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Questa proposta vuole creare le condizioni affinché sullo stigma e sul pregiudizio si lavori in modo determinato più di quanto non si sia fatto sinora, nella convinzione che per combattere stigma e pregiudizio sia anzitutto necessario curare al meglio le persone che, tornando a star bene, sono il primo sponsor di se stesse. E poi è necessario « raccontare la verità » sulla « follia », nelle scuole innanzitutto, e con la voce dei veri protagonisti, poi per combattere stigma e pregiudizio è necessario, in materia di salute mentale, realizzare cose belle e importanti affinché si racconti la follia non solo in materia di cronaca nera. Un modo giusto per disegnare e raccontare un'Italia migliore. 5. Il « patto di cura »: « fare squadra » è bello e avere un « garante » che ci aiuta ancora di più « Fare squadra » è sempre più una formula chiave e sinonimo di successo, di armonia e di risultato positivo nello sport, nel lavoro e nella vita in generale. Per questo è necessario « fare squadra » anche dentro il quotidiano dei servizi di salute mentale, creando le condizioni affinché nel « patto di cura » siano chiamati a collaborare anzitutto la persona malata, la sua famiglia, il medico, l'infermiere o l'educatore che lo accompagna nei luoghi di cura, un amico importante se esiste, il medico di base e le persone importanti per la persona malata. Una squadra magari piccola ma con un obiettivo chiarissimo: vincere la battaglia con la malattia, con il sintomo, con l'isolamento, con i cattivi pensieri, con la depressione, con le voci, per ritrovare senso di vita, lavoro, socialità e sorriso. Nella realtà odierna dei servizi di salute mentale non sempre si ravvisa il profilo di « squadre » con queste caratteristiche. Magari perché la persona malata si chiama fuori, o perché la famiglia sta troppo male, o perché gli operatori invocano la privacy o ancora perché non sembra esserci mai sufficiente tempo per cose del genere. Questo disegno di legge crede nella squadra del « patto di cura » sempre, perché lo dice la scienza e, ancora prima, lo dicono le esperienze di chi ci ha provato, senza alibi e senza pigrizie. Naturalmente, a funzionare, le squadre dei nostri « patti di cura » qualche problema lo incontrano. Ciascun partecipante può avere le sue ragioni per non lasciarsi coinvolgere, per prendere tempo, per scegliere di non giocare. Questa proposta scommette sulla superabilità dei problemi. Per rafforzarci nella nostra convinzione e soprattutto per ottenere i risultati sperati sono molto utili tre cose: avere strumenti chiari che tengano conto di ciò che la squadra sta facendo e farà, e avere un diario di bordo, come quello delle navi, tenuto da tutti i membri della squadra e non solo dal comandante. Ed infine pensiamo sia fondamentale avere nella squadra un « garante », una persona esterna al gruppo, ad esempio un UFE, che partecipa per aiutare il gruppo a fare bene tre cose: dare voce a tutti in un clima di rispetto e di condivisione, ricordarsi di prendere accordi chiari e di sottoscriverli, ritrovarsi periodicamente per verificare cosa è andato bene è cosa no. 6. Il dramma della prima, della seconda e della terza crisi Succede sovente a chi si mette in disposizione di accoglienza di ascoltare il racconto di drammi, trasmesso con il pudore di chi fatica a raccontare le proprie disgrazie, da genitori che appena capiscono che qualcuno sta dalla loro parte cercano sollievo al loro dolore raccontandolo. Quando questi drammi escono alla luce viene sempre da chiedersi come sia possibile, per questi genitori, tollerare ferite così devastanti, ed essere ancora lì in prima linea, spesso in una drammatica solitudine, ad affrontarne di nuove. E come sia possibile che, ancora troppo spesso, a questi drammi non ci sia risposta adeguata. Quando la persona, presa nei vortici della malattia, dà sfogo estremo al suo disagio, se i servizi di salute mentale sono al suo fianco e al fianco della famiglia, e ne hanno saputo cogliere i primi segnali, quasi sempre li hanno saputi incanalare, limitare, prevenire. Se ciò invece non accade, se la persona malata e la sua famiglia vengono lasciate al loro destino, è forte il rischio che si apra il primo o l'ennesimo dramma. Purtroppo ancora troppo spesso quelle famiglie raccontano di telefonate, tanto disperate quanto a volte inutili, fatte a tanti servizi di salute mentale, per chiedere aiuto, in momenti e situazioni letteralmente drammatici, senza ricevere le risposte sperate, e quindi lasciate nel loro dramma. Il presente disegno di legge indica i servizi di salute mentale come centrali anche in questi momenti, che devono esserci e come devono esserci, con tempi di risposta utili anche alle gestioni di emergenza, con strumenti per accompagnare la risposta ai problemi, con responsabilità chiare e definite, con il coinvolgimento di tutte le figure utili a contribuire a ridurre il peso della crisi, dal medico di famiglia all'amico del cuore. E se la crisi non si risolve nei servizi territoriali, ci sono i reparti ospedalieri, cioè i servizi psichiatrici di diagnosi e cura (SPDC), dove il mero contenimento ed i farmaci devono rimanere l'estrema ratio e non la sola norma. Questa proposta aspira a reparti come luoghi vitali, dove la persona è accolta con calore e dove da subito si lavora perché la crisi sia occasione di crescita e di ritorno, il primo possibile, al proprio quotidiano. Questa proposta vuole vedere superata la contenzione dei muri, e con essa quella ben peggiore dei corpi. Partendo dal dato inquietante che i reparti psichiatrici italiani, dove contenere è « normale », sono più del 90 per cento! In questo senso è un fatto importante che nella 2ª Conferenza nazionale sulla salute mentale del giugno 2021, il Ministro si sia formalmente impegnato a portare al tavolo della Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano un protocollo che abolisce le contenzioni fisiche nei reparti psichiatrici entro il 2023. 7. Famiglie da aiutare, famiglie grandi risorse La famiglia, sia quella di origine che quella acquisita, gioca un ruolo centrale in tutte le storie di malattia mentale. È sempre in prima fila, col suo congiunto malato, a soffrire con lui, a combattere con lui e per lui. Una persona adulta, con il mal di cuore o con il diabete, raramente si fa rappresentare dai genitori o dal coniuge per avere cure e rispetto. Una persona adulta, che sente le voci e si sente straniero nel nostro mondo, difficilmente chiede aiuto e spesso, addirittura, lo rifiuta ostinatamente. Così è la malattia mentale. A farsene carico, a cercare aiuto sono i genitori, i coniugi, i figli e gli amici, disorientati e devastati se è la loro prima volta, più esperti, ma sicuramente non sereni, se è già successo. A questi genitori e a questi parenti variamente disperati, terrorizzati e arrabbiati è dovuto sempre il massimo dell'ascolto, dell'attenzione e della presenza, anche quando può sembrare che sia già stato fatto tutto quello che si poteva, anche quando si pensa che con la persona malata essi dovrebbero essere più severi o più concilianti, anche quando magari arriva la centesima telefonata.