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È dunque a partire da questa consapevolezza, espressa recentemente anche dal Presidente della Repubblica Mattarella in un comunicato pubblicato in occasione della manifestazione «Il Tempo delle Donne», organizzata dal Corriere della Sera, che il presente disegno di legge intende porre nuovamente all’attenzione il tema della maternità quale libera scelta. In questa prospettiva, alcune istanze hanno cominciato a trovare prime risposte: si pensi al decreto attuativo sulla conciliazione del Jobs Act che ha riconosciuto l'indennità di maternità anche in assenza del versamento dei contributi da parte del datore di lavoro, al decreto sulla semplificazione attraverso cui è stata finalmente sancita una misura efficace contro le dimissioni in bianco, e al decreto attuativo sulle tipologie contrattuali nell'ambito del quale, in alternativa ai congedi per maternità post parto, è stata prevista la possibilità di scegliere il part-time con l'obbligo della concessione da parte del datore di lavoro. Tali misure però non appaiono sufficienti: è necessario infatti affiancare alla conciliazione tra tempi di vita e tempi di lavoro nuove politiche pubbliche che favoriscano la condivisione tra uomini e donne degli oneri e degli onori che avere un figlio comporta. Se è vero che «Le nuove norme sul congedo parentale per i padri lavoratori non hanno ancora prodotto gli effetti sperati e lo squilibrio all'interno della famiglia continua a produrre limitazioni e impedimenti a carico delle donne», come dichiarato dal Presidente Mattarella, è fondamentale spostare la discussione sulla maternità da questione che riguarda solo la donna ad una più larga, fatta di condivisione di responsabilità e gioie oltre che di conciliazione. Si tratta di cambiare approccio nella produzione di politiche pubbliche volte a sostenere la maternità, promuovendo maggiormente -- a livello normativo oltreché culturale -- la condivisione delle responsabilità genitoriali. La condivisione dei carichi legati alla genitorialità tra i genitori lavoratori, infatti, è una delle premesse per l'esercizio del diritto alla cura. Così si è mossa da decenni la stessa Unione europea; a cominciare dalla raccomandazione 92/241/CEE del Consiglio del 31 marzo 1992 sulla custodia dei bambini, è espressamente richiesta una maggior partecipazione dei padri nella cura dei figli e la promulgazione di una legislazione che sia gender neutral , al fine di dare ai genitori che lavorano specifici diritti in materia di congedi parentali (articolo 2 della raccomandazione). Successivamente, le direttive 96/34/CEE del Consiglio, del 3 giugno 1996, concernente l'accordo quadro sul congedo parentale concluso dall'UNICE, dal CEEP e dalla CES e 92/85/CEE del Consiglio del 19 ottobre 1992, concernente l'attuazione di misure volte a promuovere il miglioramento della sicurezza e della salute sul lavoro delle lavoratrici gestanti, puerpere o in periodo di allattamento, sono state oggetto di riforma, il cui risultato è stata la direttiva 2010/18/UE del Consiglio dell'8 marzo 2010, che attua l'accordo-quadro riveduto in materia di congedo parentale concluso da BUSINESSEUROPE, Associazione europea dell’artigianato e delle piccole e medie imprese (UEAPME), European centre of employers and enterprises providing public services (CEEP) e Confederazione europea dei sindacati (CES) e abroga la direttiva 96/34/CE, entrata in vigore l'8 marzo 2012. Con essa le parti sociali europee hanno concluso un nuovo accordo-quadro sul congedo parentale, che estende la durata dello stesso a quattro mesi per ciascun genitore e si applica a tutti i lavoratori e a tutte le tipologie contrattuali. È evidente, quindi, come ne venga riconosciuto un ruolo fondamentale per conciliare vita professionale e responsabilità familiari e nella promozione della parità di trattamento tra gli uomini e le donne. I congedi per motivi familiari, di cui possono usufruire i lavoratori con figli, sono un importante strumento per bilanciare l'attività lavorativa con la vita privata. Con la citata direttiva si riconosce quindi il vantaggio delle policy in tema di congedi, comparato ad altre misure di conciliazione, vantaggio che si traduce nella circostanza per cui i congedi possono avere un'influenza maggiore sullo sbilanciamento di genere che persiste tra lavoro retribuito e non retribuito, al fine di ricondurlo ad un equilibrio. Il saldo di questo specifico divario di genere, secondo l'Organizzazione internazionale del lavoro ( Global Wage Report 2014/2015 . Wages and income inequality , Ginevra, 2015), dovrà essere raggiunto attraverso un più significativo sviluppo sociale lungo l'arco del XXI secolo. Dunque l'Unione europea considera di fondamentale importanza l'affermazione e lo sviluppo di politiche di genere e di pari opportunità, quali strumenti essenziali per la crescita, la prosperità e la competitività ed è stato proprio grazie all'adozione della citata direttiva 2010/18/UE che tutti gli Stati membri hanno previsto i congedi parentali. La citata normativa europea definisce il congedo parentale come un diritto individuale, ma gli Stati possono scegliere se mantenerlo tale o metterlo a disposizione di entrambi i genitori. Con specifico riguardo ai congedi di paternità, non essendo prevista a livello europeo una legislazione in materia, non esiste una definizione comune. In virtù di come i congedi di paternità sono implementati, a livello di ciascuno Stato membro, vige un'interpretazione secondo cui questi sono un diritto specifico dei padri, che ne possono usufruire contemporaneamente al periodo di congedo obbligatorio spettante alla madre o prima di usufruire dei congedi parentali. In riferimento a questi ultimi, alcuni Stati membri prevedono la destinazione di parte dei congedi parentali ai padri in modalità non trasferibile. Nel 2010, con la risoluzione del 20 ottobre 2010 il Parlamento europeo invita gli Stati membri a valutare la possibilità di riconoscere ai lavoratori padri un congedo di paternità pari a due settimane. In particolare, il considerando 26 della stessa evidenzia che, per aiutare i lavoratori a conciliare la loro vita professionale e familiare, nonché a conseguire un'autentica parità di genere, è essenziale che gli uomini abbiano diritto a un congedo di paternità retribuito. Un timido tentativo in questo senso è stato operato dalla legge 28 giugno 2012, n. 92, recante disposizioni in materia di riforma del mercato del lavoro in una prospettiva di crescita, cosiddetta «legge Fornero». Essa, infatti, all'articolo 4, comma 24, ha introdotto per il padre lavoratore, in via sperimentale e solo per gli anni 2013-2015, l'obbligo di astensione dal lavoro per un periodo di un giorno e la facoltà di astensione per due giorni, anche continuativi, previo accordo con la madre e in sua sostituzione in relazione al periodo di astensione obbligatoria spettante a quest'ultima. Nonostante l'iniziativa sia stata lodevole, avendo introdotto per la prima volta nel nostro ordinamento l'istituto del congedo di paternità obbligatorio, che necessariamente implica una maggiore condivisione della responsabilità genitoriale, la stessa è apparsa costituire un'inversione di tendenza solo a livello culturale anziché reale, vista soprattutto la debolezza degli strumenti messi in campo, limitati -- come ricordato -- ad un giorno di astensione obbligatoria e due facoltativi.