[pronunce]

Al di là di questo dato di carattere testuale, quel che importa soprattutto tenere presente è che la legge n. 1089 del 1939 non prevedeva, come già detto, alcuna disciplina penale sulla contraffazione delle cose di interesse storico o artistico. Appare dunque evidente che si è in presenza di un mero difetto di coordinamento formale tra l'originario testo della legge n. 1089 del 1939 e l'impianto del Titolo primo del testo unico, come d'altronde emerge dalla constatazione che il legislatore delegato si è limitato a riprodurre il contenuto delle fattispecie incriminatrici già previste dagli artt. da 3 a 7 della legge n. 1062 del 1971, senza apportarvi alcuna modifica sostanziale, nel pieno rispetto dei criteri direttivi posti dall'art. 1, comma 2, lettera b), della legge-delega n. 352 del 1997, che lo legittimava ad apportare esclusivamente "le modificazioni necessarie per il [...] coordinamento formale e sostanziale" delle disposizioni legislative vigenti (nel senso che nell'interpretazione della legge delegata va privilegiato il criterio della conformità alla legge di delegazione, v., da ultimo, sentenze n. 96 del 2001, n. 425 e n. 276 del 2000). L'intento di rispettare i limiti posti dalla delega risulta espresso nella stessa Relazione allo schema del testo unico, ove si precisa che le disposizioni penali riproducono quelle previste dalla legge n. 1062 del 1971 in materia di contraffazione di opere d'arte e che "l'unica modifica, sulla base del criterio del coordinamento sostanziale posto dalla legge-delega, riguarda l'adeguamento della disciplina alle norme del codice penale in tema di pene accessorie (commi 2 e 3)". La necessità di aderire ad una interpretazione logico-sistematica degli artt. 2, comma 6, e 127 del decreto legislativo, suggerita dalle rispettive sfere di applicazione delle due leggi n. 1089 del 1939 e n. 1062 del 1971, quali erano state individuate prima della trasfusione nel Titolo primo del testo unico, trova infine conferma nell'espressa esclusione dall'abrogazione dell'art. 9, comma 2, della legge del 1971: non avrebbe infatti alcuna ragione continuare a prevedere che il giudice debba assumere come testimone l'autore a cui è attribuita l'opera d'arte contraffatta se le fattispecie incriminatrici contenute nell'art. 127 non si riferissero anche alle opere di autori viventi. Si deve pertanto concludere che le norme incriminatrici relative alla contraffazione, al commercio e alla autenticazione di opere d'arte contraffatte o alterate, contenute nella legge n. 1062 del 1971 e trasfuse nell'art. 127 del decreto legislativo n. 490 del 1999, continuano ad applicarsi anche alle opere di autori viventi o la cui esecuzione non risalga a oltre cinquanta anni. Ne consegue che la questione di legittimità costituzionale, essendo stata sollevata sulla base di un'erronea interpretazione della norma censurata, deve essere dichiarata infondata.. per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE Dichiara non fondata la questione di legittimità costituzionale dell'art. 2, comma 6, del decreto legislativo 29 ottobre 1999, n. 490 (Testo unico delle disposizioni legislative in materia di beni culturali e ambientali), in relazione all'art. 1 della legge-delega 8 ottobre 1997, n. 352 (Disposizioni sui beni culturali) e all'art. 127 dello stesso decreto, sollevata, in riferimento all'art. 76 della Costituzione, dal Tribunale di Piacenza, con l'ordinanza in epigrafe. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 6 maggio 2002. Il Presidente: Vari Il redattore: Neppi Modona Il cancelliere: Di Paola Depositata in cancelleria il 10 maggio 2002. Il direttore della cancelleria: Di Paola