[pronunce]

Una diversa soluzione, capace di sottrarre i reati di competenza del giudice di pace alla nuova disposizione in tema di prescrizione, varrebbe ad escludere per la stessa ogni ambito di concreta applicazione, e potrebbe essere adottata solo a fronte di segnali ermeneutici insuperabili, che nella specie farebbero difetto. Per i fatti più gravi, tra quelli rimessi alla cognizione del magistrato onorario, il termine prescrizionale sarebbe dunque pari a tre anni. La soluzione opposta si imporrebbe, in modo altrettanto ineluttabile, quanto ai reati puniti con la sola pena pecuniaria, riconducibili alla previsione del primo comma dell'art. 157 cod. pen. e dunque suscettibili di prescrizione in un tempo pari almeno a quattro anni. Una tale disciplina, per la sua palese irrazionalità, violerebbe l'art. 3 Cost. Prosegue allora il Tribunale: «se è vero […] che la Corte costituzionale non può sostituirsi al legislatore e alla sua discrezionalità nell'individuare il congruo termine di prescrizione per tale tipologia di reati, è pur vero che, per ricondurre il sistema a un minimo di razionalità – che consenta di ritenere rispettato il principio di uguaglianza – è sufficiente che il termine di prescrizione per i reati puniti con la sola pena pecuniaria di competenza del giudice di pace sia non maggiore di quello previsto per gli altri e più gravi reati rientranti nella medesima competenza». In punto di rilevanza, il rimettente osserva che solo l'eventuale dichiarazione di illegittimità della norma censurata, nel senso auspicato nell'ordinanza di rimessione, comporterebbe un immediato effetto estintivo per i reati contestati nel giudizio a quo. 2.1. – Il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, è intervenuto nel giudizio con atto depositato il 21 novembre 2006. A parere della difesa erariale, la questione proposta è «inammissibile e infondata», pur prescindendo «dall'irrilevanza in questo stato del procedimento della questione posto che nel procedimento non viene concretamente in discussione l'entità della effettiva pena e la sua applicabilità». Dovrebbe infatti ritenersi che il primo comma dell'art. 157 cod. pen. , a differenza di quanto sostenuto dal rimettente, non riguardi le pene pecuniarie applicate dal giudice di pace, e che, di conseguenza, anche i reati sanzionati con tali pene ricadano nella previsione del quinto comma dello stesso art. 157. A sostegno dell'assunto vengono proposti rilievi essenzialmente coincidenti con quelli illustrati nell'atto di intervento prodotto per il giudizio r.o. n. 415 del 2006, cui già sopra si è fatto riferimento. 3. – La Corte di cassazione, sezione feriale, con ordinanza del 6 settembre 2006 (r.o. n. 112 del 2007), ha sollevato – in riferimento all'art. 3 Cost. – questione di legittimità costituzionale dell'art. 157, quinto comma, cod. pen. , come sostituito dall'art. 6 della legge n. 251 del 2005, nella parte in cui prevede un termine prescrizionale di tre anni quando per il reato la legge stabilisce pene diverse da quella detentiva e da quella pecuniaria. Il giudizio principale è stato introdotto dal ricorso proposto contro una decisione di merito con la quale è stata dichiarata, in applicazione della norma censurata, l'intervenuta prescrizione dei reati di ingiuria e minaccia. Secondo il pubblico ministero ricorrente, per evitare il paradosso di un termine prescrizionale particolarmente breve proprio per i più gravi tra i reati di competenza del giudice di pace, dovrebbe per essi ritenersi applicabile la disposizione del primo comma dell'art. 157 cod. pen. Il giudice a quo non ritiene esistano margini per una interpretazione «adeguatrice», che escluda i reati punibili con la permanenza domiciliare od il lavoro di pubblica utilità dall'ambito di applicazione della norma censurata. L'art. 52 del d.lgs. n. 274 del 2000 istituirebbe una sorta di summa divisio tra i reati già puniti con la multa e l'ammenda, per i quali continuano ad applicarsi le pene previgenti, e gli ulteriori reati trasferiti alla competenza del giudice di pace, per i quali soltanto sono state introdotte, appunto, pene diverse in luogo di quelle detentive. D'altro canto la disposizione del successivo art. 58, secondo cui le sanzioni di nuova introduzione «per ogni effetto giuridico si considerano come pena detentiva della specie corrispondente a quella originaria», sarebbe destinata ad operare in sede «squisitamente applicativa», e non sul piano edittale. Non a caso, si osserva dalla Corte rimettente, in epoca antecedente alla riforma dell'art. 157 cod. pen. la giurisprudenza aveva più volte stabilito che, per i reati di competenza del giudice di pace puniti in via alternativa con la pena pecuniaria o quella «paradetentiva», dovesse applicarsi il termine prescrizionale previsto dal quinto comma della norma, che all'epoca riguardava le contravvenzioni punite con la pena dell'arresto. In definitiva, l'attuale disciplina collegherebbe ai reati più gravi, tra quelli attribuiti alla cognizione del magistrato onorario, un termine prescrizionale più breve di quello previsto per i fatti meno gravi. Si tratterebbe di una scelta priva di razionalità intrinseca e tale da vulnerare, nel contempo, il principio di ragionevolezza ed il canone della uguaglianza, presidiati dall'art. 3 Cost. L'aporia introdotta nel sistema non sarebbe sorretta da alcun «valore, esigenza o ratio essendi intrinseca alla intera disciplina che il legislatore ha inteso novellare». Proprio l'assenza di «causa» renderebbe «irragionevole», e per ciò stesso arbitraria, la scelta di un regime che necessariamente finisce per omologare tra loro situazioni diverse o, al contrario, per differenziare il trattamento di situazioni analoghe (è citata qui la sentenza della Corte costituzionale n. 89 del 1996). In base a tali premesse la Corte di cassazione manifesta il dubbio che il quinto comma dell'art. 157 cod. pen. sia illegittimo nella parte in cui prevede che, quando per il reato la legge stabilisce pene diverse da quella detentiva e da quella pecuniaria, si applichi il termine prescrizionale di tre anni. Da ultimo il rimettente – riferendosi alle date del commesso reato e della sentenza dichiarativa della prescrizione, separate da un lasso di tempo inferiore ai sei anni – evidenzia come la questione sia rilevante nel giudizio a quo. 3.1. – Il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, è intervenuto nel giudizio con atto depositato il 5 aprile 2007. Secondo la difesa erariale, la questione proposta è «inammissibile e infondata». Dovrebbe infatti ritenersi che il primo comma dell'art. 157 cod. pen. , a differenza di quanto sostenuto dal rimettente, non riguardi le pene pecuniarie applicate dal giudice di pace, e che, di conseguenza, anche i reati sanzionati con tali pene ricadano nella previsione del quinto comma dello stesso art. 157.