[pronunce]

che il Tribunale di Trieste in composizione monocratica, con ordinanza dell'11 marzo 2005 (r.o. n. 314 del 2005), ha sollevato – in riferimento agli artt. 3 e 27, terzo comma, Cost. – questione di legittimità costituzionale dell'art. 13, comma 13, del d.lgs. n. 286 del 1998, come sostituito dall'art. 1 della legge n. 271 del 2004, nella parte in cui prevede la pena della reclusione da uno a quattro anni per lo straniero espulso che rientri nel territorio dello Stato senza la speciale autorizzazione del Ministro dell'interno; che il rimettente, chiamato a valutare una richiesta congiunta di applicazione della pena ex art. 444 cod. proc. pen. per una fattispecie di indebito reingresso nel territorio nazionale, ritiene che i valori edittali della sanzione siano sproporzionati, per eccesso, rispetto al disvalore del fatto contestato; che, secondo il Tribunale, la discrezionalità legislativa deve essere esercitata secondo criteri di ragionevolezza, con la conseguente necessità, sul piano delle scelte sanzionatorie, di assicurare una proporzione fra la previsione di pena e l'offesa recata dalle condotte incriminate, tale da escludere che la punizione produca, per l'individuo aggressore e per i suoi diritti fondamentali, danni «sproporzionatamente maggiori dei vantaggi ottenuti (o da ottenere)» in termini di tutela del bene protetto; che proprio una siffatta sproporzione, a parere del rimettente, segna la disciplina dell'indebito reingresso dopo la riforma attuata con la legge n. 271 del 2004, in quanto l'odierno minimo edittale della pena risulta fissato nella stessa misura del precedente massimo, senza che emerga, neppure dai lavori parlamentari, una giustificazione sostanziale dell'inasprimento; che la rottura della corrispondenza tra disvalore del fatto e trattamento sanzionatorio risulterebbe evidente, sempre secondo il giudice a quo, considerando che la norma censurata prevede sanzioni identiche a quelle comminate nella prima parte del comma 13-bis dello stesso art. 13 del d.lgs. n. 286 del 1998, sebbene tale norma riguardi l'indebito reingresso dopo un provvedimento espulsivo adottato dal giudice, cioè un fatto più grave di quello in considerazione, perché presuppone che un reato sia stato commesso o almeno che sia stato aperto, nei confronti dell'espulso, un procedimento penale; che l'entità della sanzione edittale pregiudicherebbe non solo il valore costituzionale dell'uguaglianza, ma anche l'effettiva capacità della pena di operare per la rieducazione del condannato, essendo funzionali in tal senso solo le sanzioni proporzionate al fatto, mentre, nella specie, la commisurazione sarebbe stata disancorata dagli ordinari parametri di riferimento, ed operata al solo fine di introdurre, per il reato in questione, un più severo trattamento processuale (con la previsione dell'arresto obbligatorio); che il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, si è costituito nel giudizio con atto depositato il 12 luglio 2005, chiedendo che la questione sia dichiarata infondata; che, infatti, con le variazioni introdotte per il trattamento sanzionatorio dell'indebito reingresso nel territorio dello Stato, il legislatore avrebbe ragionevolmente esercitato la propria discrezionalità, in coerenza con l'analogo intervento sull'art. 14, comma 5-ter, del testo unico in materia di immigrazione, ed in corrispondenza con la gravità dei fatti considerati; che la denunciata carenza di proporzionalità della pena prevista dalla norma censurata, d'altra parte, non potrebbe essere dimostrata mediante il raffronto con l'identica pena comminata nel comma 13-bis dello stesso testo unico, dato che l'assunto d'una differente gravità della condotta a seconda che la pregressa espulsione sia stata disposta dall'autorità giudiziaria o da quella amministrativa sarebbe privo di ogni giustificazione razionale; che il Tribunale di Gorizia in composizione monocratica, con ordinanza del 31 marzo 2005 (r.o. n. 318 del 2005), ha sollevato – in riferimento agli artt. 2, 3, 10 e 27, terzo comma, Cost. – questione di legittimità costituzionale dell'art. 13, comma 13, del d.lgs. n. 286 del 1998, come sostituito dall'art. 1 della legge n. 271 del 2004, nella parte in cui prevede la pena minima della reclusione per un anno per lo straniero espulso che rientri nel territorio dello Stato senza la speciale autorizzazione del Ministro dell'interno; che il rimettente, investito del procedimento relativo all'indebito reingresso nel territorio nazionale di uno straniero di cittadinanza (all'epoca) extracomunitaria, e chiamato a valutare una richiesta congiunta di applicazione della pena ai sensi dell'art. 444 cod. proc . pen. , ritiene che la sanzione concordata tra le parti, pur corrispondendo al minimo edittale, sia sproporzionata per eccesso rispetto alla gravità effettiva del fatto contestato; che, secondo il Tribunale, l'esercizio razionale della discrezionalità legislativa impone congruenza tra i vantaggi sociali assicurati mediante la comminatoria della pena ed i danni che la conseguente irrogazione provoca per i diritti fondamentali del condannato; che detta congruenza, a parere del giudice a quo, è necessaria affinché la pena, fin dalla fase dell'astratta determinazione dei valori edittali, possa esplicare un'efficacia rieducativa; che invece, nel caso di specie, la sanzione sarebbe stata determinata dal legislatore senza alcun riguardo ai profili sostanziali del fatto, volendosi piuttosto assicurare, pur dopo la citata sentenza n. 223 del 2004, un severo trattamento processuale per i reati in materia di immigrazione (ed in particolare l'arresto obbligatorio); che le nuove scelte sanzionatorie, secondo il Tribunale, sarebbero esorbitanti perfino con riguardo alla finalità dichiarata e perseguita dal legislatore, dato che l'applicabilità di una misura cautelare personale per il reato de quo, necessaria per rendere ammissibile un precedente arresto, avrebbe potuto essere assicurata fissando in quattro anni il limite edittale massimo per la reclusione, senza necessità di prevedere un valore minimo pari ad un anno; che la norma censurata violerebbe l'art. 3 Cost., oltre che per il difetto di ragionevolezza, anche per l'indebita discriminazione istituita tra cittadini comunitari e soggetti extracomunitari, posto che i primi, quando violano provvedimenti amministrativi dati per ragioni di ordine pubblico, sono puniti con blande sanzioni contravvenzionali (come accade nei casi previsti dall'art. 650 cod. pen. e dall'art. 2 della legge n. 1423 del 1956), mentre gli stranieri extracomunitari, per un comportamento che il rimettente considera assimilabile, sono puniti con le sanzioni ben più severe della norma oggetto di censura;