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Il requisito comune a entrambe le ipotesi di reato è costituito dalla condizione di sofferenza in cui si trova l'animale, occorre cioè che gli animali siano stati tenuti in condizioni incompatibili con la loro natura, per fini e con modalità che la legge non consente. Tuttavia non è ben chiaro quali siano gli estremi di tale requisito. La giurisprudenza è sul punto oscillante in quanto, da un lato, ritiene che non integri i reati in questione la semplice cattività degli uccelli selvatici ai fini della loro utilizzazione come richiami vivi, in periodo di caccia, essendo ciò consentito dalla legge senza una prova della sofferenza degli animali quale conseguenza della condotta in oggetto (Cassazione penale, sezione III, 19 gennaio 1998, n. 116). Dall'altro lato, afferma che la cattura di uccelli appena nati e la loro detenzione in regime di cattività integrano gli estremi del reato di maltrattamento di animali, poiché ciò corrisponde al detenere animali in condizioni non compatibili con la loro natura (Cassazione penale, sezione III, 8 ottobre 1996, n. 9574). Nel caso in cui un uccello sia imbracato e trattenuto con un filo che gli consenta di levarsi in volo e di ricadere, perché strattonato dalla fune cui è legato, non sussiste la contravvenzione di cui all'articolo 30, comma l, lettera h) , della legge n. 157 del 1992, che punisce l'utilizzo a fini di richiamo di uccelli vivi solo quando questi siano legati per le ali e non al corpo o imbracati. Sussiste però il reato di cui all'articolo 727 del codice penale, che integra la pregressa normativa attraverso l'ampliamento della sfera di tutela dell'animale e l'introduzione di un divieto di tenere comunque condotte tali da sottoporlo a strazio o sevizie (Cassazione penale, sezione III, 24 maggio 1999, n. 8890). Sarebbe auspicabile sotto questo profilo assicurare un migliore coordinamento normativo tra le diverse disposizioni in esame al fine di evitare che ciò si traduca in una perdita di tutela della fauna. B) Specie o tipi di animali cacciati. La lettera b) del comma 1 dell'articolo 30 sanziona con l'arresto da due a otto mesi o l'ammenda chiunque abbatte, cattura e detiene uccelli o mammiferi compresi nell'elenco delle specie protette di cui all'articolo 2 della medesima legge. Il concetto di fauna selvatica è riferito dalla legge n. 157 del 1992 alle «specie», intese come categorie generali, di mammiferi e uccelli, dei quali esistono popolazioni viventi, stabilmente o temporaneamente, in stato di naturale libertà, sul territorio nazionale. Oggetto di «particolare» protezione, ai sensi dell'articolo 2, comma 1, della stessa legge, sono alcune specie di mammiferi e uccelli, espressamente indicate, nonché tutte le altre specie di mammiferi «minacciate di estinzione». In particolare tra queste rientrano non solo le specie di cui alle lettere a) e b) del comma 1 del suddetto articolo ma tutte le altre specie che atti comunitari o internazionali o apposito decreto del Presidente del Consiglio dei ministri dichiarino minacciate di estinzione (lettera c) del citato comma 1). Come è stato sottolineato in dottrina, la categoria non è di facile individuazione, stante l'eterogeneità delle fonti da cui promana e l'ampia possibilità di modificazione. La disposizione in esame può essere intesa come una sorta di norma penale in bianco, di dubbia legittimità costituzionale. Dubbi che la trasformazione in illecito amministrativo possono attenuare. La lettera c) del comma 1 dell'articolo 30 in esame prevede delle sanzioni particolarmente gravi (arresto da tre mesi ad un anno e un'ammenda elevata) per l'abbattimento o la detenzione di particolari specie di animali tassativamente indicate: orso, stambecco, camoscio d'Abruzzo e muflone sardo. Si tratta di un irrigidimento del sistema sanzionatorio previsto per la tutela delle specie protette, reso ancora più duro dalla previsione cumulativa delle sanzioni che preclude la possibilità di oblazione. Una sanzione esclusivamente pecuniaria è prevista alla lettera g) del medesimo comma 1 nel caso di abbattimento, cattura o detenzione di esemplari appartenenti alla fauna stanziale alpina, non contemplati nella lettera h) del citato comma 1. Si tratta di specie non comprese nell'articolo 18 o di specie che, pur essendovi incluse, sono vietate dalla regione competente per territorio e il cui areale corrisponde alla zona alpina. La norma punisce con maggiore rigore le stesse attività illecite in quanto dirette contro una fauna considerata di maggiore pregio. Le stesse condotte sono punite con l'ammenda pari alla metà se riguardano specie non cacciabili o comunque vietate. La norma sanziona specificamente anche l'abbattimento, la cattura o la detenzione di fringillidi in numero superiore a cinque. Le stesse condotte, se riferite ad un numero di fringillidi inferiore a cinque, sono punite con la sola sanzione amministrativa di cui all'articolo 31, comma 1, lettera g) . È stata sottolineata in dottrina (Gorlani) l'incongruenza delle due disposizioni che puniscono in maniera sensibilmente diversa fatti omogenei differenti solo quantitativamente. C) Commercio di fauna selvatica. La fattispecie di cui alla lettera l) del comma 1 dell'articolo 30 punisce chi pone in commercio o detiene per fini di commercio fauna selvatica in violazione della legge stessa. In tema di tutela degli animali, il significato dell'espressione «esemplare di specie selvatica», ossia esemplare di origine selvatica o esemplare animale proveniente da nascita in cattività limitata alla prima generazione, contenuta nell'articolo 8- sexies della legge n. 150 del 1992, introdotto dall'articolo 10 del decreto-legge n. 2 del 1993, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 59 del 1993, non trova applicazione nella legge n. 157 del 1992. Ne consegue che il commercio e la detenzione per la vendita di uccelli appartenenti alla fauna selvatica prodotti in allevamento integrano il reato in esame (Cassazione penale, sezione IV, 26 settembre 1997, n. 3062). Nel caso di vendita di uccelli appartenenti a specie protetta, la condotta sanzionata è quella di «avere posto in commercio» detti uccelli in violazione del divieto posto dall'articolo 21, comma 1, lettera bb) , della legge n. 157 del 1992, a prescindere dall'accertata legittimità della loro mera detenzione, del tutto ininfluente sulla condotta incriminata, essendo comunque vietata la «detenzione per la vendita» (Cassazione penale, sezione III, 6 maggio 1997, n. 5345). D) Imbalsamazione e tassidermia. Il comma 2 dell'articolo 30 sanziona le pratiche di imbalsamazione e tassidermia mediante il rinvio alle sanzioni che sono comminate per l'abbattimento degli animali le cui spoglie sono oggetto del trattamento. 3. Gli inconvenienti del diritto vigente.