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In Italia e Spagna la percentuale di uomini convinti che un bambino soffra per l'assenza della madre lavoratrice è più alta che nel resto d'Europa: 76 per cento in Italia e 58 per cento in Spagna a fronte di una quota variabile tra il 20 e il 25 per cento nei Paesi del Nord. Contribuisce al superamento di tale visione un'adeguata offerta sul territorio di servizi pubblici e privati che consentano alle donne di esternalizzare parte di quelle incombenze. Alcune stime (CNEL, Rapporto sul mercato del lavoro, 2016, p. 58) calcolano nel 40 per cento l'incremento di offerta di servizi pubblici all'infanzia che sarebbe necessario per portare la partecipazione femminile italiana al mercato sui livelli fissati a Lisbona. Il divario retributivo di genere costituisce l'ulteriore fattore di discriminazione ed iniquità: fatta esclusione per i redditi da pubblico impiego, maggiormente tutelati, e per le migliori condizioni di lavoro nel settore cooperativo, caratterizzato a forte maggioranza da occupazione femminile, l'ISTAT calcola che le lavoratrici italiane guadagnano in media il 70 per cento del salario degli uomini. L'EUROSTAT rileva in Italia un gap retributivo di genere, parametrato sul salario annuale medio, attorno al 43 per cento, di almeno 2 punti percentuali superiore alla media europea (41,1 per cento). La penalizzazione retributiva colpisce ancor più le lavoratrici madri per le rigidità dell'organizzazione del lavoro e per la inadeguatezza del welfare aziendale: il Rapporto annuale dell'INPS 2018 riporta una perdita del 35 per cento dello stipendio delle donne occupate a seguito della nascita di un figlio. Il divario retributivo di genere nel corso della vita lavorativa si trasforma in divario pensionistico di genere soprattutto per la minore durata media della vita lavorativa delle donne (24,5 anni contro i 39,5 degli uomini, con uno scarto che si aggira attorno al 38 per cento, tra i più alti in Europa). Le distorsioni di genere che ne derivano comportano un differenziale medio fra le pensioni percepite dalle donne rispetto a quelle degli uomini pari al 33 per cento, con effetti negativi anche sulle prestazioni assicurative di natura sostitutiva della retribuzione (ad esempio, a carico dell'INAIL in caso di malattia). Distorsioni di genere si devono anche alla disciplina del riscatto dei periodi contributivi, che risente del calcolo dell'importo da versare basato sulla durata della vita media, che è più lunga per le donne, e al mancato adeguamento del meccanismo di calcolo delle pensioni di reversibilità alla logica del sistema contributivo, problema che riguarda più spesso le donne. Se si riflette sul fatto che attualmente la reversibilità comporta un'erogazione pari a circa il 60 per cento del trattamento del coniuge, si capisce come fra pochi anni gli assegni diventeranno molto più esigui, fruiti ancora in maggioranza da donne. Alla valutazione di iniquità della disparità di genere del mercato del lavoro vanno accompagnate considerazioni sul « valore economico delle donne » e, pertanto, mosse azioni di contrasto alla perdita economica determinata dal mancato pieno apporto femminile alla crescita e alla competitività: diversi anni fa l'OCSE stimava nella misura di 1 punto percentuale all'anno la crescita del PIL in Italia qualora fossero stati rimossi gli ostacoli esistenti all'occupazione e alla imprenditoria femminile. Basti considerare che nel periodo 2010-2015 l'imprenditoria femminile è cresciuta nel nostro Paese di 35.000 unità, rappresentando ben il 65 per cento dell'incremento complessivo del tessuto imprenditoriale nazionale; ad oggi si contano 1.312.000 imprese femminili, che costituiscono appena il 27 per cento del totale, sono nel complesso più dinamiche, più digitali, più giovani, più multiculturali e danno lavoro a circa 3 milioni di persone. Di qui l'utilità di affrontare il problema del mancato apporto alla crescita del Paese dato dal tasso di inattività delle donne e dall'alta mortalità delle microimprese femminili registrata in concomitanza della nascita di figli e in ragione di necessità di cure a familiari. Uno studio del Fondo monetario internazionale del 2016 stimava nella misura del 15 per cento la crescita del PIL in Italia, qualora venissero rimossi gli ostacoli esistenti all'occupazione e alla imprenditoria femminile. Ciò è confermato dallo studio della Camera dei deputati su « Le donne condizione della crescita » (Servizio Studi – Dipartimento lavoro, n. 261 del 25 ottobre 2016), che ripercorre gli andamenti e l'evoluzione dell'occupazione e dell'imprenditoria femminile, sulla base dei dati statistici e della ricostruzione normativa dal 1992 ad oggi, nonché la produzione normativa incentrata sulla parità di genere dal 2011 e le disposizioni varate con l'obiettivo di favorire la conciliazione tra tempi di vita e tempi di lavoro. Il principio della parità di retribuzione tra uomini e donne per uno stesso lavoro è sancito dall'articolo 157 del Trattato sul funzionamento dell'Unione europea (TFUE). L'articolo 153 del TFUE consente inoltre all'Unione europea di intervenire nell'ambito più ampio delle pari opportunità e della parità di trattamento nei settori dell'impiego e dell'occupazione, e in tale contesto l'articolo 157 del TFUE autorizza anche l'azione positiva finalizzata all'emancipazione femminile. Con la direttiva 2006/54/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 5 luglio 2006, l'Unione europea inasprisce le sanzioni per i casi di discriminazione e prevede l'istituzione all'interno degli Stati membri di organismi incaricati di promuovere la parità di trattamento tra uomini e donne. Impegna gli Stati membri all'adozione di provvedimenti specifici volti all'attuazione del principio di parità con specifico riferimento alla parità di remunerazione per lavori equivalenti e alla parità di condizioni lavorative e previdenziali. Gli Stati membri sono inoltre chiamati a monitorare lo stato di attuazione del principio di parità di genere in materia di occupazione e impiego e di implementazione della normativa europea di settore. La Commissione europea rinnova l'obiettivo strategico della parità di genere nel dicembre 2015, con « L'impegno strategico per l'uguaglianza di genere 2016-2019 », incentrato su cinque obiettivi prioritari di cui tre in materia di occupazione e impiego: aumento della partecipazione delle donne al mercato del lavoro e pari indipendenza economica ; riduzione del divario di genere in materia di retribuzioni, salari e pensioni e, di conseguenza, lotta contro la povertà delle donne; promozione della parità tra donne e uomini nel processo decisionale; lotta contro la violenza di genere e protezione e sostegno a favore delle vittime. In linea con gli obiettivi europei, il CNEL ha sempre rivolto una particolare attenzione al tema delle pari opportunità, pronunciandosi nelle passate consiliature, e nell'attuale, sia con l'elaborazione di osservazioni e proposte sia con la presentazione di disegni di legge.