[pronunce]

ORDINANZA ha pronunciato la seguentenel giudizio di legittimità costituzionale dell'articolo 11 della legge 21 novembre 1991, n. 374 (Istituzione del giudice di pace), promosso dal Giudice di pace di Roma sul ricorso proposto da F.G. con ordinanza del 7 luglio 2011, iscritta al n. 1 del registro ordinanze 2012 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 5, prima serie speciale, dell'anno 2012. Visto l'atto di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri; udito nella camera di consiglio del 23 maggio 2012 il Giudice relatore Sergio Mattarella.. Ritenuto che il Giudice di pace di Roma ha sollevato, in riferimento agli articoli 3, primo e secondo comma, 4, primo comma, 25, primo comma, 35, primo comma, 97, terzo comma, e 106, primo e secondo comma, della Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell'art. 11 della legge 21 novembre 1991, n. 374 (Istituzione del giudice di pace), nella parte in cui non prevede che il giudice competente per materia a dirimere ogni controversia sulle spettanze economiche del giudice di pace ivi previste sia il tribunale in funzione di giudice del lavoro; che in punto di fatto il giudice remittente chiarisce di dover decidere in ordine ad un giudizio nel quale F.G., Giudice di pace presso l'ufficio di Verona, chiedeva l'emissione di un decreto ingiuntivo per la somma di euro 4.381,79, oltre interessi e spese legali, entro la competenza del giudice adito, per l'indebita decurtazione parziale, negli anni 2003-2011, dell'indennità forfettaria mensile di euro 258,23, prevista dall'art. 11, comma 3, della legge n. 374 del 1991; che il remittente rileva che la consolidata giurisprudenza della Corte di cassazione ha affermato che la competenza a giudicare in materia di indennità spettanti al giudice di pace previste dal richiamato art. 11 della legge n. 374 del 1991 deve essere individuata in base al criterio generale del valore della causa; che, da tale giurisprudenza, che ricomprende i giudici di pace nella categoria dei funzionari onorari ed esclude che il loro rapporto di lavoro possa essere assimilato al pubblico impiego ovvero ad un rapporto atipico subordinato o parasubordinato, deriva la impossibilità di una interpretazione costituzionalmente orientata della norma impugnata; che la questione sarebbe rilevante, dal momento che in caso di suo accoglimento il giudice adito sarà tenuto a dichiarare la propria incompetenza, ed il ricorrente dovrà ripresentare l'istanza dinanzi al tribunale del lavoro territorialmente competente; che la disposizione censurata, alla luce dell'interpretazione della richiamata giurisprudenza della Corte di cassazione, che il remittente assume quale diritto vivente, appare al giudice a quo in contrasto con gli invocati parametri costituzionali; che un primo profilo di illegittimità viene individuato nella violazione dell'art. 3, primo e secondo comma, Cost., in quanto la norma impugnata, negando che il rapporto di servizio onorario del giudice di pace integri un rapporto di lavoro subordinato, «così escludendo il giudice di pace dalle garanzie processuali e sostanziali previste dal diritto del lavoro», contrasterebbe con il principio di ragionevolezza, e con quello di uguaglianza; che, infatti, il rapporto di servizio onorario, caratterizzato dall'assenza di un concorso pubblico per l'accesso e dalla carenza dei vincoli di subordinazione, troverebbe giustificazione in riferimento alle più alte cariche dello Stato, quali il Presidente della Repubblica, i giudici costituzionali, i ministri, i deputati e i senatori, i componenti del Consiglio superiore della magistratura, mentre i magistrati ordinari «di carriera», nell'ambito delle alte cariche dello Stato, costituirebbero uno dei pochi esempi in cui non viene seguito il modello del funzionario onorario, essendo questi assimilati, sotto il profilo economico e previdenziale, ai pubblici impiegati, seppure la loro condizione giuridica sia caratterizzata da un sistema ordinamentale che mira a preservare l'indipendenza della loro funzione; che, in riferimento alla categoria dei giudici di pace, nell'ordinanza di rimessione si sottolineano i caratteri distintivi rispetto ai funzionari onorari e le «incontrovertibili similitudini» con i magistrati «di carriera», costituite dalla loro qualificazione di giudici ordinari, ai sensi dell'art. 1 del regio decreto 30 gennaio 1941, n. 12 (Ordinamento giudiziario), dall'esser tenuti, in base all'art. 10, comma 1, della legge n. 374 del 1991 «all'osservanza dei doveri previsti per i magistrati ordinari», nonché al rispetto delle tabelle di composizione dell'ufficio di appartenenza e degli ordini di servizio del coordinatore dell'ufficio, ai sensi dell'art. 15, comma 2, della legge n. 374 del 1991, ed a garantire la reperibilità al pari dei magistrati di carriera, con applicabilità diretta dell'art. 7-bis del citato r.d. n. 12 del 1941, essendo assoggettati alla sorveglianza del presidente del tribunale ed al potere disciplinare del Consiglio superiore della magistratura, e destinatari dei provvedimenti organizzativi e concernenti il trattamento economico adottati dal Ministro della giustizia, mentre il trattamento fiscale del reddito dei giudici pace è assimilato al reddito da lavoro dipendente, con applicazione delle stesse trattenute del pubblico impiegato, escluse quelle previdenziali; che pertanto, ad avviso del giudice a quo, i giudici di pace si distinguono da quelli «di carriera» «solo per l'esclusione dai diritti costituzionali fondamentali di autogoverno (...), di progressione in carriera, di stabilità del rapporto e di tutela previdenziale ed assistenziale» e la riaffermazione della natura onoraria del loro rapporto di lavoro costituisce solo il «pretesto» per negare «i più elementari diritti costituzionali giuslavoristici e le fondamentali garanzie ordinamentali di imparzialità ed indipendenza», e in questa prospettiva si afferma che il principio di ragionevolezza «impone» che le controversie relative al rapporto di servizio dei giudici di pace sia rimesso alla competenza del tribunale in funzione di giudice del lavoro, rilevandosi anche la presenza di tutti i requisiti di subordinazione o parasubordinazione previsti dall'art. 409 cod. proc. civ. e, sotto diverso profilo, l'insussistenza delle ragioni di eventuale comunanza di interessi che giustificano l'attribuzione alla giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo delle controversie di lavoro che coinvolgono i magistrati «di carriera», ribadendosi che «l'unica soluzione compatibile con i richiamati precetti costituzionali, senza che residui margine alcuno di discrezionalità in capo al Legislatore, è rappresentata dall'attribuzione delle controversie di lavoro del giudice di pace alla competenza del Tribunale in funzione di giudice del lavoro»;