[pronunce]

Secondo la ricorrente, anche se si ammettesse che i beni non più destinati all'utilizzo militare non possono transitare nel demanio regionale perché privi del carattere della demanialità, occorrerebbe concludere per il loro trasferimento al patrimonio della Regione, in quanto già esistenti nel territorio della stessa alla data di entrata in vigore dello statuto speciale. Di conseguenza, pure in questo caso, il decreto impugnato risulterebbe gravemente lesivo di attribuzioni regionali costituzionalmente garantite. In generale, la difesa regionale ritiene che sia «assolutamente pretestuoso far derivare l'inoperatività di articoli dello statuto, fonte di rango costituzionale, da una norma sotto ordinata, qual è quella del d.l. n. 112 del 2008». Quanto al tono costituzionale del conflitto, la ricorrente sottolinea come alcuni beni che lo Stato pretende illegittimamente di dismettere ai sensi dell'art. 14-bis, comma 3, del d.l. n. 112 del 2008, siano di interesse storico-artistico, con la conseguenza che la loro mancata assegnazione alla Regione comporterebbe una grave lesione della speciale autonomia di quest'ultima in materia di beni culturali. La ricorrente illustra, poi, i «benefici» per la collettività, derivanti dall'assegnazione alla Regione dei beni in oggetto, soprattutto in termini di riqualificazione urbana e di occupazione. In ulteriore subordine, la difesa regionale ritiene che il decreto impugnato e il relativo elenco violino il principio di leale collaborazione, in quanto adottati senza il coinvolgimento della Regione, la quale, peraltro, non sarebbe stata messa in condizione di conoscere il testo dell'atto censurato. In definitiva, la Regione siciliana chiede che la Corte costituzionale dichiari che non spettava allo Stato, e per esso al Ministero della difesa «individuare immobili di pertinenza della Regione siciliana al fine del trasferimento al patrimonio disponibile dello Stato per le successive procedure di alienazione, permuta, valorizzazione e gestione» previste dall'art. 14-bis, comma 3, del d.l. n. 112 del 2008. Di conseguenza, la ricorrente sollecita l'annullamento del decreto direttoriale del Ministero della difesa n. 13/2/5/2010 dell'8 settembre 2010, nella parte in cui riporta, nell'elenco ad esso allegato, beni siti in Sicilia. 2. - Con atto depositato il 18 aprile 2011, il Presidente del Consiglio dei ministri si è costituito in giudizio chiedendo che le censure proposte con il ricorso siano dichiarate inammissibili e comunque infondate. 2.1. - In punto di fatto, la difesa statale osserva come la Commissione paritetica abbia espresso un mero orientamento favorevole sullo schema di norma approvativa di un elenco di beni predisposto dagli uffici regionali, sottolineando altresì la necessità di trasmettere il detto schema al Dipartimento per gli affari regionali per il conseguente iter istruttorio presso le amministrazioni statali interessate. 2.2. - In via pregiudiziale, il resistente ritiene che il ricorso sia inammissibile, in quanto l'oggetto dello stesso non sarebbe una vindicatio potestatis, ma una vindicatio rerum, come tale estranea al giudizio della Corte costituzionale. In particolare, la difesa statale rileva come l'oggetto del conflitto sia la spettanza di beni immobili, piuttosto che attribuzioni costituzionalmente garantite della Regione siciliana; peraltro, nel caso di specie non potrebbe rinvenirsi un nesso di strumentalità tra beni e attribuzioni, poiché la pretesa della ricorrente sarebbe diretta esclusivamente al riconoscimento dell'appartenenza alla Regione dei medesimi beni. 2.3. - Nel merito, il ricorso sarebbe comunque privo di fondamento, in quanto l'art. 32 dello statuto della Regione siciliana, a differenza degli altri statuti speciali, assume, come criterio di individuazione dei beni oggetto di trasferimento, le situazioni esistenti al momento dell'entrata in vigore dello statuto e non anche quelle verificatesi successivamente. Ne deriva che oggetto dell'obbligo di devoluzione ex art. 32 sono soltanto i beni che non riguardano la difesa dello Stato o servizi di carattere nazionale, e che a quella data (entrata in vigore dello statuto) facevano parte del demanio dello Stato, con conseguente irrilevanza delle sopravvenute cessate destinazioni. Sono richiamate al riguardo le sentenze della Corte costituzionale n. 383 del 1991, n. 13 del 1960 e n. 31 del 1959, ed il parere del Consiglio di Stato 5 giugno 2005, n. 1199. Quanto alla norma di cui all'art. 14-bis, comma 3, del d.l. n. 112 del 2008, oggi sostituita dall'art. 307 del d.lgs. n. 66 del 2010, la difesa statale ritiene che essa riconosca al Ministero della difesa la facoltà di procedere alla riallocazione delle funzioni istituzionali, valorizzando immobili sottoutilizzati per ottenere beni o capitali da destinare alla riorganizzazione sul territorio delle funzioni stesse. In altri termini, tale norma avrebbe assegnato anche ai beni immobili non più oggetto di diretta utilizzazione da parte delle Forze Armate, «una specifica funzione di ottimizzazione dello strumento militare», cosicché siffatti immobili dovrebbero essere considerati «a tutti gli effetti ancora strumentali alle esigenze istituzionali della Difesa». Il resistente contesta anche la ricostruzione operata dalla Regione, in via subordinata, secondo cui i beni in questione - ove non riconducibili alla previsione dell'art. 32 dello statuto, perché non più demaniali, ma patrimoniali disponibili in seguito all'inclusione nell'elenco censurato - avrebbero dovuto ugualmente essere trasferiti alla Regione in quanto già esistenti nel suo territorio alla data di entrata in vigore dello statuto (ex art. 33 dello statuto). Al riguardo, la difesa statale eccepisce che l'art. 33 dello statuto, in maniera ancora più esplicita dell'art. 32, assegna alla Regione non tutti i beni patrimoniali «esistenti nel territorio», ma solo quelli disponibili alla data di entrata in vigore dello statuto, con conseguente irrilevanza di ogni mutamento successivamente prodottosi riguardo alla disponibilità di quei beni. In riferimento, poi, all'asserita violazione del principio di leale collaborazione tra Stato e Regioni, tale principio avrebbe trovato piena attuazione attraverso i decreti legislativi n. 265 e n. 266 del 2010, i quali hanno consentito l'acquisizione da parte della Regione di beni dello Stato ulteriori rispetto a quelli il cui trasferimento era imposto dallo statuto. D'altronde, la violazione del principio in parola non potrebbe essere dedotta dal procedimento di approvazione del decreto, che si è svolto nel rispetto di tutte le previsioni di legge. Infatti: i beni sono stati individuati in stretto coordinamento con la componente tecnico-operativa del Ministero della difesa; l'elenco redatto è stato inviato all'Agenzia del demanio per acquisirne l'avviso; quest'ultima, con una nota del 7 giugno 2010, ha chiesto all'Amministrazione della difesa di valutare la possibilità di espungere alcuni immobili ai fini dell'utilizzo per altre finalità governative; infine, l'espunzione è stata effettuata conformemente alle richieste dell'Agenzia. 3.