[pronunce]

l'esclusione della punibilità per particolare tenuità del fatto (art. 131-bis cod. pen.). I due istituti condividono la finalità di alleggerire il peso, gravante sul sistema giudiziario penale, di processi per fatti, in senso lato, "minori" nella logica, appunto, del diritto penale punitivo cosiddetto extramurario. In questo contesto, poi, la messa alla prova si segnala, in particolare, perché rappresenta, in sostanza, una forma costituzionalmente compatibile di sospensione dell'esercizio dell'azione penale, la cui obbligatorietà è resa meno rigida. Il beneficio della messa alla prova è concedibile una sola volta dal giudice, sentite le parti nonché la persona offesa. L'indagato o l'imputato, che soddisfa le condizioni di cui all'art. 168-bis (tra cui l'eliminazione delle conseguenze dannose o pericolose derivanti dal reato), accetta - in limine (prima che il processo abbia corso) e, nella fase delle indagini preliminari, sempre che non si opponga il pubblico ministero (il quale, quindi, aderisce a questa sorta di sospensione dell'istanza di punizione con una pena, in particolare, detentiva) - una serie di limitazioni, pur senza riconoscersi "colpevole". È affidato al servizio sociale e svolge una prestazione di lavoro di pubblica utilità; osserva le prescrizioni indicate nel programma di trattamento, la cui inosservanza comporta la revoca del beneficio. Decorso il periodo di sospensione del procedimento con messa alla prova (non più di due anni), il giudice dichiara con sentenza estinto il reato se, tenuto conto del comportamento dell'imputato e del rispetto delle prescrizioni stabilite, ritiene che la prova abbia avuto esito positivo. Invece, in caso di esito negativo della prova, il giudice dispone con ordinanza che il procedimento riprenda il suo corso. 4.- Due sono le categorie di reati per i quali è ammissibile la messa alla prova. L'accesso all'istituto è in astratto possibile: a) per reati con «pena edittale detentiva non superiore nel massimo a quattro anni» (oltre che, in ipotesi, con la sola pena edittale pecuniaria); b) per reati ricompresi nell'elenco di cui al comma 2 dell'art. 550 cod. proc. pen. , per i quali il PM esercita l'azione penale con la citazione diretta a giudizio. Anche per i reati a citazione diretta è previsto lo stesso doppio canale: a) delitti puniti con la pena della reclusione non superiore nel massimo a quattro anni (comma 1 dell'art. 550 cod. proc. pen.); b) reati ricompresi nell'elenco di cui al comma 2 della stessa disposizione. Quanto alle circostanze del reato il comma 1 dell'art. 550 richiama espressamente l'art. 4 cod. proc. pen. , il quale stabilisce (per la determinazione della competenza) che non si tiene conto delle circostanze del reato, fatta eccezione delle circostanze aggravanti per le quali la legge stabilisce una pena di specie diversa da quella ordinaria del reato e di quelle ad effetto speciale. Le circostanze aggravanti ad effetto speciale - che sono quelle che comportano un aumento della pena superiore ad un terzo (art. 63 cod. pen.) - connotano il reato come decisamente più grave. Esse rilevano al fine di stabilire se sia possibile il rito della citazione diretta. Se si passa dal reato base a quello più grave, perché c'è un'aggravante a effetto speciale, allora la regola della citazione diretta non vale più; occorre che l'incolpazione sia verificata dal giudice in sede di udienza preliminare. L'art. 550, comma 1, cod. proc. pen. , si disinteressa, invece, delle attenuanti a effetto speciale perché queste identificano reati meno gravi per i quali la citazione diretta si giustifica a maggior ragione. C'è una chiara ragione a fortiori che giustifica, a questo fine, il mancato rilievo delle attenuanti a effetto speciale. La giurisprudenza di legittimità si è interrogata in ordine alla rilevanza delle aggravanti a effetto speciale ai fini della messa alla prova. Parte di tale giurisprudenza ha ritenuto sussistere un parallelismo tra messa alla prova e citazione diretta (in tal senso, in particolare, Corte di cassazione, sezione sesta penale, sentenza 6 ottobre-25 novembre 2015, n. 46795): se il reato è più grave per l'esistenza di un'aggravante a effetto speciale, non è possibile la citazione diretta, né è ammissibile la richiesta di messa alla prova; altra parte ha invece ritenuto che l'effetto escludente delle aggravanti ad effetto speciale fosse (testualmente) previsto solo per la citazione diretta, ma non anche per la messa alla prova (ex aliis, Corte di cassazione, sezione sesta penale, sentenza 9 dicembre 2014-13 febbraio 2015, n. 6483). Le Sezioni unite, investite della composizione del contrasto di giurisprudenza, hanno accolto quest'ultima interpretazione (Cass., n. 36272 del 2016), valorizzando soprattutto il dato testuale del mancato richiamo, nell'art. 168-bis cod. pen. , del comma 1 dell'art. 550 cod. proc. pen. , che contiene, a sua volta, il rinvio all'art. 4 citato. La Corte di cassazione, con la pronuncia indicata ha disatteso la tesi che predicava la rilevanza di tutte le circostanze, aggravanti e attenuanti, comuni e speciali, «considerando che gli aumenti previsti dalla legge sono "mobili", oltre che proporzionali rispetto alla pena-base, e manca un criterio applicativo di riferimento». La «pena edittale» ex art. 168-bis cod. pen. è quella prevista per il reato non circostanziato e quindi, in particolare, non assumono a tal fine alcun rilievo le circostanze aggravanti, comprese le circostanze ad effetto speciale e quelle per cui la legge stabilisce una pena di specie diversa da quella ordinaria del reato. La decisione è ispirata, altresì, ad una sorta di favor per l'istituto della messa alla prova. Si sottolinea, in particolare, che il legislatore ha dato impulso ad un profondo ripensamento del sistema sanzionatorio che ancora oggi «gravita tolemaicamente intorno alla detenzione muraria». Il nuovo corso è appunto testimoniato dalla legge n. 67 del 2014, che ha introdotto la messa alla prova e la particolare tenuità del fatto; istituti diretti a contenere l'inflazione penalistica, nel tentativo di ridurre la crisi della sanzione penale, rendendo possibile il ricorso a reazioni «appropriate alla specificità dei fatti criminosi», in una concezione gradualistica dell'illecito: «la pena può non essere la conseguenza ineluttabile di ogni reato». L'effetto pratico di questa decisione è stato che la messa alla prova è possibile anche in caso di reati che, tenendo conto dell'aggravante a effetto speciale, potrebbero essere puniti con una pena ben maggiore di quella di quattro anni di reclusione, stabilita come discrimine dall'art. 168-bis cod. pen. Il giudice rimettente ha facile gioco a segnalare che, se una persona è imputata di lesioni volontarie gravissime (reato doloso), la pena può arrivare a dodici anni di reclusione, proprio perché il fatto è molto grave. Per questo reato aggravato, per un verso non è possibile il rito semplificato della citazione diretta, ma occorre passare per l'udienza preliminare; per l'altro, è non di meno ammissibile l'istanza di messa alla prova.