[pronunce]

ORDINANZA ha pronunciato la seguentenel giudizio di ammissibilità del conflitto tra poteri dello Stato sorto a seguito della deliberazione della Camera dei deputati del 17 marzo 2004 relativa all'insindacabilità, ai sensi dell'art. 68, primo comma, della Costituzione, delle opinioni espresse dall'on. Vittorio Sgarbi nei confronti del dott. Piercamillo Davigo, promosso dal Giudice dell'udienza preliminare del Tribunale di Brescia, con ricorso depositato il 28 ottobre 2004 ed iscritto al n. 273 del registro ammissibilità conflitti. Udito nella camera di consiglio del 26 gennaio 2005 il Giudice relatore Alfonso Quaranta. Ritenuto che il Giudice dell'udienza preliminare del Tribunale di Brescia ha promosso, con ricorso depositato presso la cancelleria della Corte il 28 ottobre 2004, conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato nei confronti della Camera dei deputati, per l'annullamento della deliberazione da quest'ultima adottata «nella seduta del 17 marzo 2004» (doc. IV-ter, n. 4-A); che il ricorrente premette di essere chiamato a giudicare della responsabilità penale del deputato Vittorio Sgarbi, «imputato del delitto di diffamazione aggravata in danno del magistrato dr. Piercamillo Davigo», in ragione delle «frasi pronunciate» e delle «condotte tenute» nel corso della trasmissione televisiva “Sgarbi quotidiani”, diffusa dall'emittente “Canale 5” il 26 giugno 1998; che il deputato Sgarbi, difatti, «conduttore del programma televisivo suddetto», avrebbe esposto «durante la sigla iniziale della trasmissione un disegno raffigurante due maiali vestiti da magistrati con tocco, toga, un coltello e un grembiule sporco di sangue», rivolgendosi inoltre al disegnatore Martinez con le seguenti parole: «è tua la copertina? Ti volevi riferire ai magistrati di Venezia? Di qualunque altra città d'Italia? …. non c'è nessun collegamento tra la copertina di Martinez e la musica che siam tre piccoli porcellini e quello che dirò io … i porci miei sono porci miei, i porci tuoi sono porci tuoi …»; che il parlamentare, inoltre, dichiarava nel corso della trasmissione «in relazione alla recensione di un libro pubblicato dal dr. Davigo “io vi suggerisco, se avete intenzione di scrivere libri, di fare prima i magistrati: se voi volete avere una recensione sul Corriere in terza pagina, voi dovete non fare il libro e basta, ma fare il magistrato, magari del pool di Milano, perché se lo fai a Forlì o Ravenna o anche a Venezia, non ti danno neanche la quindicesima; allora dovete fare i magistrati a Milano per pubblicare un libro di cui spero godrete i diritti di autore e allora soltanto avrete una recensione in terza pagina”»; che il deputato Sgarbi, poi, «mostrando la terza pagina del quotidiano Corriere della Sera, suggeriva agli ascoltatori: “come la chiamereste voi questa pagina? Io la chiamerei leccata di c. … (bip). Trattasi del c. … (bip) del dott. Davigo”», aggiungendo «frasi sarcastiche sulla circostanza che la recensione occupasse lo spazio di sette colonne»; che il predetto deputato – conclude sul punto il ricorrente – durante un dialogo con l'ospite della trasmissione avv. Carlo Taormina, «accreditava la tesi che il dott. Davigo avesse “mandato” il Maresciallo della guardia di finanza Scaletta Salvatore (…) ad interrogare il finanziere Francesco Pacini Battaglia al precipuo scopo di “fargli dire” che Taormina era legato a clan camorristici e dunque al fine di “incastrarlo” e provocare un'indagine per reati di mafia a carico di quest'ultimo»; che, tanto premesso sul contenuto dell'addebito contestato al deputato Sgarbi, il ricorrente informa questa Corte che all'udienza preliminare, celebrata il 16 dicembre 2003, il difensore dell'imputato «chiedeva al giudice di pronunciare sentenza di proscioglimento ex art. 129 cod. proc. pen. per la insindacabilità delle opinioni espresse dal proprio assistito, ritenute scriminate ai sensi dell'art. 68 della Costituzione»; che il predetto Giudice dell'udienza preliminare, tuttavia, con ordinanza del 23 dicembre 2003, «investiva della questione la Camera dei deputati», provvedendo così ai sensi dell'articolo 3, comma 4, della legge 20 giugno 2003, n. 140 (Disposizioni per l'attuazione dell'articolo 68 della Costituzione nonché in materia di processi penali nei confronti delle alte cariche dello Stato), e ciò in base all'assunto che le condotte poste in essere dal deputato Sgarbi (e sopra meglio descritte) non sarebbero «ricomprese tra quelle oggetto del disposto dell'art. 68 Cost., siccome non espresse nell'esercizio di funzioni parlamentari, né a queste funzionalmente connesse»; che il medesimo ricorrente – essendogli pervenuta in data 22 marzo 2004 «la nota con la quale il Presidente della Camera dei deputati comunicava che con delibera adottata nell'assemblea del 17 marzo 2004 l'assemblea aveva dichiarato l'insindacabilità delle opinioni espresse dall'on Sgarbi, respingendo la proposta della giunta per le autorizzazioni a procedere» (di segno contrario) – ha sollevato il presente conflitto di attribuzioni tra poteri dello Stato; che a sostegno dell'iniziativa assunta, il ricorrente deduce «i principî delineati dalla sentenza 29 dicembre 1988 n. 1150 della Corte costituzionale», in base ai quali «le prerogative parlamentari non possono non implicare un corrispettivo potere valutativo dell'organo a tutela del quale sono disposte», da esercitarsi «entro i limiti della fattispecie contemplata dall'art. 68, primo comma, Cost.»; che, infatti, tale potere – prosegue il ricorrente – «lungi dall'essere arbitrario o vincolato a sole regole di self-restraint, è soggetto al controllo di legittimità affidato all'organo giurisdizionale di garanzia costituzionale, mediante lo strumento del conflitto di attribuzione», strumento che – a propria volta – «non si configura nei termini di una vindicatio potestatis (…), bensì come contestazione dell'altrui potere in concreto, per vizi del procedimento oppure per omessa o erronea valutazione dei presupposti di volta in volta richiesti per il valido esercizio di esso»; che alla stregua di tale indirizzo – confermato, secondo il ricorrente, dalle sentenze n. 129 del 1996 e n. 443 del 1993 – sarebbe evidente che il giudizio devoluto alla Corte in sede di conflitto di attribuzione «non si limita alla verifica della validità e congruità della motivazione con la quale la Camera di appartenenza del parlamentare abbia dichiarato insindacabile l'opinione espressa»;