[pronunce]

pen.) una volta che abbia precedentemente svolto attività decisorie sul medesimo oggetto, in fasi o gradi anteriori del medesimo procedimento penale (ex plurimis, sentenze n. 308, n. 307 e n. 306 del 1997); che in particolare, come questa Corte ha numerose volte affermato (per tutte, sentenza n. 335 del 2002), con la locuzione «giudizio», rilevante ai fini dell'insorgere della relazione di incompatibilità in capo allo stesso giudice-persona fisica, deve intendersi non solo il giudizio dibattimentale ma qualsiasi tipo di giudizio che, in base a un esame e a una valutazione del materiale probatorio, pervenga a una decisione relativa al merito dell'accusa, con esclusione pertanto delle decisioni assunte ad altri fini o aventi carattere puramente processuale (sentenza n. 131 del 1996 citata); che, pertanto, se - alla stregua della richiamata giurisprudenza di questa Corte in materia di incompatibilità del giudice - assume carattere «pregiudicante» la valutazione compiuta in occasione dell'adozione di una misura cautelare personale (sentenze n. 155 del 1996, n. 432 del 1995), viceversa fa difetto, nell'ipotesi dedotta dal rimettente, il secondo termine di riferimento, costituito dal «giudizio», cioè dall'accertamento di merito sulla responsabilità dell'imputato; che, infatti, tale non può considerarsi, qualunque ne sia il contenuto, la decisione che il giudice per le indagini preliminari è chiamato a prendere in tema di archiviazione, data la natura interlocutoria e sommaria di quest'ultima (ordinanza n. 153 del 1999), finalizzata a un controllo di legalità sull'esercizio dell'azione penale e non a un accertamento sul merito dell'imputazione (ordinanza n. 150 del 1998; sentenza n. 319 del 1993), e ciò indipendentemente dal fatto che la decisione possa rivestire la forma del decreto ovvero, come è nella specie, dell'ordinanza a seguito di contraddittorio sull'opposizione della persona offesa alla richiesta di archiviazione del pubblico ministero; che tanto basta a escludere che l'omessa previsione legislativa della riferita ipotesi di incompatibilità del giudice sia in contrasto con i pertinenti parametri costituzionali (artt. 3, 24 e 111 della Costituzione), anche a prescindere dal possibile rilievo per cui, nell'ipotesi in argomento, attività pregiudicante e funzione che si assume pregiudicata cadono all'interno della medesima fase del procedimento, ciò che costituisce ulteriore ragione ostativa all'accoglimento della questione (sentenza n. 177 del 1996); che, per quanto detto, non adducendosi rispetto agli ulteriori parametri evocati nell'ordinanza alcuna argomentazione circa la loro pretesa violazione, la questione di costituzionalità sollevata deve essere dichiarata manifestamente infondata. Visti gli artt. 26, secondo comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87, e 9, secondo comma, delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale.. . per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE dichiara la manifesta infondatezza della questione di legittimità costituzionale dell'art. 34, comma 2, del codice di procedura penale, sollevata, in riferimento agli artt. 3, 24, 25, 27, 101 e 111 della Costituzione, dal Giudice per le indagini preliminari del Tribunale per i minorenni di Torino con l'ordinanza indicata in epigrafe. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 10 febbraio 2003. F.to: Riccardo CHIEPPA, Presidente Gustavo ZAGREBELSKY, Redattore Maria Rosaria FRUSCELLA, Cancelliere Depositata in Cancelleria il 28 febbraio 2003. Il Cancelliere F.to: FRUSCELLA