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Disposizioni per favorire la definizione delle sofferenze bancarie a carico di famiglie e imprese. Onorevoli Senatori. – Quello delle sofferenze bancarie è un nodo che va risolto rapidamente, altrimenti sarà impossibile rimettere in moto il motore del credito, pilastro fondamentale per far ripartire l'economia e riportare il nostro Paese sul sentiero della crescita, una condizione, quest'ultima, realizzabile solo restituendo al sistema bancario la capacità di fungere da propulsore dell'economia. Che il problema principale che da anni affligge il sistema bancario italiano fosse rappresentato da quella imponente massa di crediti deteriorati o incagliati (cosiddetti prestiti non performanti – NPL) detenuta dalle banche italiane (che pesando sui loro bilanci rende difficile l'erogazione di nuovi prestiti e quindi il finanziamento dell'economia reale) è emerso con sempre più chiarezza anche grazie alle ispezioni e agli stress test imposti dalla Banca centrale europea (BCE) e che hanno portato alla luce la dimensione macroscopica del fenomeno. Secondo i dati riportati da una recente analisi e che rappresentano quanto tale dimensione sia strutturalmente più grave in Italia rispetto al resto d'Europa, sul totale dei 1.014 miliardi di euro di crediti contabilizzati e detenuti nell'aprile 2016 da tutte le banche dell'eurozona, circa 324 risultavano «ad appannaggio» del sistema bancario italiano, contro i 68 di quello tedesco e i 150 dei sistemi bancari francese e spagnolo. Di questi 324 miliardi di euro di crediti, poco meno di 200 miliardi di euro sono classificati a sofferenza (cioè in gran parte irrecuperabili), che a loro volta hanno ridotto a 84 miliardi di euro il valore netto nei bilanci delle banche creditrici. La genesi della situazione ha radici lontane che affondano nella crisi finanziaria dei mutui subprime propagatasi dagli Stati Uniti d'America a partire dal 2006 dopo lo scoppio della cosiddetta bolla immobiliare e che, a causa dell'inestricabile interconnessione dei sistemi finanziari, ha travolto numerosi istituti di credito europei salvati a loro volta dall'intervento pubblico; una bolla principalmente alimentata dalla generosità con la quale il sistema bancario ha elargito credito per finanziare l'acquisto di immobili anche da parte di chi, in tempi precedenti, non sarebbe stato considerato meritevole. L'elevata disponibilità di credito, stimolata dal diffondersi di operazioni di cartolarizzazione, ha favorito l'impennarsi della domanda di immobili e di conseguenza dei prezzi, generando un volano che ha spinto le banche, a loro volta, a finanziare altri acquirenti attirati dal trend in crescita del valore degli immobili, facendo così crescere a dismisura la bolla. Il pessimismo del sistema bancario rispetto al totale recupero dei crediti deteriorati si è trasferito dal piano della finanza a quello dell'economia reale, sottraendo, per effetto del cosiddetto credit crunch , l'ossigeno del credito bancario indispensabile per impedire il fallimento delle imprese, la crescita della disoccupazione e l'avvio di una pericolosa spirale deflattiva, che a sua volta ha portato a una diminuzione del gettito fiscale e a un aumento del debito pubblico che ha imposto il ricorso a politiche di austerità che, a loro volta, hanno fatto fallire altre aziende, creato nuovi disoccupati, fatto crescere le sofferenze bancarie, mettendo in crisi le banche che, a causa delle perdite di bilancio, hanno dovuto, per non fallire, ricapitalizzarsi mettendo a rischio i depositi dei clienti e comunque riducendo in modo drammatico il valore delle azioni in mano ai risparmiatori. Per molti l'unico modo per far uscire il sistema bancario dalle secche alleggerendolo dell'enorme mole di NPL sarebbe quello di cedere questi ultimi sul mercato finanziario, sapendo però di riuscire a recuperare non più della metà del loro valore iscritto a bilancio che, come si è visto, è già ampiamente svalutato. Quindi, nell'ipotesi in cui le banche italiane vendessero in blocco i 200 miliardi di euro di sofferenze, non riuscirebbero a conseguire più della metà del loro valore netto iscritto a bilancio pari a 80 miliardi di euro, con una perdita secca che oscillerebbe tra i 60 e i 40 miliardi di euro. Questo perché gli attuali compratori (i fondi speculativi internazionali) non sarebbero disposti ad applicare il tasso di sconto del 6 per cento, ma piuttosto quello (non inverosimile) del 19 per cento e quindi il prezzo a cui sarebbero disposti a comprare scenderebbe a poco più di 22 miliardi di euro, cioè poco più del 10 per cento del valore lordo dei crediti (200 miliardi di euro) e sensibilmente meno del valore netto registrato nei bilanci delle banche. Da ciò deriverebbe che le banche creditrici sarebbero costrette a ricapitalizzarsi, vendendo le proprie azioni ai risparmiatori, almeno per una cifra pari alla perdita, in un momento peraltro poco attrattivo per gli investitori. Inoltre una cessione dei crediti sul mercato degli NPL sarebbe da valutare criticamente per un'altra ragione: servirebbe, quasi esclusivamente, a trasferire a fondi speculativi redditi che non derivano dalla produzione di ricchezza, ma dalle minusvalenze delle banche. A questo punto sorge spontaneo un interrogativo: perché le banche preferiscono ricorrere al mercato e subire una perdita così importante con un livello massimo di recupero pari alla metà del valore iscritto a bilancio, piuttosto che promuovere una sorta di «condono bancario», proponendo ai singoli debitori di far fronte al loro debito in misura ridotta, pagando ciascuno la propria quota di debito di quegli 80 miliardi di euro? Con una remissione del debito il debitore potrebbe chiudere la partita in sofferenza pagando circa il 10 per cento o il 20 per cento del suo debito. Dall'altra parte, le banche subirebbero la stessa perdita che deriverebbe dalla cessione dello stesso, ma senza aver trasferito all'estero un guadagno speculativo (spesso sottratto anche all'erario italiano) realizzato dai fondi acquirenti. I benefici che deriverebbero per il sistema bancario da quest'ultima soluzione sarebbero così sintetizzabili: – le banche registrerebbero perdite ben inferiori a quelle conseguenti alle vendite ai fondi speculativi; – le banche si libererebbero delle sofferenze senza dover ricorrere ad improbabili aumenti di capitale estremamente dolorosi per i loro attuali azionisti; – non si correrebbe il rischio di cedere, per pochi spiccioli, a investitori esteri la governance del nostro sistema bancario che deve restare organico agli interessi del Paese; – le banche potrebbero tornare a far credito in modo efficiente; – decine di migliaia di famiglie potrebbero tornare alla serenità avendo a disposizione, in prospettiva, nuovo reddito spendibile per sostenere la domanda interna; – migliaia di imprese potrebbero tornare a produrre inducendo gli imprenditori che ci credono a capitalizzarle adeguatamente; – si eviterebbe che le perdite delle banche si trasformino in guadagni di fondi speculativi esteri, i cui proventi, spesso, non costituiscono fonte di gettito per l'erario italiano; – i tribunali verrebbero alleggeriti di centinaia di migliaia di procedure giudiziarie lente e costose; – il patrimonio immobiliare italiano non continuerebbe a perdere valore a causa della spropositata offerta di vendite all'asta; –