[pronunce]

Ordinanza ha pronunciato la seguentenel giudizio di legittimità costituzionale dell'art. 41-bis comma 2-bis della legge 26 luglio 1975, n. 354 (Norme sull'ordinamento penitenziario e sulla esecuzione delle misure privative e limitative della liberta), promosso, nell'ambito di un procedimento penale, dalla Corte di assise di Santa Maria Capua Vetere con ordinanza del 29 ottobre 2001, iscritta al n. 30 del registro ordinanze 2002 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 5, 1ª serie speciale, dell'anno 2002. Visto l'atto di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri; Udito nella camera di consiglio del 3 luglio 2002 il Giudice relatore Guido Neppi Modona. Ritenuto che la Corte di assise di Santa Maria Capua Vetere ha sollevato, in riferimento agli artt. 3, 32 e 101 della Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell'art. 41-bis comma 3 [recte: comma 2-bis], della legge 26 luglio 1975, n. 354 (Norme sull'ordinamento penitenziario e sulla esecuzione delle misure privative e limitative della liberta), nella parte in cui "non prevede l'esistenza del potere del giudice, che procede al giudizio penale nel cui ambito è stato emesso il titolo cautelare in esecuzione, di sindacare il contenuto del decreto ministeriale di sottoposizione al regime carcerario speciale, nei limiti in cui tale verifica si renda assolutamente necessaria ai fini di tutela del diritto alla salute dell'imputato detenuto"; che la Corte rimettente premette di essere investita, ex art. 299 del codice di procedura penale, di una richiesta di revoca o sostituzione, per motivi di salute, della custodia cautelare in carcere nei confronti di un imputato per il quale era stato adottato (e reiterato nel tempo) il decreto ministeriale di sospensione delle regole ordinarie di trattamento a norma dell'art. 41-bis comma 2, dell'ordinamento penitenziario; che a causa dell'insorgenza di un "rilevante disturbo psichico" da porsi in stretta correlazione con le condizioni di vita carceraria e, in particolare, con la limitata possibilità di fruire di colloqui con i propri familiari (il decreto ministeriale prevedeva un unico colloquio mensile), il collegio giudicante aveva prospettato con "diversi provvedimenti" all'autorità ministeriale competente la necessità di incrementare, ad esclusivi fini terapeutici, il numero di colloqui mensili e che a seguito di tali provvedimenti l'autorità ministeriale aveva disposto l'ammissione temporanea (dal febbraio al luglio del 2001) dell'imputato a due colloqui mensili con i familiari; che da una successiva perizia medico-legale era emerso che il temporaneo e parziale incremento del numero dei colloqui aveva contribuito ad evitare, pur nella sostanziale stabilità del quadro patologico già riscontrato, un peggioramento delle condizioni di salute dell'imputato, e che quindi risultava necessario che egli continuasse ad usufruire di tale "possibilità terapeutica mediante un'ammissione con carattere di stabilità ai colloqui con i familiari"; che il collegio, investito di una precedente richiesta di revoca o sostituzione della misura della custodia cautelare in carcere, nel rigettare la relativa domanda aveva sollecitato la competente autorità ministeriale ad ammettere l'imputato in via permanente alla fruizione di quattro colloqui mensili, ma detta autorità aveva confermato "la sussistenza del regime detentivo speciale al quale il detenuto [...] è sottoposto e l'inopportunità di prorogare ulteriormente il provvedimento con cui il detenuto è stato ammesso a fruire di due colloqui visivi senza il vetro divisorio"; che, nel prendere in esame la nuova richiesta di revoca della misura cautelare, il giudice rimettente rileva che, allo stato, la "condizione patologica del detenuto" non è tale da determinare una "assoluta incompatibilità con la carcerazione" dal momento che dai risultati delle perizie medico-legali emerge che il protrarsi della detenzione sarebbe possibile ove fosse "assicurato in concreto, oltre al supporto farmacologico, un ulteriore supporto terapeutico consistente, quantomeno, nella ordinaria fruibilità dei colloqui tra il detenuto e i suoi familiari"; possibilità peraltro preclusa dalla decisione negativa dell'autorità amministrativa; che, al riguardo, il rimettente osserva che in base all'attuale formulazione dell'art. 41-bis, comma 2-bis, dell'ordinamento penitenziario il controllo giurisdizionale sulla legittimità del provvedimento ministeriale è demandato in via esclusiva al tribunale di sorveglianza, mentre al giudice che procede, pure competente a valutare ai sensi dell'art. 275 cod. proc. pen. l'adeguatezza della misura cautelare in atto, non è consentito sindacare il contenuto delle prescrizioni ministeriali neppure al fine di tutelare la salute dell'imputato; che nel caso di specie la mancata previsione di un potere di controllo affidato al giudice procedente determinerebbe l'impossibilità di contemperare le esigenze cautelari con il diritto alla salute dell'imputato; che, quanto alla non manifesta infondatezza, il collegio rileva che in base "agli artt. 273 e seguenti" cod. proc. pen. al giudice che procede è affidato il compito di verificare il permanere delle condizioni di legittimità della misura cautelare e la sua adeguatezza anche a fronte dell'insorgere di condizioni di salute patologiche, tali da richiedere il ricorso a trattamenti terapeutici; che sarebbe dunque evidente il contrasto dell'art. 41-bis comma 2-bis dell'ordinamento penitenziario con l'art. 32 Cost., in quanto al giudice procedente è precluso qualsiasi intervento modificativo a fini terapeutici del provvedimento ministeriale di sospensione delle ordinarie regole di trattamento, nonché con gli artt. 3 e 101 Cost., giacché il medesimo giudice risulta "irragionevolmente destinatario di determinazioni insindacabili dell'autorità amministrativa che incidono sui diritti del soggetto imputato, diritti che il sistema processuale (art. 275 cod. proc. pen.) affida alle determinazioni del suddetto organo giurisdizionale, e ciò proprio in virtù del loro rilievo costituzionale"; che, infine, la tutela dei diritti dell'imputato non potrebbe dirsi assicurata attraverso il reclamo al tribunale di sorveglianza previsto dal comma 2-bis dell'art. 41-bis considerato che: 1) "in presenza di patologie riscontrate a mezzo accertamento peritale, la decisione sulla "adeguatezza" della misura cautelare in corso è di esclusiva competenza del giudice investito della cognizione processuale, individuabile ex art. 279 cod. proc. pen."; 2) "a tale giudice, pertanto, andrebbero devolute tutte le questioni che attengono al rapporto tra la legittimità della protrazione della misura detentiva e la tutela della salute dell'imputato"; 3) "in tale contesto, ove si ipotizzi un contrasto tra il contenuto del decreto ministeriale e le esigenze di tutela della salute, la decisione dell'organo giurisdizionale competente ex artt. 279 e 275 cod. proc. pen.