[pronunce]

ORDINANZA ha pronunciato la seguentenei giudizi di legittimità costituzionale dell'art. 53, secondo comma, primo periodo, della legge 26 luglio 1975, n. 354 (Norme sull'ordinamento penitenziario e sull'esecuzione delle misure privative e limitative della libertà), promossi dal Magistrato di sorveglianza di Modena con ordinanze del 22 luglio (n. 3 ordinanze), del 19 e del 22 agosto 2009, rispettivamente iscritte ai nn. da 316 a 320 del registro ordinanze 2009 e pubblicate nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 2, prima serie speciale, dell'anno 2010. Visti gli atti di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri; udito nella camera di consiglio del 26 maggio 2010 il Giudice relatore Gaetano Silvestri.. Ritenuto che, con ordinanza del 22 luglio 2009 (r.o. n. 316 del 2009), il Magistrato di sorveglianza di Modena ha sollevato, in riferimento all'art. 3 della Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell'art. 53, secondo comma, primo periodo, della legge 26 luglio 1975, n. 354 (Norme sull'ordinamento penitenziario e sull'esecuzione delle misure privative e limitative della libertà), nella parte in cui, secondo l'interpretazione adottata dalla Procura generale della Corte di cassazione, non consente che siano concesse all'internato, sottoposto alla misura di sicurezza della casa di lavoro, più licenze quindicinali in via continuativa, finalizzate alla fruizione di un programma extramurario di risocializzazione; che il giudice a quo riferisce di dover decidere sulle istanze, presentate da un soggetto internato a far tempo dal 18 aprile 2008, presso la Casa di lavoro di Saliceta San Giuliano (Modena), in esecuzione della misura di sicurezza della casa di lavoro per la durata di due anni; che le istanze hanno ad oggetto la concessione di più periodi di licenza continuativi, finalizzati alla prosecuzione del rapporto di collaborazione con la facoltà di Scienza della formazione presso l'Università degli studi dell'Aquila; che la Direzione dell'istituto penitenziario ha espresso parere favorevole, rappresentando che l'internato si trovava in licenza da lungo tempo, che «durante questo periodo all'esterno [...] si è laureato a pieni voti ed ha iniziato una collaborazione di lavoro con l'Università», e che l'Ufficio esecuzione penale di Pescara, con precedenti note, ha valutato positivamente il percorso esterno dell'interessato; che il giudice a quo evidenzia come, in casi simili a quello odierno, fosse solito concedere più licenze di quindici giorni ciascuna, posto che, per un verso, gli internati non possono accedere alla misura alternativa dell'affidamento in prova, anche di carattere terapeutico, prevista dall'art. 94 del d.P.R. 9 ottobre 1990, n. 309 (Testo unico delle leggi in materia di disciplina degli stupefacenti e sostanze psicotrope, prevenzione, cura e riabilitazione dei relativi stati di tossicodipendenza), e che, per altro verso, non potrebbe essere concessa la licenza di riadattamento sociale, prevista dall'art. 53, secondo comma, secondo periodo, ord. pen. , della durata massima di trenta giorni all'anno, perché non finalizzata a scopi riabilitativi e incompatibile temporalmente con l'attuazione di un programma terapeutico; che, nel caso di specie, non sarebbe concedibile neppure la licenza finale di esperimento, prevista dal citato art. 53, primo comma, in riferimento agli ultimi sei mesi del periodo di internamento che precede il riesame di pericolosità, in quanto tale termine non è ancora maturato; che inoltre, prosegue il rimettente, a differenza di quanto accade per i detenuti semiliberi - per i quali, tra l'altro, la licenza si configura come istituto premiale ed incontra il limite di quarantacinque giorni all'anno -, nessuna disposizione di legge stabilisce un tetto massimo di licenze concedibili agli internati; che comunque, per questi ultimi, non rivestirebbe alcun significato la regola del rientro in istituto tra una licenza e l'altra, essendo gli stessi sottoposti ex lege alla libertà vigilata durante il periodo di licenza; che la concedibilità di licenze quindicinali continuative agli internati sarebbe confermata, a contrario, dalla disposizione contenuta nell'art. 30-ter, primo comma, ord. pen. , in tema di permessi premio, nella quale, oltre al già ricordato tetto massimo di fruibilità annua di quarantacinque giorni, è previsto il limite di durata di quindici giorni «ogni volta», con una precisazione che varrebbe proprio ad impedire la concessione dei permessi in via continuativa; che dunque, a parere del giudice a quo, una maggiore flessibilità nell'applicazione dello strumento della licenza, all'interno del sistema delle misure di sicurezza, andrebbe a compensare la mancata previsione di istituti corrispondenti a talune misure alternative alla detenzione, posto che «lo stesso risultato pratico non segregante può essere conseguito attraverso la strutturazione di licenze»; che, diversamente, si realizzerebbe una ingiustificata disparità di trattamento tra il detenuto - il quale può accedere a misure finalizzate a programmi terapeutici e di risocializzazione, lasciando l'istituto di detenzione anche molti anni prima del momento di fine-pena - e l'internato, il quale «dovrebbe rimanere necessariamente segregato (se gli è stata applicata la casa di lavoro per due anni) almeno un anno e sei mesi prima di poter accedere ad esperienze extramurarie continuative»; che, inoltre, nei casi in cui allo stesso soggetto debba essere applicata la misura di sicurezza della casa di lavoro dopo l'esecuzione di condanna a pena detentiva, e quest'ultima sia stata espiata in regime di affidamento in prova, si determinerebbe una ingiustificata interruzione del percorso di risocializzazione iniziato durante la fase di espiazione della pena, a fronte del carattere non retributivo della misura di sicurezza; che il rimettente procede ad elencare le molteplici situazioni che, secondo «una diffusa e ventennale interpretazione degli Uffici di sorveglianza», sarebbero ricomprese nel concetto di gravi esigenze, e dunque consentirebbero la concessione di licenze in via continuativa: il soggiorno e la frequentazione di parenti, il soggiorno in appartamento protetto, la sottoposizione a programma terapeutico presso il Sert ovvero presso comunità terapeutica, anche psichiatrica, l'assistenza a parenti handicappati ovvero affetti da gravi malattie, lo svolgimento di attività lavorativa;