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Sospensione condizionale della pena I casi di estinzione della pena previsti dal progetto sono: la morte del condannato, l'indulto, la grazia, la sospensione condizionale della pena non revocata, la sospensione condizionata di pena residua, la prescrizione della pena. Per quanto concerne l'indulto (articolo 46), si è inteso risolvere, disciplinandole espressamente, alcune questioni sorte in mancanza di indicazioni legislative. Si è così precisato che, in caso di concorso di reati, l'indulto si applichi sulla pena cumulata ai sensi delle disposizioni sul concorso di reati e, in caso di continuazione e in presenza di reati ostativi all'indulto, si applichi alla pena inflitta per i reati non ostativi. Nel dibattito sulla sospensione condizionale della pena, la commissione Pisapia è partita dalla constatazione che tale istituto ha, e può avere, carattere polifunzionale a seconda di come è prospettato e regolamentato. In particolare, può avere una incisiva finalità di deterrenza e di «intimidazione speciale», attraverso l'istituto della revoca; può essere un autonomo strumento alternativo alla pena, anche per evitare l'ingresso in carcere per quei soggetti non responsabili di gravi reati e per i quali vi è una prognosi favorevole; infine, può essere un utile ed efficace strumento sia riparatorio-risarcitorio che rieducativo, se, ad esempio, subordinato alla «messa alla prova» e/o a prescrizioni specifiche. Non vi è dubbio però, come è stato autorevolmente evidenziato, che «oggi la sospensione condizionale si trova al centro di una colossale contraddizione. Con i suoi tassi di applicazione che si attestano alla metà delle condanne inflitte, essa contribuisce ad assicurare la sopravvivenza del sistema complessivo (...) ma per contro, tutti sono d'accordo nell'attribuire alla sospensione e alla prassi giudiziaria della sua concessione indiscriminata, la maggiore responsabilità delle ineffettività del sistema penale» (F. Palazzo, Certezza o flessibilità della pena. Verso la riforma della sospensione condizionale). Si ritiene conseguentemente di dover recepire molti dei rilievi e delle critiche che si sono abbattute su tale istituto, soprattutto in considerazione della sua applicazione pratica e della profonda modifica del sistema sanzionatorio prevista dal progetto. La sospensione condizionale della pena, infatti, era stata prevista dal legislatore del 1930 soprattutto per temperare l'assoluta centralità della pena detentiva e per evitare l'ingresso in carcere nei casi in cui vi fosse stata una prognosi favorevole rispetto al futuro comportamento del condannato. La previsione di sanzioni diverse da quella carceraria e da quella pecuniaria, e una lettura costituzionalmente orientata della pena, hanno reso necessaria una preliminare verifica del ruolo da attribuire alla sospensione condizionale della pena nel rinnovato codice penale: se debba restare un istituto ancorato alla «non necessità» dell'espiazione della pena, ovvero se allo stesso si intenda attribuire un ruolo effettivo e centrale nel processo di reinserimento sociale del condannato. La commissione Pisapia, dopo aver approfondito l'articolata disciplina dell'istituto prevista dai precedenti progetti di riforma, l’ha in gran parte condivisa, pur arricchendola con modifiche mutuate da altri ordinamenti europei, che hanno dato risultati unanimemente ritenuti positivi. Le soluzioni possibili, tecnicamente, erano due: prevedere due diversi istituti, sul modello francese (sospensione condizionale «semplice» e con messa alla prova), ovvero prevedere un unico istituto, polifunzionale, in cui la sospensione possa o debba, a seconda dei casi, accompagnarsi alla messa alla prova. La commissione Pisapia ha optato per la seconda soluzione, prevedendo che la sospensione condizionale, oltre a poter essere mantenuta in forma «semplice» (ma pur sempre subordinata, se oggettivamente e soggettivamente possibile, ad obblighi risarcitori o riparatori), possa prevedere anche l'affidamento al servizio sociale (ovvero una messa alla prova), che diventa obbligatorio in caso di seconda concessione e dovrebbe costituire il fulcro della risocializzazione del condannato. L'istituto così ridisegnato, e soprattutto le modifiche del sistema sanzionatorio, non potranno non determinare una rivisitazione (in positivo) dell'attuale ordinamento penitenziario anche, ma non solo, al fine di evitare una duplicazione di istituti sostanzialmente simili che, nella prassi, ha fatto parlare di un sistema esecutivo surrettiziamente clemenziale. L'impostazione seguita stabilisce, sul modello di alcuni Paesi europei (Spagna e Norvegia, ad esempio), che il giudice, nel mettere alla prova il condannato, possa impartire prescrizioni comportamentali finalizzate al reinserimento sociale. Le prescrizioni verrebbero sostanzialmente ad assumere -- a differenza delle attuali sanzioni sostitutive delle pene detentive brevi, concesse senza alcun tipo di prescrizione -- una valenza «sostitutiva» della pena inflitta. L'affidamento al servizio sociale dovrà avere un contenuto in concreto modulato e individualizzato: a tal fine si è prevista la possibilità che il giudice, dopo la lettura del dispositivo che sancisce la colpevolezza dell'imputato, rinvii ad altra udienza, demandando ad enti appositi la redazione di una dettagliata relazione sulle condizioni di vita dello stesso, necessaria al fine di decidere se sospendere la pena e, in caso negativo, scegliere e commisurare la pena da applicare. Con tale previsione non si è inteso, anche in considerazione della impraticabilità concreta di un simile sistema, aprire la strada ad una indiscriminata «bifasicità» del processo, sul modello statunitense (cosiddetto bifurcated system , in cui al processo sulla colpevolezza -- trial -- segue il cosiddetto sentencing process , in cui l'attenzione si focalizza sulla «personalità» del condannato), ma semplicemente dare il tempo e la possibilità al giudice di calibrare le sue scelte al fine di consentire una valutazione sulla sanzione più adeguata al caso concreto e alla personalità dell'imputato. Nel corso dei lavori, la commissione Pisapia si è interrogata sull'opportunità o meno di ampliare notevolmente il potere discrezionale del giudice nella disciplina dell'istituto, essendosi persino dubitato della conformità al principio stesso di legalità della pena dell'attribuzione allo stesso di margini di discrezionalità troppo ampi. Si è tuttavia ritenuto che l'individualizzazione del trattamento non può che essere effettuata «in concreto» e che una accezione troppo «stretta» del principio di legalità finirebbe con l'irrigidire l'istituto, rendendolo inadeguato alla sua stessa funzione. La sospensione della pena potrà essere concessa in presenza di sentenze di condanna non superiori a due anni per le pene detentive. La Commissione, dopo aver deciso di non prevedere la sospensione condizionale per le pene pecuniarie e per quelle prescrittive, si è a lungo interrogata sulla scelta più efficace ed equa in relazione alle pene interdittive.