[pronunce]

2.2.- A sostegno del carattere asseritamente ingiustificato della scelta punitiva contenuta nella norma censurata, il Tribunale ordinario di Imperia invoca, altresì, il principio, sancito dall'art. 2116 del codice civile, di autonomia della prestazione previdenziale, rispetto all'effettivo pagamento dei contributi, che proverebbe la «assoluta indifferenza per il lavoratore in relazione al versamento o meno delle ritenute [da parte del datore di lavoro], in maniera del tutto analoga al mancato versamento delle ritenute fiscali». 3.- Quanto all'individuazione di una soglia di punibilità che possa attagliarsi alla norma incriminatrice censurata, il giudice a quo sostiene che sarebbe necessario un intervento discrezionale spettante al legislatore, con la conseguenza che «in assenza di parametri oggettivi e fissi di riferimento dovrà concludersi che nella materia un intervento correttivo della Corte non appare praticabile». Soggiunge che ciò, tuttavia, non farebbe venir meno l'illegittimità costituzionale della disposizione censurata. 4.- Con ordinanza in pari data, sorretta dal medesimo impianto motivazionale, il Tribunale ordinario di Imperia ha sollevato identica questione di legittimità costituzionale nell'ambito di due procedimenti penali riuniti, nei quali due datori di lavoro sono stati citati a giudizio per omesso versamento all'INPS di ritenute previdenziali per importi pari, rispettivamente, a 1.544,00 euro e 1.804,00 euro. 4.1.- L'ordinanza in esame si distingue dalla precedente per il più articolato ragionamento in base al quale il rimettente ritiene di dover individuare una soglia di non punibilità che sia congrua in relazione alla norma censurata. In particolare, il giudice a quo sostiene che il parametro ragionevole sarebbe rappresentato dalle retribuzioni medie e sviluppa una serie di calcoli per addivenire all'importo del reddito lordo cui corrisponderebbe un importo di ritenute fiscali non versate per 50.000,00 euro. Partendo dal predetto reddito, ed assumendo come riferimento l'aliquota generalmente applicata per le ritenute previdenziali, giunge alla conclusione che l'art. 2, comma 1-bis, potrebbe ritenersi conforme all'art. 3 Cost. qualora l'importo delle ritenute operate e non versate, per delimitare la soglia di non punibilità, fosse fissato in 18.485,00 euro per ciascun periodo di imposta. 5.- Con distinte memorie di analogo contenuto, depositate il 17 dicembre 2013 e il 24 dicembre 2013, è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, che ha concluso per la dichiarazione di inammissibilità della questione, del quale ha invocato, comunque, il rigetto per manifesta infondatezza della questione. 5.1.- Ha sottolineato la difesa erariale come la Corte costituzionale, nel rigettare la questione di legittimità costituzionale della disposizione in oggetto con l'ordinanza n. 206 del 2003, abbia ribadito - richiamando principi consolidati della sua giurisprudenza - che uno scrutinio che investa direttamente il merito delle scelte sanzionatorie del legislatore è possibile soltanto per assoluta arbitrarietà o manifesta irragionevolezza dell'opzione normativa (ha richiamato le sentenze n. 323 e n. 110 del 2002, n. 287 e n. 144 del 2001, n. 58 del 1999 e n. 313 del 1995). Il riferimento alla disciplina dell'inadempimento degli obblighi tributari non costituirebbe idoneo tertium comparationis, poiché le discipline poste a raffronto sono dettate a tutela di interessi eterogenei, espressione dei due diversi precetti costituzionali di cui agli artt. 53 e 38 Cost., e ciò attesterebbe che la tutela del lavoratore ben può essere assicurata da sistemi differenziati, nell'ambito dei quali la sanzione penale rappresenta soltanto uno dei mezzi cui il legislatore può ricorrere. 5.2.- L'Avvocatura dello Stato ha aggiunto che le considerazioni del giudice rimettente non sono idonee a confutare le motivazioni contenute nella citata ordinanza n. 206 del 2003, posto che in esse non assume alcun rilievo né la circostanza che la condotta omissiva concretizzatasi nel mancato versamento delle ritenute previdenziali possa essere assimilata alla fattispecie dell'appropriazione indebita, né che nel settore previdenziale vige il principio del cosiddetto «automatismo», vale a dire del riconoscimento, a favore del prestatore di lavoro, del periodo effettuato a prescindere dal corretto versamento dei contributi (art. 2116 cod. civ.). Sotto tale profilo ha sottolineato che l'ordinamento costituzionale fonda la «tutela previdenziale del "lavoro e dei lavoratori"» sul principio solidaristico, in virtù del quale i contributi previdenziali e assistenziali versati per ciascun lavoratore sono destinati a finanziare non solo le prestazioni erogate a favore di quest'ultimo ma la generalità delle prestazioni erogate dal sistema.1.- Con due distinte ordinanze del 7 agosto 2013, il Tribunale ordinario di Imperia ha sollevato, in riferimento all'art. 3, primo comma, della Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell'art. 2, comma 1-bis, del decreto-legge 12 settembre 1983, n. 463 (Misure urgenti in materia previdenziale e sanitaria e per il contenimento della spesa pubblica, disposizioni per vari settori della pubblica amministrazione e proroga di taluni termini), convertito, con modificazioni, dall'art. 1, comma 1, della legge 11 novembre 1983, n. 638, il quale punisce con la sanzione penale della reclusione fino a tre anni e della multa fino a 1.032,00 euro il datore di lavoro che omette il versamento delle ritenute previdenziali e assistenziali operate sulle retribuzioni dei lavoratori dipendenti. Ad avviso del rimettente, tale disposizione, la quale non prevede alcuna soglia di punibilità, detterebbe una disciplina irragionevolmente diversa per una situazione del tutto identica a quella disciplinata dall'art. 10-bis del decreto legislativo 10 marzo 2000, n. 74 (Nuova disciplina dei reati in materia di imposte sui redditi e sul valore aggiunto, a norma dell'art. 9 della legge 25 giugno 1999, n. 205), introdotto dall'art. 1, comma 414, della legge 30 dicembre 2004, n. 311 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato - legge finanziaria 2005), che punisce «con la reclusione da sei mesi a due anni chiunque non versa entro il termine previsto per la presentazione della dichiarazione annuale di sostituto di imposta ritenute risultanti dalla certificazione rilasciata ai sostituti, per un ammontare superiore a cinquantamila euro per ciascun periodo di imposta».