[pronunce]

La Regione conclude ritenendo che la prevista uniforme rivalutazione del trecento per cento dei canoni per le concessioni d'uso del demanio marittimo per finalità turistico-ricreative esorbiterebbe comunque dall'ambito della competenza legislativa statale. Ciò in quanto, anche ad ammettere che la materia ricada nell'ambito della legislazione concorrente, la predetta rivalutazione, per un verso, non potrebbe qualificarsi quale “principio fondamentale” e, per altro verso, non sarebbe stata oggetto di congiunta valutazione da parte dello Stato e delle Regioni. In conseguenza di ciò, le censurate disposizioni sottrarrebbero illegittimamente alla Regione la possibilità di determinare, attraverso lo strumento legislativo, “un'autonoma risorsa finanziaria, comunque attratta nella sfera regionale attraverso il dominio legislativo della materia”. 3.1. - Si è costituito il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che il ricorso venga dichiarato inammissibile, in quanto tardivo, dal momento che la Regione Puglia avrebbe dovuto impugnare i commi 21 e 22 dell'art. 32 del decreto-legge n. 269 del 2003, e non la legge di conversione n. 326 del 2003. Altra eccezione di inammissibilità è formulata per il fatto che la questione di legittimità costituzionale sarebbe rimasta priva di oggetto, in quanto riferita al comma 22 dell'art. 32, che è stato sostituito dall'art. 2, comma 53, della legge 24 dicembre 2003, n. 350 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato - Legge finanziaria 2004). Ulteriore eccezione di inammissibilità riguarda poi la censura riferita all'art. 119 della Costituzione, per difetto di motivazione. Quanto al merito, la difesa erariale ritiene che il ricorso non sia fondato, poiché, per un verso, il demanio marittimo appartiene allo Stato e a quest'ultimo spetterebbe la competenza esclusiva a determinare i relativi canoni, ai sensi dell'art. 117, secondo comma, lettere e) e g), della Costituzione, e per altro verso, le ripercussioni economiche della normativa censurata sul settore turistico rimarrebbero sul terreno del mero fatto e non sarebbero idonee a giustificare spostamenti di competenze legislative. 4. - Con due ricorsi in via principale, notificati il 23 gennaio 2004 e il 24 febbraio 2004, depositati i successivi 29 gennaio (reg. ric. n. 13 del 2004) e 4 marzo (reg. ric. n. 33 del 2004) , la Regione Emilia-Romagna ha impugnato l'art. 32, commi 21 e 22, della legge n. 326 del 2003 (recte: l'art. 32, commi 21 e 22, del decreto-legge n. 269 del 2003, nel testo risultante dalla conversione, con modificazioni, operata dalla legge n. 326 del 2003), nonché l'art. 2, comma 53, della legge n. 350 del 2003, che ha sostituito il citato art. 32, comma 22, in riferimento all'art. 117 della Costituzione, al principio di leale collaborazione, al principio di uguaglianza sancito dall'art. 3 della Costituzione, al principio di certezza del diritto e al generale canone di ragionevolezza delle leggi. In particolare, la Regione Emilia-Romagna evidenzia che l'art. 2, comma 53, della legge n. 350 del 2003, modificando il comma 22 del citato art. 32 del decreto-legge n. 269 del 2003, ha previsto che l'aumento dei canoni per le concessioni d'uso del demanio marittimo per finalità turistico-ricreative venga stabilito con un decreto interministeriale, da emanarsi entro il 30 giugno 2004, il cui obiettivo finanziario è quello di assicurare “maggiori entrate non inferiori a 140 milioni di euro, a decorrere dal 1° gennaio 2004”. Lo stesso art. 2, comma 53, della legge n. 350 del 2003 ha previsto, poi, che, decorso detto termine per l'emanazione del decreto, scatti automaticamente la quadruplicazione del canone. La ricorrente non contesta il diritto dominicale dello Stato di fissare un canone per l'utilizzo dei propri beni demaniali, bensì la misura, il metodo e la forma con cui l'aumento viene deciso, ritenendo che le disposizioni censurate comportino la lesione delle proprie attribuzioni regionali in materia di turismo. Quanto alla misura, la Regione rileva che la quadruplicazione del canone relativo a concessioni demaniali marittime per finalità turistico-ricreative provocherebbe effetti negativi per le imprese balneari, creerebbe una disparità di trattamento tra i concessionari di beni demaniali e non terrebbe conto del livello dei precedenti canoni. In proposito, la ricorrente osserva che detti canoni erano stati fissati con il decreto ministeriale 5 agosto 1998, n. 342 (Regolamento recante norme per la determinazione dei canoni relativi a concessioni demaniali marittime per finalità turistico-ricreative), per cui, in considerazione del contenuto andamento dell'inflazione, essi non possono considerarsi anacronistici rispetto all'attuale realtà economico-finanziaria; tanto più che l'art. 4 (recte: 04) del decreto-legge 5 ottobre 1993, n. 400 (Disposizioni per la determinazione dei canoni relativi a concessioni demaniali marittime), convertito, con modificazioni, nella legge 4 dicembre 1993, n. 494, prevede che “i canoni annui relativi alle concessioni demaniali marittime sono aggiornati annualmente, con decreto del Ministro della marina mercantile, sulla base della media degli indici determinati dall'ISTAT”. Secondo la prospettazione regionale, il predetto aumento violerebbe i criteri di ragionevolezza, congruità e giustizia, e contrasterebbe con la ratio dell'art. 1, comma 2, del citato decreto-legge n. 400 del 1993, il cui fine sarebbe quello di incentivare gli investimenti nelle aree demaniali a vocazione turistica. La disciplina denunciata comprometterebbe poi l'azione di promozione, di programmazione e di sviluppo in materia turistica esercitata dalla Regione stessa e renderebbe impossibile l'aggiornamento dei diritti di imposta regionali, attualmente disciplinati dalla legge della Regione Emilia-Romagna 31 maggio 2002, n. 9 (Disciplina dell'esercizio delle funzioni amministrative in materia di demanio marittimo e di zone di mare territoriale), il cui fine è quello di finanziare le funzioni amministrative in materia turistica in larga parte delegate agli enti locali. Quanto al metodo, la Regione lamenta che la disciplina denunciata non sancirebbe l'obbligo di sentire la Conferenza permanente per i rapporti fra lo Stato, le Regioni e le Province autonome di Trento e Bolzano. Quanto alla forma, la Regione pone infine in evidenza la scarsa chiarezza della formulazione dei due commi denunciati. 4.1. - Si è costituito il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che i ricorsi vengano dichiarati inammissibili, il primo (reg. ric. n. 13 del 2004)