[pronunce]

che questa Corte – dichiarando manifestamente inammissibili questioni di legittimità costituzionale fondate su un presupposto ermeneutico identico a quello da cui muovono gli odierni rimettenti, riguardo alla soppressione del potere di appello della parte civile nel procedimento ordinario (ordinanze n. 266, n. 155 e n. 3 del 2008; n. 32 del 2007) – ha evidenziato come debba registrarsi l'assenza, allo stato, di un “diritto vivente” conforme alla premessa interpretativa posta a base dei dubbi di costituzionalità; che i rilievi svolti dal Tribunale di Sondrio per contestare la fondatezza della diversa linea ermeneutica adottata dalla Corte di cassazione – nell'unica pronuncia all'epoca espressasi sul punto – non esauriscono, in effetti, la gamma di argomenti che potrebbero avallare un'interpretazione diversa della nuova disciplina, tale da porla al riparo dai sospetti di illegittimità costituzionale prospettati; che la tesi secondo cui, anche dopo la legge n. 46 del 2006, la parte civile avrebbe conservato il potere di proporre appello, agli effetti civili, avverso la sentenza di proscioglimento – tesi divenuta, nel frattempo, maggioritaria nella giurisprudenza di legittimità – ha trovato, d'altro canto, l'avallo delle Sezioni unite della Corte di cassazione (si veda la sentenza 29 marzo 2007, n. 27614); che, nell'aderire a tale soluzione interpretativa, le Sezioni Unite hanno fatto leva, in particolare, sull'interpretazione logico-sistematica dell'art. 576 cod. proc. pen. – attribuendo «a mero difetto di tecnica legislativa la formulazione letterale» della norma in questione – e, soprattutto, sulla volontà legislativa, quale desumibile dai lavori parlamentari; che, in proposito, la Corte di cassazione ha evidenziato come le modifiche apportate al testo normativo originariamente approvato dal Parlamento, dopo il rinvio alle Camere da parte del Presidente della Repubblica ai sensi dell'art. 74 Cost. – e segnatamente la soppressione, nell'art. 576 cod. proc. pen. , dell'inciso «con il mezzo previsto dal pubblico ministero» – risultassero finalizzate, in realtà, a «rimodulare, accrescendoli, i poteri di impugnazione della parte civile, sganciandone la posizione da quella del pubblico ministero»; nonché, conseguentemente, a ripristinare il potere di appello della parte privata: con il chiaro intento di recepire il rilievo formulato nel messaggio presidenziale, circa l'eccessiva compressione della tutela delle vittime del reato, quale si delineava nelle soluzioni legislative inizialmente adottate; che a ciò va aggiunto come neppure in ordine alla disciplina transitoria si riscontri uniformità di vedute: essendosi affermato, da una parte della giurisprudenza di legittimità, che ove pure la nuova legge avesse effettivamente rimosso il potere di appello della parte civile, non ne conseguirebbe comunque – contrariamente a quanto assume il Tribunale di Reggio Emilia – l'inammissibilità dell'appello anteriormente proposto da detta parte; e ciò in quanto la disposizione transitoria di cui all'art. 10, comma 1 – evocata dal rimettente a sostegno del proprio assunto – nello stabilire che «la presente legge si applica ai procedimenti in corso alla data di entrata in vigore della medesima», si sarebbe limitata soltanto a riaffermare il generale principio tempus regit actum, tipico della materia processuale (si veda l'ordinanza n. 3 del 2008); che, in conclusione, i rimettenti hanno omesso di sperimentare soluzioni ermeneutiche, diverse da quelle praticate, idonee a superare i vizi di costituzionalità denunciati, poiché – in base alla stessa prospettazione dei giudici a quibus – il riconoscimento alla parte civile del potere di appello avverso le sentenze di proscioglimento nel procedimento ordinario, si rifletterebbe automaticamente sul procedimento davanti al giudice di pace; che, pertanto, le questioni devono essere dichiarate manifestamente inammissibili, in conformità alla costante giurisprudenza di questa Corte (si vedano, ex plurimis, le ordinanze n. 35 del 2006, n. 381 del 2005 e n. 279 del 2003; nonché, le richiamate ordinanze n. 226, n. 155 e n. 3 del 2008; n. 32 del 2007). Visti gli artt. 26, secondo comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87, e 9, comma 2, delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale.. . per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE riuniti i giudizi, 1) dichiara la manifesta inammissibilità della questione di legittimità costituzionale dell'art. 593 del codice di procedura penale, come sostituito dall'art. 1 della legge 20 febbraio 2006, n. 46 (Modifiche al codice di procedura penale, in materia di inappellabilità delle sentenze di proscioglimento), sollevata, in riferimento agli artt. 3, 24 e 111 della Costituzione, dal Tribunale di Sondrio, con l'ordinanza in epigrafe; 2) dichiara la manifesta inammissibilità della questione di legittimità costituzionale dell'art. 10, comma 1, della citata legge 20 febbraio 2006, n. 46, sollevata, in riferimento agli artt. 3 e 24, primo e secondo comma, della Costituzione, dal Tribunale di Reggio Emilia, con l'ordinanza in epigrafe. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 9 luglio 2008. F.to: Franco BILE, Presidente Giovanni Maria FLICK, Redattore Giuseppe DI PAOLA, Cancelliere Depositata in Cancelleria il 25 luglio 2008. Il Direttore della Cancelleria F.to: DI PAOLA