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Modifica all'articolo 142 del testo unico di cui al regio decreto 31 agosto 1933, n. 1592, concernente la soppressione del divieto di iscrizione contemporanea a diverse università, a diverse facoltà o scuole della stessa università e a diversi corsi di laurea o diploma della stessa facoltà o scuola. Onorevoli Senatori . – Il presente disegno di legge è inteso a consentire agli studenti di essere iscritti contemporaneamente a più corsi universitari. L'iniziativa intende rafforzare la libertà di scelta degli studenti, costituendo in capo ad essi un nuovo diritto soggettivo, atto in primo luogo a eliminare ostacoli nelle iscrizioni contemporanee a lauree magistrali, corsi post laurea, corsi all'estero. Tale possibilità trova nell'attuale ordinamento un ostacolo esplicito, costituito dall'articolo 142 del testo unico di cui al regio decreto n. 1592 del 1933. Ovvia la considerazione che tale normativa è precedente all'entrata in vigore della Carta costituzionale, i cui articoli 3, secondo comma, e 9, primo comma, rispettivamente recitano: « È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese » e « La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica ». L'articolo 142 del regio decreto n. 1592 del 1933 – ancora in vigore – impedisce agli studenti italiani di frequentare contemporaneamente due percorsi universitari, che siano attivi nello stesso ateneo o in due distinti atenei, in Italia o all'estero. Più in dettaglio, l'iscrizione ad un corso di laurea, dottorato di ricerca, scuola di specializzazione, master di I o II livello, tirocinio formativo attivo, non consente contemporanee iscrizioni ad altri percorsi universitari, ad eccezione che per l'iscrizione a corsi di formazione che non prevedono il rilascio di titoli accademici e a corsi di istituti superiori di studi musicali e coreutici (decreto del Ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca 28 settembre 2011). In tutti gli altri casi, rimane fermo, in forza della citata norma del 1933, il divieto di iscrizione contemporanea a diverse università italiane o estere, o istituti universitari ed equiparati, e a diversi corsi di studio della stessa università. Ciò di fatto costituisce una penalizzazione per gli studenti italiani rispetto agli studenti di molti Paesi stranieri, dove la contemporanea iscrizione è non solo consentita, ma in taluni casi incentivata. Una ulteriore forma di restrizione è determinata dalle disposizioni contenute nella legge di riforma dell'università (legge 30 dicembre 2010, n. 240), che vieta ai titolari di assegno di ricerca l'iscrizione a corsi di laurea di qualunque tipo, a dottorati di ricerca con borsa o specializzazione medica, tanto in Italia quanto all'estero: « La titolarità dell'assegno non è compatibile con la partecipazione a corsi di laurea, laurea specialistica o magistrale, dottorato di ricerca con borsa o specializzazione medica, in Italia o all'estero, e comporta il collocamento in aspettativa senza assegni per il dipendente in servizio presso amministrazioni pubbliche » (articolo 22, comma 3). Gli studenti già iscritti ad un corso di studio, che vogliano iscriversi ad un altro corso per il quale non sia prevista la possibilità di contemporanea iscrizione, sono costretti ad avvalersi della sospensione del primo corso, secondo quanto previsto da specifiche norme nazionali o del singolo ateneo, oppure a ritirarsi dal primo percorso di studi prima di iscriversi al secondo. La norma della quale si propone l'abrogazione, come anche la normativa che regola l'introduzione del numero chiuso nelle immatricolazioni di alcuni corsi di laurea, appare andare in una direzione opposta rispetto all'obiettivo urgente di innalzare la percentuale di italiani laureati. Tale obiettivo, tra l'altro, è fissato dall'Unione europea per la fascia di età fino ai 34 anni. Anche la disciplina che prevede l'introduzione del numero chiuso dovrebbe essere oggetto di ripensamento, quantomeno per pervenire ad una sua attenuazione. La sussistenza del descritto quadro normativo va ad incidere su una situazione che vede il nostro Paese in una posizione fortemente critica nella comparazione con la maggioranza dei Paesi europei. Dati dell'Eurostat relativi al 2018 evidenziano che la percentuale di italiani laureati di età compresa tra i 30 e i 34 anni è pari al 27,8 per cento, collocando l'Italia al penultimo posto davanti soltanto alla Romania, la cui quota di laureati raggiunge il 24,6 per cento. Tra gli obiettivi fissati dall'Unione europea a Lisbona per il 2020, vi era anche quello del raggiungimento del 40 per cento di laureati nella fascia d'età indicata. Secondo Eurostat l'Unione, nel suo complesso, ha raggiunto l'obiettivo in anticipo, con una media europea del 40,7 per cento. Tuttavia all'interno del dato complessivo, molto marcate sono le differenze: la Germania si attesta al 34,9 e alcuni Paesi superano, anche di molto, l'obiettivo di Lisbona: in Irlanda la percentuale raggiunge il 56,3, in Olanda il 49,4, in Danimarca il 49,1, nel Regno Unito il 48,8, in Francia il 46,2 e in Spagna il 42,4. L'Italia deve colmare dunque un divario del 12,2 per cento rispetto alla media europea. Sarebbe auspicabile che ciò avvenisse in tempi ravvicinati per porsi un ulteriore obiettivo di avvicinamento ai Paesi più avanzati dell'Unione, in modo da dare un contributo al miglioramento della nostra competitività. La carenza strutturale di laureati in Italia, soprattutto in alcune discipline, sta provocando il fenomeno dell'attrazione di laureati da altri Paesi per corrispondere alle necessità del sistema produttivo e di taluni settori specifici, primo fra tutti quello sanitario: ciò, malgrado l'elevato livello di disoccupazione giovanile. L'edizione 2018 del rapporto dell'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE) Education at glance, che fotografa i sistemi di istruzione relativi ai Paesi dell'area, conferma che in Italia permane una situazione di generale ritardo. La quota di giovani laureati di età compresa tra i 25 e i 34 anni è sensibilmente inferiore rispetto ai coetanei di molti Paesi OCSE, anche se il dato positivo è il costante incremento della quota nell'ultimo decennio, passando dal 19 per cento nel 2007 al 27 per cento nel 2017. Il medesimo rapporto segnala inoltre che non solo il livello di spesa per studente in Italia è inferiore rispetto alla spesa media dei Paesi dell'OCSE, ma che tale divario è più limitato nella scuola primaria e aumenta con i livelli di istruzione. Nel 2015, il livello di spesa per studente corrispondeva al 99 per cento della media OCSE nell'istruzione primaria, al 95 per cento nell'istruzione secondaria inferiore e all'89 per cento nell'istruzione secondaria superiore.