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alcune rappresentanze delle forze dell'ordine interessate hanno manifestato il disagio ed il pericolo che le azioni sul territorio siano fortemente lese con conseguente riflesso sulla vita dei cittadini, si chiede di sapere se il Ministro in indirizzo sia a conoscenza dei fatti esposti e quali azioni intenda intraprendere per ovviare al pericolo che l'operatività delle forze di polizia sia limitata in ogni sua funzione di competenza. Atto n. 4-03121 DE BONIS DE FALCO MARTELLI Al Presidente del Consiglio dei ministri e al Ministro della salute Premesso che: articoli di stampa di fine marzo denunciano ciò che è successo in merito ai primi contagi da Coronavirus, dal 23 febbraio 2020 in poi, giorni cruciali, in cui era ancora possibile fermare, o almeno rallentare, il disastro in Lombardia; oltre alla stampa, anche la trasmissione televisiva di Rai 3 "Chi l'ha visto" del 27 marzo ha mandato in onda un servizio-inchiesta riguardo ad alcune gravi responsabilità da attribuire, purtroppo, all'ospedale "Pesenti Fenaroli" di Alzano Lombardo, vicino Bergamo. Infatti, attraverso diverse testimonianze, tra cui quella di un infermiere rimasto a sua volta contagiato, il 15 febbraio, prima del caso di Codogno, una persona anziana si sarebbe recata al pronto soccorso dell'ospedale in gravi condizioni di salute e dopo pochi giorni dal ricovero il responso avrebbe confermato la positività al Coronavirus. Nonostante ciò la struttura non è stata isolata né chiusa, se non per poche ore e, invece di prendere serie precauzioni e provvedimenti, sono stati commessi errori estremamente importanti, come il lasciar lavorare addetti ed operatori senza le dovute protezioni (causando successivamente il contagio e la morte di alcuni di questi), la mancata sanificazione, l'accoglienza di altri pazienti con parenti che a loro volta sono diventati "contagiatori" inconsapevoli di ulteriori parenti, amici, commercianti, colleghi di lavoro, eccetera; l'assessore regionale al Welfare Giulio Gallera, a fine febbraio, in un'intervista ha riferito: "Abbiamo condiviso con il Presidente dell'Istituto superiore di sanità, Silvio Brusaferro, la necessità di una zona rossa nell'area di Alzano. Era il mercoledì della seconda settimana. Poi abbiamo atteso, giovedì, venerdì, ma il governo questa decisione non l'ha assunta. Dopodiché, sabato o domenica ha preso una decisione molto forte, di chiudere l'intera regione. Sul perché non l'abbia assunta dovete chiederlo a Conte, non a noi". Il "mercoledì della seconda settimana" di cui parla Gallera è il 4 marzo, mentre poi l'8 marzo il Governo chiuderà l'intera Lombardia; in sostanza, la crisi inizia domenica 23 febbraio, quando all'ospedale "Pesenti Fenaroli" sono stati accertati due casi positivi di COVID-19. Nei giorni precedenti era scoppiato il primo focolaio a Codogno, in provincia di Lodi, territorio che era però stato subito chiuso dal Governo, d'intesa con la Regione, in una "zona rossa". Ad Alzano, invece, non è stato chiuso niente e nell'ospedale, fermato solo per poche ore, il contagio si è diffuso; come riportato anche da "il Fatto Quotidiano", qui ci sarebbe la falla, perché la Regione non è intervenuta e i pazienti dimessi dall'ospedale, i loro familiari, i medici, gli infermieri e i cittadini di Alzano sono stati lasciati andare in giro a diffondere il virus . Le fabbriche sono rimaste aperte e con loro gli impianti sciistici della vicina Valbondione; l'ospedale, dunque, è diventato la causa principale dei contagi; si sono ammalati il primario, i medici, infermieri e portantini. Si sono ammalati, poi, i pazienti dimessi e tornati a casa e si è ammalato chi era entrato per una frattura. Nessuna mappatura, né tamponi, né separazione dei contagiati, e i malati sono così aumentati, soprattutto nel paese vicino di Nembro; il presidente della Regione Attilio Fontana e l'assessore Gallera nel frattempo hanno temporeggiato e il sindaco di Bergamo, Giorgio Gori e quello di Milano, Giuseppe Sala, hanno invitato a non fermare le città e a uscire per l'aperitivo (con i noti motti "Milano non si ferma" e "Bergamo non si ferma"), con un risultato poi spaventoso, visto che ad Alzano si sono verificati più di 50 decessi in tre settimane. Poi il tutto è arrivato a Bergamo, con 9.815 positivi, Brescia 9.477 positivi, Milano 11.538 positivi; ed infine in tutta la Lombardia 51.534 casi totali e 9.202 i morti al 6 aprile 2020; il 2 marzo l'Istituto superiore di Sanità (ISS) ha stilato una nota in cui ha proposto la creazione di una "zona rossa" per isolare il " cluster " infettivo di Alzano e Nembro. La Regione, che avrebbe potuto decretarla subito, ha aspettato, invece, le decisioni del Governo; il Governo decise solo sei giorni dopo, l'8 marzo, con il decreto che ha dichiarato tutta la Lombardia "zona arancione" e bloccato 11 milioni di persone. Ma ormai era troppo tardi, bastava chiudere molto prima un'area di soli 25.000 abitanti e il contagio non sarebbe dilagato in Lombardia; i dieci giorni cruciali, dunque, sono quelli tra il 23 febbraio, quando il contagio è iniziato a diffondersi nella Bergamasca e il 2 marzo, quando l'ISS ha chiesto la "zona rossa" ad Alzano. Poi altri sei giorni, dal 2 all'8 marzo, quando tra Regione e Governo si disputa sulle responsabilità; considerato che: pare che questo blocco non sia stato deciso prima per non fermare, soprattutto, le fabbriche e le attività produttive della zona. A conferma della linea assunta dagli industriali, riluttanti alla chiusura degli stabilimenti per ragioni economiche, vi sarebbero le dichiarazioni del presidente di Confindustria Lombardia su "La Stampa" del 1° marzo 2020: "D'accordo che prima viene la salute, ma ora bisogna tornare a un clima normale se no il danno economico rischia di superare quello sanitario"; la trasmissione "Report" su Rai 3 del 6 aprile, ha mandato in onda un servizio sulla "zona grigia", termine col quale si è soliti indicare quelle situazioni in cui la commistione di interessi influenza le scelte della politica senza esporsi in prima linea, che ha portato la provincia di Bergamo, la Val Seriana, in particolare, ad essere la zona d'Italia più colpita dalla diffusione del COVID-19; la trasmissione ha ricostruito, con testimonianze inedite, quello che è successo a Nembro, Alzano Lombardo, e nella stessa Bergamo, dove, ad influire su scelte sbagliate di cui si paga ancora oggi il prezzo in termini di vite umane, sarebbero stati gli errori della politica regionale e la pressione esercitata dagli industriali, che si sono opposti, fino a quando hanno potuto, alla dichiarazione di istituzione di una "zona rossa" per la Val Seriana, per poter continuare la produzione negli stabilimenti di una delle aree più industrializzate del Paese. Per Andrea Agazzi, segretario dei metalmeccanici della FIOM CGIL di Bergamo, "Confindustria sicuramente ha giocato la sua partita".