[pronunce]

Sentenza ha pronunciato la seguentenei giudizi di legittimità costituzionale dell'art. 19, primo comma, del decreto-legge 30 settembre 1982, n. 688 (Misure urgenti in materia di entrate fiscali), convertito, con modificazioni, in legge 27 novembre 1982, n. 873, promossi con ordinanze emesse il 6 giugno (due ordinanze) e il 30 ottobre 2001 dalla Corte di appello di Genova, rispettivamente iscritte ai nn. 695 e 696 del registro ordinanze 2001 ed al n. 46 del registro ordinanze 2002 e pubblicate nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 38, 1ª serie speciale, dell'anno 2001 e n. 6, 1ª serie speciale, dell'anno 2002. Visti l'atto di costituzione della Comilog S.p.a. (già Elettrosiderurgica Italiana S.p.a.) nonché gli atti di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri; Udito nell'udienza pubblica del 4 giugno 2002 il giudice relatore Annibale Marini; Uditi l'avvocato Fabio Lorenzoni per la Comilog S.p.a. (già Elettrosiderurgica Italiana S.p.a.) e l'avvocato dello Stato Ivo M. Braguglia per il Presidente del Consiglio dei ministri.. Ritenuto in fatto Considerato in diritto 1. - Con tre ordinanze sostanzialmente identiche, due delle quali emesse il 6 giugno 2001 e la terza il 30 ottobre 2001, la Corte di appello di Genova - nel corso di giudizi in grado di appello aventi ad oggetto domande di ripetizione di somme indebitamente percepite dall'amministrazione finanziaria a titolo di addizionali all'imposta erariale di consumo sull'energia elettrica, di cui agli artt. 6, comma 2, del decreto-legge 28 novembre 1988, n. 511 (Disposizioni urgenti in materia di finanza regionale e locale), convertito, con modificazioni, in legge 27 gennaio 1989, n. 20, e 4, comma 1, del decreto-legge 30 settembre 1989, n. 332 (Misure fiscali urgenti), convertito, con modificazioni, in legge 27 novembre 1989, n. 384 - ha sollevato, in riferimento all'art. 3 della Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell'art. 19, primo comma, del decreto-legge 30 settembre 1982, n. 688 (Misure urgenti in materia di entrate fiscali), convertito, con modificazioni, in legge 27 novembre 1982, n. 873, nella parte in cui detta norma pone a carico di colui il quale agisca per la ripetizione delle imposte ivi indicate, indebitamente corrisposte, l'onere di provare che il peso economico dell'imposta non è stato trasferito su altri soggetti. Il rimettente assume che - alla luce della norma interpretativa di cui all'art. 4 del decreto-legge 28 giugno 1995, n. 250, convertito, con modificazioni, in legge 8 agosto 1995, n. 349 - le domande di rimborso proposte nei tre giudizi risulterebbero fondate e l'unico ostacolo al loro accoglimento sarebbe rappresentato proprio dal mancato assolvimento, da parte degli attori, dell'onere probatorio di cui alla norma censurata. Nel merito, il giudice a quo premette di non ignorare che nella recente sentenza n. 114 del 2000 questa Corte - nel dichiarare l'illegittimità costituzionale della stessa norma, nella parte in cui prevedeva che il suddetto onere probatorio potesse essere assolto solo documentalmente - ha affermato che l'inversione dell'onere della prova, in cui si sostanzia la deroga apportata dalla norma in questione alla generale disciplina della ripetizione d'indebito, non è di per sé in contrasto con l'art. 24 della Costituzione. Osserva, peraltro, lo stesso giudice che nella medesima sentenza si sottolinea come, nella circostanza, il parametro di cui all'art. 3 della Costituzione fosse estraneo al sindacato di legittimità effettuato dalla Corte e proprio con riguardo a tale parametro sollecita dunque un nuovo scrutinio di costituzionalità. Ricorda, sotto tale aspetto, il rimettente che, a seguito di pronunce della Corte di giustizia delle Comunità europee, che sancivano l'incompatibilità della disciplina processuale dettata dal citato art. 19 del decreto-legge n. 688 del 1982 con gli obblighi che il trattato CEE impone agli Stati membri, il legislatore, con l'art. 29 della legge 29 dicembre 1990, n. 428, ha diversificato il regime della prova nell'azione di ripetizione dell'indebito tributario, a seconda che i tributi indebitamente riscossi assumano o meno rilevanza per l'ordinamento comunitario. Per i secondi si è mantenuta ferma l'applicabilità della norma impugnata, mentre per quelli riscossi in violazione delle norme comunitarie l'eventuale traslazione dell'imposta è stata configurata come fatto impeditivo del diritto, la cui prova incombe - secondo i principi generali - sull'amministrazione convenuta con l'azione di ripetizione. Siffatta diversità di trattamento non troverebbe adeguata giustificazione, secondo il rimettente, nella comparazione delle situazioni disciplinate, identico essendo nei due casi l'effetto gratuitamente locupletatorio del rimborso di un onere tributario già recuperato mediante il fenomeno economico della traslazione, cosicché la norma si porrebbe in contrasto con il principio di eguaglianza. La medesima disposizione, sotto altro aspetto, confliggerebbe poi con il principio di ragionevolezza, in quanto - ad avviso del rimettente - l'imposizione sull'energia elettrica impiegata quale materia prima non sarebbe affatto caratterizzata - diversamente da quanto la Corte avrebbe affermato in precedenti pronunce di manifesta infondatezza di questioni riguardanti la stessa norma - da una particolare attitudine ad essere trasferita su altri soggetti, tale da giustificare la norma impugnata, in quanto ispirata alla ratio di evitare l'arricchimento senza causa di alcuni operatori economici in danno di una maggioranza di altri soggetti. In un mercato internazionale, connotato da concorrenza piena, qualsiasi aumento dei prezzi si traduce infatti in una contrazione della domanda, cosicché non potrebbe porsi a razionale fondamento di una generalizzata presunzione l'assunto che il produttore italiano possa sistematicamente aumentare il prezzo di vendita in modo da assorbire intervenuti aumenti degli oneri fiscali, non gravanti sui produttori stranieri. 2. - Nel primo dei tre giudizi (r.o. n. 695 del 2001) si è costituita la Comilog S.p.a. , attrice nel giudizio a quo, concludendo per l'accoglimento della questione di legittimità costituzionale. Anche ad avviso della parte privata, infatti, il diverso trattamento, quanto all'onere della prova, tra l'ipotesi disciplinata dalla norma impugnata e quella di cui all'art. 29 della legge n. 428 del 1990 non troverebbe alcuna ragionevole giustificazione e si porrebbe quindi in contrasto con l'art. 3 della Costituzione.