[pronunce]

In quell'occasione, ha ricordato il rimettente, la Corte aveva affermato che, poiché «il decreto di liquidazione, in quanto atto giuridico, viene ad esistenza, come la sentenza dichiarativa di fallimento, solo con la sua "esteriorizzazione", che si realizza secondo la disciplina propria dell'atto amministrativo», il debitore di un'impresa soggetta a liquidazione coatta amministrativa può assumere, «prima di pagare, le opportune informazioni, presso la competente amministrazione, circa l'esistenza ed il contenuto di un eventuale decreto di liquidazione dell'impresa ed ottenerne copia, ai sensi degli artt. 22 e 25 della legge 7 agosto 1990, n. 241, anche eventualmente in via d'accesso informale (art. 3 d. P.R. 27 giugno 1992, n. 352)». Inoltre, «nell'ipotesi in cui il decreto di liquidazione sia successivo alla sentenza dichiarativa dello stato di insolvenza (art. 195 l. fall.), i terzi coinvolti nella liquidazione coatta amministrativa possono avere conoscenza, prima del decreto, della predetta sentenza; sicché, eguale essendo, in ogni caso, la conoscibilità in capo ai terzi della sentenza e del decreto, resta esclusa l'esistenza di qualsiasi discriminazione, sotto l'aspetto denunziato, tra terzi coinvolti nel fallimento e terzi coinvolti nella liquidazione coatta amministrativa». Il Tribunale ha osservato che tale decisione è intervenuta prima della emanazione del decreto legislativo 9 gennaio 2006, n. 5 (Riforma organica della disciplina delle procedure concorsuali a norma dell'articolo 1, comma 5, della legge 14 maggio 2005, n. 80), che ha modificato l'art. 16 della legge fallimentare il quale attualmente dispone che «La sentenza produce i suoi effetti dalla data della pubblicazione ai sensi dell'art. 133, primo comma, del codice di procedura civile. Gli effetti nei riguardi dei terzi si producono dalla data di iscrizione della sentenza nel registro delle imprese ai sensi dell'art. 17, secondo comma». A seguito di tale modifica, la differenza di disciplina tra il fallimento e la liquidazione coatta, quanto agli effetti nei confronti dei terzi, sarebbe divenuta evidente. Mentre nel primo caso i terzi sarebbero adeguatamente tutelati dal regime di pubblicità della sentenza dichiarativa del fallimento, nel caso della liquidazione coatta la conoscenza legale del decreto coinciderebbe con la mera emissione dello stesso, secondo quanto stabilisce l'art. 200 della legge fallimentare. Tale diversità di disciplina sarebbe irragionevole. Quanto, poi, alla possibilità per il terzo, nel caso di liquidazione, di assumere informazioni presso la competente amministrazione circa l'esistenza e il contenuto del decreto - cui ha fatto riferimento la Corte nella sentenza n. 337 del 1998 - il rimettente ha osservato che il diritto di accesso è esercitabile solo fin quando la pubblica amministrazione ha l'obbligo di detenere i documenti cui si chiede di accedere (art. 22, comma 6, della legge 7 agosto 1990, n. 241, recante «Nuove norme in materia di procedimento amministrativo e di diritto di accesso ai documenti amministrativi»). Inoltre, essa potrebbe opporre il diniego di accesso espresso o tacito, avverso il quale il terzo dovrebbe fare ricorso al T.A.R., con tempi incompatibili con lo svolgimento ordinario dei rapporti commerciali. Al contrario l'accesso al registro delle imprese, così come la consultazione della Gazzetta Ufficiale, non subirebbe restrizioni e potrebbe avvenire anche via internet. Ancora, mentre la sentenza che dichiara il fallimento deve essere trasmessa all'ufficio del registro delle imprese entro il giorno successivo al suo deposito in cancelleria, tra l'emanazione del decreto di liquidazione coatta e la sua pubblicazione in Gazzetta Ufficiale e la trasmissione all'ufficio del registro delle imprese possono decorrere anche dieci giorni. Nel caso di specie, tra la emissione del decreto (avvenuta il 4 marzo 2010) e la pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale (29 giugno 2010) sono decorsi quasi quattro mesi. Il rimettente ha sostenuto che alla luce del chiaro tenore letterale dell'art. 200 della legge fallimentare, il quale fa riferimento alla data del provvedimento che ordina la liquidazione non sarebbe possibile dare della disposizione un'interpretazione costituzionalmente orientata. In ordine alla rilevanza della questione, il Tribunale ha osservato come il commissario liquidatore non abbia neppure allegato che la Cassa di risparmio al momento dei pagamenti contestati fosse a conoscenza dell'avvio della procedura. Da ciò discenderebbe che, ove l'art. 200 fosse dichiarato costituzionalmente illegittimo, la domanda proposta dal ricorrente dovrebbe essere rigettata dal momento che quasi tutti i pagamenti sono stati effettuati nel periodo tra la data di emissione del decreto e quella della sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale e della successiva iscrizione nel registro delle imprese. Ove invece si dovesse fare applicazione dell'art. 200 della legge fallimentare, almeno parte dei pagamenti sarebbero inefficaci, essendo successivi alla emissione del decreto che ordina la liquidazione. In particolare, viene richiamata l'operazione posta in essere in data 12-13 aprile 2010, nella quale la CRSM ha dirottato la somma di 57.580,27 euro da un conto corrente all'altro per rimborsarsi un finanziamento. 2.- È intervenuta in giudizio la Cassa di risparmio di S. Miniato spa (CRSM), convenuta nel giudizio a quo, la quale ha chiesto che venga accolta la questione di costituzionalità prospettata dal Tribunale di Pisa. La parte privata, dopo aver sinteticamente dato conto delle pretese della COIMM, ha osservato come, a seguito della riforma del 2006, la sentenza di fallimento produce i suoi effetti nei confronti dei terzi solo a partire dal momento in cui è annotata nel registro delle imprese, salva la possibilità per il curatore di provarne la conoscenza da parte dei terzi stessi. Tale disposizione sarebbe intesa a dare rilevanza alla buona fede dei terzi evitando che essi possano subire conseguenze prima di aver avuto notizia legale dell'apertura della procedura concorsuale. Un analogo regime non sarebbe previsto in relazione al decreto di liquidazione, circostanza, questa, che determinerebbe una irragionevole disparità di trattamento dei terzi di buona fede. Nel caso di specie, infatti, i pagamenti di cui viene chiesta la restituzione, sarebbero stati effettuati dalla CRSM utilizzando le somme depositate su un conto corrente intestato alla COIMM e su disposizione del suo legale rappresentante, successivamente al provvedimento di liquidazione coatta, ma anteriormente alla sua pubblicazione in Gazzetta Ufficiale. Pertanto, la CRSM sarebbe terzo di buona fede, non avendo avuto conoscenza del decreto di liquidazione, né essendo stato esso preceduto da alcuna sentenza attestante lo stato di insolvenza della stessa. Da ciò emergerebbe la ingiustificata disparità di trattamento riservata dall'art. 200 della legge fallimentare ai terzi di buona fede nell'ambito della procedura di liquidazione coatta rispetto a quanto previsto nel fallimento. A sostegno della illegittimità costituzionale del citato art. 200 la parte privata richiama le argomentazioni svolte dal rimettente.