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La collega Boldrini citava quota 100, ma questo è un altro intervento populista, in cui non c'è alcun tipo di progettualità, di cui non avete saputo neanche immaginare gli esiti, in cui l'impatto di determinati interventi lo scopriamo vivendo ed è drammatico. Poi c'è la seconda parte del decreto‑legge, che anche in questo caso interviene affrontando un'emergenza senza alcun tipo di visione, di disegno che metta in quadro non solo gli aspetti relativi all'emergenza della Calabria, ma anche tutto quello che pure esiste in forma, in dimensione e in intensità diverse nel resto del territorio nazionale. Ci ho tenuto a utilizzare questo tempo in discussione generale perché spesso parliamo nel merito, ma sembra che in questa sede ci misuriamo su emendamenti che cercano di modificare la virgola o il periodo, aggiungere un «anche» anziché un «esclusivamente»; invece qui ci sono visioni diverse, a fronte di un approccio che, a mio avviso, sarebbe stato molto più positivo ‑ e insisto perché ci sono molto legato ‑ e molto più determinante e incisivo se la riforma costituzionale fosse passata, nella parte legata al Titolo V. Lì c'era la soluzione agli aspetti di sistema a monte; lì si ponevano le premesse costituzionali per poter agire a livello centrale rispetto ai dissesti che avvengono nelle Regioni, ad esempio riguardo la sanità. Tutto ciò non è successo. Il decreto-legge in esame è incostituzionale in varie parti, sia nel rapporto tra Stato e Regioni per quanto riguarda la prima parte, sia nella seconda parte, quando si interviene sulle regole generali che riguardano le nuove norme di reclutamento del personale medico. Questi sono gli aspetti che approfondiremo in sede di dichiarazione di voto sugli emendamenti. (Applausi dal Gruppo PD) . PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Granato. Ne ha facoltà. GRANATO (M5S) . Signor Presidente, parlo da cittadina calabrese, prima che da parlamentare. Per la prima volta nella storia tormentata della sanità regionale, lo Stato interviene direttamente a difesa del diritto alla cura, sancito dalla nostra Costituzione. La Calabria subisce piani di rientro dal 2009 ed è commissariata, senza soluzione di continuità, dal 2010 ad oggi. Da quando la materia sanitaria è entrata nel regime di concorrenza Stato-Regione, a seguito della riforma del Titolo V della Costituzione, la politica locale è entrata a gamba tesa nella sanità, declassando i cittadini calabresi al rango di sudditi di serie C, consentendo un punteggio sui livelli essenziali di assistenza (LEA) di appena 136, su un minimo di 160. Il regime commissariale, finché non si è insediato l'attuale Governo, non ha prodotto risultati, anche perché le nomine dei direttori generali delle aziende sanitarie provinciali (ASP) sono rimaste sempre saldamente nelle mani del Governatore di turno e con esse il reclutamento del personale. Così si sono mantenuti aperti serbatoi di voti clientelari, canalizzati verso i vari patroni della politica locale, che ovviamente se ne sono sempre serviti per mantenere in piedi lo status quo , mentre le migliori competenze in campo medico sono dovute migrare altrove. Non è raro che noi calabresi, quando andiamo a curarci nei grossi centri specializzati fuori Regione, ci imbattiamo nel compaesano specialista, fuggito da una Regione la cui classe politica è nemica giurata del merito, perché nel merito c'è la libertà dallo stato di bisogno ed è proprio lo stato di bisogno ad essere indispensabile a quella classe politica corrotta e incapace, per mantenersi saldamente avvinghiata al potere con lo strumento del favore. Ebbene sì, la politica regionale ha sempre fatto da padrona, nel vero senso della parola, sulla vita e sulla morte dei calabresi e sui soldi destinati alle loro cure, consentendo alla malavita organizzata di mettere le mani indisturbata sul flusso di beni e servizi legati alla sanità. Basti pensare al debito contratto dall'ASP di Reggio Calabria, ammontante almeno a 400 milioni di euro, con bilanci spariti per ben quattro anni di attività, doppie e triple fatture e strumenti obsoleti acquistati e lasciati nel cellophane nei magazzini degli ospedali. Mentre si realizzano ingessature di cartone e si muore in pronto soccorso, i dirigenti generali vengono confermati dal governatore di turno e sistematicamente premiati. Il governatore Oliverio, nonostante fosse addirittura soggetto a una restrizione di domicilio, a seguito di un'indagine della magistratura che lo aveva visto coinvolto per abuso d'ufficio, ha inteso fino all'ultimo avvalersi della sua prerogativa di nomina dei direttori generali, rifiutandosi di coordinarsi con il commissario Cotticelli, mandato dal Governo. Da qui la giusta reazione della ministra Grillo e la decisione di staccare finalmente la spina. In tutta fretta, dopo la nomina, i direttori generali di Oliverio si erano già apprestati al colpo di coda finale, in vista delle imminenti elezioni regionali, aprendo procedure concorsuali finalizzate al posizionamento di nuovi primari e di altro personale medico, infermieristico, paramedico e amministrativo, certi che, come al solito, nessuno avrebbe osato mettere loro i bastoni tra le ruote. La prassi della corruzione e del familismo amorale, ormai divenuta legge in Calabria, si accingeva a perfezionare per l'ennesima volta il suo iter , ma stavolta è arrivato l'alt del Governo del cambiamento: per la prima volta in quasi venti anni di autonomia regionale, un Governo ha dato una battuta di arresto decisiva a questo sistema consolidato, nell'incredulità di tutti questi personaggi, che già si facevano beffe di noi, facendo spallucce a chi li ammoniva, convinti che l'avrebbero fatta franca anche questa volta, come d'altronde era sempre avvenuto con tutti gli altri Governi. L'intervento del commissario Cotticelli, con cui è stato interdetto il reclutamento di figure apicali, ha suscitato reazioni di sbigottimento e di panico, del tipo: adesso chi glielo dice ad Oliverio? In quasi venti anni di autonomia regionale, la sanità in Calabria è stata azzerata. Allo svantaggio dovuto ai criteri di riparto del Fondo per la spesa sanitaria nazionale sfavorevoli, perché non tengono conto dei numerosi casi di comorbilità presenti nella Regione, che incidono sulla spesa sanitaria più dei casi di morbilità distinte, si è aggiunta questa gravissima mala gestio , che ha ridotto le prestazioni sanitarie pubbliche, ha consentito il proliferare di prassi come l' intramoenia , convenzioni con le strutture private con annessi contenziosi milionari e infine ha dato vita a una gigantesca migrazione sanitaria, per un ammontare di 320 milioni di euro all'anno, a decine di ospedali chiusi, a posti letto tagliati e ai ticket più alti d'Italia. Tuttavia chi non può migrare, in Calabria muore di malasanità; pertanto ben vengano i controlli sistematici e ricorrenti sulle attività dei direttori generali e dei commissari straordinari; ben venga la possibilità di sostituire tali figure in tempi rapidissimi ad opera del commissario straordinario, come prevede il decreto-legge; soprattutto ben venga il progetto del MoVimento 5 Stelle di sottrarre definitivamente alla politica le nomine dei direttori generali.