[pronunce]

che il Tribunale di Perugia in composizione monocratica, con ordinanza del 20 marzo 2006 (r.o. n. 572 del 2006), ha sollevato – in riferimento all'art. 3 Cost. – questione di legittimità costituzionale dell'art. 157, quinto comma, cod. pen. , come sostituito dall'art. 6 della legge n. 251 del 2005, nella parte in cui non dispone che il termine triennale di prescrizione previsto per i reati puniti con pena diversa da quella detentiva e da quella pecuniaria si applichi, inoltre, a tutti gli ulteriori reati di competenza del giudice di pace; che si procede, nel giudizio a quo, per fatti di lesione personale (art. 582 cod. pen.) ed ingiuria (art. 594 cod. pen.), commessi in epoca antecedente all'entrata in vigore del d.lgs. n. 274 del 2000, e dunque affidati alla cognizione del tribunale, sebbene riferibili alla competenza del giudice di pace e sanzionabili, di conseguenza, con le pene previste dall'art. 52 del citato decreto; che il rimettente ulteriormente precisa come, nel caso di specie, trovino applicazione – ai sensi dell'art. 10, comma 3, della legge n. 251 del 2005 – le nuove norme per la determinazione dei termini prescrizionali, in quanto più favorevoli delle precedenti; che risulta dunque applicabile, per delitti punibili con le sanzioni della permanenza domiciliare o del lavoro di pubblica utilità, il nuovo e ristretto termine prescrizionale previsto dal quinto comma dell'art. 157 cod. pen. , il quale stabilisce che la prescrizione matura in tre anni «quando per il reato la legge stabilisce pene diverse da quella detentiva e da quella pecuniaria»; che infatti tale ultima espressione, secondo il giudice a quo, deve essere riferita agli illeciti di competenza del giudice di pace per i quali siano comminate le cosiddette sanzioni «paradetentive», anche perchè, ove «diversamente intesa, la norma risulterebbe inapplicabile, in quanto priva di qualsivoglia concreto riferimento»; che la possibilità dell'irrogazione di una pena pecuniaria in alternativa alla sanzione «diversa» non escluderebbe l'applicazione della norma censurata ai reati di competenza del giudice di pace, poiché detta norma si riferisce, in astratto, alle previsioni sanzionatorie edittali; che dunque, nell'ambito degli illeciti rimessi alla competenza del giudice onorario, il termine di prescrizione per i reati puniti con la sanzione pecuniaria sarebbe pari a quattro o addirittura a sei anni (a seconda che si tratti di contravvenzioni o delitti), mentre gli illeciti più gravi, per i quali è applicabile anche (o solo) una sanzione coercitiva della libertà personale (ancorché non detentiva), sarebbero suscettibili di estinzione già nell'arco di un triennio; che un tale assetto, secondo il Tribunale, sarebbe «platealmente irragionevole», perché contrastante con l'aspettativa di un «oblio sociale dell'illecito» più o meno tempestivo a seconda della portata dell'offesa, e comunque con il criterio di un più marcato interesse punitivo per i fatti di maggior gravità; che la denunciata irrazionalità risulterebbe particolarmente evidente considerando sequenze criminose di progressione nell'offesa ad un medesimo bene: la prescrizione del reato di percosse (fatto punibile, a norma dell'art. 581 cod. pen. , con la sola pena pecuniaria) matura in sei anni, e tuttavia, quando l'agente arriva a provocare lesioni personali lievi (punibili, a norma dell'art. 582 cod. pen. , anche con la permanenza domiciliare o il lavoro sostitutivo), il termine per l'estinzione del reato scende a tre anni; che l'aporia dovrebbe essere eliminata, secondo il giudice a quo, estendendo a tutti i reati di competenza del giudice di pace la regola dettata dal quinto comma dell'art. 157 cod. pen. , posto che la soluzione d'un allineamento del termine sui valori più lunghi sarebbe preclusa dal divieto di manipolazione in malam partem della disciplina, e considerata, per altro verso, la congruenza d'una prescrizione particolarmente sollecita con quel sistema di «diritto mite» che segnerebbe la giurisdizione penale di pace; che il rimettente illustra la rilevanza nel giudizio a quo della questione sollevata osservando che la prescrizione sarebbe già maturata per il più grave tra i delitti in contestazione (lesione personale), ed invece non potrebbe essere applicata per il fatto meno grave, cioè quello di ingiuria, che risulterebbe a sua volta prescritto, invece, nel caso di accoglimento delle censure prospettate; che il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, è intervenuto nel giudizio con atto depositato il 4 gennaio 2007, chiedendo che la questione sia dichiarata «inammissibile e infondata», sulla base degli argomenti già illustrati in occasione degli atti di intervento concernenti i giudizi r.o. numeri 491 e 492 del 2006; che il Tribunale di Perugia, sezione distaccata di Assisi, con ordinanza dell'11 aprile 2006 (r.o. n. 573 del 2006), ha sollevato – in riferimento all'art. 3 Cost. – questione di legittimità costituzionale dell'art. 157, quinto comma, cod. pen. , come sostituito dall'art. 6 della legge n. 251 del 2005, «in relazione» all'art. 10, comma 3, della stessa legge, nella parte in cui dispone che i nuovi termini prescrizionali in esso previsti, sebbene più favorevoli, non siano applicabili nei procedimenti già pervenuti alla dichiarazione di apertura del dibattimento al momento di entrata in vigore della citata legge n. 251 del 2005; che lo stesso rimettente ha sollevato nel contempo, sempre con riguardo all'art. 3 Cost., questione di legittimità costituzionale dell'art. 157, quinto comma, cod. pen. , come sostituito dall'art. 6 della legge n. 251 del 2005, nella parte in cui non dispone che il termine triennale di prescrizione previsto per i reati puniti con pena diversa da quella detentiva e da quella pecuniaria si applichi, inoltre, a tutti gli ulteriori reati di competenza del giudice di pace; che nel giudizio a quo si procede per i reati di ingiuria (art. 594 cod. pen.) e di lesione personale (art. 582 cod. pen.) , e il dibattimento è stato dichiarato aperto prima dell'entrata in vigore della legge n. 251 del 2005, con la conseguenza, secondo il rimettente, che non potrebbero essere applicati, quand'anche più favorevoli, i nuovi termini prescrizionali fissati all'art. 157 cod. pen. ; che, con riferimento all'effetto preclusivo del terzo comma dell'art. 10 della legge n. 251 del 2005, il Tribunale definisce «irragionevole» l'individuazione delle formalità di apertura del dibattimento quale «disposizione spartiacque» per l'efficacia retroattiva della nuova e più favorevole disciplina; che il rimettente prospetta, riguardo al quinto comma dell'art. 157 cod. pen.