[pronunce]

Il giudice a quo sostiene, quindi, che anche il censurato primo comma dell'art. 2 del r.d.l. n. 295 del 1939, riguardante «le rate di stipendio e di assegni equivalenti» e «le rate di pensione e gli assegni […] dovuti dallo Stato» siccome indicati nel decreto legge luogotenenziale 2 agosto 1917, n. 1278 (che comprende tra gli assegni personali soggetti a prescrizione biennale alcune indennità per il Regio esercito e la Regia marina ed in genere tutti gli assegni fissi), sarebbe stato «inizialmente interpretato, in prevalenza, nel senso che la prescrizione quinquennale trovasse applicazione esclusivamente nell'ipotesi di crediti liquidi ed esigibili», laddove, nel caso di crediti illiquidi o non agevolmente liquidabili o contestati dall'amministrazione, «si riteneva ricorressero, […] infatti, gli estremi per l'applicazione dell'ordinaria prescrizione decennale di cui all'art. 2946 c.c.». A séguito però dell'art. 2, quarto comma, della legge n. 428 del 1985, il quale «ha esteso la prescrizione anche alle rate e differenze arretrate», la giurisprudenza (del Consiglio di Stato, della Corte dei conti e, infine, anche della Corte di cassazione) «si é stabilizzata, […] infatti, sull'orientamento che la prescrizione quinquennale si applica anche ai ratei di stipendio […] e ai ratei di pensione […] non ancora liquidi ed esigibili», sicché «appare difficilmente praticabile, in fattispecie, una diversa opzione interpretativa». Secondo la rimettente, anche il denunciato primo comma dell'art. 2 del r.d.l. n. 295 del 1939, nel testo sostituito dall'art. 2, quarto comma, della legge n. 428 del 1985, al pari dell'art. 11 della legge n. 67 del 1988, dichiarato incostituzionale dalla sentenza n. 283 del 1989, avrebbe «reso omogenee, identicamente disciplinandole, posizioni soggettive difformi e cioè i crediti pensionistici esigibili e liquidi da una parte e i crediti pensionistici illiquidi ed inesigibili dall'altra», e ciò «ancora una volta in stretta connessione (almeno sotto il profilo cronologico: cfr. Cass. civ. , sez. lavoro, 22 maggio 1999, n. 5003; Cons. Stato, sez. IV, 12 marzo 2001, n. 1411) all'entrata in vigore di una norma di gran lunga successiva (anche se non di interpretazione autentica)». Di qui, appunto, l'ipotizzato vulnus all'art. 3 Cost., «con ovvi riflessi […] sulle garanzie introdotte dal successivo art. 38, essendo evidenti, nei confronti dei soggetti interessati, il venir meno delle connotazioni di adeguatezza alle esigenze di vita, ivi tutelate». 2. - Si è costituito in giudizio l'appellante del procedimento principale chiedendo una declaratoria di incostituzionalità del denunciato art. 2, primo comma, del r.d.l. n. 295 del 1939, nel testo sostituito dall'art. 2, quarto comma, della legge n. 428 del 1985, ovvero, in subordine, di manifesta infondatezza della sollevata questione «sussistendo tutti gli spazi per un'interpretazione conforme a Costituzione della norma censurata». La difesa della parte privata, dopo aver rammentato i passaggi salienti della vicenda che ha dato origine all'incidente di costituzionalità, aderisce alle argomentazione sviluppate dalla rimettente in punto di incostituzionalità della suddetta disciplina, richiamando anch'essa la portata della citata sentenza n. 283 del 1989, che afferma essere relativa ad ipotesi di «palese sovrapponibilità» con quella attualmente oggetto di scrutinio. In subordine, la parte costituita sostiene che la rimettente non avrebbe «sperimentato la possibilità di un'interpretazione della norma conforme a Costituzione», con conseguente inammissibilità manifesta della proposta questione, che sarebbe volta, piuttosto, ad «ottenere un avallo a favore di una diversa interpretazione della norma rispetto a quella seguita dal prevalente indirizzo giurisprudenziale». Peraltro, nella memoria si assume che, nella specifica materia, non sussisterebbe un “diritto vivente”, essendosi formato anche un orientamento giurisprudenziale, conforme alla stessa ratio ispiratrice della norma denunciata, secondo cui questa «si riferisce espressamente alla prescrizione dei ratei già posti in liquidazione», così «giungendo a negare la decorrenza stessa della prescrizione almeno fino a quando il credito non sia stato messo nella concreta disponibilità del percipiente». 3. - È intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, il quale ha concluso per l'inammissibilità o, comunque, per l'infondatezza della questione. Secondo la difesa erariale, la norma censurata, sia nell'originaria che nella vigente formulazione, non farebbe «alcuna differenza tra ratei liquidi ed esigibili e ratei che non lo sono, dovendosi far risalire questa distinzione all'elaborazione giurisprudenziale in merito»; sicché, più che un dubbio di legittimità costituzionale, la rimettente, prospettando il dubbio di costituzionalità per la «presenza di un indirizzo giurisprudenziale che non si ritiene conforme a Costituzione», cercherebbe di ottenere un «improprio […] avallo a favore di una determinata interpretazione della norma censurata», con conseguente manifesta inammissibilità della proposta questione. Nel merito, l'Avvocatura generale dello Stato, nel rammentare quanto affermato dalla Corte costituzionale con l'ordinanza n. 166 del 2006, sostiene che la questione sarebbe infondata, avendo il legislatore, in materia di fissazione del termine prescrizionale, ampi margini di discrezionalità che, nella specie, non sarebbero stati esercitati irragionevolmente, non avendo neppure la rimettente censurato la disposizione oggetto di scrutinio sotto il profilo della congruità del termine di prescrizione dalla medesima fissato. 4. - La parte privata costituita e l'intervenuto Presidente del Consiglio dei ministri hanno depositato, in prossimità dell'udienza, memorie illustrative, con le quali ribadiscono le conclusioni rispettivamente formulate in precedenza. 4.1. - La parte privata – oltre a sostenere nuovamente la manifesta inammissibilità della questione per essere la stessa prospettata al solo fine di ottenere un autorevole avallo interpretativo – insiste, in particolare, sulla “manifesta iniquità” della norma denunciata, che, con «effetti assolutamente ingiusti e paradossali», disciplinerebbe in modo uguale situazioni tra loro distinte e cioè quella di un credito liquido ed esigibile e quella di un diritto che «ha potuto essere reclamato solo dopo espresso e specifico intervento» della Corte costituzionale. Peraltro, in siffatta ipotesi, sussisterebbe un contrato anche con la regola generale, desumibile dall'art. 2935 del codice civile, per cui «il termine di prescrizione non può decorrere nel caso di impedimento legale all'esercizio del diritto». 4.2.