[pronunce]

che, a suo dire, «il giudice a quo non spiega nell'ordinanza di rimessione come intende applicare nel giudizio principale norme», quali gli artt. 202 e 204 del codice della strada, «che trovano applicazione nel procedimento alternativo innanzi al Prefetto», ciò che comporta l'inammissibilità della questione sollevata; che nel merito, invece, il giudice rimettente – osserva ancora la difesa erariale – «non sembra tener conto» né della circostanza «che la rateizzazione del debito per disagiate condizioni economiche è statuita dall'art. 26 della legge n. 689 del 1981 indifferentemente per i procedimenti amministrativi e giudiziari», né del fatto che «i commi 7 ed 8» dell'art. 204-bis del codice della strada «consentono al giudice di pace di applicare la sanzione al minimo edittale», donde l'infondatezza del prospettato dubbio di costituzionalità; che rileva, infine, l'Avvocatura generale dello Stato – ad ulteriore conferma della necessità di rigettare la questione sollevata – che, in ogni caso, «le sanzioni amministrative previste dal codice della strada prescindono in gran parte dall'attività e dalla posizione sociale del trasgressore, avendo come primario obiettivo quello di porre un efficace deterrente a comportamenti devianti di conducenti, che possono essere forieri di gravi situazioni di pericolo». Considerato che il Giudice di pace di Forlì, con due ordinanze del 21 dicembre 2004, ha sollevato questione di legittimità costituzionale – in riferimento agli artt. 3 e 24 della Costituzione – degli artt. 202, comma 1, 204, comma 1, e 204-bis, commi 7 e 8, del decreto legislativo 30 aprile 1992, n. 285 (Nuovo codice della strada), articolo, l'ultimo di quelli censurati, introdotto dall'art. 4, comma 1-septies, del decreto-legge 27 giugno 2003, n. 151 (Modifiche ed integrazioni al codice della strada), convertito, con modificazioni, dalla legge 1° agosto 2003, n. 214; che, attesa l'identità delle questioni sollevate dal rimettente, deve essere disposta la riunione dei giudizi che originano dalle due ordinanze di rimessione dal medesimo emesse; che in via preliminare – ferma la constatazione che la dedotta violazione dell'art. 24 della Costituzione è sollevata dal Giudice a quo solo nella parte motiva dei provvedimenti di rimessione, e non anche nel loro dispositivo – deve essere rilevata l'esistenza di un profilo di manifesta inammissibilità della censura che investe le prime due norme impugnate, e cioè gli artt. 202, comma 1, e 204, comma 1, del codice della strada; che la doglianza relativa a queste (come, per vero, pure alle altre) disposizioni impugnate si basa sull'assunto che esse discriminerebbero, in relazione alle loro differenti condizioni economiche, i soggetti resisi responsabili di infrazioni stradali, e ciò sotto un duplice concorrente profilo; che le stesse, difatti, sancirebbero la «eguaglianza di sanzioni per l'economicamente debole e l'economicamente forte», evenienza di per sé incostituzionale, «dal momento che le sanzioni non sono più simboliche», ma sono divenute molto onerose, senza peraltro trascurare anche «l'eguaglianza della parte accessoria sia per l'utente occasionale che per il professionista, il quale, nonostante i maggiori rischi che affronta, viene trattato più severamente»; che, inoltre, solo «al sanzionato abbiente» sarebbe di fatto consentito «di liberarsi pagando il minimo» (e cioè di avvalersi dell'istituto di cui all'art. 202 del codice della strada), «mentre il meno abbiente o non abbiente», privo dei mezzi economici occorrenti per fruire di tale facoltà, si vedrebbe “costretto”, «per conseguire la rateazione dall'autorità amministrativa», a proporre ricorso al Prefetto ex art. 203 del medesimo codice, con la conseguenza, però, di vedersi ingiungere il pagamento di una somma non inferiore (ai sensi, appunto, dell'impugnato art. 204, comma 1) al doppio del minimo edittale previsto per l'infrazione realizzata; che, sotto entrambi i profili sopra illustrati, la questione di costituzionalità relativa agli artt. 202, comma 1, e 204, comma 1, del codice della strada, risulta, tuttavia, priva di rilevanza in ciascuno dei giudizi a quibus, investendo disposizioni delle quali il rimettente non deve fare applicazione; che, a prescindere, difatti, da ogni altro rilievo, nessuno dei due giudizi pendenti innanzi al rimettente risulta instaurato ai sensi dell'art. 205 del codice della strada, e dunque per l'annullamento di ordinanza-ingiunzione prefettizia emessa all'esito del ricorso ex art. 203 del medesimo d.lgs. n. 285 del 1992; sicché ogni questione che investa il contenuto sanzionatorio di tale provvedimento (ovvero, le modalità di formazione dello stesso) risulta estranea al thema decidendum devoluto all'esame del Giudice a quo; che è, invece, manifestamente infondata la censura indirizzata avverso l'art. 204-bis, commi 7 ed 8, del codice della strada; che la doglianza del rimettente – ferma la dedotta violazione dell'art. 3 della Costituzione, giacché anche tali disposizioni del codice della strada sancirebbero la «eguaglianza di sanzioni per l'economicamente debole e l'economicamente forte», nonché «l'eguaglianza della parte accessoria sia per l'utente occasionale che per il professionista, il quale, nonostante i maggiori rischi che affronta, viene trattato più severamente» – mira, questa volta, a stigmatizzare la circostanza secondo cui il soggetto non abbiente, al fine di «ottenere la rateazione dal giudice di pace», sarebbe costretto necessariamente a «presentare ricorso, con tutte le conseguenze di spese a carico ed aumenti in caso di rigetto», anche perché l'art. 204-bis, comma 7, del codice della strada ha eliminato la possibilità per il giudice «di variare la sanzione sotto il minimo» edittale; che, così ricostruita la questione, la stessa appare manifestamente infondata, innanzitutto nella parte in cui investe il comma 7 del predetto art. 204-bis; che sul punto, e con specifico riferimento alla censurata «eguaglianza di sanzioni per l'economicamente debole e l'economicamente forte», evenienza, secondo il rimettente, di per sé incostituzionale, «dal momento che le sanzioni non sono più simboliche», valgono le seguenti considerazioni;