[pronunce]

principio ormai «largamente tendenziale – in adempimento del principio di eguaglianza – nell'area punitiva penale e con identica incidenza anche nel campo disciplinare amministrativo» (sentenza n. 971 del 1988). L'estrema rigidità della disposizione impugnata contrasterebbe con il canone di gradualità sanzionatoria, affermato pure dalla Corte costituzionale, volto a salvaguardare il parallelismo fra gravità delle condotte e conseguenze «(para)sanzionatorie», e violerebbe perciò il canone di razionalità normativa (sentenze n. 126 del 1995, n. 134 del 1992 e n. 415 del 1991). Né, secondo il rimettente, sussistono particolari condizioni di gravità idonee a giustificare la deroga al suddetto principio. Nel caso di specie, infatti, la docente non ha commesso un reato di falso e la sentenza con la quale è stato rigettato il ricorso avverso il decreto che pronunciava la decadenza dall'impiego (sentenza del TAR Lecce n. 8908 del 2003) si è limitata ad accertare l'inescusabilità dell'ignoranza in ordine alla misura dell'invalidità minima per il diritto alla tutela dei disabili. Quindi, non sarebbe conforme al richiamato canone di razionalità normativa la previsione di un meccanismo automatico che riconnetta un'unica conseguenza ad una gamma eterogenea di comportamenti presupposti, prescindendo dall'eventuale stato soggettivo di buona fede e dall'accertamento in concreto delle circostante rilevanti per ricostruire la gravità della condotta. Il Tribunale rimettente dà atto che la giurisprudenza costituzionale in tema di adeguatezza tra fatto presupposto e conseguenza afflittiva ha prevalentemente riguardato il rapporto tra reato e sanzione disciplinare, settore in cui è possibile la graduazione dei fatti commessi e delle corrispondenti sanzioni, mentre nel caso di specie non sarebbe possibile individuare una graduazione delle conseguenze, avendo l'amministrazione la sola possibilità di scegliere tra l'ammettere o meno il candidato alle prove concorsuali. Tuttavia, secondo il giudice a quo, ciò non può impedire l'applicazione del principio di gradualità sanzionatoria (sentenza n. 363 del 1996). Il legislatore avrebbe potuto considerare i presupposti secondo una scala di crescente gravità e riconnettere alle sole ipotesi più gravi la conseguenza drastica della preclusione alla partecipazione a nuovi concorsi. Inoltre, avrebbe potuto rimettere all'amministrazione il compito di verificare e valutare in concreto la sussistenza dei presupposti «circa la maggiore o minore gravità della condotta in concreto realizzata dall'interessato, giungendo solo all'esito di tale valutazione a poter esprimere un giudizio circa la sussistenza dei presupposti per l'applicazione» della esclusione da tutte le future prove concorsuali. La norma censurata sarebbe anche irragionevole sotto il diverso profilo del carattere definitivo della misura inflitta, determinando una sorta di perpetua incapacità personale anche quando la decadenza dell'impiego non derivi da reato, mentre nel sistema penale sono delimitate le ipotesi di interdizione perpetua e temporanea dai pubblici uffici (art. 29 del codice penale). Inoltre, tale vizio di costituzionalità sarebbe di tale gravità da comprimere – in modo sproporzionato rispetto all'esigenza di tutela della fede pubblica, a salvaguardia della quale sono essenzialmente posti gli artt. 127 e 128 del d.P.R. n. 3 del 1957 – altri diritti a valenza costituzionale, quali il diritto al lavoro e il diritto di accedere agli uffici pubblici di cui agli artt. 4, 35 e 51 Cost. Infine, la norma censurata violerebbe il principio del buon andamento della pubblica amministrazione sotto il profilo della migliore utilizzazione delle risorse professionali potenzialmente a disposizione, impedendo definitivamente ad alcuni soggetti di partecipare alle selezioni per l'accesso agli impieghi pubblici, indipendentemente dalla verifica in concreto della presenza di elementi ostativi gravi. 2. – È intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che la questione di costituzionalità sollevata sia dichiarata infondata. Secondo la difesa erariale, le censure non rientrano nel solco della giurisprudenza costituzionale in materia di esclusione di sanzioni rigide. L'Avvocatura ritiene che la delimitazione dei presupposti di operatività della norma effettuata dalla giurisprudenza amministrativa, nel senso della necessaria consapevolezza dell'uso dei documenti falsi, costituisce il modo di operare, «nel campo disciplinare amministrativo, di un unico principio dell'ordinamento […] che sanziona non la creazione di documentazione falsa, bensì […] il fatto (doloso) del suo mero utilizzo», e, a tal fine, richiama i delitti di cui agli artt. 485 e 489 del codice penale, nei quali rileverebbe l'uso dell'atto falso. L'art. 128 censurato, quindi, prenderebbe in esame un unico comportamento, consistente nell'utilizzazione consapevole del documento falso, idoneo a pregiudicare l'interesse dell'amministrazione. Tale interesse consisterebbe sia «nel non assumere personale al di fuori e in violazione dei casi previsti dalla norma, sia nel precludere l'instaurarsi del rapporto di impiego con soggetti che comunque hanno agito in danno e contro la medesima pubblica amministrazione, che pur dovrebbero (e vorrebbero) servire, vale a dire in palese violazione dei principi di fedeltà e lealtà che costituiscono uno dei cardini del rapporto di impiego». Quanto alla lesione del principio di ragionevolezza sotto il profilo della definitività dell'esclusione dai concorsi ad altri impieghi statali, la difesa erariale sostiene che tale conseguenza trova fondamento nella gravità eccezionale della condotta ed appare ragionevole e di buon senso in relazione alla natura fiduciaria del rapporto d'impiego. 3. – Si è costituita la ricorrente del giudizio principale, chiedendo l'accoglimento della questione di costituzionalità sollevata e delle «successive norme che ripropongono lo stesso precetto» (art. 2, comma 3, del d.P.R. n. 487 del 1994; art. 402 del d.lgs. n. 297 del 1994). Nell'attuale contesto normativo, caratterizzato dall'equiparazione fra lavoro pubblico e lavoro privato, la limitazione all'accesso al lavoro pubblico sarebbe irragionevole rispetto alla libertà del datore di lavoro privato di valutare concretamente la compatibilità della condotta pregressa del candidato con il suo inserimento nell'organizzazione produttiva. Inoltre, l'automatismo e la perpetuità che impedisce alla pubblica amministrazione qualsiasi valutazione concreta della fattispecie, contrasterebbero con il diritto di accedere agli uffici pubblici (artt. 4 e 51 Cost.) e con l'interesse pubblico a che l'amministrazione possa selezionare la professionalità dei migliori cui affidare gli uffici pubblici. 3.1. – In prossimità della data fissata per l'udienza, la parte privata ha depositato memoria argomentando ulteriormente rispetto alle conclusioni già formulate.