[pronunce]

SENTENZA ha pronunciato la seguentenel giudizio di legittimità costituzionale dell'art. 9, comma 2, della legge 27 dicembre 1956, n. 1423 (Misure di prevenzione nei confronti delle persone pericolose per la sicurezza e per la pubblica moralità), sostituito dall'art. 14 del decreto-legge 27 luglio 2005, n. 144, convertito, con modificazioni, dalla legge 31 luglio 2005, n. 155 (Misure urgenti per il contrasto del terrorismo internazionale), promosso dal Tribunale di Caltanissetta nel procedimento penale a carico di L. V. A., con ordinanza del 6 febbraio 2008, iscritta al n. 143 del registro ordinanze 2008 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica, n. 20, prima serie speciale, dell'anno 2008. Visto l'atto di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri; udito nella camera di consiglio del 22 aprile 2009 il Giudice relatore Alessandro Criscuolo.. Ritenuto in fatto Considerato in diritto 1. — Il Tribunale di Caltanissetta, in composizione monocratica, con ordinanza depositata il 6 febbraio 2008, ha sollevato questione di legittimità costituzionale, in riferimento agli articoli 3 e 27, terzo comma, della Costituzione, dell'art. 9, comma 2, della legge 27 dicembre 1956, n. 1423 (Misure di prevenzione nei confronti delle persone pericolose per la sicurezza e per la pubblica moralità), così come sostituito dall'art. 14 del decreto-legge 27 luglio 2005, n. 144, convertito, con modificazioni, dalla legge 31 luglio 2005, n. 155 (Misure urgenti per il contrasto del terrorismo internazionale), «nella parte in cui prevede la pena della reclusione da uno a cinque anni in caso di inosservanza degli obblighi e delle prescrizioni inerenti la sorveglianza speciale con l'obbligo o il divieto di soggiorno». 2. — Il rimettente riferisce che L. V. A. è stato rinviato a giudizio per rispondere del delitto previsto e punito dall'art. 9, comma 2, della legge n. 1423 del 1956, così come sostituito dall'art. 14 del decreto-legge n. 144 del 2005, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 155 del 2005, perché – sottoposto alla misura di prevenzione della sorveglianza speciale di pubblica sicurezza, con obbligo di soggiorno nel comune di residenza – non ottemperava alle prescrizioni imposte dal provvedimento del tribunale, risultando assente dalla propria abitazione all'esito del controllo effettuato alle ore 00,45 del 27 novembre 2006, così contravvenendo all'obbligo di permanenza in essa dalle ore 20,00 alle ore 7,00. All'udienza del 6 febbraio 2008, esaurita la fase istruttoria del dibattimento, le parti hanno rassegnato le rispettive conclusioni. Il rimettente sostiene che la sanzione da applicare, nell'ipotesi di affermazione della penale responsabilità dell'imputato, dovrebbe essere determinata con riguardo a quella prevista dalla disposizione la cui legittimità costituzionale è posta in dubbio. Infatti, prima della modifica dell'art. 9, comma 2, della legge n. 1423 del 1956, le violazioni delle prescrizioni imposte insieme con la misura di prevenzione della sorveglianza speciale integravano la contravvenzione di cui al medesimo art. 9, comma 1, salvi i casi di effettivo allontanamento dal comune, o di violazione concreta del divieto di soggiorno, questi soltanto sanzionati dal citato art. 9, comma 2. Invece, dopo la menzionata modifica, si è affermato nella giurisprudenza di legittimità un incontroverso indirizzo interpretativo, secondo il quale qualsiasi violazione agli obblighi o alle prescrizioni relative alla sorveglianza speciale con obbligo o divieto di soggiorno deve essere sanzionata con la reclusione da uno a cinque anni, essendo comunque configurabile, in tali fattispecie, il delitto di cui all'art. 9, comma 2, della legge n. 1423 del 1956. In questo quadro, condotte criminose del tutto simili a quella oggetto del processo a quo, nel quale la violazione ascritta al prevenuto è costituita dall'abusivo allontanamento dalla propria abitazione nelle ore notturne, sono sanzionate con pena ben più mite, come avviene per i delitti di abusivo allontanamento dalla località di esecuzione degli arresti o della detenzione domiciliare, di cui agli artt. 385 del codice penale e 47-ter della legge 26 luglio 1975, n. 354 (Norme sull'ordinamento penitenziario e sull'esecuzione delle misure privative e limitative della libertà), peraltro, posti a tutela di beni giuridici non meno importanti. In relazione al reato per cui si procede, è dunque intervenuto un notevole inasprimento della pena, ed in confronto con le fattispecie delittuose da ultimo citate esso si rivela in contrasto con gli artt. 3, primo comma, e 27, terzo comma, Cost. Il rimettente osserva che la questione non è manifestamente infondata, essendo ipotizzabile la violazione delle norme costituzionali richiamate, in quanto la Corte costituzionale, pur riservando alla discrezionalità del legislatore l'individuazione dei comportamenti punibili, la determinazione della specie della pena e la misura della stessa, tenendo conto delle diverse situazioni, ha, però, costantemente ribadito il principio che l'esercizio di tale discrezionalità può essere censurato quando esso non rispetti il limite della ragionevolezza e dia, quindi, luogo ad una disparità di trattamento palese ed ingiustificata (sentenze n. 25 del 1994 e n. 409 del 1989). Inoltre, il rimettente pone l'accento sull'orientamento della Corte (sentenze n. 313 del 1995 e n. 343 del 1993), secondo cui la manifesta mancanza di proporzionalità rispetto ai fatti di reato non corrisponde all'esigenza delle finalità rieducative poste dall'art. 27, terzo comma, Cost. Nella vicenda de qua si realizza, invece, un'evidente valutazione difforme di condotte illecite del tutto simili, in relazione alle quali si potrebbe affermare, in ipotesi, che sono più gravi quelle sanzionate in modo meno rigoroso, considerata l'esistenza di un titolo cautelare o addirittura la pendenza della fase esecutiva di statuizioni contenute in una sentenza passata in giudicato. In proposito, ad avviso del giudice a quo, va rilevato che l'art. 3, primo comma, Cost. «impone che il bilanciamento tra gli interessi da tutelare e il bene della libertà personale tenga conto delle sanzioni previste per le analoghe condotte di pregiudizio degli stessi interessi, derivandone l'effetto che, solo quando la pena sia stabilita con la necessaria proporzionalità, essa risponde alla funzione rieducativa di cui all'art. 27, terzo comma, della Costituzione». 3. — Il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, ha spiegato intervento con atto depositato il 27 maggio 2008, chiedendo che la questione sia dichiarata inammissibile o infondata.