[pronunce]

Gramazio, oggetto del giudizio pendente innanzi al Tribunale di Roma, sarebbero espressione di attività parlamentare anche perché il problema cui esse si riferivano era già stato sottoposto all'esame della Camera nel corso della XIII legislatura, costituendo oggetto di numerosi atti formalmente parlamentari. Invero, il contenuto, il tema specifico di quelle dichiarazioni era costituito da una critica generale (ancorché arricchita di esemplificazioni) nei confronti della gestione RAI, nel suo complesso caratterizzata, secondo l'on. Gramazio, da pratiche diffuse di favoritismo e difetto di trasparenza. La difesa della Camera segnala al riguardo, fra le tante: l'interrogazione n. 4/02198 del 18 luglio 1996; l'interrogazione n. 4/03709 del 1° ottobre 1996; l'interrogazione n. 4/24236 del 27 maggio 1999; l'interrogazione n. 4/33120 del 14 dicembre 2000. Tra l'oggetto delle dichiarazioni “incriminate” e quello delle suddette interrogazioni vi sarebbe non soltanto identità tematica, ma propriamente corrispondenza sostanziale di contenuto. Né detta corrispondenza potrebbe, ad avviso della Camera, revocarsi in dubbio per il fatto che nelle richiamate interrogazioni non sono espressi riferimenti alla condotta del dott. Celli; e ciò sia perché quelle interrogazioni investirebbero in generale un modo di essere complessivo della gestione della RAI; sia perché questa Corte avrebbe mostrato di ritenere non necessario lo specifico riferimento soggettivo negli atti parlamentari formali. Infine, la difesa della Camera osserva che il collegamento delle dichiarazioni esterne con l'attività di parlamentare sarebbe nel caso in questione in re ipsa, atteso che - come già evidenziato nella relazione della Giunta per le autorizzazioni a procedere - il controllo sulla RAI e sulla sua corretta gestione costituirebbe “uno dei più importanti compiti propri del Parlamento e, all'interno di esso, di ciascun parlamentare”, tant'è vero che nell'ambito delle due Camere è stato istituito un apposito organo di vigilanza bicamerale che ha per oggetto la gestione del servizio pubblico radio-televisivo. Il ricorso per conflitto di attribuzione sollevato dal Tribunale di Roma, tredicesima sezione civile, nei confronti della Camera dei deputati, è improcedibile. Secondo la costante giurisprudenza di questa Corte, il deposito del ricorso nel termine, perentorio, di venti giorni dalla notificazione di tale atto e dell'ordinanza che ammette il conflitto (art. 26, terzo comma, delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale) costituisce un adempimento necessario affinché si possa aprire la seconda fase del conflitto relativa alla decisione sul merito (tra le altre, da ultimo, sentenze n. 253 e n. 293 del 2001, n. 172 del 2002). Nella specie, il ricorso è stato depositato nella cancelleria della Corte, con la prova della notificazione eseguita a norma dell'art. 37, quarto comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87, il 18 aprile 2002, oltre il termine di venti giorni dalla notificazione, avvenuta il 21 marzo 2002. Pertanto non può procedersi allo svolgimento dell'ulteriore fase del giudizio.. per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE dichiara improcedibile il giudizio sul conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato proposto dal Tribunale di Roma, tredicesima sezione civile, nei confronti della Camera dei deputati con il ricorso indicato in epigrafe. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 26 marzo 2003. F.to: Riccardo CHIEPPA, Presidente Valerio ONIDA, Redattore Giuseppe DI PAOLA, Cancelliere Depositata in Cancelleria l'1 aprile 2003. Il Direttore della Cancelleria F.to: DI PAOLA