[pronunce]

- All'udienza pubblica la difesa della Camera, in via preliminare, ha eccepito l'inammissibilità del conflitto per difetto dei presupposti, sostenendo, tra l'altro, che l'atto introduttivo mancherebbe della esposizione dei motivi del conflitto, i quali sarebbero stati affermati in modo apodittico e senza alcun riferimento alla fattispecie concreta. Nel merito ha insistito per l'accoglimento delle conclusioni rassegnate nelle difese scritte.1. - Il conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato, sollevato con l'atto indicato in epigrafe, ha ad oggetto la deliberazione adottata nella seduta del 23 marzo 1999, con la quale la Camera dei deputati ha dichiarato che i fatti per i quali era in corso, innanzi alla Corte d'appello di Roma - IV sezione penale - il giudizio per diffamazione aggravata nei confronti del deputato Vittorio Sgarbi concernono opinioni espresse nell'esercizio delle funzioni parlamentari e quindi insindacabili, ai sensi dell'art. 68, primo comma, della Costituzione. La Corte d'appello di Roma - IV sezione penale - contesta la predetta deliberazione della Camera dei deputati, in quanto, a suo avviso, non sussisterebbe alcun nesso tra le funzioni parlamentari e le opinioni espresse dal deputato Sgarbi, che possa determinare la loro insindacabilità in base al primo comma dell'art. 68 della Costituzione, cosicché deduce che l'adozione della delibera in oggetto "comporta il dover sollevare il controllo sulla sua legittimità" da parte della Corte costituzionale. 2. - Va premesso che questa Corte con l'ordinanza n. 315 del 2000 ha ritenuto, in linea di prima e sommaria delibazione, ammissibile il conflitto, riservando peraltro espressamente ogni definitiva decisione sul punto all'attuale fase processuale, nella quale il giudizio si svolge nel contraddittorio tra le parti. In questa sede va quindi sciolta definitivamente, e con cognizione piena, la riserva formulata in ordine alle questioni di ammissibilità del proposto conflitto. 3. - Il conflitto è inammissibile. All'udienza pubblica la difesa della Camera dei deputati ha formalmente eccepito, in via preliminare, l'inammissibilità del conflitto, sostenendo, tra l'altro, che l'atto introduttivo sarebbe carente di motivazione, mancando la puntuale esposizione dei motivi del conflitto, i quali sarebbero stati affermati in modo apodittico, senza un preciso riferimento alla fattispecie concreta, cosicché difetterebbero i presupposti per ritenere ritualmente introdotto il giudizio. L'eccezione va accolta e non può pertanto essere confermato l'esito della delibazione effettuata nella fase sommaria con la citata ordinanza n. 315 del 2000, poiché l'atto con il quale è stato sollevato il conflitto è carente dei requisiti stabiliti dagli artt. 37 e 38 della legge 11 marzo 1953, n. 87 e dall'art. 26 delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale. Va premesso che secondo la giurisprudenza costituzionale, ai fini dell'ammissibilità del conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato, è assolutamente rilevante che dall'atto introduttivo, indipendentemente dalla forma dell'ordinanza eventualmente rivestita, sia in ogni caso individuabile un duplice contenuto in relazione alla duplice funzione cui esso è diretto: per una parte, provvedendo in ordine al processo in corso; per l'altra, e contestualmente, denunciando l'insorto conflitto e chiedendone la risoluzione (cfr. ordinanze nn. 228 e 229 del 1975). Ed infatti nel conflitto di attribuzione - a differenza che in sede di questione di legittimità costituzionale sollevata in via incidentale - occorre che il giudice, quale titolare della funzione giurisdizionale, si faccia promotore del giudizio come parte ricorrente, in vista della tutela di un interesse astrattamente fornito di protezione costituzionale; a questo fine l'atto introduttivo deve assumere i contenuti e le forme del giudizio costituzionale sui conflitti e seguirne le regole (sentenza n. 10 del 2000). Occorre pertanto che tale atto contenga un preciso riferimento agli elementi indispensabili per l'identificazione delle "ragioni del conflitto" e inoltre non sia privo di una domanda chiaramente individuabile (cfr. ordinanza n. 264 del 2000) , anche se implicitamente desumibile dal contesto dell'atto (sentenza n. 137 del 2001), consistente nella sostanziale richiesta di una pronuncia della Corte che dichiari non spettare alla Camera di appartenenza la valutazione contenuta nella deliberazione impugnata e che annulli quest'ultima (cfr. sentenza n. 10 del 2000). L'ordinanza della Corte d'appello di Roma in esame non si conforma invece a queste regole, dal momento che difetta, innanzi tutto, la richiesta alla Corte di una declaratoria di non spettanza alla Camera dei deputati del potere in contestazione e di conseguente annullamento della deliberazione impugnata. Né può ritenersi sufficiente, a tal fine, rilevare, come si legge nell'ordinanza in esame, che il dissenso in ordine alla delibera parlamentare "comporta il dover sollevare il controllo sulla sua legittimità da parte della Corte costituzionale, attraversoil conflitto di attribuzione tra i poteri dello Stato", poiché è invece consolidato orientamento di questa Corte che la giurisdizione sui conflitti, essendo determinata in relazione alle competenze la cui integrità viene difesa dai soggetti confliggenti (sentenza n. 457 del 1999), non dà adito ad un generale controllo di legittimità dell'atto invasivo, ma consente la sola disamina delle censure che configurano una diretta lesione di tali attribuzioni. D'altra parte, la richiesta del controllo sulla legittimità della delibera è l'unica forma di petitum indirettamente ricavabile nell'atto in questione, giacché il dispositivo si limita a stabilire che la Corte d'appello di Roma "sospende" il giudizio in corso ed "ordina" l'immediata trasmissione degli atti alla Corte costituzionale, "sollevando conflitto di attribuzione tra i poteri dello Stato". Si può quindi dire che, sotto questo aspetto, l'atto in esame si conforma, in modo inammissibile, allo schema del giudizio di legittimità in via incidentale, anziché a quello del giudizio per risoluzione dei conflitti di attribuzione, giacché sono individuabili solo i profili propri dell'ordinanza e sono invece del tutto carenti quelli propri del ricorso. Appare poi lacunosa l'indicazione delle "ragioni del conflitto", in quanto esse vengono enunciate in modo generico ed astratto, prevalentemente attraverso citazioni della giurisprudenza, senza essere puntualmente riferite al caso concreto. Valga in proposito la considerazione che l'ordinanza afferma la pretesa inesistenza, nella specie, del nesso funzionale tra opinioni espresse ed attività parlamentare, sulla base della sola constatazione che le frasi incriminate sono state pronunciate nel corso di un dibattito politico in un pubblico locale. Ma non indica alcuna ragione di diritto o di fatto perché, ad avviso del ricorrente, non sarebbe, nelle frasi considerate, individuabile un intento divulgativo di precedente attività ispettiva parlamentare e non sarebbe stato quindi correttamente usato "il potere di autotutela spettante alla Camera di appartenenza".