[pronunce]

Considerato che il Tribunale amministrativo regionale per le Marche dubita della legittimità costituzionale dell'art. 1, comma 3, del decreto-legge 24 giugno 2014, n. 90 (Misure urgenti per la semplificazione e la trasparenza amministrativa e per l'efficienza degli uffici giudiziari), convertito con modificazioni, dall'art. 1, comma 1, della legge 11 agosto 2014, n. 114, nonché dell'art. 18 del decreto-legge 27 giugno 2015, n. 83 (Misure urgenti in materia fallimentare, civile e processuale civile e di organizzazione e funzionamento dell'amministrazione giudiziaria), convertito con modificazioni, dall'art. 1, comma 1, della legge 6 agosto 2015, n. 132, in riferimento agli artt. 3 e 97 Cost.; che le disposizioni citate sono censurate nella parte in cui, l'una (l'art. 1, comma 3, del d.l. n. 90 del 2014), a seguito della conversione in legge, ha escluso il beneficio del trattenimento in servizio fino al 31 dicembre 2015, riconosciuto ai magistrati, per gli avvocati dello Stato, e l'altra (l'art. 18 del d.l. n. 83 del 2015) non indica gli avvocati dello Stato tra i destinatari del differimento, sino al 31 dicembre 2016, degli effetti dell'art. 1, comma 3, prima citato; che, pertanto, tali disposizioni violerebbero il principio del buon andamento dell'amministrazione, recando una misura sbilanciata e sproporzionata, anche alla luce delle obiettive difficoltà di effettuare un ricambio generazionale in tempi brevi nell'ambito dell'Avvocatura generale dello Stato, misura che determinerebbe anche un'irragionevole disparità di trattamento rispetto ai magistrati ordinari, cui è consentita la permanenza in servizio sino alla data del 31 dicembre 2016, e ai magistrati contabili, che possono essere trattenuti in servizio sino alla conclusione della procedura concorsuale in atto (e comunque non oltre il 30 giugno 2016), al fine di garantire la funzionalità degli uffici giudiziari, nonché di consentire l'espletamento delle procedure concorsuali e l'ordinato e graduale conferimento degli incarichi direttivi e semidirettivi; che, preliminarmente, occorre rilevare che non esercita nessuna influenza nel giudizio a quo lo ius superveniens costituito dal decreto-legge 31 agosto 2016, n. 168 (Misure urgenti per la definizione del contenzioso presso la Corte di cassazione, per l'efficienza degli uffici giudiziari, nonché per la giustizia amministrativa), convertito, con modificazioni, dall'art. 1, comma 1, della legge 25 ottobre 2016, n. 197, che ha prorogato ulteriormente gli effetti del comma 3 dell'art. 1 del d.l. n. 90 del 2014 al 31 dicembre 2017 «per i magistrati che ricoprono funzioni apicali, direttive superiori o direttive presso la Suprema Corte di cassazione e la Procura generale, i quali non abbiano compiuto il settantaduesimo anno di età alla data del 31 dicembre 2016 e che debbano essere collocati a riposo nel periodo compreso fra la medesima data del 31 dicembre 2016 e il 30 dicembre 2017» (art. 5, comma 1, primo periodo), nonché per gli «avvocati dello Stato nella posizione equivalente ai magistrati ordinari individuati allo stesso articolo 5, comma 1, che non abbiano compiuto il settantesimo anno di età alla data del 31 dicembre 2016» (art. 10, comma 2); che, infatti, tale previsione, entrata in vigore il 31 agosto 2016 e relativa solo agli avvocati dello Stato che «non abbiano compiuto il settantesimo anno di età alla data del 31 dicembre 2016» e in particolare solo a quelli che si trovino «nella posizione equivalente ai magistrati ordinari individuati allo stesso articolo 5, comma 1», è palesemente inapplicabile nel giudizio a quo, nel quale è impugnato un provvedimento adottato il 22 giugno 2015, la cui legittimità deve essere valutata «con riguardo alla situazione di fatto e di diritto esistente al momento della sua adozione» (sentenza n. 49 del 2016), provvedimento peraltro relativo a un avvocato dello Stato che ha compiuto il settantesimo anno di età il 23 dicembre 2015, cosicché deve escludersi la restituzione degli atti al giudice a quo; che, ancora in linea preliminare, è priva di fondamento l'eccezione sollevata dalla difesa statale di inammissibilità per omessa motivazione sulla rilevanza della questione di legittimità costituzionale sollevata nei confronti dell'art. 1, comma 3, del d.l. n. 90 del 2014, come convertito dalla legge n. 114 del 2014, in quanto il giudice rimettente ha ritenuto, con argomento non implausibile, che le norme censurate costituiscono presupposto del provvedimento impugnato (di determinazione della data di collocamento a riposo del ricorrente, peraltro adottato a seguito della sua istanza di trattenimento in servizio) e dunque che quest'ultimo è stato adottato per effetto dell'abrogazione dell'istituto del trattenimento in servizio e della intervenuta modifica del regime transitorio, che ha escluso gli avvocati dello Stato dal novero dei beneficiari del differimento dello stesso; che deve, invece, essere dichiarata la manifesta inammissibilità della questione di legittimità costituzionale sollevata nei confronti dell'art. 18 del d.l. n. 83 del 2015, per omessa motivazione sulla rilevanza, considerato che il rimettente non svolge alcun argomento per spiegare perché ritenga di dover fare applicazione, ai fini della valutazione della legittimità del provvedimento impugnato, di una norma adottata con il d.l. 27 giugno 2015, n. 83 e cioè in una data posteriore a quella nella quale è stato adottato il provvedimento impugnato (la nota del 22 giugno 2015); che, nel merito, questa Corte si è già pronunciata, nella sentenza n. 133 del 2016, sulle censure di illegittimità costituzionale promosse, in riferimento agli artt. 3 e 97 Cost., nei confronti dell'art. 1, commi 1, 2 e 3, del citato d.l. n. 90 del 2014, nel testo risultante dalle modifiche apportate in sede di conversione dalla legge n. 114 del 2014, nella parte in cui ha ridotto soltanto fino al 31 ottobre 2014, per gli avvocati dello Stato, il trattenimento in servizio, e le ha ritenute prive di fondamento, anche alla luce dell'evoluzione della normativa e della giurisprudenza; che, infatti, da un lato, con riguardo all'istituto del trattenimento in servizio oltre l'età pensionabile, si è riconosciuto non configurabile un diritto soggettivo alla permanenza in servizio, quanto piuttosto un «mero interesse, soggetto alla valutazione discrezionale dell'amministrazione» (sentenza n. 133 del 2016);