[pronunce]

per tal verso, il nuovo assetto delle impugnazioni genererebbe ulteriori sospetti di incostituzionalità, giacché – trasformando il giudice di legittimità «in un sostanziale giudice di merito con competenza estesa all'intero territorio nazionale» – comporterebbe un ineluttabile aumento dei processi pendenti dinanzi alla Corte di cassazione, con altrettanto ineluttabile allungamento dei relativi tempi di definizione. Nel caso, infatti, di annullamento della sentenza di proscioglimento di primo grado da parte del giudice di legittimità, potrebbero occorrere non meno di cinque gradi di giudizio per pervenire ad una pronuncia definitiva (primo grado; giudizio di cassazione promosso dal pubblico ministero; nuovo primo grado; appello e ricorso per cassazione dell'imputato contro l'eventuale sentenza di condanna): con conseguente lesione anche del principio di ragionevole durata del processo, sancito dall'art. 111, secondo comma, ultima parte, Cost. In pari tempo, la possibilità che la Corte di cassazione – divenuta «giudice unico delle sentenze di proscioglimento» emesse a seguito di giudizio abbreviato – sia chiamata a «rivalutare» le risultanze probatorie, o ad integrare la motivazione della sentenza «anche con riguardo a specifici atti», porrebbe le norme denunciate in «stridente contrasto» con il ruolo che, alla luce dell'art. 111, settimo comma, Cost., caratterizza detto giudice: il ruolo, cioè, di «ultima e suprema istanza giurisdizionale» contro le violazioni di legge ascrivibili alle sentenze e ai provvedimenti in materia di libertà personale emessi dai giudici di merito. Tale ruolo costituzionale non esclude, in effetti, che alla Corte di cassazione possano essere attribuite anche funzioni diverse, le quali comportino la necessità di esaminare parte degli atti del procedimento; ma una simile «deviazione» dovrebbe comunque risultare ragionevolmente contenuta e tale da non alterare in modo significativo le caratteristiche dell'istituto del ricorso di legittimità: condizioni, queste, non riscontrabili nel caso in esame. 2. – Analoga questione di legittimità costituzionale dell'art. 443 cod. proc. pen. , come modificato dall'art. 2 della legge n. 46 del 2006, e dell'art. 10, commi 1, 2 e 3, della medesima legge, è sollevata, con ordinanza emessa il 6 aprile 2006 (r.o. n. 589 del 2006) , dalla Corte d'appello di Milano in riferimento agli artt. 3 e 111, secondo comma, Cost. La Corte rimettente – investita degli appelli proposti dal pubblico ministero e dalla parte civile avverso una sentenza di assoluzione resa a seguito di giudizio abbreviato – rileva come il nuovo testo dell'art. 443 cod. proc. pen. , nell'escludere che il pubblico ministero e l'imputato possano proporre appello contro le sentenze di proscioglimento, ponga le parti sullo stesso piano solo formalmente: introducendo, in realtà, un trattamento marcatamente diseguale, da ritenere incompatibile tanto con il principio di ragionevolezza che con quello di parità delle parti nel processo. A seguito della riforma, infatti, l'imputato verrebbe privato del diritto di appellare la sentenza emessa in esito al giudizio abbreviato solo «su aspetti […] secondari» (quale, in specie, la diversa formula assolutoria), conservando comunque la facoltà di dolersi nel merito della pronuncia che affermi la sua colpevolezza. All'esatto opposto, la parte pubblica resterebbe legittimata a proporre appello esclusivamente «su questioni secondarie» (qualificazione del fatto o quantificazione della pena): perdendo, viceversa, il potere di appellare nei casi in cui «più penetrante dovrebbe essere la vigilanza sulla corretta amministrazione della giustizia». In proposito, il rimettente ricorda come questa Corte abbia ritenuto legittima, proprio con riferimento al giudizio abbreviato, una «limitata asimmetria» dei poteri di impugnazione delle parti, in considerazione delle peculiarità del rito speciale e delle finalità deflattive ad esso sottese. Nella specie, tuttavia, non sarebbe possibile individuare alcun valore costituzionale atto a «bilanciare e legittimare» la disposta «mutilazione» del potere di impugnazione della parte pubblica. Dai lavori preparatori della riforma si desumerebbe, infatti, che la disciplina censurata è stata suggerita non già dalle finalità deflattive proprie del giudizio abbreviato, o comunque da obiettivi di semplificazione processuale; quanto piuttosto dalla convinzione che all'imputato – diversamente che alla parte pubblica – vada comunque assicurata, nel caso di condanna, «una “seconda chance” di merito»: e ciò anche al fine di dare attuazione all'art. 2 del Protocollo addizionale n. 7 alla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali, adottato a Strasburgo il 22 novembre 1984, ratificato e reso esecutivo con legge 9 aprile 1990, n. 98, il quale prevede il diritto dell'imputato a far riesaminare da una giurisdizione superiore l'affermazione della propria colpevolezza. Tale giustificazione – ad avviso del rimettente – si rivelerebbe peraltro fallace, in quanto il comma 2 dell'art. 2 del Protocollo addizionale prevede espressamente che possa derogarsi al principio in esso affermato, allorché l'imputato sia stato dichiarato colpevole e condannato a seguito di un ricorso avverso il suo proscioglimento: eccezione, questa, da ritenere evidentemente riferita all'ipotesi dell'impugnazione della sentenza di proscioglimento di primo grado ad opera della parte pubblica. Ma, anche a voler diversamente opinare sul punto, la previsione del diritto dell'imputato ad un doppio grado di giurisdizione di merito non comporterebbe, comunque, la necessaria ablazione dell'analogo diritto delle altre parti: ben potendo la statuizione del Protocollo essere realizzata con una riforma organica del sistema delle impugnazioni, piuttosto che con la sottrazione totale al pubblico ministero del potere di appellare le sentenze di proscioglimento. La soluzione normativa censurata non potrebbe essere giustificata neppure con l'ulteriore argomento – desumibile anch'esso dai lavori preparatori – stando al quale sarebbe «incongruo» che il giudice dell'appello, che ha una cognizione essenzialmente “cartolare” del materiale probatorio, possa ribaltare la sentenza di proscioglimento emessa da altro giudice – quale quello di primo grado – che ha invece assistito alla formazione della prova nel contraddittorio tra le parti. Tale argomento - rileva il rimettente - oltre a non poter valere per il giudizio abbreviato (che ha carattere “cartolare” anche in primo grado), non spiegherebbe comunque perché un «giudizio sulle carte» di proscioglimento «abbia maggior dignità di analogo giudizio di condanna»: con la conseguenza che l'esito logico della tesi avversata dovrebbe essere, semmai, l'inappellabilità «di tutte le sentenze per chiunque».