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tra gli elementi figurano la possibilità di utilizzare le toilette in modo privato, l’aerazione disponibile, l'accesso alla luce e all'aria naturali, la qualità del riscaldamento e il rispetto delle esigenze sanitarie di base (si vedano, in merito, gli elementi che emergono dalle regole penitenziarie europee adottate dal Comitato dei Ministri del Consiglio d'Europa). Così, perfino nei processi in cui ogni detenuto disponeva da 3 a 4 metri quadrati, la Corte ha dedotto la violazione dell'articolo 3, dato che la mancanza di spazio si accompagnava ad una mancanza di ventilazione e di luce ( Moisseiev contro Russia, n. 62936/00, 9 ottobre 2008; Vlassov contro Russia, n. 78146/01, 12 giugno 2008; Babouchkine contro Russia, n. 67253/01, 18 ottobre 2007). Non c'è chi non veda come, con questi parametri, le condanne dello Stato italiano non possano che prevedibilmente continuare e proliferare: nel carcere Canton Mombello di Brescia, in quello di San Vittore di Milano, in quello di Bologna, in quello di Arezzo, in quello di Poggioreale, a Catanzaro, all'Ucciardone, il sovraffollamento e la vetustà delle strutture fanno sì che otto, dieci, dodici detenuti vivano, chiusi per 21 ore al giorno, in celle di 6 o 8 metri quadrati; le celle più grandi, i cosiddetti cameroni grandi tra i 12 e i 16 metri quadrati, sono occupate da quindici e anche più detenuti. Si dorme su letti a castello a tre e anche a quattro piani, con un solo bagno, spesso sprovvisto di bidet, e in mancanza assoluta di spazio per muoversi. In altre carceri, non essendoci posto nelle celle, si fanno dormire i detenuti nella sala della socialità, o in quella dove si fanno i corsi scolastici: è quanto avviene nel carcere Rebibbia di Roma. E c'è pure chi sta peggio. Non sono poche infatti le carceri dove le persone detenute dormono per terra: succede nel carcere di Trieste, in quello di Ravenna, in quello di Torino, e così via. È perciò fuori da ogni ragionevole dubbio, in vario modo e in varia misura, che almeno dieci milioni di famiglie -- stiamo parlando di oltre un terzo della popolazione italiana! -- nel loro vissuto e nella loro vita attuale, hanno sofferto, spesso in modo atroce, per il loro coinvolgimento nella giustizia e nell'ordinamento penitenziario. Non si tratta solo della condizione delle carceri, nelle quali ben oltre 65.000 detenuti, un record nella storia repubblicana, sono ammassati in celle che potrebbero ospitarne a malapena 42.000; si tratta anche e soprattutto della vita e della dignità di milioni di cittadini italiani, in attesa da molti anni di una decisione giudiziaria. Tra la data del delitto e quella della sentenza la durata media è di 35 mesi per il primo grado del processo e di 65 mesi per l'appello. I tempi di attesa sono ancora più lunghi nel campo della giustizia civile. I dati forniti dal ministro Cancellieri al Capo dello Stato, e da lui utilizzati nel messaggio alle Camere dell'ottobre 2013, sono estremamente preoccupanti: sono anzi tali da giustificare che, nel «tripode» delle misure deflattive indicate nel messaggio, amnistia ed indulto non siano le ultime come extrema ratio , ma il culmine in termini di efficacia della risposta adombrata come necessaria. Naturalmente, il Capo dello Stato non dispone del potere di iniziativa legislativa, come lui stesso ha notato nel citato messaggio, e spetta al Parlamento agire con delle proposte precise, assumendosene le responsabilità. I proponenti del presente disegno di legge intendono agire sulla scia del più nobile e costante tentativo proposto in materia, quello dei radicali. Con la «Marcia di Natale» del 2005, promossa da Marco Pannella, per la prima volta in Italia è stata denunciata con forza questa realtà, e si è manifestato per dare voce alle persone che ne sono vittime, che sono sia le vittime di reati che restano impuniti, sia le vittime di processi che non si celebrano in tempi ragionevoli e che sono destinati a risolversi per prescrizione, come è accaduto a un milione di processi penali negli ultimi cinque anni. Ma se molti sono i reati che vengono prescritti, assai di più sono quelli che non vengono neppure perseguiti. Dai dati disponibili emerge che il sistema attuale di contrasto alla criminalità nel nostro Paese, bene che vada, riguarda oggi solo il 10 o il 20 per cento del problema. Coloro i quali hanno veramente a cuore il problema della sicurezza sociale sanno che la soluzione non sta quindi nella politica propagandistica sulla «certezza della pena», intesa banalmente come lo «sbattere in cella e buttare via la chiave», ma in quella volta ad aumentare la probabilità che chi ha commesso un delitto sia individuato e ne risponda in un'aula di giustizia. È il processo, non l'entità o la durata della pena, il vero deterrente contro la criminalità. Chi si oppone all'amnistia e all'indulto dimentica che in molti casi è il carcere stesso a portare alla commissione di nuovi reati. I dati dicono che mentre la percentuale della recidiva è del 75 per cento nei casi di detenuti che scontano per intero la condanna in carcere, questa si abbassa drasticamente al 27 per cento nel caso di tossicodipendenti condannati che scontano la condanna o una parte di essa in affidamento ai servizi sociali e al 12 per cento nel caso di non tossicodipendenti affidati ai servizi sociali. L'amnistia e l'indulto, dunque, non sono contraddittori con l'attenzione ai problemi della sicurezza. Investire sul recupero e sulla prevenzione è la vera politica per la sicurezza, una politica meno costosa socialmente, umanamente ed economicamente. Tenere una persona in carcere, peraltro nelle attuali condizioni miserevoli e spesso illegali, costa 63.875 euro l'anno, in gran parte per la struttura, mentre per il vitto di ogni recluso si spendono mediamente solo 1,58 euro al giorno. Tenere un tossicodipendente in carcere (e sono almeno 18.000) costa il quadruplo che assisterlo in una comunità o affidarlo a un servizio pubblico. Ogni giorno vi sono casi clamorosi di veri e propri omicidi colposi o preterintenzionali di detenuti per lo più malati, lasciati per violazione delle leggi alla violenza di agonia e di morte. Lo Stato è l'origine, la causa consapevole di questa realtà, senza alcun dubbio criminale e criminogena. Nelle carceri italiane il 7,5 per cento dei detenuti è sieropositivo, il 38 per cento positivo al test per l'epatite C e il 50 per cento a quello per l'epatite B, il 7 per cento presenta l'infezione in atto e il 18 per cento risulta positivo al test della TBC. La percentuale di suicidi in carcere è superiore di 19 volte a quella registrata fuori! Non meno preoccupanti sono i numeri dei morti per malattia o, sarebbe meglio dire, a causa di un’assistenza sanitaria disastrata e di una situazione di emergenza determinata dal taglio dei fondi della sanità penitenziaria.