[pronunce]

Nel caso di specie, poiché l'acquacoltura costituisce un'attività imprenditoriale agricola (art. 2, comma 2, della legge 5 febbraio 1992, n. 102 "Norme concernenti l'attività di acquacoltura"), incidente anche sull'assetto del territorio, non può dubitarsi che la disciplina relativa alla costruzione dei relativi impianti rientri nella competenza delle Regioni, le quali, quindi, ben possono regolamentare l'utilizzazione dei terreni interessati da quegli impianti. 4. - Il tema del contenuto della libertà di iniziativa economica e quello della ragionevolezza degli interventi legislativi intesi a comprimerla, anche se nell'ordinanza di rimessione mettono capo a due distinte censure rivolte contro l'art. 23, comma 4, della legge regionale veneta, danno luogo ad una questione unitaria che deve essere risolta da questa Corte alla luce dei parametri congiunti degli articoli 3 e 41 della Costituzione. È acquisito alla giurisprudenza costituzionale che al limite della utilità sociale, a cui soggiace l'iniziativa economica privata in forza dell'art. 41 della Costituzione, non possono dirsi estranei gli interventi legislativi che risultino non irragionevolmente (art. 3 Cost.) intesi alla tutela dell'ambiente (cfr. , da ultimo, sentenza n. 196 del 1998). Ebbene, la disposizione censurata, contrariamente a quanto ritenuto dal remittente, lungi dal sopprimere la libertà di iniziativa economica in relazione all'attività di acquacoltura, si limita a regolarne l'esercizio, ponendo condizioni che, finalizzate come sono alla tutela dell'ambiente, non appaiono irragionevoli. Attesa la qualità del fine legislativo, non può infatti dirsi che il divieto di esportazione dei materiali provenienti dalla escavazione delle vasche sia incongruo. Il legislatore regionale avrebbe certo potuto avvalersi di altri mezzi, quali, secondo la difesa della parte privata, il ricorso ad apposite convenzioni o la piena attuazione della normativa in materia di cave, ma esula dai poteri di questa Corte contrastare con una propria diversa valutazione la scelta discrezionale del legislatore circa il mezzo più adatto per conseguire un fine, dovendosi arrestare questo tipo di scrutinio alla verifica che il mezzo prescelto non sia palesemente sproporzionato. Sotto questo profilo, nessun rimprovero può essere mosso alla disposizione censurata. Il divieto di esportazione dei materiali di risulta, del resto, si coordina con la previsione dell'art. 6, decimo comma, della legge della Regione Veneto 5 marzo 1985, n. 24 (Tutela ed edificabilità delle zone agricole), che consente la realizzazione di impianti di acquacoltura nel limite di un rapporto di copertura del 50 per cento del fondo di proprietà o del quale si ha la disponibilità, e con quella dell'art. 14, quinto comma, della legge regionale 7 settembre 1982, n. 44 (Norme per la disciplina dell'attività di cava), che fa divieto di usare il terreno di coltivo o vegetale ricavato durante i lavori di escavazione per finalità diverse da quelle di risanamento paesaggistico. Si è quindi in presenza di una disciplina che, complessivamente considerata, non solo non preclude, in linea di principio, l'esercizio dell'attività di acquacoltura (come dimostra, nel caso di specie, il fatto che, dopo un iniziale diniego, la concessione è stata rilasciata, sia pure subordinatamente all'adozione delle misure idonee ad assicurare il rispetto del divieto di esportazione dei materiali di risulta), ma, a salvaguardia delle esigenze di ripristino ambientale, rimette al soggetto interessato la scelta, tipicamente imprenditoriale, circa l'estensione dell'impianto in relazione alle altre possibili utilizzazioni del fondo. Né a conclusioni differenti è possibile pervenire sulla base delle osservazioni svolte dalla difesa della parte privata, secondo la quale gli impianti di acquacoltura dovrebbero essere necessariamente ubicati in prossimità dei corsi d'acqua, e quindi in zone sottoposte a vincolo paesaggistico: si tratta, infatti, di evenienza che non vale di per sé a connotare in termini di irragionevolezza la disposizione censurata. Il vincolo paesaggistico e l'esigenza di immediato ripristino in caso di dismissione dell'attività costituiscono non un posterius rispetto alla scelta se esercitare quella determinata attività economica, ma un prius del quale l'imprenditore agricolo ha l'onere di tenere conto. Non può essere infine attribuito carattere di decisività al rilievo secondo cui la disposizione censurata, nonostante la sua formulazione ("in attesa di una disciplina specifica in materia di acquacoltura"), non avrebbe carattere transitorio, ma sarebbe destinata ad operare per un tempo indeterminato. Seppure la dichiarata transitorietà della legge fosse mera parvenza e la disciplina in questione fosse in realtà destinata ad operare per un tempo indefinito, nessuno dei parametri evocati dal remittente risulterebbe leso.. per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE Dichiara non fondata la questione di legittimità costituzionale dell'art. 23, comma 4, della legge della Regione Veneto 28 aprile 1998, n. 19 (Norme per la tutela delle risorse idrobiologiche e della fauna ittica e per la disciplina dell'esercizio della pesca nelle acque marittime ed interne della Regione Veneto), sollevata, in riferimento agli articoli 3, 41 e 117 della Costituzione, dal Tribunale amministrativo regionale del Veneto con l'ordinanza indicata in epigrafe. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 6 giugno 2001. Il Presidente: Ruperto Il redattore: Mezzanotte Il cancelliere: Di Paola Depositata in cancelleria il 14 giugno 2001. Il direttore della cancelleria: Di Paola