[pronunce]

artt. 242 (Cittadino che porta le armi contro lo Stato italiano), 276 (Attentato contro il Presidente della Repubblica), 284, primo comma (Insurrezione armata contro i poteri dello Stato), 286 (Guerra civile), e 438 (Epidemia). La circostanza attenuante prevista dall'art. 311 cod. pen. , secondo il rimettente, assumerebbe allora la decisiva funzione riequilibratrice di una pena massimamente elevata e risponde all'esigenza di mitigarne gli effetti se, in relazione alla natura, la specie, i mezzi, le modalità o circostanze dell'azione, ovvero per la particolare tenuità del danno o del pericolo, sia necessario adeguare la risposta sanzionatoria alla concreta capacità offensiva della condotta criminosa. Vi è poi la natura fissa della pena prevista dall'art. 285 cod. pen. , che esclude ogni possibilità di adeguamento della pena al caso concreto; la norma incriminatrice, infatti, non prevede un limite minimo e una soglia massima ai quali parametrare la durata della pena alla luce dei criteri di cui all'art. 133 cod. pen. , in quanto stabilisce l'applicazione dell'ergastolo in via esclusiva. A tal riguardo, il rimettente richiama la giurisprudenza di legittimità secondo cui la compatibilità dell'ergastolo ai principi costituzionali sulla proporzionalità della pena può essere affermata, quanto all'art. 285 cod. pen. , soprattutto in considerazione del fatto che, proprio attraverso l'applicazione delle circostanze attenuanti, «non si sottrae al giudice la possibilità di far luogo alla pena della reclusione in luogo di quella dell'ergastolo» (Corte di cassazione, sezione prima penale, 15 novembre 1978, n. 1538). Ciò precisato, nell'ordinanza di rimessione si evidenzia che è stata più volte avvertita da questa Corte la necessità di evitare che profili relativi alla colpevolezza e alla pericolosità dell'agente possano elidere completamente quelli più pregnanti che riguardano l'idoneità del fatto oggettivamente inteso ad incidere in maniera più o meno marcata sui beni tutelati dal precetto penale. Con ciò evidenziandosi il contrasto con i principi costituzionali di cui all'art. 3, primo comma, 25 secondo comma e 27, terzo comma, Cost. Il giudice a quo sottolinea inoltre che il divieto inderogabile di prevalenza della circostanza attenuante dell'art. 311 cod. pen. in relazione al delitto di cui all'art. 285 cod. pen. , si porrebbe in contrasto con l'art. 27 Cost., in quanto si avrebbe l'applicazione della più grave fra le sanzioni detentive a prescindere da ogni considerazione sulla gravità dell'offesa in concreto arrecata. L'art. 27, terzo comma, Cost. richiede, invece, che il trattamento sanzionatorio penale debba tendere alla rieducazione del condannato, dovendo risultare proporzionato alla condotta in concreto serbata dal reo e ciò è ancora più evidente con riferimento a un reato punito con l'ergastolo. Deve perciò essere riconosciuta al giudice la facoltà di parametrare la pena al fatto concreto, mitigando, tramite l'applicazione delle circostanze attenuanti, l'entità della pena inflitta all'autore del reato nei casi di minore disvalore delle sue condotte, per non frustrare il principio della necessaria proporzione della pena rispetto all'offensività del fatto e per assicurare l'irrogazione di una pena adeguata e proporzionata alla differente gravità del fatto-reato. Secondo il giudice a quo, la disposizione censurata contrasterebbe anche con il principio di offensività del precetto penale di cui all'art. 25, secondo comma, Cost., che vuole che il trattamento penale sia differenziato a fronte di fatti diversi, senza che la considerazione della pericolosità dell'agente, la cui massima espressione si trova proprio nel regime della recidiva, possa legittimamente avere rilievo esclusivo. Infine, sussisterebbe il contrasto anche con l'art. 3 Cost., sotto il profilo della violazione del principio di uguaglianza, stante che per effetto dell'applicazione della disposizione censurata si avrebbe un'unica pena per situazioni differenti sul piano dell'offensività. Dal divieto di prevalenza della circostanza attenuante di cui all'art. 311 cod. pen. , discenderebbe che fatti di minore entità possano essere sanzionati con la pena dell'ergastolo alla stessa stregua di fatti più gravi, in tal modo equiparando sul piano sanzionatorio condotte riconducibili alla violazione dell'art. 285 cod. pen. che, pur aggredendo i medesimi beni giuridici, sono completamente diverse se si ha riguardo agli indici previsti dall'art. 311 cod. pen. In conclusione, secondo il rimettente, l'irragionevolezza delle conseguenze di tale disparità di trattamento apparirebbe manifesta anche solo considerando che fatti caratterizzati da una rilevante differenza oggettiva, uno dei quali rispondente ai canoni della lieve entità normativamente definita, sarebbero puniti con la stessa sanzione in ragione di una esclusiva considerazione dei precedenti penali del loro autore e del conseguente giudizio di pericolosità che da questi può trarsi. 2.- Con atto del 3 marzo 2023, è intervenuto nel giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, che ha chiesto di dichiarare le questioni inammissibili e, comunque, non fondate. 2.1.- In primo luogo, l'Avvocatura richiama la giurisprudenza di questa Corte per sostenere che difetterebbe la necessaria rilevanza delle questioni, e ciò in quanto il rimettente non sarebbe chiamato ad assumere alcuna decisione che comporti l'applicazione, sia pure indiretta, della norma impugnata. In ogni caso, difetterebbe la motivazione sulla rilevanza e, comunque, sarebbe meramente apodittica, tale da non soddisfare, nemmeno in termini di plausibilità, l'onere motivazionale. Più in particolare, la difesa dello Stato eccepisce quattro profili di inammissibilità, assumendo che: a) l'affermazione relativa all'applicabilità dell'attenuante di cui all'art. 311 cod. pen. sarebbe apertamente contraddittoria e, per altro verso, tautologica; b) parimenti tautologica sarebbe, dal punto di vista argomentativo, la ritenuta prevalenza di detta circostanza sulla recidiva ex art. 99, quarto comma; c) del tutto omessa, «nel senso letterale di graficamente omessa», sarebbe la motivazione concernente la prevalenza dell'attenuante in questione anche rispetto all'aggravante di cui all'art. 61, numero 10), cod. pen. ; d) infine, l'attenuante prevista dall'art. 311 cod. pen. sarebbe strutturalmente inapplicabile al reato di cui all'art. 285 cod. pen. Quanto al profilo sub a), nell'atto di intervento si evidenzia che il giudice rimettente si sarebbe limitato a considerare che la condotta degli imputati appare soddisfare i criteri indicati dall'art. 311 cod. pen. Si tratterebbe, ad avviso dell'Avvocatura, di una affermazione che poggia su un'evidente tautologia, risolvendosi, in definitiva, nella mera parafrasi degli elementi costitutivi dell'attenuante.