[pronunce]

Sostiene, infatti, il medesimo ricorrente, che i predetti parlamentari «non avrebbero certamente svolto attività di propaganda, all'interno delle Camere, di una associazione vietata dalla legge – giacché intra moenia essi sono sottoposti alla sorveglianza della Presidenza dell'Assemblea e delle Commissioni –, ed è allora del tutto irrilevante che detta associazione fosse animata dall'identico spirito indipendentista e secessionista che contraddistingue il programma politico del partito di appartenenza». Né sarebbe decisiva, sotto il profilo anzidetto, «la circostanza che i comportamenti incriminati, che la Giunta riconduce al novero delle manifestazioni pubbliche e dei momenti di riunione ed associazione partitica tutelati dagli artt. 21, 17, 18 e 49 della Costituzione, siano stati posti in essere fuori dalla sede parlamentare e per tale motivo avrebbero assunto connotazioni differenti rispetto a quelli realizzabili all'interno delle Camere». Il ricorrente, dopo aver nuovamente rammentato che il Parlamento europeo ha ritenuto i fatti attribuiti al proprio parlamentare Gian Paolo Gobbo «non […] coperti da immunità parlamentare», sostiene che la deliberazione di insindacabilità della Camera dei deputati, del 2 maggio 2007 si porrebbe «in contrasto col potere ed il dovere di assicurare l'esercizio della funzione giurisdizionale attribuito dalla Costituzione in capo agli uffici giudiziari», sia per il radicale difetto di riferibilità alla funzione parlamentare dei comportamenti posti in essere dai parlamentari per cui pende il più volte richiamato procedimento penale, sia «per avere fondato la decisione sulla base di valutazioni di merito della vicenda oggetto del presente processo, espressamente riconducendo all'intento divulgativo del programma politico teorizzato in Parlamento la realizzazione di condotte materiali, quali appunto la promozione, la direzione e l'organizzazione di un'associazione vietata dalla legge, e, in aggiunta, arrivando ad escludere che le Camicie Verdi costituissero struttura integrante la figura dell'associazione di tipo militare vietata dalla legge». In definitiva, nel ritenere sostanzialmente che la prerogativa dell'insindacabilità copra «tutti i comportamenti riconducibili all'attività politica latu sensu intesa del parlamentare, e che la sua ricorrenza non è esclusa anche di fronte a comportamenti che in astratto possono rivestire natura illecita», la delibera impugnata esorbiterebbe «dall'ambito derogatorio consentito dall'art. 68, primo comma, Cost., risultando violati, da un lato, anche gli artt. 101, secondo comma, 102, primo comma, e 104, primo comma, Cost., posti a tutela della titolarità della funzione giurisdizionale in capo alla magistratura e della legalità ed indipendenza del suo esercizio; dall'altro l'art. 3, primo comma, Cost., per la disparità di trattamento che in tal modo viene introdotta tra cittadini ordinari e parlamentari, consentendosi a questi ultimi condotte in ipotesi integranti figure di reato prive di qualsiasi connessione con la funzione parlamentare». 2. - Il conflitto è stato dichiarato ammissibile con ordinanza n. 374 del 14 novembre 2008. A seguito di essa, il Giudice dell'udienza preliminare del Tribunale di Verona ha notificato il ricorso e l'ordinanza alla Camera dei deputati in data 9 gennaio 2009 ed in pari data ha depositato tali atti, con la prova dell'avvenuta notificazione. 3. - Si è costituita in giudizio la Camera dei deputati chiedendo la declaratoria di inammissibilità, irricevibilità e improcedibilità del ricorso per conflitto di attribuzione tra poteri e, in subordine, la sua reiezione, con conseguente declaratoria di spettanza alla stessa Camera di «affermare l'insindacabilità, ai sensi dell'art. 68, comma 1, Cost., delle opinioni espresse dagli Onn. Mario Borghezio e altri, oggetto di procedimento penale pendente innanzi il Giudice dell'udienza preliminare del Tribunale di Verona, odierno ricorrente». La Camera dei deputati deduce, preliminarmente, l'inammissibilità del conflitto per quattro distinti ordini di ragioni. 3.1. - In primo luogo, si sostiene che, nell'atto introduttivo del giudizio per conflitto, «il ricorrente non ha operato alcuna significativa e rilevante distinzione tra le posizioni soggettive dei singoli parlamentari ai quali si contesta l'applicabilità della guarentigia» di cui all'art. 68, primo comma, Cost., così contravvenendo all'onere di completezza ed autosufficienza del ricorso. La resistente soggiunge che, nel caso di specie, avendo la sentenza n. 267 del 2005 di questa Corte, pur riconoscendo la possibilità di impugnare con un unico ricorso più deliberazioni di insindacabilità, già dichiarato inammissibile per «indeterminatezza» di contenuto «un identico conflitto proposto nei confronti del Senato della Repubblica relativamente alle posizioni dei Senn. Gnutti e Speroni», l'attuale ricorrente avrebbe dovuto specificare con maggior rigore le posizioni dei parlamentari imputati, là dove queste, invece, sono rimaste «senza alcun reale distinguo», giacché, oltre a non rimarcarsi alcuna differenza tra cariche rivestite dagli stessi parlamentari, «si mescolano attività del tutto diverse tra loro, come la “complessiva gestione degli associati”; l'attività di “promozione, proselitismo, diffusione del programma”; “l'organizzazione e direzione della struttura”; senza che mai dalla lettura del ricorso possa collegarsi univocamente ad ogni singolo deputato una (o più) di tali attività». 3.2. - Altra ragione di inammissibilità viene ravvisata nella «affermazione del ricorrente che il presente conflitto costituirebbe, in realtà, la riproposizione del conflitto già elevato nei confronti del Senato della Repubblica» (come si legge a pagina 4 del ricorso stesso: «Questo Giudice ritiene di riproporre il conflitto di attribuzione tra i poteri dello Stato nei confronti della Camera dei Deputati») e dichiarato inammissibile con l'ordinanza n. 102 del 2007. Sebbene il conflitto non sia proposto nei confronti del medesimo organo costituzionale, né nei confronti del medesimo atto, sussisterebbero «gli altri elementi indicati dalla pronuncia ora riportata: l'identità del procedimento e della sua fase e l'identità del ricorrente». 3.3. - Come terza eccezione di inammissibilità la Camera dei deputati individua il fatto che «il ricorrente non ha chiesto l'annullamento delle deliberazioni della Camera oggetto di contestazione». La resistente, pur rammentando la giurisprudenza che ha superato eccezioni di tal fatta (sentenza n. 342 del 2007), reputa che, nella fattispecie, si debba operare una diversa valutazione, giacché, avendo il ricorso impugnato unitariamente più deliberazioni di insindacabilità, la sua «indeterminatezza e imprecisione […] rendono del tutto insormontabile il vizio della mancata richiesta di annullamento, poiché, a fronte di una pluralità di deliberazioni, è ben possibile una diversità di valutazione di ciascuna di esse, diversità di valutazione che deve trovare congrua manifestazione nella richiesta di annullamento (di una, di più, o foss'anche di tutte le deliberazioni)». 3.4.