[pronunce]

In quest'ottica, sarebbe necessario rifuggire da «una definizione stringente del concetto di nesso funzionale, preferendo verificarne la ricorrenza caso per caso», «poiché è caratteristica tipica dell'attività di bilanciamento […] l'intrinseca dinamicità, ovvero la capacità di adattare i termini della ponderazione alle modificazioni sociali, culturali e politiche eventualmente implicate». Su questo terreno, la difesa del Senato auspica un «salto interpretativo» della giurisprudenza costituzionale, volto a ritenere sussistente il nesso funzionale «in tutte le occasioni in cui il parlamentare raggiunga il cittadino, illustrando la propria posizione». Ciò, «alla luce dell'evoluzione che ha subito la figura del politico-giornalista, e più in generale l'attività politica tout court», per la quale l'attività di giornalista andrebbe stimata «come parte della più ampia attività […] di politico ed espressione, per quanto atipica, del relativo ruolo istituzionale». In questo senso, deporrebbe anche l'art. 3 della legge 20 giugno 2003, n. 140 (Disposizioni per l'attuazione dell'articolo 68 della Costituzione nonché in materia di processi penali nei confronti delle alte cariche dello Stato), che, nel dichiarare applicabile l'art. 68 della Costituzione ad ogni attività di denuncia politica connessa alla funzione di parlamentare, avrebbe recepito la esigenza di adeguare la garanzia dell'insindacabilità «alle nuove caratteristiche assunte dallo svolgimento di attività politica». 5. – In prossimità dell'udienza pubblica, il Senato della Repubblica ha depositato memoria, con la quale ha riprodotto testualmente sia le argomentazioni già svolte nell'atto di costituzione, sia le conclusioni ivi formulate.1. – Il conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato sollevato dal giudice per le indagini preliminari ricorrente pone il quesito se spettava al Senato della Repubblica deliberare, nella seduta del 23 luglio 2003 (documento IV-quater, n. 14), che i fatti per i quali è in corso il procedimento penale nei confronti del senatore Raffeale Iannuzzi, al quale è contestato il reato di diffamazione aggravata a mezzo stampa in danno di alcuni magistrati di Palermo, riguardano opinioni espresse da un membro del Parlamento nell'esercizio delle sue funzioni, come tali insindacabili ai sensi del primo comma dell'art. 68 della Costituzione. In particolare, il senatore avrebbe diffamato, quale autore dell'articolo pubblicato sul settimanale “Panorama”, del 22 novembre 2001, dal titolo «Pressione bassa e udienze infinite», il dottor Giancarlo Caselli, all'epoca Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Palermo, il dottor Guido Lo Forte, Procuratore della Repubblica aggiunto presso il Tribunale di Palermo, il dottor Roberto Scarpinato, Procuratore della Repubblica aggiunto presso il Tribunale di Palermo e il dottor Gioacchino Natoli, Sostituto Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Palermo, divulgando la tesi secondo cui il processo al senatore Giulio Andreotti sarebbe stato promosso da tali magistrati dell'ufficio del pubblico ministero, per finalità politiche. Parimenti, egli avrebbe diffamato, tramite l'articolo pubblicato sul numero del 29 novembre 2001 del suddetto settimanale, e intitolato «Il pentito? Ai pm piace double face», i medesimi magistrati Caselli, Lo Forte, Natoli, e il dottor Antonio Ingroia, Sostituto Procuratore della Repubblica aggiunto presso il Tribunale di Palermo, affermando che costoro avrebbero commesso abusi e illegalità nella gestione dei collaboratori di giustizia. Il giudice ricorrente ritiene insussistenti i presupposti dell'insindacabilità di cui all'art. 68, primo comma, della Costituzione, mancando il nesso funzionale con alcun atto parlamentare del senatore avente ad oggetto i fatti di cui alla dichiarazione. 2. – Deve preliminarmente essere ribadita l'ammissibilità del conflitto, sussistendone i presupposti soggettivi ed oggettivi, come già ritenuto da questa Corte con l'ordinanza n. 416 del 2005. 3. – Nel merito, il ricorso è fondato. Al fine di verificare la sussistenza del cosiddetto “nesso funzionale”, alla quale è subordinata la prerogativa dell'insindacabilità prevista dall'art. 68, primo comma, della Costituzione, questa Corte è chiamata ad accertare se le affermazioni oggetto del procedimento penale a carico del senatore si ricolleghino ad attività proprie del parlamentare e a discernere le opinioni riconducibili alla libera manifestazione del pensiero, garantita ad ogni cittadino nei limiti generali della libertà di espressione, da quelle che riguardano l'esercizio della funzione parlamentare (tra le molte, sentenze n. 65 del 2007, n. 246 del 2004, n. 11 e n. 10 del 2000). Non può pertanto essere condivisa la tesi sviluppata dalla difesa del Senato della Repubblica, per la quale il «mandato elettorale si esplica in tutte le occasioni in cui il parlamentare raggiunga il cittadino» tramite i “mezzi di informazione”, in particolare esercitando l'attività di giornalista. Questa Corte, al contrario, ribadisce la piena sindacabilità di dichiarazioni che non costituiscono la sostanziale riproduzione delle specifiche opinioni manifestate dal parlamentare nell'esercizio delle proprie attribuzioni e, quindi, il riflesso del peculiare contributo che ciascun deputato e ciascun senatore apporta alla vita parlamentare mediante le proprie opinioni e i propri voti (come tale coperto, a garanzia delle prerogative delle Camere, dall'insindacabilità), ma che rappresentano una ulteriore e diversa articolazione di siffatto contributo, elaborata ed offerta alla pubblica opinione nell'esercizio della libera manifestazione del pensiero assicurata a tutti dalla Costituzione (sentenze n. 96 del 2007 e n. 260 del 2006). L'operatività di tale principio non è suscettibile di essere condizionata in relazione alla attività giornalistica, ove i limiti costituzionalmente ammissibili all'esercizio del diritto di cronaca e del diritto di critica debbono essere oggettivamente definiti e non possono invece dipendere dallo status di colui che li esercita. Né possono essere tratti argomenti contrari, dall'art. 3 della L. 20 giugno 2003, n. 140 (Disposizioni per l'attuazione dell'articolo 68 della Costituzione nonché in materia di processi penali nei confronti delle alte cariche dello Stato), poiché già con la sentenza n. 120 del 2004 questa Corte ha dichiarato non fondata la questione di legittimità costituzionale di tale norma, sollevata in riferimento agli artt. 3, 24, 68, primo comma, e 117 della Costituzione, escludendo che essa abbia ampliato l'ambito dell'immunità garantita ai parlamentari dall'art. 68, primo comma, della Costituzione, quale risultava dalla propria giurisprudenza (si veda anche la sentenza n. 347 del 2004). Ora, il solo atto espressivo della funzione parlamentare che viene menzionato nella relazione della Giunta delle elezioni e delle immunità parlamentari del Senato (doc.