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La disposizione, pertanto, si pone in linea con la normativa europea, nonché con quella nazionale già in vigore. La disposizione di cui al comma 2, al fine di recepire correttamente la direttiva 2002/14/CE, modifica l’articolo 3, comma 2, del decreto legislativo n. 25 del 2007. Va osservato, a tale riguardo, che il testo attualmente in vigore dell’articolo 3, comma 2, citato recita: «La soglia numerica occupazionale è definita nel rispetto delle norme di legge e si basa sul numero medio ponderato mensile dei lavoratori subordinati impiegati negli ultimi due anni. I lavoratori occupati con contratto a tempo determinato sono computabili ove il contratto abbia durata superiore ai nove mesi. Per i datori di lavoro pubblici o privati che svolgono attività di carattere stagionale, il periodo di nove mesi di durata del contratto a tempo determinato si calcola sulla base delle corrispondenti giornate lavorative effettivamente prestate, anche non continuative». La modifica che si propone è finalizzata a riformulare il testo del citato articolo 3, comma 2, del decreto legislativo n. 25 del 2007, sopprimendo il secondo ed il terzo periodo ed espungendo, in tal modo, la previsione che i lavoratori occupati con contratto a tempo determinato sono computabili soltanto nel caso in cui il contratto abbia durata superiore ai nove mesi. Pertanto, per effetto della modifica in esame, sia i lavoratori con contratto a tempo indeterminato (come è già previsto dalla norma attualmente in vigore), che quelli con contratto a tempo determinato -- qualunque sia la durata del contratto -- verranno computati in base al criterio del numero medio mensile dei lavoratori impiegati negli ultimi due anni, sulla base dell’effettiva durata dei loro rapporti di lavoro. La disposizione di cui al comma 3 reca una norma di carattere transitorio, finalizzata a rendere più agevole ai datori di lavoro, sotto il profilo organizzativo e gestionale, l’applicazione delle nuove disposizioni introdotte dai commi 1 e 2 dello stesso articolo 13 del presente disegno di legge. Si precisa che ai fini della predisposizione dell’articolo in esame il Ministero del lavoro e delle politiche sociali ha provveduto a consultare le organizzazioni sindacali maggiormente rappresentative dei lavoratori e dei datori di lavoro, ai sensi della clausola 7, paragrafo 2, dell’Accordo quadro allegato alla direttiva 1999/70/CE. L’articolo 14 è volto alla definizione della procedura di infrazione 2013/4009, relativa alla compatibilità di alcune disposizioni italiane con la direttiva 2003/109/CE in materia di status dei cittadini di Paesi terzi che siano soggiornanti di lungo periodo, con particolare riguardo al diritto al sussidio per i nuclei familiari a basso reddito con almeno tre figli di età inferiore ai 18 anni. Tale beneficio, istituito dall’articolo 65 della legge 23 dicembre 1998, n. 448, è una prestazione concessa dai comuni ed erogata dall’INPS in favore dei nuclei familiari composti da cittadini italiani residenti con almeno tre figli minori che risultino in possesso di risorse economiche non superiori al valore dell’indicatore della situazione economica (ISE). Successivamente, l’articolo 80 della legge n. 388 del 2000 ha esteso l’assegno in argomento ai cittadini dell’Unione europea residenti in Italia. L’articolo 27 del decreto legislativo n. 251 del 2007 (che ha recepito la direttiva 2004/83/CE) ha riconosciuto il diritto anche ai cittadini di Paesi terzi cui sia riconosciuto lo status di rifugiato politico o di protezione sussidiaria. La Commissione europea, quindi, ha sollevato problemi di recepimento riguardo al principio della parità di trattamento nei settori dell’assistenza e protezione sociale dei cittadini di Paesi terzi soggiornanti di lungo periodo con i cittadini nazionali. Pertanto, la disposizione proposta è finalizzata ad estendere il beneficio in questione ai cittadini di Paesi terzi che siano soggiornanti di lungo periodo o familiari dei cittadini di uno Stato membro e titolari del diritto di soggiorno o del diritto di soggiorno permanente. Tale specificazione deriva, peraltro, dalla necessità di superare la contraria interpretazione sin qui invalsa nella pubblica amministrazione e, dunque, di coordinare la disciplina del beneficio in questione con quanto già previsto da due disposizioni di legge di portata generale: -- l’articolo 9 del decreto legislativo n. 286 del 1998 -- come sostituito dall’articolo 1, comma 1, del decreto legislativo n. 3 del 2007, recante «Attuazione della direttiva 2003/109/CE relativa allo status di cittadini di Paesi terzi soggiornanti di lungo periodo» -- il quale, al comma 12, lettera c) , recita: «Oltre a quanto previsto per lo straniero regolarmente soggiornante nel territorio dello Stato, il titolare del permesso di soggiorno CE per soggiornanti di lungo periodo può (...) usufruire delle prestazioni di assistenza sociale, di previdenza sociale, di quelle relative ad erogazioni in materia sanitaria, scolastica e sociale, di quelle relative all’accesso a beni e servizi a disposizione del pubblico, compreso l’accesso alla procedura per l’ottenimento di alloggi di edilizia residenziale pubblica, salvo che sia diversamente disposto e sempre che sia dimostrata l’effettiva residenza dello straniero sul territorio nazionale»; -- l’articolo 19 del decreto legislativo n. 30 del 2007, recante «Attuazione della direttiva 2004/38/CE relativa al diritto dei cittadini dell’Unione e dei loro familiari di circolare liberamente nel territorio degli Stati membri», che al comma 2, ultimo periodo, estende il beneficio della parità di trattamento rispetto ai cittadini italiani, anche in relazione alle prestazioni sociali -- riconosciuto ad ogni cittadino dell’Unione che risiede nel territorio nazionale -- ai familiari non aventi la cittadinanza di uno Stato membro che siano titolari del diritto di soggiorno o del diritto di soggiorno permanente. Il Capo IV reca disposizioni in materia di sanità pubblica. L’articolo 15 modifica le sanzioni amministrative di cui all’articolo 7 del decreto legislativo 29 luglio 2003, n. 267, concernente «Attuazione della direttiva 1999/74/CE e della direttiva 2002/4/CE, per la protezione delle galline ovaiole e la registrazione dei relativi stabilimenti di allevamento», al fine di improntarle ai princìpi di effettività, proporzionalità e dissuasività, così come indicato nella raccomandazione n. 4 del rapporto finale dell’Ufficio ispettivo veterinario della Commissione europea ( Food Veterinary Office - FVO). La novella recata dall’articolo 15 è volta a sanare la procedura di infrazione 2011/2231, ormai allo stadio avanzato di parere motivato, avviata da parte della Commissione europea nei confronti dell’Italia per la non corretta applicazione degli articoli 3 e 5, paragrafo 2, della direttiva 1999/74/CE, attestata dalla presenza sul territorio nazionale di allevamenti di galline ovaiole con gabbie non modificate, nonostante il divieto di utilizzo entrato in vigore il 1º gennaio 2012.