[pronunce]

che ad avviso dei rimettenti, difatti, il legislatore delegato doveva ritenersi abilitato ad introdurre unicamente fattispecie criminose di tipo contravvenzionale, sanzionate con pene non eccedenti i limiti edittali che connotano le ipotesi di reato previste dal d.l. n. 143 del 1991; che a tale conclusione indurrebbe non soltanto il riferimento di ordine generale, contenuto nella norma di delega, all'applicazione, in tutto o in parte, del decreto-legge ora citato; ma anche la specifica previsione del comma 2 dell'art. 15 della legge n. 52 del 1996, in forza della quale, «in sede di riordinamento normativo, ai sensi dell'art. 8, delle materie concernenti il trasferimento di denaro contante e di titoli al portatore, nonché il riciclaggio dei capitali di provenienza illecita, potrà procedersi al riordino delle sanzioni amministrative e penali previste nelle leggi richiamate al comma 1, nei limiti massimi ivi contemplati»: leggi tra le quali figura proprio il d.l. n. 143 del 1991; che alla data di entrata in vigore della legge delega – osservano ancora i rimettenti – il decreto-legge in questione contemplava, tra gli illeciti penali (art. 5, commi 4 e 6), unicamente fattispecie di tipo contravvenzionale punite con pene inferiori a quella comminata dalla norma impugnata (in specie: arresto da sei mesi ad un anno, congiunto ovvero alternativo all'ammenda); che la figura delittuosa originariamente prevista dall'art. 6, comma 9, del d.l. n. 143 del 1991 – che puniva l'esercizio delle attività di cui al comma 1 dello stesso articolo da parte di soggetti non iscritti nell'apposito elenco, o per i quali non sussistessero le condizioni di iscrizione, colpendola con pena uguale a quella stabilita dalla norma contestata – era stata, infatti, abrogata dall'art. 161 del d.lgs. n. 385 del 1993: onde dovrebbe escludersi che la norma di delega intendesse riferirsi anche a tale previsione punitiva; che, secondo i Tribunali di Cagliari e di Novara, inoltre, il criterio direttivo risulterebbe egualmente violato, almeno in rapporto al livello della pena, ove pure si ritenesse che il legislatore delegante – nel richiamare, all'art. 15, comma 2, della legge n. 52 del 1996, i limiti massimi delle sanzioni contemplate dalle leggi indicate nel comma 1 – avesse inteso evocare, oltre al d.l. n. 143 del 1991, anche il decreto-legge 28 giugno 1990, n. 167 (Rilevazione a fini fiscali di taluni trasferimenti da e per l'estero di denaro, titoli e valori), convertito, con modificazioni, nella legge 4 agosto 1990, n. 227, richiamato nel comma 1 dell'art. 15 della legge delega; l'art. 5 del citato d.l. n. 167 del 1990 prevede, difatti, una figura delittuosa di false indicazioni agli intermediari, ma punita con pena comunque inferiore a quella comminata dalla norma denunciata (reclusione da sei mesi ad un anno e multa da lire un milione a lire dieci milioni); che nei giudizi di costituzionalità è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che la questione sia dichiarata manifestamente infondata, per essere i giudici a quibus incorsi in errore nell'individuazione della «norma interposta», la quale andrebbe identificata, non nell'art. 15 della legge n. 52 del 1996, ma nell'art. 3, comma 1, lettera c), della legge stessa, alla cui stregua la disposizione denunciata dovrebbe ritenersi pienamente rispettosa della delega; che si sono altresì costituiti G. F. (nel giudizio relativo all'ordinanza r.o. n. 600 del 2007 e nel giudizio relativo all'ordinanza r.o. n. 718 del 2007) e G. B. (nel giudizio relativo all'ordinanza r.o. n. 785 del 2007), imputati nei processi a quibus, i quali hanno chiesto, sulla base di identiche considerazioni, l'accoglimento della questione; che la parte privata G. F. ha depositato, altresì, memoria, volta segnatamente a contrastare le deduzioni dell'Avvocatura generale dello Stato. Considerato che le ordinanze di rimessione sollevano questioni identiche, onde i relativi giudizi vanno riuniti per essere definiti con unica decisione; che i giudici a quibus dubitano della legittimità costituzionale, in riferimento agli artt. 76 e 77 della Costituzione, dell'art. 5, comma 3, del d.lgs. 26 maggio 1997, n. 153 (Integrazione dell'attuazione della direttiva 91/308/CEE in materia di riciclaggio dei capitali di provenienza illecita), nelle parti in cui configura come delitto la fattispecie criminosa ivi descritta e commina pene superiori ai «limiti edittali» indicati nella legge delega 6 febbraio 1996, n. 52; che, ad avviso dei rimettenti, il legislatore delegato doveva ritenersi abilitato ad introdurre unicamente fattispecie criminose di tipo contravvenzionale, punite con pene non superiori a quelle previste per i reati contemplati dal d.l. 3 maggio 1991, n. 143, convertito, con modificazioni, nella legge 5 luglio 1991, n. 197; ovvero, in subordine – secondo i Tribunali di Cagliari e di Novara – anche dal d.l. 28 giugno 1990, n. 167, convertito, con modificazioni, nella legge 4 agosto 1990, n. 227: nel qual caso il criterio di delega risulterebbe violato almeno per quanto concerne la misura della pena; che i rimettenti valutano, tuttavia, la sussistenza del dedotto vizio di eccesso di delega esclusivamente alla luce dei criteri di delega specifici dettati dall'art. 15 della legge n. 52 del 1996 ai fini dell'integrazione dell'attuazione della direttiva 91/308/CEE, senza tenere conto dei criteri generali stabiliti dalla medesima legge in tema di disciplina delle sanzioni: criteri – questi ultimi – la cui applicabilità non è affatto esclusa dai primi; che, secondo un approccio tipico delle «leggi comunitarie», la legge n. 52 del 1996 ha delegato, difatti, il Governo ad emanare i decreti legislativi recanti le norme necessarie per dare attuazione ad un complesso di direttive comunitarie, indicate nell'allegato A alla medesima legge (art. 1): direttive fra le quali è compresa la direttiva 91/308/CEE, in tema di prevenzione dell'uso del sistema finanziario a scopo di riciclaggio dei proventi di attività illecite; che la medesima legge n. 52 del 1996 reca, altresì, all'art. 3, un insieme di criteri e principi direttivi «generali»: valevoli, cioè, per tutti i decreti legislativi da emanare, salvi i principi specifici dettati dai successivi articoli in relazione alle singole materie e in aggiunta a quelli contenuti nelle direttive da attuare;