[pronunce]

che il rimettente osserva, in punto di rilevanza, come l'accoglimento delle questioni sollevate possa nella specie condurre all'accoglimento della domanda di ammissione al patrocinio a spese dello Stato, al momento insuperabilmente precluso dalla norma censurata; che l'apprezzamento delle questioni non sarebbe pregiudicato, secondo il Tribunale, dalle precedenti decisioni della Corte costituzionale sulla norma censurata, ed in particolare dall'ordinanza n. 94 del 2004, nel cui ambito non sarebbe stata espressa alcuna considerazione circa il merito delle odierne censure; che il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, è intervenuto nel giudizio con atto depositato il 25 ottobre 2011; che le questioni proposte, secondo la difesa dello Stato, sarebbero inammissibili, anzitutto in quanto giudice a quo, pur dando atto della disponibilità di «terreni di famiglia» in capo al richiedente, non avrebbe espresso alcuna valutazione sui redditi pertinenti, e comunque non avrebbe compiuto alcun approfondimento circa i profitti conseguiti dal medesimo richiedente mediante i reati tributari per i quali è intervenuta condanna; che dovrebbe essere riscontrato, di conseguenza, un difetto di motivazione circa le condizioni di rilevanza della questione sollevata (sono citate le ordinanze della Corte costituzionale n. 251 del 2005 e n. 136 del 2007); che le questioni, in ogni caso, sarebbero manifestamente infondate, posto che la norma censurata, senza esprimere una logica sanzionatoria o discriminatoria, si fonderebbe sulla difficoltà, considerata non superabile, di accertare attendibilmente i redditi a disposizione di persone che abbiano riportato condanne per reati tributari; che la valutazione legislativa di inattendibilità delle dichiarazioni rese dal richiedente, nei casi in esame, si fonderebbe sull'id quod plerumque accidit, e che proprio la regola presuntiva censurata varrebbe a prevenire ingiustificate analogie di trattamento tra persone con redditi effettivamente ridotti e persone munite, in realtà, di mezzi finanziari più consistenti; che il Tribunale di Lecce, sezione distaccata di Campi Salentina, con ordinanza del 26 maggio 2011, ha sollevato - in riferimento agli artt. 3, 24, secondo e terzo comma, e 27, secondo comma, Cost. - questione di legittimità costituzionale dell'art. 91, comma 1, lettera a), del d.P.R. n. 115 del 2002, nella parte in cui esclude l'ammissione al patrocinio a spese dello Stato di coloro che siano stati condannati per reati commessi in violazione delle norme per la repressione dell'evasione in materia di imposte sui redditi e sul valore aggiunto, precludendo al giudice di verificare se detti reati abbiano effettivamente prodotto un reddito tale da superare, per l'anno antecedente alla richiesta, la soglia massima stabilita per l'accesso al beneficio; che il Tribunale è chiamato a valutare una istanza di ammissione al patrocinio in relazione ad una procedura esecutiva penale, che riguarda lo stesso soggetto interessato al giudizio principale cui si riferisce l'ordinanza del 5 maggio precedente (r.o. n. 203 del 2011); che la procedura concerne, nel caso di specie, l'eventuale applicazione delle norme in materia di reato continuato o concorso formale riguardo a più delitti di ricettazione di assegni, posti ad oggetto di diverse sentenze passate in giudicato; che il rimettente, a proposito dei redditi dichiarati e conseguiti dall'interessato, espone nuovamente i fatti già riassunti in relazione al primo giudizio, svolgendo considerazioni analoghe alle precedenti in punto di rilevanza e non manifesta infondatezza delle questioni sollevate; che il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, è intervenuto nel giudizio con atto depositato il 25 ottobre 2011; che le questioni sollevate sarebbero inammissibili o infondate, secondo la difesa dello Stato, per le ragioni già indicate in sede di intervento nel giudizio promosso con l'ordinanza del 5 maggio 2011. Considerato che il Tribunale di Lecce, sezione distaccata di Campi Salentina, con ordinanze del 5 e del 26 maggio 2011, ha sollevato - in riferimento agli articoli 3, 24, secondo e terzo comma, e 27, secondo comma, della Costituzione - questioni di legittimità costituzionale dell'art. 91, comma 1, lettera a), del decreto del Presidente della Repubblica 30 maggio 2002, n. 115 (Testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di spese di giustizia), nella parte in cui esclude l'ammissione al patrocinio a spese dello Stato di coloro che siano stati condannati per reati commessi in violazione delle norme per la repressione dell'evasione in materia di imposte sui redditi e sul valore aggiunto, precludendo al giudice di verificare se detti reati abbiano effettivamente prodotto un reddito tale da superare, per l'anno antecedente alla richiesta, la soglia massima stabilita per l'accesso al beneficio; che i giudizi, data l'analogia di oggetto, possono essere riuniti al fine di una trattazione unitaria delle relative questioni; che le eccezioni di inammissibilità proposte dall'Avvocatura generale dello Stato non sono fondate, posto che il rimettente ha espressamente formulato una valutazione di attendibilità delle dichiarazioni dell'instante circa l'indisponibilità di redditi superiori alla soglia di legge, tale addirittura da superare la presunzione contraria posta dal comma 4-bis dell'art. 76 del d.P.R. n. 115 del 2002, ed ha constatato, per altro verso, come la preclusione assoluta che discende dalla norma censurata renda priva di rilevanza, allo stato, ogni eventuale ed ulteriore verifica; che, tuttavia, le questioni sollevate sono manifestamente inammissibili per motivi diversi ed in parte concomitanti; che non può essere trattata nel merito, anzitutto, la censura riferita al secondo comma dell'art. 27 Cost., dato il carattere perplesso e contraddittorio della relativa motivazione in punto di rilevanza; che più volte, infatti, lo stesso rimettente ha rilevato come, nei casi di specie, non venga in considerazione il preteso contrasto tra la preclusione sfavorevole alle persone indagate o imputate per reati tributari e la presunzione di non colpevolezza, posto che il divieto di ammissione del richiedente al patrocinio si fonda, nei giudizi a quibus, su decisioni irrevocabili di condanna maturate in altri procedimenti; che, riguardo agli ulteriori parametri costituzionali evocati, le questioni sono inammissibili per le gravi carenze motivazionali in punto di rilevanza, avuto particolare riguardo alla qualità dei reati cui si riferiscono i procedimenti di esecuzione condotti dal giudice a quo; che va premesso in proposito come questa Corte abbia chiarito, con l'ordinanza n. 94 del 2004, che la norma censurata pone un divieto di ammissione al patrocinio nel caso di procedimenti (anche esecutivi) che abbiano ad oggetto i reati in essa elencati, e non quando l'accusato o il condannato abbiano in precedenza subito procedimenti o condanne per i reati medesimi;