[pronunce]

, secondo il quale l'approvazione dei progetti è disposta con decreto ministeriale, sentito il Comitato nazionale di coordinamento per l'azione antidroga di cui all'art. 1 del d.P.R. n. 309 del 1990 e la Conferenza unificata di cui all'art. 8, comma 1, del d.lgs. n. 281 del 1997. L'audizione della Conferenza unificata Stato-città ed autonomie locali e Stato-regioni, tuttavia, dovrebbe essere circoscritta ai casi in cui si provveda in materia di interesse comune delle regioni, delle province, dei comuni, delle comunità montane. Sicché non vi sarebbe ragione di sentire sempre la Conferenza unificata, soprattutto quando vengono approvati progetti esclusivamente regionali, essendo sufficiente in tali ipotesi sentire soltanto la Conferenza Stato-regioni. Anche per tale aspetto si configura una lesione delle prerogative costituzionali delle regioni. 4. - Con atto del 12 febbraio 1999 si è costituito il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato. Dopo aver proposto un inquadramento della disciplina di riferimento, la difesa dello Stato si è soffermata sui motivi esposti nel ricorso, rilevando anzitutto che il d.P.C.m. 19 ottobre 1998 è stato emanato a seguito della regolare acquisizione del parere della Conferenza unificata Stato-regioni e Stato-città, nella riunione del 30 luglio 1998 e che, per mero errore materiale, in corso di rettifica nella Gazzetta Ufficiale si sarebbe riportata in premessa la pronuncia del solo parere della Conferenza Stato-città ed autonomie locali. La previsione dei criteri percentuali di riparto dell'art. 1 sarebbe non solo ragionevole, ma rispettivamente conforme al testo dell'art. 127 del d.P.R. n. 309 del 1990, per quanto concerne le regioni, ed a precedenti orientamenti del Parlamento (disegno di legge AS 3543), per le percentuali degli altri enti. Quanto ai dati riportati all'art. 2 del d.P.C.m. , relativi alla popolazione giovanile residente, individuata in base ai dati ISTAT, al livello di diffusione delle tossicodipendenze, al numero delle strutture pubbliche e del privato sociale ed al rapporto fra rete di servizi pubblici e privati esistente e livello dei bisogni, non si tratterebbe in realtà di previsione contraria alle istanze della ricorrente: si richiama, a questo riguardo, il d.P.C.m. 30 novembre 1998, in corso di registrazione, relativo alla definizione delle quote del fondo da assegnare per regione ai comuni. Le priorità indicate dall'art. 4 non costituirebbero oggetto di un atto di indirizzo e coordinamento, ma sitratterebbe solo della indicazione di criteri e linee guida non vincolanti per le regioni. Quanto all'intervento degli uffici regionali nell'attività di istruzione dei progetti presentati dai comuni, strumentale all'esame della commissione statale, lungi dal pregiudicarne la posizione di autonomia costituzionalmente garantita, costituisce, secondo la difesa dello Stato, espressione del principio di leale collaborazione tra Stato e regioni. Con riferimento all'ambito applicativo del d.P.C.m. , si rileva poi che il trasferimento delle funzioni alle regioni in materia di servizi sociali previsto dagli artt. 128-134 del d.lgs. n. 112 del 1998 non è ancora efficace, fino all'emanazione dei decreti di trasferimento del personale e dei mezzi finanziari. Infine, l'Avvocatura dello Stato osserva che il d.P.C.m. 19 ottobre 1998 detta disposizioni di carattere transitorio, in attesa che l'approvazione del disegno di legge in materia attribuisca alle Regioni la piena capacità di programmare e gestire l'utilizzazione delle quote del Fondo loro trasferite; conclude infine per il rigetto del ricorso per conflitto di attribuzione. 5. - Nell'imminenza dell'udienza pubblica, la ricorrente Regione Lombardia ha depositato una memoria, nella quale insiste sui motivi già dedotti a conforto del sollevato conflitto di attribuzione. In primo luogo, la ricorrente ribadisce che la materia dei servizi sociali, assegnata alla competenza regionale dalle fonti legislative, comprende anche i settori della beneficenza ed assistenza sanitaria ed ospedaliera, espressamente previsti dall'art. 117 della Costituzione. Nel confermare tale competenza, il d.lgs. n. 112 del 1998 si collocherebbe in linea di continuità con i precedenti e, soprattutto, con il d.P.R. n. 616 del 1977, risultando come l'esito ultimo di un consolidato processo evolutivo. Né vale l'obiezione formulata dalla Presidenza del Consiglio dei ministri, secondo cui le norme del d.lgs. n. 112 del 1998 non dovrebbero tenersi in conto in quanto non efficaci fino all'intervento dei decreti di attuazione relativi al trasferimento di risorse, personale e mezzi finanziari, previsti dall'art. 7 del medesimo d.lgs. Ed invero, le regioni sono comunque tenute ad emanare entro sei mesi dall'entrata in vigore del d.lgs. n. 112 del 1998 "la legge di puntuale individuazione delle funzioni trasferite o delegate ai comuni ed agli enti locali e di quelle mantenute in capo alle regioni stesse" (v. l'art. 132, comma 1). Del resto, secondo la Regione Lombardia, anche al di fuori di tale ambito normativo resterebbe decisivo il fatto che la materia specifica dell'"intervento per la lotta contro la droga" è assorbita nella richiamata nozione costituzionale di "beneficenza pubblica, assistenza sanitaria ed ospedaliera", anche alla luce dell'opportuna interpretazione evolutiva delle materie di competenza regionale indicate nella Costituzione, già più volte seguita dal giudice delle leggi. La ricorrente, quindi, conferma le censure sollevate con riguardo ai criteri di riparto del fondo tra i soggetti beneficiari ed, in specie, con riguardo all'esigua percentuale del 7 per cento riservata alle regioni: essa risulterebbe irragionevole e priva di riscontro legislativo, poiché una considerazione così limitata del peso regionale non potrebbe fondarsi né sull'art. 127 del d.P.R. n. 309 del 1990, nella sua originaria stesura, né sull'art. 127 come novellato dall'art. 1, comma 2, della legge 18 febbraio 1999, n. 45. Tale ultima legge ha, invero, previsto che una ben diversa quota del 75 per cento del fondo deve attribuirsi alle regioni, cui compete di governare la leva del finanziamento dei progetti presentati dagli enti locali. A questo proposito la ricorrente smentisce l'assunto sostenuto dalla Presidenza del Consiglio, che trae argomento dagli orientamenti maturati nel Parlamento per sorreggere la detta percentuale del 7 per cento, giacché proprio nei decreti-legge non convertiti, oggetto della legge di sanatoria n. 86 del 1997, era anticipata la previsione del trasferimento del 75 per cento del fondo direttamente alle regioni. La ridotta percentuale del 7 per cento contenuta nel d.P.C.m. impugnato, infine, non risponderebbe al principio, affermato dalla Corte costituzionale, per cui i flussi finanziari destinati ai compiti istituzionali degli enti locali inerenti a materie regionali debbono essere erogati per il tramite delle regioni.