[pronunce]

sarebbe ingiustificata, essendo ammessi a tale rito gli imputati di altri reati di notevole allarme sociale e puniti con pena similare, vale osservare che l'ordinamento annovera un'ampia gamma di ipotesi nelle quali, per ragioni di politica criminale, il legislatore connette al titolo del reato – e non (o non soltanto) al livello della pena edittale – l'applicabilità di un trattamento sostanziale o processuale più rigoroso; che, sul versante sostanziale, è sufficiente far riferimento alle esclusioni oggettive dall'amnistia e dall'indulto, previste dai vari provvedimenti di clemenza succedutisi nel tempo; alle esclusioni oggettive dalle sanzioni sostitutive delle pene detentive brevi (ora peraltro rimosse dalla stessa legge n. 134 del 2003); ai divieti di concessione dei benefici penitenziari ai condannati per taluni delitti; all'inapplicabilità dell'espulsione, come sanzione sostitutiva o alternativa alla detenzione, allo straniero condannato per determinati delitti (art. 16, commi 3 e 5, del decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286 (recante il «Testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell'immigrazione e norme sulla condizione dello straniero»); che ancor più numerosi risultano, poi, i casi di diversità di trattamento processuale “in peius” legati al titolo del reato: e così, con particolare riferimento proprio ai reati di cui all'art. 51-bis cod. proc. pen. , richiamato dalla norma impugnata, basti pensare all'art. 190-bis cod. proc. pen. , in tema di diritto alla prova; agli artt. 25-bis e 25-ter del decreto-legge 8 giugno 1992, n. 306 (Modifiche urgenti al nuovo codice di procedura penale e provvedimenti di contrasto alla criminalità mafiosa), convertito, con modificazioni, nella legge 7 agosto 1992, n. 356, in tema di perquisizione di edifici e di intercettazioni preventive; all'art. 406, comma 5-bis, cod. proc. pen. , in tema di proroga delle indagini preliminari; che, in tali ipotesi, l'individuazione delle fattispecie criminose da assoggettare al trattamento più rigoroso – proprio in quanto basata su apprezzamenti di politica criminale, connessi specialmente all'allarme sociale generato dai singoli reati, il quale non è necessariamente correlato al mero livello della pena edittale – resta affidata alla discrezionalità del legislatore; e le relative scelte possono venir sindacate dalla Corte solo in rapporto alle eventuali disarmonie del catalogo legislativo, allorché la sperequazione normativa tra figure omogenee di reati assuma aspetti e dimensioni tali da non potersi considerare sorretta da alcuna ragionevole giustificazione (con riferimento alle esclusioni oggettive dall'amnistia, ex plurimis, sentenza n. 272 del 1997; ordinanze n. 481 del 1991 e n. 436 del 1987); che nella specie, per contro, nessuna disarmonia di tal fatta è stata addotta dal rimettente, che ha allegato, come tertia comparationis, fattispecie criminose – concussione, corruzione, rapina, estorsione – del tutto eterogenee rispetto a quelle in rapporto alle quali è sancita l'esclusione; che, d'altro canto, appare priva di consistenza la censura di violazione dell'art. 3 Cost. legata al raffronto con il patteggiamento “infrabiennale”, al quale le preclusioni censurate non risultano estese; che è di tutta evidenza, infatti, come si tratti di raffronto non significativo, proprio alla luce del diverso livello della pena concordata nei due casi, avendo il legislatore inteso escludere dalla “giustizia negoziata” gli autori di determinati reati, i quali – oltre a risultare di particolare allarme sociale per le loro connotazioni intrinseche – si presentino, altresì, di significativa gravità in concreto: tanto da non permettere di concordare come trattamento punitivo congruo (art. 444, comma 2, cod. proc. pen.) – tenuto conto delle circostanze e della diminuzione fino ad un terzo connessa al patteggiamento – una pena contenuta entro il limite dei due anni; che altrettanto evidente risulta, infine, l'inconferenza del raffronto con il giudizio abbreviato (che parimenti non contempla preclusioni oggettive e soggettive): trattandosi di istituto nettamente differenziato non solo sul piano delle connotazioni astratte (in prospettiva inversa a quella odierna, sentenza n. 135 del 1995), ma anche su quello degli effetti pratici, come del resto riconosce lo stesso Giudice dell'udienza preliminare del Tribunale di Bari, allorché motiva sulla rilevanza della questione; che, pur a fronte della rilevante limitazione dei benefici connessi al patteggiamento “allargato”, quest'ultimo consente infatti all'imputato di sottoporsi ad una pena certa, preventivamente concordata (non potendo il giudice modificare i contenuti del “patto” intercorso fra le parti), che gli verrà inflitta – in applicazione di una particolare regola di giudizio (l'insussistenza dei presupposti per una pronuncia di proscioglimento ai sensi dell'art. 129 cod. proc. pen.: in tal senso l'art. 444, comma 2, cod. proc. pen.) – con una sentenza solo «equiparata» a una pronuncia di condanna e priva di efficacia nei giudizi civili e amministrativi (art. 445, comma 2, cod. proc. pen.); che, per contro, con il giudizio abbreviato l'imputato, accettando di essere giudicato sulla base degli atti, lascia inalterati i poteri decisori del giudice; quest'ultimo, nel caso di condanna, emetterà una sentenza contenente un'affermazione piena di responsabilità, con la quale infliggerà la pena - ancorché ridotta di un terzo – ritenuta equa dallo stesso giudicante e che potrebbe risultare di gran lunga superiore a quella che l'imputato sarebbe stato disposto a “negoziare”; che, conclusivamente, il regime delle preclusioni, oggettive e soggettive, del patteggiamento “allargato” costituisce frutto di scelta discrezionale e di per sé non arbitraria del legislatore; quest'ultimo, nell'estendere sensibilmente l'ambito di operatività dell'istituto, ha ritenuto di dover considerare – in un'ottica del bilanciamento tra contrapposti interessi – sia i caratteri oggettivi del reato per cui si procede, sia le condizioni soggettive degli imputati, espressive di una pericolosità qualificata: escludendo che, in determinate ipotesi, pur astrattamente rientranti negli ampliati limiti di applicabilità dell'istituto stesso, le esigenze di economia processuale prevalgano su quella di un vaglio completo del fondamento dell'accusa, destinato a sfociare in un accertamento pieno di responsabilità e che lasci integro il potere del giudice di autonoma determinazione del trattamento punitivo; che le questioni debbono essere dichiarate, pertanto, manifestamente infondate. Visti gli artt. 26, secondo comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87, e 9, comma 2, delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale.. .