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Non faccio mistero di aver sempre contrastato fortemente l'autonomia differenziata, perché non può esserci vera autonomia dei territori, se non si parte da una condizione di uguaglianza, la quale, come è sotto gli occhi di tutti, è lontana dall'essersi realizzata. Il Nord e il Sud sono ancora separati da un abisso: a Bologna abbiamo i binari sotterranei per i treni ad alta velocità, che arrivano e partono ogni mezz'ora; a Matera invece c'è la stazione, ma non ci sono i treni. A parità di abitanti, ci sono 66 asili nido pubblici a Reggio Emilia e solo tre a Reggio Calabria. L'alta tecnologia, la chimica e il manifatturiero continuano ad essere dirottati al Nord, come testimoniano le ultime scelte del ministro Giorgetti. L'ambiente e la salute continuano ad essere avvelenati dalla cultura dei pesticidi, dei fanghi e degli allevamenti intensivi, che al Nord concentrano il 70 per cento della produzione. I giovani meridionali, invece, sono costretti ad emigrare, portando con sé il loro tesoro di competenze e saperi, perché al Sud è stato fatto il deserto intorno a loro. Tutti ripetono che adesso arriverà il PNRR, ma peccato che, anche con il PNRR, quel 70 per cento di risorse, che in base alle linee guida di Bruxelles sarebbe dovuto andare al Sud, è dimagrito fin quasi all'anoressia. Questa non è propriamente eguaglianza o equità e, se non ci sono queste condizioni, l'autonomia differenziata si tramuta inevitabilmente in una secessione camuffata: la secessione dei ricchi, una vera catastrofe per il Sud e per il Paese intero. Si vuole scalfire il principio di unità nazionale, sancito dalla Costituzione, e noi parlamentari non possiamo permetterlo. Se l'autonomia differenziata dovesse diventare realtà, il Veneto, la Lombardia e l'Emilia-Romagna acquisirebbero alcune competenze, stravolgendo l'assetto e il funzionamento dello Stato e svuotandone le attribuzioni. In questo modo si ridimensionerebbe la capacità delle istituzioni centrali di organizzare e gestire le politiche pubbliche in ambiti fondamentali per la vita del Paese. Non solo. Il progetto di autonomia, così come pensato oggi, prevede una riallocazione delle risorse fiscali al Nord molto più corposa, che naturalmente andrebbe a scapito del Sud. L'efficienza, il benessere e l'uguaglianza dei diritti fondamentali non possono essere beni limitati e la risposta a problematiche comuni a tutto il Paese non può essere l'attribuzione di maggiore autonomia e maggiori risorse solo ad alcuni territori, lasciando indietro gli altri. Non si può rompere il vincolo di solidarietà statuale, né cancellare il principio perequativo. Non può essere messa in discussione l'unitarietà della contrattazione nazionale. Sanità, prestazioni sociali, istruzione e formazione, lavoro e tutela dell'ambiente devono essere garantiti in tutte le Regioni attraverso una legislazione nazionale e con adeguate risorse. Definiamo prima i livelli essenziali di prestazione (LEP). Durante la pandemia la competenza regionale in tema di sanità ha mostrato tutti i suoi limiti e la lezione da trarne è che essa dovrebbe tornare in capo allo Stato. Il criterio della spesa storica non è adatto a garantire uniformità dei diritti, come dimostra lo stato esistente dei servizi pubblici. In Italia le gravi disuguaglianze nella fruizione di servizi pubblici essenziali dimostrano che la garanzia dei diritti fondamentali è completamente assente, oppure è condizionata dal territorio di residenza, con picchi di vera drammaticità nelle Regioni del Meridione d'Italia. Non si può pertanto concedere maggiore autonomia ad alcune Regioni senza aver adottato prima una legislazione nazionale che definisca leggi quadro sui principi fondamentali e garantisca in tutti gli ambiti i livelli essenziali delle prestazioni e i relativi fabbisogni standard . Quello che si cerca di fare oggi è intollerabile. Si vuole far ingoiare a forza una legge collegandola alla manovra di bilancio per liberare il percorso dai fastidiosi ostacoli frapposti dalla democrazia. Forse qualcuno deve pagare dazio ed è costretto a concedere questa benedetta autonomia differenziata, o forse alcune Regioni del Nord non hanno proprio intenzione di mandar giù il fatto che si metta finalmente mano ai LEP e che al Sud arrivi solo qualche briciola. Se ha ancora un valore la funzione che mi onoro di svolgere in quest'Assemblea insieme a tutti voi colleghi, farò tutto il possibile perché questo colpo di mano venga scongiurato. Per questo motivo, insieme ad altri colleghi senatori presenteremo un emendamento alla risoluzione di maggioranza per stralciare il disegno di legge sull'autonomia differenziata dal collegato alla manovra di bilancio. (Applausi) . PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Perosino. Ne ha facoltà. PEROSINO (FIBP-UDC) . Signor Presidente, signor Sottosegretario, onorevoli colleghi, oggi parliamo di numeri che, come abbiamo detto altre volte, sono inoppugnabili se apposti in maniera esatta. I disegni di legge del Governo collegati alla NADEF contengono ventuno riforme che dovremo approvare con il voto di fiducia o alzando la mano. Tra queste, ci sarà la famosa riforma fiscale, che nelle ultime ore ha dato qualche problema, come è giusto che sia. La spiego a modo mio. Quando, prima dell'estate, abbiamo discusso in Commissione finanze e tesoro la riforma fiscale, abbiamo audito l'ex ministro Tremonti, il quale ci ha detto di stare attenti a toccare il fisco e di farlo con cautela, essendo probabilmente sufficiente rivedere le aliquote. Io sostengo che basterebbe toccare le aliquote, perché per il resto il sistema è tutto sommato ben impostato. Ha un costo, secondo quanto sostenuto dalla Commissione, pari a 3 miliardi di euro, anche se la politica avrebbe voluto 10 miliardi per poter abbassare le tasse. Tutto avviene a debito. Io sostengo che non si può promettere nulla perché tutto quello che stiamo facendo in questi mesi, compresi il PNRR e le autorizzazioni agli scostamenti di bilancio, è a debito. Come possiamo, quindi, promettere l'abbassamento delle tasse? Nei lavori di Commissione e anche in Aula ho sempre sostenuto che la riforma del catasto è impossibile in questo momento. È pericoloso dire che si rinvia e poi si vedrà, perché ciò ha un effetto devastante sulle prospettive di crescita. E la crescita si ottiene quando ci sono ottimismo e libertà. La crescita va suscitata e sarà l'unica soluzione al miglioramento e all'aumento delle entrate, perché ogni euro di contributo genera sicuramente subito 50 centesimi di restituzione allo Stato sotto forma di tasse ed effetti benefici con il resto, secondo il principio del moltiplicatore. Ribadisco ancora quello che si è scoperto in queste ultime settimane e che io avevo detto in tempi non sospetti: l'ambiente e il green hanno qualche problema di compatibilità rispetto alla crescita. Lo stesso per quanto riguarda il costo delle materie prime: si fa lo sconto in bolletta, ma è sempre un debito. Forse bisognerebbe insistere sull'educazione ambientale non solo a scuola, ma a tutti, compresi noi stessi. Il parere dell'Ufficio parlamentare di bilancio sulla NADEF parla di fattori di rischio ed elenca i vaccini. Ci si domanda che esito avranno.