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Palamara avrebbe ricevuto sollecitazioni anche per le nomine e le promozioni di magistrati al CSM; in particolare, nel febbraio 2018, il magistrato Baldovino De Sensi lo avrebbe interpellato per la propria nomina a vicesegretario del CSM, suggerendo addirittura una modifica della normativa per consentire la nomina di due vicesegretari generali. Dalle chat di Palamara emergono le manovre per la nomina dei procuratori aggiunti alla procura della Repubblica di Milano destinati ad affiancare il procuratore Francesco Greco. Si tratta di un'altra vicenda che inevitabilmente ha prodotto turbamento nell'ANM. Le intercettazioni pubblicate, infatti, hanno portato alle dimissioni del pubblico ministero Angelo Renna, componente della giunta esecutiva dell'ANM, per le pressioni che avrebbe rivolto a Palamara allo scopo di essere inserito tra i procuratori aggiunti di Greco. Le chat con Renna sembrerebbero suggerire altresì che il suo capo, lo stesso Greco, avrebbe segnalato a Palamara il nome di Laura Pedio come procuratore aggiunto a Milano nel corso di una riunione avvenuta nell'ottobre 2017. Nomina, di fatto, arrivata a metà novembre dello stesso anno. Gli organi di informazione riferiscono anche delle relazioni tra Palamara e un altro consigliere di Palazzo dei marescialli, Giuseppe Cascini (Area), in particolare di intercettazioni che riguardano la nomina di quest'ultimo, nel 2017, a procuratore aggiunto presso la procura della Repubblica di Roma, della quale proprio Palamara si sarebbe interessato. In quella tornata avrebbe concorso altresì un altro pubblico ministero, Sergio Colaiocco, che, dopo aver presentato la propria candidatura, sembrerebbe essere stato indotto a ritirarla per eseguire le indicazioni ricevute dallo stesso Palamara. Al centro delle intercettazioni vi è anche il destino professionale del vertice della Direzione nazionale antimafia che, secondo le fonti giornalistiche, sarebbe stato oggetto di conversazione tra Palamara e Marco Minniti, all'epoca dei fatti Ministro dell'interno. Il potere delle correnti è stato strumentalizzato al punto tale da interferire in scelte politiche, addirittura per attaccare rappresentanti politici che negli anni si sono susseguiti, con lo scopo di condizionare e manipolare le indagini, i processi e magari anche gli esiti delle sentenze. Dalle intercettazioni emergerebbe, infatti, la volontà di alcuni magistrati e politici di porre in essere una sorta di campagna di stampa finalizzata a colpire l'onorevole Matteo Salvini, che all'epoca dei fatti era Ministro dell'interno, usando come cavallo di battaglia il noto caso della nave « Diciotti ». Protagonista di tale vicenda sarebbe stato il vicepresidente del CSM Giovanni Legnini, già Sottosegretario di Stato in due Governi sostenuti dal Partito democratico. Sulle trame correntizie e sulla loro influenza è intervenuto di recente il sindaco di Napoli, Luigi De Magistris, affermando che le inchieste « Poseidone » e « Why Not », che all'epoca seguiva, gli furono sottratte con una scelta avallata dal CSM e da Palamara, presidente dell'ANM. A distanza di dieci anni, aggiunge De Magistris, la magistratura di Salerno ha accertato che tali indagini gli furono sottratte illecitamente. Peraltro, lo stesso Palamara ha affermato che i problemi sullo sviluppo di taluni processi instaurati nei confronti di alcuni capi politici sono un tema che merita certamente di essere approfondito. L'onda scandalistica e surreale del cosiddetto « mercato delle toghe » ha interessato anche il Ministero della giustizia. A margine delle dichiarazioni del magistrato antimafia Nino Di Matteo relativamente alla propria mancata nomina alla direzione del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria da parte del Ministro della giustizia Alfonso Bonafede, di recente Palamara ha riferito in un'intervista che anche l'esclusione di Nino Di Matteo dalla guida della Direzione nazionale antimafia si sarebbe verificata a causa del sistema delle correnti. Le intercettazioni pubblicate dagli organi di stampa fanno emergere ulteriori vicende che riguarderebbero le scelte dei vertici da parte del Ministro della giustizia, facendo trapelare il ruolo svolto dalle correnti e l'uso politico della magistratura. Il capo di gabinetto, Fulvio Baldi, di Unicost (medesima corrente di Palamara), dopo essere stato più volte intercettato in conversazioni con Palamara in cui si discute di colleghi magistrati da inserire al Ministero, ha rassegnato le proprie dimissioni. Bernardo Petralia, nuovo capo del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, a seguito delle conversazioni con Palamara, risulterebbe consapevole dei meccanismi di spartizione delle nomine e particolarmente attivo anche nella propria promozione. Questi, infatti, avrebbe chiesto l'aiuto di Palamara per la nomina a capo della procura della Repubblica di Torino, per la quale avevano presentato domanda quattordici magistrati. Dopo la scoperta del « caso Palamara », Petralia decise di revocare la sua candidatura: ci si domanda, quindi, se tale scelta sia stata dettata dalla volontà di dissociarsi dal mercimonio delle toghe o dalla mera consapevolezza che di lì a poco le intercettazioni sul telefono cellulare di Palamara avrebbero rivelato le sue conversazioni. Liborio Fazzi, nuovo capo pro tempore dell'Ispettorato generale del Ministero della giustizia che conduce, per conto del Ministro, le indagini su uffici giudiziari e magistrati, nominato a seguito delle dimissioni di Andrea Nocera, inquisito dalla procura di Napoli per corruzione, secondo quanto ricostruito dagli organi di stampa in base alle intercettazioni raccolte, sembrerebbe essere un sostenitore delle spartizioni tipiche delle logiche correntizie. Quanto riportato costituisce solo una parte del « sistema di potere » che ruota intorno alle correnti nel quale, fino ad ora, Palamara ha avuto un ruolo centrale, ma certamente non esclusivo. Egli, infatti, durante un'intervista ha affermato che il sistema delle correnti, esistente sin dagli anni settanta e inizialmente sorto quale fenomeno di pluralismo culturale, è divenuto in ultimo uno « strumento di potere » che interagisce con la politica, ancor prima che Palamara ne divenisse il perno. Tali vicende, incompatibili con i princìpi costituzionali che regolano la giurisdizione e lesive della credibilità del sistema giudiziario, colpiscono profondamente la dignità professionale della maggior parte dei magistrati onesti, imparziali, indipendenti e altamente qualificati che ogni giorno difendono i diritti altrui. Peraltro, è evidente come manovre volte alla spartizione di cariche e di nomine in uffici giudiziari di elevata rilevanza siano, di fatto, preordinate al fine di costituire un sistema di potere in ambito giudiziario, in grado di interferire anche nella vita politica. Le vicende narrate dimostrano un attivismo di esponenti del Partito democratico nei confronti della magistratura che sembrerebbe ricambiato da quest'ultima « entrando e uscendo » dalla politica.