[resaula]

Parla del futuro delle generazioni più giovani di noi, che avranno l'onore e l'onere di essere parte integrante della nostra società. Viviamo in una società oggi condizionata purtroppo da falsi miti; le giovanissime generazioni venerano personaggi televisivi, cantanti musicali o star dei social in base al numero di follower su Instagram o Facebook. I miti veri, colleghi, in una società come quella di oggi, sono invece quegli under 40 che hanno la capacità di compiere il gesto più rivoluzionario che si possa fare oggi: costruire una famiglia e dare ad essa un futuro. (Applausi) . Queste sono le persone a cui i giovanissimi di oggi dovrebbero ispirarsi; e noi, che facciamo politica in modo serio, abbiamo il compito di sostenerle. Tuttavia - e di certo la pandemia non ha aiutato - viviamo un periodo storico in cui per le giovani generazioni il lavoro è sempre più precario, la casa un lusso e la pensione un miraggio che mai si concretizzerà. Intervenire oggi, quindi, con uno strumento legislativo che possa aiutare le famiglie è un bene. È arrivato il momento di smentire quel detto popolare, vero purtroppo, in cui si dice che durante la guerra gli italiani stavano peggio di adesso eppure mettevano al mondo molti più bambini. Questo è dovuto al fatto che fortunatamente in una famiglia prevalgono spesso le motivazioni culturali per cui si fa un figlio rispetto a quelle materiali. Tuttavia è innegabile che oggi le condizioni sono molto cambiate: mettere al mondo un figlio richiede molte più risorse, poiché la società in cui viviamo oggi non ci permette di crescere un bambino vestendolo di stracci e nutrendolo con una scodella di latte e pane. Per questo, colleghi, con lo sviluppo della società moderna gli Stati hanno incominciato a porsi il problema di aiutare le famiglie a mantenere i figli e l'Italia nei decenni scorsi non ha di certo brillato. È noto a tutti che il nostro Paese è uno di quelli con il tasso di fecondità più basso e, al contempo, è tra quelli che destinano meno risorse per famiglia e figli. Questa è una contraddizione, poiché ovviamente, se si vogliono aiutare le famiglie, bisogna investire su di esse. Secondo i dati Eurostat mediamente riusciamo a destinare il 3,2 per cento della spesa pubblica italiana alle politiche familiari, contro il 3,6 per cento della media europea: la Germania spende il 3,7 per cento, la Francia il 4,2 per cento, la Svezia il 5 per cento e la Danimarca addirittura l'8,6 per cento. Solo la Spagna riusciamo a battere (non solo calcisticamente, dopo la sofferta vittoria di ieri sera), visto che negli ultimi anni i loro investimenti non arrivano al 2 per cento. Di contro (ma di certo non si vuole creare un conflitto tra giovani ed anziani), siamo ai primi posti quanto a uscite per la previdenza pensionistica, il che significa il 32,8 per cento della spesa pubblica contro il 26,4 per cento della Francia, il 25 per cento della Germania, il 21,4 per cento della Svezia, il 16 per cento della Danimarca. Ben venga quindi, cari colleghi, l'assegno unico come strumento di aiuto nei confronti delle giovani generazioni, purché esso non sia considerato una forma di contrasto alla povertà, verso la quale si dovrebbe intervenire in altri modi, sicuramente migliori rispetto al reddito di cittadinanza, ma un intervento a beneficio dell'investimento sui figli, considerati un bene pubblico. Dando un rapido sguardo ad alcuni Paesi europei, scopriamo che in Francia spettano circa 130 euro al mese con il secondo figlio, in Germania circa 200 euro al mese per ogni figlio, nel Regno Unito 100 euro al primo figlio e 60 ai successivi, in Svezia 100 euro a figlio più bonus, in Olanda 100 euro a figlio. Dobbiamo poi anche preoccuparci delle storture che alcune miopi politiche sociali producono in Italia. Le poche risorse che il nostro Paese destina ai figli producono famiglie con redditi bassi, che si avvicinano alla povertà relativamente al numero dei figli. Possiamo quindi sostenere che l'Italia è un Paese che disincentiva la natalità, pertanto anche noi siamo dell'idea che sia doveroso intervenire su questo tema, ma ciò non impedisce in alcun modo di sottolineare cosa potrebbe essere migliorabile. Secondo il decreto-legge sarà l'INPS, infatti, a gestire l'implementazione dell'assegno unico temporaneo, al quale dovrà essere inoltrata la domanda per l'assegno ponte, di cui beneficeranno circa 1,8 milioni di famiglie. L'obiettivo condivisibile è quello di un sistema universalistico, di cui beneficeranno lavoratori dipendenti, autonomi, professionisti, incapienti e molte altre categorie. Il rischio, come è emerso dalle audizioni fatte dalla 11 a Commissione, è una non equilibrata distribuzione degli effetti di cui si dovrà tenere conto in fase di implementazione della riforma; una riforma che sembrerebbe voler mantenere in vigore alcuni istituti vigenti, creando non poca confusione alla famiglia che vorrà accedere a questi sostegni. Un altro aspetto che vorremmo considerare è legato a come diminuire la differenza di sostegno tra i lavoratori autonomi e quelli subordinati. L'esperienza di quest'ultimo periodo, legata alle difficoltà dovute alla pandemia per il Covid, ha fatto emergere con chiarezza l'inaccettabilità di politiche di sostegno al reddito spesso indirizzate in modo asimmetrico a lavoratori subordinati. Alcuni dati che ci sono stati forniti in Commissione evidenziano come i lavoratori autonomi hanno registrato la diminuzione più consistente dei redditi familiari dall'inizio della crisi: ben il 51,7 per cento ha infatti registrato un calo del reddito e nell'8,8 per cento dei casi la perdita è stata ad un livello superiore al 50 per cento. È un dato di fatto che nel campo del lavoro autonomo ci sono state differenze nei livelli di copertura forniti dalle misure di sostegno messe in campo dal Governo, nonché differenti modalità di accesso alle stesse, che hanno visto sistematicamente penalizzati i lavoratori autonomi: è questa una problematica cui è doveroso porre rimedio. Anche le risorse meritano una riflessione, perché anche a regime non consentiranno di ottenere l'obiettivo di un assegno medio mensile prossimo ai 250 euro per ogni figlio, fino a ventuno anni di età, come annunciato dal presidente Draghi ispirandosi ad altri Paesi dell'Unione europea. Anche se i valori sono qualitativamente apprezzabili per i benefici, riduce in modo significativo l'impatto della riforma e la sua pretesa di universalità. In quasi tutti i Paesi europei che hanno avanzate, importanti e convinte politiche di sostegno alla natalità, viene rilevato che queste stesse misure non vengono proporzionate in relazione al reddito familiare perché il rischio è che l'utilizzo dell'indicatore ISEE per delimitare il numero dei beneficiari dell'assegno unico produca di fatto l'effetto di penalizzare i redditi familiari rispetto a quelli individuali. In Francia, ad esempio, è stato introdotto il quoziente familiare che suddivide una parte del reddito tassabile e relativa aliquota di prelievo in rapporto ai carichi familiari, ottenendo esattamente l'effetto opposto all'ISEE. Infine, colleghi, esprimo un'ultima perplessità: