[pronunce]

Chiamata ad accertare l'incidenza di tale modifica, la Corte di cassazione si è espressa a favore della seconda delle soluzioni in precedenza indicate, e cioè nel senso che l'emendamento equivalesse ad un rifiuto parziale di conversione: donde la conclusione che, in riferimento ai comuni esclusi, la norma del decreto-legge dovesse considerarsi tamquam non esset, anche durante il periodo della sua provvisoria vigenza (Cass. civ. , sez. III, 26 maggio 2005, n. 11186; Cass. civ. , sez. I, 17 marzo 2000, n. 3106). Il giudice a quo non ha tenuto conto di tale indirizzo giurisprudenziale, anche solo al fine di contestarne la validità, né conseguentemente si è dato carico di verificare se alla medesima conclusione debba pervenirsi nell'ipotesi che qui interessa. Ciò, tenuto conto anche delle particolarità che la connotano e, segnatamente, della possibilità di ravvisare nell'emendamento apportato in sede di conversione un mutamento della stessa ratio della norma censurata, avuto riguardo al fatto che quest'ultima - originariamente calibrata sulla sola situazione dei notificandi - nella versione approvata dal Parlamento sembra avere invece di mira anche (e soprattutto) la situazione degli uffici giudiziari, cui spetta curare la notifica. 5.2. - Sotto altro profilo, va osservato come il rimettente - sempre in sede di motivazione sulla rilevanza - abbia escluso di potersi avvalere del rimedio previsto dall'art. 420-bis cod. proc. pen. , in forza del quale il giudice dispone che sia rinnovato l'avviso dell'udienza preliminare quando consta o appare probabile che l'imputato non ne ha avuto effettiva conoscenza senza sua colpa. Tale assunto interpretativo è senz'altro fallace. L'art. 420-bis cod. proc. pen. (richiamato per il dibattimento dall'art. 484, comma 2-bis, cod. proc. pen.) è, infatti, una norma generale, applicabile in rapporto a tutte le forme di notifica indipendentemente da un esplicito richiamo. Il principio tempus regit actum - pure a questo riguardo evocato dal giudice a quo - è, dunque, del tutto inconferente: tanto più che della disposizione ora citata il rimettente è chiamato a fare applicazione solo nel momento in cui dà inizio alla udienza preliminare, e dunque, nella specie, in data successiva a quella di cessazione dell'efficacia della disposizione temporanea censurata (31 luglio 2009). Tantomeno sarebbe corretto evocare (come ha fatto nella discussione orale la difesa della parte privata) il principio attinente alla disciplina della successione di leggi nel tempo e la "specialità" della disposizione censurata rispetto al precetto generale espresso dall'art. 420-bis cod. proc. pen. (che dunque non sarebbe applicabile). Le due fattispecie, invero, non hanno nulla in comune: la prima propone la descrizione di un modello specifico di notificazione; la seconda, un "rimedio" apprestato per tutti i casi - compresi quelli innescati dall'applicazione della prima - in cui sia provato o probabile che la notificazione non abbia prodotto l'effettiva conoscenza dell'atto da parte dell'imputato destinatario, con la conseguenza che il giudice ne dispone la rinnovazione. Né maggiormente probante è l'ulteriore argomento esposto dal giudice a quo (nonché dalla parte privata): ossia il rilievo che la legge di conversione, aggiungendo un secondo periodo al comma 10 dell'art. 5 del decreto-legge n. 39 del 2009, ha espressamente consentito solo al giudice civile e al giudice amministrativo - tramite il richiamo all'art. 663 cod. proc. civ. , in tema di convalida di sfratto - di rinnovare la citazione nei casi di accertata o probabile ignoranza dell'atto notificato da parte del destinatario. L'inserimento di una specifica norma di garanzia riferita ai soli processi civili e amministrativi si spiega proprio con la considerazione che la disciplina di questi ultimi non contempla norme generali in tema di rinnovazione della chiamata in giudizio, analoghe a quella dettata per il processo penale dall'art. 420-bis cod. proc. pen. Diversamente opinando, si dovrebbe concludere che il legislatore, in rapporto alle sole notifiche ai soggetti colpiti dal terremoto dell'aprile 2009, abbia inteso irrazionalmente ribaltare l'ordinario rapporto, che vede il processo penale maggiormente garantito, sotto il profilo considerato, rispetto agli altri processi. 6. - In conclusione, la ricostruzione del quadro normativo operata dal giudice a quo è inadeguata, giacché il rimettente, da un lato, ha omesso di compiere una indagine ermeneutica doverosa (quella relativa all'eventuale perdita parziale di efficacia della norma del decreto-legge con effetto ex tunc, a seguito dell'emendamento approvato in sede di conversione); dall'altro, ha fatto leva su un postulato ermeneutico errato (l'inapplicabilità dell'art. 420-bis cod. proc. pen.). La manchevolezza evidenziata incide - segnatamente sotto il primo profilo - sulla congruità della motivazione in ordine alla rilevanza della questione e - nel suo complesso - anche su quella relativa alla non manifesta infondatezza, la quale va calibrata tenendo conto del reale ambito di operatività della forma di notifica sottoposta a scrutinio e della esistenza, a torto negata, di possibili rimedi all'accertato o verosimile difetto di conoscenza effettiva dell'atto in tal modo notificato (sulla inammissibilità della questione in caso di erronea o inadeguata ricostruzione o ponderazione del quadro normativo, ex plurimis, ordinanze n. 334 del 2007 e n. 146 del 2006). Alla luce delle considerazioni che precedono, la questione va dichiarata, dunque, inammissibile.. per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE dichiara inammissibile la questione di legittimità costituzionale dell'art. 5, comma 10, del decreto-legge 28 aprile 2009, n. 39 (Interventi urgenti in favore delle popolazioni colpite da eventi sismici nella regione Abruzzo nel mese di aprile 2009 e ulteriori interventi urgenti di protezione civile), convertito, con modificazioni, dalla legge 24 giugno 2009, n. 77, sollevata, in riferimento agli artt. 3, 24 e 111 della Costituzione, dal Giudice dell'udienza preliminare del Tribunale di Pescara con l'ordinanza indicata in epigrafe. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 15 dicembre 2010. F.to: Ugo DE SIERVO, Presidente Giuseppe FRIGO, Redattore Maria Rosaria FRUSCELLA, Cancelliere Depositata in Cancelleria il 22 dicembre 2010. Il Cancelliere F.to: FRUSCELLA