[pronunce]

3.- Prima di esaminare le singole questioni occorre individuare esattamente le disposizioni oggetto delle censure. Nell'ordinanza di rimessione si riscontra, infatti, una parziale difformità tra le disposizioni indicate nel dispositivo («artt. 2, commi 3-bis e 3-ter, del d.l. n. 18/2016, quale convertito, con modificazioni, dalla l. n. 49/2016») e quelle indicate nell'esposizione delle censure («art. 2, comma 3-ter» e «art. 2-quater primo periodo, limitatamente alle parole "al netto del versamento di cui al comma 3-ter"», nonché «terzo periodo del medesimo comma, limitatamente alle parole "e 3-ter"»). Nondimeno, il contenuto delle censure - che non toccano la previsione del comma 3-bis sulla possibilità per le BCC di optare per la way out mediante il conferimento d'azienda - non sembra lasciare dubbi sul fatto che le disposizioni da scrutinare siano quelle meglio indicate in parte motiva, e quindi l'art. 2, comma 3-ter, del d.l. n. 16 del 2018, come convertito, che impone l'obbligo di versamento all'atto del conferimento dell'azienda bancaria e ne determina l'entità, e il comma 3-quater dello stesso art. 2 (così dovendosi correggere l'evidente refuso in cui è incorso il rimettente nel riferirsi a un inesistente «art. 2-quater» del d.l. n. 18 del 2016), quest'ultimo nelle parti che menzionano tale obbligo, dunque limitatamente alle parole «al netto del versamento di cui al comma 3-ter», di cui al primo periodo, e alle parole «e 3-ter» di cui al terzo periodo. Della correttezza della descritta prospettazione si trova un riscontro letterale nel contesto dell'ordinanza di rimessione, là dove il giudice a quo, iniziando a esaminare le censure proposte nel ricorso, premette di dover «verificare entro quali limiti le questioni di legittimità costituzionale dell'art. 2, commi 3-ter e 3-quater, quest'ultimo limitatamente all'inciso "al netto del versamento di cui al comma 3-ter["], nonché al successivo riferimento al predetto "3-ter", sollevate dalla ricorrente in relazione ai parametri invocati, siano non manifestamente infondate e rilevanti ai fini della decisione». 4.- Passando al merito, conviene muovere dall'esame della questione concernente la violazione degli artt. 41 e 45 Cost., per la centralità, nella stessa prospettazione del rimettente, del problema della coerenza della previsione contestata con la garanzia costituzionale della cooperazione a carattere di mutualità e senza fini di speculazione privata. La questione non è fondata. Va premesso che, ai fini della verifica della compatibilità della contestata disciplina con la tutela costituzionale della cooperazione a carattere di mutualità e con il principio di concorrenza, è irrilevante stabilire se la prestazione in essa prevista abbia o meno natura tributaria, sicché non è necessario qui - a differenza di quanto si vedrà trattando della presunta violazione degli artt. 3 e 53 Cost. - verificare la correttezza della qualificazione del prelievo come tributo, da cui prende le mosse l'ordinanza di rimessione. Il giudice a quo si duole in sostanza del bilanciamento degli interessi operato dal legislatore con l'adozione della misura in esame. Il previsto prelievo colpirebbe una scelta imprenditoriale che, pur essendo alternativa a quella considerata dalla riforma come la più idonea a rafforzare la capacità competitiva e la stabilità patrimoniale del settore del credito cooperativo nel suo complesso - ossia l'adesione a un gruppo -, è comunque orientata a realizzare la funzione sociale riconosciuta dalla Costituzione alla cooperazione, funzione che verrebbe così irragionevolmente sacrificata. È dunque necessario soffermarsi sulla ratio sottesa alla disciplina censurata nel quadro della riforma delle BCC, e in particolare sull'assetto offerto agli interessi che vengono in gioco nella fase transitoria della riforma stessa. In questo contesto assume evidenza il ruolo fondamentale - nell'impianto riformatore del d.l. n. 18 del 2016, come convertito - del modello del gruppo bancario cooperativo, considerato la formula strutturale idonea, sia a ridurre il frazionamento del settore e, con esso, il deficit competitivo e patrimoniale delle BCC, sia a superare le criticità del governo societario cooperativo, in particolare attraverso la previsione di pervasivi poteri di nomina, di opposizione alla nomina e di revoca degli organi amministrativi e di controllo delle società aderenti, riconosciuti dal contratto di coesione con la capogruppo (art. 37-bis, comma 3, lettera b, numero 2, del decreto legislativo 1° settembre 1993, n. 385, recante «Testo unico delle leggi in materia bancaria e creditizia», inserito dall'art. 1, comma 5, del d.l. n. 18 del 2016, come convertito). Il favore per il modello del gruppo, che il legislatore ha adottato per ridisegnare l'intero sistema delle BCC, è reso evidente dalle previsioni che, a regime, configurano come sostanzialmente obbligatoria l'adesione ad esso (obbligatorietà che vale a prescindere dalla consistenza patrimoniale, in ipotesi anche elevata, delle aderenti), subordinando a tale adesione l'autorizzazione della Banca d'Italia all'esercizio dell'attività bancaria in forma di BCC (art. 33, comma 1-bis, t.u. bancario, inserito dall'art. 1, comma 1, lettera a, del d.l. n. 18 del 2016, come convertito), e che circondano di particolari cautele l'esclusione o il recesso dal gruppo, imponendo alla BCC esclusa o receduta la devoluzione integrale del patrimonio ai fondi mutualistici per la promozione e lo sviluppo della cooperazione qualunque sia l'esito finale della sua fuoriuscita (trasformazione in banca spa o liquidazione: art. 36, comma 1-bis, t.u. bancario, inserito dall'art. 1, comma 4, lettera c, del d.l. n. 18 del 2016, come convertito). Nell'esercizio della sua discrezionalità, il legislatore ha nondimeno ritenuto di escludere eccezionalmente da tale adempimento, in sede di prima applicazione della riforma, le BCC già operanti nel settore con patrimonio netto superiore a duecento milioni di euro al 31 dicembre 2015. A queste è offerta la scelta di uscire dal settore del credito cooperativo (diversa dalle ipotesi previste all'art. 2, comma 3, del d.l. n. 18 del 2016, come convertito, che comportano l'integrale devoluzione del patrimonio ai citati fondi mutualistici), esercitabile nel termine di sessanta giorni dall'entrata in vigore della legge di conversione.