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Tutti noi abbiamo infatti una percezione di noi, che si trasforma, tra l'altro, non solo dal punto di vista sessuale, ma anche dal punto di vista fisico, perché il nostro corpo cambia continuamente. Ebbene, di fronte a questo, cosa vogliamo fare? Vogliamo nasconderci e cercare di chiudere il mondo in maglie strette, che non gli appartengono, o vogliamo provare ad aprirci e a produrre un pensiero rassicurante? Ebbene, sì, abbiamo un'antropologia: sarebbe molto bello. Come Partito Democratico - ma lo condividiamo, per fortuna, con altre forze - pensiamo che esista una antropologia della pluralità, della possibilità di essere cose diverse nel corso della propria vita, della possibilità di sperimentarsi e di provare ad assaggiare momenti diversi della propria vita e che tutto questo non possa essere giudicato e condannato. Vedete colleghi, c'è un tempo per discutere e c'è un tempo per decidere. Abbiamo molto discusso: oggi dobbiamo dire al Paese se è maturo per dire che odiare è reato e che educare alla pluralità è un fatto positivo. (Applausi) . PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Angrisani. Ne ha facoltà. ANGRISANI (Misto-l'A.c'è-LPC) . Signor Presidente, colleghe e colleghi, gli occhi del Paese sono vigili sui nostri lavori, perché oggi discutiamo di un progetto legislativo che sta a cuore a milioni di italiani. Non possiamo, in coscienza, voltarci dall'altra parte. Le grandi battaglie sui diritti civili, come nel caso del divorzio, dell'aborto e delle unioni civili hanno segnato il percorso democratico del nostro Paese e del suo ordinamento giuridico. Ora ci troviamo di fronte ad un testo che va a modificare gli articoli 604- bis e 604- ter del codice penale e stabilisce l'estensione dei delitti contro l'uguaglianza, per aggiungere alle discriminazioni per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi gli atti discriminatori fondati sul sesso, sul genere, sull'orientamento sessuale, sull'identità di genere e sulla disabilità. Il tema del maggiore contrasto alle discriminazioni e alle violenze per motivi sessuali non è nuovo. Purtroppo, gli archivi del Senato della Repubblica e della Camera dei deputati abbondano di proposte legislative presentate nella legislatura in corso e in quelle passate per contrastare più efficacemente gli episodi di omofobia e transfobia e ci sarà una valida ragione per questo. Al di là dei tecnicismi della proposta di legge Zan, di cui tanti hanno discusso, ci troviamo di fronte a una situazione di fatto che vede contrapposte le fazioni di chi considera il testo inutile e ambiguo e di chi, al contrario, lo reputa non solo opportuno ma anche indifferibile. Il punto della questione è il seguente: sappiamo che c'è stata già una mediazione alla Camera dei deputati in sede di prima lettura ed è stato previsto l'inserimento nel corpus normativo dell'articolo 4 che, al fine di evitare ogni interpretazione intenzionalmente dubbia delle nuove disposizioni, tutela la libera espressione di convincimento o d'opinione, nonché le condotte legittime riconducibili al pluralismo delle idee o alla libertà delle scelte, purché non idonee a determinare il concreto pericolo del compimento di atti discriminatori o violenti. Ciò che intendo dire è che il compromesso sulla formulazione del testo è stato già trovato in sede parlamentare e che, giunti a tale momento, questo ramo del Parlamento non può permettersi di far tornare tutto al punto di partenza come nel gioco dell'oca, se non intende affossare definitivamente il percorso legislativo di un tema che, a ragione, grande parte del nostro Paese ritiene prioritario. Questo appello è rivolto quindi non alla cosiddetta disciplina di Gruppo - le posizioni sono note da tempo - ma alla coscienza individuale di ogni senatore, perché con l'assunzione di questa funzione istituzionale bisogna essere pienamente consapevoli delle conseguenze relative alle responsabilità delle proprie scelte. Le campagne di informazione e le mobilitazioni di moltissime piazze italiane avvenute negli ultimi tempi dimostrano l'importanza dell'approvazione del disegno di legge Zan fuori dai palazzi delle istituzioni, per costruire una comunità più coesa e inclusiva, dove ogni episodio di istigazione alla violenza e di intolleranza viene represso sul nascere. Chi cerca un appiglio nel pretesto del riferimento al concetto di identità di genere inserito all'interno del dispositivo mente a sé stesso oppure, al contrario, manipola i propri interlocutori per non dichiarare apertamente la propria contrarietà sul disegno di legge perché politicamente inopportuno. L'espressione "identità di genere", infatti, ha già trovato ingresso in un testo normativo italiano con il recepimento della direttiva n. 95 del 2011, avvenuto con il decreto legislativo del 2014 sull'attribuzione della qualifica di rifugiato nell'ordinamento penitenziario e nella giurisprudenza costituzionale. Dunque, se restiamo inerti di fronte al pericoloso aumento delle violenze e dei soprusi per ragioni basate sul sesso, sull'orientamento sessuale o sull'identità di genere, che rappresentano ad oggi i tre motivi di discriminazione più spesso richiamati, offriamo facilmente il fianco alle iniziative delle destre e di quella parte del Paese, che è minoritaria ma per nulla silente, che semplificando come sempre fino all'inverosimile il messaggio lanciato all'esterno, tende a minimizzare l'importanza e l'impatto di più forti misure di contrasto contro ogni fenomeno di sopraffazione e intolleranza. Non è più il tempo di tergiversare o attendere, quindi, in quanto c'è chi aspetta da questo Parlamento un segnale importante e di netta condanna verso chi odia e istiga alla violenza, calpestando senza ritegno la dignità umana e la libertà di vivere secondo i propri orientamenti. PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Gasparri. Ne ha facoltà. GASPARRI (FIBP-UDC) . Signor Presidente, serve questa legge? Era indispensabile, era doverosa la sua approvazione da parte del Parlamento? A mio avviso no. Tuttavia, la sinistra e alcuni manovratori del pensiero - non voglio nemmeno definirli manipolatori - hanno creato una suggestione con informazioni false, inesatte, regolate sulla rete; sono scesi in campo anche gli influencer che non conoscono il diritto penale, non conoscono le leggi vigenti in questo Paese e hanno ingenerato nel Paese un convincimento che si basa sul fatto che chi vuole la legge Zan contrasta le violenze, le aggressioni, gli episodi come ce ne sono stati anche recentemente, e chi invece non vuole la legge Zan è aperto alle aggressioni, alle violenze, alle prepotenze. Questa è la grande menzogna che dobbiamo spazzare via perché non è assolutamente vero. Noi abbiamo già nel nostro ordinamento numerose norme che consentono di punire chi compia qualsiasi atto di violenza. Con le aggravanti, quando ci sono motivazioni futili e abiette, si può punire ancora più severamente chi per ragioni di discriminazione, di pregiudizio sessuale o per omofobia - termine che è stato coniato negli ultimi anni - compie delle violenze. Quindi, non è vero che ci sia un vuoto normativo. Sono bugiardi coloro che lo affermano. Che lo facciano degli strimpellatori di terzo ordine può anche andare, ma che dei legislatori alimentino questa menzogna è inaccettabile. Vedo, talvolta, anche nelle nostre famiglie e nella nostra parte politica la suggestione della menzogna che prevale sulla verità.