[pronunce]

che ne deriverebbe, dunque, una irragionevole disparità di trattamento di situazioni identiche, a seconda che si tratti di intercettazioni autorizzate dall'autorità giudiziaria o di intercettazioni preventive: risultando irrilevante, a tal riguardo, la circostanza che le seconde non siano suscettibili di utilizzazione processuale (art. 226, comma 5, disp. att. cod. proc. pen.), dato che in entrambi i casi si tratta comunque di tutelare il diritto garantito dall'art. 15 Cost.; e dato che i temuti abusi, da parte dell'organo esecutivo, sarebbero teoricamente ipotizzabili anche in rapporto alle intercettazioni preventive; che, in realtà, il legislatore del 2001 non si sarebbe affatto preoccupato della localizzazione degli impianti, proprio perché consapevole che i predetti abusi rimangono preclusi dalle attuali modalità tecniche delle operazioni; che le norme impugnate risulterebbero altresì incompatibili con l'art. 112 Cost., giacché, in presenza di un reato accertato attraverso intercettazioni telefoniche, impedire che l'azione penale venga esercitata – tramite la previsione dell'inutilizzabilità della fonte di prova per violazione di una norma irragionevole, quale dovrebbe ritenersi quella dell'art. 268, comma 3, cod. proc. pen. – contrasterebbe con il principio di obbligatorietà dell'esercizio di tale azione; che, in base a tale considerazione, il rimettente invita quindi questa Corte a rivedere la posizione assunta con la citata ordinanza n. 259 del 2001, che aveva negato la lesione anche del parametro costituzionale da ultimo indicato; che nel giudizio di costituzionalità è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, il quale ha chiesto che la questione sia dichiarata infondata. Considerato che questa Corte, con pronuncia successiva all'ordinanza di rimessione, ha già scrutinato una questione di costituzionalità identica — fatta eccezione per il profilo che sarà evidenziato poco oltre — a quella oggi sollevata, dichiarandola manifestamente infondata (cfr. ordinanza n. 209 del 2004); che, nell'occasione — a conferma delle precedenti decisioni richiamate anche nell'odierna ordinanza di rimessione (cfr. ordinanza n. 259 del 2001; e, in riferimento al solo art. 3 Cost., ordinanza n. 304 del 2000) — questa Corte ha ribadito che l'avere il legislatore privilegiato, per l'effettuazione delle operazioni di intercettazione, l'impiego degli apparati esistenti negli uffici giudiziari – dettando una disciplina volta a circoscrivere, con apposite garanzie, l'uso di impianti esterni – non può qualificarsi, in sé, come scelta arbitraria, avuto riguardo anche alla particolare invasività del mezzo nella sfera della segretezza e libertà delle comunicazioni costituzionalmente presidiata: e ciò proprio perché si tratta di una scelta finalizzata ad evitare che gli organi deputati alla esecuzione delle operazioni di intercettazione ed al relativo ascolto possano operare controlli sul traffico telefonico, al di fuori di una specifica e puntuale verifica da parte dell'autorità giudiziaria; che quanto, poi, al carattere “anacronistico” impresso, in assunto, a simile giustificazione dalle attuali modalità tecniche di esecuzione delle intercettazioni, non è evidentemente compito della Corte “inseguire” il progresso tecnologico, valutando se esso renda necessario od opportuno un adeguamento, o addirittura il superamento delle originarie regole di cautela: trattandosi, al contrario, di valutazione istituzionalmente rimessa al legislatore; che, analogamente, rientra in un ragionevole ambito di discrezionalità legislativa — tenuto conto della pregnanza dei valori in gioco — stabilire se la violazione delle regole in questione debba essere o meno equiparata, sul piano della sanzione processuale, alla carenza dell'autorizzazione e all'esecuzione delle intercettazioni al di fuori dei casi consentiti dalla legge; che con riguardo, ancora, all'asserita violazione dell'art. 112 Cost., resta valido il rilievo che le disposizioni censurate non incidono sull'obbligo del pubblico ministero di esercitare l'azione penale; ma si limitano a stabilire – con finalità di salvaguardia di un valore di rango costituzionale – le “garanzie tecniche” di espletamento di un mezzo di ricerca della prova particolarmente invasivo; che quanto, infine, all'unico profilo di novità dell'odierna ordinanza di rimessione — consistente nella denunciata disparità di trattamento, in parte qua, delle intercettazioni a fini di ricerca della prova rispetto alle intercettazioni preventive — va rimarcato come affermare che la disciplina in tema di localizzazione degli impianti, di cui alle disposizioni impugnate, è costituzionalmente compatibile, non equivalga a dire che sia addirittura costituzionalmente obbligata: ben potendo, al contrario, il legislatore modulare in maniera diversa — in un ventaglio di possibili alternative, caratterizzate da maggiore o minore “rigidezza” — i meccanismi di garanzia degli interessi in gioco; che — ciò premesso — il tertium comparationis evocato dal giudice a quo si presenta palesemente inidoneo a giustificare una censura di violazione del principio di uguaglianza; che, infatti, al di là dell'identità del mezzo tecnico, le intercettazioni preventive, di cui all'art. 226 disp. att. cod. proc. pen. , sono un istituto diverso — per presupposti, finalità, struttura e procedura — rispetto alle intercettazioni regolate dalle disposizioni di cui agli artt. 266 e seguenti del codice di rito: istituto caratterizzato — proprio in relazione a tale diversità — da una disciplina distinta e da un livello di garanzie complessivamente inferiore; che, come indica lo stesso nomen iuris, le intercettazioni preventive mirano, infatti, non già ad accertare reati, ma a prevenirne la commissione — in specie, ad acquisire notizie concernenti la prevenzione di delitti di particolare gravità e allarme sociale, quali quelli di cui agli artt. 51, comma 3-bis, e 407, comma 2, lettera a), numero 4, cod. proc. pen. — sul presupposto della sussistenza di «elementi investigativi» che giustifichino tale attività; non è previsto un intervento autorizzatorio del giudice, in quanto il relativo potere è attribuito al procuratore della Repubblica; i risultati di tali intercettazioni sono privi di valenza probatoria, non potendo essere in alcun modo utilizzati nel procedimento penale (salvo a fini investigativi): ed in quest'ottica è, tra l'altro, prevista l'immediata distruzione dei supporti e dei verbali delle operazioni, dopo che il procuratore abbia verificato la conformità delle attività compiute all'autorizzazione; che in tale quadro si inserisce la previsione dell'art. 5, comma 3, del decreto-legge 18 ottobre 2001, n. 374, convertito, con modificazioni, in legge 15 dicembre 2001, n. 438, su cui fa leva il giudice a quo: previsione in forza della quale le intercettazioni in parola possono essere eseguite, oltre che a mezzo di impianti installati presso la procura della Repubblica, «presso altre strutture idonee individuate dal procuratore che concede l'autorizzazione»;