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Disposizioni per la prevenzione del fenomeno della violenza nei confronti delle donne, della violenza domestica e la tutela del minore dagli episodi di violenza assistita. Onorevoli Senatori . – Con l'espressione « violenza di genere » si indicano tutte quelle forme di violenza maschile, di natura psicologica, fisica e sessuale che colpiscono le donne in quanto tali, costituendo non solo una discriminazione, ma anche, e soprattutto, una violazione dei diritti umani. Per il nostro Paese, dal punto di vista normativo, si tratta di una nozione relativamente recente: non sono passati 50 anni da quando era ancora permesso, al capofamiglia, l'uso di mezzi di correzione e disciplina nei confronti della moglie e dei figli. Solo nel 1975 con il nuovo diritto di famiglia è stata disposta l'abolizione dell'autorità maritale. Nel 1981 sono scomparsi il delitto d'onore, che riduceva in modo molto significativo le pene per chi provocava la morte della « coniuge, della figlia o della sorella » come reazione alla scoperta di una relazione illegittima o di un altro comportamento che recasse « offesa al proprio onore o a quello della propria famiglia », e il matrimonio riparatore, che consentiva allo stupratore di estinguere il reato sposando la propria vittima. Nel 1996 è stato compiuto un altro passo importante: la ridefinizione della violenza sessuale da « reato contro la morale e il buon costume » a « reato contro la persona e contro la libertà individuale ». Nel 2001 il Parlamento ha approvato l'allontanamento del familiare violento e introdotto misure di protezione sociale per le donne che subiscono violenza. Nel 2009 sono arrivati strumenti concreti di repressione contro gli atti persecutori (il cosiddetto stalking ). Nel 2013 è stata recepita, con la legge 27 giugno 2013, n. 77, la Convenzione del Consiglio d'Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica, cosiddetta « Convenzione di Istanbul ». Agli obblighi imposti dalla Convenzione ha dato attuazione il decreto anti-femminicidio che, sempre nel 2013, ha introdotto una serie di misure sia di carattere preventivo che repressivo. Nel 2015 è stato approvato il primo « Piano straordinario contro la violenza sessuale e di genere », seguito nel 2017 dal « Piano strategico nazionale sulla violenza maschile contro le donne ». Sono state così introdotte nuove norme – su indennizzi economici, congedi dal lavoro, tutela per gli orfani di femminicidio – che hanno ampliato gli strumenti a favore delle donne, anche se l'attuazione di queste misure è, molte volte, rimessa a circolari o ad altri atti di rango non primario che rendono difficile, per la vittima, conoscere gli strumenti a propria tutela e richiederne l'applicazione. A rendere difficoltosa l'attuazione di interventi e servizi a protezione delle vittime di violenza vi è anche la non certezza dei finanziamenti o la loro scarsità. La legge 19 luglio 2019, n. 69, nota come « Codice Rosso », è stata pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 173 del 25 luglio 2019 ed è entrata in vigore il 9 agosto 2019. Si tratta di un provvedimento volto a rafforzare la tutela delle vittime dei reati di violenza domestica e di genere, inasprendone la repressione tramite interventi sul codice penale e sul codice di procedura penale. Vi sono però dei dati allarmanti in ordine alle violenze e ai femminicidi, i quali dimostrano che, nonostante le misure attuate siano molteplici, sia necessario prevedere una cospicua implementazione delle misure, in particolare in ordine alla prevenzione. Secondo i dati dell'Istituto nazionale di statistica (ISTAT), il 31,5 per cento delle donne tra i 16 e i 70 anni (6 milioni e 788.000) ha subìto nel corso della propria vita una qualche forma di violenza fisica o sessuale: il 20,2 per cento (4 milioni e 353.000) ha subìto violenza fisica, il 21 per cento (4 milioni e 520.000) violenza sessuale, il 5,4 per cento (1 milione e 157.000) le forme più gravi della violenza sessuale, come lo stupro (652.000) e il tentato stupro (746.000). Ha subìto violenze fisiche o sessuali da partner o ex partner il 13,6 per cento delle donne (2 milioni e 800.000), in particolare il 5,2 per cento (855.000) da partner attuale e il 18,9 per cento (2 milioni e 44.000) dall' ex partner . La maggior parte delle donne che aveva un partner violento in passato lo ha lasciato proprio a causa della violenza subìta (68,6 per cento). In particolare, per il 41,7 per cento è stata la causa principale per interrompere la relazione, per il 26,8 per cento è stato un elemento importante della decisione. Il 24,7 per cento delle donne ha subìto almeno una violenza fisica o sessuale da parte di uomini non partner : il 13,2 per cento da estranei e il 13 per cento da persone conosciute. In particolare, il 6,3 per cento da conoscenti, il 3 per cento da amici, il 2,6 per cento da parenti e il 2,5 per cento da colleghi di lavoro. Le donne subiscono minacce (12,3 per cento), sono spintonate o strattonate (11,5 per cento), sono oggetto di schiaffi, calci, pugni e morsi (7,3 per cento). Altre volte sono colpite con oggetti che possono fare male (6,1 per cento). Meno frequenti le forme più gravi come il tentato strangolamento, l'ustione, il soffocamento e la minaccia o l'uso di armi. Tra le donne che hanno subìto violenze sessuali, le più diffuse sono le molestie fisiche, cioè l'essere toccate o abbracciate o baciate contro la propria volontà (15,6 per cento), i rapporti indesiderati vissuti come violenze (4,7 per cento), gli stupri (3 per cento) e i tentati stupri (3,5 per cento). Le forme più gravi di violenza sono esercitate da partner , parenti o amici. Gli stupri sono stati commessi nel 62,7 per cento dei casi da partner , nel 3,6 per cento da parenti e nel 9,4 per cento da amici. Anche le violenze fisiche (come gli schiaffi, i calci, i pugni e i morsi) sono per la maggior parte opera dei partner o ex partner . Gli sconosciuti sono autori soprattutto di molestie sessuali (76,8 per cento fra tutte le violenze commesse da sconosciuti). Oltre alla violenza fisica o sessuale le donne con un partner subiscono forme di violenza psicologica ed economica, cioè comportamenti di umiliazione, svalorizzazione, controllo ed intimidazione, nonché di privazione o limitazione nell'accesso alle proprie disponibilità economiche o della famiglia. Il quadro delle attività e dei servizi disponibili a tutela delle donne vittime di violenza si basa sulla diffusione dei centri antiviolenza inseriti nelle reti territoriali dei servizi socio-sanitari e dei presìdi, la previsione di un numero di riferimento, il 1522, e la previsione di case rifugio per le donne vittime di violenza che sono costrette a lasciare la propria residenza. Tale sistema, però, presenta molteplici differenze tra regione e regione.