[ddlpres]

Ma se la riproposizione degli stessi sbagli e della stessa faciloneria rischia di rimandare di altri decenni il varo di un valido Piano Vesuvio (per quanto riguarda i Campi Flegrei, siamo ancora all'anno zero, al pari del Piano di emergenza vulcanica per l'isola di Ischia) altrettanto desolante è l'inesistenza di una qualsiasi pianificazione territoriale finalizzata alla mitigazione del rischio vulcanico. Del non disprezzabile «Progetto Vesuvia» (che, tramite una politica di incentivi si prefiggeva di ridurre la presenza antropica nell'area vesuviana), trasferito dalla regione Campania, che lo aveva varato nel 2002, alla Provincia di Napoli, si sono perse ormai le tracce; e le uniche opere di «mitigazione» del rischio vulcanico oggi proposte sono la costruzione di nuove strade per garantire la fuga che -- oltre ad istituzionalizzare la pericolosa credenza di una eruzione come evento improvviso e immediatamente distruttivo -- finiranno per trasformarsi in nuovi assi di urbanizzazione. E così, in assenza di un qualsiasi valido strumento di pianificazione, nonostante il mare di chiacchiere sull'importanza della prevenzione, la provincia di Napoli -- vede il sorgere dell’Ospedale del Mare (che dovrebbe inglobare ben quattro attuali ospedali napoletani) in un'area già percorsa dai flussi piroclastici dell'eruzione del 1631. Uguale follia nell'area flegrea: cinque milioni di metri cubi da edificare a Bagnoli, in un area identificata come «rossa» e cioè a massimo rischio vulcanico. Ancora peggio per Pozzuoli: nel 1982, ai tempi del bradisismo, aveva 69.000 abitanti; rientrata l'emergenza, con l'edificazione del quartiere Monteruscello, il completamento di Rione Toiano il recupero del Centro storico e il proliferare dell'abusivismo, è passata agli 83.000 abitanti di oggi. Di fronte a questa grave situazione si pone l'irrimandabile esigenza di strutturare una serie di iniziative proposte nel presente disegno di legge. L'articolo 1 -- richiamandosi, per l'area vesuviana all'unica normativa esistente (la direttiva del Presidente del Consiglio dei ministri 14 febbraio 2014) classifica trenta comuni, come «Aree ad elevato rischio vulcanico» per le quali sono previsti i benefici contemplati nel Programma straordinario di interventi (contemplato nell'articolo 2). Il comma 2 dell'articolo contempla, comunque una ridefinizione di questo elenco che, certamente, dovrà essere effettuata quando saranno finalmente definiti -- al pari di quanto avviene oggi per le aree a rischio sismico o idrogeologico -- differenti scenari di evento e la probabilità del verificarsi di questi. È da sottolineare come i comuni indicati dall'articolo 1 diventano -- con i successivi articoli 3, 4, e 5 -- finalmente parte attiva nella pianificazione dell'emergenza vulcanica, cancellando quella sudditanza che, finora, li aveva relegati nel ruolo di meri esecutori di disposizioni spesso contraddittorie e stravaganti, o che, addirittura, li aveva trasformati -- nelle dichiarazioni di dirigenti della Protezione civile nazionale chiamati a rispondere sui ritardi della redazione dei piani di emergenza -- in mero «capro espiatorio». L'articolo 2, comma 1, lettera a) , istituisce il «Programma straordinario di interventi per la mitigazione del rischio vulcanico nell'area vesuviana e flegrea», della durata di cinque anni, mirante a favorire un progressivo decongestionamento dei comuni a rischio vulcanico. Come già detto, un tentativo in tal senso fu fatto nel 2002 dalla regione Campania con il varo del «Progetto Vesuvia», che ben presto naufragò tra un mare di «interventi a pioggia», anche di stampo clientelare e successiva chiusura dei fondi. La strada del diradamento della popolazione, comunque, è l'unica che può evitare che la prossima eruzione in Campania si trasformi in una catastrofe, anche economica, con un fiume di profughi alla disperata ricerca di un alloggio e di un sostentamento. Le proposte da mettere in cantiere per garantire questo diradamento sono molte e certamente l'Ufficio speciale qui proposto per elaborarle dovrà confrontarsi con i cittadini e le istituzioni anche ai sensi della VAS (Valutazione Ambientale Strategica, ai sensi della direttiva 2001/42/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 27 giugno 2001). Ci permettiamo, comunque, qui di suggerire per la programmazione in questione, anche sulla scia di altre esperienze maturate all'estero, l'erogazione di incentivi per l'acquisto di case fuori dell'area a rischio, la priorità nell'assegnazione di alloggi popolari, un punteggio preferenziale nei concorsi pubblici e nei trasferimenti (per lavori da svolgersi fuori da queste aree), la gratuità dei trasporti pubblici (per chi, pur dovendo lavorare nelle aree vulcaniche, si sposta fuori zona), la creazione di reti a banda larga e altro per rendere appetibili territori oggi abbandonati, come quelle dell'entroterra campano, che potrebbero assorbire gradualmente le popolazioni vesuviane. L'articolo 2, comma 1, alle lettere b) e c) , definisce le caratteristiche dei piani di emergenza da redigere per l'area vesuviana e flegrea. Non già i vecchi corposi «studi» né «libri dei sogni» che si limitano ad auspicare iniziative e misure future, ma precisi strumenti di intervento, da rodare e migliorare con apposite esercitazioni. Piani di protezione civile che devono essere condivisi con una popolazione oggi frastornata da una percezione della minaccia vulcanica così enfatizzata che finisce per rimuovere ogni consapevolezza del rischio. L'articolo 3 istituisce l'Ufficio di supporto all'Ufficio speciale per il Piano Vesuvio e Piano Campi Flegrei, composto da dipendenti in posizione di comando -- anche part time -- dei comuni. Un ufficio assolutamente indispensabile per far sì che il Piano di protezione civile si traduca in utile strumento per la definizione di precise iniziative da mettere in atto nei territori in caso di allarme o emergenza vulcanica. Gli articoli 4 e 5 istituiscono un Ufficio speciale delegato alla redazione dei Piani di protezione civile e del Programma straordinario di interventi per la mitigazione del rischio vulcanico. Non crediamo, ovviamente, che problemi così complessi come la mitigazione del rischio e la pianificazione dell'emergenza Vesuvio e Campi Flegrei possano essere risolti semplicemente istituendo una nuova struttura. I problemi derivanti dalle molteplici competenze, oggi distribuite tra Dipartimento della protezione civile, Ministero dell'interno, regione Campania, provincia di Napoli (oggi Città metropolitana), prefettura di Napoli e comuni non possano continuare, comunque, ad essere sublimati con ineffabili «coordinamenti» o con elefantiaci quanto deresponsabilizzanti «comitati» (che già si sono susseguiti in questi ultimi decenni senza concludere pressoché nulla) ma devono essere affrontati da un preciso organo, con precisi compiti da attuare in precisi tempi.