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Conversione in legge del decreto-legge 23 ottobre 2018, n. 119, recante disposizioni urgenti in materia fiscale e finanziaria. Onorevoli Senatori. – Presidente, Governo, Senatrici, Senatori, siamo preoccupati ! In pochi mesi sono andati in fumo circa 70 miliardi di euro di capitalizzazioni. Lo spread , il famigerato differenziale tra Buoni del tesoro pluriennali (BTP) e Bund , è incrementato fino ad oltre 170 punti dall'inizio della XVIII legislatura ed ha causato un aumento di spesa attuale di 1,9 miliardi solo per l'impennata degli interessi sul debito. E si calcolano in circa 5 miliardi i maggiori oneri sul debito per il prossimo anno. I BTP a otto anni hanno perso l'11 per cento del loro valore, rendendo più difficile l'approvvigionamento dello Stato, l'investimento delle Banche e a cascata l'erogazione del credito a imprese e privati. Gli investitori esteri e il Retail sono meno interessati ai titoli di Stato italiani, come certificato dal flop dell'asta della scorsa settimana con il peggior collocamento dal 2012, quando si era al culmine del contagio Grecia. E, a « cristallizzare l'attimo », non è passato inosservato il monito nientemeno che di Tsipras: « Italia: negozi con l'Europa, poi sarà peggio » ! Non un gran segnale per un Governo che vorrebbe puntare sugli ex « BOT people » come ancora di salvezza per sostenere la domanda di debito pubblico. Ma soprattutto non è un gran segnale in prospettiva: se continuiamo ad avere aste deserte, a marzo 2019 vi saranno circa 150 miliardi di titoli da collocare o di cedole da pagare senza capacità del sistema Italia, bancario e privato, di farvi fronte. Già oggi, come conferma il rapporto della Banca d'Italia, la ricchezza familiare è calata del 3,5 per cento. Numerini, dice qualcuno. Purtroppo molto peggio, diciamo noi ! Tutto questo collasso solo per le chiacchiere. Chiacchiere che hanno portato via via l'Italia a isolarsi da un'Europa di cui siamo stati fondatori e di cui eravamo guida, e dalla quale oggi evidentemente si rischia l'auto-esclusione. Decisamente un azzardo morale senza mandato elettorale ! Sì, perché il mandato elettorale dato al centrodestra a marzo era ed è di saggezza e lungimiranza. Saggezza nel completare a piccoli passi il percorso di risanamento dei conti pubblici – già costato molti sacrifici agli italiani – e di lungimiranza nel far ripartire investimenti e crescita, con una riduzione della tassazione. Questo mandato elettorale è confermato dai « numerini » della manovra finanziaria per il 2019 ? A noi compete, con serietà, dire di no. Una « manovra finanziaria » di 36,7 miliardi sul 2019. Impegni finanziari quasi integralmente destinati a misure inidonee a creare crescita e quindi benessere diffuso. Ma nemmeno ad incidere sul rapporto tra debito e PIL, sul quale si concentrano le critiche di Bruxelles e dei governi dell'Eurozona. Infatti gli impegni finanziari 2019 saranno destinati, come vedremo tra qualche giorno nella manovra che approderà in Senato, a: – 12,6 miliardi a integrale sterilizzazione aumento IVA; – 9 miliardi al reddito di cittadinanza (nelle sue continue mutevoli forme, per le quali alla fine dovrà cambiare persino nome rispetto alle proposte dei 5 Stelle); – 6,7 miliardi al superamento della cosiddetta Legge Fornero; – solo 1,5 miliardi alla falsamente ridenominata « flat tax » che in realtà altro non è che l'ampliamento del regime forfettario, di cui beneficerà solo l'1,2 per cento dei contribuenti piccole partite IVA; creando tra l'altro una distorsione tra tassazione del reddito di lavoro dipendente e partite IVA, a netto vantaggio di queste ultime: davvero un capolavoro !; – solo 4,4 miliardi all'incremento della dotazione per investimenti pubblici (investimenti che come noto sono flagellati da una pioggia di no governativi); – appena 1 miliardo, assolutamente inidoneo e insufficiente, per il finanziamento del pubblico impiego (da suddividere tra Forze di polizia, comparto giustizia e pubblica amministrazione): briciole per ciascuno !; – 1,5 miliardi per ristorare i truffati da alcune banche. Una manovra che discuteremo non appena licenziata dalla Camera ma che contiene una visione del mondo non condivisibile da chi vuole premiare merito e impegno, creare occupazione e sviluppo, senza naturalmente lasciare indietro chi ne ha davvero bisogno. Oggi siamo chiamati a riflettere sulle fonti di finanziamento della manovra per il 2019. Una manovra finanziata: – per 21,7 miliardi con aumento del deficit (con conseguente ulteriore aumento del debito); – per 6,6 miliardi con aumento dei tagli ai Ministeri, alla difesa nazionale (quando i Paesi d'Europa stanno ragionando di esercito unico europeo); – e per 8,4 miliardi con: maggiori tasse a banche e assicurazioni (5,4 miliardi); minori agevolazioni fiscali nette per le imprese (stop a IRI e ACE a partire dal via a flat tax e mini Ires = 1,1 miliardi); maggiori entrate dal rafforzamento della « fatturazione elettronica - corrispettivi telematici » in chiave antielusiva (senza peraltro abrogare lo split payment = 1 miliardo); 0,9 miliardi da sanatorie varie (rottamazioni e condono). Oggi, colleghi, stiamo parlando solo di condoni per 0,9 miliardi e fatturazione elettronica per 1 miliardo: cioè di 1,9 miliardi per finanziare una manovra di 36,7 miliardi, quindi del 5 per cento delle fonti di finanziamento della manovra stessa. Che, peraltro, sono nuove tasse sulle classi produttive ! E parleremo anche di un « potpourri » di modifiche a normative di settore, alcune delle quali costituiscono un fallo da rigore. Perché aver tentato di modificare la normativa delle banche di credito cooperativo, delle concessioni autostradali, dei porti marittimi, o aver riformato il futuro della rete di comunicazioni a banda ultra larga per emendamento, è comportamento falloso poiché bypassa a pie’ pari il dibattito parlamentare. Con pace dei sensi totale di chi, nella scorsa legislatura, ha fatto battaglie – compresa la presa dei banchi del Governo – per ribadire la centralità del Parlamento ! Prendiamo tristemente atto che, sia per inidoneità a generare gettito, sia per deciso deragliamento dalla normativa fiscale, questo decreto non ha la dignità per chiamarsi fiscale, quanto piuttosto omnibus . Il decreto introduce quattro tipologie di « condono » scarsamente adatte a generare maggior gettito, diciamo che il Governo si è sporcato le mani per niente e si è persa l'occasione invece per una vera riforma del fisco con revisione delle tax expenditure (spesso introdotte in passato come voto di scambio) e l'introduzione della prima parte della flat tax , con una no tax area per garantire la progressività dell'imposizione e un livellamento al minimo delle due aliquote Irpef più basse, così da alleggerire fin da subito il carico fiscale alle categorie di reddito medio basse, generando una maggiore capacità di spesa e quindi crescita del PIL.