[pronunce]

Sempre secondo l'Avvocatura, la disposizione in esame «ha, dunque, rimodulato la determinazione dei preesistenti periodi di posticipo della decorrenza con lo scopo di migliorare la sostenibilità economico-finanziaria del sistema pensionistico e della finanza pubblica».1.- Con l'ordinanza in epigrafe il Tribunale ordinario di Trento, sezione per le controversie di lavoro, dubita della legittimità costituzionale, in riferimento all'art. 3, primo comma, della Costituzione, dell'art. 12, comma 2, lettera b), del decreto-legge 31 maggio 2010, n. 78 (Misure urgenti in materia di stabilizzazione finanziaria e di competitività economica), convertito, con modificazioni, nella legge 30 luglio 2010, n. 122, nella parte in cui comporterebbe che il trattamento pensionistico sia determinato facendo riferimento agli ultimi dieci anni, ovvero le 520 settimane di cui all'art. 5, comma 1, della legge 2 agosto 1990, n. 233 (Riforma dei trattamenti pensionistici dei lavoratori autonomi), e agli ultimi quindici anni - ovvero le 780 settimane di cui all'art. 1, comma 18, della legge 8 agosto 1995, n. 335 (Riforma del sistema pensionistico obbligatorio e complementare), di redditi coperti da contribuzione che precedono la data di insorgenza del diritto alla decorrenza della pensione, anziché quella di maturazione dei requisiti per l'accesso al pensionamento. In punto di fatto, il giudice riferisce che il giudizio principale riguarda la determinazione del trattamento pensionistico di anzianità di un lavoratore autonomo che ha maturato i requisiti anagrafici e contributivi il 30 novembre 2011, ma ha acquisito il diritto alla decorrenza della pensione diciotto mesi dopo, cioè dal 1° giugno 2013, per effetto della cosiddetta finestra mobile, introdotta dall'art. 12, comma 2, lettera b), del d.l. n. 78 del 2010, come convertito. Pur avendo proseguito l'attività lavorativa e la correlata contribuzione nel predetto periodo di diciotto mesi, a seguito del reddito prodotto, che ha inciso negativamente sulla base di computo del trattamento come determinato ai sensi delle ricordate disposizioni della legge n. 233 del 1990 e della legge n. 335 del 1995, il lavoratore ricorrente si è visto calcolato dall'Istituto nazionale per la previdenza sociale (INPS) un rateo mensile di euro 2.462,85, invece che di euro 2.703,62, quale "virtualmente" risultante alla data di maturazione del requisito contributivo. Il giudice a quo ritiene irragionevole, e dunque contraria all'art. 3 Cost., una normativa in base alla quale il trattamento pensionistico determinabile alla data del conseguimento del requisito contributivo venga a essere ridotto, nonostante la maggiore contribuzione versata successivamente a tale data. L'irragionevolezza sarebbe tanto più evidente in quanto, se il lavoratore non avesse lavorato durante il periodo della "finestra", si sarebbe visto liquidare un trattamento maggiore di quello attribuibile alla data di accesso al trattamento pensionistico, pur avendo versato una minore contribuzione. Il rimettente rappresenta di aver già sollevato nel medesimo giudizio principale, con ordinanza del 6 ottobre 2015, questione di legittimità costituzionale dell'art. 5, comma 1, della legge n. 233 del 1990 e dell'art. l, comma 18, della legge n. 335 del 1995, ma tale questione con sentenza n. 23 del 2018 era stata dichiarata «inammissibile» «per non corretta individuazione della norma denunciata». Ciò in quanto questa Corte aveva rilevato che l'effetto lamentato dal rimettente non era prodotto dalle disposizioni allora censurate, bensì dall'art. 12, comma 2, lettera b), del d.l. n. 78 del 2010 e che era, dunque, tale disposizione a porre il reale thema decidendum della questione sollevata, «costituito dal rilievo e dalla qualificazione giuridica del periodo di attesa della cosiddetta "finestra", allorché l'assicurato prosegua l'attività lavorativa e quindi la contribuzione, ai fini della determinazione dell'entità del trattamento pensionistico». Pertanto, il rimettente evidenzia di aver proposto una nuova questione in riferimento all'art. 12, comma 2, lettera b), del d.l. n. 78 del 2010 e, dunque, su una norma diversa da quelle indicate nella precedente ordinanza di rimessione. 1.1.- L'INPS e il Presidente del Consiglio dei ministri hanno chiesto di dichiarare inammissibile o comunque infondata la questione. 2.- Vanno preliminarmente esaminate le eccezioni di inammissibilità sollevate dall'INPS e dal Presidente del Consiglio dei ministri. 2.1.- L'INPS ha eccepito che il giudice rimettente avrebbe omesso di interpretare la disposizione censurata nel quadro del diritto vivente, ovvero alla luce della giurisprudenza della Corte di cassazione sulla "finestra", secondo cui il decorso del relativo periodo temporale è elemento costitutivo del diritto a pensione, nonché dell'insegnamento della stessa Cassazione e di questa Corte in ordine al principio di "neutralizzazione" dei periodi contributivi sfavorevoli successivi alla maturazione del requisito contributivo e anagrafico previsto per il trattamento pensionistico. A tale ultimo riguardo l'Istituto richiama la sopravvenuta sentenza n. 173 del 2018 di questa Corte che ha riconosciuto applicabile anche ai lavoratori autonomi iscritti alle gestioni speciali dell'INPS il predetto principio. Ad avviso dell'INPS, tale decisione renderebbe, difatti, irrilevante l'odierna questione, comportando la neutralizzazione delle settimane di contribuzione sfavorevoli conseguite dal lavoratore interessato durante il periodo della "finestra" e, dunque, successivamente al raggiungimento del requisito contributivo per il trattamento pensionistico. 2.2.- L'eccezione va disattesa. In disparte dalla valutazione nel merito di quanto argomentato dall'Istituto, la dedotta omissione interpretativa non è comunque ravvisabile. Difatti, l'ordinanza di rimessione è antecedente alla sentenza n. 173 del 2018, e dunque al momento della sua proposizione la questione in oggetto era prospettabile, stante l'ambito applicativo del principio di neutralizzazione come all'epoca risultava dalla giurisprudenza costituzionale che lo riconosceva applicabile in riferimento, in via generale, alle sole gestioni pensionistiche dei lavoratori dipendenti iscritti all'assicurazione generale obbligatoria (a partire dalla sentenza n. 428 del 1992), oltre che a specifiche gestioni previdenziali (sentenza n. 433 del 1999, relativa al trattamento pensionistico degli agenti di commercio iscritti all'ENASARCO), e dunque non al trattamento previdenziale dei lavoratori autonomi iscritti alle gestioni INPS. 2.3.- Il Presidente del Consiglio dei ministri ha eccepito la inammissibilità della questione per non avere il giudice rimettente individuato correttamente le norme che assumono rilievo ai fini dell'odierna questione, essendosi limitato a censurare l'art. 12, comma 2, lettera b), del d.l. n. 78 del 2010, là dove l'effetto lamentato scaturisce, secondo quanto evidenziato dalla sentenza di questa Corte n. 23 del 2018, anche da altre disposizioni: