[pronunce]

all'art. 24 Cost., poiché l'imprenditore «subirebbe una menomazione del proprio diritto di difesa nel procedimento prefallimentare, in quanto non disporrebbe di tutti gli elementi conoscitivi relativi all'impresa e della documentazione contabile necessaria per poter contraddire al ricorso, e, in particolare, per poter eventualmente contestare la sussistenza dello stato di insolvenza, [e] il superamento dei limiti dimensionali»; all'art. 41 Cost., in quanto, benché l'imprenditore non sia più tale «per le ragioni sopra illustrate, subirebbe la più ampia limitazione della propria libertà di iniziativa economica a cagione dell'insolvenza di un'impresa che non risulta più dal medesimo governata né gestita, in quanto coattivamente amministrata da altro soggetto»; che nel giudizio davanti a questa Corte è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che la questione sia dichiarata inammissibile, poiché il rimettente non avrebbe adeguatamente motivato la sussistenza dei presupposti per l'apertura della procedura concorsuale (tenuto conto della mancanza di creditori e dell'avvenuta cessazione dell'attività d'impresa), omettendo altresì di sperimentare la possibilità di un'interpretazione costituzionalmente orientata della norma in esame e di considerare che F.G., alla data del sequestro e della nomina dell'amministratore giudiziario, già versava in stato d'insolvenza, con conseguente irrilevanza della questione di legittimità costituzionale; che, nel merito, le censure riferite all'art. 3 Cost. sarebbero infondate, perché non sarebbero comparabili le situazioni dell'imprenditore commerciale, a seconda che sia stato o meno assoggettato ad una misura di prevenzione patrimoniale, ed in quanto l'ammissibilità del fallimento nella seconda di dette ipotesi sarebbe frutto di un ragionevole bilanciamento di interessi e dell'esigenza di evitare un vuoto normativo; che, ad avviso dell'interveniente, la norma censurata neppure violerebbe l'art. 24 Cost., poiché, dopo la riforma del 2006, «la dichiarazione di fallimento non è più assimilabile ad una sanzione civile»; in ogni caso, per escludere il denunciato vulnus di tale parametro costituzionale, sarebbe sufficiente «una lettura costituzionalmente orientata dell'impianto normativo, tale da consentire, ove il caso, l'intervento della parte nella procedura prefallimentare»; che, infine, conclude l'Avvocatura generale dello Stato, l'identificazione da parte della giurisprudenza di congrue modalità di composizione delle interferenze determinate dalla coesistenza della misura di prevenzione patrimoniale e del fallimento e la prevalenza dell'interesse pubblico rispetto all'interesse individuale dimostrerebbero l'infondatezza della censura riferita all'art. 41 Cost. Considerato che il Tribunale ordinario di Palermo, con ordinanza del 1° dicembre 2009, dubita, in riferimento agli articoli 3, 24 e 41 della Costituzione, della legittimità costituzionale dell'articolo 1, primo comma, del regio decreto 16 marzo 1942, n. 267 (Disciplina del fallimento, del concordato preventivo, dell'amministrazione controllata e della liquidazione coatta amministrativa), nel testo sostituito dall'articolo 1, comma 1, del decreto legislativo 9 gennaio 2006, n. 5 (Riforma organica della disciplina delle procedure concorsuali a norma dell'articolo 1, comma 5, della legge 14 maggio 2005, n. 80) e dall'articolo 1, comma 1, del decreto legislativo 12 settembre 2007, n. 169 (Disposizioni integrative e correttive al regio decreto 16 marzo 1942, n. 267, nonché al d.lgs. 9 gennaio 2006, n. 5, in materia di disciplina del fallimento, del concordato preventivo e della liquidazione coatta amministrativa, ai sensi dell'articolo 1, commi 5, 5-bis e 6, della legge 14 maggio 2005, n. 80); che, ad avviso del giudice a quo, il citato art. 1, comma 1, violerebbe gli artt. 3, 24 e 41 Cost., «nella parte in cui non esclude dall'assoggettabilità a fallimento l'imprenditore individuale la cui impresa sia stata oggetto di una misura di prevenzione patrimoniale ex artt. 2-ter e ss» della legge 31 maggio 1965, n. 575 (Disposizioni contro le organizzazioni criminali di tipo mafioso, anche straniere) e, in particolare, il «sospetto di incostituzionalità» di detta norma sarebbe «evidente in tutte quelle ipotesi - come quella oggetto di esame - in cui la gestione dell'attività in capo all'amministratore di nomina giudiziale si protragga per un apprezzabile lasso di tempo»; che il rimettente indica, altresì, che: il ricorso di fallimento è stato proposto il 19 marzo 2009; F.G. ha eccepito di avere cessato l'attività d'impresa il 31 ottobre del 2006; l'amministratore giudiziario ha dedotto «di avere di fatto cessato l'attività a far data dal 14 novembre 2006 (essendo stato autorizzato dal Giudice delegato alla misura di prevenzione a rilasciare l'immobile sede dell'attività ed a licenziare l'unico dipendente dell'impresa)»; che, ad avviso del giudice a quo, la cessazione dell'attività, in difetto della cancellazione dal registro delle imprese, non potrebbe, tuttavia, impedire la dichiarazione di fallimento anche perché, in virtù di un'interpretazione non implausibile dell'art. 10 del r.d. n. 267 del 1942 (nel testo modificato dall'art. 2, comma 2, del d.lgs. n. 169 del 2007) , l'imprenditore non avrebbe facoltà di dimostrare il momento dell'effettiva cessazione dell'attività; che risulta, quindi, palese come l'eventuale assoggettamento di F.G. alla procedura concorsuale, nella specie, costituirebbe essenzialmente frutto di un inconveniente di fatto, perché conseguente solo alla mancata cancellazione dal registro delle imprese, non avendo, peraltro, il rimettente neanche dubitato dell'ammissibilità di siffatta cancellazione successivamente all'instaurazione della procedura di prevenzione, con conseguente manifesta inammissibilità della questione (per tutte, ordinanza n. 109 del 2010); che, sotto un ulteriore e concorrente profilo, va rilevato che l'ordinanza di rimessione dà atto che, secondo F.G., i beni costituenti l'azienda sono stati oggetto di sequestro ex lege n. 575 del 1965, mentre, ad avviso dell'amministratore giudiziario, sarebbe sopravvenuto il provvedimento di confisca; che, in presenza di dette divergenti indicazioni, il giudice a quo non specifica, con la dovuta precisione, quale sia lo stato della procedura di prevenzione, omissione questa che comporta un difetto di descrizione della fattispecie, la quale costituisce un'ulteriore ragione di inammissibilità della questione (tra le più recenti, ordinanze n. 65 e n. 63 del 2011), poiché, da un canto, impedisce di accertare se la richiesta addizione concerna il caso della sottoposizione dei beni dell'imprenditore al sequestro, ovvero anche il caso in cui ne sia stata disposta la confisca;