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Tale principio è stato di recente ribadito dalle due sentenze della Corte di cassazione nn. 8847 e 8848 del 18 aprile 2011, sottolineando che la formula previdenziale del diritto acquisito, intoccabile ed immodificabile nelle intenzioni della legge, deve garantire il lavoratore da spiacevoli sorprese e danni economici rilevanti sulla futura pensione, per cui tale principio riconosce a tutela dei cittadini il rispetto assoluto delle disposizioni pensionistiche in vigore nel corso del tempo. Anche il Consiglio di Stato, ancora prima, ha stabilito che in materia di quiescenza il dipendente può vantare un vero e proprio diritto non modificabile nel momento in cui matura i requisiti necessari per essere collocato a riposo. Anche la Corte costituzionale, pur affermando, in linea di principio, la possibilità da parte dello Stato di incidere anche sui trattamenti di quiescenza già in atto, come del resto ovviamente su qualsiasi fonte di reddito, si è sempre espressa in senso contrario ad interventi irrazionali dello Stato, affermando che al legislatore è inibita l'adozione di misure disomogenee e irragionevoli e discriminatorie rispetto a tutti gli altri cittadini, in applicazione dei princìpi di proporzionalità e di adeguatezza dei trattamenti di quiescenza e del principio di solidarietà sociale, nonché di uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge. Per quanto riguarda invece la possibilità di incidere solo temporaneamente sull'importo della pensione, la giurisprudenza della Corte costituzionale si è rivelata sul punto mutevole. Tali interventi sono stati infatti ritenuti legittimi, in un primo momento, dalla Corte costituzionale con la sentenza n. 316 del 2010, circa il blocco integrale per l'anno 2008 delle pensioni superiori ad otto volte il minimo, adottato con il cosiddetto protocollo sul welfare (articolo 1, comma 19, della legge 24 dicembre 2007, n. 247), per contribuire al finanziamento solidale degli interventi sulle pensioni di anzianità, contestualmente adottati con l'articolo 1, commi 1 e 2, della medesima legge, purché essi avessero durata temporanea (nella specie per il solo anno 2008) e non fossero reiterati nel tempo, in quanto il principio di adeguatezza è riferibile anche alle pensioni più consistenti. Pertanto, il successivo blocco della perequazione automatica delle pensioni, proposto con l'articolo 24, comma 25, del decreto-legge n. 201 del 2011, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 214 del 2011, è stato dichiarato illegittimo dalla medesima Corte con sentenza n. 70 del 2015, non essendosi il legislatore attenuto al monito contenuto nella precedente sentenza di osservare i princìpi di proporzionalità e di adeguatezza delle pensioni, e di evitare la frequente reiterazione di misure, intese a paralizzare il meccanismo perequativo, necessario anche per le pensioni di maggiore consistenza, per salvaguardarle dai mutamenti del potere di acquisto della moneta. Con particolare riferimento a contributi di solidarietà, l'orientamento della Corte è stato sul punto ripetutamente contrario (si veda il contributo di solidarietà di cui all'articolo 9, comma 2, del decreto-legge 31 maggio 2010, n. 78, convertito, con modificazioni, dalla legge del 30 luglio 2010, n. 122, e sentenza n. 223 del 2012), sottolineando la Corte che la pensione, stante la sua natura di retribuzione differita, merita particolare tutela rispetto ad altre categorie di redditi, sicché il contributo di solidarietà, visto come vero e proprio prelievo sostanzialmente di natura tributaria, risulta con più evidenza discriminatorio rispetto ad altre categorie di reddito, venendo esso a gravare su redditi ormai consolidati nel loro ammontare, collegati a prestazioni lavorative già rese da cittadini che hanno esaurito la loro vita lavorativa, rispetto ai quali non risulta più possibile ridisegnare sul piano sinallagmatico il rapporto di lavoro. Si osserva, al riguardo, che con esso è stata colpita soltanto una categoria di redditi (quelli dei pensionati), in spregio al principio di uguaglianza e di solidarietà sociale attraverso una irragionevole platea di soggetti passivi; infatti, mentre rispetto a tutti i cittadini tale misura (si veda l' articolo 2 del decreto-legge n. 138 del 2011, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 148 del 2011) si riferisce ai redditi superiori ai 300.000 euro lordi annui con un'aliquota del 3 per cento, salva in questo caso la deducibilità dal reddito, per i soli pensionati pubblici sono state adottate soglie inferiori e aliquote superiori di imposizione fiscale. Inoltre, anche il contributo di solidarietà di cui all'articolo 18, comma 22 -bis , del decreto-legge n. 98 del 2011, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 111 del 2011, è stato dichiarato incostituzionale con la sentenza n. 116 del 2013, in base ad analoga motivazione, perché violava l'articolo 3 della Costituzione, ossia il principio di uguaglianza a parità di reddito, in quanto riguardava parimenti soltanto i pensionati, attraverso una irragionevole platea di soggetti passivi. In questo contesto, come è noto, un contributo di solidarietà è stato riproposto dal Governo Letta con l'articolo 1, comma 486, della legge 27 dicembre 2013, n. 147, per finanziare gli interventi a favore degli esodati con le somme derivanti dalle pensioni, mentre le somme provenienti dai vitalizi sono state destinate ad alimentare il fondo di garanzia per le piccole e medie imprese, progetti di ricerca e innovazione e il fondo di garanzia per la prima casa. La Corte costituzionale, con sentenza n. 173 del 2016, cambiando giurisprudenza, ha respinto le varie questioni di costituzionalità relative al contributo di solidarietà. Ha escluso la natura tributaria del prelievo sostenendo che si tratta di contributo di solidarietà all'interno del circuito previdenziale. Esso deve essere comunque del tutto eccezionale, giustificato dalla crisi contingente e grave del sistema previdenziale. La Corte ha sostenuto che il contributo rispetta il principio di progressività e risulta comunque sostenibile in quanto applicato solo sulle pensioni più elevate. La sentenza pone pertanto dei paletti invalicabili e sembra che non lasci alcuno spazio a ipotesi di ricalcolo retroattivo delle pensioni retributive o miste con il solo sistema contributivo. Necessaria temporaneità, assoluta eccezionalità, proporzionalità e sostenibilità sono i princìpi fissati da tale sentenza e un futuro eventuale contributo di solidarietà non potrebbe dunque prescindere da questi caratteri e potrebbe essere giustificato solo da gravi emergenze interne al sistema previdenziale.