[pronunce]

– Il Tribunale civile di Messina, malgrado che nell'udienza del 30 giugno 2003 la difesa del deputato interessato avesse eccepito la applicabilità dell'art. 68, primo comma, Cost., ai sensi dell'art. 3 della legge n. 140 del 2003, ed in particolare avesse chiesto di attuare quanto prescritto nel comma 3 di questo articolo, non ha dato applicazione a tale disposizione, la quale prevede che il giudice in sede civile, ove accolga la eccezione di applicabilità dell'art. 68, provveda immediatamente ad adottare i provvedimenti necessari per la definizione del giudizio. Peraltro, il giudice non ha neppure applicato quanto prescritto dal comma 4 dell'art. 3 della legge n. 140 del 2003, secondo il quale il giudice, ove non ritenga di accogliere questa eccezione, deve provvedere «senza ritardo con ordinanza non impugnabile, trasmettendo direttamente copia degli atti alla Camera alla quale il membro del Parlamento appartiene», con le conseguenze (previste dal comma 5) che «il procedimento è sospeso fino alla deliberazione della Camera e comunque non oltre il termine di novanta giorni dalla ricezione degli atti da parte della Camera predetta. La Camera interessata può disporre una proroga del termine non superiore a trenta giorni. La sospensione non impedisce, nel procedimento penale, il compimento degli atti non ripetibili e, negli altri procedimenti, degli atti urgenti». Al contrario, il Tribunale di Messina, all'esito dell'udienza del 30 giugno 2003, ha rinviato la causa al 21 luglio 2003 «per prove testi», riservandosi di decidere in quella data «le eccezioni formulate da parte convenuta». Nell'udienza del 21 luglio, il giudice ha poi ritenuto che le questioni preliminari sollevate dal convenuto potessero «essere decise unitamente al merito della controversia», procedendo così all'assunzione della prova testimoniale e, all'esito, ha rinviato «la causa per la precisazione delle conclusioni all'udienza del 22 settembre 2003». In questa ulteriore udienza il giudice ha infine assegnato la causa a sentenza, indicando i termini di legge per il deposito delle comparse e delle memorie di replica. In relazione a tali provvedimenti, appare manifesta e reiterata la mancata applicazione da parte del giudice dei commi 3, 4 e 5 dell'art. 3 della legge n. 140 del 2003 (rispetto ai quali non vengono sollevate questioni di legittimità costituzionale), disposizioni queste – come detto – adottate a tutela di un equilibrato rapporto fra il giudice procedente, la parte che eccepisce l'applicabilità del primo comma dell'art. 68 Cost. e il sollecito coinvolgimento della Camera di appartenenza del parlamentare coinvolto nel caso in cui il giudice medesimo non ritenga applicabile la prerogativa in questione. Da ciò la fondatezza del ricorso della Camera dei deputati in relazione ai provvedimenti adottati dal Tribunale di Messina nel corso delle tre udienze menzionate, poiché la mancata tempestività dell'assunzione da parte del giudice di una decisione circa la sussistenza o meno della prerogativa parlamentare, con tutte le conseguenze di cui all'art. 3 della legge n. 140 del 2003, costituisce un evidente disconoscimento delle funzioni costituzionalmente attribuite alla Camera dei deputati e si traduce anche nella violazione di quell'obbligo di leale collaborazione che, secondo la consolidata giurisprudenza di questa Corte, deve sempre e comunque caratterizzare le relazioni tra i poteri dello Stato. Nel caso di specie, infatti, la prosecuzione del giudizio civile ha impedito il sollecito coinvolgimento della Camera di appartenenza nella valutazione del comportamento del suo componente. Va pertanto dichiarato, in accoglimento del ricorso della Camera dei deputati, che il Tribunale di Messina, dopo la formulazione dell'eccezione di applicabilità dell'art. 68, primo comma, Cost., non poteva prescindere dall'applicazione della disciplina contenuta nei commi 3, 4 e 5 dell'art. 3 della legge n. 140 del 2003. Conseguentemente, devono essere annullati i provvedimenti di rinvio dell'udienza adottati in data 30 giugno 2003 e 21 luglio 2003, nonché il provvedimento di trattenimento della causa in decisione adottato in data 22 settembre 2003. 6. – Quanto invece alle censure che la ricorrente muove avverso l'ordinanza del Tribunale di Messina in data 26-27 gennaio 2004, con la quale è stato promosso – dopo l'adozione da parte della Camera della delibera di insindacabilità, in data 13 novembre 2003 – il giudizio di legittimità costituzionale dell'art. 3, commi 1 e 7, della legge n. 140 del 2003 (già deciso da questa Corte con l'ordinanza n. 37 del 2006), il ricorso non è fondato. Secondo la prospettazione della Camera dei deputati, il giudice procedente, con l'emanazione della citata ordinanza di rimessione, avrebbe violato il cosiddetto “principio della efficacia inibente” della delibera parlamentare di insindacabilità così come emerge dalla giurisprudenza di questa Corte a partire dalla sentenza n. 1150 del 1988, principio in base al quale al giudice sarebbe imposto di conformarsi alla suddetta delibera – come oggi risulta testualmente disposto dall'art. 3, comma 8, della legge n. 140 del 2003 – salvo che non intenda contestarne la correttezza attraverso lo strumento tipico del ricorso per conflitto di attribuzione davanti a questa Corte. La tesi della presunta incompatibilità tra il potere del giudice di sollevare questioni di legittimità costituzionale e il “principio della efficacia inibente” della delibera parlamentare di insindacabilità non può essere accolta. Questa Corte, invero, ha sempre affermato che da tale principio consegue semplicemente l'inammissibilità per il giudice di opporre «una difforme pronuncia di responsabilità» rispetto alla deliberazione di insindacabilità adottata dalla camera di appartenenza del parlamentare (così, oltre alla sentenza n. 1150 del 1988, le sentenze n. 449 del 2002, n. 265 del 1997, n. 129 del 1996 e n. 443 del 1993), con ciò – di fatto – circoscrivendo la limitazione del potere giurisdizionale alla sola adozione di una decisione di insussistenza della prerogativa a fronte di una contraria valutazione delle Assemblee parlamentari. Di qui la naturale conseguenza per la quale il giudice procedente, a fronte di una intervenuta delibera di insindacabilità della Camera di appartenenza di un parlamentare, fatta eccezione per il potere di adottare una pronuncia di segno contrario rispetto a tale delibera, conserva i propri poteri giurisdizionali, compreso quello di sollecitare questa Corte a pronunciarsi su eventuali questioni di legittimità costituzionale aventi ad oggetto le norme legislative che egli debba applicare, sia pure limitatamente ai fini della adozione dei provvedimenti previsti dal comma 8 dell'art. 3 della legge n. 140 del 2003.