[pronunce]

, «nella parte in cui non prevede l'incompatibilità alla funzione di trattazione dell'udienza preliminare del giudice dell'udienza preliminare che abbia rigettato, per motivi concernenti il merito, la richiesta di patteggiamento della pena formulata dal medesimo imputato e per il medesimo fatto storico, nel medesimo procedimento»; che non è dubitabile che l'udienza preliminare costituisca una sede pregiudicante o pregiudicabile, in quanto divenuto momento delibativo privo di «caratteri di sommarietà» (sentenza n. 335 del 2002); che, infatti, dalla originaria formulazione dell'art. 425 cod. proc. pen. , che collegava il proscioglimento alla evidenza della prova (requisito, poi, soppresso dall'art. 1 della legge n. 105 del 1993) si è passati, con l'art. 23 della legge n. 479 del 1999, dapprima, alla regola di giudizio secondo cui il giudice doveva escludere il dibattimento anche quando la prova era insufficiente o contraddittoria o, comunque, non idonea a sostenere l'accusa in giudizio, e poi, con il recente intervento di riforma, all'attuale comma 3 dell'art. 425 cod. proc. pen. , che richiede la valutazione della ragionevole previsione di condanna; che, questa Corte, con la sentenza n. 224 del 2001, ha affermato che «a seguito delle importanti innovazioni introdotte, in particolare, dalla legge 16 dicembre 1999, n. 479, l'udienza preliminare ha subito una profonda trasformazione sul piano sia della quantità e qualità di elementi valutativi che vi possono trovare ingresso, sia dei poteri correlativamente attribuiti al giudice, e, infine, per ciò che attiene alla più estesa gamma delle decisioni che lo stesso giudice è chiamato ad adottare»; che nella medesima sentenza si è, altresì, evidenziato che «[l']alternativa decisoria che si offre al giudice quale epilogo dell'udienza preliminare, riposa, dunque, su una valutazione del merito della accusa ormai non più distinguibile - quanto ad intensità e completezza del panorama delibativo - da quella propria di altri momenti processuali, già ritenuti non solo "pregiudicanti", ma anche "pregiudicabili", ai fini della sussistenza della incompatibilità» (così anche sentenze n. 400 del 2008 e n. 335 del 2002; Corte di cassazione, sezioni unite penali, sentenza 24 febbraio-6 luglio 2022, n. 25951); che, infine, l'art. 23, comma 1, lettera l), del d.lgs. n. 150 del 2022 ha introdotto una nuova regola per il giudice dell'udienza preliminare, ora chiamato a disporre il rinvio a giudizio solo quando, all'esito dell'udienza, ritenga possibile «formulare una ragionevole previsione di condanna», sicché la natura di giudizio risulta ulteriormente rafforzata; che, tuttavia, tale potenziata natura non comporta un "nuovo" caso di incompatibilità nel senso auspicato dal rimettente; che, in particolare, con l'ordinanza n. 123 del 2004, questa Corte, superando il precedente isolato, costituito dalla sentenza n. 186 del 1992, ha già dichiarato la manifesta infondatezza delle questioni di legittimità costituzionale della disposizione censurata nella parte in cui non prevede, «in mancanza di una richiesta di rito abbreviato», un obbligo di astensione del giudice dell'udienza preliminare «che abbia in precedenza rigettato la richiesta di applicazione della pena nel corso della medesima udienza preliminare»; che nella richiamata pronuncia si è evidenziato che le censure di incostituzionalità erano dirette all'affermazione di una causa di incompatibilità per la funzione di trattazione dell'udienza preliminare del giudice che, dopo avere rigettato la richiesta di applicazione della pena su richiesta delle parti (e in mancanza di una richiesta di rito abbreviato), fosse chiamato a svolgere detta funzione nei confronti dei medesimi imputati e per gli stessi fatti; che, ai fini della soluzione di manifesta infondatezza, la Corte ha ritenuto decisivo il rilievo «secondo cui per la ricorrenza di un'ipotesi di incompatibilità del giudice occorre che le precedenti valutazioni, anche di merito, siano state compiute in fasi diverse del procedimento e non nel corso della medesima fase (cfr. ex multis, ordinanze n. 370 del 2000 e n. 232 del 1999, sentenza n. 131 del 1996)»; che, infatti, il rigetto della richiesta di patteggiamento - pur presupponendo la valutazione del merito dell'ipotesi accusatoria, esprimendo il giudice il proprio convincimento sulla responsabilità penale dell'imputato - si colloca immediatamente prima della decisione conclusiva dell'udienza preliminare ponendosi come momento &#8223;endofasico" prodromico alla sua naturale definizione; che, più specificamente, il provvedimento che respinge la richiesta di applicazione della pena, cui il rimettente riconnette efficacia pregiudicante, è adottato non già in una fase processuale precedente e distinta, ma all'interno della stessa udienza preliminare, la quale già nella disciplina recata dal codice di rito si presenta senza soluzione di continuità, e dunque, nemmeno suddivisa in "sub-fasi" (sentenza n. 64 del 2022); che, secondo la consolidata giurisprudenza di questa Corte, le valutazioni sulla medesima res iudicanda debbono essere compiute in diverse fasi procedimentali «perché, diversamente opinando, si attribuirebbe all'imputato la potestà di determinare l'incompatibilità del giudice correttamente investito del giudizio, in contrasto con il principio del giudice naturale precostituito per legge, dando contestualmente luogo ad una irragionevole frammentazione della serie procedimentale: il processo è per sua natura costituito da una sequenza di atti, ciascuno dei quali può astrattamente implicare apprezzamenti su quanto risulti incidere sui suoi esiti, così che, se si dovesse isolare ogni atto che contenga una decisione idonea a manifestare un apprezzamento all'interno della medesima fase procedimentale, si pregiudicherebbe irrimediabilmente l'unitarietà del giudizio» (sentenza n. 74 del 2024); che, inoltre, nella sentenza n. 64 del 2022, si è affermato che «[l]a giurisprudenza di questa Corte è [...] costante, a partire almeno dal 1996, nel ritenere del tutto ragionevole che, all'interno di ciascuna delle fasi - intese come sequenze ordinate di atti che possono implicare apprezzamenti incidentali, anche di merito, su quanto in esse risulti, prodromici alla decisione conclusiva - resti, in ogni caso, preservata l'esigenza di continuità e di globalità, venendosi altrimenti a determinare una assurda frammentazione del procedimento, che implicherebbe la necessità di disporre, per la medesima fase del giudizio, di tanti giudici diversi quanti sono gli atti da compiere (ex plurimis, sentenze n. 7 del 2022, n. 66 del 2019, n. 18 del 2017, n. 153 del 2012, n. 177 e n. 131 del 1996; ordinanze n. 76 del 2007, n. 123 e n. 90 del 2004, n. 370 del 2000, n. 232 del 1999)»;