[pronunce]

Ricorrerebbe, dunque, un primo vizio di costituzionalità per «palese violazione del principio di eguaglianza per disparità di trattamento», atteso che l'esclusione di soggetti comunque abilitati all'esercizio della professione forense integrerebbe una limitazione non fondata «su finalità o interessi coerenti e conformi alla Costituzione». Difatti, i titoli di ammissione al concorso dovrebbero essere individuati dal legislatore «nel rispetto dei canoni di ragionevolezza e coerenza», in modo da garantire l'osservanza «dei principi costituzionali di non discriminazione e di accesso ai pubblici uffici in condizioni di eguaglianza». Nel caso di specie, per contro, tali condizioni non risultano soddisfatte, sicché la Corte costituzionale - nel vagliare la ragionevolezza della censurata disposizione legislativa (scrutinio che implica «un apprezzamento di conformità tra la regola introdotta e la causa normativa che la deve assistere»; sentenza n. 89 del 1996) - non potrà che pervenire alla declaratoria di illegittimità della stessa. 2.2.- Ripropone, per il resto, la parte privata le ragioni - già fatte valere nel giudizio principale - volte a contestare la legittimità dell'impugnato bando di concorso nella parte in cui detta una previsione analoga a quella di cui all'articolo 2, comma 1, lettera f), del d.lgs. n. 160 del 2006.1.- Il Tribunale amministrativo regionale per il Lazio, sede di Roma, ha sollevato - in riferimento agli articoli 3, 51 e 104, primo comma, della Costituzione - questione di legittimità costituzionale dell'articolo 2, comma 1, lettera f), del decreto legislativo 5 aprile 2006, n. 160, recante «Nuova disciplina dell'accesso in magistratura, nonché in materia di progressione economica e di funzioni dei magistrati, a norma dell'articolo 1, comma 1, lettera a), della legge 25 luglio 2005, n. 150», come sostituito dall'articolo 1, comma 3, lettera b), della legge 30 luglio 2007, n. 111 (Modifiche alle norme sull'ordinamento giudiziario). 1.1.- Il remittente premette, in punto di fatto, di essere investito della domanda di annullamento, previa sospensione, del bando di concorso per esami a 500 posti di magistrato ordinario, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale, IV serie speciale, n. 23, del 21 marzo 2008. Deduce, inoltre, che l'articolo 2, lettera g), punto 6, del suddetto bando individua, quale requisito di ammissione al concorso, l'iscrizione del candidato all'albo degli avvocati. Ad avviso del giudice a quo tale prescrizione realizzerebbe una «ingiusta discriminazione» nei confronti di quei candidati che - come le ricorrenti nel giudizio principale - risultano aver conseguito l'abilitazione allo svolgimento della professione forense, ma che non vogliono o non possono iscriversi nel suddetto albo. Orbene, poiché la citata previsione del bando costituisce una «pedissequa riproduzione» dell'art. 2, comma 1, lettera f), del d.lgs. n. 160 del 2006, nel testo sostituito dall'art. 1, comma 3, lettera b), della legge n. 111 del 2007, il TAR del Lazio ha sollevato questione di legittimità costituzionale di tale norma, disponendo nel contempo l'ammissione delle ricorrenti, con riserva, al concorso, in attesa di «pronunzia definitiva sull'istanza cautelare», oltre che «della decisione di merito». 1.2.- Secondo il TAR remittente, la censurata disposizione legislativa violerebbe gli artt. 3, 51 e 104, primo comma, Cost., giacché subordinerebbe - in modo irragionevole - la partecipazione al concorso per magistrato ordinario ad «un requisito di ordine meramente formale», introducendo «una incomprensibile, e ingiusta, barriera frapposta a soggetti» (coloro i quali abbiano conseguito l'abilitazione allo svolgimento della professione forense, senza essere però iscritti nell'albo degli avvocati) che pure «posseggono una formazione tecnica omogenea a quella richiesta per l'esercizio della funzione cui aspirano». L'irragionevolezza della norma sarebbe resa evidente, innanzitutto, dal fatto che la «valenza puramente formale» dell'iscrizione all'albo nulla aggiungerebbe «alla particolare qualificazione e/o esperienza richiesta agli aspiranti magistrati ordinari che hanno conseguito l'abilitazione, atteso che l'iscrizione medesima non è subordinata all'effettivo esercizio della professione di avvocato e non postula, quindi, nemmeno l'attualità dell'esperienza dalla stessa derivante». Il carattere irragionevole della disposizione censurata sarebbe reso evidente, altresì, dalla circostanza che «la peculiare formazione degli abilitati all'esercizio della professione forense è omogenea o comunque affine a quella richiesta al magistrato, laddove, viceversa, l'accesso al concorso è consentito anche ai possessori di titoli che non necessariamente denotano il possesso di peculiari competenze tecniche (come i funzionari e dirigenti amministrativi aventi l'anzianità prescritta) ovvero ancora hanno natura prettamente scientifica (come i dottori di ricerca)». Infine, l'irragionevolezza della disciplina in esame emergerebbe dal confronto con quanto previsto per i diplomati presso le Scuole di specializzazione per le professioni legali, i quali - mentre accedono al concorso per magistrato ordinario per il solo fatto di aver conseguito tale diploma - «sono comunque tenuti a compiere un anno di tirocinio per l'ammissione all'esame di avvocato». Tale circostanza, difatti, denoterebbe come «il superamento dell'esame di abilitazione all'esercizio della professione di avvocato costituisca un quid pluris rispetto al diploma» di specializzazione, di talché sarebbe del tutto irrazionale ammettere al concorso per magistrato ordinario coloro che abbiano conseguito detto diploma, mentre analoga possibilità non è prevista, invece, «per coloro che abbiano conseguito l'abilitazione alla professione di avvocato». 2.- È intervenuta una delle ricorrenti nel giudizio a quo, insistendo per la declaratoria di illegittimità costituzionale - per violazione degli artt. 3 e 51 Cost. - della norma censurata, oltre che dell'art. 2, lettera g), del bando di concorso pubblicato nella Gazzetta Ufficiale, IV serie speciale, n. 23 del 21 marzo 2008. 3.- Preliminarmente, deve chiarirsi come oggetto del presente scrutinio sia la sola disposizione di legge censurata dal TAR del Lazio, non potendo il sindacato di questa Corte estendersi ad atti diversi da quelli indicati dall'art. 134 Cost., né - in ogni caso, su sollecitazione di parte - oltre i limiti del thema decidendum individuato nell'ordinanza di rimessione. 4.- La questione è fondata. 4.1.-