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Modifiche al testo unico delle leggi recanti norme per la elezione della Camera dei deputati, di cui al decreto del Presidente della Repubblica 30 marzo 1957, n.361, e al testo unico delle leggi recanti norme per l'elezione del Senato della Repubblica, di cui al decreto legislativo 20 dicembre 1993, n.533, nonché delega al Governo per la determinazione dei collegi plurinominali. Onorevoli Senatori. -- Dopo l'esito del referendum del 4 dicembre 2016 che ha mantenuto un assetto costituzionale basato sulla parità di posizione e funzioni delle due Camere elettive e alla luce della sentenza n. 35 del 2017 della Corte costituzionale sul cosiddetto Italicum , è necessario rendere più omogenei i sistemi elettorali per l'elezione della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica. Infatti, come ha ammonito la stessa Corte nella sentenza dianzi menzionata «in tale contesto, la Costituzione, se non impone al legislatore di introdurre, per i due rami del Parlamento, sistemi elettorali identici, tuttavia esige che, al fine di non compromettere il corretto funzionamento della forma di governo parlamentare, i sistemi adottati, pur se differenti, non ostacolino all'esito delle elezioni, la formazione di maggioranze parlamentari omogenee». D'altro canto, un monito a rendere i due sistemi elettorali più omogenei era stato già rivolto alle forze politiche dallo stesso Presidente della Repubblica Mattarella. In effetti, i due sistemi elettorali entrambi scaturiti da due sentenze della Corte costituzionale sono indubbiamente disomogenei per molteplici e significativi aspetti. Basta considerare che per l'elezione della Camera è prevista l'attribuzione del premio di maggioranza ma non la possibilità di formare coalizioni, mentre per l'elezione del Senato, all'inverso, è prevista la possibilità di formare coalizioni ma non l'attribuzione del premio di maggioranza. Le soglie di sbarramento sono significativamente diverse: alla Camera il 3 per cento su base nazionale, al Senato rispettivamente 1'8 per cento e il 3 per cento su base regionale, a seconda che la lista sia singola oppure faccia parte di una coalizione che supera il 20 per cento su base regionale. Alla Camera sono previsti collegi plurinominali di dimensioni limitate con capilista bloccati, multicandidature e facoltà di esprimere una doppia preferenza per candidati di sesso diverso, al Senato circoscrizioni regionali amplissime e un solo voto di preferenza. Se consideriamo, da una parte, che le due Camere hanno, ai sensi della Costituzione, basi elettorali diverse (circa 4,3 milioni di elettori tra 18 e 25 anni votano solo per la Camera dei deputati) e, dall'altra, che il nostro sistema politico si è frammentato in almeno tre poli, si può comprendere come l'obiettivo di rendere più omogenei i due sistemi elettorali diventi imprescindibile al fine di non accrescere ulteriormente il rischio di ingovernabilità e di instabilità politica. A tal fine, il presente disegno di legge riprende gran parte dei contenuti dell'atto Camera n. 4128 già presentato il 2 novembre scorso che aveva previsto l'abolizione del secondo turno di ballottaggio per quanto riguarda il sistema di elezione della Camera dei deputati. Innanzitutto, viene ora prevista la facoltà di formare coalizioni per concorrere all'attribuzione del premio di maggioranza, qualora sia superata la soglia del 40 per cento dei voti validi sul piano nazionale. La possibilità di costituire coalizioni rappresenta una scelta sistemica (al di là delle scelte politiche che ciascuna lista intenderà compiere) finalizzata a favorire, da una parte, una maggiore rappresentatività del sistema politico e, dall'altra, la stessa governabilità. Infatti, considerando la frammentazione del sistema politico, le coalizioni potrebbero rivelarsi maggiormente in grado, rispetto a singole liste, di superare la soglia del 40 per cento per conseguire il premio di maggioranza. Conseguentemente, la presente proposta di legge prevede che abbiano accesso alla ripartizione dei seggi le coalizioni di liste che ottengono, su base nazionale, almeno 1'8 per cento dei voti validi e che contengono almeno una lista che ottiene, su base nazionale, almeno il 3 per cento dei voti validi, nonché le liste non collegate che ottengono su base nazionale almeno il 3 per cento dei voti validi. Rimane immutato quanto previsto dall' Italicum per quanto riguarda le circoscrizioni elettorali e la loro suddivisione, nell'insieme, in 100 collegi plurinominali e le norme per l'equilibrio tra donne e uomini nella rappresentanza. Per quanto riguarda le norme che disciplinano la presentazione delle liste dei candidati, oltre a confermare la possibilità per i capilista di presentarsi in più collegi plurinominali, fino ad un massimo di dieci, si prevede che i candidati non capilista possano essere candidati in massimo tre collegi plurinominali della stessa circoscrizione. Si prevede poi che l'elettore possa esprimere fino ad un massimo di tre voti di preferenza, disponendo che, nel caso ne esprima più di una, debba scegliere candidati di sesso diverso, a pena di nullità della seconda e terza preferenza. Una previsione volta ad accrescere le possibilità di scelta degli elettori e a favorire la maggiore rappresentatività dei territori. Per quanto riguarda la proclamazione dei candidati capilista eletti in più di un collegio plurinominale, dopo la dichiarazione di incostituzionalità del criterio della opzione discrezionale, il presente disegno di legge raccoglie l'indicazione rivolta al legislatore dalla Corte costituzionale di sostituire il criterio residuale del sondaggio «con altra più adeguata regola, rispettosa della volontà degli elettori». Si ritiene che il criterio più adeguato e opportuno sia quello di prevedere la proclamazione, per ciascun candidato capolista che risulti eletto in più di un collegio plurinominale, nel collegio nel quale il rapporto tra la cifra elettorale di collegio della relativa lista e il numero totale di voti validi del collegio medesimo risulti minore. Infatti, prevedere un criterio basato sui voti di preferenza (cioè che il capolista candidato in più collegi sia proclamato nel collegio dove il candidato della medesima lista il quale subentrerebbe in luogo del capolista abbia riportato in percentuale meno voti di preferenza) avvantaggerebbe, di fatto, i candidati dei collegi di quelle parti del territorio nazionale che hanno notoriamente una propensione al voto di preferenza maggiore rispetto ad altre. D'altro canto, prevedere che il candidato capolista debba essere proclamato eletto nel collegio dove la rispettiva lista ha ottenuto, in percentuale, la maggiore cifra elettorale di collegio costituirebbe paradossalmente un disincentivo a conseguire voti di preferenza (che si traducono anche in voti per la lista) da parte dei candidati che possono essere eletti solo attraverso la raccolta di tali voti. Infatti, proprio il successo nel conseguimento dei voti di preferenza da parte di un candidato potrebbe determinare la proclamazione del capolista dello stesso collegio e quindi la mancata elezione di quel candidato.