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Tuttavia, a dispetto delle promesse del Governo nazionale ed in particolare da parte del vicepremier Di Maio, le aree colpite con drammatiche conseguenze da quel sisma non hanno ottenuto il riconoscimento dello stato di emergenza, e soltanto nel decreto-legge 18 aprile 2019, n. 32, cosiddetto sblocca cantieri, per l'esattezza al capo II, articolo 6, comma 2, dove sono riportate le disposizioni concernenti la "ricostruzione nei territori dei comuni della Città metropolitana di Catania colpiti dall'evento sismico del 26 dicembre 2018"; stando a quanto promesso e ancora oggi propagandato dal Governo nazionale, lo stesso avrebbe stanziato 275,7 milioni di euro, ma tale somma comprende in realtà anche il sisma di Campobasso, mentre quella prevista per Catania viene dilazionata nell'arco di un quinquennio, cioè tra il 2019 ed il 2023. Nel dettaglio vengono previsti: 38,15 milioni per l'anno 2019, 58,7 milioni di euro per il 2020, 79,80 milioni per il 2021, e per le annualità 2022 e 2023 vengono stanziati 30 milioni di euro. L'importo complessivo erogato, pertanto, dall'Esecutivo per la ricostruzione delle aree colpite dal sisma di Santo Stefano è di 236,7 milioni di euro, suddivisi in 5 "rate", come si evince dall'articolo 8 dello sblocca cantieri, rubricato "Contabilità speciali"; giova evidenziare che, a dimostrazione di un'azione non soltanto insufficiente ed in alcun modo tempestiva, ma a giudizio dell'interrogante anche e soprattutto iniqua, posta in essere dal Governo verso le popolazioni vittime del sisma in Sicilia del 26 dicembre 2018, la Presidenza del Consiglio dei ministri, con ordinanza n. 566 del 28 dicembre 2018, ha accordato la sospensione dei mutui, in ragione del grave disagio socio-economico derivante dall'evento sismico: tale misura si rivolgeva ai titolari di mutui relativi agli edifici abitativi distrutti o resi inagibili anche parzialmente, ma anche ai titolari di mutui per edifici di naturale commerciale ed economica; tuttavia, per i terremotati che hanno subito gravi danni alle proprie abitazioni ed attività commerciali il 26 dicembre 2018, la sospensione dei mutui è fissata al 30 giugno 2019, con un trattamento diverso da quello riservato ai terremotati del Centro Italia; il decreto-legge 29 maggio 2018, n. 55, convertito, con modificazioni, dalla legge 24 luglio 2018, n. 89, all'articolo 1- bis , comma 1, proroga al 31 dicembre 2020 i termini di sospensione dei mutui alle popolazioni colpite dal sisma dell'estate 2016. Nello specifico, si fa riferimento agli eventi che hanno allora interessato le regioni Abruzzo, Lazio, Marche, Umbria. La proroga concerne le attività economiche e produttive, nonché i soggetti privati per i mutui della prima casa di abitazione, inagibile o distrutta. Viene, inoltre, in tal contesto prorogato al 31 dicembre 2021 il termine di sospensione del pagamento delle rate dei mutui e dei finanziamenti individuati nella "zona rossa". Emerge, pertanto, un'evidente diversità di trattamento tra i terremotati della Sicilia e quelli di altre aree del Paese per dinamiche e motivazioni che non si comprendono e che in qualsiasi caso non possono essere accettate, si chiede di sapere se il Governo non intenda rivedere e modificare con urgenza il quadro previsionale economico che al momento ripartisce in 5 annualità lo stanziamento dei fondi per i terremotati del 26 dicembre 2018 in Sicilia, con analoga richiesta di correzioni urgenti al termine ultimo di sospensione dei mutui ad oggi fissato al 30 giugno 2019. Atto n. 4-01665 PAPATHEU Al Ministro per il Sud Premesso che: il decreto-legge n. 34 del 2019, recante "Misure urgenti di crescita economica e per la risoluzione di specifiche situazioni di crisi", reca disposizioni relative alle riorganizzazioni del Fondo sviluppo e coesione, ambito concernente oltre 60 miliardi di euro per gli investimenti pubblici e il riequilibrio territoriale; il Ministro per il Sud e l'Agenzia per la coesione territoriale hanno cercato in tal modo di porre parziale rimedio a una situazione che rimane preoccupante, documentata da un'inchiesta giornalistica de "Il Sole-24 ore" del 13 marzo 2019, nella quale si evidenziava che il Fondo ha percentuali di spesa che per il periodo 2014-2020 sono pari ad appena l'1,5 per cento delle risorse programmate (492 milioni su 32,1 miliardi di euro). Ci si ferma, quindi, a poco meno del 2 per cento per la sottosezione rappresentata dai patti per lo sviluppo (276,6 milioni su 14,3 miliardi di euro programmati), con i patti per il Sud, in particolare, in netto ritardo; se si considerano anche i due rifinanziamenti dell'ultima legge di bilancio e le risorse non ancora programmate il FSC sfiora i 64 miliardi di euro e costituisce, insieme a quello dei fondi europei, l'altro pilastro importante delle politiche di coesione, sulle quali a giudizio dell'interrogante il Governo non è stato incisivo nelle modalità di impiego delle risorse disponibili; la norma di riordino prevede di sottoporre all'approvazione del Cipe entro 4 mesi un unico Piano operativo denominato "Piano sviluppo e coesione" con modalità unitarie di gestione e monitoraggio per oltre 1.000 strumenti; la relazione illustrativa del decreto-legge cita 785 accordi di programma relativi alla programmazione 2000-2006, 188 accordi rafforzati (2007-2013), 30 programmi del Pac (piano di azione e coesione) 2007-2013, 11 programmi operativi nazionali 2014-2020, 23 patti per lo sviluppo (11 Regioni, 12 Città metropolitane), 20 Poc (programmi operativi complementari) 2014-2020. Secondo il Ministro "la condizione di "disordine" in essere in questo ambito avrebbe "pesantemente compromesso le performance di spesa"; a giudizio dell'interrogante le risorse ferme sul Fondo sviluppo e coesione rappresentano ormai da troppo tempo un aspetto altamente penalizzante nella mancata crescita del Mezzogiorno: si tratta nello specifico di almeno oltre 20 miliardi di euro che, stando alle più recenti stime, non vengono spesi, e di un ambito strategico sul quale il Governo non risulta aver posto in essere le necessarie procedure in grado di apportare uno sviluppo tangibile all'economia del territorio; eloquente appare l'analisi della situazione fatta da Svimez. L'Associazione per lo sviluppo dell'industria nel Mezzogiorno rileva "l'incapacità di spesa complessiva del nostro Paese, nel quale i tempi di attuazione delle opere pubbliche sono in media di circa 5 anni, per arrivare a 15 anni per le opere in cui la spesa è superiore ai 100 milioni euro. Tempi lunghissimi, che rallentano il processo di crescita". Tale considerazione è stata fatta dalla direzione dello Svimez a margine di un recente seminario da questa associazione promosso sul tema "Le risorse per le politiche di coesione";