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Disposizioni concernenti la concessione dell'opzione di acquisto di beni del demanio e del patrimonio pubblico dello Stato in favore dei titolari di beni, diritti ed interessi abbandonati nei territori italiani ceduti alla ex Repubblica socialista federativa di Jugoslavia. Onorevoli Senatori. – Il 10 febbraio 1947 l'Italia, insieme alle potenze alleate vincitrici della Seconda guerra mondiale, aveva sottoscritto il Trattato di pace firmato a Parigi il 10 febbraio 1947, entrato in vigore il 15-16 settembre 1947, reso esecutivo dal decreto legislativo del Capo provvisorio dello Stato 28 novembre 1947, n. 1430, e ratificato ai sensi della legge 25 novembre 1952, n. 3054. Il predetto Trattato di pace era stato firmato anche dalla ex Jugoslavia, ad oggi non più esistente e scomposta in vari Stati. In forza di questo trattato l'Italia aveva ceduto alla ex Jugoslavia una parte consistente dei territori acquisiti dopo la prima guerra mondiale. Il Trattato aveva previsto, all'articolo 21, la costituzione del territorio libero di Trieste, risultante dalle zone di occupazione affidate rispettivamente all'amministrazione militare della Gran Bretagna e degli Stati Uniti (denominata zona A) e all'amministrazione militare della ex Jugoslavia (denominata zona B). Con il Memorandum d'intesa di Londra del 5 ottobre 1954, la zona A era stata affidata all'amministrazione civile dell'Italia, mentre la zona B a quella della ex Jugoslavia. Con l'Accordo di Osimo del 10 novembre 1975 tra Italia e Jugoslavia, di cui alla legge 14 maggio 1977, n. 73, erano stati definiti i criteri di determinazione dei confini territoriali tra i due Paesi, della cittadinanza dei residenti nelle zone di confine e di diversi diritti economici (indennizzi a seguito di espropriazioni o nazionalizzazioni, previdenza sociale, eccetera). A seguito della sottoscrizione del trattato di pace, lo Stato italiano, anche attraverso la promulgazione di una lunga serie di leggi (legge 5 dicembre 1949, n. 1064, 4 luglio 1950, n. 590, 29 ottobre 1954, n. 1050, 8 novembre 1956, n. 1325, 18 marzo 1958, n. 269, 6 ottobre 1962, n. 1469, 2 marzo 1963, n. 387, 6 marzo 1968, n. 193, 26 gennaio 1980, n. 16, 5 aprile 1985, n. 135, 29 gennaio 1994, n. 98, e 23 marzo 2001, n. 137), è intervenuto in materia, riconoscendo una somma di danaro da corrispondere ai proprietari di terreni agricoli e non, immobili ed aziende perduti nei suddetti territori. Tali indennizzi, previsti solo in favore di chi – a determinate condizioni ed entro termini prefissati – ne ha fatto espressa richiesta, sono del tutto incongrui e insoddisfacenti rispetto al reale valore venale degli immobili, dei terreni agricoli e non, delle aziende ed al danno effettivamente patito. È oggi unanimemente condivisa l'esigenza di addivenire, a distanza di settant'anni, alla corresponsione di una giusta e definitiva riparazione in favore delle migliaia di italiani che, a seguito dell'instaurazione del regime di Tito, sono stati privati di tutti i beni e le imprese di cui erano titolari in Istria, Fiume, Zara e Dalmazia. È superfluo ripercorrere nel dettaglio la successione degli eventi che – attraverso l'infoibamento di oltre 10.000 italiani, l'esodo di altri 350.000 ed i trattamenti disumani da costoro patiti, il suddetto Trattato di pace del 1947, la redazione da parte di una Commissione mista italo-jugoslava dell'elenco dei beni nazionalizzati o confiscati ai residenti che hanno costituito il popolo dei suindicati 350.000 profughi ed ai cittadini italiani non residenti nei territori ceduti alla Jugoslavia, sino a giungere alle molteplici disposizioni nazionali (leggi e, molto più spesso, disegni e proposte di legge mai giunti al termine del loro iter ) – hanno fatto sì che, nonostante siano trascorsi appunto settant'anni e si siano succedute ben tre generazioni di nostri connazionali, la ferita sia ancora aperta e lo sconforto di costoro sia totale. Per quanto concerne la legislazione nazionale in tema di diritto al pagamento di un indennizzo corrispondente al valore dei beni espropriati, nazionalizzati e confiscati, la prima normativa fu la citata legge n. 1064 del 1949, emanata a cavallo tra la firma dell'Accordo italo-jugoslavo sottoscritto a Belgrado il 23 marzo 1949 e di quello sottoscritto a Roma il 23 dicembre 1950. Con tale legge il Parlamento stabilì che gli italiani espropriati, che avessero regolarmente presentato le domande di indennizzo, avrebbero avuto diritto ad essere compensati con un « indennizzo nei limiti in cui esso (fosse) stato effettivamente corrisposto dal Governo della Repubblica federale popolare jugoslava in esecuzione dell'Accordo Italo-Jugoslavo sottoscritto a Belgrado il 23 maggio 1949 ». Con tale legge venne stabilito, tra l'altro, che il prezzo di vendita per tali beni sarebbe stato concordato tra i due Governi. In base, pertanto, ai suvvisti accordi italo-jugoslavi del 1949 e del 1950, alla legge n. 1064 del 1949 ed alla stima dell'ufficio tecnico erariale dello Stato italiano, gli esuli italiani residenti nei territori ceduti in forza del Trattato di pace avevano il diritto di essere indennizzati dallo Stato italiano, sia per i loro beni nazionalizzati dalla Jugoslavia, sia per i loro beni venduti alla Jugoslavia, per un totale di 130 miliardi di lire (al 1947), somma in seguito arbitrariamente ridotta. I coefficienti di rivalutazione dei beni siti nei territori ceduti alla ex Jugoslavia e della zona B del territorio libero di Trieste furono unificati dalla legge n. 135 del 1985, con la previsione di un coefficiente unico pari a 200 volte il valore dei beni al 1938. In virtù di tale disciplina, peraltro, l'indennizzo, così determinato, avrebbe dovuto costituire il saldo definitivo di ogni ulteriore pretesa e diritto. Sennonché, a fronte di quest'ultima statuizione, il Parlamento, constatata evidentemente l'assoluta inadeguatezza delle somme previste, con legge n. 137 del 2001 riconobbe « ai titolari di beni, diritti ed interessi abbandonati nei territori italiani ceduti alla ex Jugoslavia in base al Trattato di pace del 10 febbraio 1947 e al Trattato di Osimo del 10 novembre 1975, già indennizzato ai sensi della legge 5 aprile 1985, n. 135, e dalla legge 29 gennaio 1994, n. 98, » un ulteriore indennizzo che si sarebbe computato secondo i criteri indicati in una tabella che prevedeva coefficienti di rivalutazione maggiori per le somme più basse (350 per le somme fino a 100.000 lire), via via decrescenti per le somme maggiori, per diminuire sino al coefficiente di 10 per le somme superiori all'importo di 5 milioni di lire.