[pronunce]

che, «per gli stessi motivi», sarebbe violato anche l'art. 27 Cost. in relazione ai principi di «colpevolezza» e di «finalità rieducativa» della pena; che la questione sollevata è manifestamente inammissibile per più ragioni concomitanti; che il rimettente ha infatti precluso alla Corte qualunque verifica di rilevanza del quesito proposto, omettendo di descrivere la fattispecie concreta e di indicare, in particolare, quali circostanze l'abbiano indotto a qualificare colposa la condotta in contestazione; che la circostanza è tanto più significativa se si considera che, nel campo dei reati contro la pubblica decenza od il senso comune del pudore, l'atteggiamento negligente od imprudente attiene in genere alla potenziale percezione pubblica del comportamento, più che all'attuazione dello stesso; che, nondimeno, il rimettente si è limitato ad enunciare la propria valutazione del fatto contestato, esprimendo, per altro, indicazioni contraddittorie; che infatti il giudice a quo, mentre nella parte iniziale dell'ordinanza di rimessione assume che il fatto sarebbe stato commesso «per colpa», successivamente afferma che l'imputato «non ha commesso il fatto con coscienza e volontà», così evocando una condotta incolpevole, come tale penalmente irrilevante secondo il disposto del primo e del quarto comma dell'art. 42 cod. pen. ; che concorre a determinare la manifesta inammissibilità della questione anche la struttura del quesito sottoposto alla Corte, poiché il rimettente sembra sollecitare sia una pronuncia manipolativa che «trasformi» la fattispecie colposa compresa nell'art. 726 cod. pen. in un illecito amministrativo, sia una pronuncia ablativa che «elimini» il precetto impartito dalla norma codicistica nella sua configurazione colposa, dando vita ad un petitum oscuro o, comunque, segnato dalla prospettazione di soluzioni alternative per il superamento del denunciato vizio di legittimità. Visti gli artt. 26, secondo comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87, e 9, comma 2, delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale.. per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE dichiara la manifesta inammissibilità della questione di legittimità costituzionale dell'art. 44 del decreto legislativo 30 dicembre 1999, n. 507 (Depenalizzazione dei reati minori e riforma del sistema sanzionatorio, ai sensi dell'articolo 1 della legge 25 giugno 1999, n. 205) e degli artt. 1 e 7, comma 1, lettera c), della legge 25 giugno 1999, n. 205 (Delega al Governo per la depenalizzazione dei reati minori e modifiche al sistema penale e tributario), in relazione all'art. 726 del codice penale, sollevata - in riferimento agli artt. 3 e 27 della Costituzione - dal Giudice di pace di San Severino Marche con l'ordinanza indicata in epigrafe. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 24 febbraio 2010. F.to: Ugo DE SIERVO, Presidente Gaetano SILVESTRI, Redattore Maria Rosaria FRUSCELLA, Cancelliere Depositata in Cancelleria il 5 marzo 2010. Il Cancelliere F.to: FRUSCELLA