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Il Regno Unito, a giudizio della Corte europea, era incorso nella violazione del ricordato articolo 3 perché la sua normativa pur prevedendo la privazione del diritto di elettorato per crimini sufficientemente gravi da richiedere la carcerazione, si applicava automaticamente ed indiscriminatamente a tutti i condannati a pena detentiva, quale che fosse la durata della pena o la gravità del reato commesso. Questi principi sono stati ribaditi dalla Grande Chambre della Corte con sentenza del 6 ottobre 2005 che ha respinto il ricorso del Regno Unito, confermando per un verso che l'articolo 3 del Protocollo non esclude l'imposizione di alcune restrizioni sui diritti elettorali di un individuo che ha connesso particolari e gravi abusi (p. 71), ed attribuisce agli Stati un ampio margine di apprezzamento al riguardo; insistendo, per altro verso, sul principio della proporzionalità della misura (p. 76 e segg.), in relazione alla quale ha anzitutto ricordato la raccomandazione della Commissione di Venezia secondo la quale la soppressione del diritti politici dovrebbe essere sancita solo da un tribunale in merito ad una specifica decisione giudiziale. Ha, quindi, rilevato che il margine di discrezionalità di ciascuno Stato, per quanto ampio, non può considerasi illimitato ed estendersi al punto di interdire il diritto di voto a tutti i detenuti ed a tutti i tipi di pena che comportano una detenzione, senza valutare e bilanciare i vari interessi in gioco e stabilirne la proporzionalità (p. 77 e 79). La Corte di Strasburgo «ha riconosciuto che il diritto di elettorato attivo e passivo non è assoluto, potendo gli Stati contraenti imporre limitazioni a condizioni che non siano precluse dalla norma convenzionale; ed ha attribuito agli stessi un ampio margine di discrezionalità per determinare le fattispecie in cui la privazione del diritto di voto possa ritenersi giustificata; ed in caso affermativo di decidere se la restrizione debba conseguire a violazioni specifiche oppure a violazioni di particolare gravità oppure se il relativo potere debba essere affidato all'autorità giudiziaria di volta in volta al momento in cui viene irrogata la pena». Ciò malgrado, la legge del 1983 del Regno Unito, pur migliorata nel 2000, privava del diritto di voto un gran numero di individui, in modo assolutamente indifferenziato, per infliggere una restrizione globale a tutti i detenuti «indipendentemente dalla natura o dalla gravità dell'infrazione che essi hanno commesso e dalla loro situazione personale»; tale «generale restrizione automatica ed indifferenziata ad un diritto garantito dalla Convenzione» oltrepassava il margine di discrezionalità di cui si è detto, divenendo incompatibile con il ricordato articolo 3. Questa situazione -- per la Cassazione -- non ricorre nella normativa italiana in tema di interdizione dai pubblici uffici, che, pur avvalendosi del margine di discrezionalità riconosciuto dalle decisioni della CEDU, appare rispettosa del principio di proporzionalità dalle stesse enunciato. Il legislatore italiano privilegia infatti «la pena effettiva inflitta nel caso concreto nel senso che la pena dell'ergastolo e la perdita del diritto elettorale non conseguono automaticamente all'accertata colpevolezza per uno di questi reati, ma discendono soltanto da quelle fattispecie delittuose (tra di essi) in cui proprio l'effettiva gravità del delitto o altre circostanze intervenute nel caso concreto, inducono il Giudice ad escludere particolari attenuazioni ovvero a ravvisare specifiche aggravanti sì da non consentire l'applicazione di una pena diversa da quella massima; che d'altra parte è prescelta non certamente in base a criteri meramente discrezionali o, per converso automatici, dovendo il Giudice determinarla di volta in volta attenendosi proprio a quei parametri [...] (considerazione dell'effettiva gravità del reato, delle circostanze del caso concreto e della personalità del condannato), in quanto specificamente enunciati e resi obbligatori dall'art. 133 cod. pen.». Deve pertanto «escludersi il carattere generale ed automatico dalla restrizione contestata, da collegare piuttosto proprio a quelle “violazioni specifiche oppure di particolare gravità”, la determinazione del cui contenuto è rimessa dalla Corte CEDU a ciascuno degli Stati contraenti e che sono state ritenute conformi al menzionato art. 3 del Protocollo». È evidente che questa graduabilità dello strumento è tutta interna alla valutazione del giudice penale che -- ai sensi dell'articolo 133 del codice penale -- infligge la sanzione penale, da cui discende la pena interdittiva. L'obiezione torna invece tutta a presentarsi laddove la restrizione discenda ope legis dalla condanna, come è per l'incandidabilità che addirittura sfugge alla valutazione dell'organo che conosce della vicenda penale. Da quando con sentenze della Corte costituzionale (nn. 348 e 349 del 2007) la CEDU costituisce norma interposta -- come parametro di legittimità costituzionale di una norma nazionale rispetto all'articolo 117, primo comma, della Costituzione -- è ora possibile al Giudice delle leggi accertare il contrasto con l'articolo 3 da parte della legislazione italiana sull'incandidabilità. Si corre quindi il serio pericolo che l'interpretazione offerta dalla Grande Chambre evidenzi la carenza di una valutazione giurisdizionale -- in fase ascendente o quanto meno virtualmente, in fase contenziosa -- in ordine alla restrizione dei diritti politici dovrebbe essere sancita solo da un Tribunale in merito ad una specifica decisione giudiziale. Si tratta, come ricordato dalla Corte di Strasburgo, di una necessità evidenziata dalla Venice Commission , che l'ha ribadita nella sua 67ª sessione plenaria (9-10 giugno 2006) con il Report on electoral low and electoral administration in Europe (CDL-AD(2006)018), adottato congiuntamente al Council for Democratic Elections sulla base di un contributo di Michael Krennerich: il rapporto menziona, in proposito, un precedente ucraino in cui la rimozione dell'automatismo fu raccomandata dagli osservatori OSCElODIHR (CDL-AD(2006)002, 17 e 100). Ora, nel decreto n. 235 del 2012 quest'automatismo non solo è confermato -- senza alcuna valutazione giurisdizionale -- ma è esaltato. Per questo motivo, appare indispensabile cogliere l'occasione di riportare a sistema anche quell'effetto extrapenale della sentenza di condanna che è l'incandidabilità, con una procedura rispettosa dell'articolo 3 del primo protocollo addizionale alla CEDU. La categoria dell'indegnità di cui all'articolo 48 della Costituzione va correttamente invocata, utilizzando il meccanismo predeterminato per legge -- ma suscettibile di controllo giurisdizionale in fase contenziosa -- della cancellazione dalle liste elettorali di cui al decreto del Presidente della Repubblica n. 223 del 1967. Ciò consentirebbe anche di soddisfare l'opposta esigenza, anch'essa enunciata nel citato rapporto: quella per cui «it might be not appropriate not to include (or not to implement) any restriction to eligibility to be elected for criminals at all. For instance the delegation of the Congress of Local and Regional Affairs of the Council of Europe was most concerned at the issue of the validity of the candidatures that were put forward in the 2005 local elections in “the Former Yugoslav Republic of Macedonia”.