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Abbiamo scelto non a caso di iniziare dai centri antiviolenza, che in gergo chiamiamo CAV, e dalle case rifugio. Questi luoghi di prossimità - lo voglio dire con chiarezza - sono oggi gli unici luoghi della rete che contrasta la violenza contro le donne nei quali quelle che la subiscono una violenza possono essere accolte in maniera efficace e adeguata. Sono gli unici luoghi in cui le donne non vengono messe in discussione, ma credute e accolte in una relazione fra donne; soprattutto vi è la centralità della donna che ha subito la violenza, del suo vissuto e della sua storia. Ci sono il rispetto per lei, una capacità di ascolto e soprattutto professionalità e specializzazioni. Bene, per noi i centri antiviolenza sono sicuramente l'anello più prezioso dell'intera catena ed eccellenze senza le quali il sistema complessivo della rete oggi in Italia non potrebbe reggere. Eppure - da qui la scelta della Commissione di iniziare esattamente da questo pezzo - oggi i centri antiviolenza si mantengono, nella stragrande maggioranza dei casi, sul volontariato delle donne e delle operatrici che a questo dedicano la loro vita con passione e professionalità, ma che ci lanciano anche un grido d'allarme e ci dicono di non farcela. In questi anni i centri antiviolenza in Italia sono aumentati (la relazione lo fotografa): siamo arrivati a 366, la stragrande maggioranza dei quali sono del privato sociale, gestiti da associazioni. Per quanto vi siano grandi professioniste, si tratta sostanzialmente di associazioni di volontariato. La Corte dei conti, di fronte al grido d'allarme che arriva dai centri antiviolenza, ci dice che beneficiano di finanziamenti pubblici per 6.000 euro all'anno per la loro attività. Chiedo a quest'Assemblea di capire cosa sono 6.000 euro all'anno per un'attività aperta cinque giorni a settimana, che risponde h24 (spesso in piena notte) alle richieste di aiuto di donne che non sanno a chi rivolgersi e che trovano molto spesso soltanto un operatore o un'operatrice dall'altra parte del telefono in grado di accoglierle. Questi centri negli ultimi mesi - ma potrei dire anni - ci hanno detto di volere dalla politica una risposta più concreta e che non basta loro l'indignazione della politica, di una parlamentare o di una senatrice di fronte alla morte di una donna, ma che vogliono gesti e risultati concreti. Chiediamo alla politica e al Governo di dare questo tipo di risposta, a partire dalle indicazioni contenute nella nostra relazione, nella quale fotografiamo la storia dei centri antiviolenza e diciamo perché sono nati intorno a una pratica di associazioni femminili e di relazioni tra donne. Ricordiamo che sono nati, dopo il movimento degli anni Settanta e Ottanta, intorno ad associazioni storiche di questo Paese - penso all'Unione donne italiane (UDI) e a tante altre realtà e associazioni femminili); poi però sono cresciuti. Lo Stato italiano, a partire dal 2009, passando attraverso la Convenzione di Istanbul, fino ad arrivare ai piani antiviolenza del 2014 e del 2017 e alla prima intesa Stato-Regioni, ha costruito un'impalcatura e una legislazione sicuramente di tutto rispetto. Spartiacque - lo diciamo nella nostra relazione - è stata sicuramente la legge n. 119 del 2013, con la quale finalmente destiniamo finanziamenti strutturali ai centri e ai piani antiviolenza; riconosciamo un metodo e un approccio metodologico a questi centri, ne facciamo tesoro e diciamo che quello è il metodo giusto, ma ci fermiamo lì, perché i finanziamenti sono ancora insufficienti. Soprattutto - questa è la seconda grande criticità che fotografa la relazione - non abbiamo una lettura intersettoriale e interistituzionale chiara e corretta delle relazioni tra i soggetti che operano per il contrasto alla violenza e non facciamo ancora tesoro in maniera sufficiente della lettura corretta della violenza contro le donne, che solo ed esclusivamente dentro i centri antiviolenza riesce davvero ad albergare. Lo voglio dire con chiarezza: la violenza contro le donne, per noi della Commissione d'inchiesta sul femminicidio, che seguiamo questa materia quotidianamente, è lo specchio di rapporti asimmetrici di potere che ancora esistono tra gli uomini e le donne. Non ci stancheremo mai di dirlo. Non c'entrano niente i raptus degli uomini, l'aggressività improvvisa di un uomo o la condizione d'instabilità e di sofferenza. Siamo stanche di leggere titoli di giornali che raccontano di improvvisi scatti di uomini alterati, che aggrediscono le donne. Non c'entra niente tutto questo. La violenza contro le donne è la fotografia di rapporti asimmetrici di potere: per questa ragione chiediamo, anche in questa sede, che sia finalmente inquadrata nella maniera corretta, quindi intersettoriale e interistituzionale, nel raccordo tra tutti i soggetti che lavorano, il che significa lavorare per ridare centralità a una parità effettiva tra gli uomini e le donne. Fin quando esisterà tale asimmetria, esisterà la violenza. Le due principali criticità che fotografiamo sono, da un lato, la carenza di risorse, ma dall'altro il fatto che queste non sono e non riescono ad essere certe e seguono procedure troppo lunghe dal Dipartimento pari opportunità fino al momento in cui arrivano ai centri antiviolenza, per cui passa troppo tempo. Ci sono stati sicuramente interventi che hanno voluto accelerare ed aiutare in tal senso e l'impegno di tutti i governi - lo possiamo dire in maniera trasversale - è stato sicuramente volto ad accelerare i tempi, ma non ci siamo ancora. Ancora rischiamo che i soldi arrivino ai centri antiviolenza due anni dopo lo stanziamento e questo sicuramente non è un bene. Non è un bene - lo diciamo chiaramente - che i finanziamenti siano stanziati anno per anno e non consentano programmazioni di tempo più lunghe. Chiediamo che siano almeno triennali. Non è un bene che le operatrici facciano sostanzialmente un lavoro di volontariato. Non è un bene che chi gestisce un centro antiviolenza non sappia quante risorse poter utilizzare. Allora diciamo che occorre intervenire su questo, ossia sulle procedure in termini di accelerazione, ma anche sui criteri per l'aggiudicazione delle risorse. Non è accettabile il criterio dell'offerta economicamente più vantaggiosa, non si può adottare per i centri antiviolenza. Chiediamo di superarlo e crediamo che sia un passo importante per valorizzare l'altro aspetto che appare più critico: la mancanza di specializzazione e professionalizzazione di alcuni soggetti che vengono ammessi a finanziamento. La stragrande maggioranza dei centri è fortemente specializzata, ma ce ne sono stati alcuni di nuova istituzione e troppe volte in questi ultimi anni si sono costruite nuove realtà per accedere ai finanziamenti senza avere quella specializzazione e quella specificità dei centri che per noi sono fondamentali e preziose. Servono criteri e accreditamenti più stringenti. Facciamo in modo di valorizzare davvero i centri che fanno di questa cultura il loro asset e il loro modo di operare, perché questo per noi può fare la differenza. Dal finanziamento ai centri, dalle procedure e dall'aumento delle risorse passiamo alla valorizzazione vera di questi luoghi, capendo che vi si fanno, sì, protezione e accoglienza, ma si può fare anche prevenzione, per cambiare un modo di leggere la violenza contro le donne e per farne innanzitutto una battaglia culturale, che è quella vera, che noi insieme possiamo vincere.