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Nuove disposizioni concernenti la classificazione dei prodotti in base alla loro sostenibilità produttiva, tenuto conto delle materie prime impiegate, dell'energia e delle risorse idriche utilizzate nonché del potenziale recupero e riciclo finale. Onorevoli Senatori. – Il presente disegno di legge interviene nell'ambito della realizzazione, distribuzione e smaltimento finale dei prodotti in un'ottica di sostenibilità ambientale che partendo dalla strategia rifiuti zero consente una transizione verso un'economia circolare delle risorse, dei prodotti e dei rifiuti. L'iniziativa è volta all'approvazione di una legge che afferisca alle seguenti aree di interesse: area di interesse relativa alla cosiddetta Strategia rifiuti zero che prevede una riduzione dei rifiuti a monte rispetto al ciclo di produzione, già in fase di progettazione dei prodotti stessi; area di interesse relativa all'etichettatura CE dei prodotti che tenga conto anche della dismissione dei prodotti e del loro ciclo di vita, prevedendo le indicazioni delle tipologie di materiali utilizzati e per lo smaltimento del prodotto complessivo o nella sua forma destrutturata; area di interesse relativa alla gestione dei rifiuti prevedendo per ogni prodotto una determinata gestione in fase di trasformazione in rifiuto. Il disegno di legge si pone come obiettivo quello di migliorare la competitività del nostro mercato partendo dalla sostenibilità ambientale associando a ogni prodotto una classificazione in base al livello di recupero e riciclabilità dello stesso. Per comprendere al meglio gli obiettivi di tale disegno di legge è bene partire da un esempio pratico: in fase di acquisto attualmente il consumatore può scegliere un prodotto che sia energeticamente classificato in classe A+, ovvero in classe A e così via. In un'ottica di estrema sostenibilità ambientale sarebbe opportuno che il consumatore potesse orientare il suo acquisto in base alla classificazione dei prodotti stessi rispetto alla loro impronta ecologica. L'impronta ecologica viene attualmente realizzata seguendo gli standard stabiliti nel 2009 dal Global Footprint Network e la stessa Unione europea ha diffuso delle apposite linee guida. È auspicabile allora che la classificazione dell'impronta ecologica dei prodotti possa essere considerata a più livelli, se si considera il prodotto come aggregato finale o come de-strutturato oppure se vengono o meno considerati vari indici nel calcolo dell'impronta ecologica. È altresì ipotizzabile che, al fine di valutare correttamente l'impronta ecologica di un prodotto, sia necessario che già in fase di progettazione si ipotizzi e calcoli il numero di cicli vita funzionali che il prodotto e le materie in esso contenute possono determinare. Non da ultimo la comunicazione della Commissione europea al Parlamento COM(2015) 614 del 2 dicembre 2015 che ha per titolo «L'anello mancante – Piano d'azione dell'Unione europea per l'economia circolare» invia un segnale chiaro agli operatori economici: l'UE sta utilizzando tutti gli strumenti di cui dispone per trasformare la propria economia, aprendo la strada a nuove opportunità commerciali e stimolando la competitività. Si tratta di misure a 360 gradi per cambiare l'intero ciclo di vita del prodotto, che non si concentrano unicamente sulla fase di fine vita e sottolineano la precisa ambizione della Commissione di trasformare l'economia dell'Unione e produrre risultati concreti con cui dovrebbero progressivamente emergere modalità innovative e più efficaci di produzione e di consumo. L'economia circolare ha le potenzialità per creare numerosi posti di lavoro in Europa, preservando nel contempo risorse preziose e sempre più scarse, riducendo l'impatto ambientale legato al loro impiego e iniettando nuovo valore nei materiali di scarto. I benefici dell'economia circolare possono essere molteplici. In termini di risorse naturali si stima che si potrebbe ridurre il fabbisogno di fattori produttivi materiali del 17-24 per cento entro il 2030. Il risparmio economico si aggirerebbe in questo caso intorno ai 630 miliardi di euro l'anno. Una concezione sviluppata di produttività delle risorse, che nell'ultimo decennio ha registrato una crescita del suo tasso nell'UE del 20 per cento, trend che secondo le previsioni si incrementerà di un'ulteriore 30 per cento entro il 2030 con un conseguente aumento del PIL di circa l'1 per cento, ed un aumento di posti di lavoro che si aggira attorno ai due milioni. Investire nell'economia circolare dunque conviene sia in termini economici che in termini ambientali. La metodologia di prevenzione della produzione di rifiuti attuata mediante una corretta progettazione a monte eco-compatibile permetterebbe risparmi alle imprese di circa 600 miliardi di euro annui, pari a circa l'8 per cento del fatturato complessivo. A questo poi va aggiunto il risultato ottenibile anche da altre buone pratiche, come una prevedibile riduzione delle emissioni di gas serra del 2-4 per cento. Ciò andrà sostenuto in seguito da una partnership che rafforzi la ricerca delle politiche innovative a favore di un'economia circolare. Nella transizione dall'economia lineare tradizionale ad un'economia circolare i prodotti sono progettati in modo da prevedere fin dalla prima fase la loro destinazione finale una volta esaurito il ciclo di vita. Sotto questo profilo si inserisce una leva per aumentare i livelli di competitività delle imprese e della ricerca italiana; basti pensare alla capacità di una azienda di pensare un prodotto per molteplici cicli di vita anziché uno soltanto. Ne risulta che i principali attori di questa transizione sono: – la classe politica che deve essere in grado di creare le condizioni affinché questa transizione avvenga, mediante normative che prevedano finanziamenti/sanzioni per le aziende più o meno virtuose; – il mondo delle imprese che aumentando il loro livello di competitività si inseriscono in modo proficuo nella transizione, attraverso un impegnativo processo di re-industrializzazione; – i consumatori che aumentando il loro livello di consapevolezza determinano la chiusura del cerchio dell'economia dei prodotti. Il disegno di legge quindi ha come obiettivo di permettere un'adeguata e immediata informazione verso i consumatori circa le credenziali ecologiche dei prodotti che si accingono a comprare. Ma non solo, perché il processo immaginato determina un mondo delle imprese che sia già esso stesso responsabile perché ha la capacità culturale di disegnare gli scenari futuri dei loro prodotti. Per questo, l'articolo 1 stabilisce i termini e le definizioni legati alla classificazione dell'impronta ecologica dei prodotti. Tale classificazione tiene in considerazione gli aspetti ambientali principali che rientrano nel ciclo di produzione dei prodotti. In particolare permettendo una stima dei materiali utilizzati per la produzione, dell'energia spesa per la produzione e per il rifiuto finale prodotto. L'articolo 2 definisce i criteri per l'istituzione di un comitato tecnico scientifico che sovraintende all’ iter applicativo della legge. L'articolo 3 definisce i termini entro i quali il Ministero dello sviluppo economico emana le circolari e le linee guida attuative, utili ai fini della corretta applicazione della normativa di classificazione dei rifiuti. L'articolo 4 determina il termine entro il quale i prodotti devono essere adeguati secondo la nuova classificazione. Questo comporta solo la classificazione del prodotto con inserimento delle note tecniche nel fascicolo tecnico di prodotto. In questa fase non è prevista nessuna marcatura specifica se non volontaria.