[pronunce]

Tanto più, aggiunge il rimettente, che attualmente vi è la possibilità di stipulare contratti a tempo determinato con un termine di durata così lungo da far venir meno qualsiasi differenziazione con il contratto a tempo indeterminato sotto il profilo finalistico dell'apporto dato dal lavoro del singolo all'organizzazione in cui viene inserito, come nel caso di specie, dove il contratto ha una durata quinquennale, tale da escludere la rispondenza ad una specifica e transitoria esigenza della pubblica amministrazione. Per quanto attiene poi alla non manifesta infondatezza della questione riferita all'art. 51, terzo comma, Cost., il rimettente rileva che il disposto costituzionale attribuisce a chi è chiamato a funzioni pubbliche elettive il diritto alla conservazione del posto di lavoro. Secondo la consolidata giurisprudenza costituzionale, il terzo comma dell'art. 51 Cost. va interpretato nel senso che in esso è prevista una garanzia strumentale all'attuazione del precetto contenuto nel primo comma, consistente nell'affermazione del diritto di chi è chiamato ad esercitare funzioni pubbliche elettive di disporre del tempo necessario per l'adempimento dei compiti inerenti al mandato e del diritto di mantenere il posto di lavoro. Ne consegue, secondo il rimettente, che costituisce violazione dell'art. 51 Cost. escludere, per i contratti a tempo determinato, l'aspettativa non retribuita nell'ipotesi di cariche elettive. Il diritto alla conservazione del posto di lavoro, infatti, implica che il lavoratore - senza alcuna distinzione tra lavoratore a tempo determinato ovvero a tempo indeterminato - non debba perdere il posto di lavoro come alternativa all'esercizio della pubblica funzione, con conseguente limitazione al diritto all'elettorato passivo. 2.- In data 3 aprile 2012 si è costituita la Regione siciliana, concludendo nel senso dell'inammissibilità o dell'infondatezza delle questioni sollevate dal Tribunale ordinario di Palermo. In primo luogo, la Regione eccepisce l'inammissibilità della questione perché la norma sospettata di incostituzionalità è stata individuata in maniera perplessa ed inconferente sia nel corpo dell'ordinanza sia nella parte dispositiva della stessa. La Regione osserva che il Tribunale remittente solleva questione di legittimità costituzionale del solo art. 9, comma 8 (recte: comma 7), della legge reg. n. 31 del 1986, disposizione che è applicabile alla fattispecie dedotta in giudizio in forza dell'espresso richiamo operato dall'art.10, comma 1, numero 8), della medesima legge. Pertanto, in assenza del predetto richiamo, la norma censurata non sarebbe pertinente in quanto riguardante esclusivamente le cause di ineleggibilità. Sempre in ordine alla rilevanza della questione, la Regione eccepisce, che l'ordinanza non consente di verificare quale ragione abbia indotto il giudice a quo a sollevare la questione se non la generica affermazione della sua rilevanza ai fini del decidere. Infine, secondo la Regione, il giudice a quo, avrebbe dovuto valutare che «le restrizioni del contenuto del diritto di elettorato passivo sono ammissibili solo in presenza di situazioni peculiari ed in ogni caso per motivi adeguati e ragionevoli, finalizzati alla tutela di un interesse generale». Nel caso in esame il remittente avrebbe dovuto considerare che il rapporto di lavoro della ricorrente con il Comune ha la caratteristica della temporaneità ed è sorto successivamente all'assunzione della carica elettiva da parte della stessa, per determinate esigenze del datore di lavoro (ente pubblico), meglio specificate dall'articolo 1 del decreto legislativo 6 settembre 2001, n. 368 (Attuazione della direttiva 1999/70/CE relativa all'accordo quadro sul lavoro a tempo determinato concluso dall'UNICE, dal CEEP e dal CES), e, quindi, avrebbe dovuto tenere conto e motivare in ordine al bilanciamento fra i contrapposti interessi della ricorrente all'esercizio del proprio diritto di elettorato passivo e dell'amministrazione comunale ad utilizzare personale a tempo determinato avvalendosi del su riportato disposto del citato art. 1 del d.lgs. n. 368 del 2001 Il Tribunale avrebbe anche omesso ogni valutazione circa la ragionevolezza della norma in esame, che invece tenderebbe inequivocabilmente a contemperare i contrapposti interessi allo svolgimento del mandato di consigliere circoscrizionale senza che si verifichino situazioni di metus publicae potestatis o di captatio benevolentiae. Secondo la parte resistente, nella materia in esame, non sarebbe possibile neanche una pronuncia additiva perché il bilanciamento tra il diritto di accesso alle cariche elettive (art. 51 Cost.) e il principio di buon andamento dei pubblici uffici (art. 97 Cost.) spetterebbe esclusivamente al legislatore. Pertanto, l'inammissibilità e l'infondatezza della questione deriverebbero, da un lato, dall'incompletezza della ricostruzione normativa posta dal giudice a quo a fondamento della denunciate lesioni sia del principio di eguaglianza sia del diritto di elettorato passivo; dall'altro, dalla richiesta di un intervento manipolativo a contenuto non costituzionalmente obbligato che sembra esorbitare dai poteri della Corte. La Regione conclude rilevando che i contenuti della norma regionale sospettata di incostituzionalità sono identici a quelli dell'analoga disposizione statale recata dall'art. 60, comma 8, del d.lgs. n. 267 del 2000 in combinato disposto con l'art. 63, comma 1, numero 7), del medesimo decreto legislativo, nei confronti dei quali il remittente non prospetta alcuna censura, benché suscettibile di trovare applicazione alla fattispecie nel caso di mancato intervento in materia della legislazione regionale. 3.- In data 16 marzo 2012 si è costituita la parte del giudizio a quo, concludendo nel senso dell'accoglimento della questione sollevata dal Tribunale civile di Palermo. Secondo la difesa della parte privata, l'aspettativa non retribuita non fa venir meno il rapporto di lavoro: sicché si deve ritenere che non sia il rapporto di lavoro, in sé e per sé considerato, a rendere ineleggibile-incompatibile il cittadino, ma solo l'effettivo svolgimento del rapporto di lavoro nell'ambito del territorio in cui il dipendente è chiamato ad operare quale consigliere. Infatti l'art. 60, comma l, numero 7), del d.lgs. n. 267 del 2000, nonché l'art. 9, comma l, numero 7), della legge reg. n. 31 del 1986 attribuiscono rilievo esclusivamente all'esistenza del rapporto di lavoro subordinato e la norma sull'ineleggibilità del dipendente comunale non distingue tra lavoratore a tempo determinato e lavoratore a tempo indeterminato. Tuttavia, solo a quest'ultimo - come detto - è consentito di collocarsi in aspettativa al fine di rimuovere la condizione d'ineleggibilità (art. 60, comma 8, del d.lgs. n. 267 del 2000 ed art. 9, comma 8, della legge reg. n. 31 del 1986). In questo senso la norma violerebbe l'art. 3 Cost. sotto il profilo della irragionevole disparità di trattamento, non essendovi, infatti, ragione alcuna perché l'art. 60, comma 3, del d.lgs.