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Del 2001 è il primo provvedimento precautelare per l'allontanamento di un uomo maltrattante dalla casa familiare. È intuitivo che una donna già vittima di violenza non può subire una vittimizzazione secondaria, con l'ulteriore violenza di essere allontana insieme ai propri figli dalla casa e che debba essere invece l'uomo acclaratamente violento ad essere allontanato. Eppure, ancora oggi, c'è molta difficoltà e molta resistenza ad applicare la normativa, che solo i tempi del Covid hanno accelerato (e sono orgogliosa del fatto che proprio il procuratore di Trento lo abbia fatto in questo periodo di emergenza sanitaria). Altri passi avanti naturalmente ci sono stati: del 2006 è la legge contro le mutilazioni genitali femminili e quella per l'istituzione di un numero verde per le donne vittime di violenza; nel 2009 c'è stata la legge sullo stalking , ma siamo dovuti arrivare al 2013 per renderci conto in Italia che avevamo bisogno di un approccio strutturale perché, visti i dati, c'era bisogno di un approccio strutturale e integrato. Il Parlamento ha adottato quindi la Convenzione di Istanbul, nelle cui premesse è scritto che quella contro le donne è una violenza basata sul genere, sulla sperequazione di potere tra uomini e donne; è un tipo di violenza che ha bisogno di un approccio integrato di servizi, per cui forse non bastano nemmeno i centri antiviolenza. La Convenzione si concentra poi moltissimo sull'autore della violenza: non possiamo continuare giustamente ad aiutare le donne senza evitare che le donne siano vittime di violenza e per questo dobbiamo fortemente lavorare sugli uomini. Come dicevo, l'Italia ci è arrivata, ma ci è arrivata tardi perché il primo piano straordinario contro la violenza sulle donne è del 2015-2017, per cui stiamo parlando di tempi contemporanei. Sembra quasi un'aberrazione: mentre il nostro Parlamento adottava la Convenzione di Istanbul, prevendendo un approccio integrato - quindi non solo centri antiviolenza e case rifugio, ma nuclei di valutazione con i servizi del territorio, con la polizia, con gli ospedali - e mentre in Inghilterra si sperimentava il modello delle Marac (multi-agency risk assessment conference), noi stavamo ancora valutando in che modo accreditare e finanziare i centri antiviolenza. Ancora, mentre la Convenzione di Istanbul metteva al centro il focus sull'uomo maltrattante per evitare la violenza sulle donne e per proteggere la donna, noi ancora eravamo fermi al modello di finanziamento. Siamo ancora fermi così. Questa relazione, infatti, certifica che ci sono ancora gravi problemi nel finanziamento dei centri. Noi sappiamo che l'anno scorso sono stati finanziati 38 milioni di euro, ma il costo diretto o indiretto della violenza contro le donne in Italia ammonta a 17 miliardi di euro all'anno; 17 miliardi all'anno in servizi medici, servizi sociali, avvocati. La macchina che si mette in moto è poderosa. È un'ingiustizia, ma è anche un danno enorme contro il Paese. Dobbiamo allora metterci nella predisposizione di stanziare enormi risorse per vietare che nel nostro Paese vi sia questo fenomeno, che vogliamo - forse anche nascondendoci dietro l'affermazione che bastano i centri antiviolenza - far finta di non vedere; dobbiamo invece affrontarlo per quello che è, per l'enormità di quello che è. Stiamo parlando di un fenomeno che si insinua nelle relazioni affettive, che è strutturale e non emergenziale; è costante nel tempo, si ripete tutti i giorni ed è trasversale: non ci sono condizioni economiche, sociali, di titolo di studio che differenzino questo modello di comportamento. È un modello di comportamento che prescinde, che si basa solo su una sperequazione di potere tra uomini e donne. La sfida che abbiamo davanti è allora questa, proprio nella settimana in cui iniziamo le audizioni su recovery fund. Usiamo le risorse del recovery fund per affermare precisamente che l'Italia è dentro i principi di parità e di non discriminazione che la nostra comunità europea ci indica e a cui noi apparteniamo. Usiamo allora questi fondi per la prevenzione, per la protezione, per realizzare veramente un metodo integrato di approccio alla violenza. Lo dico perché io vengo da un territorio in cui queste cose si sono già fatte. È un territorio che, potendo finanziare, con le proprie risorse, i centri antiviolenza e tutta la rete del sistema antiviolenza, può permettersi anche di guardare all'eccellenza e di porsi alcuni passi avanti rispetto al modello nazionale. Ma proprio per questo io dico che si può fare; si può fare la prevenzione, facendo i corsi di educazione al rispetto in tutte le scuole di ogni ordine e grado, in tutte le università, affinché non ci siano più giornalisti che scrivono certi titoli, non ci siano più giudici che scrivono certe sentenze, non ci siano più medici che non riconoscono la violenza, non ci siano più Forze dell'ordine che rimandano a casa la donna dicendole di essere brava e di non far arrabbiare suo marito. Sulla rete di protezione le risorse che sono state impegnate non bastano; bisogna che siano maggiorate e che le procedure siano meno burocratiche. È inoltre probabilmente necessario che gli affidamenti siano fatti in maniera diversa. Il metodo dei bandi annuali non aiuta la programmazione, non aiuta a strutturare servizi di qualità. Ci sono dei modelli, che ho visto nel mio territorio, di coprogettazione e di accreditamento dei centri che durano anche cinque anni, dando la possibilità di svolgere un percorso di sviluppo e di radicare le migliori pratiche. Un altro tassello riguarda il monitoraggio, non solo con un organo sovranazionale, che monitori e valuti, ma anche esaminando caso per caso. Abbiamo sperimentato dei codici criptati, secretati, coperti da privacy che seguono la donna in tutti i suoi accessi, dal primo all'ultimo, anche se non denuncia. Adesso disponiamo di un sistema che effettua un monitoraggio solo dalle denunce in poi, ma queste sono solo il 10 per cento. Noi dobbiamo fare in modo che dal primo momento in cui una donna si approccia e dichiara di essere in una situazione di violenza ella sia, con modalità che tutelino la privacy , seguita accesso per accesso. Tutti questi dati devono essere raccolti, perché noi dobbiamo avere la consapevolezza dell'enormità di questo fenomeno, che mette in ginocchio il nostro Paese giorno dopo giorno. Siamo una bella squadra nella Commissione femminicidio e al Governo il ministro Bonetti è una guida per tutte noi. Abbiamo donne importanti, dal Presidente al Vice Presidente, che rispetto a questo tema sanno che il nostro impegno deve essere massimo. È quindi il momento per dimostrare che siamo determinate nel risolverlo. (Applausi) . PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Rampi. Ne ha facoltà. RAMPI (PD) . Signor Presidente, signor Ministro, signor Presidente della Commissione, sottolineo questa introduzione perché, come ha detto una collega, l'argomento al nostro esame è straordinariamente seguito e curato dalle senatrici in quest'Aula, però questa materia non può riguardare, incaricare o caricare solo le colleghe di quest'Assemblea. Non è un tema che riguarda le donne. Credo che questa sia una questione fondamentale perché, se non partiamo da qui, non risolveremo questo problema, che riguarda tutti noi e che costituisce innanzitutto un grande deficit culturale di questo e di altri Paesi, ma del nostro in particolare.