[pronunce]

Ad avviso dell'Istituto, la ratio della norma sarebbe quella di stabilire una soglia fissa di accesso alle prestazioni previdenziali valevole per tutti i lavoratori a tempo pieno e a tempo parziale, senza che si stabiliscano limiti più facili di accesso al diritto (an) ad assicurati che prestino attività lavorative ridotte, nel rispetto della logica assicurativa che permea il sistema previdenziale costituzionale. L'ente sottolinea, quindi, come la norma censurata, a parità di condizione, faccia corrispondere un identico regime di contributi settimanali utili sia per i lavoratori a tempo pieno che per quelli a tempo parziale. Pertanto, ad avviso dell'Istituto, la rimettente avrebbe effettuato, in modo arbitrario, una commistione tra il meccanismo delineato dall'art. 7, primo comma, primo periodo, e secondo, del d.l. n. 463 del 1983 e il meccanismo per nulla assimilabile di cui all'art.1, comma 4, del d.l. n. 338 del 1989 , così stravolgendo le finalità dei due differenti istituti previdenziali (accredito dei contributi al lavoratore e determinazione dei contributi dovuti dal datore di lavoro). La soluzione prospettata dalla Corte di cassazione nell'ordinanza di rimessione introdurrebbe una irrazionale ed inammissibile soglia minima retributiva settimanale mobile, non conforme alla ratio della norma censurata, creando disparità di trattamento e discrasie. Peraltro, al riguardo l'INPS ricorda che, come precisato in alcune pronunce della Corte costituzionale (è citata la sentenza n. 121 del 2006) e della Corte di cassazione (è citata la sentenza n. 1732 del 2003), il lavoro part-time è «un lavoro normale, in quanto scelto in maniera da consentire il soddisfacimento di altre esigenze di vita e di studio», per cui eventuali limiti di tutela previdenziale sarebbero ascrivibili all'opzione negoziale dell'assicurato. 2.4.- Quanto alla dedotta illegittimità costituzionale della norma censurata in riferimento all'art. 38 (secondo comma) Cost., l'ente pone in evidenza che, come rilevato dalla stessa Corte di cassazione, il sistema previdenziale predisposto per il caso della disoccupazione involontaria prevede l'ipotesi dell'indennità ordinaria di disoccupazione con requisiti ridotti proprio per coloro che, in possesso del requisito del biennio di assicurazione, non possano vantare il requisito dell'anno di contribuzione (cinquantadue contributi settimanali) nel biennio precedente l'inizio del periodo di disoccupazione (art. 7, comma 3, del d.l. n. 86 del 1988). Peraltro, l'INPS sottolinea che il rispetto del principio di adeguatezza della prestazione previdenziale, con riferimento alla sussistenza dei limiti di accesso, non può prescindere dal contemperamento con l'interesse generale ai sensi dell'art. 2 Cost., «ponderando i costi sociali dell'erogazione di prestazioni di minima entità e l'utilità marginale del singolo assicurato» (è citata la sentenza della Corte costituzionale n. 31 del 1986). Infine, l'Istituto rileva che eventuali inconvenienti comportanti difficoltà in concreto nell'accesso alle prestazioni previdenziali (per esempio, mancato raggiungimento dei cinquantadue contributi settimanali), concretano circostanze di fatto non giustificanti di per sé una pronuncia di illegittimità costituzionale (è citata la sentenza di questa Corte n. 202 del 2008). Esso aggiunge, al riguardo, che non sussiste alcuna discriminazione de iure tra lavoratori dipendenti a tempo pieno e lavoratori dipendenti a tempo parziale, ma al più può determinarsi una distinzione de facto (anche nell'ambito della stessa categoria di lavoratori a tempo parziale), come tale irrilevante, tra lavoratori subordinati che godono di retribuzioni elevate e lavoratori che fruiscono di una bassa retribuzione contrattuale. 3.- Con memoria depositata in data 18 febbraio 2011, si è costituita in giudizio la parte privata, chiedendo l'accoglimento della sollevata questione di legittimità costituzionale dell'art. 7, primo comma, prima frase, del d.l. n. 463 del 1983, convertito dalla legge n. 638 del 1983. In punto di fatto, essa espone di avere inoltrato, in data 17 dicembre 1996, domanda all'INPS volta ad ottenere l'indennità ordinaria di disoccupazione, essendo involontariamente disoccupata, avendo prestato attività lavorativa nei due anni antecedenti lo stato di disoccupazione (per 52 settimane nel 1995 e 26 settimane nel 1996, per nove ore settimanali) e vantando una anzianità contributiva di almeno un anno nel biennio precedente l'inizio del periodo di disoccupazione. Aggiunge che l'INPS ha respinto la domanda, ritenendo che, in applicazione dell'art. 7 della legge n. 638 del 1983, la richiedente potesse, nel biennio antecedente la cessazione del lavoro, far valere solo trentasette contributi settimanali, anziché i cinquantadue richiesti. Riferisce, altresì, di avere adito la via giudiziaria, sostenendo che, sul presupposto della applicabilità del citato art. 7 della legge n. 638 del 1983 solo ai rapporti di lavoro a tempo pieno, si potesse estendere, in via interpretativa, il meccanismo della riparametrazione su base oraria della retribuzione minima di cui all'art. 1, comma 4, del d.l. n. 338 del 1989, anche alla retribuzione minima settimanale di cui al citato art. 7. Precisa ancora di avere, in via subordinata, eccepito la illegittimità costituzionale dell'art. 7, in riferimento agli artt. 3, 36, 38, secondo comma, Cost. In particolare, ricorda di avere denunciato, quanto alla assunta violazione dell'art. 3 Cost., la discriminazione nell'accesso alle prestazioni previdenziali tra lavoratori a tempo pieno e lavoratori a tempo parziale e, quanto all'assunto contrasto con gli artt. 36 e 38, secondo comma, Cost., la violazione dei principi di giusta retribuzione e di assistenza sociale, stante la previsione di un ostacolo legislativo, quale la retribuzione minima settimanale, nel riconoscimento del diritto al trattamento di disoccupazione ai lavoratori part-time. Respinte le domande della ricorrente dai giudici di entrambi i gradi di merito, la signora P.A.M. riferisce di avere proposto ricorso per cassazione, ribadendo, in sostanza, come motivi di ricorso quelli già posti a fondamento dei giudizi di merito. In punto di diritto, la sig.ra P.A.M. dubita della legittimità costituzionale anche del terzo comma del citato art. 7, nella parte in cui estende il meccanismo della contrazione del periodo assicurativo alle prestazioni previdenziali non pensionistiche per le quali non opera alcuna integrazione al minimo - come previsto invece per l'ordinamento pensionistico - essendo la prestazione corrisposta in misura corrispondente al solo trattamento retributivo già percepito. Al riguardo, la parte privata precisa che la misura dell'indennità ordinaria di disoccupazione è strettamente proporzionale alla retribuzione percepita e stabilita nella misura percentuale del 30 per cento della retribuzione media soggetta a contribuzione dei tre mesi precedenti l'inizio del periodo di disoccupazione, senza alcuna integrazione al minimo, come, invece, previsto per l'ordinamento pensionistico.