[pronunce]

Il rimettente denuncia l'irragionevolezza della scelta di attribuire a due appartenenti all'unitaria carriera diplomatica «trattamenti pensionistici quantitativamente assai diversi semplicemente in relazione ad una circostanza di fatto non più in essere». Peraltro, basterebbe rientrare in Italia anche solo per poche settimane prima del collocamento a riposo per godere di un trattamento pensionistico commisurato all'indennità di posizione nell'ammontare più alto. Vi sarebbe, dunque, anche un'ingiustificata disparità di trattamento «tra due diplomatici già in servizio all'estero, qualora uno di essi venisse richiamato presso l'Amministrazione centrale poco tempo prima del collocamento a riposo [...] e l'altro invece rimanesse a lavorare all'estero». L'irragionevolezza della disciplina pensionistica applicabile alla retribuzione di posizione emergerebbe anche dal raffronto con il trattamento riservato all'indennità integrativa speciale. Tale voce, pur negata in costanza del rapporto di lavoro a chi presti servizio all'estero (art. 1-bis, comma 1, lettera a, del decreto-legge 13 agosto 2011, n. 138, recante «Ulteriori misure urgenti per la stabilizzazione finanziaria e per lo sviluppo», convertito, con modificazioni, nella legge 14 settembre 2011, n. 148), sarebbe computata nel trattamento di quiescenza e tornerebbe dunque «ad espandersi alla misura normale». La disparità di trattamento non potrebbe dirsi giustificata sul presupposto che l'eventuale computo dell'indennità di posizione in misura eccedente quella minima non sia coperto da contribuzione previdenziale. Il ricorrente, ove fosse rientrato in servizio a Roma un mese prima del collocamento a riposo, avrebbe goduto dell'indennità di posizione nella misura più favorevole, a prescindere da ogni valutazione sulla contribuzione eventualmente versata. L'indennità di servizio all'estero, sprovvista di natura retributiva, non avrebbe alcuna rilevanza ai fini pensionistici e non potrebbe pertanto bilanciare la denunciata sperequazione. 2.- Nel giudizio iscritto al reg. ord. n. 164 del 2017 si è costituito Giuseppe Magno, con atto depositato l'11 dicembre 2017, e ha chiesto di accogliere la questione di legittimità costituzionale sollevata dalla Corte dei conti. Nel giudizio iscritto al reg. ord. n. 9 del 2018, si è costituito Mario Fugazzola, con atto depositato il 16 febbraio 2018, e ha rassegnato le medesime conclusioni. Le parti costituite hanno evidenziato che la disposizione censurata prescrive di corrispondere l'indennità di posizione al minimo durante il periodo di servizio all'estero e non riguarda il trattamento previdenziale, poiché disciplina soltanto il trattamento retributivo. La sperequazione, prodotta dall'interpretazione prevalente della disposizione in esame, sarebbe ancora più irragionevole alla luce del fatto che la permanenza all'estero o il richiamo in Italia non derivano da una libera scelta dell'interessato, ma da provvedimenti unilaterali del ministero, che decide discrezionalmente anche il momento del rientro in Italia. La carriera diplomatica si caratterizzerebbe per la sua unitarietà e per l'obbligo di alternare, ai fini del normale progresso in carriera, periodi di permanenza all'estero con periodi di permanenza in Italia. In questo quadro, sarebbero prive di giustificazione differenze di trattamento previdenziale così marcate, legate al dato accidentale del luogo in cui si conclude il servizio attivo. L'irragionevolezza della disciplina sarebbe avvalorata anche dal raffronto con l'indennità integrativa speciale. Tale voce, pur sospesa durante il periodo di servizio all'estero, sarebbe computata ai fini del trattamento pensionistico. Alle stesse conclusioni si dovrebbe giungere per la retribuzione di posizione. Non rivestirebbe una valenza compensativa l'erogazione di altri emolumenti, come l'indennità di servizio all'estero, in quanto essi sarebbero privi di natura retributiva e non entrerebbero a comporre, pertanto, il trattamento pensionistico. Non rileverebbe l'argomento che, per giustificare il trattamento deteriore riservato ai diplomatici che concludono il servizio all'estero, fa leva sui contributi versati. Sarebbe sufficiente considerare, a tale riguardo, che basta il rientro anticipato anche di pochi giorni per giovarsi, a fini pensionistici, della retribuzione di posizione nella misura piena, corrispondente al grado. È dunque ininfluente, in tale ipotesi, che i contributi siano stati pagati solo sulla retribuzione di posizione corrisposta nella misura minima. 3.- In entrambi i giudizi si è costituito l'INPS, con atti depositati il 12 dicembre 2017 e il 16 febbraio 2018, e ha chiesto di dichiarare inammissibile o comunque manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale sollevata dalla Corte dei conti. L'ente previdenziale individua un profilo di inammissibilità nel fatto che il rimettente si prefigga di ottenere un avallo dell'interpretazione prescelta, che si discosta dall'orientamento espresso dal giudice del gravame. La questione sollevata sarebbe inammissibile anche perché il giudice a quo non avrebbe individuato correttamente la disposizione applicabile alla fattispecie controversa. Nel caso di specie, difatti, non verrebbe in rilievo l'art. 170 del d.P.R. n. 18 del 1967, che si limita a regolamentare il trattamento retributivo, ma, in primo luogo, l'art. 43 del decreto del Presidente della Repubblica 29 dicembre 1973, n. 1092 (Approvazione del testo unico delle norme sul trattamento di quiescenza dei dipendenti civili e militari dello Stato). Quanto al merito, l'INPS osserva che, in virtù di tale ultima disposizione, la base pensionabile utile ai fini della determinazione del trattamento previdenziale è costituita dall'ultimo stipendio e dagli emolumenti tassativamente indicati dalla legge ed effettivamente percepiti, così da garantire all'ente che eroga la pensione l'acquisizione dei contributi assicurativi necessari per finanziarla. Peraltro, lo stesso rimettente reputerebbe legittima una disciplina retributiva differenziata dei dipendenti che prestano servizio in Italia rispetto ai dipendenti che prestano servizio all'estero. Il diverso trattamento pensionistico non sarebbe che la conseguenza ineludibile di «quei diversi assetti retributivi». Da tali considerazioni discenderebbe l'infondatezza dei dubbi di legittimità costituzionale. 4.- In entrambi i giudizi è intervenuto, con atti depositati il 12 dicembre 2017 e il 13 febbraio 2018, il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, e ha chiesto di dichiarare inammissibile e comunque infondata la questione di legittimità costituzionale. La questione sarebbe inammissibile, poiché coinvolgerebbe scelte rimesse all'apprezzamento discrezionale del legislatore. Nel merito, la questione non sarebbe fondata. Non potrebbero essere poste a raffronto la prestazione del servizio presso l'amministrazione centrale a Roma e la prestazione del servizio all'estero.