[resaula]

Per noi infatti lo sport non è solo agonismo, competizione, potere e soldi, ma anche inclusione sociale, benessere e salute dei cittadini. Perché trasferire la proprietà di un bene immobile di particolare rilevanza come il centro sportivo "Giulio Onesti" di nuovo nelle mani del CONI? Ricordo come già la riforma dello sport voluta dall'ex ministro Spadafora sia rimasta totalmente monca, perché sul tema del rinnovo dei mandati del Presidente del CONI non è stata trovata una quadra. Per fortuna, è stato vanificato il rischio di un'immotivata retromarcia, che pure era stata paventata sugli altri decreti delegati approvati in extremis. L'emblema dell'unione promiscua delle nuove forze che sostengono il Governo Draghi può essere sintetizzato in questo accadimento: in Commissione istruzione, il Gruppo Italia Viva aveva chiesto, come condizione per l'approvazione del decreto legislativo sugli enti sportivi professionistici e dilettantistici, di prevedere il trasferimento della tenuta del registro delle associazioni sportive di nuovo al CONI, dopo che l'atto governativo aveva spostato la competenza al Dipartimento per lo sport di Palazzo Chigi, ovvero di fatto ne chiedeva l'abolizione. Probabilmente, però, per mandare a segno quel pacchetto di riforme senza troppi intralci si è dovuto cedere qualcosa al CONI e lo si è fatto a stretto giro, nel decreto-legge n. 5 del 2021. Mi riferisco sia alla fase di stesura del testo del decreto-legge, sia alla fase di conversione, nella quale è stata preclusa ai senatori l'approvazione di modifiche che avrebbero riportato l'esito definitivo entro confini di maggiore imparzialità ed equità. Lo dico con rammarico, ma la posizione originaria del MoVimento 5 Stelle sulla governance sportiva non prevedeva davvero maggiori contributi pubblici e trasferimento delle proprietà di beni immobili al CONI, una dotazione di personale aggiuntiva rispetto a quella attuale e un aumento immotivato del numero dei dirigenti. Ricordo che, durante la scorsa legislatura, il tema del limite al numero dei mandati era dirimente. Si dichiarava di voler mantenere il limite inderogabile dei due mandati per i più importanti incarichi pubblici, dal parlamentare ai gradi apicali di enti o società pubbliche, CONI e federazioni sportive comprese, e si diceva che la riforma, che aumentava da due a tre i mandati dei vertici federali e del CONI, compreso il Presidente, non solo non avrebbe garantito la normale alternanza delle cariche presidenziali e dirigenziali nel mondo dello sport, bensì le avrebbe cristallizzate, come se lo sport fosse una questione privata, quasi personale, sulla quale i partiti sono interessati esclusivamente ad esercitare ai fini del consenso la loro influenza e il loro potere. Ebbene, noi parlamentari della componente "L'alternativa c'è" vogliamo rappresentare quella posizione che già era di un movimento che non c'è più e che una frase di quel programma originario, ormai del tutto disatteso, sintetizza bene: «liberare il mondo dello sport da interessi che nulla hanno a che fare con la crescita del sistema sportivo italiano, adoperandosi affinché i vertici delle più importanti amministrazioni vengano scelti secondo criteri meritocratici adeguati a garantirne il buon andamento». Le nostre proposte emendative infatti presentavano un chiaro connotato politico, che era quello di ridurre le elargizioni fatte al minimo indispensabile, senza ulteriori indulgenze non dovute. Per queste ragioni, voteremo contro la conversione in legge del provvedimento, che rappresenta una decisa retromarcia rispetto alla direzione intrapresa finora in materia di sport. (Applausi) . PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Comincini. Ne ha facoltà. COMINCINI (IV-PSI) . Signor Presidente, onorevoli colleghi, signori membri del Governo, il decreto-legge che discutiamo quest'oggi e che il Parlamento sarà chiamato a convertire in legge è stato uno degli ultimi atti del precedente Governo. Ricordiamo tutti il clima e le modalità con le quali il provvedimento fu deliberato. C'era grande preoccupazione, visto il campanello d'allarme lanciato dal presidente del CONI, Giovanni Malagò, che aveva infatti denunciato il rischio che gli atleti italiani potessero andare alle Olimpiadi di Tokyo senza il nostro tricolore e l'inno nazionale. Si trattava di una sanzione che il Comitato olimpico internazionale (CIO) avrebbe potuto comminare al nostro Paese, se non avessimo garantito, come poi è avvenuto con l'approvazione del decreto, l'autonomia di un organismo importante quale il CONI: una situazione umiliante. Tutto ciò avrebbe avuto conseguenze nefaste dal punto di vista sportivo e devastanti dal punto di vista dell'immagine del nostro Paese; è un aspetto che assume ancora più rilevanza, se pensiamo al peso e a ciò che il nostro tricolore rappresenta in un Paese come il Giappone, ma in generale in una zona geografica come l'Oriente, nella quale il made in Italy è sicuramente un marchio riconosciuto e riconoscibile. Solo l'approvazione in Consiglio dei ministri di tale decreto-legge ha dunque evitato il peggio. Resta però l'amaro in bocca per come è stata gestita l'intera questione, per le condizioni nelle quali si è dovuto in tutta fretta scongiurare un pericolo che un Paese serio, quale è l'Italia, non dovrebbe correre in nessun modo. Sappiamo tutti - e ce lo diciamo sempre, ormai da diversi mesi, anche in quest'Aula - che quella che stiamo vivendo è una fase unica e complessa per la sua eccezionalità. La pandemia ha avuto un impatto fortissimo per il tessuto produttivo ed economico, ma ha indubbiamente una rilevanza e un'incidenza importanti nelle nostre vite dal punto di vista non solo economico, ma anche sociale. Lo sport, come il mondo dell'associazionismo, ha senz'altro subito un durissimo stop forzato, al quale il Covid ci ha tutti obbligati. Se i massimi campionati sportivi hanno avuto la possibilità di continuare il proprio percorso con tutte le precauzioni previste dal Comitato tecnico-scientifico, di contro lo sport amatoriale e non professionista non ha avuto le stesse possibilità. Questo ci ha forse resi ancora più consapevoli di quanto lo sport eserciti in modo netto una funzione importante per la nostra vita. Mi permetta, signor Presidente, di aprire qui una parentesi, dicendo che quanto sta accadendo nelle nostre città, per il fatto che si impedisce a tantissimi utenti, giovani e persone adulte, di fruire di sport a livello amatoriale in spazi indoor , non solo è un danno importante alla qualità della vita delle persone, ma ci dovrebbe indurre anche ad interrogarci sui criteri che il Comitato tecnico-scientifico ha deciso e deliberato per far sì che ad alcuni livelli ci si possa organizzare e si possa ripartire e ad altri no. Vorrei evidenziare che il Politecnico di Milano ha recentemente diffuso uno studio scientifico con il quale pone alcune questioni che valgono per lo sport, come per la scuola e per tutti gli spazi chiusi, quali ad esempio la ristorazione. Non c'è soltanto il distanziamento sociale quale parametro per definire i criteri per poter limitare la diffusione del virus. Per calcolare l'indice di probabilità di un contagio in un ambiente indoor si deve moltiplicare il quadrato della densità degli utenti per il tempo di ricambio del volume d'aria.