[pronunce]

SENTENZA ha pronunciato la seguentenel giudizio di legittimità costituzionale dell'art. 2, comma 4, del decreto-legge 20 gennaio 1998, n. 4 (Disposizioni urgenti in materia di sostegno al reddito, di incentivazione all'occupazione e di carattere previdenziale), convertito nella legge 20 marzo 1998, n. 52 (recte: del combinato disposto dell'art. 2, comma 4, del decreto-legge 20 gennaio 1998, n. 4, convertito nella legge 20 marzo 1998, n. 52 e dell'art. 68, comma 4, della legge 23 dicembre 2000, n. 388) e dell'articolo 53, comma 6, lettera a), della legge 27 dicembre 1997, n. 449 (Misure per la stabilizzazione della finanza pubblica), promosso con ordinanza emessa l'8 marzo 2001 dal Tribunale di Latina nel procedimento civile tra Giannetta Modesto contro Poste Italiane s.p.a., iscritta al n. 735 del registro ordinanze 2001 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 39, prima serie speciale, dell'anno 2001. Visto l'atto di costituzione delle Poste Italiane s.p.a. nonché l'atto di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri; udito nell'udienza pubblica del 7 maggio 2002 il Giudice relatore Francesco Amirante; uditi gli avvocati Luigi Fiorillo e Roberto Pessi per le Poste Italiane s.p.a. e l'avvocato dello Stato Gaetano Zotta per il Presidente del Consiglio dei ministri.. Ritenuto in fatto Considerato in diritto 1. — Nel corso di un procedimento civile instaurato da un ex dipendente postale contro la s.p.a. Poste Italiane al fine di ottenere la restituzione delle trattenute operate dal 1° marzo 1998 al 1° giugno 2000 dalla s.p.a. Poste Italiane a titolo di contributo per l'indennità di buonuscita, il Tribunale di Latina, con ordinanza in data 8 marzo 2001, ha sollevato, in riferimento agli artt. 3 e 36 della Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell'art. 2, comma 4, della legge 20 marzo 1998, n. 52 - recte: del combinato disposto dell'art. 2, comma 4, del decreto- legge 20 gennaio 1998, n. 4 (Disposizioni urgenti in materia di sostegno al reddito, di incentivazione all'occupazione e di carattere previdenziale), convertito nella legge 20 marzo 1998, n. 52 e dell'art. 68, comma 4, della legge 23 dicembre 2000, n. 388, [Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (legge finanziaria 2001)] - nella parte in cui, anche dopo la soppressione del corrispondente contributo dovuto dal datore di lavoro all'Istituto postelegrafonici (avente effetto dal 28 febbraio 1998), continua a porre a carico dei dipendenti postali «gli oneri di contribuzione per il finanziamento al Fondo di previdenza e credito in favore dell'IPOST (Istituto postelegrafonici) nella misura del 2,50 per cento sino all'anno 2000, dell'1, 75 per cento per l'anno 2001 e dell' uno per cento per l'anno 2002, a titolo di rivalsa di cui all'art. 37 del d.P.R. 29 dicembre 1973, n. 1032». Osserva il remittente che fino al 28 febbraio 1998 (data di trasformazione dell'Ente poste italiane in società per azioni, in base a quanto stabilito dall'art. 2, comma 27, della legge 23 dicembre 1996, n. 662) l'indennità di buonuscita dei dipendenti postali era disciplinata dal citato d.P.R. n. 1032 del 1973, il cui art. 37 conferiva all'Amministrazione postale prima ed all'Ente poste italiane poi il diritto di rivalersi a carico dei dipendenti iscritti al relativo fondo previdenziale in misura pari al 2,50 per cento della base contributiva cui era commisurato il contributo previdenziale obbligatorio versato dai suddetti enti al fondo stesso, onde consentire la corresponsione della indennità medesima. A decorrere dalla suddetta data, secondo quanto disposto dall'art. 53, comma 6, della legge 27 dicembre 1997, n. 449, ai dipendenti postali spettano il trattamento di fine rapporto di cui all'art. 2120 cod. civ. e, per il periodo lavorativo precedente, l'indennità di buonuscita calcolata in base alla normativa vigente, mentre è stato «soppresso il contributo dovuto dal datore di lavoro all'Istituto postelegrafonici ai sensi dell'art. 37 del t.u. approvato con d.P.R. 29 dicembre 1973, n. 1032». Peraltro, la società Poste Italiane anche dopo il 1° marzo 1998 ha continuato ad operare le trattenute di cui si discute, basandosi sull'art. 2, comma 4, del d.l. n. 4 del 1998, che ha interpretato autenticamente l'art. 53, comma 6, della citata legge n. 449 del 1997 nel senso di mantenere «fermo, a carico del lavoratore, il contributo di finanziamento al Fondo di previdenza e credito dovuto all'Istituto postelegrafonici nella misura del 2,50 per cento, derivante dalla rivalsa di cui all'art. 37 del testo unico delle norme sulle prestazioni previdenziali a favore dei dipendenti civili e militari dello Stato, approvato con decreto del Presidente della Repubblica 29 dicembre 1973, n. 1032». La riportata disposizione, a parte l'inesattezza dell'attribuzione della natura di “rivalsa” al contributo di cui si tratta, si porrebbe in contrasto con gli invocati parametri costituzionali in quanto, per il periodo successivo all'abolizione dell'obbligo di contribuzione a carico della società datrice di lavoro, la permanente operatività delle trattenute in argomento che, peraltro, l'art. 68, comma 4, della legge n. 388 del 2000 ha soppresso a decorrere dal 1° gennaio 2003, non solo viene a configurarsi come una indebita decurtazione del trattamento retributivo dei dipendenti postali (non essendo giustificata da alcuna controprestazione ulteriore o aggiuntiva rispetto a quelle spettanti per legge), ma del tutto irragionevolmente sottopone tali dipendenti ad una disciplina deteriore rispetto a quella prevista per la generalità dei dipendenti del settore privato in materia di trattamento di fine rapporto; l'art. 2120 cod. civ. che, dopo la trasformazione dell'Ente poste italiane in società per azioni, è divenuto applicabile anche ai dipendenti postali non prevede, infatti, alcun pagamento a carico del dipendente, ponendo ogni onere di accantonamento ad esclusivo carico del datore di lavoro. Conclude il rimettente affermando che la sollevata questione appare «rilevante ai fini del decidere». 2. — È intervenuto in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che la questione sia dichiarata non fondata.