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il massimo dell'universalità per le misure destinate alle persone (perché non possiamo neanche incorrere nel paradosso che si stanzino 55 miliardi di euro e vi siano alcune categorie scoperte, ossia persone che non ricevono questi soldi), ma il massimo della condizionalità per le risorse destinate alle imprese. Le imprese possono ricevere perfino contributi a fondo perduto, ma nel riceverli devono dire quali sono gli impegni che mettono in campo sul piano delle assunzioni, degli investimenti, della possibilità di non procedere a delocalizzazioni e così via. Questo per me è un richiamo, attraverso le regole, al tema dell'etica della responsabilità. La seconda questione è stata citata in questa sede. Mi rivolgo a lei, Presidente, e per il suo tramite al collega De Bertoldi, che stimo. Il senatore De Bertoldi non dovrebbe citare il presidente di Confindustria a sostegno della sua tesi politica; dovrebbe innanzitutto, come abbiamo fatto noi, indignarsi, al di là del merito delle questioni poste dal presidente di Confindustria, per il fatto che ci siamo trovati di fronte a un attacco all'autonomia della politica. (Applausi). Infatti, dire che la politica ha fatto più danni del Covid-19 è innanzitutto un attacco all'autonomia del Parlamento e della politica nel suo complesso. Ciò che mi piacerebbe ascoltare in questo Paese sono parole nuove, diverse, anche da parte di chi non può far finta di non essere un pezzo della classe dirigente di questo Paese, perché lo è. Le grandi imprese, ma anche le piccole, in ogni caso quelle organizzate dentro grandi associazioni di categoria sono un pezzo della classe dirigente di questo Paese e non si può immaginare che la via d'uscita dalla crisi sia fatta da un baratto tra crescita e diritti, magari chiedendo ai lavoratori un'ulteriore riduzione delle loro tutele. In conclusione, Presidente, pochi secondi per dire che abbiamo bisogno di un'idea di Paese. Lo dico anche al mio Governo, anche alla mia maggioranza. Finora abbiamo fatto dei legittimi e necessari decreti tampone per evitare che la barca affondasse, adesso abbiamo bisogno di metterci un progetto, un'idea di Paese. Qualcuno ha detto che non bisogna tornare alla normalità, perché la normalità era il problema. Io la condivido questa espressione: la normalità era fatta di disuguaglianze; era fatta di disinvestimenti sul settore della scuola pubblica, della formazione, dell'università e della ricerca. Entriamo allora nel tempo nuovo che abbiamo davanti con una ambizione molto più alta di quella che abbiamo messo in passato, per costruirne, appunto, uno più giusto. Non è retorica: penso sia esattamente quello che si aspettano anche i nostri concittadini. (Applausi). D'ALFONSO (PD) . Domando di parlare per dichiarazione di voto. PRESIDENTE. Ne ha facoltà. D'ALFONSO (PD) . Signor Presidente, signori rappresentanti del Governo, ho seguito con attenzione gli interventi dei colleghi dei diversi Gruppi parlamentari e vorrei con le mie parole concorrere a tratteggiare il recupero della verità della situazione. Alcuni intellettuali parlano, rispetto a quello che abbiamo vissuto, non solo noi italiani ma tutto il pianeta, come di una vicenda capace di periodizzare. Nella storia della nostra civiltà ci sono stati accadimenti che hanno periodizzato, come le guerre e le guerre mondiali. Anche la pandemia, purtroppo, ha periodizzato, tra prima e dopo. Questo per dire di cosa si tratta, ciò di cui ci stiamo occupando come risposta e reazione alla profondità di una rottura di civiltà. Alcuni intellettuali la descrivono proprio così: rottura di civiltà circa le abitudini individuali e collettive nel condurre la vita. Il genere umano si fa riconoscere per la vicinanza e la prossimità; abbiamo dovuto rinunciare a prossimità e vicinanza. Si sono interrotte le attività economiche, le attività culturali, le attività educative. Ci sono dei dati che descrivono questa situazione e che fanno davvero paura. Rispetto all'evento della guerra, che la storia della nostra civiltà ci ha abituato a conoscere, quali sono gli elementi in comune? Appunto, la cessazione delle attività, la distribuzione della paura senza confine e poi, ancora, le morti. Rispetto alla guerra c'è il di meno del rumore, ma, addirittura, si è detto che qui ha fatto rumore il troppo silenzio di alcune settimane. Il nostro Governo, il Governo dell'Italia, Stato membro dell'Unione europea, che cosa ha messo in campo? All'inizio, il decreto-legge cura Italia, poi, il decreto-legge liquidità, del quale ci stiamo occupando, e poi ancora il decreto-legge rilancio, che è in lavorazione. E si cominciano a tratteggiare anche le prime pagine di un altro provvedimento, che si occuperà di semplificazione. Non si può negare che il decreto-legge, del quale la Camera si è fatta carico di fare in modo che si arricchisse rispetto al prodotto del Governo, sia uno strumento che ha consentito quanto di fondamentale veniva richiesto dalle imprese nelle settimane che abbiamo alle spalle e anche in questo tempo che abbiamo davanti: il recupero di liquidità. La liquidità messa in campo è una liquidità che gioca sul triangolo delle garanzie: la garanzia Sace; il ruolo - anche riprecisato - tra Sace e Cassa Depositi e Prestiti, per esempio a proposito dell'internazionalizzazione; la distinzione tra prodotti di liquidità fino a 25.000 euro e sopra 25.000 euro (i numeri sono stati citati con competenza da chi ha parlato). Siamo arrivati a 500.000 domande, ad oggi, fatte dal sistema delle imprese nei confronti dell'ordinamento. Il lavoro della Camera è stato un lavoro di discernimento e di miglioramento. Si è portata la durata contrattuale da sei a dieci anni per quanto riguarda il recupero del prodotto finanziario consentito; così come i prestiti, aumentati da 25.000 a 30.000 euro, e su questo abbiamo già la scorrevolezza di numeri importanti. Ogni giorno accadono numeri. Ma esaminiamo il merito. Perché, dopo un certo lasso di tempo, l'erogazione di questi prodotti per le piccolissime imprese ha cominciato a funzionare? Perché ha cominciato a funzionare? Questo formidabile articolo 1- bis andrebbe scritto al pari di quanto troviamo scritto degli insegnamenti dei nostri Padri. Noi troviamo definito all'articolo 1- bis l'istituto dell'autocertificazione. Cos'è questo? È un prodotto del commissariato agli usi civici di Foggia (un ufficio che non esiste più e che ha dato molto fastidio dal Medioevo fino al Novecento) o è uno strumento che facilita, semplifica e crea amicizia tra lo Stato, le imprese, la proceduralizzazione e il riscontro alla domanda e pone a valle il controllo che per troppo tempo si è fatto a monte, uccidendo? Il controllo, quando si fa a monte in qualsiasi proceduralizzazione, uccide; non consente, non riconosce, ma distrugge. L'articolo 1- bis , volendo allora fare un lavoro di onestà intellettuale, si poteva scrivere nel decreto-legge in uscita; a ciò serve il confronto parlamentare. Se non lo si è fatto, lo si rimedia cammin facendo perché il lavoro parlamentare non è il lavoro di una controparte: è un tiro alla fune che migliora perché si nutre del dato dell'esperienza. (Applausi).