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da numerose segnalazioni, sembrerebbe che le Regioni non applichino questo codice esenzione per le prestazioni sanitarie, si chiede di sapere se il Ministro in indirizzo sia a conoscenza del problema esposto e se intenda emanare una circolare nazionale, affinché le regioni applichino il codice esenzione P01 per le prestazioni sanitarie a cui si sottopongono i pazienti long COVID. Atto n. 4-05193 LANNUTTI MORONESE ANGRISANI Al Ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale Premesso che: il 15 luglio 2020, Mario Carmine Paciolla, cooperante ONU, è stato ritrovato privo di vita presso la propria abitazione a San Vicente del Caguan, località a 650 chilometri da Bogotà nel dipartimento colombiano del Caqueta Colombia. Il connazionale era impegnato da agosto 2018 nella Missione di verifica delle Nazioni Unite in Colombia in virtù della presenza nel municipio di uno dei 24 Spazi territoriali di Formazione e Reincorporazione (ETRC) previsti dagli accordi di pace firmati dalle FARC-EP e il Governo colombiano nel 2016. In queste aree, pensate per favorire il disarmo e il reintegro in società degli ex guerriglieri, l'ONU compie il mandato di monitoraggio e verifica del cessate il fuoco e vigila, affinché vengano garantiti i diritti umani; il corpo di Mario è stato ritrovato con segni di lacerazioni e in un primo momento le autorità colombiane hanno parlato di suicidio. Tuttavia, le dichiarazioni di Anna Motta, la madre di Mario, hanno messo in dubbio fin da subito questa versione. La signora Anna Motta ha infatti raccontato che il giorno della morte suo figlio aveva prenotato un volo di rientro in Italia, previsto il 20 luglio, e che le aveva confidato di essersi messo in «un guaio», di «sentirsi sporco» e di non vedere l'ora di potersi bagnare «nelle acque di Napoli». Oltre alla madre, altre persone vicine a Mario hanno ritenuto inverosimile l'ipotesi del suicidio e anche le autorità colombiane sono state costrette ad aprire un'indagine per omicidio. Secondo una amica di Mario Paciolla, Claudia Julieta Duque, giornalista e attivista per i diritti umani, già in giugno il giovane aveva avuto un diverbio con la Missione di verifica delle Nazioni Unite. Inoltre, Paciolla aveva ricevuto un richiamo formale dai suoi superiori per aver manifestato il suo disaccordo per quella che riteneva una gestione discriminatoria da parte dell'ONU dell'emergenza COVID-19; a otto mesi di distanza, tutti gli interrogativi restano ancora inevasi e la pista del suicidio pare non convincere neanche la Procura di Roma, che ha aperto un'inchiesta per omicidio. Sono diversi i sospetti che metterebbero in discussione la perizia colombiana, a partire dalle superficiali ferite da taglio riportate sui polsi, al debole solco sul collo lasciato dal cappio. Sotto esame anche il comportamento di Christian Leonardo Thompson Garzón, responsabile della sicurezza della Missione ONU in Colombia, che per primo aveva ritrovato il corpo senza vita di Mario, ordinando di ripulire l'abitazione in ore cruciali per l'indagine. E, da notizie di stampa, alcuni giorni fa in gran segreto esperti investigatori dei ROS sarebbero volati in Colombia per cercare gli elementi utili alle indagini; considerato, inoltre, che: non si conosce quale fosse lo «sporco» con cui Mario sia entrato in contatto, né quali fossero le ragioni della diatriba con i suoi superiori delle Nazioni Unite, che hanno preceduto la sua morte. Di sicuro, però, la violenza che ha colpito il corpo di Mario va contestualizzata in un clima di guerra e di terrore che colpisce un intero Paese e che affonda le sue radici nei gruppi di interesse che lo governano. Mario è morto a San Vicente del Caguán, una località al centro degli interessi delle industrie petrolifere protette dell'esercito e dove intere comunità sono costrette allo sfollamento forzato. La morte di Paciolla, poi, si inserisce a pieno nel fallimento del processo di pace che non ha portato benefici alla popolazione colombiana. Dalla firma degli Accordi del 2016, avvenuta a l'Avana sotto il Governo Santos, sono stati uccisi più di 135 ex guerriglieri e 970 leader sociali e attivisti per i diritti umani. Il reintegro in società degli ex combattenti, prima attraverso il sistema delle Zone di Transizione e Normalizzazione (ZVTN), trasformate dal 15 agosto 2017 in ETRC, si è rivelato fallimentare. Già a un anno dagli Accordi era evidente l'ambiguità dei programmi di governo e la diffidenza dei quadri degli ex combattenti che denunciavano una sostanziale assenza da parte delle istituzioni e mostravano preoccupazione per la propria sicurezza e per l'esposizione agli attacchi dei gruppi paramilitari; considerato, infine, che: sempre in base alla denuncia pubblica di Claudia Julieta Duque i funzionari dell'ONU avrebbero ripulito in tutta fretta il luogo in cui viveva Paciolla, raccogliendo i suoi effetti personali e restituendo le chiavi al proprietario già il 17 luglio. Un'operazione che ha permesso alle Nazioni Unite di inquinare il luogo del crimine, impedendo accertamenti fondamentali per stabilire le cause della morte del giovane cooperante. Varie fonti avanzano dubbi anche sulla completezza della lista delle pertinenze di Mario Paciolla consegnata alla famiglia, dalla quale mancherebbero alcuni device digitali. Inoltre, la Missione avrebbe ordinato il trasferimento a Florencia di tutto il personale che lavorava nell'ufficio di San Vicente, e lo stesso 15 luglio, Carlos Ruíz Maisseu, responsabile della Missione, avrebbe chiesto di «trattare questa terribile notizia con discrezione». Il giorno dopo, una nuova mail inviata dalla direzione amministrativa della Missione, a carico dell'australiano Eric Ball, ricordava a tutto il personale che «in base alla regola 1.2 del Regolamento del Personale delle Nazioni Unite, i funzionari non possono, tra i vari obblighi, «rilasciare dichiarazioni alla stampa, alla radio o ad altri organismi di informazione pubblica»; in questi mesi sono stati posti diversi interrogativi sulla morte di Paciolla sia dalla famiglia, sia da esponenti della società civile, che si sono attivati per mantenere vivo il ricordo di Mario. Legittimamente è stato chiesto cosa abbia fatto l'ONU, nei molti giorni nei quali Paciolla ha espresso timori per la sua vita, per garantirne la sicurezza, e se Mario sia stato lasciato solo dall'ONU, in particolare dal Capo della sicurezza della Missione, Christian Thompson, di fronte alla richiesta di aiuto di Mario, appena quattro ore prima della sua morte il 15 luglio, si chiede di sapere: se il Ministro in indirizzo sia a conoscenza di quanto esposto in premessa; se sia a conoscenza della natura del conflitto intercorso tra Paciolla e i vertici della Missione, che autorizza a pensare che il cittadino italiano volesse denunciare dei crimini commessi all'interno della missione stessa; se ritenga utile agire presso l'ONU, che finora si è fatta scudo dietro l'immunità diplomatica piuttosto che rispondere a una necessità di trasparenza, per avanzare quelle stesse domande che da 8 mesi pongono i familiari e quella parte della società civile che ha a cuore la verità e la giustizia per Paciolla;