[pronunce]

SENTENZA ha pronunciato la seguentenel giudizio di legittimità costituzionale dell'articolo 64, commi 1, 2 e 3, del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165 (Norme generali sull'ordinamento del lavoro alle dipendenze delle amministrazioni pubbliche), promosso con ordinanza del 17 luglio 2002 dal Tribunale di Genova nel procedimento civile vertente tra Bracuto Maria Rita e il Comune di Genova, iscritta al n. 446 del registro ordinanze del 2002 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana n. 40, prima serie speciale, dell'anno 2002. Visto l'atto di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri; udito nella camera di consiglio del 26 marzo 2003 il Giudice relatore Romano Vaccarella.. Ritenuto in fatto Considerato in diritto 1.- Con ordinanza del 17 luglio 2002 il Tribunale di Genova, sezione lavoro, ha sollevato questione di legittimità costituzionale dell'articolo 64, commi 1, 2 e 3, del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165 (Norme generali sull'ordinamento del lavoro alle dipendenze delle amministrazioni pubbliche), in riferimento, quanto ai primi due commi, agli articoli 3, 24, 39, 76, 101, 102 e 111 e, quanto al terzo, agli articoli 3, 76 e 111 della Costituzione. Espone il rimettente che il giudizio de quo è stato introdotto da Maria Rita Bracuto nei confronti del Comune di Genova con ricorso volto ad ottenere il riconoscimento del suo diritto alla progressione economica, previo accertamento della nullità, per contrasto con il contratto collettivo di comparto, della clausola di quello decentrato che esclude dalla relativa valutazione i dipendenti con anzianità di servizio inferiore a due anni. Il rimettente, premesse diffuse argomentazioni sulla delicatezza del nodo interpretativo dal quale dipende l'accoglimento o la reiezione della domanda attrice, rileva che tale questione, concernendo la portata di un contratto sottoscritto dall'agenzia per la rappresentanza negoziale delle pubbliche amministrazioni (ARAN), fa scattare il complesso meccanismo delineato nei commi 1, 2 e 3 dell'art. 64 del d.lgs. n. 165 del 2001: in base a tali norme il giudice, enucleata la questione, deve darne comunicazione all'ARAN e rinviare la trattazione della causa a non prima di centoventi giorni. Spetta poi all'ARAN convocare le organizzazioni sindacali stipulanti per una eventuale interpretazione autentica della clausola o delle clausole in contestazione o, se del caso, per una loro modifica. Peraltro, l'interpretazione autentica o la modifica, una volta intervenute, sono tout court applicabili anche al processo in corso, in quanto il secondo comma dell'art. 64 del d.lgs. n. 165 del 2001 dispone che «all'accordo sull'interpretazione autentica o sulla modifica della clausola si applicano le disposizioni dell'art. 49», norma che, a sua volta, recita: «l'eventuale accordo… sostituisce la clausola in questione sin dall'inizio della vigenza del contratto». Rileva anche il giudice a quo che il contratto collettivo si configura, almeno nel settore dell'impiego presso la pubblica amministrazione, quale fonte di diritto oggettivo, posto che, tra l'altro, contiene norme generali ed astratte; è efficace erga omnes; è soggetto a pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale e conseguentemente all'operatività del principio iura novit curia, nonché, in caso di contrasto con altri contratti collettivi, al principio gerarchico, ex art. 40 del d.lgs. n. 165 del 2001, quale criterio di soluzione dei conflitti tra fonti operanti a livelli diversi; non è derogabile né in peggio, né in meglio e si applica automaticamente al posto delle clausole difformi del contratto individuale; la violazione o falsa applicazione delle norme in esso contenute costituisce, ai sensi dell'art. 63, comma 5, del d.lgs. n. 165 del 2001, motivo di ricorso per cassazione. Ciò posto, ritiene il rimettente che i primi due commi dell'art. 64, laddove impongono al giudice il temporaneo arresto del giudizio, violino: gli artt. 101, 102 e 111 Cost., configurando l'interferenza di un potere normativo in un processo in corso, al punto che la decisione, almeno su un profilo della controversia, viene trasferita dalla sede giudiziaria ad altra sede e condizionata a un intervento che sarà espressione di discrezionalità normativa o, se si preferisce, di autonomia negoziale, ma non di uno ius dicere; l'art. 3 Cost., perché, in contrasto con il criterio di fondo ispiratore della disciplina del pubblico impiego - volto alla omogeneizzazione del trattamento sostanziale e processuale del lavoro dipendente nel settore pubblico e in quello privato -, riservano alle controversie promosse dai dipendenti della pubblica amministrazione una regolamentazione diversa da quella dettata per altre categorie di lavoratori; l'art. 24 Cost., atteso che privano di fatto la parte della facoltà di avvalersi della tutela cautelare, per la manifesta incompatibilità del meccanismo delineato nelle norme impugnate, vuoi con le esigenze di celerità, proprie dei mezzi d'urgenza, vuoi con una valutazione positiva del fumus boni iuris; gli artt. 24 e 111 Cost. - da riguardarsi a questi fini in connessione tra loro e con l'art. 6 della Convenzione europea di salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali - per essere il lavoratore del tutto escluso dal tavolo delle trattative sindacali, sul quale in definitiva si gioca l'esito della controversia, in violazione del principio della "parità delle armi" delle parti nel processo; l'art. 39 Cost., atteso che mentre la pubblica amministrazione può far valere le proprie ragioni anche attraverso l'ARAN, che la rappresenta e nei cui confronti essa esercita un potere di indirizzo, tale possibilità è preclusa al singolo lavoratore, il quale del resto ben potrebbe non essere iscritto ad alcun sindacato o essere portatore di un interesse in contrasto con quello collettivo; l'art. 76 Cost., per eccesso di delega, in quanto l'art. 64 - che è norma di legge delegata - senza alcuna specifica autorizzazione da parte del delegante innova la disciplina del processo civile, introducendo un'ipotesi di arresto, sia pure temporaneo, del processo. Rilevato inoltre che la caducazione di questa parte della norma impugnata imporrebbe al giudice di applicare tout court il terzo comma dell'art. 64, osserva il rimettente che anche tale disposizione è in contrasto con l'art. 76, perché, imponendo al giudice di emettere una sentenza non definitiva su un determinato profilo della controversia, introduce, ancora una volta, una rilevante modifica della preesistente disciplina processuale, senza una delega sufficientemente specifica; con l'art. 3 Cost., sia alla stregua delle considerazioni già svolte in ordine ai primi due commi dell'art. 64, sia per la manifesta irragionevolezza del sistema delineato; con l'art. 111 Cost., atteso che il processo, per essere equo, va definito entro un termine ragionevole, laddove la disposizione censurata impone un enorme spreco di attività giurisdizionale. 2.1.-