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Come già sostenuto al punto 2), se il Parlamento rappresenta solo un ingombro e un costo, esso andrebbe abolito, con un beneficio che potrebbe avvicinarsi a 1 euro al mese per cittadino (ma solo una volta riassorbito utilmente il personale dipendente, il cui costo è oggi assai superiore a quello dei rappresentanti del popolo). Poca presa probabilmente avrebbe, sulla canea anti-parlamentare, l'argomento che i danni portati dalla mancanza di democrazia e di libertà (non si conoscono finora casi in cui queste siano garantite in assenza di un Parlamento) sono di certo enormemente più seri, anche solo dal punto di vista meramente materiale, e di ciò abbiamo la prova provata nella storia italiana del secolo scorso, quando pure il Parlamento ancora c'era, sia pure non più democraticamente eletto. 4) Per i motivi descritti ai punti 2) e 3), la decisione migliore sul Senato sarebbe la sua pura e semplice soppressione, con l'allettante prospettiva di risparmiare fin da subito 8 centesimi di euro al mese per cittadino (anche se una sola legge sbagliata e non corretta da una seconda lettura parlamentare può far spendere molto ma molto di più). Sfugge infatti l'utilità che potrebbe avere in Italia un organismo modellato sul Bundesrat tedesco, cioè l'Assemblea delle giunte regionali, se non quella di dare ulteriore vigore alle richieste di sempre maggiori trasferimenti dalle casse del Governo nazionale a quelle regionali. Anche l'ipotesi di avere una Camera specializzata nel legiferare sulle materie a legislazione concorrente, formata in maniera sostanzialmente diversa dall'altra Camera, dotata del potere legislativo sulle restanti materie, non sembra particolarmente auspicabile: in caso di maggioranze diverse tra le Camere, ai già oggi numerosissimi conflitti di attribuzione tra Stato e regioni si aggiungerebbe una guerra di logoramento tra Camera e Senato. La Conferenza Stato-regioni appare più che sufficiente a svolgere questi compiti. Si è poi sempre trascurato il pericolo che il conflitto Camera-Senato si scateni al momento di decidere, per ogni disegno di legge, la sua natura, se cioè debba essere di competenza bicamerale, del Senato o della Camera. È invece palesemente utile la seconda lettura, per correggere gli errori che emergono ordinariamente alla fine della prima lettura, anche quando i Governi siano di fatto detentori del potere esclusivo di proporre ed emendare i testi. Esistono sicuramente sistemi (e ne sono già stati autorevolmente proposti) per evitare il fenomeno della navetta infinita, peraltro più paventato nella teoria che frequente nella pratica, che vede la grande maggioranza dei provvedimenti per la conversione dei decreti-legge esitati nei sessanta giorni assegnati dalla Costituzione. Se poi, per i modi e i tempi di elezione, questa Camera può rappresentare in modo più forte il livello di governo regionale, continuando a conservare il suo carattere nazionale, la sua utilità è evidente. Un senatore deve certamente rappresentare la sua regione, ma deve essere e ritenersi un senatore della Repubblica italiana, che veda i senatori delle altre regioni come colleghi e non come avversari né come compagni di saccheggio delle casse nazionali. 5) La velocità nel legiferare è cosa certamente desiderabile per le emergenze, ma in generale è preferibile aspettare qualche settimana per avere una buona legge che averne subito una cattiva. E non solo è meglio avere poche leggi ben scritte che tante mal scritte, ma è anche meglio avere poche buone leggi che tante buone leggi. Se però la velocità legislativa e l'abbondanza di leggi è desiderabile in sé, di certo bisogna guardare al periodo in cui quelle approvate annualmente superavano stabilmente il numero di mille: dalla fine degli anni Venti ai primi anni Quaranta dello scorso secolo. Accanto a leggi spesso davvero ben scritte, si arrivò però all'infamia delle leggi razziste che non furono certo l'unico obbrobrio di quella stagione legislativa. I veri obiettivi: divisione dei poteri e responsabilità Fuori dal paradosso, si può ritenere che il dibattito istituzionale degli ultimi anni sia stato in parte fuorviato. Cercando di uscire da approcci demagogici o incoerenti, che peraltro finora non hanno portato ad altro risultato che alla cosiddetta riforma del titolo V nel 2001, che tutti concordano necessiti di correzioni, andrebbero individuati meglio i veri obiettivi di una riforma costituzionale. 1) Un Esecutivo stabile, basato sul mandato degli elettori, la cui continuità possa essere minacciata solo dalla sconfitta elettorale alla scadenza prevista. Un tale Governo è in grado di prendere quelle decisioni difficili, a volte impopolari, che possono rendersi di volta in volta necessarie, sapendo che gli elettori lo giudicheranno solo alla fine del mandato. Deve essere provvisto degli strumenti adeguati per dirigere veramente la pubblica amministrazione, rendendola efficiente, dedita a realizzare i servizi necessari alla Nazione e ai cittadini. Questo servirebbe a ricordare un concetto banale, persino ovvio, ma spesso dimenticato: il compito principale del Governo è governare, cioè fare buona amministrazione, non legislazione. Se il Governo non governa ma si limita a portare disegni di legge in Parlamento, il potere esecutivo resta unicamente nelle mani della burocrazia, mediamente più preparata dei politici eletti ma per natura autoconservativa e refrattaria al cambiamento, non certo meno corruttibile né meno incline alla tutela di interessi diversi da quelli comuni, certamente del tutto priva di legittimazione popolare. Le leggi sono inutili se inattuate, ma troppo spesso oggi il rimedio a una legge inattuata è un'altra legge, magari più velleitaria e ancora più inattuabile, mentre è l'attività quotidiana del Governo che deve garantire l'attuazione delle leggi. Il bilanciamento all'Esecutivo non può che essere costituito dall'organo che storicamente è stato posto a temperare il potere del monarca o di altro organo di vertice: un Parlamento che rappresenti i cittadini ed eventualmente altri corpi politici di base, come gli enti territoriali. 2) Un Parlamento più snello, dove gli atti dei singoli membri siano identificabili dall'opinione pubblica, dotato di poteri propri individuabili, ma non in grado di vanificare il mandato degli elettori all'Esecutivo. Il Parlamento rappresenta veramente i cittadini e ne soddisfa le necessità e le richieste solo se è dotato di idonei poteri propri e se i comportamenti dei singoli possono essere giudicati e poi premiati o puniti in sede elettorale. Deve perciò essere dotato di un vero potere legislativo, nell'ambito del quale possa anche dire di no alle richieste dell'Esecutivo, senza essere sciolto il giorno dopo. Se ne deve invece assumere le responsabilità davanti agli elettori, sia in termini di qualità della legge, sia in termini di celerità nell'approvarla. Un tale Parlamento può davvero rappresentare un freno ad eventuali esondazioni di potere da parte dell'Esecutivo e in ogni caso porsi come strumento di reale controllo.