[pronunce]

ORDINANZA ha pronunciato la seguentenei giudizi di legittimità costituzionale dell'art. 593 del codice di procedura penale, come sostituito dall'art. 1 della legge 20 febbraio 2006, n. 46 (Modifiche al codice di procedura penale, in materia di inappellabilità delle sentenze di proscioglimento), e dell'art. 10 della stessa legge n. 46 del 2006, promossi con ordinanze del 19 giugno 2006 e del 6 luglio 2006 dalla Corte d'appello di Palermo, del 1° giugno 2006 dalla Corte d'appello di Torino, del 13 giugno 2006 dalla Corte d'appello di Lecce, sezione distaccata di Taranto, del 24 novembre e del 9 maggio 2006 dalla Corte d'appello di Brescia e del 7 dicembre 2006 (numero due ordinanze) dalla Corte d'appello di Bari, iscritte ai nn. 31, 77, 168, 200, 319, 506, 601 e 762 del registro ordinanze 2007 e pubblicate nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica nn. 8, 10, 14, 15, 18, 27, 35 e 46, prima serie speciale, dell'anno 2007. Udito nella camera di consiglio del 24 settembre 2008 il Giudice relatore Paolo Maria Napolitano. Ritenuto che la Corte d'appello di Palermo, con due ordinanze del 19 giugno 2006 e del 6 luglio 2006 (r.o. n. 31 e n. 168 del 2007), la Corte d'appello di Torino, con ordinanza del 1° giugno 2006 (r.o. n. 77 del 2007), la Corte d'appello di Lecce, sezione distaccata di Taranto, con ordinanza del 13 giugno 2006 (r.o. n. 200 del 2007), la Corte d'appello di Brescia, con due ordinanze identiche nella parte motiva, rispettivamente del 9 maggio 2006 (r.o. n. 506 del 2007) e del 24 novembre 2006 (r.o. n. 319 del 2007), la Corte d'appello di Bari con due ordinanze del 7 dicembre 2006 (r.o. n. 601 e n. 762 del 2007) hanno sollevato, in riferimento agli artt. 3, 24, 97, 111 e 112 della Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell'art. 593 del codice di procedura penale, come sostituito dall'art. 1 della legge 20 febbraio 2006, n. 46 (Modifiche al codice di procedura penale, in materia di inappellabilità delle sentenze di proscioglimento), nella parte in cui limita l'appello del pubblico ministero contro le sentenze di proscioglimento alle ipotesi di cui all'art. 603, comma 2, cod. proc. pen.: ossia quando sopravvengano o si scoprano nuove prove dopo il giudizio di primo grado e qualora tali prove risultino decisive; che le Corti rimettenti (ad eccezione della Corte d'appello di Brescia) dubitano, in riferimento ai medesimi parametri, anche della legittimità costituzionale dell'art. 10 della legge n. 46 del 2006, che prevede l'immediata applicabilità della nuova disciplina ai procedimenti in corso alla data della sua entrata in vigore, stabilendo altresì che l'appello proposto dal pubblico ministero, prima della data di entrata in vigore della legge, avverso una sentenza di proscioglimento sia dichiarato inammissibile; che, ai fini della rilevanza della questione, le Corti rimettenti precisano di essere investite di appelli proposti dal pubblico ministero avverso sentenze di proscioglimento e di doverli dichiarare inammissibili in applicazione delle norme censurate; che, nel merito, tutte le Corti rimettenti ritengono che l'eliminazione dell'appello del pubblico ministero avverso le sentenze di proscioglimento ad opera dell'art. 1 della novella del 2006 sia in contrasto con il principio di parità fra le parti di cui all'art. 111, secondo comma, Cost., in quanto sarebbe del tutto irragionevole sottrarre ad una sola delle parti (il pubblico ministero) lo strumento processuale indirizzato a veder affermata la propria pretesa; che, infatti, solo apparentemente il limite all'appello delle sentenze di proscioglimento da parte del pubblico ministero e dell'imputato rispetterebbe il principio di parità, considerato il diverso interesse ad impugnare tali sentenze che fa capo all'organo della pubblica accusa e all'imputato; che l'ablazione integrale del potere impugnatorio della pubblica accusa non troverebbe alcuna giustificazione nella tutela di valori costituzionali di pari rilievo, né sarebbe giustificata dalla posizione istituzionale del pubblico ministero, dalla sua funzione o da esigenze di corretta amministrazione della giustizia; che il principio della parità nel contraddittorio, pur non comportando necessariamente l'identità fra i poteri processuali delle parti, impone comunque che non sia alterato in misura intollerabile l'equilibrio tra le parti, come avverrebbe ad opera delle norme censurate; che il principio del contraddittorio delle parti, in condizioni di parità, davanti a giudice terzo ed imparziale di cui all'art. 111 Cost., secondo comma, secondo la Corte d'appello di Torino, non può intendersi limitato alla fase anteriore alla pronuncia del giudice, giacché il termine «processo» indica l'intero iter attraverso il quale si attua la giurisdizione, fino alla pronuncia definitiva; che, pertanto, il principio della parità delle parti comprenderebbe anche la fase dell'appello e, nell'ambito di essa, il suo momento introduttivo e fondante, ossia la definizione dei casi in cui è consentito appellare; che la residua possibilità di appello, nelle ipotesi previste dal comma 2 dell'art. 603 cod. proc. pen. , non eliminerebbe i profili di incostituzionalità della disciplina censurata, attesa l'assoluta marginalità di esse; che le Corti rimettenti prospettano altresì la violazione dell'art. 3 Cost., sia sotto il profilo del difetto di ragionevolezza, sia sotto il profilo della disparità di trattamento; che secondo le Corti d'appello di Palermo e di Brescia risulterebbe contraria al principio di ragionevolezza la circostanza che il pubblico ministero sia privato del potere di impugnare le sentenze di proscioglimento, conservando, invece, quello di appellare le sentenze di condanna, onde ottenere l'irrogazione di una pena più severa «in tal modo tutelando, un interesse processuale di ben minore consistenza»; che limitare il potere d'appello contro le sentenze di assoluzione emesse a seguito di un giudizio ordinario contrasterebbe con il principio di ragionevolezza, anche perché, secondo le Corti d'appello di Torino e di Brescia, nessun applicazione di tale criterio, né alcuna peculiare finalità riconosciuta dal legislatore appare giustificare una disciplina che squilibra così fortemente i rapporti tra accusa e difesa e che, secondo la Corte d'appello di Lecce, sezione distaccata di Taranto, non troverebbe ragionevole giustificazione né nella peculiare posizione della parte pubblica, né nella funzione ad essa attribuita, né in esigenze connesse alla corretta amministrazione della giustizia;