[pronunce]

Nel caso della ritenuta a titolo di imposta, infatti, il rilascio della certificazione comporta, salvo casi particolari, la liberazione del sostituito dall'obbligazione tributaria, potendo, dopo di esso, l'erario rivolgersi, per l'adempimento, unicamente al sostituto; mentre nel caso della ritenuta d'acconto la certificazione abilita il sostituito a compensare il credito corrispondente all'importo della ritenuta con il debito complessivo di imposta risultante dalla dichiarazione. In questa prospettiva, l'allineamento quoad poenam e quanto a soglie di punibilità delle due ipotesi di omesso versamento, operato dal legislatore nel 2006, rappresenta, dunque, una soluzione costituzionalmente compatibile, ma non certo costituzionalmente imposta. L'analisi della parabola storica delle due fattispecie ne è, del resto, la riprova più eloquente. La tutela penale contro l'omesso versamento di ritenute - già prefigurata dall'art. 260 del d.P.R. 29 gennaio 1958, n. 645 (Approvazione del testo unico delle leggi sulle imposte dirette) e quindi dall'art. 92, terzo comma, del d.P.R. 29 settembre 1973, n. 602 (Disposizioni sulla riscossione delle imposte sul reddito) - è stata mantenuta e rafforzata dal già citato art. 2, secondo comma, del d.l. n. 429 del 1982, per poi subire solo un limitato ridimensionamento ad opera del decreto-legge 16 marzo 1991, n. 83 (Modifiche al decreto-legge 10 luglio 1982, n. 429, convertito, con modificazioni, dalla legge 7 agosto 1982, n. 516, in materia di repressione delle violazioni tributarie e disposizioni per definire le relative pendenze), convertito, con modificazioni, dalla legge 15 maggio 1991, n. 154. Dopo la temporanea abrogazione ad opera del d.lgs. n. 74 del 2000, il reato di omesso versamento di ritenute è stato alfine reintrodotto, con l'attuale fisionomia, dalla legge n. 311 del 2004. Per converso, l'omesso versamento dell'IVA - già previsto come delitto, punito con severa pena, dall'art. 50 del d.P.R. n. 633 del 1972 - è scomparso dall'orizzonte penalistico con il d.l. n. 429 del 1982 (art. 13), tornando a farvi ingresso solo a seguito del d.l. n. 223 del 2006. Dunque, per un periodo complessivo di circa vent'anni (dal 1982 al 2000 e dal 2004 al 2006), mentre l'omesso versamento di ritenute costituiva reato (dal 1982 al 1991 senza che fosse neppure prevista alcuna soglia di punibilità), l'omesso versamento dell'IVA rimaneva confinato tra i semplici illeciti amministrativi. Ciò, a chiara dimostrazione di come il trattamento sanzionatorio delle due figure possa bene seguire percorsi diversificati. A fronte di ciò, si deve, quindi, conclusivamente escludere che il (temporaneo) innalzamento della soglia di punibilità dell'omesso versamento dell'IVA - operato da questa Corte con la sentenza n. 80 del 2014 per esigenze di ripristino della legalità costituzionale che attengono esclusivamente a tale fattispecie - abbia necessari "effetti di trascinamento" sulla distinta figura dell'omesso versamento di ritenute certificate. 10.- Inconferente appare, da ultimo, il riferimento al delitto di indebita compensazione operato dal Tribunale ordinario di Verona con l'ordinanza r.o. n. 195 del 2014. Il Tribunale osserva che l'art. 10-bis è richiamato, quanto alla soglia di punibilità e alla pena, anche dall'art. 10-quater del d.lgs. n. 74 del 2000, in rapporto al delitto di indebita compensazione: figura criminosa applicabile anche alle compensazioni effettuate al fine di non corrispondere l'IVA. Con la conseguenza che l'omesso versamento dell'IVA e delle ritenute certificate avrebbero un regime identico nel caso di evasione realizzata mediante indebita compensazione, e, invece, un regime differenziato - fino al 17 settembre 2011 - per la mera omissione del versamento. Ma, alla luce di quanto evidenziato, tale ragionamento potrebbe giustificare, in ipotesi, solo la proposizione di una questione di legittimità costituzionale dell'art. 10-quater: questione che risulterebbe, peraltro, irrilevante nel giudizio a quo e in relazione alla quale dovrebbe tenersi comunque conto del fatto che, nel caso dell'indebita compensazione, il contribuente si sottrae al pagamento delle imposte tramite una condotta specifica non priva di connotati "insidiosi" nei confronti del fisco, quale l'esposizione di crediti inesistenti o non spettanti (circostanza che impedisce di scorgere nell'evidenziato assetto tratti di "anomalia" costituzionalmente rilevante).. per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE riuniti i giudizi, 1) dichiara non fondate le questioni di legittimità costituzionale dell'art. 10-bis del decreto legislativo 10 marzo 2000, n. 74 (Nuova disciplina dei reati in materia di imposte sui redditi e sul valore aggiunto, a norma dell'articolo 9 della legge 25 giugno 1999, n. 205), sollevate, in riferimento all'art. 3 della Costituzione, dalla Corte d'appello di Milano, dal Tribunale ordinario di Verona e dal Tribunale ordinario di Forlì con le ordinanze indicate in epigrafe; 2) dichiara manifestamente inammissibile la questione di legittimità costituzionale dell'art. 10-bis del d.lgs. n. 74 del 2000, sollevata, in riferimento all'art. 3 della Costituzione, dal Giudice per le indagini preliminari del Tribunale ordinario di Bergamo con l'ordinanza indicata in epigrafe; 3) dichiara manifestamente inammissibile la questione di legittimità costituzionale dell'art. 10-bis del d.lgs. n. 74 del 2000, sollevata, in riferimento all'art. 24 della Costituzione, dal Tribunale ordinario di Forlì con l'ordinanza indicata in epigrafe. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 13 maggio 2015. F.to: Alessandro CRISCUOLO, Presidente Giuseppe FRIGO, Redattore Gabriella Paola MELATTI, Cancelliere Depositata in Cancelleria il 5 giugno 2015. Il Direttore della Cancelleria F.to: Gabriella Paola MELATTI