[pronunce]

ORDINANZA ha pronunciato la seguentenel giudizio di legittimità costituzionale degli artt. 206, 208 e 222 del codice penale promosso dal Magistrato di sorveglianza di Reggio Emilia nel procedimento relativo a M. D., con ordinanza del 18 marzo 2008, iscritta al n. 414 del registro ordinanze 2008 pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 53, prima serie speciale, dell'anno 2008. Visto l'atto di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri; udito nella camera di consiglio del 7 ottobre 2009 il Giudice relatore Alessandro Criscuolo. Ritenuto che il Magistrato di sorveglianza di Reggio Emilia, con ordinanza depositata il 18 marzo 2008, nel corso del procedimento di cui all'articolo 679 del codice di procedura penale nei confronti di M. D., internato nel locale ospedale psichiatrico, ha sollevato questione di legittimità costituzionale degli artt. 222, 206 e 208 del codice penale, in riferimento agli artt. 3, 13 e 32 della Costituzione; che il rimettente premette, in fatto, di essere stato investito del procedimento dalla Procura della Repubblica di Reggio Emilia per l'applicazione definitiva – previo accertamento dell'attuale pericolosità sociale del soggetto – della misura di sicurezza del ricovero in ospedale psichiatrico giudiziario; che detta misura è stata disposta dal Tribunale di Treviso nei confronti di M. D. per la durata di anni tre, con la sentenza di assoluzione emessa il 14 aprile 2007, divenuta irrevocabile il 10 novembre 2007, trattandosi di persona non imputabile per incapacità di intendere e di volere, in riferimento ai delitti di tentato omicidio nei confronti di un medico, violazione della legge sulle armi e fabbricazione di due bottiglie incendiarie, fatti avvenuti presso il servizio psichiatrico ove il soggetto era stato condotto per la valutazione delle condizioni mentali, in quanto presentava una «psicosi paranoica cronicamente attiva»; che il giudice a quo, nel rilevare come durante il processo penale e l'esecuzione della misura cautelare della custodia in carcere, sia stata disposta provvisoriamente dal Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Treviso, con ordinanza del 3 ottobre 2003, la misura di sicurezza indicata, osserva che, dall'epoca successiva all'internamento (avvenuto il 6 ottobre 2003) e fino alla pronuncia della sentenza, non risultano emessi altri provvedimenti relativi alla fase cautelare; che, aggiunge il rimettente, dopo l'acquisizione della relazione aggiornata sul programma terapeutico e riabilitativo concordato con il servizio psichiatrico competente, egli si trova sia a dover accertare, in concreto, la pericolosità sociale dell'internato, ai fini dell'applicazione definitiva della misura di sicurezza, sia a doverne determinare la durata e fissare la scadenza, in sede di riesame della pericolosità, ai sensi dell'art. 208 cod. pen. , secondo il disposto degli artt. 206 («il tempo dell'esecuzione provvisoria della misura di sicurezza è computato nella durata minima di essa») e 222 cod. pen. (disposizione che fissa la durata minima del ricovero in ospedale psichiatrico giudiziario); che il Magistrato di sorveglianza sottolinea la rilevanza della questione in relazione alla fattispecie in esame, risultando indispensabile l'applicazione delle norme censurate, perché la durata della misura provvisoriamente applicata è superiore alla durata della misura di sicurezza disposta con la sentenza di assoluzione; che, inoltre, avendo la sentenza previsto la durata minima della misura in tre anni, egli dovrebbe stabilire la durata della misura di sicurezza in un periodo congruo, al fine di consentire l'avvio e «la sperimentazione del progetto comunitario», mentre nel caso di specie, l'internato, computando anche il periodo di internamento provvisorio, ha subito limitazioni alla libertà personale senza alcun titolo legittimante; che, infatti, non si potrebbe attribuire efficacia sanante al successivo provvedimento che il magistrato di sorveglianza deve emettere in sede di esecuzione della condanna, e non si può ritenere titolo legittimante il provvedimento di applicazione provvisoria della misura di sicurezza, seppure validamente emesso, solo perché non è stato mai revocato, se non risulta che lo stesso sia stato rinnovato od espressamente confermato in epoca successiva; che, quanto al profilo della non manifesta infondatezza della questione, il giudice rimettente ritiene che l'art. 222 cod. pen. , il quale fissa la durata minima della misura di sicurezza del ricovero in ospedale psichiatrico giudiziario in relazione alla diversa gravità del reato, non permette, né al giudice in sede di cognizione, né al magistrato di sorveglianza in sede esecutiva, di contemperare adeguatamente le esigenze di sicurezza con le esigenze trattamentali e di cura, in violazione dell'art. 32 Cost.; che, nonostante la Corte costituzionale, con sentenza n. 253 del 2003, abbia dichiarato costituzionalmente illegittima la norma nella parte in cui non consente al giudice, nei casi ivi previsti, di adottare, in luogo del ricovero in ospedale psichiatrico giudiziario, una diversa misura di sicurezza, prevista dalla legge, idonea ad assicurare adeguate cure dell'infermo di mente ed a fronteggiare la sua pericolosità sociale, la disposizione in esame prevede, a fronte del carattere eminentemente terapeutico della misura in oggetto, la fissazione di un termine minimo, secondo scaglioni predeterminati e pertanto vincolanti in ragione della natura del reato, senza alcun collegamento alla patologia diagnosticata al soggetto; che la norma, quindi, a parere del giudice rimettente, non consente all'autorità giudiziaria (della fase di merito e di quella di esecuzione) di formulare un giudizio di adeguatezza della misura irrogata con riguardo alla natura ed alla gravità della patologia; che, inoltre, l'art. 206, terzo comma, cod. pen. (secondo il quale «il tempo dell'esecuzione provvisoria della misura di sicurezza è computato nella durata minima di essa»), presenta, ad avviso del rimettente, aspetti che violano il principio di cui all'art. 3 Cost., qualora il magistrato di sorveglianza (dovendo applicare la citata norma) venga a trovarsi nella situazione in cui la durata minima della misura di sicurezza, stabilita in sentenza, sia coincidente con la durata della misura applicata in via provvisoria o addirittura, come nella specie, la durata minima della misura di sicurezza, che dovrebbe essere stabilita, sia inferiore al periodo già trascorso dal soggetto in regime di privazione della libertà personale; che tale disciplina violerebbe il principio di uguaglianza, in presenza di situazioni sostanzialmente identiche che coinvolgono il diritto costituzionalmente garantito alla libertà personale, ai sensi dell'art. 13 Cost., in quanto per le misure di sicurezza risultano previsti solo i controlli periodici semestrali, ai sensi dell'art. 72 cod. proc. pen. , ma non la durata massima, prevista invece per la custodia cautelare in carcere;