[pronunce]

, sarebbe affetta dagli stessi vizi della disciplina, analoga all'attuale, dichiarata costituzionalmente illegittima (sentenza n. 353 del 1996), in quanto in caso di uso distorto e dilatorio della rimessione poteva determinare la paralisi del procedimento, e si porrebbe conseguentemente in contrasto non solo con i principi di ragionevolezza (art. 3 Cost.) e di «efficienza del processo» (art. 97 Cost.), ma oggi anche con il principio della sua ragionevole durata (art. 111 Cost.); che è intervenuto in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, richiamando integralmente l'atto di intervento depositato in relazione alla ordinanza del Tribunale di Pescara iscritta al n. 334 del registro ordinanze del 2003. Considerato che la Corte di assise di Cosenza, il Tribunale di Pescara, il Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Pescara e il Tribunale di Trani, sezione distaccata di Molfetta, hanno sollevato questioni di legittimità costituzionale della disciplina della rimessione del processo, come modificata dalla legge 7 novembre 2002, n. 248 (Modifica degli articoli 45, 47, 48 e 49 del codice di procedura penale), sotto gli aspetti: a) della incompatibilità dei presupposti dell'istituto descritti dall'art. 45 del codice di procedura penale con gli artt. 3 e 25, primo comma, della Costituzione (r.o. n. 334, n. 444 e n. 553 del 2003); b) del contrasto della sospensione del processo a norma dell'art. 47 dello stesso codice con gli artt. 3, 111, secondo comma, 97 e 112 Cost. (r.o. n. 4, n. 334, n. 444 e n. 553 del 2003); c) della violazione dell'art. 25 Cost. in relazione alla immediata applicabilità della nuova disciplina ai processi in corso, prevista dall'art. 1, comma 5, della legge n. 248 del 2002 (r.o. n. 553 del 2003); che, avendo tutte le questioni ad oggetto il medesimo istituto, deve essere disposta la riunione dei relativi giudizi; che il primo gruppo di questioni si riferisce, in particolare, al carattere vago, generico e indeterminato di nozioni quali quelle di «legittimo sospetto», di turbamento della «libertà di determinazione delle persone», di pregiudizio della «sicurezza» o della «incolumità pubblica», qualificabili esse stesse come fonti di legittimo sospetto, nonché alla stessa compatibilità dell'istituto con i principi di eguaglianza e di ragionevolezza; che a norma dell'art. 46, comma 3, cod. proc. pen. il giudice, dopo che è stata depositata in cancelleria la richiesta di rimessione, è tenuto a trasmetterla immediatamente alla Corte di cassazione, alla quale esclusivamente spetta di decidere sulla richiesta, anche sotto il profilo della ammissibilità (artt. 47, comma 1, e 48, commi 2 e 6, cod. proc. pen.); che solo la Corte di cassazione, in quanto competente a giudicare sulla richiesta di rimessione, risulta pertanto abilitata a sollevare questione di legittimità costituzionale sugli aspetti sia sostanziali che processuali dell'istituto, mentre il giudice di merito non deve fare applicazione delle norme censurate, ad eccezione di quelle riguardanti la sospensione del processo ex art. 47 cod. proc. pen. , ed è quindi privo di legittimazione a sollevare questioni in tema di rimessione; che questa Corte è pervenuta ad analoghe conclusioni in ordine all'istituto della ricusazione, affermando che, ove il giudice ricusato venisse abilitato a sollevare questione di legittimità costituzionale in ordine al procedimento incidentale che lo riguarda, verrebbe stravolto il sistema che attribuisce esclusivamente al giudice superiore la competenza a giudicare sulla ricusazione (ordinanze n. 147 del 2003 e n. 204 del 1999; v. anche, per la dichiarazione di inammissibilità delle questioni sollevate dal giudice di merito dopo la presentazione, rispettivamente, del ricorso per regolamento di giurisdizione e di competenza, ordinanze n. 322 del 2002 e n. 248 del 2000); che le predette questioni devono pertanto essere dichiarate manifestamente inammissibili; che con il secondo gruppo di questioni i rimettenti censurano l'art. 47, comma 2, cod. proc. pen. , nella parte in cui prevede la sospensione obbligatoria del processo prima dello svolgimento delle conclusioni e della discussione e comunque prima della pronuncia della sentenza, così consentendo, mediante la reiterata riproposizione di richieste di rimessione, di paralizzare sistematicamente l'attività processuale, in violazione dei principi di ragionevolezza, della ragionevole durata e dell'efficienza del processo, alla stregua di considerazioni che riecheggiano quelle svolte da questa Corte nella sentenza n. 353 del 1996; che l'art. 47, comma 2, cod. proc. pen. stabilisce che il giudice deve 'comunque' sospendere il processo, prima dello svolgimento della discussione o prima della pronuncia della sentenza, dopo che ha avuto notizia dalla Corte di cassazione, ex art. 48, comma 3, dello stesso codice, che la richiesta di rimessione è stata assegnata alle sezioni unite o a sezione diversa dall'apposita sezione alla quale, a norma dell'art. 610, comma 1, cod. proc. pen. , sono assegnati i ricorsi quando il Presidente della Corte rileva una causa di inammissibilità; che dalla formulazione dell'art. 47, comma 2, cod. proc. pen. emerge dunque che il giudice deve disporre la sospensione del processo solo in presenza della duplice condizione che il processo stia per entrare in una fase processuale particolarmente 'qualificata' (prima dello svolgimento delle conclusioni e della discussione, prima della pronuncia del decreto che dispone il giudizio o della sentenza) e che al giudice stesso sia pervenuta la notizia che la richiesta di rimessione è stata assegnata alle sezioni unite o, comunque, ad una sezione competente a decidere nel merito, fermo restando che il giudice non deve disporre la sospensione se ritiene che la richiesta non sia fondata su elementi nuovi rispetto ad altra richiesta già rigettata o dichiarata inammissibile; che tutti i rimettenti hanno sollevato la questione subito dopo che la richiesta di rimessione è stata depositata in cancelleria, senza trasmetterla alla Corte di cassazione secondo quanto disposto dall'art. 46, comma 3, cod. proc. pen. , rendendo così impossibile il verificarsi della seconda condizione a cui è subordinata l'operatività della sospensione obbligatoria del processo, e cioè la comunicazione da parte della Corte che la richiesta è stata assegnata ad una sezione competente a decidere nel merito; che, ai fini della rilevanza della questione, non può essere seguita l'interpretazione prospettata dalla Corte di assise di Cosenza (r.o. n. 4 del 2003), secondo cui l'avverbio «comunque» che compare nell'art. 47, comma 2, cod. proc. pen.