[pronunce]

che, nel giudizio è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, il quale ha chiesto che la questione sia dichiarata inammissibile e comunque infondata; che la difesa erariale, in linea preliminare, ha eccepito l'inammissibilità della questione, in quanto essa consiste in una censura della scelta riservata alla discrezionalità del legislatore delegato in ordine alle plurime possibilità di intervento normativo consentite dalla norma delegante, e, nel merito, ha dedotto l'infondatezza delle censure, osservando che le norme del Codice delle comunicazioni elettroniche sono norme speciali rispetto a quelle recate dal testo unico dell'edilizia, risultando detto carattere proprio dall'art. 41 della legge n. 166 del 2002, la quale, recependo le direttive 2002/19/CE, 2002/20/CE, 2002/21/CE e 2002/22/CE, ha delegato al Governo il potere di adottare uno o più decreti legislativi riguardanti, tra l'altro, la redazione di un codice delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di telecomunicazioni, prevedendo <<procedure tempestive, non discriminatorie e trasparenti per la concessione del diritto di installazione di infrastrutture>>; che, nel giudizio innanzi a questa Corte, si è costituita la Vodafone Omnitel N.V. – intervenuta nel giudizio principale – chiedendo, nell'atto di costituzione e nella memoria depositata in prossimità della camera di consiglio, che la questione sia dichiarata inammissibile e comunque infondata. Considerato che il Tribunale amministrativo regionale del Lazio dubita, in riferimento agli artt. 3, 76, 97 e 117 della Costituzione, della legittimità costituzionale degli artt. 87 e 88 del decreto legislativo 1° agosto 2003, n. 259 (Codice delle comunicazioni elettroniche), nella parte in cui equiparano gli impianti di telecomunicazione agli interventi edilizi minori, anche tacitamente assentibili ovvero oggetto di autocertificazione di legittimità; che questa Corte ha già affermato che l'art. 87 del d.lgs. n. 259 del 2003, nella parte in cui prescrive, per l'installazione di infrastrutture per impianti radioelettrici, il rilascio, in forma espressa o tacita, di un unico titolo abilitativo qualificato come autorizzazione, <<costituisce attuazione della delega legislativa contenuta nell'art. 41, comma 2, lettera a), della legge n. 166 del 2002, che in materia di telecomunicazioni prescrive, al numero 3, la previsione di procedure tempestive, non discriminatorie e trasparenti per la concessione del diritto di installazione di infrastrutture e al numero 4 la riduzione dei termini per la conclusione dei procedimenti amministrativi nonché la regolazione uniforme dei medesimi procedimenti anche con riguardo a quelli relativi al rilascio di autorizzazioni per la installazione delle infrastrutture di reti mobili>> (sentenza n. 129 del 2006); che, in attuazione della delega, sia il predetto art. 87 sia l'art. 88 del medesimo Codice delle comunicazioni elettroniche – il quale definisce un procedimento analogo a quello descritto nell'art. 87 per l'ipotesi in cui l'installazione di infrastrutture di comunicazione elettronica presupponga la realizzazione di opere civili o, comunque, l'effettuazione di scavi e l'occupazione di suolo pubblico – stabiliscono, infatti, <<moduli di definizione del procedimento, informati alle regole della semplificazione amministrativa e della celerità, espressivi in quanto tali di un principio fondamentale di diretta derivazione comunitaria>> (sentenza n. 336 del 2005); che, pertanto, la censura sollevata in relazione all'art. 76 della Costituzione è manifestamente infondata, in quanto la procedura unica disciplinata dalle norme impugnate come speciale rispetto a quella prevista dal testo unico dell'edilizia <<per ogni altra modalità di trasformazione del territorio>>, finalizzata al conseguimento dell'autorizzazione a costruire, mira a realizzare le esigenze di tempestività e contenimento dei termini per la conclusione dei procedimenti amministrativi inerenti all'installazione delle infrastrutture di comunicazione stabilite dai principi della delega, che <<resterebbero vanificate se il nuovo procedimento venisse ad abbinarsi ed a sostituirsi a quello previsto in materia edilizia>> (sentenza n. 129 del 2006), risultando manifestamente infondato anche il profilo sollevato in via subordinata, fondato sull'erroneo presupposto interpretativo, secondo il quale le norme impugnate, nella fattispecie in esame, richiedono l'ulteriore titolo abilitativo costituito dal permesso di costruire; che il procedimento autorizzatorio unico di cui agli artt. 87 e 88 del d.lgs. n. 259 del 2003 – il quale comprende anche la valutazione della compatibilità urbanistico-edilizia da parte dell'ente competente – neppure incide nella materia penale, in violazione dei limiti fissati dalla legge-delega, in quanto la regolamentazione del titolo occorrente per realizzare l'intervento in questione non influisce sulla disciplina sanzionatoria penale di cui all'art. 44 del Testo unico dell'edilizia, che, come ha chiarito la giurisprudenza di legittimità, non è correlata alla tipologia del titolo abilitativo ma alla consistenza concreta dell'intervento; che questa Corte ha, altresì, sottolineato che il legislatore statale, con le norme impugnate, ha posto <<la tempestività delle procedure e la riduzione dei termini per l'autorizzazione all'installazione delle infrastrutture di cui sopra come principi fondamentali operanti nella materia “governo del territorio”>>, attribuita alla competenza legislativa concorrente delle regioni (sentenza n. 129 del 2006), con conseguente manifesta infondatezza della censura riferita all'art. 117 della Costituzione; che, infine, le suesposte considerazioni dimostrano che i moduli di definizione del procedimento di autorizzazione di cui agli artt. 87 e 88 del d.lgs. n. 259 del 2003 sono informati alle <<regole della semplificazione amministrativa e della celerità>> (sentenza n. 336 del 2005) e sono perfettamente coerenti con la ratio della norma delegante, sicché è manifestamente infondata anche la censura sollevata in relazione agli artt. 3 e 97 della Costituzione. Visti gli artt. 26, comma secondo, della legge 11 marzo 1953, n. 87, e 9, comma 2, delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale.. . per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE dichiara la manifesta infondatezza della questione di legittimità costituzionale degli artt. 87 e 88 del decreto legislativo 1° agosto 2003, n. 259 (Codice delle comunicazioni elettroniche), sollevata, in riferimento agli artt. 3, 76, 97 e 117 della Costituzione, dal Tribunale amministrativo regionale del Lazio, con l'ordinanza indicata in epigrafe. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 3 maggio 2006. F.to: Annibale MARINI, Presidente Giuseppe TESAURO, Redattore Giuseppe DI PAOLA, Cancelliere Depositata in Cancelleria il 18 maggio 2006. Il Direttore della Cancelleria F.to: DI PAOLA