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In sede di audizioni è emersa, da parte di cultori della materia, la preoccupazione che ove la disciplina transitoria recata dal testo dovesse essere giudicata in contrasto con il principio di irretroattività della legge penale sancito dall'articolo 25, comma secondo, della Costituzione, e  per il tramite dell'articolo 117 della Costituzione - dall'articolo 7 CEDU, ciò potrebbe determinare il venir meno della sanzione penale sinora prevista dal Codice della privacy - abrogata dal decreto in esame per la gran parte dei casi in questione - e anche delle nuove sanzioni amministrative maggiormente afflittive per l'autore del fatto rispetto al regime che era applicabile al momento del fatto. Sul punto giova considerare che le diverse leggi di depenalizzazione intervenute sinora (tra cui legge n. 689 del 1981 e decreto legislativo n. 8 del 2016), hanno già previsto una simile disciplina transitoria, finalizzata a non lasciare spazi di impunità, la quale è pacificamente compatibile con l'ordinamento costituzionale e CEDU; - un profilo di tipo ordinamentale che potrebbe essere coordinato meglio - con effetti potenziali sulla certezza del diritto e sulla ragionevolezza del trattamento destinato alle corrispondenti situazioni soggettive - deriverebbe dal fatto che le sanzioni amministrative introdotte siano prive del minimo edittale. Il Codice per la protezione dei dati personali prevede attualmente un sistema di sanzioni che operavano da un minimo ad un massimo, così consentendo la definizione agevolata anticipata tipica del regime interno delle sanzioni amministrative. Nello schema di decreto in esame la cosiddetta oblazione amministrativa si applica invece - ai sensi dell'articolo 25, comma 5 - ai soli fatti passati e non alle sanzioni comminate successivamente all'entrata in vigore della nuova disciplina. L'articolo 166 novellato, al comma 8 esclude espressamente che si applichi l'articolo 16 della legge 689, limitandosi a prevedere (comma 9) che il trasgressore possa pagare la metà della sanzione irrogata dal Garante. Tuttavia non è stabilita l'entità cui commisurare con certezza la definizione agevolata; - riguardo all'articolo 110- bis , pur apprezzando l'intenzione del legislatore di inquadrare a livello sistematico le norme sul riutilizzo dei dati a fini di ricerca scientifica o a fini statistici introdotte dall'articolo 28 della legge europea n. 167 del 2017, tale disposizione, per la sua formulazione, solleva alcuni dubbi interpretativi. In primo luogo, riguardo alla nozione di "riutilizzo", che non viene definita dal decreto e che pare incompatibile con quella contenuta nella normativa vigente sul riutilizzo delle informazioni del settore pubblico. II riutilizzo a norma della predetta disciplina, richiamata peraltro anche nel considerando 154 del Regolamento, coincide infatti con l'utilizzo da parte di terzi, a fini commerciali o non commerciali, diversi da quelli iniziali per i quali le informazioni sono state prodotte, e riguarda soltanto i documenti contenenti dati pubblici (indipendentemente dal fatto che si tratti di dati personali o meno) nella disponibilità di pubbliche amministrazioni e di organismi di diritto pubblico. Sono quindi esclusi dal campo di applicazione del riutilizzo, così inteso, i dati personali che non godono di un generale regime di conoscibilità, ovvero quelli la cui conoscibilità è subordinata al rispetto di determinati limiti o modalità, in base alle leggi, ai regolamenti o alla normativa dell'Unione europea. Pertanto, se la nozione di riutilizzo andasse interpretata alla luce della predetta disciplina essa non potrebbe estendersi, in generale, ai dati sensibili e giudiziari e, in particolare, a quelli attinenti alla salute e alla vita sessuale, per il trattamento dei quali il Regolamento individua particolari condizioni e limiti (cfr. articoli 9 e 10). Tale interpretazione contrasterebbe inoltre con quanto affermato, al comma 3 del medesimo articolo 110- bis che, nell'escludere dal concetto di riutilizzo il trattamento a fini di ricerca effettuato dagli IRCSS con dati raccolti nell'ambito dell'attività clinica, fa riferimento a casi di utilizzo ulteriore di dati non da parte di terzi, bensì del medesimo titolare del trattamento. Se con tale nozione si vuole, invece, fare riferimento a trattamenti ulteriori, a fini di ricerca scientifica o a fini statistici, di dati personali inizialmente raccolti per altri scopi (ai sensi dell'articolo 6, paragrafo 4 del Regolamento), indipendentemente dal fatto che questo sia effettuato dal medesimo titolare o da titolari diversi (distinzione che peraltro non si rinviene nel nuovo quadro giuridico introdotto dal Regolamento), la disposizione contenuta nell'articolo 110- bis appare superflua, in quanto l'articolo 5, paragrafo 1, lettera b) , del Regolamento qualifica già le ulteriori finalità di ricerca scientifica e statistiche eventualmente perseguite come compatibili con quelle iniziali, purché l'ulteriore trattamento sia effettuato in conformità alle garanzie previste dall'articolo 89 del Regolamento. Inoltre, l'ulteriore trattamento a fini scientifici o statistici di dati raccolti per altri scopi è già consentita sulla base dei presupposti di liceità del trattamento individuati dagli articoli 6 e 9 del Regolamento (cfr. in particolare, articolo 6, paragrafo 1, lettera a , o f e articolo 9 paragrafo 2 lettera j) e secondo le modalità previste dall'articolo 89 dello stesso, dalla disciplina del Codice, così come emendata dallo schema di decreto in esame (cfr. articoli 104-110 e articolo 20, commi 3 e 4, che fa salve le regole deontologiche vigenti per i trattamenti a fini scientifici e statistici, ferma restando la verifica della loro compatibilità con il nuovo quadro giuridico europeo da parte del Garante), nonché dalle altre rilevanti disposizioni di settore (cfr. per l'accesso di soggetti terzi ai dati raccolti a fini statistici, articolo 5-ier del decreto legislativo n. 33 del 2013, nonché, più in generale, per i trattamenti a fini statistici, decreto legislativo n. 322 del 1989). Conseguentemente, il potere del Garante di autorizzare i trattamenti ulteriori non dovrebbe essere escluso per i dati genetici. Infine, la previsione di un'autorizzazione specifica da parte del Garante per ciascun trattamento ulteriore, a fini di ricerca scientifica o a fini statistici, di dati personali inizialmente raccolti per altri scopi, non accompagnata dalla possibilità di rilasciare altresì, ove possibile, provvedimenti autorizzativi di tipo generale, in relazione a determinate categorie di titolari e di trattamenti, rischia di irrigidire eccessivamente le attività poste in essere in questo settore; - la formulazione dell'articolo 154- ter del Codice, così come modificato dallo schema di decreto legislativo ("Potere di agire e rappresentanza in giudizio"), appare poco chiaro con riferimento al patrocinio obbligatorio dell'Avvocatura dello Stato e al patrocinio facoltativo. Inoltre, occorre valutare la compatibilità con la delega in materia di non onerosità delle disposizioni in esame, gli interventi sugli emolumenti del Garante e il relativo organico;