[pronunce]

che anche tali questioni sarebbero, ad avviso del rimettente, rilevanti nel giudizio a quo, posto che ove questa Corte le ritenesse fondate l'istanza del condannato dovrebbe essere accolta; che, quanto alla non manifesta infondatezza delle questioni, il giudice a quo osserva che la mancata previsione di una tale disciplina transitoria «si traduce [...] nel passaggio - "a sorpresa" e dunque non prevedibile - da una sanzione "senza assaggio di pena" ad una sanzione con necessaria incarcerazione»: ciò che si porrebbe in aperto contrasto con la giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell'uomo, e in particolare con la sentenza 21 dicembre 2013, Del Rio Prada contro Spagna, che ha esteso il divieto di applicazione retroattiva di cui all'art. 7 CEDU a modifiche normative che comportino «la ridefinizione o la modifica della portata della pena inflitta dal tribunale del merito», con conseguente violazione - assieme - degli artt. 25, secondo comma, e 117, primo comma, Cost.; che sarebbe altresì «fonte di ingiustificata disparità di trattamento ex art. 3 Costituzione la novella del 2019 che pone sullo stesso piano, sotto il profilo della esecuzione della pena, chi ha commesso il reato potendo contare su un impianto normativo che gli avrebbe consentito di non scontare in carcere una pena, eventualmente residua, inferiore a 4 anni, e chi ha commesso o commette il reato dopo l'entrata in vigore» della legge n. 3 del 2019; che è intervenuto in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, chiedendo che le questioni sollevate siano dichiarate inammissibili o infondate; che, ad avviso dell'interveniente, le questioni sarebbero inammissibili «a fronte di precedenti pronunce di questa Corte che hanno escluso l'incidenza del divieto di retroattività della legge penale sulla normativa penitenziaria» (sono citate la sentenza n. 273 del 2001 e l'ordinanza n. 280 del 2001), pronunce che sarebbero conformi al diritto vivente espresso dalla costante giurisprudenza della Corte di cassazione; che parimenti inammissibili risulterebbero le questioni prospettate in via subordinata dal giudice a quo, stante la non pertinenza dei richiami alla giurisprudenza della Corte EDU operati nell'ordinanza di rimessione; che, con ordinanza dell'8 ottobre 2019 (r.o. n. 238 del 2019) , la Corte di appello di Caltanissetta, sezione seconda penale, ha sollevato, in riferimento agli artt. 3 e 27 Cost., questioni di legittimità costituzionale dell'art. 1, comma 6, lettera b), della legge n. 3 del 2019, nella parte in cui inserisce nell'art. 4-bis, comma l, ordin. penit. il riferimento al delitto di peculato di cui all'art. 314, primo comma, cod. pen. ; che il collegio rimettente espone di essere investito, in qualità di giudice dell'esecuzione, di un'istanza di sospensione dell'ordine di esecuzione della pena emesso nei confronti di E. C.; che, secondo quanto riferito dal giudice a quo, E. C. è stato condannato, con sentenza divenuta irrevocabile il 12 settembre 2019, alla pena di tre anni e otto mesi di reclusione per fatti di peculato commessi dall'ottobre 2003 al giugno 2005; che il pubblico ministero aveva emesso, il 23 settembre 2019, l'ordine di esecuzione della pena oggetto del ricorso, rideterminando la pena da scontare in quella di sette mesi e sei giorni di reclusione, tenendo conto tra l'altro della porzione di pena già estinta per indulto; che il giudice a quo dubita della compatibilità della disposizione censurata con gli artt. 3 e 27, terzo comma, Cost. per le medesime ragioni esposte dalla prima sezione penale della Corte di cassazione nell'ordinanza del 18 luglio 2019 (r.o n. 141 del 2019), sopra riferita, di cui riprende ampi passi della motivazione; che è intervenuto in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, chiedendo che le questioni sollevate siano dichiarate inammissibili o infondate; che, a giudizio dell'interveniente, le questioni sarebbero inammissibili in quanto solleciterebbero questa Corte a sindacare la scelta discrezionale del legislatore di inserire il delitto di peculato nell'elenco di reati "ostativi" di cui all'art. 4-bis ordin. penit. , senza che tale scelta travalichi il canone della ragionevolezza e il criterio di finalità rieducativa della pena; che si è costituito in giudizio l'istante E. C., chiedendo l'accoglimento delle questioni prospettate; che, secondo la parte privata, l'art. 4-bis, comma 1, ordin. penit. prevedrebbe un regime esecutivo differenziato per taluni reati, fondato su una «presunzione legale di pericolosità sociale parametrata esclusivamente in relazione al titolo di reato commesso, così delineando una tipologia di autore espressione di una carica antisociale incompatibile con un percorso rieducativo esterno al carcere, se non attraverso la "stretta via" della positiva collaborazione con la giustizia e/o la previa espiazione di consistenti quote di pena»; che, tuttavia, tale presunzione di pericolosità in relazione al delitto di peculato non sarebbe suffragata da alcuna evidenza empirica, né da dati di esperienza generalizzati che dimostrino, alla luce delle particolari caratteristiche della fattispecie considerata ostativa, la ragionevolezza della scelta di escludere la discrezionalità del giudice sulla meritevolezza dell'autore del reato ad accedere a strumenti di rieducazione alternativi; che, infatti, il delitto di peculato sarebbe «generalmente commesso in chiave monosoggettiva o comunque secondo modalità e in contesti nei quali una forma di "collaborazione", quale quella di cui all'articolo 323-bis, secondo comma, cod. pen. [...] può essere persino difficile da ipotizzare sul piano logico», venendo qui in rilievo «contesti ben diversi rispetto agli ambiti criminali organizzati dove tale istituto - in via del tutto "derogatoria" ed "eccezionale" - ha trovato origine e, secondo taluni, utilità pratica»; che la presunzione di pericolosità introdotta dalla norma censurata, inoltre, imporrebbe un forzoso passaggio in carcere prima di poter accedere a una misura alternativa alla detenzione, e, dunque, colliderebbe con la finalità rieducativa della pena, cui l'accesso diretto alle misure alternative, senza assaggio di pena, risulta evidentemente orientato; che il meccanismo ostativo cui sono oggi soggetti anche i condannati per il delitto di peculato si porrebbe in rapporto di frizione, altresì, con il diritto al silenzio di cui all'art. 24 Cost.; che le ragioni che hanno condotto questa Corte, con la sentenza n. 253 del 2019, a dichiarare parzialmente illegittimo l'art. 4-bis, comma 1, ordin. penit.