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in molti Paesi, prostrati dalle politiche di austerity , la disaffezione verso le politiche europee è diventata disaffezione verso la stessa idea di Europa, e in alcuni casi persino di democrazia; i conflitti nazionali non vengono più mediati ma incanalati inconsapevolmente nelle fitte maglie della burocrazia europea, che è diventata portavoce di specifici interessi economici e nazionali. La nave Europa sta affondando, e chi ha portato l'Unione europea sull'orlo del baratro rifiuta di assumersene la responsabilità e demonizza chi, invece, rappresenta, in forme democratiche e costruttive, un malcontento popolare che altrimenti si tradurrebbe in fenomeni tutt'altro che pacifici. (Applausi dal Gruppo L-SP-PSd'Az) . Le politiche di austerity sono le principali responsabili di quanto accaduto, ma non possiamo fingere di ignorare che se quelle politiche sono state applicate è perché un asse internazionale franco-tedesco ha fino ad oggi monopolizzato, con grande vantaggio suo e altrettanto grande svantaggio altrui, qualsiasi azione concreta dell'Unione europea, trovando negli altri Paesi classi politiche subalterne, prive di una visione d'insieme che sapesse dimostrarsi costruttiva, o troppo deboli per imporre sulla scacchiera internazionale le giuste rivendicazioni di un popolo sovrano. Pensare che un apparato burocratico in mano ai tedeschi e ai francesi faccia gli interessi degli italiani, degli spagnoli o dei greci è una illusione che solamente chi è in malafede o sprovveduto può coltivare. Questo è il grande problema dell'Europa: ridefinire, nell'interesse di tutti, una struttura che conviene soltanto a pochi. I popoli chiedono un cambiamento, la politica deve saperlo interpretare e portare a compimento, garantendo la democrazia e la pacificazione dei contrasti. Soprattutto, la politica non può negare la necessità di un cambiamento dell'Unione perché chi, al contrario, si arrocca su posizioni di retroguardia, pretendendo di dare le brioche al popolo privo di pane, contribuisce a minare alle fondamenta le garanzie democratiche degli Stati di diritto europei. Basti osservare che cosa sta accadendo in Francia con la rivolta dei gilet gialli: Macron ha festeggiato la vittoria alle presidenziali con l'Inno alla gioia e ora si trova delegittimato da una rivolta popolare che mette a ferro e fuoco l'intero Paese. Anche noi, nel giorno in cui discutiamo due procedure di infrazione e tre EU Pilot, ci troviamo immersi nella grande contraddizione europea: ci sono commissari europei che nel loro Paese hanno attualmente meno voti di quanti ne possiede qualsiasi sindaco di un Comune italiano di medie dimensioni, ma pretendono di incarnare il rigore e l'austerità, imponendo a milioni di italiani un programma politico rifiutato nelle urne del marzo scorso. Lo fanno in nome di regole sovranazionali, come quelle mediate dalla legge europea oppure rappresentate dall'obiettivo dell'equilibrio di bilancio o dal fiscal compact , che non hanno più alcuna legittimità, che hanno dimostrato di essere dannose per l'Italia e per la maggior parte dei Paesi dell'Eurozona e che i popoli chiedono fortemente di cambiare. Sono regole e normative che devono essere scardinate con la più grande rivoluzione possibile, quella che i cittadini fanno dentro le urne con il proprio voto. (Applausi dai Gruppi L-SP-PSd'Az e M5S). Fino a quel momento ci troveremo costretti a muoverci dentro di esse, battendoci per ottenere il massimo per l'Italia e pronunciando sonori «no», in risposta a quelle istituzioni che in passato hanno trovato un'Italia rassegnata a dire soltanto «sì». Anche in questo disegno di legge europea abbiamo saputo dire molti no, pur rimanendo all'interno del perimetro legislativo che abbiamo ereditato e che solamente un'importante azione futura nelle sedi europee potrà modificare di concerto con gli altri popoli. Siamo fiduciosi che le nostre istanze mirate a un cambio di rotta economico, contrassegnato dall'espansione e dal sostegno alle fasce deboli, vengano accolte nel loro impianto fondamentale dall'Unione europea. Sarebbe però preferibile che tutto il Parlamento italiano, e non soltanto la sua parte maggioritaria, si battesse con forza in nome dell'interesse nazionale, rivendicando il ruolo italiano di seconda manifattura d'Europa, di Paese contributore netto dell'Unione, di principale detentore di patrimonio artistico e culturale, che non può accettare ingerenze immotivate o pregiudiziali. (Applausi dal Gruppo L-SP-PSd'Az) . Purtroppo l'interesse nazionale, per alcuni, è ormai fuori moda e rattrista vedere partiti politici che in passato hanno subìto sulla loro pelle l'arroganza internazionale essere oggi più realisti del re. Forse la convenienza porta da quella parte, ma dovrebbe esserci qualcosa di più grande del campanilismo a tenerci uniti. Concludendo Presidente, non dobbiamo rinunciare all'idea di Europa, della grande casa al cui interno possiamo meglio affrontare le sfide e le competizioni del futuro, ma dobbiamo riconoscere che questa Europa dei cavilli, dello spread , delle ingerenze straniere, delle sudditanze ideologiche, non è la nostra Europa. (Applausi dal Gruppo L-SP-PSd'Az) . La nostra Europa affonda le sue radici indietro nei secoli ed è fonte di ispirazione per una ricostruzione dell'edificio comunitario, mentre la loro è diventata l'incubo di un sogno che tutti noi nutriamo ancora. Abbiamo dunque la responsabilità di riformarla, di preservare quel sogno e il voto sulla legge europea 2018 non fa che aumentare ulteriormente il senso di quella responsabilità. La maggioranza parlamentare ha le idee chiare a tal proposito: ci vuole un'Europa politica, una Banca centrale che sia prestatore di ultima istanza, una deregolamentazione negli ambiti meno importanti e una maggiore integrazione in quelli fondamentali. Non siamo il malato d'Europa, Presidente, siamo l'esempio che gli altri popoli seguiranno presto per dare alla luce una nuova Europa con meno diseguaglianze, più economia reale, e una forte ripresa valoriale. Grazie. (Applausi dai Gruppi L-SP-PSd'Az e M5S. Congratulazioni). PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Giammanco. Ne ha facoltà. GIAMMANCO (FI-BP) . Signor Presidente, il Gruppo Forza Italia ha presentato una risoluzione sui documenti oggi in discussione, con l'intenzione di introdurre dei paletti fermi su quella che dovrebbe essere la relazione del nostro Paese con l'Europa e, quindi, la politica di Governo in sede comunitaria. È di tutta evidenza che l'Unione europea è ormai un punto di riferimento, una realtà consolidata da cui è impensabile uscire per vari motivi che non starò qui ad elencare. Non si può, però, non ricordare il fatto che, pur con i suoi limiti, sicuramente l'Unione europea ha garantito settant'anni di pace al nostro Continente. (Applausi dal Gruppo FI-BP) . È quindi impensabile non fare delle riflessioni su questo e dare per scontata la pace nel nostro Continente, perché appunto non lo è. Servono sicuramente meno burocrazia e meno rigidi paletti.