[pronunce]

che, nel giudizio di cui all'ordinanza iscritta al r.o. n. 699 del 2004, l'Avvocatura erariale ha preliminarmente eccepito l'inammissibilità della questione, assumendo che, semmai, avrebbe dovuto essere sottoposto a scrutinio di costituzionalità l'art. 17 TULPS che prevede la sanzione per la violazione dell'art. 109; che, quanto al merito, nella memoria si osserva che l'obbligo imposto dalla disposizione censurata è “opportunamente” soggetto a pena criminale, “dovendosi permettere all'autorità di p.s. di conoscere concretamente e immediatamente le presenze sul suo territorio”; donde, l'assenza di irrazionalità nella disciplina denunciata. Considerato che il Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Livorno, con tre distinte ordinanze, denuncia l'art. 109 del regio decreto 18 giugno 1931, n. 773 (Approvazione del testo unico delle leggi di pubblica sicurezza), nel testo sostituito dall'art. 8 della legge 29 marzo 2001, n. 135 (Riordino della legislazione nazionale del turismo), “nella parte in cui prevede la sanzione penale per l'omessa o ritardata comunicazione dei nominativi degli ospiti di un albergo, laddove gli artt. 86 e 108 TULPS stabiliscono la mera sanzione amministrativa in caso di esercizio dell'attività senza licenza, senza previa dichiarazione all'autorità di pubblica sicurezza o in spregio del divieto del questore”; che il remittente deduce, in tutti i casi, la violazione dell'art. 3 della Costituzione, in quanto contrasterebbe con il principio di ragionevolezza il fatto che il legislatore, da un lato, ha mantenuto la sanzione amministrativa “per l'illecito esercizio tout court di un'attività di ricezione turistica” e, dall'altro, ha introdotto la sanzione penale “per la violazione di una delle modalità sancite dalla legge per la sua corretta conduzione, ovvero la tempestiva comunicazione all'autorità di p.s. dei dati personali inerenti gli ospiti (con massima contraddizione laddove le due violazioni vengano consumate congiuntamente)”; che tutte le ordinanze di remissione pongono, quindi, la medesima questione di costituzionalità, sicché i relativi giudizi vanno riuniti per essere decisi con un'unica pronuncia; che la censura del remittente si incentra sulle conseguenze sanzionatorie della violazione dell'art. 109 TULPS, nel testo novellato dall'art. 8 della legge 29 marzo 2001, n. 135, là dove, segnatamente nel terzo comma, è imposto, a carico dei gestori di esercizi alberghieri e di altre strutture ricettive, l'obbligo di comunicare all'autorità locale di pubblica sicurezza le generalità delle persone alloggiate entro le ventiquattro ore successive al loro arrivo, mediante consegna di copia della scheda di dichiarazione delle generalità conforme al modello approvato dal Ministero dell'interno o, in alternativa, mediante invio, entro lo stesso termine, alle questure territorialmente competenti dei dati nominativi delle predette schede con mezzi informatici o telematici o mediante fax secondo le modalità stabilite con decreto del Ministro dell'interno; che, nel prospettare la questione, il giudice a quo puntualmente evidenzia che nella formulazione del citato art. 109 non è presente alcuna sanzione e che, pertanto, a tal fine, deve farsi riferimento, in assenza di ulteriori e specifiche disposizioni punitive, a quanto stabilisce l'art. 17 dello stesso TULPS, e cioè alla pena alternativa dell'arresto sino a tre mesi o dell'ammenda sino ad euro 206,00, così esplicitando, con adeguata e plausibile motivazione, le ragioni per cui le due predette disposizioni si pongono in stretta correlazione, costituendo l'una il precetto e l'altra la rispettiva sanzione; che, dunque, non può trovare accoglimento l'eccezione di inammissibilità dell'Avvocatura generale dello Stato, avanzata sul presupposto che il remittente avrebbe dovuto denunciare non già l'art. 109 bensì l'art. 17, giacché, come evidenziato, i termini della questione risultano comunque chiaramente delineati, nel loro complesso, dalle ordinanze di remissione; che, quanto al merito, va rammentato l'orientamento di questa Corte secondo cui rientra nella discrezionalità del legislatore sia l'individuazione delle condotte punibili, sia la scelta e la quantificazione delle relative sanzioni: discrezionalità che può essere oggetto di censura, in sede di scrutinio di costituzionalità, soltanto ove il suo esercizio ne rappresenti un uso distorto o arbitrario, così da confliggere in modo manifesto con il canone della ragionevolezza (da ultimo, si vedano: sentenza n. 144 del 2005; ordinanze n. 212 del 2004, n. 139 del 2004 e n. 234 del 2003); che la scelta del legislatore del 2001 di ripristinare la sanzione penale rispetto alla violazione del censurato art. 109, già oggetto di depenalizzazione in forza dell'art. 7, comma 3, del decreto-legge 29 marzo 1995, n. 97 (Riordino delle funzioni in materia di turismo, spettacolo e sport), convertito, con modificazioni, nella legge 30 maggio 1995, n. 203, dopo che l'art. 4 del decreto legislativo 13 luglio 1994, n. 480 (Riforma della disciplina sanzionatoria contenuta nel testo unico delle leggi di pubblica sicurezza, approvato con regio decreto 18 giugno 1931, n. 773) aveva previsto specificamente la sanzione penale dell'arresto o dell'ammenda, non può dirsi manifestamente irrazionale o arbitraria sulla scorta della mera valutazione del giudice a quo in ordine all'asserita minore o pari gravità della condotta ivi descritta rispetto a quelle previste dagli artt. 86 e 108 TULPS, assunti a tertia comparationis, e la cui violazione è punita con sanzione amministrativa in base all'art. 17-bis TULPS; che, difatti, il remittente omette anzitutto di considerare, in riferimento al citato art. 108, che l'obbligo, per chi intenda esercitare attività di affittacamere e simili, di provvedere ad una preventiva dichiarazione all'autorità locale di pubblica sicurezza è venuto meno a seguito dell'abrogazione parziale recata dall'art. 6 del d.P.R. 28 maggio 2001, n. 311 (Regolamento per la semplificazione dei procedimenti relativi ad autorizzazioni per lo svolgimento di attività disciplinate dal testo unico delle leggi di pubblica sicurezza nonché al riconoscimento della qualifica di agente di pubblica sicurezza);