[resaula]

Si prevede dunque che la magistratura di sorveglianza debba richiedere, in caso di condannati per reati di stampo mafioso e terroristico, il parere obbligatorio del procuratore distrettuale o, per chi è sottoposto al regime detentivo speciale dell'articolo 41- bis dell'ordinamento penitenziario, il parere del procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo. Questo al fine di acquisire e dare alla magistratura di sorveglianza quelle informazioni sulla attualità dei collegamenti con la criminalità organizzata e sulla pericolosità del soggetto, che possano ripristinare l'equilibrio tra salute e sicurezza sociale e, in taluni casi, far rivedere il giudizio emanato nell'emergenza per far ritornare nella cura e nell'assistenza i detenuti e i condannati, nell'ambito sempre di un regime di detenzione carceraria. La speranza è che in questo modo siano attenuate le drammatiche conseguenze connesse al rientro nei territori di provenienza di detenuti considerati pericolosi e che io attribuisco ad una sorta di annebbiamento generale di tutte le autorità coinvolte. Per questi motivi, annuncio il voto favorevole di Liberi e Uguali. (Applausi). MIRABELLI (PD) . Domando di parlare per dichiarazione di voto. PRESIDENTE. Ne ha facoltà. MIRABELLI (PD) . Signor Presidente, Ministro, Sottosegretario, colleghi, noi voteremo, ovviamente, la fiducia al Governo su questo provvedimento. Quello che stiamo per votare è un provvedimento positivo ed importante, che aiuterà a far ripartire la macchina della giustizia dopo la lunga pausa imposta dalla pandemia, darà più forza alla lotta contro le mafie e consentirà, con una norma primaria, di sostenere uno strumento importante per combattere il Covid-19 come l' app Immuni. Voglio dire subito, come già riconosciuto anche da diversi interventi delle opposizioni, che la legge di conversione che stiamo per votare è frutto del contributo di tutti. Sono state votate decine di emendamenti che hanno migliorato e arricchito il testo del decreto. Molti di questi sono stati presentati dalle opposizioni e dalle minoranze e ciò va a merito dello spirito costruttivo che ha guidato il lavoro in Commissione, ma anche della disponibilità del Governo a valorizzare i contributi del Parlamento. Voglio sottolineare questo lavoro comune, perché lo considero importante, ma anche per evidenziare come siano sbagliati i toni di contrapposizione propagandistica che abbiamo ascoltato nella discussione di ieri e anche oggi. Sul merito del decreto, voglio innanzitutto sottolineare brevemente le scelte fatte per far ripartire nel migliore dei modi le attività della giustizia. La stessa proroga del termine per l'entrata in vigore della legge sulle intercettazioni è figlia della richiesta venuta da molte procure di lasciare loro il tempo necessario per attrezzarsi alla corretta gestione degli archivi. Dopo i mesi di stop che hanno impedito di portare avanti questo lavoro, era giusta e lecita una richiesta di questo tipo. Ho sentito alcuni colleghi dire, nella discussione di ieri, che avevano previsto la necessità di un rinvio già durante l'approvazione del decreto-legge sulle intercettazioni: in realtà, o erano così bravi da saper prevedere la pandemia o, senza la pandemia, non ce ne sarebbe stato bisogno. Voglio dirlo subito: per il Partito Democratico ulteriori rinvii, paventati per il futuro, non sarebbero accettabili. In secondo luogo, penso sia importante la scelta di anticipare al 1° luglio l'apertura dei tribunali e delle udienze, come ci avevano sollecitato a fare tanti operatori della giustizia. Allo stesso modo è importante aver fatto questo passaggio salvaguardando programmi e scadenze fissate. Aggiungo che il tema dei processi civili e penali da remoto e l'utilizzo della trasmissione telematica degli atti e delle comunicazioni trovano in questo decreto limiti chiari di utilizzo, soprattutto nel processo penale. Penso tuttavia che sia evidente, anche dopo l'esperienza di questi mesi, che il tema sia di grande interesse. È evidente che l'utilizzo della rete può diventare una straordinaria opportunità per velocizzare le procedure e ridurre i costi. Il lavoro sulle riforme del processo penale e civile dovrà tener conto della discussione e dell'esperienza di questi mesi: l'esperienza di questi mesi dovrà essere un riferimento per quella discussione. Questo provvedimento, e lo dico senza voglia di propaganda, serve anche a dare più forza e più strumenti allo Stato per la lotta alle mafie; lotta che non si è mai interrotta - lo dico perché francamente ieri in molti interventi si è esagerato - checché ne dicano tanti professionisti della propaganda. Basta vedere quante inchieste, solo in queste settimane, hanno portato a centinaia di arresti, da Trapani a Palermo, dalla Calabria alla Campania fino al Veneto, per dire senza dubbio che lo Stato c'è ed è in grado di assestare colpi durissimi alle mafie. Raccontare, come si fa troppo spesso, per pura propaganda una cosa diversa non aiuta. Raccontare di cedimenti e passi indietro della lotta alla mafia non aiuta, fa danni, alimenta quella sfiducia e quelle divisioni che aiutano la criminalità organizzata. Certamente la messa agli arresti domiciliari - insisto, arresti domiciliari, nessuna liberazione, nessuna umiliazione dell'attività di magistrati e Forze dell'ordine, come ho sentito raccontare ieri - di troppi condannati per reati di mafia è stata grave e ha fatto emergere la necessità di ulteriori norme per garantire che i mafiosi non possano tornare nei loro territori, ricostruendo i rapporti con le proprie organizzazioni. Questo è il senso di una parte importante di questi decreti. All'inizio della pandemia, giustamente, come hanno fatto tutti i Paesi d'Europa, ci siamo posti il problema di preservare la salute dei detenuti e di chi opera in carcere, sapendo che il sovraffollamento e l'istituzione chiusa rendono difficile il distanziamento sociale e le altre misure applicate all'esterno. Preservare la salute anche dei detenuti, di tutti i detenuti, è un dovere, una responsabilità cui non potevamo e non possiamo sottrarci. Infatti il punto non è questo, non è l'articolo 123 del cura Italia, che prevedeva gli arresti domiciliari col braccialetto per chi doveva scontare ancora fino a diciotto mesi di reclusione - tra l'altro quel provvedimento escludeva esplicitamente i reclusi in regime di 41- bis o per reati di mafia - e non è neanche la famosa circolare del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, che segnalava la necessità di salvaguardare i soggetti a rischio di fronte all'emergenza Covid. Neanche questo è all'origine del problema. Il punto è stato che il rapporto quotidiano tra il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria e la procura antimafia, che aggiornava la situazione dei detenuti per reati associativi, si è interrotto e la procura non ha potuto far valere il proprio diritto di segnalare i rischi di reiterazione dei rapporti con le organizzazioni criminali e impedire gli arresti domiciliari. In secondo luogo, fermo restando - e spero che su questo siamo tutti d'accordo - che il diritto alla salute deve essere garantito anche ai peggiori criminali, non si sono reperite - e spettava al DAP farlo - strutture alternative agli arresti domiciliari in grado di garantire, insieme, la sicurezza e la salute del detenuto.