[pronunce]

Per garantire effettività di tutela al soggetto economicamente più debole, il legislatore - nell'esercizio della sua discrezionalità - ben potrebbe intervenire sulla disciplina attuale degli effetti patrimoniali della nullità del matrimonio, affrancandola dalle rigidità che nel sistema vigente ne circoscrivono il contenuto entro limiti angusti (cfr. , ad es., l'art. 129 c.c.). Ma non è questa la questione rimessa alla Corte dalle ordinanze in esame. Esse - sia pure con impostazioni per taluni aspetti differenziate - ritengono, nella sostanza, che l'assoggettamento del matrimonio concordatario nullo alla disciplina del matrimonio putativo, previsto dall'art. 18 della legge n. 847 del 1929, sarebbe oggi adeguato per il solo art. 128 c.c., relativo agli effetti personali, il cui contenuto si adatterebbe indifferentemente sia al matrimonio civile che a quello concordatario, ma non anche per gli artt. 129 e 129-bis c.c., relativi agli effetti patrimoniali. Infatti, secondo i rimettenti, la disciplina contenuta in tali ultimi articoli, ed in particolare la ridotta tutela accordata agli interessi patrimoniali del coniuge sprovvisto di redditi adeguati - limitata nel tempo e sottoposta alla condizione che egli versi in buona fede, ossia non abbia dato causa alla nullità - troverebbe giustificazione nell'ordinamento italiano, nel quale la nullità del matrimonio deve essere fatta valere in termini di decadenza tanto brevi da escludere l'instaurazione di una vera e propria convivenza o da consentirne solo una di scarso rilievo, dalla cui fine non potrebbero derivare nocumenti economici rilevanti al coniuge meno provvisto; ma sarebbe, al contrario, del tutto incongrua rispetto alla dichiarazione di nullità del matrimonio concordatario, che può essere pronunciata, secondo l'ordinamento canonico, a notevole distanza di tempo dalla celebrazione, anche dopo l'instaurazione fra i coniugi del consortium totius vitae e la nascita di figli. In tali casi, ad avviso dei rimettenti, la disciplina patrimoniale del matrimonio putativo (in particolare quella contenuta nell'art. 129 c.c.) non sarebbe idonea, per i suoi presupposti e per i suoi contenuti, a tutelare convenientemente il coniuge privo di redditi adeguati; e questa inadeguatezza sarebbe dimostrata dal raffronto con la disciplina apprestata dalla legge sul divorzio, n. 898 del 1970, che all'art. 5 prevede la corresponsione al coniuge economicamente più debole di contribuzioni periodiche senza limiti di tempo, idonee ad assicurargli un tenore di vita corrispondente a quello goduto durante il matrimonio. 7. - Sulla base di tali considerazioni, i rimettenti chiedono alla Corte una sentenza additiva che comporti la totale e indiscriminata estensione al matrimonio concordatario dichiarato nullo della disciplina dei profili patrimoniali della cessazione degli effetti civili conseguenti alla trascrizione del matrimonio concordatario, di cui alla legge n. 898 del 1970. L'accoglimento della richiesta avrebbe un duplice effetto: per un verso, di ritagliare - nel più ampio quadro degli aspetti patrimoniali delle vicende relative alla patologia del matrimonio - una disciplina comune alla nullità del matrimonio concordatario ed al divorzio; per altro verso, di assoggettare la nullità del matrimonio concordatario ad una disciplina avente contenuti differenti rispetto a quella della nullità del matrimonio civile. Sotto entrambi i profili, la questione, così come posta dai giudici rimettenti, non può essere accolta. 7.1. - In ordine al primo profilo, le due fattispecie della nullità del matrimonio e del divorzio presentano elementi di diversità non meramente formali, ma sostanziali. L'una si fonda - tanto nell'ordinamento civile quanto in quello canonico, sia la causa di nullità prevista da entrambi o da uno solo di essi - sulla constatazione giudiziale di un difetto originario dell'atto. L'altro, viceversa, si fonda, ai sensi dell'art. 1 della legge n. 898 del 1970, sull'accertamento, ad opera del giudice, "che la comunione spirituale e materiale tra i coniugi non può essere mantenuta o ricostituita per l'esistenza di una delle cause previste dall'art. 3" e quindi presuppone una crisi dello svolgimento del rapporto coniugale. La diversità strutturale delle due fattispecie vale di per sé ad escludere la violazione dell'art. 3 della Costituzione, sotto il profilo della disparità di trattamento, in quanto, a cagione di essa, non è costituzionalmente necessario che le situazioni di declaratoria della nullità canonica alle quali fanno riferimento i rimettenti debbano ricevere lo stesso trattamento che l'ordinamento assegna alla disciplina delle conseguenze patrimoniali della cessazione degli effetti civili del matrimonio concordatario (o dello scioglimento del matrimonio civile). Benvero, tanto nell'ipotesi della nullità, quanto in quella del divorzio, è possibile che dal matrimonio sia derivata l'instaurazione fra i coniugi di una consolidata comunione di vita. Ma spetta solo al legislatore - nell'esercizio della sua discrezionalità, e salvo il sindacato di costituzionalità - il potere di modificare il sistema vigente nella prospettiva di un accostamento tra la disciplina della nullità del matrimonio concordatario e quella della cessazione degli effetti civili conseguenti alla sua trascrizione, per effetto di divorzio. 7.2. - Sotto il secondo profilo, invece, la statuizione chiesta dai rimettenti determinerebbe essa stessa un'ingiustificata disparità di trattamento, circa gli effetti patrimoniali, della nullità del matrimonio concordatario rispetto alla nullità del matrimonio civile. 7.3. - Tanto basta ai fini della dichiarazione di non fondatezza della questione di legittimità costituzionale proposta da entrambe le ordinanze in riferimento all'art. 3 della Costituzione, e dall'ordinanza n. 359 del 2000, anche sotto il profilo della contrarietà al principio supremo di laicità dello Stato.. per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE Riuniti i giudizi, Dichiara non fondate le questioni di legittimità costituzionale dell'art. 18 della legge 27 maggio 1929, n. 847 (Disposizioni per l'applicazione del Concordato dell'11 febbraio 1929 fra la Santa Sede e l'Italia, nelle parti relative al matrimonio), sollevata dal tribunale di Vicenza, in riferimento all'art. 3 della Costituzione ed al principio supremo di laicità dello Stato, e degli artt. 129 e 129-bis del c.c. , sollevata dal tribunale di Roma, in riferimento all'art. 3 della Costituzione; Dichiara la manifesta inammissibilità della questione di legittimità costituzionale della legge 25 marzo 1985, n. 121 (Ratifica ed esecuzione dell'accordo, con protocollo addizionale, firmato a Roma il 18 febbraio 1984, che apporta modificazioni al Concordato lateranense dell'11 febbraio 1929, tra la Repubblica italiana e la Santa Sede), nella parte in cui dà esecuzione all'art. 8, n. 2, comma 2, dell'Accordo, sollevata dalla Corte d'appello di Roma, in riferimento agli artt. 3 e 24 della Costituzione. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 24 settembre 2001. Il Presidente: Ruperto Il redattore: Bile Il cancelliere: Di Paola Depositata in cancelleria il 27 settembre 2001.