[pronunce]

Considerato che tutte le ordinanze di rimessione dubitano, con riferimento a parametri in parte coincidenti, della legittimità costituzionale delle disposizioni del codice di procedura civile che regolano il procedimento di opposizione agli atti esecutivi e della mancata previsione dell'obbligo di astensione del giudice dell'esecuzione chiamato a conoscere dell'opposizione agli atti esecutivi, e che per tale motivo i giudizi di legittimità costituzionale devono essere riuniti per essere decisi con unico provvedimento; che tutti i rimettenti hanno pronunciato, quali giudici dell'esecuzione, i provvedimenti che sono oggetto delle opposizioni delle parti nei giudizi a quibus, e che da tale circostanza essi desumono la violazione delle norme costituzionali indicate nelle ordinanze, e precisamente degli artt. 3, 24, primo comma, 25, 101, secondo comma, 104, primo comma, e 111, secondo comma, della Costituzione; che tutti i giudici a quibus - preso atto del diritto vivente rappresentato da una consolidata giurisprudenza della Corte di cassazione, secondo cui non sussistono i presupposti per l'astensione dei rimettenti ai sensi dell'art. 51, primo comma, n. 4, cod. proc . civ. , non essendo l'opposizione un diverso grado di un unico processo, ma un processo di cognizione che si inserisce nel processo esecutivo - ritengono che le disposizioni censurate contrastino con il principio costituzionale del giusto processo perché nel giudice che ha emesso il provvedimento oggetto dell'opposizione vi sarebbe la c.d. “forza della prevenzione”, qui rappresentata dalla circostanza dell'avere il giudice dell'opposizione già esaminato la medesima res judicanda quale giudice dell'esecuzione; che la Corte ha ripetutamente affermato che il principio di imparzialità-terzietà della giurisdizione ha pieno valore costituzionale, ma che non possono applicarsi al processo civile ed ai processi amministrativi e tributari i principi elaborati con riferimento al processo penale, e segnatamente alle incompatibilità di cui all'art. 34 del codice procedura penale, diverse essendo natura, struttura e funzione del processo penale, nel quale sussistono i principi dell'obbligatorietà dell'azione in capo ad un organo pubblico, l'indisponibilità della stessa, l'indefettibilità della pronuncia del giudice (sentenze n. 326 del 1997, n. 51 del 1998, n. 363 del 1998 e, da ultimo, n. 78 del 2002); che questa Corte ha anche stabilito che il processo civile, informato all'operatività del principio dispositivo, si svolge su un piano di parità delle parti secondo il principio del contraddittorio e che il convincimento del giudice subisce di regola la mediazione dell'impulso delle parti (fra le molte, sentenze n. 326 del 1997, n. 51 del 1998, e ordinanza n. 356 del 1997); che tali principi, ripetutamente affermati in numerose pronunce di questa Corte riguardanti il processo civile e quello amministrativo (fra le molte, ordinanze n. 126 del 1998, n. 304 del 1998, n. 168 del 2000, n. 220 del 2000, n. 167 del 2001), vanno confermati nel caso dell'opposizione agli atti esecutivi, regolata dagli artt. 617 e 618 cod. proc. civ. , non essendovi identità di res judicanda tra il processo esecutivo e l'eventuale causa di opposizione, né trattandosi di un'impugnazione in senso proprio, dal momento che il giudice dell'opposizione agli atti esecutivi, anche quando l'atto oggetto di opposizione è costituito da un provvedimento del giudice dell'esecuzione, giudica in un processo a cognizione piena, nel contraddittorio delle parti, sulle cui domande ed eccezioni deve in ogni caso pronunciarsi; che, esclusa ogni violazione degli artt. 24 e 111, secondo comma, Cost., va osservato che infondata risulta anche la violazione dell'art. 3 Cost. indicato nell'ordinanza del Tribunale di Caltagirone, essendo i profili dimensionali ed organizzativi degli uffici giudiziari estranei al parametro di legittimità costituzionale invocato, risolvendosi essi in constatazioni di mero fatto; che nessuna attinenza alla fattispecie hanno gli altri parametri indicati dai giudici a quibus in riferimento agli artt. 25, 101 e 104 Cost., non venendo in alcun rilievo, nei casi in esame, questioni relative alla precostituzione del giudice o alla sua soggezione solo alla legge, e tanto meno all'indipendenza dell'ordine giudiziario; che tutte le questioni di legittimità costituzionale sollevate dalle ordinanze in esame sono quindi manifestamente infondate sotto ogni profilo. Visti gli artt. 26, secondo comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87, e 9, secondo comma, delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale.. . per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE riuniti i giudizi, dichiara la manifesta infondatezza delle questioni di legittimità costituzionale degli artt. 51, primo comma, n. 4, 617, secondo comma, e 618 del codice di procedura civile, sollevate, in riferimento agli artt. 3, 24, primo comma, 25, 101, secondo comma, 104, primo comma, e 111, secondo comma, della Costituzione, dal Tribunale di Taranto, dal Tribunale di Caltagirone, sezione distaccata di Grammichele, e dal Tribunale di Caltagirone con le ordinanze in epigrafe. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 20 novembre 2002. F.to: Cesare RUPERTO, Presidente Fernanda CONTRI, Redattore Giuseppe DI PAOLA, Cancelliere Depositata in Cancelleria il 28 novembre 2002. Il Direttore della Cancelleria F.to: DI PAOLA