[pronunce]

Il giudice rimettente rileva che, essendo il reato di cui all'art. 374-bis cod. pen. inserito nel titolo dei delitti contro l'amministrazione della giustizia, di cui condivide l'oggettività giuridica, l'omissione determina una disomogeneità di trattamento rispetto a quelle fattispecie - in particolare, falsa testimonianza, falsa perizia e falsa interpretazione - alle quali, sebbene sanzionate in misura più grave, si applica la causa di non punibilità speciale. Poiché i reati elencati nell'art. 384, primo comma, cod. pen. si riferiscono tutti a condotte che, analogamente a quella descritta dall'art. 374-bis cod. pen. , mirano ad ostacolare l'attività giudiziaria e, comunque, ad influire sul convincimento del giudice, ad avviso del rimettente non vi sarebbero impedimenti ad estendere l'applicazione dell'esimente al reato in esame, che tutela anch'esso un interesse che può essere sacrificato nel bilanciamento con il «superiore» interesse della libertà o dell'onore del soggetto agente o di un suo prossimo congiunto. 2. - Le conclusioni del giudice a quo sono contrastate dall'Avvocatura dello Stato, in base al rilievo che l'esclusione del reato di false dichiarazioni o attestazioni in atti destinati all'Autorità giudiziaria dal novero dei reati ai quali è applicabile la esimente speciale appare del tutto ragionevole in considerazione della specificità della fattispecie. 3. - La questione non è fondata. 4. - Il reato in esame è stato introdotto nel codice penale dal decreto-legge 8 giugno 1992, n. 306, convertito nella legge 7 agosto 1992, n. 356, contestualmente al reato di cui all'art. 371-bis cod. pen. (False informazioni al pubblico ministero): quest'ultimo, diversamente dalla fattispecie in esame, è stato inserito nell'elenco dei reati ai quali è applicabile la causa di non punibilità di cui all'art. 384, primo comma, cod. pen. , contestualmente modificato, in parte qua, ad opera del medesimo decreto-legge. L'iter legislativo induce perciò a ritenere che l'esclusione sia stata frutto di una consapevole scelta del legislatore. Al riguardo, è opportuno tenere presente che in tema di estensione delle cause di non punibilità questa Corte ha ripetutamente rilevato che la materia comporta un giudizio di bilanciamento tra l'interesse tutelato dalla norma incriminatrice e le esigenze che viceversa sorreggono la disciplina derogatoria, nel caso di specie tra l'interesse alla repressione dei delitti contro l'amministrazione della giustizia e la tutela di beni afferenti alla vita familiare: bilanciamento che appartiene primariamente al legislatore e non è suscettibile di censura di legittimità costituzionale se non nei casi di manifesta irragionevolezza (v. sentenza n. 8 del 1996, proprio con riferimento alla causa di non punibilità di cui all'art. 384, primo comma, cod. pen. , nonché sentenze n. 101 del 1999, n. 352 e n. 424 del 2000, anch'esse in tema di rapporti tra delitti contro l'amministrazione della giustizia e cause di non punibilità). 5. - Nella specie l'eterogeneità della condotta descritta dall'art. 374-bis cod. pen. - che sostanzialmente integra una forma di falsità ideologica - rispetto a quella degli altri reati inseriti nell'elenco di cui al primo comma dell'art. 384 cod. pen. , rende non manifestamente irragionevole la scelta del legislatore di non estendere la causa di non punibilità alla fattispecie in esame. Nell'ambito dei reati menzionati dall'art. 384, primo comma, cod. pen. , tutti compresi nel capo dei delitti contro l'attività giudiziaria, in alcuni casi la ratio della non punibilità è individuabile nel dato che le fattispecie incriminatrici impongono o presuppongono l'obbligo giuridico di tenere determinati comportamenti, sì che il soggetto è posto di fronte alla scelta tra tenere la condotta imposta, provocando il nocumento a sé o al prossimo congiunto, ovvero evitare il nocumento, commettendo però il reato. La fattispecie di cui all'art. 374-bis cod. pen. descrive invece una condotta non imposta dall'ordinamento, ma alla quale il soggetto agente si determina liberamente nel formare l'atto falso, destinato all'Autorità giudiziaria. È vero che anche tra i reati inseriti nell'elenco di quelli per i quali opera la causa di non punibilità ve ne sono alcuni che si sostanziano in condotte poste in essere liberamente dall'agente, ma, anche a prescindere dal dato che si tratta di illeciti sanzionati meno gravemente del reato in esame, la ratio della loro inclusione appare desumibile dal confronto con altre fattispecie incriminatrici, solo apparentemente affini, alle quali non è applicabile la causa speciale di non punibilità. Così, nell'operare il bilanciamento con l'interesse sottostante all'esigenza di perseguire i reati contro l'attività giudiziaria, il legislatore ha ad esempio escluso dall'elenco dei reati non punibili il delitto di calunnia, ritenendo prevalente l'interesse di una persona innocente a non essere falsamente accusata rispetto all'esigenza di salvare sé o un prossimo congiunto da un grave e inevitabile nocumento nella libertà o nell'onore; al contrario ha inserito nell'elenco il delitto di autocalunnia, posto che qui viene leso 'solo' l'interesse dell'amministrazione della giustizia a non essere messa in moto inutilmente, e non anche l'interesse di un terzo estraneo raggiunto dalla falsa incolpazione. Anche il favoreggiamento reale, a differenza di quello personale, non è compreso tra i reati non punibili in quanto la condotta, volta ad aiutare taluno ad «assicurare il prodotto, il profitto o il prezzo di un reato», si sostanzia in un comportamento estraneo alla necessità di salvare sé o un prossimo congiunto da un grave e inevitabile nocumento nella libertà o nell'onore; necessità che può invece ricorrere nel reato di favoreggiamento personale, la cui condotta è finalizzata ad aiutare «taluno a eludere le investigazioni dell'Autorità, o a sottrarsi alle ricerche di questa». Nello stesso modo, il confronto tra il reato di false dichiarazioni o attestazioni in atti destinati all'Autorità giudiziaria e la frode processuale (art. 374 cod. pen.), inclusa nell'elenco di cui all'art. 384, primo comma, cod. pen. , consente di affermare che l'affinità tra le due fattispecie è solo apparente. A prescindere dalla misura della pena, notevolmente più severa (reclusione da uno a cinque anni nell'ipotesi base) per il reato di cui all'art. 374-bis cod. pen. rispetto a quella prevista per il reato di cui all'art. 374 cod. pen. (reclusione da sei mesi a tre anni), che potrebbe giustificare la scelta del legislatore di escludere l'operatività della causa di non punibilità per il reato più grave, è comunque agevole rilevare, ove si pongano a confronto le condotte costitutive dei due reati, che l'artificiosa immutazione dello stato dei luoghi, delle cose o delle persone, in cui si sostanzia la condotta descritta dall'art. 374 cod. pen.