[pronunce]

che, al di là di ciò, il giudice rimettente — nell'affermare che, in difetto delle specificazioni normative richieste, la responsabilità dell'imputato per il delitto di illegale detenzione di arma comune da sparo finirebbe per dipendere dalle condizioni casuali di svolgimento della verifica della potenza dell'arma — mostra di confondere i due piani dell'interpretazione della norma e dell'accertamento in concreto della sua violazione; che, infatti, stando alla ricostruzione operata in fatto dall'ordinanza di rimessione, il problema che si pone al giudice a quo è di stabilire se un'arma ad aria compressa i cui proiettili erogano un'energia cinetica inferiore o superiore a 7,5 joule, a seconda delle condizioni ambientali e del tipo di proiettili utilizzati, rientri o meno fra quelle «considerate» (salvo che la commissione consultiva ne escluda l'attitudine all'offesa) armi comuni da sparo in base alla norma impugnata; che si tratta, peraltro, di un profilo attinente all'ordinaria verifica circa la rispondenza del fatto al modello legale tipico, che spetta al giudice risolvere con gli strumenti ermeneutici a sua disposizione: tenendo conto segnatamente del fatto che, da un lato, i reati in materia di armi si caratterizzano come reati di pericolo, in rapporto alla funzione preventiva delle lesioni alla vita ed all'integrità fisica delle persone, suscettibili di derivare dal loro utilizzo; e che, dall'altro lato, il valore di energia cinetica legalmente tipizzato esprime una caratteristica dell'arma in sé, e non già della sua detenzione, posto che nella detenzione è insita la possibilità di utilizzare l'arma in differenti condizioni ambientali (potendo l'arma essere impiegata sia in ambienti esterni, sia in ambienti interni artificialmente riscaldati, raffreddati o deumidificati) e con i diversi tipi di proiettili che ad essa si adattano; che, una volta risolto il problema interpretativo ora indicato, le condizioni di espletamento della verifica delle potenzialità dell'arma vengono in rilevo solo sul diverso piano dell'accertamento in concreto della fattispecie criminosa: accertamento che dovrà ovviamente rispecchiare — ed in modo uguale per tutti gli imputati — la soluzione data al predetto problema; che le considerazioni che precedono rendono quindi evidente l'insussistenza della denunciata lesione degli artt. 3 e 24, secondo comma, Cost.; che la violazione dell'art. 27, primo comma, Cost. è dedotta altresì dal rimettente senza alcuna motivazione; che la questione va dichiarata, pertanto, manifestamente infondata. Visti gli artt. 26, secondo comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87, e 9, secondo comma, delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale.. . per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE dichiara la manifesta infondatezza della questione di legittimità costituzionale dell'art. 2, terzo comma, della legge 18 aprile 1975, n. 110 (Norme integrative della disciplina vigente per il controllo delle armi, delle munizioni e degli esplosivi), come modificato dall'art. 11 della legge 21 dicembre 1999, n. 526 (Disposizioni per l'adempimento di obblighi derivanti dall'appartenenza dell'Italia alle Comunità europee. Legge comunitaria 1999), sollevata, in riferimento agli artt. 3, 24, secondo comma, e 27, primo comma, della Costituzione, dal Tribunale di Vercelli con l'ordinanza indicata in epigrafe. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 24 novembre 2003. F.to: Riccardo CHIEPPA, Presidente Giovanni Maria FLICK, Redattore Giuseppe DI PAOLA, Cancelliere Depositata in Cancelleria il 28 novembre 2003. Il Direttore della Cancelleria F.to: DI PAOLA