[pronunce]

che la questione così come prospettata è manifestamente inammissibile, in quanto l'intervento additivo sollecitato dal Tribunale remittente è sostanzialmente volto – senza, peraltro, indicare lo strumento processuale idoneo allo scopo – alla introduzione nel sistema di giustizia amministrativa di forme di coordinamento tra i due rimedi in esame, quello straordinario proposto avverso l'atto presupposto e quello giurisdizionale mosso nei confronti dell'atto applicativo, nei casi in cui vengano in rilievo atti legati da nesso di presupposizione, connessione o collegamento, attivabili, tra l'altro, mediante l'esercizio di poteri d'ufficio da parte del giudice; che le concrete modalità di coordinamento tra i due rimedi potrebbero essere plurime e rispondere a finalità divergenti, così come diversi potrebbero essere i presupposti e le condizioni in grado di giustificare il trasferimento ipotizzato dal giudice a quo, senza che nessuna di esse possa considerarsi costituzionalmente obbligata; che la stessa previsione di poteri da esercitarsi d'ufficio, essendo fondata sul convincimento che dovrebbe essere comunque attribuita al rimedio giurisdizionale una preferenza sul ricorso straordinario, comporterebbe una incidenza sul sistema complessivo di disciplina dei rapporti tra i due rimedi; che, pertanto, la soluzione, come prospettata dal giudice rimettente, richiederebbe per i motivi ora esposti, il necessario intervento del legislatore, il quale, nell'esercizio della sua discrezionalità, dovrebbe optare eventualmente per una piuttosto che per un'altra forma di coordinamento, identificandone condizioni e presupposti, mediante una disciplina che può spingersi sino ad una completa rivisitazione del ricorso straordinario e dei suoi rapporti con il rimedio giurisdizionale (cfr. sentenza n. 298 del 1986); che, in definitiva, dovendosi necessariamente riconoscere la sussistenza di spazi di valutazione normativa caratterizzati da una elevata discrezionalità legislativa, la questione sollevata si risolverebbe nella richiesta di un adeguamento a Costituzione che si presenta non a rime obbligate, con conseguente manifesta inammissibilità della stessa. Visti gli artt. 26, secondo comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87, e 9, comma 2, delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale.. . per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE dichiara la manifesta inammissibilità della questione di legittimità costituzionale degli artt. 8 e 10 del decreto del Presidente della Repubblica 24 novembre 1971, n. 1199 (Semplificazione dei procedimenti in materia di ricorsi amministrativi), sollevata, in riferimento agli artt. 3, 24, 97, 98 e 113 della Costituzione, dal Tribunale amministrativo regionale per l'Emilia-Romagna con l'ordinanza indicata in epigrafe. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 6 dicembre 2006. F.to: Franco BILE, Presidente Alfonso QUARANTA, Redattore Giuseppe DI PAOLA, Cancelliere Depositata in Cancelleria il 19 dicembre 2006. Il Direttore della Cancelleria F.to: DI PAOLA