[resaula]

sul punto è stato recentemente pubblicato sulla rivista "Epidemiologia e prevenzione" un articolo scientifico, intitolato "Sostanze perfluoroalchiliche (PFAS) negli alimenti dell'area rossa del Veneto", realizzato da ricercatrici e ricercatori delle università di Firenze e di Padova, con il contributo di Greenpeace e delle Mamme no PFAS, il quale dimostra, a partire dai dati dell'ISS, che sebbene la contaminazione risulti diffusa, non è uniforme nei vari comuni: oltre all'area del plume di contaminazione (la parte dell'acquifero sotterraneo che trasporta le sostanze inquinanti), relativa innanzitutto al territorio comunale di Lonigo (Vicenza), anche i prodotti animali e vegetali prelevati lungo la direttrice del fiume Fratta, nei comuni di Montagnana (Padova), Bevilacqua e Terrazzo (Verona), mostrano elevate probabilità di essere contaminati. Inoltre, come già ricordato, i prodotti di origine animale risultano di gran lunga più contaminati rispetto a quelli vegetali e mostrano una differente presenza delle singole molecole; considerato infine che: anche a seguito delle indagini da parte dell'Agenzia regionale per la prevenzione e protezione ambientale del Veneto sulle possibili responsabilità dell'azienda Miteni S.p. A. di Trissino (Vicenza) rispetto all'inquinamento da PFAS che ha colpito ampie aree del Veneto, ben 15 dirigenti della stessa Miteni, nonché della società madre, la lussemburghese ICIG e della giapponese Mitsubishi, sono stati rinviati a giudizio lo scorso luglio, con oltre 200 enti costituitisi parti civili, per avvelenamento delle acque, disastro innominato, inquinamento ambientale (ai sensi dell'articolo 452 - bis del codice penale), oltre a reati fallimentari; a conclusione della visita condotta recentemente nel nostro Paese, il relatore speciale ONU su diritti umani e sostanze e rifiuti pericolosi ha dichiarato di essere "seriamente preoccupato dall'entità dell'inquinamento da PFAS (anche noti come prodotti chimici eterni perché persistono e non si degradano nell'ambiente) in alcune aree della regione Veneto", sottolineando le possibili responsabilità di Miteni così come di altre aziende della zona e invitando "l'Italia ad adottare le misure necessarie per la restrizione dell'uso di queste sostanze a livello nazionale, e ad esercitare la sua leadership a livello regionale, mentre l'Unione Europea si prepara ad affrontare le gravi minacce per la salute e l'ambiente poste dai PFAS", come riportato on line su "unric.org" il 13 dicembre 2021, si chiede di sapere: se i Ministri in indirizzo ritengano che, sulla base delle valutazioni dell'EFSA, sia possibile prevedere misure maggiormente cautelative rispetto al parere redatto dall'agenzia europea per tutelare le popolazioni che vivono in aree dall'elevato tasso di inquinamento da PFAS, come quelle presenti in Veneto; se sia stato chiesto all'EFSA di redigere un parere ad hoc al fine di identificare la dose settimanale tollerabile nei territori contaminati, considerando l'apporto dei contaminanti sia dell'acqua che quello degli alimenti. Atto n. 3-03000 GIROTTO LANZI CROATTI L'ABBATE DELL'OLIO DI PIAZZA FENU MARINELLO FEDE PELLEGRINI Marco DE LUCIA MONTEVECCHI LUPO SANTILLO TRENTACOSTE D'ANGELO GAUDIANO ROMAGNOLI ROMANO CASTELLONE GARRUTI PESCO CORBETTA PUGLIA CASTALDI MAIORINO LEONE LOREFICE LANNUTTI COLTORTI LOMUTI LICHERI PISANI Giuseppe ABATE AGOSTINELLI EVANGELISTA ANASTASI BUCCARELLA SANTANGELO TAVERNA DESSI' BOTTO VANIN PRESUTTO PERILLI CIOFFI DI NICOLA PAVANELLI AIROLA DONNO PIRRO FERRARA Al Ministro della transizione ecologica Premesso che: la Società gestione impianti nucleari (SOGIN) S.p. A. è stata istituita nel quadro del riassetto del mercato elettrico disposto dal decreto legislativo n. 79 del 1999; con la trasformazione dell'ENEL in una holding formata da diverse società indipendenti, le attività nucleari sono state trasferite alla SOGIN, che ha pertanto incorporato le strutture e le competenze precedentemente applicate alla progettazione, alla costruzione e all'esercizio delle centrali elettronucleari italiane, ed ha conseguentemente acquisito le 4 centrali nucleari italiane di Trino (Vercelli), Caorso (Piacenza), Latina e Garigliano di Sessa Aurunca (Caserta); la SOGIN, oltre ad essere impegnata in attività di ricerca, consulenza, assistenza e servizio in campo nucleare, energetico e ambientale, ha avuto come missione lo smantellamento ( decommissioning ) degli impianti nucleari e la gestione dei rifiuti radioattivi (compresi quelli prodotti dalle attività industriali, di ricerca e di medicina nucleare), nonché, ai sensi del decreto legislativo n. 31 del 2010, della realizzazione del deposito nazionale e il supporto alle istituzioni nel campo delle bonifiche nucleari; considerato che, nello schema di risoluzione proposto nell'ambito dell'affare assegnato n. 60, "Gestione e messa in sicurezza dei rifiuti nucleari sul territorio nazionale", all'esame della 10ª Commissione permanente (Industria, commercio, turismo) del Senato, è stato evidenziato che: 1) la stima dei costi per la messa in sicurezza dei rifiuti radioattivi italiani è quasi raddoppiato, raggiungendo i 7,2 miliardi di euro e, dal 2001 al 2018, il programma di smantellamento è stato realizzato solamente per circa un terzo delle attività, per un costo di 3,8 miliardi di euro. A questi, vanno aggiunti ulteriori 1,5 miliardi previsti per la realizzazione del deposito nazionale per i rifiuti radioattivi e il relativo costo di esercizio annuale, non ancora stimato; 2) le attività di competenza della SOGIN risultano gravate da importanti ritardi, inclusi quelli riguardanti la risoluzione di alcune delle situazioni maggiormente critiche in Italia, ovvero la solidificazione dei rifiuti liquidi presenti nel centro di Saluggia (Vercelli), del prodotto finito nel Centro ricerche di Trisaia di Rotondella (Matera) e l'allontanamento delle barre di combustibile provenienti dalla centrale di Elk River (USA), stoccate sempre presso tale centro, nonché il decommissioning della centrale moderata a grafite di Latina; 3) per quanto riguarda lo slittamento dei cronoprogrammi, non sono state individuate negli anni le eventuali responsabilità dovute, tra l'altro, ad un'insufficiente attenzione politica e alle criticità che hanno determinato, a fronte dei rischi per la sicurezza nazionale, una riduzione dei controlli rispetto alle attività condotte. Il permitting sul decommissioning è complesso, coinvolge diverse istituzioni tra i quali il nuovo Ministero della transizione ecologica, le Regioni e i Comuni in cui insistono i centri nucleari e autorità di controllo. Si fa presente che tra queste ultime, l'Ispettorato per la sicurezza nucleare e la radioprotezione (ISIN) è operativo solamente dal 1° agosto 2018 e sono presenti criticità rispetto al funzionamento della struttura, considerata sottodimensionata rispetto alle attività che deve svolgere, data l'evidente carenza di personale e di mezzi, ciò comportando ulteriori ritardi rispetto alle attività di decommissioning ;