[pronunce]

giacché, altrimenti, in quest'ultima ipotesi, l'integrazione della fattispecie penale per il favoreggiatore verrebbe a dipendere dalle affermazioni del favorito, senza che vi si sia modo di controllare la serietà di detta intenzione né la sua effettiva realizzazione; che tali pronunce renderebbero peraltro palese come la norma incriminatrice sia suscettibile di generare contrasti interpretativi legati non già alla valutazione della condotta del soggetto agente, ma alla vicenda concreta del soggetto favorito: situazione, questa, da ritenere «inaccettabile» sul piano del rispetto del principio di determinatezza; che la norma impugnata si porrebbe altresì in contrasto con l'art. 35, quarto comma, Cost., che riconosce, come diritto della persona, la libertà di emigrazione; che se pure, infatti, il precetto costituzionale contiene una «riserva di legge», la compressione dell'anzidetto diritto — compressione che verrebbe di fatto attuata, allorché si punisce l'agevolatore — dovrebbe ritenersi consentita solo in presenza di condizioni eccezionali, collegate a situazioni di pericolosità o ad esigenze di tutela dell'ordine pubblico: condizioni che potrebbero ritenersi integrate rispetto all'ipotesi di cui al comma 3 dell'art. 12 del d.lgs. n. 286 del 1998, stante la sua ratio di contrasto del fenomeno della «mercificazione» dei flussi migratori e, quindi, dell'agevolazione «professionale»; ma non, invece, in rapporto alla fattispecie oggetto di censura; che nel giudizio di costituzionalità è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, il quale ha chiesto che la questione sia dichiarata manifestamente inammissibile o infondata. Considerato che il giudice rimettente dubita della legittimità costituzionale dell'art. 12, comma 1, del decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286, come sostituito dall'art. 11, comma 1, della legge 30 luglio 2002, n. 189, nella parte in cui punisce chi «compie atti diretti a procurare l'ingresso illegale in altro Stato del quale la persona non è cittadina o non ha titolo di residenza permanente», assumendo che la norma denunciata contrasterebbe con la riserva di legge in materia penale ed il principio di determinatezza della fattispecie incriminatrice, sanciti dall'art. 25 Cost., nonché con la libertà di emigrazione, riconosciuta dall'art. 35, quarto comma, Cost.; che il giudice a quo motiva il dubbio di costituzionalità — in rapporto ad entrambi i parametri — ponendo a raffronto la fattispecie criminosa censurata con quella di cui al comma 3 dello stesso art. 12, che egli ritiene per contro rispettosa del dettato costituzionale, in quanto volta a colpire, in assunto — diversamente dalla prima — il «mercato organizzato» della migrazione clandestina; che, successivamente all'ordinanza di rimessione, peraltro, l'art. 12 del d.lgs. n. 286 del 1998 è stato ulteriormente modificato dal decreto-legge 14 settembre 2004, n. 241 (Disposizioni urgenti in materia di immigrazione), convertito, con modificazioni, in legge 12 novembre 2004, n. 271, pubblicata nella Gazzetta ufficiale della Repubblica n. 267 del 13 novembre 2004; che, per quanto attiene all'odierno thema decidendum, l'art. 1-ter del citato decreto-legge — aggiunto dalla legge di conversione — non si è limitato ad inasprire il trattamento sanzionatorio della fattispecie di cui al comma 1 della norma novellata, ma ha anche inciso, in modo significativo, sulla figura di cui al comma 3 e, correlativamente, sulla disciplina delle circostanze aggravanti di entrambe le fattispecie; che anteriormente alla novella, infatti, l'ipotesi di cui al comma 3 dell'art. 12 del d.lgs. n. 286 del 1998 risultava integrata sia quando il favoreggiamento dell'immigrazione o dell'emigrazione clandestina fosse commesso a fine di profitto, «anche indiretto» (primo periodo del comma 3); sia quando fosse realizzato da tre o più persone in concorso tra loro, o utilizzando servizi internazionali di trasporto ovvero documenti contraffatti o alterati o comunque illegalmente ottenuti (secondo periodo del comma 3); che, a seguito del recente intervento legislativo, per contro, l'unico elemento specializzante della fattispecie di cui al comma 3, rispetto a quella del comma 1, è costituito dal fine di profitto; che gli ulteriori elementi, che precedentemente integravano, in via alternativa, la fattispecie di favoreggiamento più grave, sono stati invece trasformati in circostanze aggravanti, riferite peraltro, in termini indifferenziati, ad ambedue le ipotesi criminose in discorso (art. 12, comma 3-bis, lettera c-bis, del d.lgs. n. 286 del 1998, come novellato); che gli atti devono essere pertanto restituiti al giudice a quo, ai fini di una nuova valutazione della rilevanza e della non manifesta infondatezza della questione, alla luce dei sopravvenuti mutamenti della struttura delle due fattispecie poste a confronto.. . per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE ordina la restituzione degli atti al Giudice dell'udienza preliminare del Tribunale di Torino. Così deciso in Roma, nella sede della Corte Costituzionale, Palazzo della Consulta, il 16 dicembre 2004. F.to: Valerio ONIDA, Presidente Giovanni Maria FLICK, Redattore Giuseppe DI PAOLA, Cancelliere Depositata in Cancelleria il 29 dicembre 2004. Il Direttore della Cancelleria F.to: DI PAOLA