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Noi abbiamo votato a favore della riduzione del numero dei parlamentari, pur ritenendo che anche questa potesse essere fatta in modo più sensato e modulato, non dico inferiore rispetto ai numeri, anche se questi ci rendono il Paese con il minor rapporto tra parlamentari e popolazione di tutta Europa, creando un maggior distacco fra gli eletti e gli elettori. Distacco che forse è proprio quello che qualcuno vuole, di modo che ci siano solo i proprietari o i gestori dei grandi mezzi di comunicazione (sia quelli tradizionali, sia quelli cosiddetti moderni, ossia i social media ). (Applausi dal Gruppo FI-BP) . Noi non riteniamo, però, di poter accettare una legge elettorale imposta per ragioni di like e di numeri sui social media , senza un reale coinvolgimento dell'opposizione e con risultati tecnicamente problematici e tali da creare disomogeneità tra Camera e Senato. Noi riteniamo che il Parlamento debba anzitutto funzionare per rappresentare i cittadini e fungere da adeguato contrappeso e controllo nei confronti del Governo. Questa è la funzione del Senato in tutte le democrazie e noi alla democrazia teniamo e continueremo a difenderla in Italia e all'estero. (Applausi dal Gruppo FI-BP) . Saluto ad una rappresentanza di studenti PRESIDENTE . A nome dell'Assemblea, saluto gli studenti e i docenti dell'Istituto comprensivo «Aurelio Saliceti» di Bellante, in provincia di Teramo, presenti in tribuna. (Applausi). Ripresa della discussione del disegno di legge n. Doc 881 PRESIDENTE . È iscritto a parlare il senatore Grassi. Ne ha facoltà. GRASSI (M5S) . Signor Presidente, onorevoli colleghi, il MoVimento 5 Stelle voterà a favore del disegno di legge in esame, perché rappresenta una modifica dei criteri di attribuzione dei seggi. Si tratta di una modifica semplicemente tecnica, che elimina il riferimento a un numero assoluto di collegi introdotto nel 2017 e serve a rendere la legge elettorale duttile, cioè indipendente dal numero di senatori e deputati indicati in Costituzione. È quindi chiaramente una modifica accessoria rispetto a quella il cui esame sappiamo essere in corso in questo Parlamento. So bene che alcuni criticano l'approccio minimalista che abbiamo adottato per questa legge: «Avreste dovuto cambiare anche la legge elettorale», ci dicono; sì, forse è vero, ma è anche vero che, come spesso si dice, l'ottimo è nemico del meglio, per cui avviare una riforma della legge elettorale per giungere ad un più importante risultato, quale la riduzione del numero dei parlamentari, avrebbe significato probabilmente non conseguire alcun obiettivo. L'approccio minimalista alla legge elettorale, quindi, non dev'essere inteso come una ratifica di quella esistente: è un adattamento per giungere nel più breve tempo possibile ad un risultato costituzionale ben più importante. Poiché siamo di fronte ad una modifica di valore tecnico e di limitato valore politico, è vero che parlando della legge elettorale c'è un convitato di pietra, vale a dire la nostra Costituzione, che rimane silente in questo dibattito circoscritto, rispetto alla questione che stiamo affrontando. Per dare un senso a questo nostro intervento normativo, mi preme allora richiamare l'attenzione sul quadro costituzionale cui mira il MoVimento 5 Stelle e, per dare una lettura organica della legge di riduzione del numero dei parlamentari, mi piace ripartire da alcuni scritti, che risalgono addirittura all'inizio del '900. Nella sua «Storia della democrazia in Europa», un autore a me caro, ma dimenticato, e uno dei massimi studiosi della storia della democrazia europea, Salvo Mastellone, ricorda gli scritti di Hans Kelsen. Kelsen può essere a buon diritto considerato il padre delle moderne Costituzioni, un giurista liberale e democratico, che però - è importante sottolinearlo - mentre difende la democrazia parlamentare, la critica perché talvolta, per difendere un istituto, bisogna avere il coraggio di individuarne i limiti e le criticità. Negli anni '20, in cui in Europa spirano i venti del totalitarismo, Kelsen scrive: «L'ideale della democrazia impallidisce e sul tetro orizzonte della nostra epoca nasce una nuova stella cui con tanta più fiducia si volge alle speranze delle masse quanto più cruentemente rifulge il suo splendore: la dittatura». Queste sono le parole con cui stigmatizza e segnala la cifra caratteristica del suo saggio. Ebbene, Kelsen si lancia in un'appassionata difesa della democrazia: antifascista, antinazista, altrettanto antisovietico, scrive di democrazia e in molte sue opere l'analisi di quella moderna e dei suoi fondamenti - attenzione, si tratta di un passaggio importante - si basa sulla denuncia dello iato e della distanza tra democrazia ideale e democrazia reale. Nel difendere la democrazia, dunque, egli critica quella parlamentare. Nel momento in cui scrive che la democrazia fa progredire l'ordinamento con deliberazioni di maggioranza, essa si accontenta di una semplice approssimazione all'idea originaria di democrazia. Il principio di maggioranza - scrive Kelsen - è una potente limitazione all'ideale democratico. In altri termini, Kelsen sottolinea la differenza tra la rappresentanza politica - e parla addirittura di finzione della rappresentanza politica - e la rappresentanza giuridica. Ciò ci consente di capire che la rappresentatività democratica si misura non in ragione del numero dei parlamentari, ma con altri criteri: si misura con la competenza dei rappresentanti, con la capacità della maggioranza di dialogare con la minoranza. Egli disvela il carattere fittizio della rappresentanza parlamentare e della sua sostanziale scarsa affinità - sono sue parole - con l'idea democratica, e quindi riafferma convintamente la distanza tra democrazia ideale e democrazia reale. Nonostante ciò - è importante - egli difende la democrazia parlamentare come la forma di Governo meno imperfetta. Giunto alla conclusione che la democrazia parlamentare è quanto di meglio si possa avere sul piano della rappresentatività, Kelsen suggerisce criteri correttivi, e tra questi vi è la democrazia diretta che lui - attenzione! - non difende come unica soluzione - è la critica che muove all'approccio dei Paesi socialisti, che almeno teoricamente rivendicano questo primato - ma indica come contemperamento alle imperfezioni della democrazia parlamentare. Kelsen giunge sostanzialmente a una posizione moderata, che è l'integrazione tra la democrazia parlamentare e la democrazia diretta. Pensate che Kelsen, il padre di tutti noi oggi, degli Stati moderni - so bene che ci sono anche ampi studi critici, ma nessuno studio sul funzionamento dello Stato prescinde da Kelsen - affronta anche il tema del mandato imperativo, il tema delle immunità parlamentari. Questo a dire quanto sia moderna la riflessione di Kelsen; quanti problemi, dubbi e interrogativi ponga Kelsen, direi in anticipo rispetto ai suoi tempi. Quando, allora, il Movimento affronta questi temi, non si deve credere che li affronti con l'ingenuità del bambino che si balocca con nozioni più grandi di lui. Grandi pensatori hanno tracciato la via. Kelsen si ricollega, si riannoda al pensiero di Rousseau e noi ci ricolleghiamo con orgoglio al pensiero di Kelsen.