[pronunce]

ORDINANZA ha pronunciato la seguentenel giudizio di ammissibilità del conflitto tra poteri dello Stato sorto a seguito delle disposizioni di cui all'articolo 3, comma 57, della legge 24 dicembre 2003, n. 350 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato – legge finanziaria 2004) e all'articolo 2, comma 3, del decreto-legge 16 marzo 2004, n. 66 (Interventi urgenti per i pubblici dipendenti sospesi o dimessisi dall'impiego a causa di procedimento penale, successivamente conclusosi con proscioglimento), convertito in legge, con modificazioni, dall'art. 1 della legge 11 maggio 2004, n. 126, promosso dal Consiglio superiore della magistratura, con ricorso depositato il 14 dicembre 2004 ed iscritto al n. 279 del registro ammissibilità conflitti. Udito nella camera di consiglio del 26 gennaio 2005 il Giudice relatore Ugo De Siervo. Ritenuto che il Consiglio superiore della magistratura ha promosso ricorso per conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato nei confronti della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica e “ove occorra” del Governo, in relazione alle disposizioni di cui all'art. 3, comma 57, della legge 24 dicembre 2003, n. 350 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato – legge finanziaria 2004), quale modificato dall'art. 1 del decreto-legge 16 marzo 2004, n. 66 (Interventi urgenti per i pubblici dipendenti sospesi o dimessisi dall'impiego a causa di procedimento penale, successivamente conclusosi con proscioglimento), convertito in legge, con modificazioni, dall'art. 1 della legge 11 maggio 2004, n. 126, e dell'art. 2, comma 3, del medesimo decreto-legge n. 66 del 2004, convertito in legge n. 126 del 2004; che, secondo quanto riferisce il ricorrente, il Governo sarebbe intervenuto in via d'urgenza sulla disciplina introdotta dall'art. 3, comma 57, della legge n. 350 del 2003, la quale aveva introdotto una peculiare tutela risarcitoria in forma specifica per quei pubblici dipendenti che «abbiano subito un'ingiusta sospensione o che siano stati indotti ad abbandonare il pubblico impiego in ragione di un procedimento penale» successivamente conclusosi con la loro assoluzione; che, mentre la citata disposizione, nella formulazione originaria, demandava la sua attuazione ad un regolamento, il Governo avrebbe ritenuto di provvedere mediante il decreto-legge n. 66 del 2004; che la disciplina risultante dai due atti normativi richiamati individuerebbe tra i destinatari dell'intervento il pubblico dipendente che, essendo stato sospeso dal servizio o dalla funzione e comunque dall'impiego, o avendo chiesto di essere collocato anticipatamente in quiescenza a seguito di un procedimento penale, sia stato successivamente prosciolto; che risulterebbe, inoltre, una netta diversificazione a seconda che il provvedimento di proscioglimento sia stato adottato con forma assolutoria piena, ovvero con formule assolutorie diverse, poiché nel primo caso il dipendente vanterebbe un vero e proprio diritto soggettivo perfetto al ripristino o prolungamento del rapporto d'impiego dinanzi al quale all'amministrazione non residuerebbe spazio alcuno per valutazioni discrezionali (art. 3, comma 57, della legge n. 350 del 2003), mentre nel secondo caso sulla domanda dell'interessato l'amministrazione avrebbe la facoltà di disporre il reintegro, previo accertamento negativo dei profili di responsabilità disciplinare (art. 3, comma 57-bis, della legge n. 350 del 2003); che l'applicabilità di questa disciplina ai magistrati ordinari apparirebbe obbligatoria; che il Consiglio superiore della magistratura lamenta anzitutto la lesione delle proprie prerogative di cui all'art. 10 della legge 24 marzo 1958, n. 195 (Norme sulla costituzione e sul funzionamento del Consiglio superiore della magistratura), in quanto il Governo, intervenendo con un decreto-legge su norme concernenti l'ordinamento giudiziario, avrebbe impedito che, a causa della ristrettezza dei termini per l'emanazione e la conversione del decreto-legge, venisse chiesto il parere del CSM, reso necessario dal principio di leale collaborazione tra i poteri dello Stato; che il Consiglio risulterebbe esautorato delle sue funzioni più tipiche dall'introduzione di un automatico meccanismo di reintegrazione o di prolungamento del rapporto di lavoro dei magistrati, come si verificherebbe nell'ipotesi di istanza presentata a seguito di proscioglimento con formula piena, dal momento che il C.S.M. dovrebbe «totalmente prescindere dalla valutazione circa la rilevanza disciplinare dei fatti che hanno formato oggetto di procedimento penale, ai fini dell'accertamento, in termini di attualità, della idoneità e delle attitudini del richiedente ad esercitare nuovamente le funzioni»; che, per quanto concerne le modalità del ripristino del rapporto di impiego, ulteriore lesione delle competenze attribuite al CSM si riscontrerebbe nell'art. 2, comma 3, del decreto-legge n. 66 del 2004, così come convertito dalla legge n. 126 del 2004, là dove si stabilisce che al magistrato riammesso in servizio venga conferita, in caso di anzianità non inferiore a dodici anni nell'ultima funzione esercitata, una funzione di livello immediatamente superiore anche in soprannumero, previa valutazione della sola anzianità di ruolo e delle attitudini desunte dalle ultime funzioni esercitate e, nel caso di anzianità inferiore, una funzione, anche in soprannumero, dello stesso livello; che, nel caso di domanda dell'interessato di conferimento di funzioni di livello superiore, rimarrebbe al CSM la sola possibilità di assumere il provvedimento, valutando unicamente l'anzianità di ruolo del magistrato al momento della cessazione dal servizio, rimanendo ad esso sottratta la valutazione discrezionale in ordine alla «idoneità specifica, in concreto, del magistrato a rivestire quelle determinate funzioni in relazione al posto richiesto»; che, sempre secondo quanto riferisce il ricorrente, sulla base di tale disciplina, alcuni magistrati, collocati anticipatamente in quiescenza a seguito di procedimenti penali dai quali sono poi risultati assolti con formula piena, avrebbero presentato istanza di riammissione nell'ordine giudiziario; che, pertanto, l'Assemblea plenaria del Consiglio superiore della magistratura, nella seduta del 3 novembre 2004, ritenendo la disciplina lesiva della sfera di attribuzioni garantita dall'art. 105 della Costituzione, ha ritenuto di sollevare conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato dinanzi a questa Corte; che il ricorrente, in relazione all'ammissibilità del conflitto di attribuzione determinato da atti legislativi, richiama la giurisprudenza di questa Corte ed in particolare la sentenza n. 457 del 1999, secondo la quale qualora l'atto lesivo delle attribuzioni costituzionali sia un atto legislativo, lo strumento del conflitto sarebbe utilizzabile in via residuale rispetto alla questione di legittimità costituzionale in via incidentale;