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In relazione invece a un subemendamento approvato in Commissione, viene previsto l'obbligo per il magistrato di sorveglianza che procede alla valutazione del provvedimento provvisorio di trasmettere immediatamente al tribunale di sorveglianza i pareri e le informazioni acquisiti e i provvedimenti adottati all'esito della valutazione. Nel caso in cui abbia disposto la revoca della detenzione domiciliare o del differimento della pena adottati in via provvisoria, il tribunale di sorveglianza deve decidere sull'ammissione alla detenzione domiciliare o sul differimento della pena entro trenta giorni dalla ricezione del provvedimento di revoca. Al fine di responsabilizzare la magistratura sul proprio operato e affinché la norma sia protetta da censure di incostituzionalità, è previsto che il mancato intervento della decisione del tribunale nel termine prescritto determini la perdita di efficacia del provvedimento di revoca. Allora, colleghi, sul tema delle scarcerazioni per detenzione domiciliare connesse all'emergenza sanitaria, non si confonda quanto accaduto con i provvedimenti della magistratura di sorveglianza con quanto, invece, disposto dall'articolo 123 del cura Italia. Il rischio del dilagare della pandemia ha riguardato anche l'ambiente del carcere, per sua natura chiuso e sovraffollato, con tutte le criticità che conosciamo. Il sovraffollamento è un problema annoso che si trascina nel tempo, nonostante gli accorgimenti dei Governi che ci hanno preceduto e l'intenzione di questo Governo è di risolverlo, una volta per tutte, con un poderoso piano di edilizia carceraria. A fronte di circa 57.000 individui presenti in carcere, di cui circa 7.000 sono presenze di troppo, il tentativo del Governo giallorosso di arginare l'emergenza sanitaria per i detenuti per reati non gravissimi e con pena quasi scontata ha previsto colloqui su piattaforme telematiche e la concessione della detenzione domiciliare. Pertanto, a nulla valgono le pretestuose polemiche delle opposizioni in merito alla norma di cui all'articolo 123 del decreto cura Italia, che ha consentito solo fino alla fine dell'emergenza sanitaria e, quindi, per un tempo limitato la detenzione domiciliare a un numero considerevole di detenuti per reati non gravissimi. Al contrario, proprio da questa normativa si evince la volontà del Ministro della giustizia di non scarcerare detenuti per mafia, così come appunto espressamente stabilito dall'articolo 123 del cura Italia. Tale norma, peraltro, è andata a novellare il corpus normativo dettato dal cosiddetto svuota carceri del 2010, una legge approvata dal centrodestra, quando era al Governo Berlusconi. In quel periodo c'era il ministro Alfano; il ministro Alfano, ex sottosegretario senatore Caliendo, il cui intervento è molto apprezzato: tante cose avreste potuto fare quando eravate voi al Governo e voi al Ministero della giustizia. Il cura Italia, al contrario, ha posto criteri maggiormente stringenti rispetto a quelli previsti dalla legge ordinaria. Riguardo, invece, la questione della scarcerazione dei detenuti mafiosi, occorre precisare anzitutto che non si tratta di scarcerazione tout court , come giornalisticamente e strumentalmente si afferma, ma di un differimento della pena con conseguente detenzione domiciliare o presso strutture sanitarie per anzianità o presenza di gravi patologie che, associate al rischio di contagio da Covid, diventano e comportano un rischio morte. Non si tratta di 478 detenuti mafiosi, come si è detto, ma di 55. Dei 256 scarcerati per detenzione domiciliare, i detenuti per reati di mafia sono, quindi, solo 55, che peraltro ora, con il sistema della rivalutazione del provvedimento di concessione entro quindici giorni, introdotto proprio dal decreto-legge che ci apprestiamo a convertire in legge, sono stati nella stragrande maggioranza ricondotti in carcere. La detenzione domiciliare di 256 soggetti detenuti - solo 55 in regime di 41- bis o in regime di alta sicurezza - è, dunque, misura scaturita solo ed esclusivamente dall'insindacabile decisione presa dalla magistratura di sorveglianza che, non dimentichiamolo, è terzo, autonomo e distinto potere dello Stato e non certo una decisione del Ministero della giustizia, come invece si vorrebbe far credere demagogicamente. I magistrati di sorveglianza, peraltro, non hanno fatto altro che applicare le leggi in vigore dal 1930 con il codice Rocco e dal 1998 con l'articolo 47- ter dell'ordinamento penitenziario e gli articoli 146 e 147 del codice penale, che in particolare recita che la pena deve essere differita se deve essere eseguita contro chi si trova in gravi condizioni di infermità fisica. Norma la cui ratio è quella di garantire che l'esecuzione della pena mai contrasti con i principi costituzionali di tutela della salute e della dignità umana e della pena detentiva umana finalizzata alla rieducazione del reo. Nei fatti, la tanto famosa e discussa circolare del DAP del 21 marzo fa un elenco di detenuti, sicuramente in gravi condizioni patologiche, che, però, non rientra tra le norme citate dalle sentenze dei tribunali di sorveglianza che hanno disposto le famose scarcerazioni per detenzione domiciliare. In ogni caso, al fine, comunque, di tutelare anche il diritto sacrosanto dei cittadini alla necessaria sicurezza rispetto ai detenuti che si sono macchiati di gravissimi reati di stampo mafioso, con questo decreto-legge abbiamo previsto un meccanismo di pareri, interlocuzioni e scambi informativi tra magistratura di sorveglianza, procuratore nazionale e procuratori distrettuali antimafia che, attraverso una periodica rivalutazione dei presupposti della concessione della misura, garantirà al meglio tutte le esigenze di difesa e sicurezza sociale. Per quanto riguarda, invece, le misure di contenimento degli effetti dell'epidemia sul sistema giudiziario nazionale, occorre ricordare che, a seguito dell'insorgenza dell'emergenza sanitaria, l'adozione di tutte le misure organizzative all'interno degli uffici giudiziari è stata una scelta obbligata, volta alla tutela della salute degli addetti ai lavori e dei cittadini. L'affidamento delle scelte organizzative ai singoli capi degli uffici giudiziari è stata ... (Il microfono si disattiva automaticamente). PRESIDENTE.Senatrice Evangelista, devo invitarla a concludere. EVANGELISTA (M5S) . Sì, signor Presidente. Purtroppo, devo allora saltare la parte sulla normativa relativa agli uffici giudiziari che chiedo di poter lasciare agli atti. PRESIDENTE. La Presidenza l'autorizza in tal senso. EVANGELISTA (M5S) . La ringrazio, Presidente. Ricordo brevemente tutte le novità introdotte per quanto riguarda il processo, in particolare l'emendamento, accolto dalla Commissione all'unanimità, per riprendere i lavori il primo luglio e le novità telematiche, sia per quanto riguarda il processo civile che per quanto riguarda il processo telematico. Concludo, allora, signor Presidente, dichiarando il voto favorevole e, quindi, la fiducia su questo provvedimento da parte di tutto il Gruppo MoVimento 5 Stelle. (Applausi). PRESIDENTE . Procediamo dunque alla votazione. Votazione nominale con appello PRESIDENTE .