[pronunce]

SENTENZA ha pronunciato la seguentenel giudizio di legittimità costituzionale dell'art. 50, comma 4, penultimo ed ultimo periodo, della legge 23 dicembre 2000, n. 388 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato – legge finanziaria 2001), promosso con ordinanza del 14 luglio 2004 dal Tribunale amministrativo regionale del Lazio sul ricorso proposto da Giuseppe Severini ed altri contro la Presidenza del Consiglio dei ministri, iscritta al n. 886 del registro ordinanze 2004 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 45, prima serie speciale, dell'anno 2004. Visto l'atto di costituzione di Giuseppe Severini ed altri; udito nell'udienza pubblica del 3 maggio 2005 il Giudice relatore Paolo Maddalena; udito l'avvocato Celestino Biagini per Giuseppe Severini ed altri.. Ritenuto in fatto Considerato in diritto 1. ¾ Con ordinanza emessa il 14 luglio 2004 nel corso di un procedimento promosso da nove consiglieri di Stato per l'annullamento della nota della Presidenza del Consiglio dei ministri del 3 febbraio 2003 che aveva respinto, previo riesame, le istanze di esecuzione delle decisioni del Presidente della Repubblica emesse in data 27 settembre 1999 a seguito di ricorso straordinario, il Tribunale amministrativo regionale del Lazio ha sollevato, in riferimento agli articoli 3, 24, 100, 103 e 113 della Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell'art. 50, comma 4, penultimo ed ultimo periodo, della legge 23 dicembre 2000, n. 388 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato – legge finanziaria 2001). La norma denunciata prevede che il nono comma dell'art. 4 della legge 6 agosto 1984, n. 425 (ai sensi del quale per il personale che ha conseguito la nomina a magistrato di corte d'appello o a magistrato di corte di cassazione a seguito del concorso per esami previsto dalla legge 4 gennaio 1963, n. 1, e successive modificazioni e integrazioni, l'anzianità viene determinata in misura pari a quella riconosciuta al magistrato di pari qualifica con maggiore anzianità effettiva che lo segue nel ruolo) si intende abrogato dalla data di entrata in vigore del decreto-legge 11 luglio 1992, n. 333, convertito, con modificazioni, dalla legge 8 agosto 1992, n. 359, e che perdono ogni efficacia i provvedimenti e le decisioni di autorità giurisdizionali comunque adottati difformemente dalla predetta interpretazione dopo la data suindicata. In ogni caso – prosegue la norma – non sono dovuti e non possono essere eseguiti pagamenti sulla base dei predetti decisioni o provvedimenti. Riferisce il TAR remittente che l'oggetto sostanziale della controversia dinanzi ad esso pendente si identifica nella richiesta degli interessati di ottenere, da parte della Presidenza del Consiglio dei ministri, la piena esecuzione dei decreti del Presidente della Repubblica del 27 settembre 1999 che, in accoglimento dei loro pregressi ricorsi straordinari, hanno dichiarato l'obbligo dell'Amministrazione di determinare i trattamenti economici di loro pertinenza alla stregua dell'art. 4, nono comma, della legge n. 425 del 1984, tenendo conto del superiore trattamento spettante ai colleghi che li seguivano nel ruolo dei consiglieri di Stato. Allo stesso fine dell'esecuzione dei predetti decreti del Presidente della Repubblica, gli interessati avevano in precedenza esperito un ricorso per l'esecuzione del giudicato. Questo, peraltro, pur avendo trovato accoglimento da parte del Consiglio di Stato (sez. IV, sentenza 15 dicembre 2000, n. 6695), aveva poi dato adito ad una sentenza di annullamento della relativa pronuncia ad opera delle Sezioni Unite della Corte di cassazione per difetto di giurisdizione (sentenza 18 dicembre 2001, n. 15978). Circa l'interpretazione della norma denunciata, il Tribunale amministrativo remittente esclude che essa possa essere letta nel senso di fare comunque salvi gli effetti prodotti da decisioni del Capo dello Stato ormai immutabili. L'art. 50, comma 4, della legge n. 388 del 2000 avrebbe infatti una portata tale da vanificare le decisioni giustiziali rese a suo tempo in favore dei ricorrenti. Secondo il TAR del Lazio, tuttavia, questa norma presterebbe il fianco a dubbi di costituzionalità in riferimento agli articoli 3, 24, 100, 103 e 113 della Costituzione, nella parte in cui, esplicitando la portata retroattiva dell'abrogazione da essa contemplata, prevede che questa possa travolgere anche posizioni individuali già riconosciute mediante sentenze o decisioni di ricorsi straordinari che erano ormai divenute definitive. Il giudice a quo, richiamando, in particolare, la sentenza n. 525 del 2000 di questa Corte, ricorda che le norme di interpretazione autentica non possono travolgere situazioni regolate da giudicato. La condizione giuridica del provvedimento decisorio di un ricorso straordinario, pur non presentandosi identica a quella propria della sentenza, sarebbe comunque ampiamente suscettibile di essere ad essa raffrontata: il Capo dello Stato, allorché con la decisione di sua competenza aderisca al parere reso nel procedimento dal Consiglio di Stato, coopererebbe all'esplicazione di una funzione essenzialmente giurisdizionale. Ad avviso del TAR remittente, la decisione del ricorso straordinario avrebbe la funzione di definire immutabilmente la lite in regime di alternatività nel segno della difesa delle posizioni soggettive individuali meritevoli di tutela ai sensi degli articoli 24 e 113 Cost. La tutela delle posizioni degli amministrati sarebbe perseguita nel diritto vivente, ed assegnata dall'ordinamento positivo, oltre che al ricorso giurisdizionale amministrativo, anche al ricorso straordinario: sicché le limitazioni che pregiudicano l'effettività di quest'ultimo si tradurrebbero nello stesso tempo in lesioni del valore costituzionale di cui agli articoli 24 e 113 Cost. (oltre a presentarsi prive di giustificazione razionale anche sotto il profilo della parità di trattamento). Ed anche a prescindere da ogni parallelismo tra ricorsi straordinari e ricorsi giurisdizionali, l'incisione retroattiva, attraverso una nuova norma di legge, di una decisione giustiziale definitiva presenterebbe comunque, ad avviso del remittente, profili di incompatibilità anche rispetto alla funzione costituzionale del Consiglio di Stato di assicurare «la tutela della giustizia nell'amministrazione» (art. 100 Cost.). 2. ¾ Nel giudizio dinanzi alla Corte non è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri. 3. ¾ Si sono costituiti i ricorrenti nel giudizio a quo, concludendo, in via principale, per il rigetto della questione, sul rilievo che l'art. 50, comma 4, penultimo ed ultimo periodo, della legge n. 388 del 2000 dovrebbe essere interpretato, diversamente da quanto prospettato dal remittente, nel senso di non precludere l'esecuzione delle decisioni irrevocabili, rese nel regime dell'alternatività dal Presidente della Repubblica, prima della sua entrata in vigore;