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Noi l'abbiamo fatto a tutti i livelli, perché lo abbiamo fatto come società civile italiana, a partire dal Comune di Bologna, che ha abbinato - questo è il messaggio importante - il caso di Patrick Zaki a quello di Regeni, a dimostrazione che non facciamo distinzione fra cittadini italiani e cittadini che vengono da storie diverse. (Applausi) . Per noi la battaglia dei diritti umani si fa a tutte le latitudini e la facciamo anche nei confronti dei Paesi amici, con cui c'è un lungo e consolidato rapporto. Quando c'è stato il caso di George Floyd, ucciso da un poliziotto americano, noi siamo intervenuti e l'abbiamo detto chiaramente: siamo un Paese amico degli Stati Uniti, ma allo stesso tempo - perché siamo amici e c'è un rapporto consolidato - ci sentiamo in dovere di denunciare quando alcuni dei diritti più elementari non vengono rispettati. È evidente e lo facciamo anche nei casi che, purtroppo, sono avvenuti all'interno delle caserme o delle carceri italiane. È una battaglia che dobbiamo fare a tutto campo. L'abbiamo fatto come società civile e l'abbiamo fatto nelle sedi europee. Ricordo il passaggio in Parlamento europeo quando abbiamo richiamato l'esigenza della liberazione di tutti gli attivisti che in Egitto manifestano per la libertà di espressione, per la libertà di stampa e di orientamento sessuale; tutte quelle libertà che sono scolpite nella nostra Costituzione e nella Carta europea dei diritti fondamentali. Lo abbiamo fatto alle Nazioni Unite il 12 marzo del 2021, quando insieme ad altri Paesi, Stati Uniti compresi, abbiamo richiamato la necessità di rilasciare tutti i prigionieri politici, tutti gli attivisti, coloro che si battono per i diritti umani in Egitto. E lo ha fatto - come richiamava prima - Marina Sereni in qualità di vice ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale, come ambasciata in Italia, seguendo passo passo la vicenda legale di Zaki e mandando un funzionario dell'ambasciata a seguire tutti i passaggi. Siamo mobilitati al massimo grado e a tutti i livelli. Perché anche la richiesta di cittadinanza? Come dicevo prima, ha assunto un valore simbolico la vicenda di Patrick Zaki e noi abbiamo voluto dire in maniera molto chiara che non facciamo distinzioni, a prescindere dalla cittadinanza. Allora, preannunciando la mia dichiarazione di voto, in cui esprimerò il voto favorevole delle donne e degli uomini del Partito Democratico, voglio fare due considerazioni: la prima è che questa deve essere una battaglia culturale, prima ancora che politica. Noi ci muoviamo in un quadrante complicato e difficile come quello del Mediterraneo orientale, dove è inevitabile mantenere canali di cooperazione con la Turchia e l'Egitto; un territorio fondamentale per la stabilità e la sicurezza dell'Europa e del nostro Paese, dove Turchia ed Egitto sono partner fondamentali nel lottare contro il terrorismo di matrice islamica e nel colpire il traffico di esseri umani e armi. Da questo punto di vista un canale di dialogo va tenuto aperto dal Governo. Allo stesso tempo questo non ci può e non ci deve impedire, soprattutto a livello parlamentare, di mettere in campo un'iniziativa molto forte a tutela dei diritti umani. È evidente che si scontra - come dicevo prima - quella dialettica complicata e difficile che noi viviamo giorno per giorno tra il rispetto della sovranità e delle scelte dei singoli Paesi e una battaglia universale come quella sui diritti umani, ma questo non ci deve far retrocedere. Abbiamo il dovere di andare avanti e fare questa battaglia soprattutto all'interno delle Aule parlamentari. C'è un cambiamento notevole rispetto al passato, in quanto la vittoria di Biden negli Stati Uniti apre una nuova fase nel Mediterraneo. Lo dico perché il rischio che alcune declamazioni sul rispetto dei diritti umani da parte dei Paesi europei finiscano per essere velleitarie è concreto e diciamocelo chiaramente senza ipocrisie. Avere gli Stati Uniti accanto è fondamentale e abbiamo visto il cambio di passo tra l'Amministrazione americana a guida Trump e quella a guida Biden: Trump impostava i rapporti, soprattutto a livello bilaterale, su logiche di forza, mentre con Biden si torna al metodo multilaterale e ciò è sicuramente un passo in avanti notevole. Il richiamo che il Presidente americano ha fatto alla comunità delle democrazie liberali aiuta a perimetrare il campo e avere alle spalle dell'Europa gli Stati Uniti che tornano così a garantire non solo la sicurezza internazionale, ma anche il rispetto di alcuni valori fondamentali delle democrazie liberali, come le libertà di espressione, di stampa e di orientamento sessuale, che sono scolpite nelle Costituzioni delle democrazie liberali. Da questo punto di vista, si tratta di un passo avanti notevole di cui dobbiamo approfittare. Le prime uscite di Biden nei confronti dell'Arabia Saudita - per esempio - e delle monarchie del Golfo, con lo stop e la sospensione di alcune forniture di armi perché impegnati a bombardare delle comunità dello Yemen senza standard minimi di rispetto dei diritti umani, la dicono lunga sul segnale che si è inteso lanciare, ossia che non ci sono più assegni in bianco per il Paese guidato da al-Sisi. Lo stesso Blinken, il nuovo segretario di Stato, è intervenuto in maniera molto chiara quando tre attivisti dell'organizzazione non governativa a cui aderisce Patrick Zaki avevano avuto l'ardire di incontrare 13 diplomatici europei (alla fine sono stati rilasciati). Blinken ha preso una posizione molto forte, dicendo che non è un crimine incontrare dei diplomatici europei. Si apre quindi una nuova fase, favorita anche dall'ascesa della nuova leadership americana, e noi dobbiamo approfittarne. In che modo? Dobbiamo mettere in grado il Governo di fare la propria battaglia direttamente in sede bilaterale, ma anche a livello europeo e in tutte le sedi, a livello sia di NATO, che di ONU. Ricordo che il Patto atlantico è nato non solo con l'esigenza di garantire la stabilità e la sicurezza del nostro Continente, ma anche per mettere insieme una comunità che condivideva valori e principi comuni. Ci dobbiamo muovere dentro questo sentiero stretto. Condividiamo la mozione proposta dal collega Verducci, con la consapevolezza, attingendo alla tradizione, alla storia e alle nostre origini, che, come scritto nel Talmud, «Chi salva una vita salva il mondo intero». Penso che a questo dobbiamo fare sempre riferimento quando ci battiamo per i diritti umani. (Applausi) . LAFORGIA (Misto-LeU) . Domando di parlare per dichiarazione di voto. PRESIDENTE. Ne ha facoltà. LAFORGIA (Misto-LeU) . Signora Presidente, ringrazio anche io i colleghi Verducci e Montevecchi e tutti coloro che hanno contribuito in modo sostanziale a promuovere una discussione su una questione che ci sta a cuore e che - come dimostra anche il dibattito di oggi - è trasversale alle forze politiche. Il tema ci sta cuore perché parliamo della storia di Patrick Zaki, un ragazzo che sentiamo nostro al punto tale da chiedere per lui la cittadinanza italiana, a dimostrazione del filo che unisce noi a lui e che lui stesso sente sul piano della sua appartenenza, che vorrei dire doppia in quanto non solo al suo Paese d'origine, ma anche al nostro. Tuttavia dobbiamo evitare - come evidentemente in questa discussione non stiamo facendo, per fortuna - di derubricare la storia di Zaki a quella di un ragazzo.