[pronunce]

Inoltre, l'indicazione della procedura di correzione di cui all'art. 98, comma 1, del d.P.R. n. 396 del 2000 sarebbe impropria ed incongrua. Le parti costituite ritengono, infatti, che l'annotazione della scelta del cognome, già effettuata in base al d.P.C.m. n. 144 del 2016, non costituisca un errore materiale, ma sia invece un adempimento amministrativo effettuato dall'ufficiale di stato civile nell'esecuzione di puntuali istruzioni legislative e regolamentari. L'annullamento delle annotazioni rappresenterebbe un tentativo surrettizio di dissimulare una rettificazione anagrafica imposta d'ufficio e in assenza di contraddittorio. Ciò determinerebbe il sacrificio dei diritti fondamentali delle coppie unite civilmente che abbiano esercitato il diritto di scelta del cognome comune. 4.- Nel giudizio innanzi alla Corte, è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che le questioni siano dichiarate inammissibili o comunque non fondate. 4.1.- L'interveniente ha eccepito, in primo luogo, l'inammissibilità delle questioni per l'incompleta ricostruzione del quadro normativo. Il rimettente avrebbe omesso di considerare la disciplina delle schede anagrafiche individuali, di cui all'art. 20 del d.P.R. n. 223 del 1989, e dell'annotazione negli archivi dello stato civile di cui all'art. 63 del d.P.R. n. 396 del 2000. Si fa rilevare che con il matrimonio la moglie acquista il diritto di aggiungere il cognome del marito al proprio (art. 143-bis cod. civ.); da ciò non deriva alcuna modifica anagrafica del cognome della moglie, ma solo il diritto di usare il cognome del marito, aggiungendolo al proprio. La relativa scheda anagrafica non subisce modificazioni e continua a riportare il cognome da nubile. Per le unioni civili, la legge n. 76 del 2016, all'art. l, comma 10, consente alle parti di scegliere un cognome comune. Nel prevedere che le schede anagrafiche siano intestate al cognome posseduto prima dell'unione civile, l'art. 3 del d.lgs. n. 5 del 2017 sarebbe coerente con le disposizioni in materia di matrimonio. Inoltre, sempre nell'intento di regolare in modo uniforme unioni civili e matrimoni, il legislatore delegato ha modificato l'art. 63 del d.P.R. n. 396 del 2000, prevedendo l'iscrizione negli archivi dello stato civile della dichiarazione di voler assumere un cognome comune e di anteporlo o posporlo al proprio. 4.2.- D'altra parte, non sarebbero fondate le questioni sollevate in riferimento agli artt. 2, 22 e 117, primo comma, Cost., con riguardo al parametro interposto dell'art. 8 della CEDU. Al momento della costituzione dell'unione civile le parti possono scegliere il cognome, rendendo esplicita dichiarazione in tal senso. Secondo quanto stabilito dal novellato art. 20 del d.P.R. n. 223 del 1989, tali dichiarazioni non devono essere annotate nell'atto di nascita, né deve procedersi all'aggiornamento della scheda anagrafica. 4.3.- Ciò posto, si fa rilevare che, nel disporre l'annullamento dell'annotazione del cognome effettuata in vigenza del d.P.C.m. n. 144 del 2016, il censurato art. 8 avrebbe la funzione di norma di coordinamento. Ad avviso dell'Avvocatura dello Stato, questa disposizione non inciderebbe su diritti fondamentali della persona e non comporterebbe un cambio di identità. Quest'ultima ha radice nel cognome proprio di ogni soggetto, il quale è immutabile e identifica la persona. Oggetto di modifica sarebbe l'annotazione dello status, per sua natura transitorio, di componente dell'unione civile. Esso sarebbe identificativo non già dell'identità dell'individuo, ma della creazione di un nucleo familiare. Da queste considerazioni deriverebbe la non fondatezza delle questioni, in riferimento agli artt. 2, 22 e 117 Cost., in relazione al parametro interposto dell'art. 8 della CEDU. Quanto alla denunciata violazione dell'art. 3 Cost., l'Avvocatura dello Stato eccepisce l'inammissibilità della censura per errata ed insufficiente descrizione della fattispecie. Nel merito, essa sarebbe comunque manifestamente infondata, poiché non vi sarebbe una modifica dell'identità personale, né d'altra parte sussisterebbe un obbligo di contraddittorio. Si evidenzia, a questo riguardo, che l'art. 98, comma 3, del d.P.R. n. 396 del 2000 consente al procuratore della Repubblica e a chiunque vi abbia interesse di proporre opposizione, con ciò garantendo il diritto di difesa. 4.4.- In riferimento al denunciato eccesso di delega, l'Avvocatura dello Stato eccepisce l'inammissibilità della censura perché generica e non adeguatamente motivata. Nel merito, la questione sollevata in riferimento all'art. 76 Cost. non sarebbe fondata. La disposizione di cui all'art. 8 del d.lgs. n. 5 del 2017 sarebbe perfettamente coerente con la legge delega. Essa dovrebbe essere esaminata congiuntamente all'art. 1, lettera m), numero 1), del medesimo d.lgs. n. 5 del 2017. Nel modificare l'art. 63 del d.P.R. n. 396 del 2000, tale disposizione prevede, alla lettera g-sexies), l'iscrizione della dichiarazione relativa alla scelta del cognome comune e alla sua posizione.