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Non si tratta soltanto del momento emergenziale in cui si consuma per esempio la violenza domestica, ma si tratta del dopo. Ognuna di noi riceve una richiesta d'aiuto. Cosa rispondiamo quando una donna si avvicina o ci chiama e ci chiede aiuto? La dirigiamo al numero 1522, la dirigiamo ai centri antiviolenza, le diamo delle indicazioni. Sono realtà che accolgono le donne vittime insieme ai loro figli. Stiamo parlando di qualcosa di reale, che deve essere mantenuto nella sua funzionalità e non può essere lasciato al volontariato. Esattamente come non si possono immaginare su questa materia interventi emergenziali e di segmento, ma interventi di sistema e non di settore, interventi nazionali, programmi di lungo periodo e di visione ampia, oltre, molto oltre, la logica stretta dell'emergenza. Soprattutto non dobbiamo mai favorire lo scenario, che purtroppo si crea qualche volta anche nella percezione delle vittime, che, da un lato, ci sono le Istituzioni e, dall'altro, i centri antiviolenza, cioè la realtà di accoglienza. Questa metafora, questa immagine di separazione è un paradigma che va rovesciato, ma quando purtroppo si verifica, è anche una realtà da curare e da aggiustare. Quando, per esempio, i fondi per il 2019 sono stati sbloccati nel mese di aprile, quindi ben in ritardo, il Paese si trovava in piena emergenza del lockdown. Faccio solo un piccolo riferimento; quei fondi sono stati sbloccati, è vero, ad aprile, ma erano già in ritardo e questo dipende dal meccanismo che purtroppo spesso diventa rimpallo di responsabilità del riparto nella Conferenza unificata Stato-Regioni. Non può essere però materia di disputa tra Governo e Regioni se in mezzo c'è - e c'è - la vita delle donne vittime di violenza e dei loro bambini. Ora i fondi 2020 sono in discussione e mi auguro si arrivi celermente alla loro distribuzione sul territorio. Voglio però tornare al momento in cui i fondi venivano sbloccati e al periodo drammatico del lockdown. Per le donne vittime di violenza il lockdown ha significato l'acuirsi dell'isolamento e l'aumento della pressione e dei maltrattamenti. Tra i mesi di marzo e maggio scorsi c'è stata un'impennata di richieste di aiuto, stimata pari al 73 per cento. A fronte di un aumento del 73 per cento delle richieste di aiuto - lo dico proprio per contrappunto - c'è stato un calo delle denunce pari al 43 per cento. Infatti, le donne non potevano andare a denunciare perché erano chiuse in casa con gli uomini maltrattanti, i loro aguzzini. Dopo la fine del lockdown la richiesta di sostegno e domanda di aiuto è aumentata. Le strutture che abbiamo, che sono al di sotto di quelle previste e stabilite dalla Convenzione di Istanbul, non bastano ad accogliere tutte le domande e le richieste. C'è un problema di deficit quantitativo strutturale relativo al numero delle case rifugio, esattamente come c'è - ma è di carattere più qualitativo - un'eccessiva diversificazione, come diceva anche il presidente Valente, nell'offerta dei servizi territoriali. Questa è una discriminazione inaccettabile, perché una donna vittima di violenza non può essere più facilmente accolta al Nord, piuttosto che al Sud, o viceversa. Non può esistere discriminazione territoriale di sorta nell'offerta dei servizi. (Applausi) . Mi avvio a concludere, contenta di poter contribuire, con il nostro partito, a - lasciatemelo dire - questo clima di doverosa responsabilità e all'unanimità che decidiamo di conferire oggi alla decisione assunta da quest'Assemblea, nella convinzione profonda - lo dico davvero, in quanto sono anni che mi occupo di questi temi e cerco di contribuire anche in termini associativi e non solo come persona che fa politica - che le leggi le abbiamo adottate, ci sono, servono e sono una condizione necessaria, ma non sufficiente. Infatti, le leggi non bastano se non ci sono un cambio di paradigma, una rivoluzione culturale e anche progetti di recupero, attraverso i centri, degli uomini che compiono le violenze. In questo clima odierno di unanimità voglio dire che non esistono copyright partitici e politici su questi temi, così come non possono esistere strumentalizzazioni politiche. Infatti, dobbiamo essere consapevoli che oggi noi qui diamo un piccolo contributo a una questione purtroppo metastorica e strutturale, a un mondo - quello delle violenze sulle donne e sulle bambine - che attraversa il mondo, a qualcosa che, purtroppo, è trasversale non solo ai secoli, ma alle geografie, alle società, alle etnie, alle religioni e alle economie. Quello che facciamo oggi è quindi importante, ma dobbiamo essere consapevoli che è piccola cosa rispetto all'onda anomala delle violenze contro le donne. (Applausi) . GARAVINI (IV-PSI) . Domando di parlare per dichiarazione di voto. PRESIDENTE. Ne ha facoltà. GARAVINI (IV-PSI) . Signor Presidente, signor Ministro, onorevoli colleghi, il drammatico aumento del numero dei femminicidi nel nostro Paese ci dice chiaramente una cosa, ossia che servono una rivoluzione culturale in Italia e un cambio radicale di mentalità che contribuiscano a eliminare le tante - troppe - giustificazioni che vengono trovate per l'uso della violenza sulle donne. La proposta di risoluzione in esame vuole essere un passo in questa direzione. Ringraziamo ed esprimiamo apprezzamento per il lavoro bipartisan portato avanti in Commissione. La proposta di risoluzione dà atto anzitutto del lavoro fatto dal Governo e dal ministro per le pari opportunità e la famiglia Bonetti e lancia un messaggio bipartisan al Parlamento, proprio per contribuire insieme a questo cambio di mentalità di cui il Paese ha bisogno. Una risoluzione che chiede un aumento di fondi per i centri antiviolenza, l'istituzione di un osservatorio nazionale permanente, modifiche normative affinché ci sia un canale unico di assegnazione dei fondi. Sono tutte misure estremamente opportune, proprio perché sappiamo che la situazione è drammatica e continua, purtroppo, nonostante gli interventi, ad essere preoccupante. Per giunta, la situazione è stata resa ancora peggiore dal lockdown derivante dall'emergenza coronavirus. Come dicevano bene altre colleghe, ad esempio la senatrice Conzatti, negli interventi che hanno preceduto il mio, se guardiamo i dati generali propostici dall'Istat vediamo che una donna su tre in Italia ha subito una qualche forma di violenza, sette milioni di donne tra i sedici e i settant'anni hanno subito una qualche forma di violenza fisica (intorno al 20 per cento) o sessuale (21 per cento). Possiamo dire che di violenza muoiono più donne di quante non ne muoiano di cancro o per incidenti stradali, dunque è un fenomeno estremamente preoccupante, che spesso vede le origini di questa violenza proprio all'interno della famiglia stessa. Tra l'altro, sappiamo che è un fenomeno spesso sommerso. Il 12 per cento delle violenze viene denunciato, perché spesso prevale questa sintomatologia psicologica del rinunciare alle denunce a seguito di un processo di rassegnazione che si insinua.