[pronunce]

SENTENZA ha pronunciato la seguentenel giudizio di legittimità costituzionale dell'art. 34, comma 2, del codice di procedura penale, promosso dal Giudice per le indagini preliminari del Tribunale ordinario di Siena, nel procedimento penale a carico di E. H., con ordinanza del 23 ottobre 2023, iscritta al n. 152 del registro ordinanze 2023 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 48, prima serie speciale, dell'anno 2023, la cui trattazione è stata fissata per l'adunanza in camera di consiglio del 4 giugno 2024. Udito nella camera di consiglio del 17 giugno 2024 il Giudice relatore Franco Modugno; deliberato nella camera di consiglio del 17 giugno 2024.. Ritenuto in fatto Considerato in diritto 1.- Con ordinanza del 23 ottobre 2023, iscritta al n. 152 del registro ordinanze 2023, il Giudice per le indagini preliminari del Tribunale ordinario di Siena ha sollevato, in riferimento agli artt. 3, 24, 25, 27, 101, 111 e 117 della Costituzione - quest'ultimo in relazione all'art. 7 (recte: art. 6), primo paragrafo, della Convenzione europea dei diritti dell'uomo e all'art. 15 (recte: art. 14) primo paragrafo, del Patto internazionale sui diritti civili e politici - questioni di legittimità costituzionale dell'art. 34, comma 2, del codice di procedura penale, nella parte in cui non prevede che il giudice per le indagini preliminari, il quale abbia rigettato la richiesta di decreto penale di condanna per ritenuta «non congruità» della pena richiesta dal pubblico ministero, sia incompatibile a pronunciare sulla nuova richiesta di decreto penale formulata per lo stesso fatto e nei confronti del medesimo imputato. 1.1.- Il rimettente premette di essere investito della richiesta di decreto penale di condanna presentata dal pubblico ministero il 16 ottobre 2023 nei confronti di una persona imputata del reato di cui all'art. 186, comma 2, lettera c), del decreto legislativo 30 aprile 1992, n. 285 (Nuovo codice della strada), per aver guidato un'autovettura in stato di ebbrezza alcolica, con accertamento di un tasso alcolemico superiore a 1,5 grammi per litro. Riferisce il giudice a quo che il pubblico ministero aveva già chiesto in precedenza, nei confronti della stessa persona e per il medesimo fatto, l'emissione di un decreto penale di condanna alla pena di 2.100 euro di ammenda, determinata a partire dalla pena base di sei mesi di arresto, convertiti nella corrispondente pena pecuniaria, e 1.800 euro di ammenda, previo riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche. Il rimettente aveva rigettato la richiesta, ritenendo che la pena indicata dal pubblico ministero, pressoché pari al minimo edittale, fosse incongrua rispetto alla gravità della violazione. La concentrazione di etanolo riscontrata nel sangue dell'imputato era risultata, infatti, addirittura doppia rispetto al valore minimo di 1,5 grammi per litro, richiesto per l'integrazione della contravvenzione, in base a un primo metodo di rilevazione, e comunque sia superiore del 77 per cento a tale valore, in base all'accertamento di conferma condotto sul sangue intero. Di seguito alla conseguente restituzione degli atti, il pubblico ministero aveva formulato la nuova richiesta di decreto penale di cui il rimettente è attualmente investito, individuando la pena da applicare in 2.950 euro di ammenda, determinata a partire da una pena base di nove mesi di arresto, convertiti nella corrispondente pena pecuniaria, e 2.100 euro di ammenda, sempre previo riconoscimento delle attenuanti generiche. 1.2.- Il giudice a quo, chiamato, in questo modo, a pronunciarsi sulla nuova richiesta di decreto penale, dubita della legittimità costituzionale dell'art. 34, comma 2, cod. proc. pen. , nella parte in cui non include tra i casi di incompatibilità cosiddetta "orizzontale" quello del giudice che sia chiamato a pronunciare su una richiesta di decreto penale di condanna nei confronti della stessa persona e per il medesimo fatto, dopo aver respinto una richiesta precedente in ragione della ritenuta inadeguatezza della pena proposta dal pubblico ministero. Al riguardo, il rimettente osserva come la suddetta incompatibilità, attinente alla relazione tra la fase del giudizio e quella che immediatamente la precede, esplichi una funzione di garanzia del fondamentale principio di imparzialità e terzietà del giudice, e con esso, del giusto processo: principio la cui attuazione è posta in pericolo da tutte le situazioni che contribuiscono a far sorgere la figura del cosiddetto iudex suspectus, in ragione della forza della prevenzione generata dall'avere quest'ultimo compiuto in precedenza atti del procedimento che implichino una valutazione non meramente «formale», ma «di contenuto», della res iudicanda. L'incompatibilità in parola presupporrebbe, quindi, una relazione tra due termini: l'"attività pregiudicante", costituita da un'attività giurisdizionale atta a generare la forza della prevenzione, e la "sede pregiudicata", costituita da un compito decisorio al quale il giudice che abbia posto in essere l'attività pregiudicante non risulta più idoneo. Quanto alla "sede pregiudicata", il giudice a quo ricorda come, secondo la costante giurisprudenza di questa Corte, debba intendersi per «giudizio» ogni processo che, in base a un esame delle prove, pervenga a una decisione di merito. La relativa nozione comprende, pertanto, non solo il giudizio dibattimentale, ma anche il procedimento per decreto penale, nel quale spetta al giudice, in base all'esame delle risultanze delle indagini preliminari, accogliere o respingere la richiesta del pubblico ministero (sono citate le sentenze n. 16 del 2022 e n. 346 del 1997). In tale rito speciale, il controllo demandato al giudice per le indagini preliminari attiene, infatti, al merito dell'ipotesi accusatoria, postulando una verifica del fatto storico e della responsabilità dell'imputato. A detto giudice è devoluto, fra l'altro, secondo la consolidata giurisprudenza di legittimità, il sindacato sull'esattezza della qualificazione giuridica del fatto, sulla sufficienza degli elementi probatori e - per quanto rileva nella specie - sulla congruità della pena richiesta dal pubblico ministero: ipotesi tutte nelle quali l'esito negativo della verifica dà luogo al rigetto della richiesta. Con riguardo poi all'"attività pregiudicante" - prosegue il giudice a quo -, questa Corte ha da tempo precisato le condizioni in presenza delle quali la previsione normativa dell'incompatibilità del giudice deve ritenersi costituzionalmente necessaria, individuandole segnatamente nella preesistenza di valutazioni, da parte dello stesso giudice, in ordine alla medesima res iudicanda; nel fatto che la valutazione concerna atti anteriormente compiuti e sia strumentale all'assunzione di una decisione; nella circostanza, infine, che tale decisione attenga al merito dell'ipotesi accusatoria e non soltanto allo svolgimento del processo.