[pronunce]

che il rimettente si sofferma sulla previsione riguardante la detenzione domiciliare, contenuta nel citato art. 47-ter, comma 1-quater, per effetto della quale, in presenza dei requisiti di cui al comma 1 (detenzione domiciliare per motivi umanitari) e al comma 1-bis (detenzione domiciliare biennale «generica»), il magistrato di sorveglianza può disporre l'applicazione provvisoria della misura, con un provvedimento che conserva efficacia fino alla decisione del tribunale di sorveglianza; che anche nel procedimento di ammissione alla misura dell'affidamento in prova cosiddetto terapeutico, per effetto della recente modifica introdotta con la legge n. 49 del 2006, si realizza l'immediata «presa in carico» del detenuto istante, da parte del servizio per le tossicodipendenze o della comunità terapeutica, nonché l'imposizione di obblighi e prescrizioni a carico dello stesso, «senza che vengano a crearsi sospensioni tra la decisione provvisoria del Magistrato di sorveglianza e quella definitiva del Tribunale»; che, secondo il giudice a quo, il divario determinatosi a proposito dei provvedimenti anticipatori del magistrato di sorveglianza sarebbe privo di giustificazione, in quanto varrebbero anche per l'ammissione all'affidamento in prova al servizio sociale le ragioni che militano a sostegno dell'applicazione provvisoria della misura; che, in particolare, identica sarebbe la ratio dell'intervento cautelare dell'organo monocratico nelle tre ipotesi considerate, da individuarsi nell'esigenza di garantire la tempestiva ammissione del detenuto alla misura alternativa, in attesa della decisione definitiva dell'organo collegiale, che può intervenire anche a distanza considerevole di tempo rispetto alla presentazione della domanda; che, inoltre, identica sarebbe la struttura del giudizio, tipicamente cautelare, di prognosi circa l'accoglimento dell'istanza da parte del tribunale di sorveglianza, previa verifica della sussistenza delle condizioni di ammissibilità alla misura alternativa richiesta e del grave pregiudizio che potrebbe derivare dalla protrazione dello stato di detenzione, nonché, in negativo, dell'assenza del pericolo di fuga (a tal proposito il rimettente evidenzia che l'art. 47-ter, comma 1-quater, richiama le disposizioni dettate dall'art. 47, comma 4, applicabili in quanto compatibili, là dove l'art. 94, comma 2, del d.P.R. n. 309 del 1990 espressamente indica il periculum in mora come presupposto della decisione cautelare); che, infine, il rimettente evidenzia come la sospensione dell'esecuzione della pena comporti un «temporaneo congelamento» dell'esecuzione stessa, il quale, oltre a presentare i limiti già indicati sotto il profilo contenutistico, determina, per l'interessato, una situazione paragonabile ad una sorta di «limbo», potenzialmente di durata apprezzabile, mentre l'applicazione provvisoria della misura arricchirebbe di contenuti il periodo di attesa e «consentirebbe inoltre al Tribunale, al momento della decisione definitiva, di esprimere un giudizio più ponderato sulla capacità del soggetto di conformarsi alle prescrizioni della misura alternativa»; che, con riguardo alla rilevanza della questione, il giudice a quo ribadisce che l'istanza sottoposta al suo giudizio è volta ad ottenere l'applicazione provvisoria dell'affidamento in prova al servizio sociale, vale a dire un provvedimento non consentito dal censurato art. 47, comma 4, della legge n. 354 del 1975, risultando così ininfluente la circostanza che, nella specie, potrebbe comunque essere disposta la sospensione dell'esecuzione della pena, attesa l'evidenziata diversità di contenuto e di effetti tra i due provvedimenti; che è intervenuto in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, con atto depositato il 30 settembre 2008, ed ha concluso per la manifesta inammissibilità e, comunque, per l'infondatezza della questione; che, secondo la difesa erariale, la comparazione istituita tra la disciplina dell'ammissione alla misura alternativa dell'affidamento in prova al servizio sociale e quelle previste per l'ammissione alla detenzione domiciliare e all'affidamento in prova cosiddetto terapeutico poggerebbe sul presupposto, non condivisibile, della assimilabilità delle situazioni in esame; che, diversamente da quanto ritenuto dal rimettente, l'applicabilità in via provvisoria delle misure richiamate risponderebbe a specifiche esigenze, facilmente desumibili in rapporto al contenuto di ciascuna misura alternativa; che, infatti, nell'ipotesi prevista dall'art. 47-ter della legge n. 354 del 1975, sarebbe evidente «la necessità di garantire la continuità del regime detentivo al quale il condannato permane assoggettato anche dopo l'applicazione della detenzione domiciliare», là dove, nell'ipotesi dell'affidamento in prova cosiddetto terapeutico, sarebbe del pari evidente la necessità di «assicurare che il tossicodipendente o l'alcooldipendente inizi immediatamente o prosegua il programma di recupero già avviato»; che nessuna delle indicate esigenze connoterebbe la fase di ammissione all'affidamento in prova al servizio sociale, come configurato nell'art. 47 della citata legge n. 354 del 1975, trattandosi di misura alternativa alla detenzione che non comporta né un vero e proprio regime di privazione della libertà personale, né la sottoposizione dell'interessato ad un programma di recupero, ma soltanto l'attuazione di una serie di prescrizioni finalizzate a contribuire alla rieducazione del soggetto e ad assicurare la prevenzione del pericolo che lo stesso commetta altri reati; che in definitiva, a parere della difesa dello Stato, il differente regime di applicazione di quest'ultima misura sarebbe sorretto da una adeguata giustificazione, e come tale non irragionevole. Considerato che il Magistrato di sorveglianza di Livorno dubita – in riferimento all'art. 3 della Costituzione – della legittimità costituzionale dell'art. 47, comma 4, della legge 26 luglio 1975, n. 354 (Norme sull'ordinamento penitenziario e sull'esecuzione delle misure privative e limitative della libertà), come sostituito dall'art. 2 della legge 27 maggio 1998, n. 165 (Modifiche all'articolo 656 del codice di procedura penale ed alla legge 26 luglio 1975, n. 354, e successive modificazioni), nella parte in cui non prevede che il magistrato di sorveglianza, investito dell'istanza di affidamento in prova al servizio sociale, proposta dopo che ha avuto inizio l'esecuzione della pena, possa disporre l'applicazione provvisoria della misura «anziché la pura e semplice sospensione dell'esecuzione della pena», in attesa della decisione definitiva del tribunale di sorveglianza; che il rimettente reputa irragionevole, oltre che ingiustificatamente discriminatoria rispetto ad altre misure assunte in comparazione, la scelta legislativa secondo cui l'accesso alla misura alternativa dell'affidamento in prova al servizio sociale può essere preceduto solo dalla sospensione dell'esecuzione della pena – e dunque dalla rimessione in libertà del detenuto istante – in ipotesi di prognosi favorevole circa l'accoglimento dell'istanza da parte del tribunale di sorveglianza;