[pronunce]

SENTENZA ha pronunciato la seguentenel giudizio di legittimità costituzionale degli artt. 627, comma 3, e 634, comma 2, del codice di procedura penale, promosso dalla Corte d'appello di Roma, sezione quarta penale, sull'istanza proposta da O. P., con ordinanza del 14 giugno 2022, iscritta al n. 93 del registro ordinanze 2022 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 37, prima serie speciale, dell'anno 2022. Visto l'atto di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri; udito nella camera di consiglio dell'8 febbraio 2023 il Giudice relatore Franco Modugno; deliberato nella camera di consiglio del 9 febbraio 2023.. Ritenuto in fatto Considerato in diritto 1.- Con ordinanza del 14 giugno 2022, la Corte d'appello di Roma, sezione quarta penale, ha sollevato questioni di legittimità costituzionale: a) dell'art. 634, comma 2, del codice di procedura penale, «così come risultante dall'interpretazione innovativa adottata dalla [...] Corte di cassazione a seguito della sentenza n. 43121 del 2019», per contrasto con gli artt. 3, 25, primo comma, e 70 (recte, alla luce di quanto dedotto in motivazione: 111, secondo comma), della Costituzione; b) dell'art. 627, comma 3, cod. proc. pen. , «nella parte in cui obbliga il Giudice di rinvio ad uniformarsi alla sentenza della Corte di Cassazione per ciò che concerne ogni questione di diritto con essa decisa, anche quando tale pronuncia non è meramente interpretativa, ma di fatto sovrascrive la norma creandone una nuova e diversa, talora di fatto abrogandola», per contrasto con gli artt. 70 e 101 Cost. (parametro, il secondo, evocato solo in motivazione). 1.1.- Il giudice a quo premette di essere investito della richiesta di revisione della sentenza di condanna alla pena dell'ergastolo, emessa nei confronti del richiedente dal Giudice dell'udienza preliminare del Tribunale ordinario di Napoli il 3 aprile 2014 e confermata dalla Corte di assise d'appello di Napoli con sentenza del 10 luglio 2015, divenuta irrevocabile. Con ordinanza emessa de plano ai sensi dell'art. 634 cod. proc. pen. , essa Corte d'appello di Roma, in diversa composizione, aveva dichiarato la richiesta inammissibile per manifesta infondatezza, ritenendo che gli elementi addotti a suo sostegno fossero ictu oculi inidonei a sovvertire il giudizio di colpevolezza dell'istante. A seguito di ricorso dell'interessato, la sezione quinta penale della Corte di cassazione, con sentenza 11 dicembre 2020-23 febbraio 2021, n. 6979, aveva, tuttavia, ritenuto che la Corte rimettente si fosse spinta oltre i limiti propri della delibazione preliminare di ammissibilità prefigurata dall'art. 634 cod. proc. pen. (cosiddetta fase rescindente), anticipando il giudizio di merito sulla richiesta, da svolgere nel contraddittorio fra le parti (cosiddetta fase rescissoria). Aveva quindi annullato senza rinvio l'ordinanza, trasmettendo novamente gli atti alla Corte rimettente. Il giudice di legittimità aveva indicato, in modo sintetico, la ragione per la quale si era discostato dalla previsione dell'art. 634, comma 2, cod. proc. pen. , secondo cui la Cassazione, quando accoglie il ricorso avverso l'ordinanza di inammissibilità della richiesta, rinvia il giudizio di revisione ad altra corte d'appello, individuata secondo i criteri di cui all'art. 11 cod. proc. pen. (nella specie, si sarebbe dovuto trattare della Corte d'appello di Perugia). Aderendo alla soluzione interpretativa adottata dalla sezione terza penale con la sentenza 17 luglio 2019-21 ottobre 2019, n. 43121, la Corte di cassazione aveva affermato che la regola ora ricordata - rilevante nel caso di annullamento con rinvio per la trattazione della cosiddetta fase rescissoria - «non si applica nel caso di annullamento senza rinvio e conseguente devoluzione al giudice di merito di un nuovo giudizio relativo alla fase rescindente, con riferimento alla preliminare delibazione sulla non manifesta infondatezza della richiesta in rapporto all'astratta idoneità del "novum" dedotto a demolire il giudicato». 1.2.- Ad avviso del giudice a quo, tale indirizzo interpretativo, inaugurato in modo innovativo e per certi versi "casuale" dalla richiamata sentenza n. 43121 del 2019, si porrebbe in palese contrasto, sia con la lettera del citato art. 634, comma 2, cod. proc. pen. - che non distingue tra i casi di annullamento con o senza rinvio, né tra i motivi dell'annullamento -, sia con la ratio della disposizione. L'attuale formulazione di quest'ultima è frutto, infatti, della modifica apportata dall'art. 1, comma 2, della legge 23 novembre 1998, n. 405 (Modifiche al codice di procedura penale in materia di revisione) al testo originario, secondo il quale, in caso di accoglimento del ricorso, la Corte di cassazione rinviava il giudizio di revisione ad altra sezione della corte d'appello che aveva pronunciato l'ordinanza impugnata o alla corte d'appello più vicina. Come emergerebbe anche dai lavori parlamentari, la modifica mirava ad eliminare la discrezionalità riconosciuta alla Corte di cassazione dalla disposizione previgente nell'individuazione del giudice di rinvio, adeguando così il codice di rito al principio del giudice naturale precostituito per legge. La stessa legge n. 405 del 1998 era, peraltro, intervenuta anche sul testo dell'art. 633 cod. proc. pen. , stabilendo che l'istanza di revisione debba essere presentata alla corte d'appello individuata ai sensi dell'art. 11 cod. proc. pen. , e non più alla corte d'appello nel cui distretto si trova il giudice che ha pronunciato la sentenza di primo grado o il decreto penale di condanna. L'obiettivo sistematico perseguito dal legislatore era, dunque, inequivocabilmente, quello di preservare il giudice della revisione da ogni forma di condizionamento, a garanzia della sua imparzialità, tanto nella fase introduttiva cosiddetta rescindente, quanto nella fase di rinvio conseguente all'accoglimento del ricorso per cassazione. Tale intento verrebbe, tuttavia, frustrato dall'interpretazione adottata dalla sentenza n. 43121 del 2019 - cui si è adeguata la giurisprudenza di legittimità successiva -, la quale avrebbe, in pratica, fatto "rivivere" la norma originaria, ripristinando la situazione di incertezza che il legislatore aveva voluto superare. Alla stregua dell'interpretazione censurata, infatti, l'interessato non sarebbe più in grado di conoscere in anticipo a quale giudice saranno trasmessi gli atti nel caso di accoglimento del suo ricorso, perché ciò dipenderebbe dal non prevedibile tipo di valutazione operata dal giudice di legittimità. 1.3.- Alla luce di tali rilievi, la Corte rimettente dubita, sotto plurimi profili, della legittimità costituzionale dell'art. 634, comma 2, cod. proc. pen.