[pronunce]

SENTENZA ha pronunciato la seguentenel giudizio di legittimità costituzionale dell'art. 51, primo comma, numero 4, del codice di procedura civile, promosso, con ordinanza del 20 settembre 2004, dal Tribunale ordinario di Grosseto, nel procedimento civile vertente tra Francesco Innocenti e la curatela del fallimento di Francesco Innocenti, iscritta al n. 1047 del registro ordinanze 2004 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana n. 3, prima serie speciale, dell'anno 2005. Visto l'atto di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri; udito nella camera di consiglio del 16 novembre 2005 il Giudice relatore Romano Vaccarella.. Ritenuto in fatto Considerato in diritto 1. – Nel corso di un giudizio di opposizione a dichiarazione di fallimento, promosso dinanzi al Tribunale ordinario di Grosseto, il giudice istruttore ha sollevato, con ordinanza del 20 settembre 2004, questione di legittimità costituzionale, in riferimento agli articoli 24 e 111 della Costituzione, dell'art. 51, primo comma, numero 4, del codice di procedura civile, nella parte in cui non prevede l'obbligo di astensione dal partecipare al giudizio di cui all'art. 18 del regio decreto 16 marzo 1942, n. 267 (Disciplina del fallimento, del concordato preventivo, dell'amministrazione controllata e della liquidazione coatta amministrativa), per il magistrato che abbia fatto parte del collegio che ha deliberato la sentenza dichiarativa di fallimento. 1.1. – In punto di fatto, il giudice a quo riferisce che egli aveva partecipato alla deliberazione della sentenza dichiarativa del fallimento di una società in accomandita semplice e del socio illimitatamente responsabile di essa ed era stato, poi, designato dal presidente quale giudice istruttore della causa di opposizione, proposta dal socio fallito ai sensi dell'art. 18 del r.d. n. 267 del 1942 («legge fallimentare»). 1.2. – In punto di diritto, il giudice rimettente osserva che, secondo l'orientamento della giurisprudenza di legittimità – costituente “diritto vivente”, in quanto consolidato, costante nel tempo e univoco – il magistrato che sia stato componente del collegio che ha deliberato la sentenza dichiarativa di fallimento non è obbligato ad astenersi dal partecipare al giudizio di opposizione avverso la medesima sentenza (Cass. 19 settembre 2000, n. 12410; Cass. 23 ottobre 1998, n. 10527; Cass. 20 febbraio 1978, n. 801). 1.3. – Quanto alla rilevanza della questione, il giudice rimettente osserva che l'eventuale accoglimento della eccezione di incostituzionalità comporterebbe per lui l'obbligo di astensione ai sensi dell'art. 51, primo comma, numero 4, cod. proc. civ. 1.4. – Quanto alla legittimazione a sollevare la questione, il giudice rimettente rileva che la norma denunciata deve essere applicata dal giudice tenuto ad astenersi e non già dal capo dell'ufficio, posto che quest'ultimo, nelle ipotesi di astensione obbligatoria, non ha il potere di autorizzare o meno l'astensione, ma deve solo prenderne atto e provvedere alla sostituzione del giudice astenutosi. 1.5. – Quanto alla non manifesta infondatezza della questione, il giudice a quo ricorda che la Corte costituzionale ha avuto modo di affermare che – sebbene nel processo civile non siano applicabili le regole sulle incompatibilità soggettive per precedente attività tipizzata svolta nello stesso procedimento penale, in considerazione delle particolarità e delle diversità dei sistemi processuali – il principio di imparzialità-terzietà della giurisdizione ha pieno valore costituzionale con riferimento a qualunque tipo di processo (sentenze n. 387 del 1999, n. 51 del 1998, n. 326 del 1997). In particolare, la Corte ha osservato che «esigenza imprescindibile, rispetto ad ogni tipo di processo, è solo quella di evitare che lo stesso giudice, nel decidere, abbia a ripercorrere l'identico itinerario logico precedentemente seguito; sicché, condizione necessaria per dover ritenere una incompatibilità endoprocessuale è la preesistenza di valutazioni che cadano sulla stessa res iudicanda» (sentenza n. 387 del 1999). Orbene, poiché nel processo civile la garanzia dell'imparzialità-terzietà del giudice si attua, per scelta del legislatore, attraverso gli istituti dell'astensione e della ricusazione, la ratio della disposizione dell'art. 51, primo comma, numero 4, cod. proc. civ. – rileva il giudice rimettente – è quella di evitare che l'itinerario logico già seguito per l'emanazione di un provvedimento sia ripercorso dallo stesso magistrato in sede di gravame, perché ciò lederebbe la garanzia dell'alterità del giudice dell'impugnazione. Simile esigenza è certamente ravvisabile nel giudizio di opposizione alla sentenza dichiarativa di fallimento, giacché tale pronuncia è suscettibile di acquistare valore di giudicato. Sebbene la dichiarazione di fallimento venga emessa al termine di un giudizio a cognizione sommaria, mentre la sentenza sull'opposizione è pronunciata all'esito di un giudizio a cognizione piena, sussiste l'esigenza di garantire la terzietà del giudice dell'opposizione, posto che ciò che rileva a tal fine non è la natura piena o sommaria della cognizione, quanto la funzione decisoria che caratterizza la sentenza di fallimento. In proposito, il giudice rimettente osserva che la principale argomentazione con cui la dottrina e la giurisprudenza prevalenti escludono per il giudice dell'esecuzione l'obbligo di astenersi dal giudizio di opposizione agli atti esecutivi, avente ad oggetto un provvedimento emesso dallo stesso giudice, è proprio l'assenza di poteri decisori in capo al giudice dell'esecuzione, cui spettano solo poteri ordinatori di direzione e controllo del procedimento esecutivo. 1.6. – Il giudice a quo ritiene che non sia possibile una interpretazione adeguatrice della norma denunciata alla luce della sentenza della Corte costituzionale n. 387 del 1999. Rileva, infatti, che la Corte di cassazione si è pronunciata successivamente alla citata sentenza e ha ribadito il proprio orientamento circa la non configurabilità neppure in astratto di una incompatibilità fra il giudice che ha dichiarato il fallimento e il giudice dell'opposizione (Cass. 19 settembre 2000, n. 12410), lasciando così intendere di non ritenere estensibili al giudizio ex art. 18 della legge fallimentare le argomentazioni con cui si è sostenuta un'interpretazione costituzionalmente orientata riguardo all'opposizione in materia di repressione della condotta antisindacale, di cui all'art. 28 della legge 20 maggio 1970, n. 300 (Norme sulla tutela della libertà e dignità dei lavoratori, della libertà sindacale e dell'attività sindacale nei luoghi di lavoro e norme sul collocamento).