[pronunce]

Considerato che il giudice a quo chiede a questa Corte una pronuncia tale da escludere la possibilità di più di una condanna per chi abbia già riportato condanna a una pena non inferiore al servizio militare (ancora) da svolgere, in conseguenza di una manifestazione di rifiuto del servizio militare che, per essere immotivata o motivata con ragioni non riconducibili all'obiezione di coscienza, integra uno dei reati di assenza dal servizio previsti dal codice penale militare di pace (nella specie: il reato di diserzione); che la richiesta dichiarazione di incostituzionalità della norma incriminatrice del codice penale militare, per violazione degli artt. 3 e 27, terzo comma, della Costituzione, è prospettata dal rimettente a) secondo i termini della parte motivo dell'ordinanza di rinvio, assumendo a termine di raffronto la disciplina posta in materia di reati di obiezione di coscienza e, in particolare, in relazione al principio della possibilità di una sola condanna nei riguardi di chi rifiuti la prestazione militare per ragioni riconducibili a quelle di coscienza legalmente previste (un principio, questo, affermato dalla sentenza n. 43 del 1997 della Corte costituzionale e successivamente recepito dal legislatore nell'art. 14, comma 4, della legge n. 230 del 1998), nonché b) secondo il dispositivo della medesima ordinanza di rinvio, "in riferimento" all'art. 14, comma 5, della stessa legge n. 230, che pone la regola dell'esonero dal servizio per chi rifiuti il servizio senza addurre uno dei motivi qualificabili "di coscienza" secondo la legge, una volta che per detto comportamento sia stata espiata una pena per un periodo complessivamente non inferiore alla durata del servizio di leva; che, relativamente al profilo in a) questa Corte ha già affermato, nella sentenza n. 223 del 2000, che non contrasta con il principio di uguaglianza la differenziazione nella disciplina dell'esonero dagli obblighi di leva, a seconda che il mancato adempimento di essi sia dipeso da ragioni di coscienza nel quale caso la condizione dell'esonero consiste nel solo fatto della condanna per il reato di rifiuto del servizio di cui all'art. 14, comma 2, della legge n. 230 ovvero non sia dipeso da quelle ragioni nel quale caso la condizione dell'esonero è l'espiazione di una pena pari almeno alla durata del servizio -, giacché le ragioni che indussero a statuire l'impossibilità di plurime condanne e pene (sentenza n. 43 del 1997) valgono solo per le ipotesi in cui entra in gioco il fattore della coscienza; che ancora nella citata sentenza n. 223 del 2000 si è osservato che il legislatore, nel disporre l'esonero in conseguenza dell'espiazione della pena per il disertore recidivo (comma 5 dell'art. 14), ha tenuto conto delle pronunce di questa Corte secondo le quali la disciplina dell'esonero assume il carattere di mezzo per impedire uno sproporzionato accumulo di pene (la "spirale delle condanne") nei riguardi di quanti si sottraggono agli obblighi di leva senza addurre ragioni di coscienza, onde evitare conseguenze incostituzionali sia sul piano della ragionevolezza che su quello della funzione della pena (art. 27 della Costituzione), senza che ciò comporti, sempre sul piano costituzionale, alcuna necessità di equiparazione di detta disciplina con quella stabilita per i reati dettati da effettiva obiezione di coscienza; che, relativamente al profilo in b) è sufficiente rilevare che la disposizione del comma 5 dell'art. 14 della legge n. 230 non è idonea a costituire un termine di raffronto perché essa si riferisce - ed è applicabile - proprio a tutti i reati che siano espressivi di un "rifiuto" della prestazione militare ma che, per difetto dell'elemento dell'adduzione di motivi di coscienza, ricadano in una delle fattispecie del codice penale militare di pace, come la diserzione (sentenza n. 223 del 2000, punto 4.2 del diritto; sentenza n. 224 del 2000, punto 3 del diritto; ordinanza n. 513 del 2000); che è proprio attraverso l'operatività della citata clausola di esonero dal servizio militare una volta espiata la pena nella misura stabilita che risulta preclusa in radice la possibilità - lamentata invece dal rimettente - di una "serie indeterminata" di condanne e di un "numero indefinito" di pene nei confronti del soggetto che rifiuti il servizio nei termini detti sopra, ciò che fa venir meno la premessa dalla quale muove il giudice di merito nel sollevare la questione; che per quanto detto la presente questione di costituzionalità deve essere dichiarata manifestamente infondata sotto ogni profilo. Visti gli artt. 26, secondo comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87, e 9, secondo comma, delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale.. . per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE dichiara la manifesta infondatezza della questione di legittimità costituzionale dell'art. 148 del codice penale militare di pace, sollevata, in riferimento agli artt. 3 e 27, terzo comma, della Costituzione, dal giudice per le indagini preliminari presso il tribunale militare di Cagliari, con l'ordinanza indicata in epigrafe. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 25 gennaio 2001. Il Presidente: Santosuosso Il redattore: Zagrebelsky Il cancelliere: Di Paola Depositata in cancelleria il 9 febbraio 2001. Il direttore della cancelleria: Di Paola