[pronunce]

«Se l'inosservanza riguarda gli obblighi e le prescrizioni inerenti alla sorveglianza speciale con l'obbligo o il divieto di soggiorno, si applica la pena della reclusione da uno a cinque anni ed è consentito l'arresto anche fuori dei casi di flagranza». L'originario art. 12, primo comma, è stato abrogato, con la conseguenza che, ai sensi dell'art. 9, comma 1, della legge n. 1423 del 1956 e successive modificazioni, sono punite a titolo di contravvenzioni, soltanto le inosservanze agli obblighi commesse dal sorvegliato speciale non sottoposto all'obbligo o al divieto di soggiorno. L'excursus normativo che precede evidenzia come il legislatore, nel riformare la delicata materia delle misure di prevenzione, abbia compiuto una precisa scelta nel senso d'inasprire il trattamento sanzionatorio delle condotte penalmente illecite, inerenti alla misura della sorveglianza speciale con l'obbligo o il divieto di soggiorno, collocando nella relativa fattispecie criminosa, punita con la reclusione da uno a cinque anni, anche l'inosservanza delle prescrizioni inerenti a tale misura, disposte dal tribunale ex art. 5 della legge n. 1423 del 1956 e successive modificazioni. Orbene, come costantemente affermato da questa Corte, le scelte legislative aventi ad oggetto la configurazione delle fattispecie criminose e il relativo trattamento sanzionatorio sono censurabili, in sede di costituzionalità, soltanto qualora la discrezionalità sia stata esercitata in modo manifestamente irragionevole, arbitrario o radicalmente ingiustificato (ex plurimis, sentenze n. 324 del 2008, n. 22 del 2007, n. 394 del 2006, n. 325 del 2005 e n. 364 del 2004; ordinanze n. 41 del 2009 e n. 52 del 2008). Inoltre, il raffronto tra fattispecie normative, finalizzato a verificare la ragionevolezza delle scelte legislative, deve avere ad oggetto casistiche omogenee, risultando altrimenti improponibile la stessa comparazione (ex plurimis, ordinanze n. 41 del 2009, n. 71 del 2007 e n. 30 del 2007). Nel caso in esame la pena prevista dalla norma denunziata riguarda soggetti sottoposti ad una grave misura di prevenzione, perché ritenuti pericolosi per la sicurezza pubblica, in relazione alla cui salvaguardia altre misure non sono state considerate idonee. In questo quadro è interesse dello Stato che il fine di tutela preventiva sia garantito con l'osservanza degli obblighi e delle prescrizioni inerenti alla misura, anche allo scopo di consentire l'esercizio di adeguati controlli da parte dell'autorità di pubblica sicurezza. La ratio della norma è quella di perseguire tale finalità, mediante un trattamento sanzionatorio senza dubbio severo per il caso di violazioni agli obblighi e prescrizioni imposte. Significativo in tal senso è il dato secondo cui la modifica della norma censurata è stata introdotta dal decreto-legge n. 144 del 2005 – poi convertito – recante misure urgenti per il contrasto del terrorismo internazionale, quindi nell'ambito di una più ampia iniziativa legislativa, la cui finalità, come si desume dai lavori parlamentari, è stata anche quella d'integrare la disciplina delle misure di prevenzione, ripristinando, tra l'altro, l'arresto fuori flagranza nel caso di violazioni agli obblighi ed alle prescrizioni della sorveglianza speciale. Si è in presenza, dunque, di una scelta legislativa per la repressione della criminalità che, dal punto di vista del profilo evidenziato ed a torto ignorato dal rimettente, non può definirsi manifestamente irragionevole o ingiustificata. Pertanto, sotto tale aspetto, resta esclusa la violazione del parametro costituzionale riferito all'art. 3, sotto il profilo della ragionevolezza. Non si può giungere a diversa conclusione per la presunta disparità di trattamento, ravvisata dal giudice a quo con riguardo a «condotte delittuose estremamente similari a quella oggetto del presente processo». Invero, secondo il rimettente, la condotta ascritta al prevenuto nel giudizio principale (abusivo allontanamento dalla propria abitazione nelle ore notturne), sarebbe del tutto simile a quelle, sanzionate con una pena ben più mite, integranti il delitto di cui all'art. 385 cod. pen. – allontanamento abusivo dell'imputato dal luogo di esecuzione degli arresti domiciliari – o il delitto di cui all'art. 47-ter della legge n. 354 del 1975 (Norme sull'ordinamento penitenziario) che, nell'ottavo comma, prevede la punibilità ex art. 385 nei confronti del condannato che, essendo in stato di detenzione nella propria abitazione o in un altro dei luoghi indicati nel primo comma, se ne allontani. Si deve, però, rilevare che le fattispecie poste a confronto dal giudice rimettente sono palesemente diverse e, quindi, non consentono di ravvisare la denunziata disparità (ex plurimis, ordinanze n. 229 del 2006, n. 170 del 2006, n. 45 del 2006 e n. 438 del 2001). Infatti, il delitto previsto dalla norma denunziata si colloca, come si è detto, nell'ambito delle misure di prevenzione, finalizzate alla tutela della sicurezza pubblica e postulanti la sussistenza di determinati presupposti soggettivi (art. 1 della legge n. 1423 del 1956 e successive modificazioni) nonché della pericolosità, che le suddette misure mirano appunto a controllare, svolgendo quindi una funzione cautelativa. Del tutto differente, invece, è l'oggetto giuridico del reato di evasione, costituente, in realtà, l'unico tertium comparationis invocato dal rimettente, dal momento che l'art. 47-ter, ottavo comma, dell'ordinamento penitenziario, rimanda alla fattispecie contemplata dall'art. 385 cod. pen. La norma, collocata nel capo dei delitti contro l'autorità delle decisioni giudiziarie, è diretta a tutelare, da un lato, l'interesse ad una corretta attuazione della pretesa punitiva dello Stato, dall'altro a garantire le esigenze cautelari funzionali al processo penale. Le previsioni normative poste in comparazione dal rimettente non presentano, dunque, alcuna omogeneità. Il richiamo all'art. 27, terzo comma, Cost. si rivela del pari non fondato. È vero che la manifesta mancanza di proporzionalità rispetto ai fatti reato si pone in contrasto con la finalità rieducativa della pena prevista dalla norma ora citata. Nel caso in esame, però, sussiste un consistente divario tra il minimo e il massimo edittale della pena prevista dalla norma impugnata; ciò rende il trattamento punitivo molto flessibile in rapporto all'esigenza di adeguamento al diverso disvalore delle singole violazioni rientranti nel campo applicativo della norma censurata, sicché al giudice è consentito di graduare la pena in relazione alla gravità del fatto..