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Con la citata decisione, la Suprema Corte, dopo un condivisibile percorso logico argomentativo, ha ritenuto che, ai fini dell'imputabilità, sia necessario accertare, in concreto, se ed in quale misura «l'infermità» abbia effettivamente inciso sulla capacità di intendere e di volere, compromettendola del tutto o scemandola grandemente. Di conseguenza ha affermato che i disturbi della personalità possono acquistare rilevanza solo ove siano di consistenza, intensità, rilevanza e gravità tali da incidere concretamente sulla capacità di intendere e volere: in altri termini, secondo la Corte, i disturbi della personalità, quand'anche non inquadrabili nelle figure tipiche della nosografia clinica iscrivibili al più ristretto novero delle «malattie» mentali, possono costituire anch'esse «infermità», anche transeunte, rilevante ai fini degli articoli 88 e 89 del codice penale, ove determinino il risultato di pregiudicare, totalmente o grandemente, le capacità intellettive e/o volitive. L'ulteriore requisito richiesto dalle sezioni unite, per dare rilevanza ai fini dell'imputabilità ai disturbi della personalità, è costituito dal nesso eziologico tra il disturbo mentale ed il reato commesso, tale da far ritenere che il secondo sia stato causalmente determinato dal primo. La commissione Pisapia nel predisporre le direttive di delega sull'imputabilità è partita proprio da tale indirizzo giurisprudenziale, condiviso da autorevole dottrina: tale concetto di infermità, infatti, tiene conto sia dei cambiamenti profondi nella struttura psicopatologica, sia dell'aumento di situazioni caratterizzate da una estrema difficoltà di classificazione, anche in quanto sono sempre più frequenti le cosiddette «forme spurie» (ad esempio, situazioni di deficit identitari, caratterizzate da estrema labilità dei confini egoici). In altri termini, anche i disturbi della personalità possono escludere o grandemente scemare la capacità di intendere e di volere dell'agente, qualora ricorrano determinate condizioni (di consistenza, intensità, rilevanza e gravità), che devono essere accertate in concreto. Ai fini del giudizio sulla capacità di intendere e di volere, ciò che rileva -- quindi -- è la circostanza che il disturbo abbia in concreto compromesso la capacità di percepire il significato del fatto commesso. Per evitare di allargare eccessivamente il campo della non imputabilità, la commissione Pisapia ha ritenuto opportuno prevedere un correttivo, costituito dal legame che deve sussistere tra l'infermità ed il reato commesso, tale da far ritenere che il secondo sia espressione dalla prima: affinché il vizio di mente possa avere rilevanza in ordine al profilo dell'imputabilità, il fatto deve trovare la sua origine e la sua causa nella infermità. In conclusione, occorre prendere atto che la capacità di intendere e di volere al momento del fatto, ai fini del giudizio sull'imputabilità, va accertata in concreto da parte del perito, il quale dovrà dunque valutare quanto il disturbo mentale abbia inciso sulle capacità intellettive e volitive dell'agente ed accertare se il reato commesso sia espressione del disturbo stesso: il giudice dovrà tradurre tale giudizio empirico in quello giuridico di colpevolezza, cioè di rimproverabilità o meno del fatto al suo autore. Per quanto concerne l'autore del reato riconosciuto semi-infermo, il codice vigente prevede una pena ridotta e una misura di sicurezza nei casi in cui permanga la pericolosità sociale dopo che la pena sia stata scontata. La Commissione ha ritenuto, in generale, di non prevedere nel codice misure di sicurezza e, per i semi-imputabili, di abbandonare l'attuale sistema che prevede l'applicazione congiunta di pena e misura di sicurezza: da un lato, l'applicazione della pena al semi-infermo pregiudica il suo recupero e la sua risocializzazione e, dall'altro, la sua sottoposizione alla misura di sicurezza dopo l'espiazione della pena risulta inutilmente afflittiva. Nel campo della semi-imputabilità, ancor di più che per i soggetti non imputabili, si contrappongono due esigenze, quelle general-preventive di tutela della collettività e quelle terapeutiche e riabilitative. Premesso che la mera diminuzione di pena prevista dall'attuale disciplina codicistica per i casi di semi-imputabilità non è per nulla coerente con le esigenze terapeutiche del semi-infermo, due sono le soluzioni tra loro alternative che sono state portate all'esame della commissione Pisapia. a) La prima ruota sostanzialmente attorno a due princìpi cardine: 1) l'esaltazione del contenuto specialpreventivo dell'istituto della sospensione condizionale della pena. Il beneficio della sospensione della pena sarà infatti subordinato a un percorso terapeutico, disposto dal giudice sulla base di una perizia che abbia valutato positivamente le possibilità di riuscita e di efficacia dell'intervento più idoneo alla rieducazione ed al reinserimento sociale del reo; 2) la previsione (per le pene superiori a quelle che possono rientrare nella sospensione condizionale) della liberazione condizionale con effetto estintivo della parte residua di pena da scontare, con riferimento a condannati semi-imputabili -- segnatamente soggetti affetti da disturbi della personalità -- che già in carcere si siano sottoposti ad un programma terapeutico e che abbiano accettato di proseguire detto percorso di recupero anche all'esterno (come misura di sicurezza, che si andrebbe a sostituire -- e non ad aggiungere come nell'attuale sistema del doppio binario -- alla pena), sempre a patto che sussistano apprezzabili chances di riuscita del trattamento terapeutico. b) La seconda soluzione, fatta propria dal progetto Grosso, prevede il ricorso ad una pena (diminuita da un terzo alla metà) caratterizzata in senso decisamente special-preventivo, che si avvicina -- quanto a contenuto ed a modalità di esecuzione -- alle misure di sicurezza. I punti salienti sono i seguenti: determinazione della pena in funzione del superamento delle condizioni che hanno ridotto la capacità dell'agente, in particolare prevedendo un trattamento terapeutico o riabilitativo; possibile ricorso all'istituto della sospensione condizionale della pena, anche in questo caso subordinata a un trattamento terapeutico o riabilitativo (sulla falsariga di quanto previsto dalla normativa sugli stupefacenti); previsione di accesso a misure alternative qualora non sussistano esigenze special-preventive o general-preventive tali da richiedere l'applicazione di una diversa misura nei confronti del reo; previsione della possibilità di estendere la disciplina dei programmi di trattamento alle ipotesi di condanna per reati commessi da persona in stato di tossicodipendenza o di alcoolismo abituale o in grave difetto di socializzazione o di istruzione, indipendentemente dall'incidenza sulla capacità di intendere e di volere (è questo forse l'aspetto più innovativo del progetto Grosso): in tali casi i programmi di trattamento sono rivolti al superamento della specifica condizione deficitaria. A larghissima maggioranza la commissione Pisapia ha optato per questa seconda soluzione, che pare meglio conciliare le esigenze di sicurezza della collettività e la necessità di trattamento del reo.