. 62 della legge 24 novembre 1981, n. 689 (Modifiche al sistema penale), ove invece è consentito al magistrato di sorveglianza di disciplinare il regime di esecuzione della semidetenzione e della libertà controllata, quanto all'impiego della patente di guida, «in modo da non ostacolare il lavoro del condannato»; che, per tali ragioni, il rimettente chiede a questa Corte di configurare in capo al giudice dell'esecuzione, mediante la declaratoria di illegittimità dell'art. 139 cod. pen. , un potere di differimento della pena accessoria in questione, alle condizioni sopra ricordate; che la norma censurata stabilisce che «nel computo delle pene accessorie temporanee non si tiene conto del tempo in cui il condannato sconta la pena detentiva, o è sottoposto a misura di sicurezza detentiva, né del tempo in cui egli si è sottratto volontariamente alla esecuzione della pena o della misura di sicurezza»; che da tale previsione la giurisprudenza ha tratto la non implausibile conseguenza per cui la pena accessoria temporanea, incompatibile con la detenzione in casa di reclusione, possa e debba essere eseguita, solo una volta scontata la pena principale detentiva; che, per effetto di ciò, la pena accessoria in tali casi si connota per una tendenziale impermeabilità rispetto all'esito del percorso di rieducazione che il reo ha compiuto, proprio nel corso dell'esecuzione della pena principale; che questa Corte ha già avuto occasione di valutare la compatibilità di una pena accessoria di tale natura con l'art. 27, terzo comma, della Costituzione, concludendo per l'infondatezza della questione di legittimità allora proposta, «specie per la breve durata della proibizione» […] «e tenuto conto altresì dell'abbastanza ampio potere del giudice di adeguare (tale) pena […] alla particolarità del caso concreto» (sentenza n. 30 del 1972); che, entro tale contesto, la giurisprudenza costituzionale ha già rimarcato che «tutto il tema relativo alle pene accessorie avrebbe forse bisogno di precisazioni e chiarimenti legislativi e dottrinali»; che, in questa sede, la Corte intende ribadire la necessità che il legislatore ponga mano ad una riforma del sistema delle pene accessorie, che lo renda pienamente compatibile con i principi appena espressi, ed in particolare con l'art. 27, terzo comma, della Costituzione; che, tuttavia, la questione di legittimità costituzionale oggi all'esame della Corte è manifestamente inammissibile; che, infatti, l'addizione normativa richiesta dal giudice a quo non costituisce una soluzione costituzionalmente obbligata, ed anzi eccede i poteri di intervento di questa Corte, impingendo in scelte affidate alla discrezionalità del legislatore; che, in particolare, il potere di differire l'esecuzione della pena accessoria non solo non si profila quale univoca risposta al dubbio di costituzionalità proposto, ma persino denuncia profili eccentrici rispetto ai principi ordinamentali che governano l'esecuzione della sanzione penale, giacché si traduce in un anomala prerogativa del giudice dell'esecuzione di paralizzare sine die l'applicazione di una pena definitivamente inflitta; che, invece, solo il legislatore può determinare forme e condizioni, in presenza delle quali incidere sull'esecuzione della pena accessoria, per adeguarla al principio di progressività del trattamento sanzionatorio penale; che lo stesso rimettente manca di specificare le modalità e i termini entro cui dovrebbe essere esercitato il potere di differimento di cui chiede il riconoscimento; che, pertanto, il petitum formulato dal giudice a quo è inadeguato rispetto al dubbio di costituzionalità proposto, pretendendo egli di operare nel testo dell'art. 139 cod. pen. un'inserzione normativa di cui non vengono definiti i contorni e che non corrisponde al portato di tale disposizione, posto che essa si limita a regolare, nella lettura offertane dalla giurisprudenza, il coordinamento cronologico tra pena principale e pena accessoria, e non i poteri del giudice dell'esecuzione quanto a quest'ultima. Visti gli artt. 26, secondo comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87, e 9, comma 2, delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale.. . per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE dichiara la manifesta inammissibilità della questione di legittimità costituzionale dell'art. 139 del codice penale, sollevata, in riferimento agli artt. 3 e 27, terzo comma, della Costituzione, dalla Corte di assise di appello di Milano con l'ordinanza in epigrafe. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 9 luglio 2008. F.to: Franco BILE, Presidente Ugo DE SIERVO, Redattore Giuseppe DI PAOLA, Cancelliere Depositata in Cancelleria il 18 luglio 2008. Il Direttore della Cancelleria F.to: DI PAOLA