[pronunce]

che, per il rimettente, tale disposizione oltre a determinare i limiti delle competenze legislative fra Stato e Regioni, individua gli ambiti di legittimità della legislazione statale anche con riferimento ai vincoli derivanti dall'ordinamento comunitario e dagli obblighi internazionali; che la affermata incongruenza fra l'art. 246 cod. proc . civ. e l'art. 6, comma 1, della CEDU, come interpretato dalla Corte di Strasburgo, determinerebbe, pertanto, il contrasto della norma codicistica con l'art. 117, primo comma, della Costituzione; che è intervenuto in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dalla Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che la questione sia dichiarata inammissibile o, comunque, infondata; che, secondo quanto osserva preliminarmente la difesa pubblica, l'ordinanza non motiva adeguatamente la rilevanza della questione; che, ad avviso della difesa erariale, il rimettente non avrebbe fatto buon governo della presunzione legale di cui all'art. 2054 del cod. civ. , che riguarderebbe solo la imputabilità soggettiva del fatto illecito verificatosi, ma non la sussistenza del nesso di causalità fra il danno e la condotta, in ordine alla quale, vigendo gli ordinari criteri, la prova incombe sul danneggiato; che, risultando dal contenuto dell'ordinanza di rimessione che la difesa di parte convenuta ha contestato la sussistenza dello stesso nesso eziologico fra condotta ed evento, mentre sul punto nulla ha chiesto di provare l'attore, verrebbe a cadere la premessa su cui si fonda la questione di legittimità costituzionale, cioè la lesione del diritto di difesa del convenuto; che, infatti, di fronte alla carenza probatoria dell'attore, strumento di difesa sufficiente per il convenuto sarebbe già la mera contestazione, risultando di conseguenza allo stato non rilevanti nel giudizio sia le prove articolate dal convenuto sia i profili afferenti alla legittimità costituzionale della disciplina che ne condiziona la loro concreta ammissibilità; che, sempre ad avviso della Avvocatura, dalla ricostruzione della fattispecie riportata nell'ordinanza di rimessione emergerebbe anche un altro profilo di inammissibilità della questione: infatti, secondo quanto riferito dal rimettente, il sinistro stradale per cui è causa si sarebbe verificato alla presenza di altre persone, sicché la circostanza che il convenuto non disponga di altri mezzi di prova, oltre a quelli esclusi dall'art. 246 cod. proc. civ. , dipenderebbe solo dalla sua negligenza nel non essersi procurato le generalità di tali altri potenziali testimoni; che, peraltro, la difesa erariale segnala che il rimettente pone su di uno stesso piano due ipotesi diverse: quella dell'incapacità a testimoniare della parte potenziale e quella della incompatibilità tra la posizione di parte e di testimone; che, riguardo alla seconda, la questione sarebbe inammissibile, posto che la fonte dell'impedimento in questione non è rinvenibile nella disposizione censurata, ma deriva dal sistema nel quale la qualità di testimone non può sovrapporsi a quella di parte; che, quanto alla prima, la difesa pubblica osserva che quelli del rimettente riecheggiano argomenti già svolti in passato e disattesi dalla Corte; che, secondo l'Avvocatura, l'accoglimento della questione avrebbe delle conseguenze di sistema, in particolare con riferimento all'art. 384, secondo comma, del codice penale, con esiti di possibile contraddittorietà, considerata la diversità degli interessi tutelati dai principi nemo testis in causa propria e nemo tenetur edere contra se; che il confronto con la disciplina del giuramento sarebbe improduttivo di effetti, ove si consideri la radicale diversità delle due situazioni comparate; che, riguardo alla facoltà che, nel processo penale, ha la parte civile di rendere testimonianza, la diversità degli interessi coinvolti giustifica un diverso bilanciamento rispetto a quello operato con la disposizione censurata; che, infine, con riferimento alla violazione dell'art. 117, primo comma, della Costituzione, la difesa pubblica osserva che la giurisprudenza della Corte ha chiarito che, ove sia sollevata questione di costituzionalità di una norma nazionale per contrasto con una della CEDU, spetta alla Corte di trovare il corretto bilanciamento tra la garanzia del rispetto degli obblighi internazionali e la necessità che si eviti un vulnus alla Costituzione stessa; che equivoco sarebbe il richiamo alla ricordata sentenza della Corte di Strasburgo, in quanto con essa non si è affermato il contrasto del principio nemo testis in causa propria con la CEDU, ma si è data applicazione, rientrando ciò nei poteri del giudice sovranazionale, ad un principio di common law non esportabile nel nostro ordinamento processuale, a pena dello scardinamento del vigente sistema delle prove. Considerato che il Tribunale ordinario di Napoli dubita della legittimità costituzionale dell'art. 246 del codice di procedura civile nella parte in cui, secondo il tenore testuale dell'ordinanza di rimessione, «non consente, neppure nel caso in cui non si disponga di alcun altro strumento di prova, di assumere come testimoni persone pur portatrici di interessi giuridicamente qualificati o addirittura già presenti nel processo come parti»; che, ad avviso del rimettente, la norma sarebbe in contrasto con l'art. 3 della Costituzione sotto un duplice profilo; che, per un verso, essa determinerebbe un'ingiustificata disparità di trattamento rispetto alla disciplina applicabile alla parte danneggiata da un fatto costituente reato che, anche se costituitasi parte civile nel relativo processo penale, ben può rendere testimonianza, e, per altro verso, essa sarebbe in sé irragionevole, come evidenziato dal fatto che l'ordinamento, il quale pur esclude la commistione fra la figura della parte e quella del teste, consente, attraverso l'istituto del giuramento, a una parte di costringere l'altra ad assumere una veste sotto molti aspetti simile a quella del testimone; che la norma contrasterebbe, altresì, con gli artt. 24, 111 e 117, primo comma, della Costituzione – quest'ultimo in relazione all'art. 6, primo comma, della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali, firmata a Roma il 4 novembre 1950, cui è stata data esecuzione con la legge 4 agosto 1955, n. 848 (Ratifica ed esecuzione della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali firmata a Roma il 4 novembre 1950 e del Protocollo addizionale alla Convenzione stessa, firmato a Parigi, il 20 maggio 1952), come interpretata dalla Corte europea per i diritti dell'uomo di Strasburgo – volti ad assicurare il diritto di difendersi provando e il principio di parità fra le parti del processo, anche con riguardo alla eguale disponibilità degli strumenti probatori, in conformità ai limiti imposti al legislatore dal rispetto della predetta Convenzione; che le eccezioni di inammissibilità formulate dalla difesa del Presidente del Consiglio dei ministri sono solo in parte fondate; che, in particolare, è infondata le eccezione di irrilevanza della questione, argomentata dalla Avvocatura sulla base: a) della asserita ininfluenza nel giudizio a quo della prova testimoniale dedotta dalla impresa assicuratrice, convenuta in detto giudizio;