[pronunce]

ORDINANZA ha pronunciato la seguentenel giudizio di legittimità costituzionale dell'art. 25, comma 2, del decreto legislativo 28 agosto 2000, n. 274 (Disposizioni sulla competenza penale del giudice di pace, a norma dell'articolo 14 della legge 24 novembre 1999, n. 468), promosso, nell'ambito di un procedimento penale, dal Giudice di pace di Chioggia con ordinanza del 17 luglio 2006, iscritta al n. 172 del registro ordinanze 2007 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 14, prima serie speciale, dell'anno 2007. Visto l'atto di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri; udito nella camera di consiglio del 27 febbraio 2008 il Giudice relatore Giuseppe Tesauro. Ritenuto che il Giudice di pace di Chioggia, con ordinanza del 17 luglio 2006, ha sollevato, in riferimento agli artt. 3, 24, secondo comma, e 111, secondo comma, della Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell'art. 25, comma 2, del decreto legislativo 28 agosto 2000, n. 274 (Disposizioni sulla competenza penale del giudice di pace, a norma dell'articolo 14 della legge 24 novembre 1999, n. 468), nella parte in cui non prevede che, a séguito di ricorso immediato della persona offesa, «il pubblico ministero, anche quando esprime parere contrario alla citazione, debba formulare l'imputazione»; che il rimettente, adito con ricorso della persona offesa ai sensi dell'art. 21 del d. lgs. n. 274 del 2000 , si duole che al giudice di pace non sia consentito un «compiuto esercizio delle proprie prerogative» nei casi, come quello di specie, in cui non condivida il parere contrario espresso dal pubblico ministero in ordine alla citazione a giudizio della persona alla quale viene attribuito il reato; che, infatti, l'art. 25, comma 2, del d. lgs. n. 274 del 2000 , riconoscendo al rappresentante della pubblica accusa un vaglio preventivo in ordine all'ammissibilità ed alla fondatezza del ricorso della persona offesa, si limita a stabilire che il pubblico ministero formula l'imputazione solo se non esprime parere contrario alla citazione, mentre, in base agli artt. 26 e 27 del citato decreto delegato, il giudice di pace, ove non ritenga il ricorso inammissibile o manifestamente infondato o presentato per un reato di competenza di altro giudice, deve convocare le parti in udienza con un decreto, che contiene necessariamente la «trascrizione dell'imputazione»; che il rimettente, pur dissentendo dal parere del pubblico ministero, ritiene di non poter emettere ugualmente il decreto di convocazione, ostandovi la lettera dell'art. 27 del d. lgs. n. 274 del 2000, che sanziona con la nullità la mancata «trascrizione dell'imputazione»; che, per far fronte alla paralisi del procedimento, egli non potrebbe ordinare al pubblico ministero di formulare l'imputazione, in analogia con quanto previsto dall'art. 17, comma 4, del d. lgs. n. 274 del 2000 e dall'art. 409, comma 5, del codice di procedura penale, poiché tali disposizioni disciplinano situazioni diverse da quella in esame, nelle quali il giudice che dispone la cosiddetta imputazione coatta non si identifica con il giudice competente a conoscere del merito del procedimento; che neppure potrebbe riportare nel decreto di convocazione l'addebito contenuto nel ricorso immediato, dato che, in base alla lettera dell'art. 27, comma 3, lettera d), del d. lgs. n. 274 del 2000, il contenuto della trascrizione deve necessariamente «preesistere in un testo», e che, comunque, avallando tale opzione ermeneutica, «si ammetterebbe il pieno ed esclusivo esercizio dell'azione penale in capo al ricorrente, sottraendolo al pubblico ministero», in contrasto con l'art. 112 della Costituzione; che, escluse le soluzioni della cosiddetta imputazione coatta e della trascrizione dell'addebito formulato dal ricorrente, al giudice di pace non resterebbe che disporre la restituzione degli atti al pubblico ministero, onde consentire a quest'ultimo di procedere nelle forme ordinarie, ma anche tale soluzione non pare al rimettente esente da censure, poiché, con essa, si attribuisce al pubblico ministero «una sorta di potere di veto sulla procedura del ricorso»; che, pertanto, il giudice a quo solleva questione di costituzionalità dell'art. 25, comma 2, del d. lgs. n. 274 del 2000, il quale, non prevedendo che «il pubblico ministero, anche quando esprime parere contrario alla citazione, debba formulare l'imputazione», si porrebbe in contrasto con gli artt. 3, 24, secondo comma, e 111, secondo comma, della Costituzione; che la denunciata norma violerebbe innanzitutto il principio di ragionevolezza, in quanto obbligherebbe il giudice a restituire gli atti al pubblico ministero, «contrariamente all'ipotesi, inversa, in cui l'avvenuta formulazione dell'imputazione non impedisce al giudice di ritenere, nel pieno esercizio delle proprie prerogative, il ricorso inammissibile, infondato ovvero presentato dinanzi a un giudice incompetente»; che, inoltre, la disposizione censurata lederebbe il diritto di difesa del ricorrente, il quale, con la restituzione degli atti al pubblico ministero, «verrebbe privato di un importante strumento processuale riconosciutogli dal legislatore», per di più per ragioni non condivise dal giudice; che, infine, il citato art. 25, comma 2, violerebbe il principio della ragionevole durata del processo, poiché, una volta restituiti gli atti al pubblico ministero, il procedimento seguirebbe l'iter ordinario, con tempi notevolmente più lunghi rispetto a quelli stabiliti per il ricorso immediato, che consente l'instaurazione del giudizio senza la fase delle indagini preliminari; che nel giudizio è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo di dichiarare la questione inammissibile, per non avere il rimettente utilizzato tutti i poteri interpretativi che la legge gli riconosce, o infondata; che, a sostegno della ragionevolezza della previsione della restituzione degli atti al pubblico ministero che abbia espresso parere contrario alla citazione, la difesa erariale osserva che di norma spetta proprio al pubblico ministero «scegliere la forma di esercizio dell'azione penale», mentre, secondo uno schema che si ripete in altri casi, il giudice può rilevare che il rito speciale «è stato promosso fuori dei presupposti di legge».