[pronunce]

La questione di legittimità costituzionale, sollevata in riferimento agli artt. 2, 3 e 27, terzo comma, della Costituzione, investe l'art. 146, primo comma, numero 3), del codice penale (Rinvio obbligatorio dell'esecuzione della pena) – nel testo risultante dalle modifiche apportate dalla legge 12 luglio 1999, n. 231 (Disposizioni in materia di esecuzione della pena, di misure di sicurezza e di misure cautelari nei confronti dei soggetti affetti da AIDS conclamata o da grave deficienza immunitaria o da altra malattia particolarmente grave), e ribadite dalla legge 8 marzo 2001, n. 40 (Misure alternative alla detenzione a tutela del rapporto tra detenute e figli minori) – che prevede il differimento obbligatorio dell'esecuzione della pena allorché questa debba avere luogo nei riguardi di persona affetta da AIDS conclamata o da altra malattia particolarmente grave per effetto della quale le sue condizioni di salute risultano incompatibili con lo stato di detenzione, quando la persona si trova in una fase della malattia così avanzata da non rispondere più, secondo le certificazioni del servizio sanitario penitenziario o esterno, ai trattamenti disponibili e alle terapie curative. Ad avviso del giudice rimettente, la disposizione denunciata violerebbe l'art. 2 Cost., perché l'automatica e obbligatoria concessione del beneficio determinerebbe, nell'ipotesi in cui il destinatario del differimento sia un condannato con attuale ed elevata pericolosità sociale, l'effetto di esporre a grave pericolo fondamentali valori della collettività e dei singoli quali la vita, l'incolumità, il patrimonio e la stessa salute individuale e collettiva. Il contrasto con l'art. 3 Cost. viene prospettato sotto un duplice ordine di profili: perché la tutela della salute (del condannato e dei membri del consorzio carcerario) non potrebbe obliterare del tutto gli altri beni costituzionalmente rilevanti, come quelli legati alla sicurezza collettiva ed all'effettività del sistema penale; ancora, perché sarebbe priva di ragionevole giustificazione la diversità con la disciplina recata, in tema di rinvio facoltativo della pena, dall'art. 147, ultimo comma, cod. pen. , la quale consente di ancorare la concessione del rinvio ad un giudizio prognostico, da formulare alla stregua delle emergenze del caso concreto, avente per oggetto il pericolo di commissione di nuovi delitti. Ad avviso del giudice rimettente, l'art. 146, primo comma, numero 3), cod. pen. contrasterebbe con l'art. 27, primo e terzo comma, Cost., perché, con l'automatica e prevedibile sospensione del momento esecutivo, impedirebbe alla pena irrogata di intimidire e dissuadere il reo e così finirebbe per svilire le funzioni di prevenzione generale e speciale e la difesa sociale, alle quali è intimamente orientato il sistema penale; inoltre, vanificherebbe la finalità retributiva della pena, rimanendo il condannato sostanzialmente impunito per il reato già commesso e per quegli altri di cui potrà rendersi autore nel corso del differimento; infine, frustrerebbe il fine rieducativo del sistema penale, perché chiunque si trovi nelle condizioni previste dalla norma denunciata conseguirebbe il beneficio, indipendentemente da una positiva evoluzione del trattamento e persino nell'ipotesi di reiterazione criminosa. 2. ¾ La questione non è fondata. La norma denunciata non è strutturata secondo un modulo di automatismo e non stabilisce una presunzione assoluta di incompatibilità con il carcere per i malati di AIDS o per quanti presentino uno stato di grave deficienza immunitaria, presunzione che, nella sua rigidità, è già stata censurata da questa Corte con la sentenza n. 438 del 1995, che ne ha statuito l'illegittimità quando l'espiazione della pena possa avvenire senza pregiudizio per la salute dell'individuo e per quella degli altri detenuti. Come ha chiarito, con orientamento costante, la giurisprudenza della Corte di cassazione, ai fini del differimento obbligatorio non basta che il condannato sia affetto da AIDS conclamata o da grave deficienza immunitaria accertate ai sensi dell'art. 286-bis, comma 2, cod. proc. pen. , ben potendo l'una e l'altra patologia essere normalmente fronteggiate con gli appositi presidi di diagnosi e cura esistenti all'interno degli istituti penitenziari o attraverso provvedimenti di ricovero in luoghi esterni a norma dell'art. 11 dell'ordinamento penitenziario, ma occorre l'ulteriore condizione che la malattia non solo sia gravemente debilitante, ma sia giunta alla sua fase terminale, così da escludere, secondo le certificazioni del servizio sanitario penitenziario o esterno, la rispondenza del soggetto ai trattamenti disponibili o alle terapie curative. L'art. 146, primo comma, numero 3), cod. pen. – rivolto non solo ai malati di AIDS o a quanti presentino uno stato di grave deficienza immunitaria derivante da infezione da HIV, ma anche a coloro che siano affetti da altra malattia particolarmente grave – non individua, quindi, una particolare categoria di persone rispetto alle quali l'incompatibilità con lo stato di detenzione è presunta ex lege, ma affida al giudice il compito di verificare in concreto se, ai fini dell'esecuzione della pena, le effettive condizioni di salute del condannato, per lo stadio estremo al quale è oramai pervenuta la malattia, siano o meno compatibili con lo stato detentivo. La norma censurata ha inteso così privilegiare esigenze di natura umanitaria, che trovano fondamento nell'art. 27, terzo comma, Cost. Il sistema garantisce un corretto equilibrio tra il diritto alla salute del condannato e le esigenze, reclamate dalla comunità sociale, di sicurezza, di effettività e di certezza dell'espiazione della pena e di sottoposizione dei soggetti pericolosi ai necessari controlli. Difatti, negli stessi casi in cui potrebbe essere disposto il rinvio obbligatorio dell'esecuzione della pena ai sensi dell'art. 146 cod. pen. , il tribunale di sorveglianza può – a norma dell'art. 47-ter, comma 1-ter, dell'ordinamento penitenziario, introdotto dall'art. 4 della legge 27 maggio 1998, n. 165 – disporre, pure ex officio, l'applicazione della detenzione domiciliare, e così assicurare, anche nell'immediato, le istanze di difesa sociale e di tutela collettiva. E deve escludersi che la eventuale lacunosità dei presidi di sicurezza possa costituire, in sé e per sé, ragione sufficiente per incrinare, sull'opposto versante, la tutela dei valori primari che la norma impugnata ha inteso salvaguardare (cfr. sentenza n. 70 del 1994 e ordinanza n. 145 del 2009). Non costituisce idoneo tertium comparationis la disciplina dettata dall'art. 147 cod. pen. , che, all'ultimo comma, prevede una prevalenza dell'indefettibilità della pena se sussiste il concreto pericolo della commissione di delitti. Le cause che danno luogo al rinvio facoltativo della pena sono differenti rispetto a quelle contemplate dall'art. 146 cod. pen. , sicché rientra nella discrezionalità del legislatore disciplinare diversamente istituti che sono ancorati a differenti presupposti di fatto..