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L'Austria ha proceduto alla ratifica, ma non ha ancora depositato il relativo strumento in attesa del parere della Corte di giustizia. Anche in Germania si attende il detto parere europeo, nonché il parere della Corte costituzionale tedesca. In base ad una dichiarazione del Consiglio allegata al testo del trattato, se uno Stato membro dichiara alla Commissione della sua definitiva e permanente impossibilità di ratificare il CETA, allora l'applicazione provvisoria di esso dovrà cessare. Nell'attuale Legislatura non risultano presenti disegni di legge di ratifica del CETA in Italia. Tuttavia, il dibattito sulla sua ratifica vede forti contrapposizioni, alimentate dalle preoccupazioni circa i possibili risvolti negativi, per le piccole e medie imprese, in termini di esportazioni di prodotti made in Italy e per i timori sugli standard di sicurezza delle importazioni alimentari e non alimentari, oltre alle perplessità sul sistema di arbitrato ISDS. Sarebbe quindi importante approfondire tali tematiche con le categorie interessate. Nell'ambito di questo approfondimento sarà utile tenere conto anche dei lavori già svolti durante la scorsa Legislatura, nell'ambito del disegno di legge di ratifica del CETA (atto Senato n. 2849). Il provvedimento, di iniziativa del Governo Gentiloni, era stato approvato in Commissione esteri ed è stato poi accantonato dall'Assemblea del Senato pochi mesi prima della fine della Legislatura, con la motivazione dell'opportunità di attendere la pronuncia della Corte costituzionale francese, che ne avrebbe potenzialmente bloccato l'entrata in vigore definitiva anche per gli altri Stati membri. Il Consiglio costituzionale francese si è poi espresso il 31 luglio 2017, ritenendo l'Accordo compatibile con la Costituzione. Sul disegno di legge si era espressa in sede consultiva anche la 14 a Commissione il 14 giugno 2017, formulando un parere favorevole, data l'assenza di profili di contrasto con l'ordinamento dell'Unione europea. In tale contesto, era stato considerato che l'Accordo dovrebbe far crescere di quasi un quarto gli scambi di beni e servizi tra l'UE e il Canada, e che l'attuazione del CETA sarebbe stato favorevole su questioni di specifico interesse per l'Italia, quale quello delle regole di origine e soprattutto della protezione della proprietà intellettuale, delle indicazioni geografiche e del mutuo riconoscimento delle qualifiche professionali, oltre alla partecipazione delle imprese italiane agli appalti pubblici canadesi, nell'ambito del programma decennale di sviluppo infrastrutturale del valore di circa 60 miliardi di dollari. Il senatore LOREFICE ( M5S ), relatore, continua l'esposizione ricordando come un altro fronte d'attualità della politica commerciale sia rappresentato dal nuovo approccio degli Stati Uniti al commercio mondiale, che ha prodotto l'interruzione dei negoziati per il TTIP e la recente imposizione di politiche protezionistiche nei confronti di vari Stati, tra cui la Cina, con il rischio di incidere sull'intero panorama globale economico-commerciale, attraverso una sorta di effetto domino che avrebbe conseguenze tangibili fino alle nostre imprese e ai nostri consumatori. Si stima che le criticità nel commercio finirebbero per aumentare significativamente le tariffe doganali e decurtare la crescita mondiale fino a 2 punti percentuali, dimezzandola rispetto ai ritmi attuali, con conseguenze fortemente negative per tutte le economie compreso quella americana. Si ritiene quindi importante approfondire i contorni di tale fenomeno e l'efficacia delle contromisure e i contenuti delle azioni messe già in atto e in via di adozione da parte dell'Unione europea, per valutarne le ricadute interne e adottare gli opportuni indirizzi politici. A tal fine, andrà affrontata la questione relativa alle tariffe imposte dagli USA sull'acciaio e sull'alluminio. Peraltro, l'incontro tra il presidente Trump e il presidente Juncker, tenutosi alla Casa Bianca il 25 luglio 2018, potrebbe inaugurare una nuova fase delle relazioni commerciali tra UE e USA. In quella sede, si è convenuto di non imporre nuove tariffe, adoperandosi al tempo stesso per eliminare quelle esistenti nel settore industriale e di intensificare la cooperazione in una serie di settori tra cui l'energia e gli aspetti regolamentari. Rimarca ancora come gli Stati Uniti tengano talvolta comportamenti che si pongono in modo perplesso in merito ad alcuni temi di interesse globale, come ad esempio la messa in discussione dell'accordo di Parigi sui cambiamenti climatici. Il relatore ricorda anche che la politica commerciale dell'Unione europea non sia limitata agli accordi con il Canada e gli Stati Uniti, poiché sono in corso una serie di negoziati commerciali portati avanti dall'Unione che, sebbene di minore impatto, costituiscono tasselli importanti della politica commerciale, con significativi risvolti per le economie degli Stati membri. Tra questi, per esempio, l'Accordo di partenariato economico UE-Giappone, firmato il 17 luglio 2018. Si tratta del più vasto accordo commerciale negoziato dall'Unione europea ed esprime con forza un segnale favorevole ad un commercio aperto a livello mondiale da parte dell'Unione europea e del Giappone che rappresentano una zona di libero scambio di oltre 600 milioni di persone e di quasi un terzo del prodotto interno lordo mondiale, alla quale bisogna prestare grande attenzione. Altri negoziati per accordi commerciali sono portati avanti dalla Commissione europea con molti Paesi terzi e organizzazioni regionali, tra cui quelli con Singapore, Vietnam, Messico, il MERCOSUR (Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay), Cile, Australia e Nuova Zelanda. Tutti sono improntati al fine di creare migliori opportunità di scambi e superare le barriere commerciali, ma anche come strumento per la promozione dei principi e dei valori europei, quali la democrazia, i diritti umani, l'ambiente e i diritti sociali. Da ultimo, si ritiene importante contestualizzare alcuni aspetti della politica commerciale. Dall'ultima relazione della Commissione europea sugli ostacoli al commercio e agli investimenti (COM(2018) 489), del 26 giugno 2018, risulta che alla fine del 2017 il numero di ostacoli commerciali alle esportazioni europee aveva raggiunto un picco storico di 396, una cifra che, a confronto con i 372 ostacoli registrati alla fine del 2016, conferma la costante ascesa del protezionismo da parte dei Paesi terzi, con pesanti risvolti negativi. Le 396 barriere in essere comprendono sia quelle tariffarie che quelle non tariffarie. Più precisamente, la Commissione europea distingue tra le 180 "misure alla frontiera", in cui vi rientrano i dazi e le restrizioni quantitative parziali o totali, e le 216 "misure attuate all'interno dei confini", che comprendono restrizioni relative a servizi, investimenti, appalti pubblici, diritti di proprietà intellettuale o ostacoli tecnici agli scambi. Nel 2017, rispetto all'anno precedente, sono aumentate maggiormente le misure alla frontiera, tra cui le barriere tariffarie. La Russia risulta essere il Paese in cui è stato osservato il maggior numero di ostacoli, con 36 misure registrate (17 tariffarie e 19 non tariffarie). Al secondo posto si colloca la Cina, con 25 ostacoli attivi (8 tariffari e 17 non tariffari), e al terzo segue l'Indonesia, con un totale di 23 misure in atto (11 tariffarie e 12 non tariffarie).