[pronunce]

prima dell'intervento della sentenza n. 161 del 1997, dal momento che la collaborazione non può "ritenersi obbligata, scelta necessaria nel rapporto giudiziario e penitenziario" ma si pone come "una scelta libera" della quale, quando possibile, non si possono "conoscere le ragioni del silenzio" e che "potrebbe, comunque, essere sovente non possibile" anche al di fuori delle ipotesi in cui l'inammissibilità ai benefici penitenziari "viene temperata in vario modo, per la previsione diretta della legge" o per la "lettura della stessa da parte della giurisprudenza costituzionale". Considerato che il Tribunale di sorveglianza di Firenze dubita della legittimità costituzionale dell'art. 4-bis comma 1, primo periodo, dell'ordinamento penitenziario, in quanto applicabile anche alla liberazione condizionale, nella parte in cui prevede che il soggetto condannato all'ergastolo per taluno dei delitti ivi indicati, ove non collabori con la giustizia a norma dell'art. 58-ter del medesimo ordinamento, non può essere ammesso al predetto beneficio e rimane quindi privato della possibilità di tornare in libertà, in violazione del principio della funzione rieducativa della pena di cui all'art. 27, terzo comma, della Costituzione; che, in ordine alla rilevanza della questione, ai fini dell'ammissione al beneficio della liberazione condizionale il giudice è tenuto a verificare se si è realizzato il requisito temporale di cui all'art. 176, terzo comma, del codice penale, determinato per i condannati alla pena dell'ergastolo nella misura di ventisei anni di reclusione; che, al riguardo, il rimettente espone che il condannato ha effettivamente espiato circa ventidue anni di reclusione, ai quali andrebbe aggiunto il periodo di quattro anni e sei mesi di pena scontata a titolo di liberazione anticipata ex art. 54, commi 1 e 4, dell'ordinamento penitenziario, ma nello stesso tempo precisa che la condanna ad anni due e mesi sei di reclusione per il delitto di estorsione commesso nel 1993, passata in giudicato nel 1998, "comporterà la verifica della revocabilità o meno di parte della riduzione di pena in relazione alla condanna subita e alla incompatibilità della stessa con il mantenimento del beneficio"; che, in effetti, a norma dell'art. 54, comma 3, dell'ordinamento penitenziario - come integrato dalla sentenza di questa Corte n. 186 del 1995 - la revoca della liberazione anticipata non consegue più automaticamente alla condanna per delitto non colposo commesso nel corso dell'esecuzione della pena, ma è disposta solo se la condotta del soggetto, in relazione alla condanna subita, appare incompatibile con il mantenimento del beneficio; che secondo la giurisprudenza di legittimità la revoca della liberazione anticipata va estesa a tutte le riduzioni di pena già maturate prima della condanna per il delitto commesso nel corso dell'esecuzione; che, alla stregua di quanto esposto dallo stesso rimettente, è indubbio che nel caso di specie la decisione in ordine alla revoca della liberazione anticipata - attribuita anche d'ufficio a norma dell'art. 678 del codice di procedura penale al medesimo tribunale di sorveglianza competente a deliberare sulla liberazione condizionale - influisce sulla sussistenza del requisito temporale richiesto per l'ammissione a quest'ultimo beneficio; che il rimettente avrebbe quindi dovuto preliminarmente decidere sulla revoca della liberazione anticipata a norma dell'art. 54, comma 3, dell'ordinamento penitenziario, così da accertare l'effettiva durata del periodo di pena scontata dal condannato e dirimere qualsiasi incertezza in ordine alla sussistenza del requisito temporale di ammissione alla liberazione condizionale; che l'incertezza su tale requisito si traduce in un difetto di rilevanza della questione che, in quanto condizionata dall'esito del procedimento sulla revoca della liberazione anticipata, risulta meramente ipotetica; che la questione va pertanto dichiarata manifestamente inammissibile. Visti gli artt. 26, secondo comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87, e 9, secondo comma, delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale.. . per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE Dichiara la manifesta inammissibilità della questione di legittimità costituzionale dell'art. 4-bis comma 1, primo periodo, della legge 26 luglio 1975, n. 375 (Norme sull'ordinamento penitenziario e sulle misure privative e limitative della liberta) - introdotto dal decreto-legge 13 maggio 1991, n. 152 (Provvedimenti urgenti in tema di lotta alla criminalità organizzata e di trasparenza e buon andamento dell'attività amministrativa), convertito nella legge 12 luglio 1991, n. 203, e successivamente modificato dal decreto-legge 8 giugno 1992, n. 306 (Modifiche urgenti al nuovo codice di procedura penale e provvedimenti di contrasto alla criminalità mafiosa), convertito nella legge 7 agosto 1992, n. 356 - sollevata, in riferimento all'art. 27, terzo comma, della Costituzione, dal Tribunale di sorveglianza di Firenze, con l'ordinanza in epigrafe. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 6 novembre 2001. Il Presidente: Santosuosso Il redattore: Neppi Modona Il cancelliere: Fruscella Depositata in cancelleria il 7 novembre 2001. Il cancelliere: Fruscella