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dalla direttiva quadro nazionale a valenza strategica, «luogo» del coordinamento delle politiche di settore in un'ottica di intersettorialità e di multiscalarità, alle pianificazioni d'area intermedie, in armonia con la legge n. 56 del 2014 e soprattutto con la logica della distinzione del momento «preparatorio» del piano locale (strutturale, programmatico) da quello «concreto» (operativo o degli interventi), quando cioè le sue indicazioni hanno valenza fondiaria. Tutto ciò è accompagnato dalla rivisitazione e dalla precisazione (in forma unitaria) delle nozioni di perequazione, compensazione e incentivazione o premialità: inutile ricordare che in questo modo si dà copertura giuridica certa a istituti fino ad ora utilizzati, ma non del tutto certi sotto il profilo giuridico. Nella chiarificazione si è cercato di fare tornare questi strumenti alla loro utilizzabilità piena e rispondente alle loro vere finalità: fare giustizia fondiaria tra le proprietà tutte, pubbliche e private, grandi e piccole, da trasformare o da conservare. La filiera degli strumenti è concepita per dare spazio autonomo, ma coerente con la pianificazione generale, alle cosiddette provvedimentazioni puntuali, cioè quelle nelle quali si materializzano soprattutto le auspicate operazioni, grandi e piccole, di rinnovamento urbano, intendendo per tali sia la conservazione che la ristrutturazione edilizia che quella urbanistica (abbattimento e ricostruzione senza o con ampliamento). Il disegno di legge vuole privilegiare il rinnovamento urbano sull'espansione degli insediamenti urbani, offrendo in tal modo un contributo concreto alla battaglia culturale -- condivisibile -- della prevenzione e della limitazione dello spreco di suolo. Si è cercato di superare l'assurda rigidità dell'attuale concezione del piano di ristrutturazione urbanistica variamente inteso, comunque obbligato a «dipendere» dal piano generale. Definitivo superamento, quindi, nelle azioni sulla città esistente, dell'obbligatorietà della conformità del piano d'intervento a quello generale, ma obbligo del rispetto delle dotazioni territoriali, sia di quelle risalenti al decreto del Ministro dei lavori pubblici n. 1444 del 1968 -- ormai praticamente «costituzionalizzato» ma insidiato costantemente da incursioni del legislatore -- sia delle nuove dotazioni territoriali necessarie per soddisfare le esigenze della società urbana attuale. Ovviamente vengono recuperati i modelli negoziali e le varie tipologie di strumenti alternativi all'esproprio: dalla monetizzazione all'erogazione in sostituzione dei servizi necessari. Si introducono il più ampio confronto pubblico e la sostenibilità completa delle operazioni di ritrasformazione, cioè ambientale e paesaggistica, economica, sociale e urbanistica in senso morfologico e di tecnica urbanistica. Particolarmente significativa è l'apertura alla normativa pubblicistica in materia di appalti: molti istituti previsti o mutuabili sono contenuti nella nuova direttiva europea su appalti e concessioni, al cui recepimento il Parlamento è attualmente impegnato. La materia urbanistica, infatti, non solo può essere gestita in quello spirito -- ad esempio con l'istituto del «dialogo competitivo» -- ma può essere addirittura oggetto di controprestazione in una concessione di costruzione e gestione di lavori pubblici, occorre riavvicinare infatti l'urbanistica a questa disciplina. La domanda di territorio e di città è oggi solo in minima parte espressa dal mercato locale, gli operatori di domanda sono sempre più spesso molto distanti dal locale e non sono certo motivati dall'obiettivo di rispondere a esigenze locali. Sono attratti, bensì, dal valore strategico del locale, da collocare in mercati anche globali. Ci si deve confrontare con questo modo di presentarsi della domanda solvibile e sociale: come catturare la prima? E, ancora prima, come promuoverla? Come soddisfare la seconda? Anche in ordine a questo problema, il disegno di legge cerca di dare una risposta. Si prefigge infatti di ridurre le distanze tra le legislazioni urbanistiche regionali; intanto perché per via di queste leggi non si determinino squilibri impropri nella costruzione delle operazioni urbanistiche e immobiliari e poi per offrire agli operatori internazionali e non solo, un'Italia «omogenea» e «semplice», pure nel rispetto delle specificità territoriali locali. In questo modo si cerca anche di eliminare la patologia della doppia legislazione urbanistica: quella statale e quella regionale, fortemente diverse ormai tra loro e rispetto a quella statale. Cosa che rende poco comprensibile l'Italia e soprattutto non attrattiva all'investitore internazionale che opera secondo moduli consolidati di valenza molto generale. Sull'integrazione dell'edilizia residenziale pubblica nella pianificazione del territorio e della città in forma organica, a partire dalla definizione della nozione e degli strumenti di azione, si è già detto. Infine, un riferimento anche ai compiti che con il disegno di legge si attribuiscono al Governo perché le azioni pubbliche e private possano essere maggiormente efficaci. Il primo compito riguarda la giurisdizione e gli strumenti di tutela (articolo 15). Si rende infatti necessario modificare il codice del processo amministrativo di cui al decreto legislativo 2 luglio 2010, n. 104, al fine di riservare alla giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo le controversie relative a provvedimenti di adozione, approvazione e attuazione degli strumenti e degli accordi urbanistici. Il secondo compito (articolo 20) prevede il riordino del testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia edilizia, di cui al decreto del Presidente della Repubblica n. 380 del 2001, asistematicamente modificato in questi anni per accogliere esigenze più varie: nuovi prodotti e nuovi processi costruttivi -- semplificazioni delle procedure edilizio-urbanistiche; introduzione di meccanismi premiali; nuove certificazioni di qualità. Occorre senz'altro un lavoro di riordino e di progettazione del testo, che dovrà abbandonare il riferimento privilegiato al solo corpo della legislazione urbanistica statale. Comunque, dovrà «accogliere» anche quelle regionali. Da ciò anche la necessità che queste siano meno distanti possibile tra loro. Il citato testo unico dovrà assumere compiutamente l'approccio prestazionale; dovrà pertanto essere migliorato per quanto riguarda i quadri conoscitivi ex ante e le valutazioni ex post , a partire dalle varie collaudazioni, senza dimenticare i controlli in itinere , esaltando le potenzialità della progettazione di innovazione di processo oltre che di prodotto, ma dovrà anche assumere nuovi obiettivi progettuali. È dallo stesso testo unico che dipende, come noto, molta della cosiddetta normazione secondaria. Tra essa, la più nota nel settore in esame è rappresentata dalle norme tecniche sulle costruzioni che hanno un grande bisogno di innovazione, nella concezione e nei contenuti e nella modalità di formazione.. 1 (Oggetto e finalità) 1 La presente legge: