[pronunce]

– La Corte di cassazione dubita, in riferimento agli artt. 3, primo comma, e 38, secondo comma, della Costituzione, della legittimità costituzionale dell'art. 69, comma 5, della legge 23 dicembre 2000, n. 388 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato - Legge finanziaria 2001), nella parte in cui, in relazione alla disposta rivalutazione dei contributi versati nell'assicurazione facoltativa di cui al Titolo IV del regio decreto-legge 4 ottobre 1935, n. 1827 (Perfezionamento e coordinamento legislativo della previdenza sociale), convertito, con modificazioni, dalla legge 6 aprile 1936, n. 1155, prevede la decorrenza solo dal 1° gennaio 2001 degli aumenti dei relativi trattamenti pensionistici, anche in relazione alle situazioni giuridiche, attinenti agli arretrati pensionistici, che, alla data di entrata in vigore della legge, non erano consolidate in senso negativo per l'assicurato. Il Tribunale di Bologna ha sollevato, in riferimento agli artt. 3, primo comma, e 38, primo comma, Cost., questione di legittimità costituzionale dello stesso art. 69, comma 5, della legge n. 388 del 2000, nella parte in cui prevede che gli aumenti dei trattamenti pensionistici conseguenti alla rivalutazione dei contributi versati alla cassa «Mutualità pensioni» di cui alla legge 5 marzo 1963, n. 389 (Istituzione della «Mutualità pensioni» a favore delle casalinghe), decorrano dal 1° gennaio 2001 e non invece dal momento iniziale di percezione del trattamento pensionistico. A parere dei rimettenti, dalle sentenze di questa Corte n. 141 del 1989 e n. 78 del 1993, sarebbe derivato il diritto degli iscritti, rispettivamente, all'assicurazione facoltativa di cui al Titolo IV del r. d. l. n. 1827 del 1935 ed alla «Mutualità pensioni» a favore delle casalinghe, alla rivalutazione dei contributi versati ed alle conseguenti differenze sui trattamenti pensionistici sin dal momento della costituzione del trattamento pensionistico. Conseguentemente la limitazione temporale imposta dalla norma censurata, facendo venir meno diritti già riconosciuti dall'ordinamento, sarebbe irrazionale ed arbitraria e violerebbe gli artt. 3, primo comma, e 38, primo comma (per il Tribunale di Bologna) e secondo comma (ad avviso della Corte di cassazione), della Costituzione. 2. – L'analogia delle questioni prospettate rende opportuna la riunione dei giudizi al fine della loro trattazione congiunta e della loro decisione con unica pronuncia. 3. – Le eccezioni di inammissibilità sollevate dall'INPS e dal Presidente del Consiglio dei ministri sono infondate. 3.1. – In particolare, l'Istituto previdenziale ha eccepito che la questione sollevata dalla Corte di cassazione sarebbe irrilevante nel giudizio a quo, promosso da un'assicurata titolare, non già di pensione di vecchiaia o di invalidità, bensì della rendita vitalizia contemplata dall'art. 91 del r. d. l. n. 1827 del 1935, prestazione liquidata dall'INPS immediatamente dopo il versamento, da parte dell'interessato, del corrispondente valore capitale e rispetto alla quale, pertanto, non potrebbe prospettarsi la questione del mancato adeguamento del valore nominale dei contributi. Si deve però osservare che nell'ordinanza di rimessione è scritto che la parte privata ha versato presso l'assicurazione facoltativa “contributi” (cioè le somme in base alle quali sono liquidate le pensioni di vecchiaia e di invalidità) e non già il “valore capitale” necessario per la costituzione della rendita vitalizia di cui al citato art. 91. Inoltre, nell'esporre il contenuto della sentenza d'appello impugnata per cassazione, la Corte rimettente riferisce che i giudici di secondo grado avevano condannato l'INPS al pagamento delle differenze di “pensione” (né risulta che l'ente previdenziale abbia impugnato una simile decisione). Queste indicazioni contenute nell'atto di rimessione confermano che oggetto del giudizio a quo sia la pensione di vecchiaia, con conseguente rilevanza della rivalutazione dei contributi. 3.2. – Con riferimento alla questione proposta dal Tribunale di Bologna, l'INPS ed il Presidente del Consiglio dei ministri hanno dedotto che l'omessa previsione degli aumenti dei trattamenti pensionistici per il periodo antecedente al 1° gennaio 2001 costituirebbe una lacuna legislativa già compresa nella più ampia questione decisa con la sentenza n. 78 del 1993. La Corte, quindi, non potrebbe pronunciarsi una seconda volta sul medesimo oggetto, con conseguente inammissibilità della questione. Simili argomentazioni non sono condivisibili. In realtà, la citata sentenza n. 78 del 1993 ha riguardato l'art. 9 della legge n. 389 del 1963 nella parte in cui non prevedeva un meccanismo di adeguamento del valore nominale dei contributi versati nella «Mutualità pensioni» a favore delle casalinghe. Invece l'ordinanza di rimessione pronunciata dal Tribunale di Bologna investe la diversa norma espressa dall'art. 69, comma 5, della legge n. 388 del 2000, nella parte in cui disciplina gli aumenti dei trattamenti pensionistici erogati da quell'assicurazione conseguenti alla rivalutazione dei contributi. La disposizione di legge censurata dal Tribunale rimettente regola l'aspetto ora menzionato, dettando un precetto (del tutto distinto da quello espresso dall'art. 9 della legge n. 389 del 1963) che disciplina in positivo (seppur con effetti diversi) sia il periodo precedente, sia quello successivo al 1° gennaio 2001. La questione della legittimità costituzionale di tale precetto non può, quindi, essere considerata inclusa in quella decisa con la sentenza n. 78 del 1993. 4. – Nel merito le questioni non sono fondate. Questa Corte, con la sentenza n. 141 del 1989, ha dichiarato l'illegittimità costituzionale dell'art. 29, terzo comma, della legge 4 aprile 1952, n. 218 (Riordinamento delle pensioni dell'assicurazione obbligatoria per la invalidità, la vecchiaia ed i superstiti), nella parte in cui non prevede un meccanismo di adeguamento dell'importo nominale dei contributi versati nell'assicurazione facoltativa dal giorno della sua entrata in vigore in poi. Con la successiva sentenza n. 78 del 1993, la Corte ha dichiarato l'illegittimità dell'art. 9 della l. n. 389 del 1963 nella parte in cui non prevede un analogo meccanismo per i contributi versati nella «Mutualità pensioni» a favore delle casalinghe. Quelle pronunce, nel sanzionare la mancata previsione di un meccanismo di rivalutazione dei contributi, hanno enunciato un principio al quale il legislatore doveva dare concreta attuazione. Le due sentenze menzionate, tuttavia, non imponevano alcuna particolare condizione all'intervento del legislatore. Quest'ultimo, dunque, era libero di individuare, nell'ambito della ragionevolezza, il criterio di adeguamento del valore nominale dei contributi e di definire la concreta incidenza di quell'adeguamento sull'ammontare delle prestazioni erogate dalle due forme di assicurazione in oggetto.