[pronunce]

In particolare, detta sperequazione non sarebbe legittimata né dalla mancanza di poteri istruttori da parte del tribunale del riesame, la quale non esclude che quest'ultimo possa comunque disporre, a prescindere dal tenore dell'ordinanza impugnata, di tutti gli elementi per la retrodatazione, ricavandoli dagli atti trasmessi dall'autorità procedente o prodotti dalle parti ai sensi dell'art. 309, commi 5 e 9, cod. proc. pen. ; né dalla ristrettezza dei tempi della procedura di riesame, la quale non impedisce che al relativo giudice siano ordinariamente affidate questioni di altra natura, spesso di particolare complessità e delicatezza; né dal rischio di un «contraddittorio monco», giacché la pubblica accusa - parte, ancorché non necessaria, della procedura di riesame - potrebbe sempre valutare se intervenirvi, inviando memorie o presenziando all'udienza, al fine di contrastare eventuali prospettazioni infondate del ricorrente in punto di "contestazioni a catena"; né, infine, dal timore che la decisione sia assunta sulla base di dati documentali incompleti. Il tribunale, ove non ritenga di poter ricavare dagli atti a sua disposizione tutti gli elementi per la retrodatazione, potrebbe sempre rigettare la richiesta di riesame: e ciò, senza pregiudizio per l'interessato, il quale - anche nell'ipotesi di formazione del "giudicato cautelare" su quella base conoscitiva - conserverebbe la possibilità di ottenere una pronuncia favorevole in sede di richiesta di revoca della misura, tramite la produzione degli ulteriori elementi occorrenti. La norma risultante dalla interpretazione censurata violerebbe, altresì, l'art. 13, quinto comma, Cost., che demanda alla legge ordinaria di stabilire i limiti massimi della «carcerazione preventiva». La disposizione di cui all'art. 297, comma 3, cod. proc. pen. integrerebbe, infatti, le previsioni dei termini massimi di custodia cautelare recate dall'art. 303 cod. proc. pen.: con la conseguenza che negare al tribunale la possibilità di apprezzare, in sede di riesame, l'avvenuta perenzione di tali termini già al momento dell'adozione del provvedimento impugnato comporterebbe la dilatazione dei termini stessi al di là dei «tempi tecnici» necessari per constatarne l'avvenuto superamento, rimettendo l'accertamento ad altra sede, nella quale la decisione interverrebbe «in un tempo non predeterminabile a priori». Sarebbero violati, ancora, gli artt. 24, secondo comma, e 111, terzo comma, Cost., giacché l'impossibilità, per l'indagato, di avvalersi di tutti gli atti disponibili al fine di far constare i vizi genetici del provvedimento restrittivo, nell'ambito del procedimento specificamente previsto per la verifica di tali vizi, menomerebbe le sue facoltà difensive e il diritto ad ottenere «l'acquisizione di ogni [...] mezzo di prova a suo favore». Il principio di diritto denunciato contrasterebbe, ancora, con l'art. 25, primo comma, Cost., distogliendo l'interessato dal giudice naturale precostituito per legge. Nel caso in cui gli elementi per la retrodatazione non emergessero integralmente e irrefutabilmente dall'ordinanza cautelare impugnata, la cognizione del tema verrebbe, infatti, sottratta al giudice investito dalla legge del controllo immediato sulla legittimità delle misure cautelari, e affidata ad altro organo (il giudice che procede, tramite istanza di revoca della misura ai sensi dell'art. 306 cod. proc. pen. , e, solo in seconda battuta e in via eventuale, il tribunale chiamato a decidere sull'appello de libertate a norma dell'art. 310 cod. proc. pen.). Da ultimo, la regula iuris sottoposta a scrutinio violerebbe l'art. 117, primo comma, Cost., in relazione all'art. 5, paragrafo 4, della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell'uomo delle libertà fondamentali, firmata a Roma il 4 novembre 1950, ratificata e resa esecutiva con la legge 4 agosto 1955, n. 848, secondo il quale «ogni persona privata della libertà con un arresto o una detenzione ha il diritto di presentare un ricorso davanti ad un tribunale, affinché decida in breve tempo sulla legittimità della sua detenzione e ordini la sua liberazione se la detenzione è illegittima». Alla luce della giurisprudenza della Corte di Strasburgo, infatti, il controllo sulla «legittimità» della misura restrittiva dovrebbe essere inteso in senso ampio, comprensivo anche delle condizioni procedurali: laddove, per converso, il dictum delle Sezioni unite impedirebbe al tribunale del riesame di esercitare tale verifica sul versante della retrodatazione, nell'ambito di una procedura rapida e di immediato esito liberatorio. 2.- È intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che la questione sia dichiarata non fondata. Ad avviso della difesa dello Stato, non vi sarebbe alcuna violazione dell'art. 3, primo comma, Cost.: la disparità di trattamento prospettata dal rimettente non sarebbe infatti irragionevole, «ove si consideri la peculiarità del giudizio di riesame - il cui oggetto esclusivo è costituito dai vizi genetici dell'ordinanza applicativa della misura cautelare e non può riguardare i vizi sopravvenuti -, connotato da speditezza e dalla mancanza di poteri istruttori in capo al giudice del riesame». Ugualmente insussistente sarebbe la denunciata violazione dell'art. 13, quinto comma, Cost. Il rispetto dei limiti massimi della custodia cautelare, legislativamente fissati, resterebbe comunque garantito, a chi lamenti di essere stato sottoposto alla misura cautelare a termini di fase già scaduti per effetto della retrodatazione, dalla possibilità di chiedere, ai sensi dell'art. 299 cod. proc. pen. , l'immediata revoca della misura: richiesta sulla quale il giudice è tenuto a pronunciarsi entro cinque giorni, con decisione che, se di rigetto, è appellabile ai sensi dell'art. 310 cod. proc. pen. La fruibilità di tale rimedio escluderebbe anche il prospettato contrasto con gli artt. 24, secondo comma, e 117, primo comma, Cost. Le norme denunciate non sarebbero incompatibili neppure con l'art. 25, primo comma, Cost., posto che l'ordinamento garantisce comunque all'accusato che intenda far valere l'operatività dell'istituto della retrodatazione la possibilità di rivolgersi ad un giudice precostituito per legge, chiedendo l'acquisizione di ogni elemento di prova a suo favore, in conformità al principio del giusto processo, sancito dall'art. 111, terzo comma, Cost.1.- Il Tribunale di Bologna dubita della legittimità costituzionale dell'art. 309 del codice di procedura penale, in relazione all'art. 297, comma 3, del medesimo codice, nella parte in cui - secondo l'interpretazione datane dalle Sezioni unite della Corte di cassazione, vincolante per il giudice a quo in quanto giudice del rinvio - subordina la deducibilità, in sede di riesame, della retrodatazione della decorrenza dei termini di durata massima della misura cautelare, prevista nei casi di "contestazione a catena", anche alla condizione che tutti gli elementi per la retrodatazione stessa emergano dall'ordinanza cautelare impugnata.