[pronunce]

che l'incriminazione violerebbe, infine, l'art. 117 Cost., risultando incompatibile con le previsioni degli artt. 5 e 16 del Protocollo addizionale alla Convenzione delle Nazioni Unite contro la criminalità organizzata transnazionale per combattere il traffico illecito di migranti, adottato il 15 dicembre 2000; che il citato strumento internazionale, nell'impegnare ogni Stato aderente a conferire carattere di reato a una serie di condotte attinenti al traffico dei migranti (art. 6), statuisce, infatti, all'art. 5, che «i migranti non diventano assoggettati all'azione penale fondata sul presente protocollo per il fatto di essere stati oggetto delle condotte di cui all'art. 6»; mentre il successivo art. 16 obbliga gli Stati contraenti a prendere «misure adeguate, comprese quelle di carattere legislativo se necessario, per preservare e tutelare i diritti delle persone che sono state oggetto delle condotte di cui all'art. 6», nonché a fornire «un'assistenza adeguata ai migranti la cui vita, o incolumità, è in pericolo dal fatto di essere stati oggetto» di dette condotte; che, ad avviso del rimettente, le questioni sollevate sarebbero rilevanti, «perché il loro accoglimento [...], con la conseguente declaratoria di incostituzionalità delle norme denunciate, comporterebbe l'assoluzione degli imputati»; che con altra ordinanza di rimessione del 5 febbraio 2010 (r.o. n. 166 del 2010), il Giudice di pace di Taranto dubita della legittimità costituzionale dell'art. 10-bis del d.lgs. n. 286 del 1998 in riferimento agli artt. 2, 3, 10, 27 e 117 Cost.; che il giudice a quo riferisce di essere investito del processo penale nei confronti di quattro cittadini extracomunitari, sottoposti a controllo dalla Polizia di Stato il 7 gennaio 2010, mentre percorrevano a piedi, a gruppi di due e in direzioni opposte, la corsia di emergenza dell'autostrada Bari-Taranto: controllo in esito al quale - dopo l'identificazione degli stranieri (avendo tre di essi fornito false indicazioni o mostrato falsi documenti di identità) - gli stessi erano stati tratti a giudizio per rispondere della contravvenzione prevista dall'art. 10-bis del d.lgs. n. 286 del 1998, per avere fatto ingresso e, comunque, per essersi trattenuti illegalmente nel territorio dello Stato; che, ad avviso del giudice a quo, la norma incriminatrice censurata si porrebbe in contrasto con l'art. 3 Cost., risultando priva di fondamento razionale: alla luce della sua disciplina complessiva, essa sarebbe infatti finalizzata essenzialmente ad espellere lo straniero illegittimamente presente nel territorio dello Stato; obiettivo peraltro già conseguibile con la procedura di espulsione amministrativa, avente il medesimo ambito applicativo; che, sotto diverso profilo, l'attribuzione al giudice del potere di sostituire la pena pecuniaria con una sanzione notevolmente più afflittiva, quale l'espulsione per un periodo non inferiore a cinque anni, determinerebbe una irragionevole disparità di trattamento degli autori della contravvenzione in esame rispetto agli altri soggetti ai quali, in base all'art. 16, comma 1, del d.lgs. n. 286 del 1998, può essere applicata la predetta sanzione sostitutiva (condannati per reato non colposo a una pena detentiva non superiore a due anni, ove non ricorrano le condizioni per ordinarne la sospensione condizionale); che la comminatoria della pena dell'ammenda risulterebbe, inoltre, priva di ogni efficacia deterrente nei confronti dei migranti irregolari, normalmente insolvibili, né potrebbe essere utilmente convertita nelle misure del lavoro sostitutivo o della permanenza domiciliare, trattandosi di soggetti privi di domicilio stabile; che lesiva dell'art. 3 Cost. sarebbe anche la mancata previsione della non punibilità del fatto commesso in presenza di un «giustificato motivo», diversamente da quanto stabilito in rapporto alla più grave fattispecie delittuosa di cui all'art. 14, comma 5-ter, del d.lgs. n. 286 del 1998; che la norma denunciata si porrebbe, per altro verso, in contrasto con l'art. 27 Cost.: essa violerebbe, infatti, i principi di materialità e necessaria offensività del reato, sottoponendo a pena, non già una condotta, ma un mero «status» personale - quello di straniero «irregolare» - del quale verrebbe arbitrariamente presunta ex lege la pericolosità sociale; che la norma incriminatrice si presterebbe, inoltre, a colpire anche gli stranieri che già si trovavano irregolarmente in Italia alla data di entrata in vigore della novella legislativa e che, pertanto, al momento della commissione del fatto, non potevano avere la consapevolezza di violare la legge penale; che contrastante con l'art. 27 Cost. sarebbe anche la previsione in forza della quale il giudice deve pronunciare sentenza di non luogo a procedere nel caso in cui, per effetto del provvedimento di espulsione del prefetto, lo straniero sia stato materialmente allontanato dal territorio dello Stato: trattandosi - secondo il rimettente - dell'«unico caso in cui il provvedimento amministrativo prevale sull'azione penale»; che la norma censurata lederebbe, ancora, l'art. 2 Cost., giacché - rendendo configurabile una responsabilità a titolo di concorso nel reato a carico di chiunque presti aiuto all'immigrato irregolare - impedirebbe l'esplicazione di ogni forma di solidarietà nei suoi confronti e renderebbe, di fatto, la «vita impossibile» allo straniero, in contrasto con la garanzia di rispetto dei diritti inviolabili dell'uomo; che, da ultimo, la disposizione in esame violerebbe gli artt. 10 e 117 Cost., per incompatibilità con le già ricordate norme internazionali pattizie di cui agli artt. 5 e 16 del Protocollo addizionale alla Convenzione delle Nazioni Unite contro la criminalità organizzata transnazionale per combattere il traffico illecito di migranti, adottato il 15 novembre 2000. Considerato che le ordinanze di rimessione sollevano questioni identiche o analoghe, onde i relativi giudizi vanno riuniti per essere definiti con unica decisione; che tutti i giudici rimettenti dubitano, in rapporto a plurimi parametri costituzionali, della legittimità costituzionale dell'art. 10-bis del decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286 (Testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell'immigrazione e norme sulla condizione dello straniero); mentre il solo Giudice di pace di Taranto, con l'ordinanza r.o. n. 97 del 2010, estende le sue censure all'art. 16, comma 1, del d.lgs. n. 286 del 1998 e all'art. 62-bis del decreto legislativo 28 agosto 2000, n. 274 (Disposizioni sulla competenza penale del giudice di pace, a norma dell'articolo 14 della legge 24 novembre 1999, n. 468);