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Istituzione di una Commissione parlamentare di inchiesta sul fenomeno dell’abusivismo edilizio in Italia. Onorevoli Senatori. -- La dimensione dell'abusivismo edilizio è molto più ampia di quanto abitualmente si ritiene, qualora si pensi che il fenomeno, di origini lontane, ha in seguito assunto connotazioni ed espressioni diverse nella storia e nel panorama italiano dagli anni '50 ad oggi. Il fenomeno è noto fin dal dopoguerra in forme più povere e precarie, si è progressivamente diffuso e differenziato e sulle sue cause molto si è detto e scritto, in quanto dall'abusivismo di necessità, che nasceva dalle esigenze della popolazione più povera, si è passati ad un abusivismo diffuso. Una delle concause più rilevanti è stata di certo l'accelerata urbanizzazione delle aree metropolitane o dei grandi centri, unita al tema della rendita fondiaria per cui già nel 1995 la Corte costituzionale, faceva rilevare come il fenomeno dell'abusivismo edilizio fosse da addebitare, almeno in parte, anche alla scarsa incisività e tempestività dell'azione di controllo e di repressione degli enti locali e delle regioni a ciò preposti, oltre che al difetto di attività della polizia locale specializzata nel controllo del territorio (sentenza n. 416 del 28 luglio 1995). Il fenomeno ha pertanto assunto nel nostro Paese proporzioni tali da essere oramai di rilevanza sociale. Il legislatore, avvertita la necessità di porre termine all'imponente conflitto socio-politico cui il fenomeno dell'abusivismo ha dato luogo negli anni, da un lato ha emesso i relativi e vari provvedimenti normativi (condoni edilizi), dall'altro ha posto adeguate premesse tese, se non ad impedire, almeno a scoraggiare il riprodursi in futuro del fenomeno. La prima completa disciplina normativa in materia di sanatoria edilizia si ebbe con la legge 28 febbraio 1985, n. 47, «Norme in materia di controllo dell'attività urbanistico-edilizia, sanzioni, recupero e sanatoria delle opere edilizie», che doveva costituire la risposta al fenomeno dell'abusivismo edilizio in quegli anni dilagante e le cui macroscopiche dimensioni prospettavano la necessità del recupero e della sanatoria delle opere illegittimamente realizzate. Quella legge ha tentato di realizzare un complesso sistema, preventivo e nell'insieme repressivo, che avrebbe dovuto consentire la svolta verso l'auspicato regime di maggior rispetto dell'ordine giuridico. E prima ancora di essere legge di condono e di sanatoria, essa costituiva un tentativo di riforma della materia degli illeciti urbanistici; una formula questa che sta ad indicare il complesso delle disposizioni attinenti all'individuazione delle ipotesi abusive e ai diversi meccanismi di accertamento e di repressione ad esse correlati. Il legislatore, con la legge n. 47 del 1985, intendeva così chiudere un passato (fino al 1º ottobre 1983) di illegalità di massa, cui aveva contribuito in modo non irrilevante la non sempre perfetta efficienza delle competenti autorità amministrative, e mirava a porre «sicure» basi normative per la repressione futura di fatti contrari alle fondamentali esigenze sottese al governo del territorio. E la tutela di tali fondamentali esigenze, quali ad esempio la sicurezza dell'esercizio dell'iniziativa economica privata e la tutela del paesaggio e del patrimonio storico-artistico, avrebbe potuto essere garantita per il futuro, secondo una discrezionale e incensurabile valutazione del legislatore del 1985, solo attraverso l'eliminazione del «notevole carico pendente» relativo alle passate illegalità di massa. Ma ciò non avvenne, e, successivamente al condono del 1985, le ulteriori violazioni edilizie realizzate sino al 31 dicembre 1993, portarono ad un'ulteriore sanatoria edilizia contemplata dall'articolo 39 della legge 23 dicembre 1994, n. 724, «Misure di razionalizzazione della finanza pubblica» (condono edilizio, cosiddetto Radice, dal nome dell'allora Ministro dei lavori pubblici, introdotto con il decreto-legge 26 luglio 1994, n. 468, reiterato con i decreti-legge 27 settembre 1994, n. 551, e 25 novembre 1994, n. 649). Poi, a fronte del fenomeno dell'abusivismo edilizio che nonostante i precedenti condoni non era stato ancora debellato, il legislatore nazionale reputò opportuno intervenire nuovamente sull'argomento con il «terzo condono», introdotto dall'articolo 32, denominato «Misure per la riqualificazione urbanistica, ambientale e paesaggistica, per l'incentivazione dell'attività di repressione dell'abusivismo edilizio, nonché, per la definizione degli illeciti edilizi e delle occupazioni demaniali», e contenuto nel decreto-legge 30 settembre 2003, n. 269, convertito, con modificazioni, dalla legge 24 novembre 2003, n. 326, recante disposizioni urgenti per favorire lo sviluppo e per la correzione dell'andamento dei conti pubblici. La normativa introdotta da quest'ultimo condono edilizio, seppure posta nel solco dei precedenti interventi legislativi in materia, è andata ad inserirsi in un quadro costituzionale notevolmente mutato post novella del titolo V della parte seconda della Costituzione ed ancora in fase di assestamento, riattizzando il dibattito, mai sopito, sul tema dell'abusivismo edilizio. Il testo dell'ultimo condono non ha però trovato l'unanime favore delle regioni, delle quali alcune hanno reagito al nuovo provvedimento legislativo con iniziative espresse su svariati fronti: l'impugnativa presso il giudice costituzionale, l'approvazione di multiformi provvedimenti regionali atti a svuotare o, quanto meno, a limitare gli effetti delle disposizioni statali, fino all'approvazione di leggi regionali «anticondono» che, a loro volta, hanno determinato le ovvie impugnative del Governo. Ma nonostante i tre condoni edilizi intesi a porre fine al fenomeno, l'abusivismo edilizio non accenna minimamente a fermarsi: secondo il Centro ricerche economiche sociali di mercato per l’edilizia e il territorio (CRESME) il patrimonio residenziale abusivo, realizzato a partire dal 1994, sarebbe stimabile in circa 362.000 abitazioni con superficie media di circa 138 metri quadri, mentre in precedenza «altre 230.000 erano sorte in appena due anni (1983/1984) come conseguenza del primo condono». Sono inoltre da aggiungere le altre centinaia di migliaia di abusi realizzati precedentemente al 1983. L'andamento dell'abusivismo è stato quindi continuo ed inarrestabile: «la percentuale di edilizia abusiva sale dal 15,8 per cento del 1982 al 25,3 per cento del 1983 per arrivare al 28,7 per cento nel 1984; analogo trend tra il secondo condono (1994-1995) ed il terzo (2003-2004), ma con picchi meno elevati. E tutti questi picchi terminano con una sanatoria». Per l'anno 2010 «si parla di 27.000 abitazioni su 229.000, cioè dell'11,8 per cento; per il 2011 poi la stima è di 26.000 su 213.000 (Cresme)».