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1) Qualunque enunciato voglia accogliersi, il problema del tentativo gravita inevitabilmente sulla distinzione tra atti punibili in quanto espressivi di una volizione materializzatasi con determinate forme o modalità e atti non punibili in quanto privi di tale consistenza: il che vale quanto affidarsi alla distinzione fra atti esecutivi e preparatori, la cui carica significativa allude ai medesimi concetti. Problematica che tende ad assumere, quindi, una portata nominalistica: il che rende illusorio pensare -- dopo oltre due secoli di sforzi della dottrina penalistica -- di potere rinvenire la chiave di volta per una soluzione definitiva. 2) L'espressione «atti idonei e (oggettivamente) univoci» è ormai entrata nel nostro lessico penalistico come sinonimo del tentativo punibile, ma non per questo è accreditabile di contenuti maggiormente garantistici rispetto alla formula incentrata sull'inizio dell'esecuzione. Ove poi voglia ritenersi che l'interpretazione dottrinale e giurisprudenziale abbia proceduto a realizzare una eterogenesi dei fini, ribaltando il significato di quella espressione in modo da mantenerla nel solco di una concezione oggettiva, ciò può valere solo ad accentuare la valenza nominalistica del problema, ma non certo a riabilitare il vigente articolo 56 del codice penale. 3) A livello di diritto comparato è indubbiamente prevalente la formula impostata sul principio di esecuzione: essa, infatti, si rinviene, da un lato, nei codici francese (articolo 121-5), spagnolo (articolo 16) e svizzero (articolo 21) e, dall'altro lato, nei codici tedesco (paragrafo 22), austriaco (paragrafo 15) e portoghese (articolo 22). Posto che non sussistono rilevanti differenze fra ordinamenti che legano il tentativo all'«inizio dell'esecuzione» e ordinamenti legati al fatto di «accingersi immediatamente» all'esecuzione della fattispecie, in una prospettiva di armonizzazione comunitaria deve ritenersi che ogni definizione del tentativo sia destinata a presentare una struttura incentrata sul principio di esecuzione, come tale nettamente divergente dal nostro articolo 56 del codice penale. Non si può del resto negare che i concetti di univocità e idoneità degli atti mantengano una notevole vaghezza dei contorni. Quanto all'univocità, come dimostrato anche dall'evoluzione del pensiero di Carrara e dalle sue oscillazioni tra una percezione di tale concetto come criterio di essenza ovvero solo probatorio, essa soffre di una inevitabile proiezione sull'accadimento concreto e di una altrettanto inevitabile sua valutazione alla luce delle circostanze contingenti (a meno che, ovviamente, non si ritenga univoco solo l'atto che immediatamente precede -- o, addirittura, nel quale consiste -- la consumazione del reato); onde la sua configurazione oggettiva vale solo ad escludere rilievo alla confessione dell'agente, ma non può giungere fino a caratterizzare una qualità oggettiva e immutabile della condotta nel suo grado di prossimità rispetto all'evento (salvo che, con uno slittamento semantico, la si renda equivalente alla natura «esecutiva» della condotta). 4) Anche il concetto di idoneità degli atti rimane ben distinto dalla idoneità dell'azione nel suo complesso e attiene ad una adeguatezza, nel senso di potenzialità causale, che può caratterizzare anche atti rientranti nella fase preparatoria del reato. Tali considerazioni hanno determinato la commissione Pisapia a formulare un criterio direttivo di delega per cui è punita, con la pena ridotta da un terzo a due terzi, la condotta di chi, intenzionalmente e mediante atti idonei, intraprenda l'esecuzione di un reato, o si accinga ad intraprenderla con atti che immediatamente la precedono, se l'azione non si compie o l'evento non si verifica. Le lettere b) e c) dell'articolo 17 prevedono l'esclusione della punibilità del tentativo nei casi di inesistenza dell'oggetto o allorché l'agente, volontariamente, desista dall'azione, impedisca l'evento o si adoperi, con atti idonei, per impedire l'evento, anche se esso non si verifichi per una diversa causa. In tali casi permane la punibilità per gli atti compiuti se essi costituiscono reato. Per quanto concerne il tentativo impossibile, si è discusso sull'opportunità o la necessità di una siffatta previsione, e si è ritenuta non necessaria una specifica indicazione quale direttiva di delega, anche in considerazione del fatto che è stata approvata una norma generale sulla non punibilità dei fatti inoffensivi. Circostanze del reato La dottrina è pressoché unanime nel ritenere che il codice vigente affida al giudice un potere discrezionale eccessivo. Ciò rappresenta il frutto della rinuncia ad una penetrante revisione del profilo sanzionatorio, che ha portato all'approvazione di alcune riforme tese a fornire al giudice strumenti di attenuazione delle pene edittali previste dal codice, proprio in quanto considerate eccessive (reintroduzione delle attenuanti generiche, allargamento dei confini dell'articolo 69 del codice penale, facoltatività della recidiva, aumento dei limiti entro i quali è concedibile la sospensione condizionale della pena). L'aumento dei poteri discrezionali del giudice ha costituito, se si considerano i livelli di pena previsti dal nostro ordinamento penale, una risposta alla «non scelta legislativa» sulla gerarchia dei valori penalmente tutelabili, sulle sanzioni e sulla loro misura. La commissione Pisapia ha ritenuto necessario porsi una serie di obiettivi: orientare il giudice in base alle funzioni della pena affermate dalla Carta costituzionale, assoggettare le scelte ad un effettivo controllo di legittimità, assicurare la certezza del diritto nella commisurazione della pena. Ciò ha portato la commissione Pisapia ad interrogarsi sulla idoneità degli attuali criteri fattuali (articolo 133 del codice penale) e sulla necessità di fare ricorso alla indicazione codicistica dei cosiddetti criteri finalistici, come già previsto da alcuni codici stranieri (ad esempio, Germania, Brasile, Portogallo). Tenuto conto delle indicazioni provenienti dai lavori delle precedenti commissioni e dei costanti suggerimenti della dottrina, si sono previsti: a) una tendenziale diminuzione delle circostanze del reato e la contestuale indicazione espressa della circostanze medesime; b) l'adozione di soluzioni che favoriscano la restaurazione di un regime applicativo conforme ai postulati del principio di colpevolezza e di determinatezza della fattispecie circostanziale; c) la revisione della entità degli aumenti e delle diminuzioni per le circostanze comuni; d) la rivisitazione del sistema vigente di calcolo delle circostanze eterogenee, sottraendo al giudizio di bilanciamento le circostanze ad effetto speciale; e) un ridimensionamento degli effetti della recidiva, con un aumento di pena obbligatorio per chi, dopo esser stato condannato per un reato doloso, commetta un altro reato doloso della stessa indole nei cinque anni successivi: il non commettere un nuovo reato della stessa indole per cinque anni può, infatti, essere considerato elemento tale da far presumere il ravvedimento del reo e l'adeguatezza della condanna già subita. Le circostanze sono fondate sulla valorizzazione di aspetti di maggiore o minore disvalore del fatto di reato, in una prospettiva finalistica orientata ad esigenze di retribuzione e/o di prevenzione generale.