[pronunce]

– Tutte le ordinanze sollevano questione di legittimità costituzionale della stessa norma, onde deve essere disposta la riunione dei relativi giudizi, per essere congiuntamente decisi. 7. – La questione sollevata dalla Corte d'appello di L'Aquila è manifestamente inammissibile per omessa descrizione della fattispecie, non enunciando il giudice rimettente né la natura del reato, né la data della sua commissione, e non chiarendo nemmeno se l'appello fosse pendente alla data dell'8 dicembre 2005, data di entrata in vigore della legge n. 251 del 2005. È infatti costante, nella giurisprudenza di questa Corte, l'affermazione del principio secondo cui il giudice deve rendere esplicite le ragioni che lo inducono a sollevare la questione di costituzionalità con una motivazione autosufficiente tale da permettere la verifica della valutazione sulla rilevanza, con la conseguenza che ove, come nella specie, per le evidenziate lacune, tale valutazione non sia possibile, la questione proposta è manifestamente inammissibile (ex plurimis, ordinanze n. 23 e n. 19 del 2008). 8. – Anche la questione sollevata dalla Corte d'appello di Roma con l'ordinanza del 20 dicembre 2006 (r.o. n. 105 del 2007) è manifestamente inammissibile, per le stesse ragioni in precedenza indicate, in quanto il rimettente afferma di dovere giudicare dell'appello di un imputato condannato dal giudice dell'udienza preliminare presso il Tribunale di Roma con sentenza dell'8 febbraio 2001 per il reato di cui agli artt. 453 e 455 del codice penale, commesso il 7 febbraio 2005. L'errore commesso dal giudice a quo nell'indicare la data del commesso reato non consente di valutare la rilevanza della questione, essendo impossibile l'emanazione di una sentenza quattro anni prima della commissione del reato; per tacere poi del fatto che, se il reato fosse stato realmente commesso il 7 febbraio 2005, la questione sarebbe pur sempre irrilevante per non essere il reato comunque prescritto. 9. – Del pari manifestamente inammissibile, per i medesimi motivi esposti sub n. 7 e n. 8, è la questione sollevata dalla Corte d'appello di Roma con l'ordinanza del 20 dicembre 2006 (r.o. n. 106 del 2007) , con la quale il rimettente afferma di dovere giudicare dell'appello di un imputato condannato dal giudice dell'udienza preliminare del Tribunale di Roma con sentenza 18 aprile 2000 (per il reato di cui all'art. 368 cod. pen. , commesso il 9 aprile 1998), a séguito della sentenza della Corte di cassazione 30 settembre 2002, che aveva annullato la sentenza della Corte d'appello di Roma 25 ottobre 2001, con la quale era stata confermata la sentenza del giudice dell'udienza preliminare. L'art. 368 cod. pen. prevede, al terzo comma, una aggravante ad effetto speciale del delitto di calunnia, nei casi di particolare gravità del reato di cui si incolpa qualcuno e, quindi, una prescrizione diversa in tali casi. Il rimettente non specifica, però, di quale reato è stato accusato il calunniato, il che rende impossibile il calcolo della prescrizione e, conseguentemente, la verifica della rilevanza della questione. 10. – È, infine, manifestamente inammissibile, per le stesse ragioni in precedenza esposte, anche la questione sollevata dalla Corte d'appello di Palermo con l'ordinanza del 22 gennaio 2007 (r.o. n. 642 del 2007). Il rimettente si limita ad affermare che le nuove norme fissano il termine massimo di prescrizione di sei anni, mentre, prima della modifica, il termine era di anni quindici, senza neppure enunciare, al fine della verifica della rilevanza, quale sia il reato da giudicare e se l'appello fosse pendente alla data dell'8 dicembre 2005. 11. – Le questioni sollevate con le altre ordinanze e, precisamente, quelle della Corte d'appello di Roma del 20 dicembre 2006 (r.o. n. 107 del 2007), del 10 gennaio 2007 (r.o. n. 347 del 2007) e del 19 febbraio 2007 (r.o. n. 383 del 2007) non sono fondate, sulla base delle considerazioni che seguono. 12. – La legge n. 251 del 2005 ha ridotto, per alcuni reati, i termini di prescrizione. La legge, dopo avere stabilito (art. 10, comma 1) la propria entrata in vigore il giorno successivo a quello della sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale, aggiunge (comma 3) che «Se, per effetto delle nuove disposizioni, i termini di prescrizione risultano più brevi, le stesse si applicano ai procedimenti e ai processi pendenti alla data di entrata in vigore della presente legge ad esclusione dei processi già pendenti in primo grado ove vi sia stata la dichiarazione di apertura del dibattimento, nonché dei processi già pendenti in grado di appello o avanti alla Corte di cassazione». Questa Corte, con la sentenza n. 393 del 2006, ha dichiarato l'illegittimità costituzionale di tale comma 3 limitatamente alle parole «dei processi già pendenti in primo grado ove vi sia stata la dichiarazione di apertura del dibattimento, nonché». La predetta sentenza ha affermato che la prescrizione esprime l'interesse generale di non perseguire più i reati rispetto ai quali sia trascorso un periodo di tempo che, secondo la valutazione del legislatore, ha comportato l'attenuazione dell'allarme sociale e reso più difficile l'acquisizione del materiale probatorio (e, quindi, l'esercizio del diritto di difesa), e che la norma volta a ridurre i termini di prescrizione del reato si colloca fra le “disposizioni più favorevoli al reo” di cui all'art. 2, quarto comma, del codice penale. Da tale norma codicistica (e da una serie di dati risultanti dai trattati internazionali e dalla giurisprudenza della Corte di giustizia delle Comunità europee) si ricava la regola dell'applicazione retroattiva delle disposizioni più favorevoli al reo: deroghe a tale regola sono possibili solo se superano un vaglio positivo di ragionevolezza in quanto mirino a tutelare interessi di analogo rilievo rispetto a quelli soddisfatti dalla prescrizione (efficienza del processo, salvaguardia dei diritti dei soggetti destinatari della funzione giurisdizionale) o relativi a esigenze dell'intera collettività connesse a valori costituzionali. In particolare, la deroga al regime della retroattività delle disposizioni più favorevoli al reo è ammissibile nei confronti di norme che riducano i termini di prescrizione del reato, purché essa sia coerente con la funzione assegnata dall'ordinamento all'istituto della prescrizione e tuteli interessi del tipo indicato.