[pronunce]

, può chiedere la sospensione del procedimento con messa alla prova mediante la presentazione dell'istanza al giudice, corredata da un programma di trattamento, elaborato d'intesa con l'Ufficio di esecuzione penale esterna (UEPE) oppure, dalla richiesta di elaborazione di un programma di trattamento; che, secondo quanto previsto dall'art. 464-quater cod. proc. pen. , alla formulazione della richiesta segue l'effettiva elaborazione del programma di trattamento e, poi, la decisione del giudice in ordine all'idoneità del medesimo; che la sospensione del procedimento con messa alla prova è disposta con ordinanza soltanto dopo che il giudice abbia ritenuto idoneo il trattamento, in base ai parametri di cui all'art. 133 cod. pen. , e abbia ritenuto che l'imputato si asterrà dal commettere altri reati, sempreché non debba pronunciare sentenza di proscioglimento ai sensi dell'art. 129 cod. proc. pen. ; che il procedimento non può essere sospeso per un periodo superiore a due anni, quando si procede per reati per i quali è prevista una pena detentiva, sola, congiunta o alternativa alla pena pecuniaria, e per un periodo superiore a un anno quando si procede per reati per i quali è prevista la sola pena pecuniaria; che, infine, decorso il periodo di sospensione del procedimento con messa alla prova, il giudice, ai sensi dell'art. 464-septies cod. proc. pen. , dichiara con sentenza estinto il reato se, tenuto conto del comportamento dell'imputato e del rispetto delle prescrizioni stabilite, ritiene che la prova abbia avuto esito positivo; che, nel caso di specie, il rimettente ha sollevato la questione di legittimità costituzionale sulla base della mera richiesta, formulata dall'imputato, di essere ammesso al rito speciale della sospensione del procedimento con messa alla prova; che, quindi, nel giudizio a quo, il rimettente non deve decidere sulla estinzione del reato per esito positivo della messa alla prova, ai sensi dell'art. 464-septies cod. proc. pen. , non avendo il rimettente neppure emesso l'ordinanza di sospensione del procedimento; che, dunque, la sentenza di estinzione del reato, per il possibile esito positivo della messa alla prova, cui conseguirebbe, ad avviso del giudice a quo, l'applicazione obbligatoria della sanzione accessoria amministrativa della revoca della patente di guida, si presenta come meramente eventuale; che, pertanto, alla luce della consolidata giurisprudenza di questa Corte, la questione è irrilevante e, dunque, inammissibile perché sollevata in via meramente ipotetica e astratta (ex multis, sentenza n. 217 del 2019; ordinanze n. 259 del 2016 e n. 96 del 2014); che, inoltre, il giudice a quo muove dal presupposto secondo cui l'art. 168-ter, secondo comma, cod. pen. , nella parte in cui dispone che l'estinzione del reato per esito positivo della messa alla prova «non pregiudica l'applicazione delle sanzioni amministrative accessorie, ove previste dalla legge», implichi che il giudice sia comunque tenuto all'applicazione delle sanzioni amministrative accessorie previste dalla legge; che sulla base di tale interpretazione della norma censurata, il rimettente ha sollevato la questione di legittimità, nella convinzione di essere obbligato ad applicare, anche in caso di eventuale sentenza di estinzione del reato per esito positivo della messa alla prova, la sanzione amministrativa accessoria della revoca della patente di guida, anziché la più tenue sanzione della sospensione della stessa; che, il rimettente - a prescindere dalla recente sentenza n. 88 del 2019 con cui questa Corte ha dichiarato l'illegittimità costituzionale della disposizione censurata nel presente giudizio, nella parte in cui non prevede che, in caso di condanna, ovvero di applicazione della pena su richiesta delle parti a norma dell'art. 444 cod. proc. pen. , per i reati di cui agli artt. 589-bis e 590-bis cod. pen. , il giudice possa disporre, in alternativa alla revoca della patente di guida, la sospensione della stessa ai sensi del secondo e terzo periodo del comma 2 dell'art. 222 cod. strada, allorché non ricorra alcuna delle circostanze aggravanti previste dai rispettivi commi secondo e terzo degli artt. 589-bis e 590-bis cod. pen. - ha omesso di considerare il quadro normativo e giurisprudenziale in ordine alle conseguenze della dichiarazione di estinzione del reato per esito positivo della messa alla prova sull'applicazione delle sanzioni amministrative accessorie; che, infatti, il giudice a quo non si è confrontato con la giurisprudenza di legittimità, secondo la quale la dichiarazione di estinzione del reato per esito positivo della messa alla prova, ai sensi dell'art. 168-ter cod. pen. , prescindendo dell'accertamento della responsabilità penale, comporta che il giudice non debba applicare la sanzione amministrativa accessoria della revoca o della sospensione della patente di guida, di competenza, invece, del prefetto, ai sensi dell'art. 224, comma 3, cod. strada (Corte di cassazione, sezione sesta penale, sentenza 25 maggio-14 giugno 2017, n. 29796; sezione quarta penale, sentenze 24 novembre-14 dicembre 2016, n. 52868, e 17 settembre-5 ottobre 2015, n. 40069); che, analogo principio è stato, altresì, affermato con riferimento alla dichiarazione di estinzione del reato per prescrizione (Corte di cassazione, sezione quarta penale, sentenza 10 maggio-14 giugno 2018, n. 27405); che, peraltro, anche in riferimento alla pronunzia di esclusione della punibilità per particolare tenuità del fatto, ai sensi dell'art. 131-bis cod. pen. , la Corte di cassazione, ha statuito che «quando manca una pronunzia di condanna o di proscioglimento, le sanzioni amministrative riprendono la loro autonomia ed entrano nella sfera di competenza dell'amministrazione pubblica» (Corte di cassazione, sezioni unite penali, sentenza 25 febbraio-6 aprile 2016, n. 13681); che, infine, il rimettente ha, altresì, omesso di considerare il quadro normativo delineato dalle disposizioni di cui gli artt. 221, 224 e 224-ter cod. strada, dalle quali si ricava il riespandersi dell'autonomia della sanzione amministrativa accessoria in caso di estinzione del reato; che, anche questa Corte, quanto alla natura dell'istituto della messa alla prova, ha affermato che si tratta di «una considerazione della responsabilità dell'imputato», in via incidentale e allo stato degli atti perché l'accertamento definitivo è rimesso all'eventuale prosieguo del giudizio, nel caso di esito negativo della prova (sentenza n. 68 del 2019); e ha, inoltre, precisato che «se è vero che nel procedimento con messa alla prova manca una condanna, è anche vero che correlativamente manca un'attribuzione di colpevolezza: nei confronti dell'imputato e su sua richiesta (non perché è considerato colpevole), in difetto di un formale accertamento di responsabilità, viene disposto un trattamento alternativo alla pena che sarebbe stata applicata nel caso di un'eventuale condanna» (sentenza n. 91 del 2018);