[ddlpres]

Revisione dell'ordinamento della Repubblica sulla base del principio della divisione dei poteri. Onorevoli Senatori. – La Costituzione approvata nel 1947 ha reso grandi servigi all'Italia. Ha permesso di vivere in piena stabilità democratica i lunghi decenni della guerra fredda, ha superato con successo ogni grave ostacolo, dalla follia sessantottina al terrorismo, dalla cosiddetta «Tangentopoli» agli attacchi di anti-politica. All'epoca in cui fu approvata, non erano pensabili forme di governo più snelle o con figure a forte investitura popolare, sia per la recente nefasta esperienza di un ventennio di dittatura, sia per la drammatica contrapposizione politica dell'epoca. Ma la necessità di una riforma cominciò ad emergere già alla fine degli anni Settanta e il 14 aprile 1983 si arrivò all'istituzione della Commissione bicamerale poi conosciuta con il nome del suo presidente, il deputato liberale Aldo Bozzi. Diversi altri tentativi ebbero luogo in seguito. Molto lavoro fu svolto, ma non si giunse all'approvazione finale delle Camere prima della XIV legislatura. Il 16 novembre 2005 si completava infatti l'iter parlamentare di un'ampia riforma votata dalla coalizione di centro destra guidata da Silvio Berlusconi, che fu però bocciata nel referendum del successivo 25 giugno con il 61 per cento di no. Analoga fine fece la riforma fortemente voluta dal Partito Democratico di Matteo Renzi, approvata dal Parlamento il 12 aprile 2016 e bocciata nel referendum del 4 dicembre successivo con il 59 per cento di no. Mali individuati e rimedi proposti finora Oltre al dibattito e alle proposte sulla forma di Stato, cioè la questione del cosiddetto «federalismo», che in questo disegno di legge costituzionale non si intende affrontare nel merito delle competenze legislative di Stato e regioni, nell'ultimo quarto di secolo sono stati individuati alcuni punti problematici nell'attuale forma di Governo, ai quali si è tentato di trovare una soluzione: 1) la debolezza dell'Esecutivo e in particolare del capo del Governo; 2) l'instabilità dei Governi; 3) la lentezza e la pletoricità del Parlamento, in qualche modo certificate dal sempre più ampio ricorso alle leggi delega, alla decretazione d'urgenza e al voto di fiducia; 4) il bicameralismo perfetto come meccanismo lento e superato; 5) il distacco spesso percepito dagli elettori nei confronti sia dei Governi sia dei parlamentari. Sono stati allora proposti dei rimedi, ormai familiari nella cronaca politica con le loro denominazioni convenzionali: 1) premierato: un capo del Governo più forte, portatore di un mandato – sia pure indiretto – degli elettori; 2) governabilità: vari strumenti per vincolare il parlamentare di maggioranza a sostenere il Governo, dallo scioglimento delle Camere in caso di caduta dell'Esecutivo al conferimento del potere di scioglimento al « Premier »; 3) riduzione dei costi della politica; 4) Senato federale: differenziazione dei poteri tra Camera e Senato, con una più o meno forte compressione delle prerogative di quest'ultimo: dalla sottrazione del potere di dare e revocare la fiducia al Governo, alla limitazione delle competenze alle sole materie a legislazione concorrente; dalla riduzione dei poteri di intervento su testi approvati dalla Camera alla sua sostanziale sostituzione con un organismo che del Senato conserva il nome ma è in realtà un'assemblea consultiva di rappresentanti degli enti territoriali, una via di mezzo tra la Conferenza Stato-regioni e l'Associazione nazionale dei comuni italiani (ANCI); in sostanza, un organismo al quale è dubbio se si debba attribuire rilevanza costituzionale; 5) produttività del Parlamento: abolizione o estrema limitazione della doppia lettura legislativa e introduzione di meccanismi attraverso i quali il Governo può ottenere corsie preferenziali e procedure accelerate per l'approvazione di provvedimenti ai quali attribuisce urgenza. Rimedi idonei? Se i punti deboli dell'attuale ordinamento sono davvero quelli sopra menzionati, i relativi rimedi, lungi dall'essere troppo energici, come da più parti si è lamentato, sono deboli e insufficienti. 1) Se l'investitura popolare del capo dell'Esecutivo è una buona cosa, le proposte fino ad oggi avanzate sono insufficienti perché indeboliscono, condizionano, limitano tale investitura, ad esempio con il meccanismo della sfiducia costruttiva, il cui aspetto più positivo sta nell'aggettivo. In realtà non è altro che quello che accadeva nella forse troppo esecrata Prima Repubblica, con la differenza che si renderebbe meno trasparente il meccanismo, perché ciò che un tempo avveniva nei rituali delle consultazioni conseguenti alla crisi sarebbe confinato nel buio dei complotti che la precedono. Perché non pensare allora a una vera elezione popolare, forte e perentoria, senza giochi di palazzo o infingimenti? Forse per non personalizzare troppo la politica? Ma è dal 1996 che assistiamo a duelli elettorali e post elettorali ultra-personalizzati, salvo poi avere dei capi di Governo eletti che lamentano di non disporre degli strumenti per mantenere quanto promesso oppure, peggio ancora, una serie di presidenti del consiglio mai neppure ipotizzati al momento di chiedere il voto ai cittadini. Perché dovremmo condizionare l'investitura popolare con la necessità di una fiducia parlamentare? Forse per porre dei limiti ai poteri del capo dell'Esecutivo? Ma come si può affidare questa limitazione ai parlamentari di maggioranza che, per altro verso, si vogliono sempre più vincolati al Governo? Forse perché, in casi estremi, saprebbero opporsi a un Premier che tentasse di instaurare un potere autoritario? È in realtà molto più verosimile che, proprio in quel caso, prevarrebbero i vincoli con i quali si ritiene di garantire la governabilità, come, ad esempio, la certezza che mettere in minoranza il Governo vorrebbe dire essere rimandati a casa dallo scioglimento del Parlamento per non parlare del caso in cui fosse introdotto il vincolo di mandato. È assai più facile, invece, che i parlamentari usino il loro potere per colpire un Esecutivo nel momento in cui prende qualche misura utile ma impopolare, togliendogli il tempo necessario a ottenere gli effetti positivi ricercati. 2) Se si vuole garantire la stabilità dei Governi e si ritiene che il Parlamento sia un ostacolo ad essa (questo è il ragionamento che sta più o meno esplicitamente dietro a molte proposte), perché continuare a vincolare l'Esecutivo al consenso del Parlamento (come detto al punto 1)? Si potrebbe dire, per paradosso, che se il Parlamento è solo un ostacolo all'azione del Governo, tanto varrebbe abolirlo, come certa propaganda anti-parlamentare in fondo vuole, così come lo voleva novant'anni fa. Del resto, da tempo esso è di fatto privato di gran parte del suo potere. 3) Se la riduzione del numero dei parlamentari è volta a velocizzare i lavori, responsabilizzare e rendere maggiormente individuabili i comportamenti dei singoli deputati (e senatori nel caso in cui non vengano del tutto privati di potere), allora si tratta certamente di un fatto positivo. Se invece è questione di risparmio, va detto che una riduzione avrebbe effetti tra lo scarso e il nullo. La riduzione di cento senatori consentirebbe una riduzione di spesa di 2,5 centesimi di euro al mese per cittadino.