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Ricordo, in questo senso, il sistema comunale e provinciale, la previsione delle Regioni, l'organizzazione di stampo francese delle nostre istituzioni, con il controllo prefettizio (di fatto l'organizzazione napoleonica), ma anche la decisione di mantenere norme fondamentali di convivenza civile. Richiamo ad esempio il codice civile e vi invito a leggere il testo del 1º gennaio 1942, scritto in piena epoca di guerra, che era un capolavoro, per il suo equilibrio e per il suo essere scorrevole e leggibile da tutti. Naturalmente nel 1946 venne abrogato un articolo, quello sul matrimonio morganatico, perché non c'era più il re da sposare e quindi non c'era più il problema di chi potesse diventare regina. Dobbiamo cambiare? Il nostro sistema va reso più moderno e adeguato ai tempi? Sì, noi siamo favorevoli al cambiamento e lo eravamo già, come Forza Italia, alla fine degli anni Novanta, nel momento in cui iniziò una grande discussione, unitamente ai colleghi della Lega, sul modello federale di Stato. Comunque, gran parte di noi votò la riforma costituzionale del 2001: il mio partito non era favorevole, ma io votai a favore, perché era un passo avanti in un cambiamento, in un adeguamento e in una modernizzazione della nostra Costituzione. Ma sempre, quando si è messo mano a tali riforme, si è stati attenti ai pesi e ai contrappesi, perché i contrappesi, in una democrazia e in un'organizzazione istituzionale, servono ad evitare le esagerazioni. Questo modello di equilibrio, di pesi e contrappesi nella nostra Costituzione, è quello che ha permesso all'Italia di diventare la settima o l'ottava economia del mondo, partendo da una condizione di straccioni, come eravamo nel 1945. Ci ha permesso di diventare anche campioni di diritti civili: vorrei ricordare che è il Parlamento ad aver votato la legge sul divorzio o quella sull'aborto. Esse vennero confermate dal popolo con il referendum , ma è il Parlamento che le ha discusse e le ha votate. Come Paese siamo diventati anche campioni di libertà, un Paese dove funzionava anche l'ascensore sociale. Scusate la digressione: pure io sono un mancato operaio, due braccia rubate all'agricoltura - allora lo si diceva in senso denigratorio, mentre oggi tale definizione si è qualificata un po' di più - e ho potuto permettermi di studiare e di laurearmi. Questo perché si era creato un equilibrio nel Paese, si era creato un meccanismo di crescita sociale, un meccanismo di sfida, in cui ogni famiglia e ogni individuo poteva cimentarsi. Dobbiamo toccare questo equilibrio? Oggi parliamo della parte del potere legislativo: va modificata? Certo. La stessa riforma del Regolamento del Senato, fatta nella passata legislatura, è intervenuta. Dobbiamo rafforzare l'Esecutivo? Va bene. La velocità del cambiamento della nostra società determina anche la necessità di avere, probabilmente, un Esecutivo più forte, più immediato e più attivo. Dobbiamo avere il coraggio di valutare l'indipendenza del potere giudiziario, non contestualizzandolo, ma con una valutazione pluriennale? Vediamolo. Però stiamo attenti, colleghi. Il Parlamento deve rappresentare tutti i cittadini e chi ha la maggioranza, anche se siamo a parità di diritti, ha un dovere in più, quello di rappresentare e di tutelare anche chi è minoranza. Le regole non devono permettere che alcun potere possa sopraffare gli altri - ecco cosa significa equilibrio - e non devono permettere che chi gestisce il potere esageri nel suo esercizio. Modernizziamoci, sì; evitiamo questi rischi, va bene. Ma chiedetevi perché nel 1948, a seguito di un dibattito, il referendum propositivo non venne previsto. Non erano forse i costituenti i maggiori fautori del popolo, della democrazia, del voto e dei diritti? Eppure, non venne preso in considerazione. Se oggi facessimo un referendum propositivo sulla TAV, credo vincerebbe il popolo, ma non sono d'accordo nemmeno su questo, perché democrazia rappresentativa significa anche evitare che gruppi, lobby , poteri, organizzazioni, aziende e strutture organizzate che rappresentano una minoranza possano sopraffare. In questo contesto, la riduzione del numero dei parlamentari può essere una piccola parte e può essere anche condivisibile (gli Stati Uniti hanno un Senato di 100 persone, non di 1.000, poi hanno una Camera molto più numerosa, certamente). Ma non è il numero che dobbiamo affrontare, bensì l'equilibrio istituzionale e costituzionale che il nostro Paese deve avere. Siamo d'accordo nel rendere più efficiente il sistema, nel dare l'importanza dovuta nei rapporti tra i poteri e nel lavorare meglio, ma non vogliamo che questo sia invece uno spot puramente elettorale. La riduzione del numero dei parlamentari è stata già bocciata dal popolo italiano, nell'ultimo referendum del 2016, ma anche nel precedente referendum del 2006, riforme proposte rispettivamente dal centrosinistra e dal centrodestra; quindi ci sono stati già due voti del popolo. Sono d'accordo sulla necessità di trovare una soluzione, ma si abbia il coraggio di vederla complessivamente, perché i tentativi a spot e i tentativi a emendamento, tanto per richiamarci a un meccanismo tanto ben usato in manovra di bilancio e anche con il decreto semplificazioni, rischiano di mettere in dubbio lo Stato di diritto, i diritti e la democrazia rappresentativa, che è garanzia di mediazione. Ecco, questo noi non lo vogliamo. (Applausi dal Gruppo FI-BP) . PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Manca. Ne ha facoltà. MANCA (PD) . Signor Presidente, onorevoli senatori, rappresentanti del Governo, lo si capisce, a mio avviso, con estrema facilità e proprio per questo credo che a noi sia ben noto e ben chiaro: la vostra proposta, la riduzione del numero dei parlamentari, è totalmente indirizzata a una ricerca precisa, al consolidamento del consenso. È un'iniziativa elettorale, non è una riforma costituzionale; anzi, usa la riforma costituzionale per introdurre un processo orientato più al consolidamento del consenso elettorale che a una diversa organizzazione della Repubblica, per ridare centralità al Parlamento, ridurre i conflitti tra Stato, Regioni ed enti locali, costruire una nuova architettura istituzionale. Le modifiche costituzionali sono sempre particolarmente rilevanti: non è un caso che il legislatore abbia assegnato alle stesse un percorso particolare e ne abbia definito, nel quorum , nei passaggi e nel referendum , un elemento nobile e importante. E sappiamo bene che toccare una riforma costituzionale, anche con la riduzione del numero dei parlamentari, determina comunque lo scardinamento di equilibri importanti. Ce n'è uno particolarmente rilevante, che colpisce il Senato della Repubblica ancor più che la Camera dei deputati: