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Così come occorrono procedure più snelle e una maggiore cooperazione internazionale per far lavorare davvero al meglio la procura europea. È in questo quadro, di certo non edificante, che voglio ribadire che l'Italia ha una normativa in materia di contrasto alle mafie davvero all'avanguardia, che non esiste altrove e che, lungi dall'essere modificata o cancellata, deve essere presa ad esempio da tutti gli Stati membri dell'Unione europea. Mi riferisco anche a quanto è accaduto di recente con la sentenza della Corte europea dei diritti dell'uomo che, seppure emessa da un organismo estraneo all'Unione europea, dimostra proprio la scarsa conoscenza della nostra legislazione antimafia a livello europeo. La Corte di Strasburgo ha respinto il ricorso dello Stato italiano contro la decisione emessa sul caso del boss della 'ndrangheta Marcello Viola, un pluriomicida, noto per aver fatto decapitare il suo nemico e aver giocato al tiro al bersaglio in una piazza con la sua testa. Ebbene, la gran Corte, la Corte di Strasburgo, ha definito l'ergastolo ostativo previsto dal nostro ordinamento penitenziario all'articolo 4- bis come un trattamento inumano e degradante, con ciò cancellando anni e anni di straordinari risultati nella lotta contro la mafia, per mezzo di coloro che, anche dopo la condanna, hanno collaborato con la giustizia, compresi - ricordo - i due affiliati che hanno permesso la condanna di Marcello Viola; in conseguenza, cancellando la stessa memoria dei giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino e di tutte le innumerevoli vittime innocenti per mano della mafia e dei suoi efferati criminali. Ricordiamo che l'articolo 4 -bis dell'ordinamento penitenziario è stato introdotto proprio dopo le stragi di Capaci e di via D'Amelio. La Corte di Strasburgo afferma che lo Stato italiano viola l'articolo 3 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo, in quanto impone il carcere a vita ai condannati mafiosi che decidono di non collaborare, perché i giudici ritengono che, anche in assenza della collaborazione con la giustizia, non è detto che il condannato non si sia pentito dei suoi atti, che non sia dissociato dai gruppi criminali o che costituisca un pericolo per la società. Pertanto, concludono che anche in assenza di collaborazione del condannato all'ergastolo per reati di mafia si dovrebbero riconoscere i benefici di legge. Ma, signor Presidente, mi chiedo: se nel nostro ordinamento sopprimessimo l'articolo 4 -bis ed estendessimo i benefici penitenziari anche al condannato all'ergastolo che non collabora concretamente, chi mai più collaborerà con la giustizia italiana? La risposta è disarmante: nessuno. Ma la mafia non si combatte senza armi, signor Presidente, perché la mafia è una struttura solida, stratificata, organizzata. Come può la Corte di Strasburgo affermare che la non collaborazione non implichi necessariamente che il mafioso condannato all'ergastolo non sia pentito? In base a quali elementi, allora, il magistrato dovrebbe valutare l'avvenuto e certo pentimento, distinguendolo da un comportamento strategico posto in essere per arrivare al risultato di utilizzare i benefici premiali e, grazie ad essi, rinsaldare il legame con le associazioni criminali di appartenenza? Non dimentichiamo che i magistrati antimafia hanno reso noto un dato sconcertante, secondo il quale i più ligi alle regole imposte dal carcere sono proprio i boss mafiosi. Il nostro ordinamento è stato lungimirante e ha creato un equilibrio, secondo il quale lo Stato concede benefici qualora vi sia un ravvedimento e la collaborazione con la giustizia rappresenta con certezza la garanzia che il condannato decida di far prevalere la legalità. La collaborazione, dunque, non tradisce ma conferma la finalità rieducativa della pena, di cui all'articolo 27 della nostra Costituzione, perché solo colui che, da condannato all'ergastolo per crimini di mafia, collabora con la giustizia dà prova di una rieducazione in atto, perché spezza il legame con l'associazione criminale per far prevalere il rispetto delle regole del vivere civile. Dunque, lungi dal prevedere un trattamento disumano, l'articolo 4 -bis dell'ordinamento penitenziario prevede una legittima richiesta di assunzione di responsabilità rispetto alla commissione dei crimini, in nome del preminente interesse di tutela della collettività. In attesa della pronuncia della Corte costituzionale sul tema, signor Presidente del Consiglio, concludo con l'auspicio che lei possa farsi portavoce nel Consiglio europeo di tutte queste problematiche e della necessità urgente di una legislazione antimafia a livello europeo, oltre che garante della nostra eccellente e all'avanguardia legislazione antimafia, alla quale anche gli altri Stati membri dell'Unione europea dovrebbero conformarsi. Le auguro davvero buon lavoro, anche per i temi da lei trattati. (Applausi dal Gruppo M5S. Molte congratulazioni) . PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Errani. Ne ha facoltà. ERRANI (Misto-LeU) . Signor Presidente del Consiglio, le sue dichiarazioni in relazione al prossimo Consiglio europeo, in merito alla chiarezza della collocazione dell'Italia in Europa, vanno nella direzione giusta, che noi apprezziamo. Ascoltando anche i colleghi della Lega, penso che dovremmo fare chiarezza su qualche punto; anche i colleghi della Lega dovrebbero farla. Se capisco bene, si è preso atto che la politica cosiddetta sovranista in Europa è fallita. Si è preso atto che, per esempio, i Paesi di Visegrad sono i primi avversari di quelle politiche, per esempio sull'immigrazione, che sono essenziali per il nostro Paese. D'altra parte, non si può non constatare che le politiche restrittive messe in atto in questi anni dall'Europa sono a loro volta fallite. Mi chiedo, allora, anche considerando il merito delle comunicazioni rese dal Presidente del Consiglio, perché non sia possibile a questo Parlamento, su alcuni punti fondamentali, fare un passo in avanti. Guardiamo alla concretezza, alla quale ci avete richiamato. Anzitutto, siamo di fronte a una situazione molto critica: i dati del Fondo monetario parlano da sé. Il rischio di un rallentamento è un dato concreto a livello mondiale e la guerra dei dazi crea problemi enormi in primo luogo a Paesi come il nostro, o come la Germania, che della loro filiera industriale e della loro capacità di esportazione fanno un elemento fondamentale. Su questo credo siamo d'accordo. In secondo luogo, i cambiamenti climatici, come ho già detto in un altro intervento, non sono una demagogica espressione di qualcuno, sono un problema reale: esiste. Siamo di fronte a un cambio strutturale del modello di sviluppo che richiede nuove politiche industriali, nuove politiche di sistema (italiano, europeo e mondiale) senza le quali non andremo da nessuna parte. Sulla Siria l'attacco irresponsabile e gravissimo della Turchia, Paese membro della NATO, al popolo curdo - lo dico con chiarezza - ripropone un grande tema che riguarda la politica internazionale: il diritto degli Stati e dei popoli, tema sul quale non è possibile alcuna contrattazione, né economica, né sull'immigrazione. Ho apprezzato la sua scelta chiara, netta e puntuale su questo punto, Presidente: non è accettabile - lo dico esplicitamente, lo posso dire più chiaramente di lei - alcun tipo di ricatto nei confronti dell'Europa da parte della Turchia.