[pronunce]

Sentenza ha pronunciato la seguentenei giudizi di legittimità costituzionale dell'art. 18 della legge 27 maggio 1929, n. 847 (Disposizioni per l'applicazione del Concordato dell'11 febbraio 1929 fra la Santa Sede e l'Italia, nelle parti relative al matrimonio), dell'art. 8, n. 2, comma 2, della legge 25 marzo 1985 n. 121 (Ratifica ed esecuzione dell'accordo, con protocollo addizionale, firmato a Roma il 18 febbraio 1984, che apporta modificazioni al Concordato lateranense dell'11 febbraio 1929, tra la Repubblica italiana e la Santa Sede), recte dell'Accordo ratificato da tale legge, e degli artt. 129 e 129-bis del c.c., promossi con ordinanze emesse il 25 febbraio 2000 dal tribunale di Vicenza, il 24 febbraio 2000 dalla Corte d'appello di Roma e il 5 maggio 2000 dal tribunale di Roma, rispettivamente iscritte ai nn. 359 e 425 del registro ordinanze 2000 ed al n. 82 del registro ordinanze 2001 e pubblicate nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica nn. 27 e 30, 1a serie speciale, dell'anno 2000 e n. 6, 1ª serie speciale, dell'anno 2001. Visti gli atti di costituzione di Paola Landi, di Luigi Calzavara e di Fabio Belli, nonché l'atto di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri; Udito nell'udienza pubblica dell'8 maggio 2001 e nella camera di consiglio del 9 maggio 2001 il giudice relatore Franco Bile; Uditi l'avvocato Carlo Tricerri per Luigi Calzavara e l'avvocato dello Stato Gabriella Palmieri per il Presidente del Consiglio dei ministri.. Ritenuto in fatto Considerato in diritto 1. - Con l'ordinanza iscritta al n. 359 del 2000, il tribunale di Vicenza, provvedendo direttamente a seguito di rimessione in decisione della causa, ha proposto - in riferimento all'art. 3 della Costituzione ed al "principio supremo della laicità dello Stato" - la questione di legittimità costituzionale dell'art. 18 della legge 27 maggio 1929, n. 847 (Disposizioni per l'applicazione del Concordato dell'11 febbraio 1929 fra la Santa Sede e l'Italia, nelle parti relative al matrimonio), "laddove prevede (secondo il diritto vivente) l'applicazione della disciplina di cui all'art. 129 del c.c. ai casi nei quali venga resa esecutiva la sentenza che dichiari la nullità del matrimonio celebrato davanti al ministro del culto cattolico, anche allorquando sia decorso il termine per la proposizione della azione di nullità innanzi al giudice italiano o comunque si siano consolidate situazioni di comunione di vita" anziché della disciplina di cui all'art. 5, commi 6 e seguenti, della legge 1 dicembre 1970, n. 898 (Disciplina dei casi di scioglimento del matrimonio). L'ordinanza è stata pronunziata in un giudizio nel quale - dopo che un matrimonio celebrato con il rito concordatario era stato dichiarato nullo dalla giurisdizione ecclesiastica per "difetto di consenso da parte dell'uomo, per incapacità del medesimo ad esprimere un consenso libero e responsabile", e la relativa sentenza era stata resa esecutiva in Italia, con applicazione in via provvisoria a carico del marito (nel presupposto dell'applicabilità dell'art. 129 c.c.) della corresponsione di una somma mensile "fino alla definizione dell'instaurando giudizio di merito" - la moglie aveva chiesto la condanna del marito al pagamento di un assegno mensile per un periodo non inferiore a tre anni "ai sensi e per gli effetti dell'art. 129 c.c." ed il marito convenuto aveva eccepito, fra l'altro, la mala fede dell'attrice, che era stata consapevole della sua "inidoneità a contrarre il matrimonio". Il tribunale - dopo avere dato atto che, in sede di precisazione delle conclusioni, la parte attrice aveva modificato la domanda, chiedendo l'imposizione al marito di un contributo mensile di mantenimento volto ad assicurarle la permanenza del tenore di vita pregresso, senza alcuna limitazione temporale e che la causa era passata in decisione - osserva preliminarmente che le precisate conclusioni dovrebbero comportare il rigetto della domanda, in quanto volte ad ottenere il riconoscimento di un assegno oltre il triennio previsto dall'art. 129 c.c., oppure il suo accoglimento nel limite di tale triennio. Peraltro, esse - ad avviso del rimettente - non potrebbero essere interpretate in questo senso riduttivo, sia per l'espressa esclusione della limitazione temporale, sia per il fatto che l'attrice ha chiesto commisurarsi il contributo al tenore di vita pregresso. L'art. 129 c.c., tuttavia, laddove prevede il pagamento di somme periodiche in proporzione alle sostanze del coniuge tenuto, quando l'altro coniuge "non abbia adeguati mezzi propri" attribuirebbe a tale contribuzione non la funzione di consentire al coniuge debole di proseguire nel tenore di vita precedente, non prendendo in considerazione "la situazione economica pregressa relativa al periodo di convivenza" ma soltanto - con riferimento al coniuge di buona fede ma meno fornito di redditi - quella di assicurare la possibilità di poter far fronte al mutamento che la sua vita subisce per effetto della dichiarazione di nullità del matrimonio, rispetto alle aspettative pregresse. La temporaneità della misura, d'altro canto, si spiegherebbe sia per l'assenza di individuazione di una responsabilità, sia per la contingenza della situazione creatasi, sia per la mancanza di un pregresso consistente rapporto di coabitazione. Il distacco dalla logica dell'assicurazione del tenore di vita goduto in costanza di matrimonio sarebbe, d'altronde, evidenziato anche dal fatto che nella maggior parte dei casi l'azione di nullità non è più esercitabile quando vi è stata coabitazione per più di un anno e, dunque, la comparazione con il tenore di vita mantenuto antecedentemente sarebbe ristretta ad un periodo estremamente limitato e poco significativo. Dopo avere offerto tale ricostruzione del significato dell'art. 129 c.c., il tribunale rileva che l'art. 18 della legge n. 847 del 1929 - laddove, per il caso del matrimonio celebrato davanti al ministro del culto cattolico dichiarato nullo dalla giurisdizione canonica con sentenza resa esecutiva nello Stato, prevedeva l'applicabilità dell'art. 116 c.c. del 1865, contenente la disciplina del matrimonio putativo - è stato ed è interpretato secondo il "diritto vivente" nel senso che il rinvio alla disciplina del matrimonio putativo si debba intendere trasferito alla corrispondente disciplina del c.c. del 1942, dapprima nella sua consistenza originaria, ed ora in quella emergente dalla riforma del diritto di famiglia, ivi comprese le conseguenze patrimoniali introdotte da tale riforma e regolate nell'attuale testo dell'art. 129 c.c. (nonché nell'art. 129-bis).