[resaula]

con le sentenze 21 marzo 2013, n. 2907/2013 e n. 2908/2013, pronunciate dalla sezione I- bis del TAR Lazio, i ricorrenti (militari delle forze armate, inclusa l'Arma dei Carabinieri) hanno ottenuto il riconoscimento dell'obbligo per le amministrazioni resistenti di concludere, mediante l'emanazione di un provvedimento espresso, il procedimento amministrativo concernente l'introduzione della previdenza complementare; dallo stesso TAR Lazio è stato poi nominato un commissario ad acta , al quale è stato riconosciuto l'onere, ritenuto indispensabile, «di attivare i procedimenti negoziali interessando allo scopo le organizzazioni sindacali maggiormente rappresentative ed i Consigli Centrali di Rappresentanza, senza tralasciare di diffidare il Ministro della Pubblica Amministrazione e la Semplificazione ad avviare le procedure di concertazione/contrattazione per l'intero Comparto Difesa e Sicurezza»; nonostante ciò, a distanza di ben ventuno anni dall'entrata in vigore della legge n. 448 del 1998, non sono state ancora avviate le procedure di negoziazione e concertazione per "la definizione del trattamento di fine rapporto e l'avvio della previdenza complementare", contrariamente a quanto già realizzato per altri settori della Pubblica Amministrazione; non è più procrastinabile un'attivazione della previdenza complementare nel comparto difesa, sicurezza e soccorso pubblico, volta ad accrescere gli assegni pensionistici nei confronti dei lavoratori, le cui prestazioni verranno calcolate con il sistema contributivo e che quindi percepiranno meno rispetto agli altri lavoratori del pubblico impiego, impegna il Governo: 1) a stanziare nella prossima legge di bilancio per il 2020 le necessarie risorse da destinare all'avvio della previdenza complementare negoziale per il Comparto difesa e sicurezza ai sensi della legge n. 448 del 1998, così da equiparare il personale militare al resto dei dipendenti pubblici; 2) a prevedere, nelle more dell'individuazione di risorse pubbliche, la creazione di un fondo collettivo non negoziale, evitando la dispersione dei singoli verso forme di previdenza diversificate e con scopo di lucro; 3) ad assumere iniziative di competenza, anche di carattere normativo, in ottemperanza alle disposizioni di cui all'articolo 24, comma 28, della legge 22 dicembre 2011, n. 214 (cosiddetta legge Fornero), finalizzate alla previsione di adeguate forme di decontribuzione parziale dell'aliquota contributiva obbligatoria agli enti previdenziali da devolvere verso schemi previdenziali integrativi, in particolare a favore delle giovani generazioni; 4) a prevedere meccanismi di adesione contrattuale all'interno di singoli contratti di lavoro. Come chiarito da Covip, infatti, l'adesione contrattuale deriva da una previsione inserita nel CCNL, che introduce a favore di tutti i lavoratori dipendenti del settore di riferimento un contributo mensile, a carico del solo datore di lavoro, da versare al Fondo di previdenza complementare individuato nel contratto stesso; 5) a prevedere, nelle more dell'attivazione della previdenza complementare, anche per il comparto difesa, sicurezza e soccorso pubblico, benefici all'atto della cessazione del servizio; 6) a prevedere l'abolizione del meccanismo di opzione, ossia la possibilità di aderire a fondi pensione negoziali senza dover trasformare il proprio TFS in TFR. Interrogazioni con richiesta di risposta scritta Atto n. 4-02358 MANGIALAVORI Al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti Premesso che a quanto risulta all'interrogante: il porto di Vibo Valentia è caratterizzato da una doppia funzione: commerciale e turistica. Il porto è interessato da discreti flussi commerciali strettamente connessi alle attività produttive ed agli insediamenti industriali presenti sul territorio della provincia vibonese; il traffico commerciale in arrivo è costituito principalmente da carburanti e gas destinati ai depositi costieri ed agli stabilimenti presenti nella zona di Vibo Marina, mentre il traffico in partenza è rappresentato essenzialmente da prodotti industriali provenienti dalla limitrofa area industriale. Oltre alle attività commerciali, all'interno del porto esiste un rilevante movimento di imbarcazioni da diporto, che usufruiscono dei servizi essenziali, quali accoglienza e rifornimento di carburante. Tale movimento nel periodo estivo raggiunge elevati livelli di presenze e rappresenta un aspetto rilevante per il settore turistico provinciale; Vibo e le altre frazioni costiere pagano ancora oggi le scelte sbagliate o, peggio, le non scelte dei decenni passati. Un territorio dalle enormi potenzialità si è trovato penalizzato dall'assenza completa di attenzione e di interventi mirati alla costruzione di un progetto strategico in grado di definire in maniera concreta il futuro di questa importantissima porzione del territorio comunale; il vicepresidente della Giunta regionale, Francesco Russo, nella lettera inviata al Ministro in indirizzo ha ricordato che sui porti di Vibo Valentia e Reggio Calabria lo Stato, a norma del decreto legislativo n. 112 del 1998, esercita le funzioni amministrative in via esclusiva. Si tratta di porti che sono ricompresi nel disegno delle Autorità di sistema portuale delineato dalla riforma del 2016 che, ad oggi, rimane inattuata solo per i porti della Calabria; le esigenze di intervento infrastrutturale in questi porti non sono state concretamente prese in considerazione all'atto della redazione dei piani triennali ministeriali delle opere marittime e dunque permangono tali e quali oramai da diversi anni senza alcun finanziamento ministeriale; a fronte di questa inspiegabile inerzia, la Regione Calabria ha messo a disposizione risorse del Patto per la Calabria per circa 25 milioni di euro. Malgrado l'accordo stipulato tra le parti interessate nel luglio del 2018, il Ministero continua a tenere bloccate risorse, di provenienza regionale, di fondamentale importanza per i due scali, si chiede di sapere quali iniziative intenda intraprendere il Ministro in indirizzo affinché i fondi per i porti di Reggio Calabria e Vibo Valentia siano sbloccati nel più breve tempo possibile. Atto n. 4-02359 BINETTI Al Ministro della salute Premesso che: la legge n. 134 del 2015 sull'autismo approvata in via definitiva il 5 agosto del 2015 recita nel suo titolo "Disposizioni in materia di diagnosi, cura e abilitazione delle persone con disturbi dello spettro autistico e di assistenza alle famiglie". Con questa legge viene sancito l'obbligo del Servizio sanitario nazionale di offrire alle persone con autismo gli interventi che nei Paesi avanzati vengono da tempo forniti gratuitamente, in collaborazione con i servizi sociali, con la scuola e la famiglia; la legge "quadro" avrebbe dovuto dare forza e unitarietà agli altri provvedimenti: le nuove linee guida, di cui è stato dato mandato all'Istituto superiore di Sanità e i livelli essenziali di assistenza, che includono interventi specifici per la condizione autistica. La legge avrebbe dovuto costituire il tassello mancante a completare la normativa necessaria per assicurare alle persone con autismo il diritto soggettivo all'assistenza sanitaria e sociosanitaria. I LEA dovrebbero finanziare la spesa relativa alle Regioni che devono razionalizzare la spesa concentrandola su interventi di provata efficacia;