[pronunce]

e) della carenza di motivazione in ordine al fatto che - pendendo una proposta di legge di modifica della norma censurata - non si può escludere che il rimettente possa giovarsi di tale modifica normativa, ove alla data di entrata in vigore della novella egli non avesse ancora conseguito la valutazione di professionalità; che, nel merito, la difesa dello Stato chiede la declaratoria di manifesta infondatezza della questione medesima, con riguardo alla denunciata violazione sia dell'art. 3 Cost., a cui oppone l'impraticabilità, per la disomogeneità dei relativi regimi giuridici e per la portata derogatoria del tertium comparationis, del raffronto delle disposizioni che regolano la magistratura togata con quelle che disciplinano le funzioni della magistratura onoraria, escludendo altresì la dedotta irragionevolezza; sia dell'art. 97 Cost., rispetto alla quale osserva che il rimettente censura non tanto la formulazione della norma, quanto piuttosto le asserite conseguenze indirette di una sua distorta applicazione, rilevando che, in ogni caso, le paventate difficoltà sono state in prospettiva risolte dalla citata legge n. 24 del 2010, che ha modificato il sistema delle assegnazioni dei magistrati a conclusione del tirocinio. Considerato che il Tribunale ordinario di Forlì, sezione distaccata di Cesena in composizione monocratica, censura l'articolo 13 del decreto legislativo 5 aprile 2006, n. 160 (Nuova disciplina dell'accesso in magistratura, nonché in materia di progressione economica e di funzioni dei magistrati, a norma dell'articolo 1, comma 1, lettera a), della legge 25 luglio 2005, n. 150), come sostituito dall'articolo 2, comma 4, della 1egge 30 luglio 2007, n. 111 (Modifiche alle norme sull'ordinamento giudiziario), «nella parte in cui vieta di destinare i magistrati ordinari, al termine del loro tirocinio, allo svolgimento di funzioni giudicanti monocratiche penali per i reati di cui all'art. 550 c.p.p. anteriormente al conseguimento della prima valutazione di professionalità»; che la disposizione impugnata prevede che «I magistrati ordinari al termine del tirocinio non possono essere destinati a svolgere le funzioni requirenti, giudicanti monocratiche penali o di giudice per le indagini preliminari o di giudice dell'udienza preliminare, anteriormente al conseguimento della prima valutazione di professionalità»; che il rimettente - precisato di essere, appunto, magistrato di prima nomina che non ha ancora ottenuto la valutazione di professionalità e, nonostante ciò, di essere stato "indicato", con decreto del Presidente del Tribunale, in sostituzione di altro magistrato assente per ragioni di salute, data anche «l'assenza (per ferie) e l'impedimento (per la celebrazione di altra udienza) degli altri magistrati in organico e l'indisponibilità di G.O.T.» - ritiene che la norma impugnata contrasti: a) con l'art. 3 della Costituzione, in quanto (non essendo prevista analoga limitazione di funzioni a carico dei magistrati onorari, nonostante il maggior rigore delle procedure selettive concorsuali e valutative professionali sancite per quelli ordinari), «mettendo a confronto le due normative, è di solare evidenza l'irragionevolezza della diversa regolamentazione dei limiti allo svolgimento delle funzioni penali previste per i giudici togati rispetto a quelli onorari»; b) nonché con l'art. 97 Cost., per lesione del buon andamento della pubblica amministrazione, in quanto le limitazioni poste dal legislatore ai magistrati di prima nomina impedirebbero «il pieno utilizzo dei nuovi magistrati con gravi ricadute sul funzionamento degli uffici giudiziari, particolarmente in quelli situati in sedi poco appetibili e che si reggono tradizionalmente su di un organico composto in larga parte proprio da magistrati di prima nomina e che la normativa ora vigente impedirà di sostituire»; che, preliminarmente, il Presidente del Consiglio dei ministri, ha eccepito, tra l'altro, l'inammissibilità della sollevata questione deducendone il difetto di rilevanza, poiché la competenza all'esercizio delle funzioni in esame sarebbe stata riconosciuta dal Presidente del Tribunale ed il rimettente non dovrebbe fare applicazione della norma censurata per definire il giudizio a quo; che, con riferimento a tale rilievo, va sottolineato che questa Corte ha affermato che «il magistrato, prima di procedere alla cognizione della causa, ha certamente il potere-dovere di verificare la regolare costituzione dell'organo giudicante, anche in rapporto alla legittimità costituzionale delle norme che la disciplinano»; ma, nel contempo, ha chiarito che al giudice ciò è «consentito unicamente al fine di accertare l'inesistenza di vizi relativi alla propria costituzione, tali da determinare nullità insanabile e rilevabile d'ufficio [...] ; ossia, trattandosi di giudice singolo, di vizi concernenti la sua nomina e le altre condizioni di capacità stabilite dalle leggi d'ordinamento giudiziario» (sentenza n. 71 del 1975); che il rimettente - dopo aver sottolineato che, all'udienza indicata, il procedimento de quo era stato chiamato «per essere rinviato ad altra data» - sostiene apoditticamente, in punto di rilevanza della questione, che «solo rimuovendo la norma della cui legittimità costituzionale si dubita sarà possibile trattare il processo»; che, in tal modo, egli - non chiarendo la effettiva portata del provvedimento di sostituzione emesso dal Presidente del tribunale, in particolare riguardo ad una sua eventuale mera valenza contingente, limitata alla attribuzione di funzioni meramente organizzative (sentenza n. 419 del 1998), al solo fine di porre rimedio ad una situazione di occasionale e temporanea assenza di altri magistrati facenti parte dell'ufficio, piuttosto che ad un vero e proprio conferimento di funzioni "giudicanti" vietate dalla legge - neppure fornisce chiarimenti in ordine alla ricaduta degli asseriti vizi della designazione sul piano della legittimità del processo a quo; che tutto ciò si traduce in una insufficiente motivazione sulla rilevanza della sollevata questione che impedisce a questa Corte di verificarne l'effettiva sussistenza (ordinanze n. 101 e n. 63 del 2011); che, pertanto - anche a prescindere dagli eventuali profili relativi al carattere manipolativo di sistema della pronuncia richiesta dal rimettente -, la questione medesima deve essere dichiarata manifestamente inammissibile. Visti gli articoli 26, secondo comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87, e 9, comma 2, della norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale..