[pronunce]

sezione prima penale, sentenza 7 giugno-22 luglio 2013, n. 31479), salvo, s'intende, che sia intervenuta una contestazione suppletiva; nel caso di contestazione di tipo "aperto", in rapporto alla condotta realizzata dalla data iniziale indicata nel capo di imputazione a quella della pronuncia della sentenza di primo grado (Corte di cassazione, sezione seconda penale, sentenza 22 marzo-14 giugno 2012, n. 23695; sezione sesta penale, sentenza 4 ottobre-29 novembre 2000, n. 12302). Le conclusioni giurisprudenziali ora ricordate rispondono ad esigenze pratiche evidenti e difficilmente eludibili. Per quanto attiene alla ritenuta possibilità di procedere per la condotta successiva alla sentenza di primo grado, è palese che, se così non fosse, detta sentenza si tradurrebbe in un inaccettabile "salvacondotto" per chi intenda continuare a violare la legge penale. E ciò quantunque si discuta di condotta che non avrebbe potuto in nessun caso essere giudicata nel processo già definito. Quanto, poi, alla possibilità di procedere per la condotta successiva alla data finale della contestazione "chiusa", ancorché anteriore alla pronuncia della sentenza di primo grado (condotta che pure, in linea teorica, avrebbe potuto essere giudicata con tale sentenza, ove il pubblico ministero avesse proceduto a una contestazione suppletiva), si reputa egualmente illogico che il reo possa godere di una "franchigia penale" riguardo alla perdurante condotta illecita per il mero fatto che l'accertamento giudiziario abbia riguardato solo un segmento temporale del reato (Corte di cassazione, sezione prima penale, sentenza 7 giugno-22 luglio 2013, n. 31479). Come già accennato, la frammentazione delle iniziative giudiziali nell'ipotesi considerata può dipendere - e solitamente dipende - dal fatto che il pubblico ministero ha acquisito in tempi diversi la prova della responsabilità dell'agente con riguardo ai singoli segmenti temporali. Alla luce di quanto esposto, si deve quindi concludere che il primo presupposto ermeneutico del rimettente - ossia l'impossibilità di ravvisare nella vicenda oggetto del giudizio a quo l'ipotesi della pluralità di sentenze di condanna per il medesimo fatto - è corretto, perché conforme al "diritto vivente" di matrice giurisprudenziale. Nella specie, infatti, tutte e tre le sentenze di condanna per violazione degli obblighi di assistenza familiare sono state pronunciate in relazione a contestazioni di tipo "chiuso", attinenti a periodi di tempo diversi e non sovrapposti tra loro (rispettivamente, da marzo a settembre 2008, da ottobre 2008 a marzo 2009 e da agosto 2009 a marzo 2010). Dunque, in base ai ricordati orientamenti della giurisprudenza di legittimità, non sussisteva alcuna preclusione al promovimento dei giudizi successivi al primo, ancorché relativi a segmenti della condotta cronologicamente antecedenti alla prima sentenza di condanna di primo grado, poi divenuta definitiva (sentenza pronunciata solo il 17 maggio 2012). 5.- Il discorso è diverso quanto al secondo presupposto interpretativo, relativo alla pretesa inapplicabilità, nella fattispecie considerata, dell'art. 671 cod. proc. pen. : disposizione in forza della quale, quando siano state pronunciate più sentenze o decreti penali irrevocabili in procedimenti distinti contro la stessa persona, il giudice dell'esecuzione può applicare, su istanza del condannato o del pubblico ministero - laddove ne sussistano i presupposti - la disciplina del reato continuato (oltre a quella del concorso formale di reati), sempre che la stessa non sia stata esclusa dal giudice della cognizione. Al riguardo, il rimettente osserva che l'istituto della continuazione postula che l'agente abbia commesso una pluralità di reati distinti, in esecuzione di un medesimo disegno criminoso. Nella specie, si sarebbe invece al cospetto di un unico reato permanente, giudicato "per tranche" in sede cognitiva. Il giudice a quo si mostra consapevole dell'esigenza di confrontarsi, a questo proposito, con il fenomeno della cosiddetta interruzione giudiziale della permanenza: ossia con l'indirizzo giurisprudenziale, ampiamente consolidato, secondo il quale la permanenza può cessare, oltre che per cause "naturalistiche" - l'esaurirsi della condotta tipica - anche per cause giudiziarie, connesse alle modalità di accertamento dell'illecito, che frantumano l'unità del reato permanente, facendo sì che la protrazione successiva della condotta integri un reato distinto e autonomo, pur se omologo. Il Tribunale teatino non pone in discussione la validità di tale risalente costruzione giurisprudenziale. Nega, tuttavia, che il fenomeno si sia verificato nella fattispecie sottoposta al suo esame. Rileva, infatti, che per costante giurisprudenza l'interruzione giudiziale della permanenza si verifica solo per effetto - e al momento - della sentenza di primo grado. Nel caso di specie - come già ricordato poc'anzi - la prima sentenza di primo grado è posteriore all'ultima delle condotte giudicate nei tre processi. Di conseguenza, l'unitarietà del reato permanente non sarebbe stata spezzata. Il giudice a quo aggiunge che l'applicazione del regime del cumulo giuridico delle pene, nei termini delineati dall'art. 81 cod. pen. , prevista nel caso del reato continuato, «non collim[erebbe]» neppure con l'esigenza, che emerge nella specie, «di riparametrare la pena secondo lo schema del reato unico», tenendo conto del complesso delle condotte separatamente giudicate in sede cognitiva. Sul punto, va rilevato che è ben vero che in numerose pronunce la giurisprudenza di legittimità ha individuato in modo indistinto il fattore di interruzione giudiziale della permanenza nella sentenza di primo grado. In numerose altre ha precisato, però, che una simile affermazione va riferita al caso in cui la contestazione del reato sia stata formulata in forma "aperta": ipotesi nella quale, come detto, il giudicato copre anche la protrazione della condotta fino al momento della pronuncia di detta sentenza (tra le molte, Corte di cassazione, sezione terza penale, sentenza 5 luglio-21 settembre 2017, n. 43173; sezione seconda penale, sentenza 1° marzo-6 giugno 2016, n. 23343; sezione sesta penale, sentenza 3 ottobre 2013-20 marzo 2014, n. 13085). In ulteriori decisioni, la Corte di cassazione è, per converso, chiara nell'affermare che, in caso di contestazione "chiusa", è la data finale indicata nel capo di imputazione a segnare - una volta che sul fatto sia intervenuto l'accertamento processuale definitivo - il momento nel quale si determina la frantumazione della condotta criminosa, che imprime alla condotta successiva i connotati di un distinto reato (Corte di cassazione, sezione prima penale, sentenza 7 giugno-22 luglio 2013, n. 31479; nonché sezione seconda penale, sentenza 20 aprile-19 maggio 2016, n. 20798). Occorre, in effetti, considerare che l'istituto dell'interruzione giudiziale della permanenza è stato elaborato, sin da tempi remoti, dalla giurisprudenza in precipuo collegamento con la problematica cui si è fatto riferimento in precedenza: