[pronunce]

SENTENZA ha pronunciato la seguentenel giudizio di legittimità costituzionale dell'art. 11 del codice di procedura penale, promosso, con ordinanza del 15 febbraio 2008, dal Giudice dell'udienza preliminare del Tribunale di Ferrara nel procedimento penale a carico di C. M. ed altro, iscritta al n. 260 del registro ordinanze 2008 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 37, prima serie speciale, dell'anno 2008. Visto l'atto di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri; udito nella camera di consiglio del 3 dicembre 2008 il Giudice relatore Sabino Cassese.. Ritenuto in fatto Considerato in diritto 1. – Il Giudice dell'udienza preliminare presso il Tribunale di Ferrara ha sollevato, con riferimento agli artt. 3, 24, 25, primo comma, e 111, secondo comma, della Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell'art. 11 del codice di procedura penale nella parte in cui «non prevede che la sua disciplina si applichi pure quando la qualità di persona sottoposta ad indagini, imputato, persona offesa o danneggiata dal reato sia assunta da un prossimo congiunto di un magistrato che esercita le proprie funzioni o le esercitava al momento del fatto in un ufficio giudiziario compreso nel distretto di Corte di appello che sarebbe competente secondo le ordinarie regole». L'art. 11 cod. proc. pen. prevede che: «1. I procedimenti in cui un magistrato assume la qualità di persona sottoposta ad indagini, di imputato ovvero di persona offesa o danneggiata dal reato, che secondo le norme di questo capo sarebbero attribuiti alla competenza di un ufficio giudiziario compreso nel distretto di corte d'appello in cui il magistrato esercita le proprie funzioni o le esercitava al momento del fatto, sono di competenza del giudice, ugualmente competente per materia, che ha sede nel capoluogo del distretto di corte di appello determinato dalla legge. 2. Se nel distretto determinato ai sensi del comma 1 il magistrato stesso è venuto ad esercitare le proprie funzioni in un momento successivo a quello del fatto, è competente il giudice che ha sede nel capoluogo del diverso distretto di corte d'appello determinato ai sensi del medesimo comma 1. 3. I procedimenti connessi a quelli in cui un magistrato assume la qualità di persona sottoposta ad indagini, di imputato ovvero di persona offesa o danneggiata dal reato sono di competenza del medesimo giudice individuato a norma del comma 1». Il Giudice rimettente premette, in fatto, che nel giudizio principale si procede per il reato di spaccio di stupefacenti nei confronti, tra gli altri, di un imputato, figlio di un magistrato in servizio presso la locale Procura della Repubblica e che il giudice dinanzi al quale doveva svolgersi l'udienza preliminare dello stesso processo ha trasmesso al Presidente del Tribunale una dichiarazione di astensione a norma dell'art. 36, comma 1, lett. h), cod. proc. pen. , ritenendo «particolarmente sconveniente la trattazione dello stesso» processo attesi i propri «costanti rapporti per ragioni connesse all'attività d'ufficio» con la collega magistrato, madre dell'imputato, tali da far «apparire non garantita la sua serenità». Riferisce, inoltre, che il Presidente del Tribunale ha accolto la dichiarazione di astensione e ha designato sé medesimo quale giudice dell'udienza preliminare del procedimento in questione, chiarendo che l'autoassegnazione scaturiva da «una informale riunione nel corso della quale tutti i magistrati del settore penale avevano confermato come le ragioni di convenienza» addotte dal giudice dell'udienza preliminare «sussistevano parimenti per ognuno di essi, ragion per cui successive assegnazioni tabellari avrebbero dato inevitabilmente luogo ad altrettante dichiarazioni di astensione, fondate sulle medesime ragioni addotte nella prima dichiarazione». 1.1. - Ad avviso del Giudice rimettente, la questione sarebbe non manifestamente infondata con riferimento a diversi parametri costituzionali. In primo luogo, la norma censurata violerebbe l'art. 3 Cost. sotto il profilo sia della disparità di trattamento sia della irragionevolezza. Osserva il Giudice rimettente che la Corte costituzionale ha affermato che il fondamento della regola posta dall'art. 11 cod. proc. pen. va rintracciato, da un lato, nella tutela del diritto di difesa del cittadino imputato e, dall'altro, nell'esigenza di garantire la terzietà e l'imparzialità del giudice (sentenza n. 390 del 1991). Sottolinea altresì come la Corte costituzionale assegni un valore assoluto alla salvaguardia di dette garanzie fondamentali del giusto processo in relazione alla modifica dell'art. 111 Cost. e che, dichiarando l'illegittimità costituzionale dell'art. 11, comma 3, cod. proc. pen. (nella versione precedente a quella attuale) nella parte in cui non prevedeva l'operatività del trasferimento di competenza per i reati commessi in udienza nei quali magistrati risultavano offesi o danneggiati, ha affermato che il pregiudizio a detti valori sussiste anche quando esso potrebbe considerarsi attenuato o limitato dalla previsione degli istituti dell'astensione e della ricusazione e anche se si tratta di magistrato offeso o danneggiato nell'esercizio della funzione pubblica assegnatagli dall'ordinamento (sentenza n. 390 del 1991). Il Giudice rimettente, inoltre, mostra di essere consapevole dell'orientamento della Corte costituzionale secondo cui è riservata alla discrezionalità del legislatore la delimitazione delle situazioni che astrattamente potrebbero considerarsi pregiudizievoli per l'obiettività e l'imparzialità del giudizio e per la neutralità e serenità del giudice, con il limite dell'arbitrarietà o della palese irragionevolezza (sentenza n. 381 del 1999). Nel caso in esame, secondo il rimettente, tale limite è stato oltrepassato a causa della disparità di trattamento riservato ai prossimi congiunti, sicché la norma «sarebbe priva di giustificazione e ragionevolezza sussistendo in relazione a questi soggetti le medesime esigenze di garanzia e di tutela dell'imparzialità e della terzietà (e relativa immagine) del giudice che sorreggono la ratio dell'art. 11 cod. proc. pen. sia con riferimento ai diretti interessati (imputati, soggetti sottoposti ad indagini, persone offese, danneggiati) che rispetto alla collettività nel suo insieme». Ad avviso del rimettente, la irragionevolezza dell'omessa previsione della categoria dei prossimi congiunti risulta ancor più palese se si considerano i numerosi casi in cui la legge processuale estende alla stessa categoria la disciplina prevista per i magistrati. Quali termini di comparazione, il giudice richiama le norme in tema di astensione e ricusazione, in cui la causa pregiudicante l'imparzialità del giudice nel singolo processo viene estesa ai prossimi congiunti (artt. 36 e 37 cod. proc.