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Ad ogni modo, non c'è alcun problema. Ringrazio tutti coloro che sono in quest'Aula: non sono numerosissimi, ma il nostro esercizio democratico lo espleteremo comunque. Signor Presidente, rappresentati del Governo, colleghi, in questo momento storico assai confuso quella che era un'esigenza di non poco conto, la riduzione del numero dei parlamentari, diventa un fatto quasi secondario nell'attuale contesto istituzionale in cui ci tocca vivere. Mi spiego meglio. Non discuto che il numero dei parlamentari in Italia sia alto, né si può sottovalutare che le Camere sono due e che svolgono la stessa funzione. Inutile risalire alle motivazioni che spinsero i Costituenti nel Dopoguerra a darsi tale assetto istituzionale. Vorrei però sottolineare che oggi ci troviamo di fronte ad un Parlamento, che pure ci ha fatto compagnia in questi decenni di democrazia e di crescita del nostro Paese, che oggi rischia di vedere saltare i cardini stessi dell'impianto costituzionale. Mi riferisco per primo all'articolo 67 della nostra Carta costituzionale, in cui è vergato: «Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato». Il rapporto tra libero mandato parlamentare e rappresentanza politica è considerato in tutti i Paesi dell'Occidente democratico un vero e proprio discrimine tra lo Stato premoderno e lo Stato dei nostri giorni. Osserviamo invece un movimento politico, oggi maggioranza in Italia, che irrompe nel Parlamento dichiarando esplicitamente che ogni suo componente non può non obbedire a un mandato imperativo che arriverebbe in Aula da una piattaforma esterna, gestita da una società privata. Le riforme costituzionali non possono essere fatte esercitando l'arbitrio della dittatura della maggioranza: le riforme vanno fatte concordando con le opposizioni, per definire i luoghi nei quali ognuno possa sentirsi a suo agio nell'alternanza del potere. Ormai, purtroppo, prende sempre più corpo questa dittatura della maggioranza, che alcuni fanno finta di non vedere, altri accettano con indifferenza, ma così potremmo entrare nel cono d'ombra della nostra democrazia repubblicana. Chi vi parla non insegna diritto costituzionale in una qualche università del nostro Paese. Cionondimeno, mi chiedo e chiedo anche a voi, forse con un eccesso di candore: chi professa una linea così configgente con la nostra Carta costituzionale può entrare in Parlamento e svolgere il suo mandato? Io credo di no, ma può essere che mi sbagli. Correggetemi se sbaglio, come diceva - lo ricordiamo tutti - il Papa. Il secondo punto assai controverso del programma di questo Governo è l'interpretazione dell'articolo 116 della Costituzione, quello cosiddetto dell'autonomia. Alla fine del 2017 la Lombardia e il Veneto e - dopo - l'Emilia-Romagna hanno tenuto nelle rispettive Regioni un referendum consultivo per domandare ai propri cittadini se erano interessati a una maggiore autonomia in certe materie. La risposta delle urne, come era prevedibile, è stata plebiscitaria. Zaia, il presidente del Veneto, uomo forte della Lega di quella Regione, ha tentato qualche anno fa di trasformare la propria Regione in una Regione a Statuto speciale, come una delle cinque che, per ragioni storiche, hanno fruito nel Dopoguerra di tale specialità. Signor Presidente, in Aula c'è un brusìo che mi rende difficile parlare. La prego di intervenire. PRESIDENTE. Senatrice Lonardo, le assicuro che il brusìo è nettamente inferiore alla media, ma accolgo la sua richiesta. LONARDO (FI-BP) . È una media che evidentemente non mi trova d'accordo. PRESIDENTE. Una cosa è il brusìo inferiore alla media, ma girare la schiena verso chi parla non è carino, colleghi. LONARDO (FI-BP) . Stavo dicendo che si tratta di una specialità che consente, in genere, un livello di vita superiore a quello delle Regioni a statuto ordinario. Quindi, avendo il presidente Zaia constatato che l'impresa appariva troppo complicata (perché la Costituzione per essere modificata ha bisogno di una procedura lunga e difficile, con l'insidia finale del referendum ), ha ripiegato su una formula meno complicata. Ricordo che gli ultimi due referendum - quello sulla riforma di Renzi e quello, precedente, sulla riforma di Bossi (che gli italiani, semplificando, avevano definito il referendum sulla devolution ) - ebbero un esito infausto per entrambi i promotori. In cosa consiste questo improvviso ripiegamento? Egli ha chiesto di utilizzare il comma 3 dell'articolo 116 della Costituzione, che permette di ottenere «ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia (...)». Tale procedura parlamentare permette di ottenere lo scopo attraverso una legge ordinaria da approvare a maggioranza assoluta dei parlamentari. Si tratta di uno strumento che nessuno conosce. Ad ogni modo, tale meccanismo istituzionale gli permette di acquisire la gestione diretta di addirittura 23 materie (tante ne ha chieste), naturalmente con relative risorse da trattenere direttamente dal gettito fiscale della propria Regione, notoriamente molto alto. Solo che questa impresa andasse in porto - e le condizioni ci sono tutte - e se le Regioni del Nord si appropriassero unilateralmente del bottino del gettito fiscale prodotto nel proprio territorio, salterebbe il fondo perequativo che tiene in vita le aree deboli. In una parola, salterebbe il Mezzogiorno. Salterebbe la lettera m) del comma 2 dell'articolo 117 della Costituzione, relativo alla «determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale». Per quanto possa sembrare paradossale, le condizioni per il successo dell'operazione politica ci sono tutte. Malgrado il MoVimento 5 Stelle abbia ottenuto il 47 per cento dei consensi nel Sud, è possibile che, per via del famoso contratto, voti una legge terrificante per l'intero Mezzogiorno, che annienterebbe ogni possibilità di sviluppo, rendendolo periferico ed estraneo al resto del Paese. (Applausi dal Gruppo FI-BP) . Per questi motivi, pur volendo dare il massimo di importanza al numero dei parlamentari, anche alla luce delle ultime due leggi elettorali che hanno spogliato gli elettori del diritto a scegliere i propri eletti, credo che i due temi costituzionali che ho indicato acquistino un valore prioritario nel clima storico di sottovalutazione - spesso indifferenza o, peggio, incompetenza - che registriamo sotto i nostri occhi. Con l'elusione dell'articolo 67 della Costituzione, salta il concetto di libertà in un libero Parlamento; con l'applicazione del comma 3 dell'articolo 116 della Costituzione, nella forma richiesta dal presidente Zaia, salta l'unità del Paese. Le sue ragioni possono apparire comprensibili, ma per noi del Sud sarebbe francamente la fine di ogni speranza e sogno (e colgo l'occasione per indirizzare un saluto alle rappresentanze universitarie, imprenditoriali, sindacali e del mondo delle associazioni che, riunite a Napoli proprio ieri, hanno individuato sette punti da inviare al Governo e al Parlamento). Sarebbe quindi, come dicevo, la fine di ogni speranza e di ogni sogno per noi del Sud. Salterebbe l'idea stessa di Nazione. Con l'autonomia differenziata si assisterebbe a uno strappo radicale dello stare assieme ai cittadini diversamente italiani.