[pronunce]

Sentenza ha pronunciato la seguentenel giudizio di legittimità costituzionale dell'art. 3, comma 1, della legge 5 giugno 1989, n. 219 (Nuove norme in tema di reati ministeriali e di reati previsti dall'articolo 90 della Costituzione), promosso con ordinanza emessa il 24 maggio 2001 dal Collegio per i procedimenti relativi ai reati previsti dall'art. 96 della Costituzione istituito presso il Tribunale di Napoli nel procedimento penale a carico di F. D. L. e altri, iscritta al n. 611 del registro ordinanze 2001 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica, 1ª serie speciale, n. 34 dell'anno 2001. Visti l'atto di costituzione di F. D. L. nonché l'atto di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri; Udito nell'udienza pubblica del 12 febbraio 2002 il giudice relatore Gustavo Zagrebelsky; Uditi gli avvocati Gustavo Pansini e Carlo Federico Grosso per F. D. L. e l'avvocato dello Stato Paolo Cosentino per il Presidente del Consiglio dei ministri.. Ritenuto in fatto Considerato in diritto 1. - Il Collegio per i procedimenti relativi ai reati previsti dall'art. 96 della Costituzione istituito presso il Tribunale di Napoli solleva, con ordinanza del 24 maggio 2001, questione di legittimità costituzionale della legge 5 giugno 1989, n. 219 (Nuove norme in tema di reati ministeriali e di reati previsti dall'articolo 90 della Costituzione), in riferimento agli artt. 3, 27, secondo comma, e 111 della Costituzione. 1.1. - Il Collegio espone sinteticamente le vicende del processo dinanzi a esso pendente: a) con una sentenza del febbraio 1999 il giudice (ordinario) dell'udienza preliminare presso il Tribunale di Napoli trasmetteva, per competenza, gli atti di un procedimento penale concernente un ex ministro e un concorrente "laico" al Collegio per i reati ministeriali, allora costituito da due dei tre componenti dell'odierno organo giudiziario rimettente; b) nel corso del procedimento, esteso anche nei confronti di altri due indagati "laici", il Collegio procedeva all'interrogatorio degli indagati, chiedendo poi al Senato della Repubblica l'autorizzazione a procedere nei confronti di tutte le persone sottoposte alle indagini, per il reato di corruzione; c) concessa dal Senato - nel gennaio 2001 - l'autorizzazione a procedere, e formulata dal pubblico ministero la richiesta di rinvio a giudizio, il procedimento si trovava quindi nella fase dell'udienza preliminare, a trattare la quale era chiamato il Collegio del quale facevano parte, come detto, due dei tre magistrati che lo avevano composto nella fase delle indagini; d) prima della trattazione dell'udienza preliminare, uno dei suddetti componenti formulava dichiarazione di astensione per "gravi ragioni di convenienza", a norma dell'art. 36, comma 1, lettera h), cod. proc. pen. , appunto a causa della pregressa partecipazione al Collegio nella fase iniziale del procedimento; e) parallelamente, la difesa dell'ex ministro imputato proponeva istanza di ricusazione nei confronti del Collegio, perché composto da magistrati che avevano svolto funzioni di pubblico ministero, nella fase delle indagini preliminari; f) sia la dichiarazione di astensione che l'istanza di ricusazione venivano rigettate dalla competente Corte d'appello. 1.2. - Essendo stata nuovamente fissata l'udienza preliminare a seguito delle vicende processuali sopra esposte, il Collegio per i reati ministeriali presso il Tribunale di Napoli solleva, d'ufficio, questione di costituzionalità, ritenendo che "l'attuale interpretazione della legge n. 219 del 1989" (cioè l'orientamento che reputa essere il medesimo collegio competente sia per la fase delle indagini che per la fase successiva alla concessione dell'autorizzazione a procedere e dunque anche per la trattazione dell'udienza preliminare) possa contrastare con i principi costituzionali di uguaglianza (art. 3 della Costituzione) e di presunzione di non colpevolezza (art. 27, secondo comma, della Costituzione), nonché con il principio del "giusto processo" (art. 111 della Costituzione): a parere del Collegio rimettente, infatti, tale disciplina determina, nei procedimenti penali nei quali siano coinvolti ministri, un irragionevole deficit di garanzie, giacché l'imputato ha come giudice dell'udienza preliminare quello stesso collegio, istituito in base all'art. 7 della legge costituzionale 16 gennaio 1989, n. 1 (Modifiche degli articoli 96, 134 e 135 della Costituzione e della legge costituzionale 11 marzo 1953, n. 1, e norme in materia di procedimenti per i reati di cui all'articolo 96 della Costituzione), che in precedenza ha svolto nei confronti del medesimo imputato le funzioni di pubblico ministero, come appunto nella specie si è verificato. La "prassi interpretativa" concernente i procedimenti per reati ministeriali, poi, appare al giudice a quo contraddire anche il principio, posto nel nuovo testo dell'art. 111 della Costituzione, secondo cui "ogni processo si svolge nel contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità, davanti a giudice terzo e imparziale". La rilevanza della questione, conclude il Collegio, è evidente, attenendo alla valida composizione del giudice dell'udienza preliminare e dunque alla stessa possibilità di procedere oltre. 2. - Nel giudizio così promosso è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato. 2.1. - Nell'atto di intervento, l'Avvocatura deduce l'inammissibilità della questione per due ordini di rilievi: a) la genericità della richiesta declaratoria di incostituzionalità, il cui oggetto è l'intero complesso normativo di cui alla legge n. 219 del 1989, e b) la natura legislativa di un intervento quale quello richiesto alla Corte sulla disciplina dei procedimenti per i reati ministeriali, che avrebbe una portata tale da coinvolgere l'intero equilibrio della legge, ciò che - afferma l'Avvocatura - costituisce una operazione propria del legislatore, non della Corte costituzionale. Nel merito, l'Avvocatura richiama l'orientamento interpretativo che sulla disciplina in questione è stato accolto proprio dalla Corte costituzionale: chiamata a pronunciarsi sull'art. 3 della legge n. 219 del 1989, la Corte, a fronte della ipotizzata possibilità di interpretare il sistema nel senso della competenza del giudice comune una volta concessa l'autorizzazione a procedere, ha optato, con la sentenza n. 265 del 1990, per l'opposta interpretazione, dando della legge ordinaria una lettura aderente alla norma costituzionale di riferimento (art. 9, comma 4, della legge costituzionale n. 1 del 1989), nel senso cioè che, concessa l'autorizzazione a procedere, è il collegio a "continuare" il procedimento "secondo le norme vigenti", dopo la rimessione degli atti al medesimo.