[pronunce]

che, alla stregua della nuova normativa, la personalità criminale del reo, desunta dalla recidiva o dallo stato di delinquente abituale o professionale, determina un allungamento, anche consistente, dei termini di prescrizione; che, sempre a parere del giudice a quo, il legislatore, nell'adottare quale criterio distintivo degli effetti della proroga connessa al compimento di atti interruttivi, non già la gravità oggettiva del fatto, come avveniva precedentemente, bensì lo status soggettivo dell'imputato, avrebbe riesumato la logica del «diritto penale d'autore», in violazione degli artt. 13, 25 e 27 della Costituzione, che impongono «un ordinamento improntato ai tratti di un “diritto penale del fatto”»; che tale disciplina, inoltre, sarebbe irragionevole perché viene a collegare l'allungamento dei termini di prescrizione ad una situazione di recidiva che può maturare anche a distanza di anni dal fatto, a causa della lunghezza dei tempi processuali, e sarebbe anche contraria al principio di eguaglianza, che sancisce l'illegittimità di trattamenti normativi differenti in ragione delle condizioni personali del cittadino; che la violazione del principio di eguaglianza sarebbe evidente nell'ipotesi della contestazione di un medesimo reato ad una pluralità di imputati: in tal caso, infatti, si potrebbe assistere ad un esito processuale del tutto opposto – declaratoria di estinzione del reato per prescrizione ovvero condanna – a seconda che i diversi imputati abbiano riportato o meno precedenti condanne, e che una tale «ipotesi, oltre ad offendere i più elementari canoni di giustizia, violerebbe palesemente il principio costituzionale di cui all'art. 3 Cost., che consente trattamenti diversi soltanto in situazioni diverse»; che, secondo il rimettente, i precedenti penali sono ordinariamente valutati dal giudice in sede di concreta commisurazione della pena, nell'ambito di un giudizio individualizzato che assume a parametro i criteri finalistici di cui all'art. 27, terzo comma, Cost., e che i suddetti precedenti non possono essere assunti a discrimen di un differente trattamento normativo; che il rimettente ritiene, altresì, che la riforma dettata dalla legge n. 251 del 2005, determinando l'estinzione generalizzata di una molteplicità di ipotesi di reato a causa della riduzione dei termini di prescrizione, produca l'effetto tipico di una amnistia, con un aggiramento dell'art. 79 Cost., che richiede una legge approvata dai due terzi dei componenti di ciascuna Camera; che, infine, secondo il giudice a quo, la riduzione consistente dei termini di prescrizione violerebbe il principio costituzionale di difesa sociale, immanente all'intero sistema costituzionale, sul quale si fonda la pretesa punitiva dello Stato, e ciò in quanto detta riduzione impedirebbe «di fatto, il perseguimento e la punizione di molteplici fatti di reato, con una obliterazione della sicurezza collettiva»; che nella seconda ordinanza il rimettente premette, quanto alla rilevanza della questione, di dover accogliere la richiesta della difesa dell'imputato di una pronuncia di non doversi procedere per intervenuta prescrizione dei reati di cui agli artt. 581, 582 e 612 .cod. pen. , commessi in data 3 luglio 1999, in applicazione dell'art. 6, commi 1 e 4, della legge n. 251 del 2005 e dell'art. 10, comma 3, della medesima legge; che il rimettente solleva la medesima questione di costituzionalità dell'art. 6, commi 1 e 4, della legge n. 251 del 2005, e sviluppa argomentazioni identiche a quelle ora riportate sia in ordine alla ammissibilità del sindacato della Corte costituzionale sulle norme penali di favore sia in ordine alla non manifesta infondatezza delle censure sollevate; che, a parere del rimettente, anche la disciplina transitoria di applicazione della legge n. 251 del 2005, dettata dall'art. 10, comma 3, sarebbe irragionevole e in contrasto con l'art. 3 della Costituzione; che, in particolare, la dichiarazione di apertura del dibattimento sarebbe un momento processuale privo di qualsivoglia connotato in grado di giustificare una dismissione della pretesa punitiva dello Stato, non essendo assimilabile né all'esercizio dell'azione penale, né, tantomeno, alla pronuncia di una sentenza di condanna in primo grado, atto autoritativo che esprime l'accertamento della responsabilità ipotizzata; che il Giudice dell'udienza preliminare del Tribunale di Prato, con ordinanza del 6 febbraio 2007 (r.o. n. 707 del 2007) , ha sollevato, in riferimento all'art. 3 Cost., questione di legittimità costituzionale dell'art. 161, secondo comma, cod. pen. come modificato dall'art. 6, commi 1 e 4 (recte: comma 5), della legge n. 251 del 2005, nella parte in cui prevede un sistema di computo dei termini prescrizionali collegato non già alla gravità oggettiva del fatto, bensì allo status soggettivo dell'imputato, prevedendo un più lungo termine di prescrizione in caso di atti interruttivi riguardanti delinquenti recidivi, abituali o professionali; che il rimettente premette che il giudizio a quo, nella fase dell'udienza preliminare, ha ad oggetto la contestazione all'imputato del reato di calunnia di cui all'art. 368 cod. pen. , commesso nelle date del 21 luglio 1999 e del 25 agosto 1999, con l'aggravante della recidiva reiterata ed infraquinquennale; che, ai fini della rilevanza della questione, il rimettente evidenzia che la difesa dell'imputato, dopo aver precisato che, a causa della contestazione della recidiva reiterata infraquinquennale, il reato di calunnia contestato alla propria assistita non poteva dichiararsi estinto per intervenuta prescrizione, pur essendo trascorso il termine massimo, stabilito ai sensi dell'art. 161, secondo comma, cod. pen. (aumento di un quarto rispetto al termine di sei anni), di sette anni e sei mesi, ha chiesto sollevarsi questione di legittimità costituzionale della norma citata (art. 161, secondo comma, cod. pen. , nuova formulazione) per contrasto con gli artt. 3, 13, 25 e 27 Cost.; che la questione è, a giudizio del rimettente, rilevante, perché se operasse l'ordinario termine massimo di prescrizione, senza l'aumento di un quarto (recte: due terzi), si imporrebbe una sentenza di non doversi procedere per intervenuta prescrizione, quantomeno con riferimento al reato di calunnia commesso in data 21 luglio 1999;