[pronunce]

che il rimettente prospetta anche ulteriori violazioni del terzo comma dell'art. 27 Cost., dato che la sanzione penale verrebbe applicata, nei casi in esame, «in mancanza di soggettività criminale da rieducare», e che sarebbe comunque irragionevole dispiegare attività istituzionalmente deputate al reinserimento sociale per soggetti cui l'ordinamento preclude, in via definitiva, ogni possibilità di soggiorno nel territorio dello Stato e dell'Unione europea; che sarebbero infine violati, sempre a parere del rimettente, gli artt. 2 e 10 Cost., che garantiscono i «diritti inviolabili dell'uomo tra i quali rientra evidentemente il diritto alla libertà individuale», non essendo dubitabile che, «in ragione dell'art. 10 della Costituzione, tali principi fondamentali spieghino piena vigenza anche nei confronti degli stranieri presenti nel territorio della Repubblica»; che il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, si è costituito nel giudizio con atto depositato il 12 luglio 2005, chiedendo, mediante la prospettazione degli argomenti già illustrati con riguardo ai precedenti atti di costituzione, che la questione sia dichiarata infondata; che il Tribunale di Trieste in composizione monocratica, con ordinanza del 23 aprile 2005 (r.o. n. 437 del 2005), ha sollevato – in riferimento agli artt. 3 e 27, terzo comma, Cost. – questione di legittimità costituzionale dell'art. 13, comma 13, del d.lgs. n. 286 del 1998, come sostituito dall'art. 1 della legge n. 271 del 2004, nella parte in cui prevede la pena minima della reclusione per un anno per lo straniero espulso che rientri nel territorio dello Stato senza la speciale autorizzazione del Ministro dell'interno; che il rimettente – chiamato a valutare una richiesta congiunta di applicazione della pena, ai sensi dell'art. 444 cod. proc . pen. , per una fattispecie di indebito reingresso – ritiene che la sanzione concordata tra le parti, pur corrispondendo al minimo edittale, sia sproporzionata per eccesso rispetto alla gravità effettiva del fatto contestato; che l'ordinanza di rimessione è argomentata mediante citazione testuale ed integrale della motivazione del provvedimento adottato dal Tribunale di Gorizia in data 19 gennaio 2005 (r.o. n. 242 del 2005), già sopra riassunta; che il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, si è costituito nel giudizio con atto depositato l'11 ottobre 2005, proponendo osservazioni e conclusioni analoghe a quelle prospettate riguardo alla citata ordinanza n. 242 del 2005; che il Tribunale di Gorizia in composizione monocratica, con ordinanza del 30 marzo 2005 (r.o. n. 462 del 2005), ha sollevato – in riferimento agli artt. 2, 3, 10 e 27, terzo comma, Cost. – questione di legittimità costituzionale dell'art. 13, comma 13, del d.lgs. n. 286 del 1998, come sostituito dall'art. 1 della legge n. 271 del 2004, nella parte in cui prevede la pena minima della reclusione per un anno per lo straniero espulso che rientri nel territorio dello Stato senza la speciale autorizzazione del Ministro dell'interno; che il rimettente, il quale procede con rito direttissimo nei confronti di una cittadina extracomunitaria accusata del reato di indebito reingresso, ritiene integrata la prova del fatto contestato ma reputa che la sanzione da irrogare, pur nel suo minimo valore, sia sproporzionata per eccesso rispetto alla gravità effettiva del fatto medesimo; che, secondo il Tribunale, l'esercizio razionale della discrezionalità legislativa imporrebbe congruenza tra i vantaggi sociali assicurati mediante la comminatoria della pena e i danni che la conseguente irrogazione determina per i diritti fondamentali del condannato, e detta congruenza sarebbe necessaria affinché la stessa pena, fin dalla fase dell'astratta quantificazione, possa esplicare un'efficacia rieducativa; che invece nel caso di specie, a parere del rimettente, la sanzione sarebbe stata determinata senza alcun riguardo ai profili sostanziali del fatto, volendosi piuttosto assicurare, pur dopo la sentenza di questa Corte n. 223 del 2004, un severo trattamento processuale per i reati in materia di immigrazione (ed in particolare l'arresto obbligatorio, che per altro non era previsto riguardo alla fattispecie di indebito reingresso); che le nuove scelte sanzionatorie, secondo il Tribunale, sarebbero esorbitanti perfino con riguardo alla finalità perseguita dal legislatore, dato che l'applicabilità di una misura cautelare personale, necessaria per rendere ammissibile un precedente arresto, avrebbe potuto essere assicurata fissando in quattro anni il limite massimo della reclusione, senza necessità di prevedere un valore minimo pari ad un anno; che la norma censurata violerebbe l'art. 3 Cost., oltre che per l'intrinseca irragionevolezza, per l'indebita discriminazione istituita tra cittadini comunitari e soggetti extracomunitari, posto che i primi, quando violano provvedimenti amministrativi dati per ragioni di ordine pubblico, sono puniti con blande sanzioni contravvenzionali (come accade nei casi previsti dall'art. 650 cod. pen. e dall'art. 2 della legge n. 1423 del 1956), mentre gli stranieri extracomunitari, per un comportamento che il rimettente considera assimilabile, sono puniti con le sanzioni ben più severe della norma oggetto di censura; che sarebbero infine violati, sempre a parere del rimettente, gli artt. 2 e 10 Cost., che garantiscono i «diritti inviolabili dell'uomo tra i quali rientra evidentemente il diritto alla libertà individuale», non potendosi negare che, «in ragione dell'art. 10 della Costituzione, tali principi fondamentali spieghino piena vigenza anche nei confronti degli stranieri presenti nel territorio della Repubblica»; che il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, si è costituito nel giudizio con atto depositato il 18 ottobre 2005, chiedendo che la questione sia dichiarata infondata per le ragioni già esposte con i precedenti atti di intervento. Considerato che i Tribunali di Gorizia e Trieste, con quattro delle ordinanze indicate in epigrafe (r.o. numeri 242, 318, 437 e 462 del 2005)