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In tema di reati omissivi, semplifico, il fondamento della responsabilità è correlato all'esistenza di un dovere giuridico di attivarsi per impedire che l'evento temuto si verifichi. Il titolare di quest'obbligo versa in posizione di garanzia, le cui componenti essenziali costitutive sono: da un lato, una fonte normativa di diritto privato o pubblico, anche non scritta, o una situazione di fatto per precedente condotta illegittima, che costituisca il dovere di intervento: dall'altro lato, l'esistenza di un potere (giuridico, ma anche di fatto) attraverso il corretto uso del quale il soggetto garante sia in grado, attivandosi, di impedire l'evento. Si consideri l'esempio di Tizia, madre di Caia, incriminata e ritenuta responsabile ai sensi dell'articolo 40 del codice penale, secondo comma, per la violenza sessuale commessa dal marito nei confronti della figlia. Non è sufficiente la sola qualità parentale perchè a un genitore possa essere contestata una responsabilità omissiva, a sensi dell'articolo 40 del codice penale, comma 2, per i reati patiti dal figlio. Per rendere compatibile la responsabilità penale in materia con i princìpi costituzionali, è indispensabile, come per tutti i reati, l'accertamento dell'elemento psicologico. Necessita, pertanto, che il soggetto sia edotto della sua posizione di garanzia, abbia la cognizione dell'evento dannoso che è suo dovere impedire e abbia la possibilità di attivarsi efficacemente per inibirlo. A questo proposito, occorre precisare che, secondo un pacifico orientamento della Corte di cassazione il genitore è penalmente responsabile ex articolo 40 cpv del codice penale per non aver impedito, pur avendone conoscenza, le condotte di abuso sessuale - o la reiterazione delle stesse – materialmente poste in essere nei confronti del figlio minore dall'altro genitore o da altro soggetto. La posizione di garanzia dei genitori nei confronti dei figli trova fondamento, secondo la giurisprudenza, in diversi riferimenti normativi. Essi vanno individuati, in primo luogo, nell'articolo 30 della Costituzione, in virtù della quale i genitori hanno il dovere di mantenere, istruire ed educare i figli, anche se nati fuori dal matrimonio. Tale obbligo è poi ripetuto, a livello legislativo, dall'articolo 147 del codice civile, il quale, in materia di doveri dei genitori verso i figli, prevede che « il matrimonio impone ad ambedue i coniugi l'obbligo di mantenere, istruire ed educare la prole tenendo conto delle capacità, dell'inclinazione naturale e delle aspirazioni dei figli ». Sulla base di tali disposizioni normative viene affermato l'obbligo giuridico del genitore di impedire eventi lesivi o pericolosi ai danni dei figli minori, nei confronti dei quali lo stesso assume la posizione di garante. Secondo la giurisprudenza unanime, infatti, l'articolo 147 del codice civile comporta « l'obbligo per il genitore di tutelare la vita, l'incolumità e la moralità sessuale dei minori contro altrui aggressioni, anche endofamiliari » (Cassazione penale, sezione III, 14 dicembre 2007, n. 4730). La norma di cui trattasi è stata applicata anche nell'ipotesi di mancato impedimento del delitto di violenza sessuale. La giurisprudenza della Corte di cassazione è, infatti, costante nell'affermare che il genitore esercente la potestà sui figli minori, come tale investito, a norma dell'articolo 147 del codice civile, di una posizione di garanzia in ordine alla tutela dell'integrità psico fisica dei medesimi, risponde, a titolo di causalità omissiva di cui all'articolo 40 del codice penale, degli atti di violenza sessuale compiuti dal coniuge sui figli allorquando sussistano le condizioni rappresentate: a) dalla conoscenza o conoscibilità dell'evento; b) dalla conoscenza o riconoscibilità dell'azione doverosa incombente sul garante; c) dalla possibilità oggettiva di impedire l'evento (in tal senso, cfr. Cassazione penale, sezione III, 4 febbraio 2010, n. 11243; Cassazione penale, sezione III, 8 luglio 2009, n. 36824;Cassazione penale, sezione III, 14 dicembre 2007, n. 4730; Cassazione penale, sezione III, 27 aprile 2007, n. 19739; Cassazione penale, sezione III, 19 gennaio 2006, n. 40331; Cassazione penale, sezione III, 29 novembre 2006, n. 42092; Cassazione penale, sezione III, 6 dicembre 2006, n. 42210; Cassazione penale, sezione III, 1° dicembre 2005, n. 3124). Quadro formante giurisprudenziale Due genitori condannati per violenza sessuale: l'uno per aver compiuto atti sessuali in danno della figlia minore, l'altra per non aver impedito l'evento. I giudici di merito hanno ritenuto configurabile il dolo eventuale nei confronti della madre per aver non aver impedito l'evento nonostante sussistessero e fossero percepibili segnali perspicui dell'evento illecito caratterizzati da un elevato grado di anormalità. (Corte di cassazione, sezione IV penale, sentenza 30 marzo - 26 ottobre 2016, n. 45011) Risponde del reato sessuale in danno del figlio minore il genitore che, consapevole del fatto e nella possibilità di porvi fine, non si attivi per impedirlo ma tenga una condotta passiva, ricoprendo egli una posizione di garanzia a tutela dell'intangibilità sessuale del figlio stesso, che rende operante la clausola di equivalenza di cui all'articolo 40, secondo comma, del codice penale. Si è poi aggiunto che tale responsabilità a titolo di causalità omissiva ricorre allorquando sussistono tali condizioni: conoscenza o conoscibilità dell'evento. Conoscenza o riconoscibilità dell'azione doverosa incombente sul « garante », quale è il genitore. Possibilità oggettiva di impedire l'evento. (Cassazione penale sentenza n. 6844 del 17 febbraio 2015) In tema di reati contro la libertà sessuale, grava sui genitori e sugli altri soggetti cui i minori risultino eventualmente affidati l'obbligo giuridico di impedire, se non il verificarsi, quantomeno il protrarsi di fatti delittuosi in danno dei minori medesimi. A fronte di detto obbligo, non aver impedito tali eventi equivale ad aver concorso a cagionarli, ai sensi dell'articolo 40, comma 2, del codice penale. Risponde di concorso omissivo in violenza sessuale ex articoli 40, secondo comma , e 609- bis del codice penale la madre che, essendo a conoscenza (o potendo conoscere) degli abusi perpetrati dal proprio marito in danno dei figli, non interviene a scongiurare il verificarsi degli episodi illeciti o quantomeno la loro perpetuazione, avendone la concreta possibilità. Si applica, invece, l'articolo 110 del codice penale in combinato disposto col reato di parte speciale (concorso commissivo) nel caso in cui il soggetto realizza un apporto causale agevolativo del reato compiuto dal terzo.