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Regime giuridico e valorizzazione delle valli da pesca della laguna di Venezia. Onorevoli Senatori. -- Il presente disegno di legge affronta in termini di definitività ed esaustività la questione, ormai risalente nel tempo, della titolarità e della conduzione delle valli da pesca all’interno della conterminazione della laguna di Venezia. Ciò con l’obiettivo di risolvere le questioni tutt’ora pendenti e di chiarire il regime giuridico dei compendi vallivi mediante un intervento di interpretazione autentica delle normative di riferimento, e segnatamente della legge 5 marzo 1963, n. 366, dell’articolo 28 del codice della navigazione e dell’articolo 822 del codice civile. Ed infatti, la norma codicistica del riferito articolo 822 non contempla, tra i beni demaniali, le valli da pesca, cui viceversa è stato attribuito tale carattere dall’articolo 28 del codice della navigazione (entrato in vigore nel 1942), che ha stabilito che rientrano nell’ambito dei beni demaniali gli specchi d’acqua salsa o salmastra che almeno per una parte dell’anno sono in libera comunicazione con il mare. L’articolo 9 della legge n. 366 del 1963 prevede la possibilità di espropriare le valli da pesca ad opera del magistrato alle acque di Venezia qualora tale amministrazione, deputata a gestire l’intera laguna di Venezia, avesse ritenuto necessario destinare all’espansione delle maree aree situate all’interno o ai margini del perimetro lagunare. Occorre chiarire che per «valle da pesca» si intende un’area confinata per finalità di acquacoltura composta da zone emerse e da specchi d’acqua dolce e salmastra in aree umide costiere nella quale viene esercitata una forma di acquacoltura definita appunto «vallicoltura». Tale attività riveste significativo rilievo, sia sul piano socio-economico, per le opportunità occupazionali offerte alla popolazione residente nelle aree interessate, sia sotto il profilo socio-culturale, consentendo il permanere e perpetuarsi di una tradizione plurisecolare, oltre che un innegabile valore naturalistico, contribuendo alla tutela delle specie ittiche e dell’avifauna protetta. Per il mantenimento di tali elementi risulta, tuttavia, imprescindibile il costante intervento dell’uomo, che plasma il territorio in modo tale da controllare anche i livelli idrici e la salinità delle acque. In tale quadro occorre ricordare che la normativa speciale per Venezia, ed in particolare l’articolo 3, lettera l) , della legge n. 798 del 1984, ha stabilito che, ai fini di perseguire gli obiettivi preordinati alla salvaguardia di Venezia e della sua laguna, si dovesse, tra l’altro, procedere a «lire 7 miliardi, di cui lire 3 miliardi nell’esercizio 1984, lire 2 miliardi nell’esercizio 1985 e lire 2 miliardi nell’esercizio 1986, per studi e progettazioni relativi alle opere di competenza dello Stato per l’aggiornamento degli studi sulla laguna, con particolare riferimento ad uno studio di fattibilità delle opere necessarie ad evitare il trasporto nella laguna di petroli e derivati, a ripristinare i livelli di profondità dei canali di transito nei termini previsti della legge 16 aprile 1973, n. 171, e compatibili col traffico mercantile, nonché all’apertura delle valli da pesca». Nel corso degli ultimi venticinque anni il magistrato alle acque di Venezia, articolazione periferica del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti, competente all’attuazione delle statuizioni di cui alla legislazione speciale per Venezia e, quindi, alla realizzazione degli interventi ivi previsti, ha sviluppato una serie di iniziative direttamente finalizzate a verificare l’incidenza della apertura delle valli da pesca sul fenomeno delle acque alte nonché ai fini di miglioramento ambientale lagunare. Le attività sono consistite in studi, progettazioni e sperimentazioni, anche in sito, mediante l’apertura alla libera espansione delle maree di (parte) di una valle da pesca (valle Figheri). L’esito dei riferiti approfondimenti ha escluso che l’apertura delle valli da pesca possa concorrere attivamente all’attenuazione del fenomeno delle acque alte o al miglioramento dello stato dell’ecosistema lagunare. È ormai chiarito che, nell’ambito dei compendi vallivi, tutti i beni risultano di proprietà privata, ivi compresi gli specchi d’acqua determinati dall’allagamento ad opera dell’uomo dei terreni preesistenti. Residua l’esigenza di verificare la titolarità degli specchi d’acqua salmastra. Quanto sopra non può prescindere dalla considerazione che l’insieme dei compendi vallivi può essere conservato e valorizzato solo con il costante, impegnativo ed oneroso intervento dell’uomo, e segnatamente dei proprietari delle parti private che attualmente le occupano. L’intervento antropico costituisce un fattore di mantenimento del delicato equilibrio geomorfologico e biologico, in assenza del quale il «bene valle» potrebbe essere disperso. Proprio l’esigenza della continua (e, si ribadisce, imprescindibile) azione umana, impone di garantire certezza a coloro i quali in tali compendi esercitano attività produttive o, comunque, impegnano risorse per poter assicurare la conservazione dei compendi vallivi, nella loro natura di beni paesaggistici. Deve, dunque, delinearsi un quadro normativo certo, che consenta di assicurare a chi garantisce razione di conservazione e valorizzazione dei beni, di poter operare in piena legittimità e nella sicurezza di poter effettuare investimenti, anche significativi, per i riferiti fini. Quanto sopra ribadendo che i compendi vallivi rappresentano anche plessi produttivi di significativo rilievo ai fini occupazionali diretti ed indiretti. Ciò con l’evidenza che un parametro legislativo nel quale operare assicurerà anche la stabilita dei compendi produttivi e, conseguentemente, dell’occupazione. Vale, peraltro, ricordare che l’articolo 2 comma 1- ter del decreto-legge 29 dicembre 2010, n. 225, convertito, con modificazioni, dalla legge 26 febbraio 2011, n. 10, prevede che «Fino alla completa realizzazione del processo di attuazione dei trasferimenti di cui all’articolo 3, comma 1, del decreto legislativo 28 maggio 2010, n. 85, l’autorità competente provvede alla ricognizione, limitatamente ai terreni agricoli e alle valli da pesca della laguna di Venezia, dei compendi costituiti da valli arginate alla data di entrata in vigore dell’articolo 28 del codice della navigazione». È chiara la finalità della riferita statuizione normativa: evidenziare quali valli fossero già arginate prima della entrata in vigore del codice della navigazione al fine di verificare, proprio in esito alla riferita indagine, a quali compendi vallivi non possa essere applicata la disposizione dell’articolo 28 del menzionato codice della navigazione. Al riguardo appare opportuno ricordare che, ai sensi della disposizione contenuta nel citato articolo 28 del codice della navigazione, che come sopra ricordato ha ricompreso tra i beni demaniali « ...i bacini di acqua salsa o salmastra che almeno durante una parte dell’anno comunicano liberamente col mare... ». Ciò con il corollario che le valli già «chiuse» ( rectius :