[pronunce]

con conseguente irragionevolezza della scelta normativa di assoggettare tutte queste ipotesi a un medesimo regime processuale, come già ritenuto da questa Corte in relazione alla presunzione di adeguatezza della custodia cautelare in carcere (è citata la sentenza n. 164 del 2011). Sarebbe, in particolare, irragionevole equiparare, sotto il profilo processuale, omicidi commessi «sulla base di una pulsione occasionale e in una situazione di parziale incapacità di intendere e di volere» e omicidi «perpetrati in contesti di criminalità organizzata, oppure commessi con premeditazione, oppure ancora con modalità esecutive particolarmente crudeli»; e ciò specialmente quando, come nel caso di specie, lo stato di incapacità parziale sia già stato processualmente accertato. L'equiparazione operata dalla disposizione censurata produrrebbe «[a]naloghe aporie e potenziali discriminazioni» in relazione alla eterogeneità dei delitti puniti con l'ergastolo, che comprenderebbero fattispecie offensive di diversi beni giuridici e di disvalore profondamente differenziato. Né si comprenderebbero le ragioni per le quali talune ipotesi di omicidio aggravato per le quali è prevista una pena temporanea - come quella di cui all'art. 577, secondo comma, cod. pen. - dovrebbero consentire l'accesso al giudizio abbreviato e alla conseguente riduzione di pena, trattandosi di fattispecie «di analogo allarme sociale o addirittura, a seconda del caso concreto, potenzialmente maggiore». In definitiva, la scelta legislativa di ancorare la preclusione del rito all'unico criterio della pena comminata in astratto dal legislatore risulterebbe irragionevole, non trattandosi di criterio «idoneo a selezionare le condotte effettivamente connotate da un maggiore disvalore per poi assoggettarle ad una disciplina processuale più severa». Tale scelta si porrebbe, peraltro, «in netta controtendenza rispetto ai più recenti approdi della giurisprudenza costituzionale e della CEDU», che sottolineano la essenziale funzione rieducativa della pena anche con riferimento all'ergastolo. 1.4.- Il nuovo art. 438, comma 1-bis, cod. proc. pen. si porrebbe inoltre in contrasto con il principio della ragionevole durata del processo di cui all'art. 111, secondo comma, Cost. La necessità di procedere sempre con rito ordinario per i reati puniti con l'ergastolo produrrebbe infatti un rischio di congestionamento nell'ordinaria gestione delle attività giudiziarie, specialmente nelle realtà di fori di piccole dimensioni, che verrebbero sovraccaricate di dibattimenti complessi; con conseguenti inevitabili dilatazioni dei tempi della loro definizione, e dei tempi della custodia cautelare in carcere degli imputati. 1.5.- La disposizione transitoria di cui all'art. 5 della legge n. 33 del 2019 sarebbe, infine, di dubbia compatibilità con l'art. 117, primo comma, Cost., in relazione all'art. 7 CEDU. Il rimettente ritiene, in proposito, di non potere discostarsi dal «diritto vivente» nella determinazione del tempus commissi delicti del reato sottoposto alla sua cognizione, imperniato sul criterio processuale tempus regit actum; e ribadisce pertanto di non potere applicare al caso concreto la disciplina processuale vigente al momento della condotta dell'imputato. Osserva, tuttavia, che una simile soluzione risulti incompatibile con il «requisito di prevedibilità della legge» enucleato dalla giurisprudenza convenzionale in materia di art. 7 CEDU (è citata Corte europea dei diritti dell'uomo, grande camera, sentenza 12 febbraio 2008, Kafkaris contro Cipro), requisito che deve essere ritenuto valevole anche per le disposizioni che - pur collocate nel codice di procedura penale - hanno un immediato riflesso sulla severità della pena da infliggere in caso di condanna, come quelle che stabiliscono i requisiti di accesso al giudizio abbreviato (è citata Corte EDU, grande camera, sentenza 17 settembre 2009, Scoppola contro Italia, n. 2). Dal momento, allora, che la nuova disciplina determina in ipotesi addirittura l'applicazione di una pena di specie diversa (l'ergastolo) «da quella che, al momento della commissione del fatto, era ragionevolmente prospettabile in capo all'agente consapevole di poter beneficiare del rito alternativo», essa si porrebbe in contrasto con l'art. 7 CEDU, e dunque con lo stesso art. 117, primo comma, Cost., nella parte in cui consente - appunto - l'applicazione del nuovo art. 438, comma 1-bis, cod. proc. pen. anche agli imputati di delitti puniti con l'ergastolo che abbiano tenuto la condotta prima dell'entrata in vigore della legge n. 33 del 2019. 2.- È intervenuto in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, eccependo l'inammissibilità e manifesta infondatezza delle questioni. 2.1.- Le questioni sarebbero, anzitutto, inammissibili per irrilevanza, dal momento che il giudice a quo avrebbe dovuto ritenere non applicabile la nuova disciplina nel caso di specie, sulla base della interpretazione fornita dalla sentenza delle Sezioni unite penali n. 40986 del 2018 citata dalla stessa ordinanza di rimessione, che avrebbe dovuto condurre alla individuazione del tempus commissi delicti - ai fini della disciplina transitoria di cui all'art. 5 della legge n. 33 del 2019 - nel momento della condotta, e non in quello successivo di verificazione dell'evento. Le questioni sarebbero, altresì, inammissibili in considerazione della discrezionalità del legislatore nella individuazione dei titoli di reato esclusi dal rito alternativo, salvo il limite della manifesta irragionevolezza, non attinto dalla disposizione censurata. 2.2.- La questione sollevata sull'art. 5 della legge n. 33 del 2019 sarebbe, infine, manifestamente infondata, dal momento che tale disposizione si porrebbe in linea di piena conformità con la giurisprudenza della Corte EDU invocata dal rimettente. 3.- Si è costituito l'imputato nel giudizio a quo, il quale ha invece concluso nel senso della fondatezza delle questioni sollevate dal rimettente, ripercorrendo adesivamente l'iter della motivazione dell'ordinanza e insistendo, in particolare, sulla difficile comprensibilità di una «scelta legislativa di erigere uno sbarramento totale e indiscriminato per gli imputati di reati puniti con una determinata pena edittale, senza l'inserimento quantomeno di ulteriori criteri selettivi volti a consentire al giudice una valutazione sulla personalità del soggetto ovvero sulla gravità in concreto del fatto-reato, quantomeno nelle forme di un giudizio prognostico circa la specie di pena che sarà irrogata all'esito del giudizio». La parte stigmatizza, altresì, la logica che permeerebbe l'intero impianto della legge n. 33 del 2019, la quale sarebbe finalizzata in effetti a irrigidire le soglie del trattamento sanzionatorio, spingendole verso l'alto e riducendo progressivamente gli spazi di discrezionalità del giudice; ciò che si porrebbe in contrasto, peraltro, con i più recenti orientamenti della giurisprudenza costituzionale e convenzionale, come già osservato dall'ordinanza di rimessione.