[pronunce]

ORDINANZA ha pronunciato la seguentenei giudizi di legittimità costituzionale degli articoli 24, 25, 26 e 28 del decreto legislativo 21 maggio 2000, n. 146 (Adeguamento delle strutture e degli organici dell'Amministrazione penitenziaria e dell'Ufficio centrale per la giustizia minorile, nonché istituzione dei ruoli direttivi ordinario e speciale del Corpo di polizia penitenziaria, a norma dell'articolo 12 della L. 28 luglio 1999, n. 266), promossi con n. 2 ordinanze del 30 luglio 2004 dal Tribunale amministrativo regionale del Lazio sui ricorsi proposti da Giardinetto Amiello ed altri e da Rinaldi Giuseppe ed altri contro la Presidenza del Consiglio dei ministri ed altri iscritte ai nn. 925 e 926 del registro ordinanze 2004 e pubblicate nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 47, prima serie speciale, dell'anno 2004. Visti gli atti di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri; udito nella camera di consiglio del 22 giugno 2005 il Giudice relatore Ugo De Siervo. Ritenuto che con due ordinanze di contenuto pressoché identico (r.o. n. 925 e n. 926 del 2004) , del 30 luglio 2004, il Tribunale amministrativo regionale del Lazio, sezione I quater, ha sollevato questione di legittimità costituzionale degli articoli 24, 25, 26 e 28 del decreto legislativo 21 maggio 2000, n. 146, (Adeguamento delle strutture e degli organici dell'Amministrazione penitenziaria e dell'Ufficio centrale per la giustizia minorile, nonché istituzione dei ruoli direttivi ordinario e speciale del Corpo di polizia penitenziaria, a norma dell'articolo 12 della L. 28 luglio 1999, n. 266), con riferimento agli articoli 3, 76 e 97 della Costituzione; che il rimettente premette che i giudizi a quo, promossi da alcuni appartenenti al Corpo della Polizia penitenziaria nei confronti del Ministero della giustizia e della Presidenza del Consiglio dei ministri, hanno ad oggetto la domanda con cui si chiede di annullare gli «atti relativi al passaggio di qualifiche nel ruolo direttivo speciale del Corpo di Polizia penitenziaria, ovvero gli atti di indizione e disciplina dei relativi concorsi, nonché di nomina dei ricorrenti alla qualifica di vice commissario» e la domanda di accertamento del diritto dei ricorrenti al passaggio nella qualifica corrispondente (vice commissario), «con decorrenza dei medesimi termini previsti per il passaggio di qualifiche nel ruolo direttivo speciale della Polizia di Stato»; che i ricorrenti lamentano, nei giudizi a quo, la violazione dell'art. 12 della legge 28 luglio 1999, n. 266 (Delega al Governo per il riordino delle carriere diplomatica e prefettizia, nonché disposizioni per il restante personale del Ministero degli affari esteri, per il personale militare del Ministero della difesa, per il personale dell'Amministrazione penitenziaria e per il personale del Consiglio superiore della magistratura), con la quale il Governo è stato delegato ad emanare, tra l'altro, norme per il riordino delle carriere del personale dell'Amministrazione penitenziaria; che, in particolare, il citato art. 12, comma 1, lettera b), ha previsto l'istituzione di un «ruolo direttivo ordinario del Corpo di polizia penitenziaria, con carriera analoga a quella del personale di pari qualifica del corrispondente ruolo della Polizia di Stato» che, ad avviso del rimettente, l'esercizio della delega, attraverso il d.lgs. n. 146 del 2000, avrebbe condotto all'emanazione di una disciplina meno favorevole, per i dipendenti interessati, rispetto a quella prevista, per gli appartenenti alla Polizia di Stato, dalla legge 31 marzo 2000, n. 78 (Delega al Governo in materia di riordino dell'Arma dei carabinieri, del Corpo forestale dello Stato, del Corpo della Guardia di finanza e della Polizia di Stato. Norme in materia di coordinamento delle Forze di polizia), e dal successivo decreto legislativo 5 ottobre 2000, n. 334 (Riordino dei ruoli del personale direttivo e dirigente della Polizia di Stato, a norma dell'articolo 5, comma 1, della legge 31 marzo 2000, n. 78); che, in particolare, il trattamento deteriore, ad avviso del giudice a quo, si ricaverebbe dal maggior numero di anni necessari, per gli appartenenti al Corpo della Polizia penitenziaria, per accedere alla qualifica più elevata, a partire dal momento dell'ingresso nel ruolo, «in contrasto con l'equiordinazione prevista dal ricordato art. 12 della legge n. 266 del 1999»; che secondo il rimettente «il ricorso postula, sostanzialmente, una questione di costituzionalità, non potendo applicarsi alla Polizia penitenziaria disposizioni dettate per la Polizia di Stato – e non sussistendo, quindi, alcuna possibilità di riconoscere la qualifica di commissario al termine del corso di formazione, finalizzato ex lege all'attribuzione di una qualifica inferiore – a meno che non si ravvisi nella segnalata disparità di trattamento una violazione di precetti costituzionali, atti a giustificare un intervento anche additivo della Suprema Corte»; che il giudice a quo afferma, peraltro, di ritenere fondata l'eccezione della difesa erariale relativa all'assenza, in concreto, di una discriminazione in peius per i ricorrenti «rispetto al corrispondente personale della Polizia di Stato», alla luce delle modalità di accesso dei ricorrenti medesimi alla qualifica di vice commissario; che tuttavia, nonostante tale rilievo, il rimettente ritiene di argomentare per un verso «l'assenza di un effettivo coordinamento fra le normative di cui si discute», e, per altro verso, il maggior lasso di tempo richiesto ai vice commissari della Polizia penitenziaria dalla normativa censurata per il passaggio alla qualifica di commissario, rispetto a quello – inferiore – relativo ai vice-commissari della Polizia di Stato per la progressione alla medesima qualifica (“commissario”); che alla luce di quest'ultima conclusione, il giudice a quo afferma che dal raffronto delle relative normative non possa configurarsi, per il personale della Polizia penitenziaria, una «carriera analoga a quella del personale di pari qualifica del corrispondente ruolo della Polizia di Stato», secondo quanto previsto dal citato art. 12, comma 1, lettera b), della legge n. 266 del 1999; che secondo il rimettente la delega non implicava «necessariamente identità di disciplina, ma non autorizzava differenze arbitrarie, scollegate da una oggettiva non corrispondenza di funzioni»; che secondo il giudice a quo, in ipotesi di introduzione di «sensibili differenze nello sviluppo di carriera nei ruoli direttivi in questione», avrebbero dovuto essere «desumibili dalle disposizioni, emanate dal legislatore delegato, i criteri delle scelte operate»;