[pronunce]

A connotare come nuovo il complesso di questioni in parola non può valere neppure il mero richiamo alla disciplina delle ispezioni e delle perquisizioni negli uffici dei difensori. Rispetto alle questioni dianzi indicate, infatti, tale riferimento rappresenta, non già un'argomentazione a sostegno della ritenuta illegittimità costituzionale, ma una critica al ragionamento svolto da questa Corte per dichiarare inammissibili le questioni precedenti: in pratica, si "rimprovera" alla Corte di non aver tenuto conto, nel pervenire a tale conclusione, della presenza nel sistema di una previsione espressa di inutilizzabilità "derivata", quale quella contemplata dal citato art. 103 cod. proc. pen. Le questioni in discorso debbono considerarsi, di conseguenza, inammissibili "ante portas", in quanto la loro riproposizione si traduce in una non consentita impugnazione della sentenza n. 252 del 2020. 4.- Quanto alle questioni non precluse, l'Avvocatura dello Stato ha eccepito l'inammissibilità di quelle sollevate dall'ordinanza iscritta al n. 16 r. o. del 2022 per insufficiente descrizione della fattispecie concreta, avendo il rimettente omesso di riportare il capo di imputazione e di indicare la norma penale che si assume violata dagli imputati. L'eccezione non è fondata. Di là dalle omissioni denunciate dall'Avvocatura, dall'ordinanza di rimessione emerge in modo inequivoco che, nel caso di specie, si procede per furto in abitazione e che la prova cardine a carico degli imputati è costituita dalla refurtiva rinvenuta nell'abitazione di questi ultimi a seguito di una perquisizione operata dalla polizia giudiziaria, che il rimettente assume illegittima. Tanto basta a consentire la verifica della rilevanza delle questioni da parte di questa Corte. 5.- Le questioni relative all'art. 191 cod. proc. pen. non precluse sono, peraltro, inammissibili per la medesima ragione sostanziale già posta in evidenza da questa Corte nelle proprie precedenti pronunce. 5.1.- Quanto all'asserita violazione dell'art. 3 Cost. per irragionevole disparità di trattamento rispetto alla fattispecie regolata dall'art. 103 cod. proc. pen. , vale osservare che il giudice a quo aveva già in precedenza richiamato un'altra previsione espressa di inutilizzabilità "derivata" - quella contemplata dall'art. 271 cod. proc. pen. , in tema di inutilizzabilità dei risultati delle intercettazioni eseguite fuori dei casi consentiti dalla legge o senza l'osservanza delle disposizioni previste dagli artt. 267 e 268, commi 1 e 3, cod. proc. pen. - formulando in relazione ad essa analoga censura di lesione del principio di eguaglianza (censura replicata, peraltro, anche oggi). Nella sentenza n. 219 del 2019, questa Corte aveva, a propria volta, preso in esame una ulteriore ipotesi: quella delineata dal comma 2-bis dello stesso art. 191 cod. proc. pen. , secondo cui le dichiarazioni e le informazioni ottenute mediante il delitto di tortura «non sono comunque utilizzabili» (salvo che contro le persone accusate di tale delitto e al solo fine di provarne la responsabilità penale). Ciò non ha impedito, tuttavia, di concludere nel senso dell'inammissibilità delle questioni. Questa Corte ha, infatti, rilevato come, «proprio in ragione delle peculiarità "funzionali" che caratterizzano il sistema delle inutilizzabilità e dei connessi divieti probatori, in ragione dei valori che mirano a preservare, esista una gamma "differenziata" di regole di esclusione, alle quali corrisponde un altrettanto differenziato livello di lesione dei beni che quelle regole intendono tutelare: il tutto, come è ovvio, in funzione di scelte di "politica processuale" che soltanto il legislatore è abilitato, nei limiti della ragionevolezza, ad esercitare» (sentenza n. 219 del 2019). L'osservazione è riferibile anche alla fattispecie disciplinata dall'art. 103 cod. proc. pen. , rispetto alla quale, peraltro, è di immediata evidenza la ragione che ha indotto il legislatore a dettare regole più severe quanto all'inutilizzabilità dei risultati probatori ottenuti contra legem, connettendosi al fatto che le ispezioni e le perquisizioni eseguite presso gli uffici dei difensori incidono non soltanto sull'inviolabilità del domicilio, ma anche sull'inviolabilità del diritto di difesa: diritto che - come nota anche l'Avvocatura dello Stato - di là dalla natura "servente" che il rimettente gli attribuisce, si erge a «principio supremo» dell'ordinamento costituzionale (sentenze n. 18 del 2022, n. 238 del 2014 e n. 232 del 1989). 5.2.- Riguardo, poi, all'asserita lesione del diritto al giusto processo (artt. 111 e 117 Cost., in relazione all'art. 6 CEDU), il parametro è nuovo, bensì, rispetto a quelli evocati dal rimettente nelle precedenti ordinanze emesse nell'ambito degli stessi giudizi principali. Ma il giudice a quo lo aveva già richiamato - sia pure in relazione al solo referente costituzionale interno (art. 111 Cost.) - in un'altra ordinanza successiva a queste (l'ordinanza iscritta al n. 37 r. o. del 2021): e ciò non è valso ad evitare che fosse ribadita la declaratoria di inammissibilità (ordinanza iscritta al n. 116 r. o. del 2022). Appare, in specie, riproponibile, anche nell'odierno frangente, il rilievo formulato nell'occasione, secondo cui la censura in questione si presenta come meramente rafforzativa della denuncia, già operata nelle altre precedenti ordinanze, della violazione degli artt. 3 e 24 Cost. connessa alla «ridotta verificabilità» degli elementi sulla cui base la polizia giudiziaria ha proceduto alla perquisizione, che si assume derivare dal diritto vivente censurato. Va aggiunto che, a questo proposito, non può essere esaminata la tesi che si ricava dall'opinione scritta depositata, in veste di amicus curiae, dall'UCPI, secondo la quale, alla luce dei principi affermati dalla giurisprudenza della Corte di Strasburgo, l'art. 191 cod. proc. pen. dovrebbe essere ritenuto costituzionalmente illegittimo nella parte in cui non consente al giudice di estromettere dal processo le prove acquisite a seguito della violazione di un diritto costituzionale o convenzionale, quando ciò risulti necessario per una tutela effettiva del diritto leso. In questo modo, l'UCPI prospetta una questione sostanzialmente diversa da quella sollevata dal giudice a quo (che segna i confini del thema decidendum), intesa a introdurre un inedito vizio di "inutilizzabilità derivata discrezionale": ciò, a prescindere da ogni rilievo circa l'effettiva possibilità di ritenere imposto dalla giurisprudenza della Corte EDU un simile intervento e la genericità del criterio sulla cui base il giudice dovrebbe decidere sull'utilizzabilità della prova. 6.- Inammissibili, per la medesima ragione, sono anche le questioni, sollevate dalla sola ordinanza iscritta al n. 17 r. o. del 2022, dell'art. 352 cod. proc. pen.