[pronunce]

5.- Da ultimo, il giudice rimettente ritiene che la dichiarazione di «illegittimità costituzionale dell'importo» previsto dall'art. 4 della legge n. 319 del 1980 non determinerebbe alcun vuoto normativo incolmabile, poiché il giudice potrebbe ricorrere alla liquidazione in via equitativa del compenso, «sulla base della entità e del pregio della attività svolta, tenuto conto delle tariffe professionali della categoria o di altre analoghe, nelle more di un intervento del legislatore (a quel punto verosimilmente sollecito) che contemperasse equamente le ragioni delle finanze statali e le lecite aspettative del privato che presta la propria attività a favore dello Stato». 6.- Con atti di identico tenore depositati il 9 gennaio 2018 è intervenuto in entrambi i giudizi il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che le questioni di legittimità costituzionale vengano dichiarate manifestamente inammissibili o infondate. 6.1.- L'Avvocatura generale dello Stato ritiene che le questioni siano inammissibili rispetto a entrambi i parametri evocati. Innanzitutto sarebbe censurata una disciplina che trova la sua fonte sia nella disposizione censurata, sia nel decreto del Ministro della giustizia 30 maggio 2002 (Adeguamento dei compensi spettanti ai periti, consulenti tecnici, interpreti e traduttori per le operazioni eseguite su disposizione dell'autorità giudiziaria in materia civile e penale), con cui sono stati adeguati i compensi di periti, consulenti tecnici, interpreti e traduttori per le attività eseguite su incarico dell'autorità giudiziaria. Secondo l'Avvocatura generale dello Stato, l'importo previsto per le vacazioni sarebbe determinato dal decreto ministeriale e, dunque, da una disciplina di rango secondario, non sindacabile dalla Corte costituzionale. Inoltre, la Corte costituzionale con la sentenza n. 41 del 1996 avrebbe ritenuto l'inadeguatezza degli onorari superabile con altri strumenti, ma non attraverso il suo intervento. Da ultimo, le questioni sarebbero inammissibili anche in ragione della mancata indicazione di una soluzione costituzionalmente vincolata, idonea a colmare l'eventuale lacuna che si determinerebbe a seguito della dichiarazione di illegittimità costituzionale. Sarebbe quindi richiesto un intervento della Corte costituzionale invasivo della sfera di discrezionalità riconosciuta al legislatore. Con specifico riferimento all'art. 3 Cost., l'Avvocatura generale dello Stato ritiene la censura inammissibile, poiché non sarebbe indicato alcun tertium comparationis per porre in evidenza l'asserita irragionevole disparità di trattamento. In riferimento alla censura relativa all'irragionevole uguale trattamento di situazioni differenti fra loro, in virtù del diverso grado di complessità delle prestazioni effettuate, l'Avvocatura osserva inoltre che non sarebbe stata nemmeno compiutamente descritta l'attività richiesta nei due casi oggetto di giudizio, risultando quindi omessa un'adeguata motivazione in punto di rilevanza della questione. 6.2.- Nel merito, sarebbe in ogni caso infondata la censura sollevata rispetto all'art. 3 Cost. Il giudice rimettente, infatti, non avrebbe considerato che l'attuale disciplina consente di definire la retribuzione in modo diverso a seconda che si tratti di attività semplici o complesse, «pur applicando lo stesso importo unitario previsto per le vacazioni». In particolare, secondo l'Avvocatura generale dello Stato, il giudice potrebbe tenere conto della complessità delle attività per calcolare il numero di vacazioni richieste per l'assolvimento dell'incarico. La considerazione per cui in entrambi i giudizi i consulenti hanno richiesto la liquidazione del proprio onorario sulla base di un elevato numero di vacazioni pone in particolare evidenza, secondo l'Avvocatura generale dello Stato, l'assenza di motivazione sull'asserita inadeguatezza del relativo compenso e del numero di vacazioni richieste. 6.3.- Rispetto alla asserita violazione dell'art. 36 Cost., l'Avvocatura generale dello Stato richiama innanzitutto le sentenze n. 88 del 1970 e n. 41 del 1996 della Corte costituzionale, che sottolineano l'inconferenza del parametro in riferimento a tal genere di questioni. Ricorda, altresì, che la Corte di cassazione, sezione seconda civile, con la sentenza 6 agosto 1990, n. 7905, avrebbe ritenuto manifestamente infondata analoga questione di legittimità costituzionale, relativa sia al d.P.R. n. 820 del 1983, sia alla legge n. 319 del 1980, in ragione del carattere di munus publicum dell'incarico peritale, non assimilabile perciò all'esercizio della libera professione, dovendosi altresì tener conto del fatto che l'asserita inadeguatezza del compenso sarebbe superabile attraverso il raddoppio della somma.1.- Con due ordinanze di analogo contenuto del 5 e del 21 maggio 2015, iscritte rispettivamente ai numeri 180 e 181 del registro ordinanze 2017, il Tribunale ordinario di Macerata ha sollevato questioni di legittimità costituzionale dell'art. 4 della legge 8 luglio 1980, n. 319 (Compensi spettanti ai periti, ai consulenti tecnici, interpreti e traduttori per le operazioni eseguite a richiesta dell'autorità giudiziaria), nella parte in cui stabilisce che l'onorario dei consulenti tecnici di ufficio, laddove commisurato al tempo impiegato, sia pari ad euro 14,68 per la prima vacazione (composta di due ore) e ad euro 8,15 per quelle successive. La disposizione censurata si porrebbe, in primo luogo, in contrasto con l'art. 36 della Costituzione poiché gli importi da essa stabiliti non sarebbero proporzionati alla quantità e qualità del lavoro prestato in favore dello Stato, alla luce della particolare qualificazione dei consulenti e della complessità dell'incarico. Consapevole della giurisprudenza costituzionale che ritiene l'art. 36 Cost. parametro male addotto in relazione agli onorari degli ausiliari del magistrato - non prestandosi il lavoro dei consulenti tecnici a rientrare in uno schema di confronto tra prestazione e retribuzione e, dunque, in un giudizio sulla adeguatezza e sulla sufficienza della seconda - ritiene, tuttavia, il giudice rimettente che la questione sollevata attenga non già all'asserita inadeguatezza della retribuzione al fine di assicurare un'esistenza libera e dignitosa, bensì al diverso profilo relativo alla necessità che il consulente possa godere di una «retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del lavoro prestato a favore dello Stato». Il giudice a quo prospetta, inoltre, la violazione dell'art. 3 Cost., poiché il meccanismo di determinazione del compenso a tempo verrebbe irragionevolmente applicato a tutte le attività di consulenza da liquidarsi a vacazione, senza alcuna distinzione a seconda del livello di complessità delle attività richieste.