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Abolizione della tassa di concessione governativa sull'utilizzo dei terminali di comunicazione mobile. Onorevoli Senatori. -- Quanti stipulano un contratto di abbonamento per i servizi di telefonia cellulare e non usano schede ricaricabili attualmente pagano in bolletta una tassa di concessione governativa. La tassa di concessione governativa è quel balzello richiesto dallo Stato a chi beneficia di determinati provvedimenti amministrativi ai sensi dell'articolo 21 della tariffa allegata al decreto del Presidente della Repubblica 26 ottobre 1972, n. 641 (Disciplina delle tasse sulle concessioni governative). Tra questi provvedimenti amministrativi rientrano licenze, autorizzazioni ed anche gli abbonamenti della telefonia mobile. Chi dunque è in possesso di un abbonamento presso un gestore di telefonia mobile sa che ogni mese deve pagare, oltre al canone del servizio, anche 5,16 euro, se è cliente privato, o 12,91 euro, se è cliente business . Sulla liceità della tassa di concessione governativa è in atto oggi un forte dibattito. Questo balzello è stato soppresso dall'articolo 218 del codice delle comunicazioni elettroniche di cui al decreto legislativo 1º agosto 2003, n. 259, che ha espressamente abrogato l'articolo 318 del decreto del Presidente della Repubblica 29 marzo 1973, n. 156 (ma ha lasciato formalmente in vita l'articolo 21 della tariffa), che disciplinava la licenza di esercizio prevedendo che «presso ogni singola stazione radioelettrica di cui sia stato concesso l'esercizio deve essere conservata l'apposita licenza rilasciata dall'amministrazione delle poste e delle telecomunicazioni. Per le stazioni riceventi il servizio di radiodiffusione il titolo di abbonamento tiene luogo della licenza», quindi ha eliminato la norma su cui si poggiava il presupposto normativo della liceità della tassa di concessione governativa. L'articolo 3 del decreto-legge 13 maggio 1991, n. 151, convertito, con modificazioni, dalla legge 12 luglio 1991, n. 202 (Provvedimenti urgenti per la finanza pubblica), ha esteso la tassa sulle concessioni governative ai servizi radiomobili di comunicazione, aggiungendo alla tariffa annessa al decreto del Presidente della Repubblica n. 641 del 1972 la voce n. 131 (apparecchiature terminali per il servizio radiomobile pubblico terrestre di comunicazione), poi confluita nell'articolo 21 anzidetto. A seguito dell'abrogazione del citato articolo 318 sono stati proposti numerosi ricorsi presso tribunali locali, conclusi con alterne sentenze. Per citare alcuni esempi, la commissione tributaria provinciale di Macerata, con la sentenza n. 76/12/12 del 17 maggio 2012, accogliendo il ricorso di un comune, ha affermato che la tassa di concessione governativa non è dovuta in quanto «dall'entrata in vigore del decreto legislativo 1º agosto 2003, n. 259, non esiste più il presupposto normativo dell'applicazione dell'articolo 21 della tariffa allegata al decreto del Presidente della Repubblica 26 ottobre 1972, n. 641». Sulla stessa linea anche la commissione tributaria provinciale di Treviso che ha addirittura obbligato l'Agenzia delle entrate a rimborsare la tassa di concessione governativa pagata per i telefoni cellulari. Inoltre, secondo la commissione tributaria regionale di Venezia-Mestre (Sezione I, n. 5/1/11, depositata il 10 gennaio 2011) l'articolo 3 del codice di cui al decreto legislativo n. 259 del 2003 garantendo «i diritti inderogabili di libertà delle persone nell'uso dei mezzi di comunicazione elettronica, nonché il diritto di iniziativa economica ed il suo esercizio in regime di concorrenza nel settore delle comunicazioni elettroniche», si pone in netto contrasto con l'ormai obsoleta impostazione del codice postale che, per l'utilizzo di apparecchi in grado di accedere alle reti di comunicazione, richiedeva una preventiva autorizzazione sotto forma di licenza. Con la riforma operata dal codice delle comunicazioni elettroniche è stata invero abolita ogni concessione o autorizzazione, in un processo di privatizzazione del settore delle comunicazioni elettroniche che «ha avuto come principale conseguenza il passaggio dalla concessione (che è un atto amministrativo emanato nell'ambito di un rapporto pubblicistico, con una posizione di preminenza della Pubblica Amministrazione sui privati) al contratto, cioè uno strumento di diritto privato il quale presuppone una posizione di parità tra i contraenti». Secondo quanto riportato dal Codacons, le sentenze n. 33 del 2 aprile 2012 e n. 5 del 10 gennaio 2011 della commissione tributaria regionale del Veneto e la sentenza n. 37 del 15 febbraio 2011 della commissione tributaria regionale di Perugia hanno riconosciuto che con l'entrata in vigore del nuovo codice delle comunicazioni elettroniche la tassa di concessione governativa non è più prevista, definendola illegittima e anacronistica in un mercato che è stato oggetto di un processo di privatizzazione e liberalizzazione, che «ha avuto come principale conseguenza il passaggio dalla concessione al contratto, cioè uno strumento di diritto privato il quale presuppone una posizione di parità tra i contraenti». Infine, un piccolo passo verso l'abolizione della tassa, che potrebbe segnare un percorso tutto in discesa per gli utenti, costretti dal fisco a versare la tassa di concessione governativa sui cellulari, è stato fatto dall'Uni.cons Puglia. L'associazione, infatti, ha ottenuto una vittoria significativa sul tema riuscendo a far accogliere alla commissione tributaria provinciale di Foggia il ricorso di un utente che ha ottenuto il rimborso della quota. Decisione eclatante, visto che l'Agenzia delle entrate aveva rigettato inizialmente la richiesta e, a livello nazionale, le pronunce erano tutte in senso contrario. Questa sentenza segna un precedente per molti possessori di cellulari. La sentenza n. 111/07/2012 si rifà alla pronuncia della Cassazione (la n. 8825 del 2012) che aveva stabilito come «in questo contesto legislativo il contratto di abbonamento stipulato dall'utente ha così riacquistato la sua ordinaria natura corrispettiva. In assenza di una licenza o di un altro provvedimento amministrativo da tassare, è venuto quindi a mancare il presupposto base per applicare la tassa». La legge, quindi, potrebbe essere aggirata con un ricorso e per gli intestatari di un abbonamento per telefonia mobile le bollette potrebbero ridursi ed il rimborso potrebbe essere retroattivo. Questo significa che sarà possibile recuperare le somme pagate negli ultimi cinque anni, termine per la prescrizione in ambito tributario. Questa sentenza viene a vantaggio anche degli enti locali, in quanto le amministrazioni pubbliche sono anch'esse colpite dalla tassa, intimate dall'Agenzia delle entrate a pagare il conto a differenza dello Stato, unico esentato dall'imposta. Il codice delle comunicazioni era chiaro: «Nella sua attuazione non devono esservi nuovi o maggiori oneri a carico del bilancio dello Stato». Ma per i comuni sì, cosa che aveva preso in contropiede le associazioni dei consumatori e gli enti locali già in crisi per i tagli dei trasferimenti. Ora con questa sentenza le cose possono cambiare ed è l'Uni.