[ddlpres]

Disciplina del divieto di maternità surrogata. Onorevoli Senatori. -- L'articolo 12, comma 6, della legge 19 febbraio 2004, n. 40, punisce ogni forma di maternità surrogata. Tema, questo, strettamente correlato a quello delle unioni civili. Tuttavia, il divieto penalistico può essere facilmente eluso dal momento che le relative pratiche sono consentite in paesi diversi dall'Italia. Pertanto esso risulta del tutto ineffettivo per l'ovvia ragione che i soggetti i quali intendano farvi ricorso possono agire in Stati dove sono consentite e, rientrando in Italia, non possono essere puniti, come confermato già da alcune pronunce dei tribunali italiani (si veda ad esempio la sentenza del tribunale di Varese, udienza dell'8 ottobre 2014). Orientamento giurisprudenziale, questo, tra l'altro del tutto condivisibile anche sul piano dogmatico, dal momento che in fattispecie del genere difetta la cosiddetta clausola della «doppia incriminazione». In altri termini la condotta che secondo la legge italiana costituirebbe reato, se commessa all'estero (là dove invece è lecita), non è punibile. Il divieto di punire in Italia queste condotte se commesse all'estero riguarda poi anche il ben più grave delitto di alterazione di stato (articolo 567 codice penale), in quanto le legislazioni di taluni paesi a vario titolo consentono a coloro i quali ricorrano all’«utero in affitto» di dichiararsi genitori del bimbo in tal modo procreato (cfr. sul punto, la giurisprudenza già richiamata). È pertanto necessario risolvere il problema costituito dalla facile e a tutti nota, anche perché pubblicamente esibita, trasgressione di una disposizione penale nazionale preordinata alla tutela di beni giuridici posti a tutela della persona umana. Sul punto non si può dunque trascurare la necessità di attribuire effettività ad un divieto facilmente eluso, mediante il compimento, già sul territorio italiano, di atti preparatori, se non addirittura parzialmente esecutivi. A tal proposito l'articolo 1 del presente disegno di legge consente di punire sul territorio italiano chi abbia compiuto all'estero condotte che, analogamente a quanto disposto dall'articolo 604 codice penale in materia di turismo sessuale, possono definirsi di «turismo a fini di procreazione». Al riguardo si segnala come la disposizione che si intende introdurre escluda dalla punibilità la madre biologica, perché soggetto che anzi deve essere protetto in quanto vittima di sfruttamento a fini di procreazione e che frequentemente si trova in condizioni di difficoltà economiche e di emarginazione. Nonché tutti i soggetti che all'estero abbiano concorso alla realizzazione delle pratiche di procreazione (a differenza di quanto dispone l'articolo 604 codice penale). Uno specifico intento selettivo ha pure ispirato la previsione della punibilità per i fatti rilevanti ai sensi dell'articolo 567 del codice penale, quando siano commessi all'estero, limitatamente ai casi di concorso di reati. Con riferimento all'applicazione della legge penale italiana a fatti commessi all'estero e ai dubbi che in relazione a questo specifico punto potrebbero essere sollevati ci permettiamo di osservare quanto segue. Secondo le più autorevoli ricostruzioni scientifiche la legge penale italiana è, quanto alla sua sfera di applicazione in rapporto al territorio, caratterizzata dal principio della tendenziale universalità. Al riguardo basterà ricordare che, dopo l'iniziale riferimento al principio di territorialità di cui all’articolo 6 del codice penale, il successivo articolo 7 contiene un catalogo di reati ai quali è sempre applicabile la legge penale italiana -- senza alcun condizionamento alla punibilità e procedibilità -- indipendentemente dal luogo in cui essi siano stati commessi. Se ciò non bastasse, gli articoli 9 e 10 codice penale eliminano ogni dubbio. Questi ultimi infatti, seppure nel rispetto di talune condizioni che variamente ne limitano l'applicazione, in relazione alle soglie edittali e alla presenza di talune condizioni di procedibilità, nonché alla condizione di punibilità costituita dalla presenza del cittadino o dello straniero nel territorio dello Stato, impongono l'applicazione della legge penale italiana. Questa si applica nei confronti di costoro nel caso in cui abbiano commesso all'estero un reato contro un cittadino o lo Stato italiano, ovvero addirittura anche contro un cittadino o uno Stato estero. Da ciò risulta che la legge penale italiana è applicabile anche al caso limite di un cittadino straniero che all'estero abbia commesso un reato ai danni di un cittadino straniero ovvero di uno Stato straniero. Quanto sopra osservato, nel confermare l'evocato principio dell'applicazione tendenzialmente universale della legge penale italiana, dimostra che il proposto articolo 1 del disegno di legge asseconda i princìpi che sin dal 1931, anno di entrata in vigore dell'attuale codice penale, guidano i criteri applicativi della legge penale italiana quanto al territorio. Vi è poi da sviluppare un ulteriore decisivo rilievo che attiene agli aspetti sostanziali della tutela attuata attraverso il diritto penale. Ogni pratica di maternità surrogata comporta la strumentalizzazione del corpo femminile e la sua commercializzazione. Si può dire che essa si risolve in una vicenda che evoca un drammatico mercato del corpo femminile attraverso la compravendita di gameti, embrioni, ovociti, la quale addirittura si conclude con la sottrazione, dietro compenso economico, del frutto del concepimento. Non è azzardato qualificare l'intero contesto qui richiamato come una nuova forma di schiavitù alla quale sono soggette donne che si trovano in condizioni di particolare bisogno economico e versano in situazioni di spiccato degrado sociale. Un misto quindi di sfruttamento, approfittamento di condizioni di emarginazione al quale non sono nemmeno estranei profili di discriminazione su base razziale e intellettuale per il maggior costo di uteri messi a disposizione da donne più dotate dal punto di vista intellettuale o appartenenti ad etnie presentate come «superiori». Né sarebbe improprio, con riferimento a vicende siffatte, il richiamo alla prostituzione, se si considera che ci si trova dinanzi alla commercializzazione di attività sessuali compiute nell'interesse di terzi, ossia per conto di soggetti estranei al rapporto sessuale. Il quadro sin qui tracciato assume uno specifico rilievo nel diritto internazionale. È vero che non esistono trattati internazionali che vietano il cosiddetto «utero in affitto»; circostanza, questa, del tutto ovvia dal momento che pratiche siffatte sono del tutto recenti e pertanto sul punto manca un adeguato dibattito internazionale. Tuttavia se si riflette sulle considerazioni sopra sviluppate e in particolare sul fatto che attraverso queste forme di maternità surrogata si sfrutta e si strumentalizza la donna, ci si approfitta di condizioni di emarginazione, ignoranza, povertà, e di un generalizzato stato di bisogno, che a quest'ultima viene sottratto il bambino appena nato, che così facendo si crea un orribile mercato della riproduzione, addirittura condizionato dal livello intellettuale e culturale della madre, dal suo aspetto fisico e dalla razza di appartenenza, si comprende come la quantità di trattati internazionali sottoscritti dall'Italia al riguardo sia davvero sterminata.