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Delega al Governo in materia di tutela contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali. Onorevoli Senatori. -- In Italia il ruolo svolto dalle donne nel mondo del lavoro è andato sempre più crescendo, anche grazie ad un’illuminata legislazione nazionale ed europea in materia di uguaglianza tra uomo e donna e di parità di trattamento. Tuttavia, molto resta ancora da fare per quanto riguarda il sostegno a quelle donne che, una volta avuto accesso al lavoro, ne rimangono vittime a seguito di incidenti ed infortuni quasi sempre causati dalla mancata previsione o dal mancato rispetto delle norme sulla sicurezza. In ordine a tale categoria lavorativa, il presente disegno di legge mira a riconsiderare la normativa di tutela per i rischi professionali, ponendola, al fine di renderla davvero effettiva ed efficace, in un’ottica attenta alle differenze di genere. Su questo tema è intervenuta più volte l’Associazione nazionale fra lavoratori mutilati e invalidi del lavoro (ANMIL), un ente che opera dal 1943 a sostegno della categoria e che ha istituito al proprio interno un gruppo di lavoro sui problemi delle donne, il cui contributo è stato essenziale per lo studio e la predisposizione del presente disegno di legge. Un primo dato imprescindibile è che nel nostro Paese le donne incontrano difficoltà maggiori degli uomini nella conciliazione tra la vita e il lavoro, poiché la cura della «società familiare» è loro affidata in via spesso esclusiva. Questa prima evidente considerazione si scontra, poi, con la difficoltà di affermare l’idea che la famiglia, pur sviluppandosi come «luogo di emozioni ed affetti», nel quotidiano è una vera e propria azienda la cui conduzione, per gli aspetti gestionali, è affidata generalmente alle donne. È preponderante, cioè, il loro ruolo manageriale, con una piena responsabilità professionale che spesso si somma ad un’altra attività «esterna» alla casa. Tali affermazioni trovano oggi un riferimento normativo nella riforma della legge sull’assicurazione delle casalinghe che ha previsto una rendita ai superstiti, confermando che il lavoro e la presenza della donna sono un valore economico da risarcire. La donna quindi, nel suo duplice ruolo di lavoratrice e responsabile della gestione familiare, deve condurre insieme due veri e propri lavori, entrambi caratterizzati dalla «costrittività» organizzativa e dalla responsabilità che fanno capo al lavoratore. Volendo trattare il tema dei rischi del lavoro delle donne, si deve partire dall’assunto che tutte le situazioni sopra richiamate sono situazioni lavorative in senso proprio, da trattare ai fini infortunistici in modo eguale, superando discriminazioni tra casalinghe full time o part time che possono avere un senso solo per modulare contribuzioni e prestazioni. Ciò considerato, lo scopo del presente disegno di legge è quello di adeguare nel suo complesso la tutela per i rischi professionali delle donne lavoratrici alle specificità di genere al fine di dare compiuto riconoscimento al valore sociale ed economico dell’impegno richiesto alle donne per la gestione della famiglia e della casa. L’obiettivo dovrà essere perseguito mediante uno o più decreti legislativi che il Governo è delegato ad adottare, sulla base di criteri ispiratori che tengano conto dei diversi momenti in cui la tutela deve trovare attuazione. Innanzitutto, il disegno di legge ribadisce il diritto assicurativo della donna infortunata a tutte le cure necessarie e utili, tenendo presente che tali cure devono essere rispettose dei bisogni specifici delle donne e dei diversi riflessi che un infortunio sul lavoro o una malattia professionale hanno su una donna piuttosto che su un uomo, come la perdita di un arto, una cicatrice, la riduzione di funzionalità, che ledono capacità ed abilità, ma prima ancora dignità personale e sociale. L’articolo 1, comma 1, lettera d) , in particolare, dispone che l’indennizzabilità dell’evento lesivo debba essere valutata sulla base della specificità dell’attività lavorativa svolta dalle donne: ciò significa che non esiste un «lavoratore medio» cui far riferimento per prevenire e indennizzare e che le differenze di genere hanno un peso in quanto variabili della complessiva situazione personale del lavoratore. Occorre dedicare, quindi, specifica attenzione ai punti e alle voci delle tabelle da cui risulta, allo stato attuale, la mancata considerazione delle specificità delle lesioni femminili ovvero una sottostima delle loro conseguenze rispetto ad analoghe lesioni di apparati maschili. Si pensi ad esempio a tumori tipicamente femminili, come quelli della mammella, che richiedono una mastectomia totale. Nella Tabella delle menomazioni causa di danno biologico permanente, allegata al decreto del Ministro del lavoro e della previdenza sociale del 12 luglio 2000, pubblicato nel supplemento ordinario alla Gazzetta Ufficiale n. 172 del 25 luglio 2000, tali tumori valgono al massimo 10 punti su 100, sia per l’uomo che per la donna, in quanto la definizione è generica «neoplasie maligne, che si giovano di trattamento medico e/o chirurgico locale, radicale», ma è evidente che per una donna tutto questo comporta risvolti fisici e psichici ulteriori che non possono non essere valutati. In linea con questi princìpi c’è anche la necessità di approfondire le conseguenze che l’infortunio ha sullo stato psico-fisico della lavoratrice per valutare l’opportunità di fornire prestazioni di assistenza psicologica, intesa però, in armonia con il diritto della donna a tutte le cure necessarie e utili, non come prestazione «assistenziale» accessoria, ma come momento di cura di una lesione effettiva da recuperare. In ordine a tale aspetto, qualche anno fa, l’ANMIL ha realizzato un’indagine su un campione di circa 750 donne infortunate sul lavoro, tra i diciannove e cinquanta anni, dislocate in tutt’Italia, dal titolo «La condizione della donna infortunata nella società» . Da tale lavoro, unico nel suo genere, e che, indubbiamente sarebbe utile replicare, sono emersi preoccupanti e gravi disagi psicologici, contro i quali le donne infortunate si trovano a combattere e che non possono non essere adeguatamente considerati per un recupero ed un reinserimento effettivo della lavoratrice infortunata, in quanto, come noto, per «salute sul posto di lavoro», non si intende «l’assenza di malattia», ma «un completo stato di benessere psico-fisico». Atteso il particolare ruolo della donna, lavoratrice e madre, si prevede poi, all’articolo 1, comma 1, lettera f) , l’introduzione di una particolare integrazione temporanea della rendita per la lavoratrice infortunata, madre di figli di età inferiore a tre anni, per la peculiare condizione di bisogno che può scaturire in un periodo della vita in cui i figli sono affidati quasi sempre esclusivamente alle cure materne. Il disegno di legge apre, inoltre, alla possibilità per l’istituto assicuratore di avvalersi della collaborazione degli enti bilaterali e delle associazioni di infortunati e invalidi del lavoro per la concreta erogazione di servizi e per l’analisi delle differenze di genere, in un’ottica di prevenzione e di cura, anche prevedendo la costituzione di un apposito Centro per il monitoraggio della tutela di genere per i rischi professionali, presieduto dal consigliere nazionale per le pari opportunità (lettere m) e n)) .