[pronunce]

3.2.- Ciò precisato, la Regione deduce in primo luogo l'inammissibilità della questione per erronea e incoerente indicazione delle disposizioni impugnate, in quanto l'art. 87, comma 1, lettera h), regolerebbe l'attribuzione di seggi al primo turno elettorale, mentre la sua applicazione al secondo turno deriverebbe dall'art. 87, comma 3. Tale norma, a sua volta, rinvia al censurato art. 87, comma 1, lettera h). Tuttavia, secondo la Regione, ciò non renderebbe affatto indifferente l'individuazione della disposizione oggetto del giudizio, in quanto nessun dubbio di costituzionalità potrebbe essere sollevato sul medesimo art. 87, comma 1, lettera h). Esso, infatti, presupponendo che al primo turno un candidato sindaco e le liste ad esso collegate abbiano ottenuto più del 50 per cento dei voti validi, già prevederebbe l'esistenza di una soglia minima ai fini dell'attribuzione del premio. Di conseguenza, la questione di legittimità avrebbe ad oggetto una norma esente da dubbi di costituzionalità, mentre non considererebbe affatto la norma - relativa al ballottaggio - realmente applicata, la quale rinvia bensì alla prima, ma richiede di considerare altresì la cifra elettorale delle liste «apparentate» dopo il primo turno. Secondo la Regione, inoltre, il TRGA Trento avrebbe dovuto censurare anche l'art. 70, comma 9, del d.P.Reg. n. 1/L del 2005, in base al quale «I seggi assegnati al consiglio sono attribuiti alle liste in proporzione ai voti conseguiti nel primo turno elettorale assicurando il 60 per cento dei seggi alla lista o alle liste collegate nell'unico o nel secondo turno con il sindaco eletto». Ciò confermerebbe l'inammissibilità della questione, perché il TRGA censura una determinata norma, ma impugna una sola delle disposizioni che la esprimono. 3.3.- La Regione deduce un secondo profilo di inammissibilità relativo all'omessa considerazione della normativa applicabile in caso di accoglimento e all'ininfluenza dell'eventuale accoglimento sull'esito del giudizio. Viene ribadito che l'art. 70, comma 9, del d.P.Reg. n. 1/L del 2005, conduce allo stesso esito della norma impugnata. Né, ad avviso della Regione, il richiamato art. 70, comma 9, potrebbe essere annullato in via consequenziale, in quanto avrebbe dovuto essere autonomamente contestato. Sarebbe pertanto dubbio che l'accoglimento della questione incida sull'esito del giudizio a quo. 3.4.- La Regione, infine, deduce l'inammissibilità della questione per incostituzionalità della normativa applicabile in caso di accoglimento. Ove si eliminasse la disposizione che assegna alla coalizione vincente al primo o al secondo turno il premio di maggioranza, infatti, i seggi andrebbero assegnati alle liste in base ad un sistema rigidamente proporzionale. Sicché, mentre in caso di elezione al primo turno, le liste collegate al sindaco avrebbero pur sempre la maggioranza dei seggi, in quanto la loro cifra elettorale coinciderebbe con quella del sindaco, in caso di elezione del sindaco al secondo turno, esse avrebbero la minoranza dei seggi, dato che verrebbe considerata la cifra elettorale del primo turno, la quale - per definizione - sarebbe inferiore al 50 per cento dei voti. Un simile risultato, ad avviso della Regione, disattenderebbe il senso stesso del voto, in quanto la scelta maggioritaria del corpo elettorale al ballottaggio non si tradurrebbe in una reale maggioranza di governo. Ne risulterebbe l'irragionevolezza di una disciplina che contemplasse l'elezione congiunta di sindaco e consiglieri, senza possibilità di voto disgiunto, ma poi non facesse corrispondere alla maggioranza del voto in sede di ballottaggio una maggioranza consiliare. L'omessa considerazione della normativa di risulta, dunque, si tradurrebbe in un ulteriore profilo di inammissibilità della questione. 4.- Nel merito, la Regione contesta, in primo luogo, che la normativa statale oggetto della sentenza di questa Corte n. 1 del 2014, richiamata dal rimettente, sia sovrapponibile a quella regionale oggetto di censura. Quella normativa, infatti, si riferirebbe al Parlamento, questa ai Comuni; quella ad elezioni delle sole assemblee legislative, questa all'elezione contestuale dell'esecutivo e del consiglio; quella a un'elezione al primo turno, questa al turno di ballottaggio. Ad avviso della Regione, la radicale differenza tra le due discipline sarebbe stata confermata dal Consiglio di Stato allorché, nella sentenza n. 4680 del 2013, ha ritenuto manifestamente infondata la questione di costituzionalità dell'art. 73, comma 10, secondo periodo, del decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267 (Testo unico delle leggi sull'ordinamento degli enti locali), ossia della norma statale che prevede un meccanismo di assegnazione di seggi analogo a quello oggetto del presente giudizio. In quell'occasione, il Consiglio di Stato ha respinto l'assimilazione con le questioni di costituzionalità relative alla legge 21 dicembre 2005, n. 270 (Modifiche alle norme per l'elezione della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica), osservando, tra l'altro, come i premi di maggioranza previsti per le elezioni politiche riguardino sistemi elettorali a turno unico e siano caratterizzati da schemi non raffrontabili con i sistemi a doppio turno, come quello per l'elezione del sindaco e del consiglio comunale. Pertanto, secondo la Regione, la tesi del TRGA sarebbe infondata perché, altrimenti, ne sarebbe derivata anche l'illegittimità della norma del testo unico degli enti locali, ma il Consiglio di Stato ha negato una simile eventualità. 4.1.- Né la censura relativa all'assenza di una soglia minima di voti per l'attribuzione del premio sarebbe congrua rispetto alla legge regionale. Ad avviso della Regione, infatti, l'elettore, in sede di ballottaggio, disporrebbe di un voto solo e sceglierebbe il "pacchetto" sindaco-liste collegate di suo gradimento. Poiché risultano vincitori il sindaco e le liste collegate che riportano più del 50 per cento dei voti, non sarebbe necessaria una specifica e ulteriore soglia minima. D'altra parte, secondo la Regione, l'intera disciplina regionale sarebbe sorretta da una ratio unitaria e ragionevole, volta ad assicurare una maggioranza di seggi ad un sindaco sostenuto da una reale maggioranza di elettori, attraverso il divieto di voto disgiunto e l'elezione di colui che superi il 50 per cento dei voti validi al primo o al secondo turno. 4.2.- L'infondatezza della questione risulterebbe anche dalla sentenza n. 107 del 1996, nella quale la Corte ha affermato come, ove esista un collegamento tra candidato a sindaco e liste e non sia possibile il voto disgiunto, sia del tutto logico che la maggioranza assoluta dei voti dati ad un candidato sindaco implichi un premio di maggioranza per le liste ad esso collegate.