[pronunce]

che, nel censurare l'eccessiva rigidità dell'assetto sanzionatorio della fattispecie criminosa, il giudice a quo non formula, peraltro, un petitum connotato dai necessari caratteri di univocità e chiarezza; che dal tenore del dispositivo dell'ordinanza di rimessione – dianzi riprodotto, in parte qua – non è dato infatti comprendere quale tipo di intervento venga concretamente richiesto a questa Corte: se, cioè, un intervento “manipolativo”, consistente nella riduzione della pena edittale minima (giudicata dal rimettente troppo elevata); o un intervento “additivo”, rappresentato dalla introduzione di una circostanza attenuante speciale per i fatti «di minore entità o gravità» (così da rendere, per altra via, più “elastica” la risposta sanzionatoria); ovvero, ancora, tanto l'uno che l'altro intervento, in via alternativa fra loro: nel quale ultimo caso, peraltro – non essendo rilevabile alcuna subordinazione, espressa o logica, tra le due richieste – il quesito di costituzionalità risulterebbe prospettato in forma ancipite; che, inoltre, entrambi gli interventi ipotizzati restano indeterminati nei contenuti: giacché il giudice a quo non precisa né il diverso minimo edittale che dovrebbe, a suo avviso, sostituire quello attuale; né la concreta configurazione dell'attenuante auspicata, quanto a presupposti ed effetti; che l'ambiguità del dispositivo riflette, d'altra parte, quella della motivazione dell'ordinanza di rimessione, nella quale il Tribunale rimettente formula due distinte censure – riferite, rispettivamente, all'art. 27, primo e terzo comma, Cost. e all'art. 3, primo comma, Cost. – che investono altrettanti differenti profili del regime sanzionatorio della figura criminosa: la prima mira infatti a dimostrare, tramite confronto con varie altre ipotesi delittuose, la sproporzione per eccesso del minimo edittale; mentre la seconda denuncia come lesiva del principio di eguaglianza la mancata previsione di una attenuante per i fatti meno gravi, evocando come tertium comparationis il delitto di cui all'art. 3 della legge 26 novembre 1985, n. 718; d'altronde non è neppure possibile ritenere – valorizzando il passaggio finale della motivazione dell'ordinanza, nel quale il rimettente si duole di non poter applicare al caso sottoposto al suo vaglio l'attenuante ad effetto speciale prevista dal terzo comma del citato art. 3 della legge n. 718 del 1985 – che l'unico, specifico obiettivo perseguito dal rimettente sia, in realtà, quello di veder estesa al delitto di sequestro di persona a scopo di estorsione la predetta attenuante; che una simile voluntas non emerge, difatti, in modo univoco, posto che il dispositivo dell'ordinanza – che segue immediatamente il ricordato passaggio motivazionale – non soltanto non richiama in termini espressi, a mezzo di riferimento normativo, l'attenuante ad effetto speciale in questione; ma fa uso, altresì – per descrivere l'attenuante auspicata dal rimettente – di una formula («attenuante speciale per i fatti di minore entità o gravità») che diverge, anche sul piano lessicale, da quella impiegata nell'art. 3, terzo comma, della legge n. 718 del 1985 («fatto […] di lieve entità») ed evoca, primo visu, un ventaglio di possibili alternative; che, pertanto – a prescindere dagli ulteriori profili di inammissibilità eccepiti dall'Avvocatura dello Stato e dalla parte privata; e a prescindere, altresì, da ogni rilievo in ordine al merito delle singole censure (la prima delle quali si risolve in una mera critica a scelte legislative discrezionali di politica criminale, stante anche la palese eterogeneità dei tertia comparationis evocati; mentre la seconda si fonda su un presupposto inesatto, quale l'asserita maggiore gravità obiettiva della fattispecie di cui all'art. 3 della legge n. 718 del 1985, viceversa più ampia e generica rispetto al delitto di cui all'art. 630 cod. pen. , come rimarcato anche dalla difesa erariale) – il carattere oscuro, ancipite e indeterminato del petitum rende la questione manifestamente inammissibile, in conformità alla costante giurisprudenza di questa Corte (ex plurimis, ordinanze n. 187 del 2004 e n. 210 del 2002; con riguardo alle questioni prospettate in forma ancipite, ordinanze n. 363 del 2005 e n. 382 del 2004). Visti gli artt. 26, secondo comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87, e 9, comma 2, delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale.. . per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE dichiara la manifesta inammissibilità della questione di legittimità costituzionale dell'art. 630 del codice penale, sollevata, in riferimento agli artt. 3, primo comma, e 27, primo e terzo comma, della Costituzione, dal Tribunale di Padova con l'ordinanza indicata in epigrafe. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 18 aprile 2007. F.to: Franco BILE, Presidente Giovanni Maria FLICK, Redattore Maria Rosaria FRUSCELLA, Cancelliere Depositata in Cancelleria l'8 maggio 2007. Il Cancelliere F.to: FRUSCELLA