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Istituzione del Consiglio superiore della lingua italiana. Onorevoli Senatori. – Dall'esperienza di molti docenti dei diversi gradi del sistema d'istruzione emerge un fatto preoccupante, che trova conferma nelle rilevazioni condotte sui risultati dell'istruzione scolastica in Italia: alla fine del percorso scolastico troppi ragazzi oggi non sanno scrivere correttamente in italiano, leggono stentatamente e, persino nell'espressione verbale, sono in grado di impiegare soltanto un lessico e una sintassi elementari, mostrando evidenti limiti, ad esempio, nell'ortografia, nell'uso del congiuntivo e nella comprensione di testi complessi. Secondo l'ultima indagine promossa dall'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE), riferita agli studenti quindicenni e svolta nel 2015, risulta che in Italia il 21 per cento degli studenti si colloca nel livello più basso di capacità di lettura e che il 6,5 per cento non raggiunge nemmeno questo livello. Benché vicina al dato medio dei Paesi membri dell'OCSE (rispettivamente 20 e 6,5 per cento), questa rilevazione colloca l'Italia al livello più basso tra i principali Stati d'Europa (con l'eccezione della Francia e dell'Austria, rispettivamente al 21,5 e al 22,2 per cento). La misura appare stabile nel tempo. Tuttavia, diversamente dai due Paesi citati, è inferiore alla media anche la percentuale degli studenti italiani che raggiungono i livelli più elevati di competenza (5,7 per cento, a fronte di una media dell'8 per cento): è principalmente questo il dato che contribuisce a collocare il risultato complessivo italiano al di sotto della media internazionale. Al di là degli aspetti statistici, la diffusione del fenomeno denominato dagli studiosi «analfabetismo funzionale» – ossia la mancanza di capacità e consapevolezza nell'uso della lingua – non è priva di conseguenze rilevanti sul piano sociale. Alle carenze rilevate al termine dell'istruzione scolastica si aggiungono gli effetti dell'abbandono della lettura nelle età successive, fino all'ipotesi estrema del cosiddetto «analfabetismo di ritorno», consistente nella perdita delle capacità di lettura, comprensione e scrittura per prolungata desuetudine. Secondo le rilevazioni dell'Istituto nazionale di statistica per l'anno 2016, la tendenza alla riduzione del numero dei lettori, iniziata nel 2010, ha portato a stimare nel 40,5 per cento il numero degli italiani oltre il sesto anno di età che abbiano letto almeno un libro nell'anno. Il 10,1 per cento delle famiglie non ha alcun libro nella propria casa. La situazione descritta – in un circolo vizioso in cui è difficile separare la causa dall'effetto – consegue al deterioramento della pratica della lingua italiana e ne aggrava il deterioramento nell'uso comune, parlato e scritto, accelerando la perdita, forse irreparabile, di una ricchezza culturale ed espressiva che costituiva uno dei tratti distintivi della cultura italiana universalmente riconosciuti nel mondo. È arduo riconoscere la lingua di Dante, Petrarca, Machiavelli, Galileo e Manzoni nel linguaggio povero, stereotipato e talvolta grammaticalmente approssimativo che spesso accade di ascoltare o perfino di leggere. Molte sono le cause che determinano questo stato di cose. Vi concorre certamente l'influsso delle nuove tecnologie informatiche, le quali non sempre garantiscono l'attendibilità delle fonti e la completezza della trattazione, che comunque non può sostituire l'apprendimento ordinato e sistematico che permette di organizzare le singole nozioni in disciplina, ossia di collegarle in un insieme compiuto che costituisce la conoscenza. Vi interviene anche l'uso dei mezzi d'informazione di massa, televisioni e giornali, che, per raggiungere il maggior numero possibile di spettatori e lettori ma spesso anche per inconsapevolezza e approssimazione, indulgono a contaminazioni linguistiche tanto più dannose perché divengono modello di imitazione a volte grottesca per le masse meno avvertite. Questa contaminazione riguarda sia i livelli linguistici (con la diffusione di parole gergali o triviali che inevitabilmente involgariscono i concetti e deprimono la dignità degli oggetti cui si applicano) sia il lessico (nell'alternanza indiscriminata tra lingua dell'uso e linguaggi tecnici o settoriali) sia il ricorso spesso compulsivo e ingiustificato a parole straniere, vezzo assai provinciale che tanto più dilaga quanto più superficiale è la conoscenza della lingua italiana e di quelle straniere. Non minore responsabilità hanno lo sport e la pubblicità, due settori nei quali spesso non si tenta neppure di sostituire termini stranieri – specialmente inglesi – con corrispondenti parole italiane di eguale significato ed efficacia. Né può essere assolta la politica, che ha permeato di parole straniere gli atti parlamentari e ha definito importanti riforme con anglicismi inutili e talvolta quasi mistificatori. Anche dove non si è ceduto alla tentazione dell'inglese, la lingua si è piegata spesso a forme di linguaggio amministrativo che, nelle sue degenerazioni più pedestri, il cosiddetto «burocratese», inficiano la qualità e la comprensibilità degli atti normativi. È da considerare altresì l'influsso della globalizzazione, fenomeno inevitabile e per taluni aspetti anche fonte di progresso, purché sia controllato e governato dalla consapevolezza derivante da una forte identità culturale. Discende da essa la necessità di un'integrazione ottenuta, oltre che con l'abbattimento di frontiere politiche ed economiche, grazie all'incontro di tradizioni e idiomi, che rende il mondo globalizzato un insieme non solo di razze e popoli, ma anche di culture. Senza andare lontano, ricordiamo come la stessa Europa si fosse proposta come un insieme di cittadini uniti nelle diversità. Poiché doveva individuarsi un linguaggio da assumere come base per la comunicazione, l'inglese ha assunto questo ruolo: una lingua che doveva rimanere la seconda lingua, internazionale, adottiva, accattivante, ausiliaria e più efficace per viaggiare, studiare, lavorare, ma che in nessun caso avrebbe dovuto sostituire la lingua madre. Invece, parlare e scrivere utilizzando parole straniere è divenuto una forma di espressione alla moda, un linguaggio ad effetto. Una buona formazione culturale dovrebbe consentire di leggere e scrivere correttamente e far acquisire la capacità critica, la sola in grado di rendere uomini e donne liberi e capaci di esercitare la piena e consapevole cittadinanza. Il percorso di apprendimento non può e non deve discostarsi da una lingua madre, perché la formazione non passa solo attraverso l'acquisizione di competenze digitali, considerate come condizione fondamentale per ottenere posizioni soddisfacenti nel mondo del lavoro, ma esige la padronanza della lingua. D'altronde, la lingua italiana dev'essere tutelata, nella sua tradizione, al pari delle opere d'arte come «bene culturale» del nostro Paese. L'italiano è la lingua della cultura e, come tale, è tra le cinque lingue più diffuse fuori del territorio nel quale è parlata. L'arte, l'opera lirica, la poesia, il cinema, la moda, i prodotti alimentari parlano italiano e rendono riconoscibile il nostro Paese nel mondo. La lingua svolge anche una funzione sociale.