[pronunce]

Se, peraltro, le prescrizioni in materia di contabilità hanno l'evidenziata funzione di prevenire fatti prodromici alla corruzione, tale funzione sarebbe suscettibile di venir compromessa da qualunque alterazione dei dati contabili, a prescindere dai suoi rapporti con il risultato economico o il patrimonio della società e dall'entità del danno cagionato. Introducendo soglie proporzionali atte a rendere penalmente lecite anche falsità molto rilevanti, la norma impugnata si porrebbe pertanto in aperto contrasto con il disposto della Convenzione e, quindi, con il principio stabilito dall'art. 117, primo comma, Cost., in forza del quale la legislazione statale e regionale deve rispettare non solo la Costituzione, ma anche i vincoli derivanti dall'ordinamento comunitario ed internazionale: vincoli che, quanto all'ordinamento internazionale, comprenderebbero anche quelli scaturenti da fonti convenzionali. 3.2. — Nel giudizio di costituzionalità è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, il quale ha chiesto che le questioni siano dichiarate inammissibili o comunque infondate. La difesa erariale dubita, preliminarmente, dell'ammissibilità delle questioni sotto il profilo della rilevanza. L'affermazione dell'ordinanza di rimessione — secondo cui il pubblico ministero, nel riformulare l'imputazione per adeguarla alla nuova normativa, non avrebbe contestato, neppure implicitamente, il superamento delle soglie — non potrebbe essere infatti condivisa; si dovrebbe ritenere, al contrario, che il pubblico ministero, con tale formulazione, abbia inteso comunque riferirsi ad una falsità costituente reato, in quanto superiore al limite di non punibilità: circostanza, questa, che renderebbe irrilevanti le questioni proposte. In ogni caso, sarebbe stato onere del giudice verificare, prima di porre i quesiti di costituzionalità, il mancato superamento in concreto delle soglie: mentre, per contro, egli afferma espressamente di non sapere se ciò sia avvenuto, così che la rilevanza delle questioni risulterebbe meramente ipotetica. Comunque, se pure il fatto oggetto del giudizio a quo rientrasse nelle ipotesi di non punibilità introdotte dal legislatore del 2002, la rilevanza resterebbe esclusa dalla circostanza che il fatto stesso non potrebbe essere più perseguito ai sensi dell'art. 2, secondo comma, cod. pen. Nel merito, l'Avvocatura generale contesta la denunciata violazione dell'art. 76 Cost., rilevando come i principi e criteri direttivi dettati dalla legge delega fossero, sul punto, assolutamente chiari e specifici: l'intenzione del legislatore delegante era infatti quella di condizionare la rilevanza penale della falsità ad un requisito di portata generale, costituito dalla sensibilità dello scostamento tra il risultato contabile dichiarato e quello reale, consentendo peraltro di avvalersi anche di una determinazione quantitativa di soglie di rilevanza. A tali criteri direttivi il legislatore delegato avrebbe dato, d'altro canto, puntuale attuazione, stabilendo un principio generale di irrilevanza del falso che non determini una sensibile alterazione del risultato globale dell'esercizio; e precisando al tempo stesso, con l'introduzione dei limiti percentuali, che modesti scostamenti dal risultato complessivo non sono comunque punibili. Né tale sistema avrebbe affidato al giudice una eccessiva discrezionalità: ben maggiore sarebbe, semmai, quella riconosciutagli dal previgente art. 2621, numero 1), cod. civ. nell'identificazione dello stesso concetto dei «fatti non rispondenti al vero», non accompagnato da alcuna specificazione circa le modalità del relativo accertamento. Quanto, poi, alla possibilità che la nuova disciplina lasci esenti da pena scostamenti anche rilevanti di singole poste, ove lo squilibrio sia compensato da altre poste, in modo tale che non ne risulti alterato il risultato finale del documento contabile, la soluzione non sarebbe affatto irragionevole: e ciò perché ai terzi interesserebbe che il bilancio rispecchi lo stato economico-finanziario dell'impresa, sia in termini di solvibilità che di affidabilità complessiva. Per quanto riguarda la censura che fa riferimento alla Convenzione OCSE sulla lotta alla corruzione di pubblici ufficiali stranieri nelle operazioni economiche internazionali, la finalità delle disposizioni in materia di contabilità, di cui all'art. 8, sarebbe unicamente quella di vietare l'istituzione di «fondi neri», utilizzabili quale provvista per la corruzione: onde tali disposizioni non potrebbero valere come criterio direttivo generale per tutta la normativa interna statale in tema di veridicità delle scritture contabili, le cui finalità sarebbero evidentemente diverse e più ampie. Ma anche qualora il riferimento dovesse considerarsi pertinente, resterebbe il fatto che il comma 2 del citato art. 8 non prevede la sanzione penale come unico mezzo di contrasto delle violazioni; al contrario, il legislatore nazionale è lasciato libero di scegliere tra sanzioni civili, amministrative o penali, comunque efficaci in relazione alla finalità perseguita: e, nel caso del legislatore italiano, la scelta di non punire con sanzione penale il falso tenue non significherebbe che questo non venga più considerato illecito, poiché il suo autore rimane responsabile nei confronti della società, dei soci e dei creditori, in base alle norme civili e societarie. 3.3. — Nel giudizio di costituzionalità si è altresì costituito U. L., imputato nel processo a quo, chiedendo che le questioni siano dichiarate inammissibili o, in subordine, manifestamente infondate. Ad avviso della parte privata, le questioni sarebbero irrilevanti nel giudizio a quo, giacché, per espressa affermazione del giudice rimettente, il superamento delle soglie di punibilità — sulle quali vertono i quesiti di costituzionalità — non è stato contestato nella specie dal pubblico ministero. Tali questioni tenderebbero inoltre ad introdurre — tramite la piena “riespansione” della fattispecie penale conseguente alla richiesta abolizione delle soglie — una disciplina più rigorosa del reato di false comunicazioni sociali, surrettiziamente ripristinatoria della previgente normativa, ritenuta (soggettivamente) più conforme alle esigenze della repressione penale: esito da ritenere peraltro precluso, stante l'inammissibilità, a fronte della fondamentale riserva di legge di cui all'art. 25 Cost., di ogni questione di costituzionalità finalizzata ad inasprire norme incriminatrici ed a porre in discussione le scelte di politica criminale del legislatore. Né, d'altro canto, l'ostacolo potrebbe essere aggirato facendo appello alla (peraltro oscillante) giurisprudenza di questa Corte in tema di «norme penali di favore», trattandosi di qualificazione che non compete affatto alle previsioni censurate. Queste ultime — lungi dallo stabilire, secondo il tratto tipico della categoria, ingiustificate impunità o immunità a favore di determinati soggetti — rappresenterebbero soltanto applicazioni pratiche del «principio di frammentarietà e offensività» dell'illecito penale: