[pronunce]

Le questioni sarebbero inammissibili per difetto di motivazione sulla rilevanza, atteso che la gravità della condotta di specie, reiterata e fraudolenta, per come descritta nell'ordinanza di rimessione, comunque non lascerebbe spazio ad una valutazione di eccessività del licenziamento disciplinare. Ove la Corte lo ritenesse, dovrebbe ordinarsi la restituzione degli atti al giudice a quo, «perché si pronunzi motivatamente, tenuto conto di quanto precede, sul requisito della rilevanza della questione stessa ai fini del decidere». Nel merito, alla difesa statale le questioni appaiono infondate, perché spetterebbe al legislatore tipizzare discrezionalmente gli illeciti disciplinari la cui gravità sia tale da indurre la cessazione automatica del rapporto di lavoro. L'Avvocatura dello Stato auspica, peraltro, che questa Corte, qualora non reputi legittima la norma censurata «nella sua accezione letterale più rigorosa», ne indichi un'interpretazione adeguatrice, «sulla falsariga di quanto ritenuto da talune decisioni della Corte di cassazione».1.- Il Tribunale ordinario di Vibo Valentia, in funzione di giudice del lavoro, ha sollevato questioni di legittimità costituzionale dell'art. 55-quater, comma 1, lettera a), del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165 (Norme generali sull'ordinamento del lavoro alle dipendenze delle amministrazioni pubbliche), inserito dall'art. 69, comma 1, del decreto legislativo 27 ottobre 2009, n. 150 (Attuazione della legge 4 marzo 2009, n. 15, in materia di ottimizzazione della produttività del lavoro pubblico e di efficienza e trasparenza delle pubbliche amministrazioni), in riferimento agli artt. 3, primo comma, 4, primo comma, 24, primo comma, 35, primo comma, e 117, primo comma, della Costituzione, quest'ultimo in relazione all'art. 24 della Carta sociale europea, riveduta, con annesso, fatta a Strasburgo il 3 maggio 1996, ratificata e resa esecutiva con la legge 9 febbraio 1999, n. 30. La norma censurata violerebbe gli evocati parametri nella parte in cui stabilisce che, in caso di falsa attestazione della presenza in servizio del pubblico dipendente, mediante alterazione dei sistemi di rilevamento o con altre modalità fraudolente, la sanzione disciplinare del licenziamento si applichi «comunque». 1.1.- Il tenore letterale della disposizione, con l'uso dell'avverbio «comunque», impedirebbe ogni interpretazione adeguatrice, delineando un automatismo sanzionatorio contrario ai principi di ragionevolezza ed effettività della tutela del lavoro nonché al diritto di difesa, i quali esigono la verificabilità in giudizio della concreta proporzionalità del licenziamento disciplinare. 2.- Il Presidente del Consiglio dei ministri, intervenuto in giudizio per mezzo dell'Avvocatura generale dello Stato, ha eccepito l'inammissibilità delle questioni per difetto di motivazione sulla rilevanza, non avendo il giudice a quo indicato specifiche ragioni idonee ad attenuare la gravità della condotta del dipendente sì da rendere concreta l'eventualità di un licenziamento disciplinare sproporzionato. 2.1.- L'eccezione è infondata. Essa tradisce un'inversione della sequenza logica, poiché non considera che il giudice a quo sarebbe ammesso ad individuare profili attenuanti della gravità dell'illecito disciplinare solo se, ed in quanto, per tale illecito non fosse previsto un licenziamento automatico, ciò che costituisce, appunto, l'oggetto della questione incidentale. Vale anche qui l'argomento espresso da questa Corte nel respingere un'analoga eccezione di inammissibilità, sollevata dall'Avvocatura a proposito della questione di legittimità costituzionale dell'art. 12, comma 5, del decreto legislativo 23 febbraio 2006, n. 109 (Disciplina degli illeciti disciplinari dei magistrati, delle relative sanzioni e della procedura per la loro applicabilità, nonché modifica della disciplina in tema di incompatibilità, dispensa dal servizio e trasferimento di ufficio dei magistrati, a norma dell'articolo 1, comma 1, lettera f), della legge 25 luglio 2005, n. 150), nella parte in cui prevede la sanzione obbligatoria della rimozione del magistrato condannato in sede disciplinare per i fatti previsti dall'art. 3, comma 1, lettera e), del medesimo decreto legislativo. In detta occasione, è stato evidenziato come sia proprio l'automatismo legislativo nella previsione della sanzione espulsiva ad impedire la valutazione in concreto della gravità oggettiva e soggettiva dei fatti addebitati, «valutazione che, invece, ben potrebbe essere compiuta ove tale automatismo fosse rimosso da questa Corte, in accoglimento della prospettata questione di legittimità costituzionale» (sentenza n. 197 del 2018). 3.- Le questioni sollevate dal Tribunale di Vibo Valentia sono inammissibili per un differente ordine di ragioni. 3.1.- In linea generale, il principio di eguaglianza e ragionevolezza di cui all'art. 3 Cost. esige che la sanzione disciplinare, soprattutto quella massima di carattere espulsivo, sia sempre suscettibile di un giudizio di proporzionalità in concreto, sicché la relativa applicazione non può essere di regola automatica, ma deve essere mediata dalle valutazioni di congruità cui è deputato il procedimento disciplinare e, in secondo luogo, il sindacato giurisdizionale. Nella giurisprudenza costituzionale questo orientamento di principio si è manifestato fin dalla sentenza n. 971 del 1988, che, preannunciata dal monito contenuto nella sentenza n. 270 del 1986, ha dichiarato l'illegittimità costituzionale delle norme sulla destituzione di diritto del pubblico dipendente, segnatamente dell'art. 85, primo comma, lettera a), del d.P.R. 10 gennaio 1957, n. 3 (Testo unico delle disposizioni concernenti lo statuto degli impiegati civili dello Stato). Per la sua portata generale, innestato sul principio di eguaglianza e ragionevolezza di cui all'art. 3 Cost., questo orientamento resta insensibile al nomen iuris che il legislatore variamente adopera per identificare una sanzione espulsiva di carattere automatico (sentenza n. 197 del 1993); esso ha trovato applicazione anche nell'ambito degli ordinamenti professionali, per la destituzione o radiazione di diritto dei notai (sentenza n. 40 del 1990), dottori commercialisti (sentenza n. 158 del 1990), ragionieri e periti commerciali (sentenza n. 2 del 1999), e ha pure riguardato gli appartenenti all'Arma dei carabinieri (sentenza n. 363 del 1996) ed il personale militare in genere (sentenza n. 268 del 2016). 3.1.1.- L'illegittimità di principio degli automatismi espulsivi non esclude tuttavia che il legislatore possa configurare eccezioni relative a casi soggettivamente e funzionalmente peculiari, nei quali il diritto del singolo alla gradualità sanzionatoria receda di fronte alla necessità di tutelare interessi pubblici essenziali. Nella rammentata questione di legittimità costituzionale dell'art. 12, comma 5, del d.lgs.