[pronunce]

ORDINANZA ha pronunciato la seguentenel giudizio di legittimità costituzionale dell'art. 81, comma 9, della legge 23 dicembre 1998, n. 448 (Misure di finanza pubblica per la stabilizzazione e lo sviluppo), promosso con ordinanza emessa il 9 aprile 2001 dal Tribunale di Brescia nei procedimenti civili riuniti vertenti tra Maria Rosa Pasolini e l'Istituto nazionale per la previdenza sociale (INPS), iscritta al n. 520 del registro ordinanze 2001 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 27, prima serie speciale, dell'anno 2001. Visti l'atto di costituzione dell'INPS, nonché l'atto di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri; udito nell'udienza pubblica del 23 aprile 2002 il Giudice relatore Franco Bile; uditi l'avvocato Fabio Fonzo per l'INPS e l'avvocato dello Stato Giuseppe Stipo per il Presidente del Consiglio dei ministri. Ritenuto che con ordinanza in data 9 aprile 2001, il Tribunale di Brescia, in funzione di giudice del lavoro, ha sollevato, in riferimento all'articolo 3 della Costituzione, la questione di legittimità costituzionale dell'articolo 81, comma 9, della legge 23 dicembre 1998, n. 448 (Misure di finanza pubblica per la stabilizzazione e lo sviluppo), che nello stesso giudizio a quo aveva già prospettato e che questa Corte aveva dichiarato inammissibile, per difetto di motivazione sulla rilevanza, con ordinanza n. 279 del 2000; che il rimettente - dopo avere indicato nell'epigrafe dell'ordinanza che il giudizio concerne due cause riunite di opposizione a decreti ingiuntivi, vertenti fra Maria Rosa Pasolini, in qualità di opponente, e l'Istituto nazionale della previdenza sociale (INPS), in qualità di opposta - riferisce di avere, con sentenza parziale del 19 marzo 2001, revocato i decreti ingiuntivi, condannato l'INPS a restituire alla opponente le somme indebitamente versate per la regolarizzazione contributiva delle posizioni di due lavoratori, e disposto con separata ordinanza la prosecuzione del giudizio &laquo;in ordine alla domanda dell'opponente di riconoscimento degli interessi legali sulle somme indebitamente versate&raquo;; che il rimettente rileva a tale ultimo riguardo che nel corso del giudizio è intervenuta la norma impugnata, la quale - dopo avere stabilito la validità delle clausole di riserva di ripetizione, subordinate agli esiti del contenzioso per il riconoscimento del proprio debito, apposte alle domande di condono previdenziale, presentate ai sensi dell'art. 4 del decreto-legge 28 marzo 1997, n. 79 (Misure urgenti per il riequilibrio della finanza pubblica), convertito con modificazioni, nella legge 28 maggio 1997, n. 140, nonché la possibilità che sulla base di tali clausole si possa chiedere l'accertamento negativo del relativo debito - ha disposto che sulle eventuali somme da rimborsarsi da parte degli enti impositori non sono dovuti interessi; che, ad avviso del rimettente, tale disposizione sarebbe in contrasto con l'art. 3 della Costituzione, per violazione del principio di eguaglianza e di quello di ragionevolezza; che, al riguardo, il rimettente richiama la sentenza di questa Corte n. 417 del 1998, osservando che essa ha posto il principio per cui, pur non imponendo la Costituzione una meccanica estensione dei principi di cui all'art. 2033 del codice civile, all'assicurato debbono essere riconosciuti, in misura non simbolica da determinarsi discrezionalmente dal legislatore, gli interessi sulla contribuzione indebitamente versata; che tale principio, pur se espresso con riferimento ad altra normativa, dovrebbe trovare applicazione anche con riguardo alla norma impugnata, che nega del tutto gli interessi, &laquo;senza neppure che sia rinvenibile una valida ragione per siffatto diniego assoluto&raquo; ; che l'esclusione degli interessi sarebbe affetta comunque da &laquo;grave contraddittorietà intrinseca&raquo; , quand'anche la norma censurata fosse espressione di una volontà sanzionatoria o &laquo;integrasse un'ipotesi di natura pseudo-transattiva&raquo; - nel senso che lo Stato da un lato consenta l'apposizione delle clausole di riserva alla domanda di condono e dall'altro neghi il diritto agli interessi in caso di accertamento giudiziale dell'insussistenza del debito contributivo - poiché nessuna logica giuridica giustificherebbe il diniego degli interessi su somme indebitamente versate per un debito risultato inesistente; che, secondo il rimettente, la norma censurata sarebbe diretta, in realtà, a contrastare l'orientamento, espresso dalle Sezioni unite della Corte di cassazione nella sentenza n. 4918 del 1998, nel senso dell'invalidità delle clausole di riserva; che il rimettente ritiene la questione rilevante, oltre che non manifestamente infondata, in quanto il giudizio sulla residua domanda relativa agli interessi, a seguito della sentenza parziale di accoglimento della domanda di ripetizione delle somme versate dalla Pasolini in sede di regolarizzazione contributiva, non potrebbe essere definito senza la sua risoluzione; che è intervenuto in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, tramite l'Avvocatura generale dello Stato, che ha depositato memoria, nella quale ha sostenuto che la questione sarebbe manifestamente infondata, in quanto, tra l'altro, il condono sarebbe un'opzione non obbligata, ma ampiamente discrezionale ed il rimettente non considererebbe che i soggetti che ricorrono al condono sono fruitori di una normativa &laquo;premiale&raquo; , essendo ammessi a godere dei benefici della riduzione e rateizzazione della somma dovuta, onde il mancato riconoscimento degli interessi risponderebbe a criteri di equità sostanziale e risulterebbe coerente sotto il profilo logico-giuridico, tenuto conto che non sarebbe dato comprendere quale utilità l'ente creditore potrebbe avere nel ricevere a tacitazione della sua pretesa una somma ridotta - spesso in misura notevole - rispetto a quella che sarebbe dovuta in mancanza di condono, ove poi la somma dovesse restituirsi con l'aggiunta dei frutti e degli interessi legali dalla domanda di restituzione dell'indebito; che si è costituito l'INPS, depositando memoria, nella quale - premesso che la norma censurata non sarebbe di interpretazione autentica, ma avrebbe carattere innovativo e retroattivo, estendendosi ai periodi precedenti la sua entrata in vigore - asserisce che per tale ragione la norma sarebbe ragionevole, per il bilanciamento che il legislatore avrebbe fatto, da un lato attribuendo, in difformità dal diritto vivente della Cassazione emergente dalla sentenza citata, a chi aveva fatto il condono il diritto al rimborso di quanto versato indebitamente, e dall'altro escludendo che su tali somme decorrano interessi.