[pronunce]

, mentre un solo precedente, ormai risalente, affermerebbe la competenza del «Giudice del merito dinanzi al quale si dibatte la sussistenza o meno del reato» di illecito reingresso, senza peraltro escludere una possibile concorrente competenza del giudice dell'esecuzione (Cass. , n. 6451 del 2005). Sempre in punto di rilevanza, non assumerebbe alcun rilievo il fatto che la sentenza che ha disposto la sostituzione della pena detentiva nel caso di specie non ha indicato la durata del divieto di rientro nel territorio nazionale. Sebbene la recente giurisprudenza di legittimità consideri annullabile la sentenza che non abbia espressamente provveduto in tal senso (sono citate Corte di cassazione, sezione seconda penale, 31 gennaio-28 aprile 2023, n. 17946; sezione prima penale, 25 gennaio-1° febbraio 2012, n. 4317), nel caso concreto la sentenza - non impugnata a suo tempo - sarebbe ormai irrevocabile, sicché la durata del divieto non potrebbe che essere individuata nella durata minima di cinque anni, mentre l'illecito reingresso di cui è causa sarebbe avvenuto poco più di due anni dopo l'espulsione. In ogni caso, le questioni di legittimità costituzionale proposte riguarderebbero esclusivamente il profilo della competenza, «la cui valutazione è preliminare rispetto alla verifica della violazione del divieto». 1.3.- Quanto alla non manifesta infondatezza delle questioni, il rimettente osserva che «l'accertamento del reingresso e della relativa illiceità non è necessariamente semplice e potrebbe anzi essere controverso». Il condannato potrebbe, ad esempio, essere stato identificato tramite un filmato o un riconoscimento; ovvero l'illiceità del reingresso potrebbe essere esclusa dall'avvenuto acquisto, medio tempore, della cittadinanza di uno Stato dell'Unione europea. Il delitto dovrebbe, dunque, essere accertato con una sentenza di condanna definitiva, sulla cui base soltanto potrebbe disporsi la revoca della sanzione sostitutiva. In difetto, la revoca si configurerebbe come una violazione della presunzione di non colpevolezza. Qualora invece si ritenesse che il giudice dell'esecuzione possa accertare autonomamente il fatto dell'illecito reingresso, «tale soluzione» sarebbe «irragionevole e, per certi versi, non adeguatamente rispettosa del diritto di difesa» di cui all'art. 24, secondo comma, Cost. Anzitutto parrebbe privo di senso che si svolgano due distinti procedimenti aventi ad oggetto l'accertamento del medesimo fatto, anche con il rischio di esiti contrapposti. L'irragionevolezza della disciplina sarebbe tanto più evidente ove si consideri che il reato di reingresso illegale prevede l'arresto obbligatorio, anche fuori dai casi di flagranza, e il ricorso al rito direttissimo, ciò che consente di giungere celermente ad un accertamento definitivo. Inoltre, il procedimento di esecuzione sarebbe «contrassegnato da una minore oralità», e potrebbe svolgersi anche in assenza dell'interessato - situazione tutt'altro che eccezionale nel contesto in esame. L'ordinanza del giudice dell'esecuzione - a differenza della sentenza del giudice della cognizione - non sarebbe poi rivalutabile nel merito in grado di appello, essendo soggetta unicamente al controllo di legittimità. Infine, in via generale l'ordinamento richiederebbe che il reato alla base di provvedimenti del giudice dell'esecuzione sfavorevoli per l'interessato sia oggetto di un previo accertamento definitivo. Ciò accadrebbe, in particolare: - in sede di revoca della sospensione condizionale della pena ai sensi degli artt. 168, primo e terzo comma, del codice penale e 674 cod. proc. pen.; - nell'ipotesi, regolata dall'art. 167 cod. pen. , in cui un nuovo reato costituisca causa ostativa all'estinzione del reato per il quale sia stata concessa la sospensione condizionale della pena (sono citate Corte di cassazione, sezione quinta penale, 22 novembre 2019-9 aprile 2020, n. 11759 e l'ordinanza n. 210 del 2020 di questa Corte); - nelle parallele ipotesi, disciplinate rispettivamente dall'art. 445, comma 2, cod. proc. pen. e dall'art. 460, comma 5, cod. proc. pen. , in cui la commissione di un delitto nel termine di cinque anni precluda l'estinzione del reato per il quale sia intervenuta sentenza di patteggiamento (è citata Corte di cassazione, sezione prima penale, 27 maggio-22 luglio 2021, n. 28616) ovvero del reato per il quale sia stato pronunciato decreto penale di condanna (è citata Corte di cassazione, sezione prima penale, 28 marzo-23 aprile 2019, n. 17411); - nell'ipotesi di revoca dell'indulto conseguente a condanna successiva per delitto non colposo ai sensi dell'art. 1, comma 3, della legge 31 luglio 2006, n. 241 (Concessione di indulto) (è citata Corte di cassazione, sezione prima penale, 19 maggio-3 giugno 2010, n. 20907); - nell'ipotesi, disciplinata dal vecchio testo dell'art. 72 della legge 24 novembre 1981, n. 689 (Modifiche al sistema penale), di revoca da parte del magistrato di sorveglianza della sanzione sostitutiva a seguito di una condanna penale (è citata Corte di cassazione, sezione prima penale, 26 novembre 2015-8 gennaio 2016, n. 513). 1.4.- Quanto al petitum, il rimettente evidenzia come non intenda «invocare una pronuncia manipolativa che - in ordine alla revoca della sanzione sostitutiva - escluda del tutto la competenza del giudice dell'esecuzione, bensì una pronuncia che escluda detta competenza fin tanto che non sia divenuta irrevocabile l'eventuale condanna per il reato» di illecito reingresso, in omaggio al principio della presunzione di non colpevolezza di cui all'art. 27, secondo comma, Cost.; così che il giudice dell'esecuzione possa intervenire «ove - per dimenticanza o per qualunque altro motivo - il giudice del processo di merito [...] nel pronunciare sentenza di condanna non provvedesse alla revoca della sanzione sostitutiva». 1.5.- Infine, il rimettente esclude la possibilità di una interpretazione conforme della norma sottesa alla decisione della Corte di cassazione che ha risolto il conflitto di competenza nel caso in esame e, in particolare, la possibilità di ricavare da essa l'obbligo per il giudice dell'esecuzione - individuato quale giudice competente - di attendere il passaggio in giudicato dell'eventuale sentenza di condanna per il reato di illecito reingresso prima di pronunciarsi sulla richiesta di revoca della sanzione sostitutiva. Una tale soluzione risulterebbe - ad avviso del rimettente - illogica, anche perché la revoca ben potrebbe essere pronunciata dallo stesso giudice di cognizione chiamato a giudicare del delitto di illecito reingresso. Il silenzio della Corte di cassazione sul punto dovrebbe invece essere interpretato come indicativo della necessità che il giudice dell'esecuzione decida subito sulla revoca, senza attendere l'esito del giudizio sul delitto di illecito reingresso;