[pronunce]

ORDINANZA ha pronunciato la seguentenei giudizi di legittimità costituzionale degli artt. 516 e 521-bis, comma 1, del codice di procedura penale, promossi, nell'ambito di diversi procedimenti penali, dal Tribunale di Monza con ordinanza del 10 ottobre 2002, dal Tribunale di Salerno con ordinanza del 27 febbraio 2004 e dal Tribunale di Pistoia con ordinanza del 19 dicembre 2003, rispettivamente iscritte al n. 881 del registro ordinanze 2003 e ai numeri 582 e 444 del registro ordinanze 2004 e pubblicate nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 44, prima serie speciale, dell'anno 2003, n. 26, prima serie speciale, dell'anno 2004 e nella edizione straordinaria del 3 giugno 2004. Visti gli atti di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri; udito nelle camere di consiglio del 6 e del 20 aprile 2005 il Giudice relatore Guido Neppi Modona. Ritenuto che il Tribunale di Monza (r.o. n. 881 del 2003) ha sollevato su eccezione della difesa degli imputati, in riferimento agli artt. 3 e 24 della Costituzione, questione di legittimità costituzionale dall'art. 516 del codice di procedura penale, nella parte in cui «non prevede la facoltà dell'imputato di richiedere al giudice del dibattimento la definizione del procedimento ai sensi degli artt. 438 e seguenti cod. proc. pen. relativamente al fatto diverso contestato in udienza, quando la novità della contestazione discende da modifica legislativa che innova la struttura della fattispecie astratta originariamente contestata, sulla cui base il pubblico ministero abbia proceduto a nuova contestazione in udienza»; che il Tribunale premette che nel corso del dibattimento per il reato di bancarotta fraudolenta di cui all'art. 223, secondo comma, della legge fallimentare (regio decreto 16 marzo 1942, n. 267) l'originaria imputazione era stata modificata in conseguenza dell'entrata in vigore del decreto legislativo 11 aprile 2002, n. 61, che ha sostituito il secondo comma, numero 1, del medesimo articolo; che gli imputati avevano formulato richiesta di giudizio abbreviato, sostenendo che l'eventuale rigetto di tale istanza, benché conforme all'attuale disposto dell'art. 516 cod. proc. pen. , si sarebbe posto in contrasto con l'art. 24 Cost.; che il rimettente richiama la sentenza n. 265 del 1994, con la quale questa Corte ha affermato che «qualora non possa rimproverarsi alcuna inerzia all'imputato, ossia nessuna addebitabilità al medesimo delle conseguenze della mancata instaurazione dei riti alternativi al dibattimento, sarebbe molto difficile negare che la impossibilità di ottenere i relativi benefici concretizzi un'ingiustificata compressione del diritto di difesa», e rileva che la Corte, con la citata decisione, ha introdotto una «sostanziale rimessione in termini» per consentire l'accesso ai riti alternativi, in quanto «la libera determinazione dell'imputato verso tali riti» era stata «sviata da aspetti di anomalia caratterizzanti la condotta processuale del pubblico ministero», quali l'incompletezza dell'imputazione a fronte di elementi già emergenti dagli atti di indagine preliminare; che il Tribunale soggiunge che nel caso in esame la norma censurata, pur risultando l'originaria imputazione correttamente formulata in base alla fattispecie incriminatrice all'epoca vigente, si pone comunque in contrasto con gli artt. 3 e 24 Cost., in quanto priva irragionevolmente l'imputato della possibilità di accedere al giudizio abbreviato a fronte della contestazione «di un fatto radicalmente diverso da quello originariamente descritto nel capo d'imputazione», non prevedibile nell'udienza preliminare; che è intervenuto in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che la questione sia dichiarata infondata in quanto, contrariamente alla situazione presa in considerazione dalla Corte con la sentenza n. 265 del 1994, nel caso di specie la modifica dell'imputazione trae origine da una sopravvenuta modifica legislativa e cioè da un «accadimento esterno al processo ed estraneo al comportamento delle parti»; che ad avviso dell'Avvocatura in tali casi l'ordinamento dispone, sul piano del diritto sostanziale, di specifiche regole per la successione delle leggi penali, «mentre sul piano processuale non sembra irragionevole che venga lasciato un margine di scelta in ordine alla creazione di una eventuale specifica disciplina transitoria»; che il Tribunale di Salerno (r.o. n. 582 del 2004) ha sollevato analoga questione di legittimità costituzionale dell'art. 516 cod. proc. pen. , «nella parte in cui non prevede la facoltà dell'imputato di richiedere al giudice del dibattimento la definizione del procedimento ai sensi degli artt. 438 e seguenti cod. proc. pen. relativamente al fatto diverso contestato in dibattimento quando la nuova contestazione concerne un fatto che già risultava dagli atti di indagine al momento dell'esercizio dell'azione penale»; che il rimettente premette che in dibattimento, dopo la richiesta delle prove, il pubblico ministero aveva modificato il capo di imputazione, contestando all'imputato, «sulla base di emergenze processuali che erano già in suo possesso all'atto dell'esercizio dell'azione penale», che l'autovettura oggetto del reato di ricettazione proveniva non già dal reato di furto, come risultava nell'originaria contestazione, bensì dal reato di rapina; che il difensore dell'imputato, munito di procura speciale, aveva chiesto che il procedimento a carico del suo assistito fosse definito con il giudizio abbreviato; che in base all'attuale disciplina normativa la richiesta dovrebbe essere dichiarata inammissibile perché formulata dopo la dichiarazione di apertura del dibattimento, oltre il limite temporale fissato dall'art. 555, comma 2, cod. proc. pen.; che ciò premesso, il giudice a quo ritiene che l'art. 516 cod. proc. pen. viola gli artt. 3 e 24 Cost., traducendosi in una lesione del diritto di difesa, particolarmente evidente nel caso in cui - come nella specie - il pubblico ministero abbia operato la modifica dell'originaria contestazione sulla base di elementi che erano già in suo possesso nella fase delle indagini; che, infatti, in tale ipotesi non potrebbe neppure sostenersi che l'imputato, optando per il rito ordinario, abbia implicitamente accettato il rischio di una modifica dell'imputazione a seguito dell'emergere di nuovi elementi nel corso dell'istruttoria dibattimentale; che il giudice a quo non ignora che questa Corte, nel dichiarare con la sentenza n. 265 del 1994 l'illegittimità costituzionale dell'art. 516 cod. proc. pen.