[pronunce]

il pubblico ministero avrebbe quindi dovuto modificare l'imputazione relativamente al reato di emissione e utilizzazione di fatture per operazioni inesistenti già nel corso dell'udienza preliminare, e non attendere due anni per provvedervi prima dell'apertura del dibattimento, così impedendo all'imputato di accedere al rito abbreviato nella sua sede naturale; che secondo il rimettente la «perdita» del giudizio abbreviato non è da addebitare a negligenza dell'imputato né deriva da una sua consapevole scelta, in quanto durante l'udienza preliminare, nel corso della quale avrebbe dovuto esercitare la facoltà di scelta in ordine al rito, non era stato «posto nelle condizioni di confrontarsi con quelle imputazioni che, per altro verso, già si preannunciavano come di prossima elevazione»; che ad avviso del giudice a quo la «perdita» del rito abbreviato si prospetta, allo stato, irrimediabile, poiché da un lato il termine per la presentazione della richiesta è ormai decorso e dall'altro la Corte costituzionale nella sentenza n. 265 del 1994 ha espressamente escluso la possibilità di un «recupero del rito abbreviato» negli atti preliminari al dibattimento, sul presupposto che il giudizio abbreviato «si realizza attraverso una vera e propria “procedura” inconciliabile con quella dibattimentale»; che tuttavia il rimettente sostiene che «la radicale metamorfosi del rito abbreviato operata dalla legge n. 479 del 1999» e i successivi interventi della Corte costituzionale impongano una nuova disamina del problema e in particolare consentano di ritenere ormai «superata la asserzione circa la […] radicale inconciliabilità del rito abbreviato con il dibattimento»; che infatti – prosegue il giudice a quo - la stessa Corte costituzionale ha in altre occasioni rilevato che la acritica riproposizione di soluzioni ermeneutiche emerse nel quadro normativo previgente è incongrua rispetto all'attuale disciplina, in conseguenza della sopravvenuta modifica complessiva del rito abbreviato; che proprio alla luce della sentenza n. 265 del 1994, secondo cui, a fronte di contestazioni della pubblica accusa patologiche ovvero tardive, è necessario porre l'imputato nella «medesima situazione processuale in cui si sarebbe trovato ove la nuova contestazione fosse stata tempestiva», non può che apparire gravemente pregiudizievole per il diritto di difesa precludere all'imputato l'accesso al rito abbreviato nelle situazioni considerate; che la disciplina censurata violerebbe altresì l'art. 3 Cost. perché determina una irragionevole disparità di trattamento «tra l'imputato sottoposto ad un fisiologico svolgimento della udienza preliminare e chi, senza colpa, risulti privato di facoltà processuali in conseguenza di tardive scelte della pubblica accusa»; che, infine, il rimettente ribadisce che la questione riguarda nella specie solo la modificazione delle imputazioni relative alle violazioni penali tributarie (emissione e utilizzazione di fatture per operazioni inesistenti) tardivamente contestate dall'organo della pubblica accusa; che è intervenuto in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che la questione sia dichiarata infondata, in quanto la situazione verificatasi nel giudizio a quo sarebbe «addebitabile all'imputato» e non sussisterebbe quindi alcuna violazione dei principi costituzionali evocati. Considerato che il Tribunale di Milano ha sollevato, in riferimento agli artt. 3 e 24 della Costituzione, questione di legittimità costituzionale degli artt. 516, 517 e 519 del codice di procedura penale, nella parte in cui non prevedono la facoltà dell'imputato di chiedere al giudice del dibattimento il rito abbreviato, relativamente al fatto diverso o al reato concorrente, quando la nuova contestazione risulti tardivamente formulata dal pubblico ministero; che risulta, in fatto, che alcuni degli imputati erano stati rinviati a giudizio, tra l'altro, per i reati di emissione e di utilizzazione di fatture per operazioni inesistenti e di dichiarazione fraudolenta dei redditi previsti dall'art. 4, comma 1, lettere d) e f), del decreto-legge 10 luglio 1982, n. 429, convertito nella legge 7 agosto 1982, n. 516 (come sostituito dall'art. 6 del decreto-legge 16 marzo 1991, n. 83, convertito con modificazioni nella legge 15 maggio 1991, n. 154), norma abrogata dal decreto legislativo 10 marzo 2000, n. 74, che ha riformulato le originarie fattispecie incriminatrici; che a seguito delle sopravvenute modifiche legislative il pubblico ministero aveva provveduto a riformulare i capi di imputazione relativi alle lettere d) e f) dell'art. 4 del citato decreto-legge solo all'udienza dibattimentale del 28 ottobre 2002, pur essendo il decreto legislativo n. 74 del 2000 già in vigore al momento – 28 ottobre 2000 – in cui aveva avuto inizio l'udienza preliminare; che in particolare nel novellato capo B) dell'imputazione il pubblico ministero aveva contestato «l'inserimento della documentazione fiscale asseritamente falsa nelle dichiarazioni annuali di imposta», riferendosi al reato previsto dall'art. 2 del decreto legislativo n. 74 del 2000; che il rimettente denuncia pertanto la violazione dell'art. 24 Cost., in quanto la tardiva contestazione operata dal pubblico ministero ha determinato la perdita irrimediabile del rito abbreviato, perdita non addebitabile a negligenza né derivante da una consapevole scelta processuale dell'imputato, nonché dell'art. 3 Cost., a cagione della irragionevole disparità di trattamento tra l'imputato che può esercitare la facoltà di presentare richiesta di giudizio abbreviato nel corso dell'udienza preliminare e chi risulta privato di tale facoltà in conseguenza di «tardive scelte della pubblica accusa»; che tuttavia, come è stato precisato dalle Sezioni Unite della Corte di cassazione, l'emissione di fatture per operazioni inesistenti è ora contemplata dall'identica fattispecie di cui all'art. 8 del predetto decreto legislativo, la quale perciò si pone in rapporto di continuità normativa con l'identica fattispecie prevista dal decreto-legge n. 429 del 1982, mentre la condotta di mera utilizzazione mediante registrazione in contabilità delle fatture emesse per operazioni inesistenti non è più prevista come reato, e pertanto l'intervenuta abrogazione determina la non punibilità di tale condotta; che l'utilizzazione di tali fatture rimane quindi sanzionata soltanto in quanto integri la fattispecie di dichiarazione fraudolenta dei redditi mediante uso di fatture o di altri documenti per operazioni inesistenti, ora prevista dall'art. 2 del decreto legislativo n. 74 del 2000, che si pone anch'esso in rapporto di continuità normativa con l'analoga previsione di cui al previgente art. 4, comma 1, lettera f), del decreto-legge n. 429 del 1982 e nello stesso tempo prevede il nuovo reato di dichiarazione fraudolenta in tema di imposta sul valore aggiunto;