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Estensione alle vittime del dovere e della criminalità organizzata dei benefici riconosciuti alle vittime del terrorismo. Onorevoli Senatori. -- Le nostre istituzioni, sulle quali si erge la struttura democratica del nostro Paese, nel corso dei decenni successivi alla loro nascita hanno potuto espletare la propria missione e tutelare i più alti presidi valoriali, cui la comunità nazionale si è ispirata per garantirsi progresso sociale, morale ed economico, grazie al contributo prezioso di quanti hanno impedito che derive criminali potessero nuocere, se non addirittura minare, le fondamenta dello Stato stesso. Il baluardo difensivo eretto per contenere il dilagare di patologie deprecabili quali, tra le altre, il terrorismo, nelle sue variegate matrici -- «nero», «rosso» -- e la criminalità organizzata, variamente caratterizzata nelle sue manifestazioni più gravi, secondo le tipicità d'origine, ha richiesto la consumazione di un sacrificio abnorme, in termini di vite umane, di drammi esistenziali e di sofferenze familiari. La gratitudine e lo spirito di solidarietà degli italiani, consci dell'imprescindibile opera di «servizio» resa da quanti hanno assicurato alla comunità la preservazione delle libertà fondamentali, si sono tradotti, nel tempo, in fattive iniziative normative contemplanti provvidenze economiche e di altra natura, tutte a titolo ristoratore di patiti danni, per le vittime di atti criminali. La legislazione di settore, che ha cercato di dare risposte concrete alle tante legittime istanze di riconoscimento di merito da parte di chi ha subito gravi patimenti nell'encomiabile esercizio dei propri doveri a difesa della legalità, è ampia e variegata. In questa stratificazione normativa, purtroppo disarmonica, ci troviamo oggi in una situazione che vede i servitori dello Stato e i loro familiari «raggruppati», per così dire, in definite categorie di riferimento a seconda delle peculiarità dei fenomeni criminosi che hanno dato origine agli eventi dannosi a loro carico. Si sono dunque definite tre distinte «classi» di vittime ed esattamente quelle del «terrorismo», della «criminalità organizzata» e del «dovere», cui sono state attribuite specifiche provvidenze di varia natura. Il processo di attribuzione di particolari misure di ristoro, per le finalità suindicate, tuttavia, ha conosciuto uno sviluppo tale da determinare sperequazioni tra le diverse «figure» di vittime, determinando una inspiegabile quanto ingiusta differenziazione di «classe». Infatti, seguendo il percorso storico della normazione di favore si può leggere come la categoria originaria delle «vittime del dovere» di cui al regio decreto-legge 13 marzo 1921, n. 261, sia stata prima affiancata, con la legge 13 agosto 1980, n. 466, dalla categoria delle «vittime del terrorismo» e delle «vittime della criminalità organizzata», per poi essere -- per così dire -- sorpassata in termini di tutela con la legge 3 agosto 2004, n. 206, fino a giungere al processo inverso di progressiva estensione, alla «primigenia» categoria, dei particolari benefici riconosciuti alle altre categorie (legge 23 dicembre 2005, n. 266). Invero, proprio l'evidente disomogeneità di trattamento tra soggetti, tutti egualmente attratti alla medesima e oggettiva sfera del dolore, per l'aver subito danni anche mortali a causa di eventi delittuosi, ma non tutti appartenenti alla specifica categoria delle «vittime del terrorismo», forma di giuridica contemplazione per l'attribuzione di particolari benefici, ha determinato la nascita di associazioni a tutela delle legittime aspirazioni perequative e per la conseguente promozione di iniziative parlamentari con fini di equo riconoscimento di pari dignità e trattamento. È in tal modo che sono state riconosciute degne di progressiva estensione di taluni benefici già attribuiti alle «vittime del terrorismo» anche le «vittime della criminalità organizzata» e le «vittime del dovere». Ad oggi, tuttavia, permane una inammissibile sperequazione, che non può essere condivisibile sotto il profilo giuridico, né sotto il profilo etico e il cui esito appare evidente considerando solo alcune delle situazioni conseguenti dallo stato della normativa: a) il magistrato, l'appartenente alle Forze di polizia o armate, se reso gravemente invalido da atto terroristico, consegue il diritto al pensionamento immediato con un trattamento di quiescenza esente da imposta sul reddito delle persone fisiche, differentemente dal caso in cui l'evento delittuoso e lesivo, producente analoghe conseguenze psico-fisiche, sia arrecato da un qualsiasi delinquente o da un soggetto legato alla criminalità organizzata; b) il poliziotto, il carabiniere ed il finanziere se resi invalidi per mano criminale non possono ottenere l'incremento della retribuzione pensionabile di una quota del 7,5 per cento, a differenza dei loro stessi colleghi sacrificatisi nel contrasto alla criminalità terroristica; c) l'invalido riconosciuto «vittima del dovere» e i familiari superstiti, se da un lato ottengono il riconoscimento normativo del diritto al beneficio degli assegni vitalizi, dall'altro riscontrano che l'importo corrisposto è inferiore a quello previsto per le vittime del terrorismo, a causa di interpretazioni restrittive della norma, che pure sono ripudiate in ogni sede giudiziaria in caso di ricorso, ma che continuano ad essere sostenute strenuamente. Nel tempo, si sono susseguite distinte iniziative parlamentari, quali disegni di legge, interrogazioni parlamentari, ordini del giorno, tesi a rimuovere le inaccettabili sperequazioni in essere, ma mai giunti a buon fine. Il principio di progressiva estensione alle vittime del dovere e loro equiparati dei benefici già previsti in favore delle vittime del terrorismo e della criminalità organizzata, è stato definito dall'articolo 1, comma 562, della legge 23 dicembre 2005, n. 266. Nel dicembre 2008, dando seguito all'impegno assunto in sede di approvazione dell'ordine del giorno 9/1713/26, approvato dalla Camera dei deputati il 13 novembre 2008, è stato istituito, presso la Presidenza del Consiglio dei ministri, un tavolo tecnico avente la specifica missione di portare a compimento, entro il 2010, il processo di equiparazione tra le vittime. Tuttavia, a distanza di 6 anni dalla lodevole, ma inefficace misura, il processo equiparativo non ha subito avanzamento alcuno come emerge, in palese quanto sconfortante evidenza, nella «Relazione sullo stato dei lavori per l'attuazione della normativa in materia di vittime del dovere» licenziata il 27 settembre 2012 dal Dipartimento per il coordinamento amministrativo della Presidenza del Consiglio dei ministri.