[pronunce]

SENTENZA ha pronunciato la seguentenel giudizio di legittimità costituzionale dell'art. 37, comma 3, della legge della Regione Marche 17 luglio 1996, n. 26 (Riordino del servizio sanitario regionale), promosso con ordinanza del 17 marzo 2004 dal Tribunale amministrativo regionale per le Marche sul ricorso proposto da Vera Serroni – Laboratorio Analisi s.r.l. contro Azienda USL n. 11 di Fermo ed altra, iscritta al n. 581 del registro ordinanze 2004 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 26, prima serie speciale, dell'anno 2004. Visto l'atto di intervento della Regione Marche; udito nell'udienza pubblica del 22 febbraio 2005 il Giudice relatore Piero Alberto Capotosti; udito l'avvocato Stefano Grassi per la Regione Marche.. Ritenuto in fatto Considerato in diritto 1. — Il Tribunale amministrativo regionale per le Marche, con ordinanza del 17 marzo 2004, ha sollevato, in riferimento agli artt. 97 e 117 della Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell'art. 37, comma 3, della legge della Regione Marche 17 luglio 1996, n. 26. 2. — L'ordinanza premette che la ricorrente, a seguito dell'entrata in vigore del regime dell'accreditamento delle strutture sanitarie (art. 8, comma 4, del decreto legislativo 30 dicembre 1992, n. 502), ha ottenuto la qualifica di “laboratorio accreditato”. Inoltre, osserva che questo regime prevede dei tetti di spesa per l'erogazione delle prestazioni assistenziali e la Regione Marche, con deliberazioni della Giunta regionale 16 dicembre 1996, n. 3825, e 10 marzo 1997, n. 625, ha provveduto ad armonizzare i criteri di rimborso delle prestazioni. L'Azienda unità sanitaria locale (infra, USL) n. 11 di Fermo, con deliberazioni del Commissario straordinario del 30 maggio 1997, n. 65 e del Direttore generale del 10 marzo 1997, n. 875, ha fissato il budget spettante alla società ricorrente relativo all'anno 1996. Il direttore generale dell'USL n. 11, con provvedimento del 6 febbraio 1998, n. 2121, ha disposto che, per l'accesso al convenzionamento esterno, occorre fare riferimento «alle modalità già disciplinate» dalla norma regionale impugnata e che, pertanto, «dal 10 gennaio 1998, saranno riconosciute ed ammesse a rimborso solo quelle impegnative debitamente autorizzate dagli uffici competenti» di questa USL. 2.1. — Secondo il TAR, il provvedimento impugnato costituirebbe “pedissequa applicazione” della norma regionale censurata e, in base alla disciplina vigente alla data della sua adozione, le convenzioni tra Servizio sanitario nazionale (SSN) e strutture private erano state sostituite dal cd. accreditamento, che avrebbe realizzato una situazione di parità tra strutture pubbliche e private, con conseguente facoltà dell'assistito di scegliere la struttura alla quale rivolgersi, indipendentemente dagli accordi aventi ad oggetto la quantità presunta e la tipologia delle prestazioni erogabili (art. 2, comma 8, della legge 28 dicembre 1995, n. 549). La legge della Regione Marche n. 26 del 1996, ad avviso del rimettente, si era inserita in questo quadro normativo, stabilendo, con la norma censurata, che «fino alla definizione degli accordi di cui all'art. 5, comma 4», e cioè degli accordi concernenti la negoziazione dei servizi e delle prestazioni con i soggetti indicati in quest'ultima disposizione, sulla base di tariffe e corrispettivi definiti dalla Giunta regionale, nonché sulla base del piano annuale preventivo, «restano valide le modalità di accesso alle prestazioni così come disciplinate dall'art. 19 della legge 11 marzo 1988, n. 67». La norma regionale impugnata, secondo il giudice a quo, violerebbe l'art. 117 della Costituzione, in quanto, in contrasto con i principi fondamentali stabiliti nelle leggi dello Stato, avrebbe reintrodotto, sia pure in via provvisoria, l'obbligo di un'autorizzazione per l'accesso alle strutture private, subordinandolo all'insufficienza della struttura pubblica, mentre la legge statale avrebbe attribuito all'assistito la facoltà di libera scelta, non subordinandola all'accettazione del budget imposto dalla USL alla singola struttura. Inoltre, la norma regionale, stabilendo che, una volta intervenuto l'accordo, sarebbe venuto meno il limite alla libertà di scelta, permetteva alla amministrazione di imporre alle strutture private le condizioni contrattuali ritenute opportune, attribuendole in tal modo l'arbitrario potere di sospendere di fatto l'accreditamento, in contrasto con il canone di imparzialità e di buon andamento dell'amministrazione (art. 97 della Costituzione). 2.2. — Il TAR ritiene la questione rilevante, nonostante siano sopravvenute le norme indicate nell'ordinanza di questa Corte (n. 355 del 2001), che aveva disposto la restituzione degli atti in riferimento all'identica questione ora riproposta dallo stesso giudice. Ad avviso del rimettente, la sopravvenuta legge della Regione Marche 16 marzo 2000, n. 20, che ha disciplinato organicamente la materia, rimettendosi in larga misura alle leggi dello Stato per la disciplina concernente gli accordi o procedure negoziali per la definizione delle prestazioni, non avrebbe infatti modificato la disposizione impugnata e, quindi, in base ad essa, il Direttore generale della USL n. 11 poteva adottare il provvedimento impugnato, non essendo ipotizzabile che la legge ne abbia determinato la «caducazione con efficacia retroattiva», sicché la questione sarebbe ancora rilevante. 3. — Nel giudizio si è costituita la Regione Marche -parte nel giudizio principale-, in persona del Presidente pro tempore della Giunta regionale, chiedendo che la Corte dichiari la questione infondata. La resistente premette che la tutela della salute costituisce materia attribuita alla potestà legislativa concorrente delle Regioni, ex art. 117 della Costituzione, già prima della riforma realizzata dalla legge costituzionale 18 ottobre 2001, n. 3, e sostiene altresì che la norma impugnata non contrasterebbe con i principi fondamentali recati dalle leggi statali. Secondo la Regione Marche, dalla legislazione statale si ricaverebbe che la materia è governata da due principi fondamentali: l'accreditamento e la libera scelta delle strutture accreditate, con la conseguenza che la scelta dell'utente può cadere soltanto su di una struttura accreditata e convenzionata. Peraltro, il principio di libera scelta non avrebbe l'estensione ritenuta dal TAR, in quanto il d.lgs. 19 giugno 1999, n. 229, ha abrogato l'art. 8, comma 5, del d.lgs. n. 502 del 1992, introducendo l'art. 8-bis, che ha confermato detto principio «nell'ambito dei soggetti accreditati con cui siano stati definiti appositi accordi contrattuali» (comma 2), che abbiano stipulato gli accordi contrattuali di cui all'art. 8-quinquies (comma 3).