[pronunce]

Il citato art. 10, comma 1, ha stabilito che la delega avrebbe dovuto essere esercitata entro il termine di dodici mesi dall'entrata in vigore della legge n. 124 del 2015 (avvenuta il 28 agosto 2015 dato che detta legge è stata pubblicata il 13 agosto 2015) e, quindi, entro il 28 agosto 2016, come non sarebbe accaduto. Nella specie, non sarebbe stata applicabile la proroga del termine prevista dal comma 2 di detta norma e, ad avviso della ricorrente, tale disposizione andrebbe interpretata ritenendo che la proroga avrebbe potuto operare esclusivamente qualora il termine per rendere i pareri nella stessa richiamati fosse scaduto nei trenta giorni anteriori alla scadenza del termine ordinario (28 agosto 2016). Pertanto, sarebbe stato necessario che il termine per rendere i pareri fosse caduto nel periodo compreso tra il 29 luglio ed il 28 agosto 2016. Non rileverebbe che la prima deliberazione del Consiglio dei ministri è stata adottata il 25 agosto 2016 e che la nota con cui è stato richiesto il parere del Consiglio di Stato è del 26 agosto 2016, poiché, «nell'imminenza della scadenza, sarebbe stato onere del Governo adottare la massima diligenza, affinché la richiesta pervenisse in tempo utile per far scattare la proroga» e, quindi, poiché ciò non sarebbe avvenuto, «il presupposto affinché la proroga operasse si è verificato tardivamente». In contrario, non gioverebbe rilevare che la proroga poteva operare anche se il termine per rendere il parere cadeva nei trenta giorni successivamente al termine ordinario stabilito per l'esercizio della delega; la disposizione andrebbe infatti interpretata «nel senso che comunque il dies a quo da cui contare la scadenza deve rientrare nel termine di delega ordinario. Il che potrebbe anche comportare che il dies ad quem cada successivamente al termine di delega ordinario». Secondo la Regione Puglia, accogliendo la «interpretazione secondo cui il dies a quo è irrilevante, si arriverebbe al paradosso che la delega legislativa non avrebbe scadenza, perché in ogni caso la richiesta di parere tardiva (post 28 agosto 2016) avrebbe un termine successivo alla scadenza della delega e sarebbe in grado di far scattare "retroattivamente" la proroga» Una tale esegesi sarebbe elusiva dell'art. 76 Cost. e trasformerebbe una legittima possibilità di proroga (previamente prevista dal legislatore) in una censurabile «sanatoria». In definitiva, poiché la proroga in esame presupponeva che la richiesta di parere avrebbe dovuto pervenire entro la data di scadenza naturale della delega (28 agosto 2016), il d.lgs. n. 219 del 2016 sarebbe costituzionalmente illegittimo, per violazione dell'art. 76 Cost., ridondante sul riparto delle competenze legislative, fra Stato e Regioni, tenuto conto delle argomentazioni svolte in linea generale in ordine alla materia oggetto di tale atto normativo. L'inosservanza del termine di esercizio della delega è stata denunciata anche dalla Regione Toscana, in riferimento agli artt. 76 e 77, primo comma, Cost. A suo avviso, l'art. 10, comma 2, della legge n. 124 del 2015 avrebbe imposto di richiedere prima i pareri della Conferenza unificata e del Consiglio di Stato (da rendere nel termine di quarantacinque giorni), poi quelli delle Camere. Il Governo, trasmettendo lo schema di decreto legislativo contestualmente alla Conferenza unificata, al Consiglio di Stato ed alle Camere, avrebbe violato la scansione stabilita da detta norma, la cui osservanza condizionava la possibilità della proroga del termine di esercizio della delega. L'inosservanza dello «iter di consecutività» dalla stessa previsto comporterebbe il mancato rispetto di tale termine, in violazione degli artt. 76 e 77, primo comma, Cost. e, in considerazione delle deduzioni sopra svolte in ordine alla materia incisa dal d.lgs. n. 219 del 2016, la lesione di detti parametri ridonderebbe sulle competenze della Regione. 3.2.- La Regione Toscana deduce l'illegittimità costituzionale dell'intero testo del d.lgs. n. 219 del 2016 sotto un ulteriore profilo, sostenendo che violerebbe gli artt. 76 e 77, primo comma, Cost. ed il principio di leale collaborazione. Le camere di commercio operano in ambiti di competenza regionale concorrente e residuale e, quindi, a suo avviso, anche in virtù del principio enunciato dalla sentenza n. 251 del 2016, tale atto normativo avrebbe dovuto essere emanato previa intesa con la Conferenza Stato-Regioni, non essendo sufficiente, per ritenere rispettato il principio di leale collaborazione, la previsione del parere della Conferenza unificata di cui all'art. 8 del decreto legislativo 28 agosto 1997, n. 281 (Definizione ed ampliamento delle attribuzioni della Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le regioni e le province autonome di Trento e Bolzano ed unificazione, per le materie ed i compiti di interesse comune delle regioni, delle province e dei comuni, con la Conferenza Stato-città ed autonomie locali). Censura sostanzialmente identica e la violazione del principio di leale collaborazione, conseguente all'emanazione del d.lgs. n. 219 del 2016, in difetto di previa intesa, sono state eccepite anche dalla Regione Liguria, richiamando la sentenza n. 251 del 2016 (della quale sono trascritte ampie parti) e la materia incisa dallo stesso. 3.3.- Secondo la Regione Lombardia, il d.lgs. n. 219 del 2016 violerebbe gli artt. 117, terzo e quarto comma, 5 e 120 Cost., in quanto è stato emanato previa acquisizione del parere della Conferenza unificata e non dell'intesa. A conforto della censura, la ricorrente richiama la sentenza n. 374 del 2007 e la circostanza che tale atto normativo inciderebbe su competenze concorrenti e residuali delle Regioni. Nella specie, proprio a causa della previsione della sufficienza del mero parere, lo Stato ha disatteso in modo unilaterale, immotivato e senza intraprendere trattative, il parere reso dalla Conferenza unificata il 29 settembre 2016 ed alcune delle proposte di emendamento (in particolare le proposte numeri 4, 12 e 15, trascritte nel ricorso) allo schema di decreto legislativo, come non avrebbe potuto invece fare se «fosse stata ab origine prescritta l'intesa e non il parere». Secondo la ricorrente, il mancato accoglimento delle proposte di emendamento comporterebbe che «non si è verificata la condizione alla quale la Conferenza ha imprescindibilmente collegato il "segno positivo" del parere», da qualificare «come parere negativo», con conseguente illegittimità del d.lgs. n. 219 del 2016, per violazione del principio di leale collaborazione e dell'art. 117, terzo e quarto comma, Cost. 3.3.1.- In subordine, la ricorrente chiede che, qualora la Corte non accolga la censura concernente l'intero testo del d.lgs.