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l'articolo 1, comma 557, della legge 30 dicembre 2018, n. 145 (legge di bilancio per il 2019) ha stabilito che il Ministero della salute, di concerto con il Ministero dell'economia e delle finanze, entro il 30 settembre di ogni anno deve adottare un decreto in cui certifica il superamento del tetto di spesa. Tale certificazione per l'anno 2019 doveva essere effettuata entro il 31 luglio 2020 e, per gli anni successivi, entro il 30 aprile dell'anno seguente a quello di riferimento, ma ciò non è mai avvenuto. È stato anche stabilito che il superamento del tetto di spesa sarebbe stato calcolato sulla base del fatturato di ciascuna azienda al lordo dell'IVA risultante dai dati delle fatture elettroniche; occorre rilevare come l'IVA inclusa nel payback vada a costituire un onere economico posto in capo alle aziende fornitrici che non è recuperabile, dato che non vengono indicate possibili forme di detrazione o di recupero della stessa; la legge di bilancio per il 2019 ha introdotto anche l'obbligo di indicare in modo separato nella fatturazione elettronica il costo del bene e il costo del servizio senza considerare che per determinati dispositivi medici è molto complesso identificare separatamente il costo del bene e quello del servizio; l'articolo 15 della legge 22 aprile 2021 n. 53 (legge di delegazione europea 2019-2020), che reca i principi e criteri direttivi per l'adeguamento della normativa nazionale alle disposizioni del regolamento (UE) n. 2017/745 in materia di dispositivi medici, da ultimo prevede un sistema di finanziamento del Governo dei dispositivi medici attraverso il versamento da parte delle aziende che producono o commercializzano dispositivi medici di una quota non superiore allo 0,75 per cento del fatturato, al netto dell'IVA, derivante dalla vendita dei dispositivi medici e delle grandi apparecchiature al SSN; dall' excursus normativo citato, si evince quanto sia frammentata e contraddittoria la legislazione che riguarda il settore. Oltre all'incertezza creata dal regolatore, nel 2020 si è aggiunta la pandemia, che ha contribuito a modificare drasticamente la composizione della spesa per dispositivi medici; il quadro normativo attuale determina una impossibilità del mercato ad espandersi attraverso l'introduzione di prodotti più innovativi e di nuove tecnologie: le aziende del comparto potrebbero essere indotte a non vendere i loro prodotti (ivi compresi i prodotti esportati verso l'Italia) nel contesto della spesa per acquisti per medical devices nella consapevolezza che ciò imporrebbe loro di contribuire al payback , con un'evidente diminuzione del loro margine di utile; per quel che riguarda la libertà d'impresa, la pretesa del Governo di ottenere dalle aziende produttrici di medical devices il ripianamento della spesa per acquisti per il SSN, nella misura eccedente la stima effettuata ex ante dalle sue stesse autorità, appare contraria all'articolo 41 della Carta costituzionale, in quanto tale scelta incide in maniera radicale sulla loro operatività e sul loro margine di utile, con un'ingerenza suscettibile di violare i principi di legalità e di proporzionalità, tutelati dal nostro ordinamento giuridico; è importante anche sottolineare come il payback per i dispositivi medici sia una misura emanata in un contesto economico-finanziario molto diverso da quello attuale. Il periodo 2000-2015 si è contraddistinto come la "stagione dei tagli alla sanità", in cui le Regioni erano sottoposte a severi piani di rientro. Oggi, grazie anche all'arrivo dei fondi del Piano nazionale di ripresa e resilienza, il Paese ha bisogno di introdurre meccanismi che stimolino il PIL e determinino una ripartenza; bisogna considerare, inoltre, l'eccezionalità della situazione sanitaria per il triennio 2020-2022, che ha determinato utilizzi maggiori di dispositivi medici, a fronte di eventi improvvisi e di difficile predizione futura; è necessario creare un contesto che riconosca la tecnologia e l'innovazione come un bene primario da valorizzare e su cui investire, staccandosi da logiche che non si conciliano con i tempi del progresso scientifico e con i bisogni reali della popolazione, si chiede di sapere: se i Ministri in indirizzo siano a conoscenza dei fatti esposti; come intendano intervenire, ciascuno rispetto ai propri ambiti di competenza, in modo risolutivo e tempestivo al fine di fare chiarezza in un contesto ancora oggi caratterizzato da incertezza e scarsa dinamicità per consentire un incremento riguardo al mercato dei dispositivi medical devices di ultima generazione necessari in molti casi per garantire una efficiente risposta del Servizio Sanitario Nazionale, non soltanto al contesto pandemico in atto, ma anche e soprattutto alle necessità presenti e future della popolazione. Atto n. 4-06769 LANNUTTI Ai Ministri della transizione ecologica, dell'economia e delle finanze e dello sviluppo economico Premesso che: con la direttiva 2003/87/CE è stato istituito un sistema per lo scambio di quote di emissioni dei gas a effetto serra (European Union Emissions Trading System-EU ETS) nella Comunità europea, quale strumento per raggiungere gli obiettivi di riduzione di CO2 nei principali settori industriali e nel comparto dell'aviazione. Il meccanismo ETS fissa un tetto massimo alle emissioni consentite sul territorio europeo nei settori industriale/aereo, a cui corrisponde un numero di "quote" (1 ton di CO2eq.=1 quota) che possono essere acquistate/vendute su un apposito mercato. Le quote sono vendute tramite asta, ma possono anche essere assegnate gratuitamente. Le quote gratuite mirano a mitigare il rischio di rilocalizzazione delle emissioni; le assegnazioni gratuite sono appannaggio dei settori manifatturieri e sono calcolate prendendo a riferimento le emissioni degli impianti più "virtuosi" (cosiddetti benchmarks , basati sulle produzioni più efficienti); ogni operatore industriale/aereo attivo nei settori coperti dallo schema deve "compensare" su base annuale le proprie emissioni effettive (verificate da un soggetto terzo indipendente) con un corrispondente quantitativo di quote. Indipendentemente dal metodo di allocazione, il quantitativo complessivo di quote disponibili per gli operatori (cosiddetto CAP) diminuisce nel tempo imponendo di fatto una riduzione delle emissioni di gas serra nei settori ETS: il quantitativo comunitario di quote rilasciate ogni anno a decorrere dal 2013 diminuisce di un fattore lineare pari all'1,74 per cento a partire dall'anno intermedio del periodo dal 2008 al 2012; nel 2015 in seguito all'accordo sul clima di Parigi (legalmente vincolante) la Commissione ha presentato la revisione dell'EU ETS nella quarta fase di obbligo (2021-2030). Con la nuova direttiva ETS 2018/410/UE - Emission Trading System nel periodo 2021-2030, il volume totale di emissioni si riduce annualmente del 2,2 per cento anziché dell'1,74 per cento a partire dal 2021, ciò corrisponde a una riduzione aggiuntiva delle emissioni di circa 556 milioni di tonnellate di CO2eq tra il 2020 e il 2030. In Europa per il 2013 il quantitativo comunitario assoluto di quote di cui all'articolo 9 della direttiva 2003/87/CE ammontava a 1.926.876.368;