[pronunce]

La certezza delle risorse da trasferire, inoltre, sarebbe provata dalle disposizioni di cui all'art. 7, comma 3, lettere d) (recte: b) e c), che impongono di tenere conto dell'andamento complessivo delle spese finali iscritte nel bilancio dello Stato e dei contenuti dei documenti di programmazione economico-finanziaria approvati dalle Camere. Anche l'ottava questione, sollevata sempre in relazione all'art. 119 della Costituzione, sarebbe infondata, dal momento che nell'attuazione della disposizione impugnata si dovrebbe necessariamente tenere conto dell'intero sistema delineato dal legislatore delegante e delegato. La previsione in base alla quale la legge regionale di cui all'art. 3, comma 1, del decreto legislativo, debba essere adottata da ciascuna regione, ai sensi dell'art. 4, commi 1 e 5, della legge di delega, entro sei mesi dalla emanazione del decreto legislativo, e debba determinare in conformità al proprio ordinamento le funzioni amministrative che richiedono l'unitario esercizio a livello regionale, provvedendo contestualmente a conferire tutte le altre agli enti locali, discenderebbe direttamente dai principi di cui alla legge n. 142 del 1990 e, in particolare, dal principio di sussidiarietà. Il richiamo ai commi 1 e 5 dell'art. 4 della legge di delega, infatti, non lascerebbe dubbi sul fatto che oggetto della norma impugnata sono i compiti e le funzioni già di competenza regionale nelle materie di cui all'art. 117 della Costituzione, che non richiedono un unitario esercizio a livello regionale: in ordine a tali compiti e funzioni le regioni sarebbero già titolari di beni e risorse, e sarebbe quindi possibile dare contestuale operatività ai conferimenti, come previsto appunto dalla disposizione impugnata. Una conferma a contrario si evincerebbe dall'art. 7, comma 1, lettera d) del decreto impugnato, che espressamente prevede che "in caso di delega regionale agli enti locali, la legge regionale attribuisce ai medesimi risorse finanziarie tali da garantire la congrua copertura degli oneri derivanti dall'esercizio delle funzioni delegate, nell'ambito delle risorse a tale scopo effettivamente trasferite dallo Stato alle regioni". Infondato sarebbe anche il nono motivo di censura, in quanto la questione si baserebbe su una errata interpretazione sia della legge di delega che del decreto legislativo. L'Avvocatura premette che l'art. 3, comma 1, lettera d), della legge n. 59 del 1997 demanda ai decreti legislativi previsti dal precedente art. 1 di procedere al riordino delle strutture centrali e periferiche interessate dal conferimento "con le modalità e nei termini di cui all'art. 7, comma 3", che a sua volta dispone che al riordino si provvede, con regolamento, entro novanta giorni dalla adozione di ciascun decreto di attuazione di cui al comma 1 dello stesso articolo 7 (ovvero dei decreti del Presidente del Consiglio dei ministri di puntuale individuazione dei beni e delle risorse da trasferire alle regioni ed agli enti locali). In ottemperanza a quanto dispone la legge di delega, il legislatore delegato ha stabilito (art. 9) che al riordino delle strutture centrali e periferiche si provvede "con i decreti previsti dagli articoli 7, 10 e 11 della legge 15 marzo 1997, n. 59". Pertanto, risulterebbe evidente la consequenzialità della procedura di riordino delle strutture centrali e periferiche, da attuarsi solo dopo avere proceduto alla individuazione dei beni e delle risorse da trasferire alle autonomie territoriali. Solo successivamente a questa operazione, che rende concreti e certi nella misura i conferimenti, sarebbe possibile - secondo l'Avvocatura - procedere con altrettanta certezza al riordino con i diversi strumenti previsti dagli artt. 7, 10 e 11 della legge di delega. Analoga argomentazione viene richiamata per l'individuazione delle modalità e delle procedure per il personale da trasferire di cui all'art. 3, comma 1, lettera d) della legge di delega. Infine, per quanto riguarda le disposizioni del decreto legislativo con le quali la ricorrente regione asserisce che il legislatore delegato avrebbe proceduto ad una indebita autodelega, l'Avvocatura rileva che per casi specifici il decreto delegato ha anticipato il riordino con norme singolari, compiendo una scelta consentita nell'ambito della discrezionalità spettante al Governo. La difesa statale ritiene anche infondata la decima questione, relativa alla mancata individuazione degli strumenti di raccordo e cooperazione. La lettura sistematica delle disposizioni del decreto legislativo impugnato confermerebbe che il principio di leale collaborazione, in diversa guisa e con molteplici strumenti, è stato assunto come base essenziale per i conferimenti, divenendo principio informatore del nuovo assetto dei rapporti fra i soggetti coinvolti, come dimostrerebbe il ruolo attribuito alla Conferenza Stato-regioni ed alla Conferenza Stato-città. Quanto al principio di avvalimento, esso costituirebbe, per disposto della legge di delega, criterio sussidiario per l'esercizio del potere delegato, occorrente solo nelle ipotesi in cui vi siano difficoltà giuridiche ad attuare compiutamente il principio di sussidiarietà; e, poiché il principio di sussidiarietà ha guidato l'intera stesura normativa del decreto delegato, gli spazi disciplinati mediante il principio di avvalimento risulterebbero residuali. Anche l'ultima questione sarebbe infondata, in quanto proposta in termini perentori ed "assolutistici", proprio in un campo, quello dell'autorizzazione all'insediamento di attività produttive, in cui l'articolazione degli interessi e delle competenze è particolarmente complessa. Secondo l'Avvocatura il procedimento previsto non risulterebbe lesivo della competenza regionale, in quanto la regione partecipa alla conferenza di servizi di cui all'art. 25, comma 2, lettera g) , del decreto legislativo e solo se vi è il suo accordo la determinazione costituisce proposta di variante allo strumento urbanistico. 3. - Nell'imminenza dell'udienza pubblica, fissata per il 4 aprile 2000, ha depositato memoria la sola regione ricorrente, insistendo per l'accoglimento del ricorso. Quanto al primo motivo di ricorso, concernente la mancanza di certezza nei conferimenti di funzioni, in violazione della legge di delega, la regione, nel ribadire che il decreto impugnato, violando la legge di delega, non avrebbe operato alcun concreto trasferimento di funzioni, ad eccezione di quelli previsti dalle poche norme richiamate nel ricorso, afferma che tale conclusione è confermata dal disposto dell'art. 2, lettera b), del decreto legislativo correttivo n. 443 del 1999, di modifica dell'art. 19, comma 12, del decreto legislativo impugnato. Quest'ultima disposizione, concernente le incentivazioni alle imprese, disponeva che le regioni subentrassero alle amministrazioni statali nelle convenzioni dalle medesime stipulate "ed in vigore alla data di emanazione del presente decreto legislativo e stipulando, ove occorra, atti integrativi alle convenzioni stesse per i necessari adeguamenti", con ciò singolarmente presupponendo una competenza regionale a partire dalla emanazione del decreto n. 112.