[pronunce]

- l'art. 3 Cost., per l'irragionevolezza di una scelta legislativa che prevede la possibilità di presentare la richiesta di patteggiamento anche nei dibattimenti già in corso e quindi anche ove sia già stata compiuta una intensa attività istruttoria, così frustrando le finalità deflative dell'istituto e concedendo un trattamento di favore all'imputato senza alcun risparmio di risorse per lo Stato; - l'art. 27 Cost., in quanto il 'premio' della riduzione della pena sino ad un terzo quando il dibattimento è stato celebrato pressoché per intero sarebbe 'concesso' all'imputato senza alcuna contropartita; - gli artt. 111 e 3 Cost., per l'irragionevole ampiezza del termine non inferiore a quarantacinque giorni concesso all'imputato, per di più riferito alla prima udienza utile successiva alla data di pubblicazione della legge, cioè ad una sede, come quella dibattimentale, garantita dalla partecipazione necessaria del difensore. Irragionevolezza, quest'ultima, tanto più evidente nei processi con pluralità di imputati in quanto, qualora la richiesta di sospensione sia presentata solo da alcuni, ove alla sospensione non faccia seguito un'effettiva richiesta di applicazione della pena, la separazione delle posizioni processuali degli altri imputati potrebbe rivelarsi del tutto inutile; ove invece la richiesta di patteggiamento venga effettivamente presentata da coloro che avevano chiesto la sospensione, il suo accoglimento renderebbe il giudice incompatibile a giudicare gli altri imputati, mentre il rigetto lo renderebbe incompatibile a giudicare gli imputati che hanno presentato la richiesta. Sicché il processo dovrebbe comunque e in ogni caso ricominciare ex novo per alcuni. Infine, sempre con riferimento al principio della ragionevole durata del processo, i rimettenti lamentano che la richiesta di applicazione della pena, ove intervenga nel corso del dibattimento, precluderebbe alla parte civile che «ha già esercitato il proprio diritto di azione» di ottenere una sollecita decisione. Nell'ordinanza del Tribunale di Torino iscritta al n. 922 del registro ordinanze del 2003, la disciplina transitoria sopra descritta è censurata - in riferimento agli artt. 3 e 111 Cost. e sulla base di argomentazioni analoghe a quelle svolte nelle altre ordinanze dei Tribunali di Firenze e di Roma - in quanto consente di formulare la richiesta di applicazione della pena anche per reati che già prima della riforma sarebbero stati 'patteggiabili' e per i quali l'imputato non aveva presentato alcuna richiesta. In particolare, ad avviso del rimettente la legge n. 134 del 2003 non ha introdotto un nuovo istituto, ma ha semplicemente ampliato l'ambito di operatività del patteggiamento originario, lasciando inalterati, in relazione alle pene detentive non superiori a due anni, sia l'accesso indiscriminato al rito, senza limitazioni legate al tipo di reato o alla qualificazione soggettiva del suo autore, sia l'applicazione dei benefici premiali, rendendo così del tutto priva di ragionevolezza la indiscriminata remissione in termini e la sospensione del dibattimento per un periodo non inferiore a quarantacinque giorni anche per chi in precedenza non aveva presentato alcuna richiesta di applicazione della pena. 3.1. - Le questioni non sono fondate. 3.2. - Premesso che, alla stregua del costante orientamento di questa Corte, il legislatore gode di ampia discrezionalità nel regolare nei processi in corso gli effetti temporali di nuovi istituti ovvero delle modificazioni introdotte in istituti già esistenti, e che le relative scelte, ove non siano manifestamente irragionevoli, si sottraggono a censure di illegittimità costituzionale (v., da ultimo, sentenza n. 381 del 2001, nonché, con specifico riferimento al regime transitorio introdotto a seguito di modifiche concernenti i riti alternativi, ordinanze n. 222 del 2002, n. 432 e n. 220 del 2001), la possibilità di presentare richiesta di patteggiamento anche quando alla data di entrata in vigore della nuova disciplina risulti decorso il relativo termine non si pone in contraddizione né con le finalità deflative che ispirano questo rito alternativo, né con il principio della ragionevole durata del processo. Anche nei casi in cui l'istruzione dibattimentale sia già in fase avanzata, il ricorso all'istituto del patteggiamento è infatti in grado di assicurare una notevole accelerazione rispetto alle cadenze del procedimento ordinario (per analoghe considerazioni svolte in riferimento alla nuova disciplina del giudizio abbreviato v. sentenza n. 115 del 2001), sia perché l'accordo tra le parti ne provoca l'immediata conclusione, sia per i consistenti limiti all'appellabilità della sentenza (v. sentenza n. 288 del 1997) stabiliti dall'art. 448, comma 2, cod. proc. pen. Sotto questo profilo, a prescindere da qualsiasi considerazione sulla pertinenza del parametro evocato, è perciò priva di fondamento anche la censura sollevata in riferimento all'art. 27 Cost., posto che il vantaggio dell'imputato conseguente alla riduzione della pena è controbilanciato quantomeno dalla rinuncia all'appello. Secondo i rimettenti il principio della ragionevole durata del processo sarebbe altresì violato dalla previsione che impone la sospensione del dibattimento per un periodo non inferiore a quarantacinque giorni, allorché l'imputato ne faccia richiesta per valutare l'opportunità di chiedere il patteggiamento. In effetti il termine, anche perché decorrente dalla prima udienza utile successiva alla data di entrata in vigore della legge e collocato in una sede ove è comunque assicurata la partecipazione necessaria del difensore, è assai generoso. Peraltro, ove si tenga presente che la giurisprudenza di questa Corte ha ripetutamente affermato che la richiesta di applicazione della pena da parte dell'imputato costituisce una modalità di esercizio del diritto di difesa (v. ad esempio sentenza n. 101 del 1993 e ordinanza n. 560 del 2000) e che il principio della ragionevole durata del processo deve essere contemperato con la tutela di altri diritti costituzionalmente garantiti, a cominciare dal diritto di difesa (v., tra le tante, ordinanze n. 32, n. 204 e n. 399 del 2001, n. 458 e n. 519 del 2002, n. 251 del 2003), si deve escludere che lo spatium deliberandi accordato all'imputato dalla disciplina censurata sia di per sé, nonostante la sua inusitata ampiezza, frutto di una scelta affatto ingiustificata, tale da incidere significativamente sulla ragionevole durata del processo. Sempre in relazione all'art. 111 Cost., prive di fondamento appaiono anche le specifiche censure relative alla irragionevole dilatazione dei tempi processuali nel caso in cui la richiesta di sospensione del processo prima, o quella di applicazione della pena poi, venga presentata solo da alcuni imputati.