[pronunce]

, che per il provvedimento camerale "dato nei confronti di più parti" prevede la notifica (e non la comunicazione con biglietto di cancelleria), e pur riconoscendo di avere sovente applicato tali principi - ritiene di non poter decidere in questo senso il caso di specie, per il contrario "diritto vivente" identificato nella prassi seguita dai tribunali per i minorenni ed in specie da quello che ha pronunciato il provvedimento reclamato. La rimettente, pertanto, non propone una questione di legittimità costituzionale, ma un mero dubbio interpretativo; e per di più rinunzia a ricercare la possibilità di interpretare la norma impugnata nel senso utile ad evitare quello che, secondo la sua prospettazione, è il contrasto con la Costituzione, pur mostrando di conoscere le argomentazioni letterali e sistematiche che tale interpretazione potrebbero sorreggere. 5. - Il secondo gruppo di questioni prospetta tre profili di incostituzionalità dell'art. 336, secondo comma, cod. civ. , che disciplina la forma ordinaria del procedimento ablativo o modificativo della potestà genitoriale. La norma è anzitutto impugnata nella parte in cui - disponendo che "nei casi in cui il provvedimento è chiesto contro il genitore, questi deve essere sentito" - non prevede che sia sentito anche l'altro genitore, così violando l'art. 3, primo comma, della Costituzione (per lesione del principio di eguaglianza fra i genitori e per irragionevole disparità di trattamento rispetto alla disciplina dell'art. 10, quinto comma, della legge n. 184 del 1983, che, per i procedimenti limitativi o sospensivi della potestà nel corso del procedimento di adottabilità, prevede l'audizione di entrambi i genitori e del tutore), l'art. 24, secondo comma, della Costituzione (per lesione del diritto di difesa del genitore non sentito, e quindi "neppure informato della procedura"), l'art. 30, primo comma, della Costituzione (in quanto ad un genitore è preclusa la possibilità di intervenire nel procedimento relativo ai doveri e ai diritti dell'altro in tema di mantenimento, istruzione ed educazione dei figli), l'art. 111, primo e secondo comma, della Costituzione (perché è escluso il contraddittorio tra genitori in condizioni di parità, davanti ad un giudice terzo ed imparziale), l'art. 18, comma 1, della Convenzione sui diritti del fanciullo stipulata a New York il 20 novembre 1989, ratificata e resa esecutiva in Italia con la legge 27 maggio 1991, n. 176 (Ratifica ed esecuzione della convenzione sui diritti del fanciullo, fatta a New York il 20 novembre 1989), che impegna lo Stato a sancire la comune responsabilità dei genitori per l'educazione e lo sviluppo del fanciullo, onde entrambi devono essere sentiti nel procedimento limitativo della potestà di uno di essi. 6. - La questione non è fondata, in quanto muove da un presupposto interpretativo erroneo. Il mancato rispetto del contraddittorio nei confronti del genitore diverso da quello contro cui il provvedimento è richiesto viene denunciato essenzialmente in relazione al suo diritto a partecipare al procedimento già instaurato, ma - come emerge dall'accenno al genitore "non informato" - non manca un riferimento alla fase dell'instaurazione. Sotto quest'ultimo aspetto, la prospettazione contraddice la stessa qualificazione del procedimento in esame come "bilaterale o plurilaterale" che il rimettente afferma di condividere e che comporta necessariamente la garanzia del contraddittorio, inteso come diritto di ciascuna delle parti ad essere tempestivamente informata del procedimento. Del resto l'impugnato art. 336, secondo comma - secondo cui il tribunale provvede in camera di consiglio - va letto alla luce del principio generale per cui anche il procedimento camerale è ispirato al rispetto del contraddittorio (sentenza n. 103 del 1985), nei sensi indicati. Per quanto poi specificamente concerne il contraddittorio come diritto di partecipare allo svolgersi del procedimento, ed in particolare a quella specifica attività istruttoria che è l'audizione ad opera del giudice, il rimettente - pur richiamandosi alla Convenzione sui diritti del fanciullo resa esecutiva con legge n. 176 del 1991, e quindi dotata di efficacia imperativa nell'ordinamento interno - non considera che l'art. 9, comma 2, di essa (ai sensi del quale tutte le parti interessate devono avere la possibilità di partecipare alle deliberazioni e far conoscere le proprie opinioni) pone una disciplina complementare rispetto alla previsione della norma impugnata (che prevede solo l'audizione del genitore contro cui il provvedimento è richiesto), onde dal coordinamento fra le due norme deriva, allo stato dell'evoluzione legislativa, che nel procedimento in esame devono essere sentiti entrambi i genitori. Della fondatezza di queste conclusioni fornisce recente conferma l'art. 37, comma 3, della legge 26 aprile 2001, n. 149 (Modifiche alla legge 4 maggio 1983, n. 184, recante "Disciplina dell'adozione e dell'affidamento dei minori, nonché al titolo VIII del libro primo del codice civile"), sopravvenuta all'ordinanza di rimessione, anche se non ancora efficace. La norma ha aggiunto nell'art. 336 cod. civ. un quarto comma, ai sensi del quale "Per i provvedimenti di cui ai commi precedenti, i genitori e il minore sono assistiti da un difensore, anche a spese dello Stato nei casi previsti dalla legge": ed è evidente come essa presupponga che entrambi i genitori (ed il minore) siano "parti" del procedimento di cui all'art. 336 cod. civ. , e in quanto "parti" abbiano diritto di avere notizia del procedimento e di parteciparvi. 7. - L'art. 336, secondo comma, cod. civ. , è poi impugnato per la mancata previsione che, nei procedimenti camerali in esame, siano sentiti il minore ultradodicenne e, se opportuno, anche quello di età inferiore, o altrimenti i suoi genitori o il tutore. Ne risulterebbero violati gli artt. 2 e 31, secondo comma, della Costituzione (di cui è espressione l'art. 12, comma 2, della citata Convenzione, sull'ascolto del minore in ogni procedura giudiziaria e amministrativa), gli artt. 3, primo e secondo comma, della Costituzione (sotto il profilo sia dell'irragionevolezza, sia della disparità di trattamento rispetto alla procedura di adottabilità, per la quale l'art. 10, secondo e quarto comma, della legge n. 184 del 1983 dispone che il tribunale per i minorenni, prima di assumere provvedimenti temporanei nell'interesse del minore, deve, salvo il caso di urgente necessità, sentire il minore dodicenne e, se opportuno, quello di età inferiore), e l'art. 111, primo e secondo comma, della Costituzione ("non essendovi un giusto processo" se il minore non venga sentito, direttamente o tramite un rappresentante). 8. - La questione non è fondata, in quanto muove ancora una volta da una premessa interpretativa erronea.