[pronunce]

Anzi, proprio a partire dalla sentenza n. 152 del 1985, la Corte costituzionale rilevò che la normativa in materia era contrassegnata “da un massimo di disorganicità” e che si imponeva la necessità di una legislazione organica che razionalizzasse il settore su scala nazionale. Un monito che è stato reiterato con la più recente sentenza n. 291 del 2001, dalla quale si potrebbe anche desumere che la scelta costituzionalmente legittima non sia quella delle deroghe al divieto penale del gioco d'azzardo; tuttavia, sostiene la difesa regionale, nell'attuale situazione di fatto e di diritto, tale opzione sarebbe da escludere e, al contrario, conforme a Costituzione sarebbe soltanto un “sistema di liceità dei giochi a certe condizioni”. Alla luce di tali osservazioni, si argomenta ancora nella memoria, non può dunque ritenersi che l'art. 718 cod. pen. ponga un divieto assoluto del gioco d'azzardo, giacché sarebbe “impensabile” che, a fronte dell'incriminazione penale, le situazioni di deroga possano essere state costituite senza che nelle leggi che le riguardano venissero mai inseriti né riferimenti all'attività da svolgere, né riferimenti al superamento della norma incriminante. Al contrario, tali vicende troverebbero spiegazione considerando che, nei singoli casi, il legislatore ha operato “nella convinzione che l'apertura di una casa da gioco autorizzata dalla pubblica autorità fosse operazione perfettamente lecita”. In definitiva, secondo la Regione, la fattispecie di reato di cui all'art. 718 cod. pen. non escluderebbe provvedimenti dell'autorità pubblica volti alla creazione di speciali luoghi nei quali il gioco d'azzardo sia consentito. Questa dovrebbe essere la sola interpretazione costituzionalmente corretta dell'art. 718 cod. pen. , il quale altrimenti non potrebbe sottrarsi a censura di incostituzionalità “proprio in quanto non limita la sua portata alle case da gioco non legalmente autorizzate dall'autorità amministrativa”. La Regione Friuli-Venezia Giulia conclude quindi per una declaratoria di non fondatezza della questione “previa, ove necessario, dichiarazione di illegittimità costituzionale in parte qua dell'art. 718, primo comma, del codice penale, come integrato e derogato dalla legislazione speciale”. Nel caso in cui non si dovesse condividere tale impostazione, la Regione chiede comunque che l'eventuale pronuncia di incostituzionalità della legge impugnata venga circoscritta alla parte in cui essa “non subordina la propria operatività alla previa rimozione del divieto penale, in relazione alle case da gioco autorizzate”. Sicché, una volta intervenuta la rimozione del divieto penale, “la legge regionale sarebbe legittimamente già pronta e perfettamente idonea a disciplinare il fenomeno senza ulteriori ritardi”. Viene infine contestata la censura specificamente mossa al comma 9 dell'art. 1 della legge. Ad avviso della Regione non sussisterebbe la lesione dell'art. 117, secondo comma, lettera h), della Costituzione perché la disposizione si limiterebbe a prevedere, ai fini della sicurezza della popolazione, un intervento che non obbliga i beneficiari ad accettare le risorse all'uopo destinate, le quali rappresenterebbero soltanto “un investimento della comunità regionale sulla sua sicurezza, aggiuntivo rispetto alle risorse che nell'esercizio delle sue responsabilità istituzionali impiega lo Stato”.1. - Il Presidente del Consiglio dei ministri ha impugnato la legge della Regione Friuli-Venezia Giulia 17 luglio 2002, n. 17 (Istituzione di case da gioco nel Friuli-Venezia Giulia). La legge denunciata, che consta di un solo articolo suddiviso in 15 commi, disciplina l'istituzione di case da gioco nel territorio della Regione Friuli-Venezia Giulia, prevedendo che l'amministrazione regionale possa promuovere la costituzione, ai sensi dell'art. 2458 del codice civile, di una società per azioni con lo scopo di gestire case da gioco ovvero possa affidare lo svolgimento di tale attività, in regime di concessione, ad una società con sede in uno Stato membro dell'Unione europea; la medesima legge detta poi le disposizioni relative all'affidamento in concessione delle case da gioco e rinvia ad un successivo regolamento la disciplina di tale attività. Secondo il ricorrente, tale legge, travalicando i poteri che lo statuto speciale d'autonomia e le relative norme d'attuazione riservano alla Regione medesima, violerebbe l'art. 117, secondo comma, lettera l), della Costituzione, che riserva alla competenza legislativa esclusiva dello Stato l'ordinamento penale, dovendo restare riservata a tale competenza l'individuazione di ogni caso in cui si renda necessaria una deroga alle disposizioni penali che vietano il gioco d'azzardo (artt. 718 e seguenti del codice penale). Ulteriore e più specifica censura è rivolta poi al comma 9 dell'art. 1, il quale stabilisce che una quota del 20 per cento degli utili provenienti dalla gestione delle case da gioco sia destinato al rafforzamento delle strutture delle forze dell'ordine presenti nel territorio regionale. La disposizione contrasterebbe con l'art. 117, secondo comma, lettera h), Cost., che riserva allo Stato la competenza legislativa esclusiva in materia di ordine pubblico e sicurezza. 2. - La questione è fondata. Rileva il ricorrente che, a fronte della disciplina contenuta nello statuto speciale della Regione Friuli-Venezia (legge costituzionale n. 1 del 1963) e nelle relative norme di attuazione, che non attribuiscono una competenza alla Regione stessa in materia penale, un'estensione della competenza regionale non è desumibile neppure dall'art. 10 della legge costituzionale n. 3 del 2001, che rende applicabile alle Regioni ad autonomia speciale le disposizioni della novella costituzionale del 2001 che comportino per esse una più ampia autonomia. L'art. 117, secondo comma, lettera l), Cost. riserva infatti allo Stato la materia dell'“ordinamento penale”, da intendersi come sistema normativo riguardante il diritto sostanziale, giacché la disciplina processuale è enumerata nel primo periodo della stessa lettera l). Si deve ricordare che la riserva allo Stato di tale competenza non è una novità introdotta in sede di revisione del Titolo V. Nella giurisprudenza di questa Corte era infatti ricorrente l'affermazione secondo cui la sola fonte del potere punitivo è la legge statale e le Regioni non dispongono di alcuna competenza che le abiliti a introdurre, rimuovere o variare con proprie leggi le pene previste dalle leggi dello Stato in tale materia; non possono in particolare considerare lecita un'attività penalmente sanzionata nell'ordinamento nazionale (tra le altre, si vedano le sentenze n. 234 del 1995, n. 117 del 1991, n. 309 del 1990, n. 487 del 1989). Dalla riforma costituzionale del 2001, questo orientamento giurisprudenziale ha ricevuto una esplicita conferma, giacché è oggi positivamente previsto che la materia dell'ordinamento penale di cui all'art. 117, secondo comma, lettera l), Cost., è di esclusiva competenza dello Stato. Resta aperto l'ordine dei problemi sui quali questa Corte si è già in passato soffermata.