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Si ricorderà le vostre dichiarazioni roboanti, le promesse economiche e le aspettative deluse, gli annunci di potenza di fuoco e i decreti di immediata liquidità nelle tasche degli italiani. Uno storytelling governativo virtuale, che non corrisponde alla realtà, che non corrisponde al cuore, alla carne degli italiani e che rappresenta, in modo plastico e pesante, quella frattura esistente tra Governo e società, tra una politica astratta ed il popolo. (Applausi). PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice De Petris. Ne ha facoltà. DE PETRIS (Misto-LeU) . Signor Presidente del Consiglio, lei ha ben detto nella sua informativa che abbiamo raggiunto un risultato, che lei ha definito un successo, che molti, anche in quest'Aula qualche tempo fa, dicevano impossibile. Il risultato era quello di non continuare a chiedere che l'Europa mettesse in campo una politica, ma di avere la possibilità, oggi, di discutere le modalità di uno strumento come il recovery fund , che, non per fare trionfalismi, è sicuramente un risultato che possiamo ascrivere al lavoro del nostro Paese e all'impegno del Governo. Questo, signor Presidente, per un motivo molto semplice: noi ci siamo detti, anche nelle ultime discussioni, in vista dei Consigli europei, che l'Europa, di fronte a quello che stava accadendo a noi, ma che stava arrivando in tutti gli altri Paesi, aveva una responsabilità storica. Tale responsabilità era quella di dimostrare che non era soltanto un insieme di interessi contrastanti tra di loro, ma che aveva la possibilità di riconquistare in qualche modo i sentimenti e il cuore dei cittadini europei, dicendo che l'Europa c'era, che faceva uno sforzo enorme per sostenere i Paesi in difficoltà, ma anche per avere una capacità, tutti insieme, come Europa, di reagire e di mettere in campo una politica, un progetto, un piano. C'erano molti scettici, che abbiamo sentito poco fa e che risentiremo anche in questo dibattito, i quali dicevano che questo non sarebbe accaduto, che l'Europa sarebbe stata, alla fine, vittima anche di scelte assolutamente non adeguate. Penso, ad esempio, a come era stata gestita anche la crisi dei debiti sovrani. Oggi, invece, siamo in una condizione diversa e questo dobbiamo, in qualche modo, riconoscerlo al lavoro che l'Italia ha fatto, certamente appoggiando la proposta franco-tedesca, certamente lavorando con gli altri Paesi, certamente mettendo in campo una capacità anche diplomatica. È, però, un risultato; un risultato che dovrà essere consolidato, perché non è scontato, un risultato che dovrà, in qualche modo, trovare una possibilità di concretizzazione. Stiamo parlando di uno strumento come il recovery fund che, almeno nelle previsioni, dà la possibilità di mettere in campo delle risorse imponenti. L'altro elemento, però, che è anche oggetto del Consiglio europeo, quello che è stato annunciato il 27 maggio dal presidente della Commissione, è, appunto la next generation EU. È sicuramente un altro punto assolutamente fondamentale, che ci dice che cosa, presidente Conte? Lei lo sa perfettamente, perché io insisto su questo da moltissimo tempo. Dalla crisi non si può uscire, mettiamocelo in testa. Il coronavirus ancora una volta ci ha insegnato che una delle cause delle situazioni difficili, anche dell'impatto dell'epidemia, è questo modello di sviluppo. Che cosa ci dice l'Europa, anche mettendo in campo il next generation UE ? Che oggi c'è la necessità assoluta di accompagnare con forza e di accelerare sulla transizione verde, perché dalla crisi non si può uscire con le vecchie ricette. Se noi pensiamo che adesso si torna a come eravamo prima, che si chiude una parentesi tragica e che tutto possa ritornare come prima, stiamo facendo un errore incredibile. E trovo incredibile che esponenti, anche dell'impresa, nel nostro Paese, possano pensare che questo è il modello da seguire, magari con una forma di statalismo che, però, agisce soltanto come intervento dello Stato, senza condizione, e che va soltanto a loro vantaggio. Questo è un elemento su cui dobbiamo riflettere, noi e tutta la classe dirigente di questo Paese. Oggi noi e l'Europa abbiamo una possibilità e un'occasione, che non è soltanto quella di dimostrare - finalmente - che l'Europa solidale esiste, che quel sogno dell'Europa può andare avanti e che si sta recuperando rispetto agli errori del passato, ma anche quella di dire: acceleriamo sulla transizione, perché possiamo essere il primo Continente al mondo a fare quest'operazione e a recuperare dal punto di vista politico e geopolitico. Riuscire a essere capaci di guidare la transizione ed essere i primi a mettere in campo le politiche che ci porteranno alla neutralità climatica significa avere e affermare anche una leadership politica ed economica (il confronto va quindi bene e non comprendo perché gli Stati generali, l'ascolto e la consultazione di tante le persone e il coinvolgimento di tutti gli attori non debbano andare bene). Per fare questo, dobbiamo essere molto rapidi, pronti e concreti per la realizzazione di un piano che sia volto non solo a ottenere le risorse (che l'Unione europea ci darà su progetti precisi) e a concretizzare i nostri progetti. Il piano di riforme di cui il presidente Casini ha parlato è - per quanto mi riguarda - prioritario, perché ci mette in connessione con forza con il progetto europeo, dandoci la possibilità di fare quell'operazione di ammodernamento (mi riferisco alla transizione verde e digitale) che può permettere al nostro Paese di risolvere i tanti problemi che ci sono non da oggi, ma - lo ha detto bene - da molti anni e di rispondere alle tante questioni sociali che sono davanti a noi. Sappiamo che la crisi è profonda. Noi abbiamo sempre parlato - e spero che l'Unione europea ne parlerà sempre di più - di una transizione giusta, riferendomi con quest'espressione non a una transizione equilibrata o moderata, ma - ripeto - a una transizione giusta. Infatti, la transizione verde ci deve permettere di rispondere con forza ai problemi occupazionali e sociali e fare in modo che, come abbiamo detto all'inizio di questa crisi, nessuno venga lasciato indietro. Il programma (di cui è importante discutere anche nei punti fondamentali, così come sono stati illustrati dal Presidente della Commissione europea, per quanto riguarda il new generation UE) consiste pertanto nell'accelerare la transizione e fare in modo che ci sia il sostegno alle imprese per accelerare sulla riconversione e che il processo sia velocizzato. Dico un'altra cosa. Signor Presidente, noi siamo uno strano Paese. Mentre io e molti altri in Europa ci appassioniamo nel discutere di come poter essere rapidi e concreti per attivare il recovery fund e su quali progetti (uno degli asset è la transizione verde), nonché sul new generation UE , in questo Paese sembra che l'unica passione sia quella di discutere del MES, e di rinfacciarsi l'un l'altro le posizioni ideologiche (anche questo è un modo un po' strano di discutere). Ho avuto modo di confrontarmi con amici spagnoli, i quali non hanno al loro interno questo nostro stesso dibattito perché dicono che noi oggi dobbiamo essere pronti per accelerare e concretizzare il recovery fund, dopodiché discuteremo e vedremo quello che serve. Questo è un modo assolutamente realistico di ragionare. Al contrario, noi discutiamo di una cosa che già esiste: il recovery fund si deve concretizzare, mentre il MES, come sappiamo, già esiste e fa parte dei Trattati.