[ddlpres]

Modifiche alla legge 26 luglio 1975, n.354, in materia di divieto di concessione di benefici penitenziari e di regime penitenziario. Onorevoli Senatori. -- Il presente disegno di legge interviene sull'articolo 4- bis della legge 26 luglio 1975, n. 354, sull'ordinamento penitenziario, il quale, introdotto nell'ambito della legislazione «emergenziale» degli anni Novanta, costituisce ancora oggi, nonostante i ripetuti interventi correttivi della Consulta, un evidente vulnus ai principi ispiratori del nostro ordinamento. In un sistema originariamente ispirato ai principi della flessibilità della pena in fase esecutiva, si è inserita negli anni Novanta, sulla spinta emotiva connessa ai fenomeni dello stragismo mafioso e in particolare quale muscolare risposta dello Stato alla guerra dichiarata da Cosa Nostra con le stragi di Capaci, Via d'Amelio, e poi le bombe di Milano, Roma e Firenze, una nuova strategia differenziata per affrontare la criminalità organizzata. In particolare il decreto-legge 13 maggio 1991, n. 152, convertito, con modificazioni, dalla legge 12 luglio 1991, n. 203, recante provvedimenti in tema di lotta alla criminalità organizzata, prima, e il decreto-legge 8 giugno 1992, n. 306, convertito, con modificazioni, dalla legge 7 agosto 1992, n. 356, in tema di criminalità mafiosa, poi, hanno previsto un difficilissimo percorso di accesso alle misure alternative per gli autori di determinati crimini, sia attraverso irrigidimenti di pena, sia attraverso complicate procedure amministrative di verifica dell’attualità di collegamenti con la criminalità organizzata a cui si aggiunge un regime penitenziario estremamente rigido per i detenuti ritenuti dal punto di vista criminale particolarmente pericolosi. I suddetti decreti-legge hanno altresì introdotto una deroga a tale percorso di accesso alle misure alternative per i collaboratori di giustizia. Nel nostro sistema pertanto coesistono l'ergastolo ordinario e quello ostativo ai benefici. Il primo concede al condannato la possibilità di usufruire di permessi premio, semilibertà o liberazione condizionale. Il secondo, al contrario, nega fin dalla sentenza e in modo perpetuo ogni vantaggio penitenziario. Nessuna redenzione, nessuna possibilità che la pena carceraria finisca o si muti in pene alternative. Come ha rilevato lo stesso Adriano Sofri in un articolo uscito il 24 settembre 2012, sulle pagine de la Repubblica , la presenza di «uomini ombra», come si autodefiniscono i condannati all'ergastolo ostativo, è «per i più una notizia, lo è tanto più perché contraddice quel luogo comune così spesso e disinvoltamente ripetuto secondo cui "l'ergastolo in Italia non esiste", "dopo un po’ di anni escono tutti"». L'ergastolo ostativo è la pena prevista per tutti gli imputati condannati per associazione mafiosa o per reati assimilabili, cioè favoriti dall'ambiente mafiogeno. Una definizione rivelatasi ambigua. In Italia ci sono più di cento ergastolani che hanno alle spalle più di ventisei anni di detenzione, il limite previsto per accedere alla libertà condizionale. La metà di questi ha superato addirittura trent'anni di detenzione. Ma non tutti questi reclusi sono «mafiosi» cosi come li intendiamo di solito. Per effetto di alcune norme anche ammettere la propria colpa, ma tacere le responsabilità altrui, è causa di ergastolo perenne. Gli «ostativi», dunque, sono colpevoli due volte: per aver commesso un reato e per non aver cooperato alle indagini. Alle volte la scelta di collaborare o no con la giustizia può non dipendere esclusivamente dall'individuo: ci sono detenuti che tacciono perché questo potrebbe significare mettere a repentaglio la vita dei loro cari, oppure perché non hanno modo di collaborare, non hanno informazioni, o altro. Nei confronti di tale nuovo ordinamento dell'esecuzione penale differenziata non sono mancati occasioni di polemiche e di numerose critiche. Tale sistema «binario» oltre a porsi in evidente contrasto con il principio di uguaglianza di cui all'articolo 3 della Costituzione, nella parte in cui discrimina di fatto i vari detenuti, viola l'articolo 27, terzo comma, della Costituzione che impone alla pena di orientarsi alla rieducazione del reo. La funzione rieducativa esige che si assicuri all'esecuzione della pena una certa flessibilità e quindi consentendo a tutti i condannati di accedere alle misure alternative alla detenzione. Il sistema vigente, rigidamente ancorato alla tipologia del delitto commesso e che non tiene conto della eventuale positiva evoluzione della personalità del reo, mal si concilia con il dettato costituzionale. Un'ulteriore critica si incentrava sull'affidamento all'autorità amministrativa di una responsabilità che sembrava priva di controllo giurisdizionale. Indubbia negativa centralità riveste, in tale sistema, l'articolo 4- bis , il quale, sostanzialmente voluto per colpire i responsabili del reato di cui all'articolo 416- bis del codice penale, trova applicazione oggi anche per i reati di cui all'articolo 630 del codice penale e 74 del testo unico delle leggi in materia di disciplina degli stupefacenti e sostanze psicotrope, di cui al decreto del Presidente della Repubblica 9 ottobre 1990, n. 309. Tale norma stabilisce che non possano essere concessi benefici (fatta eccezione per la liberazione anticipata) ai responsabili dei sopraddetti primi tre reati (successivamente divenuti quattro), nonché di quelli commessi avvalendosi delle condizioni previste dall'articolo 416- bis del codice penale, in assenza di collaborazione con la giustizia a norma dell'articolo 58- ter della legge 26 luglio 1975, n. 354. Ebbene questa normativa restrittiva oltre a violare i principi costituzionali d'uguaglianza, di divieto di violenza morale nei confronti dei detenuti e di funzione rieducativa della pena, si pone in contrasto anche con l'articolo 7 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali, di cui alla legge 4 agosto 1955, n. 848, il quale vieta che siano inflitte pene più gravi a quelle previste dalla legge vigente. Le norme restrittive infatti hanno aggravato, nella realtà della loro applicazione, le pene già pesantemente inflitte dai giudici di cognizione. Esse sono giunte addirittura a stabilire per legge che un condannato non possa redimersi ed essere pronto per un processo di reinserimento sociale, prima del tempo sancito dalla sentenza di condanna. A ciò si aggiunga che l'articolo 4- bis si configura come norma di «privilegio», nella parte in cui prevede di fatto un ulteriore premio a favore dei «pentiti», difficilmente compatibile con la nuova disciplina legislativa sul pentitismo incentrata sul ridimensionamento dell'apporto «costruttivo» degli stessi. La disciplina normativa manifesta risvolti particolari e drammatici nel caso di condanna all'ergastolo: si verrebbe infatti a configurare l'unica ipotesi, nell'ordinamento penale vigente, in cui l'ergastolo risulterebbe insuscettibile di permettere non soltanto il fine pena, ma addirittura qualsiasi mutamento del regime di esecuzione.