[pronunce]

che la «duplicazione» di pena, cui si assisterebbe nel secondo caso, confliggerebbe, inoltre, con la finalità rieducativa assegnata dalla Costituzione alla sanzione criminale: finalità che, per un verso, non potrebbe considerarsi propria della sola fase esecutiva, ma investirebbe anche quella della comminatoria legislativa e della concreta irrogazione; e, per un altro verso, implicherebbe, alla luce del necessario collegamento tra l'art. 27, terzo comma, e l'art. 25, secondo comma, Cost., che la pena debba risultare proporzionata alla gravità del fatto commesso; che nel giudizio di costituzionalità è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, il quale ha chiesto che la questione sia dichiarata non fondata. Considerato che il giudice rimettente, nel sottoporre a scrutinio di costituzionalità, per asserito contrasto con gli artt. 3 e 27, terzo comma, Cost., gli artt. 216, primo comma, numero 1), e 219, secondo comma, numero 1), della legge fallimentare, invoca una pronuncia additiva che consenta al giudice della cognizione - nel caso di contestazione al medesimo soggetto di diversi fatti di bancarotta per distrazione in procedimenti separati e non riunibili - di applicare la disciplina del reato continuato, di cui all'art. 81, secondo comma, cod. pen. , «ovvero» quella del giudizio di valenza tra l'aggravante prevista dal citato art. 219, secondo comma, numero 1), della legge fallimentare ed eventuali attenuanti; che in tal modo, il giudice a quo prospetta, onde porre rimedio alla denunciata violazione dei parametri costituzionali, due distinte soluzioni in rapporto di alternatività irrisolta, tanto sul piano formale che su quello sostanziale: è lo stesso rimettente a rimarcare, infatti, come l'art. 219, secondo comma, numero 1), della legge fallimentare detti una disciplina speciale, derogativa di quella ordinaria, non soltanto sul concorso di reati, ma anche sul reato continuato; il che logicamente esclude la possibilità di un'applicazione congiunta, nell'ipotesi considerata, dei due istituti evocati nella formulazione della questione (regime della continuazione e del reato circostanziato); che la questione deve essere pertanto dichiarata manifestamente inammissibile, in quanto prospettata in modo ancipite (cfr., ex plurimis, ordinanze n. 366 del 2002; n. 227 e n. 322 del 2001). Visti gli artt. 26, secondo comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87, e 9, secondo comma, delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale.. . per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE dichiara la manifesta inammissibilità della questione di legittimità costituzionale degli artt. 216, primo comma, numero 1), e 219, secondo comma, numero 1), del regio decreto 16 marzo 1942, n. 267 (Disciplina del fallimento, del concordato preventivo, dell'amministrazione controllata e della liquidazione coatta amministrativa), sollevata, in riferimento agli artt. 3 e 27, terzo comma, della Costituzione, dal Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Camerino con l'ordinanza indicata in epigrafe. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 27 marzo 2003. F.to: Riccardo CHIEPPA, Presidente Giovanni Maria FLICK, Redattore Giuseppe DI PAOLA, Cancelliere Depositata in Cancelleria il 16 aprile 2003. Il Direttore della Cancelleria F.to: DI PAOLA