[pronunce]

L'Avvocatura generale sottolinea che la disposizione censurata è posta a salvaguardia dell'inviolabilità del patrimonio immobiliare, pubblico o privato, nei confronti di atti diretti a turbare il rapporto di fatto sui beni, instaurato sia dal proprietario che da terzi. Con il termine «altrui» viene ampliato l'oggetto della tutela, costituito non solo dal diritto di proprietà, ma da ogni altro rapporto con l'immobile, instaurato anche da soggetto diverso dal proprietario, comunque interessato allo stesso modo alla libertà e alla integrità del bene. Inoltre, la fattispecie incriminatrice persegue condotte che necessariamente evocano un quid pluris rispetto al semplice ingresso arbitrario nell'immobile, denotando una turbativa riconducibile ad una sorta di "spoglio funzionale", idoneo a comprimere, in tutto o in parte, le facoltà di godimento o la destinazione del bene. Quanto ai parametri evocati dal rimettente, la difesa statale rileva che l'art. 47 Cost. favorisce l'accesso alla «proprietà» della casa e non all'abitazione in quanto tale, ottenuta attraverso un'illecita occupazione. Né l'art. 2 Cost. offrirebbe tutela ad un diritto all'abitazione in qualsiasi forma procurato. Inoltre, l'art. 42 Cost. non consentirebbe di dare risposta al disagio abitativo, trasformando la proprietà privata in un servizio pubblico. L'Avvocatura sostiene che gli imputati non potrebbero neanche lamentare alcuna irragionevole limitazione di un diritto riconosciuto dal legislatore, né invocare una pretesa di conservazione dell'alloggio (che non viene messa in discussione dalla norma penale, ma semmai dalle regole civilistiche volte a tutelare in via restitutoria e risarcitoria i diritti di proprietà). L'ordinanza di rimessione mirerebbe, dunque, ad una pronuncia additiva che escluda la punibilità di un reato a tutela del patrimonio individuale, attribuendo all'occupante un inedito diritto all'accesso all'abitazione. La ricostruzione operata dal giudice a quo, secondo l'Avvocatura, non sarebbe nemmeno in linea con l'interpretazione dell'art. 8 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo offerta dalla Corte europea dei diritti dell'uomo: la nozione europea di diritto alla casa si risolve in una pretesa di conservazione di un alloggio che è già nella disponibilità dell'interessato e non nel garantire - o, come nel caso di specie, nel giustificare - l'accesso indiscriminato (o addirittura penalmente rilevante) ad una abitazione. La difesa statale confuta anche l'invocazione della funzione sociale della proprietà come giustificazione della disapplicazione di una norma penale. Sarebbe inadeguato altresì il riferimento all'art. 1 Prot. addiz. CEDU, in quanto con le sollevate questioni di legittimità costituzionale dell'art. 633 cod. pen. , non verrebbe in gioco il conflitto civilistico tra interessi dominicali ed esigenze abitative, quanto la punibilità di una condotta, perseguita per esigenze di interesse pubblico ulteriori rispetto a quelle del proprietario privato. Il petitum dell'ordinanza di rimessione, avverte ancora l'Avvocatura, postulerebbe una irragionevole e indeterminata estensione del perimetro di non punibilità della condotta, in maniera da abbracciare tutte le ipotesi di «invasione a scopo abitativo di edifici in stato di abbandono da più anni», introducendo due elementi negativi nella fattispecie, id est «lo stato di abbandono da più anni» e lo «scopo abitativo». Da ultimo, la difesa statale osserva che il Tribunale di Firenze non riconduce - e, anzi, positivamente esclude una simile soluzione nel caso sottoposto alla sua cognizione - la questione nell'alveo delle cause di giustificazione, in maniera da scriminare eventualmente la condotta in base allo stato di necessità ex art. 54 cod. pen. ; né opera un giudizio di proporzionalità in concreto tra l'abbandono dell'immobile, che potrebbe deporre per una attenuazione dell'offesa al bene giuridico tutelato dalla norma incriminatrice, e la finalità abitativa, che potrebbe aver motivato in via esclusiva il reo.1.- Il Tribunale di Firenze, sezione prima penale, in composizione monocratica, ha sollevato, in riferimento agli artt. 2, 3, 42 e 47 Cost., questioni di legittimità costituzionale dell'art. 633 cod. pen. , «nella parte in cui si applica anche all'invasione a scopo abitativo di edifici in stato di abbandono da più anni». 2.- Il giudice a quo riferisce che il processo pendente riguarda la posizione di quattro imputati citati a giudizio per rispondere del reato di invasione di edifici. L'istruttoria dibattimentale avrebbe dimostrato che: l'edificio occupato era destinato ad uso abitativo; lo stesso versava in stato di abbandono all'incirca dal 2000; il liquidatore della società immobiliare proprietaria non aveva nemmeno visionato lo stabile, né sapeva della sua occupazione prima di esserne informato dalla Polizia di Stato; all'interno del medesimo fabbricato erano state rinvenute numerose persone, tra cui gli imputati, i quali avevano ricavato nell'immobile spazi abitativi; al momento dell'accertamento, erano presenti sette nuclei familiari, comprensivi di bambini in tenera età. Escluso che gli imputati versassero in stato di necessità, essendosi in presenza di un pericolo non attuale, ovvero imminente, quanto «permanente», giacché correlato ad un'esigenza abitativa destinata a prolungarsi nel tempo, il Tribunale di Firenze, ritenuti altresì sussistenti gli elementi soggettivo e oggettivo del reato di invasione di edifici, si è quindi interrogato sulla legittimità costituzionale dell'art. 633 cod. pen. in riferimento agli indicati parametri. 3.- Quanto alla non manifesta infondatezza, il rimettente premette che, secondo la giurisprudenza di questa Corte, il diritto all'abitazione costituisce un diritto fondamentale della persona. Dubita, quindi, che la funzione sociale della proprietà sia rispettata nel caso in cui il titolare lasci il proprio immobile per un lungo periodo di tempo in condizioni di abbandono, considerandosi altresì la persistente emergenza abitativa che connota la realtà italiana. Il Tribunale ha così osservato che, ove pure sia legittimo riconoscere la tutela civilistica al proprietario di un immobile lasciato in stato di abbandono, contro una eventuale occupazione abusiva, sarebbe irragionevole perseguire quest'ultima anche penalmente, vieppiù ove tale condotta sia attribuibile a chi abbia agito per soddisfare un bisogno fondamentale, quale quello abitativo. Sarebbero, quindi, violati gli artt. 2, 3, 42 e 47 Cost. Da ultimo, il rimettente esclude la praticabilità di una interpretazione costituzionalmente conforme dell'art. 633 cod. pen. , emergendo dalla costante applicazione giurisprudenziale l'attribuzione di rilevanza penale alla condotta di chi occupi edifici in stato di abbandono. 4.- Le questioni non sono fondate. 5.- L'art. 633 cod. pen. punisce, a querela della persona offesa, la condotta di «[c]hiunque invade arbitrariamente terreni o edifici altrui, pubblici o privati, al fine di occuparli o di trarne altrimenti profitto».