[pronunce]

che egli osserva che sussisterebbe, in capo ai ricorrenti, l'interesse ad agire, richiamando, sul punto, le decisioni della Corte di cassazione, prima sezione civile - ordinanza 21 marzo-17 maggio 2013, n. 12060 e sentenza 4-16 aprile 2014, n. 8878 - nelle quali sarebbe stata fornita risposta affermativa in relazione ad analoga domanda di accertamento svolta da alcuni elettori circa la lesione del rispettivo esercizio del voto in modo libero, diretto e conforme alle previsioni, sia della Costituzione, sia delle fonti europee; che, secondo il rimettente, il fatto che le elezioni dei membri del Parlamento europeo spettanti all'Italia si siano svolte nel maggio 2014 non potrebbe porre in dubbio la concretezza ed attualità di tale interesse, giacché il medesimo problema potrebbe ragionevolmente riproporsi in occasione delle prossime elezioni, previste nel 2019; che, dopo aver illustrato le ragioni per le quali ritiene di non accogliere varie censure prospettate dalle parti, il Tribunale ordinario di Trieste solleva questioni di legittimità costituzionale degli artt. 12, comma 9, 21, comma 1, numeri 1) e 3), e 22, commi 2 e 3, della legge n. 18 del 1979, nel testo risultante dalle modifiche introdotte dalla legge n. 10 del 2009, in riferimento agli artt. 2, 3, 48, secondo comma, e 51, primo comma, Cost., poiché tali disposizioni, contenendo «norme speciali e di deroga» rispetto alla soglia di sbarramento solo per le minoranze linguistiche «che hanno uno Stato di riferimento» (le minoranze di lingua francese della Valle d'Aosta, di lingua tedesca della Provincia di Bolzano e di lingua slovena del Friuli-Venezia Giulia), determinerebbero, per queste ultime, un trattamento differenziato rispetto alle altre minoranze linguistiche pure riconosciute dalla legge n. 482 del 1999 (in particolare, all'art. 2); che il rimettente, a sostegno delle censure proposte, menziona la Carta europea delle lingue regionali o minoritarie, fatta a Strasburgo il 5 novembre 1992, e la Convenzione-quadro per la protezione delle minoranze nazionali, fatta a Strasburgo il 1° febbraio 1995, ratificata e resa esecutiva dall'Italia con legge n. 302 del 1997, dalle quali emergerebbe il pieno riconoscimento dei principi di protezione ed eguaglianza delle minoranze nazionali, anche attraverso l'adozione di misure adeguate a promuovere, in tutti i settori della vita economica, sociale, politica e culturale, una eguaglianza piena ed effettiva tra le persone appartenenti ad una minoranza nazionale e quelle appartenenti alla maggioranza; che il giudice rimettente afferma, inoltre, che gli Stati europei avrebbero predisposto vari strumenti di tutela delle minoranze etniche e linguistiche, anche in materia elettorale; che la stessa Corte costituzionale avrebbe più volte ribadito l'esistenza di un principio fondamentale di tutela delle minoranze linguistiche, richiamando, in particolare, la sentenza n. 215 del 2013, in cui sarebbe stata affermata l'«effettiva eguaglianza tra tutte le comunità linguistiche regionali riconosciute, anche se prive di uno Stato straniero di riferimento, quali la comunità linguistica friulanofona, cui appartengono appunto gli odierni istanti»; che, sulla base di tali considerazioni, il rimettente assume che le norme censurate, le quali determinerebbero una disparità di trattamento non sorretta da una razionale giustificazione, si porrebbero in contrasto con gli artt. 2 e 3 Cost., come pure con la «libertà di voto ed elettorale ex artt. 48 e 51 Cost.»; che le questioni così prospettate - afferma infine il rimettente - sarebbero rilevanti in ordine all'azione di accertamento proposta dai ricorrenti, anche alla luce della loro documentata, e pacifica, appartenenza alla comunità friulanofona (con la sola eccezione di uno degli otto ricorrenti); che, con atti di analogo tenore, depositati in data 11 novembre 2014 nel giudizio instaurato dal Tribunale ordinario di Cagliari e in data 7 aprile 2015 in quello instaurato dal Tribunale ordinario di Trieste, è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che le questioni siano dichiarate inammissibili e, comunque, infondate; che l'Avvocatura generale dello Stato solleva plurime eccezioni di inammissibilità; che essa osserva, anzitutto, che le ordinanze di rimessione sarebbero assolutamente carenti sotto il profilo dell'esatta individuazione delle domande proposte nei giudizi pendenti dinanzi al Tribunale ordinario di Cagliari e al Tribunale ordinario di Trieste, limitandosi a riportare le conclusioni contenute negli atti introduttivi, e che l'omessa descrizione delle fattispecie concrete impedirebbe di valutare la rilevanza delle questioni; che, in secondo luogo, i giudici rimettenti non indicherebbero i principi espressi dalle disposizioni costituzionali che assumono lese, omettendo, altresì, di fornire un'interpretazione costituzionalmente conforme delle disposizioni censurate; che, in terzo luogo, i rimettenti non avrebbero indicato «una concreta motivazione» in ordine alla rilevanza della questione, sottolineando l'Avvocatura generale dello Stato che le parti private non agiscono dinanzi al giudice amministrativo con gli strumenti previsti in tema di impugnazione dei risultati elettorali a tutela di un diritto attuale e asseritamente leso in concreto, bensì, di fronte al giudice civile, a tutela di un astratto diritto al voto libero, eguale, personale e diretto, così che le norme oggetto del giudizio di costituzionalità verrebbero in buona sostanza direttamente censurate per una (allo stato del tutto ipotetica e astratta) loro errata applicazione; che i rimettenti, inoltre, non si sarebbero preoccupati di verificare la reale appartenenza dei ricorrenti ad una o più delle minoranze in ipotesi discriminate; che, infine, l'Avvocatura generale dello Stato eccepisce l'inammissibilità delle questioni, poiché i giudici a quibus prospetterebbero vizi di illegittimità costituzionale a fronte dei quali non sarebbe possibile individuare un'univoca modalità di intervento, tale da rimuovere la (presunta) discriminazione tra le varie minoranze, introducendo un regime che, in caso di sentenza di accoglimento, consenta lo svolgimento delle elezioni senza che nel sistema si verifichino insanabili aporie (viene ricordata la sentenza della Corte costituzionale n. 271 del 2010);