[resaula]

l'interrogante evidenzia ancora come, anche dal punto di vista formale, gli addebiti verso la società partecipata degli onorari ed accessori da parte dei professionisti soci, (con obbligo di prestazioni di servizio verso la società partecipata) sembrano interessati dalla maggiorazione del 4 per cento e dal relativo versamento alla cassa di previdenza; risulta di tutta evidenza che tale addebito si risolve in una sostanziale duplicazione del contributo integrativo da corrispondere alla cassa medesima, dal momento che al versamento si aggiunge quello avente ad oggetto il contributo riscosso dalla STP nei riguardi della clientela ed oggetto di riparto fra i soci professionisti, in adempimento di quanto stabilito dal ricordato regolamento unico; a giudizio dell'interrogante, tale duplicazione determina un ingiustificato aggravio di costi delle prestazioni professionali che si ripercuotono sulla clientela della società professionale e sulla concorrenzialità delle prestazioni; la duplicazione sarebbe peraltro agevolmente superabile ritenendo in alternativa che il professionista socio non addebiti alla STP la maggiorazione, o che la stessa (ove addebitata alla STP) debba scomputarsi dai contributi integrativi che la stessa STP attribuisce al professionista per i versamenti alla cassa; in seconda ipotesi, il versamento del 4 per cento dalla STP al socio professionista (sulle parcelle dal medesimo emesse verso la stessa STP) altro non costituirebbe che un anticipo di quanto la medesima STP deve attribuire al socio professionista in base al volume d'affari riferibile a quest'ultimo; il professionista effettuerebbe alla cassa, per parte sua, un versamento in parte costituito dal contributo addebitato alla cassa e in parte costituito dal contributo assegnatogli dalla cassa al netto della prima quota; l'interrogante evidenzia come i Ministeri della giustizia e dell'economia e delle finanze non abbiano condiviso tali possibilità, ritenendo che la normativa in materia non le consenta ed escludendo in particolare che la cassa possa provvedere in merito, avvalendosi dei propri poteri di autoregolamentazione; al riguardo, l'interrogante evidenzia che in contrapposizione a tali rilievi, ove si autorizzasse una STP dallo scomputo del contributo integrativo (addebitatole dal socio professionista dal contributo che la STP attribuisce al socio), si verrebbero a determinare evidenti disparità di trattamento con le associazioni professionali non costituite in forma di società di capitali; tale considerazione suscita evidenti perplessità, dal momento che la possibile soluzione idonea ad evitare la descritta duplicazione contributiva ha al contrario il vantaggio di parificare per questo aspetto, si chiede di sapere: quali valutazioni di competenza i Ministri in indirizzo intendano esprimere con riferimento a quanto esposto; se non ritengano opportuno chiarire, nell'ambito delle rispettive competenze, che l'addebito alle STP aventi forma di società di capitali degli onorari e delle spese rientranti nel volume d'affari ai fini IVA da parte dei soci professionisti, per le attività da loro svolte nell'ambito della società e nell'interesse della clientela (con vincolo di esclusiva e divieto di concorrenza stabiliti per statuto della società) non costituisce addebito di prestazioni professionali al cliente finale, ma sia strumentale all'assolvimento delle prestazioni della società verso la propria clientela e, di conseguenza, possano non essere assoggettati alla maggiorazione del 4 per cento del contributo integrativo, oppure in alternativa (ove lo siano) se il relativo ammontare sia scomputabile dalla maggiorazione calcolata dalla società sul volume d'affari di pertinenza del professionista, in base alla sua quota di partecipazione agli utili; se conseguentemente non intendano chiarire questa regola, affinché essa possa essere codificata all'interno del regolamento della cassa di previdenza dei dottori commercialisti e degli esperti contabili, in ragione dei poteri di autodeterminazione che ad essa si riconoscono per legge. Atto n. 3-03151 CORRADO ANGRISANI GRANATO LANNUTTI Al Ministro dell'università e della ricerca Premesso che: la trasparenza e la parità di trattamento costituiscono imprescindibili fondamenti dell'agire e del buon andamento della pubblica amministrazione, e quindi anche delle università italiane; gli atenei italiani sono dotati di un codice etico e di comportamento; alcuni, anche di strumenti per la prevenzione della corruzione e per la promozione e tutela del whistleblowing . Almeno uno, l'università di Bologna "Alma Mater studiorum", persino di un "Regolamento per l'integrità nella ricerca", in vigore dal 2020; considerato che, per quanto risulta agli interroganti: il fatto che un ateneo si sia dotato di un "codice etico e di comportamento", di un "servizio anticorruzione" e di un "regolamento per l'integrità nella ricerca" non è di per sé sufficiente a garantire quella trasparenza e quella parità di trattamento sui quali, come ricordato, si fonda il buon andamento della pubblica amministrazione; così pare accadere che proprio nell'ateneo di Bologna la vigilanza sul rispetto del codice e l'applicazione dei regolamenti sull'integrità nella ricerca sembrino incontrare molte difficoltà, soprattutto nell'assicurare la necessaria trasparenza dei procedimenti e l'indispensabile parità di trattamento per tutti i soggetti coinvolti. Di tali difficoltà sembrano esemplari le vicende che un docente dell'Alma Mater studiorum si trova a vivere almeno dal 2017 e di cui in questa sede si propongono solo tre episodi; il docente in questione è responsabile (nonché ideatore, e primo ricercatore) di più progetti di ricerca: da quando è diventato professore associato lo è anche in chiaro, con facoltà di indicare il suo nome sui prodotti del suo intelletto e del suo lavoro; nel 2018 egli è stato oggetto di una terna di segnalazioni a suo carico, a partire dalle quali l'allora magnifico rettore ha molto tempestivamente attivato un'istruttoria ad hoc . L'istruttoria ha dato vita ad un procedimento poi sospeso in attesa della definizione dei contenziosi giudiziali che il docente è stato costretto a promuovere a sua tutela. Dal servizio legale di ateneo, infatti, sin dal 2017, il docente ha appreso che l'ateneo tutela se stesso ma non i suoi docenti, e che il docente che intende tutelare se stesso deve rivolgersi a professionisti esterni; nel 2019 lo stesso docente ha ricevuto dal rettore la comunicazione dell'avvio di un procedimento disciplinare a suo carico, a seguito di una segnalazione anonima per il tramite dell'applicativo adottato dall'Alma Mater studiorum per il whistleblowing . Il docente, costretto a fare ricorso ancora una volta all'aiuto di professionisti esterni, ha dimostrato l'infondatezza e la natura calunniosa della segnalazione, chiedendo che l'identità del segnalante, come previsto dalla normativa e dal regolamento di ateneo, venisse rivelato. Il rettore ha archiviato il procedimento ma non ha concesso l'accesso all'identità dell'autore della segnalazione; nel dicembre 2019, il docente ha inviato anche lui una dettagliata segnalazione al magnifico rettore: fra i fatti (tutti documentati) portati all'attenzione, anche le forti pressioni subite dal docente ad opera di alcuni colleghi, fra 2016 e 2017, per far risultare vincitore, in una valutazione comparativa in cui il docente era presidente di commissione, un candidato, risultato invece non idoneo: