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Stando quindi a quanto rilevato dalla Casa delle donne di Bologna a partire dalle notizie rilevate sulla stampa, nel corso dell’anno 2012 sono stati registrati 124 casi di femmicidio, un numero assoluto inferiore a quello dell’anno precedente, ma da non considerarsi quale segnale di una diminuzione del fenomeno in quanto il numero di donne uccise nel 2012 è comunque superiore al numero relativo al quinquennio 2005 - 2009. Nel 2012 poi la stampa ha riportato quarantasette casi di tentato femmicidio, ossia tutti quegli eventi in cui la donna non ha perso la vita ma è stata comunque gravemente ferita: questo numero è da considerarsi sottostimato, posto che la stampa riporta in evidenza per lo più i casi eclatanti, in cui la morte della donna è stata evitata in extremis . Per quanto invece concerne i dati sugli autori, le vittime, il contesto dei femmicidi, nonché sulla relazione tra autori e vittime, si confermano i dati degli anni precedenti: il 69 per cento delle donne uccise sono italiane, il 73 per cento degli autori dei femmicidi sono italiani, il 60 per cento dei femmicidi avviene nel contesto di una relazione intima tra vittima e autore, in corso o conclusa. Nel 25 per cento dei casi le donne uccise erano in procinto di porre fine alla relazione o l’avevano già fatto, mentre nel 63 per cento il femmicidio si realizza in casa, sia essa della vittima, dell’autore o di un familiare. Inoltre, nel 2012 come negli anni precedenti, le donne non sono le sole vittime dei femmicidi: altre otto persone quest’anno, in maggioranza figli della donna o della coppia, hanno pagato con la vita questa estrema forma di violenza di genere. Un dato interessante rilevato dall’indagine della Casa delle donne di Bologna, su cui pare opportuno soffermarsi, il solo a segnare una notevole discontinuità rispetto agli anni precedenti, è quello riguardante il numero di casi in cui la stampa riporta l’informazione sulla presenza di precedenti di violenza e maltrattamento contro la vittima effettuati dall’autore: se fino al 2011 in quasi il 90 per cento dei casi riportati dalla cronaca tale tipo di informazione non era reperibile, perché l’articolo non ne faceva cenno, oggi sappiamo invece che il 40 per cento delle donne uccise nel 2012 aveva subito precedenti violenze da quel partner od ex che poi l’ha uccisa. È un dato importante che segnala, da un lato, come la sensibilità e la cultura dei media siano cambiati e come la consapevolezza del legame tra violenza di genere e femminicidio sia diventata patrimonio comune, dall’altro, come sia assolutamente necessario e urgente fermare la violenza prima che essa giunga all’irreparabile. Se nelle raccomandazioni del 2011 il Comitato CEDAW ha accolto con favore l’approvazione del decreto-legge 23 febbraio 2009, n. 11, convertito, con modificazioni, dalla legge 23 aprile 2009, n. 38, che introduce il reato di stalking in Italia, il Piano nazionale contro la violenza di genere e lo stalking , così come la prima ricerca completa sulla violenza fisica, sessuale e psicologica nei confronti delle donne, sviluppata dall’ISTAT, lo stesso ha anche sottolineato la preoccupazione per «l’elevato numero di donne uccise dai propri partner o ex-partner , che possono indicare il fallimento delle Autorità dello Stato o membro nel proteggere adeguatamente le donne». In questa prospettiva, dunque, il dato summenzionato indica evidentemente la necessità e possibilità di prevenire questi delitti, offrendo una protezione maggiore e più adeguata alle donne che vivono situazioni di violenza. È quanto chiesto dalla relatrice speciale Rashida Manjoo nelle raccomandazioni indirizzate all’Italia – che è tenuta a considerarle nell’ottica dell’avanzamento delle donne nella società e a risponderne negli anni successivi –, formulate a seguito della sua missione ufficiale in Italia e del già citato «Rapporto Ombra». Secondo Manjoo, in Italia la maggior parte delle violenze non sono denunciate perché perpetrate in un contesto culturale maschilista dove la violenza domestica non è sempre percepita come un crimine, dove le vittime sono economicamente dipendenti dai responsabili della violenza e persiste la percezione che le risposte fornite dallo Stato non sono adeguate per riconoscere il fenomeno, perseguire per via legale gli autori di tali crimini e garantire assistenza e protezione alle vittime. Nel rapporto dell’ONU si rileva poi che in Italia gli stereotipi di genere sono profondamente radicati e predeterminano i ruoli di uomini e donne nella società - analizzando i dati concernenti la presenza nei media, il 46 per cento delle donne appare associato a temi quali il sesso, la moda e la bellezza e solo il 2 per cento a questioni di impegno sociale e professionale. Iniziative italiane come il Piano di azione nazionale contro la violenza non hanno portato miglioramenti significativi e, inoltre, la mancanza di dati ufficiali disaggregati per genere, raccolti da istituzioni nazionali, impedisce di misurare accuratamente la portata del fenomeno. Si tratta di una grave mancanza del nostro Paese, che non ha ancora dato seguito alle numerose sollecitazioni da parte degli organismi internazionali che richiedono a tutti gli Stati di predisporre strumenti adeguati per il monitoraggio del fenomeno. In particolare, la Relatrice speciale invita l’Italia a utilizzare categorie adeguate per la classificazione degli omicidi di donne, che tengano conto della dimensione di genere, e ad adottare gli indicatori ONU per la raccolta disaggregata dei dati. Infine, Manjoo, rilevando che «Il quadro politico e giuridico frammentario e la limitatezza delle risorse finanziarie per contrastare la violenza sulle donne [...] ostacolano un’efficace ottemperanza dell’Italia ai suoi obblighi internazionali», nelle sue conclusioni dichiara che l’attuale situazione politica ed economica del nostro Paese non può essere utilizzata come giustificazione per la diminuzione di attenzione e risorse dedicate alla lotta contro tutte le manifestazioni della violenza su donne. È dunque al fine di elaborare un progetto specifico che, a partire da queste indicazioni, stante la necessità di azioni rivolte a garantire in concreto alle donne, in quanto donne, il godimento dei loro diritti fondamentali, primo tra tutti il diritto alla vita, ed a una vita libera da qualsiasi forma di violenza, il presente disegno di legge propone l’istituzione di una Commissione parlamentare bicamerale sul fenomeno dei femmicidi e dei femminicidi. La risposta deve, infatti, essere politica, sia nel senso che deve riguardare la ricostruzione di un patto sociale tra donne e istituzioni dello Stato, sia nel senso che deve coinvolgere attivamente i decisori politici perché, se è vero che nel citato Rapporto tematico si afferma che «In Italia sono stati fatti sforzi da parte del Governo, attraverso l’adozione di leggi e politiche», si aggiunge anche che «questi atti non hanno però portato a una diminuzione dei femmicidi e non sono stati tradotti in un miglioramento della condizione di vita delle donne e delle bambine».