[pronunce]

Benché la formulazione letterale dell'art. 17, comma 1, terzo periodo, della legge n. 223 del 1990, là dove laconicamente esclude le società di altri Stati CE dai "divieti" previsti per le società estere, possa prestarsi ad attribuire ad esso il significato ritenuto dal Consiglio di Stato, un criterio sistematico, che tenga conto della ratio della disposizione, ed eviti di attribuirle un senso incongruo rispetto ad essa, e suscettibile di confliggere con i principi costituzionali e comunitari, deve indurre invece ad adottare una diversa interpretazione: quella cioè secondo cui sono integralmente parificati i requisiti che debbono essere posseduti dalle società di altri Stati CE a quelli prescritti per le società di nazionalità italiana. La norma in questione è volta ad assicurare che l'influenza gestionale predominante collegata al controllo delle società concessionarie dell'esercizio di impianti di radiodiffusione sonora e televisiva sia riservata a soggetti appartenenti all'Italia o ad altri Stati della Comunità europea, in linea anche con la preoccupazione di salvaguardare la "diversità culturale" europea (cfr. il tredicesimo "considerando" della direttiva n. 89/552/CEE del 3 ottobre 1989, relativa al coordinamento di determinate disposizioni legislative, regolamentari e amministrative degli Stati membri concernenti l'esercizio delle attività televisive), e di promuovere la trasmissione di "opere europee", cioè prodotte con il prevalente contributo di soggetti appartenenti agli Stati della Comunità (secondo le regole di cui al capitolo III della citata direttiva n. 89/552/CEE). Tale intento richiede che non solo le persone fisiche concessionarie, ma anche i soggetti che effettivamente controllino, direttamente o indirettamente, le società concessionarie, siano cittadini di uno Stato membro della Comunità (salve le deroghe ammesse in virtù del principio di reciprocità o di speciali accordi): intento che sarebbe palesemente frustrato se una società costituita in uno Stato europeo potesse conseguire la concessione ancorché posseduta in maggioranza, o controllata, da soggetti extracomunitari. In tal senso è oggi esplicito l'art. 3, comma 2, della legge 31 luglio 1997, n. 249 (Istituzione dell'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni e norme sui sistemi delle telecomunicazioni e radiotelevisivo), che, disciplinando il rilascio delle nuove concessioni radiotelevisive private, stabilisce fra l'altro che le società concessionarie "devono essere di nazionalità italiana ovvero di uno Stato appartenente all'Unione europea" e che "il controllo delle società da parte di soggetti di cittadinanza o nazionalità di Stati non appartenenti all'Unione europea è consentito a condizione che detti Stati pratichino nei confronti dell'Italia un trattamento di effettiva reciprocità, fatte salve le disposizioni derivanti da accordi internazionali". Quest'ultima disposizione non ha sostanzialmente innovato in materia, ma ha solo espresso in modo più chiaro le regole già recate dalle norme impugnate dal remittente, e di essa si deve tener conto ai fini della interpretazione della normativa precedente, che qui viene in discussione. Nel medesimo senso si è pronunciata del resto l'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni nella delibera n. 58 del 19 maggio 1999, in cui si dichiarava - affrontando un caso parallelo a quello dedotto davanti al giudice a quo, ed esplicitamente esprimendosi sulla interpretazione dell'art. 17, comma 1, della legge n. 223 del 1990 - che l'acquisizione da parte di una società di diritto lussemburghese (quindi di una società costituita in uno Stato appartenente alla Comunità), quasi interamente nelle mani di soci statunitensi, del controllo, tramite un'altra società controllata, della società titolare di un'emittente televisiva in ambito nazionale, non era compatibile, in ragione dell'articolazione dell'azionariato dell'acquirente, "con la disciplina dell'art. 17 della legge n. 223 del 1990, ed attualmente della legge n. 249 del 1997". 3. - Stante l'interpretazione qui accolta delle disposizioni denunciate, e dunque l'assenza della lamentata discriminazione fra società italiane e società costituite in altri Stati comunitari, la questione di legittimità costituzionale sollevata dal Consiglio di Stato non ha ragione di sussistere.. per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE dichiara non fondata, nei sensi di cui in motivazione, la questione di legittimità costituzionale dell'art. 17, comma 1, della legge 6 agosto 1990, n. 223 (Disciplina del sistema radiotelevisivo pubblico e privato), e dell'art. 1, comma 3, del decreto legge 19 ottobre 1992, n. 407 (Proroga dei termini in materia di impianti di radiodiffusione), convertito, con modificazioni, dalla legge 17 dicembre 1992, n. 482, sollevata, in riferimento agli articoli 3, 21, 41 e 97 della Costituzione, dal Consiglio di Stato con l'ordinanza in epigrafe. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 26 febbraio 2004. F.to: Gustavo ZAGREBELSKY, Presidente Valerio ONIDA, Redattore Giuseppe DI PAOLA, Cancelliere Depositata in Cancelleria il 9 marzo 2004. Il Direttore della Cancelleria F.to: DI PAOLA