[pronunce]

che, "stante la struttura normativa del dibattimento", ad avviso dell'Avvocatura è "plausibile che il legislatore si sia posto il problema, nel caso di (erronea) pronuncia di primo grado sulla improcedibilità, di assicurare, in secondo grado, lo sviluppo del "merito" della causa [...], prevedendo appunto una sostanziale deroga alle regole generali sul giudizio di appello che, nel caso censurato, si svolge con una pienezza di poteri cognitivi altrimenti sconosciuta a quel giudice"; che con successiva memoria la parte privata, replicando alle argomentazioni esposte nell'atto di intervento dell'Avvocatura dello Stato, ha sottoposto a critica l'interpretazione data alla sentenza n. 41 del 1965 di questa Corte, che avrebbe un significato opposto a quello prospettato dall'Avvocatura, e ha contestato il rilievo secondo cui la disciplina in esame sarebbe equiparabile a tutte le altre ipotesi in cui è dichiarata l'improcedibilità dell'azione penale; che, in particolare, la difesa sostiene che l'incostituzionalità della norma censurata discenderebbe proprio dal fatto che non vi sarebbero nel sistema processuale "altri casi in cui l'imputato venga privato [...] di un grado di giudizio senza che ciò dipenda da elementi oggettivi quali ad esempio la gravità del reato o la natura o l'entità della pena inflitta"; che, inoltre, il doppio giudizio di merito è assicurato all'imputato in tutti gli altri casi di declaratoria di improcedibilità, mentre soltanto quando la sentenza è pronunciata non in sede predibattimentale, ma in dibattimento, nella fase delle questioni preliminari, l'imputato perde il diritto al doppio grado di merito e la sentenza di improcedibilità pronunciata dal giudice di primo grado, e poi ritenuta erronea dal giudice di appello, si ritorce ai suoi danni. Considerato che il rimettente dubita della legittimità costituzionale dell'art. 604, comma 6, del codice di procedura penale, nella parte in cui prevede che il giudice d'appello, ove riconosca che il giudice di primo grado ha erroneamente dichiarato l'improcedibilità dell'azione penale, decide nel merito, disponendo, ove necessario, la rinnovazione del dibattimento, anziché rinviare gli atti al medesimo giudice per la celebrazione del giudizio; che la disciplina censurata si porrebbe in contrasto con l'art. 24 della Costituzione, in quanto priva l'imputato del dibattimento di primo grado, precludendogli di avanzare in quella sede le proprie difese di merito, nonché con l'art. 3 Cost., per la irragionevole disparità di trattamento tra imputati, a seconda che la sentenza di improcedibilità venga pronunciata prima della dichiarazione di apertura del dibattimento, con conseguente perdita del giudizio di merito in primo grado, ovvero venga emessa al termine del dibattimento, dopo che la causa è stata discussa nel merito; che l'imputato verrebbe quindi posto di fronte all'alternativa se eccepire in limine al dibattimento la causa di improcedibilità idonea a definire il giudizio, ottenendo subito una sentenza ex art. 129 cod. proc. pen. , ma correndo il rischio, ove la pronuncia venga annullata in appello, di rimanere privato del giudizio di merito in primo grado, ovvero se posticiparne la deduzione in esito al dibattimento per assicurarsi comunque il giudizio di merito in primo grado; che i profili di illegittimità costituzionale prospettati dal rimettente si basano sul presupposto che nella sfera del diritto di difesa sia compreso il diritto alla trattazione della causa nel merito sia in primo grado che in grado di appello; che in relazione alla disposizione dell'art. 522, quarto comma, del codice di procedura penale del 1930, sostanzialmente identica all'art. 604, comma 6, cod. proc. pen. , questa Corte ha avuto occasione di precisare - in una situazione analoga a quella oggetto del presente giudizio, in cui il giudice di primo grado aveva "esaurito la sua funzione unicamente con la decisione di questioni preliminari" ed il merito non era quindi stato "trattato nella sentenza di primo grado" - che il diritto di difesa "è stato assicurato innanzi al giudice di primo grado perché la parte non ha avuto, in quella fase, alcun limite alla discussione del merito; e viene inoltre assicurato innanzi al secondo giudice perché quest'ultimo ha un potere di piena cognizione del merito [...], ed ha anche il potere di rinnovare il dibattimento, così da escutere le ulteriori prove che fossero pertinenti e rilevanti ai fini del migliore risultato di giustizia" (sentenza n. 41 del 1965); che, sulla base di queste premesse, è stato affermato che "non è la doppia istanza che garantisce la completa difesa, ma piuttosto la possibilità di prospettare al giudice ogni domanda ed ogni ragione che non siano legittimamente precluse", e che la garanzia del doppio grado di giurisdizione, che peraltro non ha ricevuto riconoscimento costituzionale, non va intesa, ove prevista dall'ordinamento, nel senso che "tutte le questioni debbono essere decise da due giudici di diversa istanza, ma nel senso che deve essere data la possibilità di sottoporre tali questioni a due giudici di diversa istanza, anche se il primo non le abbia tutte decise" (v., oltre la sentenza sopra citata, ordinanza n. 109 del 1971); che, in virtù di tali principi, dai quali non vi è ragione di discostarsi, anche nel caso sottoposto al giudizio di questa Corte il diritto di difesa dell'imputato non ha subito alcuna lesione, essendo comunque assicurato all'imputato il diritto di difendersi nel merito nel giudizio di appello; che in quella sede, infatti, ove le parti ne facciano richiesta, si dovrà procedere alla rinnovazione del dibattimento, resa necessaria dal fatto che la sentenza di improcedibilità, pronunciata nel caso di specie su istanza della stessa difesa dell'imputato, è intervenuta in limine al dibattimento, prima che le parti private e il pubblico ministero presentassero le rispettive richieste di ammissione delle prove; che la norma censurata non comporta dunque alcuna "incongrua" privazione di un grado di giudizio di merito, in quanto la completa trattazione del merito è assicurata in grado di appello dalla rinnovazione del dibattimento, quando la sentenza di improcedibilità è intervenuta prima che si sia dato corso all'istruzione dibattimentale, ovvero in primo grado, quando la sentenza di improcedibilità è pronunciata in esito all'istruzione dibattimentale e alla discussione sul merito; che in tale ultima ipotesi, infatti, non è consentita una nuova fase di istruzione dibattimentale se non nei ristretti limiti previsti in via generale dall'art. 603 cod. proc. pen. ; che, conseguentemente, risulta priva di fondamento anche la censura di illegittimità costituzionale per la supposta irragionevole disparità di trattamento tra imputati a seconda del momento in cui venga pronunciata la sentenza di improcedibilità; che la questione va pertanto dichiarata manifestamente infondata in riferimento ad entrambi i parametri evocati dal rimettente.. .