[pronunce]

ORDINANZA ha pronunciato la seguentenel giudizio di legittimità costituzionale dell'articolo 14, comma 5-quinquies, del decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286 (Testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell'immigrazione e norme sulla condizione dello straniero), come modificato dall'art. 1, comma 6, del decreto-legge 14 settembre 2004, n. 241 (Disposizioni urgenti in tema di immigrazione), promosso con ordinanza del 28 settembre 2004 dal Tribunale di Firenze, nel procedimento penale a carico di A.D., iscritta al n. 83 del registro ordinanze 2005 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 9, prima serie speciale, dell'anno 2005. Visto l'atto di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri; udito nella camera di consiglio del 5 aprile 2006 il Giudice relatore Giovanni Maria Flick. Ritenuto che con l'ordinanza in epigrafe il Tribunale di Firenze ha sollevato, in riferimento agli artt. 3, 10, 24 e 111 della Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell'art. 14, comma 5-quinquies, del decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286 (Testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell'immigrazione e norme sulla condizione dello straniero), come modificato dal decreto-legge 14 settembre 2004, n. 241 (Disposizioni urgenti in tema di immigrazione), nella parte in cui prevede il giudizio direttissimo per il reato di cui all'art. 14, comma 5-ter, del medesimo decreto legislativo; che il giudice a quo premette, in punto di fatto, di essere investito della richiesta di giudizio direttissimo proposta dal pubblico ministero nei confronti di persona imputata del reato di cui all'art. 14, comma 5-quater, del d.lgs. n. 286 del 1998; che, ad avviso del rimettente, il fatto contestato all'imputato – consistente nell'essersi trattenuto nel territorio dello Stato a fronte di un secondo «ordine di espulsione» (rectius: di allontanamento dal predetto territorio), emesso dal Questore di Milano ai sensi del comma 5-bis del citato art. 14, a seguito dell'inottemperanza ad un precedente omologo ordine – dovrebbe essere in realtà ricondotto nell'ambito della previsione punitiva di cui al comma 5-ter del medesimo art. 14; che per configurare l'ipotesi criminosa di cui al comma 5-quater non sarebbe sufficiente, infatti, un duplice provvedimento di espulsione, ma occorrerebbe, da un lato, che l'ordine violato dallo straniero sia stato emesso ai sensi del comma 5-ter dell'art. 14 (e non, come nella specie, del comma 5-bis); dall'altro lato, e comunque, che si sia al cospetto di una espulsione effettiva – e non meramente «ordinata» – seguita dal rientro dello straniero nel territorio nazionale; che in forza del d.l. n. 241 del 2004, in relazione al reato effettivamente ravvisabile si dovrebbe, peraltro, procedere a giudizio direttissimo indipendentemente dalla convalida dell'arresto dell'imputato, non più possibile a seguito della dichiarazione di incostituzionalità – con sentenza di questa Corte n. 223 del 2004 – dell'art. 14, comma 5-quinquies, del d.lgs. n. 286 del 1998, nella parte in cui stabiliva l'arresto obbligatorio dell'autore del reato di cui al comma 5-ter, ad onta della natura contravvenzionale della fattispecie; che la previsione dianzi indicata si porrebbe tuttavia in contrasto con plurimi precetti costituzionali; che il citato decreto-legge avrebbe infatti introdotto una nuova ipotesi di giudizio direttissimo c.d. anomalo – che prescinde, cioè, dall'arresto in flagranza – per i soli cittadini extracomunitari, unici possibili autori della contravvenzione di cui si tratta; che, in tal modo, non si sarebbe peraltro tenuto conto né dell'art. 233 disp. att. cod. proc. pen. , che ha abrogato tutte le disposizioni anteriori al nuovo codice che prevedevano il giudizio direttissimo per determinati reati, in assenza dei presupposti generali di ammissibilità del rito; né, soprattutto, della sentenza di questa Corte n. 98 del 1991, con cui è stato dichiarato costituzionalmente illegittimo il comma 2 dello stesso art. 233, che consentiva il giudizio direttissimo, al di fuori delle ipotesi contemplate dal codice, per i reati concernenti le armi e gli esplosivi e per i reati commessi con il mezzo della stampa; che risulterebbero lesi, di conseguenza, i principi di eguaglianza e ragionevolezza, destinati a trovare applicazione – per il debito coordinamento dell'art. 3 Cost. con gli artt. 2 e 10 Cost. – anche in rapporto agli stranieri, quando si discuta di una disciplina attinente a diritti inviolabili o comunque a materie oggetto di trattati internazionali: ipotesi, questa, configurabile nella specie, a fronte delle ampie garanzie previste in materia di processo penale dagli artt. 5 e 6 della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali, ratificata con legge 4 agosto 1955, n. 848; che dubbi di costituzionalità ancora maggiori emergerebbero, poi, in relazione allo svolgimento ed all'esito del giudizio direttissimo; che, a tal riguardo, il rimettente rileva come – non essendo consentita per il reato in questione l'applicazione della misura della custodia cautelare in carcere, stante la sua natura contravvenzionale – nel caso di mancata conclusione del giudizio direttissimo in una sola udienza, lo straniero dovrebbe essere pressoché inevitabilmente espulso nelle more del processo; che a norma dell'art. 13, comma 3, del d.lgs. n. 286 del 1998, infatti, solo l'applicazione dell'indicata misura cautelare determina un impedimento assoluto all'espulsione dello straniero sottoposto a procedimento penale, mentre negli altri casi l'esecuzione dell'espulsione ha luogo previo nulla-osta del giudice; che il giudice fruisce, tuttavia, di ridottissimi margini di discrezionalità, potendo negare il rilascio del nulla-osta «solo in presenza di inderogabili esigenze processuali valutate in relazione all'accertamento della responsabilità di eventuali concorrenti nel reato o imputati di procedimenti connessi, e all'interesse della persona offesa» (oltre che quando si tratti di reati previsti dall'art. 407, comma 2, lettera a, del codice di procedura penale): esigenze, peraltro, assai difficilmente configurabili in rapporto alla fattispecie criminosa di cui si discute; che, a sua volta, il comma 3-quater dello stesso art. 13 prevede che, rilasciato il nulla-osta, il giudice, «se non è ancora stato emesso il provvedimento che dispone il giudizio» – come avverrebbe necessariamente nel caso di instaurazione del giudizio direttissimo monocratico, che non conosce tale provvedimento, ben diverse essendo la forma e la natura del decreto di presentazione dell'arrestato da parte del pubblico ministero, di cui all'art. 558 cod. proc. pen.