[pronunce]

Ivi si stabilisce, infatti, che «Gli Stati membri garantiscono alla vittima il diritto di ottenere una decisione in merito al risarcimento da parte dell'autore del reato nell'ambito del procedimento penale entro un ragionevole lasso di tempo, tranne qualora il diritto nazionale preveda che tale decisione sia adottata nell'ambito di un altro procedimento giudiziario». La questione sarebbe, altresì, rilevante nel giudizio a quo, giacché, in caso di suo accoglimento, una volta accertata la riferibilità del fatto all'imputato, ancorché infermo di mente, egli potrebbe essere condannato al pagamento dell'equa indennità richiesta dalla parte civile in base al secondo comma dell'art. 2047 cod. civ. All'epoca, l'imputato non era sottoposto, infatti, alla sorveglianza di alcun soggetto, sicché la parte civile non avrebbe potuto chiedere la citazione a giudizio di un responsabile civile ai sensi del primo comma del medesimo articolo. 2.- È intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che la questione sia dichiarata non fondata. A parere della difesa dello Stato, la denunciata violazione dell'art. 3 Cost. non sarebbe ravvisabile, stante l'assoluta eterogeneità delle due ipotesi poste a confronto dal giudice rimettente. L'accertamento dell'incapacità di intendere e di volere per infermità mentale, escludendo la punibilità dell'autore del fatto, giustifica la pronuncia di una sentenza di assoluzione: esito manifestamente non assimilabile alla sentenza di condanna, solo perché costituente l'epilogo di un processo in cui vi è stata costituzione di parte civile. Parimenti insussistente risulterebbe la lamentata lesione del diritto di difesa del danneggiato costituitosi parte civile. L'impossibilità di ottenere la condanna al pagamento di un'equa indennità nei confronti dell'imputato assolto per totale infermità di mente costituirebbe, infatti, la logica conseguenza della scelta del danneggiato di chiedere la tutela dei propri diritti nel processo penale, anziché nella sede naturale: scelta che - secondo quanto affermato dalla Corte costituzionale e come lo stesso rimettente ricorda - comporta l'impossibilità di sottrarsi agli effetti che ne conseguono, a causa della struttura e della funzione del giudizio penale, cui l'azione civile deve necessariamente adattarsi. Il danneggiato conserva, in ogni caso, la possibilità di rivolgersi al giudice civile. Proprio perché coerente con la struttura del processo penale, nel cui ambito l'interessato ha scelto di far valere la sua pretesa, l'esigenza di adire il giudice civile non potrebbe essere ritenuta in contrasto neppure con il principio di ragionevole durata del processo. 3.- Si è costituita, altresì, B.P.I., parte civile nel giudizio a quo, la quale ha svolto deduzioni adesive alle tesi del giudice rimettente, chiedendo che la questione sia accolta e che la dichiarazione di illegittimità costituzionale sia «eventualmente» estesa, ai sensi dell'art. 27 della legge 11 marzo 1953, n. 87 (Norme sulla costituzione e sul funzionamento della Corte costituzionale), all'art. 185, primo e secondo comma, del codice penale: disposizioni, queste ultime, che - secondo la parte privata - concorrerebbero a determinare i vulnera costituzionali denunciati, unitamente alla norma processuale sottoposta a scrutinio. Sulla base di una disamina della giurisprudenza costituzionale e della Corte europea dei diritti dell'uomo, la parte privata assume, in specie, che non vi sarebbe alcun ragionevole motivo per il quale - una volta accertato che il fatto illecito è stato commesso, che è previsto come reato e che ha prodotto un danno, ma non è penalmente perseguibile per difetto di imputabilità dell'autore - il giudice penale non possa decidere sulla domanda di ristoro del pregiudizio causato dall'incapace, sia pure sotto forma del pagamento di un'equa indennità, costringendo così il danneggiato costituitosi parte civile ad instaurare un nuovo giudizio davanti al giudice civile, con ulteriori attese e costi.1.- Il Tribunale ordinario di Firenze dubita della legittimità costituzionale dell'art. 538 del codice di procedura penale, nella parte in cui non consente al giudice di decidere sulla domanda per le restituzioni e il risarcimento del danno, proposta a norma degli artt. 74 e seguenti del medesimo codice, quando pronuncia sentenza di assoluzione dell'imputato in quanto non imputabile per vizio totale di mente. Ad avviso del giudice a quo, la norma censurata violerebbe l'art. 3 della Costituzione, determinando una irragionevole disparità di trattamento fra il danneggiato costituitosi parte civile in un processo penale che si concluda con l'assoluzione dell'imputato per totale infermità di mente, e il danneggiato che veda invece esaminata la sua domanda risarcitoria all'esito della condanna dell'imputato «sano di mente». Se è vero infatti che, scegliendo di far valere le sue pretese nel processo penale, il danneggiato accetta i condizionamenti connessi al necessario adattamento dell'azione civile alla struttura e alla funzione del giudizio penale, i suoi diritti non potrebbero rimanere comunque pregiudicati dalla mera eventualità che - all'esito di quel giudizio - si accerti che l'imputato era totalmente infermo di mente al momento del fatto. Risulterebbe compromesso, altresì, il pieno esercizio del diritto di difesa del danneggiato costituitosi parte civile (art. 24 Cost.), il quale si troverebbe costretto, per conseguire la tutela dei suoi diritti, ad instaurare un nuovo giudizio davanti al giudice civile, con totale vanificazione della scelta - che pure l'ordinamento gli consente - di far valere la sua pretesa in sede penale: e ciò anche quando - come nel caso di specie - l'infermità di mente dell'imputato non fosse affatto comprovata al momento della costituzione di parte civile. Sarebbe violato, infine, il principio di ragionevole durata del processo (art. 111 Cost.), in quanto l'esigenza di trasferire la domanda risarcitoria in sede civile allontanerebbe sensibilmente nel tempo la pronuncia definitiva sulla stessa e impegnerebbe ulteriori risorse giudiziarie senza alcun apprezzabile motivo. 2.- Nell'approccio al thema decidendum, giova ricordare come la norma sottoposta a scrutinio trovi il suo immediato antecedente storico nell'art. 489, primo comma, del codice di procedura penale del 1930. Nel confermare la scelta - già operata dai precedenti codici postunitari - di consentire l'esercizio dell'azione civile riparatoria nel processo penale, detto codice delineava, come è noto, un assetto dei rapporti tra giudizio penale e giudizio civile improntato ai principi di unitarietà della funzione giurisdizionale e di preminenza della giurisdizione penale. Il danneggiato poteva esercitare l'azione civile per le restituzioni e il risarcimento del danno cagionato dal reato nel processo penale mediante la costituzione di parte civile, ovvero far valere le proprie pretese davanti al giudice civile.