[pronunce]

pretesa che non verrebbe pregiudicata dalla sentenza di non luogo a procedere per la particolare tenuità del fatto, in quanto non preclusiva – al pari di tutte le sentenze che dichiarano l'estinzione del reato – dell'esercizio dell'azione risarcitoria; che non varrebbe evocare, in senso contrario, il potere della persona offesa di rimettere la querela in qualunque stato del processo, con il solo limite dell'irrevocabilità della sentenza, e quello dell'imputato di accettare la remissione: giacché – posto che i reati perseguibili a querela costituiscono comunque un «numerus clausus» – nell'esercizio degli anzidetti poteri, la persona offesa e l'imputato operano esclusivamente «una valutazione di opportunità, sulla base dei loro interessi»; che la norma censurata, per converso, demanderebbe «in modo abnorme» alla persona offesa la valutazione dello stesso fatto-reato, riconoscendo, altresì, all'imputato un altrettanto abnorme diritto di «veto» della decisione del giudice: decisione che, nel nostro ordinamento, non sarebbe mai condizionata dalla volontà delle parti, neppure nel caso di applicazione della pena su richiesta (art. 444 del codice di procedura penale), la quale lascia salvo il potere del giudice di rigettare la richiesta stessa qualora debba essere pronunciata sentenza di proscioglimento ai sensi dell'art. 129 cod. proc. pen. , nonché nel caso in cui la pena concordata non appaia congrua; che sarebbe inoltre compromesso l'art. 76 Cost., sotto il profilo dell'eccesso di delega; che l'art. 17, comma 1, lettera f), della legge 24 novembre 1999, n. 468 (Modifiche alla legge 21 novembre 1991, n. 374, recante istituzione del giudice di pace. Delega al Governo in materia di competenza penale del giudice di pace e modifica dell'articolo 593 del codice di procedura penale), prevedeva, infatti – nell'ambito dei principi direttivi della delega legislativa al Governo in materia di competenza penale del giudice di pace – l'«introduzione di un meccanismo di definizione del procedimento nei casi di particolare tenuità del fatto e di occasionalità della condotta, quando l'ulteriore corso del procedimento può pregiudicare le esigenze di lavoro, di studio, di famiglia o di salute della persona sottoposta ad indagini o dell'imputato»; che la norma di delega non conteneva, dunque, alcun riferimento al requisito del consenso dell'imputato e della persona offesa, il quale sarebbe stato introdotto sua sponte dal legislatore delegato, con scelta la cui irrazionalità emergerebbe, peraltro, anche dal confronto con l'art. 35 del d.lgs. n. 274 del 2000, il quale consente al giudice di pace di dichiarare estinto il reato a seguito di condotte riparatorie dell'imputato, valutando la congruità di tali condotte a prescindere dalla richiesta o dall'assenso delle parti; che risulterebbe violato, ancora, l'art. 3 Cost., a fronte dell'evidente disparità di trattamento tra imputati maggiorenni e imputati minorenni, giacché ai sensi dell'art. 27 del d.P.R. 22 settembre 1988, n. 448 (Approvazione delle disposizioni sul processo penale a carico di imputati minorenni) – costituente il modello ispiratore della norma impugnata – nel processo minorile la declaratoria di irrilevanza del fatto resta svincolata dal consenso tanto della parte pubblica che della persona offesa; che, sebbene il favor minoris costituisca un principio fondamentale dell'ordinamento, di rango costituzionale, non potrebbe ammettersi una disparità di trattamento di tale portata a sfavore dell'imputato maggiorenne, che vede subordinata la decisione del giudice al consenso della persona offesa: e ciò tenuto conto anche del fatto che, mentre l'art. 27 del d.P.R. n. 448 del 1988 è applicabile ad una vasta gamma di reati, sono invece suscettibili di venir definiti ai sensi dell'art. 34 del d.lgs. n. 274 del 2000 unicamente i processi relativi alle limitate fattispecie criminose devolute alla competenza del giudice di pace; che la norma denunciata lederebbe anche l'art. 24 Cost., giacché i poteri difensivi tanto della persona offesa che dell'imputato verrebbero ad essere limitati «da reciproci consensi, quasi non si trattasse di un processo penale tendente all'accertamento della verità sul fatto-reato, ma di un contenzioso civilistico da definire sulla base di accordi transattivi»; che sarebbe vulnerato, poi, l'art. 111 Cost., in quanto la terzietà del giudice – da intendere quale indipendenza dalle parti e come discrezionalità della decisione – rimarrebbe condizionata dalla necessità del consenso delle parti medesime; che risulterebbe violato, infine, l'art. 27 Cost., giacché il giudice di pace – nel giudicare un fatto che, pur sussistendo nella sua materialità, ha arrecato un danno minimo – sarebbe costretto, nel caso di mancato consenso, a pronunciare una sentenza di condanna, sia pure a pena pecuniaria, in contrasto con i principi «della meritevolezza e della proporzione della pena», i quali costituiscono i presupposti essenziali affinché quest'ultima possa svolgere la sua funzione rieducativa e non spinga viceversa l'autore del fatto – che si sente ingiustamente condannato – ad ulteriori violazioni delle norme penali; che nel giudizio di costituzionalità è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, il quale ha chiesto che la questione sia dichiarata inammissibile o infondata; che la difesa erariale rileva, in particolare, che – contrariamente a quanto ritenuto dal giudice rimettente – l'art. 34, comma 3, del d.lgs. n. 274 del 2000 condiziona, nella fase dibattimentale, la pronuncia di esclusione della procedibilità per la particolare tenuità del fatto, non già al consenso, ma alla mera mancata opposizione dell'imputato e della persona offesa: mancata opposizione che – tenuto conto anche della ratio della norma, palesemente rivolta alla deflazione processuale – si configurerebbe ove i predetti soggetti non partecipino ingiustificatamente al giudizio; che, di conseguenza, la questione sollevata sarebbe irrilevante nel processo a quo, giacché la persona offesa, sebbene ritualmente citata a giudizio, non ha mai partecipato allo stesso e non vi è stata, pertanto, alcuna sua opposizione alla declaratoria di improcedibilità per irrilevanza del fatto; che la motivazione dell'ordinanza di rimessione circa la rilevanza della questione si paleserebbe comunque insufficiente, giacché il giudizio circa la tenuità del danno e il grado di colpevolezza risulterebbe formulato dal rimettente con esclusivo riferimento al reato di lesioni volontarie, e non anche in rapporto agli ulteriori, ripetuti fatti di ingiuria e minaccia oggetto di contestazione, ovvero al loro complesso; mentre l'occasionalità del comportamento e il pregiudizio alla vita di relazione dell'imputato nell'ulteriore corso del procedimento risulterebbero affermati in modo del tutto apodittico; che la questione sarebbe, in ogni caso, infondata nel merito, in rapporto a tutti i parametri costituzionali evocati.