[pronunce]

1.3.4.- La Corte costituzionale avrebbe inoltre già escluso, con l'ordinanza n. 108 del 2004, la lesione dell'art. 3 Cost., in relazione ad altra modifica normativa dell'art. 4-bis della legge n. 354 del 1975 (intervenuta ad opera dell'art. 4, comma 1, della legge 23 dicembre 2002, n. 279, recante «Modifica degli articoli 4-bis e 41-bis della legge 26 luglio 1975, n. 354, in materia di trattamento penitenziario»). Assumerebbe infine rilievo, nel caso di specie, la sentenza n. 188 del 2019 di questa Corte. 1.4.- Si è costituito in giudizio A. B., insistendo per l'accoglimento delle questioni di legittimità costituzionale sollevate dal Tribunale di sorveglianza di Venezia, in base alle stesse argomentazioni offerte dall'ordinanza di rimessione. 1.5.- In prossimità dell'udienza pubblica, A. B. ha depositato memoria illustrativa, insistendo sulla necessità di includere nella nozione di «materia penale», soggetta al divieto di retroattività di modifiche normative sfavorevoli, le «disposizioni processuali o esecutive che abbiano una incidenza afflittiva sul trattamento giuridico-penale del singolo» determinando un «mutamento qualitativo della sanzione concretamente inflitta, da "alternativa" a "detentiva"». La parte privata denuncia poi come la disciplina censurata determini una lesione dell'affidamento del reo, suscettibile di trasmodare in un vulnus al diritto di difesa - «declinato nel diritto di stabilire le scelte difensive secondo i punti di riferimento che l'ordinamento garantisce senza che il legislatore modifichi, "a sorpresa", le "carte in tavola"» - all'equità del processo, di cui agli artt. 111 Cost. e 6 CEDU (disposizione, quest'ultima, già ritenuta applicabile all'esecuzione della pena nella sentenza n. 97 del 2015 di questa Corte), e alla stessa certezza del diritto. La parte privata sollecita infine, in alternativa all'accoglimento delle questioni di legittimità costituzionale, l'adozione di una pronuncia interpretativa di rigetto, che indirizzi il diritto vivente nel senso della inapplicabilità, in specie, del principio tempus regit actum. 2.- Con ordinanza del 4 aprile 2019 (r.o. n. 115 del 2019) , la Corte di appello di Lecce ha sollevato questioni di legittimità costituzionale dell'art. 1, comma 6, lettera b), della legge n. 3 del 2019, «nella parte in cui ha inserito i reati contro la pubblica amministrazione, ed in particolare il reato di cui all'art. 314, comma 1, c.p., tra quelli ostativi alla concessione di alcuni benefici penitenziari ai sensi dell'art. 4-bis legge 26/7/1975 n. 354 [...] senza prevedere un regime transitorio che dichiari applicabile la norma ai soli fatti commessi successivamente alla sua entrata in vigore», per asserito contrasto con gli artt. 3, 25, secondo comma, e 117, primo comma, Cost., quest'ultimo in relazione all'art. 7 CEDU. Il rimettente è investito dell'istanza di R.B. L. di declaratoria di illegittimità dell'ordine di esecuzione emesso il 27 febbraio 2019 dalla Procura generale di Lecce, in relazione alla pena detentiva residua di tre anni, dieci mesi e due giorni di reclusione, da espiare in conseguenza della condanna (a sette anni e venticinque giorni di reclusione) per i reati di cui agli artt. 81, 110 e 314 cod. pen. , commessi tra il 19 maggio 2000 e il 21 marzo 2002, pronunciata con sentenza della Corte di appello di Lecce del 28 ottobre 2016, divenuta irrevocabile il 1° febbraio 2019. 2.1.- In punto di rilevanza delle questioni sollevate, il giudice a quo evidenzia come l'ordine di esecuzione della pena sia stato emesso - pur a fronte di una condanna per fatti di reato commessi prima dell'entrata in vigore della legge n. 3 del 2019 - in applicazione della norma censurata, che ha modificato, con operatività immediata, l'art. 4-bis ordin. penit. , includendo il delitto di peculato nel novero di quelli ostativi alla sospensione dell'ordine stesso, ai sensi dell'art. 656 cod. proc. pen. Dall'accoglimento delle questioni di legittimità costituzionale prospettate deriverebbe la possibilità per R.B. L. di ottenere l'immediata sospensione dell'ordine di esecuzione e di presentare da libero l'istanza di concessione di misure alternative alla detenzione. 2.2.- Quanto alla non manifesta infondatezza, il rimettente rammenta che dubbi di legittimità costituzionale dell'art. 1, comma 6, lettera b), della legge n. 3 del 2019 sono già stati adombrati dalla Corte di cassazione con la sentenza n. 535 [recte: n. 12541] del 2019, ed evidenzia come la norma censurata sia anzitutto foriera di una ingiustificata disparità di trattamento, lesiva dell'art. 3 Cost., tra coloro che hanno posto in essere delle condotte delittuose anteriormente all'entrata in vigore della legge n. 3 del 2019, facendo affidamento sulla possibilità di non scontare in carcere una pena (anche residua) inferiore ai quattro anni, e coloro che, invece, hanno commesso i medesimi reati nella vigenza della citata legge. L'art. 1, comma 6, lettera b), della legge n. 3 del 2019 si porrebbe altresì in contrasto con la garanzia di irretroattività della legge penale, di cui all'art. 25, secondo comma, Cost., «per i suoi indubbi riflessi sostanziali in punto di esecuzione della pena in concreto, frutto di un cambiamento delle regole successivo alla data del commesso reato». La modifica peggiorativa del regime di esecuzione della pena, non accompagnata da alcuna norma transitoria, contrasterebbe infine con l'art. 117, primo comma, Cost., in relazione all'art. 7 CEDU, traducendosi in un «passaggio a sorpresa e non prevedibile al momento della commissione del reato alla sanzione con necessaria incarcerazione». 2.3.- È intervenuto in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che le questioni sollevate siano dichiarate inammissibili o infondate. 2.3.1.- Le questioni sarebbero anzitutto inammissibili per erronea individuazione della norma censurata, avendo il rimettente trascurato di investire dei propri dubbi di costituzionalità l'art. 656, comma 9, cod. proc. pen. , che individua i casi nei quali non può farsi luogo alla sospensione dell'esecuzione della pena. L'art. 4-bis ordin. penit. verrebbe infatti in considerazione solo indirettamente, in quanto richiamato ai fini dell'individuazione dei reati per i quali è preclusa la sospensione dell'esecuzione. 2.3.2.- Riprendendo le argomentazioni già svolte nell'atto di intervento nel giudizio iscritto al n. 114 del r.o.