[pronunce]

Anzitutto, il giudice remittente muoverebbe dall'erronea qualificazione del canone come tassa, e cioè una sorta di prezzo pagato dall'utente per la fruizione del servizio, laddove l'imposizione tributaria sarebbe definibile piuttosto - secondo la giurisprudenza, anche di questa Corte - come imposta, il cui presupposto è il possesso di "uno o più apparecchi adattabili alla ricezione delle radioaudizioni", considerato indice di capacità contributiva. Le relative disposizioni potrebbero, semmai, indubbiarsi di incostituzionalità quanto alla adeguatezza e alla ragionevolezza di un siffatto indice di capacità contributiva individuato dal legislatore, ma l'ordinanza di rimessione argomenta invece intorno ad un (inesistente) legame tra esazione del tributo e destinazione dei proventi del medesimo, pretendendo di far derivare da tale inesistente nesso l'illegittimità costituzionale delle disposizioni impugnate. La destinazione delle somme percepite dallo Stato in forza del tributo de quo agitur sarebbe questione del tutto diversa, essendo tenuto il possessore dell'apparecchio per ciò solo al pagamento dell'imposta, a nulla rilevando che l'oggetto della sua obbligazione venga destinato (peraltro solo pro quota) dallo Stato alla RAI per finanziare il servizio pubblico televisivo; in altri termini, in base alla legislazione vigente, i possessori dei detti apparecchi sarebbero comunque tenuti al pagamento del canone, anche qualora, per ipotesi, non vi fosse più un concessionario del servizio pubblico radiotelevisivo (cfr. art. 15, secondo comma, della legge n. 103 del 1975). Non vi sarebbe dunque spazio per una dichiarazione di illegittimità costituzionale fondata sulla irragionevolezza della attribuzione alla RAI dei proventi del canone, in quanto le disposizioni costitutive della obbligazione non assumono a causa giustificatrice il finanziamento del servizio pubblico radiotelevisivo, ma la polizia e l'amministrazione dell'etere, su cui lo Stato è sovrano (viene richiamata, in proposito, la sentenza di questa Corte n. 535 del 1988). Nell'ordinanza di rimessione, precisa la RAI, si sovrapporrebbero i due piani dell'imposizione del tributo e delle sue ragioni giustificatrici, e della destinazione dei relativi proventi, mentre le censure, di sapore prettamente politico, riferite al secondo profilo, area di piena discrezionalità amministrativa, verrebbero utilizzate per colpire il primo di essi. Nel giudizio a quo, in ogni caso, non troverebbero applicazione le norme sulla ripartizione dei proventi del canone, sicché la relativa questione, adombrata in apertura dell'ordinanza - l'asserita discriminazione dei soggetti tenuti al pagamento del canone in ragione della corresponsione dei proventi alla sola RAI e non già a tutti i concessionari esercenti attività radiotelevisiva -, sarebbe inammissibile per irrilevanza. Quanto all'argomento, invero non formulato come profilo di incostituzionalità, relativo alla disparità di trattamento rispetto ai possessori di altro apparecchio, come un elaboratore elettronico munito di apposita scheda, esso sarebbe privo di fondamento, in quanto anche tali apparecchi integrano il presupposto dell'obbligazione tributaria in discorso, a norma dell'art. 1 del r.d.l. n. 246 del 1938, formulato in modo conforme al canone di eguaglianza e di non discriminazione. Nella seconda parte dell'atto, la difesa della RAI replica alle argomentazioni dell'ordinanza di rimessione intese ad equiparare la stessa RAI agli altri concessionari radiotelevisivi per destituire di fondamento il canone, compiendo un ampio excursus sulla storia giuridica delle radioaudizioni nel nostro Paese, a partire dalla legge 30 giugno 1910, n. 395, con la quale lo Stato riservò a se medesimo l'impiego delle onde hertziane ai fini, tra l'altro, di radiodiffusione, con facoltà di accordare l'esercizio delle relative attività a soggetti pubblici o privati mediante concessioni o licenze, e poi dal r.d. 14 dicembre 1924, n. 2191, istitutivo del servizio, affidato in concessione alla società URI, concessione cui accedeva una convenzione contenente prescrizioni relative al contenuto dei programmi e agli altri obblighi gravanti sulla concessionaria: già allora il fondamento del servizio pubblico delle radioaudizioni si rinveniva nel "suo carattere di pubblica utilità in relazione agli scopi, cui esso risponde, di ordine educativo, artistico e culturale che interessino la generalità dei cittadini". Con l'entrata in vigore della Costituzione repubblicana, il servizio pubblico radiotelevisivo avrebbe trovato in essa diretto fondamento, e quel che prima era frutto di scelta legislativa sarebbe divenuto "atto necessario", come avvertito da questa Corte già dalla sentenza n. 59 del 1960, e quindi, dopo l'apertura del settore radiotelevisivo ai soggetti privati (infine con la legge n. 223 del 1990), con la sentenza n. 826 del 1998. Nell'atto di intervento vengono precisati, anche con riferimento alle successive pronunce di questa Corte, i caratteri del sistema radiotelevisivo disegnato dalla legge n. 223 del 1990, il fondamento costituzionale dell'attività dei concessionari privati e quello dell'attività svolta dal concessionario del servizio pubblico, del quale viene ricostruito il complessivo regime giuridico, con analitica disamina del quadro normativo. Si sottolinea, all'esito di tale esame, come l'attività di servizio pubblico debba essere remunerata dallo Stato concedente, e come, diversamente da quanto affermato dal remittente, la destinazione dei proventi del canone a tale finalità di remunerazione trovi giustificazione piena e perfettamente conforme alla Costituzione. L'infondatezza della questione, prosegue la RAI S.p.a. , si evincerebbe, per altro verso, dalla disciplina del canone, alla luce della quale è chiara, da una parte, la sua natura tributaria e la ragionevolezza della sua imposizione; dall'altra, la netta cesura fra il momento fiscale e quello di attribuzione patrimoniale alla società concessionaria del servizio pubblico radiotelevisivo. Vengono quindi esaminati i vari atti normativi che nel corso del tempo, a partire dal r.d. 8 febbraio 1923, n. 1067, hanno disciplinato l'esercizio di "stazioni semplicemente riceventi", prevedendo la corresponsione allo Stato, e in un primo periodo anche al concessionario, di tasse di licenza, di concessione governativa, di diritti, e così via, dal sistema di cd. concessione plurima a quello di concessione esclusiva, sino a che l'obbligazione, con il r.d.l. n. 2207 del 1927, acquisi la sua definitiva fisionomia di canone, con il superamento della doppia voce - una per lo Stato ed una per il concessionario - e l'unificazione della sua misura in lire 72 per anno, canone versato al Ministero delle finanze, che provvedeva al termine dell'esercizio finanziario "al versamento a favore del concessionario delle somme ad esso dovute sui proventi alle tasse e dei contributi, dedotta, anche su questi ultimi, una quota del 10 per cento che resta devoluta allo Stato" (art. 16).