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Modifiche al codice delle leggi antimafia e delle misure di prevenzione, di cui al decreto legislativo 6 settembre 2011, n. 159, in materia di confisca di prevenzione e di informazioni interdittive antimafia. Onorevoli Senatori . – Il presente disegno di legge è volto a modificare il codice delle leggi antimafia e delle misure di prevenzione, di cui al decreto legislativo 6 settembre 2011, n. 159, in materia di misure di prevenzione e informazioni interdittive. Difatti, con i cosiddetti « Pacchetti sicurezza » (riforma 2008/2009) la confisca di prevenzione, ideata quale principale strumento di lotta alla criminalità organizzata, è divenuta uno strumento di ablazione dei patrimoni, a prescindere dalla loro natura lecita o illecita. Si rileva, all'uopo, che la necessità di strumenti straordinari per contrastare il crimine organizzato ha compromesso in maniera significativa il sistema di garanzie e di tutele delle persone, in quanto nella pratica giudiziaria sono sempre più frequenti e numerosi i casi in cui le misure di prevenzione vengono applicate nei confronti di soggetti che poi vengono assolti in sede penale per gli stessi fatti. La presente proposta parte, infatti, dalle criticità registrate in sede di applicazione delle norme sottese alla confisca di prevenzione. Invero, si è riscontrato che le aziende sottoposte alle misure di prevenzione vengono in gran numero poste in liquidazione nel corso delle complesse more procedurali, con effetti macroeconomici devastanti nei territori in cui le misure vengono applicate: perdita di posti di lavoro, calo del gettito fiscale, compromissione dell'intero tessuto economico in cui le aziende in sequestro o in confisca operano, caratterizzato da un sempre crescente clima di incertezza. Peraltro, il timore per l'applicazione di sequestri e confische, specie nel Meridione, insieme al rischio di impresa e alla crisi economica, costituiscono un potente deterrente ad investire in questi territori, con conseguente aumento della povertà e del degrado sociale, di cui si alimenta la stessa criminalità organizzata A livello sostanziale, si presentano anzitutto criticità relative alla natura giudica della confisca di prevenzione, che, malgrado ciò che ha sancito la giurisprudenza nazionale, seguendo i criteri tracciati dalla Corte di giustizia europea nella nota sentenza Engel, ha un contenuto fortemente punitivo-afflittivo. Difatti, prescindendo dall'attuale pericolosità sociale della persona, non ha carattere preventivo, bensì affligge la persona che la subisce aggredendo i suoi con riguardo al passato (ovvero alla loro origine). Facendo leva sulla tesi della natura non penale delle misure di prevenzione, si finisce, infatti, col togliere ad una persona tutto il patrimonio, compresa la casa familiare, e di conseguenza privare lei e la sua famiglia di ogni mezzo di sostentamento, travolgere il suo passato e distruggere il suo futuro. La confisca di prevenzione, da misura di prevenzione finisce, nei fatti, col perseguire intenti punitivi e afflittivi, con elusione dei principi garantistici propri della materia penale. Va anche segnalato che gli effetti che subisce una persona sottoposta a una misura, qualora sia un imprenditore, non riguardano solamente il diritto di proprietà o l'iniziativa economica (dotate di guarentigie costituzionali più attenuate rispetto alla libertà personale), ma anche la violazione del diritto al lavoro, fondamento della Repubblica, richiamato nell'articolo 1 della Costituzione. Oltre all'allontanamento dalla sua azienda, per la persona che subisce il sequestro è, inoltre, difficile che quest'ultimo possa trovare un qualunque tipo di occupazione a causa degli effetti di stigmatizzazione sociale che l'applicazione di un provvedimento antimafia produce. Va anche aggiunto che, a differenza di ciò che è previsto per il procedimento penale, lo standard probatorio si basa sull'indizio, e non sulla prova, il quale non deve essere né grave, né preciso, né concordante. Da questo, si deve inferire l'appartenenza dell'accusato alla mafia, ma il concetto di appartenenza non coincide con quello di partecipazione delineato dall'articolo 416- bis del codice penale. Si tratta di un concetto ancora più vago del concorso esterno in associazione mafiosa che ha suscitato le « perplessità » della dottrina più accorta e le censure della Corte europea. Neanche l'analisi delle pronunce della Cassazione consente la tipizzazione di una specifica categoria dell'appartenenza. Questo comporta una eccessiva vaghezza della fattispecie di pericolosità sociale qualificata, nonché la violazione del principio di legalità espresso dall'articolo 25 della Costituzione e dall'articolo 7 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo (CEDU), che potrebbe far presagire una pronuncia additiva della Corte costituzionale o una censura da parte della Corte europea (che, nella nota sentenza De Tommaso, ha già ribadito il rispetto del principio di legalità con riferimento alla categoria di pericolosità generica prevista dalla lettera b) dell'articolo 4). È evidente che gli effetti sostanziali e processuali dell'imprecisione del precetto normativo siano gravissimi: non solo le persone non sono in grado di prevedere cosa non debbano fare per essere considerate « appartenenti », ma una volta instaurato il procedimento di prevenzione, non sanno neanche da cosa difendersi; in più, emanato il decreto di confisca, il controllo sulla legalità del provvedimento, in sede di ricorso in appello e in Cassazione, perde la sua effettività perché, mancando a monte un modello legale di confisca che ne definisca con precisione i presupposti normativi, non è possibile stabilire se il provvedimento impugnato è conforme al paradigma normativo che, di fatto, viene modellato di volta in volta, a seconda delle esigenze preventive e in funzione della personalissima dogmatica para-penalistica del giudice. In altre parole, il giudice non verifica se, nel caso di specie, i presupposti della norma sono rispettati ma crea esso stesso i presupposti per l'applicazione della norma, non solo generale e astratta ma vaghissima e imperscrutabile. A livello processuale la confisca è preceduta dal sequestro. È lo stesso giudice che ha disposto il sequestro, inaudita altera parte , che deciderà se revocare il sequestro o disporre la confisca, in ciò rivalutando i medesimi elementi indiziari, con evidenti ricadute sul principio del giudice terzo e imparziale, corollario del principio del giusto processo sancito dall'articolo 111 della Costituzione e dall'articolo 6 della Convenzione europea. In più, nel procedimento di prevenzione si assiste ad un'inversione dell'onere della prova in quanto non è l'accusa a dovere fornire l'indizio dell'appartenenza dell'indiziato alla mafia, ma è il proposto a dover fornire la prova negativa di tale appartenenza. Per accertare la congruità tra le disponibilità finanziare della persona e il suo patrimonio, nella maggior parte dei casi il tribunale si avvale di un collegio peritale, il che avvicina il processo di prevenzione a quello inquisitorio. Difatti, il tribunale dispone il sequestro e nomina i periti per accertare la congruenza tra i beni e la capacità finanziaria del proposto e la perizia disposta dal tribunale diventa lo strumento stesso attraverso il quale il giudice ricerca elementi nuovi sui quali fondare la sua decisione.