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la Commissione ritiene, quindi, che sia necessario includere nella normativa di recepimento della direttiva 2004/38/CE (ossia il decreto legislativo n. 30 del 2007) un riferimento alla prova di una relazione stabile con il cittadino dell’Unione, come previsto dall’articolo 8, paragrafo 5, lettera f) , della direttiva; e) l’articolo 183- ter del decreto legislativo 28 luglio 1989, n. 271 (Norme di attuazione, di coordinamento e transitorie del codice di procedura penale), facendo richiamo solo alla lettera a) -- e non anche alla lettera b) -- dell’articolo 3, comma 2, del decreto legislativo n. 30 del 2007, esclude il partner dall’applicazione delle garanzie previste in materia di allontanamento dal territorio nazionale a titolo di pena o di misura accessoria; infatti, il partner non può essere considerato ricompreso nella definizione di familiare di cui all’articolo 183- ter del citato decreto legislativo 28 luglio 1989, n. 271, in quanto la sua assimilazione ai familiari del cittadino dell’Unione è consentita, ai sensi dell’articolo 2, paragrafo 1, lettera b), della direttiva 2004/38 (e del corrispondente articolo 2, comma 1, lettera b) , del decreto legislativo n. 30 del 2007), solo nella misura in cui si tratta di un « partner che abbia contratto con il cittadino dell’Unione un’unione registrata sulla base della legislazione di uno Stato membro», e «la legislazione dello Stato membro ospitante equipari l’unione registrata al matrimonio»; non essendo soddisfatta in Italia quest’ultima condizione, è necessario fare riferimento espresso al partner con cui il cittadino dell’Unione abbia una relazione debitamente attestata, al fine di estendergli la tutela in materia di allontanamento dal territorio nazionale a titolo di pena o di misura accessoria garantita dall’articolo 183- ter . Al fine di superare gli addebiti mossi dalla Commissione europea, l’articolo intende apportare le seguenti modifiche alla normativa nazionale: 1) circa i rilievi sub a) e d) , modifica il decreto legislativo n. 30 del 2007, prevedendo che la dimostrazione dell’esistenza di una relazione stabile del partner con un cittadino UE debba essere comprovata con «documentazione ufficiale»; 2) con riguardo al rilievo sub b) , sopprime l’espressione «secondo la legge nazionale»; 3) con riferimento ai rilievi sub c) , elimina il riferimento al «particolare riguardo alle spese afferenti all’alloggio», introdotto in sede di conversione del decreto-legge n. 89 del 2011; 4) in relazione, infine, al rilievo sub e) , sopprime, all’articolo 183- ter del decreto legislativo 28 luglio 1989, n. 271 (Norme di attuazione, di coordinamento e transitorie del codice di procedura penale), il riferimento alla sola lettera a) dell’articolo 3, comma 2, del decreto legislativo n. 30 del 2007, richiamando così integralmente il citato comma 2, il quale include sia il familiare che il partner , al fine di estendere a quest’ultimo le garanzie in materia di allontanamento. L’articolo 2 apporta una modifica all’articolo 5 del decreto-legge 8 aprile 2008, n. 59, convertito, con modificazioni, dalla legge 6 giugno 2008, n. 101, il quale sancisce che «le amministrazioni pubbliche tenute al rispetto del principio di libera circolazione dei lavoratori, di cui agli articoli 39 del Trattato che istituisce la Comunità europea e 7 del regolamento (CEE) n. 1612/68 del Consiglio, del 15 ottobre 1968, salve più favorevoli previsioni, valutano, ai fini giuridici ed economici, l’esperienza professionale e l’anzianità acquisite da cittadini comunitari nell’esercizio di un’attività analoga a quella considerata rilevante e svolta presso pubbliche amministrazioni di un altro Stato membro, anche in periodi antecedenti all’adesione del medesimo all’Unione europea, o presso organismi dell’Unione europea, secondo condizioni di parità rispetto a quelle maturate nell’ambito dell’ordinamento italiano [...]». La modifica apportata dall’articolo 2 disegno di legge fa seguito alla procedura di infrazione 2009/4686, allo stadio di parere motivato ex articolo 258 del TFUE, avviata nei confronti dell’Italia per la ritenuta discriminazione indiretta nei confronti dei cittadini degli altri Stati membri, derivante della normativa contenuta nei contratti collettivi applicabili all’area della dirigenza medica e veterinaria, i quali prevedono, ai fini dell’ottenimento dell’indennità di esclusività, nonché degli altri trattamenti economici e professionali ivi previsti, un’anzianità di servizio di un certo numero di anni, da maturarsi senza soluzione di continuità. Tale clausola di continuità del servizio prestato, pur applicandosi anche ai cittadini italiani, provocherebbe, secondo la Commissione europea, un’indiretta discriminazione nei confronti dei cittadini degli altri Stati membri dell’Unione europea che intendano esercitare la propria attività professionale presso strutture sanitarie pubbliche in Italia, in quanto il trasferimento, a tal fine, dal loro Stato di provenienza determina inevitabilmente l’interruzione del rapporto di lavoro. Per questi motivi, l’articolo in questione, aggiungendo un secondo periodo alla richiamata norma di cui all’articolo 5 del decreto-legge 8 aprile 2008, n. 59, sancisce che, relativamente alle aree della dirigenza medica, veterinaria e sanitaria che presta servizio presso le strutture sanitarie pubbliche, per le quali l’ordinamento italiano richiede, ai fini del riconoscimento di vantaggi economici o professionali, che l’esperienza professionale e l’anzianità siano maturate senza soluzione di continuità, tale condizione non si applica se la soluzione di continuità dipende dal passaggio dell’interessato da una struttura sanitaria di cui alla legge 10 luglio 1960, n. 735, di uno Stato membro a quella di un altro Stato membro. La legge da ultimo citata disciplina il riconoscimento dell’attività sanitaria prestata all’estero da sanitari italiani, presso le strutture sanitarie individuate dalla medesima legge, ai fini della partecipazione a concorsi pubblici per sanitari banditi in Italia, riconoscendo tale attività come titolo valutabile nei concorsi medesimi. Lo scopo è dunque quello di eliminare la discriminazione indiretta nei confronti dei cittadini degli altri Stati membri. La stima degli oneri economici derivanti dall’applicazione della norma ha implicato la quantificazione dei dirigenti medici e veterinari e dei dirigenti sanitari attualmente operanti presso le strutture sanitarie pubbliche del Servizio sanitario nazionale, che abbiano in precedenza lavorato in strutture pubbliche di altri Stati dell’Unione europea e che si siano trasferiti in Italia allo scopo di espletare la propria attività professionale presso le strutture sanitarie pubbliche italiane. Infatti, mentre a legislazione vigente l’esperienza professionale espletata negli Stati dell’Unione europea non può cumularsi con quella espletata in Italia, a causa della soluzione di continuità determinatasi in ragione del trasferimento, a seguito della proposta normativa in questione tale esperienza potrà essere utilmente conteggiata ai fini del riconoscimento dei predetti trattamenti economici.