[pronunce]

2.- Le questioni sottoposte all'esame di questa Corte attengono ai limiti di edificabilità nelle cosiddette "zone bianche" - non coperte, cioè, dalla pianificazione urbanistica - previsti dall'art. 9 del d.P.R. n. 380 del 2001. Tali limiti - riferiti dalla norma impugnata ai «comuni sprovvisti di strumenti urbanistici» - trovano pacificamente applicazione non solo nell'ipotesi (divenuta ormai marginale) in cui il comune risulti del tutto privo di piano regolatore generale, ma anche quando la carenza di una specifica disciplina di piano riguardi singole porzioni del territorio comunale. La fattispecie più rilevante - e che ricorre anche nel giudizio a quo, secondo quanto riferito dal rimettente - è quella della scadenza del termine quinquennale di efficacia dei vincoli preordinati all'espropriazione o a carattere sostanzialmente ablativo: termine attualmente previsto dall'art. 9 del d.P.R. 8 giugno 2001, n. 327, recante il «Testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di espropriazione per pubblica utilità (Testo A)». La finalità del regime in esame è di evitare che l'assenza di pianificazione legittimi uno sviluppo edilizio incontrollato, atto a compromettere irreversibilmente l'assetto urbanistico e a "consumare" integralmente il territorio. In quest'ottica, lo ius aedificandi del privato - pur non essendo radicalmente escluso - viene sottoposto a standard legali rigorosi, in modo da non pregiudicare la razionalità, e la stessa possibilità, delle future scelte degli organi della pianificazione. Si tratta, in sostanza, di una soluzione di compromesso: tra l'alternativa della totale inedificabilità dei suoli sprovvisti di disciplina di piano e quella di un'edificabilità libera, il legislatore ha adottato la soluzione intermedia di una edificabilità (significativamente) ridotta per non svuotare del tutto lo ius aedificandi e non pregiudicare i valori - di rilievo costituzionale - coinvolti dalla regolamentazione urbanistica. In tale prospettiva, l'art. 9, comma 1, del d.P.R. n. 380 del 2001 stabilisce che nel perimetro del centro abitato sono ammessi solo interventi di manutenzione, restauro e risanamento conservativo del patrimonio edilizio esistente (lettera a). Fuori del centro abitato - ed è questa la previsione che interessa - sono invece possibili (anche) interventi di nuova edificazione «nel limite della densità massima fondiaria di 0,03 metri cubi per metro quadro; in caso di interventi a destinazione produttiva, la superficie coperta non può comunque superare un decimo dell'area di proprietà» (lettera b). Vengono fatti salvi i diversi limiti stabiliti dalle leggi regionali: ma solo se «più restrittivi» di quelli dianzi indicati. 3.- Il rimettente muove dal presupposto che la disposizione in esame, tramite la previsione della lettera b) dianzi ricordata, sottoponga l'edificazione di complessi produttivi in "zone bianche" extraurbane a una doppia limitazione: non solo di superficie coperta, ma anche volumetrica. Tale lettura del dettato normativo è, in effetti, qualificabile come "diritto vivente", risultando ormai unanimemente accolta dalla giurisprudenza amministrativa. Secondo quanto ripetutamente affermato dal Consiglio di Stato, risulta dirimente, nella direzione dell'applicazione cumulativa dei due limiti, il canone dell'interpretazione letterale. La presenza di un punto e virgola (anziché di un punto) tra il primo ed il secondo periodo della disposizione e, soprattutto, l'uso dell'avverbio «comunque» rivelerebbero, infatti, in modo univoco che il limite superficiario - riferito agli interventi a destinazione produttiva - è stabilito in aggiunta, e non in alternativa, al parametro volumetrico enunciato nella frase che precede il segno di interpunzione (tra le altre, Consiglio di Stato, sezione quarta, 5 febbraio 2009, n. 681; Consiglio di Stato, sezione quarta, 5 febbraio 2009, n. 679; Consiglio di Stato, sezione quarta, 19 giugno 2006, n. 3658). La conclusione appare avvalorata anche dal confronto - che sarà operato più avanti - tra la disposizione censurata e il suo immediato precedente legislativo (l'art. 4, ultimo comma, della legge n. 10 del 1977): confronto che evidenzia chiaramente l'intento legislativo di rendere applicabile agli interventi in discorso, mediante una diversa articolazione del precetto, anche il limite di densità fondiaria. 4.- A fianco della premessa interpretativa ora ricordata - che fonda il quesito rivolto a questa Corte - il giudice a quo ne pone un'altra, che condiziona la sua rilevanza. Il rimettente assume, cioè, che la norma statale censurata sarebbe applicabile anche nella Regione Campania (e, dunque, alla vicenda oggetto del giudizio a quo) - almeno per la parte in cui prevede il limite volumetrico - pur in presenza di una disciplina regionale della materia. L'art. 9, comma 2, della legge della Regione Campania 11 agosto 2005, n. 15 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale della Regione Campania - Legge finanziaria regionale 2005), sostituendo l'art. 4, comma 2, della legge regionale 20 marzo 1982, n. 17 (Norme transitorie per le attività urbanistico-edilizie nei Comuni della Regione), ha infatti previsto, per l'edificazione di complessi produttivi in "zone bianche" esterne ai centri abitati, un limite di superficie coperta più rigoroso di quello stabilito dalla norma statale (un sedicesimo dell'area di proprietà, anziché un decimo). Tale limite non si coniuga, però, ad un concorrente limite di cubatura: sicché, con riguardo a quest'ultimo - secondo il giudice a quo - rimarrebbe operante la norma statale, non potendo venire in rilievo la clausola di cedevolezza di fronte a previsioni regionali più restrittive. Al riguardo, va rilevato che, in base alla previsione dell'art. 2, comma 3, del d.P.R. n. 380 del 2001, «Le disposizioni, anche di dettaglio, del [...] testo unico, attuative dei principi di riordino in esso contenuti operano direttamente nei riguardi delle regioni a statuto ordinario, fino a quando esse non si adeguano ai principi medesimi». L'idea sottesa, nella sostanza, alla tesi del rimettente è che - articolandosi la norma statale censurata in due distinte componenti precettive (una relativa al limite minimo volumetrico e l'altra al limite minimo superficiario) - il legislatore campano si sia adeguato, con la legge reg. n. 15 del 2005, solo alla seconda (stabilendo un limite di superficie più restrittivo di quello statale). Di conseguenza, solo in rapporto a tale limite la norma regionale si surrogherebbe a quella statale: con riguardo alla previsione inerente al limite volumetrico - alla quale il legislatore regionale non si è adeguato - resterebbe invece ferma l'operatività della norma statale.