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L'articolo 67, comma 5, delle norme di attuazione, di coordinamento e transitorie del codice di procedura penale, di cui al decreto legislativo 28 luglio 1989, n. 271, di seguito «norme di attuazione», stabilisce, inoltre, che il giudice debba evitare «di designare quale perito le persone che svolgano o abbiano svolto attività di consulenti di parte in procedimenti collegati a norma dell'articolo 371, comma 2, del codice». Tuttavia, non vi è un espresso divieto, né è prevista una sanzione anche di tipo processuale nel caso in cui il giudice «non eviti» la designazione di periti che versano in tale situazione. Ciò ha come conseguenza che nulla vieta di essere consulente di un giudice per la valutazione di un boss in un processo e consulente del braccio destro di quel boss in un processo collegato al primo. Ne consegue che la scelta di optare per l'uno o per l'altro ruolo è affidata alla coscienza dei singoli e resta una decisione squisitamente deontologica. Con gli articoli 1, comma 1, lettera a) , e 2, comma 1, lettera a) , del presente disegno di legge si intende superare tale problematica, trasferendo la previsione – priva, come detto, di una sanzione processuale – di cui al comma 5 dell'articolo 67 delle norme di attuazione nell'articolo 222 del codice di procedura penale. In questo modo diviene una formale causa di incompatibilità del perito anche il fatto che questo sia stato nominato consulente tecnico non solo in un procedimento connesso, ma anche in un procedimento collegato ai sensi dell'articolo 371, comma 2, del codice di procedura penale. La nomina di un perito che versa nella situazione da ultimo descritta diviene pertanto nulla. Al fine di ridurre il rischio che i professionisti svolgano il doppio lavoro di consulenti privati per imputati e di impiegati in strutture penitenziarie o nelle strutture subentrate ai soppressi ospedali psichiatrici giudiziari in cui i loro stessi clienti potrebbero essere ristretti o ricoverati, occorre stabilire criteri di incompatibilità per l'assunzione di incarichi di parte. Essendo il problema particolarmente delicato con riferimento agli esperti che prestano la loro attività lavorativa, anche non continuativa, presso le strutture penitenziarie e presso le strutture che hanno sostituito gli ospedali psichiatrici giudiziari, dato che si tratta di soggetti che hanno una maggiore probabilità di entrare in contatto o di subire pressioni di ogni natura da parte degli imputati ristretti presso le medesime strutture, con l'articolo 1, comma 1, lettera b) , del presente disegno di legge si è ritenuto di intervenire sul comma 3 dell'articolo 225 del codice di procedura penale, così da statuire che non possa essere nominato consulente tecnico chi versa in una delle predette condizioni. Un problema parallelo, ma tutt'altro che secondario, è quello relativo alle cautele da adottare, per prevenire la fuga di soggetti ricoverati in stato di restrizione della libertà personale in luoghi di cura ai sensi dell'articolo 275, comma 4- ter , del codice di procedura penale. Se, infatti, è previsto che, in caso di ricovero momentaneo per cure o interventi chirurgici ai sensi dell'articolo 11 della legge n. 354 del 1975, sull'ordinamento penitenziario, il giudice possa disporre il piantonamento del detenuto e che uguale determinazione possa essere adottata quando dispone il ricovero momentaneo del detenuto per accertarne l'incompatibilità con il regime carcerario ai sensi dell'articolo 286- bis del codice di procedura penale, tale possibilità non è disciplinata per l'ipotesi in cui, accertata l'incompatibilità del soggetto con il regime carcerario a causa di AIDS conclamata o di grave deficienza immunitaria, lo si ponga agli arresti domiciliari ospedalieri, e questo neanche in presenza di esigenze cautelari di eccezionale rilevanza, ai sensi dell'articolo 275, comma 4- ter , del medesimo codice. Attualmente, il detenuto del quale siano state accertate una pericolosità sociale rilevantissima e contestualmente un'impossibilità di prestargli i necessari trattamenti terapeutici all'interno della struttura carceraria deve essere ricoverato in un istituto di cura senza possibilità da parte dell'autorità giudiziaria di disporne il piantonamento o, comunque, misure idonee a scongiurarne il pericolo di fuga. Il pericoloso vuoto normativo, che determina un vulnus evidente alle esigenze di tutela della collettività, viene ad essere colmato con l'articolo 1, comma 1, lettera c) , della presente proposta, attraverso il quale, per mezzo di un'integrazione al citato articolo 275, comma 4- ter , si estende anche alla situazione descritta la possibilità per il giudice di adottare, ove occorra, i provvedimenti idonei a evitare il pericolo di fuga del soggetto interessato. Un'ulteriore questione spinosa è quella dell'individuazione tempestiva della struttura ospedaliera ove ricoverare il soggetto per accertarne lo stato di incompatibilità carceraria, ai sensi dell'articolo 286- bis del codice di procedura penale. Nell'esperienza pratica si registrano notevoli ritardi perché la norma non precisa da chi – giudice, amministrazione penitenziaria o perito – debba essere individuata tale struttura. Il problema si risolve attraverso la formulazione dell'articolo 1, comma 1, lettera d) , e dell'articolo 3 del presente disegno di legge, regolamentando, da un lato, gli aspetti procedurali mediante un'integrazione dell'articolo 286- bis del codice di procedura penale e prevedendo, dall'altro, l'istituzione presso il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria del Ministero della giustizia di una lista di ospedali e di istituti di cura, assistenza e accoglienza che possiedono idonei requisiti per l'erogazione di trattamenti terapeutici, anche specialistici, nei confronti dei soggetti indicati nella norma medesima, nonché requisiti di affidabilità al fine di impedire che tali soggetti, durante il ricovero, abbiano contatti con il mondo esterno. Le concrete modalità di attuazione della disposizione sono demandate a una successiva attività regolamentare. Un'ultima esigenza perseguita dal presente disegno di legge è quella di elevare il livello di attendibilità e di trasparenza professionale di coloro che nel processo penale sono chiamati a rivestire incarichi peritali, prevedendo l'esclusione da tali incarichi dei soggetti che si siano resi responsabili di particolari reati. Tra i requisiti per l'iscrizione all'albo dei periti nel settore penale (articolo 69 delle norme di attuazione) è previsto che non possano ottenerla coloro che sono stati condannati con sentenza irrevocabile alla pena della reclusione per delitto non colposo, salvo che sia intervenuta la riabilitazione, e coloro che siano stati cancellati o radiati dal rispettivo albo professionale a seguito di provvedimento disciplinare definitivo. La richiesta di iscrizione all'albo, invece, resta sospesa per il tempo in cui la persona interessata è imputata di delitto non colposo per il quale è consentito l'arresto in flagranza oppure è sospesa dal relativo albo professionale.