[pronunce]

che le questioni sarebbero comunque infondate, in quanto i compensi dei giudici tributari sono determinati con un decreto ministeriale assunto sulla base di parametri fissati direttamente dalla legge (ex art. 13, comma 2, del d.lgs. n. 545 del 1992) e vengono materialmente erogati dalla direzione generale delle entrate e dal dirigente responsabile della segreteria della commissione tributaria (ex art. 13, comma 3, dello stesso d.lgs. ) nell'esercizio di attività vincolate ed esecutive, inidonee a determinare un vulnus all'indipendenza e all'imparzialità del giudice tributario. Considerato che la Commissione tributaria provinciale di Novara dubita della legittimità costituzionale dell'art. 13, commi 1, 2 e 3, del decreto legislativo 31 dicembre 1992, n. 545 (Ordinamento degli organi speciali di giurisdizione tributaria ed organizzazione degli uffici di collaborazione in attuazione della delega al Governo contenuta nell'art. 30 della legge 30 dicembre 1991, n. 413), nella parte in cui stabilisce che la determinazione, la liquidazione e il pagamento del compenso spettante ai componenti delle commissioni tributarie siano effettuati, rispettivamente, dal «Ministro delle finanze», dalla «direzione regionale delle entrate, nella cui circoscrizione ha sede la commissione tributaria di appartenenza», e dal «dirigente responsabile della segreteria della commissione», in riferimento agli artt. 101, 111 e 117, primo comma, della Costituzione, quest'ultimo in relazione all'art. 6, paragrafo 1, della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali, firmata a Roma il 4 novembre 1950, ratificata e resa esecutiva con legge 4 agosto 1955, n. 848; che le questioni sono sorte nel corso di un giudizio promosso da un contribuente nei confronti dell'Agenzia delle entrate - Direzione provinciale di Novara, con l'impugnazione del silenzio-rifiuto formatosi sull'istanza di rimborso dell'IVA pagata sulle accise applicate alla fornitura domestica di energia elettrica; che questioni analoghe a quelle in esame, riguardanti le norme sulla misura o la liquidazione del trattamento economico delle commissioni tributarie, sono state dichiarate inammissibili da questa Corte per difetto di rilevanza, perché non incidenti, né sul rapporto in ordine al quale il giudice è chiamato a decidere, né sulla composizione o costituzione dell'organo giudicante; che, in particolare, con riguardo allo stesso art. 13 del d.lgs. n. 545 del 1992 - censurato nella parte in cui, al comma 2, prevede per i giudici tributari «un compenso aggiuntivo per ogni ricorso definito» -, questa Corte ha affermato che «[...] la norma censurata riguarda esclusivamente la misura del compenso del giudice tributario e, pertanto, non attiene né alla "composizione", né alla costituzione del giudice medesimo, cioè alla legittimazione di questo ad esercitare le proprie funzioni, e neppure deve essere applicata dal rimettente nel giudizio principale» (ordinanza n. 180 del 2006); che la stessa conclusione era stata raggiunta (sentenza n. 196 del 1982; ordinanze n. 447 del 1991, n. 331 e n. 326 del 1987) con riguardo ad analoghe questioni aventi ad oggetto la previgente disciplina sul trattamento economico dei componenti delle commissioni tributarie, contenuta nell'art. 12 del d.P.R. 28 ottobre 1972, n. 636 (Revisione della disciplina del contenzioso tributario); che questi principi sono stati confermati di recente da questa Corte con la sentenza n. 164 del 2017, pronunciata su questioni sollevate in via incidentale in giudizi dove non era direttamente applicabile la disciplina - in quelle sedi censurata - introdotta dalla legge 13 aprile 1988, n. 117 (Risarcimento dei danni cagionati nell'esercizio delle funzioni giudiziarie e responsabilità civile dei magistrati), come modificata dalla legge 27 febbraio 2015, n. 18 (Disciplina della responsabilità civile dei magistrati); che neppure si profila il pericolo, paventato dal giudice a quo, di una sostanziale sottrazione della disciplina oggetto del presente giudizio al controllo di costituzionalità, essendo agevole ipotizzare, come ha osservato l'interveniente, che possano insorgere controversie sui compensi dei giudici tributari e che nel loro ambito possano essere sollevate questioni analoghe (sentenza n. 196 del 1982, nella quale si afferma che la disciplina sul trattamento economico non trova applicazione da parte delle commissioni tributarie, in quanto «essa attiene invece alla regolamentazione del rapporto che si costituisce fra i componenti le commissioni e l'Amministrazione finanziaria competente a liquidare e pagare i corrispettivi in parola e le controversie che possono sorgere al riguardo vanno sottoposte ad altri giudici del nostro ordinamento»); che le questioni presentano, altresì, gli ulteriori profili preliminari di inammissibilità già rilevati da questa Corte con ordinanza n. 227 del 2016, pronunciata prima dell'ordinanza di rimessione su questioni identiche per norme denunciate, parametri evocati e motivi di censura, ma non considerata dal giudice a quo; che anche in quel giudizio, esteso alla più ampia disciplina ordinamentale e organizzativa della giustizia tributaria, oltre che alle disposizioni processuali in tema di astensione del giudice, si deduceva che l'apparenza di indipendenza dei giudici tributari sarebbe lesa dalla disciplina del loro trattamento retributivo, sotto entrambi gli aspetti qui prospettati, senza fornire indicazioni sul diverso assetto che dovrebbe caratterizzare il regime della determinazione, della liquidazione e del pagamento delle retribuzioni dei giudici, in luogo di quello censurato, ovvero sul diverso sistema retributivo che sarebbe idoneo a superare, secondo il giudice a quo, l'attuale inadeguatezza dei compensi; che - come afferma l'ordinanza n. 227 del 2016 - «queste omissioni comportano l'indeterminatezza e l'ambiguità dei petita, e di conseguenza, secondo la costante giurisprudenza costituzionale, l'inammissibilità delle questioni (ex plurimis, sentenze n. 220 e n. 218 del 2014 , n. 220 del 2012, n. 186 e n. 117 del 2011; ordinanze n. 269 del 2015, n. 266 del 2014, n. 335, n. 260 e n. 21 del 2011)»; che un'altra ragione di inammissibilità - rilevata anch'essa nell'ordinanza n. 227 del 2016 - deriva dal fatto che il giudice a quo ha richiesto a questa Corte un intervento creativo caratterizzato da un grado di manipolatività tanto elevato da investire l'intero sistema che regola il trattamento retributivo dei giudici e da eccedere così «i poteri di intervento della Corte, implicando scelte affidate alla discrezionalità del legislatore (ex plurimis, sentenze n. 248 del 2014 e n. 252 del 2012; ordinanze n. 269 del 2015, n. 156 del 2013, n. 182 del 2009, n. 35 del 2001 e n. 117 del 1989)»;