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Abolizione della soglia di sbarramento alle elezioni per il Parlamento europeo introdotta con la legge 20 febbraio 2009, n.10. Onorevoli Senatori. -- Dopo la sentenza 26 febbraio 2014 della Corte costituzionale tedesca, che ha caducato la soglia di sbarramento del 3 per cento per l'elezione dei rappresentanti germanici al Parlamento europeo, è chiaro che le esigenze di governabilità non possono essere addotte per corpi rappresentativi sovranazionali, fino al punto di sacrificare il principio democratico. Gli Stati che non hanno soglie di accesso sono, ad oggi, 14 in seguito alla sentenza della Corte costituzionale tedesca: ciò che è rimarchevole è che la pronuncia odierna reitera e rafforza gli argomenti già espressi dalla sentenza della medesima Corte (Secondo Senato) del 9 novembre 2011 nei 2 BvC 4/10, 2 BvC 6/10, 2 BvC 8/10, che già aveva dichiarato contraria alla Costituzione la clausola di sbarramento del 5 per cento nella legge elettorale europea tedesca. L'interesse di tale decisioni deriva dal fatto che la disposizione violata, l'articolo 38 GG, ha formulazione analoga a quella del nostro articolo 48 della Costituzione. L'iniziativa legale già assunta, sul punto, dall'avvocato Felice Besostri (le cui argomentazioni sono di seguito pienamente condivise) merita quindi il pieno sostegno sul piano legislativo dei proponenti del presente disegno di legge, che elimina l'inserzione effettuata nel 2009 nella legge elettorale italiana per il Parlamento europeo. Pertanto, viene meno lo sbarramento del 4 per cento e torna pienamente operativo il sistema che per oltre trent'anni ha governato l'elezione di questo fondamentale organo dell'Unione europea. L'introduzione della soglia di accesso anche per l'elezione del Parlamento europeo comporta la violazione del voto eguale e diretto. Non rileva, a riguardo, che la soglia di accesso sia prevista anche per le elezioni nazionali, in quanto un sacrificio della rappresentanza può essere giustificato in una forma di governo parlamentare, per evitare un'eccessiva frammentazione partitica, in nome della governabilità e della stabilità, poiché il Governo deve avere la fiducia delle Camere (articolo 94 della Costituzione), mentre non è compito del Parlamento europeo dare una fiducia politica ad un Governo europeo -- la Commissione europea -- costituito sulla base di un'intesa politica fra i Governi degli Stati membri. L'argomentazione, avanzata a suo tempo in fase di lavori preparatori della legge 20 febbraio 2009, n. 10, di evitare una frammentazione della delegazione italiana (relazione dei senatori Ceccanti e Malan) per dare maggior peso all'Italia, ignora che nel Parlamento europeo i parlamentari sono suddivisi per gruppi politici e non nazionali, che per il Parlamento europeo sono elettori tutti i cittadini comunitari residenti (elettorato attivo) ed eleggibili i cittadini di qualsivoglia Paese membro dell'Unione europea (elettorato passivo). Eletti direttamente a suffragio universale ogni 5 anni, i membri del Parlamento europeo rappresentano i cittadini dell'Unione europea. Il Parlamento, insieme al Consiglio dell'Unione europea, è una delle principali istituzioni legislative dell'Unione europea. Il Parlamento europeo ha tre funzioni principali: discutere e approvare le normative europee insieme al Consiglio, controllare le altre istituzioni dell'Unione europea, in particolare la Commissione, per accertarsi che agiscano democraticamente, discutere e adottare il bilancio dell'Unione europea insieme al Consiglio. Questo è il sistema che prevedono gli articoli 10, comma 2 e 14, comma 2, primo periodo del Trattato sull’Unione europea, per quanto riguarda la rappresentanza dei cittadini dell'Unione europea, e gli articoli 22, comma 2 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea e 39, comma 1 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, per il diritto di elettorato attivo e passivo dei cittadini comunitari nel Paese di residenza. È quindi escluso che i parlamentari eletti in Italia rappresentino lo Stato italiano o i suoi interessi! Del resto lo stesso titolo della legge 22 gennaio 1979, n. 18, parla di membri spettanti all'Italia e non rappresentanti l'Italia e, in effetti, i parlamentari europei sono assegnati agli Stati membri in base alla popolazione residente, e non in base ai cittadini dello Stato membro. A fronte di ciò, l'introduzione della soglia del 4 per cento è incostituzionale e contraria ai trattati, in quanto la sola base che lo consente è la decisione 2002/772/CE, del 25 giugno 2002 e del 23 settembre 2002, nella parte in cui introduce con l'articolo 1, comma 1, n. 3) l'articolo 2- bis (ora 3 nella versione consolidata) nella decisione 76/787/CECA, CEE, Euratom, che ammette la possibilità di introdurre soglie di accesso fino ad un massimo del 5 per cento nazionale. Di fatto tale facoltà, fino al giugno 2010, non era stata esercitata da ben 13 Stati (tra i quali Regno Unito, Spagna, Romania) con un alto numero di Europarlamentari in rapporto alla loro popolazione, come l'Italia. Altri con popolazione paragonabile all'Italia, come la Francia e la Germania, avevo esercitato tale facoltà non a livello nazionale, ma circoscrizionale, attenuando la distorsione della rappresentanza; anche così, una sentenza della BverfG del 2004 (2 BvE 1/02 del 26.10.2004) aveva dichiarato costituzionalmente illegittime norme discriminatorie tra liste concorrenti alle elezioni. Già in quella sede furono annullate disposizioni della legge elettorale perché rendevano difficile il sorgere di piccoli partiti e la loro affermazione nella competizione politica: con perdita del pluralismo politico e, quindi, con una limitazione della concorrenza fra partiti, il Drei-Länder-Quorum svantaggia -- contro il principio di eguaglianza -- i partiti il cui programma si limiti, in consonanza con l'articolo 2, comma 1, primo periodo della legge sui partiti politici, ad un singolo Land, nei confronti dei competitori che agiscano sull'intero territorio. In Italia, l'applicazione della soglia registra ulteriori aberrazioni logiche: il totale dei voti sul quale si calcola il 4 per cento è costituito dai voti validi espressi (nel caso concreto del 2009 pari a 30.519.501 voti), mentre il valore numerico su cui si calcola il quoziente nazionale (1/72) è dato dal totale dei voti della sole liste che hanno superato il 4 per cento, che è un insieme minore (nel 2009 è stato di 26.486.451 voti) dell'insieme costituito dal totale delle cifre elettorali di tutte le liste presentate. La disposizione di cui all'articolo 21, comma 1, n. 2, della legge 20 febbraio 2009, n. 10, non sembra lasciare spazio a differenti interpretazioni, tenuto conto di ulteriori e concorrenti profili. La semplice formula matematica è di palmare evidenza: