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Modifiche alla legge 2 dicembre 2016, n. 242 in materia di promozione della coltivazione e della filiera agroindustriale della canapa. Onorevoli Senatori . – La legge 2 dicembre 2016, n. 242 recante « Disposizioni per la promozione della coltivazione e della filiera agroindustriale della canapa », ha l'obiettivo di rilanciare un settore che, per decenni, ha patito le conseguenze di scelte poco attente alle potenzialità di un comparto che, per vero, sostiene l'agricoltura, il commercio e l'iniziativa imprenditoriale, specie nel meridione del Paese, e che conta la creazione, proprio a partire dal 2016, di più di 12.000 posti di lavoro. A seguito dell'approvazione del citato testo di legge, infatti, in Italia circa 800 nuove aziende hanno avviato la propria attività, mentre 1.500 imprese si sono specializzate nella trasformazione dei derivati. Secondo i dati diffusi da Coldiretti, nel territorio nazionale, nel giro di cinque anni - dal 2013 al 2018 - i terreni coltivati a cannabis sativa sono aumentati di dieci volte, dai 400 ettari iniziali fino a quasi 4.000. Dati che, tuttavia, si discostano fortemente dalla cifra degli oltre 100.000 ettari coltivati all'inizio del secolo scorso, prima che in molti distretti industriali la produzione della canapa fosse sostituita da quella delle fibre tessili artificiali. Per quanto concerne i dati relativi alla vendita, nel 2017 il fatturato ha raggiunto la cifra di 40 milioni di euro e, nel 2019, le entrate sono più che triplicate, arrivando a 150 milioni di euro, assestandosi, poi, alla cifra di 200 milioni di euro nell'anno 2020. Il presente disegno di legge ricalca, in parte, i contenuti di un disegno di legge – l'atto Senato n. 2128 – presentato in questo ramo del Parlamento nella XVIII Legislatura e la cui trattazione, arrestandosi, non ha avuto esiti in termini di approvazione. Si ritiene pertanto utile non disperdere il lavoro svolto e riproporre il testo come punto di partenza per dare nuovo impulso all' iter nella corrente legislatura. Attualmente il settore della canapa industriale risente di forti incertezze interpretative e vuoti legislativi che compromettono l'attività delle imprese agricole e commerciali coinvolte e che, più generalmente, arrestano la crescita, lo sviluppo e la stabilità di un compartimento economico di spicco. In particolare, l'assenza di un disposto normativo chiaro circa la vendita delle infiorescenze derivanti dalla canapa industriale ha creato numerosi problemi applicativi. Al riguardo, sono note le antinomie giurisprudenziali insorte nel corso del 2019, le quali hanno condotto la IV sezione penale della Corte di cassazione, a emettere un'ordinanza di remissione alle sezioni unite (ordinanza n. 8654 del 27 febbraio 2019) per risolvere proprio il contrasto interpretativo sulla liceità della commercializzazione al dettaglio della « cannabis light ». L'interpretazione restrittiva della norma ricondurrebbe infatti astrattamente, ed in ogni caso, la commercializzazione di prodotti diversi da quelli elencati nell'articolo 2 della legge n. 242 del 2016 (tra cui, ad esempio, le infiorescenze di sannabis sativa L . o le resine) tra le condotte penalmente rilevanti ai sensi del testo unico delle leggi in materia di disciplina degli stupefacenti, di cui al decreto del Presidente della Repubblica 9 ottobre 1990,n. 309. Dall'altra parte, l'opposto indirizzo, di tipo estensivo – fatto proprio dalla VI sezione penale della Corte di cassazione, con sentenza n. 4920 del 2019 – stabilisce che la legge n. 242 del 2016, avendo lo scopo di promuovere e sostenere l'intera filiera produttiva della canapa industriale, contempla, come necessario corollario logico-giuridico, anche la commercializzazione dei prodotti ottenuti da tale filiera, tra i quali rientrano ugualmente le infiorescenze. Sul punto, giova precisare che il Ministero delle politiche agricole alimentari, forestali e del turismo (oggi Ministero dell'agricoltura, della sovranità alimentare e delle foreste) con la circolare n. 5059 del 23 maggio 2018 aveva già ricondotto le infiorescenze alla categoria del florovivaismo di cui alla lettera g) dell'articolo 2 della legge n. 242 del 2016, ritenendo così lecita la produzione e successiva commercializzazione di tutta la pianta, infiorescenze comprese, dal momento che rappresentano il prodotto del florovivaismo. In un tale contesto, la Suprema corte, con la sentenza n. 4920 del 2019, ha evidenziato che, se la legge promuove e sostiene una filiera agroindustriale, la commercializzazione dei prodotti da essa ottenuta rientra nella « natura dell'attività economica » stessa, anche in considerazione del fatto che la normativa europea riconosce alla canapa industriale il carattere di « prodotto agricolo » e di « pianta industriale » e, quindi, la commercializzazione della canapa greggia e il commercio al dettaglio deve poter essere consentito. Osserva, infatti, la Corte che: « il riferimento alla tipologia di uso non comporta che siano di per sé vietati altri usi non menzionati ». Risulta, quindi, « del tutto ovvio che la commercializzazione sia consentita per i prodotti della canapa oggetto del “sostegno e della promozione”, espressamente contemplati negli articoli 2 e 3 della legge », in quanto « la legge è diretta ai produttori e alle aziende di trasformazione e non cita i passaggi successivi semplicemente perché non li deve disciplinare ». Anche sui limiti di THC la Corte di cassazione, con la già citata sentenza n. 4920 del 2019, ha operato un'accurata ricostruzione del quadro normativo europeo stabilendo che il limite dello 0,2 per cento trova la sua ragione nel regolamento (CE) n. 73/2009 del Consiglio, del 19 gennaio 2009, in materia di regime di sostegno diretto agli agricoltori al fine di evitare che venissero erogati contributi a colture illecite. La Corte ha quindi individuato la ratio delle previsioni di cui all'articolo 4 della legge n. 242 del 2016, ossia il doppio limite 0,2 per cento/0,6 per cento, prevedendo al comma 7 del medesimo articolo che lo 0,6 per cento sia il limite per cui la coltivazione di canapa è conforme alla legge, e quindi rappresenti la percentuale di THC sotto la quale la sostanza non è considerata dalla norma come produttiva di effetti stupefacenti giuridicamente rilevanti. La soglia dello 0,6 per cento, infatti, costituisce – secondo la Corte – un « ragionevole equilibrio » sancito dal legislatore tra « le esigenze precauzionali relative alla tutela della salute e dell'ordine pubblico e le (in pratica inevitabili) conseguenze della commercializzazione dei prodotti delle coltivazioni ». Non può quindi incorrere in alcuna sanzione né il commerciante che vende le infiorescenze né il consumatore che ne viene trovato in possesso, non trovando spazio l'applicazione né dell'articolo 73, né dell'articolo 75 del testo unico di cui al decreto del Presidente della Repubblica n. 309 del 1990, per il semplice fatto che non si tratta di sostanza considerata stupefacente.