[pronunce]

- Il Tribunale di Brindisi, sezione distaccata di Mesagne, dubita, in riferimento agli artt. 3, 24, 101, 102 e 104 della Costituzione, della legittimità costituzionale dell'articolo 8-septies del decreto-legge 28 maggio 2004, n. 136 (Disposizioni urgenti per garantire la funzionalità di taluni settori della pubblica amministrazione), introdotto dalla legge di conversione 27 luglio 2004, n. 186, nella parte in cui prevede che il contributo una tantum contemplato dall'art. 2, comma 2, del decreto-legge 6 dicembre 1990, n. 367 (Misure urgenti a favore delle aziende agricole e zootecniche danneggiate dalla eccezionale siccità verificatasi nell'annata agraria 1989-1990), convertito, con modificazioni, nella legge 30 gennaio 1991, n. 31, deve intendersi erogabile dagli enti territoriali interessati entro i limiti dell'autorizzazione di spesa di cui all'art. 11 del medesimo decreto-legge e nell'ambito della quota destinata a ciascun ente, e nella parte in cui ha modificato il testo dell'art. 2, comma 2, del d.l. n. 367 del 1990, stabilendo che le parole «di lire» siano sostituite da «fino a lire». 2. - La parte privata nel giudizio a quo eccepisce preliminarmente il difetto di rilevanza della questione perché il suo diritto a ricevere dalla Regione proprio l'importo risultante dalla moltiplicazione di lire due milioni per il numero di ettari rientranti nella zona danneggiata discenderebbe dal provvedimento a suo tempo emanato dal competente Comune rispetto al quale la norma censurata sarebbe ininfluente poiché: a) la Regione agirebbe in virtù di un rapporto di delegazione amministrativa intersoggettiva con lo Stato e dunque risponderebbe del pagamento dei contributi con tutto il suo patrimonio; b) anche il nuovo tenore dell'art. 2, comma 2, del d.l. n. 367 del 1990 consente che il contributo possa essere riconosciuto nella misura (massima) di lire due milioni per ettaro; c) la somma trasferita dallo Stato alla Regione Puglia (pari a lire 165 miliardi) era comunque sufficiente per far fronte al pagamento in misura integrale del contributo, dal momento che la Regione stessa aveva quantificato in lire 148 miliardi il complessivo fabbisogno di spesa relativo a quel contributo. L'eccezione è infondata. Il provvedimento sul quale fa leva la parte privata (vale a dire l'approvazione delle liste degli aventi diritto da parte del Comune) non è costitutivo di alcun diritto, ma solamente ricognitivo della sussistenza di determinate circostanze di fatto poiché la fonte del diritto rivendicato dagli agricoltori è la norma di legge, e precisamente l'art. 2, comma 2, del d.l. n. 367 del 1990, che, escludendo l'intervento discrezionale della pubblica amministrazione, definisce i presupposti della concessione del contributo. Conseguentemente, una volta appurato che l'ammontare del contributo esposto in quel provvedimento comunale sia stato calcolato in maniera errata, la Regione non può ritenersi da esso vincolata. Che, poi, in astratto la Regione sia tenuta a rispondere del pagamento dei contributi in oggetto con tutto il suo patrimonio non significa certo che nel caso concreto essa possa essere obbligata a pagare più di quanto dovuto in applicazione della legge. Inoltre, il fatto che l'attuale formulazione dell'art. 2, comma 2, del d.l. n. 367 del 1990 permetta che il contributo sia concesso fino al limite dei due milioni di lire per ettaro, non comporta che il beneficio sia concesso nella misura massima pur in difetto dei fondi necessari. Infine, a proposito della circostanza secondo la quale la somma trasferita dallo Stato alla Regione Puglia era superiore, nel suo complesso, alla spesa per il contributo prevista dalla stessa Regione sulla base di lire due milioni per ettaro, occorre ricordare che lo stanziamento statale era stato disposto per far fronte a tutte le provvidenze contemplate dal d.l. n. 367 del 1990 e non è possibile ritenere che la Regione fosse tenuta a impiegarlo pressoché interamente per il pagamento del contributo di cui al citato art. 2, comma 2, nella misura massima consentita. 3. - Nel merito la questione non è fondata. Il d. l. n. 367 del 1990 prevede una serie di interventi a favore delle aziende agricole e zootecniche colpite dalla siccità nell'annata agraria 1989-90. Tra questi vi è quello contemplato dall'art. 2, comma 2, consistente in «un contributo una tantum di lire 2 milioni per ettaro» a favore delle aziende olivicole e viticole del Mezzogiorno, ricadenti nelle aree all'uopo delimitate da ciascuna Regione e danneggiate in misura superiore al cinquanta per cento dell'intera produzione lorda vendibile. Successivamente, in sede di conversione del d. l. n. 136 del 2004, la legge n. 186 del 2004 ha introdotto, nel testo del decreto-legge medesimo, l'art. 8-septies, il cui comma 1 dispone che il contributo una tantum previsto dall'art. 2, comma 2, del d.l. n. 367 del 1990 «deve intendersi erogabile dagli enti territoriali interessati entro i limiti dell'autorizzazione di spesa di cui all'articolo 11 del medesimo decreto-legge e nell'àmbito della quota destinata a ciascun ente» e, al successivo comma 2, stabilisce che «al citato articolo 2, comma 2, del decreto-legge n. 367 del 1990, le parole: "di lire" sono sostituite dalle seguenti: "fino a lire"». A parere del giudice rimettente tale norma comporterebbe la degradazione del diritto soggettivo al contributo a mero interesse legittimo, attribuendo all'ente territoriale la discrezionalità nel determinare la misura del contributo il quale, ricorrendo i presupposti di legge, non sarebbe più pari in ogni caso a lire due milioni per ettaro, bensì andrebbe riconosciuto «fino a lire 2 milioni per ettaro» e comunque entro i limiti dell'autorizzazione di spesa di cui all'art. 11 del d.l. n. 367 del 1990 e della quota destinata a ciascun ente. Di qui, secondo il rimettente, l'illegittimità dell'art. 8-septies del d. l. n. 136 del 2004 per violazione: a) dell'art. 3 Cost., per contrasto con il principio di ragionevolezza, stante la mancanza di dubbi interpretativi in ordine all'originario testo dell'art. 2, comma 2, del d.l. n. 367 del 1990 e l'esclusivo effetto retroattivo della norma censurata; b) degli artt. 101, 102 e 104 Cost., perché la norma avrebbe il solo fine di vincolare il giudice ad assumere una determinata decisione in specifiche ed individuate controversie; c) degli artt. 3 e 24 Cost., per violazione del principio dell'affidamento nella certezza dell'ordinamento giuridico e per lesione del diritto di difesa in quanto la degradazione da diritto soggettivo ad interesse legittimo ridurrebbe gli strumenti e la portata dei mezzi di tutela giudiziaria a disposizione degli interessati. Le censure formulate dal rimettente muovono da un'erronea interpretazione della norma del 1990.