[pronunce]

del Considerato in diritto), ed anzi sono imperniate su di «un giudizio di persistente pericolosità del soggetto» (sentenza n. 24 del 2019, punto 9.7.1. del Considerato in diritto). Persistente pericolosità che deve essere puntualmente accertata, anche d'ufficio, nel tempo in cui la misura inizia (o riprende) ad avere esecuzione, dopo essere rimasta sospesa per effetto dello stato detentivo cui era sottoposto l'interessato. 3.5.3.- Né può condividersi il rilievo dell'Avvocatura generale dello Stato, secondo cui il legislatore avrebbe correttamente dato seguito al caveat conclusivo della sentenza n. 291 del 2013, concretizzando il riferimento ivi contenuto alla «brevità del periodo di differimento dell'esecuzione» con l'indicazione del termine di due anni, ora contenuto nella disposizione censurata. In effetti - come si evince dall'inciso in parentesi che immediatamente seguiva quel caveat, ove si menziona il «caso limite in cui la persona alla quale la misura è stata applicata si trovi a dover scontare solo pochi giorni di pena detentiva» - si deve ragionevolmente ritenere che questa Corte avesse inteso riconoscere alla prassi un margine di flessibilità per evitare una doppia valutazione della pericolosità, nelle ipotesi in cui la misura di prevenzione fosse stata richiesta per la prima volta, oppure fosse stata richiesta la rivalutazione della pericolosità sociale dell'interessato, appena prima della sua scarcerazione, nell'intento di evitare una soluzione di continuità tra il fine pena e l'avvio dell'esecuzione della misura. In tali specifiche ipotesi, la valutazione di pericolosità - pur se effettuata in un momento in cui l'esecuzione della misura di prevenzione è ancora sospesa ex lege - non perderebbe di attualità rispetto al momento nel quale essa potrà avere inizio, proprio perché compiuta nell'imminenza della cessazione della detenzione, quando per il tribunale è già possibile - e doveroso - tenere conto anche dei possibili esiti rieducativi connessi all'esecuzione della pena detentiva, ormai quasi completamente espiata. Questa logica non può valere, invece, nelle ipotesi - certamente incluse nell'ambito applicativo della disposizione censurata - in cui la misura sia stata disposta mesi o addirittura anni prima rispetto alla liberazione dell'interessato, in tal caso esigendosi una nuova valutazione della sua pericolosità, alla luce degli elementi raccolti durante il percorso carcerario. 3.5.4.- Né, infine, vale a evitare il contrasto con l'art. 3 Cost. la natura soltanto relativa della presunzione legislativa, la quale in effetti può essere vinta - come rileva l'Avvocatura generale dello Stato - allorché l'interessato stesso si attivi sollecitando la revoca della misura ai sensi dell'art. 11, comma 2, cod. antimafia. L'argomento era già stato confutato dalla sentenza n. 291 del 2013, nella quale si era osservato che tale possibilità «presuppone il trasferimento sull'interessato dell'onere di attivare un procedimento inteso a verificare, in negativo, l'attuale inesistenza della pericolosità, quale condizione per sfuggire al delineato "automatismo"», non valendo così «ad evitare il denunciato vulnus dell'art. 3 Cost.» (punto 6 del Considerato in diritto). Ed invero, in un ordinamento in cui il godimento del diritto fondamentale alla libertà personale costituisce la "regola", non può che spettare all'autorità pubblica l'onere di dimostrare, di fronte a un giudice, la sussistenza - in positivo - dei presupposti individuati dalla legge per la sua legittima, ed "eccezionale", limitazione: a cominciare dalla pericolosità dell'interessato, il contenimento della quale costituisce la stessa ragion d'essere delle misure di prevenzione. 3.6.- Peraltro, la disposizione censurata contrasta anche con l'art. 13 Cost. Questa Corte ha già avuto modo di rilevare che l'esecuzione della sorveglianza speciale di pubblica sicurezza comporta una restrizione della libertà personale sancita dall'art. 13 Cost., posto che le prescrizioni inerenti a tale misura - anche quando non sia disposto l'obbligo di soggiorno in un determinato comune - implicano comunque, ai sensi dell'art. 8 cod. antimafia, la sottoposizione a una incisiva serie di obblighi, tra cui quelli di fissare la propria dimora, di non allontanarsene senza preventivo avviso all'autorità di pubblica sicurezza, di non uscire di casa più presto e di non rincasare più tardi di una data ora (sentenza n. 24 del 2019, punto 9.7.3. del Considerato in diritto; analogamente, con riguardo all'istituto dell'ammonizione, antesignano di quello in esame, sentenza n. 11 del 1956). Ora, l'art. 13 Cost. subordina la legittimità costituzionale di eventuali restrizioni di tale libertà non solo alla puntuale definizione per legge dei presupposti della restrizione, ma anche al loro accertamento caso per caso da parte di un giudice; accertamento che, per esplicita previsione della norma costituzionale, deve qui intervenire in via preventiva, o comunque non oltre novantasei ore dall'avvenuta restrizione. La disciplina censurata prevede, invece, un meccanismo di tutela giurisdizionale successivo e soltanto eventuale (perché attivabile soltanto su istanza di parte) su un requisito centrale - quello della pericolosità dell'interessato - la cui effettiva e persistente sussistenza al momento dell'esecuzione della misura deve essere considerata, a sua volta, condizione della sua proporzionalità rispetto ai legittimi obiettivi di prevenzione dei reati, che la misura di prevenzione persegue. Proporzionalità che, come questa Corte ha recentemente rammentato proprio a proposito delle misure di prevenzione, costituisce «requisito di sistema nell'ordinamento costituzionale italiano, in relazione a ogni atto dell'autorità suscettibile di incidere sui diritti fondamentali dell'individuo» (sentenza n. 24 del 2019, punto 9.7.3. del Considerato in diritto; sulla necessaria proporzionalità di ogni misura dalla quale discendano compressioni dei diritti fondamentali della persona, di recente, anche sentenza n. 46 del 2024, punto 3.1. del Considerato in diritto). D'altra parte, la subordinazione della rivalutazione della pericolosità alla richiesta dell'interessato fa ricadere su quest'ultimo gli eventuali ritardi nella decisione del tribunale, restando nel frattempo eseguibile la misura nei suoi confronti, con conseguente indebita limitazione della sua libertà personale al metro dell'art. 13 Cost. 3.7.- Infine, la disciplina impugnata contrasta anche con il principio della necessaria finalità rieducativa della pena di cui all'art. 27, terzo comma, Cost. Se è vero, infatti, che il successo di un trattamento rieducativo non è mai scontato, la presunzione legislativa in esame muove - come correttamente rileva il rimettente - dal non condivisibile presupposto che un trattamento penitenziario in ipotesi protrattosi fino a due anni sia radicalmente inidoneo a modificare l'attitudine antisociale di chi vi è sottoposto.