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Disposizioni per il diritto alla salute mentale. Onorevoli Senatori. -- Trent'anni fa moriva Franco Basaglia. Dalla sua battaglia culturale e professionale nacque la legge 13 maggio 1978, n. 180, di seguito «legge 180», che rivoluzionò l'approccio delle istituzioni al disagio mentale, portando alla chiusura dei manicomi in Italia. Allora ne esistevano 76, con oltre 94.000 internati. Basaglia non riuscì a vedere i frutti del suo progetto. Morì nell'agosto del 1980 proprio mentre si avviava il percorso che portò alla sostituzione degli ospedali psichiatrici -- chiusi definitivamente solo nel 1999 -- con i Dipartimenti di salute mentale (DSM) attivi sul territorio attraverso una rete di servizi specifici. La scintilla di quella rivoluzione partì dall'ospedale psichiatrico di Trieste, di cui BasagIia era direttore dal 1971. I manicomi, è bene ricordarlo, erano luoghi di reclusione dove la cura passava attraverso letti di contenzione, elettroshock , camicie di forza, celle di isolamento; un mondo chiuso nel quale il rapporto tra personale e pazienti era a volte simile a quello tra carcerieri e carcerati, il cui unico scopo era il contenimento e la punizione. Dopo la chiusura dei manicomi, tuttavia, ben pochi sono stati i passi avanti nella direzione indicata da Basaglia che prevedeva servizi di salute mentale diffusi sul territorio, con residenze comunitarie, gruppi di convivenza, con la partecipazione di maestri, educatori, accompagnatori, attori motivati che hanno dato vita a cooperative sociali come a Trieste, ad Arezzo e in altri pochi punti del territorio italiano. La mancata applicazione di ulteriori misure di supporto alle persone affette da disagio mentale non può tuttavia essere trasformata in un'accusa alla legge 180 con lo scopo di riaprire i manicomi come alcune proposte di legge depositate in Parlamento intendono fare, chiamandoli magari pudicamente con altri nomi. Il Ministero della salute destina alle cure psichiatriche solo il 5 per cento delle risorse quando i dati dell'Organizzazione mondiale della sanità affermano che un giovane su cinque in Occidente soffre di disturbi mentali, che nel 2020 i disturbi neuropsichiatrici cresceranno in una misura superiore al 50 per cento divenendo una delle cinque principali cause di malattia, di disabilità e di morte. In realtà l'istituzione manicomiale è stata spesso sostituita da un uso massiccio del Trattamento sanitario obbligatorio (TSO) e da farmaci tanto invasivi da distruggere le potenzialità di vita del paziente psichiatrico senza che questo intervento, anche quando è effettivamente indispensabile, sia accompagnato da cure e attività mirate alla guarigione o al miglioramento della qualità della vita dei pazienti. Il TSO in alcune realtà è diventato ancora una volta il mezzo coercitivo con il quale la persona portatrice di disagio mentale viene controllata, allontanandola dalla società civile, con il solo scopo di proteggere quest'ultima dalla presunta pericolosità sociale «del folle». E molti operatori psichiatrici sono tornati a svolgere il ruolo di carcerieri e di protettori dell'ordine sociale. Per Basaglia la chiusura dei manicomi era solo un primo passo. Di recente Umberto Galimberti ha ricordato che «forse la difesa dei diversi, dei folli, dei soggetti più deboli, che era un'atmosfera diffusa negli anni Settanta e che ha portato alla chiusura dei manicomi, non è più un ideale della nostra cultura che si sta rivelando sempre più sensibile ai rapporti di forza che ai rapporti di sostegno» ponendo una domanda: «Che sia questa la premessa per cui la follia, e la disperazione che sempre l'accompagna, trovano un terreno favorevole per dilagare? Il cuore si è fatto duro e si è persa fiducia nel carattere terapeutico che la comunicazione e la relazione sociale possiedono come loro tratto specifico e come ognuno di noi può verificare quando sta male». A Trieste quando si sono aperte le porte del manicomio c'erano 1.300 internati. Trent'anni dopo Basaglia, Trieste è il centro europeo di riferimento dell'Organizzazione mondiale della sanità per i sistemi territoriali di salute mentale. Per lanciare un progetto di rete mondiale per la salute comunitaria, il DSM di Trieste ha organizzato dal 9 al 13 febbraio 2010 il meeting mondiale «Trieste 2010: che cos'è "salute mentale"?». L'esperienza italiana, e in particolare quella sviluppata da Basaglia in poi a Trieste, viene proposta come modello per l'elaborazione di alternative al manicomio. Al meeting hanno partecipato oltre mille studiosi e operatori da 40 Paesi di tutto il mondo. Questo disegno di legge è dedicato all'opera di Franco Basaglia e ai suoi collaboratori alcuni dei quali lavorano ancora con la stessa passione che ha caratterizzato quell'epoca così particolare che, per quanto riguarda il nostro Paese, può essere sintetizzata proprio nell'evento storico che ha portato alla chiusura seppure graduale (l'ultimo è stato chiuso nel 1999 quasi vent'anni dopo la legge 180) dei manicomi. Come sostiene il direttore del DSM di Trieste Giuseppe Dell'Acqua, il desiderio di un ritorno al passato può essere fomentato dal clima di insicurezza diffuso nella società, il quale può avere come conseguenza «il ritorno prepotente delle psichiatrie del pessimismo, del rischio e della pericolosità» mentre secondo Dell'Acqua «a uno sguardo più attento, si colgono ovunque segni e storie di cambiamento. Moltissimi lavorano per guadagnare margini più ampi di libertà, per tenere aperti spiragli di possibilità». È a questo clima di fiducia e di speranza che si richiama il presente disegno di legge che intende contribuire a diffondere le buone pratiche relative alla salute mentale presenti sul territorio nazionale, oltre alle migliori pratiche svolte a livello internazionale. A noi dunque il compito di proseguire sulla strada che Basaglia ha tracciato e che molti suoi collaboratori e colleghi più giovani hanno continuato nel pesante silenzio di questi anni, pervenendo a risultati positivi che tuttavia oggi non sono noti e non sono messi in rete. Il presente disegno di legge non riforma la legge 180, ma da essa parte per proseguire sulla strada della liberazione dei malati di mente dando a loro e alle loro famiglie voce e forza, supportando le richieste degli operatori più avveduti, del mondo del volontariato e in generale di tutti i cittadini che comprendono la necessità che la società italiana sostenga ed accolga con solidarietà le persone che soffrono di disagio mentale. A suo tempo il legislatore si è fermato al primo pur importantissimo passo, la chiusura dei manicomi, oggi grazie alle esperienze dei malati, dei loro familiari e degli operatori del settore possiamo riprendere il cammino, ampliando il potere dei malati, delle loro famiglie e delle realtà di volontariato e cooperazione in grado di sostenere le persone portatrici di disagio mentale nei loro progetti di vita. Il presente disegno di legge individua nei Centri di salute mentale il cuore delle attività di prevenzione, cura e riabilitazione sul territorio. L'articolo 1 si occupa in primo luogo di stabilire le finalità della legge e i compiti dello Stato.