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È però il comma 3 dell'articolo 51 a destare più attenzione e sconcerto da parte mia, perché stanzia 2,5 milioni di euro per ciascun anno dal 2022 al 2026 a favore di Ales SpA, la società in house del Ministero della cultura che, come ho detto in altre occasioni, lungi dal limitarsi a fornire all'amministrazione in tutte le direzioni generali e negli istituti un supporto tecnico, amministrativo e contabile a carattere temporaneo ed eccezionale, come richiederebbe la norma, affiancando al personale ministeriale professionalità con competenze specialistiche assenti nella pianta organica, ha di fatto sostituito progressivamente i dipendenti del suddetto Ministero. I dipendenti della Ales svolgono mansioni ordinarie; essi cioè suppliscono in tutto e per tutto ai compiti dei dipendenti pubblici, ma senza firmare. In questo modo Ales si è letteralmente mangiata il Dicastero e con il consenso della "vittima", come una specie di novello Moloch a cui il collegio romano ha sacrificato primizie e primogeniti, ovvero le migliori risorse finanziarie e le migliori professionalità, assoggettando queste ultime, fin dall'inizio della loro carriera lavorativa, a condizioni capestro che ne hanno garantito una subalternità strutturale. Basti pensare alla convenzione per sedici unità di personale tecnico-scientifico stipulata nel dicembre 2021 dal direttore del Vittoriano e Palazzo Venezia con Ales, di cui il Ministero della cultura ha accettato l'offerta non soggetta a valutazione di congruità, ma che la Corte dei conti, con delibera del 23 febbraio 2022, ha ammesso in registrazione contestando altresì la potenziale violazione di almeno tre articoli della Costituzione, in particolare dell'articolo 97, comma 4, che subordina l'accesso alla pubblica amministrazione al concorso pubblico e definendo espressamente un regime inaccettabile di favore il rapporto tra il Ministero di Franceschini e Ales. I concorsi non si fanno o sono lentissimi e il fabbisogno è scientemente sottostimato, mentre tramite Ales, di cui detiene il cento per cento, il Ministero presta a sé stesso, di fatto, lavoratori che gli costano ben più degli interni, ma guadagnano assai meno dei colleghi inquadrati nella pubblica amministrazione. Riformare il Ministero che fu di Spadolini è dunque una necessità ineludibile e la riforma più urgente consiste nel liberarlo dallo pseudo riformatore, onorevole Franceschini, un titolare inadeguato che si affianca - frutto di sue scelte fiduciarie - ad un vertice amministrativo del tutto inadatto a rappresentare il Dicastero e realizzare il proprio mandato. Da circa un anno inopportunamente ribattezzato Ministero della cultura, con la C minuscola che è rivelatrice, esso è non solo sempre più incapace e disinteressato a concretizzare quella funzione civile che l'articolo 9 della Costituzione affida e riconosce al patrimonio culturale pubblico, ma agisce ormai di prassi al limite del lecito, non senza compiacersi di debordare talvolta nell'illegalità vera e propria. Colgo allora l'occasione per avanzare, in estrema sintesi, la proposta che tra le diverse vie d'uscita mi appare più opportuna e ragionevole. Non è mia, si intende, colleghi, ma è già stata presentata ufficialmente nella rivista dell'Istituto per la documentazione e gli studi legislativi nel 2021. Si tratta dell'idea di creare un'agenzia nazionale per la valorizzazione del patrimonio culturale, ovvero un soggetto unico tecnicamente specializzato che, con un approccio coordinato e strategico, sappia mettere a fuoco obiettivi, strumenti e azioni per assicurare al pubblico, mediante l'adozione di modelli e metodi adatti a gestire e valorizzare in modo diretto o indiretto i beni culturali statali materiali e immateriali in modo efficiente e sostenibile, un'offerta di servizi di qualità che producano reddito. Non c'è nulla di male in questo, anzi la capacità di autofinanziamento degli istituti statali va certo potenziata, mantenendo però bassi i costi e acceso il faro della missione civile che la Costituzione assegna al patrimonio. Basta con i nani e le ballerine: è tempo di restituire dignità al Ministero della cultura. (Applausi) . PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Calandrini. Ne ha facoltà. CALANDRINI (FdI) . Signor Presidente, quanto sta avvenendo oggi in quest'Aula è l'ennesima prova che questo Parlamento sta diventando un'appendice di se stesso. Abbiamo ascoltato poco fa la relatrice Rivolta comunicarle che non c'è stata la possibilità di lavorare in Commissione bilancio e che si è arrivati in Aula senza aver dato mandato al relatore. Ciò significa che in Commissione non abbiamo potuto fare nulla; abbiamo avuto 48 ore di tempo per esaminare questo provvedimento e, nonostante fossero stati presentati solo 110 emendamenti, di cui anche 30 di questa eterogena maggioranza, ci siamo visti respingere qualsiasi proposta di modifica e di fatto ci troviamo a discutere un provvedimento nel testo approvato alla Camera dei deputati. Signor Presidente, sarebbe stato bello poter dire che il presente decreto-legge non aveva bisogno di modifiche, ma la verità è che siamo davanti ad un provvedimento che dà una risposta blanda ai problemi degli italiani. Passiamo quindi a esaminare velocemente ciò che il provvedimento in esame accoglie con un nome altisonante, un po' come è accaduto per tutti gli altri provvedimenti succedutisi in questi ultimi due anni. Il decreto-legge aiuti suggerisce che vada incontro ai problemi e che magari risolva pure qualche problema agli italiani. Sicuramente abbiamo risolto il problema del ministro Franceschini, che è sempre molto presente nei decreti-legge che vengono approvati, per mantenere il suo staff di collaboratori, cui viene prorogato il contratto; abbiamo aiutato anche i navigator, loro malgrado simbolo del fallimento del reddito di cittadinanza, che si vedono anche loro prorogare contratto e stipendio. Noi non abbiamo nulla contro i navigator, che sono vittime di un sistema che non ha funzionato e che noi evidentemente abbiamo sempre chiesto di poter cancellare. Il provvedimento in esame dà anche un aiuto (e che aiuto) all'INPS: 40 milioni per acquisti di beni e servizi; addirittura ci concediamo anche l'onore di dare un milione di euro a Como per - badate bene - interventi stradali urgenti. In un decreto-legge che dovrebbe affrontare il tema del caro bollette, del caro materiali, di caro energia, diamo un milione di euro di fatto per asfaltare una strada nella provincia di Como. Questa e tante altre mancette elettorali sono contenute nel decreto-legge in discussione e negli altri che si sono succeduti negli ultimi anni. Insomma, una mancetta non la ne neghiamo a nessuno, ma qualcuno ci deve spiegare cosa hanno a che fare i collaboratori di Franceschini, i navigator, l'acquisto di materiale di cancelleria per l'INPS, gli interventi su strade e ambiente con tutto ciò che invece doveva contenere il provvedimento in discussione. Figuratevi se questa maggioranza, che sta pensando solo alla propria sopravvivenza, è in grado di aiutare veramente il popolo italiano. Questo, più che decreto aiuti, doveva chiamarsi decreto ricatti, da parte di forze politiche di una maggioranza che oggi perderà dei pezzi importanti.