[pronunce]

che il Tribunale di Trieste in composizione monocratica, con dodici ordinanze di tenore sostanzialmente analogo – deliberate rispettivamente il 5 dicembre 2005 (r.o. n. 285 del 2006), il 14 gennaio 2006 (r.o. n. 287 del 2006), il 23 marzo 2006 (r.o. n. 454 del 2006), il 31 marzo 2006 (r.o. n. 455 del 2006), il 5 aprile 2006 (r.o. n. 456 del 2006), il 6 aprile 2006 (r.o. n. 457 del 2006), il 21 aprile 2006 (r.o. n. 458 del 2006), il 29 maggio 2006 (r.o. n. 503 del 2006), il 24 ottobre 2006 (r.o. nn. 262 e 263 del 2007), il 15 novembre 2006 (r.o. n. 456 del 2007) e il 18 dicembre 2006 (r.o. n. 457 del 2007) – ha sollevato, in riferimento agli artt. 3 e 27, terzo comma, Cost., questione di legittimità costituzionale dell'art. 13, comma 13, del d.lgs. n. 286 del 1998, come sostituito dall'art. 1 della legge n. 271 del 2004, nella parte in cui prevede la pena della reclusione da uno a quattro anni per lo straniero espulso che rientri nel territorio dello Stato senza la speciale autorizzazione del Ministro dell'interno; che il rimettente, chiamato in ciascuno dei procedimenti a quibus a celebrare il giudizio nei confronti di cittadini stranieri accusati del reato di indebito reingresso, ed in particolare a pronunciare sentenza di rito abbreviato od a valutare richieste congiunte di applicazione della pena ai sensi dell'art. 444 cod. proc . pen. , ritiene i valori edittali della sanzione sproporzionati, per eccesso, rispetto alla gravità effettiva dei fatti contestati; che, secondo il Tribunale, la discrezionalità legislativa deve essere esercitata secondo criteri di ragionevolezza, con la conseguente necessità, sul piano delle scelte sanzionatorie, di assicurare una proporzione fra la previsione di pena e l'offesa recata dalle condotte incriminate, tale da escludere che la punizione produca, per l'individuo aggressore e per i suoi diritti fondamentali, danni «sproporzionatamente maggiori dei vantaggi ottenuti (o da ottenere)» in termini di tutela del bene protetto; che proprio una siffatta sproporzione, a parere del rimettente, segna la disciplina dell'indebito reingresso dopo la riforma attuata con la legge n. 271 del 2004, posto che il minimo edittale attualmente previsto dal comma 13 dell'art. 13 del d.lgs. n. 286 del 1998 corrisponde al precedente massimo, senza che emerga, neppure dai lavori parlamentari, una giustificazione sostanziale dell'inasprimento; che il giudice a quo prospetta l'incongruenza degli attuali valori edittali della pena anche considerando che sono identici a quelli previsti dalla prima parte del comma 13-bis del citato art. 13, sebbene tale norma riguardi l'indebito reingresso dopo un provvedimento espulsivo adottato dal giudice, e cioè un fatto ritenuto ben più grave di quello in considerazione, in quanto presuppone che un reato sia stato commesso o almeno che un procedimento penale sia stato aperto nei confronti dell'espulso; che l'entità della sanzione edittale pregiudicherebbe non solo il valore costituzionale dell'uguaglianza, ma anche l'effettiva capacità della pena di operare per la rieducazione del condannato, essendo funzionali in tal senso solo le sanzioni proporzionate al fatto, mentre, nella specie, la commisurazione sarebbe stata disancorata dagli ordinari parametri di riferimento, ed operata al solo fine di introdurre, per il reato in questione, un più severo trattamento processuale (con la previsione dell'arresto obbligatorio); che il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, è intervenuto in ciascuno dei dodici giudizi indicati, con atti depositati rispettivamente il 26 settembre 2006 (r.o. nn. 285 e 287 del 2006), il 28 novembre 2006 (r.o. nn. 454, 455, 456, 457 e 458 del 2006), il 12 dicembre 2006 (r.o. n. 503 del 2006), il 16 maggio 2007(r.o. nn. 262 e 263 del 2007) ed il 17 luglio 2007 (r.o. nn. 456 e 457 del 2007); che con gli atti indicati, di tenore sostanzialmente analogo, la difesa erariale ha concluso nel senso della manifesta infondatezza delle questioni sollevate, riprendendo gli argomenti già proposti con l'intervento spiegato nel giudizio pertinente all'ordinanza r.o. n. 338 del 2005, dei quali si è dato conto in precedenza. Considerato che i Tribunali di Gorizia e Trieste, con otto delle ordinanze indicate in epigrafe (r.o. numeri 317, 338 e 538 del 2005, numeri 8, 23, 43 del 2006, numeri 36 e 37 del 2007), hanno sollevato – in riferimento agli artt. 3 e 27, terzo comma, della Costituzione – questione di legittimità costituzionale dell'art. 13, comma 13, del decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286 (Testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell'immigrazione e norme sulla condizione dello straniero) – come sostituito dall'art. 1 della legge 12 novembre 2004, n. 271 (Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 14 settembre 2004, n. 241, recante disposizioni urgenti in materia di immigrazione) – nella parte in cui prevede la pena minima della reclusione pari ad un anno per lo straniero espulso che rientri nel territorio dello Stato senza la speciale autorizzazione del Ministro dell'interno; che la stessa norma è stata censurata, dal solo Tribunale di Gorizia, anche con riferimento agli artt. 2 e 10 Cost. (r.o. numeri 8 e 23 del 2006, e numeri 36 e 37 del 2007); che il Tribunale di Trieste, con dodici ulteriori ordinanze (r.o. numeri 285, 287, 454, 455, 456, 457, 458 e 503 del 2006, numeri 262, 263, 456 e 457 del 2007), ha sollevato, in riferimento agli artt. 3 e 27, terzo comma, Cost., questione di legittimità costituzionale dell'art. 13, comma 13, del d.lgs. n. 286 del 1998, come sostituito dall'art. 1 della legge n. 271 del 2004, nella parte in cui prevede la pena della reclusione da uno a quattro anni per lo straniero espulso che rientri nel territorio dello Stato senza la speciale autorizzazione del Ministro dell'interno; che tutte le questioni indicate riguardano l'asserita sproporzione per eccesso del trattamento sanzionatorio previsto dalla medesima norma incriminatrice, di talché può disporsi la riunione dei relativi giudizi;