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Se in Svezia e in Danimarca la percentuale dei nonni che curano quotidianamente i nipoti è pari a uno scarso 2 per cento, in Germania si raggiunge il 15 per cento e nel nostro Paese si tocca addirittura il 30 per cento. La famiglia, infatti, riesce a essere contemporaneamente qualcosa di stabile, che genera un comune sentire di sicurezza e di affidabilità, un luogo di affetti, facilmente riconoscibile nelle sue coordinate essenziali, e qualcosa di flessibile, che rivela un dinamismo adattativo in grado di fronteggiare le difficoltà che scaturiscono dall'ambiente esterno. Una famiglia sana assorbe la mutevolezza degli stili di vita e dei costumi, a livello individuale e collettivo, cercando di metabolizzarli per non farsene travolgere e per mantenere la sua identità; un'identità in costante evoluzione, da salvaguardare senza arroccarsi in rigidità schematiche, ma senza neppure cedere alle mode imprevedibili di false ideologie. I problemi sorgono nel momento, non infrequente purtroppo, in cui i genitori del minore (o quello tra essi che esercita in via esclusiva la potestà sul minore) ostacolano lo svolgersi del rapporto tra i figli e i nonni. Nella maggioranza dei casi ciò avviene a seguito della separazione o dello scioglimento del vincolo matrimoniale, ovvero -- per le coppie di fatto -- del cessare della convivenza, dunque sia nelle ipotesi di separazione e di divorzio (inteso in senso atecnico se riferito alle coppie di fatto), sia in quelle di morte di uno dei genitori. La legge sul divorzio (legge n. 898 del 1970) ha riconosciuto la criticità presente nel matrimonio, riconoscendo il diritto individuale a interrompere un rapporto che a livello personale non offre più i vantaggi sperati e promessi con il matrimonio, ma non ha favorito la riflessione sulla responsabilità sociale che il «fare famiglia» comporta, soprattutto quando ci sono dei figli. Partendo dalla crisi personale nell'ambito della vita di coppia, si è innescato un processo di deriva affettiva che ha colpito tutta la società, su cui si è riversata l'onda lunga di questa sofferenza, con le sue paure e con le sue insicurezze. Rompere un vincolo è più facile che ripararlo e rigenerarlo. Ogni legame interrotto è un sorta di ferita permanente, con cui occorre fare i conti tutta la vita, perché lascia una traccia indelebile nella dinamica relazionale del soggetto. Esso ha un effetto contagioso, che trasmette pessimismo e che rende difficile la relazione di cura e di affidamento reciproci nella vita sociale. Non a caso Volpi, parlando del divorzio in rapporto alla fine della famiglia, lo definisce la rivoluzione di cui non ci siamo ancora accorti e il declino della famiglia appare come il declino dell'istituto familiare nell'intero contesto sociale. Per ogni concreta famiglia che entra in crisi, tutto il sistema sociale esprime disagio e cerca di difendersi riducendone l'area di influenza. Più sono le famiglie che entrano in crisi, più debole è la famiglia come soggetto sociale capace di influire sulle scelte e sulle decisioni a livello politico. C'è una presa d'atto consapevole delle innegabili difficoltà in cui versano le coppie, se ne decreta un certo fallimento, ma non si offrono alternative: si fa una diagnosi, ma come unica soluzione si offre la rottura. Per i bambini che sperimentano la separazione e il divorzio dei genitori, a cominciare dai livelli di tensione relazionale che precedono il distacco, passando per il momento acuto in cui sono oggetto di pesanti negoziazioni tra i genitori, divorzio e separazione sono eventi critici caratterizzati da una drammatizzazione destinata a non risolversi nel tempo. Anche da adulti i cosiddetti «figli del divorzio» hanno spesso un'idea delle relazioni come di qualcosa intrinsecamente instabile e non affidabile. Il rapporto tra nonni e nipoti può entrare in crisi anche in costanza di matrimonio o di convivenza, sebbene si tratti di ipotesi non facilmente quantificabili, rimanendo il più delle volte relegate nell'ambito del privato delle relazioni parentali. In tutti questi casi occorre garantire che il minore non perda rapporti per lui consueti, validi e rassicuranti, che la moderna psicologia sottolinea essere essenziali per un corretto ed equilibrato sviluppo della sua personalità. Nonni e nipoti hanno entrambi molto da perdere quando il loro legame si indebolisce fino a spezzarsi perché sono reciprocamente fondamentali nella costruzione e nella ricostruzione del loro equilibrio personale. Perdere il diritto di vedere i nipoti rappresenta una punizione nella vita dei nonni, un trauma immotivato e immeritato. Essi non hanno con i nipoti una relazione superficiale e transitoria, ma profonda e definitiva: spesso, quasi sempre, i nonni vivono «in loro funzione». Il divorzio dei genitori diventa anche un divorzio dei figli dai genitori, o dal genitore che sarà meno presente, ma anche dai nonni: nei coniugi che si separano scatta spesso l'avversione, oltre che di uno verso l'altro, anche verso la stirpe dell'altro. I figli diventano, in questo caso, un'arma di combattimento. In Gran Bretagna, il Governo di David Cameron si prepara a una revisione del diritto di famiglia che prevederà il diritto per i nonni di continuare a frequentare i nipoti dopo la separazione dei genitori. Nel nostro ordinamento, mentre viene contemplato e tutelato il rapporto tra il minore e i genitori (si pensi, tra gli altri, all'istituto del diritto di visita), non si fa altrettanto nel caso del rapporto tra il minore e i nonni, che, allo stato, non vantano alcun diritto, nonostante sia disposto che questi sono tenuti al mantenimento dei nipoti, fornendo i mezzi ai genitori se questi non hanno possibilità economiche. Dottrina e giurisprudenza, salvo poche voci discordanti, negano che possa riconoscersi ai nonni un diritto di visita nei confronti dei nipoti, in quanto mancano precisi riferimenti normativi cui ancorarlo. Generalmente si nega che tale diritto possa rinvenirsi nell'articolo 336 del codice civile, che si riferisce a una limitata ipotesi di sollecito dell'intervento del giudice, o negli articoli 433 e 536 del medesimo codice, che riguardano rapporti di contenuto economico. Alcuni autori esprimono una posizione favorevole al riconoscimento del diritto di visita fondandosi sull'articolo 74 del citato codice civile, che afferma il vincolo di parentela tra le persone che discendono da un medesimo stipite: ma a ben guardare questa norma non è in sé attributiva di diritti, quanto di una qualifica cui altre norme possono riconnettere conseguenze. La giurisprudenza, piuttosto che un diritto soggettivo perfetto, riconosce ai parenti, e ai nonni in particolare, un interesse legittimo, non reclamabile direttamente e subordinato all'interesse dei minori. In questo senso si è espresso, in maniera particolarmente chiara, il tribunale per i minorenni di Roma, che in una sentenza del 1987 dichiarava che «non spetta, de iure condito , ai nonni e agli altri parenti un vero e proprio diritto soggettivo di visita nei riguardi del nipote minore, mancando, nel sistema, una norma esplicita che tale diritto direttamente preveda;