[pronunce]

n. 80 del 1998 sarebbe stata innovata dal legislatore delegato, il quale ha espressamente disposto, all'art. 72, comma 1, lettera bb), del d.lgs. n. 165 del 2001, l'abrogazione dell'art. 45, comma 17, del d.lgs. n. 80 del 1998, sostituendolo con il nuovo art. 69, comma 7, dello stesso d.lgs. n. 165 del 2001; che, ad avviso del giudice rimettente, poiché tale disposizione dovrebbe intendersi nel senso che il termine del 15 settembre 2000 costituisce il limite temporale della giurisdizione amministrativa, e non della tutela giurisdizionale, sarebbe dubbia la legittimità costituzionale della nuova disciplina transitoria della giurisdizione in materia di lavoro pubblico, in quanto essa, proprio per la sua portata innovativa, non avrebbe rispettato i limiti posti al legislatore delegato dall'art. 1, comma 8, della legge n. 340 del 2000; che la normativa denunciata, oltre che per l'eccesso di delega, sarebbe viziata, in relazione all'art. 111 Cost., per il fatto che la devoluzione al giudice ordinario delle controversie relative al periodo del rapporto di lavoro anteriore al 30 giugno 1998, non proposte davanti al giudice amministrativo entro il 15 settembre 2000, «introduce un elevatissimo rischio di sovraccarico di contenzioso del giudice ordinario, con pregiudizio del giusto processo sotto il profilo della sua ragionevole durata»; che, secondo il giudice a quo, in caso di accoglimento della questione di costituzionalità di cui innanzi, si verificherebbe la “reviviscenza” della previgente disciplina dell'art. 45, comma 17, del d.lgs. n. 80 del 1998 (in base al principio di cui alle sentenze n. 107 del 1974 e n. 108 del 1986), norma anch'essa sospetta di illegittimità costituzionale, in quanto detto decreto legislativo, emanato su delega conferita con la legge 15 marzo 1997, n. 59 (Delega al Governo per il conferimento di funzioni e compiti alle regioni ed enti locali, per la riforma della Pubblica Amministrazione e per la semplificazione amministrativa), abilitava l'esecutivo soltanto a «devolvere, entro il 30 giugno 1998, al giudice ordinario … tutte le controversie relative ai rapporti di lavoro dei dipendenti delle pubbliche amministrazioni … prevedendo: misure organizzative e processuali anche di carattere generale atte a prevenire disfunzioni dovute al sovraccarico del contenzioso», senza consentirgli di stabilire il termine del 15 settembre 2000 per adire il giudice amministrativo, e di prevedere, in tal modo, una decadenza con effetti sostanziali, privativa di ogni tutela giurisdizionale; che, in secondo luogo, la norma in esame sembra al giudice rimettente in contrasto con l'art. 3 Cost., sia perché essa, irrazionalmente, determina, in forza della imposta decadenza, l'anticipata estinzione di situazioni soggettive di vantaggio, per le quali non sia ancora maturato il termine di prescrizione, senza che tale effetto sia in alcun modo giustificato rispetto agli obiettivi di graduale trasferimento della giurisdizione; sia perché, essendo la decadenza rilevabile d'ufficio dal giudice, a differenza della prescrizione (art. 2938 del codice civile), l'assoggettamento alla prima comporta una diversità di disciplina della tutela giurisdizionale fra dipendenti pubblici e privati del tutto priva di giustificazione, ove si consideri la tendenziale equiparazione delle due categorie di dipendenti; che, in terzo luogo, il giudice a quo scorge una violazione dell'art. 24 Cost., giacché la prevista decadenza priverebbe di qualunque possibilità di tutela giurisdizionale situazioni giuridiche soggettive sostanziali di vantaggio, pur non essendo per esse decorso il termine di prescrizione; che, ad avviso del giudice rimettente, nell'ipotesi si ritenga impossibile la “reviviscenza” dell'art. 45, comma 17, del d.lgs. n. 80 del 1998, in quanto definitivamente sostituito dall'art. 69, comma 7, del d.lgs. n. 165 del 2001, ovvero abrogato dall'art. 72, comma 1, lettera bb), del medesimo d.lgs. , le appena riferite censure di incostituzionalità andrebbero mosse al citato art. 69, comma 7, sicché dal testo di questo il rimettente chiede l'espunzione dell'inciso «solo qualora siano state proposte, a pena di decadenza, entro il 15 settembre 2000»; che è intervenuto nel giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, il quale ha chiesto che la questione sia dichiarata inammissibile, avendo il giudice rimettente omesso di ricostruire i fatti di causa, non consentendo in particolare, di stabilire quando sia stata instaurata la controversia de qua; che, nel merito, le questioni sarebbero non fondate, in quanto ancorate ad una interpretazione delle norme censurate che non costituisce “diritto vivente”; quella sollevata in relazione all'art. 111 Cost. sarebbe basata su mere congetture; la censura relativa all'eccesso di delega non considererebbe non solo che al Governo è stato conferito non già un compito di mera compilazione e ricognizione, bensì un potere normativo modificativo-correttivo e, quindi, anche sostanziale, ma anche che il legislatore delegato, dettando l'art. 69, comma 7, del d.lgs. n. 165 del 2001, non ha apportato alcuna modifica sostanziale al disposto dell'art. 45, comma 17, del d.lgs. n. 80 del 1998, essendosi limitato ad un intervento di carattere meramente interpretativo, volto a rendere esplicito il significato della disposizione, come pure è stato riconosciuto dalle sezioni unite della Corte di cassazione (sentenze n. 9260 e n. 14216 del 2002). Considerato che i giudizi de quibus debbono essere riuniti in quanto le ordinanze di rimessione sollevano, relativamente alle medesime norme sospettate di incostituzionalità, questioni ora identiche ora analoghe; che, infatti, le due ordinanze della Corte di appello di Catanzaro dubitano della legittimità costituzionale dell'art. 69, comma 7, del d.lgs. n. 165 del 2001, per aver questo, in violazione degli artt. 76 e 77 della Costituzione, modificato sostanzialmente l'art. 45, comma 17, del d.lgs. n. 80 del 1998, nonostante la delega, conferita al Governo con la legge 24 novembre 2000, n. 340, fosse limitata al «riordino delle norme» e al «migliore coordinamento delle diverse disposizioni», e per avere in tal modo - irragionevolmente e, quindi, in violazione dell'art. 3 Cost. - sottoposto a organi giurisdizionali diversi, operanti con diversi moduli processuali, situazioni soggettive identiche in base al momento di proposizione della domanda giudiziale e consentito, inoltre, la «rinascita postuma» di diritti soggettivi che, nonostante la decadenza comminata dal citato art. 45, comma 17, del d.lgs.