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il decreto legislativo definisce le norme per l'individuazione del sito e della successiva costruzione del parco tecnologico e del deposito nazionale per lo stoccaggio definitivo dei materiali a bassa e media radioattività, e lo stoccaggio temporaneo di lunga durata dei rifiuti ad alta radioattività provenienti dalla attività di decommissioning delle centrali nucleari italiane spente a seguito del referendum del 1987 e annualmente prodotti nel nostro Paese dalle attività industriali e sanitarie. Il deposito ospiterà esclusivamente i rifiuti radioattivi prodotti nel nostro Paese; il medesimo deposito nazionale e il parco tecnologico saranno realizzati in un'area di circa 150 ettari, di cui 110 dedicati al deposito e 40 al parco. Nel deposito saranno definitivamente smaltiti i rifiuti a molto bassa e bassa attività, ossia quelli che nell'arco di 300 anni raggiungeranno un livello di radioattività tale da non rappresentare più un rischio per l'uomo e per l'ambiente. Inoltre saranno stoccati temporaneamente i rifiuti a media e alta attività, ossia quelli che perdono la radioattività in migliaia di anni e che, per essere sistemati definitivamente, richiedono la disponibilità di un deposito geologico; il parco tecnologico ospiterà un centro di ricerca, dove svolgere attività di decommissioning , della gestione dei rifiuti radioattivi e dello sviluppo sostenibile in accordo con il territorio interessato. La realizzazione e la gestione dell'infrastruttura sono affidate a SOGIN, come previsto dal decreto legislativo n. 31 del 2010; il deposito e il parco tecnologico prevedono un investimento di circa 900 milioni di euro, che saranno prelevati dalle componenti della bolletta elettrica pagata dai consumatori e che genererà più di 4.000 posti di lavoro (diretti e indiretti) per ciascuno dei 4 anni del cantiere e un migliaio per gli anni di esercizio successivi. Il deposito dovrà essere costruito nel rispetto dei più elevati standard di sicurezza radiologica e salvaguardia ambientale, anche al fine di superare la logica delle decine di depositi temporanei sparsi su tutto il territorio nazionale; il deposito definitivo ha l'obiettivo di conservare in assoluta sicurezza questi materiali irraggiati, in attesa che gradualmente perdano il loro grado di radioattività. Ciò risponde in primo luogo ad un'esigenza di sicurezza nazionale, peraltro sollecitata da tutte le autorità internazionali, in primis la UE, che nell'autunno 2020 ha aperto una procedura di infrazione a carico dell'Italia per non aver ancora definito il sito entro cui conferire i rifiuti radioattivi presenti sul territorio nazionale; in base alle normative internazionali (direttiva 2011/70/EURATOM), gli Stati membri sono obbligati a dotarsi di strutture e sistemi finalizzati alla gestione e al deposito, in condizioni di massima sicurezza, delle scorie radioattive prodotte dalle vecchie centrali nucleari nazionali e quelle provenienti dalle attività industriali, mediche e di ricerca. Rifiuti che secondo la direttiva richiedono una gestione responsabile per garantire un elevato livello di sicurezza e proteggere i lavoratori e cittadini dai pericoli derivanti dalle radiazioni. L'obiettivo della misura è anche quello di evitare di imporre oneri indebiti alle generazioni future, visto che spesso questi materiali restano radioattivi per diverse centinaia di anni; il deposito nazionale è un'infrastruttura indispensabile per la messa in sicurezza definitiva dei rifiuti radioattivi e la sua realizzazione consentirà di completare lo smantellamento degli impianti nucleari italiani, nonché di gestire in sicurezza i rifiuti radioattivi, compresi quelli provenienti dalle attività di medicina nucleare, industriali e di ricerca; le principali strutture in cui attualmente si producono o si stoccano rifiuti radioattivi sul territorio nazionale che saranno poi conferiti al deposito nazionale sono: 4 centrali in decommissionin g (SOGIN); 4 impianti del ciclo del combustibile in decommissioning (ENEA e SOGIN); un reattore di ricerca CCR ISPRA-1 (SOGIN); 7 centri di ricerca nucleare (ENEA Casaccia, CCR Ispra, deposito Avogadro, LivaNova, CESNEF, Centro energia e studi nucleari Enrico Fermi dell'università di Pavia, università di Palermo); 3 centri del servizio integrato in esercizio (Nucleco, Campoverde, Protex); un centro del servizio integrato non più attivo (Cemerad); per volume e livello di radioattività dei rifiuti prodotti, i principali centri sono comunque i siti nucleari in fase di smantellamento. Di tutti i rifiuti radioattivi che saranno conferiti nel deposito nazionale, circa il 60 per cento deriverà dalle operazioni di smantellamento degli impianti nucleari, mentre il restante 40 per cento sarà derivato dalle attività di medicina nucleare, industriali e di ricerca, che continueranno a generare rifiuti anche in futuro; la scelta di un deposito definitivo ha una grande valenza ambientale, perché un solo deposito realizzato in un luogo idoneo con tutti gli standard di sicurezza ha il merito di superare l'attuale situazione italiana, caratterizzata da circa 20 depositi nucleari di bassa e media intensità sparsi lungo tutta la penisola, cui si aggiungono decine di aree di stoccaggio temporanee. Siti provvisori, che non sono idonei ai fini dello smaltimento definitivo; già nel giugno 2014 l'Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (ISPRA), rendeva nota la guida tecnica n. 29, "Criteri per la localizzazione di un impianto di smaltimento superficiale di rifiuti radioattivi a bassa e media attività", elaborati sulla base degli standard dell'Agenzia internazionale per l'energia atomica (AIEA), mediante la quale sono stati individuati i requisiti fondamentali e gli elementi di valutazione che devono essere tenuti in conto da parte della SOGIN per la definizione della proposta di carta nazionale delle aree potenzialmente idonee poi validata dall'Ispettorato nazionale per la sicurezza nucleare e la radioprotezione (ISIN); la CNAPI è stata per diversi anni volutamente tenuta segreta, impedendo così, perlomeno alle istituzioni locali e centrali, di essere messe a conoscenza, sia pure in via preliminare, dei territori individuati dalla medesima SOGIN per la realizzazione del deposito nazionale; l'elenco delle aree potenzialmente idonee era pronto dal 2015 e i Governi Renzi, Gentiloni, Conte 1 e l'attuale Governo per oltre un anno hanno perso anni di tempo prezioso per far partire la procedura per scegliere il luogo dove costruire in sicurezza il deposito nazionale nucleare; la carta nazionale è infatti a disposizione dei ministeri da oltre 5 anni. Come dichiarava il rappresentante del Governo il 30 settembre 2015, in risposta ad un'interrogazione (5-06515) presentata alla Camera, "il 20 luglio 2015 la proposta di Carta nazionale delle aree potenzialmente idonee è pervenuta agli uffici dei Ministeri competenti (MATTM e MISE) che si sono immediatamente messe al lavoro perché possano essere compiute al più presto le valutazioni necessarie al fine di comunicare il nulla osta alla pubblicazione della Cnapi"; nel marzo 2018, l'allora Ministro dello sviluppo economico, Carlo Calenda, prometteva che avrebbe pubblicato a giorni il decreto per la carta delle aree potenzialmente idonee al deposito nucleare di superficie. Così non è stato;