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L'ennesima manifestazione della valenza endoprocessuale diretta delle pronunce della Corte europea sui casi trattati dalla giurisdizione nazionale si rinviene nel decreto del Presidente della Repubblica 28 novembre 2005, n. 289 («Regolamento recante integrazioni al testo unico di cui al decreto del Presidente della Repubblica 14 novembre 2002, n. 313, in materia di casellario giudiziale»), ove si prevede l'iscrizione nel casellario giudiziale anche della decisione della Corte europea dei diritti dell'uomo concernente «provvedimenti giudiziali ed amministrativi definiti dalle autorità nazionali e già iscritti» (articolo 1). Si tratta di un'innovazione alla quale certamente non può annettersi il significato di rimozione del giudicato. Tuttavia, va sottolineato come, nel parere reso in ordine al citato regolamento, il Consiglio di Stato (Sezione consultiva, parere del 24 ottobre 2005, n. 4304/2005) abbia sostenuto che: «ove la giurisdizione interna sia stata esercitata in violazione dei (...) precetti della Convenzione, il soggetto che da tale cattivo esercizio abbia subìto lesione ben potrà far valere nell'ordinamento interno gli effetti, se non pur l'efficacia diretta della pronuncia della Corte (...)». Ma la stessa Corte europea si è progressivamente affrancata dalla natura puramente declaratoria e risarcitoria delle sue decisioni e si è espressa nel senso della necessità che al riconoscimento della violazione dei diritti umani da essa accertata consegua un'obbligazione di risultato dello Stato membro, cioè quella di pervenire a eliminare la violazione dichiarata. Nel solco tracciato dall'importante pronuncia Scozzari e Giunta c/Italia appare opportuno il richiamo alle altre decisioni della Corte europea: 27 febbraio 2001, Lucà c/Italia; Lyonsed altri c/Regno Unito, n. 15227/03; 23 ottobre 2003, Gencel c/Turchia e 29 gennaio 2004, Tahir Duran c/Turchia in ipotesi di violazioni dell'indipendenza e dell'imparzialità delle Corti di sicurezza dello Stato, ai sensi dell'articolo 6, paragrafo 1, della CEDU; 18 maggio 2004, Somogyi c/Italia; 10 novembre 2004, Sejdovic/Italia; Grande Camera Corte europea, Ocalan c/Turchia , n. 46221/99, paragrafo 210, 12 maggio 2005; 2 giugno 2005, Goktepe c/Belgio ; Grande Camera Corte europea, 1º marzo 2006, Sejdovic c/Italia . In tale rinnovato contesto, legislativo e giurisprudenziale, si collocano alcune recenti, importanti pronunce su casi nazionali, che meglio consentono di inquadrare ed interpretare le ragioni della non procrastinabilità dell'intervento legislativo. E sotto questo profilo appare utile il richiamo alla sentenza 18 maggio 2004, resa in causa Somogyi c/Italia , ove la Corte, avendo constatato l'inottemperanza all'articolo 6 della CEDU – per non essere stato il ricorrente messo in grado di esercitare il suo diritto di partecipare al processo, essendo stato giudicato in contumacia e dopo il rigetto dell'istanza di restituzione in termini – affermava la necessità «(...) di rinnovare il processo a carico dell'interessato ovvero di riaprire la procedura in tempo utile e nel rispetto delle condizioni previste dall'articolo 6 della Convenzione» (paragrafo 86). Tale passaggio autorizza a ritenere che il destinatario della decisione della Corte europea è lo Stato convenuto e non già il giudice nazionale. Lo Stato italiano, a differenza di altri Paesi europei, quali la Francia, l'Austria, la Germania, il Regno Unito, la Polonia, la Bulgaria e la Svizzera, non si è ad oggi dotato di disposizioni normative che consentano la riapertura o la ripetizione del processo dopo la censura da parte della Corte in ordine alla violazione di un diritto sostanziale riconosciuto dalla CEDU o alla constatazione di un vizio procedurale che abbia inciso sulla sorte del procedimento. La materia ha formato oggetto di attenzione da parte del legislatore, a partire da alcune iniziative parlamentari del 1998, con i progetti già citati degli anni 2003-2004, poi con la proposta di legge atto Camera n. 1780, del 13 ottobre 2008, d'iniziativa dei deputati Di Pietro ed altri e, infine, con la proposta di legge atto Camera n. 1538, d'iniziativa del deputato Pecorella, adottata come testo base in Commissione Giustizia alla Camera nel 2009, ma il cui esame si è interrotto, prima nello stesso anno e poi, di nuovo, nel 2011. A tal proposito, è opportuno rilevare che sulla stessa materia è intervenuta la Corte Costituzionale che, con sentenza n. 113 del 2011, ha dichiarato illegittimo l'articolo 630 del codice di procedura penale «nella parte in cui non prevede un diverso caso di revisione della sentenza o del decreto penale di condanna al fine di conseguire la riapertura del processo, quando ciò sia necessario, ai sensi dell'articolo 46, paragrafo 1, della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali, per conformarsi ad una sentenza definitiva della Corte europea dei diritti dell'uomo». La Corte, inoltre, ha fatto un preciso riferimento all'attività del legislatore precisando che «l'incidenza della declaratoria di incostituzionalità sull'articolo 630 del codice di procedura penale non implica una pregiudiziale opzione di questa Corte a favore dell'istituto della revisione, essendo giustificata soltanto dall'inesistenza di altra e più idonea sede dell'intervento additivo. Il legislatore resta pertanto, e ovviamente, libero di regolare con una diversa disciplina recata anche dall'introduzione di un autonomo e distinto istituto – il meccanismo di adeguamento alle pronunce definitive della Corte di Strasburgo. come pure di dettare norme su specifici aspetti di esso sui quali questa Corte non potrebbe intervenire, in quanto involventi scelte discrezionali (quale, ad esempio, la previsione di un termine di decadenza per la presentazione della domanda di riapertura del processo, a decorrere dalla definitività della sentenza della Corte europea). Allo stesso modo, rimane affidata alla discrezionalità del legislatore la scelta dei limiti e dei modi nei quali eventualmente valorizzare le indicazioni della Raccomandazione R(2000)2 del Comitato dei Ministri del Consiglio d'Europa (....) nella parte in cui prospetta la possibile introduzione di condizioni per la riapertura del procedimento, collegate alla natura delle conseguenze prodotte dalla decisione interna e all'incidenza su quest'ultima della violazione accertata». Occorre, inoltre, non trascurare il fatto che alcuni giudici nazionali dell'esecuzione – proprio a causa dell'assenza di un rimedio normativo diretto alla rinnovazione del processo – stanno seguendo un percorso ermeneutico, secondo il quale essi non possono disconoscere gli effetti della decisione di Strasburgo.