[pronunce]

norma secondo cui, se l'intesa con la Conferenza Stato-Città ed autonomie locali non viene raggiunta entro trenta giorni, il Consiglio dei ministri può provvedere, previa adeguata motivazione. Né a contrastare tale rilievo varrebbe il richiamo a quella giurisprudenza costituzionale secondo cui, a fronte di un pericolo di pregiudizio per l'interesse nazionale, l'intesa può connotarsi in modo meno incisivo (c.d. intesa in senso debole). Infatti, anche a voler prescindere dalla impossibilità di ravvisare nella specie un siffatto pericolo, sarebbe seriamente contestabile, dopo la riforma del Titolo V della Parte II della Costituzione, che possano tuttora configurarsi, nei rapporti tra Stato e Regioni, intese in senso debole. In ogni caso, anche con riguardo ad esse, questa Corte ha sempre sottolineato la necessità dell'espletamento di trattative che superino «il rigido schema della sequenza non coordinata di atti unilaterali» (v. sentenza n. 21 del 1991). Ad avviso della ricorrente, nella specie, sarebbe mancato proprio tale atteggiamento di fattiva collaborazione, posto che il Ministro avrebbe deciso e attuato il commissariamento senza neppure tentare un confronto costruttivo con l'amministrazione regionale, muovendo dal solo presupposto che era ormai scaduto il termine massimo di quarantacinque giorni, fissato per la prorogatio. Infatti, avuta notizia del dissenso sul nominativo indicato nel marzo del 2003, il Ministro aveva lasciato trascorrere ben due mesi senza prendere alcuna iniziativa. Solo il 21 maggio, quando era ormai prossimo a scadere il Presidente uscente, aveva chiesto agli enti di effettuare la designazione di un'ulteriore terna; peraltro, considerato che tale indicazione gli era pervenuta al più tardi il 20 giugno e che il periodo di prorogatio scadeva il 2 luglio 2003, egli in realtà avrebbe avuto ancora tutto il tempo per ricercare un'intesa con la Regione. E la circostanza che nulla egli aveva fatto in questo senso confermerebbe il carattere strumentale del ricorso al commissariamento. Il decreto impugnato sarebbe illegittimo anche per violazione dei principì di riserva di legge, buon andamento e imparzialità dei pubblici uffici ex art. 97 della Costituzione, nonché, sotto profili ulteriori rispetto a quelli già esposti, ancora degli artt. 117 e 118 della Costituzione. Sul punto, la ricorrente segnala in particolare che la legge n. 84 del 1994 prevede il commissariamento dell'Autorità portuale nelle sole ipotesi tassativamente indicate dall'art. 7, commi 3 e 4: norme in base alle quali il Ministro può nominare un commissario esclusivamente in conseguenza di revoca del mandato al Presidente e/o di scioglimento del Comitato portuale disposto nei casi e con le forme espressamente previste; mentre nessuna disposizione consentirebbe la nomina di un commissario straordinario in ragione dell'avvenuta scadenza dei termini di durata dell'organo ordinario. Né la nomina – soggiunge la ricorrente – potrebbe trovare giustificazione nei principî generali dell'ordinamento, poiché, in base ad essi, l'investitura di organi straordinari è possibile solo in caso di gravi violazioni di leggi, di gravi irregolarità di gestione e di catastrofi o calamità naturali: ipotesi chiaramente non ricorrenti nella specie. Il provvedimento impugnato lederebbe le prerogative costituzionalmente riconosciute alle Regioni in materia di porti, anche sotto il profilo che il Commissario straordinario è stato officiato della carica «fino alla nomina del Presidente dell'Autorità portuale»; talché la durata della gestione commissariale sarebbe in pratica rimessa all'esclusiva volontà del Ministro, in contrasto con la temporaneità delle funzioni che – prevista anche per gli organi ordinari – è caratteristica ineludibilmente connessa a quelli straordinari. Non a caso l'art. 7, comma 4, della legge n. 84 del 1994 prevede, espressamente, che il ricorso al commissariamento dell'Autorità portuale, nelle ipotesi tassative in cui è ammesso, può avvenire per un periodo non superiore a sei mesi. Conseguentemente il decreto impugnato, non contenendo l'indicazione di un termine certo di durata dell'organo straordinario, violerebbe i principì di imparzialità, di buon andamento dell'amministrazione e della riserva di legge, sanciti dall'art. 97 della Costituzione: lesione che la Regione sarebbe legittimata a far valere, in quanto atta ad ingenerare una menomazione delle competenze ad essa costituzionalmente garantite. Infine – considerato che sono organi dell'Autorità portuale, oltre al Presidente, il Comitato portuale, il Segretario generale, da questi nominato, e il Collegio dei revisori dei conti – la ricorrente osserva che il decreto impugnato sembra attribuire al Commissario non solo le funzioni del Presidente, ma altresì quelle degli altri organi, e segnatamente le funzioni del Comitato portuale, anch'esso scaduto. Orbene, lo svuotamento di tale organo costituirebbe un'ulteriore, specifica violazione delle prerogative della Regione: atteso che, da un lato, di esso fa parte, quale membro di diritto, anche il Presidente della Giunta regionale; e, che, dall'altro, il Comitato costituisce la naturale sede di composizione dei diversi interessi che vi sono rappresentati. L'averlo sostituito con un organo monocratico comporterebbe, dunque, ad avviso della Regione, una grave lesione delle attribuzioni regionali, insieme alla violazione dei principì di riserva di legge, imparzialità e buon andamento dell'amministrazione di cui all'art. 97 della Carta fondamentale. Peraltro – soggiunge la ricorrente – tali vizi sussisterebbero anche laddove «l'ambigua formulazione» del decreto venisse intesa nel senso che al Commissario sono attribuiti i soli poteri del Presidente, perché sarebbe comunque il Commissario, unilateralmente scelto dal Ministro, a dover procedere alla nomina del nuovo Comitato portuale. Infine – mentre in base ai principî generali le funzioni degli organi commissariali sono naturalmente limitate alla gestione ordinaria, tanto è vero che, in base all'art. 7, comma 4, della legge n. 84 del 1994, il decreto di nomina deve specificatamente indicare le attribuzioni che sono conferite – l'atto impugnato riconosce al Commissario nominato poteri generali e omnicomprensivi, non limitati cioè alla sola amministrazione ordinaria: il che contrasterebbe con il principio di buona amministrazione, previsto dall'art. 97 della Costituzione, e con il rispetto delle attribuzioni regionali riconosciute dall'art. 117 della Costituzione. 2. – Il Presidente del Consiglio dei ministri, costituitosi in giudizio con la rappresentanza dell'Avvocatura generale dello Stato, ha chiesto dichiararsi inammissibile ovvero infondato il ricorso.