[pronunce]

L'eccezione di inammissibilità proposta dall'Avvocatura generale dello Stato per carenza della motivazione sulla rilevanza deve essere respinta: dall'ordinanza emerge, infatti, che la notifica del precetto (20 settembre 2002) è avvenuta quando, anche per la sospensione dei termini nel periodo feriale, certamente era ancora pendente il termine per impugnare la sentenza (pubblicata il 30 luglio 2002), e pertanto sarebbe stata del tutto superflua la precisazione, da parte del rimettente, della effettiva proposizione, o non, dell'impugnazione. Nel merito, la questione è infondata. Va premesso che i parametri della ragionevole durata del processo - di cui agli artt. 111, secondo comma, Cost., e 6 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo - e del principio della azionabilità dei diritti - di cui all'art. 24 Cost. - sono manifestamente non pertinenti dal momento che il preteso incentivo a proporre appelli dilatori e la possibilità di subire opposizioni all'esecuzione in caso di esercizio dell'azione esecutiva costituiscono, a tutto concedere alla loro plausibilità, inconvenienti di mero fatto e non certamente indici della violazione delle invocate norme costituzionali. La dedotta violazione del principio di eguaglianza di fronte alla legge (art. 3 Cost.) e, conseguentemente, della parità delle armi (art. 111, secondo comma, Cost.) tra il vincitore della causa che, vedendo accolta la sua domanda, ottiene un capo di condanna alle spese provvisoriamente esecutivo ed il vincitore della causa che, vedendo rigettata la domanda proposta nei suoi confronti, ottiene un capo di condanna alle spese privo della provvisoria efficacia esecutiva, non sussiste. Il rimettente muove dal presupposto che, secondo il c.d. diritto vivente, il capo di condanna alle spese sia «accessorio» rispetto al capo della sentenza che decide il merito della causa e che da tale «accessorietà» discenda inesorabilmente che, ove il capo principale non rechi condanna (esecutiva ex lege: art. 282 cod. proc. civ.), il capo relativo alle spese verrebbe attratto nel medesimo regime quanto alla non esecutività immediata: e ciò nonostante il capo relativo alle spese sia di condanna e, pertanto, anch'esso assoggettabile al principio - sancito dall'art. 282 cod. proc. civ. - dell'esecutività ex lege di tutte le sentenze di primo grado di condanna. In proposito è agevole rilevare come l'impostazione della questione sia erronea sotto un duplice profilo: in primo luogo, perché essa trascura di considerare che l'art. 282 cod. proc. civ. mira - per finalità certamente non irragionevoli perseguite dal legislatore - ad anticipare, rispetto a quello della irretrattabilità, il momento della efficacia della sentenza di merito di primo grado (così come, ante Novella del 1990, il legislatore aveva fatto con riguardo alla sentenza di secondo grado); in secondo luogo, perché adotta un concetto del tutto improprio di accessorietà, laddove l'art. 31 cod. proc. civ. designa con tale locuzione domande ulteriori rispetto a quella principale, in relazione alla quale si radica la competenza territoriale del giudice. Ove avesse tenuto conto di ciò, il rimettente avrebbe constatato che l'art. 282 cod. proc. civ. non impedisce certamente che siano muniti di efficacia esecutiva immediata capi condannatori «accessori» (id est, di accoglimento di domande accessorie ex art. 31 cod. proc. civ.) rispetto a capo non condannatorio relativo alla domanda principale, e cioè che, ove di vera accessorietà si tratti, opera pienamente il principio dell'anticipazione della efficacia della sentenza di merito (di condanna) rispetto al momento della definitività. Così come avrebbe constatato che il capo della condanna alle spese non può certamente definirsi «accessorio» nel senso di cui all'art. 31 cod. proc. civ. , in quanto non solo la pronuncia sulle spese non presuppone affatto, affinché il giudice possa (ed anzi, debba) adottarla, una domanda di parte (la quale, pure se proposta, è irrilevante ai fini del valore della causa: arg. ex artt. 10 e 31 cod. proc. civ.), ma essa ha il suo «titolo» esclusivamente nel contenuto della decisione sul merito della controversia, in applicazione del principio della soccombenza (art. 91 cod. proc. civ.). Di qui la conseguenza che il capo sulle spese, quando costituisce corollario (più che «accessorio») di una pronuncia di merito non suscettibile per il suo contenuto di vedere anticipata la sua efficacia rispetto alla definitività, non chiama in gioco, nonostante sia un capo di condanna, l'art. 282 cod. proc. civ. , il quale, si ripete, riguarda di per sé esclusivamente la decisione di merito; sicché la questione è sollevata in base ad erroneo presupposto interpretativo.. per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE dichiara non fondata la questione di legittimità costituzionale del combinato disposto degli artt. 282 e 474 del codice di procedura civile sollevata, in riferimento agli artt. 3, 24 e 111, secondo comma, della Costituzione, nonché all'art. 6 della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali, dal Tribunale di Torino con l'ordinanza in epigrafe. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, l'8 luglio 2004. F.to: Valerio ONIDA, Presidente Romano VACCARELLA, Redattore Giuseppe DI PAOLA, Cancelliere Depositata in Cancelleria il 16 luglio 2004. Il Direttore della Cancelleria F.to: DI PAOLA