[pronunce]

3.- È intervenuto in giudizio anche il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura dello Stato, il quale ha chiesto, innanzitutto che la questione sia dichiarata manifestamente inammissibile. L'intervento richiesto dal rimettente alla Corte sarebbe, infatti, di tipo manipolativo in quanto ipotizza una pronuncia che innovi il regime temporale degli effetti del provvedimento che dispone la liquidazione e ne determini la produzione o dalla pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale ovvero dalla iscrizione nel registro delle imprese. Tuttavia, presupposto delle pronunce additive è che la lacuna censurata non si presti ad una pluralità di soluzioni la cui scelta è riservata al legislatore. Nel caso in esame, l'art. 197 del r.d. n. 267 del 1942 stabilisce che il provvedimento debba essere pubblicato nella Gazzetta Ufficiale e, nel medesimo termine, iscritto nel registro delle imprese. È discusso tanto in dottrina che in giurisprudenza se la pubblicità di tale atto sia costituita unicamente dalla pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale, di tal che l'iscrizione nel registro delle imprese sarebbe un atto meramente esecutivo, ovvero se entrambi gli adempimenti concorrano a realizzare la conoscenza dell'atto. In tale contesto normativo spetterebbe alla discrezionalità del legislatore operare la scelta tra le possibili opzioni, e pertanto la pronuncia richiesta sarebbe inammissibile. Nel merito, la questione sarebbe infondata. Diverso sarebbe infatti il complessivo regime di pubblicità dei provvedimenti di apertura del fallimento da un lato, e di liquidazione coatta amministrativa dall'altro. Riguardo al primo, l'art. 16 della legge fallimentare, come modificato nel 2006, prevede l'annotazione della sentenza nel registro delle imprese entro il giorno successivo al deposito della stessa in cancelleria. Nella liquidazione coatta, invece, l'art. 197 della legge fallimentare stabilisce che il provvedimento che ordina la liquidazione, entro 10 giorni dalla sua adozione, deve essere integralmente pubblicato nella Gazzetta Ufficiale e comunicato per l'iscrizione all'ufficio del registro delle imprese. Il diverso regime di pubblicità non renderebbe comparabili le situazioni poste a confronto dal rimettente. In particolare, con riguardo alla posizione dei terzi creditori dell'impresa in liquidazione coatta, nel caso in cui si facessero decorrere gli effetti del decreto dall'iscrizione nel registro delle imprese, essi sarebbero esposti al rischio di vedere riconosciuta l'efficacia di atti pregiudizievoli compiuti nel lasso temporale tra l'adozione del provvedimento di liquidazione e la sua pubblicazione. Tale lasso di tempo, a differenza di quanto avviene nel fallimento, non necessariamente è limitato ad un giorno. In ogni caso, sostiene l'Avvocatura, le modifiche introdotte all'art. 16 della legge fallimentare non consentirebbero di per sé di superare le argomentazioni poste a fondamento della sentenza di questa Corte n. 337 del 1998, in particolare con riguardo all'ipotesi in cui il decreto di liquidazione sia emesso dopo la sentenza dichiarativa dello stato di insolvenza. In questo caso, infatti, i terzi potrebbero aver conoscenza, già prima del decreto, di tale sentenza. La disposizione censurata non sarebbe, dunque, incongrua dal momento che - come già chiarito dalla Corte nella sentenza n. 337 del 1998 - è consentito al terzo di accedere agli atti dell'amministrazione come previsto dalla legge n. 241 del 1990. 4.- In prossimità dell'udienza, la CRSM ha depositato una memoria nella quale ha contestato le eccezioni sollevate dall'Avvocatura dello Stato. In particolare, la Cassa di risparmio nega che il Tribunale abbia richiesto a questa Corte un intervento di tipo manipolativo. Il rimettente, infatti, avrebbe fatto riferimento alle forme di pubblicità previste dall'art. 197 della legge fallimentare per individuare il momento di decorrenza degli effetti del decreto di liquidazione nei confronti dei terzi di buona fede. Nel merito, il diverso trattamento riservato a costoro dalla censurata disciplina non troverebbe «alcun concreto fondamento normativo».1.- Il Tribunale ordinario di Pisa ha sollevato, in riferimento all'art. 3 della Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell'art. 200, comma 1, del regio decreto 16 marzo 1942, n. 267 (Disciplina del fallimento, del concordato preventivo, dell'amministrazione controllata e della liquidazione coatta amministrativa), in combinato disposto con gli artt. 42 e 44 dello stesso decreto, nella parte in cui prevede che, per i terzi in buona fede, gli effetti della liquidazione coatta amministrativa si producano dalla data del provvedimento che ordina la liquidazione, anziché dalla data di pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale o di iscrizione nel registro delle imprese del medesimo provvedimento. Sostiene il rimettente che, mentre nel caso di fallimento i terzi sono tutelati adeguatamente dal regime di pubblicità della sentenza di fallimento, nella liquidazione coatta la tutela sarebbe meno intensa, coincidendo «la conoscenza legale della procedura con la mera emissione del decreto». La parte privata, Cassa di risparmio di S. Miniato è intervenuta in giudizio chiedendo l'accoglimento della questione di costituzionalità. Il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura dello Stato, intervenuto in giudizio, ha chiesto che la questione prospettata sia dichiarata inammissibile ovvero infondata. 2.- L'art. 200 della legge fallimentare disciplina gli effetti del provvedimento che dispone la procedura concorsuale di liquidazione coatta amministrativa richiamando talune delle disposizioni dettate per il fallimento, ed in particolare l'art. 42, in forza del quale la sentenza di fallimento determina il cosiddetto spossessamento del fallito che resta privo della amministrazione e della disponibilità dei suoi beni esistenti alla data di dichiarazione di fallimento. È richiamato inoltre l'art. 44 il quale prevede che «Tutti gli atti compiuti dal fallito e i pagamenti da lui eseguiti dopo la dichiarazione di fallimento sono inefficaci rispetto ai creditori» e che «Sono egualmente inefficaci i pagamenti ricevuti dal fallito dopo la sentenza dichiarativa di fallimento». Tali effetti, nell'ambito della procedura di liquidazione coatta, si producono, in forza della previsione contenuta nell'art. 200 della legge fallimentare, «Dalla data del provvedimento che ordina la liquidazione». Dallo stesso momento, inoltre, «se l'impresa è una società o una persona giuridica cessano le funzioni delle assemblee e degli organi di amministrazione e di controllo, salvo per il caso previsto dall'art. 214». Il Tribunale di Pisa lamenta che l'art. 200 della legge fallimentare, facendo decorrere gli effetti di cui agli artt. 42 e 44 della medesima legge dalla data del provvedimento di liquidazione, non assicurerebbe una adeguata tutela dei terzi di buona fede, in quanto farebbe coincidere la conoscenza legale della procedura con la «mera emissione del decreto» di liquidazione, e dunque con un momento addirittura anteriore a quello della sua stessa conoscibilità.