[pronunce]

SENTENZA ha pronunciato la seguentenel giudizio di legittimità costituzionale dell'art. 303, comma 4, del codice di procedura penale, promosso con ordinanza del 12 settembre 2005 dalla Corte d'appello di Catanzaro, Sezione feriale, iscritta al n. 561 del registro ordinanze 2005 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 48, prima serie speciale, dell'anno 2005. Visto l'atto di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri; udito nella camera di consiglio del 17 maggio 2006 il Giudice relatore Gaetano Silvestri.. Ritenuto in fatto Considerato in diritto 1. - Con ordinanza del 12 settembre 2005 la Corte d'appello di Catanzaro, Sezione feriale, ha sollevato questione di legittimità costituzionale dell'art. 303, comma 4, del codice di procedura penale, in riferimento agli artt. 3 e 13 della Costituzione, nella parte in cui dispone che i termini di durata complessiva della custodia cautelare siano commisurati ai valori edittali di pena propri del reato per cui si procede, e non invece «alla concreta punibilità dell'illecito, nei termini già ritenuti in sentenza». Nel giudizio a quo si procede nei confronti di persona imputata del delitto punito dall'art. 416-bis, primo comma, del codice penale, con l'aggravante di cui al quarto comma della stessa norma, trattandosi nella specie di associazione «armata». Secondo quanto riferito dal rimettente, con la sentenza di condanna pronunciata in esito al giudizio di primo grado sono state riconosciute in favore dell'imputato le circostanze attenuanti generiche, dichiarate equivalenti all'aggravante contestata, ed è stata inflitta la pena di quattro anni di reclusione. Il provvedimento è stato poi confermato dal giudice di appello con sentenza del 7 giugno 2005. Successivamente l'imputato ha proposto istanza di scarcerazione, ai sensi dell'art. 303, comma 4, cod. proc. pen. , per l'asserita decorrenza del termine di durata complessiva della custodia cautelare, indicato in due anni a partire dall'esecuzione del provvedimento restrittivo, iniziata il 7 gennaio 2003. Secondo la difesa, dopo la pronuncia della sentenza di condanna, il delitto per cui «si procede» (in relazione al quale vanno misurati i termini a norma del comma 4 dell'art. 303 cod. proc. pen.) non sarebbe più quello contestato mediante il provvedimento cautelare, ma quello effettivamente ritenuto dal giudice con la decisione di merito. In particolare, ove un'aggravante venga «eliminata» per effetto della comparazione con circostanze di segno opposto, il reato «ritenuto in sentenza» si ridurrebbe alla forma semplice, e la fissazione del termine finale per la custodia dovrebbe rapportarsi ai corrispondenti valori di pena. Il rimettente osserva che l'adozione del criterio indicato implicherebbe, nel caso di specie, l'applicazione della lettera a) del comma 4 dell'art. 303 cod. proc. pen. , che fissa in due anni il termine massimo della custodia per i reati puniti con la pena della reclusione non superiore ai sei anni (qual è la fattispecie non aggravata di associazione di tipo mafioso), mentre, guardandosi ai valori di pena del reato associativo in forma aggravata (reclusione da quattro a dieci anni), troverebbe applicazione la lettera b) della norma citata, che contempla un termine massimo di quattro anni. Il giudice a quo ritiene, per altro, che il computo del termine generale di durata della custodia debba essere operato, anche dopo la sentenza di merito, secondo i criteri fissati nell'art. 278 cod. proc. pen. , essendo tale norma dettata, in generale, con riguardo «agli effetti della applicazione delle misure» cautelari. Per quanto attiene alle circostanze del reato, dunque, assumerebbero rilevanza le sole aggravanti ad effetto speciale e la sola attenuante di cui all'art. 62, numero 4, cod. pen. Le statuizioni della sentenza di condanna concernenti il riconoscimento di altre attenuanti, ed il connesso giudizio di equivalenza o prevalenza sulle aggravanti contestate, resterebbero invece privi di rilievo ai fini che interessano, così come ritenuto nel “diritto vivente” (che il giudice a quo ricostruisce richiamando alcuni precedenti conformi della Corte di cassazione). Una tale disciplina, a parere del rimettente, contrasta con il principio di inviolabilità della libertà personale (art. 13 Cost.), «in combinazione con la intrinseca ragionevolezza e con la globale coerenza del sistema, ex art. 3 Cost.». Ritiene il giudice a quo che la detenzione cautelare si giustifichi in una prospettiva di prognosi circa l'affermazione della responsabilità e la portata della conseguente sanzione, e che detta prognosi debba essere aggiornata ad ogni passaggio di fase del procedimento, rapportandosi all'attualità della situazione giuridica da valutare. Tale principio sarebbe disatteso da una disciplina che «estende» gli effetti della contestazione oltre la pronuncia del giudice, trascurando il dato della «concreta punibilità del reato ritenuto in sentenza». Sarebbe invece necessario valorizzare «non soltanto il titolo del reato, ma ogni elemento, sia pure accidentale, che ne determini e ne precisi in concreto la entità materiale o giuridica, quali le circostanze», con conseguente rilevanza di tutte le attenuanti ritenute in sentenza e dell'esito del relativo giudizio di comparazione con le aggravanti. Il rimettente osserva che la disposizione censurata sarebbe incongrua rispetto al criterio che regola il sistema dei termini di fase, a partire dalla sentenza di primo grado, non più sulla qualificazione dei fatti ma sull'entità della pena inflitta (art. 303, comma 1, lettere c e d, cod. proc. pen.), così ragguagliando la durata della custodia alla «concreta offensività e punibilità» della condotta illecita. La legge dovrebbe fare analoga applicazione dei principi di proporzionalità e ragionevolezza riguardo ai termini complessivi, collegando i relativi criteri di misurazione, dopo la sentenza di merito, al giudizio già formulato di concreto disvalore del fatto. 2. - Il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, si è costituito con atto depositato il 19 dicembre 2005, sollecitando una dichiarazione di inammissibilità o infondatezza della questione. 3. - Nella data del 14 febbraio 2006 l'Avvocatura dello Stato ha depositato una memoria difensiva, insistendo per l'accoglimento delle conclusioni già formulate. Secondo la difesa erariale la norma impugnata, una volta collocata nel sistema complessivo dei termini di durata della custodia cautelare, risulta pienamente razionale. Il rilievo conferito al bilanciamento delle circostanze ex art. 69 cod. pen. , infatti, comporterebbe l'incidenza di una eccessiva discrezionalità nel computo dei termini regolati dal comma 4 dell'art. 303 del codice di rito. Con riguardo ai termini di fase, d'altra parte, la contestazione formale perde di rilievo dopo la prima sentenza di condanna, a partire dalla quale la durata della custodia viene correlata alla pena concretamente inflitta all'interessato.