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(art. 2, comma 1, lettera c) , del decreto legislativo n. 182 del 2003); il citato decreto legislativo stabilisce, inoltre, all'articolo 7 che il comandante della nave deve conferire i rifiuti prodotti dalla nave stessa all'impianto portuale di raccolta ogni volta prima di lasciare il porto. Detta disposizione non si applica alle navi in servizio di linea con scali frequenti e regolari; l'unica deroga a quanto esposto consiste nel fatto che la stessa nave abbia una capacità di stoccaggio sufficiente per i rifiuti già prodotti e accumulati e per quelli che saranno prodotti fino al momento dell'arrivo presso il successivo porto di conferimento; inoltre il comma 2 dello stesso art. 7 stabilisce che l'Autorità competente, qualora ritenga che nel porto di conferimento previsto non siano disponibili impianti adeguati, o nel caso in cui detto porto non sia conosciuto e sussista il rischio che i rifiuti vengano scaricati in mare, richiede alla nave di conferire i rifiuti prodotti prima di lasciare il porto; infine al comma 3 dello stesso articolo 7 si stabilisce che: "Sono fatte salve le prescrizioni più rigorose in materia di conferimento adottate in base al diritto internazionale"; considerato che: la normativa citata appare chiaramente rivolta ad obbligare le navi al conferimento in porto di tutti i rifiuti prodotti dalla nave, in particolare delle acque reflue; non si spiega pertanto la cosiddetta "circolare esplicativa" trasmessa in data 11 giugno 2019 dal Ministero dell'ambiente con prot. 10526 al Reparto Ambientale Marino (RAM), e da questi girata il 24 giugno 2019 con prot. RAM/1758/2/2019 a tutte le capitanerie di porto, con la quale s'invitava le suddette capitanerie a dare seguito a quanto previsto dalla circolare, tramite ordinanze specifiche; in questa presunta "circolare" è presente un'interpretazione contraria alle norme vigenti della disciplina del sewage prodotto dalle navi, in quanto si sostiene che «la nave dotata di un impianto di trattamento del sewage con le caratteristiche di cui alla regola 9.1.1 dell'Annesso IV della Convenzione Marpol può scaricare gli effluenti (sewage) senza restrizioni in termini di distanza dalla costa, velocità e rateo di discarica, quindi anche nelle acque portuali, purché l'impianto di trattamento dei reflui sia pienamente operativo ed efficiente e non si determinino le condizioni negative (produzioni di solidi galleggianti o decolorazione delle acque circostanti) previste nella regola 11.1.2.2 del medesimo Annesso IV»; quanto esposto è stato ampiamente trattato in un servizio della trasmissione "Report", andato in onda lunedì 14 dicembre 2020 su RAI 3, confermando l'urgenza di intervenire; fermo sapendo che l'attuale quadro normativo è molto più restrittivo di quanto non dica quella circolare erronea e contra legem ; nel 2019 la Commissione europea ha proseguito nella procedura di infrazione relativa alla inadeguatezza dei sistemi di raccolta e trattamento delle acque di scarico urbane in alcuni Paesi italiani. Una delle precedenti tre procedure d'infrazione si è già conclusa con una condanna della Corte UE, per la quale l'Italia deve pagare una multa di 25 milioni di euro, più 30 milioni per ogni semestre fino all'adeguamento della rete fognaria e dei depuratori. Non si può non tenere conto di questi precedenti anche in relazione alla specifica questione oggetto del presente atto di sindacato ispettivo, si chiede di sapere se i Ministri in indirizzo, per quanto di loro competenza, non intendano impegnarsi a ritirare immediatamente la citata circolare. Atto n. 3-02203 CORRADO GRANATO MARINELLO PISANI Giuseppe VACCARO LANNUTTI PRESUTTO MONTEVECCHI ANGRISANI RUSSO CROATTI FLORIDIA TRENTACOSTE CAMPAGNA LOREFICE D'ANGELO ANASTASI DE LUCIA LEONE VANIN SANTANGELO MORRA Al Ministro per i beni e le attività culturali e per il turismo Premesso che: risulta all'interrogante che il 12 dicembre 2020 "il Fatto Quotidiano" abbia pubblicato un editoriale di Salvatore Settis, intitolato "La Sicilia e la tutela scempio dell'arte", in cui il noto archeologo esprime con sottile ironia, ma senza celare una genuina preoccupazione, le sue forti perplessità nei confronti del decreto n. 74 del titolare dell'Assessorato dei Beni Culturali e dell'Identità siciliana, Alberto Samonà, approvato il 30 novembre 2020 dall'Assemblea Regionale Siciliana; causa di un dibattito molto acceso che non accenna a placarsi, tale decreto, denominato "Carta di Catania" per evocare ben altre e più alte dichiarazioni d'intenti (Atene 1931 e Venezia 1964), statuisce che "i beni culturali appartenenti alla Regione Siciliana che si trovano custoditi nei depositi regionali potranno essere valorizzati attraverso l'esposizione in luoghi pubblici o privati aperti al pubblico" e che ciò avverrà grazie ad apposite concessioni stipulate a valle della presentazione di un non meglio specificato "documento tecnico o un progetto di valorizzazione", in cambio del "pagamento di un corrispettivo che potrà avvenire, oltre che in denaro, anche attraverso la fornitura di beni e/o servizi"; soprintendenze, parchi archeologici, musei, gallerie e biblioteche siciliani sarebbero dunque autorizzati a cedere in uso reperti archeologici e opere d'arte finora custoditi nei loro depositi, purché a pagamento (per una somma/prestazione di valore non inferiore ad un decimo della stima del bene) e con la prospettiva che l'oggetto della concessione, al minimo biennale e al massimo settennale, ma rinnovabile tacitamente, possa anche uscire dai confini regionali; la dottoressa Rosalba Panvini, soprintendente di Catania appena collocata in quiescenza e rimpiazzata dalla dottoressa Donatella Aprile, si sarebbe fatta promotrice dell'iniziativa, sulla scia di un convegno organizzato a febbraio 2020 nel capoluogo etneo, insieme ad un archeologo del suo staff , il dottor Fabrizio Nicoletti, all'avvocato Nunzio Condorelli Caff dell'associazione "Sicilia Antica" e al presidente della sezione Europa della federazione mondiale delle associazioni delle agenzie di viaggi (UFTAA), Mario Bevacqua; l'entusiasmo della Panvini e degli altri "artefici" del nuovo corso siciliano all'idea che beni decontestualizzati possano essere "finalmente esposti e fruiti da tutti" non ha contagiato il professor Settis, il quale, convinto invece che "per valorizzare i depositi non bisogna svuotarli, bisogna studiarli e conoscerli", stigmatizza la grettezza mentale di chi, in spregio alla competenza, prevede di far redigere gli "elenchi di beni, suddivisi per lotti omogenei" da "studenti universitari in discipline connesse alla conservazione dei beni culturali che opereranno in regime di tirocinio formativo"; soprattutto, egli lamenta che la "Carta di Catania" non tenga in alcun conto le esigenze della tutela, corollario imprescindibile di una valorizzazione del patrimonio realizzata nel perimetro dell'articolo 9 della Costituzione, e deplora il fatto che il documento programmatico di Samonà sia stato pensato e si proponga come modello da imitare anche fuori dall'isola;