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Nuove norme in materia di affidamento condiviso dei figli minori. Onorevoli Senatori. -- Con il presente disegno di legge si intendono modificare le norme (ormai risalenti all'anno 2006) che hanno introdotto l'affidamento condiviso dei figli. Fin dall'entrata in vigore della legge 8 febbraio 2006, n. 54, si avvertì da subito che alcune norme non erano state ben «calibrate». Tali norme, infatti, erano ben lungi da realizzare l'obiettivo che i padri ispiratori si erano proposti, e cioè introdurre nel nostro ordinamento il principio della bigenitorialità perfetta. Si capì presto che l'affido condiviso, così come era stato formulato, anziché sostituire l'affidamento esclusivo, che prima era la regola, altro non era nella sostanza che la sola trasformazione del nomen iuris . Si può affermare, quindi, che l'affidamento esclusivo «uscì dalla porta ed entrò dalla finestra». La prassi applicativa nei vari tribunali, poi, in presenza di una legge mal formulata, altro non fece, e non fa, che avvalorare tale situazione, con l'individuazione del genitore cosiddetto «collocatario» in via principale, che va a sostituire il vecchio genitore che, in precedenza, aveva l'affidamento esclusivo. Le modalità di visita dei figli minori, inoltre, che fin dall'entrata in vigore della legge sono state spesso «imposte» all'altro genitore (definito nella prassi non collocatario), hanno comportato per lo stesso un diritto di visita settimanale, con giorni ed orari prestabiliti dal giudice, finendo per far perdere all'affidamento condiviso e al principio di bigenitorialità ogni valore. Durante tutto questo tempo, vani sono stati i tentativi di trovare una soluzione a questo deficit della legge, che, poi, ha finito per penalizzare soprattutto i padri, molto spesso relegati ad una frequentazione ridotta con i propri figli, scandita da giorni ed orari troppo limitati, anche perché la figura del genitore collocatario in via principale è stata nella maggior parte dei casi individuata nella madre. A ciò si aggiungano i frequenti provvedimenti dei vari tribunali che hanno stabilito, e stabiliscono tutt'ora a carico dei padri, assegni di mantenimento troppo onerosi, che hanno portato alcuni alle soglie della povertà o all'inizio dello stato di indigenza. La recente legge 10 dicembre 2012, n. 219, ed il successivo decreto legislativo 28 dicembre 2013, n. 154, poi, anziché introdurre norme migliorative della situazione esistente hanno lasciato tutto com'era, all'infuori di qualche utile modifica, fra cui quella relativa all'equiparazione dei figli naturali a quelli legittimi, con un unico organo giudiziario (il tribunale ordinario) competente a giudicare per tutti i procedimenti di affidamento dei figli minori riguardanti sia le coppie sposate che quelle di fatto. Tranne alcuni modesti passi avanti, riguardanti però altri aspetti, la nuova legislazione sui figli naturali non ha introdotto miglioramenti relativi all'affidamento condiviso. Il presente disegno di legge si propone lo scopo di introdurre delle norme che, modificando quelle esistenti, al fine di realizzare l'affidamento condiviso, lo avvicinino il più possibile al concetto di bigenitorialità che si era inteso perseguire sin dall'inizio. In questo senso è stato utile il contributo dell'Avvocatura italiana per i diritti delle famiglie (AIDIF) alla stesura del presente articolato. Una modifica di importanza primaria che si intende realizzare è quella relativa all'articolo 337- ter del codice civile, al fine di impedire che uno dei due genitori (troppo spesso il padre) venga relegato ad un diritto di visita e di frequentazione dei propri figli minori troppo «angusto», in giorni ed orari limitati, come purtroppo è stato fino ad ora. La modifica che si intende apportare stabilisce che il giudice «dispone (...) l'affidamento condiviso dei figli ad entrambi i genitori, determinando i tempi e le modalità delle loro presenza presso ciascun genitore, in misura comunque non inferiore a tre giorni settimanali, anche non consecutivi». Questa disposizione stabilisce una regola che non può essere derogata dal giudice, salvo che uno dei due genitori manifesti una volontà diversa. In sostanza a ognuno dei due genitori, salvo il caso di una loro diversa volontà, deve essere concesso un minimo di tempo da trascorrere con i propri figli che nessun tribunale può derogare «a proprio piacimento», come fino ad ora spesso è avvenuto. Altra norma che si rende indispensabile è quella di impedire che i figli minori, solo per un conflitto fra i genitori, possano essere «tolti» e collocati presso terze persone ovvero, ancora più grave, all'interno di una casa famiglia. Questa possibilità fino ad oggi è concessa ai giudici dalla legge, e in diversi casi ha comportato dei danni gravissimi, a volte irreparabili, nella vita dei minori che sono stati collocati presso le case famiglia, pur avendo due genitori e i parenti che potevano prendersi cura di loro. Spesso queste decisioni di collocazione dei figli presso la casa famiglia si sono rese necessarie a causa di un mero conflitto in atto fra i genitori. L'esperienza comune insegna che in taluni casi anche poco tempo passato in una casa famiglia può produrre, come è stato accertato, danni molto gravi nella psiche dei bambini, privati senza una ragione della propria famiglia di origine. In questo senso le norme che tendono a impedire, o comunque ad ostacolare, tale collocazione introducono delle limitazioni al potere del giudice, il quale deve disporre l'affidamento del minore solo a persone facenti parte della cerchia parentale di ciascun genitore. Solo nel caso in cui siano stati emessi provvedimenti ablativi o limitativi della responsabilità genitoriale (in precedenza chiamata potestà genitoriale) per entrambi i genitori, e non risulti possibile collocare il minore nella cerchia familiare, il giudice potrà adottare provvedimenti diversi, e quindi collocare il minore in altre strutture. Insomma la norma diventa di applicazione residuale. In questo senso, inoltre, sempre al fine di tutelare il figlio minore, si modifica l'articolo 337- quater del codice civile in tema di affidamento esclusivo del figlio ad uno dei genitori. In altre parole si attenua la discrezionalità del giudice affinché possa disporre limitatamente del potere dell'affidamento esclusivo del minore ad uno dei due genitori, specificando che l'affidamento esclusivo può essere disposto dal giudice solo se a carico di uno dei due genitori «siano stati emessi provvedimenti ablativi o limitativi della responsabilità genitoriale». Un'altra modifica che anche l'Associazione AIDIF ritiene si renda necessaria, è quella all'articolo 316- bis del codice civile (concorso nel mantenimento), relativa al contributo economico dovuto da ciascun genitore a titolo di mantenimento dei figli minori. La modifica in questo senso della norma consente di applicare il concetto del contributo perequativo eventualmente dovuto all'altro coniuge, a titolo di mantenimento del figlio o dei figli minori, commisurandolo al periodo di permanenza del minore presso ciascun genitore.