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In particolare, l'atto Senato n. 394, a prima firma Casson, e l'atto Senato n. 546, firmato dal senatore Caliendo ed altri, che tenevano in buona misura conto del lavoro svolto dalle Commissioni riunite 1ª e 2ª nella scorsa legislatura. Sia i disegni di legge n. 394 e n. 546, sia l'atto Senato n. 116, a firma del senatore Palma, sia i disegni di legge n. 273 e n. 296, rispettivamente dei senatori Zanettin e Barani, si ispiravano ad una filosofia comune sotto il profilo della modifica dell'attuale disciplina dell'ineleggibilità e dell’incompatibilità: quella di stabilire, per quanto riguarda l'accesso al Parlamento europeo o a quello nazionale, così come a cariche elettive di enti locali territoriali, ovvero alla nomina ad assessore comunale o provinciale, che il magistrato, all'atto dell'accettazione della candidatura ovvero all'accettazione della nomina, debba essere collocato in aspettativa. Inoltre, tutti i disegni di legge citati prevedevano una limitazione territoriale alla eleggibilità dei magistrati tanto negli organismi di amministrazione e rappresentanza degli enti locali, quanto alle assemblee parlamentari nazionali o al Parlamento europeo, nel senso di non consentire la candidatura dei magistrati in circoscrizioni o collegi elettorali territorialmente corrispondenti in tutto o in parte alle circoscrizioni giudiziarie dove in precedenza avevano prestato servizio. I disegni di legge si differenziavano in quanto, mentre la maggior parte di essi prevedeva un termine temporale a tale limitazione, nel senso di escluderla quando alla data dell'elezione fosse già trascorso un congruo periodo di tempo dal momento della cessazione dell'esercizio delle funzioni in un ufficio la cui competenza ricadeva in tutto o in parte nel territorio della circoscrizione o del collegio elettorale, il disegno di legge n. 546 adottava un criterio più radicale, nel senso di consentire al magistrato di presentare la propria candidatura esclusivamente in una circoscrizione o in un collegio nel cui territorio egli non avesse mai esercitato funzioni giudiziarie. Inoltre, tutti i disegni di legge stabilivano un'incompatibilità tra l'esercizio della funzione di magistrato e la partecipazione al Governo in qualità di ministro, viceministro o sottosegretario di Stato, superabile soltanto previo collocamento in aspettativa. Anche sotto questo profilo va rilevato che i disegni di legge n. 394 e n. 546 erano ispirati ad una maggiore severità, in quanto estendevano tale disciplina anche ai magistrati chiamati a ricoprire l'incarico di capo di gabinetto di ministri o sottosegretari. I diversi disegni di legge presentavano invece divergenze più significative in ordine al ricollocamento in magistratura alla cessazione del mandato elettivo o della carica politica, offrendo a tale problema sostanzialmente due diversi tipi di soluzione: la prima si fondava sull'assegnazione del magistrato, specularmente a quanto avvenuto all'atto della sua elezione, ad un ufficio situato in una circoscrizione giudiziaria diversa rispetto a quella del luogo della candidatura, per sempre o per un numero variabile di anni (da due a cinque). La seconda soluzione, prevista dai disegni di legge nn. 394 e 116 si ispirava, invece, al principio per cui l'ingresso del magistrato nell'agone politico avrebbe potuto mettere in discussione sia la fiducia nel fatto che egli potesse continuare ad essere imparziale nei confronti di tutti i cittadini, sia soprattutto l'immagine di indipendenza ed autonomia che la magistratura deve comunque garantire e di cui deve godere. In questo quadro, alla ricerca di un difficile ma necessario equilibrio, si colloca il nuovo testo unificato approvato dalle Commissioni riunite, il quale giunge all'esame dell'Assemblea anche come sintesi proposta dalle Commissioni rispetto alle iniziative legislative di partenza. Nel merito, il testo unificato disciplina in primo luogo, all'articolo 1, le limitazioni alla candidabilità alle cariche elettive e all’assunzione di incarichi di governo negli enti territoriali per i magistrati ordinari, amministrativi, contabili e militari, nel senso di escludere che possano candidarsi alle elezioni ovvero assumere l’incarico di assessore in territori ricadenti nelle circoscrizioni elettorali dove hanno prestato servizio nei cinque anni precedenti. Si stabilisce altresì il principio che il magistrato debba trovarsi in stato di aspettativa, all'atto della candidatura, da almeno sei mesi, in caso di scadenza naturale della legislatura, oppure debba chiedere di essere collocato in aspettativa entro dieci giorni dalla data dello scioglimento anticipato o dell'indizione delle elezioni suppletive, salvo i casi di dimissioni o collocamento a riposo. L'articolo 2 stabilisce che i magistrati debbano trovarsi parimenti in aspettativa all'atto di accettazione della nomina per ricoprire la carica di presidente del Consiglio dei ministri, vicepresidente del Consiglio dei ministri, ministro, viceministro, sottosegretario di Stato, assessore provinciale o comunale. L'articolo 3 disciplina la dichiarazione del magistrato all'atto di accettazione della candidatura di non versare in condizioni di incandidabilità, che sono accertate ai sensi del testo unico di cui al decreto legislativo 31 dicembre 2012, n. 235. L'articolo 4 regolamenta lo status dei magistrati in costanza di mandato o di incarico di governo, per cui, fermo restando l'obbligo dell'aspettativa, in tale periodo i magistrati conservano il trattamento economico in godimento senza possibilità di cumulo con l'indennità di carica, salvo il diritto di opzione, in base alle norme vigenti di carattere generale per i dipendenti pubblici. Invece gli articoli 5, 6 e 7, che si riferiscono, rispettivamente, ai magistrati candidati e non eletti, ai magistrati cessati dal mandato parlamentare nazionale o europeo e ai magistrati cessati da una carica di governo, affrontano la questione del loro ricollocamento, che è stata certamente la più dibattuta e controversa in sede referente. Per quanto riguarda i magistrati candidati non eletti al Parlamento nazionale ed europeo, all'articolo 5 si dispone, in via generale, che essi, pur essendo ricollocati in ruolo, non possano svolgere alcuna funzione né essere assegnati ad uffici ricompresi nella propria circoscrizione elettorale per un periodo di cinque anni, dallo svolgimento delle elezioni. Per alcune categorie di magistrati in servizio presso organi «centrali» (Corte di cassazione, Consiglio di Stato, Corte dei conti centrale e Corte militare d'appello), la norma stabilisce il ricollocamento presso l'ufficio di provenienza. Invece, i magistrati che abbiano svolto servizio presso le rispettive Procure generali e presso la Procura nazionale antimafia sono ricollocati presso un organo collegiale per almeno cinque anni, con l'impossibilità di ricoprire incarichi direttivi o semidirettivi per il medesimo periodo di cinque anni. Peraltro tali ultimi divieti, ai sensi dei commi 4 e 5 dello stesso articolo 5, assumono una valenza generale, poiché trovano applicazione per il ricollocamento in ruolo dei magistrati, «in ogni caso».