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Per concludere, ci auspichiamo che questa venga rivista, nell'ambito della dimensione significativa delle capogruppo, in funzione anche delle caratteristiche delle singole banche aderenti: infatti, se le singole banche sono più virtuose, ritengo che la capofila potrebbe avere anche dimensioni diverse. (Applausi dal Gruppo FdI) . PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Cucca. Ne ha facoltà. CUCCA (PD) . Signor Presidente, mi può indicare il tempo a mia disposizione, per favore? PRESIDENTE. Il suo tempo è di cinque minuti. Non si preoccupi, il tempo è una convenzione. CUCCA (PD) . Grazie, ne terrò conto. Signor Presidente, intendo intervenire, anche considerato l'esiguo tempo che ho a disposizione, in particolare sull'articolo 2, comma 1, del decreto milleproroghe. La prima osservazione evidente è data dal fatto che anche questa maggioranza, che tanto aveva vituperato negli anni passati l'utilizzo dello strumento del decreto milleproroghe e della proroga dei provvedimenti, se ne sta servendo addirittura in anticipo; normalmente, infatti, questo provvedimento si faceva a fine anno, invece questa volta si sta facendo tra luglio e agosto, in periodo preferiale (ma, magari, ci sarà l'intendimento di utilizzarne un altro verso fine anno). La proroga dell'entrata in vigore della riforma sulle intercettazioni ci lascia molto perplessi. Le motivazioni che il Ministro aveva addotto, all'uscita dal Consiglio dei Ministri che aveva emanato il decreto-legge, evidentemente erano pretestuose. Era semplicemente la consueta accusa che veniva rivolta, in particolare, al Partito Democratico e comunque alla maggioranza della scorsa legislatura, dicendo che si voleva mettere il bavaglio al diritto all'informazione, che si voleva impedire che i cittadini conoscessero le conversazioni dei politici. Tutto questo significa solo due cose: o il Ministro non conosceva il contenuto della riforma oppure tutte queste motivazioni erano strumentali. Come strumentali sono le motivazioni che vengono riportate nella relazione introduttiva a questo provvedimento per giustificare la proroga. In verità, il decreto milleproroghe, o meglio la proroga della riforma, denota una scarsa conoscenza della stessa, perché le motivazioni, come ho detto, sono assolutamente pretestuose. La riforma che era stata approvata, infatti, va esattamente in senso contrario; evidentemente non si sa che aveva ad oggetto il ruolo delle intercettazioni come fondamentale strumento di indagine, che creava un giusto equilibrio tra la segretezza della corrispondenza e di ogni altra forma di comunicazione e, conseguentemente, l'equilibrio con il diritto all'informazione. In verità, in che cosa consisteva? Non si comprende, infatti, come si possa dire che non si può utilizzare, visto che le intercettazioni vengono utilizzate quotidianamente. Non vi è quindi nulla, non c'è alcun adeguamento e la motivazione è evidentemente pretestuosa e ha obiettivi differenti da quelli denunciati dall'attuale maggioranza di Governo ed in particolare dal Ministro della giustizia. Si è introdotto infatti il reato di diffusione, di ripresa e registrazione di comunicazioni fraudolente per evitare che le intercettazioni vengano usate strumentalmente per denigrare magari anche qualcuno che non c'entra nulla con le indagini. Si è introdotta una maggiore tutela della riservatezza nelle comunicazioni tra difensore e assistito. Si tratta della salvaguardia di un elementare diritto di difesa: viviamo in un mondo di civiltà giuridica e questo concetto era semplicemente ampliato dal contenuto del provvedimento sulle intercettazioni telefoniche. Era prevista l'introduzione del divieto di trascrizione anche sommaria di comunicazioni o conversazioni ritenute irrilevanti. Noi sappiamo - ne siamo tutti a conoscenza - che ci sono soggetti totalmente estranei all'ipotesi di reato che sono stati rovinati dalla diffusione di queste notizie. Pertanto - avviandomi alla conclusione perché il tempo è tiranno - il Governo ci deve spiegare perché vuole prorogare l'entrata in vigore di una norma di civiltà giuridica, che porta finalmente a sistema il giusto equilibrio tra il diritto di difesa e il diritto all'informazione, che tutela maggiormente tutti i cittadini e non la classe politica, che non c'entra nulla perché è trattata alla stregua di tutti i cittadini. Vorremmo sapere questo dal Governo ed è per questo che abbiamo presentato gli emendamenti soppressivi del comma 1 e 2 dell'articolo 2 ed insistiamo affinché vengano approvati. Siamo in un sistema giuridico civile e noi stavamo ampliando la civiltà giuridica del nostro Paese; altrimenti il Governo ci spieghi le motivazioni di questa proroga. (Applausi dal Gruppo PD) . PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Iannone. Ne ha facoltà. IANNONE (FdI) . Signor Presidente, onorevoli senatori, rappresentanti del Governo, l'articolo 1 del provvedimento in discussione reca la vexata quaestio che riguarda le Province. La legge n. 56 del 2014, la cosiddetta legge Delrio (ribattezzata dagli amministratori locali «legge delirio»), ha rappresentato un esempio di psichiatria legislativa. Essa, infatti, è stata la pilota delle riforme sbagliate, pensate male e scritte peggio; scritte soltanto nell'ottica pregiudiziale che il referendum costituzionale del dicembre del 2016 poteva trovare solo un giudizio di accoglimento da parte del popolo italiano. Questa legge ha generato danni enormi sui territori mortificando completamente la dignità delle Province previste dalla Costituzione: ci troviamo al cospetto di un livello istituzionale che è stato completamente distrutto, che non è più in grado di rappresentarsi e, soprattutto, che non è nella condizione di dare risposte ai cittadini anche sulle funzioni rimaste in capo alle Province. Ci ritroviamo, soprattutto nelle realtà di periferia della nostra Nazione, che sappiamo essere innanzitutto composta da Province, con migliaia di chilometri di strade provinciali abbandonate a se stesse, che non ricevono un intervento di manutenzione ordinaria da oltre quattro anni. Lo stesso ragionamento vale per le scuole medie superiori, con tantissimi operatori e alunni che corrono rischi gravissimi per la propria sicurezza. La legge Delrio ha discriminato anche i dipendenti delle Province, ovvero il loro capitale umano, che è stato costretto a procedure di mobilità e ha corso anche il teorico rischio di licenziamento, pur trattandosi di dipendenti pubblici. I cittadini sono stati espropriati dal voto: c'è una politica che genera un altro livello politico, senza peraltro essere poi nella condizione di produrre risultati. Come sappiamo, le elezioni che riguardano il presidente della Provincia sono disallineate rispetto a quelle riguardanti i consiglieri provinciali, con la possibilità teorica anche di creare quella che viene definita un'anatra zoppa, con un presidente espressione di una parte politica e una maggioranza in Consiglio espressione dell'altra parte politica. I bilanci sono stati portati in maniera scientifica al dissesto: un dissesto di Stato, rispetto al quale, anche nei casi in cui non si riescano ad approvare, non c'è neanche la possibilità di un intervento della prefettura, così come previsto dal testo unico degli enti locali.