[pronunce]

Di Giorgio, sostituto procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Taranto, per averlo accusato (in due esposti indirizzati alla Procura della Repubblica di Potenza, rispettivamente in data 9 novembre 2000 e 17 gennaio 2001) di aver preteso da un imprenditore locale l'esecuzione di lavori edilizi in una villa di proprietà della moglie, pagandoli un decimo del loro valore, minacciando l'imprenditore e assicurandogli che non avrebbe svolto indagini a suo carico; b) del reato di violenza privata aggravata, per avere, abusando della sua funzione di Sindaco del Comune di Castellaneta, costretto il già citato imprenditore a rendere dichiarazioni false ed infamanti in danno del dott. Di Giorgio, con la minaccia di non fargli più svolgere lavori per il Comune. Nel corso del giudizio, aggiunge il ricorrente, interveniva la deliberazione del Senato. Ciò premesso, il giudice sostiene che – alla luce della giurisprudenza della Corte, secondo cui la irresponsabilità deriva dalla identificabilità della dichiarazione come espressione di attività parlamentare e non dal semplice collegamento di argomento o di contesto – la sfera di attribuzione garantita all'autorità giudiziaria dall'art. 101 della Costituzione è stata illegittimamente menomata dalla delibera senatoriale. Il sen. Loreto non avrebbe espresso opinioni, ma avrebbe posto in essere comportamenti materiali – astrattamente qualificabili come calunnia e violenza privata –, non riconducibili ad atti parlamentari tipici, né aventi la funzione di divulgarli. Agli esposti indirizzati dal sen. Loreto all'autorità giudiziaria non potrebbe essere attribuita la qualifica di opinioni; infatti, osserva il rimettente, l'autorità giudiziaria non può essere destinataria di opinioni, ma di notizie concernenti fatti penalmente rilevanti. Né, ad avviso del ricorrente, i termini della questione sarebbero mutati per effetto dell'entrata in vigore dell'art. 3, comma 1, della legge 20 giugno 2003, n. 140 (Disposizioni per l'attuazione dell'art. 68 della Costituzione nonché in materia di processi penali nei confronti delle alte cariche dello Stato). Infine, il giudice sottolinea che la Giunta delle elezioni e delle immunità parlamentari, nella relazione del 14 maggio 2003, aveva ritenuto, con motivazione condivisibile, di non potere ravvisare l'insindacabilità nelle condotte poste in essere dal sen. Loreto; insindacabilità che l'Assemblea aveva riconosciuto senza motivare. Conclusivamente, chiede si affermi che non spetta al Senato della Repubblica dichiarare la insindacabilità delle opinioni espresse dall'ex senatore Loreto. 2. – Con ordinanze n. 311, n. 312 e n. 313 del 2004, la Corte ha dichiarato ammissibili i conflitti. 3. – Il Senato della Repubblica si è costituito, chiedendo che tutti e tre i ricorsi siano dichiarati inammissibili e infondati e, in prossimità della data fissata per l'udienza, ha depositato memoria per ciascuno dei conflitti. 3.1. – Con riferimento ai primi due ricorsi, sostiene che le interrogazioni – concernenti la Procura di Taranto o l'operato del direttore generale della ASL della stessa città – sono indirettamente riferibili al dott. Di Giorgio. Richiama, poi, ulteriori interrogazioni – rispetto a quelle prese in considerazione nella relazione della Giunta – con l'obiettivo di mettere in evidenza il collegamento tra di loro e con le dichiarazioni rilevanti nei giudizi civili. In particolare, ritiene che possano essere considerate «contestualmente espresse» due interrogazioni successive alle esternazioni. In conclusione, secondo il Senato, sussiste la «riconducibilità ad un unico filo conduttore, da un lato, della pluralità di atti tipici, dall'altro, della pluralità dei fatti-fonte». Conseguentemente, le dichiarazioni oggetto dei procedimenti civili si pongono «in un rapporto di continuum logico-temporale» rispetto all'indagine parlamentare sulle relazioni tra sanità, magistratura e politica nella provincia di Taranto. Quanto al terzo ricorso – nell'ambito della stessa linea difensiva – il Senato ritiene che la peculiarità del “caso Loreto” consista nella riconducibilità della complessa vicenda ad «un unico filo conduttore»; come sarebbe dimostrato dalla decisione unitaria adottata dall'Assemblea e relativa, anche, a fatti-fonte per i quali il collegamento funzionale appariva meno incisivo o dubbio.1. – Il Tribunale di Potenza, con tre distinti ricorsi, ha sollevato altrettanti conflitti di attribuzione nei confronti del Senato della Repubblica, in relazione alla deliberazione del 28 maggio 2003 con la quale è stata dichiarata – ai sensi dell'art. 68, primo comma, della Costituzione – l'insindacabilità delle dichiarazioni dell'ex senatore Rocco Loreto, dalle quali sono scaturiti due giudizi civili e un giudizio penale. 1.1. – Il primo ricorso è relativo ad un giudizio, per sequestro conservativo dei beni del sen. Rocco Loreto, introdotto dal dott. Matteo Di Giorgio, magistrato con funzioni di sostituto procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Taranto, in vista di una successiva azione per il risarcimento del danno a causa del discredito cagionatogli da dichiarazioni del sen. Loreto rese in comizi, alla televisione e alla stampa, nonché da un esposto da quest'ultimo presentato al Consiglio superiore della magistratura. Secondo il Tribunale, dal confronto tra le interrogazioni parlamentari e le dichiarazioni ritenute offensive, risulterebbe solo una mera e generica comunanza di tematiche, che non giustifica l'insindacabilità secondo i principi enunciati dalla Corte costituzionale in ordine all'attività di divulgazione di atti parlamentari. 1.2. – Con il secondo ricorso, lo stesso giudice – nell'ambito di due giudizi civili riuniti, successivamente introdotti dal dott. Di Giorgio e strettamente connessi con la suddetta azione cautelare – ha sollevato analogo conflitto. 1.3. – Il terzo ricorso ha riguardo ad un procedimento penale, nel corso del quale era stato chiesto il rinvio a giudizio del sen. Loreto per rispondere: a) del reato di calunnia in danno del dott. Di Giorgio, avendolo accusato di fatti di reato nei confronti di un imprenditore locale in due esposti indirizzati alla Procura della Repubblica di Potenza; b) del reato di violenza privata aggravata in danno del già citato imprenditore, per averlo costretto a rendere dichiarazioni false ed infamanti relativamente al dott. Di Giorgio. Secondo il giudice, il sen. Loreto non avrebbe espresso opinioni, ma posto in essere comportamenti materiali, neanche astrattamente riconducibili ad atti parlamentari tipici, né, tantomeno, aventi la funzione di divulgarli. Aggiunge che agli esposti indirizzati all'autorità giudiziaria non può essere attribuita la qualifica di opinioni, atteso che la stessa autorità è destinataria di notizie concernenti fatti di rilevanza penale e non di opinioni. 2. – Va disposta la riunione dei ricorsi che, avendo ad oggetto la stessa delibera parlamentare in relazione a fatti concernenti gli stessi soggetti, possono essere decisi con unica pronuncia. 3.