[pronunce]

Il giudice a quo dubita, tuttavia, della legittimità costituzionale delle citate disposizioni, nella parte in cui non consentono la revisione sulla base della sola diversa valutazione delle prove assunte nel precedente giudizio, allorché la condanna risulti fondata su un errore di fatto incontrovertibilmente desumibile da quelle stesse prove. La preclusione censurata violerebbe, in specie, l'art. 24, quarto comma, Cost. - che configura, secondo la giurisprudenza di questa Corte, l'«immediato referente» costituzionale dell'istituto della revisione - in quanto implicherebbe l'«elisione del diritto dell'imputato ingiustamente condannato ad ottenere la revisione della ingiusta condanna». A parere della Corte rimettente, infatti, la revisione non potrebbe essere negata, senza violare l'evocato parametro costituzionale, quando emerga con assoluta certezza che la condanna si è basata su un errore di fatto, anche se desumibile dalle sole prove già esaminate dal giudice del precedente giudizio. La questione sarebbe, altresì, rilevante nel giudizio a quo. In assenza della possibilità di un'interpretazione costituzionalmente orientata delle norme censurate, stante il carattere espresso della preclusione da esse sancita, l'unica alternativa al rigetto della richiesta di revisione sarebbe rappresentata dalla proposizione dell'incidente di legittimità costituzionale. 2.- È intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che la questione sia dichiarata inammissibile. Secondo la difesa dello Stato, la questione mirerebbe, infatti, ad introdurre un nuovo mezzo straordinario di impugnazione volto a porre rimedio ad errori contenuti nei provvedimenti giurisdizionali: intervento che - come già deciso da questa Corte in circostanze analoghe - implicherebbe, per la varietà delle soluzioni possibili, scelte discrezionali riservate al legislatore. 3.- Si è costituita la parte istante nel giudizio di revisione, la quale ha chiesto, in via principale, l'accoglimento della questione e, in subordine, che la Corte precisi che, alla luce di una interpretazione costituzionalmente orientata, rientra nell'ipotesi di revisione prevista dall'art. 630, comma 1, lettera c), cod. proc. pen. anche il caso - oggetto del giudizio a quo - in cui la nuova prova, pur vertendo su un tema già esaminato nel precedente giudizio, valga a dimostrare l'errore di fatto in cui è incorso il relativo giudice. 4.- Nell'imminenza dell'udienza pubblica, il Presidente del Consiglio dei ministri ha depositato una memoria, con la quale - oltre a ribadire il profilo di inammissibilità già prospettato - ha chiesto che la questione venga dichiarata comunque infondata nel merito. Ad avviso dell'Avvocatura dello Stato, l'intervento richiesto dalla Corte rimettente trasformerebbe la revisione in una impugnazione tardiva che permette di dedurre in ogni tempo ciò che nel processo definitivamente concluso non è stato rilevato, in contrasto con il principio per cui il giudicato copre il dedotto e il deducibile. Nella specie, la sopravvenuta dichiarazione del tecnico comunale non costituirebbe una nuova prova, ma un semplice elemento utile per una diversa valutazione di prove già assunte: valutazione che l'imputato aveva la possibilità di prospettare, con gli ordinari strumenti processuali, nel giudizio di merito.1.- La Corte d'appello di Napoli dubita della legittimità costituzionale degli artt. 630 e 637, comma 3, del codice di procedura penale, nella parte in cui non consentono la revisione delle sentenze di condanna irrevocabili sulla base della sola diversa valutazione delle prove assunte nel precedente giudizio, allorché la condanna risulti fondata su un errore di fatto «incontrovertibilmente emergente da quelle stesse prove». Ad avviso della Corte rimettente, la preclusione censurata violerebbe l'art. 24, quarto comma, della Costituzione, compromettendo il diritto della persona ingiustamente condannata ad ottenere senza limiti di tempo la rimozione della pronuncia di condanna. 2.- La questione è inammissibile. Nella formulazione del petitum, il giudice a quo coniuga due concetti tra loro antinomici: da un lato, l'errore di valutazione (la «diversa valutazione delle prove» - che nella prospettiva della Corte rimettente dovrebbe giustificare la revisione - è, infatti, quella destinata a correggere una precedente valutazione inesatta); dall'altro, l'errore di fatto. Alla luce di nozioni generalmente accolte - tanto in ambito processuale penale che processuale civile - l'errore di fatto, con riguardo ai provvedimenti giurisdizionali, è la falsa percezione da parte del giudice, per equivoco o svista, di quanto emergeva dagli atti del giudizio e che non soltanto era incontroverso, ma anche incontrovertibile. Si tratta, dunque, di un errore meramente percettivo, che non coinvolge in nessun modo l'attività valutativa e interpretativa di situazioni processuali esattamente colte dal giudice nella loro oggettività. Di contro, allorché il giudice ha esattamente percepito la realtà processuale, ma erra nell'attribuirle una determinata valenza probatoria in luogo di un'altra, si è di fronte ad un errore valutativo o di giudizio. È chiaro, dunque, che il primo tipo di errore esclude l'altro, e viceversa. 3.- Alla luce del tenore complessivo dell'ordinanza di rimessione, appare peraltro evidente come il risultato perseguito dal giudice a quo non sia quello di rendere emendabili tout court, in sede di revisione, gli errori di tipo valutativo: prospettiva nella quale l'infondatezza della questione risulterebbe palese, posto che la regola enunciata dall'art. 637, comma 1, cod. proc. pen. - in forza della quale il giudice della revisione «non può pronunciare il proscioglimento esclusivamente sulla base di una diversa valutazione delle prove assunte nel precedente giudizio» - ha una ratio solidissima, nella sua ovvietà. Se fosse possibile rimettere in discussione sine die gli apprezzamenti del materiale probatorio (già esistente) posti a base delle pronunce di condanna, i giudizi penali non avrebbero mai fine e rimarrebbe svuotato il concetto stesso di giudicato, il quale mira ad assicurare una tutela certa e stabile delle situazioni giuridiche, escludendo, con ciò, una condizione di perenne sindacabilità delle decisioni. L'obiettivo cui mira il giudice a quo è, per converso e nella sostanza, quello di rendere emendabili, tramite lo strumento della revisione, gli errori di fatto che abbiano avuto una influenza decisiva sulla pronuncia di condanna. In questa ottica, è peraltro dirimente il rilievo che l'errore addebitato, nel caso di specie, dalla Corte partenopea ai giudici del precedente giudizio non è, con tutta evidenza, un errore di fatto, ma un errore a carattere valutativo.