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I proponenti, pertanto, intendono coniugare l'obiettivo prioritario della centralità dei bambini e dei loro bisogni con le esigenze delle famiglie, nella prospettiva della qualità e di un sistema che adegui il nostro Paese ai migliori standard europei e, contemporaneamente, alle più avanzate esperienze legislative regionali, ampliando in maniera cospicua l'offerta. Riferendoci ai più avanzati modelli europei, è giocoforza porre attenzione alla Francia che ha uno fra i più alti indici di natalità in Europa. Il codice della sanità pubblica francese, all'articolo R2324-17, sancisce che i servizi e le istituzioni d'accoglienza non permanenti per bambini sono fatti per garantire la salute, la sicurezza, il benessere e lo sviluppo dei bambini, e, rispettando la potestà genitoriale, contribuiscono alla loro educazione. Gli stessi servizi si propongono l'integrazione dei bambini che presentano handicap o malattie croniche e forniscono sostegno ai genitori per conciliare la vita lavorativa a quella familiare. Lo stesso articolo stabilisce le diverse tipologie di servizi e, nello specifico: 1) istituti collettivi di accoglienza, in particolare gli istituti detti «crèches collectives» e «haltes-garderies», e i servizi di accoglienza non permanenti di affidamento al domicilio di assistenti di maternità, detti «services d'accueil familial» «crèches familiales»; 2) istituti collettivi di accoglienza gestiti da associazioni di genitori, detti «asili genitoriali» (o a gestione genitoriale); 3) istituti collettivi di accoglienza che ricevono esclusivamente bambini di età maggiore di due anni non scolarizzati o scolarizzati a tempo parziale, detti «giardini d'infanzia»; 4) istituti collettivi di accoglienza che accolgono fino a 10 posti, detti micro-asili, i quali possono organizzare l'accoglienza in maniera occasionale o stagionale. Uno stesso istituito può organizzare l'accoglienza associando la forma collettiva a quella di affidamento oppure quella regolare a quella occasionale. L'articolo L531-5 del codice della sicurezza sociale francese prevede la misura economica denominata Le complément de libre choix du mode de garde o Integrazione di libera scelta del modo di custodia: essa è corrisposta alla coppia o alla persona alle cui dipendenze dirette lavora un'assistente materna abilitata o una baby-sitter a domicilio per la custodia del bambino di età inferiore ai 6 anni. Come abbiamo detto, la normativa statale italiana di settore è alquanto arretrata; in compenso, la legislazione regionale ha saputo, nell'arco di tempo, sopperire a tale arretratezza, approvando normative puntuali, avanzate e rispondenti alle esigenze del territorio: fra queste spicca, senza dubbio, la legge regionale del Friuli-Venezia Giulia 18 agosto 2005, n. 20, «Sistema educativo integrato dei servizi per la prima infanzia». Obiettivo primario è la formazione di un sistema integrato di servizi, che offra sostegno al lavoro di cura dei genitori, in modo da favorirne la conciliazione tra impegni familiari e lavorativi, facilitando e sostenendo l'accesso delle donne nel mercato del lavoro, in un quadro di pari opportunità e condivisione dei compiti. Per la gestione dei servizi del sistema educativo integrato, la regione e gli enti locali riconoscono e valorizzano, fra l'altro, il ruolo delle organizzazioni non lucrative di utilità sociale, richiedendo loro una collaborazione alla programmazione e gestione dei servizi educati vi nel relativo ambito territoriale. Il sistema di servizi è costituito come segue: a) nidi d'infanzia, che comportano sia l'assistenza continuativa ai bambini -- di età compresa tra i 3 mesi e i 3 anni di età -- da parte del personale educativo, sia la gestione del servizio mensa e dello spazio di riposo; sono compresi in questa categoria a fini legislativi e regolamentari anche i micronidi a ricettività ridotta, i nidi integrati alle scuole d'infanzia, quelli condominiali e aziendali; b) servizi integrativi, con finalità non solo educative ma anche aggregative e sociali, che ampliano l'offerta formativa rispondendo alle esigenze delle famiglie e dei bambini, anche accompagnati da genitori o altri adulti. È comunque prevista la presenza di personale educativo, ma si tratta di servizi privi di mensa e spazi adibiti al sonno; c) servizi sperimentali, con caratteristiche diverse dai precedenti, ma dirette alla promozione e istituzione di servizi socio-educativi sperimentali, anche autogestiti dalle famiglie, in spazi domestici. Successive integrazioni della legge hanno sancito l'introduzione dei servizi educativi domiciliari ed il servizio di baby-sitter locale; d) il servizio di baby-sitter locale è promosso e organizzato dai comuni nel territorio di competenza, tramite approvazione e pubblicizzazione dell'elenco di persone in possesso di adeguata formazione e disponibili allo svolgimento di tale attività presso il domicilio familiare. La regione definisce linee-guida per i requisiti di iscrizione agli elenchi sopracitati promuovendo specifica attività di formazione, di concerto tra le strutture competenti di formazione, lavoro e pari opportunità. Dal punto di vista della normativa statale, il presente disegno di legge tocca materie e princìpi che rientrano nella competenza dello Stato, delle regioni nonché dei comuni, per i relativi profili amministrativi. La normativa attualmente vigente prende avvio nei primi anni Settanta, proprio nel momento coincidente con l'avvio della prima legislatura regionale. È infatti nel 1971, con la legge 6 dicembre 1971 n. 1044, che si fornisce la prima definizione di asilo nido, quale servizio pubblico per i bambini di età compresa tra i 3 e i 36 mesi e che si concede alle regioni di intervenire, con proprie leggi, a fissare i criteri generali per la costituzione, la gestione nonché il controllo degli asili nido stessi. Con ciò è evidente che la sovrapposizione di competenze e poteri su tale materia è molto articolata, non essendovi comunque limiti ostativi per le regioni ad intervenire con proprie norme di dettaglio, escludendo ovviamente i paletti fissati dal titolo V della parte seconda della Costituzione, a maggior ragione successivamente all'entrata in vigore della legge costituzionale 18 ottobre 2001, n. 3. La legislazione statale deve, quindi, sempre indicare il limite del rispetto dei princìpi e dei valori costituzionali e fornire al legislatore regionale un quadro normativo generale in cui poter operare al meglio; questo senza però intervenire con una mera disciplina di dettaglio, che altro non farebbe che imbrigliare le regioni stesse. Anche perché, negli ultimi anni, le maggiori innovazioni in materia sono giunte proprio dall'ambito regionale, ragione per cui apparirebbe incomprensibile oggi intervenire dal centro svuotando di contenuto e significato, di crescita sociale, quanto già realizzato nelle regioni e negli enti locali. Nel dettaglio, l'articolo 1, che fissa i princìpi e gli obiettivi generali dell'intervento normativo, richiama al comma 1 gli articoli della Costituzione a cui si ispira il provvedimento stesso, ricordando altresì il rispetto per le diverse competenze dei livelli di governo (Stato, regioni ed enti locali). Il comma 2 interviene fornendo la definizione di «Sistema territoriale», come azione sinergica e convergente di diversi attori.