[pronunce]

che analoga questione di legittimità costituzionale è stata sollevata dal Tribunale ordinario di Palermo, in composizione monocratica, con ordinanza del 21 settembre 2015 (r.o. n. 332 del 2015); che il rimettente premette di essere investito, a seguito di opposizione a decreto penale di condanna, del processo penale nei confronti di una persona imputata del reato di cui all'art. 10-quater del d.lgs. n. 74 del 2000, per aver omesso di versare somme dovute in relazione all'anno d'imposta 2008 per un importo di euro 57.414,29, portando in compensazione, ai sensi dell'art. 17 del d.lgs. n. 241 del 1997, crediti per IVA inesistenti relativi all'anno d'imposta precedente; che anche secondo il Tribunale palermitano, le considerazioni svolte nella sentenza n. 80 del 2014 con riguardo all'omesso versamento dell'IVA sarebbero riferibili, in pari modo, al delitto di indebita compensazione: si tratterebbe, infatti, di figure criminose analoghe sia sul piano formale, stante il similare rinvio dell'art. 10-quater all'art. 10-bis per l'individuazione della misura della pena e della soglia di punibilità; sia sul piano sostanziale, essendo incriminato, in entrambi i casi, l'omesso versamento alle scadenze stabilite di somme di spettanza del fisco; che è intervenuto in entrambi i giudizi di legittimità costituzionale il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che le questioni siano dichiarate manifestamente infondate. Considerato che i Tribunali ordinari di Lecce e di Palermo dubitano, in riferimento all'art. 3 della Costituzione, della legittimità costituzionale dell'art. 10-quater del decreto legislativo 10 marzo 2000, n. 74 (Nuova disciplina dei reati in materia di imposte sui redditi e sul valore aggiunto, a norma dell'articolo 9 della legge 25 giugno 1999, n. 205), nella parte in cui, con riferimento ai fatti commessi sino al 17 settembre 2011, punisce l'omesso versamento delle somme dovute, utilizzando in compensazione, ai sensi dell'art. 17 del decreto legislativo 9 luglio 1997, n. 241 (Norme di semplificazione degli adempimenti dei contribuenti in sede di dichiarazione dei redditi e dell'imposta sul valore aggiunto, nonché di modernizzazione del sistema di gestione delle dichiarazioni), crediti non spettanti o inesistenti, per un ammontare superiore ad euro 50.000 per ciascun periodo d'imposta, anziché ad euro 103.291,38; che i rimettenti chiedono, in sostanza, a questa Corte di reiterare, con riguardo al delitto di indebita compensazione, la declaratoria di illegittimità costituzionale parziale pronunciata con la sentenza n. 80 del 2014 in rapporto al delitto di omesso versamento dell'IVA (art. 10-ter del d.lgs. n. 74 del 2000): ciò, al fine di rimuovere la disparità di trattamento riscontrabile sia rispetto ai delitti di infedele e omessa dichiarazione (artt. 4 e 5 del d.lgs. n. 74 del 2000) , sia rispetto allo stesso delitto di omesso versamento dell'IVA, quale risultante a seguito della citata sentenza n. 80 del 2014; che le ordinanze di rimessione sollevano la medesima questione, sicché i relativi giudizi vanno riuniti per essere definiti con unica decisione; che successivamente alle ordinanze di rimessione è intervenuto il decreto legislativo 24 settembre 2015, n. 158 (Revisione del sistema sanzionatorio, in attuazione dell'articolo 8, comma 1, della legge 11 marzo 2014, n. 23), che ha apportato un ampio complesso di modifiche al sistema sanzionatorio tributario, tanto penale che amministrativo; che, nel quadro degli interventi di revisione del sistema sanzionatorio penale, l'art. 9 del citato decreto legislativo ha sostituito la norma censurata, scindendo la figura criminosa dell'indebita compensazione - in precedenza unitaria - in due ipotesi delittuose distinte: la prima, inerente all'utilizzazione in compensazione di «crediti non spettanti», tuttora punita con la pena della reclusione da sei mesi a due anni; la seconda, concernente l'utilizzazione di «crediti inesistenti», punita con pena sensibilmente più severa (reclusione da un anno e sei mesi a sei anni); che - diversamente da quanto è avvenuto per altre fattispecie, e in particolare per quelle di omesso versamento di ritenute dovute o certificate e di omesso versamento dell'IVA (artt. 10-bis e 10-ter del d.lgs. n. 74 del 2000) - la novella legislativa non ha innalzato la soglia di punibilità del delitto in esame, la quale è rimasta fissata nella somma di euro 50.000 (intesa, peraltro, quale «importo annuo» dei crediti indebitamente utilizzati, e non più ragguagliata al «periodo d'imposta», come in precedenza); che a prescindere, tuttavia, dai possibili riflessi indiretti dell'avvenuta scissione della figura criminosa sulla verifica del superamento della soglia di punibilità (in termini di impedimento della sommatoria, a tal fine, dell'importo dei «crediti non spettanti» a quello dei «crediti inesistenti», in precedenza certamente ammesso), il d.lgs. n. 158 del 2015 ha comunque inciso in modo significativo sul quadro normativo di riferimento; che, a seguito della novella, è venuta, anzitutto, chiaramente meno la "gemellarità strutturale" tra le figure dell'omesso versamento dell'IVA e dell'indebita compensazione, sulla quale i giudici rimettenti fondano in modo precipuo le loro censure; che, diversamente da quanto avveniva in precedenza, infatti, né l'art. 10-ter né l'art. 10-quater del d.lgs. n. 74 del 2000 fanno più rinvio al precedente art. 10-bis per la determinazione della pena e della soglia di punibilità, ma le individuano in modo autonomo e disallineato; che la soglia di punibilità dell'indebita dichiarazione risulta ora nettamente più bassa di quella dell'omesso versamento dell'IVA (innalzata dall'art. 8 del d.lgs. n. 158 del 2015 ad euro 250.000) , mentre l'equiparazione delle pene dei due reati permane solo in rapporto all'ipotesi dell'utilizzazione in compensazione di «crediti non spettanti», essendo l'utilizzazione di «crediti inesistenti» punita in modo assai più severo: tutto ciò a dimostrazione di una valutazione legislativa di maggiore disvalore dell'indebita compensazione rispetto al tertium comparationis; che il recente provvedimento legislativo di riforma ha modificato, altresì, i rapporti tra il delitto di indebita compensazione e quelli di infedele e di omessa dichiarazione; che la pena prevista per l'indebita compensazione concernente crediti inesistenti è divenuta, infatti, più elevata, sia nel minimo che nel massimo, di quella del delitto di dichiarazione infedele (reclusione da uno a tre anni) e più elevata, altresì, nel massimo, anche di quella del delitto di omessa dichiarazione (reclusione da un anno e sei mesi a quattro anni, a seguito dell'aumento operato dall'art. 5 del d.lgs.