[resaula]

Sono consapevole che in talune condizioni sia anche possibile arrivare ad uno strappo costituzionale; lo comprendo. Comprendo anche che in condizioni di emergenza forse si debba usare quello che normalmente non si farebbe. Uno potrebbe obiettare che, in fondo, se siamo morti non abbiamo altri diritti e che quindi l'articolo 32 prevale su tutto. Torniamo a quel problema di dosaggio, di uso sapiente degli ingredienti che la Carta costituzionale ci mette a disposizione perché, proprio quando siamo costretti a tendere al massimo l'elastico dei principi - sappiamo che i principi per definizione sono elastici - altri devono costituire l'argine, affinché quei principi alla fine non si rompano. Permettetemi soltanto di sottolineare che l'articolo 2, comma 5, del decreto in esame recita: «Il Presidente del Consiglio dei ministri o un Ministro da lui delegato riferisce ogni quindici giorni alle Camere». Avevamo proposto un semplice emendamento, che è stato rifiutato, in cui si aggiungevano le seguenti parole: «e provvede altresì a trasmettere idonea documentazione informativa sulle misure adottate ai Presidenti delle Regioni e ai Consigli regionali interessati». Non aggiungo altro, se non ricordare che questo emendamento serviva a richiamare l'attenzione del Governo sulla leale collaborazione tra Stato e Regioni, perché la Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le Regioni e le Province autonome è stata convocata in modo sporadico: basta andare a leggere i dati sul suo sito Internet. Il Governo ha dimostrato ancora una volta di non sapere davvero cosa sia la democrazia. (Applausi) . Ricordo al Governo che la democrazia si misura anche dal grado di rispetto delle opposizioni. Vorrei chiudere, dicendo: «A buon rendere!», ma noi siamo migliori di voi e quando toccherà a noi - perché toccherà a noi - vi dimostreremo quali sono le forze davvero democratiche. (Applausi) . PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Martelli. Ne ha facoltà. MARTELLI (Misto) . Signor Presidente, questa è la prima volta in sette anni e mezzo che mi presento a parlare con un discorso scritto e la cosa preoccupa anche me stesso. Tutto quello che è successo da quando è stata fatta la dichiarazione dello stato di emergenza merita di essere raccontato e di essere messo bene in ordine: tutti i fatti vanno messi bene in fila e osservati attentamente. Prima di procedere con questa narrazione, vorrei però far notare un aspetto: non penserete che, per aver scritto «fatti salvi» i decreti del Presidente del Consiglio dei ministri precedenti, questi vengano improvvisamente elevati al rango di norma primaria, e cioè diventino leggi con portata normativa e potere modificativo di altre leggi. Se pensate questo, sbagliate. Detto questo, esaminiamo che cosa è successo. Partirei dalla prima fase, che potrei chiamare fase preliminare o periodo pre-crisi, quando ancora si commentavano i video di quello che succedeva da altre parti, veri o falsi che fossero. In quel periodo, giustamente, ciascuno aveva la propria opinione su come si sarebbe dovuto procedere se lo stesso si fosse verificato in Italia, anche nell'ambiente medico e degli specialisti. Neanche quest'ultimi hanno la verità in tasca, come insegna il nostro immunologo da salotto, che ad ogni domanda risponde sempre che ciò che gli è stato chiesto non lo sa, ma sa altro. Immaginate se a un esame universitario lo studente che avete davanti, ad ogni domanda, vi dicesse che a essa non sa rispondere, ma sa rispondere un'altra domanda. Gli direi di tornare a ripetere l'esame, quando saprà quanto gli chiedo e non ciò di cui lui vuole parlare. Ebbene, quelle persone avevano una pluralità di opinioni che, nella fase 1, nella quale siamo entrati in medias res , è venuta meno. A questo punto le categorie più esposte mediaticamente, e cioè l'ambiente medico, dei ricercatori, quello politico e dell'informazione, hanno cominciato a suonare tutte la stessa la stessa musica realizzando una specie di pensiero unico nazionale. Si è creata così una gara al catastrofismo, e cioè a chi la sparava più grossa, generando come effetto collaterale la paura. Gli italiani si sono impauriti, anche perché li avete piazzati in casa, davanti alla televisione che li ha mesmerizzati. E voglio usare proprio il verbo mesmerizzare e non ipnotizzare, perché il signor Mesmer in questo caso potrebbe dire qualcosa. Un atteggiamento molto umano ha fatto sì che la paura di chi parlava è diventata la paura di tutti. E mi riferisco alla paura del politico di bruciarsi, se avesse preso la decisione sbagliata; alla paura dell'immunologo da salotto di dire la cosa sbagliata in quel momento o rivelatasi sbagliata successivamente, o alla paura del giornalista di bruciarsi portando avanti una notizia non veritiera. Tutti hanno mirato alla propria preservazione e questo - secondo me - è stato il primo errore: non il più grosso, ma il primo. Chi esercita il potere, che sia quello dell'informazione, della salute o quello politico, non può permettersi la mancanza di professionalità. Non può permettersi che la propria paura diventi la paura di qualcun altro. Quindi, sulla base della paura, avete praticamente messo guinzaglio e museruola ai cittadini; un guinzaglio apparentemente virtuale - non allontanarsi più di 200 metri da casa - ma poi diventato reale. Che cosa è successo? La gente ha avuto e ha paura di uscire di casa; la gente ha cominciato ad avere paura, paura di tutto, comprese - e qui c'è il secondo e più grave errore - le persone che indossano la divisa, le Forze dell'ordine. Avete fatto rompere la quarta parete al vigile di Alberto Sordi, quello che, molto poco professionalmente, esercitava il ruolo di vigile indossando la divisa. Noi abbiamo visto cose assurde: abbiamo visto la Polizia municipale, secondo folli ordinanze, aprire la busta della spesa delle persone per controllare la sua coerenza con l'ordinanza che stabiliva di spendere più di 50 euro. Il Governo avrebbe dovuto dire alla gente che si tratta di una perquisizione personale che richiede un'autorizzazione. Abbiamo visto richiedere l'esibizione di uno scontrino: la stessa Guardia di finanza non può più chiedere lo scontrino, ma solo la prova dell'acquisto, nel senso che non può controllare l'importo della stessa e cosa è stato comprato. Questo, però, non è stato detto. Avreste dovuto dire ai sindaci che, siccome il Governo ha avocato a sé la gestione, tutte le ordinanze più restrittive sono automaticamente nulle. È uscita la sentenza del Consiglio di Stato che ha stabilito che quando ha fatto il sindaco di Messina è una follia e, quindi, la sua ordinanza doveva essere censurata e decadere. Questo fa la giurisprudenza costituzionale. Ma nessuno ha detto nulla. Forse facevano comodo provvedimenti ancora più restrittivi che impaurivano le persone? Io credo non faccia comodo a nessuno che la gente abbia paura delle Forze dell'ordine che, nella maggior parte dei casi, si sono comportate professionalmente e, in pochi casi, no. Purtroppo, però, in questa situazione di compressione dei diritti costituzionali, a chi esercita il potere non è permesso non solo di oltrepassare la linea, ma neanche di provare a spostarla.