[pronunce]

, sentenza n. 23495 del 2006), sia sull'autonomia negoziale dei privati, in quanto a tutela di interessi pubblici che per loro natura igienico-sanitaria non sono nella disponibilità delle parti (Consiglio Stato, sezione IV, n. 3094 del 2007). L'introduzione di deroghe da parte delle normative regionali o comunali (con l'individuazione di distanze inferiori rispetto alla misura minima prescritta dal citato art. 9) sarebbe infatti consentita solo nell'ambito della pianificazione urbanistica, come nell'ipotesi di cui all'art. 9, comma 3, del medesimo d.m., che riguarda edifici tra loro omogenei perché inseriti in un piano particolareggiato o in un piano di lottizzazione (sentenza n. 232 del 2005). 2.- Nel giudizio si è costituita la Provincia autonoma di Bolzano, chiedendo che il ricorso in esame venga dichiarato (manifestamente) inammissibile oltre che, in ogni caso, manifestamente infondato. 2.1.- Quanto alle censure di violazione dei principi dell'ordinamento comunitario e di contrasto con le leggi statali in materia di tutela della concorrenza, di esclusiva competenza statale, aventi ad oggetto l'art. 2, comma 10, della legge provinciale n. 4 del 2011, la Provincia ne deduce in primo luogo l'inammissibilità, posto che, nel ricorso, i principi comunitari di cui si assume la violazione non sarebbero affatto indicati, mentre sarebbero solo genericamente richiamate le disposizioni in materia concorrenziale di matrice statale, senza che siano individuati «i termini di esplicazione della lamentata compressione delle prerogative dello Stato», né «le disposizioni normative cui occorra fare riferimento ai fini della valutazione della ricorrenza, o meno, di tale lesione». Posto che la norma impugnata costituisce risultato dell'esercizio legittimo della competenza legislativa concorrente della Provincia in materia di "utilizzazione delle acque pubbliche" e che la competenza statale esclusiva in materia di tutela della concorrenza costituisce limite all'esercizio delle competenze legislative esclusive o residuali delle Regioni e Province autonome, non potendolo però precludere tout court, per il solo fatto che la disposizione provinciale o regionale abbia ricadute di natura concorrenziale (sentenze n. 246 del 2006, n. 183 del 2006, n. 336 del 2005, n. 232 del 2005, n. 259 del 2004, n. 407 del 2008), sarebbe stato necessario ai fini dell'inquadramento della questione di costituzionalità - a parere della resistente - che il ricorrente individuasse i principi di matrice statale, dettati nella materia trasversale della tutela della concorrenza, ritenuti violati nella fattispecie. Tali censure sarebbero, comunque, anche infondate nel merito. La norma impugnata non conterrebbe la previsione di un meccanismo di rinnovo delle concessioni automatico o condizionato alla mera richiesta del concessionario uscente, ma di un'ipotesi di rinnovo subordinata a valutazioni dell'Amministrazione concedente fondate, in primis, sull'indispensabile rispondenza del rinnovo stesso al "superiore interesse pubblico". Pertanto, l'eventuale violazione dei principi concorrenziali e di apertura al mercato non deriverebbe dalla norma in sé considerata, ma dall'applicazione che della stessa dovesse farsi in ipotesi concrete, «pretermettendo la fase di selezione concorrenziale del contraente anche quando la scelta disposta in via diretta attraverso il rinnovo non si dimostri maggiormente confacente all'interesse pubblico». 2.1.1.- Egualmente priva di fondamento sarebbe, secondo la Provincia, la censura di violazione dell'art. 117, secondo comma, lettera s), Cost. proposta nei confronti del medesimo art. 2, comma 10. Posto che la competenza a legiferare in via concorrente in materia di utilizzo delle acque pubbliche (art. 9, numero 9, statuto speciale), nonché in via primaria in materia di tutela del paesaggio (art. 8, numero 6, statuto speciale), è pacificamente di spettanza della Provincia, che la esercita con l'unico obbligo del rispetto degli standard uniformi di protezione dell'ambiente, validi su tutto il territorio nazionale e non derogabili in senso peggiorativo dalle Regioni (sentenze di questa Corte n. 246 del 2006, n. 183 del 2006, n. 336 del 2005, n. 232 del 2005, n. 259 del 2004, n. 407 del 2008), la resistente ritiene che, nella specie, tale unico limite sia stato rispettato. Premesso che il Codice dell'ambiente non disciplina espressamente l'ipotesi di rinnovo delle autorizzazioni o concessioni riguardanti l'attività avviata in un momento in cui non era prescritta la VIA, la Provincia sostiene che la norma censurata non incide sul regime di valutazione di impatto ambientale di cui al d.lgs. n. 152 del 2006, cui devono essere assoggettati i progetti di opere finalizzate all'utilizzo delle acque pubbliche, come sarebbe dimostrato dal fatto che l'art. 3 della legge provinciale 30 settembre 2005, n. 7 (Norme in materia di utilizzazione di acque pubbliche e di impianti elettrici), che disciplina l'istruttoria delle concessioni rinnovabili di cui si discute, al comma 6-ter espressamente fa salva la procedura di VIA ove prevista. L'impugnato art. 2, comma 10, non introdurrebbe nella legge provinciale n. 7 del 2005 un'ipotesi di rinnovo automatico, ma subordinerebbe tale rinnovo alla verifica di precisi presupposti quali l'assenza di un contrario interesse pubblico, la persistenza dei fini della derivazione e dell'esercizio dell'utenza, la non contrarietà al buon regime delle acque e la conformità allo stato della tecnica. Ai sensi dell'art. 4 della citata legge provinciale n. 7 del 2005 si riconoscerebbe espressamente la facoltà dell'amministrazione concedente di aggiungere o modificare prescrizioni tecniche senza obbligo di indennizzo, qualora esigenze di difesa del suolo, di tutela dell'ambiente, della natura e del paesaggio o comunque di interesse pubblico lo richiedano. La Provincia, pertanto, conclude sul punto osservando che la norma censurata consentirebbe di «verificare se l'attività a suo tempo assentita risulti ancora aderente allo stato di fatto e di diritto esistente al momento della proroga o del rinnovo del provvedimento di autorizzazione» (sentenza di questa Corte n. 67 del 2010), escludendo così ogni altro profilo di doglianza per pretesa inidoneità della stessa a garantire il rispetto del bene "ambiente". 2.2.- Anche le censure promosse nei confronti dell'art. 3, commi 1 e 3, sarebbero ad avviso della Provincia prive di fondamento.