[pronunce]

Da ultimo, a rendere vieppiù necessaria la soluzione auspicata sarebbe, secondo l'ordinanza, la modifica dell'art. 131-bis, primo comma, cod. pen. operata dal d.lgs. n. 150 del 2022, secondo la quale occorre oggi avere riguardo non più al massimo edittale della pena astrattamente comminata, ma al minimo (non superiore a due anni di pena detentiva). 5.- È intervenuto in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che le questioni siano dichiarate manifestamente infondate. 5.1.- Non sussisterebbe, innanzi tutto, alcuna violazione dell'art. 76 Cost., perché la disposizione censurata scaturirebbe dall'esercizio di un potere del legislatore delegato nel quale rientrano fisiologici margini di discrezionalità nell'attuazione della delega. A dimostrare l'inconferenza degli assunti del rimettente sarebbe la circostanza che dal criterio direttivo contenuto nell'art. 1, comma 1, lettera m), della legge n. 67 del 2014 non esulerebbero affatto aspetti legati ai criteri di determinazione della pena quale condizione per l'accesso alla causa di non punibilità, rientrando tale eventualità tra quelle legittimamente percorribili dal legislatore delegato, con la conseguente necessità di «dettare dei criteri per governare l'impatto delle circostanze sulla determinazione della pena». La regola dettata dalla disposizione censurata, pertanto, resta pur sempre quella legata alla gravità del reato, individuata dal legislatore delegante in termini di limite edittale di pena e da quello delegato «mediante una ragionevole selezione dei criteri per il cui tramite giungere al quinquennio di pena». L'esito auspicato dal rimettente, peraltro, condurrebbe a esiti invero irragionevoli, tenuto conto che l'eliminazione di qualsiasi riferimento alle circostanze renderebbe inoperanti anche quelle attenuanti a effetto speciale, con la conseguenza che verrebbero escluse dall'applicazione della causa di non punibilità ipotesi rivelatrici di un'offensività «sensibilmente scemata rispetto all'ipotesi base». 5.2.- Parimenti non fondata sarebbe la censura, prospettata in via subordinata, di violazione dell'art. 3 Cost., relativa alla deroga al bilanciamento tra circostanze. Ad avviso dell'interveniente, il carattere non manifestamente irragionevole delle scelte operate dal legislatore sarebbe reso evidente dal rilievo della eterogeneità delle situazioni poste a raffronto dal rimettente, le quali, quindi, non potrebbero costituire degli utili tertia comparationis. Ciò tanto più in un ambito, quello della disciplina penale sostanziale e processuale, caratterizzato da ampia discrezionalità delle scelte adottate dal legislatore. Non potrebbe, infine, avere rilievo il richiamo all'incongruenza degli esiti prodotti dalla disposizione censurata contenuto nei lavori preparatori, tenuto conto che esso non sarebbe comunque tale da costituire una intrinseca irragionevolezza, rivelando unicamente una disfunzione di sistema affrontabile e risolvibile dal legislatore e, soprattutto, non rimediabile per il tramite dell'intervento richiesto dal rimettente.1.- Con l'ordinanza indicata in epigrafe, il Tribunale ordinario di Firenze, sezione prima penale, in composizione monocratica, ha sollevato due questioni di legittimità costituzionale dell'art. 131-bis, quinto comma, cod. pen. , introdotto dall'art. 1, comma 2, del d.lgs. n. 28 del 2015. La prima, proposta in via principale e con riferimento all'art. 76 Cost., ha a oggetto la citata disposizione nella parte in cui, al primo periodo, prevede che, ai fini della determinazione della pena detentiva in vista dell'applicazione della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto di cui al primo comma del medesimo articolo, non si tiene conto delle circostanze «ad eccezione di quelle per le quali la legge stabilisce una pena di specie diversa da quella ordinaria del reato e di quelle ad effetto speciale». La seconda, proposta espressamente in via subordinata e con riferimento all'art. 3 Cost., ha a oggetto il solo secondo periodo della citata disposizione, ai sensi del quale «[i]n quest'ultimo caso ai fini dell'applicazione del primo comma non si tiene conto del giudizio di bilanciamento delle circostanze di cui all'articolo 69». 1.1.- Il rimettente premette di doversi pronunciare nell'ambito di un procedimento a carico di una persona imputata del reato di cui all'art. 615-ter cod. pen. , aggravato ai sensi dei commi 2, numero 1), e 3 del medesimo articolo, perché la stessa, nella sua qualità di funzionario in servizio presso l'Agenzia delle entrate, avrebbe acceduto abusivamente ai sistemi informatici dell'amministrazione per effettuare alcune ricerche sulla posizione tributaria e patrimoniale di altro soggetto non dettate da esigenze di servizio. Valutate le risultanze processuali, il giudice a quo ritiene che l'imputato sia meritevole delle circostanze attenuanti generiche, prevalenti rispetto alle circostanze aggravanti a effetto speciale ricorrenti nel caso; ritiene, altresì, che sussistano le condizioni perché al medesimo imputato venga applicata la causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto, di cui all'art. 131-bis cod. pen. Quest'ultima sarebbe applicabile perché la fattispecie base del reato di cui A. D.M. è chiamato a rispondere prevede una pena detentiva fino a tre anni, compatibile con la previsione dell'art. 131-bis, primo comma, cod. pen. , per cui l'esimente in parola può essere applicata, tra l'altro, quando il reato è punito con pena detentiva non superiore nel minimo a due anni. Il suo riconoscimento in concreto, tuttavia, troverebbe un ostacolo nella disposizione censurata, che accorda rilievo - nella determinazione della pena detentiva - unicamente alle circostanze a effetto speciale e a quelle per le quali la legge stabilisce una pena di specie diversa da quella ordinaria del reato. 2.- Ad avviso del rimettente, il primo periodo di tale previsione contrasterebbe con l'art. 76 Cost., perché la sua introduzione, avvenuta con l'art. 1, comma 2, del d.lgs. n. 28 del 2015, avrebbe ecceduto dal criterio direttivo della delega contenuto nell'art. 1, comma 1, lettera m), della legge n. 67 del 2014. Quest'ultimo, infatti, delegando il Governo ad adottare uno o più decreti legislativi nel rispetto - tra l'altro - del criterio volto a «escludere la punibilità di condotte sanzionate con la sola pena pecuniaria o con pene detentive non superiori nel massimo a cinque anni, quando risulti la particolare tenuità dell'offesa e la non abitualità del comportamento, senza pregiudizio per l'esercizio dell'azione civile per il risarcimento del danno e adeguando la relativa normativa processuale penale», nulla stabiliva in ordine al criterio di calcolo della pena detentiva, con la conseguenza che, nella determinazione della stessa, si dovrebbe necessariamente prendere in considerazione solo la cornice edittale prevista per il reato base. 2.1.-