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Istituzione di una Commissione parlamentare d'inchiesta sulla crisi finanziaria che ha coinvolto la Banca Monte dei Paschi di Siena. Onorevoli Senatori. -- La Banca Monte dei Paschi di Siena è l'istituto di credito in attività più antico al mondo e, come noto, è al centro di una crisi giudicata come il più grave dissesto finanziario di un istituto bancario italiano. La sua nascita risale al 1472 come monte di pietà per dare assistenza alle classi più disagiate di Siena; ha assunto l'attuale denominazione nel 1624 e, sin dalle sue origini, non ha mai perso il forte radicamento con il territorio e la città. Il principale azionista è costituito dalla Fondazione Monte dei Paschi di Siena (di seguito «Fondazione»), ente senza fini di lucro che persegue finalità di utilità sociale legate, principalmente, allo sviluppo del territorio senese; la Fondazione è stata istituita il 28 agosto 1995 contestualmente al conferimento dell'attività bancaria dall'ex Istituto di credito di diritto pubblico alla Banca Monte dei Paschi di Siena SpA (MPS). Con l'approvazione del nuovo statuto, avvenuto in data 8 maggio 2001, la Fondazione ha assunto personalità giuridica privata senza fini di lucro e piena autonomia statutaria e gestionale. Al fine di una migliore comprensione dello scenario in cui si colloca la vicenda MPS, appare utile ripercorrere brevemente l'evoluzione normativa che ha caratterizzato le fondazioni bancarie. A partire dagli anni Ottanta, i processi di liberalizzazione promossi dalla Comunità europea hanno condotto alla necessità di aprire alla concorrenza i principali settori dell'economia italiana, tra cui il sistema bancario, sino ad allora dominato dalle partecipazioni pubbliche. Il primo intervento normativo indirizzato alla trasformazione delle aziende bancarie in società per azioni risale alla cosiddetta legge Amato (legge 30 luglio 1990, n. 218, attuata con il decreto legislativo 20 novembre 1990, n. 356), che ha definito il procedimento volto al conferimento dell'azienda bancaria, da parte degli istituti di credito pubblici, in un apposita società per azioni. Tale legge ha, quindi, delineato, rispetto ad un medesimo processo di privatizzazione, la presenza di due soggetti, ossia l'ente conferente (comunemente noto come «fondazione bancaria») e la società conferitaria (ossia la banca vera e propria). In tale contesto normativo, le fondazioni bancarie vennero concepite, essenzialmente, come depositarie transitorie dei patrimoni degli istituti di credito pubblici da privatizzare, sino al completo trasferimento dei patrimoni alle società per azioni. Tuttavia, le fondazioni riuscirono a conservare un diretto controllo sulla gestione degli istituti bancari anche in seguito alla privatizzazione. Pertanto, con la successiva cosiddetta legge Ciampi, (legge 23 dicembre 1998, n. 461, attuata con il decreto legislativo 17 maggio 1999, n. 153), si è reso necessario imporre alle fondazioni l'obbligo di rinunciare al controllo delle relative banche. Un obbligo tuttora vigente, fatta eccezione per le fondazioni con patrimonio contabile netto inferiore a 200 milioni di euro all'anno 2002 o con sede in regioni a statuto speciale. Nel dettaglio, il decreto legislativo n. 153 del 1999 ha disposto che entro quattro anni dalla sua entrata in vigore (quindi entro il 15 giugno 2003), le fondazioni avrebbero dovuto dismettere le partecipazioni di controllo nelle aziende bancarie. Il termine per la dismissione è stato poi prorogato al 31 dicembre 2005 dal decreto-legge 24 giugno 2003, n. 143, convertito, con modificazioni, dalla legge 1° agosto 2003, n. 212. A tale disposizione si accompagnava l'assimilazione del regime fiscale delle fondazioni a quello degli «enti non commerciali», con l'applicazione dell'imposta sui redditi (ora IRES) con aliquota dimezzata rispetto a quella ordinaria. Tale agevolazione sarebbe venuta meno qualora entro il termine di quattro anni le fondazioni non avessero provveduto alla dismissione delle partecipazioni di controllo nelle aziende bancarie. In altre parole, avrebbero perso tale agevolazione le fondazioni che si fossero avvalse della facoltà di detenere, per ulteriori due anni rispetto al termine del 15 giugno 2003, le partecipazioni di controllo. Dunque, la legge Ciampi, fissando l'obbligo di dismissione delle partecipazioni di controllo nelle società bancarie, ha inteso consacrare la definitiva trasformazione delle fondazioni bancarie in enti di diritto privato preordinati a meri fini di utilità sociale, con particolare riferimento a settori rilevanti come ricerca scientifica, istruzione, arte, sanità, conservazione e valorizzazione dei beni culturali e ambientali, assistenza alle categorie sociali più deboli. Ulteriore riforma delle fondazioni bancarie è stata introdotta dalla legge finanziaria per l'anno 2002 (articolo 11 della legge 28 dicembre 2001, n. 448), che ha previsto quanto segue: 1) estensione dell'ambito di intervento delle fondazioni bancarie a settori di rilevante valenza sociale; 2) rafforzamento della rappresentanza degli enti territoriali nell'organo di indirizzo delle fondazioni, che deve essere «prevalente e qualificata» e non già «adeguata e qualificata» come originariamente previsto dal decreto legislativo n. 153 del 1999; 3) rafforzamento delle generali condizioni di incompatibilità, nel senso che sia i soggetti ai quali è attribuito il potere di designare i componenti degli organi di indirizzo delle fondazioni, sia i componenti degli stessi organi delle fondazioni, non possono essere portatori di interessi riconducibili a destinatari di atti e/o interventi delle fondazioni; 4) modifica della disciplina del regime di partecipazione delle fondazioni nel capitale delle banche, con l'estensione del divieto di detenere interessenze di controllo dalle ipotesi di controllo individuale ai casi di controllo esercitato congiuntamente da più fondazioni. Al tempo stesso, veniva differito di tre anni (fino al giugno 2006) il termine per la dismissione della partecipazione delle fondazioni nelle banche conferitarie, a condizione che tale operazione venisse affidata, entro il 15 giugno 2003, a società di gestione del risparmio che la eseguisse in nome proprio. A definire in dettaglio i termini delle riforme attuate in materia è intervenuta la Corte costituzionale che, in particolare, si è pronunciata con le sentenze nn. 300 e 301 del 29 settembre 2003 sulla legittimità costituzionale delle suddette disposizioni normative. La Corte ha ribadito la natura privatistica delle Fondazioni bancarie in quanto «... il controllo della società bancaria, o anche solo la partecipazione al suo capitale, non è più elemento caratterizzante...» (vedi sentenza n. 300 del 2003) e dichiarato l'illegittimità costituzionale di alcune disposizioni del decreto legislativo n. 153 del 1999 che disponevano la prevalenza negli organi di indirizzo delle fondazioni di rappresentanti di regioni, province, comuni e città metropolitane in luogo di «... una prevalente e qualificata rappresentanza degli enti» pubblici e privati, espressivi delle realtà locali nonché delle norme che prevedevano poteri d'indirizzo del Ministero del tesoro, del bilancio e della programmazione economica.