[pronunce]

Questo perché l'interdittiva antimafia, in quanto priva del carattere punitivo e assimilabile a una misura di sicurezza, sarebbe assoggettata al regime temporale stabilito dall'art. 200 cod. pen. Qualora la questione di legittimità venisse accolta, ciò comporterebbe l'annullamento dell'interdittiva antimafia notificata al ricorrente quale effetto automatico della condanna riportata, a riprova della rilevanza della questione sollevata. 2.2.- Riguardo alla non manifesta infondatezza vengono anzitutto richiamate le argomentazioni del Consiglio di Stato che, come accennato, esprimendosi in sede di appello cautelare, ha messo in luce come debba necessariamente verificarsi se la previsione di un effetto interdittivo automatico, conseguente a determinate condanne penali, persegua la finalità di completare il trattamento sanzionatorio o, invece, si colleghi all'interesse pubblico del contrasto alle organizzazioni mafiose. 2.2.1.- Sulla base di ciò, il giudice a quo ritiene che siffatto effetto interdittivo potrebbe effettivamente risultare irragionevolmente sproporzionato rispetto alla finalità preventiva perseguita dal legislatore, giacché la truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche sarebbe una fattispecie priva di natura associativa, punita con sanzioni molto inferiori a quelle previste per i reati di cui all'art. 51, comma 3-bis, cod. proc. pen. e non necessariamente correlata ad attività della criminalità organizzata. In particolare, la norma eccederebbe rispetto al suo scopo di contrastare, con misure di carattere preventivo, il dilagare della criminalità organizzata nel tessuto socio-economico, che costituisce il fine delle misure interdittive (è richiamata Consiglio di Stato, sezione terza, sentenza 24 aprile 2020, n. 2651). Al più, dalla commissione di una truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche si potrebbe desumere la sussistenza di elementi di contiguità con il fenomeno mafioso, ma non in automatico, bensì guardando allo specifico caso concreto ed effettuando una diffusa valutazione di carattere necessariamente discrezionale. L'automatismo previsto dal legislatore, invece, in quanto non direttamente e immediatamente correlato all'interesse pubblico generale, sarebbe una misura fortemente limitativa della libertà di iniziativa economica di cui all'art. 41 Cost., stante l'impossibilità di svolgere una qualsivoglia attività lavorativa, professionale o economica soggetta a provvedimenti di natura autorizzatoria, concessoria o abilitativa. Né alcun elemento utile potrebbe desumersi dai lavori preparatori alla legge di conversione del d.l. n. 113 del 2018, se non che la fattispecie delittuosa in esame sia, nella prassi, una delle più frequentemente poste in essere per ottenere il controllo illecito degli appalti. Quanto affermato emergerebbe in particolare nel caso di specie, ove, pur non essendo stata dimostrata alcuna effettiva correlazione con il fenomeno mafioso, il ricorrente ha visto precludersi interamente la possibilità di svolgere attività imprenditoriale. 2.2.2.- L'affiancamento dell'ipotesi delittuosa di cui all'art. 640-bis cod. pen. a quelle previste dall'art. 51, comma 3-bis, cod. proc. pen. , inoltre, si tradurrebbe in un sostanziale inasprimento del regime sanzionatorio per il reato di truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche, senza che - per di più - sia possibile un'equa valutazione giudiziale del caso concreto. Tale natura sostanzialmente punitiva della misura in esame renderebbe la disposizione censurata incompatibile con i principi di cui agli artt. 25 e 27 Cost. (anche in relazione agli artt. 6 e 7 CEDU), in particolare laddove, come nel caso di specie, gli effetti pregiudizievoli vengano fatti derivare anche da sentenze pronunciate antecedentemente all'entrata in vigore del d.l. n. 113 del 2018, come convertito. 3.- Con atto depositato il 6 ottobre 2020 è intervenuto in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che venga dichiarata l'inammissibilità o comunque l'infondatezza delle questioni sollevate. 3.1.- In primo luogo, l'Avvocatura generale dello Stato osserva come l'impostazione del giudice a quo - secondo cui l'effetto ostativo automatico previsto dalla disposizione oggetto di censura celerebbe una finalità punitiva e non preventiva - non considererebbe il fatto che il reato di cui all'art. 640-bis cod. pen. rappresenterebbe una delle attività delittuose poste in essere più frequentemente per ottenere il controllo illecito degli appalti. 3.1.1.- Più in generale, la truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche avrebbe natura «lucro-genetica», risultando, nella prassi investigativa e giudiziaria, sistematicamente commessa dalle associazioni criminali per il raggiungimento dei loro scopi illegali. Sarebbe, quindi, tale circostanza a giustificare le limitazioni alla libertà di iniziativa economica contemplate dalla disposizione censurata, volte a prevenire il condizionamento degli operatori economici a opera delle organizzazioni di stampo mafioso. D'altronde, la ratio delle misure previste dal codice antimafia sarebbe proprio di tipo anticipatorio e indiziario, in un'ottica diversa da quella delle misure punitive e afflittive, basandosi su una valutazione prognostica, in una logica preventiva ispirata alla regola del "più probabile che non", che consente di ritenere razionalmente credibile il pericolo di infiltrazione mafiosa. Tra l'altro, anche la giurisprudenza della Corte di giustizia dell'Unione europea avrebbe affermato come il fenomeno del contrasto all'infiltrazione della criminalità organizzata nelle procedure pubbliche costituisca un legittimo motivo di restrizione delle regole concorrenziali garantite dal diritto europeo (viene richiamata Corte EDU, sezione quinta, sentenza 26 settembre 2019, in causa C-63/18, Vitali spa). 3.1.2.- In questo senso, la disposizione oggetto di censura rappresenterebbe il frutto di una ponderata valutazione discrezionale rimessa al legislatore e legittimamente manifestata con l'inclusione del reato in questione tra le ipotesi delittuose sintomatiche della criminalità organizzata, in un'ottica che non sarebbe certamente sanzionatoria o afflittiva, ma squisitamente preventiva. Tali considerazioni troverebbero un ulteriore fondamento nell'art. 84, comma 4, lettera a), cod. antimafia, che contempla una serie di situazioni da cui poter desumere un tentativo di infiltrazione mafiosa, idonee all'adozione dell'informazione antimafia interdittiva. Tra di esse vi è per l'appunto quella della condanna (anche non definitiva) per il reato di cui all'art. 640-bis cod. pen. Quest'ultimo, quindi, rientrerebbe tra quei reati comunemente definiti "reati spia", che contemplano condotte ritenute dal legislatore espressive di un pericolo di infiltrazione mafiosa e rispetto alle quali, con maggiore regolarità statistica, gravita il mondo della criminalità organizzata (sul punto sono richiamate le sentenze del Consiglio di Stato, sezione terza, 2 maggio 2019, n. 2855;