[pronunce]

ordinanze n. 324 del 2013, n. 91 del 2001, n. 354 del 1999 e n. 27 del 1971). 4.- Questa Corte è già stata chiamata, d'altra parte, in più occasioni a pronunciarsi sulla procedibilità d'ufficio del reato previsto dall'art. 12-sexies della legge n. 898 del 1970: regime la cui legittimità costituzionale era stata contestata dai giudici rimettenti proprio in ragione della sua distonia rispetto alla perseguibilità a querela del delitto di violazione degli obblighi di assistenza familiare (art. 570 cod. pen.) , ritenuta foriera di ingiustificate disparità di trattamento tra i coniugi divorziati e i loro figli, da un lato, e i coniugi conviventi o separati e i loro figli, dall'altro. Nella circostanza, la Corte ha riconosciuto che le due previsioni sanzionatorie poste a raffronto avevano una «radice comune», specie in rapporto alla posizione dei figli, essendo «evidente il comune fondamento delle prestazioni inerenti al loro mantenimento da parte dei genitori, prestazioni che possono atteggiarsi con modalità diverse, ma che sono comunque espressione di un medesimo dovere, indipendentemente dalla convivenza, dalla separazione o dal divorzio dei genitori» (sentenza n. 325 del 1995). Le questioni sono state dichiarate, nondimeno, inammissibili (e, indi, manifestamente inammissibili), sul duplice rilievo che i rimettenti avevano denunciato disarmonie normative la cui ricomposizione rimaneva affidata al legislatore, sulla base di una ponderata valutazione degli interessi coinvolti, e che, per altro verso, le fattispecie considerate differivano anche per elementi ulteriori rispetto al regime di procedibilità, così che l'accoglimento delle questioni non sarebbe comunque valso ad assicurare l'omogeneità delle discipline (sentenza n. 325 del 1995; ordinanze n. 423 del 1999 e n. 209 del 1997). 5.- Con riguardo alla questione oggi in esame, occorre preliminarmente rilevare come nel giudizio a quo si discuta dell'omesso versamento dell'assegno dovuto dall'imputato a titolo di contributo al mantenimento di un figlio minore. È su tale ipotesi che va, pertanto, focalizzata l'attenzione: eventuali disparità di trattamento concernenti le inadempienze agli obblighi di assistenza economica nei confronti del coniuge divorziato non rileverebbero rispetto all'oggetto del processo principale (per un approccio similare, con riferimento a questioni relative allo stesso art. 12-sexies della legge n. 898 del 1970, sentenza n. 472 del 1989, ordinanza n. 48 del 1990). 6.- Ciò puntualizzato, si deve osservare come i nuovi tertia comparationis evocati dall'odierno rimettente presentino elementi differenziali rispetto all'ipotesi regolata dalla norma censurata tali da impedire un loro utile raffronto ai presenti fini, o, comunque, da non consentire di ritenere valicato il limite all'ampia discrezionalità di cui il legislatore fruisce nella materia considerata. Il discorso vale, in primo luogo, per il reato previsto dall'art. 388, secondo comma, cod. pen. , nella parte in cui reprime l'inosservanza dolosa di un provvedimento del giudice concernente l'affidamento dei minori (reato perseguibile a querela in forza dell'ultimo comma del medesimo articolo). Al di là del (possibile) comune collegamento a provvedimenti adottati in sede di divorzio, la citata norma incriminatrice salvaguarda, infatti - per il tramite della protezione del bene "strumentale-intermedio" dell'imperatività delle decisioni giudiziarie - interessi "finali" distinti da quello tutelato dall'art. 12-sexies della legge n. 898 del 1970 (come, del resto, lo stesso rimettente riconosce e sottolinea). L'assunto del rimettente, per cui gli interessi inerenti all'affidamento dei figli minori, cui ha riguardo la norma del codice - da intendere, secondo una corrente esegesi, come interessi relativi ai rapporti personali con il minore - dovrebbero considerarsi senz'altro "poziori" rispetto all'interesse al mantenimento dei figli stessi, presidiato dalla norma della legge speciale, si risolve, d'altra parte, in un giudizio di valore. Che si tratti di giudizio non privo di margini di opinabilità - segnatamente in relazione ai corollari che se ne dovrebbero trarre in punto di regime di perseguibilità - lo dimostra, peraltro, la stessa disciplina del delitto di violazione degli obblighi di assistenza familiare. Nell'ambito di quest'ultima, infatti, la procedibilità d'ufficio è prevista unicamente in rapporto a violazioni degli obblighi di assistenza materiale - in specie, per quanto qui interessa, quella consistente nel far mancare i «mezzi di sussistenza» ai figli minori o inabili al lavoro (art. 570, secondo comma, numero 2, cod. pen.) - e non anche a violazioni, pur gravi, degli obblighi di assistenza morale, che restano comunque perseguibili a querela. In tale prospettiva, non può quindi ritenersi che trasmodi nell'irrazionalità manifesta e nell'arbitrio la scelta legislativa di prevedere, nelle situazioni di crisi o dissoluzione del rapporto coniugale - divorzio, ma anche separazione, in virtù della citata norma estensiva di cui all'art. 3 della legge n. 54 del 2006 - la perseguibilità d'ufficio delle inosservanze dei provvedimenti giudiziali che incidono sull'interesse al mantenimento dei figli minori, pur a fronte della perseguibilità a querela di quelle relative al loro affidamento. Parimenti opinabile - prima ancora che non significativa, alla luce dei dirimenti rilievi che precedono - appare l'asserita maggiore gravità della condotta di «elusione» del provvedimento giudiziale, richiesta dall'art. 388, secondo comma, cod. pen. , rispetto a quella di «sottrazione» all'obbligo di corrispondere l'assegno, cui si riferisce l'art. 12-sexies (suscettibile di essere integrata, per comune opinione, dalla mera inadempienza). Con riguardo all'inosservanza dei provvedimenti concernenti l'affidamento dei minori, la giurisprudenza di legittimità risulta, infatti, largamente orientata a ritenere penalmente rilevanti anche i comportamenti omissivi, escludendo, in ogni caso, che l'elusione dell'esecuzione del provvedimento debba essere necessariamente operata tramite una condotta subdola o con l'uso di particolari accorgimenti, come parrebbe invece supporre il giudice a quo. Quanto, infine, al raffronto tra le pene edittali dei due reati, si è già ricordato come, per costante giurisprudenza di questa Corte, si tratti di elemento inidoneo, di per sé, a dimostrare l'irrazionalità del regime di perseguibilità adottato dal legislatore. Ciò, tanto più nel caso in esame, nel quale la previsione, per il delitto di cui all'art. 388, secondo comma, cod. pen.