[pronunce]

che, infine, «il cumulo in parola» violerebbe anche l'art. 3 Cost., perché, con riferimento al primo comma, determinerebbe «una disparità di trattamento rispetto a quanti, non affetti da infermità ed essendo percettori di più redditi, si trovino in situazioni diverse rispetto a quella in cui versa il soggetto infermo», e perché, con riferimento al secondo comma, tale disparità di trattamento si tradurrebbe in un «decremento di reddito» ostativo al «pieno sviluppo della persona umana» ed in contrasto «con la riconosciuta necessità» di incrementare il reddito medesimo; che è intervenuto in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo una pronuncia di inammissibilità o di manifesta infondatezza della questione sollevata; che, quanto all'eccepita inammissibilità, l'Avvocatura erariale rileva che la fattispecie sarebbe stata descritta in modo lacunoso dal giudice a quo, il quale, pur denunziando l'effetto negativo del “cumulo” degli emolumenti determinato dalla progressività dell'IRPEF, non spiegherebbe se e come la fattispecie al suo esame integri un'ipotesi di cumulo di redditi e si limiterebbe ad esporre «esclusivamente la differenza negativa tra l'incremento della pensione e l'importo dell'IRPEF relativa al periodo considerato», omettendo di indicare gli elementi di fatto decisivi per stabilire se, nella specie, siano state applicate differenti aliquote d'imposta per scaglioni di reddito diversi; che, sempre quanto all'inammissibilità della questione, la difesa dello Stato osserva, altresì, che i lamentati effetti decrementativi del reddito conseguenti a detto cumulo non sarebbero né sufficientemente illustrati, né tanto meno dimostrati, perché il rimettente, da un lato, avrebbe motivato sul punto in modo perplesso ed in base alle sole deduzioni della parte privata, senza procedere ad una autonoma valutazione delle risultanze processuali e, dall'altro, non avrebbe considerato che l'affermato decremento del reddito complessivo del contribuente – per effetto dell'«aumento della pensione» – sarebbe escluso in radice dalla «forma di progressività […] per scaglioni», in quanto l'aliquota IRPEF più elevata, corrispondente allo scaglione di reddito superiore, si applicherebbe «esclusivamente alla quota di reddito rientrante nello scaglione» stesso e non inciderebbe, perciò, sul reddito complessivo; che inoltre, ad avviso dell'Avvocatura erariale, la sollevata questione sarebbe inammissibile, perché i lamentati effetti incostituzionali del suddetto cumulo deriverebbero non dalla norma censurata, ma semmai dall'applicazione del non censurato art. 11 del d.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917 (Approvazione del testo unico delle imposte sui redditi), relativo alla determinazione dell'IRPEF; che, per la difesa dello Stato, l'inammissibilità della questione deriverebbe anche dal fatto che la censura concernente la dedotta disparità di trattamento tra le famiglie monoreddito e le altre, nonché tra percettori di reddito infermi e non infermi sarebbe insufficientemente argomentata e, comunque, prospettata in modo astratto, non avendo il giudice a quo precisato se il contribuente sia inserito in un nucleo familiare e, in tal caso, se sia l'unico percettore di reddito; che, infine, sempre in punto di inammissibilità, la difesa erariale deduce che la pronuncia additiva richiesta dal rimettente non sarebbe costituzionalmente necessitata, comportando invece la scelta tra una pluralità di soluzioni e, quindi, valutazioni di opportunità riservate alla discrezionalità del legislatore; che, quanto al merito della questione, l'Avvocatura generale dello Stato, con riferimento alla dedotta violazione del principio di capacità contributiva, richiama la costante giurisprudenza costituzionale e di legittimità circa la natura reddituale e non risarcitoria della pensione privilegiata ordinaria e, con riferimento al denunciato contrasto con l'art. 3, primo comma, Cost. del trattamento fiscale complessivamente più oneroso derivante dal “cumulo” dei redditi a carico delle famiglie monoreddito, richiama la sentenza n. 358 del 1995 della Corte costituzionale – cui si è costantemente conformata la Corte di cassazione – che ha già escluso la fondatezza di tale dubbio di incostituzionalità; che, sempre ad avviso della difesa erariale, anche la censura relativa alla violazione dell'art. 3, secondo comma, Cost. sarebbe palesemente infondata, sia perché la stessa previsione del trattamento pensionistico privilegiato si inserirebbe in una prospettiva di attuazione del principio di eguaglianza sostanziale, sia perché gli effetti fiscali di detto trattamento sul reddito complessivo del contribuente troverebbero una specifica disciplina costituzionale di riferimento nell'art. 53 Cost., laddove questo sancisce la generalità dell'obbligo di concorrere alle spese pubbliche. Considerato che la Commissione tributaria di primo grado di Trento dubita, in riferimento agli artt. 3 e 53 della Costituzione, della legittimità dell'art. 34 del d.P.R. 29 settembre 1973, n. 601 (Disciplina delle agevolazioni tributarie), «nella parte in cui non prevede, tra le agevolazioni ai fini dell'imposta sul reddito delle persone fisiche anche le somme corrisposte a titolo di trattamento pensionistico privilegiato, in aumento della pensione normale, specialmente quando, per effetto del cumulo, le stesse determinano, per il beneficiario, un decremento, anziché un incremento di reddito»; che la Commissione, nel sollevare la questione, riferisce che il contribuente, militare in congedo – sulla premessa di aver percepito la somma di lire 232.416 a titolo di pensione privilegiata ordinaria nel periodo dal 1° ottobre 1995 al 31 gennaio 1996 e di aver subito nel medesimo periodo ritenute su detta pensione ai fini dell'IRPEF pari a lire 304.440 – ha chiesto, in via principale, previa dichiarazione di esenzione dall'IRPEF di detto trattamento pensionistico, il rimborso delle ritenute e, in subordine, previa dichiarazione di esenzione dall'imposta degli «assegni connessi alla pensione privilegiata», il rimborso delle ritenute effettuate su tali assegni; che, per il rimettente, «le somme corrisposte a titolo di trattamento pensionistico privilegiato, in aumento della pensione normale», non costituiscono «assegni connessi» alla pensione privilegiata ordinaria e quindi, a differenza di questi ultimi, non possono ritenersi esenti dall'imposta sul reddito delle persone fisiche in forza del censurato art. 34 del d.P.R. n. 601 del 1973; che, secondo il giudice a quo, la fattispecie è disciplinata dall'art. 67, quarto comma, del d.P.R. 29 dicembre 1973, n. 1092 (Approvazione del testo unico delle norme sul trattamento di quiescenza dei dipendenti civili e militari dello Stato), il quale, nel determinare la misura della pensione privilegiata spettante ai militari con anzianità di almeno quindici anni di servizio, stabilisce che tale pensione «è liquidata nella misura prevista per la pensione normale aumentata di un decimo»;