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Abrogazione del terzo comma dell'articolo 116 della Costituzione, in materia di attribuzione di forme e condizioni particolari di autonomia alle regioni a statuto ordinario. Onorevoli Senatori – Il terzo comma dell'articolo 116 della Costituzione recita: « Ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia, concernenti le materie di cui al terzo comma dell'articolo 117 e le materie indicate dal secondo comma del medesimo articolo alle lettere l) , limitatamente all'organizzazione della giustizia di pace, n) e s) , possono essere attribuite ad altre Regioni, con legge dello Stato, su iniziativa della Regione interessata, sentiti gli enti locali, nel rispetto dei princìpi di cui all'articolo 119. La legge è approvata dalle Camere a maggioranza assoluta dei componenti, sulla base di intesa fra lo Stato e la Regione interessata ». Il presente disegno di legge ne prevede l'abrogazione e, prima di spiegarne le ragioni, analizziamo alcuni aspetti circa la sua origine e l'assenza, ancora oggi, di una regolamentazione, i cui elementi di incertezza che ne conseguono consentono un accrescimento degli ambiti rimessi all'accordo delle parti, spogliando lo Stato delle competenze esclusive, in violazione dei fondamentali princìpi costituzionali. A tal fine occorre ripercorrere preliminarmente la genesi dell'articolo 116, terzo comma, nell'ambito della riforma del titolo V. Come evidenziato nel corso del seminario di studi e ricerche parlamentari « Silvano Tosi » dell'Università degli studi di Firenze tenutosi nel febbraio 2020, tutte le proposte di riforma costituzionale del modello originario di regionalismo non hanno avuto successo. Il tentativo della Commissione bicamerale per le riforme costituzionali presieduta da Massimo D'Alema si era arenato, ma la spinta verso una riforma organica sull'autonomia regionale non si arrestava e, anzi, nella medesima legislatura, si arrivava alla riforma del titolo V, già a partire dal 1999. L'autonomia regionale delle regioni a statuto ordinario fu valorizzata con la legge costituzionale 22 novembre 1999, n. 1 (Disposizioni concernenti l'elezione diretta del Presidente della Giunta regionale e l'autonomia statutaria delle regioni), che riformava articolo 123, prevedendo che « ciascuna regione ha uno statuto che, in armonia con la Costituzione, ne determina la forma di governo e i princìpi fondamentali di organizzazione e funzionamento [e] regola l'esercizio del diritto di iniziativa e del referendum su leggi e provvedimenti amministrativi della regione e la pubblicazione delle leggi e dei regolamenti regionali », nonché una particolare procedura per l'approvazione dello statuto. Lo statuto, da questo momento in poi, diviene fonte regionale non più destinata ad avere la forma di legge dello Stato e vede ampliati i propri contenuti fino a ricomprendere la disciplina della forma di governo; al tempo stesso, la regione vede alleggeriti i limiti che incontra nell'esercizio della sua autonomia statutaria, rimanendo solo quello riferito all'« armonia con la Costituzione » e scomparendo quello rappresentato dalle leggi dello Stato. La legge costituzionale n. 1 del 1999 estendeva la potestà legislativa regionale anche alla materia elettorale. All'articolo 122 si prevede, infatti, che « il sistema di elezione e i casi di ineleggibilità e di incompatibilità del Presidente e degli altri componenti della Giunta regionale nonché dei consiglieri regionali sono disciplinati con legge della regione nei limiti dei princìpi fondamentali stabiliti con legge della Repubblica, che stabilisce anche la durata degli organi elettivi » e che « il Presidente della Giunta regionale, salvo che lo statuto regionale disponga diversamente, è eletto a suffragio universale e diretto ». L'elezione diretta del presidente della Giunta è stabilita soltanto in forma generale dalla Costituzione, perché derogabile dalle regioni nei rispettivi statuti. L'intento della nuova disciplina era quello non solo di rafforzare l'autonomia statutaria ma anche quello di stabilizzare la forma di governo regionale. La legge costituzionale n. 1 del 1999 ha perciò previsto una maggiore autonomia statutaria per le regioni ordinarie e, in particolare, con riferimento alla materia elettorale, ha previsto che ogni regione abbia la facoltà di disporre una normativa diversa da quella « generale » dettata in Costituzione, all'articolo 123. Un primo momento di « differenziazione » tra le singole regioni può essere ravvisato proprio in questa disciplina, in cui può aversi una normativa variabile di regione in regione. Questi maggiori ampliamenti dell'autonomia statutaria delle regioni a statuto ordinario crearono una situazione di maggiore favore per queste ultime rispetto a quella delle regioni a statuto speciale, tanto da indurre il Parlamento ad approvare un'ulteriore legge costituzionale che riequilibrò le rispettive posizioni. La più estesa revisione costituzionale mai compiuta fu attuata tuttavia con la legge costituzionale 18 ottobre 2001, n. 31, il cui iter parlamentare fu lungo e certamente tormentato. Questa riforma riguardò le competenze legislative, amministrative e finanziarie delle regioni, e coinvolse anche l'articolo 116 della Costituzione. I progetti di legge, avanzati in Parlamento, che portarono alla revisione costituzionale del titolo V furono influenzati dai lavori della citata Commissione bicamerale presieduta da Massimo D'Alema, poiché « alcune esigenze emerse nel corso del dibattito innescato dal suo operato restavano più che mai attuali ed urgenti ». Da un'analisi attenta delle iniziative mirate a modificare il titolo V, si può ricavare come l'articolo 116 sia stato sempre oggetto di attenzione, sia in senso « conservativo », sia in senso del tutto « innovativo » del ruolo delle autonomie speciali. Le prime proposte di revisione costituzionale dell'articolo 116 miravano, infatti, ad eliminare la differenziazione tra regioni speciali e ordinarie ed estendere forme e condizioni di autonomia anche a quest'ultime, seppur in un dibattito che è risultato scarno tanto nell'uno quanto nell'altro ramo del Parlamento. A tal proposito, si afferma che il terzo comma dell'articolo 116 nasce « proprio per contrastare le richieste di alcune regioni ordinarie di godere anch'esse di uno statuto speciale ». La prima proposta di legge costituzionale presentata (AC 4462, d'iniziativa della deputata Poli Bortone, presentata alla Camera dei deputati il 20 gennaio 1998), prevedeva, all'articolo 1, che tutte le regioni potessero godere di forme e condizioni particolari di autonomia, secondo i rispettivi statuti speciali approvati con legge costituzionale, con la possibilità di articolarsi in province autonome. In tal senso, sembravano procedere altre proposte: si veda la proposta di legge costituzionale d'iniziativa del Consiglio regionale del Veneto (AC 5036 presentato il 26 giugno 1998) che prevedeva di estendere uno statuto speciale a tutte le regioni che lo avessero richiesto; si veda, infine, la proposta presentata dai deputati Contento ed altri (AC 5181 presentato il 28 luglio 1998), che prevedeva non solo la possibilità per ogni regione di dotarsi di statuti speciali idonei e calibrati alle proprie esigenze, ma anche una disciplina transitoria di ampliamento delle autonomie regionali ordinarie.