[pronunce]

, senza disciplinare minimamente i «modi» con cui detta intercettazione può essere realizzata, i quali, pertanto, potrebbero essere stabiliti dal giudice e dal pubblico ministero — nell'ambito delle rispettive competenze di cui agli artt. 267 e 268 cod. proc. pen. — al di fuori di qualsiasi referente normativo; che i «modi» rilevanti ai fini del rispetto dell'evocato parametro costituzionale — «modi» che, come affermato da questa Corte con ordinanza n. 304 del 2000, spetterebbe «al legislatore determinare nei limiti previsti dalla Costituzione» — non riguarderebbero, infatti, le procedure di autorizzazione, verbalizzazione e registrazione, disciplinate dai citati artt. 267 e 268 cod. proc. pen. ; ma atterrebbero propriamente alle modalità operative con le quali deve effettuarsi l'intrusione nella sfera domiciliare, affinché si realizzi un equilibrato bilanciamento tra il diritto individuale e le esigenze investigative connesse all'esercizio dell'azione penale (sulla falsariga, ad esempio, di quanto prevede l'art. 251 cod. proc. pen. per l'esecuzione di perquisizioni domiciliari); che, per queste ragioni, non sarebbe dunque condivisibile l'orientamento giurisprudenziale secondo cui la collocazione di microspie all'interno di un luogo di privata dimora — costituendo una naturale modalità attuativa dell'intercettazione di comunicazioni tra presenti — dovrebbe ritenersi, da un lato, ammessa dalla legge (in particolare, dal comma 2 dell'art. 266 cod. proc. pen.); e, dall'altro lato — in quanto funzionale al soddisfacimento dell'interesse pubblico all'accertamento di gravi delitti — non lesiva dell'art. 14 Cost.: precetto, quest'ultimo, che andrebbe necessariamente coordinato, al pari di quello dell'art. 15 Cost., con l'anzidetto interesse pubblico, tutelato dall'art. 112 Cost.; che tale tesi, difatti, non solo si porrebbe in contrasto con la citata ordinanza n. 304 del 2000 di questa Corte, nella quale si precisa che le modalità operative delle intercettazioni ambientali nei luoghi di privata dimora «non richiedono necessariamente una intrusione arbitraria nel domicilio», giacché la moderna tecnologia offre la possibilità di intercettare conversazioni domestiche con apparecchi collocati all'esterno; ma risulterebbe altresì inaccettabile per la più radicale ragione che qualsiasi captazione di conversazioni nel domicilio, anche se effettuata con apparecchi esterni, configura comunque una lesione dell'inviolabilità domiciliare che deve rispettare i parametri imposti dall'art. 14 Cost., ancorché avvenga per soddisfare il principio costituzionale dell'obbligatorietà dell'azione penale; che la Corte rimettente rimarca, da ultimo, come il quesito di costituzionalità sollevato risulti rilevante nel giudizio a quo, giacché dalla sua soluzione dipenderebbe l'utilizzabilità o meno delle intercettazioni ambientali eseguite, e quindi la valutazione delle prove assunte a fondamento della responsabilità degli imputati; che nel giudizio di costituzionalità è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, il quale ha chiesto che la questione sia dichiarata manifestamente inammissibile o, in subordine, manifestamente infondata. Considerato che la Corte di cassazione dubita della legittimità costituzionale, in riferimento all'art. 14 Cost., dell'art. 266, comma 2, cod. proc. pen. e dell'art. 13 del decreto-legge 13 maggio 1991, n. 152, convertito, con modificazioni, nella legge 12 luglio 1991, n. 203, censurando, in specie, che le norme impugnate — nel prevedere l'intercettazione di comunicazioni tra presenti nei luoghi indicati dall'art. 614 cod. pen. — si limitino a stabilire i «casi» in cui può avvenire la compressione della libertà di domicilio, senza però regolarne i «modi»; che la rilevanza della questione nel giudizio a quo viene motivata dalla Corte rimettente con l'esigenza di stabilire se siano o meno utilizzabili i risultati delle intercettazioni di comunicazioni tra presenti, eseguite all'interno dell'abitazione di uno degli imputati, sui quali in larga misura si fonda la sentenza di condanna impugnata con ricorso per cassazione; che, al riguardo, si deve peraltro osservare come — secondo quanto riferito nella stessa ordinanza di rimessione — gli imputati ricorrenti nel giudizio principale abbiano dedotto l'inutilizzabilità dei predetti risultati, non già sulla base di una 'diretta' denuncia di incostituzionalità delle norme impugnate, quanto piuttosto sotto il profilo della mancanza di uno specifico provvedimento dell'autorità giudiziaria che autorizzasse l'introduzione nell'abitazione, al fine di collocare le apparecchiature (microspie) utilizzate per la captazione dei colloqui; che la Corte rimettente, a propria volta, sembrerebbe postulare in modo sufficientemente chiaro che, alla stregua della disciplina vigente, la determinazione delle modalità operative delle c.d. intercettazioni ambientali domiciliari — anche per quanto attiene, dunque, all'ingresso fraudolento o clandestino nel luogo di privata dimora per la collocazione degli apparati di captazione sonora — non resti affidata alla polizia giudiziaria, ma spetti piuttosto al giudice ed al pubblico ministero «nell'ambito delle rispettive competenze di cui agli artt. 267 e 268 cod. proc. pen.»: dolendosi invero essa Corte solo del fatto che la determinazione dell'autorità giudiziaria abbia luogo «indipendentemente da qualsiasi parametro normativo» (in sostanza, sarebbe in materia soddisfatta la riserva di giurisdizione posta dall'art. 14, secondo comma, Cost., ma non la riserva di legge); che, al tempo stesso, il giudice a quo dichiara di dissentire dall'orientamento giurisprudenziale secondo il quale l'ingresso nel domicilio invito domino dovrebbe considerarsi ammesso dalla legge in quanto «naturale modalità attuativa» del mezzo investigativo in parola: orientamento il cui logico corollario è che l'autorizzazione a detto ingresso risulterebbe implicita nello stesso decreto autorizzativo dell'intercettazione; e tale dissenso il rimettente motiva anche con il richiamo alle affermazioni contenute nell'ordinanza n. 304 del 2000 di questa Corte, per cui le modalità operative delle intercettazioni ambientali nei luoghi di privata dimora «non richiedono necessariamente una intrusione arbitraria nel domicilio»; che, a fronte di quanto precede, manca, però, nell'ordinanza di rimessione una conseguenziale delibazione circa la fondatezza dell'eccezione di inutilizzabilità sopra ricordata, costituente lo specifico oggetto dell'impugnazione sottoposta alla Corte rimettente: delibazione che pure si presentava — segnatamente alla luce delle premesse interpretative dianzi esposte — come logicamente pregiudiziale rispetto alla proposizione dell'incidente di costituzionalità, sul piano della necessaria verifica della sua rilevanza; che ove infatti fosse vero, da un lato, che l'ingresso invito domino nel domicilio per la collocazione delle apparecchiature presuppone, de iure condito — a pena di inutilizzabilità dei risultati dell'operazione — uno specifico provvedimento autorizzativo dell'autorità giudiziaria;