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all'evento interverranno inoltre anche Theresa Okafor, un'attivista nigeriana che nel 2014 ha proposto una legge che criminalizza le unioni tra persone dello stesso sesso, e Lucy Akello, Ministro ombra per lo sviluppo sociale in Uganda, che nel 2017 ha presentato al Parlamento ugandese una legge contro le coppie omosessuali, già proposta nel 2014, che prevedeva originariamente la pena di morte per "omosessualità aggravata"; considerato che: l'articolo 3 della Costituzione riconosce il principio della pari dignità sociale di tutti i cittadini e il divieto di discriminazione sulla base, tra l'altro, delle "condizioni personali e sociali"; l'articolo 21 della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea sancisce espressamente il divieto di discriminazione in ragione dell'orientamento sessuale e dell'identità di genere; la consolidata giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell'uomo, anche in fattispecie riguardanti condotte poste in essere dalle istituzioni italiane, ha da tempo riconosciuto che alle coppie formate da persone dello stesso sesso spetta il pieno riconoscimento del diritto alla vita familiare ivi compreso il riconoscimento della possibilità di adottare il figlio del partner (in tal senso si vedano i casi Schalk and Kopf c. Austria, 24 giugno 2010; X. c. Austria, 19 febbraio 2013; Oliari v. Italia, 21 luglio 2015; Taddeucci v. Italia, 30 giugno 2016; Orlandi c. Italia, 14 dicembre 2017); la stessa Corte europea dei diritti dell'uomo ha sancito la contrarietà alla Convenzione di qualunque discriminazione fondata sull'orientamento sessuale, così come delle condotte discriminatorie veicolate da discorsi d'odio e volte ad incidere sulla libertà di espressione delle persone LGBT+ (al riguardo i casi Bayev e altri c. Russia, 20 giugno 2017; Vejdeland e altri c. Svezia, 9 febbraio 2012); il diritto italiano si è da tempo aperto alla pluralità delle formazioni familiari, sulla base di una cospicua giurisprudenza costituzionale e di legittimità, culminata nella nota pronuncia n. 138 del 2010 della Corte costituzionale; la legge 20 aprile 2016, n. 76, recante "Regolamentazione delle unioni civili tra persone dello stesso sesso e disciplina delle convivenze", all'articolo 1 definisce: "l'unione civile tra persone dello stesso sesso quale specifica formazione sociale ai sensi degli articoli 2 e 3 della Costituzione" e ai successivi commi 11 e 12 stabilisce rispettivamente che: "le parti acquistano gli stessi diritti e assumono i medesimi doveri; dall'unione civile deriva l'obbligo reciproco all'assistenza morale e materiale e alla coabitazione. Entrambe le parti sono tenute, ciascuna in relazione alle proprie sostanze e alla propria capacità di lavoro professionale e casalingo, a contribuire ai bisogni comuni", nonché: "Le parti concordano tra loro l'indirizzo della vita familiare e fissano la residenza comune"; rilevato che: il Presidente del Consiglio dei ministri, come riportato dagli organi di stampa, ha smentito il patrocinio della Presidenza del Consiglio dei ministri al WCF, sottolineando come la partecipazione del Ministro per la famiglia e le disabilità sia da ricondursi ad autonoma iniziativa politica di quest'ultimo; tuttavia, ad oggi sul sito del WCF, così come sul materiale informativo relativo al congresso, continua a comparire il logo della Presidenza del Consiglio dei ministri, seppure con la dicitura Ministro per la famiglia e le disabilità; appare pertanto oltremodo grave, nonché lesivo dei principi costituzionali e convenzionali su richiamati, che il Governo della Repubblica e la Presidenza del Consiglio dei ministri, sia pure per il tramite di un Ministro senza portafoglio, concedano il proprio patrocinio ad un evento che si pone in aperto contrasto con detti principi, e che punta a diffondere una cultura di odio e discriminazione verso le persone LGBT+, oltre a promuovere una concezione delle relazioni familiari astorica e fondata sulla subordinazione femminile, in aperto contrasto con l'art. 29 della Costituzione, impegna il Governo: 1) a revocare ogni forma di patrocinio al World congress of families, che si svolgerà a Verona il 29, 30 e 31 marzo 2019; 2) a porre in essere politiche di contrasto all'omotransfobia, con strumenti culturali e specificamente giuridici; 3) a sostenere attivamente la condizione femminile, in particolare attraverso una tutela adeguata delle lavoratrici madri e la salvaguardia del modello italiano di diritto di famiglia, solidamente basato, come impone la Costituzione, sull'eguaglianza morale e giuridica tra i coniugi. Atto n. 1-00095 LUCIDI DONNO PIRRO CORBETTA LANNUTTI ANGRISANI ROMANO COLTORTI PELLEGRINI Marco PRESUTTO ACCOTO DELL'OLIO MORRA MARILOTTI - Il Senato, premesso che: l'articolo 4 della Costituzione della Repubblica popolare cinese, richiamato dall'articolo 2 della legge sull'autonomia regionale nazionale (LRNA) del 1949, dichiara che: "L'autonomia regionale è esercitata in aree in cui persone appartenenti a minoranze etniche vivono in comunità concentrate"; la LRNA definisce l'autonomia come la linea politica adottata dal Partito comunista cinese per la soluzione del problema delle etnie all'interno della Cina. Le minoranze etniche, sotto una leadership unificata, esercitano l'autonomia regionale nelle aree in cui vivono in comunità concentrate e danno vita a organismi di autogoverno per esercitare il potere di autonomia. La LRNA incarna il pieno rispetto dello Stato nei confronti delle minoranze etniche e il loro diritto a gestire i propri affari interni e dimostra, allo stesso tempo, che lo Stato riconosce i principi di uguaglianza, unità e prosperità di tutte le etnie ; l'etnia tibetana è composta da circa 6 milioni di persone pari allo 0,42 per cento della popolazione nazionale della Repubblica popolare, e risulta oggi divisa tra la Regione autonoma tibetana e le province confinanti a maggioranza cinese: il Qinghai, il Sichuan, il Gansu e lo Yunnan; la Regione autonoma tibetana venne stabilita dal Governo cinese nel 1965. La sua superficie si estende per circa un quarto del territorio della Repubblica e conta una popolazione residente pari a 3.370.000 persone (stima del 2018), fra cui 2,09 milioni di tibetani; dall'annessione del Tibet alla Cina popolare nel 1950 e dalla creazione del Governo tibetano in esilio nel 1959, nonostante gli sforzi della Cina e della comunità internazionale, la questione tibetana è ancora al centro delle tensioni nell'area, a cui il Governo cinese risponde anche attraverso la repressione di qualsiasi forma di attivismo politico, così come della libertà di parola; considerato che: nel 1979 è iniziata una fase di contatti diretti tra autorità governative cinesi e gli inviati del Dalai Lama, che hanno permesso la visita di tre delegazioni investigative del Governo in esilio per visitare vaste aree del Tibet nell'arco di due anni; ulteriori sessioni di colloqui sono partite nel 1982 e nel 1984 che hanno condotto, nel 1985, ad una nuova fact-finding mission in Tibet;