[pronunce]

In particolare, l'Avvocatura generale dello Stato, richiamata la discrezionalità legislativa in materia di determinazione del trattamento sanzionatorio, ha rimarcato come il minimo edittale di pena previsto dall'art. 73, comma 1, del d.P.R. n. 309 del 1990 per fatti non lievi concernenti droghe cosiddette "pesanti", non possa ritenersi irragionevole in considerazione dell'elevato allarme sociale suscitato dai crimini così puniti. Viene poi contestato il carattere costituzionalmente obbligato della soluzione proposta dal rimettente, ciò che precluderebbe l'intervento manipolativo richiesto alla Corte costituzionale.1.- Con ordinanze iscritte, rispettivamente, al n. 89 e al n. 100 del registro ordinanze 2016, il Tribunale ordinario di Ferrara, sezione penale, e il Giudice dell'udienza preliminare presso il Tribunale ordinario di Rovereto hanno sollevato questioni di legittimità costituzionale dell'art. 73, comma 1, del decreto del Presidente della Repubblica 9 ottobre 1990, n. 309 (Testo unico delle leggi in materia di disciplina degli stupefacenti e sostanze psicotrope, prevenzione, cura e riabilitazione dei relativi stati di tossicodipendenza), nella parte in cui prevede un minimo edittale di anni otto di reclusione ed euro 25.822 di multa, anziché di anni quattro di reclusione ed euro 10.329 di multa (il Tribunale ordinario di Ferrara in relazione ai soli fatti posti in essere a partire dal 21 maggio 2014). La disposizione impugnata punisce con la pena edittale minima sopra indicata i casi "non lievi" di coltivazione, produzione, fabbricazione, estrazione, raffinazione, vendita, offerta o messa in vendita, cessione o ricezione, a qualsiasi titolo, distribuzione, commercio, acquisto, trasporto, esportazione, importazione, procacciamento ad altri, invio, passaggio o spedizione in transito, consegna per qualunque scopo o comunque di illecita detenzione, fuori dalle ipotesi previste dall'articolo 75 (vale a dire fuori dei casi di destinazione all'uso personale), di sostanze stupefacenti o psicotrope di cui alle tabelle I e III previste dall'articolo 14 (cosiddette droghe "pesanti") dello stesso d.P.R. n. 309 del 1990 (d'ora in avanti anche: Testo unico sugli stupefacenti). Entrambe le ordinanze ravvisano plurime violazioni della Costituzione determinate dall'ampia forbice edittale creatasi tra il minimo di pena - previsto nella misura di anni otto di reclusione ed euro 25.822 di multa - per i fatti non lievi concernenti le droghe "pesanti" ai sensi dell'art. 73, comma 1, del d.P.R. n. 309 del 1990 e il massimo di pena - previsto nella misura di anni quattro di reclusione ed euro 10.329 di multa - per i fatti lievi concernenti sia droghe "pesanti" sia droghe "leggere" ai sensi dell'art. 73, comma 5, del medesimo decreto. 1.1.- Più precisamente, il Tribunale ordinario di Ferrara ritiene che la disposizione impugnata violi l'art. 3 Cost., in quanto determina un quadro sanzionatorio irragionevole, caratterizzato da una sproporzionata differenza di pena tra l'ipotesi di cui al comma 1 e quella di cui al comma 5 dell'art. 73 del d.P.R. n. 309 del 1990, a fronte di un grado minimo di differenza quanto a disvalore del fatto tra le due fattispecie. In secondo luogo, sarebbe violato l'art. 25 Cost., in relazione al «principio di offensività», in quanto l'impugnato art. 73 sottopone ad una marcata differenza di trattamento sanzionatorio fatti di offensività «solo leggermente diversa». Infine, sarebbe altresì violato l'art. 27, terzo comma, Cost., in quanto la sproporzione della misura della pena rispetto alla gravità del fatto ne pregiudica la funzione rieducativa. 1.2.- Da parte sua, il Giudice dell'udienza preliminare presso il Tribunale ordinario di Rovereto, ritiene violato l'art. 3 Cost., in relazione al «principio di ragionevolezza-uguaglianza», in quanto l'abnorme distanza tra le grandezze espresse dal massimo edittale per il fatto di lieve entità e il minimo edittale per il reato maggiore impedisce in concreto al giudice di svolgere il proprio ruolo, di adeguare al caso concreto la pena, imponendo gravi sperequazioni punitive. In secondo luogo, sarebbe violato l'art. 27, terzo comma, Cost., in quanto l'impugnato art. 73 non rispetta il principio di proporzionalità della pena rispetto alla gravità del reato, quale desumibile dal rango del bene giuridico tutelato, dalle modalità di aggressione e dall'intensità della colpevolezza e impone pene disumane o degradanti. Si prospetta altresì la violazione degli artt. 11 e 117, primo comma, Cost. in riferimento all'art. 49, paragrafo 3, della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea, che sancisce il principio di proporzionalità della pena, in quanto la previsione di periodi di reclusione superiori in misura abnorme alle soglie minime stabilite dalla decisione quadro del Consiglio dell'Unione europea del 25 ottobre 2004, n. 2004/757/GAI (Decisione quadro del Consiglio riguardante la fissazione di norme minime relative agli elementi costitutivi dei reati e alle sanzioni applicabili in materia di traffico illecito di stupefacenti) determinerebbe una violazione dei vincoli derivanti dall'ordinamento dell'Unione. Infine, viene ravvisata la violazione dell'art. 117, primo comma, Cost. in riferimento all'art. 3 della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali (CEDU), firmata a Roma il 4 novembre 1950, ratificata e resa esecutiva con legge 4 agosto 1955, n. 848, e all'art. 4 della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea, in quanto la pena edittale minima di otto anni di reclusione, oltre ad essere disumana per eccessiva durata, contribuisce a provocare gravi forme di sovraffollamento carcerario. 2.- I giudizi devono essere riuniti in considerazione dell'identità dell'oggetto delle questioni sollevate e delle analoghe ragioni di illegittimità indicate nelle ordinanze di rimessione del Tribunale ordinario di Ferrara e del Giudice dell'udienza preliminare presso il Tribunale ordinario di Rovereto. 3.- Occorre preliminarmente osservare che la questione così come prospettata dagli odierni remittenti presenta profili di novità rispetto a quelle dichiarate inammissibili con le sentenze n. 148 e n. 23 del 2016. In quei casi, l'inammissibilità era dovuta a una pluralità di vizi delle ordinanze di rimessione, tra i quali l'indeterminatezza del petitum e la mancata individuazione di un trattamento sanzionatorio alternativo a quello in vigore, che consentisse a questa Corte di sanare i vizi costituzionali lamentati;