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La previsione espressa degli indici fattuali di valutazione -- quali la tenuità della offesa al bene giuridico e l'occasionalità della condotta -- mira a disciplinare razionalmente l'istituto in questione, peraltro già utilizzato con una certa ampiezza nella prassi giudiziaria in sede di archiviazione al di fuori di qualunque regolamentazione (salvo i casi previsti nelle disposizioni sul processo penale a carico di imputati minorenni, di cui al decreto del Presidente della Repubblica n. 448 del 1988, e nel decreto legislativo n. 274 del 2000). Principio di colpevolezza Uno degli elementi qualificanti del presente disegno di legge delega è costituito dall'attuazione del principio di colpevolezza in senso normativo, che la giurisprudenza della Corte costituzionale, fin dalla citata sentenza n. 364 del 1988, ha ricondotto all'articolo 27, primo comma, della Costituzione. La commissione Pisapia -- in piena consonanza con l'opinione, ormai unanime in dottrina, per la quale il principio di colpevolezza costituisce uno dei princìpi fondanti del diritto penale -- ha ritenuto che la «colpevolezza» non potesse non assumere, nel nuovo sistema penale, un ruolo garantistico fondamentale, in quanto esclude la possibilità che possa essere perseguita una condotta senza prendere in considerazione la situazione soggettiva in cui si sia trovato l'autore del fatto. Il principio di colpevolezza esige innanzitutto l'esclusione della punibilità di chi non abbia violato alcun precetto normativo e di chi non sia stato nella condizione di potervi ottemperare. Del pari esclude che possano rilevare, ai fini del giudizio di responsabilità penale, elementi della personalità o dell'ambiente di vita che non abbiano attinenza al fatto commesso (e che dunque non concorrano a delineare la cosiddetta «colpevolezza del fatto»). Sul punto è stata del resto tassativa la Corte costituzionale allorché ha precisato che «dal collegamento tra il primo e il terzo comma dell'articolo 27 della Costituzione» emerge, «insieme con la necessaria rimproverabilità soggettiva della violazione normativa, l'illegittimità costituzionale della punizione di fatti che non risultino essere espressione di consapevole, rimproverabile contrasto con i valori della convivenza, espressi dalla norma penale». Efficacia della legge penale nel tempo Dopo aver stabilito la irretroattività delle norme incriminatrici e la retroattività della legge penale più favorevole, il progetto prevede una articolazione delle diverse ipotesi di abolizione di incriminazioni precedenti (nessuno può essere punito per un fatto non più previsto dalla legge come reato; in caso di condanna irrevocabile, ne debbono cessare l'esecuzione e gli effetti penali). In caso di modifica di leggi si deve applicare quella in concreto più favorevole, sempre che la sentenza di condanna non sia già passata in giudicato: in tal caso, se la legge successiva prevede una pena di durata minore o di specie meno afflittiva, la pena deve essere rideterminata (articolo 6, lettera c) ). In relazione ai casi di modificazioni «mediate» della norma incriminatrice, si è ritenuto che ricorra successione normativa nelle ipotesi di abrogazione di una norma richiamata dalla legge penale. Ciò, in considerazione sia del rapporto di integrazione tra norme incriminatrici e norme richiamate, per cui il precetto penale risulta dalla combinazione delle distinte fonti, sia del principio di eguaglianza che impone parità di trattamento giuridico-penale per lo stesso fatto. Si è così stabilito che la normativa sulla successione delle leggi nel tempo si applichi anche quando siano modificate o abrogate leggi diverse da quelle penali integratrici del precetto, nonché in caso di declaratoria di illegittimità costituzionale. È apparso opportuno specificare che le leggi eccezionali e quelle temporanee debbano essere sottratte alla disciplina della successione delle leggi penali nel tempo. Per quanto concerne la mancata conversione di decreti-legge contenenti disposizioni penali, si è ritenuto di non inserire specifiche indicazioni sia per la contrarietà di carattere generale rispetto ad interventi in campo penale mediante decreto-legge -- su cui sussistono anche fondati dubbi di legittimità se solo si considera la previsione del secondo comma dell'articolo 25 della Costituzione, che sancisce un principio regolatore delle fonti di produzione normativa in materia penale prevedendo una riserva assoluta di legge -- sia in quanto è ormai unanime l'orientamento della giurisprudenza costituzionale e della dottrina, nel senso di ritenere che i principi della successione delle leggi penali si applichino anche in caso di mancata conversione del decreto-legge, o di conversione con emendamenti (cfr. sentenza della Corte costituzionale n. 51 del 22 febbraio 1985). Efficacia della legge penale nello spazio In relazione all'attuale disciplina della legge penale nello spazio, oltre ad aggiustamenti di ordine terminologico, si sono ritenuti necessari alcuni interventi modificativi in relazione alle seguenti problematiche. In primo luogo, quella derivante dall'articolo 4, numero 7), lettere a) e b) , della decisione quadro 2002/584/GAI del Consiglio, del 13 giugno 2002, recepita dall'articolo 18, comma 1, lettera p) , della legge 22 aprile 2005, n. 69, secondo la quale la Corte d'appello rifiuta la consegna della persona nei confronti della quale è stato emesso un mandato d'arresto europeo se quest’ultimo «riguarda reati che dalla legge italiana sono considerati reati commessi in tutto o in parte nel suo territorio, o in luogo assimilato al suo territorio; ovvero reati che sono stati commessi al di fuori del territorio dello Stato membro di emissione, se la legge italiana non consente l'azione penale per gli stessi reati commessi al di fuori del suo territorio». Tale previsione ha imposto la ricerca di un punto di equilibrio tra l'esigenza di dare attuazione al principio di territorialità e quella di estendere l'applicabilità della legge penale italiana anche ai reati commessi al di fuori del proprio territorio relativi a fatti di «criminalità di Stato», a interessi primari e a fenomeni criminali tipicamente transnazionali. L'attuale disciplina (cosiddetto «principio di ubiquità») non è stata condivisa -- soprattutto in relazione ai casi di concorso di persone nel reato -- nella parte in cui fa riferimento, nell'articolo 6 del codice vigente, al luogo in cui è avvenuta «parte» dell'azione. Si è ritenuto quindi di specificare che il reato si debba considerare commesso in Italia quando l'azione o l'omissione che lo costituisce è in tutto, o in parte rilevante, posta in essere nel territorio dello Stato ovvero nel territorio dello Stato ove si è verificato l'evento (articolo 7, lettera d) ). In secondo luogo, si è poi affrontato il delicato tema della «doppia incriminazione». Nell'attuale disciplina è controverso se, per la procedibilità dei delitti comuni commessi all'estero, occorra, nonostante il silenzio del legislatore, che il fatto sia preveduto come reato anche dalla legge dello Stato in cui il fatto è avvenuto. Per evitare dubbi o incertezze interpretative si è inserito esplicitamente il principio della doppia incriminazione, anche quale tutela, sia pure di riflesso, del principio di legalità: