[pronunce]

Ad avviso dell'Avvocatura, l'ordinanza sarebbe innanzitutto carente di motivazione in punto di rilevanza nella parte in cui prende a riferimento, al fine di valutare l'usurarietà sopravvenuta del tasso pattuito, il tasso soglia relativo ai mutui con garanzia reale piuttosto che quello, più elevato, riferito alle aperture di credito in conto corrente. La medesima ordinanza sarebbe inoltre ambigua quanto all'individuazione delle disposizioni oggetto di censura, non essendo chiaro se il dubbio di legittimità costituzionale si riferisca al comma 1 dell'art. 1 del decreto-legge ovvero ai successivi commi 2 e 3. Ulteriore profilo di inammissibilità sarebbe rappresentato dal fatto che il rimettente sembrerebbe invocare un'inammissibile sentenza manipolativa "che recuperi al sistema della stessa legge antiusura n. 108/1986 [recte: n. 108 del 1996] il diverso parametro rappresentato dal tasso definito dal comma 3 dell'art. 1 del decreto-legge n. 394/2000, così incidendo sulle scelte di sistema (soluzioni e parametri) operate dal legislatore nella sua discrezionalità". Sarebbe da ultimo non chiaro se nella specie si discuta di interessi corrispettivi o moratori. Nel merito, la non fondatezza della questione è argomentata sulla scorta di considerazioni del tutto analoghe a quelle svolte nel precedente giudizio. 3. - Con ordinanza emessa e depositata in data 4 maggio 2001, il Tribunale di Benevento, nel corso di un giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo, ha sollevato, in riferimento agli articoli 3, 24, 35, 41 e 47 della Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell'art. 1, comma 1, della legge 28 febbraio 2001, n. 24, di conversione dell'art. 1, comma 1, del decreto-legge 29 dicembre 2000, n. 394. Il rimettente espone, in punto di rilevanza, di doversi pronunciare sull'istanza, avanzata dall'opponente, di nomina di un consulente tecnico contabile per il calcolo degli interessi effettivamente dovuti in virtù di un contratto di mutuo stipulato dopo l'entrata in vigore della legge n. 108 del 1996, sul presupposto della nullità della originaria pattuizione alla stregua dell'indirizzo giurisprudenziale di cui alla sentenza della Corte di cassazione 17 novembre 2000, n. 14899. Precisa, in fatto, che il tasso pattuito e richiesto dalla banca in via monitoria, corrispettivo del 21 e moratorio del 2, risulterebbe usurario sia in riferimento al tasso effettivo globale medio da ultimo rilevato per i finanziamenti bancari a medio termine, sia in riferimento a quello ancor più basso delle rilevazioni precedenti. Muovendo dall'esplicito presupposto che la norma impugnata trovi applicazione anche in ipotesi di pattuizione di interessi già in origine usurari, il rimettente assume violati gli articoli 3, 24 e 47 della Costituzione in base ad argomentazioni sostanzialmente identiche a quelle svolte nella precedente ordinanza del 30 dicembre 2000. La medesima norma, riconoscendo al prestito del denaro una redditività eccessiva e sproporzionata rispetto alla media stabilita dal libero mercato, contrasterebbe altresì con l'art. 35, primo comma, della Costituzione, che tutela il lavoro in tutte le sue forme ed applicazioni, e con l'art. 41, secondo comma, della Costituzione, secondo cui l'iniziativa economica privata non può svolgersi in contrasto con l'utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana. 3.1. - È intervenuto in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, concludendo per la declaratoria di inammissibilità o infondatezza della questione. Premesso che il contratto dedotto nel giudizio a quo risulta stipulato dopo l'entrata in vigore della legge n. 108 del 1996, la parte pubblica rileva in primo luogo che il rimettente non avrebbe indicato a quale categoria di operazioni creditizie si riferisca il contratto stesso, ai fini della individuazione del tasso soglia, né avrebbe chiarito se il tasso convenuto - come in realtà sembrerebbe desumersi da taluni passi dell'ordinanza - fosse superiore al tasso soglia già al momento della stipula, dal che deriverebbe l'irrilevanza della questione. Osserva inoltre che l'ordinanza risulterebbe priva di motivazione anche con riguardo alla problematica relativa all'applicabilità delle norme antiusura agli interessi moratori. Nel merito, in riferimento ai parametri di cui agli articoli 3, 24 e 47 della Costituzione, l'Avvocatura ribadisce le argomentazioni svolte nell'atto di intervento nel primo giudizio promosso dal medesimo rimettente. Quanto poi agli ulteriori parametri di cui agli articoli 35, primo comma, e 41, secondo comma, della Costituzione, ne deduce la non pertinenza "data la sottolineata essenzialità del momento della pattuizione ai fini della qualificazione della condotta dell'operatore economico". 4. - Il Tribunale di Taranto, con ordinanza emessa e depositata in data 27 giugno 2001, nel corso di un giudizio di opposizione all'esecuzione ha sollevato questione di legittimità costituzionale della stessa norma, in riferimento agli articoli 3, primo comma, e 24, primo e secondo comma, della Costituzione. Il rimettente espone, in punto di rilevanza, che il credito azionato in via esecutiva, derivante da un contratto di mutuo stipulato anteriormente all'entrata in vigore della legge n. 108 del 1996, è in parte costituito da interessi convenzionali ad un tasso che - per un periodo di oltre due anni, dal marzo 1997 all'agosto 1999 - risulta superiore al tasso soglia fissato ai sensi della stessa legge. Quanto alla non manifesta infondatezza, assume innanzitutto che le modifiche apportate all'art. 644 del codice penale dall'art. 1 della citata legge n. 108 del 1996 avrebbero portato a configurare due diverse tipologie di fatti di usura: il farsi promettere interessi usurari ed il farsi dare interessi usurari. Il decreto-legge n. 394 del 2000, nell'escludere la rilevanza penale della ricezione di interessi divenuti usurari, per il superamento del tasso soglia, successivamente alla pattuizione, avrebbe in realtà abrogato, con norma dunque innovativa e non meramente interpretativa, la seconda delle due figure di usura, con efficacia retroattiva anche agli effetti civili. Siffatta retroattività agli effetti civili si porrebbe in contrasto, sotto diversi aspetti, con il principio generale di ragionevolezza. In primo luogo, la norma introdurrebbe infatti una irragionevole disparità di trattamento tra coloro i quali sono ora tenuti a corrispondere somme che precedentemente non erano dovute ed i percettori delle stesse, "ora ingiustificatamente avvantaggiati, oltre che in sede penale, anche in sede civile". Ulteriore disparità di trattamento sussisterebbe poi tra gli operatori del settore creditizio che abbiano correttamente ricondotto i tassi di interesse pattuiti nei limiti del tasso soglia e coloro che ciò non abbiano fatto e, parallelamente, tra le rispettive controparti.