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La legittimazione popolare e la stabilità devono essere perseguite non tanto con dispositivi volti a realizzare la preposizione diretta da parte dell'elettorato alle cariche politiche di vertice, quanto attraverso gli strumenti del governo parlamentare di partito. Personalizzazione della politica e soggettività collettiva devono essere perseguite spezzando la spirale perversa dei «partiti personali» per veicolare in partiti stabilmente organizzati e strutturati e, al tempo stesso, aperti alla partecipazione. La scelta deve dunque orientarsi verso un sistema che persegua legittimazione democratica e stabilità di governo promuovendo e non svuotando i partiti politici organizzati. Un terzo obiettivo deve muovere da un dato reale del sistema partitico italiano attuale, per accompagnarne l'evoluzione virtuosa, senza né ignorarlo, né tendere illusoriamente a sopprimerlo: il pluralismo delle coalizioni e nelle coalizioni. Una razionalizzazione dell'offerta politica deve favorire il superamento delle formazioni politiche «artificiali», ma non semplicemente espellere dalla rappresentanza pezzi significativi della cultura politica italiana. È in questo già complesso quadro di obiettivi che va inserita l'esigenza di superare, o quantomeno di attenuare, il deficit democratico che caratterizza l'attuale sistema elettorale. Il rilancio del ruolo dei partiti in un'ottica di legittimazione delle coalizioni e di stabilità dell'azione di governo (e di quella di opposizione) non deve condurre ad accettare un sistema elettorale come quello attuale, che riduce il voto ad un plebiscito sul Presidente del Consiglio dei ministri. Le esperienze democratiche più avanzate in Europa (ad esempio Gran Bretagna e Germania) dimostrano che esistono strumenti e tecniche per coniugare la democrazia dei partiti con la legittimazione e con la stabilità dei Governi e con il controllo democratico degli elettori sui candidati di partito. Ciò significa ridare senso al voto come atto di scelta dei deputati non contro, ma dentro i partiti. È in questa prospettiva che va presa in esame l'ipotesi di democratizzare il sistema elettorale mediante la reintroduzione del voto di preferenza. Questa opzione ha senza dubbio il merito di restituire all'elettore un controllo sulle candidature deliberate dalle segreterie di partito, ma essa presenta non pochi inconvenienti. In un contesto di organizzazioni di partito relativamente fragili e da ricostruire e di accentuata personalizzazione politica, le preferenze rischiano di produrre un doppio effetto negativo: quello di scatenare la competizione intrapartitica -- già ben visibile nelle elezioni regionali -- riducendo la già scarsa coesione delle formazioni politiche e quello di far lievitare enormemente le spese delle campagne elettorali e quindi i costi (nascosti, dunque intrinsecamente illeciti) della politica. Per questo motivo pare preferibile riprendere il modello alternativo di valorizzazione del ruolo dell'elettore: il collegio uninominale. A questo sistema la democrazia italiana si andava gradualmente acclimatando quando -- nel 2005 -- le relative dinamiche sono state interrotte dalla legge elettorale vigente. Il collegio uninominale è invece il luogo nel quale il partito assume il volto concreto di un candidato, che diventa la «faccia» della coalizione e del programma in uno specifico contesto. Un volto «visibile» che l'elettore è chiamato a giudicare insieme alla proposta politica di scala nazionale e al suo contenuto. Un sistema elettorale basato solo su collegi uninominali maggioritari -- sia a turno unico che a doppio turno -- se presenta il vantaggio della semplicità e della semplificazione della rappresentanza e del rapporto, che esso crea, tra gli elettori e il deputato del loro territorio, presenta peraltro non pochi svantaggi. Il principale di questi è il rilevante effetto distorsivo che esso produce riguardo alla configurazione della rappresentanza. Nell'attuale fase storica esso presenta inoltre il rischio -- ben noto in Canada ed in India -- dell'eccessiva localizzazione della rappresentanza, al punto che esso potrebbe produrre un Parlamento di partiti politici territoriali (magari con una corposa Lega Sud accanto alla già esistente Lega Nord) e un Parlamento in cui i partiti non maggioritari in una data parte del Paese (si pensi al Partito Democratico in Sicilia o al Popolo della Libertà in Emilia-Romagna) potrebbero essere privati della rappresentanza di essa. Occorre allora combinare le candidature di collegio con quelle di partito, in modo da rafforzare il rapporto tra eletti ed elettori ma senza correre il rischio di localizzare troppo la rappresentanza stessa. Il sistema elettorale che si intende introdurre con il presente disegno di legge combina, per raggiungere gli obiettivi esposti, una percentuale di seggi attribuiti mediante tre diversi «canali», per quanto riguarda il sistema elettorale della Camera dei deputati: a) collegi uninominali; b) una quota proporzionale distribuita su base circoscrizionale; c) una quota nazionale di compensazione. L'elettore dispone di una sola scheda, su cui vota solo per un candidato (di partito) in collegi uninominali e, dunque, automaticamente anche per la lista circoscrizionale presentata dal medesimo partito. Il 70 per cento dei 618 seggi da distribuire in Italia (pari, pertanto, a 433) è eletto in collegi uninominali maggioritari. Nei collegi uninominali sono presentate candidature individuali. È eletto al primo turno il candidato che ottiene la metà più uno dei voti validamente espressi, altrimenti si dà luogo a un secondo turno aperto a tutti i candidati che abbiano ottenuto almeno il 10 per cento dei voti degli aventi diritto al primo turno. Nel secondo turno è eletto il candidato che ottiene il maggior numero di voti. Il 28 per cento dei seggi -- pari a 173 seggi -- è invece attribuito con metodo proporzionale su base circoscrizionale, secondo le attuali 26 circoscrizioni regionali o pluriprovinciali. In ogni circoscrizione, ciascun partito ha un numero di voti pari al totale dei voti ottenuti dal candidato di quel partito nel collegio uninominale, sulla base del primo turno elettorale. Da tale somma sono detratti, per ciascun partito, i voti ottenuti al primo turno dai candidati eletti nei collegi uninominali, sia che l'elezione abbia avuto luogo al primo turno, sia che abbia avuto luogo al secondo turno. Il riparto dei seggi avviene in ragione proporzionale, esclusivamente su base circoscrizionale, con metodo del quoziente corretto a +1 (variante Droop o Hagenbach-Bishoff) I restanti seggi (circa il 2 per cento, pari cioè a 12) più gli eventuali seggi non attribuiti a livello circoscrizionale sono attribuiti mediante una quota nazionale di compensazione, composta da una lista di nominativi in ordine alternato e con parità di genere. I voti delle liste nazionali sono calcolati sommando i voti ottenuti dai candidati nei collegi uninominali al primo turno, alla condizione che non siano stati eletti e che i voti non siano stati impiegati per l'elezione di candidati nei collegi circoscrizionali. Per quanto riguarda il sistema elettorale per l'elezione dei membri del Senato della Repubblica si è ritenuto più rispondente alla lettera e allo spirito dell'articolo 57 della Costituzione, il quale stabilisce che i suoi membri vengano eletti «su base regionale», prevedere solamente due canali: