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Applicazione della valutazione di impatto sanitario ai procedimenti di autorizzazione integrata ambientale. Onorevoli Senatori . – La disciplina in materia di autorizzazione integrata ambientale (AIA) degli impianti industriali, contenuta nel decreto legislativo 4 marzo 2014, n.46, di recepimento della direttiva 2010/75/UE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 24 novembre 2010, costituisce il quadro nazionale di riferimento in materia di rilascio, rinnovo e riesame delle autorizzazioni AIA. Attraverso i procedimenti previsti dalla normativa è autorizzato l'effettivo esercizio di un impianto industriale, prescrivendo determinate misure tese a ridurre le emissioni/immissioni d'inquinanti nell'aria, nell'acqua e nel suolo, secondo un approccio integrato, che consideri tutte le matrici ambientali coinvolte. Al riguardo giova riflettere sulla sentenza n. 163 del 20 gennaio 2015 del Consiglio di Stato che offre l'occasione per evidenziare i princìpi che sottendono la lettura del combinato disposto dei termini ambiente, inquinamento e salute. Se l'articolo 4, comma 4, lettera c) , del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, cita solo la protezione dell'ambiente, lo stesso articolo richiama espressamente il concetto d'inquinamento, termine che trova definizione nell'articolo 5, comma 1, lettera i-ter) , inteso come « l'introduzione diretta o indiretta, a seguito di attività umana, di sostanze, vibrazioni, calore o rumore o più in generale di agenti fisici o chimici, nell'aria, nell'acqua o nel suolo, che potrebbero nuocere alla salute umana o alla qualità dell'ambiente ». Nella fattispecie il giudice richiama il princìpio generale indicato nell'articolo 6, comma 16, lettera b) , secondo il quale non devono verificarsi inquinamenti significativi. Orbene tale principio è considerato cardine di tutto il sistema, espressione del principio costituzionale di tutela della salute. Malgrado la richiamata normativa sia stata aggiornata, recependo direttive europee per garantire maggiori tutele, secondo i dati del XII Rapporto dell'Osservatorio Nimby Forum , aggiornato al 2016, sul territorio nazionale sono 359 le infrastrutture e gli impianti oggetto di contestazioni tra cui, in particolare, impianti industriali che durante il loro ciclo produttivo liberano consistenti emissioni in atmosfera o rilasciano inquinanti nei suoli e nelle falde idriche. Al riguardo si possono citare casi storicamente significativi come quello dell'ILVA di Taranto, del petrolchimico di Priolo e di Milazzo, della raffineria di Falconara Marittima, delle diverse centrali per la produzione di energia alimentate a carbone, le molteplici raffinerie e industrie chimiche, i siti di stoccaggio dei rifiuti, gli innumerevoli e pervasivi impianti a biomassa. Fra l'altro, diversi di questi impianti e infrastrutture sono sottoposti a denunce e a sequestri da parte della magistratura e a procedimenti penali. L'autorizzazione integrata ambientale dovrebbe includere tutte le misure per conseguire un livello elevato di protezione dell'ambiente nel suo complesso, quindi della salute della popolazione, tant'è che ciò che crea più attenzione e preoccupazione tra i cittadini è l'impatto che i fattori inquinanti prodotti dagli impianti e dalle infrastrutture possono avere nei confronti della salute umana. Tale concetto è ribadito nelle considerazioni preliminari della citata direttiva 2010/75/UE, lì dove pone l'accento sui rischi per la salute connessi con i grandi impianti di combustione, con quelli d'incenerimento dei rifiuti e con le emissioni di solventi organici. Ai sensi dell'articolo 8- bis del citato decreto legislativo n. 152 del 2006, il Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, autorità preposta allo svolgimento delle attività istruttorie e di consulenza tecnica connesse al rilascio della AIA di competenza statale, nomina una commissione istruttoria per l'autorizzazione ambientale integrata (IPPC) – istituita ai sensi dell'articolo 5, comma 9, del decreto legislativo 18 febbraio 2005, n. 59– composta da esperti provenienti dal settore pubblico e privato che ha il compito di fornire, attraverso approfondimenti tecnici, nel merito di ciascuna domanda di autorizzazione presentata dal gestore dell'impianto, un parere istruttorio conclusivo con prescrizioni debitamente motivate. Il procedimento si conclude con una conferenza di servizi decisoria, in cui sono invitate le amministrazioni centrali, tra cui il Ministero della salute, e le amministrazioni regionali e locali interessate, dove viene presentato il parere istruttorio reso dalla commissione IPPC. A loro volta le amministrazioni presenti sono tenute a esprimere un parere in merito all'istruttoria, ai sensi del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152. Pur tuttavia, bisogna evidenziare che, ai sensi dell'articolo 29- quater , comma 5, del suddetto decreto, la partecipazione del Ministero della salute alla decisione assunta nei procedimenti AIA non trova una sua specifica rispondenza nella commissione istruttoria IPPC, la quale, in atto, non prevede espressione di profili sanitari: questa esclusione di pareri sanitari dal percorso tecnico-scientifico che stabilizza le prescrizioni contenute nel parere istruttorio relega la capacità amministrativa del Ministero della salute in una posizione secondaria non determinante, non consentendo l'espressione di un importante parere. Emblematico appare il caso dell'ILVA di Taranto che ha fatto emergere con chiarezza l'assenza, durante l'istruttoria, di professionisti d'igiene e sanità pubblica, imponendo al Ministro dell'ambiente, in fase di riapertura della procedura di AIA, di integrare la commissione IPPC con esperti dell'Istituto superiore di sanità. Il Ministero della salute, invece, è chiamato a esprimere pareri nell'ambito di conferenze di servizi così come, fra l'altro, è rimarcato nel dispositivo della richiamata sentenza del Consiglio di Stato, in cui si sottolineano « le primarie esigenze di tutela della salute, ai sensi dell'articolo 32 della Costituzione, rispetto alle pur rilevanti esigenze di pubblico interesse soddisfatte dall'impianto in questione » tale per cui « il rilascio dell'AIA – qualora siano risultati allarmanti dati istruttori – debba conseguire soltanto all'esito di un'indagine epidemiologica sulla popolazione dell'area interessata che non può certo fondarsi sulle opposte tesi delle attuali parti processuali e sugli incompleti dati istruttori disponibili » Un richiamo quest'ultimo che evoca e rafforza la necessità di rendere partecipe la commissione istruttoria IPPC di competenze in sanità pubblica e in epidemiologia ambientale, necessarie per comporre un procedimento che tenga conto del combinato disposto inquinamento, ambiente e salute. Con riferimento ai procedimenti ambientali, si rileva che la valutazione d'impatto sanitario (VIS) è maturata come vera e propria forma di valutazione d'impatto negli ultimi due decenni. L'uso dei metodi e degli approcci della VIS si è diffuso rapidamente e ora è applicata sia nel settore pubblico, sia in quello privato, in un numero crescente di Paesi nel mondo.