[pronunce]

4.1.- La Corte rimettente espone di essere investita dell'appello proposto da un imputato condannato per il delitto di cui all'art. 12-sexies della legge n. 898 del 1970, come richiamato dall'art. 3 della legge n. 54 del 2006, in relazione al mancato pagamento delle somme dovute a figli nati fuori dal matrimonio. 4.1.1.- Il giudice a quo osserva come l'abrogazione - ad opera dell'art. 7, comma 1, lettere b) e o), del d.lgs. n. 21 del 2018 - degli artt. 12-sexies della legge n. 898 del 1970 e 3 della legge n. 54 del 2006, e la loro contestuale sostituzione con l'art. 570-bis cod. pen. - ad opera dell'art. 2, comma 1, lettera c), del medesimo decreto legislativo - abbiano determinato la sopravvenuta penale irrilevanza delle condotte di mancato versamento dell'assegno stabilito dall'autorità giudiziaria in favore dei figli nati fuori dal matrimonio, in precedenza ritenute dalla giurisprudenza della Cassazione riconducibili all'alveo applicativo dell'art. 3 della legge n. 54 del 2006, in forza del richiamo contenuto nell'art. 4, comma 2, della medesima legge. Un tale effetto di abolitio criminis si porrebbe tuttavia in contrasto con il criterio direttivo contenuto nell'art. 1, comma 82, lettera q), della legge n. 103 del 2017, che si limitava a delegare il Governo a trasferire nel codice penale una serie di disposizioni previste da leggi speciali, senza però determinare alcuna modificazione della rispettiva portata applicativa. Dal che, ad avviso della Corte rimettente, l'illegittimità costituzionale delle disposizioni censurate del d.lgs. n. 21 del 2018, per contrasto con gli artt. 25, secondo comma, e 76 Cost. 4.1.2.- Le questioni prospettate sarebbero d'altra parte rilevanti nel giudizio a quo, posto che il loro accoglimento determinerebbe la possibilità di confermare la sentenza di condanna già pronunciata a carico dell'imputato. Esse sarebbero altresì ammissibili ancorché in malam partem, sulla scorta dei principi già affermati da questa Corte nella sentenza n. 5 del 2014. 4.2.- È intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che le questioni siano dichiarate infondate, alla luce dell'interpretazione sopravvenuta fornita dalla Corte di cassazione, la quale avrebbe già ritenuto la perdurante efficacia dell'estensione ai procedimenti relativi ai figli di genitori non coniugati della disciplina sanzionatoria di cui all'art. 3 della legge n. 54 del 2006. 5. Infine, con ordinanza del 12 ottobre 2018, iscritta al n. 24 del r. o. 2019, il Tribunale ordinario di Civitavecchia ha sollevato questioni di legittimità costituzionale del solo art. 2, comma 1, lettera c), del d.lgs. n. 21 del 2018, «nella parte in cui non prevede che l'art. 570-bis cod. pen. si applichi anche al genitore che violi gli obblighi di natura economica disposti nei procedimenti relativi ai figli nati fuori dal matrimonio», in riferimento agli artt. 76 e 25, secondo comma, Cost. 5.1.- Il giudice a quo espone di dover giudicare della responsabilità penale di un imputato per il delitto di cui all'art. 3 della legge n. 54 del 2006, in relazione al mancato versamento di somme dovute a titolo di contributo al mantenimento della figlia minore, nata fuori dal matrimonio. 5.1.1.- Anche il Tribunale ordinario di Civitavecchia osserva che la disposizione censurata, trasferendo nel nuovo art. 570-bis cod. pen. la fattispecie criminosa precedentemente prevista dall'art. 3 della legge n. 54 del 2006, avrebbe lasciato impunite le condotte di mancato adempimento degli obblighi di natura economica stabiliti dall'autorità giudiziaria in favore dei figli nati fuori dal matrimonio, in precedenza riconducibili alla disposizione abrogata secondo la giurisprudenza prevalente e più recente della Corte di cassazione. Tale parziale abolitio criminis si porrebbe, tuttavia, in contrasto con il criterio direttivo di cui all'art. 1, comma 85, lettera q), della legge n. 103 del 2017, che - come chiarito dalla relazione illustrativa del Governo allo schema di decreto legislativo - delegava il Governo ad attuare un mero "riordino" della materia penale in relazione alle fattispecie menzionate, «ferme restando le scelte incriminatrici già operate dal Legislatore»; con conseguente violazione degli artt. 76 e 25, secondo comma, Cost. 5.1.2.- Le questioni sarebbero rilevanti nel giudizio a quo, dal momento che - in assenza di dichiarazione di illegittimità costituzionale della disposizione censurata - la condotta contestata all'imputato non ricadrebbe nell'ambito applicativo del nuovo art. 570-bis cod. pen. , che pure si porrebbe in rapporto di piena continuità normativa con l'art. 3 della legge n. 54 del 2006, a suo tempo contestato all'imputato medesimo. Esse sarebbero, altresì, ammissibili nonostante i loro effetti in malam partem, in applicazione - in particolare - dei principi enunciati da questa Corte nella sentenza n. 5 del 2014. 5.2.- È intervenuto in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che le questioni siano dichiarate inammissibili e, comunque, infondate. L'Avvocatura generale dello Stato eccepisce, in questo caso, tre diversi motivi di inammissibilità. Anzitutto, l'interpretazione dell'art. 3 della legge n. 54 del 2006 posta a base della questione, secondo cui tale previgente disposizione sarebbe stata applicabile al mancato adempimento degli obblighi stabiliti dal giudice in favore del figlio nato fuori dal matrimonio, non risulterebbe del tutto stabilizzata, stante la presenza di indirizzi ancora contrastanti presso la giurisprudenza di legittimità. In secondo luogo, il giudice a quo si sarebbe sottratto al doveroso tentativo di interpretazione conforme a Costituzione della disposizione impugnata, non chiarendo in particolare perché tale interpretazione non sia praticabile. Infine, il rimettente non avrebbe correttamente individuato la disposizione censurata: lo scrutinio avrebbe, infatti, dovuto estendersi all'art. 4 della legge n. 54 del 2006, ancor oggi in vigore. Alla luce di tali considerazioni, dovrebbe in conclusione escludersi che la disposizione censurata abbia apportato modifiche all'ambito applicativo delle incriminazioni previgenti, con conseguente insussistenza dell'eccesso di delega lamentato dal rimettente.