[pronunce]

- Con ordinanza del 25 gennaio 2007 (iscritta al n. 388 del registro ordinanze dell'anno 2007) anche il Giudice unico delle pensioni della Sezione giurisdizionale per la Regione Puglia della Corte dei conti ha sollevato, in riferimento all'art. 3 Cost., questione di legittimità costituzionale dell'art. 1, comma 774, della legge 27 dicembre 2006, n. 296. Nel giudizio principale si controverte sulla domanda proposta da una vedova titolare di pensione di reversibilità con decorrenza dal 1° marzo 2000, liquidata nella misura del 60 per cento «di tutto il maturato economico del dante causa che comprendeva la pensione base e l'indennità integrativa speciale», al fine di ottenere l'I.I.S. «per intero ai sensi dell'articolo 15, comma 5 della legge n. 724/1994 rappresentando che la pensione diretta del suo dante causa aveva avuto decorrenza dal 28 novembre 1985». Il rimettente rammenta, anzitutto, che, in base alla «pacifica» giurisprudenza della Corte dei conti, «il trattamento di reversibilità se è riferito, come nel caso di specie, ad una pensione diretta liquidata entro la data del 31.12.1994 deve essere liquidato con l'attribuzione dell'indennità integrativa speciale quale emolumento accessorio ed in misura intera, indipendentemente dalla data della morte del dante causa e quindi anche quando abbia decorrenza successiva all'1.1.1995 o all'entrata in vigore dell'art. 1, comma 41, della legge 8.8.1995, n. 335». Ad avviso del giudice a quo, la «formulazione testuale» del citato art. 1, comma 41, della legge n. 335 del 1995 «non ha disposto l'abrogazione del comma 5 dell'art. 15 della legge n. 724/1994» e, tuttavia, la «surriferita interpretazione» di questa ultima disposizione, «ormai pacifica in giurisprudenza, viene, però, ora ostacolata dalla disposizione recata dal comma 774 dell'art. 1 della legge 27.12.2006, n. 296 (legge finanziaria 2007)». Il rimettente sostiene, quindi, che la norma «introdotta dalla legge finanziaria per il 2007 appare però contrastare con il principio di ragionevolezza previsto dall'art. 3 della Costituzione nella misura in cui a distanza di circa dodici anni dall'entrata in vigore dell'art. 1, comma 41, della legge n. 335/1995, nel pretendere di dare l'interpretazione autentica di tale ultima norma in realtà reca una disciplina contraria a quella già stabilita dal citato art. 15, comma 5, della legge n. 724/1994»; tanto che il legislatore, «consapevole di ciò», ha disposto, con il successivo comma 776, l'abrogazione proprio del citato art. 15, comma 5, della legge n. 724 del 1994. Nell'ordinanza di rimessione si assume che, alla stregua degli insegnamenti della giurisprudenza costituzionale, «il ricorso da parte del legislatore a leggi di interpretazione autentica non può essere utilizzato per mascherare norme effettivamente innovative dotate di efficacia retroattiva, in quanto così facendo la legge interpretativa tradirebbe la funzione che le è propria: quella di chiarire il senso di norme preesistenti, ovvero di imporre una delle possibili varianti di senso compatibili col tenore letterale, sia al fine di eliminare eventuali incertezze interpretative, sia per rimediare ad interpretazioni giurisprudenziali divergenti con la linea politica del diritto voluta dal legislatore (Corte costituzionale, sentenza n. 397 del 1994)». Ciò posto, il significato che il comma 774 dell'art. 1 della legge n. 296 del 2006 pretenderebbe di dare all'art. 1, comma 41, della legge n. 335 del 1995 «non risulta minimamente desumibile dal testo letterale di tale ultima norma», giacché la disciplina sull'attribuzione dell'I.I.S. ai titolari di pensioni di reversibilità successive alla data del 1° gennaio 1995 «e quindi anche all'entrata in vigore della legge n. 335 del 1995» è recata dai commi 4 e 5 dell'art. 15 della legge n. 724 del 1994, là dove il comma 5 ha stabilito, segnatamente, che le disposizioni relative alla corresponsione dell'I.I.S., quale emolumento accessorio, sono applicabili alle pensioni dirette liquidate fino al 31 dicembre 1994 ed «alle pensioni di reversibilità ad esse riferite». Secondo il giudice a quo, il legislatore avrebbe «irragionevolmente fatto ricorso all'emanazione di una legge interpretativa (dagli effetti retroattivi) in quanto il comma 774 dell'art. 1 della legge n. 296/2006 tratta materia che non solo esula dal testo letterale dell'art. 1, comma 41, della legge n. 335 del 1995 ma che era stata disciplinata da altre specifiche disposizioni di legge». Invero, alla disposizione denunciata dovrebbe attribuirsi «carattere innovativo e come tale applicarsi per le fattispecie sorte successivamente alla sua entrata in vigore ossia per le pensioni di reversibilità, se riferite a pensioni dirette liquidate entro il 13 dicembre 1994, sorte a decorrere dal 1° gennaio 2007». Peraltro, argomenta ancora il rimettente, «la portata retroattiva del censurato comma 774 dell'art. 1 della legge n. 296/2006 appare, comunque, contrastare palesemente con il principio di ragionevolezza imposto dall'art. 3 della Costituzione». Posto, infatti, che più volte la giurisprudenza costituzionale (sentenze n. 416 del 1999 e n. 211 del 1997) ha valorizzato il principio dell'affidamento legittimamente posto dal cittadino sulla certezza e sicurezza dell'ordinamento giuridico, quale elemento essenziale dello Stato di diritto, che non può essere leso da norme con effetti retroattivi che incidano irragionevolmente su situazioni regolate da leggi precedenti, sarebbe «irragionevole la disciplina introdotta dalla censurata disposizione, la quale è venuta a determinare, in modo retroattivo, per i trattamenti di reversibilità sorti a decorrere dal 17 agosto 1995, ma riferiti a pensioni dirette liquidate fino al 31 dicembre 1994, una sostanziale decurtazione dell'ammontare dell'indennità integrativa speciale tradendo l'affidamento che i titolari delle suddette pensioni di reversibilità avevano riposto, all'indomani dell'entrata in vigore del comma 5 dell'art. 15 della legge 724 ossia già da dodici anni or sono, nella certezza della spettanza dell'indennità integrativa speciale quale emolumento accessorio intero e non da conseguire in misura percentuale». In definitiva, conclude il giudice a quo, la disposizione denunciata contrasterebbe con l'art. 3 Cost., sia perché «appare costituire un ipotesi di esercizio irrazionale del potere del legislatore di emanare norme interpretative sia perché, in ogni caso, la previsione retroattiva recata da tale disposizione, per quanto sopra rilevato, appare parimenti irragionevole». 2.2.