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Disposizioni per la valorizzazione delle tifoserie e la partecipazione delle famiglie alle manifestazioni sportive del calcio. Onorevoli Senatori. – Nel clima generale in cui viviamo, caratterizzato spesso da un'esasperata competizione che mira più a delegittimare l'avversario che non a stabilire con lui un confronto leale e coraggioso, appare evidente il bisogno di riscoprire il valore dei rapporti personali, improntati alla collaborazione più che alla competizione, nello sport come nella scuola, nella famiglia come nella società, nel mondo del lavoro come nel mondo politico. C'è bisogno di ricostituire una solida piattaforma di valori condivisi, su cui innestare la ricerca dell'eccellenza in tutti i campi, puntando su quelli che ognuno preferisce. Tra i valori più interessanti c'è sicuramente la fatica dell'allenamento. Guardare una squadra che si allena può essere tanto e più istruttivo che guardare una squadra che gioca e comunque solo se si parte dalla tenacia apparentemente monotona e routinaria degli allenamenti si coglie la bellezza del gioco e si apprezza la qualità dei risultati. A questo proposito, lo sport appare come uno strumento privilegiato per dare alle nuove generazioni un messaggio di ottimismo: occorre partire sempre da se stessi, per migliorare le proprie performance . Questa è la prima vittoria, sempre possibile. Non si possono cercare scorciatoie per vincere, non si può e non si deve barare, perché una vittoria rubata è una sconfitta sicura. Per uscire dall'emergenza educativa che appesantisce il mondo dei giovani e dei meno giovani, esponendoli a una violenza sempre in agguato, occorre trasmettere una sana mentalità sportiva per aiutarli ad affrontare la vita mettendosi in gioco. Occorre ricordare che è necessario allenarsi tanto più, quanto più alta è la vittoria cui si aspira ma, allo stesso tempo, che in ogni sfida occorre riconoscere i talenti degli altri concorrenti e accettare i risultati, salvo poi imparare dall'avversario e impegnarsi con allenamenti ancora più seri ed esigenti per poi batterlo in un'occasione successiva. Questi sono i valori rappresentati nel mondo dello sport e questa realtà dovrebbe insegnarci anche il gioco del calcio, vero sport nazionale, e a modo suo metafora della nostra società. Com'è noto l'Italia non ha una legge quadro sullo sport. L'autorità di disciplina, regolazione e gestione delle attività sportive è demandata dallo Stato al Comitato olimpico nazionale italiano (CONI), emanazione del Comitato olimpico internazionale (CIO). L'attribuzione di tali funzioni al CONI risale alla legge 16 febbraio 1942, n. 426, ed è attualmente regolata dal decreto legislativo 23 luglio 1999, n. 242, che all'articolo 2, comma 1, riguardo i compiti del CONI, recita: «Il CONI, inoltre, assume e promuove le opportune iniziative contro ogni forma di discriminazione e di violenza nello sport». Ma ancora recentemente in Italia abbiamo assistito sia a episodi di cori razzisti, sia a fatti di concreta violenza. A distanza di oltre dieci anni, il documento della Commissione europea del 1998, recante «Evoluzioni e prospettive dell'azione comunitaria nel settore sport» è largamente inapplicato, eppure esso definisce in modo molto chiaro il ruolo dello sport e le sue specificità: 1) una funzione educativa: l'attività sportiva è un ottimo strumento per equilibrare la formazione individuale e lo sviluppo umano a qualunque età; 2) una funzione di sanità pubblica: l'attività fisica rappresenta un'occasione per migliorare la salute dei cittadini e può contribuire a preservare la salute e la qualità di vita fino a un'età avanzata; 3) una funzione sociale: lo sport è uno strumento appropriato per promuovere una società più solidale, per lottare contro l'intolleranza il razzismo e la violenza e può contribuire all'integrazione di persone escluse dal mercato del lavoro; 4) una funzione culturale: la pratica sportiva permette ai cittadini di radicarsi meglio nel proprio territorio, di conoscerlo, valorizzarlo e tutelarlo; 5) una funzione ludica: la pratica sportiva è una componente importante del tempo libero e dei divertimenti a livello sia individuale che collettivo. Il presente disegno di legge nasce dalla volontà di restituire dignità e considerazione alle tifoserie storiche del gioco del calcio, ma anche di garantire alle famiglie italiane la possibilità di vivere le manifestazioni sportive come luogo di aggregazione, spazio privilegiato di incontro sociale e sportivo, parte integrante e viva della loro quotidianità. Giocare è bello ed è sano: far giocare i propri figli e veder giocare i propri figli è un'occasione formidabile per aiutarli a sviluppare talenti e capacità, per aumentare la loro capacità di integrazione con i compagni e per cementare una solida alleanza tra genitori e figli, accomunati da una stessa passione. Ma le cose non stanno propriamente così. Accade a volte che proprio i genitori che hanno accompagnato i bambini al campo sportivo si mostrino litigiosi e pretendano a tutti i costi una vittoria, che non ha più il senso del gioco tra amici. Invece di entusiasmarsi per il modo in cui i figli «giocano» a pallone, mettendosi in gioco con tutte le loro capacità sportive, ma anche con la loro naturale goffaggine, con le loro ansie e le loro paure, con i loro entusiasmi e a volte con il loro incerto rispetto delle regole, proiettano su di loro ambizioni e rabbia, un agonismo malato e violento. È il calcio malato che rivela, anche quando non ce ne sarebbe alcun bisogno, quanti interessi sono in gioco in una semplice partita e come si debba vincere a ogni costo. Il calcio dei piccoli e dei giovani è lo specchio del calcio degli adulti e dei professionisti. Il calcio sta attraversando uno dei periodi più complessi della sua storia, una fase che speriamo sia solo di passaggio, perché desta preoccupazione e allarme per le istituzioni che, non a caso, stanno cercando di fronteggiare il problema della violenza negli stadi garantendo una maggiore sicurezza, anche attraverso una legislazione molto severa. I provvedimenti adottati hanno portato a un'effettiva diminuzione di esplosioni di quella violenza che ha contaminato i valori e gli ideali di questo sport, ma sembrano indirizzare il problema verso una soluzione parziale, perché contestualmente hanno provocato un generale impoverimento del sistema sportivo e un inesorabile calo della partecipazione alle manifestazioni sportive. I luttuosi fatti di Catania, culminati nel febbraio 2007, con la morte dell'ispettore capo Filippo Raciti, hanno imposto agli organi competenti una seria riflessione, da cui è derivato un insieme di interventi, culminati in un provvedimento normativo molto discusso ancora oggi quale il decreto-legge 8 febbraio 2007, n. 8, convertito, con modificazioni, dalla legge 4 aprile 2007, n. 41. Le autorità dello Stato, pur con le contraddizioni e con limiti riconducibili a ogni decisione fondata sull'emergenza, hanno dimostrato di voler affrontare il problema con realismo e con determinazione. Una volontà assai meno presente negli organi preposti a gestire il fenomeno sportivo, nei club e nei gruppi del tifo. A mio avviso il punto di partenza è ancora poco a fuoco.