[pronunce]

che l'art. 2 della legge 15 dicembre 1999, n. 482 (Norme in materia di tutela delle minoranze linguistiche storiche) prevede che «[i]n attuazione dell'articolo 6 della Costituzione e in armonia con i principi generali stabiliti dagli organismi europei e internazionali, la Repubblica tutela la lingua e la cultura delle popolazioni albanesi, catalane, germaniche, greche, slovene e croate e quelle parlanti il francese, il franco-provenzale, il friulano, il ladino, l'occitano e il sardo»; e che la «normativa comunitaria» riconosce, accanto alla tutela delle lingue regionali o minoritarie di cui alla Carta europea delle lingue regionali o minoritarie, fatta a Strasburgo il 5 novembre 1992, «la protezione delle minoranze nazionali e dei diritti e delle libertà delle persone appartenenti a queste minoranze» e garantisce «ad ogni persona appartenente ad una minoranza nazionale il diritto all'eguaglianza di fronte alla legge e ad una eguale protezione dalla legge» attraverso l'adozione di «misure adeguate in vista di promuovere, in tutti i settori della vita economica, sociale, politica e culturale una eguaglianza piena ed effettiva tra le persone appartenenti ad una minoranza nazionale e quelle appartenenti alla maggioranza» (sono richiamati gli artt. 1 e 2 della Convenzione-quadro per la protezione delle minoranze nazionali, fatta a Strasburgo il 1° febbraio 1995, ratificata e resa esecutiva dall'Italia con legge 28 agosto 1997, n. 302); che egli ricorda, inoltre, che gli Stati europei hanno predisposto vari strumenti per garantire la rappresentanza politica delle minoranze etniche e linguistiche in materia elettorale e, in particolare, per limitare gli effetti conseguenti alla previsione di soglie di sbarramento: o introducendo deroghe a tali soglie proprio per le liste espresse da minoranze etniche o linguistiche (come previsto dall'art. 87, primo comma, numero 3, del d.P.R. 20 marzo 1957, n. 361, recante «Approvazione del testo unico delle leggi recanti norme per la elezione della Camera dei deputati»), ovvero consentendo loro il collegamento con altre liste; che tale ultima soluzione, adottata con le disposizioni censurate dal rimettente, non contrasterebbe con il principio di eguaglianza, poiché non mirerebbe a garantire una rappresentanza alle minoranze in quanto tali, ma sarebbe diretta a creare un'effettiva eguaglianza nel procedimento elettorale sia tra tali minoranze e il resto della popolazione, sia tra le diverse minoranze (sul punto richiamando i punti 22 e 23 del Codice di buona condotta in materia elettorale, adottato dalla Commissione di Venezia nel corso della 52a sessione - Venezia, 18-19 ottobre 2002); che la stessa Corte costituzionale, nella sentenza n. 159 del 2009, avrebbe affermato che la tutela delle minoranze linguistiche costituisce un principio fondamentale dell'ordinamento costituzionale; che, in tale contesto, le disposizioni censurate si porrebbero in contrasto con il principio di eguaglianza, con le garanzie riconosciute dall'art. 48 Cost. al diritto di voto e dall'art. 51 Cost. per l'accesso in condizioni di eguaglianza alle cariche elettive, poiché la previsione di «correttivi» a tutela delle minoranze linguistiche ed etniche non sarebbe rivolta in eguale misura e con identica efficacia nei confronti di tutti i gruppi espressione delle minoranze linguistiche riconosciute espressamente nel nostro ordinamento; che la riserva dei correttivi ricordati alle sole liste di candidati delle tre minoranze individuate all'art. 12, comma 9, della legge n. 18 del 1979 lascerebbe senza valida giustificazione il trattamento deteriore delle altre minoranze - quelle albanesi, catalane, greche, croate e quelle parlanti il francese e il franco-provenzale, il friulano, il ladino, l'occitano e il sardo - pure riconosciute dalla legislazione nazionale; che il Tribunale ordinario di Trieste, seconda sezione civile, con ordinanza del 12 agosto 2014, ha sollevato questioni di legittimità costituzionale degli artt. 12, comma 9, 21, comma 1, numeri 1) e 3), e 22, commi 2 e 3, della legge n. 18 del 1979, nel testo vigente in seguito alle modificazioni apportate dalla legge n. 10 del 2009, in riferimento agli artt. 2, 3, 48, secondo comma, e 51, primo comma, Cost.; che il giudice a quo premette che, nell'ambito di un giudizio promosso con ricorso ai sensi dell'art. 702-bis cod. proc. civ. , alcuni cittadini, residenti in Comuni «friulianofoni», ai sensi dell'art. 3 della legge n. 482 del 1999, ed iscritti nelle liste elettorali di Comuni appartenenti alla circoscrizione europea II nord orientale per le elezioni dei rappresentanti italiani al Parlamento europeo, hanno convenuto in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri e il Ministro dell'interno, affinché sia accertato il loro diritto all'esercizio del voto libero, eguale, personale e diretto nelle consultazioni elettorali; che i ricorrenti assumono che tale diritto non potrebbe essere esercitato nelle forme e nei limiti previsti e garantiti dal combinato disposto degli artt. 1, 2, 3, 48, 49, 51, 56, 58 e 117, primo comma, Cost.; dell'art. 3 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali, firmata a Roma il 4 novembre 1950, ratificata e resa esecutiva con legge 4 agosto 1955, n. 848; degli artt. 20, 22, 223 e 224 del Trattato sul funzionamento dell'Unione europea; degli artt. 2, 6, 9, 10 e 14 del Trattato dell'Unione europea; del preambolo, secondo capoverso, e degli artt. 10, 12, 20, 21 e 39 della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea; della decisione 25 giugno 2002 e 23 settembre 2002, n. 2002/772/CE/Euratom del Consiglio dell'Unione europea, che ha modificato l'atto relativo all'elezione dei rappresentanti al Parlamento europeo a suffragio universale diretto, allegato alla decisione 20 settembre 1976, n. 76/787/CECA/CEE/Euratom del Consiglio; infine, della sentenza della Corte di giustizia 23 aprile 1986 (Parti écologiste «Les Verts» contro Parlamento europeo, in causa-294/83), e che, perciò, denunciano «la lesività delle modifiche della L. 18/79 introdotte dalla L. 10/09 in materia di elezioni europee, e dichiarando quindi di agire ai sensi degli artt. 24, comma 1 e 2, e 111, comma 1 e 2, Cost., nonché 99, 100 e 102 c.p.c.»; che il rimettente afferma che «lo strumento adottato ex art. 702 bis c.p.c.» sarebbe «rituale», in quanto «avente ad oggetto una questione di esercizio di diritti, sia pure di natura pubblica, che si assume leso»;