[pronunce]

che, quanto alla non manifesta infondatezza della questione, il giudice a quo – nel constatare che «al reato di lesioni colpose commesso con violazione delle norme sulla disciplina della circolazione stradale sono applicabili le sanzioni previste dall'art. 52 del decreto legislativo n. 274 del 2000 per i reati attribuiti alla competenza del giudice di pace, mentre ai reati di lesioni connesse a colpa professionale o commessi con violazione delle norme per la prevenzione degli infortuni sul lavoro o che abbiano determinato una malattia professionale, che continuano ad essere attribuiti alla competenza del tribunale, sono applicabili le sanzioni previste dal codice penale» – ritiene che ciò comporti una «diversificazione di trattamento sanzionatorio […] del tutto irragionevole, trattandosi di condotte che offendono il medesimo bene (l'integrità fisica) e che possono provocare danni quanto meno di pari gravità»; che, inoltre, non sarebbe assicurata in egual misura «la tutela del diritto alla salute (art. 32 della Costituzione) essendo stata prevista per le lesioni personali colpose commesse con violazione della normativa sulla disciplina della circolazione stradale, rispetto alle altre fattispecie di lesioni colpose sottratte alla competenza del giudice di pace, una pena che, in quanto non adeguata alla gravità del fatto, viene anche meno alle sue funzioni di dissuasione e rieducazione»; che, ad avviso della Corte di cassazione, sussisterebbe, quindi, una sperequazione normativa tra fattispecie omogenee che supera «la soglia della manifesta irragionevolezza», giacché il bene tutelato è, in tutte le ipotesi predette, quello della salute e che, «così come il medico o il datore di lavoro, anche il conducente di un veicolo riveste una posizione di garanzia essendo tenuto ad osservare, oltreché specifiche norme, anche i principi generali di prudenza, perizia e diligenza per la tutela del bene della pubblica incolumità, proprio in considerazione della intrinseca pericolosità del mezzo da lui condotto»; che il rimettente osserva, altresì, che la Corte costituzionale ha ammesso, in più occasioni, il sindacato sulle cosiddette norme penali di favore, ribadendo recentemente il proprio orientamento con la sentenza n. 394 del 2006, in materia di reati elettorali; che, secondo il giudice a quo, le argomentazioni addotte a sostegno della questione di costituzionalità non troverebbero «ostacolo nel principio della retroattività della legge più favorevole» proprio in ragione di quanto affermato dalla citata sentenza n. 394 del 2006, per cui «il principio di retroattività della norma penale più favorevole in tanto è destinato a trovare applicazione, in quanto la norma sopravvenuta sia, di per sè, costituzionalmente legittima»; che, si argomenta ancora nell'ordinanza di rimessione, risulterebbero evidenti «le analogie» tra la presente questione e quella decisa dalla richiamata sentenza n. 394 del 2006, tenuto conto, segnatamente, che il fatto addebitato all'imputato è avvenuto anteriormente all'entrata in vigore del decreto legislativo n. 274 del 2000, con la conseguenza che la richiesta declaratoria di incostituzionalità «non costituirebbe una interpretazione additiva in malam partem della norma sulla competenza del giudice di pace, non violandosi né il principio di irretroattività né quello di colpevolezza». Considerato che la Corte di cassazione ha sollevato questione di legittimità costituzionale degli artt. 4, 52, 63 e 64 del decreto legislativo 28 agosto 2000, n. 274 (Disposizioni sulla competenza penale del giudice di pace, a norma dell'articolo 14 della legge 24 novembre 1999, n. 468), «nella parte in cui attribuiscono il reato di lesioni personali colpose commesso con violazione delle norme sulla disciplina della circolazione stradale alla competenza del giudice di pace con la conseguente applicabilità delle sanzioni previste dal predetto art. 52»; che il rimettente sostiene che le disposizioni denunciate violino gli artt. 3, 27, terzo comma, e 32 Cost., comportando – rispetto «ai reati di lesioni connesse a colpa professionale o commessi con violazione delle norme per la prevenzione degli infortuni sul lavoro o che abbiano determinato una malattia professionale, che continuano ad essere attribuiti alla competenza del tribunale» e per i quali sono applicabili le sanzioni previste dal codice penale – una «diversificazione di trattamento sanzionatorio che appare del tutto irragionevole, trattandosi di condotte che offendono il medesimo bene (l'integrità fisica) […] che possono provocare danni quanto meno di pari gravità» e che sono commesse «da soggetti parimenti titolari di una posizione di garanzia»; che, d'altro canto, la pena prevista per le lesioni personali colpose commesse con violazione della normativa sulla disciplina della circolazione stradale, «in quanto non adeguata alla gravità del fatto», verrebbe «anche meno alle sue funzioni di dissuasione e rieducazione»; che, preliminarmente, non può ravvisarsi identità tra la presente questione e quella sollevata dalla Corte d'Appello di Napoli nel corso dello stesso giudizio principale e decisa con ordinanza n. 187 del 2005 di questa Corte, giacché, nonostante la comunanza dei parametri costituzionali e delle censure, l'attuale rimettente ha denunciato anche l'art. 4 del d.lgs. n. 274 del 2000, così emendando la carenza che inficiava la precedente ordinanza di rimessione, connessa al fatto che – come rilevato dalla ricordata ordinanza n. 187 del 2005 – il citato art. 4, quale norma che attribuisce al giudice di pace la competenza per il reato considerato, costituisce il necessario presupposto del sistema sanzionatorio che si intende sottoporre al vaglio di costituzionalità; che, peraltro, sempre in via preliminare, il rimettente afferma la rilevanza della questione senza risolvere il quesito, oggetto di specifico motivo di ricorso per cassazione, relativo alla qualificazione del fatto reato in rapporto all'elemento psicologico, là dove la sussistenza del dolo eventuale – affermata nel ricorso proposto dal Procuratore generale – condurrebbe a qualificare la condotta contestata come reato di lesioni personale dolose, come tale sottratto alla competenza del giudice di pace ed al relativo regime sanzionatorio; che, viceversa, la mancata preliminare risoluzione del dubbio in ordine alla esatta qualificazione giuridica del reato, rende, allo stato, soltanto ipotetica la rilevanza della questione (ex plurimis, ordinanza n. 374 del 2004); che, in aggiunta a ciò, il rimettente – come già affermato da questa Corte con la citata ordinanza n. 187 del 2005 – «chiedendo per il reato in esame una pronuncia che consenta di ripristinare il meccanismo sanzionatorio applicabile prima dell'entrata in vigore del decreto legislativo n. 274 del 2000, invoca nella sostanza un intervento additivo e di sistema in malam partem, non consentito a questa Corte in forza del principio della riserva di legge in materia penale»;