[pronunce]

che il rimettente svolge al riguardo critiche circa l'utilità effettiva della previsione, che, pur se finalizzata a una sorta di difesa avanzata dall'infiltrazione della criminalità mafiosa nell'economia, attraverso il controllo decennale dei trasferimenti, a suo avviso porrebbe un obbligo puramente formale, sia perché dalla inosservanza di esso non discenderebbe alcun effetto negativo apprezzabile per l'interessato, sia perché i dati concernenti le operazioni oggetto di comunicazione sarebbero comunque conoscibili per altra via, essendo acquisti e alienazioni di immobili - cioè le operazioni di cui si tratta nel caso di specie - realizzati attraverso atti soggetti a forme legali di pubblicità; che, inoltre, valorizzando una deduzione difensiva dell'imputato - il quale ha sostenuto di non essere a conoscenza dell'obbligo legale - il giudice a quo argomenta la plausibile esistenza della buona fede, non solo nel caso concreto, ma più in generale in ogni ipotesi, perché non vi sarebbe motivo - per chi sia ad esso sottoposto - di non osservare l'obbligo in questione; che anzi - prosegue il rimettente - l'adempimento dell'obbligo posto dalla normativa finirebbe per costituire, di fatto, una copertura di apparente liceità delle operazioni, avendo il soggetto tutto l'interesse a rispettarlo, sia perché esso non comporta alcun costo sia perché dal suo formale assolvimento si può ingenerare un effetto di apparente liceità delle operazioni che comportano variazioni patrimoniali, cosicché neppure sotto questa visuale la norma sarebbe in grado di assicurare i risultati di controllo e di prevenzione in vista dei quali è stata posta dal legislatore; che, per queste considerazioni, l'applicazione delle pene stabilite dalla disposizione, che concerne obblighi puramente formali, che non assicura la conoscenza delle reali variazioni dei patrimoni dei mafiosi e che essenzialmente colpisce soggetti che in buona fede ignoravano l'esistenza dei termini esatti dell'obbligo, finirebbe per contrastare - specificamente per "la pena minima edittale" e per la sanzione della confisca - con il principio di proporzionalità della pena e suo tramite con la finalità rieducativa che della pena è carattere essenziale (art. 27 della Costituzione); che, relativamente a quest'ultima deduzione, il giudice a quo fa ampio richiamo a decisioni della Corte costituzionale - il cui intervento, precisa, non avrebbe carattere di incidenza nell'ambito della discrezionalità legislativa, poiché sarebbe da rinvenire nello stesso sistema penale la sanzione minima, pari a quindici giorni di reclusione ex art. 23, primo comma, cod. pen. - nelle quali si è rilevato il superamento del limite di ragionevolezza in previsioni di pene del tutto sproporzionate rispetto al fatto (sentenza n. 409 del 1989) e si è ribadita l'esigenza della costante relazione di adeguatezza tra qualità e quantità della sanzione e offesa (sentenze n. 422 del 1993, n. 343 del 1993, n. 313 del 1990), sullo sfondo della finalità rieducativa prescritta dalla Costituzione, oltre che nella fase dell'esecuzione, già dalla previsione della pena in astratto; che nel giudizio così promosso è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, che ha concluso per l'inammissibilità e comunque per l'infondatezza di entrambe le questioni sollevate; che con altra ordinanza, del 21 febbraio 2001 (r.o. 305/2001), lo stesso giudice dell'udienza preliminare del Tribunale di Trapani ha sollevato, in riferimento all'art. 27 della Costituzione, questione di costituzionalità del solo art. 31 della legge n. 646 del 1982, con formulazione testualmente identica a quella precedentemente esposta in relazione al citato articolo; che anche in questo giudizio si è costituito il Presidente del Consiglio dei ministri, tramite l'Avvocatura generale dello Stato, che ha fatto richiamo per relationem allegandolo, all'atto di intervento depositato nel precedente giudizio, concludendo nel medesimo senso. Considerato che le due ordinanze sollevano questioni che attengono alla medesima disciplina e che sono in parte coincidenti tra loro, cosicché i relativi giudizi possono essere riuniti per essere definiti con unica pronuncia; che, quanto alla questione concernente l'art. 30 della legge n. 646 del 1982, il giudice a quo denuncia la possibilità di trarre dalla norma impugnata due contraddittorie determinazioni circa il momento di decorrenza iniziale dell'obbligo di comunicazione delle variazioni patrimoniali a carico di chi sia sottoposto a una misura di prevenzione a norma della legge n. 575 del 1965, e precisamente: (a) la data in cui il provvedimento che applica la misura preventiva diviene definitivo, e (b) la data di emanazione o di esecuzione della misura preventiva, lamentando l'oscurità della legge per il soggetto destinatario dell'obbligo e le differenti conseguenze che dall'una o dall'altra delle due possibili letture derivano quanto alla commissione del reato di inosservanza di detto obbligo, previsto nel successivo art. 31 della stessa legge n. 646 del 1982; che, impostando in tal modo la questione, il giudice rimettente non solleva in realtà un dubbio di costituzionalità della disposizione ch'egli è chiamato ad applicare nel caso concreto, bensì prospetta a questa Corte un dubbio interpretativo, derivante da una contraddizione tra la lettera del primo comma e il tenore dei successivi due commi dell'art. 30; che l'"incertezza del diritto" che il rimettente lamenta come conseguenza della formulazione testuale della norma - e quindi come ragione, a sua volta, della disparità di trattamento tra soggetti in dipendenza della duplicità di possibili interpretazioni - costituisce semplicemente la premessa che fonda il dovere del giudice di ricercare, tra più possibili letture, quella maggiormente adeguata secondo i criteri che l'ordinamento nel suo complesso, Costituzione inclusa, mette a disposizione, potendosi prospettare un dubbio di legittimità costituzionale solo dopo che questo compito sia stato svolto; che pertanto la questione sollevata relativamente all'art. 30 della legge n. 646 del 1982, in quanto si configura come un modo per ottenere da questa Corte la risoluzione di un dubbio di carattere interpretativo e come impropria utilizzazione dello strumento del giudizio di costituzionalità della legge per un fine a esso estraneo, deve essere dichiarata manifestamente inammissibile (tra molte, ordinanze n. 351 del 2001, n. 233 del 2000, n. 7 del 1998, n. 360 del 1997); che, relativamente alla questione, sollevata con entrambe le ordinanze di rimessione, sull'art. 31 della legge n. 646 del 1982, deve osservarsi che le censure prospettate costituiscono critiche circa l'opportunità o la pratica efficacia della disposizione incriminatrice, che non si prestano come tali a essere tradotte in profili apprezzabili sul piano della verifica di costituzionalità della norma (sentenza n. 518 del 2000);