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Successivamente, il decreto legislativo n. 121 del 2011 ha esteso la responsabilità amministrativa ai reati ambientali (primi fra tutti i reati previsti dal decreto legislativo 3 aprile 2006 n. 152) e, per giunta, la legge 22 maggio 2015 n. 68, contenente disposizioni in materia di delitti contro l'ambiente (i cosiddetti ecoreati) non si è limitata a prevedere e a sanzionare con pene pesanti nuovi delitti come l'inquinamento ambientale o il disastro ambientale, ma ha contemplato per tali delitti anche la responsabilità delle stesse imprese (articolo 25- undecies del decreto legislativo n. 231 del 2001), e ciò in linea con la direttiva 2008/99/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 19 novembre 2008, sulla tutela penale dell'ambiente (articoli 6 e 7). Passo dopo passo, la responsabilità amministrativa degli enti fornisce uno strumento di efficacia preventiva potenzialmente eccezionale nelle mani di una magistratura realmente attenta a beni collettivi quali salute, ambiente, lavoro. A maggior ragione, ove si rifletta su alcuni aspetti di particolare rilievo in chiave di deterrenza e, quindi, sul piano social-preventivo: 1) qualora nel termine di cinque anni dalla data di consumazione del reato presupposto il pubblico ministero contesti all'ente l'illecito amministrativo dipendente da tale reato con richiesta di rinvio a giudizio, la prescrizione delle sanzioni amministrative non corre fino al momento in cui passa in giudicato la sentenza che definisce il giudizio (articoli 22, commi 1, 2 e 4, e 59, comma 1, del decreto legislativo n. 81 del 2008), e ciò pur se nel frattempo il reato presupposto si prescrive (vedi in merito le sentenze della Corte di cassazione n. 5869 del 21 febbraio 2922, e n. 5121 del 14 febbraio 2022 ). 2) la responsabilità dell'ente sussiste anche quando l'autore del reato non sia stato identificato o non sia imputabile e quando il reato si estingue per una causa diversa dall'amnistia (articolo 8, comma 1, del decreto legislativo n. 231 del 2001, appunto intitolato « autonomia delle responsabilità dell'ente »). Significativi sono i risvolti di questa norma in procedimenti quali quelli concernenti gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali, non solo sempre più falcidiati dalla prescrizione, ma non di rado frenati dalla difficoltà d'identificare l'autore o gli autori del reato di omicidio o lesione personale colposa nell'ambito dei potenziali garanti della sicurezza. Un caso emblematico concerne i tumori professionali, e, segnatamente, i tumori asbesto-correlati. I soggetti imputati nei relativi procedimenti penali hanno spesso gestito l'azienda incriminata solo per una parte del periodo in cui i lavoratori colpiti da tumore sono stati esposti all'agente cancerogeno presso quell'azienda. Ecco allora che, a propria discolpa, questi imputati sostengono che non è conosciuta la data di effettiva insorgenza delle patologie. Con una conseguenza: che, « non essendo stata accertata questa data, non potrebbero essere attribuite agli imputati le morti provocate da tali patologie, perché se queste morti sono insorte prima, le loro omissioni non avrebbero avuto effetto sul successivo sviluppo delle malattie; se insorte dopo, sarebbe del tutto esclusa ogni efficacia eziologica sul loro insorgere ». Si tratta di un'argomentazione che per oltre vent'anni l'assoluta maggioranza della giurisprudenza della Cassazione ha respinto sul presupposto che le esposizioni successive aggravano, comunque, il decorso del processo patogeno, nel senso che il protrarsi dell'esposizione riduce i tempi di latenza della malattia, nel caso di patologie già insorte, oppure accelera i tempi di insorgenza, nel caso di affezioni insorte successivamente. Ma si tratta di un'argomentazione che dal 2016 ha fatto breccia in numerose, anche se non in tutte le sentenze della Corte suprema (vedi tra le ultime le sentenze della Corte di cassazione n. 32860 del 6 settembre 2021 e n. 2844 del 25 gennaio 2021 ). E allora potrebbe aprirsi il discorso sulla possibilità di accertare comunque la responsabilità amministrativa dell'impresa, anche in considerazione degli insegnamenti impartiti dalla Cassazione a proposito dell'articolo 8 del decreto legislativo n. 231 del 2001. Osserva autorevolmente la Corte di cassazione nella sentenza n. 28299 del 7 luglio 2016 « Nelle ipotesi prese in considerazione dall'articolo 8, soprattutto con riferimento al caso della mancata identificazione della persona fisica, può venire a mancare uno degli elementi del reato, cioè la colpevolezza del soggetto agente, ma quando si parla di autonomia ciò che deve precedere, in via pregiudiziale, l'accertamento della responsabilità dell'ente è sì il reato, ma inteso come tipicità del fatto, accompagnato dalla sua antigiuridicità oggettiva, con esclusione della sua dimensione psicologica. Del resto, anche in altri ambiti il riferimento al reato viene interpretato in termini di sufficienza della tipicità del fatto caratterizzata dall'antigiuridicità obiettiva, senza esigere la colpevolezza. Questo attiene alla configurabilità del reato presupposto, ma non alla fattispecie complessa che determina la responsabilità dell'ente, nel senso che deve comunque essere individuabile a quale categoria appartenga l'autore del reato non identificato, se cioè si tratti di un soggetto cosiddetto apicale ovvero di un dipendente, con conseguente applicazione dei diversi criteri di imputazione e del relativo regime probatorio; allo stesso modo dovrà essere possibile escludere che il soggetto agente abbia agito nel suo esclusivo interesse, dovendo quindi risultare che il reato sia stato posto in essere nell'interesse o a vantaggio dell'ente. È evidente come, nelle ipotesi di responsabilità ex articolo 8 del decreto legislativo n. 231 del 2001, si pone il problema della individuazione della categoria di appartenenza dell'autore 'ignoto' del reato, con tutto ciò che ne consegue, ma si tratta di un problema che deve essere risolto sul piano probatorio. Solo quando il giudice è in grado di risalire, anche a livello indiziario, ad una delle due tipologie cui si riferiscono gli articoli 6 e 7 decreto legislativo cit. , potrà pervenire ad una decisione di affermazione della responsabilità dell'ente, anche in mancanza dell'identificazione della persona fisica responsabile del reato, ricorrendo, ovviamente, gli altri presupposti ». In questo alveo si riconduce il profilo messo in luce da dalla sentenza della Cassazione n. 38363 del 9 agosto 2018: