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Noi sappiamo benissimo che l'Egitto è importante per la stabilizzazione della Libia, per le questioni energetiche del Mediterraneo, sappiamo che l'Egitto è un bastione contro i rischi del terrorismo e della sua espansione nel Mediterraneo. Proprio per questo richiamiamo le autorità egiziane a un rispetto dei diritti dell'uomo, perché non è in nessun modo possibile macchiare tutti gli elementi di positività, che noi vediamo in questo Paese, con un comportamento che è del tutto intollerabile. Noi non vogliamo esportare la democrazia, come diceva il presidente americano Bush, perché sappiamo che la questione è molto più complessa, perché sappiamo che ci scontriamo con Paesi nel mondo che hanno una concezione anche religiosa antitetica alla nostra. Quindi, esportare la democrazia, come se fosse possibile farlo in modo automatico, è un atto che addirittura potrebbe essere anche di arroganza da parte nostra. Ci sono, però, dei diritti inalienabili. Ci sono dei confini oltre i quali il compromesso della politica estera incontra dei limiti e delle barriere. Noi siamo arrivati a questi limiti. Siamo arrivati a questi limiti che per noi non è possibile in alcun modo varcare, perché significherebbe complicità con atteggiamenti che noi riteniamo antiumani. Terminando, dico alle autorità egiziane, ringraziando anche l'ambasciata per quello che fa in modo encomiabile, che noi abbiamo una ferita che non è chiusa, ma è aperta, che è quella di Giulio Regeni, vicenda sulla quale non abbiamo avuto una risposta in termini di collaborazioni istituzionali, come pure ci era stato promesso e come pure noi speravamo di avere, come autorità dello Stato italiano, Parlamento e Governo. Colleghi, questo atto di indirizzo per dare la cittadinanza a Patrick Zaki è, dunque, un atto, secondo me, di grande decoro e dignità del Parlamento, che acquisisce un punto fermo tra tutte le forze politiche. Dove i diritti individuali delle persone vengono sistematicamente violati, noi dobbiamo dire una parola di libertà e di verità. (Applausi) . PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Sbrollini. Ne ha facoltà. SBROLLINI (IV-PSI) . Signor Presidente, saluto e ringrazio il Governo e la viceministro Sereni e ringrazio il collega Verducci. È bene fare anche un po' di storia. Il 7 febbraio 2020, più di un anno fa, veniva arrestato al Cairo Patrick Zaki. Il fermo è avvenuto appena lo studente egiziano aveva messo piede in Egitto, dove era tornato per una breve vacanza e per vedere i genitori. Arrivava da Bologna, dove si era trasferito dal settembre 2019 per seguire un master . Dopo l'arresto, ventiquattro ore di blackout , durante le quali, secondo le denunce di legali e attivisti, Zaki è stato interrogato e torturato. Poi, l'8 febbraio, la formalizzazione dello stato di arresto. Da allora è nel carcere di Tora, in attesa di processo, dopo svariati rinnovi di custodia cautelare con accuse che vanno dalla propaganda sovversiva al terrorismo, solo per alcuni post sui social , che peraltro la sua difesa sostiene essere falsi. I reati che gli sono stati contestati sono quelli di istigazione, proteste e propaganda per il terrorismo sul proprio profilo Facebook, cioè di aver pubblicato notizie false con l'intento di disturbare la pace sociale, incitando proteste contro l'autorità pubblica, sostenendo il rovesciamento dello Stato egiziano usando i social network e istigando alla violenza e al terrorismo. Per quei messaggi Patrick rischia fino a venticinque anni di carcere. Si susseguono inoltre continui rinvii delle udienze preliminari per mezzo di provvedimenti pronunciati da una magistratura priva delle più elementari garanzie di indipendenza dal potere esecutivo. Proprio qualche giorno fa la corte d'assise del Cairo ha rinnovato di altri quarantacinque giorni la detenzione del ricercatore egiziano ed è stata inoltre respinta la richiesta presentata dalla difesa di un cambio dei giudici che seguono il caso. Secondo le stime di Amnesty International il tempo medio di detenzione in un penitenziario egiziano è di trecentoquarantacinque giorni, ma esistono casi che superano i mille giorni. Nel rapporto «Stato d'eccezione permanente» si evidenzia il disinvolto uso da parte della procura di forme di tortura quale mezzo per estorcere confessioni, nonché la complicità nelle sparizioni forzate operate dall'agenzia di sicurezza nazionale. Sempre nel documento, infine, si rileva che la procura omette sistematicamente di informare i detenuti dei loro diritti, nega loro l'accesso agli avvocati e li sottopone a interrogatori coercitivi in cui sono bendati, trattenuti in condizioni inumane e minacciati di ulteriori interrogatori e torture da parte dell'agenzia di sicurezza nazionale. Insomma, il ruolo della cosiddetta procura suprema per la sicurezza dello Stato, che è un ramo speciale del pubblico ministero responsabile di perseguire i crimini che riguardano la sicurezza dello Stato, ha poi subito una significativa espansione nel sistema giudiziario egiziano. Queste violazioni hanno un impatto più ampio su altri diritti, tra cui quelli alla libertà di espressione, associazione, assemblea e partecipazione politica, creando un senso pervasivo di paura. È passato più di un anno da quel tragico arresto, ma nessuna petizione e protesta è purtroppo riuscita a esercitare una pressione tale da portare a una sua scarcerazione da parte del Governo egiziano. Sempre dal rapporto del 2016 appare evidente un progressivo aumento di rapimenti di studenti, attivisti e manifestanti, anche minorenni, spariti per opera del sistema di repressione dello Stato. Quindi, come Patrick Zaki ce ne sono altri. Occorre oggi fare una scelta. Dobbiamo prendere una netta posizione sulla questione dei diritti umani, in nome di una chiara adesione ai valori di libertà e giustizia che fondano la nostra Costituzione. Dobbiamo farci portavoce di questa battaglia di civiltà, schierandoci dalla parte di Patrick e di tutti gli altri che, come lui, sono ingiustamente detenuti in Egitto. La storia di Zaki non è una faccenda egiziana di cui l'Italia può disinteressarsi, come sostenuto anche dal Ministero dell'interno e dalla stampa egiziani. Sono state raccolte circa 200.000 firme e più di 1.000 Comuni italiani hanno votato per la cittadinanza onoraria di Zaki. Concludo affermando, a nome del Gruppo Italia Viva-PSI, che dobbiamo contribuire con urgenza affinché Patrick Zaki abbia la cittadinanza italiana, in quanto solo così potremo affermare diritti di libertà e giustizia. (Applausi) . PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Rossomando. Ne ha facoltà. ROSSOMANDO (PD) . Signor Presidente, rappresentanti del Governo, onorevoli colleghi, la dizione della mozione e poi dell'ordine del giorno in esame è che ricorre un eccezionale interesse dello Stato italiano a concedere la cittadinanza italiana allo studente Zaki. La cittadinanza è l'appartenenza a un insieme di valori e di principi, in virtù dei quali si è titolari di diritti e di doveri e in un sistema democratico e liberale questi diritti umani sono esigibili. Pertanto, la questione della cittadinanza è collegata a un sistema compiuto di garanzie: