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Lo stato di fermo per qualcuno che viola una zona autoproclamata - lo voglio dire - è inaccettabile, ma quella rimane una zona a rischio - è un messaggio che mando a tutte le marinerie - così come sarebbe inaccettabile se qualcuno ci dicesse: «Se liberate i nostri, vi diamo gli italiani». Questa vicenda, resa ancor più complessa dal fatto che il territorio, oltre ad essere in guerra, è frammentato e controllato di fatto da diverse entità (come ha detto il senatore Urso) e si finisce per trattare con più soggetti contemporaneamente, pone con rinnovata evidenza il tema della progressiva territorializzazione del Mediterraneo. Negli ultimi anni, un numero crescente di Stati ha proclamato proprie zone marittime, per esercitare diritti di sovranità esclusivi. Con alcuni di questi abbiamo stabilito degli accordi - penso all'Algeria o alla Grecia - ma è ovviamente impossibile, in questa fase, prevedere accordi analoghi con la Libia, perché si tratta di un territorio in guerra e conteso tra più fazioni. I nostri sforzi ora sono concentrati sul riportare a casa i pescatori, ma certamente occorre lavorare - e lo stiamo facendo - anche per creare le condizioni che evitino il ripetersi di episodi così dolorosi per la nostra marineria. Escludo qualsiasi collegamento rispetto alle mie visite in Libia e successivamente, in un'altra delle risposte, darò maggiori dettagli. (Applausi) . PRESIDENTE. Ha facoltà di intervenire in replica il senatore Urso, per due minuti. URSO (FdI) . Signor Presidente, desidero ringraziare il signor Ministro per la prima parte della sua risposta, laddove lei ha precisato che vi è una direttiva specifica alla nostra flotta peschereccia secondo cui quella è considerata un'area a rischio. Se quell'area è appunto a rischio, allora bisogna assolutamente evitare che i nostri pescherecci vi giungano, ancorché sia un'area per noi estremamente importante, dal punto di vista economico. Comunque, in ogni caso, bisogna che i nostri pescherecci siano tutelati, dato che nella zona abbiamo una presenza significativa di navi militari italiane, che partecipano proprio al pattugliamento che l'Unione europea ha determinato, per impedire che in quell'area ci siano passaggi di navi, atte ad esempio a rifornire di armi i contendenti. Ci chiediamo allora perché la nostra flotta non intervenga, anche a fermare coloro che riforniscono di armi i contendenti, in particolare il generale Haftar, così come ci chiediamo perché non intervenga quando i pescherecci italiani, comunque legittimamente sono lì. Infine, la considerazione che ritengo sia più importante: crediamo che l'Italia non possa soggiacere ad alcun ricatto. Non possiamo mettere assolutamente sullo stesso piano e non possiamo accettare in alcun modo che quattro criminali, condannati non solo per traffico di migranti, ma per l'assassinio di 49 migranti, possano essere rilasciati, oppure ottenere condizioni migliori di carcere, in cambio della liberazione dei nostri pescherecci. L'azione deve essere fatta esclusivamente nel campo della politica estera, senza alcun baratto di alcun tipo, perché di fronte non abbiamo dei terroristi islamici, che si nascondono nella giungla o nei deserti, ma abbiamo colui che rivendica la legittimità statuale, nei confronti del quale possiamo agire su più aspetti, anche di politica militare, e non soltanto di politica diplomatica, insieme all'Unione europea. Per questo non possiamo essere soddisfatti e chiediamo che il Governo e il Parlamento italiano si esprimano tramite la vostra voce, la voce dell'Italia, che in questo caso non può sicuramente farsi calpestare da un bandito come Haftar. PRESIDENTE . Benissimo colleghi, abbiamo visto: potete anche riporle. Se ci sono i senatori Questori in Aula, invito gentilmente a farle togliere. Il nostro vessillo è sempre un bel vedere, ma in quest'Aula non è accettato. Vi ringrazio. Il senatore De Bonis ha facoltà di illustrare l'interrogazione 3-01972 sulle iniziative per la liberazione dei pescatori di Mazara del Vallo sequestrati in Libia, per tre minuti. DE BONIS (Misto) . Signor Presidente, signor Ministro, colleghi, questa è la terza interrogazione in materia. Come sappiamo, due pescherecci di Mazara del Vallo sono stati sequestrati la sera del 1° settembre scorso dai militari del generale Haftar e risultano ancora bloccati in Libia i 18 membri dell'equipaggio. Tra i pescatori trattenuti ci sono anche il comandante del peschereccio Anna madre, di Mazara del Vallo e il primo ufficiale del Natalino, di Pozzallo, che la sera dell'accerchiamento erano riusciti ad invertire la rotta. Agli armatori è stata contestata la presenza dei loro pescherecci all'interno delle 72 miglia, che la Libia, dal 2005, rivendica unilateralmente come acque nazionali, in virtù della Convenzione di Montego Bay, che dà facoltà di estendere la propria competenza fino a 200 miglia. Ho incontrato la scorsa settimana le mogli e i familiari di questi cittadini, che hanno manifestato davanti a Montecitorio e che oggi sono ancora lì presenti, giorno e notte, senza ricevere risposte concrete, sentendosi abbandonati dal Governo, che pare aver dimenticato che ci sono cittadini italiani bloccati in un Paese in guerra. Questi familiari non sono riusciti nemmeno a sentire per telefono le voci dei pescatori, che sono in attesa di processo e rischiano una condanna fino a trent'anni. Questo sequestro viene da più parti visto come una ritorsione, alimentata da un'insolita richiesta avanzata dai militari del generale Haftar, ossia uno scambio di prigionieri per liberare i 18 pescatori. La proposta riguarderebbe quattro libici detenuti in Italia, condannati a trent'anni di carcere dalla corte d'appello del tribunale di Catania, con l'accusa di essere scafisti e carcerieri della strage di ferragosto che nel 2015 portò alla morte di 49 migranti che viaggiavano a bordo di uno dei tanti barconi partiti dalle coste libiche. Su questa ipotesi non c'è alcuna conferma da parte della Farnesina, ma a metà settembre i familiari dei quattro detenuti libici hanno manifestato a Bengasi per chiedere la loro estradizione. Nella vicenda si ravvisa, dunque, la preoccupazione che queste persone diventino merce di scambio politico per la liberazione degli scafisti. Esiste la via della diplomazia, certo, ma prima ancora esiste una questione morale di umanità che il Governo non può ignorare. Il Ministero degli affari esteri, oltre a non avere ancora provveduto a dare un incarico a dei legali per la difesa dei nostri concittadini, pare non riesca a fornire alcun dettaglio sulle loro condizioni di salute e sui tempi del loro rilascio, per quanto mi è stato riferito personalmente dai familiari, che mi hanno anche informato del fatto che alcuni dei pescatori prendono regolarmente dei farmaci, che vi è il rischio non vengano somministrati a causa delle leggi libiche che lo vietano. Nonostante le costanti rassicurazioni della Farnesina, i familiari non riescono a stabilire ancora un contatto. Le chiedo quindi, signor Ministro, quali iniziative il suo Ministero intenda assumere per ottenere nel più breve tempo possibile la liberazione di questi marittimi sequestrati e tenuti prigionieri in Libia. PRESIDENTE.