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Disposizioni in materia di statistiche e politiche di genere. Onorevoli Senatori. -- Da oltre 10 anni il CNEL ha posto il tema della rilevazione delle statistiche di genere alla base di una propria specifica iniziativa legislativa. Nell'attuale Consiliatura, e in occasione della riproposizione della proposta al nuovo Parlamento a seguito delle consultazioni del febbraio 2013, si è ritenuto utile ripresentare un nuovo disegno di legge sul tema, considerando le novità intercorse tra la prima proposta e la situazione attuale sia in termini culturali che in termini istituzionali ed economico-sociali. Almeno due temi fanno, infatti, delle politiche di genere uno dei nodi centrali della attuale crisi italiana. Il primo, e più immediatamente evidente, è quello dello scarto tra la presa di coscienza del proprio ruolo nella realtà economica, sociale e culturale del nostro paese, che coinvolge la parte maggioritaria dell'universo femminile, e la resistenza ad accettare questa nuova realtà da parte del complesso della società. Resistenza che si esprime in forme sempre più accentuate di conflitto per arrivare alle forme di violenza morale e fisica, e a quelle manifestazioni estreme che danno luogo a un crescente numero di «femminicidi». Insieme, la pur evidente crescita del ruolo delle donne nella società italiana non ha ancora rimosso alcune oggettive condizioni di discriminazione che ostacolano una reale parità di genere, sia in termini di riconoscimenti professionali che di pieno inserimento nel processo produttivo. Basta guardare alle più recenti rilevazioni Eurostat per verificare come, con la disoccupazione giovanile, il basso indice di occupazione femminile si collochi tra i fattori negativi del nostro quadro economico sociale, e contribuisca a creare un differenziale negativo tra i tassi di sviluppo della nostra economia e quelli più dinamici di altri paesi dell'Unione europea. Infatti «nonostante la maggiore tenuta dell'occupazione femminile negli anni della crisi, la quota di donne occupate in Italia rimane, comunque, di gran lunga inferiore a quella dell'Ue e concentrata nei servizi: nel 2012 il tasso di occupazione femminile si attesta al 47,1 per cento contro un 58,6 per cento della media Ue27 (59,8 Ue15)» (Rapporto ISTAT 2013, pag. 110). L'interconnessione tra le diverse economie dell'Unione rende, peraltro, indispensabile che i diversi paesi realizzino le condizioni per una maggiore convergenza delle loro politiche economico-sociali. Si colloca certamente in tale quadro l'esigenza di stimolare i diversi paesi a mettere in atto incisivi provvedimenti per la realizzazione di politiche di coesione di genere, anche nel quadro di processi di vigilanza degli organismi europei. È per questi motivi che è tornato di pressante attualità il tema dell'adeguamento della rilevazione, produzione e diffusione delle statistiche di genere in tutti gli ambiti economici, culturali e sociali. Tale impegno era stato assunto solennemente dal Governo italiano insieme ai paesi sottoscrittori della piattaforma della conferenza dell'ONU sulla condizione femminile svoltasi a Pechino nel 1995. Da tale impegno erano scaturite diverse Raccomandazioni dell'Unione Europea ed alcuni disegni di legge, presentati al parlamento italiano nelle precedenti legislature, che non hanno concluso il loro iter . Inoltre, nel quadro dell'ampia collaborazione istituzionale sui temi economico-sociali che il CNEL offre costantemente al Governo e al Parlamento, lo stesso Governo sollecitò il Consiglio, nel 1999, a promuovere la sessione di verifica del «Patto Sociale per lo sviluppo e l'occupazione» dedicata alle Pari opportunità. Nel corso di tale iniziativa emersero serie carenze strutturali nella rilevazione dei dati, e tutte le parti sociali sottolinearono l'esigenza di poter disporre in modo sistematico di una lettura di genere delle statistiche ufficiali, anche al fine di poter effettuare una corretta valutazione dell'impatto delle normative sulle politiche di pari opportunità. Esigenza che, nel corso di questi ultimi anni, si è ulteriormente rafforzata anche alla luce dell'elaborazione dei rapporti periodici sugli andamenti generali, settoriali e locali del mercato del lavoro, che il CNEL svolge annualmente come disposto dall'articolo 10 della propria legge istitutiva. Tali rapporti dimostrano, infatti, che il basso tasso di attività della popolazione femminile in età lavorativa continua ad essere il dato strutturale più problematico del mercato del lavoro italiano, quello che più ci allontana dai target della strategia Europa 2020, e che, per alcuni aspetti, si è ulteriormente aggravato negli ultimi anni (soprattutto nel Sud e per quanto riguarda il lavoro autonomo). Non deve trarre in inganno l'apparente tenuta, e anzi l'apparente andamento in controtendenza, dell'occupazione femminile nel nostro paese in questi anni di crisi. È vero, infatti, che «ad agosto l'occupazione maschile è diminuita dello 0,4 per cento in termini congiunturali e del 2,8 per cento su base annua (mentre) l'occupazione femminile (è cresciuta) dello 0,5 per cento rispetto al mese precedente e dello 0,4 per cento nei dodici mesi»; e che mentre «il tasso di occupazione maschile, pari al 64,7 per cento, (è diminuito) di 0,2 punti percentuali rispetto al mese precedente e di 1,9 punti su base annua, quello femminile, pari al 47,1 per cento, (è aumentato) di 0,2 punti in termini congiunturali e di 0,3 punti percentuali rispetto a dodici mesi prima» (ISTAT, 1º ottobre 2013). Così come non deve illudere l'apparente maggior dinamismo delle donne nella ricerca di un lavoro, dal momento che, alla crescita del numero dei ricercanti nuova occupazione nell'ultimo anno, «una parte non esigua è ascrivibile all'aumento di chi, prima inattivo e con precedenti esperienze di lavoro, ha deciso di cercare lavoro e di chi è in cerca di prima occupazione, in entrambi i casi soprattutto donne» (Rapporto ISTAT 2013, pag. 95). Infatti persistono ancora difficoltà a trovare lavoro e ciò determina uno scarto tra la popolazione attiva e quella «potenzialmente attiva», pari a circa 3 milioni di unità. Sempre l'ISTAT documenta come «tra le forze di lavoro potenziali (sia) aumentata la quota di quanti dichiarano come motivazione della mancata ricerca lo scoraggiamento: non si cerca più un lavoro perché si ritiene di non poterlo trovare e, anche in questo caso, il fenomeno interessa soprattutto le donne, in particolare nel mezzogiorno,». E sono parimenti espressione evidente di discriminazione di genere altri indicatori presenti nel citato rapporto ISTAT: «Il lavoro atipico rimane più diffuso tra le donne (14,6 per cento in confronto al 10,6 per cento degli uomini), nelle regioni meridionali (14,6 per cento in confronto all'11,4 per cento del Centro-Nord) [ ... ] Molti atipici, inoltre, hanno responsabilità familiari: il 36 per cento è un genitore, percentuale di poco più bassa rispetto a chi invece è figlio --38,5 per cento» ( idem , pag. 101 e cfr. tab. 3,1, pag. 102), Ed è facile intuire su che «genere» gravi, in prevalenza, il ruolo di supporto alle responsabilità familiari.