[pronunce]

Considerato che il Tribunale di Cagliari dubita, in riferimento agli artt. 3, 25, secondo comma, e 27, primo e terzo comma, della Costituzione, della legittimità costituzionale di due disposizioni introdotte dalla legge 5 dicembre 2005, n. 251, nel quadro di un disegno di irrigidimento complessivo del trattamento sanzionatorio della recidiva, e della recidiva reiterata in specie; che il rimettente censura, in primo luogo, il divieto di prevalenza delle circostanze attenuanti sulla recidiva reiterata, stabilito dall'art. 69, quarto comma, del codice penale, come sostituito dall'art. 3 della citata legge, perché – tramite la norma impugnata – il legislatore avrebbe prefigurato un «automatismo sanzionatorio» basato su una irrazionale presunzione iuris et de iure di pericolosità sociale del recidivo reiterato; che, conseguentemente, si restringerebbe indebitamente il potere-dovere del giudice di adeguare la pena al caso concreto, pur trattandosi di un potere-dovere funzionale alla realizzazione dei principi di eguaglianza, di necessaria offensività del reato, di personalità della responsabilità penale e della funzione rieducativa della pena; che ad avviso del rimettente, cioè, la mera contestazione della recidiva reiterata farebbe inevitabilmente scattare il meccanismo limitativo degli esiti del giudizio di bilanciamento tra circostanze, delineato dall'art. 69, quarto comma, cod. pen.: con l'effetto di neutralizzare – anche quando si sia in presenza di precedenti penali remoti, non gravi e scarsamente significativi in rapporto alla natura del nuovo delitto – la diminuzione di pena connessa alle circostanze attenuanti concorrenti, indipendentemente dalla natura e dalle caratteristiche del fatto concreto; che, scrutinando analoghe questioni di costituzionalità, questa Corte ha già avuto modo di rilevare, tuttavia, come l'interpretazione dianzi ricordata – prospettata dal rimettente in termini assiomatici – non costituisca affatto l'unica lettura possibile del vigente quadro normativo (sentenza n. 192 del 2007; ordinanze n. 409 del 2007 e n. 33 del 2008); che da un lato, infatti, è possibile ritenere che la recidiva reiterata sia divenuta obbligatoria unicamente nei casi previsti dall'art. 99, quinto comma, cod. pen. , rispetto ai quali soltanto tale regime è espressamente contemplato: e cioè ove essa si riferisca ad uno dei delitti indicati dall'art. 407, comma 2, lettera a), del codice di procedura penale, il quale reca un elenco di reati ritenuti dal legislatore, a vari fini, di particolare gravità e allarme sociale; che resta, poi, fermo l'ulteriore problema interpretativo di stabilire quale delitto debba rientrare in tale catalogo, affinché scatti l'obbligatorietà: se il delitto oggetto della precedente condanna; ovvero il nuovo delitto che vale a costituire lo status di recidivo; indifferentemente l'uno o l'altro; o addirittura entrambi; che, d'altro lato, nei limiti in cui si escluda che la recidiva reiterata sia divenuta obbligatoria, è possibile sostenere la necessità del giudizio di bilanciamento – soggetto al regime limitativo di cui all'art. 69, quarto comma, cod. pen. – unicamente quando il giudice ritenga la recidiva reiterata effettivamente idonea a determinare, di per sé, un aumento di pena per il fatto per cui si procede: e cioè – alla stregua dei criteri di corrente adozione in tema di recidiva facoltativa – solo quando il nuovo episodio delittuoso appaia concretamente significativo, in rapporto alla natura ed al tempo di commissione dei precedenti, sotto il profilo della più accentuata colpevolezza e della maggiore pericolosità del reo; che la stessa Corte di cassazione – la quale in un primo tempo si era espressa sul tema in modo contrastante – risulta aver adottato, nelle più recenti decisioni, la linea interpretativa dianzi indicata; che, nella specie, l'odierno rimettente procede per delitti non compresi nell'elenco dell'art. 407, comma 2, lettera a), cod. proc. pen. (il delitto di rapina vi rientra solo in presenza delle aggravanti speciali di cui al terzo comma dell'art. 628 cod. pen. , che non risultano essere state contestate); lo stesso rimettente, inoltre, non specifica a quali delitti si riferiscano le precedenti condanne riportate dall'imputato; che, nell'ottica della soluzione interpretativa dianzi indicata, pertanto, il giudice rimettente – all'esito di un apprezzamento basato sulle caratteristiche del caso concreto – potrebbe non applicare affatto l'aumento di pena per la recidiva reiterata; e, conseguentemente, non procedere ad alcun giudizio di bilanciamento fra detta aggravante e le attenuanti concorrenti; che considerazioni similari possono essere svolte anche in rapporto all'ulteriore questione di costituzionalità avente ad oggetto l'art. 81, quarto comma, cod. pen. , aggiunto dall'art. 5, comma 1, della legge n. 251 del 2005, nella parte in cui prevede, rispetto ai recidivi reiterati, un aumento minimo di pena per la continuazione pari ad un terzo della pena stabilita per il reato più grave; che, nel sollevare la questione, il rimettente muove dall'implicito, e in sé non implausibile, presupposto interpretativo di riferire la norma impugnata – ad onta dell'indicazione, apparentemente contraria, ricavabile dalla consecutio temporum delle voci verbali impiegate («reati … commessi da soggetti ai quali sia stata applicata la recidiva prevista dall'articolo 99, quarto comma») – al caso in cui l'imputato venga dichiarato recidivo reiterato in rapporto agli stessi reati uniti dal vincolo della continuazione, del cui trattamento sanzionatorio si discute; e non, invece, al caso in cui l'imputato sia stato ritenuto recidivo reiterato con una precedente sentenza definitiva (nell'ordinanza di rimessione non vi è, infatti, alcun riferimento al fatto che l'evenienza da ultimo indicata si sia verificata nel caso di specie); che – a prescindere da ogni rilievo circa la correttezza della qualificazione della fattispecie oggetto del giudizio principale quale ipotesi di reato continuato, anziché quale concorso formale di reati (istituto che, comunque, la norma censurata assoggetta al medesimo regime) – va tuttavia osservato come, alla stregua della soluzione ermeneutica dianzi prospettata, anche l'operatività dell'art. 81, quarto comma, cod. pen. presupponga che il giudice abbia ritenuto la recidiva reiterata concretamente idonea ad aggravare la pena per i reati in continuazione (o in concorso formale): e ciò in pieno accordo, peraltro, con lo stesso tenore letterale della norma de qua («soggetti ai quali sia stata applicata la recidiva»);