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Auspicano, quindi, i giudici costituzionali che non venga mai meno un pronta e immediata «risposta complessiva dei poteri pubblici di fronte alla acuta tensione tra il riconoscimento di un diritto sociale fondamentale, quello dell'abitazione, e la situazione reale, caratterizzata da una preoccupante carenza di effettività dello stesso diritto», e concludono che «creare le condizioni minime di uno Stato sociale, concorrere a garantire al maggior numero di cittadini possibile un fondamentale diritto sociale, quale quello all'abitazione, contribuire a che la vita di ogni persona rifletta ogni giorno e sotto ogni aspetto l'immagine universale della dignità umana, sono compiti cui lo Stato non può abdicare in nessun caso». (Corte costituzionale, sentenza n. 217 dell'11 febbraio 1988). Di definitiva affermazione del diritto all'abitazione come di un «fondamentale diritto sociale» parla, inoltre, la sentenza n. 94 del 7 marzo 2007 e, sulla base di questo assunto di innegabile valore, i giudici costituzionali hanno valorizzato la competenza della potestà legislativa dello Stato nella «determinazione di quei livelli minimali di fabbisogno abitativo che siano estremamente inerenti al nucleo irrinunciabile della dignità della persona umana» (Corte costituzionale, sentenza n. 166 del 19 maggio 2008; si veda anche la sentenza n. 121 del 22 marzo 2010). La Corte di cassazione, intervenuta più volte sull'argomento in questione, ha segnato un consolidato orientamento perfettamente coerente ed allineato con le posizioni della Corte costituzionale. Il diritto all'abitazione rientra nella categoria dei diritti fondamentali inerenti alla persona, in forza dell'interpretazione desumibile da diverse pronunce dalla Corte europea dei diritti dell'uomo (CEDU) e delle sentenze della Corte costituzionale nn. 348 e 349 del 2007, che delineano i rapporti tra ordinamento interno e diritto sovranazionale. Il diritto all'abitazione rientra a pieno titolo tra i diritti fondamentali, dovendosi ricomprendere tra quelli individuabili ex articolo 2 della Costituzione, la cui tutela «non è ristretta ai casi di diritti inviolabili della persona espressamente riconosciuti dalla Costituzione nel presente momento storico, ma, in virtù dell'apertura dell'articolo 2 Cost. ad un processo evolutivo, deve ritenersi consentito all'interprete rinvenire nel complessivo sistema costituzionale indici che siano idonei a valutare se nuovi interessi emersi nella realtà sociale siano, non genericamente rilevanti per l'ordinamento, ma di rango costituzionale attenendo a posizioni inviolabili della persona umana» (Cassazione, sezioni unite civili, sentenze 11 novembre 2008 nn. 26972/75). Il diritto all'abitazione è, quindi, protetto dalla Costituzione entro l'alveo dei diritti inviolabili di cui all'articolo 2 (Corte costituzionale, sentenze 28 luglio 1983, n. 252; 25 febbraio 1988, n. 217; 7 aprile 1988, n. 404; 14 dicembre 2001, n. 410; 21 novembre 2000, n. 520; 25 luglio 1996, n. 309. Cassazione civile, sentenza n. 9908 dell'11 marzo 2011). 1. Considerazioni introduttive Il decreto-legge 3 maggio 2016, n. 59, recante disposizioni urgenti in materia di procedure esecutive e concorsuali, nonché a favore degli investitori in banche in liquidazione, convertito, con modificazioni, dalla legge 30 giugno 2016, n. 119, ha riformato in parte il processo di esecuzione. In particolare, si è assistito ad una profonda modifica degli articoli 492, 503, 532, 560, 569, 587, 588, 591, 596, 615 e 648 del codice di procedura civile, all'inserimento dell'articolo 590- bis nel medesimo codice e alla riforma dell'articolo 155- sexies delle disposizioni di attuazione del codice di procedura civile. Tale riforma tutela e favorisce alcune categorie di creditori, in particolar modo coloro che hanno investito nelle banche in liquidazione (come si evince dal titolo stesso del decreto-legge). La posizione dei debitori, di contro, risulta essere notevolmente aggravata: la riforma dell'articolo 560 del codice di procedura civile, in particolare, agevola la vendita dei beni immobili pignorati, attribuendo al custode il diritto di liberare l'immobile pignorato disattivando, di fatto, le garanzie di cui agli articoli 605 e seguenti del codice di procedura civile e disattendendo i diritti che terzi possono vantare sul bene. Il novellato articolo 560 del codice di procedura civile prevede che il giudice dell'esecuzione possa disporre la liberazione dell'immobile pignorato, anche prima dell'aggiudicazione, precisando che, a modifica del testo previgente che ne dichiarava l'inopponibilità, detto provvedimento è ora opponibile dal debitore esecutato ai sensi dell'articolo 617 del codice di procedura civile ma senza che ciò rappresenti, di fatto, una novità nel panorama giuridico trattandosi del semplicemente recepimento del consolidato orientamento giurisprudenziale e dottrinale che già prevedeva l'opposizione ex articolo 617 del codice di procedura penale civile al provvedimento di liberazione dell'immobile. Il legislatore non ha, però, precisato alcuni aspetti fondamentali che, tra le altre cose, garantirebbero un'effettiva tutela del debitore: non è precisato, infatti, se tale provvedimento (previsto dal citato articolo 560, terzo comma) sia emanato su istanza di parte o anche d'ufficio; se debba essere adottato solo a seguito di contraddittorio con il debitore esecutato o meno e, infine, è notevole l'incertezza circa la necessità della notifica del provvedimento al debitore o le conseguenze del mancato ottemperamento a tale notifica, il che rappresenta una grave lacuna in quanto, in forza del suddetto provvedimento, il debitore esecutato può perdere l'abitabilità dell'immobile. L'articolo 615 del codice di procedura civile, al secondo comma, pregiudica ulteriormente la tutela del debitore in quanto statuisce che «nell'esecuzione per espropriazione l'opposizione è inammissibile se è proposta dopo che è stata disposta la vendita o l'assegnazione (...) salvo che sia fondata su fatti sopravvenuti ovvero l'opponente dimostri di non aver potuto proporla tempestivamente per causa a lui non imputabile». I principali profili della riforma, in aggiunta ad alcune imprecisioni e lacune già presenti negli articoli non novellati, pregiudicano ulteriormente il diritto di difesa del debitore esecutato: non è chiaro, ad esempio, se il debitore possa sollevare eccezioni formali o entrare nel merito o sollevare questioni di opportunità, considerando, inoltre, che il provvedimento emesso a fronte dell'opposizione ex articolo 617 del codice di procedura civile non è impugnabile. I diritti del debitore, dunque, subiscono una notevole compressione a favore degli interessi creditizi molte volte discutibili e/o sostanzialmente incerti, come i crediti bancari.