[pronunce]

che tale norma inoltre violerebbe l'art. 13, primo comma, Cost., per i principi ivi affermati in tema di libertà personale, e l'art. 27, secondo comma, Cost., in relazione alla funzione che deve essere attribuita alla custodia cautelare; che in punto di rilevanza la Corte rimettente ritiene che le esigenze cautelari non siano venute meno, tenuto conto, sia della perdurante operatività dell'associazione, la quale non aveva cessato di esistere nonostante gli arresti di numerosi sodali, sia dei legami dell'imputato con le altre persone appartenenti all'associazione; che tuttavia, considerati il lungo periodo di carcerazione già subita (circa tre anni e otto mesi), il ruolo non apicale svolto dall'imputato, l'assenza di responsabilità per reati-fine, la precedente incensuratezza, e la disponibilità della convivente ad accoglierlo in casa, a parere del giudice rimettente, le esigenze cautelari potrebbero essere adeguatamente soddisfatte con la misura meno gravosa degli arresti domiciliari, corredata da meccanismi di controllo e da adeguate prescrizioni di non comunicazione con l'esterno; che è intervenuto in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che la questione sia dichiarata inammissibile o comunque infondata; che l'Avvocatura generale ha eccepito l'inammissibilità, data l'assoluta carenza di descrizione della fattispecie concreta oggetto del giudizio a quo; che il giudice rimettente avrebbe richiamato genericamente nel provvedimento la condanna per il delitto dell'art. 416-bis cod. pen. , senza indicare la condotta contestata, carenza questa assai rilevante, dato che il dubbio di costituzionalità sarebbe principalmente basato sulla ritenuta omologazione sotto l'aspetto cautelare di condotte tra loro diverse e diversamente sanzionate; che nel merito la questione non sarebbe fondata; che infatti la norma censurata trarrebbe origine dalle particolari esigenze di prevenzione speciale relative all'attività mafiosa; che l'associazione di tipo mafioso costituisce un sodalizio criminoso fortemente radicato nel territorio, caratterizzato da inscindibili collegamenti personali e dotato di peculiare forza intimidatrice, e che sul piano cautelare l'appartenenza ad esso può essere contrastata solo dalla custodia in carcere; che altre misure cautelari non sarebbero in grado di garantire il controllo sulla persona imputata di tale reato. Considerato che, con ordinanza del 14 giugno 2016, la Corte d'appello di Torino ha sollevato, in riferimento agli artt. 3, 13, primo comma, e 27, secondo comma, della Costituzione, una questione di legittimità costituzionale dell'art. 275, comma 3, del codice di procedura penale, «nella parte in cui nel prevedere che quando sussistono gravi indizi di colpevolezza in ordine al delitto di cui all'art. 416-bis c.p.p. [recte: c.p.] è applicata la misura della custodia cautelare in carcere, salvo che siano acquisiti elementi dai quali risulti che non sussistono esigenze cautelari, non fa salva, altresì, l'ipotesi in cui siano acquisiti elementi specifici, in relazione al caso concreto, dai quali risulti che le esigenze cautelari possono essere soddisfatte con altre misure»; che secondo il giudice rimettente la norma censurata violerebbe l'art. 3 Cost., dato l'irrazionale assoggettamento ad un medesimo regime cautelare di situazioni che possono presentarsi diverse sotto il profilo oggettivo e soggettivo; che tale norma violerebbe anche l'art. 13, primo comma, Cost., per i principi ivi affermati in materia di libertà personale, e l'art. 27, secondo comma, Cost., in relazione alla funzione che deve essere attribuita alla custodia cautelare; che l'Avvocatura generale dello Stato ha eccepito l'inammissibilità della questione per l'assoluta carenza di descrizione della fattispecie concreta oggetto del giudizio a quo, e nel merito ne ha sostenuto la non fondatezza; che l'eccezione di inammissibilità è priva di fondamento; che il collegio rimettente, pur avendo inizialmente richiamato in modo generico solo l'art. 416-bis del codice penale, nell'illustrare poi le ragioni che dovrebbero sorreggere la questione di legittimità costituzionale, ha dato ulteriori informazioni sulle caratteristiche dell'associazione, sulla sua attuale operatività, sui suoi collegamenti con la «casa madre», sulla condotta contestata all'imputato e sui suoi legami con gli altri membri dell'organizzazione criminosa, sì da delineare un quadro fattuale e processuale idoneo a dimostrare la rilevanza della questione sollevata; che la questione, pur ammissibile, è manifestamente infondata; che l'art. 4, comma 1, della legge n. 47 del 2015, sostituendo il secondo periodo del comma 3 dell'art. 275 cod. proc. pen. , ha limitato la presunzione assoluta di adeguatezza della sola custodia in carcere ai reati di cui agli artt. 270, 270-bis e 416-bis cod. pen. , mentre per gli altri reati oggetto della disposizione previgente ha previsto una presunzione relativa, stabilendo che possono essere applicate anche misure cautelari personali diverse dalla custodia in carcere, quando in concreto risultano sufficienti a soddisfare le esigenze cautelari; che in tal modo il legislatore ha recepito la giurisprudenza di questa Corte, la quale, dapprima con la sentenza n. 265 del 2010 e successivamente con varie altre, ha dichiarato, rispetto ad alcuni delitti, costituzionalmente illegittimo l'art. 275, comma 3, cod. proc. pen. , nella parte in cui - nel prevedere che, quando sussistono gravi indizi di colpevolezza, è applicata la custodia cautelare in carcere, salvo che siano acquisiti elementi dai quali risulti che non sussistono esigenze cautelari - non faceva salva, altresì, l'ipotesi in cui fossero stati acquisiti elementi specifici, in relazione al caso concreto, dai quali risultava che le esigenze cautelari potevano essere soddisfatte con altre misure; che questa Corte, in più occasioni e fin dalla pronuncia n. 265 del 2010, ha delineato la ratio giustificativa del particolare regime stabilito per gli imputati del reato previsto dall'art. 416-bis cod. pen. , rilevando che l'appartenenza a un'associazione di tipo mafioso implica, nella generalità dei casi e secondo una regola di esperienza sufficientemente condivisa, un'esigenza cautelare che può essere soddisfatta solo con la custodia in carcere, non essendo le misure «minori» sufficienti a troncare i rapporti tra l'indiziato e l'ambito delinquenziale di appartenenza in modo da neutralizzarne la pericolosità (sentenza n. 265 del 2010); che tale ratio è stata ribadita anche nella sentenza relativa ai delitti aggravati dall'uso del metodo mafioso o dalla finalità di agevolazione mafiosa (sentenza n. 57 del 2013) e in quella relativa al concorso esterno nell'associazione di tipo mafioso (sentenza n. 48 del 2015), che hanno riguardato fattispecie "contigue" a quella dell'art. 416-bis cod. pen. , ma non caratterizzate da un'uguale esigenza;