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Tale sismicità, infatti, pur non essendo alta in valore assoluto (si pensi ad esempio a quella della California o del Giappone), costituisce un potenziale pericolo per gli innumerevoli e caratteristici borghi e paesi disseminati lungo l'Appennino (spesso costruiti in pietra locale), che certamente costituiscono un unicum di grande valore storico, culturale ed edilizio ma che necessitano anche di notevoli interventi strutturali per la loro messa in sicurezza. La sequenza sismica del 2016-2017 in Italia Centrale ha messo in luce proprio questa fragilità, presente, purtroppo anche in altre zone d'Italia, come Campania, Basilicata, Calabria e Sicilia orientale, dove il potenziale sismico è molto alto. Ogni terremoto importante in Italia ha coinvolto aree da circa 400 km 2 (Emilia 2012) fino a oltre 1.000 km 2 come la sequenza di Amatrice-Visso-Norcia del 2016. Dato che in Italia vi sono almeno 60.000 km 2 dei circa 302.000 km 2 di superficie che possono subire eventi sismici rilevanti, ciò significa che tutto il settore a maggiore pericolosità sismica che da tempo non subisce terremoti forti verrà gradualmente coinvolto perché la tettonica delle placche è inesorabile. Dove c'è stato un terremoto forte in passato, lì e nelle zone adiacenti prima o poi ritornerà. Nell'arco di 400-600 anni, l'intera area a massima pericolosità nazionale verrà tappezzata da delle losanghe di territorio mediamente di 500-700 km 2 dove l'energia del pianeta si libera in modo violento, improvviso e devastante (Doglioni e Pampanin, 2019). Una delle cause principali di morte durante un terremoto è il crollo degli edifici. Per ridurre la perdita di vite umane è necessario quindi rendere sicure le strutture edilizie. Oggi le norme per le costruzioni in zone sismiche prevedono che « gli edifici non si danneggino per terremoti di bassa intensità, non abbiano danni strutturali per terremoti di media intensità e non crollino in occasione di terremoti forti, pur potendo subire gravi danni » (http://www.protezionecivile.gov.it/). Sottolineo che le Norme tecniche delle costruzioni vigenti (NTC 2018) prevedono che gli edifici possano subire danni in seguito a forti sismi, tali da rendere necessaria la loro demolizione o ricostruzione. Fatta salva la vita umana, sarebbe il caso che anche gli edifici non subiscano danni rilevanti, considerando che la gran parte della spesa per terremoti è destinata alla ricostruzione e prevedendo statisticamente che un terremoto forte e distruttivo colpisca l'Italia ogni quattro o cinqueanni. Danni consistenti all'edificato possono addirittura costringere alla perdita definitiva di interi borghi, con comunità irrimediabilmente disgregate, sia nei rapporti umani sia nel tessuto socioeconomico, come ripetutamente successo in Italia. Per ridurre, quindi, il rischio sismico dell'edilizia residenziale occorre migliorare le caratteristiche strutturali degli edifici, proprio per evitare che le città colpite in area epicentrale vengano disabitate per almeno un decennio, senza obbligare a deportazioni forzate della popolazione e grave disgregazione del tessuto sociale, economico, culturale e demografico. A tale scopo occorre che le abitazioni resistano ad accelerazioni di picco al suolo più elevate di quelle oggi previste dalle NTC, prendendo come riferimento un tempo di ritorno di 2.475 anni per il terremoto di progetto, ovvero passare dall'attuale probabilità di ricorrenza del 10 per cento in 50 anni, al 2 per cento. Purtroppo, molti edifici pubblici e privati non sono nemmeno adeguati al rischio sismico minimale. Tra tutti, qui voglio menzionare gli edifici scolastici, per la funzione estremamente delicata che svolgono. Non dimentichiamo l'immane tragedia, in seguito al terremoto del 31 ottobre 2002 di San Giuliano di Puglia, con la scuola elementare crollata e ventisette « angeli » e una maestra « volati » in cielo. Da un rapporto di Legambiente del 2016 risulta che oltre il 41 per cento delle scuole (15.055) si trovano in zona sismica 1 e 2 (cioè dove possono verificarsi terremoti, rispettivamente, fortissimi e forti) e che il 43,4 per cento di questi edifici risalgono a prima del 1976 e cioè a prima dell'entrata in vigore della normativa antisismica. Mentre solo il 12,3 per cento delle scuole presenti in queste aree risulta progettato o adeguato ai sensi della normativa tecnica di costruzione antisismica. Una situazione allarmante cui bisognerebbe mettere mano immediatamente per cercare di rispondere almeno alle esigenze più gravi (Legambiente – Ecosistema Scuola – XVIII Rapporto – ottobre 2017). Si stima che, dal secondo dopoguerra ad oggi, il costo totale delle calamità naturali in Italia si aggiri intorno ai 310 miliardi di euro (Prometeia). I terremoti, nell'infausta classifica degli eventi più dannosi, la fanno da padrona: il conto dei sette maggiori sismi degli ultimi 52 anni ammonta ad oggi a oltre 150 miliardi (ma le stime potrebbero crescere, viste le ferite tutt'altro che rimarginate lasciate negli ultimi anni nell'Italia centrale). Solo gli ultimi tre grandi terremoti sono costati oltre 40 miliardi di euro, per non parlare dell'incalcolabile perdita di 628 vite umane e della disgregazione del tessuto socioeconomico di vaste comunità. In favore delle aree interessate sono stati destinati complessivamente 40,581 miliardi di euro (20,187 dal 2009 al 2017 e 20,394 dal 2018 al 2047), in particolare: – 17,5 miliardi di euro nel 2009 per L'Aquila; – 8,4 miliardi di euro nel 2012 per la Pianura padana; – 14,7 miliardi di euro nel 2016 per il Centro Italia. L'analisi per finalità di intervento evidenzia come complessivamente quasi l'85 per cento delle risorse è stato destinato alla ricostruzione, il 9 per cento alle attività produttive, quasi il 4 per cento alle pubbliche amministrazioni e il 2,5 per cento a fronteggiare le emergenze (Ricostruire-Senato, 2018). Mauro Dolce, già direttore generale del Dipartimento della protezione Civile, sostiene che « Per l'adeguamento sismico degli edifici pubblici serve una cifra sull'ordine di 50 miliardi ». A questa somma va poi aggiunta quella per sistemare gli edifici privati, che però non può essere calcolata con precisione perché i proprietari degli edifici possono scegliere tra interventi di messa in sicurezza con costi diversi, variabili da 300 a 800 euro per metro quadrato. Per questo le stime possono variare. Secondo quelle fatte dal Consiglio nazionale degli ingegneri nel 2013 basandosi sui dati ISTAT, Cresme e della protezione civile, servirebbero circa 93,7 miliardi di euro per mettere in sicurezza le case di tutti gli italiani.