[pronunce]

Conseguentemente, la giurisprudenza di questa Corte ha per lungo tempo, e costantemente, affermato che tanto il decreto che dispone il giudizio quanto la sentenza di non luogo a procedere, conclusivi dell'udienza preliminare, non comportano una decisione sostanziale sul contenuto dell'accusa, trattandosi di decisioni di natura essenzialmente processuale, finalizzate a dare ingresso al dibattimento o a impedirlo. Su questa base si è inizialmente negato che le statuizioni conclusive dell'udienza preliminare presentassero un contenuto decisorio del merito del giudizio penale tale da imporre, per necessità costituzionale, il riferimento ad esse della ratio dell'incompatibilità. L'udienza preliminare, pertanto, è stata esclusa dall'ambito di operatività della giurisprudenza di questa Corte che, in numerose circostanze, ha portato all'estensione dell'art. 34 cod. proc. pen. a situazioni non espressamente contemplate e le uniche incompatibilità esistenti in materia sono (a) quella prevista originariamente dal legislatore nel comma 2 del medesimo articolo, il quale vieta la partecipazione al giudizio al giudice che ha emesso il provvedimento conclusivo dell'udienza preliminare, e (b) quella del comma 2-bis dell'art. 34, introdotto con l'art. 171 del decreto legislativo 19 febbraio 1998, n. 51 (Norme in materia di istituzione del giudice unico di primo grado), che esclude, con talune eccezioni (indicate nei successivi commi 2-ter e 2-quater) che il giudice che ha svolto funzioni di giudice per le indagini preliminari possa, nel medesimo procedimento, tenere l'udienza preliminare. L'esclusione dell'udienza preliminare dall'ambito concettuale del giudizio, ai fini dell'operatività del principio costituzionale di imparzialità, è stata tenuta ferma anche dopo gli interventi del legislatore (rispettivamente, l'art. 1 della legge 8 aprile 1993, n. 105, e l'art. 2, comma 2, della legge 7 agosto 1997, n. 267) che hanno modificato, nel senso di renderli più ampi e incisivi, i poteri del giudice dell'udienza preliminare (ordinanze n. 207 del 1998 e n. 112 del 2001 e, da ultimo, ordinanza n. 185 del 2001). 2.2. - Successivamente, però, l'udienza preliminare - in conseguenza soprattutto della legge 16 dicembre 1999, n. 479, e, poi, anche della legge 7 dicembre 2000, n. 397 - ha subito profonde trasformazioni le cui conseguenze, in riferimento ai problemi della garanzia dell'imparzialità del giudice, sono state tratte da questa Corte con la sentenza n. 224 del 2001. L'udienza preliminare nella vigente disciplina ha perduto la sua iniziale connotazione quale momento processuale fondamentalmente orientato al controllo dell'azione penale promossa dal pubblico ministero, in vista dell'apertura della fase del giudizio. Infatti, "l'alternativa decisoria che si offre al giudice quale epilogo dell'udienza preliminare riposa [...] su una valutazione del merito della accusa [...] non più distinguibile [...] da quella propria di altri momenti" del processo, momenti "già ritenuti non solo "pregiudicanti , ma anche "pregiudicabili , ai fini della sussistenza della incompatibilità". L'udienza preliminare e le decisioni che la concludono sono venute oggi a caratterizzarsi per la completezza del quadro probatorio di cui il giudice deve disporre e per il potenziamento dei poteri riconosciuti alle parti in materia di prova, su cui incide anche la facoltà, riconosciuta alla difesa delle parti private dall'art. 391-octies del codice, di presentare direttamente al giudice elementi di prova. Sul pubblico ministero grava l'obbligo di riversare nel procedimento tutti gli elementi provenienti dalle indagini preliminari (art. 416, comma 2, cod. proc. pen.) o comunque acquisiti dopo la richiesta di rinvio a giudizio (art. 419, comma 3, cod. proc. pen.), nell'ambito dell'esigenza di completezza delle indagini preliminari (sentenze n. 115 del 2001 e n. 88 del 1991); oltre all'ampliamento delle garanzie difensive per l'imputato, attraverso la possibilità di rendere dichiarazioni spontanee o di essere sottoposto all'interrogatorio (art. 421, comma 2, cod. proc. pen.), il giudice dell'udienza preliminare può disporre l'integrazione delle indagini (art. 421-bis cod. proc. pen.) e assumere anche d'ufficio le prove che appaiano con evidenza decisive ai fini della sentenza di non luogo a procedere (art. 422 cod. proc. pen.). Come osservato nella richiamata sentenza n. 224 del 2001 di questa Corte, in questo quadro normativo le valutazioni di merito affidate al giudice dell'udienza preliminare sono state private di quei caratteri di sommarietà che, fino alle indicate innovazioni legislative, erano tipici di una decisione orientata soltanto, secondo la sua natura, allo svolgimento (o alla preclusione dello svolgimento) del processo. Infine, i contenuti delle decisioni che concludono l'udienza preliminare hanno assunto, in parallelo alle novità appena segnalate, una diversa e maggiore pregnanza. Il giudice infatti non è solo chiamato a valutare, ai fini della pronuncia di non luogo a procedere, se sussiste una causa che estingue il reato o per la quale l'azione penale non doveva essere iniziata o non deve essere proseguita, se il fatto non è previsto dalla legge come reato, ovvero se risulta che il fatto non sussiste o che l'imputato non l'ha commesso o non costituisce reato o che si tratta di persona non punibile per qualsiasi causa, tenendo conto, se del caso, delle circostanze attenuanti e applicando l'art. 69 del codice penale (art. 425, commi 1 e 2, cod. proc. pen.). Il giudice deve considerare inoltre se gli elementi acquisiti risultino sufficienti, non contraddittori o comunque idonei a sostenere l'accusa nel giudizio (art. 425, comma 3, cod. proc. pen.), dovendosi determinare, se no, a disporre il non luogo a procedere; se sì, a disporre il giudizio. Il nuovo art. 425 del codice, in questo modo, chiama il giudice a una valutazione di merito sulla consistenza dell'accusa, consistente in una prognosi sulla sua possibilità di successo nella fase dibattimentale. 2.3. - Alla stregua dunque della fisionomia che l'udienza preliminare è venuta assumendo, le decisioni che ne costituiscono l'esito devono così essere annoverate tra quei "giudizi" idonei a pregiudicarne altri ulteriori e a essere a loro volta pregiudicati da altri anteriori, con la conseguenza che, per assicurare la protezione dell'imparzialità del giudice, l'udienza preliminare deve essere compresa nel raggio d'azione dell'istituto dell'incompatibilità, disciplinato dall'art. 34 cod. proc. pen. , anche al di là della limitata previsione del comma 2-bis dell'art. 34 medesimo. A questa stregua, anche la problematica situazione in cui si trova il giudice dell'udienza preliminare rimettente, e che ha dato luogo alla presente questione di legittimità costituzionale, può trovare la sua soluzione.