[pronunce]

- La questione incidentale di legittimità costituzionale riguarda l'art. 18 del decreto legislativo 29 ottobre 1998, n. 387 (Ulteriori disposizioni integrative e correttive del decreto legislativo 3 febbraio 1993, n. 29, e successive modificazioni, e del decreto legislativo 31 marzo 1998, n. 80), che ha modificato l'art. 68, comma 1, del decreto legislativo 3 febbraio 1993, n. 29 (Razionalizzazione dell'organizzazione delle amministrazioni pubbliche e revisione della disciplina in materia di pubblico impiego a norma dell'art. 2 della legge 23 ottobre 1992, n. 421), e specificamente concerne la parte in cui detta norma ha devoluto al giudice ordinario le controversie concernenti il conferimento e la revoca degli incarichi dirigenziali, e viene prospettata sotto il profilo del difetto di delega legislativa e della violazione degli artt. 76 e 77 della Costituzione, con specifico riferimento alla norma delegante di cui all'art. 11, comma 4, lettera g), della legge 15 marzo 1997, n. 59 (Delega al Governo per il conferimento di funzioni e compiti alle regioni ed enti locali, per la riforma della pubblica amministrazione e per la semplificazione amministrativa). Questa ultima norma di delega avrebbe individuato la precisa finalità consistente nel "devolvere, entro il 30 giugno 1998, al giudice ordinario, tenuto conto di quanto previsto dalla lettera a), tutte le controversie relative ai rapporti di lavoro dei dipendenti delle pubbliche amministrazioni, ancorché concernenti in via incidentale atti amministrativi presupposti, ai fini della disapplicazione". 2. - Preliminarmente deve essere esaminata la duplice eccezione di inammissibilità sollevata dalla difesa del Presidente del Consiglio dei ministri. L'eccezione è infondata sotto i diversi aspetti prospettati. Infatti, la disciplina transitoria della devoluzione delle controversie relative ai rapporti di lavoro alle dipendenze delle amministrazioni pubbliche pone come elemento discriminante la data del 30 giugno 1998, di modo che tutte le anzidette questioni attinenti al periodo di rapporto di lavoro successivo a detta data sono attribuite al giudice ordinario, in funzione di giudice del lavoro (art. 45, comma 17, del d.lgs. 31 marzo 1998, n. 80). Questo elemento temporale è stato inteso dalla giurisprudenza di legittimità come riferito non al momento in cui è sorta o è stata conferita la posizione giuridica tutelata, ma al momento in cui si è verificata la lesione della stessa posizione giuridica soggettiva: ove, quindi, la lesione del diritto del lavoratore sia prodotta da un atto (provvedimentale o negoziale che sia) dell'amministrazione, deve farsi riferimento, ai fini della individuazione dell'organo titolare di giurisdizione, all'epoca della emanazione dell'atto (v. Cass. , sezioni unite, 24 febbraio 2000, n. 41). Di conseguenza, il giudice a quo non poteva risolvere il giudizio nel senso del mantenimento della giurisdizione al giudice amministrativo sulla base dell'art. 45 del decreto legislativo n. 80 del 1998, in quanto la revoca delle funzioni di reggenza dirigenziale era stata disposta con decreto ministeriale 20 luglio 1998, cui aveva fatto seguito il provvedimento di recupero retributivo nel 1999, cioè in epoca successiva al 30 giugno 1998. Neppure è fondata la eccezione di inammissibilità della questione per una asserita formulazione incerta o ancipite da parte del giudice a quo, essendone evidente la prospettazione - in nessun aspetto contraddittoria o perplessa - sotto il profilo esclusivo dell'eccesso e del difetto di delega legislativa in una successione logica e priva di ambiguità dei profili denunciati, imperniati sull'ambito della delega e sulla natura del conferimento degli incarichi dirigenziali, nonché sul potere di disapplicazione di atto amministrativo presupposto. 3. - La questione di legittimità costituzionale è priva di fondamento. Occorre, anzitutto, precisare che il principio della disapplicazione, desunto dal giudice a quo dall'art. 5 della legge 20 marzo 1865, n. 2248, allegato E, sul contenzioso amministrativo, ed il relativo limite ai poteri del giudice ordinario di fronte ad un atto amministrativo illegittimo non costituiscono una regola di valore costituzionale, che il legislatore ordinario sarebbe tenuto ad osservare in ogni caso. Infatti, resta rimesso alla scelta discrezionale del legislatore ordinario - suscettibile di modificazioni in relazione ad una valutazione delle esigenze della giustizia e ad un diverso assetto dei rapporti sostanziali - il conferimento ad un giudice, sia ordinario, sia amministrativo, del potere di conoscere ed eventualmente annullare un atto della pubblica amministrazione o di incidere sui rapporti sottostanti, secondo le diverse tipologie di intervento giurisdizionale previste (argomentando dall'art. 113, terzo comma, della Costituzione: ordinanze n. 140 e n. 165 del 2001). La scelta del legislatore si inquadra nella tendenza a rafforzare la effettività della tutela giurisdizionale, in modo da renderla immediatamente più efficace, anche attraverso una migliore distribuzione delle competenze e delle attribuzioni giurisdizionali, a seconda delle materie prese in considerazione (v. ordinanza citata n. 140 del 2001). In realtà, quale sia la configurazione del rapporto di lavoro dei pubblici dipendenti ed in particolare quello dei dirigenti (per i quali può riscontrarsi un elemento concorrente di preposizione ad un ufficio pubblico), certamente il legislatore delegante e quello delegato, in attuazione della delega, hanno voluto modellare e fondare tutti i rapporti dei dipendenti della amministrazione pubblica (compresi i dirigenti) secondo "il regime di diritto privato del rapporto di lavoro", traendone le conseguenze anche sul piano del riparto della giurisdizione, a tutela degli stessi dipendenti, in base ad una esigenza di unitarietà della materia. Ciò è previsto, con le esclusioni tassativamente circoscritte, dal comma 4 dell'art. 68 del decreto legislativo 3 febbraio 1993, n. 29, nel testo risultante dalle successive modifiche introdotte dall'art. 33 del decreto legislativo 23 dicembre 1993, n. 546 (Ulteriori modifiche al decreto legislativo 3 febbraio 1993, n. 29 sul pubblico impiego), dall'art. 29 del decreto legislativo 31 marzo 1998, n. 80 ed infine dall'art. 18 del decreto legislativo 29 ottobre 1998, n. 387. D'altro canto il legislatore ha voluto che, sia pure tenendo conto della specialità del rapporto e delle esigenze del perseguimento degli interessi generali, le posizioni soggettive degli anzidetti dipendenti delle pubbliche amministrazioni, compresi i dirigenti di qualsiasi livello, fossero riportate, quanto alla tutela giudiziaria, nell'ampia categoria dei diritti di cui all'art. 2907 del codice civile come intesa dalla più recente giurisprudenza di legittimità (v. Cass. , sezioni unite, n. 41 del 2000).