[pronunce]

Nel merito, la difesa del CSM ritiene che l'esistenza di una riserva di legge non escluda affatto la discrezionalità dell'organo di autogoverno della magistratura ma che semplicemente la delimiti. Tale conclusione sarebbe coerente con la giurisprudenza costituzionale, secondo la quale detta riserva non comporta che i criteri fissati dal legislatore siano così analitici e dettagliati da rendere vincolate le scelte del Consiglio. Viceversa, l'art. 3, comma 57, della legge n. 350 del 2003 avrebbe escluso qualsiasi discrezionalità del CSM, privandolo di ogni possibilità di apprezzamento e di valutazione nelle scelte concernenti le competenze attribuitegli dall'art. 105 Cost. Sostiene, poi, il ricorrente che, a differenza di quanto prospettato dalla difesa del Senato, non sarebbe esperibile un'interpretazione adeguatrice delle disposizioni in esame. Infatti, la diversa disciplina dettata dall'art. 3, comma 57, della legge n. 350 del 2003 per i magistrati assolti con formula piena, rispetto alla disciplina prevista dal comma 57-bis dello stesso articolo per i magistrati assolti con formule diverse – per i quali sarebbe espressamente consentito all'amministrazione di valutare elementi di responsabilità disciplinare e contabile – renderebbe evidente che, nel primo caso, la responsabilità disciplinare e contabile non potrebbe essere valutata. Il ricorrente lamenta, ancora, che la delimitazione, ai fini della assegnazione delle funzioni, delle valutazioni che il Consiglio potrebbe effettuare precluderebbe l'accertamento delle attitudini effettive ed attuali in relazione allo svolgimento delle funzioni richieste, in tal modo sottraendo al CSM «il proprium delle scelte in materia di promozione dei magistrati, in contrasto con l'art. 105 Cost.». Per quanto attiene, infine, alla lamentata violazione del principio di leale collaborazione, in riferimento alla mancata acquisizione del parere del CSM, il ricorrente precisa che, trattandosi appunto dell'invocazione di un «principio» e non di una «regola», essa ben potrebbe coesistere con le norme concernenti il procedimento di formazione delle leggi. 11. – Nella memoria depositata in prossimità dell'udienza il Senato ribadisce l'inammissibilità del conflitto sollevato dal CSM, sostenendo che esso darebbe luogo ad una anomala impugnazione diretta della legge, pur essendo facilmente attivabile un giudizio incidentale. Oltre all'ipotesi indicata nell'atto di costituzione, la difesa del Senato ritiene che un tale giudizio sarebbe configurabile anche nel caso in cui il Consiglio disattenda semplicemente la domanda del magistrato che si trovi nelle condizioni previste dalla legge, ovvero nel caso in cui un magistrato che si ritenga «scavalcato» impugni il provvedimento che attribuisce la funzione al soggetto istante. Il conflitto sarebbe inammissibile in quanto sollevato avverso un atto legislativo anche perché, diversamente opinando, si arriverebbe alla conseguenza inaccettabile di istituzionalizzare una corsia preferenziale in favore del CSM per impugnare le leggi sospettate di incostituzionalità. Seguendo la prospettazione del ricorrente, secondo il Senato, si determinerebbe, altresì, una alterazione del procedimento di formazione delle leggi in materia di giustizia, dal momento che si renderebbe partecipe necessario il Consiglio, in tal modo alterando anche il principio di separazione dei poteri dello Stato per lo spazio pervasivo che verrebbe riconosciuto ad un organo che dovrebbe invece occuparsi degli aspetti amministrativi della gestione dell'ordine giudiziario. Nella memoria si ribadisce, poi, l'inesistenza di un potere del CSM di rendere pareri direttamente al Parlamento, dal momento che destinatario di essi sarebbe, ai sensi dell'art. 10 della legge n. 195 del 1958, il Ministro della giustizia. Da ciò discenderebbe l'assenza di qualunque rapporto tra Consiglio e Parlamento e la conseguente impossibilità di invocare in materia il principio di leale collaborazione. Un rapporto diretto tra Parlamento e Consiglio non sarebbe configurabile neppure con riguardo alla relazione al Parlamento sullo stato della giustizia, prevista dall'art. 28 del regolamento interno del CSM, in quanto, in realtà, destinatario della medesima sarebbe il Ministro della giustizia che se ne servirebbe per «affinare ed integrare la propria relazione alle Camere». Neppure darebbe luogo ad un rapporto giuridico la previsione contenuta nell'art. 13 del medesimo regolamento in merito a eventuali udienze conoscitive del Parlamento o comunque in merito a richieste circa il funzionamento della giustizia, dal momento che si tratterebbe di una norma interna che non troverebbe riscontro nei regolamenti parlamentari. Inammissibile sarebbe, poi, la lamentata lesione delle prerogative del CSM conseguente alla scelta di non dare rilievo disciplinare ai fatti oggetto del giudizio penale, dal momento che il Consiglio non sarebbe titolare dell'iniziativa disciplinare. Comunque, il legislatore, esercitando in modo ragionevole la propria discrezionalità, avrebbe deciso che il procedimento disciplinare non possa essere attivato ai fini della valutazione della riassunzione in servizio. Anche ove si interpretassero le disposizioni censurate nel senso di escludere una valutazione sulla rilevanza disciplinare dei fatti, oggetto del procedimento penale, autonoma ed indipendente dalla apertura di un vero procedimento disciplinare, e dunque solo al fine di valutare l'opportunità della riassunzione in servizio, le censure sarebbero infondate. In sostanza, infatti, il Consiglio pretenderebbe di valutare la rilevanza disciplinare di un comportamento in presenza di una legge che stabilisce che tale rilevanza non c'è, allorché vi sia stata assoluzione con formula «piena». Inoltre, la pretesa del ricorrente porterebbe a configurare una sorta di sanzione disciplinare atipica e anomala, «consistente nel mancato reintegro», irrogata in assenza di un'iniziativa disciplinare vera e propria e al di fuori delle regole del procedimento disciplinare. In ogni caso, la materia disciplinare, con riguardo ai magistrati, sarebbe coperta da riserva di legge e, nel caso di specie, la legge n. 350 del 2003 e il decreto legge n. 66 del 2004 – nell'escludere che possa essere valutato il rilievo disciplinare dei fatti oggetto del giudizio penale, ai fini della riammissione in servizio – avrebbero effettuato una tipizzazione in negativo degli illeciti disciplinari. Infine, le disposizioni legislative in esame avrebbero apportato solo limitate deroghe alla disciplina generale vigente in tema di assegnazione di funzioni e progressione in carriera, deroghe che, oltre ad essere giustificate dallo scopo risarcitorio che ne sarebbe alla base, non lederebbero le attribuzioni costituzionali del CSM, il quale dovrebbe comunque valutare la specifica idoneità del magistrato a rivestire le funzioni richieste, senza che la legge imponga al Consiglio una scelta vincolata. 12. – L'Avvocatura dello Stato, nella memoria presentata in prossimità dell'udienza, ribadisce il difetto di legittimazione passiva del Governo in ordine al conflitto proposto dal CSM.