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Signor Presidente, colleghi, ho ascoltato con grande attenzione, serenità e pacatezza il lungo dibattito che ha attraversato queste ore, anche se mi auguro sinceramente che alcuni colleghi intervenuti siano in cattiva fede, piuttosto che pensare che credano davvero a ciò che dicono. Mi fa paura immaginare che oggi nel Parlamento italiano, nel Senato della Repubblica, si argomenti davvero con questo tipo di argomentazioni una contrarietà che è più che legittima a un provvedimento di legge (ci mancherebbe altro). Ma, per argomentare contro, non bisogna andare a istigare paure e a raccontare chissà quali complotti e ideologie che sarebbero in atto. Qui è tutto molto semplice: su alcune questioni abbiamo delle opinioni diverse, anche rispetto a chi un giorno tende la mano, però poi dovrebbe ascoltare gli interventi dei propri parlamentari, perché io di mani tese oggi non ne ho viste tante e, se erano tese, rischiavano di arrivare da qualche altra parte e non a stringersi. Chi tende la mano propone di limitare l'intervento all'ambito punitivo. Ecco, questo è un punto di differenza: noi pensiamo che la componente educativa e la componente culturale di questo provvedimento di legge siano molto importanti. Quindi abbiamo cercato, con grandissima tranquillità, ascoltando tutti, confrontandoci, cercando di trovare punti di contatto e investendo molto tempo (perché questo provvedimento non lo stiamo facendo con uno schiocco di dita), e abbiamo creduto che il Parlamento italiano fosse in grado, nel 2021, di approvare una legge che prevedesse anche la possibilità di aiutare questo Paese a prendere atto che esistono tante forme diverse di stare insieme, di concepire la propria vita, di realizzare il proprio sé, di amare e di costruire una famiglia. Tante forme diverse: nella modernità c'è anche questo. Devo dire che negli interventi di queste ore ho sentito tanta paura della complessità, tanto bisogno di ordine, tanto bisogno di oggettività. Però l'ordine e l'oggettività, su cui la filosofia del Novecento ha scritto centinaia di pagine, non esistono più; bisogna prendere atto che esiste il disordine, che esiste il caos, che esiste la complessità e che dentro a questo panorama bisogna vivere con serenità, dando a ognuno la possibilità di trovare la propria strada, senza far credere a nessuno che esistano delle strade giuste e delle strade sbagliate. In questi anni in Parlamento io non ho praticamente mai letto. Oggi voglio fare un'eccezione, perché non sapevo che sarebbe successo, ma lunedì ho ricevuto una lettera che mi ha veramente molto commosso. È una lettera che parla di bambini (tanti hanno parlato di bambini in quest'Aula); è una lettera che parla di bambini, scritta da un ragazzo del mio territorio che bambino non è più, ma che si ricorda quando era bambino e quando, da bambino, cercava di capire se poteva essere come sentiva di essere e pensava purtroppo di non poterlo fare. Ve ne leggo solo un pezzettino. Questa lettera dice così: «Se a me qualcuno a scuola mi avesse detto che anche noi possiamo esistere come gli altri, che anche noi siamo una valida possibilità nel mondo e nella società, la mia vita avrebbe avuto molte meno sofferenze. Ho passato venticinque anni nel segreto e nella vergogna, nell'esclusione, nella paura di essere rifiutato dalla famiglia, dagli amici e dal mondo. E allora vi prego: pensate ai bambini, insegniamo loro a non odiare e a non odiarsi per via della loro identità di genere o della loro sessualità. Facciamo educazione soprattutto nelle scuole per questo». (Applausi) . Questo è un punto su cui probabilmente non siamo d'accordo e non riusciamo a trovare un accordo, perché non è che possiamo trovare un accordo indipendentemente da quale sia l'accordo; questo per noi è un punto fondamentale. Riusciremo ad approvarlo? Noi speriamo di sì e faremo di tutto per farlo. Non riusciremo ad approvarlo? Qualcuno si assumerà questa responsabilità, perché la questione è se queste persone hanno la possibilità di esistere. Io ne conosco tanti e tra l'altro so che il mio è un osservatorio privilegiato. Io penso di avere una persona molto cara che ha una storia importante, culturalmente importante, e che ha aspettato però che suo padre non fosse più in questo mondo per potersi dichiarare apertamente omosessuale, perché ha sempre pensato che non poteva dargli un dolore, il dolore di essere quello che era. Ha aspettato che non ci fosse più: questa è l'Italia degli anni 2000. E questa è una persona colta, una persona fortunata, una persona che sta bene. Quante persone così non hanno neanche gli strumenti culturali per capire cosa sta succedendo? Allora noi ci vogliamo davvero fare carico di queste storie? Oggi in Aula penso a queste persone e al fatto che abbiamo un dovere. Il principale dovere del Parlamento non è andare a cavillare se esiste il rischio, la possibilità o il pericolo, che sono le parole che ho sentito tornare più spesso nella discussione in Assemblea. Vedete colleghi, sono per depenalizzare la stragrande maggioranza dei reati e dunque appartengo ad una minoranza, ma ora ci sono delle persone che hanno vissuto tutta la loro storia politica con l'idea di punire, di colpire e del chi sbaglia paga, che vengono a spiegarmi che i giudici potrebbero anche sbagliare a valutare e che potrebbero anche eccedere nella pena. Ma cavolo se lo so, tanto che sono favorevole a togliere gli strumenti per punire! Invece solo in questo caso ci si preoccupa che i giudici possano sbagliare. I giudici servono a questo e credo che quello al nostro esame sia un testo che permette, nel nostro sistema giudiziario, che è articolato, complesso, con tre gradi di giudizio, di evitare che qualcuno venga punito per reati che non ha commesso. Ho sentito fare un ragionamento anche sullo stigma. Ma certo, ci mancherebbe! Certo, qualcuno si è scoperto garantista negli ultimi mesi, però è arrivato in Parlamento, come forza politica, sventolando il cappio e in quel caso il problema di far fuori una classe dirigente con lo stigma non c'era. Il problema si pone solo quando riguarda gli altri. Guardate, siamo assolutamente perché tutte le opinioni si possano esprimere, ma c'è una bella differenza tra esprimere un'opinione e, con la propria opinione, far sì che qualcuno possa essere ferito, colpito, umiliato e magari maltrattato. Questo è il punto del disegno di legge al nostro esame. Si dice che il disegno di legge al nostro esame rientra in una lettura antropologica della realtà. Non sarebbe una colpa se il Parlamento italiano ogni tanto riuscisse a sviluppare anche un pensiero culturale, a leggere la realtà e a capire come deve aggiornarla. La realtà va aggiornata nel senso che oggi la complessità della definizione dell'identità è molto più complicata, da tutti i punti di vista. È complicato definire la propria nazionalità e quindi nel Paese esistono tante persone che sono italiane da molto tempo, ma non siamo ancora riusciti a riconoscere che ci sono e c'è qualcuno che ha difficoltà a farlo. Esistono poi molte persone che, nel corso della propria vita, hanno magari cambiato la percezione di sé.