[pronunce]

Ne deriverebbe, quindi, che l'autonomia finanziaria delle Regioni e delle Province autonome risulta essere pur sempre condizionata dagli «obiettivi complessivi di finanza pubblica», ponendo l'art. 79, comma 3, dello statuto, come unica condizione, che tali obiettivi vengano fissati nell'ambito di procedure concordate tra Regione, Province autonome e Ministero dell'economia e delle finanze. Sicché il denunciato contrasto potrebbe configurarsi soltanto nell'ipotesi in cui, effettivamente, dovesse essere violato il principio dell'accordo, violazione che - secondo la difesa erariale - dovrebbe escludersi in ragione della specifica clausola di salvaguardia contenuta nel comma 14 dell'art. 32, che non si esaurirebbe in una mera formula di stile, essendo piuttosto finalizzata a chiarire che il contributo delle autonomie speciali all'azione di risanamento si realizza nel rispetto ed in attuazione dei rispettivi statuti di autonomia. Con riguardo ai ricorsi promossi dalla Regione autonoma Valle d'Aosta/Vallée d'Aoste e dalla Regione siciliana - laddove la prima contesta, in particolare, l'incompatibilità tra il comma 10 dell'art. 32 e gli artt. 2, primo comma, lettera a), 3, primo comma, lettera f), e 50 dello statuto di autonomia, in quanto verrebbe lesa la particolare autonomia finanziaria ad essa riconosciuta e la seconda si richiama invece al principio di leale collaborazione - il Presidente del Consiglio dei ministri rammenta che il legislatore può «legittimamente imporre alle Regioni e agli enti locali, per ragioni di coordinamento finanziario connesse ad obiettivi nazionali, condizionati anche dagli obblighi comunitari, vincoli alle politiche di bilancio, anche se questi si traducono, inevitabilmente, in limitazioni indirette all'autonomia di spesa degli enti territoriali» (sentenza n. 229 del 2013) e che la stessa giurisprudenza costituzionale (si cita ancora la sentenza n. 229 del 2013) individuerebbe due condizioni affinché possa riconoscersi la qualità di principi generali dell'ordinamento a norme statali che fissano limiti alla spesa di Regioni ed enti locali: da una parte, l'indicazione degli obiettivi di riequilibrio della spesa degli enti, «intesi nel senso di un transitorio contenimento complessivo, anche se non generale, della spesa corrente»; dall'altra, la non esaustività di tale disciplina, che deve configurarsi pur sempre come normativa di principio, circoscritta, cioè, alla fissazione di un «limite complessivo, che lascia agli enti stessi ampia libertà di allocazione delle risorse fra i diversi ambiti e obiettivi di spesa» (si citano le sentenze n. 236 del 2013, n. 211 del 2012, n. 297 del 2009, n. 289 del 2008 e n. 169 del 2007), senza prevedere in modo analitico strumenti e modalità per il perseguimento dei suddetti obiettivi. Nel caso di specie - secondo il resistente - dovrebbero ritenersi rispettati entrambi i requisiti: le disposizioni in questione, infatti, si limiterebbero a porre soglie di contenimento complessivo della spesa, lasciando per il resto ampio spazio all'autonomia regionale. Quanto poi al dettato del comma 10, secondo la difesa erariale esso andrebbe letto in combinato disposto con i commi 11, 12 e 13 dello stesso art. 32. Se, infatti, il primo indica l'entità complessiva dell'apporto di ciascuna autonomia, i successivi tre commi specificano che il contributo corrisposto «al fine di assicurare il concorso agli obiettivi di finanza pubblica» deve derivare da una correlativa riduzione dei rispettivi obiettivi programmatici, cioè conseguendo un equivalente risparmio di spesa. Poiché il comma 12 prevede espressamente una procedura concordata ai fini della determinazione del saldo programmatico, richiamando però, al tempo stesso, la tabella di cui al comma 10, secondo il Presidente del Consiglio dei ministri, dovrebbe ritenersi che il legislatore abbia inteso riconoscere a quest'ultima la funzione di parametro di riferimento, del quale, allora, bisognerà tener conto sia in sede di formulazione della proposta che di conclusione dell'accordo. Ne risulterebbe, in quest'ottica, che il rinvio agli importi indicati al comma 10 andrebbe inteso come parametro di "coerenza", cui le parti sarebbero chiamate ad attenersi ai fini della determinazione del saldo programmatico, il che non significherebbe imporre una perfetta coincidenza tra i due valori ma, piuttosto, evitare scostamenti eccessivi rispetto al limite complessivo fissato in tabella (si richiama la sentenza n. 169 del 2007). Secondo lo Stato, quindi, il comma 10 svolgerebbe «funzione meramente ancillare ed integrativa» rispetto il contenuto degli accordi. Con riguardo ai commi 12 e 13, nella parte in cui, in caso di mancato raggiungimento dell'intesa entro la scadenza del termine indicato - fissato al 31 dicembre di ciascun anno precedente per gli anni 2012, 2013 e successivi - prevedono l'applicazione delle disposizioni dettate, rispettivamente, per le Regioni a statuto ordinario e gli enti locali del restante territorio nazionale, secondo il resistente si tratterebbe di una disciplina applicabile esclusivamente in via provvisoria, al solo fine di assicurare una copertura medio tempore per il periodo che intercorre tra la scadenza del termine e l'effettivo raggiungimento dell'intesa (è richiamata la sentenza n. 219 del 2013). Osserva in proposito la difesa erariale che, in assenza di tale disciplina provvisoria - se, cioè, fallito ogni tentativo di arrivare ad un accordo sul saldo programmatico entro il termine del 31 dicembre, non fosse in alcun modo determinabile il contributo agli obiettivi di finanza pubblica in termini di competenza e di cassa aggiuntivo rispetto al 2011 - la finalità perseguita dall'accordo verrebbe certamente frustrata. Relativamente infine alle censure rivolte al comma 16, il Presidente del Consiglio dei ministri osserva che sarebbe lo stesso comma 1, lettera c), dell' art. 79 dello statuto a prevedere espressamente, tra le modalità con le quali Regione e Province autonome concorrono all'assolvimento degli obblighi di carattere finanziario, «l'assunzione di oneri relativi all'esercizio di funzioni statali, anche delegate, definite d'intesa con il Ministero dell'economia e delle finanze». D'altra parte, prosegue il resistente, il comma 16 specifica che tali misure sono definite «attraverso l'emanazione, con le modalità stabilite dai rispettivi statuti, di specifiche norme di attuazione statutaria», il che porterebbe ad escludere ogni possibile violazione dello statuto di autonomia e del principio dell'accordo. Quanto alle censure mosse al comma 17, l'osservazione secondo cui il principio dell'accordo imporrebbe, di per sé, il ricorso al modello del cosiddetto «accordo separato», secondo la difesa erariale non troverebbe riscontro né nel dato costituzionale né nella giurisprudenza di questa Corte relativa al principio di leale collaborazione (si richiama la sentenza n. 31 del 2006): nulla impedirebbe quindi al legislatore statale di ricorrere al più efficace strumento dell'accordo integrato, specie alla luce delle già considerate esigenze di efficienza e celerità imposte dall'attuale congiuntura economica.