[pronunce]

ORDINANZA ha pronunciato la seguentenel giudizio di legittimità costituzionale dell'art. 36, comma 34-bis, del decreto-legge 4 luglio 2006, n. 223 (Disposizioni urgenti per il rilancio economico e sociale, per il contenimento e la razionalizzazione della spesa pubblica, nonché interventi in materia di entrate e di contrasto all'evasione fiscale), convertito, con modificazioni, dalla legge 4 agosto 2006, n. 248, promosso dalla Commissione tributaria regionale della Toscana, nel procedimento vertente tra Podere La Cantina s.r.l. e l'Agenzia delle Entrate - Ufficio di Empoli, con ordinanza del 28 settembre 2009 iscritta al n. 127 del registro ordinanze 2010 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 18, prima serie speciale, dell'anno 2010. Visto l'atto di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri; udito nella camera di consiglio del 20 ottobre 2010 il Giudice relatore Franco Gallo.. Ritenuto che la Commissione tributaria regionale della Toscana, nel corso di un giudizio di appello promosso da una società di capitali avverso la sentenza con cui il giudice di primo grado aveva rigettato il ricorso proposto contro alcuni avvisi di accertamento aventi ad oggetto la ripresa a tassazione di proventi illeciti, ha sollevato, con ordinanza del 28 settembre 2009, in riferimento agli artt. 3, 23, 24, 97, 101, 104 e 136 della Costituzione, questioni di legittimità dell'art. 36, comma 34-bis, del decreto-legge 4 luglio 2006 n. 223 (Disposizioni urgenti per il rilancio economico e sociale, per il contenimento e la razionalizzazione della spesa pubblica, nonché interventi in materia di entrate e di contrasto all'evasione fiscale), convertito, con modificazioni, dalla legge 4 agosto 2006, n. 248, «nella parte in cui tale norma si qualifica indebitamente interpretativa, e quindi con efficacia retroattiva»; che, secondo quanto premesso in punto di fatto dal giudice rimettente: a ) una società di capitali aveva impugnato, davanti alla Commissione tributaria provinciale di Firenze, gli avvisi di accertamento emessi dall'Agenzia delle entrate di Empoli, con i quali erano stati riprese a tassazione, ai fini dell'IRPEG, dell'IRAP e dell'IVA relative agli anni 2001 e 2002, alcune somme illecitamente distratte in favore di tale società dal suo amministratore, il quale aveva agito a danno di altra società di capitali della quale egli aveva, parimenti, «poteri di rappresentanza e delega»; b) il giudice di primo grado aveva rigettato il ricorso, affermando che detti proventi illeciti erano classificabili come «redditi diversi», ai sensi dell'art. 6, comma 1, del d.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917 (Approvazione del testo unico delle imposte sui redditi) e che, pertanto, erano tassabili in forza della norma di interpretazione autentica introdotta dal comma 4 dell'art. 14 della legge 24 dicembre 1993, n. 537 (Interventi correttivi di finanza pubblica), in base al quale, «Nelle categorie di reddito di cui all'art. 6, comma 1, del testo unico delle imposte sui redditi, approvato con d.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917, devono intendersi ricompresi, se in esse classificabili, i proventi derivanti da fatti, atti o attività qualificabili come illecito civile, penale o amministrativo se non già sottoposti a sequestro o confisca penale [...]»; c) la contribuente aveva proposto appello deducendo che i suddetti proventi illeciti non erano classificabili in alcuna delle categorie previste dal citato art. 6, comma 1, del d.P.R. n. 917 del 1986 e, in particolare, non erano classificabili come «redditi diversi», ai sensi dell'art. 67 dello stesso decreto; che, secondo quanto premesso in punto di diritto dallo stesso giudice rimettente: a) i proventi illeciti di cui agli impugnati avvisi di accertamento non rientrano nelle ipotesi di «redditi diversi» elencate dal combinato disposto dei citati artt. 6, comma 1, e 67 del d.P.R. n. 917 del 1986; b) tuttavia, il denunciato art. 36, comma 34-bis, del decreto-legge n. 223 del 2006 stabilisce che «In deroga all'articolo 3 della legge 27 luglio 2000, n. 212, la disposizione di cui al comma 4 dell'art. 14 della legge 24 dicembre 1993, n. 537, si interpreta nel senso che i proventi illeciti ivi indicati, qualora non siano classificabili nelle categorie di reddito di cui all'articolo 6, comma 1, del testo unico delle imposte sui redditi, di cui al decreto del Presidente della Repubblica 22 dicembre 1986, n. 917, sono comunque considerati come redditi diversi»; c) il menzionato comma 34-bis dell'art. 36 del decreto-legge n. 223 del 2006 costituisce una norma innovativa e non meramente interpretativa rispetto al comma 4 dell'art. 14 della legge n. 537 del 1993, perché - a differenza di quest'ultima disposizione - sottopone a tassazione, classificandoli ex novo quali «redditi diversi», anche i proventi illeciti che non rientrano nelle ipotesi di «redditi diversi» elencate dal combinato disposto degli artt. 6, comma 1, e 67 del d.P.R. n. 917 del 1986; che, poste tali premesse, il giudice a quo afferma che la norma censurata, in quanto di natura innovativa, si autoqualifica indebitamente come norma di interpretazione autentica del comma 4 dell'art. 14 della legge n. 537 del 1993 e pertanto, nel sottoporre retroattivamente a tassazione i proventi illeciti oggetto della controversia, víola l'art. 3 Cost., sotto il profilo sia dei «principi di ragionevolezza, razionalità e non contraddizione», sia del «divieto di introdurre ingiustificate disparità di trattamento», sia della «tutela dell'affidamento legittimamente sorto nei soggetti», sia - infine - della «coerenza e [...] certezza dell'ordinamento giuridico», nonché gli artt. 23, 24, 97, 101, 104 e 136 Cost.; che, in punto di rilevanza, il medesimo giudice si limita ad affermare che la «questione [...] appare [...], all'evidenza, rilevante»; che è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che le questioni siano dichiarate inammissibili per difetto di rilevanza o, in subordine, manifestamente infondate; che la difesa dello Stato, a sostegno della dedotta inammissibilità, osserva che: a) il reddito delle società commerciali è considerato d'impresa «da qualsiasi fonte provenga», secondo quanto disposto dall'art. 95 del d.P.R. n. 917 del 1986 (nel testo applicabile ratione temporis);