[pronunce]

In particolare la ricorrente, nel ribadire integralmente le ragioni esposte nell'atto introduttivo e nella memoria depositata in occasione della discussione sull'istanza cautelare, ritiene che nel nuovo assetto regionale l'atto di nomina di un assessore della Giunta regionale si configura quale autentico esempio di atto politico.1.- La Regione Campania ha proposto conflitto di attribuzione nei confronti del Presidente del Consiglio dei ministri, in relazione alla sentenza del Consiglio di Stato, sezione V, n. 4502 del 27 luglio 2011, confermativa della sentenza del Tribunale amministrativo regionale per la Campania, sezione I, n. 1985 del 7 aprile 2011, con cui è stato annullato l'atto del Presidente della Giunta regionale di nomina di un assessore, per violazione dell'art. 122, quinto comma, della Costituzione. 2.- L'intervento dell'avvocato Annarita Petrone - diretta interessata alla decisione del giudice amministrativo che è all'origine del presente conflitto - è stato depositato oltre il termine stabilito dalle norme che disciplinano il giudizio dinanzi alla Corte costituzionale (artt. 25, secondo comma, e 41 della legge 11 marzo 1953, n. 87, nonché artt. 4, comma 4, e 25, comma 4, delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale). Tale termine è, per costante orientamento di questa Corte, perentorio (ex plurimis sentenze n. 257 del 2007 e n. 190 del 2006). Pertanto, indipendentemente da ogni altra considerazione sulla partecipazione di soggetti diversi da quelli espressamente previsti nel giudizio per conflitto di attribuzione tra Stato e Regioni, l'intervento deve essere dichiarato inammissibile per inosservanza del termine. 3.- Il conflitto proposto dalla Regione ricorrente è inammissibile. Occorre anzitutto osservare che già nei giudizi davanti al giudice amministrativo la Regione aveva eccepito la natura di "atto politico" che, in tesi, dovrebbe essere riconosciuta al decreto con cui il Presidente della Regione nomina i componenti della Giunta regionale. La ricorrente richiama la lunga tradizione giuridica, risalente nel tempo - di cui l'art. 7 del decreto legislativo 2 luglio 2010, n. 104 (Attuazione dell'articolo 44 della legge 18 giugno 2009, n. 69, recante delega al governo per il riordino del processo amministrativo), che riproduce l'art. 31 del regio decreto 26 giugno 1924, n. 1054 (Approvazione del testo unico delle leggi sul Consiglio di Stato), costituirebbe solo la più recente espressione - in virtù della quale gli atti emanati nell'esercizio del potere politico sarebbero istituzionalmente e per natura sottratti ad ogni sindacato giurisdizionale. Tale sarebbe anche il caso della nomina degli assessori da parte del Presidente della Giunta regionale, specie in considerazione del peculiare ruolo attribuito a quest'ultimo nella forma di governo regionale, dopo la riforma degli statuti regionali attuata con la legge costituzionale 22 novembre 1999, n. 1 (Disposizioni concernenti l'elezione diretta del Presidente della Giunta regionale e l'autonomia statutaria delle Regioni). In proposito, occorre osservare che, per quanto l'argomento relativo alla "natura politica" dell'atto impugnato fosse stato dedotto sin dal giudizio di fronte al TAR, la ricorrente non ha fatto ricorso ai rimedi predisposti dall'ordinamento nel caso di indebito sindacato del giudice amministrativo sui cosiddetti "atti politici", rimedi che avrebbero consentito di verificare che l'atto oggetto del giudizio fosse effettivamente sindacabile in sede giurisdizionale e non rientrasse tra gli atti non impugnabili ai sensi dell'art. 7 del citato d.lgs. n. 104 del 2010. Non risulta che la ricorrente abbia impugnato per presunto difetto assoluto di giurisdizione la sentenza del Consiglio di Stato, così come previsto dall'art. 111, ottavo comma, della Costituzione, con ricorso ai sensi dell'art. 362, primo comma, del codice di procedura civile. 4.- In ogni caso, in questa sede deve essere accolta l'eccezione di inammissibilità sollevata dal Presidente del Consiglio dei ministri, dato che la Regione Campania ha denunciato, in effetti, semplici errores in iudicando riguardanti l'interpretazione dell'art. 46 dello statuto regionale, e ha dunque portato all'esame della Corte un conflitto di attribuzioni che, ad un attento esame, si risolve in un improprio mezzo di gravame avverso le sentenze del giudice amministrativo. 4.1.- A tal riguardo, occorre ricordare che questa Corte è sempre chiamata a verificare se il ricorso per conflitto, al di là delle formali asserzioni a sostegno della prospettazione, si traduca in uno strumento atipico di impugnazione e come tale risulti quindi inammissibile. Non vi è dubbio, infatti, che il conflitto intersoggettivo possa riguardare anche atti di natura giurisdizionale; condizione però di ammissibilità di tale tipo di conflitto è che esso non si risolva in un mezzo improprio di censura del modo di esercizio della funzione giurisdizionale, valendo, contro gli errori in iudicando, di diritto sostanziale o processuale, i consueti rimedi previsti dagli ordinamenti processuali delle diverse giurisdizioni (tra le altre, le sentenze n. 72 del 2012, nn. 150 e 2 del 2007, n. 326 e n. 276 del 2003). È chiaro, quindi, che il conflitto non può surrettiziamente trasformarsi in un ulteriore grado di giudizio avente portata generale. Nella specie, la Regione Campania, benché asserisca di non voler portare all'esame della Corte costituzionale il modo di esercizio della funzione giurisdizionale da parte del giudice amministrativo, prospetta proprio un conflitto di tale contenuto, essendo il ricorso incentrato su un problema di interpretazione del diritto vigente, e in particolare dell'art. 46, comma 3, dello statuto della Regione Campania, in relazione al quale la ricorrente contesta il percorso ermeneutico seguito nella decisione del Consiglio di Stato. 4.2.- La ricorrente muove, infatti, dall'affermazione che nell'ordinamento esistono aree sottratte al sindacato giurisdizionale, in quanto espressive di attività politica, come tali insindacabili da parte del giudice. Ne sarebbe una riprova la permanenza nell'ordinamento dell'art. 7 del codice del processo amministrativo, nel quale, come ricordato poco sopra, si afferma che «non sono impugnabili gli atti o provvedimenti emanati dal Governo nell'esercizio del potere politico». A conferma, la ricorrente richiama la giurisprudenza dei giudici ordinari e amministrativi, applicativa della norma menzionata, la quale, peraltro, è stata particolarmente rigorosa nel delimitare i confini della categoria degli atti non impugnabili davanti al giudice amministrativo (criteri che in altra occasione anche questa Corte ha condiviso, sentenza n. 103 del 1993). L'affermazione della ricorrente, quanto all'esistenza di spazi riservati alla scelta politica, è condivisibile e suffragata da elementi di diritto positivo.