[pronunce]

, sollevate da tutte le ordinanze, riproduca, nei tratti essenziali, quello delle questioni già sollevate dal medesimo Tribunale di Lecce nell'ambito degli stessi procedimenti con ordinanze del 5 luglio 2018, del 1° ottobre 2018 e del 13 dicembre 2018. Su tali questioni, prospettate anche con ulteriori ordinanze di contenuto in larga parte analogo, emesse sempre dal medesimo giudice, questa Corte si è pronunciata con la sentenza n. 252 del 2020, dichiarandone la manifesta inammissibilità, perché volte a conseguire una pronuncia «fortemente "manipolativa"» in materia rimessa alla discrezionalità del legislatore: ciò sulla falsariga di quanto già affermato nella precedente sentenza n. 219 del 2019, resa a seguito di altre due ordinanze dello stesso Tribunale salentino risalenti al 2017. Contrariamente a quanto sostenuto dal rimettente, le odierne questioni non presenterebbero alcun carattere di novità rispetto a quelle già scrutinate. Non potrebbe, in particolare, considerarsi argomento nuovo il riferimento alla disciplina delle perquisizioni da eseguire negli uffici dei difensori, di cui all'art. 103 cod. proc. pen. Infatti, già nelle ordinanze di rimessione del 2017 il giudice a quo aveva dedotto che il diritto vivente formatosi a proposito dell'art. 191 cod. proc. pen. avrebbe determinato una ingiustificata disparità di trattamento rispetto all'ipotesi considerata dall'art. 271 cod. proc. pen. , che prevede l'inutilizzabilità delle intercettazioni eseguite dalla polizia giudiziaria in assenza di decreto motivato dell'autorità giudiziaria. Ma, se - come si legge nelle odierne ordinanze di rimessione - l'art. 271 cod. proc. pen. ha «la medesima ratio dell'art. 191 c.p.p. e [...] dell'art. 103 c.p.p.», non sarebbe sostenibile che tale ultima disposizione non fosse già stata illo tempore dedotta quale tertium comparationis. Tale assorbente rilievo renderebbe superflua ogni ulteriore considerazione riguardo al fatto che, nel caso previsto dal citato art. 103 cod. proc. pen. , l'eventuale illegittimità della perquisizione risulterebbe prima facie di maggiore portata lesiva dei diritti fondamentali, stante la sua incidenza negativa, tanto sulla libertà personale e domiciliare, quanto sull'altrettanto inviolabile diritto di difesa: diritto che il rimettente degrada a mero «diritto strumentale», ma che rappresenta, in realtà, secondo la costante giurisprudenza di questa Corte, un «principio supremo» dell'ordinamento costituzionale italiano. 2.3.- Quanto, poi, alle questioni aventi ad oggetto l'art. 352 cod. proc. pen. , nella parte in cui non prevede che il decreto di convalida della perquisizione debba essere motivato, le stesse - secondo l'Avvocatura dello Stato - non sarebbero rilevanti, in quanto dalle ordinanze di rimessione risulta che nei casi di specie la convalida della perquisizione è stata motivata, sia pure in modo reputato «incongruo» dal giudice rimettente. La citata sentenza n. 252 del 2020 ha fornito, in ogni caso, un'interpretazione costituzionalmente orientata della norma censurata, affermando che, pur nel silenzio dell'art. 352, comma 4, cod. proc. pen. , la perquisizione eseguita di propria iniziativa dalla polizia giudiziaria deve, secondo l'opinione prevalente, essere convalidata dal pubblico ministero con decreto motivato, proprio per un'esigenza di rispetto degli artt. 13 e 14 Cost. 2.4.- Con riguardo, infine, alle questioni concernenti l'art. 125, comma 3, cod. proc. pen. , nella parte in cui non prevede che la nullità del decreto di convalida della perquisizione sia assoluta, l'Avvocatura dello Stato rileva che la nullità è un vizio soggetto, come l'inutilizzabilità, ai paradigmi della tassatività e della legalità. Solo la legge può dunque stabilire, con norme di stretta interpretazione, stante la loro natura eccezionale, quali siano le ipotesi di nullità, in funzione di scelte di «politica processuale» affidate al legislatore, nei limiti della ragionevolezza. 3.- Nel giudizio introdotto dall'ordinanza iscritta al n. 16 r. o. del 2022, l'Unione delle camere penali italiane (UCPI) ha depositato un'opinione scritta quale amicus curiae, ammessa con decreto presidenziale dell'8 luglio 2022, di segno adesivo alle censure del giudice a quo, ma con la prospettazione di un esito diverso da quello auspicato da quest'ultimo. Premesso che il richiamo all'art. 103, comma 7, cod. proc. pen. in chiave di tertium comparationis conferirebbe alle questioni caratteri di novità, tali da escludere che si tratti di mera riproposizione di quesiti già risolti da questa Corte, l'UCPI assume che sarebbe possibile decidere nel merito le questioni stesse senza effettuare interventi manipolativi sull'art. 191 cod. proc. pen. che spettano solo al legislatore, ma semplicemente riconoscendo - in particolare alla luce della giurisprudenza della Corte EDU, rilevante ai fini del rispetto dell'art. 117, primo comma, Cost. - l'esistenza di un comando costituzionale minimo: quello, cioè, di consentire al giudice di rimuovere la prova acquisita a seguito della violazione di un diritto costituzionale o convenzionale, quando ciò risulti necessario per una tutela effettiva del diritto leso, fermo restando, sopra da tale soglia, il potere del legislatore di compiere le scelte ritenute più opportune nel modulare l'inutilizzabilità indiretta.1.- Con tre ordinanze di tenore per larga parte analogo, il Tribunale ordinario di Lecce, in composizione monocratica, dubita della legittimità costituzionale di tre distinte disposizioni del codice di procedura penale. 1.1.- Il giudice a quo censura, in primo luogo, l'art. 191 cod. proc. pen. , nella parte in cui - secondo l'interpretazione predominante nella giurisprudenza di legittimità, assunta quale diritto vivente - non prevede l'inutilizzabilità degli esiti probatori delle perquisizioni e delle ispezioni, domiciliari e personali, compiute dalla polizia giudiziaria fuori dei casi previsti dalla legge, compresi, fra tali esiti, il sequestro del corpo del reato o delle cose pertinenti al reato e la possibilità di deporre sui predetti atti e sui loro risultati. Nelle ordinanze iscritte ai numeri 17 e 18 del registro ordinanze 2022, il rimettente lamenta, altresì, che l'inutilizzabilità non colpisca anche gli esiti probatori delle perquisizioni e delle ispezioni operate dalla polizia giudiziaria, fuori del caso di flagranza di reato, in forza di segnalazioni anonime o confidenziali e su tali basi autorizzate o convalidate dal pubblico ministero, ovvero - secondo la sola ordinanza iscritta al n. 18 r. o. del 2022 - convalidate dal pubblico ministero senza indicare gli elementi utilizzabili che le legittimavano, o - secondo la sola ordinanza iscritta al n. 17 r. o. del 2022 - non convalidate dal pubblico ministero per qualsiasi ragione.