[pronunce]

SENTENZA ha pronunciato la seguentenel giudizio di legittimità costituzionale dell'art. 15-bis della legge 28 aprile 2014, n. 67 (Deleghe al Governo in materia di pene detentive non carcerarie e di riforma del sistema sanzionatorio. Disposizioni in materia di sospensione del procedimento con messa alla prova e nei confronti degli irreperibili), promosso dalla Corte d'appello di Venezia, nel procedimento penale a carico di A. H., con ordinanza del 30 maggio 2017, iscritta al n. 172 del registro ordinanze 2017 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 49, prima serie speciale, dell'anno 2017. Visto l'atto di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri; udito nella camera di consiglio del 6 febbraio 2019 il Giudice relatore Giovanni Amoroso.. Ritenuto in fatto Considerato in diritto 1.- La Corte d'appello di Venezia, con ordinanza del 30 maggio 2017, ha sollevato, in riferimento agli artt. 111, 24 e 97 della Costituzione «ed ai principi di efficacia e di efficienza del processo penale», questioni di legittimità costituzionale dell'art. 15-bis della legge 28 aprile 2014, n. 67 (Deleghe al Governo in materia di pene detentive non carcerarie e di riforma del sistema sanzionatorio. Disposizioni in materia di sospensione del procedimento con messa alla prova e nei confronti degli irreperibili), nella parte in cui non prevede la sospensione del processo di cui all'art. 420-quater del codice di procedura penale, quando sia già stata deliberata la sentenza di primo grado, anche nei casi in cui risulti già pacificamente agli atti che nessun tipo di informazione e conoscenza, relative alla pendenza del procedimento, siano mai state, in alcuna fase e in alcun grado, acquisite dalla persona imputata o a lei offerte. In particolare, la Corte d'appello di Venezia riferisce di procedere nei confronti di un imputato per i reati di cessione di sostanza stupefacente del tipo cocaina e per aver concorso nel cagionare la morte di uno dei cessionari della sostanza, quale conseguenza della condotta di cessione; precisa, altresì, che i reati risultano consumati il 22 e il 23 maggio 2008 e dal gennaio al maggio 2008. Il rimettente, inoltre, dà atto che l'imputato, dichiarato irreperibile con decreto del pubblico ministero, è stato tratto a giudizio di primo grado in tale qualità e che la notificazione della citazione è stata eseguita presso il difensore, ai sensi dell'art. 159 cod. proc. pen. Con sentenza del 30 ottobre 2013, l'imputato è stato condannato in relazione a tutti i fatti di cui alle imputazioni. A seguito di nuove ricerche disposte nell'udienza del 18 gennaio 2017, è stato emesso, in data 28 aprile 2017, un nuovo decreto di irreperibilità e anche la citazione per il giudizio di appello è stata eseguita presso il difensore ai sensi dell'art. 159 cod. proc. pen. Avverso la pronuncia di primo grado il difensore d'ufficio ha proposto rituale appello. Il collegio prosegue osservando che dalla lettura degli atti risulta, con certezza, che l'imputato non ha mai avuto cognizione e informazione della pendenza del procedimento a suo carico in quanto egli si è allontanato dall'abitazione dove era avvenuto il decesso della persona cui aveva concorso a procurare la dose letale, prima dell'intervento della polizia giudiziaria. E ancora la certa mancata conoscenza del procedimento a suo carico deriva - ad avviso del giudice a quo - dal contesto e dalla dinamica dei fatti (conoscenza occasionale e un'ospitalità in un ambiente frequentato da più soggetti; possibilità di non essere mai identificato: il procedimento inizia nei confronti di altri soggetti; assenza di atti anche solo di polizia giudiziaria a lui notificati o da lui sottoscritti ; assenza di nomina di difensore di fiducia) , e dal fatto che l'imputato quando si allontanò dall'abitazione dove era avvenuto il decesso, poteva ragionevolmente rappresentarsi che non si sarebbe mai giunti alla sua persona. Il rimettente dà atto che ai sensi dell'art. 15-bis, comma 1, della legge n. 67 del 2014, essendo stato pronunciato il dispositivo della sentenza di primo grado prima dell'entrata in vigore di tale legge (ossia prima del 17 maggio 2014), al procedimento in corso non può applicarsi - in ragione della disposizione censurata che reca la disciplina transitoria del passaggio dal regime della contumacia a quello dell'assenza - il nuovo testo dell'art. 420-quater cod. proc. pen. , come sostituito dall'art. 9, comma 3, della legge n. 67 del 2014, con la conseguenza che il processo non può essere sospeso. Osserva, inoltre, che sebbene la disciplina transitoria introduca un criterio non irragionevole, ovvero quello della definizione del primo giudizio, che reca con sé il protrarsi della disciplina processuale precedente, tuttavia nello specifico caso in esame - nel quale è documentale l'assoluta mancanza di alcun tipo di conoscenza da parte dell'imputato in ordine alla pendenza del processo e del grado di appello - ogni attività processuale cui si dovesse dare ulteriore corso, in ossequio alla disciplina transitoria, sarebbe palesemente e con ogni certezza, vanamente espletata. Infatti, secondo l'art. 175 cod. proc. pen. , nel testo previgente applicabile al caso di specie, e nel giudizio di legittimità eventualmente attivato dal difensore di ufficio, se mai l'imputato fosse reperito dopo il passaggio in giudicato della condanna, per la sua doverosa esecuzione, senza dubbio lo stesso dovrebbe essere rimesso nel termine per impugnare la sentenza di primo grado e tutta l'attività posta in essere dalla Corte di appello andrebbe dissolta. Peraltro, del tutto irrilevante sarebbe l'avere già il difensore d'ufficio attivato autonomamente, ma nell'interesse dell'imputato, il giudizio di appello pur se definito (a tal fine è richiamata la sentenza di questa Corte n. 317 del 2009). Tutto ciò premesso in punto di rilevanza, il giudice a quo afferma, quanto alla non manifesta infondatezza, che la disposizione in esame contrasta con l'art. 111 Cost., in quanto «non è giusto il processo che certamente deve essere rinnovato per una carenza sostanziale nella costituzione del rapporto processuale; la sua inutile celebrazione impedisce la trattazione tempestiva di altri processi»; con l'art. 97 Cost. in relazione ai principi di efficacia e di efficienza della giurisdizione (al riguardo è invocata la sentenza di questa Corte n. 460 del 1995 là dove si è affermato che l'efficienza del processo penale è bene costituzionalmente protetto); con l'art. 24 Cost. in quanto «la celebrazione del processo inutile in ragione della già avvenuta acquisizione del dato processuale della non conoscenza della pendenza e della trattazione da parte dell'imputato "consegna" al rito un processo con minorata difesa per il protagonista dominante: l'imputato».