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Si tratta di un documento conservato, soprattutto per tradizione letteraria, in Teoria e invenzione futurista di Marinetti nei Meridiani della Mondadori, ma che è interessante ripercorrere con il dibattito suscitato a decorrere dal marzo 1918 sulle pagine di una celebre rivista di politica industriale nazionale, Le Industrie italiane illustrate , diretta da Umberto Notari, dove proprio Filippo Carli firmò un saggio sulla partecipazione degli operai alle imprese, a cui fece seguito, nel numero di maggio, un altro suo articolo sull'alleanza tra capitale e lavoro. Ricordiamo che, rispondendo alle sollecitazioni di Filippo Carli, anche un grande industriale d'avanguardia, il barone Alessandro Rossi di Schio, nel numero del 15 settembre 1919 si adoperò a smantellare chiusure e pregiudizi nei confronti di operai, ancora spesso analfabeti, per porre, anche da parte padronale imprenditoriale, le basi di un patto fra produttori all'insegna della democrazia industriale: « Ogni fabbrica possiede del personale più attivo, più intelligente, più colto della massa e quasi sempre si osserva che, con profondo intuito, le maestranze stesse conoscono quali sono i loro compagni che meritano non solo la loro fiducia, ma una speciale loro deferenza. Ne abbiamo prova nelle commissioni interne ormai in vita presso tutte le fabbriche, in cui abbondano elementi giovani pieni di energie costruttrici e pieni di volontà di fare. Chiamiamo questi elementi a partecipare ai fatti che ispirano l'azione dirigente ». Anche il liberale Giovanni Giolitti, l'8 febbraio 1921, aveva proposto, come Presidente del Consiglio dei ministri, un disegno di legge sul controllo delle industrie da parte dei lavoratori che vi sono addetti, anche allora richiamandosi a precedenti europei, tra cui quello tedesco della legge 4 febbraio 1920 sul consiglio di azienda, che trova il suo fondamento nell'articolo 165 della Costituzione di Weimar. Nel contesto di questa ricostruzione storica, si deve ricordare che sull'articolo 46, nel dibattito dell'Assemblea costituente, ebbe importanza rilevante il « movimento dei consigli di gestione », sviluppatosi a cavallo tra il secondo conflitto mondiale e l'immediato dopoguerra. Questo prendeva le mosse, durante il periodo bellico, dal decreto legislativo 12 febbraio 1944, n. 375, sulla « socializzazione delle imprese », promulgato dal Governo della Repubblica sociale italiana, che prevedeva l'inserimento di rappresentanti dei lavoratori nei « consigli di gestione » delle imprese. Il 17 aprile 1945, il Comitato di liberazione nazionale (CLN) Alta Italia, pur abrogando il decreto legislativo n. 375 del 1944 e i successivi decreti di socializzazione delle singole imprese, mantenne in vita i consigli di gestione promuovendo nuove elezioni dei rappresentanti dei lavoratori. La proliferazione dei consigli di gestione nelle imprese di vario carattere e tipo – circa 500 nell'estate del 1946 – con diversi statuti e con poteri più o meno estesi, avvenne dapprima sul piano dell'autorganizzazione operaia, poi su quello della contrattualizzazione d'impresa, per ridursi infine, dopo l'estromissione delle sinistre dal Governo nel maggio del 1947, al ruolo di semplice organizzazione aziendale e sempre più rivolto alle lotte di classe sul salario e sui contratti nazionali. Parallelamente ai contributi offerti dalle correnti storiche d'ispirazione nazionale, liberaldemocratica e socialista, analoghe istanze partecipative sono state espresse dalla dottrina sociale della Chiesa, istanze a cui si è ispirato il pensiero dell'Opera dei congressi e di Giuseppe Toniolo. Ricordiamo alcune tappe fondamentali di questa dottrina. Di Leone XIII la Rerum novarum del maggio 1891, in cui si afferma che: « Finalmente a dirimere la questione operaia possono contribuire molto i capitalisti e gli operai medesimi con istituzioni ordinate a porgere opportuni soccorsi ai bisogni e ad avvicinare ed unire le due classi tra loro ». Di Pio XI la Quadragesimo Anno del 1931, ove si sostiene, al paragrafo 67: « Stimiamo sia cosa più prudente che, quando è possibile, il contratto del lavoro venga temperato alquanto col contratto di società, come si è cominciato a fare in diverse maniere, con non poco vantaggio degli operai stessi e dei padroni. Così gli operai diventano cointeressati o nella proprietà o nella amministrazione, o compartecipi in certa dei lucri percepiti ». Di Giovanni XXIII la Mater et Magistra del 1961, dove, al paragrafo 78, si legge: « Riteniamo che sia legittima nei lavoratori l'aspirazione a partecipare attivamente alla vita delle imprese, nelle quali sono inseriti e operano ». Di Giovanni Paolo II la Laborem exercens del 1981 dove, al paragrafo 14, rammenta « le numerose proposte avanzate dagli esperti della dottrina sociale cattolica ed anche del supremo Magistero della Chiesa. Sono queste le proposte riguardanti la comproprietà dei mezzi di lavoro, la partecipazione dei lavoratori alla gestione e/o ai profitti delle imprese, il cosiddetto azionariato del lavoro, e simili ». La Centesimus Annus , del 1° maggio 1991, ove Giovanni Paolo II, al paragrafo 35, ammonisce che: « Si può giustamente parlare di lotta contro un sistema economico, inteso come metodo che assicura l'assoluta prevalenza del capitale, del possesso degli strumenti di produzione e della terra rispetto alla libera soggettività del lavoro dell'uomo. A questa lotta contro un tale sistema non si pone, come modello alternativo, il sistema socialista, che di fatto risulta essere un capitalismo di Stato, ma una società del lavoro libero, dell'impresa e della partecipazione. Essa non si oppone al mercato, ma chiede che sia opportunamente controllato dalle forze sociali e dallo Stato, in modo da garantire la soddisfazione delle esigenze fondamentali di tutta la società ». Ed ancora, nell'Assemblea annuale dell'Episcopato italiano, il 22 maggio 1998, Giovanni Paolo II ha affermato: « Per combattere la disoccupazione bisogna sperimentare con coraggio modalità inesplorate di partecipazione ». Anche l'allora Governatore della Banca d'Italia Antonio Fazio, nelle considerazioni finali per l'anno 1997 all'Assemblea dei partecipanti al capitale della Banca d'Italia del 30 maggio 1998, ha sostenuto, ancora una volta, la « necessità di sistemi di remunerazione che, agevolando l'adeguamento del costo del lavoro alle condizioni delle economie, alle fasi produttive e alla situazione dell'azienda, possano creare le premesse per un legame sempre più stretto tra interessi del lavoro e interessi dell'impresa, favorire la competitività e l'occupazione ». Oggi il principio partecipativo, compreso nella citata proposta di quinta direttiva CEE, si pone come parte integrante e fondamentale di quel « modello renano » che la dottrina contemporanea, a partire dal francese Michel Albert – Capitalismo contro capitalismo , Il Mulino, 1993 – considera non solo elemento distintivo del capitalismo sociale europeo in contrapposizione a quello statunitense, ma anche ragione dei suoi successi negli ultimi decenni, in chiave sia puramente economica che di coesione sociale.