[pronunce]

Sentenza ha pronunciato la seguentenel giudizio per conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato sorto a seguito delle delibere della Camera dei deputati del 16 marzo 1999 relative alla insindacabilità dei fatti per i quali è in corso procedimento penale n. 4771/1998 nei confronti dei deputati Roberto Maroni ed altri, promosso dalla Corte di appello di Milano con atto notificato il 21 febbraio 2000, depositato in cancelleria in data 8 marzo 2000 ed iscritto al n. 13 del registro conflitti 2000. Visto l'atto di costituzione della Camera dei deputati; Udito nell'udienza pubblica del 6 febbraio 2001 il giudice relatore Guido Neppi Modona; Udito l'avvocato Massimo Luciani per la Camera dei deputati.. Ritenuto in fatto Considerato in diritto 1. - Con ordinanza in data 8 giugno 1999, emessa nell'ambito di un procedimento penale a carico dei deputati Roberto Maroni, Umberto Bossi, Mario Borghezio, Davide Carlo Caparini, Piergiorgio Martinelli e Roberto Calderoli, la Corte di appello di Milano ha sollevato conflitto di attribuzione nei confronti della Camera dei deputati in relazione alla delibera di insindacabilità, adottata dall'Assemblea il 16 marzo 1999, secondo la quale i fatti per i quali è in corso il procedimento penale, con eccezione, per il solo deputato Borghezio, del reato di resistenza, concernono opinioni espresse da membri del Parlamento nell'esercizio delle loro funzioni, con conseguente insindacabilità, a norma dell'art. 68, primo comma, della Costituzione. I predetti deputati erano stati rinviati a giudizio davanti al pretore di Milano, che li aveva condannati per i reati di resistenza e di oltraggio a pubblico ufficiale, commessi in Milano il 18 settembre 1996, in occasione di una perquisizione disposta dal Procuratore della Repubblica di Verona nei confronti di certo M.C., e poi estesa ad un locale ritenuto nella disponibilità del predetto presso la sede di Milano del Partito Lega Nord. In pendenza del giudizio di secondo grado, era pervenuta alla Corte d'appello la delibera con la quale la Camera dei deputati si era espressa per la insindacabilità dei fatti oggetto di entrambe le imputazioni, con eccezione, per il solo deputato Borghezio, del reato di resistenza. Con riferimento al reato di resistenza la Corte ricorrente rileva che la delibera della Camera si è discostata dalla proposta della Giunta per le autorizzazioni a procedere, che si era pronunciata, per tutti i parlamentari, nel senso che gli atti integranti tale reato, per la loro natura violenta, erano estranei al concetto di opinioni espresse nell'esercizio delle funzioni parlamentari, ed aveva limitato la proposta di insindacabilità ai soli fatti di oltraggio, ritenendo che le espressioni usate dai deputati ("fascisti", "mafiosi", "Pinochet"), "benché in astratto di natura ingiuriosa" potevano essere considerate "manifestazione di critica politica nel contesto di una protesta di valore anche simbolico svolta da deputati esponenti di un partito politico di opposizione". In particolare, la Corte ricorrente ricorda che il relatore della Giunta on. Borrometi aveva ravvisato il nesso funzionale tra i fatti contestati a titolo di oltraggio e l'attività parlamentare nella "decisa battaglia [...] condotta (dagli esponenti della Lega nord) a favore della loro tesi politica tanto da ottenere la legittimazione della denominazione del loro gruppo parlamentare, il cui fine [...] è individuato nell'indipendenza della Padania. In questo senso la viva protesta, anche attraverso epiteti ingiuriosi, a fronte di un'attività della polizia che, sia pur legittima, appariva simbolicamente come una minaccia nei confronti di tali fini, può essere qualificata come manifestazione di opinioni espresse nell'esercizio di funzioni parlamentari". La Corte di appello di Milano ritiene però che nell'azione di difesa di una tesi strettamente programmatica e politica non si possa configurare, "sol perché non estranea a rivendicazioni avanzate anche nell'ambito parlamentare, quel nesso con le funzioni proprie dei deputati - quand'anche da intendersi estese all'espletamento del mandato ricevuto dagli elettori e non circoscritte intra moenia - che è presupposto essenziale del potere valutativo attribuito alle Camere". Ad avviso della Corte ricorrente, il nesso funzionale è ancor meno ravvisabile con riferimento ai fatti contestati come reato di resistenza, "la cui rilevanza penale sta nella contrapposizione violenta a quello stesso potere statuale di cui la funzione parlamentare è espressione di rango elevato"; in tale senso - prosegue la Corte - si era espressa la stessa Giunta per le autorizzazioni a procedere, che aveva escluso ogni possibile collegamento tra le condotte contestate a titolo di resistenza, "ancorché lette nel contesto di protesta ideologica da cui si muove l'azione politica della Lega nord" e le funzioni parlamentari esercitate dagli imputati. La Corte conclude che le delibere di insindacabilità avrebbero compresso la sfera di attribuzione propria del potere giudiziario, precludendo a quest'ultimo la cognizione in ordine alla rilevanza penale dei fatti contestati ed alla loro riferibilità agli imputati, e pertanto solleva "conflitto di attribuzione in ordine al corretto uso del potere di decidere con riferimento alla ricorrenza dei presupposti di applicabilità dell'art. 68, primo comma, della Costituzione, come esercitato dalla Camera dei deputati con delibere del 16 marzo 1999". L'atto introduttivo, unitamente all'ordinanza n. 16 del 2000, con cui questa Corte ha dichiarato ammissibile il conflitto, è stato notificato alla Camera dei deputati il 21 febbraio 2000 e depositato, con la prova dell'avvenuta notifica, l'8 marzo 2000. 2. - La Camera dei deputati si è costituita il 6 marzo 2000 in persona del Presidente, on. Luciano Violante, rappresentato e difeso dall'avv. Massimo Luciani, chiedendo in via preliminare che la Corte costituzionale dichiari irricevibile o inammissibile il conflitto, perché promosso con ordinanza, e non con ricorso, e in subordine, nel merito, che la Corte dichiari che spettava alla Camera affermare l'insindacabilità, ai sensi dell'art. 68, primo comma, della Costituzione delle opinioni espresse dai deputati sopra menzionati. Pur prendendo atto della più recente giurisprudenza della Corte (sentenze nn. 10, 11, 56 e 58 del 2000), che ha ritenuto irrilevante il nomen juris dell'atto introduttivo e ha affermato che la forma dell'ordinanza non può, di per sé sola, comportare la irricevibilità del conflitto, la Camera resistente ritiene che l'ordinanza che ha promosso il conflitto sia comunque priva di almeno due dei requisiti specificamente prescritti e, cioè, dell'indicazione delle norme costituzionali che regolano la materia e della richiesta di una pronuncia della Corte che dichiari che non spetta alla Camera la valutazione contenuta nella deliberazione impugnata e la annulli. Circa il primo requisito, la sola indicazione dell'art. 68 della Costituzione sarebbe infatti insufficiente a individuare anche la sfera di attribuzioni riservata all'autorità giudiziaria;