[pronunce]

SENTENZA ha pronunciato la seguentenel giudizio per conflitto di attribuzione sorto a seguito della deliberazione dell'11 gennaio 2000 (Doc. IV-quater, n. 96) della Camera dei deputati relativa alla insindacabilità ai sensi dell'articolo 68, primo comma, della Costituzione, delle opinioni espresse dall'onorevole Umberto Bossi imputato in un procedimento penale per reato di vilipendio alla bandiera, promosso con ricorso del Tribunale di Venezia, notificato il 6 agosto 2003, depositato in cancelleria il 25 agosto 2003 ed iscritto al n. 32 del registro conflitti 2003, fase di merito. Visto l'atto di costituzione della Camera dei deputati; udito nell'udienza pubblica del 21 novembre 2006 il Giudice relatore Ugo De Siervo; udito l'avvocato Massimo Luciani per la Camera dei deputati.. Ritenuto in fatto Considerato in diritto 1. – Con ordinanza del 2 marzo 2002, pervenuta alla Corte costituzionale il 2 luglio 2002, il Tribunale di Venezia, nell'ambito del procedimento penale instaurato nei confronti del deputato Umberto Bossi, in relazione al reato di cui agli artt. 81, secondo comma e 292, primo e terzo comma, del codice penale, ha sollevato conflitto di attribuzione tra i poteri dello Stato avverso la delibera, adottata in data 11 gennaio 2000, (Doc. IV-quater, n. 96) con la quale la Camera dei deputati ha dichiarato che i fatti per i quali è in corso il suddetto procedimento penale costituiscono opinioni espresse dal deputato nell'esercizio delle sue funzioni a norma dell'art. 68, primo comma, della Costituzione. In punto di fatto, il Tribunale riferisce che è contestato al deputato Bossi il reato di vilipendio alla bandiera, perché, mentre si trovava a Venezia il 14 settembre 1997, avrebbe rivolto ad una persona, che teneva esposta alla finestra la bandiera italiana, la seguente frase: «Il tricolore lo metta al cesso, signora», aggiungendo inoltre: «Ho ordinato un camion di carta igienica tricolore personalmente, visto che è un magistrato che dice che non posso avere la carta igienica tricolore». Il ricorrente rileva come, con deliberazione in data 11 gennaio 2000, la Camera dei deputati ha affermato che le suddette dichiarazioni devono ritenersi espresse nell'esercizio delle funzioni parlamentari, dal momento che esse si inquadrerebbero nell'ambito dell'azione politica contro l'unitarietà dello Stato e contro i simboli che lo rappresentano, svolta dal deputato Bossi e dal partito di cui egli è segretario nazionale. Ad avviso del Tribunale ricorrente, tale delibera sarebbe lesiva delle attribuzioni costituzionali dell'autorità giudiziaria, risultando manifesta l'estraneità della condotta del suddetto deputato all'esercizio delle funzioni parlamentari. Da ciò la richiesta che la Corte dichiari la non spettanza alla Camera dei deputati della valutazione contenuta nella delibera impugnata e il suo «annullamento, se del caso, per incompetenza e dichiarando conseguentemente il potere dello Stato al quale spettano le attribuzioni in contestazione». Al riguardo, il ricorrente sostiene che la deliberazione della Camera esorbiterebbe dall'ambito dell'art. 68 Cost. e violerebbe gli artt. 101, secondo comma, 102, primo comma – titolarità della funzione giurisdizionale da parte della magistratura –, 3 – per disparità di trattamento tra parlamentare e cittadino – e 24, primo comma, della Costituzione, «per impossibilità della parte lesa di fruire della tutela giurisdizionale». Per il ricorrente, le dichiarazioni rese al di fuori del Parlamento da un membro delle Camere sarebbero coperte dalla garanzia di cui all'art. 68, primo comma, Cost., ove siano sostanzialmente riproduttive di opinioni espresse in sede parlamentare, mentre esulerebbero dall'ambito di detta prerogativa le opinioni che presentino una semplice comunanza di argomento con quanto dichiarato in sede parlamentare, come si sarebbe verificato nel caso di specie, poiché le dichiarazioni del deputato Bossi non potrebbero considerarsi riproduttive all'esterno di sue dichiarazioni rese, mediante atti tipici della funzione parlamentare, all'interno del Parlamento. Infine, secondo il Tribunale, le espressioni utilizzate dal deputato Bossi avrebbero valenza «oggettivamente ingiuriosa» e, pertanto, non potrebbero ritenersi «consentite e giustificate». 2. – Il conflitto è stato dichiarato ammissibile con ordinanza di questa Corte n. 272 del 2003, depositata il 22 luglio 2003. 3. – Il Tribunale di Venezia ha provveduto a notificare l'ordinanza ed il ricorso introduttivo alla Camera dei deputati il 6 agosto 2003, e ha poi depositato tali atti in data 25 agosto 2003. 4. – Si è costituita in giudizio, con memoria depositata il 22 agosto 2003, la Camera dei deputati, eccependo l'inammissibilità del ricorso, in subordine la sua irricevibilità e, nel merito, l'infondatezza dello stesso, con conseguente riconoscimento della spettanza alla Camera del potere di dichiarare l'insindacabilità delle opinioni espresse dal deputato Bossi. 5. – La difesa della Camera, dopo essersi riservata di identificare compiutamente tutte le ragioni di irricevibilità, di inammissibilità e di improcedibilità dello stesso «solo dopo aver esaminato gli atti e i documenti depositati dal ricorrente», eccepisce innanzitutto l'inammissibilità del conflitto per vizio della notificazione. Le copie dell'ordinanza con cui la Corte costituzionale ha dichiarato ammissibile il conflitto e dell'ordinanza del Tribunale di Venezia con cui il medesimo è stato sollevato, notificate alla Camera dei deputati, non recherebbero l'attestazione di conformità all'originale da parte della Cancelleria della Corte, bensì «un'irrituale attestazione di conformità da parte della Cancelleria dello stesso ricorrente». Tale circostanza comprometterebbe la certezza legale sulla effettiva conformità degli atti notificati agli originali, con conseguente «radicale vizio» nell'instaurazione del contraddittorio, che non sarebbe sanato dalla costituzione della resistente. Altra ragione di inammissibilità sarebbe costituita dalla impossibilità di identificare il ricorrente, dal momento che l'ordinanza con cui è stato sollevato il conflitto non conterrebbe alcuna indicazione dell'ufficio giudiziario di provenienza. Non sarebbe sufficiente la specificazione del luogo in cui è stata resa la pronuncia, né l'individuazione della persona fisica del giudice che l'ha sottoscritta, mancando l'indicazione delle funzioni del medesimo e l'ufficio di appartenenza. Né tale individuazione potrebbe avvenire attraverso i timbri apposti sull'atto (che recano la dicitura «Tribunale di Venezia»). A tale mancanza non potrebbe supplire neppure l'informazione contenuta nell'ordinanza n. 272 del 2003 con cui la Corte ha dichiarato ammissibile il conflitto. Il ricorso sarebbe, comunque, inammissibile a causa dell'assoluta incertezza nella qualificazione dell'atto introduttivo, definito, dallo stesso Tribunale, ora come “ordinanza” che contiene il ricorso, ora come ricorso. In ogni caso, l'atto in parola sarebbe privo dei contenuti e della sostanza del ricorso.