[pronunce]

Le Regioni Lombardia e Lazio, pur non volendo disconoscere la necessità che vi sia coerenza e funzionalità tra le attività assistenziali e quelle di ricerca e di didattica svolte presso le aziende ospedaliero-universitarie, contestano, tuttavia, "la rigidità con la quale viene configurato il rapporto tra i due tipi di attività e la totale estromissione delle Regioni, vere titolari della programmazione e della organizzazione dell'assistenza ospedaliera regionale nonché responsabili dei costi della stessa". 6. - Le ricorrenti evidenziano ancora come vi sarebbe stato in più casi un contrasto con i principi espressi dalla Corte costituzionale, la quale, in numerose decisioni, avrebbe ribadito la competenza delle Regioni in ordine alla organizzazione del servizio sanitario, precisando, in particolare, che "ferma la possibilità per lo Stato di delineare il modello organizzativo con disposizioni di principio, deve residuare alla Regione uno spazio di libera scelta in ordine alla disciplina dell'organizzazione, che non può essere compresso senza pregiudicare lo statuto costituzionale di autonomia" (sentenza n. 74 del 2001). 7. - Quanto alle singole disposizioni del d.P.C.m. impugnato, le Regioni ricorrenti lamentano innanzi tutto la previsione, nell'art. 1, comma 2, della obbligatorietà del parere delle Università sedi di facoltà di medicina e chirurgia in ordine all'adozione o all'adeguamento del piano sanitario regionale, nonché la previsione, contenuta nella medesima disposizione, secondo la quale "il parere si intende espresso in senso favorevole qualora non pervenga entro sessanta giorni dal ricevimento della richiesta". Sempre a proposito della partecipazione delle Università alla programmazione sanitaria, l'art. 1, comma 4, stabilisce che "per materie che implicano l'integrazione tra attività assistenziali, didattiche e di ricerca, i protocolli di intesa tra la regione o la provincia autonoma e le Università prevedono forme di collaborazione nell'elaborazione e nella stesura di proposte per la formulazione del piano sanitario regionale o di altri documenti o progetti concernenti la programmazione attuativa regionale e locale, tenendo conto dei programmi di sviluppo delle facoltà di medicina e chirurgia, deliberati dalle stesse e approvati dagli organi dell'ateneo". Tali disposizioni sarebbero "chiaramente lesive dell'autonomia regionale in materia di programmazione e indirizzo" relativamente all'assistenza sanitaria, ai sensi degli artt. 117 e 118 della Costituzione, dal momento che lo Stato non potrebbe imporre specifiche forme di collaborazione, né tanto meno dettare i termini entro i quali esse devono essere attuate. La compressione delle prerogative regionali sarebbe provata, del resto, dal contrasto delle disposizioni impugnate con il d.lgs. 21 dicembre 1999, n. 517 (Disciplina dei rapporti fra Servizio sanitario nazionale ed Università, a norma dell'art. 6 della legge 30 novembre 1998, n. 419), ed in particolare con il suo art. 1, comma 2, il quale prevede che l'atto governativo di indirizzo e coordinamento deve curare la definizione "delle linee generali della partecipazione delle Università alla programmazione sanitaria regionale". Determinante sarebbe, inoltre, l'impegno assunto dal Governo con il citato Accordo dell'8 agosto 2001, a ricondurre interamente le attività assistenziali delle aziende ospedaliere alla programmazione regionale. 8. - Anche gli artt. 2, comma 3, lett. b) e 3, comma 1, primo e terzo periodo, determinerebbero una illegittima compressione della autonomia regionale in relazione alle competenze concernenti l'assistenza sanitaria e ospedaliera. La prima delle due disposizioni citate sarebbe lesiva delle competenze regionali "in quanto subordina l'individuazione, da parte dei protocolli d'intesa, delle attività assistenziali e dei relativi parametri alle esigenze delle attività istituzionali delle facoltà di medicina e chirurgia", mentre la seconda sarebbe costituzionalmente illegittima, in quanto individuerebbe, in modo diretto e dettagliato, il numero di posti letto messi a disposizione delle facoltà di medicina e chirurgia da parte delle strutture di degenza. Gli artt. 2 e 3, comma 1, citati, contrasterebbero con l'art. 1 del d.lgs. n. 517 del 1999, di cui costituiscono attuazione, dal momento che la disposizione appena menzionata si limiterebbe ad indicare al Governo di "promuovere e disciplinare l'integrazione dell'attività assistenziale, formativa e di ricerca del S.S.N. e Università". Viceversa, il d.P.C.m. impugnato non integrerebbe tra loro i due tipi di attività, ma subordinerebbe la prima alle seconde. Da ultimo, le ricorrenti notano come le modifiche apportate dal decreto-legge n. 347 del 2001 all'art. 19 del d.lgs. n. 502 del 1992 avrebbero consistentemente ampliato i poteri delle Regioni in ordine all'organizzazione delle aziende ospedaliero-universitarie. 9. - Vengono prospettate censure anche avverso l'art. 3, comma 8, e l'articolo 4, comma 3, e comma 7, lett. f). In particolare, l'art. 3 comma 8, a giudizio delle due ricorrenti, lederebbe le attribuzioni costituzionali delle Regioni, nella parte in cui individua "direttamente e dettagliatamente i livelli minimi di attività, sia con riguardo alle strutture assistenziali complesse funzionali alle esigenze di didattica e di ricerca, sia con riguardo alle esigenze di didattica e di ricerca"; l'art. 4, comma 3, sarebbe lesivo delle competenze regionali, in quanto imporrebbe l'individuazione, da parte dei protocolli d'intesa, delle strutture assistenziali complesse essenziali alle esigenze di didattica e di ricerca dei corsi di laurea di medicina e chirurgia, definendo criteri molto dettagliati. L'art. 4, comma 7, lett. f), invece, violerebbe la potestà legislativa regionale, nella parte in cui prevede l'intesa con il Rettore per la nomina, da parte del Direttore generale, del Direttore del dipartimento ad attività integrata; inoltre il direttore dei dipartimenti individuati come essenziali per l'espletamento delle funzioni assistenziali della facoltà di medicina, dovrebbe essere scelto tra i professori universitari. Tali norme determinerebbero una incostituzionale compressione delle prerogative regionali, in quanto definirebbero un rigido modello organizzativo, unico su tutto il territorio nazionale, non lasciando spazio alle scelte proprie delle Regioni, né a quelle delle stesse aziende ospedaliere; ciò, peraltro, in asserito contrasto con le previsioni del d.lgs. n. 502 del 1992, come modificato dal d.lgs. 19 giugno 1999, n. 229 (Norme per la razionalizzazione del Servizio sanitario nazionale, a norma dell'articolo 1 della legge 30 novembre 1998, n. 419). Nel ricorso si osserva, inoltre, come le prescrizioni delle disposizioni in questione violerebbero l'Accordo dell'8 agosto 2001 già citato, nell'ambito del quale lo Stato si era impegnato a ricondurre le attività delle aziende ospedaliero-universitarie alla programmazione regionale. Ancora, le Regioni ricorrenti evidenziano come in relazione ai profili concernenti l'art. 4, comma 7, lett. f), la stessa Commissione parlamentare per le questioni regionali aveva manifestato perplessità non dissimili da quelle illustrate nel ricorso.