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Disposizioni in materia di salute mentale. Onorevoli Senatori . – La legge 13 maggio 1978, n. 180, comunemente nota come legge Basaglia, ha introdotto in Italia una rivoluzione nel campo della salute mentale perché ha disposto la chiusura dei manicomi, ha sancito che di norma i trattamenti per malattia mentale siano volontari, limitandone l'obbligatorietà a poche e definite situazioni, e ha disposto che « gli interventi di prevenzione, cura e riabilitazione relativi alle malattie mentali sono attuati di norma dai servizi e presìdi extra ospedalieri ». Di queste innovazioni, quella sulla territorializzazione dell'assistenza psichiatrica non ha ancora trovato nella legislazione e, soprattutto, nelle pratiche quotidiane un'adeguata attuazione. Di fatto, a tutt'oggi, gli interventi di prevenzione, cura e riabilitazione relativi alle malattie mentali attuati di norma dai servizi e presìdi extra ospedalieri difettano ancora di una cornice di princìpi generali chiari, forti e condivisi per orientarne l'operatività e di norme di dettaglio che stabiliscano i ruoli di utenti, familiari e operatori. L'ultimo atto che si è occupato di attuare i princìpi della legge n. 180 del 1978 è stato il progetto obiettivo « Tutela salute mentale 1998-2000 », di cui al decreto del Presidente della Repubblica 10 novembre 1999, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale 22 novembre 1999, n. 274. Si tratta di un testo sicuramente condivisibile, ma privo per sua propria natura della forza normativa necessaria per sancire innovazioni di principio e di dettaglio uniformi a livello nazionale, ed è ormai ampiamente datato. Accanto all'atrofia normativa che si palesa a livello nazionale, la situazione regionale è altrettanto carente, nella misura in cui la maggioranza delle regioni ha emanato leggi specifiche, ma prive di respiro nazionale, per cui rimangono tra di esse significative divergenze e un sostanziale scoordinamento. Infine, è purtroppo sempre mancata, nella pubblica amministrazione, una rete istituzionale che, a maggior ragione in assenza di un impianto legislativo forte, tenesse insieme il variegato e diversificato mondo della salute mentale italiana e condividesse dati, buone pratiche, obiettivi, linee di lavoro e indirizzi condivisi. Dal momento della sua approvazione, ormai più di quaranta anni fa, la legge Basaglia ha aperto contraddizioni profonde tra chi la considerava « sbagliata » e quindi da modificare, e in qualche misura la causa di tutti i limiti nella gestione della salute mentale nel nostro Paese, e chi invece la considerava, e la considera, una icona immodificabile. La legge n. 180 del 1978 (e le sue disposizioni riprese dalla legge 23 dicembre 1978, n. 833, istitutiva del Servizio sanitario nazionale) era, e rimane, una norma quadro, di indirizzo e non invece un elenco delle cose da fare nel quotidiano della salute mentale italiana. Era e rimane innanzi tutto una cornice intorno a quei tre princìpi citati in premessa così fortemente innovativi. A riempire di contenuti quella innovazione rivoluzionaria toccava e tocca ad altri provvedimenti legislativi e ad atti e provvedimenti coerenti e conseguenti, affidati alla buona volontà di molti uomini operanti nelle aziende sanitarie locali, nelle amministrazioni, nella politica locale e nella comunità tutta, nonché al ruolo attivo dei tanti utenti e familiari in carico ai dipartimenti di salute mentale italiani, cui troppo poco in questi quaranta anni è stato riconosciuto in tema di ruolo e di protagonismo. La riduzione schematica di un confronto, a favore o contrario alla legge, appare in questo quadro limitata e per molti aspetti fuorviante. La legge n. 180 del 1978 è un atto di grande valore etico e politico a cui dobbiamo la chiusura di luoghi dove centinaia di migliaia di cittadini italiani malati di mente avevano subìto la violenza della reclusione in assenza di ogni cura degna di questo nome. La discussione tra i favorevoli ed i contrari ha disperso energie che sarebbero potute essere invece tutte destinate a dare attuazione a quel terzo principio contenuto nella legge n. 180 del 1978, quello del « chi fa che cosa, dove e quando », per garantire a tutti i cittadini italiani, in tutti i loro luoghi di vita, cure appropriate. Se è vero che in alcune aree del Paese lo spirito e i princìpi della legge n. 180 del 1978 sono compiutamente realizzati, rimane altrettanto vero che in molte parti del Paese la qualità dell'assistenza psichiatrica lascia ancora a desiderare. Rimane al momento ancora incompiuta la necessità di definire i princìpi generali che, in quanto tali, devono essere di competenza del legislatore nazionale, per animare l'operatività quotidiana dei servizi di salute mentale, tracciando la cornice di un sistema di buona salute mentale che sappia fare del pensare positivo, del « fare assieme » tra utenti, familiari, operatori e cittadini, dell'incontro tra saperi, della guarigione sempre possibile, del miglioramento continuo e della qualità prestazionale, i suoi riferimenti portanti. Quello che appare quindi doveroso, nel riconoscere i meriti della legge n. 180 del 1978, è preoccuparsi di rendere realmente concreta e operativa quella territorializzazione dei servizi che essa, per la sua natura di legge quadro e di indirizzo generale, non prevedeva. Nessuno più oggi vuole riaprire i vecchi manicomi e nessuno contesta che gli interventi di prevenzione, cura e riabilitazione debbano essere attuati nel territorio. Rimane sospesa la questione sui trattamenti sanitari obbligatori (TSO), che è ancora parte del dibattito attuale sulla legge n. 180 del 1978, ma che può verosimilmente trovare una sua composizione in un quadro complessivo di più ampio e meditato respiro. Una legge che voglia garantire equità e appropriatezza di trattamenti a tutti i cittadini italiani dovrebbe porsi, a nostro avviso, cinque obiettivi fondamentali: 1) essere in continuità con lo spirito e con i princìpi che hanno animato la legge n. 180 del 1978 e riprendere i contenuti di base del citato progetto obiettivo « Tutela salute mentale 1998-2000 »; 2) definire alcuni princìpi generali che sono oggi ineludibili per dare « gambe robuste » ad una buona salute mentale di comunità, quale quella attesa da più di quaranta anni in tutto il Paese; 3) garantire la declinazione di quadro ad alcuni degli aspetti più importanti del principio « cosa, dove, come, quando e perché » per garantire uniformità di prestazioni e di diritti ai cittadini italiani; 4) garantire il massimo coinvolgimento possibile degli utenti dei servizi di salute mentale e dei loro familiari nei percorsi di cura, valorizzandone al meglio il sapere esperienziale; 5) garantire nelle prestazioni un'attenzione continua ai processi di miglioramento continuo della qualità. Nel presente disegno di legge si pensa alla salute mentale come a un mondo ricco di risorse positive che può contribuire a rilanciare una dimensione di comunità dove abbiano particolare diritto di cittadinanza alcune parole chiave, adeguate per la salute mentale, ma anche capaci di dare il loro piccolo ma importante contributo per rilanciare un'Italia che sappia guardare al futuro in modo positivo e sorridente.