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Anche la disciplina dell'Agenzia per la promozione all'estero e l'internazionalizzazione delle imprese italiane può creare una governance molto importante e un'assistenza promozionale al di fuori del nostro territorio. Noi abbiamo la ferma convinzione che questo spostamento nella fase attuale possa dare la possibilità di apportare notevoli benefici dal punto di vista della crescita e del rilancio economico. (Applausi dal Gruppo M5S) . PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Fantetti. Ne ha facoltà. FANTETTI (FI-BP) . Signor Presidente, visti i pochi minuti a disposizione premetto che limiterò il mio intervento a quanto relativo, nel provvedimento in esame, al trasferimento dal MISE al MAECI delle funzioni esercitate in materia di definizione delle strategie di politica commerciale e promozionale con l'estero. Ritengo che questo sia un errore strategico molto grave che potrebbe risultare particolarmente caro ad un Paese come il nostro, da sempre orientato ed economicamente dipendente da ampi flussi di esportazione, prevalentemente di prodotti lavorati. Presidente, colleghi, guardate ai giganti delle esportazioni. Il Giappone, per esempio, ha un Ministero incaricato di presiedere a questo comparto: il Ministero dell'economia, del commercio e dell'industria (METI). La Germania ha invece il Bundesministerium für Wirtschaft und Energie, ossia il Ministero federale dell'economia e dell'energia. Guardate a tutti i Paesi a forte vocazione export . Tutti organizzano le proprie relative istituzioni e organizzazioni del commercio con l'estero nell'ambito di strutture che hanno tre caratteristiche chiare: l'autonomia, la concentrazione e l'ancoraggio alle categorie produttive delle merci e dei servizi esportati. Ebbene, con questo intervento, in un colpo solo, grazie all'inesperienza del ministro Di Maio, in pochi giorni si realizzano in Italia tutti e tre gli effetti opposti: si toglie autonomia all'amministrazione del comparto commercio con l'estero, come è esistita finora; se ne spezzettano le competenze in diverse direzioni generali del MAECI e se ne rescindono i collegamenti con le attività produttive. Complimenti, generazioni di persone, anche poco esperte del settore, avevano fatto meno danni di voi in questo comparto e in molto più tempo. Voi in pochi giorni state per distruggere un'esperienza storica che ha funzionato molto bene e che è stata strategica per la crescita del nostro Paese. Presidente, colleghi, lo scorso 2 ottobre un panel arbitrale dell'Organizzazione mondiale del commercio (WTO) ha emesso una decisione a livello di contromisure che gli Stati Uniti possono richiedere nei confronti dell'Unione europea e di alcuni Stati membri sul cosiddetto caso Airbus. Ai sensi di questa decisione dell'Organizzazione mondiale del commercio, gli Stati Uniti potranno ora imporre nuovi dazi sulle merci provenienti dall'Unione europea per un importo fino a 7,5 miliardi di dollari l'anno per il periodo equivalente al 2011-2013. L'ammontare è stato calcolato in base al livello e alla natura degli effetti distorsivi venutisi a creare a danno dell'industria aeronautica americana, quale conseguenza dei sussidi europei al consorzio Airbus di cui noi non facciamo parte. In dettaglio, però, l'aumento dei dazi USA si concretizza per l'Italia in una tariffa del 25 per cento aggiuntivo ad valorem alla frontiera americana sulle importazioni di diversi prodotti italiani, in particolare quelli agroalimentari, tra i quali il pecorino romano, il parmigiano reggiano, il provolone e il prosciutto. Secondo stime delle associazioni di categoria, come Confagricoltura e Coldiretti, verrà colpito circa mezzo miliardo di export alimentare, con particolare riguardo ai prodotti caseari. Ciò accade perché i prodotti italiani come il parmigiano e il grana padano sono in diretta concorrenza con quelli americani dello Stato del Wisconsin che, con i suoi rappresentanti, ha eletto il presidente Trump. Il presidente Trump, in campagna elettorale, protegge i produttori di formaggio americani del Wisconsin, che è uno Stato che produce più mozzarelle e parmigiano di tutta Italia. Si vengono così a colpire i nostri prodotti. Questa è una guerra commerciale. Rispetto a questa guerra commerciale, l'interesse del nostro Paese dovrebbe essere quello di svolgere un'azione persuasiva - ed eventualmente anche una ritorsione commerciale - che, per essere veramente forte, deve avvenire a livello tecnico e nei confronti della competente amministrazione americana, che è specifica. Essa, infatti, non si trova presso il corpo diplomatico americano, ma è l'USTR Office, ossia il Rappresentante per il commercio degli Stati Uniti d'America. I negoziati che l'Italia dovrebbe fare, nell'interpretazione dei moderni rapporti internazionali, prendono le forme ormai di vere e proprie guerre commerciali, combattute a colpi di dazi e tariffe. Ebbene, grazie alla vostra insipienza e inesperienza e al momentaneo potere politico del signor Di Maio, noi adesso manderemo i diplomatici a fare queste guerre. I diplomatici sono funzionari eccellenti dello Stato nel loro settore di competenza e con la loro preparazione specifica, ma non sono adeguatamente formati da un punto di vista tecnico. Essi sono quindi "disarmati" per affrontare queste guerre commerciali. Speriamo solo che non vogliate far confluire anche le Forze armate sotto al signor Di Maio, perché nel caso - e nel ridicolo - questo Paese realizzerà ancora più velocemente la "decrescita felice" che avete professato, per scomparire definitivamente dal novero dei Paesi sviluppati. Difendere gli interessi delle imprese agroalimentari italiane interessate all'esportazione dei prodotti sul ricco e strategico mercato statunitense, salvaguardandone il lavoro e la ricchezza che producono per tutti, è oggi una questione di assoluta urgenza, rispetto alla quale abbiamo tutti potuto constatare che persino la missione "diplomatica" svolta dal Presidente della Repubblica negli Stati Uniti nelle scorse settimane non ha potuto ottenere i risultati auspicati, perché la politica diplomatica non coincide con quella commerciale. Il fatto è che, nonostante la potenza militare, il presidente Trump non commette l'errore di impelagarsi in guerre tradizionali (anzi, se ne sfila sempre): sfrutta però la potenza economica statunitense per combattere i nemici e i concorrenti in guerre commerciali. Per farlo, usa tutto il know how a disposizione dei suoi esperti in materia, che sono avvocati, commercialisti e funzionari con esperienza tecnica specifica maturata nel settore in decenni di negoziati (come Lighthizer, l'avvocato che è a capo dell'ufficio predisposto, lo USTR, United States trade representative): gli USA colpiscono con armi elaborate appositamente (pensate alla cosiddetta tecnica del "carosello", con cui possono cambiare in ogni momento le linee tariffarie colpite al fine di massimizzare gli effetti dannosi dei dazi). Ebbene, per contrastare queste armate commerciali disponevamo di una struttura amministrativa - autonoma rispetto a quella cui competono i rapporti diplomatici - capace di intavolare un dialogo tecnico serrato con le autorità statunitensi su ogni possibile modifica della lista dei prodotti interessati. Ora non l'avremo più. Nei Governi e nei periodi di crescita di questo Paese, avevamo il Ministero del commercio con l'estero; poi siamo andati avanti e il collega Urso è stato relatore e artefice di un passo avanti, gli sportelli unici per le imprese all'estero.