[pronunce]

che il notaio rimettente sostiene poi la propria legittimazione a sollevare la questione anche alla stregua della giurisprudenza costituzionale (sentenze n. 226 del 1976 e n. 376 del 2001) che ha reputato sufficiente, a tal fine, il fatto che l'organo eserciti obiettivamente funzioni giudicanti, o a queste analoghe, dirette all'applicazione obiettiva della legge nel caso concreto, in una posizione super partes, anche se si tratti di organo estraneo all'organizzazione della giurisdizione, e ciò in vista della duplice esigenza, per un verso, di evitare che dalle distinzioni, spesso incerte, tra le diverse categorie di «giudizio» si possa trarre la grave conseguenza dell'incertezza del diritto come dubbio di incostituzionalità (e a tale riguardo è richiamata la sentenza n. 129 del 1957), e, per l'altro, di garantire comunque l'osservanza della Costituzione, in un sistema in cui è precluso sia di disapplicare le leggi (incostituzionali) sia di definire il giudizio applicando leggi di dubbia costituzionalità; che pertanto, sotto questo aspetto, la funzione notarile, pur se non qualificabile come giurisdizionale in senso proprio - perché priva di «quei poteri irrefragabili di cui è investito il giudice e che costituiscono l'essenza della giurisdizione» - avrebbe, secondo il rimettente, una «profonda essenza giurisdizionale», per i seguenti, concorrenti, motivi: (a) in quanto il notaio è tenuto a un controllo di liceità («giudizio giuridico») del regolamento negoziale, al fine di prevenire la lite giudiziaria, svolgendo un compito talora definito in dottrina come «antiprocessuale» ovvero di «tutela stragiudiziale dei diritti soggettivi in formazione»; (b) in quanto a diversi atti notarili è attribuita efficacia di titolo esecutivo (art. 474 cod. proc. civ. ) o probatoria privilegiata (art. 2700 cod. civ. , per gli atti pubblici), «simile» a quella del giudicato che caratterizza le decisioni della giurisdizione; (c) in quanto il notaio si trova in posizione di terzietà, data anche l'analogia tra l'art. 28 della legge notarile 16 febbraio 1913, n. 89, e l'art. 51 cod. proc. civ.; (d) in quanto al notaio sono affidati compiti già in precedenza attribuiti al giudice, ad esempio in materia di esecuzione immobiliare forzata e di omologazione di atti societari; (e) in quanto il notaio soddisfa pienamente, «anche più del giudice», l'esigenza che il sindacato di costituzionalità si applichi in relazione a concrete situazioni di fatto, giacché esso è chiamato a indagare sulla volontà delle parti (art. 47 della legge n. 89 del 1913); (f) infine, in quanto la funzione notarile si manifesta attraverso un «procedimento» (di cui il processo costituisce una species), inteso come sequenza di norme, posizioni soggettive ed atti, a partire da un impulso di parte, seguito da una «istruttoria notarile», sino a una «decisione» finale costituita dal rogito - o dal rifiuto di rogito - dell'atto, secondo uno schema che evocherebbe la sequenza propria del processo civile ordinario di cognizione (domanda, istruzione, decisione della causa); che nel giudizio così promosso è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, che ha dedotto in via preliminare il difetto dei requisiti prescritti dall'art. 23 della legge n. 87 del 1953, osservando che il notaio non è chiamato a risolvere una controversia - ciò che costituisce il proprium della giurisdizione, anche secondo la sentenza n. 376 del 2001 evocata dal rimettente - bensì è tenuto solo a raccogliere la volontà delle parti e a trasfonderla nell'atto da rogare, che rimane atto negoziale di volontà e non si trasforma in atto accertativo di giudizio, concludendo per la «assoluta e manifesta inammissibilità» della questione e comunque, nel merito, per l'infondatezza della stessa; che le parti dell'atto oggetto del rogito (donante e donatario) hanno depositato atto di costituzione nel presente giudizio in data 11 settembre 2002, oltre il termine previsto dagli artt. 25 della legge n. 87 del 1953 e 3 delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale. Considerato che è stata sollevata la questione di legittimità costituzionale dell'art. 790 del codice civile, nella parte in cui non prevede la possibilità per il donante di riservarsi la costituzione a proprio favore di una prestazione non pecuniaria di assistenza morale e materiale per la soddisfazione di ogni esigenza di vita, a carico del donatario, tale da non assorbire l'intero valore del bene donato, per violazione degli artt. 2, 3 e 41 della Costituzione; che tale questione è stata proposta da un notaio chiamato a redigere un atto pubblico di donazione, a norma dell'art. 782 cod. civ. ; che il soggetto rimettente svolge numerosi argomenti a favore della propria legittimazione a sollevare questione incidentale di legittimità costituzionale, in applicazione degli artt. 1 della legge costituzionale 9 febbraio 1948, n. 1 (Norme sui giudizi di legittimità costituzionale e sulle garanzie d'indipendenza della Corte costituzionale), e 23 della legge 11 marzo 1953, n. 87 (Norme sulla costituzione e sul funzionamento della Corte costituzionale); che tali argomenti, sviluppati anche alla stregua di affermazioni contenute nelle sentenze n. 226 del 1976 e n. 376 del 2001 di questa Corte, ad avviso del rimettente mostrerebbero l'assimilabilità (a) del notaio rogante al giudice o all'autorità giurisdizionale, (b) del procedimento di formazione dell'atto notarile al processo e (c) della funzione del notaio, in sede di formazione del rogito, alla funzione giurisdizionale, con ciò dovendosi ritenere adempiute le condizioni che le due citate disposizioni di legge costituzionale e di legge ordinaria prevedono ai fini della valida instaurazione del giudizio incidentale di legittimità costituzionale sulle leggi; che, in contrario senso, vale la considerazione che nella funzione notarile, come disciplinata dall'art. 1 della legge 16 febbraio 1913, n. 89 (Ordinamento del notariato e degli archivi notarili), consistente essenzialmente nel «ricevere gli atti tra vivi e di ultima volontà, attribuire loro pubblica fede, conservarne il deposito, rilasciarne le copie, i certificati e gli estratti», è assente quella connotazione decisoria che, anche secondo la giurisprudenza di questa Corte (sentenze n. 387 del 1996, n. 158 del 1995, n. 492 del 1991, n. 17 del 1980, n. 12 del 1971, n. 114 del 1970; ordinanza n. 104 del 1998), è condizione necessaria, pur se non sufficiente, per riconoscere la natura giurisdizionale della funzione ed ammettere quindi la proposizione della questione incidentale di legittimità costituzionale;