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Disposizioni in materia di attribuzione del cognome ai figli. Onorevoli Senatori . – Il presente disegno di legge nasce dall'esigenza di allineare il nostro ordinamento, con un ampio e organico intervento normativo, nel rispetto della Costituzione, a quelli dei tanti altri Paesi, in particolare dell'Unione europea, in ordine al cognome del coniuge e all'attribuzione al figlio del cognome di entrambi i genitori. Va premesso che il diritto al cognome rientra tra i diritti della personalità e assolve ad una triplice funzione identificativa, proprietaria e identitaria. Ne consegue l'importanza della materia sulla quale ancora non è stato possibile intervenire con una riforma organica. La normativa tuttora vigente in Italia, ancorata ad una ormai superata concezione della famiglia, fa sopravvivere anacronistiche forme di discriminazione, in violazione ai principi costituzionali, nonché situazioni normative distanti dalle acquisizioni ormai realizzate nei sistemi giuridici di altri Paesi. In particolare è in contrasto con gli articoli 3 e 29 della Costituzione, poiché lesiva del diritto di uguaglianza e pari dignità dei genitori nei confronti dei figli e tra i coniugi medesimi, oltre che con l'articolo 117, primo comma, della Costituzione, per il mancato rispetto dei vincoli derivanti dall'ordinamento europeo e dagli obblighi internazionali, in riferimento all'articolo 16, comma 1, lettera g) , della Convenzione sull'eliminazione di ogni forma di discriminazione nei confronti della donna, alle raccomandazioni del Consiglio d'Europa 28 aprile 1995, n. 1271, e 18 marzo 1998, n. 1362, nonché alla risoluzione del Comitato dei ministri del Consiglio d'Europa 27 settembre 1978, n. 376, relative alla piena realizzazione dell'uguaglianza dei genitori nell'attribuzione del cognome ai figli. La Convenzione sull'eliminazione di ogni forma di discriminazione nei confronti della donna, adottata a New York il 18 dicembre 1979 e ratificata dall'Italia ai sensi della legge 14 marzo 1985, n. 132, all'articolo 16, impegna gli Stati aderenti a prendere tutte le misure adeguate per eliminare la discriminazione nei confronti della donna in tutte le questioni derivanti dal matrimonio e nei rapporti familiari e, in particolare, per assicurare, in condizioni di parità di genere, gli stessi diritti personali al marito e alla moglie, compresa la scelta del cognome. Il Consiglio d'Europa, dal canto suo, con le già menzionate raccomandazioni, aveva affermato che il mantenimento di previsioni discriminatorie di genere riguardo alla scelta del cognome di famiglia non è compatibile con il principio di eguaglianza sostenuto dal Consiglio stesso, raccomandando agli Stati inadempienti di realizzare la piena eguaglianza tra madre e padre nell'attribuzione del cognome ai loro figli, di assicurare la piena eguaglianza in occasione del matrimonio in relazione alla scelta del cognome comune ai due partner e di eliminare ogni discriminazione nel sistema legale per il conferimento del cognome tra figli nati nel e fuori del matrimonio. Sulla stessa linea interpretativa, infine, gli articoli 8 e 14 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali (CEDU), firmata a Roma il 4 novembre 1950, ratificata e resa esecutiva ai sensi della legge 4 agosto 1955 n. 848, sanciscono rispettivamente il diritto al rispetto della vita privata e familiare e il divieto di ogni forma di discriminazione. Proprio per la violazione di tali disposizioni l'Italia è stata condannata dalla Corte di Strasburgo con la sentenza 7 gennaio 2014 (Cusan e Fazzo contro Italia). La Corte ha ritenuto la preclusione all'assegnazione al figlio del solo cognome materno una forma di discriminazione che viola il principio di uguaglianza di genere. Da non trascurare la considerazione che assegnare al figlio il solo cognome paterno costituisce un retaggio culturale ormai non più in linea con le mutevoli trasformazioni subite negli anni dall'attuale tessuto sociale, come attestato – tra l'altro – dalla pronuncia della Corte di cassazione, sezione I civile, n. 14878 del 15 giugno 2017, volta a disporre la non contrarietà all'ordine pubblico internazionale della rettifica, in Italia, dell'atto di nascita di un minore registrato come figlio originariamente solo di una donna cittadina italiana e, successivamente, anche di un'altra, anch'essa di nazionalità italiana, che pur non avendo con lui alcun rapporto biologico aveva contratto matrimonio all'estero con la prima. Inoltre, l'assegnazione automatica del cognome paterno ai figli viola l'articolo 2 della Costituzione in quanto comprime il diritto del singolo individuo all'identità personale, con riferimento ai segni di identificazione di entrambi i rami genitoriali. Siamo in presenza, allo stesso tempo, di una irragionevole disparità di trattamento tra i coniugi e tra i genitori che non trova alcuna giustificazione nella finalità di salvaguardia dell'unità familiare. Preliminarmente alla disamina degli interventi di modifica necessari, è opportuno osservare che la normativa vigente sull'attribuzione del solo cognome paterno è stata oggetto di un primo intervento della Corte costituzionale con la sentenza n. 286 del 21 dicembre 2016. Afferma in motivazione la Corte che l'attribuzione automatica al figlio del cognome paterno, negando al minore la possibilità di essere identificato sin dalla nascita anche con il cognome materno , pregiudica il diritto all'identità personale che ha copertura costituzionale assoluta nell'articolo 2 della Costituzione, mentre il criterio della prevalenza del cognome paterno e la conseguente disparità di trattamento dei coniugi violano il principio di uguaglianza morale e giuridica dei coniugi (articolo 3 e 29 della Costituzione), realizzata attraverso la mortificazione del diritto della madre a che il figlio acquisti anche il suo cognome. In assenza dell'accordo dei genitori, « residua la generale previsione dell'attribuzione del cognome paterno, in attesa di un indifferibile intervento legislativo, destinato a disciplinare organicamente la materia, secondo criteri finalmente consoni al principio di parità ». A seguito della citata sentenza della Corte costituzionale e della conseguente circolare del Ministero dell'interno n. 1 del 19 gennaio 2017, il Parlamento è tenuto a colmare il vuoto legislativo ad oggi esistente nel nostro ordinamento, intervenendo sull'attribuzione del cognome ai nati sia all'interno che al di fuori del vincolo matrimoniale. Tale annosa questione, a ben vedere, è stata oggetto di diversi disegni di legge che, dal 1979 in poi, si sono susseguiti nelle diverse legislature, senza aver mai però terminato il proprio iter di approvazione. Il Parlamento, pertanto, non può più rimanere inerte al riguardo: è di fondamentale importanza garantire il diritto all'identità personale e sancire finalmente la formale e sostanziale uguaglianza di entrambi i genitori in materia di diritto di famiglia.