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È ovvio che sarà il Governo attuale che ci dirà quale strada intende intraprendere, dapprima con la Nota di aggiornamento imminente - ad ore, come si dice - e poi, tra qualche settimana, con il disegno di legge di bilancio per il 2019. I numeri che verranno scritti si dovranno basare proprio sul bilancio esistente, che si può modificare, ma che non si può stravolgere perché è molto ingessato, almeno non con una sola manovra di bilancio. Dal conto economico delle amministrazioni pubbliche possiamo intanto desumere l'evolversi degli indicatori di finanza pubblica negli ultimi quattro anni - li ho sentiti citare in parte nell'intervento del collega che mi ha preceduto - che hanno caratterizzato la politica economica dei Governi Renzi e Gentiloni Silveri. I principali indicatori sono quelli relativi all'indebitamento netto, che pur diminuendo dal 3 al 2,3 per cento del prodotto interno lordo e scendendo anche in termini reali fotografa quattro manovre in deficit , per una cifra complessiva di 172 miliardi di euro. Nel contempo, la crescita del PIL è stata di 108 miliardi di euro. Un altro dato da considerare è quello della drastica riduzione degli oneri sul debito, già citati dal collega Ferro, che ha visto scendere da 74 a 65 miliardi di euro gli interessi passivi. L'effetto cumulato è di 38 miliardi di euro di minor onere del nostro debito pubblico. Se vogliamo essere generosi, possiamo dire quindi che il bonus di 80 euro, che è costato 6,5 miliardi di euro nel 2014 e 10 miliardi di euro negli anni successivi, ai poco più di 10 milioni di italiani che ne beneficiano glielo ha pagato Mario Draghi. Nonostante la disponibilità di tali ingenti risorse, derivanti appunto dal ricorso al debito e dai minori oneri per gli interessi, l'Italia durante gli ultimi quattro anni ha registrato una crescita limitata, al di sotto della media europea. Il nostro prodotto interno lordo nominale ha raggiunto i 1.717 miliardi di euro, uno dei più alti in Europa e al mondo; ma, nonostante questo, la crescita del prodotto interno lordo, trainata da un ciclo internazionale favorevole e da diverse e convergenti variabili esogene, è stata zavorrata dai problemi che ci portiamo dietro da molti anni. È evidente che la crescita economica sia conseguenza diretta della fiducia delle imprese che investono e dei cittadini che aumentano i propri acquisti. È mancata la fiducia, perché sono mancate quelle riforme auspicate da anni e perché si è cercato un improduttivo scontro politico al posto del dialogo. Insomma, se quei soldi presi in prestito dagli investitori stranieri e italiani fossero stati spesi bene, avremmo dovuto almeno avere i numeri della crescita pari a quelli delle risorse impegnate ricorrendo al deficit . Così non è stato; non lo è stato nell'ultimo anno, ma nemmeno negli anni precedenti. Così non è stato, riuscendo perfino a sconfessare il cosiddetto moltiplicatore keynesiano. John Maynard Keynes fece un moltiplicatore rispetto alla spesa, vero collega Bonfrisco? BONFRISCO (L-SP-PSd'Az) . La sto ascoltando. PICHETTO FRATIN (FI-BP) . Un'ulteriore conferma viene da uno studio empirico, che abbiamo letto anche sugli organi di stampa, circa i 10 milioni di italiani che hanno percepito gli 80 euro, i quali purtroppo non sono ritornati tutti sul mercato dei consumi. Era altrettanto una misura iniqua, perché dava qualcosa a chi già aveva un reddito, mentre non dava nulla ai redditi più bassi o a chi addirittura un reddito non lo aveva. Quella misura mostra un principio di iniquità a chi pensa di mettere sul piatto dell'equità sociale il reddito di cittadinanza, che sarebbe allo stesso modo una misura arbitraria. Prima di tutto sarebbero somme tolte allo sviluppo del Paese, cioè alla creazione di nuovi posti di lavoro, quindi a redditi veri e non di presunta cittadinanza. (vorrei ricordare che noi non siamo contrari all'azione di assistenza a chi ha bisogno). Se realizzate in deficit , tali somme sarebbero poi gravate dall'ulteriore onere che pesa sulle somme ricavate dal ricorso al mercato. Parlando di spesa pubblica, va poi detto che anche i consumi intermedi crescono in termini reali e in percentuale più dell'inflazione, assestandosi al 13,3 per cento della spesa corrente al netto degli interessi. Si tratta di una voce importante e ancora molto grigia del bilancio pubblico, perché raggruppa tutto al proprio interno. Va evidenziato che purtroppo la centralizzazione degli acquisti non è partita in questo Paese; continuiamo ad annunciarla e speriamo di vederla. La revisione della spesa allora va realizzata una volta per tutte e noi ci auguriamo che il Governo, ancorché siamo all'opposizione, riesca a realizzarla. Vanno tolti tutti quei vincoli burocratici che impediscono di spendere. Ad esempio per le zone che possono accedere ai fondi di coesione, sembrano esserci ad oggi - lo ricordo ai membri del Governo - 54 miliardi non spesi, che rischiamo di perdere: sono 54 miliardi che, signori del Governo, con una valutazione rispetto al Programma operativo nazionale (PON), che peraltro è tutto sotto la competenza del vice presidente Di Maio, possono essere di ausilio alle valutazioni del Governo. E, nel recuperare risorse che spesso sono già in bilancio, bisogna fare scelte coraggiose, che indirizzano la spesa non a un consenso immediato, ma a una visione di lungo periodo. In questo desidereremmo vedere quello che non abbiamo visto in questi anni e che non registrano i documenti al nostro esame. Vorremmo essere partecipi di una crescita della spesa pubblica indirizzata all'innovazione e alla ricerca; vorremmo vedere una spesa che passa dalla spesa corrente agli investimenti. A questo punto, uno 0,2 in più di rapporto deficit -PIL può anche diventare molto utile e non irrilevante, in un circuito in cui lo Stato, in accordo con le imprese, si faccia promotore dei processi innovativi. Sapere che in Italia nei prossimi cinque anni mancheranno quasi 300.000 figure professionali specializzate dovrebbe indurre un Governo che guardi al futuro a investire nella loro formazione. Non possiamo permettere che le imprese italiane si trovino prive delle risorse di cui hanno più bisogno, il capitale umano; non possiamo privare gli italiani di tutto ciò. Proprio i numeri del bilancio dello Stato di questi anni dovrebbero indurci a un'inversione di tendenza che pensi concretamente al bene dei cittadini. Quindi, come dice il relatore del rendiconto, non è solo un dato numerico: è la base di analisi per l'attuazione delle politiche pubbliche. Serve una riflessione; abbiamo un Paese ingessato dalle norme dello Stato, dal sistema dello Stato. Serve flessibilità nel riallocare le risorse. Il bilancio dello Stato è lo strumento di finanza pubblica che deve servire ai Governi - e naturalmente a questo Parlamento - come integrazione e surroga di ciò che il sistema non raggiunge. È una questione prima di tutto di credibilità del Paese, e per avere credibilità come Paese bisogna avere la credibilità delle istituzioni, e questa la si dà con i numeri. Ho parlato molto del rendiconto e di politica generale. Concludo con una semplice considerazione: era l'occasione per mettere mano, da parte del nuovo Governo, al bilancio di previsione del Governo Gentiloni Silveri. Di fatto, non abbiamo visto niente.