[pronunce]

Tale natura risarcitoria parrebbe invece mantenuta, dal terzo comma dell'art. 42-bis, al (solo) corrispettivo per il periodo di occupazione illegittima antecedente al provvedimento di acquisizione, che tuttavia verrebbe anch'esso determinato in base ad un parametro riduttivo rispetto a quelli cui è commisurato l'analogo indennizzo per l'occupazione temporanea dell'immobile, in quanto: a) il parametro base è costituito dall'interesse del 5 per cento annuo sul valore venale dell'immobile stimato ai fini dell'indennizzo, perciò corrispondente a circa 1/20 del suo valore annuo, laddove l'art. 50 del T.U. sulle espropriazioni, recependo analoga disposizione in precedenza contenuta nell'art. 20 della legge 22 ottobre 1971, n. 865 (Programmi e coordinamento dell'edilizia residenziale pubblica; norme sulla espropriazione per pubblica utilità; modifiche ed integrazioni alle leggi 17 agosto 1942, n. 1150; 18 aprile 1962, n. 167; 29 settembre 1964, n. 847; ed autorizzazione di spesa per interventi straordinari nel settore dell'edilizia residenziale, agevolata e convenzionata), stabilisce in tutti i casi di occupazione legittima di un immobile che «è dovuta al proprietario una indennità per ogni anno pari ad un dodicesimo di quanto sarebbe dovuto nel caso di esproprio dell'area e, per ogni mese o frazione di mese, una indennità pari ad un dodicesimo di quella annua», perciò corrispondente ad una redditività predeterminata nella più elevata misura percentuale dell'8,33 per cento all'anno sul valore venale dell'immobile; b) il criterio rigido introdotto dalla norma censurata impedirebbe l'applicazione del principio, consolidato nella giurisprudenza di legittimità, secondo cui, nell'ipotesi di espropriazione parziale, la percentuale suddetta va calcolata sull'indennità di espropriazione computata tenendo conto anche del decremento di valore subito dalla parte di immobile rimasta in proprietà dell'espropriato. 2.2.2.- Il giudice rimettente dubita, inoltre, della compatibilità dell'art. 42-bis del T.U. sulle espropriazioni con gli artt. 42, 97 e 113 Cost. Ricorda che il primo e fondamentale presupposto per procedere al trasferimento coattivo di un immobile mediante espropriazione, ai sensi dell'art. 42 Cost., è costituito dalla necessaria ricorrenza di «motivi d'interesse generale», con puntuale riscontro in quello di eguale tenore dell'art. 1 del Primo Protocollo addizionale alla Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali, firmata a Roma il 4 novembre 1950, ratificata e resa esecutiva con legge 4 agosto 1955, n. 848 (d'ora in avanti «CEDU»), per cui l'ingerenza nella proprietà privata può essere attuata soltanto «per causa di pubblica utilità». Ciò comporta (come statuito dalla Corte costituzionale nella sentenza n. 90 del 1966) «la necessità che la legge indichi le ragioni per le quali si può far luogo all'espropriazione; e inoltre che quest'ultima non possa essere autorizzata se non nella effettiva presenza delle ragioni indicate dalla legge»; ed ancora che «fin dal primo atto della procedura espropriativa debbono risultare definiti non soltanto l'oggetto, ma anche le finalità, i mezzi e i tempi di essa [...]». Ne consegue, ad avviso del rimettente, che la dichiarazione di pubblica utilità dell'opera si porrebbe come garanzia prima e fondamentale del cittadino e nel contempo come ragione giustificatrice del suo sacrificio, nel bilanciamento degli interessi - quello del proprietario alla restituzione dell'immobile e quello dell'amministrazione al mantenimento dell'opera pubblica - in virtù della funzione sociale della proprietà. La suddetta garanzia costituzionale sarebbe, dunque, rispettata soltanto se la causa del trasferimento sia predeterminata nell'ambito di un apposito procedimento amministrativo, sicché la mancanza della preventiva dichiarazione di pubblica utilità implicherebbe (come da costante giurisprudenza di legittimità) il difetto di potere dell'amministrazione nel procedere all'espropriazione (sia essa rituale o attuata in forma anomala, come nell'ipotesi dell'occupazione appropriativa). La norma costituzionale richiederebbe, quindi, che i motivi d'interesse generale per giustificare l'esercizio del potere espropriativo, nei (soli) casi stabiliti dalla legge, siano predeterminati dall'amministrazione ed emergano da un apposito procedimento - individuato, appunto, in quello dichiarativo del pubblico interesse culminante nell'adozione della dichiarazione di pubblica utilità - preliminare, autonomo e strumentale rispetto al successivo procedimento espropriativo in senso stretto, nel quale l'amministrazione programma un nuovo bene giuridico destinato a soddisfare uno specifico interesse pubblico, attuale e concreto. Richiederebbe, altresì, che tali motivi siano palesati gradualmente e anteriormente al sacrificio del diritto di proprietà, in un momento in cui la comparazione tra l'interesse pubblico e l'interesse privato possa effettivamente evidenziare la scelta migliore, nel rispetto dei principi d'imparzialità e proporzionalità (ai sensi dell'art. 97 Cost.). In un momento, quindi, in cui la lesione del diritto di proprietà non sia ancora attuale ed eventuali ipotesi alternative all'espropriazione non siano ostacolate da una situazione fattuale ormai irreversibilmente compromessa. Da qui la formula dell'art. 42, terzo comma, Cost., per cui l'espropriazione in tanto è costituzionalmente legittima in quanto è originata da «motivi d'interesse generale», ovvero collegata ad un procedimento amministrativo che evidenzi i motivi che giustificano un'incisione nella sfera del privato proprietario, valorizzando il ruolo partecipativo di quest'ultimo. E da qui, ancora, la conseguenza che tale risultato non sarebbe garantito dall'esercizio di un potere amministrativo che, sebbene presupponga astrattamente una valutazione degli interessi in conflitto, è destinato in concreto a giustificare ex post il sacrificio espropriativo, unicamente in base alla situazione di fatto illegittimamente determinatasi. Ulteriore profilo di illegittimità costituzionale per contrasto con l'art. 42 Cost. è individuato nell'omessa fissazione di termini certi. Il giudice rimettente ricorda che l'art. 13 della legge fondamentale sulle espropriazioni n. 2359 del 1865, onde evitare l'indefinito protrarsi dell'incertezza sulla sorte dei beni espropriandi, e, nel contempo, per assicurare l'attualità della rispondenza dell'opera all'interesse generale, ha attribuito ai proprietari un'ulteriore garanzia fondamentale, oggi rispondente al principio di legalità e tipicità del procedimento espropriativo, disponendo che nel provvedimento dichiarativo della pubblica utilità dell'opera devono essere fissati quattro termini (e cioè quelli di inizio e di compimento della espropriazione e dei lavori), e stabilendo che «[t]rascorsi i termini, la dichiarazione di pubblica utilità diventa inefficace». Sopravvenuta la Costituzione, questa disposizione avrebbe assunto rilevanza costituzionale, avendo la Corte costituzionale statuito che «la fissazione di tali termini costituisce regola indefettibile per ogni e qualsiasi procedimento espropriativo» (sentenza n. 355 del 1985;