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Il senatore Vitali ha concluso il suo intervento con un'affermazione grave, ma, purtroppo, condivisibile (ne ho accennato anche io in precedenza). Il punto è uno solo. Come ho detto in precedenza, richiamare l'articolo 157 del codice di procedura penale è totalmente inutile. Chi ha dimestichezza con le aule giudiziarie (e tanti colleghi della maggioranza ne hanno molta) sa perfettamente del numero di processi che si prescrive proprio a causa della nullità delle notifiche e delle omesse notifiche. Richiamare il contenuto dell'articolo 157, ultimo comma, del codice di procedura penale per sostenere che, comunque, le notifiche possono essere fatte al difensore via PEC significa ignorare quello che accade quotidianamente negli uffici giudiziari. Infatti, il difensore sistematicamente rifiuta di ricevere queste notifiche, per due motivi molto semplici. In primo luogo, egli non ha interesse a riceverle per tutelare la posizione del cliente e, in secondo luogo, perché ciò accrescerebbe le attività da compiere per il suo studio. Infatti, l'avvocato sarebbe a sua volta obbligato a comunicare al difensore, cosa che invece lascia fare allo Stato rifiutandosi di ricevere la notifica, nell'interesse del difensore che ha proceduto alla nomina del difensore d'ufficio. Pertanto, ancora una volta l'emendamento è di buon senso, ma, purtroppo, anche in questo caso pare che non si voglia accogliere alcuna delle osservazioni fatte per migliorare il provvedimento. Noi voteremo favorevolmente, pur sapendo che l'emendamento non verrà comunque accolto. Desideriamo, tuttavia, che la nostra posizione rimanga agli atti, così da poter dire che non abbiamo partecipato a questo scempio. PRESIDENTE . Indìco la votazione nominale con scrutinio simultaneo della prima parte dell'emendamento 2.1, presentato dal senatore Vitali e da altri senatori, fino alle parole «pari a». (Segue la votazione) . Il Senato non approva. (v. Allegato B) . Risultano pertanto preclusi la restante parte e l'emendamento 2.2. Passiamo alla votazione dell'emendamento 2.3. VITALI (FI-BP) . Domando di parlare per dichiarazione di voto. PRESIDENTE. Ne ha facoltà. VITALI (FI-BP) . Signor Presidente, non intervengo sull'emendamento, perché mi sono stancato di parlare invano in quest'Aula. Ma vi faccio una promessa: non finisce qui. (Applausi dal Gruppo FI-BP. Commenti dal Gruppo PD) . PRESIDENTE . Indìco la votazione nominale con scrutinio simultaneo dell'emendamento 2.3, presentato dal senatore Vitali e da altri senatori. (Segue la votazione) . Il Senato non approva . (v. Allegato B) . GRASSO (Misto-LeU) . Domando di parlare per dichiarazione di voto. PRESIDENTE. Ne ha facoltà. GRASSO (Misto-LeU) . Gentile Presidente, onorevoli senatori e senatrici, sono a tutti note le gravi criticità del palazzo di giustizia di Bari, che ha ospitato gli uffici della procura e del tribunale penale. Per tali criticità si è oggi giunti ad adottare un decreto-legge di sospensione dei termini dei procedimenti e dei processi penali. Apprese tali criticità, noi della componente Liberi e Uguali del Gruppo Misto abbiamo immediatamente presentato un'interrogazione parlamentare per sollecitare l'adozione di provvedimenti urgenti. Questo sì; tuttavia, a dire il vero, auspicavamo interventi legislativi volti a individuare una sede pubblica idonea per continuare a svolgere regolarmente le udienze e non, come avvenuto, interventi drastici sui termini processuali. Lo stabile che fino a oggi ha ospitato la giustizia a Bari - lo so anche per averlo frequentato personalmente nella mia precedente funzione giudiziaria - non ha mai avuto i requisiti di sicurezza e decoro che un palazzo di giustizia dovrebbe avere: poche aule rispetto alla mole dei processi, cancellerie molto piccole e difficoltà per chi vi lavorava perfino ad archiviare i fascicoli; le stanze dove erano in custodia i detenuti divise dagli altri ambienti da pareti in cartongesso; insufficienza dei servizi igienici; infiltrazioni d'acqua dal tetto e di liquami dal sottosuolo. Il quadro era assolutamente indecoroso per un luogo dello Stato, un palazzo di giustizia che dovrebbe essere simbolo, innanzitutto, di sicurezza, di legalità e - perché no - di salubrità. La storia giudiziaria del palazzo del tribunale di Bari non rappresenta, quindi, una novità di questi giorni, essendo cominciata più di quindici anni fa. I problemi della struttura, infatti, erano già emersi dalla prima consulenza disposta dalla procura nell'ambito dell'inchiesta per abusi edilizi che, alcuni anni addietro, aveva coinvolto i costruttori. Il processo finì con condanna in primo grado e prescrizione in appello; stessa sorte ebbe il procedimento successivo, per frode nelle pubbliche forniture. Quindi, quello del tribunale di Bari non può che essere il triste epilogo di una tragedia annunciata. La situazione della struttura, con locali pericolanti, non in grado di garantire la sicurezza e l'incolumità pubblica, il degrado degli uffici e lo stato di assoluta assenza di manutenzione erano dunque noti da anni, e non solo attraverso vicende giudiziarie, ma anche attraverso numerose denunce e segnalazioni. Le verifiche strutturali effettuate hanno spinto, giustamente, le autorità amministrative competenti alla decretazione di un'ordinanza di sgombero. Davanti agli occhi di tutti ci sono delle immagini: le immagini di udienze tenute nelle tendopoli. Questa è l'immagine, quella di un palazzo sinonimo di decadimento del servizio di giustizia che perviene al cittadino, un'immagine che si abbatte sull'intero sistema giudiziario. Un punto, però, è fondamentale e vale non solo per Bari, ma per tutti i palazzi di giustizia. L'instabilità dell'edificio che ospita il tribunale non deve in alcun modo avere ripercussioni negative sulla rapidità dei procedimenti e sulla giustizia da garantire ai cittadini. Il complesso dei beni strumentali e dei documenti indispensabili per l'esercizio delle funzioni giudiziarie coinvolgono interessi di rilevanza costituzionale e, pertanto, non possono essere improvvisamente interrotti. Nel merito, il provvedimento sospende fino al 30 settembre 2018 i termini dei procedimenti penali pendenti alla data di entrata in vigore del decreto-legge n. 73 del 22 giugno 2018 dinanzi al tribunale di Bari e alla procura della Repubblica presso il medesimo tribunale. Al comma 1 dell'articolo 1, però, si usano impropriamente le parole «procedimenti penali pendenti». Per evitare qualsiasi interpretazione sarebbe stato necessario (e per questo abbiamo presentato un emendamento, che però non è stato approvato) rendere esplicito che il contenuto del decreto-legge si riferisce non solo ai procedimenti e ai processi pendenti alla data del decreto, ma anche a quelli sopravvenuti fino alla data del 30 settembre 2018. Tale chiarimento è attualmente contenuto all'interno della relazione illustrativa, ma non è esplicitato nell'articolato del decreto-legge. Alla Camera era stata prime cure anche posta la richiesta di inserire questa modifica ma, anche lì, non si capisce perché non sia stato modificato il provvedimento.