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risulta agli interroganti che un decreto ministeriale, attualmente in fase di definizione, prevedrebbe la possibilità di ampliare all'intero territorio nazionale la produzione di uno spumante generico utilizzando lo stesso vitigno; il provvedimento conterrebbe altre discutibili "liberalizzazioni", come ad esempio, la concessione indiscriminata dell'uso di recipienti alternativi al vetro come plastica, lattine e TetraPak, senza la valutazione dei consorzi di tutela; il Veneto produce il 75 per cento del vino, come DOC o DOCG. Il Serprino è forte di una coltivazione storica che appartiene da sempre alla terra euganea e una deregolamentazione della sua produzione penalizzerebbe fortemente tutti i suoi produttori; infatti, sono piccoli produttori dei Colli Euganei quelli che producono, su 500 ettari, più di 700.000 bottiglie, seguendo disciplinari e regolamenti per la tutela della tipicità con abilità enologiche tramandate da intere generazioni; sarebbe importante intervenire per modificare le procedure contenute nella bozza di decreto ministeriale che potrebbero determinare un danno per i viticoltori e per tutti i vini a denominazioni di origine e mettere in discussione l'identità e la riconoscibilità di un prodotto che caratterizza la produzione di un territorio; obiettivo dell'azione di Governo deve essere quello di tutelare le identità e le qualità delle nostre produzioni agroalimentari, si chiede di sapere quali iniziative il Ministro in indirizzo intenda mettere in atto affinché sia garantita la continuità dell'attuale protezione del termine "Serprino", nome che funge da sinonimo del vitigno Glera, affinché tale termine sia riservato esclusivamente all'identificazione dei vini prodotti nella denominazione Colli Euganei e affinché non sia messa in pericolo la specificità di alcune eccellenze enogastronomiche italiane. Atto n. 4-05281 STABILE Al Ministro della salute Premesso che: i media hanno dato notizia del documento sottoscritto dai primari urologi dell'intera regione Friuli-Venezia Giulia che denunciano il preoccupante allungamento delle liste di attesa degli interventi chirurgici anche per la patologia oncologica; viene evidenziato che soprattutto il ritardo di terapia delle neoplasie uroteliali (alte vie escretrici e vescica), in particolare di quelle che presentano una malattia muscolo invasiva, determina un peggioramento della prognosi; analogamente il ritardo diagnostico endoscopico conduce ad un peggioramento della prognosi in alcuni soggetti; i pesanti ritardi denunciati porteranno un numero non trascurabile di pazienti alla perdita dell'organo (vescica) o a quella della vita, altrimenti evitabili; attualmente è sospeso ogni trattamento in elezione per cui risultano pesantissimi ritardi nelle cure di altre situazioni cliniche, come il tumore del rene o la patologia calcolotica, che nei casi complessi rappresentano un rischio non trascurabile per l'organo (rene) e talvolta per la vita; i ritardi superano enormemente i tempi fissati dalla vigente specifica normativa che stabilisce che l'intervento chirurgico deve avvenire "entro 30 giorni per i casi clinici che potenzialmente possono aggravarsi rapidamente al punto da diventare emergenti, o comunque tali da recare grave pregiudizio alla prognosi"; non si hanno dati ufficiali in merito alle liste di attesa in quanto da almeno 3 anni non vi è evidenza pubblica, nonostante la stessa normativa regionale (legge regionale n. 7 del 2009) prescriva una relazione annuale ed un monitoraggio trimestrale di tali tempi; a detta degli urologi autori del documento le persone che hanno possibilità vanno in Veneto e Lombardia per operarsi nel privato convenzionato, per cui la sopravvivenza ai tumori in Friuli-Venezia Giulia è almeno in parte determinata dalla possibilità di "emigrare" in altre regioni per le cure dovute, si chiede di sapere: quale sia l'attuale situazione delle liste di attesa per interventi chirurgici urologici in Friuli-Venezia Giulia; quali iniziative intenda assumere il Ministro in indirizzo per il rientro dei tempi di attesa nell'ordine dei parametri fissati dalla specifica normativa; se non si ritenga opportuno che anche in Friuli-Venezia Giulia le liste di attesa abbiano evidenza pubblica. Atto n. 4-05282 LANNUTTI DI MICCO ANGRISANI GIANNUZZI LA MURA LUPO Ai Ministri delle infrastrutture e della mobilità sostenibili, dell'economia e delle finanze e per gli affari europei Premesso che: dal maggio 2017, la compagnia di bandiera Alitalia si trova in amministrazione straordinaria e, da allora, ha percepito prestiti statali per un ammontare complessivo pari a 1,3 miliardi di euro; con il decreto-legge n. 18 del 2020 ("cura Italia") Alitalia viene rinazionalizzata e il Ministero dell'economia e delle finanza acquisisce il 100 per cento delle azioni. Alitalia torna quindi pubblica dopo 11 anni di gestione privata; il 9 ottobre 2020, con un decreto di salvataggio firmato dagli allora Ministri dell'economia, delle infrastrutture e dei trasporti, dello sviluppo economico e del lavoro e delle politiche sociali, da Alitalia S.p. A. è nata una newco , denominata "Italia trasporto aereo" S.p. A. (ITA), con sede nel comune di Roma; il nome Alitalia è rimasto alla compagnia commissariata, la bad company , che si svuoterà e trasferirà parte dell'attività a ITA. La nuova compagnia è partita con un capitale sociale di 20 milioni di euro, detenuto dallo Stato attraverso il Ministero dell'economia, come è stato stabilito dal decreto "agosto" (decreto-legge n. 104 del 2020). A maggio 2020, il decreto "rilancio" ha introdotto uno stanziamento di capitale di 3 miliardi di euro, che sarà versato a rate, secondo le esigenze del piano industriale, nell'arco di due anni alla nuova società; considerato inoltre che: la pandemia da COVID-19 ha duramente colpito il trasporto aereo europeo, il che ha spinto diversi Paesi a concedere aiuti alle compagnie nazionali, anche sotto forma di ricapitalizzazioni. Ad esempio, per tenere in piedi i bilanci della compagnia aerea Lufthansa, la Governo tedesco ha stanziato 11 miliardi di euro. Di più ha fatto il Governo francese per il gruppo Air France-KLM, che ha ricevuto oltre 10 miliardi di euro nel 2020, ai quali se ne aggiungeranno a breve altri 5, come annunciato nei giorni scorsi dal Ministro dell'economia transalpino Bruno Le Maire, grazie a un "accordo di principio" raggiunto con la Commissione UE su un'altra erogazione di aiuti pubblici in sostegno del vettore; aiuti di tutt'altra misura sono stati concessi invece ad Alitalia. Nel 2020 il sostegno autorizzato dalla Commissione UE a favore della compagnia italiana è stato di appena 297,2 milioni di euro, pari al 9,5 per cento del fatturato prima del grande crollo dovuto alla pandemia, e una capitalizzazione pari a 3 miliardi di euro rimasta ancora sulla carta. Quando nelle casse di Lufthansa sono finiti invece 11 miliardi di euro, la Commissione UE non ha battuto ciglio, benché i soldi versati alla compagnia di bandiera tedesca, se fosse stato utilizzato lo stesso parametro applicato in Italia, sarebbero dovuti essere appena 2,6 miliardi di euro anziché 11.