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In questa direzione, ad esempio, i risultati dello studio dell’ Australian Institute for Families Studies (Agenzia statale del governo australiano) svolto cinque anni dopo l'introduzione del Family Law Amendment (Shared Parental Responsibility) Act 2006 , il quale sottolinea che né «la letteratura esistente né le nostre recenti scoperte supportano l'uso dell'assistenza condivisa (con almeno il 35 per cento dei pernottamenti) come punto di partenza per le discussioni sugli assetti genitoriali per neonati e bambini sotto i quattro anni. Per i bambini più grandi — dove i genitori possono lavorare insieme, sono in sintonia con il bambino e possono rispondere ai loro bisogni — i benefìci di un accordo condiviso sui pernottamenti possono essere più equamente valutati. Tutte le possibilità in relazione alla modifica di disposizioni che rispondono alle esigenze dei bambini dovrebbero essere rivalutate a intervalli regolari nel contesto del progresso dello sviluppo di ciascun bambino e dei suoi bisogni emotivi. Flessibilità e reattività, nonché le corrispondenti capacità che comportano per i genitori, sono la chiave per far stare bene i bambini. Queste qualità hanno rilevanza principale per decidere gli accordi di vita post-separazione. Dove alcune famiglie sono pronte per l'assistenza condivisa, altre potrebbero aver bisogno di tempo e supporto per evolvere verso questa soluzione di cura. Per un gruppo più piccolo, ma comunque significativo, la genitorialità condivisa non sarà mai appropriata». Non diversamente lo studio di Janet R. Johnston, Children's Adjustment in Sole Custody Compared to Joint Custody Families and Principles for Custody Decision Making, in Family and Conciliation Courts Review , october 1995, pp. 415 e ss.), la quale, rilevando che dal 1980 il ricorso alla Joint Custody nello Stato della California è aumentato in modo considerevole, sino ad essere implementata nel Family Code , section 3080, conclude che «i genitori altamente conflittuali hanno una prognosi sfavorevole per diventare cooperativi» e che «gli accordi di custodia per queste speciali sotto-categorie dovrebbero consentire ai genitori di disimpegnarsi l'uno dall'altro e sviluppare relazioni parentali separate e separate con i propri figli, regolate da un contratto legale esplicito (un piano genitoriale) che determina il programma di accesso. Il piano di visita razionale è un punto cruciale e la necessità di un processo decisionale condiviso e di una comunicazione diretta dovrebbe essere ridotta al minimo». Queste esperienze provenienti da ordinamenti stranieri permettono di individuare alcuni princìpi guida: l'ascolto del minore come parte naturale del procedimento di separazione, almeno sino alla soglia di un accettabile discernimento; un forte incoraggiamento al ricorso alla mediazione familiare quale luogo ove tentare di ricomporre i contrasti onde creare il presupposto per un vero ed efficace affidamento condiviso. Il benessere del minore costituisce infine il punto di bilanciamento della distribuzione di tempo ed impegni dei due genitori. L'intento è di creare un istituto duttile, pur nella cornice di quella potenziale «equità genitoriale», di modo che il bambino non debba mai soffrire per soluzioni imposte, o peggio, da lui percepite come eccessivamente gravose per la sua serenità. Sul punto appare significativo il rilievo assegnato all'ascolto del minore dal regolamento (CE) n. 2201/2003 del Consiglio, del 27 novembre 2003, (cosiddetto Bruxelles II- bis) , all'articolo 11, salvo i limiti naturali dati da manifesta immaturità o altro motivo oggettivo relativo al suo stato psico-fisico. Nella stessa direzione la Convenzione sui diritti del fanciullo, fatta a New York il 20 novembre 1989, ratificata e resa esecutiva dalla legge 27 maggio 1991, n. 176 (cfr. articolo 12). Appare infine decisiva la ratio ispiratrice della Convenzione europea sull'esercizio dei diritti dei fanciulli, fatta a Strasburgo il 25 gennaio 1996, ratificata e resa esecutiva dalla legge 20 marzo 2003, n. 77, che, all'articolo 1, riconosce ai minori il diritto di potere, personalmente o tramite altre persone od organi, «essere informati e autorizzati a partecipare ai procedimenti che li riguardano dinanzi ad un'autorità giudiziaria»; inoltre tale diritto assume anche i connotati di un potere/dovere, ai sensi dell'articolo 6, il quale dispone che l'autorità giudiziaria deve «consultare il minore personalmente, se necessario in privato, direttamente o tramite altre persone od organi, con una forma adeguata alla sua maturità, a meno che ciò non sia manifestamente contrario agli interessi superiori del minore; permettere al minore di esprimere la propria opinione; tenere in debito conto l'opinione da lui espressa». La nostra giurisprudenza, inoltre, di là dalle indicazioni cogenti, mostra di aver accolto ormai le riflessioni formulate in ambito sociologico, psicologico e giuridico che consegnano ormai al passato l'immagine di un minore incapace di autodeterminarsi, salvi i casi di giovanissima età o di specifiche condizioni psicofisiche. La letteratura giuridica da tempo discorre di «minore grandicello», rendendo sfumato, almeno in ambito patrimoniale, il confine segnato dall'articolo 1425 del codice civile: il minore va considerato maturo rispetto all'atto concreto che deve compiere se il contenuto dell'atto è di per sé funzionale ai suoi interessi (si veda anche Martinelli, Il diritto del minore all'ascolto come diritto fondamentale eventuale , in Minori giustizia, 2003, 4, 16). Pure in giurisprudenza la cogenza dell'ascolto del minore appare ius receptu . Si vedano le sentenze della Corte di cassazione, Sezioni unite n. 22238 del 21 ottobre 2009, n. 6129 del 26 marzo 2015, n. 11687 del 15 maggio 2013 e n. 5847 dell'8 marzo 2013). Altro fulcro della riforma è il ruolo della mediazione familiare. Essa, infatti, viene proposta non già come condizione di procedibilità dell'azione giudiziaria, bensì quale atto a doverosità «attenuata». Le parti, infatti possono anche adire direttamente il giudice, ma in tal caso il presidente, durante l'udienza, inviterà le parti a farvi ricorso. L'eventuale diniego verrà tenuto poi in conto quale ulteriore elemento di valutazione per la determinazione sui contenuti dell'affidamento. Va da sé che l'irragionevole e caparbio rifiuto di uno dei coniugi diventerebbe un elemento pregiudizievole per lo stesso. Tale soluzione, dunque, prende atto delle numerose critiche formulate verso l'alternativa ipotesi dell'obbligatorietà della mediazione, rendendola però, nello stesso tempo, incoraggiata, nonché utile strumento per fare emergere prevaricazioni, coercizione della volontà, fino alle ipotesi più estreme di violenza a danno del soggetto più debole. In ordine al contenuto del diritto del minore ad un affidamento condiviso esso, in estrema sintesi, si sostanzia nella pretesa del bambino di continuare ad avere due genitori che si prendano cura di lui. Tale pretesa, però, si esercita in funzione dell'interesse concreto, sì che non necessariamente tutto deve essere declinato in modo speculare nei confronti di entrambi i genitori.