[pronunce]

che, ancora, è richiamato l'art. 8, comma 1-bis, della legge 13 dicembre 1989, n. 401 (Interventi nel settore del giuoco e delle scommesse clandestini e tutela della correttezza nello svolgimento di manifestazioni sportive), il quale prevede l'arresto facoltativo dei soggetti resisi già responsabili di fatti di violenza in occasione di manifestazioni sportive, e dunque sicuramente pericolosi; che, infine, il rimettente sottolinea il differente trattamento riservato dal legislatore alle fattispecie delineate dagli artt. 388 e 650 del codice penale, nonché dall'art. 9, primo comma, della legge n. 1423 del 1956 e dall'art. 51 del decreto legislativo 5 febbraio 1997, n. 22 (Attuazione della direttiva 91/156/CEE sui rifiuti, della direttiva 91/689/CEE sui rifiuti pericolosi e della direttiva 94/62/CE sugli imballaggi e sui rifiuti di imballaggio), che sanzionano penalmente la violazione o trasgressione di provvedimenti emessi dalla pubblica autorità (amministrativa o giurisdizionale), e per le quali l'arresto non è previsto neppure in forma facoltativa; che, dunque, all'esito della disamina così condotta emergerebbe chiaramente come il legislatore, prevedendo l'arresto obbligatorio per il reato di cui all'art. 14, comma 5-ter, del d.lgs. n. 286 del 1998, abbia omologato situazioni affatto difformi, violando il principio di uguaglianza che, benché riferito testualmente ai «cittadini», deve ritenersi esteso agli stranieri, in quanto norma diretta alla tutela dei diritti inviolabili dell'uomo (è richiamata la sentenza n. 104 del 1969 della Corte costituzionale); che inoltre, in riferimento alla prospettata lesione del principio sancito dall'art. 13, terzo comma, Cost., il rimettente ribadisce che il legislatore potrebbe stabilire limitazioni provvisorie alla libertà personale, al di fuori dell'intervento dell'autorità giudiziaria, solo in «casi eccezionali di necessità e urgenza», che non ricorrerebbero nella specie; che, infatti, l'art. 14, comma 5-ter, del d.lgs. n. 286 del 1998 delinea una fattispecie delittuosa di mera condotta, il cui elemento materiale è costituito dalla mancata osservanza dell'ordine di allontanamento disposto dal questore, là dove «la struttura del reato non prevede né la lesione né la messa in pericolo diretta e immediata di un bene costituzionalmente protetto»; che il rimettente osserva come, a fronte di soggetti mai condannati né giudicati per altri reati, qual è l'odierno arrestato, non possa essere formulato un giudizio di pericolosità sociale (sono richiamate le sentenze n. 64 del 1977 e n. 126 del 1972 della Corte costituzionale), e del resto la permanenza clandestina dello straniero in Italia non costituirebbe di per sé reato – essendo invece la condizione che legittima l'espulsione –, né la formale assenza di un titolo legittimante l'ingresso nel territorio dello Stato potrebbe essere considerata in sé indice di specifica pericolosità del soggetto; che, dopo aver evidenziato la carenza dei connotati di eccezionale necessità ed urgenza per il provvedimento coercitivo rimesso alla polizia giudiziaria, il rimettente si sofferma sulle conseguenze del censurato automatismo sottolineando come, in molti casi, gli organi di polizia si vedano costretti a procedere all'arresto di soggetti che non presentano alcun profilo di pericolosità sociale, talora perfino inseriti nel contesto locale, con la conseguenza che l'adozione della misura precautelare finirebbe per prescindere dalla sua utilità (non apprezzabile né dalla polizia giudiziaria in fase di esecuzione, né dall'autorità giudiziaria in fase di convalida), senza trovare giustificazione nella gravità oggettiva del fatto ovvero nella pericolosità dell'agente; che, infine, il giudice a quo evidenzia come l'obbligatorietà dell'arresto non possa risultare oggettivamente funzionale all'intento di garantire l'ottemperanza al provvedimento di allontanamento, giacché l'effetto di deterrenza, attraverso il quale il legislatore intende assicurare l'efficacia del procedimento di espulsione dei clandestini, «può legittimamente essere rappresentato dalla sanzione penale inflitta dall'A.G. all'esito di un giusto processo», non anche da una misura precautelare alla quale la Costituzione e la legislazione penale assegnano altra funzione (è richiamata la sentenza n. 223 del 2004 della Corte costituzionale). Considerato che il Tribunale di Paola, sezione distaccata di Scalea, ha sollevato, in riferimento agli artt. 3 e 13 della Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell'art. 14, comma 5-quinquies, del decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286 (Testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell'immigrazione e norme sulla condizione dello straniero), come sostituito dall'art. 1, comma 6, del decreto-legge 14 settembre 2004, n. 241 (Disposizioni urgenti in materia di immigrazione), convertito, con modificazioni, dalla legge 12 novembre 2004, n. 271, nella parte in cui prevede l'arresto obbligatorio, anziché meramente facoltativo, per il delitto di cui all'art. 14, comma 5-ter, del medesimo decreto legislativo; che un'identica questione è già stata esaminata e dichiarata non fondata con la sentenza n. 236 del 2008 di questa Corte, sul rilievo della non manifesta irragionevolezza della previsione censurata; che, sotto il profilo della comparazione con fattispecie sottoposte ad identico trattamento, si è evidenziato come l'art. 380, comma 2, del codice di procedura penale preveda, in attuazione del criterio «qualitativo» enunciato dalla legge 16 febbraio 1987, n. 81 (Delega legislativa al Governo della Repubblica per l'emanazione del nuovo codice di procedura penale), l'arresto obbligatorio in flagranza anche con riguardo ad ipotesi di delitto tentato per le quali, in forza della diminuzione di pena stabilita dall'art. 56 del codice penale, i valori edittali risultano molto vicini a quelli previsti dall'art. 14, comma 5-ter, del d.lgs. n. 286 del 1998; che si è esclusa, per altro verso, l'intrinseca contraddittorietà della norma censurata, posto che la trasformazione della fattispecie di «indebito trattenimento» da contravvenzione in delitto, punito con la pena della reclusione da uno a quattro anni, attuata dalla legge n. 271 del 2004, ha reso possibile l'applicazione di misure cautelari personali nei confronti del soggetto arrestato per il reato in esame, eliminando la contraddizione riscontrata da questa Corte nella sentenza n. 223 del 2004; che pertanto, non essendo stati dedotti ulteriori argomenti, la questione deve essere dichiarata manifestamente infondata.