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Istituzione di una Commissione parlamentare di inchiesta sulle forme di terrorismo internazionale in Italia. Onorevoli Senatori. -- Con il presente disegno di legge si intende istituire una Commissione parlamentare di inchiesta sulle forme di terrorismo internazionale in Italia. I tragici eventi di Parigi sono solo una tra le più recenti ed eclatanti manifestazioni di una problematica ormai pericolosamente globale e non più circoscrivibile all'interno di una determinata area o regione geografica. A livello internazionale, l'attuale dimensione della sicurezza risulta caratterizzata da minacce multidimensionali, dallo straordinario potenziale distruttivo ben oltre i confini di un singolo Stato. Già in occasione del trauma rappresentato dagli attentati dell'11 settembre, gli apparati legislativi delle maggiori democrazie del mondo si sono trovati di fronte al non semplice compito di adeguare la normativa interna alla dinamicità della minaccia. All'interno della Comunità internazionale si è aperta con nuova urgenza la questione del corretto esercizio del diritto di legittima difesa in accordo con quanto sancito dalla Carta delle Nazioni Unite. La sfida giuridica e politica resta tuttora aperta e riguarda molteplici ulteriori fronti. Assicurare una tempestiva e adeguata risposta a minacce asimmetriche che minano la sicurezza di tutti i cittadini, garantire un efficace esercizio della giustizia nel pieno rispetto dei diritti umani, costruire una genuina cultura della sicurezza interagendo costruttivamente con le opinioni pubbliche nazionali sono alcune tra le più sentite istanze sulle quali, ormai da anni, si è aperto un dibattitto molto acceso, spesso connotato da forte emotività. Si pensi al fatto -- simbolicamente e giuridicamente rilevante -- che ad oggi la definizione del termine «terrorismo» risulta controversa e non esiste una definizione universalmente accettata. Per quanto concerne gli aspetti più concreti di contrasto al fenomeno, a parere dei firmatari del presente disegno di legge, promuovere virtuosi meccanismi di armonizzazione legislativa e coordinamento d' intelligence nelle opportune sedi internazionali resta l'obiettivo di grande respiro, la meta da raggiungere, poiché nessuna entità statuale, da sola, sarà in grado trovare una soluzione di lungo termine alle menzionate criticità. La complessità di fenomeni interconnessi come la radicalizzazione religiosa, il così detto « home-grown terrorism », e la partecipazione di combattenti provvisti di passaporti occidentali a conflitti esteri si profilano come un complesso di sfide estremamente impegnative per la regione europea e, più in generale, per molti dei Paesi NATO. In tale contesto il crescente flusso di combattenti stranieri che decidono di prendere parte a conflitti esteri rappresenta solo un aspetto di un problema ben più ampio e articolato. Come riportato da numerosi media inter-nazionali, i servizi segreti di Paesi occidentali sembrano temere che militanti di gruppi appartenenti al cosiddetto «Stato islamico» possano utilizzare l'occasione offerta dal caotico e non completamente controllabile flusso dei rifugiati per spostare cellule terroristiche all'interno dell'Unione europea. L'Italia, pur non essendo il principale paese affetto da tale problematica, non è immune dal fenomeno. Risulta significativa la morte in Siria nell'estate del 2013 del ventitreenne genovese Giuliano Delnevo, convertitosi all'islam e poi unitosi alle milizie islamiste anti-Assad. A gennaio 2015, in un'informativa urgente alla Camera, il Ministro dell'interno Angelino Alfano ha dichiarato che tra i cinquantatré combattenti stranieri che hanno avuto in qualche modo a che fare con l'Italia («nella fase della partenza o anche solo di transito») quattro hanno nazionalità italiana, confermando la serietà della minaccia rappresentata da questa e dalle altre forme di fondamentalismo di matrice religiosa che interessano sempre più la regione europea. Le misure urgenti per il contrasto del terrorismo approvate dal Consiglio dei ministri del 10 febbraio rappresentano quindi un primo necessario passo a livello nazionale per affrontare tale spinosa problematica. E in particolare apprezzabile che, oltre all'introduzione di nuove figure di reato, vengano contemplati anche alcuni strumenti di prevenzione, come il ritiro del passaporto ai soggetti indiziati di terrorismo, analogamente a quanto avviene in altri Paesi europei come la Francia. Non si può tuttavia coltivare l'illusione che quanto fatto possa risultare risolutivo nel lungo termine. In uno scenario di conflitto globalizzato, risulta di particolare importanza la dimensione del campo di battaglia virtuale rappresentato dal web . Senza cadere nella tentazione di superficiali, forse in parte rassicuranti, semplificazioni della realtà, possiamo osservare che l'eterogenea e articolata interazione di fattori sociali, culturali, ideologici, psicologici, e, non ultimo, circostanziali definisce di volta in volta la personale parabola verso una concreta manifestazione di forme di violenza. Nella consapevolezza della non linearità del fenomeno, possiamo tuttavia notare che nel web vengono spesso portati a compimento passaggi importanti del percorso di radicalizzazione individuale. La leadership di gruppi radicali transnazionali appare da tempo ben consapevole del potenziale della dimensione virtuale e del potere di influenza a vari livelli ad essa connesso. Già nel 2002 Osama bin Laden, rivolgendosi alla guida spirituale talebana Mullah Muhammad Omar, descrive la battaglia mediatica in questo secolo come uno dei metodi più potenti a disposizione della causa jihadista. Negli ultimi anni appare infatti sempre più sofisticata e ampia la strategia comunicativa di gruppi terroristici islamisti con aspirazioni globali. La comunicazione risulta accattivante e sapientemente modulata a seconda della fascia d'età e del profilo dei target di riferimento. Una particolare attenzione viene dedicata al musulmani non arabofoni, in special modo quelli convertiti. La rivista in lingua inglese «Inspire», pubblicata da Al Qaeda in the Arabian Peninsula (AQAP), e la rivista «DabiQ», disponibile in diverse lingue europee, pubblicata dallo Stato islamico, sono solo due noti esempi di questa tendenza dalle molteplici manifestazioni. Attraverso questa tipologia di media si diffondono messaggi altamente violenti e distruttivi accompagnati da una lettura della realtà pericolosamente deformata e volta a suscitare odio nei confronti di tutto ciò che è «diverso». La realtà viene banalizzata, riducendo il mondo a un bidimensionale fronteggiarsi di «buoni» e «cattivi» che esclude anche solo la possibilità di una qualsiasi forma di dialogo tra le parti. La dimensione della spiritualità, violentata nella sua natura profonda, viene distorta sino al punto di giustificare l'ingiustificabile. Alla fine di un percorso, solitamente scandito da diverse tappe non necessariamente consequenziali, il proselitismo e il sacrificio individuali vengono fatti percepire come l'unica risposta possibile, l'unica scelta «corretta». Risulta dunque elevato il livello della minaccia rappresentata da soggetti o micro-gruppi organizzati che si attivino autonomamente a seguito di un processo di radicalizzazione, iniziato e/o perfezionatosi prevalentemente on line . Appare in merito molto interessante la recente campagna del Governo francese #stop-djihadisme , come parte di una più ampia e attiva strategia per contenere l'influenza esercitata da gruppi appartenenti al cosiddetto «Stato islamico» sui giovani musulmani europei.