[pronunce]

Si dovrebbe considerare, al riguardo, che l'amministrazione resistente è intervenuta su sollecitazione dei terzi a compiere le verifiche di cui all'art. 19, comma 6-ter, della legge n. 241 del 1990, con cui è stata denunciata, «primariamente», un'altezza esterna superiore a quella originaria del fabbricato (non rilevando nel giudizio a quo le censure "privatistiche" relative alla mancata autorizzazione condominiale). In risposta a tale segnalazione, i tecnici del Comune di F. hanno riscontrato la conformità delle opere realizzate ai titoli abilitativi e tale riscontro è stato condiviso dall'amministrazione comunale, sì che la manifestazione di volontà contenuta nella comunicazione inviata ai ricorrenti sarebbe un vero e proprio provvedimento di diniego dell'intervento richiesto. Vi sarebbe, poi, un profilo di inerzia nella condotta dell'amministrazione, che ha rinviato ad ulteriori approfondimenti l'accertamento della conformità dello stato di fatto dichiarato a quello preesistente. Rispetto a tale profilo il TAR, ai sensi dell'ultimo periodo del citato comma 6-ter dell'art. 19, potrebbe accertare la fondatezza della pretesa dei ricorrenti, con riqualificazione della domanda di annullamento, seppure nei limiti di cui all'art. 31, comma 3, dell'Allegato 1 (Codice del processo amministrativo) al decreto legislativo 2 luglio 2010, n. 104 (Attuazione dell'articolo 44 della legge 18 giugno 2009, n. 69, recante delega al governo per il riordino del processo amministrativo). 1.3.- Nel merito, sarebbe corretta la contestazione secondo cui l'accertata modificazione dell'altezza interna dell'immobile avrebbe comportato anche un aumento di quella esterna di circa venti centimetri. Tale maggiore altezza, tuttavia, come osservato dal verificatore, in quanto «contenuta nello spessore del cordolo sommitale realizzato», non integrerebbe una sopraelevazione, e quindi l'intervento, non comportando un aumento di volumetria, andrebbe qualificato come ristrutturazione edilizia, legittimamente realizzata a mezzo SCIA. Né avrebbe alcun rilievo la distanza inferiore a dieci metri tra il fabbricato ristrutturato e quello adiacente, trattandosi di un intervento concretizzatosi «in un mero recupero della preesistenza», non assoggettato al divieto posto dal citato d.m. n. 1444 del 1968. Sarebbe invece accertata la violazione dell'art. 80 del RUE vigente all'epoca della presentazione della SCIA, poiché il recupero a fini abitativi del sottotetto esistente sarebbe avvenuto tramite illegittima modificazione in aumento sia dell'altezza di gronda (tra i dieci e i tredici centimetri), sia dell'altezza di colmo (circa dieci centimetri). Riepilogando, il rimettente ritiene di dovere respingere tutti i motivi di ricorso, fatta eccezione per quello afferente alla violazione della norma regolamentare, che vietava, all'epoca della presentazione della SCIA, la modificazione delle altezze di colmo e di gronda nel caso di interventi edilizi per il recupero dei sottotetti a fini abitativi. Sarebbe dunque accertata l'illegittimità in parte qua della posizione negativa «o comunque di inerzia» tenuta dal Comune resistente sulla richiesta di verifica degli interessati, cui conseguirebbe l'obbligo dell'amministrazione di provvedere. 1.4.- Il TAR ritiene, a questo punto, di dovere specificare la natura e i limiti del contenuto concreto dell'obbligo posto a carico del Comune resistente e discendente dall'effetto conformativo della sentenza. Si tratta, secondo il rimettente, di stabilire se l'accertamento giudiziale costringa l'amministrazione a rimuovere sic et simpliciter gli eventuali effetti dannosi dell'attività edilizia illegittimamente intrapresa, ai sensi del comma 3 dell'art. 19 della legge n. 241 del 1990, oppure le imponga l'obbligo di adottare i provvedimenti previsti dal citato comma 3 soltanto in presenza delle condizioni previste dall'art. 21-novies della medesima legge. Secondo il rimettente, il dato normativo deporrebbe inequivocabilmente nel secondo senso: in forza dell'art. 31, comma 3, dell'Allegato 1 al d.lgs. n. 104 del 2010 (d'ora in avanti: cod. proc. amm.), non sarebbe possibile accertare anche la fondatezza della pretesa fatta valere in giudizio dai ricorrenti, residuando in capo all'amministrazione ulteriori margini di discrezionalità. Decorso, cioè, il termine per l'adozione dei provvedimenti di cui al comma 3, primo periodo, dell'art. 19 della legge n. 241 del 1990, l'amministrazione competente potrebbe adottare i provvedimenti volti alla rimozione degli effetti dannosi soltanto in presenza delle condizioni previste dall'art. 21-novies per l'annullamento di ufficio. Tale orientamento, seguito dal Consiglio di Stato in plurimi arresti, sarebbe preferibile rispetto a quello secondo cui il potere sollecitato dal terzo è sempre quello inibitorio, non avendo quest'ultima tesi un fondamento normativo testuale nell'attuale art. 19 della legge n. 241 del 1990. Il Collegio afferma, al riguardo, di condividere le perplessità espresse dal TAR Toscana, con l'ordinanza 11 maggio 2017, n. 667, di rimessione alla Corte costituzionale della questione di legittimità costituzionale dell'art. 19, comma 6-ter, della legge n. 241 del 1990, a causa dell'assenza di una previsione espressa del termine entro cui il terzo deve sollecitare il potere inibitorio dell'amministrazione. Il problema, tuttavia, non riguarderebbe soltanto il suddetto termine, ma anche il tipo di procedimento attivato dal terzo, ossia le cosiddette verifiche spettanti all'amministrazione. Quanto al termine, non vi sarebbe alcuna soluzione, tra quelle proposte in giurisprudenza, fondata su un adeguato riferimento normativo. In particolare, non sarebbero idonee a risolvere il problema in questione: 1) la tesi secondo cui il termine per presentare «l'istanza sollecitatoria» è lo stesso che la norma assegna all'amministrazione per l'esercizio del potere inibitorio ufficioso, in quanto il dies a quo di tale ultimo termine coincide con il ricevimento della segnalazione da parte dell'amministrazione, fase, questa, cui è del tutto estraneo il terzo; 2) la tesi che sostiene che la facoltà del controinteressato di proporre l'istanza inibitoria è soggetta al termine decadenziale di sessanta giorni, in quanto vi è diversità ontologica tra la disciplina invocata (attinente alla proposizione di un atto processuale) e l'ambito di attività in esame (sollecitazione di poteri amministrativi); 3) la tesi che richiama il termine annuale di cui all'art. 31, comma 2, cod. proc. amm. , poiché anche in questo caso si confonde un termine processuale con uno amministrativo.