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fu la prima vera reazione corale di tipo antifascista a Mussolini e al suo regime, che si era consolidato con le elezioni del 6 aprile di quell'anno. Le due cose vanno lette assieme, perché la storia che ci è stata raccontata, che come nasce il fascismo nasce l'antifascismo, può essere considerata una sorta di bestemmia in chiesa. I fatti non andarono in quel modo, perché questo è il primo atto e la prima norma - e ringrazio la relatrice e tutta la Commissione, che saluto cordialmente, per averla scritta - con cui ricordiamo una figura (non un eroe, ma un uomo) che ha fatto delle libere scelte. Allo stesso tempo, ricordiamo un fatto che segue il rapimento di Matteotti, ma è precedente alla sua morte. Ho sempre pensato che la libertà sia, più che un titolo di favore, una sorta di intralcio, un ostacolo, perché essere liberi significa prendere decisioni, significa scegliere e scegliere vuol dire assumersi dei rischi. Le persone non amano assumere dei rischi su di sé. Per questo ha ragione Dostoevskij, quando nel capitolo «Il grande inquisitore» urla, avendo davanti a sé il figlio di Dio: tu ci hai tradito; ci hai dato la libertà, ma noi non sappiamo cosa fare della libertà! La storia di Matteotti potrebbe essere racchiusa dentro a questo epitaffio: un omaggio alla libertà in un tempo in cui la libertà, né a sinistra, né in una certa destra del tempo, veniva assolutamente onorata e omaggiata. È la ragione per la quale Matteotti è solo, accompagnato da pochissimi nel corso della sua strada; all'inizio è solo, lo seguiranno poi due liberali, entrambi uccisi, Gobetti e Giovanni Amendola, padre di Giorgio Amendola, dirigente del Partito Comunista Italiano, assieme a un pugno di socialriformisti, certamente Don Sturzo, e parte di una sinistra, anche massimalista, ma che non la pensava assolutamente come lui. La storia del suo gesto, che non è il gesto eroico singolo, è quella di un periodo che nasce nel 1919 e termina nel 1924. C'è continuità e c'è un secondo fattore, che spesso oggi aborriamo e che si chiama coerenza. Il coraggio ha bisogno di coerenza e fare quella scelta in coerenza, soprattutto in un tempo in cui il riformismo era considerato un cane abbandonato e i riformisti venivano considerati degli eretici di cui disfarsi, fu decisamente complicato. Vi è una terza considerazione, Presidente: allora e anche oggi, in termini diversi, perché non siamo in un regime che possa essere in alcun modo dipinto come prefascista (non c'entra assolutamente nulla), in alcuni momenti e frangenti nella storia dei popoli, soprattutto quando si sommano crisi economiche e sociali, siamo travolti dall'attrazione di Cesare. L'attrazione di Cesare è quella per cui si pensa che l'uomo solo al comando risolva i problemi più rapidamente di quanto non avvenga con le lentezze delle democrazie parlamentari. Nel momento in cui si imbocca una strada del genere, si imbocca la strada della crisi della democrazia parlamentare, senza se e senza ma. Quando questa strada viene imboccata, chi siede su questi banchi, anche se la pensa in maniera diversa, ha il dovere di intervenire, di programmare delle reazioni e di bloccare chi intende seguire quella strada. Allora furono la crisi dello Stato liberale e la guerra a produrre gli effetti che conosciamo. L'Italia, a differenza di quello che si scrive oggi, per un lungo periodo fu felicemente fascista, non il contrario; fu felicemente fascista e nel 1924, nonostante i brogli e quant'altro, votò in massa per Mussolini e il listone fascista, e chi si oppose rimase una netta minoranza. In conclusione, ringraziando per la vostra attenzione, sottolineo che, quando celebriamo qualcosa e ricordiamo il centenario di una persona, di un fatto o di un evento, lo facciamo per due motivi: perché ricordiamo un fatto che la Repubblica ritiene positivo, ma anche perché ci identifichiamo nelle figure che riteniamo positive. Se ci identifichiamo in quelle figure, abbiamo il dovere di comportarci di conseguenza. E ora dico io, in conclusione, la mia bestemmia in chiesa: abbiamo discusso fino a poco fa di Ucraina e di guerra in Ucraina (e condivido la posizione del presidente Draghi e del suo Governo). Un omaggio alla democrazia parlamentare è anche discutere in quest'Aula, non attraverso strumenti che i giuristi ritengono da sottoscala del diritto (parlo dei decreti interministeriali), di guerra, di cosa fare e di come posizionare il Governo, perché ci sono delle evoluzioni. Ripeto e sottolineo di essere d'accordo con la posizione del Governo, ma il luogo dove si assumono le decisioni non è il sottoscala del diritto. Sono uno storico, non un giurista, ma so bene nella scala dei valori dove sta il decreto interministeriale. Questo è il luogo dove si prendono le decisioni e lo dico alla fine, altrimenti è meglio votare contro la celebrazione dei cento anni dal rapimento e dalla morte di Matteotti. (Applausi) . CALANDRINI (FdI) . Domando di parlare per dichiarazione di voto. PRESIDENTE. Ne ha facoltà. CALANDRINI (FdI) . Signor Presidente, innanzitutto vogliamo annunciare come Gruppo Fratelli d'Italia il voto favorevole a questo disegno di legge per celebrare il centesimo anniversario della morte di Giacomo Matteotti, che cadrà il 10 giugno 2024. Quando fu ucciso, Matteotti aveva solo trentanove anni, ma alle spalle aveva già un lungo impegno politico, iniziato oltre vent'anni prima e vissuto sicuramente con indubbio coraggio e passione, che gli avevano guadagnato il soprannome di "Tempesta". Aveva infatti molto spesso assunto posizioni scomode e difficili. Durante la Prima guerra mondiale, si espresse così fortemente contro la partecipazione dell'Italia al conflitto da essere condannato al confino in Sicilia dal 1916 al 1918. Tornato all'attività politica, fin dal 1919 fu tra i più strenui oppositori del fascismo, di cui denunciò spesso azioni violente. Nel 1920 e nel 1921, nell'ambito del Partito Socialista Italiano, si oppose alla fazione comunista, che non aveva ancora dato vita a un partito per conto proprio. Nel 1922, pochi giorni prima della marcia su Roma, fu espulso dal partito insieme a Filippo Turati, Giuseppe Modigliani, Claudio Treves e altri, tutti accusati dai massimalisti di aver rotto il principio di non collaborazione con i cosiddetti partiti borghesi, per aver partecipato alle consultazioni del re per la formazione del nuovo Governo. Gli espulsi fondarono il Partito Socialista Unitario, di cui Matteotti divenne segretario nazionale. Eletto deputato nel 1919 e nel 1921, lo fu anche nelle elezioni dell'aprile del 1924 con la nuova legge elettorale che attribuiva un premio di maggioranza alla lista che risultasse la più votata a condizione che superasse il 25 per cento dei voti validi. I risultati pubblicati dal Ministero dell'interno attribuirono il 60 per cento dei voti alla lista nazionale guidata da Benito Mussolini, che includeva non solo candidati fascisti, ma anche parecchi liberali come Orlando, Salandra, ex popolari, cattolici e tanti altri ancora.