[pronunce]

Nessuna correlazione sarebbe, infatti, ravvisabile tra il divieto di sospensione condizionale della pena e l'istituto dell'esclusione della procedibilità per particolare tenuità del fatto (art. 34): senza considerare che tale istituto, presupponendo il consenso della persona offesa, non potrebbe trovare applicazione ove quest'ultima, costituendosi parte civile, abbia dimostrato - come nel caso di specie - di avere interesse alla condanna. Riguardo, poi, all'estinzione del reato conseguente a condotte riparatorie (art. 35), istituti analoghi sarebbero previsti anche per i reati di competenza del tribunale in forza di specifiche disposizioni di legge, quali, ad esempio, gli artt. 341-bis e 641 cod. pen. , in tema, rispettivamente, di oltraggio e di insolvenza fraudolenta; l'art. 181, comma 1-quinquies, del d.lgs. 22 gennaio 2004, n. 42 (Codice dei beni culturali e del paesaggio, ai sensi dell'articolo 10 della legge 6 luglio 2002, n. 137), in tema di reati paesaggistici; l'art. 2, comma 1-bis, del decreto-legge 12 settembre 1983, n. 463 (Misure urgenti in materia previdenziale e sanitaria e per il contenimento della spesa pubblica, disposizioni per vari settori della pubblica amministrazione e proroga di taluni termini), convertito, con modificazioni, dalla legge 11 novembre 1983, n. 638, in tema di omesso versamento di ritenute previdenziali. In questi e consimili casi, peraltro, non è affatto esclusa la possibilità di sospendere condizionalmente le pene inflitte nei casi di mancata riparazione. Da ultimo, non gioverebbe neanche far richiamo «al contesto sanzionatorio di minor rigore» nel quale il divieto risulterebbe inserito. Non sempre, infatti, i reati di competenza del giudice di pace sono puniti con pene più lievi di quelle irrogabili per gli altri reati. La selezione dei reati devoluti alla cognizione del giudice onorario non si fonda, infatti, solo sulla gravità del fatto, ma anche su altri criteri, quale, ad esempio, il grado di complessità dell'accertamento: tanto è vero che, malgrado i delitti siano sempre più gravi delle contravvenzioni, vi sono delitti di competenza del giudice di pace (quale quello di ingiuria, contestato nella specie) e contravvenzioni punibili con l'ammenda di competenza del tribunale. Né si potrebbe sostenere che le pene pecuniarie inflitte dal giudice di pace siano sempre di modesta consistenza, così da non far emergere un concreto interesse alla loro sospensione. Basti pensare, ad esempio, alla pena dell'ammenda da 5.000 a 10.000 euro, prevista per il reato di cui all'art. 10-bis del d.lgs. 25 luglio 1998, n. 286 (Testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell'immigrazione e norme sulla condizione dello straniero), o, più in generale, alla pena massima di euro 2.582, prevista dall'art. 52, comma 2, lettera a), del d.lgs. n. 274 del 2000, che risulterebbe pari a cinque volte «un'attuale pensione minima». L'impossibilità di sospendere le pene inflitte per i reati di competenza del giudice onorario potrebbe condurre, d'altronde, a risultati ingiustamente afflittivi tutte le volte in cui - come nel caso di specie - il condannato, non essendo in grado di provvedere al pagamento della pena pecuniaria inflittagli, chieda il beneficio al fine di non subire gli effetti negativi conseguenti alla conversione per insolvibilità (art. 55 del d.lgs. n. 274 del 2000). 1.3.- La norma censurata violerebbe anche l'art. 76 Cost., per eccesso di delega. Il d.lgs. n. 274 del 2000 è stato emanato in attuazione della legge 24 novembre 1999, n. 468 (Modifiche alla legge 21 novembre 1991, n. 374, recante istituzione del giudice di pace. Delega al Governo in materia di competenza penale del giudice di pace e modifica dell'articolo 593 del codice di procedura penale), il cui art. 14 aveva delegato il Governo ad adottare un decreto legislativo «concernente la competenza penale del giudice di pace, nonché il relativo procedimento e l'apparato sanzionatorio dei reati ad esso devoluti», secondo i principi e i criteri direttivi previsti dai successivi artt. 15, 16 e 17. Il divieto in questione non troverebbe, peraltro, alcuna base espressa in tali principi e criteri direttivi - totalmente silenti in ordine all'istituto della sospensione condizionale - né potrebbe essere considerato come un loro «fisiologico sviluppo» o completamento, ponendosi, al contrario, in rapporto di sostanziale «discontinuità» con essi. L'istituto della sospensione condizionale costituisce, infatti, «parte integrante del sistema penale», ricollegandosi alla finalità rieducativa della pena e al principio di individualizzazione del trattamento sanzionatorio. In questa prospettiva, esso ha registrato una progressiva espansione, anche per effetto di pronunce della Corte costituzionale (quale la sentenza n. 95 del 1976), che ne hanno ampliato i presupposti operativi. La norma censurata avrebbe, dunque, introdotto una eccezionale deroga «in malam partem» al regime ordinario, operante in direzione inversa rispetto a quella indicata dall'art. 16 della legge n. 468 del 1999, che, con riguardo all'apparato sanzionatorio dei reati devoluti alla competenza del giudice di pace, prefigurava una disciplina di segno più favorevole per l'imputato, prevedendo, in specie, la sostituzione delle pene detentive con pene pecuniarie e, nei casi di maggiore gravità o di recidiva, con «sanzioni alternative alla detenzione». Né, d'altro canto, la preclusione della sospensione condizionale potrebbe essere considerata come una sorta di «effetto compensativo» della predetta sostituzione. Un simile assunto risulterebbe smentito dalle previsioni della legge n. 689 del 1981, che, nell'introdurre un meccanismo di sostituzione delle pene detentive brevi, ha lasciato comunque al giudice il potere di sospendere condizionalmente la pena sostitutiva, come si desume dal già citato art. 57, terzo comma, di detta legge. Con la norma censurata il legislatore delegato ha reso, inoltre, inoperante anche la previsione dell'art. 165 cod. pen. , che consente al giudice di subordinare la sospensione della pena all'adempimento degli obblighi restitutori, risarcitori o riparatori entro un termine determinato. Anche tale effetto si porrebbe in rapporto di discontinuità con i principi e i criteri direttivi della legge delega, intesi viceversa a valorizzare il più possibile le condotte riparatorie o risarcitorie dell'imputato (art. 17, comma 1, lettera h, della legge n. 468 del 1999). 2.- Si è costituita M.T.L., imputata appellante nel giudizio a quo, la quale - associandosi alle argomentazioni svolte nell'ordinanza di rimessione - ha chiesto che la questione venga accolta.