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Affinché le Regioni potessero votare in questa data (con le loro leggi elettorali - non dimentichiamolo mai - per le quali sono autonome, perché, per effetto dell'articolo 122 della Costituzione, lo Stato non può imporre regole diverse in tema di sistema elettorale regionale) avrebbero dovuto pubblicare nel Bollettino ufficiale regionale il relativo decreto il 27 maggio scorso. Ciò non è potuto avvenire non tanto per questo decreto-legge che è stato pubblicato il 20 aprile, ma per il fatto che alla Camera dei deputati non si riusciva a trovare la quadratura, nonostante il dialogo sia stato importante. Vi ricordo che la finestra elettorale per le regionali è stata resa omogenea rispetto alla finestra per le amministrative, quando non era così; la raccolta delle firme è stata portata a un terzo, tra l'altro con una norma di tipo cedevole nei confronti delle Regioni, perché, sia ben chiaro, se una Regione non accetta, non accetta punto, in quanto la legge elettorale è regionale. Ho apprezzato il grido di dolore lanciato dalla senatrice Bonino dai banchi dell'Aula; sono sicuro che una voce così autorevole non possa che essere ascoltata per un'adeguata riflessione. Tuttavia, ricordo che in tutte le Regioni chi ha Gruppi consiliari non deve raccogliere le firme per partecipare alle elezioni regionali. In Toscana le firme vanno raccolte, ma si tratta di dieci firme, se c'è un Gruppo consiliare. In Campania e Puglia, basta addirittura che in Parlamento ci sia un Gruppo affinché non sia necessario raccogliere le firme. Nelle Marche, in base alla relativa legge elettorale, basta un seggio al Parlamento italiano nell'ultima legislatura o addirittura un seggio nel Parlamento europeo per non raccogliere le firme. Mi avvio rapidamente verso la conclusione. Evitare posizioni di svantaggio... (Commenti del senatore La Russa) . PRESIDENTE. Senatore La Russa, lasci che il rappresentante del Governo possa replicare. VARIATI , sottosegretario di Stato per l'interno . Stavo illustrando le regole che appartengono all'autonomia regionale, su cui lo Stato non può e non deve fare nulla. Stavo ricordando il fatto che c'è anche una posizione che abbiamo concordato alla Camera e che si esprime nel comma 2 dell'articolo 1- bis , dove si dice che per le consultazioni elettorali e referendarie dell'anno 2020, le disposizioni dell'articolo 4 della legge n. 28 del 2000 per la par condicio , si applicano in modo da evitare posizioni di svantaggio rispetto all'accesso ai mezzi di informazione e per la comunicazione politica durante le campagne elettorali e referendaria in relazione alla situazione epidemiologica. Tradotto, ciò vuol dire che, ad esempio, bisogna tener conto del fatto che i governatori uscenti hanno avuto una grande visibilità durante il periodo del Covid mentre gli altri possibili candidati erano ovviamente a casa e non potevano nemmeno muoversi. Occorre tener conto di questo nelle regole che dovranno essere fissate nell'ambito dei poteri di cui all'articolo 4 della legge n. 28. Presidenza del presidente ALBERTI CASELLATI (ore 11,51) ( Segue VARIATI , sottosegretario di Stato per l'interno ). È lì, alla Camera, che nasce l' election day , che non era riportato nell'originario decreto del Governo. E perché? Perché in questa situazione, anche se qualcuno dice che il Comitato tecnico-scientifico è incapace (ognuno ha le proprie idee) è evidente che le scelte le fa la politica ma il Governo ha ritenuto di sentire il parere del Comitato tecnico-scientifico il quale, per il criterio della massima precauzione, pur di fronte ad un virus ancora in buona parte sconosciuto ma appartenente alla famiglia dei coronavirus, quindi alla famiglia dei virus influenzali, ha consigliato la politica - che deve fare le scelte - di fare in modo che le elezioni avvengano non oltre il mese di settembre. Le elezioni non sono cosa da poco perché certamente ci sono 18 milioni di elettori nelle elezioni regionali, che in parte, ovviamente, coincidono con i 6,2 milioni coinvolti nelle elezioni amministrative su un complesso di 1.134 Comuni, e poi c'era il referendum . Ora, non è neanche minimamente discutibile il fatto che il referendum sia un baluardo della democrazia, che addirittura rappresenti un diritto fondamentale delle minoranze più ancora che della maggioranza. Non c'è discussione su questo fatto, però siamo in questa maledetta e speriamo unica situazione. Il cosiddetto decreto cura Italia, poi convertito nella legge che è stata ricordata, ha fissato la finestra del referendum dal 14 giugno al 22 novembre, ma pensare di chiamare i cittadini alle urne per due volte in autunno, ci è sembrata una cosa sbagliata, per questa tornata. Concluderò in seguito parlando della questione del voto all'estero. Attenzione, però: il Governo, alla Camera, e io mi sento autorizzato a dirlo qui nell'Aula del Senato, ha accolto un ordine del giorno, peraltro delle minoranze della Camera, con il quale si è impegnato. Il provvedimento legislativo al nostro esame prevede delle finestre elettorali e che la prima domenica utile - anche per le regionali - sia il 20 settembre. In realtà, la finestra parte dal 15 settembre ma la prima domenica utile è, appunto, il 20 settembre. Peraltro, torno a ribadire che la decisione relativa alla data del voto delle regionali appartiene alle Regioni, non allo Stato. Nel provvedimento legislativo al nostro esame non si fissa la data delle elezioni, si fissano le modalità e si fissano i due giorni. A tal proposito, anziché un giorno, vi è un ritorno al passato per le ovvie necessità dettate, anche in questo caso, dalla virulenza infettiva. A decidere è però il Governo, che lo farà in tempi ovviamente brevissimi, tenendo conto di ciò che ha ascoltato alla Camera dei deputati e al Senato. Peccato, ma veramente peccato - lo dico con convinzione profonda - che non abbiamo potuto fare un dibattito adeguato dentro la Commissione e nell'Aula del Senato, perché avremmo potuto arricchire ulteriormente il provvedimento legislativo. Purtroppo il tempo non è sufficiente e non lo possiamo far decadere per la situazione terribile che ciò potrebbe provocare. Per quanto riguarda il voto degli italiani all'estero, signor Presidente, ci sarà la massima attenzione. Se è vero infatti che, da un lato, i nostri connazionali all'estero votano per corrispondenza, c'è però una campagna elettorale da garantire e ci sono poi i trasferimenti dei plichi dai consolati al nostro Paese; questioni delicate, che vedremo poi a settembre, che in alcuni Paesi che stanno vivendo un momento acuto possono avere anche dei disturbi - chiamiamoli così - sui servizi pubblici. Il Governo, sia all'interno sia con un dialogo positivo tra il Ministero dell'interno e il Ministero degli affari esteri e della cooperazione internazionale, sta affrontando un'organizzazione per assicurare il voto dei nostri connazionali all'estero per la consultazione referendaria. CALDEROLI (L-SP-PSd'Az) . Domando di parlare. PRESIDENTE. Ne ha facoltà. CALDEROLI (L-SP-PSd'Az) .