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Riforma del servizio pubblico radiofonico, televisivo e multimediale. Onorevoli Senatori. -- Il servizio pubblico radiotelevisivo ( public service broadcasting -- PSB) è percepito come un marchio di qualità, uno strumento di partecipazione democratica ed una precondizione del pluralismo, un mezzo per promuovere la cultura, le arti e le differenti visioni della società. Il PSB rappresenta dunque un elemento fondamentale di democrazia, oggi minacciato dalle difficoltà finanziarie. La contrazione delle risorse sta radicalmente cambiando i contenuti del sistema dei media italiano contraendo gli spazi di dibattito, di approfondimento, di pluralismo. Pertanto, oggi più che mai, sentiamo l'esigenza di una ridefinizione della missione di servizio pubblico nell'era digitale. Il PSB nella sua storia ha attraversato svariate fasi critiche: dalla fine del monopolio, al superamento del duopolio pubblico-privato, all'avvento della pay-tv , alla web-tv e alla rivoluzione dei social media , eccetera. La recente tendenza degli Esecutivi di tagliare drasticamente le sovvenzioni alla stampa quotidiana e periodica e all'emittenza radiofonica locale ha evidentemente compresso gli spazi di pluralismo rendendo di fatto la RAI, società concessionaria del servizio pubblico, la monopolista di tutte le risorse che lo Stato destina all'informazione ed alla promozione della cultura. Quindi, in un panorama di ristrettezze economiche diventa fondamentale esaltare la capacità del PSB di diffondere informazioni utili, cultura e conoscenza, e non solo intrattenimento. Ristrettezze che hanno segnato la nuova tendenza europea di mutare l'assetto gestionale del servizio pubblico orientandolo in mano privata. In accordo con la normativa vigente, come ribadito nell'articolo 1 del presente disegno di legge, il PSB ha carattere di preminente interesse generale in quanto volto ad ampliare la partecipazione dei cittadini ed a concorrere allo sviluppo sociale e culturale del Paese in conformità ai princìpi di libertà e pluralismo sanciti dalla Costituzione (articolo 43). Concordiamo quindi con la visione per cui il PSB possa caratterizzarsi come un prodotto del welfare europeo, come parte integrante del disegno di politiche sociali volte a promuovere il benessere dei cittadini e a incrementare la partecipazione democratica. Il Trattato di Amsterdam (1997) e la risoluzione del Consiglio dei ministri europeo (Gazzetta Ufficiale delle Comunità europee n. C30 del 5 febbraio 1999) già ribadivano la centralità del servizio pubblico radiotelevisivo, invitando gli Stati membri a destinare adeguate risorse. A livello europeo il comune denominatore delle emittenti di servizio pubblico è quello di fornire prodotti audiovisivi contraddistinti dall'universalità del contenuto, l'universalità d'accesso, la libertà editoriale e l'alta qualità del servizio. La competizione con le emittenti private ha creato una crisi di identità cui il servizio pubblico ha risposto con un palinsesto molto più articolato e complesso rispetto al passato, ampliando l'offerta di servizi e programmi con particolare attenzione e maggiori risorse per l'intrattenimento. In Italia il servizio pubblico radiotelevisivo è stato segnato dalla lottizzazione prima e dal consolidamento del duopolio poi. Anche qui, come nel resto dell'Europa, si è verificato un incremento del numero di ore di programmazione ed un lento, quanto inesorabile, livellamento delle offerte nei palinsesti. Da qui la considerazione che il servizio pubblico dovrebbe riconquistare, proprio in virtù delle sue caratteristiche democratiche e pluraliste, la sua centralità dinanzi al proliferare di un'offerta sempre più settoriale, specialistica e frammentata. Un'altra caratteristica costitutiva del servizio pubblico radiotelevisivo è la sua trasparenza nei confronti degli utenti che, in alcuni casi, si traduce in strumenti diretti per la verifica e la bontà dei servizi erogati (ad esempio, il «Rapporto delle promesse agli utenti» britannico) o con l'individuazione di un organo supervisore designato a rappresentare gli interessi della società in generale e incaricato di valutare l'operato dell'azienda (nel nostro ordinamento, la Commissione bicamerale di vigilanza e l'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni). Inoltre, in diversi Paesi tra cui il nostro, la trasparenza è stata inseguita mediante dettagliati «contratti di servizio» stipulati tra la concessionaria e il Ministero competente. Noi riteniamo che la Commissione di vigilanza abbia fatto il suo tempo e che per incrementare la comunicazione tra la RAI e i cittadini sia necessario fare entrare «parti» della società nell'ambito stesso della gestione. Per questo proponiamo l'ingresso in consiglio di amministrazione di un rappresentante delle associazioni dei consumatori. La legge n. 223 del 1990, nell'attribuire la natura di «preminente interesse generale» all'attività di diffusione di programmi radiofonici e televisivi, in linea con l'assetto normativo precedente, ha disposto che l'affidamento del servizio pubblico generale radiotelevisivo fosse affidato, mediante concessione, ad una società per azioni avente totale partecipazione pubblica, identificata nella RAI-Radio Audizioni Italia. L'11 giugno 1995, un referendum abrogativo proposto dal gruppo parlamentare della Lega nord e dai Radicali, con il 54,9 per cento dei sì ha, di fatto, trasformato la natura stessa della Rai-Radiotelevisione italiana, aprendo al possibile ingresso dei privati nel capitale sociale dell'azienda e decretando così la fine di quanto previsto dalla richiamata legge del 1990. La Corte costituzionale, nella sentenza n. 7 del 1995 che ha dichiarato l'ammissibilità del referendum , ha ammesso che «una partecipazione privata al capitale azionario della RAI (non si porrebbe in contrasto) con la natura pubblica del servizio radiotelevisivo ovvero con il carattere di società di interesse nazionale riconosciuto, ai sensi dell'articolo 2461 del codice civile, alla concessionaria di tale servizio». Ad avviso della Corte, «tali elementi possono, infatti, operare indipendentemente dalla qualità pubblica o privata dei soggetti titolari del capitale azionario, riguardando, invece, la specialità del complessivo regime giuridico del servizio pubblico esercitato tramite concessionaria: specialità connessa al raggiungimento di quei fini di interesse generale cui, in ogni caso, non può non ispirarsi lo svolgimento di tale servizio». Inoltre, nella sentenza n. 284 del 2002, la Corte costituzionale ha ribadito che «il venir meno del monopolio statale non comporta il venir meno della giustificazione costituzionale del servizio pubblico radiotelevisivo, che risiede nella sua funzione specifica, volta a soddisfare il diritto all'informazione ed i connessi valori costituzionali, primo fra tutti il pluralismo, nonché a diffondere la cultura per concorrere allo sviluppo sociale e culturale del Paese». In una direzione di privatizzazione della televisione pubblica è quindi intervenuta la legge n. 112 del 2004, che ha previsto una serie di passaggi per trasformare la RAI in una public company ad azionariato diffuso, lasciando lo Stato come azionista di maggioranza. Ma il processo di privatizzazione non si è mai concluso ed attualmente la concessione del servizio pubblico radiotelevisivo è ancora affidata alla RAI Radiotelevisione italiana Spa, nonostante negli anni si sia cercato più volte di trasformare la televisione pubblica per svincolarla da logiche politiche e per migliorare il servizio offerto ai cittadini.