[pronunce]

che, d'altra parte, l'applicazione alle fattispecie oggetto di giudizio abbreviato della nuova (e più favorevole per l'imputato) disciplina sulla prescrizione del reato neppure potrebbe essere giustificata – osserva sempre il giudice a quo – «ove si volesse dare rilevanza alla gravità dei reati che vengono in considerazione», dal momento che non si comprende «perché vengano fatti salvi i termini prescrizionali rispetto a reati bagatellari (com'è tipico ove si proceda con la citazione diretta davanti al giudice di pace)», e non invece qualora ricorrano fattispecie criminose – quali possono essere quelle oggetto del procedimento di cui all'art. 438 cod. proc. pen. (e quali sono quelle oggetto del giudizio a quo) – che destano «massimo allarme sociale»; che, ciò premesso, il remittente – pur affermando di non ignorare che la costante giurisprudenza della Corte costituzionale ha escluso che spetti a quest'ultima «far prevalere un proprio punto di vista, sovrapponendolo ai criteri di valore assunti dal legislatore» – evidenzia il «forte grado di irrazionalità» che presenta la scelta, compiuta dalla norma censurata, di «sancire che nel rito abbreviato valgano i termini prescrizionali ridotti» (cioè quelli operanti in forza dell'art. 6 della medesima legge n. 251 del 2005), sebbene gli stessi siano stati, invece, «banditi dai giudizi direttissimo, immediato, e a citazione diretta davanti ai giudici monocratici»; che, pertanto, l'intervento richiesto alla Corte – nella misura in cui «otterrebbe l'effetto di equiparare le varie forme di “giudizio sull'accusa” previste dall'attuale legge processuale, scongiurando l'ipotesi che irragionevolmente una soltanto venga trattata in modo difforme» – dovrebbe ritenersi consentito, giacché esso «non involge la scelta, riservata alla discrezionalità del legislatore, di modulare diversamente la prescrizione del reato, bensì la regolamentazione attraverso cui questa scelta è stata resa operativa»; che, difatti, osserva il giudice a quo, se è vero che ogni intervento legislativo che regoli gli effetti intertemporali, derivanti sia dalla creazione di nuovi istituti che dalla modifica di istituti preesistenti, presenta un ampio contenuto discrezionale, è pur vero che ogni «disciplina intertemporale deve rispondere al canone della ragionevolezza» (è citata la sentenza della Corte costituzionale n. 219 del 2004); che, oltretutto, nel caso di specie l'accoglimento della sollevata questione di legittimità costituzionale – conclude il remittente – «non comporta la creazione da parte della Corte costituzionale di una nuova norma contenente un regime prescrizionale risultante da un'autonoma operazione di bilanciamento», ma soltanto «l'applicazione all'imputato di termini di prescrizione già previsti dal precedente regime codicistico e vigenti al momento della commissione del fatto di reato», con la conseguenza che sarebbe «rispettato il principio di legalità dei delitti e delle pene sancito dall'art. 25 della Costituzione». Considerato che il Giudice dell'udienza preliminare del Tribunale di Trieste ha sollevato – in riferimento all'articolo 3 della Costituzione – questione di legittimità costituzionale dell'art. 10, comma 3, della legge 5 dicembre 2005, n. 251 (Modifiche al codice penale e alla legge 26 luglio 1975, n. 354, in materia di attenuanti generiche, di recidiva, di giudizio di comparazione delle circostanze di reato per i recidivi, di usura e di prescrizione), «nella parte in cui non esclude l'applicazione dei termini di prescrizione più brevi ai processi pendenti alla data di entrata in vigore della presente legge, ove sia stato disposto o ammesso il giudizio abbreviato»; che l'iniziativa assunta dal remittente mira a conseguire una pronuncia che sottragga all'applicazione retroattiva delle nuove (e più favorevoli per l'imputato) disposizioni in tema di prescrizione del reato, contenute nell'art. 6 della medesima legge n. 251 del 2005, anche le fattispecie criminose oggetto dei procedimenti di primo grado destinati a svolgersi nelle forme del giudizio abbreviato; che l'incidente di costituzionalità si propone, pertanto, di estendere l'area della deroga che la norma censurata ha disposto all'applicazione del principio della retroattività della lex mitior, sancito dall'art. 2, quarto comma, del codice penale, deroga ab origine limitata dalla legge n. 251 del 2005, quanto ai procedimenti di primo grado, a quelli per i quali fosse già stato compiuto, prima dell'entrata in vigore della legge stessa, l'incombente della dichiarazione di apertura del dibattimento (art. 492 del codice di procedura penale), incombente non previsto per il giudizio abbreviato; che questa Corte, però, con sentenza n. 393 del 2006 – pronunciata successivamente all'adozione della ordinanza di rimessione qui in esame – ha dichiarato l'illegittimità costituzionale dell'art. 10, comma 3, della legge n. 251 del 2005, limitatamente alle parole «dei processi già pendenti in primo grado ove vi sia stata la dichiarazione di apertura del dibattimento, nonché», con l'effetto, pertanto, di estendere a tutti i procedimenti di primo grado – indipendentemente dall'avvenuto espletamento dell'adempimento processuale consistente nella dichiarazione di apertura del dibattimento – l'applicazione retroattiva delle nuove (e più favorevoli per l'imputato) disposizioni sulla prescrizione del reato; che la citata sentenza – muovendo dal presupposto che «lo scrutinio di costituzionalità ex art. 3 Cost., sulla scelta di derogare alla retroattività di una norma penale più favorevole al reo deve superare un vaglio positivo di ragionevolezza, non essendo a tal fine sufficiente che la norma derogatoria non sia manifestamente irragionevole» – ha escluso la ragionevolezza della scelta, compiuta dall'art. 10, comma 3, della legge n. 251 del 2005, «di individuare il momento della dichiarazione di apertura del dibattimento come discrimine temporale per l'applicazione delle nuove norme sui termini di prescrizione del reato nei processi in corso di svolgimento in primo grado alla data di entrata in vigore della legge n. 251 del 2005»; che questa Corte, nella sentenza n. 393 del 2006, ha rilevato come l'apertura del dibattimento non sia «in alcun modo idonea a correlarsi significativamente ad un istituto di carattere generale come la prescrizione, e al complesso delle ragioni che ne costituiscono il fondamento», e cioè al fatto «che il decorso del tempo da un lato fa diminuire l'allarme sociale» originato dal reato, e «dall'altro rende più difficile l'esercizio del diritto di difesa»; che, infatti, l'apertura del dibattimento «non connota indefettibilmente tutti i processi penali di primo grado (in particolare i riti alternativi – e, tra essi, il giudizio abbreviato – che hanno la funzione di “deflazionare” il dibattimento)», né tale incombente «è incluso tra quelli ai quali il legislatore attribuisce rilevanza ai fini dell'interruzione del decorso della prescrizione ex art. 160 cod.