[pronunce]

La difesa della Camera si dichiara consapevole del fatto che la giurisprudenza di questa Corte si è evoluta nel senso che l'insindacabilità può essere riconosciuta soltanto quando vi sia «una corrispondenza sostanziale tra l'opinione manifestata all'esterno e quella manifestata in singoli atti tipici»; tuttavia la memoria auspica – richiamando anche le sentenze costituzionali n. 320 e n. 321 del 2000, che avrebbero chiarito come la corrispondenza sostanziale sia soltanto una delle ipotesi in cui la dichiarazione può ricondursi alla funzione parlamentare – che siffatto orientamento venga almeno in parte rivisto, tenendo presente che l'attività dei componenti del Parlamento è per sua natura destinata a proiettarsi fuori delle aule parlamentari. Ridurre, quindi, l'applicabilità della prerogativa in questione alle sole dichiarazioni rese intra moenia significa, secondo la Camera, «trascurare del tutto la realtà del mandato rappresentativo, che non si esaurisce nel compimento di atti “tipici”, ma si manifesta nel raccordo costante tra rappresentante e rappresentato». 3.3 — Approssimandosi la data dell'udienza pubblica di discussione, la Camera dei deputati ha depositato un'articolata memoria, insistendo per l'accoglimento delle conclusioni già rassegnate.1. — Il Giudice per l'udienza preliminare del Tribunale di Perugia ha sollevato conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato, in relazione alla deliberazione adottata dalla Camera dei deputati nella seduta del 26 settembre 2000 (doc. IV-quater, n. 148), con la quale l'Assemblea ha approvato la proposta della Giunta per le autorizzazioni a procedere di dichiarare che i fatti per i quali pende procedimento penale nei confronti della deputata Tiziana Maiolo concernono opinioni espresse dalla suddetta quale membro del Parlamento nell'esercizio delle proprie funzioni e ricadono pertanto nell'ipotesi di cui all'art. 68, primo comma, della Costituzione. Il ricorrente ha premesso, in fatto, che la deputata Maiolo è imputata del delitto di calunnia in danno del magistrato Mario Almerighi, per averlo accusato, sapendolo innocente, in un esposto presentato alla Procura della Repubblica di Perugia, di aver commesso i reati di istigazione a delinquere previsto dall'art. 414 del codice penale e di usurpazione di potere politico previsto dall'art. 287 cod. pen. L'on. Maiolo nell'esposto aveva riferito che il dott. Almerighi, in qualità di Presidente dell'Associazione nazionale magistrati, in un'intervista ad un quotidiano rilasciata in concomitanza con la formazione di un nuovo governo, aveva testualmente detto: «Siamo pronti a porgere alla politica un ramoscello d'ulivo, ma tutto dipenderà dalla scelta del ministro della Giustizia da parte del futuro governo … se confermano Flick appoggiandolo politicamente perché possa varare le riforme che sono in cantiere…, oppure dovrebbero metterci qualcuno che sia disponibile al dialogo ... ma se invece ci mettono qualche infiltrato del Polo nel Partito Popolare … tutto lo staff del Ministero è pronto a dimettersi. E così entriamo in un tunnel». La deputata nella denuncia aveva chiesto di accertare se nel suddetto comportamento potessero essere ravvisati gli estremi dei delitti suindicati, dal momento che la nomina dei ministri compete al Presidente della Repubblica su proposta del Presidente del Consiglio ed al Parlamento ed al Governo compete la politica concernente l'amministrazione della giustizia. Secondo il giudice ricorrente le opinioni espresse dalla deputata Maiolo non hanno alcun rapporto con l'attività parlamentare, sicché la deliberazione suindicata costituisce invasione nella sfera di competenza propria. 2.— In via preliminare, si conferma l'ammissibilità del conflitto già dichiarata con l'ordinanza n. 283 del 24 luglio 2003. È, infatti, principio ormai consolidato nella giurisprudenza di questa Corte quello per cui occorre che l'atto introduttivo, valutato nel suo complesso ed indipendentemente dalla sua autoqualificazione, abbia i requisiti di sostanza del ricorso. Nel caso in esame, il giudice per l'udienza preliminare ha enunciato chiaramente le ragioni del conflitto e ha indicato la norma violata, affermando che «la valutazione operata dalla Camera dei deputati con la deliberazione 26 settembre 2000 circa la sussistenza, nel caso di specie, dei presupposti per l'applicazione dell'art. 68, primo comma, della Costituzione si presenta palesemente erronea e come tale lesiva della sfera di attribuzione costituzionalmente riservata a questo giudice, legittimato a sollevare conflitto…». Pure in assenza di una esplicita e formale richiesta di non spettanza del potere e di annullamento della delibera di insindacabilità, quindi, l'atto introduttivo individua in maniera sufficientemente chiara i termini del giudizio (v. sentenza n. 249 del 2006). 3.— Nel merito, il conflitto è fondato. Non si può condividere la tesi della difesa della Camera secondo la quale, poiché ogni singolo parlamentare rappresenta la nazione e poiché la giustizia è amministrata in nome del popolo, presentare una denuncia penale è atto tipico della funzione di deputato. È sufficiente osservare che spetta direttamente ad ogni cittadino la facoltà di denunciare all'autorità competente i fatti che egli ritenga – assumendosi la responsabilità del relativo giudizio – costituire reato. L'esercizio di tale facoltà non richiede l'intermediazione della rappresentanza parlamentare. Ne consegue che una denuncia penale non ha i connotati di un atto tipico della funzione parlamentare per il solo fatto che ne sia autore un deputato. Occorre allora esaminare le ulteriori deduzioni della difesa della Camera dirette a dimostrare che le opinioni espresse dall'on. Maiolo nell'esposto-denuncia sono la sostanziale, ancorché non testuale, riproduzione di opinioni espresse in atti della funzione parlamentare. A tal proposito vengono invocate alcune frasi pronunciate dal deputato Giovanni Marino nel corso del suo intervento nella seduta della Camera del 2 novembre 1998, nonché una serie di atti della stessa deputata Maiolo: l'interrogazione a risposta orale del 10 dicembre 1997, le interpellanze del 16 dicembre 1998 e del 9 novembre 1999 ed un intervento nella seduta della Camera del 15 luglio 1999. Anche tali deduzioni non possono essere accolte. Esse sono in contrasto con orientamenti di questa Corte, ancora di recente argomentati e ribaditi. Sono, infatti, principi ripetutamente affermati quelli secondo i quali l'immunità non sussiste qualora l'atto tipico di cui si assume la mera riproduzione all'esterno sia stato compiuto da altro parlamentare oppure dallo stesso parlamentare successivamente all'episodio in questione (v. sentenze n. 347 del 2004 e n. 249 del 2006). Sono pertanto irrilevanti sia l'intervento del deputato Marino, sia gli atti compiuti dalla deputata Maiolo nel 1998 e nel 1999, tutti successivi alla presentazione della denuncia.