[pronunce]

che la Corte europea ha infatti riconosciuto, da un lato, che l'art. 6 della prima direttiva obbliga gli Stati membri a prevedere adeguate sanzioni non soltanto per la mancata pubblicità, ma anche per la falsificazione dei bilanci; e, dall'altro lato, che il connotato dell'«adeguatezza» implica che, «pur conservando la scelta delle sanzioni», gli Stati membri debbono conferire alla sanzione prescelta «un carattere effettivo, proporzionato e dissuasivo»; che la Corte di Lussemburgo – osserva il giudice a quo – non si è pronunciata, invece, sull'ultimo quesito ad essa sottoposto, inerente alla adeguatezza o meno delle sanzioni previste dagli artt. 2621 e 2622 cod. civ.: concludendo nel senso che, «in circostanze come quelle in questione nelle cause principali», la direttiva 68/151/CEE «non può essere invocata in quanto tale dalle autorità di uno Stato membro nei confronti degli imputati nell'ambito di procedimenti penali»; che tale conclusione risulterebbe basata – apparentemente – su un duplice ordine di motivi: e, cioè, da un lato, sull'asserita esistenza di un principio generale di diritto comunitario – mutuato dalle «tradizionali costituzionali comuni agli Stati membri» – di «applicazione retroattiva della pena più mite» (discutendosi, nei giudizi principali, di fatti commessi sotto il vigore della più severa disciplina prevista dall'originario art. 2621 cod. civ. , ma ai quali – in base all'art. 2 cod. pen. – dovrebbero comunque applicarsi le nuove e più favorevoli disposizioni degli artt. 2621 e 2622 cod. civ.); dall'altro lato, sulla impossibilità di invocare le direttive comunitarie, in difetto di una legge nazionale di attuazione, al fine di determinare o aggravare la responsabilità penale di singoli soggetti; che in realtà – rileva ancora il rimettente – a prescindere dalle perplessità generate dalla prima delle due affermazioni ora ricordate, la stessa Corte di giustizia delle Comunità europee si è espressamente chiesta se il principio dell'applicazione retroattiva della pena più mite sia destinato a valere anche quando quest'ultima risulti contraria ad altre norme di diritto comunitario: ma ha ritenuto non necessario risolvere tale questione «ai fini delle controversie principali», in quanto la norma comunitaria di cui si discute «è contenuta in una direttiva fatta valere nei confronti di un soggetto dall'autorità giudiziaria nell'ambito di procedimenti penali»; che, per costante giurisprudenza della stessa Corte di giustizia, infatti, una direttiva comunitaria non può, in difetto di una legge nazionale di adeguamento, creare obblighi a carico di un soggetto e, in particolare, determinare nei suoi confronti effetti in malam partem di natura penale; che dall'iter argomentativo ora esposto si desumerebbe, dunque, che l'effettiva ragione della dichiarata inapplicabilità della prima direttiva nel caso in questione non risiede nell'esigenza di evitare che si producano conseguenze contrastanti con il principio di retroattività della lex mitior; bensì soltanto nel fatto che la direttiva stessa – in quanto non «dettagliata» – è priva di efficacia diretta nell'ordinamento nazionale, richiedendo un intervento legislativo interno di attuazione; che tale circostanza impedirebbe, altresì, al giudice nazionale di «disapplicare», di propria iniziativa, le norme interne incompatibili con le regole comunitarie, come sarebbe invece possibile e doveroso – in base alla giurisprudenza tanto della Corte di giustizia che della Corte costituzionale – qualora si fosse al cospetto di una direttiva cosiddetta «self executing»; che, su tali premesse, il Tribunale rimettente ritiene, quindi, che la via onde rimuovere il denunciato contrasto con il diritto comunitario sia rappresentata dalla proposizione della questione incidentale di legittimità costituzionale dei nuovi artt. 2621 e 2622 cod. civ. per violazione degli artt. 10, 11 e 117 Cost., stante la «totale inadeguatezza» delle norme censurate «a sanzionare in modo efficace e dissuasivo le condotte colpevoli ivi previste», così come richiesto dall'art. 6 della prima direttiva e dall'art. 5 del Trattato CEE (ora art. 10 del Trattato CE); che anche in presenza di una direttiva comunitaria non «dettagliata», ma comunque inequivoca nella sua interpretazione, il legislatore sarebbe infatti tenuto ad uniformare ad essa l'ordinamento interno; onde il mancato adeguamento si tradurrebbe in un atto suscettibile di censura, alla stregua degli evocati parametri costituzionali; che, quanto alla rilevanza della questione, il giudice a quo ricorda come questa Corte, con la sentenza n. 148 del 1983, abbia ritenuto suscettibili di scrutinio di costituzionalità, anche in malam partem, le cosiddette «norme penali di favore»: tali dovendo qualificarsi, in assunto, le disposizioni censurate, le quali – ponendosi in linea di continuità normativa con il previgente art. 2621, numero 1), cod. civ. – hanno introdotto un trattamento sanzionatorio «più favorevole» per i fatti da esse contemplati; che – alla stregua di quanto affermato nella citata sentenza n. 148 del 1983 – la declaratoria di illegittimità costituzionale delle norme penali di favore, pur non potendo produrre retroattivamente conseguenze negative per il reo, può sempre incidere «sul dispositivo e sulla “ratio decidendi”» della sentenza penale emessa nei suoi confronti, spettando al giudice a quo stabilire in qual modo il sistema giuridico debba reagire all'annullamento della norma di favore; che nella specie, peraltro, trattandosi di fatti commessi anteriormente all'entrata in vigore delle disposizioni impugnate, la dichiarazione di incostituzionalità di queste ultime consentirebbe, «con ogni probabilità» – secondo il giudice rimettente – di sottoporre a pena gli imputati sulla base del previgente art. 2621 cod. civ. ; che l'eventuale ablazione delle norme incriminatrici censurate, difatti, non comporterebbe necessariamente la totale perdita di rilevanza penale delle false comunicazioni sociali (abolitio criminis): potendosi ipotizzare, al contrario, che la rimozione della norma sopravvenuta più mite determini la «reviviscenza» di quella pregressa, in vigore al momento della commissione dei fatti oggetto di giudizio; che tale soluzione si imporrebbe alla luce di una lettura «più attenta» dell'art. 2, terzo comma, cod. pen. , a fronte della quale la norma posteriore più favorevole prevarrebbe su quella del tempo del commesso reato solo se «ancora vigente», e non, dunque, ove la stessa venga rimossa a seguito di accertata incostituzionalità: e ciò anche per una esigenza di rispetto del principio di ragionevolezza, di cui all'art. 3 Cost., onde evitare che si ricorra all'emanazione di una lex mitior a fini di riduzione dell'area di rilevanza penalistica, in luogo di percorrere altre strade «più aderenti allo spirito costituzionale» (quale, ad esempio, la concessione di un'amnistia);