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L'ergastolo, inoltre, pone dei dubbi di legittimità costituzionale anche in relazione al principio, parimenti stabilito dall'articolo 27 della Costituzione, secondo cui le pene «devono tendere alla rieducazione del condannato». È infatti evidente che, se per «rieducazione» s'intende, secondo l'opinione unanime della dottrina, la risocializzazione e il reinserimento sociale del condannato, l'ergastolo è logicamente incompatibile con la finalità rieducativa della pena. Né basta ad escludere questa incompatibilità la circostanza che la pena dell'ergastolo, come ha affermato la Corte costituzionale con le sentenze nn. 264 del 1964 e 274 del 1983, non sempre è perpetua, dato che di fatto possono essere concesse agli ergastolani la grazia e la liberazione condizionale, in quanto la pena perpetua contraddice anche il principio di giurisdizionalità delle pene, il quale esclude pene fisse, non graduabili sulla base di quel momento essenziale della giurisdizione che è la valutazione del caso concreto. È perciò per sua natura una pena iniqua, soprattutto se prevista rigidamente senza alternative edittali, perché non è graduabile equitativamente dal giudice, che non può attenuarla sulla base dei concreti, singolari e irripetibili connotati del fatto. In contrasto con un'altra classica garanzia, quella della proporzionalità delle pene, l'astratta fissità dell'ergastolo non consente insomma l'individualizzazione e l'adeguamento della pena alla personalità del condannato e alla specificità del caso concreto, che rappresentano una dimensione necessaria della giurisdizione penale. Il superamento dell'ergastolo sarebbe anche un atto di civiltà imposto da ragioni di carattere etico-politico. L'ergastolo, infatti, non è assimilabile alla reclusione, ma è una pena qualitativamente diversa, assai più simile alla pena di morte. Al pari di questa, è una pena capitale, nel senso della capitis deminutio del diritto romano, in quanto è una privazione della vita futura, e non solo della libertà; e perché è una pena eliminativa che, con l'interdizione legale, esclude per sempre una persona dal consorzio umano. Equivale, secondo la definizione che ne dette l'articolo 18 del codice francese del 1810, alla «morte civile». D'altra parte, molti Paesi europei non prevedono la pena dell'ergastolo (Norvegia, Portogallo, Spagna, Slovenia, Croazia, Bosnia-Erzegovina) e, in altri Stati, il carcere a vita, pur previsto in astratto, non viene applicato in concreto (Olanda, Polonia, Albania, Serbia, Ungheria). Sotto questo aspetto l'ergastolo è in contraddizione con tutta la migliore tradizione giuridica italiana. L'Italia, è bene ricordare, può vantare, in materia di pene, una lunga serie di primati civili. Non è solo il paese di Cesare Beccaria, che per primo contestò la legittimità della pena di morte. È anche il primo paese del mondo che abolì, nel codice toscano del 1786, la pena di morte, e nuovamente la soppresse in tutto il territorio nazionale, con il codice Zanardelli del 1889, mentre ancora essa restava in vigore nel resto dell'Europa. Ed è oggi il paese che più di tutti si batte per l'eliminazione o quanto meno la sospensione in ogni dove della pena capitale. Sarebbe far torto a questa tradizione se quel primato civile si capovolgesse nel suo contrario: l'Italia, infatti, è rimasta tra gli ultimi Paesi dell'Unione europea nei quali la morte civile dell'ergastolo è ancora in vigore. Si è ben consapevoli che anche gli argomenti a sostegno della maggiore efficacia deterrente dell'ergastolo hanno valenza limitata. Peraltro, i rischi di indebolire la lotta alla criminalità organizzata e i timori generalmente diffusi, al momento attuale, nei cittadini comuni nei confronti del crimine, inducono a prospettare ancora, in questa sede, anche la pena dell'ergastolo. Il dibattito, in Parlamento e nel Paese, è tuttora in corso. Non si può non ricordare, peraltro, che già nel 1998, dopo un ampio e proficuo confronto su un disegno di legge di iniziativa parlamentare, venne approvato dal Senato della Repubblica un testo, che non fu discusso dalla Camera, che aboliva l'ergastolo, sostituendolo con 32 anni di reclusione (XIII legislatura, atto Senato n. 211). La discussione è ancora aperta. Valuterà il Parlamento l'adozione delle norme che riterrà più adeguate al momento storico attuale, fissando i relativi princìpi e criteri direttivi per l'approvazione del nuovo codice penale. Commisurazione della pena La commissione Pisapia, preso atto delle attuali disfunzioni del modello di discrezionalità vincolata sul versante della commisurazione in concreto della pena, ha lungamente dibattuto sulle possibili soluzioni in grado di dare una risposta all'esigenza di regolamentare ex lege la questione in modo più incisivo, anche al fine di orientare il giudice, pur senza vincolarlo, verso decisioni tali da assicurare il più possibile la certezza del diritto nella commisurazione della pena. Anche su questo tema si è tenuto conto delle soluzioni adottate dalle precedenti commissioni e da quanto previsto in alcuni ordinamenti stranieri (ad esempio, Portogallo e Germania). L'approfondimento che ne è seguito ha confermato la difficoltà, per quanto concerne la commisurazione della pena, di realizzare forme di discrezionalità vincolata e, soprattutto, orientata a criteri finalistici indicati dal legislatore. È quindi parsa opportuna la previsione, analoga a quella del progetto Nordio, secondo cui «il giudice motiva analiticamente la determinazione della pena». Si è deciso inoltre di prevedere, oltre ai consueti indici fattuali, alcuni criteri finalistici della pena, desumibili dalle norme costituzionali (articoli 25 e 27 della Costituzione). Il riferimento alla colpevolezza è parso doveroso, rivestendo un ruolo centrale anche in tema di commisurazione della pena, anche alla luce della interpretazione della Consulta (sentenza n. 364 del 1988), che lo fa assurgere a principio guida del diritto penale moderno. Si è così stabilito -- al fine di evitare pene eccedenti la misura della colpevolezza (ad esempio per esigenze di prevenzione generale e/o di risposta «esemplare» all'allarme sociale suscitato dal reato) -- che la pena, oltre a dover essere determinata entro il limite della proporzione con il fatto commesso, deve avere in concreto finalità di prevenzione speciale, con particolare riferimento al reinserimento sociale del condannato e con esclusione, quindi, di ragioni di esemplarità punitiva. Oblazione La commissione Pisapia ha ritenuto, pur in presenza di una sostanziale modifica del sistema sanzionatorio e della eliminazione delle contravvenzioni, di mantenere, pur con significative modifiche, l'istituto dell'oblazione la cui ratio è da ricercare anche, ma non solo, nello scopo deflattivo: permettere all'imputato/indagato di reati cosiddetti bagatellari di estinguere il reato, previo pagamento di una somma di denaro, parametrata alla pena massima, evitando così processi per reati di scarso disvalore sociale, con evidente vantaggio per la struttura giudiziaria oltre che per l'imputato che evita una condanna ma non va esente da «sanzione».