[pronunce]

che il giudice a quo dichiara di doversi uniformare all'orientamento interpretativo espresso dalla citata pronuncia — la quale si inserisce in una situazione di contrasto giurisprudenziale nell'ambito delle sezioni semplici, contrasto a sua volta insorto dopo che, per alcuni anni, la Corte di cassazione aveva reiteratamente adottato la soluzione opposta — «in osservanza del principio di nomofilachia sancito dall'art. 65 dell'ordinamento giudiziario»: «principio» che notoriamente non si traduce, peraltro, in un vincolo cogente all'autonomia decisionale del giudice di merito; che, in effetti, il rimettente, sotto la veste della censura di costituzionalità, svolge considerazioni critiche nei confronti dell'orientamento in questione, che mostra chiaramente di non condividere: come quando evoca — facendo eco a sentenze della Corte di cassazione espressesi in senso contrario — il canone interpretativo in forza del quale le norme delegate vanno lette, finché è possibile (e il rimettente non dice che non lo sia), nel significato compatibile con i principi di delega; principî che, nel frangente — ad avviso dello stesso giudice a quo e delle sentenze sopra ricordate —, limiterebbero il campo applicativo della disciplina sulla localizzazione degli impianti alle sole intercettazioni telefoniche, sia per il loro tenore letterale, sia per ragioni di ordine tecnico, correlate alle caratteristiche delle apparecchiature richieste per le intercettazioni ambientali, ritenute non compatibili con impianti fissi e centralizzati presso le procure della Repubblica; che la questione appare dunque diretta non tanto a risolvere un dubbio di legittimità costituzionale, quanto piuttosto a ricevere dalla Corte un improprio avallo ad una determinata interpretazione, ritenuta preferibile — attività, questa, rimessa al giudice di merito, tanto più in presenza di indirizzi giurisprudenziali non stabilizzati — utilizzando così il giudizio di costituzionalità per un fine ad esso estraneo (cfr., ex plurimis, ordinanze n. 199, 233 e 351 del 2001); che, pertanto, la questione va dichiarata manifestamente inammissibile. Visti gli artt. 26, secondo comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87, e 9, secondo comma, delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale.. . per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE dichiara la manifesta inammissibilità della questione di legittimità costituzionale degli artt. 268, comma 3, e 271, comma 1, del codice di procedura penale, sollevata, in riferimento all'art. 76 della Costituzione, dal Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Bergamo con l'ordinanza in epigrafe. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 20 novembre 2002. F.to: Cesare RUPERTO, Presidente Giovanni Maria FLICK, Redattore Giuseppe DI PAOLA, Cancelliere Depositata in Cancelleria il 22 novembre 2002. Il Direttore della Cancelleria F.to: DI PAOLA