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ma adesso sento che può esser piena di uomini come son io, stretti dalla mia ansia e incamminati per la mia strada, capaci di appoggiarsi l'uno all'altro, di vivere e di morire insieme, anche senza saperne il perché: se venga l'ora. E questa è tutta la certezza che mi bisognava. Non mi occorrono altre assicurazioni sopra un avvenire che non mi riguarda. Il presente mi basta; non voglio né vedere né vivere al di là di quest'ora di passione. Comunque debba finire, essa è la mia; e non rinunzierò neanche a un minuto dell'attesa, che mi appartiene » (da « Esame di coscienza di un letterato », La Voce , Firenze, 1915). Riteniamo utile consegnare alla riflessione anche il testo dell'orazione civile pronunciata dallo storico Guido Crainz il 1° luglio 2016 a Cercivento, in occasione dell'anniversario della fucilazione di quattro alpini in Carnia a cui partecipò anche il Presidente Franco Marini: « È accaduto qui, un secolo fa: nella prima Guerra moderna, che travolgeva imperi e culture, modi di pensare e modi di vivere dell'intera Europa. All'indomani di essa “nulla era rimasto immutato fuorché le nuvole”, scriveva Walter Benjamin ». Di quella guerra stiamo parlando e qui si è svolto il dramma di un secolo fa: dentro una tragedia mondiale e al tempo stesso dentro il vissuto di una comunità. Sono molte le ragioni che ci portano qui: in primo luogo il dovere di onorare Silvio Gaetano Ortis, Giovanni Battista Coradazzi, Basilio Matiz e Angelo Primo Massaro, fucilati ingiustamente. Il dovere di onorare loro e i loro compagni lo ha fatto bene Diego Carpenedo ne « La compagnia fucilati »; loro, le loro famiglie e i loro discendenti, nel dolore di allora e nella sofferenza per l'esclusione dei loro cari dalla memoria nazionale. Questo però non è solo un luogo del dolore: è il luogo da cui ha preso forza la richiesta che questa esclusione cessi, seguito di una riflessione nazionale. È stato un segnale al Paese il cippo messo vent'anni fa dal comune di Cercivento: « un atto di riparazione deciso dal basso, un corale gesto di pietà storica », come ha scritto Maria Rosa Calderoni, che a questa storia si è appassionata. Siamo qui anche perché questo luogo invita ad interrogarsi su grandi nodi: il dolore e la morte, il modo di intendere la patria e l'onore, la vita e il rispetto de1l'umanità. C'è tutto, in questa vicenda, e sono noti i fatti e il clima in cui si svolse, ricostruiti per la prima volta molti anni fa da Gian Paolo Leschiutta. Eravamo nel pieno di una guerra che immetteva a forza milioni di uomini nella « grande storia », nei suoi aspetti più terribili e feroci. Strappandoli alla loro vita quotidiana, trascinandoli violentemente in una « modernità » che non ha più come cardine il progresso, come era stato sino ad allora, ma la distruzione e l'annientamento. Un trauma radicale per l'intero Occidente. E quella guerra ferocemente moderna fu combattuta – non solo in Italia – con una cultura militare arcaica, con codici autoritari e disumani. Un aspetto a lungo rimosso: lo portava alla luce quasi mezzo secolo fa un libro scritto da uno storico intensamente cattolico, Alberto Monticone, e da un intellettuale rigorosamente laico, Enzo Forcella. In quel libro, « Plotone di esecuzione », Forcella si interrogava sulle centinaia di migliaia di denunce e sui processi per « discorsi disfattisti, diserzioni, ammutinamenti, ribellioni in faccia o in presenza del nemico » (su questa elegante questione di diritto – annotava – si decide spesso la vita di un uomo). Alberto Monticone ci aiutava invece a ricordare le leggi militari di allora: entriamo nella « grande guerra », osservava, con gli stessi codici con cui Carlo Alberto aveva combattuto la prima Guerra di indipendenza. Ancora Monticone ci ricordava il clima di quel 1916, con l'offensiva austriaca che a maggio travolge lo schieramento italiano in Trentino (la Strafexpedition ). Già allora, come farà dopo Caporetto, il generale Cadorna nega responsabilità ed errori dei vertici militari e rovescia ogni colpa sulla presunta codardia dei soldati: e parlava di uomini che si stavano battendo con enorme senso del sacrificio in una guerra devastante. L'offensiva austriaca provoca l'inasprirsi di misure già durissime: Cadorna ordina con sempre più forza di ricorrere a processi ed esecuzioni sommarie, e il 1° novembre introduce ufficialmente il sorteggio per procedere alla fucilazione. Fra quelle due date, fra il maggio ed il novembre del 1916, vi è il dramma che si è svolto qui. I fatti sono duri come le rocce, a partire dall'ordine di attacco dato a un plotone del Battaglione Monte Arvenis: conquistare la cima orientale del Monte Cellon, una cresta liscia e priva di elementi che possano facilitare l'avanzata; conquistarla in pieno giorno, senza il sostegno dell'artiglieria e senza azioni di appoggio. Un'azione decisa irresponsabilmente dai vertici militari, e agli alpini del plotone apparve subito per quel che era: una insensata azione suicida. Conoscono i luoghi, quegli alpini: è di Timau Matiz ed è di Paluzza Ortis; è ancora della Carnia, di Forni di Sopra, Coradazzi, ed è di Maniago invece Massaro. Si vedano però tutti i luoghi di nascita degli alpini di quel plotone: oltre a questi comuni troviamo quelli di Comeglians, Verzegnis, Illegio, Ravascletto, Socchieve, Enemonzo, Cimolais, Claut, Ovaro, Cavazzo, Caneva di Tolmezzo; ma anche Caneva di Sacile, e poi Sacile, Fanna, Aviano, Pordenone, Castions e altri paesi ancora. Una vera e propria « geografia del Friuli » completata da una presenza, sia pur esigua, dell'Italia centrale e meridionale. Sono questi alpini che considerano suicida e insensata quell'azione: propongono di conquistare la cima in altro modo (con un'azione notturna, e con i necessari appoggi e coperture, e magari con ai piedi i silenziosi « scarpets » della Carnia invece dei rumorosi scarponi), ma non ci fu nulla da fare, e di fronte all'irresponsabile diniego del comandante si rifiutano di uscire dai baraccamenti. Di qui l'arresto del plotone e l'accusa di rivolta di fronte al nemico, molto più grave di altre possibili, come l'ammutinamento (eccole, le « eleganti questioni di diritto su cui si decide spesso la vita di un uomo », per dirla con l'amara ironia di Forcella). Di qui i processi e l'esecuzione dei quattro alpini, senza preoccuparsi troppo se siano realmente responsabili di quei fatti (Matiz non vi partecipa direttamente e non è neppure accusato di averlo fatto), mentre ad altri ventinove alpini vennero comminate pene da quattro a quindici anni. Comunque si proseguì con gli attacchi frontali, ma la storia insegna che la tattica suggerita dai « rivoltosi » venne, in seguito, applicata e si rivelò vincente.