[pronunce]

Questo trattamento sfavorevole è ancor più rilevante alla luce della giurisprudenza della Corte, secondo cui il particolare risalto accordato dalla Costituzione al diritto del lavoratore alla retribuzione (art. 36, comma 1) esige che al credito retributivo si appresti "una effettiva specialità di tutela rispetto alla generalità degli altri crediti" ed in particolare una disciplina privilegiata delle conseguenze dell'inadempimento dell'obbligazione retributiva, con la previsione di "un meccanismo di riequilibrio del vantaggio patrimoniale indebitamente conseguito dal datore di lavoro attraverso l'inadempimento" (sentenza n. 459 del 2000), in funzione di "remora a pratiche ritardatrici del pagamento" possibili anche da parte del datore di lavoro pubblico (cfr. sentenza n. 207 del 1994). 7.2. - L'Avvocatura dello Stato sostiene che la norma denunciata non sarebbe irragionevolmente discriminatoria, perché determinata da esigenze di contenimento della spesa pubblica. Tale allegazione è del tutto generica, riducendosi in sostanza a richiamare l'esigenza di tener conto della giurisprudenza amministrativa che, per l'inadempimento dell'obbligazione retributiva da inquadramento, faceva decorrere gli accessori dalla data della deliberazione dell'indicata Commissione e non dai provvedimenti individuali. Non viene minimamente spiegato come siffatto orientamento possa avere giustificato la sottrazione radicale di taluni crediti retributivi - in quanto tali meritevoli, ex art. 36 Cost., di trattamento privilegiato - alla disciplina generale dell'inadempimento prevista non solo per le retribuzioni degli altri dipendenti pubblici e dei lavoratori in genere, ma addirittura per i comuni crediti pecuniari di ogni altro cittadino. Alla rilevata totale genericità del riferimento alle esigenze di bilancio, consegue che la Corte non debba soffermarsi sul se e in quali limiti esse possano eventualmente incidere sui crediti retributivi del settore del lavoro pubblico. 7.3. - Conseguentemente, l'art. 26, comma 4, della legge n. 448 del 1998 - in quanto prevede che le somme corrisposte al personale del "comparto ministeri" per effetto dell'inquadramento definitivo ex art. 4, ottavo comma, della legge n. 312 del 1980, non danno luogo né ad interessi né a rivalutazione monetaria - deve essere dichiarato costituzionalmente illegittimo, per contrasto con gli artt. 3 e 36 della Costituzione Resta assorbito ogni altro profilo di censura. La dichiarazione di illegittimità della norma non incide, naturalmente, sulla determinazione del dies a quo della decorrenza degli accessori, individuato dal "diritto vivente" nell'8 novembre 1988. 7.4. - L'accertata illegittimità dell'art. 26, comma 4, della legge n. 448 del 1998, con riferimento alle somme corrisposte al personale del comparto ministeri, comporta anche l'accoglimento della questione relativa al comma 5, la cui applicazione presuppone la vigenza del comma 4. 8. - La seconda questione riguarda la norma - di contenuto identico rispetto a quella finora esaminata - dettata dalla disposizione impugnata per i crediti relativi alle somme liquidate sui trattamenti pensionistici, in applicazione della sentenza di questa Corte n. 1 del 1991. Tale sentenza - ritenuto che l'art. 3, primo comma, del d.-l. 16 settembre 1987, n. 379, convertito in legge 14 novembre 1987, n. 468, aveva irrazionalmente discriminato fra dirigenti dello Stato, concedendo la riliquidazione della pensione solo a quelli collocati a riposo dopo il 1 gennaio 1979 - lo ha dichiarato costituzionalmente illegittimo, nella parte in cui non disponeva che ai dirigenti collocati a riposo prima di tale data la pensione, a cura dell'amministrazione, fosse riliquidata in base agli stipendi dovuti per effetto di norme sopravvenute. Le ordinanze rilevano che i crediti nascenti da questa decisione hanno natura previdenziale, per cui - senza la soppressione di qualsiasi accessorio disposta dalla norma impugnata, avente efficacia retroattiva - il loro ritardato adempimento sarebbe stato regolato prima dall'art. 429 cod. proc. civ. (applicabile ai crediti previdenziali per effetto della sentenza n. 156 del 1991 di questa Corte) , e poi dall'art. 16, comma 6, della legge n. 412 del 1991. 8.1. - La questione è fondata, pur se per ragioni in parte distinte da quelle indicate in precedenza. I crediti in questione infatti - essendo di natura previdenziale e non retributiva - ricadono sotto la tutela dell'art. 38 della Costituzione e, rispetto ad essi, le esigenze del bilancio pubblico (a carico del quale il sistema previdenziale è in buona parte finanziato) potrebbero, in via di principio, spiegare rilevanza (sentenze numeri 327 del 1999, 417 del 1998, 211, 138 del 1997, 361 del 1996, 320 del 1995). Peraltro, ed è argomento decisivo, la norma in esame non mira affatto a contemperare esigenze di bilancio e tutela di crediti previdenziali, ma si limita ad escludere totalmente, per l'inadempimento di alcuni di essi, ogni prestazione accessoria. 8.2. - La sottrazione dei crediti pensionistici nascenti dalla sentenza n. 1 del 1991 al regime generale delle conseguenze dell'inadempimento si risolve in un trattamento palesemente differenziato rispetto a quello di tutti gli altri crediti, previdenziali e non previdenziali. Tale differenza - una volta esclusa la rilevanza delle esigenze di bilancio - è priva di ragionevolezza La Corte ha altre volte esaminato, in materia previdenziale, norme analoghe a quella di cui si discute. E, quando ne ha escluso l'incostituzionalità, ha posto in luce le peculiarità della fattispecie, sottolineando (sentenza n. 138 del 1997) come si trattasse di intervento legislativo di carattere costitutivo, imposto da precedente pronuncia che aveva riconosciuto a taluni soggetti la titolarità di un diritto, lasciando però all'apprezzamento discrezionale del legislatore di fissare "la misura, i modi e i tempi" della sua realizzazione. Per contro, nella specie - pur se gli accessori negati dalla norma impugnata riguardano crediti previdenziali nascenti dalla citata sentenza della Corte - mancava uno spazio di discrezionalità che consentisse nuove disposizioni legislative a carattere costitutivo, necessaria e sufficiente essendo l'applicazione in via amministrativa di quelle vigenti, come emendate dalla sentenza. Né a salvare la norma può valere il precedente - invocato dall'Avvocatura generale dello Stato - della sentenza n. 320 del 1995, che non riguardava crediti per prestazioni previdenziali, bensì pretese creditorie di restituzione di indebito.