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In particolare, si intende favorire un raccordo organico tra i percorsi degli istituti professionali statali e i percorsi di istruzione e formazione professionale regionali. In tal modo, nel garantire una maggiore flessibilità dell’orario annuale delle lezioni dei suddetti percorsi, gli istituti professionali rispondono in modo puntuale alle esigenze formative dei giovani e consentono un più facile accesso degli stessi al mercato del lavoro. L’urgenza è dettata dalla necessità di consentire agli istituti professionali di utilizzare tale maggiore flessibilità già dal prossimo anno scolastico 2013/2014. In particolare, è attualmente già prevista l’utilizzazione, per gli istituti professionali, di spazi di flessibilità nella misura del 25 per cento del monte ore annuale (articolo 5, comma 3, lettera c) , del decreto del Presidente della Repubblica n. 87 del 2010) , ma solo per il primo biennio. I percorsi di IeFP hanno invece durata triennale e pertanto, ai fini di un efficace raccordo con gli stessi e al fine di costruire percorsi statali che, nei primi tre anni, siano compatibili con quelli IeFP, occorre garantire la medesima flessibilità (nella misura del 25 per cento) anche per il primo anno del secondo biennio degli istituti professionali. Ci si pone, come detto, l’obiettivo di estendere la quota di flessibilità del 25 per cento anche al primo anno del secondo biennio del percorso quinquennale (coincidente con il terzo anno della qualifica IeFP) permettendo di configurare un compiuto percorso formativo rispondente alle necessità dello specifico settore. Ciò si attua nei limiti delle risorse finanziarie stanziate, senza nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica, nei limiti degli assetti ordinamentali e delle consistenze di organico previsti, senza determinare esuberi di personale. Articolo 7. -- L’articolo 7 prevede talune modifiche alle disposizioni introdotte dalla legge 28 giugno 2012, n. 92, volte a consentire un più facile accesso ad alcune tipologie contrattuali. In particolare, si modifica la disciplina in materia di contratto a tempo determinato, di contratto di lavoro intermittente, di collaborazioni coordinate e continuative anche a progetto e di lavoro accessorio. Lo stesso articolo apporta, inoltre, alcune modifiche alla attuale disciplina in materia di conciliazione obbligatoria in caso di licenziamento per giustificato motivo oggettivo. Il comma 1 introduce modifiche alla disciplina del contratto di lavoro a tempo determinato, chiarendo anzitutto le ipotesi in cui è possibile la stipula di contratti cosiddetti «acausali». Le stesse disposizioni si applicano, altresì, nel caso di prima missione nell’ambito di un contratto di somministrazione a tempo determinato. Nello specifico, si stabilisce che la causale non è richiesta in caso di primo rapporto di lavoro a termine di durata non superiore a dodici mesi e in ogni altra ipotesi individuata dalla contrattazione collettiva, anche di secondo livello. Al fine di semplificare l’istituto è poi eliminato l’obbligo di comunicazione della prosecuzione «di fatto» del rapporto a termine e il divieto di proroga del contratto «acausale». Gli intervalli tra un contratto a tempo determinato ed il successivo tornano ad essere pari a dieci o venti giorni (a seconda che la durata del primo contratto sia inferiore o superiore a sei mesi); gli stessi intervalli non trovano, inoltre, applicazione per tutte le ipotesi di lavoro stagionale nonché nelle ulteriori ipotesi individuate dalla contrattazione collettiva, anche aziendale. Sono poi apportate alcune modifiche all’articolo 10 del decreto legislativo n. 368 del 2001 volte a chiarire quale sia il campo di applicazione del medesimo decreto legislativo e l’ambito di intervento della contrattazione collettiva nello stabilire limiti quantitativi di assunzione con contratto a termine. I commi 2 e 3 introducono modifiche al decreto legislativo n. 276 del 2003 in relazione a diverse tipologie contrattuali. In primo luogo, si introduce un limite di carattere temporale all’utilizzo di prestazioni di lavoro intermittente, in virtù del quale il contratto di lavoro intermittente è ammesso, per ciascun lavoratore, per un periodo complessivo non superiore a quattrocento giornate di effettivo lavoro nell’arco di tre anni solari. Superato tale limite, il relativo rapporto si trasforma in un rapporto di lavoro a tempo pieno e indeterminato. Si dispone, inoltre, la non applicabilità della sanzione amministrativa prevista per l’omessa comunicazione, da parte del datore di lavoro, della durata della prestazione lavorativa intermittente qualora, in base ai versamenti contributivi effettuati, si evidenzi la volontà del datore di lavoro di non occultare la prestazione di lavoro. Sono apportate modifiche al contratto di collaborazione coordinata e continuativa a progetto al fine di chiarire alcuni aspetti già trattati in circolari amministrative, con particolare riferimento alla forma del contratto e al contenuto del progetto. In relazione al lavoro accessorio, si chiarisce il contenuto della prestazione e si prevede l’emanazione di un decreto del Ministro del lavoro e delle politiche sociali che stabilisca condizioni, modalità e importi dei buoni lavoro nei confronti di specifiche categorie di soggetti svantaggiati (persone disabili, tossicodipendenti, fruitori di ammortizzatori sociali). Il comma 4 chiarisce l’ambito di applicazione e alcune modalità di svolgimento del tentativo obbligatorio di conciliazione previsto in caso di licenziamento per giustificato motivo oggettivo. Si stabilisce, in particolare, che la relativa procedura non trova applicazione in caso di licenziamento per superamento del periodo di comporto (assenza dal lavoro in caso d’infortunio, di malattia, di gravidanza o di puerperio) e che la procedura deve concludersi entro venti giorni dal momento in cui la Direzione territoriale del lavoro trasmette la convocazione per l’incontro, fatta salva l’ipotesi in cui le parti, di comune avviso, non ritengano di proseguire la discussione finalizzata al raggiungimento di un accordo. Nel caso in cui fallisca il tentativo di conciliazione e comunque decorso il termine per la conclusione della procedura, il datore di lavoro può comunicare il licenziamento al lavoratore. La mancata presentazione di una o entrambe le parti al tentativo di conciliazione è valutata dal giudice per desumerne argomenti di prova ai sensi dell’articolo 116 del codice di procedura civile. Con le disposizioni di cui al comma 5 si apportano alcune modifiche alla legge n. 92 del 2012. Nel dettaglio, si prevede che il sistema di monitoraggio dello stato di attuazione degli interventi e delle misure previste dalla legge n. 92 del 2012 deve assicurare elementi conoscitivi anche in relazione agli effetti determinati sulle dinamiche intergenerazionali. Con le modifiche di cui alla lettera b) si estende ai datori di lavoro che assumono, senza esservi tenuti, a tempo pieno e indeterminato lavoratori che fruiscono dell’ASpI il sistema dei benefici previsto dalla legge n. 223 del 1991. Ai datori di lavoro che procedono alle assunzioni è concesso, per ogni mensilità di retribuzione corrisposta al lavoratore, un contributo mensile pari al 50 per cento dell’indennità mensile residua che sarebbe stata corrisposta al lavoratore.