[pronunce]

Posto allora che la giurisprudenza costituzionale ravvisa l'esistenza di un affidamento tutelabile basato sulla normazione previgente ogniqualvolta, in negativo, questa non abbia carattere provvisorio né sia legata a eventi contingenti né, ancora, ponga «irrisolti dubbi interpretativi sui suoi contenuti» e sia, in positivo, contrassegnata da un elevato livello di consolidamento non alterato da concreti mutamenti della situazione di fatto, non par dubbio, a giudizio della ricorrente, che tutte queste condizioni siano riscontrabili nella situazione di fatto e di diritto che ha dato origine al giudizio a quo. In particolare la Schering sottolinea che, proprio l'evoluzione del quadro normativo di riferimento – che, dall'originaria formulazione dell'art. 14, primo comma, del r.d. n. 1127 del 1939 (che precludeva la brevettabilità delle invenzioni farmaceutiche), approdò, attraverso la sentenza 20 marzo 1978 n. 20 (che detta brevettabilità riconobbe, in applicazione «del principio della parità di trattamento di tutti gli autori industriali … e della libertà costituzionalmente garantita di iniziativa economica privata»), alle scelte normative racchiuse nella legge n. 349 del 1991, confermate dal successivo regolamento CEE del 18 giugno 1992 n. 1768 – ha ingenerato, nei titolari degli oltre quattrocento certificati di protezione rilasciati in sede di prima applicazione della disciplina nazionale, il legittimo e motivato affidamento nel pieno sfruttamento commerciale, in esclusiva, delle invenzioni farmaceutiche: il che è tanto più vero se si considerano le caratteristiche proprie del settore, nell'ambito del quale gli investimenti nella ricerca sono fortemente condizionati dalle aspettative dei ritorni economici garantiti dalla legislazione vigente e nel conseguente affidamento a che la tutela permanga secondo la previsione iniziale. In tale contesto, la verifica della ragionevolezza, o quanto meno della non arbitrarietà della lesione del principio in esame da parte di una norma che sacrifica posizioni individuali già acquisite (e perciò assistita da retroattività impropria), deve passare attraverso il riscontro dell'«adeguatezza e congruenza dell'esigenza di interesse pubblico» sotteso all'emanazione della nuova disciplina nonché attraverso il connesso giudizio di proporzionalità tra il suo perseguimento e il sacrificio delle aspettative maturate: e la giurisprudenza costituzionale ha costantemente escluso che tali requisiti possano ritenersi soddisfatti dall'esigenza, pur dotata di indubbio pregio costituzionale, di salvaguardare l'equilibrio del bilancio, ove ciò comporti sacrifici eccessivi a carico dei soggetti incisi dal ius superveniens. Premesso che la norma impugnata invoca espressamente la necessità di riallineare la disciplina interna a quella comunitaria (necessità esclusa proprio dall'art. 20 del regolamento CEE n. 1768/1992 nonché dai «Considerando» che lo accompagnano), è evidente che la vera causa giustificativa della nuova regolamentazione è, come esplicitato nella relazione tecnica al disegno di legge di conversione del decreto n. 63 del 2002, la salvaguardia di esigenze patrimoniali relative all'equilibrio del bilancio. E tuttavia le finalità di pubblico risparmio sono state perseguite senza contemperare adeguatamente gli interessi in gioco, tutti di rilevanza costituzionale, quali (secondo le indicazioni fornite nella stessa sentenza n. 20 del 1978), la tutela della salute prevista dall'art. 32 Cost., alla quale è strumentale non solo la disciplina del prezzo dei medicinali e la loro presenza in quantità sufficienti, ma anche la ricerca scientifica coltivata da talune imprese farmaceutiche: e invero gli interessi di queste (ben diversi da quelli delle imprese che si limitano semplicemente a imitare i prodotti altrui), non possono non essere autonomamente valutati, in un'ottica che necessariamente finisce per chiamare in causa l'art. 3 – perché irragionevolmente vengono trattate in modo non adeguatamente diverso situazioni, invece, profondamente differenti – e l'art. 9 della Costituzione. Né può ignorarsi – continua la deducente – che la norma impugnata si inserisce in un trend normativo del quale è espressione anche l'art. 7 del decreto-legge 18 settembre 2001 n. 347 (Interventi urgenti in materia di spesa sanitaria), che impone al farmacista, laddove sia disponibile un farmaco generico, di offrirlo all'assistito in luogo della corrispondente specialità medicinale concretamente prescritta dal medico curante; trend che ha individuato, nello sviluppo del mercato dei farmaci generici, «la chiave di volta» in grado di perseguire l'obbiettivo della riduzione della spesa farmaceutica. In realtà – premesso che i farmaci generici si distinguono in tre grandi categorie, le imitazioni con marchio (cc.dd. brended generics), quelle commercializzate sotto la c.d. denominazione comune internazionale (DCI) seguita dal nome del produttore, e le imitazioni comuni o unbranded, con un margine di risparmio decrescente dalla prima alla terza – poiché nel mercato italiano la maggior parte dei generici è del primo tipo, il divisato obbiettivo di contenimento della spesa perseguito dalla norma impugnata è più un'illusione che una realtà. 2.3. – Quanto alla prospettata lesione degli artt. 41 e 42, in relazione all'art. 3 della Costituzione, rileva la Schering che – essendo il fine del contenimento della spesa pubblica inidoneo a giustificare sul piano costituzionale una norma limitativa dei diritti soggettivi inerenti allo statuto della proprietà privata ed essendo la tutela del diritto alla salute estraneo alla ratio della disposizione censurata – vi sarebbe aperta violazione dei principî costituzionali in tema di libertà di iniziativa economica privata: secondo la consolidata giurisprudenza costituzionale, infatti, la limitazione del diritto di esclusiva può ammettersi solo laddove venga dimostrata la presenza di interessi di rango costituzionale pari o superiore al diritto di proprietà e alla libertà d'impresa, in un contesto normativo caratterizzato dalla progressiva estensione della fattispecie «espropriazione» fino a ricomprendervi l'imposizione di limiti che svuotino del tutto, o anche solo in maniera apprezzabile, il diritto di proprietà. È allora del tutto evidente, a giudizio dello Schering, che con la disposizione censurata viene operata una vera e propria espropriazione ex lege dei diritti relativi allo sfruttamento commerciale dell'invenzione, in difetto di reali e validi motivi di interesse generale e senza previsione di qualsivoglia indennizzo. Di modo che l'accoglimento di tale censura – anche a voler riconoscere che vi è stata, nella fattispecie, estinzione, per ragioni di superiore, sopravvenuto interesse generale, di una posizione giuridica soggettiva protetta – consentirebbe di riportare a unità il sistema, spostando la tutela dell'affidamento, garantita dall'ordinamento costituzionale, sul suo equivalente pecuniario. 3. – Nel giudizio è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, che ha chiesto dichiararsi inammissibili o, in subordine, infondate, le proposte questioni di costituzionalità. 3.1.