[pronunce]

Quanto alla asserita mancanza di uno specifico petitum – essendosi limitata la Corte d'appello di Milano a sollevare conflitto di attribuzione in relazione alla deliberazione del 23 gennaio 2002 della Camera dei deputati, senza espressamente chiedere a questa Corte di pronunciarsi sulla spettanza e sull'esercizio del potere contestato e senza chiedere di conseguenza l'annullamento dell'atto prima citato – si deve rilevare che, con l'atto introduttivo, la ricorrente nega che la delibera di insindacabilità sia fondata sui presupposti richiesti dall'art. 68, primo comma, Cost. e conseguentemente denuncia un'illegittima interferenza nelle attribuzioni, costituzionalmente tutelate, dell'autorità giudiziaria. Ciò è sufficiente «ad esplicitare la sostanza della “pretesa” che il giudice confliggente introduce nel […] giudizio, ponendo questa Corte in condizione di deliberare sul merito del conflitto (art. 38 della legge n. 87 del 1953)» (sentenza n. 246 del 2004). In via generale, si deve ritenere necessaria e sufficiente «qualsiasi espressione idonea a palesare, in modo univoco e chiaro, la volontà del ricorrente di richiedere la decisione della Corte su un determinato conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato» (sentenza n. 28 del 2005). Che la volontà della Corte d'appello ricorrente sia quella di sollevare un conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato non è dubitabile. Né la motivazione né il dispositivo dell'atto introduttivo possono indurre questa Corte a ritenere che si tratti di «una sorta di astratta richiesta di parere al Giudice costituzionale», come sostenuto dalla difesa della resistente. Va, inoltre, precisato che l'art. 26 delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale si limita a prescrivere che il ricorso contenga «l'esposizione sommaria delle ragioni del conflitto e l'indicazione delle norme costituzionali che regolano la materia». Entrambe le prescrizioni vengono soddisfatte dall'atto introduttivo, in cui, come prima precisato, sono esposte le ragioni di fatto e di diritto che inducono la ricorrente a non ritenere invocabile, nel caso di specie, l'art. 68, primo comma, Cost., posto a base del potere confliggente, e a denunciare la lesione delle attribuzioni dell'autorità giudiziaria, poste a base del potere che solleva il conflitto. Non assume rilievo, ai fini dell'ammissibilità, la mancata indicazione, sottolineata dalla resistente, delle singole norme costituzionali poste a presidio dell'integrità e dell'indipendenza della giurisdizione, giacché la doglianza relativa all'invasione delle attribuzioni proprie dell'autorità giudiziaria rimanda, senza possibilità di equivoci, alle norme costituzionali che tutelano tali attribuzioni (artt. 101, secondo comma, 102, primo comma, e 104, primo comma, Cost.). 2.2. – Quanto all'eccezione di irricevibilità dell'atto introduttivo, basata sulla pretesa infungibilità delle forme del ricorso e dell'ordinanza ai fini dell'instaurazione del giudizio per conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato, si deve ribadire la copiosa giurisprudenza di questa Corte sulla insussistenza di un simile principio, in quanto «l'utilizzazione della forma dell'ordinanza non implica, di per sé, l'inosservanza delle prescrizioni di cui all'art. 6 delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale» (sentenza n. 193 del 2005; in senso conforme già sentenza n. 298 del 2004). Il principio di “parità delle armi”, la cui violazione è lamentata a causa dell'adozione della forma dell'ordinanza, «è male invocato quando si sostiene che la difesa della Camera, se ricorrente, si sobbarca all'onere di produrre numerose copie del ricorso laddove l'autorità giudiziaria, quando è ricorrente, si sottrae a tale “difficoltà materiale”. La par condicio non ha nulla a che vedere con una fattispecie che richiederebbe, nell'auspicio della difesa della Camera, una applicazione (non tanto rigorosa, quanto) rigidamente letterale del citato art. 6 da parte della cancelleria della Corte nel sanzionare una irregolarità formale, pur non idonea a pregiudicare in qualsiasi modo la controparte» (sentenza n. 193 del 2005 citata). 3. – Nel merito il ricorso è fondato. 3.1. – Si deve osservare che le espressioni usate dall'on. Bossi, per le quali è stato instaurato il procedimento penale all'origine del presente conflitto, non trovano corrispondenza in alcun atto o intervento parlamentare dello stesso deputato. Questa Corte ha già chiarito che la verifica del nesso funzionale tra dichiarazioni rese extra moenia ed attività tipicamente parlamentari, nonché il controllo sulla sostanziale corrispondenza tra le prime e le seconde, devono essere effettuati con riferimento alla stessa persona, mentre «sono irrilevanti gli atti di altri parlamentari» (sentenze n. 146 del 2005 e n. 347 del 2004). La circostanza che gli altri parlamentari, ai cui atti si collegherebbero le dichiarazioni oggetto del giudizio penale, appartengono allo stesso gruppo parlamentare dell'on. Bossi, non può influire sull'estensione della garanzia a soggetti diversi da quello cui si riferisce la delibera di insindacabilità. È vero che le guarentigie previste dall'art. 68 Cost. sono poste a tutela delle istituzioni parlamentari nel loro complesso e non si risolvono in privilegi personali dei deputati e dei senatori. Da questa esatta rilevazione non si può trarre, tuttavia, la conseguenza che, come afferma la difesa della Camera dei deputati, esista una tale fungibilità tra i parlamentari iscritti allo stesso gruppo da produrre effetti giuridici sostanziali nel campo della loro responsabilità civile e penale per le opinioni espresse al di fuori delle Camere: l'art. 68, primo comma, Cost. non configura una sorta di insindacabilità di gruppo, per cui un atto o intervento parlamentare di un appartenente ad un gruppo fornirebbe copertura costituzionale per tutti gli altri iscritti al gruppo medesimo. D'altra parte, gli stessi regolamenti parlamentari, in coerenza con l'art. 67 Cost., consentono al singolo parlamentare di dissentire dalle posizioni del gruppo cui appartiene e di manifestare pubblicamente tale dissenso. Accogliendo la tesi difensiva sopra esposta si andrebbe incontro in definitiva all'irragionevole conseguenza che l'insindacabilità “trasferita” opererebbe solo a favore degli appartenenti allo stesso gruppo e non invece a favore di altri parlamentari, che, al di fuori della disciplina di gruppo e di partito, condividessero le medesime opinioni. 3.2. – Si deve pure aggiungere che i regolamenti parlamentari negano ingresso nei lavori delle Camere agli scritti o alle espressioni «sconvenienti». L'uso del turpiloquio non fa parte del modo di esercizio delle funzioni parlamentari ammesso dalle norme che dall'art. 64 Cost. traggono la competenza a disciplinare in modo esclusivo l'ordinamento interno delle Camere del Parlamento. A fortiori, le stesse espressioni non possono essere ritenute esercizio della funzione parlamentare quando usate al di fuori delle Camere stesse..