[pronunce]

(e segnatamente, per quanto qui interessa, l'ordine di formulare l'imputazione entro dieci giorni) sono vincolanti per l'organo dell'accusa, essendo siffatta conclusione nella logica del meccanismo di controllo giurisdizionale sulla determinazione di non agire (sulla inammissibilità della questione, nel caso di inesistenza del «diritto vivente» oggetto di censura o di sua inesatta ricostruzione da parte del giudice a quo, ex plurimis, sentenza n. 320 del 2009, ordinanze n. 90 del 2009, n. 251 e n. 64 del 2006); che, al di là di ciò, il rimettente si è già discostato dal supposto «diritto vivente» nel procedimento a quo, applicando la norma censurata in una diversa interpretazione, ritenuta «costituzionalmente orientata»: in tal modo, dimostrando chiaramente di non condividere l'indirizzo censurato; che, infatti, di fronte alla seconda richiesta di archiviazione, presentata dal pubblico ministero dopo che in relazione alla prima il rimettente aveva ordinato la formulazione dell'imputazione, il rimettente stesso - lungi dall'adottare il provvedimento richiesto dall'organo dell'accusa - ha ribadito l'anzidetto ordine; che la questione appare, di conseguenza, sollevata all'improprio fine di ottenere dalla Corte un avallo dell'interpretazione ritenuta dal rimettente corretta e costituzionalmente adeguata, nonché già applicata nel procedimento principale, contro una diversa interpretazione non condivisa (sulla manifesta inammissibilità delle questioni proposte con finalità di avallo interpretativo, ex plurimis, ordinanze n. 26 del 2012, n. 139 del 2011 e n. 219 del 2010); che a ciò va aggiunto che, prima di sollevare la questione a fronte della nuova richiesta di archiviazione presentata dal pubblico ministero, il rimettente non si è neppure adeguato in modo compiuto all'indirizzo interpretativo censurato; che - stando alla ricostruzione operata dallo stesso giudice a quo - l'ipotetico «diritto vivente» postulerebbe infatti che, quando il pubblico ministero non ottemperi all'ordine di formulare l'imputazione e insista nel chiedere l'archiviazione, il giudice per le indagini preliminari abbia due alternative: o aderire alla richiesta, ovvero sollecitare il procuratore generale presso la corte d'appello ad avocare le indagini e ad esercitare l'azione penale; solo se nemmeno il procuratore generale decidesse di agire il provvedimento di archiviazione diverrebbe ineluttabile per il giudice; che, nella specie, il giudice a quo non ha sollecitato l'avocazione, reputando tale iniziativa inutile, posto che al Procuratore generale era già stata comunicata, ai sensi dell'art. 409, comma 3, cod. proc. pen. , la fissazione delle due precedenti udienze in camera di consiglio in esito alle quali il rimettente ha disposto la formulazione dell'imputazione; dal che si dovrebbe dedurre che il Procuratore generale, pur informato della vicenda, non è intervenuto perché reputa corretto l'operato del pubblico ministero varesino; che il ragionamento non può essere condiviso; che è ben vero, in effetti, che la comunicazione al procuratore generale dell'udienza camerale mira a consentirgli l'esercizio del potere di avocazione (facoltativa) previsto dall'art. 412, comma 2, cod. proc. pen. , stante la possibilità che il mancato accoglimento de plano della richiesta di archiviazione sia indice di inerzie da parte dell'organo requirente locale: ma una cosa è la nuda notizia della fissazione di un'udienza, altra la sollecitazione ad avocare le indagini postulata dall'indirizzo giurisprudenziale assunto come «diritto vivente», la quale implica una specifica comunicazione al procuratore generale dell'esito di detta udienza e del fatto che vi è, per tabulas, una inadempienza del pubblico ministero all'obbligo di agire, giudizialmente affermato; che, pertanto, a tutto pure concedere, la questione risulterebbe prematura: il giudice a quo avrebbe dovuto preventivamente avvalersi dello strumento che - in base alla sua stessa ricostruzione - gli sarebbe offerto per evitare di dover archiviare la notizia di reato e solo all'esito eventualmente porsi il dubbio di legittimità costituzionale (sulla manifesta inammissibilità delle questioni premature, ex plurimis, ordinanze n. 176 del 2011, n. 277 e n. 96 del 2010); che, da ultimo, emerge da plurimi passaggi dell'ordinanza di rimessione come l'obiettivo perseguito dal giudice a quo, tramite l'incidente di legittimità costituzionale, sia non tanto di poter continuare ad impartire l'ordine di formulare l'imputazione nonostante le reiterate richieste di archiviazione del pubblico ministero, quanto piuttosto di superare lo «stallo procedimentale» conseguente al "rimbalzo" tra l'uno e le altre, suscettibile potenzialmente di protrarsi sine die; che per questo verso, tuttavia, il petitum del rimettente risulta indeterminato (sulla manifesta inammissibilità della questione, nel caso di indeterminatezza del petitum, ex plurimis, ordinanze n. 195 del 2013 e n. 170 del 2012); che il giudice a quo si limita, infatti, ad evidenziare l'esistenza del problema, senza precisare quale dovrebbe essere il rimedio processuale all'indicata situazione di «stallo», tra i molti astrattamente ipotizzabili: ad esempio, l'attribuzione al giudice per le indagini preliminari del potere di formulare direttamente l'imputazione, in sostituzione del pubblico ministero inadempiente (soluzione, peraltro, in aperto contrasto con il principio cardine del sistema accusatorio, adottato dal vigente codice di rito, «ne procedat iudex ex officio»), ovvero la previsione di un'ipotesi di avocazione obbligatoria (a prescindere qui dalla possibilità di pervenire a tale risultato già in via interpretativa), o la sostituzione del magistrato del pubblico ministero designato per il procedimento, ovvero ancora l'estensione all'ipotesi considerata della disciplina dei conflitti di competenza; tutto ciò senza considerare che - come già rilevato in materia da questa Corte - l'adozione dell'una o dell'altra di siffatte alternative implicherebbe scelte discrezionali, riservate come tali al legislatore (ordinanza n. 122 del 1992, con riguardo all'inadempienza del pubblico ministero all'ordine di svolgere ulteriori indagini impartito ai sensi dell'art. 409, comma 4, cod. proc. pen.); che, per tale complesso di ragioni, la questione va dichiarata manifestamente inammissibile. Visti gli artt. 26, secondo comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87, e 9, comma 2, delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale.. . per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE dichiara la manifesta inammissibilità della questione di legittimità costituzionale dell'art. 409, comma 5, del codice di procedura penale, sollevata, in riferimento agli artt. 111 e 112 della Costituzione, dal Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Varese con l'ordinanza indicata in epigrafe. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 9 aprile 2014. F.to: