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Disposizioni per il recepimento della direttiva 2009/148/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 30 novembre 2009, sulla protezione dei lavoratori contro i rischi connessi con un'esposizione all'amianto durante il lavoro, nonché in materia di divieto di discriminazione in materia di benefici previdenziali per i lavoratori esposti all'amianto. Onorevoli Senatori. -- Con il presente disegno di legge si intende dare adeguata applicazione alla direttiva 2009/148/CE, sulla protezione dei lavoratori contro i rischi connessi con l'esposizione all'amianto, anche al fine di ridurre il rischio per la pubblica incolumità e per la salute pubblica conseguente alla presenza di amianto nei luoghi di vita e di lavoro. Il tribunale di Torino, con la sentenza del 1906, che ha definito la causa iscritta al n. 1197/1906, promossa da società anonima The British Asbestos company Limited contro Pich Avvocato Carlo, aveva rigettato la domanda risarcitoria sul presupposto che «le acquisizioni del Congresso Internazionale di Milano sulle malattie professionali in cui venne riconosciuto che fra le attività più pericolose sulla mortalità dei lavoratori vi sono quelle indicate col nome di polverose e fra queste in prima linea quelle in cui si sollevano polveri minerali e tra le polveri minerali le più pericolose sono quelle provenienti da sostanze silicee come l'amianto perché ledono le vie respiratorie quando non raggiungono sino al polmone», e che aveva attualizzato, con gli studi del professor Scarpa, del Policlinico di Torino, più risalenti acquisizioni della medicina del lavoro. Come precisato dalla Corte di cassazione (Sezione penale IV, sentenza n. 5117 del 1º febbraio 2008), «il decreto del Presidente della Repubblica n. 303 del 1956 articoli 19 e 21 oggetto di contestazione agli imputati, rientrano nella prima categoria, limitandosi a dettare le regole di condotta in termini generali in relazione alla astratta possibilità del verificarsi di eventi dannosi, anche di quelli ignoti al legislatore dell'epoca, essendo già riconosciuta l'idoneità dell'amianto a provocare gravi patologie. Come è noto, l'inalazione da amianto (il cui uso è stato vietato in assoluto dalla legge 27 marzo 1992, n. 257) è ritenuta, da ben oltre i tempi citati, di grande lesività della salute (se ne fa cenno nel regio decreto 14 giugno 1909, n. 442 in tema di lavori ritenuti insalubri per donne e fanciulli ed esistono precedenti giurisprudenziali risalenti al 1906) e la malattia da inalazione da amianto, ovvero l'asbestosi (conosciuta fin dai primi del '900 ed inserita nelle malattie professionali dalla legge 12 aprile 1943, n. 455), è ritenuta conseguenza diretta, potenzialmente mortale, e comunque sicuramente produttrice di una significativa abbreviazione della vita se non altro per le patologie respiratorie e cardiocircolatorie ad essa correlate». La Carta costituzionale afferma che il diritto alla salute è anche interesse della collettività (articolo 32) e che l'iniziativa economica, pubblica e privata è ispirata da fini sociali e non può svolgersi in contrasto con l'utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana (articolo 41, secondo comma, della Costituzione), con la tutela del lavoro e dell'esistenza libera e dignitosa di tutti coloro che hanno il diritto e dovere di lavorare (articoli 35, 36 e 4 della Costituzione), non si può non ritenere sussistente il diritto dovere al lavoro salubre (nella accezione meglio illustrata in Patologie ambientali e lavorative MCS amianto e giustizia , Ezio Bonanni -- Giancarlo Ugazio; Edizioni minerva medica, Torino, gennaio 2011), sul quale si fonda il presente disegno di legge, che mira a metterlo al bando effettivamente ed efficacemente, disponendo il divieto di esposizione, con l'obbligo di bonifica e rimozione dai luoghi di vita e di lavoro, rispetto al quale assume centrale rilevanza il mancato recepimento nel nostro paese della direttiva 477/83/CEE, «Sulla protezione dei lavoratori contro i rischi connessi con una esposizione ad amianto durante il lavoro», entro il termine del 1º gennaio 1987, cui seguì la procedura di infrazione n. 240/89, che fu definita con la decisione di condanna della Corte di giustizia delle Comunità europee del 13 dicembre 1990, e che reca il seguente tenore letterale: «... la Corte dichiara e statuisce: 1) La Repubblica italiana, non adottando nei termini prescritti i provvedimenti, diversi da quelli relativi alle attività estrattive dell'amianto, necessari per conformarsi alla direttiva del Consiglio 19 settembre 1983, 83/477/CEE, sulla tutela dei lavoratori contro i rischi connessi ad un'esposizione all'amianto durante il lavoro, è venuta meno agli obblighi che le incombono in forza del trattato CEE». La Corte di giustizia rendeva la seguente motivazione: «1. Con atto depositato nella cancelleria della Corte di giustizia il 31 luglio 1989, la Commissione delle Comunità europee ha presentato, a norma dell'articolo 169 del trattato CEE, un ricorso mirante a far dichiarare che la Repubblica italiana, non adottando entro i termini prescritti i provvedimenti, diversi da quelli inerenti alle attività estrattive dell'amianto, necessari per dare attuazione nell'ordinamento giuridico interno alla direttiva del Consiglio 19 settembre 1983, 83/477/CEE, sulla protezione dei lavoratori contro i rischi connessi ad un'esposizione all'amianto durante il lavoro (GU L 263, pag. 25), è venuta meno agli obblighi che le incombono in forza del trattato CEE. 2. L'art. 18, n. 1, della direttiva 83/477, già citata dispone, che gli Stati membri adottano le disposizioni legislative regolamentari ed amministrative necessarie per conformarsi alla direttiva stessa anteriormente al 1º gennaio 1987 e che informano immediatamente la Commissione. Esso precisa inoltre che, per quanto riguarda le attività estrattive dell'amianto, la data del 1º gennaio 1987 è rinviata al 1º gennaio 1990. A norma del n. 2, gli Stati membri comunicano alla Commissione le disposizioni di diritto interno che adottano nell’ambito disciplinato dalla direttiva. 3. Non avendo ricevuto entro i termini prescritti alcuna comunicazione da parte della Repubblica italiana per quanto riguarda i provvedimenti di attuazione della direttiva, la Commissione le ha inviato una lettera di diffida il 16 novembre 1987, sollecitando la presentazione delle difese in merito al termine di due mesi. La risposta fornita dalla Repubblica italiana il 5 febbraio 1988 non è stata ritenuta sufficiente dalla Commissione che, dopo avere adottato il 18 gennaio 1989 un parere motivato, rimasto senza seguito, ha introdotto il presente ricorso. 4. Per una più ampia illustrazione degli antefatti, dello svolgimento del procedimento e dei mezzi ed argomenti delle parti si fa rinvio alla relazione d'udienza. Questi aspetti del fascicolo sono riportati in proseguo solo nei limiti necessari per comprendere il ragionamento della Corte. 5.