[pronunce]

n. 286 del 1998, che ha reso obbligatoria l'esibizione agli uffici della pubblica amministrazione dei documenti inerenti il soggiorno anche per i provvedimenti relativi agli atti di stato civile, all'accesso a pubblici servizi, con esclusione delle sole prestazioni sanitarie di cui all'art. 35 del d.lgs. n. 286 del 1998 e delle prestazioni scolastiche obbligatorie, ponendosi così in contrasto con l'art. 2 Cost.; che, secondo il Giudice di pace di Firenze, l'art. 10-bis del d.lgs. n. 286 del 1998 contrasterebbe anche con l'art. 27, terzo comma, Cost. in quanto l'espulsione amministrativa, da considerarsi a tutti gli effetti come la pena prevista per la contravvenzione in esame, non può avere reali e concreti effetti rieducativi; che, infine, la previsione sulla improcedibilità dell'azione penale, in caso di intervenuta espulsione dello straniero in via amministrativa, oltre ad essere intrinsecamente irragionevole, determinerebbe una disparità di trattamento di situazioni identiche in violazione dell'art. 3 Cost., dipendendo solo dalla solerzia dell'apparato amministrativo la condanna o meno dell'immigrato clandestino; che è intervenuto nel giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che la questione sia dichiarata inammissibile o infondata; che l'Avvocatura dello Stato richiama, a sostegno dell'inammissibilità e dell'infondatezza, la sentenza di questa Corte n. 250 del 2010; che, in particolare, la difesa statale ricorda che la Corte ha già ritenuto manifestamente infondata la censura relativa alla violazione del principio di ragionevolezza di cui all'art. 3 Cost. motivata sull'assunto che la sfera applicativa della norma penale si sovrapporrebbe a quella dell'espulsione quale misura amministrativa; che, in tale occasione, la Corte ha detto che la sovrapposizione della disciplina penale a quella amministrativa e la circostanza che il legislatore abbia mostrato di «considerare l'applicazione della sanzione penale come un esito "subordinato" rispetto alla materiale estromissione dal territorio nazionale dello straniero» - giustificabile «nel diminuito interesse dello Stato alla punizione di soggetti ormai estromessi dal proprio territorio» - non comportano ancora che il procedimento penale per il reato in esame rappresenti, a priori, un mero "duplicato" della procedura amministrativa di espulsione «e ciò, a tacer d'altro, per la ragione che - come l'esperienza attesta - in un largo numero di casi non è possibile, per la pubblica amministrazione, dare corso all'esecuzione dei provvedimenti espulsivi»; che anche la questione di costituzionalità relativa alla violazione dell'art. 3 Cost. per l'ingiustificata disparità di trattamento determinata dalla facoltà del giudice di sostituire, nel caso di condanna, la pena pecuniaria comminata per il reato di cui all'art. 10-bis del d.lgs. n. 286 del 1998, con la misura dell'espulsione e dalla preclusione della concessione del beneficio della sospensione condizionale della pena, è già stata dichiarata dalla Corte manifestamente inammissibile in quanto «a prescindere da ogni considerazione di merito, la lesione costituzionale denunciata non deriva dalla disposizione impugnata, ma da norme distinte, non coinvolte nello scrutinio di costituzionalità» quali: l'art. 16, comma 1, del d.lgs. n. 286 del 1998, (come modificato dall'art. 1, commi 16 e 22, della legge 15 luglio 2009, n. 94), l'art. 62-bis del d.lgs. n. 274 del 2000 e gli artt. 4, comma 2, e 60 del medesimo d.lgs. n. 274 del 2000; che la Corte ha anche escluso la configurabilità di una violazione dell'art. 3 Cost., sotto il profilo della disparità di trattamento rispetto al delitto di inottemperanza all'ordine di allontanamento impartito dal Questore, di cui all'art. 14, comma 5-ter, del d.lgs. n. 286 del 1998 (sentenza n. 250 del 2010), rilevando che la mancata reiterazione, nella norma impugnata, della clausola «senza giustificato motivo», presente nella citata disposizione, non esclude che alla contravvenzione in esame si applichino le esimenti di ordine generale e, in particolare, quella dello stato di necessità (art. 54 cod. pen.), come pure le cause di esclusione della colpevolezza, ivi compresa l'ignoranza inevitabile della legge penale (art. 5 cod. pen. , quale risultante a seguito della sentenza n. 364 del 1988) e, con particolare riguardo alla figura dell'illecito trattenimento, il basilare principio ad impossibilia nemo tenetur, valevole per la generalità delle fattispecie omissive proprie; che, inoltre, alla fattispecie in esame si applica l'istituto dell'improcedibilità per particolare tenuità del fatto, proprio dei reati di competenza del Giudice di pace (art. 34 del d.lgs. 28 agosto 2000, n. 274, recante «Disposizioni sulla competenza penale del Giudice di Pace, a norma dell'articolo 14 della legge 24 novembre 1999, n. 468»): istituto che «può valere a "controbilanciare" la mancata attribuzione di rilievo alle fattispecie di "giustificato motivo" che esulino dal novero delle cause generali di non punibilità» (sentenza n. 250 del 2010); che, del pari, l'Avvocatura dello Stato ritiene infondato l'ulteriore profilo secondo cui l'art. 10-bis del d.lgs. n. 286 del 1998 viola il principio di materialità del reato, poiché sarebbe sottoposta a pena una «condizione personale e sociale» - come quella di straniero «clandestino» (o, più propriamente, «irregolare») - della quale viene arbitrariamente presunta la pericolosità sociale, in assenza della lesione o messa in concreto pericolo di un bene giuridico costituzionalmente tutelato, in quanto la Corte, con la sentenza n. 250 del 2010, ha già affermato che la norma impugnata non reprime un «modo di essere» della persona, ma uno specifico comportamento trasgressivo di norme vigenti, come quello descritto dalle locuzioni alternative «fare ingresso» e «trattenersi» contra legem nel territorio dello Stato e che a queste locuzioni corrispondono, rispettivamente, una condotta attiva istantanea (il varcare illegalmente i confini nazionali) ed una a carattere permanente il cui nucleo antidoveroso è omissivo (l'omettere di lasciare il territorio nazionale, pur non essendo in possesso di un titolo che renda legittima la permanenza), che, pertanto, la norma censurata non è volta a rendere penalmente rilevanti situazioni di povertà e di emarginazione, ma si limita a reprimere la commissione di un fatto oggettivamente (e comunque) antigiuridico, offensivo di un interesse reputato meritevole di tutela, identificabile nell'interesse dello Stato al controllo e alla gestione dei flussi migratori;