[pronunce]

Le stesse sezioni unite hanno contestualmente, per altro, dubitato che la corresponsione degli interessi (dal giorno della mora debendi a quello del saldo) costituisca rimedio, al ritardo nel pagamento dell'indennizzo per violazione del termine ragionevole del processo, esaustivo e compatibile con il precetto di cui all'art. 6, paragrafo 1, della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali (CEDU), firmata a Roma il 4 novembre 1950, ratificata e resa esecutiva con legge 4 agosto 1955, n. 848, come interpretato dalla Corte di Strasburgo. Atteso che, per quest'ultima, il ritardo, nella realizzazione del diritto all'indennizzo suddetto, darebbe luogo ad un ulteriore "danno non patrimoniale", per violazione dell'autonomo «diritto [del soggetto creditore] all'esecuzione delle decisioni interne esecutive»: danno che andrebbe, come tale, a sua volta risarcito. Ciò premesso, hanno, però, poi concluso quelle sezioni unite che «la scelta &#8210; tra le molteplici possibili &#8210; del rimedio effettivo a tale ritardo» non possa essere demandata alla Corte costituzionale, ma resti, invece, «attribuita anche dalla stessa Convenzione europea all'"ampia discrezionalità del legislatore"». 4.- La questione &#8210; dell'eventuale contrasto della disposizione di cui all'art. 3, comma 7, della legge n. 89 del 2001 con l'art. 117, primo comma, della Costituzione, in relazione alla norma interposta di cui all'art. 6, paragrafo 1, della CEDU &#8210; è, però, ultronea ed eccentrica rispetto all'oggetto del processo a quo. 4.1.- Ciò che, infatti, in quel giudizio il Collegio rimettente è chiamato a decidere è se all'Amministrazione &#8210; convenuta in ottemperanza (per ritardato pagamento di indennizzo ex lege n. 89 del 2001) &#8210; sia stata legittimamente o meno applicata la penalità di mora di cui all'art. 114, comma 4, lettera e), del decreto legislativo 2 luglio 2010, n. 104 (Attuazione dell'articolo 44 della legge 18 giugno 2009 n. 69, recante delega al governo per il riordino del processo amministrativo), a tenore del quale «Il giudice, in caso di accoglimento del ricorso [...] e salvo che ciò sia manifestamente iniquo, e se non sussistono altre ragioni ostative, fissa, su richiesta di parte, la somma di denaro dovuta dal resistente [...]». 4.2.&#8210; Nel risolvere, in senso affermativo il quesito (oggetto di precedente contrasto all'interno della giurisprudenza amministrativa) sulla applicabilità della suddetta penalità anche alle sentenze di condanna pecuniaria (in difformità da quanto previsto dall'art. 614-bis del codice di procedura civile) &#8210; l'Adunanza plenaria del Consiglio di Stato, con sentenza 25 giugno 2014, n. 15, ha anche ribadito la «peculiare natura giuridica» della suddetta penalità di mora, sottolineando che essa «in virtù della sua diretta derivazione dal modello francese delle cc.dd. "astreintes", assolve ad una finalità sanzionatoria e non risarcitoria, in quanto non mira a riparare il pregiudizio cagionato dall'esecuzione della sentenza ma vuole sanzionare la disobbedienza alla statuizione giudiziaria e stimolare il debitore all'adempimento» (così testualmente già Consiglio di Stato, sezione quinta, 20 dicembre 2011, n. 6688). 4.3.&#8210; Nel processo principale è propriamente ed unicamente la penalità di cui all'art. 114, comma 4, lettera e) del citato d.lgs. n. 104 del 2010 a venire, dunque, in rilievo, sia pure in ragione di un (genericamente prospettato) "probabile", e comunque solo indiretto, effetto ostativo, alla sua applicabilità (nel caso specifico), ricondotto alla disposizione di cui all'art. 3, comma 7, della legge n. 89 del 2001. Di conseguenza, non pertinentemente il Collegio rimettente invece di assumere ad oggetto della questione sollevata il predetto art. 114, comma 4, lettera e) del d.lgs. n. 104 del 2010 (da cui dipende la decisione da adottare nella fattispecie al suo esame), ha viceversa denunciato l'art. 3, comma 7, della legge n. 89 del 2001, in riferimento, per di più, all'evocato (interposto) parametro comunitario sul giusto processo e, quindi, nella parte in cui tale ultima norma non garantirebbe il "risarcimento" integrale del danno da irragionevole durata del processo: tema questo estraneo al giudizio a quo. 4.4.&#8210; Da qui, appunto, l'inammissibilità, per aberratio ictus, della riferita questione.. per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE dichiara la inammissibilità della questione di legittimità costituzionale dell'art. 3, comma 7, della legge 24 marzo 2001, n. 89 (Previsione di equa riparazione in caso di violazione del termine ragionevole del processo e modifica dell'articolo 375 del codice di procedura civile), sollevata, in riferimento all'art. 117, primo comma, della Costituzione, in relazione all'art. 6, paragrafo 1, della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali (CEDU), firmata a Roma il 4 novembre 1950, ratificata e resa esecutiva con legge 4 agosto 1955, n. 848, dal Consiglio di Stato, sezione quarta, con l'ordinanza in epigrafe. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 24 giugno 2015. F.to: Alessandro CRISCUOLO, Presidente Mario Rosario MORELLI, Redattore Gabriella Paola MELATTI, Cancelliere Depositata in Cancelleria il 15 luglio 2015. Il Direttore della Cancelleria F.to: Gabriella Paola MELATTI