[resaula]

Quando torneremo a scuola in presenza potremo immaginare, ad esempio, forme e tentativi di applicare la didattica digitale anche in classe. Sappiamo che ci sono già tante sperimentazioni su questo, come la scuola capovolta, e tante cose molto importanti, e quindi penso che questo sia un terreno. La didattica a distanza cos'altro ha fatto? Ha reso più visibili alcuni elementi di diseguaglianza. Ieri ho ascoltato gli interventi degli esponenti dell'opposizione, che hanno molto insistito su questo punto. È vero, non c'è dubbio: è emersa la parte più fragile e in sofferenza, per tante ragioni, non semplicemente sotto il profilo economico (anche se naturalmente, se non hai il tablet , lo sei). Per altro, devo dire che il Governo su questo è intervenuto e, come sapete, nel decreto- legge cura Italia ha previsto uno stanziamento di 80 milioni e ne abbiamo usati anche altri 70 di un PON, quindi abbiamo stanziato una cifra significativa, per andare incontro esattamente a questo tipo di difficoltà, ossia fornire materiale tecnologico a chi non ce l'ha e quindi determinare comunque una qualche forma di connessione nella fase più difficile del lockdown . Lo capisco bene ed è chiaro: dal punto di vista non semplicemente materiale, ma finanche psicologico, probabilmente quel pezzo di mondo studentesco più fragile e debole ha avuto il maggior elemento di difficoltà. Anche qua, però, dobbiamo dirci una grande verità tra di noi: la didattica a distanza ha reso più visibili queste diseguaglianze. Ma davvero qualcuno può ragionevolmente sostenere con onestà intellettuale che siano nate oggi? Quelle cioè che abbiamo visto in maniera plastica con la didattica a distanza - con la quale abbiamo scoperto appunto che la parte più fragile del Paese è andata in maggiore difficoltà - purtroppo sono le fragilità e le debolezze che si sono accumulate nel corso degli anni e che sono un tratto molto vero della nostra scuola, che certamente è un grande pilastro democratico; ma non è però che non ci fosse la diseguaglianza nella scuola italiana prima del Covid-19 e del lockdown . L'abbandono scolastico e la povertà educativa c'erano anche prima del lockdown , ovviamente. Gli elementi di diseguaglianza che vediamo e che abbiamo visto con i nostri occhi sono purtroppo il grande problema sul quale io penso questo Governo debba lavorare nel corso degli anni che verranno. E penso per l'appunto che serva quel dibattito pubblico che io invoco e che credo sia decisivo. Cos'è questa diseguaglianza nel mondo della scuola? Ve lo dico io cos'è la diseguaglianza. Lo sapete quanti sono gli studenti che fanno il liceo classico in Italia, i cui genitori non sono diplomati anche loro al liceo classico? Poco meno del 5 per cento. Il 95 per cento di quelli che fanno il liceo classico in Italia, guarda caso, hanno i genitori che hanno fatto anche loro il liceo classico o il liceo scientifico; e vengono tutti, o comunque prevalentemente o almeno in larghissima maggioranza, da un determinato e preciso contesto sociale. Lo sapete quanti sono invece quelli che fanno l'istituto professionale in una situazione inversa? Tutti. Quelli che fanno il professionale vengono tutti da un altro contesto sociale. Sarà questo un problema gigantesco in un Paese come il nostro? Esso in qualche modo rompe quello che dovrebbe essere il meccanismo cardine in una democrazia, cioè l'ascensore sociale, l'idea che puoi migliorare la tua condizione, il fatto di non essere vincolati dalla propria condizione di partenza e di potercela fare se si è bravi. Sarà un problema gigantesco? Ma possiamo davvero immaginare che sia un problema che scopriamo oggi? Questo è il problema del nostro sistema formativo da venticinque anni a questa parte; è il grande elemento di difficoltà attorno al quale si è inceppato il sistema democratico del Paese. Dico esattamente questo, allora. Oggi queste cose si vedono più nitidamente, perché almeno il Covid ha fatto sì che oggi siano tutti i più attenti. Io ho discusso in queste settimane, per ore e giorni, e immagino che ciascuno di noi lo abbia fatto: siamo stati tutto il giorno a discutere e oggi c'è un livello di attenzione fortissimo da parte degli studenti e delle famiglie su tali questioni. È il momento giusto per fare questo tipo di riflessione; quando dovremmo farla, se non ora? Una riflessione su come immaginiamo un'idea di fondo, una visione che vada esattamente a scardinare questi elementi, che vada a scardinare questo sistema che in qualche modo ha determinato un blocco nell'avanzamento democratico di un Paese. Io penso che, quando parliamo di nuovo inizio, dobbiamo parlare di questo. Naturalmente è difficile; è ambizioso e molto difficile. Ma io davvero non vorrei che la discussione sulla riapertura delle scuole a settembre si limitasse semplicemente a una questione di centimetri. Certo, dovremo discutere anche di centimetri e dovremo fare il distanziamento fisico. Magari, se ci abituassimo a chiamarlo distanziamento fisico e non distanziamento sociale, secondo me faremmo meglio. Ma, in ogni caso, dovremo fare questo distanziamento fisico e dovremo tenere gli studenti separati l'uno dall'altro, quindi ovviamente ci dovremo occupare anche dei centimetri. Poiché sappiamo che abbiamo i problemi atavici che conosciamo, ad esempio quello delle classi troppo grandi, dovremo dividerli in gruppi e dovremo fare un lavoro significativo su questo punto (su cui poi dirò qualcosa). Però io penso che sia decisivo anche l'elemento di approccio che mettiamo in campo nel momento in cui andiamo a fare questo; non basta semplicemente affrontare una questione di tipo geometrico relativa a come sistemare i banchi, quindi se sia il caso di disporre metà classe nel corridoio oppure tenerla tutta insieme. Non è questo il punto. O, meglio, è anche questo il punto naturalmente, perché dobbiamo farlo in piena sicurezza, come è evidente, con il pieno accordo del Comitato scientifico, del Ministero della salute, per la sicurezza di tutti, dei ragazzi, dei professori e del personale ATA. È chiaro che dobbiamo occuparci anche di questo; però io penso che dovremmo sforzarci di fare un passo in più, cioè di immaginare la riapertura esattamente con questo spirito, con l'idea di chi oggi ha un'opportunità nuova rispetto al passato, che sta esattamente in un livello di attenzione molto più alto di prima da parte del Paese e nella possibilità finalmente, anche dal punto di vista politico, di guadagnare quella centralità che è mancata in questi anni. Io voglio e mi batterò affinché la scuola in Italia possa diventare centrale nel dibattito pubblico e possa essere per l'appunto l'elemento grande attorno al quale ragioniamo. Questo decreto-legge naturalmente serviva molto. Serviva innanzitutto a chiudere l'anno, serviva a dare uno sbocco e una conclusione a questo difficile anno scolastico, unico e irripetibile nella nostra storia; esso doveva sistemare questi elementi e anche quelli relativi all'esame di maturità. Io credo che anche su questo il percorso scelto sia onestamente di buonsenso, nel senso che ritengo sia stato giusto immaginare di non far perdere l'anno, a meno che non ricorrano situazioni particolarissime e ci sia un numero di assenze tale anche nel primo quadrimestre da rendere proprio impossibile la promozione. Penso sia giusto avere un tipo di approccio che sia tutto fuorché punitivo.