[pronunce]

che, sotto il primo profilo, il Giudice a quo assume che, secondo ragione, l'assegnazione dell'immobile allo Stato, in quanto sostitutiva della vendita, potrebbe avvenire solo con il versamento del prezzo ribassato che funge da base d'asta del terzo incanto (anche a tener conto delle esigenze pubblicistiche sottostanti all'esecuzione esattoriale) e non certo del prezzo pari alla misura del credito tributario per il quale si procede: ammontare, questo, che costituisce una «variabile indipendente dal valore dell'immobile [...] neppure indirettamente collegata» con esso; che, sotto il secondo profilo, sempre per il medesimo Giudice, la disciplina denunciata è irragionevole, perché «premia» il contribuente che ha un debito tributario di ammontare superiore alla base d'asta, mentre sfavorisce il contribuente debitore di tributi per un ammontare complessivo inferiore a detta base, il quale, a séguito dell'assegnazione del suo immobile allo Stato, subisce, «oltre alla perdita dell'immobile, anche l'ulteriore falcidia rappresentata dalla differenza tra base d'asta e tributo insoluto»; che, sotto il terzo profilo, sempre ad avviso del rimettente, la fissazione del prezzo di assegnazione dell'immobile in base al criterio della minor somma tra base d'asta e credito tributario per cui si procede, pur non avendo la funzione di sanzionare l'inadempienza del contribuente, tuttavia impone a quest'ultimo - nell'evenienza, meramente casuale, che il debito tributario sia inferiore al prezzo base del terzo incanto - di subire un sacrificio patrimoniale superiore (per l'entità della differenza tra la base d'asta ed il debito tributario) a quello commisurato alla sua capacità contributiva e, quindi, a quello corrispondente all'obbligazione tributaria (e relativi accessori), come accertata e risultante dall'estratto di ruolo; che, sempre con riguardo a tale profilo, il Giudice a quo sottolinea che il principio di capacità contributiva è applicabile anche nella fase della riscossione dei tributi, perché il citato «art. 53 comma 1° Cost. non distingue il momento fisiologico dell'adempimento dalle patologie del rapporto di imposta» e perché «il concorso alle spese pubbliche si attua [...] con l'adempimento, spontaneo o coattivo, della pretesa tributaria»; che, con riferimento alla dedotta violazione degli artt. 3 e 42 Cost., il rimettente osserva che l'assegnazione dell'immobile allo Stato ad un prezzo pari all'ammontare del credito tributario e, quindi, inferiore al prezzo base del terzo incanto, non costituisce il «serio ristoro» che la giurisprudenza costituzionale richiede per l'indennizzo da corrispondersi in caso di espropriazione per pubblica utilità ai sensi del terzo comma dell'art. 42 Cost. (Corte costituzionale, sentenze n. 348 del 2007 e n. 5 del 1980); che, secondo il Giudice a quo, il principio «del serio ristoro», pur se previsto per l'indennizzo a séguito di espropriazione per pubblica utilità o di altri atti ablatori disposti dalla pubblica amministrazione, è applicabile anche nell'ipotesi di altri trasferimenti coattivi della proprietà privata, quale quello di specie, perché «quando lo Stato esercita la potestà, con determinazione ex uno latere e fuori da un contesto negoziale, di acquistare un bene privato, il corrispettivo dello scambio deve essere "congruo, serio ed adeguato" ossia deve assumere a parametro - pur potendo discostarsene al ribasso per contemperare interessi pubblici e privati - "il valore del bene in relazione alle sue caratteristiche essenziali fatte palesi dalla potenziale utilizzazione economica di esso" (Corte Cost. 30/1/1980 n. 5) e non può legittimamente basarsi su "elementi del tutto sganciati da tale dato" (Corte Cost. 24/10/2007 n. 348)»; che, quanto alla rilevanza, il Giudice dell'esecuzione del Tribunale di Reggio Emilia, dopo avere ribadito che l'interpretazione della disposizione denunciata sopra indicata è «l'unica possibile» e che non è prospettabile un'interpretazione costituzionalmente orientata della stessa, afferma che, nella specie: a) sussistono tutte le condizioni per far luogo all'assegnazione allo Stato dell'immobile per un prezzo pari alla «somma per la quale si procede», invece che per il maggior importo del prezzo base del terzo incanto andato deserto; b) solo la richiesta pronuncia di illegittimità costituzionale «comporterebbe il rigetto dell'istanza di assegnazione oppure il suo accoglimento ma al "prezzo base del terzo incanto"»; che è intervenuto nel giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che le questioni sollevate siano dichiarate non fondate; che, quanto al dubbio prospettato dal rimettente in ordine alla ragionevolezza del denunciato art. 85, comma 1, del d.P.R. n. 602 del 1973, «rispetto allo scopo e al principio di uguaglianza», l'Avvocatura generale dello Stato ritiene che la scelta del legislatore di prevedere l'assegnazione dell'immobile allo Stato per il minor prezzo tra il prezzo base del terzo incanto e la somma per la quale si procede «non risulta irragionevole», tenuto conto che: a) le argomentazioni utilizzate dalla Corte costituzionale, nell'ordinanza n. 383 del 1988, per dichiarare la manifesta infondatezza della questione di legittimità degli artt. 87 e 51 del d.P.R. n. 602 del 1973, nella formulazione vigente prima della riforma attuata con il d.lgs. 26 febbraio 1999, n. 46 (Riordino della disciplina della riscossione mediante ruolo, a norma dell'articolo 1 della legge 28 settembre 1998, n. 337), sono valide anche nell'«attuale contesto normativo, in parte mutato», e nonostante la «diversa prospettazione della questione» da parte del giudice a quo; b) il rimettente non ha considerato né che il prezzo base del terzo incanto non può costituire un «utile parametro di riferimento», considerato che per quel prezzo l'immobile «non è risultato "appetibile" sul mercato», né che, «per lo Stato la devoluzione rappresenta un "acquisto coattivo"» di detto immobile, con la conseguenza che «L'accoglimento della questione [...] comporterebbe [...] per lo Stato l'acquisto (coattivo) di un immobile [...] ad un valore risultato non appetibile sul mercato, ossia un esito che non potrebbe ritenersi congruo e ragionevole»; c) l'istituto censurato è «preordinato a fronteggiare la invendibilità del bene esecutato evitando che la procedura esecutiva si estingua per mancanza di offerte e non è pregiudizievole per i creditori, che partecipano comunque alla distribuzione del ricavato dall'assegnazione, potendo essi stessi partecipare agli incanti»;