[pronunce]

Sentenza ha pronunciato la seguenteNel giudizio per conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato sorto a seguito della delibera della Camera dei deputati dell'11 novembre 1999 relativa alla insindacabilità delle opinioni espresse dall'onorevole Vittorio Sgarbi nei confronti del dott. Roberto Pennisi, promosso con ricorso del Tribunale di Roma, notificato il 9 agosto 2001, depositato in cancelleria il 31 successivo ed iscritto al n. 30 del registro conflitti 2001. Visto l'atto di costituzione della Camera dei deputati, nonché l'atto di intervento di Pennisi Roberto; Udito nella camera di consiglio del 30 gennaio 2002 il giudice relatore Riccardo Chieppa.. Ritenuto in fatto Considerato in diritto 1. - Nel corso di un procedimento penale a carico del deputato Vittorio Sgarbi per il reato di diffamazione aggravata, il Tribunale di Roma, con ricorso del 10 ottobre 2000, ha sollevato conflitto di attribuzione nei confronti della Camera dei deputati in relazione alla deliberazione adottata in data 11 novembre 1999, con la quale è stato dichiarato che i fatti per i quali è in corso detto procedimento riguardano opinioni espresse nell'esercizio delle funzioni parlamentari, come tali insindacabili a norma dell'art. 68, primo comma, della Costituzione. Il collegio ricorrente ha premesso che il deputato Vittorio Sgarbi era stato tratto a giudizio per rispondere del reato di cui agli artt. 595, primo e terzo comma, cod. pen. e 13 della legge 8 febbraio 1948, n. 47 (Disposizioni sulla stampa), "perché, fuori dai casi di ingiuria, comunicando con più persone, offendeva la reputazione di Pennisi Roberto - sostituto procuratore della Repubblica presso la D.D.A. di Reggio Calabria, nonché magistrato inquirente nell'indagine relativa all'omicidio Ligato - mediante le seguenti espressioni: "Pennisi, un nuovo Torquemada, un torturatore autore di una "vera persecuzione politica (...) non si sottolinea da parte di nessuno il comportamento disumano e persecutorio di Pennisi ; espressioni diffuse tramite un comunicato stampa ANSA e pubblicate sul quotidiano Il giornale di Calabria in data 31 maggio 1994". La Camera dei deputati aveva approvato la predetta delibera dell'11 novembre 1999, in conformità alla proposta della Giunta per le autorizzazioni a procedere, la quale aveva osservato che "le frasi pronunziate dal collega Sgarbi erano in stretta ed immediata connessione con l'esito di un procedimento penale che, all'epoca del suo inizio, aveva gravemente leso la reputazione degli indagati, alcuni ex membri del Parlamento, sottoposti ad una lunga custodia cautelare ed esposti con grande enfasi alla pubblica berlina. Si trattava, dunque, di una critica tutta politica sulla conduzione, da parte dell'accusa, di un procedimento penale nel quale le tesi della medesima si erano rivelate del tutto infondate, non senza aver arrecato, tuttavia, un grave vulnus non solo alla reputazione degli interessati, ma anche al rapporto tra opinione pubblica e classe politica. Ciò sia pure in assenza di un collegamento specifico con atti o documenti parlamentari, che comunque deve ritenersi implicito, attesa l'ampiezza e la diffusione che ebbe a suo tempo la discussione tanto sugli organi di stampa quanto, in generale, nel dibattito politico. Inoltre, le frasi vanno inquadrate nel contesto della costante ed intensa battaglia politica che il collega Sgarbi svolge, in Parlamento e al di fuori di esso, contro l'uso distorto degli strumenti giudiziari". Il Tribunale di Roma, con una prima ordinanza del 14 dicembre 1999, aveva sollevato conflitto di attribuzione, sostenendo che la deliberazione della Camera dei deputati sarebbe stata lesiva delle attribuzioni dell'organo giurisdizionale investito del giudizio sulla responsabilità penale del deputato Sgarbi, perché adottata in palese carenza di specifici profili di collegamento tra l'espletamento della funzione parlamentare e le opinioni espresse da Vittorio Sgarbi mediante la divulgazione delle frasi a lui imputate. In particolare il tribunale aveva osservato che il richiamo, operato nella riportata motivazione della proposta di insindacabilità adottata dalla Giunta, al generico inquadramento delle espressioni di cui si tratta nel contesto della battaglia politica, portata avanti dallo Sgarbi, in Parlamento ed al di fuori di esso, contro l'uso improprio degli strumenti giurisdizionali, non poteva comunque considerarsi sufficiente a ricondurre tali dichiarazioni nell'alveo dell'esercizio delle funzioni parlamentari, posto che, come evidenziato dalla sentenza della Corte costituzionale n. 289 del 1998, se è vero che la funzione parlamentare non si estrinseca solo negli atti tipici, potendo ricomprendere anche quanto sia presupposto o conseguenza di questi ultimi, ciò non di meno ad essa non può essere ricollegata automaticamente l'"intera" attività politica svolta dal parlamentare, in quanto ciò comporterebbe la trasformazione della prerogativa parlamentare in privilegio personale. 2. - Nell'imminenza della data fissata per la decisione sull'ammissibilità del conflitto, aveva depositato "atto di intervento", a mezzo dei suoi difensori, il dottor Roberto Pennisi, parte civile nel procedimento penale pendente dinanzi al Tribunale di Roma, il quale aveva rivendicato la propria legittimazione ad intervenire, già nella fase di delibazione circa l'ammissibilità del conflitto sollevato dal Tribunale di Roma sulla base della legge costituzionale 23 novembre 1999, n. 2. 3. - La Corte, con l'ordinanza n. 264 del 2000, aveva dichiarato inammissibile il ricorso per conflitto in considerazione della mancanza nell'atto introduttivo dello stesso di qualsiasi riferimento agli specifici fatti per cui si procedeva e alla loro esatta qualificazione giuridica, nonché del difetto, sia nel dispositivo sia nella motivazione, di una domanda rivolta alla Corte. 4. - Il Tribunale di Roma, con il predetto secondo ricorso in data 10 ottobre 2000, con il quale ha provveduto ad ovviare a quelle carenze che avevano determinato la dichiarazione di inammissibilità del primo, ha quindi nuovamente sollevato il conflitto, ritenendo, per i motivi già esposti, che la delibera della Camera dei deputati di cui si tratta integri una menomazione delle attribuzioni costituzionali del potere giudiziario. 5. - Il dottor Pennisi ha depositato un nuovo atto di intervento, chiedendo alla Corte di riconoscere la sua legittimazione ad intervenire nel procedimento e, nel merito, di ritenere inammissibile il conflitto, in quanto nessuna efficacia inibente sulla prosecuzione del procedimento giurisdizionale davanti allo stesso tribunale sarebbe da riconoscere alla deliberazione dell'11 novembre 1999 con la quale la Camera dei deputati ha affermato l'insindacabilità delle opinioni diffamatorie espresse dal deputato Sgarbi a carico dello stesso dottor Pennisi; in subordine, di ritenere illegittima, e, quindi, annullare la citata deliberazione, affermando che non spetta alla Camera dei deputati dichiarare l'insindacabilità delle opinioni espresse dal deputato Sgarbi. 6.