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Oltre a ciò, voglio ricordare che si è materializzato, in misura sempre più netta nel corso del terzo trimestre, un rallentamento dell'economia europea e italiana che ci ha posto davanti alla necessità di un intervento teso a contrastare tale dinamica negativa da subito. In altri termini, all'esigenza di agire per un aumento strutturale del tasso di crescita si è aggiunta la necessità di attuare un'azione anticiclica di contrasto al rallentamento dell'economia. In questo quadro, la manovra posta in essere con il disegno di legge di bilancio in discussione alla Camera è stata disegnata per perseguire i due obiettivi fondamentali di natura economica sui quali il Governo si era impegnato fin dal suo insediamento: aumentare il tasso di crescita e ridurre, anche per questa via, il rapporto debito pubblico-PIL. I pilastri dichiarati della strategia del Governo diretta a conseguire questi obiettivi sono il rilancio degli investimenti pubblici, l'avvio delle riforme fiscali, il rafforzamento del contrasto alla povertà e delle politiche attive del lavoro e la riforma del sistema pensionistico allo scopo di eliminare i problemi di transizione creati dalla riforma Fornero. Ho più volte riferito in Parlamento i motivi per i quali tutte queste misure, anche quelle di spesa corrente più dedicate alla protezione sociale, devono concorrere a creare un contesto favorevole alla crescita, determinando le necessarie condizioni di stabilità e inclusione sociale. Per ciò che riguarda il quadro di finanza pubblica, ci siamo trovati, com'è noto, di fronte alla necessità di rivedere al rialzo il deficit programmatico, anche rispetto alle prime intenzioni discusse con la Commissione europea, a causa del rallentamento dell'economia che ha posto il deficit tendenziale stimato per il 2019 all'1,2 per cento (rispetto allo 0,9 stimato dal DEF tendenziale) , deficit che saliva al 2 per cento una volta fatta cadere, secondo la risoluzione approvata da questo Parlamento in giugno, la clausola di salvaguardia relativa all'incremento dell'IVA pari a 12,5 miliardi indicata dal precedente Governo. La manovra programmatica si è quindi limitata ad aumentare per il 2019 il deficit tendenziale di circa quattro decimali al fine di finanziare misure che avessero, al contempo, effetti positivi sul potenziale di crescita di medio e lungo periodo del sistema economico del Paese e un effetto espansivo nel breve periodo. In questo quadro programmatico si è anche posto, in modo più deciso che nel passato, il rapporto tra debito e PIL su un sentiero di riduzione, seppur in misura ancora non soddisfacente. Siete a conoscenza che il bilancio programmatico che sostiene la legge di bilancio in discussione è stato tuttavia contestato dalla Commissione europea, con una prima richiesta di presentare un documento di programmazione del bilancio rivisto e che tenesse maggiormente in conto l'obiettivo di medio termine in merito alla riduzione del deficit e al percorso di riduzione del debito. Le obiezioni della Commissione si sono basate anche sulla contestazione della nostra previsione di crescita e, quindi, sull'evoluzione attesa del deficit e del debito. A questo proposito, tengo a ribadire ancora una volta che le previsioni di crescita programmatiche adottate dal Governo in settembre si basano su una stima metodologicamente corretta dell'impatto del maggior deficit programmato sulla crescita tendenziale, stimata in linea con quelle allora correnti. Le informazioni successive indicano un deterioramento più deciso delle prospettive di crescita, ma faccio osservare che le stime Istat, rilasciate successivamente, in novembre indicano per il 2019 un tasso di crescita che si discosta di soli due decimali (1,3 contro 1,5) da quello indicato in settembre dal Governo come conseguenza delle misure da adottare. Tuttavia, la risposta della Commissione europea al nuovo Documento di programmazione di bilancio, che è stato ripresentato in ottemperanza alle regole europee che sovrintendono al semestre europeo e al confronto comunitario, risposta ufficializzata il 21 novembre scorso, riafferma l'opinione iniziale di non conformità al percorso di aggiustamento strutturale verso l'obiettivo di medio termine raccomandato dalla Commissione, evidenziando una deviazione significativa da questo percorso. Questa opinione, se confermata dal Consiglio europeo dei ministri finanziari, apre la prospettiva di una procedura di infrazione per deficit eccessivo basata sul debito. Si tratta di una prospettiva che pone oggi il Governo e il Parlamento sovrano di fronte alla necessità di assumere decisioni di forte responsabilità nazionale, ma che, proprio per questo motivo, richiede anche una forte operazione di verità sulla quale costruire un ampio consenso. Quanto eccepito dalla Commissione europea - vorrei ricordarlo - consiste nella modifica sostanziale di quei fattori rilevanti analizzati dalla Commissione stessa il 23 maggio 2018, quando decise di non sanzionare il non raggiungimento da parte dell'Italia dell'obiettivo raccomandato di riduzione del debito. La decisione di non sanzionare l'Italia, infatti, fu presa in base al profilo di aggiustamento strutturale proposto dal precedente Governo per il triennio successivo 2019-2021, profilo chiaramente poco realizzabile, sorretto da clausole di salvaguardia fiscale di misura crescente nel tempo e ancora più non sostenibile in una fase di rallentamento dell'economia. Il Governo precedente si era quindi impegnato con la Commissione ad un percorso di aggiustamento del deficit e del debito italiano, prescindendo dal realismo del suo conseguimento. Il nostro bilancio programmatico non poteva quindi confermare quell'impegno e ha deviato per i motivi sopra esposti. La Commissione ha dunque rilevato che cadevano i presupposti della sua decisione di accettare come non deviante il livello del debito riscontrato per il 2017. Non si tratta qui di attribuire responsabilità a chi ci ha preceduto nella responsabilità di Governo, perché di fronte alla Commissione europea c'è lo Stato italiano, rappresentato dal Governo pro tempore , che quindi è tenuto a farsi carico di tutta la nostra storia. Ciò non toglie che dobbiamo chiederci per quale motivo ci troviamo oggi a doverci far carico di una situazione della finanza pubblica che ci pone in obiettiva difficoltà. Non possiamo dimenticare che l'Italia ha beneficiato della politica espansiva monetaria dal 2015, in particolare, del quantitative easing , che ha portato nel periodo 2014-2018 a un risparmio sulla spesa per interessi che può essere stimato in circa 35 miliardi di euro, risparmio che non si è riflesso in una discesa del debito né, se non solo molto parzialmente, in un contenimento del deficit . Dal 2014, abbiamo invece avuto un aumento della spesa corrente, che ha assorbito tale beneficio, in gran parte per finanziare la stagione dei tanti bonus , che ha generato un onore che continua a pesare sul nostro bilancio. Abbiamo avuto una continua caduta degli investimenti fissi lordi della pubblica amministrazione, che quest'anno sono scesi all'1,9 per cento del PIL, a fronte del 3 per cento del periodo precedente alla crisi, investimenti che si sono ridotti anche nell'ultimo triennio, in cui la Commissione ha concesso la flessibilità di bilancio, al fine di aumentare gli investimenti pubblici. Soprattutto, è costantemente diminuita la capacità di programmazione e progettazione degli investimenti, che non ha consentito di sfruttare a pieno neppure le risorse che si sono rese disponibili nel tempo.