[pronunce]

Sarebbe pertanto esclusa la violazione dell'art. 3 Cost. Secondo l'intervenuto, inoltre, la norma censurata non si porrebbe in contrasto con il principio della capacità retributiva, in quanto la norma inciderebbe solo sul criterio di tassazione applicabile, che potrebbe in astratto condurre anche ad una riduzione dell'imposizione. Infine, ad avviso del Presidente del Consiglio dei ministri, sarebbe altresì da escludere una violazione dell'art. 104 Cost., alla luce delle effettive finalità della disposizione impugnata e per l'impossibilità di configurare la dedotta supremazia del potere esecutivo a fronte di un atto promanante dal Parlamento, che ha approvato la legge di conversione del decreto-legge.1.- La Commissione tributaria provinciale di Campobasso ha sollevato questione di legittimità costituzionale dell'art. 39, comma 5, del decreto-legge 6 luglio 2011, n. 98 (Disposizioni urgenti per la stabilizzazione finanziaria), convertito, con modificazioni, dall'art. 1, comma 1, della legge 15 luglio 2011, n. 111, in riferimento agli artt. 3, 53 e 104 della Costituzione. La norma censurata prevede che: «I compensi corrisposti ai membri delle commissioni tributarie entro il periodo di imposta successivo a quello di riferimento si intendono concorrere alla formazione del reddito imponibile ai sensi dell'articolo 11 del testo unico delle imposte sui redditi di cui al decreto del Presidente della Repubblica 22 dicembre 1986, n. 917». 1.1.- Il rimettente precisa che il giudizio a quo è stato proposto da un giudice della Commissione tributaria provinciale di Campobasso, il quale ha percepito nel dicembre del 2012 compensi arretrati di competenza dell'anno 2011 assoggettati a tassazione ordinaria (aliquota massima), in base all'art. 39, comma 5, del d.l. n. 98 del 2011, invece che a tassazione separata come in precedenza avrebbe previsto l'art. 17 (già art. 16), comma 1, lettera b), del decreto del Presidente della Repubblica 22 dicembre 1986, n. 917, recante «Approvazione del testo unico delle imposte sui redditi» (TUIR). Detta disposizione prevede che: «L'imposta si applica separatamente sui seguenti redditi: [...] b) emolumenti arretrati per prestazioni di lavoro dipendente riferibili ad anni precedenti, percepiti per effetto di leggi, di contratti collettivi, di sentenze o di atti amministrativi sopravvenuti o per altre cause non dipendenti dalla volontà delle parti, compresi i compensi e le indennità di cui al comma 1 dell'articolo 47 [ora art. 50]». L'art. 50, comma 1, lettera f), richiama «i compensi corrisposti ai membri delle commissioni tributarie». La regola generale prevista dall'art. 51 (già art. 48) del TUIR per il reddito di lavoro dipendente - cui è assimilato il compenso del giudice tributario, ai sensi dell'art. 50 (già art. 47), comma 1, lettera f), del medesimo testo unico - sarebbe quella del "principio di cassa", secondo cui le somme debbono essere assoggettate ad imposizione nel medesimo anno in cui sono corrisposte, con la sola eccezione rappresentata dalla cosiddetta "cassa allargata", per la quale è imputato al periodo d'imposta precedente il reddito percepito entro il 12 gennaio successivo. Peraltro, per detti redditi sarebbe previsto il regime particolare di cui all'art. 17 (già art. 16), comma 1, lettera b), del d.P.R. n. 917 del 1986. L'ordinanza di rimessione sottolinea come, fra tutti i redditi assimilati a quelli di lavoro dipendente indicati dall'art. 50 TUIR, solo per gli emolumenti arretrati riferibili all'anno precedente corrisposti ai giudici tributari l'art. 39, comma 5, del d.l. n. 98 del 2011 abbia introdotto la tassazione ordinaria - comportante l'applicazione della aliquota massima inerente ai redditi dell'anno di percezione - fino al compimento dell'intero periodo d'imposta successivo a quello di competenza. La nuova disciplina sarebbe discriminatoria nei confronti di una limitata categoria di soggetti passivi, quella dei giudici tributari, sottoponendoli ad un regime di tassazione contrario agli artt. 3 e 53 Cost. Da un lato, infatti, si tratterebbe di una deroga immotivata all'interno di una categoria di redditi per i quali l'art. 17 (già art. 16) del TUIR prevede l'applicazione dell'imposta separatamente dagli altri redditi dello stesso periodo; dall'altro, tale regime sarebbe scollegato dalla capacità contributiva di cui all'art. 53 Cost., tenendo conto che l'obbligazione tributaria si manifesterebbe in relazione all'esercizio in cui l'attività di questa tipologia di contribuenti produce ricchezza e non a quello in cui avviene la materiale erogazione del compenso. In pratica, la norma contestata amplierebbe, in modo assolutamente discriminatorio nell'ambito della categoria dei percettori di redditi assimilati a quelli di lavoro dipendente, il principio della cassa allargata da 12 giorni all'intero anno solare. Inoltre, secondo il giudice a quo, la norma censurata verrebbe a configurare un'anomala manifestazione di supremazia dell'esecutivo proprio nei confronti del potere giudiziario ed in particolare dei soggetti chiamati a giudicare sull'applicazione delle leggi tributarie e ad assicurare il rispetto delle garanzie previste dall'ordinamento per i contribuenti. 1.2.- La difesa dello Stato contesta, sotto il profilo della rilevanza, la mancata specificazione, nell'ordinanza di rimessione, del titolo e dell'importo della asserita maggiore tassazione. Nel merito, essa eccepisce che: a) il meccanismo ordinario di tassazione dei redditi delle persone fisiche sarebbe quello di cassa, per cui il regime derogatorio dello stesso non potrebbe essere utilizzato quale tertium comparationis; b) la norma impugnata non avrebbe lo scopo di aggravare la tassazione nei riguardi dei giudici tributari, ma solo quello di quantificare in modo preciso i ritardi fisiologici determinati dagli incombenti a carico dell'amministrazione per liquidare i compensi; c) la natura del reddito in questione sarebbe diversa dagli altri assimilati a quelli da lavoro dipendente e, in ragione di tale diversità, sarebbe stata dettata una particolare disciplina ispirata alla semplificazione; d) non vi sarebbe violazione del principio di capacità contributiva poiché la norma non avrebbe natura impositiva ed, in quanto tale, non influirebbe in modo diretto sull'imposizione che, nella concreta applicazione, ne potrebbe essere condizionata anche in senso favorevole al contribuente; e) non vi sarebbe violazione dell'art. 104 Cost., attesa la conversione del decreto-legge ad opera del Parlamento, cui sarebbe imputabile la disciplina in esso contenuta. 2.- Preliminarmente, deve essere dichiarata priva di fondamento l'eccezione d'inammissibilità sollevata dall'Avvocatura dello Stato in ordine alla pretesa mancata specificazione del titolo e dell'importo dell'asserita maggiore tassazione.