[pronunce]

In relazione, poi, alla doglianza che ha investito l'art. 8, comma 3, dell'impugnata legge regionale, la resistente rileva come il proprio intendimento sia stato solo quello di «uniformare la disciplina relativa alla durata del rapporto di lavoro del direttore amministrativo e del direttore sanitario degli IRCCS alle normative vigenti in materia, ed in particolare con quella relativa ai direttori generali», e segnatamente quelli delle ASL. Osserva sul punto, inoltre, come già la legge (peraltro ormai abrogata) 19 febbraio 1991, n. 50 (Disposizioni sul collocamento a riposo del personale medico dipendente) – in deroga a quanto previsto dall'art. 53 del d.P.R. 20 dicembre 1979, n. 761 (Stato giuridico del personale delle unità sanitarie locali) – avesse consentito ai primari ospedalieri di ruolo, privi dell'anzianità necessaria per conseguire il massimo della pensione, di essere trattenuti in servizio fino al suo raggiungimento, e comunque non oltre il settantesimo anno di età. Analogamente, l'art. 16 del decreto legislativo 30 dicembre 1992, n. 503 (Norme per il riordinamento del sistema previdenziale dei lavoratori privati e pubblici, a norma dell'articolo 3 della legge 23 ottobre 1992, n. 421) ha conferito ai dipendenti delle amministrazioni pubbliche – non esclusi quelli delle aziende e degli enti del servizio sanitario nazionale – la facoltà «di richiedere il trattenimento in servizio fino al compimento del settantesimo anno d'età» Conseguentemente, il disposto dell'art. 15-nonies del decreto legislativo 30 dicembre 1992, n. 502 (Riordino della disciplina in materia sanitaria, a norma dell'articolo 1 della legge 23 ottobre 1992, n. 421), che fissa a sessantacinque anni, per i dirigenti medici del Servizio sanitario nazionale, il limite massimo di età per il collocamento a riposo, si rivelerebbe «norma non ancora adeguata alle recenti disposizioni legislative che tendono ad innalzare l'età pensionabile», se non addirittura a liberalizzarla, secondo quanto previsto dall'art. 1, comma 2, lettera a), della legge 23 agosto 2004, n. 243 (Norme in materia pensionistica e deleghe al Governo nel settore della previdenza pubblica, per il sostegno alla previdenza complementare e all'occupazione stabile e per il riordino degli enti di previdenza ed assistenza obbligatoria). 2.1.3.3.- Quanto, invece, alla pretesa illegittimità costituzionale dell'art. 9 dell'impugnata legge regionale, la resistente, nel rilevare come nulla sia specificamente previsto dal d.lgs. n. 288 del 2003, con riferimento al comitato tecnico-scientifico degli IRCCS non trasformati in fondazioni, nonché ribadita la propria legittimazione a disciplinare nel dettaglio la composizione di tale organo, evidenzia l'infondatezza di tale censura. 2.1.3.4.- Infine, la resistente nega che possano ritenersi costituzionalmente illegittimi gli artt. 13, comma 1, lettera b), e 14, comma 3, della medesima legge regionale n. 2 del 2006. Essa pone in luce, in via preliminare, come il sistema dei controlli (sul quale incidono le disposizioni regionali de quibus) previsto per gli IRCCS – già disciplinato, in passato, dalla legge 23 dicembre 1978, n. 833 (Istituzione del servizio sanitario nazionale) e dal d.P.R. 31 luglio 1980, n. 617, recante «Ordinamento, controllo e finanziamento degli istituti di ricovero e cura a carattere scientifico (art. 42, settimo comma, della legge 23 dicembre 1978, numero 833)» – sia stato fatto oggetto di un intervento parzialmente “caducatorio” da parte della già ricordata sentenza della Corte n. 270 del 2005. In particolare, tale pronuncia ha dichiarato l'illegittimità costituzionale degli artt. 1, comma 2, e 16, commi 1 e 2, del d.lgs. n. 288 del 2003, ritenendo non conforme a Costituzione l'esistenza di un sistema di controllo preventivo “sugli atti” esercitato da organi statali, confermando, invece, il controllo sugli organi degli IRCCS previsto dai commi 3 e 4 del medesimo art. 16 (non colpiti, difatti, dalla declaratoria di illegittimità costituzionale). È, dunque, in un simile contesto – nel quale la Corte (secondo quanto sarebbe stato riconosciuto dalla stessa Avvocatura generale dello Stato nel parere del 5 novembre 2005, allegato dall'odierna resistente alla sua memoria) avrebbe «specificamente censurato l'ampiezza ed eterogeneità dei compiti di vigilanza e di controllo riservati alle amministrazioni statali» – che si inseriscono le summenzionate disposizioni (artt. 13, comma 1, lettera b, e 14, comma 3) dell'impugnata legge della Regione Lazio. In particolare, la prima di esse (la seconda, in realtà, si limita ad estendere la stessa previsione agli IRCCS già riconosciuti, per i quali sia in corso il procedimento di conferma del riconoscimento), fatte espressamente salve sia «la vigilanza del Ministro della salute» che il controllo sugli organi previsto dai già illustrati commi 3 e 4 dell'art. 16 del d.lgs. n. 288 del 2003, affida alla Giunta regionale il controllo sulle attività di ricerca di cui all'art. 8, del medesimo d.lgs. n. 288 del 2003. Orbene, tale controllo presenta, secondo la resistente (a dispetto di quanto assume il Presidente del Consiglio dei ministri), carattere «ulteriore» rispetto a quello pure svolto dal Ministro della salute, ai sensi dell'art. 12-bis del d.lgs. n. 502 del 1992, ed avente come scopo la verifica della rispondenza delle attività di ricerca degli IRCCS al programma nazionale di ricerca sanitaria elaborato dal medesimo Ministro. La non sovrapponibilità dei due controlli, costituendo quello regionale nulla di diverso, in fondo, da quella «attività di monitoraggio già prevista dall'ultima parte dell'art. 12-bis» del d.lgs. n. 502 del 1992, impedirebbe di ravvisare il denunciato profilo di illegittimità costituzionale. 3.- Con atto depositato presso la Cancelleria della Corte il 6 novembre 2006, il Presidente del Consiglio dei Ministri ha rinunciato all'impugnativa degli artt. 7, comma 2, e 9, della predetta legge della Regione Lazio n. 2 del 2006.1. —