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Modifiche dello statuto e degli organi della Banca d'Italia. Onorevoli Senatori . – La relazione fra struttura delle istituzioni nazionali e crescita economica dei singoli Paesi nel contesto del processo di globalizzazione è stata evidenziata da economisti, politologi e storici nel corso degli ultimi decenni: ricordiamo in particolare l'opera del premio Nobel Douglass North e quella dell'economista Dani Rodrik. Questa relazione assume particolare risalto nel quadro del progetto europeo. Il Trattato sull'Unione europea, all'articolo 3, le assegna, fra gli altri, il compito di adoperarsi per uno sviluppo sostenibile dell'Europa, basato su un'economia di mercato fortemente competitiva, e di promuovere la coesione economica fra gli Stati membri. Affinché la forte competizione fra Stati membri sia efficiente e conduca a un progresso dell'Unione, favorendo la convergenza e quindi la coesione delle economie nazionali, invece di cristallizzare eventuali situazioni di svantaggio comparato, occorre che le forze di mercato agiscano a parità di condizioni in ogni Stato membro. Elemento indispensabile per assicurare questa parità di condizioni è una ragionevole armonia nell'architettura delle istituzioni nazionali, tale da facilitare il loro dialogo e il loro coordinamento nel quadro europeo, assicurando il rispetto delle prerogative che l'ordinamento nazionale e quello europeo conferiscono loro. La Banca d'Italia, istituto di diritto pubblico, è la banca centrale della Repubblica italiana, costituita con la legge 10 agosto 1893, n. 449. Oltre all'assolvimento del servizio di tesoreria dello Stato, con il passare degli anni, la Banca d'Italia ha assunto numerose funzioni di natura pubblicistica, sia per quanto attiene alla regolazione del mercato bancario e finanziario (compito in relazione al quale collabora con la CONSOB), sia, per via del processo eurocomunitario prima ed eurounitario poi, in quanto parte integrante del Sistema europeo delle banche centrali (SEBC). Questa continua evoluzione, dovuta sia alla necessità di investire sempre più la Banca del ruolo di autorità indipendente, sia al continuo recepimento della normativa eurounitaria, ha generato uno stratificarsi della normativa nazionale che qui si vuole ricondurre, tramite questo disegno di legge, all'interno delle più diffuse governance delle banche centrali nazionali dell'Eurozona, avendo particolare riguardo alle prassi dei Paesi che registrano i migliori parametri macroeconomici. Una succinta analisi comparatistica degli ordinamenti delle autorità di vigilanza nazionali negli altri Stati membri del SEBC, e in particolare dell'Eurosistema, rileva come in questi si eserciti la massima cautela al fine di assicurare che la tutela del principio di indipendenza dall'Esecutivo, sancito dall'articolo 7 del protocollo n. 4 al Trattato sul funzionamento dell'Unione europea (TFUE), si contemperi con il ruolo del Parlamento, suprema espressione della sovranità popolare, e del Governo, titolare dell'indirizzo politico generale del Paese. L'obiettivo, in altri termini, è quello di evitare che attraverso l'indipendenza si possa esulare dal sistema di bilanciamento e controllo dei poteri tipico delle democrazie liberali. In particolare, e con riferimento al solo Eurosistema, in otto delle diciannove banche centrali che ad esso partecipano, il Parlamento è coinvolto in forme più o meno penetranti nella nomina dei membri del Direttorio; in sette altri casi nella nomina dei membri del Direttorio è coinvolto a vario livello il Governo. Questi assetti legislativi sono compiutamente riflessi nello statuto della Bundesbank ( Gesetz über die Deutsche Bundesbank ), il quale prevede all'articolo 8 che le cariche apicali del Direttorio (Presidente, Vicepresidente e un altro membro) siano designate dal Governo federale, e gli altri tre componenti siano invece eletti dal Bundesrat di concerto col Governo federale. In questo senso, la prassi tedesca si situa in una posizione intermedia fra quella di Paesi come l'Austria, in cui la designazione dei quattro membri del Direttorio compete al Governo federale, e quella di Finlandia e Paesi baltici, in cui il ruolo preminente spetta al Parlamento (come in Lettonia, dove il Governatore è eletto dal Parlamento su proposta di almeno dieci suoi membri e gli altri componenti del Direttorio sono eletti dal Parlamento su proposta del Governatore). Un ruolo attivo del Parlamento, o addirittura del Governo, nella designazione dei vertici della propria banca centrale nazionale non è quindi visto, nella maggior parte dei Paesi dell'Eurosistema, come una lesione del principio di indipendenza delle banche centrali nazionali. D'altro canto, il principio di indipendenza richiede che le banche centrali nazionali non possano, come previsto dall'articolo 130 del TFUE, « sollecitare o accettare istruzioni dalle istituzioni [...], dai governi degli Stati membri né da qualsiasi altro organismo », e che i Governi si impegnino a non cercare di influenzare i membri degli organi decisionali delle banche centrali nazionali nell'assolvimento dei loro compiti, ma non attiene strettamente alle modalità di designazione dei vertici. Del resto, nell'ordinamento italiano non mancano esempi di autorità amministrative indipendenti in cui la nomina dei vertici preveda un passaggio parlamentare o un intervento governativo. La Banca d'Italia, per via della sua autorità su mercati autorizzati e vigilati, si può iscrivere a pieno titolo nel novero delle autorità indipendenti. Si tratta di soggetti che sfuggono al classico schema della tripartizione dei poteri, in quanto ad esse sono attribuite funzioni regolative, attuative e, sovente, anche aggiudicative nella risoluzione di controversie tra Stato e privati e tra privati. Tuttavia, come scriveva Santi Romano, la potestà di ordinarsi, di agire e di tutelare il proprio ordinamento spetta solo a una figura soggettiva del potere, ovverosia allo Stato. Solo lo Stato può compiere, al medesimo tempo, atti di creazione, deduzione e applicazione del diritto. Risulta evidente come anche nel nostro assetto normativo non si possa consentire un pericoloso arretramento volto alla permanenza di soggetti pubblici che, seppur sempre più connotati da funzioni sovranazionali, conservino anacronistiche potestà normative non più in linea con lo spirito costituzionale. Tale considerazione anima il presente disegno di legge che, pur garantendo e rafforzando lo svolgimento delle funzioni di Banca d'Italia, salvaguardandone l'indipendenza istituzionale, evita, al contempo, che sia la medesima ad operare le eventuali modifiche al proprio statuto, conferendo tale ruolo alla legge. Per ciò che concerne il quadro normativo di riferimento, questo non può essere definito all'interno del solo perimetro nazionale poiché la Banca d'Italia opera quale entità integrata all'interno dell'ordinamento dell'Unione europea e facente parte dell'Eurosistema. Emerge così la natura bifronte, caratteristica che accomuna molte delle autorità di vigilanza rientranti all'interno di una rete europea, per ragioni legate ad un coordinamento nei rispettivi campi d'intervento resosi ormai ineludibile per via della fonte normativa sovranazionale che li disciplina. Il quadro normativo interno su cui insiste il disegno di legge è rappresentato da tre atti principali: