[pronunce]

che una simile operazione ermeneutica risulterebbe infatti impedita dalla natura eccezionale di detta norma, la quale deroga al principio generale secondo cui il giudizio prognostico sulla futura condotta del reo – costituente il presupposto per la concessione della sospensione condizionale – è ordinariamente riservato al giudice della cognizione, che ha accertato la responsabilità del soggetto per il fatto cui il beneficio andrebbe applicato; che nessuna previsione, esplicita o implicita, circa la concedibilità della sospensione condizionale risulta peraltro rinvenibile nell'art. 669 cod. proc. pen. , con riguardo all'ipotesi di revoca di una delle sentenze di condanna emesse nei confronti della stessa persona per il medesimo fatto; che, conseguentemente, non sarebbe possibile una interpretazione «costituzionalmente orientata» della norma: e ciò nemmeno quando – come nel caso di specie – il beneficio sia stato negato, in sede di cognizione, esclusivamente a causa della condanna poi revocata; che ne deriverebbe, tuttavia – ad avviso del rimettente – una irragionevole disparità di trattamento, lesiva dell'art. 3 Cost., tra l'ipotesi considerata e quelle regolate dai citati artt. 671, comma 3, e 673, comma 1, cod. proc. pen. ; che apparirebbe, infatti, manifestamente illogico un sistema che, da un lato, permetta di concedere la sospensione condizionale nel caso di revoca – per abolitio criminis – della condanna che aveva impedito la concessione di tale beneficio rispetto ad altra condanna; e, dall'altro lato, non lo consenta nel caso di revoca di un'omologa condanna per violazione del divieto del bis in idem: con la conseguenza che tale condanna continuerebbe a produrre il descritto e pregiudizievole effetto preclusivo; che l'irrazionalità della denunciata disparità di trattamento risulterebbe ancor più evidente nel caso di specie, in cui la concessione del beneficio resterebbe preclusa dalla sentenza di condanna, poi revocata, per il medesimo fatto: sentenza che aveva, tuttavia, applicato il beneficio alla pena irrogata proprio per tale fatto; che la questione sarebbe, da ultimo, rilevante nel procedimento a quo, giacché l'interessato apparirebbe meritevole del beneficio, attualmente precluso, invece, dall'unica plausibile interpretazione dell'art. 669 cod. proc. pen. ; che nel giudizio di costituzionalità è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, il quale ha chiesto che la questione sia dichiarata inammissibile o infondata. Considerato che il Tribunale di Palermo, sezione distaccata di Monreale, dubita, in riferimento all'art. 3 della Costituzione, della legittimità costituzionale dell'art. 669 del codice di procedura penale, nella parte in cui «non prevede che il giudice dell'esecuzione possa concedere la sospensione condizionale della pena in relazione a una sentenza nella quale l'applicazione di tale beneficio sia stata negata […] esclusivamente a causa dell'esistenza di una precedente sentenza di condanna poi revocata per violazione del divieto del bis in idem»; che, con riguardo alla fattispecie oggetto del giudizio a quo, tale dubbio di costituzionalità si presenta manifestamente privo di fondamento; che, in proposito, va infatti rilevato come l'art. 669 cod. proc. pen. miri a porre rimedio ad una situazione nella quale non è stato in concreto osservato il divieto del bis in idem (art. 649 cod. proc. pen.), stabilendo quale fra le plurime sentenze irrevocabili emesse nei confronti della stessa persona per il medesimo fatto debba essere eseguita, con correlata revoca delle altre; che, in teoria, la sentenza da eseguire dovrebbe essere sempre quella divenuta irrevocabile per prima: sono, infatti, le successive che – intervenendo dopo la formazione del giudicato – risultano emesse in violazione del ne bis in idem; che il legislatore privilegia, tuttavia, il favor rei, stabilendo, per quanto in questa sede interessa, che quando per lo stesso fatto sono state pronunciate più sentenze di condanna, vada eseguita, non la prima sentenza, ma quella che ha pronunciato la condanna meno grave (art. 669, comma 1, cod. proc. pen.), individuata sulla base degli analitici criteri dettati dai commi 3 e 4 dello stesso articolo; che tali criteri hanno, peraltro, una valenza solo suppletiva rispetto alla facoltà, attribuita all'interessato dal comma 2, di indicare lui stesso, ove le pene siano diverse, quale sentenza deve essere eseguita: e ciò – come si legge nella relazione al progetto preliminare del codice di rito – in base alla considerazione che, a fronte dell'ampia gamma di combinazioni che possono presentarsi in concreto, la quale rischia di rendere arbitraria ogni predeterminazione normativa, deve presumersi che il pluricondannato sia il miglior giudice dei propri interessi; che la disciplina ora ricordata risulta espressamente estesa dal comma 6 dell'art. 669 cod. proc. pen. all'ipotesi in cui il medesimo fatto sia stato giudicato quale «episodio» del concorso formale o del reato continuato, come è avvenuto nella specie, quanto alla seconda delle due sentenze; che, ciò posto, nel caso oggetto del giudizio a quo – alla luce di quanto si riferisce nell'ordinanza di rimessione – si è al cospetto di una evenienza patologica, giacché il condannato ha operato una scelta, a tutta prima, contraria ai propri interessi: avendo chiesto che, tra le anzidette sentenze, venga eseguita quella non solo divenuta irrevocabile per ultima e che ha inflitto una pena più severa, ma che per giunta ha negato la sospensione condizionale; che – a prescindere dalla logica che può aver guidato siffatta opzione (estendere la sospensione condizionale anche alla pena inflitta per il reato di falso giudicato nella seconda sentenza in continuazione con la ricettazione) e dalla possibilità di conseguire, eventualmente, il risultato sperato per altra via (chiedendo, cioè, la revoca parziale della seconda condanna, quanto alla ricettazione, e il riconoscimento in executivis della continuazione tra il falso e la ricettazione giudicata con la prima condanna, con conseguente estensione della sospensione condizionale al falso ai sensi dell'art. 671, comma 3, cod. proc. pen.) – occorre comunque ribadire che la seconda condanna è, di per sé, una sentenza emessa illegittimamente, in contrasto col ne bis in idem; che l'interessato può sceglierla, ai sensi dell'art. 669, comma 2, cod. proc. pen. , se la ritiene in concreto più vantaggiosa: ma non può pretendere di sceglierla e, al tempo stesso, di emendarla – in deroga al principio di intangibilità del giudicato – da un errore, in punto di concessione di benefici, connesso alla stessa violazione del ne bis in idem (in specie, l'aver considerato come precedente ostativo altra condanna per il medesimo fatto che, a seguito della scelta operata, dovrebbe essere revocata); che, infatti, l'interessato può evitare l'effetto pregiudizievole ora indicato semplicemente optando per la condanna più remota – che è, poi, quella emessa secundum ius – in rapporto alla quale non può logicamente mai configurarsi un diniego della sospensione condizionale della pena basato sulla preclusione derivante da altra condanna per il medesimo fatto;