[pronunce]

ORDINANZA ha pronunciato la seguentenei giudizi di legittimità costituzionale degli artt. 13, comma 2, lettere a) e b), comma 3 e comma 13, 14, comma 5-ter, e 17 del decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286 (Testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell'immigrazione e norme sulla condizione dello straniero), modificato dalla legge 30 luglio 2002, n. 189 (Modifica alla normativa in materia di immigrazione e di asilo), e dell'art. 558 del codice di procedura penale, promossi con ordinanze del 12 novembre 2002 dal Tribunale di Roma, del 30 ottobre 2002 dal Tribunale di Termini Imerese, del 3 dicembre 2002 dal Tribunale di Firenze, dell'11 gennaio 2003 dal Tribunale di Roma e del 30 giugno 2003 dal Tribunale di Terni, rispettivamente iscritte ai nn. 44, 53, 78, 133 e 753 del registro ordinanze 2003 e pubblicate nella Gazzetta Ufficiale nn. 7, 8, 10, 13 e 38, prima serie speciale, dell'anno 2003. Visti gli atti di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri; udito nella camera di consiglio del 9 marzo 2005 il giudice relatore Giovanni Maria Flick. Ritenuto che con le ordinanze in epigrafe, di analogo tenore, il Tribunale di Roma ed il Tribunale di Terni hanno sollevato, in riferimento agli artt. 24, 27, 104 e 111 della Costituzione – e, quanto all'ordinanza r.o. n. 133 del 2003 del Tribunale di Roma, anche all'art. 11 della Costituzione – questione di legittimità costituzionale dell'art. 14, comma 5-ter, del decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286 (Testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell'immigrazione e norme sulla condizione dello straniero), aggiunto dall'art. 13, comma 1, della legge 30 luglio 2002, n. 189 (Modifica alla normativa in materia di immigrazione e di asilo), e «di conseguenza» dell'art. 13, commi 3 e 13, e dell'art. 17 del medesimo decreto legislativo, nella parte in cui prevedono l'immediata espulsione, con accompagnamento coattivo alla frontiera, dello straniero sottoposto a procedimento penale per i reati di cui ai citati artt. 13, comma 13, e 14, comma 5-ter, prima che tale procedimento sia definito e indipendentemente dal suo esito, subordinando, altresì, ad autorizzazione del questore il rientro nel territorio dello Stato dell'imputato espulso ai fini dell'esercizio del diritto di difesa; che i giudici a quibus riferiscono di essere investiti di processi penali nei confronti di cittadini extracomunitari imputati del reato di cui all'art. 14, comma 5-ter, del d.lgs. n. 286 del 1998, per essersi trattenuti senza giustificato motivo nel territorio dello Stato, in violazione dell'ordine impartito dal questore ai sensi del comma 5-bis del medesimo articolo; che in sede di convalida dell'arresto – previsto come obbligatorio per il reato de quo dal comma 5-quinquies dell'art. 14 – il pubblico ministero non aveva richiesto l'applicazione di alcuna misura coercitiva, in quanto non consentita dalla natura contravvenzionale della fattispecie criminosa; che si procedeva, quindi – nei casi oggetto delle ordinanze del Tribunale di Roma – con rito direttissimo nei confronti di imputati a piede libero, i quali avevano formulato richiesta di termini a difesa ai sensi dell'art. 558, comma 7, cod. proc. pen. , con conseguente rinvio del processo a nuova udienza; mentre la questione viene sollevata dal Tribunale di Terni subito dopo la convalida dell'arresto, in via preliminare rispetto al rilascio del nulla osta all'espulsione ex art. 13, comma 3-bis, del d.lgs. n. 286 del 1998 ed alla fissazione dell'udienza per il giudizio; che i rimettenti rilevano come gli artt. 13, comma 13, e 14, comma 5-ter, del d.lgs. n. 286 del 1998, nel testo modificato dalla legge n. 189 del 2002, contemplino due distinte, ma analoghe figure di reato, volte a punire, rispettivamente, lo straniero colpito da provvedimento di espulsione amministrativa che rientri illegalmente nel territorio dello Stato o che vi si trattenga senza giustificato motivo in violazione dell'ordine di allontanamento del questore; che in entrambi i casi è previsto l'arresto obbligatorio in flagranza e lo svolgimento del processo con rito direttissimo; si stabilisce, inoltre, che lo straniero venga nuovamente espulso «con accompagnamento immediato alla frontiera» (art. 13, comma 13) e «con accompagnamento alla frontiera a mezzo della forza pubblica» (art. 14, comma 5-ter); che l'accompagnamento alla frontiera deve aver luogo immediatamente, non appena lo straniero venga rimesso in libertà, senza attendere la definizione del processo penale: deponendo in tal senso sia il tenore letterale delle norme richiamate che la previsione del successivo art. 17, in forza della quale «lo straniero parte offesa ovvero sottoposto a procedimento penale è autorizzato a rientrare in Italia per il tempo strettamente necessario per l'esercizio del diritto di difesa, al solo fine di partecipare al giudizio o al compimento di atti per i quali è necessaria la sua presenza»; che la stessa disposizione aggiunge che l'autorizzazione «è rilasciata dal questore anche per il tramite di una rappresentanza diplomatica o consolare su documentata richiesta» dell'interessato o del difensore; che, ad avviso dei rimettenti, tale disciplina si porrebbe in contrasto con l'art. 24 Cost., dato che l'imputato allontanato coattivamente dal territorio dello Stato prima della conclusione del processo vedrebbe gravemente compromessa la possibilità di predisporre una difesa adeguata – tanto più nei ristretti tempi del rito direttissimo – non solo personalmente, ma anche a mezzo del difensore, le cui attività solo con evidente difficoltà potrebbero essere sollecitate ed orientate da una persona che non si trova nel territorio nazionale; che a garantire il rispetto dell'art. 24 Cost. non basterebbe la facoltà di rientro in Italia dello straniero per l'esercizio del diritto di difesa, prevista dal citato art. 17 del d.lgs. n. 286 del 1998: facoltà che si tradurrebbe in una mera affermazione di principio, giacché – a prescindere dalla sua subordinazione ad un provvedimento autorizzativo del questore a carattere discrezionale – il rientro potrebbe risultare di fatto ostacolato o reso impossibile dalla insufficienza dei mezzi economici dell'interessato; che la «nuova» espulsione prevista dalle norme impugnate, d'altra parte, per la sua diretta connessione con un fatto di reato, andrebbe qualificata, non come provvedimento amministrativo, ma come misura di sicurezza, e dunque disposta in sede giurisdizionale, con le relative garanzie: onde l'allontanamento immediato dal territorio dello Stato finirebbe per tradursi in un'anticipazione degli effetti della condanna, contrastante con la presunzione di non colpevolezza stabilita dall'art. 27 Cost.;