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Disposizioni in favore dell'arte contemporanea. Onorevoli Senatori. – Il mercato dell'arte contemporanea, in Italia, soffre non soltanto di una crisi strutturale, ma anche e soprattutto di alcune gravi lacune di tipo istituzionale. Per capire quali sono i punti di debolezza sui quali è necessario operare per tentare di portare il nostro mercato dell'arte a livelli, non diciamo competitivi, ma almeno di interesse rispetto al mercato internazionale, bisogna analizzare le ragioni che lo strutturano come mercato borderline rispetto al resto del mondo. Gli artisti italiani sono fuori dal mercato e quindi dal circuito dei musei internazionali perché manca un concreto sostegno, da parte delle istituzioni e dei privati, alla nostra arte contemporanea. Manca, in una parola, «la cultura della cultura», il che fa sentire gli operatori, dagli artisti ai galleristi, dai direttori di museo agli storici dell'arte, abbandonati a se stessi e in prima linea in una battaglia persa in partenza nel confronto internazionale. L'aspetto maggiormente penalizzante per il settore è quello relativo al fisco. Infatti, la circolazione delle opere di artisti viventi ha degli impedimenti che trovano la loro logica in fatti estranei al valore dell'artista e che lo penalizzano nei confronti dei colleghi stranieri. A fronte di un'attenzione verso la contemporaneità sempre più forte che si manifesta sia da parte dei privati sia da parte delle stesse istituzioni, mancano azioni concrete nei confronti dell'arte contemporanea e si continua a trovare rifugio nell'idea che la conservazione e la fruibilità dei beni esistenti, dunque degli artisti del passato, siano sufficienti al nostro Paese per essere ancora competitivo sul piano internazionale. Purtroppo non è così. Il problema non risiede nel cambiare il percorso o la programmazione della tutela e della valorizzazione delle opere d'arte del passato, quanto nell'affiancare a tale percorso delle scelte che permettano anche all'arte contemporanea italiana di avere le stesse possibilità, a livello nazionale ed internazionale, degli altri Paesi. Se per l'arte del passato è centrale la politica della salvaguardia e della fruibilità, per l'arte contemporanea tale politica è addirittura controproducente poiché quest'arte deve contenere forze propositive e facilmente espansive in quanto è fatta da artisti viventi che, principalmente agli inizi della carriera, hanno estremo bisogno di politiche fiscali attente ed in sintonia con quello che è il loro mondo, pieno di insicurezze e di periodi di sola sperimentazione, periodi nei quali sono ancora degli sconosciuti non solo agli altri, ma anche a se stessi. Al contrario, la legislazione fiscale italiana, forse per comodità, equipara l'artista vivente agli altri professionisti dimenticando che, per predisposizione naturale, l'artista è lontano dai meccanismi della burocrazia e, anzi, intimorito da essa. Soprattutto, non può essere considerato un professionista tout court . Infatti, non si può prevedere all'inizio della carriera se diverrà un artista affermato, alias «artista-professionista», e, come dimostra l'esperienza, anche nel caso di artisti emergenti e di grandi promesse del panorama italiano, l'insidia è dietro l'angolo: ci vuole un nulla per sparire dal mercato. In pratica, l'errore della legislazione fiscale nei confronti di tale categoria risiede nel considerare già culturalmente ed economicamente affermati quei soggetti che, al contrario, sono all'inizio della propria carriera. Inizi che nella maggior parte dei casi sono difficili, con pochi soldi in tasca e tante idee nella testa alla ricerca di una sperimentazione che soddisfi un'aspirazione ancora da scoprire. Se questo momento arriverà, allora «l'artista-professionista» sarà nato. Naturalmente non possiamo pretendere dalla legislazione di entrare così nel particolare; tuttavia esempi recenti dimostrano che, in alcuni casi, il legislatore ha compreso di dover optare per una legislazione ad hoc per determinate categorie come, ad esempio, l'editoria ed in misura minore lo spettacolo dal vivo e cinematografico. È giunto il momento di riconoscere anche alla produzione dell'arte contemporanea il valore che le compete: quello di momento qualificante ed irrinunciabile dell'immagine internazionale del nostro Paese. Risulta quindi incomprensibile che la legislazione fiscale vigente consideri la compravendita di opere d'arte degli artisti contemporanei come un commercio ricco e non meritorio di considerazione, mentre per altre categorie protette quali, ad esempio, gli editori, dimostra ben altra sensibilità. Attualmente, sembrano più protetti gli artisti deceduti, e quindi l'arte italiana del passato, che gli artisti viventi e quindi l'arte contemporanea. Tale situazione è il contrario di ciò di cui oggi l'Italia avrebbe bisogno. Infatti, nonostante le difficoltà, il settore è in forte espansione ed i nostri artisti sono riusciti nell'impresa di riconquistare spazio sul palcoscenico internazionale dell'arte contemporanea. Tuttavia, queste sono solo le premesse e, per consolidare quanto fatto fino ad ora da tutti gli operatori del settore, occorre urgentemente mettere mano alla legislazione fiscale di pertinenza. Innanzitutto, prendendo atto che nel nostro Paese l'imposta sul valore aggiunto (IVA) è diversa da quella delle altre Nazioni e che tale fatto oggettivamente penalizza e rende estremamente difficoltoso far circolare e vendere le opere degli artisti italiani. Le legislazioni degli altri Paesi, limitandoci a quelli dell'Unione europea, sono tutte protettive rispetto ai «contribuenti» artisti. In Europa, la Francia impone un'aliquota IVA pari al 5,5 per cento, la Spagna al 9 per cento, il Belgio al 4 per cento, la Germania al 7 per cento, la Svizzera al 6 per cento. Solo l'Inghilterra ha un'aliquota alta, il 17,5 per cento, ma è anche il Paese più liberale e nel quale confluisce un forte mercato internazionale, soprattutto antiquariale, e con una tassa d'ingresso che è solo del 2 per cento. In secondo luogo, dimostrando attenzione verso il settore attraverso una legislazione fiscale agevolata per i giovani artisti emergenti. Infine, incentivando la circolazione delle opere, coinvolgendo nel meccanismo sia le gallerie d'arte sia i consumatori finali, predisponendo una disciplina fiscale che permetta alle prime di aiutare gli artisti a farsi conoscere e ad avere meno incombenze burocratiche e ai secondi di poter fruire di agevolazioni fiscali nel caso di acquisto di oggetti d'arte. Con il presente disegno di legge siamo consapevoli di non risolvere tutti i problemi che soffocano il mercato dell'arte contemporanea; tuttavia, per la prima volta, si dà un forte e chiaro segnale a tutti gli «operatori» del settore, dall'artista al gallerista, al direttore di musei e di istituzioni pubbliche, coordinando una serie di agevolazioni di tipo fiscale che hanno effetti sulla produzione, sulla commercializzazione e sulla circolazione delle opere d'arte. I primi due articoli esaminano le finalità e le definizioni atte a comprendere quali siano i punti cardine del provvedimento.