[pronunce]

Riguardo all'asserita indeterminatezza del requisito dell'alterazione sensibile, la censura di costituzionalità si risolverebbe nella proposizione di un mero problema interpretativo, inerente al rapporto che deve intercorrere tra il suddetto requisito e le soglie percentuali. Essa, in ogni caso, sarebbe priva di fondamento, ove si convenga che attraverso la previsione delle soglie quantitative si ottiene un limite certo alla punibilità della falsa informazione societaria. Infondato sarebbe, altresì, il sospetto di violazione dell'art. 117 Cost. in relazione all'art. 8 della Convenzione OCSE. A fronte della libertà di scelta tra sanzioni civili, amministrative o penali, accordata dalla Convenzione ai singoli legislatori nazionali, solo l'assenza di qualunque strumento sanzionatorio — e non già l'inosservanza di un inesistente obbligo di ricorso alla sanzione penale — potrebbe integrare l'eccepita violazione della norma pattizia: norma da ritenere, per contro, ampiamente rispettata dal legislatore italiano già tramite la tutela assicurata dalla disciplina civilistica, la quale contempla strumenti quali l'impugnazione della delibera di approvazione del bilancio, le azioni di responsabilità contro gli amministratori e il ricorso ex art. 2409 cod. civ. D'altro canto, la domanda di sindacato sulle scelte politico-criminali del legislatore nazionale non terrebbe conto del principio di riserva di legge in materia penale, rientrante tra i principi fondamentali che costituiscono un limite insuperabile all'ingresso di «norme comunitarie» nell'ordinamento italiano. Il tutto senza considerare che la stessa OCSE avrebbe espresso un giudizio di piena compatibilità, senza alcun rilievo critico, nei confronti della legge italiana di ratifica della Convenzione e della successiva normativa di attuazione.1. — Il Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Forlì solleva tre distinte questioni di legittimità costituzionale concernenti la nuova disciplina delle false comunicazioni sociali prevista dagli artt. 2621 e 2622 cod. civ. , come sostituiti dall'art. 1 del decreto legislativo 11 aprile 2002, n. 61 (Disciplina degli illeciti penali e amministrativi riguardanti le società commerciali, a norma dell'articolo 11 della legge 3 ottobre 2001, n. 366). Il rimettente assume, in primo luogo, che il «combinato disposto» delle due norme — le quali delineerebbero una «fattispecie a formazione progressiva», reprimendo l'una la «dichiarazione infedele», e l'altra «la dichiarazione infedele a cui consegua un danno specifico e concreto per singoli soci e creditori» — violi l'art. 3 Cost. in rapporto alla diversità delle risposte repressive da esse rispettivamente prefigurate, che implica il passaggio da un illecito contravvenzionale (art. 2621 cod. civ. ) ad altro di natura delittuosa (art. 2622 cod. civ.); con conseguente non configurabilità della forma tentata del primo. L'identità del dolo specifico — di inganno dei soci o del pubblico e di ingiusto profitto — che caratterizza le due figure criminose renderebbe infatti irragionevole tale scarto sanzionatorio; né basterebbe far leva, in contrario, sul rilievo che l'evento di danno, costitutivo dell'ipotesi delittuosa, deve riflettersi nella relativa componente psicologica: e ciò in quanto l'elemento differenziale si esaurirebbe nella rappresentazione — anche in termini di mera accettazione del rischio, ossia di dolo eventuale — di un danno causato a terzi (soci e creditori) quale conseguenza di una «primaria e diversa volontà di base», comune alle due ipotesi (la frode in danno dei soci o del pubblico). Il giudice a quo ritiene, in secondo luogo, che l'art. 2621 cod. civ. — nel configurare il reato di false comunicazioni sociali come illecito contravvenzionale — contrasti con gli artt. 27, terzo comma, e 3 Cost. Il primo dei due parametri sarebbe compromesso, in particolare, a fronte della manifesta inadeguatezza del modulo contravvenzionale rispetto alle caratteristiche oggettive e soggettive dell'illecito: quest'ultimo, per un verso, si tradurrebbe in un fatto lesivo di un interesse pubblico primario, quale quello alla trasparenza del mercato; e, per un altro verso, lungi dall'essere punibile indifferentemente a titolo di dolo o di colpa, richiede il dolo nella sua forma più intensa (il dolo specifico). L'art. 3 Cost. risulterebbe a sua volta vulnerato sotto un duplice profilo: la irragionevole disparità di trattamento della fattispecie criminosa considerata rispetto ad altri reati di frode lesivi del medesimo interesse alla trasparenza del mercato, quali, in assunto, i delitti di aggiotaggio (artt. 501 cod. pen. e 2637 cod. civ.), ben più severamente repressi; e la impossibilità di perseguire, ai sensi degli artt. 9 e 10 cod. pen. , i fatti commessi all'estero, con conseguente asserita impunità — nel caso di bilanci consolidati di gruppi internazionali — del falso consumato in una società controllata avente sede all'estero, ma i cui effetti lesivi dell'interesse pubblico alla trasparenza del mercato si determinino nel territorio dello Stato. In terzo luogo e da ultimo, il giudice rimettente impugna, in riferimento agli artt. 3 e 24, primo comma, Cost., l'art. 2622 cod. civ. , nella parte in cui prevede la perseguibilità a querela delle false comunicazioni sociali che hanno cagionato danno ai soci o ai creditori, allorché si tratti di fatto commesso nell'ambito di società non quotate. L'art. 3 Cost. sarebbe leso, in specie, sotto tre diversi aspetti. Anzitutto, per la irragionevole subordinazione all'iniziativa privata della perseguibilità di un reato anch'esso lesivo del fondamentale interesse pubblico alla trasparenza del mercato, tramite la cui preliminare offesa transita la lesione degli interessi patrimoniali dei soci e dei creditori. Poi, per la ritenuta impossibilità di perseguire d'ufficio la falsità del bilancio consolidato di società quotate che derivi da falsità dei bilanci di società controllate non quotate: si dovrebbe infatti escludere — secondo il rimettente — alla stregua della giurisprudenza di legittimità formatasi in rapporto all'originario art. 2621 cod. civ. , che in simile ipotesi gli amministratori della società controllante rispondano penalmente della falsità del bilancio consolidato, in quanto privi di poteri di accertamento della veridicità dei dati trasmessi dalle società del gruppo. Infine, per l'irragionevole prevalenza accordata — con riferimento all'istituto della remissione della querela — a soluzioni conciliative di natura privata rispetto all'esigenza di tutela diffusa dei soggetti tratti in inganno. Posto, infatti, che tra le ipotesi criminose previste dagli artt. 2621 e 2622 cod. civ. sarebbe ravvisabile — anche alla luce della clausola di salvezza con cui la prima delle due norme esordisce — un rapporto di specialità, la remissione della querela per il delitto di cui all'art. 2622 cod. civ. escluderebbe, per il suo effetto estintivo, anche la configurabilità della contravvenzione di cui al precedente art. 2621: