[pronunce]

ORDINANZA ha pronunciato la seguentenel giudizio di legittimità costituzionale dell'art. 428 del codice di procedura penale, come sostituito dall'art. 4 della legge 20 febbraio 2006, n. 46 (Modifiche al codice di procedura penale, in materia di inappellabilità delle sentenze di proscioglimento) e dell'art. 10 della stessa legge n. 46 del 2006, promossi con ordinanze del 15 marzo 2006 dalla Corte militare d'appello di Verona nel procedimento penale a carico di D.F.F. e del 5 maggio 2006 dalla Corte d'appello di Salerno nel procedimento penale a carico di D.L.V., iscritte ai nn. 276 e 490 del registro ordinanze 2006 e pubblicate nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica nn. 36 e 46, prima serie speciale, dell'anno 2006. Visto l'atto di costituzione di G. A.; udito nell'udienza pubblica dell'11 dicembre 2007 e nella camera di consiglio del 12 dicembre 2007 il Giudice relatore Giovanni Maria Flick. Ritenuto che, con l'ordinanza indicata in epigrafe, la Corte militare d'appello, sezione distaccata di Verona, ha sollevato, in riferimento agli artt. 3, 111 e 112 della Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell'art. 428 del codice di procedura penale, come sostituito dall'art. 4 della legge 20 febbraio 2006, n. 46 (Modifiche al codice di procedura penale, in materia di inappellabilità delle sentenze di proscioglimento), nella parte in cui ha soppresso la facoltà del pubblico ministero di proporre appello avverso la sentenza di non luogo a procedere; che la Corte rimettente riferisce di essere investita dell'appello proposto dal pubblico ministero avverso la sentenza emessa l'8 marzo 2005, con la quale il Giudice dell'udienza preliminare del Tribunale militare di Padova ha dichiarato il non luogo a procedere nei confronti di un vice brigadiere dell'Arma dei Carabinieri, imputato del reato di diffamazione aggravata continuata (artt. 227 e 47, numeri 2 e 4, del codice penale militare di pace), perché il fatto non costituisce reato, stante la ritenuta applicabilità della causa di non punibilità prevista dall'art. 598 del codice penale; che il gravame – prosegue il giudice a quo – benché perfettamente rituale alla stregua della legge processuale vigente al tempo della sua proposizione, sarebbe destinato ad una declaratoria di inammissibilità a fronte della sopravvenuta legge n. 46 del 2006; quest'ultima, novellando l'art. 428 cod. proc. pen. , ha reso inappellabili le sentenze di non luogo a procedere, stabilendo, altresì, all'art. 10, che gli appelli proposti contro sentenze di proscioglimento anteriormente all'entrata in vigore della novella sono dichiarati inammissibili; che, ad avviso del rimettente, il nuovo art. 428 cod. proc. pen. – nella parte in cui sottrae al pubblico ministero la facoltà di appellare le sentenze di non luogo a procedere – si porrebbe in contrasto con plurimi parametri costituzionali; che risulterebbe leso, anzitutto, il principio di ragionevolezza (art. 3 Cost.), in quanto la norma censurata introdurrebbe uno «sbarramento» privo di giustificazione razionale, tale da impedire alla parte pubblica di coltivare la propria domanda di giudizio in modo completo ed efficace; che la nuova disciplina priverebbe, difatti, il pubblico ministero della possibilità di chiedere ad un ulteriore giudice il riesame delle risultanze processuali «nella totalità del loro significato e della loro consistenza», imponendogli di esperire un mezzo di impugnazione – il ricorso per cassazione – non coerente con il tipo di valutazione che sovrintende alla decisione di rinvio a giudizio e con la natura dell'udienza preliminare: udienza nella quale il giudice è chiamato ad una deliberazione di carattere processuale riguardo alla necessità di procedere al dibattimento; che ne deriverebbe, in pari tempo, una irragionevole discriminazione tra i procedimenti che richiedono l'udienza preliminare e i procedimenti a citazione diretta, nei quali la domanda di giudizio del pubblico ministero trova, invece, immediato riscontro della fissazione dell'udienza dibattimentale, senza correre il rischio di venire «prematuramente bloccata»; che nei procedimenti in cui è prevista l'udienza preliminare – ossia nella totalità dei casi, quanto alla giurisdizione penale militare (davanti alla quale non trovano applicazione le disposizioni del Libro VIII del codice di rito, sul procedimento davanti al tribunale in composizione monocratica) – si verificherebbe, altresì, avuto riguardo alle conseguenze del provvedimento conclusivo della fase, un irragionevole «sbilanciamento» delle posizioni delle parti, lesivo del principio di parità enunciato dall'art. 111, secondo comma, Cost.; che, infatti – mentre per l'imputato il più sfavorevole degli esiti è rappresentato dal rinvio a giudizio davanti al suo giudice naturale, ossia da un provvedimento «meramente interlocutorio» – per l'accusa, la sentenza di non luogo a procedere comporterebbe il pressoché definitivo «affossamento» delle ragioni pubblicistiche sottese all'esercizio dell'azione penale: giacché il ricorso per cassazione, consentendo di dedurre solo vizi circoscritti e tassativi, si rivelerebbe assai «poco congeniale» alle censure che possono venir mosse all'anzidetta sentenza, la quali troverebbero nell'appello il loro «naturale» veicolo; che altrettanto evidente risulterebbe il pregiudizio recato al principio della ragionevole durata del processo, di cui all'art. 111, secondo comma, seconda parte, Cost.; che – come evidenziato nel messaggio del Presidente della Repubblica del 20 gennaio 2006, di rinvio della legge alle Camere – il trasferimento dalla corte d'appello alla Corte di cassazione dell'impugnazione della sentenza di non luogo a procedere determinerebbe non soltanto un aumento di lavoro per il giudice di legittimità, ma anche, nel caso di mancata conferma della sentenza, una regressione del procedimento, che ne allungherebbe i tempi di definizione; che, ove ritenesse fondate le ragioni dell'impugnazione del pubblico ministero, la Corte di cassazione non potrebbe, infatti, emettere il decreto che dispone il giudizio, ma dovrebbe annullare la sentenza impugnata con rinvio al giudice dell'udienza preliminare: quest'ultimo, pur mutato nella persona, potrebbe peraltro adottare una ulteriore decisione liberatoria, a sua volta ricorribile per cassazione, in una sequenza suscettibile teoricamente di protrarsi «quasi all'infinito»; che, da ultimo, la norma censurata contrasterebbe con il principio di obbligatorietà dell'azione penale (art. 112 Cost.); che, al riguardo, il rimettente ricorda come la giurisprudenza costituzionale abbia ravvisato nel potere di impugnazione del pubblico ministero una delle espressioni dell'anzidetto principio, puntualizzando, altresì, che la disciplina processuale non può essere congegnata in modo tale da vanificare il complessivo assolvimento delle funzioni dell'accusa;