[pronunce]

SENTENZA ha pronunciato la seguentenel giudizio di legittimità costituzionale dell'art. 8 della legge 5 marzo 1990, n. 45 (Norme per la ricongiunzione dei periodi assicurativi ai fini previdenziali per i liberi professionisti), promosso dal Tribunale di Torino, nel procedimento civile vertente tra G. V. e la Cassa nazionale di previdenza e assistenza a favore dei dottori commercialisti, con ordinanza del 9 marzo 2004, iscritta al n. 616 del registro ordinanze 2004 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 27, prima serie speciale, dell'anno 2004. Visti gli atti di costituzione di G. V. e della Cassa nazionale di previdenza e assistenza a favore dei dottori commercialisti, nonché l'atto di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri; udito nell'udienza pubblica del 25 ottobre 2005 il Giudice relatore Francesco Amirante; uditi l'avvocato Michele Iacoviello per la Cassa nazionale di previdenza e assistenza a favore dei dottori commercialisti e l'avvocato dello Stato Giuseppe Albenzio per il Presidente del Consiglio dei ministri.. Ritenuto in fatto Considerato in diritto 1. –– Nel corso di un procedimento civile instaurato nei confronti della Cassa nazionale di previdenza e assistenza a favore dei dottori commercialisti, il Tribunale di Torino con ordinanza del 20 aprile 2002 sollevava, in riferimento all'art. 3 della Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell'art. 8 della legge 5 marzo 1990, n. 45 (Norme per la ricongiunzione dei periodi assicurativi ai fini previdenziali per i liberi professionisti), nella parte in cui dispone che nei confronti dei soggetti che si siano avvalsi della facoltà di ricongiunzione non si applica l'art. 21 della legge 29 gennaio 1986, n. 21, il quale consente a coloro che cessano dall'iscrizione alla Cassa convenuta senza aver maturato i requisiti per il diritto a pensione – ed, eventualmente, agli eredi di questi che, come la ricorrente, non abbiano diritto alla pensione indiretta – di richiedere la restituzione dei contributi versati alla Cassa stessa. Premetteva il giudice a quo che la ricorrente aveva promosso il giudizio al fine di ottenere la condanna della Cassa alla restituzione di quanto complessivamente versato dal fratello defunto a titolo sia di contributi relativi al periodo 1° gennaio 1970-27 giugno 2000 di iscrizione alla Cassa convenuta sia di onere per la ricongiunzione di cinque anni di anzianità contributiva maturati presso l'INPS (nel periodo 1° gennaio 1963-31 gennaio 1969) chiesta ed ottenuta dal de cuius il 19 aprile 1994. Il remittente – dopo aver precisato che la domanda di rimborso formulata dalla ricorrente non poteva essere accolta in considerazione del «limite insormontabile» costituito dall'impugnato art. 8 della legge n. 45 del 1990 – osservava che la previsione della restituzione dei contributi nell'ipotesi in cui non vengano raggiunti i requisiti per il diritto a pensione era da ritenere in contrasto con la logica finanziaria sottesa ad un qualunque contratto di tipo aleatorio; ciò nonostante egli, non avendo elementi per contestare la legittimità costituzionale del citato art. 21, riteneva di dover dubitare della razionalità della disposizione del citato art. 8 che, senza alcuna valida giustificazione, porta a trattare in modo diverso situazioni uguali. Al riguardo il giudice a quo precisava che, in casi come quello in esame, doveva senz'altro escludersi la possibilità di rimborsare i contributi trasferiti dall'INPS alla Cassa, in quanto essi avevano avuto a suo tempo una precisa funzione assicurativa; in base all'art. 21 della legge n. 21 del 1986, invece, non vi era alcun motivo per negare, in conseguenza del mero esercizio della facoltà di ricongiunzione, la restituzione dei contributi versati direttamente alla Cassa e di quanto ad essa corrisposto come onere per la ricongiunzione (il cui trattenimento da parte della Cassa si sarebbe risolto in una sorta di arricchimento senza causa). L'equilibrio finanziario della prestazione gravante su quest'ultima, infatti, non subisce alcuna modifica per effetto della ricongiunzione perché l'ente, per dare attuazione alla relativa istanza dell'assicurato, non si limita a chiedere ed ottenere i contributi versati a suo tempo nella gestione di provenienza, ma ottiene dal professionista cospicue integrazioni di tale somma sulla base del calcolo della riserva matematica, come previsto dall'art. 2 della legge n. 45 del 1990. Nel caso di specie, ad esempio, il quinquennio di contributi presso l'INPS, pari al valore nominale di lire 4.379.000 (comprensivo di interessi), era stato significativamente integrato con il versamento da parte dell'assicurato della somma di lire 44.802.000, onde raggiungere la riserva matematica calcolata in lire 49.181.000. 2. –– La questione così prospettata veniva dichiarata manifestamente inammissibile da questa Corte, con ordinanza n. 235 del 2003, per carenze di motivazione del provvedimento di remissione. 3.–– Il medesimo Tribunale di Torino, dopo aver ricevuto comunicazione della menzionata pronuncia di questa Corte, con successiva ordinanza del 9 marzo 2004, emessa nel corso dello stesso giudizio, ha sollevato nuovamente identica questione di legittimità costituzionale, riportando testualmente la precedente ordinanza di remissione ed aggiungendo, a titolo di integrazione, che l'assicurato è morto il 27 giugno 2000 all'età di sessantatré anni, senza aver mai fatto domanda di pensione di anzianità pur avendone i requisiti contributivi e senza essersi cancellato dall'albo; con la conseguenza che vi è certamente una base contributiva non utilizzabile della cui ripetibilità si controverte nel giudizio a quo. 4.–– Nel giudizio davanti alla Corte si è costituita la Cassa nazionale di previdenza e assistenza a favore dei dottori commercialisti, chiedendo che la questione venga dichiarata inammissibile ed in subordine infondata. Osserva la Cassa, preliminarmente, che l'odierna ordinanza di remissione è identica a quella precedente, con la sola aggiunta dei dati anagrafici del defunto e della precisazione che questi non aveva conseguito il diritto alla pensione. Ciò premesso, la parte rileva che l'art. 3 Cost. è richiamato solo sotto il profilo della violazione del principio di uguaglianza, senza alcun riferimento a quello di ragionevolezza, e che questa Corte (sentenza n. 421 del 1995) ha chiarito che l'invocato principio non può essere utilizzato per estendere situazioni di privilegio; analogamente, nessuna censura è prospettata in riferimento all'art. 38 della Costituzione. La giurisprudenza di questa Corte, d'altra parte, ha evidenziato che la ripetizione dei contributi ha natura eccezionale (sentenza n. 404 del 2000), limitata alla sola previdenza dei liberi professionisti e sconosciuta al sistema dell'assicurazione generale obbligatoria dei lavoratori;