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Oggi le centrali elettriche alimentate a carbone diventerebbero, tra queste quella di Civitavecchia, quanto mai necessarie a scongiurare il blackout elettrico in autunno, in inverno o perlomeno per evitare quanto si presuppone avverrà, ovvero un razionamento importante del consumo energetico. La questione relativa all'energia e agli approvvigionamenti avrà ripercussioni su tutta la nostra economia, tanto che lo stesso Governo ha presentato stime al ribasso sulla crescita che potrebbero portarci ad un livello prossimo alla recensione. Allo stesso tempo, quindi, diventano troppo ambiziosi gli obiettivi europei di decarbonizzazione e diventano chimeriche le nuove risorse proprie dell'Unione basate anche sugli obiettivi ambientali prefissati. È evidentemente mutato il quadro internazionale, politico e programmatico, così come sono mutate le strategie e gli impegni da conseguire. Infatti, oltre agli interventi per fronteggiare la pandemia, è stato varato un piano di prestiti e sovvenzioni attraverso il principale dei quali abbiamo dato vita al PNRR. Così come sono state sospese le regole fiscali che ci hanno consentito la flessibilità di bilancio, ma anche quelle sugli aiuti di Stato che ci hanno consentito di portare avanti sostegni in deroga alla disciplina europea, dovremmo fare in modo che le scelte temporaneamente adottate in sede Europea, quando occorra, possano diventare strutturali. Ci riferiamo soprattutto alle regole fiscali, a un differente calcolo del debito, che non includa quello fatto per investimenti, ma anche alle regole troppo stringenti che fanno scattare le procedure di infrazione. Oltre alle relazioni, il provvedimento su cui siamo chiamati ad esprimerci, è la legge di delegazione europea, che è un provvedimento fondamentale per adeguare l'ordinamento italiano al diritto dell'Unione, ma che non può essere un cappio al collo. Noi intendiamo scongiurare il rischio di condanne legate a procedure di infrazione, che comportano costi enormi e lunghi contenziosi all'Italia; non può, però, essere valutato o non valutato il fatto che le sei condanne che ci hanno inflitto hanno comportato oneri per più di 750 milioni per il nostro Paese. Se recepire le direttive europee significa assicurare più diritti, più tutele e maggiori opportunità per i nostri cittadini, per le nostre famiglie e per i consumatori europei, nel momento in cui dobbiamo attingere dal bilancio dello Stato per far fronte a somme ingenti come quelle citate, è evidente che le togliamo a servizi a favore dei nostri cittadini. Quindi, sì all'armonizzazione delle regole, ma con procedure meno cogenti, specie in un periodo in cui gli obiettivi pianificati solo tre anni fa sono stati, per forza di cose, modificati. Anche perché spesso ci troviamo di fronte a richieste europee che penalizzano i settori produttivi italiani, talvolta a favore di altri Paesi europei. Ecco perché ancora di più, in questo momento, è necessaria la nostra partecipazione attiva come Paese nell'ambito sia della fase ascendente che di quella discendente, a tutela dell'interesse nazionale ancora prima di quello europeo. Intervenire nella formazione e nell'attuazione della normativa europea deve andare di pari passo con l'attività legislativa nazionale e per questo confidiamo nella autorevolezza del presidente Draghi. A tal proposito, la continuità territoriale, che è un tema sancito a livello europeo e a breve anche dalla legge costituzionale che dovrebbe essere approvata definitivamente ai primi di luglio dalla Camera, deve essere un tema trattato adeguatamente a livello europeo. Proprio il Trattato sul funzionamento dell'Europa, infatti, prevede che l'Unione mira a ridurre il ritardo delle Regioni meno favorite, ma anche alla creazione delle reti di collegamento (articoli 174 e 170 del Trattato). Quindi, chiediamo al Governo italiano di intervenire proponendo una legislazione europea per colmare il divario economico e territoriale della Sardegna e delle isole europee, perché questo è previsto dal Trattato di funzionamento dell'Unione europea, che è appunto un atto fondante dell'Unione europea stessa. Signor Presidente, concludo chiedendo l'autorizzazione a consegnare la restante parte del mio intervento. (Applausi dal Gruppo FIBP-UDC). PRESIDENTE. La Presidenza la autorizza in tal senso È iscritto a parlare il senatore Bergesio. Ne ha facoltà. BERGESIO (L-SP-PSd'Az) . Signor Presidente, le politiche europee rivolte al miglioramento della sostenibilità del sistema agricolo e agroalimentare non possono non tenere conto della peculiarità del nostro sistema produttivo. Sull'agricoltura si stanno misurando gli effetti più drammatici dei cambiamenti climatici in atto. La forte siccità di quest'estate sta mettendo in ginocchio le aziende, che si trovano ad affrontare una crisi idrica senza precedenti. Stiamo parlando di una siccità storica, più dura, molto più dura di quella del 2003 e del 2017. Le stime parlano di 3 miliardi di danni già causati da questa siccità. Il grano in fase di raccolto è tra le colture meno a rischio, con un calo previsto niente meno che del 30 per cento. Alla perdita si aggiungo il rincaro del 170 per cento del costo dei fertilizzanti e del prezzo del gasolio agricolo, quasi triplicato in un anno. Ortofrutta, soia e mais sono le coltivazioni più a rischio. Discorso a sé lo merita il riso. Senza pioggia, le amministrazioni di Pavia, Novara e Vercelli dovranno scegliere tra la salvaguardia del raccolto e il razionamento dell'acqua per l'uso civile. Le conseguenze sono serie e drammatiche anche per la produzione energetica, già in affanno a causa della crisi del gas. Oltre 175 Comuni del Piemonte, 36 in Lombardia e 14 Emilia-Romagna sono serviti dalla Protezione civile. Per quanto riguarda il servizio idropotabile la situazione è oggi di vera e propria emergenza. Per l'agricoltura e gli allevamenti, soprattutto il Nord e il Centro stanno patendo pesantemente questo drammatico cambiamento climatico. L'Italia però - diciamocelo chiaramente - è nel contesto europeo il Paese con più acqua, con 302 miliardi di metri cubi di pioggia all'anno, di cui 53 miliardi di metri cubi utilizzabili; di questi, tuttavia, riusciamo a immagazzinare solo l'11 per cento, cioè 5,3 miliardi di metri cubi. Abbiamo una grande ricchezza di corsi d'acqua (7.594), di laghi (324) e oltre mille grandi falde sotterranee, ma, allo stesso tempo, abbiamo una carenza di infrastrutture mai rinnovate dal dopoguerra: 600.000 chilometri di rete idrica, che perdono mediamente il 42 per cento di acqua. L'irrigazione poi in Italia costituisce una condizione fondamentale per avere un'agricoltura competitiva sui mercati globali e di conseguenza un sistema agroalimentare di eccellenza. Infatti, ad essere minacciata è anche la competitività dell'agroalimentare made in Italy , già colpita dai rincari dei costi energetici scaturiti dal conflitto tra Russia e Ucraina e di quelli delle materie prime, eventi questi che, uniti all'emergenza climatica in atto, rischiano di generare danni irreversibili al sistema agroalimentare italiano.