[pronunce]

4.- Come dedotto e documentato anche dall'Avvocatura generale dello Stato in udienza pubblica, successivamente al deposito del ricorso il processo penale a carico del Pollari e del Pompa ha avuto ulteriori sviluppi. Con sentenza del 16 settembre 2015 (depositata il successivo 9 ottobre), il Giudice dell'udienza preliminare, disattendendo la richiesta di rinvio a giudizio, ha infatti dichiarato il non luogo a procedere nei confronti degli imputati. Il Giudice perugino ha ritenuto, in specie, che i fatti contestati a questi ultimi a titolo di peculato dovessero essere distinti in tre gruppi: quelli inerenti al reperimento di notizie dalle cosiddette «fonti aperte»; quelli relativi al reperimento di notizie da informatori dietro erogazione di compensi imprecisati; quello concernente il pagamento di 30.000 euro al Farina. I fatti dei primi due gruppi sono stati riqualificati come delitti di abuso di ufficio e in relazione ad essi il Giudice dell'udienza preliminare ha dichiarato non doversi procedere nei confronti degli imputati per essere il reato estinto per prescrizione. Con riguardo, invece, all'episodio relativo al versamento di somme al Farina, ferma restando la sua qualificazione come delitto di peculato, il Giudice ha dichiarato non doversi procedere per l'esistenza del segreto di Stato, ritenendo che quest'ultimo osti - non già alla sostenibilità dell'accusa in giudizio - ma all'esercizio del diritto di difesa degli imputati in ordine al tema probatorio della provenienza dei fondi erogati. Il pubblico ministero ha proposto ricorso per cassazione contro la sentenza, ma ha poi rinunciato all'impugnazione. Di conseguenza, la Corte di cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso (sezione seconda penale, sentenza 17 maggio-29 settembre 2016, n. 40814), rendendo così definitiva la pronuncia di non luogo a procedere. 5.- Le circostanze ora riferite - come sostenuto anche dall'Avvocatura generale dello Stato in udienza pubblica - non determinano la cessazione della materia del contendere. Questa Corte ha già avuto modo di rilevare, infatti, che, nei conflitti di attribuzione, la dichiarazione di cessazione della materia del contendere si impone solo quando l'atto impugnato risulti annullato con efficacia ex tunc, facendo implicitamente venir meno le affermazioni di competenza "fonti" del conflitto e privando il ricorrente dell'interesse ad ottenere una decisione sull'appartenenza del potere contestato, laddove invece il semplice esaurimento degli effetti dell'atto impugnato non basta a far cessare il dibattito circa la spettanza del potere (sentenza n. 150 del 1981). Più in generale, si è rilevato, poi, che «il giudizio per conflitto è diretto a definire l'ambito delle sfere di attribuzione dei poteri confliggenti al momento della sua insorgenza, restando di regola insensibile agli sviluppi successivi delle vicende che al conflitto abbiano dato origine» (sentenza n. 106 del 2009). Nella specie, risulta peraltro dirimente già il solo rilievo che, per due dei tre gruppi di fatti raccolti sotto il capo di imputazione relativo al peculato, il proscioglimento è stato pronunciato per prescrizione, e non già per l'esistenza del segreto di Stato. Ma, anche con riguardo all'ultimo fatto, v'è da osservare che la pronuncia di non luogo a procedere promana da un organo (il giudice dell'udienza preliminare) distinto - sul piano dell'articolazione dei poteri dello Stato - da quello (il pubblico ministero) che avrebbe adottato l'atto lesivo delle attribuzioni costituzionali del ricorrente, e non ne implica la rimozione. 6.- Ciò posto, il ricorso è tuttavia inammissibile. Nella parte conclusiva dell'atto introduttivo del giudizio, il ricorrente indica, come oggetto tanto della richiesta della dichiarazione di non spettanza, quanto di quella di annullamento, la «richiesta di rinvio a giudizio». In senso proprio e tecnico, detta formula evoca l'atto tipico di esercizio dell'azione penale, posto in essere dal pubblico ministero a chiusura delle indagini preliminari, ai sensi degli artt. 405 e 416 cod. proc. pen. Nel caso di specie, peraltro, tale atto rimonta al 29 dicembre 2009: dunque, a data anteriore di quasi sei anni rispetto a quella di introduzione del presente giudizio (31 agosto 2015). La circostanza non sarebbe, di per sé, preclusiva della proposizione del ricorso. Il conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato non è, infatti, soggetto ad alcun termine perentorio (sentenza n. 116 del 2003): né, d'altra parte, il lungo tempo trascorso può essere assunto, di per sé, come dato rivelatore della carenza dell'interesse a ricorrere (sentenze n. 58 del 2004 e n. 263 del 2003). Plurimi elementi rivelano, tuttavia, come il conflitto in esame si rivolga, non contro l'originario atto di esercizio dell'azione penale, ma contro l'"insistenza" del pubblico ministero nella richiesta di rinvio a giudizio in sede di precisazione delle conclusioni nell'udienza preliminare del 16 luglio 2015, immediatamente a valle della quale si colloca la proposizione del ricorso. Milita in questa direzione, anzitutto, lo stesso dato cronologico, rapportato allo sviluppo della vicenda processuale. La richiesta di rinvio a giudizio del 29 dicembre 2009 non venne all'epoca impugnata dal Presidente del Consiglio dei ministri con lo strumento del conflitto. Fu, al contrario - come si è visto - il Giudice dell'udienza preliminare del Tribunale ordinario di Perugia a sollevare conflitto di attribuzione nei suoi confronti, in relazione alle note di conferma del segreto di Stato del 3 e 22 dicembre 2009: conflitto risolto da questa Corte con la sentenza n. 40 del 2012 a favore del Presidente del Consiglio dei ministri. Quest'ultimo ha proposto l'odierno conflitto solo dopo che, nel 2015, tornato il processo davanti al Giudice dell'udienza preliminare a seguito dell'annullamento con rinvio della Corte di cassazione, si è innescata una nuova sequenza di opposizione e conferma del segreto di Stato, non "recepita", in tesi, dal pubblico ministero nel formulare le sue conclusioni nella (nuova) udienza preliminare. Significativa appare, altresì, la circostanza che la richiesta di rinvio a giudizio del 2009 non è stata prodotta dal ricorrente. Figura, invece, tra gli atti allegati al ricorso la trascrizione della fonoregistrazione dell'udienza preliminare del 16 luglio 2015, recante le conclusioni prese in tale occasione dal pubblico ministero. Decisivo risulta, in ogni caso, il tenore delle doglianze.