[pronunce]

che, in secondo luogo, il rimettente denuncia la violazione dell’art. 3 Cost. per contrasto con il principio di ragionevolezza, in quanto la disposizione censurata: a) prevede l’inammissibilità dell’appello quale conseguenza del mancato compimento di un’attività processuale priva di ogni utilità e finalità e, pertanto, stabilisce una sanzione processuale la cui gravità non è proporzionata «al bene o all’interesse alla cui tutela la norma è posta»; b) proprio perché priva di una qualsiasi «ragion d’essere», omette di fissare un termine perentorio per il deposito della copia dell’appello presso la segreteria del giudice di primo grado; c) fa derivare l’inammissibilità dell’appello da un comportamento omissivo dal quale non è possibile desumere, data l’avvenuta attivazione del giudizio di gravame, alcuna volontà della parte di desistere dal processo; che il giudice a quo denuncia, in terzo luogo, la violazione dell’art. 24 Cost., sotto il profilo che la norma censurata, prevedendo l’inammissibilità dell’appello per il mancato assolvimento di un incombente privo di qualsiasi utilità, costituirebbe impedimento all’esercizio del diritto della parte di agire per la tutela dei propri diritti e di ottenere una sentenza; che le sollevate questioni sono manifestamente infondate; che, innanzitutto, va rilevata l’erroneità del presupposto interpretativo da cui muove il rimettente, secondo cui la disposizione censurata sarebbe priva di ratio; che, al riguardo, questa Corte ha già precisato che detta disposizione ha l’apprezzabile scopo di informare tempestivamente la segreteria del giudice di primo grado dell’appello notificato senza il tramite dell’ufficiale giudiziario e, quindi, di impedire l’erronea attestazione del passaggio in giudicato della sentenza della Commissione tributaria provinciale (sentenza n. 321 del 2009); che, contrariamente a quanto opinato dalla Commissione rimettente, tale finalità non è soddisfatta dall’obbligo, posto a carico della segreteria del giudice di appello dall’art. 53, comma 3, del d.lgs. n. 546 del 1992, di richiedere alla segreteria presso il giudice di primo grado la trasmissione del fascicolo processuale con la copia autentica della sentenza impugnata, «subito dopo il deposito del ricorso in appello»; che, infatti, la suddetta richiesta viene avanzata dalla segreteria del giudice di appello solo «dopo» la costituzione in giudizio dell’appellante e, pertanto, non consente alla segreteria del giudice di primo grado di avere tempestiva notizia della proposizione dell’appello, considerando anche il tempo necessario a che essa pervenga alla segreteria della Commissione tributaria provinciale; che, di conseguenza, tale richiesta «non è […] idonea ad evitare il rischio di una erronea attestazione del passaggio in giudicato della sentenza di primo grado, limitandosi essa a consentire al giudice di secondo grado di ottenere la disponibilità del fascicolo in tempo utile per la trattazione della causa in appello» (citata sentenza n. 321 del 2009); che l’applicabilità della disposizione censurata ai soli casi in cui la notificazione dell’appello non avvenga per il tramite dell’ufficiale giudiziario trova, poi, adeguata giustificazione nel fatto che, nei casi in cui la notificazione sia invece effettuata mediante ufficiale giudiziario, la tempestiva notizia della proposizione dell’appello è fornita alla segreteria del giudice di primo grado dallo stesso ufficiale giudiziario; che, in proposito, l’art. 123 delle disposizioni di attuazione del codice di procedura civile - applicabile al processo tributario in virtú del generale richiamo alle norme del codice di procedura civile, effettuato dal comma 2 dell’art. 1 del d.lgs. n. 546 del 1992 – stabilisce che «L’ufficiale giudiziario che ha notificato un atto d’impugnazione deve darne immediatamente avviso scritto al cancelliere del giudice che ha pronunciato la sentenza impugnata»; che la facoltà di notificare l’appello «direttamente», ai sensi del comma 3 dell’art. 16 del d.lgs. n. 546 del 1992, rappresenta una caratteristica propria del processo tributario, introdotta dal legislatore in tale settore per ragioni di speditezza e semplificazione processuale, la quale non ha corrispondenza nel processo civile ordinario e, pertanto, giustifica una specifica disciplina, anche all’indicato fine di soddisfare l’esigenza di rendere la segreteria del giudice di primo grado tempestivamente informata della proposizione dell’impugnazione notificata con tali modalità; che, inoltre, è agevole rilevare che: a) la denunciata disposizione, come già osservato, è diretta a ridurre il rischio del rilascio di erronee attestazioni di passaggio in giudicato delle sentenze delle Commissioni tributarie provinciali; b) tale rischio non è affatto escluso o ridotto dalla possibilità di revocare successivamente l’erronea attestazione del passaggio in giudicato della sentenza; c) l’inammissibilità dell’appello per mancata o tardiva costituzione in giudizio dell’appellante (ai sensi degli artt. 53, comma 2, primo periodo, e 22, commi 1, 2 e 3, del d.lgs. n. 546 del 1992) può sempre essere dimostrata dall’interessato quando richieda l’attestazione del passaggio in giudicato della sentenza di primo grado per la quale sia stato effettuato il deposito di cui alla disposizione censurata; che una diversa disciplina legislativa sul punto, pur essendo astrattamente possibile, non sarebbe necessariamente piú razionale di quella censurata né, comunque, sarebbe costituzionalmente obbligata; che da tali rilievi circa la sussistenza di un’apprezzabile ratio della disposizione scrutinata discende la manifesta infondatezza di tutte le censure prospettate dal rimettente; che, piú in particolare, in ordine al dedotto contrasto con il principio di eguaglianza, il rimettente, nel denunciare un’ingiustificata diversità di trattamento tra processo civile e processo tributario, omette di considerare sia che il legislatore ha ampia discrezionalità nel conformare istituti e discipline processuali, nel limite (nella specie non superato) della non arbitrarietà e ragionevolezza (ex plurimis, sentenze n. 237 del 2007 e n. 341 del 2006; ordinanze n. 405 e n. 376 del 2007, n. 101 del 2006), sia che la peculiare facoltà di notificare l’appello «direttamente», ai sensi del comma 3 dell’art. 16 del d.lgs. n. 546 del 1992, propria del processo tributario rispetto a quello civile, giustifica la peculiarità della disciplina oggetto del presente giudizio; che, in ordine alla dedotta disparità di trattamento, all’interno del processo tributario, tra le notificazioni dell’appello effettuate con il tramite dell’ufficiale giudiziario e quelle effettuate senza tale tramite, il rimettente omette di considerare che la diversità di disciplina trova adeguata giustificazione nella sopra indicata esigenza di fornire all’ufficio della segreteria del giudice di primo grado, nel caso di notificazione “diretta” dell’appello, le stesse informazioni che l’ufficiale giudiziario è obbligato a fornire a tale ufficio, in applicazione del citato art. 123 disp. att. cod. proc. civ.