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Misure per la governance , la sostenibilità e lo sviluppo dell'innovazione digitale e tecnologica. Onorevoli Senatori . – L'innovazione tecnologica e digitale costituisce un motore imprescindibile per lo sviluppo economico e sociale del nostro Paese. La competitività delle nostre imprese, nel contesto europeo e globale, il contrasto delle diseguaglianze sociali, la lotta contro il cambiamento climatico, la tutela della salute, attraverso un rafforzamento del sistema sanitario nazionale e la protezione dei diritti fondamentali rappresentano sfide ineludibili che possono essere affrontate in misura più efficace solo attraverso un approccio propositivo e costruttivo, nonché con conseguenti investimenti nella nuova frontiera della transizione digitale. Il piano di ripresa europea, denominato Next generation EU , uno strumento senza precedenti, pensato e realizzato per contrastare l'epidemia da Covid-19, i cui effetti sulle economie europee si sentono tuttora, rappresenta un'occasione unica per trasformare le nostre economie, generare benessere sociale, creare nuove opportunità di lavoro e ha tra i suoi principali pilastri la transizione digitale, a sostegno della quale è stabilito che debba essere destinato almeno il 20 per cento della spesa contenuta in ogni piano nazionale. In Italia il livello di innovazione tecnologica presenta luci e ombre. Secondo il quadro di valutazione dell'innovazione europea, cosiddetto European innovation scoreboard , nessuna regione italiana raggiunge il livello delle regioni leader europee in termini di innovazione. Di conseguenza, l'Italia rimane un Paese « moderatamente innovatore », con realtà interne molto differenziate, sebbene si stia riducendo il divario complessivo con i Paesi più all'avanguardia in Europa. Il rapporto sottolinea, oltre alle criticità, anche alcuni aspetti positivi come la collaborazione tra imprese innovative, la produttività delle risorse e il supporto governativo in misure finalizzate a favorire investimenti in ricerca e sviluppo delle aziende. Nell'edizione 2022 dell'Indice di digitalizzazione dell'economia e della società (DESI), l'Italia si colloca al 18° posto fra i 27 Stati membri dell'Unione europea. Il nostro Paese rappresenta la terza economia dell'Unione europea per dimensioni, pertanto, i progressi che l'Italia riuscirà a realizzare nei prossimi anni nella trasformazione digitale saranno cruciali per consentire all'intera Unione europea di conseguire gli obiettivi del decennio digitale per il 2030. Nella digitalizzazione delle piccole e medie imprese (PMI), l'Italia si colloca invece all'ottavo posto nell'Unione europea per quanto riguarda l'integrazione delle tecnologie digitali. La maggior parte delle PMI italiane ha perlomeno un livello base di intensità digitale (60 per cento, ben al di sopra della media UE del 55 per cento). Tuttavia, se si considera la diffusione di tecnologie specifiche, i risultati complessivi sono contrastanti. L'uso dei big data è basso (sono utilizzati dal 9 per cento delle imprese italiane rispetto a una media UE pari al 14 per cento), come pure l'uso di tecnologie basate sull'intelligenza artificiale (6 per cento delle imprese italiane, mentre la media UE è dell'8 per cento). La diffusione del commercio elettronico è aumentata tra il 2020 e il 2021, raggiungendo il 13 per cento, ma rimanendo ancora al di sotto della media UE. Sempre secondo l'indice DESI 2022, per quanto riguarda il capitale umano l'Italia si colloca al 25° posto su 27 paesi dell'UE. Solo il 46 per cento delle persone possiede competenze digitali di base, a fronte di un dato medio UE pari al 54 per cento. Per quanto riguarda i laureati nelle discipline afferenti al settore delle tecnologie dell'informazione e della comunicazione, cosiddette information and communication technology (ICT), il nostro paese sconta un ritardo molto preoccupante. Solo l'1,4 per cento dei laureati italiani sceglie discipline relative alle ICT, il dato più basso tra i 27 Paesi dell'Unione. Secondo una ricerca del Sistema informativo excelsior di Unioncamere e Agenzia nazionale per le politiche attive del lavoro (ANPAL), le imprese incontrano difficoltà nel trovare personale con competenze digitali di base, con un'incidenza che varia dal 34,9 per cento al 37,8 per cento. Questa percentuale aumenta ulteriormente, superando il 40 per cento, se si considera la richiesta di capacità matematiche informatiche legate ai profili STEM o le competenze necessarie per la transizione 4.0. Ritardi che assumono un carattere ancora più preoccupante se messi a confronto con gli obiettivi dell'Unione europea orientati a incrementare sensibilmente il numero di specialisti in ICT, passando da 9,4 milioni (dato del 2022) a 20 milioni entro il 2030. Un obiettivo ambizioso ancor più per il nostro Paese, in cui nel 2022 gli specialisti nel settore delle ICT erano il 3,9 per cento degli occupati, contro il 4,6 per cento della media UE e l'8,6 per cento della Svezia. Tra il 2013 e il 2022 la crescita degli specialisti ICT in Italia (+25,2 per cento) è stata nettamente inferiore al totale della UE (+52,5 per cento). In Italia sono 42.000 i laureati in discipline relative alle ICT, contro i 252.000 della Germania, i 134.000 della Spagna, gli 81.000 della Francia e i 69.000 della Polonia. Per colmare il divario è necessario un intervento di ampia portata che richiede investimenti strutturali nel settore scolastico e universitario, orientati ad ampliare il bacino delle università che prevedono corsi di laurea in materia di ICT, a potenziare gli insegnamenti sull'intelligenza artificiale (66 in Italia contro i 146 della Germania, i 1.275 nel regno Unito e i 2.345 negli Stati Uniti) e a rafforzare il ruolo degli Istituti tecnici superiori per formare i giovani su temi legati all'innovazione tecnologica e alla digitalizzazione. Il nostro paese sconta un serio ritardo anche sul fronte degli investimenti in ricerca e sviluppo. Pur essendo cresciuta negli ultimi anni la spesa in ricerca e sviluppo, fino a raggiungere l'1,5 per cento del prodotto interno lordo (PIL), l'Italia resta sotto la media europea, che è pari al 2,3 per cento del PIL. Se si confrontano i nostri investimenti con quelli di alcuni paesi extra UE il dato è ancora più allarmante. Gli Stati Uniti e il Giappone investono più del 3 per cento del PIL in ricerca e sviluppo (R&S) e la Corea del Sud supera il 4 per cento. Per quanto riguarda le start-up , l'Italia conta quasi 15 mila start-up innovative iscritte alla sezione speciale del Registro delle imprese, in aumento rispetto all'anno scorso. Tuttavia, nonostante i notevoli miglioramenti, nel 2022 l'Italia ha raggiunto il record nazionale di investimenti in start-up , con un valore di 1,7 miliardi di euro, la Francia ha un ecosistema di start-up che ha ottenuto più di 14,6 miliardi di euro di investimento nel 2022 e 54,3 miliardi di euro negli ultimi 10 anni. In Europa sono circa 300 gli unicorni, ossia le start - up non quotate valutate oltre 1 miliardo di dollari, il 20 per cento del totale mondiale. Su questo fronte, a primeggiare è il Regno Unito con 145 imprese aventi un valore superiore al miliardo di euro. La Germania ne conta 62, la Svezia 37 e la Francia 36.