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Il CONI, invece, ha sempre ravvisato la necessità di ripensare la norma, ma in una legge quadro sullo sport più ampia. Fra le argomentazioni a sostegno di questa posizione, il fatto che il solo quadro normativo non aiuterebbe le donne ad ottenere una parità economica, ma che sarebbe sempre il mercato a stabilire quanto può guadagnare un'atleta rispetto ad un collega pur di pari livello. Quindi, molti sforzi restano da fare per adeguare la nostra legislazione ai princìpi costituzionali e al diritto europeo in materia di pari opportunità e di conciliazione di professionismo sportivo con le naturali esigenze di maternità delle atlete. Il problema, però, oltre che legislativo e normativo, è culturale. Negli anni sono stati molti i tentativi fatti per superare questa discriminazione e le soluzioni, provenienti anche dal mondo della politica, non sono riuscite a superare la legge n. 91 del 1981 che è ancora vigente. Questo stato di cose permane in Italia nonostante: la risoluzione 32/130 del 1977 con la quale l'ONU riconosceva il diritto allo sport come diritto dell'uomo perché legato alla funzione educativa, culturale e sociale; la Carta internazionale dello sport e dell'educazione fisica adottata dall'UNESCO nel 1978; la Convenzione di New York per l'eliminazione di tutte le discriminazioni contro le donne; la Dichiarazione di Pechino e la Piattaforma d'azione del 1995 che, oltre a affrontare l'argomento della discriminazione di genere nello sport, sottolineano la necessità di incentivare la partecipazione delle donne nei processi decisionali del mondo sportivo. Anche l'Unione europea è intervenuta più volte per denunciare la disparità di genere nell'accesso e nello svolgimento dell'attività sportiva, nel 2003 ha adottato la risoluzione donne e sport (2002/2280 (INI)) nella quale lo sport femminile è definito come espressione del diritto alla parità e alla libertà di tutte le donne. Questa risoluzione sollecita gli Stati membri e il movimento sportivo a eliminare la distinzione tra pratiche maschili e femminili «nelle procedure di riconoscimento delle discipline di alto livello» e chiede alle federazioni nazionali e alle autorità di tutela di «assicurare alle donne e agli uomini parità di accesso allo statuto di atleta di alto livello, garantendo gli stessi diritti in termini di reddito, di condizioni di supporto e di allenamento, di assistenza medica, di accesso alle competizioni, di protezione sociale e di formazione professionale, nonché di reinserimento sociale attivo al termine delle loro carriere sportive» e chiede alle autorità di governo e sportive di «garantire l'eliminazione delle discriminazioni dirette e indirette di cui sono vittime le atlete nell'esercizio del loro lavoro». Sempre l'Unione europea ha dichiarato il 2007 «Anno europeo delle pari opportunità per tutti», insistendo sul superamento delle discriminazioni e promuovendo la parità di genere in tutti i campi; ha esortato gli Stati membri a mettere in campo azioni positive per contrastare e ridurre la criticità della situazione femminile, in particolare l'accesso e la permanenza del mondo del lavoro. E la Commissione europea ha presentato un Libro bianco sullo sport nel quale si legge che l'attività sportiva è soggetta all'applicazione del diritto comunitario, come il divieto di discriminazione in base alla nazionalità, le norme relative alla cittadinanza dell'Unione e la parità uomo donna per quanto riguarda il lavoro. A tutt'oggi, in Italia, nessuna disciplina sportiva femminile è qualificata come professionistica; le donne sono considerate dilettanti anche nelle federazioni (in Italia solo sei) che prevedono il professionismo per gli uomini (calcio, ciclismo – solo per le gare su strada –, motociclismo, pugilato, golf e pallacanestro). Pur riconoscendo l'autonomia dell'ordinamento sportivo (nel distinguere fra professionismo e dilettantismo) va ricordato che in Italia persiste una discriminazione economica fra i generi che dovrebbe essere colmata. Va considerato anche che: l'articolo 2 della legge n. 91 del 1981 definisce «sportivi professionisti gli atleti, gli allenatori, i direttori tecnico-sportivi ed i preparatori atletici, che esercitano l'attività sportiva a titolo oneroso con carattere di continuità nell'ambito delle discipline regolamentate dal CONI e che conseguono la qualificazione dalle federazioni sportive nazionali, secondo le norme emanate dalle federazioni stesse, con l'osservanza delle direttive stabilite dal CONI per la distinzione dell'attività dilettantistica da quella professionistica». L'articolo 7 della medesima legge chiarisce che «l'attività sportiva professionistica è svolta sotto controlli medici, secondo norme stabilite dalle federazioni sportive nazionali ed approvate, con decreto Ministeriale della sanità sentito il Consiglio sanitario nazionale» e l'articolo 9 recita : «l'assicurazione obbligatoria per la invalidità, la vecchiaia ed i superstiti, prevista dalla legge 14 giugno 1973, n. 366, per i giocatori e gli allenatori di calcio è estesa a tutti gli sportivi professionisti di cui all'articolo 2 della presente legge». Lo scopo del presente disegno di legge è, quindi, quello di definire professionistico l'impegno costante e totalizzante di migliaia di donne che praticano sport a livello agonistico al pari degli uomini e in tutte le discipline regolamentate dal CONI, ma che oggi gareggiano con la qualifica di «dilettanti», con i limiti che questa dimensione porta con sé, nonché quello di equiparare a livello contrattuale le prestazioni di donne e uomini che praticano l'agonismo. Donne che, per impegno e risultati, nulla hanno da invidiare ai colleghi maschi se non lo status di «lavoratore». Fino ad oggi, delle quarantacinque discipline sportive riconosciute dal CONI, una sola, la Federazione italiana sport equestri (FISE), per pochi mesi, prima del suo commissariamento, è stata presieduta da una donna. Ciò significa che ai livelli dirigenziali forse è ancora più grave la questione della rappresentanza di genere. Perfino Tito Boeri, presidente dell'INPS (Istituto nazionale della previdenza sociale), aveva evidenziato la rilevanza del problema e aveva parlato della necessità di estendere il contributo previdenziale obbligatorio a tutti gli sport per contrastare il fenomeno dei compensi in nero. La sua riflessione puntava anche a sottolineare la brevità di alcune carriere (fra queste quella sportiva) che in assenza di una possibile contribuzione volontaria lascia completamente scoperto il 75 per cento dei praticanti l'agonismo. Fino alla riforma Fornero i contributi degli sportivi confluivano nelle casse dell'ENPALS (Ente nazionale di previdenza e assistenza per i lavoratori dello spettacolo), al pari dei lavoratori dello spettacolo, ma se un attore o un musicista può lavorare fino a tarda età, la vitalità degli sportivi è molto diversa. Visto che non è un caso raro che si evidenzi lo stato di indigenza di sportivi pur di fama nazionale, la legge n. 86 del 2003 ha istituito il fondo «Giulio Onesti» l'equivalente della legge Bacchelli (legge n. 440 del 1985), ma dedicata allo sport, che prevede un contributo economico per un massimo di cinque sportivi che hanno dato lustro al Paese qualora sia comprovato il loro grado di disagio economico. In Francia la dirigenza femminile nello sport è un sistema consolidato. Le quote sono previste dalle regole federali e a livello nazionale la quota deve essere proporzionale al numero di donne tesserate.