[pronunce]

che al medesimo esito processuale dovrebbe, comunque, pervenirsi anche nell'ipotesi in cui si ritenga che il giudice a quo abbia inteso «unicamente denunciare la disparità di trattamento che, a fronte di una medesima violazione, si determina in punto di sanzioni applicabili in ragione dello strumento di tutela prescelto», e cioè il ricorso amministrativo piuttosto che quello giurisdizionale; che è, infatti, orientamento consolidato della giurisprudenza costituzionale – prosegue ancora la difesa dello Stato – quello che vuole rimessa alla discrezionalità del legislatore tanto la scelta, che la quantificazione delle sanzioni, tale discrezionalità essendo censurabile «soltanto ove il suo esercizio ne rappresenti un uso distorto o arbitrario, così da confliggere in modo manifesto con il canone della ragionevolezza»; che detta evenienza – conclude la difesa statale – deve, però, escludersi nel caso di specie, in considerazione delle differenze esistenti tra i due procedimenti (quello innanzi al prefetto e quello giurisdizionale), non solo perché il primo si pone in termini di alternatività rispetto al secondo, ma anche perché esso si caratterizza in ragione della previsione (comma 1-bis dell'art. 204 del codice della strada) di un'ipotesi di «silenzio-accoglimento», allorché, «decorso il termine di 150 giorni dalla sua presentazione», non intervenga «l'ordinanza ingiunzione»; che, dunque, «la previsione di un trattamento sanzionatorio più lieve in caso di rigetto del ricorso giurisdizionale» avrebbe lo scopo di controbilanciare «l'introduzione del silenzio-accoglimento del ricorso che venga proposto innanzi al Prefetto». Considerato che il Giudice di pace di Milano ha sollevato – in riferimento all'articolo 3 della Costituzione – questione di legittimità costituzionale dell'articolo 204-bis, comma 7, del decreto legislativo 30 aprile 1992, n. 285 (Nuovo codice della strada), introdotto dall'art. 4, comma 1-septies, del decreto-legge 27 giugno 2003, n. 151 (Modifiche ed integrazioni al codice della strada), convertito, con modificazioni, dall'art. 1, comma 1, della legge 1° agosto 2003, n. 214; che, in sostanza, il remittente reputa irragionevole che soltanto per il ricorso proposto innanzi all'autorità prefettizia, finalizzato all'annullamento del verbale di contestazione di infrazione stradale, e non pure per quello, di contenuto analogo, esperibile innanzi al giudice di pace, sia previsto, in caso di rigetto, che la sanzione pecuniaria minima irrogabile non possa essere inferiore al doppio del minimo edittale; che, tuttavia, come osservato da questa Corte in più occasioni, anche nel vagliare la legittimità costituzionale della norma oggi censurata (sebbene in una prospettiva opposta a quella indicata dall'odierno remittente, giacché in quel caso l'art. 204-bis, comma 7, del codice della strada veniva contestato nella parte in cui non consente al giudice di pace, che rigetti il ricorso, di determinare l'entità della sanzione pecuniaria in una misura addirittura inferiore al minimo edittale) – «l'individuazione delle condotte punibili e la scelta e la quantificazione delle relative sanzioni rientrano nella discrezionalità del legislatore», potendo tale discrezionalità «essere oggetto di censura, in sede di scrutinio di costituzionalità, soltanto nei casi di “uso distorto o arbitrario”, così da confliggere in modo manifesto con il canone della ragionevolezza» (ordinanza n. 292 del 2006); che l'evenienza da ultimo descritta, tuttavia, non ricorre nel caso in esame; che la scelta compiuta dal legislatore – consistita nel diversificare la disciplina dei due ricorsi – non si presenta manifestamente irragionevole, innanzitutto se riguardata in relazione alle peculiarità che presenta quello proposto all'autorità prefettizia; che in tale prospettiva rileva, in primo luogo, la circostanza – evidenziata dall'Avvocatura generale dello Stato – che l'irrogazione, in caso di rigetto del ricorso amministrativo, della sanzione pecuniaria in una misura non inferiore al doppio del minimo edittale vale a controbilanciare la previsione di un'ipotesi di silenzio-accoglimento qualora risulti inutilmente decorso il termine di 150 giorni dalla proposizione del ricorso senza che in relazione ad esso sia intervenuta alcuna decisione (comma 1-bis dell'art. 204 del codice della strada); che, in secondo luogo, dirimente è la constatazione – più volte espressa dalla giurisprudenza costituzionale – che la misura dell'intervento sanzionatorio, in caso di rigetto del ricorso al prefetto, è stata «modulata dal legislatore in modo da perseguire finalità deflattive del contenzioso amministrativo» (così, da ultimo, l'ordinanza n. 63 del 2000, ma nello stesso senso già la sentenza n. 366 del 1994 e le ordinanze n. 306 del 1998, n. 324 del 1997, n. 268 del 1996); che tali finalità, oltretutto, sono tanto più giustificate se si tiene conto del fatto che, nel caso di specie, il ricorso amministrativo avverso il verbale di contestazione dell'infrazione costituisce una peculiarità della disciplina dettata in materia di circolazione stradale, in deroga al «regime generale», previsto dalla legge 24 novembre 1981, n. 689 (Modifiche al sistema penale), «valevole per tutte le infrazioni assoggettate alla sola sanzione amministrativa» (sentenza n. 255 del 1994); che, inoltre, la scelta legislativa di differenziare il ricorso amministrativo da quello giurisdizionale deve essere considerata non manifestamente irragionevole, anche se riguardata dal punto di vista di quest'ultimo; che rileva, infatti, in tale prospettiva, quanto questa Corte ha affermato nel vagliare la legittimità costituzionale dell'art. 202 del codice della strada, sotto il profilo del contrasto con l'art. 24 Cost.; che, difatti, essendo stato allora ipotizzato che la possibilità di avvalersi del pagamento in misura ridotta integrasse un “condizionamento” alla possibilità di adire le vie giudiziali, la Corte ebbe ad osservare come «la scelta tra pagare in misura ridotta (e cioè la somma pari al minimo edittale della sanzione pecuniaria prevista per l'infrazione) ed impugnare invece il verbale, costituisca il risultato di una libera determinazione dell'interessato, il quale non subisce condizionamenti di sorta, considerato che, qualora opti per l'esercizio del diritto di azione, non per questo è destinato, necessariamente, a subire un aggravamento della sanzione pecuniaria» (sentenza n. 468 del 2005); che, su tali basi, si è affermato che, in caso di rigetto dell'opposizione, «non è preclusa al Giudice di pace, “nella sua discrezionalità ed ove ne ricorrano le condizioni”, la possibilità di determinare l'entità della sanzione pecuniaria (…) nel minimo previsto, cioè nella misura corrispondente a quella “ridotta” di cui all'art. 202 del nuovo codice della strada» (così, nuovamente, la sentenza n. 468 del 2005);