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Ma si deve avviare anche una riflessione sui posti di lavoro che si perderanno, sulla riconversione di questa forza lavoro, sulle possibilità di impiego in settori che hanno ancora ampi margini di crescita, dal turismo alla nuova agricoltura. Anche in quest'ottica bisogna diminuire il costo del lavoro, come raccomandato anche dalla Commissione europea. Le misure dei precedenti Governi sono state importanti e oggetto di polemiche che non meritavano. Occorre andare avanti, rafforzando anche l'alternanza scuola-lavoro. Nel sistema duale tedesco ci sono circa trecento percorsi professionali, si ha il diritto a una paga e ad un periodo di ferie. È un vero e proprio percorso di avvio al lavoro dove, accanto ai diritti, ci sono dei doveri; si calcola che, a fronte di un costo per impresa di 12.000 euro, gli apprendisti producono beni e servizi per 17.000 euro. Se nella Provincia di Bolzano la disoccupazione è scesa al 2,9 per cento (abbiamo praticamente piena occupazione) il merito è anche delle forme di alternanza scuola-lavoro che favoriscono l'incontro tra domanda e offerta. Insomma, bisogna lavorare su tutti questi fronti. Perché, come ha ricordato anche il presidente della Confindustria, mentre in America e in Cina la questione industriale è in cima all'agenda della politica, da noi sembra essere scomparsa. Su questo attendiamo le iniziative che vorrà prendere il Governo. Di sicuro si deve migliorare anche l'accesso al credito, e bisogna negoziare con l'Europa l'esclusione degli investimenti strategici - quelli in ricerca e formazione, quelle per le grandi opere infrastrutturali - fuori dai vincoli di stabilità. Attendiamo tutto questo e, nel frattempo, scongiuriamo in ogni modo l'aumento dell'IVA, che sarebbe un colpo durissimo per i consumi del ceto medio e dei meno abbienti. In conclusione, credo che non ci sia altra strada da perseguire, con un atteggiamento rispetto all'Europa su cui ha detto bene il presidente della Confcommercio nella sua relazione annuale: non dobbiamo essere europei e europeisti solo perché costretti a competere nel mercato globale, lo siamo, invece, per comune sensibilità, per culture somiglianti, per valori condivisi; il vero fine dell'Europa è nello stare assieme tra diversi; un esempio pratico e quotidiano di libero scambio di beni, idee, persone. Il Governo, nei prossimi anni, nei prossimi mesi, lavori per questo. (Applausi dal Gruppo Aut (SVP-PATT, UV e FdI)) . PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Fazzolari. Ne ha facoltà. FAZZOLARI (FdI) . Signor Presidente, ministro Tria - che non vedo - onorevoli colleghi, oggi si discute in Parlamento un Documento di economia e finanza anomalo. Come sappiamo, il DEF normalmente indica la strategia economica e di bilancio dello Stato per l'anno in corso e per il triennio successivo e traccia gli indirizzi per perseguire la crescita economica e occupazionale e la riduzione del debito pubblico. Peccato che questo DEF non contenga nulla di tutto questo, perché non presenta il quadro programmatico. Il Governo Gentiloni Silveri ha giustificato la presentazione di questo DEF incompleto come un atto di opportunità istituzionale nei confronti del Governo che avrebbe preso il suo posto. Leggendo i dati catastrofici contenuti nel DEF, però, più che un atto di opportunità, viene il sospetto che si sia trattato di uno stratagemma per tentare di sfuggire alle proprie responsabilità. I dati economici del DEF sono infatti l'impietosa fotografia del fallimento dell'azione di Governo degli ultimi cinque anni. Abbiamo sentito per anni ripetere la filastrocca «siamo passati dal segno meno al segno più», frase buona per la pubblicità ingannevole delle televendite non per un'analisi seria dei dati di macroeconomia. È infatti cosa ben nota che nel 2013 è iniziata una fase molto favorevole per tutte le economie europee, grazie alla politica monetaria espansiva della BCE, al basso prezzo del petrolio e al cambio favorevole euro-dollaro. Finito il vento contrario della crisi economica e con il vento finalmente in poppa, tutte le economie europee hanno cominciato a volare; tutte tranne l'Italia, che ha continuato ad arrancare. I dati macroeconomici parlano chiaro: siamo gli ultimi in Europa per crescita economica e, mentre la crescita media europea nel 2017 è stata del 2,3 per cento, quella dell'Italia è stata pari all'1,5 per cento. Quanto al disastro occupazionale, nel 2013 il tasso medio di disoccupazione europeo era dell'11 per cento e quello italiano di poco superiore al 12; dopo cinque anni, il tasso di disoccupazione europeo è crollato al 7,6 per cento, mentre quello italiano è sceso solo all'11 per cento; la cosa scandalosa è che c'è chi si rivende questo dato come un grande successo. Ma almeno i conti pubblici sono migliorati? Assolutamente no. Negli ultimi cinque anni, il debito pubblico è esploso ed è aumentato dell'8,5 per cento il rapporto debito-PIL (in termini assoluti, 270 miliardi di euro di debito in più sulle spalle dei nostri figli). E per fare cosa? Investimenti pubblici, ponti, strade e scuole? Assolutamente no. Il deficit lo abbiamo fatto per amenità come il bonus di 500 euro ai diciottenni, non per ammodernare la Nazione. Negli ultimi anni di governo della sinistra gli investimenti pubblici sono costantemente diminuiti. In cinque anni sono scesi di 8 miliardi e nel 2017 abbiamo raggiunto il minimo storico del 2 per cento del PIL per spese di investimento. Questi sono solo i dati principali del fallimento di questi anni e molti altri potremmo citarne, dall'altissima mortalità delle imprese al crollo della produzione industriale, al dramma di 4 milioni di italiani (l'8,3 per cento della popolazione) che vivono in una condizione di povertà estrema. Un quadro desolante, che diventa addirittura allarmante guardando a cosa ci aspetta per il futuro perché tutte le analisi economiche - in parte anche contenute nel DEF - prevedono per i prossimi anni un peggioramento del quadro economico generale. Serve perciò una radicale inversione di rotta. Purtroppo dalle parole sentite dal presidente del Consiglio Conte, non ci è sembrato che il Governo abbia le idee chiare sul da farsi. Abbiamo sentito parole troppo timide; ci preoccupano le dichiarazioni di chi, come il ministro Tria, parla di continuità, perché se le ricette proposte finora non hanno funzionato in un contesto economico favorevole, certamente non funzioneranno in uno sfavorevole. Un radicale cambio di rotta, quindi, è quello che noi di Fratelli d'Italia proponiamo nella proposta di risoluzione al DEF che presentiamo oggi, un documento articolato, che voglio sintetizzare in cinque punti essenziali. Primo: rivedere i parametri europei. Chiediamo di contestare immediatamente il fiscal compact , questo non per sostenere una politica allegra del deficit che non ci appartiene, ma per far passare un principio serio e di buon senso: scorporare dal computo del rapporto deficit -PIL le spese in investimenti, opere pubbliche, sicurezza, prevenzione del dissesto idrogeologico e del rischio sismico. In modo particolare per garantire al Sud Italia il livello infrastrutturale, logistico e di controllo del territorio necessario al suo sviluppo.