[pronunce]

L'anzidetto sviluppo della legislazione processuale penale circa il rapporto tra funzioni di pubblico ministero e funzioni di giudice non è indipendente dal parallelo rafforzamento del principio di "terzietà" del giudice sul piano costituzionale, manifestatosi di pari passo negli orientamenti degli studiosi e tradottosi nella giurisprudenza e nella legislazione costituzionali. Donde la difficoltà di separare con nettezza il piano delle norme poste dal legislatore, nell'esercizio del suo potere discrezionale, da quello del principio costituzionale presupposto, che esso è tenuto a svolgere. Dopo una prima fase di acquiescenza di fronte alla confusione funzionale che, per vari aspetti, segnava il codice processuale abrogato (sentenze n. 61 del 1967, n. 123 del 1970, n. 101 del 1973, in tema di procedimento penale pretorile), la giurisprudenza della Corte costituzionale si è decisamente orientata nel senso di ritenere la separazione funzionale coessenziale alla struttura stessa del processo penale, secondo i principi di parità fra accusa e difesa e di "terzietà" del giudice rispetto all'una e all'altra (sentenze n. 268 del 1986 e n. 172 del 1987, anch'esse in tema di processo penale pretorile, nonché, in generale, sentenze n. 330 del 1997 e n. 292 del 1992). Con la sentenza n. 131 del 1996, i medesimi principi assurgono a elementi costitutivi del "giusto processo", espressione che compendia la disciplina che la Costituzione detta circa i caratteri della giurisdizione e i diritti di azione e difesa in giudizio. Il processo può dirsi giusto in quanto, tra l'altro, sia assicurata l'esigenza di imparzialità del giudice: imparzialità che non è che un aspetto di quel carattere di "terzietà" che connota nell'essenziale tanto la funzione giurisdizionale quanto la posizione del giudice, distinguendola da quella degli altri soggetti pubblici, e condiziona l'effettività del diritto di azione e difesa in giudizio. Il medesimo ordine di esigenze costituzionali è alla base, poi, della giurisprudenza di questa Corte in tema di incompatibilità al giudizio, ex art. 34 cod. proc. pen. (a partire dalla sentenza n. 432 del 1995), e di astensione e ricusazione (sentenza n. 283 del 2000), per possibile pre-giudizio del giudice. Questi sviluppi hanno da ultimo trovato la loro sanzione costituzionale formale nel nuovo testo dell'art. 111 della Costituzione, posto con l'art. 1 della legge costituzionale 23 novembre 1999, n. 2: "La giurisdizione si attua mediante il giusto processo regolato dalla legge" (primo comma); "Ogni processo si svolge nel contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità, davanti a giudice terzo e imparziale" (secondo comma). 4.3. - Di fronte al quadro ordinamentale così venutosi a configurare, il rapporto tra il procedimento a carico dei ministri per i reati commessi nell'esercizio delle loro funzioni e il diritto processuale comune che si determinerebbe in base all'interpretazione adottata a suo tempo dell'art. 9, comma 4, della legge costituzionale n. 1 del 1989 e, ora, fatta propria dal giudice rimettente, comporterebbe conseguenze assolutamente singolari. Non lo erano al tempo dell'approvazione di tale legge, quando la commistione delle funzioni di pubblico ministero e di giudice non era stata ancora superata dal nuovo codice, il quale versava allora in regime di vacatio legis. Il principio della anzidetta distinzione incontrerebbe invece, oggi, in base a quell'interpretazione, una rottura evidente, in quanto l'organo che ha compiuto le indagini preliminari e ha richiesto l'autorizzazione parlamentare avendo escluso la possibilità di procedere all'archiviazione della notizia di reato sarebbe investito della celebrazione dell'udienza preliminare: dovrebbe cioè, sulla base delle risultanze delle indagini da esso stesso condotte, adottare la sentenza di non luogo a procedere o il decreto che dispone il giudizio (art. 424 cod. proc. pen.), nonché celebrare, quando ne ricorrano le condizioni, il giudizio abbreviato a norma dell'art. 438 cod. proc. pen. , ovvero applicare la pena su richiesta a norma dell'art. 444 cod. proc. pen. Una simile conseguenza - salva comunque la possibilità di una sua valutazione alla luce dei principi supremi della Costituzione (sentenza n. 1146 del 1988) - dovrebbe accettarsi solo se fosse disposta esplicitamente e inconfutabilmente da una norma di revisione della Costituzione, il che non è. 4.4. - In primo luogo, come indicazione generale, deve considerarsi che, per quanto riguarda la responsabilità penale dei ministri, la legge costituzionale n. 1 del 1989 - con l'esclusione degli artt. 1 e 2 - non è legge di revisione della Costituzione ma contiene norme per l'attuazione dell'art. 96 riformato. Ciò, già di per sé, induce a ricercare l'interpretazione che ne permetta il più facile e armonico inserimento nel quadro costituzionale vigente, tanto più in presenza dell'intento normativo, esplicito nel nuovo art. 96 della Costituzione (introdotto dall'art. 1 della legge costituzionale in questione), di valorizzare in materia il diritto processuale comune. La norma dell'art. 9, comma 4, - "L'assemblea, ove conceda l'autorizzazione, rimette gli atti al collegio di cui all'articolo 7 perché continui il procedimento secondo le norme vigenti" - deriva dall'approvazione da parte della Camera dei deputati (Atti parlamentari - Camera dei deputati - X legislatura - discussioni - seduta del 12 maggio 1988) di un emendamento sostitutivo della corrispondente norma approvata dal Senato della Repubblica: "L'assemblea, ove conceda l'autorizzazione, rimette gli atti al procuratore della Repubblica perché abbia corso il procedimento secondo le norme vigenti". L'innovazione, della cui ratio i promotori non dettero spiegazione, consiste in questo: la rimessione degli atti al collegio, anziché al procuratore della Repubblica; la "continuazione del procedimento" anziché "l'aver corso del procedimento". Nella seconda "lettura" del Senato, si levarono voci contrarie all'innovazione apportata dalla Camera dei deputati (Atti parlamentari - Senato della Repubblica - X legislatura, 132a seduta, Assemblea, 1 luglio 1988), che riprendevano una critica, già emersa nell'altra Camera, rivolta alla possibilità che - alla stregua della lettera della norma - il collegio "continui il procedimento", secondo le norme vigenti. In tal modo, si disse, si veniva a contraddire il significato generale della riforma, impostata su una deroga al diritto comune solo fino al e non oltre il momento della concessione dell'autorizzazione a procedere da parte della Camera competente. Nello stesso ordine di idee si espresse il relatore il quale, peraltro, ritenne che la criticata espressione introdotta dalla Camera dei deputati - "perché continui il procedimento" - potesse e dovesse leggersi: "perché il procedimento continui".