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Ciò vale anzitutto con riferimento alla caccia di selezione agli ungulati, praticabile per motivi di selezione biologica e per limitare i danni causati dalla selvaggina alle colture agricole e boschive, per la quale è possibile prevedere specifici programmi di prelievo che consentano la caccia per cinque anziché tre giorni alla settimana (come stabilisce invece l'art. 18, comma 5, della legge statale n. 157 del 1992), nonché per periodi diversi rispetto a quelli fissati in via generale dalla legge provinciale. In ordine alla “specificità del sistema venatorio”, la Provincia di Trento sottolinea anzitutto la peculiarità della situazione orografico-altimetrica e climatica del suo territorio, che rientra nella “zona faunistica delle Alpi”, specificamente considerata dall'art. 11 della stessa legge statale n. 157 del 1992. Il sistema venatorio provinciale è basato fondamentalmente su una rigida programmazione dei capi in relazione ai quali può svolgersi l'esercizio venatorio, resa effettiva dal regime di riserva, di assegnazione individuale e di accompagnamento nell'attività venatoria, previsto per gran parte dei prelievi, da parte di agenti di vigilanza o di “cacciatori” esperti” riconosciuti dal Comitato faunistico provinciale. Il regime riservistico comporta sostanzialmente che siano associati alla riserva solamente i cacciatori che risiedano nel Comune nel cui territorio cade la riserva. Il sistema venatorio si basa poi sull'elemento del contingentamento, che permette di controllare l'incidenza che l'attività venatoria produce sulle popolazioni animali non operando mediante limitazioni temporali bensì direttamente sul carniere, che viene predeterminato sulla base di appositi censimenti e stime nonché di scelte eminentemente tecniche. Terzo elemento essenziale è il prelievo di selezione che implica tra l'altro la ripartizione dei capi, secondo precisi piani di abbattimenti, in classe di età e di sesso, e che è applicato con rigore in particolare per gli ungulati. Il sistema venatorio della Provincia di Trento sarebbe pertanto giustificato dalle peculiarità territoriali e, con specifico riferimento alla caccia degli ungulati, preferibile a quello nazionale, come risulta da un parere dell'INFS allegato alla memoria. Le deroghe ai principi della legislazione statale sarebbero quindi giustificate, in quanto nella Provincia di Trento la fauna selvatica godrebbe di uno standard di tutela fondato su principi diversi da quelli statali che garantiscono un livello di tutela nell'insieme ben superiore a quello assicurato dalla legge statale. Peraltro, il rimettente non avrebbe adeguatamente considerato il fatto che la richiamata disposizione di attuazione dello statuto che demanda alla legislazione provinciale la determinazione dello standard di protezione della fauna attenendosi unicamente “ai livelli di protezione risultanti dalle convenzioni internazionali o dalle norme comunitarie introdotte nell'ordinamento statale” (comma 2 del d.P.R. n. 279 del 1974, aggiunto dall'art. 5 del d.lgs. 16 marzo 1992, n. 267) è successiva alla legge 11 febbraio 1992, n. 157 e comunque si colloca in una posizione peculiare nel sistema delle fonti, al di sopra delle leggi ordinarie. La suddetta disposizione costituisce il fondamento specifico del potere legislativo provinciale in materia che non è tenuto a conformarsi ad una particolare modalità di tutela e di attuazione delle norme europee, quale quella posta dalla legge n. 157 del 1992. In senso diverso non potrebbero essere invocate le decisioni di questa Corte n. 323 del 1998, n. 4 del 2000 e n. 536 del 2002 che, pur riguardando Regioni a statuto speciale, non erano fondate sul parametro delle disposizioni di attuazione contenute nel d.lgs. 16 marzo 1992, n. 267, di modifica del d.P.R. n. 279 del 1974 e non possono quindi essere riferite alla particolare situazione della Provincia di Trento. Analogo discorso dovrebbe valere per la sentenza n. 1002 del 1988 che, pur riguardando espressamente la Provincia autonoma di Trento, è stata pronunciata prima del citato d.lgs. n. 267 del 1992 e dunque in un contesto normativo, sotto il profilo della individuazione delle competenze provinciali, manifestamente differente da quello attuale. In considerazione della descritta “specificità della posizione costituzionale” che lo statuto e le norme di attuazione assicurano alla Provincia e del peculiare sistema di gestione faunistica ivi operante sarebbero dunque infondate le questioni relative alla dilatazione del periodo di attività venatoria e alla previsione della cacciabilità di specie non previste a livello nazionale. Quest'ultima censura, che essenzialmente riguarda l'inclusione tra le specie cacciabili del gallo cedrone, dovrebbe essere rigettata proprio in ragione della legittimazione della Provincia ad una diversa attuazione (rispetto a quella nazionale) della disciplina europea (che consente la caccia al gallo cedrone) e in considerazione della flessibilità del sistema venatorio locale, pronto ad adeguarsi alle esigenze effettive di ciascun periodo. Infine, anche per quanto riguarda la censura relativa alla mancata previsione del parere dell'INFS, dovrebbe venire in rilievo la disposizione di attuazione statutaria che, “nel sottrarre la Provincia autonoma ad ogni condizionamento esterno”, si riferirebbe “tanto ai profili sostanziali quanto a quelli procedurali, in guisa che anche la pretesa di imporre un particolare iter procedimentale al fine della predisposizione del calendario venatorio, per di più incentrato su un organo statale, costituirebbe una violazione delle speciali prerogative riconosciute alla Provincia”. La legislazione provinciale terrebbe comunque particolarmente conto delle specifiche esigenze di tutela dell'interesse pubblico protetto, prevedendo tra l'altro che le delibere che deroghino alla disciplina della legislazione provinciale siano assunte pervio parere dell'Osservatorio faunistico provinciale, organo di consulenza tecnico-scientifica, la cui alta qualificazione scientifica è comprovata dalla sua composizione. L'organismo in questione si differenzierebbe dal Comitato regionale faunistico venatorio previsto dalla legislazione siciliana - al quale si riferisce la sentenza n. 4 del 2000 di questa Corte - che era piuttosto un organismo con funzioni di confronto e contemperamento dei vari interessi settoriali che vengono in rilievo attraverso l'attività venatoria.