[pronunce]

La disposizione prevede che l'art. 194 del regio decreto 30 gennaio 1941, n. 12 (Ordinamento giudiziario) - secondo cui «Il magistrato destinato, per trasferimento o per conferimento di funzioni, ad una sede da lui chiesta, non può essere trasferito ad altre sedi o assegnato ad altre funzioni prima di tre anni dal giorno in cui ha assunto effettivo possesso dell'ufficio, salvo che ricorrano gravi motivi di salute ovvero gravi ragioni di servizio o di famiglia» - «si interpreta nel senso che il rispetto del termine ivi previsto è richiesto per tutti i trasferimenti o conferimenti di funzioni, anche superiori o comunque diverse da quelle ricoperte, dei magistrati ordinari». A giudizio del rimettente, la denunciata disposizione di interpretazione autentica - nella parte in cui rende il termine triennale previsto dall'art. 194 dell'ordinamento giudiziario applicabile (in luogo dei due anni previsti, in difetto di altra statuizione di legge, dal paragrafo V, punto 20, della circolare del Consiglio superiore della magistratura, terza commissione, 8 giugno 2009, n. 12046) anche ai magistrati (tra cui il ricorrente) trasferiti d'ufficio a sede disagiata prima dell'entrata in vigore della norma impugnata (ai sensi della legge 4 maggio 1998, n. 133, recante «Incentivi ai magistrati trasferiti d'ufficio a sedi disagiate e introduzione delle tabelle infradistrettuali») - si pone in contrasto: a) con gli artt. 3, 102 e 111, primo comma, della Costituzione, essendo dubbio, «in termini generali, che il legislatore possa pretendere di dettare una norma per il passato, e nel contempo di escludere che essa sia retroattiva in senso proprio, in forza della natura interpretativa che le viene conferita (e ciò a prescindere dal fatto che l'intervento in oggetto sia davvero interpretativo, o sia solo camuffato come tale)»; nonché che «la funzione legislativa possa appropriarsi della funzione interpretativa, poiché essa è riservata dalla Costituzione al potere giudiziario (art. 102 Cost.), che la esercita in forma diffusa, recependo e conferendo forma legale al dibattito aperto tra gli interpreti sul significato da attribuire alle norme»; b) con l'art. 3 Cost., in quanto la norma censurata ha attribuito all'art. 194 dell'ordinamento giudiziario una portata che esso non poteva avere quando la disposizione impugnata è entrata in vigore, non trovando essa applicazione nei confronti dei magistrati già trasferiti d'ufficio a sede disagiata; c) con l'art. 3 Cost., poiché se, in linea di principio, negare che il legislatore possa interpretare la legge che ha prodotto non equivale a privarlo della diversa prerogativa di disciplinare i rapporti giuridici con norme retroattive - non potendosi escludere che si manifestino ragioni imperative d'interesse generale in tal senso, il cui apprezzamento è affidato alla discrezionalità legislativa -, tuttavia, vi sono interessi di rilievo costituzionale che non possono venire pretermessi, tra cui, in particolare, la tutela dell'affidamento «quale principio connaturato allo Stato di diritto». 2.- Preliminarmente, vanno esaminate le eccezioni di inammissibilità, per irrilevanza, delle sollevate questioni, mosse dalla difesa dello Stato sul duplice assunto: a) della mancata maturazione da parte del ricorrente nel giudizio a quo del termine biennale di permanenza nella sede disagiata al momento della entrata in vigore della normativa censurata; b) della inutilità della richiesta "eliminazione" della norma censurata, la quale fornirebbe una interpretazione dell'art. 194 dell'ordinamento giudiziario già in precedenza considerata, da una parte della giurisprudenza amministrativa, come l'unica corretta. Entrambe le eccezioni sono prive di fondamento. Da un lato, infatti, il rimettente - chiamato ad annullare la lettera a) della delibera del 7 febbraio 2013 (con cui il CSM ha indicato le sedi vacanti, ai fini della procedura di trasferimento), nella parte in cui impone, quale requisito di legittimazione al trasferimento, la permanenza nel posto per un triennio, come previsto dall'art. 194 del regio decreto n. 12 del 1941, a tutti gli aspiranti, e quindi anche ai magistrati già assegnati d'ufficio a sede disagiata, ai sensi dell'art. 1 della legge n. 133 del 1998 - rileva espressamente che il ricorrente (trasferito in detta sede con delibera del 6 luglio 2010 e successiva presa di servizio in data 20 settembre 2010) ha prestato servizio a tale titolo per un periodo superiore a due anni alla data di deliberazione e pubblicazione del bando; e che egli ha, perciò, maturato il requisito della permanenza biennale nell'ufficio, secondo quanto previsto (ove la legge non stabilisca diversamente) dal paragrafo 5, punto 20, della richiamata circolare n. 12046 del 2009 del Consiglio. E chiarisce altresì che, viceversa, qualora egli fosse soggetto alla previsione dell'art. 194 dell'ordinamento giudiziario (così come interpretato), in difetto di un effettivo esercizio della funzione presso la sede disagiata pari ad almeno tre anni, gli verrebbe negata la legittimazione al trasferimento. Dall'altro lato, la dedotta inutilità di una pronuncia caducatoria della disposizione censurata - in quanto attribuirebbe alla disposizione autenticamente interpretata l'unico significato corretto - costituisce profilo attinente al merito e non alla ammissibilità delle sollevate questioni. 3.- Le quali sono, invece, inammissibili per i motivi che seguono. 3.1.- Muovendo dal presupposto «che in ogni caso la autoqualificazione in termini interpretativi della legge non è priva di conseguenze normative», il rimettente formula la questione (da lui ritenuta pregiudiziale rispetto alle altre) della compatibilità con la Costituzione della efficacia retroattiva della censurata norma di interpretazione. In particolare - nel contestare il contrario assunto secondo cui la norma stessa (finalizzata a risolvere un dubbio ermeneutico in ordine alla applicabilità dell'art. 194 dell'ordinamento giudiziario per il conferimento a domanda delle funzioni direttive) non ne abbia mutato la portata di regola destinata a disciplinare i soli trasferimenti a domanda e non anche quelli disposti d'ufficio - il Tar osserva che la lettera della disposizione impugnata è univoca nell'estendere il requisito della permanenza triennale a «tutti i trasferimenti», per funzioni «anche» superiori o comunque diverse da quelle ricoperte; giacché (a suo dire), se il legislatore avesse voluto occuparsi delle sole assegnazioni alle funzioni «superiori», non avrebbe avuto alcuna necessità di regolare trasferimenti di altra natura, essendo viceversa palese l'intenzione di accomunare sotto la medesima previsione normativa ogni ipotesi di destinazione del magistrato, a domanda o d'ufficio, per imporre in tutti i casi un periodo minimo di permanenza pari a tre anni.