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Modifiche alla legge 11 marzo 1953, n. 87, e alla legge 31 dicembre 2009, n. 196, in materia di istruttoria e trasparenza dei giudizi di legittimità costituzionale. Onorevoli Senatori. -- La recente sentenza n. 70 del 10 marzo 2015 con cui la Corte costituzionale ha dichiarato l'illegittimità costituzionale delle norme relative al blocco dell'indicizzazione delle pensioni superiori a tre volte il minimo contenute nel decreto-legge 26 dicembre 2011, n. 201, convertito, con modificazioni, dalla legge 22 dicembre 2011, n. 214, cosiddetto decreto «Salva Italia», ha suscitato non pochi interrogativi nell'opinione pubblica, allarme nel Governo, nel Parlamento e nell'Unione europea, forte dibattito tra i costituzionalisti e tra gli economisti. Nel dichiarare l'incostituzionalità della predetta norma, la sentenza ha rimesso al Governo la determinazione della nuova soglia al di sotto della quale dovranno essere garantite la integrale o parziale indicizzazione delle pensioni per mantenerne, nel tempo, il potere di acquisto. Tuttavia, avendo la sentenza carattere retroattivo, gli oneri a carico del bilancio saranno molto consistenti. Non si intende qui affrontare il merito della pronuncia per interrogarsi se, ad esempio, la Corte non avrebbe dovuto svolgere una valutazione più ampia del contesto normativo in cui la singola norma è inserita. Sarebbe stato forse opportuno tenere presente che il decreto «Salva Italia» era stato approvato da Governo e Parlamento in una fase drammatica della nostra storia recente nella quale l'andamento della finanza pubblica, con l'aumento esplosivo degli spread sui tassi di interesse dei titoli del nostro debito pubblico, aveva concretamente messo a rischio la tenuta del nostro sistema finanziario facendo intravedere come un'opzione molto realistica quella del default dello Stato italiano. Evento devastante che avrebbe messo in discussione non tanto l'indicizzazione delle pensioni, quanto l'intero sistema previdenziale. Ed era stato in quel momento che, proprio con il decreto «Salva Italia», con il sostegno di una larghissima maggioranza parlamentare, a tutte le fasce sociali e a tutte le categorie economiche erano stati chiesti enormi sacrifici in termini di aggravi fiscali, eliminazione di contributi pubblici, riduzione delle retribuzioni, taglio degli investimenti, con una distribuzione dell'onere economico e sociale degli interventi ritenuta severa ma equa dal punto di vista politico. E anche per questo si potrebbe ricordare che l'articolo 28 della legge 11 marzo 1953, n. 87, sottolinea che il controllo di legittimità costituzionale «... esclude ogni valutazione di natura politica e ogni sindacato sull’uso del potere discrezionale del Parlamento». Ma la questione che nella sentenza n. 70 del 2015 ha sollevato le maggiori perplessità (si vedano, tra gli altri, i commenti di A. Barbera, S. Cassese, V. Onida, S. Ceccanti, A. Baldassarre) non attiene tanto alle specifiche norme dichiarate incostituzionali, ma ha carattere generale e riguarda l'equilibrio che anche il giudice costituzionale deve garantire tra i diritti tutelati dalla Costituzione, da una parte, e i vincoli e i princìpi che la Costituzione stessa pone in materia di bilancio, dall'altra parte; vincoli e princìpi che sono anch'essi posti per assicurare la sostenibilità del soddisfacimento dei diritti costituzionali nel medio e lungo periodo. Dunque diritti costituzionali a prestazioni e a tutele pubbliche (affermati nella Parte I della Costituzione) non assoluti ma relativi, da graduare nella misura e nel tempo del loro soddisfacimento in modo tale da risultare in equilibrio rispetto agli altri valori costituzionali protetti dall'articolo 81 della Costituzione. La discussione non è nuova: la introdusse per primo alcuni decenni fa il prof. Valerio Onida (oggi Presidente emerito della Corte costituzionale) seguito da altri studiosi e da numerose riflessioni interne alla stessa Corte. Considerazioni poi enunciate dalla Corte, per la prima volta in modo compiuto, con la sentenza n. 260 del 23 maggio 1990 . Dopo di allora la giurisprudenza costituzionale è stata ondivaga sul punto e in talune occasioni le pronunce della Corte si sono tradotte in forti aggravi di spesa. Ora però la questione deve essere affrontata diversamente alla luce delle modifiche introdotte all'articolo 81 della Costituzione con la legge costituzionale n. 1 del 20 aprile 2012. Si tratta di norme che hanno costituzionalizzato l'obbligo del pareggio di bilancio e il divieto di ricorrere all'indebitamento per finanziare nuove spese o minori entrate. Tali disposizioni, che peraltro derivano dai vincoli che lo Stato italiano ha volontariamente assunto con la sua partecipazione all'Unione europea (articoli 11 e 117, primo comma della Costituzione), non interpretano solo un mero princìpio contabile, ma introducono anche un principio di equità tra generazioni che è violato ogni volta che per finanziare una spesa si produce maggiore debito che graverà sulle future generazioni. Il che è in particolare vero per la spesa corrente il cui vantaggio viene immediatamente consumato dai beneficiari di tali spese scaricandone il peso finanziario sui giovani di domani; ed è ancora più vero se le spese finanziate a debito attengono ad un sistema previdenziale che i giovani oggi finanziano con i loro contributi ma di cui rischiano di non beneficiare se il sistema non sarà ricondotto e mantenuto entro limiti di sostenibilità finanziaria. Dunque, l'equità che la legislazione deve assicurare non ha più carattere di staticità (equità delle misure tra categorie sociali nel momento in cui si legifera) ma si configura come equità dinamica che deve proiettarsi sugli effetti futuri che la legislazione che oggi viene emanata deve garantire tra le diverse fasce della popolazione, facendosi carico anche di quelle più giovani la cui rappresentanza politica è, peraltro, generalmente più debole delle altre in quanto composta di cittadini che non hanno diritto di voto. Come è noto, dopo l'introduzione di questo princìpio in Costituzione è stata rafforzata la procedura di approvazione dei documenti annuali di bilancio cui concorrono Governo e Parlamento sul piano interno e, a livello europeo, la Commissione europea che approva il livello programmatico dei saldi che devono disegnare il rientro del deficit in una prima fase e, successivamente, la stabilizzazione del pareggio di bilancio, oltre alla graduale riduzione del debito. Nella procedura europea viene inoltre verificata la credibilità delle misure attraverso cui il Paese intende realizzare gli obiettivi programmatici. Ogni variazione dei livelli di deficit e di debito, definiti dai documenti di bilancio, potrà essere consentita solo se determinata dagli effetti del ciclo economico e/o da cause eccezionali (grave recessione economica o eventi fuori dal controllo dello Stato quali calamità naturali) e sulla base di una procedura rafforzata (articolo 6, comma 3, della legge 24 dicembre 2012, n. 243) che prevede l'approvazione dei nuovi saldi a maggioranza qualificata delle Camere e una ulteriore valutazione da parte della Commissione europea.