[pronunce]

Considerato che il Tribunale di Asti dubita della legittimità costituzionale della fattispecie criminosa dell'ingiustificato trattenimento dello straniero nel territorio dello Stato, delineata dall'art. 14, commi 5-bis e 5-ter, del d.lgs. 25 luglio 1998, n. 286, assumendone il contrasto con gli artt. 2, 3, 13, 25, secondo comma, e 27, terzo comma, della Costituzione; che mentre, peraltro, la dedotta lesione dell'art. 2 Cost. risulta priva di specifico supporto argomentativo, quanto agli altri parametri costituzionali evocati, il dubbio di costituzionalità del giudice rimettente trova, in sostanza, la sua premessa fondante nella supposta “inesigibilità” della condotta che la norma censurata pretenderebbe dallo straniero, sotto comminatoria di sanzione penale; che tale “inesigibilità” conseguirebbe, in assunto, al fatto che l'intimazione del questore a lasciare entro cinque giorni il territorio nazionale – l'inottemperanza alla quale realizza il reato – annovera, tra i suoi presupposti legittimanti, proprio l'impossibilità di eseguire con immediatezza l'espulsione per le ragioni specificamente elencate dall'art. 14, comma 1, del d.lgs. n. 286 del 1998 (una delle quali – la mancanza di documenti di identificazione – verrebbe in rilievo nel caso oggetto del giudizio a quo); che nel denunciare i vulnera che siffatta soluzione normativa recherebbe ai principi costituzionali di offensività, ragionevolezza, inviolabilità della libertà personale e finalità rieducativa della pena, il rimettente omette tuttavia di considerare il ruolo che, nell'economia applicativa della fattispecie criminosa, è chiamato a svolgere il requisito negativo espresso dalla formula «senza giustificato motivo», presente nella descrizione del fatto incriminato dal citato comma 5-ter dell'art. 14; che, a tal riguardo, questa Corte ha già avuto modo di affermare in più occasioni (sentenza n. 5 del 2004; ordinanze n. 80 e n. 302 del 2004) che la clausola in parola – alla luce sia delle finalità dell'incriminazione (rendere effettivo il provvedimento di espulsione, rimuovendo situazioni di illiceità o pericolo correlate alla presenza dello straniero nel territorio dello Stato); sia del quadro normativo in cui tale finalità si innesta (che vede regolati in modo diverso, anche a livello costituzionale, l'ingresso e la permanenza degli stranieri nel Paese, a seconda che si tratti di richiedenti asilo o rifugiati, ovvero di c.d. “migranti economici”) – deve ritenersi diretta ad escludere la configurabilità del reato in presenza di situazioni ostative di particolare pregnanza, le quali – anche senza integrare delle cause di giustificazione in senso tecnico – incidano sulla stessa possibilità, soggettiva od oggettiva, di adempiere all'intimazione, escludendola ovvero rendendola difficoltosa o pericolosa; mentre non si attribuisce rilievo ad esigenze che riflettano la condizione tipica del “migrante economico”, sebbene espressive di istanze in sé e per sé pienamente legittime (salvo, s'intende, che ricorrano situazioni riconducibili alle scriminanti previste dall'ordinamento); che il necessario coordinamento della norma incriminatrice con le ulteriori disposizioni del d.lgs. n. 286 del 1998 rende d'altro canto palese come i motivi che, a mente dell'art. 14, comma 1, del citato decreto legislativo legittimano la pubblica amministrazione a non procedere – in deroga al drastico imperativo di cui all'art. 13, comma 4 («l'espulsione è sempre eseguita …») – all'accompagnamento coattivo alla frontiera, «non possono non costituire sicuri indici di riconoscimento di situazioni nelle quali può ravvisarsi un “giustificato motivo” di inottemperanza dello straniero all'ordine del questore» (sentenza n. 5 del 2004; ordinanze n. 80 e n. 302 del 2004); che ciò vale, in particolare – al lume del basilare principio ad impossibilia nemo tenetur – quando l'inadempienza dipenda dalla condizione di assoluta impossidenza dello straniero, che non gli consenta di recarsi nel termine alla frontiera (specie aerea o marittima) e di acquistare il biglietto di viaggio; ovvero – per richiamarsi più da vicino all'evenienza prospettata dall'odierna ordinanza di rimessione – quando essa derivi dal mancato rilascio, da parte della competente autorità diplomatica o consolare, dei documenti necessari, pure sollecitamente e diligentemente richiesti dall'interessato (sentenza n. 5 del 2004): conclusioni, queste, che hanno peraltro trovato sostanziale eco nella giurisprudenza, anche di legittimità; che, in tal ottica, resta dunque escluso quello che il giudice rimettente dà viceversa per scontato: e cioè che la norma incriminatrice si presti a reprimere anche inottemperanze dovute a situazioni di impossibilità incolpevole – oggettiva e soggettiva – di adempimento del precetto; che è ben vero che, in questa prospettiva, la formula «senza giustificato motivo» finisce per comprimere sensibilmente, in fatto, le capacità di presa della norma incriminatrice, giacché – come rimarca il giudice rimettente – nel sistema della legge (e prescindendo da difformi prassi operative, le quali, proprio in quanto contrastanti con la norma, non potrebbero comunque influire sulla valutazione di essa), l'ordine di allontanamento dovrebbe essere emesso, in surroga dell'accompagnamento coattivo alla frontiera, proprio nelle situazioni in cui il destinatario versa in una situazione di rilevante difficoltà ad adempierlo; che, tuttavia, tale fenomeno – derivante non dalla sola disposizione denunciata, ma dall'architettura complessiva della nuova disciplina dell'espulsione, di cui detta disposizione costituisce «un semplice e conclusivo tassello» – «incide … sul piano dell'opportunità delle scelte politico-criminali sottese a tale disciplina, e non su quello della loro legittimità costituzionale» (sentenza n. 5 del 2004); che la questione va dichiarata, pertanto, manifestamente infondata. Visti gli artt. 26, secondo comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87, e 9, comma 2, delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale.. . per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE dichiara la manifesta infondatezza della questione di legittimità costituzionale dell'art. 14, commi 5-bis e 5-ter, del decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286 (Testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell'immigrazione e norme sulla condizione dello straniero), come modificato della legge 30 luglio 2002, n. 189 (Modifiche alla normativa in materia di immigrazione e di asilo), sollevata, in riferimento agli artt. 2, 3, 13, 25, secondo comma, e 27, terzo comma, della Costituzione, dal Tribunale di Asti con l'ordinanza indicata in epigrafe. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, l'8 novembre 2006. F.to: