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Misure fiscali a favore della decarbonizzazione e di sostegno alle energie rinnovabili. Onorevoli Senatori . – La crescente esigenza di tutelare l'ambiente e la salute pubblica rende necessaria l'introduzione di misure, sempre più stringenti, volte a limitare e disciplinare i crescenti effetti distorsivi dei processi di trasformazione industriale. La teoria economica considera tali effetti come esternalità negative che incidono, direttamente o indirettamente, sui diversi attori economici e sociali coinvolti. Tali esternalità negative si traducono in costi socio-ambientali e sanitari che gravano sulla collettività. In questi termini, tali costi non concorrono al calcolo di convenienza economica, in quanto trattasi di oneri figurativi non iscrivibili nei modelli contabili di determinazione del reddito delle imprese. Queste esternalità hanno, quindi, un duplice effetto, da un lato, producono inevitabili inefficienze nell'utilizzo delle risorse pubbliche primarie (quali acqua, aria, terra, eccetera), dall'altro rappresentano un rilevante ostacolo alla ricerca scientifica e al progresso tecnologico. A tutela dell'ambiente e della salute pubblica, così come per evitare possibili aggravi della spesa pubblica, si rende necessario scoraggiare l'utilizzo di risorse inquinanti e, peraltro, favorire l'utilizzo di risorse rinnovabili o a basso impatto sociale, ambientale e sanitario. Il tipico strumento attraverso cui l'azione pubblica può internalizzare le esternalità negative e favorire i processi di un'economia sostenibile e circolare è rappresentato dall'istituzione di una tassa cosiddetta « pigouviana ». In campo ambientale, l'introduzione di un costo fiscale, oltre a rispondere al principio che « chi inquina paga », costituisce un forte stimolo a creare una maggiore efficienza economica nell'utilizzo delle risorse, stimola i cambiamenti dei processi produttivi a favore delle energie rinnovabili, apporta indubitabili vantaggi socio-ambientali per le generazioni presenti e future. Per tale ragione, la teoria economica usa l'espressione di « duplice dividendo » in relazione ai benefici garantiti dall'applicazione del carico fiscale per contrastare le esternalità negative delle imprese e favorire l'avanzamento tecnologico. In Europa, i Paesi che per primi hanno introdotto tasse per scoraggiare l'utilizzo di risorse inquinanti sono state: Finlandia (1990), Svezia (1990), Norvegia (1991) e Danimarca (1992). Questa tendenza è stata seguita dai Paesi Bassi (1996), Slovenia (1997), Germania (1998) e Regno Unito (2000). Mentre quest'ultimo ha introdotto una vera e propria « climate change levy » sui combustibili fossili, la Germania ha scelto di aumentare le tasse sull'energia come parte di una « riforma fiscale ambientale ». Svizzera e Irlanda si sono, invece, aggiunte rispettivamente nel 2008 e 2010. In molti di questi Stati, a fronte dell'aggravio di tassazione, sono state introdotte riduzioni delle imposte sul reddito per favorire la riconversione industriale e l'impiego delle fonti energetiche rinnovabili. Sull'argomento, la Commissione europea ha più volte raccomandato misure volte a favorire l'utilizzo di strumenti di mercato di natura fiscale per limitare o eliminare le esternalità ambientali. In ossequio a tale obiettivo è stata emanata la direttiva 2003/96/CE del Consiglio, del 27 ottobre 2003, che ha ridefinito il quadro europeo relativo alla tassazione dei prodotti energetici e dell'elettricità. Il legislatore italiano, tuttavia, nel recepire tale direttiva, ha ritenuto di escludere dal campo di applicazione del testo unico sulle accise alcune materie prime utilizzate nei processi industriali, tra i quali il carbone. Per tale ragione, nel Country Specific Reccomendations dell'Unione europea del 2015, si legge che in Italia « rimangono lettera morta la revisione dell'imposizione ambientale e l'eliminazione delle sovvenzioni dannose per l'ambiente. L'Italia ha istituito un comitato per la fiscalità ambientale. Questi diversi aspetti sono contemplati dalla legge delega di riforma fiscale, la cui attuazione è stata tuttavia rimandata per l'assenza di decreti legislativi attuativi ». Inoltre, la recente direttiva (UE) 2018/410 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 14 marzo 2018, nello stabilire il funzionamento dell' Emissions Trading System europeo (EU-ETS), oltre a prevedere una riduzione entro il 2030 delle emissioni di gas serra annuali nel territorio dell'Unione europea di almeno il 40 per cento rispetto ai livelli del 1990 e del 43 per cento rispetto al 2005 nei settori interessati dal sistema ETS, ha confermato strumenti alterativi a quello fiscale, di natura economica, per contrastare le emissioni degli inquinanti. Tali strumenti sono connessi ai prezzi di concessione o di scambio dei permessi d'inquinamento, noti come cap-and trade, determinabili sul mercato in base alla semplice regola di mercato della domanda e dell'offerta. Tale diverso approccio di tutela ambientale, però, si è rivelato inefficace e ha incontrato difficoltà politico-istituzionali di funzionamento, imputabili: – alla scarsa capacità di trasferibilità delle quote d'inquinamento; – ai possibili vincoli territoriali (di natura occupazionale, strategica, eccetera) dei processi produttivi che ne rendono difficile la stessa trasmissibilità; – alla scarsa utilizzazione del sistema delle aste per l'affidamento di tali quote di inquinamento consentite. Tutto ciò ha reso irrisori i prezzi delle concessioni di inquinanti anche a causa delle cosiddette « riserve di mercato » che gli Stati si sono riservati di mantenere per calmierare il giusto equilibrio della domanda e dell'offerta. Conseguentemente, la misura di ridurre le emissioni con altri strumenti diversi da quello fiscale, di fatto, è risultata inefficace, tanto più che non ha favorito investimenti in tecnologie verdi a minore emissione di CO 2 . In ogni caso, la carbon tax e i prezzi di scambio dei permessi di inquinamento non vanno visti come strumenti alternativi per ridurre le emissioni di inquinanti, ma complementari, come in molte realtà sta già avvenendo o presto avverrà. Con il presente disegno di legge si intende in maniera efficace e immediata contribuire a raggiungere l'obiettivo di ridurre l'emissione dei gas serra modificando il testo unico delle accise e introducendo una tassa indiretta sul carbone. Questo strumento, rispetto all'inefficace sistema delle concessioni, avrebbe anche il vantaggio di consentire alle stesse imprese, tenuto conto della certezza del costo fiscale, di meglio pianificare strategie e investimenti in tecnologie a basso contenuto di carbonio, scongiurando la volatilità dei prezzi che si potrebbero verificare nei meccanismi di scambio dei permessi di inquinamento. L'introduzione di questa disposizione, volta a produrre inevitabili effetti finanziari tipici di una tassa, oltre a consentire una migliore efficienza produttiva, mira a favorire obiettivi di economia eco-sostenibile e risparmi di spesa pubblica grazie alla conseguente riduzione di esternalità negative.