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Introduzione degli articoli 613- bis e 613- ter del codice penale in materia di tortura. Onorevoli Senatori. -- Il presente disegno di legge è volto ad introdurre nell'ordinamento italiano in maniera esplicita il divieto di tortura e recepisce il contenuto di un analogo disegno di legge presentato come primo firmatario dal senatore Roberto Di Giovan Paolo nella XVI legislatura (atto Senato n. 1596). L'uso della tortura e ogni trattamento umiliante e degradante rappresentano la negazione e la distruzione di tutti i diritti umani. Il divieto di tortura è un principio che appartiene al nucleo fondamentale del diritto internazionale dei diritti dell'uomo come espressione diretta del valore della dignità umana. Il crimine internazionale di tortura ha trovato dunque pieno riconoscimento nell'ampia disciplina pattizia in materia dei diritti dell'uomo che ha innovato e ampliato il cosiddetto «ordinamento giuridico internazionale». Il divieto di tortura è oggi considerato ius cogens , dunque diritto appartenente al diritto internazionale generale, valevole per tutti gli Stati della comunità internazionale indipendentemente da un’espressa previsione pattizia, infatti secondo la Corte europea di Strasburgo «l'obbligo enunciato dall'art. 3 della Convenzione Europea dei Diritti dell'Uomo di non sottoporre nessuno a tortura né a pene o trattamenti inumani e degradanti consacra un valore fondamentale nella società democratica e costituisce il contenuto di una norma imperativa del diritto internazionale generale». Il divieto di tortura deve essere però anche tradotto in reato sul piano nazionale, e questo ci viene richiesto ormai da anni sia dalle Nazioni Unite che dal Consiglio d'Europa. L'inserimento del reato di tortura nel codice penale italiano costituisce infatti un adeguamento della normativa interna a quella sopranazionale, colmando un'importante lacuna del nostro diritto interno. È stato più volte sollecitato dal Comitato sui diritti umani, istituito dal Patto sui diritti civili e politici, e dal Comitato istituito dalla Convenzione europea per la prevenzione della tortura e delle pene o trattamenti inumani o degradanti, adottata a Strasburgo il 26 novembre 1987, di cui alla legge 2 gennaio 1989, n. 7, il quale nell'esame dei due rapporti periodici sull'Italia ha sottolineato come fosse necessario colmare tale lacuna normativa. Il divieto di tortura è anche previsto all'articolo 3 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali, firmata a Roma il 4 novembre 1950, di cui alla legge 4 agosto 1955, n. 848, ed all'articolo 7 del Patto internazionale relativo ai diritti civili e politici adottato a New York il 19 dicembre 1966, di cui alla legge 25 ottobre 1977, n. 881. In sede europea dal 1989 opera, a seguito della citata Convenzione di Strasburgo, il Comitato per la prevenzione della tortura (CPT) e delle pene o trattamenti inumani o degradanti, le cui visite periodiche nelle carceri e nelle stazioni di polizia dei Paesi firmatari la Convenzione costituiscono il più efficace deterrente contro ogni tentazione di violazione dei diritti fondamentali delle persone private della libertà personale. La Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura ed altre pene o trattamenti crudeli, disumani o degradanti, firmata a New York il 10 dicembre 1984, in vigore dal 26 giugno 1987, vige per la Repubblica italiana dal febbraio 1989, dopo il deposito dello strumento di ratifica, il 12 gennaio di quell'anno. La ratifica era preceduta dalla legge di autorizzazione 3 novembre 1988, n. 498, articolo 1, e quella stessa legge conteneva l'ordine di esecuzione d'uso per le norme della Convenzione già esaustive, così direttamente introdotte nell'ordinamento italiano. L'ordine di esecuzione era peraltro insufficiente -- pur introducendolo come principio nel nostro ordinamento -- al rispetto dell'obbligo convenzionale, anzi del suo «nucleo» essenziale della Convenzione (articoli 1 e 4 in combinato disposto): cioè l'obbligo per gli Stati di legiferare affinché qualsiasi atto di tortura (come pure il tentativo di praticare la tortura o qualunque complicità o partecipazione a tale atto) fosse espressamente e immediatamente contemplato come reato nel diritto penale interno, conformemente alla definizione di tortura prevista all'articolo 1 della Convenzione. Perché è importante introdurre il reato di tortura nell'ordinamento italiano? Sicuramente perché nullum crimen, nulla poena sine praevia lege poenali ed è certo che la tortura, ma anche i trattamenti disumani e degradanti sono profondamente immorali nonché, come sopra mostrato, vietati dal diritto, quindi bisogna permettere ai nostri giudici di poter condannare con adeguate punizioni i colpevoli e garantire significativi risarcimenti alle vittime. Come enuncia l'articolo 24 della Costituzione, «Tutti possono agire in giudizio per la tutela dei propri diritti e interessi legittimi». Non inserire il reato di tortura significa non garantire l'effettività dei diritti fondamentali e non garantire un'equa riparazione; non possono, a nostro avviso, più essere ritenuti sufficienti i reati minori utilizzati fino ad oggi per condannare la tortura come gli articoli 606 (arresto illegale), 607 (indebita limitazione di libertà personale), 608 (abuso di autorità contro arrestati o detenuti), 609 (perquisizione e ispezione personali arbitrarie) del codice penale, sia per la non severità della sanzione, sia per la non incisività e per il contenuto. Inoltre l'introduzione del reato di tortura permette la procedibilità d'ufficio a tutela del rischio che la querela di parte, contemplata per tutti gli atti che provochino lesioni gravi, lasci ampi margini di impunità. La tortura è sempre e ovunque inaccettabile e il presente disegno di legge, a differenza di altri, non si limita a vietare la tortura solo nei luoghi di fermo e detenzione, ma vuole essere un divieto assoluto basato sul principio di universalità; nel presente disegno di legge la tortura viene definita come reato comune, seppure aggravato in caso si tratti di pubblico ufficiale. Pratiche di tortura possono essere esercitate anche all'interno di un nucleo familiare e limitare il reato al pubblico ufficiale sarebbe riduttivo e significherebbe marginalizzare la gravità del reato. Divieto in senso assoluto significa che nessuna circostanza eccezionale, quale essa sia, che si tratti di stato di guerra o di minaccia di guerra, di instabilità politica interna o di qualsiasi altra situazione eccezionale, può essere invocata per giustificare la tortura, escludendosene dunque qualunque limitazione. La gravità del delitto di tortura rende, inoltre, opportuno inserire tale delitto tra quelli che ai sensi dell'articolo 7, numero 5), del codice penale sono puniti dalla legge italiana indipendentemente dal luogo ove sono commessi o dalla nazionalità del reo o della vittima. Tale disposizione si fonda sul principio di universalità, per cui per i delicta iuris gentium , tra i quali rientra anche la tortura, si applica la legge nazionale anche quando il fatto è commesso all'estero.