[pronunce]

– Da quanto fin qui rilevato emerge che l'interpretazione, proposta dal giudice a quo, della locuzione – certamente non felice, ma mutuata dalle leggi che si sono ricordate sub 2.2. – «opposizione giudiziale», come riferentesi esclusivamente all'opposizione a decreto ingiuntivo, non può essere condivisa: ed infatti tale interpretazione, pur costituendo (come lo stesso rimettente riconosce) una forzatura della lettera della legge, è tale da violare fondamentali precetti costituzionali. Tale violazione discende dal fatto che l'interpretazione adottata dal rimettente si pone in radicale contrasto con l'essenza stessa del carattere concorsuale della procedura, imposta dalla legge, in quanto essa comporta che l'ammissione alla massa passiva – lo strumento, cioè, attraverso il quale si attua la par condicio creditorum – sarebbe riservata, del tutto irragionevolmente, soltanto ai creditori muniti di (titolo esecutivo costituito da) decreto ingiuntivo (definitivamente) esecutivo (perché non opposto o perché l'opposizione è stata rigettata), e ne sarebbero esclusi i creditori muniti di (titolo esecutivo costituito da) sentenza o altro provvedimento irretrattabile. Egualmente confliggente con i precetti costituzionali, e proprio perché contrastante con la concorsualità della procedura qui imposta dal legislatore – oltre che contraddittoria con la tesi della ammissione alla massa passiva dei soli creditori riconosciuti definitivamente tali attraverso la procedura monitoria – è l'interpretazione secondo la quale i creditori intervenuti successivamente all'entrata in vigore del decreto-legge sarebbero per ciò solo esclusi dalla massa passiva, mentre vi sarebbero ammessi tutti quelli intervenuti anteriormente, ancorché privi di titolo esecutivo; il tutto desunto dalla natura meramente dichiarativa del provvedimento di estinzione che il giudice dell'esecuzione deve emettere ai sensi dell'art. 3, comma 1, lettera b). 2.4. – Il dovere del giudice di sperimentare la possibilità di una interpretazione conforme a Costituzione impone di fondarsi non già esclusivamente su una singola – peraltro, non univoca – espressione verbale ma sulla trasparente ratio dell'intera disciplina, per verificare se quella espressione sia tale da impedire una lettura sistematica, che sia rispettosa dei valori costituzionali. È agevole, allora, rilevare che «l'opposizione giudiziale» – non proposta ovvero rigettata – alla quale si riferisce la norma censurata allude genericamente a qualsiasi rimedio lato sensu impugnatorio volto a contrastare la formazione di un titolo esecutivo giudiziale; titolo che, divenuto irretrattabile, per ciò solo impone al commissario straordinario l'inserimento del relativo credito nella massa passiva. Così come è agevole rilevare che per tutti gli altri crediti – e cioè non assistiti da un giudicato – il commissario deve provvedere all'«accertamento», ai sensi dell'art. 3, comma 1, lettera e), e, in caso di sua valutazione favorevole all'esistenza del credito, deve disporne l'ammissione al passivo. Peraltro, la legge è inequivoca nel senso che l'ammissione nella massa passiva riguarda tutti, ed esclusivamente, «i debiti […] maturati fino alla data di entrata in vigore del presente decreto»: sicché non soltanto è irrilevante il momento dell'(eventuale) intervento nella procedura esecutiva, ma ne discende altresì che l'inserimento nella massa passiva è definitivo e non già «provvisorio», e cioè – secondo il rimettente – per «un periodo di ventiquattro mesi», decorso il quale occorrerebbe intraprendere ex novo un'espropriazione singolare. Poiché, infatti, il commissario, al fine del risanamento del dissesto «calcolato alla data di entrata in vigore del presente decreto» (art. 2, comma 4, del decreto-legge n. 277 del 2004), «istituisce apposita gestione separata» – costituita da una massa passiva comprensiva di tutti i debiti maturati anteriormente all'entrata in vigore del decreto-legge e da una massa attiva formata dai crediti maturati alla stessa data, dal «ricavato dell'alienazione dei cespiti appartenenti al patrimonio disponibile della Fondazione, dalle sovvenzioni straordinarie e dalle eventuali entrate non vincolate per legge o per destinazione» – tale gestione separata può cessare (e sarebbe intrinsecamente irragionevole – ex art. 3 Cost. – l'opposta soluzione) solo dopo che i beni costituenti la massa attiva siano stati impiegati per la soddisfazione, «anche parziale», dei creditori ammessi al passivo «mediante periodici stati di ripartizione, secondo i privilegi e le graduazioni previsti dalla legge». È evidente, allora, che il potere, riconosciuto al commissario, di alienare i «cespiti appartenenti al patrimonio disponibile della Fondazione» – essenziale per la formazione della massa attiva con la quale soddisfare concorsualmente i creditori – presuppone necessariamente il venir meno del vincolo di destinazione impresso su di essi, ex art. 2913 cod. civ. , con il pignoramento; sicché il lamentare – come fa il rimettente – che il legislatore abbia optato per l'estinzione delle procedure esecutive, anziché per la loro «temporanea improseguibilità», contraddice la possibilità stessa di formare una massa attiva e il senso stesso della formazione di una massa passiva, viceversa censurata – si è visto – soltanto per profili attinenti al modo in cui ne è disciplinata la composizione. Altrettanto evidente è che il commissario non ha semplicemente il potere, ma il dovere di procedere alla liquidazione della massa attiva al fine di provvedere al riparto del ricavato tra i crediti ammessi al passivo: questo, e non altro, essendo il compito demandatogli dalla legge in tale qualità e questo essendo lo scopo fondamentale fissato dalla legge (anche ai fini di cui all'art. 25 cod. civ. ) alla Fondazione (come dimostra l'obbligo di dismettere in favore di «altra istituenda Fondazione» il «patrimonio culturale»: art. 2, comma 5). Ne consegue che la legge, imponendo la «moratoria» di ventiquattro mesi, esclude che i creditori, il cui diritto sia maturato posteriormente all'entrata in vigore del decreto-legge, possano intraprendere per tale periodo azioni esecutive e, decorso tale periodo, le consente, oltre che su beni eventualmente sopravvenuti, sui beni compresi nella «gestione separata» solo se, e dopo che, i creditori ammessi alla massa passiva siano già stati integralmente soddisfatti: solo se, in altri termini, sia venuto meno, per raggiungimento dello scopo, il vincolo di destinazione su di essi impresso attraverso il loro inserimento nella massa attiva della «gestione separata». 3. – La questione di legittimità costituzionale dell'art. 3, comma 1, lettera f), del decreto-legge n. 277 del 2004, sollevata in riferimento agli artt. 3 e 24 Cost., è inammissibile. 3.1.