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Modifiche alla legge 5 febbraio 1992, n. 91, e altre disposizioni in materia di cittadinanza. Onorevoli Senatori. – La XVIII legislatura, come la XVII, si è chiusa con un vulnus normativo e anche etico: la mancata approvazione della riforma della legge sulla cittadinanza per le bambine e per i bambini nati e cresciuti in Italia. Una riforma attesa da oltre vent'anni, il cui testo era già stato approvato alla Camera dei deputati nell'ottobre del 2015 senza riuscire poi a completare il proprio iter parlamentare al Senato. Anche nella XVIII legislatura l' iter si è interrotto, prima ancora dell'approdo nell'aula della Camera. Una norma di civiltà destinata a dare una risposta normativa a giovani che sono già italiani di fatto ma che per la legge italiana risultano stranieri, come spesso stranieri sono considerati anche nei Paesi di origine dei loro genitori: oltre 800.000 giovani nati o cresciuti nel nostro Paese, che frequentano le scuole italiane, che studiano e giocano con i nostri figli, che parlano i dialetti della nostra Italia, che vivono questo come il loro Paese, che sono cittadini italiani nella sostanza della propria vita, anche se la legge non li riconosce tali. Tante sono state le iniziative che hanno animato la discussione della riforma nel Paese, a partire dalla campagna nazionale « L'Italia sono anch'io », che ha consentito la raccolta di oltre 200.000 firme e una proposta di legge d'iniziativa popolare in parte recepita nel testo proposto alla discussione parlamentare. Così come un contributo fondamentale è stato dato dai ragazzi stessi, dai loro genitori, dal Terzo settore, dal mondo della scuola e da tanti cittadini che hanno compreso l'importanza di una norma necessaria e di buon senso. Occorre riformare la legge n. 91 del 1992 alla luce dei mutamenti che hanno interessato la struttura demografica, sociale e culturale del nostro Paese, per superare una discriminazione che riguarda tra l'altro una fascia di popolazione vitale e vulnerabile come quella dei minori. La mancanza della cittadinanza, oltre ad imporre a questi giovani « italiani » l'obbligo di rinnovare ciclicamente il permesso di soggiorno, priva loro – di fatto discriminandoli – di alcuni diritti fondamentali per il loro futuro umano e professionale, come la possibilità di partecipare a concorsi pubblici, la libera circolazione nei Paesi dell'Unione europea e, per alcuni di loro, il diritto di elettorato attivo e passivo. La nostra Costituzione, all'articolo 3, afferma che « Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese ». L'articolo 2 della Convenzione sui diritti del fanciullo, fatta a New York il 20 novembre 1989, di cui alla legge 27 maggio 1991, n. 176, afferma che « Gli Stati parti si impegnano a rispettare i diritti enunciati nella presente Convenzione e a garantirli a ogni fanciullo che dipende dalla loro giurisdizione, senza distinzione di sorta e a prescindere da ogni considerazione di razza, di colore, di sesso, di lingua, di religione, di opinione politica o altra del fanciullo o dei suoi genitori o rappresentanti legali, dalla loro origine nazionale, etnica o sociale, dalla loro situazione finanziaria, dalla loro incapacità, dalla loro nascita o da ogni altra circostanza. Gli Stati parti adottano tutti i provvedimenti appropriati affinché il fanciullo sia effettivamente tutelato contro ogni forma di discriminazione o di sanzione motivate dalla condizione sociale, dalle attività, opinioni professate o convinzioni dei suoi genitori, dei suoi rappresentanti legali o dei suoi familiari ». Anche per questo, la riforma proposta è necessaria contro le discriminazioni oggettive che questi minori subiscono. Una riforma che guarda al presente regolando una situazione esistente e riconoscendo un diritto a chi nasce o cresce in Italia, ma anche e soprattutto ad un futuro che deve essere fatto di incontro e rispetto, per dare risposte al rischio di degenerazioni destinate a sfociare in conflitti sociali distruttivi. Si tratta di porre le basi necessarie per condividere i diritti insieme ai doveri, le responsabilità insieme ai valori, la partecipazione e la conoscenza. Sfatiamo, poi, uno degli equivoci che si sono voluti generare ed enfatizzare nel dibattito sullo ius soli , legando questa norma al tema degli sbarchi e del controllo dei flussi migratori. Il disegno di legge stabilisce che la concessione della cittadinanza a chi è nato in Italia non sia automatica, ma soggetta ad una serie di condizioni ben definite e, inoltre, le norme introdotte riguardano esclusivamente i minori, mentre nulla cambierebbe sulla concessione della cittadinanza agli adulti. Secondo l'ultimo rapporto Eurostat riferito al 2016, sarebbero quasi un milione le persone che hanno acquisito la cittadinanza di uno degli Stati membri dell'Unione europea e, di questi, 201.591 i nuovi italiani (4 su 10 minori) con un andamento tendenziale che la Fondazione per le iniziative e lo studio sulla multietnicità (ISMU) considera costante: da 35.000 domande di cittadinanza accolte nel 2006 si è passati a 101.000 nel 2013, a 130.000 nel 2014, a 178.000 nel 2015, per raggiungere il numero di 202.000 nel 2016. Sedici anni fa, nel 2002, erano appena 12.000. Per alcuni questa sarebbe la prova dell'inutilità di una riforma della legge sulla cittadinanza. Noi diciamo invece che si tratta di un'ulteriore testimonianza del fatto che questa riforma è necessaria e che non determinerà alcuna invasione. Si tratta infatti di riconoscere nel diritto e nella legislazione quanto di fatto già accade in modo legittimo ma disomogeneo, con un'attenzione specifica ai minori. È una questione di diritto ed è una questione di civiltà. Nella lettera che i giovani del movimento « #Italianisenzacittadinanza » – uno dei molti che con coraggio e determinazione si sono impegnati e battuti in questi anni per l'approvazione di una riforma della legge sulla cittadinanza – hanno rivolto al Capo dello Stato nel dicembre del 2017, si legge: « La cittadinanza è qualcosa di più di un diritto. (...) Qui, non si parla di una battaglia che punta semplicemente alla conquista di un accesso alla cittadinanza più semplificato, con la nostra battaglia puntiamo ad ottenere, finalmente, il nostro riconoscimento come categoria sociale finora ignorata e dimenticata; con la nostra battaglia puntiamo ad una politica di ampio respiro, al passo con i tempi e che soprattutto sappia riconoscere i cambiamenti sociali e culturali del proprio Paese. (...) Non lasciateci soli ancora una volta ». È nostro dovere non lasciarli soli. Il presente disegno di legge riprende il testo unificato approvato dalla Camera dei deputati il 13 ottobre 2015 (atto Senato n. 2092 della XVII legislatura).