[pronunce]

3.- Secondo il rimettente, la previsione censurata si porrebbe anzitutto in contrasto con l'art. 103, secondo comma, Cost., poiché non consentirebbe al giudice contabile di formare il proprio convincimento sulla base degli elementi di prova rilevanti ai fini della decisione, dei quali ha disposto l'acquisizione al giudizio. Essa, inoltre, violerebbe il disposto di cui all'art. 111 Cost., alterando, in favore dell'amministrazione legittimata ad apporre la classificazione di segretezza, la regola della cosiddetta "parità delle armi", che costituisce estrinsecazione del principio del contraddittorio. Ancora, sarebbe violato l'art. 24, secondo comma, Cost., poiché la limitazione che la norma arreca all'accesso delle parti alla documentazione classificata e alla possibilità di estrarne copia ne comprimerebbe il diritto alla difesa. Infine, sussisterebbe anche una violazione del principio di eguaglianza di cui all'art. 3 Cost., avuto riguardo al diverso regime probatorio che si configura a carico del pubblico impiegato facente parte del personale degli OO.I.S., rispetto alle pretese inerenti all'accertamento del trattamento di quiescenza avanzate da tutti gli altri pubblici impiegati. 4.- Poiché i quattro giudizi incidentali concernono identiche questioni, sollevate in riferimento ai medesimi parametri e sulla base delle stesse argomentazioni, se ne rende opportuna la trattazione unitaria. Ciò posto, va preliminarmente osservato che, nei suoi atti di intervento in giudizio, dal contenuto sostanzialmente identico, il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, ha sollevato eccezione d'inammissibilità delle questioni per difetto di rilevanza. Secondo la difesa statale, in particolare, le domande formulate dai ricorrenti potevano essere decise sulla base delle rispettive allegazioni e senza dar corso all'attività istruttoria, che ha invece reso necessario il ricorso alle cautele previste dalla disposizione oggetto di censura. 5.- L'eccezione è fondata per le ragioni che seguono. 5.1.- Ai fini dell'apprezzamento del requisito della rilevanza nei giudizi incidentali, questa Corte ha ripetutamente affermato che «ciò che conta è la valutazione che il giudice a quo deve effettuare in ordine alla possibilità che il procedimento pendente possa o meno essere definito indipendentemente dalla soluzione della questione sollevata, potendo la Corte interferire su tale valutazione solo se essa, a prima vista, appaia assolutamente priva di fondamento (sentenza n. 71 del 2015)» (sentenze n. 208 e n. 122 del 2019). In tal senso, il giudice a quo, dopo aver sinteticamente descritto il contenuto della pretesa dei ricorrenti nei giudizi principali e l'oggetto della propria ordinanza istruttoria, si limita ad affermare in modo tautologico, nella parte conclusiva delle ordinanze di rimessione, che i giudizi principali non possono essere definiti nel merito «se non previa risoluzione della prospettata questione di legittimità costituzionale». Nessuna spiegazione, pertanto, viene fornita in ordine alla necessità di fare applicazione di una norma destinata a spiegare i suoi effetti in ambito istruttorio, e ciò quantunque l'amministrazione avesse espressamente dedotto che la pretesa dei ricorrenti era infondata quanto all'an debeatur e, conseguentemente, che l'istruttoria disposta sul quantum era, in realtà, da ritenersi del tutto superflua. Di conseguenza, non viene nemmeno illustrata la ragione per la quale la decisione sulle questioni di legittimità costituzionale risulterebbe pregiudiziale per la definizione del processo principale; e la mancata indicazione di plausibili ragioni che depongano per tale rilievo di pregiudizialità si risolve in un difetto di motivazione sulla rilevanza, dal quale consegue l'inammissibilità della questione stessa (ex multis, sentenze n. 23 del 2019, n. 209 e n. 119 del 2017; ordinanza n. 202 del 2018). A ciò si aggiunga che il rimettente svolge le proprie considerazioni con riguardo alle modalità con le quali l'amministrazione convenuta nei giudizi principali ha dato esecuzione alla norma censurata; non a caso, e come si è accennato, le denunziate criticità vengono ricostruite con riferimento «alla portata letterale della norma e alla sua concreta attuazione operata dall'Amministrazione». Pertanto, il denunciato pregiudizio alla funzione giurisdizionale e al diritto di difesa delle parti private non è dipeso dalla previsione impugnata, in sé considerata, ma dall'applicazione che ne avrebbe fatto l'amministrazione nel caso concreto; e questo rende irrilevante il sindacato di legittimità costituzionale richiesto ai medesimi fini. 5.2.- L'inadeguatezza della motivazione sulla rilevanza delle questioni emerge poi con riguardo ad un ulteriore, specifico profilo. In proposito, giova procedere ad una breve ricostruzione del quadro normativo sotteso al tema dei giudizi principali. 5.2.1.- La disciplina del rapporto d'impiego del personale degli OO.I.S. non si sottrae ai principi generali e alle norme comuni del pubblico impiego. Già la legge 24 ottobre 1977, n. 801 (Istituzione e ordinamento dei servizi per le informazioni e la sicurezza e disciplina del segreto di Stato), nel disporre che il personale di tali organismi fosse «costituito da dipendenti civili e militari dello Stato che vengono trasferiti, con il loro consenso [...] nonché da personale assunto direttamente» (art. 7, comma 1), avuto riguardo alla peculiarità delle relative attribuzioni aveva operato una delegificazione della disciplina del relativo rapporto di impiego, devolvendo in modo permanente al Presidente del Consiglio dei ministri, ovvero al Ministro della difesa od al Ministro dell'interno (su parere del Comitato interministeriale per le informazioni e la sicurezza, di concerto con il Ministro del tesoro), la relativa potestà normativa, esercitabile anche in deroga alle disposizioni legislative vigenti. Pertanto, lo status giuridico e il trattamento economico del personale di tali organismi erano stati regolati dai decreti del Presidente del Consiglio dei ministri n. 7 e n. 8 del 21 novembre 1980 (non pubblicati nella Gazzetta Ufficiale), che hanno delineato un regime atipico, soggetto all'applicazione esclusiva delle disposizioni speciali. In particolare, ai fini che rilevano in questa sede, l'art. 18 del d.P.C.m. n. 8 del 1980 ha previsto la corresponsione sia della indennità «di funzione», per il personale provvisto di qualifica dirigenziale, sia della indennità «operativa», per il personale sprovvisto di tale qualifica, delle quali, però, ha espressamente escluso il computo nella base pensionabile. 5.2.2.- In epoca successiva, tuttavia, il trattamento di quiescenza dei pubblici impiegati è stato interessato da alcuni interventi di riforma, fra i quali, in particolare, la legge 8 agosto 1995, n. 335, recante «Riforma del sistema pensionistico obbligatorio e complementare» (cosiddetta "riforma Dini").