[pronunce]

Questa Corte non mancò di sottolineare - ponendo, anzi, tale rilievo a fulcro della ratio decidendi - come al danneggiante convenuto in sede propria sia offerta la possibilità di chiamare in garanzia l'impresa assicuratrice ai sensi dell'art. 106 del codice di procedura civile: disposizione, questa, alla quale è correlato, "per quanto riguarda i rapporti di assicurazione della responsabilità civile, l'art. 1917, comma ultimo, del codice civile". La "chiamata in causa" anche in sede penale dell'assicuratore - da parte dell'imputato che si trovi a dover resistere alla domanda risarcitoria formulata nei suoi soli confronti dalla parte civile - finisce, dunque, per giustificarsi essenzialmente in funzione dello specifico rapporto obbligatorio enucleato dallo stesso art. 1917 cod. civ. , a norma del quale l'assicuratore "è obbligato a tenere indenne l'assicurato di quanto questi, in conseguenza del fatto accaduto durante il tempo dell'assicurazione, deve pagare a un terzo, in dipendenza della responsabilità dedotta nel contratto". Da ciò deriva, quindi, che, al diritto dell'assicurato di vedersi manlevato dalle pretese risarcitorie, con correlativo potere di regresso, al contrario escluso per l'assicuratore, questa Corte ha ritenuto che dovesse corrispondere l'allineamento - anche in sede penale - dei poteri processuali di "chiamata" assicurati in sede civile; restando altrimenti irragionevolmente sterilizzata la "effettività" del rapporto di garanzia (nella specie a funzione "plurima", in quanto destinato a salvaguardare direttamente tanto la vittima che il danneggiante), in virtù delle scelte a tal proposito operate dall'attore-parte civile. Ben diversa è, invece, la correlazione che viene a stabilirsi nell'ipotesi di responsabilità dell'esercente l'aeromobile a norma dell'art. 878 del codice della navigazione: in tal caso, alla azione diretta del danneggiato, non corrisponde un rapporto interno di "garanzia" tra imputato e responsabile civile, nei termini delineati dal richiamato art. 1917 del codice civile; né può intravedersi il correlativo ed automatico diritto di regresso, che caratterizza la posizione del danneggiante "garantito". Questa Corte, in una fattispecie analoga a quella ora in esame, ha infatti avuto modo di sottolineare che la presenza del responsabile civile è collegata ad un oggetto del tutto diverso da quello cui è preordinato il processo penale; perciò la regolamentazione relativa, per quanto attiene alla citazione del responsabile civile, riflette razionalmente la diversità delle situazioni, aderendo al carattere dell'azione civile, subordinata alle scelte della parte lesa che può liberamente rivolgere la propria domanda o verso il solo imputato o anche nei confronti del responsabile civile. "L'imputato - aggiunse la Corte - non ha invece, come tale, richieste di natura civilistica da avanzare in quella sede e potrà, se mai, rivalersi nei limiti consentiti, nei confronti del responsabile civile in via di regresso ove abbia adempiuto l'obbligazione di risarcire il danno derivante dalla sentenza di condanna. Ma ciò, ovviamente, riguarda soltanto il rapporto fra coobbligati in solido, a termini dell'art. 1299 c.c.". Attesa, dunque, la diversità delle situazioni poste a raffronto, nessuna lesione poteva derivarne al principio di uguaglianza, stante il carattere non intrinsecamente irragionevole delle disposizioni allora impugnate (v. sentenza n. 38 del 1982, poi ribadita con ordinanza n. 120 del 1982). Considerato, quindi, che i princìpi affermati nella più volte richiamata sentenza n. 112 del 1998 sono intimamente saldati - sul piano logico e strutturale - alla particolare ipotesi di responsabilità civile derivante dalla assicurazione obbligatoria prevista dalla legge 24 dicembre 1969, n. 990, ne deriva che gli stessi non possono essere automaticamente trasferiti - come pretenderebbe il giudice rimettente - anche alle altre figure di responsabilità civile da reato. Infatti, così operando, si presupporrebbe l'esigenza di una obbligatoria "omologazione" tra processo civile e processo penale che, al contrario, il sistema ha, come si è detto, mostrato di ripudiare: e ciò, d'altra parte, in perfetta sintonia con le specifiche esigenze che - ora anche al lume delle indicazioni previste dall'art. 111 della Costituzione - devono caratterizzare quest'ultimo processo. 4. - Manifestamente infondata è, poi, la questione sollevata dal tribunale di Alba. Anche in tal caso, infatti, il giudice rimettente fa leva sulla sentenza n. 112 del 1998, ma richiede una pronuncia additiva che consenta all'imputato di "citare il proprio assicuratore della responsabilità civile facoltativa". Sottolinea a tal proposito il rimettente che, pure nella ipotesi dedotta, si realizzerebbe quella irragionevole divergenza tra modello civile e modello penale già censurata da questa Corte, poiché mentre all'imputato convenuto in sede civile è assicurata la facoltà di chiamare in garanzia l'assicuratore a norma dell'art. 106 cod. proc. civ. , tale possibilità gli sarebbe preclusa nel procedimento penale, ostandovi la disciplina dettata dall'art. 83 cod. proc. pen. L'assunto è all'evidenza erroneo. Con l'ordinario contratto di assicurazione, infatti, l'assicuratore non assume alcun obbligo di risarcimento nei confronti dei terzi, ma soltanto un obbligo di tenere indenne l'assicurato che ne faccia richiesta ai sensi dell'art. 1917, secondo comma, cod. civ. Mancano pertanto nel processo penale sia il presupposto oggettivo-sostanziale (obbligo del risarcimento ex lege), sia il presupposto soggettivo-processuale (destinatario del diritto all'indennizzo) per l'esercizio diretto dell'azione civile da parte del danneggiato: con l'ovvia conseguenza di rendere la posizione dell'assicuratore diversa rispetto a quella che caratterizza la figura del responsabile civile, a norma dell'art. 185 cod. pen. La richiesta pronuncia, quindi, non soltanto finisce per radicarsi su di una ipotesi eccentrica rispetto alla fattispecie esaminata nella sentenza di questa Corte, pure evocata dal giudice a quo; ma, addirittura, si risolve in una prospettiva profondamente innovativa e riservata alla scelta discrezionale del legislatore, mirando tale richiesta a consentire l'inserimento eventuale di una nuova figura processuale nel procedimento penale, in evidente contrasto con i ben diversi assetti sistematici di cui innanzi si è detto. Rimane per questa via superato il dubbio di costituzionalità prospettato dal giudice rimettente anche con riferimento all'art. 24 della Costituzione.. per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE Riuniti i giudizi, Dichiara non fondata la questione di legittimità costituzionale dell'art. 83 del codice di procedura penale sollevata, in riferimento all'art. 3 della Costituzione, dal tribunale di Termini Imerese, con l'ordinanza in epigrafe;