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Si riscontra infatti un tertium genus , che è quello dell'articolo 6 del decreto legislativo 29 dicembre 2017, n. 216, che non solo si applica già dall'anno scorso ai pubblici ufficiali, ma dal primo gennaio 2020 si estende anche agli incaricati di pubblico servizio. Al comma 4 dell'articolo 267 del codice di procedura penale, con la soppressione dell'ultimo periodo, si elimina la previsione in materia di attribuzioni della polizia giudiziaria, ampliandone il potere con la previsione che questa non debba informare il pubblico ministero preventivamente: tale scelta si rivela palesemente improntata a un singolare e paradossale disfavore verso l'intercettazione tout court , sebbene essa, nel diritto processuale penale vigente, costituisca un mezzo di ricerca della prova tipico, previsto e regolato dal codice di procedura penale, il quale detta, a tal fine, particolareggiate disposizioni volte a garantire la legittimità formale e sostanziale dell'attività d'indagine che dell'intercettazione si avvale. Il testo proposto dal Governo appare ictu oculi volto a restringere gravemente i presupposti stessi, nonché le concrete modalità di esperimento di un utile strumento procedurale, danneggiando, in tal modo, l'individuazione delle fonti di prova e perseguendo con ciò un fine obiettivamente contrario all'agevole accertamento della verità, obiettivo finale del processo penale. Ancora: nell'articolo 268 del codice di procedura penale, al comma 4, si palesa ogni violazione del diritto di difesa in quanto il termine di cinque giorni è limitativo di tale diritto. Inoltre, nei precedenti tentativi di intervenire sulla materia si era prevista anche una disciplina coerente con tutte le altre normative che rinviano al predetto articolo 268, come è il caso della legge n. 140 del 2003: questa volta ciò non avviene, con il serio rischio di contrasti derivanti dal richiamo a discipline oramai superate dal nuovo intervento normativo. Sull'articolo 270 del codice di procedura penale si interviene attraverso la modifica dei riferimenti normativi relativi al procedimento di stralcio, al fine di coordinare la norma con le modifiche all'articolo 268 e con una rimodulazione, anche alla luce della recentissima sentenza delle sezioni unite della Corte di cassazione, della norma limitativa delle possibilità di utilizzazione dei risultati delle intercettazioni captate tramite trojan per la prova di reati diversi da quelli in relazione ai quali l'intercettazione era stata autorizzata. Non da ultimo, va stigmatizzato l'articolo 89 delle disposizioni di attuazione, nel quale è stato previsto che le modalità di trasmissione delle intercettazioni tramite trojan verso gli impianti della procura della Repubblica siano determinate con decreto del Ministro della giustizia. Nell'articolo 89- bis viene rivisitata la disciplina dell'archivio delle intercettazioni e si dispone che, con decreto del Ministro della giustizia, siano stabiliti i requisiti tecnici dei programmi informatici funzionali alle intercettazioni mediante trojan , programmi informatici che dovranno avere caratteristiche tali da garantire affidabilità, sicurezza ed efficacia. Pertanto, un decreto ministeriale - in totale controtendenza rispetto al contenuto del legge delega n. 103 del 2017 che, all'articolo 84, avrebbe voluto che fossero indicate in modo specifico le modalità attuative - fisserà i criteri cui i titolari degli uffici di procura dovranno uniformarsi per regolare l'accesso all'archivio da parte dei difensori e degli altri titolari del diritto di accesso. La possibilità di estendere i risultati delle intercettazioni tra presenti tramite trojan anche alla prova di reati diversi da quelli per i quali è stato emesso il decreto di autorizzazione comporta una pericolosa estensione dell'utilizzo di uno strumento, di per sé insidioso per i diritti dell'individuo, così come abbiamo visto dai rilievi critici formulati in proposito dal Garante della privacy , a un parco di reati estremamente ampio. A ciò si aggiunga la grave distorsione delle finalità dell'intercettazione che, da mezzo di ricerca della prova per reati che il pubblico ministero ipotizza già commessi (o in corso di commissione) - per i quali vi è dunque una indagine preliminare in fase di svolgimento - si trasformerebbe surrettiziamente in strumento per individuare reati in una fase anteriore alla formale apertura dell'indagine penale: in altre parole, una sorta di pesca a strascico, con elusione delle garanzie e delle forme connesse all'instaurazione di un procedimento penale. Nel decreto-legge in oggetto risultano lesi diversi diritti e principi costituzionali: il diritto di difesa e il diritto al giusto processo (articoli 24, comma 2, e 111, comma 3, primo periodo, della Costituzione), intesi entrambi nella accezione di «diritto alla contestazione» della persona sottoposta a indagine a essere informata del fatto che un'indagine a suo carico è in corso; il principio di legalità - concepito qui in chiave processuale - di cui all'articolo 25, comma 2, della Costituzione, poiché il novero dei delitti richiamati dall'articolo 266 comma 2- bis del codice di procedura penale è eccessivamente ampio, tenuto altresì conto della estrema insidiosità del ricorso, ad ampio raggio, allo strumento che si vorrebbe legittimare con la proposta in oggetto. È di tutta evidenza che, ancora una volta, pur non rispondendo con immediatezza alle finalità annunciate con urgenza dal provvedimento in oggetto, si è fatto ricorso a una decretazione d'urgenza che mina alla base il mantenimento di un corretto equilibrio fra gli organi costituzionali, perché produce uno squilibrio istituzionale tra Parlamento e Governo, attraverso il vulnus all'articolo 70 della Costituzione, che affida la funzione legislativa alle Camere, ma soprattutto perché si dichiara l'urgenza di un provvedimento che, nei fatti, non la soddisfa. Il provvedimento all'esame di quest'Assemblea, quindi, non solo viola gli articoli 3, 24, 25 e 111 della Costituzione, ma contravviene anche a uno dei principi fondamentali sui quali la Corte costituzionale ha da sempre fondato i percorsi argomentativi legati al rispetto degli indispensabili requisiti di straordinaria necessità e urgenza per la legittima adozione dei decreti-legge. Ed ancora: il presente decreto-legge integra palesi criticità con riguardo ai presupposti di costituzionalità, oltre a evidenti lacune di tipo contenutistico, di merito e a palesi eccessi di delega. In definitiva, si rileva come il disegno di legge n. 1659 si ponga in palese contrasto con i numerosi articoli della Costituzione evidenziati, oltre che con la consolidata giurisprudenza della Corte costituzionale. A nome del Gruppo Lega-Salvini premier -Partito Sardo d'Azione, chiedo, ai sensi dell'articolo 93 del Regolamento, di non procedere all'esame dell'Atto Senato 1659. (Applausi dal Gruppo L-SP-PSd'Az. Congratulazioni.) . PRESIDENTE . Ai sensi dell'articolo 93 del Regolamento, sulle questioni pregiudiziali presentate si svolgerà un'unica discussione, nella quale potrà intervenire un rappresentante per Gruppo, per non più di dieci minuti. BALBONI (FdI) . Domando di parlare. PRESIDENTE. Ne ha facoltà.