[pronunce]

- esercitabile solo in caso di «assoluta necessità» - non rappresenterebbe un residuo del modello inquisitorio, ma varrebbe piuttosto ad assicurare un processo veramente «giusto», posto che, quanto più ampie sono le informazioni probatorie a disposizione del giudice, tanto più è probabile che la sentenza sia equa e aderente ai fatti. Né l'acquisizione d'ufficio delle prove da parte del giudice farebbe venir meno la sua terzietà: non comprendendosi perché non debba essere considerato «terzo» un giudice scrupoloso, il quale intenda evitare di giudicare con informazioni insufficienti, quando sarebbe possibile colmare le lacune esistenti. Tanto premesso, il giudice a quo reputa di dover aderire all'interpretazione dominante dell'art. 507 cod. proc. pen. , stante l'«autorevolezza» della decisione ora ricordata. Assume, tuttavia, che in tale lettura la norma censurata si porrebbe in contrasto con l'art. 111 Cost., in quanto lesiva del principio di terzietà ed imparzialità del giudice: principio che rappresenta l'«ineludibile strumento» di attuazione e garanzia del «giusto processo» delineato dalla Carta costituzionale. Ad avviso del rimettente, non sarebbe infatti convincente l'affermazione secondo la quale sarebbe maggiormente «terzo» un giudice che acquisisca d'ufficio l'intero materiale probatorio, rispetto ad un giudice il quale valuti gli elementi di prova sottoposti alla sua attenzione dalle parti nel rispetto del codice di rito, e decida, solo all'esito dell'effettivo espletamento dell'istruzione dibattimentale, se sia indispensabile provvedere ad una integrazione degli anzidetti elementi. Nell'escludere la lesione del principio costituzionale evocato, la Corte di cassazione non avrebbe, in effetti, tenuto conto adeguatamente del fatto che, nel caso di specie - tutt'altro che raro nella pratica - il giudice non si trova di fronte ad un materiale probatorio insufficiente o lacunoso, ma all'«inesistenza della prova a causa dell'inammissibilità della lista testimoniale» del pubblico ministero. Né gioverebbe far leva, in senso contrario, sulla circostanza che il potere previsto dall'art. 507 cod. proc. pen. è esercitabile solo in caso di «assoluta necessità». In mancanza di assunzione di prove dell'accusa, l'assoluta necessità sarebbe, infatti, «in re ipsa», essendo evidente che, ove non si avvalesse di detto potere, il giudice dovrebbe pronunciare una sentenza di assoluzione per carenza di prova del fatto contestato. La modifica dell'art. 111 Cost., d'altro canto, se pure non ha costituzionalizzato il principio dispositivo nel processo penale, ha comunque circondato di garanzie oggettive e soggettive l'acquisizione delle prove legittimamente utilizzabili per l'affermazione della responsabilità penale. Tali garanzie verrebbero, tuttavia, «inevitabilmente meno» alla luce dell'interpretazione censurata, la quale avrebbe un effetto «abrogante» non soltanto dell'art. 468 cod. proc. pen. - vanificando la sanzione di inammissibilità ivi prevista - ma anche dello stesso art. 507 cod. proc. pen. Detta interpretazione consentirebbe, difatti, al giudice - ed anzi gli imporrebbe (in forza del richiamo all'obbligatorietà dell'azione penale e alla funzione fondamentale del processo penale di ricerca della verità) - di disporre l'assunzione d'ufficio delle prove non solo nel caso di tardiva presentazione della lista dei testimoni, ma anche quando questa non sia stata depositata affatto. E ciò, persino se nel fascicolo del dibattimento non sia presente alcun atto che consenta al giudice di orientarsi nella vicenda processuale sottoposta al suo esame: con la conseguenza che egli si troverebbe ad esercitare il potere in questione senza essere a conoscenza dell'identità dei testimoni, della loro qualifica, delle circostanze su cui sono chiamati a deporre e, dunque, senza essere in grado di effettuare una seria e motivata valutazione sulla «rilevanza e pertinenza» della prova. 2. - Nel giudizio di costituzionalità è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che la questione sia dichiarata inammissibile o infondata. La difesa erariale rileva che la Corte costituzionale, con la sentenza n. 111 del 1993, si è già espressa in materia, affermando che, se pure il diritto alla prova delle parti ha un ruolo centrale nella struttura del processo (come attesta il rigoroso regime di decadenza dalle prove), non è, tuttavia, possibile da ciò dedurre che tale regime abbia anche un effetto preclusivo dell'introduzione ad iniziativa del giudice delle prove necessarie per l'accertamento dei fatti, rispetto alle quali le parti siano rimaste inerti o dalle quali siano decadute. Oltre che da un complesso di ulteriori previsioni - quali, segnatamente, quelle degli artt. 189, 190, comma 2, 508, comma 1, 511, 511-bis e 603, comma 3, cod. proc. pen. - è soprattutto dallo stesso art. 507 cod. proc. pen. che si desume l'inesistenza di un potere dispositivo delle parti in materia di prova: norma, questa, che - come già affermato dalla Corte costituzionale nella sentenza n. 241 del 1992 - conferisce al giudice il potere-dovere di integrazione, anche d'ufficio, delle prove nell'ipotesi in cui la carenza o l'insufficienza, per qualsiasi ragione, dell'iniziativa delle parti impedisca al dibattimento di assolvere la funzione di assicurare la piena conoscenza dei fatti del processo, per consentirgli di pervenire ad una giusta decisione. La disposizione censurata - connettendosi alla lata previsione della direttiva enunciata all'art. 2, numero 73, della legge delega n. 81 del 1987 («potere del giudice di disporre l'assunzione di mezzi di prova») - è stata, in effetti, introdotta «con una visione più realistica della funzione del giudice, che può e deve essere anche di supplenza dell'inerzia delle parti». Secondo la citata sentenza n. 111 del 1993, «il legislatore delegante ha cioè esattamente considerato - in armonia con l'obiettivo di eliminazione delle disuguaglianze di fatto posto dall'art. 3, secondo comma, Cost. - che la "parità delle armi" delle parti normativamente enunciata può talvolta non trovare concreta verifica nella realtà effettuale, sì che il fine della giustizia della decisione può richiedere un intervento riequilibratore del giudice atto a supplire alle carenze di taluna di esse, così evitando assoluzioni o condanne immeritate». Né - secondo l'Avvocatura generale dello Stato - inciderebbe sulla validità di tali conclusioni la modifica apportata al testo dell'art. 111 Cost. dalla legge costituzionale n. 2 del 1999, trattandosi di modifica che - per le ragioni evidenziate dalle sezioni unite della Corte di cassazione nella sentenza n. 41281 del 2006, citata dallo stesso rimettente - non ha influito sull'assetto codicistico per l'aspetto considerato.1.