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Istituzione di una Commissione parlamentare di inchiesta sul caso della sparizione di Emanuela Orlandi. Onorevoli Senatori. – Il presente disegno di legge richiama quello già presentato nel corso della scorsa legislatura sullo stesso tema (atto Senato n. 2910); pertanto si ritiene opportuno non solo presentare il medesimo testo, ma anche richiamare di seguito la relazione introduttiva in quella sede presentata. «Nel nostro paese scompaiono ogni anno circa 20.000 persone. Per la maggior parte si tratta di minorenni. È come se una piccola città si fosse volatilizzata. Da un giorno all'altro queste persone spariscono nel nulla. Qualcuno, di sicuro lo fa volontariamente ma per tutti gli altri le cause della scomparsa restano un mistero. Rimane comunque il dramma dei familiari che restano senza risposte per molto tempo...». Il testo sopra riportato è l’ incipit con cui l'Associazione Penelope, fondata nel 2003, presenta la sua missione: promuovere a livello territoriale occasioni di incontro per le famiglie che hanno vissuto l'esperienza della scomparsa di un proprio congiunto e del quale non si hanno più notizie, sostenendo iniziative di sensibilizzazione affinché le persone scomparse non siano dimenticate. Tra queste famiglie, aderenti all'Associazione Penelope, vi è quella di Emanuela Orlandi, una ragazza, quindicenne, cittadina vaticana, scomparsa nel nulla trentaquattro anni fa, divenuta, suo malgrado, il caso emblematico di come si possa essere sottratti alla propria vita e, con ampi margini di possibilità, cancellati dalla Terra, senza che nessuno acceda alla verità sulla propria sorte. Una verità né sostanziale né processuale, giacché l'inchiesta condotta dagli inquirenti italiani è stata archiviata dalla procura di Roma e la sua chiusura è stata confermata dalla Sesta Sezione penale della Cassazione nel 2016, con il respingimento del ricorso della famiglia Orlandi contro l'ordinanza del giudice per le indagini preliminari che l'aveva disposta. Si ritiene che il caso Orlandi di cui si tenta qui di dare, per quanto possibile, una sintetica e sommaria descrizione, debba essere oggetto di indagine di una Commissione parlamentare per verificare se la verità su questa sparizione non sia stata deliberatamente celata, al fine di proteggere personalità di vario livello e ambito. È necessario che quest'organo individui le responsabilità di chi doveva o poteva pervenire almeno ad una verità processuale. Tale necessità di giustizia non è solo della famiglia Orlandi e dell'Associazione Penelope, interessata direttamente al modo in cui certe indagini vengono svolte, ma di tutta la comunità che deve pretendere delle risposte dallo Stato Vaticano deputato a proteggere i suoi cittadini, soprattutto quando vi siano forti elementi, come in questo caso, per dedurre che si voglia occultare la verità. Il caso di Emanuela Orlandi passa alla storia, come uno dei casi mediatici e giudiziari insoluti, o almeno ancora insoluti, in cui tanti elementi fanno presumere, con pochi margini di dubbio, che il percorso della giustizia si sia inceppato, non abbia funzionato a dovere, al punto da giungere a nulla. Ad oggi, non si comprende, se deliberatamente o per negligenza. L'attività investigativa è iniziata in ritardo rispetto all'evento della sparizione ed il lungo dossier della magistratura racconta fatti, vicende ed intrecci che, nonostante il trascorrere di tre decenni, rimane un mistero se siano da valutare come tentativi di depistaggio o come la degenerazione di un caso iniziato con la tragica scomparsa di una minore, per poi allargarsi, toccando sfere ed ambiti inaspettati. Infatti, questo caso sembra diventato terreno fertile per strumentalizzazioni, con coinvolgimento (mai accertato con sicurezza) di personalità religiose e politiche, dei servizi segreti italiani e stranieri, di cellule terroristiche straniere, della malavita organizzata romana. Tutte coinvolte, a torto o a ragione, in una trama infinita, un labirinto articolato in cui la famiglia Orlandi, poco sostenuta dallo Stato italiano e da quello Vaticano, ha tentato inutilmente di districarsi, offrendo agli inquirenti anch'essa, a più riprese nel tempo, canali di indagini, affinché il caso non fosse chiuso, condannando la ragazza all'oblio. La triste storia della Orlandi ha assunto fin da subito rilevanza internazionale e di grande risonanza mediatica. Infatti, a meno di due mesi dalla denuncia di scomparsa, si profila l'ipotesi di sequestro di matrice terroristica. Un appartenente ad un'organizzazione terroristica, forse, medio orientale, sollecita il Pontefice, in cambio della restituzione dell'adolescente, a liberare entro pochi giorni il responsabile del suo attentato. La trattativa, che non ha avuto buon fine, doveva avvenire presso il Segretario di Stato del Vaticano, tramite un numero riservato al quale andava aggiunto il codice 158 (codice stabilito segretamente tra le parti). Si sottolinea che il contenuto delle chiamate stranamente non fu mai comunicato agli inquirenti italiani, né la magistratura, circostanza ancora più strana, fece pressioni diplomatiche per ottenerlo. Da questo momento si conclude una fase che sembrava assumere connotati di autenticità, e se ne apre un'altra, più complicata e di difficile comprensione. Infatti, il quadro degli eventi risulta frantumato in una pluralità spesso contraddittoria di voci, riconducibile a gruppi eterogenei dai fini indecifrabili, il cui fattore comune sembra rappresentato dall'uso strumentale delle notizie divulgate dagli organi di informazione, che, mantenendo sul caso un'attenzione mediatica sempre alta, ha stimolato forse soggetti interessanti per le ragioni più diverse, ad affacciarsi sullo scenario della vicenda. La storia della Orlandi si intreccia poi con quella di un'altra minorenne italiana, scomparsa nello stesso periodo e mai ritrovata. Le due vicende per un momento si sovrappongono, sembrano accomunate da una stessa sorte. La madre della ragazza viene contattata da un uomo che si qualifica come dello stesso gruppo di sequestratori di Emanuela e che dopo un po’ di tempo le comunica, testualmente «non abbiamo nulla da fare». I messaggi di richieste e di ultimatum raggiungono addirittura la stampa americana, la CBC, e ancora quella italiana con sigle di organizzazioni terroristiche diverse, tutte riassumibili con linguaggio investigativo nella «pista turca». Nelle more, la famiglia chiede allo stesso Presidente della Repubblica di fare un appello agli autori del sequestro. In questo periodo la procura della Repubblica di Roma emanava il primo proscioglimento per le prime persone indagate, per non aver commesso il fatto. Quello che si sottolinea in questa parte della vicenda giudiziaria è l'estrema incertezza dei risultati processuali, i continui mutamenti del quadro processuale. La stessa procura a distanza di quattordici anni dall'inizio dell'inchiesta, faceva presente che non ci fossero elementi per fondare pienamente l'ipotesi del sequestro di persona per finalità terroristica. Ma in realtà nel tempo, non era pervenuta neanche a fondate certezze su ipotesi di sequestro a scopo di estorsione, a giudicare dal proscioglimento degli indagati.