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Istituzione di una Commissione parlamentare di inchiesta sulle vicende relative alla Cassa di risparmio di Ferrara Spa, alla Banca delle Marche Spa, alla Banca popolare dell'Etruria e del Lazio -- Società cooperativa e alla Cassa di risparmio della provincia di Chieti Spa, e sulle loro ripercussioni sul sistema bancario italiano. Onorevoli Senatori. -- Il 21 novembre 2015, la Banca d'Italia ha avviato le procedure di risoluzione, ai sensi del decreto legislativo n. 180 del 2015 (Attuazione della direttiva 2014/59/UE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 15 maggio 2014, che istituisce un quadro di risanamento e risoluzione degli enti creditizi e delle imprese di investimento e che modifica la direttiva 82/891/CEE del Consiglio, e le direttive 2001/24/CE, 2002/47/CE, 2004/25/CE, 2005/56/CE, 2007/36/CE, 2011/35/UE, 2012/30/UE e 2013/36/UE e i regolamenti (UE), n. 1093/2010 e (UE) n. 648/2012, del Parlamento europeo e del Consiglio), nei confronti della Cassa di risparmio di Ferrara Spa, della Banca delle Marche Spa, della Banca popolare dell'Etruria e del Lazio -- Società cooperativa e della Cassa di risparmio della provincia di Chieti Spa, tutte in amministrazione straordinaria. Con il decreto-legge 22 novembre 2015, n. 183, il Governo ha adottato disposizioni urgenti per il settore creditizio e, in particolare, per fornire soluzione alla crisi di quattro banche in amministrazione straordinaria: Banca Marche, Banca popolare dell'Etruria e del Lazio, Cassa di risparmio di Ferrara e Carichieti. Si tratta di banche piccole, aventi nel complesso una quota del mercato nazionale dell'1 per cento circa in termini di depositi. L'operazione di salvataggio prevede la creazione di quattro società per azioni aventi per oggetto lo svolgimento dell'attività di ente-ponte con l'obiettivo di mantenere la continuità delle funzioni essenziali, precedentemente svolte dalle medesime banche e, quando le condizioni di mercato saranno adeguate, cedere a terzi le partecipazioni al capitale o i diritti, le attività o le passività acquistate, in conformità con le disposizioni del decreto legislativo n. 180 del 2015 sopra citato. Le banche in risoluzione saranno avviate alla liquidazione coatta amministrativa. Il provvedimento prevede, inoltre, che il finanziamento delle procedure di risoluzione venga assicurato dal Fondo di risoluzione nazionale istituito ai sensi dell'articolo 80 del decreto legislativo n. 180 del 2015, dalla Banca d'Italia, alimentato dallo stesso sistema bancario mediante contribuzioni ordinarie e straordinarie. Le perdite patrimoniali sono state coperte azzerando capitale e bond subordinati e versando inoltre 1,7 miliardi di capitali messi a disposizione dal neonato Fondo di risoluzione. Ulteriori 1,8 miliardi il Fondo li ha messi per patrimonializzare le nuove banche. Il salvataggio ammonta complessivamente quindi a 3,6 miliardi (pari a quasi la metà dei profitti totali che le banche italiane prevedono di contabilizzare nel 2015), interamente versati da più istituti al Fondo di risoluzione gestito da Bankitalia. Il Governo ha richiamato l'urgenza di tale provvedimento, in quanto dal 1º gennaio 2016 entrerà in vigore la regola europea del bail in, che prevede, in caso di dissesto di un istituto di credito e conseguente salvataggio, un costo anche per i correntisti con un deposito superiore ai 100.000 euro. Se da un lato, dunque, l'operazione si è resa necessaria per evitare l'applicazione delle nuove regole europee, dall'altro occorre mettere in luce che la crisi dei quattro istituti di credito avrebbe potuto essere gestita seguendo un percorso diverso. Infatti, le banche avevano proposto di perseguire un piano di salvataggio volontario con fondi versati interamente dal sistema bancario nazionale; meccanismo che non avrebbe pesato in alcun modo su nessuna categoria: correntisti, azionisti e proprietari di bond. A questa soluzione, secondo quanto affermano il Ministro Padoan e Bankitalia, si sarebbe opposta la Commissione europea, ravvisando la fattispecie di «aiuti di Stato», malgrado non fosse previsto nessun intervento di capitali pubblici. Decisione che appare molto discutibile, dal momento che, a partire dal 2008, la crisi finanziaria ha generato un'espansione senza precedenti degli aiuti di Stato a favore delle banche. Tra il 1º ottobre 2008 e il 1º ottobre 2015, la Commissione ha adottato 450 decisioni di autorizzazione di aiuti pubblici nazionali a favore delle banche. Si tratta di Germania, Francia, Inghilterra, Portogallo, Irlanda e Spagna che hanno beneficiato maggiormente dell'apertura europea agli aiuti di Stato. E appena nello scorso ottobre l’Unione europea ha dato il via libera all'ennesimo salvataggio nazionale di una banca tedesca, la HSH Nordbank di Amburgo. Stando quindi alla ricostruzione di Banca d'Italia e Governo, non è stato possibile fare ricorso al «Fondo interbancario di tutela dei depositi» per la «preclusione manifestata da uffici della Commissione UE, che hanno ritenuto di assimilare ad aiuti di Stato gli interventi di tale Fondo». Ma la versione della Commissione europea è un'altra: «All'Italia sono state prospettate tre possibili strade per salvare le quattro banche in amministrazione controllata: una con fondi privati; una usando il "Fondo interbancario di tutela dei depositi"; una usando "Fondo di risoluzione nazionale". La decisione di scegliere la terza usando il Fondo di risoluzione nazionale è stata presa dalle autorità italiane». Posizione confermata dal presidente e dal direttore generale dell'Associazione bancaria italiana (Abi), Giovanni Sabatini, in audizione in Commissione finanze alla Camera dei deputati il 9 dicembre 2015: «Il Fondo interbancario di tutela dei depositi è un fondo distinto, con suoi organi che avevano deliberato già da luglio degli interventi per risolvere la situazione delle quattro banche in amministrazione straordinaria. Ma poi non vi è mai stata per le quattro banche un'istruttoria formalizzata che possa aver portato la Commissione UE a esprimere una specifica valutazione contraria sull'intervento del Fondo interbancario di tutela dei depositi». Va fatta chiarezza. Senza dubbio la proposta del ministro Padoan di «misure umanitarie volte a tutelare le fasce deboli di cittadini che hanno perso i loro risparmi» è stata un implicito riconoscimento di responsabilità del Governo, che ha deciso di percorrere la strada del «Fondo di risoluzione nazionale» piuttosto che quella del «Fondo interbancario di tutela dei depositi», e di chi doveva vigilare. Tanto più che al «Fondo interbancario» è tornato il governo per finanziare il «Fondo di solidarietà» di 100 milioni di euro istituito per il ristoro degli obbligazionisti subordinati delle banche fallite. Bisogna quindi verificare innanzitutto che gli istituti pubblici di vigilanza, Banca d'Italia e Consob (Commissione nazionale per le società e la borsa), abbiano svolto correttamente e coerentemente il loro ruolo di garanzia per i risparmiatori;