[pronunce]

che, a parere del Tribunale, nell'ipotesi in cui una persona intenda contrarre matrimonio con altra persona dello stesso sesso, non sembra possa verificarsi alcun pericolo di lesione ad interessi pubblici o privati di rilevanza costituzionale, quali potrebbero essere la sicurezza o la salute pubblica, in quanto il diritto dei figli di crescere in un ambiente familiare idoneo, che può venire in rilievo, potrebbe avere incidenza solo in riferimento al riconoscimento del diritto delle coppie omosessuali coniugate di avere figli adottivi, che è un diritto distinto, e non necessariamente connesso, rispetto a quello di contrarre matrimonio; che, in riferimento al parametro di cui all'art. 3 Cost., che vieta ogni discriminazione irragionevole, conferendo a tutti i cittadini «pari dignità sociale, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali», impegnando lo Stato a «rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana», il diritto di contrarre matrimonio rappresenta un momento essenziale di espressione della dignità umana, sicché deve essere garantito a tutti, senza discriminazioni derivanti dal sesso o dalle condizioni personali (quali l'orientamento sessuale), con conseguente obbligo dello Stato d'intervenire in caso di impedimenti all'esercizio; che, pertanto, la norma che esclude o comunque non consente alle persone omosessuali di contrarre matrimonio con persone dello stesso sesso, così seguendo il proprio orientamento sessuale, non ha alcuna giustificazione razionale, soprattutto se raffrontata con l'analoga situazione delle persone transessuali, le quali possono contrarre matrimonio con persone del proprio stato di nascita, una volta ottenuta la rettificazione di attribuzione di sesso in applicazione della legge 14 aprile 1982, n. 164 (Norme in materia di rettificazione di attribuzione di sesso), la cui legittimità costituzionale è stata riconosciuta dalla Corte costituzionale con sentenza n. 161 del 1985, non tanto sulla base del fatto che i soggetti abbiano compiuto e portato a termine un trattamento medico chirurgico e che vi sia stata l'attribuzione del sesso opposto con provvedimento del Tribunale, ma sull'assunto che la citata sentenza ha definito l'orientamento del transessuale come «naturale modo di essere» ; che la legge n. 164 del 1982 si colloca, dunque, nell'alveo di una civiltà giuridica in evoluzione, sempre più attenta ai valori di libertà e dignità della persona umana, valorizzando l'orientamento psicosessuale della persona; che, di conseguenza, non appare giustificata la discriminazione tra coloro che hanno un naturale orientamento psichico che li spinge ad una unione omosessuale, e non vogliono effettuare alcun intervento chirurgico di adattamento, né ottenere la rettificazione anagrafica per conseguire un'attribuzione di sesso contraria al sesso biologico, ai quali è precluso il matrimonio, e i transessuali, che sono ammessi al matrimonio pur appartenendo allo stesso sesso biologico ed essendo incapaci di procreare; che, quindi, «la parità di diritti per i cittadini omosessuali potrà dirsi realizzata soltanto se sarà loro consentito di scegliere di regolare la propria vita e i propri rapporti giuridici e patrimoniali optando fra le stesse alternative che sono a disposizione dei cittadini transessuali ed eterosessuali»; che, a parere del Tribunale, il terzo parametro di riferimento è proprio il disposto dell'art. 29, primo comma, Cost., ove si ritenga che la norma, per la dizione utilizzata, non tuteli il solo nucleo legittimo di carattere tradizionale, ossia l'unione di un uomo ed una donna suggellata dal vincolo giuridico del matrimonio; che, infatti, i Costituenti non posero l'esigenza della diversità di sesso, perché a quel tempo era naturale che il matrimonio fosse possibile soltanto tra persone di sesso diverso; che, ad avviso del rimettente, oggi si deve interpretare tale disposizione costituzionale, in sé neutra, scritta in anni lontani, in un contesto sociale di riferimento molto diverso dall'attuale, tenendo conto delle rilevanti trasformazioni sociali intervenute; che il problema ermeneutico riguarda il termine «naturale», unico limite posto dalla norma al riconoscimento costituzionale della famiglia come società fondata sul matrimonio, che non può essere interpretato alla luce di una particolare concezione ideologica, religiosa o altro, né alla luce del suo significato storico, ma va inteso come riferimento al matrimonio quale dato pregiuridico, ossia come riconoscimento da parte del diritto positivo della preesistenza ed autonomia della famiglia, in quanto comunità originaria (come emerge dalla lettura dei lavori dell'assemblea costituente); che la società contemporanea conosce diversi modelli di convivenza, come quella eterosessuale o quella omosessuale, ed è necessario, quindi, individuare un criterio oggettivo, presente all'interno della Costituzione, per selezionare il modello o i modelli rilevanti ed eventualmente censurare quello che, benché naturale, possa essere avvertito come negativo, avendo sempre come valore principale fondante il rispetto della dignità della persona, in sé e nei rapporti con gli altri, con i quali essa convive e si confronta; che, a parere del rimettente, non è conforme alla dignità della persona privare qualcuno della possibilità di fondare una famiglia in ragione di un criterio come quello dell'orientamento sessuale, di un criterio, cioè, che, come quello della razza, della nazionalità, dell'origine etnica, non fa parte delle scelte individuali, ma è dato inerente, connaturato, congenito; che, del resto, la tutela della tradizione non rientra nelle finalità dell'art. 29 Cost. e la famiglia ed il matrimonio sono istituti aperti alle trasformazioni che si verificano nella storia, come dimostrato dall'evoluzione che ha interessato la loro disciplina dal 1948 ad oggi; che, infatti, dal modello di famiglia previsto dal codice civile del 1942, basato su un matrimonio indissolubile e su una struttura gerarchica a subordinazione femminile (caratteristiche che si traducevano, nell'ambito penalistico, nella repressione del solo adulterio femminile, nella responsabilità penale del marito per abuso dei mezzi di correzione nei confronti della moglie, nella previsione del delitto d'onore, nell'estinzione del reato di violenza carnale a mezzo del matrimonio riparatore), si è giunti, anche mediante gli interventi della Corte costituzionale a tutela dell'eguaglianza morale e giuridica dei coniugi (fra cui la storica sentenza n. 126 del 1968), alla riforma del diritto di famiglia, attuata con la legge 19 maggio 1975, n. 151 (Riforma del diritto di famiglia), in linea con i principi di eguaglianza morale e giuridica dei coniugi;