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nonché sull'uso politico dei pentiti da parte di un settore della magistratura, asseritamente vicino alle posizioni politiche di quel partito»; il coinvolgimento del PCI-PDS nelle vicende di «Tangentopoli» costituirebbe dunque il vero «epicentro» delle considerazioni dell'on. Sgarbi, e il riferimento della sua intensa attività politico-parlamentare. Spogliate della loro veste paradossale (caratteristica questa, secondo la difesa della Camera, ravvisabile in generale negli interventi politici del parlamentare convenuto), le affermazioni fatte nel corso della già citata trasmissione televisiva, al di là della mera citazione delle parole accusatorie di un pentito, rivelerebbero il loro «senso genuino», consistente in realtà da un lato nello stigmatizzare l'uso «politico» dei cosiddetti pentiti a opera di una parte della magistratura, dall'altro nel ribadire il coinvolgimento anche del PCI-PDS nelle vicende di «Tangentopoli»; argomenti entrambi posti al centro della sua attività politico-parlamentare. A conferma dell'impostazione volutamente eccessiva, sul piano espressivo, delle dichiarazioni del deputato Sgarbi, la difesa della Camera ricorda come nel corso di quella stessa trasmissione televisiva il parlamentare avesse detto di avere chiesto il giorno precedente «che venisse ucciso Craxi», perché solo in tal modo - a suo avviso - l'attenzione generale avrebbe potuto rivolgersi anche ad esponenti di altri partiti coinvolti in episodi di corruzione. Così inquadrato il «contenuto reale» delle dichiarazioni, la difesa della Camera fa riferimento a diversi atti parlamentari, prevalentemente di carattere ispettivo, sia precedenti che successivi alle dichiarazioni in parola, i quali attesterebbero l'esistenza di un nesso funzionale tra le dichiarazioni rese nel corso della trasmissione televisiva del 4 maggio 1993 e il tenore degli atti medesimi, taluni dei quali a firma anche dell'on. Sgarbi, atti da cui si evincerebbe l'interesse sia per la problematica dell'uso politico dei pentiti sia per il coinvolgimento del PCI-PDS nelle vicende di «Tangentopoli». L'impegno politico-parlamentare dell'on. Sgarbi su tali materie, prima delle dichiarazioni del 4 maggio 1993, sarebbe in particolare confermato (a) dalla risoluzione n. 6/00024 del 16 marzo 1993 - firmata anche dal deputato in questione e avente ad oggetto la richiesta di un impegno comune di Parlamento e Governo per stabilire, tra l'altro, una nuova normativa in materia di finanziamento pubblico dei partiti e l'obbligo, per i membri di tutte le assemblee elettive, nonché per i componenti dei loro nuclei familiari, di dimostrare, in ogni atto commerciale che li riguardasse, la provenienza dei mezzi finanziari utilizzati -, (b) dall'interrogazione n. 3/00937 del 28 aprile 1993 - con cui si sollecitavano il Presidente del Consiglio dei ministri e i Ministri dell'interno e della giustizia a informare le Camere circa le iniziative assunte «per far sì che il fenomeno del pentitismo continui a fornire efficaci supporti nella lotta contro organizzazioni criminali, ma non si presti ad essere gestito e politicamente utilizzato in modo disinvolto per interessi di parte» - , e (c) dalla dichiarazione di voto resa nella seduta della Camera del 25 febbraio 1993, in riferimento a una risoluzione presentata da altro parlamentare, in cui l'on. Sgarbi, nel contesto di considerazioni di carattere generale sulle vicende di «Tangentopoli», osservava che avvisi di garanzia al riguardo erano stati indirizzati dalla magistratura a rappresentanti di quasi tutti i partiti italiani, ivi compreso il PCI. La difesa della Camera ricorda quindi, alla luce di una ampia disamina della giurisprudenza costituzionale in materia di conflitti tra potere giudiziario e Camere: (a) come sia il nesso funzionale a costituire il discrimine tra l'area delle dichiarazioni ed opinioni protette dalla insindacabilità e le altre manifestazioni dell'attività genericamente politica dei parlamentari, non protette dal primo comma dell'art. 68 della Costituzione; (b) come tale nesso consista nell'identificabilità della dichiarazione stessa quale espressione di attività parlamentare; e (c) come nel caso di dichiarazioni rese al di fuori della sede parlamentare - anch'esse potenzialmente coperte dalla garanzia fornita dall'art. 68 della Costituzione - sia necessario ravvisare una «sostanziale corrispondenza di significati» tra le dichiarazioni rese al di fuori dell'esercizio delle attività tipiche svolte in Parlamento e le opinioni già espresse nell'ambito di queste ultime (sentenze n. 321 e n. 320 del 2000), non essendo da un lato necessaria una «puntuale coincidenza testuale» tra le diverse dichiarazioni poste a raffronto (sentenza n. 10 del 2000), né apparendo dall'altro lato sufficiente «una semplice comunanza di argomento» tra le stesse (sentenza n. 420 del 2000). Alla stregua di tali premesse, la difesa della Camera ribadisce l'esistenza di una «sostanziale corrispondenza di significati» tra il - come sopra precisato - «contenuto reale» delle dichiarazioni rese dall'on. Sgarbi il 4 maggio 1993 e le precedenti attività parlamentari tipiche poste in essere dal deputato, affermando a tale proposito che «l'ambito della “politica parlamentare” - cioè l'ambito della comunicazione politica racchiuso nel “campo applicativo del diritto parlamentare” cui le dichiarazioni di un parlamentare debbono essere “immediatamente collegabili” per potere essere identificate e qualificate come espressioni di attività parlamentare [...] come tali insindacabili - non si esaurisce soltanto nei puntuali atti di esercizio attivo di poteri del parlamentare, ma può ricomprendere anche l'intera comunicazione politico-parlamentare di cui egli è stato partecipe: anche ascoltando, leggendo e valutando dichiarazioni rese da altri parlamentari». Ricordato infine che dalla stessa giurisprudenza della Corte è ricavabile una presa d'atto della profonda trasformazione della comunicazione politica che si è avuta nella società (sentenza n. 11 del 2000), con il logico corollario che «ciò che conta non è il mezzo dell'espressione dell'opinione, ma è l'opinione in sé e, soprattutto, il suo nesso con l'attività parlamentare», la difesa della Camera ritiene privo di pregio l'argomento, formulato nel ricorso del Tribunale, secondo cui, essendo le dichiarazioni in esame rese da persona che, pur rivestita di incarichi di rappresentanza popolare, non aveva nella veste di opinionista televisivo alcuna funzione politico-parlamentare, le medesime non potrebbero essere ricondotte all'ambito di applicazione della prerogativa prevista dal primo comma dell'art. 68 della Costituzione. 4. - Con una memoria depositata in prossimità dell'udienza la Camera dei deputati ha svolto ulteriori argomentazioni a sostegno dell'inammissibilità e dell'infondatezza del ricorso. In particolare, quanto alla inammissibilità del ricorso, dedotta nell'atto di costituzione «per difetto di notificazione», la difesa della Camera precisa di avere preso cognizione, successivamente alla propria costituzione in giudizio (19 dicembre 2000), «di circostanze ulteriori che hanno in parte modificato i presupposti su cui l'eccezione si fondava».