[pronunce]

- Si è costituito l'I.N.P.S., depositando memoria in cui sostiene l'inammissibilità e comunque l'infondatezza della questione. Sotto il primo aspetto, sostiene che il giudice rimettente avrebbe dato per scontata la rilevanza della questione, senza preventivamente domandarsi se sia consentito chiedere ora per allora il riconoscimento di un beneficio contributivo che avrebbe lo scopo principale ed esclusivo di incrementare l'occupazione attraverso un sostegno economico alle imprese. Nel merito, la questione sarebbe infondata, in quanto riconosciuta la legittimità di interventi di interpretazione autentica, essi non potrebbero ritenersi limitati ai casi in cui si fossero verificati contrasti giurisprudenziali. L'I.N.P.S. sottolinea, quindi, che l'interpretazione contraria all'applicabilità della fiscalizzazione degli oneri sociali al contratto di formazione e lavoro - alla quale esso si era attenuto - era stata fatta propria dal Governo, come risultava da una circolare del Ministero del lavoro del 4 ottobre 1993. D'altro canto, il legislatore avrebbe discrezionalità in materia di agevolazioni contributive "sulla base di autonomi parametri di bilancio e di politica legislativa". Per il caso, invece, che questo rilievo non si condivida, l'I.N.P.S. sostiene che un impedimento al legislatore ad introdurre la deroga attraverso una norma interpretativa o innovativa e retroattiva non potrebbe derivare dal principio dell'affidamento, posto che nella specie un affidamento nell'interpretazione difforme da quella accolta dal legislatore non vi sarebbe stato, come si evincerebbe anche dal fatto che l'attrice non aveva applicato il beneficio. Infine, non potrebbe impedirsi al legislatore di innovare retroattivamente una disciplina agevolativa. 2. - Con l'ordinanza iscritta al n. 643 del registro ordinanze del 2001, pronunciata il 12 maggio 2001, il Tribunale di Torino, in funzione di giudice del lavoro, ha sollevato anch'esso la questione di legittimità costituzionale dell'art. 68, comma 5, della legge n. 388 del 2000, in riferimento agli artt. 3, 101, 102 e 104 della Costituzione. L'ordinanza è stata resa nel giudizio promosso da una S.p.a. contro l'I.N.P.S., per ottenerne la condanna alla restituzione di contributi a suo dire indebitamente versati, fondando la pretesa per la quasi totalità della somma richiesta in restituzione, sull'applicabilità - con riferimento a contratti di formazione e lavoro - del regime di fiscalizzazione degli oneri sociali. L'I.N.P.S., costituitosi in giudizio, ha invocato la norma censurata, sostenendone l'efficacia retroattiva, in quanto norma di interpretazione autentica, e l'attrice ha replicato adducendo che la norma avrebbe invece carattere innovativo e non troverebbe applicazione ai rapporti sorti anteriormente alla sua emanazione. In subordine, ne ha eccepito l'incostituzionalità. Il rimettente, disattesa la replica, ha sollevato la questione di legittimità costituzionale, ritenendola rilevante e non manifestamente infondata. Al riguardo osserva anzitutto come fosse pacifico l'orientamento interpretativo che - per i contratti di formazione e lavoro - riteneva cumulabili i due benefici, della ridotta misura dei contributi gravanti sul datore di lavoro e della fiscalizzazione degli oneri sociali. La norma censurata non sarebbe, dunque, intervenuta a sanare alcun dissidio interpretativo. Afferma quindi che la Corte costituzionale ha ritenuto ammissibile "l'interpretazione, con efficacia retroattiva, di norme già esistenti", ritenendole non lesive degli artt. 101, 102 e 104 della Costituzione, a meno che esse non incidano sul giudicato già formatosi "o non siano intenzionalmente dirette ad incidere sui giudizi in corso" ed assoggettandole al sindacato di ragionevolezza. Richiama, quindi, la sentenza di questa Corte n. 402 del 1993, assumendo che essa avrebbe ritenuto ammissibile anche un intervento di interpretazione autentica motivato dall'intento di contrastare un'opzione interpretativa consolidatasi in senso divergente dalla linea di politica del diritto giudicata più opportuna dal legislatore, ma a condizione che la diversa interpretazione legislativamente imposta fosse ragionevolmente prospettabile come alternativa a quella consolidatasi. Ma tale presupposto non ricorrerebbe nel caso di specie, in quanto - come emergerebbe dalla giurisprudenza della Cassazione - l'orientamento favorevole all'applicabilità della fiscalizzazione costituiva l'unica soluzione interpretativa razionalmente prospettabile. Sulla base di tali motivazioni, il rimettente assume la violazione dell'art. 3 della Costituzione. Quanto alla violazione degli altri parametri, rileva che, essendo ormai cessato dal 1998 il beneficio della fiscalizzazione, il problema della cumulabilità si poneva solo per il passato: onde la norma censurata avrebbe avuto esclusivamente la finalità di intervenire su giudizi in corso. 2.1. - È intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri e si è costituito l'I.N.P.S. Le relative memorie sono di tenore identico rispetto a quelle depositate nel giudizio di cui all'ordinanza n. 642 del 2001. 2.2. - Si è costituita, altresì, la parte privata, depositando memoria, nella quale - dopo un'ampia premessa ricostruttiva sull'evoluzione della normativa sui contratti di formazione e lavoro ed in particolare sul loro regime contributivo, nonché sulla fiscalizzazione degli oneri sociali - sostiene l'impossibilità di negare l'applicabilità della fiscalizzazione ai contratti di formazione e lavoro. Rileva, poi, che, intervenuto l'art. 3, quinto comma, del decreto-legge n. 726 del 1984, introdotto dalla legge di conversione n. 863 del 1984, l'equiparazione dei contratti di formazione e lavoro ai normali rapporti di lavoro subordinato avrebbe confermato che essi beneficiavano della fiscalizzazione. D'altro canto, l'intenzione del legislatore di consentire l'applicabilità della fiscalizzazione derivava dalla comunanza di scopi delle leggi sulla fiscalizzazione e di quelle sui contratti di formazione e lavoro, mirando le une e le altre a ridurre il costo del lavoro al fine di incrementare l'occupazione. Ne deriverebbe la conferma del carattere di norma innovativa della disposizione censurata, da riferire non solo all'art. 3 del decreto-legge n. 726 del 1984, ma anche agli artt. 5 del decreto-legge n. 173 del 1988 e 8, commi 1, 2 e 3, della legge n. 407 del 1990. A sostegno della fondatezza della questione in relazione all'art. 3 della Costituzione, richiama poi una serie di decisioni di questa Corte, per desumerne il principio che quando il legislatore definisce interpretativa una norma innovativa, conferendole efficacia retroattiva, sarebbe violato l'art. 3 Cost., sotto il profilo della ragionevolezza.