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Anzi, c'è stato un impegno della maggioranza e della relatrice di licenziare in ogni caso un parere per questo provvedimento che, comunque, per la sua scadenza il 3 agosto, metterebbe il Governo nella impossibilità di procedere e, soprattutto - come ha detto il relatore - in considerazione del fatto che ancora ad oggi non abbiamo notizia del richiesto parere del Consiglio di Stato. Per queste motivazioni siamo stati, tra l'altro, sottoscrittori della proposta, a norma del Regolamento, di discussione urgente del provvedimento in esame. Pertanto, ribadisco il voto favorevole di Forza Italia. PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Di Piazza. Ne ha facoltà. DI PIAZZA (M5S) . Signor Presidente, onorevoli senatrici e senatori, rappresentanti del Governo, lo scorso fine anno l'Istat ha pubblicato i dati sul terzo settore in Italia: una realtà che riguarda 350.000 enti, coinvolge 600.000 volontari organizzati e si attesta a un tasso di crescita superiore a quello di tutti i comparti economici. Vengono mosse risorse per circa 64 miliardi di euro, rappresentando il 4,3 per cento del PIL. Con questa riforma, ciò che prima, in economia, veniva definito per differenza né Stato né privato si propone di assumere rigore normativo, economico e finanziario. Con questa riforma, lo Stato non sarà più concessionario di forme giuridiche atte alla fornitura di servizi dentro schemi precostituiti. L'esigenza di servizi alla persona verrà, al contrario, intercettata, fotografata e verranno messi in atto processi che permetteranno politiche sociali in grado di migliorare la vita di ciascuna persona. Con la riforma, cambiando le prospettive, saremo in grado di guardare a una vera e propria economia della persona. La riforma, quindi, avrà l'intento di colmare un vuoto normativo e un vuoto etico, politico e culturale. Parlerei non tanto di riforma del terzo settore quanto di una nuova economia. Cosa comporta tutto questo? Comporta un impianto che deve essere messo in relazione con la produzione di servizi - badiamo bene: produzione - e gli elementi tipici dei processi aziendali nell'ottica del non profit . Tanto è stato prodotto in questa prima fase nata dall'esigenza di normare un settore, unico in Italia, per indici di crescita. Oggi si è arrivati a un buon impianto normativo, al quale necessariamente è seguita una fase di dibattito e di revisione. Tanti sono i temi aperti, sintetizzati dal riconoscimento della funzione "produttiva" e non più "redistributiva" del terzo settore. I primi giorni di questo Governo hanno evidenziato una quantità di temi dibattuti che ancora però devono essere messi in relazione tra essi per fare sistema. Le Commissioni permanenti, costituite da poco, si sono ritrovate a doversi esprimere sui numerosi punti della riforma. Cito - ad esempio - il parere espresso dalla Commissione finanze e tesoro, di cui faccio parte, che aveva per oggetto anche l'emissione di titoli di solidarietà da parte delle banche. Ci si è espressi sul vincolo che tali titoli debbano essere destinati esclusivamente alle attività del terzo settore. Appare evidente, in questo momento, una congestione di tali temi che necessitano di un dibattito più articolato a cui prendano parte gli stakeholder e tutti gli attori a vario titolo coinvolti. Ogni giorno nuove istanze ci vengono rappresentate, istanze per nulla trascurabili: ci interpellano banche, onlus nella loro delicata fase di trasformazione in ETS, imprese sociali e organismi rappresentativi di persone con fragilità diverse. Ci proponiamo non un orizzonte di tempo indefinito, ma soltanto pochi mesi che permetteranno che questa riforma non venga depredata del suo significato principale: l'attenzione alla persona e al bene comune. Il vero cambiamento ha bisogno di basi solidissime e di processi che, una volta avviati, funzionino a pieno regime. Questa riforma ha un obiettivo di altissimo valore: recuperare il rapporto, ormai logorato da diversi anni, tra Stato e cittadini; una vera e propria rivoluzione che dia il senso a ciascuno di prendere parte alle scelte di welfare a cui è ispirata la nostra Costituzione. La proroga di pochi mesi, proposta dal Governo, che andrà in votazione tra poco, ci pare non auspicabile, ma assolutamente necessaria. Niente dovrà essere trascurato in questa fase che determinerà il vero, nuovo e sincero volto di un'Italia che vuole cambiare. (Applausi dai Gruppi M5S e L-SP) . PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Patriarca. Ne ha facoltà. PATRIARCA (PD) . Signor Presidente, noi non siamo d'accordo sulla proroga e non abbiamo ravvisato elementi di urgenza, come da lei proposti nella seduta di ieri. Provo a spiegare il percorso che abbiamo fatto. È vero che il cambiamento va portato avanti, ma va anche studiato. Bisogna studiare i dossier e i fascicoli. Bisogna recuperare il lavoro fatto sulla legge di riforma del terzo settore nella precedente legislatura. Non si può improvvisare, perché altrimenti il cambiamento diventa indegno, come sta succedendo per il decreto-legge dignità. Quando non si studia, non si comprende a che punto siamo giunti con il percorso fatto finora; accade che si parla di cambiamento e si dice si ricomincia daccapo. Rammento soltanto alcuni dati: il primo, Presidente, è che questa riforma e tutti i decreti sinora approvati hanno avuto il voto tenacemente contrario del MoVimento 5 Stelle e dalla Lega. Quindi, il dubbio che il prolungamento voglia cambiare profondamente quanto fatto dalla precedente legislatura è legittimo e ci preoccupa davvero. Provo a dire a che punto eravamo e perché non ci sia urgenza. Mi riferisco al decreto legislativo n. 117: è l'ultimo provvedimento che chiude il percorso di riforma della legge del terzo settore. È una riforma iniziata nel 2015 - lo dico ai colleghi del MoVimento 5 Stelle che hanno partecipato al percorso - che ha visto un anno di lavoro in audizioni alla Camera e al Senato, con raccolta di dati e elementi conoscitivi, dopo il quale siamo giunti alla riforma e abbiamo approvato il decreto legislativo n. 117. Questo provvedimento, che qui non si vuole approvare, è stato discusso ampiamente dal Consiglio nazionale del terzo settore e con le parti sociali nell'ultimo anno della legislatura precedente. Le proposte che abbiamo provato a confermare e che vengono qui rinviate sono di aggiustamento che il decreto legislativo n. 117 già indicava nella sua formulazione. Il decreto prevedeva un anno di ripensamento rispetto a una normativa indubbiamente complessa che riguardava la questione civilistica e fiscale. Eravamo consapevoli che il decreto legislativo n. 117, composto da 104 articoli, avesse un'architettura complessa, eppure l'abbiamo condivisa. Abbiamo previsto alcune modifiche e quelle che in questa sede chiedevamo venissero approvate - come abbiamo fatto anche in Commissione lavoro, dove non si è neppure discusso in fondo, perché ci siamo fermati alla discussione generale - erano tese a modificare alcune storture presenti nel provvedimento.