[pronunce]

la Regione Veneto ha promosso questioni di legittimità costituzionale di alcune disposizioni del d.l. n. 95 del 2012, convertito, con modificazioni, dall'art. 1, comma 1, della legge n. 135 del 2012, e, tra queste, degli artt. 17 e 18, per violazione degli artt. 3, 5, 77, 97, 114, 117, 118, 119, 120, 132 e 133 Cost., e del principio di leale collaborazione. 16.1.- Dopo aver rilevato che le Regioni sono legittimate a promuovere il giudizio di costituzionalità, riguardo a leggi dello Stato, anche in base alla ritenuta violazione delle competenze proprie degli enti locali, la ricorrente assume che, in forza dell'impugnato art. 17, si determina anche una diretta lesione delle prerogative regionali. Infatti, la disciplina censurata finirebbe con il privare la Regione di un interlocutore istituzionale cui la Regione stessa può affidare, ed anzi normalmente affida, funzioni amministrative. Sarebbero vulnerate, per la stessa ragione, le competenze legislative (concorrenti e residuali) di cui al terzo ed quarto comma dell'art. 117 Cost., nonché le competenze regolamentari di cui al sesto comma della medesima norma costituzionale. Ancora, le disposizioni concernenti la redistribuzione di funzioni amministrative tra i Comuni, le Province e le Regioni (a norma dei commi 6, 10 e 11 dell'art. 17) sovvertirebbero irragionevolmente «l'intero assetto costituzionale regionale e delle autonomie locali», determinando la complessiva violazione degli artt. 3, 5, 97 e 114 Cost. In particolare, considerato che la gran parte dei Comuni italiani conta una popolazione inferiore ai 15.000 abitanti, la riforma eliminerebbe strutture essenziali per l'attuazione del principio di sussidiarietà verticale, di cui al primo comma dell'art. 118, in relazione ai compiti di «area vasta». 16.2.- Dopo avere asserito che le notazioni fin qui svolte varrebbero a documentare tanto il merito delle censure proposte che la legittimazione al ricorso da parte della Regione Veneto, quest'ultima denuncia ancora la difformità fra la procedura prevista dal legislatore statale e quella prescritta dall'art. 133 Cost. per il mutamento delle circoscrizioni provinciali. La norma costituzionale richiederebbe, infatti, una «legge rinforzata», approvata in esito all'iniziativa dei Comuni, sentita la Regione interessata. La disciplina di dettaglio della procedura, contenuta nell'art. 21 del d.lgs. n. 267 del 2000, comprende regole che garantiscono una adesione maggioritaria delle popolazioni al progetto di mutamento, riservando alla funzione legislativa dello Stato un compito di verifica della corrispondenza del progetto all'interesse generale. In nessun caso la modifica della circoscrizione potrebbe essere disposta - come invece prevede la normativa censurata - senza l'iniziativa dei Comuni, e addirittura affidando al Governo la precostituzione del disegno di riforma. La Regione Veneto considera inaccettabile la tesi dell'Esecutivo - desunta dalla relazione al disegno di legge di iniziativa governativa per la conversione del d.l. n. 95 del 2012 - secondo cui la procedura di cui all'art. 133 Cost. dovrebbe essere applicata solo per mutamenti esauriti nell'ambito delle singole Regioni, mentre, nel contesto di un disegno complessivo di riforma, il coinvolgimento dei Comuni potrebbe essere validamente assicurato mediante l'interlocuzione dei Consigli delle autonomie locali. La norma costituzionale, infatti, non istituisce alcuna differenza basata sulla «scala» dei mutamenti, che del resto si producono nell'ambito delle singole Regioni, quand'anche disposti su base nazionale. La ricorrente ricorda che la Corte costituzionale, pur ammettendo che l'istituzione di nuove Province può essere attuata mediante legge di delegazione, ha ribadito la necessità del procedimento «ascensionale» che muove dai Comuni, riservando alla legge il solo compito di «valutare, nella fase conclusiva dello stesso procedimento, l'idoneità e l'adeguatezza dell'ambito territoriale destinato a costituire la base della nuova Provincia» (sentenza n. 347 del 1994). Neppure potrebbe ammettersi, sempre secondo la ricorrente, che nel ruolo assegnato loro dall'art. 133 Cost. i Comuni siano validamente «sostituiti» dai Consigli delle autonomie locali. Il potere di iniziativa spetta infatti ai singoli Comuni, e, d'altra parte, l'art. 17 chiama i Consigli ad operare su un progetto già elaborato dal Governo, al quale addirittura si assegna un potere sostitutivo nel caso di inutile scadenza dei brevissimi termini a disposizione del citati Consigli. La Regione Veneto ricorda che un disegno del genere era già stato posto a base di una norma di emanazione governativa (art. 15 del decreto-legge 13 agosto 2011, n. 138, recante «Ulteriori misure urgenti per la stabilizzazione finanziaria e per lo sviluppo»), poi soppressa, per questo aspetto, in sede di conversione, anche in forza delle obiezioni mosse da più parti a proposito della sua compatibilità con la Costituzione (art. 1 della relativa legge di conversione 14 settembre 2011, n. 148). Sarebbe incomprensibile e contraddittoria, dunque, la nuova iniziativa, avente ad oggetto norme in contrasto ancora maggiore con l'art. 133 Cost. 16.3.- La ricorrente prende in considerazione la possibilità che l'art. 17 del d.l. n. 95 del 2012 venga applicato per realizzare l'accorpamento di Province appartenenti a Regioni diverse. In questo caso, la procedura prevista dalla norma si troverebbe in contrasto con la specifica previsione costituzionale dell'art. 132, secondo comma, Cost., fondata su consultazioni referendarie e sulla interlocuzione dei Consigli regionali interessati. 16.4.- Ulteriore ragione di contrasto con la Costituzione è ravvisata nella carenza delle condizioni straordinarie di necessità e urgenza che, sole, avrebbero potuto legittimare il ricorso alla decretazione governativa (art. 77 Cost.). Viene ricordato come l'art. 15 della legge n. 400 del 1988 escluda dall'area di possibile intervento del decreto-legge le materie di cui al quarto comma dell'art. 72 Cost., comprese «le norme in materia costituzionale ed elettorale». Poiché la riforma in discussione atterrebbe alla «modifica dell'assetto dello Stato», non avrebbe potuto comunque essere realizzata in via d'urgenza. Lo stesso Governo, pur allegando ragioni di urgente riassetto della finanza pubblica, avrebbe d'altra parte vanificato quelle ragioni, «ammettendo» di non essere in grado di quantificare il risparmio che dovrebbe derivare dall'attuazione della riforma. La ricorrente rammenta, infine, che il «vizio» originario del decreto legge non è sanato dall'intervento della legge di conversione. 16.5.- Tutte le censure indicate, secondo la Regione Veneto, sarebbero riferibili anche all'art. 18 del d.l. n. 95 del 2012, con il quale il legislatore statale ha «sbrigativamente» disposto la soppressione delle Province con capoluogo in numerose città italiane, istituendo contemporaneamente altrettante Città metropolitane.