[pronunce]

ORDINANZA ha pronunciato la seguentenel giudizio di legittimità costituzionale dell'art. 10, commi 2 e 3, della legge della Regione Puglia 13 agosto 1993, n. 17 (Organizzazione dei servizi di smaltimento dei rifiuti urbani), come modificato dall'art. 4, comma 1, della legge della Regione Puglia 18 luglio 1996, n. 13 (Nuove norme per l'accelerazione e lo snellimento delle procedure per l'attuazione del Piano regionale e della Organizzazione dei servizi di smaltimento di rifiuti urbani. Modifiche e integrazioni alla legge regionale 13 agosto 1993, n. 17 "Organizzazione dei servizi di smaltimento dei rifiuti urbani"), promosso dal Tribunale di Bari, sezione distaccata di Altamura, nel giudizio vertente tra la Tradeco srl e il Comune di Altamura, con ordinanza del 24 maggio 2013, iscritta al n. 235 del registro ordinanze 2013 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 45, prima serie speciale, dell'anno 2013. Visti l'atto di costituzione della Tradeco srl, nonché l'atto di intervento della Regione Puglia; udito nell'udienza pubblica dell'8 aprile 2014 il Giudice relatore Giancarlo Coraggio; uditi gli avvocati Raffaele Padrone per la Tradeco srl e Marcello Cecchetti per la Regione Puglia. Ritenuto che il Tribunale di Bari, sezione distaccata di Altamura, con ordinanza depositata il 24 maggio 2013, ha sollevato questione di costituzionalità - in riferimento agli artt. 23, 117 e 119 della Costituzione, questi ultimi nel testo anteriore alla sostituzione operata dagli artt. 3 e 5 della legge costituzionale 18 ottobre 2001, n. 3 (Modifiche al titolo V della parte seconda della Costituzione) - dell'art. 10, commi 2 e 3, della legge della Regione Puglia 13 agosto 1993, n. 17 (Organizzazione dei servizi di smaltimento dei rifiuti urbani), come modificato dall'art. 4, comma 1, della legge regionale 18 luglio 1996, n. 13 (Nuove norme per l'accelerazione e lo snellimento delle procedure per l'attuazione del Piano regionale e della Organizzazione dei servizi di smaltimento di rifiuti urbani. Modifiche e integrazioni alla legge regionale 13 agosto 1993, n. 17 "Organizzazione dei servizi di smaltimento dei rifiuti urbani"), nella parte in cui prevede l'obbligo di corrispondere al Comune sede dell'impianto di smaltimento rifiuti somme di denaro a titolo di contributo a copertura del costo socio-ambientale (cosiddetto «contributo socio-ambientale») sulla censurata disposizione; che il giudice a quo - ritenuta la rilevanza, controvertendosi (con particolare riferimento alla domanda riconvenzionale proposta dal Comune convenuto) sul diritto alla corresponsione di somme di denaro a titolo di «contributo socio-ambientale» fondato dal Comune sulla censurata disposizione - afferma la non manifesta infondatezza della questione in quanto la pretesa avrebbe natura tributaria (ovvero di prestazione patrimoniale imposta ai sensi dell'art. 23 Cost.) ed esulerebbe dall'ambito della potestà impositiva attribuita alle Regioni a statuto ordinario dal testo costituzionale nella formulazione anteriore alla riforma di cui alla legge cost. n. 3 del 2001; che tali affermazioni vengono sostenute - ripercorrendo le argomentazioni di questa Corte svolte nella sentenza n. 280 del 2011, con riferimento «ad analoga disposizione regionale» contenuta nell'art. 16 della legge della Regione Piemonte 2 maggio 1986, n. 18 (Prime norme per la disciplina dello smaltimento dei rifiuti, in attuazione del decreto del Presidente della Repubblica 10 settembre 1982, n. 915) - sulla base della considerazione che il contributo disciplinato dalla impugnata disposizione regionale non potrebbe considerarsi né una tassa sulle concessioni regionali di cui all'art. 3 della legge 16 maggio 1970, n. 281 (Provvedimenti finanziari per l'attuazione delle Regioni a statuto ordinario) «afferendo all'attività di stoccaggio dei rifiuti in discarica e non agli atti adottati dalle Regioni o dagli enti locali nell'esercizio delle funzioni delegate dagli artt. 117 e 118 Cost.», né un contributo di urbanizzazione di cui alla legge 28 gennaio 1977, n. 10 (Norme per la edificabilità dei suoli) «essendo correlato alla permanenza nel territorio Comunale della discarica e al quantitativo dei rifiuti ivi stoccati e non all'urbanizzazione dell'area su cui l'impianto insiste» né un canone di concessione «essendo imposto per legge regionale e non quale corrispettivo in virtù di atto amministrativo di concessione», né un corrispettivo per l'attività di raccolta dei rifiuti «compensata dall'apposita "tassa di smaltimento dei rifiuti" di cui al r.d. 14 settembre 1931, n. 1175 (Testo unico per la finanza locale) e al d.P.R. 10 settembre 1982, n. 915 (Attuazione delle direttive - CEE - numero 75/442 relativa ai rifiuti, n. 76/403 relativa allo smaltimento dei policlorodifenili e dei policlorotrifenili e numero 78/319 relativa ai rifiuti tossici e nocivi) e successive modificazioni», né, infine, «un corrispettivo per una specifica attività del Comune "ospitante" in favore del privato»; che, quindi, le disposizioni regionali si porrebbero in contrasto con gli artt. 23, 117 e 119 Cost. (questi ultimi nel testo anteriore alla sostituzione operata dagli artt. 3 e 5 della legge cost. n. 3 del 2001), in quanto mancherebbe una norma statale disciplinante i «"paletti" che la legge deve provvedere a fissare, indicando tipologia del tributo, scopo, metodo di determinazione dello stesso», nel cui ambito l'autonomia finanziaria e tributaria delle Regioni potrebbe legittimamente operare; che è intervenuta la Regione Puglia, chiedendo che la questione di legittimità costituzionale venga dichiarata manifestamente inammissibile o manifestamente infondata; che la questione sarebbe manifestamente inammissibile per difetto di motivazione sulla rilevanza, in quanto il giudice rimettente avrebbe omesso di fornire una adeguata descrizione della fattispecie, omettendo di esaminare due elementi decisivi ai fini della corretta instaurazione del giudizio di legittimità costituzionale in via incidentale: l'effettiva applicabilità della disciplina censurata nonché la necessarietà della sua applicazione per la decisione della controversia; che la questione sarebbe, poi, manifestamente inammissibile per difetto assoluto di rilevanza, stante la carenza del nesso di pregiudizialità che dovrebbe intercorrere tra la questione medesima e la definizione del giudizio principale, atteso che il giudice rimettente, a fronte delle domande formulate nell'atto di citazione, avrebbe dovuto esaminare almeno quella concernente la prescrizione al diritto; che, nel merito, infine, la questione sollevata sarebbe manifestamente infondata, in ragione del macroscopico errore in cui sarebbe incorso il giudice a quo nell'interpretazione della disciplina regionale oggetto di censura;