[pronunce]

che, quanto alla previsione dell'art. 35, comma 6, lettera e), della legge - che dispone che il tribunale per i minorenni non può ordinare la trascrizione del provvedimento quando l'inserimento del minore nella famiglia adottiva si è manifestato contrario al suo interesse - si tratterebbe di una disposizione priva di effetto pratico, dal momento che, avendo il legislatore scelto di non prevedere l'affidamento preadottivo di un anno, il giudice non potrebbe rifiutare la trascrizione del provvedimento straniero nei registri dello stato civile quando vi sia (come nei casi all'esame del Tribunale per i minorenni dell'Aquila) richiesta di immediata trascrizione da parte degli interessati; che secondo il giudice a quo non può sostenersi che l'adozione nazionale e quella internazionale riguardano situazioni diverse, dal momento che la situazione di fatto (difficoltà di inserimento di un minore adottabile in una famiglia estranea) è la stessa nei due modelli di adozione; che, pur considerando che la Corte, con l'ordinanza n. 192 del 2001, ha affermato che rientra nella discrezionalità del legislatore la possibilità di disciplinare diversamente i procedimenti di adozione, nazionale ed internazionale, il rimettente ritiene che detto principio non sia invocabile nel caso di specie, atteso che il periodo di affidamento preadottivo di un anno è un requisito sostanziale, che costituisce un principio generale dell'ordinamento nazionale e non una disposizione di carattere processuale; che sarebbe privo di pregio anche il rilievo che gli ordinamenti stranieri non prevedono, in genere, l'affidamento preadottivo, poiché per il riconoscimento del provvedimento straniero è sempre necessaria la non contrarietà dello stesso ai principi fondamentali del nostro ordinamento; che il rimettente rileva che la disparità di trattamento appare ancor più "evidente, innegabile ed incomprensibile" quando si consideri che l'affidamento preadottivo è tuttora previsto, oltre che per le adozioni nazionali, anche per le adozioni internazionali di minori adottandi a norma dell'art. 37-bis della legge e per i minori stranieri trasferiti in Italia in forza di un provvedimento non di adozione ma di affidamento preadottivo, ai sensi dell'art. 35, comma 4, della legge; che in tutti i giudizi di legittimità costituzionale è intervenuta, per il Presidente del Consiglio dei ministri, l'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo alla Corte di voler dichiarare la questione infondata; che secondo la difesa erariale, dopo l'emanazione della legge di ratifica ed esecuzione della Convenzione dell'Aia del 29 maggio 1993, l'affidamento preadottivo non costituisce più un principio fondamentale del diritto di famiglia e dei minori dello Stato e neppure un principio di ordine pubblico internazionale, dal momento che gli ordinamenti stranieri non conoscono tale istituto; che il legislatore, avendo inteso dare piena e puntuale attuazione alla Convenzione, ha previsto il riconoscimento diretto in Italia del provvedimento straniero, con gli stessi effetti che esso ha nello Stato di provenienza del minore, operando una scelta obbligata che, ove modificata, determinerebbe gravissime conseguenze nei rapporti con gli altri Stati contraenti e minerebbe la stessa coerenza del sistema convenzionale; che l'Avvocatura ricorda poi come, prima della ratifica della Convenzione, alcuni Paesi non avessero mai disposto adozioni a favore di cittadini italiani proprio perché il provvedimento emesso all'estero non veniva riconosciuto automaticamente in Italia; che ad avviso dell'Avvocatura non vi è alcuna disparità di trattamento fra minori adottati in Italia e all'estero, ma solamente una diversità della disciplina applicabile ai due casi, trovando fondamento, il riconoscimento del provvedimento emesso all'estero, anche nella legge 31 maggio 1995, n. 218, la quale, all'art. 66, prevede che i provvedimenti stranieri di volontaria giurisdizione siano riconosciuti senza ricorso ad alcun procedimento; che il legislatore, avendo previsto una particolare procedura, comprendente due verifiche ad opera della Commissione per le adozioni internazionali, ha voluto evitare l'applicazione della disciplina generale di cui all'art. 67 della legge n. 218 del 1995 e la possibilità di una azione di contestazione, sine die, del provvedimento straniero mediante ricorso alla corte d'appello, ciò che avrebbe comportato rischi gravissimi derivanti da un possibile rifiuto tardivo del riconoscimento del provvedimento straniero di adozione; che l'Avvocatura, ritenuto che il sistema delineato dal legislatore sia tale da corrispondere ad una adeguata difesa dell'interesse del minore adottato, sottolinea come il richiamo, nelle ordinanze di rimessione, all'art. 37-bis della legge risulti improprio, posto che il minore autorizzato dalla commissione all'ingresso nel territorio dello Stato non si trova in situazione di abbandono, ma è già stato adottato, è figlio di cittadini italiani - e cittadino egli stesso - per effetto di un regolare e definitivo provvedimento emesso dall'autorità straniera competente, mentre la sua situazione non è assimilabile a quella di un minore che si trovi in situazione di abbandono in Italia e allo stesso non può essere automaticamente esteso il periodo di affidamento preadottivo che nel nostro Paese è previsto per l'adottabile e non per l'adottato; che, rileva sempre l'Avvocatura, la legge ha previsto, per la durata di un anno, una particolare forma di assistenza e vigilanza sulle condizioni dei minori adottati all'estero da parte dei servizi socio-sanitari e dell'ente autorizzato che ha assistito la coppia i quali, anche quando non vi sia la richiesta dei genitori adottivi, devono riferire in ogni caso al tribunale per i minorenni, ciò che consente un eventuale intervento del giudice per i minori attraverso tutti gli strumenti previsti dalle norme vigenti, compresi quelli in materia di potestà e sino all'apertura di un nuovo procedimento di adozione; che l'Avvocatura ritiene perciò che la posizione del minore adottato all'estero sia tutelata in misura più che adeguata, al pari di quella del minore adottato in Italia, e che in tale quadro la previsione di un periodo di affidamento preadottivo si porrebbe come una contraddizione in termini e come contraria ad un principio fondamentale di diritto internazionale privato, secondo il quale un atto o un provvedimento giurisdizionale ben può essere riconosciuto nell'ordinamento dello Stato e produrre gli effetti che legittimamente produce in quello di origine. Considerato che le ordinanze di rimessione all'esame della Corte sono identiche nel loro contenuto e che tutti i giudizi di legittimità costituzionale possono quindi essere riuniti per essere decisi con un unico provvedimento; che il Tribunale per i minorenni dell'Aquila dubita della legittimità costituzionale degli artt. 34, comma 2, e 35, commi 3 e 6, della legge 31 dicembre 1998, n. 476 (Ratifica ed esecuzione della Convenzione per la tutela dei minori e la cooperazione in materia di adozione internazionale, fatta a L'Aja il 29 maggio 1993.