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è il caso, ad esempio, delle nutrie ( Myocastor coypus ), ormai ampiamente diffusa con popolazioni molto consistenti, che pur non più rientrando nella fattispecie riconducibile al regìme di tutela delle specie selvatiche imposto dalla legge n. 157 del 1992, (dopo la previsione puntuale dell'articolo 11, comma 12- bis , della legge 11 agosto 2014, n. 116, che ha convertito in legge il decreto-legge 24 giugno 2014, n. 91) e per la quale, ai sensi della stessa norma, la gestione dovrebbe essere finalizzata all'eradicazione o comunque al controllo delle popolazioni, sonoresponsabili di enormidanni causati alle colture e alle arginature. Per quanto riguarda le colture agricole la nutria danneggia soprattutto mais, colture orticole, barbabietole da zucchero, mentre il danno alle arginature è causato dallo scavo delle tane che possono arrivare ad una profondità di diversi metri all'interno dell'arginatura; per quanto concerne invece gli altriungulati presenti in Italia, vanno fatte delle opportune distinzioni sia di natura biologica sia di natura geografica: - in area alpina anche il cervo esercita un impatto negativo su determinate colture (vedi i meleti in Trentino Alto Adige) e sugli ecosistemi forestali. Tuttavia le esigenze biologiche di questa specie, la sua distribuzione ed i protocolli gestionali finora adottati fanno sì che la dimensione dell'impatto risulti generalmente gestibile, nonostante alcune situazioni locali di criticità; - al di fuori del contesto alpino anche il capriolo, ed il daino possono determinare localmente situazioni di impatto negativo sugli ecosistemi agrari legate alla distribuzione spaziale e stagionale delle risorse, con situazioni territoriali di criticità ma in genere, più facilmente affrontabili e risolvibili, con l'impegno di tutti i soggetti istituzionali ed i portatori di interessi coinvolti; diverso è il caso del cinghiale che, per le sue caratteristiche biologiche, per la dimensione e la distribuzione delle popolazioni presenti e per l'inadeguatezza dei protocolli gestionali finora adottati, riveste un ruolo centrale nella problematica dei danni causati agli ecosistemi agrari. L'impatto negativo del cinghiale sulle coltivazioni si manifesta sia con il danno diretto a molte produzioni agricole sia con il danneggiamento del suolo dovuto alla tipica attività di scavo ( rooting ); il raggiungimento ormai di una dimensione di criticità della presenza della specie è connesso ad una molteplicità di motivazioni collegate tra loro: il cinghiale in Italia, molto più di altri ungulati selvatici, è infatti andato incontro ad un'eccezionale incremento demografico e distributivo che oggi interessa gran parte del territorio nazionale. Tale incremento ha molte cause: l'aumento complessivo delle superfici boscate, la rinaturalizzazione delle aree marginali degli ecosistemi agrari, il passaggio ad un sostanziale utilizzo monoculturale ed intensivo di molti fondi agrari, lo spopolamento delle aree rurali, la mancata gestione della specie all'interno delle aree protette; in particolare, a causa della crescita esponenziale della specie questo suide si spinge a cercare nuovi spazi per il procacciamento del cibo anche verso i centri abitati; i cinghiali ed altri gli animali selvatici che occupavano determinati territori sono stati costretti ad abbandonarli spostandosi in altre zone, incrementando così la loro presenza in determinate aree e, di conseguenza, la necessità di risorse per il loro sostentamento. In questo senso il consumo di suolo è un fenomeno che può contribuire all'incremento dei danni prodotti dagli animali selvatici i quali, vedendosi erodere le fonti di cibo, sono costretti per approvvigionarsi a spostarsi verso aree limitrofe, occupate dalle coltivazioni umane, oppure avvicinandosi alle periferie delle città; valutato in particolare che: per quanto concerne il cinghiale, la specie che più entra in conflitto con le attività umane, dagli studi e le osservazioni fatte risulta che le attuali popolazioni della specie sarebbero molto prolifiche e di taglia maggiore rispetto alle popolazioni autoctone appenninica e sarda, e vi sarebbero risultanze che indicherebbero la causa nella introduzione, a partire dagli anni Cinquanta, in Italia, dall'Europa centrale, di esemplari molto più prolifici e di taglia maggiore rispetto alle popolazioni autoctone con grande adattabilità, che si sarebbero moltiplicati e diffusi anche in aree dove in precedenza non erano presenti; con la crescita della popolazione dei cinghiali e il conseguente maggior rilievo assunto dalla questione dei danni da loro arrecati all'agricoltura e alla sicurezza umana, negli ultimi anni si è anche intensificato l'impatto e di conseguenza il disagio delle comunità locali interessate; tra le implicazioni che rendono necessario ed urgente un intervento sull'eccessiva proliferazione della specie vi sono i rischi sanitari che l'eccessiva diffusione del cinghiale può esercitare verso il comparto zootecnico. Il numero sproporzionato di cinghiali aumenta in modo esponenziale i rischi di introduzione di alcune patologie, come la peste suina africana (PSA), in grado di creare importanti rischi sanitari per la successiva diffusione degli agenti patogeni sia a carico delle popolazioni selvatiche di cinghiale sia a carico di allevamenti di maiali domestici, occorre inoltre non trascurare la possibilità di trasmissione della TBC, infatti all'esame autoptico di alcuni esemplari sono state rilevate lesioni ascrivibili al batterio della TBC; è chiaro infatti che l'aumento di consistenza delle popolazioni di cinghiali, così come il progressivo estendersi delle aree della presenza della specie rappresentano fattori che aumentano il rischio di esposizione ad eventuali introduzioni del virus nel nostro Paese e che complicano le attività da porre in essere per fronteggiare un'emergenza. Anche se la PSA non è una zoonosi (e pertanto non minaccia direttamente la salute umana) le conseguenze di un'eventuale emergenza legata all'introduzione del virus in Italia avrebbe conseguenze economiche drammatiche, sia per l'impatto diretto sui contingenti dei suini allevati sia per le regole del commercio internazionale e della Commissione europea che prevedono l'applicazione di severe misure di restrizione in caso di infezione da virus PSA con il blocco delle movimentazioni di suini vivi e prodotti derivati dalla suinicoltura. Il nostro settore zootecnico subirebbe conseguenze pesantissime e, con esso, anche le conseguenze su esportazione e in generale commercializzazione nostri prodotti di eccellenza (prosciutto di Parma, San Daniele, culatello di Zibello, insaccati di Felino, norcineria, ecc.); altro tema cui porre attenzione sono gli incidenti stradali causati da cinghiali e ungulati in genere. Secondo i dati più recenti rilevati dall'osservatorio ASAPS (Associazione Sostenitori ed Amici della Polizia Stradale) nel 2020 si sono registrati 157 incidenti significativi (l'Osservatorio considera solo quelli con persone ferite o decedute) col coinvolgimento di animali, nei quali 16 persone sono morte e 215 sono rimaste seriamente ferite. In 138 casi (ossia nell'88 per cento dei casi) l'incidente è avvenuto con un animale selvatico.