[ddlpres]

Gli effetti restrittivi, causati da queste forme di lavoro pilotate da duopoli, hanno limitato e ridotto la produzione nazionale e, dunque, gli indici di autoapprovvigionamento, compensando il fabbisogno nazionale dei consumi attraverso il ricorso ad una crescente importazione da Stati non facenti parte dell'Unione europea, con danni enormi per il benessere dei consumatori e per il bilancio sanitario. In pratica, una strategia miope che ha prodotto vantaggi solo per pochi. Per quanto riguarda gli aspetti di diritto del lavoro, possiamo dire che il crescente ricorso ai contratti di soccida nella regolazione di rapporti contrattuali finalizzati a realizzare integrazioni verticali all'interno delle varie filiere zootecniche, ha contribuito a far sì che, in molti casi, lo stesso contratto di soccida sia servito non tanto per instaurare un vero rapporto di tipo associativo, bensì per « mascherare » vere e proprie prestazioni di servizi e, in ogni caso, per regolare forme contrattuali ove quasi mai è garantito veramente il principio della condivisione dei rischi che, giova ricordarlo, è – e resta – alla base del contratto di soccida, così come regolamentato dal nostro ordinamento. Per quanto riguarda gli aspetti di diritto della concorrenza, la portata di questo segmento di economia contrattuale e le conseguenze della mancanza di una disciplina compiuta in questo ambito non è senza conseguenze per i riflessi sul piano concorrenziale. Sotto il profilo civilistico, i contratti di soccida, avendo ad oggetto solo « obblighi di fare », resterebbero esclusi dalle novità introdotte dal combinato disposto dell'articolo 62 del decreto-legge n. 1 del 2012, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 27 del 2012 e del decreto legislativo n. 102 del 2005, in cui vi è ad oggetto « l'obbligo di cedere » il trasferimento della proprietà dei prodotti agricoli. Tuttavia, dal punto di vista della concorrenza, i contratti in questione legano la fase di allevamento a monte con quella a valle, con ripercussioni sia rispetto agli sbocchi commerciali dei prodotti, sia spesso rispetto agli approvvigionamenti dei fattori produttivi e delle scelte imprenditoriali. Di fatto, costituiscono, da un lato, accordi di acquisto « mascherati » dal conferimento, in cui le pattuizioni pongono a carico dell'allevatore (soccidario) l'obbligo di accettare tutto il fabbisogno di mangime conferito dall'industriale (soccidante) senza nemmeno poter sindacare la qualità. Dall'altro, accordi di fornitura « mascherati » dalla ripartizione della quota di accrescimento, in cui le pattuizioni pongono a carico dell'allevatore (soccidario) l'obbligo, di fatto, di cedere all'industriale (soccidante) la quota di animali spettante al soccidario, compensandola in denaro e senza alcun obbligo IVA. L'allevatore cede altresì la sua prestazione d'opera e altri servizi (uso e sfruttamento dei suoi beni immobili e mobili). Le soccide hanno dunque un effetto preclusivo perché, da un lato, rendono più difficoltoso, o addirittura impossibile, l'accesso al mercato per i concorrenti delle imprese in questione e, dall'altro, rendono più difficoltosa, o addirittura impossibile, per le loro controparti commerciali, la scelta tra più fonti di approvvigionamento o controparti commerciali. Nel mercato si crea dunque una compartimentazione. La ripartizione del mercato o delle fonti di approvvigionamento costituiscono per loro stessa natura, restrizioni di concorrenza ai sensi dell'articolo 101, paragrago 1, del Trattato sul funzionamento dell'Unione europea (TFUE), sicché non è necessario prendere in considerazione gli effetti concreti di un accordo o pratica concordata di tale tipo ove risulti che essa ha per oggetto di restringere, impedire o falsare il gioco della concorrenza all'interno del mercato comune. La restrizione della concorrenza, causata da tutti questi fattori, caratterizza sempre più altre filiere zootecniche. I poli integranti, inoltre, decidono su quali filiere spingere e su quali rallentare, a seconda dei vantaggi complessivi di bilancio o degli aiuti di Stato corrisposti alle loro cooperative o società agricole. Ad esempio, in materia di premi zootecnici comunitari sui bovini da carne, ci sono sia i premi per gli allevatori sia per i macellatori. Di questi ultimi beneficiano anche i poli integranti, cioè gli industriali. Infatti, nei contratti associativi la domanda di premio alla macellazione o esportazione può essere presentata dal soccidante in quanto responsabile della direzione tecnico-amministrativa dell'impresa, previo assenso del soccidario. Ciò sotto il profilo concorrenziale rappresenta un doppio aiuto di Stato che contribuisce ad alterare ulteriormente la concorrenza tra filiere nell'ambito di quella interdipendenza, discriminando altri allevatori e macellatori. Per quanto riguarda aspetti di diritto tributario, la vera ragione per cui il legislatore tiene in piedi un istituto giuridico desueto dagli effetti anticoncorrenziali sembrerebbe quella di conferire un vantaggio competitivo fiscale. Con le soccide i poli integranti industriali sfrutterebbero il regime fiscale agricolo agevolato che spetterebbe unicamente all'allevatore, produttore agricolo per definizione. In tal modo l'allevatore viene strumentalizzato e spogliato del suo reddito, mentre le multinazionali dell’ agrobusiness traggono tutti i vantaggi possibili. Il principale vantaggio deriverebbe da una possibile elusione fiscale che si nasconde dietro società agricole di comodo e cooperative fittizie, tutte riconducibili ad uniche entità economiche (gruppi multinazionali), su cui mai nessuno ha acceso i fari. Grazie al vantaggio elusivo fiscale, i gruppi integrati sono in grado di utilizzare questi aiuti per adottare politiche anticompetitive che ostacolano il corretto funzionamento del mercato interno ed alimentano turbative al suo interno. È pertanto opportuno applicare a queste varie tipologie di carne le disposizioni del TFUE in materia di aiuti di Stato. Basti pensare che la Corte dei conti stima oggi « una significativa dilatazione » delle agevolazioni fiscali « sia nel numero, 799, sia nella perdita di entrate che ne deriva, 313 miliardi ». L'elusione imputabile su tutti gli allevamenti in soccida da carne si ritiene sia rilevante ed eroda una buona parte di queste entrate, che vanno a favore di multinazionali (mangimifici, macelli cooperativi e società agricole di comodo) e non del mondo agricolo. Il regime IVA di cui all'articolo 34 del decreto del Presidente della Repubblica n. 633 del 1972 è il regime naturale sia per il soccidante che per il soccidario. Affinché il soccidante (titolare degli animali) possa applicare il regime speciale IVA deve avere almeno un allevamento in proprio (circolare del Ministero delle finanze n. 32 del 27 aprile 1973). Deve, quindi, essere proprietario o affittuario di stalle e gestire l'allevamento direttamente o con proprio personale dipendente. Le cessioni degli animali allevati in soccida rientrano nel regime speciale IVA, sia che gli animali vengano venduti dal solo soccidante (qualora provveda alla vendita dell'intero prodotto), sia che vengano ceduti anche dal soccidario per la parte di sua spettanza.