[pronunce]

art. 7 legge 31 maggio 1965, n. 575, recante «Disposizioni contro la mafia») (r.o. n. 324 e n. 411 del 2008); che sarebbe affetta da intrinseca irragionevolezza una presunzione di maggior pericolosità collegata alla mera assenza di un titolo di legittimo soggiorno nel territorio dello Stato, senza alcuna distinzione tra le varie possibili violazioni della legge sull'immigrazione e senza alcun rilievo per l'eventuale ricorrenza di un «giustificato motivo» (r.o. n. 308 e n. 324 del 2008; r.o. n. 411 del 2008, limitatamente all'analogia di trattamento istituita tra le possibili infrazioni in materia di immigrazione); che, inoltre, parte dei rimettenti considera violato l'art. 3 Cost. anche in ragione dell'intrinseca irragionevolezza di una presunzione di maggior pericolosità collegata alla mera mancanza di un titolo di legittimo soggiorno nel territorio dello Stato, senza alcuna necessaria correlazione tra la condizione del reo e la gravità del reato (r.o. n. 308 e n. 324 del 2008) ; che un ulteriore profilo di intrinseca irragionevolezza è ravvisato nel fatto che la previsione censurata, ove l'aggravamento di pena riscontri un comportamento munito di autonoma rilevanza penale, determinerebbe una indebita duplicazione della risposta sanzionatoria per il medesimo fatto, a titolo di sanzione diretta e di incremento della pena per il diverso reato commesso dallo straniero in posizione «irregolare» (r.o. n. 324 del 2008); che il solo Tribunale di Latina prospetta una violazione concorrente dell'art. 13 Cost., poiché il diritto alla libertà personale, inviolabile e come tale riferibile in pari misura al cittadino ed allo straniero, sarebbe sacrificato senza alcun ragionevole bilanciamento con la tutela di beni di analogo rango costituzionale; che, secondo il Tribunale di Ferrara, la disposizione censurata violerebbe anche gli artt. 25, secondo comma, e 27, primo comma, Cost., per il difetto di pertinenza al fatto di reato del maggior trattamento punitivo, e per l'esclusiva inerenza di quest'ultimo ad uno «status personale del reo»; che il Tribunale di Latina prospetta, ancora, una carenza di relazione tra l'aumento di pena ed un effettivo incremento di gravità del reato, così che la norma censurata esprimerebbe un «diritto penale d'autore» e contrasterebbe con l'art. 25, secondo comma, Cost., per la ritenuta violazione del principio di offensività, oltre che dei principi di necessità e sussidiarietà del diritto penale; che anche il Tribunale di Livorno ravvisa, nella specie, un trasferimento della logica punitiva dalla colpevolezza al «tipo d'autore», con conseguente violazione dell'art. 27, primo comma, Cost.; che analoga violazione è prospettata dal Tribunale di Latina, in rapporto all'asserito difetto di proporzione tra la pena ed il grado della responsabilità personalmente riferibile al reo; che due dei rimettenti, infine, ritengono la previsione censurata incompatibile col precetto fissato nel terzo comma dell'art. 27 Cost., in quanto l'eccedenza della sanzione rispetto al fatto escluderebbe la finalizzazione rieducativa della pena (r.o. n. 324 del 2008), anche per la percezione del condannato in merito ad una sproporzione per eccesso tra la sua colpa e la conseguente punizione (r.o. n. 411 del 2008) ; che le questioni sollevate dal Tribunale di Livorno devono ritenersi manifestamente inammissibili, per l'assoluta carenza di motivazione in ordine ad una condizione essenziale di rilevanza delle questioni medesime; che l'ordinanza di rimessione non illustra, infatti, la ragione per la quale una circostanza aggravante fondata sulla «illegalità» del soggiorno dovrebbe applicarsi anche per reati che consistono, come quello contestato nel giudizio principale, proprio in violazioni della disciplina della immigrazione, posto che, secondo quanto stabilito nella prima parte dell'art. 61 cod. pen. , le circostanze comuni aggravano il reato solo «quando non ne sono elementi costitutivi o circostanze aggravanti speciali»; che invece, in riferimento alle ulteriori questioni sollevate, gli atti devono essere restituiti ai rimettenti perché possano procedere ad una nuova valutazione circa la rilevanza e la non manifesta infondatezza delle questioni medesime; che deve rilevarsi, a tale proposito, come siano intervenute, in epoca successiva alle ordinanze di rimessione, modifiche normative tali da incidere, in via diretta o mediata, sulla disciplina introdotta dalla disposizione censurata; che la norma è stata infatti modificata, in primo luogo, dalla legge di conversione del provvedimento d'urgenza che l'ha introdotta (art. 1 della legge 24 luglio 2008, n. 125 – Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 23 maggio 2008, n. 92, recante misure urgenti in materia di sicurezza pubblica), così che attualmente aggrava il reato «l'avere il colpevole commesso il fatto mentre si trova illegalmente sul territorio nazionale»; che in epoca ancora successiva – con il comma 1 dell'art. 1 della legge 15 luglio 2009, n. 94 (Disposizioni in materia di sicurezza pubblica) – è stato stabilito che «la disposizione di cui all'art. 61, numero 11-bis), del codice penale si intende riferita ai cittadini di Paesi non appartenenti all'Unione europea e agli apolidi»; che inoltre – in un quadro segnato da molteplici disposizioni concernenti la disciplina, penale ed extrapenale, del fenomeno dell'immigrazione – il legislatore ha introdotto nell'ordinamento la nuova fattispecie criminosa di «ingresso e soggiorno illegale nel territorio dello Stato» (art. 10-bis del decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286, recante «Testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell'immigrazione e norme sulla condizione dello straniero», introdotto dall'art. 1, comma 16, della citata legge n. 94 del 2009); che la nuova disposizione incriminatrice sanziona, con la pena dell'ammenda, lo straniero che fa ingresso o si trattiene nel territorio dello Stato in violazione delle disposizioni contenute nello stesso d.lgs. n. 286 del 1998 o nell'art. 1 della legge 28 maggio 2007, n. 68 (Disciplina dei soggiorni di breve durata degli stranieri per visite, affari, turismo e studio); che la normativa sopravvenuta attiene ad un profilo centrale dei percorsi argomentativi seguiti dai giudici a quibus nel motivare la non manifesta infondatezza delle questioni sollevate, posto che le condotte riconducibili alla previsione censurata costituiscono ormai l'oggetto di un'autonoma incriminazione, e non la mera espressione di un illecito amministrativo; che spetta ai rimettenti la valutazione del rilievo che possono assumere le descritte variazioni del quadro normativo di riferimento, sia in relazione alla disciplina codicistica della successione nel tempo di leggi penali, sia, e comunque, in rapporto al mutato equilibrio tra i fattori che questa Corte è chiamata a prendere in considerazione ai fini della propria decisione (ordinanza n. 398 del 2005);