[pronunce]

- prevede la libera costituzione di associazioni professionali «di natura privatistica [...] con il fine di valorizzare le competenze degli associati e garantire il rispetto delle regole deontologiche, agevolando la scelta e la tutela degli utenti nel rispetto delle regole sulla concorrenza», e con i compiti di promuovere «la formazione permanente dei propri iscritti», di «vigila[re] sulla condotta professionale degli associati e stabili[re] le sanzioni disciplinari da irrogare agli associati per le violazioni» del codice del consumo di cui al decreto legislativo 6 settembre 2005, n. 206 (Codice del consumo, a norma dell'articolo 7 della legge 29 luglio 2003, n. 229) (art. 2, commi 1 e 3); - consente alle associazioni in questione di iscriversi in un elenco «pubblicato dal Ministero dello sviluppo economico [ora Ministero delle imprese e del made in Italy] nel proprio sito internet», da cui deriva la «assunzione di responsabilita&#768; » sul possesso dei requisiti previsti dalla legge per queste forme associative professionali e sul rispetto delle prescrizioni della medesima legge (art. 2, comma 7); - collega all'iscrizione nel menzionato elenco - di cui la LAPET si sarebbe avvalsa - l'assoggettamento al potere ministeriale di vigilanza e di irrogazione di sanzioni. Pur riconoscendo (all'art. 2, comma 6) l'antitesi tra la libera professione, da un lato, e l'esercizio delle attivita&#768; professionali riservate dalla legge a specifiche categorie di soggetti iscritti al relativo albo professionale, d'altro lato, la legge n. 4 del 2013 avrebbe dunque promosso la costituzione di organizzazioni privatistiche a base associativa finalizzate a garantire che l'attivita&#768; professionale prestata dai propri aderenti sia svolta secondo adeguati criteri di capacita&#768; e competenza professionale e nel rispetto delle relative norme deontologiche. Il raggiungimento di tale risultato determinerebbe, quanto al controllo sui requisiti di capacita&#768; e correttezza, anche sul piano deontologico, richiesti per il rilascio del visto di conformita&#768; , l'equiparazione delle due categorie di professioni, che si distinguerebbero ormai solo per la natura del mezzo (pubblicistica nell'un caso, privatistica nell'altro) utilizzato a questo fine. Risultando tali funzioni di controllo adeguatamente perseguibili attraverso strumenti privatistici, «tanto piu&#768; quando questi siano a loro volta inquadrati in un sistema pubblicistico di vigilanza ministeriale», la disposizione censurata avrebbe creato una disparità di trattamento non giustificata rispetto ai professionisti iscritti all'ordine. 1.4.- L'art. 35, comma 3, del d.lgs. n. 241 del 1997 violerebbe anche l'art. 41 Cost. Dalla descritta riserva ex lege deriverebbe l'effetto di limitare, per le categorie non comprese in essa, il libero esercizio dell'attività professionale, incidendo negativamente sulla liberta&#768; di iniziativa economica dei tributaristi, dovendo i singoli professionisti e le loro associazioni rappresentative essere considerate imprese ai sensi del diritto della concorrenza. In particolare, i professionisti non iscritti agli ordini subirebbero uno sviamento di clientela verso i professionisti iscritti anche per attività non riservate a questi ultimi, in contrasto con il principio di concorrenza. Infatti, la mera predisposizione e trasmissione delle dichiarazioni fiscali, senza possibilita&#768; di apporre il visto di conformita&#768; , priverebbe la clientela dei primi dei rilevanti vantaggi prodotti sulla posizione fiscale e amministrativa dall'apposizione del visto, con conseguente maggiore convenienza a rivolgersi ai professionisti iscritti all'ordine anche per la predisposizione e la trasmissione delle dichiarazioni fiscali, essendo costoro gli unici in grado di rilasciare il visto di conformita&#768;. In tal modo, la limitazione dei soggetti abilitati al rilascio del visto di conformita&#768; avrebbe l'effetto di estendere la riserva, di fatto, anche ad attivita&#768; liberalizzate, in contrasto con il carattere tassativo ed eccezionale, riconosciuto dalla giurisprudenza di legittimità, delle attivita&#768; riservate agli iscritti all'ordine, riconosciuto dalla giurisprudenza di legittimità (sono citate le sentenze della Corte di cassazione, sezione seconda civile, 28 marzo 2019, n. 8683, e 11 giugno 2010, n. 14085). 1.5.- Infine, la disposizione censurata violerebbe l'art. 117, primo comma, Cost., in relazione agli artt. 56 TFUE e 16 della direttiva 2006/123/CE, «la quale osta a restrizioni normative nazionali non conformi ai principi di non discriminazione, necessita&#768; e proporzionalita&#768; (par. 3 della disposizione da ultimo richiamata)». Premesso che secondo la Corte di giustizia dell'Unione europea (grande camera, sentenza 30 gennaio 2018, in cause riunite C-360/15 e C-31/16, X e Visser) la richiamata direttiva si applicherebbe non solo al prestatore che intende stabilirsi in un altro Stato membro, ma anche a quello che intende stabilirsi nel proprio Stato e dunque anche in situazioni puramente interne, la discriminazione in danno della categoria dei professionisti non costituiti in un ordine violerebbe il «loro diritto di matrice sovranazionale alla libera prestazione dei [...] servizi», in quanto non necessaria, mancando un sottostante motivo imperativo di interesse generale, né proporzionata, eccedendo rispetto agli obiettivi di tutela dell'interesse fiscale dello Stato. 2.- M. N. e la LAPET, parti appellanti nel giudizio a quo, si sono costituite in giudizio con atto depositato il 26 marzo 2024, concludendo per la declaratoria di illegittimità costituzionale della disposizione censurata. 2.1.- Esse aderiscono alle questioni sollevate dal rimettente e prospettano ulteriori profili di illegittimità costituzionale per violazione dell'art. 117, primo comma, Cost., evocando quali parametri interposti anche l'art. 15 della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea, sulla tutela del diritto di ogni individuo «di lavorare e di esercitare una professione liberamente scelta o accettata», nonché «il combinato disposto» dell'art. 101, paragrafo 1, TFUE, e dell'art. 4, paragrafo 3, del Trattato sull'Unione europea, «considerata la normativa interna, ovvero l'art. 35, comma terzo del d.lgs. n. 241 del 1997, quale ostacolo alla piena espansione della concorrenza e, in ogni caso, capace [di] restringere e/o falsare il gioco della concorrenza interna». Infine, chiedono che questa Corte, ove ritenga necessario chiarire il significato e gli effetti delle norme dell'Unione europea evocate nel presente giudizio, promuova un rinvio pregiudiziale alla Corte di giustizia dell'Unione europea, ai sensi dell'art. 267 TFUE. 3.- Con atto depositato il 26 marzo 2024 è intervenuto in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, che ha concluso per la non fondatezza delle questioni.