[pronunce]

Considerato che il Giudice di pace di Vasto, con l'ordinanza indicata in epigrafe, ha sollevato – in riferimento agli articoli 3 e 27 della Costituzione – questione di legittimità costituzionale dell'articolo 213, comma 2-sexies (comma introdotto dall'art. 5-bis, comma 1, lettera c, numero 2, del decreto-legge 30 giugno 2005, n. 115, recante «Disposizioni urgenti per assicurare la funzionalità di settori della pubblica amministrazione», nel testo risultante dalla relativa legge di conversione 17 agosto 2005, n. 168), del decreto legislativo 30 aprile 1992, n. 285 (Nuovo codice della strada), nella parte in cui prevede che è «sempre disposta la confisca in tutti i casi in cui un ciclomotore o un motoveicolo sia stato adoperato per commettere una delle violazioni amministrative di cui agli articoli 169, commi 2 e 7, 170 e 171, o per commettere un reato»; che il remittente censura la norma suddetta nel testo anteriore a quello modificato dall'art. 2, comma 169, del decreto-legge 3 ottobre 2006, n. 262 (Disposizioni urgenti in materia tributaria e finanziaria), comma aggiunto dall'art. 1, comma 1, della relativa legge di conversione 24 novembre 2006, n. 286, e cioè nella parte in cui prevede (o meglio, prevedeva) la confisca di ciclomotori e motoveicoli quale sanzione accessoria che colpisce anche le infrazioni amministrative di cui agli artt. 169, commi 2 e 7, 170 e 171 del codice della strada; che la questione è rilevante, atteso che il giudice a quo muove dal corretto (ed adeguatamente motivato) presupposto di dover decidere la controversia devoluta al suo esame facendo applicazione della norma suddetta nel suo testo originario; che la questione è, però, manifestamente infondata, alla luce di quanto affermato da questa Corte nell'ordinanza n. 125 del 2008, nonché ribadito nell'ordinanza n. 196 del 2008; che – come osservato nelle ordinanze testé menzionate – risulta, prima facie, non fondata la dedotta violazione dell'art. 27 Cost., essendo la giurisprudenza costituzionale costante nell'affermare «che il parametro costituzionale suddetto si riferisce esclusivamente alle sanzioni penali e non pure a quelle amministrative» (ordinanze n. 125 e n. 196 del 2008); che, del pari, in entrambe le pronunce di questa Corte sopra richiamate, si è sottolineata l'esistenza di «una adeguata ragione giustificativa» a fondamento della scelta del legislatore di «reprimere più intensamente, mediante l'irrogazione anche della sanzione accessoria della confisca del mezzo, oltre che di quella pecuniaria», sia «l'infrazione consistente nell'inosservanza dell'obbligo di indossare il casco protettivo (posta in essere dal conducente di un veicolo a due ruote o da eventuali passeggeri trasportati a bordo dello stesso)», sia quelle altre infrazioni – tra le quali anche quella oggetto del giudizio principale – che condividono, con la prima, «la medesima funzione di prevenire i rischi specifici derivanti da quegli incidenti nei quali risultino coinvolti veicoli a due ruote»; che, difatti, si è «ritenuto di identificare la ratio legis della più accentuata risposta punitiva» – stabilita per le infrazioni de quibus «attraverso la previsione della sanzione accessoria della confisca» del mezzo – «nella necessità di prevenire i rischi specifici conseguenti alla utilizzazione dei veicoli a due ruote», precisandosi, così, che le «misure dirette ad attenuare le conseguenze che possano derivare dai traumi prodotti da incidenti, nei quali siano coinvolti motoveicoli» risultano dettate da esigenze tali da non far reputare irragionevolmente limitatrici della «estrinsecazione della personalità» il più severo trattamento sanzionatorio, previsto dal testo originario dell'art. 213, comma 2-sexies, del codice della strada, per le violazioni amministrative di cui agli artt. 169, commi 2 e 7, 170 e 171 del medesimo codice (ordinanze n. 196 e n. 125 del 2008); che, del pari, si è esclusa l'irragionevolezza della scelta legislativa di far gravare la sanzione della confisca «anche sul proprietario del mezzo che non sia il responsabile dell'infrazione stradale», ribadendo quella consolidata affermazione della giurisprudenza costituzionale secondo cui «la responsabilità del proprietario di un veicolo per le violazioni commesse da chi si trovi alla guida costituisce, nel sistema delle sanzioni amministrative previste per le violazioni delle norme relative alla circolazione stradale, un principio di ordine generale», principio destinato ad operare in riferimento tanto alla sanzione pecuniaria principale quanto a quelle accessorie, salvo che queste ultime non presentino contenuto «afflittivo personale», tale non essendo, però, il caso della confisca «giacché essa mantiene i suoi effetti in un ambito puramente “patrimoniale”» (ordinanze n. 196 e n. 125 del 2008); che quanto, poi, alle asserite disuguaglianze, che deriverebbero dalla prevista irrogazione della sanzione suddetta soltanto in caso di infrazioni commesse attraverso l'uso di ciclomotori o motoveicoli, questa Corte ha ribadito come ogni iniziativa volta a superarle «non potrebbe che spettare al legislatore», stante, comunque, l'ampia discrezionalità che caratterizza la scelta di «rimodellare il sistema della confisca, stabilendo alcuni canoni essenziali al fine di evitare che l'applicazione giudiziale della sanzione amministrativa produca disparità di trattamento» (così, nuovamente, le ordinanze n. 196 e n. 125 del 2008); che è, infine, manifestamente infondata anche la censura – tra le varie prospettate dall'odierno rimettente – che presenta carattere di novità, rispetto a quelle già prese in esame da questa Corte con le citate ordinanze n. 196 e n. 125 del 2008; che, difatti, l'ipotizzata disparità di trattamento – derivante dalla circostanza che la sanzione prevista dal testo originario dell'art. 213, comma 2-sexies, del codice della strada, pur «a fronte di una identica fattispecie astratta», si applica soltanto a coloro che hanno subìto l'accertamento di taluna delle infrazioni stradali di cui agli artt. 169, commi 2 e 7, 170 e 171 del medesimo codice, prima della modifica introdotta alla norma censurata dal già più volte citato ius superveniens costituito dall'art. 2, comma 169, de d.l. n. 268 del 2006 – non costituisce affatto una evenienza patologica, bensì – come rilevato, tra l'altro, dallo stesso remittente – l'effetto tipicamente riconducibile alla vigenza del principio sancito dall'art. 1 delle legge 24 novembre 1981, n. 689 (Modifiche al sistema penale), in forza del quale le leggi che prevedono sanzioni amministrative «si applicano soltanto nei casi e per i tempi in esse considerati».