[pronunce]

2.- Ad avviso dei giudici rimettenti la disposizione censurata contrasta con l'art. 27, terzo comma, Cost., in relazione all'art. 31, secondo comma, Cost., perché il processo penale a carico di minorenni dovrebbe caratterizzarsi per la specifica funzione di recupero del minore, assunta a «"peculiare interesse-dovere dello Stato", anche a scapito della realizzazione della pretesa punitiva [...] (sent. 49/1973)», funzione chiaramente frustrata dal divieto di sospendere l'esecuzione della pena detentiva. In particolare i giudici rimettenti rilevano che la Corte costituzionale «ha già più volte sottolineato come l'assoluta parificazione tra adulti e minori possa confliggere con le esigenze di specifica individualizzazione e di flessibilità del trattamento del detenuto minorenne», e che l'estensione ai detenuti minorenni della disciplina generale «contrast[a] con le esigenze [...] del recupero e della risocializzazione dei minori devianti, esigenze che comportano [appunto] la necessità di differenziare il trattamento dei minorenni rispetto ai detenuti adulti e di eliminare automatismi applicativi nell'esecuzione della pena (Corte Cost. sentenze 125/1992; 109/1997)». La sospensione dell'esecuzione della pena, prevista dall'art. 656, comma 5, cod. proc. pen. , rappresenta, secondo i giudici rimettenti, «il complemento necessario alla previsione delle misure alternative alla detenzione carceraria, perché evita gli effetti desocializzanti correlati a un passaggio diretto in carcere del condannato che provenga dalla libertà e che potrebbe avere diritto, previa valutazione nel merito rimessa al Tribunale di sorveglianza, a misura alternativa». Nel caso di condanna di un imputato minorenne la sospensione dell'esecuzione sarebbe «inestricabilmente conness[a] con la finalità (ri)-educativa della pena». 3.- Secondo la difesa del Presidente del Consiglio dei ministri, intervenuto in entrambi i giudizi, le questioni sarebbero inammissibili per un difetto di motivazione sulla rilevanza: nell'ordinanza r.o. n. 80 del 2016 mancherebbe la descrizione della fattispecie oggetto del giudizio principale, non avendo il giudice a quo indicato l'epoca di commissione del reato; nell'ordinanza r.o. n. 154 del 2016 mancherebbe l'indicazione della data di inizio e della durata complessiva della progettata attività rieducativa; in entrambe le ordinanze non sarebbero menzionate le condizioni che avrebbero giustificato l'applicazione delle misure alternative al carcere. Le eccezioni di inammissibilità sono infondate. Il rimettente, con l'ordinanza r.o. n. 80 del 2016, ha chiarito che il Procuratore generale presso la Corte d'appello di Milano aveva emesso un ordine di esecuzione nei confronti di V. S., determinando la pena residua da espiare in un anno e undici mesi di reclusione e 400 euro di multa, «previa considerazione che i reati di rapina aggravata ex articolo 628, comma 3, c.p. di cui alla sentenza 101/2015 di questa Corte erano ostativi alla applicazione della sospensione ex articolo 656, 5° e 9° comma, c.p.p.», e che la difesa dell'interessato aveva proposto un incidente di esecuzione in quanto il Procuratore generale aveva respinto la richiesta di sospensione dell'esecuzione. L'ordinanza di rimessione, quindi, ha indicato il titolo del reato oggetto della condanna della cui esecuzione si tratta e la pena residua da scontare, precisando che è stato emesso un ordine di esecuzione, è stata respinta la richiesta dell'imputato di sospensione dell'esecuzione ed è stato proposto un incidente di esecuzione. Analoghe indicazioni sono state fornite con l'ordinanza r.o. n. 154 del 2016. Anche in questo caso il giudice rimettente ha precisato che il Procuratore generale presso la Corte d'appello di Milano aveva emesso un ordine di esecuzione nei confronti di V. S., determinando la pena da espiare in sei mesi di reclusione e 150 euro di multa, per una rapina aggravata, ex art. 628, primo e terzo comma, numero 1), del codice penale, e per il reato previsto dall'art. 4 della legge 18 aprile 1975, n. 110 (Norme integrative della disciplina vigente per il controllo delle armi, delle munizioni e degli esplosivi), e che la difesa del minore aveva proposto un incidente di esecuzione perché il Procuratore generale aveva respinto la richiesta di sospensione dell'esecuzione, in quanto la condanna era stata pronunciata per un reato - la rapina aggravata - ostativo alla sospensione. Insomma in entrambi i casi le ordinanze di rimessione hanno indicato i dati di fatto che rendono le questioni rilevanti nei rispettivi giudizi a quibus: l'ordine d'esecuzione della sentenza di condanna per una pena residua inferiore a tre anni, che consentirebbe l'applicazione della sospensione dell'esecuzione, e il titolo del reato per il quale è intervenuta la condanna (rapina aggravata), che preclude la sospensione. Si tratta di dati sufficienti a dimostrare la rilevanza delle questioni, rispetto alla quale non risultano significativi gli altri elementi di fatto dei quali l'Avvocatura generale dello Stato ha lamentato la mancata indicazione. 4.- Nel merito, le questioni sono fondate. Ai sensi dell'art. 656, comma 1, cod. proc. pen. , «[q]uando deve essere eseguita una sentenza di condanna a pena detentiva, il pubblico ministero emette ordine di esecuzione con il quale, se il condannato non è detenuto, ne dispone la carcerazione. Copia dell'ordine è consegnata all'interessato». L'art. 656, comma 5, aggiunge che, quando la pena detentiva da espiare, anche se costituente residuo di maggior pena, non è superiore a tre anni, e in taluni casi anche a quattro o a sei anni, «il pubblico ministero, salvo quanto previsto dai commi 7 e 9, ne sospende l'esecuzione». La sospensione dell'esecuzione costituisce un istituto di favore per i condannati nei cui confronti devono essere eseguite pene detentive brevi, perché ne impedisce l'immediato ingresso in carcere e dà loro modo di richiedere e, se ne sussistono le condizioni, ottenere una misura alternativa alla detenzione. Per il comma 9, lettera a), dello stesso art. 656, però, la sospensione dell'esecuzione non può essere disposta «nei confronti dei condannati per i delitti di cui all'articolo 4-bis della legge 26 luglio 1975, n 354, e successive modificazioni, nonché di cui agli articoli 423-bis, 572, secondo comma, 612-bis, terzo comma, 624-bis del codice penale». Le due condanne alle quali si riferiscono le questioni di legittimità costituzionale in esame riguardano due minorenni ritenuti responsabili di rapina aggravata, ai sensi dell'art. 628, terzo comma, cod. pen. , cioè di un reato che, essendo previsto dall'art. 4-bis, comma 1-ter, della legge 26 luglio 1975, n. 354 (Norme sull'ordinamento penitenziario e sulla esecuzione delle misure privative e limitative della libertà), è ostativo alla sospensione.