[pronunce]

ORDINANZA ha pronunciato la seguentenel giudizio di legittimità costituzionale dell'art. 3 della legge 27 dicembre 1956, n. 1423 (Misure di prevenzione nei confronti delle persone pericolose per la sicurezza e per la pubblica moralità) promosso con ordinanza del 17 febbraio 2003 dal Tribunale di Catanzaro nel procedimento di prevenzione relativo a A.F., iscritta al n. 359 del registro ordinanze 2003 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 25, prima serie speciale, dell'anno 2003. Visto l'atto di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri; udito nella camera di consiglio dell'11 febbraio 2004 il Giudice relatore Giovanni Maria Flick. Ritenuto che con l'ordinanza in epigrafe il Tribunale di Catanzaro ha sollevato, in riferimento all'art. 27, terzo comma, della Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell'art. 3 della legge 27 dicembre 1956, n. 1423 (Misure di prevenzione nei confronti delle persone pericolose per la sicurezza e per la pubblica moralità), nella parte in cui «consente che la misura di prevenzione della sorveglianza speciale della pubblica sicurezza sia applicata a persona che sia stata condannata a pena definitiva eccedente la durata massima della misura richiesta e si trovi detenuta in espiazione di pena, per reato la cui commissione sia posta a fondamento della prognosi di pericolosità sociale»; che il giudice a quo premette di essere investito della richiesta di applicazione della misura di prevenzione della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno nel comune di residenza nei confronti di persona condannata, con sentenza definitiva, alla pena di anni sette di reclusione per il reato di detenzione illecita, a fine di spaccio, di un ingente quantitativo di sostanza stupefacente, ed in atto detenuta per l'espiazione di tale pena; che ad avviso del rimettente, in base alle «emergenze di causa», il proposto per la misura rientrerebbe indubbiamente nel novero dei soggetti abitualmente dediti ai traffici delittuosi o che comunque vivono abitualmente, in tutto o in parte, con i proventi di attività delittuose e, dunque, pericolosi per la sicurezza pubblica ai sensi dell'art. 1 della legge n. 1423 del 1956; che, al fine di fondare tale giudizio, assumerebbe peraltro «valenza centrale e decisiva» proprio la vicenda illecita per la quale il soggetto ha riportato condanna definitiva, in quanto inequivocabilmente sintomatica della «spiccata inclinazione delinquenziale» del medesimo; che la circostanza che il soggetto proposto per la misura di prevenzione stia scontando in carcere una pena detentiva, per gli stessi fatti illeciti sintomatici della sua pericolosità, indurrebbe a ritenere inutile l'irrogazione della misura di prevenzione richiesta, in quanto lo stato di restrizione - destinato a protrarsi per un arco temporale di gran lunga superiore a quello di presumibile durata di detta misura - sarebbe già idoneo a neutralizzare la pericolosità sociale di esso; che il giudice a quo ricorda, tuttavia, come il contrasto giurisprudenziale insorto, circa la compatibilità tra applicazione della misura della sorveglianza speciale e stato di detenzione del soggetto in base ad un titolo definitivo, sia stato composto dalle sezioni unite della Corte di cassazione con sentenza 25 marzo 1993-14 luglio 1993, n. 6; che in tale decisione la Corte di cassazione - facendo leva sulla distinzione, desumibile dalla normativa vigente in materia, tra il momento dell'applicazione della misura di prevenzione e quello della sua esecuzione - ha affermato che lo stato di detenzione in espiazione di pena non preclude in alcun modo l'applicazione della misura, ma impone soltanto di differirne l'esecuzione al momento di cessazione della detenzione; che l'assunto si fonda, in particolare, sul duplice argomento che l'inclinazione a delinquere del soggetto non viene necessariamente cancellata dall'espiazione della pena e che esso potrebbe comunque riacquistare la libertà prima di aver finito di scontare interamente la pena; che, in tale ottica, l'effetto risocializzante dell'espiazione della pena potrebbe assumere quindi rilevanza solo ai fini dell'ottenimento, da parte dell'interessato, della revoca della misura di prevenzione per sopravvenuta cessazione della pericolosità, tramite lo speciale «rimedio» previsto dall'art. 7 della legge n. 1423 del 1956; che tale conclusione induce tuttavia il rimettente a dubitare della compatibilità con l'art. 27, terzo comma, Cost. dell'art. 3 della legge n. 1423 del 1956, nella parte in cui - prevedendo indistintamente l'applicazione della misura della sorveglianza speciale nei confronti delle persone indicate nell'art. 1 della stessa legge, in base al solo accertamento della pericolosità - consente che essa venga applicata anche nei confronti di chi stia già scontando in regime di detenzione carceraria, per il reato che vale a fondare il giudizio di pericolosità sociale, una pena definitiva di durata uguale o superiore a quella della misura di prevenzione di cui si tratta; che sarebbe infatti evidente come il soggetto detenuto si trovi nella materiale impossibilità di porre in essere ulteriori azioni delittuose alla cui prevenzione è finalizzata la misura de qua, e come il forzoso allontanamento dall'ambiente in cui è maturata l'inclinazione a delinquere sia idoneo ad elidere la pericolosità del soggetto medesimo: con la conseguenza che la funzione preventiva della sorveglianza speciale finirebbe per restare «assorbita» nello stato di detenzione ed «interamente consumata» dal trattamento risocializzante che deve riconnettersi all'esecuzione della pena; che applicare in tali circostanze la misura di prevenzione si tradurrebbe quindi - oltre che in una «afflizione aggiuntiva» rispetto a quella già insita nella pena definitiva che il soggetto sta scontando - anche e soprattutto nell'aprioristico disconoscimento dell'effetto di correzione e recupero, verso cui l'espiazione della pena è costituzionalmente proiettata; che il sospetto di violazione dell'art. 27, terzo comma, Cost. sarebbe altresì rafforzato dalla previsione dell'art. 10 della legge n. 1423 del 1956, in forza del quale, quando sia stata applicata ad un soggetto - a pena espiata - una misura di sicurezza detentiva o la libertà vigilata, durante la loro esecuzione non può farsi luogo all'applicazione della sorveglianza speciale e, ove questa sia già stata disposta, ne cessano gli effetti; che se, infatti, la ratio di tale disposizione è quella di evitare una inutile sovrapposizione tra misure che assolvono alla stessa funzione - impedire la commissione di reati da parte del destinatario ed eliminarne la pericolosità sociale - analogo effetto preclusivo dovrebbe a fortiori riconoscersi alla preesistente situazione di detenzione in regime di espiazione di pena, stante la funzione di emenda del condannato che questa è destinata ad esplicare; che nel giudizio di costituzionalità è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, il quale ha chiesto che la questione sia dichiarata infondata.