[pronunce]

- Successivamente è intervenuta la legge n. 420 del 1998, che ha disciplinato la competenza territoriale per i procedimenti riguardanti i magistrati, sia in materia penale (tra l'altro modificando nell'art. 11 cod. proc. pen. i criteri di individuazione della già prevista competenza derogatoria), sia in materia civile (introducendo l'impugnato art. 30-bis cod. proc. civ.). Questo intervento si colloca, in linea di massima, nel quadro delineato dalla sentenza, poiché il principio secondo cui il giudice deve essere imparziale - strettamente correlato alla posizione costituzionale della magistratura (artt. 101 e seguenti della Costituzione) e quindi valido anche per il processo civile - è potenzialmente posto in crisi ogni volta che di una controversia civile sia parte un magistrato in servizio nello stesso ufficio giudiziario competente a deciderla, o in un ufficio territorialmente non lontano. Al riguardo il legislatore, esercitando la discrezionalità che gli compete, ha ritenuto che l'esigenza di tutelare l'imparzialità-terzietà del giudice civile viene in considerazione in tutte le &laquo;cause&raquo; di cui sia comunque parte un magistrato in servizio nel distretto di corte d'appello comprendente l'ufficio giudiziario competente secondo le regole ordinarie. E per tali casi ha previsto la competenza territoriale dell'ufficio giudiziario, ugualmente competente per materia, avente sede nel capoluogo di altro distretto, individuato ai sensi dell'art. 11 del codice di procedura penale. La norma impugnata, avendo carattere generale e non distinguendo in base al tipo di funzione esercitata, si applica (secondo la non implausibile interpretazione del rimettente) anche ai processi di esecuzione, in deroga al foro di cui all'art. 26 del codice di procedura civile. Senonchè - trattando il processo esecutivo alla stregua di tutti gli altri - il legislatore del 1998 si è discostato dai principi richiamati dalla sentenza citata. 5. - Il processo esecutivo si caratterizza rispetto ad altri tipi di processo civile in quanto in esso il soggetto procedente si trova istituzionalmente in una posizione di vantaggio rispetto alla soggezione in cui versa chi è sottoposto all'azione. Si tratta infatti di un processo totalmente funzionale all'attuazione forzata del diritto consacrato nel titolo esecutivo, in cui tutti i provvedimenti del giudice dell'esecuzione (e tutti gli atti delle parti e dei soggetti operanti sotto il suo controllo) tendono alla realizzazione coattiva di quanto - vincolativamente per quel giudice - è statuito nel titolo. Ed è in evidente correlazione a tali caratteristiche che l'art. 26 cod. proc. civ. radica la competenza territoriale in tema di esecuzione forzata nel luogo in cui la pretesa del creditore procedente può in concreto essere attuata, ossia nel luogo ove si trova il bene (o risiede il terzo debitore) da espropriare o deve avvenire il rilascio o la consegna o essere adempiuto l'obbligo di fare o di non fare. 6. - La norma impugnata - regolando l'esecuzione forzata promossa da o contro un magistrato in servizio nel distretto allo stesso modo di tutti gli altri procedimenti civili in cui sia comunque parte un magistrato in quella situazione - non attribuisce alcun rilievo alla specifica posizione del giudice nel processo esecutivo e si muove quindi in una prospettiva diversa da quella delineata dalla sentenza n. 51 del 1998. La norma infatti irragionevolmente svaluta in una indifferenziata disciplina uniforme i connotati tipici di quel processo, e conseguentemente intacca in misura rilevante il peculiare contenuto che in esso assume il diritto di agire e di difendersi in giudizio, tanto del creditore che del debitore, tanto della parte magistrato che delle altre parti. 7. - Invero, la norma recide di netto la relazione di prossimità cui coerentemente si ispirano le regole di competenza territoriale poste dall'art. 26 cod. proc. civ. , e così allontana il luogo ove ha sede il giudice dell'esecuzione (individuato ai sensi dell'art. 11 cod. proc. pen. e rilevante, tra l'altro, per la dichiarazione di residenza o l'elezione di domicilio previste dall'art. 480, comma 3, cod. proc. civ. ) da quello ove la pretesa esecutiva deve essere coattivamente realizzata. La distanza fra i due luoghi - considerando anche la loro ubicazione in due diversi distretti di corte di appello - rende più difficili e gravosi i rapporti fra le parti ed il giudice e fra il giudice e l'ufficiale giudiziario preposto all'esecuzione, che invece il codice di procedura suppone di facile e immediata attuazione, come dimostrano, ad esempio, gli artt. 610 e 613 cod. proc. civ. in tema di provvedimenti urgenti adottati dal giudice, anche verbalmente, per eliminare le difficoltà che sorgano nel corso dell'esecuzione e non ammettano dilazione. Inoltre, in tale contesto, l'allontanamento della sede del giudice dal luogo dell'esecuzione necessariamente comporta, per gli evidenti riflessi sulle modalità di esercizio delle facoltà delle parti, un aumento del costo del processo, che incide sia sul creditore tenuto ad anticipare le spese, sia sul debitore sul quale esse alla fine graveranno. 8. - Ne consegue la violazione degli artt. 3 e 24 della Costituzione, per difetto di un congruo bilanciamento tra i due interessi di rilievo costituzionale prima ricordati. La norma impugnata - nella parte in cui si applica al processo esecutivo - assume come preminente un'esigenza (quella di tutelare l'imparzialità-terzietà del giudice dell'esecuzione civile) concepita in termini del tutto astratti e generali, non correlati ai connotati tipici di quel processo, e trascura l'esigenza di garantire piena ed effettiva tutela giurisdizionale alle pretese azionate in via esecutiva. Le altre censure restano assorbite. Deve quindi essere dichiarata l'illegittimità costituzionale dell'art. 30-bis cod. proc. civ. , nella parte in cui si applica ai processi di esecuzione forzata promossi da o contro magistrati in servizio nel distretto di corte d'appello comprendente l'ufficio giudiziario competente ai sensi dell'art. 26 del codice di procedura civile.. per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE dichiara l'illegittimità costituzionale dell'art. 30-bis del codice di procedura civile, nella parte in cui si applica ai processi di esecuzione forzata promossi da o contro magistrati in servizio nel distretto di corte d'appello comprendente l'ufficio giudiziario competente ai sensi dell'art. 26 del codice di procedura civile. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 24 ottobre 2002. F.to: Cesare RUPERTO, Presidente Franco BILE, Redattore Giuseppe DI PAOLA, Cancelliere Depositata in Cancelleria il 12 novembre 2002. Il Direttore della Cancelleria F.to: DI PAOLA