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Ai sensi dell'articolo 93 del Regolamento, sulle questioni pregiudiziali presentate si svolgerà un'unica discussione, nella quale potrà intervenire un rappresentante per Gruppo, per non più di dieci minuti. IANNONE (FdI) . Domando di parlare. PRESIDENTE. Ne ha facoltà. IANNONE (FdI) . Signor Presidente, in maniera molto rapida annuncio che Fratelli d'Italia voterà favorevolmente alle due questioni pregiudiziali presentate dai colleghi di Forza Italia e della Lega. In particolare, condividiamo le motivazioni espresse e presentate con riferimento all'abuso nel ricorso alla decretazione d'urgenza, che tradisce un impegno assunto e ribadito anche in quest'Assemblea dal presidente Conte e che, nella scorsa legislatura, vedeva il primo partito della maggioranza impegnato ogni volta a criticare tale ricorso. Tutto questo sembra già appartenere alla storia e la verità è che si mette in campo un provvedimento esclusivamente per esigenze e dinamiche interne ad una maggioranza che va a dissolversi. Ricordiamo tutti nel periodo di Natale le dimissioni del ministro Fioramonti, il quale annunciava di lasciare il Ministero per mancanza di risposte nella legge di bilancio in termini di stanziamenti per la scuola, l'università e la ricerca. Ebbene, in queste materie e per le risposte che questo mondo aspetta sarebbe necessario un provvedimento che dia risposta al precariato della scuola e dell'università, che metta in sicurezza i nostri istituti, dove si svolgono le attività didattiche e che investa sulle nostre migliori menti e sulla ricerca; non certo un provvedimento per spacchettare un Ministero, tornando indietro di molti anni, per fare in modo che due ministri, dell'una e dell'altra forza politica di maggioranza, possano trovare una poltrona. È questa la vera esigenza che si sostiene con questo decreto-legge e ci si fa beffa ancora una volta del Parlamento. Forse si pensa di farsi beffa anche dell'opinione pubblica e dei nostri cittadini. Allora è necessario, così come faremo nel prosieguo dell'esame, dire un forte e fermo «no» a questa decomposizione della maggioranza, che evidentemente non può essere anche la metafora di un mondo, quello della nostra scuola, della nostra formazione e della nostra università, che attende ben altre risposte e provvedimenti, che non vadano nella direzione di agevolare la vita della politica, ma vadano invece nella direzione di dare concretamente il segno di una Nazione e di una patria che vuole investire in maniera seria concreta e reale sull'istruzione. Per questi motivi, a nome del Gruppo Fratelli d'Italia, annuncio che voteremo favorevolmente alle questioni pregiudiziali presentate, chiedendo di non passare all'esame del provvedimento. (Applausi dal Gruppo FdI) . GRANATO (M5S) . Domando di parlare. PRESIDENTE. Ne ha facoltà. GRANATO (M5S) . Signor Presidente, la separazione del Ministero dell'istruzione da quello dell'università e della ricerca non rappresenta una novità nel nostro ordinamento ed è frutto di una scelta precisa, quella dettata dalla necessità del rilancio del sistema nazionale della formazione in tutte le sue componenti: istruzione, università e ricerca scientifica, alta formazione artistica e musicale. I due Ministeri, nati distinti, furono riuniti per la prima volta in seguito al decreto legislativo n. 300 del 1999, attuativo delle riforme Bassanini, con l'accorpamento di funzioni e compiti spettanti allo Stato in materia di istruzione scolastica e superiore, istruzione universitaria, ricerca scientifica e tecnologica. Nel 2006, poi, vi fu un nuovo "spacchettamento" che, però, ebbe vita brevissima in quanto, già nel 2008, fu prevista ancora una volta la riunificazione dei due Dicasteri. È proprio a partire da quell'anno che iniziò un veloce ed inesorabile declino del settore dell'istruzione, sotto il Governo Berlusconi, sostenuto dalla Lega. Fu avviata, infatti, una stagione di tagli indiscriminati e sciagurati che colpirono trasversalmente il settore, sia dal lato scuola che da quello dell'università, riducendo le risorse a disposizione per un importo complessivo che superò i 10 miliardi di euro. Furono cancellate 90.000 cattedre per i tagli al monte ore di numerose discipline, anche caratterizzanti i vari indirizzi delle scuole. Qualche giorno fa abbiamo esaminato in Assemblea le mozioni di Lega e Forza Italia sulla Giornata della memoria. Memoria corta, direi, visto che sono stati i tagli della riforma Gelmini - votata proprio da loro - a sacrificare, tra le altre, le ore di storia, generando mostri come geostoria, disciplina derivata dalla fusione della storia con la geografia che perdeva le sue due ore settimanali dedicate nel biennio dei licei. Furono tagli esiziali, frutto di una politica miope di cui ancora oggi, purtroppo, scontiamo le conseguenze, perché da quando è stato introdotto il fiscal compact ,nessun Governo ha più trovato nel bilancio quei dieci miliardi per il comparto scuola, università e ricerca stornati dalla Gelmini. Per il centrodestra, che solleva questioni di inopportunità finanziaria, ogni euro speso per migliorare la qualità del servizio pubblico in campo di istruzione, università e ricerca, evidentemente è speso male. Ne prendiamo atto. Infatti, dall'esperienza "unitaria" del Ministero in questi dodici anni, che sconta le inevitabili difficoltà di recuperare quelle risorse tagliate da politiche pubbliche che videro nel settore dell'istruzione solo un mezzo per fare cassa, è possibile effettuare una breve analisi, per capire meglio perché la scissione del MIUR in due distinti dicasteri si è resa oggi quanto mai opportuna. Il settore universitario e quello della ricerca non hanno mai beneficiato delle sinergie che, si diceva, sarebbero potute derivare dall'unificazione ordinamentale, tutt'altro. L'affidamento del Dicastero a competenze unificate a Ministri che comprensibilmente non avevano diretta conoscenza di tutti i settori ha giocato il suo ruolo nella mancanza di visione che ha caratterizzato le politiche del settore in questi ultimi anni. Infatti il Ministero è stato mandato avanti prevalentemente da burocrati e tecnici, con il prevedibile risultato di un evidente scollamento dalla realtà vissuta dagli operatori dei vari settori. Secondo l'ultimo report disponibile diffuso dall'Istat sui livelli di apprendimento in Italia, pubblicato nel 2019, il nostro Paese è penultimo in Europa per numero di giovani laureati, nel range d'età trenta-trentaquattro anni. Solamente la Romania ha fatto registrare un dato peggiore. Secondo la strategia Europa 2020 - e vi ricordo che al 2020 ci siamo arrivati - avremmo dovuto raggiungere il 40 per cento della quota di trenta- trentaquattrenni in possesso di una laurea: siamo in crescita rispetto agli ultimi ma ci fermiamo al di sotto del 30 per cento, cioè oltre 10 punti percentuali in meno rispetto alla soglia minima. Sono dati che fanno riflettere e che trasmettono l'urgente necessità di interventi politici consapevoli a guida dell'apparato tecnico. E per la scuola, invece?