[pronunce]

ORDINANZA ha pronunciato la seguentenel giudizio di legittimità costituzionale dell'art. 2495, secondo comma, del codice civile, come modificato dall'art. 4, comma 1, del decreto legislativo 17 gennaio 2003, n. 6 (Riforma organica della disciplina delle società di capitali e società cooperative, in attuazione della legge 3 ottobre 2001, n. 366), promosso dal Tribunale ordinario di Torino nel procedimento vertente tra U.J. ed altra e C.M. ed altra, con ordinanza del 9 gennaio 2015, iscritta al n. 130 del registro ordinanze 2015 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 27, prima serie speciale, dell'anno 2015. Visti l'atto di costituzione, fuori termine, di U.J. ed altra, nonché l'atto di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri; udito nella camera di consiglio del 10 febbraio 2016 il Giudice relatore Paolo Grossi. Ritenuto che, nel corso di un giudizio - promosso da due dipendenti di una società cooperativa cancellata, per accertare il proprio diritto di percepire il TFR, al fine di consentir loro di tentare un'esecuzione nei confronti del debitore e quindi di accedere alle prestazioni previdenziali disciplinate dall'art. 2, commi da 2 a 5, della legge 29 maggio 1982, n. 297 (Disciplina del trattamento di fine rapporto e norme in materia pensionistica) - il Giudice monocratico del Tribunale ordinario di Torino, in funzione di giudice del lavoro, con ordinanza emessa il 9 gennaio 2015, ha sollevato, in riferimento agli artt. 3, 24 e 117, primo comma, della Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell'art. 2495, secondo comma, del codice civile, «nella parte in cui prevede, a seguito della cancellazione dal registro delle imprese, l'estinzione della società, precludendo in tal modo l'esercizio in giudizio di diritti meritevoli di tutela»; che il rimettente - dato atto che nei confronti del già liquidatore della società (convenuto non costituito) non viene prospettato dalle ricorrenti alcun profilo di responsabilità e che la società cooperativa (convenuta non costituita) risulta cancellata, con conseguente estinzione della stessa - osserva che, in tale contesto normativo e avuto riguardo alle domande proposte dalle ricorrenti, esso giudice non potrebbe adottare altro provvedimento se non quello di rigetto della domanda; che, tuttavia, una tale pronuncia determinerebbe, in linea di fatto, la perenzione del diritto delle medesime ad accedere alle provvidenze previste dall'art. 2, comma 1, della citata legge n. 297 del 1982, pur trattandosi di diritto esistente e, come tale, meritevole di tutela; che - affermata quindi la rilevanza della questione, in quanto riguardante una norma applicabile nel processo a quo - il giudice del lavoro deduce che l'attuale formulazione del secondo comma dell'art. 2495 cod. civ. , come innovato dall'art. 4, comma 1, del decreto legislativo 17 gennaio 2003, n. 6 (Riforma organica della disciplina delle società di capitali e società cooperative, in attuazione della legge 3 ottobre 2001, n. 366), consente di agire esclusivamente nei confronti dei soci e del liquidatore, in riferimento a profili attinenti rispettivamente al bilancio finale di liquidazione di cui i primi sono beneficiari o alla responsabilità amministrativa e gestionale del secondo; che, infatti, la norma impugnata ignora che possano esservi situazioni senza dubbio meritevoli di tutela, tali da determinare la necessità di instaurare un contraddittorio giudiziale con la società cancellata, a prescindere dalle citate situazioni e responsabilità (il caso è appunto quello delle attrici che chiedono di costituire un titolo esecutivo afferente il TFR, così da attivare la procedura prevista dalla legge ed ottenere dal fondo di garanzia INPS la soddisfazione del proprio credito, rispetto al quale la previsione dell'estinzione della società, a seguito della cancellazione, non consente né la formazione del titolo esecutivo, né la formazione della prova dell'insolvenza del debitore); che il giudice a quo ritiene quindi violato l'art. 3 Cost., in quanto - pur spettando al legislatore il potere discrezionale di definire la normativa codicistica in materia societaria ed, in particolare, di disciplinare gli effetti della cancellazione della società dal registro delle imprese, come previsto dall'art. 8, comma 1, lettera a), della legge 3 ottobre 2001, n. 366 (Delega al Governo per la riforma del diritto societario) - l'attuazione di detta delega ha travalicato i limiti della ragionevolezza, atteso che in precedenza la risalente, costante e consolidata giurisprudenza aveva affermato, con riferimento all'omologa previsione di cui al modificato art. 2456 cod. civ. , che, nonostante la cancellazione, il creditore potesse sempre agire in giudizio per far accertare il proprio credito, e che fosse consentito, senza limiti temporali, di chiedere il fallimento della società o la sua liquidazione coatta amministrativa; e che, pertanto, la cancellazione non determinava alcun effetto estintivo immediato della società; che il rimettente rileva, quindi, che con la norma censurata (che sovverte completamente il preesistente diritto vivente) il creditore viene privato della possibilità di precostituire il titolo esecutivo, al fine di conseguire dall'Istituto previdenziale quanto non può ottenere dalla società già datrice di lavoro, con conseguente violazione anche dell'art. 24 Cost.; e deduce, infine, la violazione dell'art. 117, primo comma, Cost., in quanto la previsione di cui all'art. 2 della legge n. 297 del 1982, costituisce attuazione della direttiva comunitaria 80/987/CEE del Consiglio 20 ottobre 1980 (Direttiva del Consiglio relativa alla tutela dei lavoratori subordinati in caso d'insolvenza del datore di lavoro), la quale ultima (se consente, all'art. 4, l'uso di una certa discrezionalità da parte del legislatore nazionale), non ne autorizza l'arbitrio, riscontrabile, nella specie, nella presenza di regolamentazione limitativa del citato art. 2, effettuata ex post, in assenza di ragioni riconoscibili ed apprezzabili; che è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, che deduce l'inammissibilità della questione, poiché fondata su una interpretazione erronea della norma censurata, del tutto in contrasto con il diritto vivente, ed in particolare con quanto affermato dalle sezioni unite dalle Corte di cassazione con le sentenze n. 6070, n. 6071 e n. 6072 del 12 marzo 2013, aventi ad oggetto proprio gli effetti processuali e sostanziali derivanti dalla cancellazione delle società;