[pronunce]

fatti che — al lume della «tradizionale» lettura giurisprudenziale del concetto di «artifizi o raggiri» — ricadrebbero «pacificamente» nella sfera punitiva della truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche, di cui all'art. 640-bis cod. pen. ; che anche in questo caso va peraltro osservato, in senso contrario, che il carattere sussidiario e «residuale» dell'art. 316-ter cod. pen. rispetto all'art. 640-bis cod. pen. — a fronte del quale la prima norma è destinata a colpire unicamente fatti che non rientrino nel campo di operatività della seconda — costituisce un dato normativo assolutamente inequivoco; che la chiara lettera della disposizione impugnata — la quale esordisce anch'essa con una clausola di salvezza dell'art. 640-bis cod. pen. — si coniuga infatti puntualmente sia con la finalità generale del provvedimento legislativo che ha introdotto la disposizione stessa, sia con l'obiettivo specifico della sua introduzione; che, quanto al primo profilo, l'art. 316-ter è stato infatti inserito nel codice penale dalla legge 29 settembre 2000, n. 300, nel quadro delle misure di adeguamento dell'ordinamento italiano agli obblighi derivanti dalla Convenzione sulla tutela degli interessi finanziari delle Comunità europee, fatta a Bruxelles il 26 luglio 1995: Convenzione il cui art. 2 imponeva agli Stati membri di punire le frodi lesive dei predetti interessi — quali definite dall'art. 1 — con sanzioni penali «effettive, proporzionate e dissuasive», comprensive, almeno nei casi di «frode grave», di pene privative della libertà personale che possano comportare l'estradizione; salva la facoltà di stabilire sanzioni di natura non penale per le frodi «di lieve entità», riguardanti un importo totale inferiore a 4.000 ecu; che la norma censurata non era peraltro prevista dall'originario disegno di legge governativo di ratifica della suddetta Convenzione, nella convinzione — esplicitata nella relazione — che l'art. 640-bis cod. pen. fosse già sufficiente a soddisfare gli obblighi comunitari in parola, segnatamente per quanto atteneva alle frodi «in materia di spese», delineate dall'art. 1, lettera a), primo e secondo trattino, dello strumento; che nel corso dei lavori parlamentari, è emersa tuttavia la preoccupazione che talune delle fattispecie di frode identificate dalla Convenzione — le quali comprendevano non soltanto condotte di falso in senso lato («utilizzo o … presentazione di dichiarazioni o di documenti falsi, inesatti o incompleti»), ma anche di mero silenzio antidoveroso («mancata comunicazione di un'informazione in violazione di un obbligo specifico»), senza che al tempo stesso fosse previsto il requisito dell'induzione in errore del soggetto passivo, caratterizzante il paradigma della truffa — potessero in realtà non rientrare nella sfera di operatività del citato art. 640-bis cod. pen. ; che onde evitare una eventuale inadempienza, per tal aspetto, agli obblighi comunitari — scartata l'idea iniziale di aggiungere all'art. 640-bis cod. pen. un ulteriore comma, che riconducesse espressamente alla fattispecie della truffa aggravata le condotte descritte nella Convenzione — si è optato per la soluzione di coniare una nuova disposizione sanzionatoria — quella, appunto, dell'art. 316-ter cod. pen. — modellata (anche per quanto attiene alla preliminare clausola di salvezza dell'art. 640-bis cod. pen.) sulla falsariga dell'art. 2 della legge n. 898 del 1986, e che riproduce quasi alla lettera, quanto alla descrizione della condotta sanzionata, la formula dell'art. 1 della Convenzione: disposizione che — nel comminare sanzioni più miti di quelle previste dall'art. 640-bis cod. pen. — è peraltro eloquentemente indicativa dell'intento legislativo di reprimere, con essa, fatti di minore gravità, sul piano del disvalore di condotta, rispetto a quelli attinti dalla norma principale; che appare dunque evidente — alla luce tanto del dato normativo, quanto della ratio legis — come l'art. 316-ter cod. pen. sia volto ad assicurare agli interessi da esso considerati una tutela aggiuntiva e «complementare» rispetto a quella già offerta dall'art. 640-bis cod. pen. , «coprendo», in specie, gli eventuali margini di scostamento — per difetto — del paradigma punitivo della truffa rispetto alla fattispecie della frode «in materia di spese», quale delineata dall'art. 1 della Convenzione: margini la cui concreta entità — correlata alle più o meno ampie «capacità di presa» che si riconoscano al delitto di truffa, avuto riguardo sia all'elemento degli «artifizi o raggiri», in qualunque forma realizzati, sia al requisito dell'induzione in errore — spetta all'interprete identificare, ma sempre nel rispetto della inequivoca vocazione sussidiaria della norma oggi sottoposta a scrutinio; che, in altre parole, rientra nell'ordinario compito interpretativo del giudice accertare, in concreto, se una determinata condotta formalmente rispondente alla fattispecie delineata dall'art. 316-ter cod. pen. integri anche la figura descritta dall'art. 640-bis cod. pen. , facendo applicazione, in tal caso, solo di quest'ultima previsione punitiva; che — nella prospettiva della natura meramente sussidiaria e residuale della norma impugnata — è ben vero che l'art. 316-ter cod. pen. si presta, nell'intenzione del legislatore, a reprimere taluni comportamenti che, se posti in essere in danno di soggetti privati — o anche di soggetti pubblici, quando non si discuta dell'indebita erogazione di sovvenzioni — restano privi di sanzione: ma ciò senza che ne derivi affatto la lesione dell'art. 3 Cost. ventilata dal rimettente, posto che — come correttamente osserva l'Avvocatura generale dello Stato — la previsione di una tutela penale rafforzata, anche quanto ad ampiezza, delle finanze pubbliche e comunitarie contro le frodi, rispetto alla generalità degli altri interessi patrimoniali, costituisce ragionevole esercizio di discrezionalità legislativa, tenuto conto della specialità dell'interesse offeso, nonché del carattere «minore» delle violazioni di cui si discute (evidenziato anche dall'applicazione di una semplice sanzione amministrativa al sotto di una certa soglia), rispetto a quelle integrative del delitto di truffa; che, alla luce di quanto precede, resta ovviamente esclusa anche l'ipotizzata violazione dell'art. 10 Cost.; e ciò a prescindere da ogni possibile rilievo circa la pertinenza del parametro evocato e dalla circostanza che la Convenzione sulla protezione degli interessi finanziari delle Comunità europee non imponeva agli Stati membri — come il giudice a quo sembra supporre — un inasprimento delle sanzioni penali anteriormente previste per le violazioni in parola, ma solo la comminatoria di sanzioni rispondenti ai requisiti stabiliti all'art. 2 della Convenzione stessa: requisiti il cui rispetto, da parte della legislazione nazionale, il rimettente non pone affatto in discussione; che la questione va dichiarata, pertanto, manifestamente infondata.