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A tal fine, il Ministero della salute ha chiesto ai direttori generali degli enti e delle aziende del Servizio sanitario nazionale di procedere all’espletamento di un’attività ricognitiva finalizzata ad acquisire elementi in ordine alla quantificazione dei dirigenti medici e veterinari che presentino caratteristiche tali da poter beneficiare della proposta normativa in esame. Su un totale di 220 strutture sanitarie interpellate, hanno fornito riscontro 171, di cui 90 aziende sanitarie locali, 68 aziende ospedaliere universitarie e 13 istituti di ricovero e cura a carattere scientifico di diritto pubblico. Le aziende che sono interessate dalla modifica normativa risultano essere pari a 66. In particolare, l’indagine ha inteso rilevare l’incremento presunto di spesa che deriverebbe dall’applicazione della misura in oggetto. Dalla elaborazione dei dati pervenuti risulta che, allo stato attuale, un numero pari a circa 153 dirigenti, medici e sanitari, presenta le caratteristiche suddette e che, ove si applicasse la norma in esame, si determinerebbe un incremento presunto totale di spesa, per l’anno 2012, di euro 231.266,41, che rappresenta il risultato differenziale tra l’ammontare delle indennità attualmente spettanti, sulla base della legislazione vigente, ai soggetti interessati, e quello che deriverebbe dall’applicazione della norma in esame. Dalla rilevazione effettuata si è inoltre stimato un ammontare di circa euro 2.396.290,07, quale importo complessivo da corrispondere eventualmente a titolo di emolumenti arretrati, nel caso di conteggio dell’anzianità pregressa sulla base della norma in esame. Utilizzando un fattore moltiplicativo pari ad 1,28 -- assumendo cioè che nel resto degli enti che non hanno fornito risposta sussista una situazione se non equivalente, quantomeno analoga -- avremo i seguenti dati: numero di dirigenti coinvolti: 161; differenziale annuale sulle indennità corrisposte: 296.021,00; arretrati: 3.067.251,29. Pertanto la norma è stata volutamente circoscritta al solo ambito sanitario, anche per ordini di valutazione tecnica contabile, posto che, per esempio, il Fondo sanitario nazionale non può pagare altri che il personale del comparto di riferimento. Il fondo ex articolo 5 della legge n. 183 del 1987 è dotato della capienza necessaria a far fronte agli oneri di cui sopra. L’articolo 3 è diretto a risolvere integralmente le contestazioni sollevate dalla Commissione europea nell’ambito del caso EU Pilot 2066/11/MARK in materia di prestazioni transfrontaliere di servizi in Italia dei consulenti in materia di proprietà industriale. Il caso è già stato chiuso negativamente e sarà a breve avviata una procedura di infrazione. La Commissione europea, in particolare: 1) ha censurato per contrarietà all’articolo 56 del TFUE e all’articolo 16 della direttiva servizi (direttiva 2006/123/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 12 dicembre 2006) la norma dettata dall’articolo 203, comma 4, del decreto legislativo 10 febbraio 2005, n. 30 (codice della proprietà industriale), che impone ai consulenti che abbiano il domicilio professionale in uno Stato membro dell’Unione europea e vogliano esercitare la propria attività anche in Italia di eleggere domicilio esclusivo in Italia al momento della loro iscrizione all’albo nazionale dei consulenti in proprietà industriale abilitati; 2) ha contestato la mancanza di un raccordo tra l’articolo 201 dello stesso decreto legislativo n. 30 del 2005 e la normativa in materia di riconoscimento delle qualifiche, in ordine al regime applicabile ai prestatori transfrontalieri. Questo secondo rilievo è stato risolto con l’adozione del decreto-legge 24 gennaio 2012, n. 1, convertito, con modificazioni, dalla legge 24 marzo 2012, n. 27, che ha disposto, con l’articolo 87, comma 1, l’introduzione del comma 4- bis all’articolo 201 e, con l’articolo 87, comma 2, la modifica dell’articolo 203, comma 3. La modifica normativa prevista dall’articolo 3 del presente disegno di legge, abrogando la norma contestata nel primo rilievo della Commissione, rimuove l’obbligo di domiciliazione in Italia per i consulenti che abbiano il domicilio professionale in uno Stato membro dell’Unione europea. Con il citato articolo viene, pertanto, risolto ogni addebito residuo sollevato dalla Commissione europea nei confronti della normativa italiana in materia. L’articolo 4 è diretto a risolvere le contestazioni sollevate dalla Commissione europea nell’ambito del caso EU Pilot 4277/12/MARK, in materia di guide turistiche, per violazione degli obblighi imposti dalla citata direttiva servizi (2006/123/CE). Con nota 6 settembre 2012, infatti, la Commissione europea ha rilevato l’esistenza di norme in materia di guide turistiche in contrasto con l’articolo 10, paragrafo 4, della direttiva servizi laddove la legislazione nazionale prevede che l’abilitazione all’esercizio della professione di guida turistica abbia validità solo nella regione o provincia di rilascio, precludendo, pertanto, alle guide la possibilità di esercitare la professione a livello nazionale. Sulla base del principio di tolleranza zero riguardo alle violazioni della direttiva servizi, la Commissione ha chiesto, con nota del 13 febbraio 2013, un calendario dettagliato relativo alle iniziative intraprese per la definizione di un intervento normativo in materia. Con l’articolo 4 in questione, dunque, si consente alle guide turistiche, abilitate ad esercitare la propria professione in altri Stati membri, di operare in regime di libera prestazione di servizi su tutto il territorio nazionale italiano, senza la necessità di ulteriori autorizzazioni o abilitazioni, siano esse generali o specifiche. Al riguardo, si fa presente che l’intera disciplina delle guide turistiche dovrebbe essere oggetto di un riordino normativo per definire i requisiti di accesso alla stessa in maniera uniforme su tutto il territorio nazionale. Tuttavia, in attesa del predetto riordino normativo della materia, al fine di evitare l’apertura di una procedura di infrazione ai sensi dell’articolo 258 del TFUE, si è ravvisata la necessità di garantire, anche per l’esercizio della professione di guida turistica, l’applicazione della direttiva servizi su tutto il territorio nazionale. In questo quadro, si è ritenuto opportuno anticipare, già in questa sede, la previsione generale della validità su tutto il territorio nazionale dell’abilitazione all’esercizio della professione di guida turistica anche per i professionisti italiani, onde evitare una disparità di trattamento rispetto ai professionisti appartenenti ad altri Stati membri. L’articolo 5 modifica l’articolo 51 del decreto legislativo 23 maggio 2011, n. 79, in materia di ordinamento e mercato del turismo, per porre rimedio ai profili di non corretto recepimento degli obblighi derivanti dall’articolo 7 della direttiva 90/314/CEE concernente i viaggi, le vacanze e i circuiti «tutto compreso», sollevati dalla Commissione europea nell’ambito della procedura d’infrazione 2012/4094, avviata nei confronti della Repubblica Italiana ai sensi dell’articolo 258 del TFUE.