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Modifiche alla legge 5 febbraio 1992, n.104, in materia di agevolazioni per i lavoratori ai fini dell’assistenza a familiari con handicap in situazione di gravità. Onorevoli Senatori. -- L'emanazione della legge n. 104 del 1992 ha reso l'Italia uno dei primi Paesi in Europa a dotarsi di un'adeguata tutela legislativa finalizzata all'integrazione sociale delle persone in situazione di handicap , garantendo loro sia i diritti fondamentali ma anche, e soprattutto, sancendo il dovere dello Stato di rimuovere tutti gli ostacoli e gli impedimenti per il pieno inserimento delle persone disabili nel contesto sociale in cui vivono. Tra le misure adottate per il raggiungimento di detto scopo, l'agevolazione più ricorrente, e al tempo stesso più notoria, è quella prevista all'articolo 33 che consente di beneficiare di tre giorni di permessi mensili retribuiti; se utilizzati con responsabilità, i permessi di assentarsi dal lavoro rappresentano uno strumento di grande conquista sociale, che tuttavia ha fatto molto discutere, giacché in molteplici casi ne è stato accertato un abuso da parte dei lavoratori che ne beneficiano. Un malcostume tutto italiano, che costa milioni alle casse pubbliche: invero, si stima che controlli più stringenti potrebbero portare a recuperare almeno 600-700 milioni l'anno sugli oltre 3 miliardi di spesa sostenuta dallo Stato per i titolari dei permessi lavorativi finalizzati all'assistenza del disabile in condizione di gravità. Nell'ultimo rapporto INPS, nonché il primo a firma di Tito Boeri e basato sui conti della Ragioneria generale dello Stato, si ha modo di leggere che: «I beneficiari dei permessi retribuiti nel settore privato nel 2015 erano quasi 450.000 con un costo per l'INPS di 1,3 miliardi. Nel settore pubblico si può stimare che i permessi retribuiti per assistere persone in disabilità grave siano fruiti da circa 440.000 soggetti e quindi molto più diffusi in termini relativi (...) stimiamo che il numero medio pro capite annuo di giorni di permesso fruiti nel settore pubblico sia quattro volte superiore a quello fruito nel settore privato: fino a 6 giorni nel pubblico contro 1,5 nel privato, con un costo stimabile in oltre un miliardo di euro ai quali si aggiungono altri 600 milioni circa se si includono anche i congedi straordinari. Pertanto la stima dell'onere complessivo è di 3,1 miliardi di euro per l'anno 2015». In definitiva, si evince che il «quadro è sperequato. Difficilmente giustificabili appaiono gli interventi che non discriminino in relazione al fabbisogno economico dei destinatari», aggravato dalle condotte illecite dei beneficiari. Ed invero, partendo dalla Sicilia, in particolare dalla provincia di Agrigento dove nell'ultima maxi inchiesta sono state coinvolte oltre 500 persone, passando per la Campania, la Calabria, ma anche nell'Umbria e nel Lazio e, seppure con minore frequenza, arrivando al Nord Italia, negli ultimi anni, con il crescere del ricorso a questo tipo di permessi, sono aumentati in maniera esponenziale anche i casi di abusi. La tesi del reato è stata più volte sposata dalla giurisprudenza e, soprattutto, la Cassazione è diventata, negli anni, piuttosto rigida nel giudicare chi abusa dei permessi della legge n. 104 del 1992, stabilendo che l'uso improprio può costituire, da un lato, causa di licenziamento per giusta causa e, dall'altro, dare origine ad un procedimento penale a causa dell'indebita percezione del trattamento economico ai danni dell'INPS. Numerosi, a partire dal 1992 -- anno di promulgazione della legge n. 104 -- sono stati i pronunciamenti da parte della magistratura, che in plurime sentenze ha sottolineato come tale illecito ricada interamente sulla collettività: i permessi, infatti, essendo anticipati solo provvisoriamente dal datore di lavoro, ricadono successivamente e interamente a carico dell'INPS, e pertanto sui contribuenti tutti. Secondo la giurisprudenza, infatti, il dipendente che abusa dei permessi retribuiti per l'assistenza ai portatori di handicap è un «peso sociale» che scarica, sulla collettività, il costo della propria malafede. La violazione dei permessi della cosiddetta legge n. 104 è, quindi, «suscettibile di rilevanza penale»; l'ipotesi che l'abuso dei permessi previsti dalla legge n. 104 del 1992 integri una condotta penalmente rilevante era già stata sostenuta dal tribunale di Pisa, che aveva parlato di vera e propria truffa laddove il lavoratore avesse utilizzato i permessi retribuiti previsti dall'articolo 33 della legge per svolgere attività personali e non per la cura del disabile: nel caso di specie era stata disattesa la tesi difensiva che sosteneva la possibilità di utilizzare tali permessi anche per il recupero delle energie psicofisiche spese per la cura e l'assistenza del congiunto. Anche il tribunale di Genova aveva avallato la tesi di reato commesso ai danni dello Stato e dell'azienda, tale da consentire di intraprendere un procedimento penale; a ciò, secondo il giudice ligure, si accompagnava anche l'indebita percezione del trattamento economico ai danni dell'INPS. Con la sentenza n. 4984 del 2014, la sezione lavoro della Suprema Corte di cassazione ha rigettato il ricorso del lavoratore licenziato che utilizzava i permessi previsti dall'articolo 33 della legge n. 104 del 1992 per effettuare delle vacanze anziché assistere il familiare, ritenendo legittimo il controllo esercitato dal datore di lavoro attraverso l'impiego dell'agenzia investigativa e l'utilizzabilità delle relative prove, poiché non risulta lesivo dei diritti sanciti dallo statuto dei lavoratori. L'utilizzo da parte del dipendente di permessi con finalità assistenziale per scopi diversi, secondo la Suprema Corte, costituisce un comportamento idoneo a ledere irrimediabilmente il rapporto fiduciario, con conseguente legittimità del licenziamento per giusta causa. Chiedere un giorno di permesso retribuito per dedicarsi a «qualcosa che nulla ha a che vedere con l'assistenza» costituisce un «odioso abuso del diritto». Con un'altra sentenza (n. 8784 del 2015), la Suprema Corte è andata oltre affermando che, ai fini della configurabilità del recesso per giusta causa, non occorre la prova che il dipendente abbia del tutto omesso l'assistenza, bensì può ritenersi sufficiente la prova della fruizione «di una parte oraria del permesso in esame per finalità diverse da quelle per il quale il permesso è stato riconosciuto». Infine, la Corte di cassazione con la recente sentenza della sezione lavoro n. 9749 del 12 maggio 2016 ha ribadito che: «deve ritenersi verificato un abuso del diritto allorché i permessi ex legge 104 del 1992, vengano utilizzati non per l'assistenza ad un familiare disabile bensì per attendere ad altre attività, con conseguente idoneità della condotta -- in forza del disvalore sociale alla stessa attribuibile -- a ledere irrimediabilmente il rapporto fiduciario con il datore di lavoro». Inoltre, chiarisce che: