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Il decreto-legge Ucraina, il cui nome è assolutamente improprio, trascina di fatto problemi che sono precedenti all'invasione russa dell'Ucraina, ed è probabilmente il tentativo di rimediare, se non altro verso l'opinione pubblica, a vent'anni di una programmazione scarsa, sbagliata o assente, in campo energetico, dove una serie di no, che continuiamo a vedere comunque reiterati e scollegati dall'assoluta realtà dei fatti, hanno pesantemente condizionato la passata politica energetica della Nazione. No alle trivelle prima, no al nucleare ancora prima; forse se aveva un senso negli anni Ottanta, adesso possiamo tranquillamente, scevri da ogni ideologia, sederci ad un tavolo e realizzare la politica energetica di una Nazione senza preconcetti e senza posizioni ideologiche che ne condizionino poi per vent'anni la nostra dipendenza da altre fonti. La transizione ecologica è ottima. Chi è più ecologista di qualcuno che si occupa dell'ambiente e quindi dell'agricoltura? Credo nessuno. È per questo che il ciclo dei rifiuti in agricoltura va chiuso attraverso i prodotti dell'agricoltura, seguendo tutte le norme a salvaguardia della salute pubblica. Credo che questo nessuno possa metterlo in dubbio. Il fatto però che il ciclo del rifiuto e l'economia circolare passino anche attraverso la valorizzazione di quanto poi l'agricoltura lascia è un dato di fatto assolutamente oggettivo, è parte dell'ecologia ed è ciò che accade normalmente in natura. Tutti questi no reiterati ci hanno messo in una condizione di forte dipendenza anche sotto il profilo squisitamente agricolo, tanto che gli aumenti importanti dei fertilizzanti (170 per cento), dei mangimi (90 per cento), del gasolio (129 per cento), condizionano fortemente le nostre imprese, che troveranno solo un beneficio limitato rispetto agli oneri che subiranno. A dirlo non è Luca De Carlo, che potrebbe essere tacciato di partigianeria per il fatto di essere uno dei senatori che stanno all'opposizione, ma un rapporto del Consiglio per la ricerca in agricoltura e l'analisi dell'economia agraria (Crea), secondo il quale il 30 per cento delle aziende agricole avranno un reddito negativo. Prima della crisi di questi prezzi, che è precedente all'invasione dell'Ucraina, solo il 7 per cento delle aziende agricole avevano un reddito negativo. Tra l'altro ci sono grandi differenze tra le aziende granivore, che fanno cioè grandissimo uso di mangimi, come la suinicoltura e magari anche le aziende della cerealicoltura, rispetto ad altre aziende. Ricordo a tutti che le aziende delle vacche da latte, ad esempio, sono straordinariamente in ginocchio. Tanti agricoltori hanno scelto oggi di non iniziare il ciclo produttivo perché lo ritengono antieconomico e non acquistano i suini per farne dei maiali. Tutto questo in un contesto già molto difficile che deriva dal problema del virus della peste suina. Tra l'altro si sapeva dal 2014 che sarebbe approdata anche in Italia, soprattutto dopo le prime evidenze nelle zone dell'Est europeo. A tale problema si è data una risposta limitata con scarsa programmazione, senza andare al nocciolo della questione, relativo al contenimento del numero dei cinghiali che erano il vero viatico di trasmissione del virus. Ricordo a tutti, primo a me stesso, che proprio la Commissione agricoltura del Senato aveva presentato una risoluzione per contenerne il numero, votata già l'anno scorso, con ampio anticipo rispetto a quando si è manifestata poi la peste suina. Tralascio le considerazioni di chi quando vede un cinghiale che allatta i propri cuccioli in centro a Roma ne dà una visione bucolica e quasi affettiva, vedendola come una forma di ripristino da parte della natura degli spazi che l'uomo gli ha sottratto. Quello è il fallimento delle politiche ambientali, perché un cinghiale costretto a ravanare nei rifiuti del centro della città è un cinghiale che oggi non ha più uno spazio su cui vivere nel suo ambiente naturale. Quindi non possiamo far finta che la causa sia diventata il problema. È lì che dovremmo agire, ma - ripeto - si deve agire non con la pancia, ma con la programmazione. Non è il consenso immediato che darà risposte alle politiche energetiche e agricole. È la programmazione, ciò che oggi fa bene alla Nazione. Ciò che si decide oggi potrebbe essere impopolare, ma potrebbe anche essere quello che servirà tra vent'anni ai nostri figli. Smettiamola allora di correre dietro il consenso facile a chi fa più like su un post e concentriamoci su quelli che devono essere gli interventi strutturali. Non possiamo certamente farlo da soli - è vero - ma dobbiamo farlo in Europa con quello che fino a oggi è stato un nano politico e un gigante burocratico che non ha facilitato gli Stati nazionali, ma - anzi - ha messo i bastoni fra le ruote con riferimento al loro sviluppo. Mi riferisco a coloro che hanno deciso scientemente che in Europa non si dovesse più produrre, soprattutto in campo agricolo, e che le materie prime si dovessero acquistare laddove costavano meno e alla stessa politica che ha liquidato questo atteggiamento come naïf . Questo è stato non un atteggiamento naïf , ma il fallimento di vent'anni di politiche agricole in Europa che hanno pesantemente condizionato anche i nostri produttori. Si pensi alla questione delle quote latte, oggi oggetto di un emendamento al provvedimento in esame. Il nostro fabbisogno è coperto solo all'85 per cento dalla produzione interna; il 15 per cento è latte che prendiamo dall'estero. Come è possibile che la programmazione sia stata giusta? Come è possibile che - a oggi - il valore di quel latte sia remunerato in maniera anti-economica? Da uno studio del Crea emerge che il costo per produrre un litro di latte è di 46 centesimi di euro (questo prima della guerra in Ucraina), mentre quello che veniva liquidato in condizioni normali, salvo luoghi dove esistono produzioni DOP come il Grana Padano, è tra i 38 e 39 centesimi di euro. È questa una vendita sottocosto? Eccome se lo è. È questo un sistema che strutturalmente può rimanere in piedi? No, non lo è. Fare questi interventi è quasi come cercare di spalare il male con un bicchiere, senza agire strutturalmente laddove vi sono le nostre grandi carenze. Credo che le grandi riforme strutturali si potranno fare non con un Governo al cui interno c'è tutto e il contrario di tutto, ma solo con un Governo (che sia da una parte, o dall'altra) che abbia chiaro un programma, una visione del mondo dei prossimi vent'anni. Non serve un Governo che rincorra il consenso o - peggio ancora - il mantenimento del proprio status quo . (Applausi) . PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Mallegni. Ne ha facoltà. MALLEGNI (FIBP-UDC) . Signor Presidente, desidero anzitutto ringraziare la Presidenza e il collega Perosino per la gentilezza nell'avermi consentito di parlare prima di lui. Ruberò pochi minuti di tempo alla Presidenza, ai colleghi e ai rappresentanti del Governo. Desidero ringraziare la relatrice, senatrice Tiraboschi, per il lavoro che è stato fatto nelle ultime settimane in Commissione, un lavoro difficile e complicato che ha visto momenti di incontro, scontro e approfondimento su temi significativi e importanti.