[pronunce]

ORDINANZA ha pronunciato la seguentenel giudizio di legittimità costituzionale degli artt. 548, comma 3, e 585, comma 2, lettera d), del codice di procedura penale, nonché degli artt. 10, comma 5, e 11, comma 1, della legge 28 aprile 2014, n. 67 (Deleghe al Governo in materia di pene detentive non carcerarie e di riforma del sistema sanzionatorio. Disposizioni in materia di sospensione del procedimento con messa alla prova e nei confronti degli irreperibili), promosso dal Tribunale ordinario di Prato nel procedimento a carico di F.M., con ordinanza del 31 marzo 2015, iscritta al n. 171 del registro ordinanze 2015 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 37, prima serie speciale, dell'anno 2015. Visto l'atto di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri; udito nella camera di consiglio del 9 novembre 2016 il Giudice relatore Nicolò Zanon. Ritenuto che, con ordinanza del 31 marzo 2015 (r.o. n. 171 del 2015), il Tribunale ordinario di Prato ha sollevato, in riferimento agli artt. 3, 24 e 111 della Costituzione, questioni di legittimità costituzionale degli artt. 548, comma 3, e 585, comma 2, lettera d), del codice di procedura penale, nonché degli artt. 10, comma 5, e 11, comma 1, della legge 28 aprile 2014, n. 67 (Deleghe al Governo in materia di pene detentive non carcerarie e di riforma del sistema sanzionatorio. Disposizioni in materia di sospensione del procedimento con messa alla prova e nei confronti degli irreperibili); che le questioni di legittimità costituzionale sono state sollevate nell'ambito di un giudizio penale nel quale si procede nei confronti di F.M. per il reato «di cui all'art. 2 L. 638/83»; che il giudice a quo ha condiviso le argomentazioni della difesa dell'imputato, dubitando, in particolare, della legittimità costituzionale dell'omessa previsione, in favore dell'imputato dichiarato assente, della notificazione dell'estratto della sentenza, che in passato era prevista per l'imputato dichiarato contumace, a fronte della comunicazione oggi contemplata solo in favore del procuratore generale presso la corte d'appello; che, a parere del giudice rimettente, «[a]ppare evidente» la rilevanza delle questioni di legittimità costituzionale, essendo stato l'imputato dichiarato assente, sicché «con l'entrata in vigore della legge n. 67 del 2014 la sentenza che verrà emessa» al termine del processo «potrebbe non essere comunicata all'assente ma solo al Procuratore generale»; che, a giudizio del tribunale rimettente, il vulnus ai parametri costituzionali innanzi richiamati risiederebbe nel fatto che la posizione dell'imputato assente «viene ad essere peggiore di quella di un contumace della precedente previsione e peggiore di quella del Procuratore generale», con conseguente «palese contrasto» con il principio di eguaglianza di cui all'art. 3 Cost., in quanto il legislatore avrebbe trattato, con la modifica legislativa introdotta dalla legge n. 67 del 2014, in maniera differente «l'imputato-condannato assente» e il procuratore generale presso la corte d'appello; che, in particolare, il primo - a differenza del secondo - sarebbe gravato dall'obbligo di informarsi costantemente «onde non essere pregiudicato nei tempi dell'appello»; che, sempre a parere del giudice a quo, sarebbe leso anche l'art. 24 Cost., sull'inviolabilità del diritto di difesa in ogni stato e grado del procedimento, in quanto la possibilità per la procura generale presso la corte d'appello di «appellare prima dell'imputato» e l'onere gravante su quest'ultimo di informarsi, costituirebbero «un limite al diritto di difesa»; che, infine, sarebbe violato anche l'art. 111 Cost., secondo cui ogni processo si svolge in condizione di parità fra le parti, in quanto la «norma introdotta dalla L. 67 del 2014» determinerebbe «una chiara e palese condizione di disparità fra le parti», rafforzando il vantaggio della parte pubblica, «dovuto al suo essere comunque parte dello Stato, dotata di mezzi che il privato non ha e non può avere»: tale condizione di disparità emergerebbe, in particolare, dall'art. 585, comma 2, lettera d), cod. proc. pen. , come modificato, a tenore del quale solo per il procuratore generale presso la corte di appello il termine per proporre impugnazione decorre dal momento della comunicazione dell'avviso di deposito della sentenza, mentre per l'imputato detto termine decorre «da quan[d]o stabilito dalla legge, termine quasi sicuramente inferiore rispetto a quello stabilito per la Procura Generale»; che è intervenuto nel giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, concludendo per l'inammissibilità o, comunque, per la manifesta infondatezza delle questioni di legittimità costituzionale sollevate; che l'Avvocatura generale dello Stato ha evidenziato, in via preliminare, come il dubbio di legittimità costituzionale venga prospettato sulla base di circostanze puramente ipotetiche, allo stato inesistenti, in quanto collegate all'eventualità - non ancora verificatasi - di lettura del dispositivo della sentenza addirittura in assenza anche dell'avvocato difensore, laddove il codice di rito prevede che l'imputato, che chieda o consenta che l'udienza si svolga in sua assenza, è sempre rappresentato dal difensore, anche all'udienza in cui viene data lettura del dispositivo; che ulteriore ragione di inammissibilità è individuata, dall'Avvocatura generale dello Stato, nel fatto che le norme censurate dovrebbero essere applicate in un futuro ed eventuale giudizio di appello, che dovrà essere deciso da un giudice diverso dal tribunale rimettente; che, nel merito, la difesa statale ha rilevato come, con la riforma di cui alla legge n. 67 del 2014, sia stato abolito il processo contumaciale e sia stata dettata una nuova regolamentazione del cosiddetto "processo in assenza", rendendosi, al contempo, più rigorosi i presupposti del giudizio svolto in assenza dell'imputato; che, in particolare, l'Avvocatura generale dello Stato ha ricordato che le norme codicistiche dispongono, ora, che il processo viene celebrato "in assenza" quando l'imputato rinuncia espressamente a partecipare o quando vi sono degli elementi da cui desumere che egli abbia avuto conoscenza dell'esistenza del procedimento, mentre, nel vigore delle precedenti norme, l'imputato dichiarato contumace, diversamente da quello dichiarato assente, non manifestava alcuna volontà negativa in ordine alla comparizione e alla presenza in udienza, sicché appariva giustificata sia la previsione di cui all'art. 548, comma 3, cod. proc. pen. - che imponeva di notificargli l'avviso di deposito della sentenza, con il relativo estratto - sia la previsione dell'art. 585, comma 2, lettera d), cod. proc. pen. ,