[pronunce]

Mancuso e “della conseguente lettura sotto tale univoco segno degli atti parlamentari” - del fatto che egli, nella qualità di Ministro di grazia e giustizia, ha disposto apposite ispezioni ministeriali presso le Procure di Milano e di Palermo, a causa delle quali è stato destinatario della mozione di sfiducia individuale messa a votazione nominale dal Senato della Repubblica nella seduta del 19 ottobre 1995.1. - Il Giudice dell'udienza preliminare del Tribunale di Roma ha sollevato conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato nei confronti della Camera dei deputati a seguito della deliberazione, adottata dall'Assemblea nella seduta del 18 gennaio 2000 (atti Camera, doc. IV-quater, n. 99), con la quale è stata approvata la proposta della Giunta per le autorizzazioni a procedere di dichiarare che i fatti per i quali è in corso il procedimento penale nei confronti del deputato Filippo Mancuso concernono opinioni espresse dal parlamentare nell'esercizio delle sue funzioni ai sensi dell'art. 68, primo comma, della Costituzione. Il giudice ricorrente rammenta che l'on. Mancuso è imputato di diffamazione a mezzo stampa, in relazione a dichiarazioni rese a giornalisti in occasione di un convegno di partito, tenutosi in Benevento nel giugno 1997, e riprese sia dall'agenzia ANSA, sia da vari quotidiani, ritenute offensive della reputazione dei Procuratori della Repubblica di Palermo e di Milano, dott. Gian Carlo Caselli e dott. Francesco Saverio Borrelli. Le dichiarazioni oggetto dell'incriminazione, così come contestate nel capo di imputazione, sono quelle di seguito riportate: “La continua pioggia di dichiarazioni rilasciate dai P.M. di Milano e Palermo, di queste due tribune eversive, è un atto che, considerato nella sua gravità, rappresenta un dato del costume negativo del Paese […] si tratta di delitti morali, politici da parte di una congrega di personaggi la quale, priva di cultura del diritto e di senso dello Stato, dà fuori con attività che si possono considerare autenticamente terroristiche”. Ad avviso del Giudice dell'udienza preliminare (GUP) del Tribunale di Roma, mentre le affermazioni concernenti la valutazione delle dichiarazioni delle anzidette Procure della Repubblica come dati del “costume negativo del paese” sarebbero da intendere “quale critica funzionalmente connessa all'attività di parlamentare”, non potrebbero invece ricondursi a tale ambito la definizione di “tribune eversive” riferita alle due procure, l'attribuzione sostanziale alle stesse della commissione di “delitti morali e politici”, la qualificazione di organi che esercitano la funzione giurisdizionale quale “congrega di personaggi”, l'attribuzione a tali organi, oltre che dell'“assenza di cultura del diritto e di senso dello Stato”, anche dello svolgimento di attività “autenticamente terroristiche”. Secondo il ricorrente, queste ultime affermazioni esorbiterebbero dal contesto delle altre dichiarazioni e rappresenterebbero “una polemica diretta con tutte le attività svolte dalle suddette procure […] finendo per attribuire ad organi investiti della potestà repressivo-punitiva dello Stato la commissione di delitti contro la collettività”. Di qui la proposizione del conflitto di attribuzione avverso la delibera di insindacabilità del 18 gennaio 2000, che sarebbe stata adottata in assenza dei presupposti richiesti dall'art. 68, primo comma, Cost., con conseguente illegittima interferenza nelle attribuzioni dell'autorità giudiziaria. 2. - Deve essere preliminarmente dichiarata l'infondatezza delle eccezioni di inammissibilità proposte dalla Camera dei deputati. 2.1. - Con una prima eccezione si lamenta l'assoluta incertezza circa il soggetto che ha sollevato il conflitto. Dalla lettura del ricorso risulta però evidente che il giudice confliggente è il GUP del Tribunale di Roma e non già il Giudice per le indagini preliminari (GIP). Ciò in quanto, sebbene nell'intestazione dell'atto si faccia riferimento anche all'ufficio del GIP e sebbene nel dattiloscritto in calce all'atto lo scrivente così si identifichi, la parte espositiva del ricorso, assai puntuale nel descrivere il processo dal quale è originato il conflitto, chiarisce che il ricorrente procede come GUP e che il conflitto è stato sollevato proprio in sede di udienza preliminare. 2.2. - Ci si duole poi del fatto che, avendo il ricorrente proceduto ad una prima notifica del ricorso alla Camera dei deputati, nonché a notifica nei confronti del Presidente del Consiglio dei ministri e del Senato della Repubblica, antecedentemente al deposito del ricorso stesso presso la Corte costituzionale necessario all'instaurazione della fase di ammissibilità, lo schema legale del conflitto di attribuzione tra poteri sarebbe stato sovvertito, coinvolgendo soggetti ad esso estranei e provocando incertezze anche sul “tipo di conflitto che il giudice ha inteso avanzare”. Contrariamente a quanto reputa la Camera, non vi è dubbio che il ricorso sia stato proposto per attivare un giudizio per conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato avverso la delibera di insindacabilità concernente le dichiarazioni rese dal deputato Mancuso ed oggetto di procedimento penale. Né incertezze sul tipo di giudizio può suscitare la pluralità di notificazioni effettuate dal ricorrente ancor prima della delibazione di ammissibilità alla quale questa Corte deve procedere senza contraddittorio ai sensi dell'art. 37 della legge 11 marzo 1953, n. 87; le predette notificazioni sono infatti ultronee, ma non hanno alcun effetto invalidante sui successivi atti del giudizio. 2.3. - Si sostiene, ancora, che la sopravvenienza, nelle more del giudizio, della legge 20 giugno 2003, n. 140, recante disposizioni di attuazione dell'art. 68 Cost., il cui art. 3, comma 1, è di immediata applicazione, dovrebbe comportare la “rivalutazione” da parte del giudice ricorrente “della effettiva sussistenza nella specie dei presupposti per l'elevazione del conflitto”. Ma, come ha chiarito questa Corte nella sentenza n. 120 del 2004, la predetta disposizione non altera il contenuto dell'art. 68, primo comma, Cost.; non si pone, dunque, per il ricorrente alcuna necessità di rivalutare i presupposti sostanziali del conflitto. 2.4. - Un'ulteriore eccezione della Camera concerne l'asserita inammissibilità del ricorso per mancata indicazione del petitum. Il ricorrente nega che la delibera di insindacabilità della Camera dei deputati sia fondata sui presupposti richiesti dall'art. 68, primo comma, Cost. e, conseguentemente, denuncia un'illegittima interferenza nelle attribuzioni dell'autorità giudiziaria. Ciò è sufficiente ad esplicitare la sostanza della “pretesa” che il giudice confliggente introduce nel presente giudizio, ponendo questa Corte in condizione di deliberare sul merito del conflitto (art. 38 della legge n. 87 del 1953). 2.5. - Con un'ultima eccezione la Camera dei deputati assume che il conflitto avrebbe una impostazione “anomala”, giacché alcune frasi pronunciate dall'on. Mancuso sarebbero riconducibili all'attività di parlamentare, mentre non lo sarebbero “talune singole parole […] che pure sono sintatticamente e logicamente connesse alla critica rivolta alla prassi delle esternazioni”.