[pronunce]

fase nella quale - ad avviso del rimettente - il giudice potrebbe viceversa, tramite il "meccanismo di salvaguardia" prefigurato dall'art. 500, comma 4, cod. proc. pen. , fondare, coeteris paribus, l'affermazione di responsabilità dell'imputato sulle sole dichiarazioni accusatorie iniziali del soggetto "intimidito", ancorché non corroborate dai "riscontri" richiesti dall'art. 192, commi 3 e 4, cod. proc. pen; che - a prescindere da ogni rilievo circa la validità dell'assunto del rimettente, secondo cui nel procedimento a quo il dichiarante-persona offesa andrebbe qualificato come indagato di reato collegato (favoreggiamento personale), per il sol fatto di aver reso alla polizia giudiziaria due versioni contrastanti dei fatti (una accusatoria, reputata attendibile, e una successiva "liberatoria", viceversa "inverosimile"), indipendentemente dalla assunzione effettiva (e non meramente potenziale) della suddetta "qualità" personale - si deve peraltro osservare come, nel formulare l'anzidetta censura, il rimettente attribuisca alla previsione dell'art. 500, comma 4, cod. proc. pen. (come sostituito dall'art. 14 della legge 1 marzo 2001, n. 63) un significato inesatto, confondendo in sostanza i due profili dell'acquisizione e della valutazione della prova; che la disposizione da ultimo citata - consentendo di acquisire al fascicolo del dibattimento e di utilizzare come prova dei fatti le dichiarazioni precedentemente rese dalla persona esaminata, allorché vi siano elementi concreti per ritenere che essa sia stata sottoposta a violenza, minaccia, offerta o promessa di denaro o di altra utilità, affinché non renda dichiarazioni in dibattimento o dichiari il falso - rimuove, in effetti, lo sbarramento all'utilizzabilità dibattimentale di determinate dichiarazioni rese fuori del contraddittorio delle parti: e lo rimuove - in attuazione all'art. 111, quinto comma, Cost., aggiunto dall'art. 1 della legge costituzionale 23 novembre 1999, n. 2 - a fronte della circostanza che il contraddittorio (quello genuino) non può nella contingenza instaurarsi, perché ostacolato da una condotta illecita; che ciò non significa affatto, tuttavia, che le dichiarazioni accusatorie acquisite in forza dell'art. 500, comma 4, cod. proc. pen. restino sottratte alle regole generali sulla valutazione della prova, beneficiando di una sorta di regime "privilegiato" di attendibilità; che al contrario - qualora, in base alla previsione normativa in parola, vengano acquisite dichiarazioni accusatorie rese da un imputato in procedimento connesso o di reato collegato ex art. 371, comma 2, lettera b), cod. proc. pen. (cfr. artt. 197-bis e 210, comma 5, cod. proc. pen.) - tali dichiarazioni restano pienamente soggette alla regola dettata dall'art. 192, commi 3 e 4, cod. proc. pen. , alla stregua della quale esse sono valutate "unitamente agli altri elementi di prova che ne confermano l'attendibilità", posto che la lettera e la ratio dell'art. 500, comma 4, cod. proc. pen. , non autorizzano una conclusione diversa; che, di conseguenza - mentre è evidente che il "meccanismo di recupero" di cui all'art. 500, comma 4, cod. proc. pen. , non viene, né può venire, in considerazione ai fini dell'adozione e del riesame delle misure cautelari personali nella fase delle indagini, potendo il giudice utilizzare, a tali fini, il materiale probatorio raccolto unilateralmente dal pubblico ministero, senza sbarramenti di sorta - non è riscontrabile, in realtà, alcuna disparità di trattamento tra fase delle indagini e dibattimento, in punto di valutazione delle dichiarazioni accusatorie rese dall'indagato in procedimento connesso o di reato collegato "coartato": restando ferma, in entrambi i casi, l'applicabilità della regola di valutazione de qua; che la questione va dichiarata dunque manifestamente infondata. Visti gli artt. 26, secondo comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87, e 9, secondo comma, delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale.. . per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE Dichiara la manifesta infondatezza della questione di legittimità costituzionale degli artt. 273, comma 1-bis e 192, commi 3 e 4, del codice di procedura penale, sollevata, in riferimento all'art. 3 della Costituzione, dal Tribunale di Catanzaro con l'ordinanza in epigrafe. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 10 luglio 2002. Il Presidente: Ruperto Il redattore: Flick Il cancelliere: Fruscella Depositata in Cancelleria il 25 luglio 2002. Il cancelliere: Fruscella