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L'Europa - tutti lo hanno sottolineato - ha agito in modo chiaro ed unitario nella sua risposta, sia nella scelta delle sanzioni, sia nell'essere compatta nella reazione all'aggressione da parte di Putin all'Ucraina. Ora, per continuare a dar forza a questa unitarietà - lo dico con molta chiarezza - è assolutamente necessario che si proceda a una risposta europea unitaria sia alla crisi dal punto di vista dell'occupazione e dello sforzo per costruire la pace sia alla crisi che si è aperta nei nostri Paesi in conseguenza delle sanzioni. Per quanto riguarda la risposta unitaria, nella risoluzione di maggioranza scriviamo che è evidente che bisogna farsi carico di quello che comporta la scelta giusta e sacrosanta delle sanzioni e probabilmente ce ne potranno anche essere altre per quanto riguarda i Paesi più penalizzati. Per quanto riguarda la crisi energetica, i punti sono molto chiari: non soltanto stoccaggio comune ed approvvigionamento, ma bisogna fissare un tetto al prezzo dell'energia a livello europeo e dobbiamo lavorare, presidente Draghi, ancora di più. Il decreto per la tassazione dell'extraprofitto è sicuramente giusto, ma dobbiamo fare uno sforzo veramente incredibile e non più rinviabile per quanto riguarda le rinnovabili; questo ci avvierà all'indipendenza energetica. Nel giro di pochissimo tempo, di pochissimi mesi, possiamo approvare e dare il via libera a 60 gigawatt. Qui serve uno sforzo come quello che siamo stati capaci di fare in altre occasioni. Passo alla seconda questione. Si diceva del famoso detto latino, che tutti noi ricordiamo: si vis pacem, para bellum . Ma ora è arrivato il momento di dire (e qui c'è un ruolo ancora più forte dell'Europa): si vis pacem, para pacem . Qui c'è la risposta unitaria da parte dell'Europa, che non è solo quella che facciamo di fronte all'aggressione. Oggi l'Europa (non il singolo Paese) dev'essere il negoziatore, la sua vocazione non può che essere questa: dev'essere il negoziatore che riesce non solo a costruire un percorso di dialogo, ma ad arrivare finalmente a far cessare il conflitto. Questo è nello spirito europeo e noi riusciremo a farlo se davvero ci faremo carico, come Europa, del fondo comune, del debito comune e della revisione di quel Patto di stabilità e di quelle regole che già avevano risposto male e non furono all'altezza della crisi del 2008. A maggior ragione ora, devono essere riviste in profondità e velocemente - come anche lei ha detto, Presidente - perché non possiamo permetterci che i cittadini europei possano in qualche modo sentirsi abbandonati. Purtroppo nella guerra, Presidente, è sempre la povera gente - sia la povera gente dei vinti, sia la povera gente dei vincitori - che alla fine rischia di pagare il prezzo. Noi però questo non lo possiamo permettere, per il nostro Paese e per la dignità dell'Europa. Lei ha detto che difesa e politica estera devono andare insieme: però guardi, Presidente, che per far questo bisogna avere ben chiaro il senso della costruzione della politica estera, che è sempre stato un problema, e soprattutto bisogna avere ben chiaro che non si può partire con la corsa singola di ogni Nazione a riarmarsi, ma tutto questo deve avvenire nell'ambito della difesa comune, in cui devono essere chiare le regole e la governance , assolutamente accompagnata, non come un surplus , da una politica estera vera. In questo modo si prepara la pace e non la guerra. (Applausi) . CRAXI (FIBP-UDC) . Domando di parlare per dichiarazione di voto. PRESIDENTE. Ne ha facoltà. CRAXI (FIBP-UDC) . Signor Presidente, signor Presidente del Consiglio, Governo, onorevoli colleghi, viviamo ormai da settimane momenti drammatici: una guerra nel cuore dell'Europa, che ci ha colto forse troppo impreparati e ci pone ancora davanti una sfida difficile. È evidente che il conflitto in Ucraina, le sue conseguenze sul piano geopolitico e i suoi effetti sul piano economico-sociale catalizzeranno l'attenzione del Consiglio europeo. La reazione unitaria dell'Europa, una risposta preziosa e meno scontata di quel che è apparso, è una pietra miliare da cui partire e una conquista figlia della necessità, più che di una progettualità, un punto di appoggio per costruire una nuova Europa, quell'Europa che manca, che serve, ma che sappiamo essere ancora lontana. Una politica estera e di difesa non nasce però dal nulla, non si improvvisa e non può basarsi sulle emergenze; come spesso è accaduto nella storia, quando l'imprevedibile prende forma, tutto cambia e di necessità si può fare virtù. Si possono correggere errori e storture e dare corso a una nuova stagione. La vicenda ucraina in tal senso è uno spartiacque. Il ricorso alla forza come strumento per cambiare i confini non è ammissibile. Per questo credo che il Consiglio europeo, innanzi alla sordità russa e di fronte alle precise richieste avanzate, racchiuse anche nella dichiarazione di Versailles, non possa non prendere in considerazione ulteriori misure che vadano ad aggiungersi ai quattro pacchetti di sanzioni varati. Non si tratta di esasperare il conflitto, rischiando di provocare una reazione scomposta con conseguenze catastrofiche. Oggi però, innanzi alle violenze che interessano anche persone inermi e indifese, siamo chiamati a sostenere ancora di più il popolo ucraino. È per questa ragione che dovremmo essere pronti a fare quanto si renderà necessario: più saremo netti, più saremo fermi, più spazio vi sarà per dare forza alla diplomazia. Dobbiamo sapere che non vi sarà dialogo senza fermezza. Il problema non è decidere vinti e vincitori, ma dare uno sbocco alla crisi bellica in atto. Lo strumento delle sanzioni, che in altre circostanze ha diffusamente creato non poche perplessità, è una risposta possibile, ma questo nostro sforzo, di cui paghiamo le conseguenze come sistema Paese, i cui costi sappiamo che si riversano su imprese e cittadini, non dev'essere vanificato e non può essere aggirato da triangolazioni che sanno di beffa e provocano un doppio danno alle nostre aziende e alla nostra economia. Su questo terreno, presidente Draghi, mi permetto di suggerire agli attori europei - le istituzioni comunitarie - di impiegare tutta la loro forza diplomatica e non solo, perché sempre più Paesi, ma anche altri soggetti adottino atteggiamenti coerenti e chiari. Poiché il vertice affronterà anche la questione dei rapporti Cina-UE, sulla scorta di quanto fatto dagli Stati Uniti, occorrerà pretendere grande chiarezza da Pechino e la fine di ogni ambiguità sulla questione ucraina. Ciò che non deve sfuggire a nessuno in quest'Aula e nel Paese è che sotto attacco non c'è solo Kiev; sotto attacco sono la ragione prevaricata dalla prepotenza, il diritto e l'ordine internazionali basati su regole condivise e il principio sacrosanto dell'autodeterminazione dei popoli, che deve valere anche per il popolo ucraino. In ultimo, c'è in ballo il destino delle nostre democrazie occidentali.