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Introduzione del delitto di tortura sull'ordinamento italiano. Articolo 613- bis del codice penale. Onorevoli Senatori. -- Nel corso delle precedenti legislature XV e XVI si è cercato invano di introdurre nel codice penale italiano delle norme punitive di quei gravi e gravissimi comportamenti già previsti dalla « Convention contre la torture et autres peines ou traitements cruels, inhumains ou dégradants », firmata a New York il l0 dicembre 1984, di cui alla legge n. 498 del 1988. A dire il vero, gli accordi e i trattati internazionali che chiedono agli Stati membri e firmatari di prevedere delle norme sanziatorie del delitto di tortura risalgono ancor più nel tempo, quanto meno al 1950. Il presente disegno di legge, che recupera valutazioni e sollecitazioni dei precedenti disegni di legge della XVI legislatura (in particolare: atti Senato nn. 1596, 256 e 1884), è volto ad introdurre nell'ordinamento italiano in maniera esplicita il divieto di tortura. L'uso della tortura e ogni trattamento umiliante e degradante rappresentano la negazione di tutti i diritti umani. Il divieto di tortura è un principio che appartiene al nucleo fondamentale del diritto internazionale dei diritti dell'uomo come espressione diretta del valore della dignità umana. Il crimine internazionale di tortura trova infatti pieno riconoscimento nell'ampia diffusione pattizia in materia dei diritti dell'uomo che ha innovato e ampliato il cosiddetto «ordinamento giuridico internazionale». Il divieto di tortura è oggi considerato ius cogens , dunque divieto appartenente al diritto internazionale generale, valevole per tutti gli Stati della comunità internazionale indipendentemente da un’espressa previsione pattizia. Infatti, secondo la Corte europea di Strasburgo «l'obbligo enunciato dall'articolo 3 della convenzione europea di non sottoporre nessuno a tortura né a pene o trattamenti inumani e degradanti consacra un valore fondamentale nella società democratica e costituisce il contenuto di una norma imperativa del diritto internazionale generale». Il divieto di tortura deve essere però anche tradotto in reato sul piano nazionale, e questo ci viene richiesto ormai da anni sia dalle Nazioni Unite che dal Consiglio d'Europa. L'inserimento del reato di tortura nel codice penale italiano costituisce, infatti, un adeguamento della normativa interna a quella sopranazionale, colmando una grave lacuna del nostro diritto interno. Il divieto di tortura è previsto fin dall'articolo 3 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali, firmata a Roma il 4 novembre 1950, di cui alla legge 4 agosto 1955, n. 848, e dall'articolo 7 del Patto internazionale relativo ai diritti civili e politici, aperto alla firma a New York il 19 dicembre 1966, di cui alla legge 25 ottobre 1977, n. 881. Inoltre, dal 1966, con l'approvazione del Patto internazionale sui diritti civili e politici, ratificato dall'Italia con la legge 25 ottobre 1977, n. 881, la comunità internazionale si è pronunciata a favore di un divieto generalizzato del ricorso alla tortura, divieto che ha trovato un suo specifico strumento di attuazione nella Convenzione, contro la tortura approvata dall'Assemblea generale dell'ONU il 10 dicembre 1984, e ratificata dall'Italia con la legge 3 novembre 1988, n. 498. Da tale Convenzione, in particolare, nasce un obbligo internazionale per la cui osservanza gli Stati europei hanno a loro volta adottato una specifica Convenzione approvata il 26 novembre 1987, anche questa ratificata dall'Italia ai sensi della legge n. 7 del 1989. Ai fini dell'esecuzione della Convenzione ONU ratificata nel 1988 e della Convenzione europea del 1987 anch'essa ratificata, il legislatore inizialmente non ritenne necessaria l'introduzione nel nostro ordinamento di una specifica fattispecie penale. A questa conclusione si pervenne ritenendo che le condotte riconducibili alla definizione di tortura, sancita dall'articolo 1, paragrafo 1, della Convenzione, fossero comunque riferibili a fattispecie penali già previste dalla legge italiana allora vigente, come ad esempio quelle dirette a punire l'omicidio, le lesioni, le percosse, la violenza privata o le minacce. Per questa ragione, non si ritenne necessario accompagnare la ratifica con norme di attuazione interna e, in particolare, con la previsione del nuovo delitto di tortura. Oggi si avverte invece l'esigenza di rivedere quella scelta, considerato che la legislazione vigente non sembra punire in maniera adeguata tutte le condotte riconducibili alla nozione di tortura, così come intesa non soltanto dalla suddetta Convenzione delle Nazioni Unite, ma anche dal comune sentire. In tale nozione rientrano anche alcuni comportamenti disumani e degradanti della dignità umana che non sono pienamente riconducibili alla nozione di violenza o di minaccia elaborata dalla nostra giurisprudenza. Tra queste nozioni e quella di tortura vi sarebbe una zona grigia; se così fosse, questa zona grigia sostanzialmente si tradurrebbe in una violazione latente della Convenzione del 1984. Per lungo tempo quindi si sono confrontate in Italia due diverse opinioni, la prima secondo la quale la legislazione italiana, attraverso la previsione di una serie di fattispecie di reato e di aggravanti generiche e specifiche, offriva già una tutela penale sufficiente a garantire il rispetto degli obblighi assunti con la Convenzione e la punizione delle eventuali violazioni; la seconda che riteneva invece necessario integrare l'ordinamento sanzionatorio italiano con la previsione di uno specifico delitto. Quest'ultima opinione ha in anni recenti ricevuto il conforto di pronunce giurisprudenziali, che hanno oggettivamente posto in luce l'esistenza di una carenza nell'ordinamento, e fin dalla XV legislatura il Senato ha dibattuto sulla costruzione della nuova fattispecie di reato, che presentava peraltro alcuni profili controversi. In primo luogo, infatti, si è discusso se la nuova fattispecie di reato dovesse essere collocata nell'ambito dei reati contro la persona o in quelli contro la libertà morale. Un'altra questione, anche più delicata, è quella relativa alla configurazione della nuova specie delittuosa come reato proprio o reato comune. Non c'è dubbio che la definizione della tortura adottata dalla Convenzione internazionale fa riferimento essenzialmente a comportamenti posti in essere da soggetti appartenenti al potere statuale, ovvero nell'interesse di quest'ultimo, ed è chiaro che il fatto stesso di adottare una Convenzione su uno specifico reato è diretto soprattutto ad evitare abusi dell'autorità contro le opposizioni, le minoranze di ogni tipo e i cittadini in genere. Tuttavia si è ritenuto preferibile configurare la tortura come reato comune, con specifiche aggravanti determinate dalla qualità di pubblico ufficiale o incaricato di pubblico servizio dell'autore, e ciò in considerazione delle specificità del panorama criminale italiano, caratterizzato dalla presenza di organizzazioni particolarmente strutturate e caratterizzate da un potere che tende ad essere pervasivo anche attraverso strumenti di tortura (tanto che in qualche caso si è avuta pure la predisposizione di vera e propria «sala di tortura»).