[pronunce]

SENTENZA ha pronunciato la seguentenel giudizio per conflitto di attribuzione sorto a seguito del decreto del Ministro delle politiche agricole e forestali 10 giugno 2004 (Disciplina delle reti da posta fissa), promosso con ricorso della Regione Sardegna, notificato il 23 agosto 2004, depositato in cancelleria il 27 agosto 2005 ed iscritto al n. 14 del registro conflitti 2004. Visto l'atto di costituzione della Regione Sardegna; udito nell'udienza pubblica del 9 gennaio 2007 il Giudice relatore Maria Rita Saulle; udito l'avvocato Graziano Campus per la Regione Sardegna.. Ritenuto in fatto Considerato in diritto 1. – Con ricorso notificato il 23 agosto 2004 e depositato il 27 agosto successivo, la Regione Sardegna, in persona del Presidente della Giunta regionale pro-tempore, ha proposto conflitto di attribuzione nei confronti del Presidente del Consiglio dei ministri, in relazione al decreto del Ministro delle politiche agricole e forestali 10 giugno 2004, recante «Disciplina delle reti da posta fissa», perché venga dichiarato che non spettava allo Stato emanarlo «in toto e con particolare riguardo all'articolo 2» dello stesso decreto. 2. – La ricorrente assume, in primo luogo, che l'atto impugnato violerebbe le competenze legislative e amministrative riservate alla Regione dagli artt. 3, lettera i), e 6 della legge costituzionale 26 febbraio 1948, n. 3 (Statuto speciale per la Sardegna), nonché dalle relative norme di attuazione di cui agli artt. 6 e 7 del decreto del Presidente della Repubblica 19 maggio 1950, n. 327 (Norme di attuazione dello Statuto speciale per la Sardegna); all'art. 1 del decreto legislativo 17 aprile 2001, n. 234 (Norme di attuazione dello Statuto speciale della regione Sardegna per il conferimento di funzioni amministrative, in attuazione del Capo I della legge n. 59 del 1997); all'art. 1 del decreto del Presidente della Repubblica 24 novembre 1965, n. 1627 (Norme di attuazione dello Statuto speciale per la Sardegna in materia di pesca e saline sul Demanio marittimo e nel mare territoriale); ed agli artt. 1 e 2 del decreto legislativo 6 febbraio 2004 n. 70 (Norme di attuazione dello Statuto speciale della Regione Sardegna concernenti il conferimento di funzioni amministrative alla Regione in materia di agricoltura). Il decreto impugnato invaderebbe, al contempo, le competenze attribuite in materia di pesca alla Regione Sardegna dal combinato disposto di cui agli artt. 10 della legge costituzionale 18 ottobre 2001, n. 3 (Modifiche al titolo V della parte seconda della Costituzione), e 117, primo, quarto, quinto e sesto comma, della Costituzione, anche in relazione all'art. 5 e all'Allegato II del regolamento CE n. 1626/94 del Consiglio del 27 giugno 1994 (Regolamento che istituisce misure tecniche per la conservazione delle risorse della pesca nel Mediterraneo). 2.1. – Premette la ricorrente che il decreto ministeriale in oggetto – composto da quattro articoli recanti la definizione di rete da posta fissa (art. 1), l'indicazione della superficie massima consentita (art. 2), delle caratteristiche della loro segnalazione (art. 3) e delle modalità di utilizzo nelle prossimità di sbocchi a mare dei corsi d'acqua (art. 4) – costituirebbe esercizio di un potere ministeriale volto a disciplinare aspetti specifici dell'attività di pesca. Il fondamento legislativo del decreto risiederebbe nell'art. 32 della legge 14 luglio 1965, n. 963 (Disciplina della pesca marittima), che attribuisce al Ministro per la marina mercantile, con proprio decreto e sentita la Commissione consultiva centrale per la pesca marittima, la potestà di «emanare norme per la disciplina della pesca anche in deroga alle discipline regolamentari, al fine di adeguarla al progresso delle conoscenze scientifiche e delle applicazioni tecnologiche, e favorire lo sviluppo in determinate zone o per determinate classi di essa». Ciò posto, il decreto ministeriale in parola, dettando prescrizioni di carattere generale e astratto relativamente ad una attrezzatura finalizzata all'attività ittica, risulterebbe innanzitutto lesivo sia delle attribuzioni riservate alla Regione in materia di pesca dalle citate norme statutarie e dalle relative norme di attuazione, sia di quelle «integrate e rafforzate» dal combinato disposto di cui all'art. 117, primo, quarto, quinto e sesto comma, Cost. e all'art. 10 della legge costituzionale n. 3 del 2001. 2.2. – In secondo luogo, ad avviso della Regione Sardegna, «stante il limite alla applicazione delle nuove norme del Titolo V della Costituzione stabilito dall'art. 10 della legge costituzionale n. 3 del 2001», un eventuale intervento statale volto a tutelare l'interesse nazionale alla conservazione degli ecosistemi marini (ai sensi dell'art. 117, secondo comma, lettera s, Cost.) potrebbe effettuarsi, nel proprio ambito territoriale, esclusivamente mediante la previsione di un'attività amministrativa rispettosa dei limiti indicati dalle norme di attuazione dello statuto di autonomia e, segnatamente, dall'art. 2, comma 2, del d.lgs. n. 70 del 2004, che riserva allo Stato «compiti di sola disciplina generale e coordinamento nazionale» nella «gestione delle risorse ittiche marine di interesse nazionale oltre le 12 miglia». L'atto impugnato, quindi, disciplinando in via generale e «quale che sia la distanza dalla costa delle acque in cui vengono usate» l'impiego delle reti da posta fissa, non sarebbe affatto conforme al modello di intervento consentito, con conseguente invasione della competenza della Regione Sardegna in materia di pesca nella fascia di mare ad essa riservata. 2.3. – Sotto altro profilo, osserva sempre la ricorrente, l'art. 2 del decreto in esame, nello stabilire che la superficie complessiva di ciascuna rete non possa superare i 20.000 metri quadrati, non sarebbe conforme agli «standards uniformi sulle attrezzatura da pesca, in funzione di protezione delle risorse ittiche» stabiliti dalla normativa comunitaria e vincolanti anche la Regione Sardegna. In particolare, posto che l'Allegato II del regolamento CE n. 1626/94 ha precisato i requisiti minimi che gli Stati membri devono rispettare per le attrezzature da pesca in questione, individuandoli nell'altezza e nella lunghezza massime consentite (fissate, rispettivamente, in quattro metri e cinque chilometri), l'art. 2 del decreto, stabilendo un unico e diverso parametro, risulterebbe illegittimo – oltre che per la violazione delle norme statutarie e di attuazione già richiamate –, anche in quanto adottato in contrasto con l'obbligo dello Stato di rispettare i vincoli derivanti dall'ordinamento comunitario di cui all'art. 117, primo comma, Cost. 2.4. – In terzo luogo, ad avviso della ricorrente, il decreto impugnato risulterebbe radicalmente illegittimo «per ulteriori e concorrenti motivi».