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Modifiche al codice civile in materia di beni comuni e di contenuti del diritto di proprietà. Onorevoli Senatori. – L'idea dei « beni comuni » è subito entrata nell'immaginario collettivo come reazione, forse inconscia, alle numerosissime « privatizzazioni », le quali hanno tradito l'interesse pubblico dei cittadini e hanno svenduto a singole società private « pezzi » del nostro « territorio », con tutto ciò che il territorio contiene. Infatti le « privatizzazioni », trasformando l'ente pubblico in società per azioni, hanno fatto in modo che non si persegua più l'interesse pubblico, ma l'interesse dei soci della società per azioni. Inoltre, e questo sfugge alla maggioranza delle persone, tale operazione opera nascostamente, sotto la veste di leggi incostituzionali, una vera e propria sottrazione alla « proprietà pubblica » di ciò che spetta al popolo a titolo di sovranità, trasferendo tale appartenenza a faccendieri inesperti che mirano soltanto ai loro personali interessi. È da tener presente, comunque, che il tema dei « beni comuni » non ha ancora una sua valida disciplina giuridica, mancando una sua precisa definizione, nonché, e questo è particolarmente importante, un cambiamento del « contesto giuridico » attualmente disciplinato dal libro III del codice civile, « Della proprietà ». Il tentativo di cambiare detto « contesto » è stato effettuato dalla Commissione Rodotà nominata a suo tempo dal Ministro Mastella. Ma questa Commissione ha agito per consentire, come richiesto dal Ministro dell'economia e delle finanze Tremonti, l'iscrizione delle « dismissioni » (che all'epoca apparivano come il toccasana della gravissima situazione finanziaria del Paese), nel conto patrimoniale degli enti pubblici, con la conseguenza che, a tal fine, essa ha eliminato, dimenticando la Costituzione, i concetti di « Stato comunità », di « proprietà pubblica », di « demanio » e della « partecipazione » dei cittadini. Prova ne sia (ma ce ne sono tante), che, secondo lo schema di disegno di legge elaborato dalla Commissione Rodotà, « sono titolari dei beni comuni le pubbliche amministrazioni o i privati ». Il che è un assurdo. Con il presente disegno di legge si mira a dare innanzitutto una « definizione » del concetto di « bene comune », che la Commissione Rodotà ha dato soltanto in modo esemplificativo, e ad offrire un contesto giuridico idoneo ad accogliere detta categoria. L'articolo 1, essendo impossibile definire a priori tutti i « beni comuni », ha un carattere ermeneutico, nel senso che offre all'interprete tutti gli elementi in base al quale un bene deve definirsi « comune ». In sostanza si definisce tale un bene che, « per natura e funzione » soddisfa bisogni e diritti fondamentali della presente e delle future generazioni e che pertanto deve ritenersi, assolutamente e definitivamente, « fuori commercio », a meno che non si tratti di mutamento della natura e della funzione della cosa. Inoltre, tenuto conto dello sviluppo economico attuale, si è ritenuto che si debbano definire « beni comuni » anche le imprese pubbliche (purché e finché mantengano la loro natura e funzione) inerenti a servizi pubblici essenziali o a fonti di energia o a situazioni di monopolio (articolo 43 della Costituzione). In relazione a queste, si è previsto un diritto di prelazione della pubblica amministrazione in caso di vendita da parte del proprietario privato, ferma in ogni caso la possibilità della loro nazionalizzazione. Si è prevista infine la partecipazione dei cittadini alla gestione dei beni comuni, nonché la loro legittimazione ad agire per la loro tutela. I « beni comuni », insomma, sono beni in proprietà collettiva demaniale (sono « beni pubblici ») e si distinguono nell'ambito dei « beni demaniali », perché, per loro natura e funzione, non possono essere oggetto di « sdemanializzazione », di « privatizzazione » o di « svendita ». L'articolo 2 abroga i commi secondo e terzo dell'articolo 826 del codice civile, che disciplina il « patrimonio indisponibile dello Stato », considerato che non ha senso una « indisponibilità » che si risolva in un obbligo, quasi mai inosservato, da parte del privato, di mantenere la stessa « destinazione economica ». L'articolo 3 provvede a distinguere i beni indicati nelle parti abrogate dell'articolo 826 tra beni demaniali e beni comuni. L'articolo 4 provvede a realizzare il nuovo « contesto giuridico » nel quale si collocano i « beni comuni », ridimensionando alla luce degli articoli 42 e 41 della Costituzione i poteri del proprietario privato previsti dal vigente articolo 832 del codice civile. Si offre, in altri termini, un'interpretazione costituzionalmente orientata di questo articolo, un'interpretazione che tenga conto della « funzione sociale » della proprietà, con le sue inevitabili conseguenze, e dell'utilità sociale, nonché della sicurezza, della libertà e della dignità umana, alle quali occorre riferirsi nelle private transazioni. Tutto questo assicura la tutela dei beni comuni, che oggi sono sopraffatti dalla lettura borghese e neoliberista che ancora si dà al concetto di « proprietà privata », fermandosi alla lettera del citato articolo 832 del codice civile. L'articolo 5 modifica l'articolo 948 del codice civile, disponendo che l'imprescrittibilità dell'azione di rivendicazione non si applica nel caso in cui la funzione sociale della cosa non venga raggiunta per dolo o colpa del proprietario. Infatti, secondo l'articolo 42, secondo comma, della Costituzione: « la proprietà privata è riconosciuta e garantita dalla legge (cioè dal popolo cui appartiene il territorio a titolo di sovranità), che ne determina i modi acquisto, di godimento e i limiti, allo scopo di assicurarne la funzione sociale ». Dal che discende inevitabilmente che il colposo o doloso mancato perseguimento di questo scopo comporti, ope Constitutionis , il venir meno della tutela giuridica del diritto di proprietà, facendo tornare la cosa lì da dove era venuta, e cioè nella « proprietà pubblica » del popolo italiano o nella « proprietà pubblica » della collettività territoriale interessata. Si è ritenuto, insomma, che non ha nessun senso ricercare i « beni comuni, oltre il pubblico e il privato », visto che è la stessa Costituzione repubblicana e democratica che dà loro un sicuro fondamento giuridico.. 1 1 Dopo l'articolo 810 del codice civile è inserito il seguente: « Art. 810 -bis. – (Beni comuni) – Sono beni comuni le cose, materiali o immateriali, che, per la loro natura e per la loro funzione, soddisfano diritti fondamentali e bisogni socialmente rilevanti, servendo immediatamente la collettività, la quale, in persona dei suoi componenti, della presente e delle future generazioni, è ammessa istituzionalmente a goderne in modo diretto. Detti beni sono naturalmente fuori commercio e in proprietà collettiva demaniale o in uso civico e collettivo, urbano e rurale. Essi non possono essere sottratti alla loro destinazione pubblica. Qualora si trovino in proprietà privata, la pubblica amministrazione è tenuta a riacquisirli al patrimonio pubblico, mediante lo strumento della prelazione nelle vendite, o a istituire sugli stessi le necessarie servitù pubbliche.