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Modifiche al testo unico di cui al decreto legislativo 26 marzo 2001, n. 151, in materia di congedo di maternità e di paternità obbligatorio. Onorevoli Senatori. – Garantire l'attuazione del principio della parità di genere in riferimento al trattamento e alle opportunità sul mercato del lavoro non è solo un principio di civiltà e un imperativo morale, ma anche un imprescindibile contributo allo sviluppo economico sostenibile del nostro Paese, come di ogni nazione nel mondo, nonché al benessere e alla felicità delle persone che vi abitano. È necessario partire da questa consapevolezza per contestualizzare il presente disegno di legge che, mirando a sostenere e migliorare concretamente la scelta e l'esperienza genitoriale distribuendone equamente tra madri e padri le responsabilità e gli oneri, e i relativi diritti e doveri, incide sull'equilibrio tra lavoro e vita familiare generando effetti a catena incisivi e a lungo termine sui singoli e sulle comunità. La pubblicazione Closing the Gender Gap dell'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE) del 2013 fotografa la situazione di disparità di genere nei Paesi dell'OCSE e nei Paesi in via di sviluppo attraverso tre chiavi di lettura principali: educazione, occupazione e impresa. Ciò che emerge è che le giovani donne, pur garantendo performance scolastiche migliori degli uomini e presentando un tasso di abbandono scolastico inferiore, hanno prospettive di impiego peggiori, sia in termini salariali che di carriera. Questa discriminazione si basa su stereotipi culturali ma anche sull'esclusione preventiva di una candidata donna al momento della selezione per un posto di lavoro poiché a parità di competenze alle donne in età fertile, dunque madri potenziali, vengono preferiti candidati uomini. Segue una ulteriore discriminazione di genere quando la lavoratrice diventa madre, perché penalizzata economicamente da una retribuzione parziale e dall'assenza o insufficienza di servizi di assistenza formale per i minori. Ne deriva che spesso le donne, in qualità di soggetti economicamente più deboli nella coppia, abbandonano il lavoro con l'arrivo dei figli o scelgono il lavoro part-time per conciliare le esigenze assistenziali e di cura con il lavoro retribuito. Questa scelta ha conseguenze negative sul lungo periodo poiché, riducendo gli oneri previdenziali versati, decurta i rendimenti pensionistici. Per questo motivo le donne sono a rischio povertà ed esclusone sociale in vecchiaia molto più degli uomini, soprattutto se restano sole. Il rapporto ISTAT del 2018 « La vita delle donne e degli uomini in Europa » sottolinea che nei Paesi dell'Unione europea le donne non solo vivono più a lungo degli uomini (83,6 anni per le donne e 78,2 anni per gli uomini, in base ad una media 2016), ma anche che nel 2017 il 7,6 per cento delle donne di età compresa tra i 25 e i 49 anni viveva sola con i figli, rispetto al 1,1 per cento degli uomini della stessa età, un numero sette volte superiore. Sempre l'ISTAT nel rapporto annuale 2019 afferma: « La partecipazione delle donne al mercato del lavoro è influenzata dal ruolo ricoperto in famiglia. Benché il tasso di occupazione femminile sia cresciuto di tre punti percentuali tra il 2013 e il 2018, quello delle donne tra 25 e 49 anni – la fascia di età nella quale si registra la maggiore concentrazione di madri con figli minori – è caratterizzato da un aumento più contenuto, dal 58,1 al 59,5 per cento ». In questo modo, il divario di genere nei livelli di occupazione (62 per cento di occupazione femminile nella fascia di età tra i 20 e i 64 rispetto al 73 per cento di quella maschile, sulla base dei dati ISTAT 2017) si trasforma in divario retributivo di genere (pari al 16 per cento in media negli Stati membri della Unione europea, mentre in Italia il 5,3 per cento) che a sua volta significa divario pensionistico di genere (in media il 40 per cento nella Unione europea). Il ritiro dal mercato del lavoro della forza lavoro femminile dunque non ha solo ricadute negative in termini di mancato sviluppo economico ma anche di indebolimento del sistema sociale e di welfare . La partecipazione femminile al mondo del lavoro è pertanto cruciale per garantire al nostro Paese il mantenimento e l'attuazione di una piena democrazia, come previsto dalla nostra Carta costituzionale, per promuovere lo sviluppo economico, la crescita culturale e la tenuta sociale che consentano all'Italia di confrontarsi alla pari con gli altri Paesi europei e occidentali. Riassumendo, si può affermare che tra le conseguenze negative della disparità di genere sul lavoro vi è lo spreco di anni di investimenti in formazione sulle donne che non trasformano le proprie capacità e competenze in sviluppo economico; la sensibile riduzione del bacino di talenti e intelligenze disponibili per le diverse carriere, che incide sulla competitività e il progresso per le imprese; un sistema previdenziale più debole e, infine, una società meno felice poiché alle donne e agli uomini non si danno le medesime possibilità per contribuire nella vita professionale e in quella familiare, partecipando anche all'esperienza fondamentale, trasformativa, e potenzialmente gioiosa, della cura e dell'educazione dei figli. Una delle cause principali di questa situazione è stata individuata nell'inadeguatezza delle politiche a favore dell'equilibrio tra attività professionale e vita familiare, come riportato nella direttiva (UE) 2019/1158 del Parlamento europeo e del Consiglio relativa all'equilibrio tra attività professionale e vita familiare per i genitori e i prestatori di assistenza e che abroga la direttiva 2010/18/UE del Consiglio, del 20 giugno 2019: lo squilibrio tra i generi nei modelli di congedo, incentivi insufficienti affinché gli uomini usufruiscano di un congedo per occuparsi dei figli e/o di familiari dipendenti, possibilità limitate di ricorrere a modalità di lavoro flessibili, servizi di assistenza formale insufficienti e disincentivi economici hanno dimostrato di esacerbare i problemi in materia di occupazione femminile. L'attuale quadro giuridico a livello dell'Unione europea e degli Stati membri prevede disposizioni limitate volte a far sì che gli uomini condividano equamente le responsabilità di assistenza con le donne. Gli obiettivi specifici della citata direttiva pertanto intendono migliorare l'accesso ai meccanismi per conciliare attività professionale e vita familiare e aumentare il numero di uomini che si avvalgono di congedi per motivi familiari e di modalità di lavoro flessibile, al fine di attenuare gli effetti delle responsabilità di assistenza sui livelli occupazionali femminili, contribuendo ad evitare che genitori e prestatori di assistenza abbandonino completamente il mercato del lavoro. La direttiva dovrà essere recepita dagli Stati membri entro due anni dalla pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale . Coerentemente con queste disposizioni e con le ricerche internazionali sulla gender equality , il presente disegno di legge interviene sulla vigente legislazione ampliando da cinque a sei mesi il congedo obbligatorio di maternità e introduce il congedo di paternità obbligatorio per un periodo massimo di sei mesi, dei quali il primo da esercitarsi congiuntamente con la madre mentre gli altri cinque da godere nei primi ventiquattro mesi del bambino e in modo non coincidente con la madre.