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Modifiche alla legge 8 novembre 1991, n. 381, alla legge 26 luglio 1975, n. 354, ed alla legge 22 giugno 2000, n. 193, in materia di misure a sostegno del lavoro penitenziario e di introduzione di benefici per l'inserimento lavorativo dei detenuti. Onorevoli Senatori. -- Dagli ultimi dati del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria (DAP) del Ministero della giustizia -- aggiornati al 30 settembre 2013 -- risulta che il numero di persone detenute è pari a 64.758, mentre la «capienza regolamentare» è di 47.615. Secondo i dati statistici relativi alla percentuale dei detenuti sul totale della popolazione dei diversi Paesi, pubblicati dal Consiglio d'Europa, nell'anno 2011, in Italia vi erano 110,7 detenuti ogni 100.000 abitanti. Nel confronto con gli altri Paesi europei tale dato è sostanzialmente pari a quello della Grecia e della Francia (rispettivamente, 110,3 e 111,3) ed è superato da Inghilterra e Spagna (entrambe oltre quota 150). Peraltro, l'Italia -- nello stesso anno 2011 -- si posizionava, tra i Paesi dell'Unione europea, ai livelli più alti nell'indice percentuale tra detenuti presenti e posti disponibili negli istituti penitenziari (ossia l'indice del «sovraffollamento carcerario»), con una percentuale pari al 147 per cento. Solo la Grecia ci superava con il 151,7 per cento. Per il 2012 non sono ancora disponibili i dati del Consiglio d'Europa; da una ricerca di un'organizzazione indipendente (International Center for prison studies) , risulta comunque confermato l'intollerabile livello di congestione del sistema carcerario italiano che, nonostante una riduzione percentuale rispetto all'anno precedente, ha guadagnato il -- non encomiabile -- primato del sovraffollamento tra gli Stati dell'Unione europea, con la percentuale del 140,1 per cento, mentre la Grecia ci seguiva con un indice pari al 136,5 per cento. Da una diversa prospettiva, la gravità del problema è stata da ultimo denunciata dalla Corte dei conti, pronunciatasi -- in sede di controllo sulla gestione del Ministero della giustizia nell'anno 2012 -- sugli esiti dell'indagine condotta su «l'assistenza e la rieducazione dei detenuti». Essa ha evidenziato che il sovraffollamento carcerario -- unitamente alla scarsità delle risorse disponibili -- incide in modo assai negativo sulla possibilità di assicurare effettivi percorsi individualizzati volti al reinserimento sociale dei detenuti. Viene così ad essere frustrato il principio costituzionale della finalità rieducativa della pena, stante l'abisso che separa una parte -- peraltro di intollerabile ampiezza -- della realtà carceraria di oggi dai principi dettati dall'articolo 27 della Costituzione. Stante la drammaticità della questione carceraria, è noto il messaggio che, ai sensi dell'articolo 87, secondo comma, della Costituzione, il Presidente della Repubblica ha inviato alle Camere il 7 ottobre 2013. Come esplicitato nello stesso messaggio, il Presidente si è risolto a ricorrere alla facoltà di cui al secondo comma dell'articolo 87 della Carta, per porre «con la massima determinazione e concretezza una questione scottante, da affrontare in tempi stretti nei suoi termini specifici e nella sua più complessiva valenza». Il tema è stato non a caso da ultimo fatto oggetto di pronunciamento da parte della Corte europea dei diritti dell'uomo, la quale, con la sentenza 8 gennaio 2013 (causa Torreggiani e altri c. Italia), ha accertato, nei casi esaminati, la violazione dell'articolo 3 della Convenzione europea: tale disposizione normativa, sotto la rubrica «proibizione della tortura», pone il divieto di pene e di trattamenti disumani o degradanti a causa della situazione di sovraffollamento carcerario in cui i ricorrenti si sono trovati. La Corte ha affermato, in particolare, che «la violazione del diritto dei ricorrenti di beneficiare di condizioni detentive adeguate non è la conseguenza di episodi isolati, ma trae origine da un problema sistemico risultante da un malfunzionamento cronico proprio del sistema penitenziario italiano, che ha interessato e può interessare ancora in futuro numerose persone» e che «la situazione constatata nel caso di specie è costitutiva di una prassi incompatibile con la Convenzione». Nel riferirsi a tale pronunciamento, il Presidente della Repubblica, nel summenzionato messaggio alle Camere, ricorda anche come, per quanto riguarda i rimedi al «carattere strutturale e sistemico del sovraffollamento carcerario» in Italia, la Corte abbia richiamato la raccomandazione del Consiglio d'Europa «a ricorrere il più possibile alle misure alternative alla detenzione e a riorientare la loro politica penale verso il minimo ricorso alla carcerazione, allo scopo, tra l'altro, di risolvere il problema della crescita della popolazione carceraria». Ora, poiché l'articolo 46 della Convenzione europea stabilisce che gli Stati aderenti «si impegnano a conformarsi alle sentenze definitive della Corte sulle controversie nelle quali sono parti», e considerato che tale impegno, secondo l'interpretazione costante della Corte costituzionale (a partire dalle sentenze n. 348 e 349 del 2007), rientra nell'ambito dell'articolo 117 della Costituzione, e in particolare, secondo la Consulta, ciò impone l'«obbligo per i poteri dello Stato, ciascuno nel rigoroso rispetto delle proprie attribuzioni, di adoperarsi affinché gli effetti normativi lesivi della Convenzione cessino», evidente risulta come sia onere del Parlamento provvedere, in tempi celeri, al fine di porre termine alla lesione del diritto. Come espresso nel messaggio presidenziale richiamato, da «qui deriva il dovere urgente di fare cessare il sovraffollamento carcerario rilevato dalla Corte di Strasburgo» e si pone l'esigenza di provvedervi entro il termine fissato dalla stessa decisione adottata, con voto unanime, dalla Corte di Strasburgo, ovvero entro il 28 maggio del 2014. Tra i rimedi prospettati nel messaggio presidenziale per risolvere la questione del sovraffollamento, si sono ipotizzate diverse strade, da percorrere congiuntamente, e una di queste concerne la riduzione del numero complessivo dei detenuti, attraverso innovazioni di carattere strutturale come l'attenuazione degli effetti della recidiva quale presupposto ostativo per l'ammissione dei condannati alle misure alternative alla detenzione carceraria. In tal senso, un primo passo è stato compiuto a seguito dell'approvazione della legge 9 agosto 2013, n. 94, di conversione, con modificazioni, del decreto-legge 1º luglio 2013, n. 78, recante disposizioni urgenti in materia di esecuzione della pena, che ha anche introdotto modifiche all'istituto della liberazione anticipata, consentendo di detrarre dalla pena da espiare i periodi di «buona condotta» riferibili al tempo trascorso in «custodia cautelare», aumentando così le possibilità di accesso ai benefici penitenziari.