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Doc 214-515-805-B Modifiche agli articoli 56, 57 e 59 della Costituzione in materia di riduzione del numero dei parlamentari (Approvato, in prima deliberazione, dal Senato, in un testo risultante dall'unificazione dei disegni di legge costituzionale d'iniziativa dei senatori Quagliariello; Calderoli e Perilli; Patuanelli e Romeo; approvato, senza modificazioni, in prima deliberazione, dalla Camera dei deputati) (Seconda deliberazione del Senato) (Votazione finale qualificata ai sensi dell'articolo 120, comma 3, del Regolamento) (Relazione orale) PRESIDENTE . L'ordine del giorno reca la discussione del disegno di legge costituzionale n. 214-515-805-B, già approvato, in prima deliberazione, dal Senato, in un testo risultante dall'unificazione dei disegni di legge costituzionale d'iniziativa dei senatori Quagliariello; Calderoli e Perilli; Patuanelli e Romeo; approvato, senza modificazioni, in prima deliberazione, dalla Camera dei deputati. Ricordo che, ai sensi dell'articolo 123 del Regolamento, in sede di seconda deliberazione, il disegno di legge costituzionale, dopo la discussione generale, sarà sottoposto solo alla votazione finale per l'approvazione nel suo complesso, previe dichiarazioni di voto. Avverto altresì che, ai sensi dell'articolo 138, primo comma, della Costituzione, in seconda deliberazione, il disegno di legge costituzionale sarà approvato se nella votazione finale otterrà il voto favorevole della maggioranza assoluta dei componenti del Senato. Il relatore, senatore Calderoli, ha chiesto l'autorizzazione a svolgere la relazione orale. Non facendosi osservazioni, la richiesta si intende accolta. Pertanto, ha facoltà di parlare il relatore. CALDEROLI, relatore . Signor Presidente, in fase di seconda lettura da parte del Senato non è consentita la relazione scritta, quindi dovrò svolgere la relazione orale, richiamandomi comunque a quanto ho detto in sede di replica e di dichiarazione di voto in prima lettura. Lo scorso 9 maggio la Camera dei deputati ha approvato in prima deliberazione il disegno di legge al nostro esame, che finalmente sta rendendo concreta la prospettiva di una consistente riduzione del numero dei parlamentari. Poiché non sono state apportate modifiche al lavoro, evidentemente valido, svolto in Senato, siamo ora in grado di arrivare in tempi rapidi alla seconda deliberazione, richiesta dall'articolo 138 della nostra Carta fondamentale. Si tratta di una deliberazione che, pur non lasciando spazio a qualsivoglia emendamento, richiede tuttavia una maggioranza netta per la sua validità. È un passaggio parlamentare di riflessione, prima ancora che di decisione: proprio per questo penso sia utile approfittarne, per riflettere sulle ragioni alla base di questa riforma, di cui vedremo ora i contenuti. Il disegno di legge reca modifiche agli articoli 56, 57 e 59 della Costituzione in materia di riduzione del numero dei parlamentari. La proposta prevede la riduzione del numero dei deputati da 630 a 400, dei quali otto eletti all'estero invece dei 12 previsti in passato; i senatori elettivi passeranno da 315 a 200, quattro dei quali eletti all'estero invece dei sei previsti in passato, e si fissa a cinque il numero massimo dei senatori a vita. Vorrei partire con un piccolo excursus storico. Innanzitutto dobbiamo essere consapevoli che non stiamo intervenendo su disposizioni scritte dai Padri costituenti, ma dai colleghi che ci hanno preceduto in questa e nell'altra Assemblea del Parlamento nella III legislatura. L'originaria formulazione degli articoli 56 e 57 prevedeva, infatti, un numero variabile di deputati e senatori in base alla popolazione: uno ogni 80.000 abitanti alla Camera e uno ogni 200.000 al Senato, e così è stato per i primi quindici anni. In seguito, visto che la popolazione cresceva e, con essa, il numero dei parlamentari, si decise di modificare il criterio introducendo il numero fisso di 630 deputati e 315 senatori. Nell'immediato vi fu un incremento: i deputati che votarono la riforma, nel 1963, erano 596, contro i 574 del 1948; in prospettiva, però, il risparmio è stato evidente, perché, senza questo intervento, sulla base del censimento del 2011, oggi avremmo ben 743 deputati (anche perché il calcolo va fatto sulla base della popolazione, ovvero dei residenti, quindi non solo dei cittadini italiani). In Senato, invece, le cose andrebbero un po' meglio, perché, applicando il sistema originario, oggi saremmo 297, oltre ovviamente ai senatori a vita; nel 1963, invece, erano solo 279: in qualche misura, quindi, stiamo tornando alle origini della nostra Repubblica, se non nelle norme, almeno nei numeri. Anche se volessimo ripercorrere l'esperienza statutaria, troveremmo una certa variabilità sia nella composizione della Camera elettiva - dato che lo Statuto non prevedeva il numero di deputati che, a un certo punto, si attestò intorno a 500 - sia soprattutto in quella della Camera alta, che, grazie alle «infornate» regie di senatori - i quali, come sappiamo, erano tutti a vita - passò gradualmente dai 58 membri del 1848 ai ben 520 del 1940. All'Assemblea costituente la questione fu ampiamente dibattuta e, proprio perché una cifra fissa non fu mai presa in considerazione, vi fu la seria preoccupazione che, al crescere della popolazione, il numero dei parlamentari potesse diventare eccessivo, con particolare riferimento a quello dei senatori. Si riteneva infatti che a un numero più ridotto dovesse corrispondere una maggiore qualità degli eletti: ricordo che Costantino Mortati aveva proposto un senatore ogni 250.000 abitanti, che oggi vorrebbe dire una cifra molto più vicina a 200 che a 315. La soluzione dei Costituenti ha avuto vita breve, così come la riforma del 1963, se non nella realtà giuridica, di sicuro nel dibattito politico: Commissione Bozzi, Commissione D'Alema, riforma della XVI legislatura, bozza Violante, riforma della XVII legislatura; in tutti questi testi, e non sono i soli, si prevedeva una riduzione del numero dei parlamentari. Dobbiamo ricordare infatti che, dal momento che in Italia entrambe le Camere sono elette direttamente, nessun altro grande Paese democratico ha una proporzione tra popolazione e parlamentari come la nostra. Detto in parole povere, l'Italia è il Paese con il più alto numero di parlamentari direttamente eletti dal popolo (945): seguono la Germania, con circa 700; la Gran Bretagna, con 650; e la Francia, con poco meno di 600. Pertanto, 400 deputati e 200 senatori, ovvero 600 parlamentari totali, è una soluzione ragionevole, che ci allinea alle democrazie occidentali. Anche se non raggiungeremo il rapporto degli Stati Uniti, ci porremo però al livello del Regno Unito o della Francia, che, con una popolazione simile alla nostra, hanno una sola Camera eletta a suffragio universale e diretto, rispettivamente con poco più e poco meno di 600 membri. Soprattutto, avremo istituzioni parlamentari che, senza intaccare il principio di una rappresentatività ampia, saranno ipso facto più funzionali.