[pronunce]

b) nel caso ( che qui interessa ( di appello non notificato a mezzo di ufficiale giudiziario, dal deposito della copia notificata dell’appello, presso la segreteria della Commissione tributaria provinciale, entro il termine previsto per la costituzione in giudizio dell’appellante (artt. 53, comma 2, e 22, commi 1 e 3, del d.lgs. n. 546 del 1992) ; termine che è sicuramente anteriore alla richiesta di trasmissione del fascicolo (art. 53, comma 3, del d.lgs. n. 546 del 1992). È, dunque, erroneo sostenere che la suddetta ratio sia soddisfatta dalla sola richiesta di trasmissione del fascicolo di primo grado, perché questa non può sostituire né l’avviso scritto inviato dall’ufficiale giudiziario né il deposito previsto dalla disposizione censurata. 6.2. – Quanto alla seconda questione, il giudice a quo afferma che la norma denunciata è irragionevole, perché prevede la grave sanzione dell’inammissibilità dell’appello quale conseguenza del mancato compimento, da parte dell’appellante, di un atto estraneo «alla struttura del giudizio di gravame», quale sarebbe il deposito di copia dell’atto di impugnazione nel caso di appello proposto senza il tramite di ufficiale giudiziario. Anche tale questione non è fondata. Come si è visto al punto precedente, nel caso in cui l’appello sia notificato mediante ufficiale giudiziario, quest’ultimo è obbligato, ai sensi dell’art. 123 disp. att. cod. proc. civ. , a fornire «immediato avviso scritto» di tale notificazione alla segreteria del giudice che ha pronunciato la sentenza impugnata. In tale ipotesi, l’ufficiale giudiziario è tenuto a detto avviso in forza dei suoi doveri di ufficio e della responsabilità disciplinare, civile o penale che sorgerebbe a suo carico in caso di inadempimento. Nell’ipotesi, invece, in cui la parte abbia scelto di proporre appello senza avvalersi dell’ufficiale giudiziario, l’unico deterrente per indurre l’appellante a fornire tempestivamente alla segreteria del giudice di primo grado la documentata notizia della proposizione dell’appello stesso è rappresentato dalla sanzione di inammissibilità prevista dalla norma denunciata. Al fine di ottenere un ordinato e spedito svolgimento del processo, appare, perciò, non irragionevole che il legislatore – con la norma censurata - abbia posto a carico dell’appellante l’onere di depositare copia dell’atto di impugnazione a pena di inammissibilità. In particolare, con tale previsione, il legislatore ha perseguito il duplice obiettivo, da un lato, di non gravare la segreteria del giudice di appello di compiti informativi necessariamente intempestivi (perché successivi alla costituzione in giudizio dell’appellante) ed organizzativamente onerosi e, dall’altro, di assicurare la tempestività e la completezza della comunicazione dell’interposta impugnazione, imponendo allo stesso appellante, che abbia proposto appello senza avvalersi dell’ufficiale giudiziario, di effettuare tale comunicazione. 6.3. – Quanto alla terza questione, il rimettente afferma che la norma denunciata, nel caso di notificazione a mezzo posta, fa irragionevolmente gravare sull’agente postale, cioè su un terzo rispetto alle parti di causa, l’obbligo del deposito della copia dell’appello presso la segreteria della Commissione tributaria provinciale e, pertanto, rende arbitro tale terzo dell’inammissibilità dell’appello. La questione non è fondata. Al riguardo, è qui sufficiente osservare che il presupposto interpretativo da cui muove il rimettente è errato. Infatti, nell’ipotesi di notificazione dell’appello a mezzo posta, nessuna disposizione pone a carico dell’agente postale né l’obbligo di depositare presso la segreteria del giudice di primo grado la copia dell’appello notificato, né l’obbligo di effettuare un avviso analogo a quello previsto per l’ufficiale giudiziario dall’art. 123 disp. att. cod. proc. civ. Al contrario, la norma denunciata pone a carico del solo appellante l’onere di depositare la copia dell’appello notificato a mezzo posta. 6.4. – Quanto alla quarta questione, nell’ordinanza di rimessione viene dedotta l’irragionevolezza di una disposizione che, pur prevedendo l’inammissibilità dell’impugnazione per il mancato deposito della copia dell’appello nella segreteria del giudice di primo grado, non indica, però, alcun termine perentorio per detto deposito. Anche tale ultima questione non è fondata. Alla luce della sopra ricordata esigenza ( sottesa alla disposizione denunciata ( di fornire alla segreteria del giudice di primo grado una tempestiva e documentata notizia della proposizione dell’appello, un termine perentorio per il deposito della copia dell’appello nella segreteria della Commissione tributaria provinciale è sicuramente ricavabile, in via interpretativa, dal complesso delle norme in materia di impugnazione davanti alle Commissioni tributarie. Tale termine ( come si è visto ai punti 6.1. e 6.2. ( non può che identificarsi con quello stabilito per la costituzione in giudizio dell’appellante; costituzione che avviene mediante il deposito del ricorso in appello presso la segreteria della Commissione tributaria regionale entro trenta giorni dalla proposizione dell’appello (artt. 53, comma 2, e 22, commi 1 e 3, del d.lgs. n. 546 del 1992).. per questi motivi La Corte costituzionale dichiara la manifesta inammissibilità delle questioni di legittimità costituzionale dell’art. 53, comma 2, secondo periodo, del decreto legislativo 31 dicembre 1992, n. 546 (Disposizioni sul processo tributario in attuazione della delega al Governo contenuta nell’articolo 30 della legge 30 dicembre 1991, n. 413) - periodo introdotto dal comma 7 dell’art. 3-bis del decreto-legge 30 settembre 2005, n. 203 (Misure di contrasto all’evasione fiscale e disposizioni urgenti in materia tributaria e finanziaria), convertito, con modificazioni, dal comma 1 dell’art. 1 della legge 2 dicembre 2005, n. 248 -, sollevate, in riferimento agli artt. 2, 3, sotto il profilo della violazione del principio di uguaglianza, e 24 della Costituzione, dalla Commissione tributaria regionale della Puglia con l’ordinanza indicata in epigrafe; dichiara non fondate le questioni di legittimità costituzionale del citato secondo periodo del comma 2 dell’art. 53 del decreto legislativo n. 546 del 1992, periodo introdotto dal comma 7 dell’art. 3-bis del decreto-legge n. 203 del 2005, convertito, con modificazioni, dal comma 1 dell’art. 1 della legge n. 248 del 2005, sollevate, in riferimento all’art. 3 Cost., sotto il profilo della violazione del principio di ragionevolezza, dalla Commissione tributaria regionale della Puglia con l’ordinanza indicata in epigrafe. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 30 novembre 2009. F.to: