[pronunce]

SENTENZA ha pronunciato la seguentenel giudizio di legittimità costituzionale dell'art. 26, ultimo comma, della legge della Regione Lombardia del 16 agosto 1993, n. 26 (Norme per la protezione della fauna selvatica e per la tutela dell'equilibrio ambientale e disciplina dell'attività venatoria), sostituito dall'art. 2 della legge della Regione Lombardia del 7 agosto 2002, n. 19 (Modifiche alla legge regionale 16 agosto 1993, n. 26), promosso con ordinanza del 27 luglio 2004 dal Tribunale amministrativo regionale della Lombardia, sul ricorso proposto da WWF Italia ed altri contro la Regione Lombardia, iscritta al n. 923 del registro ordinanze 2004 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 47, prima serie speciale, dell'anno 2004. Visti gli atti di costituzione del WWF Italia ed altri e della Regione Lombardia; udito nell'udienza pubblica del 21 novembre 2006 il Giudice relatore Maria Rita Saulle; udito l'avvocato Giuseppe Franco Ferrari per la Regione Lombardia.. Ritenuto in fatto Considerato in diritto 1.- Con ordinanza del 27 luglio 2004, il Tribunale amministrativo regionale della Lombardia ha sollevato, in riferimento agli artt. 97 e 117, commi secondo, lettere l) e s), e terzo della Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell'art. 26, comma 5, della legge della Regione Lombardia 16 agosto 1993, n. 26 (Norme per la protezione della fauna selvatica e per la tutela dell'equilibrio ambientale e disciplina dell'attività venatoria), sostituito dall'art. 2 della legge della Regione Lombardia del 7 agosto 2002, n. 19 (Modifiche alla legge regionale 16 agosto 1993, n. 26). Premette il rimettente che il giudizio principale ha ad oggetto l'impugnazione della delibera della Giunta della Regione Lombardia con la quale è stato adottato il regolamento di attuazione della legge sopraindicata e, in particolare, l'art. 12 del suddetto regolamento. I ricorrenti nel giudizio a quo lamentano che tale norma regolamentare, nel dare attuazione all'art. 26 della legge regionale n. 26 del 1993, prevede, in contrasto con l'art. 5 della legge 11 febbraio 1992, n. 157 (Norme per la protezione della fauna selvatica omeoterma e per il prelievo venatorio), la rimozione dell'anello numerato identificativo dei richiami vivi per l'esercizio venatorio, con il solo obbligo per il cacciatore di darne comunicazione alla Provincia e, per gli allevatori, di provvedere direttamente alla registrazione di tale operazione. 1.1.- In punto di rilevanza, il giudice a quo osserva che l'art. 12, in attuazione dell'art. 26 della legge regionale n. 26 del 1993, prevede la possibilità di rimozione del suddetto anello inamovibile, di talché, a parere del rimettente, l'eventuale dichiarazione di incostituzionalità della norma regionale comporterebbe l'annullamento anche della disposizione regolamentare. 1.2.- Quanto alla non manifesta infondatezza, il rimettente, dopo aver osservato che la disciplina relativa all'individuazione dei limiti entro cui è consentito l'esercizio venatorio rientra nella competenza esclusiva dello Stato, ex art. 117, secondo comma, lettera s), della Costituzione, rileva che la norma impugnata si pone in contrasto con quanto disposto dall'art. 5 della legge n. 157 del 1992, che, proprio al fine di apprestare idonea tutela alla fauna, prevede l'inamovibilità dell'anello identificativo dei richiami vivi, impedendone in tal modo la cattura ed il commercio illeciti. Il giudice a quo ritiene che la norma regionale impugnata violerebbe, altresì, l'art. 117, secondo comma, lettera l), della Costituzione, poiché la condotta di chi caccia con richiami privi di anello inamovibile rientra nella ipotesi di esercizio dell'attività venatoria con mezzi vietati, sanzionata penalmente dall'art. 30, lettera h), della legge n. 157 del 1992. La norma impugnata, quindi, nel rimuovere un divieto afferente a comportamenti suscettibili di sanzione penale, interferirebbe sulla astratta fattispecie penale la cui individuazione è riservata alla competenza del legislatore nazionale. Infine, il rimettente ritiene che l'art. 26, comma 5, della legge regionale n. 26 del 1993 violerebbe anche l'art. 97 della Costituzione, poiché il sistema di controllo previsto dalla norma impugnata non garantirebbe la stessa tutela di quello previsto dalla legge n. 157 del 1992. 2.- Si sono costituite le associazioni WWF Italia, Legambiente e la Lega per l'abolizione della caccia, ricorrenti nel giudizio a quo, aderendo ai dubbi di costituzionalità sollevati dal rimettente. 3.- Si è costituita, altresì, la Regione Lombardia, resistente nel giudizio a quo, chiedendo che la questione sia dichiarata inammissibile e/o infondata. 3.1.- In via preliminare, la Regione osserva che la norma che consente la detenzione dei richiami vivi privi di anello identificativo è contenuta nell'art 26 della legge regionale n. 26 del 1993, di talché il giudizio principale sarebbe inammissibile perché rivolto contro un atto legislativo. 3.2.- Nel merito la Regione rileva, quanto alla presunta violazione degli artt. 117, secondo comma, lettera s), e 97, della Costituzione, che la caccia rientra nella competenza normativa delle regioni essendo soggetta soltanto al rispetto degli standard minimi di tutela della fauna fissati dal legislatore nazionale che, nel caso di specie, risultano rispettati. In particolare, la Regione osserva che la norma impugnata non prevede una deroga al controllo mediante anello inamovibile dei richiami disposto dal legislatore nazionale, ma sostituisce questo con altro sistema parimenti in grado di garantire la tutela degli animali utilizzabili quali richiami vivi. Anche la presunta violazione dell'art. 117, secondo comma, lettera l), della Costituzione sarebbe infondata, in quanto la norma impugnata prevede, in caso di sua inosservanza, l'applicazione delle sanzioni contenute nella stessa legge regionale n. 26 del 1993 che, sul punto, rinvia a quanto disposto dagli artt. 30 e 31 della legge n. 157 del 1992. 3.3.-