[pronunce]

che a parere del giudice a quo - il quale si ritiene "pregiudicato" per aver adottato una decisione di non luogo a procedere in altro procedimento riguardante lo stesso imputato per fatti intimamente connessi a quelli per i quali pende il giudizio principale - la disposizione censurata, nell'affidare la decisione sulla dichiarazione di astensione al capo dell'ufficio per casi diversi da quelli previsti nell'art. 36, comma 1, lettera h), del codice di rito, darebbe luogo ad una ingiustificata disparità di trattamento rispetto al processo civile, ove invece, a norma dell'art. 51 del codice di procedura civile, la dichiarazione di astensione è subordinata alla autorizzazione del capo dell'ufficio solo nel caso in cui ricorrano «gravi ragioni di convenienza», corrispondente a quello di cui alla richiamata lettera h) dell'art. 36, comma 1, cod. proc. pen. ; che vulnerati risulterebbero anche, sotto vari profili, il principio del giudice naturale precostituito per legge, nonché quelli di buona amministrazione, di soggezione del giudice soltanto alla legge e di imparzialità e terzietà del giudice; che, nel formulare il quesito di costituzionalità, il giudice a quo non ha tenuto peraltro conto della circostanza che questa Corte, con la sentenza n. 113 del 2000, ha sottolineato come sia proprio l'ipotesi di astensione per gravi ragioni di convenienza, di cui all'art. 36, comma 1, lettera h), cod. proc. pen. , la sede nella quale far confluire l'obbligo di astensione del giudice, nei casi in cui il pregiudizio discenda da attività processuali svolte in precedenza; assunto, questo, ribadito nella sentenza n. 283 del 2000, con la quale venne dichiarata l'illegittimità costituzionale dell'art. 37, comma 1, cod. proc. pen. , nella parte in cui non prevedeva che potesse essere ricusato dalle parti il giudice che, chiamato a decidere sulla responsabilità di un imputato, avesse espresso in altro procedimento, anche non penale, una valutazione di merito sullo stesso fatto nei confronti del medesimo soggetto; che nella richiamata sentenza n. 113 del 2000, interpretativa di rigetto, la Corte ha infatti fra l'altro affermato il principio secondo il quale «la formulazione dell'art. 36, comma 1, lettera h) del codice di procedura penale ha una sfera di applicazione sufficientemente ampia da comprendere anche le ipotesi in cui il pregiudizio alla terzietà del giudice derivi da funzioni esercitate in un diverso procedimento», sottolineando che tale principio «costituisce svolgimento di quanto prefigurato da questa Corte nelle sentenze nn. 306, 307 e 308 del 1997, nelle quali si è indicato, per la realizzazione del principio del giusto processo, in simili evenienze, il più duttile strumento dell'astensione e della ricusazione, che consente valutazioni in concreto e caso per caso, e che non postula oneri preventivi di organizzazione»; che, pertanto, la richiesta del giudice rimettente di dichiarare l'illegittimità costituzionale dell'art. 36, comma 3, cod. proc. pen. , «nella parte in cui non sottopone la dichiarazione di astensione del giudice al Capo dell'ufficio [nelle] sole ipotesi [...] di astensione per gravi ragioni di convenienza non altrimenti specificate», si rivela priva di rilevanza nel giudizio principale, in quanto - al lume della richiamata sentenza di questa Corte - quel caso "innominato" di astensione obbligatoria assorbe proprio le ipotesi di astensione determinata dal pregiudizio che scaturisce da funzioni esercitate dal giudice in altro procedimento: vale a dire, proprio l'ipotesi cui si riferisce la vicenda oggetto del procedimento a quo; che, d'altra parte, va pure rilevato come la "modifica" che il giudice a quo intenderebbe perseguire, darebbe vita a conseguenze eccentriche rispetto al sistema, in quanto la stessa andrebbe "coordinata" con la previsione sancita dall'art. 42, comma 2, cod. proc. pen. , il quale, nello stabilire che «[i]l provvedimento che accoglie la dichiarazione di astensione [...] dichiara se e in quale parte gli atti compiuti precedentemente dal giudice astenutosi [...] conservano efficacia», è stato dettato - come puntualizza la relazione al progetto preliminare - dalla ritenuta e condivisibile «opportunità che competente ad adottare le decisioni di cui al comma 2 dell'art. 42 sia un giudice diverso da quello che ha emesso i provvedimenti cui si riferisce la norma citata»; che, pertanto, le questioni proposte devono essere dichiarate manifestamente inammissibili. Visti gli artt. 26, secondo comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87, e 9, comma 1, delle Norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale.. . per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE dichiara la manifesta inammissibilità delle questioni di legittimità costituzionale dell'art. 36, comma 3, del codice di procedura penale, sollevate, in riferimento agli artt. 3, 25, 97, 101 e 111 della Costituzione, dal Tribunale ordinario di Fermo, con l'ordinanza indicata in epigrafe. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 20 novembre 2019. F.to: Aldo CAROSI, Presidente Franco MODUGNO, Redattore Roberto MILANA, Cancelliere Depositata in Cancelleria il 18 dicembre 2019. Il Direttore della Cancelleria F.to: Roberto MILANA