[pronunce]

– La Corte d'appello di Venezia dubita della legittimità costituzionale dell'art. 44, comma 1, lettera b), della legge 4 maggio 1983, n. 184 (Diritto del minore ad una famiglia), nella parte in cui non consente al coniuge sopravvissuto, in caso di morte dell'altro coniuge, genitore del minore che s'intende adottare, di chiedere l'adozione del medesimo, per violazione del principio di ragionevolezza di cui all'art. 3 della Costituzione, tenuto conto che il successivo art. 47 riconosce la possibilità dell'adozione non legittimante anche nell'ipotesi in cui uno dei coniugi deceda durante l'iter per l'adozione, e che anche nell'art. 25 della stessa legge n. 184 del 1983 si rimarca la prevalenza dell'interesse del minore, acconsentendo che si arrivi all'adozione quando si verifica la morte del genitore dell'adottando durante il periodo di affidamento preadottivo; nonché dell'art. 46, secondo comma, della stessa legge n. 184 del 1983, nella parte in cui esclude che il tribunale possa superare il diniego di assenso del genitore del minore adottando, che sia nel pieno possesso della potestà genitoriale, quand'anche detto diniego sia contrario al primario interesse del minore, per violazione degli artt 2 Cost., che proclama la tutela della personalità dell'individuo, e 31, secondo comma, Cost., che garantisce protezione ai minori. 2. – Le eccezioni di inammissibilità sollevate da B. L. sono infondate. Ed infatti, quanto al rilievo della mancata notificazione del ricorso al minore interessato, va osservato che la questione di legittimità costituzionale all'odierno esame è stata sollevata nel corso di un giudizio di appello promosso dallo stesso B. L. con ricorso presentato in proprio e in qualità di unico genitore esercente la potestà genitoriale sul minore stesso. Ai fini, poi, del rigetto della eccezione di inammissibilità, per irrilevanza, nel giudizio principale, del dissenso all'adozione del minore da parte del genitore, è sufficiente rilevare che, contrariamente all'assunto della parte privata, la censura di illegittimità costituzionale investe non solo l'art. 44, comma 1, lettera b), della legge n. 184 del 1983, ma anche l'art. 46, secondo comma, della stessa legge, sicché deve escludersi che, nella specie, detto dissenso renda comunque priva di rilevanza la questione di legittimità costituzionale del citato art. 44, comma 1, lettera b). Le residue censure di inammissibilità attengono all'evidenza al merito del giudizio di costituzionalità. 3. – La questione di legittimità costituzionale dell'art. 44, comma 1, lettera b), della legge n. 184 del 1983, in riferimento all'art. 3 della Costituzione, non è fondata, sulla base delle considerazioni che seguono. Il legislatore – sostituita la titolazione originaria del Titolo VIII del Libro I del codice civile «Dell'adozione» con quella di «Adozione di persone maggiori di età» (art. 58 della legge n. 184 del 1983), per essere ormai l'adozione dei minori disciplinata dagli artt. 6 e seguenti della stessa legge – ha ritenuto di mantenere l'adozione cosiddetta ordinaria in particolari ipotesi. Ha compiuto cioè – come si legge nella Relazione della II Commissione permanente del Senato, comunicata il 28 luglio 1982 – una scelta diretta ad una drastica riduzione a ipotesi limitate e tassative dell'applicabilità ai minori dell'adozione cosiddetta ordinaria, che corrisponde alla evoluzione avutasi, nella cultura giuridica e nel costume, dell'istituto dell'adozione dei minori. Tale scelta ha segnato più nettamente il passaggio da una tradizione privatistica ad una funzione pubblicistica dell'istituto e la sua considerazione alla stregua dell'esclusivo interesse del minore. In presenza di situazioni che non avrebbero potuto – per la mancanza della condizione di abbandono di cui al comma 1 dell'art. 7 (art. 44, comma 1) o per la difficoltà concreta, in considerazione di condizioni personali del minore – giustificare l'adozione legittimante, il legislatore ha disciplinato alcune tassative ipotesi prevedendo una forma di adozione che presenta la peculiarità di non avere effetto legittimante nei confronti dell'adottato, né effetto risolutivo nei confronti della famiglia di origine. Essa è stata definita come «adozione in casi particolari», ma che, più propriamente, la dottrina qualifica come “adozione non legittimante”. Si tratta di ipotesi eccezionali rispetto al sistema introdotto dalla legge n. 184 del 1983, per il quale «il minore ha diritto di crescere ed essere educato nell'àmbito della propria famiglia» (art. 1, comma 1), mentre solo «quando la famiglia non è in grado di provvedere alla crescita e all'educazione del minore, si applicano gli istituti di cui alla presente legge» (art. 1, comma 4). Fra tali ipotesi residue vi è quella di cui all'art. 44, comma 1, lettera b), per la quale il minore può essere adottato «dal coniuge nel caso in cui il minore sia figlio anche adottivo dell'altro coniuge». La ratio della richiamata disposizione è quella di consentire al coniuge di soggetto che sia genitore convivente con il minore una adozione non legittimante dello stesso, inserendolo in una famiglia nella quale si ricostituiscono le due figure genitoriali, una delle quali è già genitore (legittimo, naturale o adottivo), mentre l'altra, l'adottante, lo diventa a seguito dell'accoglimento della relativa domanda. Il legislatore, cioè, giustifica questa forma di adozione in considerazione della finalità di attribuire all'adottante la potestà genitoriale sul minore unitamente all'altro genitore del minore con il quale quest'ultimo conviveva (art. 48, primo comma). Condizione indispensabile perché si possa far luogo a questo tipo di adozione è l'esistenza attuale, al momento dell'inizio della procedura e comunque prima della prestazione dell'assenso di cui all'art. 46, del rapporto di coniugio fra chi intende procedere all'adozione ed il genitore del minore adottando. La sussistenza di questo rapporto, fra coniuge adottante, genitore del minore e minore stesso, individua il legittimato attivo alla relativa azione e costituisce presupposto indispensabile perché si possa giungere all'accoglimento della domanda. Da quanto premesso deriva che la morte del genitore del minore avvenuta – come nella specie – prima della proposizione della domanda e della prestazione dell'assenso, fa venire meno una delle condizioni dell'azione e comporta il rigetto della relativa domanda.