[pronunce]

La soluzione del problema, secondo l'Avvocatura dello Stato, va impostata in termini sostanziali, in coerenza con la natura e le attribuzioni della Conferenza Stato-regioni, quale organismo collettivo di rappresentanza delle regioni nell'ambito di procedimenti di concertazione con lo Stato: verificando quindi se, a prescindere dall'osservanza di puntuali adempimenti formali, peraltro non prescritti da nessuna disposizione di legge, vi sia stata comunque l'espressione di un assenso riferibile ai presidenti delle regioni e delle province autonome componenti di tale organismo, rimanendo ininfluente il mero fatto, ricorrente nella prassi, che alcuni dei componenti della conferenza, pur ritualmente convocati, abbiano ritenuto di non partecipare di persona a tali riunioni. La difesa statale analizza poi i verbali delle riunioni, dai quali si evincerebbe l'avvenuto perfezionamento dell'intesa, e conclude che da tali verbali risulterebbe chiaramente che i presidenti e gli assessori regionali abbiano sempre parlato non quali rappresentanti del proprio ente, ma unitariamente per conto e in nome della totalità delle regioni, agendo sempre come portatori delle istanze collettive e della volontà di tutti i componenti della Conferenza, anche al di là di ogni irrilevante formale delega o procura da parte dei presidenti non partecipanti alla seduta. Aggiunge, ancora, che dalla documentazione depositata dalla regione emergerebbe che le posizioni assunte nella Conferenza Stato-regioni dai presidenti e dagli assessori regionali trovano il loro puntuale e corrispondente riferimento nelle previe relative delibere della conferenza dei presidenti delle regioni e delle province autonome, tutte approvate all'unanimità. La difesa erariale termina la sua memoria ricordando che gli schemi di entrambi i decreti legislativi impugnati sono stati sottoposti all'esame della conferenza unificata, che ha reso pareri positivi ai sensi dell'art. 6 della legge di delega: e tali pareri positivi si configurerebbero come conferma o ratifica della volontà di intesa con lo Stato ai sensi dell'art. 1, comma 4, lettera c), della legge di delega.1. - La Regione Veneto ha sollevato due serie di questioni di legittimità costituzionale: il primo ricorso (r. ric. n. 25 del 1998) investe molte disposizioni del decreto legislativo 31 marzo 1998, n. 112 (Conferimento di funzioni e compiti amministrativi dello Stato alle regioni ed agli enti locali, in attuazione del capo I della legge 15 marzo 1997, n. 59), nonché lo stesso decreto legislativo nella sua interezza; il secondo ricorso (r. ric. n. 1 del 2000) investe varie disposizioni del decreto legislativo 29 ottobre 1999, n. 443 (Disposizioni correttive ed integrative del decreto legislativo 31 marzo 1998, n. 112, recante conferimento di funzioni e compiti amministrativi dello Stato alle regioni ed agli enti locali), nonché lo stesso decreto nella sua interezza. I due giudizi, concernendo l'uno il decreto legislativo che disciplina il conferimento di funzioni e compiti alle regioni e agli enti locali, in attuazione del capo I della legge n. 59 del 1997, l'altro il decreto legislativo contenente disposizioni correttive e integrative del primo, in attuazione della delega di cui all'art. 10 della stessa legge n. 59 del 1997, possono essere riuniti per connessione oggettiva, per essere decisi con unica pronunzia. 2. - Con il primo degli undici motivi cui è affidato il ricorso avverso il d.lgs. n. 112 del 1998 la regione ricorrente lamenta che il decreto impugnato contenga disposizioni le quali renderebbero "incerti i conferimenti" di funzioni, in quanto stabiliscono che le funzioni conferite potranno essere esercitate solo a partire dal momento che sarà indicato con i decreti del Presidente del Consiglio dei ministri previsti dall'art. 7 della legge n. 59 del 1997, e destinati ad individuare i beni e le risorse finanziarie, umane, strumentali e organizzative da trasferire, a ripartirle tra le regioni e tra regioni ed enti locali, e ad operare i conseguenti trasferimenti. Da tali disposizioni deriverebbe che la generalità delle funzioni non sarebbe stata affatto conferita, e anche per il futuro non vi sarebbe alcuna certezza di conferimento: onde sarebbe rimasta non attuata la delega che imponeva un trasferimento, sia pure graduale, ma non incerto nel suo stesso avverarsi. Sarebbero perciò illegittime, per violazione degli articoli 76, 117 e 118 della Costituzione, le disposizioni che subordinano la decorrenza dei conferimenti ai provvedimenti amministrativi di cui all'art. 7 della legge n. 59 del 1997, e cioè gli articoli 3, comma 6, e 7, commi 1, 2, lettera a), e 8, lettera a) (quest'ultima limitatamente alle parole "l'individuazione del termine, eventualmente differenziato, da cui decorre l'esercizio delle funzioni conferite"); l'incostituzionalità si estenderebbe poi agli articoli 50, commi 2 e 3 (peraltro oggi abrogati dall'art. 9 della legge n. 50 del 1999), 63 e 138, comma 2. Tuttavia la ricorrente impugna altresì l'intero decreto, sostenendo che le disposizioni ora richiamate sono così "centrali" nell'economia del medesimo, che la loro caduta non potrebbe non implicare quella dell'intero provvedimento legislativo. 3. - La questione così sollevata è inammissibile. Con essa, infatti, da un lato sembrerebbe chiedersi di eliminare, mediante la pronuncia di questa Corte, i condizionamenti temporali imposti ai conferimenti di funzioni, conseguendo così l'effetto di rendere questi ultimi operativi già con l'entrata in vigore del decreto legislativo, indipendentemente dai provvedimenti che individuano e trasferiscono le risorse (data la evidente impossibilità di conseguire con una pronuncia di illegittimità costituzionale l'effetto di trasferire risorse alla regione): risultato peraltro paradossale, e chiaramente in contrasto con la legge di delega, che postula - correttamente - la contemporaneità fra inizio dell'esercizio delle nuove funzioni e disponibilità delle risorse relative (cfr. art. 3, comma 1, lettera b, della legge n. 59 del 1997, ove si prevedono i conferimenti di funzioni e la "conseguente e contestuale attribuzione e ripartizione" delle risorse, nonché la gradualità del conferimento entro un periodo di tre anni, "assicurando l'effettivo esercizio delle funzioni conferite"). Dall'altro lato la stessa regione ricorrente, evidentemente consapevole della necessaria contestualità dell'operatività dei conferimenti e del passaggio delle risorse, impugna il decreto nella sua interezza, e sostiene che le disposizioni richiamate - che demandano l'attuazione dei conferimenti a decreti del Presidente del Consiglio - sarebbero così "centrali" nell'economia del provvedimento che la loro caduta non potrebbe non implicare quella dell'intero atto: con ciò postulando un risultato contrario a quello della anticipazione dell'effettività dei conferimenti, e cioè la caduta delle stesse norme che tali conferimenti dispongono. La perplessità della domanda e la contraddittorietà della prospettazione della ricorrente rendono pertanto inammissibile la censura proposta. 4.