[pronunce]

che la previsione oggetto di censura sarebbe in contrasto anche con gli artt. 2 e 3 Cost. «in relazione» al successivo art. 10, posto che tra i diritti inviolabili dell'uomo sarebbe naturalmente compreso anche quello alla libertà personale, rispetto al quale le norme di tutela, appunto «in ragione dell'art. 10 della Costituzione», spiegano «piena vigenza anche nei confronti degli stranieri presenti sul territorio della Repubblica»; che secondo il rimettente, infine, la norma in questione contrasta con il principio di necessaria finalizzazione rieducativa della pena, sia perché riferita a persone non pericolose, e dunque prive di «soggettività criminale da rieducare», sia perché uno scopo di reinserimento sociale non sarebbe configurabile per stranieri non legittimati a restare nel territorio italiano o dell'Unione europea; che il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, è intervenuto nel giudizio con atto depositato l'8 maggio 2007, chiedendo che la questione sia dichiarata manifestamente infondata per ragioni analoghe a quelle già illustrate con l'atto di intervento nel giudizio r.o. n. 602 del 2006. Considerato che tutte le ordinanze fin qui descritte sollevano questione di legittimità costituzionale dell'art. 14, comma 5-ter, primo periodo, del decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286 (Testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell'immigrazione e norme sulla condizione dello straniero), come sostituito dall'art. 1 della legge 12 novembre 2004, n. 271 (Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 14 settembre 2004, n. 241, recante disposizioni urgenti in materia di immigrazione), nella parte in cui determina i limiti edittali della pena per lo straniero che, senza giustificato motivo, si trattenga nel territorio dello Stato in violazione dell'ordine di allontanarsene, impartitogli dal questore a norma del precedente comma 5-bis; che i Tribunali di Castrovillari, Firenze, Genova, Trieste e Torino censurano la norma indicata con riguardo ai valori asseritamente troppo elevati della previsione edittale (reclusione da uno a quattro anni), e con riferimento generalizzato agli artt. 3 e 27, terzo comma, della Costituzione; che il Tribunale di Gorizia censura la medesima norma nella parte in cui prevede la pena minima della reclusione per un anno, con riferimento, oltre che agli artt. 3 e 27, terzo comma, anche agli artt. 2 e 10 Cost.; che nel complesso i giudici a quibus, dopo aver ricordato che la sanzione originariamente prevista per il reato di indebito trattenimento consisteva nell'arresto da sei mesi ad un anno, e che, a seguito delle modifiche recate dalla legge n. 271 del 2004, la medesima condotta è oggi punita con la reclusione da uno a quattro anni, rilevano che l'inasprimento sarebbe stato attuato per finalità di carattere processuale (la legittimazione di una nuova previsione di arresto obbligatorio), senza alcuna sostanziale modifica del fenomeno criminoso sottostante, e per ciò stesso in violazione dei principi di ragionevolezza e proporzionalità della pena; che le sanzioni comminate dalla norma censurata sarebbero palesemente sproporzionate per eccesso rispetto alla gravità effettiva del fatto incriminato; che, nel complesso, i rimettenti pongono in comparazione il trattamento sanzionatorio dell'indebito trattenimento con quello, assai più mite, previsto da disposizioni ritenute assimilabili, perché concernenti a loro volta condotte di inottemperanza a provvedimenti adottati dall'autorità amministrativa per ragioni di sicurezza e di ordine pubblico; che a tale proposito vengono evocati, in particolare, l'art. 650 del codice penale (recante la rubrica «Inosservanza dei provvedimenti dell'Autorità»), che prevede l'arresto fino a tre mesi o l'ammenda fino ad euro 206; l'art. 2 della legge 27 dicembre 1956, n. 1423 (Misure di prevenzione nei confronti delle persone pericolose per la sicurezza), relativo alla contravvenzione al foglio di via obbligatorio, punita con l'arresto da uno a sei mesi; l'art. 14, comma 5-ter, seconda parte, dello stesso d.lgs. n. 286 del 1998, che punisce con l'arresto da sei mesi ad un anno lo straniero che non ottemperi all'ordine di allontanamento dopo essere stato espulso per non aver chiesto il rinnovo del permesso di soggiorno in precedenza ottenuto; che il Tribunale di Genova, inoltre, istituisce una comparazione tra la norma censurata e l'art. 14, comma 5-quater, del d.lgs. n. 286 del 1998, che prevede pene di analoga portata per condotte di gravità asseritamente maggiore, in quanto riferibili, nel complesso, ad uno straniero già espulso dal territorio dello Stato e nondimeno sorpreso sul territorio nazionale in violazione delle norme sull'immigrazione; che una comparazione di senso analogo è istituita, dal Tribunale di Trieste, con riguardo alla contravvenzione agli obblighi ed alle prescrizioni inerenti alla sorveglianza speciale con obbligo o divieto di soggiorno (art. 9, comma 2, della citata legge n. 1423 del 1956), cioè ad una condotta ritenuta assai più grave dell'indebito trattenimento, e però sanzionata in misura equivalente; che tutte le ordinanze di rimessione prospettano il contrasto tra la norma censurata ed il terzo comma dell'art. 27 Cost., in quanto la relativa previsione sanzionatoria, essendo priva di proporzionalità rispetto al fatto incriminato, non potrebbe assolvere alla necessaria funzione rieducativa della pena; che inoltre, secondo il Tribunale di Gorizia, non potrebbe configurarsi un fine di reinserimento sociale per pene inflitte a stranieri comunque destinati all'espulsione dal territorio dello Stato e da quello dei Paesi dell'Unione europea; che, sempre a parere del Tribunale di Gorizia, la norma censurata comporterebbe anche una violazione degli artt. 2 e 3 Cost., in relazione al successivo art. 10, posto che sarebbe compresso il diritto inviolabile alla libertà personale, cui deve assicurarsi tutela anche per quanto concerne gli stranieri presenti nel territorio della Repubblica; che, data la pertinenza di tutte le questioni sollevate al trattamento sanzionatorio del reato previsto dall'art. 14, comma 5-ter, primo periodo, del d.lgs. n. 286 del 1998, può essere disposta la riunione dei relativi giudizi; che dette questioni sono sostanzialmente identiche ad altre, che questa Corte ha già dichiarato inammissibili con la sentenza n. 22 del 2007 e manifestamente inammissibili con le ordinanze nn. 167 e 354 del 2007; che, non sussistendo ragioni per discostarsi dalle valutazioni recentemente compiute, deve dichiararsi la manifesta inammissibilità anche delle questioni in esame.. .