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quater , del decreto-legge n. 83 del 2012, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 134 del 2012, ha introdotto nell'ordinamento nazionale una definizione di «effettiva origine» per i prodotti alimentari trasformati che impone alle imprese di indicare sull'etichetta del prodotto non solo il luogo in cui è avvenuta la sua ultima trasformazione sostanziale, ma anche il luogo di coltivazione o allevamento della materia prima agricola prevalente. Tale disposizione, inoltre, ha definito «fallace indicazione», punibile con sanzione amministrativa pecuniaria, l'uso del marchio che induce il consumatore a ritenere che il prodotto sia di origine italiana, senza che vi siano indicazioni precise sull'effettiva origine del suo ingrediente prevalente. La Commissione europea, nell'ambito del suddetto caso Eu Pilot, ha contestato il fatto che il concetto di «origine di un prodotto alimentare» è già definito dall'articolo 2 del regolamento (UE) n. 1169/2011 «relativo alla fornitura di informazioni sugli alimenti ai consumatori», applicabile dal 13 dicembre 2014, e dal Codice doganale dell'Unione europea, e che pertanto gli Stati membri non sono autorizzati ad adottare definizioni di Paese d'origine diverse da quelle che individuano unicamente nel Paese in cui è avvenuta la loro ultima trasformazione sostanziale l'origine delle merci alla cui produzione hanno contribuito due o più Paesi. In considerazione di ciò l'articolo in esame, nel modificare il predetto comma 49- bis , abroga implicitamente la definizione nazionale di «effettiva origine». Conseguentemente, la definizione di origine di un prodotto alimentare è integralmente quella europea. Al riguardo, giova anche segnalare che l'articolo 26, paragrafo 3, del citato regolamento prevede che «Quando il paese d'origine o il luogo di provenienza di un alimento è indicato e non è lo stesso di quello del suo ingrediente primario: a) è indicato anche il paese d'origine o il luogo di provenienza di tale ingrediente primario; oppure b) il paese d'origine o il luogo di provenienza dell'ingrediente primario è indicato come diverso da quello dell'alimento». La Commissione ha inoltre rilevato che ai sensi del regolamento (UE) n. 1169/2011 le sanzioni pecuniarie per «fallace indicazione» dell'origine di un prodotto possono essere comminate solo quando le informazioni inducono effettivamente in errore il consumatore e le autorità di controllo dovrebbero valutare «caso per caso» la sussistenza di questo elemento. Pertanto si propone una modifica al suddetto comma 49- bis , il cui obiettivo è quello di sanzionare adeguatamente talune informazioni usate con modalità tali da indurre in errore il consumatore circa «il reale Paese d'origine» del prodotto. Il rischio che la norma intende evitare è che il significato evocativo e la reputazione del Paese d'origine, interagendo con informazioni risultanti dalle pratiche commerciali o dalla pubblicità, possano attrarre il prevalente interesse dei consumatori intorno a pregi e qualità attribuibili a una determinata area, pur non trattandosi di prodotti effettivamente legati a quell'area. La norma è in linea con il regolamento (UE) n. 1169/2011 il cui obiettivo è quello di «proibire l'utilizzo di informazioni che possono indurre in errore il consumatore, in particolare circa le caratteristiche dell'alimento, i suoi effetti o le sue proprietà, o attribuire proprietà medicinali agli alimenti». Inoltre, come messo in evidenza al punto 29 delle premesse dello stesso regolamento n. 1169/2011, «le indicazioni relative al paese d'origine o al luogo di provenienza di un alimento dovrebbero essere fornite ogni volta che la loro assenza possa indurre in errore i consumatori per quanto riguarda il reale paese d'origine o luogo di provenienza del prodotto. In tutti i casi, l'indicazione del paese d'origine o del luogo di provenienza dovrebbe essere fornita in modo tale da non trarre in inganno il consumatore e sulla base di criteri chiaramente definiti in grado di garantire condizioni eque di concorrenza per l'industria e di far sì che i consumatori comprendano meglio le informazioni relative al paese d'origine e al luogo di provenienza degli alimenti». La disposizione proposta attiene all'applicazione di una previsione sanzionatoria già prevista dalla legislazione vigente e non comporta effetti sui saldi di finanza pubblica. Il capo II del disegno di legge contiene disposizioni in materia di libera prestazione dei servizi e libertà di stabilimento. L'articolo 4, relativo alle Società Organismi di Attestazione (SOA), è volto a sanare la procedura di infrazione 2013/4212 allo stadio di messa in mora ex articolo 258 del TFUE, avviata dalla Commissione europea nei confronti dell'Italia per aver imposto a tali società l'obbligo di avere la propria sede legale nel territorio della Repubblica. Sulla questione si è pronunciata la Corte di giustizia dell'Unione europea, nella causa pregiudiziale C-593/13 (Rina Services e altri), stabilendo che l'obbligo di sede legale sul territorio di uno Stato membro contrasta con i principi del Trattato sul funzionamento dell'Unione europea relativi alla libertà di stabilimento (articolo 49 del TFUE) e alla libera prestazione di servizi (articolo 56 del TFUE). In particolare, la Corte ha stabilito che non è possibile applicare alle SOA l'articolo 51, primo comma, del TFUE, il quale esclude dalle norme sulla libertà di stabilimento le attività in cui si faccia esercizio di pubblici poteri, e che l'articolo 14 della direttiva 2006/123/CE, relativa ai servizi nel mercato interno, deve essere interpretato nel senso che esso osta ad una normativa di uno Stato membro in forza della quale è imposto alle società aventi la qualità di organismi di attestazione di avere la loro sede legale nel territorio nazionale. La disposizione in esame prevede quindi per le SOA l'obbligo di avere in Italia una sede qualsiasi, anche solo operativa, e modifica l'articolo 64, comma 1, del decreto del Presidente della Repubblica 5 ottobre 2010, n. 207, recante il regolamento di esecuzione ed attuazione del decreto legislativo 12 aprile 2006 n. 163, codice dei contratti pubblici di lavori, servizi e forniture. L'articolo 5, in materia di tassazione dei premi e delle vincite da gioco, è volto a sanare il caso EU Pilot 5571/13/TAXU, nell'ambito del quale la Commissione europea ha rilevato che il regime di imposizione fiscale delle vincite conseguite dai contribuenti italiani in case da gioco di altri Stati membri dell'UE o Stati dello Spazio economico europeo (SEE) contrasti con il diritto europeo e, in particolare, con il principio della libera prestazione dei servizi di cui agli articoli 56 del TFUE e 36 dell'Accordo SEE, nella misura in cui tale regime assoggetta i premi e le vincite conseguite all'estero -- anche tramite operatori on-line -- ad obblighi dichiarativi e impositivi diversi e più onerosi rispetto a quelli previsti per le vincite e i premi conseguiti in case da gioco italiane.