[resaula]

E lo deve fare con la forza di chi sa che il tempo è scaduto, consapevole del fatto che dal 1954, quando la Francia bocciò il programma di un esercito europeo, l'Europa avanza zoppa e nell'illusione che un'unione solo economica possa darle prosperità e pace, senza accorgersi che la nostra è una ricchezza fittizia e che la nostra pace è in mano ad altri. Pochi giorni fa qui in Senato il ministro Speranza ha ricordato che nel 1978 è stato istituito il Servizio sanitario nazionale. In molti hanno riconosciuto il grande valore sociale di quella riforma e sostenuto che il Servizio vada ancor più valorizzato. La riforma del Servizio sanitario non è nata però per caso: è figlia di un tempo, dagli anni Sessanta agli anni Settanta del secolo scorso quando, nonostante un terrorismo sanguinario, le forze politiche seppero mostrare una visione lucida del futuro dell'Italia mettendo in atto una forza riformista di straordinaria lungimiranza. In quegli anni non si vide nascere solo il Servizio sanitario nazionale; ci furono anche la nazionalizzazione dell'energia elettrica, la legge quadro sull'urbanistica, le leggi di riforma dell'università, la scuola media obbligatoria, lo Statuto dei lavoratori, la nascita delle Regioni, la legge di attuazione del referendum , la legge per l'avvio della Corte costituzionale, la legge sull'obiezione di coscienza, quelle sul divorzio e sull'aborto. Il Servizio sanitario nazionale è nato in una grande stagione di riforme guidata da uomini politici che non si curavano della loro immagine, ma avevano una visione larga delle cose e grandi idee riformiste; coltivavano una prospettiva e un progetto a lungo termine; sapevano scegliere e avevano una determinazione ferrea nel dovere di fare. Dentro quella visione e quel progetto sono nate riforme e grandi leggi che ancora oggi costituiscono assi portanti della legislazione italiana. È la memoria di quella stagione, assieme al bisogno di un orizzonte chiaro, che mi spinge a chiedere al Presidente del Consiglio - sono certo che il Sottosegretario presente in Aula glielo riferirà - di trovare il tempo per venire in Senato e aprire un dibattito sul suo progetto per l'Italia e sulla visione alla quale ispirare le scelte di fondo e le decisioni quotidiane. In un passaggio così difficile nella storia dell'Italia, il Parlamento ha un bisogno assoluto di cultura e di cultura politica ed è compito del Presidente del Consiglio riempire questo vuoto. ( Applausi del Gruppo PD e del senatore Bressa ). PRESIDENTE.È iscritto a parlare il senatore Bagnai. Ne ha facoltà. BAGNAI (L-SP-PSd'Az) . Signor Presidente, «Ho sempre pensato che l'Europa si sarebbe costruita nelle crisi e che sarebbe stata la somma delle soluzioni che si sarebbero trovate per queste crisi». Così scriveva Jean Monnet nei suoi «Mémoires» pubblicati nel 1976. Questa frase di uno dei Padri fondatori del progetto unionista mi è tornata in mente quando il presidente Pesco ha comunicato alla 5 a Commissione la logica sottostante ai suoi criteri di improponibilità. Ci è stato detto - è stato poi ribadito dal senatore Misiani, e Misiani è un uomo d'onore - che un provvedimento emergenziale non può essere utilizzato per interventi strutturali e, quindi - ad esempio - non ci sarà alcun anno bianco fiscale; una misura che avrebbe dato respiro a tante partite IVA e a tante piccole e medie imprese, svincolandole dalla necessità di versare a giugno un acconto esorbitante delle imposte su quei redditi che non stanno percependo. Questo Governo si è rifiutato di considerarla, sostenendo che il sistema fiscale non vada riformato in condizioni di urgenza. Giusto, saggio, ma quanta improvvisa e improvvida saggezza negli eredi di quella stagione politica, che, nella concitazione di una crisi, allo scellerato e infame grido di «Fate presto!» ha riformato, nell'ordine, il sistema pensionistico, il mercato del lavoro, il sistema delle autonomie locali e quello scolastico. Fu l'urgenza dello spread a giustificare quelle riforme strutturali. Ricordiamo tutti il memorandum che la BCE inviò all'Italia nel 2011, e che Monti, Letta, Renzi e Gentiloni Silveri pedissequamente eseguirono. E perché mai ora l'urgenza di soccorrere i cittadini che rappresentiamo non dovrebbe giustificare interventi ugualmente strutturali? Perché queste asimmetrie? Gli interventi strutturali vi vanno bene solo se penalizzano i cittadini e non se li avvantaggiano? Certo che siete strani, voi unionisti. L'Europa si farà nelle crisi - dite - ma, quando arriva una crisi, l'Italia lasciamola com'è: col suo fisco vessatorio, con la sua burocrazia, col suo codice degli appalti ancora più astruso di quello che vi è stato dettato da Bruxelles, quello al quale noi e il Paese vi imploravamo di tornare. Ma voi: no, duri come il ferro, perché dovete essere sempre più realisti del re, voi unionisti. Quando non potete distruggerlo - il Paese che amate - almeno vi sforzate di non ricostruirlo. Certo che siete veramente strani, eh! (Applausi dai Gruppi L-SP-PSd'Az e FIBP-UDC) . Siete quelli che, prima, con la Commissione Rordorf insediata nel 2015, riscrivono, obbedendo all'Unione europea, il codice della crisi di impresa, salvo poi sospenderlo quando arriva un evento che mette le imprese in crisi. Mah, per fortuna - dico io - meno male: è una delle poche cose buone che rinveniamo nel decreto-legge, ma è anche una cosa da romanzo distopico: la guerra è pace, la crisi è prosperità. Lo capite anche voi, allora, che quello che vi dettano da Bruxelles non funziona? (Applausi dal Gruppo L-SP-PSd'Az) . Perché, allora, non sospendere anche gli ISA, basati su un cardine del globalismo - la funzione di produzione neoclassica - cioè su un mondo finto, su un mondo distopico, su un mondo di macchine, sul mondo di «Blade runner»? Un imprenditore, che una volta votava per voi, mi diceva ieri sconsolato che forse PD sono le iniziali di Philip Dick ( absit iniuria verbis ). Poi, a ben vedere, la crisi dello spread e quella del virus non sono confrontabili: una dipende da un fenomeno naturale (e non è quella dello spread ) e l'altra dipende da un artefatto umano (e non è quella del virus). Forse dovremmo dircelo finalmente, visto che lo abbiamo constatato con i nostri occhi poche settimane fa: quello che ci avete presentato come un ineluttabile dato di natura cui inchinarsi, lo spread , altro non è che il risultato di una decisione politica: la decisione di impedire ai Governi di finanziarsi presso la propria Banca centrale. Questa decisione, presa nel 1981 in Italia - come sappiamo - con uno scambio di lettere fra Andreatta e Ciampi e iscritta nel 1992 nei trattati europei - come sappiamo - all'articolo 123, primo comma, del Trattato sul funzionamento dell'Unione europea, aveva una sua logica precisa e dichiarata: