[ddlpres]

La prassi degli Stati, sia quella risalente al diciottesimo, diciannovesimo e alla prima metà del ventesimo secolo che quella sviluppatasi a partire dalla seconda metà del ventesimo secolo mostra come non si sia mai formata una regola di diritto internazionale generale che proibisca l'adozione di una dichiarazione di indipendenza (opinione consultiva resa il 22 luglio 2010 dalla Corte internazionale di giustizia). Come risulta dal testo della dichiarazione di indipendenza del 17 febbraio 2008 e dalle circostanze nelle quali questa è stata adottata, gli autori della dichiarazione non agirono nella loro qualità di membri di una delle istituzioni di autogoverno operanti nell'ambito della «cornice costituzionale» ma adottarono tale dichiarazione come individui che agivano di concerto in qualità di rappresentanti del popolo kosovaro al di fuori della cornice dell'amministrazione provvisoria. Poiché la dichiarazione di indipendenza non è stata adottata dalle istituzioni provvisorie di autogoverno né era destinata ad operare nell'ordinamento giuridico all'interno del quale tali istituzioni agivano, ne consegue che gli autori di tale dichiarazione non erano vincolati al rispetto del quadro giuridico che regolava la condotta di queste istituzioni, definendone poteri e responsabilità. Iniziative di difesa, esercizio ed attuazione del diritto di autodeterminazione dei popoli sono state già attuate, recentemente, in Scozia ed in Galles con il ricorso alla consultazione referendaria delle rispettive popolazioni per la creazione di autonomi Parlamenti e, nel 2014, la Scozia voterà un referendum per conoscere la volontà degli Scozzesi in ordine alla dichiarazione di indipendenza del Regno Unito. Già auspicate da altri popoli europei come quello catalano il cui Parlamento ha approvato una specifica risoluzione, in data 18 dicembre 1989, la quale riafferma solennemente il diritto del «popolo catalano» all'esercizio di tale diritto. Già sollecitate nella V legislatura della regione Veneto con la mozione n. 53 del 4 giugno 1991 ed oggi largamente sostenute dai cittadini veneti e dai cittadini di altre regioni del nord Italia. Si osserva che i Presidenti di Veneto, Piemonte, Lombardia hanno assunto iniziativa di approfondimento giuridico con pareri di ammissibilità costituzione favorevoli per l'indizione di consultazioni popolari dirette nel senso indicato. Spetta quindi al Consiglio regionale del Veneto accertare al di là di ogni ragionevole dubbio la volontà del popolo veneto in ordine alla propria autodeterminazione, anche sino all'indipendenza. Con la risoluzione n. 42 del 22 aprile 1998 il Consiglio regionale del Veneto «invocava il proprio diritto ad una democratica e diretta consultazione referendaria per la libera espressione del diritto di autodeterminazione nel quadro e con gli strumenti previsti dalla legalità, anche internazionale, vigente e nel contempo sollecitava gli organi costituzionali e istituzionali della Repubblica italiana a definire ad approvare con sollecitudine apposite norme di legge per regolare i modi e le forme di esercizio del diritto di autodeterminazione». Il riconoscimento dell'autodeterminazione al popolo veneto ricopre una fondamentale importanza anche al fine di gettare le fondamenta per una nuova Europa: l'Europa delle regioni e dei popoli. Noi non uniamo Stati ma popoli, così può essere sintetizzato il pensiero di Jean Monnet padre fondatore dell'Unione europea e principale attore insieme a Robert Schuman del Trattato di Parigi del 18 aprile 1951 con il quale fu istituita la Comunità economica del carbone e dell'acciaio (CECA). Il Trattato di Parigi fu la prima tappa di quel percorso che portò, nel 1957, al Trattato di Roma con il quale venne costituita la Comunità economica europea (CEE) e poi al trattato di Maastricht del 7 febbraio 1992, con il quale si definì la costituzione della odierna Unione europea (UE). Questa embrionale e teorica idea di dar vita ad un'Europa dei popoli si scontrò, ben presto, con il pensiero neoilluminista a direzione centralista e tecnocratica che diede vita nei fatti ad una sovrastruttura formale, priva di anima. L'Europa, oggi, è una costruzione senza identità, scarsamente democratica, macchinosa e spesso incomprensibile per i cittadini, un modello che esaspera gli aspetti negativi dello Stato centralizzato, senza dare risposte tangibili alle richieste che vengono dalla periferia. Un'Europa con un'impronta prettamente economicistica che ha introdotto la moneta unica, prima di aver raggiunto una sufficiente omogeneità culturale, politica, sociale ed economica. Appare evidente come l'attuale costruzione europea sia caratterizzata da forza normativa e da debolezza politica. Oggi più che mai è lapalissiano come questa Europa, così concepita, si sia dimostrata un fallimento, non solo perché ha prodotto una spaventosa crisi economica, non ciclica ma epocale, ma soprattutto perché ha negato le culture nazionali e di conseguenza l'identità culturale del continente. L'Unione europea sembra ormai non porre più limiti al proprio potere di intromissione nelle decisioni interne di ciascuno Stato sovrano, ben al di là delle effettive competenze autorizzate dai trattati. Sotto il ricatto di non concedere linee di credito indispensabili per affrontare i problemi finanziari, l'Unione insieme al Fondo monetario internazionale (FMI) condiziona le scelte strettamente politiche dei Governi dei Paesi membri democraticamente eletti. Questo crescente potere delle istituzioni comunitarie, rafforzatosi attraverso i successivi trattati istitutivi, si è più volte scontrato con il voto popolare, che ha dato esito negativo ogni qual volta è stato possibile sottoporre a referendum la ratifica di un trattato comunitario. Siamo convinti che dal fallimento dell'Europa monetaria e finanziaria si possa uscire soltanto dando vita ad una nuova Europa, l'Europa dei popoli e dei territori, capace di rifondare l'unità politica del Vecchio continente su base macroregionale. Un'Europa davvero unita dal basso, a partire dalle realtà locali e territoriali, esaltando la diversità e l'identità di ciascun popolo nella casa comune europea.. Art. 1. 1. Nel rispetto del principio di cui all'articolo 10 della Costituzione e in attuazione del disposto di cui agli articoli 1 e 3 dei patti internazionali relativi ai diritti economici, sociali e culturali, e ai diritti civili e politici, del 1966, ratificati ai sensi della legge 25 ottobre 1977, n. 881, al popolo veneto è riconosciuto il diritto di autodeterminazione. Art. 2. 1. Le norme per lo svolgimento del referendum per l'autodeterminazione sono approvate con legge regionale della regione Veneto non sottoposta a nessun controllo da parte dello Stato, neanche in sede di Corte costituzionale. Art. 3. 1. Al referendum per l'autodeterminazione hanno il diritto di partecipare i cittadini elettori della regione Veneto. Art. 4. 1. Il quesito posto nelle votazioni del referendum per l'autodeterminazione è il seguente: «Vuoi che il Veneto diventi una Repubblica indipendente e sovrana? Si o no?».