[pronunce]

a) l'art. 3 Cost., perché irragionevolmente sottopone al medesimo trattamento fiscale situazioni che l'ordinamento giuridico (avendo separato lo ius aedificandi dal diritto di proprietà e configurato un differente regime edificatorio dei terreni a seconda che sia stato o no adottato uno strumento urbanistico di attuazione del piano regolatore generale) considera diverse ai fini dell'edificabilità; b) l'art. 53 Cost., perché «prescinde dalla capacità contributiva reale che è necessariamente mediata dalle norme imperative relative allo ius aedificandi»; che, al riguardo, il giudice rimettente osserva che, se è insindacabile nel merito la scelta discrezionale del legislatore di sottoporre un immobile ad una imposta patrimoniale annuale (quale l'ICI) commisurandola al valore venale del bene in comune commercio, tuttavia, nella specie, tale discrezionalità non ha rispettato i «requisiti e principi di logica, congruenza e non contraddizione»; che in particolare – prosegue il giudice a quo –, poiché è in concreto edificabile soltanto il terreno per il quale uno strumento attuativo del piano regolatore generale prevede la possibilità di rilasciare la concessione edilizia, è «[…] contraddittorio e illogico ritenere, per interpretazione autentica, che l'edificabilità si realizzi solo sulla base della previsione del PRG» (cioè del piano regolatore generale), e «ciò per due ordini di motivi»: in «primo luogo», perché eventuali clausole di salvaguardia adottate dal Comune impedirebbero, per un periodo di almeno quindici anni, «secondo la giurisprudenza della Corte costituzionale», il rilascio del permesso di costruire; in «secondo luogo», perché, «anche scaduta la validità delle norme di salvaguardia e nell'impossibilità di reiterarle, l'edificabilità sarebbe legata ai ristretti limiti del PRG, solitamente identici a quelli in vigore con gli strumenti attuativi per le zone agricole, il che riporta il valore del terreno appunto a quella qualificazione agricola che si sarebbe voluta negare»; che la normativa denunciata – conclude il rimettente –, assimilando l'edificabilità di un terreno assistito da uno strumento attuativo a quella di un terreno soltanto inserito in una zona edificabile del piano regolatore generale, «intende sovrapporre la realtà giuridica a quella di fatto», con «atteggiamento sicuramente vessatorio, proprio di regimi ben diversi dalla democrazia»; che, in ordine alla rilevanza delle questioni, il giudice a quo afferma che l'indubitabile natura interpretativa e, quindi, la valenza retroattiva delle disposizioni denunciate le rende applicabili anche ai periodi d'imposta oggetto del giudizio principale, con conseguente rigetto dell'appello (basato sulla dedotta impossibilità giuridica di costruire sui terreni indicati nell'avviso impugnato), ove dette disposizioni non siano dichiarate costituzionalmente illegittime; che è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, il quale ha chiesto che le questioni siano dichiarate infondate; che la difesa erariale preliminarmente osserva che il contrasto giurisprudenziale menzionato dal rimettente è stato composto dalle sezioni unite della Corte di cassazione con la sentenza n. 25506 del 2006, secondo cui le norme denunciate dal giudice a quo hanno evidenziato un coerente sistema normativo in base al quale, da un lato, la legislazione fiscale – al fine di adeguare il prelievo alle variazioni nel tempo dei valori economici dei suoli – considera fabbricabile un'area sin dal suo inserimento tra le zone edificabili del piano regolatore generale (inserimento che normalmente già influenza il valore di mercato, determinato dalla effettività e prossimità della utilizzabilità edificatoria del suolo e dall'entità degli eventuali futuri oneri di urbanizzazione) e, dall'altro, la legislazione urbanistica – al fine di garantire il corretto uso del territorio urbano e di contemperare gli interessi individuali con quelli della collettività – considera esercitabile lo ius aedificandi solo dopo il perfezionamento di tutti gli strumenti urbanistici previsti dalla legge (indipendentemente dal valore di mercato nel frattempo raggiunto dal terreno); che l'Avvocatura generale dello Stato afferma, pertanto, che: a) la denunciata violazione degli evocati parametri costituzionali è esclusa proprio dalle riferite argomentazioni contenute nella citata sentenza delle sezioni unite della Corte di cassazione, in quanto è ragionevole distinguere le finalità del legislatore fiscale da quelle del legislatore urbanistico ed in quanto l'edificabilità di un terreno sulla base del solo piano regolatore, anche se privo di strumenti attuativi, è già sufficiente, di norma, a far lievitare il valore di mercato di detto terreno; b) contrariamente a quanto ritenuto dal giudice rimettente, la valutazione come terreno agricolo, ai fini fiscali, di un'area qualificata come edificabile da un piano regolatore generale privo di strumenti attuativi creerebbe una ingiustificata disparità di trattamento rispetto alla valutazione di un'area qualificata come edificabile da uno strumento attuativo, perché – come già osservato – in entrambi i casi il valore di mercato del bene è superiore a quello risultante dalle rendite catastali agricole; che, nel corso di due giudizi – nell'àmbito dei quali è stata disposta la riunione di più ricorsi –, aventi ad oggetto l'impugnazione e la sospensione dell'efficacia di alcuni avvisi di accertamento dell'ICI relativi agli anni 2000, 2001, 2002 e 2003, la Commissione tributaria provinciale di Ancona, con due ordinanze depositate rispettivamente in data 6 settembre 2007 (r.o. n. 836 del 2007) e 9 ottobre 2007 (r.o. n. 33 del 2008), ha sollevato – in riferimento agli artt. 3, 53, 97, 102 e 111 della Costituzione, nonché, nella sola ordinanza r.o. n. 33 del 2008, all'art. 3 della legge 27 luglio 2000, n. 212 (Disposizioni in tema di statuto dei diritti del contribuente), ritenuta fonte a «normatività rafforzata» – questioni di legittimità costituzionale degli artt. 11-quaterdecies, comma 16, del decreto-legge n. 203 del 2005, convertito, con modificazioni, dall'art. 1, comma 1, della legge n. 248 del 2005, e 36, comma 2, del decreto-legge n. 223 del 2006, convertito, con modificazioni, dall'art. 1, comma 1, della legge n. 248 del 2006; che il suddetto giudice rimettente si limita a premettere, in punto di fatto, che le aree dei ricorrenti sono considerate «fabbricabili», e come tali assoggettate ad ICI, perché ricomprese «in uno strumento urbanistico adottato dal comune»; che, in ordine alla non manifesta infondatezza delle sollevate questioni, la Commissione tributaria provinciale afferma che le disposizioni censurate violano gli evocati parametri costituzionali sotto diversi profili;