[pronunce]

che è intervenuto in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, tramite l'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che le questioni vengano dichiarate inammissibili o, in subordine, non fondate; che in relazione, difatti, alla questione che investe la disciplina del “giustificato e documentato motivo”, idoneo ad escludere la responsabilità per l'omessa comunicazione prevista dal censurato comma 2 dell'art. 126-bis del codice della strada, la difesa statale rileva come questa Corte – con la sentenza n. 165 del 2008 – abbia respinto analoga questione sollevata da altro remittente; che in quella occasione, in particolare, è stato osservato come il giudice a quo «non avesse attribuito il dovuto rilievo “alla circostanza che agli illeciti amministrativi contemplati dal codice della strada si applica la disciplina generale dell'illecito depenalizzato di cui alla legge 24 novembre 1981, n. 689 (Modifiche al sistema penale), il cui art. 3, nel subordinare la responsabilità all'esistenza di un'azione od omissione che sia “cosciente e volontaria”, ha inteso, appunto, prevedere il caso fortuito o la forza maggiore quali circostanze idonee ad esonerare l'agente da responsabilità»; che non in contrasto con tali principi si porrebbe – secondo l'Avvocatura generale dello Stato – l'interpretazione della norma censurata proposta dalla giurisprudenza di legittimità; che essa, infatti, ha affermato che il proprietario del veicolo, in quanto responsabile della circolazione dello stesso nei confronti delle pubbliche amministrazioni non meno che dei terzi, è «tenuto sempre a conoscere l'identità dei soggetti ai quali ne affida la conduzione, onde dell'eventuale incapacità d'identificare detti soggetti necessariamente risponde, nei confronti delle une per le sanzioni e degli altri per i danni, a titolo di colpa per negligente osservanza del dovere di vigilare sull'affidamento, in guisa da essere in grado d'adempiere al dovere di comunicare l'identità del conducente» (è citata la sentenza della Corte di cassazione, sezione II civile, n. 13748 del 15 maggio 2007); che tanto premesso, le sentenze richiamate dal giudice remittente – osserva ancora l'Avvocatura generale dello Stato – «si limitano a chiarire che l'obbligo di comunicazione di cui all'art. 126-bis non può ritenersi assolto con la mera dichiarazione del proprietario di non essere in grado di indicare i dati del conducente, in quanto l'obbligo di comunicazione è strumentale alla soddisfazione di un interesse, la repressione delle infrazioni stradali, che è strettamente collegato alla tutela dell'ordine e della sicurezza pubblica e giustifica il rigore con cui è stata disciplinata la prova idonea ad esonerare da responsabilità il proprietario»; che, per contro, conclude sul punto la difesa statale, il «compito di verificare l'esimente della responsabilità omissiva a carico del proprietario del veicolo è esercitato dal Giudice di pace nel momento in cui il primo proponga ricorso, sostenendo l'ingiusta valutazione da parte dell'autorità verbalizzante del motivo addotto a giustificazione dell'impossibilità di fornire i dati del conducente»; tale giudizio, in quanto attiene al merito della vicenda, è «come tale incensurabile in sede di legittimità»; che, quanto, invece, alla seconda questione, ovvero a quella che attiene alla previsione di un «obbligo di comunicazione del nominativo del conducente prima e a prescindersi dall'intervenuta definitività dell'accertamento della violazione», l'Avvocatura generale dello Stato richiama la sentenza di questa Corte n. 27 del 2005; che tale sentenza, «pur non affrontando ex professo il tema» (concernendo la norma in esame in una formulazione anteriore a quella vigente ed applicabile alla fattispecie oggetto del giudizio principale), ha affermato – osserva sempre la difesa statale – che «in nessun caso il proprietario è tenuto a rivelare i dati personali e della patente del conducente prima della definizione dei procedimenti giurisdizionali o amministrativi per l'annullamento del verbale di contestazione dell'infrazione», dovendosi la contestazione ritenere “definita” «quando sia avvenuto il pagamento della sanzione amministrativa pecuniaria o siano conclusi i procedimenti dei ricorsi amministrativi o giurisdizionali ammessi ovvero siano decorsi i termini per la proposizione dei medesimi»; che, pertanto, secondo l'Avvocatura generale dello Stato, nel sistema delineato dal codice della strada, «l'applicazione della sanzione accessoria della decurtazione dei punti è l'effetto della definitività dell'accertamento, sicché il proprietario potrà adempiere all'obbligo di comunicazione dei dati nel termine di sessanta giorni dalla notifica del verbale, ossia a seguito dell'inutile decorso del termine utile per il ricorso, senza che questo venga proposto, sia entro il termine di sessanta giorni dalla conoscenza del rigetto del ricorso, eventualmente proposto», ciò che palesa la manifesta infondatezza dei «profili di irrazionalità ravvisati dal giudice remittente». Considerato che il Giudice di pace di Torino ha sollevato – in riferimento agli articoli 3, 24 e 97 della Costituzione – questioni di legittimità costituzionale dell'art. 126-bis, comma 2, del decreto legislativo 30 aprile 1992, n. 285 (Nuovo codice della strada), modificato dall'art. 2, comma 164, del decreto-legge 3 ottobre 2006, n. 262 (Disposizioni urgenti in materia tributaria e finanziaria), convertito in legge, con modificazioni, dall'art. 1, comma 1, della legge 24 novembre 2006, n. 286; che il remittente premette di essere chiamato ad esaminare l'opposizione proposta, ai sensi dell'art. 204-bis del codice della strada, avverso il verbale con il quale – a norma dell'art. 126-bis, comma 2, del medesimo codice – è stata inflitta alla proprietaria di un'autovettura (veicolo a carico del quale era stata in precedenza accertata l'infrazione stradale dell'eccesso di velocità, ex art. 142 del codice della strada, senza però l'immediata identificazione del suo autore) la sanzione pecuniaria prevista per non avere la stessa comunicato «i dati personali e della patente del conducente al momento della commessa violazione»; che nella specie il giudice a quo esclude di poter «aderire alla richiesta di annullamento» del verbale, avanzata dalla ricorrente nel giudizio principale; che – a suo dire – osterebbe a tale esito, in primo luogo, la circostanza che la ricorrente «ha dichiarato di non essere in grado di risalire al guidatore dell'auto al momento della violazione», rendendo, così, una dichiarazione “negativa”, come tale non idonea (secondo quanto ritenuto dalla giurisprudenza di legittimità) ad evitare l'irrogazione della sanzione pecuniaria prevista dal citato comma 2 dell'art. 126-bis del codice della strada;