[pronunce]

Il Tribunale rimettente ricorda che una parte della giurisprudenza di merito ha ammesso la possibilità di formulare la richiesta di sospensione del procedimento con messa alla prova alla prima occasione utile successiva all'entrata in vigore della legge n. 67 del 2014, anche in caso di avvenuta apertura del dibattimento, applicando l'istituto della restituzione nel termine di cui all'art. 175 cod. proc. pen, ma dichiara di non poterla condividere, in quanto determinerebbe l'introduzione «in via giurisprudenziale» di un regime transitorio non voluto dal legislatore. Neanche sarebbe possibile applicare direttamente l'art. 2 cod. pen. o l'art. 7 della CEDU, in quanto la Corte costituzionale, con la sentenza n. 236 del 2011, non ha escluso la possibilità di introdurre deroghe o limitazioni all'operatività del principio di retroattività della lex mitior, «quando siano sorrette da una valida giustificazione». Il nuovo istituto della sospensione con messa alla prova cumulerebbe connotazioni di carattere processuale e sostanziale, perché sarebbe al contempo una causa di estinzione del reato e un modulo di definizione alternativa al giudizio. Tale natura mista imporrebbe una verifica di ragionevolezza, ai sensi dell'art. 3 Cost., del differente trattamento di persone che, pur versando nelle medesime condizioni sostanziali, si trovino, al momento dell'entrata in vigore della nuova legge, in diverse fasi del processo di primo grado. Il legislatore, infatti, individuando un discrimine unico, valido tanto per i processi nuovi quanto per i processi già in corso, avrebbe disciplinato in modo identico situazioni nettamente difformi, consentendo solo agli imputati dei primi di aver accesso al nuovo, più favorevole, istituto. Tale soluzione sembrerebbe contrastare, inoltre, con l'art. 117, primo comma, Cost., attraverso il parametro interposto dell'art. 7 della CEDU, che secondo la giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell'uomo pone il principio della retroattività della lex mitior. Infatti il «momento» prescelto dal legislatore, mentre risulterebbe pienamente coerente e razionale per tutti i processi nuovi, non lo sarebbe per i processi pendenti in primo grado nei quali la preclusione sia già maturata al momento dell'entrata in vigore della nuova legge. Tale soluzione legislativa violerebbe anche l'art. 24 Cost., in quanto si risolverebbe «in una lesione del pieno esercizio del diritto di difesa (nel quale va inclusa anche la facoltà di richiedere l'accesso a riti alternativi)». Sussisterebbe anche la violazione dell'art. 111 Cost., essendo pregiudicato il diritto a un «giusto processo (inteso come diritto ad una scelta del rito pienamente consapevole, assunta in base alla previsione ed alla ponderazione di rischi connessi alla possibilità di previamente valutare le opzioni offerte e ad una ordinata, corretta e fisiologica successione di atti processuali)». 2.- È intervenuto in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, e ha chiesto che le questioni siano dichiarate inammissibili e comunque non fondate. La difesa dello Stato sottolinea la natura ambivalente dell'istituto, che, riflettendosi nella duplice disciplina, sostanziale e processuale, aveva creato incertezze sulla sua applicabilità ai processi pendenti nei quali fosse stato già stato dichiarato aperto il dibattimento, inducendo la giurisprudenza di merito ad adottare soluzioni opposte. L'Avvocatura generale ritiene che entrambe le soluzioni siano plausibili. In particolare, quella che, in base al principio di diritto processuale "tempus regit actum", esclude l'applicazione del nuovo istituto ai procedimenti pendenti nei quali sia già avvenuta l'apertura del dibattimento, sarebbe costituzionalmente legittima e costituirebbe il frutto di una scelta riservata al legislatore nel ragionevole esercizio della sua discrezionalità in materia processuale.1.- Con ordinanza del 28 ottobre 2014 (r.o. n. 260 del 2014), il Tribunale ordinario di Torino, in composizione monocratica, ha sollevato, in riferimento agli artt. 3, 24, 111 e 117, primo comma, della Costituzione, quest'ultimo in relazione all'art. 7 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali, firmata a Roma il 4 novembre 1950, ratificata e resa esecutiva con la legge 4 agosto 1955, n. 848 (d'ora in avanti «CEDU»), questioni di legittimità costituzionale dell'art. 464-bis, comma 2, del codice di procedura penale, «nella parte in cui, in assenza di una disciplina transitoria, analoga a quella di cui all'art. 15-bis, co. 1 della legge 11 agosto 2014, n. 118, preclude l'ammissione all'istituto della sospensione del procedimento con messa alla prova degli imputati di processi pendenti in primo grado, nei quali la dichiarazione di apertura del dibattimento sia stata effettuata prima dell'entrata in vigore della legge 67/2014». Ad avviso del giudice a quo, sarebbe violato l'art. 3 Cost., in quanto la norma impugnata, individuando un «discrimine unico», valido tanto per i processi nuovi quanto per quelli già in corso, disciplina in modo identico situazioni nettamente difformi, consentendo solo agli imputati dei primi di aver accesso al nuovo, più favorevole, istituto. Sarebbe violato anche l'art. 117, primo comma, Cost., in relazione all'art. 7 della CEDU, in quanto, rispetto ai processi pendenti in primo grado per i quali la preclusione era già maturata al momento dell'entrata in vigore della nuova legge, la deroga al principio della retroattività della lex mitior non sarebbe sorretta da una sufficiente ragione giustificativa. Inoltre, la norma impugnata contrasterebbe con l'art. 24 Cost., risolvendosi «in una lesione del pieno esercizio del diritto di difesa (nel quale va inclusa anche la facoltà di richiedere l'accesso a riti alternativi)». Si configurerebbe, infine, la lesione dell'art. 111 Cost., venendo pregiudicato «il diritto ad essere sottoposto ad un giusto processo (inteso come diritto ad una scelta del rito pienamente consapevole, assunta in base alla previsione ed alla ponderazione di rischi connessi alla possibilità di previamente valutare le opzioni offerte e ad una ordinata, corretta e fisiologica successione di atti processuali)». 2.- Le questioni non sono fondate. 2.1.- L'istituto della sospensione del procedimento con messa alla prova degli adulti è stato introdotto con la legge 28 aprile 2014, n. 67 (Deleghe al Governo in materia di pene detentive non carcerarie e di riforma del sistema sanzionatorio. Disposizioni in materia di sospensione del procedimento con messa alla prova e nei confronti degli irreperibili). La messa alla prova comporta, oltre alla tenuta da parte dell'imputato di condotte volte all'eliminazione delle conseguenze dannose o pericolose derivanti dal reato e, ove possibile, al risarcimento del danno, l'affidamento al servizio sociale con un particolare programma. La concessione della messa alla prova è inoltre subordinata alla prestazione di lavoro di pubblica utilità (art. 168-bis del codice penale).