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L'associazione LAV nel 2011 ha pubblicato un dettagliato studio di Analisi del ciclo di vita ( Life Cycle Assessment ) commissionato alla società di ricerca olandese CeDelft ed intitolato « The environmental impact of the fur production » che quantifica l'impatto ambientale nelle varie fasi di produzione di pelliccia di visone, oltre a comparare i risultati con l'impatto causato da altri prodotti normalmente utilizzati nell'industria dell'abbigliamento: il cotone, l'acrilico, il poliestere e la lana. I risultati dimostrano che rispetto alla produzione di un chilo di questi altri prodotti tessili, la produzione di un chilo di pelliccia di visone determina un maggiore impatto per 17 su 18 effetti ambientali, tra cui: cambiamento climatico, impoverimento dello strato di ozono, formazione di particolato, tossicità per l'uomo, eco-tossicità, acidificazione, eutrofizzazione del suolo e dell'acqua, non considerando inoltre il consumo di acqua ed occupazione del suolo; la pelliccia è risultata decisamente peggiore dei tessuti, con impatti da 2 a 28 volte più elevati. Circa l'effetto «cambiamento climatico», l'impatto di 1 kg di pelliccia di visone è 4,7 volte superiore a quello della lana (il tessuto con punteggio maggiore), a causa sia dell'alimentazione per i visoni sia alle emissioni di ossido di azoto (N 2 O) e ammoniaca (NH 3 ) tramite le deiezioni dei visoni. La fase di alimentazione dei visoni risulta inoltre essere un fattore dominante in 14 effetti ambientali dei 18 presi in esame: lo studio LCA ha rilevato che sono necessarie 11,4 pelli di visone per produrre 1 kg di pelliccia e considerato che un singolo visone necessita di circa 50 kg di cibo durante la sua breve vita, occorrono ben 563 kg di cibo per la produzione di un solo chilo di pelliccia. Il mangime dei visoni, composto da fiuttaglie ed altri scarti dell'industria del pollame e del pesce, oltre a farine, viene congelato in lastre e così mantenuto sino alla somministrazione agli animali, comportando un inevitabile ingente consumo di energia. Secondo le conclusioni cui è giunto lo studio LCA la produzione di pelliccia sintetica (generalmente composta dal 72 per cento di fibre acriliche e dal 28 per cento di cotone), o di abiti in cotone, acrilico, poliestere ha un impatto ambientale decisamente inferiore alla produzione di un analogo quantitativo di pelliccia animale. Non meno rilevante è il problema della difesa della biodiversità, in considerazione del fatto che il visone americano (specie allevata per la produzione di pellicce), è già stato classificato come specie aliena invasiva in Spagna e Giappone, e nel 2016 è stato elaborato un risk assessment nell'ambito della procedura prevista per l'inserimento di questa specie tra quelle ritenute aliene invasive di rilevanza unionale (con riferimento al regolamento (UE) n. 1143/2014). In Italia i Parchi regionali fluviali lombardi, Parco del Serio e Parco Adda Sud, hanno già vietato l'allevamento di animali «da pelliccia», al fine di prevenire i potenziali danni ambientali conseguenti a fughe di specie animali alloctone (quale appunto è il visone), e comunque contrastare l'impatto ambientale che simili insediamenti comportano. La presenza di popolazioni stabili di visoni americani nel nostro Paese è infatti ben documentata, così come sono note le numerose immissioni nell'ambiente (volontarie o meno) di animali provenienti da allevamenti per la produzione di pellicce. Con riferimento ai fattori sociali, è utile evidenziare come i rapporti di Eurispes circa le opinioni degli italiani verso le attività connesse con lo sfruttamento degli animali rilevino che l'uccisione degli stessi per la produzione di pellicce sia una pratica largamente disapprovata (83 per cento nel 2011, 85,5 per cento 2014, 90,7 per cento 2015, 86,3 per cento 2016). Un secondo sondaggio di IpsosMori del luglio 2011, realizzato a distanza di un anno dall'entrata in vigore del divieto dell'Unione europea al commercio di prodotti di foca (pellicce, carne, grasso), introdotto dal regolamento (CE) n. 1007/2009, ha rilevato inoltre come il 72 per cento degli europei fosse favorevole a questo provvedimento. Del resto è utile sottolineare il fatto come, probabilmente, nessun cittadino europeo si sia mai trovato in difficoltà nel non trovare in commercio prodotti di foca. Una posizione ormai consolidata e frutto dell'evoluzione culturale della nostra società, che guarda ad una sempre più rispettosa relazione con il mondo animale, al punto che, secondo le analisi economiche del settore elaborate annualmente dalla società Pambianco s.r.l. (società di consulenza che assiste le aziende della moda, del lusso e del design ), dal 2006 il consumo di pelliccia ha registrato un trend negativo in termine di fatturato rimanendo al di sotto del 3 per cento del complessivo consumo di abbigliamento in Italia, nonché un significativo crollo delle vendite presso il canale distributivo rappresentato dagli «specialisti di pellicceria». Con riferimento a fattori politici e in applicazione delle leggi vigenti, se fino a pochi anni fa il maltrattamento degli animali poteva essere giuridicamente considerato come reato minore, essendo sanzionato unicamente con contravvenzione, tra i reati convenzionali - sezione I « Delle contravvenzioni concernenti la polizia dei costumi » del capo II « Delle contravvenzioni concernenti la polizia amministrativa sociale » del titolo I del libro terzo del codice penale -, dal 2004 la legge n. 189 recante disposizioni concernenti il divieto di maltrattamento degli animali, nonché di impiego degli stessi in combattimenti clandestini o competizioni non autorizzate, ha modificato radicalmente il quadro normativo di riferimento. Sono state infatti introdotte nuove norme a tutela degli animali nel secondo libro del codice penale, attraverso l'inserimento del titolo IX- bis « Dei delitti contro il sentimento per gli animali », che introduce quattro fattispecie penalmente rilevanti tra cui il delitto di uccisione e maltrattamento non necessari. In particolare, di rilevante importanza ai fini del presente disegno di legge è la decisione del legislatore di sanzionare penalmente in forma di delitto l'uccisione di animali qualora venga meno il requisito della necessità, peraltro con aggravio di pena, attraverso la legge n. 201 del 2010, che ha innalzato i termini per la reclusione per tale tipo di reato. Si evince che l'uccisione di animali al fine di produrre capi d'abbigliamento in pelliccia è da considerarsi priva del requisito della necessità, assunto che la nozione di «necessità» non debba intendersi ad usi e pratiche generalmente accettate in passato, considerata l'evoluzione dei costumi sociali e del comune sentire nei confronti degli animali (bene giuridico tutelato penalmente). Il concetto di necessità deve dunque riferirsi alla valutazione comparativa degli interessi umani e animali coinvolti di volta in volta, come confermato a più riprese dalla Suprema Corte di Cassazione, prendendo atto che il progresso tecnologico e scientifico odierno consentono la realizzazione di capi d'abbigliamento con materiali di proprietà analoghe a quelle dei capi di origine animale.