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Disposizioni in materia di candidabilità, eleggibilità e ricollocamento dei magistrati in occasione di elezioni politiche e amministrative e in relazione alla assunzione di incarichi di governo nazionali e territoriali. Onorevoli Senatori. -- Sempre più di frequente, nell’ambito della cronaca politica e giudiziaria, si assiste ad interventi anche fortemente polemici relativamente alla partecipazione dei magistrati alla vita politica attiva del Paese. La questione e i punti dolenti sono ben noti: da una parte, si pretende (giustamente) una netta separazione tra attività giudiziaria e attività politica; dall’altra, può succedere che cittadini magistrati decidano di avvalersi del proprio diritto costituzionale di cittadino ad accedere a cariche elettive, pur conservando (all’esito) il posto di lavoro (articolo 51 della Costituzione). Tra i molti spunti polemici in materia di amministrazione della giustizia, uno attiene proprio alla figura del magistrato eletto al Parlamento (italiano o europeo) e alla possibilità per il medesimo di tornare nei ruoli della magistratura di provenienza a mandato scaduto. Ora, mentre appare impossibile escludere (salvo «ragionevoli» limitazioni) il diritto di ogni cittadino (compresi quindi i cittadini-magistrati) ad assumere cariche elettive in condizioni di eguaglianza (a norma dell’articolo 51 della Costituzione e fatti salvi i casi di «indegnità» in senso lato), si appalesa quanto mai opportuno, oltre che legittimo, intervenire con legge ordinaria soprattutto sul momento terminale del mandato elettorale. E ciò a tutela dell’essenza e dell’immagine stessa del magistrato e della magistratura (l’imparzialità), evitando passaggi da una carriera all’altra poco comprensibili per il normale cittadino. Si rammenta, tra l’altro, come l’articolo 51 citato preveda per l’elettorato passivo una riserva di legge semplice, a differenza ad esempio di quella di cui all’articolo 48 ultimo comma della Costituzione per l’elettorato attivo (limitato costituzionalmente solo «per incapacità civile o per effetto di sentenza penale irrevocabile o nei casi di indegnità morale indicati dalla legge»). Di conseguenza, per l’elettorato passivo la legge può fissare limiti più pregnanti, purché ragionevoli, come ha spiegato la Corte costituzionale in positivo nelle sentenze n. 46 del 1985 e n. 138 del 1986 e in negativo nelle sentenze n. 108 del 1994 e n. 391 del 2000, bocciando limiti non fondati. Nel caso di specie che si sottopone ora all’esame del Parlamento, detta ragionevolezza è giustificata anche dal fatto che si parte addirittura dal rispetto di altri principi costituzionali relativi alla tutela della magistratura. Una situazione analoga a quella del mandato parlamentare (italiano ed europeo) si prospetta pure per le cariche elettive a livello territoriale (regionale, provinciale e comunale), oltre che per gli incarichi di governo. Nel caso delle precedenti legislature (quanto meno dalla XIV), erano stati presentati diversi disegni di legge, con l’intenzione di limitare per così dire sia «in entrata» che «in uscita» la partecipazione del magistrato all’attività politica diretta. In particolare, nel corso della XVI legislatura, anche a seguito delle ripetute sollecitazioni presentate dai più alti vertici istituzionali, (compresi il Consiglio superiore della magistratura e la Presidenza della Repubblica) i diversificati disegni di legge, in discussione presso le Commissioni affari costituzionali e giustizia del Senato, sono stati unificati dai relatori delegati (senatori Casson-Sarro) in un testo-base (approvato in quanto tale dalle due commissioni riunite). Questo testo-base era stato sottoposto al vaglio di molti operatori e tecnici (Associazione nazionale magistrati, Associazione magistrati del Consiglio di Stato, Associazione nazionale magistrati amministrativi, Comitato nuova magistratura amministrativa, Associazione nazionale magistrati giustizia amministrativa, Avvocatura generale dello Stato, Consiglio di Stato, Associazione nazionale degli avvocati e procuratori dello Stato, Associazione unitaria degli avvocati e procuratori dello Stato) e, infine, era stato oggetto di una serie di emendamenti, sui quali i due relatori avevano anche espresso il loro parere. Poi, purtroppo, l’assenza del parere della 5ª commissione «bilancio» e la conclusione della XVI legislatura non hanno consentito che si pervenisse a votazioni finali, almeno a livello di Commissioni. Ora, facendo tesoro di quei lavori, si propone un nuovo testo, meditato, sull’intera materia. Il presente disegno di legge si propone di limitare, regolamentandoli con ragionevolezza, sia l’accesso dei magistrati a cariche elettive, sia il ritorno nei ranghi d’origine del magistrato eletto in Parlamento, pur tenendo conto di quanto stabilito all’ultimo comma dell’articolo 51 della Costituzione, relativamente al fatto che chi è chiamato a funzioni pubbliche elettive ha diritto di conservare il proprio posto di lavoro. Anche per le cariche elettive territoriali si propone un’analoga soluzione, seppure meno drastica. È ben evidente come nella fattispecie esista un almeno apparente contrasto tra due norme costituzionali: il diritto alla conservazione del posto per il magistrato eletto al Parlamento e la necessità di garantire l’imparzialità assoluta della magistratura. Questo disegno di legge cerca di superare l’ impasse, imponendo al termine del mandato parlamentare sì il divieto di ritorno nei ruoli ordinari della magistratura d’origine, ma dando anche la possibilità di scegliere se passare nei ranghi dell’Avvocatura di Stato oppure di essere assegnati a uffici e funzioni diverse (vedi articolo 6) ovvero di essere collocati a riposo, nei termini e secondo le modalità previsti dall’articolo 6, oltre che dal regolamento del Presidente del Consiglio dei ministri da adottare ai sensi dell’articolo 9. Inoltre appare opportuno intervenire, in maniera analoga, nell’analoga situazione rappresentata dalla assunzione da parte del magistrato di incarichi governo nazionale, pur di vario livello. Anzi, in quest’ultimo caso, la necessità di tutelare il concetto stesso e l’immagine stessa di un magistrato imparziale appare ancor più evidente ed essenziale. Per quanto concerne poi l’entrata in vigore delle nuove norme, si ritiene necessario prevedere che i citati divieti e imposizioni debbano valere a partire dalla legislatura e dal Governo successivi rispetto alla data di entrata in vigore della legge, non essendo costituzionalmente consentito confiscare diritti ormai acquisiti dai magistrati eletti o ricoprenti incarichi di governo, quali quelli relativi al rientro nei ruoli d’origine. Con riferimento poi, in particolare, ai magistrati attualmente parlamentari o «al governo», appare opportuno, secondo lo spirito della presente legge, consentire (non potendo essere imposto, come precisato testé) di anticipare la riforma in materia, così privilegiando il requisito della imparzialità rispetto al proprio diritto acquisito di tornare «all’origine».. Art. 1. (Candidabilità a cariche elettive e assunzione di incarichi di governo degli enti territoriali) 1.