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Le sentenze esaminate, invece, mostrano come la Magistratura non tenga conto del dettato normativo neanche in presenza di redditi uguali o del tutto simili, con la conseguenza che il genitore gravato dell'assegno, dovendo anche reperire una nuova abitazione, è destinato a vivere in condizioni di povertà e non riesce a garantire ai figli una vita dignitosa. Il genitore beneficiario dell'assegno, di contro, non è oberato neanche dell'obbligo di rendicontare le spese effettuate, in ciò ponendo ampie riserve sull'effettivo utilizzo del denaro per finalità direttamente legate alla cura filiale. Risulta evidente come tale modalità sia all'origine di aspre conflittualità tra le parti; col mantenimento diretto il legislatore intendeva eliminare alla fonte tale conflittualità, introducendo un sostanziale incentivo alla responsabilità diretta di entrambi i genitori ed eliminando i compiti di cura «per delega». L'analisi complessiva del tema dell'affido condiviso, all'interno di questo disegno di legge non può prescindere da un'attenta valutazione del comportamento posto in essere dalla coppia genitoriale prima della cosiddetta udienza presidenziale. Durante il periodo concitato della separazione, la previsione di sanzioni e provvedimenti ablativi della responsabilità genitoriale può, oggettivamente, costituire un valido deterrente in grado di far assumere ai coniugi un atteggiamento di maggiore responsabilità verso i bambini. Parimenti, è necessario introdurre un deterrente contro le reciproche denunce strumentali tra coniugi, dalle quali si possono generare procedimenti che durano diversi anni. Pertanto, il legislatore non potrà più mostrare disinteresse verso la mediazione familiare, una grande risorsa professionale cui negli ultimi anni i tribunali hanno fatto riferimento con sempre maggiore frequenza, al fine di offrire un valido strumento di supporto alla coppia in via di separazione. Purtroppo, pur essendo inizialmente prevista come obbligatoria, nelle stesura finale della legge n. 54 del 2006 il ricorso alla mediazione familiare è stato ridotto ad una blanda possibilità di segnalazione, ad ostilità già iniziate. In quei Paesi (vedi l'Argentina) in cui, invece, la mediazione è stata imposta quale passaggio preliminare obbligato, si è ottenuto un aumento considerevole degli accordi consensuali. Anche il Parlamento europeo si è espresso a favore della mediazione familiare già a partire dalla sua posizione del 23 aprile 2008 in materia di mediazione al fine di facilitarne l'accesso a tutti, garantendo anche un'equilibrata relazione tra mediazione e procedimento giudiziario. Pertanto, un rafforzamento del ruolo di siffatto strumento è auspicabile, insieme alla introduzione nel nostro ordinamento di criteri e parametri oggettivi per l'accesso alla professione di mediatore familiare. L'esame dei contenuti non può, altresì, prescindere dalla previsione, in tutti i casi di aperta conflittualità, di una alternanza nei compiti di cura che, da un lato, garantisca ai figli la presenza adeguata di ciascun genitore e, dall'altro, disperda le occasioni di attrito a beneficio della serenità dei minori. Quella dell'alternanza dei figli presso ciascun genitore è questione assai delicata sia dal punto di vista scientifico, sia da quello culturale, nel senso che il secondo è una diretta conseguenza di infondate conclusioni del primo. In molti tribunali ha fatto strada la teoria, propria di una piccola schiera di psicologi, secondo cui il riequilibrio dei tempi di vita presso i domicili dei genitori avrebbe prodotto gravi scompensi nei figli. In realtà tali valutazioni non sono frutto di rigorose ricerche scientifiche elaborate sulla base di un campione significativo. Tutto il resto della letteratura, infatti, ha evidenziato i danni da domiciliazione esclusiva, così come le medesime ricerche, condotte con metodi rigorosi, hanno fatto emergere gli innegabili vantaggi della «residenza alternata» (vedi l'indagine di M. K. Pruett, R. Ebling e G.M. Insabella « Critical aspects of parenting plans for young children: Interjecting data into the debate about overnights », in Family Court Review, 42 (1), pp. 39-59, 2004). Pertanto, la proposta di adeguare il nostro Paese all'orientamento sperimentato positivamente nell'Unione europea, introducendo anche in Italia un principio di doppia residenza o domicilio (salvo diversi accordi tra le parti) oggi appare più che mai opportuna, anche per colmare una posizione di arretratezza del nostro Paese di fronte alla cultura giudiziaria degli altri Paesi del mondo occidentale, nei quali il principio di bigenitorialità viene applicato con regolarità. Una questione direttamente legata alla residenza dei figli, di frequente e costante attualità, si ravvisa nei trasferimenti unilaterali dei minori, da parte di uno dei due genitori, presso il proprio luogo di origine familiare, spesso distante centinaia di chilometri da quella che fino a pochi giorni prima era stata la casa coniugale, nonché il domicilio abituale dei figli. A ben vedere, tale comportamento, che ha finalità totalmente diverse da quelle riconducibili al mero desiderio del «ritorno alla terra natìa», è incidentalmente favorito dalle stesse radici storiche di molte famiglie italiane, i cui primi componenti, nell'immediato dopoguerra, alimentarono il movimento migratorio che, negli anni del cosiddetto « boom economico» (1955-1968), ha spinto migliaia di famiglie, provenienti da regioni ad economia semi-rurale, a trasferirsi nelle regioni con alto tasso di crescita e industrializzazione. In realtà, come evidenziato dall'altissimo tasso di conflittualità generato da queste fattispecie, giustamente definite quali vere e proprie sottrazioni alla responsabilità dell'altro genitore, lo scopo di siffatte azioni è riconducibile ad un mero allontanamento dei bambini dal genitore che, in base all'attuale modello interpretativo della Magistratura, diventa quello «non convivente». Costui, comunque costretto, per ragioni di lavoro, a mantenere la propria residenza presso il domicilio abituale, a causa di questi trasferimenti è costretto ad esercitare un ruolo genitoriale affievolito e, nella maggioranza dei casi, finisce con l'essere allontanato anche affettivamente dai propri figli. Da sottolineare che ne deriva una violazione dei diritti dei minori alla bigenitorialità, non una mera compressione dei diritti del genitore e del rispettivo ambito parentale. Non sono rari, peraltro, gli episodi di improvvisa sparizione di bambini nati da coppie di nazionalità mista, laddove l'affidamento al genitore straniero ha favorito il trasferimento coatto della prole nel suo Paese di origine. In tutti i casi, comunque, il prodotto di questo diffusissimo costume è lo sradicamento dei figli dal loro ambiente abituale, una forma di violenza che costringe il minore ad un difficile riadattamento psico-sociale, nella totale assenza di uno dei genitori. Pertanto appare opportuno introdurre, in questo disegno di legge, la previsione di un preventivo accordo tra i genitori qualora uno dei due manifesti il desiderio di trasferirsi, e il divieto di atti unilaterali a pena di provvedimenti sulla responsabilità genitoriale. Tutti questi anni di mancata applicazione della norma, inoltre, hanno consentito agli esperti della materia di concentrarsi maggiormente sulle esigenze dei figli minori, prime vittime della conflittualità che l'attuale sistema privilegia.