[pronunce]

Successivamente, con la legge n. 402 del 1993, il coefficiente di ragguaglio tra pene detentive e pene pecuniarie è stato ulteriormente elevato a lire 75.000, mentre è rimasto invariato quello previsto dall'art. 102 della legge n. 689 del 1981. Su tale disposizione è intervenuta la Corte costituzionale che, con sentenza n. 440 del 1994, ne ha dichiarato la illegittimità nella parte in cui stabilisce che, agli effetti della conversione delle pene pecuniarie ineseguite per insolvibilità del condannato, il ragguaglio ha luogo calcolando lire 25.000 o frazione di lire 25.000, anziché lire 75.000 di pena pecuniaria per ogni giorno di libertà controllata. Mentre il criterio di ragguaglio ai fini della conversione delle pene pecuniarie ineseguite in libertà controllata è divenuto uguale al criterio generale di ragguaglio tra pene detentive e pene pecuniarie previsto dal codice penale, risultando così ripristinato l'originario equilibrio, il coefficiente di ragguaglio relativo al lavoro sostitutivo è invece rimasto ancorato al "vecchio" valore determinato in lire 50.000. Secondo l'avvocatura, le argomentazioni del rimettente sono, sotto questo profilo, certamente apprezzabili, e tuttavia la questione deve ritenersi infondata. Il legislatore ha infatti operato una non irragionevole distinzione, agli effetti della conversione, tra libertà controllata e lavoro sostitutivo, ritenendo che le due sanzioni incidessero in modo diverso sulla situazione del condannato; sicché, trattandosi di scelte riservate alla discrezionalità del legislatore, una declaratoria di illegittimità comporterebbe un inammissibile effetto invasivo. 3. - Con ordinanza emessa il 24 maggio 1999 (r.o. n. 531 del 1999), lo stesso magistrato di sorveglianza del tribunale di Torino ha sollevato, in riferimento agli artt. 3 e 27 della Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell'art. 103, secondo comma, della legge 24 novembre 1981, n. 689, nella parte in cui determina in giorni sessanta il limite massimo complessivo del lavoro sostitutivo nonché dell'art. 102, terzo comma, della stessa legge, nella parte in cui prevede il canone di ragguaglio tra lavoro sostitutivo e pena pecuniaria in lire 50.000 per ogni giorno di lavoro sostitutivo. Premette in fatto il rimettente che una persona condannata alla pena di lire 13.883.000 di multa aveva chiesto, versando in condizioni di insolvibilità, l'ammissione al lavoro sostitutivo come misura da applicarsi in sede di conversione della predetta pena pecuniaria; che tale misura, considerato il criterio di ragguaglio di lire 50.000 per un giorno di lavoro sostitutivo, previsto dall'art. 102, terzo comma, della legge citata, avrebbe dovuto trovare applicazione nella misura massima prevista dalla legge (e cioè, sessanta giorni, ex art. 103, secondo comma). 3.1. - In ordine alla prima questione il giudice a quo osserva che anche dopo la sentenza n. 206 del 1996, con la quale la Corte ha dichiarato la illegittimità costituzionale dell'art. 102 della legge n. 689 del 1981, nella parte in cui ammette il lavoro sostitutivo solo in relazione a pene pecuniarie non superiori ad un milione di lire, la previsione di un tetto massimo di durata deve comunque essere "ricondotta nel sistema delle norme tendenti alla armonizzazione costituzionale della sanzione risultante dalla conversione". Ma se la ratio dell'art. 103, secondo comma, consiste nel determinare il "confine della eccessiva afflittività della sanzione risultante dalla conversione e se la sanzione del lavoro sostitutivo è da considerarsi meno afflittiva di quella della libertà controllata (v. le sentenze n. 108 del 1987 e n. 206 del 1996), ne consegue, secondo il rimettente, che il limite massimo del lavoro sostitutivo dovrà essere, pena la irrimediabile contraddittorietà della disciplina risultante, superiore a quello della libertà controllata". Il confronto tra il limite massimo del lavoro sostitutivo e quello della libertà controllata conduce invece a conclusioni di segno opposto che, secondo il giudice a quo, sarebbero in contrasto con gli artt. 3 e 27 Cost., sia per l'irragionevolezza di una disciplina che "a fronte di una sanzione dichiaratamente meno afflittiva [...], prevede un termine massimo di durata contraddittoriamente inferiore rispetto a quello previsto per la sanzione connotata di maggiore afflittività" sia perché la stessa fissazione di un "tetto" massimo (che prescinde dall'entità dell'originaria sanzione pecuniaria inflitta) finirebbe per comportare, irragionevolmente, l'equiparazione di situazioni del tutto diverse, e, quindi, "una perdita di efficacia sanzionatoria e rieducativa, non bilanciata dalla contrapposta soddisfazione di alcun valore costituzionalmente rilevante". La questione sarebbe rilevante perché la norma denunciata impedirebbe di applicare al condannato la sanzione del lavoro sostitutivo in misura superiore a giorni sessanta. 3.2. - La seconda questione di costituzionalità, identica a quella sollevata con l'ordinanza emessa il 17 giugno 1999 (r.o. n. 673 del 1999), riguarda l'art. 102, terzo comma, della legge n. 689 del 1981, nella parte in cui fissa in lire 50.000 l'ammontare del coefficiente di ragguaglio tra pena pecuniaria e lavoro sostitutivo. Preliminarmente il rimettente rileva che nel caso di specie, atteso l'elevato importo della pena pecuniaria da convertire (oltre lire 13.000.000), sia utilizzando il criterio censurato, sia quello che potrebbe scaturire da una declaratoria di illegittimità costituzionale della norma, verrebbe comunque superato il limite massimo di sessanta giorni, dal che potrebbe apparentemente desumersi l'irrilevanza della questione nel giudizio a quo; peraltro, poiché la diversa questione prospettata con la stessa ordinanza, concernente l'art. 103, secondo comma, è posta in via principale, solo una declaratoria di non fondatezza renderebbe la questione relativa all'art. 102, terzo comma, inammissibile per difetto di rilevanza; viceversa, ove la stessa fosse ritenuta fondata, la seconda diverrebbe, per ciò solo, ammissibile. Nel merito, il rimettente sostanzialmente prospetta le medesime censure svolte nella ordinanza r.o. n. 673 del 1999. 3.3. - Nel giudizio è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'avvocatura generale dello Stato, chiedendo che le questioni siano dichiarate inammissibili o manifestamente infondate.1. - Sono sottoposte al giudizio di questa Corte due questioni di legittimità costituzionale concernenti la disciplina della conversione delle pene pecuniarie non eseguite per insolvibilità del condannato, sollevate nell'ambito di diversi procedimenti penali dal medesimo magistrato di sorveglianza del tribunale di Torino. Le due questioni riguardano, rispettivamente, l'art. 102, terzo comma, della legge 24 novembre 1981, n. 689, nella parte in cui determina il coefficiente di ragguaglio tra pene pecuniarie e lavoro sostitutivo nella misura di lire 50.000 per ogni giorno di lavoro sostitutivo (r.o. nn.