[pronunce]

ORDINANZA ha pronunciato la seguentenel giudizio di legittimità costituzionale degli articoli 93, 96, 98, 107, 108, 143, 143-bis, 156-bis e 231 del codice civile, promosso dal Tribunale di Ferrara nel procedimento vertente tra Z. R. ed altra e il Sindaco del Comune di Ferrara, con ordinanza del 14 dicembre 2009 iscritta al n. 169 del registro ordinanze 2010 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 24, prima serie speciale, dell'anno 2010. Visto l'atto di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri; udito nella camera di consiglio del 1° dicembre 2010 il Giudice relatore Alessandro Criscuolo.. Ritenuto che, con l'ordinanza indicata in epigrafe, il Tribunale di Ferrara ha sollevato questione di legittimità costituzionale degli articoli 93, 96, 98, 107, 108, 143, 143-bis, 156-bis e 231 del codice civile, nella parte in cui non consentono che le persone dello stesso sesso possano contrarre matrimonio, per contrasto con gli articoli 2, 3 e 29, primo comma, della Costituzione; che, come il Tribunale riferisce, l'ufficiale dello stato civile del Comune di Ferrara ha rifiutato, con provvedimento in data 25 marzo 2009, di procedere alla pubblicazione di matrimonio richiesta dalle parti private; che, ad avviso del detto organo, l'ordinamento giuridico italiano non consente né disciplina il matrimonio tra persone dello stesso sesso, mentre, sulla base dell'art. 29 Cost., «la diversità di sesso è elemento essenziale nel nostro ordinamento per poter qualificare l'istituto del matrimonio»; che in tal senso si è espresso anche il Ministero dell'interno con circolare del 26 marzo 2001, ritenendo che «non è trascrivibile il matrimonio celebrato all'estero tra omosessuali, di cui uno italiano, in quanto contrario alle norme di ordine pubblico»; che le parti private, nel proporre reclamo avverso il detto provvedimento, hanno chiesto, in via principale, di ordinare all'ufficiale di stato civile del Comune di Ferrara di procedere alla pubblicazione del matrimonio e, in via subordinata, di sollevare la questione di legittimità costituzionale, previa positiva valutazione della rilevanza e non manifesta infondatezza, degli artt. 107, 108, 143, 143-bis e 156-bis cod. civ. in riferimento agli artt. 2, 3, 10, secondo comma, 13, 29 e 117 Cost., rimettendo gli atti alla Corte costituzionale; che, in punto di rilevanza, il giudice a quo ritiene che l'applicazione delle norme indicate sia ineliminabile nell'iter logico-giuridico necessario alla decisione: infatti, in caso di dichiarazione di fondatezza della questione così come sollevata, il rifiuto delle pubblicazioni, la cui richiesta dimostra inequivocabilmente la volontà di contrarre matrimonio delle parti ricorrenti, dovrebbe ritenersi illegittima, in assenza di altra causa di rifiuto, mentre, in caso di non accoglimento, l'attuale stato della normativa imporrebbe una pronuncia di rigetto del ricorso; che, per completezza, il rimettente rileva come, a fronte del rifiuto di pubblicazione da parte dell'ufficiale dello stato civile, essendo essa una formalità necessaria per poter procedere alla celebrazione del matrimonio, non sarebbe individuabile alcun altro procedimento nell'ambito del quale la questione possa essere valutata; che, ad avviso del Tribunale, in mancanza di modifiche legislative in materia, il nostro attuale ordinamento non ammette il matrimonio tra persone dello stesso sesso ed è indiscutibile che tale istituto, anche senza una definizione espressa, si riferisce soltanto al matrimonio tra persone di sesso diverso, in quanto, benché il codice civile non indichi espressamente la differenza di genere fra i requisiti per contrarre matrimonio, in numerose norme, fra le quali quelle menzionate nel ricorso e sospettate d'illegittimità costituzionale, si fa riferimento al marito e alla moglie come "attori" della celebrazione (artt. 107 e 108), protagonisti del rapporto coniugale e autori della generazione (artt. 231 e seguenti), come pure la distinzione di sesso tra i coniugi è rinvenibile in altre disposizioni (artt. 143, 143-bis, 143-ter, 156-bis e seguenti cod. civ.), e segnatamente in quelle che disciplinano il concreto atteggiarsi dei diritti e doveri dei coniugi tra loro e verso i figli, nonché nel decreto del presidente della Repubblica 3 novembre 2000, n. 396 (Regolamento per la revisione e la semplificazione dell'ordinamento dello stato civile, a norma dell'art. 2 comma 12, della legge 15 maggio 1997, n. 127), nella parte in cui prevede, nell'art. 64, lettera e), che l'atto di matrimonio deve indicare «la dichiarazione degli sposi di volersi prendere rispettivamente in marito e in moglie»; che, peraltro, il giudice a quo ritiene, come già posto in evidenza nelle precedenti ordinanze di rimessione pronunciate dal Tribunale di Venezia e dalla Corte d'appello di Trento, di non poter ignorare il rapido trasformarsi della società e dei costumi avvenuto negli ultimi decenni, con il superamento del modello di famiglia tradizionalmente intesa ed il contestuale sorgere di forme diverse, seppur minoritarie, di convivenza, che chiedono protezione, ispirandosi al modello tradizionale e che mirano, come quello, ad essere considerate e disciplinate; che, a parere del rimettente, il primo riferimento costituzionale con il quale confrontarsi è l'art. 2 Cost., nella parte in cui riconosce i diritti inviolabili dell'uomo non solo nella sua sfera individuale ma anche, e forse soprattutto, nella sua sfera sociale, ossia «nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità», delle quali la famiglia deve essere considerata la prima e fondamentale espressione; che, pertanto, il diritto di sposarsi configura un diritto fondamentale della persona, riconosciuto a livello sovranazionale (artt. 12 e 16 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo del 1948, artt. 8 e 12 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali, firmata a Roma il 4 novembre 1950, ratificata e resa esecutiva in Italia con legge 4 agosto 1955, n. 848, ed ora artt. 7 e 9 della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea proclamata a Nizza il 7 dicembre 2000), nonché dall'art. 2 Cost.; che tale diritto va inteso sia nella sua accezione positiva di libertà di contrarre matrimonio con la persona prescelta (è citata la sentenza della Corte costituzionale n. 445 del 2002), sia in quella negativa di libertà di non sposarsi e di convivere senza formalizzare l'unione (è citata la sentenza n. 166 del 1998), trattandosi di una scelta sulla quale lo Stato non può interferire, a meno che non vi siano interessi prevalenti incompatibili;