[pronunce]

c) dell'art. 9, comma 1, della legge n. 117 del 1988, come modificato dall'art. 6, comma 1, della legge n. 18 del 2015, nella parte in cui prevede l'obbligo del titolare dell'azione disciplinare di procedere nei confronti del magistrato per i fatti che hanno dato causa all'azione di risarcimento, a seguito della proposizione dell'azione risarcitoria, indipendentemente dall'esito della domanda, per contrasto con gli artt. 3, e «101-113» Cost.; d) dell'art. 4, comma 3, della legge n. 117 del 1988, per contrasto con gli artt. 3 e «101-113» Cost.; e) dell'art. 8, comma 3, della legge n. 117 del 1988, come sostituito dall'art. 5, comma 1, della legge n. 18 del 2015, nella parte in cui prevede che la rivalsa, ove effettuata mediante trattenuta sullo stipendio, possa comportare il pagamento per rate mensili fino ad importo corrispondente ad un terzo dello stipendio netto, anziché ad un quinto, per contrasto con gli artt. 3, 101 e 111 Cost. 3.1.- Il giudice a quo riferisce di essere investito dell'opposizione proposta da un datore di lavoro avverso l'ordinanza - emessa dallo stesso Tribunale, nella medesima composizione monocratica - con la quale, in parziale accoglimento del ricorso proposto da una lavoratrice contro il licenziamento per giusta causa, era stata disposta la reintegrazione della medesima nel posto di lavoro a norma dell'art. 18 della legge 20 maggio 1970, n. 300 (Norme sulla tutela della libertà e dignità dei lavoratori, della libertà sindacale, nei luoghi di lavoro e norme sul collocamento). L'ordinanza opposta, pur dando atto dell'esistenza di elementi indiziari a carico della lavoratrice, li aveva ritenuti non sufficienti per considerare provati gli addebiti a questa mossi (impossessamento illecito di beni commercializzati dal datore di lavoro), per difetto dei caratteri dell'univocità e della concordanza (art. 2729 cod. civ.). L'opponente aveva censurato aspramente l'ordinanza, sostenendo che essa avesse disatteso risultanze decisive dell'istruttoria con affermazioni contrarie «alla logica e al buon senso, prima ancora che ai principi di diritto», dovendo l'ordinanza stessa, «all'evidenza», «smontare tutte le prove raccolte per dar credito alla tesi dell'opposta». Alla prima udienza di discussione, lo stesso opponente, rilevata l'identità fisica tra il giudice della fase sommaria e il giudice dell'opposizione, aveva proposto istanza di ricusazione ai sensi dell'art. 51, numero 4), cod. proc. civ. : istanza rigettata, tuttavia, dal collegio, sul rilievo che la fase di opposizione, prevista dall'art. 1, comma 51, della legge 28 giugno 2012, n. 92 (Disposizioni in materia di riforma del mercato del lavoro in una prospettiva di crescita), non costituisce un giudizio di impugnazione, ma un giudizio ordinario di cognizione in materia di lavoro. Riassunta la causa, le parti avevano chiesto un rinvio per la discussione, ritenendo esaustiva l'istruttoria già espletata nella fase sommaria. Nelle more, era entrata, peraltro, in vigore la legge n. 18 del 2015. Tanto premesso, il rimettente rileva come l'oggetto del giudizio di cui è investito sia costituito dalla conferma, o meno, della decisione assunta nella fase preliminare, sulla base di una nuova valutazione dello stesso materiale probatorio. Rileva, altresì, come i vizi che l'opponente addebita all'ordinanza opposta possano essere ricondotti alla nozione, particolarmente generica, di «travisamento del fatto o delle prove». Sarebbe, quindi, del tutto verosimile che il medesimo addebito verrebbe mosso dalla parte opponente alla decisione di conferma del provvedimento. La stessa lavoratrice, peraltro, in caso di accoglimento delle tesi avversarie, potrebbe a sua volta ravvisare un omologo vizio. Sussisterebbe, dunque, la «reale e tangibile probabilità» che qualsiasi decisione possa essere contestata «per ritenuto "travisamento del fatto o delle prove"»: ipotesi, questa, oggi rientrante nei casi di «colpa grave», costituenti presupposto tanto dell'azione risarcitoria nei confronti dello Stato per i danni cagionati nell'esercizio delle funzioni giudiziarie, quanto della successiva azione di rivalsa nei confronti del magistrato. La novella legislativa del 2015 ha anche stabilito che l'azione risarcitoria dia subito luogo ad un giudizio a cognizione piena, essendo stato abolito il filtro di ammissibilità già previsto dall'art. 5 della legge n. 117 del 1988; che il titolare dell'azione disciplinare debba attivarsi indipendentemente da un esito della domanda risarcitoria; che la misura delle somme ripetibili dallo Stato attraverso la trattenuta sullo stipendio del magistrato sia elevata ad un terzo (art. 8 della legge n. 117 del 1988, come novellato); che l'azione risarcitoria, decorsi tre anni, sia esperibile ove il grado di giudizio nel quale il fatto si è verificato non risulti esaurito (art. 4, comma 3, della legge n. 117 del 1988, come novellato). Tale complesso di disposizioni sarebbe direttamente rilevante nel giudizio a quo - considerati i termini della controversia - in quanto idoneo a pregiudicare la serenità del giudizio, l'imparzialità ed il libero convincimento di esso rimettente: il timore di poter subire svantaggi - anche solo sul piano dell'esigenza di svolgere «una considerevole attività difensiva» - potrebbe indurre, infatti, il giudice, «anche inconsapevolmente o in maniera del tutto istintiva, ad adottare una decisione, anziché un'altra, non perché ritenuta più corretta [...], ma solo perché, per lui, meno rischiosa». Né varrebbe obiettare che la decisione emananda è suscettibile di impugnazione, posto che, nel caso di conferma della sentenza nei successivi gradi di giudizio, l'eventuale domanda risarcitoria riguarderebbe, comunque sia, anche e innanzitutto, l'operato del giudice di primo grado. Le conclusioni ora esposte sarebbero, d'altronde, conformi - anche secondo il Tribunale di ordinario di Catania - alle affermazioni contenute nella sentenza n. 18 del 1989 della Corte costituzionale. 3.2.- Ciò posto, il giudice a quo dubita, anzitutto, della legittimità costituzionale dell'art. 7 della legge n. 117 del 1988, come sostituito dall'art. 4, comma 1, della legge n. 18 del 2015, nella parte in cui prevede che l'azione di rivalsa sia esperibile anche nelle ipotesi di ritenuto «travisamento del fatto o delle prove di cui all'art. 2, commi 2, 3». Ad avviso del rimettente, la disposizione violerebbe l'art. 3 Cost., riducendo irragionevolmente, se non addirittura eliminando, «il carattere tassativo delle ipotesi per le quali il magistrato, nell'attività di valutazione del fatto o delle prove, può essere convenuto civilmente in sede di rivalsa»: