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Ed è proprio per il forte legame tra politica ed economia che la prospettiva dell'introduzione in Italia di una incostituzionale democrazia diretta pesa molto, oltre che sul nostro futuro e sul nostro isolamento internazionale, anche sul nostro destino economico e sulle decisioni degli investitori e dei mercati. È per l'insieme di queste ragioni che considero la riduzione del numero dei parlamentari non una misura di razionalizzazione del lavoro parlamentare, ma un tassello dell'opera di demolizione della nostra democrazia rappresentativa. (Applausi dal Gruppo PD) . PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Bressa. Ne ha facoltà. BRESSA (Aut (SVP-PATT, UV)) . Signor Presidente, siamo di fronte al primo atto della riforma costituzionale della maggioranza Lega-5 Stelle, riforma che sappiamo essere necessaria. In discussione, infatti, non è il se, ma il come farla. Quando si parla di riforma costituzionale, si parla del confronto più alto tra la politica e il diritto. Il professor Leopoldo Elia, Presidente emerito della Corte costituzionale, diceva che per comprendere il contenuto e gli effetti degli istituti giuridici è necessario ricostruire i processi storici e analizzare le caratteristiche del contesto politico e culturale. Egli citava una famosa opinione del giudice della Corte suprema degli Stati Uniti d'America, Felix Frankfurter, a proposito del diritto, che deve essere fondato su qualche cosa di molto più profondo e plausibile della preferenza personale, dovendosi basare su premesse fondamentali radicate nella storia. Se non si è capaci di questo, si può aspirare al massimo a fare un bricolage costituzionale. Ma se le premesse fondamentali radicate nella storia risiedono nel fatto che solo la nostra Costituzione e quella del Belgio del 1831 contemplano un bicameralismo perfetto, con una posizione equivalente delle due Camere, qual è l'indirizzo generale, la visione, la cultura istituzionale che sostiene questa vostra riforma del bicameralismo? Non si vede, non c'è. Non si va oltre lo slogan del «dimezziamo il numero dei parlamentari» in nome della riduzione dei costi della politica. L'intento è condivisibile e anche percorribile. Nelle nostre proposte di riforma c'è stato e c'è il fondamento radicato nella storia: il superamento del bicameralismo perfetto. Per voi, questo fondamento radicato nella storia è la riduzione dei costi della politica, tuttavia tale riduzione non può mai mettere in dubbio i costi per la democrazia. Due Camere uguali, che fanno le stesse cose, una la metà dell'altra. Avete pensato al livello e alla qualità del lavoro di una Camera composta da 200 persone chiamate a un'intensa attività legislativa, di indirizzo e controllo politico, così come l'attuale? 12 Commissioni, 16 componenti per ciascuna, con una maggioranza di 9 componenti, solo per fare un esempio. Max Weber diceva che si può odiare o amare l'istituzione parlamentare, ma abolirla non si può, la si può soltanto rendere politicamente impotente. Ed è quello che vi avviate a fare, in modo più sottile ed efficace che aprire una scatoletta di tonno. Ma è pericoloso, molto pericoloso. Un pericolo che va segnalato con chiarezza e determinazione. Questo nostro tempo è prigioniero di una concezione elementare della democrazia, come onnipotenza della maggioranza e del suo capo, in quanto espressione della volontà popolare; una sorta di feudalizzazione della politica basata sullo scambio tra fedeltà e protezione. In questa logica, il Parlamento è un ostacolo e allora tanto vale renderlo inoffensivo. Questo è il vostro primo passo, onorando - a modo vostro - la richiesta popolare di abbattere costi e privilegi, rendendovi protagonisti di un'ordalia istituzionale senza precedenti. Ma tutto questo a cosa porta? A uno svilimento del Parlamento e della democrazia rappresentativa. Aldo Moro diceva: «Io non credo che la politica sia pura convenienza, ha coefficienti di convenienza ma non è pura convenienza; la politica è anche ideale». Voi siete i professionisti della convenienza, che però è passeggera e, quando è passata, dovrebbe sorreggervi l'ideale. Ma qual è l'ideale che vi tiene insieme? La risposta è molto difficile, probabilmente si tratta di un malinteso senso del potere, senza idealità, senza responsabilità. Per questi motivi, voterò contro questa vostra pseudoriforma. Un no che va oltre il merito della proposta, per denunciare il vostro disegno di delegittimazione della democrazia rappresentativa e parlamentare. Il mio è un no politico a questo disegno inconfessato e inconfessabile. (Applausi dal Gruppo PD. Congratulazioni) . PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice De Petris. Ne ha facoltà. DE PETRIS (Misto-LeU) . Signor Presidente, come vedete, ho qui sul banco un piccolo libricino che ho preso l'abitudine di portare sempre in borsa, per averlo a portata di mano. Si tratta della Costituzione della Repubblica italiana, in un formato che mi permette ogni volta di consultarla, per trarne sempre ispirazione. Ho iniziato a farlo nella legislatura in cui cominciò il percorso della riforma costituzionale di Berlusconi (il senatore Calderoli era sempre relatore), perché mi permetteva di avere una guida e un punto di riferimento preciso. Ovviamente ho continuato a farlo anche in tutta la fase della scorsa legislatura, nella quale abbiamo affrontato una discussione molto complicata e una battaglia referendaria sulla riforma Renzi-Boschi (o Boschi-Renzi). Per la verità, avevo anche creduto alla sincerità della battaglia referendaria che i Cinquestelle avevano condotto nelle Aule di questo Senato e alla Camera. Abbiamo persino presentato insieme alcuni ricorsi al TAR sui quesiti referendari. Voi mi direte: «eppure, dopo tanto tempo, dovresti essere abituata: sei stata molto ingenua». Ci avevo creduto sinceramente, convinta che difendere la Costituzione e portare avanti una battaglia contro quella riforma significasse poi, nel momento in cui si arrivava a diventare il partito di maggioranza relativa, affrontare quelli che, ci eravamo ripetuti in tutti questi anni, erano i nodi veri per quanto riguarda le riforme costituzionali e la questione di ridare forza alla democrazia parlamentare e rappresentativa. Come ha detto questa mattina il mio collega, senatore Errani, è evidente - e nessuno di noi può non vederlo o tacerlo - in cosa consistano la difficoltà e la crisi della democrazia rappresentativa, la crisi del rapporto tra cittadini e istituzioni e tra rappresentanti e rappresentati, e quali siano i problemi nel far vivere con forza la democrazia parlamentare. Ci troviamo invece di fronte a uno scenario molto diverso, fatto di questa proposta e di dichiarazioni e alimentato in realtà, ancora una volta, da un'altra malattia, che contraddistingue - ahimè - la storia di questo Paese, quella dell'antiparlamentarismo. Tutto - la difesa della Costituzione, la battaglia referendaria e quella contro quella riforma costituzionale - si è trasformato in un fortissimo antiparlamentarismo, che adesso assume i connotati dell'anticasta. Nella storia del nostro Paese l'antiparlamentarismo ha assunto elementi sempre forti - e penso al 1919 - che sapete bene cos'hanno prodotto;