[pronunce]

4.- Con memoria depositata in data 30 ottobre 2023, E. R. ha replicato alle deduzioni contenute nell'atto di intervento dell'Avvocatura generale, evidenziando, per un verso, che non sussisterebbe alcun «diritto vivente» rispetto alla ricostruzione della nozione di «passivo accertato» se non nella materia fallimentare, che deve ritenersi del tutto differente da quella di prevenzione, anche quanto alla verifica dei crediti, poiché ai fini dell'ammissione dei crediti al passivo nella liquidazione giudiziale non se ne deve vagliare previamente anche la liceità, e puntualizzando, per un altro, di non aver già ottenuto, come da allegati contestualmente depositati, a titolo di liquidazione per l'attività svolta nella stessa procedura la somma di circa euro 1.200.000,00, bensì un importo inferiore, pari circa alla metà di tale somma.1.- Con ordinanza del 18 gennaio 2023 (reg. ord. n. 17 del 2023) , la Corte d'appello di Roma, sezione quarta penale, ha sollevato questioni di legittimità costituzionale dell'art. 8 del d.lgs. n. 14 del 2010, in riferimento agli artt. 36 e 54 Cost. Come evidenzia il giudice rimettente, un amministratore giudiziario aveva impugnato in appello il decreto di liquidazione del compenso nella misura di euro 1.940,92 oltre l'IVA, emesso dal Tribunale di primo grado per l'attività di accertamento dei crediti ed assistenza al giudice all'udienza di verifica degli stessi, assumendo che il compenso liquidato era inadeguato rispetto alla complessa attività svolta nella procedura, consistente nell'esame di domande dei creditori per un valore complessivo di oltre un miliardo e trecento milioni di euro, e nella formulazione, previa verifica della documentazione, di argomentate proposte di ammissione o di esclusione allo stato passivo, in forza dell'art. 58, comma 5-bis, cod. antimafia. Segnatamente, come ricorda il giudice a quo, il professionista riteneva inadeguata la liquidazione compiuta dal Tribunale che aveva interpretato a tal fine l'espressione «passivo accertato», contenuta nell'art. 3, comma 3, del d.P.R. n. 177 del 2015, come riferita ai crediti ammessi senza riserva dal giudice delegato all'esito dell'udienza di verifica dei crediti e non già, come sarebbe dovuto correttamente avvenire, secondo il professionista, in forza delle complesse attività demandate allo stesso, alle istanze di credito esaminate, indipendentemente dall'esito ottenuto in sede di verifica di ciascuna di esse. Ciò evidenziato in punto di fatto, la Corte di appello di Roma, quanto alla non manifesta infondatezza delle questioni, osserva che l'art. 3, comma 3, del predetto d.P.R. n. 177 del 2015, è una norma regolamentare che resta sottratta, come tale, al sindacato "diretto" di questa Corte. Tuttavia, la censura si appunta sul fatto che si tratta di una disposizione emanata senza una valida base normativa, poiché l'art. 8 del d.lgs. n. 14 del 2010 non fornisce indicazioni sull'introduzione di una voce della tariffa anche per l'attività di accertamento dei crediti da parte dell'amministratore giudiziario; né questa lacuna non potrebbe essere colmata avendo riguardo a norme di riferimento per attività simili, trattandosi di disposizioni di stretta interpretazione in quanto relative ai compensi per lo svolgimento di un munus publicum; né potrebbero trovare applicazione analogica le disposizioni dettate per il relativo compenso dei curatori nelle procedure concorsuali liquidatorie, i quali svolgono un'attività molto diversa. La conseguente esclusione di un compenso per l'attività di accertamento dei crediti e di assistenza al giudice delegato svolta dagli amministratori giudiziari nella verifica degli stessi potrebbe porsi in contrasto, secondo il giudice a quo, tanto con l'art. 36 Cost., ossia con il principio per il quale ogni forma di lavoro deve essere adeguatamente retribuita, quanto con l'art. 54 Cost., perché gli amministratori giudiziari sono ausiliari del giudice. Quanto alla rilevanza, il Collegio rimettente evidenzia che, dovendo essere disapplicato l'art. 3, comma 3, del d.P.R. n. 177 del 2015, perché emanato senza una valida base normativa, in assenza di un intervento di questa Corte, non residuerebbe alcun criterio per il riconoscimento di un compenso all'amministratore ricorrente. 2.- L'Avvocatura generale dello Stato deduce in via preliminare l'inammissibilità delle questioni sollevate per carente motivazione sui parametri evocati. L'eccezione non è fondata con riguardo all'art. 36 Cost., poiché l'ordinanza di rimessione argomenta adeguatamente l'affermata violazione del parametro, assumendo che non sarebbe previsto alcun compenso per lo svolgimento dell'attività dell'amministratore giudiziario di assistenza al giudice delegato nella verifica dei crediti, in violazione del principio di proporzionalità della retribuzione alla quantità e alla qualità del lavoro prestato. Per converso, l'eccezione è fondata con riguardo all'art. 54 Cost., atteso che il giudice rimettente non spiega per quale ragione ritiene la norma censurata in contrasto con tale precetto costituzionale, se si eccettua un riferimento incidentale alla natura di munus pubblico dell'incarico svolto; riferimento, tuttavia, che non è sviluppato poi sul piano argomentativo. Talché il parametro è stato evocato in maniera apodittica e generica, senza la specificazione dei motivi per i quali la Corte d'appello di Roma ha assunto che si sia verificata la sua violazione, con conseguente inammissibilità della questione sollevata in relazione allo stesso (ex multis, sentenze n. 135 e n. 32 del 2023, n. 136 e n. 34 del 2022; ordinanze n. 159 del 2021, n. 261 del 2012, n. 180 e n. 31 del 2011). 3.- Sempre in via preliminare, la difesa dello Stato deduce che le sollevate questioni sono formulate in maniera contraddittoria poiché, da un lato, il giudice a quo assume che non è previsto alcun compenso per l'amministratore giudiziario per l'attività di assistenza al giudice nella verifica dei crediti e, dall'altro, sostiene che è irragionevole la comparazione con il compenso previsto per il curatore fallimentare, che svolge attività analoghe, ma meno complesse. Ed invero, questa Corte ha ritenuto l'inammissibilità delle questioni sollevate con ordinanze le cui modalità argomentative tradiscono un'incertezza e contraddittorietà del petitum che non consente di enucleare con chiarezza il contenuto delle censure (tra le altre, sentenze n. 123 del 2021 e n. 224 del 2020; ordinanze n. 116 del 2022, n. 18 del 2021 e n. 261 del 2020). Nel caso di specie, tuttavia, il verso delle questioni sollevate è chiaro, nel senso che la censura concerne l'assunta mancata previsione del compenso per l'attività dell'amministratore giudiziario di assistenza nella verifica dei crediti, mentre le considerazioni su quello contemplato per i curatori fallimentari sono effettuate in chiave comparativa e quindi meramente argomentativa.