[pronunce]

Il legislatore delegato, eccedendo i limiti della delega, avrebbe abrogato l'art. 264 del codice di rito il quale, rispetto al procedimento di restituzione delle cose sequestrate regolato dall'art. 263 dello stesso codice, disciplinava in modo semplificato l'ipotesi particolare dell'omessa richiesta di restituzione o del suo rigetto, ed imposto un provvedimento di restituzione. In via subordinata, il remittente sostiene il mancato rispetto dei criteri e principî direttivi. Individuato come rilevante quello di cui alla lettera d) del comma 2 dell'art. 7 citato, che consentirebbe il coordinamento formale delle disposizioni vigenti, con la possibilità di modificarle solo per la necessità di garantire la coerenza logica e sistematica della normativa e di semplificare il linguaggio normativo, sottolinea che certamente non può rientrare in tale ambito né la soppressione di un meccanismo risolutivo per il caso in cui nessuno abbia chiesto la restituzione né l'introduzione generale di un “meccanismo farraginoso” attraverso tre provvedimenti dell'ufficio. Se, invece, aggiunge il remittente, si ritenesse la delega idonea a consentire tali interventi innovativi, allora il dubbio di costituzionalità dovrebbe essere riferito allo stesso art. 7, nella parte in cui non detta criteri e principî direttivi idonei a definire i tratti fondamentali e le scelte rilevanti con riferimento alle specifiche materie delegate. Da ultimo il giudice a quo fa proprie le censure svolte in altra ordinanza di rimessione (reg. ord. n. 356 del 2003) in riferimento agli artt. 3 e 97 della Costituzione, richiamandole per relationem. Si sofferma, poi, sul secondo parametro, invitando questa Corte ad un ripensamento dell'orientamento consolidato, sul rilievo che la procedura non è separata dalla struttura amministrativa e che un ufficio è ben organizzato solo se opera secondo procedure che garantiscano efficienza, elencando a tal fine i diversi passaggi burocratici cui gli uffici sarebbero tenuti sulla base delle nuove norme. 2.1. – Nel giudizio introdotto con l'ordinanza n. 1188 del 2003, è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che le questioni siano dichiarate manifestamente infondate. Con riferimento alla dedotta carenza di delega, la difesa erariale sottolinea che la stessa è stata conferita con l'art. 7 della legge n. 50 del 1999, come modificato dalla legge n. 340 del 2000, attraverso il rinvio all'art. 1, comma 1, della stessa legge e ai numeri 9 e 10 del relativo allegato 1. Quanto al contrasto con la stessa, sostiene che il remittente non considera il richiamo all'art. 20 della legge n. 59 del 1997, contenuto nella lettera a) del comma 2 del suddetto art. 7. Aggiunge, rispetto al mancato espresso richiamo delle norme del codice di procedura, che lo stesso giudice non considera le lettere c), d) e f) del comma 2 dello stesso art. 7, né il comma 3 (recte: comma 5) dell'art. 20 della legge n. 59 del 1997 e, inoltre, che non è esatto l'assunto secondo cui la materia del procedimento di gestione e alienazione dei beni sequestrati e confiscati non comprende i tempi, i modi e le forme della restituzione e mancata restituzione dei beni sequestrati. Deduce, infine, l'improprietà del richiamo all'art. 97 della Costituzione, attenendo questo all'attività amministrativa e non a quella giurisdizionale. 3. – Il Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Verona, con ordinanza del 16 dicembre 2003 (reg. ord. n. 492 del 2004) ha sollevato, in riferimento all'art. 77, primo comma, della Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell'art. 299 del d.P.R. n. 115 del 2002 nella parte in cui abroga l'art. 264 del codice di procedura penale e l'art. 84 delle disposizioni di attuazione dello stesso codice. Il remittente premette di essere investito della richiesta di liquidazione di compenso avanzata dal custode di un ciclomotore, già in sequestro, di cui era stata disposta vanamente la restituzione all'avente diritto e successivamente la distruzione per diseconomicità della vendita. Aggiunge che il custode ha chiesto il compenso per l'intero periodo di custodia, compreso quello successivo al trentesimo giorno decorrente dalla data in cui l'avente diritto ha ricevuto la comunicazione del provvedimento di restituzione, risultando abrogato l'art. 84 citato, che poneva tale periodo a carico dell'avente diritto; con la conseguenza che il compenso spettante al custode è interamente a carico dello Stato. Il medesimo giudice, ritenuto che il citato art. 299, che ha abrogato il suddetto art. 84, sia stato emanato in violazione della delega concessa al Governo, solleva d'ufficio la questione di legittimità costituzionale. In primo luogo richiama la sentenza n. 212 del 2003 di questa Corte, che ha dichiarato l'illegittimità dello stesso articolo per eccesso di delega, ritenendo che analoghe censure possano essere mosse all'art. 299 citato, nonché alle altre norme del testo unico che hanno innovato il procedimento di restituzione delle cose in sequestro, già oggetto di ordinanza di remissione sollevata da diverso giudice dello stesso ufficio (reg. ord. n. 1188 del 2003), le quali hanno rilevanza “in via indiretta ma necessaria”, atteso che la suddetta abrogazione si collega a quella dell'art. 264 del codice di rito e alla nuova disciplina contenuta negli artt. 149, 150, 151 e 154 del d.P.R. n. 115 del 2002. Osserva poi il remittente – riportando parti della precedente ordinanza di remissione – che la fonte del potere legislativo esercitato nella specie dal Governo si rinviene nell'art. 7 della legge n. 50 del 1999, come modificato dall'art. 1 della legge n. 340 del 2000, che ha attribuito la delega al riordino delle norme legislative e regolamentari nelle materie ivi elencate, mediante testi unici comprendenti le disposizioni contenute in un decreto legislativo ed in un regolamento emanati ai sensi degli artt. 14 e 17, comma 2, della legge 23 agosto 1988, n. 400, sulla base di criteri e principî direttivi dettati dallo stesso articolo. La previsione di un decreto legislativo renderebbe evidente la natura non meramente compilativa dell'intervento di riordino normativo rimesso all'esecutivo, fermo restando che la capacità di innovazione del sistema andrebbe riconosciuta solamente al suddetto decreto legislativo e non anche al successivo testo unico, avente funzione di mera raccolta delle disposizioni contenute nel decreto legislativo e nel regolamento. Nella specie, dunque, dovrebbe riconoscersi rango legislativo al solo decreto n. 113 del 2002, stante la natura meramente compilativa del successivo d.P.R. n. 115 del 2002, con la conseguenza che la conformità alla delega dovrebbe essere valutata rispetto al primo.