[pronunce]

Alla stregua di questi precedenti si ritiene che, se può esservi identità di funzioni (di polizia) tra Polizia di Stato e Arma dei carabinieri (ad es. ai fini dell'unitarietà del coordinamento tecnico operativo e della direzione unitaria delle forze di polizia: artt. 4 e 6 della legge n. 121 del 1981), non può esservi commistione alcuna tra i rispettivi ordinamenti del personale, e, dunque, anche sul regime attinente a momenti particolari del rapporto di lavoro, quali, ad esempio, quelli connessi alle diverse situazioni di inidoneità al servizio, parziale o totale, temporanea o permanente. Non vi è, quindi, alcuna ragione per dubitare che la delega espressa dall'art. 36, primo comma della legge n. 121 del 1981 abbia inteso riguardare unicamente il personale della Polizia di Stato e non anche gli appartenenti all'Arma dei carabinieri. Tale esclusione, d'altronde, lungi dal tradursi in un trattamento discriminatorio, appare del tutto coerente con l'assetto sistematico normativo dell'ordinamento dell'amministrazione della pubblica sicurezza. La distinzione degli ambiti ordinamentali propri del personale appartenente all'Arma dei carabinieri, pur impegnato in compiti di polizia, e la Polizia di Stato, rinviene ulteriori conferme nella restante normativa, che in varia misura, disciplina aspetti comuni ai rapporti di impiego delle (diverse) Forze di polizia. Significativa, sotto questo profilo, è la legge 6 marzo 1992, n. 216 (Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 7 gennaio 1992, n. 5, recante autorizzazione di spesa per la perequazione del trattamento economico dei sottufficiali dell'Arma dei carabinieri in relazione alla sentenza di questa Corte n. 277 del 1991 e all'esecuzione di giudicati, nonché perequazione dei trattamenti economici relativi al personale delle corrispondenti categorie delle altre Forze di polizia. Delega al Governo per disciplinare i contenuti del rapporto di impiego delle Forze di polizia e del personale delle Forze armate nonché per il riordino delle relative carriere, attribuzioni e trattamenti economici), il cui art. 2 ha delegato il Governo ad emanare un decreto legislativo «che definisca, in maniera omogenea, nel rispetto dei principi fissati dai relativi ordinamenti di settore stabiliti dalle leggi vigenti […] le procedure per disciplinare i contenuti del rapporto di impiego delle Forze di polizia anche ad ordinamento militare […]». L'art. 3 di quest'ultima legge ha poi delegato il Governo ad emanare decreti legislativi per procedere al «riordino delle carriere, delle attribuzioni e dei trattamenti economici, allo scopo di conseguire una disciplina omogenea, fermi restando i rispettivi compiti istituzionali, le norme fondamentali di stato, nonché le attribuzioni delle autorità di pubblica sicurezza, previsti dalle vigenti disposizioni di legge». Orbene, proprio rispettando la distinzione di detti ambiti, alla delega del 1992 hanno fatto seguito altrettanti distinti provvedimenti, quali il d.lgs. 12 maggio 1995, n. 196 concernente il personale non direttivo delle Forze armate; il d.lgs. 12 maggio 1995, n. 198 relativo al personale non direttivo e non dirigente dell'Arma dei carabinieri e il d.lgs. 12 maggio 1995, n. 199 relativo agli appartenenti alla Guardia di finanza. Da questo quadro complessivo non si discosta la sentenza di questa Corte n. 277 del 1991 che pure il rimettente ha invocato a sostegno delle sue tesi. In tale ultima pronuncia questa Corte ha avuto occasione di sottolineare che, una volta fatti salvi i rispettivi ordinamenti delle varie forze di polizia, permangono necessariamente differenti sistemi di avanzamento o di altre modalità di evoluzione dei rapporti che la legge n. 121 del 1981 non ha inteso in alcun modo rendere uniformi, essendosi limitata ad “estendere” il trattamento economico dell'unica categoria di personale alle altre, previa un'operazione di equiparazione sulla base del “criterio funzionale” che è il «solo idoneo a rendere omogeneo, sotto il denominatore comune delle funzioni, il trattamento economico del personale inquadrato nei rispettivi apparati secondo articolazioni diverse» (così, ordinanza n. 324 del 1993). L'esistenza di un quadro di piena autonomia tra l'ordinamento della Polizia di Stato e quello degli appartenenti all'Arma dei carabinieri, pur nella possibile coincidenza di funzioni di sicurezza pubblica, rende, dunque, del tutto razionale la delimitazione dell'ambito di operatività delle norme impugnate al solo personale della Polizia di Stato e non anche agli appartenenti all'Arma dei carabinieri, nei cui confronti il legislatore si è mosso seguendo percorsi diversi e più specifici, sulla base di valutazioni discrezionali non prive di ragionevolezza.. per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE dichiara non fondata la questione di legittimità costituzionale dell'art. 36, primo comma, cpv. XX, della legge 1° aprile 1981, n. 121 (Nuovo ordinamento dell'Amministrazione della pubblica sicurezza) e dell'art. 2 del d.P.R. 24 aprile 1982, n. 339 (Passaggio del personale non idoneo all'espletamento dei servizi di polizia ad altri ruoli dell'Amministrazione della pubblica sicurezza o di altre amministrazioni dello Stato), sollevata, con riferimento agli artt. 3, 4, 32, 36, 38 e 97 della Costituzione, dal Tribunale amministrativo regionale della Liguria con l'ordinanza in epigrafe. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 30 novembre 2005. F.to: Annibale MARINI, Presidente Luigi MAZZELLA, Redattore Giuseppe DI PAOLA, Cancelliere Depositata in Cancelleria il 9 dicembre 2005. Il Direttore della Cancelleria F.to: DI PAOLA