[pronunce]

Soluzione necessitata sarebbe quella, evocata nell'ordinanza di rimessione, volta ad «abilitare il Magistrato di sorveglianza a dotare l'odierno ricorrente [...] dell'unico rimedio [...] che consenta un ristoro apprezzabile, vale a dire quello interamente monetario». 4.- In prossimità dell'udienza pubblica, il Presidente del Consiglio dei ministri ha depositato una memoria, chiedendo, sulla base di argomentazioni analoghe a quelle svolte nell'atto di costituzione, che la questione sia dichiarata in parte inammissibile e per il resto non fondata. In particolare l'Avvocatura dello Stato, con riguardo alla questione concernente l'art. 35-ter della legge n. 354 del 1975, nella parte in cui non prevede per i condannati all'ergastolo il ristoro economico previsto al comma 2 (in tutti i casi in cui l'interessato abbia già scontato la parte di pena richiesta per la concessione della liberazione condizionale), sottolinea che la normativa in questione non ha introdotto nell'ordinamento un nuovo illecito civile, ma una nuova disciplina per il risarcimento di tale specifico danno, la quale, in quanto lex specialis, verrebbe a sostituirsi a quella ordinaria civilistica. In tutti i casi in cui non ricorrono le condizioni di cui al citato art. 35-ter, troverebbe applicazione la disciplina civilistica del risarcimento del danno. Pertanto, le persone condannate all'ergastolo potrebbero agire in giudizio secondo le regole generali, che consentirebbero loro di ottenere un risarcimento di importo ben più significativo di quello fissato nella norma speciale. 5.- Anche la difesa del ricorrente nel giudizio a quo ha depositato una memoria, insistendo nella richiesta di accoglimento della questione relativa al ristoro economico.1.- Con ordinanza del 20 aprile 2015 (r.o. n. 176 del 2015), il Magistrato di sorveglianza di Padova ha sollevato, in riferimento agli artt. 3, 24, 27, terzo comma, e 117, primo comma, della Costituzione, quest'ultimo in relazione all'art. 3 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali (d'ora in avanti «CEDU»), firmata a Roma il 4 novembre 1950, ratificata e resa esecutiva con la legge 4 agosto 1955, n. 848, questioni di legittimità costituzionale dell'art. 35-ter della legge 26 luglio 1975, n. 354 (Norme sull'ordinamento penitenziario e sulla esecuzione delle misure privative e limitative della libertà), nella parte in cui «non prevede, nel caso di condannati alla pena dell'ergastolo che abbiano già scontato una frazione di pena che renda ammissibile la liberazione condizionale, il ristoro economico previsto dal comma 2 dell'art. 35-ter o.p. e, in ogni caso, nella parte in cui non prevede un effettivo rimedio compensativo nei confronti del condannato alla pena dell'ergastolo». Il giudice a quo deve decidere sulla domanda di riparazione proposta da una persona condannata all'ergastolo, che ha dimostrato di avere trascorso parte della detenzione in condizioni disumane e ha azionato per tale ragione il rimedio introdotto dalla disposizione censurata. Questa disposizione, come è noto, costituisce la risposta del legislatore alla sollecitazione proveniente dalla sentenza della Corte europea dei diritti dell'uomo (d'ora in avanti «Corte EDU»), 8 gennaio 2013, Torreggiani contro Italia, e, successivamente, dalla sentenza di questa Corte n. 279 del 2013, affinché fosse garantita una riparazione effettiva delle violazioni della CEDU derivate dal sovraffollamento carcerario in Italia. La disposizione impugnata, a tal fine, al detenuto che ha subìto condizioni carcerarie disumane, assicura una riduzione della pena detentiva ancora da espiare (comma 1), e, quando ciò non è possibile, un ristoro pecuniario (commi 2 e 3). Nel giudizio principale il ricorrente non ha modo di avvalersi dello sconto di pena detentiva, sia perché il rimedio non può operare nei confronti di una pena perpetua, sia perché egli ha già maturato il periodo di detenzione utile per godere degli istituti di favore dell'ordinamento penitenziario applicabili anche alle persone condannate all'ergastolo. Il giudice rimettente reputa però inapplicabile anche il rimedio risarcitorio economico, nella convinzione che l'art. 35-ter, comma 2, lo riservi solo ai casi in cui, detratta una misura di pena detentiva ai sensi del comma 1, residuerebbe un danno ulteriore non riparabile in forma specifica, a causa dell'esaurimento del periodo da trascorrere in detenzione. Ad avviso di tale giudice la norma impugnata, così interpretata, violerebbe l'art. 3 Cost., in quanto escluderebbe le persone condannate all'ergastolo dal trattamento risarcitorio, senza alcuna ragionevole giustificazione, determinando una «palese differenza di tutela dei diritti fra detenuti temporanei e perpetui posto che soltanto i primi possono beneficiare dell'ambìta riduzione della sanzione penale e, in forma solo parziale, del ristoro patrimoniale». La norma censurata sarebbe inoltre in contrasto con l'art. 24 Cost., rendendo lo strumento giudiziale di tutela privo per gli «ergastolani» di effettività, nonostante la prescrizione della Corte EDU allo Stato italiano di prevedere un ricorso, o una combinazione di ricorsi, aventi effetti preventivi e compensativi per i casi sopra indicati. Sarebbe conseguentemente violato l'art. 117, primo comma, Cost., in relazione all'art. 3 della CEDU, in quanto l'art. 35-ter della legge n. 354 del 1975, escludendo per il condannato all'ergastolo qualsiasi meccanismo riparatorio, eluderebbe il giudicato della sentenza Torreggiani, che «nell'invitare» alla creazione di nuovi rimedi con effetti preventivi e compensativi «è rivolta [...] all'intera popolazione detenuta, senza distinzione fra ergastolani e reclusi comuni». La norma impugnata sarebbe infine in contrasto con l'art. 27, terzo comma, Cost., in quanto comprimerebbe in modo irragionevole il percorso rieducativo dei condannati all'ergastolo, impedendo nei loro confronti la progressiva umanizzazione della pena. Il giudice rimettente, pur consapevole che nel giudizio principale non potrebbe comunque trovare applicazione la riduzione di pena, di cui il detenuto non necessita più, sollecita questa Corte a considerare l'eventualità di una dichiarazione di illegittimità costituzionale consequenziale dell'art. 35-ter, comma 1, della legge n. 354 del 1975, nella parte in cui impedisce di operare detrazioni di pena a favore dell'ergastolano ai soli fini dell'accesso alla liberazione condizionale. Resta chiaro che il dubbio di legittimità costituzionale investe solo il comma 2 della disposizione impugnata, con riferimento al ristoro economico. 2.- La questione è ammissibile. Il rimettente dà conto delle ragioni di applicabilità della norma impugnata anche a favore dei detenuti per i quali sia cessato attualmente il trattamento disumano nell'esecuzione della pena, peraltro anticipando sul punto le conclusioni della più recente giurisprudenza di legittimità.