[pronunce]

che necessita di una chirurgia endoscopica, la quale deve essere effettuata in centri altamente specializzati periodicamente e comunque almeno una volta all'anno; che nella stessa certificazione, infine, si pone in evidenza che «la patologia vescicale da cui la bambina è affetta è invalidante, con limitazioni della vita quotidiana rispetto all'età, così come lo sono gli altri esiti neurologici»; che, in questo quadro, il rimettente ritiene adeguatamente dimostrato che la minore è affetta da patologie gravi, radicalmente invalidanti, tali da compromettere, in modo sostanziale, importanti funzioni vitali e pertanto necessita continuamente di cure ed assistenza del tutto eccezionali; che la concreta somministrazione di tali terapie richiede la presenza costante, nell'abitazione familiare o negli ospedali ove viene periodicamente ricoverata, di almeno uno dei genitori, stante la necessità di monitorare il suo stato di salute, di coadiuvarla nello svolgimento di elementari e vitali funzioni, di supportarla in tale doloroso percorso con amore e dedizione; che, al riguardo, il rimettente osserva come la piccola C., non solo sia soggetta a periodici ricoveri in strutture ospedaliere ubicate fuori Regione (presso le quali non può che essere accompagnata da uno dei genitori), ma sia anche quotidianamente, e più volte al giorno, sottoposta a pratiche terapeutiche particolarmente invasive, tra cui lo svuotamento della vescica, la cui effettuazione deve essere assicurata dalla famiglia e, quindi, dai genitori, che sono, unitamente ad un altro bambino in tenera età, gli unici componenti del nucleo familiare; che tali attività, ad avviso del rimettente, non possono essere delegate a terzi o svolte in altro modo, attraverso (ad esempio) il ricorso agli strumenti assistenziali previsti dalla legge a supporto della famiglie di soggetti invalidi, atteso che, in primo luogo, tali strumenti, in genere limitati a sostegni economici, non sono idonei ad assicurare un reale e concreto aiuto; ma soprattutto perché siffatte esigenze di cura sono inscindibilmente legate alle figure genitoriali ed a quelle capacità di affetto, amore, pazienza e dedizione che solo gli stessi sono in grado di rappresentare e trasmettere, soprattutto in momenti di particolare sofferenza e dolore; che, ciò posto, il giudice a quo rileva come sia documentato che la moglie dell'imputato si trovi nell'assoluta impossibilità di prestare alla bambina una continua ed ininterrotta assistenza, in quanto deve attendere alla propria attività lavorativa e deve tentare di assicurare normali condizioni di vita all'altro figlio minore, le cui esigenze ordinarie, di studio e mantenimento, non possono essere totalmente sacrificate; che al medesimo giudice, inoltre, non sfugge che, nel definire il concetto di "assoluta impossibilità" in relazione alla diversa ipotesi contemplata dalla disposizione censurata, la giurisprudenza di legittimità da tempo sostiene che l'esigenza di svolgere ordinarie attività lavorative non rappresenta un assoluto impedimento al corretto espletamento dei compiti genitoriali, in quanto il fine della previsione normativa non è quello di assicurare al minore di età inferiore ai tre anni la presenza continua della madre, ma quello di far sì che lo stesso possa ricevere, in un momento particolarmente importante della sua formazione fisica e psichica, quelle cure e quell'affettuosa assistenza che solo un genitore può assicurare e la cui somministrazione è del tutto compatibile con lo svolgimento dell'ordinaria attività lavorativa; che, ad avviso del rimettente, se è indubbia la ragionevolezza di tale argomento, è altresì vero che nel caso di specie esso non può trovare applicazione proprio per gli eccezionali compiti di cura ed assistenza continue che, alla luce delle certificazioni mediche in atti, devono essere assolti dalla madre della piccola C.; che a ciò si deve aggiungere che, in generale, le esigenze di cura di figli gravemente ammalati e affetti da patologie invalidanti non possono identificarsi né essere paragonate con quelle, di gran lunga meno impegnative, che competono ai genitori di figli di età inferiore ai tre anni, versanti in normali condizioni di salute; che mentre, infatti, in tale ultimo caso le funzioni assistenziali, avendo il fine di assicurare un normale sviluppo fisico e psichico dei minori in un'età significativa e qualificante della loro formazione, sono adeguatamente soddisfatte anche attraverso una presenza non costante del genitore nell'abitazione familiare, nella ipotesi in esame, invece, le attività di cura richiedono una pressoché totale dedizione al figlio ammalato, che appunto vede nei genitori l'unico punto di riferimento, le sole persone dalle quali ricevere amore, conforto, aiuto e sostegno; che ciò, ad avviso del rimettente, vale in particolare per i bambini che, non avendo ancora raggiunto un elevato livello di maturità psichica, a causa della loro età infantile, non sono ancora in grado di affrontare, senza il supporto fondamentale dei genitori, un doloroso percorso di cure; che, alla luce delle esposte argomentazioni, il rimettente ritiene che la norma in esame, nella parte in cui non prevede «il divieto di disporre e mantenere la custodia cautelare in carcere, salvo che sussistano esigenze cautelari di eccezionale rilevanza, quando imputato sia la madre di prole, con lei convivente, totalmente invalida, che versa in condizioni di salute particolarmente gravi e che, per tale ragione, necessita di continue cure ed assistenza o il padre, qualora la madre sia deceduta o sia assolutamente impossibilitata a fornire alla prole le cure e l'assistenza di cui ha ininterrottamente bisogno», sia in contrasto, in primo luogo, con l'art. 2 Cost.; che, al riguardo, il giudice a quo afferma che la disposizione censurata, nella parte in cui non disciplina siffatta situazione, contrasta con il predetto parametro costituzionale, a norma del quale «la Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità»; che, a suo avviso, è innegabile che ad ogni uomo debba riconoscersi il diritto di curare ed assistere il proprio figlio gravemente ammalato, periodicamente sottoposto a terapie invasive e dolorose; che tale diritto costituirebbe la proiezione naturale di ogni essere umano, cui non si potrebbe impedire di essere accanto al proprio figlio, per curarlo ed assisterlo, nel momento in cui questi è costretto ad affrontare prematuramente esperienze di grande sofferenza fisica e morale, e ciò varrebbe, soprattutto, quando l'altro genitore sia deceduto o assolutamente impossibilitato a fornire tale assistenza; che, in particolare, il rimettente pone in evidenza come l'assetto legislativo che non consente ad un padre detenuto di sostituirsi, nell'espletamento di tale compito fondamentale, alla figura materna sia radicalmente contrario al precetto costituzionale sopra richiamato che garantisce i diritti inviolabili della persona umana; che il giudice a quo ritiene, inoltre, che la disposizione censurata, si ponga in contrasto anche con l'art. 29 Cost. il quale, nel sancire che «la Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio», non può che prevedere e tutelare anche il naturale diritto-dovere dei genitori di provvedere personalmente alle esigenze di cura ed assistenza di figli gravemente ammalati;