[pronunce]

che, per il giudice a quo, l'ordinanza n. 260 del 2000 della Corte costituzionale non costituisce ostacolo alla proposizione della questione, perché tale pronuncia non afferma che l'applicazione degli accertamenti di cui all'art. 51, secondo comma, numero 2), del d.P.R. n. 633 del 1972 anche ad annualità d'imposta anteriori all'entrata in vigore della legge n. 413 del 1991 è conforme al dettato costituzionale, ma si limita a chiarire che le risultanze degli accertamenti bancari fondano presunzioni solo relative, superabili dal contribuente con la dimostrazione che dette risultanze non si riferiscono ad operazioni imponibili o che di esse ha tenuto conto nelle dichiarazioni presentate; che infine, quanto alla rilevanza, il giudice rimettente afferma che l'interpretazione della norma denunciata fa parte del thema decidendum del giudizio di appello portato al suo esame; che è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, il quale ha chiesto che le questioni siano dichiarate inammissibili o, comunque, infondate; che, in particolare, secondo la difesa erariale: a) le norme dello statuto dei diritti del contribuente non costituiscono parametro costituzionale; b) il rimettente muove dall'inesatta premessa ermeneutica che la norma denunciata abbia efficacia retroattiva; che, a quest'ultimo riguardo, l'Avvocatura generale dello Stato – invocando a sostegno varie sentenze della Corte di cassazione (n. 1728 del 1999; n. 9611 del 2000; n. 26692 del 2005; n. 14023 del 2007) – rileva che la disposizione denunciata va interpretata come riguardante non già l'imposizione, ma il potere di accertamento, con la conseguenza che, in applicazione del principio tempus regit actum, la disciplina degli accertamenti fiscali è regolata dalla legge vigente al momento in cui viene eseguita la verifica, anche se questa concerne periodi di imposta anteriori al 1992; che, per la difesa erariale, tale interpretazione della disposizione denunciata non è lesiva dei princípi di ragionevolezza e di tutela dell'affidamento del contribuente, perché, secondo la giurisprudenza della Corte di cassazione: a) anche prima delle innovazioni introdotte dall'art. 18, comma 2, lettera a), della legge n. 413 del 1991, le indagini su conti correnti bancari, a fini tributari, non erano precluse ed erano, perciò, legittimi gli accertamenti basati su dette indagini (sentenza n. 2668 del 1996); b) l'aspettativa di una maggiore probabilità di sottrarsi alla scoperta di irregolarità od infrazioni non integra un diritto tutelabile (sentenza n. 1728 del 1999); c) la norma censurata non ha operato alcuna inversione dell'onere della prova in relazione ai dati emergenti dagli accertamenti bancari, ma ha solo reso “legali” le presunzioni che in precedenza dovevano considerarsi “semplici” (sentenza n. 11778 del 2001); che l'Avvocatura generale dello Stato, infine, con riferimento ai parametri costituzionali evocati, osserva: 1) quanto all'art. 3 Cost., che il rimettente, da un lato, non ha indicato le situazioni analoghe che sarebbero sottoposte a differente disciplina e, dall'altro, non ha considerato le norme aventi un contenuto sostanzialmente analogo a quello della norma denunciata (come l'art. 32, primo comma, numero 2 e numero 7, del d.P.R. n. 600 del 1973); 2) quanto all'art. 23 Cost, che tale articolo non solo riguarda esclusivamente le norme tributarie impositive o sostanziali e non quelle aventi ad oggetto il potere di accertamento (come la norma censurata), ma, comunque, risulta pienamente rispettato, nella specie; 3) quanto all'art. 53, primo comma, Cost., che l'accertamento presuntivo (suscettibile di prova contraria) consentito dalla norma censurata costituisce uno strumento diretto proprio ad attuare il principio di capacità contributiva; 4) quanto alla dedotta violazione del principio dell'imparzialità e del buon andamento dell'attività della pubblica amministrazione, che la censura è oscura e l'art. 97 Cost. non è conferente. Considerato che la Commissione tributaria regionale della Toscana dubita, in riferimento agli artt. 2, 3, 23, 53 e 97 della Costituzione, della legittimità costituzionale dell'art. 51, secondo comma, numero 2), del d.P.R. 26 ottobre 1972, n. 633 (Istituzione e disciplina dell'imposta sul valore aggiunto), come sostituito – con effetto dal 1° gennaio 1992 – dall'art. 18, comma 2, lettera a), della legge 30 dicembre 1991, n. 413 (Disposizioni per ampliare le basi imponibili, per razionalizzare, facilitare e potenziare l'attività di accertamento; disposizioni per la rivalutazione obbligatoria dei beni immobili delle imprese, nonché per riformare il contenzioso e per la definizione agevolata dei rapporti tributari pendenti; delega al Presidente della Repubblica per la concessione di amnistia per reati tributari ; istituzioni dei centri di assistenza fiscale e del conto fiscale), e come interpretato, con la sentenza n. 4732 del 2006, dalla Corte di cassazione nel formulare il principio di diritto cui deve uniformarsi la medesima Commissione quale giudice di rinvio; che la Commissione tributaria rimettente precisa che la suddetta norma censurata consente all'amministrazione finanziaria di assumere iniziative ispettive e di accertamento della base imponibile dell'IVA presso istituti di credito e di porre a base delle rettifiche e degli accertamenti i dati e gli elementi risultanti da tali indagini (se il contribuente non dimostra che ne ha tenuto conto nelle dichiarazioni o che non si riferiscono ad operazioni imponibili), anche in relazione a periodi d'imposta anteriori a quello in corso alla data di entrata in vigore della suddetta legge n. 413 del 1991 (1° gennaio 1992); che, secondo il giudice a quo, la disposizione denunciata, cosí interpretata, si pone in contrasto con gli evocati parametri costituzionali e, in particolare, con: a) l'art. 2 Cost.; b) l'art. 3 Cost., perché crea una disparità di trattamento rispetto ad «altre imposte di natura indiretta», per le quali, non applicandosi la norma denunciata, non operano gli stessi meccanismi presuntivi, senza che a tale rilievo possa opporsi l'esistenza di «disposizioni corrispondenti in materia di accertamento delle imposte sui redditi», trattandosi di disposizioni non aventi carattere generale; c) gli artt. 23 e 53 Cost., perché il meccanismo presuntivo da essa previsto, in quanto retroattivamente applicabile, «può rendere impossibile od estremamente difficile al contribuente la prova della effettività del suo debito d'imposta, nonché della sussistenza e della dimensione delle operazioni imponibili», onerando il contribuente dell'allegazione di prove che all'epoca dei fatti, stante il dettato normativo in vigore, egli non era tenuto a precostituirsi;