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La decisione della Russia di riconoscere le due regioni secessioniste del Donbass costituisce una palese violazione del diritto internazionale e dell'integrità territoriale dell'Ucraina. È quindi naturale e doveroso che la comunità internazionale non rimanga inerte. Ed è corretto che l'Europa abbia reagito con sanzioni mirate, a tutela della legalità internazionale e della pace nel vecchio continente, messa a rischio da questa iniziativa; un'iniziativa che ha cancellato unilateralmente gli avanzamenti fatti con gli accordi di Minsk, sebbene le loro previsioni non siano mai state del tutto applicate. L'Europa, in considerazione della sua drammatica storia, non può tollerare che i confini di uno Stato sovrano vengano modificati con le minacce, e non può tollerare annessioni di fatto, giustificate da un nazionalismo anacronistico. (Applausi) . Bisogna tenere in considerazione la sovranità degli Stati e la libertà di scelta dell'Ucraina in relazione a una possibile adesione a un'alleanza militare, come il Patto atlantico, o a un'alleanza politica e commerciale, come l'Unione europea. I cittadini ucraini non possono e non devono vivere sotto minaccia armata, ma devono essere liberi di volgere lo sguardo dove desiderano. L'Ucraina è un Paese già in serie difficoltà economiche e la tensione, che sta allontanando gli investitori, sta aggravando ulteriormente la condizione dell'economia nazionale. Tuttavia, per poter comprendere l'attualità e declinarla in maniera oggettiva, credo sia indispensabile conoscere il percorso storico che ci ha condotto al presente. Come siamo arrivati a questa situazione? Nel 1991, durante i colloqui tra Stati Uniti e Unione Sovietica sulla riunificazione della Germania, fu promesso all'allora presidente Gorbačëv che la NATO non si sarebbe estesa verso Est nemmeno di un pollice, nelle parole del segretario di Stato James Baker. Se oggi si consulta una cartina politica dell'Europa orientale, si evince che tale promessa, fatta nel 1991 e reiterata due anni dopo a Boris Eltsin, è stata disattesa. In questi decenni l'espansione della NATO, che obiettivamente a oggi già lambisce i confini russi, ha generato nell'opinione pubblica russa e nelle istituzioni di Mosca una sindrome dell'accerchiamento. Gli Stati Uniti, mediante la NATO, hanno inglobato nell'Alleanza, uno dopo l'altro, quasi tutti i Paesi dell'ex Patto di Varsavia, fino ad aprire le porte a due Stati chiave dal punto di vista geopolitico per la Russia: Georgia e Ucraina. E così la strategia del presidente Putin va al di là del Donbass e dell'Ucraina e punta a rivedere gli equilibri geopolitici europei post-guerra fredda, scaturiti dall'umiliante sconfitta dell'Unione sovietica: quella pax americana architettata dalla potenza vincitrice in un momento storico che sembrava sancire il trionfo definitivo dell'unipolarismo americano e con esso addirittura la fine della storia, come scrisse Francis Fukuyama. Questa tesi è stata smentita dai fatti, come riconosciuto dallo stesso autore. Oggi, trent'anni dopo, viviamo in un mondo multipolare, in cui la Russia è tornata a essere un attore geopolitico non relegabile al piano regionale. Da anni Putin ha posto una linea rossa, chiedendo agli Stati Uniti di non far entrare Ucraina e Georgia nella NATO, per scongiurare che missili nucleari potessero essere dislocati a pochi chilometri da Mosca. Si tratta di una richiesta comprensibile come quella che, a parti inverse, potrebbero fare gli Stati Uniti, chiedendo di non far entrare il Messico o il Canada in una potente alleanza militare antiamericana. Il cambiamento alla guida dell'Ucraina del 2014 e poi la decisione degli Stati Uniti di Trump di uscire nel 2018 dal Trattato sulle forze nucleari a medio raggio sono state per Mosca un ulteriore motivo di preoccupazione. A mio avviso, nell'ambito di un tentativo di preservare un negoziato che penso sia ancora possibile, sarebbe opportuno non ignorare questi fatti storici. Individuare una soluzione diplomatica deve rimanere l'obiettivo principale di tutti gli attori coinvolti. Anche se oggi è labile, se si spegne la luce della diplomazia il rischio potrebbe essere una degenerazione in una probabile, magari parziale, invasione russa dell'Ucraina. Tale scenario sarebbe intollerabile per tutti coloro che credono nella libertà e nella inviolabilità della sovranità degli Stati. Russia, Stati Uniti e Unione europea dovrebbero convocare una conferenza sulla sicurezza e la cooperazione in Europa, finalizzata a scrivere un nuovo trattato di Helsinki, come quello che nel 1975 garantì la coesistenza pacifica dei due blocchi; una nuova intesa sul dispiegamento degli armamenti strategici e sui limiti dell'espansione della NATO, che potrebbe prevedere come soluzione una garanzia di neutralità per l'Ucraina, sul modello finlandese. Questo al fine di scongiurare ulteriori avanzate russe su un territorio sovrano come quello dell'Ucraina. Io temo che, tra chi soffia sul fuoco da una parte e dall'altra, sia l'Europa a rischiare di bruciarsi. Questa crisi può pregiudicare non solo la stabilità e la pace del nostro continente, ma può anche avere ripercussioni molto serie dal punto di vista economico. In caso di ulteriore degenerazione, avremmo un'esponenziale impennata dei prezzi dell'energia e dei carburanti, che sarebbe insostenibile per i nostri cittadini e per le attività produttive; per non parlare dei gravissimi contraccolpi che sanzioni commerciali ed energetiche avrebbero sul nostro sistema economico e sulle nostre aziende. È noto anche ai meno esperti di politica internazionale che il nostro Paese non è autosufficiente dal punto di vista energetico e che quasi la metà del gas necessario lo importiamo dalla Russia. Questo dovrebbe spingerci ancor di più ad accelerare la trasformazione energetica e a puntare sulle energie rinnovabili e noi, come MoVimento 5 Stelle, con iniziative come le comunità energetiche e il superbonus, stiamo indicando il percorso da seguire. (Applausi) . Con un'economia già molto provata dalla pandemia, sarebbe davvero devastante affrontare l'ennesima emergenza. Per tutte queste ragioni - come ha detto Papa Francesco - bisogna sempre fare ogni sforzo necessario per la pace; bisogna tenere aperta la porta del dialogo per avviare una de-escalation e intavolare un negoziato che garantisca le esigenze di sicurezza di tutti gli attori coinvolti, nel rispetto del diritto internazionale. Io credo che in questo momento siano due gli attori che devono essere centrali: l'Unione europea e l'Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (OSCE); la prima restando unita e cooperando con uno spirito di comunità, ponendosi finalmente come mediatore e dimostrando quell'unità politica internazionale che da tempo si persegue; l'OSCE continuando ad impegnarsi per ripristinare il dialogo tra le parti ed evitare scenari che sarebbero nefasti per tutti, possibilmente anche aumentando il numero dei delegati che svolgono un ruolo fondamentale nella missione di monitoraggio. Concludo il mio intervento ricordando che la popolazione mondiale da ben due anni è in guerra con un nemico invisibile, che ha causato la morte di milioni di persone, mettendo a dura prova il sistema sanitario e quello economico.