[pronunce]

ORDINANZA ha pronunciato la seguentenel giudizio di legittimità costituzionale dell'art. 43, secondo comma, della legge 10 aprile 1954, n. 113 (Stato degli ufficiali dell'Esercito, della Marina e dell'Aeronautica), promosso con ordinanza del 12 maggio 2004 dal Tribunale amministrativo regionale del Lazio sul ricorso proposto da Antonio Mele contro il Ministero della difesa, iscritta al n. 703 del registro ordinanze 2004 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 36, prima serie speciale, dell'anno 2004. Visto l'atto di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri; udito nella camera di consiglio del 26 ottobre 2005 il Giudice relatore Paolo Maddalena. Ritenuto che con ordinanza del 12 maggio 2004 il Tribunale amministrativo regionale del Lazio – nel corso di un giudizio avente ad oggetto l'impugnazione del provvedimento con il quale l'Amministrazione della difesa aveva respinto l'istanza di riammissione in servizio di un ex tenente dell'Esercito, cessato a domanda dal servizio permanente effettivo – ha sollevato, in riferimento agli articoli 3 e 97 della Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell'art. 43, secondo comma, della legge 10 aprile 1954, n. 113 (Stato degli ufficiali dell'Esercito, della Marina e dell'Aeronautica), nella parte in cui non prevede che l'Amministrazione della difesa possa riassumere in servizio l'ufficiale cessato a domanda dal servizio permanente effettivo e collocato in congedo; che il remittente osserva che l'art. 132 del d.P.R. 10 gennaio 1957, n. 3 (Testo unico delle disposizioni concernenti lo statuto degli impiegati civili dello Stato), là dove disciplina l'istituto della riammissione in servizio dei dipendenti civili dello Stato, non trova applicazione nei confronti dei militari; che, ad avviso del Tribunale remittente, la mancanza di una normativa disciplinante la riammissione in servizio dell'ufficiale volontariamente congedatosi dalle Forze armate rinviene la sua ratio nel radicamento in convinzioni storicamente risalenti, che valorizzavano le motivazioni morali ed ideali dell'ingresso nella carriera direttiva militare come scelta definitiva di vita; ma, mutato tale scenario culturale ed innovato profondamente l'assetto ordinamentale dell'istituzione in forza di una molteplicità di interventi legislativi successivi (fra i quali il giudice a quo annovera l'art. 3, comma 57, della legge 24 dicembre 2003, n. 350, modificato ed integrato dal decreto-legge 16 marzo 2004, n. 66, convertito in legge, con modificazioni, dalla legge 11 maggio 2004, n. 126), la volontarietà della scelta dell'interessato (di congedarsi dalle Forze armate) non giustificherebbe più il divieto di riammissione in servizio; che, ad avviso del remittente, l'art. 43, secondo comma, della legge n. 113 del 1954, fondandosi su una presunzione di assoluta irreversibilità della situazione nascente dal congedamento, su base volontaria, dell'ufficiale, sarebbe priva di razionalità, in quanto, ingiustificatamente, priverebbe l'Amministrazione della difesa della possibilità di valutare, in sintonia col prevalente interesse pubblico affidato alla sua tutela, se riammettere o meno in servizio l'ufficiale cessato a domanda dal servizio permanente effettivo; che la norma denunciata contrasterebbe anche con il principio di buon andamento (art. 97 della Costituzione), perché non consentirebbe la riammissione in servizio neppure nei casi in cui quest'ultima sia suscettibile di soddisfare esigenze permanenti ed istituzionali della pubblica amministrazione; che nel giudizio dinanzi alla Corte è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, concludendo per l'inammissibilità o comunque per l'infondatezza della questione; che la difesa erariale esclude che la riammissione in servizio del pubblico dipendente, disciplinata dall'art. 132 del d.P.R. n. 3 del 1957, sia espressione di un principio generale dei rapporti di pubblico impiego, applicabile, in quanto tale, anche ai rapporti di impiego degli ufficiali dell'Esercito, e ritiene che non sarebbe possibile estendere a tali ufficiali le disposizioni in materia di riammissione in servizio previste per gli ufficiali della Guardia di finanza (art. 39 del decreto legislativo 19 marzo 2001, n. 69) e per il personale non direttivo e non dirigenziale della Guardia di finanza (art. 68 del decreto legislativo 12 maggio 1995, n. 199) e dell'Arma dei Carabinieri (art. 8 del decreto legislativo 12 maggio 1995, n. 198), tanto più che queste norme speciali subordinano la riammissione in servizio del personale militare a varie condizioni; che, data l'ampiezza delle possibili opzioni normative atte a disciplinare compiutamente l'intera materia della riammissione in servizio degli ufficiali dell'Esercito, il vuoto legislativo individuato dal giudice a quo non potrebbe essere colmato da un intervento additivo della Corte costituzionale, ma soltanto da quello del legislatore ordinario, l'unico a godere di un tale potere discrezionale nella scelta delle soluzioni adottabili; che, secondo la difesa erariale, la ratio della mancata previsione della riammissione in servizio non sarebbe superata a seguito dei mutamenti culturali sopravvenuti: proprio in base alle recenti riforme, infatti, lo strumento militare, oltre al compito prioritario della difesa dello Stato, ha altresì quello di operare al fine della realizzazione della pace e della sicurezza mediante la partecipazione a missioni anche multinazionali (come prevedono l'art. 1 della legge 14 novembre 2000, n. 331 e l'art. 1 del decreto legislativo 28 novembre 1997, n. 464), il che dimostrerebbe come alla base della scelta di intraprendere la carriera militare vi sarebbero ancora particolari motivazioni ideali; che, inoltre, la mancata previsione della possibilità di riassumere l'ufficiale dimessosi si giustificherebbe in considerazione del processo di riduzione degli organici delle Forze armate, previsto dall'art. 3 della legge n. 331 del 2000, la quale contempla il transito del personale in esubero nei ruoli di altre amministrazioni. Considerato che la questione di legittimità costituzionale investe l'art. 43, secondo comma, della legge 10 aprile 1954, n. 113 (Stato degli Ufficiali dell'Esercito, della Marina e dell'Aeronautica), nella parte in cui – disciplinando la cessazione volontaria dell'ufficiale dal servizio permanente – non prevede che l'Amministrazione della difesa possa riammettere in servizio l'ufficiale cessato a domanda dal servizio permanente effettivo e collocato in congedo, ed è posta in riferimento agli articoli 3 e 97 della Costituzione, ritenendosi contrastante con il principio di ragionevolezza e con quello di buon andamento l'assoluta irreversibilità della situazione nascente dalla volontaria cessazione dal servizio;