[pronunce]

Quanto al primo dei due profili, il giudice a quo ometterebbe di confrontarsi con un «dato essenziale», costituito dal passaggio dal sistema "retributivo" a quello "contributivo". Non sarebbe affrontato il tema del bilanciamento, da parte del legislatore, di contrapposte esigenze economiche e sociali, anche in relazione alle «contingenti emergenze finanziarie», evocate dalla giurisprudenza costituzionale (sono richiamate le sentenze n. 241 del 2016 e n. 416 del 1999 di questa Corte). Quanto al secondo profilo - definito come «autonomo» rispetto al primo - l'Avvocatura richiama la giurisprudenza della Corte di cassazione (citata anche dal rimettente) secondo cui il trattamento pensionistico di anzianità è subordinato alla condizione di cessazione dell'attività lavorativa alla data di presentazione della domanda. Proprio la mancanza di tale requisito comporterebbe, nella fattispecie sottoposta al giudizio del rimettente, l'impossibilità di riconoscere il diritto all'erogazione del trattamento pensionistico. In tale prospettiva, risulterebbe «addirittura irrilevante» la questione di costituzionalità sul cumulo tra pensione e reddito da lavoro, questione che potrebbe essere affrontata «solo dopo aver superato il preliminare profilo "formale" della sussistenza del diritto alla pensione». 4.- Con atto depositato il 1° ottobre 2019, si è costituito in giudizio l'INPS, parte appellata nel giudizio a quo, concludendo per l'infondatezza della questione di costituzionalità. L'INPS, preliminarmente, precisa che l'art. 22, primo comma, lettera c), della legge n. 153 del 1969 è stato interpretato dallo stesso istituto, in via amministrativa, «nel senso che la condizione di non prestare attività lavorativa subordinata deve sussistere l'ultimo giorno del mese nel quale è fatta la domanda». Ciò al fine di soddisfare l'esigenza del lavoratore di mantenere lo stipendio «anche nell'arco di tempo tra la presentazione della domanda e l'ultimo giorno del mese per poi passare a godere della pensione dal primo giorno del mese successivo». L'INPS aggiunge che l'assicurato può presentare domanda di pensione di anzianità «in un certo giorno di un certo mese e deve risultare cessato dall'attività lavorativa dipendente l'ultimo giorno di quello stesso mese, per poi accedere alla pensione, da inoccupato, il primo giorno del mese successivo». Sarebbe, pertanto, affetta da «travisamento» l'affermazione, contenuta nell'ordinanza di rimessione, secondo cui, se l'assicurato avesse presentato domanda nel breve intervallo temporale tra la risoluzione del precedente rapporto di lavoro e l'instaurazione del successivo, l'INPS gli avrebbe riconosciuto il diritto alla pensione di anzianità e il regime di totale cumulabilità. Al contrario, egli non avrebbe comunque visto garantito quel diritto, «poiché lavorava come dipendente l'ultimo giorno del mese della domanda». Il giudice rimettente non avrebbe tenuto conto della differenza tra accesso a pensione e regime di cumulo tra reddito e pensione. L'accesso alla pensione, coerentemente con i principi di cui all'art. 38 Cost., si giustificherebbe in relazione allo «stato di bisogno», inteso come «la condizione di chi lascia la vita lavorativa». In tale quadro, la condizione della cessazione dell'attività di lavoro dipendente sarebbe «coerente con la natura della pensione che costituisce l'esito di un rapporto assicurativo nel quale l'evento tutelato è proprio la cessazione dal lavoro», e consisterebbe in «un presupposto destinato ad incidere sul momento genetico del diritto». Né vi sarebbe alcuna contraddizione con la disciplina del cumulo, attinente al diverso e successivo momento dell'esecuzione del rapporto obbligatorio già sorto. In tale frangente verrebbero in rilievo scelte di «politica previdenziale» lasciate alla discrezionalità del legislatore, cui spetta stabilire se affiancare al requisito dell'inoccupazione (quale condizione per l'accesso alla pensione) il divieto di cumulo dei redditi percepiti dopo tale accesso. Del resto, consentire l'accesso alla pensione anche a coloro che non abbiano cessato la propria attività lavorativa porterebbe a «sovvertire la funzione dell'istituto, sganciandolo da ogni valutazione circa la sua naturale vocazione a sostituire il reddito da lavoro dipendente».1.- Con l'ordinanza indicata in epigrafe, la Corte d'appello di Torino, sezione lavoro, ha sollevato, in riferimento all'art. 3 della Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell'art. 2 (recte: 22), primo comma, lettera c), della legge 30 aprile 1969, n. 153 (Revisione degli ordinamenti pensionistici e norme in materia di sicurezza sociale), «nella parte in cui prevede che gli iscritti alle assicurazioni obbligatorie per la invalidità, la vecchiaia ed i superstiti dei lavoratori dipendenti abbiano diritto alla pensione di anzianità a condizione che "non prestino attività lavorativa subordinata alla data della presentazione della domanda di pensione"». La Corte rimettente dubita anche della costituzionalità delle «norme successive», che «ribadiscono tale condizione», e le individua nell'art. 10, comma 6, del decreto legislativo 30 dicembre 1992, n. 503 (Norme per il riordinamento del sistema previdenziale dei lavoratori privati e pubblici, a norma dell'articolo 3 della legge 23 ottobre 1992, n. 421), nonché nell'art. 1, comma 189, della legge 23 dicembre 1996, n. 662 (Misure di razionalizzazione della finanza pubblica). Nella controversia sottoposta, in grado d'appello, alla cognizione del giudice a quo, un lavoratore dipendente è stato chiamato in giudizio dall'Istituto nazionale della previdenza sociale (INPS) per aver indebitamente beneficiato di un trattamento di anzianità erogatogli per quattro anni. Secondo l'INPS, tale erogazione non sarebbe spettata in quanto il lavoratore, al momento della domanda di pensione, aveva già avviato - peraltro con lo stesso datore di lavoro - un nuovo rapporto di lavoro, così facendo venir meno il requisito della "inoccupazione". Secondo la Corte rimettente, tale requisito sarebbe in contrasto con il principio di ragionevolezza, in quanto «non rispondente ai canoni di cui all'art. 3 della Costituzione». Esso è stato introdotto quando vigeva il divieto di cumulo tra trattamento di anzianità e reddito da lavoro e sarebbe ancora in vigore, come attestato dalla giurisprudenza della Corte di cassazione, intesa quale «diritto vivente». Tuttavia, il quadro normativo sarebbe poi radicalmente cambiato, poiché quel divieto è stato sostituito da una regola opposta, che consente il cumulo tra pensione e retribuzione. Apparirebbe ormai priva di ragionevolezza la perdurante vigenza del requisito della "inoccupazione", non più assistito, come in origine, dallo stato di bisogno che giustifica l'erogazione del trattamento. 2.- Nell'intervenire in giudizio, il Presidente del Consiglio dei ministri ha preliminarmente eccepito l'inammissibilità della questione per l'incompleta ricostruzione del quadro normativo di riferimento e per l'«estrema genericità» delle argomentazioni spese dal rimettente quanto al profilo della non manifesta infondatezza. Entrambe le eccezioni, da trattare congiuntamente, sono fondate.