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Invero, per via contrattuale, attraverso il « contratto di coesione », previsto dall'articolo 37- bis del testo unico delle leggi in materia bancaria e creditizia, di cui al decreto legislativo 1° settembre 1993, n. 385, (TUB), la capogruppo dirige, coordina e controlla le singole banche di credito cooperativo ad essa affiliate. Il rapporto di reciprocità, inoltre, si consolida attraverso il cosiddetto « accordo di garanzia » che prevede forme di garanzie incrociate (ovvero la garanzia in solido delle obbligazioni assunte dalla capogruppo e dalle altre banche aderenti nel rispetto della disciplina prudenziale). La natura di tali contratti consente alla capogruppo di avere poteri di direzione esterna tali da configurare un modello cooperativistico sui generis rispetto a quello codicistico definito nell'articolo 2545 del codice civile. Invero, i poteri della capogruppo si estendono dalla individuazione e attuazione delle direttive strategiche ed operative del gruppo fino al potere di approvazione o revoca, in casi motivati, di uno o più componenti degli organi di amministrazione e controllo delle BCC. A ciò si aggiunga la facoltà di escludere una BCC dal gruppo in caso di violazione degli obblighi previsti dal citato contratto di coesione e la possibilità di applicare anche misure sanzionatorie per violazione contrattuale. Ciò ha finito per configurare un modello organizzativo del credito cooperativo italiano inedito sia rispetto agli altri Paesi europei che alla stessa tradizione nazionale. In particolare, si è venuta a configurare una peculiare dimensione verticale-gerarchica prima sconosciuta e basata su un modello partecipativo reticolare ed orizzontale ben più adatto all'innata esigenza di operare con le realtà economiche locali in ottica di prossimità territoriale, oltre che di inclusione sociale ed economica. Per legge, infatti, le banche di credito cooperativo possono operare nella propria zona di competenza, trasformando il risparmio raccolto in un determinato territorio in credito per imprese e famiglie di quello stesso territorio. La riforma bancaria del 2016, inoltre, sta creando seri ostacoli che impediscono alle banche di credito cooperativo di assolvere ai loro compiti istituzionali, fra i quali quello tipico della mutualità prevalente, peraltro garantita dall'articolo 45 della Costituzione, con il conseguente rischio di mettere in discussione anche gli attuali regimi di agevolazione fiscale. Ciò in quanto l'attuale configurazione del gruppo, lontana dalle logiche di comunità, privilegia forme di impiego di natura differente rispetto al credito a vantaggio di investimenti di natura finanziaria. Le banche di credito cooperativo costituiscono un presidio in grado di assicurare, nei territori nelle quali esse operano, un contributo importante in termini di riduzione delle diseguaglianze territoriali, sociali ed economiche e di un più agevole accesso ai servizi bancari e finanziari. Limitazioni alla normale funzionalità, eccessivi oneri di gestione e perdita dell'autonomia gestionale affliggono così attori strategici per l'erogazione del credito a livello locale, in un Paese il cui tessuto produttivo è ancora oggi, in massima parte, costituito da micro, piccole e medie imprese (dati ISTAT 2019, rappresentano il 99 per cento delle imprese non finanziarie). L'eccessiva regolamentazione e burocratizzazione rispetto alla dimensione e operatività delle BCC finisce, poi, per creare distorsioni nella concorrenza a danno delle banche di minori dimensioni rispetto alle grandi. L'uniformità normativa, ossia la regolamentazione non proporzionale, lungi dall'essere neutrale in termini di competitività, ha effetti distorsivi non solo per la diversa incidenza dei costi di regolamentazione sulle piccole banche rispetto alle grandi, ma anche sugli istituti di credito aderenti allo stesso gruppo bancario cooperativo. Precisamente, è l'adozione di obblighi normativi di vigilanza uguali e omogenei per tutte le banche, a prescindere dal grado di rischio, che ha creato apparenti economie di scala che, in realtà, si sono trasformate in « diseconomie da regolazione ». Si sono create delle concentrazioni bancarie attraverso la regolamentazione. Questo, lungi dall'accrescere la competitività di sistema, ha ridotto la diversità bancaria in Italia, ha costretto soprattutto le piccole banche di credito cooperativo a sostenere costi insostenibili e ha accresciuto rendite oligopolistiche nel settore, con implicazioni negative sia per le imprese che, più in generale, per la crescita economica. In realtà, le problematiche sopra evidenziate, che affliggono il sistema delle banche di credito cooperativo italiane, nascono dalla ambigua e perversa interpretazione con cui la legge di riforma ha voluto applicare la regolamentazione bancaria europea. Stupisce il fatto che in altri Paesi europei, caratterizzati da una struttura industriale molto meno polverizzata dell'Italia, sia stato adottato, contrariamente a quanto avvenuto nel nostro Paese, il modello dei sistemi di tutela istituzionale, di cui all'articolo 113, paragrafo 7, del regolamento (UE) n. 575/2013, in base al quale le banche di credito cooperativo aderenti sono considerate « istituzioni meno significative » e non sono assoggettate al Meccanismo di vigilanza unico della BCE, con la conseguenza che non si applicano ad esse i requisiti prudenziali gravanti sui soggetti significativi, sia a livello globale (G-SIB – « global systemically important banks ») che a livello domestico (D-SIB – « domestic systemically important banks »). Tale modello, fondato sui sistemi di tutela istituzionale, evita una crescita esponenziale di aggravi normativi e di oneri di gestione legati ai costi di compliance e, in ottica di mutualità, garantisce la liquidità e la solvibilità alle banche aderenti – collegate fra loro e sottoposte ad un equilibrato controllo di garanzia e d'indirizzo generale da parte del sistema di tutela istituzionale – preservando al contempo l'autonomia gestionale delle banche aderenti. La scelta del sistema di tutela istituzionale è stata introdotta con successo e senza particolari criticità funzionali ed operative in Paesi quali Germania, Austria, Spagna (in particolare, in Germania sono attive oltre 800 banche di carattere operativo – Volksbanken & Raiffeisenbanken – collegate attraverso un'associazione nazionale). La riforma bancaria italiana del 2016, invece, ha finora impedito di adottare in Italia una tale soluzione, nonostante l'opportunità concessa dal citato articolo 113, paragrafo 7, del regolamento (UE) n. 575/2013. Solo con l'approvazione dell'articolo 37- bis , comma 1- bis , del TUB, avvenuta nel novembre 2018, e il conseguente iter autorizzativo conclusosi nel 2020, la Banca d'Italia ha riconosciuto la costituzione del sistema di tutela istituzionale alle sole Casse Raiffeisen altoatesine ( Raiffeisen Südtirol IPS, o anche RIPS), unica eccezione nel panorama italiano. Il presente disegno di legge intende riformare il quadro giuridico del credito cooperativo, al fine di superare alcuni elementi di criticità e di rigidità della disciplina a cui le banche di credito cooperative sono sottoposte. Allo stesso tempo, il disegno di legge mira ad adeguare la riforma del credito cooperativo introdotta nel 2016 alle nuove linee evolutive emerse nell'ordinamento dell'Unione europea.