[pronunce]

In particolare, sarebbe evidente che non si fa questione di carenza assoluta di giurisdizione: è la stessa ricorrente, infatti, ad affermare che, al limite, il giudice avrebbe potuto ordinare la modifica del regolamento, ma solo una volta dichiarata costituzionalmente illegittima la legge regionale cui il regolamento dà esecuzione. 4.2.- Secondo ASGI, l'annullamento, ad opera della Corte d'appello di Trieste, dei capi dell'ordinanza impugnata concernenti l'ordine di modifica del regolamento hanno «pacificamente effetto ex tunc», sicché - oltre a confermarsi l'inammissibilità del conflitto perché sono censurati errores in iudicando - sarebbe cessata la materia del contendere o, comunque, sarebbe venuto meno l'interesse della Regione autonoma alla decisione. Lo Stato, infatti, a seguito della decisione della Corte d'appello triestina converrebbe «con la Regione sul fatto che "non spetta" ad esso adottare detta ordinanza». 4.3.- Nel merito, l'interveniente ritiene che il conflitto sarebbe comunque non fondato. In una precedente occasione, infatti, la Corte d'appello di Trieste aveva confermato una ordinanza che conteneva analogo ordine di modifica di un regolamento regionale, così come pronunce dello stesso tenore sarebbero state più volte adottate da giudici di merito. Rileva ASGI che tali interventi dei giudici ordinari «non hanno nuociuto all'equilibrio costituzionale», tant'è che «nel panorama giurisprudenziale non si riscontra alcuna azione (e alcuna pronuncia) relativa alla esecuzione coattiva di dette pronunce». Ciò premesso, e richiamati gli argomenti già spesi nell'atto di intervento, ASGI afferma che «la tesi della inammissibilità di qualsiasi "ordine" del giudice ordinario nei confronti della PA sembra "provare troppo" soprattutto se si considera il fatto che il Giudice ordinario non ha una giurisdizione "aggiuntiva" rispetto a quella del Giudice amministrativo, ma è l'unico a poter esaminare i profili di contrasto con il divieto di discriminazione». Escludere che il giudice ordinario possa ordinare la rimozione di atti amministrativi discriminatori non sarebbe «compatibile con la rilevanza attribuita dall'ordinamento al divieto di discriminazione», oltre che in contrasto con l'art. 28 del d.lgs. n. 151 del 2011, il quale invece affida «amplissima discrezionalità» al giudice nell'adozione di un piano di rimozione. In questa ottica, il Tribunale di Udine avrebbe potuto ottenere il medesimo effetto «ordinando all'amministrazione di accogliere tutte le domande di cittadini stranieri a parità di "condizioni documentali" e di diffondere la comunicazione al fine di evitare la "discriminazione da scoraggiamento"», lasciando alla Regione autonoma l'onere di adeguare il regolamento alla norma superiore. Simile modo di procedere, tuttavia, non sarebbe «lineare dal punto di vista della coerenza e della trasparenza dell'azione amministrativa». Ad ogni modo, secondo l'interveniente - al di là di quale soluzione si ritenga preferibile - non può lasciarsi il giudice ordinario «inerte di fronte a una accertata violazione degli obblighi di parità di trattamento». 4.3.1.- ASGI, infine, reputa opportuno rimarcare due peculiarità dell'odierno conflitto. In primo luogo, non sarebbe in discussione il potere del giudice di sostituirsi alla pubblica amministrazione nello svolgimento di attività discrezionale, ma il potere del medesimo giudice di ripristinare la parità di trattamento quando ciò deve avvenire «mediante una attività vincolata». Nel caso di specie, se la discriminazione è avvenuta con atto generale riferito a una collettività, «l'unico rimedio è che l'atto generale venga sostituito da un atto altrettanto generale che tale diritto garantisca». In secondo luogo, a venire in considerazione è un ordine giudiziale a fronte di un atto amministrativo in contrasto con il diritto UE, sicché è dubbio che un intervento del giudice che si limiti ad accertare la disparità di trattamento, senza potere ordinare la rimozione dell'atto che l'ha generata, sia efficace, proporzionato e dissuasivo. Visto sotto questa prospettiva, con il ricorso la Regione autonoma pretenderebbe vedere affermare che «"non spetta" allo Stato e per esso al Tribunale di Udine adottare tutti i provvedimenti necessari affinché la normativa regionale secondaria sia conforme al diritto dell'Unione», in chiaro contrasto con il primato del diritto UE e del correlato «obbligo di cooperazione tra tutti gli organi dello Stato affinché tale primato venga salvaguardato». 5.- Il Tribunale ordinario di Udine, con ordinanza iscritta al n. 97 reg. ord. 2023, ha sollevato questioni di legittimità costituzionale, in riferimento agli artt. 3 e 117, primo comma, Cost., dell'art. 29, comma 1-bis, della legge reg. Friuli-Venezia Giulia n. 1 del 2016, sostanzialmente lamentando che tale disposizione prevede che i cittadini extra UE, ai fini della dimostrazione del requisito dell'impossidenza di altri alloggi di cui all'art. 29, comma 1, lettera d), della medesima legge regionale, devono presentare la documentazione attestante che tutti i componenti del nucleo familiare non sono proprietari di altri alloggi nel Paese di origine e nel Paese di provenienza con modalità diverse rispetto a quelle che possono utilizzare i cittadini italiani e UE. Con la medesima ordinanza, per il solo caso in cui le suddette questioni siano ritenute non fondate, il giudice a quo ha sollevato questioni di legittimità costituzionale, ancora in riferimento agli artt. 3 e 117, primo comma, Cost., dell'art. 29, comma 1, lettera d), della medesima legge regionale, «nella parte in cui tra i requisiti minimi per l'accesso al contributo per il sostegno alle locazioni previsto dall'art. 19 della medesima legge, indica "il non essere proprietari neppure della nuda proprietà di altri alloggi, all'interno del territorio nazionale o all'estero, purché non dichiarati inagibili, con esclusione delle quote di proprietà non riconducibili all'unità, ricevuti per successione ereditaria, della nuda proprietà di alloggi il cui usufrutto è in capo a parenti entro il secondo grado e degli alloggi, o quote degli stessi, assegnati in sede di separazione personale o divorzio al coniuge o convivente. "». 5.1.- Il giudice rimettente riferisce di essere chiamato a pronunciarsi su un'azione civile contro la discriminazione, ex art. 28 del d.lgs. n. 150 del 2011, presentata da diversi cittadini extra UE, titolari di permessi di soggiorno di lungo periodo, in ragione della condotta tenuta dal Comune di Udine e dalla Regione autonoma Friuli-Venezia Giulia. Tutti i ricorrenti, infatti, avevano presentato domanda per la concessione del contributo per l'abbattimento del canone di locazione corrisposto nel 2021, essendo in possesso di tutti i requisiti soggettivi e oggettivi richiesti dalla normativa regionale, primaria e regolamentare, e dal bando comunale.