[pronunce]

— Non può essere accolta neanche la censura relativa all’art 6, che introduce l’art. 3-bis nella legge n. 26 del 1993. Tale articolo, la cui rubrica reca “lavori sequenziali”, prevede, al primo comma, che «i lavori possono essere motivatamente suddivisi dalle amministrazioni aggiudicatrici in più contratti d’appalto, fatto salvo quanto previsto dall’art. 3. La motivazione dà conto, in particolare, della convenienza della scelta dal punto di vista tecnico-organizzativo e finanziario. Il regolamento di attuazione definisce i criteri distintivi tra lotti funzionali e lavori sequenziali»; il secondo comma stabilisce che «per la predisposizione del documento preliminare di progettazione previsto dall’art. 14 e per il coordinamento dei lavori sequenziali è individuato un responsabile di progetto». Il ricorrente assume che tale norma «reca una definizione sconosciuta al diritto comunitario e nazionale di “lavori sequenziali”, tenuti distinti dai lavori in lotti, e che costituisce la giustificazione per affidamenti a trattativa privata fuori dai casi previsti dal diritto comunitario» e dal d.lgs. n. 163 del 2006, con violazione della tutela della concorrenza. La censura non è fondata. In via preliminare, si deve chiarire che, contrariamente a quanto sostenuto dal ricorrente, non è sufficiente la mancata disciplina dell’istituto in ambito comunitario per inferirne la sua illegittimità costituzionale. Avendo la Provincia autonoma una competenza specifica in materia di lavori pubblici di interesse provinciale, essa può regolamentare il settore purché, come si è prima precisato, vengano osservati i limiti contemplati dallo statuto. Nella specie tali limiti non risultano violati. Il legislatore provinciale ha disciplinato, infatti, una modalità afferente alla individuazione dell’oggetto del contratto di appalto, stabilendo che i lavori possono essere suddivisi mediante la stipulazione di più contratti di appalto. Orbene, tale suddivisione in sé non è idonea a pregiudicare la tutela della concorrenza. In primo luogo, perché la norma non prevede che l’amministrazione possa fare ricorso alla procedura negoziata. L’eventuale frazionamento dell’oggetto del contratto impone, comunque, che, in relazione a ciascun contratto, l’amministrazione rispetti sempre le regole di scelta del contraente poste a tutela della concorrenza. A tale proposito, non è senza rilievo che la stessa disposizione impugnata puntualizzi che debba essere comunque rispettato quanto statuito dall’art. 3 della legge provinciale n. 26 del 1993, come modificata dalla legge n. 10 del 2008, sulla determinazione del valore degli affidamenti ai fini della individuazione della disciplina applicabile. E ciò assicura che l’eventuale suddivisione dei lavori in più contratti non possa, appunto, rappresentare uno strumento per eludere le regole imperative di regolamentazione della procedura di evidenza pubblica. In secondo luogo, la legge provinciale impone che l’amministrazione aggiudicatrice dia conto delle ragioni della scelta e della sua convenienza dal punto di vista tecnico-organizzativo e finanziario. In altri termini, il legislatore provinciale ha posto condizioni e limiti all’esercizio del potere di valutazione dell’amministrazione aggiudicatrice, idonei ad evitare che si incida negativamente sul livello di tutela della concorrenza assicurato dalla legislazione statale. La questione deve, pertanto, essere dichiarata non fondata. 8.7.— Non è fondata neanche la censura formulata nei confronti dell’art. 17, che introduce l’art. 13-bis della legge provinciale n. 26 del 1993, articolo ritenuto incostituzionale nella parte in cui, al comma 1, ed al comma 2, lettere b); e); f); i); j); k); 1); m); n); o); p); q); r); s), rinvia ad un regolamento provinciale la disciplina di materie che, a giudizio del ricorrente, rientrerebbero nell’ordinamento civile e nella tutela della concorrenza. La norma impugnata – fermo quanto affermato al punto 6, in relazione ai capitolati – si sottrae a tale censura, in quanto essa deve essere intesa nel senso che il regolamento può essere emanato per disciplinare, anche quando ha ad oggetto capitolati generali, ambiti materiali rientranti esclusivamente nella competenza provinciale. Qualora l’atto regolamentare esorbiti dai predetti ambiti restano comunque esperibili i previsti rimedi giurisdizionali, compreso, eventualmente, anche il ricorso per conflitto di attribuzione innanzi a questa Corte. 8.8.— Per le medesime ragioni da ultimo indicate, non è fondata la censura relativa all’art. 111, che demanda ad un regolamento provinciale l’adozione delle norme di attuazione della legge provinciale in esame. 8.9. — È oggetto di impugnazione anche l’art. 20 della legge provinciale n. 10 del 2008, il quale disciplina il documento tecnico di cantiere che può essere richiesto all’appaltatore dal direttore dei lavori per lavorazioni nelle quali l’organizzazione dell’appaltatore e le tecnologie operative di cui esso dispone richiedono di dettagliare le fasi esecutive. Secondo il ricorrente tale norma, attenendo alla progettazione e alla esecuzione dei lavori, violerebbe le competenze statali in materia di determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni e di ordinamento civile. La questione non è fondata, in quanto la disposizione impugnata si limita a disciplinare fasi afferenti alla organizzazione del momento esecutivo del rapporto contrattuale senza incidere sui principi generali che impongono il rispetto di regole comuni finalizzate ad assicurare un pari trattamento tra gli operatori economici del settore. Questa Corte, sia pure con riferimento al riparto di competenza tra Stato e Regioni a statuto ordinario, dopo avere affermato che la fase di conclusione ed esecuzione del contratto rientra prevalentemente nella materia dell’ordinamento civile, ha aggiunto che ciò non significa che «in relazione a peculiari esigenze di interesse pubblico, non possano residuare in capo alla pubblica amministrazione poteri pubblici riferibili, tra l’altro, a specifici aspetti organizzativi afferenti alla stessa fase esecutiva» (sentenza n. 401 del 2007, punto 6.8. del Considerato in diritto). 8.10. — Destituita di fondamento è anche la doglianza relativa all’art. 90, il quale disciplina le riserve e le contestazioni tra l’amministrazione aggiudicatrice e l’appaltatore. Tale disposizione, infatti, contempla l’istituto dell’accordo bonario per la risoluzione delle riserve che non rientra, come ritenuto dal ricorrente, nella materia della giustizia amministrativa, attenendo alla fase dell’organizzazione amministrativa dell’ente provinciale. 8.11. — Infine, non è fondata la censura che ha investito l’art. 110, il quale stabilisce che «per gli istituti non previsti» dalla legge provinciale «trova applicazione la normativa comunitaria in materia, che può essere specificata mediante i regolamenti di attuazione». Secondo il ricorrente, tale norma sarebbe incostituzionale nella parte in cui opererebbe un rinvio soltanto al diritto comunitario e non anche a quello statale.