[pronunce]

- L'art. 30-bis del codice di procedura civile, introdotto dalla legge 2 dicembre 1998, n. 420 (Disposizioni per i procedimenti riguardanti i magistrati), dispone, al primo comma, che &laquo;le cause in cui sono comunque parti magistrati, che secondo le norme del presente capo [cioè del Capo I del Titolo I del Libro I del codice di procedura civile] sarebbero attribuite alla competenza di un ufficio giudiziario compreso nel distretto di corte d'appello in cui il magistrato esercita le proprie funzioni, sono di competenza del giudice, ugualmente competente per materia, che ha sede nel capoluogo del distretto di corte d'appello determinato ai sensi dell'articolo 11 del codice di procedura penale&raquo;. Il Tribunale di Torino ha sollevato la questione di legittimità costituzionale di tale norma nella parte in cui non prevede che la regola di competenza da essa dettata si applichi soltanto alle cause nelle quali sia parte un magistrato, in conseguenza di procedimenti in cui questi assume la qualità di persona sottoposta ad indagini, di imputato ovvero di persona offesa o danneggiata dal reato. Secondo il rimettente l'art. 30-bis cod. proc. civ. , in quanto non limita la sua applicazione alla sola fattispecie indicata, si pone in contrasto con l'art. 3 (per irragionevolezza e disparità di trattamento), con l'art. 24 (per lesione del diritto di azione e di difesa della controparte del magistrato) e con l'art. 25 della Costituzione (per violazione del principio del giudice naturale). 2. - Circa l'individuazione dei termini della questione di legittimità costituzionale, l'ordinanza dà luogo a qualche incertezza, essendo astrattamente suscettibile di una duplice lettura. Taluni passi della motivazione inducono infatti a ritenere che il rimettente chieda a questa Corte una sentenza per effetto della quale il foro derogatorio previsto dalla norma impugnata risulti limitato alle controversie aventi ad oggetto il danno o le restituzioni derivanti da un reato per il quale un magistrato in servizio nel distretto del giudice competente rivesta la qualifica - anche solo potenziale, e quindi a prescindere dall'effettiva instaurazione del relativo procedimento - di indagato, imputato o persona offesa. Ma è possibile anche attribuire all'ordinanza una portata diversa e minore, ritenendola volta ad ottenere la limitazione del foro derogatorio in esame alle sole controversie, aventi ad oggetto il danno o le restituzioni derivanti da un reato, conseguenti all'effettiva assunzione da parte del magistrato di una delle qualità indicate. Questa seconda lettura risulta maggiormente attendibile, essendo confortata dal dispositivo dell'ordinanza, in cui il rimettente enuncia conclusivamente i termini della proposta questione riferendosi alle cause civili conseguenti a &laquo;procedimenti in cui un magistrato assume la qualità di persona sottoposta ad indagini, di imputato ovvero di persona offesa o danneggiata dal reato&raquo;. 3. - La questione così individuata è inammissibile. 4. - L'art. 11 cod. proc. pen. , nel testo originario, prevedeva al primo comma che &laquo;i procedimenti in cui un magistrato assume la qualità di imputato ovvero di persona offesa o danneggiata dal reato&raquo; , che secondo le regole ordinarie &laquo;sarebbero attribuiti alla competenza di un ufficio giudiziario compreso nel distretto in cui il magistrato esercita le sue funzioni ovvero le esercitava al momento del fatto, sono di competenza del giudice, ugualmente competente per materia, che ha sede nel capoluogo del distretto di corte di appello più vicino &raquo;. Mancando per il processo civile una regola di competenza analoga, vennero proposte questioni di legittimità costituzionale per ottenere - in via principale - l'estensione del criterio di competenza territoriale previsto dall'art. 11 cod. proc. pen. a tutte le controversie civili promosse da o contro magistrati in servizio nel distretto del giudice adito, e - in via gradatamente subordinata - la sua estensione ai giudizi civili relativi a danni derivati da fatti di rilevanza penale, per i quali magistrati in quella situazione fossero indicati come autori, persone offese o danneggiate (in ogni caso o almeno per la diffamazione a mezzo della stampa). Le questioni sono state tutte dichiarate inammissibili dalla sentenza n. 51 del 1998, secondo la quale - attesa la netta distinzione fra processo civile e processo penale, specie per la disomogeneità degli interessi coinvolti nel primo in relazione alla varietà delle situazioni giuridiche che di volta in volta ne sono oggetto - spetta al legislatore stabilire, nell'esercizio della sua discrezionalità, quando in relazione al processo civile ricorra un'identità di ratio giustificativa dell'estensione della regola dell'art. 11 cod. proc. pen. e quando invece tale esigenza ricorra in modo diverso o non ricorra affatto, &laquo;così da evitare che vengano sacrificati altri interessi e valori costituzionalmente rilevanti&raquo; , come il diritto di agire e di difendersi in giudizio; ed a tal fine il medesimo legislatore deve procedere (secondo ragionevolezza e nel rispetto dei principi costituzionali) ad una valutazione di bilanciamento fra l'interesse alla imparzialità-terzietà del giudice civile e quello alla pienezza ed effettività della tutela giurisdizionale, con riguardo non al processo civile in genere ma alle sue singole tipologie. In seguito è intervenuta la legge n. 420 del 1998, che ha disciplinato la competenza territoriale per i procedimenti riguardanti i magistrati sia in materia penale (tra l'altro modificando nell'art. 11 cod. proc. pen. i criteri di individuazione della già prevista competenza derogatoria), sia in materia civile (introducendo - con l'art. 9 - nel codice di procedura civile l'art. 30-bis). Di tale nuova disciplina è stata posta in dubbio la conformità alla Costituzione, ed in particolare è stata proposta questione di legittimità costituzionale del citato art. 30-bis, in quanto norma regolatrice della competenza territoriale nei procedimenti esecutivi promossi da o contro magistrati in servizio nel distretto del giudice competente secondo le regole ordinarie. Sul punto questa Corte - preso atto che con l'art. 30-bis cod. proc. civ. il legislatore aveva esercitato la propria discrezionalità estendendo la regola dell'art. 11 cod. proc. pen. a tutte le controversie civili riguardanti magistrati di quel distretto - ha ritenuto che la norma, nella parte in cui comporta l'applicazione di tale regola al foro dell'esecuzione forzata, ha leso gli artt. 3 e 24 della Costituzione, non avendo proceduto al necessario bilanciamento tra i due interessi prima ricordati, in relazione alle specifiche particolarità del procedimento esecutivo (sentenza n. 444 del 2002). 5.