[pronunce]

e ritenuta la rilevanza della questione medesima, «in quanto le disposizioni impugnate dovrebbero trovare immediata applicazione al giudizio» - osserva che le disposizioni transitorie della legge n. 46 del 2006 «nulla dicono sulla ammissibilità dell'appello proposto dalla parte civile»; e che – seppure si dovesse ritenere «immediatamente applicabile» il disposto dell'art. 6 della novella del 2006, che ha modificato l'art. 576 cod. proc. pen. – non verrebbe risolto il problema, alla luce del principio di tassatività dei mezzi di impugnazione, di quale debba essere il mezzo di impugnazione nel caso di specie: se, cioè, l'appello o il ricorso per cassazione; che - a parere del giudice a quo - la prima soluzione «determinerebbe una palese ed irragionevole disparità di trattamento tra la pretesa privata e la pretesa pubblica, in quanto la parte civile sarebbe abilitata a proporre appello, per fini civilistici, avverso sentenze che il P.M. per fini penali non può appellare»; mentre, optando per la seconda soluzione, si porrebbe il problema di una conversione dell'impugnazione in ricorso per cassazione non disciplinata in via transitoria, ciò che «non consentirebbe alla parte di modulare i parametri in funzione dei poteri del giudice di legittimità»; che ciò si tradurrebbe sia in una violazione dell'art. 3 Cost., per intrinseca irragionevolezza e disparità di trattamento, quanto in un contrasto con il disposto dell'art. 111, settimo comma, Cost., «perché sarebbe precluso il potere di ricorrere in Cassazione per violazione di legge, nelle corrette forme previste»; che, con ordinanza dell'8 maggio 2006 (r.o. n. 460 del 2006), la Corte d'assise d'appello di Venezia ha sollevato questione di legittimità costituzionale, in via principale, dell'art. 10, comma 1, della legge n. 46 del 2006, in riferimento agli artt. 3, 24 e 111 Cost., «nella parte in cui prevede l'applicazione della nuova disciplina anche all'appello proposto dalla parte civile avverso la sentenza di proscioglimento pronunciato nel giudizio, già pendente all'atto della sua entrata in vigore»; ed, in via subordinata, del medesimo art. 10, commi 2 e 3, in riferimento agli artt. 3 e 111 Cost., «nella parte in cui non prevedono la loro applicazione anche all'appello proposto dalla parte civile contro una sentenza di proscioglimento»; che la Corte rimettente - chiamata a delibare l'appello proposto dalla parte civile avverso una sentenza di assoluzione dai reati di omicidio volontario e detenzione e porto di arma da fuoco, emessa dalla Corte d'assise di Treviso - muove dalla constatazione che, in esito all'entrata in vigore della novella n. 46 del 2006, risulterebbe non più ammesso, nel rito penale, l'appello della parte civile avverso le sentenze dibattimentali di proscioglimento: e ciò sulla base di argomentazioni del tutto analoghe a quelle sviluppate dalle altre Corti rimettenti nelle ordinanze sopra richiamate; che, allo stesso modo, la Corte d'assise d'appello di Venezia ritiene che l'art. 10, commi 2 e 3, della legge n. 46 del 2006 non si applichi alla parte civile, la quale, pertanto, potrebbe essere ammessa a proporre ricorso per cassazione solo in forza del disposto dell'ultimo comma dell'art. 568 cod. proc. pen. ; che – a giudizio della Corte rimettente – mentre l'eliminazione “a regime” del potere di impugnazione in capo alla parte civile non porrebbe alcun problema di compatibilità costituzionale, proprio con riferimento alla citata disciplina transitoria verrebbe in evidenza un profilo di disarmonia con alcuni principi della Carta fondamentale; che, infatti, «la retroattività dell'inammissibilità dell'appello, già tempestivamente e ritualmente proposto», configurerebbe una violazione del diritto di difesa della parte danneggiata garantito dall'art. 24 Cost.; infatti – mentre l'abolizione dell'appello per i nuovi processi lascerebbe alla parte danneggiata la piena valutazione circa il rapporto tra vantaggi ed inconvenienti derivanti dall'esercizio dell'azione civile nel processo penale – la disciplina contenuta nel comma 1 dell'art. 10 «confisca di fatto il diritto di azione già esercitato, vanificandolo senza rimedi e senza alcuna ragionevolezza»: così violando anche il disposto dell'art. 3 Cost., in relazione alla considerazione che la medesima azione, «se proposta nella sede civile, avrebbe tranquillamente potuto essere coltivata ulteriormente»; che, quanto alla questione prospettata in via subordinata, la Corte rimettente evidenzia come, per la parte civile, la forzata conversione dell'appello in ricorso - conseguente alla mancanza di una disciplina transitoria applicabile all'impugnazione proposta da tale parte processuale - senza la possibilità di “emendare”, in alcun modo, gli aspetti formali e sostanziali dell'atto di impugnazione, si tradurrebbe «in una sostanziale espropriazione del diritto di difesa dell'appellante»; che la disciplina censurata determinerebbe, sotto tale profilo, una irragionevole disparità di trattamento tra pubblico ministero e imputato, da un lato, e parte civile, dall'altro; con conseguente violazione tanto del principio di eguaglianza di cui all'art. 3, quanto di quello della parità delle parti sancito dall'art. 111 Cost.; che in tutti i giudizi è intervenuto il Presidente del Consiglio di ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, concludendo per l'inammissibilità o, comunque, per la manifesta infondatezza delle questioni; che la difesa erariale assume, infatti, che il dubbio di costituzionalità originerebbe da un errato presupposto ermeneutico: vale a dire, che la disciplina introdotta con la legge n. 46 del 2006 avrebbe privato la parte civile della possibilità di appellare la sentenza di proscioglimento; che, viceversa, l'art. 6 della legge citata si sarebbe limitato ad eliminare l'inciso contenuto nel testo originario («con il mezzo previsto per il pubblico ministero»), coerentemente con la scelta di limitare drasticamente la possibilità del pubblico ministero e dell'imputato di appellare contro le sentenze di proscioglimento; ma non avrebbe tuttavia pregiudicato, in alcun modo, l'esperibilità di tale rimedio, evidentemente ai soli effetti civili, dalla parte civile; e ciò sarebbe confermato anche dalla permanenza, nel sistema, di una norma come l'art. 600, comma 1, cod. proc. pen. , che il legislatore della novella non avrebbe inteso abrogare ed il cui contenuto presupporrebbe, evidentemente, la permanenza del potere di appello della parte civile; che l'Avvocatura deduce altresì l'inammissibilità delle questioni, sotto il profilo della mancata esplorazione – da parte dei giudici rimettenti – di una diversa possibilità ermeneutica, circa il presupposto interpretativo su cui si fonda la questione: ciò anche in ragione di uno degli orientamenti della Corte di cassazione, che afferma il perdurante potere di impugnazione in capo alla parte civile;