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Proprio per quel processo, la storia serve per poter costruire un futuro migliore. Mi permetta di concludere con un brano del libro di Primo Levi, «la tregua», che parla di un giovane ragazzo riuscito a sopravvivere ai campi di sterminio: «sentii l'onda calda del sentirsi libero, del sentirsi uomo fa gli uomini, del sentirsi vivo, rifluire lontano da me. Mi trovai ad un tratto vecchio, esangue, stanco al di là di ogni misura umana: la guerra non è finita, la guerra è sempre». (Applausi dal Gruppo FIBP-UDC) . Saluto ad una rappresentanza di studenti PRESIDENTE . Saluto a nome dell'Assemblea i docenti e gli studenti del Liceo scientifico «Sandro Pertini» di Ladispoli, in provincia di Roma, che stanno assistendo ai nostri lavori. (Applausi) . Ripresa della discussione delle mozioni nn. 208, 211 e 212 PRESIDENTE . È iscritta a parlare la senatrice Montevecchi. Ne ha facoltà. MONTEVECCHI (M5S) . Signore Presidente, in quest'Aula sono stati ricordati i dati dell'ultimo rapporto Eurispes Italia 2020, che ci rimandano una fotografia preoccupante sul grave aumento del negazionismo sia nel senso di negare con consapevolezza, ma anche di ignorare l'esistenza di fatti. Recentemente le cronache hanno riportato atti di antisemitismo con la apposizione del simbolo della stella di David in prossimità di abitazioni o a segnalare abitazioni di famiglie ebree. Abbiamo parlato anche dell'importanza della scuola e dell'insegnamento della storia. È vero, i nostri manuali di storia risultano aggiornati, e quindi contengono informazioni rispetto al Novecento, quel secolo che Eric Hobsbawm definì un secolo breve, che lui faceva iniziare nel 1914 e terminare nel 1991, un secolo denso, pregno di fatti, in cui hanno origine molte delle dinamiche che oggi ci aiutano o meglio ci aiuterebbero a capire i fenomeni in corso, se fossimo a conoscenza di quei fatti storici e avessimo approfondito e metabolizzato la conoscenza di quelle esperienze. L'insegnamento della storia, però, se vede manuali aggiornati, fatica ancora a trovare il tempo da dedicare allo studio di questo secolo così importante. Forse allora, senza chiamare in causa aneliti del passato, dovremmo tutti interrogarci su come distribuire l'insegnamento e quindi l'apprendimento della storia e dei fatti che costruiscono la nostra storia come Nazione, ma anche come Paese in un contesto internazionale, nell'arco dell'insegnamento della scuola dell'obbligo. È chiaro, infatti, che se il problema è la mancanza di tempo, il primo interrogativo che dobbiamo porci è come fare economia di questo tempo e come utilizzarlo al meglio. Mi piacerebbe, quindi, che da questa giornata nascesse anche un impulso ad agire proprio in questa direzione per chi si occupa di scuola, per chi quotidianamente si impegna a dibattere su come migliorare la scuola italiana, che tanto dà già ai nostri studenti. Strettamente legata alla conoscenza dei fatti e quindi alla ricostruzione storica, c'è sicuramente la memoria. A tal proposito vorrei citare Marcus Garvey, una figura molto importante del movimento panafricanista di inizio Novecento, che si è occupato di un'altra grande, dimenticata diaspora, quella del popolo africano, deportato in massa verso Paesi stranieri nel periodo della tratta degli schiavi. Riferendosi a quella diaspora, che ha interessato 11 milioni di persone, Marcus Garvey ci ricordava - mi piacerebbe parafrasarlo con una mia aggiunta - che un popolo, senza la conoscenza della propria storia, delle proprie origini e della propria cultura, è come un albero senza radici. Anche un popolo senza memoria, quindi, è come un albero senza radici. (Applausi dal Gruppo M5S) . In Italia, però, fatichiamo ad esercitare la nostra memoria. Rimangono infatti ancora da sciogliere non solo i nodi che riguardano il ventennio fascista, ma anche altri nodi storici, come ad esempio quello della nostra esperienza coloniale in Africa. Ritengo quindi che da questa giornata debba nascere anche l'impulso per interrogarci e per dare vita, all'interno delle scuole, ad una riflessione che non porti a una rimozione della memoria collettiva rispetto a capitoli della nostra storia che sono stati tragici e che abbiamo metabolizzato o rimosso dando vita a delle narrative che quietavano e ci aiutavano a fare i conti con un passato con il quale, appunto, facciamo fatica a fare i conti. Vorrei che invece affrontassimo di petto e con grande coraggio quei nodi e che li sciogliessimo definitivamente. Solo così, infatti, noi potremo ripartire, come collettività, per quel viaggio della memoria che, attraverso un'esperienza di conoscenze e un'esperienza individuale, ci farà affrontare, anche in modo più obiettivo, più critico e più consapevole, le sfide che oggi il presente ci impone quando parliamo di flussi migratori e di altre questioni che, gioco forza, ci mettono a confronto con la storia di altri popoli, che magari si interseca con la nostra, e neanche lo sappiamo. (Applausi dal Gruppo M5S) . PRESIDENTE . Dichiaro chiusa la discussione. Ha facoltà di parlare il rappresentante del Governo, al quale chiedo di esprimere il parere sulle mozioni presentate. DE CRISTOFARO, sottosegretario di Stato per l'istruzione . Signor Presidente, prima di esprimere i pareri, faccio soltanto qualche considerazione, sulla base delle mozioni e del dibattito che c'è stato, semplicemente per dire che, anche da parte mia e del Governo, c'è molta condivisione rispetto ai contenuti e ai toni ascoltati in quest'Aula. Io condivido, naturalmente, molte delle cose che ho ascoltato e, al di là, naturalmente, delle posizioni politiche, delle differenze e delle sfumature, sul punto di fondo c'è, da parte dell'Assemblea, un coro molto positivo, a mio avviso, e la necessità condivisa di valorizzare il più possibile questa giornata della memoria e, quindi, anche tutto quanto la scuola può fare, nel corso dei mesi e degli anni che verranno, per incentivare quanto più possibile i viaggi, trasmettendo la memoria come elemento decisivo e imprescindibile della nostra azione. È vero, sono stati ricordati i dati della ricerca dell'Eurispes, che sono molto preoccupanti. Effettivamente, abbiamo avuto, nel corso degli anni, una crescita molto significativa di persone che o negano addirittura l'esistenza di Auschwitz e dei campi di sterminio o non ne sono a conoscenza. Circostanza questa che, naturalmente, come capite bene, rappresenta un grande problema per chi si occupa, come noi, di istruzione e di formazione in questo Paese. Condivido molto anche la riflessione di chi sostiene che la conoscenza sia l'unica possibilità che probabilmente ha il nostro Paese, attraverso l'azione di Governo e Parlamento, per cercare di aggredire questo dato drammatico che le ricerche dell'Eurispes hanno dimostrato. Chi mi conosce sa che, non da oggi, io penso che la scuola italiana, che nonostante tutto è ancora un grande pilastro democratico ed è ancora una grande infrastruttura civile, come mi piace definirla, non debba semplicemente formare lavoratrici e lavoratori (deve fare, ovviamente, anche quello, perché deve immettere i nostri studenti nel mercato del lavoro), ma debba innanzitutto formare cittadini, debba formare pensiero critico, debba formare spiriti liberi.