[pronunce]

, di fronte alla conferma del segreto sulle prove decisive richieste a sostegno di detta tesi. Il nuovo art. 41 della legge n. 124 del 2007 muta i termini del bilanciamento. L'imputato viene a essere, infatti, per un verso, incluso tra i titolari del potere-dovere di opporre il segreto di Stato, ma, al tempo stesso, sottratto - ove tenga la condotta conforme all'esigenza di protezione della sicurezza nazionale - al rischio di una indebita affermazione di responsabilità penale. Lo Stato - mirando all'"autoconservazione" - richiede, cioè, anche alla persona sottoposta a processo il silenzio sulla notizia coperta da segreto, esigendo dalla giurisdizione un possibile esito processuale scevro da connotati negativi nei confronti del giudicabile (la dichiarazione di non doversi procedere), fermo restando il vaglio di "essenzialità" rimesso all'autorità giudiziaria. 7.- Appurato, dunque, che anche l'imputato e l'indagato sono attualmente abilitati a opporre il segreto di Stato, non occorre affrontare in questa sede l'ulteriore problematica evocata dal giudice ricorrente nella memoria: stabilire, cioè, se - e in quali termini - la nuova disciplina resti comunque "permeabile" all'operatività della scriminante prevista dall'art. 51 cod. pen. , nel caso in cui i soggetti in questione violino il divieto di rivelazione del segreto nell'esercizio del proprio diritto di difesa (soluzione a sostegno della quale militano, in effetti, anche talune indicazioni ricavabili dai lavori parlamentari relativi alla legge n. 124 del 2007). L'evenienza dianzi indicata non risulta essersi, infatti, verificata nel caso in esame e non viene, perciò, in alcun modo in rilievo ai fini della decisione dell'odierno conflitto. Non conferente, ai presenti fini, risulta anche l'altro rilievo del ricorrente, per cui, alla stregua del disposto dell'art. 41 della legge n. 124 del 2007, non sarebbe comunque sufficiente che l'imputato alleghi l'esistenza di imprecisate prove a discolpa, non acquisibili in quanto segrete - opponendo, come nel caso di specie, il segreto di Stato sull'intero capo di imputazione - per obbligare l'autorità giudiziaria a pronunciare una sentenza di non doversi procedere: giacché, se così fosse, l'opposizione del segreto finirebbe per trasformarsi, inammissibilmente, «in una sorta di esimente "in bianco" sempre a disposizione del personale dei Servizi». La declaratoria di improcedibilità presupporrebbe, di contro - sempre secondo quanto sostenuto dal ricorrente - «quanto meno un "principio di prova", ovvero la delimitazione dell'ambito del segreto in un contesto difensivo univoco e non contraddittorio»: condizioni - in assunto - non riscontrabili nel caso di specie, stante la sostanziale inconciliabilità dell'opposizione del segreto di Stato rispetto alla tesi difensiva prospettata in via "principale" dagli imputati e l'impossibilità, sul piano logico, che le circostanze che si deducono segrete risultino idonee a scriminarli entrambi. Al riguardo, si deve peraltro osservare che, nella presente sede, la Corte non è chiamata a stabilire se il segreto di Stato sia stato opposto dagli indagati in modo appropriato e utile ai loro fini, né a determinare in quale modo la conferma del segreto sia destinata a influire sull'esito del processo penale in corso, spettando tali valutazioni all'autorità giudiziaria. Oggetto di scrutinio sono, di contro, unicamente gli atti di conferma del segreto concretamente adottati dal Presidente del Consiglio dei ministri, in rapporto alla loro denunciata attitudine lesiva delle attribuzioni costituzionali del giudice ricorrente. Come già rimarcato, l'art. 41, comma 2, della legge n. 124 del 2007 prevede che, di fronte all'opposizione del segreto, l'autorità giudiziaria debba procedere all'interpello del Presidente del Consiglio dei ministri solo se - e nei limiti in cui - la conoscenza delle circostanze sulle quali il segreto è stato allegato appaia «essenziale» per la definizione del processo. La previsione di tale vaglio selettivo preliminare - non richiesto dall'art. 202 cod. proc. pen. per l'ipotesi in cui a opporre il segreto sia un testimone - appare giustificabile, sul piano logico, anche e proprio in considerazione della particolare posizione dell'imputato o dell'indagato, il quale, diversamente dal testimone, ha un interesse personale diretto nel procedimento, che potrebbe risultare eventualmente di pungolo all'allegazione pretestuosa del segreto al fine di sottrarsi all'accertamento delle proprie responsabilità, o anche solo di rallentarne il corso. Nel caso di specie, è in fatto avvenuto che - a fronte di una opposizione del segreto di Stato in termini particolarmente ampi da parte degli indagati - il pubblico ministero, procedendo al suddetto vaglio preliminare, abbia chiesto al Presidente del Consiglio dei ministri di confermare l'esistenza del segreto limitatamente a quattro specifiche circostanze, reputate per l'appunto «essenziali» nell'ottica della definizione del processo. Ed è in rapporto alla risposta offerta a tale interpello - non già ai termini originari dell'opposizione del segreto da parte degli indagati - che lo scrutinio di questa Corte deve esplicarsi. Risulta in pari tempo evidente come la valutazione di «essenzialità», effettuata in via preliminare dal rappresentante della pubblica accusa, non vincoli il giudice chiamato a verificare - "a valle" della conferma del segreto - se sussistano i presupposti per la pronuncia di una sentenza di non luogo a procedere, ai sensi dell'art. 41, comma 3, della legge n. 124 del 2007. In tale sede, il giudice potrà dunque stabilire, in piena autonomia, se le circostanze coperte da segreto debbano ritenersi effettivamente essenziali - tenuto conto del complesso degli altri elementi probatori legittimamente acquisiti o acquisibili e dei termini in cui il segreto di Stato è stato opposto - per la definizione del processo, segnatamente nella prospettiva della (possibile) dimostrazione dell'insussistenza dei fatti, dell'estraneità a essi degli imputati o dell'esistenza di eventuali cause di giustificazione. Altrettanto evidente, d'altra parte, è che il vaglio di «essenzialità», prodromico all'adozione della pronuncia di non liquet, assuma connotazioni differenziate a seconda delle singole figure di dichiaranti nel processo, attualmente abilitate a opporre il segreto di Stato. Ove si tratti di testimone, tenuto a rispondere secondo verità alle specifiche domande che gli sono rivolte, occorre valutare direttamente quale contributo la conoscenza delle circostanze dedotte nei capitoli di prova potrebbe portare all'accertamento dei fatti e delle responsabilità; ove si tratti, invece, dell'imputato - che non ha obbligo di verità e che, come nel caso di specie, potrebbe opporre il segreto a prescindere da specifiche domande postegli in sede di interrogatorio o di esame - la verifica in questione, da condurre nella prospettiva dell'esercizio del diritto di difesa, assume inevitabilmente caratteristiche diverse.