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Né sono stati mai oggetto di sufficiente indagine, a quanto risulta, gli effetti collaterali «indesiderati» connessi all'adozione di un sistema sanzionatorio penale in questa materia. Come si cercherà di chiarire nel prosieguo, si ritiene invece che un sistema sanzionatorio amministrativo sia in grado di garantire una tutela addirittura superiore rispetto a quella penale per il bene protetto, minimizzando al contempo gli effetti «indesiderati». 1. La situazione attuale. I reati introdotti dalla legge n. 157 del 1992 hanno natura contravvenzionale e sono puniti con la sola ammenda [articolo 30, comma 1, lettere g) e h) ], o con l'ammenda e l'arresto, talvolta alternativamente [articolo 30, comma 1, lettere a), b), e), f), i) e l) ], talaltra previsti cumulativamente [articolo 30, comma 1, lettere c) e d) ]. Proprio in quanto previste in relazione a condotte contravvenzionali (e non a delitti), quasi tutte le sanzioni penali sono oblazionabili secondo le modalità previste, rispettivamente, per le contravvenzioni punite con la sola ammenda dall'articolo 162 del codice penale e per le contravvenzioni punite con pene alternative dall'articolo 162- bis del medesimo codice (l'oblazione non è ammessa solo nei casi in cui ammenda e arresto siano previsti cumulativamente). Le sanzioni amministrative hanno esclusivamente carattere pecuniario e possono essere pagate in misura ridotta, secondo i princìpi generali (articolo 16 della legge 24 novembre 1981, n. 689). Per quanto riguarda i rapporti con altre fattispecie di reati, l'articolo 30, comma 3, della legge n. 157 del 1992 stabilisce che «continuano ad applicarsi le disposizioni di legge e di regolamento in materia di armi». Non trovano invece applicazione i reati di furto (articoli 624, 625 e 626 del codice penale). Quest'ultima esclusione è stata introdotta dalla legge n. 157 del 1992 per porre fine alla vexata quaestio relativa alla configurabilità del furto venatorio nell'ipotesi di apprensione di fauna selvatica in violazione delle norme sull'esercizio della caccia: infatti in passato l'abbattimento e l'impossessamento di specie appartenenti alla fauna selvatica, considerata come patrimonio indisponibile dello Stato, venivano qualificati dalla giurisprudenza penale prevalente come reati contro il patrimonio, più precisamente come furti venatori. Le fattispecie dell'uno o dell'altro tipo danno luogo a un complesso sistema sanzionatorio, che -- secondo gli ideatori della legge -- avrebbe dovuto consentire una migliore graduazione delle sanzioni in relazione alle diverse fattispecie concrete, ma che ha invece fortemente complicato il lavoro dell'amministrazione e dei giudici in sede di applicazione delle sanzioni. Inoltre il sistema, pur così congegnato, si è rilevato carente: le lacune sanzionatorie non sono poche né di poco conto (si pensi alla caccia senza accompagnatore, alla caccia con arco o con falco in zone vietate, all'abbattimento di capi in numero superiore, al numero di giornate maggiore del consentito eccetera). Come peraltro è stato sottolineato in dottrina (Innocenzo Gorlani, La caccia programmata , Bologna, 1992) non è infrequente il caso di sanzioni che corrispondono parzialmente o non corrispondono affatto alle fattispecie limitative o proibitive sparse qua e là nella legge, effetto non ultimo della divaricazione tra precetti (divieti) e sanzioni. Tali problemi che sono destinati ad ampliarsi se si considera che la caccia dovrebbe rientrare tra le materie di competenza legislativa esclusiva delle regioni a seguito dell'entrata in vigore della legge costituzionale n. 3 del 2001 che ha sostituito il titolo V della parte seconda della Costituzione. In tale contesto il mutato clima politico, l'affermarsi di una maggiore coscienza ambientalista e di un approccio integrato all'ambiente, la presenza di una disciplina positiva puntuale nell'ambito della cosiddetta «caccia programmata», la flessione costante del numero dei cacciatori iscritti, l'approfondimento da parte della dottrina del rapporto fra sanzioni amministrative e tipo di bene tutelato, inducono e giustificano una modificazione del regime sanzionatorio. 2. Esame delle singole fattispecie di reato. Le singole fattispecie rispecchiano le distinzioni e le categorie della disciplina sostanziale e possono essere ricondotte a quattro gruppi: sanzioni relative alle modalità di svolgimento dell'attività venatoria (tempo, luogo e mezzi utilizzati per la caccia), sanzioni connesse alla diversa specie o tipo di animale cacciato, sanzioni relative alla cattura e alla detenzione di animali a scopi di commercio nel settore venatorio, sanzioni di alcune pratiche peculiari come l'imbalsamazione e la tassidermia. A) Modalità di esercizio dell'attività venatoria. I) Tempo. L'articolo 30, comma 1, lettera a) , della legge n. 157 del 1992, punisce con l'arresto da tre mesi ad un anno o con l'ammenda chi esercita la caccia in un periodo di divieto generale. L'apparente asprezza della sanzione è tradizionalmente giustificata con l'interesse a perseguire la pratica che viene comunemente denominata «bracconaggio». Il problema interpretativo che tale disposizione aveva posto in passato riguarda l'espressione «periodo di divieto generale». La Cassazione (Cassazione penale, sezione III, 8 maggio 2001: sentenza n. 22335) ha precisato che, nel prevedere come reato l'esercizio della caccia in «periodo di divieto generale», il legislatore si riferisce ai periodi di divieto rapportati all'anno solare e non alle limitazioni di orario che vigono anche durante i periodi in cui la caccia è consentita. L'infrazione di dette limitazioni integra pertanto solo gli estremi dell'illecito amministrativo sanzionato dall'articolo 31, comma 1, lettera g) , della stessa legge. Costituisce un dato acquisito il fatto che il reato di esercizio della caccia «in periodo di divieto generale», è configurabile anche nel caso in cui sia stato abbattuto un animale nel periodo della stagione venatoria (che va dal 10 settembre al 31 dicembre di ogni anno), ma al di fuori del più limitato arco di tempo nel quale sia consentita la caccia alla specie cui l'animale predetto appartenga (da ultimo: Cassazione penale, sezione III, 7 luglio 1999, n. 2499). Una fattispecie particolare riguarda la violazione del silenzio venatorio (nei giorni di martedì e di venerdì), di cui alla lettera f) del comma 1 dell'articolo 30, punita con l'arresto fino a tre mesi o l'ammenda. La caccia rompe in questa ipotesi la condizione di quiete che il legislatore persegue per la tutela della fauna selvatica e non tollera deroghe, neppure nel periodo di caccia consentito dal calendario venatorio. Si noti che comunque la proposta di depenalizzazione non attenua il rigore del regime sanzionatorio: la separazione delle diverse condotte può essere mantenuta e la sanzione può essere graduata in modo da rispettare la diversa gravità del comportamento vietato. II) Luoghi.