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Atto n. 4-02308 DE PETRIS Ai Ministri della salute, per gli affari regionali e le autonomie e dell'istruzione, dell'università e della ricerca Premesso che a quanto risulta all'interrogante: con deliberazione n. 614 del 14 maggio 2019, pubblicata sul Bur della Regione Veneto n. 55 del 28 maggio 2019, la Giunta regionale del Veneto, in attuazione a quanto previsto dal Piano socio sanitario regionale 2019-2023, definito con la legge regionale 28 dicembre 2018, n. 48, ha approvato le schede di dotazione delle strutture ospedaliere e delle strutture sanitarie di cure intermedie delle aziende Ulss, dell'Azienda ospedale-Università di Padova, dell'Azienda ospedaliera universitaria integrata di Verona, dell'Istituto oncologico Veneto - IRCCS, della società partecipata a capitale interamente pubblico "Ospedale Riabilitativo di Alta specializzazione" e degli erogatori ospedalieri privati accreditati, prevedendo il passaggio dell'ospedale S. Antonio dall'Azienda Ulss 6 all'Azienda Ospedale-Università di Padova, che dovrà avvenire entro il 31 dicembre 2020; pur restando la programmazione sanitaria una scelta volta a rispondere ad esigenze di razionalizzazione delle strutture e dei servizi ospedalieri, a giudizio dell'interrogante, non appaiono pienamente convincenti le motivazioni che giustificano il passaggio all'azienda ospedaliera - Università (AOPD) dell'Ospedale S. Antonio (OSA), unico presidio ospedaliero dell'ULSS6 -Euganea, da sempre punto di riferimento essenziale per percorsi di riabilitazione, prevenzione e rieducazione socio-sanitaria nell'ottica di continuità assistenziale coi servizi del territorio della città di Padova; a quanto risulta all'interrogante, da più parti (cittadini, operatori sanitari, rappresentanze sindacali e associazioni di pazienti) sono state sollevate numerose riserve, anche a causa della brusca e ingiustificata accelerazione, in merito alle modalità e ai contenuti del passaggio del Sant'Antonio all'azienda ospedaliera-università di Padova (AOPD); le schede ospedaliere del PSSR 2019-2023 non eviterebbero il rischio che il nuovo ospedale possa essere pronto, forse, solo nel 2030; l'ULSS rappresenta il perno del Servizio sanitario nazionale, e quindi regionale, a livello locale. Se dovessero concretizzarsi presupposti di depotenziamento dell'ULSS relativamente allo smembramento delle unità dell'ospedale S. Antonio, si arriverebbe ad una lesione del SSN e quindi dei valori di universalità ed equità delle cure che l'hanno ispirato; non appare priva di preoccupazioni la scelta di affidare esclusivamente all'Università (istituzionalmente deputata alla didattica e alla ricerca e solo secondariamente all'assistenza) il compito di costruire una visione generale del futuro della sanità padovana e di formulare piani organizzativi socio-sanitari, sia generali che di contesto, che diano risposta ai bisogni di salute dei cittadini in tutte le sue forme (prevenzione, diagnosi, cura, riabilitazione); con il passaggio all'azienda ospedaliera, la città, oltre ad essere privata della sua unica struttura ULSS, vedrebbe fortemente ridotta la sua capacità complessiva di rispondere alle necessità riabilitative, in quanto l'attuale offerta della azienda ospedaliera rimane comunque invariata, determinando così una perdita inaccettabile in una città in cui si stima che circa il 22 per cento della sua popolazione sia ultra 65enne, si chiede di sapere: se i Ministri in indirizzo siano a conoscenza dei fatti riportati e se, per quanto di loro competenza, non intendano fornire elementi su quanto sta avvenendo nel passaggio dell'ospedale S. Antonio dall'azienda Ulss 6 all'Azienda Ospedale-Università di Padova; se non ritengano opportuno valutare di assumere iniziative affinché, nel rispetto della normativa regionale vigente, non si determinino atti idonei a produrre una lesione del diritto alla cura per i cittadini del territorio padovano e per preservare un servizio necessario e strategico per l'area. Atto n. 4-02309 DE FALCO Al Ministro dell'interno Premesso che: nel maggio 2017 sono stati banditi i concorsi per reclutare, complessivamente, 1.148 allievi agenti della Polizia di Stato; tra i requisiti previsti dal bando vi erano, sia il possesso del diploma di scuola secondaria di primo grado (o equipollente), sia un'età compresa tra i 18 anni e i 30 non compiuti; dopo le prove scritte, sono state allargate le graduatorie, in modo da comprendere anche coloro che sono stati dichiarati idonei, ma non vincitori di concorso, in quanto non entravano nel numero delle assunzioni previste dal bando del 2017; nel gennaio 2019 il cosiddetto "decreto semplificazione" (legge n. 12 del 2019), emanato dal Governo Conte I, stabilisce l'assunzione di 1.851 allievi agenti della Polizia di Stato e per evitare emettere un bando apposito e iniziare una nuova procedura, procede allo scorrimento delle graduatorie della prova scritta del citato concorso indetto nel 2017; si crea a questo punto un corto circuito: infatti, un emendamento presentato dalla Lega e accolto dal Governo, che modifica l'articolo 11 del citato decreto, modifica i criteri ricordati, appellandosi alla cosiddetta "Legge Madia" (legge n. 124 del 2015), approvata nel 2018 (quindi dopo l'emanazione del bando concorsuale in oggetto); l'emendamento approvato stabilisce che gli aspiranti poliziotti dovranno avere un massimo di 26 anni e possedere il diploma di scuola secondaria di 2° grado; si è quindi creato un vero "mostro" giuridico, che sta penalizzando centinaia di giovani esclusi dagli scorrimenti della graduatoria del concorso, essendo nota la non retroattività delle leggi, se non in casi particolari che non sembrano relativi alla problematica trattata; infatti, la giurisprudenza costituzionale (con le sentenze della Corte costituzionale n. 229 del 1999, n. 432 del 1997, n. 153 e n. 6 del 1994, n. 283 del 1993), ha dichiarato che il «principio di irretroattività della legge» è derogabile solo quando ciò sia richiesto dal criterio di ragionevolezza, precisando, però, che non si debba mai «incidere arbitrariamente sulle situazioni sostanziali poste in essere da leggi precedenti»; dunque, una norma retroattiva e non penale può essere dichiarata legittima se questa non viola il principio generale di ragionevolezza, disparità di trattamento ovvero l'affidamento del cittadino nella sicurezza giuridica quale elemento fondante lo Stato di diritto (articolo 3), la coerenza e la certezza dell'ordinamento giuridico, il rispetto delle funzioni costituzionalmente riservate al potere giudiziario. Si tratta di condizioni che, evidentemente, qui non sussistono; da maggio a luglio 2019 hanno iniziato a svolgersi le operazioni per l'accertamento dell'efficienza fisica e gli accertamenti dell'idoneità fisica, psichica e attitudinale; gli "esclusi" hanno presentato un primo ricorso e il Tar del Lazio ha disposto l'ammissione con riserva dei ricorrenti all'espletamento delle prove.