[pronunce]

In particolare, la ricorrente richiama la sentenza n. 203 del 2008, con la quale la Corte costituzionale ha dichiarato non fondata la questione di legittimità costituzionale della norma introduttiva del ticket ora abolito, nel presupposto che tale disposizione fosse stata preceduta, con il cosiddetto patto per la salute, da una intesa fra Stato e Regioni, con conseguente osservanza del principio di leale collaborazione. Ritiene pertanto la Regione Calabria che, così come l’introduzione del ticket è stata considerata legittima solo in ragione della previa intesa fra Stato e Regioni, allo stesso modo una simile intesa deve considerarsi condizione di legittimità costituzionale di norme che aboliscono, o comunque «incidono in radice», sul ticket stesso. Ne consegue l’illegittimità costituzionale della disciplina censurata, e in particolare dei commi dal 19 al 21 e di quelli da essi richiamati, per violazione del principio di leale collaborazione. Aggiunge inoltre la Regione che per effetto delle disposizioni impugnate, in base alle quali alcune Regioni potrebbero abolire il ticket facendo ricorso alle misure di razionalizzazione della spesa indicate dal legislatore statale, mentre altre Regioni potrebbero reintrodurre il ticket con propria determinazione, si verrebbe a creare una «disomogeneità, da Regione a Regione, del regime di compartecipazione economica per le prestazioni di assistenza specialistica ambulatoriale». Ciò rappresenterebbe una situazione opposta a quella che ha indotto la Corte costituzionale, con la citata sentenza n. 203 del 2008, a dichiarare la non fondatezza della questione di legittimità costituzionale della norma che ha introdotto il ticket. 9.2. – Si è costituita in giudizio, per il Presidente del Consiglio dei ministri, l’Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che la questione di legittimità costituzionale sia dichiarata non fondata. Secondo il resistente, l’impianto normativo censurato consente in realtà alle Regioni di esercitare la «massima flessibilità di intervento», potendo ciascuna Regione decidere di «dosare varie leve disponibili» (diverse tipologie di risparmi di spesa o reintroduzione del ticket), «a seconda delle politiche che riterrà più opportuno attuare sul proprio territorio». Ad avviso della difesa erariale, lo Stato non avrebbe in alcun modo invaso spazi di autonomia regionale costituzionalmente garantiti. 9.3. – In prossimità dell’udienza, l’Avvocatura generale dello Stato ha depositato una memoria a completamento e integrazione di quanto sostenuto nell’atto di costituzione, insistendo circa l’inammissibilità o comunque la non fondatezza del ricorso della Regione Calabria. La difesa erariale, in particolare, sostiene le medesime argomentazioni dedotte nelle memorie presentate per i giudizi promossi dalla Regione Emilia-Romagna e dalla Regione Veneto.1. – Le Regioni Piemonte (reg. ric. n. 67 del 2008), Emilia-Romagna (reg. ric. n. 69 del 2008) , Veneto (reg. ric. n. 70 del 2008), Toscana (reg. ric. n. 74 del 2008), Valle d’Aosta (reg. ric. n. 84 del 2008) e Calabria (reg. ric. n. 86 del 2008) , nonché la Provincia autonoma di Trento (reg. ric. n. 71 del 2008) , impugnano i commi 8, 9, 14, 15, primo periodo, 16, 17, 19, 20, lettera b), e 21 dell’art. 61 del decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112 (Disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e la perequazione tributaria), convertito, con modificazioni, dalla legge 6 agosto 2008, n. 133 (d’ora in avanti, «art. 61»). La Regione Calabria ha altresì chiesto la sospensione dell’efficacia delle disposizioni impugnate, ai sensi dell’art. 35 della legge 11 marzo 1953, n. 87, come sostituito dall’art. 9, comma 4, della legge 5 giugno 2003, n. 131. Le Regioni Toscana e Veneto, con successivi ricorsi (reg. ric. rispettivamente n. 23 e n. 25 del 2009) censurano inoltre l’art. 18, comma 4-sexies, del decreto-legge 29 novembre 2008, n. 185 (Misure urgenti per il sostegno a famiglie, lavoro, occupazione e impresa e per ridisegnare in funzione anti-crisi il quadro strategico nazionale), introdotto in sede di conversione dalla legge 28 gennaio 2009, n. 2, che a sua volta ha inserito il comma 7-bis nel testo dell’art. 61 (d’ora in avanti, la disposizione censurata con i reg. ric. nn. 23 e 25 del 2009 è sinteticamente indicata come «comma 7-bis dell’art. 61»). La trattazione delle questioni di legittimità costituzionale relative alle suddette disposizioni viene qui separata da quella delle altre questioni, promosse con i medesimi ricorsi, che devono essere riservate ad altre pronunce. I giudizi, così separati e delimitati, in considerazione della loro connessione oggettiva, devono essere riuniti, per essere decisi con un’unica pronuncia. 2. – Ciò premesso, ai fini dell’ordine della loro trattazione, le censure proposte dalle ricorrenti vanno suddivise in quattro gruppi, in ragione della omogeneità e della reciproca connessione delle norme cui esse si riferiscono. Il primo gruppo include le censure relative ai commi 7-bis, 8 e 9 dell’art. 61, proposte dalle Regioni Piemonte, Emilia-Romagna, Veneto e Toscana. Il secondo è dato dalle censure prospettate dalla Regione Valle d’Aosta con riferimento al comma 17 dell’art. 61. Il terzo gruppo riguarda le censure relative ai commi 14, 16, 19, 20, lettera b), e 21 dell’art. 61, prospettate dalle Regioni Emilia-Romagna, Veneto e Calabria. Il quarto, infine, si riferisce alle censure prospettate dalla Provincia autonoma di Trento relativamente ai commi 14 e 15 dell’art. 61. 3. – Le Regioni Piemonte, Emilia-Romagna, Veneto e Toscana hanno impugnato i commi 7-bis, 8 e 9 dell’art. 61, deducendo la violazione degli artt. 3, 97, 117, 118 e 119 Cost., nonché del principio di leale collaborazione. 3.1. – Va premesso che le disposizioni censurate si inquadrano nel contesto di una manovra di risanamento della finanza pubblica di ampio respiro, imperniata sull’applicazione di numerose misure di contenimento della spesa corrente, fra cui sono da comprendersi quelle imposte dall’art. 61 a carico di tutte le amministrazioni inserite nel conto economico consolidato della pubblica amministrazione. In questo quadro, le norme impugnate concorrono alla realizzazione dei predetti obiettivi di contenimento e razionalizzazione della spesa, imponendo una riduzione delle somme che, in aggiunta alla retribuzione, sono corrisposte, a titolo di incentivo o di compenso, a talune particolari categorie di dipendenti pubblici, per lo svolgimento di specifiche attività.