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Concessione di amnistia condizionata e di indulto revocabile con finalità sociali. Onorevoli Senatori. – Da diversi anni, da parte di esponenti del mondo politico, delle associazioni, della magistratura e dell'avvocatura, si susseguono prese di posizione sull'opportunità o meno di adottare provvedimenti di amnistia o di indulto. Tali prese di posizione sono spesso sfociate in disegni di legge che successivamente non hanno visto, nella maggior parte dei casi, neanche l'approdo in aula. Il Parlamento e le forze politiche non possono, a questo punto, esimersi dall'assumere una decisione, approvando una legge di amnistia e di indulto. Ad avviso del proponente sussistono le condizioni perché possa essere adottato un provvedimento di amnistia (condizionata) e di indulto (revocabile), soprattutto se finalizzati ad una amnistia sociale. Con il recente arresto di Nicoletta Dosio e il suo rifiuto di richiedere solo per sé la « grazia », si pone la necessità di aprire all'interno dei partiti e dei movimenti un dibattito per decostruire la cultura legalitaria e panpenalista, costruendo una campagna di massa per l'amnistia sociale. L'arresto di Nicoletta Dosio deve porre tutta la classe politica davanti ad una riflessione, forse, anzi sicuramente, tardiva. Nicoletta Dosio è in carcere per una condanna a un anno, per violenza privata e interruzione di pubblico servizio in concorso con altri perché aveva retto uno striscione, al bordo dell'autostrada, nel corso di una manifestazione No Tav. Nicoletta ha ritenuto di non doversi trasformare in carceriere di sé stessa, di non avere nulla di cui pentirsi e, per questo, di non doversi riabilitare. Dunque non ha chiesto misure alternative alla galera per trasformare il suo « corpo detenuto » in un'arma non violenta che denuncia a sua volta una sua legittima possibilità di manifestare liberamente ed in modo non violento, contro il più duraturo conflitto ambientale e sociale di questo Paese. Rilanciando la campagna per l'amnistia sociale con il presente disegno di legge, possiamo forse aprire finalmente, dopo anni di stallo istituzionale, un dibattito sul diritto penale che vogliamo e sulle modalità di gestione del conflitto sociale e per affrontare il problema strutturale delle carceri italiane. Ancora una volta l'anno solare si chiude con un incremento della popolazione detenuta: 1.500 detenuti in più rispetto allo scorso anno. È il quarto anno di fila che la popolazione detenuta cresce, quattro anni da quando si sono esauriti gli effetti delle misure straordinarie messe in atto dopo la condanna della Corte europea per i diritti umani per il sovraffollamento penitenziario. Condannati nel 2013, quando nelle carceri italiane erano ospitati 62.000 detenuti, eravamo scesi fino a 52.000 detenuti nel 2015, ma da allora l'aumento è costante e siamo di nuovo oltre i 61.000 detenuti (61.174 al 30 novembre scorso). Nel frattempo, la capienza detentiva è sempre ottimisticamente valutata in circa 50.000 posti letto, e dunque il tasso di affollamento ha ormai superato il 120 per cento sul territorio nazionale, ma in molti istituti è ben oltre il 150 per cento, il che significa che ogni tre detenuti, uno è di troppo. Naturalmente, il sovraffollamento penitenziario si riflette sull'intero sistema penitenziario: non sono solo gli spazi che vengono a mancare, i letti a castello che si moltiplicano, le stanze che si affollano, ma tutte le risorse diminuiscono in maniera corrispondente, da quelle umane a quelle per l'assistenza sanitaria e per il reinserimento sociale dei condannati. Il personale penitenziario è sovraccarico, ma anche quello sanitario, e finanche i volontari faticano a star dietro alle richieste di aiuto. Cinquantadue sono stati i suicidi in carcere nel corso del 2019, secondo l'Osservatorio promosso da Ristretti orizzonti, cui si accompagnano alcune decine di tentativi non riusciti (grazie al pronto intervento di compagni di stanza, poliziotti e sanitari) e sono migliaia gli atti di autolesionismo. Da anni, diversi ministri dell'interno, di diversi governi e di diverso orientamento politico, ci rassicurano sul calo dei delitti e, in particolare, di quelli più gravi. Eppure la popolazione detenuta cresce, effetto di una passione per la punizione e il castigo che non è mai stata così forte come in questi anni. Ci piacerebbe dire che la risposta del Governo non è stata adeguata alle necessità dei problemi emergenti, ma – a dire il vero – parte dei problemi sono stati causati proprio dall'azione di governo. Non possiamo dimenticare, infatti, che il primo Governo Conte, assumendo la responsabilità di non portare a compimento la riforma dell'ordinamento penitenziario voluta dal ministro Orlando, abbia cancellato ogni previsione relativa alle alternative al carcere, finanche per i malati di mente, con il risultato di rendere sempre più difficile la gestione dei detenuti con gravi infermità mentali, costretti a restare in carcere per una disparità di trattamento sanata solo nel febbraio scorso dalla Corte costituzionale. L'indirizzo del governo giallo-verde in materia penitenziaria era chiaro: la certezza della pena avrebbe dovuto identificarsi con la certezza del carcere, diffuso a piene mani, anche con nuove preclusioni di accesso alle alternative, come nel caso della cosiddetta « legge spazzacorrotti », ormai prossima al giudizio della Consulta. Aumentano i detenuti condannati definitivamente, che non riescono a trovare accesso alle alternative al carcere. Ormai il sistema dell'esecuzione penale sembra diviso in due: da una parte quelli che, sin dal processo, riescono ad avere accesso alle misure di comunità; dall'altra i dannati, destinati al carcere, dal primo all'ultimo giorno di pena, fosse anche per pochi mesi. Servirebbe un altro indirizzo di governo, che torni al principio fondamentale del carcere come extrema ratio dell'intervento punitivo dello Stato e favorisca le alternative alla detenzione. Gli unici segnali in controtendenza, in questo 2019, li abbiamo avuti dalle giurisdizioni superiori, e in modo particolare dalla Corte costituzionale e dalla Corte europea dei diritti umani. Così è stato per le alternative al carcere per le persone affette da gravi infermità mentali (su cui, però, si attendono azioni e interventi delle regioni e del Ministero della salute per potenziare i servizi psichiatrici territoriali, residenziali e non), così è stato per le preclusioni assolute alle alternative, giudicate illegittime dalla Corte europea così come dalla Corte costituzionale, seppure sotto profili e con effetti diversi tra loro. Ma è alla politica che spetta la responsabilità di rinunciare all'uso populista del diritto e della giustizia penale. La volontà dichiarata di agire sulla prescrizione al fine di accorciare la durata dei processi, non tiene conto delle centinaia di migliaia di processi già prescritti o per i quali elevata è la probabilità di prescrizione, sui quali si verrebbe comunque a determinare un'amnistia di fatto, i cui beneficiari sarebbero peraltro individuati in modo casuale e prevalentemente tra coloro che dispongono di mezzi economici tali da affrontare i costi dei diversi gradi di giudizio.