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Norme per l'incentivazione dell'economia siciliana mediante la riduzione del carico fiscale gravante sui consumi energetici nell'isola. Onorevoli Senatori. -- La Sicilia, al centro del mondo nell'antichità classica, durante la dominazione araba e nel periodo normanno, con il passare dei secoli si è trovata improvvisamente emarginata, lontano dai grandi nodi commerciali e dalle sedi della grande finanza. Infatti, nel Cinquecento, la scoperta dell'America deviò gli assi della storia mondiale al di fuori del Mediterraneo verso l'Europa occidentale. Da allora, nonostante brevi ritorni, la Sicilia si è trovata fuori dalle grandi direttrici (Nord Italia ed Europa settentrionale) lungo le quali si è andata concentrando la maggior parte delle industrie e del commercio internazionale. È tornato allora a pesare, in tutti i suoi aspetti negativi, il carattere insulare del suo corpo territoriale e lo stretto di Messina, benché ininterrottamente percorso da navi, traghetti e aliscafi, ha fatto sentire penosamente e perentoriamente il suo isolamento. Sullo stretto si rompe in modo netto il sistema delle comunicazioni stradali e ferroviarie tra l'isola e il resto dell'Europa che il ponte sullo stretto potrebbe rinsaldare. Quadrivio del Mediterraneo, la Sicilia è, pertanto, diventata l'estremo lembo d'Italia e d'Europa. Nel prevalere di questa sua posizione marginale vanno, pertanto, ricercate le cause strutturali del suo attuale ritardo economico, delle sue difficoltà nel decollo turistico. A tali difficoltà si assomma ora in alcune province isolane il degrado ambientale connesso alla estrazione e raffinazione dei prodotti petroliferi e di loro derivati. Infatti è noto che lungo il litorale orientale, dai pressi di Augusta fino a nord di Siracusa, su una distanza di più di venti chilometri, si è creata una coagulazione industriale ad alto tasso d'inquinamento perché basata prevalentemente sul petrolio (raffinerie, stabilimenti chimici eccetera). Ricchi giacimenti petroliferi sono in fase di avanzato sfruttamento nel ragusano e nel gelese. In Sicilia si estraggono gran parte dei prodotti petroliferi che vengono consumati nella regione e su questi gravano le accise che -- a differenza degli altri tributi che lo statuto riserva alla regione -- sono attribuite all'erario. Intorno a Gela vi sono pozzi da cui si estraggono 490.000 tonnellate di petrolio all'anno e altre 470.000 tonnellate se ne estraggono a Vega. In questa zona vi sono riserve accertate per 150 milioni di tonnellate di petrolio e 500 miliardi di metri cubi di gas. Inoltre, nei pressi di Corleone, è stato scoperto un giacimento della potenzialità di un miliardo di barili l'anno, altri due miliardi di barili potranno essere estratti dalle nuove perforazioni effettuate presso Ragusa e Gela e, quanto alle riserve di gas metano, ne sono state individuate per oltre 100 miliardi di metri cubi nei pressi di Catania. Vi sono poi i problemi indotti dalla raffinazione e dai depositi di prodotti petroliferi, mentre i porti petroliferi siciliani contribuiscono a più dell'80 per cento delle merci sbarcate e imbarcate in tutta l'isola (Milazzo). Grave è, pertanto, l'inquinamento atmosferico, ambientale e marittimo della regione e pesante l'incidenza sulla salute degli abitanti e sullo sviluppo turistico di quelle terre. Gli stessi provvedimenti dello Stato, ed è il Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare a testimoniarlo con i suoi studi, dimostrano la condizione drammatica in cui si trova quella terra. Basti considerare i piani di disinquinamento e risanamento del territorio della provincia di Caltanissetta relativamente alle aree di Gela e di Ragusa (decreto del Presidente della Repubblica 17 gennaio 1995). Gli interventi che vi sono previsti -- limitati per le poche risorse disponibili -- lasciano intravedere chiaramente lo stato di degrado che consegue agli insediamenti petroliferi e le risorse che sarebbero invece necessarie per una completa ed efficace opera di risanamento. Peraltro delle poche somme allora destinate allo scopo -- circa 350 miliardi di lire per l'area di Gela e 523 miliardi di lire per l'area di Ragusa, la maggior parte era a carico delle imprese e di taluni soggetti privati e le altre, quelle pubbliche, dovevano far capo ai bilanci della Regione siciliana, con ulteriore riduzione degli investimenti dedicati allo sviluppo e al recupero dell'economia dell'isola. Appare doveroso, quindi, un intervento solidale del Parlamento che, trasformando in legge il presente disegno di legge, darà concretezza al principio di solidarietà fra regioni ricche e povere, sancito, fra l'altro, negli accordi di Maastricht, introducendo incentivi all'economia dell'isola, quindi, creando i presupposti per la riduzione della disoccupazione soprattutto giovanile. E a tutti noto che i Governi succedutisi nel passato sono intervenuti con vari piani economici per risolvere la strutturale crisi economica isolana. Bisogna dire, però, che tali scelte non hanno avuto l'esito sperato in quanto non hanno mirato a dare incremento e sviluppo alle potenzialità economiche della Sicilia, ma hanno imposto in essa delle strutture industriali scarsamente affermatesi perché avulse dal contesto culturale locale, di cui invece si sarebbe dovuto tenere gran conto per un concreto decollo economico. Avere permesso, poi, alle forze della NATO di installare in Sicilia dei potenti e micidiali missili rende questa terra più vulnerabile nella malaugurata ipotesi di un conflitto; trasformare amene colline e silenti boschi in zone di servitù militari certamente non contribuisce né allo sviluppo economico dell'isola né a rafforzare i legami spirituali tra il popolo siciliano e la comunità italiana. Il presente disegno di legge mira ad incidere sullo sviluppo economico dell'isola in modo ampio e diffuso. La scelta di intervenire con un drastico abbattimento dei costi energetici è dettata dalla necessità di agire su tutti i settori economici, senza dover ricorrere ai tradizionali e complessi piani di intervento pubblico che -- come tanti anni di politica meridionalistica hanno insegnato -- fanno il più delle volte soltanto la felicità delle burocrazie politiche ed amministrative, nazionali e locali. Abbattendo i costi energetici delle famiglie e delle imprese si rendono immediatamente disponibili risorse per gli investimenti sia diretti, sia indotti. Inoltre, il rifiuto di ricorrere alla tradizione dirigistica degli interventi programmati dall'alto è funzionale ad una economia che è già di per se stessa vitale, ma che langue per la scarsezza di capitali. Per rivitalizzare l'economia siciliana non c'è bisogno di fare programmi di nuove e grandi opere pubbliche. In questo campo, almeno per il prossimo triennio, basterebbe realizzare con rapidità ed efficacia le opere già previste sia dallo Stato e dagli enti pubblici nazionali, sia dalla stessa Regione siciliana. Né si può pensare di ripercorrere la strada dell'industrializzazione forzata, sul modello di quella che, con gravissime conseguenze economiche e sociali, è già fallita in Calabria, in Sardegna ed in Puglia.