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Fin dalla riforma Bozzi, fin dal progetto riformatore approvato nella passata legislatura dal nostro Governo, e respinto dal voto popolare del 4 dicembre 2016, la riduzione del numero dei parlamentari da sempre è stata collegata alla necessità di migliorare il funzionamento delle due Camere. Pensare di modificare la Costituzione fermandosi esclusivamente ai numeri, a me sembra rispondere più a una logica punitiva nei confronti della classe politica, nel solco della più becera antipolitica, e soprattutto alla necessità di recuperare consenso elettorale da parte dei 5 Stelle, che non alla volontà di superare gli elementi che non consentono, nel pieno rispetto della rappresentanza degli elettori e della rappresentatività del Parlamento, ai due rami del Parlamento di funzionare in maniera più efficiente e più razionale. Personalmente, reputo assurdo sacrificare la nostra Costituzione e le nostre istituzioni democratiche sull'altare del consenso elettorale, pur importante, delle elezioni europee. Questo infatti mi sembra essere il fine, neanche troppo malcelato, di questa riforma. Il disegno di legge in esame, così come è congegnato, peggiora e di molto il problema riguardante il legame tra eletto ed elettore, tra eletto e territorio di riferimento. A ben guardare, soffermandoci solo sul dato numerico, la diminuzione dei parlamentari riduce notevolmente il rapporto tra il numero di elettori ed eletti: vi è una diminuzione di oltre il 35 per cento, peraltro con problemi importanti in Regioni minori quali il Molise o con meno abitanti come la Sardegna. Tuttavia, al di là di questo, sappiamo tutti che a ripristinare quel legame di rappresentanza, quel rapporto fiduciario tra eletto ed elettore e territorio di riferimento, il cui smarrimento è il vero protagonista dello scollamento tra politica e cittadini, sono le leggi elettorali e le tecniche di trasformazione dei voti in seggi. Questo disegno riformatore manca anche di tale aspetto. Leggi elettorali che non consentono, o attraverso le preferenze o attraverso collegi uninominali piccoli (com'era il Mattarellum), di scegliere direttamente i propri rappresentanti sono il vero scollamento tra eletto ed elettore. Lasciare inalterata la distinzione riguardante l'età di elettorato passivo e attivo alla Camera come al Senato è l'altro grande vulnus di questo disegno di legge. Non si supera infatti il problema del funzionamento delle Camere derivante dalla difformità dell'elettorato attivo - diciotto anni alla Camera e venticinque al Senato - problema che non viene minimamente affrontato. Questa riforma è come don Abbondio: le manca il coraggio, è pavida; non affronta il problema del funzionamento del bicameralismo; non affronta il problema delle funzioni identiche delle due Camere; non affronta il problema della rappresentanza delle Camere su un elettorato attivo diverso. Questa riforma avrebbe senso e sarebbe sicuramente approvata da tutti se potesse affrontare il tema vero del problema che c'è in Italia: il problema di due Camere che, dal 1948, per ragioni storiche ben definite, fanno tutte e due la stessa identica cosa; un inutile orpello al funzionamento della democrazia che viene superato con i sotterfugi della fiducia blindata in una Camera e col testo inalterato all'altra Camera. (Applausi dal Gruppo PD) . PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Misiani. Ne ha facoltà. MISIANI (PD) . Signor Presidente, penso che nessun Gruppo presente in quest'Aula metta in dubbio la necessità di una riforma dell'assetto del nostro Parlamento. È dal 15 aprile 1983, giorno in cui si insediò la Commissione presieduta dall'onorevole Bozzi, che si sono susseguite, legislatura dopo legislatura, Commissioni bicamerali, iniziative e referendum volti a una revisione della Costituzione e, in questo quadro, a una riforma del Parlamento. I temi aperti sono indubbiamente numerosi e su di essi il Parlamento è chiamato a discutere per riformare se stesso. Vi è anzitutto l'assetto bicamerale perfetto, che rappresenta oggettivamente un'anomalia del Parlamento italiano, che - unico nell'Unione europea tra i 28 Paesi comunitari - prevede un'assoluta parità tra la Camera e il Senato. In 15 Paesi comunitari c'è un sistema monocamerale e negli altri 12 un sistema bicamerale, ma con una Camera legata al Governo da rapporto fiduciario e l'altra Camera generalmente rappresentativa delle autonomie territoriali. Dovremmo discutere di un diverso equilibrio tra il Governo e il Parlamento nell'iniziativa legislativa. Le statistiche della XVII legislatura sono eloquenti, da questo punto di vista: sono state approvate 379 leggi, ma nel 74 per cento dei casi si tratta di provvedimenti di iniziativa governativa; inoltre, in 83 casi sono leggi di conversione di decreti-legge, che - come è noto - rappresentano ormai un esempio di monocameralismo alternato, perché si discute realmente in una Camera e, poi, il disegno di legge di conversione viene di fatto ratificato nell'altro ramo del Parlamento. Dovremmo discutere di un diverso equilibrio tra il ruolo di indirizzo e controllo della Camera e del Senato e quello di produzione legislativa, in un Paese che soffre di un eccesso di produzione legislativa e di un ruolo invece debole del Parlamento nell'indirizzo e nel controllo nei confronti dell'operato dell'Esecutivo. Dovremmo discutere di una diversa articolazione tra i lavori di Aula e quelli di Commissione, che è sì materia regolamentare, ma ha un'indubbia rilevanza costituzionale perché - come è noto - la Costituzione riconosce il ruolo e la funzione delle Commissioni parlamentari. Colleghi, tutte queste tematiche dovrebbero inquadrarsi in una riflessione di ampio respiro, approfondita e meditata sul ruolo del Parlamento nella nostra democrazia, nonché sul futuro della democrazia italiana, in una stagione in cui tanti - troppi, mi si permetta - mettono in discussione il valore della democrazia rappresentativa e chiedono il prevalere di una democrazia partecipativa sulle istituzioni rappresentative. Credo che vadano rafforzati gli istituti partecipativi nella nostra democrazia, ma nelle Assemblee parlamentari vediamo iniziative che vanno in una direzione che noi riteniamo squilibrata dal punto di vista del rapporto delle istituzioni rappresentative con le istanze che vengono direttamente espresse dal corpo elettorale. Dovremmo discutere in modo approfondito dell'assetto complessivo delle istituzioni repubblicane, al cui interno inserire una riforma del Parlamento. Che cosa sta facendo invece questa maggioranza, ossia il MoVimento 5 Stelle, la Lega e il Governo da loro sostenuto? Questa maggioranza sta umiliando il Parlamento. Lo abbiamo visto nella discussione della legge di bilancio per il 2019, quando, per la prima volta, la competente Commissione permanente, prima al Senato e poi alla Camera, non è stata messa in condizione di votare nemmeno un emendamento. La legge di bilancio è stata approvata in una versione stravolta rispetto alla versione originariamente presentata, a colpi di voto di fiducia prima al Senato e, poi, alla Camera dei deputati.