[pronunce]

9.- Con ordinanze iscritte ai numeri 177 e 179 del registro ordinanze 2019, la Corte di cassazione, sezione lavoro, ha sollevato, in riferimento agli artt. 3, 31 e 117, primo comma, Cost., in relazione agli artt. 20, 21, 24, 33 e 34 CDFUE, questioni di legittimità costituzionale dell'art. 74 del decreto legislativo 26 marzo 2001, n. 151 (Testo unico delle disposizioni legislative in materia di tutela e sostegno della maternità e della paternità, a norma dell'articolo 15 della legge 8 marzo 2000, n. 53), nella parte in cui, per i cittadini di Paesi terzi, subordina il diritto a percepire l'assegno di maternità alla titolarità del permesso di soggiorno UE per soggiornanti di lungo periodo. 9.1.- Tale previsione si porrebbe in contrasto con i principi di eguaglianza e ragionevolezza (art. 3 Cost.), in quanto introdurrebbe un criterio selettivo disancorato dallo stato di bisogno e dalla finalità del beneficio, che mira a soddisfare «esigenze primarie» connesse alla nascita o all'adozione di un bambino, e determinerebbe così arbitrarie disparità di trattamento tra situazioni omogenee. 9.2.- Sarebbe violato, inoltre, l'art. 31 Cost., in quanto la disposizione censurata pregiudicherebbe la tutela che spetta alla maternità proprio nelle situazioni di più grave disagio. 9.3.- Il rimettente evoca, infine, la violazione dell'art. 117, primo comma, Cost., in relazione agli artt. 20, 21, 24, 33 e 34 CDFUE, che sanciscono, rispettivamente, il principio di eguaglianza, il divieto di discriminazioni, il diritto dei bambini alla protezione e alle cure necessarie per il loro benessere, la protezione della famiglia sul piano giuridico, economico e sociale, il diritto di accesso alle prestazioni di sicurezza sociale. 10.- Nel giudizio di cui al n. 177 reg. ord. del 2019, si è costituita la parte ricorrente nel giudizio principale e ha chiesto di accogliere le questioni di legittimità costituzionale sollevate dalla Corte di cassazione. La parte evidenzia che l'assegno di maternità è concesso a donne «che non possono beneficiare di un sostegno economico alla maternità derivante dai pregressi versamenti contributivi», che non lavorano e non hanno lavorato nel recente passato e non possono lavorare in ragione dei divieti concernenti i mesi successivi al parto. La prestazione in esame, peraltro, si prefiggerebbe di tutelare non soltanto la madre, ma anche il minore. Né per la madre, che è «una donna tendenzialmente giovane», potrebbero valere le considerazioni sul contributo pregresso, svolte da questa Corte con riferimento all'assegno sociale nella sentenza n. 50 del 2019. 11.- Nei giudizi di cui al reg. ord. n. 177 e n. 179 del 2019, è intervenuto in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, e ha chiesto di dichiarare inammissibili o comunque non fondate le questioni di legittimità costituzionale. 11.1.- In linea preliminare, la difesa dello Stato ha eccepito l'inammissibilità delle questioni. 11.1.1.- In primo luogo, la Corte rimettente indica una soluzione che non sarebbe l'unica «costituzionalmente configurabile». 11.1.2.- Sarebbe, inoltre, lacunosa la motivazione in punto di rilevanza. Il giudice a quo non avrebbe dato conto della titolarità dei requisiti di reddito indispensabili per accedere all'assegno di maternità. 11.1.3.- Infine, la ricostruzione del quadro normativo non sarebbe esauriente. La Corte di cassazione non avrebbe tenuto conto delle previsioni dell'art. 30, comma 2, del d.lgs. n. 286 del 1998, in merito al permesso per motivi familiari, che non consentirebbe l'accesso alle prestazioni come l'assegno di maternità. 11.2.- Nel merito, le questioni sarebbero manifestamente infondate. L'assegno di maternità incentiverebbe la natalità declinante e non avrebbe alcuna attinenza con la «tutela delle condizioni minime di vita e di salute della persona». Pertanto, sarebbe ragionevole e compatibile con gli altri parametri costituzionali invocati la scelta di richiedere «un sufficiente radicamento» sul territorio nazionale, anche nella prospettiva di «un attento contemperamento dei diritti individuali/familiari con le imprescindibili esigenze di compatibilità finanziaria della relativa spesa» (si richiama la sentenza di questa Corte n. 50 del 2019 in tema di assegno sociale). Il diritto dell'Unione europea imporrebbe soltanto per i soggiornanti di lungo periodo una equiparazione «tendenzialmente piena del cittadino di paesi terzi». Quanto alla tutela della maternità, sarebbe demandata alla competenza degli Stati membri e non si potrebbero evocare, pertanto, le previsioni della Carta. 12.- In vista dell'udienza del 7 luglio 2020, ha depositato una memoria illustrativa la parte costituita nel giudizio di cui al n. 177 reg. ord. del 2019. La parte ha chiesto il rigetto delle eccezioni di inammissibilità formulate dalla difesa dello Stato e ha ribadito le argomentazioni dell'atto di costituzione in merito alla carenza di una ragionevole correlazione tra il requisito del permesso di lungo soggiorno e la ratio del beneficio. 13.- Con ordinanza n. 182 del 2020, questa Corte ha deciso di sottoporre alla Corte di giustizia dell'Unione europea la seguente questione pregiudiziale: «se l'art. 34 della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea (CDFUE), proclamata a Nizza il 7 dicembre 2000 e adattata a Strasburgo il 12 dicembre 2007, debba essere interpretato nel senso che nel suo àmbito di applicazione rientrino l'assegno di natalità e l'assegno di maternità, in base all'art. 3, paragrafo 1, lettere b) e j), del regolamento (CE) n. 883/2004, del Parlamento europeo e del Consiglio, del 29 aprile 2004, relativo al coordinamento dei sistemi di sicurezza sociale, richiamato dall'art. 12, paragrafo 1, lettera e), della direttiva 2011/98/UE, del Parlamento europeo e del Consiglio, del 13 dicembre 2011, relativa a una procedura unica di domanda per il rilascio di un permesso unico, e se, pertanto, il diritto dell'Unione debba essere interpretato nel senso di non consentire una normativa nazionale che non estende agli stranieri titolari del permesso unico di cui alla medesima direttiva le provvidenze sopra citate, già concesse agli stranieri titolari del permesso di soggiorno UE per soggiornanti di lungo periodo».