[pronunce]

Dopo avere sottolineato le differenze tra le concessioni di beni demaniali con finalità turistico-ricreative e le concessioni di beni demaniali finalizzate alla realizzazione e gestione di infrastrutture per la nautica da diporto, il TAR osserva che la finalità di evitare che i titolari di concessioni del secondo tipo operino in condizioni di sofferenza economico-finanziaria risponderebbe anche ad esigenze di rilievo pubblicistico, sia per le rilevanti spese di manutenzione da affrontare, a salvaguardia della sicurezza della navigazione e dell'incolumità pubblica, sia per l'importanza delle infrastrutture destinate alla nautica da diporto per il rilancio del turismo e, quindi, per l'economia. La precedente disciplina dei canoni concessori teneva conto di tali esigenze e, lungi dal prevedere un ingiustificato regime di favore, consentiva di effettuare investimenti per la realizzazione di opere di difficile rimozione. Il canone era determinato in misura inversamente proporzionale alla rilevanza delle opere stesse. Viceversa, nella disciplina introdotta dalla legge n. 296 del 2006 il criterio si è capovolto, con la previsione di un incremento del canone per le opere di difficile rimozione, che sono proprie delle concessioni per la nautica da diporto. È ravvisata la violazione dell'art. 3 Cost., in primo luogo, sotto il profilo dell'irragionevole parità di trattamento di situazioni diseguali. L'irragionevolezza sarebbe, inoltre, accentuata dalla mancata previsione di meccanismi graduali, al fine di salvaguardare, in rapporto agli investimenti fatti, l'equilibrio economico-finanziario dell'impresa. L'art. 3 Cost. sarebbe, inoltre, violato sotto il profilo del legittimo affidamento, per l'imprevista e imprevedibile inversione di tendenza in materia di canoni concessori. Le finalità incentivanti per il settore della nautica da diporto sarebbero, infatti, vanificate dall'improvviso aumento dei canoni, applicati anche alle concessioni demaniali in corso, e sarebbero sconvolte le previsioni di stabilità dell'equilibrio economico-finanziario pianificato per il lungo periodo, nell'aspettativa di un congruo tempo di ammortamento degli investimenti effettuati. Infine, è denunciato il contrasto con l'art. 41 Cost., in riferimento al principio di libera iniziativa economica, in quanto l'applicazione della disposizione censurata alle concessioni anteriori al 2007 produrrebbe l'effetto irragionevole di frustrare le scelte imprenditoriali, modificando gli elementi costitutivi dei rapporti contrattuali in corso. 2.2.- Nel giudizio è intervenuta la Presidenza del Consiglio dei ministri, rappresentata e difesa dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che la questione sia dichiarata non fondata. 2.2.1.- La difesa statale riconosce che l'art. 1, comma 252, della legge n. 296 del 2006 estende l'applicazione dell'aumento dei canoni anche alle concessioni concernenti l'attività nautica da diporto. Tuttavia, nella vigenza della concessione, i canoni dovuti da tali concessionari andrebbero calcolati applicando non già i valori di mercato abbattuti (previsti per le concessioni per le attività turistico-ricreative), bensì i più favorevoli criteri tabellari previsti per gli specchi acquei, per le aree scoperte e per le aree occupate. Inoltre, considerato che sino al termine della concessione resta ferma in capo ai concessionari la proprietà delle opere realizzate sulle aree demaniali concesse, il pagamento del canone riguarderebbe solo l'utilizzo del suolo e non anche i manufatti, sui quali medio tempore insiste la proprietà superficiaria dei concessionari. A questo riguardo, l'Avvocatura generale dello Stato evidenzia che è solo al termine della concessione che le strutture inamovibili costruite dai concessionari vengono "incamerate" allo Stato, ai sensi dell'art. 49 cod. nav. , assumendo così la natura di pertinenze demaniali marittime, rispetto alle quali potranno, in seguito, trovare applicazione i criteri di quantificazione dei canoni commisurati ai valori di mercato. Con riferimento alla denunciata violazione dell'art. 3 Cost., sotto il profilo dell'uguale trattamento di situazioni diverse, la difesa statale osserva che la differente «immediata redditività» delle due tipologie di concessioni - ciò che secondo il rimettente imporrebbe di riservare un trattamento eterogeneo alle stesse - varrebbe a giustificare la differente durata delle concessioni, ma non imporrebbe una diversità dei criteri di determinazione del canone. Pertanto, in difetto di indicazioni di segno diverso - in ogni caso non approfondite dall'ordinanza di rimessione - le due variabili dei costi iniziali e del periodo di ammortamento (entrambi reputati più bassi per le attività turistico-ricreative e più alti per le altre concessioni, destinate alla nautica da diporto) finirebbero reciprocamente per controbilanciarsi. L'asserita disparità economica tra le due tipologie di concessioni sarebbe, quindi, ad avviso della difesa statale, più teorica che reale e non potrebbe, comunque, essere affermata in termini tanto perentori e generali da sostenere una valutazione di irragionevolezza della parificazione dei canoni. Quanto all'illegittimità dell'estensione dell'aumento dei canoni anche all'attività nautica da diporto, la difesa statale ritiene che, al di là della genericità degli argomenti sulle ricadute negative di tale misura, il giudice rimettente si sia limitato a prospettare una propria declinazione delle scelte che dovrebbero guidare la regolazione del settore, senza tuttavia dimostrare l'effettiva irragionevolezza della scelta che ha ispirato il legislatore del 2006 e senza considerare, d'altra parte, che l'adozione delle necessarie misure di sicurezza - diversamente da quanto sembra ritenere la parte privata - è obbligatoria in ragione di specifiche disposizioni normative e prescinde da calcoli di convenienza economica degli operatori. In riferimento alla denunciata lesione del principio del legittimo affidamento, l'Avvocatura generale dello Stato ritiene che - lungi dall'essere imprevisto o imprevedibile - l'aumento dei canoni è stato solo una delle tappe di un percorso di valorizzazione dei beni demaniali, avviato già da anni. Viene richiamata, al riguardo, la giurisprudenza costituzionale secondo la quale «interessi pubblici sopravvenuti possono esigere interventi normativi diretti a incidere peggiorativamente anche su posizioni consolidate, con l'unico limite della proporzionalità della incisione rispetto agli obiettivi di interesse pubblico perseguiti» (sentenza n. 56 del 2015). Infine, quanto alla denunciata lesione dell'art. 41 Cost., l'Avvocatura generale dello Stato osserva da un lato che, laddove gli aumenti concessori non fossero applicabili anche alle concessioni in corso, si verificherebbe un'ingiustificata disparità di trattamento tra i nuovi ed i vecchi concessionari, in contrasto con il principio di parità concorrenziale. Inoltre, un ulteriore ed ingiustificato vantaggio competitivo si produrrebbe se i concessionari di beni demaniali destinati alla nautica da diporto dovessero sostenere canoni di importo irragionevolmente basso.