[pronunce]

e ciò conformemente ai canoni di un processo accusatorio, nel quale primo compito del giudice è dirimere il confronto probatorio delle parti ed evitare che gli esiti dibattimentali siano «deviati extra legem»; che nel giudizio di costituzionalità è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, il quale ha chiesto che la questione sia dichiarata manifestamente infondata. Considerato che il Tribunale di Verbania dubita della legittimità costituzionale, in riferimento agli artt. 3 e 111 della Costituzione, dell'art. 210 del codice di procedura penale, «nella parte in cui non consente al giudice del dibattimento di decidere le forme in cui assumere il dichiarante»: se, cioè, nelle forme – regolate dalla norma censurata – dell'esame della persona imputata in un procedimento connesso o di un reato collegato, anziché come testimone; che il giudice a quo pone a fondamento del dubbio di costituzionalità premesse interpretative intrinsecamente contraddittorie; che il rimettente dà atto che in ordine ai presupposti di applicabilità dell'art. 63, comma 2, cod. proc. pen. – che sancisce l'inutilizzabilità erga omnes delle dichiarazioni rese da persona che avrebbe dovuto essere sentita, sin dall'inizio, in qualità di imputato o di persona sottoposta alle indagini – sussiste un contrasto giurisprudenziale; che nella giurisprudenza di legittimità è, in effetti, ricorrente l'affermazione per cui, ai suddetti fini, non occorre che, al momento delle dichiarazioni, il soggetto abbia già assunto la posizione formale di imputato o di indagato (con l'iscrizione del suo nome nel registro delle notizie di reato): quello che conta è la situazione sostanziale, ossia che egli si trovi di fatto nella relativa condizione, a fronte degli indizi di reità da cui è colpito; che secondo la tesi prevalente, nondimeno, il divieto di utilizzazione non può comunque colpire le dichiarazioni rese al giudice da un soggetto che non abbia mai acquisito, neppure successivamente, la qualità di imputato o di indagato, dal momento che il giudice, a differenza del pubblico ministero, non può attribuire ad alcuno, di propria iniziativa, l'anzidetta qualità; che vi è, però, anche un indirizzo giurisprudenziale contrario, stando al quale la sanzione prevista dall'art. 63, comma 2, cod. proc. pen. prescinderebbe dall'adempimento postumo dell'iscrizione del dichiarante nel registro delle notizie di reato: si tratterebbe, infatti, di adempimento non previsto dalla norma, che finirebbe per far dipendere l'inutilizzabilità delle dichiarazioni irritualmente assunte dalla «resipiscenza» tardiva dell'organo inquirente, col risultato di avallare proprio la prassi illegittima che la disposizione vorrebbe contrastare (quella, cioè, di barattare l'impunità del dichiarante – attribuendogli la veste formale di testimone, anziché di indagato – con compiacenti accuse a carico di terzi); che, nel ricordare tale contrasto di giurisprudenza, il rimettente mostra, in concreto, di aderire al secondo orientamento: le censure di costituzionalità si imperniano, difatti, sull'asserita assenza di strumenti che, nella situazione considerata, consentano al giudice di assumere «una prova legalmente idonea»; che, in particolare, il giudice a quo basa la supposta violazione tanto del diritto dell'imputato di interrogare le persone a sua difesa (art. 111, secondo comma, Cost.), quanto dell'art. 3 Cost., sull'assunto che – sentendo come testi persone raggiunte da indizi di reità, ma non formalmente indagate – il giudice sarebbe poi costretto, in sede di decisione, a ritenere inutilizzabili le loro dichiarazioni (con conseguente vanificazione del mezzo istruttorio); che, in pari tempo, però, il rimettente solleva la questione sul presupposto che, per “diritto vivente”, la disciplina dell'art. 210 cod. proc. pen. – a differenza di quella dell'art. 63, comma 2, dello stesso codice – possa applicarsi solo ove la persona da esaminare abbia formalmente assunto la qualità di imputato o di indagato; che, in tal modo, il giudice a quo non tiene conto del collegamento sistematico esistente tra l'art. 63, comma 2, e gli artt. 197, comma 1, lettere a) e b), e 210 cod. proc. pen. ; che, come reiteratamente affermato dalla Corte di cassazione, difatti, l'art. 63, comma 2, cod. proc. pen. attua una tutela anticipata delle incompatibilità con l'ufficio di testimone previste dall'art. 197, comma 1, lettere a) e b), cod. proc. pen. nei confronti dell'imputato in un procedimento connesso o di un reato collegato: incompatibilità che, a loro volta, impongono che l'esame del soggetto avvenga nelle forme dell'art. 210; che, in questa prospettiva, ove si reputi – come mostra di fare il rimettente – che la sanzione di inutilizzabilità prevista dall'art. 63, comma 2, cod. proc. pen. intervenga anche quando il dichiarante non è mai stato iscritto nel registro delle notizie di reato, se ne deve trarre un logico corollario: e, cioè, che il giudice, una volta delibata la sussistenza a carico del soggetto di indizi di reità, non solo può, ma deve astenersi dall'esaminarlo nella veste di testimone, giacché altrimenti darebbe adito proprio alla «patologia» che la norma mira ad evitare (una precisa indicazione in tal senso si rinviene nella sentenza della Corte di cassazione 24 aprile 2007-6 luglio 2007, n. 26258, citata dallo stesso giudice a quo); che, se così è, peraltro – escluso che il contributo all'accertamento del fatto che il soggetto può dare resti completamente “neutralizzato” – detto soggetto non potrebbe essere sentito altrimenti che nelle forme dell'art. 210: dovrebbe valere, cioè, la medesima soluzione applicabile nel caso in cui il teste, non già attinto in precedenza da indizi di reità, renda, nel corso dell'esame dibattimentale, dichiarazioni “autoindizianti” (ipotesi regolata dal comma 1 dell'art. 63, verificandosi la quale il dichiarante andrebbe assunto, per l'appunto, nelle forme dell'art. 210); che, in conclusione, delle due l'una: o si ritiene che la sanzione di inutilizzabilità di cui all'art. 63, comma 2, cod. proc. pen. colpisca anche le dichiarazioni rese al giudice del dibattimento da chi non è mai stato formalmente imputato o indagato, ma allora bisogna concludere che il giudice ha già il potere-dovere di sentire tale soggetto nelle forme dell'art. 210, piuttosto che come testimone; oppure si nega al giudice tale potere-dovere, ma allora bisogna ritenere – con la giurisprudenza dominante – che anche la sanzione di inutilizzabilità prevista dall'art. 63, comma 2, cod. proc. pen. non possa prescindere dalla formale assunzione delle qualità in discorso: conclusione che farebbe peraltro cadere uno dei presupposti fondanti delle censure di costituzionalità formulate dal rimettente;