[pronunce]

Il giudice rimettente lamenta che una normativa, così congegnata, contravvenga ai princípi di certezza del diritto, di ragionevolezza, di affidamento, di parità processuale delle parti, in violazione degli artt. 2, 3, primo comma, 117, primo comma, Cost., in relazione alla norma interposta dell'art. 6 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali (CEDU), firmata a Roma il 4 novembre 1950, ratificata e resa esecutiva con legge 4 agosto 1955, n. 848. L'INPS e il Presidente del Consiglio dei ministri sostengono la legittimità della norma impugnata, che attribuisce al testo di legge uno dei significati racchiusi nella sua formulazione, senza violare i princípi di ragionevolezza e di affidamento, in quanto dettata da motivi imperativi d'interesse generale. Tale è da intendersi la salvaguardia dell'equilibrio complessivo del sistema previdenziale. 2.- La questione non è fondata. I dubbi di legittimità costituzionale si appuntano sulla disciplina delle variazioni dell'indennità integrativa speciale, che adempiono ad una funzione di rivalutazione e di attualizzazione dell'importo dell'indennità integrativa speciale, a sua volta finalizzata a salvaguardare l'adeguamento del valore reale della retribuzione alla variazione del valore reale della moneta e, attraverso tale adeguamento, il rapporto di proporzionalità tra retribuzione e quantità e qualità del lavoro prestato. La ricognizione del quadro normativo deve prendere le mosse dall'art. 10 del d.l. n. 17 del 1983. Tale norma, al primo comma, primo periodo, per l'ipotesi di pensionamento anticipato, determina la misura dell'indennità integrativa speciale «in ragione di un quarantesimo per ogni anno di servizio, utile ai fini del trattamento di quiescenza», per poi precisare, al quarto comma, che le variazioni «sono attribuite per l'intero importo dalla data del raggiungimento dell'età di pensionamento da parte del titolare della pensione, ovvero dalla data di decorrenza della pensione di riversibilità a favore dei superstiti». Prima del raggiungimento dell'età necessaria per il pensionamento di vecchiaia, l'indennità integrativa speciale doveva essere corrisposta secondo un principio di proporzionalità attenuata, commisurata agli anni di servizio utili, mentre le variazioni dell'indennità integrativa speciale dovevano essere liquidate in misura intera. In questo quadro, sono intervenute le profonde innovazioni apportate dalla legge n. 730 del 1983, che attengono al concetto di pensione complessiva, comprensiva del trattamento base e dell'indennità integrativa speciale. I parametri di quantificazione degli aumenti periodici sono unificati e raccordati all'indice ISTAT del costo della vita, oltre a essere differenziati per fasce di reddito. Tale rinnovato contesto normativo ha indotto l'amministrazione previdenziale e una parte della giurisprudenza contabile a riconoscere l'incompatibilità tra la disciplina sopravvenuta, ispirata a princípi regolatori peculiari, e il meccanismo del ripristino integrale delle variazioni dell'indennità integrativa speciale, in concomitanza con il raggiungimento dell'età massima. In particolare, secondo tale interpretazione del dettato normativo, la legge n. 730 del 1983 delinea una nuova modalità di calcolo della perequazione automatica e passa dal criterio basato sul valore unitario del punto di contingenza, misurato autonomamente sulla pensione e sull'indennità integrativa speciale, all'applicazione di una percentuale sull'ammontare del trattamento complessivo, comprensivo di pensione e indennità integrativa speciale. Tale meccanismo non si concilierebbe con il diritto ad ottenere l'attribuzione dell'indennità integrativa speciale secondo gli incrementi riconosciuti dall'art. 10 del d.l. n. 17 del 1983, in quanto sarebbe venuto a cessare il parametro di riferimento, su cui si calcolava in precedenza l'indennità integrativa speciale. Tali considerazioni non sono state condivise da una parte della giurisprudenza contabile, che ha posto in risalto il dato letterale dell'art. 21, comma 9, della legge n. 730 del 1983, argomentando per la salvezza dell'intero art. 10 del d.l. n. 17 del 1983, anche con riferimento alle variazioni dell'indennità integrativa speciale (ex plurimis, Corte dei conti, sezione giurisdizionale per la Lombardia, sentenze 2 luglio 2010, n. 344 e 29 giugno 2006, n. 393 ; Corte dei conti, sezione giurisdizionale per il Veneto, sentenza 14 gennaio 2009, n. 17; Corte dei conti, sezione giurisdizionale per il Piemonte, sentenza 7 febbraio 2006, n. 27). Secondo quest'indirizzo, il dato letterale non è smentito da rilievi di carattere sistematico. Non vi sono antinomie di sorta - si afferma - tra un meccanismo, che, pur commisurando gli incrementi alle fasce di reddito, continua ad offrire una rappresentazione distinta delle voci del trattamento (pensione base e indennità integrativa speciale) e la quantificazione delle variazioni dell'indennità integrativa speciale, secondo i criteri tratteggiati dall'art. 10, quarto comma, del d.l. n. 17 del 1983. Tale orientamento è stato recepito - in sede di composizione del contrasto - dalle sezioni riunite della Corte dei conti, che hanno compiuto un'approfondita disamina dell'evoluzione dell'istituto e delle diverse norme succedutesi nel tempo, privilegiando l'interpretazione letterale, rafforzata dall'insussistenza di argomenti sistematici di segno contrario (Corte dei conti, sezioni riunite, sentenza 1° giugno 2011, n. 10). Le sezioni riunite della Corte dei conti pervengono alla conclusione che, per i lavoratori che siano stati collocati a riposo prima del raggiungimento dell'età pensionabile, l'incremento percentuale dell'indennità integrativa speciale debba operare non già sull'indennità integrativa speciale effettivamente pagata e modulata in quarantesimi, secondo il dettato dell'art. 10, primo comma, ma sull'importo che sarebbe spettato in caso di cessazione dal servizio per il raggiungimento del massimo di anzianità. La norma censurata si prefigge di chiarire, in merito alle variazioni dell'indennità integrativa speciale, i rapporti tra l'art. 10 del d.l. n. 17 del 1983 e l'art. 21 della legge n. 730 del 1983. Essa si inscrive in un testo normativo composito, approvato in condizioni di emergenza economica e finanziaria. Questo dato emerge con chiarezza dalla relazione tecnica, allegata al disegno di legge di conversione del d.l. n. 98 del 2011, che illustra la necessità di evitare una maggiore spesa pensionistica. Tale maggiore spesa, suffragata dal riferimento alla documentazione amministrativa fornita dall'Istituto nazionale di previdenza e assistenza per i dipendenti dell'amministrazione pubblica (INPDAP), non sarebbe stata considerata «negli andamenti di finanza pubblica a normativa vigente». 3.- Il quadro giurisprudenziale è, pertanto, più articolato rispetto a quel che traspare dall'ordinanza di rimessione.