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Ovviamente, la produzione in parte è andata avanti e dunque credo che, in base all'andamento delle entrate tributarie che, come ha detto la Tesoreria generale dello Stato, ha visto una contrazione pari a 20 miliardi di euro, possiamo ipotizzare che il PIL per il solo mese di marzo si sia dimezzato. Facciamo una media: è vero che il PIL non è uguale in tutti i mesi dell'anno, ma per una volta facciamo come con il pollo di Trilussa: più o meno il PIL di un mese è pari a 140 miliardi di euro e quindi mancano all'appello 70 miliardi di euro e, stante la pressione fiscale al 50 per cento, sarebbero 35 miliardi di euro. Capite dunque che i 25 miliardi di euro già sono spariti e siamo anche sotto di 10 miliardi. Quindi la risposta non può essere un decreto-legge che mette in campo 25 miliardi di euro e parla di liquidità e non di elargizione. Questo non è il momento di ragionare in questo modo, cioè con il portafoglio tirato. Occorre pensare che bisogna mettere in campo soldi, eventualmente anche a fondo perduto. Gli Stati con sovranità monetaria fanno questo. Gli Stati, come questo, vanno a chiedere in ginocchio: «cara Europa, per favore, aiutami». Ma lo sapevate anche prima che l'Europa era così. Per fortuna, io allora mantengo la mia coerenza nel continuare a dire che l'Unione europea è una cosa dalla quale si doveva uscire; anzi, è una cosa nella quale non si doveva entrare, e da cui si deve uscire, perché vedere uno Stato sovrano che va, col cappello in mano, a chiedere soldi è inaccettabile. (Applausi del Gruppo L-SP-PSd'Az) . PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Stefano. Ne ha facoltà. STEFANO (PD) . Signor Presidente, signor Sottosegretario, colleghi, più volte in quest'Aula abbiamo dibattuto nella democratica alternanza dei ruoli e ci siamo confrontati sull'appropriatezza o no della necessità e dell'urgenza che dovrebbero sempre accompagnare il ricorso alla decretazione. Tante volte abbiamo discusso e ci siamo rimpallati responsabilità. Ecco, nel provvedimento di oggi, invece, tutti troviamo pienamente, e purtroppo gravosamente, soddisfatti questi due requisiti. Allo stesso modo, però, le ragioni che ci chiamano oggi qui in Aula segnano in maniera quasi accademica come l'oggettivo carattere di urgenza di ciò che stiamo vivendo non ci esoneri dalla necessità di attualizzare un provvedimento al contesto che cambia giornalmente e che quotidianamente si evolve, a volte in senso positivo, altre volte in senso contrario. Questo perché in emergenza - lo sappiamo tutti - alcuni rischi si possono risolvere dopo poche ore o qualche volta possono evolvere in altre direzioni, aggravandosi. Ecco perché il lavoro parlamentare di questi giorni diventa centrale per garantire quel necessario aggiornamento delle misure e mantenere attuale e non superato un provvedimento che è chiamato all'adozione definitiva. Si tratta di un provvedimento che - lo ricordo - non può essere considerato la panacea alla crisi in atto, la sua definitiva soluzione. Nessuno di noi lo hai mai pensato o affermato. Ma è stato necessario a dare le prime risposte, apporre argini essenziali a scongiurare il rischio di una devastazione di effetti negativi. È quindi solo l'inizio di un percorso complesso e difficile. Di questo aspetto il dibattito politico che ha animato quest'Aula nei primi giorni di crisi, ma anche oggi, avrebbe dovuto tenere conto maggiormente, vincendo soprattutto la tentazione di una continua ricerca della contrapposizione, del consenso sui social, orientandosi piuttosto ad un contributo costruttivo, personale, vero. Avevamo, e abbiamo a tutt'oggi, la necessità di cacciare via il virus dal nostro Paese e non di dare la caccia ai like e ai sondaggi. Invece ci siamo trovati qui quasi davanti al paradosso di chi ha gridato - e grida tuttora - contro la burocrazia che allunga i tempi e vanifica gli effetti delle misure, e poi, paradossalmente, assume atteggiamenti che rischiano di rallentare i lavori, di appesantire la discussione, con posizionamenti spesso ideologici che non trovano giustificazioni neanche nella scelta, miope in questa fase di crisi acuta, di contrapposizione a prescindere. Sconforta, ad esempio, assistere alla scelta di dividersi su argomenti, misure e temi che dovrebbero trovarci tutti insieme: su tutti quella di proteggere i soggetti più esposti in questa crisi, ovvero il personale sanitario. Ma tant'è, si è corso anche questo rischio, salvo poi recuperare nelle ultime ore restituendo beneficio al lavoro di tutti. Come dicevo, il presente decreto-legge è la prima pietra di un argine chiamato a rispondere ad una crisi e ai suoi effetti, che se in termini economici rientra nella definizione di shock simmetrico, dal punto di vista squisitamente politico trova una serie veramente corposa di declinazioni ed implicazioni. Il cura Italia di oggi è un provvedimento che comincia a rispondere - e sottolineo: comincia - alle esigenze e alle emergenze del momento, quelle più immediate, e lo fa impostando quattro pilastri. Il primo interessa il finanziamento e il potenziamento della capacità d'intervento del sistema sanitario, della Protezione civile e degli altri soggetti pubblici impegnati a far fronte all'emergenza con una dotazione robusta, di 3,5 miliardi di euro, e il sostegno indispensabile a coloro che si trovano chiamati a operare sul fronte fisico di quest'epidemia e a quanti animano la prima linea, che combatte e contrasta il contagio. A tal proposito, vorrei sottolineare quanto sia inutile e dannoso l'esercizio di tessere le lodi - dovute, sia ben chiaro - agli operatori, se al contempo si urla e si specula sugli errori del passato, così come esibirsi e consumare energia in piena crisi nell'ennesimo derby all'italiana tra sostenitori della regionalizzazione e quelli della nazionalizzazione del sistema sanitario. Non è questo il tempo per una contesa che distoglie pericolosamente l'attenzione dalla vera sfida, la decisione cioè di tornare e di essere tornati a investire su un settore che, per quanto vituperato, tuttavia nel confronto inevitabile con gli altri Stati si è dimostrato comunque all'altezza della drammatica situazione che ci ha travolti, certamente più di altri. La seconda e la terza direttrice muovono invece dall'obiettivo di mettere in sicurezza famiglie e imprese, lavoratori e mondo produttivo, sostenendo la liquidità con diversi strumenti, quali ad esempio l'accesso al fondo Gasparrini per i mutui sulla prima casa, le indennità ai professionisti (co.co.co., lavoratori agricoli e dello spettacolo), il bonus baby sitter , nonché l'estensione di alcuni strumenti come la cassa integrazione, vero e proprio unicum nella storia del nostro Paese. La quarta e ultima direttrice riguarda la sospensione degli obblighi di versamento di tributi e contributi e di altri adempimenti fiscali, nonché l'introduzione di incentivi accompagnati da un dibattito tra chi chiedeva anni bianchi e chi invece immaginava di provare a contemperare più opportunamente la necessità di sostenere chi è in difficoltà con l'altra, che è altrettanta, di tenere in piedi una struttura fiscale che resta necessaria, proprio per sostenere le funzioni fondamentali dello Stato: sicurezza e sanità. (Applausi dal Gruppo PD).