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La prova dell'intento di strumentalizzare il caso Diciotti è data dal fatto che i contatti, a livello europeo, iniziarono ancor prima che la nave fosse ormeggiata a Catania, sin dal 16 agosto, come risulta dagli atti, per ottenere in modo forzoso la «volontaria redistribuzione», senza peraltro riuscirci. Solo il 25 agosto, quando si acquisisce la disponibilità dell'Albania, dell'Irlanda e della CEI, veniva data l'autorizzazione allo sbarco. Risulta quindi dagli atti in maniera incontrovertibile che l'ordine di non far sbarcare i naufraghi sia stato emesso per esercitare una pressione nei confronti degli altri Stati dell'Unione europea. Una forma di coazione morale che potrebbe arrivare a configurare il reato di sequestro di persona a scopo di coazione previsto dall'articolo 289- ter del codice penale. Diversamente dal presidente Gasparri, che la qualifica come preminente interesse pubblico, il ministro Salvini utilizza nella sua memoria difensiva proprio la tesi, già smentita, della controversia internazionale, ma per giustificare la tutela di un interesse dello Stato costituzionalmente rilevante. Come può farlo, quando, proprio attraverso il comportamento del Ministro, si sono violati gli obblighi internazionali del salvataggio in mare, che assumono un rango gerarchico superiore rispetto alla disciplina interna, proprio ai sensi degli articoli 2, 10, 11 e 117 della Carta costituzionale? Anche ammettendo la tesi della controversia, rimane il fatto che l'Italia era la titolare dell'evento SAR ( search and rescue ), ossia del salvataggio mare, e doveva portare a compimento le operazioni proprio con l'indicazione del posto sicuro e il conseguente sbarco. Il diniego del rilascio del POS (il place of safety , così si chiama) e il conseguente divieto di sbarco non si possono configurare pertanto come atto politico in senso stretto, ma piuttosto come omissione che interrompe una procedura amministrativa, posta in essere dal ministro Salvini soltanto sulla scorta di valutazioni e finalità politiche. Il Ministro non avrebbe pertanto dovuto né potuto interferire nelle determinazioni del Dipartimento per le libertà civili e l'immigrazione, se non per gravi motivi di ordine e sicurezza pubblica, rientranti - questi sì - nelle sue funzioni. Eppure lo fece, senza alcun atto scritto né alcuna palese motivazione, in assenza di qualsiasi emergenza di sicurezza nazionale o di infiltrazione terroristica. Perché l'ha fatto? Cosa l'ha spinto ad autorizzare lo sbarco solo il 25 agosto, dopo ben dieci giorni dal salvataggio? L'obiettivo, fallito miseramente, era sin dal principio quello di mostrare i muscoli in Europa, di tenere come ostaggi i naufraghi per affermare la svolta politica in materia di gestione dei flussi migratori. I diritti fondamentali delle persone riconosciuti dall'ordinamento possono essere limitati, ma solo se lo impongono esigenze insopprimibili di rango costituzionale e non una qualsiasi forma di strategia politica, per di più di medio e lungo termine. Sulla natura ministeriale del reato il relatore Gasparri propone una tesi bizzarra e priva di precedenti giurisprudenziali, che contrasta frontalmente con l'intero corpus normativo. Perché un reato possa qualificarsi come ministeriale devono verificarsi due circostanze: l'autore del reato nel momento in cui questo è commesso dev'essere un membro del Governo o il Presidente del Consiglio e deve sussistere un rapporto di connessione tra la condotta che configura l'illecito e le funzioni esercitate dal Ministro. È quindi paradossale sostenere che la configurazione di ministerialità di un reato si arresti sulla soglia della lesione dei diritti fondamentali, quando il bene protetto dalla norma che si assume violata è proprio uno di quei diritti come la libertà personale. Non si può giustificare che per un fine politico un membro del Governo possa privare qualcuno della propria libertà personale o della libertà di circolazione per un tempo apprezzabile, anche se non in maniera irreversibile, senza poi affrontare un processo. La tesi del relatore sembra motivata più da opportunismo dialettico-politico che da motivazioni giuridiche, alle quali il Senato deve invece rigorosamente attenersi. Spetta all'Assemblea, in difesa del principio della separazione dei poteri, valutare se la condotta del Ministro che in astratto configura reato (se lo sia in concreto poi è prerogativa del potere giudiziario deciderlo) sia giustificata da un interesse pubblico di rango costituzionale preminente, vale a dire prevalente su quello violato dalla condotta. Questo non è assolutamente il caso perché si è dimostrato ampiamente che l'interesse alla sicurezza delle frontiere che si è inteso tutelare non entra affatto in gioco quando la scelta è se fare sbarcare da una nave militare italiana - territorio dello Stato - 177 disperati e non invece cannoneggiare un invasore che stia sbarcando sulle nostre coste con carri armati e artiglierie. I rischi connessi a un'erronea valutazione da parte del Senato sono altissimi. Si sarebbero fatte le stesse valutazioni se il caso di specie non fosse relativo ad alcuni cittadini stranieri su una nave, ma a una scuola piena di studenti? Sono ipotesi che ci dobbiamo porre. Sottrarre il ministro Salvini al giudizio della magistratura - badate bene, al giudizio, non alla condanna - rischia di trasformarsi in un precedente, a mio avviso, pericolosissimo. Non sappiamo, non possiamo sapere chi e per quali finalità in futuro utilizzerà questo precedente, che genera una sostanziale immunità per giustificare azioni simili o addirittura peggiori. La libertà personale - lo ribadisco - è un diritto inviolabile e come tale preminente rispetto a qualsiasi fine politico. Per questi motivi - qui solo accennati, ma trattati più ampiamente nella relazione depositata - propongo ai colleghi senatori di concedere l'autorizzazione a procedere nei confronti del ministro Salvini. (Applausi dai Gruppi Misto-LeU e PD) . PRESIDENTE. Chiedo al relatore di minoranza, senatore De Falco, se intende integrare la relazione scritta. DE FALCO, relatore di minoranza . Presidente, intendo integrare e illustrare brevemente la relazione che ho depositato. Presidente e colleghi, la discussione e la votazione sulla richiesta di autorizzazione a procedere sono un momento cruciale della vita istituzionale e politica di questo Paese, non tanto e non solo per quel che riguarda la ipotizzata responsabilità giuridica del ministro Salvini, come in conclusione diceva il relatore che mi ha preceduto, che non spetta al Senato dichiarare, ma per i principi e fondamenti stessi dello Stato che questo caso mette in discussione. La legge costituzionale n. 1 del 1989 - cui ha fatto riferimento anche il senatore Gasparri - ha profondamente modificato il sistema previgente della cosiddetta Commissione inquirente con una procedura che escludeva totalmente l'intervento della magistratura ordinaria. Con la modifica il Parlamento assume oggi un ruolo di difesa della funzione ministeriale. Il Senato è chiamato oggi a decidere solo se il comportamento di cui è accusato il Ministro sia coperto dalle scriminanti previste dall'articolo 9, comma 3, della legge costituzionale n.1 del 1989, se abbia cioè agito per la tutela di un interesse dello Stato costituzionalmente rilevante ovvero per il perseguimento di un preminente interesse pubblico nell'esercizio della funzione di Governo.