[pronunce]

Tuttavia, a prescindere da ogni verifica circa la consistenza di tale assunto, si deve osservare che il giudice a quo, nell'ordinanza di rimessione, ha precisato che «nella fattispecie in esame l'impossibilità di soddisfare il creditore deriva solo ed esclusivamente dal descritto meccanismo dell'art. 546, 1° comma, c. p. c., atteso che nel caso in esame non opera l'opponibilità del vincolo ex art. 159 d. lgs. n. 267/2000, atteso che dagli atti emerge per tabulas che l'ente debitore non ha rispettato la cronologia dei pagamenti». Pertanto, nella fattispecie, il citato art. 159 non deve essere applicato, con conseguente irrilevanza delle argomentazioni svolte al riguardo dalla parte privata. 4. - Nel merito, la questione non è fondata. 4.1. - Si deve premettere che, per costante giurisprudenza di questa Corte, al legislatore spetta un'ampia discrezionalità in tema di disciplina del processo e di conformazione degli istituti processuali, con il solo limite della manifesta irragionevolezza o arbitrarietà delle scelte compiute (ex plurimis, tra le più recenti: sentenze n. 229 e n. 50 del 2010, n. 221 del 2008 e n. 237 del 2007; ordinanze n. 43 del 2010, n. 170 del 2009 e n. 101 del 2006). Ciò posto, va rilevato che l'attuale testo della norma censurata, con la previsione che il terzo pignorato è soggetto, relativamente alle cose e alle somme da lui dovute, agli obblighi che la legge impone al custode «nei limiti dell'importo del credito precettato aumentato della metà» (con conseguente contenimento del vincolo esecutivo entro tali limiti), è stato introdotto dall'art. 2, comma 3, lettera e), del decreto-legge 14 marzo 2005, n. 35 (Disposizioni urgenti nell'ambito del Piano di azione per lo sviluppo economico sociale e territoriale), convertito, con modificazioni, dalla legge 14 maggio 2005, n. 80. Il tenore della disposizione vigente prima di detta modifica era il seguente: «Dal giorno in cui gli è notificato l'atto previsto nell'art. 543, il terzo è soggetto, relativamente alle cose e alle somme da lui dovute, agli obblighi che la legge impone al custode». Nell'interpretazione di tale norma la giurisprudenza della Corte di cassazione si era consolidata, dando luogo ad un vero e proprio diritto vivente, sul principio che «Nell'espropriazione presso terzi di somme di danaro, l'oggetto del pignoramento è costituito dall'intera somma di cui il terzo è debitore, e non dalla quota del credito per la quale l'esecutante agisce in forza del titolo esecutivo notificato, costituendo essa solo il limite della pretesa fatta valere in executivis» (Corte di cassazione, sentenze sez. terza civile del 23 gennaio 2009,n. 1688; sez. terza civile del 14 dicembre 2006, n. 26850; sez. terza civile del 4 gennaio 2000, n. 16 e sez. terza civile del 22 aprile 1995, n. 4584). In sostanza, in base a tale indirizzo giurisprudenziale, il pignoramento rendeva indisponibile tutta la somma dovuta dal terzo al debitore e non soltanto quella parte per la quale il creditore dichiarava di agire in forza del titolo esecutivo. Questa soluzione - giustificata sia con argomenti di ordine testuale (il riferimento alle cose o alle somme dovute dal terzo), sia con la possibilità d'intervento nella procedura di altri creditori, ai sensi dell'art. 551 cod. proc. civ. - creava però difficoltà di indubbia consistenza. L'estensione del vincolo esecutivo a tutta la somma di cui il terzo si dichiarava debitore (o alla somma accertata all'esito del giudizio previsto dagli artt. 548-549 cod. proc. civ. ) bloccava in via immediata, e per un tempo non breve, importi rilevanti, ancorché il soggetto procedente agisse per crediti di scarsa entità. Il problema si rivelava di spessore anche maggiore quando nella procedura fossero coinvolti imprese o enti pubblici, perché il vincolo esecutivo poteva avere notevoli riflessi negativi sul buon andamento dell'attività imprenditoriale oppure sulla funzionalità amministrativa degli enti stessi. Né tale anomalia appariva superabile facendo ricorso all'istituto della riduzione del pignoramento, di cui all'art. 496 cod. proc. civ. A parte il rilievo che questo istituto era considerato da autorevole dottrina inapplicabile all'espropriazione dei crediti, si deve comunque osservare che il relativo provvedimento, se adottato, di regola sarebbe intervenuto a distanza di tempo, quando ormai il debitore aveva subìto gli effetti del pignoramento esteso all'intera somma dovuta dal terzo (cosiddetto pignoramento integrale). In questo quadro il legislatore, nell'esercizio della sua discrezionalità, ha effettuato un bilanciamento tra interessi contrastanti e meritevoli entrambi di tutela: da un lato, quello del creditore procedente alla piena realizzazione della propria pretesa; dall'altro, quello del debitore esecutato a non subire il blocco totale, e di regola per un tempo non breve, di somme ingenti, pure in presenza di un credito azionato di ammontare esiguo. E ha ritenuto d'identificare il punto di equilibrio nella previsione di un limite al vincolo esecutivo, limite costituito dall'importo del credito precettato, aumentato della metà. Tale scelta non può definirsi incongrua e, tanto meno, manifestamente irragionevole o arbitraria. Infatti, non è contestabile che essa abbia posto rimedio al problema sopra evidenziato, le cui gravi ricadute erano state più volte segnalate in dottrina. É vero che il limite introdotto nella norma censurata può produrre l'inconveniente esposto nell'ordinanza di rimessione, e su questo punto potrà intervenire il legislatore, per esempio prevedendo che il vincolo esecutivo in ogni caso vada esteso alle spese di esecuzione, qualora non si ritenga di pervenire a tale risultato per via interpretativa. Comunque, il detto inconveniente può concretarsi soltanto con riferimento a crediti di modesto ammontare, mentre per quelli di maggiore consistenza l'importo del credito precettato aumentato della metà è in grado di assicurare all'esecutante la realizzazione di quanto gli è dovuto, onde non è esatto che il procedimento di espropriazione dei crediti presso terzi sia diventato «fatalmente inidoneo a soddisfare la pretesa creditoria e quindi a raggiungere lo scopo per cui il processo esecutivo è concepito». D'altro canto, il creditore rimasto parzialmente insoddisfatto non vede pregiudicato il proprio diritto di accedere alla tutela giurisdizionale, sia perché potrà procedere ad un nuovo pignoramento presso terzi per la somma rimasta incapiente, sia perché potrà avvalersi di altre procedure esecutive, ricorrendone gli estremi.