[pronunce]

SENTENZA ha pronunciato la seguentenel giudizio di legittimità costituzionale dell'art. 456 del codice di procedura penale, promosso, nell'ambito di un procedimento penale, dalla Corte di appello di Palermo con ordinanza del 24 marzo 2003, iscritta al n. 406 del registro ordinanze 2003 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 27, prima serie speciale, dell'anno 2003. Visto l'atto di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri; udito nella camera di consiglio del 24 marzo 2004 il Giudice relatore Guido Neppi Modona.. Ritenuto in fatto Considerato in diritto 1. - Con ordinanza del 24 marzo 2003 la Corte di appello di Palermo ha sollevato, in riferimento agli artt. 3, 24 e 111 della Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell'art. 456 del codice di procedura penale, nella parte in cui non prevede la nullità del decreto che ha disposto il giudizio immediato nel caso di mancanza, insufficienza o inesattezza dell'avviso di cui al comma 2 del medesimo articolo. La rimettente premette che, con decreto depositato il 12 settembre 2001, era stato disposto il giudizio immediato nei confronti di un soggetto imputato di resistenza a pubblico ufficiale, lesioni aggravate e danneggiamento. Il decreto, nel quale il termine per la richiesta del giudizio abbreviato o dell'applicazione della pena era erroneamente indicato in sette giorni anziché in quindici, era stato notificato all'imputato il 17 settembre 2001; l'avviso della data fissata per il giudizio era stato notificato al difensore il 9 ottobre 2001, quando anche il termine di quindici giorni era comunque già decorso. Nella fase degli atti introduttivi del giudizio di primo grado la difesa dell'imputato aveva eccepito la nullità del decreto di giudizio immediato per l'erronea indicazione del termine, chiedendo altresì che l'imputato fosse rimesso in termini per la richiesta di patteggiamento o di giudizio abbreviato; entrambe le richieste erano state respinte dal primo giudice con ordinanza del 19 novembre 2001 e poi con sentenza del 24 giugno 2002, con la quale l'imputato era stato condannato a sette mesi di reclusione. L'imputato aveva interposto appello riproponendo l'eccezione di nullità del decreto di giudizio immediato ed aveva dedotto a tal proposito che la «indebita compressione» del termine indicato nell'avviso prescritto dall'art. 456, comma 2, cod. proc. pen. , costituiva «violazione di una disposizione concernente l'intervento dell'imputato», con conseguente nullità del decreto stesso a norma dell'art. 178, comma 1, lettera c), cod. proc. pen. , essendo evocabile nel caso in esame la sentenza della Corte costituzionale n. 497 del 1995, secondo cui l'avviso concernente la facoltà di ricorrere ai riti alternativi è funzionale al tempestivo esercizio del diritto di difesa. Decorso il termine di sette giorni indicato nel decreto, l'imputato poteva infatti essersi determinato a contattare il proprio difensore solo in prossimità della data dell'udienza fissata per il giudizio, sulla base dell'erroneo convincimento di non avere alcuna alternativa al dibattimento. Nel caso di specie, poi, la gravità della violazione era «ancora più evidente, posto che il decreto era stato notificato al difensore quando erano già decorsi i quindici giorni utili» e che, secondo la pacifica interpretazione data alla norma in questione dalla Corte di cassazione, prima che la Corte costituzionale ne dichiarasse la incostituzionalità con la sentenza n. 120 del 2002, depositata il 16 aprile, il termine di quindici giorni per optare per i riti alternativi decorreva dalla notifica del decreto all'imputato e non dall'avviso al difensore. 2. - Ciò premesso, la Corte di appello osserva che, in punto di fatto, le prospettazioni dell'appellante sono esatte, essendo certa, in particolare, l'erronea indicazione del termine di sette giorni, evidentemente frutto di un omesso aggiornamento del già predisposto modello di decreto dopo che il termine era stato aumentato a quindici giorni dall'art. 14 della legge 1° marzo 2001, n. 63, e che tale inesattezza aveva determinato «una situazione di insufficienza dell'avviso di cui all'art. 456, comma 2, cod. proc. pen. , avendo compresso il termine dilatorio previsto (peraltro, a pena di decadenza) dall'art. 458 cod. proc. pen. per fare valere la scelta per i riti alternativi ed avendo, comunque, al riguardo, fornito al destinatario una indicazione fuorviante, suscettibile di incidere sulle sue determinazioni». Decorsi i sette giorni menzionati nel decreto, l'imputato era infatti «autorizzato a ritenere, erroneamente, ormai precluso il ricorso ai riti alternativi e conseguentemente inutile la presentazione di una istanza in tal senso». L'eccezione di nullità, prosegue la rimettente, era stata rigettata dal primo giudice in base al duplice rilievo che tra le ipotesi di nullità del decreto di giudizio immediato non è prevista la omessa indicazione dell'avviso in questione e che l'art. 456 cod. proc. pen. non contempla la necessità di menzionare anche il termine entro il quale far valere l'opzione per i riti alternativi. La Corte di appello ritiene invece che «nel valutare la materia l'interprete non può non considerare i principi dettati da altra norma che regola un caso del tutto analogo», e cioè il comma 2 dell'art. 552 cod. proc. pen. , «che ha riformulato il precedente art. 555 cod. proc. pen. e, recependo il principio affermato, in relazione a quest'ultima disposizione, dalla sentenza della Corte costituzionale n. 497 del 1995», ha previsto la nullità del decreto di citazione per la mancanza o la insufficienza dell'avviso che, qualora ne ricorrano i presupposti, l'imputato, prima della dichiarazione di apertura del dibattimento di primo grado, può presentare le richieste previste dagli artt. 438 e 444 cod. proc. pen. , ovvero domanda di oblazione. Applicando lo stesso principio si dovrebbe dunque ritenere che il decreto introduttivo del giudizio sia nullo, posto che l'erronea menzione del termine «radica una insufficiente ed, anzi, fuorviante formulazione del prescritto avviso». Tuttavia secondo la Corte di appello non sarebbe possibile addivenire alla declaratoria di nullità in via interpretativa, in quanto, da un lato la stessa sentenza della Corte costituzionale dichiarativa dell'illegittimità costituzionale dell'art. 555, comma 2, cod. proc. pen. , nella parte in cui non prevedeva specificamente tale causa di nullità, impone di ritenere che l'ipotesi in questione non integra una nullità di ordine generale desumibile sistematicamente dall'applicazione dell'art. 178, comma 1, lettera c), cod. proc. pen. , dall'altro il regime di tassatività delle nullità non consente di fare applicazione analogica della ipotesi di nullità delineata dalla Corte costituzionale, da ritenere, per quanto ora detto, “specifica”.