[pronunce]

che la scelta del legislatore delegato sarebbe viziata anche per disparità di trattamento fra situazioni analoghe, determinata solo dal fatto che la azione sia connessa ad un fallimento pronunciato prima o dopo il 1° gennaio 2008, ovvero che essa sia stata o meno proposta prima di tale data; che risulterebbe, altresì, violato l'art. 24, secondo comma, Cost., posto che la norma censurata avrebbe l'effetto di esporre le parti a regole processuali legate a incerte «direttive giurisdizionali» variabili secondo la competenza dei singoli uffici giudiziari; che la disposizione censurata sarebbe, infine, in contrasto con l'art. 111 Cost., il quale impone che il giusto processo sia regolato per legge onde perseguire il fine suo proprio, «apparendo – la ricordata generalizzata estensione del modello camerale – in contrasto con l'intima essenza dello stesso principio del giusto processo»; che il rimettente conclude affermando che non è in discussione in astratto la compatibilità costituzionale del rito camerale, quanto la sua giustificata congruità rispetto alla natura del processo in cui tale rito si svolge; che è intervenuto in tutti i giudizi il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dalla Avvocatura generale dello Stato, concludendo per la infondatezza della questione proposta; che, per la difesa pubblica, non sarebbe dubbio che la azione proposta nel giudizio a quo, essendo volta alla determinazione della massa fallimentare, deve essere fatta rientrare nel concetto di “procedura concorsuale” di cui alla delega; che, quanto agli altri profili dedotti, l'Avvocatura nega che il procedimento camerale fornisca minori garanzie rispetto al giudizio ordinario, essendo regolato dal codice di rito, assicurando la tutela delle parti in causa e potendo condurre, come da consolidata giurisprudenza, ad una decisione dotata di forza di giudicato. Considerato che con quindici ordinanze, tutte di analogo tenore, il Tribunale ordinario di Lucca ha sollevato, in riferimento agli artt. 3, primo comma, 24, secondo comma, 76 e 111, primo comma, della Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell'art. 24, secondo comma, del regio decreto 16 marzo 1942, n. 267 (Disciplina del fallimento, del concordato preventivo e della liquidazione coatta amministrativa), come sostituito dall'art. 21 del decreto legislativo 9 gennaio 2006, n. 5 (Riforma organica della disciplina delle procedure concorsuali a norma dell'art. 1, comma 5, della legge 14 maggio 2005, n. 80), nella parte in cui esso dispone che, «salva diversa previsione, alle controversie che derivano dal fallimento si applicano le norme previste dagli artt. da 737 a 742 del codice di procedura civile»; che il rimettente dubita della legittimità costituzionale della disposizione censurata in quanto, a suo avviso, la stessa confliggerebbe: a) con l'art. 76 Cost., poiché la delega legislativa contenuta nell'art. 1, comma 6, della legge 14 maggio 2005, n. 80 (Conversione in legge, con modificazioni, del decreto legge 14 marzo 2005, n. 35, recante disposizioni urgenti nell'ambito del Piano di azione per lo sviluppo economico, sociale e territoriale. Deleghe al Governo per la modifica del codice di procedura civile in materia di processo di cassazione e di arbitrato nonché per la riforma organica della disciplina delle procedure concorsuali), consentiva al Governo di intervenire, al fine di accelerarle, solo sulle procedure applicabili ai ricorsi per dichiarazione di fallimento e sulle successive controversie endofallimentari e non anche su tutti i processi ordinari semplicemente derivanti dal fallimento; b) con l'art. 3 Cost., in quanto irragionevolmente impone il rito camerale – che egli ritiene regolato da una disciplina rimessa alla discrezionalità del giudicante e destinato a concludersi con un provvedimento non suscettibile di passare in giudicato – anche al di fuori del suo ambito funzionale, in controversie coinvolgenti la tutela di diritti soggettivi ed in quanto portatrice di disparità di trattamento, essendo essa applicabile o meno in funzione del dato casuale dell'epoca di dichiarazione del fallimento o di instaurazione delle controversie stesse; c) con l'art. 24 Cost., poiché la adozione del rito camerale comprimerebbe il diritto di difesa delle parti; d) con l'art. 111 Cost., dato che la estensione del modello camerale alle azioni che derivano dal fallimento, senza che si sia tenuto conto delle «caratteristiche dell'accertamento che si richiede», violerebbe il principio del «giusto processo», necessariamente «regolato per legge»; che, attesa la identità della questione di legittimità costituzionale sollevata con ciascuna delle ordinanze indicate, i relativi giudizi vanno riuniti per essere definiti con unica decisione; che non ha incidenza sulla ammissibilità della presente questione di legittimità costituzionale il fatto che la disposizione normativa censurata sia stata oggetto di integrale abrogazione per effetto della entrata in vigore dell'art. 3, comma 1, del decreto legislativo 12 settembre 2007, n. 169 (Disposizioni integrative e correttive al regio decreto 16 marzo 1942, n. 267, nonché al decreto legislativo 9 gennaio 2006, n. 5, in materia di disciplina del fallimento, del concordato preventivo e della liquidazione coatta amministrativa, ai sensi dell'art. 1, commi 5, 5-bis e 6 della legge 14 maggio 2005, n. 80), dato che il rimettente, con motivazione non implausibile, precisa che, malgrado la avvenuta abrogazione, la disposizione censurata continua ad essere rilevante nei vari giudizi a quibus in quanto tuttora applicabile ai procedimenti iniziati, come quelli in argomento, anteriormente alla data di entrata in vigore del d. lgs. n. 169 del 2007; che la questione sollevata dal Tribunale ordinario di Lucca è manifestamente infondata; che, infatti, quanto alla dedotta violazione dell'art. 76 Cost. per avere, come asserito dal rimettente, il legislatore delegato ecceduto i limiti della delega legislativa ad esso conferita con la legge n. 80 del 2005, basti osservare che il principio in base al quale è stata adottata la disposizione censurata, nell'ambito della modifica della «disciplina del fallimento», contenuto nell'art. 1, comma 6, lettera a), numero 1, della citata legge di delega n. 80 del 2005, prevedeva espressamente che si dovesse provvedere nel senso di «semplificare la disciplina attraverso […] l'accelerazione delle procedure applicabili alle controversie in materia»; che frutto di petizione di principio è la affermazione contenuta nelle ordinanze di rimessione, e sulla quale è incentrata la motivazione della pretesa violazione dei limiti della delega legislativa, secondo la quale l'ampiezza dell'intervento del legislatore delegato doveva essere contenuta nel solo ambito della accelerazione «delle procedure applicabili ai ricorsi per dichiarazione di fallimento e alle successive controversie endofallimentari con […] esclusione di ogni riferimento ai processi ordinari semplicemente derivanti dal fallimento»;