[pronunce]

Sentenza ha pronunciato la seguentenel giudizio di legittimità costituzionale dell'art. 23, comma 4, della legge della Regione Veneto 28 aprile 1998, n. 19 (Norme per la tutela delle risorse idrobiologiche e della fauna ittica e per la disciplina dell'esercizio della pesca nelle acque marittime ed interne della Regione Veneto), promosso con ordinanza emessa il 1° luglio 1999 dal Tribunale amministrativo regionale del Veneto, iscritta al n. 701 del registro ordinanze 1999 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 52, 1a serie speciale, dell'anno 1999. Visto l'atto di costituzione della parte ricorrente nonché l'atto di intervento della Regione Veneto resistente nel giudizio principale; Udito nell'udienza pubblica del 6 marzo 2001 il giudice relatore Carlo Mezzanotte; Uditi gli avvocati Luigi Manzi per la parte ricorrente e Mario Loria per la Regione Veneto resistente nel giudizio principale.. Ritenuto in fatto Considerato in diritto 1. - Il Tribunale amministrativo regionale del Veneto, chiamato a pronunciarsi sui ricorsi riuniti, proposti avverso i provvedimenti con i quali il comune di Castelnovo Bariano aveva, dapprima, negato il rilascio della concessione edilizia per la costruzione di un impianto di acquacoltura e, successivamente, comunicato all'istante che "ai sensi della legge regionale n. 19 del 28 aprile 1998, art. 23, comma 4, l'impianto di acquacoltura può essere realizzato purché non vi sia l'asportazione del terreno proveniente dagli scavi", solleva questione di legittimità costituzionale, in riferimento agli articoli 3, 41 e 117 della Costituzione, del menzionato art. 23, comma 4, della legge della Regione Veneto 28 aprile 1998, n. 19 (Norme per la tutela delle risorse idrobiologiche e della fauna ittica e per la disciplina dell'esercizio della pesca nelle acque marittime ed interne della Regione Veneto), nella parte in cui dispone che, in attesa di una disciplina specifica in materia di acquacoltura, nella realizzazione di nuovi impianti non è consentita l'esportazione dei materiali di risulta provenienti dalle relative escavazioni. Il remittente rileva che la disposizione applicabile nel giudizio principale contiene un refuso e che la parola "esportazione" deve invece essere letta "asportazione"; e ciò sulla base del criterio ermeneutico costituito dalla intenzione del legislatore, che, nel caso di specie, non sarebbe tanto quella di vietare "l'esportazione" del materiale di risulta degli scavi, quanto piuttosto quella di impedire che i materiali stessi formino oggetto di commercio al di fuori dei limiti propri dell'attività di cava. Ciò premesso, il giudice a quo ritiene che la disposizione censurata sia in contrasto con l'art. 41 della Costituzione, in quanto dalla sua applicazione potrebbe derivare la impossibilità di realizzare un impianto di acquacoltura tutte le volte in cui il materiale scavato per la costruzione delle vasche non possa essere in alcun modo collocato nell'ambito del medesimo appezzamento di terreno ovvero lo possa essere solo con grave detrimento e danno per le restanti attività agricole che sullo stesso vengano esercitate. Una siffatta limitazione della iniziativa economica privata, osserva il remittente, non risponderebbe ad alcuno dei limiti previsti dall'art. 41 della Costituzione, e in particolare a quello della utilità sociale, posto che il divieto di asportazione sarebbe finalizzato solo a contrastare intenti fraudolenti ravvisati a priori, senza richiedere che essi siano desumibili da elementi concreti. La medesima disposizione, ponendo significativi vincoli all'attività privata, contrasterebbe, poi, ad avviso del remittente, con l'art. 3 della Costituzione per la mancanza di proporzione del divieto rispetto all'obiettivo avuto di mira, e con l'art. 117 della Costituzione, che non consentirebbe alla legislazione regionale di intervenire nell'ambito privatistico. Il remittente conclude affermando di ritenere che la natura transitoria della disposizione censurata non privi di rilevanza la questione, la cui soluzione è indispensabile per la decisione del giudizio principale. 2. - Si è costituita la parte privata del giudizio principale, la quale, condividendo le argomentazioni della ordinanza di rimessione, ha chiesto che la questione venga accolta nei termini prospettati dal giudice a quo. 3. - È intervenuta la Regione Veneto e ha chiesto che la questione sia dichiarata non fondata. La difesa della Regione contesta innanzitutto l'interpretazione correttiva fatta propria dal remittente, giacché il termine "esportazione" dovrebbe essere interpretato non nel suo significato commercial-civilistico di vendita di un prodotto fuori del territorio dello Stato, ma nel suo significato etimologico di "portare fuori" dal terreno di pertinenza, cioè dall'area su cui insiste l'azienda, i materiali provenienti dall'escavazione. Si tratterebbe, ad avviso della difesa della Regione, di una interpretazione conforme all'art. 117 della Costituzione, giacché entrambe le materie nelle quali potrebbe farsi rientrare la disposizione censurata (pesca e/o agricoltura) appartengono alla competenza concorrente delle Regioni. La difesa della Regione si diffonde poi sulla normativa regionale in tema di acquacoltura, rilevando che quest'ultima, nonostante sia spesso disciplinata come materia attinente alla pesca, possiede invece forti correlazioni con l'attività agricola: essa comporta infatti, nella maggior parte dei casi, rilevanti movimenti di terra ed escavazioni che, se lasciati alla libera iniziativa dei privati, potrebbero recare grave nocumento all'ambiente, una volta che l'impianto non fosse realizzato ovvero venisse dismesso o abbandonato. Per questa ragione, prosegue la difesa regionale, le opere e gli scavi relativi a tali impianti sono soggetti a concessione edilizia, la quale può essere rilasciata unicamente per i terreni agricoli e nei limiti di un rapporto di copertura pari al 50 per cento del fondo di proprietà o del quale si ha la disponibilità, al fine di consentire un coerente inserimento dell'impianto nel contesto produttivo primario del territorio ed un facile e tempestivo recupero ambientale. La Regione Veneto, quindi, dopo aver ricordato che una precedente legge regionale aveva disposto la sospensione del rilascio delle concessioni per nuovi impianti di acquacoltura, ad eccezione di quelli realizzati fuori terra, al fine di evitare che, simulando la realizzazione di vasche di allevamento, si ponesse in essere un'attività di cava al di fuori di ogni autorizzazione e dopo aver riconosciuto che la normativa in materia di cave si è rivelata di facile elusione, ritiene che l'attuale disciplina della costruzione e dell'esercizio di impianti di acquacoltura contemperi la libertà di iniziativa economica privata con le primarie esigenze di tutela ambientale e con quella di evitare coltivazioni abusive di cave. La disposizione censurata non contrasterebbe allora con l'art. 41 della Costituzione, dal momento che è proprio l'art. 41 a prevedere che la libertà di iniziativa economica possa essere limitata per ragioni di utilità sociale e a consentire l'apposizione di limiti allo sfruttamento del suolo onde evitare arbitrî.