[pronunce]

e, per altro verso, ne esclude l'applicazione se non nei limiti delle norme espressamente richiamate, che sono - in sostanza - quelle più favorevoli all'amministrazione. La difesa della parte privata sottolinea il mancato richiamo alle disposizioni dettate per il dissesto degli enti locali riguardo alla costituzione della massa attiva, necessario per fare fronte al pagamento dei debiti, con la previsione, di segno contrario, secondo cui «tutte le entrate di competenza dell'anno 2008 sono attribuite alla gestione corrente di Roma Capitale, ivi comprese quelle riferibili ad atti e fatti antecedenti all'anno 2008, purché accertate successivamente al 31 dicembre 2007». Il sistema così delineato risulterebbe illegittimo quanto meno per contrasto con gli artt. 3, 41, e 42 Cost. 9.3.- Discorso a sé, poi, varrebbe per la disposizione contenuta nell'art. 4, comma 8-bis, del d.l. n. 2 del 2010, che avrebbe natura di legge provvedimento, innovativa con efficacia retroattiva. La ratio legis della norma sarebbe chiaramente individuabile nella tutela di un interesse particolare, quello dell'Ente, «incidendo intenzionalmente su un numero limitato di soggetti (tra tutti i creditori del Comune di Roma, già hortus clausus, quelli che non hanno visto il loro credito all'interno del piano di rientro approvato con dPCm del 5 dicembre 2008 perché a tale data non ancora accertato giudizialmente o comunque liquidato), sui giudizi in corso e sui diritti di credito accertati in giudizio prima della sua entrata in vigore». 10.- Con atto depositato il 4 dicembre 2012, si è costituita in giudizio Roma Capitale, in persona del sindaco pro-tempore, e ha concluso per il rigetto delle questioni, con argomentazioni in tutto identiche a quelle svolte nell'atto di costituzione depositato nel giudizio r.o. n. 265 del 2011, alla cui sintesi si può rinviare. 11.- Con atto depositato il 4 dicembre 2012, è intervenuto in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, ed ha chiesto che le questioni siano dichiarate inammissibili o, comunque, infondate. 11.1.- La difesa statale riepiloga le censure prospettate dal rimettente e, con riguardo a quelle formulate per relationem all'ordinanza n. 5492 del 2011 del Consiglio di Stato (r.o. n. 265 del 2011), richiama le osservazioni e le deduzioni depositate nel giudizio incidentale introdotto dalla citata ordinanza, allegando copia del relativo atto difensivo. 11.2.- Quanto alle ulteriori questioni prospettate dal TAR Lazio in riferimento agli artt. 41, primo e secondo comma, e 42, secondo comma, Cost., la difesa statale evidenzia che la premessa del ragionamento svolto dal rimettente sarebbe smentita proprio dalle affermazioni contenute nell'ordinanza del Consiglio di Stato, secondo cui, con la normativa censurata, «non si attua un disconoscimento del diritto, accertato dal giudice, né una incisione sul suo contenuto». Le norme censurate avrebbero introdotto, infatti, una diversa modalità di esercizio del diritto, che, seppure più gravosa per i creditori, non potrebbe essere ritenuta di per sé irragionevole, in quanto finalizzata ad assicurare il raggiungimento degli obiettivi strutturali di risanamento della finanza dell'Ente (è richiamata la sentenza n. 155 del 1994 della Corte costituzionale). 11.3.- A parere della difesa statale, non sussisterebbe la violazione degli artt. 24, primo comma, 25, secondo comma, e 113 Cost., in quanto le norme censurate non impediscono a coloro i quali vantino un credito certo, liquido ed esigibile, sorto anteriormente al 28 aprile 2008, di agire per ottenerne l'adempimento, ma impongono di procedere secondo determinate modalità e al fine di consentire all'Amministrazione una ordinata liquidazione delle poste passive, senza disperdere le energie nel fronteggiare le molteplici, sparse iniziative dei creditori. Si dovrebbe inoltre considerare che, nella procedura di «esecuzione collettiva» nei confronti di un ente pubblico, i creditori conseguono maggiori possibilità di soddisfacimento del credito perché possono fare affidamento anche sul contributo concesso dallo Stato. 11.4.- La difesa statale contesta, infine, la fondatezza della censura prospettata in riferimento all'art. 97 Cost., evidenziando come, al contrario, il principio di buon andamento della pubblica amministrazione imponga la temporanea immunità dalle azioni esecutive individuali, per consentire all'amministrazione di raggiungere condizioni strutturali di riequilibrio della gestione finanziaria, garantendo, al contempo, la «parità di trattamento tra i creditori anteriori al momento di apertura della gestione commissariale». 12.- In data 10 maggio 2013, la difesa di Roma Capitale ha depositato memoria con la quale ribadisce quanto già evidenziato nell'atto di costituzione, svolgendo argomenti identici a quelli rappresentati nella memoria depositata in pari data nel giudizio r.o. n. 265 del 2011, alla cui sintesi si rinvia. 13.- In data 13 maggio 2013, la difesa della Bindi Pratopronto s.a.s. ha depositato memoria illustrativa, nella quale illustra ulteriormente gli argomenti già svolti nell'atto di costituzione a sostegno della rilevanza delle questioni sollevate per la definizione del giudizio a quo. 13.1.- La difesa della società ribadisce l'anomalia della normativa dettata per il commissariamento del Comune di Roma, rispetto alla disciplina sul dissesto degli enti locali, con riguardo in particolare alla costituzione della massa attiva. La nuova normativa si sarebbe limitata a demandare ad un decreto del Presidente del Consiglio dei ministri l'individuazione delle coperture necessarie per l'attuazione del piano di rientro «nei limiti delle risorse allo scopo destinate a legislazione vigente». In questo modo, assume la stessa difesa, «ai creditori del Comune di Roma non solo non è consentita l'aggressione e liquidazione del patrimonio del Comune neppure nell'ambito della procedura concorsuale», ma non sarebbe noto se e quando, nonché in quale misura, i crediti inseriti nel piano di rientro possano essere soddisfatti. Le norme censurate, infatti, non avrebbero stabilito alcun criterio, nemmeno temporale, «di trasparente liquidazione dei creditori», non richiamerebbero il principio della par condicio creditorum, e, in definitiva, avrebbero reso il Commissario liquidatore legibus solutus, come dimostrato dal fatto che lo stesso avrebbe «provveduto a liquidare i creditori in modo frammentario». Il sistema così configurato risulterebbe gravemente lesivo del principio di uguaglianza, «creando disparità di trattamento tra creditori, in conseguenza del nome del debitore e del fatto se il credito sia o meno liquido ed esigibile», della certezza dei rapporti giuridici e del principio di affidamento. 13.2.- Quanto all'art. 4, comma 8-bis, del d.l. n. 2 del 2010, la difesa della società ribadisce trattarsi di disposizione solo apparentemente interpretativa, che, in realtà, avrebbe riscritto la disciplina dettata dall'art. 78 del d.l. n. 112 del 2008.