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Tali delitti sembrano ormai essere Stati del tutto metabolizzati dall’odierno sentire giuridico nazionale nel circuito del cosiddetto diritto penale di lotta (lotta al terrorismo, alla mafia, al crimine organizzato e transnazionale, alla camorra, e via dicendo), recentemente definito in dottrina come «diritto penale del nemico» da opporre ad un più mite e garantista «diritto penale del cittadino». Di qui una connotazione dei reati associativi sempre più preventiva e sempre meno repressiva, con evidente anticipazione della tutela, connessa alla lesione o alla messa in pericolo di un bene giuridico particolarmente sfuggente quale è quello definito come «ordine pubblico». L’idea che le condotte associative possano essere punite senza che vi sia stato nemmeno un inizio di esecuzione del programma criminoso e addirittura al di fuori di una effettiva partecipazione al sodalizio, non può non determinare serie preoccupazioni non solo per le pesanti ricadute sulle garanzie del cittadino ma anche per l’inevitabile sviluppo di politiche di contrasto alla mafia che guardino ad alcune persone ancor prima di guardare ai fatti. Tutto avrebbe dovuto sconsigliare una fisiologica metabolizzazione del diritto penale di lotta in un ordinamento liberale e democratico quale è il nostro, ma evidentemente in Italia negli ultimi quattro lustri la tradizionale passione per i delitti associativi si è rivelata travolgente. Rispetto a tale sentiero, un impegno inverso caratterizzò nella XIII e nella XIV legislatura due proposte di legge presentate alla Camera dall’onorevole Pisapia (si vedano, rispettivamente, l’atto Camera n. 4779 e l’atto Camera n. 854), il cui contenuto, è stato, dapprima, nella XVI legislatura, ripreso nel disegno di legge atto Senato n. 2681 a prima firma del senatore Compagna e ora sostanzialmente riproposto con la presente iniziativa legislativa, nello stesso spirito che ebbe allora a caratterizzarne la presentazione. Pur essendo il reato associativo un reato a concorso necessario, argomentava l’onorevole Pisapia, sarà ben possibile individuare, accanto a quella dei concorrenti necessari (i membri effettivi dell’associazione), anche una specifica responsabilità dei concorrenti eventuali (favoreggiatori, fiancheggiatori, o comunque soggetti che contribuiscono in modo rilevante all’attività dell’associazione, pur non facendo parte di essa), ma ciò deve avvenire -- in ossequio al principio di legalità -- sulla base di una disposizione normativa che descriva chiaramente le condotte punibili, distinguendole da quelle che si traducono nella stabile partecipazione al sodalizio. E per evitare che la doverosa tipizzazione del contributo esterno fornisca nuova linfa ad un diritto penale fondato sull’ipotesi associativa invece che sulla difesa degli interessi meritevoli di tutela, è senz’altro opportuno valorizzare le indicazioni fornite da una parte della dottrina sull’auspicata sistemazione dell’ipotesi di favoreggiamento delle associazioni mafiose nel titolo III del libro II del codice penale. A fronte di attività economiche che possono anche apparire perfettamente lecite, è infatti opportuno evidenziare che le ragioni dell’incriminazione non attengono all’agevolazione delle singole attività di per sé considerate quanto al rafforzamento dell’associazione criminale in quanto tale. In questa prospettiva la responsabilità di coloro che pongono in essere delle condotte agevolatrici sembra poter trovare collocazione non tanto nella generica tutela dell’ordine pubblico quanto piuttosto nella più specifica tutela dell’amministrazione della giustizia, che viene indubbiamente lesa da ogni comportamento illecito che agevoli l’associazione mafiosa cosi tenacemente perseguita dall’ordinamento. A differenza del caso di favoreggiamento personale e reale, la condotta agevolatrice non mira in questo caso a favorire il singolo reo (impegnato ad eludere le indagini, a sottrarsi alle ricerche o ad assicurarsi il profitto del reato) e si rivolge invece indistintamente nei confronti dell’associazione criminale, ma sempre in misura tale da contrastare lo sforzo profuso dallo Stato per reprimere comportamenti illeciti. Alle importanti esigenze definitorie e classificatorie appena illustrate si affianca inoltre la necessità di graduare l’intervento sanzionatorio secondo princìpi di coerenza e di ragionevolezza. Avendo finora trovato sempre applicazione l’articolo 416- bis del codice penale (per effetto delle norme generali sul concorso di persone nel reato), tanto il concorrente necessario quanto il concorrente eventuale sono stati finora assoggettati alla medesima sanzione, nonostante la giurisprudenza di legittimità abbia evidenziato la netta differenza esistente fra le due ipotesi, sia sotto il profilo della condotta materiale che sotto quello dell’elemento psicologico. Con il presente disegno di legge, le condotte agevolatrici finiscono invece per trovare il loro regime sanzionatorio in una specifica norma incriminatrice che prevede una pena leggermente meno grave rispetto a quella prevista per la vera e propria partecipazione ad un’associazione criminosa. Nel quadro normativo attualmente vigente, si sono poi inserite anche le recenti modifiche apportate alla fattispecie di assistenza agli associati di cui all’articolo 418 del codice penale, attraverso le quali -- sull’onda delle ovvie preoccupazioni nascenti dalle stragi terroristiche -- si è inteso sanzionare con la reclusione da due a quattro anni «chiunque ( ... ) dà rifugio o fornisce vitto, ospitalità, mezzi di trasporto, strumenti di comunicazione a taluna delle persone che partecipano all’associazione». Una simile previsione, riferita addirittura ai partecipanti all’associazione a delinquere semplice, è risultata talmente distonica rispetto al sistema penale (che già prevede oltre al concorso esterno le ipotesi di favoreggiamento reale e personale) da essere rimasta sostanzialmente inapplicata, se non in alcuni casi sporadici concernenti le associazioni mafiose. Per tali ragioni, il presente disegno di legge prevede pertanto l’introduzione dell’articolo 379- ter del codice penale, che punisce con la pena della reclusione da venti a ventiquattro anni chi, non facendo parte dell’associazione mafiosa, ne agevola la sopravvivenza, il consolidamento o l’espansione. Allo stesso tempo si propone un intervento abrogativo del novellato articolo 418 del codice penale, sia in quanto le condotte ivi considerate, qualora non rientranti a pieno titolo nella fattispecie di favoreggiamento personale, appaiono effettivamente censurabili solo in presenza di una finalità di profitto, sia in quanto la pena ivi prevista si pone in palese contraddizione con quella stabilita con riferimento a reati più gravi e deve essere dunque modificata per insuperabili esigenze di coerenza normativa. Chiarito pertanto che le condotte ivi considerate devono essere sorrette da una finalità di profitto, non appare condivisibile la non punibilità dell’aiuto prestato in favore dei congiunti stabilita dall’attuale articolo 418 del codice penale.