[pronunce]

Tuttavia, l'esigenza di assicurare piena tutela al figlio minore del de cuius non potrebbe «andare a comprimere (se non attraverso un intervento creativo) la quota ex lege predeterminata in favore del coniuge (o dell'ex coniuge)». L'ordinamento, nell'attuale quadro di piena parificazione tra figli nati nel e fuori del matrimonio (ai sensi di quanto prevede il decreto legislativo 28 dicembre 2013, n. 154, recante «Revisione delle disposizioni vigenti in materia di filiazione, a norma dell'articolo 2 della legge 10 dicembre 2012, n. 219»), avrebbe già stabilito un contemperamento tra i diritti del figlio minore e quelli in capo all'ex coniuge. Qualora, tuttavia, si ritenessero estensibili al caso in esame i principi già espressi da questa Corte con l'invocata sentenza n. 86 del 2009, ciò - secondo il Presidente del Consiglio dei ministri - renderebbe «ancora più evidente la indispensabilità [...] di un intervento del legislatore e non certo una pronuncia della Corte».1.- La Corte dei conti, sezione giurisdizionale per il Lazio, ha sollevato questione di legittimità costituzionale dell'art. 22, secondo comma, della legge 21 luglio 1965, n. 903 (Avviamento alla riforma e miglioramento dei trattamenti di pensione della previdenza sociale) - recte: dell'art. 13, secondo comma, lettera b), del regio decreto-legge 14 aprile 1939, n. 636 (Modificazioni delle disposizioni sulle assicurazioni obbligatorie per l'invalidità e la vecchiaia, per la tubercolosi e per la disoccupazione involontaria, e sostituzione dell'assicurazione per la maternità con l'assicurazione obbligatoria per la nuzialità e la natalità), convertito, con modificazioni, in legge 6 luglio 1939, n. 1272, come sostituito dall'art. 2 della legge 4 aprile 1952, n. 218 (Riordinamento delle pensioni dell'assicurazione obbligatoria per la invalidità, la vecchiaia ed i superstiti), nel testo riformulato dall'art. 22 della legge n. 903 del 1965 - per contrasto con gli artt. 3 e 30, commi primo e terzo, della Costituzione, «nella parte in cui al figlio minorenne che sia nato da due persone non unite tra loro da vincolo coniugale prevede l'attribuzione di una quota della pensione privilegiata indiretta identica a quella del figlio che riguardo a tale pensione concorra insieme all'altro suo genitore superstite, anziché della maggior quota del 70% spettante (ai sensi dell'art. 1 comma 41 della legge n° 335/1995) al minore che abbia perduto entrambi i suoi genitori». Il secondo comma dell'art. 13 del r.d.l. n. 636 del 1939 stabilisce le aliquote percentuali della pensione che, nel regime dell'assicurazione generale obbligatoria, spettano in favore dei superstiti in caso di morte del pensionato o dell'assicurato. Tali aliquote, calcolate rispetto alla pensione già liquidata o che sarebbe spettata all'assicurato, sono fissate nella misura del 60 per cento in favore del coniuge (lettera a) e del 20 per cento in favore di ciascun figlio se ha diritto a pensione anche il coniuge, oppure del 40 per cento se hanno diritto a pensione soltanto i figli (lettera b). Nella fattispecie sottoposta al giudizio del rimettente, l'Istituto nazionale per la previdenza sociale (INPS) ha applicato dette aliquote ai fini della liquidazione della pensione indiretta spettante, rispettivamente, all'ex coniuge superstite (legalmente separato e avente diritto al mantenimento) e al figlio minore superstite di un maresciallo capo dell'Esercito italiano, deceduto in servizio nell'anno 2008. Il figlio minore, tuttavia, è nato fuori dal matrimonio, da una relazione intercorsa tra il de cuius e la ricorrente del giudizio a quo. Quest'ultima - non destinataria di alcuna quota di pensione indiretta, in quanto non legata da vincolo matrimoniale con l'assicurato - ha domandato al giudice la rideterminazione in melius della quota spettante al minore, con correlativo abbattimento di quella riconosciuta all'ex coniuge superstite: ciò, sulla scorta della sostanziale ingiustizia che si anniderebbe nel riconoscimento della sola quota del 20 per cento al minore, il quale non può beneficiare, neppure indirettamente, della quota del 60 per cento riconosciuta all'ex coniuge che, in questa fattispecie, non è sua madre. Il giudice rimettente, nel concordare con la prospettazione della ricorrente, ha dunque fatto propri i dubbi di legittimità costituzionale sulla normativa appena richiamata, sollecitando questa Corte ad adottare una pronuncia di accoglimento additiva che riconosca al minore superstite, figlio del dante causa ma non del coniuge superstite di quest'ultimo, beneficiario della quota del 60 per cento, la stessa che la legge riconosce al figlio orfano di entrambi i genitori (ossia, attualmente, la quota del 70 per cento, prevista dall'art. 1, comma 41, secondo periodo, della legge 8 agosto 1995, n. 335, recante «Riforma del sistema pensionistico obbligatorio e complementare»). Ciò, sulla scorta dello specifico precedente - caratterizzato, secondo il rimettente, da una «comunanza» di «situazione sostanziale sottesa», rispetto all'odierna fattispecie - costituito dalla sentenza n. 86 del 2009 di questa Corte, con la quale fu dichiarata l'illegittimità costituzionale dell'art. 85, primo comma, numero 2, del decreto del Presidente della Repubblica 30 giugno 1965, n. 1124 (Testo unico delle disposizioni per l'assicurazione obbligatoria contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali), nella parte in cui, nel disporre che, nel caso di infortunio mortale dell'assicurato, agli orfani di entrambi i genitori spettasse il quaranta per cento della rendita, escludeva che essa competesse nella stessa misura anche all'orfano di un solo genitore naturale. 1.1.- Il rimettente, inoltre, assume che l'auspicato accoglimento della questione, nei termini appena descritti, aprirebbe «un ulteriore profilo di doglianza» riguardante, questa volta, lo specifico tema del riparto delle quote della pensione indiretta tra l'ex coniuge, che non è genitore del figlio superstite, e il minore stesso. Qualora fosse riconosciuta, a favore di quest'ultimo, la quota attualmente stabilita dalla legge per il figlio orfano di entrambi i genitori - ossia, per l'appunto, quella del 70 per cento - il contemporaneo riconoscimento della quota del 60 per cento al coniuge superstite, quale derivante dalla lettera b) del secondo comma dell'art. 13 del r.d.l. n. 636 del 1939 (nella formulazione, da ultimo, introdotta dall'art. 22 della legge n. 903 del 1965), farebbe travalicare la quota del 100 per cento. Siffatto esito, tuttavia, non è consentito dalla previsione di cui al quarto comma dello stesso art. 13 del r.d.l.