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La proposta di legge popolare di Sinistra Critica sul salario si colloca nella migliore tradizione del movimento operaio che, partendo da un'esigenza immediata -- e in questo caso particolarmente sentita dai lavoratori e dalle lavoratrici --, avanza una vera e propria riforma di struttura anticapitalistica, che va oltre la difesa del potere d'acquisto. Si tratta infatti di misure efficaci per aggredire, come vedremo, il nodo dei profitti e delle rendite (chi deve pagare), di dare un colpo al lavoro precario e sottopagato (attraverso soprattutto il salario sociale), di bloccare la tendenza all'aumento dell'orario di lavoro e di delineare un'alternativa economica e di società. In sintesi la legge propone: -- un salario minimo intercategoriale (SMIC) di 1.300 euro netti al mese; -- un salario sociale di 1.000 euro al mese (e la stessa cifra si propone per i minimi previdenziali da lavoro), corrisposto in parte in forma monetaria e in parte in beni e servizi, per tutti i periodi di non lavoro; -- il recupero del fiscal drag, vero furto dalle buste paga; -- una forma di scala mobile basata sul recupero integrale del differenziale tra inflazione programmata e inflazione reale. Il tutto è finanziato con denaro fresco dalle imprese, dalla cancellazione della riduzione del cuneo fiscale e dalla tassazione delle rendite finanziarie. Sinistra Critica non ha voluto di proposito costruire ex novo degli obiettivi, ma ha voluto riprendere direttamente i contenuti delle battaglie dei movimenti di questi anni e anche proposte istituzionali della sinistra, abbandonate con la partecipazione al «governo Prodi» con l'illusione di «governare il capitalismo». 1. Il salario minimo intercategoriale (SMIC) in Italia non esiste. Per decenni, in forza di una contrattazione sindacale decente e all'esistenza della Scala mobile, i «minimi» per legge non erano necessari. Ma come anche in altri paesi europei, se non c'è la scala mobile ci devono essere dei minimi salariali se non si vuole lasciare totale mano libera alle imprese. Da quando non c'è più la Scala mobile (i citati accordi del luglio 1992, a cui sono seguiti quelli del luglio 1993), i salari di molti lavoratori sono finiti persino al di sotto della soglia di povertà: oggi ufficialmente questi sono il 20 per cento! Un meccanismo automatico di indicizzazione dei salari con scatto trimestrale, che pure abbiamo riproposto nella legge popolare, è già in campo. Avanziamo qui una forma di recupero annuale per spezzare il meccanismo truffaldino della cosiddetta «inflazione programmata», con cui il governo stabilisce il tetto entro cui devono essere contenuti i rinnovi contrattuali (impedendo così da 16 anni qualsiasi «aumento reale» dei salari). Il salario minimo più noto in Europa, lo SMIC francese, indipendentemente dalle vicende che l'hanno trasformato anche nel nome, può costituire un utile riferimento, anche dal punto di vista della sua entità. Il lordo già esistente in Francia (di cui i sindacati chiedono da tempo la rivalutazione) è quello che noi chiediamo al netto: circa 1.300 euro al mese per un tempo pieno. In base alle 173 ore medie teoriche di una mensilità operaia, ciò significa 7,5 euro netti all'ora per il 2008, da moltiplicare per le ore del proprio contratto. Annualmente l'importo viene rivalutato in base all'indice Istat (tralasciamo qui «difetti» del paniere e del meccanismo di rilevazione). Poiché i contratti di categoria prevedono un'articolazione in livelli, lo SMIC sostituisce il livello più basso (salvo condizioni dì miglior favore) e tutti i livelli superiori vengono automaticamente riparametrati in base al nuovo minimo. Ad esempio se i livelli superiori sono in un rapporto 100:110 e 100:150, la paga oraria diventa il 10 per cento in più nel primo caso (cioè 8,25 euro netti all'ora) e il 50 per cento in più nel secondo caso (ossia 11,25). E così via. Ovviamente fino al contratto collettivo successivo. Nessun rapporto di lavoro può essere stipulato sotto lo SMIC. Si tratta di denaro «fresco» in busta paga; ossia non c'è bisogno di «copertura» di bilancio se non per il settore pubblico, perché l'aumento salariale è pagato direttamente dalle imprese anzichè dalla fiscalità come con l'avvenuta defiscalizzazione dello straordinario (2008 - Governo Berlusconi) o sua decontribuzione (2007 - Governo Prodi). 2. Il salario sociale. Sull'onda delle lotte della Rete delle marce europee contro la disoccupazione e la precarietà degli anni Novanta è entrato a far parte delle piattaforme dei sindacati di base e non concertativi. Dal milione di lire della proposta di legge di 8 anni fa siamo passati alla proposta dei 1.000 euro di oggi, sempre tenendo conto della soglia di povertà (ossia il 60 per cento di un'ipotetica «media» salariale), mantenendo un rapporto 70-30 per la parte di erogazione monetaria da parte del Ministero del lavoro, della salute e delle politiche sociali e per quella in beni e servizi gratuiti da parte della regione di appartenenza anche per riaffermare per questa via la validità dei servizi pubblici gratuiti e non la loro monetizzazione. I bonus opzionali sono questo: per un ammontare di 300 euro mensili si può scegliere di abbattere il costo dei trasporti pubblici, il canone d'affitto o le spese per luce e gas, per gli studi, e così via. Non è «la luna»: si tratta di meccanismi già previsti nell'assistenza sociale o per le detrazioni e in più si parametra alle esigenze effettive. Abbiamo lasciato il criterio dei 12 mesi di iscrizione al collocamento e i 18 mesi di residenza in Italia, così come i tre anni di erogazione del salario sociale al termine dei quali è obbligatoria l'assunzione pubblica per almeno due anni nei servizi sociali. Questo meccanismo, tra l'altro, lega strettamente il diritto al salario al diritto al lavoro che è costituzionalmente dovuto. Confermata anche la non tassazione e il concorso alla maturazione dei contributi ai fini previdenziali. Il salario sociale è un reddito garantito a chi non ha lavoro ma anche a chi non è disposto ad accettare qualsiasi lavoro precario, in nero, nocivo, non contrattualmente definito: ossia si punta a «un lavoro vero a salario intero» come abbiamo sempre detto. Un deterrente formidabile contro la precarietà. Esiste come principio in quasi tutti i paesi europei, che cercano oggi di abbatterlo dove ha valori consistenti, cercando di introdurre il workfare al posto del welfare, come deciso dall'Unione europea a Lisbona nel 2000. Ma ancora, ovunque in Europa, ci sono condizioni migliori che in Italia. 3. L'aumento dei minimi previdenziali per le pensioni da lavoro a 1.000 euro, unificando così tendenzialmente i periodi di «non lavoro» all'incirca attorno all'80 per cento dei minimi salariali, consente di tenersi appunto al di sopra della soglia di povertà. Ma soprattutto spinge in alto tutte le erogazioni previdenziali da lavoro e costituisce un punto di riferimento possibile anche per quelle assistenziali (che, lo ricordiamo, devono dipendere dalla fiscalità generale e non dagli enti previdenziali). La sola separazione tra assistenza e previdenza assorbirebbe questi aumenti e in ogni caso le coperture proposte all'articolo 3 completano il fabbisogno.