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In definitiva, dobbiamo rendere il concordato uno strumento equilibrato tra diritti dei creditori e necessità di non disperdere importanti patrimoni aziendali, perché quello che è accaduto in questi anni è qualcosa di inaccettabile. Con il presente disegno di legge, composto da dieci articoli in quattro capi, si intendono conciliare gli evidenti vantaggi di un irrobustimento dello strumento concordatario con un potenziamento dell'anticipazione della soglia di emersione della crisi e la necessità di tutelare anche gli interessi della massa dei creditori, ovvero altre imprese che, di riflesso, sono pesantemente colpite dalla difficoltà dell'impresa in crisi con cui lavorano. L'obiettivo è dunque quello di limitare l'abuso dello strumento del concordato preventivo nel caso in cui i debitori ne facciano un uso ripetuto non per fini tipici, ossia ristrutturazione dei debiti, massimizzazione del realizzo dell'attivo a favore dei dipendenti e delle imprese creditrici o continuazione dell'attività con mantenimento dei livelli occupazionali, ma per altri scopi, non tutelabili dall'ordinamento giuridico, che sono riconducibili agli effetti protettivi garantiti al patrimonio del debitore e che determinano un sacrificio sproporzionato e ingiustificato delle ragioni dei creditori (sentenza del tribunale di Milano del 24 ottobre 2012). Con tale abuso dello strumento, la crisi dell'imprenditore insolvente di fatto viene estesa alle imprese creditrici, con un effetto domino contagioso anche verso imprese con buone prospettive di mercato ma scarsamente equilibrate dal punto di vista finanziario, agevolando inoltre comportamenti di concorrenza sleale tra le imprese. Tale abuso è riscontrabile non solo al momento del deposito della domanda, ma anche nel prosieguo dell’ iter : quando l'imprenditore rinuncia alla domanda di concordato preventivo, con o senza termine, per allontanare nel tempo eventuali sentenze di fallimento; quando rinuncia al primo ricorso per concordato votato non favorevolmente dai creditori e ripresenta una nuova domanda fondata su una proposta diversa, ma non manifestamente migliorativa, o con lo scopo di privare di rilievo eventuali violazioni pregresse, emerse a seguito di segnalazioni del commissario (sentenza del tribunale di Reggio Emilia del 26 febbraio 2013). Pertanto al fine di limitare gli abusi in tutte le fasi della procedura, risulta necessaria un'adeguata selezione fin dal momento dell'accesso alla stessa. Il capo l interviene sul codice civile . L'articolo 1 prevede la modifica al numero 5) dell'articolo 2751- bis del codice civile, specificando che l'iscrizione all'albo delle imprese artigiane unitamente alla presenza di ricavi non superiori a euro 5.000.000 costituiscono requisiti necessari e sufficienti ai fini dell'attribuzione della qualifica di impresa artigiana. Il limite di ricavi di cui in precedenza può essere soggetto ad aggiornamento periodico. Purtroppo il riconoscimento del privilegio di cui al numero 5) è ad oggi soggetto a interpretazioni diverse sia da parte degli organi preposti alle procedure sia da parte della giurisprudenza, per cui si assiste a comportamenti di vario tipo in base ai quali oltre all'iscrizione all'albo degli artigiani viene chiesto all'impresa di rientrare in parametri (tra l'altro oltremodo stringenti) mai definiti dal legislatore ed interpretati in modo diverso dai singoli tribunali. Con il presente intervento si ovvia ad un problema interpretativo mai risolto. Il capo II interviene sulla legge fallimentare in materia di procedure concorsuali. La disposizione contenuta nell'articolo 2 riguarda i compensi dei curatori che non sono determinati dalla legge fallimentare che andiamo a modificare ma da un decreto ministeriale emesso in forza dell'articolo 39, che nel suo primo comma delega al Ministero della giustizia a stabilirli. Nel nostro caso si tratta del regolamento di cui al decreto del Ministro della giustizia 25 gennaio 2012, n. 30, che all’articolo 1 disciplina la misura dei compensi dei creditori. Non si può con legge modificare un decreto ministeriale e tantomeno un regolamento, quindi l'unico modo per influire sui compensi è riportare nella stessa legge la normazione dei compensi. La norma è abbastanza complessa e varia le percentuali di compenso tra un minimo ed un massimo commisurando tali percentuali in base all'attivo realizzato dal curatore. Per questo, non volendo snaturare l'impianto regolamentare e volendo attenersi alla volontà del legislatore, per quanto riguarda gli scaglioni, si è pensato di riportare nella sua sede naturale (la legge) la regolamentazione del compenso riportando il dato letterale in legge (togliendo la delega al Ministero) e modificando le percentuali del 2 per cento per i primi scaglioni e fino ad arrivare al 50 per cento per gli scaglioni più alti. Da una simulazione a grandi linee su un patrimonio di 5.000.000 di euro del patrimonio realizzato e per semplicità di passivo accertato stiamo parlando di un compenso di euro 124.072 contro i 70.291 dopo la modifica. Nella realtà dei fatti di solito la passività è molto più alta di quanto si realizza e quindi se il curatore ha recuperato 5.000.000 di euro di solito il passivo è il doppio, altrimenti non ci sarebbe il fallimento o il concordato portando così ad un compenso per il curatore di almeno 147.000 euro a cui il decreto legislativo somma nel caso vi fosse la continuità economica dell'impresa di un 0,50 per cento sugli utili netti e del 0,25 per cento sull'ammontare dei ricavi lordi che non prendo in considerazione. Oltre a questi compensi il decreto ministeriale prevede un compenso forfetario del 5 per cento del compenso liquidato così per un totale di 154.350 contro i 70.000 circa. La disposizione contenuta nell'articolo 3, allo scopo di attribuire maggiore tutela ai creditori, aumenta i termini di cui all'articolo 67, commi primo e secondo, della legge fallimentare. Per scoraggiare definitivamente tentativi di operazioni dilatatorie a carico della massa ereditaria o tentativi di precostituzione di posizioni di privilegio ante default , si è cercato di rafforzare ulteriormente l'istituto della revocatoria fallimentare. Il rafforzamento di tale azione appare necessario per controbilanciare le tempistiche che vengono concesse ai debitori nella predisposizione di taluni strumenti di ristrutturazione delle loro posizioni debitorie. Laddove non vi fosse tale bilanciamento gli abusi, oggi denunciati da più parti, potrebbero solo essere incrementati rispetto alla casistica attuale. Si è quindi ipotizzato, attraverso una modifica al primo comma dell'articolo 67, un rafforzamento, dal punto di vista temporale, della revocatoria fallimentare, che consente di «azzerare» eventuali atti dispositivi o costitutivi posti in essere sia «ad arte» da parte dello stesso soggetto che presenta una qualsiasi procedura di ristrutturazione, sia da parte di taluni creditori che, nelle more della ristrutturazione, che come ben noto può durare anche diciotto -- ventiquattro mesi senza che sia sottoscritto alcun accordo di moratoria, possono depauperare, ponendo «paletti» sui beni soggetto «a rischio», il patrimonio eventualmente a disposizione della massa fallimentare.