[pronunce]

ORDINANZA ha pronunciato la seguentenel giudizio di legittimità costituzionale degli articoli 4 e 6 della legge 20 giugno 2003 n. 140 (Disposizioni per l'attuazione dell'art. 68 della Costituzione nonché in materia di processi penali nei confronti delle alte cariche dello Stato), promosso con ordinanza del 15 ottobre 2004 dal Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Siracusa nel procedimento penale a carico di G.G. ed altri, iscritta al n. 54 del registro ordinanze 2005 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n.8, prima serie speciale, dell'anno 2005. Visto l'atto di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri; udito nella camera di consiglio del 24 ottobre 2007 il Giudice relatore Giovanni Maria Flick. Ritenuto che, con l'ordinanza indicata in epigrafe, il Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Siracusa ha sollevato, in riferimento agli artt. 3, 24, 68, secondo e terzo comma, 101 (recte: 111) , secondo e terzo comma, e 112 della Costituzione, questione di legittimità costituzionale del combinato disposto degli artt. 4 e 6 della legge 20 giugno 2003, n. 140 (Disposizioni per l'attuazione dell'art. 68 della Costituzione nonché in materia di processi penali nei confronti delle alte cariche dello Stato), nella parte in cui – secondo l'interpretazione accolta dal giudice a quo – stabilisce che, ai fini dell'utilizzazione delle conversazioni alle quali hanno preso parte membri del Parlamento, intercettate in qualsiasi forma sia nell'ambito di procedimenti nei quali il parlamentare è indagato che nell'ambito di procedimenti riguardanti terzi, è necessaria l'autorizzazione della Camera di appartenenza del parlamentare anche quando quest'ultimo ha acquisito la qualità di membro del Parlamento in data successiva a quella di esecuzione delle operazioni; che il rimettente riferisce che, nel procedimento a quo, erano state eseguite intercettazioni telefoniche su utenze intestate o in uso alla persona sottoposta alle indagini G. G., nonché su utenze intestate o in uso ad altri soggetti, i quali, nel corso delle conversazioni, avevano riferito di condotte poste in essere da detta persona; che, all'esito delle indagini preliminari, il pubblico ministero aveva ritenuto di dover procedere nei confronti di detto indagato e di altre persone per i reati di cui agli artt. 319 e 326 del codice penale e all'art. 96 del d.P.R. 30 marzo 1957, n. 361 (Approvazione del testo unico delle leggi recanti norme per la elezione della Camera dei deputati); che, peraltro, avendo l'indagato acquisito la qualità di parlamentare – in quanto eletto alla Camera dei deputati – successivamente alle intercettazioni, il pubblico ministero aveva fatto istanza al giudice a quo, affinché richiedesse alla Camera di appartenenza del predetto l'autorizzazione ad utilizzare i risultati delle intercettazioni stesse, ai sensi dell'art. 6, comma 2, della legge n. 140 del 2003; che, al riguardo, il rimettente dichiara di condividere l'interpretazione posta a base dell'istanza, stando alla quale la disciplina dettata dagli artt. 4 e 6 della citata legge si applicherebbe non solo alle intercettazioni di conversazioni della persona che abbia già la qualifica di parlamentare al momento di esecuzione delle operazioni; ma anche alle intercettazioni di chi acquisisca tale qualifica solo successivamente, nel corso del procedimento: e ciò a prescindere dal fatto che si tratti di intercettazioni «dirette» (eseguite, cioè, su utenza telefonica del parlamentare), ovvero «indirette» (effettuate, cioè, su utenze di altri soggetti, quando il parlamentare partecipi comunque alla conversazione); che detta interpretazione – «condivisa incidentalmente», secondo il giudice a quo, dalla stessa Camera dei deputati, nel pronunciarsi su una precedente richiesta di autorizzazione, erroneamente avanzata dal pubblico ministero nel medesimo procedimento ai sensi dell'art. 4 della legge n. 140 del 2003 – sarebbe, infatti, «l'unica possibile alla stregua dei criteri ermeneutici dettati dall'ordinamento»: risultando «illuminanti», in proposito, sia le osservazioni contenute nell'ordinanza della Corte di cassazione 4 febbraio-9 marzo 2004, n. 10772 (con la quale è stata sollevata una diversa questione di legittimità costituzionale della disciplina dettata dalla legge n. 140 del 2003); sia le indicazioni ricavabili dai lavori preparatori della legge in questione; che nella predetta lettura, tuttavia, il combinato disposto degli artt. 4 e 6 della legge n. 140 del 2003 verrebbe a porsi in contrasto con plurimi parametri costituzionali; che sarebbe violato, anzitutto, l'art. 68, secondo e terzo e comma, Cost., il quale – richiedendo l'autorizzazione della Camera di appartenenza del parlamentare solo per il compimento di alcuni atti, tassativamente elencati – mirerebbe a tutelare non già la persona fisica, il prestigio o il «buon nome» dei singoli parlamentari; quanto piuttosto la funzione costituzionale da essi svolta, onde evitare che la medesima venga condizionata, controllata o limitata dall'espletamento di atti di indagine invasivi; che, per contro, le disposizioni impugnate – con l'estendere la predetta tutela, di carattere eccezionale e derogatorio di altri principi costituzionali, anche alle conversazioni di persona priva della qualifica di parlamentare al momento di esecuzione delle intercettazioni – non tutelerebbero più la funzione, non essendo le conversazioni in parola riferibili all'attività di un soggetto che riveste un ruolo di rilievo costituzionale; che le medesime norme – interpretate nei termini dianzi indicati – violerebbero, altresì, l'art. 3 Cost., il quale sancisce il principio di parità di trattamento dei cittadini anche rispetto alla giurisdizione, esigendo che le eventuali diversità di regime stabilite dalla legge ordinaria trovino fondamento nella necessità di tutela di valori sopraordinati o, comunque, di pari rango; che nella specie, per contro, il diverso trattamento riservato ai membri del Parlamento – quanto all'utilizzazione delle intercettazioni telefoniche eseguite prima della loro elezione – non potrebbe trovare giustificazione nella specialità delle funzioni svolte, ma sarebbe diretto unicamente a tutelare beni non garantiti né esplicitamente né implicitamente dalla Costituzione: quali il prestigio del parlamentare o l'interesse ad evitare che quest'ultimo «utilizzi parte del suo tempo per partecipare all'attività giurisdizionale come qualunque altro cittadino»; che sarebbero lesi, ancora, il diritto di difesa e il diritto alla prova delle parti del processo, riconosciuti, rispettivamente, dagli artt. 24 e 101 (recte: 111), terzo comma, in relazione all'art. 3 Cost.; che la disciplina di cui all'art. 6 della legge n. 140 del 2003 – la quale prevede l'immediata distruzione della documentazione delle operazioni, nel caso di diniego dell'autorizzazione, e l'inutilizzabilità delle registrazioni di comunicazioni e dei verbali acquisiti in violazione del disposto del medesimo articolo – introdurrebbe, infatti, una ingiustificata disparità di trattamento tra le parti processuali e limiti insuperabili al diritto di difesa: