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Modifiche alla Costituzione per l'introduzione di un bicameralismo di garanzia e per la riduzione del numero dei parlamentari. Onorevoli Senatori. -- Il dibattito sul bicameralismo è partito molto male. Si cercano risposte corrette a domande sbagliate. Come è accaduto in tutte le riforme costituzionali della Seconda Repubblica si rischia di peggiorare anziché riformare l'assetto istituzionale. La presente proposta si muove in una prospettiva diversa rispetto agli orientamenti consolidati nel dibattito corrente. In primo luogo, occorre quindi evidenziare le impostazioni che qui si intende mettere in discussione. Le principali sono tre. Plebeismo costituzionale Per ridurre i costi della politica, si dice, i senatori non dovranno più essere eletti dal popolo ma nominati dagli amministratori locali al loro interno. Si ottiene così un risultato bizzarro: per combattere la cosiddetta «Casta» si affida esclusivamente al ceto politico la nomina dei membri del Senato. Con un messaggio chiaro: vale tanto poco la Camera Alta da diventare una sorta di «dopolavoro» di politici che dovrebbero essere già molto impegnati nella cura dei rispettivi territori. Altro che riforma, questo è un «plebeismo costituzionale» che arriva a degradare il modello istituzionale per offrire una finta risposta alla seria questione della Casta. Oltretutto è un metodo inutile, poiché sono disponibili strumenti più diretti e più semplici per ridurre i costi della politica. Basta diminuire il numero dei parlamentari, senza contare che si possono ridurre gli emolumenti togliendo ai parlamentari l'onere di sostenere i servizi di gestione del mandato sul territorio e di finanziare surrettiziamente i partiti. Rimuovere queste improprie partite di giro consente di uscire dall'attuale paradosso di emolumenti più alti e costi dei servizi più bassi rispetto ai Parlamenti europei. Frattura nazionale Si intende inoltre soddisfare una domanda di maggiore rappresentanza territoriale del Senato. Eppure questa non sembra affatto carente, se si pensa a quante leggi vengono approvate con l'aggiunta di provvedimenti localistici. Certo non saranno gli amministratori locali nominati senatori a ridurre questa frammentazione. Si aggiunge che è giunto il tempo di dare voce in Parlamento alle autonomie locali. Ciò significa attribuire ai nuovi senatori il vincolo di mandato, in contrasto con l'articolo 67, di rappresentare prima di tutto la regione o il comune di appartenenza. Gli interessi territoriali si esprimono direttamente, rompendo i pur flebili legami che oggi ancora vengono assicurati dalla mediazione politica dei partiti nazionali. Ciò significa che nell'aula del nuovo Senato la dialettica tra Governo e opposizione non si esprimerebbe più sui programmi politici ma sulle rappresentanze territoriali. Nessuno potrebbe impedire, quindi, che si formi una maggioranza del Nord per mettere in minoranza il Sud. Sarebbe la miccia capace di accendere la dissoluzione della fragile Nazione italiana. Si porta a sproposito l'esempio del Bundestrat dimenticando che la Germania coniuga la molteplicità territoriale con una forte unità nazionale. In venti anni i tedeschi sono riusciti a riunificare l'Ovest con l'Est che veniva dal crollo del regime comunista. Nello stesso periodo la storica frattura del nostro Mezzogiorno si è accentuata. Metterla ai voti in Parlamento potrebbe essere molto rischioso per l'unità nazionale. L'Italia è l'unico Paese europeo che non può permettersi di poggiare la rappresentanza parlamentare sul cleavage territoriale. Futurismo legislativo Si invoca la fine del bicameralismo perfetto con l'esigenza di velocizzare l'approvazione delle leggi. Esigenza che sembra effettiva solo perché viene ripetuta ossessivamente nel teatrino politico-mediatico. Ma in realtà il Paese è soffocato dall'eccesso di produzione di leggi. Ogni settimana dalle Camere vengono approvati testi legislativi di centinaia di pagine, contenenti migliaia di commi che spesso modificano quelli promulgati nei mesi precedenti. Da tanti anni in Parlamento non si approva più una legge organica. La legislazione è travolta dall'amministrazione corrente e prende la forma di decreti omnibus che assemblano norme frammentate, disorganiche e improvvisate. In tutti i campi della vita nazionale -- la scuola, il fisco, la giustizia, il lavoro, le autonomie locali -- è diventato ormai impossibile capire come funzionano le regole senza l'ausilio di esperti che sembrano oracoli iniziati ai misteri della «dea Burocrazia». Davvero bisogna velocizzare? È proprio l'eccesso di legislazione che blocca qualsiasi iniziativa innovativa di imprese, cittadini, organizzazioni sociali e istituzioni. È una peste normativa che si diffonde nella società fiaccandone le energie vitali: «I regni destinati a perire producono molte leggi» (Nietzsche). Diverse sono le cause dell'epidemia. I burocrati ministeriali invece di amministrare gli uffici preferiscono coprirsi dietro norme esecutive che li esentano dalle scelte e dalle responsabilità della gestione. Di fronte a qualsiasi inefficienza alzano le mani e danno la colpa alle leggi che loro stessi hanno scritto ma altri hanno approvato. I ministri a loro volta cercano soluzioni facili e di immediato impatto mediatico senza avventurarsi in complessi e lunghi processi riformatori. La mancanza di progettualità viene surrogata dai fantasiosi titoli dei decreti -- il Fare, il Salva Italia, la Scuola Riparte, il Valore Cultura, eccetera -- che nei fatti contengono solo provvedimenti occasionali e di corto respiro. La legislazione diventa un proseguimento della comunicazione con altri mezzi. Infine, l'assenza di proposte organiche sollecita i parlamentari a produrre centinaia di emendamenti particolaristici che sbrindellano ulteriormente i testi normativi. Solo in Italia viene definita «riforma» la mera approvazione di una legge, con un ribaltamento semantico tra l'obiettivo e lo strumento. Ma il linguaggio rivela sempre una realtà. È infatti proprio il riduzionismo normativo che impedisce di progettare politiche pubbliche intese come programmi complessi, volti a cogliere determinati obiettivi con innovazioni organizzative, cognitive, economiche e solo in parte giuridiche. La mancanza di policies strutturate -- ad esempio per la scuola, la casa, i trasporti, il lavoro -- è la vera causa di ingovernabilità del Paese e la sua più grave arretratezza rispetto all'Europa, come ha osservato autorevolmente Sabino Cassese ( La qualità delle politiche pubbliche, ovvero del metodo nel governare, Lectio alla Camera dei deputati, 11 febbraio 2013). Ma il discorso politico-mediatico si occupa solo dell'ingegneria istituzionale, sempre alla ricerca di modelli che aumentino la velocità di approvazione delle leggi. È un «futurismo legislativo» che promette efficienza e ottiene solo burocrazia. È un decisionismo senza alcuna vera decisione. Aveva ragione Luigi Einaudi nell'apprezzare la lentezza parlamentare come la virtù capace di limitare gli eccessi normativi. La proposta: dal bicameralismo perfetto al bicameralismo di garanzia. La vera esigenza nazionale non è la velocità ma la qualità della legislazione.