[pronunce]

ORDINANZA ha pronunciato la seguentenei giudizi di legittimità costituzionale dell'art. 126, comma 7, del decreto legislativo 30 aprile 1992, n. 285 (Nuovo codice della strada), come modificato dall'art. 19, comma 3, del decreto legislativo 30 dicembre 1999, n. 507 (Depenalizzazione dei reati minori e riforma del sistema sanzionatorio ai sensi dell'art. 1 della legge 25 giugno 1999, n. 205), e dell'art. 214, commi 1, 1-bis, 2 e 6, del decreto legislativo 30 aprile 1992, n. 285 (Nuovo codice della strada), promossi con ordinanze emesse il 26 giugno 2001 dal Giudice di pace di Bologna, il 7 dicembre 2001 dal Giudice di pace di Morbegno e il 25 gennaio 2002 dal Giudice di pace di Borgomanero, iscritte al n. 877 del registro ordinanze 2001 ed ai nn. 142 e 158 del registro ordinanze 2002 e pubblicate nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 43, prima serie speciale, dell'anno 2001 e nn. 14 e 16, prima serie speciale, dell'anno 2002. Visti gli atti di intervento del presidente del Consiglio dei ministri; udito nella camera di consiglio del 9 ottobre 2002 il Giudice relatore Fernanda Contri. Ritenuto che il Giudice di pace di Bologna ha sollevato, in riferimento agli artt. 3, 24 e 97 della Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell'art. 126, comma 7, del decreto legislativo 30 aprile 1992, n. 285 (Nuovo codice della strada), come modificato dall'art. 19, comma 3, del decreto legislativo 30 dicembre 1999, n. 507 (Depenalizzazione dei reati minori e riforma del sistema sanzionatorio ai sensi dell'art. 1 della legge 25 giugno 1999, n. 205), e dell'art. 214, commi 2 e 6, dello stesso codice; che il giudice rimettente, investito di un giudizio di opposizione avverso un provvedimento di fermo amministrativo di un veicolo, alla cui guida il ricorrente era stato colto con patente scaduta di validità, ha disposto, col decreto di fissazione dell'udienza, la restituzione del mezzo; che ad avviso del rimettente l'art. 126, comma 7, del codice della strada, si pone in contrasto col principio di eguaglianza, posto che per chi viola l'art. 128 dello stesso codice - conducendo un veicolo senza essersi sottoposto agli esami ed accertamenti disposti dall'autorità competente, ovvero essendo stato dichiarato inidoneo alla guida - la legge irroga una sanzione pecuniaria inferiore, nel minimo e nel massimo, a quella prevista dalla disposizione censurata, e non prevede il fermo amministrativo del mezzo quale sanzione amministrativa accessoria; che, secondo il giudice a quo, la disposizione impugnata è censurabile sotto il profilo della “illogicità, ragionevolezza e proporzionalità delle misure sanzionatorie", poiché per un fatto colposo, quale è quello di porsi alla guida con la patente scaduta, vengono comminate sanzioni più afflittive di quelle previste per chi si mette alla guida nonostante sia stato dichiarato inidoneo alla stessa e perché la sanzione accessoria del ritiro della patente perdura sino alla regolarizzazione della stessa, mentre il fermo del veicolo è previsto in misura fissa; che, come osserva il rimettente, anche l'art. 214, comma 6, del codice della strada si pone in contrasto con gli artt. 3 e 24 Cost., perché impedisce al giudice di disporre la restituzione del veicolo sottoposto a fermo se non dopo il rigetto dell'opposizione, ciò che pone nel nulla il diritto di difesa del cittadino, e perché la restituzione non può avvenire prima del termine di sessanta giorni, in applicazione dell'art. 23 della legge 24 novembre 1981, n. 689 (Modifiche al sistema penale); che, sempre secondo il rimettente, anche l'art. 214, comma 2, del codice della strada - che in caso di fermo amministrativo del veicolo prevede il pagamento delle spese di custodia ma non l'obbligo, da parte dell'organo che procede all'accertamento, di indicare le tariffe di liquidazione delle stesse - viola gli artt. 24 e 97 Cost., dal momento che non rispetta “il principio di tassatività della sanzione”; che è intervenuto nel giudizio di legittimità costituzionale il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo alla Corte di dichiarare l'inammissibilità e l'infondatezza delle questioni sollevate; che, ad avviso della difesa erariale, la questione è manifestamente infondata perché la Corte ha già affermato che non spetta alla stessa rimodulare le scelte punitive del legislatore né stabilire la quantificazione delle sanzioni, e perché il richiamo all'art. 128 cod. strada è non pertinente, trattandosi di fattispecie non omogenea, ed infine perché il fatto che il pagamento della sanzione pecuniaria principale e l'assolvimento degli adempimenti necessari al rinnovo della patente non comportino il venir meno del fermo del veicolo non viola i principi dell'art. 3 Cost.; che, sempre secondo l'Avvocatura, la questione sollevata in ordine al comma 6 dell'art. 214 non ha rilevanza nel giudizio a quo, avendo il rimettente disposto la restituzione del veicolo, mentre per la questione concernente il comma 2 dello stesso articolo risulta dalla stessa ordinanza di rimessione che nessuna contestazione è stata sollevata riguardo alla liquidazione delle spese di custodia; che il Giudice di pace di Morbegno ha sollevato questione di legittimità costituzionale dell'art. 214, commi 1 e 1-bis, del decreto legislativo 30 aprile 1992, n. 285, per disparità di trattamento fra il destinatario di tali disposizioni, cui incombe l'onere della prova che la circolazione del veicolo è avvenuta contro la sua volontà, e il destinatario dell'art. 213, comma 6, del medesimo decreto legislativo, che deve solo documentare l'appartenenza del veicolo a persona estranea alla violazione amministrativa per non vedersi applicata la sanzione della confisca; che il giudice a quo, investito di un giudizio di opposizione alla sanzione accessoria del fermo del veicolo per violazione dell'art. 126, comma 7, del d. lgs. n. 285 del 1992, si limita ad enunciare, nella motivazione dell'ordinanza di rimessione, detta supposta disparità di trattamento, specificando soltanto le ragioni per cui ai ricorrenti necessitano i veicoli sottoposti a fermo; che è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, concludendo per la inammissibilità o comunque per l'infondatezza della questione, in quanto posta in termini di mera ricezione delle prospettazioni delle parti private, con affermazione apodittica della rilevanza e della non manifesta infondatezza della stessa, senza alcuna specificazione degli elementi della fattispecie;