[resaula]

Lo facciamo non in nome di un qualche tecnicismo o espediente giuridico, ma della politica, della sacralità delle istituzioni repubblicane e della necessità di legittimazione dei suoi rappresentanti di ieri, di oggi e di domani, sapendo che il meglio, come diceva Voltaire, è spesso nemico del bene. (Brusìo). PRESIDENTE. Chiedo ai colleghi di abbassare drasticamente il volume della voce. (Applausi) . Prego, senatrice Craxi. CRAXI (FIBP-UDC) . Signor Presidente, certamente il tema resta aperto e non ci sfugge, ma chi ha cultura di governo, sa vivere le istituzioni e crede nella democrazia e nei suoi presidi sa bene che ogni passo, per quanto piccolo sia, è sempre da considerarsi come una conquista. (Applausi) . ROMEO (L-SP-PSd'Az) . Domando di parlare per dichiarazione di voto. PRESIDENTE. Ne ha facoltà. ROMEO (L-SP-PSd'Az) . Signor Presidente, visto che non sono un parlamentare di lungo corso, ma questa per me è la prima legislatura, mi domando come mai su un tema così delicato e difficile, che giustamente ha avuto neanche grande attenzione da parte dell'opinione pubblica, non si sia mai voluto, neanche nelle passate legislature, approvare una legge che lo regolamentasse una volta per tutte. (Applausi). Ecco il vero motivo per cui dico con estrema chiarezza che così ognuno avrebbe potuto mettere in mostra le proprie posizioni e si sarebbe arrivati a una soluzione forse lineare, anche se, certamente, c'era il problema della Corte costituzionale. Lo dico partendo da un'esperienza personale, perché in Regione Lombardia, quando abbiamo dovuto tagliare i vitalizi, abbiamo fatto incontri con tutti i partiti e abbiamo trovato una norma che si ispirasse ai criteri messi in campo dalla Corte costituzionale, ossia la ragionevolezza e, dall'altra parte, il riferimento a un determinato periodo di tempo, chiaramente con la possibilità di reiterare eventualmente il provvedimento. Così la legge è stata votata dalla stragrande maggioranza di tutte le forze politiche e tutti i ricorsi hanno retto di fronte alla Corte costituzionale, perché, se si approva una norma ispirata al principio di ragionevolezza e di buon senso, non si deve temere nulla con riferimento alla Corte costituzionale. Non capiamo - almeno non lo capisco io, poi magari qualcuno me lo spiegherà - per quale motivo si sia sempre voluto ricorrere all'altra possibilità per disciplinare questo argomento, ovvero ai cosiddetti regolamenti interni, che inevitabilmente si prestano a ricorsi, su cui poi interviene il senatore, che deve giudicare su questioni legate ai senatori stessi. Lo dico rispettando l'autonomia del Consiglio di Presidenza, della Commissione contenziosa e del Consiglio di garanzia. Questo è quanto che dissi all'onorevole Fraccaro - e lo dico con estrema chiarezza - quando iniziammo l'avventura con il Governo dei 5 Stelle. Gli dissi: «Guarda che la strada della legge è la migliore, perché ci consente di affrontare definitivamente il tema». Mi è stato detto che invece la scelta era di andare in Consiglio di Presidenza, fare riferimento al Regolamento interno e di seguire quindi altre strade. Questo - lo dico sinceramente, con un atteggiamento totalmente asettico sulla questione e indipendentemente dalle varie posizioni - è il motivo per cui il Parlamento non ha mai avuto il coraggio di affrontare tale questione con una legge dello Stato. (Applausi) . Se avessimo voluto riguadagnare credibilità a livello politico, avremmo dovuto sederci intorno a un tavolo e risolvere la questione una volta per tutte, anziché avere dei problemi ogni anno o ogni due, tre anni. Ripeto, dico questo al di là delle singole posizioni e non sto entrando nel merito: la mia è una considerazione di carattere generale che sottopongo all'attenzione di tutta l'Assemblea, perché siamo sempre in tempo a fare una legge; non è che non possiamo farla. Passo alla questione della sentenza. Non entro nel merito delle decisioni prese sia dalla Commissione contenziosa che dal Consiglio di garanzia; non sono neanche un esperto della materia da poter stabilire se sia giusto il riferimento alla sentenza della Corte costituzionale che equipara i vitalizi alle pensioni e il riferimento alla legge ordinaria sulla pensione e il reddito di cittadinanza. Non entro nel merito e non so se sia giusto o meno. Rispetto quella decisione; posso non condividerla, ma la rispetto per motivi appunto di rispetto nei confronti dell'istituzione e della sua autonomia. Dico però che c'è qualcosa che stona in generale, indipendentemente dal fatto che si possa equiparare o no. A un cittadino condannato in via definitiva per terrorismo o per mafia non si può toccare o sospendere la pensione o il reddito di cittadinanza; ma se c'è un politico condannato, a lui bisogna per forza toglierla. (Applausi) . C'è qualcosa che stona. Guardate... (Brusio). Io vi ho lasciati parlare. Fatemi esprimere la mia opinione, che potete anche non condividere. Anzi, stavo dicendo - e mi spiace che vi arrabbiate - che addirittura più volte ho riconosciuto anche pubblicamente al MoVimento 5 Stelle quell'opera di morigerazione della politica nel percorso che è stato fatto. L'ho riconosciuto: lo riconoscevo quando eravamo al Governo insieme, l'ho riconosciuto quando eravamo su fronti opposti con il Governo Conte- bis e lo riconosco tuttora. Voi siete partiti con un'iniziativa tanti anni fa - io me la ricordo - denominata «zero privilegi», secondo cui i parlamentari non devono avere privilegi. È giusto e condivido il principio. Però, se è vero che i parlamentari non devono avere nessun privilegio anche in materia previdenziale, è anche giusto dall'altra parte che abbiano il diritto di non essere penalizzati sullo stesso argomento. (Applausi) . Si tratta semplicemente di mettere tutti sullo stesso piano. Del resto, quella delibera - adesso non ricordo esattamente e chiedo scusa se non sono preciso in questo - che ha trasformato il vitalizio dal sistema retributivo - che era onestamente non corretto - al sistema contributivo va proprio in quella direzione: equipariamo in questa materia i cittadini italiani ai parlamentari, mettendo tutti sullo stesso piano. Si tratta solo di partire da questo presupposto. Quindi, indipendentemente dalla sentenza, noi abbiamo una mozione che chiede di ragionare su questo principio e siamo assolutamente d'accordo nel lavorare in questa direzione, purché non si faccia sempre passare il politico come quello che sostanzialmente deve essere sbeffeggiato, che non va bene, che non lavora, che merita la gogna. Questo non è giusto. Mettiamo tutti sullo stesso piano: noi la pensiamo sinceramente in questo modo. Anche perché la cosa sbagliata - è la storia che ce lo insegna - è passare sempre da un estremo all'altro: prima i parlamentari erano troppo privilegiati, mentre adesso vogliamo farli passare come se fossero dei cittadini neanche di serie B ma, peggio ancora, come se fossero tutti dei ladri e dei delinquenti. No, la verità sta nel mezzo: recuperiamo il giusto mezzo, quello che storicamente ha nobilitato la politica in questo Paese. Solo così riusciremo a fare qualcosa di chiaro, che non possa più essere messo in discussione e che finalmente dia trasparenza e chiarezza su questo tema.