[pronunce]

dubita della legittimità costituzionale dell'art. 299 – nella parte in cui abroga l'art. 264 del codice di procedura penale e l'art. 84 delle disposizioni di attuazione dello stesso codice – del d.P.R. n. 115 del 2002, in riferimento all'art. 77, primo comma, della Costituzione. Non sarebbero rispettati i limiti della delega individuati nella lettera d), comma 2, dell'art. 7 della legge n. 50 del 1999 – che consentirebbe la modifica della normativa previgente solo per gli aspetti che servono a semplificare il linguaggio normativo o a garantire la coerenza logica e sistematica della normativa – atteso che la norma impugnata innoverebbe in ordine al componimento degli interessi potenzialmente in contrasto, ponendo a carico dello Stato il compenso del custode anche per il periodo successivo al trentesimo giorno, decorrente dalla data in cui l'avente diritto ha ricevuto la comunicazione del provvedimento di restituzione. 2. – In considerazione dell'identità della materia, nonché dei profili di illegittimità costituzionali fatti valere, i giudizi possono essere riuniti per essere decisi con unica pronuncia. 3. – Ai fini di una migliore comprensione delle singole censure mosse dai giudici remittenti è utile soffermarsi in generale sulla nuova normativa, confrontandola con quella previgente. Gli artt. da 149 a 156 del testo unico in materia di spese di giustizia – d.P.R. n. 115 del 2002, nel quale confluiscono le norme di legge, emanate con il d.lgs. n. 113, e le norme secondarie, emanate con il d.P.R. n. 112, entrambi con la stessa data – hanno disciplinato la procedura di restituzione di somme e valori e la procedura di vendita, con l'eventuale restituzione del ricavato residuo, dei beni già in sequestro nel processo penale; lo stesso testo unico ha contestualmente abrogato (artt. 299 e 301) le norme di legge e secondarie previgenti. I giudici remittenti impugnano, oltre all'art. 7 della legge di delega, quasi tutte le nuove norme di rango legislativo (con l'eccezione del solo art. 155) e l'art. 299, nella parte in cui abroga l'art. 264 del codice di procedura penale e l'art. 84 delle disposizioni di attuazione dello stesso codice. Il testo unico – abbassando il livello della fonte da primaria a secondaria tutte le volte in cui non venivano in rilievo competenze del magistrato – ha previsto scansioni temporali delle procedure a partire dal momento in cui la restituzione è disposta dal magistrato, e, in particolare, ha regolato l'ipotesi in cui la restituzione non vada a buon fine e occorra provvedere all'incameramento delle somme da parte della Cassa delle ammende, o direttamente se si tratta di somme o dopo la vendita nel caso di beni. La vecchia disciplina disponeva che con ordinanza del giudice – decorso un anno dalla inoppugnabilità della sentenza – somme e valori venivano depositati presso l'Ufficio del registro, mentre dei beni veniva disposta la vendita, il cui ricavato era depositato presso l'Ufficio postale con deposito giudiziale. Dopo ulteriori due anni da tali depositi, detratte le spese, le somme erano devolute, sempre con provvedimento del giudice, alla Cassa delle ammende. Il pagamento delle spese di custodia era – salvo specifiche eccezioni – condizione necessaria per la restituzione del bene all'avente diritto; queste spese erano a carico dell'avente diritto per il periodo successivo ai trenta giorni dalla comunicazione del provvedimento di restituzione. La relazione governativa al d.P.R. n. 115 del 2002 ha giustificato la necessità di interventi innovativi, ponendo il luce i problemi originati dalle vecchie norme: i tempi di custodia erano molto lunghi, facendo aumentare le relative spese anticipate dall'erario; la vendita avveniva a notevole distanza di tempo dal sequestro del bene; per non pagare le spese di custodia non veniva chiesta la restituzione del bene, il cui valore era scemato nel tempo, con la conseguenza di dover ricorrere alla vendita a notevole distanza di tempo dal sequestro, il cui ricavato non copriva le stesse spese, o alla distruzione, con conseguente carico all'erario delle spese di custodia, salvo eventuale recupero dal condannato; l'incameramento residuale alla Cassa delle ammende avveniva con molto ritardo. Inoltre, si prevedeva il deposito delle somme presso l'Ufficio del registro, le cui funzioni di cassa erano state soppresse; si prevedeva ancora la vendita alle pubbliche borse o all'asta pubblica; le somme erano depositate presso l'Ufficio postale nella forma arcaica del deposito giudiziario. La nuova disciplina, partendo dal provvedimento di restituzione disposto dal magistrato – d'ufficio o su richiesta dell'interessato e già previsto dall'art. 84 delle disposizioni di attuazione del codice di procedura penale – ha chiaramente specificato che tale provvedimento va emesso quando la sentenza è divenuta inoppugnabile. Decorsi trenta giorni dalla rituale comunicazione della restituzione (già prevista dall'art 84 citato, comma 2), il giudice, nel caso di somme, emette altro provvedimento per avvisare l'interessato che, decorsi ulteriori tre mesi dalla comunicazione, esse verranno devolute alla Cassa; nel caso di beni dispone la vendita, che è comunicata all'interessato ai fini dell'utile decorso dei tre mesi per la devoluzione alla Cassa del ricavato, detratte le spese (artt. 150, 151, 154 del testo unico). Inoltre, la vendita è eseguita a cura dell'ufficio di cancelleria, anche a mezzo degli istituti di vendite giudiziarie (art. 152 del testo unico); somme e valori sono depositati presso i concessionari, che fungono già da uffici cassa ed effettuano la riscossione coattiva (art. 153 del testo unico). Infine, è stato eliminato il pagamento delle spese di custodia, quale condizione necessaria per la restituzione del bene all'avente diritto; è pure caduta la previsione che poneva a carico dell'avente diritto le spese di custodia per il periodo successivo ai trenta giorni dalla comunicazione del provvedimento di restituzione. 4. – Precedenza logica, nonostante sia stata posta in via subordinata, ha la questione sollevata dal Giudice per le indagini preliminari di Verona (reg. ord. n. 1188 del 2003), secondo il quale l'art. 7 della legge di delega violerebbe l'art. 76 della Costituzione, nella parte in cui non detta criteri e principî direttivi idonei a definire i tratti fondamentali e le scelte rilevanti con riferimento alle materie delegate. La questione è infondata. Il testo unico in oggetto rientra tra quelli diretti al riordino e all'armonizzazione delle norme legislative e regolamentari nelle materie elencate dalle leggi annuali di semplificazione, secondo quanto previsto dall'art. 7, comma 1, lettera b), della delega. Ai fini che qui interessano, la materia delle spese di giustizia è prevista dalla stessa legge n. 50 del 1999, precisamente nell'allegato 1, numeri 9, 10 e 11.