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Innanzitutto ringrazio il collega sardo, il senatore Floris, che mi ha coinvolto nel difficile percorso del riconoscimento dell'insularità, che ritengo costituisca quasi un prerequisito per lo sviluppo delle nostre Regioni, che sono appunto colpite dalla mancanza di tale riconoscimento. A dire il vero esso ci è stato tolto e questo argomento verrà affrontato nel corso del mio intervento. Vorrei però raccontarvi in pillole cosa significa l'insularità. Sono una viaggiatrice; come parlamentare ritorno periodicamente in Sicilia, ogni fine settimana, e quindi capisco bene cosa significa vivere in un'isola. Un'isola che ci vede lontani dalla terraferma (la Sardegna ancora di più), perché distanziati dal mare. Un mare che in inverno naturalmente ha forti oscillazioni, per cui i treni sono costretti a viaggiare anche in condizioni di scarsissima sicurezza perché, per percorrere il tragitto i viaggiatori vengono imbottigliati in vagoni letto o in auto e si devono affidare al Signore per arrivare sulla terraferma. Naturalmente chi viaggia sa bene le oscillazioni che subisce, sia quando si traghetta, sia quando si passa con la macchina. E questo quando va bene, perché poi, anche dal punto di vista degli investimenti in queste infrastrutture, è tutto un punto interrogativo. Alle volte le navi che ci devono portare sono ferme, altre volte sono insufficienti, come in estate. Si dirà che in estate si può traghettare comodamente, in venti minuti, ma non è vero, perché in estate il tempo delle attese diventa ancora più lungo, con chilometri e chilometri di fila che cominciano da Villa San Giovanni. Si tratta di chilometri di fila che ovviamente non sono assistiti da servizi igienici, perché chi si trova in queste file rimane bloccato in macchina a 40 gradi; i più fortunati hanno qualche bottiglietta d'acqua, che nel frattempo è diventata calda o bollente, altri, invece, organizzati per le ferie, magari portano borse termiche. Questo è il folklore di ciò che oggi rappresenta il viaggio in Sicilia; un viaggio che, però, costa. Infatti, soprattutto oggi che la compagnia aerea ITA si è dimenticata della salvaguardia delle tratte sociali, il viaggio in Sicilia è affrontato da persone che, a differenza mia, non possono prendere mezzi inevitabilmente legati a spostamenti di treno, aereo o macchina, soprattutto oggi che il costo della benzina è ancora aumentato. Vi ricordo che il mio biglietto ferroviario, per esempio di un vagone cuccetta, costa dai 150 ai 200 euro e io viaggio spesso anche in seconda classe, perché non c'è posto (anche questo è un altro problema, dovendoci tutti trasferire con i treni o con i mezzi). Sugli aerei, peggio mi sento. Vedrete che durante tutto il periodo delle feste natalizie i più fortunati riusciranno a trovare un biglietto da 500, 400, 600 euro e su questo ovviamente invito tutti a una riflessione. Il problema dell'insularità non può essere risolto sempre demandandolo ai Governi, con la richiesta di risorse economiche volte a colmare questo gap . Noi dobbiamo puntare al riconoscimento dell'insularità come condizione e prerequisito di sviluppo, soprattutto per sanare la competitività di queste Regioni rispetto ad altre. E questi sono i trasporti che vivo io, da pendolare; va peggio a chi deve trasportare gas, energia elettrica, a chi deve produrre e trasportare merci, a chi deve comprare materie prime. È un problema che deve essere affrontato una volta per sempre da questo Parlamento, affinché l'Europa riconosca la condizione che già la nostra Costituzione aveva riconosciuto. Infatti, con la riforma del Titolo V della Parte seconda della Costituzione, approvata nel 2001, è stato soppresso il terzo comma dell'articolo 119, che prevedeva contributi speciali per valorizzare il Mezzogiorno e le isole. Si trattava di una norma voluta dai Padri costituenti per garantire l'unità territoriale e la coesione sociale, attraverso la tutela speciale di alcune aree del Paese economicamente più svantaggiate in ragione della loro collocazione geografica. Il riconoscimento dello svantaggio territoriale nasceva dalla volontà di garantire a tutti i cittadini italiani, ovunque fossero residenti, un'eguale prospettiva nel processo di crescita complessiva, in campo economico, sociale e culturale, fattori determinanti per lo sviluppo e per il futuro del Paese. Il legislatore intendeva, quindi, favorire l'effettivo esercizio dei diritti fondamentali della persona e della collettività. È la stessa richiesta che oggi, attraverso il disegno di legge costituzionale all'esame dell'Assemblea del Senato, ci viene sollecitata da centinaia di migliaia di nostri cittadini. L'Assemblea costituente aveva ben presente, come sottolineato da Benedetto Croce, che le questioni meridionali post risorgimentali erano ancora aperte. Si riconobbe, infatti, lo statuto speciale per le isole maggiori ed interventi mirati, come quelli poi sostenuti dalla Cassa del Mezzogiorno. Lo Stato intendeva conciliare compiutamente l'unità territoriale e l'autonomia. In questi anni purtroppo è venuta meno la questione dell'insularità ed è significativo il fatto che più di 200.000 cittadini, su tutto il territorio nazionale, si siano mobilitati per sottoscrivere e presentare alle Camere una proposta di legge costituzionale affinché la Repubblica italiana riconosca gli svantaggi strutturali derivanti dall'insularità e adotti le misure necessarie per rimuoverli. Il riferimento all'insularità ovviamente non riguarda solamente la Sicilia e la Sardegna, ma si estende anche alle isole minori. In buona sostanza, colleghi, centinaia di migliaia di nostri concittadini - non soltanto quelli che vivono nelle splendide isole italiane - hanno rivelato al corpo legislativo gli svantaggi e le criticità propri di questa discontinuità territoriale, svantaggi che impediscono il godimento uniforme delle prestazioni dei diritti civili e sociali che sono propri della cittadinanza. Vorrei evidenziare la circostanza che, dopo la Brexit, l'Italia è diventato il Paese europeo in cui risiede la maggior parte dei cittadini insulari: il 12 per cento della popolazione. L'ambizioso progetto di operare una ricognizione delle infrastrutture insulari, previsto dalla legge delega in materia di federalismo fiscale nel 2009 - la legge che a distanza di otto anni ha avviato un processo di attuazione della riforma dell'articolo 119 del Titolo V, in base al quale si sarebbero dovuti programmare interventi mirati per strutture sanitarie, scuole, reti stradali, autostrade, ferrovie, reti idriche, elettriche e di trasporto, distribuzione del gas, strutture portuali e aeroportuali - ancora non ha avuto piena attuazione. In conseguenza di ciò, i contributi mirati, con cui si dovrebbero finanziare i programmi pluriennali per gli interventi, non sono stati quantificati in modo congruo. La formulazione del terzo comma dell'articolo 119, nella sua versione originaria, per taluni aspetti era analoga a quella del comma che il disegno di legge costituzionale al nostro esame vorrebbe aggiungere allo stesso articolo 119, reintroducendo il riferimento alla valorizzazione delle isole come finalità prioritaria dell'intervento statale. Tale riconoscimento verrebbe a costituire per i legislatori un vincolo da rispettare.