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Abbiamo già visto come nel recente passato gli interventi unilaterali cosiddetti umanitari, messi in atto con le forze armate da parte di taluni partner europei, abbiano nel concreto aggravato la situazione, creando solo ulteriori ingiustizie e negazione dei diritti fondamentali dell'uomo. Pensiamo davvero che la diplomazia possa essere utile a corrente alternata? Oggi lo Stato italiano si trova a dover svolgere, anche per colpe di altri, un compito molto difficile, che però potrebbe essere molto più agevole ove vi fosse una maggiore incisività da parte dell'Europa nella politica estera. Ciò, però, tarda a pervenire. Ove questa manca, ecco che allora noi dobbiamo farci carico dell'onere di facilitare una stabilizzazione della Libia. Questo lo dobbiamo innanzitutto per il rispetto delle vite umane che vogliamo salvaguardare, affinché coloro che oggi divengono - forzosamente e forzatamente - immigrati in Europa possano essere liberi cittadini, ognuno nel proprio Paese e nella propria Nazione. (Applausi dai Gruppi L-SP-PSd'Az e M5S) . PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Craxi. Ne ha facoltà. CRAXI (FI-BP) . Egregio Presidente, prima di intervenire vorrei rivolgerle una mozione degli affetti parlamentari. Siamo grati al sempre cortese ministro Moavero Milanesi della sua presenza, ma siamo qua non solo per ascoltare, ma anche per essere ascoltati. (Applausi dal Gruppo FI-BP) . Forza Italia vigila e sempre vigilerà perché non venga svuotata questa istituzione, che è uno dei cardini della nostra democrazia. Capisco le esigenze del Governo, ma mi auguro che una simile mancanza di garbo istituzionale non si ripeta più. Grazie, signor Presidente. (Applausi dal Gruppo FI-BP) . È del tutto superfluo ribadire l'importanza che la partita libica riveste per il nostro Paese e per l'area mediterranea tutta. Lo è non solo per la questione migratoria, che sta a cuore a tutti noi, ma anche e soprattutto per la difesa più vasta dei nostri interessi, che sarebbe del tutto sbagliato relegare al solo tema dei flussi. L'intera partita libica, infatti, si configura come strategica per ridefinire una nostra presenza nel Mediterraneo come forza regionale che si deve caratterizzare, differentemente dagli ultimi anni e dagli altri partner europei, come forza di pace, dialogo e sviluppo condiviso nell'area euro-mediterranea. Quanto accaduto e accade in queste ore in Libia, che - non dimentichiamolo mai - è una delle porte sull'Africa, è la dimostrazione di come serva, oggi più che mai, un'Europa politica e una politica estera europea, che saranno non gli attacchi all'Unione europea a costruire, ma un progetto di cui il Governo sembra non curarsi. Se non ci chiariremo tra partner europei - in primis , noi e la Francia - difficilmente verremo a capo di questa partita e condanneremo la Libia e tutta l'area a una lunga stagione di caos. Consideriamo questo necessario, perché è difficile teorizzare, anche con tutta la retorica in possesso di questo Governo, che la Libia rientri oggi tra gli interessi strategici dell'America trumpiana. Del resto, nonostante gli annunci spot del presidente Conte, non si è ancora neanche capito se il Trump sarà presente alla Conferenza sulla Libia. Gli ultimi accadimenti cui assistiamo sono la riprova delle storture e degli errori che hanno caratterizzato il processo di pace libico e la creazione di un'entità statuale: errori - dobbiamo dircelo con sincerità - a cui, come Paese, non siamo estranei. Sebbene consideriamo uno sbaglio celebrare in Libia elezioni il 10 dicembre prossimo, come prefigurato sotto dettatura lo scorso maggio a Parigi e come peraltro dichiarato anche ieri dall'inviato ONU in Libia Salamé, consideriamo altrettanto rischiosa, specie sulla scorta delle esperienze recenti, ogni scelta e iniziativa che possa far apparire il nostro Paese un attore di parte, non terzo, tra le fazioni in campo. È un errore che abbiamo già commesso in passato, dopo la caduta di Gheddafi, e che non ha fatto le fortune nostre, né della Libia. Per questo motivo, abbiamo apprezzato il tentativo del ministro Moavero Milanesi di avviare un dialogo con il generale Haftar. Tale apprezzamento non può però riguardare i silenzi del Governo sulle richieste delle tribù del Sud, dai Tebu agli Awlad Suleiman, passando per i Tuareg. Eppure, i Tuareg libici, per bocca del leader Moulay Kamidi, hanno chiesto al Governo italiano di offrire aiuti concreti alla realtà del Sud. Al pari, ci sono accuse recentissime, mosse da tutte le tribù del Sud al nostro Governo e al Governo libico da noi sostenuto, di mancanza di serietà e sincerità nell'applicazione dell'accordo sottoscritto a Roma nel maggio del 2017. Davanti a queste richieste l'Italia è rimasta silente. Ma il Sud libico è per noi strategico. È l'area da dove giungono i flussi di migranti, dove si giocano importanti partite energetiche e dove la situazione oggi è molto grave, in particolare a Sebha, principale città del Fezzan, dove gruppi armati ciadiani e sudanesi hanno preso il controllo di alcune aree per traffici illeciti. Quindi noi cosa facciamo? Dichiariamo guerra ai trafficanti di esseri umani e poi, quando dai luoghi da dove questi mettono in piedi i loro business criminali ci chiedono aiuto, non rispondiamo? Ricordo tutto ciò proprio in queste ore, in cui sono in corso colloqui per dare una nuova forma e nuovi volti al consiglio presidenziale, al fine di aver chiari i nostri interessi, il nostro ruolo e la direzione che, come Italia, dobbiamo intraprendere, specie in vista della Conferenza internazionale sulla Libia prevista per metà novembre a Palermo, che il Governo intende promuovere. È un'iniziativa di cui è necessario definire i contorni e gli obiettivi; il ministro Moavero Milanesi oggi non ce li ha spiegati. Abbiamo letto tutti in questi giorni le indiscrezioni che parlano delle condizioni che il generale Haftar avrebbe posto per partecipare alla Conferenza. Non vorremmo però che, per avere a quel tavolo Haftar, che abbiamo lungamente non riconosciuto, magari per una bella foto opportunity , accondiscendessimo a tutte le sue richieste, alcune rischiose - penso all'assenza di gruppi a Tripoli (che potrebbe favorire una invasione militare) - e altre umilianti, come il ritiro del nostro ambasciatore. Il risultato non sarebbe né utile, né dignitoso, ma darebbe dell'Italia l'idea di un Paese ondivago e confuso. Serve pertanto chiarezza, ma a tal fine non aiutano le posizioni di alcuni membri del Governo, che escludono a priori qualsiasi nostra presenza militare in Libia (peraltro in Libia i militari italiani già ci sono), specie dopo la richiesta di ieri di Tripoli all'ONU. In Libia la forza militare conta e tante milizie sono pronte a mettersi con il più forte, anche se non possiamo pensare di rafforzare una posizione debole, come appare quella di Sarraj, con il solo impiego della forza. La strada è quindi stretta.