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Infelice e contrastante con princìpi costituzionali, quali gli articoli 2 e 3, appare altresì anche la ulteriore ipotesi riportata dalla norma e relativa al fatto che il minore debba essere allontanato ove si ravvisi una generica incapacità di provvedere alla educazione del minore per motivi di «negligenza, immoralità, ignoranza». È evidente come si tratti di una norma non solo troppo ampia e generica e, ciò nonostante sia idonea ad incidere gravemente in primis sul diritto del minore «di crescere ed essere educato nell’ambito della propria famiglia» sancito dall'articolo 1 della predetta legge n. 184 del 1983, modificato nel 2001, ed avente, ai sensi dell'articolo 2 della Costituzione, rango e dignità costituzionale. Si evidenzia a tale riguardo che tutte le norme costituzionali e sovranazionali, queste ultime peraltro ratificate in Italia, stabiliscono con riferimento alle relazioni familiari come la famiglia sia la formazione per eccellenza in cui il minore può svolgere la propria personalità. È, infatti, soprattutto all'interno di questa formazione sociale che si dispiega l'attuazione dei doveri costituzionali imposti ai genitori quali l'istruzione, l'educazione e il mantenimento, che necessitano per il loro adempimento di uno strumento quale la responsabilità genitoriale. Tale diritto del minore a preservare le relazioni familiari, inviolabile, come già detto, ai sensi dell'articolo 2 della Costituzione, riceve altresì tutela anche da altre disposizioni costituzionali, ovvero dagli articoli 3, 29 e 30 della Costituzione, nonché dall'articolo 8 della Convenzione di New York del 1989 sui diritti del fanciullo, per quest'ultimo dovendosi intendere, ai sensi dell’articolo 1: «ogni essere umano avente un'età inferiore a diciotto anni, salvo se abbia raggiunto prima la maturità in virtù della legislazione applicabile», resa esecutiva in Italia dalla legge 27 maggio 1991, n. 176. In particolare, l'articolo 3, primo paragrafo, della predetta Convenzione recita: «In tutte le decisioni relative ai fanciulli, di competenza sia delle istituzioni pubbliche o private di assistenza sociale, dei tribunali, delle autorità amministrative o degli organi legislativi, l'interesse superiore del fanciullo deve essere una considerazione preminente». L'articolo 9 della suindicata Convenzione stabilisce inoltre il diritto del minore all'unità familiare da cui il primo non può essere separato se non nei casi specifici e controllati. La Convenzione europea sull'esercizio dei diritti dei fanciulli, adottata dal Consiglio d'Europa a Strasburgo il 25 gennaio 1996, ratificata e resa esecutiva con legge 20 marzo 2003, n. 77, nel disciplinare il processo decisionale nei procedimenti riguardanti un minore, detta le modalità cui l'autorità giudiziaria deve conformarsi «prima di giungere a qualunque decisione», stabilendo (tra l'altro) che l'autorità stessa deve acquisire «informazioni sufficienti al fine di prendere una decisione nell'interesse superiore del minore». La Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea del 7 dicembre 2000, adottata il 12 dicembre 2007 a Strasburgo, ed entrata in vigore il 1º dicembre 2009, nell'articolo 24, secondo paragrafo, prescrive che: «In tutti gli atti relativi ai minori, siano essi compiuti da autorità pubbliche o da istituzioni private, l'interesse superiore del minore deve essere considerato preminente»; e il terzo paragrafo del medesimo articolo aggiunge che: «Il minore ha diritto di intrattenere regolarmente relazioni personali e contatti diretti con i due genitori, salvo qualora ciò sia contrario al suo interesse», statuendo, nell'articolo 7, altresì, il rispetto della propria vita privata e familiare. Da dette fonti emerge quindi, in modo inconfutabile, il principio, pienamente rinvenibile negli articoli 29 e 30 della Costituzione, in base al quale alla famiglia deve essere riconosciuta la più ampia protezione ed assistenza in particolare nel momento della sua formazione ed in vista della responsabilità che entrambi i genitori hanno per il mantenimento e l'educazione dei figli minori: trattasi quindi di diritti umani fondamentali, cui può derogarsi solo in presenza di specifiche e motivate esigenze volte alla tutela. Questo sistema di valori, ritenuti «fondamentali della dignità umana», è divenuto altresì parte integrante del diritto comunitario nel cui ambito è stata adottata la direttiva 2003/86/CE del Consiglio, relativa al ricongiungimento familiare di cittadini di paesi terzi, da interpretare secondo la Corte di Giustizia dell’Unione europea (sentenza n. 578 del 4 marzo 2010) alla luce dei diritti fondamentali, e più «particolarmente del diritto al rispetto della vita familiare sancito sia dalla CEDU, sia dalla Carta» dei diritti fondamentali dell'Unione europea del 7 dicembre 2000. Come si evince dall’ordinamento internazionale, recepito – si ribadisce – in Italia, è principio acquisito che in ogni atto comunque riguardante un minore deve tenersi presente il suo interesse, considerato preminente, e che questo coincide generalmente con il crescere ed essere educato nell'ambito della propria famiglia. E non diverso è l'indirizzo dell'ordinamento interno, nel quale l'interesse morale e materiale del minore ha assunto carattere di piena centralità, specialmente dopo la riforma attuata con legge 19 maggio 1975, n. 151 («Riforma del diritto di famiglia»), e, come innanzi specificato, dopo la riforma dell'adozione realizzata con la legge 4 maggio 1983, n. 184, come modificata dalla legge 28 marzo 2001, n. 149. Un ruolo decisivo è altresì svolto anche dalla Convenzione europea dei diritti dell'uomo, dal momento che il diritto dei minori a crescere nella famiglia d'origine ha guidato la Corte europea dei diritti dell’uomo (CEDU) nel giudizio sulla proporzionalità e sulla ragionevolezza delle misure adottate dalle autorità nazionali per allontanare il minore dalla propria famiglia (Scozzari contro Italia, 1° ottobre 2010, n. 67790/01). Le Sezioni unite della Corte di cassazione (sentenza n. 21799 del 2010) hanno inoltre statuito che gli articoli 29, 30 e 31 della Costituzione tutelano la famiglia anche e soprattutto come luogo privilegiato di sviluppo ed affermazione della personalità del minore, ponendola al centro di un sistema di protezione e fruizione di diritti da esercitarsi nei confronti dei genitori (articolo 30) e dei pubblici poteri (articolo 31). La Corte costituzionale inoltre ha rimarcato l'applicazione generale e paritaria di detti diritti considerati «fondamentali della persona» ai sensi dell'articolo 2 della Costituzione. Naturale conseguenza del rango sovranazionale e costituzionale di tale diritto del minore è la circostanza secondo cui qualsiasi provvedimento idoneo a incidere sulla collocazione del minore fuori dal proprio contesto familiare e, conseguentemente, sulla responsabilità genitoriale, ha di fatto delle ripercussioni nell'assolvimento di quei doveri costituzionalmente imposti nei confronti e a tutela del minore.