[pronunce]

Ad avviso del rimettente, si sarebbe difatti al cospetto di una «delega in bianco», in quanto la previsione di generiche «soglie quantitative», non accompagnata dall'indicazione di specifici parametri di riferimento, non sarebbe idonea ad indirizzare in alcun modo l'attività normativa del legislatore delegato. Il rimettente dubita, per altro verso, sotto plurimi profili, della legittimità costituzionale dell'art. 2621, terzo e quarto comma, cod. civ. , come sostituito dall'art. 1 del d.lgs. n. 61 del 2002, che alla predetta norma di delega ha dato attuazione. La disposizione denunciata violerebbe, anzitutto, i principi di determinatezza dell'illecito penale e di uguaglianza, di cui agli artt. 25 e 3 Cost., nella parte in cui subordina la sussistenza del reato ad una alterazione «sensibile» della rappresentazione della situazione economica, patrimoniale e finanziaria della società o del gruppo di appartenenza. Il disposto normativo risulterebbe, difatti, talmente astratto da non poter essere riempito di «contenuto oggettivo, coerente e razionale», lasciando così aperta la via all'arbitrio giudiziale e alla creazione di contrastanti orientamenti applicativi (nella motivazione dell'ordinanza — ma non nel dispositivo — tale censura viene riferita anche alla corrispondente previsione che figura nell'art. 11, comma 1, lettera a, numero 1, della legge delega n. 366 del 2001). Il terzo ed il quarto comma dell'art. 2621 cod. civ. si porrebbero inoltre in contrasto con gli artt. 25, secondo comma, e 76 Cost., nella parte in cui delineano una serie di soglie di punibilità a carattere percentuale: in specie, escludendo «comunque» la punibilità delle falsità o delle omissioni che determinano una variazione del risultato economico di esercizio, al lordo delle imposte, non superiore al cinque per cento, o una variazione del patrimonio netto non superiore all'uno per cento; nonché escludendo la punibilità dei fatti conseguenti a valutazioni estimative che, singolarmente considerate, differiscono in misura non superiore al dieci per cento da quella corretta. Da un lato, infatti, le soglie di punibilità introdotte dal decreto legislativo — in mancanza della fissazione di direttive nella legge delega — verrebbero ad integrare il contenuto precettivo della norma penale in contrasto con il principio della riserva assoluta di legge. Da un altro lato, il legislatore delegato avrebbe attuato la generica indicazione della legge delega stabilendo soglie percentuali “tipizzate”, senza spiegare le ragioni delle sue scelte, ovvero fornendo giustificazioni «non veritiere» o non pertinenti rispetto all'oggetto della delega. Così, in particolare, non sarebbe veritiera la giustificazione addotta dalla relazione al d.lgs. n. 61 del 2002 riguardo alla soglia del cinque per cento del risultato di esercizio; secondo la relazione la soglia esprimerebbe un criterio ritenuto corretto dalla SEC (Security and Exchange Commission) degli Stati Uniti: in realtà, invece, detta Autorità, lungi dall'avallare un simile margine di tolleranza — seguito per prassi da alcune società di revisione nel sindacato sulle valutazioni di bilancio (e comunque escluso per le ipotesi di frode) — lo avrebbe apertamente censurato, giudicando irragionevole e contrastante con il diritto statunitense la pretesa di subordinare la rilevanza delle falsità di bilancio al superamento di soglie quantitative prestabilite. Non sarebbe pertinente, poi, la giustificazione addotta riguardo alla soglia in materia di valutazioni estimative, che la relazione governativa afferma essere stata mutuata dalla recente normativa penale tributaria: con ciò, peraltro, fondando l'esercizio del potere discrezionale conferito al Governo su soluzioni adottate in una materia diversa da quella oggetto della delega legislativa e su criteri «tecnico-normativi» ad esso estranei, posto che l'evasione d'imposta è in ogni caso direttamente correlata all'entità del mendacio che sottrae la base imponibile. Il sistema delle soglie vulnererebbe, ancora, l'art. 3 Cost., in quanto — in contrasto con la finalità di tutela della fiducia nella veridicità dei bilanci e delle comunicazioni dell'impresa societaria, assegnata dallo stesso legislatore alla norma incriminatrice impugnata — lascerebbe esenti da pena fatti idonei a pregiudicare gravemente la capacità informativa delle comunicazioni sociali (come nel caso di falsità di poste di bilancio superiori di per sé alle soglie, che però si neutralizzino reciprocamente); e farebbe altresì dipendere la responsabilità penale non dallo spessore del mendacio in rapporto alle esigenze informative del destinatario — costituenti il bene oggetto di tutela — ma da fattori ad esse estranei. Sarebbe violato, infine, l'art. 117, primo comma, Cost., in relazione all'art. 8 della Convenzione OCSE sulla lotta alla corruzione di pubblici ufficiali stranieri nelle operazioni commerciali internazionali — fatta a Parigi il 17 dicembre 1997 e ratificata dall'Italia con legge 29 settembre 2000, n. 300 — che impone alle Parti di prevedere adeguate sanzioni per le violazioni contabili delle imprese, al fine di impedire la creazione di «fondi neri» utilizzabili a scopo di corruttela: finalità, questa, frustrata dalla introduzione di soglie di punibilità che — in quanto parametrate percentualmente al risultato economico di esercizio o al patrimonio netto della società — renderebbero penalmente lecite falsità anche molto rilevanti. 4. — Poiché le questioni di costituzionalità attengono, in parte, alle medesime norme e risultano comunque tra loro connesse, i relativi giudizi vanno riuniti per essere definiti con un'unica decisione. 5. — Le questioni sollevate dal Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Forlì sono manifestamente inammissibili, avendo il rimettente offerto una motivazione insufficiente, implausibile e contraddittoria — nei singoli passaggi — circa la loro rilevanza nel procedimento a quo. Nel formulare i quesiti di costituzionalità — che investono, nella sostanza, i primi due il trattamento sanzionatorio della fattispecie contravvenzionale di cui all'art. 2621 cod. civ. ; e il terzo il regime di perseguibilità a querela del delitto di cui al successivo art. 2622 (quando si tratti di società non quotate) — il rimettente ne afferma infatti la rilevanza nel procedimento a quo sulla base di un triplice assunto, e cioè: a) che il fatto di false comunicazioni sociali, relativo a società non quotata, per cui si procede sarebbe attualmente riconducibile tanto all'ipotesi contravvenzionale che a quella delittuosa; b) che mancherebbe peraltro, nella specie, la condizione di procedibilità del delitto; c) che, in conseguenza di ciò, il fatto dovrebbe essere valutato come ipotesi contravvenzionale. Riguardo al primo assunto, il rimettente omette tuttavia di spiegare per quale ragione la falsità oggetto del procedimento principale integrerebbe, oltre alla contravvenzione, anche il delitto: