[pronunce]

che, in proposito, questa Corte ha rimarcato come il procedimento davanti al giudice di pace presenti caratteri assolutamente peculiari, che lo rendono non comparabile con il procedimento davanti al tribunale, e comunque tali da giustificare sensibili deviazioni rispetto al modello ordinario (ex plurimis, rispetto ad istituti non previsti nel procedimento in questione, ordinanze n. 85 e n. 415 del 2005, n. 201 e n. 349 del 2004); che il d.lgs. n. 274 del 2000 contempla, difatti, forme alternative di definizione, non previste dal codice di procedura penale, le quali si innestano in un procedimento connotato, già di per sé, da un'accentuata semplificazione e concernente reati di minore gravità, con un apparato sanzionatorio del tutto autonomo: procedimento nel quale il giudice deve inoltre favorire la conciliazione tra le parti (artt. 2, comma 2, e 29, commi 4 e 5), e in cui la citazione a giudizio può avvenire anche su ricorso della persona offesa (art. 21); che, in particolare, l'istituto del patteggiamento mal si concilierebbe con il costante coinvolgimento della persona offesa nel procedimento, anche in rapporto alle forme alternative di definizione (v. artt. 34, comma 2, e 35, commi 1 e 5, con riguardo, rispettivamente, all'esclusione della procedibilità per particolare tenuità del fatto e all'estinzione del reato conseguente a condotte riparatorie); che, pertanto, «le caratteristiche del procedimento davanti al giudice di pace consentono di ritenere che l'esclusione dell'applicabilità dei riti alternativi sia frutto di una scelta non irragionevole del legislatore […], comunque tale da non determinare una ingiustificata disparità di trattamento», impedendo altresì di ravvisare in essa una violazione del diritto di difesa (ordinanza n. 228 del 2005); che analoghe considerazioni possono formularsi altresì in rapporto all'esclusione del giudizio abbreviato; che anche in relazione a tale esclusione, difatti, vale evidentemente il rilievo della non comparabilità del procedimento penale davanti al giudice di pace con quello davanti al tribunale, stante l'eterogeneità della sua struttura e la previsione di forme alternative di definizione, ignote al secondo procedimento; che, d'altro canto, pure nell'esclusione del giudizio abbreviato è possibile scorgere un portato della strategia di valorizzazione del ruolo della persona offesa, che ispira il nuovo processo davanti al giudice di pace, in correlazione all'idea guida di privilegiare la composizione dei conflitti interpersonali che si collocano alla base dell'illecito; che di fronte alla richiesta del rito de quo da parte dell'imputato, infatti, la persona offesa fruisce di facoltà assai limitate: potendo ella – peraltro solo se danneggiata e quindi costituita parte civile – unicamente accettare o meno il giudizio abbreviato, e cioè scegliere se mantenere l'azione civile nel processo penale, rinunciando tuttavia a concorrere alla formazione della prova, oppure promuoverla ex novo dinanzi al giudice civile (art. 441, commi 2 e 4, del codice di procedura penale); che, ancora più in radice, tuttavia, va osservato che il giudizio abbreviato – il quale postula una definizione del processo di tipo “cartolare”, basata essenzialmente sulle risultanze degli atti di indagine – si presenta difficilmente compatibile con il ruolo marginale che, nel procedimento davanti al giudice di pace, è assegnato alle indagini preliminari, le quali si sostanziano in una fase investigativa affidata in via principale alla polizia giudiziaria (v., a diverso fine, ordinanza n. 349 del 2004), e cioè ad un organo che non offre le medesime garanzie funzionali del pubblico ministero: fase che può essere, peraltro, addirittura interamente saltata (a prescindere da situazioni di evidenza della prova) nel caso in cui, trattandosi di reato procedibile a querela, il giudizio venga introdotto tramite ricorso diretto della persona offesa (art. 21, comma 1, 22, comma 4, e 27, comma 1, del d.lgs. n. 274 del 2000); che, escluso che nella previsione censurata possa quindi scorgersi un vulnus del principio di eguaglianza e del diritto di difesa, cade automaticamente anche l'ulteriore censura, logicamente subordinata — formulata dal Giudice di pace di Patti, anche con riferimento all'art. 111, terzo comma, Cost. – avente ad oggetto l'art. 20 del d.lgs. n. 274 del 2000, nella parte in cui non prevede che la citazione a giudizio davanti al giudice di pace debba contenere, a pena di nullità, l'avviso all'imputato della facoltà di richiedere il rito alternativo in parola; che le questioni vanno dichiarate, pertanto, manifestamente infondate. Visti gli artt. 26, secondo comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87, e 9, comma 2, delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale.. . per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE riuniti i giudizi, 1) dichiara la manifesta infondatezza della questione di legittimità costituzionale dell'art. 2 del decreto legislativo 28 agosto 2000, n. 274 (Disposizioni sulla competenza penale del giudice di pace, a norma dell'art. 14 della legge 24 novembre 1999, n. 468), sollevata, in riferimento agli artt. 3 e 24, secondo comma, della Costituzione, dal Giudice di pace di Pattada con l'ordinanza indicata in epigrafe; 2) dichiara la manifesta infondatezza della questione di legittimità costituzionale degli artt. 2, comma 1, lettera f), e 20 del citato decreto legislativo n. 274 del 2000, sollevata, in riferimento agli artt. 3, 24, secondo comma, e 111, terzo comma, della Costituzione, dal Giudice di pace di Patti con l'ordinanza indicata in epigrafe. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 24 gennaio 2007. F.to: Franco BILE, Presidente Giovanni Maria FLICK, Redattore Giuseppe DI PAOLA, Cancelliere Depositata in Cancelleria il 6 febbraio 2007. Il Direttore della Cancelleria F.to: DI PAOLA