[pronunce]

che viceversa la ricorrente chiede che venga considerato, per i propri componenti, impedimento assoluto a comparire all'udienza del processo penale l'esercizio della funzione parlamentare e "in particolare" l'esercizio del diritto di voto in Assemblea o anche in Commissione legislativa; che le decisioni dei giudici di merito di primo grado e di appello per le quali è promosso conflitto, se pure non prendono posizione circa la questione di principio, attinente al rilievo processuale della posizione dell'imputato che sia impegnato in attività parlamentare, comunque hanno per effetto comune quello di negare la natura di impedimento assoluto alla partecipazione del deputato a votazioni in Assemblea, ovvero di subordinarne il riconoscimento ad apprezzamenti del giudice, secondo considerazioni del singolo caso concreto; che la pronuncia della Corte di cassazione invece enuclea esplicitamente il principio secondo il quale spetta al giudice operare di volta in volta, in base appunto alla concreta situazione processuale, il contemperamento tra le esigenze della funzione giurisdizionale e di quella parlamentare, così da far dipendere il riconoscimento o il disconoscimento dell'impedimento funzionale da considerazioni del singolo caso, che potrebbero di volta in volta mutare - ad esempio, ammettendo l'impedimento per attività parlamentari diverse dal voto e viceversa negandolo per l'esercizio del voto -, con una considerazione indistinta di equiordinazione, in linea di principio, di tutte le attività nelle quali si realizza la funzione parlamentare; che secondo la Camera la pretesa della giurisdizione, di considerare tra loro fungibili le attività di un parlamentare e di rimettere al giudice l'apprezzamento di una di esse come impedimento assoluto, finisce per compromettere l'autonomia e la stessa funzionalità della Camera di appartenenza del parlamentare, menomando il libero esercizio del mandato rappresentativo, in violazione degli artt. 64, 68 e 72 della Costituzione, disconoscendo la peculiarità delle votazioni in Assemblea, poiché il voto è una attività personalissima, non delegabile, sulla quale il singolo deputato non può influire quanto al momento del suo svolgimento, cosicché tra esso e le altre pur rilevanti attività parlamentari (discussioni, interventi programmati, atti del sindacato ispettivo) sussiste una differenza qualitativa, potendo le altre attività tipiche essere modulate nei loro tempi anche in via di prassi, mentre lo stesso non vale per l'attività di votazione, che è indisponibile dal singolo deputato e i cui tempi non sono rinviabili; ciò che dimostra come il voto sia atto che attiene immediatamente alla funzione costituzionalmente assegnata alle Camere, la cui limitazione dunque, sempre secondo la ricorrente, rappresenta una incisione nel pieno e libero espletamento di quella stessa funzione, garantita nel suo svolgimento, autonomo e senza condizionamenti esterni, dai menzionati artt. 64, 68 e 72 della Costituzione; che, svolgendo un ulteriore profilo, la Camera rileva che gli atti che hanno originato il conflitto compromettono la stessa funzionalità della Camera, mettendo a rischio la formazione del quorum richiesto di volta in volta per la deliberazione parlamentare, in violazione delle norme della Costituzione e delle altre leggi costituzionali (artt. 64, primo e terzo comma; 73, secondo comma; 79, primo comma; 83, terzo comma; 90, secondo comma; 138, primo e terzo comma, della Costituzione; art. 12 della legge costituzionale 11 marzo 1953, n. 1; art. 3 della legge costituzionale 22 novembre 1967, n. 2; artt. 9, comma 3, e 10, comma 3, della legge costituzionale 16 gennaio 1989, n. 1) che richiedono per talune delibere o votazioni particolari maggioranze, assolute o qualificate, come in tema di approvazione dei regolamenti, di dichiarazione di urgenza di una legge, di approvazione di amnistia e indulto, di elezione del Presidente della Repubblica, di elezione dei giudici costituzionali, di messa in stato d'accusa del Presidente della Repubblica, di autorizzazione a procedere per i reati dei ministri, di approvazione di leggi costituzionali; che la Camera ricorrente lamenta inoltre la coartazione della libertà del mandato parlamentare, in violazione degli artt. 67 e 68 della Costituzione, dato che le prerogative dei parlamentari sono stabilite non nell'interesse individuale dei singoli ma in funzione dell'integrità della posizione costituzionale della istituzione di appartenenza, cosicché, ogni volta che sia leso il libero esercizio del mandato garantito dalle citate disposizioni costituzionali, si ha una corrispondente violazione dell'autonomia delle Camere di appartenenza: nel caso specifico, le determinazioni giurisdizionali avrebbero inciso sulla libertà di mandato del parlamentare, costretto alla scelta tra due differenti diritti, quello di partecipare alle votazioni e quello di essere presente nel processo che lo riguarda; che la Camera rileva altresì la mancanza, nelle pronunce giurisdizionali che danno luogo al conflitto, di un adeguato bilanciamento tra le esigenze della giurisdizione e quelle della funzionalità, dell'autonomia e dell'indipendenza del Parlamento, in quanto le decisioni, negando (direttamente, quelle dei giudici di merito; indirettamente, con l'affermazione di principio, quella della Corte di cassazione) il carattere di impedimento assoluto dell'attività di votazione, hanno sacrificato integralmente le seconde alle prime, non potendosi ravvisare alcun corretto bilanciamento nell'imposizione al deputato della scelta tra le due sedi, secondo un criterio inidoneo a raggiungere un ragionevole contemperamento tra i due ordini di interessi, i quali d'altra parte non si pongono neppure sul medesimo piano, dato che uno è un diritto soggettivo pieno e individuale, il diritto alla difesa, l'altro è un diritto-dovere di carattere funzionale eccedente la dimensione del singolo; che pertanto, anche a riconoscere il fondamento costituzionale dell'esigenza di efficienza e celerità del processo - prosegue la Camera - non potrebbe per ciò solo giustificarsi il sacrificio della autonomia e indipendenza e perfino della stessa funzionalità del Parlamento, attribuendo, come è invece avvenuto, alle forme di esercizio del mandato parlamentare un significato "dilatorio", e anche questo rilievo varrebbe a far considerare del tutto inadeguato il criterio di giudizio adottato dai giudici, poiché il calendario dei lavori parlamentari, e l'ordine del giorno che ne è espressione, costituiscono determinazioni che il parlamentare è tenuto a rispettare e non è abilitato a modificare, traducendosi in esse il contemperamento delle esigenze dei diversi soggetti costituzionali interessati all'organizzazione dei lavori delle Camere, a garanzia di ciascuno di essi e di tutti, maggioranza, opposizione, governo; è dunque impropria, afferma la ricorrente, la pretesa di subordinare queste attività all'esercizio della giurisdizione penale, valendo semmai (art. 68 della Costituzione) l'esigenza opposta;