[pronunce]

Qualora nel giudizio a quo si discutesse esclusivamente di tale provvedimento, sarebbe agevole osservare che - sebbene il secondo profilo di censura debba ritenersi, a rigore, logicamente pregiudiziale rispetto al primo - la circostanza che il rimettente abbia negato, con sentenza, il "cattivo esercizio" del potere non escluderebbe che gli resti, comunque sia, da decidere sul motivo relativo all'esistenza del potere: prospettiva nella quale la potestas iudicandi del giudice a quo - contrariamente a quanto sostenuto dalla Banca d'Italia - non risulterebbe esaurita. Sta di fatto, però, che, di seguito all'ordinanza cautelare del Consiglio di Stato, sul primo provvedimento della Banca d'Italia di diniego dell'autorizzazione è sopraggiunto un secondo provvedimento: quello del 13 agosto 2018, di conferma del diniego, che la Fondazione ha impugnato con motivi aggiunti, i quali ricalcano solo in parte i motivi originari. Secondo quanto si riferisce nell'atto di rimessione, è stata riproposta, bensì, la censura di violazione di legge ed eccesso di potere, ma non quella di illegittimità costituzionale della norma attributiva del potere. In luogo di essa, la Fondazione ha lamentato l'«elusione dell'ordinanza cautelare del Consiglio di Stato in violazione degli artt. 24 e 97 Cost.». Il contrasto con tali parametri costituzionali (che sono una parte soltanto di quelli evocati con i motivi originari, a sostegno della dedotta illegittimità costituzionale dell'art. 72, comma 9, t.u. bancario) risulta dunque addebitata, non più alla norma di legge ora citata, ma direttamente al nuovo provvedimento della Banca d'Italia, in quanto asseritamente elusivo del dictum del Consiglio di Stato. Rispetto al secondo e nuovo provvedimento di diniego, manca, in conclusione - alla luce di quanto dedotto dal rimettente -, un autonomo motivo volto a denunciare un vizio di "illegittimità derivata", scaturente dalla contrarietà a Costituzione della norma di cui il provvedimento stesso ha fatto applicazione. 5.- Ciò posto, per costante giurisprudenza amministrativa occorre distinguere l'atto amministrativo meramente confermativo, con cui la pubblica amministrazione si limita semplicemente a ribadire la volontà espressa in un precedente provvedimento, e l'atto di conferma in senso proprio, con il quale invece l'amministrazione riesamina la precedente decisione, mediante una nuova valutazione degli elementi o l'acquisizione di nuovi (ex plurimis, Consiglio di Stato, sezione seconda, 12 giugno 2020, n. 3746; Consiglio di Stato, sezione quarta, 29 agosto 2019, n. 5977). La rilevanza della distinzione sta in ciò, che diversamente dall'atto meramente confermativo (non impugnabile perché privo di autonomo contenuto lesivo), l'atto di conferma va a sostituire l'atto confermato, rendendo improcedibile per difetto di interesse il ricorso originariamente proposto contro quest'ultimo: l'interesse del ricorrente si sposta, infatti, dall'annullamento del primo atto all'annullamento del secondo, che lo ha sostituito (e che, pertanto, il ricorrente ha l'onere di impugnare, eventualmente con motivi aggiunti) (Consiglio di Stato, sezione seconda, sentenza n. 3746 del 2020). Di questi principi la giurisprudenza amministrativa ha fatto ripetuta applicazione anche con riguardo al caso - verificatosi nel giudizio a quo - in cui il provvedimento confermativo consegua al cosiddetto "accoglimento della domanda cautelare ai fini del riesame": vale a dire in relazione alla diffusa prassi processuale in base alla quale il giudice amministrativo, in sede cautelare, ordina all'amministrazione di riesaminare la situazione alla luce dei motivi del ricorso (è quanto il Consiglio di Stato ha chiesto alla Banca d'Italia nell'ipotesi di specie). Tale tecnica di tutela cautelare si caratterizza, in effetti, proprio per il fatto di rimettere in gioco l'assetto degli interessi definito con l'atto impugnato, restituendo alla pubblica amministrazione l'intero potere decisionale iniziale, senza pregiudicarne il risultato finale (ex plurimis, TAR Calabria, sezione seconda, 18 febbraio 2020, n. 301; TAR Sicilia, sezione terza, 21 novembre 2016, n. 3004; TAR Lazio, sezione seconda-quater, 27 luglio 2015, n. 10245). 6.- Secondo i principi ora ricordati, nel caso in esame si dovrebbe concludere che, ove il secondo provvedimento della Banca d'Italia costituisse un atto di conferma in senso proprio (sostitutivo, dunque, del provvedimento originario), i soli motivi di ricorso di cui il TAR rimettente doveva occuparsi erano quelli formulati in confronto a tale provvedimento, ossia i motivi aggiunti. Tali motivi - che, come osservato, non risultano comprensivi della denuncia di illegittimità costituzionale dell'art. 72, comma 9, t.u. bancario - sono già stati dichiarati, peraltro, entrambi non fondati con sentenza: il che implicherebbe l'esaurimento del potere decisorio del rimettente, il quale, non avendo più alcunché su cui pronunciare, non potrebbe sollevare ormai le questioni neppure d'ufficio. 7.- Con la complessa tematica ora posta in evidenza il rimettente non si è, tuttavia, affatto confrontato. Egli non ha spiegato, in particolare, perché, alla luce dei consolidati indirizzi giurisprudenziali cui dianzi si è fatto cenno, dovrebbe continuare ad occuparsi - anche dopo la pronuncia di merito emessa - dell'originario secondo motivo di ricorso contro il primo provvedimento di diniego (l'unico inteso a far valere un vizio di "illegittimità derivata"). L'analisi di tale aspetto risultava, peraltro, tanto più necessaria a fronte del fatto che, dalle indicazioni contenute nell'atto di rimessione, il secondo provvedimento di diniego della Banca d'Italia sembra, in effetti, costituire un atto di conferma in senso proprio, frutto di una nuova e distinta determinazione della Banca d'Italia, sostitutiva, quindi, della precedente. Nel rigettare la censura di elusione dell'ordinanza cautelare del Consiglio di Stato, il TAR rimettente afferma, infatti, specificamente che, in esecuzione di quanto disposto da tale ordinanza, con il provvedimento in questione la Banca d'Italia si è «rideterminata», rispondendo ai rilievi formulati dalla Fondazione e prendendo in esame le fonti e le relazioni da essa citate a sostegno delle proprie doglianze, per poi addivenire alle medesime conclusioni precedentemente raggiunte. 8.- La descritta lacuna si traduce, quindi, in una insufficiente motivazione in punto di rilevanza: il che, secondo il costante orientamento di questa Corte, rende inammissibili le questioni sollevate (ex plurimis, sentenze n. 61 e n. 48 del 2021, n. 266 del 2019). Le altre eccezioni di inammissibilità della Banca d'Italia restano assorbite..