[pronunce]

6.3.- L'art. 30, comma 1, lettera b), della legge 16 dicembre 1999, n. 479 (Modifiche alle disposizioni sul procedimento davanti al tribunale in composizione monocratica e altre modifiche al codice di procedura penale. Modifiche al codice penale e all'ordinamento giudiziario. Disposizioni in materia di contenzioso civile pendente, di indennità spettanti al giudice di pace e di esercizio della professione forense) - nota come "legge Carotti" - ha ripristinato la formulazione originaria dell'art. 442, comma 2, cod. proc. pen. , sicché il rito abbreviato è tornato ad essere accessibile anche per gli imputati di reati puniti con la pena dell'ergastolo. Entrata in vigore il 2 gennaio 2000, la "legge Carotti" ha sollevato un problema intertemporale per coloro i quali, essendo imputati di un reato punito con l'ergastolo, non avevano potuto richiedere il giudizio abbreviato in primo grado, ciò non essendo allora consentito per la sanzione applicabile ai reati contestati, ed erano quindi decaduti dalla reintrodotta facoltà. 6.4.- Per far fronte a tale problema di diritto transitorio, in sede di conversione del d.l. n. 82 del 2000, la legge n. 144 del 2000, entrata in vigore l'8 giugno 2000, ha introdotto l'art. 4-ter, norma oggi censurata, che ha previsto un'ampia rimessione in termini. Il comma 2 del menzionato art. 4-ter ha stabilito infatti che «[n]ei processi penali per reati puniti con la pena dell'ergastolo, in corso alla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto e nei quali prima della data di entrata in vigore della legge 16 dicembre 1999, n. 479, era scaduto il termine per la proposizione della richiesta di giudizio abbreviato, l'imputato, nella prima udienza utile successiva alla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto, può chiedere che il processo, ai fini di cui all'articolo 442, comma 2, del codice di procedura penale, sia immediatamente definito, anche sulla base degli atti contenuti nel fascicolo di cui all'articolo 416, comma 2, del medesimo codice». Il comma 3 del medesimo art. 4-ter ha tuttavia precisato che «[l]a richiesta di cui al comma 2 è ammessa se è presentata: a) nel giudizio di primo grado prima della conclusione dell'istruzione dibattimentale; b) nel giudizio di appello, qualora sia stata disposta la rinnovazione dell'istruzione ai sensi dell'articolo 603 del codice di procedura penale, prima della conclusione della istruzione stessa; c) nel giudizio di rinvio, se ricorrono le condizioni di cui alle lettere a) e b)». 6.4.1.- La rimessione in termini è stata concessa dall'art. 4-ter, comma 1, del d.l. n. 82 del 2000, come convertito, anche agli imputati di reati puniti con pena diversa dall'ergastolo, che fossero decaduti dalla facoltà di chiedere l'abbreviato, ma a loro si è posto un limite temporale più stringente, cioè che non fosse «ancora iniziata l'istruzione dibattimentale alla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto». La diversità di trattamento è stata censurata in via incidentale di fronte a questa Corte per violazione dell'art. 3 Cost., quale espressione di un «irragionevole privilegio» per gli imputati di reati puniti con l'ergastolo, ai quali soltanto è stata concessa la possibilità di chiedere il rito abbreviato nonostante l'istruzione dibattimentale fosse già in corso, purché non ancora conclusa. 6.4.2.- La censura è stata dichiarata manifestamente infondata dall'ordinanza n. 99 del 2001 (poi confermata dall'ordinanza n. 222 del 2002), in base alla considerazione che la diversità di trattamento riflette la peculiare situazione nella quale versavano gli imputati di reati puniti con l'ergastolo anteriormente alla legge n. 479 del 1999, allorquando era loro radicalmente precluso l'accesso al rito alternativo. Nei loro confronti - afferma l'ordinanza n. 99 del 2001 - «si è prevista una "rimessione in termini" particolarmente ampia (consentendo la proposizione dell'istanza, nel giudizio di primo grado, prima della conclusione dell'istruzione dibattimentale ed, entro tale limite, anche nel giudizio di appello, qualora sia stata disposta la rinnovazione dell'istruzione); nei confronti di tutti gli altri imputati - che avrebbero potuto formulare la richiesta anche anteriormente, sia pure con un diverso regime normativo - si è invece stabilita una semplice estensione dell'ordinario termine di proposizione, fino ad uno stadio compatibile con la funzione alternativa al dibattimento che il rito abbreviato è istituzionalmente chiamato a svolgere (donde il limite segnato dall'inizio dell'istruttoria dibattimentale)». 7.- Tenuto presente il quadro normativo e giurisprudenziale ora richiamato, e sulla scorta di quanto espone l'ordinanza di rimessione, può dunque intendersi la singolare vicenda processuale all'origine della questione in scrutinio. Prima dell'entrata in vigore della "legge Carotti", P. P., imputato di un reato punito con l'ergastolo, non poteva chiedere il rito abbreviato, per effetto della sentenza n. 176 del 1991, che aveva dichiarato costituzionalmente illegittima la previsione codicistica della relativa facoltà. Entrata in vigore quella legge il 2 gennaio 2000, egli non poteva chiedere il rito abbreviato, poiché il giudizio si trovava ormai in grado di appello, e la sua richiesta del 14 gennaio 2000 è stata infatti, per questo motivo, respinta. Entrato in vigore l'8 giugno 2000 l'art. 4-ter del d.l. n. 82 del 2000, come convertito, P. P., pur avendo immediatamente reiterato l'istanza di abbreviato, già in data 12 giugno 2000, si è visto precluso l'accesso al rito speciale, in quanto, nell'arco temporale tra il gennaio e il giugno 2000, non soltanto era stata disposta, ma si era finanche conclusa la rinnovazione dell'istruzione dibattimentale ex art. 603 cod. proc. pen. , col passaggio alla discussione finale. 8.- Nell'illustrare la sequenza degli eventi e la conseguente preclusione dell'accesso al rito abbreviato, a suo avviso rivelatrice di una disparità di trattamento lesiva dell'art. 3 Cost., la Corte di assise d'appello di Reggio Calabria, nella propria ordinanza di rimessione, «non disconosce che analoga questione di costituzionalità era stata già esaminata e rigettata in sede di merito». Non soltanto, dunque, il giudice della cognizione ha applicato la norma oggi censurata con un provvedimento impugnabile (e, in concreto, impugnato) nella successiva fase del processo di cognizione, ma egli ha anche delibato, con esito negativo, la medesima questione di legittimità costituzionale ora riproposta dal giudice dell'esecuzione.