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Un altro elemento è costituito dai costi enormi legati alla dismissione dei centri commerciali e dei capannoni ( demalling ) obsoleti o chiusi per fallimenti economici, come accade con sempre maggiore frequenza: per il loro abbattimento o riuso sono necessari comunque ingenti esborsi di denaro, spesso pubblico, per mantenere almeno decoroso il luogo. Va inoltre incentivato il riuso dei capannoni dismessi in caso di necessità di nuovi insediamenti produttivi o di ampliamento di insediamenti produttivi esistenti, per il tramite di specifiche agevolazioni fiscali. Un altro effetto deleterio sul consumo è la frammentazione della maglia agraria, prodotta dalle infrastrutture viarie che spesso lasciano lacerti di suolo agricolo non più utilizzabili perché residuali o difficilmente accessibili. Il Ministero delle politiche agricole alimentari forestali e del turismo ci ricorda, inoltre, che il nostro Paese è in grado, oggi, di produrre appena l'80-85 per cento del proprio fabbisogno primario alimentare, contro il 92 per cento del 1991. Ciò significa che, se improvvisamente non avessimo più la possibilità di importare dall'estero cibo corrispondente a idonei requisiti igienico-sanitari e di qualità, ben venti italiani su cento rimarrebbero a digiuno: quindi, a causa della perdita di suoli fertili, il nostro Paese oggi non è in grado di garantire a se stesso la sovranità alimentare. La superficie agricola utilizzata (SAU), che nel 1991 era quasi di 18 milioni di ettari, si è ridotta a circa 12,7 milioni di ettari divisi tra 1,7 milioni di aziende agricole. Nel complesso il comparto agroalimentare produce un giro di affari annuale di 26,58 miliardi di euro, di cui 14 in agricoltura, 11,4 in zootecnia e 1,18 in acquacoltura, con un'occupazione totale di circa 600.000 unità lavorative e 42.000 ettari di serre (che non sono considerate suolo agricolo). Gli unici prodotti agricoli che eccedono il fabbisogno interno sono il vino, il riso e i prodotti ortofrutticoli, produzioni tra l'altro caratterizzate da metodi intensivi ed estensivi. Tutti gli altri prodotti agroalimentari devono essere importati, per esempio: - agrumi (la produzione italiana copre il 98 per cento dei consumi interni); - grano duro (65 per cento); - grano tenero (38 per cento); - mais (81 per cento); - olio di oliva e sansa (74 per cento); - orzo (56 per cento); - patate (80 per cento). Si rammenta che tali produzioni sono rese possibili da una forte « iniezione » di fonti fossili, come agrofarmaci e concimi chimici, che hanno progressivamente impoverito il suolo agrario della essenziale capacità di autorigenerarsi. L'uso della chimica di sintesi in agricoltura è riconducibile alla contrazione della SAU. Tale contrazione favorisce, su superfici agricole sempre più ridotte, l'uso dei fertilizzanti chimici allo scopo di aumentare la resa per ettaro. Secondo il Grantham Centre for Sustainable Futures dell'università di Sheffield , il nostro pianeta ha già perso un terzo del suo terreno coltivabile – a causa dell'erosione o dell'inquinamento – negli ultimi quaranta anni, con conseguenze definite disastrose in presenza di una domanda globale di cibo che sale alle stelle: quasi il 33 per cento del terreno mondiale adatto o ad alta produzione di cibo è stato perduto a un tasso che supera il ritmo dei processi naturali in grado di sostituire il suolo consumato. Per di più le terre emerse rappresentano solo il 30 per cento della superficie terrestre (l'8 per cento ad altitudini superiori a 1.000 metri, quindi scarsamente coltivabili a fini alimentari), di cui le aree sfruttabili per la coltivazione in maniera naturale (cioè senza impianti idrici o di drenaggio artificiali) sono appena l'11 per cento: la questione dell'agricoltura e del cibo è tra le più rilevanti priorità del nostro tempo. Nel 2050 la popolazione mondiale supererà i 9 miliardi di persone e risulta pertanto necessario incrementare la produzione agricola in Italia e nel mondo almeno del 30 per cento. Inoltre deve essere considerata la dinamica dei processi dei cambiamenti climatici, con perdita di biodiversità, desertificazione e forte riduzione dei servizi ecosistemici che peggiorerà la situazione in essere. Dal rapporto del Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, Il posizionamento Italiano rispetto ai 17 obiettivi per lo sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite , pubblicato il 4 gennaio 2017, si rileva che in Italia, secondo valutazioni basate sull'analisi congiunta dello stato e della gestione del suolo, della vegetazione e delle condizioni climatiche, le aree maggiormente sensibili al degrado e alla desertificazione costituiscono circa il 30,8 per cento del territorio nazionale. La conformazione geomorfologica del territorio italiano, aggredito per decenni in modo massiccio da processi di urbanizzazione e infrastrutturali, impone dunque al nostro Paese una rigorosa tutela dei suoli liberi e non impermeabilizzati, sia per salvaguardare gli spazi vitali per il benessere dei cittadini e delle loro comunità, sia per garantire gli utilizzi agricoli necessari all'autosufficienza agro-alimentare e per evitare i dissesti idrogeologici. Il nostro Paese, infatti, è attraversato da crescenti catastrofi d'intensità variabile che puntualmente sollevano dubbi circa la nostra capacità di gestione del territorio e la sicurezza delle nostre città e paesi. Secondo dati dell'ISPRA del 2010 sono 7.145 i comuni italiani (l'88,3 per cento del totale) interessati da qualche elemento di pericolosità territoriale; tra questi il 20,3 per cento (1.640 comuni) presentano aree ad elevato (P3) o molto elevato (P4) rischio frana, il 19,9 per cento (1.607 comuni) presentano aree soggette a pericolosità idraulica (P2) mentre il 43,2 per cento (3.893 comuni) presentano un mix dei rischi potenziali (P2, P3, P4). Il presente disegno di legge detta pertanto una serie di interventi destinati a porsi come princìpi fondamentali della materia, secondo il disposto dell'articolo 117, secondo comma, della Costituzione. Si tratta di un disegno di legge in grado di orientare correttamente l'intero comparto edilizio, indirizzandolo sull'unica opportunità di sviluppo possibile: il recupero, la rigenerazione, l'incremento dell'efficienza energetica e il risanamento antisismico del patrimonio edilizio vetusto. Quasi il 55 per cento delle abitazioni italiane (16,5 milioni di unità) è stato costruito prima del 1970; la quota sale al 70 per cento nelle città di medie dimensioni e al 76 per cento nelle città metropolitane. Si tratta dunque di edifici responsabili di spreco energetico e spesso soggetti a forte rischio sismico, su cui va operata una seria opera di ristrutturazione, risanamento o sostituzione.