[pronunce]

In altre parole, quest'ultimo dovrebbe potersi giovare di tali atti, perché, in caso contrario, egli dovrebbe a priori rinunciare alla garanzia dell'insindacabilità prevista dall'art. 68, primo comma, Cost., nell'interpretazione datane dalla Corte costituzionale. A conferma della validità di questa indicazione, il Senato richiama la sentenza n. 235 del 2005, relativa a un conflitto originato da dichiarazioni del deputato Maroni, il quale, oltre alla carica di parlamentare, rivestiva all'epoca dei fatti anche quella di ministro. In quell'occasione, la Corte osservò che alcuni atti portati a sostegno della delibera di insindacabilità non erano imputabili o indirizzati al predetto deputato «neanche nella sua funzione di ministro»: con ciò, a contrario, la Corte lasciava intendere che, se fossero stati riferibili alla funzione ministeriale, detti atti avrebbero potuto assumere un rilievo. Tale motivazione starebbe a significare che le dichiarazioni e gli atti, di rilievo politico generale, compiuti nella funzione di ministro da coloro che, oltre a tale funzione, ricoprono contemporaneamente quella di parlamentare, devono essere valutati ai fini della ricerca del nesso funzionale. Nel caso di specie, alcune delle dichiarazioni all'origine della controversia sulla quale si radica il conflitto, si paleserebbero proprio come affermazioni rivolte ad evidenziare – in chiaro ed evidente contrasto con le linee seguite dal deputato Diliberto, precedessore del senatore Castelli al Ministero della giustizia – un programma e un indirizzo politico alternativo. Ad avviso della difesa del Senato, non mancherebbero atti ufficiali precedenti, anche compiuti in Parlamento, i quali esprimono un «indirizzo ministeriale» del senatore Castelli – caratterizzato da forte critica nei confronti delle politiche realizzate dai suoi predecessori – che le dichiarazioni censurate nel presente conflitto si incaricano di divulgare. Dalla relazione della Giunta delle Elezioni e delle Immunità Parlamentari del Senato, risulta che nel settembre 2001, da poco nominato ministro, il senatore Castelli, udito dinanzi al Comitato paritetico delle Commissioni riunite I Camera e I Senato, aveva esplicitamente criticato con parole molto severe l'operato del suo predecessore, parlando di un «Ministero in cui era stata fatta terra bruciata» e dove «probabilmente, oltre ad esserci la terra bruciata, erano stati avvelenati anche i pozzi». Queste dichiarazioni potrebbero essere considerate un atto parlamentare, nel senso che la Corte costituzionale richiede per il riscontro del nesso funzionale (viene richiamata la sentenza n. 219 del 2003). Ma anche non accedendo a questa tesi, e considerando nell'atto – pur realizzato in Parlamento e proveniente da colui che è (anche) parlamentare – prevalenti i caratteri dell'attività governativa (giacché nell'occasione ricordata il senatore Castelli era stato udito in qualità di ministro), l'atto dovrebbe comunque poter essere utilizzato, sol che si faccia riferimento alla ragionevole elasticità già accennata, la quale dovrebbe permettere di dare rilievo ad alcune attività o dichiarazioni assunte in qualità di ministro, sulle quali, successivamente, il ministro-parlamentare deve poter richiamare, in dibattiti o in incontri politici, l'attenzione dell'opinione pubblica, nelle forme che gli risultano consentite e che ovviamente non possono coincidere con quelle dell'attività parlamentare tipica. Le dichiarazioni oggetto del conflitto – ed altre sostanzialmente simili del medesimo senatore Castelli apparse sul quotidiano Libero in data 29 ottobre 2003 – sarebbero sostanzialmente coeve a un'iniziativa di carattere parlamentare assunta da altro esponente dello stesso gruppo parlamentare, il senatore Calderoli, il quale aveva presentato la proposta di istituzione di una Commissione parlamentare d'inchiesta sulle eventuali connessioni tra il terrorismo e il mondo politico, sindacale e associativo, volendo così denunciare – esattamente come aveva fatto, nelle sue dichiarazioni, il ministro Castelli – una certa contiguità tra alcune frange politiche della sinistra più radicale e gli esponenti dei movimenti terroristici (viene richiamata la relazione della proposta di inchiesta: doc. Senato, XIV legislatura, documento XXII, n. 23). In ogni caso, il Senato ritiene che le espressioni profferite dal senatore Castelli non possano considerarsi come meri oltraggi, proprio perché esse rappresentano attività divulgativa di critica e di denuncia politica. Si sarebbe al cospetto di dichiarazioni caratterizzate dal forte contrasto politico sussistente tra i due parlamentari e che alla luce di tale contrasto devono essere interpretate. Del resto, nel corso del dibattito televisivo in cui sono state pronunciate le frasi censurate, di fronte al senatore Castelli non sedeva un privato cittadino, debole o privo di tutela, ma un uomo politico eminente, essendosi di fronte ad un dibattito che, seppure particolarmente polemico, ha contrapposto due personaggi dotati di uguali opportunità di difesa e di attacco. In via ulteriormente subordinata, il Senato chiede che la Corte costituzionale sollevi dinanzi a se stessa questione di legittimità costituzionale – per violazione degli artt. 3, 68 e 96 della Costituzione – dell'art. 3, comma 1, della legge n. 140 del 2003, nella parte in cui non include – tra le fattispecie cui si applica l'art. 68 Cost. – condotte di natura politica, ascrivibili al parlamentare che sia anche ministro (sempre che esse non integrino reati commessi nell'esercizio delle funzioni ministeriali, ciò che porterebbe all'applicazione dell'art. 96 Cost.), e per le quali sia argomentabile una obiettiva connessione con la funzione parlamentare. Sarebbe irragionevole che il ministro-parlamentare non abbia di fatto la possibilità di vedersi garantita la protezione dell'insindacabilità, non potendo porre in essere quegli atti caratteristici della funzione parlamentare, in relazione ai quali, secondo la costante giurisprudenza della Corte costituzionale, andrebbe rintracciato il nesso funzionale con le esternazioni. Sotto altro profilo, la violazione dell'art. 3 della Costituzione si avrebbe anche per la palese disparità di trattamento sussistente tra colui che sia parlamentare «semplice» e colui che, oltre a essere parlamentare, sia anche ministro. Inoltre, la mancata differenziazione della posizione del parlamentare-ministro lascerebbe sussistere situazioni in cui membri del Parlamento non possono in concreto giovarsi, in contrasto con l'art. 68 della Costituzione, della garanzia dell'insindacabilità. La mancata applicabilità della garanzia dell'insindacabilità al parlamentare ministro finirebbe per configurare a suo carico un'ipotesi di responsabilità per reato “ministeriale” in ipotesi del tutto estranee all'ambito in cui dovrebbe verificarsi alla luce dell'art. 96 della Costituzione.1. - Il Giudice dell'udienza preliminare del Tribunale di Roma ha sollevato conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato a seguito della deliberazione del Senato della Repubblica del 30 giugno 2004 (Doc. IV-quater, n. 22) – adottata per il procedimento civile avente il medesimo oggetto e che la Giunta delle elezioni e delle immunità parlamentari del 18 maggio 2005 (Doc.