[pronunce]

ma è quella che, secondo un paradigma di effettività, deriva dalla riconducibilità degli atti all'esercizio delle attribuzioni proprie - anche se attuate in forma “innominata”, sul piano regolamentare - dei componenti i due rami del Parlamento. È l'atto del parlamentare, in sé e per sé considerato - e non necessariamente la sua riconducibilità agli schemi del regolamento parlamentare - a dover presentare quegli indici di riconoscimento della partecipazione ai lavori delle assemblee, delle commissioni e degli altri organi della Camera o del Senato, che valgano a qualificarlo come opinione manifestata nell'esercizio delle funzioni di membro del Parlamento. Solo in questa dimensione l'opinione potrà ritenersi insindacabile, giacché - alla stregua dell'equilibrato sistema di valori tracciato dalla Costituzione - garanzia e funzione sono inscindibilmente legate fra loro da un nesso che, reciprocamente, le definisce e giustifica: soltanto l'effettivo e concreto esercizio delle attribuzioni parlamentari ammette un'area di insindacabilità, a salvaguardia delle prerogative del Parlamento; così come, all'inverso, è solo e nei limiti di tale fondamentale esigenza che opera l'ambito della guarentigia costituzionale. 3. - Emerge, allora, con evidenza, che la lettera inviata dal senatore Centaro al Presidente della Commissione parlamentare di inchiesta sul fenomeno della mafia - ed acquisita agli atti del presente giudizio a seguito della ordinanza istruttoria di questa Corte - presenta le caratteristiche necessarie per poter essere inquadrata nel novero degli atti di esercizio della funzione parlamentare. È anzitutto da escludere, infatti, che si trattasse di una comunicazione “privata”, giacché essa è stata indirizzata al presidente dell'organismo parlamentare da un componente dello stesso, nella qualità di rappresentante - e quindi di “portavoce” - del gruppo di “Forza Italia” in seno alla Commissione. Un atto, dunque, del tutto “ufficiale”, protocollato alla ricezione e, come tale, destinato a confluire nella documentazione della attività di quell'organismo, senza che rilevi - come pure sembra implicitamente adombrare il Giudice ricorrente - il carattere asseritamente “interno” che il contenuto di quell'atto eventualmente rivestiva, agli effetti delle relazioni o delle comunicazioni “esterne” che potevano promanare dalla stessa Commissione parlamentare. Accanto a ciò, la natura dell'atto è confermata dal relativo contenuto, tutto concentrato nell'esprimere le ragioni politiche in forza delle quali il gruppo, nel cui nome il senatore Centaro si esprimeva, aveva deliberato di non partecipare al convegno di Palermo organizzato dalla stessa Commissione parlamentare: una comunicazione, dunque, inerente ai lavori “istituzionali” di quell'organo, inserita in un preciso contesto cronologico unitario (fra l'invio della lettera, la divulgazione nel giorno successivo, lo svolgimento del convegno in quest'ultima data); rispetto ad essa, il contenuto “politico” rappresentava null'altro che l'aspetto argomentativo sul quale era articolata “l'opinione” in forza della quale un gruppo di parlamentari, appartenenti alla Commissione, aveva reputato di astenersi dal partecipare ad una attività d'istituto. Contrariamente all'assunto del ricorrente, non necessariamente l'atto «che assume una connotazione ed un contenuto squisitamente politico» perde per ciò stesso la natura parlamentare, giacché ciò che rileva è l'ambito funzionale entro cui l'atto si iscrive: se esso promana da una “fonte” parlamentare e si manifesta come esercizio delle attribuzioni proprie di quella funzione, è evidente che il suo contenuto comunicativo - abbia o meno risalto politico, tecnico o di altra natura - non presenta in sé aspetti significativi o dirimenti agli effetti dello scrutinio relativo alla applicabilità della garanzia sancita dall'art. 68, primo comma, della Costituzione. Ne deriva che, pur tenendo conto delle peculiarità che caratterizzano la comunicazione rivolta dal senatore Centaro al Presidente della Commissione parlamentare “antimafia” - peculiarità essenzialmente riconducibili allo specifico contesto da cui quella comunicazione ha tratto causa ed origine - non è dubitabile che essa rivesta i caratteri dell'atto compiuto nell'esercizio delle funzioni parlamentari; sono pertanto insindacabili le successive dichiarazioni rese alla stampa, posto che in tale occasione il senatore Centaro si è nella sostanza limitato a riprodurre subito dopo - e, quindi, legittimamente a divulgare - il contenuto della più volte citata comunicazione. Il conflitto proposto nei confronti del Senato della Repubblica deve, dunque, risolversi in favore di quest'ultimo.. per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE dichiara che spetta al Senato della Repubblica affermare l'insindacabilità, ai sensi dell'art. 68, primo comma, della Costituzione, delle dichiarazioni espresse dal senatore Roberto Centaro, secondo quanto deliberato dalla Assemblea del Senato in data 27 gennaio 2000. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 4 giugno 2003. F.to: Riccardo CHIEPPA, Presidente Giovanni Maria FLICK, Redattore Maria Rosaria FRUSCELLA, Cancelliere Depositata in Cancelleria il 24 giugno 2003. Il Cancelliere F.to: FRUSCELLA