[pronunce]

4.- Limitatamente alle prime due controversie a quibus - nelle quali i reclami sono stati proposti avverso ordinanze di denegata sospensione dell'efficacia esecutiva di ingiunzioni di pagamento per importi relativi alla contestata revoca di contributi precedentemente erogati dalla Regione Campania alle società ricorrenti - l'Avvocatura generale dello Stato eccepisce l'inammissibilità della questione sollevata dai collegi rimettenti per «mancanza di motivazione in ordine alla rilevanza» «con riguardo alla giurisdizione del giudice [ordinario] adito». Ciò alla luce del principio enunciato dalla Corte regolatrice della giurisdizione, per cui la cognizione dell'opposizione ad ingiunzioni emesse dall'Amministrazione ai sensi dell'art. 3 del r.d. n. 639 del 1910 spetta al giudice amministrativo quando il ricorrente non contesti la legittimità stessa o denunci vizi del procedimento di ingiunzione, bensì, come nella specie, la sussistenza dei presupposti per la revoca del contributo, mettendo con ciò in discussione il momento autoritario del rapporto tra pubblica amministrazione e privato (Corte di cassazione, sezioni unite, sentenza 18 febbraio 2008, n. 29529). 4.1.- L'eccezione, così formulata, non è suscettibile di accoglimento. Il rimettente non è, infatti, il giudice della opposizione - tenuto a verificare, anche di ufficio, la sussistenza della propria giurisdizione, in ragione della natura delle contestazioni rivolte alla ingiunzione emessa ex art. 2 del r.d. n. 639 del 1910 -; è invece, e soltanto, il giudice del reclamo avverso l'ordinanza di denegata sospensione dell'efficacia del provvedimento opposto. Ed il fatto che, a detti limitati fini, il rimettente abbia, non implausibilmente, ritenuta implicita la giurisdizione del giudice ordinario - non contestata dalla Regione intimante (neppure in sede di reclamo), né altrimenti revocata in dubbio nella fase oppositoria - esclude che, nella specie, sussista un difetto di giurisdizione ravvisabile ictu oculi, che possa dar luogo, per tal profilo, alla «mancanza di motivazione in ordine alla rilevanza», quale eccepita dall'Avvocatura generale dello Stato (sentenze n. 291 del 2011, n. 81 del 2010, n. 241 del 2008, n. 439 del 1991). 5.- Priva di giuridica consistenza è, a sua volta, l'eccezione di inammissibilità della questione formulata dalla Regione Campania, parte intimante nei giudizi a quibus, poiché esclusivamente basata, anche in memoria, su un solo asserito, e non esplicato, difetto di autosufficienza e di motivazione delle ordinanze di rimessione. 6.- Nel merito, la censura di violazione dell'art. 76 Cost. - che viene preliminarmente in esame per il suo carattere pregiudiziale, in quanto inerente al corretto esercizio della funzione legislativa - non è fondata. Con l'art. 54 della legge n. 69 del 2009, il Governo è stato delegato, infatti, ad adottare «uno o più decreti legislativi in materia di riduzione e semplificazione dei procedimenti civili di cognizione che rientrano nell'ambito della giurisdizione ordinaria e che sono regolati dalla legislazione speciale», realizzando «il necessario coordinamento con le altre disposizioni vigenti». E se è pur vero che, come deducono i rimettenti, la norma di delega fa testuale riferimento ai "procedimenti di cognizione" e non anche ai "procedimenti cautelari", va considerato che la disciplina di questi ultimi è strumentale e coessenziale alla disciplina dei procedimenti di cognizione per cui, nel disporla, il d.lgs. n. 150 del 2011, attuativo della delega, ha operato nell'ambito della fisiologica attività di riempimento che lega i due livelli normativi (ex multis, sentenze n. 229 del 2014, n. 98 del 2008 e n. 163 del 2000). Quanto alla scelta del legislatore delegato - di prevedere che, sull'istanza di sospensione del provvedimento impugnato, il giudice decida «con ordinanza non impugnabile» - questa non si discosta dai criteri direttivi fissati dalla delega, in quanto è in linea con l'obiettivo, cui la stessa è finalizzata, di «semplificazione» dei procedimenti civili di cognizione regolati da legislazione speciale e rientranti nella giurisdizione ordinaria. Obiettivo che il legislatore delegato ha, appunto, perseguito con l'uniformare il regime della cautela, interna alla fase di cognizione, al modello processuale che ne esclude l'impugnabilità autonoma e anticipata, riservando al giudice della cognizione la decisione definitiva sulla cautela unitamente al merito, anche a fini di contenimento della durata dei procedimenti oggetto del delegato riordino. Modello, quest'ultimo, già del resto adottato da altre norme speciali: ad esempio, dall'art. 47, comma 4, del decreto legislativo 31 dicembre 1992, n. 546 (Disposizioni sul processo tributario in attuazione della delega al Governo contenuta nell'art. 30 della legge 30 dicembre 1991, n. 413), per il quale, sull'istanza di «[s]ospensione dell'atto impugnato», la Commissione tributaria competente provvede con ordinanza «non impugnabile»; e dallo stesso art. 22 della legge n. 689 del 1981, richiamato, per quanto ancora in vigore, dall'art. 6 del d.lgs. n. 150 del 2011, in tema di opposizione a sanzioni amministrative, già pacificamente non attinto dalla vis espansiva dell'art. 669-terdecies cod. proc. civ. E ciò nella logica del successivo art. 669-quaterdecies, per cui il «reclamo», in via generale ammesso avverso «l'ordinanza con cui è stato concesso o negato il provvedimento cautelare», si applica anche ai provvedimenti cautelari previsti da leggi speciali, ma (solo) «in quanto compatibili» con quelli cui si riferisce il "rito cautelare uniforme" previsto dagli artt. 669-bis e seguenti cod. proc. civ. 7.- La subordinata censura di violazione dell'art. 3 Cost. è pure essa non fondata. Non sussiste, infatti, l'asserita disparità di trattamento, stante l'eterogeneità, rispetto agli evocati tertia comparationis, e la già sottolineata, invece, peculiarità delle controversie in relazione alle quali il censurato comma 1 dell'art. 5 del d.lgs. n. 150 del 2011 dispone la non impugnabilità delle ordinanze che decidono sulla sospensione del provvedimento impugnato. Così è, per quanto qui rileva, nel caso, appunto, dei procedimenti di opposizione a sanzione amministrativa, di cui all'art. 6, comma 7, del predetto d.lgs. n. 150 del 2011, connotati dalle caratteristiche della celerità, della mera eventualità di un'istruzione in senso stretto - siccome essenzialmente documentale - e dalla particolarità del relativo oggetto, che si risolve nella contestazione della legittimità della pretesa sanzionatoria della pubblica amministrazione. Così è anche nel caso dei procedimenti previsti dall'art. 32, comma 3, dello stesso d.lgs.