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Analogamente le Direzioni sanitarie di ciascuna regione daranno indicazioni finalizzate a limitare l'esecuzione dei riscontri diagnostici ai soli casi volti alla diagnosi di causa del decesso, limitando allo stretto necessario quelli da eseguire per motivi di studio e approfondimento"; considerato che: nella risposta all'interrogazione 5-04014, presentata in XII Commissione permanente ("Affari sociali") alla Camera, è stato precisato che tale circolare non dettava alcun divieto di effettuare autopsie, né avrebbe potuto farlo, considerato che non è un atto normativo di livello primario. "Tuttavia, al fine di tutelare la salute degli operatori sanitari, con la circolare si è raccomandato di limitare il ricorso a tale tipo di riscontro diagnostico. In altri termini, considerati i rischi connessi all'effettuazione delle autopsie, si è inteso salvaguardare la salute e la sicurezza dei professionisti sanitari, nonché la salute degli operatori del settore funerario e, naturalmente, della popolazione in generale"; nella stessa risposta si legge che la "Conferma del fatto che obiettivo della circolare ministeriale non era quello di proibire le autopsie si evince dalla lettura del paragrafo C che, nel suo insieme, si traduce in un invito ad eseguire le autopsie soltanto da parte di personale adeguatamente protetto e in sale settorie di tipo BSL3, cioè debitamente attrezzate a garantire la sicurezza di chi vi opera. Se si fosse voluto proibire le autopsie, non sarebbero state date indicazioni su come eseguirle"; è anche riportato: "tra l'altro, l'ISS ha pubblicato, in data 23 marzo 2020, un documento dal titolo 'Procedura per l'esecuzione di riscontri diagnostici in pazienti deceduti con infezione da SARS-CoV-2', stilato in collaborazione con la Società Italiana di Anatomia Patologica, l'Istituto Spallanzani e l'Azienda Socio-Sanitaria Territoriale (ASST) Fatebenefratelli Sacco, con cui si sottolinea l'importanza del contributo che il riscontro autoptico può dare allo studio del COVID-19 e vengono fornite dettagliate indicazioni sulle procedure da seguire per la relativa esecuzione, nel periodo emergenziale"; tenuto conto che: aver invitato a non procedere con gli esami autoptici, ed eventualmente a procedervi con notevoli restrizioni, in un periodo in cui il personale sanitario, soprattutto in Lombardia, osservava turni al limite delle proprie possibilità fisiche e psicologiche, non ha consentito in tempi rapidi di individuare le vere cause dei decessi ovvero di praticare prima le terapie idonee, in totale contrasto con i protocolli attuati fino a quel momento e ha determinato il rapido peggioramento del quadro clinico dei malati; se si fossero praticate le autopsie ai primi decessi attribuiti alla malattia denominata COVID-19, si sarebbero evitati percorsi e rimedi sbagliati: oggi, grazie alla svolta nelle conoscenze mediche, non si parla più né di rianimazioni e nemmeno di ventilazioni, che in questo caso si sono rivelate peggiorative del quadro clinico; solo oggi risulta essere stato definitivamente chiarito che gli esami post mortem erano consentiti, anche se a discrezione delle autorità giudiziarie e delle direzioni sanitarie, limitandone l'esecuzione ai soli casi in cui fossero necessari per accertare la causa della morte o per fini di studio e approfondimento, si chiede di sapere: se il Ministro in indirizzo, dagli esami autoptici effettuati, voglia fornire dati sul reale numero di decessi avvenuti a causa dell'infezione da Sars-CoV-2 oppure a causa di altre malattie; se, a fronte dei 33.309 pazienti deceduti e risultati positivi all'infezione in Italia, al 18 giugno 2020, come riportato dalla scheda infografica settimanale fornita dall'Istituto superiore di sanità, che per il 4,2 per cento presentava zero patologie pregresse, dei 3.510 deceduti per i quali al 18 giugno 2020 è stato possibile analizzare le cartelle cliniche, sia stato effettuato esame autoptico ed eventualmente stabilito che la causa del decesso fosse attribuibile ad esito dell'infezione da SARS-CoV-2 ovvero ad altre cause; se, a fronte dei 33.309 pazienti deceduti e risultati positivi all'infezione che per il 95,8 per cento presentava una o più patologie pregresse, con numero medio di patologie pregresse osservate di 3,3, dei 3.510 deceduti per i quali al 18 giugno 2020 è stato possibile analizzare le cartelle cliniche, sia stato effettuato esame autoptico ed eventualmente stabilito che la causa del decesso fosse attribuibile ad esito dell'infezione da SARS-CoV-2 ovvero ad altre cause; se, attualmente, per tutti i pazienti deceduti e dichiarati positivi all'infezione in Italia, si stia procedendo all'effettuazione dell'esame autoptico e, pertanto, se si possa conoscere il numero esatto tra questi per i quali la causa del decesso sia con certezza attribuibile al solo esito dell'infezione da SARS-CoV-2. Atto n. 4-03725 BUCCARELLA Al Ministro della salute Premesso che: da un articolo pubblicato sul sito web del quotidiano "La Stampa" nella sezione cronaca di Milano in data 27 marzo 2020, intitolato "Caso Don Gnocchi, la procura apre un fascicolo sul boom di contagi", risulterebbe una cattiva gestione dell'emergenza COVID-19 a livello organizzativo da parte della fondazione don Carlo Gnocchi, che avrebbe cagionato nella sede di via Palazzolo un numero di contagi e decessi superiore alla media nazionale; dal contenuto dell'articolo si evince l'apertura di un fascicolo da parte della Procura di Milano per diffusione colposa di epidemia: 18 esposti presentati dai dipendenti risultati positivi al coronavirus accusano direttamente la direzione della fondazione, rea di aver tenuto nascosti moltissimi casi di lavoratori contagiati e di aver impedito l'uso delle mascherine per non spaventare l'utenza. Tale circostanza è stata ripresa da numerose fonti di stampa a livello locale e nazionale, anche relativamente ad altri centri facenti capo alla medesima fondazione, in altre regioni italiane (si veda a tal proposito l'articolo pubblicato il 22 aprile 2020 su "L'Espresso", intitolato "Il colosso Don Gnocchi travolto dal coronavirus: storia della onlus che vale centinaia di milioni"). La fondazione, infatti, è una onlus che svolge le proprie attività in regime di accreditamento con il SSN in 28 strutture residenziali e una trentina di ambulatori organizzati in 9 presidi territoriali, diffusi in 9 regioni italiane; nella città di Roma la fondazione Don Carlo Gnocchi è presente con due centri di ricovero di carattere riabilitativo, "Santa Maria della Pace" e "Santa Maria della Provvidenza". Anche in queste strutture si sarebbero verificate circostanze analoghe a quelle riportate negli articoli di stampa aventi ad oggetto il presidio territoriale della Lombardia. In un articolo pubblicato sul sito web del quotidiano "la Repubblica" nella sezione cronaca di Roma l'8 aprile 2020, intitolato "Coronavirus, a Roma dramma nelle case di riposo. Tra decessi e nuovi focolai: il tragico bilancio delle Rsa", tra i pazienti del centro Santa Maria della Pace risulterebbero, in tale data, 15 positivi e due vittime. Gli operatori positivi, invece, sarebbero 5: