[pronunce]

Tale "revisione" ex tunc dell'istituto, secondo le parti, si desumerebbe dal "diritto vivente" espresso in numerosissime sentenze pronunciate sia dalla Corte di cassazione che dal Consiglio di Stato tra il 2011 e il 2015, le quali, riconoscendo il rimedio dell'ottemperanza per l'esecuzione di decisioni di ricorsi straordinari al Presidente della Repubblica o al Presidente della Regione Siciliana rese prima delle riforme degli anni 2009-2010 su conformi pareri del Consiglio di Stato o del Consiglio di giustizia amministrativa per la Regione Siciliana, renderebbero non più contestabile la natura giurisdizionale del rimedio e l'esistenza di un «giudicato» anche con riguardo alle predette decisioni. Ad avviso delle parti, pertanto, la precedente sentenza n. 282 del 2005 sarebbe «superata», alla luce delle riforme degli anni 2009-2010, mentre l'impostazione assunta dal giudice a quo nell'ordinanza di rimessione, oltre a essere in conflitto con il menzionato orientamento giurisprudenziale, contrasterebbe con il divieto di costituire nuovi giudici speciali ex art. 102 Cost. e con la VI disposizione transitoria della Costituzione (è citata la sentenza n. 287 del 1974, sul riconoscimento ex tunc della natura giurisdizionale delle commissioni tributarie dopo la riforma del contenzioso tributario del 1972). Inoltre, questa Corte, anche se in diversa materia, avrebbe già qualificato come giudicato una decisione resa prima delle riforme su conforme parere del Consiglio di Stato (è citata l'ordinanza n. 57 del 2015) e avrebbe ancora ritenuto ammissibile la questione sollevata dal Consiglio di giustizia amministrativa per la Regione Siciliana in sede di parere su un ricorso straordinario al Presidente della Regione Siciliana (è citata la sentenza n. 265 del 2013). Qualora questa Corte non ritenesse di interpretare la norma censurata nel senso di fare salvi, per effetto delle riforme degli anni 2009-2010, anche i decreti decisori dei ricorsi straordinari, in quanto dotati ex tunc di una forza equiparabile al giudicato, le parti chiedono che essa sollevi davanti a se stessa questioni di legittimità costituzionale dell'art. 112 cod. proc. amm. e dell'art. 15 del d.P.R. 24 novembre 1971, n. 1199 (Semplificazione dei procedimenti in materia di ricorsi amministrativi) in rapporto all'art. 395, numero 5), cod. proc. civ. , per contrasto, il primo, con gli artt. 3, 102 e 117 Cost. e con la VI disposizione transitoria della Costituzione e, il secondo, per contrasto con gli artt. 2, 3, 24 e 117 Cost. In via subordinata, le medesime parti chiedono che siano accolte le questioni sollevate dal giudice a quo, aderendo alle ragioni esposte nell'ordinanza di rimessione con riferimento alla giurisprudenza della Corte EDU in tema di intangibilità delle decisioni amministrative irrevocabili espressione di «judicial review» e osservando, tra l'altro, che la stessa Corte di Strasburgo, con la sentenza 1° luglio 2014, Guadagno e altri contro Italia, in un caso di cosiddetto "galleggiamento" di magistrati amministrativi, avrebbe già dichiarato che l'art. 50, comma 4, della legge n. 388 del 2000 ha violato l'art. 6, paragrafo 1, della CEDU, avendo influito sull'esito di giudizi pendenti nei quali era parte lo Stato, in assenza di motivi imperativi di interesse generale. Infine, sarebbero condivisibili anche le censure ex artt. 3 e 97 Cost., trattandosi di una legge-provvedimento retroattiva, che avrebbe introdotto una discriminazione ai soli danni dei ricorrenti nel processo principale, destinati a subire l'inefficacia delle decisioni definitive assunte a loro favore. 3.- Con atto depositato il 1° dicembre 2015 è intervenuto in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, che ha concluso per l'inammissibilità o l'infondatezza, anche manifesta, delle questioni. In primo luogo, i precedenti della Corte di Strasburgo evocati dal giudice a quo non sarebbero pertinenti, sicché mancherebbe una consolidata interpretazione dell'art. 6 della CEDU nel senso prospettato nell'ordinanza di rimessione, di insanabile contrasto tra la norma interna e la Convenzione dei diritti dell'uomo. Da qui, ad avviso dell'intervenuto, l'insufficiente motivazione sulla non manifesta infondatezza o, comunque, la manifesta infondatezza della questione riferita all'art. 117, primo comma, Cost. In ogni caso, non sussisterebbe violazione dei diritti riconosciuti dalla CEDU, in quanto gli interessati avrebbero scelto liberamente un mezzo di tutela alternativo alla tutela giurisdizionale, così esponendosi a interventi normativi incidenti sull'eseguibilità della decisione sul ricorso straordinario. La retroattività della norma deriverebbe dalla sua natura di legge di interpretazione autentica, la cui legittimità si dovrebbe rinvenire nel fine perseguito dal legislatore di ribadire una incompatibilità sistematica già realizzatasi, in ordine alla vigenza dell'art. 4, nono comma, della legge n. 425 del 1984, per effetto dell'abrogazione dell'istituto dell'allineamento stipendiale, già disposto dall'art. 2, comma 4, del decreto-legge 11 luglio 1992, n. 333 (Misure urgenti per il risanamento della finanza pubblica), convertito, con modificazioni, dalla legge 8 agosto 1992, n. 359. L'Avvocatura generale dello Stato ricorda, altresì, che un precedente intervento retroattivo su quest'ultima disposizione, operato con l'art. 7, comma 7, del decreto-legge 19 settembre 1992, n. 384 (Misure urgenti in materia di previdenza, di sanità e di pubblico impiego, nonché disposizioni fiscali), convertito, con modificazioni, dalla legge 14 novembre 1992, n. 438, è già stato considerato da questa Corte immune da censure attinenti a profili analoghi a quelli ora proposti dal giudice a quo, con la sentenza n. 6 del 1994, della quale riporta ampi stralci. Le considerazioni svolte nella sentenza, dovrebbero valere con più forza con riferimento alla norma censurata, che sarebbe nuovamente intervenuta a interpretare il complesso delle norme relative al superamento dell'allineamento stipendiale «a fronte delle persistenti disapplicazioni di cui tali chiare previsioni continuavano talvolta ad essere oggetto nella prassi [...], con grave pregiudizio dell'eguaglianza e della finanza pubblica». Il divieto di dare esecuzione a sentenze, purché non passate in giudicato, o a provvedimenti amministrativi, comprese le decisioni sui ricorsi straordinari, che avessero comunque attribuito allineamenti stipendiali, sarebbe pertanto diretto a evitare il perpetuarsi delle diseguaglianze insite nel meccanismo, già censurate da questa Corte nella citata sentenza n. 6 del 1994, e costituirebbe un coerente e razionale completamento dell'intervento normativo del 1992, che il legislatore sarebbe stato «costretto» a reiterare nel 2000.