[pronunce]

che, in definitiva, la previsione della richiesta del pubblico ministero quale «presupposto inderogabile sul piano processuale per abilitare il giudice a disporre l'applicazione provvisoria di una misura di sicurezza» (ancora sentenza n. 228 del 1999) costituirebbe una scelta non solo afferente all'ambito di discrezionalità del legislatore ma anche pienamente coerente con «un principio basilare che informa l'intero sistema della procedura penale». Considerato che, con l'ordinanza di rimessione in epigrafe, il Giudice dell'udienza preliminare del Tribunale ordinario di Cosenza solleva tre distinte questioni di legittimità costituzionale; che con la prima questione - prospettata in riferimento agli artt. 13 e 117, primo comma, della Costituzione, quest'ultimo in relazione all'art. 5, paragrafo 1, della Convenzione europea dei diritti dell'uomo (CEDU), nonché al «principio di ragionevolezza» - il rimettente censura l'art. 299, comma 3-bis, del codice di procedura penale, nella parte in cui, per come interpretato dal diritto vivente, imporrebbe al giudice di sentire il pubblico ministero anche in caso di perdita di efficacia della misura cautelare personale per intervenuto proscioglimento dell'imputato, ai sensi dell'art. 300, comma 1, cod. proc. pen. ; che, rispetto a tale questione, è fondata l'eccezione dell'Avvocatura generale dello Stato di inammissibilità per irrilevanza; che il rimettente deve infatti decidere sulla richiesta del pubblico ministero di revocare l'applicazione provvisoria del ricovero in una residenza per l'esecuzione delle misure di sicurezza (in seguito: REMS), disposta dallo stesso giudice a carico di un imputato ai sensi degli artt. 300, comma 2, e 312 cod. proc. proc. pen. contestualmente alla sentenza con la quale, in esito a giudizio abbreviato, lo aveva prosciolto per infermità mentale; che l'applicazione provvisoria della misura di sicurezza, ex artt. 300, comma 2, e 312 cod. proc. pen. , costituisce vicenda distinta - seppur, nel caso di specie, contestuale - rispetto alla declaratoria di perdita di efficacia della custodia cautelare per intervenuto proscioglimento, ai sensi dell'art. 300, comma 1, del medesimo codice; che di ciò si trae conferma dalla giurisprudenza di legittimità, secondo cui, ove alla revoca di una misura cautelare faccia seguito l'applicazione provvisoria di una misura di sicurezza ex art. 312 cod. proc. pen. , deve escludersi che i due provvedimenti integrino un'unica vicenda cautelare, nella quale il secondo si configuri come sostitutivo del primo, ai sensi dell'art. 299 cod. proc. pen. , attesa la diversità dei presupposti indiziari e funzionali delle due misure (Corte di cassazione, sezione quinta penale, sentenza 2 maggio-12 giugno 2019, n. 26080); che la decisione del rimettente in ordine alla richiesta del pubblico ministero di revocare l'applicazione provvisoria della misura di sicurezza non potrebbe comunque provocare il ripristino della precedente custodia cautelare, venuta meno ex lege ai sensi dell'art. 300, comma 1, cod. proc. pen. al momento della pronuncia di proscioglimento dell'imputato; che deve perciò escludersi che il rimettente sia chiamato, nel procedimento a quo, a fare nuovamente applicazione dell'art. 300, comma 1, cod. proc. pen. , e che si ponga dunque in tale procedimento un problema di applicazione del censurato art. 299, comma 3-bis, cod. proc. pen. , il quale prescrive - in via generale - la necessità del parere del pubblico ministero in caso di revoca o sostituzione delle misure cautelari coercitive o interdittive; che, conseguentemente, la questione di legittimità costituzionale sollevata in riferimento a tale norma è ictu oculi irrilevante e, per tale ragione, manifestamente inammissibile; che, con la seconda questione, il rimettente denuncia, per contrasto con l'art. 32, primo comma, Cost., l'art. 300, comma 1 (recte, come si evince dalla motivazione: comma 2), cod. proc. pen. , nella parte in cui, in caso di proscioglimento dell'imputato in stato di custodia cautelare, subordina - giusta il rinvio all'art. 312 cod. proc. pen. - l'applicazione provvisoria della misura di sicurezza alla previa richiesta del pubblico ministero; che, ad avviso del giudice a quo, posto che la misura di sicurezza del ricovero in una REMS avrebbe un contenuto essenzialmente terapeutico, condizionarne l'applicazione alla richiesta del pubblico ministero violerebbe «il diritto alla cura della salute dell'imputato affetto da grave infermità mentale»; che la questione è in questo caso rilevante, in quanto suscettibile di determinare l'esito della decisione del giudice a quo, chiamato a vagliare la richiesta del pubblico ministero di revoca dell'applicazione in via provvisoria del ricovero in una REMS all'imputato prosciolto, proprio perché adottata ex art. 300, comma 2, cod. proc. pen. , ma in difetto della previa richiesta della pubblica accusa; che il rimettente muove dal presupposto interpretativo, in sé non implausibile, secondo cui sarebbe necessaria la richiesta del pubblico ministero anche per l'applicazione provvisoria della misura di sicurezza all'imputato contestualmente prosciolto per vizio di mente, atteso che l'art. 300, comma 2, cod. proc. pen. dispone che «se l'imputato si trova in stato di custodia cautelare e con la sentenza di proscioglimento o di non luogo a procedere è applicata la misura di sicurezza del ricovero in ospedale psichiatrico giudiziario, il giudice provvede a norma dell'articolo 312», e quest'ultima disposizione richiede il parere del pubblico ministero per l'applicazione provvisoria della misura di sicurezza; che, tuttavia, il parametro costituzionale evocato è inconferente; che non v'è dubbio, secondo la giurisprudenza di questa Corte, che le REMS siano strutture «a esclusiva gestione sanitaria» (sentenza n. 99 del 2019), e che durante il ricovero debba essere assicurata all'internato ogni più opportuna terapia delle sue patologie psichiche (come già affermato dalla sentenza n. 253 del 2003 in relazione alla generalità delle misure di sicurezza per le persone inferme di mente), con lo scopo ultimo di assicurarne l'obiettivo della risocializzazione (sentenza n. 73 del 2020) attraverso un trattamento individualizzato volto anche al superamento, o al contenimento degli effetti, di tali patologie;