[pronunce]

che, poiché tale interpretazione non è stata condivisa dalla Corte di cassazione e questa ha sollevato nuovamente la questione di legittimità costituzionale della norma in discorso, in riferimento all'art. 36 Cost., la Corte costituzionale, con sentenza n. 470 del 2002, ha dichiarato, ancora una volta, non fondata la questione, osservando che non solo «[…] deve ribadirsi – in assenza di qualsiasi argomentazione che induca a discostarsene – il principio consolidato secondo cui la proporzionalità ed adeguatezza della retribuzione va riferita non già alle sue singole componenti, ma alla globalità di essa, ma altresì il corollario che questa Corte, nella sentenza n. 164 del 1994, ne ha tratto affermando che “il silenzio dell'art. 36 Cost. sulla struttura della retribuzione e sull'articolazione delle voci che la compongono significa che è rimessa insindacabilmente alla contrattazione collettiva la determinazione degli elementi che concorrono a formare, condizionandosi a vicenda, il trattamento economico complessivo dei lavoratori, del quale il giudice potrà poi essere chiamato a verificare la corrispondenza ai minimi garantiti dalla norma costituzionale”»; che, ad avviso del rimettente, l'art. 14 della legge 17 maggio 1985, n. 210 (Istituzione dell'ente “Ferrovie dello Stato”), avrebbe determinato «l'abrogazione delle preesistenti leggi speciali, abrogazione rinviata al momento in cui saranno adottati i relativi regolamenti», con la conseguenza che «rimangono ovviamente in vigore, come del resto ribadito dal citato articolo 14, le leggi di carattere generale, che cioè non si limitano a disciplinare lo specifico settore ferroviario»; che, in particolare, sarebbero state abrogate sia le leggi che disciplinano l'orario di lavoro dei ferrovieri sia il terzo comma dell'art. 1 del regio decreto-legge 15 marzo 1923, n. 692 (Limitazione dell'orario di lavoro per gli operai ed impiegati delle aziende industriali o commerciali di qualunque natura), convertito nella legge 17 aprile 1925, n. 473, nella parte in cui, per la disciplina del lavoro straordinario dei ferrovieri, rinvia a «separate disposizioni»; sicché al lavoro straordinario dei dipendenti delle Ferrovie dello Stato sarebbero applicabili le norme di legge che dettano la disciplina generale della materia, e cioè l'art. 2108 del codice civile e l'art. 5 del r.d.l. n. 692 del 1923 (il quale consente l'allungamento della giornata normale di lavoro «a condizione, in ogni caso, che il lavoro straordinario venga computato a parte e remunerato con un aumento di paga su quella del lavoro ordinario non inferiore al 10 per cento»); che, così delineato il quadro normativo di riferimento, il giudice rimettente osserva che la concorrente applicabilità dell'art. 7, comma 5, del decreto-legge n. 384 del 1992 (e successive proroghe) fa sorgere il problema della compatibilità di tale norma con l'art. 4 della parte II della Carta sociale europea, riveduta, fatta a Strasburgo il 3 maggio 1996, ratificata e resa esecutiva in virtù della legge 9 febbraio 1999, n. 30 (Ratifica ed esecuzione della Carta sociale europea, riveduta, con annesso, fatta a Strasburgo il 3 maggio 1996), entrata in vigore il 1° settembre 1999 (a seguito dello scambio degli strumenti di ratifica avvenuto il 6 luglio 1999); che tale norma (la cui rubrica reca «Diritto ad un'equa retribuzione») dispone, per quel che qui rileva, che «per garantire l'effettivo esercizio del diritto ad un'equa retribuzione, le Parti s'impegnano: 1. a riconoscere il diritto dei lavoratori ad una retribuzione sufficiente tale da garantire ad essi e alle loro famiglie un livello di vita dignitoso; 2. a riconoscere il diritto dei lavoratori ad un tasso retributivo maggiorato per le ore di lavoro straordinario ad eccezione di alcuni casi particolari […]» (comma primo), ed inoltre che «l'esercizio di questi diritti deve essere garantito sia da convenzioni collettive liberamente concluse sia da meccanismi legali di determinazione dei salari, sia in ogni altro modo conforme alle condizioni nazionali» (comma secondo); che, atteso che l'art. 4, punto 2, della Carta sociale europea ha già ricevuto attuazione dall'art. 2108 cod. civ. e dal r.d.l. n. 692 del 1923 (applicabili anche al lavoro ferroviario, come innanzi argomentato), il giudice rimettente asserisce che lo stesso art. 4, punto 2, è vincolante per lo Stato italiano, sia perché ricompreso nella dichiarazione formulata dall'Italia al momento del deposito degli strumenti di ratifica, sia perché attuato nell'ordinamento interno, secondo la previsione dell'art. G della parte V della Carta, e ciò anche se esso non ha efficacia diretta nell'ordinamento interno degli Stati contraenti, ma si concreta in impegni giuridici di carattere internazionale nei rapporti fra gli Stati medesimi; ai quali, perciò, è demandata l'attuazione dei principî e dei diritti in essa contemplati, con ampia discrezionalità quanto ai modi, ai tempi e ai mezzi; che, ad avviso del giudice rimettente, l'art. 7, comma 5, del decreto-legge n. 384 del 1992, nella parte in cui per le prestazioni lavorative rese oltre l'orario normale esclude una retribuzione maggiorata, o addirittura consente una retribuzione inferiore rispetto a quella del lavoro ordinario, si pone in contrasto con l'art. 4, punto 2, della Carta sociale europea, e, dunque, integra gli estremi di un inadempimento da parte dello Stato italiano agli obblighi internazionali scaturenti dalla Carta medesima; che – ad avviso dello stesso giudice – non può escludersi il cennato contrasto in virtù dell'inciso «ad eccezione di alcuni casi particolari», contenuto in detto art. 4, punto 2, poiché sarebbe contraddittorio riconoscere ad uno Stato contraente la facoltà, senza limiti, di derogare ad una norma che, nel contempo, è considerata vincolante per lo Stato medesimo, dovendosi tale inciso intendere alla stregua del principio, vigente nell'ordinamento internazionale, secondo cui limitazioni a principî e diritti fondamentali sono ammissibili solo se giustificate da finalità di interesse generale e purché il mezzo non sia sproporzionato allo scopo; che la disposizione di cui all'art. 7, comma 5, del decreto-legge n. 384 del 1992 sarebbe priva di ogni ragionevolezza, atteso che il blocco del compenso per lavoro straordinario dipende solo dal fatto, del tutto accidentale, che di esso, in base alla contrattazione collettiva del settore, faccia parte una di dette indennità; che, peraltro, non sarebbe invocabile l'argomento – utilizzato dalla Corte costituzionale con la sentenza n. 470 del 2002 – circa il «silenzio dell'art. 36 Cost. sulla struttura della retribuzione e sull'articolazione delle voci che la compongono», dal momento che l'art. 4, punto 2, della Carta sociale europea, a differenza dell'art. 36 Cost., considera la retribuzione anche nelle sue articolazioni e, in particolare, in quella costituita dal compenso per il lavoro straordinario;