[pronunce]

Lo stesso nuovo art. 96 della Costituzione prevede la previa autorizzazione del Senato della Repubblica o della Camera dei deputati, secondo le norme stabilite con legge costituzionale e gli artt. 7 e 8 della legge costituzionale n. 1 del 1989 istituiscono, presso il tribunale del capoluogo del distretto di corte d'appello competente per territorio, un collegio di tre magistrati per il compimento di indagini preliminari al quale, nell'ipotesi che non si debba disporre l'archiviazione della notizia di reato, spetta richiedere la predetta autorizzazione parlamentare. L'Assemblea parlamentare competente svolge le sue valutazioni e prende le sue determinazioni secondo le disposizioni dell'art. 9, commi da 1 a 3, della legge costituzionale n. 1 del 1989 e, ove conceda l'autorizzazione, "rimette gli atti al collegio di cui all'articolo 7 perché continui il procedimento secondo le norme vigenti" (comma 4 dello stesso art. 9). A sua volta, l'impugnato art. 3 della legge ordinaria di attuazione (n. 219 del 1989) stabilisce che "quando gli atti siano stati rimessi ai sensi del comma 4 dell'articolo 9 della legge costituzionale 16 gennaio 1989, n. 1, al collegio ivi indicato, il procedimento continua secondo le norme ordinarie vigenti al momento della rimessione". Il giudice rimettente in questo giudizio di costituzionalità è per l'appunto il collegio il quale, essendo stati rimessigli gli atti dalla Assemblea parlamentare a seguito della concessione dell'autorizzazione a procedere nei confronti di un ex ministro della Repubblica, si trova a celebrare l'udienza preliminare. Dalla constatazione della propria doppia funzione - quella già svolta, quale organo delle indagini preliminari che richiede l'autorizzazione a procedere dopo avere esclusa l'archiviazione; quella da svolgere, quale giudice dell'udienza preliminare cui, sulla base degli atti d'indagine compiuti (ed eventualmente delle integrazioni d'indagine e probatorie ora consentite dagli artt. 421-bis e 422 cod. proc. pen. , secondo ciò che è disposto dalla legge 16 dicembre 1999, n. 479), spetta decidere il non luogo a procedere ovvero disporre il giudizio (art. 424 cod. proc. pen.) - la censura di incostituzionalità sottoposta all'esame della Corte costituzionale. 3. - Il Presidente del Consiglio dei ministri, tramite l'Avvocatura generale dello Stato, eccepisce preliminarmente l'inammissibilità della questione, sulla base di due considerazioni: la ritenuta genericità dell'ordinanza di rimessione, dalla quale risulterebbe l'impugnazione dell'intera legge n. 219 del 1989; il carattere sostanzialmente legislativo dell'intervento che si richiede alla Corte costituzionale, la quale sarebbe indotta sul terreno delle scelte normative riservate al legislatore. L'eccezione, sotto entrambi i profili, non è fondata. Dal tenore della pur sintetica ordinanza di rimessione e, in particolare, dall'esposizione delle circostanze che hanno dato luogo al dubbio di costituzionalità, si evince con chiarezza che denunciata è la disciplina della fase processuale seguente la concessione dell'autorizzazione parlamentare, per quanto riguarda l'organo giudiziario competente a condurla, cioè il già ricordato art. 3, comma 1, della legge n. 219 del 1989. Quanto al secondo profilo di inammissibilità, la sua inconsistenza risulterà dal seguito della motivazione. 4. - Nel merito, la questione non è fondata. 4.1. - Il dubbio di costituzionalità prospettato riguarda la sovrapposizione nel medesimo organo giudiziario (il collegio istituito dall'art. 7 della legge costituzionale n. 1 del 1989) della funzione di giudice dell'udienza preliminare con quella di organo delle indagini preliminari, competente a disporre l'archiviazione e, in mancanza, a richiedere all'Assemblea parlamentare l'autorizzazione a procedere. Tale sovrapposizione deriva da un'interpretazione delle norme vigenti in materia che trova conforto nella giurisprudenza della Corte di cassazione (che ha altresì respinto come manifestamente infondate le questioni di legittimità sollevate in proposito) e di alcuni Collegi per i reati ministeriali. Ma, quel che più conta in questa sede, tale interpretazione è stata accolta dalla Corte costituzionale nella sentenza n. 265 del 1990. In questa decisione si affermava che la predetta interpretazione si ricava "con certezza" dalla lettera della disposizione della legge costituzionale, là dove essa afferma che il collegio competente nella prima fase del procedimento lo continua secondo le norme vigenti. A questa osservazione, si faceva seguire, a conferma, il rilievo che l'originaria formulazione della legge costituzionale (la rimessione degli atti al Procuratore della Repubblica "perché [avesse] corso il procedimento secondo le norme vigenti") era stata dalla Camera dei deputati modificata in quella attuale mediante un apposito emendamento e che il tentativo operato dal Senato di ripristinare il testo originario non aveva avuto successo. 4.2. - L'orientamento predetto non può essere confermato, prima che per le sue ipotizzate conseguenze incostituzionali, perché così impone l'interpretazione sistematica dell'ordinamento, quale è venuto a configurarsi progressivamente nel tempo, un'interpretazione alla quale non si oppone - come si vedrà - né la lettera della legge, né la cosiddetta volontà del legislatore. Dall'epoca in cui la responsabilità penale costituzionale dei ministri è stata riformata e la prima sentenza della Corte costituzionale su di essa pronunciata, il quadro normativo, relativamente all'eventualità che funzioni decisorie possano essere svolte da magistrati che abbiano promosso l'azione penale o esercitato poteri d'indagine, è profondamente mutato; anzi, è stato capovolto. Al momento dell'approvazione della riforma era ancora in vigore il precedente codice di procedura penale, il quale conosceva quella commistione di funzioni, tanto nel caso del processo pretorile quanto nell'istruzione formale condotta dal giudice istruttore. Il processo penale rinnovato dal codice del 1988 si è ispirato all'opposto principio della separazione dei due tipi di funzioni, separazione imposta al legislatore delegato dall'art. 2, numero 67, della legge 16 febbraio 1987, n. 81 (Delega legislativa al Governo della Repubblica per l'emanazione del nuovo codice di procedura penale), nonché dall'art. 6 (Diritto ad un processo equo) della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali (secondo l'interpretazione della Corte europea dei diritti dell'uomo), richiamata dalla stessa legge-delega nella prima proposizione dell'art. 2. Da questa esigenza deriva la soppressione da parte del nuovo codice tanto del precedente tipo di processo pretorile quanto della figura del giudice istruttore, in conseguenza della scelta di modelli processuali di tipo accusatorio. Con riferimento ai riti previsti dal nuovo codice, poi, l'art. 34 cod. proc. pen. , al comma 3, tra i vari casi di incompatibilità all'ufficio di giudice, prevede quello di chi ha esercitato nel medesimo procedimento funzioni di pubblico ministero.