[pronunce]

5.- In data 8 novembre 2021, la CEH ha depositato memoria replicando alle argomentazioni dell'Avvocatura generale e ribadendo le ragioni già spese nell'atto di costituzione a sostegno della fondatezza della questione. 5.1.- In particolare, quanto alle ragioni di inammissibilità addotte dall'interveniente, la società innanzitutto contesta l'affermazione secondo cui un eventuale accoglimento della censura «consentirebbe all'interprete di determinare la base imponibile IRAP assoggettando a tassazione integrale tutti i dividendi, e non solo i dividendi da trading», atteso che la base imponibile dell'IRAP sarebbe data dai risultati dell'attività caratteristica dell'impresa, tra cui rientrerebbero i soli «dividendi da trading», «e non invece i dividendi che derivano dalla gestione "statica" del patrimonio, in quanto tali esclusi dal calcolo dell'imposta». Nemmeno fondata sarebbe quindi l'eccezione dell'Avvocatura per cui l'accoglimento comporterebbe «necessariamente» un incremento del carico fiscale in capo ai soggetti passivi. Né - sostiene la CEH - ci si troverebbe dinanzi a un'inammissibile pronuncia manipolativa e additiva della disposizione di legge all'esame, poiché nella specie, sussisterebbero «i presupposti per emettere [...] una pronuncia che [...] "sostituisca" la deduzione forfetaria della quota dei dividendi esenti con una deduzione analitica degli stessi». 5.2.- Nel merito, la società precisa innanzitutto come la ratio giuridico-economica e il presupposto dell'IRAP, alla luce dell'art. 2, comma 1, del d.lgs. n. 446 del 1997, consisterebbero nell'esercizio di una "attività produttiva", «vale a dire di un'attività diversa dalla mera gestione "improduttiva" del patrimonio (c.d. "attività statica", consistente nel mettere un bene a disposizione di altri o nel goderne direttamente)». In quest'ottica, "gestione caratteristica" delle banche sarebbe «l'attività di acquisto e di vendita di strumenti finanziari in contropartita diretta, mediante l'uso del denaro raccolto tra il pubblico, attività da cui derivano, tra l'altro, i dividendi da trading», e da cui «[s]pecularmente, fuoriescono [...] gli altri dividendi, derivando da una attività, l'investimento duraturo in partecipazioni societarie (immobilizzate), che nulla ha a che fare con la raccolta del denaro sul mercato»; distinzione che - secondo la CEH - si rifletterebbe poi nella voce 70 del conto economico del bilancio bancario. Ciò renderebbe non ragionevole una disciplina che stabilisca l'incidenza nell'imponibile dell'IRAP dei dividendi (seppur dimidiati) derivanti dall'attività di gestione del patrimonio. Una tale deroga all'asserito principio di rilevanza dei soli proventi derivanti da attività caratteristica non potrebbe infatti trovare giustificazione: né nella specificità delle regole dettate per le banche e gli altri enti e società finanziarie e, in particolare, nel principio di "derivazione rafforzata" dal bilancio; né nella ratio di semplificazione della novella del 2008; né, infine, dal riferimento al "margine di intermediazione" e dalla confluenza nella voce 70 del conto economico del bilancio bancario di tutti i dividendi, poiché la distinzione tra dividendi "da trading" ed "interni", pur irrilevante contabilmente, «ai fini IRAP, [...] mant[errebbe] importanza fondamentale». 5.3.- Da ultimo la CEH contesta la tesi dell'Avvocatura generale circa la ratio della forfetizzazione al 50 per cento dei dividendi quale forma di riconoscimento dei "costi finanziari" del magazzino titoli, ritenendo ciò escluso sia dalla lettera della norma (che ne mostrerebbe la finalità «di sgravare parzialmente un componente attivo, piuttosto che di riconoscere la deduzione di un componente passivo»); sia dal fatto che «i dividendi non hanno di per sé "un costo" di produzione e che comunque tale costo non può essere rappresentato dalle fluttuazioni negative dei titoli sottostanti». 6.- In data 9 novembre 2021 l'Avvocatura generale dello Stato ha depositato una memoria, ribadendo quanto dedotto nel proprio atto di costituzione in giudizio e chiedendo che la questione sia dichiarata inammissibile o comunque non fondata per le seguenti ulteriori ragioni. 6.1.- In primo luogo, la difesa pubblica eccepisce l'inammissibilità della questione per difetto di motivazione in ordine alla sua rilevanza nel giudizio a quo in quanto la società ricorrente CEH non sarebbe in realtà una banca, ma una holding bancaria, ossia una società detentrice del controllo di un'altra banca. Pertanto - ancorché l'applicabilità del censurato art. 6, comma 1, lettera a), a tali soggetti derivi dal rinvio operato dall'art. 1, comma 1, lettera c), del decreto legislativo 27 gennaio 1992, n. 87 (Attuazione della direttiva n. 86/635/CEE relativa ai conti annuali ed ai conti consolidati delle banche e degli altri istituti finanziari, e della direttiva n. 89/117/CEE relativa agli obblighi in materia di pubblicità dei documenti contabili delle succursali, stabilite in uno Stato membro, di enti creditizi ed istituti finanziari con sede sociale fuori di tale Stato membro) - la CTP avrebbe dovuto preliminarmente motivare la riferibilità alle holding bancarie degli illustrati presupposti interpretativi da cui muove la censura, atteso che l'attività caratteristica di questi soggetti consisterebbe proprio nel possesso di partecipazioni azionarie stabili, «[a]nzi, con specifico riguardo alle capogruppo bancarie, dagli artt. 60 e 61 del TUB risulta che tali partecipazioni debbono essere tali che alla capogruppo faccia capo il controllo delle banche componenti il gruppo». 6.2.- In secondo luogo, e correlativamente, l'inammissibilità della questione deriverebbe dalla sua «genericità», giacché l'ordinanza di rinvio non avrebbe esplorato una soluzione interpretativa che riconosca la piena legittimità costituzionale della norma censurata ove riferita a soggetti la cui attività caratteristica sia, appunto, il possesso stabile di partecipazioni azionarie di controllo. 6.3.- Da ultimo, l'Avvocatura generale ribadisce, nel merito, la manifesta infondatezza della questione. In particolare, l'interveniente insiste nel ritenere che, ai fini dell'odierno vaglio di legittimità costituzionale, assumerebbe valenza decisiva il concetto di "margine di intermediazione", esplicitamente richiamato in senso tecnico dalla norma censurata: esso sarebbe funzionale - nella sua complessità - a indicare la solidità dei soggetti appartenenti al comparto bancario. In questa prospettiva sarebbe dunque ragionevole che i dividendi (indipendentemente dalla tipologia di partecipazioni da cui originano) concorrano al "margine di intermediazione", atteso che anche tale componente - insieme al "margine di interesse" e alle "commissioni" - «contribui[rebbe] al risultato complessivo della gestione». Osserva, peraltro, che quella dei dividendi costituirebbe una componente tanto più rilevante quanto più le banche si trovano costrette a operare in periodi di crisi connotati da "margini di interesse" negativi (come avvenuto, fa notare la difesa erariale, durante la crisi finanziaria del 2007 e negli anni seguenti).