[pronunce]

Il danneggiamento, infatti, richiede - secondo le indicazioni della giurisprudenza di legittimità - che l'agente abbia diminuito in modo apprezzabile il valore della cosa altrui, o ne abbia impedito l'uso, mentre il deturpamento o imbrattamento si configura in presenza di una alterazione temporanea o superficiale della cosa, il cui aspetto originario è, comunque sia, facilmente reintegrabile. Per effetto della riforma operata dal d.lgs. n. 7 del 2016, si sarebbe quindi prodotto un risultato palesemente irragionevole, quanto ai fatti commessi senza violenza alla persona o minaccia, fuori da manifestazioni pubbliche e senza determinare un'interruzione di servizio pubblico o di pubblica necessità. Chi realizza la forma di offesa più intensa dell'interesse protetto - il danneggiamento - soggiace alla sanzione pecuniaria civile da euro cento a euro ottomila; chi realizza quella meno intensa - il deturpamento o l'imbrattamento - è invece punito con la reclusione da uno a sei mesi o con la multa da euro trecento a euro mille, e dunque in modo più severo. L'intervento attuabile, in sede di sindacato di legittimità costituzionale, onde ripristinare la razionalità del sistema, sarebbe quello di sottoporre il deturpamento e l'imbrattamento di beni immobili o di mezzi di trasporto, pubblici o privati, alla sanzione pecuniaria civile attualmente prevista per i fatti di danneggiamento non costituenti reato. Rimarrebbe, poi, compito del giudice far emergere il diverso disvalore delle condotte in sede di commisurazione in concreto della sanzione tra il minimo e il massimo edittale. Tale soluzione, se pure non conforme all'assetto delineato originariamente dal legislatore - caratterizzato da risposte sanzionatorie "scaglionate" per i fatti in questione - consentirebbe, comunque sia, di rimuovere l'attuale, arbitraria sperequazione sanzionatoria, senza implicare una libera rimodulazione della sanzione per la violazione meno grave, non consentita alla Corte costituzionale, in quanto invasiva della discrezionalità legislativa. La Corte potrebbe, infatti, «intervenire secondo lo schema delle "rime obbligate"», utilizzando come tertium comparationis la previsione dell'art. 4, comma 1, lettera c), del d.lgs. n. 7 del 2016. 1.2.- Si è costituita Trenitalia spa, parte civile nel giudizio a quo, chiedendo che la questione sia dichiarata inammissibile o, in subordine, infondata. Secondo la parte costituita, la mancata depenalizzazione del reato di deturpamento e imbrattamento di cose altrui sarebbe frutto, non di mera dimenticanza, ma di consapevole scelta legislativa: scelta che si sottrarrebbe al sindacato della Corte costituzionale, costituendo esercizio non manifestamente irragionevole o arbitrario dell'ampia discrezionalità spettante al legislatore nella determinazione del trattamento sanzionatorio degli illeciti. Il d.lgs. n. 7 del 2016 si è limitato, infatti, a depenalizzare il solo danneggiamento semplice, contemplato dal previgente art. 635, primo comma, cod. pen. Resta invece punito con la reclusione da sei mesi a tre anni non soltanto il danneggiamento attuato con le modalità cui fa riferimento il giudice rimettente, ma anche il danneggiamento delle cose indicate dal secondo comma del novellato art. 635 cod. pen. , tra cui - per effetto del richiamo all'art. 625, primo comma, numero 7), cod. pen. - le cose esposte per necessità, consuetudine o destinazione alla pubblica fede, o destinate a servizio pubblico o a pubblica utilità, come, ad esempio, il materiale ferroviario oggetto dei fatti per cui si procede nel giudizio a quo. Sarebbe, pertanto, ben comprensibile la mancata depenalizzazione della fattispecie del deturpamento o imbrattamento di cose altrui, e in particolare di beni immobili o mezzi di trasporto: fattispecie che, se pure produttiva di una lesione meno intensa «a livello puramente materiale» di quella recata dalle condotte represse dall'art. 635 cod. pen. , inciderebbe però su una pluralità di beni giuridici, facenti capo «non solo al singolo ma all'intera comunità», quali l'igiene e il decoro urbano. Il vigente testo dell'art. 639 cod. pen. è frutto, infatti, della riscrittura operata dall'art. 3 della legge 15 luglio 2009, n. 94 (Disposizioni in materia di sicurezza pubblica), con lo specifico intento di inasprire il trattamento sanzionatorio nei confronti di atti vandalici assai diffusi e idonei a determinare «gravi forme di degrado urbano», tra i quali assume un ruolo di primo piano proprio la pratica cosiddetta del «writing». La questione sarebbe inammissibile - secondo Trenitalia - anche in ragione del carattere «altamente "creativo"» dell'intervento richiesto dal giudice a quo. Il rimettente non lamenta, infatti, che fattispecie omogenee siano trattate in modo diverso, ma che condotte meno gravi siano punite più severamente di condotte più gravi. In questa cornice, la Corte costituzionale non avrebbe punti di riferimento per ridefinire il «compasso edittale» della fattispecie prevista dalla norma censurata, la quale, in base alla stessa prospettiva del rimettente, sarebbe meritevole di una sanzione inferiore - e non già eguale - a quella del danneggiamento semplice. 1.3.- È intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che la questione sia dichiarata non fondata. Secondo la difesa dell'interveniente, la previsione di una sanzione più severa per le condotte di deturpamento e imbrattamento, nonostante la loro minore offensività rispetto a quelle di danneggiamento, sarebbe giustificata dall'esigenza di contrastare fenomeni di illegalità diffusa che aggravano il degrado dei centri urbani. Si tratterebbe, dunque, di una scelta di politica criminale non manifestamente irragionevole e, come tale, non censurabile per violazione dell'art. 3 Cost. 1.4.- È intervenuto anche il Comune di Milano, il quale ritiene la questione manifestamente infondata, in quanto basata su una analisi parziale, e perciò inesatta, del quadro normativo di riferimento. Nel denunciare la violazione dell'art. 3 Cost., il rimettente avrebbe tenuto conto, infatti, unicamente della previsione del primo comma dell'art. 635 cod. pen. , come sostituito dal d.lgs. n. 7 del 2016, trascurando completamente quella del secondo comma, che punisce tuttora con la reclusione da sei mesi a tre anni chi - anche in assenza di violenza alla persona o minaccia e delle altre condizioni indicate nel primo comma - danneggia una serie di beni, tra i quali gli immobili pubblici o destinati a uso pubblico o all'esercizio di un culto, le cose di interesse storico o artistico ovunque ubicate, gli immobili compresi nel perimetro dei centri storici, gli immobili i cui lavori di costruzione, ristrutturazione, recupero o risanamento sono in corso o risultano ultimati, e le altre cose indicate nel numero 7) del primo comma dell'art. 625 cod. pen. La sperequazione denunciata dal giudice a quo si rivelerebbe, pertanto, insussistente.