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Disposizioni volte a reintrodurre il sistema di elezione a suffragio universale delle province e delle città metropolitane e delega al Governo in materia di riorganizzazione delle funzioni e competenze degli uffici periferici dello Stato nonché delle prefetture – uffici territoriali del Governo. Onorevoli Senatori. – L’ iter di riordino delle province nelle regioni a statuto ordinario ha avuto inizio con il decreto-legge 6 dicembre 2011, n. 201, recante disposizioni urgenti per la crescita, l'equità e il consolidamento dei conti pubblici (cosiddetto «Salva Italia»), convertito, con modificazioni, dalla legge 22 dicembre 2011, n. 214 (articolo 23, commi da 14 a 21). Il provvedimento, tra le diverse misure volte al contenimento della spesa pubblica, ha disposto una profonda riforma del sistema delle province: ad esse sono state affidate esclusivamente funzioni di indirizzo politico e di coordinamento. Si è disposta inoltre la riduzione del numero dei consiglieri provinciali e la loro elezione indiretta da parte dei consigli comunali. La riforma è proseguita con il decreto-legge 6 luglio 2012, n. 95, recante disposizioni urgenti per la revisione della spesa pubblica con invarianza dei servizi ai cittadini, convertito, con modificazioni, dalla legge 7 agosto 2012, n. 135, che, agli articoli 17 e 18, ha previsto il riordino delle province, sulla base di requisiti minimi demo-territoriali, e l'istituzione delle città metropolitane, a cui è seguita la deliberazione del Consiglio dei ministri del 20 luglio 2012, «Determinazione dei criteri per il riordino delle province, a norma dell'articolo 17, comma 2, del decreto-legge 6 luglio 2012, n. 95», con cui sono stati determinati i requisiti minimi che le province avrebbero dovuto possedere. Successivamente, il decreto-legge 5 novembre 2012, n. 188, recante disposizioni urgenti in materia di Province e Città metropolitane, avrebbe dovuto concludere il processo disponendo l'accorpamento delle province sulla base dei criteri dimensionali di cui alla deliberazione del Consiglio dei ministri del 20 luglio 2012, ridisegnando il nuovo assetto delle province nelle regioni a statuto ordinario anche sulla base delle proposte avanzate dalle stesse regioni. Il procedimento di riordino conteneva l'elenco delle province delle regioni a statuto ordinario quali sarebbero dovute risultare a decorrere dal 1º gennaio 2014, ma a seguito dell'apertura di una crisi di governo e dell'annuncio delle dimissioni del Presidente del Consiglio dopo la conclusione della sessione di bilancio, in data 10 dicembre 2012 la Commissione Affari costituzionali del Senato decise di interrompere l'esame del disegno di legge di conversione del decreto-legge 5 novembre 2012, n. 188. Con l'articolo 1, comma 115, della legge 24 dicembre 2012, n. 228 (legge di stabilità 2013), l'applicazione delle disposizioni previste dal decreto-legge cosiddetto «Salva Italia», relative alla riforma delle province, fu sospesa fino al 31 dicembre 2013, al fine di consentire la riforma organica della rappresentanza locale e di garantire il conseguimento dei risparmi previsti. Il processo di riordino delle province venne pertanto arrestato e per tutto il 2013 si dovette garantire la continuità delle funzioni provinciali. La legge 7 aprile 2014, n. 56, recante disposizioni sulle città metropolitane, sulle province, sulle unioni e fusioni di comuni, ha tentato infine di concludere questo travagliato processo di riforma. La legge in questione (cosiddetta «legge Delrio») ha disciplinato, principalmente, l'istituzione delle città metropolitane con relativi organi e funzioni, l'elezione di secondo grado del presidente e dei consiglieri provinciali, la città metropolitana di Roma capitale e le unioni di comuni. Si ricorda qui che l'intervento con legge ordinaria è arrivato dopo la sentenza della Corte costituzionale n. 220 del 2013 che aveva travolto le disposizioni relative a province e città metropolitane introdotte dal decreto-legge n. 201 del 2011 e dal decreto-legge n. 95 del 2012. Secondo la Consulta, «il decreto-legge, atto destinato a fronteggiare casi straordinari di necessità e urgenza, è strumento normativo non utilizzabile per realizzare una riforma organica e di sistema quale quella prevista dalle norme censurate nel presente giudizio». Nel corso delle audizioni svolte dalla Commissione Affari costituzionali della Camera dei deputati durante l'esame della legge Delrio, la Corte dei conti ha depositato un documento nel quale ha individuato alcuni punti di criticità sul versante istituzionale, ma soprattutto sul versante finanziario, che offrono ancora importanti spunti di riflessione: nell'inquadrare il contesto di riferimento, la Corte dei conti affermava infatti che «non si può ritenere che il progetto centri l'obiettivo del riordino dell'intervento pubblico sul territorio e della semplificazione dell'intermediazione pubblica in applicazione dei princìpi di sussidiarietà, efficacia ed efficienza». Le perplessità della Corte erano motivate dalla necessità di «ricerca del modello più efficiente per allocare le funzioni del territorio», che avrebbe dovuto tendere, piuttosto, ad «evitare duplicazioni di funzioni», da estendersi anche all'attività degli organismi partecipati ai quali sovente è affidata la gestione dei servizi pubblici e delle funzioni strumentali. In particolare, in merito alle città metropolitane, la Corte espresse i propri dubbi in merito alla poca chiarezza delle funzioni e dei compiti loro assegnati e alla possibile sovrapposizione di ruoli e compiti che la coesistenza di due enti di area vasta avrebbe potuto comportare, con il rischio paradossale di aumento delle spese. Ed ancora, la Corte dei conti evidenziò il pericolo che la provvisorietà degli assetti istituzionali conseguenti alle innovazioni della legge Delrio avrebbe potuto conoscere tempi di trascinamento non brevi. Ad oggi, è chiaro come i timori della Corte si siano inverati. In merito alla questione più strettamente connessa alla revisione delle province, la Corte dei conti osservò che: «la finalità di fondo di tale innovazione dovrebbe essere incentrata sulla prevista riduzione di spesa. Al riguardo è da notare che negli ultimi anni la finanza provinciale ha subito un progressivo ridimensionamento in qualche modo legato ad un latente processo di revisione del loro ruolo. In tale contesto le restrizioni finanziarie hanno spinto le Province ad avviare una attenta revisione della spesa». Dunque al fine di adempiere ad una riforma capace, da un lato, di razionalizzare la spesa pubblica e, dall'altro, di non paralizzare il Paese sarebbe stato necessario, al contrario, attribuire alla responsabilità delle singole regioni il compito di disciplinare le modalità di esercizio delle funzioni di area vasta, tenendo conto dei connotati particolari del proprio territorio. Ma soprattutto sarebbe stato opportuno non mettere in atto la riforma dell'assetto territoriale provinciale attraverso la grave violazione delle disposizioni dell'articolo 1 della Costituzione che, in modo chiaro, prevede che la sovranità appartiene al popolo e che il popolo esercita tale sovranità nelle forme e nei limiti previsti dalla stessa Costituzione. Il riconoscimento del diritto di voto e le sue caratteristiche, enunciate nel secondo comma dell'articolo 48 della Costituzione, concorrono pertanto alla definizione dello Stato come Stato democratico.