[pronunce]

questioni che - in ragione della «diversità della situazione di fatto» che le origina - differirebbero da quelle già decise dalla Corte con la sentenza n. 198 del 2014; che, quanto alla non manifesta infondatezza, il rimettente assume che l'art. 3 Cost. risulterebbe violato, sotto il profilo della irragionevole disparità di trattamento fra casi analoghi, qualora il riconoscimento della fungibilità dovesse rimanere collegato al momento in cui il pubblico ministero ha esercitato l'azione penale - e, dunque, a un fattore casuale - anziché al momento in cui il reato è stato commesso; che, nella specie, se il detenuto istante avesse beneficiato, al pari di altri, per la coincidenza tra le date di commissione e di accertamento dei reati, del simultaneo processo per i fatti associativi e per i reati-fine (relativamente ai quali ha poi ottenuto, in sede esecutiva, la riduzione di pena per la ritenuta continuazione) non si troverebbe ad aver scontato una pena in eccesso, non recuperabile tramite l'istituto della fungibilità; che l'irragionevolezza, in parte qua, dell'art. 657, comma 4, cod. proc. pen. - nei casi in cui il carattere indebito della detenzione derivi dall'applicazione in sede esecutiva della disciplina del reato continuato - si coglierebbe anche nel rapporto con la previsione dell'art. 81, secondo comma, cod. pen. ; che la presunzione assoluta di pericolosità, costituente la ratio ispiratrice del limite temporale previsto dall'art. 657, comma 4, cod. proc. pen. - legata all'esigenza di evitare che l'istituto della fungibilità si risolva in un incentivo a delinquere, trasformando il pregresso periodo di carcerazione ingiusta in una "riserva di impunità" per futuri reati - si porrebbe, infatti, in conflitto con la presunzione di ridotta pericolosità sottesa all'istituto della continuazione: il legislatore non potrebbe riconoscere, cioè, da un lato, una riduzione di pena in quanto l'autore si è dimostrato meno pericoloso, avendo ideato contemporaneamente tutti i reati commessi, e impedire, pur tuttavia, all'agente di usufruire effettivamente di detta riduzione in base alla presunzione assoluta di pericolosità che radica la previsione limitativa in questione; che la preclusione denunciata violerebbe, altresì, l'art. 13, primo comma, Cost.; che, nell'ipotesi in cui la data di commissione del reato associativo differisca da quella dell'accertamento e preceda la carcerazione sine titulo per i reati-fine, la scelta legislativa di non privilegiare il favor libertatis non potrebbe essere, infatti, giustificata con il timore che l'interessato sia indotto a commettere reati dalla possibilità di sottrarsi alle relative conseguenze sanzionatorie, opponendo in compensazione un "credito di pena" precedentemente maturato; che risulterebbe violato, ancora, l'art. 27, terzo comma, Cost., in quanto la pena patita ingiustamente sarebbe inidonea a realizzare una funzione rieducativa; che le norme censurate si porrebbero, da ultimo, in contrasto anche con l'art. 24, quarto comma, Cost., che impone al legislatore di determinare «le condizioni e i modi per la riparazione degli errori giudiziari»: il divieto da esse stabilito renderebbe, infatti, «vane [...] tali procedure riparatorie e lo stesso esercizio del diritto di difesa, di per sé ancora più incomprimibile se volto a tutelare la libertà della persona»; che le questioni sarebbero altresì rilevanti, giacché solo una declaratoria di illegittimità costituzionale nei sensi auspicati permetterebbe di accogliere la richiesta di detrazione della pena presentata dall'istante; che è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che le questioni siano dichiarate manifestamente inammissibili o, in subordine, infondate; che, ad avviso della difesa dell'interveniente, il rimettente non avrebbe specificato, anzitutto, quali atti avrebbero determinato l'asserita interruzione dell'«affectio» dell'interessato al sodalizio di stampo mafioso, il cui momento genetico viene retrodatato agli anni '90: ciò tenuto conto del fatto che la permanenza del vincolo mafioso anche in costanza di detenzione inframuraria costituirebbe «ius receptum»; che, in questo modo, il giudice a quo non avrebbe consentito alla Corte costituzionale di verificare l'effettiva rilevanza delle questioni; che, contrariamente a quanto sostenuto dal rimettente, d'altro canto, le questioni sarebbero già state affrontate e risolte dalla Corte, nel senso della non fondatezza, con la sentenza n. 198 del 2014, nella quale si è concluso che la disciplina della fungibilità della detenzione ingiustamente sofferta «non contiene, in alcun modo, regole irragionevolmente discriminatorie»; che, in ogni caso, le questioni apparirebbero infondate per non avere il rimettente verificato la praticabilità di una soluzione interpretativa diversa da quella posta a base dei dubbi di costituzionalità prospettati e tale da consentirne il superamento: in particolare, il giudice a quo - disponendo dei necessari elementi di fatto - avrebbe potuto, anziché «scorporare l'unitaria permanenza», ritenere diversi i fatti associativi commessi prima e dopo i reati-fine che hanno determinato il "credito detentivo" ed operare la compensazione richiesta dalla difesa solo sul segmento precedente. Considerato che il Giudice per le indagini preliminari del Tribunale ordinario di Lecce dubita, in riferimento agli artt. 3, 13, primo comma, 24, quarto comma, e 27, terzo comma, della Costituzione, della legittimità costituzionale degli artt. 657, comma 4, e 671 del codice di procedura penale e dell'art. 81, secondo comma, del codice penale, nella parte in cui - a suo avviso - non consentirebbero «al Giudice dell'Esecuzione, una volta ritenuta la continuazione tra reati per i quali la pena è espiata e reati per i quali è in corso di espiazione, di verificare la data di commissione del reato per cui è in corso l'esecuzione e, ove differente ed antecedente a quella di accertamento, nelle ipotesi di continuazione tra reato associativo e reati-fine, [di] tenere conto, ai fini della fungibilità della custodia espiata sine titulo, [di] quella di commissione»; che l'eccezione di inammissibilità delle questioni per difetto di motivazione sulla rilevanza formulata dall'Avvocatura generale dello Stato non è fondata;