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Modifiche alla parte terza del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, in materia di difesa del suolo e lotta alla desertificazione, nonché di tutela delle acque dall'inquinamento e di gestione delle risorse idriche. Onorevoli Senatori. – Le disposizioni di cui al presente disegno di legge intendono garantire il diritto alla salute di ciascun individuo in relazione a un ambiente salubre, introducendo disposizioni per la tutela dell'ambiente, in particolare delle acque dolci e delle falde idriche destinate al consumo umano. È del tutto prioritario garantire la salubrità delle acque, salvaguardare gli equilibri ecosistemici e idrogeologici delle acque e migliorare le condizioni di accesso di ciascun individuo all'acqua, anche attraverso la digitalizzazione dei processi nel settore idrico e gli investimenti intersettoriali nel campo dello studio e della pianificazione territoriale. Il presente disegno di legge intende tutelare l'ambiente andando a salvaguardare una delle matrici ambientali: l'acqua. Si introducono disposizioni che, modificando l'attuale formulazione della parte terza del cosiddetto « codice dell'ambiente » in una logica di prevenzione ordinaria che interviene sulle fonti di rischio, intendono salvaguardare gli equilibri idrogeologici delle acque, monitorare lo stato quantitativo e qualitativo dei corpi idrici, impedire o limitare grandemente la loro contaminazione da sostanze inquinanti, nonché garantire che il diritto all'acqua sia effettivo, ossia che il bene acqua sia disponibile in adeguata quantità, sia erogato con continuità e sia accessibile con costi sostenibili. Sono stati firmati e ratificati, infatti, nel corso degli anni numerosi trattati internazionali che hanno definito strategie fondamentali per fronteggiare i fenomeni legati ai cambiamenti climatici e gli impatti negativi che questi comportano sull'ambiente e sulla salute umana. Da ultimo si ricorda la Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici tenutasi a Glasgow dal 31 ottobre al 12 novembre 2021, che ha posto all'attenzione degli oltre 30.000 delegati il bisogno di porre in essere maggiori iniziative per evitare, ridurre al minimo e far fronte alle perdite e ai danni che si stanno già verificando a causa dei cambiamenti climatici. In particolare, si è preso coscienza della necessità di pensare a nuove strategie e di investire di più per migliorare i sistemi monitoraggio e di allerta precoce e le difese contro le inondazioni, costruire infrastrutture e produzioni agricole resilienti al fine di evitare ulteriori danni e perdite in termini di vite umane e per garantire a tutti i mezzi di sussistenza e habitat naturali salubri. Prima ancora, l'Accordo di Parigi del 2015 sulla COP 21, che ha riconosciuto la cooperazione come elemento importante per rafforzare gli approcci necessari a limitare le perdite e i danni causati dal riscaldamento climatico (segnatamente i sistemi di allerta, la valutazione e la gestione dei rischi), ha definito strategie di mitigazione dei cambiamenti climatici che perseguono l'obiettivo di ridurre le emissioni di gas a effetto serra provenienti da attività umane e strategie di adattamento ai cambiamenti che agiscono sugli effetti indotti dai cambiamenti del clima con l'obiettivo di minimizzare le conseguenze negative e prevenire danni in futuro. L'accordo ha definito, inoltre, le strategie di adattamento per le risorse idriche e la filiera idro-potabile, previste nel contesto della Strategia nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici (SNAC), che riguardano azioni sito-specifiche finalizzate a ridurre la vulnerabilità ambientale e quella socio-economica sul territorio e ha sancito che la prevenzione dei rischi indotti dai cambiamenti climatici sul sistema idro-potabile è da gestire nell'ambito di un sistema di analisi di rischio globale di filiera impostato secondo i principi di « water safety plans » dell'Organizzazione mondiale della sanità (OMS), trasposti nelle linee guida nazionali sui piani di sicurezza dell'acqua. Il diritto internazionale, europeo e interno è concorde nello stabilire che gli Stati hanno il dovere di salvaguardare gli equilibri ecologici, effettuare un uso sostenibile e razionale delle risorse geominerarie del nostro pianeta, favorire la decarbonizzazione e l'utilizzo delle fonti energetiche rinnovabili, preferendo tra queste quelle meno impattanti, preservare gli ecosistemi naturali e tutelare la biodiversità della flora e della fauna. Devono altresì attenersi ad obblighi di « non fare », quali, ad esempio, l'obbligo di limitare quanto più possibile le emissioni nell'atmosfera di anidride carbonica e sostanze tossiche o inquinanti, impedire la contaminazione delle acque dolci, delle falde idriche, del mare, limitare il consumo di suolo. L'articolo 37 della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea riconosce che: « Un livello elevato di tutela dell'ambiente e il miglioramento della sua qualità devono essere integrati nelle politiche dell'Unione e garantiti conformemente al principio dello sviluppo sostenibile ». La politica dell'Unione in materia di ambiente si fonda infatti sui principi della precauzione, dell'azione preventiva, della correzione alla fonte dei danni causati dall'inquinamento, nonché sul principio di responsabilità, per cui « chi inquina paga » (articoli 11, 191, 192 e 193 del Trattato sul funzionamento dell'Unione europea). L'Unione europea ha le competenze per intervenire in tutti gli ambiti della politica ambientale dei Paesi membri, nel rispetto del principio di sussidiarietà e del vincolo di approvazione all'unanimità in seno al Consiglio per le questioni di natura fiscale, la pianificazione del territorio, la destinazione dei suoli, la gestione quantitativa delle risorse idriche, la scelta delle fonti di energia e la struttura dell'approvvigionamento energetico. Il principio di precauzione è uno strumento di gestione dei rischi a cui le istituzioni possono ricorrere qualora, al momento di adottare una determinata normativa, si trovino in una situazione di incertezza scientifica in merito alla sussistenza di un rischio per la salute umana o per l'ambiente. Per esempio, qualora sussistano dubbi in merito all'effetto potenzialmente pericoloso di un prodotto e qualora, in seguito a una valutazione scientifica obiettiva, permanga l'incertezza per la salute umana o per l'ambiente, può essere impartita l'istruzione di bloccare la distribuzione di tale prodotto o di ritirarlo dal mercato. Tali misure devono essere non discriminatorie e proporzionate e vanno riviste dal legislatore non appena si rendano disponibili maggiori informazioni scientifiche. Per quanto concerne il principio di responsabilità, questo è attualmente riconosciuto nella direttiva dell'Unione europea sulla responsabilità ambientale, 2004/35/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 21 aprile 2004, finalizzata a prevenire o altrimenti riparare il danno ambientale alle specie e agli habitat naturali protetti, all'acqua e al suolo. In base a questo principio, gli operatori che esercitano talune attività professionali quali il trasporto di sostanze pericolose o attività che comportano lo scarico in acqua, sono tenuti ad adottare misure preventive in caso di minaccia imminente per l'ambiente. Qualora il danno si sia già verificato, essi sono obbligati ad adottare le misure del caso per porvi rimedio e sostenerne i costi.