[pronunce]

(b) che la giurisprudenza costituzionale richiede una sostanziale corrispondenza di significati tra le opinioni espresse nel corso dell'attività parlamentare e quelle rese extra moenia, ma tale collegamento non dipende «da criteri formali propri dell'atto nel quale l'opinione si manifesta» (sentenza n. 417 del 1999); (c) che, ciò premesso, l'impiego del mezzo televisivo da parte del deputato al fine di esprimere le proprie opinioni è, in linea di principio, riconducibile alla garanzia di cui all'art. 68, primo comma, della Costituzione, salvo verificare l'esistenza dei presupposti che ne giustificano l'applicazione. Sarebbe del resto inimmaginabile, prosegue la Camera, anche alla luce della giurisprudenza costituzionale (sentenze n. 58, n. 56 e n. 11 del 2000), che un impegno contrattuale possa comportare, secondo quanto afferma la ricorrente, «la dismissione automatica della veste di parlamentare». La difesa della Camera dei deputati passa poi ad esporre il contenuto delle opinioni espresse in sede parlamentare dal deputato Sgarbi, ricordando in particolare le dichiarazioni di quest'ultimo, estremamente critiche riguardo all'arresto del Sovrintendente Voza, in occasione della seduta del 17 ottobre 1995 della VII Commissione permanente, all'epoca presieduta dallo stesso on. Sgarbi. La resistente ricorda inoltre la Risoluzione n. 7/00471, di cui l'on. Sgarbi era uno dei cofirmatari, approvata nella stessa Commissione il 19 ottobre 1995, Risoluzione nella quale erano riproposte «pressoché testualmente» le critiche alla condotta della magistratura svolte nella precedente seduta della Commissione. L'Assemblea avrebbe pertanto correttamente riscontrato la piena corrispondenza tra tali atti tipici della funzione parlamentare e le dichiarazioni rese all'esterno della Camera, poiché esse vertono sulla medesima vicenda, proponendone la stessa lettura critica, paventano le stesse deprecabili conseguenze dell'arresto e contengono le stesse formule polemiche. Posta la coincidenza delle affermazioni e la loro corrispondenza con atti tipici della funzione, secondo la Camera dei deputati escludere l'applicazione della garanzia dell'insindacabilità in questo caso condurrebbe a privare il principio in questione di qualunque idoneità a tutelare le opinioni espresse extra moenia dai parlamentari. 2.1. - Con ordinanza in data 17 aprile 2001, emessa nell'ambito di un procedimento civile in grado d'appello vertente tra il deputato Vittorio Sgarbi e Lorenzo Matassa, la società cooperativa a r.l. ANSA e Bruno Caselli, la Corte di appello di Roma, I sezione civile, «ricorre alla Corte costituzionale sollevando conflitto di attribuzione nei confronti della Camera dei deputati e chiede che la Corte costituzionale accerti e affermi che non spetta alla Camera dei deputati dichiarare la insindacabilità ai sensi dell'art. 68, primo comma, della Costituzione delle opinioni espresse dal deputato Vittorio Sgarbi secondo quanto deliberato dalla stessa Camera dei deputati nella seduta del 17 novembre 1999 e annulli, conseguentemente, la predetta deliberazione». La Corte di appello premette che l'on. Sgarbi è appellante avverso la sentenza del Tribunale civile di Roma, con la quale era stato condannato, in solido con l'agenzia ANSA e Caselli, al risarcimento dei danni in favore di Lorenzo Matassa per la diffamazione ravvisata «nelle frasi contenute nella missiva inviata [il 14 ottobre 1995] (...) dallo Sgarbi all'agenzia giornalistica ANSA, da questa comunicate a vari organi di stampa e diffuse sul televideo e su Internet». Nella nota l'on. Sgarbi, commentando la notizia dell'arresto del Sovrintendente ai beni culturali di Siracusa, Giuseppe Voza, aveva affermato: «Quanto è accaduto è aberrante. Un vero crimine contro la cultura. Premesso che il magistrato in questione non ha fatto nulla contro la mafia, nulla contro niente, nulla di nulla (...) ha umiliato un Sovrintendente che ha recuperato centinaia di opere d'arte, promosso scavi importanti, e realizzato a Siracusa un museo straordinario. Così, anziché rendere onore al Sovrintendente Voza per quello che ha fatto lo vanno ad arrestare per una gita in Giappone. Un fatto intollerabile, una violenza contro la cultura tipica di uno spirito e di una mentalità razzista. Umiliare la cultura è nazismo. Bisogna fermare questi magistrati finché si è in tempo». Tali dichiarazioni sono state ritenute insindacabili, ai sensi dell'art. 68, primo comma, della Costituzione, dalla Camera dei deputati, nella seduta del 17 novembre 1999 (atti Camera, doc. IV-quater, n. 88). E benché la deliberazione dell'Assemblea sia stata presa con riferimento a una proposta della Giunta per le autorizzazioni a procedere concernente altro procedimento (pendente presso il Tribunale penale di Caltanissetta), poiché i fatti oggetto del procedimento civile pendente dinanzi alla Corte ricorrente sono gli stessi che formano oggetto del procedimento penale cui fa riferimento la proposta della Giunta, ritiene la Corte di appello che la deliberazione di insindacabilità, investendo il merito dei fatti al suo esame, concerna anche il processo civile che essa è chiamata a definire. Ad avviso della ricorrente, nel caso di specie la Camera avrebbe esercitato illegittimamente il potere attribuitole, avendo affermato arbitrariamente l'esistenza del collegamento funzionale tra le espressioni ritenute in primo grado diffamatorie dal Tribunale e l'attività parlamentare dell'on. Sgarbi, dal momento che le affermazioni di quest'ultimo rappresentano, invece, «meri apprezzamenti personali» espressi nella veste di privato cittadino, onde non è ravvisabile, in relazione ad essi, «uno stretto nesso funzionale» con il mandato e con l'attività parlamentare. Secondo la giurisprudenza costituzionale - prosegue la Corte d'appello, richiamando la sentenza n. 375 del 1997 - la prerogativa dell'insindacabilità non si estende, infatti, a tutti i comportamenti di chi sia membro delle Camere, ma solo a quelli che esprimano «opinioni correlate alla funzione». La delibera adottata dalla Camera sarebbe, pertanto, «lesiva delle attribuzioni» sia del Tribunale di Roma che della Corte ricorrente, in quanto il potere conferito al Parlamento dall'art. 68 della Costituzione sarebbe stato esercitato «in modo distorto, e, quindi, arbitrario»: alla luce delle pronunce della Corte costituzionale sussisterebbero dunque le condizioni per sollevare conflitto di attribuzione essendovi stata «interferenza dell'esercizio del potere conferito alla Camera dei deputati dall'art. 68, primo comma, della Costituzione nelle attribuzioni dell'autorità giudiziaria previste e garantite dall'art. 102 della Costituzione». 2.2. - Il conflitto è stato dichiarato ammissibile da questa Corte con ordinanza n. 37 del 2002. Il ricorso è stato notificato alla Camera dei deputati, unitamente all'ordinanza di ammissibilità, il 4 marzo 2002 ed è stato depositato presso la cancelleria di questa Corte il successivo 12 marzo. 2.3.