[pronunce]

Rileverebbe, piuttosto ed in senso contrario, l'attribuzione ai componenti dell'unione civile di un fascio di diritti e di doveri (art. 1, commi da 11 a 21, della legge n. 76 del 2016) «in larga parte conformati [...] secondo lo schema dell'unione matrimoniale». Il passaggio in giudicato della sentenza di rettificazione di attribuzione di sesso, «nel travolgere con un rigido automatismo l'unione civile, senza alcuna possibilità per i contraenti di manifestare la volontà di proseguire il rapporto, in ipotesi con le sembianze di altra forma riconosciuta dall'ordinamento, provoca dunque una menomazione irreversibile ed irragionevole, non bilanciata comparativamente dalla salvaguardia di interessi contrapposti di pari rango», dei diritti e doveri scaturenti dalla costituzione dell'unione. 4.3.- Il rimettente richiama altresì la sentenza di questa Corte n. 170 del 2014, che, anteriormente alla entrata in vigore della legge sulle unioni civili e all'aggiunta del comma 4-bis all'art. 31 del d.lgs. n. 150 del 2011, aveva dichiarato l'illegittimità costituzionale degli artt. 2 e 4 della legge n. 164 del 1982 e, in via conseguenziale, dell'art. 31, comma 6, dello stesso d.lgs. n. 150 , nella speculare vicenda del cosiddetto divorzio imposto, per la mancata previsione che, su concorde richiesta dei coniugi, allo scioglimento del matrimonio che si accompagna al pronunciato cambio di sesso di uno di essi, consegua, in continuità, il mantenimento di un rapporto di coppia giuridicamente regolato con altra forma di convivenza registrata che tuteli adeguatamente i diritti e gli obblighi della coppia, con le modalità da statuirsi dal legislatore. La ricordata pronuncia - rileva il giudice a quo - ha riconosciuto centralità all'ingiustificato sacrificio dell'interesse della coppia a conservare una qualche forma di continuità con la dimensione relazionale precedente alla rettificazione del sesso di uno dei coniugi, a fronte della esclusiva salvaguardia dell'interesse statuale alla intangibilità della matrice eterosessuale dell'istituto matrimoniale. Il ragionamento è stato poi ulteriormente sviluppato - prosegue l'ordinanza di rimessione - nella sentenza della Corte di cassazione, sezione prima civile, 21 aprile 2015, n. 8097, che ha ritenuto costituzionalmente non tollerabile la caducazione automatica del matrimonio, poiché la interruzione del rapporto che essa determina instaura una soluzione di massima indeterminatezza nel rapporto affettivo già costituito, dovendosi pertanto conservare in capo ai coniugi, pur a seguito della rettificazione di attribuzione di sesso di uno di essi, il riconoscimento dei diritti e dei doveri conseguenti al matrimonio sino all'intervento del legislatore, necessario per consentire alla coppia di mantenere in vita il rapporto con altra forma di convivenza registrata che ne tuteli adeguatamente diritti ed obblighi. 4.4.- Nella erroneità dell'opzione ermeneutica, fatta propria da taluni giudici di merito (si cita il provvedimento del Tribunale ordinario di Brescia, 17 ottobre 2019, n. 11990), che, in via analogica, ai sensi dell'art. 12, secondo comma, delle preleggi, nella presupposta sussistenza di un vuoto normativo, hanno esteso ai componenti dell'unione civile il regime già previsto per la coppia unita in matrimonio, il rimettente deduce, a fronte del silenzio serbato dal legislatore, l'impossibilità di una interpretazione correttiva della norma indubbiata. 5.- Nel giudizio innanzi a questa Corte è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dell'Avvocatura generale dello Stato. 5.1.- La difesa erariale ha eccepito l'inammissibilità delle questioni di legittimità costituzionale per difetto di rilevanza, non avendo il rimettente effettuato alcuna indagine sulla sussistenza delle condizioni richieste perché l'attore potesse essere autorizzato ad acquisire una nuova identità di genere. Il giudice a quo si sarebbe limitato ad affermare che tanto sarebbe stato possibile "in astratto" là dove, invece, egli avrebbe dovuto fare applicazione della norma elevata a sospetto - relativa alla conversione dell'unione civile in matrimonio nel corso del giudizio di rettifica anagrafica del sesso di uno dei componenti - "in concreto" e, quindi, all'esito della accertata nuova identità del richiedente, nella natura di imprescindibile antecedente logico e giuridico assolto dalla domanda di rettificazione rispetto all'applicazione della norma indubbiata, fermo il rapporto di pregiudizialità necessaria esistente tra giudizio principale e giudizio costituzionale (si menziona la sentenza di questa Corte n. 91 del 2013). 5.2.- L'Avvocatura generale eccepisce l'inammissibilità delle questioni per difetto di rilevanza anche sotto un altro profilo. In seguito alla mancata partecipazione al giudizio, sia pure come interveniente, dell'altro componente dell'unione, ed in difetto della manifestazione della sua volontà di convertire l'unione civile in matrimonio, la disciplina vigente - anche ove si fosse ritenuto che l'art. 31, comma 3, del d.lgs. n. 150 del 2011 dovesse interpretarsi nel senso che non preveda la notifica all'altro contraente dell'unione civile - non avrebbe impedito né che la notifica venisse comunque effettuata, anche ai fini di una mera denuntiatio litis, né che l'altra parte potesse comunque intervenire volontariamente nel processo, anche solo ad adiuvandum, per esprimere la volontà che il vincolo venisse mantenuto senza soluzione di continuità. In senso contrario, per le norme generali del codice di rito, non sarebbe valsa infatti l'affermazione del rimettente secondo cui l'art. 31 del d.lgs. n. 150 del 2011 avrebbe inibito ai contraenti dell'unione civile di manifestare la volontà di unirsi in matrimonio: il fatto che un determinato soggetto non sia indicato tra i litisconsorti necessari non impedisce allo stesso di essere convenuto in giudizio o di intervenire nel processo, e il giudice a quo avrebbe dovuto motivare, in concreto, in ordine alla incidenza dell'art. 1, comma 26, della legge n. 76 del 2016 sul procedimento al suo esame. 5.3.- Nel merito le questioni non sarebbero, comunque, fondate. 5.3.1.- Quanto alle prime due, osserva la difesa erariale che non sarebbero applicabili in via automatica all'ipotesi inversa le valutazioni espresse da questa Corte con la sentenza n. 170 del 2014 sulla coppia già unita in matrimonio ed «attraversata» dalla vicenda di rettificazione di sesso. Nella fattispecie all'esame del rimettente, allo scioglimento dell'unione civile sarebbe potuta, infatti, seguire la distinta celebrazione del matrimonio, mentre nel diverso caso della coppia unita in matrimonio, e sciolta per sopravvenuta nuova identità sessuale dei suoi componenti, non vi era, all'epoca della indicata sentenza, alcun istituto che ne tutelasse le ragioni.