[pronunce]

artt. 100, 101 e 102 del decreto legislativo 30 dicembre 1999, n. 507, recante «Depenalizzazione dei reati minori e riforma del sistema sanzionatorio, ai sensi dell'articolo 1 della legge 25 giugno 1999, n. 205»). 3.2.- Alla medesima strategia si uniforma anche il d.lgs. n. 8 del 2016, oggetto dell'odierno scrutinio. Tale decreto legislativo - adottato sulla base della delega conferita dall'art. 2 della legge n. 67 del 2014 - attua una depenalizzazione ad ampio spettro, che investe tutti i reati previsti da leggi speciali per i quali è comminata la sola pena pecuniaria (cosiddetta "depenalizzazione cieca": art. 1), nonché una serie di reati, anche del codice penale, individuati singulatim (cosiddetta "depenalizzazione nominativa": artt. 2 e 3). Per quanto interessa ai presenti fini, la "depenalizzazione cieca" ha determinato la trasformazione in illecito amministrativo, tra gli altri, del reato di guida senza patente, di cui all'art. 116, comma 15, cod. strada, per il quale si procede nel giudizio a quo. La guida di veicoli in difetto del prescritto titolo abilitativo, precedentemente punita con la sola ammenda da 2.257 a 9.032 euro, è ora soggetta - in forza dell'art. 1, comma 5, lettera b), del d.lgs. n. 8 del 2016 - alla sanzione amministrativa pecuniaria da 5.000 a 30.000 euro (salvi i successivi aggiornamenti disposti ai sensi dell'art. 195 cod. strada). L'intervento di depenalizzazione è accompagnato, anche in questo caso, da una disciplina transitoria, recata segnatamente dagli artt. 8 e 9 del d.lgs. n. 8 del 2016: disciplina contro la quale si rivolgono le censure del rimettente. L'art. 8, comma 1, stabilisce, in particolare, che «[l]e disposizioni del presente decreto che sostituiscono sanzioni penali con sanzioni amministrative si applicano anche alle violazioni commesse anteriormente alla data di entrata in vigore del decreto stesso, sempre che il procedimento penale non sia stato definito con sentenza o con decreto divenuti irrevocabili». Il successivo comma 3 dello stesso art. 8 pone, peraltro, un limite all'applicazione retroattiva delle sanzioni amministrative ai fatti anteriori, inteso a mantenere tale previsione nella logica del principio di retroattività della lex mitior, evitando che da essa possano viceversa sortire effetti peggiorativi del trattamento sanzionatorio. In quest'ottica, si prevede che «[a]i fatti commessi prima della data di entrata in vigore del presente decreto non può essere applicata una sanzione amministrativa pecuniaria per un importo superiore al massimo della pena originariamente inflitta per il reato, tenuto conto del criterio di ragguaglio di cui all'art. 135 del codice penale. A tali fatti non si applicano le sanzioni amministrative accessorie introdotte dal presente decreto, salvo che le stesse sostituiscano corrispondenti pene accessorie». Come correttamente rilevato dal giudice a quo, nell'ambito della formula «massimo della pena originariamente inflitta per il reato» il participio «inflitta» non può che essere inteso come sinonimo di «comminata» in astratto dal legislatore: rispetto a una pena ormai determinata in concreto dal giudice non avrebbe, infatti, senso parlare di «massimo» e di «minimo». Di conseguenza, i fatti di guida senza patente anteriori al decreto di depenalizzazione restano soggetti a una sanzione amministrativa pecuniaria da euro 5.000 a euro 9.032, tale essendo il massimo edittale della vecchia ammenda. L'art. 9, comma 1, del d.lgs. n. 8 del 2016 - ponendosi anch'esso nel solco di molteplici precedenti provvedimenti di depenalizzazione - stabilisce, infine, che «[n]ei casi previsti dall'articolo 8, comma 1, l'autorità giudiziaria, entro novanta giorni dalla data di entrata in vigore del presente decreto, dispone la trasmissione all'autorità amministrativa competente degli atti dei procedimenti penali relativi ai reati trasformati in illeciti amministrativi, salvo che il reato risulti prescritto o estinto per altra causa alla medesima data». Le relative modalità procedurali sono regolate dai successivi commi 2 e 3: in particolare, nel caso in cui l'azione penale sia già stata esercitata - come nel giudizio a quo - il giudice pronuncia, ai sensi dell'art. 129 del codice di procedura penale, sentenza inappellabile di proscioglimento perché il fatto non è previsto dalla legge come reato, disponendo la trasmissione degli atti a norma del comma 1 (comma 3). 4.- Il giudice a quo muove alla disciplina transitoria ora ricordata - nelle parti indicate in principio - due ordini di censure. La prima attiene alla violazione dell'art. 76 Cost., per eccesso di delega. 4.1.- Il rimettente rileva che la legge n. 67 del 2014 non conteneva alcuna delega espressa per l'adozione di una normativa transitoria: delega da ritenere viceversa necessaria - anche alla luce degli arresti delle sezioni unite penali della Corte di cassazione precedentemente ricordati - affinché il legislatore delegato potesse introdurre una disciplina derogatoria del principio generale di irretroattività delle sanzioni amministrative, stabilito dall'art. 1 della legge n. 689 del 1981. L'argomento è corroborato con la considerazione che, nella relazione allo schema di decreto delegato, si afferma che le norme censurate traggono «decisiva ispirazione» da quelle contenute in un precedente decreto di depenalizzazione: segnatamente, gli artt. 100, 101 e 102 del d.lgs. n. 507 del 1999. Ma, in quel caso, la normativa transitoria era espressamente autorizzata dalla legge di delegazione (art. 16, comma 1, lettera b, della legge 25 giugno 1999, n. 205, recante «Delega al Governo per la depenalizzazione dei reati minori e modifiche al sistema penale e tributario»). 4.2.- La questione non è fondata. Secondo la costante giurisprudenza di questa Corte, «la previsione di cui all'art. 76 Cost. non osta all'emanazione, da parte del legislatore delegato, di norme che rappresentino un coerente sviluppo e un completamento delle scelte espresse dal legislatore delegante, dovendosi escludere che la funzione del primo sia limitata ad una mera scansione linguistica di previsioni stabilite dal secondo. Il sindacato costituzionale sulla delega legislativa deve, così, svolgersi attraverso un confronto tra gli esiti di due processi ermeneutici paralleli, riguardanti, da un lato, le disposizioni che determinano l'oggetto, i princìpi e i criteri direttivi indicati dalla legge di delegazione e, dall'altro, le disposizioni stabilite dal legislatore delegato, da interpretarsi nel significato compatibile con i princìpi e i criteri direttivi della delega.