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La scelta di pubblicare e poi ritirare quel documento viene assunta esclusivamente dall'OMS, nella sua piena autonomia, che noi rispettiamo, anche nelle sue diverse articolazioni e nel dibattito interno che con evidenza vi è stato a questo proposito tra dirigenti dell'OMS in palese contrasto tra loro. Ma una cosa è certa: non c'è nessuno dei protagonisti di questa vicenda che affermi il contrario. Le scelte relative al dossier sono autonome dell'OMS. L'OMS, di cui è parte la sede di Venezia che propone lo studio in discussione, ha chiarito che il report è stato ritirato per inesattezze fattuali; tra gli errori rilevanti, quello relativo alla timeline dell'epidemia in Cina. La stessa OMS Europa, in un comunicato ufficiale del 14 dicembre 2020, ha dichiarato che in nessun momento il Governo italiano ha chiesto all'OMS di rimuovere il documento. Mi sembra una posizione molto chiara, che pone fine a ogni ulteriore speculazione. (Applausi) . Veniamo così alla ricostruzione dell'emergenza sanitaria. Ripercorrerò i passaggi salienti delle enormi difficoltà che abbiamo vissuto e delle misure che abbiamo adottato. Il Ministero della salute ha sempre considerato la serietà della situazione. Sarebbe molto facile per me, in quest'Aula, oggi, sottolineare che non si può contemporaneamente criticarmi perché avrei sottovalutato la gravità della situazione e, al tempo stesso, contestarmi per aver seguito sempre la linea della massima prudenza (Applausi) e che è contraddittorio lamentare l'assenza di un'efficace strategia di contenimento del virus e, nel contempo, chiedere ripetutamente di cancellare le misure più severe adottate dal Governo, proprio per contenere il virus. (Applausi) . Preferisco invece svolgere un ragionamento di merito, fondato sui fatti, anziché su interpretazioni strumentali ed emotive. A tal fine, ritengo innanzitutto necessaria una riflessione di fondo, per comprendere cosa è realmente accaduto in questi mesi, a partire dal contagio che ha colpito Wuhan e la provincia di Hubei, in Cina, alla fine di dicembre 2019. Perché grandi potenze economiche e sistemi sanitari strutturati sono stati a tal punto messi in difficoltà da questo virus? Com'è potuto accadere che persino una delle massime potenze mondiali, gli Stati Uniti d'America, abbia dovuto vedere ospedali da campo montati in un luogo simbolico come Central Park? Perché, mentre celebriamo i successi di una scienza che ogni giorno fa compiere passi in avanti nel contrasto a patologie mortali, l'intero pianeta è stato travolto da un virus prima sconosciuto? A queste domande difficili, vere, profonde, la comunità scientifica internazionale ha fornito nel corso dei mesi risposte che ci offrono una chiave di lettura di quanto accaduto nel mondo, in Europa e nella nostra Italia. La ragione di fondo delle nostre difficoltà è una: SARS-CoV-2 è un virus del tutto nuovo e particolarmente aggressivo, con caratteristiche molto diverse non solo dai virus influenzali, ma anche da quelli che in passato si erano manifestati, con un salto di specie, dagli animali agli uomini. È un virus molto diverso anche dall'evento pandemico del 2002-2003, provocato da un altro Coronavirus, quello della SARS, diverso - questo è il punto che mi preme evidenziare - per due caratteristiche fondamentali. La prima è che le persone affette da SARS in gran parte presentavano sintomi gravi ed erano dunque facilmente identificabili, mentre SARS-CoV-2 è frequentemente causa di casi asintomatici e paucisintomatici. La seconda è che il picco di contagiosità della SARS si raggiungeva circa una settimana dopo la comparsa dei sintomi, quindi si faceva in tempo ad isolare i malati che diventavano contagiosi, mentre per SARS-CoV-2 il picco coincide con la comparsa dei sintomi o addirittura li anticipa. Viste con gli occhi di oggi, queste differenze appaiono scontate, ma al contrario sono acquisizioni a cui la comunità scientifica è giunta solo dopo mesi. Basti ricordare, per fare un esempio, che a lungo l'indicazione di tutte le autorità scientifiche mondiali è stata quella di effettuare tamponi solo ai sintomatici. La circolazione virale di SARS-CoV-2, per le sue caratteristiche, può essere contenuta e poi mitigata, in assenza del vaccino, innanzitutto con interventi che favoriscono il distanziamento. In questa cruciale differenza con i precedenti virus c'è la ragione e il filo conduttore della nostra strategia di contrasto alla diffusione dell'infezione. Il lockdown , le zone rosse, il blocco delle attività che non è possibile svolgere in sicurezza o che possono determinare assembramenti, la limitazione dei movimenti non necessari, l'utilizzo costante delle mascherine, non sono decisioni adottate per complicare la vita delle persone, ma l'unica strada, in assenza del vaccino, per arginare la diffusione del contagio. (Applausi) . È la conclusione alla quale è arrivato anche il Regno Unito, che dopo un primo approccio alla pandemia caratterizzato da misure molto limitate ha attuato tre diversi lockdown , con chiusura di tutti i servizi non essenziali e, nell'ultimo di questi, durato 61 giorni, anche delle scuole di ogni ordine e grado. Sono misure che in Italia, dall'inizio del 2020, abbiamo dovuto disegnare e implementare, nel pieno di una pandemia che ci colpiva senza preavviso, per primi in Europa, senza che esistesse un manuale d'istruzioni. Quel manuale abbiamo contribuito a scriverlo, giorno dopo giorno, facendo tesoro dell'esperienza accumulata. Di fronte a questo virus totalmente nuovo è del tutto evidente che il Piano pandemico antinfluenzale del 2006 non era sufficiente, né lo erano le successive raccomandazioni emanate dall'OMS. Non era una situazione in cui sedersi e attendere istruzioni. Per salvare delle vite andavano trovate soluzioni nuove e assunte decisioni rapide. Ecco perché del vecchio Piano è stato valorizzato ciò che era utile e funzionale a contrastare questo nuovo virus, come, ad esempio, la dichiarazione dello stato di emergenza. I nostri tecnici, però, hanno valutato da subito che c'era da andare decisamente oltre: non ci si è limitati alla burocratica attuazione di un piano pandemico antinfluenzale non sufficiente a rispondere a un virus completamente nuovo; non ci si è limitati a una lettera o a un ordine di servizio, giusto per tenere in ordine le carte. Per ragioni di tempo non posso richiamare puntualmente tutti i provvedimenti adottati fin da prima che venisse dichiarata la pandemia. Mi preme, invece, ricordare tre date del 2020: 22 gennaio, 28 gennaio e 30 gennaio. Sono tre passaggi documentati che danno conto con chiarezza di come non abbiamo sottovalutato la situazione. Il 22 gennaio sia l'OMS che l'ECDC indicavano, ancora una volta, come molto basso il rischio che il virus raggiungesse l'Europa e in Italia non c'erano casi accertati. Tuttavia, presso il Ministero della salute è stata attivata una task force con il compito di monitorare l'evolversi dell'epidemia e valutare iniziative idonee a fronteggiare eventuali criticità. Il 28 gennaio 2020, quando ancora non c'erano casi in Italia, dopo varie interlocuzioni telefoniche, ho scritto formalmente alla commissaria europea competente Stella Kyriakides e alla Presidenza di turno per richiedere una riunione dei Ministri della salute dei Paesi europei, ritenendo necessaria e non rinviabile un'azione di coordinamento internazionale.