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Norme per l'attribuzione a soggetti pubblici della proprietà della Banca d'Italia. Onorevoli Senatori. – Con il decreto-legge 30 novembre 2013, n. 133, recante «Disposizioni in materia di abolizione della seconda rata dell'imposta municipale propria, di acconti di imposte, di valorizzazione di immobili pubblici oggetto di dismissione, di capitale e governance della Banca d'Italia, nonché di accise», convertito, con modificazioni, dalla legge 29 gennaio 2014, n. 5, il Governo è intervenuto in maniera sostanziale sull'assetto della Banca d'Italia procedendo, di fatto, alla sua privatizzazione. Questo è avvenuto in spregio alla dichiarata vocazione pubblica del principale istituto bancario italiano, che non solo è definito quale istituto di diritto pubblico dalla legge, ma che, soprattutto, svolge delicatissimi compiti istituzionali, e nonostante la fortissima opposizione parlamentare alle norme riguardanti la Banca d'Italia contenute nel decreto-legge. La qualificazione della Banca d'Italia come «istituto di diritto pubblico» è stata sancita con una legge del 1936, adottata in seguito alla cosiddetta «grande depressione americana» e contestualmente agli interventi di nazionalizzazione delle principali banche e aziende del Paese. Sino ad allora infatti la Banca d'Italia, nata nel 1893 in seguito alla fusione della Banca nazionale del Regno d'Italia con la Banca nazionale toscana e con la Banca toscana di credito, aveva mantenuto la sua caratteristica di istituto finanziario privato, nonostante il fatto che a partire dal 1926 già detenesse il monopolio nell'emissione di moneta e le fossero stati assegnati i primi compiti di vigilanza sul sistema creditizio. Nel 1936 invece la Banca d'Italia divenne pubblica, i suoi azionisti privati furono espropriati e le quote del capitale furono distribuite tra le banche ormai nazionalizzate. Al contempo l'istituto fu obbligato ad abbandonare le normali operazioni commerciali con clienti non bancari e furono rafforzati i suoi compiti di vigilanza nei confronti del sistema, che frattanto veniva suddiviso – sull'esempio del Glass-Steagall Act americano – tra banche di credito a breve termine e banche di credito a lungo termine. Nel modello creato, quindi, non esisteva commistione tra pubblico e privato, posto che gli stessi azionisti erano di natura pubblica, un requisito perso nel corso degli ultimi decenni, durante i quali la parziale privatizzazione delle banche pubbliche è avvenuta tramite la creazione delle fondazioni e la quotazione della maggioranza del capitale in borsa. Il processo di trasformazione delle banche pubbliche in società per azioni, verificatosi nel corso negli anni Novanta a opera della legge 30 luglio 1990, n. 218, ha poi influito, di fatto, sulla titolarità delle quote di partecipazione al capitale della Banca d'Italia e infine l'articolo 27 del decreto legislativo 17 maggio 1999, n. 153, ha disciplinato la partecipazione al capitale della Banca d'Italia da parte delle fondazioni bancarie, enti di diritto privato che avevano effettuato il conferimento delle aziende bancarie alle società nate dai processo di trasformazione delle banche pubbliche. Tra questi due provvedimenti si situa, inoltre, il testo unico delle leggi in materia bancaria e creditizia, di cui al decreto legislativo 1° settembre 1993, n. 385, con il quale è stato riformato l'intero sistema bancario attraverso l'eliminazione della separazione tra credito a breve termine e credito a lungo termine e la conseguente reintroduzione del modello della «banca universale», nonché attraverso l'adozione di sistemi di vigilanza uniformi a livello europeo. Infine, con l'adesione all'euro, la Banca d'Italia ha cambiato ancora una volta il proprio ruolo, divenendo al tempo stesso compartecipe ed esecutrice (a livello nazionale) delle decisioni di politica monetaria prese dalla Banca centrale europea (BCE) – e perdendone la responsabilità esclusiva per l'Italia –, e di qui a breve, come noto, perderà anche la responsabilità esclusiva della vigilanza sui principali gruppi bancari italiani, che sarà conferita anch'essa alla BCE. Ciò premesso, sino all'adozione del citato decreto-legge n. 133 del 2013, la struttura della governance della Banca d'Italia, per quanto singolare, era riuscita a garantire l'indipendenza dai privati (vigilati) grazie ad alcuni meccanismi «di salvaguardia»: in primo luogo il fatto che la nomina del Governatore, dei membri del Direttorio e dei principali dirigenti era sottratta agli azionisti e al Consiglio superiore (espressione di questi ultimi); in secondo luogo perché ciascun azionista, indipendentemente dalle quote detenute, non poteva esprimere più di 50 voti su un totale di 535; in terzo luogo perché gli utili erano distribuiti proporzionalmente alla quota percentuale di capitale detenuta da ciascun azionista e con precise limitazioni imposte al dividendo complessivo, che non poteva superare la somma tra un importo non superiore al 6 per cento del capitale sociale (allora pari a 156.000 euro), un ulteriore importo non superiore al 4 per cento del capitale sociale, un ulteriore importo non superiore al 4 per cento delle riserve di capitale (pari a 23 miliardi di euro), comunque non superiore «ai frutti annualmente percepiti sugli investimenti delle riserve», e per prassi non si è mai superato il limite dello 0,5 per cento pari, nell'ultimo esercizio, a 70 milioni di euro. Infine l'ultimo elemento che garantiva il funzionamento del meccanismo era il fatto che il trasferimento delle quote di partecipazione al capitale doveva avvenire «su proposta del Direttorio, solo previo consenso del Consiglio superiore, nel rispetto dell'autonomia e dell'indipendenza dell'istituto e della equilibrata distribuzione delle quote» e infatti il trasferimento non si è mai verificato se non in caso di fusione tra soggetti già partecipanti. Sinora quindi mai nessuna banca partecipante al capitale della Banca d'Italia aveva preso seriamente in considerazione né l'ipotesi di vendere la propria quota, né quella di attribuire ad essa un valore superiore a quello, simbolico, attualmente calcolato sul capitale complessivo di 156.000 euro. Ora invece il decreto-legge che ha modificato l'assetto della Banca d'Italia ha mutato profondamente tale quadro e certamente non in meglio. Si è infatti deciso di intervenire con un provvedimento d'urgenza su un tema sul quale urgenza non c'era, solo al fine di garantire la rapida e certa approvazione di un combinato disposto di norme che favorisce le banche, sia nei corto sia nel lungo periodo, e dal quale doveva derivare il gettito necessario a coprire la soppressione della seconda rata dell'imposta municipale propria per il 2013. Queste sono purtroppo le ragioni più profonde che hanno portato il Governo ad approvare quelle disposizioni e le conseguenze saranno devastanti. In particolare il decreto-legge ha stabilito nuove norme riguardanti sia il capitale, sia gli organi dell'istituto; con riferimento al capitale, si prevede che la Banca d'Italia possa effettuarne una rivalutazione mediante utilizzo delle riserve statutarie sino a 7,5 miliardi di euro e che potrà distribuire dividendi annuali per un importo non superiore al 6 per cento del capitale.