[pronunce]

g) sarebbe in contrasto con l'art. 111 Cost., in quanto determinerebbe ex lege la parcellizzazione del credito di modesta entità, frazionamento considerato non conforme alla legge ed ai principi costituzionali dal citato orientamento giurisprudenziale; h) infine, sarebbe in contrasto con l'art. 3 Cost., «perché irragionevolmente impone tale limite al pignoramento solo ed esclusivamente per le procedure esecutive mobiliari e presso terzi e non già anche per le procedure esecutive immobiliari». Tutto ciò ritenuto, il rimettente osserva, sul piano della rilevanza, che nella fattispecie l'impossibilità di soddisfare il creditore deriva soltanto dalla norma censurata, perché non opera l'opponibilità del vincolo di cui all'art. 159 del decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267 (Testo unico delle leggi sull'ordinamento degli enti locali), in quanto dagli atti emerge per tabulas che l'ente debitore non ha rispettato la cronologia dei pagamenti. Inoltre, ad avviso del giudice a quo, non vi sono spazi per un'interpretazione costituzionalmente orientata dell'art. 546 cod. proc. civ. , perché tale norma si riferisce con chiarezza soltanto alle somme precettate, aumentate della metà, e, per altro verso, non può essere estesa anche alle spese di esecuzione perché, essendo tali spese ovviamente successive a quelle di precetto, il legislatore avrebbe almeno dovuto prevedere delle somme ulteriori da accantonare, tali da contenere anche le spese di esecuzione necessarie per il caso di mancato pagamento dell'importo precettato. 4. - Il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, è intervenuto nel giudizio di legittimità costituzionale con atto depositato il 2 marzo 2010, chiedendo che la questione sia dichiarata inammissibile o infondata. La difesa dello Stato ha sostenuto che, nel procedimento di espropriazione presso terzi, il diritto del creditore pignorante sarebbe pienamente tutelato dall'art. 553 cod. proc. civ. , nella parte in cui detta norma dispone che il giudice dell'esecuzione assegna in pagamento le somme di cui il terzo si è dichiarato debitore, ovvero quelle di cui è risultato debitore all'esito dell'accertamento giudiziale del suo obbligo. Il credito sarebbe assegnato in pagamento nella misura e nei limiti in cui ciò sia necessario per soddisfare integralmente le ragioni del creditore procedente, che ha diritto a recuperare la somma per la quale è stato intimato il precetto e le spese di esecuzione. Sotto questo profilo, il disposto dell'art. 546 cod. proc. civ. - nella parte in cui vieta al terzo pignorato di disporre delle somme da lui dovute «nei limiti dell'importo del credito precettato aumentato della metà» non comprimerebbe il diritto di difesa del creditore pignorante, ma si limiterebbe ad introdurre un limite di valore entro il quale il terzo pignorato è tenuto ad adempiere agli obblighi che la legge pone a carico del custode. Contrariamente a quanto affermato dal giudice a quo, lo scopo della norma censurata sarebbe proprio quello di evitare che uno strumento previsto a cautela del credito (il divieto per il terzo pignorato di disporre delle somme da lui dovute al debitore esecutato) si traduca in un abuso del diritto del creditore procedente, come accadrebbe se il divieto operasse per l'intero importo del credito vantato nei confronti del terzo, anche quando la somma azionata in via esecutiva sia di gran lunga inferiore rispetto al primo. Inoltre, andrebbe escluso che l'art. 546 cod. proc. civ. sia in contrasto con gli artt. 97 e 111 Cost., perché le vicende prospettate dal giudice a quo riguarderebbero casi ipotetici, suscettibili di verificarsi qualora l'importo del credito pignorato sia insufficiente a soddisfare le ragioni del creditore procedente, ma non dipendenti dal fatto che gli obblighi imposti a carico del terzo incontrino i limiti stabiliti dall'art. 546 cod. proc. civ. 5. - L'avvocato R. B. si è costituito in questa sede, chiedendo che sia dichiarata l'illegittimità costituzionale dell'art. 546, primo comma, cod. proc. civ. , nella parte in cui prevede che il terzo è soggetto agli obblighi ivi previsti «nei limiti dell'importo del credito precettato aumentato della metà», per contrasto con gli artt. 3, 24, 97 e 111 Cost. Il deducente, nel condividere gli argomenti addotti dal Tribunale, sottolinea come proprio il caso di specie ponga in evidenza l'inidoneità della norma censurata rispetto alla funzione generale della tutela esecutiva. A tal riguardo, ad avviso della parte privata è sufficiente osservare che, dovendo essere liquidate al creditore assegnatario le spese di esecuzione e quelle successive indispensabili, lo stesso creditore, stante la presenza del limite quantitativo stabilito dal citato art. 546, rischierebbe di trovarsi sistematicamente di fronte ad una pronuncia d'incapienza, e, quindi, di vedere soltanto parzialmente soddisfatto, se non addirittura insoddisfatto, il credito azionato. Di qui il contrasto della norma con l'art. 24 Cost. Sarebbero, poi, violati gli artt. 2 e 111 Cost., perché il debitore esecutato rischierebbe di vedersi sottoposto ad un'esecuzione infruttuosa con un sensibile aggravio di spese, attraverso un meccanismo in grado di riprodursi all'infinito, perciò privo di giustificazione (è richiamata la sentenza della Corte di cassazione, Sezioni unite civili, n. 23726 del 2007, già citata dal rimettente). Ancora, sussisterebbe contrasto con gli artt. 3 e 24 Cost. Al riguardo, la parte privata pone in rilievo l'irragionevole discriminazione in danno dei creditori per importi di minor consistenza ed osserva che la norma censurata, senza alcuna giustificazione, consentirebbe al debitore di disporre delle altre somme in suo possesso, eccedenti il «pignorato». Sono richiamati i principi affermati dalla giurisprudenza della Corte di cassazione (in particolare, le sentenze sez. terza civile, del 4 gennaio 2000, n. 16 e sent. sez. terza civile del 29 gennaio 1999, n. 798), con le quali la Corte avrebbe ritenuto fondata la tesi secondo cui l'oggetto del pignoramento non deve essere limitato. La disposizione censurata, nel testo vigente prima della riforma attuata con la legge n. 80 del 2005, mai avrebbe suscitato sospetti di illegittimità costituzionale ed anzi sarebbe stata considerata funzionale a garantire l'effettività della tutela giurisdizionale. Infatti, essa avrebbe consentito una maggior possibilità di tutela del creditore, ancorché il pignoramento fosse sottoposto al limite della correlazione alla domanda di quest'ultimo. La formulazione attuale, invece, finirebbe per mortificare le ragioni del creditore e, nel contempo, consentirebbe l'irrazionale proliferazione delle azioni esecutive in danno del debitore, così violando i principii del giusto processo e della buona amministrazione.