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Misure a sostegno della condivisione della responsabilità genitoriale, nonché del congedo obbligatorio di paternità. Onorevoli Senatori . – Il presente disegno di legge propone misure per la valorizzazione del contributo delle donne alla vita economica e sociale del Paese, favorendo il sostegno alla maternità e alla condivisione della responsabilità genitoriale, presupposto indispensabile per garantire la promozione dell'uguaglianza di genere nel mercato del lavoro e la crescita del sistema Paese. La grave perdita economica rappresentata dal gender gap è stata quantificata nello studio del Fondo monetario internazionale ( World Development Report 2013: Jobs ), Fair Play: More Equal Laws Boots Female Labor Force Partecipation , in cui si legge che se venisse colmato il divario, il prodotto interno lordo (PIL) aumenterebbe del 5 per cento negli Stati Uniti, 9 per cento in Giappone, 15 per cento in Italia. Il rapporto evidenzia anche che i congedi di maternità possono senza dubbio contribuire a una maggiore partecipazione femminile al mercato del lavoro, ma gli effetti che ne scaturiscono non sono lineari. In altre parole, mentre politiche per le famiglie correttamente progettate possono favorire la partecipazione femminile al mercato del lavoro, lunghi periodi di congedo, tenendo al di fuori del mercato del lavoro, rischiano di ridurre skill e guadagni. Pertanto un congedo parentale utilizzato quasi esclusivamente dalle donne, può, in contrasto a quello che costituirebbe il proprio obiettivo, favorire fenomeni di discriminazione e segregazione orizzontale. Ciò implica che le politiche volte a incoraggiare un riequilibrio nei carichi genitoriali possono favorire, da una parte un più rapido ritorno al lavoro delle madri e dall'altra incidere sulle differenze. Ancora più di recente, secondo il rapporto del McKinsey Global Institut pubblicato a settembre 2015, si stima che se le donne avessero gli stessi tassi di occupazione degli uomini, il PIL annuo globale aumenterebbe di 28.000 miliardi nel 2025, ossia il 26 per cento del PIL globale, che equivarrebbe alla ricchezza di Cina e Usa insieme. È evidente allora che, anche a livello nazionale, l'innalzamento del tasso di occupazione femminile debba essere considerato una priorità su cui impegnarsi per elevare il potenziale di crescita economica e per garantire una più equa ripartizione delle risorse pubbliche, anche in funzione della sostenibilità futura dei sistemi previdenziale e di protezione sociale. I dati sopracitati devono evidentemente essere letti nella cornice più larga della situazione del Paese: l'Italia è agli ultimi posti in Europa per il tasso di occupazione femminile ed il dato, se incrociato con quello sui giovani, è ancor più desolante. Abbiamo inoltre una natalità bassissima con una popolazione che invecchia vistosamente, al punto che il 21,4 per cento è oltre i sessantacinque anni di età, come sottolineato recentemente dal quotidiano Avvenire. Si tratta di numeri che palesano un'emergenza: il potenziale di crescita del Paese rappresentato dalle donne è una risorsa che non possiamo più permettere resti inutilizzata. È pertanto necessario produrre politiche pubbliche nuove per l'occupazione femminile, innovando però con forza l'approccio: le politiche per l'occupazione femminile non possono infatti più prescindere dalla costruzione delle condizioni per conciliare strutturalmente il loro lavoro con la libertà di scelta di mettere al mondo dei figli. Questo è spesso il più grande ostacolo per le donne all'ingresso, alla permanenza ed alla possibilità di fare carriera nel mercato del lavoro in una competizione alla pari con i colleghi uomini. Nel corso dei Governi a guida Pd della scorsa legislatura alcune istanze hanno cominciato a trovare prime risposte: si pensi al decreto attuativo sulla conciliazione del Jobs Act che ha riconosciuto l'indennità di maternità anche in assenza del versamento dei contributi da parte del datore di lavoro, al decreto sulla semplificazione attraverso cui è stata finalmente sancita una misura efficace contro le dimissioni in bianco, e al decreto attuativo sulle tipologie contrattuali nell'ambito del quale, in alternativa ai congedi per maternità post parto, è stata prevista la possibilità di scegliere il part-time con l'obbligo della concessione da parte del datore di lavoro. Tali misure però non appaiono sufficienti: è necessario infatti affiancare alla conciliazione tra tempi di vita e tempi di lavoro nuove politiche pubbliche che favoriscano la condivisione tra uomini e donne degli oneri e degli onori che avere un figlio comporta. Se è vero che « Le nuove norme sul congedo parentale per i padri lavoratori non hanno ancora prodotto gli effetti sperati e lo squilibrio all'interno della famiglia continua a produrre limitazioni e impedimenti a carico delle donne », come dichiarato dal Presidente Mattarella, è fondamentale spostare la discussione sulla maternità da questione che riguarda solo la donna ad una più larga, fatta di condivisione di responsabilità e gioie oltre che di conciliazione. Si tratta di cambiare approccio nella produzione di politiche pubbliche volte a sostenere la maternità, promuovendo maggiormente – a livello normativo oltreché culturale – la condivisione delle responsabilità genitoriali. La condivisione dei carichi legati alla genitorialità tra i genitori lavoratori, infatti, è una delle premesse per l'esercizio del diritto alla cura. Così si è mossa da decenni la stessa Unione europea; a cominciare dalla raccomandazione 92/241/CEE del Consiglio, del 31 marzo 1992, sulla custodia dei bambini, ove è espressamente richiesta una maggior partecipazione dei padri nella cura dei figli e la promulgazione di una legislazione che sia gender neutral , al fine di dare ai genitori che lavorano specifici diritti in materia di congedi parentali (articolo 2 della raccomandazione). Successivamente, le direttive 96/34/CEE del Consiglio, del 3 giugno 1996, concernente l'accordo quadro sul congedo parentale concluso dall'UNICE, dal CEEP e dalla CES, e 92/85/CEE del Consiglio, del 19 ottobre 1992, concernente l'attuazione di misure volte a promuovere il miglioramento della sicurezza e della salute sul lavoro delle lavoratrici gestanti, puerpere o in periodo di allattamento, sono state oggetto di riforma, il cui risultato è stata la direttiva 2010/18/UE del Consiglio, dell'8 marzo 2010, che attua l'accordo-quadro riveduto in materia di congedo parentale concluso da BUSINESSEUROPE, Associazione europea dell'artigianato e delle piccole e medie imprese (UEAPME), European centre of employers and enterprises providing public services (CEEP) e Confederazione europea dei sindacati (CES) e abroga la direttiva 96/34/CE, entrata in vigore l'8 marzo 2012. Con essa le parti sociali europee hanno concluso un nuovo accordo-quadro sul congedo parentale, che estende la durata dello stesso a quattro mesi per ciascun genitore e si applica a tutti i lavoratori e a tutte le tipologie contrattuali. È evidente, quindi, come ne venga riconosciuto un ruolo fondamentale per conciliare vita professionale e responsabilità familiari e nella promozione della parità di trattamento tra gli uomini e le donne. I congedi per motivi familiari, di cui possono usufruire i lavoratori con figli, sono un importante strumento per bilanciare l'attività lavorativa con la vita privata.