[pronunce]

Nella specie, l'obbligo di comunicazione posto a carico del proprietario del veicolo tende ad assicurare l'irrogazione di una sanzione (la decurtazione del punteggio dalla patente di guida) nei confronti del conducente resosi responsabile di un'infrazione stradale. Esso presenta, pertanto, carattere strumentale alla soddisfazione di un interesse – la repressione delle infrazioni stradali – il cui collegamento con la tutela dell'ordine e della sicurezza pubblica è già stato evidenziato da questa Corte, quando ha sottolineato come la disciplina contenuta nel codice della strada, specie quella di natura sanzionatoria, miri a soddisfare «l'esigenza, connessa alla strutturale pericolosità dei veicoli a motore, di assicurare l'incolumità personale dei soggetti coinvolti nella loro circolazione (conducenti, trasportati, pedoni)» (sentenza n. 428 del 2004; nello stesso senso anche l'ordinanza n. 247 del 2005). Del pari, neppure sussiste l'ipotizzato contrasto con l'art. 2 Cost. sotto il profilo della violazione del «diritto al silenzio». Ed invero, si può osservare, in via generale, che, secondo la giurisprudenza costituzionale, il diritto al silenzio «si esplica in ogni procedimento secondo le regole proprie di questo» (ordinanza n. 33 del 2002). Ciò premesso sul piano generale, deve notarsi come la previsione dell'obbligo di comunicazione, contenuta nella norma censurata, risulti chiaramente diretta a provocare – allorché la persona del conducente, autore dell'infrazione stradale, coincida con quella del proprietario del veicolo – una dichiarazione di natura confessoria da parte di un soggetto che risulta legittimato, in ciascuna delle suddette qualità, a proporre opposizione ex art. 204-bis del codice della strada avverso il verbale con cui si è contestata la commessa infrazione. Di conseguenza, la sola esigenza che viene in rilievo nel presente caso è quella già sottolineata dalla Corte nel comparare «la posizione dell'imputato nel processo penale e la situazione della parte e del legittimato all'intervento nel processo civile», e cioè che «una cosa è: nemo testis in causa propria cui s'ispira l'art. 246 c.p.c., e altra cosa è: nemo tenetur edere contra se» cui si ispira, invece, il codice di rito penale (sentenza n. 85 del 1983). 6. — Anche la questione sollevata dal Giudice di pace di Cittadella non è fondata, per le ragioni di seguito precisate. 6.1.— Il dubbio avanzato dal rimettente – il quale sospetta che il testo originario dell'art. 126-bis, comma 2, del codice della strada contrasti con gli artt. 3, 24 e 113 Cost., atteso che esso, impedendo al proprietario del veicolo di allegare circostanze in grado di giustificare perché abbia reso una dichiarazione di contenuto solo negativo, sanzionerebbe un soggetto che «non solo non abbia omesso, ma anzi abbia fatto tutto il possibile per non omettere» la comunicazione richiestagli – è stato già scrutinato da questa Corte. 6.2. — Difatti, con l'ordinanza n. 244 del 2006 – nel decidere analoga questione di costituzionalità (sebbene sollevata con riferimento al solo art. 3 Cost.), in quanto anch'essa basata sul presupposto che la norma in esame avrebbe previsto, nella sua iniziale formulazione, una sanzione pecuniaria destinata a colpire, indifferentemente, «tanto il comportamento di chi si disinteressi completamente della richiesta di comunicare i dati personali e della patente del conducente, quanto il contegno di chi, “presentandosi o scrivendo”, espliciti, invece, le ragioni che gli impediscono di ottemperare all'invito a rispondere, fornendo una giustificazione “legittima e ragionevole”» – la Corte ha rilevato come il rimettente non avesse esplorato la possibilità di pervenire ad un'interpretazione della contestata disciplina «conforme a Costituzione». In particolare, in tale ordinanza si è osservato come il giudice a quo avesse in quella fattispecie «omesso di verificare se il rinvio dell'art. 126-bis, comma 2, del codice della strada alla “sanzione prevista dall'art. 180, comma 8” del medesimo codice» non fosse da ritenere «esteso anche ai presupposti necessari, ai sensi della norma richiamata, per l'irrogazione di tale sanzione», e cioè all'assenza di un «giustificato motivo» idoneo ad escludere la responsabilità per l'omessa comunicazione. Inoltre, sempre nell'ordinanza citata, si è rilevato come il giudice rimettente, già allora, non avesse attribuito il dovuto rilievo «alla circostanza che agli illeciti amministrativi contemplati dal codice della strada si applica la disciplina generale dell'illecito depenalizzato di cui alla legge 24 novembre 1981, n. 689 (Modifiche al sistema penale), il cui art. 3, nel subordinare la responsabilità all'esistenza di un'azione od omissione che sia “cosciente e volontaria”, ha inteso, appunto, prevedere il caso fortuito o la forza maggiore quali circostanze idonee ad esonerare l'agente da responsabilità». Di conseguenza, la medesima ordinanza n. 244 del 2006, «alla stregua di tale duplice argomento ermeneutico (letterale e sistematico)», ha affermato che tra le varie interpretazioni della norma oggi censurata rientra anche quella che riconosce «la possibilità di discernere il caso di chi, inopinatamente, ignori del tutto l'invito “a fornire i dati personali e della patente del conducente al momento della commessa violazione”, da quello di colui che, “presentandosi o scrivendo”, adduca invece l'esistenza di motivi idonei a giustificare l'omessa trasmissione di tali dati». 6.3.— Tali considerazioni debbono essere non solo ribadite, ma anche ulteriormente precisate. La difesa statale, difatti, si richiama a quella pronuncia della Corte di cassazione (seconda sezione civile, n. 13748 del 12 giugno 2007) secondo cui integra l'ipotesi di illecito amministrativo, previsto dal combinato disposto degli artt. 126-bis, comma 2, e 180, comma 8, del codice della strada, l'omessa collaborazione che il cittadino deve prestare all'autorità amministrativa al fine di consentirle i necessari accertamenti per l'espletamento dei servizi di polizia stradale; si è precisato, inoltre, che il proprietario del veicolo, in quanto responsabile della circolazione nei confronti delle pubbliche amministrazioni non meno che dei terzi, è tenuto sempre a conoscere l'identità dei soggetti ai quali ne affida la conduzione, onde dell'eventuale incapacità di identificare detti soggetti necessariamente risponde, nei confronti delle une per le sanzioni e degli altri per i danni, a titolo di colpa per negligente osservanza del dovere di vigilare sull'affidamento in modo da essere in grado d'adempiere al dovere di comunicare l'identità del conducente. 6.4. —