[pronunce]

poiché alle lavoratrici domestiche non è concessa alcuna indennità in caso di malattia, è chiaro che la norma impugnata è in realtà una norma "di favore", che consente a determinate (ragionevoli) condizioni di accedere ad una prestazione economica dalla quale detta lavoratrice dovrebbe restare esclusa. Ed è innegabile, d'altra parte, che il rapporto di lavoro domestico, proprio per le sue caratteristiche, si presta obiettivamente ad essere costituito in modo fittizio, al solo scopo di ottenere l'invocata tutela per la maternità.1. - La Corte d'appello di Venezia ha sollevato, in riferimento agli artt. 3, 37 e 38 Cost., questione di legittimità costituzionale dell' art. 4 del decreto del Presidente della Repubblica 31 dicembre 1971, n. 1403, nella parte in cui subordina il diritto all'indennità di maternità delle addette ai servizi domestici alla condizione che, per la lavoratrice interessata, risultino versati o dovuti dal datore di lavoro cinquantadue contributi settimanali nel biennio oppure ventisei nell'anno precedente il periodo di astensione obbligatoria dal lavoro. Secondo il giudice remittente la specialità del lavoro domestico non giustifica la subordinazione dell'acquisizione del diritto all'indennità di maternità ad un'anzianità contributiva, sicché la norma che tale requisito prevede è in contrasto, anzitutto, con l'art. 3 Cost., in quanto irragionevolmente assoggetta le collaboratrici domestiche ad un regime deteriore rispetto a quello valevole per le altre lavoratrici. La norma censurata, ad avviso del remittente, contrasta inoltre con gli artt. 37 e 38 Cost., in quanto non assicura alla madre ed al nascituro la protezione ed i mezzi adeguati alle loro esigenze di vita. 2. - La questione non è ammissibile. Il sistema vigente relativo alla concessione dell'indennità di maternità per le lavoratrici domestiche - che continua a fondarsi sulle norme del d.P.R. n. 1403 del 1971, sopravvissute anche all'entrata in vigore del testo unico di cui al decreto legislativo 26 marzo 2001, n. 151, come risulta dagli artt. 62 e 85, comma 2, lettera a), del medesimo - si connota per alcune indubbie peculiarità. L'indennità di maternità di cui all'art. 15 della legge 30 dicembre 1971, n. 1204, oggi confluito nell'art. 22 del d.lgs. n. 151 del 2001, viene concessa a tali lavoratrici soltanto per il periodo di astensione obbligatoria (definito "congedo di maternità", v. artt. 2 e 62 del citato testo unico), ed a condizione che siano stati versati o comunque siano dovuti ventisei contributi settimanali nell'ultimo anno o cinquantadue nell'ultimo biennio precedente il momento in cui la lavoratrice ha diritto all'astensione, anche se non sia in corso un rapporto di lavoro. Alle altre lavoratrici, invece, l'indennità è concessa, in linea di massima, senza riferimenti a requisiti contributivi; tuttavia, in caso di sospensione, assenza dal lavoro ovvero disoccupazione, detta provvidenza viene erogata a condizione che, tra il momento di uscita dal circuito lavorativo (per i motivi di cui sopra) e l'inizio del periodo di congedo per maternità, non siano decorsi, di norma, più di sessanta giorni (c.d. contiguità con il rapporto di lavoro). A tali peculiarità concernenti il conseguimento del diritto sono necessariamente collegate le modalità per il computo e l'erogazione della prestazione previdenziale. Infatti, per la generalità delle lavoratrici il dato fondamentale è costituito "dalla retribuzione media globale giornaliera percepita nel periodo di paga quadrisettimanale o mensile scaduto ed immediatamente precedente a quello in corso del quale ha avuto inizio l'astensione obbligatoria dal lavoro per maternità" (art. 16 della legge n. 1204 del 1971, ora trasfuso nell'art. 23 del d.lgs. n. 151 del 2001). Per le collaboratrici domestiche, invece, anzitutto il combinato disposto degli artt. 4 e 10 del d.P.R. n. 1403 del 1971 stabilisce che si accreditano alla lavoratrice tanti contributi settimanali quante sono le settimane di lavoro per ciascun trimestre solare, "sempreché per ciascuna settimana risulti una contribuzione media corrispondente ad un minimo di ventiquattro ore lavorative"; diversamente si provvede col conteggio indicato nell'art. 10, secondo comma. L'ultimo comma dell'impugnato art. 4, poi, prevede che la retribuzione giornaliera da assumere come parametro per la determinazione dell'indennità è pari alla sesta parte della media delle retribuzioni convenzionali settimanali comprese nel biennio antecedente l'inizio del periodo del congedo di maternità. D'altra parte, la non estensibilità alle collaboratrici domestiche del divieto assoluto di licenziamento nel periodo di gravidanza e puerperio, stabilito per la generalità delle lavoratrici dall'art. 2 della legge n. 1204 del 1971 - non estensibilità della quale questa Corte ha costantemente escluso l'illegittimità costituzionale (v. sentenze n. 86 del 1994, n. 9 del 1976 e n. 27 del 1974) - giustifica il fatto che il diritto delle lavoratrici domestiche non sia subordinato al requisito della contiguità del periodo di congedo al rapporto di lavoro. Da quanto è stato rilevato risulta che il condizionamento del diritto all'indennità di maternità al requisito contributivo, stabilito dalla norma censurata, è elemento non isolabile della complessa disciplina che regola la prestazione in oggetto con riguardo sia alle specificità del rapporto di lavoro domestico, sia alle caratteristiche del rapporto previdenziale che da questo deriva. Ne consegue che, mentre l'intervento di questa Corte, limitato alla disposizione censurata, altererebbe la coerenza del sistema rendendolo inapplicabile nel suo complesso, una sentenza additiva, peraltro neppure prospettata dal remittente, comportando scelte non vincolate dai precetti costituzionali, costituirebbe una indebita intromissione nei poteri del legislatore.. per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE Dichiara inammissibile la questione di legittimità costituzionale dell'art. 4 del decreto del Presidente della Repubblica 31 dicembre 1971, n. 1403 (Disciplina dell'obbligo delle assicurazioni sociali nei confronti dei lavoratori addetti ai servizi domestici e familiari, nonché dei lavoratori addetti a servizi di riassetto e di pulizia dei locali), sollevata, in riferimento agli articoli 3, 37 e 38 della Costituzione, dalla Corte d'appello di Venezia con l'ordinanza di cui in epigrafe. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, l'8 luglio 2002. Il Presidente: Ruperto Il redattore: Amirante Il cancelliere: Di Paola Depositata in cancelleria il 12 luglio 2002. Il direttore della cancelleria: Di Paola