[pronunce]

che il giudice a quo, pertanto, assume che una «disciplina differenziata della prescrizione in relazione allo stesso identico reato» si presenta irragionevole, quando – come nella specie – non risulti ispirata alla necessità di evitare di «applicare la normativa più favorevole soltanto ai reati rispetto ai quali il processo era già concluso in primo grado», giacché solamente in questo caso «la pretesa punitiva della Stato» avrebbe raggiunto «una fase tale da giustificare (forse) la prosecuzione del giudizio nelle fasi successive»; che, viceversa, l'opzione compiuta con la norma censurata determina «un'evidente disparità di trattamento» tra soggetti, in particolare a danno di «coloro che, pur avendo commesso uno stesso tipo di reato», abbiano «scelto il rito abbreviato» («ove notoriamente non vi è apertura del dibattimento»), con conseguente violazione degli artt. 3 e 25, secondo comma, Cost.; che di riflesso, secondo il rimettente, risultano violati anche gli artt. 97 e 111 della Carta fondamentale: «l'ulteriore dispendio di risorse, in termini di mezzi e persone, per perseguire il reato il cui disvalore è stato valutato in termini di minore importanza rispetto al passato» incide negativamente «sul buon andamento della p.a.» e comporta, inoltre, «la irragionevole maggiore durata del processo»; che il Tribunale di Venezia, sezione distaccata di San Donà di Piave, censura il predetto art 10, comma 3, della legge n. 251 del 2005 in riferimento agli artt. 3 e «24» (recte: art. 25) Cost. che, dopo aver dedotto che il delitto di cui all'art. 590 cod. pen. , oggetto del giudizio principale, dovrebbe ritenersi prescritto se l'operatività della nuova disciplina sulla prescrizione del reato non fosse preclusa, nella specie, dall'avvenuta dichiarazione di apertura del dibattimento, il rimettente ipotizza, in primo luogo, la violazione dell'art. 24 (recte: art. 25) della Carta fondamentale; che, difatti, «la norma sostanziale sulla prescrizione nel caso di specie è più favorevole rispetto alla disciplina della prescrizione esistente nel momento nel quale il reato è stato commesso o si afferma sia stato commesso»; che, quanto poi al dedotto contrasto con l'art. 3 Cost., esso è motivato in base all'assunto che la censurata disposizione «porta a trattare in maniera diversa situazioni analoghe», e ciò, in special modo, nell'ambito dei «processi con più imputati», segnatamente quando uno di essi «acceda avanti al G.u.p. a riti alternativi mentre altri preferiscano la via del dibattimento ordinario»; che il Tribunale di Frosinone, con due ordinanze (la seconda adottata dalla sezione distaccata di Alatri), censura l'art. 10, comma 3, della legge n. 251 del 2005, sempre nella parte in cui esso esclude l'applicazione, nei procedimenti di primo grado, delle disposizioni di cui all'art. 6, non consentendo, in particolare, che le stesse operino quando sia intervenuta la dichiarazione di apertura del dibattimento; che, con il primo dei citati provvedimenti (r.o. n. 390 del 2006), il giudice a quo assume la violazione degli artt. 3 (sebbene erroneamente indicato come art. 2 nel dispositivo), 27 e 111 Cost., deducendo – quanto alla rilevanza della questione – che in forza del ius superveniens, se la sua applicazione non fosse nella specie preclusa dal già avvenuto espletamento dell'incombente ex art. 492 cod. proc. pen. , i termini prescrizionali dei reati sottoposti al suo vaglio, tranne che per un imputato, sarebbero «irrimediabilmente decorsi»; che, ciò premesso, il Tribunale rimettente, ribadita anche la natura sostanziale dell'istituto della prescrizione, rileva che la differente disciplina, applicabile alle singole fattispecie di reato per effetto della norma censurata, «non corrisponde ad una opzione processuale riferibile all'iniziativa dell'imputato quanto, piuttosto, ad una scelta del legislatore», cui il primo non può, evidentemente, «che soggiacere», indipendentemente «dalle scelte processuali compiute»; che la descritta evenienza rende il differente trattamento, riservato ai singoli imputati, non «sorretto da un criterio di ragionevolezza»; che, pertanto, risulta «violato l'art. 3 della Costituzione», nonché l'art. 27 della Carta fondamentale, «sotto il profilo della necessità che il complessivo trattamento sanzionatorio apprestato dall'ordinamento nei confronti del reo sia coerente e proporzionale rispetto al fatto di reato», ivi compreso «il tempo entro il quale lo Stato ritenga di dover conservare memoria del fatto lesivo e, quindi, perseguire penalmente il reo»; che, infine, il rimettente prospetta il contrasto della norma censurata anche con l'art. 111 Cost., atteso che «l'esigenza di un processo giusto» richiede «parità di complessivo trattamento sanzionatorio per fattispecie incriminatrici dalle pene edittali invariate», mentre la necessità «di assicurare una durata ragionevole del processo può indubbiamente confliggere con la sopravvenienza di soluzioni normative eterogenee in grado di arrestare o protrarre lo sviluppo del processo senza essere ancorate ad elementi di natura oggettiva»; che, con la seconda ordinanza di rimessione, pronunciata dalla sezione distaccata di Alatri del medesimo Tribunale (r.o. n. 395 del 2006), il giudice a quo censura l'art. 10, comma 3, della legge n. 251 del 2005 in riferimento all'art. 3 Cost.; che – dopo aver premesso che, nell'ipotesi in cui venisse dichiarata l'illegittimità della norma censurata, il delitto (di ricettazione) contestato all'imputato «dovrebbe considerarsi prescritto per il decorso del termine massimo», come novellato dalla stessa legge n. 251 del 2005 – il rimettente ritiene che la disposizione in esame dia vita «ad un'ingiustificata disparità di trattamento tra soggetti imputati per lo stesso reato», sebbene quest'ultimo risulti «di eguale gravità», attribuendo rilievo, ai fini della prescrizione, ad «evenienze processuali meramente occasionali» e, inoltre, «indipendenti dalle stesse scelte difensive delle parti»; che, inoltre, rientrando la prescrizione «nella valutazione sociale del fatto tipico del giudizio», da ciò deriva che «un diverso trattamento dell'istituto fra persone imputate degli stessi fatti commessi nello stesso momento potrebbe essere legittimo soltanto se fondato su canoni di assoluta razionalità ed oggettività e non invece, come nel caso di specie, su circostanze eventuali non oggettive e spesso indipendenti dalla stessa volontà dell'imputato»; che, infine, anche il Tribunale di Monza evoca come parametro il solo art. 3 Cost.;