[pronunce]

Nella richiamata sentenza n. 332 del 2000, prosegue il remittente, nell'espungere dalle disposizioni in esame, ai fini del reclutamento nel Corpo della guardia di finanza, il requisito dell'essere senza prole, questa Corte ha fatto esplicito riferimento anche alla legittimità costituzionale dell'ulteriore “requisito del celibato o dello stato di vedovo”, escludendo tuttavia di poter estendere la pronuncia di incostituzionalità “all'intera disposizione denunciata”, in quanto il giudice a quo, in quell'occasione, non “aveva prospettato dubbi di costituzionalità in merito”. Ciò autorizzerebbe a ritenere, secondo il remittente, che le argomentazioni di fondo svolte allora dal Giudice delle leggi siano riferibili in toto alle medesime disposizioni legislative anche nella specifica parte ora denunciata. Tanto nella fattispecie in esame, quanto nella precedente fatta oggetto di scrutinio di costituzionalità, è posta, infatti, una grave limitazione di status al cittadino, la quale, lungi dall'apparire come ragionevole requisito attitudinario ai fini dell'arruolamento nell'istituzione militare, si traduce in un'indebita limitazione dei fondamentali diritti della persona e della sua libertà di autodeterminarsi nella vita privata. 2.- Non vi è stata costituzione di parti né intervento del Presidente del Consiglio dei ministri.1.- Il Tribunale amministrativo regionale del Lazio solleva questione di legittimità costituzionale di due disposizioni legislative - l'articolo 7, numero 3, della legge 29 gennaio 1942, n. 64 (Modificazioni alle leggi di ordinamento della regia Guardia di finanza), e l'articolo 2, comma 2, del decreto legislativo 31 gennaio 2000, n. 24 (Disposizioni in materia di reclutamento, su base volontaria, stato giuridico e avanzamento del personale militare femminile nelle Forze armate e nel Corpo della guardia di finanza, a norma dell'art. 1, comma 2, della legge 20 ottobre 1999, n. 380) - le quali, rispettivamente, prevedono il requisito dell'essere celibe o vedovo per essere reclutati nel Corpo della guardia di finanza (eccetto che nel caso di riammissione di militari del corpo in congedo che abbiano superato i ventotto anni di età), e che la partecipazione ai concorsi per l'ammissione ai corsi regolari delle accademie e degli istituti e delle scuole di formazione della Guardia di finanza “è consentita ai cittadini e alle cittadine italiani, celibi o nubili, vedovi o vedove”. Le disposizioni in questione, secondo il remittente, prevedendo una limitazione, priva di ragionevole giustificazione, del diritto di contrarre matrimonio, sia pure al solo fine dell'arruolamento nella Guardia di finanza, contrasterebbero con i diritti fondamentali della persona e con la libertà di autodeterminazione nella vita privata e familiare; né l'assenza di legami familiari potrebbe costituire un requisito per la formazione iniziale del personale militare, dovendo la continuità nella frequenza dei corsi di addestramento trovare garanzia in regole diverse dalla limitazione del diritto di contrarre matrimonio. Di qui il contrasto con i principi desumibili dagli articoli 2, 3, 4, 29, 30, 31, 35, 51 e 97 della Costituzione. 2. - La prima delle due disposizioni denunciate - l'articolo 7, numero 3, della legge n. 64 del 1942 - stabilisce (come già prima l'articolo 9, secondo comma, lettera b, del regio decreto legge 14 giugno 1923, n. 1281) il requisito dell'essere celibe o vedovo ai fini, genericamente, del reclutamento nel Corpo della guardia di finanza. Ad essa hanno fatto seguito, per quanto attiene all'ammissione ai concorsi pubblici per l'accesso ai ruoli “appuntati e finanzieri” e “ispettori”della Guardia di finanza, gli articoli 6, comma 1, lettera c, e 36, comma 1, lettera b, numero 3, del d.lgs. 12 maggio 1995, n. 199 (modificati poi, rispettivamente, dall'articolo 2, comma 2, e dall'articolo 5, comma 5, del d.lgs. n. 67 del 2001); per quanto riguarda i concorsi di ammissione al corso di reclutamento dell'Accademia della Guardia di finanza, l'articolo 4, lettera a, della legge n. 371 del 1967 (lettera ora abrogata dall'articolo 67, comma 3, del d.lgs. n. 69 del 2001); per quanto riguarda in generale i concorsi per l'ammissione ai corsi regolari delle accademie e a quelli degli istituti e delle scuole di formazione delle Forze armate e del Corpo della guardia di finanza (e nel contesto del provvedimento che ha disciplinato il reclutamento di personale femminile nelle Forze armate e nella Guardia di finanza), l'articolo 2, comma 2, del d.lgs. n. 24 del 2000, vale a dire la seconda delle disposizioni denunciate. Tutte le statuizioni sopravvenute alle più antiche hanno confermato o stabilito, per uomini e donne, il requisito del celibato o nubilato o vedovanza per l'accesso ai concorsi in questione. A prescindere, dunque, dalla esatta individuazione della o delle disposizioni applicabili nella specie dedotta davanti al giudice a quo (il legislatore ha infatti per lo più omesso di coordinare formalmente fra loro le numerose disposizioni succedutesi nel tempo; a sua volta il bando di arruolamento impugnato davanti al giudice a quo cita nelle premesse solo il secondo dei provvedimenti legislativi censurati dal Tribunale), non vi sono dubbi sulla esistenza e sulla applicabilità alla specie della norma denunciata, che riserva il diritto di accedere ai concorsi in questione a uomini e donne celibi o nubili o vedovi o vedove, escludendone i soggetti, come la ricorrente nel giudizio a quo, che siano sposati. Ed è su tale norma che deve appuntarsi lo scrutinio di costituzionalità, salvo poi riferire la pronuncia, anche ai sensi dell'articolo 27 della legge 11 marzo 1953, n. 87, a tutte le disposizioni in cui questa regola è incorporata, con riguardo vuoi alla Guardia di finanza, vuoi ad altri corpi militari. 3. - La questione è fondata, per ragioni analoghe a quelle che hanno già condotto la Corte a dichiarare l'illegittimità costituzionale di queste e di altre disposizioni nella parte in cui richiedevano come requisito di accesso a corpi militari l'essere “senza prole” (sentenza n. 332 del 2000, nella quale la Corte non estese la dichiarazione di illegittimità al requisito dell'essere celibe o nubile o vedovo sol perché il giudice allora remittente non aveva prospettato dubbi in merito: cfr. punto n. 2.4 del Considerato in diritto). La norma ora censurata, stabilendo il celibato o nubilato o la vedovanza come requisito per il reclutamento nella Guardia di finanza, viola il diritto di accedere in condizioni di eguaglianza agli uffici pubblici, secondo i requisiti stabiliti dalla legge (articolo 51, terzo comma, della Costituzione), poiché l'assenza di vincolo coniugale non può configurarsi come legittimo requisito attitudinale per l'accesso agli impieghi in questione.