[pronunce]

Da tanto consegue una violazione dell'art. 3 Cost. per la disparità di trattamento tra le due categorie di lavoratori dipendenti sopra confrontate, tanto più evidente in relazione al profilo professionale cui appartiene il ricorrente (dipendente di una casa da gioco), disparità che si è andata ancora più accentuando con l'entrata in vigore della disposizione (art. 11 della legge 30 dicembre 1991, n. 412) che ha elevato la soglia di retribuzione soggetta a prelievo contributivo; da ciò conseguirebbe un secondo profilo di illegittimità costituzionale, «relativo all'irragionevolezza di una disciplina che rende pensionabile soltanto meno di un terzo della retribuzione assoggettata a contribuzione piena». 2. — Si è costituita in giudizio la vedova del lavoratore ricorrente, nella qualità di unica erede, sollecitando l'accoglimento della prospettata questione. Dopo aver precisato che la medesima, ancorché già proposta per due volte nello stesso giudizio, è certamente riproponibile, poiché questa Corte ne ha dichiarato in entrambi i casi l'inammissibilità (ordinanza n. 385 del 2002 e sentenza n. 120 del 2006), la parte osserva che la questione è pure rilevante, poiché dal suo accoglimento deriva anche l'accoglimento del ricorso. La ricorrente rammenta che la pensione dei dipendenti dell'ENPALS viene calcolata, in base all'art. 13 del d. lgs. n. 503 del 1992, in due diverse quote, riferibili l'una al periodo contributivo anteriore al 1° gennaio 1993 e l'altra al periodo successivo a tale data, il che spiega la ragione per cui ai fini della presente questione rileva anche il testo della disposizione censurata precedente a quello oggi in vigore. Il Tribunale di Sanremo ha ravvisato nelle disposizioni censurate due possibili ragioni di illegittimità costituzionale, l'una relativa alla disparità di trattamento tra pensionati assicurati presso enti previdenziali diversi e l'altra interna al regime ENPALS, conseguente alla sproporzione tra contributi, retribuzione e pensione. Quanto al primo profilo di incostituzionalità, pare alla parte privata evidente la disparità di trattamento conseguente al fatto che il meccanismo correttivo rappresentato dalle quote aggiuntive di pensione è limitato, per i dipendenti ENPALS, dal tetto fissato dal contestato art. 12, settimo comma, del d.P.R. n. 1420 del 1971; in altre parole, la norma estensiva di cui all'art. 5 del d.l. n. 11 del 1993 non potrebbe in concreto operare in considerazione della soglia legislativa fissata a lire 315.000. D'altra parte, la giurisprudenza di questa Corte ha sempre affermato che non è possibile fare raffronti tra sistemi previdenziali diversi, purché rimanga fermo il limite della «evidente irragionevolezza» (sentenza n. 83 del 2006); limite che sarebbe violato nella fattispecie in esame. Il defunto coniuge dell'odierna ricorrente, infatti, inquadrato al n. 21) dell'art. 3 del d.lgs. C.p. S. 16 luglio 1947, n. 708, ossia nella categoria degli impiegati ed operai dipendenti dalle case da gioco – e non in una di quelle di cui ai numeri da 1) a 14) del citato articolo, che comprendono categorie di lavoratori “particolari” quali cantanti, artisti, attori, ballerini etc. – non fruisce del minor numero di contributi versati (rispetto ai normali 312 annui) per ottenere il requisito dell'annualità della contribuzione e neppure di quello della minore età pensionabile, con la conseguenza che l'inserimento nell'ambito del regime speciale ENPALS comporta un'ingiusta disparità di trattamento rispetto ad un lavoratore iscritto all'INPS, «in virtù della sostanziale omogeneità che contraddistingue le due posizioni». Quanto al secondo profilo di illegittimità costituzionale ravvisato dal giudice a quo, poi, la parte costituita conferma l'inaccettabilità di un sistema che consente un simile divario tra retribuzione assoggettata a prelievo contributivo e retribuzione pensionabile, aggiungendo che sarebbe improprio il richiamo al principio della solidarietà in una situazione come quella in esame, perché tale principio «non può essere sospinto ad un livello di intensità e di incidenza redistributiva così alta», tale da vanificare il rispetto di quello di uguaglianza. 3.— Nell'ambito di una controversia promossa nei confronti dell'ENPALS da due ex impiegati del Casinò di Saint Vincent, con qualifica di croupier, per il ricalcolo delle rispettive pensioni, il Tribunale di Torino, in funzione di giudice del lavoro, ha sollevato, in riferimento all'art. 3 Cost., questione di legittimità costituzionale dell'art. 12, settimo comma, del d.P.R. n. 1420 del 1971 nel testo attualmente vigente, formulato dall'art. 1, comma 10, del d.lgs. n. 182 del 1997. Il Tribunale precisa che i due ricorrenti sono stati dipendenti a tempo indeterminato rispettivamente fino alle date del 31 agosto 2001 e del 30 giugno 2003, maturando una pensione inferiore a quella spettante se l'ente previdenziale avesse tenuto conto delle retribuzioni effettive da loro percepite e soggette a prelievo contributivo. Ciò premesso, il giudice torinese dichiara di essere a conoscenza delle due precedenti questioni sollevate dal Tribunale di Sanremo e dal Tribunale di Bologna oggetto della sentenza costituzionale n. 120 del 2006; e ribadisce, inoltre, che la disposizione censurata è di ostacolo all'accoglimento dei ricorsi presentati, il che dà conto della rilevanza della presente questione. Sulla base di tali premesse, il giudice a quo specifica che fino alla data di entrata in vigore dell'art. 11, comma 2, della legge n. 412 del 1991 vi era coincidenza tra retribuzione pensionabile e retribuzione soggetta a contribuzione, in virtù della previsione di cui all'art. 2, comma 3, del d.P.R. n. 1420 del 1971, sicché non è possibile, fino a tale momento, evidenziare alcuna irragionevolezza della normativa. La situazione muta, invece, a decorrere dal 1° gennaio 1992, momento in cui la retribuzione pensionabile resta ferma a lire 315.000, mentre quella soggetta a contribuzione viene innalzata fino alla soglia di un milione di lire. Le considerazioni svolte dal Tribunale di Torino circa una presunta violazione dei principi di uguaglianza e ragionevolezza sono, a questo punto, assai simili a quelle compiute dal Tribunale di Sanremo; quanto all'effettiva valenza dell'art. 5 del d.l. n. 11 del 1993 , il giudice rileva che l'estensione disposta da tale norma «non sembra possa aver portato ad eliminare la irragionevole discrasia» esposta in precedenza. Rimarrebbe sempre, infatti, «un evidente, elevatissimo squilibrio» tra le due soglie più volte riportate, destinato ad aumentare col trascorrere del tempo. 4.— Si sono costituiti nel giudizio davanti a questa Corte i due ricorrenti, chiedendo l'accoglimento della prospettata questione.