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Disposizioni in materia di tassazione sugli strumenti finanziari e delega al Governo per la revisione delle relative aliquote fiscali. Onorevoli Senatori . – La crisi finanziaria, causata dalla bolla speculativa manifestatasi nell'anno 2007, ha avuto un impatto considerevole sull'economia reale e sulle amministrazioni pubbliche. Nonostante le riconosciute responsabilità imputabili alla speculazione, il costo della crisi, peraltro ancora in corso, è stato sostenuto principalmente dalle famiglie, dalle imprese e dai professionisti, in termini di maggiore tassazione, tagli alla spesa pubblica e sociale, minori opportunità di sviluppo e di benessere diffuso. Questo ha accentuato le diseguaglianze di ordine fiscale tra l'economia della produzione e la finanza, a tal punto che è convinzione, a livello internazionale ed europeo, della necessità di ridurre gli squilibri esistenti, soprattutto in considerazione della continua crescita, a discapito dell'economia reale, della ricchezza accumulata, in termini di volumi e di scambi finanziari, dalla speculazione. La più favorevole imposizione fiscale, oltre a favorire la formazione di bolle speculative, causa una perdita di capitali da parte della produzione a vantaggio della finanza, pari ogni anno a circa il 15 per cento del prodotto interno lordo (PIL). A differenza degli scambi commerciali, assoggettati all'imposta sul valore aggiunto, ad imposte sul reddito (ad aliquote progressive al crescere dell'imponibile) e a contribuzione sul lavoro per il mantenimento dello Stato sociale, le operazioni finanziarie sono soggette ad un'imposizione ridotta, prevalentemente sul capital gain, con una tassazione « piatta » al 12,5 per cento (prevalentemente per i titoli pubblici) o al 26 per cento (per gli altri strumenti finanziari). Già nel 1972, l'economista premio Nobel James Tobin, per frenare le alterazioni dei mercati finanziari e scoraggiare le speculazioni valutarie, sulla scia di quanto già teorizzato da John Maynard Keynes nella sua famosa « Teoria Generale » (1936), aveva proposto una tassazione sulle transazioni finanziarie, la cosiddetta Tobin Tax , al fine di mettere « qualche granello di sabbia negli ingranaggi » della finanza. In particolare, Tobin aveva ipotizzato un prelievo fiscale sugli scambi internazionali destinato a ridurre le fluttuazioni dei tassi di cambio, prelevando una piccola aliquota ad ogni scambio da una valuta ad un'altra, al fine di scoraggiare la formazione di bolle speculative e stabilizzare i mercati valutari. L'ipotesi di adozione di una versione estesa della Tobin Tax , applicata anche alle transazioni azionarie, obbligazionarie e di strumenti derivati, ha generato un ampio dibattito a livello internazionale che ha portato nel 2011 la Commissione europea a presentare un progetto per l'introduzione della Tobin Tax al fine di armonizzare le diverse forme di tassazione sulle transazioni finanziarie presenti in alcuni stati membri dell'Unione europea. Attualmente, il gruppo di Paesi membri partecipanti alla Tobin Tax comprende Austria, Belgio, Francia, Germania, Grecia, Italia, Portogallo, Slovacchia, Slovenia e Spagna. In linea di principio, la tassa si sarebbe dovuta applicare, a livello europeo, su ogni singola operazione finanziaria. In Italia, così come negli altri Paesi che l'hanno introdotta, è stata recepita, invece, contravvenendo ai suoi stessi princìpi istitutivi, tant'è che l'attuale formulazione non ha raggiunto i suoi obiettivi dichiarati di limitare la speculazione finanziaria e creare rilevante gettito per finanziare lo sviluppo economico. In particolare, nel nostro Paese tale imposizione è stata introdotta dal governo Monti con la legge di stabilità 2013 e l'introduzione dell'articolo 1, da commi 491 a 500, della legge 24 dicembre 2012, n. 228. Specificatamente, l'attuale normativa si applica limitatamente al solo trasferimento di proprietà di titoli azionari e di strumenti finanziari partecipativi emessi da società residenti dello Stato ed indipendentemente dalla residenza del soggetto emittente. In tal caso, si introduce un'imposta dello 0,2 per cento sul controvalore, valutato al costo, del « saldo netto delle transazioni » in rimanenza dello strumento finanziario, negoziato al termine della giornata. Tale meccanismo di calcolo, non considerando le singole transazioni, finisce per escludere dalla tassazione quelle operazioni aperte e chiuse nello stesso giorno ( trading interday ), con l'effetto distorsivo di stimolare la speculazione finanziaria, invece di rallentarla e contenerla. L'imposizione, infatti, agisce sul « saldo » delle operazioni rimaste aperte al termine della seduta di negoziazione ( overnight ). In questo modo, dal numero dei titoli acquistati si decurtano dall'imposizione il numero dei titoli venduti, con conseguente diminuzione dell'imponibile su cui applicare la tassazione. La tassa, quindi, finisce per essere piatta, applicata ad un numero esiguo di titoli transatti e ad un imponibile che si riduce all'aumento dei titoli venduti. Così facendo, la tecnica di calcolo introdotta finisce per svilire le stesse finalità della norma. L'assenza, poi, di forme di tassazione sulle operazioni di vendita non favorisce e non incentiva certamente il mantenimento dei capitali nei mercati finanziari italiani, rendendoli così volatili. La tassazione interessa le persone private e non si applica agli investitori istituzionali, quali fondi comuni d'investimento, fondi pensioni, società d'investimento a capitale variabile (SICAV), fondi EFT ( Exchange Traded Fund ) e fondi simili. Restano esclusi da tassazione, inoltre, un'ampia categoria di altri strumenti finanziari, come le obbligazioni, i titoli pubblici, le operazioni infragruppo, le divise estere ( forex) , le valute virtuali, nonché le operazioni di emissione e annullamento titoli e azioni, la conversione di obbligazioni in azioni, oltre che le operazioni di acquisizione temporanea (quali, ad esempio, prestiti e pronti contro termine), le assegnazioni titoli a fronte di distribuzioni di utili, di riserve o per piani di stock option , oppure le attività di market making , i trasferimenti per successione e donazioni, e così via. La medesima disciplina limita, inoltre, l'imposizione fiscale alle operazioni su strumenti finanziari derivati che abbiano come sottostante prevalentemente titoli azionari e indici di azioni italiane ( futures, opzioni, warrants, covered warrants, certificates , contratti per differenza/CFD), prevedendo un'imposta in misura fissa, determinata con riferimento alla tipologia di strumento e al valore « nozionale » del contratto come precisamente stabilito dalla normativa, da applicare sia sulle operazioni di acquisto che di vendita, sia intraday che multiday, e colpisce tanto il compratore che il venditore. Infine, l'attuale norma disciplina anche la tassazione sulle operazioni finanziarie ad alta frequenza limitatamente alle azioni, agli strumenti finanziari partecipativi e ai derivati, purché generate in maniera automatica da un algoritmo informatico di invio, modifica e cancellazione di ordini che avvengono entro la soglia temporale di mezzo secondo. L'imposta si applica giornalmente con un'aliquota dello 0,02 per cento sul controvalore degli ordini annullati o modificati, limitatamente ad una soglia e purché questa non sia inferiore al 60 per cento degli ordini trasmessi.