[pronunce]

2.- È intervenuto nel giudizio, col patrocinio dell'Avvocatura generale dello Stato, il Presidente del Consiglio dei ministri, chiedendo che la questione di legittimità costituzionale sollevata dal rimettente sia dichiarata inammissibile o, comunque, infondata. 2.1.- Ad avviso dell'Avvocatura, l'inammissibilità della questione, per difetto di rilevanza, deriva dall'orientamento giurisprudenziale, ora prevalente, secondo il quale, ove il giudice fallimentare, come ogni altro giudice civile, rilevi lo stato di dissesto dell'imprenditore, ne deve fare segnalazione al pubblico ministero, il quale deve presentare istanza per la dichiarazione di fallimento. Rileva, pertanto, l'interveniente difesa che, attraverso il descritto meccanismo, frutto dell'applicazione degli artt. 6 e 7 legge fall. , il potere di attivare ex officio la procedura fallimentare non è stato sottratto al giudice fallimentare, ma esso deve essere esercitato attraverso l'intervento, comunque vincolato, del pubblico ministero. Pertanto, come segnalato dall'Avvocatura, l'esito del giudizio a quo non dovrebbe essere la semplice dichiarazione di inammissibililità dell'istanza di fallimento presentata dai componenti il collegio sindacale della società fallenda, ma, ricorrendone - come dichiarato dal Tribunale rimettente - tutti gli altri presupposti, la segnalazione della situazione al pubblico ministero affinché questi presenti l'istanza di fallimento. 2.2.- Secondo la difesa erariale, l'ordinanza di rimessione presenterebbe anche un ulteriore profilo di inammissibilità; infatti, pur richiamando quale unico parametro di legittimità costituzionale violato l'art. 77 Cost., essa non solleva la questione sulla base di una presunta "assenza di delega", invocando, invece, un vizio di "eccesso di delega" che avrebbe richiesto, ove fosse stato indicato, quale parametro di giudizio, anche l'art. 76 Cost. Con riferimento all'unico parametro espressamente evocato, la questione sarebbe infondata, in quanto la modifica normativa disposta con la norma censurata rientrerebbe nell'alveo della delega di cui alla legge n. 80 del 2005. Infatti, posto che l'oggetto dell'intervento legislativo delegato riguarda la «riforma organica delle procedure concorsuali», non può certamente sostenersi che la modifica all'art. 6 legge fall. sia stata adottata in assenza di delega. Prosegue la parte pubblica sostenendo che, al massimo, si sarebbe potuto dubitare di un eccesso di delega, peraltro non riscontrabile in concreto, ma ciò avrebbe comportato la evocazione del parametro costituito dall'art. 76 Cost. 2.3.- L'Avvocatura aggiunge che, ove non si volesse accedere alla dichiarazione di inammissibilità per non essere stato specificamente evocato il suddetto parametro, l'indagine relativa alla sussistenza del vizio ora citato condurrebbe ad una pronunzia di infondatezza. Infatti, ricordata la giurisprudenza della Corte in tema di violazione dell'art. 76 Cost., in base alla quale è necessario svolgere due processi ermeneutici paralleli, l'uno volto ad accertare l'ampiezza della delega, l'altro a verificare se la norma delegata è ricompresa in tale ampiezza, l'interveniente precisa che l'attuazione della delega consente, secondo la giurisprudenza costituzionale, al legislatore delegato di fare uso di un certo margine di discrezionalità, ove ciò serva a sviluppare e completare i termini della delega conferita. Trasferendo tali principi al caso in esame risulterebbe, ad avviso dell'Avvocatura, che l'attuazione delle delega legislativa de qua prevedrebbe non solo il rispetto dei principi e dei criteri direttivi elencati al comma 6 dell'art. 1 della legge n. 80 del 2005, ma, più ampiamente, l'esercizio di un'opera di riforma organica del sistema delle procedure concorsuali intesa a realizzarne, fra l'altro, il «necessario coordinamento con le altre disposizioni vigenti», presupponendosi con ciò non solo la possibilità di una complessiva revisione «volta a rimodellare dalle fondamenta una disciplina adottata in tempi risalenti», ma anche la possibilità di intervenire al di là di principi e criteri direttivi contenuti nella legge di delega, ove ciò contribuisca a dettare una disciplina coordinata col sistema giuridico vigente. Ciò posto, la difesa dello Stato rileva che, non essendo denunciata la violazione dei criteri di delega, è evidente che nella prospettazione del rimettente non è ipotizzato alcun contrasto fra principi applicati e criteri dettati, ma, semmai, solo la "eccedenza" dei primi rispetto ai secondi. Tuttavia, prosegue l'Avvocatura dello Stato, neppure questa è ravvisabile, in quanto la mitigazione del potere del Tribunale di promuovere autonomamente la procedura fallimentare deve essere vista nell'ottica sia del coordinamento della disciplina in questione con generale principio processuale per cui ne procedat iudex ex officio sia del parziale ridimensionamento del ruolo dell'autorità giudiziaria nella procedura fallimentare. Soggiunge, ancora, la difesa erariale che, sebbene la Corte costituzionale con la sentenza n. 240 del 2003 abbia escluso che il potere del tribunale fallimentare di aprire motu proprio la procedura violasse il principio di terzietà ed imparzialità del giudice, tuttavia non può negarsi che attraverso la rimozione di tale potere si realizza la legittima opera di coordinamento della normativa in esame con quella restante. D'altra parte, anche nella citata sentenza n. 240 si attribuiva alla discrezionalità del legislatore la scelta fra il riconoscimento al giudice del potere officioso di attivare la procedura e quello di riferire l'esistenza dello stato di insolvenza ad altro organo che, a sua volta, promuova la procedura. Anche sotto il descritto profilo, pertanto, la questione sarebbe infondata.1.- Il Tribunale ordinario di Milano, sezione fallimentare, dubita della legittimità costituzionale dell'articolo 4 del decreto legislativo 9 gennaio 2006, n. 5 (Riforma organica della disciplina delle procedure concorsuali a norma dell'articolo 1, comma 5, della legge 14 maggio 2005, n. 80), nella parte in cui, nel sostituire l'art. 6 del regio decreto 16 marzo 1942, n. 267 (Disciplina del fallimento, del concordato preventivo e della liquidazione coatta amministrativa) [d'ora in poi: legge fall.], ha espunto la previsione secondo la quale il fallimento poteva essere dichiarato - oltre che su ricorso del debitore o di uno o più creditori ovvero su richiesta del pubblico ministero - «d'ufficio». 1.1.- Ad avviso del giudice rimettente, la disposizione in tal modo introdotta dal legislatore delegato, non trovando fondamento nei principi e criteri direttivi contenuti nell'art. 1, commi 5 e 6, della legge 14 maggio 2005, n. 80 (Conversione in legge, con modificazioni, del decreto legge 14 marzo 2005, n. 35, recante disposizioni urgenti nell'ambito del Piano di azione per lo sviluppo economico, sociale e territoriale.