[pronunce]

che, con riferimento alla prospettata lesione dell'art. 24 Cost., l'ente previdenziale espone che l'accertamento compiuto dal giudice nel procedimento di applicazione della pena su richiesta delle parti, sebbene non equivalga ad una pronuncia positiva di responsabilità, sicuramente la presuppone e l'accettazione della pena da parte dell'imputato implicherebbe l'ammissione del fatto storico costituente reato, onde non sussisterebbe alcuna lesione del diritto di difesa del datore di lavoro; che è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri il quale ha chiesto che la questione sia dichiarata inammissibile o infondata; che, in prossimità dell'udienza di discussione, l'INAIL ed il Presidente del Consiglio dei ministri hanno depositato memorie nelle quali hanno ulteriormente argomentato a sostegno delle conclusioni già rassegnate. Considerato che il Tribunale di Piacenza dubita, in riferimento agli artt. 3 e 24 della Costituzione, della legittimità costituzionale dell'art. 112, quinto comma, del d. P. R. 30 giugno 1965, n. 1124 (Testo unico delle disposizioni per l'assicurazione obbligatoria contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali), «in relazione all'art. 444 c.p.p.»; che, ad avviso del giudice a quo, la norma censurata, nel prevedere (secondo l'interpretazione fornita dalla Corte di cassazione, da considerare diritto vivente) l'applicazione del termine prescrizionale di tre anni all'azione di regresso promossa dall'INAIL ai sensi dell'art. 11 dello stesso d. P. R. n. 1124 del 1965 anche nel caso in cui il procedimento penale promosso in relazione al fatto dal quale è derivato l'infortunio si sia concluso con una sentenza di applicazione della pena su richiesta delle parti ai sensi dell'art. 444 del codice di procedura penale, violerebbe l'art. 3 Cost., in quanto fonte di «disparità di trattamento fra situazioni analoghe (sentenza di non doversi procedere per amnistia e morte del reo e sentenza di patteggiamento o tra questa e quella di condanna)», e l'art. 24 Cost., perché il datore di lavoro, restando esposto per anni all'azione dell'Istituto assicuratore, può essere pregiudicato nell'esercizio di un'efficace difesa; che l'eccezione di inammissibilità sollevata dall'INAIL e dal Presidente del Consiglio dei ministri sul presupposto secondo cui il giudice a quo avrebbe dichiarato di non condividere l'interpretazione della norma censurata fornita dalla Corte di cassazione, così palesando quale sia l'interpretazione che egli reputa conforme al dettato costituzionale, non è fondata, perché il rimettente si è limitato ad esporre i motivi per i quali egli ritiene che la sentenza di applicazione della pena su richiesta delle parti non conterrebbe un accertamento parziale implicito della responsabilità dell'imputato, per poi affermare che l'esclusione di questa categoria di sentenze dal novero di quelle che fanno scattare l'applicabilità del termine di decadenza sarebbe costituzionalmente illegittima; che, dunque, il giudice a quo, lungi dal sottoporre alla Corte una mera questione interpretativa, del tutto ritualmente ha, dapprima, ricostruito il significato della norma e, poi, sostenuto che essa contrasterebbe con alcuni precetti costituzionali; che la questione sollevata con riferimento all'art. 3 Cost. – a prescindere dall'ambiguità della sua formulazione, fonte di dubbi circa le situazioni analoghe che, a parere del rimettente, la norma censurata tratterebbe in modo diverso – è manifestamente infondata, perché disciplinare in maniera diversa – al fine di individuare il regime (di decadenza o di prescrizione) applicabile all'azione di regresso esercitabile dall'INAIL – la sentenza di patteggiamento rispetto a quelle di non doversi procedere per morte del reo o per amnistia non è ingiustificato, se si tiene presente l'àmbito dell'accertamento compiuto dal giudice penale in sede di applicazione della pena su richiesta delle parti; che, infatti, come riconosciuto da questa Corte, la sentenza di patteggiamento presuppone pur sempre la responsabilità dell'imputato (sent. n. 155 del 1996) e contiene un accertamento del fatto lesivo dell'interesse pubblico (ord. n. 106 del 2000 e n. 264 del 1999) , onde le caratteristiche proprie di tale categoria di sentenze giustificano, con riferimento al regime di prescrizione dell'azione di regresso, la loro assimilazione alle sentenze di condanna; che anche la questione sollevata con riferimento all'art. 24 Cost. è manifestamente infondata, perché la conseguenza paventata dal rimettente (l'esposizione del datore di lavoro per lungo periodo di tempo all'esercizio dell'azione di regresso da parte dell'INAIL) è tipica di qualsiasi termine di prescrizione (per sua natura suscettibile di interruzione anche con atti diversi da quello introduttivo del giudizio) e questa Corte ha già affermato che la posizione di soggezione rispetto alla protrazione nel tempo del diritto di azione del creditore deve essere considerata alla stregua di un mero inconveniente pratico, come tale inidoneo a far ritenere compromesso o menomato il diritto di difesa del debitore (sent. n. 354 del 2006).. . per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE dichiara la manifesta infondatezza della questione di legittimità costituzionale dell'art. 112, quinto comma, del d. P. R. 30 giugno 1965, n. 1124 (Testo unico delle disposizioni per l'assicurazione obbligatoria contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali), sollevata, in riferimento agli artt. 3 e 24 della Costituzione, dal Tribunale di Piacenza con l'ordinanza in epigrafe. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 4 luglio 2007. F.to: Franco BILE, Presidente Luigi MAZZELLA, Redattore Giuseppe DI PAOLA, Cancelliere Depositata in Cancelleria il 13 luglio 2007. Il Direttore della Cancelleria F.to: DI PAOLA