[pronunce]

Codesta limitazione - costituente, secondo il rimettente, l'ultimo residuo elemento di «rigidità» del giudizio abbreviato - si porrebbe segnatamente in contrasto con il «principio del giusto processo» (art. 111 Cost.), implicante «la lealtà processuale delle parti»: principio a fronte del quale il pubblico ministero, che non abbia formulato correttamente l'imputazione, non dovrebbe vedersi inibita la possibilità di integrarla sulla base di atti contenuti nel fascicolo processuale e perciò noti all'imputato. La circostanza che, in base alle norme censurate, la contestazione suppletiva radicata su elementi «già in atti» sia permessa o meno a seconda che sia stata o meno disposta un'integrazione probatoria, anche a prescindere dal suo effettivo espletamento, comporterebbe, altresì, la violazione dei principi di eguaglianza e di obbligatorietà dell'esercizio dell'azione penale (artt. 3 e 112 Cost.). La situazione sarebbe, infatti, identica nei due casi, giacché in entrambi la necessità di integrare l'imputazione sorge a seguito di un'omissione del pubblico ministero. Il denunciato divieto di contestazione del reato concorrente, impedendo l'esame congiunto delle regiudicande, si rifletterebbe negativamente anche sull'efficienza dell'accertamento processuale, e, dunque, sul buon andamento dell'amministrazione della giustizia, con conseguente lesione dell'art. 97 Cost. La separazione dei processi - specialmente quando venga in rilievo, come nel caso di specie, il rapporto tra delitto associativo e reati fine, o tra singoli reati fine - comporterebbe, infatti, una reiterazione degli «esperimenti probatori», potenzialmente foriera di decisioni contraddittorie. Risulterebbe violato, infine, il diritto di difesa (art. 24 Cost.), giacché - posto che la preclusione censurata non impedisce comunque al pubblico ministero di agire separatamente per il reato di cui è stata omessa la contestazione - l'imputato potrebbe trovare, di contro, più vantaggioso difendersi contestualmente, in particolare quando si tratti di fatti legati dal vincolo della continuazione a quelli già contestati. La questione sarebbe altresì rilevante nel giudizio a quo, in quanto dal suo accoglimento dipenderebbe la possibilità di decidere sulla contestazione suppletiva formulata dal pubblico ministero, relativamente alla quale è stata disposta la separazione del processo, che, peraltro - ove la decisione sull'incidente di costituzionalità intervenisse «tempestivamente» - non precluderebbe neppure una successiva riunione del processo stesso a quello «principale». 2. - Nel giudizio di costituzionalità è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, il quale ha chiesto che la questione sia dichiarata inammissibile o infondata. Ad avviso della difesa erariale, la questione sarebbe inammissibile per carente descrizione da parte del giudice a quo della fattispecie concreta, la quale non consentirebbe di verificare l'effettiva rilevanza del dubbio di costituzionalità nel giudizio principale. Secondo quanto riferito nell'ordinanza di rimessione, difatti, il rimettente ha disposto la separazione del processo relativo al reato oggetto della contestazione suppletiva inammissibilmente formulata dal pubblico ministero per impedire la scadenza dei termini di custodia cautelare, «così evidenziando l'esistenza attuale nell'ordinamento di una strada alternativa a quella che [il rimettente stesso] censura». Inammissibile per difetto di rilevanza risulterebbe, altresì, la censura basata sull'assunto per cui la contestazione suppletiva nel giudizio abbreviato potrebbe risultare gradita all'imputato in vista dell'applicazione dell'art. 81 cod. pen. , trattandosi di valutazione rimessa in via esclusiva all'imputato medesimo; come pure l'ulteriore doglianza connessa alla considerazione che la rimozione della preclusione censurata eviterebbe la duplicità di giudizi e, quindi, l'eventuale contrasto di giudicati, posto che l'ordinamento già contempla strumenti idonei ad evitare il rischio paventato. Quanto al merito della questione, l'Avvocatura dello Stato osserva come il giudice a quo abbia evocato impropriamente, a fondamento delle proprie doglianze, la sentenza della Corte di cassazione, sezione V, 27 novembre 2008-18 febbraio 2009, n. 7047, trattandosi di decisione attinente all'ammissibilità, nel giudizio abbreviato, di una diversa qualificazione giuridica del fatto contestato, e non già della contestazione suppletiva di un ulteriore reato. Parimenti inconferente sarebbe la richiamata sentenza delle sezioni unite 28 ottobre 1998-11 marzo 1999, n. 4, che ha ritenuto ammissibile, bensì, la contestazione suppletiva basata su atti già acquisiti nel corso delle indagini preliminari, ma con riguardo al dibattimento, nel quale all'imputato è assicurato «il massimo livello di difesa»: laddove, invece, nella fattispecie in esame, la contestazione suppletiva formulata nel giudizio abbreviato «allo stato degli atti», non consentendo all'imputato stesso di rinunciare al rito semplificato, ne comprimerebbe le garanzie difensive. La giurisprudenza, «pressoché consolidata», della Corte di cassazione deporrebbe, in realtà, in senso contrario alla tesi del rimettente. Da essa emergerebbe, infatti, come la cristallizzazione del quadro processuale, sia dal punto di vista probatorio che da quello dell'imputazione, rappresenti un connotato «ineliminabile» del giudizio abbreviato: e ciò nella considerazione che la contestazione suppletiva, anche se basata su elementi acquisiti in precedenza, costituisce fattore idoneo a mutare gli equilibri fra le parti e le strategie difensive dell'imputato. Come rilevato, difatti, in più occasioni dalla stessa Corte costituzionale, le valutazioni dell'imputato circa la convenienza del rito speciale dipendono anzitutto dalla concreta impostazione data al processo dal pubblico ministero. La previsione dell'art. 441-bis cod. proc. pen. - per la quale, in deroga al principio dettato dall'art. 441, comma 1, la contestazione suppletiva è possibile ove sia disposta una integrazione probatoria su richiesta dell'imputato (art. 438, comma 5, cod. proc. pen.) o per iniziativa del giudice (art. 441, comma 5, cod. proc. pen.) - troverebbe giustificazione nel fatto che, in tali casi, possono emergere nuovi reati da contestare: ipotesi nella quale il legislatore ha comunque lasciato all'imputato la scelta se proseguire con il rito speciale o chiederne la riconversione nel rito ordinario.1. - Il Giudice dell'udienza preliminare del Tribunale di Lecce dubita, in riferimento agli artt. 3, 24, 97, 111 e 112 della Costituzione, della legittimità costituzionale degli artt. 441 e 441-bis del codice di procedura penale, nella parte in cui, nel giudizio abbreviato, non consentono al pubblico ministero di effettuare contestazioni suppletive di reati connessi a norma dell'art. 12, comma 1, lettera b), cod. proc. pen. «anche in assenza di integrazioni probatorie disposte dal giudice e sulla base di atti e circostanze già in atti e noti all'imputato».