[pronunce]

La valutazione affidata al giudice non differirebbe - se non per una minore ampiezza - da quella insita in ogni giudizio di merito, dovendosi verificare la fondatezza dell'addebito cautelare - sotto il profilo della sussistenza di gravi indizi di colpevolezza, quanto alle misure personali, e della giuridica plausibilità, quanto a quelle reali - nella prospettiva di applicare, in caso di positiva delibazione e di accertata sussistenza di esigenze cautelari, provvedimenti che possono avere effetti sostanzialmente coincidenti con quelli della pena irrogata con la sentenza definitiva. La «posta in gioco» sarebbe inoltre altissima, trattandosi di procedimento idoneo ad incidere in modo rilevante sulla libertà personale, sull'onorabilità e (nel caso delle misure reali) sul patrimonio del soggetto in esso coinvolto. «Sotto l'aspetto mediatico», d'altronde, l'esecuzione di una misura cautelare rappresenterebbe, per comune esperienza, il «momento [...] traumatico di emersione del procedimento» penale. Tale circostanza solleciterebbe l'attenzione dell'opinione pubblica sull'esito del procedimento di riesame, che offre al sottoposto alla misura la prima possibilità di confrontarsi in contraddittorio con il materiale indiziario raccolto nei suoi confronti, rendendo così «quanto mai opportuna» la pubblicità delle udienze al fine di assicurare la trasparenza dell'attività giudiziaria. Alla partecipazione del pubblico alla trattazione del ricorso di cui all'art. 309 cod. proc. pen. non osterebbe, per altro verso, alcuna delle circostanze indicate nel secondo periodo del paragrafo 1 dell'art. 6 della CEDU (secondo il quale «l'accesso nella sala d'udienza può essere vietato alla stampa e al pubblico durante tutto o parte del processo nell'interesse della morale, dell'ordine pubblico o della sicurezza nazionale in una società democratica, quando lo esigono gli interessi dei minori o la protezione della vita privata delle parti in causa, o, nella misura giudicata strettamente necessaria dal tribunale, quando in circostanze speciali la pubblicità possa portare pregiudizio agli interessi della giustizia»). Nei giudizi a quibus, si discute dell'applicazione della misura cautelare carceraria nei confronti di soggetti indagati per reati che non coinvolgono né l'interesse alla morale, né quello all'ordine pubblico o alla sicurezza nazionale, né gli interessi dei minori o la protezione della vita privata delle parti in causa. Neppure potrebbe venire in rilievo l'esigenza di evitare una lesione degli interessi della giustizia, in considerazione del fatto che la misura cautelare viene applicata, di regola, in una fase del procedimento - quella delle indagini preliminari - governata dal principio di segretezza per non compromettere la genuina acquisizione delle prove e quindi il compiuto accertamento dei fatti. Di là dal fatto che non sempre la misura cautelare è disposta in detta fase, varrebbe osservare che proprio la proposizione della richiesta di riesame fa cadere il segreto sugli atti di indagine, dovendo l'autorità procedente trasmettere gli atti presentati dal pubblico ministero a sostegno della richiesta della misura, nonché quelli successivi favorevoli alla persona sottoposta alle indagini. Il segreto cadrebbe, anzi, ancor prima, con la consegna all'indagato di copia del provvedimento in sede di esecuzione della misura (art. 293 cod. proc. pen.), posto che gli atti di indagine compiuti dal pubblico ministero e dalla polizia giudiziaria sono coperti dal segreto fino a quando l'imputato non ne possa avere conoscenza (art. 329 cod. proc. pen.). Quello di riesame è certamente un giudizio di natura sommaria e provvisoria, che si inserisce nel procedimento principale solo al fine di verificare la legittimità dell'applicazione di una misura cautelare e che è destinato ad essere superato dalla sentenza dibattimentale. Il carattere incidentale del procedimento non basterebbe, tuttavia, a renderlo compatibile, in parte qua, con il dettato convenzionale. La Corte europea dei diritti dell'uomo ha escluso, bensì, l'applicabilità dell'art. 6, paragrafo 1, della CEDU al procedimento in materia di ricusazione, sul rilievo che esso costituisce una procedura incidentale non finalizzata ad una «decisione» sulla «fondatezza» di una «accusa penale» - come richiede la citata norma convenzionale - ma solo a determinare l'autorità competente a trattare la causa ratione loci (sentenza 9 febbraio 2006, Celot contro Italia). Tale conclusione non riguarderebbe, tuttavia, il procedimento di riesame, nel quale il tribunale - in sede di verifica della sussistenza dei gravi indizi di colpevolezza - esprime un giudizio che costituisce una sorta di anticipazione della sentenza dibattimentale, rappresentato dalla elevata probabilità che, sulla scorta degli elementi offerti, la responsabilità penale dell'indagato sarà poi affermata nel processo. Quel che rileverebbe, ai fini dell'applicazione dell'art. 6, paragrafo 1, della CEDU, è che si è a fronte di un giudizio sull'accusa penale - ipotesi senz'altro riscontrabile nel caso in esame - e non anche la circostanza che tale decisione vale a definire la «causa». Il giudizio del tribunale del riesame, d'altro canto, inciderebbe in modo definitivo - salve circostanze sopravvenute - sulla libertà personale e sul diritto di proprietà dell'interessato, sia pure ai soli fini cautelari. La disciplina censurata violerebbe anche l'art. 111, primo comma, Cost., per contrasto con i principi del «giusto processo», ai quali, per quanto già detto, non potrebbe ritenersi estraneo - pur in difetto di enunciazione espressa - il principio di pubblicità delle udienze giudiziarie. Risulterebbe violato, infine, l'art. 3 Cost., sotto il profilo della ingiustificata disparità di trattamento dei soggetti coinvolti nel procedimento di riesame sia rispetto ai soggetti coinvolti nei procedimenti per l'applicazione di misure di prevenzione e di misure di sicurezza - ai quali, per effetto dei ricordati interventi della Corte costituzionale, è ora riconosciuto il diritto di chiedere la trattazione in udienza pubblica della procedura - sia rispetto ai soggetti coinvolti nel giudizio abbreviato e nel giudizio ordinario. 2.- È intervenuto in tutti i giudizi il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che le questioni siano dichiarate inammissibili o infondate. L'interveniente rileva preliminarmente che, secondo quanto riferito dal giudice a quo, nei casi di specie la richiesta di trattazione del procedimento in udienza pubblica è stata formulata dal difensore. Trattandosi di far valere un diritto personalissimo, non afferente alla sfera della difesa tecnica e potenzialmente confliggente con il diritto alla riservatezza, proprio della condizione dell'indagato detenuto in base a titolo precario, la richiesta avrebbe dovuto essere avanzata, per contro, personalmente da quest'ultimo o a mezzo di difensore munito di procura speciale, il che non si evince dall'ordinanza di rimessione.