[pronunce]

che è intervenuto Alfonso Perrone, consigliere regionale subentrato al Boffa, il quale ha in primo luogo eccepito l'inammissibilità della questione sollevata per preteso difetto di motivazione sulla rilevanza della questione, poiché la Cassazione non avrebbe previamente esperito un'interpretazione adeguatrice della norma che tenesse conto del mutato quadro costituzionale, tale da rendere possibile una differenziazione delle ipotesi di incompatibilità dei consiglieri degli enti locali da un lato e dei consiglieri regionali dall'altro; che, nel merito del ricorso, detta parte privata sostiene che la questione sarebbe infondata in quanto la pretesa omogeneità dello status dei consiglieri regionali e di quelli provinciali e comunali non troverebbe riscontro nel nuovo Titolo V della Costituzione, che anzi avrebbe inteso "differenziare ciò che un tempo era stato uguale”; che inoltre il potere legislativo riconosciuto in materia alle Regioni dall'art. 122 Cost., non essendo stato esercitato, non farebbe venir meno l'efficacia della normativa statale preesistente e che la recente modifica dell'art. 63 del testo unico degli enti locali, non esprimerebbe un principio generale, stante la sua portata limitata agli enti locali; che in prossimità dell'udienza, la difesa del Boffa ha depositato una memoria nella quale si ribadiscono le precedenti opinioni, ed in particolare si osserva che la diversità della disciplina della causa di incompatibilità in discussione non sarebbe giustificata per la analogia delle situazioni poste a raffronto dal giudice a quo; che la sopravvenuta competenza regionale prevista dall'art. 122 Cost. non escluderebbe che la disciplina statale, in vigore finché non intervengano le norme regionali, debba comunque assicurare la parità di trattamento di situazioni identiche; che anche la difesa del Perrone, in prossimità dell'udienza, ha depositato una memoria in cui rileva come la Corte di cassazione avrebbe erroneamente posto la questione di costituzionalità della norma censurata dal momento che, a seguito della modifica dell'art. 122 Cost., lo Stato non avrebbe più il potere di provvedere in materia di cause di incompatibilità dei consiglieri regionali, e dunque non avrebbe potuto estendere il precetto legislativo introdotto per i consiglieri degli enti locali ai consiglieri regionali - come invece prospettato dal rimettente; che, in subordine, la difesa del Perrone contesta l'equiparabilità della posizione dei consiglieri regionali da un lato, rispetto a quella dei consiglieri provinciali e comunali dall'altro, rilevando che il diverso trattamento riservato in materia di incompatibilità alle due cariche elettive, sarebbe giustificato dalla diversità delle funzioni dei consiglieri regionali, ed in particolare dalla funzione legislativa da essi svolta che richiederebbe una maggiore credibilità dei suoi componenti; che, inoltre secondo quanto rileva la parte privata, nel nostro sistema non esisterebbe la regola della pregiudizialità penale, intesa come necessità della previa formazione del giudicato penale. Considerato che, in assenza di esercizio, da parte della Regione Campania, del potere legislativo riconosciuto dall'art. 122 della Costituzione, è da ritenersi vigente, in attuazione del principio di continuità (confronta da ultimo l'ordinanza n. 383 del 2002), la legislazione statale in tema di incompatibilità alla carica di consigliere regionale; che la prima sezione civile della Corte di cassazione ha sollevato la questione di legittimità costituzionale dell'art. 3, primo comma, numero 4, della legge 23 aprile 1981, n. 154, con esclusivo riferimento alla pretesa lesione del principio di eguaglianza fra consiglieri comunali e provinciali da un lato, e consiglieri regionali dall'altro, a causa della attuale differenziata disciplina della causa di incompatibilità relativa alla "lite pendente”, malgrado le asserite "profonde affinità ravvisabili nelle situazioni poste a confronto”, senza porre invece la diversa questione della compatibilità di questa disciplina con il primo comma dell'art. 51 della Costituzione. che, al contrario, non solo le funzioni dei consiglieri regionali risultano differenziate da quelle dei consiglieri degli enti locali, essendo essenzialmente caratterizzate dall'esercizio di poteri legislativi, ma che proprio la più recente legislazione costituzionale (leggi costituzionali n. 1 del 1999 e n. 3 del 2001) ed ordinaria (testo unico sugli enti locali e legge n. 75 del 2002, di conversione del d.l. n.13 del 2002) ha distinto maggiormente che in passato le funzioni e lo status delle diverse categorie dei componenti dei Consigli degli enti regionali e locali, ripartendo inoltre in modo differenziato la stessa titolarità della disciplina legislativa relativa alle rispettive cause di incompatibilità; che pertanto, non essendo omogenee le due posizioni poste a confronto dal rimettente, non può ritenersi violato il principio di uguaglianza; che dunque la questione prospettata in riferimento all'art. 3 Cost. deve considerarsi manifestamente infondata. Visti gli artt. 26, secondo comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87 e n. 9, secondo comma, delle norme integrative per i giudizi avanti alla Corte costituzionale. . per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE dichiara la manifesta infondatezza della questione di legittimità costituzionale dell'art. 3, primo comma, numero 4 della legge 23 aprile 1981, n. 154 (Norme in materia di ineleggibilità e incompatibilità alle cariche di consigliere regionale, provinciale, comunale e circoscrizionale e in materia di incompatibilità degli addetti al Servizio sanitario nazionale), sollevata dalla Corte di cassazione, in riferimento all'art. 3 della Costituzione, con l'ordinanza di cui in epigrafe. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 4 giugno 2003. F.to: Riccardo CHIEPPA, Presidente Ugo DE SIERVO, Redattore Maria Rosaria FRUSCELLA, Cancelliere Depositata in Cancelleria il 24 giugno 2003. Il Cancelliere F.to: FRUSCELLA