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Modifiche alla legge 5 febbraio 1992, n.91, recante nuove norme sulla cittadinanza. Onorevoli Senatori. -- L'attuale legge sulla cittadinanza (legge 5 febbraio 1992, n. 91) non pare più adeguata a raccogliere il bisogno di cittadinanza e di integrazione sociale di tanti, uomini e donne, che contribuiscono allo sviluppo e alla crescita del nostro Paese. Sì, il bisogno di cittadinanza è cresciuto. È un indicatore importante della nostra capacità di stare in maniera incisiva sulla scena europea e internazionale. C'è bisogno di risposte adeguate. Senso di cittadinanza, anche in senso giuridico, delle seconde generazioni: stranieri, figli di immigrati, ma non essi stessi immigrati, in quanto nati o comunque vissuti in Italia nell'intero periodo della loro formazione linguistica e culturale nel corso dell'età evolutiva. I modi di acquisto della cittadinanza contemplati oggi dalla legge sono sostanzialmente connessi all'applicazione del principio dello ius sanguinis. L'acquisto della cittadinanza italiana avviene infatti per trasmissione dai genitori (articolo 1, comma 1, della citata legge n. 91 del 1992: «È cittadino per nascita: a) il figlio di padre o di madre cittadini (...)»), ed è fortemente valorizzato il rapporto (a volte molto tenue) di discendenza da cittadini italiani dei residenti all'estero. Non c'è, invece, alcun significativo riconoscimento del fatto della nascita e della successiva integrazione scolastica e sociale sul territorio nazionale dei figli degli stranieri immigrati nel nostro Paese prevalentemente per motivi di lavoro. Non c'è considerazione del valore di attrazione e formazione della cultura e dell'insieme di civiltà e qualità che l'Italia rappresenta nel percorso di definizione dell’identità delle singole persone e dell'identità nazionale. L'Istituto nazionale di statistica ci dice che alla fine del 2011 i minori stranieri presenti in Italia erano oltre 930.000, e di questi si stima che poco meno di 400.000 siano nati in Italia. Per questi minori è evidente la divaricazione tra lo status giuridico e l'identità personale, costruita nell'acquisizione del patrimonio linguistico e culturale e nei legami sociali: un'intera generazione cresce e rischia di restare straniera nel Paese che sente come proprio, dove è nata, si è formata e nel quale intende restare per sempre, se le circostanze non la spingono via, con ulteriori difficoltà e sofferenze e una grave perdita per l'Italia. Un'intera generazione, quasi bloccata in un limbo, si è già scoperta straniera anche nei confronti della cultura e spesso della lingua del Paese di provenienza dei genitori. A chi giova tutto questo in un mondo sempre più interconnesso? Non giova all'Italia, che non valorizza il bene dell'integrazione e il grande potenziale della risorsa per eccellenza, il capitale umano raffinato nell'integrazione. Non giova alla comunità internazionale, perché incoraggia anomia e non appartenenza, vecchie e nuove fragilità sociali. Il possesso di una cittadinanza diversa da quella percepita costituisce evidentemente una fonte di traumi destinati a riflettersi negativamente sulla corretta evoluzione della personalità. Un esito negativo, questo, che l'articolo 2 della Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti del fanciullo impegna gli Stati firmatari ad evitare. Occorre quindi predisporre percorsi di acquisto della cittadinanza per quei fanciulli, per quei bambini che non possono restarne privi senza loro danno. Riteniamo pertanto che mantenere l'attuale disciplina in materia di cittadinanza, specialmente riguardo ai minori di età, significhi mantenere le cause giuridiche di una instabilità e una lacerazione sociale che di anno in anno diviene sempre più consistente, dannosa e controproducente. Attualmente l'unica significativa possibilità di acquisto della cittadinanza per questa fascia della popolazione immigrata è quella prevista dall'articolo 4, comma 2, della legge n. 91 del 1992, che riconosce allo straniero nato in Italia, solo al raggiungimento della maggiore età ed entro un anno da questa data, la facoltà di chiedere la cittadinanza: a condizione che vi «abbia risieduto legalmente senza interruzioni». Si tratta di una disposizione piuttosto restrittiva e inefficiente. I pochi dati disponibili ci dicono, infatti, che ogni anno il 37 per cento dei giovani stranieri nati in Italia, che pure risultano residenti al momento della maggiore età, non possono eleggere la cittadinanza italiana per mancanza di requisiti irragionevolmente previsti -- attesa l'assenza di necessita o vantaggio -- dall'attuale disciplina. Potranno dunque divenire italiani in seguito, ma al tasso di naturalizzazione dell'1,9 per cento -- un tasso bassissimo, non corrispondente alle necessità del Paese -- rilevato su base nazionale per l'insieme degli immigrati. Questo accade mentre essi, in effetti, non sono immigrati ma «italiani con cittadinanza straniera». Proponiamo pertanto di dare ingresso al principio dello ius soli temperato (prevedendo la cittadinanza per nascita da genitori già stabilmente soggiornanti) e dello ius culturae (prevedendo l'acquisto non tardivo della cittadinanza per i bambini e ragazzi nati all'estero, ma la cui formazione culturale avvenga in Italia). E anche in linea con la grande capacità del nostro Paese di rappresentare un modello culturale e di vita ampiamente apprezzato nel mondo. Un Paese forte, consapevole della propria forza di attrazione culturale e civile, non ha nulla da temere e tutto da guadagnare. Un Paese incerto della propria identità può invece esitare di fronte a tale fenomeno. Ma l'Italia è un grande Paese, capace di trasformare la ricchezza delle proprie tradizioni culturali, e anche difficolta transitorie, in grandi opportunità e in quel «mix» unico e amato nel mondo, che si chiama «Italia». È accaduto durante e dopo le grandi migrazioni italiane all'estero. Tutto questo si trasforma in una ricchezza per il Paese che sa governare e accelerare i processi di integrazione e cittadinanza, senza scoraggiarli. Ogni volta che la marginalità lascia il posto all'inclusione cresce la coesione sociale e la sicurezza. È una scelta di saggezza. Riguardo invece alla domanda di cittadinanza dei lavoratori immigrati riteniamo che il periodo di stabile e legale soggiorno necessario per poter richiedere la naturalizzazione debba essere ricondotto ai cinque anni già previsti dalla legge italiana sino alla riforma intervenuta nel 1992, riavvicinandolo così ai tempi medi previsti nei principali Paesi di immigrazione dell'Unione europea. L'attuale previsione del requisito della residenza legale ininterrotta per dieci anni costituisce infatti la disciplina in assoluto più restrittiva del Continente. È una normativa che pone l'Italia in una posizione di forte svantaggio nella scelta del Paese di definitivo radicamento da parte delle famiglie immigrate ormai stabilmente residenti e perciò divenute titolari del diritto di libera circolazione e stabilimento. Appare importante, cari colleghi, ricordare che il valore economico e sociale della presenza di cittadini stranieri nel nostro Paese è ormai parte imprescindibile del nostro sviluppo e della nostra crescita. Un giorno senza cittadini stranieri in Italia è difficile da immaginare: