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Tutela delle relazioni affettive e della genitorialità delle persone ristrette. Onorevoli Senatori. – Il disegno di legge prende spunto dalla ricerca in materia di « Affettività e carcere », effettuata dall'università degli studi di Cassino e del Lazio meridionale tramite interviste e questionari somministrati in quattro istituti carcerari della regione Lazio, nonché dal prezioso lavoro dei tavoli 6 e 14 degli Stati generali dell'esecuzione penale e della commissione ministeriale (incaricata di elaborare il decreto legislativo delegato per la riforma dell'ordinamento penitenziario nel suo complesso, in attuazione della legge n. 103 del 2017) e della proposta di legge in materia di tutela delle relazioni affettive delle persone detenute, presentata al Senato della Repubblica il 10 luglio 2020 su iniziativa del consiglio regionale della Toscana (atto Senato n. 1876). La presente proposta di legge ha un campo di azione molto ampio, in termini sia oggettivi (in quanto destinata a riformare le principali modalità di contatto dei ristretti con i propri affetti, sia fuori che dentro il carcere) sia soggettivi, poiché rivolto anche ai detenuti sottoposti al regime speciale di cui all'articolo 41- bis della legge 26 luglio 1975, n. 354, o condannati per reati cosiddetti « ostativi », in quanto rientranti nell'elenco di cui all'articolo 4- bis della medesima legge. Per recuperare la sistematicità necessaria in questa materia, oggetto di riforma sono state non solo le norme presenti nella legge sull'ordinamento penitenziario, ma anche quelle del regolamento di cui al decreto del Presidente della Repubblica 30 giugno 2000, n. 230, di seguito denominato « regolamento penitenziario ». Sono, inoltre, stati oggetto di attenzione sia la disciplina dei permessi che quella dei colloqui (visivi e telefonici), attraverso la modifica degli istituti vigenti e l'introduzione di nuovi istituti, alcuni di recente prassi applicativa (come le videochiamate), altri di nuovo conio (le cosiddette « visite » e i permessi familiari). All'articolo 1 si modifica l'articolo 28 della legge 26 luglio 1975, n. 354, di seguito denominata: « legge sull'ordinamento penitenziario », che riguarda i rapporti con la famiglia, il cui testo vigente prevede: « particolare cura è dedicata a mantenere, migliorare o ristabilire le relazioni dei detenuti e degli internati con le famiglie ». A tal proposito, si ritiene debba essere considerata anche l'affettività in senso più ampio. Pertanto, con la lettera a) del comma 1, alla rubrica dell'articolo (« Rapporti con la famiglia »), si è proposto di aggiungere: « e diritto all'affettività ». La lettera b) del comma 1 disciplina l'introduzione dell'istituto della « visita », volta a garantire ai detenuti relazioni affettive intime, anche a carattere sessuale; una questione che, secondo la stessa Corte costituzionale, merita « ogni attenzione da parte del legislatore, anche alla luce delle indicazioni provenienti dagli atti sovranazionali richiamati dal rimettente (...) e dell'esperienza comparatistica, che vede un numero sempre crescente di Stati riconoscere, in varie forme e con diversi limiti, il diritto dei detenuti ad una vita affettiva e sessuale intramuraria: movimento di riforma nei cui confronti la Corte europea dei diritti dell'uomo ha reiteratamente espresso il proprio apprezzamento » (Corte costituzionale, sentenza n. 301 del 2021). Si propone pertanto l'allestimento di aree dedicate nelle carceri, in cui i detenuti possano esercitare, nel rispetto della riservatezza, il loro diritto all'affettività e alla sessualità, equiparando così il nostro ordinamento a quello di molti altri Stati europei, quali la Norvegia, la Danimarca, la Germania, l'Olanda, il Belgio, la Francia, la Spagna, la Croazia e l'Albania. Le unità abitative sono pensate come luoghi adatti alla relazione personale e familiare e non solo all'incontro fisico: un tempo troppo breve, infatti, rischia di tramutare la visita in esperienza umiliante e artificiale. Per tale ragione si è inteso prevedere che la visita possa svolgersi all'interno di un lasso di tempo sufficientemente ampio. L'assenza dei controlli visivi e auditivi serve a garantire la riservatezza dell'incontro. L'articolo 1, comma 2, è invece volto ad una revisione del concetto di « minore » all'interno dell'ordinamento penitenziario, trattato oggi con una disomogeneità normativa che genera confusione nella prassi applicativa. Mentre, infatti, il terzo comma dell'articolo 18 della legge sull'ordinamento penitenziario raccomanda, in tema di colloqui, una particolare cura per i colloqui con i minori di anni quattordici, il regolamento penitenziario stabilisce che è possibile superare i limiti imposti per i colloqui, sia visivi che telefonici, solo per detenuti con figli di età inferiore ai dieci anni, per poi limitarsi ad un generico richiamo alla minore età all'articolo 61. Davanti a tanta confusione le differenti amministrazioni penitenziarie tendono generalmente ad attestarsi sul limite dei dieci anni, con alcune eccezioni che innalzano a dodici anni il limite di età per la concessione di maggiori contatti. Nessuno degli istituti esaminati, tuttavia, applica il più ampio limite di quattordici anni, previsto dall'ordinamento penitenziario. Con la proposta in esame si sancisce definitivamente l'età del minore nell'ordinamento penitenziario, fissandola ad anni quattordici e uniformando così il regolamento penitenziario alle modifiche apportate dalla legge 103 del 2017. L'articolo 2 interviene invece sull'istituto del cosiddetto « permesso di necessità », di cui all'articolo 30 della legge sull'ordinamento penitenziario, che consente ai detenuti, nel caso di imminente pericolo di vita di un familiare o di un convivente e in occasione di altri (non meglio specificati) « eventi di particolare gravità » di godere, a seguito del vaglio del magistrato di sorveglianza competente e del pubblico ministero, del permesso di recarsi a visitare il congiunto, con le cautele previste dal regolamento penitenziario. L'applicazione di tale istituto, utile perché svincolato, a differenza del « permesso premiale », dalla definitività della sentenza, dalla durata della pena da espiare e dal residuo di pena, trova margini di applicazione sempre più ristretti, a causa di una giurisprudenza dominante che attribuisce all'aggettivo « grave » il significato di circostanza oltremodo drammatica e luttuosa. Una rivisitazione della disciplina è perciò da tempo auspicata al fine di consentire una più ampia applicazione del beneficio in relazione a eventi familiari di particolare rilevanza, non necessariamente gravi nell'accezione negativa del termine, ma importanti per una maggiore tutela dell'affettività del detenuto e delle relazioni familiari in particolare.