[pronunce]

Sentenza ha pronunciato la seguentenei giudizi di legittimità costituzionale dell'art. 1, comma 2, del decreto-legge 7 gennaio 2000, n. 2 (Disposizioni urgenti per l'attuazione dell'articolo 2 della legge costituzionale 23 novembre 1999, n. 2, in materia di giusto processo), convertito in legge 25 febbraio 2000, n. 35, promossi con ordinanze emesse il 4 maggio 2000 dalla Corte di appello di L'Aquila, l'8 maggio 2000 dal tribunale di Firenze ed il 3 ottobre 2000 dalla Corte di appello di Catania, rispettivamente iscritte ai nn. 514 e 511 del registro ordinanze 2000 ed al n. 130 del registro ordinanze 2001 e pubblicate nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 40, prima serie speciale, dell'anno 2000 e n. 9, prima serie speciale, dell'anno 2001. Visti l'atto di costituzione di A. M., nonché gli atti di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri; Udito nell'udienza pubblica del 25 settembre 2001 e nella camera di consiglio del 26 settembre 2001 il giudice relatore Giovanni Maria Flick; Uditi gli avvocati Jacopo Bartolomei e Mauro Mellini per A. M.. Ritenuto in fatto Considerato in diritto 1. - La Corte di appello di L'Aquila ha sollevato, in riferimento agli artt. 3, 25 e 111 della Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell'art. 2 (verosimilmente: art. 1, comma 2) del decreto-legge 7 gennaio 2000, n. 2 (Disposizioni urgenti per l'attuazione dell'articolo 2 della legge costituzionale 23 novembre 1999, n. 2, in materia di giusto processo), come modificato dalla legge di conversione 25 febbraio 2000, n. 35, "limitatamente alla parte in cui consente, sia pure in via transitoria, la valutazione, come elementi probatori, delle dichiarazioni rese nel corso delle indagini preliminari da chi per libera scelta si è sempre volontariamente sottratto all'esame dell'imputato o del suo difensore, nella ipotesi in cui le dichiarazioni siano già acquisite al fascicolo per il dibattimento alla data di entrata in vigore della legge attuativa dell'art. 111 della Costituzione". Osserva al riguardo la Corte rimettente che la legge di conversione non avrebbe introdotto modifiche di sostanza alle previsioni dettate dal decreto-legge, giacché sarebbe rimasta ferma la differenza di regime probatorio tra processi, a seconda della fase in cui questi si trovavano al momento di entrata in vigore della legge attuativa del "nuovo" art. 111 della Costituzione Si sottolinea, in proposito, che, mentre la regola generale è l'applicazione ai processi in corso del principio enunciato dall'art. 111 Cost., secondo il quale non hanno valore probatorio le dichiarazioni accusatorie di chi si è poi sottratto per libera scelta alla escussione dibattimentale, si introduce una deroga per l'ipotesi in cui tali dichiarazioni, rese durante le indagini, siano state già acquisite al fascicolo per il dibattimento alla data di entrata in vigore della legge attuativa, giacché in tal caso quelle dichiarazioni assumono valore probatorio "se la loro attendibilità è confermata da altri elementi di prova, assunti o formati con diverse modalità". La norma transitoria sarebbe pertanto - a parere del rimettente - in contrasto con il principio fondamentale introdotto dall'art. 111 della Costituzione Quest'ultimo, infatti, esclude tassativamente che abbiano valore probatorio le dichiarazioni rese da chi si sia poi sottratto liberamente e volontariamente al contraddittorio, mentre la norma transitoria conferisce, sia pure temporaneamente, valore ed efficacia di prova ad elementi che ormai tale valore avrebbero perso per effetto della introduzione del nuovo principio costituzionale. D'altra parte - osserva ancora il rimettente - il fatto che la legge costituzionale n. 2 del 1999, introduttiva del "nuovo" art. 111 Cost., abbia previsto la emanazione di norme transitorie nella forma della legge ordinaria non implica che tale legge possa derogare a principi costituzionali già in vigore, ovvero procrastinarne od impedirne l'applicazione. Così - sottolinea il giudice a quo - mentre la disposizione dettata dal comma 3, dell'art. 1 del d.l. n. 2 del 2000, come modificato dalla legge di conversione, costituisce specificazione del principio costituzionale, giacché la sottrazione del dichiarante all'interrogatorio, dipendente da violenza, minaccia od offerta di utilità, non può ritenersi frutto di libera scelta, altrettanto non può dirsi per la regola sancita dal comma 2 dell'art. 1 del medesimo decreto, ponendosi la stessa in termini di "effettivo contrasto con il nuovo principio costituzionale". La sostanziale differenza di regime probatorio, fatta dipendere dal mero dato cronologico, spesso fortuito, che quelle dichiarazioni siano state o meno già acquisite al fascicolo dibattimentale, evidenzierebbe anche una disparità di trattamento tra imputati, essendo questi sottoposti "a diverso regime ed a regole diverse in tema di valutazione della prova, e quindi di colpevolezza, per circostanze indipendenti dal loro comportamento, e sostanzialmente casuali". Il che - conclude il rimettente - porrebbe la norma impugnata in contrasto anche con l'art. 3 Cost. 2. - Nel giudizio è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che la questione sia dichiarata non fondata. A parere della Avvocatura, il legislatore costituzionale, nel definire i principi fondamentali del giusto processo, ha inteso consentire alla legge ordinaria di derogare a quei principi per le esigenze transitorie dei procedimenti penali in corso alla data della sua entrata in vigore. Una deroga - puntualizza l'Avvocatura - "contenuta nei ristretti limiti necessitati dal coordinamento fra il vecchio ed il nuovo sistema e giustificati, sul piano della ragionevolezza, dalla legittimità delle acquisizioni dibattimentali avvenute prima della entrata in vigore della nuova legge ordinaria". 3. - Ha infine spiegato intervento una delle parti private, chiedendo dichiararsi la illegittimità costituzionale della disposizione impugnata. Osserva in particolare l'interventore che la funzione della legge ordinaria, secondo il disposto dell'art. 2 della legge costituzionale n. 2 del 1999, deve essere quella di stabilire particolari modalità del processo in funzione dell'innesto del nuovo principio costituzionale; mai, invece, può considerarsi consentito alla stessa legge ordinaria di limitare in generale l'applicazione di quel principio ai processi in corso. Tanto meno la legge ordinaria - si assume ancora - può trasformare per talune categorie di processi la portata del disposto del quarto comma dell'art. 111 Cost., il quale ha connotazioni squisitamente interdittive.