[pronunce]

che il rimettente osserva come l'avere ancorato legislativamente il termine di venti giorni in ogni caso alla data fissata con l'atto di citazione finisca con l'avvantaggiare l'attore che, di fatto, ha la facoltà di stabilire la data dell'udienza liberamente e, specie nei tribunali di piccole dimensioni o nelle sezioni distaccate, potrebbe volontariamente fare cadere il giorno di fissazione dell'udienza nel giorno più lontano possibile da quelli calendarizzati tabellarmente, giovandosi di un ulteriore maggior termine - di regola breve, ma molto più lungo in caso di scadenza in prossimità del periodo feriale - per studiare e valutare le difese del convenuto prima di determinare la propria strategia difensiva; che il giudice a quo precisa come le forme di pubblicità del calendario giudiziario, di cui agli artt. 69-bis e 80 delle disposizioni per l'attuazione del codice di procedura civile, consentano alle parti di prevedere tempestivamente la data effettiva dell'udienza, solo che si conosca quale sia il giudice designato - e ciò mediante accesso alla cancelleria - sicché le esigenze di certezza delle date per la parte convenuta sarebbero comunque rispettate anche ove non ancorate alla data fissata nella citazione; che il rimettente assume, quindi, anche la violazione dell'art. 111 Cost., sotto il profilo del principio del giusto processo e parità delle parti, posto che, per quanto sopra, si consentirebbe all'attore di avvantaggiarsi, stabilendo la data dell'udienza, di un eventuale allungamento del termine per predisporre le proprie difese prima della celebrazione effettiva dell'udienza; che tale possibilità sarebbe, invece, preclusa nel caso di cui all'art. 168-bis, quinto comma, cod. proc. civ. , essendo stata, in tal caso, considerata la data di effettiva celebrazione della udienza ai fini del computo dei venti giorni per la costituzione del convenuto; che, sotto il profilo della violazione dell'art. 111 Cost., non si tratterebbe, ad avviso del giudice a quo, di «compressione dell'attività difensiva del convenuto», ma, all'opposto, di un problema di possibile «abusivo ampliamento delle possibilità difensive dell'attore» (con allungamento dei termini della propria risposta alle eccezioni di parte e alle domande riconvenzionali); che, sulla base delle suddette argomentazioni, il giudicante ravvisa la violazione della norma censurata con i principi di cui agli artt. 3 e 24 Cost. in combinato disposto con il principio di parità delle parti ai sensi dell'art 111 Cost.; che, con atto depositato in data 24 dicembre 2012, è intervenuto il Presidente del Consiglio del ministri, rappresentato e difeso dalla Avvocatura generale dello Stato, concludendo per l'inammissibilità o per l'infondatezza della questione; Considerato che il Tribunale ordinario di Tivoli, in composizione monocratica, dubita, in riferimento agli articoli 3, 24 e 111 della Costituzione, nonché al principio di ragionevolezza, della legittimità costituzionale dell'articolo 166 del codice di procedura civile «nella parte in cui prevede che il convenuto deve costituirsi, a mezzo del procuratore o personalmente nei casi consentiti dalla legge, almeno venti giorni prima dell'udienza di comparizione fissata nell'atto di citazione, anche nell'ipotesi di differimento della udienza stessa ai sensi dell'art. 168-bis, quarto comma, cod. proc. civ. , anziché almeno venti giorni prima della celebrazione effettiva della udienza»; che questa Corte è già stata chiamata tre volte a scrutinare la detta questione, pervenendo a dichiarare la manifesta infondatezza delle questioni sollevate (ordinanze n. 134 del 2009, n. 164 del 1998 e n. 461 del 1997); che la questione è nuovamente sollevata con riferimento alla limitazione del diritto di difesa e alla disparità di trattamento «per compressione del termine difensivo concesso per la costituzione in giudizio del convenuto (venti giorni prima dell'udienza fissata nell'atto di citazione), nel caso di differimento dell'udienza qualora, nel giorno fissato per la comparizione, il giudice istruttore designato non tenga udienza, circostanza nella quale «la comparizione delle parti è d'ufficio rimandata all'udienza immediatamente successiva tenuta dal giudice designato», come previsto dall'art. 168-bis, quarto comma, cod. proc. civ. ; che, ad avviso del rimettente, in simili ipotesi l'obbligo per il giudice di considerare, ai fini della tardività della costituzione (con tutte le conseguenze e le preclusioni di legge), la data di udienza fissata nell'atto di citazione, anziché quella di effettivo svolgimento, sarebbe in contrasto con il principio di ragionevolezza e violerebbe il principio di non disparità di trattamento in relazione all'ipotesi, del tutto analoga, in cui l'udienza sia differita dal giudice ai sensi dell'art. 168-bis, quinto comma, cod. proc. civ. (cioè, con decreto da emettere entro cinque giorni dalla presentazione del fascicolo, per un periodo massimo di quarantacinque giorni); che, come questa Corte ha già affermato, «le fattispecie di rinvio della prima udienza di comparizione, considerate nel quarto e nel quinto comma dell'art. 168-bis cod. proc. civ. , non sono riconducibili ad una ratio comune, in quanto la previsione del potere di differimento della data della prima udienza di comparizione, attribuito al giudice istruttore dal quinto comma del citato art. 168-bis, è correlato alla fondamentale esigenza di porre il giudice in condizione di conoscere l'effettivo thema decidendum fin dal momento iniziale della trattazione della causa, mentre le medesime esigenze non sussistono in relazione al rinvio previsto dal quarto comma del detto art. 168-bis, il quale può derivare da qualunque motivo, anche fortuito e indipendente da ragioni organizzative dell'ufficio o del giudice» (ordinanza n. 164 del 1998); che, pertanto, non può ravvisarsi disparità di trattamento, avuto riguardo al carattere non omogeneo delle due ipotesi richiamate (ordinanza n. 134 del 2009); che la norma censurata non presenta affatto «una intrinseca incoerenza, contraddittorietà ed illogicità rispetto alla complessiva finalità perseguita dal legislatore»; che, infatti, essa, stabilendo che il convenuto deve costituirsi almeno venti giorni prima dell'udienza di comparizione fissata nell'atto di citazione (dieci giorni nel caso di abbreviazione dei termini per comparire ai sensi dell'art. 163-bis cod. proc. civ.), ovvero almeno venti giorni prima dell'udienza fissata a norma dell'art. 168-bis, quinto comma, ha inteso ancorare il calcolo del termine ad un elemento certo (la data della prima udienza fissata nella citazione oppure la data differita dal giudice e comunicata dal cancelliere alle parti costituite), così rispondendo - nell'esercizio di una non irragionevole discrezionalità del legislatore nella conformazione degli istituti processuali - all'interesse pubblico di certezza delle situazioni giuridiche; che tale interesse è meglio garantito da indicazioni formalizzate in atti scritti (citazione o decreto di differimento dell'udienza di comparizione comunicato dalla cancelleria), che non da un rinvio d'ufficio non soggetto ad alcuna comunicazione;