[pronunce]

Nella specie, la prima sentenza di primo grado, emessa il 17 maggio 2012, è posteriore all'ultima delle condotte contestate nei tre giudizi e, dunque, inidonea a determinare il fenomeno interruttivo. Né sarebbe prospettabile l'ipotesi dell'adempimento intermedio dell'obbligo eluso, avuto riguardo all'esistenza di uno iato temporale tra condotte oggetto delle prime due condanne e quelle oggetto della terza, stante l'omessa incriminazione delle condotte nel periodo da aprile a luglio 2009 (ipotesi che renderebbe, peraltro, reato autonomo le sole condotte oggetto della condanna del 10 aprile 2014, commesse da agosto 2009 a marzo 2010, lasciando impregiudicata la questione dell'unificazione delle altre due condanne, relative a periodi privi di soluzioni di continuità). Detta ipotesi andrebbe, comunque sia, scartata alla luce dell'accertamento compiuto dal giudice della cognizione in tale ultima sentenza, vincolante per il giudice dell'esecuzione. Nella motivazione della pronuncia - basata, in assenza di qualsiasi prospettazione alternativa della difesa, sulla sola testimonianza della persona offesa - si afferma, infatti, che quest'ultima aveva riferito di non aver ricevuto nulla dall'imputato «a seguito del decreto del Presidente del Tribunale di Napoli del 6.03.2008, il quale aveva previsto l'obbligo, a carico del medesimo, di corresponsione mensile, a titolo di mantenimento, della somma di &#8364; 600, escluse le spese di natura straordinaria». In mancanza di interruzioni della permanenza nei tre periodi incriminati, sarebbe dunque impossibile configurare come delitto autonomo le condotte oggetto dei giudizi successivi al primo, presupposto imprescindibile per la valutazione unitaria del trattamento penale attraverso l'istituto della continuazione, ai sensi dell'art. 671 cod. proc. pen. Tale valutazione unitaria non sarebbe praticabile neppure attraverso l'applicazione analogica in bonam partem della disposizione ora citata. Il cumulo giuridico delle pene, previsto nel caso della continuazione, non collimerebbe, infatti, con la necessità di riparametrare la pena secondo lo schema del reato unico, sia pure diversamente valutato per effetto della diversa (cioè protratta e più grave) configurazione del fatto storico che deriva dall'esame complessivo di tutte le sentenze di condanna: operazione che imporrebbe un nuovo ricorso ai parametri di cui agli artt. 132 e 133 cod. pen. da parte del giudice dell'esecuzione, sostitutivo di quello effettuato dai giudici della cognizione sui distinti frammenti della condotta oggetto dei rispettivi giudizi. Una simile attività non sarebbe, peraltro, preclusa dal vincolo di intangibilità del giudicato, né esorbiterebbe dai poteri del giudice dell'esecuzione, come dimostrerebbe l'analogo principio affermato dalle sezioni unite penali della Corte di cassazione nella sentenza 26 febbraio-15 settembre 2015, n. 37107, con riguardo alla dichiarazione di illegittimità costituzionale che modifichi il trattamento sanzionatorio della fattispecie penale. 1.4.- In simile situazione, verrebbe quindi a configurarsi, rispetto all'istanza difensiva, un vuoto di tutela giurisdizionale di dubbia compatibilità con gli artt. 3 e 24 Cost. Il reo avrebbe, infatti, diritto a una valutazione unitaria delle condotte oggetto delle plurime sentenze di condanna, la quale, da un lato, eviti il cumulo delle pene irrogate in relazione a singole frazioni di un unico reato permanente e, dall'altro, commisuri la sanzione all'effettiva e complessiva offesa arrecata con tutte le condotte oggetto dei singoli giudizi. La pronuncia di plurime sentenze di condanna in relazione a un unico reato deriverebbe, in effetti, da circostanze occasionali e indipendenti dalle scelte del reo, riconducibili essenzialmente alle modalità e ai tempi con i quali sono stati esercitati il diritto di querela e l'azione penale per le singole frazioni della condotta contestata, nonché alla mancata riunione dei procedimenti penali instaurati. Il cumulo delle pene inflitte con dette sentenze, quindi, non solo non troverebbe alcuna giustificazione razionale, ma implicherebbe un trattamento deteriore dell'ipotesi considerata anche rispetto ai casi, disciplinati dall'art. 671 cod. proc. pen. , della pluralità di reati avvinti dal concorso formale o dall'esecuzione del medesimo disegno criminoso: casi che non potrebbero essere ritenuti meno gravi. Il dubbio di legittimità costituzionale risulterebbe inoltre acuito nell'ipotesi - estranea alla vicenda oggetto del giudizio a quo, nella quale nessun beneficio è stato concesso all'interessato in ragione dei suoi precedenti penali, ma, comunque sia, configurabile - in cui siano state emesse, per il medesimo reato permanente, in relazione a condotte distinte, più condanne a pene condizionalmente sospese. In tal caso, infatti, in assenza del potere di unificazione delle condanne da parte del giudice dell'esecuzione, l'interessato si troverebbe esposto non solo al cumulo delle pene, ma anche alla revoca delle sospensioni condizionali già concesse, senza la possibilità di beneficiare di una rivalutazione analoga a quella prevista dall'art. 671, comma 3, cod. proc. pen. 1.5.- Alla luce di ciò, il rimettente ritiene necessario sollecitare l'intervento della Corte costituzionale, affinché verifichi la legittimità dell'art. 671 cod. proc. pen. , «nella parte in cui non prevede, in caso di pluralità di condanne intervenute per il medesimo reato permanente in relazione a distinte frazioni della condotta, il potere del G.E. di rideterminare una pena unica, in applicazione degli artt. 132 e 133 c.p., che tenga conto dell'intero fatto storico accertato nelle plurime sentenze irrevocabili, e di assumere le determinazioni conseguenti in tema di concessione o revoca della sospensione condizionale, ai sensi degli artt. 163 e 164 c.p.». La disposizione censurata - pur non potendo essere attualmente utilizzata allo scopo - sarebbe, a ogni modo, quella più rispondente, «per analogia del fondamento che la sostiene», alla realizzazione dell'interesse del reo alla rivalutazione in sede esecutiva del trattamento sanzionatorio complessivo nell'ipotesi considerata. 2.- È intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che le questioni siano dichiarate inammissibili o infondate. Ad avviso dell'Avvocatura generale dello Stato, il giudice rimettente si sarebbe limitato ad affermare l'astratta inadeguatezza della disciplina codicistica vigente a regolare la fattispecie sottoposta al suo vaglio, senza illustrare i fatti concreti oggetto del procedimento a quo e la consequenziale soluzione da adottare in esso, impedendo così il necessario controllo sulla rilevanza delle questioni. La rilevanza andrebbe, in ogni caso, certamente esclusa con riferimento alla censura riguardante la necessità che il giudice dell'esecuzione assuma determinazioni in ordine alla concessione o alla revoca della sospensione condizionale della pena, posto che, per affermazione dello stesso rimettente, nella specie non è stato concesso alcun beneficio in ragione dei precedenti penali dell'istante.