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a partire da tale data, dunque, il presidente Massimo Inguscio ha operato in regime di proroga ai sensi degli articoli 2 e 3 del decreto-legge n. 293 del 1994 (gli organi amministrativi non ricostituiti nel termine della scadenza sono prorogati per non più di 45 giorni e possono adottare esclusivamente gli atti di ordinaria amministrazione e gli atti urgenti e indifferibili); tuttavia, in seguito, l'entrata in vigore del decreto-legge n. 18 del 2020, il 17 marzo 2020 (nell'iniziale contesto pandemico da COVID-19), ha stabilito una proroga del mandato degli organi statutari degli enti pubblici di ricerca (incluso, dunque, il presidente Inguscio), anche se, nel frattempo, scaduti; l'articolo 100 del decreto-legge, difatti, postergava il rinnovo dei mandati dei componenti degli organi statutari di tutti gli enti pubblici di ricerca, prorogando quelli in corso, anche se scaduti alla data di entrata in vigore del decreto (17 marzo 2020), come nel caso di specie, oppure in scadenza durante il periodo dello stato di emergenza deliberato dal Consiglio dei ministri in data 31 gennaio 2020, fino al perdurare dello stato di emergenza medesimo (stabilito al 31 luglio 2020); tuttavia, durate l' iter di conversione in legge del decreto-legge, un emendamento approvato in Senato, a prima firma della presente firmataria, modificava il testo dell'articolo 100, stabilendo che la proroga del rinnovo dei mandati in questione, potenzialmente sine die in ragione della scontata deliberazione di rinnovazione dello stato di emergenza nazionale da parte del Governo oltre il 30 luglio 2020, trovasse comunque un limite definito ex lege entro il termine, perentorio, del 31 gennaio 2021. L'ultimo periodo dell'articolo 100, comma 2, difatti, dispone testualmente che: "Si procede, in ogni caso, al rinnovo dei mandati dei componenti degli organi statutari degli enti di cui al presente comma, laddove scaduti alla data di entrata in vigore della legge di conversione del decreto-legge 7 ottobre 2020, n. 125, entro il 31 gennaio 2021"; in seguito, un'interpretazione particolarmente "elastica" degli uffici ministeriali, nonostante la chiara ratio della norma citata che pone un termine perentorio per addivenire alla nuova nomina, ha previsto che la scadenza del mandato del presidente Inguscio potesse essere ulteriormente differita al 14 febbraio 2021: tuttavia, anche oltre quella data, superata da più di 10 giorni ormai, non si è ancora giunti alla nomina del successore; il CNR, dunque, si trova in una situazione di totale paralisi e l'ente si trova sprovvisto, attualmente, non solo del presidente, ma anche del vice-presidente e di due consiglieri di amministrazione su cinque; considerato che: il Presidente del CNR ha la rappresentanza legale dell'ente, è responsabile delle relazioni istituzionali, vigila e sovrintende il corretto svolgimento delle attività dell'ente. In particolare, egli: convoca e presiede il consiglio di amministrazione stabilendone l'ordine del giorno; convoca e presiede il consiglio dei direttori di dipartimento stabilendone l'ordine del giorno; convoca il consiglio scientifico stabilendone l'ordine del giorno e lo presiede senza diritto di voto; conferisce l'incarico al direttore generale sulla base della delibera di nomina del consiglio di amministrazione; valutato che la situazione in cui versa il più importante ente pubblico di ricerca italiano è, a dir poco, allarmante ed insostenibile, si chiede di sapere: se il Ministro in indirizzo non intenda intervenire al più presto procedendo alla nomina del nuovo Presidente del CNR; quale sia la sua valutazione in merito alle procedure di rinnovo dei mandati degli organi statutari degli enti pubblici di ricerca, con particolare riferimento al CNR. Atto n. 4-04963 DE BONIS Ai Ministri dello sviluppo economico e dell'economia e delle finanze Premesso che: nel terzo trimestre del 2020, i fallimenti delle imprese in Basilicata sono aumentati del 133,3 per cento; il dato è del CERVED, Agenzia di informazione commerciale, che nelle scorse settimane, come riportato da numerosi articoli di stampa, aveva acceso i riflettori sul "rischio infiltrazione mafiosa" per un centinaio di piccole e medie imprese lucane; questa volta il CERVED si è occupato di procedure fallimentari già avvenute. Vi sono regioni, segnalano gli esperti, che vedono aumentare le procedure su base annua, come Basilicata (133,3 per cento), Umbria (9,1 per cento), Friuli-Venezia Giulia (6,1 per cento) e Calabria (5,4 per cento), regioni in cui si registra un declino rispetto al 2020, che tende tuttavia a colmarsi (tra queste Liguria meno 5,1 per cento, Toscana meno 17,4 per cento e Veneto meno 21 per cento) e regioni in cui il calo risulta ancora ampiamente superiore all'anno precedente, come il Lazio (meno 52,5 per cento) e la Sicilia (meno 46,8 per cento); i dati sono ancora fortemente influenzati dal mancato ritorno alla piena operatività dei tribunali e dai ritardi accumulati nel corso del lockdown, che impattano sull'apertura di nuove pratiche. Si stima, infatti, che la chiusura dei tribunali e i ritardi connessi al rallentamento delle attività abbiano fatto slittare di oltre 4 mesi gli incassi previsti nel recupero crediti. Un simile scenario potrebbe spostare in avanti i tempi di apertura di nuove procedure e di lavorazione delle pratiche; tra luglio e settembre 2020, complessivamente, nel Paese sono stati registrati 1.606 fallimenti (14 in Basilicata, a cui si aggiungono 31 dei trimestri precedenti), un dato in calo del 30,2 per cento su base annua, a livello nazionale, ma non regionale; ci sono, poi, le procedure non fallimentari aperte nel terzo trimestre 2020, i concordati preventivi che si confermano sempre più numerosi: 207 in Basilicata (più 14,7 per cento). In base ai dati sono 5 le regioni in cui si osserva un aumento delle liquidazioni in bonis nel terzo trimestre 2020: Valle d'Aosta (63,3 per cento), Friuli-Venezia Giulia (19,5 per cento), Basilicata (14,7 per cento), Lombardia (13,4 per cento), Umbria (8,1 per cento), Trentino (4,2 per cento) e Molise (14,5 per cento). Valori ancora molto bassi rispetto al terzo quadrimestre 2019 in Lazio (meno 25,4 per cento), Campania (meno 24,8 per cento), Veneto (meno 21,6 per cento). Si registrano cali di minore intensità in Toscana (meno 4,1 per cento) ed Emilia-Romagna (meno 7,2 per cento); l'Agenzia di informazione commerciale riferisce che prima del COVID, in Italia, circa l'8 per cento delle piccole e medie imprese cosiddette a rischio era sulla soglia di un possibile fallimento, ma ancora non fallite. Questo numero, con un nuovo lockdown, potrebbe crescere fino a oltre il 20 per cento. Le piccole e medie imprese che rischiano di fallire potrebbero arrivare al 21 per cento;