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In Italia, il limite massimo di rilascio di idrogeno solforato, secondo quanto stabilito dal decreto del Ministero dell'ambiente 12 luglio 1990, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 176 del 30 luglio 1990, recante « Linee guida per il contenimento delle emissioni degli impianti industriali e la fissazione dei valori minimi di emissione », era di 5 ppm per l'industria non petrolifera e 30 ppm per quella petrolifera. In Italia, come riferimento per le sole emissioni, gli impianti Claus sono autorizzati ad emettere fino a 22000 ppb, (22 ppm o 30 mg/m3), secondo l'allegato 1 alla parte quinta, del decreto legislativo del 3 aprile 2006, n. 152. La direttiva 2008/50/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 21 maggio 2008, relativa alla qualità dell'aria ambiente e per un'aria più pulita in Europa, ha come obiettivo di mantenere e, possibilmente, di migliorare lo stato di qualità dell'aria per salvaguardare le popolazioni, la vegetazione e gli ecosistemi nel loro complesso. Secondo la citata direttiva, risulta utile prevedere grado e durata dell'esposizione agli inquinanti per poter limitare al minimo gli effetti nocivi per la salute umana e per tutto l'ambiente. Bisogna combattere alla fonte l'emissione di inquinanti ed individuare ed attuare le misure più efficaci per ridurre le emissioni a livello locale, nazionale ed europeo, considerato che la prevenzione generale è essenziale. Ai fini della valutazione della qualità dell'aria ambiente – sempre secondo la direttiva – è opportuno utilizzare tecniche di misurazione standard e criteri comuni (a livello europeo) per quanto riguarda il numero e l'ubicazione delle stazioni di misurazione. È importante che lo stato della qualità della aria sia mantenuto buono e migliorarlo ove possibile. Pertanto, i punti chiave sono: valutazione della qualità aria; riduzione dell'emissione di inquinanti; acquisizione di maggiori informazioni sugli inquinanti e sulla qualità dell'aria per lottare contro l'inquinamento e i suoi effetti nocivi; moltiplicazione dei punti di rilevamento; introduzione di criteri di misurazione e tecniche di monitoraggio standard per tutta l'Unione europea ; disponibilità delle informazioni a tutti i cittadini e quindi maggiore trasparenza; cooperazione tra gli Stati membri nella lotta all'inquinamento. Il decreto legislativo 13 agosto 2010, n. 155, ha recepito la direttiva 2008/50/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 21 maggio 2008, e ha sostituito le disposizioni precedenti (direttiva 2004/107/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 15 dicembre 2004) La normativa europea e quella nazionale, quindi, non stabiliscono valori limite, soglie di allarme o valori obiettivo di qualità dell'aria. In mancanza di riferimenti normativi è una prassi consolidata, a livello nazionale e internazionale, riferirsi ai valori guida indicati dall'Organizzazione mondiale della sanità (OMS). Deve essere ricordato che quando la letteratura propone per uno stesso inquinante più valori guida riferiti a tempi di mediazione differenti, questi devono essere considerati congiuntamente. Il modo più efficace di contrastare gli effetti dell'idrogeno solforato è quello di adottare misure di carattere preventivo che prevedano severe regolamentazioni che proibiscano la costruzione di pozzi petroliferi, oleodotti associati e qualsiasi industria di trattamento e lavorazione del petrolio in zone abitate e, soprattutto, un radicale irrigidimento dei limiti di rilascio di idrogeno solforato, in linea con quanto consigliato dall'OMS. Ad esempio negli Stati Uniti d'America è imposto il divieto di estrarre il petrolio nei parchi, nei grandi laghi, a 160 chilometri dalla costa, ovvero sull'85 per cento del territorio nazionale e in Norvegia, dove l'estrazione del petrolio avviene in mare, non è possibile attivare le procedure di trivellazione se non a distanza di 50 chilometri dalla costa. Il presente disegno di legge si compone di 3 articoli. L'articolo 1 limita le concentrazioni in atmosfera dell'idrogeno solforato come raccomandato dall'OMS. L'articolo 2 modifica l'articolo 19 del decreto legislativo 25 novembre 1996, n. 625, in materia di armonizzazione della disciplina sulle aliquote di prodotto della coltivazione, le cosiddette royalties , cioè il compenso riconosciuto al proprietario di un bene come corrispettivo della concessione di utilizzare commercialmente il bene stesso. Infatti, ai sensi dell'articolo 826 del codice civile, i giacimenti di idrocarburi presenti nel territorio nazionale, siano essi situati su terraferma che in mare, sono patrimonio indisponibile dello Stato italiano che, tuttavia, non si impegna direttamente nella ricerca e nel loro utilizzo, ma rilascia a tali fini concessioni in favore di società di diritto privato. Lo Stato, pertanto, non investe fondi pubblici per la coltivazione di un giacimento, ma affida tale attività al titolare del permesso di ricerca che ha effettuato il ritrovamento, ottenendo, in cambio, una parte della produzione. Oltre alle royalties , lo Stato ottiene entrate dalla tassazione degli utili delle compagnie petrolifere concessionarie dei giacimenti. Il concessionario, quindi, una volta ricevuta la concessione di coltivazione del giacimento, è tenuto al rispetto dei programmi di lavoro approvati dalle autorità preposte, al pagamento dei canoni demaniali proporzionati alla superficie concessa e al versamento delle royalties , proporzionate alle quantità di idrocarburi prodotte (olio e gas). Dette somme sono versate allo Stato per le concessioni in mare e, proporzionalmente, allo Stato, alle regioni e ai comuni per le concessioni in terraferma. Attualmente, le royalties , gravano, complessivamente, per il 10 per cento sugli idrocarburi liquidi e gassosi estratti, con l'eccezione degli idrocarburi liquidi estratti in mare per i quali l'aliquota è del 7 per cento. Tali percentuali sono veramente irrisorie rispetto agli altri Paesi. Per esempio, in Norvegia e in Indonesia le royalties sono all'80 per cento, in Libia al 90 per cento, mentre in Canada i governi locali si lamentano perché giudicano insufficiente il 45 per cento. Pertanto, l'articolo 2 della presente legge modifica il comma 1 dell'articolo 19 del decreto legislativo n. 625 del 1996, stabilendo l'aliquota del 45 per cento del prodotto della coltivazione della quantità di idrocarburi liquidi e gassosi estratti in terraferma e del 40 per cento della quantità di idrocarburi liquidi estratti in mare. Infine, l'articolo 3 raccoglie l'appello sottoscritto dal Coordinamento nazionale « No triv », da Legambiente, da 148 associazioni e comitati e da 135 personalità della cultura, della politica e delle scienze, finalizzato a reintrodurre il piano delle aree, soppresso con la legge di stabilità 2016. La finalità dell'articolo è quella di stabilire, attraverso lo strumento del piano delle aree, quali aree del territorio nazionale debbano essere escluse dall'esercizio delle attività petrolifere, prevedendo che a decidere siano anche le regioni e le comunità locali interessate.