[pronunce]

parametro rispetto al quale - secondo quanto chiarito dalle sentenze n. 348 e n. 349 del 2007 di questa Corte - le disposizioni della CEDU, nell'interpretazione datane dalla Corte di Strasburgo, assumono il ruolo di «norme interposte»; che il giudice comune, d'altronde - sempre alla luce delle citate sentenze n. 348 e n. 349 del 2007 - non è abilitato a disapplicare la disciplina interna contrastante con quella convenzionale: onde non resterebbe altra via, per rimuovere il rilevato contrasto, che sollevare questione di legittimità costituzionale delle norme denunciate, nella parte in cui, imponendo la trattazione in camera di consiglio dei procedimenti per l'applicazione delle misure di prevenzione, non ne consentono lo svolgimento in «pubblico dibattimento» neppure di fronte a una richiesta degli interessati; che - a parere del giudice a quo - la rilevanza della questione risulterebbe indubbia, giacché i difensori hanno espressamente chiesto che il procedimento prosegua in pubblica udienza; che il rimettente ritiene, inoltre, che la questione - seppure prospettata dai difensori nel solo giudizio relativo alla misura patrimoniale - vada sollevata anche con riferimento al giudizio per l'applicazione delle misure personali: infatti, sia il dettato dell'art. 6, paragrafo 1, della Convenzione che l'interpretazione datane dalla Corte di Strasburgo avrebbero una «portata generale», con conseguente loro estensibilità alle misure personali, «identica essendo la ratio additata da quei giudici a tutela della trasparenza e ostensibilità dell'attività giurisdizionale e stante lo stretto legame normalmente (e in particolare nel caso di specie) esistente tra le due diverse tipologie di misure di prevenzione»; che la questione dovrebbe avere, infine, ad oggetto non soltanto il decimo comma dell'art. 4 della legge n. 1423 del 1956, relativo al giudizio di appello, ma anche il precedente sesto comma, concernente il giudizio di primo grado; che, infatti, essendosi nella specie proceduto con rito camerale davanti al Tribunale, l'eventuale declaratoria di illegittimità costituzionale non potrebbe non riguardare pure il giudizio di prima istanza, nel quale, anzi, formandosi la prova sui presupposti per l'adozione delle misure di prevenzione, maggiore appare l'esigenza di pubblicità delle udienze; che detta declaratoria di incostituzionalità estenderebbe, d'altra parte, i propri effetti anche ai decreti adottati dal primo giudice: decreti che, in quanto assoggettati ad impugnazione, non potrebbero essere considerati quali atti processuali «esauriti», sottratti, in quanto tali, all'efficacia retroattiva propria delle pronunce di illegittimità costituzionale sui procedimenti pendenti. Considerato che la Corte di appello di Firenze dubita della legittimità costituzionale, in riferimento all'art. 117, primo comma, della Costituzione, dell'art. 4, sesto e decimo comma, della legge 27 dicembre 1956, n. 1423 (Misure di prevenzione nei confronti delle persone pericolose per la sicurezza e per la pubblica moralità) e degli artt. 2-ter, primo e terzo comma, e 3-ter, secondo comma, della legge 31 maggio 1965, n. 575 (Disposizioni contro le organizzazioni criminali di tipo mafioso, anche straniere), nella parte in cui prevedono che i procedimenti per l'applicazione delle misure di prevenzione, personali e patrimoniali, debbano svolgersi - tanto in primo grado che in appello - con rito camerale, non consentendone così la trattazione in udienza pubblica in presenza di una richiesta degli interessati; che il giudice a quo pone a base delle proprie censure l'affermazione della Corte europea dei diritti dell'uomo secondo la quale, ai fini del rispetto del principio di pubblicità delle procedure giudiziarie, sancito dall'art. 6, paragrafo 1, della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali, le persone coinvolte nei procedimenti per l'applicazione di misure di prevenzione debbono vedersi «almeno offrire la possibilità di sollecitare una pubblica udienza davanti alle sezioni specializzate dei tribunali e delle corti d'appello» (sentenza 13 novembre 2007, Bocellari e Rizza contro Italia; in senso conforme, sentenza 8 luglio 2008, Perre e altri contro Italia; sentenza 5 gennaio 2010, Buongiorno contro Italia); che la Corte rimettente evidenzia, altresì, come le norme denunciate siano, per converso, inequivoche nello stabilire, senza eccezioni, che il procedimento per l'applicazione delle misure di prevenzione debba essere celebrato, nei gradi di merito, in camera di consiglio (e, dunque, senza la presenza del pubblico); che sarebbe, dunque, inevitabile la conclusione che le norme denunciate, nella parte in cui non accordano all'interessato la garanzia «minimale» richiesta dalla Corte europea, violino l'art. 117, primo comma, Cost.; che, successivamente all'ordinanza di rimessione, questa Corte, con la sentenza n. 93 del 2010, ha dichiarato costituzionalmente illegittimi, per violazione del medesimo parametro evocato dall'odierno rimettente, l'art. 4 della legge n. 1423 del 1956 e l'art. 2-ter della legge n. 575 del 1965, «nella parte in cui non consentono che, su istanza degli interessati, il procedimento per l'applicazione delle misure di prevenzione si svolga, davanti al tribunale e alla corte d'appello, nelle forme dell'udienza pubblica»; che tale dichiarazione di illegittimità costituzionale si riferisce ai procedimenti per l'applicazione delle misure di prevenzione tanto personali che patrimoniali; che, pertanto, al di là del più ampio complesso di disposizioni oggi coinvolte nello scrutinio (il quale abbraccia anche l'art. 3-ter, secondo comma, della legge n. 575 del 1965: disposizione, peraltro, di semplice rinvio, nella parte che interessa, al decimo comma dell'art. 4 della legge n. 1423 del 1956, attinto dalla ricordata dichiarazione di illegittimità costituzionale), la norma contro cui si rivolgono le censure del giudice a quo - vale a dire, quella che non consente agli interessati di chiedere che, davanti ai tribunali e alle corti d'appello, il procedimento di prevenzione si svolga in forma pubblica - è già stata rimossa dall'ordinamento con efficacia ex tunc; che, di conseguenza, la questione va dichiarata manifestamente inammissibile per sopravvenuta mancanza di oggetto (ex plurimis, ordinanze n. 306 e n. 78 del 2010; con riguardo a questione analoga a quella oggi in esame, sentenza n. 80 del 2011); che tale profilo di manifesta inammissibilità è assorbente rispetto a quello, pur riconoscibile, che deriva dal difetto di rilevanza, nel giudizio a quo, della questione concernente il giudizio di primo grado, non risultando dall'ordinanza di rimessione che sia stata formulata nel precedente grado di giudizio alcuna istanza di trattazione in forma pubblica del procedimento (al riguardo, sentenza n. 80 del 2011).