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la carenza di personale nella sanità pubblica molisana è un problema che nasce sicuramente da lontano, a causa del blocco ultradecennale del turnover legato al piano di rientro dal disavanzo finanziario, ma le conseguenze in tempi di pandemia sono state ancor più terribili, visto che molte procedure di reclutamento di personale, seppur previste dalle normative nazionali, non si sono praticamente mai concretizzate a causa delle inadempienze degli organismi regionali preposti. In Molise durante la pandemia sono mancati specialisti in rianimazione, anestesia, malattie infettive; e nessuno ha fatto nulla. Il risultato di questa assurda condotta è sotto gli occhi di tutti: più di 500 morti per COVID, vite spezzate e famiglie che non saranno mai più come prima; la mancanza di personale continuerà a produrre effetti negativi anche nell'immediato futuro quando, a fronte di una sensibile discesa della curva pandemica, occorrerà recuperare le prestazioni ospedaliere e ambulatoriali ordinarie rimaste sospese a causa del COVID. In una regione come il Molise in cui è ormai acclarato che la sanità pubblica debba lasciare il passo a quella privata, se non si interviene con l'impiego aggiuntivo di personale l'obiettivo potrà essere raggiunto solamente facendo ancora una volta ricorso alle strutture private accreditate; possibilità peraltro già prevista a livello nazionale dall'articolo 26, comma 2, del decreto-legge 25 maggio 2021, n. 73 ("sostegni bis"), all'esame in queste settimane della Camera dei deputati; a tal proposito, nei giorni scorsi, sono già apparsi sulla stampa locale articoli che riferivano di situazioni in cui i cittadini, recandosi presso strutture sanitarie pubbliche, non avevano potuto accedere alle prestazioni di cui avevano bisogno a causa dell'assenza di personale. Di fatto, la mancanza di medici e infermieri continua a essere la ragione principale della debolezza strutturale e dello stato emergenziale in cui versa il sistema sanitario pubblico molisano, sia in ambito ospedaliero che ambulatoriale o di emergenza-urgenza; in merito è sicuramente significativa la recentissima testimonianza del primario del pronto soccorso dell'ospedale "Veneziale" di Isernia, dottor Lucio Pastore, che da molti anni, assieme al comitato in difesa della sanità pubblica di qualità, chiede che siano adottate misure a sostegno della sanità pubblica molisana; lamentando la noncuranza e il silenzio delle istituzioni in risposta ai suoi numerosi appelli, il dottore sottolinea che "se la sanità molisana si deve privatizzare, il pubblico non deve essere messo nelle condizioni di funzionare. In questo modo si permetterà di privatizzare preservando solo le nicchie clientelistico-familiari fino a che sarà possibile". Queste parole del dottor Pastore rappresentano la perfetta fotografia delle condizioni "comatose" in cui versa tutta la sanità pubblica in Molise, vittima di una classe politica regionale che, nell'indirizzare scientemente le proprie scelte verso il privato, non ha considerato prioritario il dovere di garantire il diritto alla salute a tutti i molisani; considerato inoltre che, in più occasioni, prima, durante e dopo la pandemia, il primo firmatario della presente interpellanza ha evidenziato queste criticità al Ministro della salute, utilizzando tutti gli strumenti parlamentari a sua disposizione e, perfino, con azioni eclatanti davanti alla sede del dicastero per chiedere un incontro col Ministro. L'interlocuzione è poi avvenuta: ma nulla, successivamente, è cambiato, si chiede di sapere: se vi siano i presupposti per un coinvolgimento diretto di Emergency in Molise, sul modello di quanto già avvenuto in Calabria e nelle modalità che più si riterranno opportune; nella piena convinzione che da un'eventuale collaborazione e un impiego, seppur transitorio, di personale di Emergency, possano derivare riflessi finalmente positivi per il sistema sanitario pubblico regionale; quali altre iniziative abbia intenzione di intraprendere il Governo per assicurare il diritto alla salute dei cittadini molisani, come potrebbe essere, ad esempio, l'adozione di un "decreto Molise", redatto sulla falsariga di quello calabrese, il quale potrebbe risolvere le criticità dell'emergenza sanitaria regionale che, da troppi mesi, aspettano di essere prese in considerazione dal Consiglio dei ministri. Atto n. 2-00086 BARBARO Ai Ministri della difesa, dell'interno e dell'economia e delle finanze Premesso che: è copioso il ricorso al contenzioso amministrativo degli appartenenti alle forze armate, militari e di polizia, che si vedono censurati o sanzionati dalla propria amministrazione laddove intendano partecipare alla vita pubblica attraverso l'accettazione di ruoli dirigenziali in partiti, associazioni e organizzazioni politiche; all'uopo giova ricordare che, all'art. 1483 del decreto legislativo 15 marzo 2010, n. 66 (codice dell'ordinamento militare), espressamente è fatto divieto al militare che si trova nelle condizioni previste dal comma 2 dell'art. 1350 di partecipare a riunioni e manifestazioni di partiti, associazioni e organizzazioni politiche, nonché di svolgere propaganda a favore o contro partiti, associazioni, organizzazioni politiche o candidati a elezioni politiche e amministrative. Tali condizioni riguardano gli appartenenti ai corpi militari e di polizia che svolgano attività di servizio, siano in luoghi militari o comunque destinati al servizio, indossino l'uniforme, si qualifichino, in relazione ai compiti di servizio, come militari o si rivolgano ad altri militari in divisa o che si qualificano come tali. a prima vista, quindi, al di fuori delle attività relative o connesse al loro servizio, i militari e gli appartenenti alle forze dell'ordine, al pari di tutti i cittadini, possono regolarmente partecipare alla vita politica, e quindi candidarsi alle elezioni, ricoprire incarichi elettivi, iscriversi a partiti, associazioni e organizzazioni politiche e svolgere al loro interno ruoli funzionali e dirigenziali; non esistono, per di più, limitazioni espresse all'articolo 49 della Costituzione, il quale stabilisce che "Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale"; per il personale militare, come per altri dipendenti pubblici, è prevista solo la riserva di legge del terzo comma dell'art. 98 della Costituzione, che spesso le amministrazioni ritengono soddisfatta esclusivamente con la restrizione, prevista ex lege , secondo cui le forze armate debbono in ogni circostanza mantenersi al di fuori delle competizioni politiche. Tale generico principio, come si diceva, ha alimentato ed alimenta spesso contenziosi amministrativi, i cui esiti sono talvolta contraddittori; per le persone in divisa è pur comprensibile che l'esigenza di una corretta e imparziale amministrazione delle loro prerogative, da svolgersi in equidistanza dalle contese politiche, suggerisca l'inopportunità di un impegno militante nella vita politica, tuttavia le istituzioni, compreso il Parlamento ed il Governo, come anche i Consigli regionali e comunali, spesso hanno nel proprio consesso membri provenienti dalle forze armate e dall'Esercito: