[pronunce]

che questa Corte, con le ordinanze n. 127 del 1993 e 488 del 1994, confermando la precedente giurisprudenza (sentenza n. 120 del 1984), ha affermato, in riferimento al rito alternativo dell'applicazione della pena, che, in caso di dissenso del pubblico ministero, l'accoglimento della richiesta dell'imputato prima della chiusura del dibattimento si sarebbe posto in contrasto con la struttura negoziale del patteggiamento, espropriando il pubblico ministero del potere di concorrere, in condizioni di parità con l'imputato, alla scelta del rito e sacrificando l'esercizio del suo diritto alla prova in dibattimento, «che ben può volgersi a dimostrare, tra l'altro, proprio la fondatezza delle ragioni in base alle quali la stessa parte pubblica non ha ritenuto di accondiscendere alla richiesta di applicazione della pena formulata dall'imputato» (v. inoltre, dopo le modifiche recate all'art. 448 cod. proc. pen. dalla legge 16 dicembre 1999, n. 479, ordinanze n. 100 del 2003 e n. 426 del 2001); che rientra nel libero esercizio delle facoltà difensive dell'imputato la scelta di affrontare il giudizio ordinario - così usufruendo, a norma dell'art. 448 cod. proc. pen. , oltre che della facoltà di rinnovare la richiesta di applicazione della pena prima della dichiarazione di apertura del dibattimento, della possibilità che il giudice, all'esito del dibattimento, ritenga ingiustificato il dissenso del pubblico ministero e pronunci sentenza di applicazione della pena a norma degli artt. 444 e 445 cod. proc. pen. - ovvero di presentare richiesta di giudizio abbreviato, nella prospettiva, in caso di condanna, della sicura riduzione di un terzo della pena; che in tale disciplina non è dato ravvisare alcuna violazione degli artt. 3 e 24 Cost., in relazione alla supposta irragionevole discriminazione tra l'imputato che ha chiesto il giudizio abbreviato e quello che tale richiesta non ha formulato, in quanto la diversità delle situazioni processuali poste a raffronto è conseguenza di strategie difensive rimesse alla libera scelta dell'imputato; che neppure appaiono violati gli artt. 97 e 111, secondo comma, Cost., posto che, da un lato, il principio del buon andamento dei pubblici uffici non si riferisce all'attività giurisdizionale in senso stretto, bensì all'organizzazione e al funzionamento dell'amministrazione della giustizia (cfr., ex plurimis, sentenze n. 115 del 2001 e n. 381 del 1999), e, dall'altro, il principio della ragionevole durata del processo non risulta leso da una disciplina, frutto di scelte normative non prive di valide giustificazioni in ordine alla configurazione e ai rapporti tra riti alternativi, che consente il sindacato del giudice sul dissenso del pubblico ministero soltanto in esito alla celebrazione del dibattimento; che la questione va pertanto dichiarata manifestamente infondata in riferimento a tutti i parametri evocati dal rimettente. Visti gli artt. 26, secondo comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87, e 9, secondo comma, delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale.. . per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE dichiara la manifesta infondatezza della questione di legittimità costituzionale dell'art. 448 del codice di procedura penale, sollevata, in riferimento agli artt. 3, 24, 97 e 111, secondo comma, della Costituzione, dalla Corte di Cassazione, con l'ordinanza in epigrafe. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 4 giugno 2003. F.to: Riccardo CHIEPPA, Presidente Guido NEPPI MODONA, Redattore Maria Rosaria FRUSCELLA, Cancelliere Depositata in Cancelleria il 24 giugno 2003. Il Cancelliere F.to: FRUSCELLA