[pronunce]

che, con particolare riferimento al giudizio in corso, secondo il rimettente la questione sarebbe rilevante perché il deposito del ricorso in riassunzione (19 marzo 2009) è avvenuto dopo il decorso del termine di sei mesi dalla data del fallimento (11 marzo 2008) e, pertanto, l'applicazione dei citati artt. 43 della legge fallimentare e 305 cod. proc. civ. porterebbe all'accoglimento dell'eccezione di estinzione del processo e alla definitiva esecutività del decreto ingiuntivo, a norma dell'art. 653 cod. proc. civ. ; che, inoltre, secondo il giudice a quo, benché al momento della dichiarazione d'interruzione del processo (udienza del 1° ottobre 2008) il termine semestrale, tenuto conto della sospensione feriale, non fosse ancora spirato e la parte fosse a conoscenza dell'atto interruttivo, tale argomento non sarebbe decisivo per affermare che non vi sia stata violazione del diritto di difesa e del diritto di uguaglianza delle parti nel processo, non essendo noto il momento in cui l'opponente era venuta a conoscenza del fallimento e non essendo provato che ne fosse a conoscenza prima dell'udienza del 1° ottobre 2008; sicché, in ogni caso, essa avrebbe avuto a disposizione un termine assai breve e del tutto insufficiente per valutare l'opportunità di proseguire nell'attività processuale oppure di lasciare che il processo si estinguesse; che, in particolare, il rimettente ritiene, alla luce della modifica della legge fallimentare, che il fallimento della parte costituita produca l'effetto automatico dell'interruzione del processo così come già previsto dagli artt. 299, 300, terzo comma, e 301 cod. proc. civ. , per le ipotesi, rispettivamente, della morte o della perdita della capacità di stare in giudizio della parte non ancora costituita; della medesima evenienza con riguardo alla parte costituita personalmente; della morte, radiazione o sospensione del procuratore della parte costituita; che, in relazione a dette ipotesi, la Corte costituzionale è intervenuta per dichiarare la illegittimità costituzionale dell'art. 305 cod. proc. civ. nella parte in cui fa decorrere il termine per la riassunzione dall'interruzione del processo, anziché dal momento in cui le parti hanno avuto conoscenza dell'evento; che, al riguardo, il giudice a quo cita la pronunzia n. 139 del 1967 concernente l'art. 301 cod. proc. civ. e quella n. 159 del 1971 relativa agli artt. 299 e 301, terzo comma, cod. proc. civ. ; egli richiama, inoltre, la sentenza n. 34 del 1970 in tema di decorrenza del termine per la prosecuzione del processo sospeso, di cui all'art. 297, primo comma, cod. proc. civ. , del quale fu dichiarata l'illegittimità costituzionale in base ad argomentazioni analoghe a quelle in tema d'interruzione del processo; che il giudicante osserva come in passato la Corte costituzionale sia intervenuta con pronunzie di illegittimità dell'art. 305 cod. proc. civ. , in tutti i casi in cui il codice aveva previsto il carattere automatico dell'effetto interruttivo al verificarsi dell'evento; che il rimettente, inoltre, sottolinea la possibilità che la parte, diversa da quella fallita, resti ignara del fallimento della controparte anche per lungo tempo, venendo a conoscenza del fallimento stesso dopo il decorso del termine di legge per la riassunzione o comunque, come nel caso di specie, a ridosso del detto termine; che, a suo avviso, benché gli artt. 16 e 17 della legge fallimentare prevedano forme di pubblicità volte a rendere noto ai terzi il fallimento (peraltro, soltanto dalla data d'iscrizione della sentenza nel registro delle imprese), sembra incongruo addossare alla parte l'onere di effettuare continue verifiche nei registri per controllare se la controparte è fallita; che, dunque, secondo il rimettente la disposizione censurata si pone in contrasto con l'art. 111, secondo comma, Cost. e con il principio di uguaglianza in quanto la parte in bonis, a seguito della modifica dell'art. 43 della legge fallimentare, è posta in una posizione di svantaggio rispetto alla parte fallita perché ad essa è imposto l'onere di svolgere indagini onerose al fine di evitare che l'ignoranza del fallimento dell'avversario possa far maturare preclusioni a suo danno, con esiti assai gravosi, come nei giudizi di impugnazione; che, inoltre, ad avviso del giudice a quo, un comportamento malizioso o negligente della curatela, consistente nel mero astenersi dal dare notizia all'altra parte del fallimento, può trasformare un istituto come quello dell'interruzione, diretto a garantire la parte interessata dall'evento dal rischio che il processo prosegua in un momento nel quale essa non può svolgere attività difensiva, in uno strumento per danneggiare, anche in modo irreparabile, la controparte ignara; che, ancora, secondo il rimettente, la norma impugnata risulta in contrasto anche con l'art. 24, secondo comma, Cost., perché alla parte interessata alla prosecuzione del giudizio ed estranea all'evento interruttivo non è assicurato il diritto di difesa, in modo effettivo ed adeguato; essa è, infatti, posta nella condizione di subire il rischio che un evento ignoto, e non conoscibile secondo canoni di ordinaria diligenza, vada a pregiudicare la possibilità di difendere le proprie ragioni nel processo, subendo anche conseguenze assai gravi derivanti dall'estinzione del giudizio; che per il rimettente, anche in questo caso, è necessario, per ricondurre ad equità il sistema, come modificato a seguito della riforma del 2006 della legge fallimentare, un intervento della Corte costituzionale sulla disposizione impugnata; che il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, è intervenuto in giudizio chiedendo che la questione sia dichiarata manifestamente inammissibile, perché il rimettente non avrebbe esperito il doveroso tentativo di ricercare una interpretazione costituzionalmente orientata della normativa censurata. Considerato che il Tribunale di Vicenza dubita, in riferimento agli articoli 24, secondo comma, e 111, secondo comma, della Costituzione, della legittimità costituzionale dell'art. 305 del codice di procedura civile, «nella parte in cui prevede, nel caso di fallimento della parte costituita, che il termine perentorio per la riassunzione del processo decorra, per le parti diverse da quella fallita, dalla data dell'interruzione anziché dalla data in cui tali parti ne abbiano avuto effettiva conoscenza»; che la questione è manifestamente infondata; che, infatti, identica questione è stata già dichiarata non fondata «nei sensi di cui in motivazione» da questa Corte con sentenza n. 17 del 2010; che nella pronunzia citata è stato ribadito che la disciplina in tema d'interruzione del processo è espressiva dell'esigenza di tutelare non soltanto la parte colpita dall'evento interruttivo, ma anche di preservare il diritto di difesa della parte cui il fatto interruttivo non si riferisce, con la conseguenza che quest'ultima deve essere messa in grado di conoscere se si sia o meno verificato l'evento interruttivo e da quale momento decorra il termine per la riassunzione;