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In questo senso, le quote rosa - tecnicamente regole per la parità di genere, rosa o azzurro che sia, ma sappiamo tutti che di quote rosa si tratta - possono essere accettabili se si configurano come aggiustamenti temperati e soprattutto circoscritti nel tempo; insomma, se si tratta di incoraggiare fenomeni che possono portare a un miglioramento della società. Se invece s'intende la legislazione in materia come uno strumento di ortopedia sociale per l'introduzione di un gesso permanente, il discorso cambia e, in questo caso, sarei decisamente contrario. L'intervento sulla legislazione elettorale della Puglia a me pare, in questo senso, borderline : non serve infatti ad assicurare spazi nelle liste, che già erano garantiti, ma in qualche modo a incoraggiare l'espressione di un voto, seguendo una direzione esistente ormai un po' dappertutto. Non è tuttavia di questo che voglio in particolare discutere. Sul decreto-legge odierno mi orienterò seguendo anche la discussione. Il mio vuole essere invece, per così dire, un intervento a futura memoria e a tale proposito vorrei rivolgermi innanzi tutto ai colleghi della maggioranza. Il punto è che questa norma si basa sull'identità sessuale, ossia sul fatto che nella definizione del sesso d'appartenenza vi sia un'oggettività e che quest'ultima si trasfonda in tutte le fasi del procedimento elettorale: nella composizione delle liste, perché si deve sapere quanti sono gli uomini e quante le donne; nell'accettazione delle candidature; nell'espressione del voto, perché quando si va in cabina si sa di doversi regolare tenendo conto che nelle liste ci sono uomini e donne; per arrivare infine anche all'esercizio eventuale del mandato nelle Assemblee rappresentative, il cui equilibrio di genere leggi come queste evidentemente intendono favorire. In queste stesse ore, però, la vostra maggioranza medesima sta sostenendo nell'altro ramo del Parlamento una legge che, nel combinato disposto tra il suo articolato e i testi illustrativi, in qualche modo nega l'oggettività dell'identità sessuale e fa assurgere il suo esatto opposto, ossia un'identità di genere fluida e sganciata dal dato biologico, addirittura a diritto inviolabile dell'uomo, protetto dall'articolo 2 della Costituzione. Questo è ciò che si evince dalla relazione illustrativa. Le due iniziative a me paiono in evidente contrasto. Lo dico per paradosso, ma neanche poi troppo: che succederebbe se una persona computata come donna nella compilazione delle liste il giorno dopo si professasse uomo? Prevarrebbe la tutela della parità di genere, perseguita da questo decreto-legge, o il diritto all'identità di genere, sancito dalla legge in discussione alla Camera? C'è evidentemente un problema, il quale - sia chiaro - non ha nulla a che fare con quella che, nel senso comune, viene definita omofobia. Una cosa, infatti, è la libertà di scelta nelle preferenze sessuali che, per quel che mi riguarda, è fuori discussione e della quale ciascuno risponde ai propri dettami. Altro è svincolare l'identità sessuale - che, per inciso, è presupposto stesso perché l'opzione omosessuale abbia un significato anche dal punto di vista semantico: se nego l'identità, evidentemente nego anche l'omosessualità - da un dato di oggettività. Colleghi, tutto ciò pone in evidenza un conflitto tra scelta sessuale e identità sessuale. E non è un caso che tale conflitto sia deflagrato in questi giorni all'interno dello stesso mondo LGBT e tra una parte di esso e il mondo femminista, che dopo anni di battaglie per la parità - come quella che ha portato al decreto che stiamo discutendo oggi - vedono gli spazi conquistati messi in dubbio da un'ideologia che contesta il presupposto stesso (cioè, l'identità sessuale) del loro riconoscimento. Con risvolti anche assai pratici: è ad esempio notizia di queste ore che in altre parti del mondo vi sia una sollevazione delle atlete donne contro le trans -atlete, ovvero contro la possibilità che atleti uomini possano professarsi donne e competere con loro partendo da caratteristiche fisiche evidentemente predominanti. Colleghi della maggioranza, vi do un consiglio: leggetevi gli scritti della Rowling, la mamma di Harry Potter, e le reazioni che essi hanno suscitato. Colleghi, dovete compiere una scelta: sostenere oggi l'identità sessuale o annegarla domani nell'acido del genderfluid. In caso contrario, incorrerete in un'insanabile contraddizione che si farà, per forza di cose, contraddizione normativa. Non è un problema da poco. E, forse, è un problema di cui vale la pena che il Parlamento discuta. (Applausi). PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Damiani. Ne ha facoltà. DAMIANI (FIBP-UDC) . Signor Presidente, intervengo per pochi minuti per spiegare il decreto-legge in esame che riguarda, in particolar modo, la Regione Puglia, da cui provengo. Esprimo anche un certo imbarazzo perché intervengo da parlamentare prima e da cittadino pugliese. L'imbarazzo trova, invece, un sollievo politico perché, se oggi siamo arrivati a un intervento dello Stato su una materia di competenza strettamente regionale, una responsabilità politica è ascrivibile al presidente della Regione Puglia Michele Emiliano, che nei cinque anni di legislatura non è stato in grado di approvare la legge regionale che richiamasse i principi di parità di genere. Non è riuscito: lo aveva promesso in tutta la legislatura come punto fondamentale del programma amministrativo e politico della Giunta di centrosinistra. Non è riuscito nella sua consiliatura a portare a termine questo obiettivo e a mantenere una promessa fatta ai cittadini pugliesi e, soprattutto, alle donne pugliesi. Questo fatto, però, non ci sorprende perché forse ha radici lontane e riguarda la politica degli anni passati del centrosinistra in Puglia, perché dal 2005 in poi la Regione non è stata in grado di adeguare la normativa regionale. Molte volte si predica bene, ma si razzola male nei fatti: il centrosinistra predica bene sui diritti civili e sulla parità di genere, ma nei fatti non è in grado assolutamente di far approvare alle proprie maggioranze una legge elettorale, come in questo caso è accaduto in Puglia. È un atto, questo decreto-legge, potenzialmente capace di aprire una ferita nel nostro Paese, un vulnus particolare nei rapporti anche tra Stato centrale e Regioni. Ciò che ci addolora e personalmente mi addolora ancora di più oggi è che l'unica Regione che non si è adeguata alla normativa è - ahimè - purtroppo, la Regione Puglia; un fatto che personalmente ritengo grave perché sappiamo tutti che l'articolo 120 della Costituzione, che consente al Governo di sostituirsi alle Regioni e agli enti locali, viene utilizzato solo in determinati casi, e sappiamo tutti quali sono: il mancato rispetto di norme e trattati internazionali, il pericolo grave per l'incolumità e la sicurezza pubblica, ovvero quando lo richiedono la tutela dell'unità giuridica o dell'unità economica della Repubblica. Sono tre casi gravissimi citati nella nostra Costituzione e, quindi, nello specifico, possiamo dire che la Regione Puglia non ha rispettato il terzo punto, ovvero i princìpi della tutela dell'unità giuridica; pertanto, una responsabilità, come dicevo, politica, ascrivibile soltanto al Governatore pugliese.