[pronunce]

SENTENZA ha pronunciato la seguentenel giudizio di legittimità costituzionale degli artt. 8 e 25, comma 2, della legge della Regione Siciliana 16 gennaio 2024, n. 1 (Legge di stabilità regionale 2024-2026), promosso dal Presidente del Consiglio dei ministri con ricorso notificato il 19 marzo 2024, depositato in cancelleria il 26 marzo 2024, iscritto al n. 13 del registro ricorsi 2024 e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 18, prima serie speciale, dell'anno 2024. Visto l'atto di costituzione della Regione Siciliana; udito nell'udienza pubblica del 24 settembre 2024 il Giudice relatore Giovanni Amoroso; uditi l'avvocato dello Stato Fabrizio Fedeli per il Presidente del Consiglio dei ministri e l'avvocato Nicola Dumas per la Regione Siciliana; deliberato nella camera di consiglio del 24 settembre 2024.. Ritenuto in fatto Considerato in diritto 1.- Con ricorso notificato il 19 marzo 2024, depositato il 26 marzo 2024 e iscritto al n. 13 del registro ricorsi 2024, il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, ha promosso questioni di illegittimità costituzionale degli artt. 8 e 25, comma 2, della legge della Regione Siciliana 16 gennaio 2024, n. 1 (Legge di stabilità regionale 2024-2026), pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Regione Siciliana n. 4 del 20 gennaio 2024. 1.1.- Il ricorrente denuncia, innanzi tutto, la violazione, ad opera dell'art. 8 della predetta legge regionale, degli artt. 97, commi primo e secondo, e 117, terzo comma, della Costituzione, in relazione ai principi di coordinamento della finanza pubblica, e per inosservanza dei limiti all'esercizio della potestà legislativa della Regione autonoma sanciti dall'art. 14, comma 1, del regio decreto legislativo 15 maggio 1946, n. 455, convertito in legge costituzionale 26 febbraio 1948, n. 2 (Approvazione dello statuto della Regione Siciliana), derivanti dal necessario rispetto delle norme fondamentali di riforma economico-sociale della Repubblica e dei principi fondamentali delle leggi dello Stato. A fondamento delle proprie doglianze il Presidente del Consiglio dei ministri premette che l'art. 8 della legge regionale impugnata, rubricato «Benefici retributivi a favore del personale dipendente di cui all'art. 87 del CCRL 2016-2018», stabilisce che gli incrementi di cui all'art. 87 del contratto collettivo regionale di lavoro (CCRL) del personale del comparto non dirigenziale della Regione Siciliana e degli enti di cui all'art. 1 della legge regionale 15 maggio 2000, n. 10, per il triennio normativo ed economico 2016-2018, sottoscritto il 9 maggio 2019, previsti in sostituzione dell'elemento perequativo di cui all'art. 1, comma 440, lettera b), della legge 30 dicembre 2018, n. 145 (Bilancio di previsione dello Stato per l'anno finanziario 2019 e bilancio pluriennale per il triennio 2019-2021), in conformità all'art. 1, commi 869 e 959, della legge 30 dicembre 2020, n. 178 (Bilancio di previsione dello Stato per l'anno finanziario 2021 e bilancio pluriennale per il triennio 2021-2023), sono finanziati a regime nell'ambito del rinnovo contrattuale contemplato per il triennio 2019-2021 del medesimo comparto. Precisa, poi, che il comma 2 della stessa disposizione prevede che, per le relative finalità, le risorse finanziarie per i rinnovi dei contratti collettivi di lavoro per il predetto triennio sono integrate, a decorrere dall'esercizio finanziario, di un importo pari a 4,3 milioni di euro. Ciò premesso, quanto al contenuto della disposizione impugnata, il ricorso sottolinea che l'accordo tra lo Stato e la Regione Siciliana per il ripiano decennale del disavanzo, sottoscritto in data 16 ottobre 2023 - poi recepito dall'art. 9, comma 2, del decreto-legge 18 ottobre 2023, n. 145 (Misure urgenti in materia economica e fiscale, in favore degli enti territoriali, a tutela del lavoro e per esigenze indifferibili), convertito, con modificazioni, nella legge 15 dicembre 2023, n. 191 - contempla, al punto 10, l'impegno della Regione a contenere la spesa del personale, al netto dei rinnovi contrattuali, entro i limiti previsti per il medesimo periodo a livello nazionale, incluso il trattamento accessorio e sottolinea che, proprio in forza di tale impegno, il medesimo punto consente la ripresa delle assunzioni a tempo indeterminato del personale, con tassi di sostituzione delle cessazioni dal servizio superiori, per il triennio 2023-2025, al 100 per cento del turn over. Di qui il Presidente del Consiglio dei ministri, stante la riconducibilità ai trattamenti accessori dell'indennità di amministrazione, assume che la disposizione impugnata determina un aggiramento del limite finanziario al quale sono sottoposti i relativi fondi ai sensi dell'art. 23, comma 2, del decreto legislativo 25 maggio 2017, n. 75, recante «Modifiche e integrazioni al decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, ai sensi degli articoli 16, commi 1, lettera a), e 2, lettere b), c), d) ed e) e 17, comma 1, lettere a), c), e), f), g), h), l) m), n), o), q), r), s) e z), della legge 7 agosto 2015, n. 124, in materia di riorganizzazione delle amministrazioni pubbliche», nonché la violazione del citato accordo, laddove prevede, come si è evidenziato, al punto 10, l'impegno della Regione Siciliana a contenere le spese di personale entro i limiti dei rinnovi contemplati per i comparti della contrattazione nazionale. Sottolinea, a riguardo, che, del resto, lo stanziamento pari all'importo di 4,3 milioni di euro riconosciuto dal comma 2 della disposizione impugnata per l'incremento dell'indennità di amministrazione del personale regionale del comparto non dirigenziale esula dall'accordo tra Stato e Regione perché fa riferimento all'elemento perequativo una tantum introdotto dai contratti collettivi di lavoro nazionale per il triennio 2016-2018, con oneri a carico delle relative risorse contrattuali, che è stato reso strutturale dall'art. 1, commi 869 e 959, della legge n. 178 del 2020, con l'inclusione nel trattamento fondamentale nella tornata 2019-2021.