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lo straniero, infatti, deve essere posto in grado di sapere che il fatto costituisce un illecito penale nel luogo dove lo ha commesso. Ne consegue che la doppia incriminazione deve essere prevista anche per i reati commessi all'estero dal cittadino. In caso contrario si avrebbe una ingiustificata sperequazione proprio ai danni del cittadino (il che ha fatto ritenere quantomeno opportuno estendere la necessità della doppia incriminazione anche alle ipotesi di cui all'attuale articolo 9 del codice penale). Si è ritenuto, da un lato, di estendere anche il principio del « ne bis in idem » che rappresenta, nonostante non sia stato ancora elevato a principio di diritto internazionale, un obiettivo di giustizia sostanziale, con la previsione di limitazioni alla perseguibilità in Italia di fatti già definitivamente giudicati all'estero, e comunque di prevedere che la condanna già scontata sia sempre computata. Dall'altro lato, si è ritenuto di non prevedere una norma analoga all'attuale articolo 8 del codice penale. Se l'estensione dell'applicabilità della legge penale italiana a tutti i reati classificabili come soggettivamente o oggettivamente politici aveva la finalità di salvaguardia rispetto a regimi dittatoriali, tale scelta non può avere alcuna attualità, con la conseguenza di collocare la disciplina del reato politico nell'ambito di una legge sull'estradizione. Ci si è orientati, pertanto, per una eliminazione radicale della disciplina di cui al vigente articolo 8 del codice penale. Passando ad esaminare l'articolato, l'articolo 7 tende a definire i reati che si considerano commessi nel territorio dello Stato e quindi risultano incondizionatamente assoggettati alla legge italiana. Le lettere a) e b) riproducono sostanzialmente l'articolo 3 del codice penale vigente con alcune modificazioni ed aggiunte: 1) l'inciso «cittadini o stranieri» è stato omesso in quanto pleonastico e comunque non comprensivo degli apolidi; 2) il termine «obbliga» è stato sostituito con l’espressione «si applica»; 3) si è fatto riferimento al diritto dell’Unione europea che contiene espressamente norme sulla immunità dei propri organi. La lettera c) ripropone l'equiparazione di navi ed aeromobili al territorio dello Stato. È stata eliminata ogni definizione di territorio dello Stato e di cittadino, competenza di altre branche del diritto. La lettera d) precisa che il reato si deve considerare commesso nel territorio dello Stato quando l'azione o l'omissione che lo costituisce è in tutto, o in parte rilevante, commessa nel territorio dello Stato o ivi si è verificato l'evento. Dopo ampia discussione, si è inteso specificare che, per ritenere che il reato sia stato commesso in Italia, l'azione o l'omissione debba essere stata posta in essere nel nostro paese almeno «in parte rilevante», onde evitare, dato il principio di obbligatorietà dell'azione penale, che si debba procedere per fatti rispetto ai quali in Italia la «parte di azione od omissione» sia stata minimale o, in ogni caso, irrilevante (regola che, evidentemente, non si applica allorché l’evento si sia verificato nel nostro territorio). L'articolo 8 disciplina l'applicabilità delle legge italiana ai reati commessi all'estero equiparando gli interessi dello Stato italiano e quelli dell'Unione europea. Nel primo comma si prevede la punibilità, con esclusione del principio della doppia incriminazione, di chiunque commette all'estero reati che ledono interessi primari, con una norma di chiusura che rinvia a norme speciali, europee e internazionali. Il secondo comma fa riferimento ai reati di genocidio, di tortura e ai crimini di guerra o contro l'umanità. In questi casi, ci si è ispirati al principio universalistico con il superamento della doppia incriminazione e con il tentativo di trovare un punto di equilibrio tra la necessità di eliminare qualunque impunità per tali crimini e l'esigenza di non incidere eccessivamente nella possibilità di relazioni internazionali: in particolare si è prevista l'applicabilità della legge italiana sia ai cittadini che agli stranieri, anche se tali reati sono stati commessi all'estero, subordinando, se il reato è stato commesso da uno straniero, la procedibilità alla sua presenza nel territorio dello Stato. È stata altresì prevista la richiesta del Ministro della giustizia nei casi in cui lo straniero sia capo di Stato o membro di Governo. Il terzo ed il quarto comma fanno riferimento ai reati commessi all'estero rispettivamente dal cittadino e dallo straniero, subordinando l'applicazione della legge italiana non solo al principio della doppia incriminazione ma anche a soglie di gravità, con la previsione di ulteriori requisiti quali la presenza nel territorio dello Stato o la richiesta del Ministro della giustizia o l'istanza o querela della persona offesa. Si è inoltre ritenuto che la disciplina relativa al «rinnovamento del giudizio» -- nei casi in cui si ritiene che il reato sia stato commesso in territorio italiano ma la persona è stata già giudicata all'estero (articolo 11 del codice vigente) -- non sia norma di carattere sostanziale e debba quindi essere regolamentata dal codice di rito. Si è però voluto specificare, onde evitare equivoci, che, in tali casi, dovranno essere sempre computati i periodi di pena detentiva e di custodia cautelare sofferti all'estero (articolo 34, comma 2). Per quanto concerne l'estradizione, questa non potrà essere concessa qualora vi sia ragione di ritenere che l'imputato o il condannato possano essere sottoposti ad atti persecutori o discriminatori per motivi di razza, religione, nazionalità, lingua, genere, orientamento sessuale, opinioni politiche, condizioni personali o sociali ovvero a pene o trattamenti crudeli, inumani o degradanti o, comunque, ad atti che configurino violazione di diritti fondamentali della persona. L'estradizione non potrà essere altresì concessa nei casi in cui, per il reato per il quale è domandata, sia prevista, dalla legge dello Stato estero, la pena di morte (articolo 9). Non si è ritenuta sufficiente, anche sulla base della sentenza della Corte costituzionale n. 223 del 2006, nonché della giurisprudenza della Corte di Strasburgo, l'assicurazione dello Stato estero che la pena di morte non sia infitta o, se inflitta, non sia eseguita. Il reato In merito alla distinzione tra delitti e contravvenzioni, che è stata superata dal progetto Pisapia della XV legislatura, è opportuno richiamare le scelte delle precedenti commissioni di riforma. La commissione Grosso aveva optato per il mantenimento della distinzione vigente, sostanzialmente per le seguenti considerazioni: a) pericolo di un appesantimento della categoria dei delitti a fronte della difficoltà di realizzare una depenalizzazione che superi determinate soglie di incisività; b) persistente validità del modello contravvenzionale in ragione della sua specifica idoneità a recepire le esigenze di una configurazione dinamica delle fattispecie di reato (fattispecie di mera condotta e di pericolo astratto, con una tipicità soggettiva poco marcata e tale da giustificare la previsione indifferenziata); c) esistenza di contravvenzioni non trasformabili agevolmente in delitti;