[pronunce]

Considerato che la questione di legittimità costituzionale investe l'art. 35, comma 5, della legge 27 dicembre 2002, n. 289 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato – legge finanziaria 2003), in particolare il terzo, quarto, quinto e sesto inciso della disposizione stessa, ed è posta in riferimento agli articoli 2, 3 e 35 della Costituzione; che questa Corte, con la sentenza n. 322 del 2005, si è pronunciata in ordine alla questione di legittimità costituzionale di tale medesima norma, sollevata dal Tribunale di Roma, in riferimento agli articoli 3, 35 e 36 della Costituzione, dichiarando non fondata la prospettata violazione dell'articolo 3 della Costituzione e inammissibile la dedotta violazione degli articoli 35 e 36 della Costituzione; che la suddetta norma era stata denunciata, in riferimento all'articolo 3 della Costituzione, in quanto avrebbe dato luogo ad una disparità di trattamento del personale docente rispetto al personale dirigente e al personale amministrativo, tecnico e ausiliario (cd. personale ATA) del comparto scuola, in ragione della previsione solo per il primo della risoluzione del rapporto di lavoro, ai sensi del richiamato art. 35, comma 5, della legge n. 289 del 2002; che il Tribunale di Parma prospetta, ex art. 3 della Costituzione, identica censura, anche sotto il profilo di un'ingiustificata eccezione al più generale principio del diritto al lavoro, da cui discenderebbe l'impossibilità di procedere alla risoluzione del rapporto di lavoro; che nella sentenza sopra richiamata si è affermato che l'art. 35, comma 5, della legge n. 289 del 2002, si inserisce nell'ambito della disciplina della dispensa dal servizio per assoluta e permanente inidoneità fisica o incapacità o persistente insufficiente rendimento del personale docente e dei dirigenti, di cui all'art. 512 del decreto legislativo 16 aprile 1994, n. 297 (Approvazione del testo unico delle disposizioni legislative vigenti in materia di istruzione, relative alle scuole di ogni ordine e grado), e che, per effetto degli articoli 514 e 579 del d.lgs. n. 297 del 1994, il personale del comparto scuola, dichiarato inidoneo all'espletamento della propria funzione per motivi di salute, può, a domanda, essere utilizzato in altri compiti; che nella medesima sentenza è stata richiamata anche la pronuncia n. 3 del 1994, secondo cui «la dispensa per motivi di salute si fonda su una situazione (lo stato di infermità) la quale (…) è ovviamente indipendente dalla volontà dell'interessato – per cui certamente esula dal provvedimento una valutazione negativa del comportamento dell'impiegato (e comunque qualsiasi profilo sanzionatorio)»; che si è, altresì, richiamata la sentenza n. 212 del 1983, con la quale, nell'esaminare gli effetti dell'assenza dal servizio per infermità del docente non di ruolo, la Corte ha affermato che «in tutto l'ambito della pubblica amministrazione non è mai riconosciuto all'impiegato il diritto ad un'assenza illimitata dal servizio a causa d'infermità; è sempre stabilito, invece, un periodo più o meno lungo, decorso il quale, ove l'impiegato non sia in grado di riprendere servizio, si fa luogo alla cessazione del rapporto d'impiego, applicando, secondo i casi, gli istituti all'uopo preordinati (collocamento a riposo per motivi di salute, dispensa dal servizio per inabilità fisica, licenziamento, ecc.)»; che, quindi, in ragione del quadro normativo sopra delineato, nonché delle pronunce ivi richiamate, si è riaffermato il principio generale, proprio dell'ordinamento del pubblico impiego, in forza del quale il personale inidoneo al servizio per ragioni di salute, prima di essere dispensato, deve essere posto nelle condizioni di continuare a prestare servizio nell'assolvimento di compiti e funzioni compatibili con le sue condizioni di idoneità fisica; che solo nel caso in cui non sia possibile tale utilizzazione, o per ragioni di carattere oggettivo o per scelta dell'interessato, ne è disposto il collocamento a riposo d'autorità; che le tre categorie di personale che operano nel mondo della scuola – personale docente, dirigente e amministrativo, tecnico, ausiliario (cd. personale ATA) – presentano discipline di stato giuridico distinte, che giustificano la differenziata valutazione operata dal legislatore – con scelta discrezionale non irragionevole – in ordine al collocamento fuori ruolo e all'assegnazione a compiti diversi da quelli inerenti alla qualifica di appartenenza originaria; che non può, quindi, essere affermata l'esistenza di una identità di situazioni giuridiche, rispetto alle quali l'art. 35, comma 5, della legge n. 289 del 2002, sia tale da a determinare una disparità di trattamento rilevante agli effetti dell'art. 3 della Costituzione; che, infine, la Corte ha affermato, come, in un complessivo quadro di misure volte alla razionalizzazione delle risorse finanziarie per la scuola e nell'ambito di una politica generale di contenimento della spesa, trovano giustificazione norme dirette alla più proficua utilizzazione del personale che, pur non idoneo per ragioni di salute all'espletamento della funzione di docente, può essere ancora proficuamente utilizzato in altre funzioni, previo il transito presso altre strutture organizzative pubbliche; che, pertanto, per le stesse ragioni formulate nella citata sentenza n. 322 del 2005, la questione di legittimità costituzionale sollevata dal Tribunale di Parma, in riferimento all'art. 3 della Costituzione, deve essere dichiarata manifestamente infondata; che il giudice a quo ha sollevato questione di legittimità costituzionale anche in riferimento agli articoli 2 e 35 della Costituzione, prospettando, rispettivamente, la violazione del diritto al lavoro e la mancata tutela «del lavoro attuale» dei ricorrenti; che i principi generali di tutela della persona e del lavoro (cfr. sentenza n. 541 del 2000; ordinanza n. 254 del 1997) non si traducono nel diritto al conseguimento ed al mantenimento di un determinato posto di lavoro (cfr. sentenza n. 390 del 1999), né, tanto meno, garantiscono – a fronte di una scelta del legislatore non censurabile, per le argomentazioni sopra svolte, sotto il profilo della arbitrarietà o della manifesta irragionevolezza – il diritto al mantenimento di specifiche mansioni (quali quelle svolte dai ricorrenti in quanto non idonei alla funzione di docente), dovendosi piuttosto riconoscere garanzia costituzionale al solo diritto di non subire un licenziamento arbitrario; che, alla luce delle considerazioni innanzi svolte, deve essere, pertanto, dichiarata la manifesta infondatezza della questione di legittimità costituzionale dell'art. 35, comma 5, della legge n. 289 del 2002, sollevata dal Tribunale di Parma, in funzione di giudice del lavoro, in riferimento agli evocati parametri costituzionali. Visti gli artt. 26, secondo comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87, e 9, comma 2, delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale.. .