[pronunce]

Del pari rilevanti, poi, si paleserebbero gli interventi del 28 gennaio e del 28 luglio 1998, atteso che nel primo l'interessato sostenne l'esistenza di un collegamento privilegiato tra il partito democratico della sinistra e settori della magistratura, censurando in particolare l'avvenuta «distruzione dei partiti di tradizione democratica ed occidentale da parte di alcune procure che hanno però risparmiato il PDS e la sinistra democristiana», e criticando, inoltre, – nel corso del secondo dei menzionati interventi – «l'uso politico della giustizia, l'uso di quest'ultima a fini di lotta politica secondo un disegno non giudiziario ma politico». Da quanto precede dovrebbe evincersi che già negli specifici atti di funzione ascrivibili al predetto parlamentare possa essere rinvenuta «la sostanza della dichiarazione in contestazione». 3.4.3.¾ Per altro verso, poi, la Camera resistente allega l'esistenza di altri atti parlamentari, seppur riferibili a deputati (o senatori) differenti dall'odierno interessato. Pur conscia dell'indirizzo di recente espresso dalla giurisprudenza costituzionale, incline ad escludere la rilevanza delle opinioni manifestate intra moenia da altri parlamentari, la resistente reputa che gli argomenti sui quali si fonda tale indirizzo contraddicano «le premesse» stesse degli orientamenti tradizionali espressi dalla Corte «in materia di insindacabilità parlamentare». Quanto, poi, agli atti di funzione anteriori alle dichiarazioni extra moenia, se è vero che recenti pronunce della Corte mostrano di ritenere che il tempo intercorrente tra i primi e le seconde non dovrebbe essere eccessivamente lungo, è pur vero che la stessa giurisprudenza costituzionale non ha chiarito quale sia il criterio per stabilire, a priori e con certezza, «il massimo spatium temporis ammissibile».1. — La Corte d'appello di Roma (I sezione civile) ha promosso, con ricorso del 26 gennaio 2004, conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato nei confronti della Camera dei deputati, per l'annullamento della deliberazione (doc. IV-quater, n. 50) da quest'ultima adottata «nella seduta dell'8 ottobre del 2003» (recte: del 9 luglio del 2003). Assume, in particolare, la ricorrente – sul presupposto di essere chiamata a giudicare, in seconde cure, della domanda di risarcimento danni proposta dagli onorevoli Walter Veltroni e Pietro Folena nei confronti dell'on. Silvio Berlusconi, avendoli il medesimo, a loro dire, indicati, nel corso della trasmissione radiofonica “Radio anch'io” del 30 novembre 1999, «quali complici e in collusione con alcuni magistrati, autori di un disegno teso ad eliminare una parte politica a danno di un'altra» – l'illegittimità della predetta deliberazione. Con la stessa, difatti, l'assemblea parlamentare, qualificando «i fatti oggetto del (…) procedimento», devoluto al suo esame, alla stregua di «opinioni espresse da un membro del Parlamento nell'esercizio delle sue funzioni», ha ritenuto di dover ricondurre le dichiarazioni in questione al disposto di cui all'art. 68 Cost. 2. — Il ricorso è inammissibile. 2.1. — La Corte d'appello di Roma ha omesso nel suo ricorso per conflitto di riferire compiutamente, soprattutto nella sua oggettività, il contenuto delle dichiarazioni rese extra moenia dal parlamentare interessato, giacché si è limitata – peraltro nella sola premessa «in fatto» dell'atto dal quale trae origine il presente giudizio – a riferire la prospettazione degli appellati, secondo i quali il dichiarante li avrebbe qualificati, nel corso della suindicata trasmissione radiofonica, nel modo innanzi precisato. Dopo avere specificato, dunque, la pretesa avanzata dagli attori nel giudizio civile e la relativa causa petendi da loro posta a fondamento della domanda risarcitoria, la ricorrente autorità giudiziaria si è astenuta dall'effettuare una analitica ricognizione dell'esatto ed obiettivo contenuto delle dichiarazioni extraparlamentari rese dall'interessato. Nella motivazione in diritto dell'atto di promovimento del conflitto, la Corte d'appello ricorrente si è solo genericamente riferita – senza affatto specificarle come sarebbe stato necessario – alle opinioni manifestate dal parlamentare, alle sue «espressioni ritenute diffamatorie» dagli appellati, alle «frasi pronunciate» dal medesimo, peraltro insistendo sulle loro conseguenze, considerate «estremamente gravi e nocive» per la reputazione degli stessi attori. Non vi è, quindi, alcun elemento che consenta di stabilire l'effettiva portata delle dichiarazioni de quibus, genericità, questa, cui simmetricamente corrisponde l'evasività della descrizione anche del contenuto della delibera di insindacabilità, adottata dall'assemblea parlamentare il 9 luglio 2003, indicata erroneamente nei suoi stessi estremi identificativi. La Corte rimettente in sostanza non è andata oltre il rilievo secondo cui, ad avviso della Camera dei deputati, l'attacco agli onorevoli Veltroni e Folena non sarebbe avvenuto uti singuli, «ma come esponenti di spicco dell'Ulivo»; sicché la ricorrente, neppure nell'esporre le ragioni che renderebbero illegittima la deliberazione suddetta, ha provveduto ad individuare con esattezza le dichiarazioni rese dall'interessato nel corso della trasmissione radiofonica del 30 novembre 1999. 2.2. — Ne consegue che – come affermato da questa Corte in una fattispecie analoga (si trattava, allora, di dichiarazioni rese da un parlamentare nel corso di una trasmissione televisiva) – le descritte carenze dell'atto introduttivo del giudizio comportano l'inammissibilità del ricorso per conflitto di attribuzione, dal momento che non consentono di cogliere, in modo esaustivo, l'oggetto del contendere (sentenza n. 79 del 2005). Ciò in quanto, stante il principio della necessaria autosufficienza che deve caratterizzare l'atto introduttivo del giudizio innanzi a questa Corte, l'assenza nel ricorso di una «compiuta esposizione dei fatti, non solo perché non vengono riportate le frasi pronunciate dal deputato (…) nel corso della trasmissione» – frasi che, in ogni caso, «assumono importanza fondamentale ai fini dell'accertamento dell'eventuale nesso funzionale con atti parlamentari tipici» –, «ma soprattutto perché, in luogo delle parole pronunciate nel corso della trasmissione, vengono espresse valutazioni circa l'incidenza lesiva delle dichiarazioni del deputato» – come, appunto, anche nel caso in esame – si traduce inevitabilmente «a norma degli artt. 37 della legge 11 marzo 1953, n. 87 e 26 delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale, nel difetto del requisito essenziale del ricorso, che deve conseguentemente essere dichiarato inammissibile» (così la citata sentenza n. 79 del 2005).. per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE dichiara inammissibile il ricorso per conflitto tra poteri dello Stato proposto dalla Corte d'appello di Roma nei confronti della Camera dei deputati, con l'atto indicato in epigrafe. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, l'8 novembre 2006. F.to: