[pronunce]

che infatti, per la difesa erariale, l'amministratore giudiziario nominato ai sensi dell'art. 2409 cod. civ. può proporre querela nei confronti dell'amministratore infedele, il quale può anche essere revocato mediante una delibera dei soci; che inoltre, sempre per l'Avvocatura dello Stato, posto che la norma censurata configura un reato di danno, non può escludersi che i singoli soci siano persone offese dal reato, in ragione della diminuzione del valore della loro quota di partecipazione sociale subíta in conseguenza del danno patrimoniale cagionato alla società dall'amministratore infedele e che, quindi, gli stessi soci siano titolari del diritto di querela. Considerato che il Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Forlì dubita, in riferimento all'art. 3 della Costituzione, della legittimità costituzionale dell'art. 2634 del codice civile, nella parte in cui irragionevolmente esclude dal novero dei soggetti attivi del reato di infedeltà patrimoniale i soci che, in conflitto di interessi con la società, concorrano in modo determinante a deliberare atti di disposizione del patrimonio sociale; che, ad avviso del rimettente, la norma censurata – assoggettando a sanzione penale soltanto «gli amministratori, i direttori generali e i liquidatori, che, avendo un interesse in conflitto con quello della società, al fine di procurare a sé o ad altri un ingiusto profitto o altro vantaggio, compiono o concorrono a deliberare atti di disposizione dei beni sociali, cagionando intenzionalmente alla società un danno patrimoniale» – limita in modo irragionevole i soggetti attivi del reato, perché esclude la punibilità del socio nel caso in cui questo, al pari dell'amministratore, concorra a deliberare un atto di disposizione di beni sociali in conflitto di interessi con la società; che deve preliminarmente rilevarsi che, contrariamente a quanto ritenuto dall'Avvocatura generale dello Stato, il rimettente non ha sollevato alcuna questione di legittimità costituzionale riguardante la procedibilità a querela, anziché d'ufficio, del reato di cui all'art. 2634 cod. civ. ; che inducono a tale conclusione i seguenti rilievi: a) nel dispositivo dell'ordinanza di rimessione non vi è traccia di tale questione; b) nella motivazione della medesima ordinanza, la procedibilità del reato di infedeltà patrimoniale a querela dell'amministratore, quale rappresentante della società danneggiata, costituisce solo un argomento addotto a sostegno della necessità di rendere punibile anche la condotta di soci che non rivestano cariche sociali; c) il rimettente non solo osserva che la questione circa la legittimazione del singolo socio a proporre querela è stata già prospettata nel giudizio a quo e deve considerarsi ancora «aperta», ma addirittura qualifica espressamente il socio di minoranza come «persona offesa» dal reato, considerandolo, perciò, legittimato a proporre la querela e l'opposizione alla richiesta di archiviazione; che la questione concernente la mancata inclusione del socio tra i soggetti attivi del reato di cui all'art. 2634 cod. civ. è manifestamente inammissibile sia per difetto di motivazione sulla rilevanza sia perché il rimettente richiede a questa Corte una pronuncia additiva in malam partem in materia penale; che, quanto al primo motivo di inammissibilità, l'ordinanza è priva di motivazione in ordine alle ragioni per le quali, a fronte della richiesta di archiviazione di una notizia di reato e pur ritenendo possibile – nella specie – la configurazione del concorso esterno nel reato, il rimettente non abbia, come era sua facoltà, restituito gli atti al pubblico ministero ai sensi dell'art. 409 del codice di procedura penale, disponendo la formulazione dell'imputazione nei confronti della socia, a titolo di concorso nel reato proprio dell'amministratore; che, quanto all'altro motivo di inammissibilità, osta all'esame nel merito della questione il secondo comma dell'art. 25 Cost., il quale – per costante giurisprudenza di questa Corte – nell'affermare il principio secondo cui nessuno può essere punito se non in forza di una legge entrata in vigore prima del fatto commesso, esclude che la Corte costituzionale possa introdurre in via additiva nuovi reati o che l'effetto di una sua sentenza possa essere quello di ampliare o aggravare figure di reato già esistenti, trattandosi di interventi riservati in via esclusiva alla discrezionalità del legislatore (ex plurimis, sentenze n. 394 del 2006; n. 161 del 2004; n. 49 del 2002; n. 580, n. 508 e n. 183 del 2000; n. 411 del 1995). Visti gli articoli 26, secondo comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87, e 9, comma 2, delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale.. . per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE dichiara la manifesta inammissibilità della questione di legittimità costituzionale dell'art. 2634 del codice civile, sollevata, in riferimento all'art. 3 della Costituzione, dal Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Forlì con l'ordinanza indicata in epigrafe. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 6 dicembre 2006. F.to: Franco BILE, Presidente Franco GALLO, Redattore Giuseppe DI PAOLA, Cancelliere Depositata in Cancelleria il 19 dicembre 2006. Il Direttore della Cancelleria F.to: DI PAOLA