[pronunce]

Confermano tale assunto anche la natura di beneficio extra ordinem dell'“indultino” (derivante dai limiti temporali stabiliti dall'art. 7 della legge n. 207 del 2003) e la ratio di deflazione carceraria, ampiamente resa nota dal dibattito parlamentare e politico che ha preceduto l'emanazione della predetta legge. Irrilevante, ai fini dell'inquadramento sistematico del nuovo istituto è, invece, ad avviso del giudice a quo, la circostanza che l'“indultino” abbia come contenuto una serie di obblighi e prescrizioni in gran parte mutuati dalla più ampia delle misure alternative, ovvero l'affidamento in prova al servizio sociale, misura con la quale il beneficio condivide altri aspetti di disciplina, quali la sottoscrizione del verbale delle prescrizioni, la competenza del magistrato di sorveglianza sulle modifiche delle prescrizioni e in ordine ai provvedimenti di cui agli artt. 51-bis e 51-ter della legge n. 354 del 1975. L'“indultino”, infatti, nonostante tali richiami di disciplina nella fase esecutiva, non può essere considerato una misura alternativa alla detenzione stante il ricordato automatismo del procedimento di concessione e l'assenza di alcuno spazio per una valutazione in termini di meritevolezza del beneficio, elementi che lo rendono del tutto affine a una misura di clemenza. Quest'ultima, infatti, non ha alcuna efficacia rieducativa, ma risponde a scelte di politica criminale, e limita il ruolo del giudice a un mero accertamento dei requisiti di legittimità previsti dalla legge. Anche l'indulto, peraltro, può essere sottoposto a condizioni od obblighi, alla cui violazione consegue la revoca del beneficio. A ben vedere, il rapporto di affinità appare tale da configurare un'identità di ratio legis. L'introduzione di una misura di clemenza avrebbe, però, doverosamente richiesto un formale provvedimento di indulto, approvato con le forme previste dalla Costituzione, ovverosia con legge deliberata a maggioranza dei due terzi dei componenti di ciascuna Camera, in ogni suo articolo e nella votazione finale, requisito formale di cui la legge n. 207 del 2003 è, invece, priva, con conseguente contrasto con l'art. 79, primo comma, della Costituzione. Anche a non voler considerare la sospensione condizionata della pena una misura di clemenza, tale da richiedere un formale provvedimento di indulto, la norma censurata non si sottrae, comunque, ai dubbi di legittimità costituzionale. L'introduzione del nuovo istituto rappresenta, infatti, un punto di rottura dell'armonia del vigente sistema dell'esecuzione penitenziaria, che prima dell'entrata in vigore della legge n. 207 del 2003 aveva una sua logica coerenza, in quanto incentrato sui principi del finalismo rieducativo della pena, dell'individualizzazione del trattamento e della progressività trattamentale. Conformemente a tali principi, ai quali è improntato tutto il settore dell'esecuzione penale, la concessione di ogni misura alternativa o beneficio premiale previsto dall'ordinamento penitenziario deve essere preceduta, oltre che dall'accertamento della sussistenza dei requisiti di legittimità di volta in volta prescritti dalla legge, anche da una valutazione del giudice sul raggiungimento da parte del condannato di uno stadio del percorso rieducativo adeguato al beneficio richiesto, e sulla conseguente idoneità rieducativa di quest'ultimo, nonché, nel caso di benefici comportanti l'uscita del detenuto dal carcere, sull'idoneità a prevenire il pericolo di fuga e di recidiva. Nelle proprie decisioni, il giudice di sorveglianza deve aver riguardo ai risultati del trattamento individualizzato e verificare la sussistenza delle condizioni per un adeguato reinserimento sociale, al fine di garantire la proporzionalità e l'individualizzazione del trattamento sanzionatorio, oltre che 1'ineludibile finalità rieducativa della pena. Ogni istituto previsto dal sistema ha, poi, una funzione pedagogico-propulsiva, quale incentivo per il condannato a migliorare la sua adesione al trattamento, nonché come momento di verifica per l'eventuale ammissione a benefici più ampi. Tale funzione degli istituti di risocializzazione consente di individuare una «progressione nella premialità, cui fa da contrapposto una regressione nella medesima nel caso di mancato rispetto delle prescrizioni dei benefici già concessi o di altre irregolarità comportamentali». Espressione normativa della biunivoca correlazione che deve necessariamente stabilirsi tra la progressione (o regressione) nel trattamento rieducativo e la risposta conseguente sul piano dell'accesso agli istituti di risocializzazione è la menzionata norma di cui al comma 2 dell'art. 58-quater della legge n. 354 del 1975, che prescrive, in caso di regressione di tale gravità da dare luogo alla revoca di una misura alternativa alla detenzione, il divieto di concessione di benefici per un periodo di tre anni dalla data del provvedimento di revoca. Con l'introduzione nel sistema penitenziario della sospensione condizionata della parte finale dell'esecuzione della pena detentiva, invece, ogni valutazione finalizzata all'individualizzazione del trattamento rieducativo è preclusa al giudice di sorveglianza, il quale, accertata la sussistenza dei requisiti di legittimità, deve automaticamente concedere il beneficio. Nel nuovo sistema, pertanto, può essere ammesso all'“indultino”, ovvero ad un beneficio di notevole portata, il condannato che non abbia mai ottenuto, per la mancata adesione al trattamento e la condotta irregolare tenuta nel corso dell'esecuzione, l'ammissione a una misura alternativa, neppure più blanda (quale la detenzione domiciliare o la semilibertà), né alcun tipo di beneficio, pur se di minore portata, come la liberazione anticipata, l'ammissione ai permessi premio, al lavoro all'esterno. Il condannato che abbia subito colpevolmente la revoca di una misura alternativa, come l'istante nel giudizio a quo, deve essere obbligatoriamente scarcerato, in presenza dei requisiti di legge e su presentazione dell'istanza da parte dell'interessato, e ottenere, per tale via, una misura più ampia di quella che si è appena rivelata inidonea, nonché di quelle che gli sono precluse per tre anni ai sensi dell'art. 58-quater, secondo comma, della legge n. 354 del 1975, senza che il giudice di sorveglianza possa in alcun modo vagliare il comportamento tenuto nel corso della precedente misura, e neppure il comportamento successivo alla revoca, gli eventuali progressi nel trattamento, il grado di rieducazione nel frattempo raggiunto, i risultati del trattamento individualizzato, la sussistenza delle condizioni per il reinserimento sociale e la rieducazione del condannato, con particolare riguardo ai bisogni della personalità di quest'ultimo. Censurabile appare l'instaurazione di un sistema rigido che preclude al giudice di verificare il percorso rieducativo compiuto dal condannato, nell'ambito del quale la revoca di una misura alternativa non può non assumere indubbio rilievo.