[pronunce]

A sostegno di tale indicazione, la Commissione aveva, tra l'altro, richiamato i lavori parlamentari relativi alla legge di delegazione n. 468 del 1999, rimarcando come nel corso di essi fosse stato «più volte espresso il convincimento, anche se non poi tradotto in espliciti enunciati normativi, che il diritto penale affidato al giudice di pace dovesse essere "un diritto mite ma effettivo"; e che proprio la rinuncia alla pena detentiva e il notevole spazio e l'ampio sforzo dedicati a funzioni di ricomposizione sociale giustificassero appieno l'effettività delle sanzioni alle quali il giudice di pace dovesse determinarsi, una volta falliti gli strumenti di conciliazione o di riparazione» (alla linea del «diritto mite ma effettivo» aveva fatto, in particolare, riferimento il relatore nella seduta del Senato della Repubblica del 29 settembre 1999, in sede di approvazione definitiva della legge delega). È significativo come anche la Commissione giustizia della Camera dei deputati - pur formulando un suggerimento diverso - abbia mostrato comunque di ritenere che, nonostante il silenzio della legge delega sullo specifico tema, l'adozione di una disciplina limitativa della sospensione condizionale rientrasse nell'ambito delle possibili opzioni del legislatore delegato. Nell'esprimere il parere sullo schema preliminare (atto del 27 luglio 2000), detta Commissione aveva invitato, infatti, il Governo, se pure non ad escludere del tutto il beneficio, ad introdurre speciali limiti alla sua fruizione in rapporto alle pene inflitte dal giudice onorario: da un lato, subordinando la sospensione condizionale alla richiesta dell'imputato; dall'altro, rendendola inapplicabile alle pene pecuniarie per la parte non eccedente un milione di lire. 5.- Conformemente all'avviso espresso dalla Commissione giustizia del Senato, d'altro canto, il divieto censurato si presenta coerente con l'impianto complessivo della giurisdizione penale del giudice di pace, quale delineato dalla legge delega e, in attuazione di essa, dal decreto delegato. Il giudice di pace è stato chiamato, infatti, a conoscere di reati di ridotta gravità, espressivi, per lo più, di conflitti interpersonali a carattere privato (art. 15 della legge n. 468 del 1999, art. 4 del d.lgs. n. 274 del 2000): reati dei quali la giurisdizione ordinaria non era spesso in grado di occuparsi con sufficiente tempestività ed efficacia, dando così luogo a situazioni obiettive di denegata giustizia, suscettibili di incentivare, per un verso, il ricorso a forme di illecita autotutela privata e di ingenerare, per altro verso, una convinzione di impunità. In ordine a tali reati, è stato configurato un nuovo e autonomo assetto sanzionatorio, nel segno della complessiva mitigazione dell'afflittività, lungo le tre linee direttrici della totale rinuncia alla pena detentiva, della centralità della pena pecuniaria e del ricorso, nei casi di maggiore gravità o di recidiva, a speciali sanzioni "paradetentive", limitative della libertà personale, ma comunque nettamente distinte dalle pene carcerarie (permanenza domiciliare e lavoro sostitutivo) (art. 16, comma 1, lettera a, della legge n. 468 del 1999): sanzioni che il decreto delegato ha reso particolarmente "flessibili", in una prospettiva di salvaguardia delle esigenze familiari, di lavoro, di studio e di salute del condannato (artt. 53 e 54 del d.lgs. n. 274 del 2000). Delle condanne per reati di competenza del giudice di pace non si fa, inoltre, mai menzione nei certificati del casellario giudiziale rilasciati su richiesta dei privati e le relative iscrizioni vengono automaticamente eliminate decorsi cinque o dieci anni, a seconda che si tratti di condanna a pena pecuniaria o "paradetentiva" [art. 17, comma 1, lettera p, della legge n. 468 del 1999; artt. 45 e 46 del d.lgs. n. 274 del 2000, successivamente trasfusi negli artt. 5, comma 2, lettere g e h, e 24, comma 1, lettere i e l, del d.P.R. 14 novembre 2002, n. 313, recante il «Testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di casellario giudiziale, di anagrafe delle sanzioni amministrative dipendenti da reato e dei relativi carichi pendenti. (Testo A)»]. A ciò si è accompagnata la previsione di un rito orientato, più che alla repressione del conflitto sotteso al singolo episodio criminoso, alla sua composizione, oltre che a finalità deflattive. Depurata "a monte" la giurisdizione penale onoraria delle vicende "bagatellari", tramite l'istituto dell'esclusione della procedibilità nei casi di «particolare tenuità del fatto» (art. 17, comma 1, lettera f, della legge n. 468 del 1999, art. 34 del d.lgs. n. 274 del 2000), si è imposto, per il resto, al giudice di tentare la conciliazione delle parti, ove il reato sia perseguibile a querela (come lo è il reato di ingiuria, per il quale si procede nel giudizio a quo), in modo da propiziarne la remissione (art. 17, comma 1, lettera g, della legge n. 468 del 1999, art. 29, comma 4, del d.lgs. n. 274 del 2000) , e si è previsto, inoltre, che le condotte riparatorie o risarcitorie dell'imputato siano atte a determinare l'estinzione del reato (art. 17, comma 1, lettera h, della legge n. 468 del 1999, art. 35 del d.lgs. n. 274 del 2000). In siffatto contesto - come si evidenzia nella relazione governativa al d.lgs. n. 274 del 2000 - il divieto sancito dalla norma denunciata risulta funzionale ad evitare che le sanzioni applicabili dal giudice di pace restino prive di ogni concreta attitudine dissuasiva e, con essa, anche della capacità di fungere da stimolo alla collaborazione con l'opera di mediazione del giudice e, amplius, alla composizione del conflitto. A questo fine, è apparso infatti necessario che, nei casi in cui - in ragione dell'insuccesso dei diversi "filtri" conciliativo-deflattivi - si pervenga all'irrogazione della sanzione, questa, pur nella sua "mitezza", sia però effettivamente eseguita, e non resti invece neutralizzata - più o meno immancabilmente, in assenza di precedenti penali ostativi del condannato - dall'istituto sospensivo: prospettiva nella quale - tenuto conto anche dell'evidenziato regime delle iscrizioni nel casellario - il microsistema penale, sostanziale e processuale, del giudice onorario rischierebbe di risultare carente di incisività. Il divieto censurato non collide, dunque, con gli indirizzi generali della legge delega - come sostiene il giudice a quo - ma si colloca in linea di continuità e di complementarità rispetto ad essi.