[pronunce]

(e, per quanto qui occorre, del suo n. 4)», trovandosi altrimenti «di fronte ad un difetto di correlazione logico-giuridica tra l'ultimo intervento normativo (che rendeva appellabile limitatamente la sentenza equitativa) e l'impianto preesistente (che vieta la revocazione delle sentenze appellabili), non superabile interpretativamente, e senza alcun coordinamento tra le norme interessate (art. 339 e 395 c.p.c.)»; b) con gli artt. 24, primo comma, 111, primo comma, e 117, primo comma, Cost. («quest'ultimo in quanto in relazione di interposizione rispetto all'art. 6 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali, cui l'Italia aderisce, ed al diritto vivente derivatone»), in quanto «la possibilità che sia dato ad un giudice di pronunciare - pur equitativamente - senza una possibilità di eliminazione dal mondo giuridico della decisione dello stesso, se disancorata dai fatti obiettivamente sussistenti, dalla genuinità e lealtà delle prove e dalla stessa immunità della decisione dal dolo delle parti o del giudice, si risolverebbe, infatti, nella sostanziale negazione della garanzia di tutela giurisdizionale dei diritti e del giusto processo»; c) con l'art. 101, secondo comma, Cost., secondo il quale i giudici sono soggetti soltanto alla legge, poiché «l'attuale impianto processuale imperniato sull'applicazione dell'art. 339 c.p.c. nel testo in essere consentirebbe al giudice di pace di pronunciare in equità restando esentato, nell'esercizio dell'equità stessa, in sostanza, dal rispetto di fondamentali canoni normativi (talvolta correlati anche a norme penali) quali l'immunità del "decisum" da dolo e falsità di prove, oltre che di errori e altri consimili vizi, condensati nell'art. 395 c.p.c. , i quali semmai rileverebbero nella sola sede penale o del successivo risarcimento dei danni»; che è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, concludendo per la declaratoria di inammissibilità e/o di infondatezza della sollevata questione; che, innanzitutto, la difesa dello Stato ne eccepisce il difetto di rilevanza (ovvero la carente motivazione al riguardo) in ragione del fatto che - pur muovendo la prospettazione (secondo cui, a causa della limitazione dei motivi di appello proponibili avverso una sentenza di equità ex art.113, terzo comma, cod. proc. civ. , tale sentenza non potrebbe essere impugnata, né con l'appello né con la revocazione, in presenza di un vizio contemplato dall'art. 395, primo comma, numero 4, cod. proc. civ. ) dal presupposto della sussistenza di una censura dell'appellante, che il rimettente reputa inammissibile, sia come motivo di appello (perché estranea ai motivi di cui all'art. 339, terzo comma cod. proc. civ.), sia come motivo di revocazione ex art. 395, numero 4, cod. proc. civ. (trattandosi di sentenza soggetta ad appello limitato) - il rimettente medesimo non analizza l'ammissibilità della censura proposta nel giudizio a quo come motivo di appello sotto il profilo della violazione dei princìpi regolatori della materia; che, inoltre, l'Avvocatura osserva che, nella fattispecie, la censura mossa alla sentenza del giudice di pace non riguarda l'errore di fatto previsto dall'art. 395, numero 4, cod. proc. civ. , inteso come una falsa percezione della realtà su un fatto decisivo incontestabilmente risultante dagli atti o documenti, ma la formulazione di un giudizio sul piano logico giuridico derivante da una erronea valutazione delle risultanze testimoniali, che va al di là di una falsa percezione della realtà; che, infine, nel merito l'Avvocatura dello Stato rileva, da un lato, che l'art. 339, terzo comma, cod. proc. civ. in realtà consente di ammettere la doglianza in questione come motivo di appello per violazione dei princìpi regolatori della materia, poiché (secondo gli appellanti) la sentenza impugnata si basa su fatti non accertati in giudizio (in quanto erroneamente attribuiti ai testi escussi) e quindi contiene una decisione arbitraria che viola uno dei fondamentali princìpi del diritto processuale secondo il quale non sono ammesse decisioni basate su di una arbitraria ricostruzione dei fatti; dall'altro lato, che non appaiono condivisibili le argomentazioni che portano il Tribunale di Napoli ad escludere la proponibilità del vizio revocatorio avverso una sentenza soggetta ad appello limitato, giacché - lungi dall'applicare analogicamente una norma eccezionale - si tratta solo di individuare la ratio dell'art. 395 cod. proc. civ. che si fonda sul principio di sussidiarietà secondo il quale il rimedio revocatorio è escluso quando il relativo vizio può essere dedotto come motivo di appello, mentre il vizio medesimo ben potrà essere dedotto come motivo di revocazione qualora non lo si ritenesse ammissibile come censura d'appello. Considerato che il giudice a quo censura il terzo comma dell'articolo 339 del codice di procedura civile, che, nel testo vigente, sostituito dall'art. 1 del decreto legislativo 2 febbraio 2006, n. 40 (Modifiche al codice di procedura civile in materia di processo di cassazione in funzione nomofilattica e di arbitrato, a norma dell'articolo 1, comma 2, della L. 14 maggio 2005, n. 80), dispone che «Le sentenze del giudice di pace pronunciate secondo equità a norma dell'art. 113, secondo comma, sono appellabili esclusivamente per violazione delle norme sul procedimento, per violazione di norme costituzionali o comunitarie ovvero dei principi regolatori della materia»; che - muovendo dal presupposto della esistenza di un vizio revocatorio ex art. 395, numero 4, cod. proc. civ. , dedotto dall'appellante, in cui sarebbe incorso il giudice di primo grado - il rimettente (chiamato a decidere in sede di gravame avverso una decisione del giudice di pace, che egli stesso, con sentenza non definitiva, ha dichiarato essere stata pronunciata secondo equità) ritiene che, a causa della limitazione dei motivi di appello proponibili avverso tale sentenza, questa non possa essere impugnata per far valere il vizio medesimo, né con l'appello (a motivi limitati) né con la revocazione (consentita solo riguardo alle pronunce indicate al primo comma dell'art. 395 cod. proc. civ.); e che pertanto la norma censurata si porrebbe in contrasto con gli articoli 3, primo comma, 24, primo comma, 101, secondo comma, 111, primo comma, e 117, primo comma, della Costituzione («quest'ultimo in quanto in relazione di interposizione rispetto all'art. 6 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali, cui l'Italia aderisce, ed al diritto vivente derivatone»), «nella parte in cui non prevede che le sentenze del giudice di pace pronunciate secondo equità a norma dell'art. 113 co. 3 c.p.c.