[pronunce]

L'unitarietà di ruolo della carriera diplomatica non cancellerebbe la peculiarità della prestazione del servizio all'estero, idonea a giustificare una disciplina previdenziale differente, che tenga conto delle diverse funzioni esercitate e del diverso contesto di riferimento. Nel periodo di servizio all'estero il personale diplomatico percepirebbe, in aggiunta allo stipendio e all'indennità di posizione, l'indennità di servizio all'estero, che ha natura onnicomprensiva e carattere esclusivo e include una quota dell'indennità di base computata anche a fini previdenziali. Peraltro, secondo la difesa dell'interveniente, anche per la dirigenza contrattualizzata e per la dirigenza scolastica, la retribuzione di posizione è corrisposta a chi svolga le funzioni all'estero soltanto nella parte fissa, non anche nella parte variabile. 5.- Nel giudizio iscritto al reg. ord. n. 164 del 2017, con atto depositato il 12 dicembre 2017, ha spiegato intervento Giovanni Ferrero, cessato dal servizio il 24 giugno 2005 come ambasciatore a Santiago del Cile, con il grado di ministro plenipotenziario. La parte interveniente ha dedotto di vantare un interesse qualificato alla declaratoria di illegittimità costituzionale della disposizione censurata e ha concluso per l'accoglimento della questione sollevata dalla Corte dei conti. 6.- In prossimità dell'udienza, hanno depositato memorie illustrative l'INPS, il 29 maggio 2018, e, il 30 maggio 2018, Giuseppe Magno, Mario Fugazzola e Giovanni Ferrero. 6.1.- L'INPS ha ribadito le conclusioni rassegnate nella memoria di costituzione e ha richiamato, in particolare, la sentenza n. 304 del 2013, che ha analizzato la peculiarità del trattamento economico e funzionale del personale diplomatico, che non è uguale per tutti i dipendenti appartenenti al medesimo grado. Nell'ordinamento della carriera diplomatica non si riscontrerebbe un'obbligatoria corrispondenza tra grado e funzioni e tra grado e trattamento economico correlato all'esercizio delle funzioni. Anche tali elementi, oltre alla specificità e all'eterogeneità delle rispettive situazioni di lavoro, confermerebbero l'impossibilità di istituire un raffronto tra il personale della carriera diplomatica che opera in Italia e il personale che svolge le funzioni all'estero. Quanto ai ricorrenti nei giudizi principali, titolari di una retribuzione di posizione nella misura minima, avrebbero già goduto dell'indennità di servizio all'estero, che non spetta a chi operi presso l'amministrazione centrale ed è valorizzata ai fini pensionistici nella misura del 50 per cento della quota base. 6.2.- Giuseppe Magno e Mario Fugazzola hanno chiesto, in via istruttoria, di acquisire, per il periodo dal 1° gennaio 2000 al 31 maggio 2018, l'elenco dei funzionari diplomatici in missione all'estero richiamati anticipatamente presso la sede italiana almeno tre mesi prima rispetto al collocamento a riposo e hanno chiesto, nel merito, di rigettare le eccezioni pregiudiziali di inammissibilità, di accogliere la questione di legittimità costituzionale e, in subordine, di dichiararla infondata alla luce di un'interpretazione costituzionalmente orientata dell'art. 170, primo comma, del d.P.R. n. 18 del 1967. Le parti costituite negano che il rimettente intenda ottenere dalla Corte costituzionale l'avallo dell'interpretazione prescelta e affermano che l'incidente di costituzionalità, a fronte di un'interpretazione accreditata dalle sezioni centrali di appello della Corte dei conti, risponde all'esigenza di «assicurare effettività alla tutela giurisdizionale», oltre che «al superiore principio di equità». Non sarebbe fondata neppure l'eccezione di aberratio ictus, in quanto la questione di legittimità costituzionale verte proprio sulla disposizione censurata e sulla disciplina della retribuzione di posizione. Non verrebbe in rilievo, nel caso di specie, la normativa generale dell'art. 43 del d.P.R. n. 1092 del 1973, che riguarda in generale dipendenti pubblici che prestano il servizio interamente in Italia e non già diplomatici che alternino obbligatoriamente periodi di servizio in Italia e all'estero. Questa Corte potrebbe, con una sentenza interpretativa di rigetto, optare per un'interpretazione adeguatrice della disposizione censurata, che eviti «la meccanica trasposizione» della disciplina retributiva dell'indennità di posizione al trattamento previdenziale. Ove non si reputasse praticabile tale interpretazione costituzionalmente orientata, si dovrebbe giungere all'accoglimento della questione, alla luce dell'unicità strutturale e funzionale della carriera e del ruolo del personale diplomatico. In tal senso militerebbe anche l'esigenza di impedire che una disposizione, preordinata a favorire il trattamento retributivo di chi presti servizio all'estero, si risolva in ultima analisi in un pregiudizio da un punto di vista previdenziale. L'irragionevolezza della disciplina sarebbe ancora più evidente, poiché la permanenza in Italia o all'estero non sarebbe riconducibile a una libera scelta dell'interessato. In via istruttoria, viene chiesto a questa Corte di acquisire la documentazione inerente al richiamo anticipato dei diplomatici in servizio all'estero, poco prima della maturazione del termine del collocamento in quiescenza. Solo per quindici diplomatici, tale prassi sarebbe stata disattesa. 6.3.- La parte interveniente ha chiesto di accogliere la questione di legittimità costituzionale, lamentando l'irragionevolezza della disposizione censurata. 7.- All'udienza del 20 giugno 2018, le parti hanno ribadito le conclusioni formulate negli scritti difensivi.1.- La Corte dei conti, sezione giurisdizionale regionale per il Lazio, giudice unico delle pensioni, con le ordinanze iscritte al n. 164 del registro ordinanze 2017 e al n. 9 del registro ordinanze 2018, dubita, in riferimento all'art. 3 della Costituzione, della legittimità costituzionale dell'art. 170, primo comma, del decreto del Presidente della Repubblica 5 gennaio 1967, n. 18 (Ordinamento dell'Amministrazione degli affari esteri), nella parte in cui prevede, ai fini pensionistici, che l'indennità o la retribuzione di posizione del «personale dell'Amministrazione degli affari esteri» sia computata «nella misura minima prevista dalle disposizioni applicabili» e non già nella misura intera attribuita a chi lavori in Italia. Tale previsione condurrebbe a riconoscere al personale collocato a riposo quando è in servizio all'estero una pensione di vecchiaia notevolmente inferiore rispetto a quella proporzionata all'indennità o alla retribuzione di posizione calcolate nella misura piena. Una tale disparità di trattamento si porrebbe in contrasto con il principio di eguaglianza (art. 3 Cost.), poiché sarebbe priva di ogni giustificazione apprezzabile.