[pronunce]

che, con particolare riguardo all'assetto sanzionatorio, la lettera c) del citato art. 3 – ripetendo una formula ricorrente nelle «leggi comunitarie» - stabiliva che il legislatore delegato potesse introdurre sanzioni amministrative e penali per le infrazioni alle disposizioni dei decreti legislativi, ove necessario al fine di assicurarne l'osservanza: entro il limite – quanto alle sanzioni penali – dell'ammenda fino a lire duecento milioni e dell'arresto fino a tre anni, e sempre che le infrazioni ledessero o esponessero a pericolo «interessi generali dell'ordinamento interno del tipo di quelli tutelati dagli artt. 34 e 35 della legge 24 novembre 1981, n. 689»; che la medesima disposizione soggiungeva, tuttavia, che, «in ogni caso, in deroga ai limiti sopra indicati, per le infrazioni alle disposizioni dei decreti legislativi saranno previste sanzioni penali o amministrative identiche a quelle eventualmente già comminate dalle leggi vigenti per le violazioni che siano omogenee e di pari offensività rispetto alle infrazioni medesime»; che – come emerge chiaramente dalla relazione integrativa allo schema del d.lgs. n. 153 del 1997 – è proprio sulla base del criterio generale di delega da ultimo indicato, e non già di quelli specifici di cui all'art. 15 della medesima legge, che il legislatore delegato ha inteso emanare la norma incriminatrice di cui si discute: e ciò sul rilievo che la fattispecie di abusivismo contemplata da tale norma risulterebbe omogenea e di pari offensività rispetto al delitto di abusiva attività finanziaria, previsto dall'art. 132 del d.lgs. 1° settembre 1993, n. 385, nonché al delitto di abusivo esercizio dell'attività di mediazione creditizia, previsto dall'art. 16, comma 7, della legge 7 marzo 1996, n. 108 (Disposizioni in materia di usura); delitti al cui trattamento sanzionatorio è stato quindi allineato quello della figura di reato di cui si discute; che – conformemente a quanto eccepito dall'Avvocatura dello Stato – i ricorrenti hanno individuato, dunque, in modo errato la norma di delega alla cui stregua va apprezzata la sussistenza del dedotto vizio di eccesso di delega, svolgendo, di conseguenza, argomentazioni inconferenti ai fini di tale valutazione: il che rende le questioni sollevate manifestamente inammissibili (sentenza n. 382 del 2004; ordinanza n. 72 del 2003); che, per altro verso – secondo la costante giurisprudenza di questa Corte – nel giudizio di legittimità costituzionale in via incidentale, non possono essere presi in considerazione, oltre i limiti del thema decidendum fissato dall'ordinanza di rimessione, ulteriori questioni o profili di costituzionalità dedotti dalle parti, tanto ove siano stati già eccepiti, ma non fatti propri dal giudice a quo; quanto ove risultino comunque diretti ad ampliare o modificare successivamente il contenuto della predetta ordinanza (ex plurimis, sentenze n. 134 del 2003, n. 49 e n. 330 del 1999; ordinanze n. 44 e n. 219 del 2001); che non può essere presa dunque in esame, nella specie, la censura prospettata da tutte le parti private costituite, secondo la quale il legislatore avrebbe ecceduto dalla delega anche nell'individuare la fattispecie sanzionata penalmente: trattandosi di deduzione rispetto alla quale opera, in questa sede, la preclusione derivante dalla valutazione di manifesta infondatezza formulata dai giudici a quibus; che altrettanto deve dirsi anche per l'ulteriore censura, svolta dalla parte privata G. F., stando alla quale la norma impugnata non sarebbe rispettosa neppure del criterio direttivo di cui all'art. 3, comma 1, lettera c), della legge n. 52 del 1996, in quanto l'infrazione punita dall'art. 5, comma 3, del d.lgs. n. 153 del 1997 non potrebbe ritenersi omogenea e di pari offensività rispetto a violazioni previste da «leggi vigenti», e segnatamente rispetto a quella contemplata dall'art. 132 del d.lgs. n. 385 del 1993: trattandosi di censura del tutto distinta rispetto a quelle svolte nelle ordinanze di rimessione. Visti gli artt. 26, secondo comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87, e 9, comma 2, delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale.. . per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE riuniti i giudizi, dichiara la manifesta inammissibilità delle questioni di legittimità costituzionale dell'art. 5, comma 3, del d.lgs. 26 maggio 1997, n. 153 (Integrazione dell'attuazione della direttiva 91/308/CEE in materia di riciclaggio dei capitali di provenienza illecita), sollevate, in riferimento agli artt. 76 e 77 della Costituzione, dal Tribunale di Cagliari, dal Tribunale di Novara e dal Tribunale di Mondovì con le ordinanze indicate in epigrafe. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 21 maggio 2008. F.to: Franco BILE, Presidente Giovanni Maria FLICK, Redattore Giuseppe DI PAOLA, Cancelliere Depositata in Cancelleria il 6 giugno 2008. Il Direttore della Cancelleria F.to: DI PAOLA