[pronunce]

Sentenza ha pronunciato la seguentenei giudizi di legittimità costituzionale: (a) degli artt. 53, primo e secondo comma, 54, terzo comma, e 30-bis del codice di procedura civile; e (b) dell'art. 53, primo e secondo comma, del codice di procedura civile, promossi, rispettivamente, con ordinanza emessa il 6 ottobre 2000 dalla Corte di appello di Perugia e con ordinanza emessa il 12 marzo 2001 dalla Corte di appello di Roma, iscritte al n. 793 del registro ordinanze 2000 ed al n. 519 del registro ordinanze 2001 e pubblicate nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 51, 1ª serie speciale, dell'anno 2000 e n. 27, 1ª serie speciale, dell'anno 2001. Visti gli atti di costituzione di Wilfredo Vitalone; Udito nell'udienza pubblica del 29 gennaio 2002 il giudice relatore Valerio Onida; Udito, per sé medesimo, l'avvocato Wilfredo Vitalone.. Ritenuto in fatto Considerato in diritto 1.1. - Con ordinanza emessa il 6 ottobre 2000, pervenuta in cancelleria il 20 novembre 2000 (reg. ord. n. 793 del 2000) , la Corte di appello di Perugia ha sollevato, in riferimento agli articoli 3, 24, 104 e 111 della Costituzione, questione di legittimità costituzionale: a) dell'art. 53, primo comma, del codice di procedura civile (giudice competente), nella parte in cui prevede, nell'ambito del processo civile, che "sulla ricusazione ... decide, con ordinanza non impugnabile, [lo stesso] collegio [cui appartiene il giudice ricusato] se è ricusato uno dei componenti del tribunale o della corte" e non già (come è previsto dall'art. 40, comma 1, del codice di procedura penale), "una sezione della corte [d'appello] diversa da quella cui appartiene il giudice [della Corte di appello] ricusato", con ordinanza ricorribile per cassazione; b) del combinato disposto degli articoli 53, secondo comma, e 54, terzo comma, cod. proc. civ. (Ordinanza sulla ricusazione), nella parte in cui prevede che l'ordinanza che decide sulla ricusazione di un giudice non è impugnabile, nonché nella parte in cui prevede, sempre con statuizione non impugnabile, l'automatica condanna - in caso di declaratoria di rigetto o di inammissibilità del ricorso - della parte che ha proposto la ricusazione al pagamento di una pena pecuniaria, senza consentire al giudice della ricusazione alcuna doverosa valutazione, ai predetti fini, della temerarietà o meno del ricorso e, quindi, l'opportunità di applicare o meno la pena pecuniaria, eventualmente graduandola caso per caso; c) dell'art. 30-bis cod. proc. civ. (Foro per le cause in cui sono parti magistrati), introdotto dall'art. 9 della legge 2 dicembre 1998, n. 420, nella parte in cui non prevede che il giudizio incidentale sulla ricusazione di un giudice della sezione civile della Corte di appello venga devoluto alla cognizione del giudice, ugualmente competente per materia, che ha sede nel capoluogo del distretto di Corte di appello determinato ai sensi dell'art. 11 del codice di procedura penale, allorquando nella sede non vi sia altra sezione "diversa" da quella cui appartiene il magistrato ricusato. Le questioni sono sorte nell'ambito di un procedimento di ricusazione, promosso nei confronti dei componenti del collegio della Corte di appello investito del reclamo contro il decreto di inammissibilità di una domanda di risarcimento dei danni cagionati nell'esercizio delle funzioni giudiziarie. Il remittente, sottolineata l'esigenza del giudice di apparire - ancor prima che essere - sereno, imparziale ed indipendente, ritiene che tali requisiti vengano a mancare allorquando il giudizio sull'accoglimento, sul rigetto o sulla declaratoria di inammissibilità di un ricorso per ricusazione di un giudice debba essere espresso addirittura dai colleghi del medesimo collegio. Posto che con le norme sulla translatio dettate dalla legge n. 420 del 1998 il legislatore ha voluto porre sullo stesso piano la garanzia che il magistrato debba "apparire ancor prima che essere" imparziale ed indipendente tanto nel processo penale quanto in quello civile, estendendo a quest'ultimo la regolamentazione prevista dall'art. 11 cod. proc. pen. , sarebbe irrazionale la diversa disciplina tra il procedimento incidentale di ricusazione nel rito civile e l'analogo procedimento nel rito penale. Solo in penale, a norma dell'art. 40, comma 1, cod. proc. pen. , è previsto che sulla ricusazione di un giudice del tribunale, della corte di assise o della corte di assise di appello decide la corte di appello e su quella di un giudice della Corte di appello decide, con ordinanza ricorribile per cassazione, una sezione della Corte di appello penale "diversa" da quella cui appartiene il giudice [della Corte di appello] ricusato; nel rito civile, invece, a norma dell'art. 53 cod. proc. civ. , sulla ricusazione di un giudice del tribunale civile o della Corte di appello civile decide lo stesso collegio cui appartiene il magistrato ricusato, peraltro con ordinanza non impugnabile, con la quale la parte che l'ha proposta, in caso di rigetto o declaratoria di inammissibilità, deve essere comunque condannata al pagamento, oltre che delle spese, di una pena pecuniaria. Questa diversità di disciplina non sarebbe giustificata, posto che anche in civile il procedimento incidentale di ricusazione ha ad oggetto la valutazione della sussistenza o meno di un "interesse" nella causa da parte del giudice ricusato, che - qualora sussistente - sarebbe idoneo a ledere il diritto soggettivo del cittadino ad essere giudicato da un giudice indipendente ed imparziale. L'irragionevolezza della norma denunciata risiederebbe anche nel suo meccanismo di reciprocità, la competenza sulla ricusazione essendo prevista in capo allo "stesso" collegio cui appartiene il magistrato ricusato, il quale, a sua volta, in base alla norma denunciata, sarà chiamato ad esprimere il medesimo giudizio sull'eventuale ricusazione proposta nei riguardi degli stessi colleghi che l'hanno giudicato. Ad avviso del giudice remittente, la disciplina processuale di cui al combinato disposto degli artt. 53 e 54 cod. proc. civ. si pone in contrasto, oltre che con il principio di ragionevolezza, con l'art. 24 della Costituzione, sia perché sancisce la non impugnabilità dell'ordinanza che decide sulla ricusazione di un giudice civile, sia perché prevede, in caso di declaratoria di inammissibilità o di rigetto del relativo ricorso, anche l'automatica condanna della parte che ha proposto la ricusazione al pagamento di una pena pecuniaria, senza consentire al giudice della ricusazione alcuna doverosa valutazione, ai predetti fini, della temerarietà o meno del ricorso e, quindi, dell'opportunità di applicare o meno la pena pecuniaria, eventualmente graduandola caso per caso.