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b) la stessa società ha dichiarato che il "potabilizzatore" funzionerà solo per livelli "ordinari" di inquinamento declinando ogni responsabilità per eventuale presenza di inquinanti nei casi di "sversamento o rilascio accidentale, casuale o doloso" che dovessero verificarsi nel Tevere, poiché "non si può escludere che nel fiume (...) si verifichino concentrazioni significative di metalli e inquinanti anche ben oltre la soglia di potabilità"; c) particolarmente grave, sotto il profilo della carenza di istruttoria, è il silenzio degli altri soggetti tecnici chiamati ad esprimere il proprio parere (ISPRA; ARPA Lazio; ASL Roma 1; Città metropolitana di Roma; protezione civile); l'iniziativa non si giustifica neppure sotto il profilo dell'analisi del rapporto tra costi e benefici ambientali: l'impianto è già costato circa 13 milioni di euro, ai quali vanno aggiunti i costi dei filtri da sostituire con adeguata frequenza, i costi di smaltimento dei fanghi e altri rifiuti, il consumo energetico e le spese di manutenzione ordinaria e straordinaria; per contro, la rete idrica di Roma e provincia, a distanza di 26 anni dalla "legge Galli" (legge n. 36 del 1994 in materia di risorse idriche), risulta affetta da perdite non inferiori al 40-44 per cento dell'acqua immessa in conduttura; non essendo state svolte né la VIA né la VAS, non sono state valutate nemmeno le conseguenze sulla pianificazione di bacino e sul tratto di ecosistema fluviale a valle, nonché sui possibili usi alternativi della risorsa idrica derivata, a partire dalla sua destinazione all'agricoltura; costituiscono fondamentali principi del diritto dell'ambiente (art. 80, comma 4, del decreto legislativo n. 152 del 2006) l'utilizzo a scopo idropotabile di acque di categoria inferiore alla A3, previa completa potabilizzazione, soltanto qualora non sia possibile ricorrere ad altre fonti di approvvigionamento, e il divieto di conseguimento dei valori limite legali (di potabilizzazione) mediante diluizione o trasferimento degli inquinanti da un fattore ambientale contaminato a un fattore ambientale puro o non contaminato; il principio di pubblicità dei procedimenti di derivazione delle acque pubbliche è un corollario del regime di pubblicità e della natura di "bene comune naturale e diritto umano universale" dell'acqua (legge n. 36 del 1994; sentenze della Corte costituzionale 10 luglio 1996, n. 259, e 12 dicembre 1996, n. 419), si chiede di sapere: se i Ministri in indirizzo siano a conoscenza dei fatti esposti e quali misure intendano adottare, ciascuno per quanto di competenza, in relazione al procedimento di concessione di derivazione delle acque del Tevere avviato su istanza di ACEA ATO 2; se il Ministro dell'ambiente intenda attivarsi nel rispetto del principio di precauzione al fine di: 1) impartire opportuni indirizzi o direttive all'Autorità di bacino del Tevere e all'ISPRA e all'ARPA Lazio, rendendo parere negativo all'iniziativa; 2) garantire a tutti i cittadini la pubblicità di tutti gli atti delle procedure; 3) attivarsi presso l'ARERA per l'esercizio dei relativi poteri regolatori nei confronti del gestore ACEA ATO 2, affinché siano garantiti gli standard di servizio pubblico e sia impedita la distribuzione di utili agli azionisti del gestore in mancanza dei dovuti investimenti per l'eliminazione delle perdite; se il Ministro della salute intenda analogamente esercitare i propri poteri in materia nei confronti dell'Istituto superiore di sanità e di attivarsi presso la Regione Lazio, la Città metropolitana di Roma capitale e le aziende sanitarie locali interessate, affinché siano negati, o revocati, gli atti di assenso comunque denominati di competenza dell'amministrazione sanitaria. Atto n. 4-04307 PAPATHEU Al Ministro dell'economia e delle finanze Premesso che: l'Agenzia delle entrate è un'agenzia fiscale dipendente dal Ministero dell'economia e delle finanze che svolge le funzioni relative ad accertamenti e controlli fiscali e alla gestione dei tributi; l'ente è stato istituito nel 1999 ed è operativo dal 1° gennaio 2001, a seguito della riorganizzazione dell'amministrazione finanziaria per effetto del decreto legislativo n. 300 del 1999; dal 1° dicembre 2012 l'Agenzia delle entrate ha incorporato l'Agenzia del territorio (articolo 23- quater del decreto-legge n. 95 del 2012); è sottoposta alla vigilanza del Ministero dell'economia, che ha la responsabilità dell'indirizzo politico, ed è dotata di autonomia regolamentare, amministrativa, patrimoniale, organizzativa, contabile e finanziaria; l'Agenzia, preposta a garantire gli adempimenti degli obblighi fiscali da parte dei cittadini contribuenti, risulta al momento aver stipulato contratti di affitto per la fruizione in locazione di vari immobili per un costo annuale complessivo di 86 milioni di euro; nella fattispecie, come documentato da un'inchiesta giornalistica del programma televisivo "Fuori dal coro", trasmessa in data 21 ottobre 2020, si farebbe carico di sostenere il pagamento di affitti per diverse strutture private mentre il Ministero dell'economia dispone della titolarità di numerosi palazzi pubblici, lasciati vuoti e inutilizzati, che versano in condizioni di degrado; risulta inoltre che l'Agenzia delle entrate per l'affitto del centro di gestione documentale (Lazio-uffici centrali), uno spazio di 5 edifici per 50.000 metri quadrati, al cui interno si trovano atti e documenti provenienti da tutta Italia, versa un canone dell'importo complessivo di oltre 5 milioni di euro all'anno; l'Agenzia paga questa cifra dal 2010, quando è stato firmato il primo contratto di affitto per 9 anni; a tal proposito nel 2012 l'Autorità nazionale anticorruzione ha segnalato l'opportunità di "comprare gli immobili oggetto della locazione" ma l'Agenzia ha risposto che ciò non era possibile e non vi era "nessuno spreco"; lo scorso anno tale contratto di affitto è stato rinnovato sino al 2028; in totale questa operazione costerà quindi all'Agenzia circa 90 milioni di euro; a dir poco paradossali, inspiegabili ed inaccettabili appaiono a tal proposito le scelte dell'Agenzia delle entrate a fronte di circa 84.000 immobili di proprietà dello Stato che risultano ad oggi vuoti, sfitti o non utilizzati, tanto più in un momento di crisi economica epocale in cui lo Stato dovrebbe contenere i costi e perseguire con ogni suo ufficio politiche volte al contenimento, risparmio e razionalizzazione della spesa; non si possono chiedere sacrifici ai cittadini ed imporre il pagamento forzoso delle imposte con asfissianti azioni per il recupero delle somme verso imprese e persone, contribuenti e detentori di partite IVA in difficoltà, mentre lo Stato spreca ingenti risorse, non utilizza e non riqualifica immobili pubblici disponibili ad essere resi funzionali e decide, invece, di pagare affitti esorbitanti per strutture private; si evidenzia che l'Agenzia per le proprie sedi in affitto versa canoni annuali onerosi, come ad esempio: a Milano 1.131.000 euro; a Cagliari 2.387.000 euro;