[pronunce]

ORDINANZA ha pronunciato la seguentenel giudizio di legittimità costituzionale dell'articolo 1-ter, comma 13, del decreto-legge 1° luglio 2009, n. 78 (Provvedimenti anticrisi, nonché proroga di termini), convertito dalla legge 3 agosto 2009, n. 102, promosso dal Tribunale amministrativo regionale per il Friuli Venezia-Giulia nel procedimento vertente tra R.A. e l'U.T.G. - Prefettura di Udine ed altri, con ordinanza del 24 febbraio 2011, iscritta al n. 140 del registro ordinanze 2011 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 28, prima serie speciale, dell'anno 2011. Visto l'atto di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri; udito nella camera di consiglio del 18 ottobre 2011 il Giudice relatore Giuseppe Tesauro.. Ritenuto che il Tribunale amministrativo regionale per il Friuli Venezia-Giulia, con ordinanza del 24 febbraio 2011, ha sollevato, in riferimento all'articolo 3 della Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell'articolo 1-ter, comma 13, (recte: art. 1-ter, comma 13, lettera c), del decreto-legge 1° luglio 2009, n. 78 (Provvedimenti anticrisi, nonché proroga di termini), convertito dalla legge 3 agosto 2009, n. 102; che, secondo l'ordinanza di rimessione, nel giudizio principale, R.A., cittadino del Bangladesh, ha impugnato il provvedimento che ha rigettato l'istanza di regolarizzazione della propria posizione lavorativa, proposta in virtù del citato art. 1-ter, in quanto egli ha riportato una condanna per il reato di cui agli artt. 624 e 625 del codice penale, inflitta con sentenza pronunciata dal Tribunale di Roma, a seguito di applicazione della pena su richiesta ai sensi dell'articolo 444 del codice di procedura penale; che, ad avviso del TAR, le censure di violazione di legge e difetto di motivazione del provvedimento impugnato proposte dal ricorrente sarebbero infondate, poiché l'art. 1-ter, comma 13, lettera c), del decreto-legge n. 78 del 2009, convertito dalla legge n. 102 del 2009, dispone che non possono essere ammessi alla «procedura di emersione», prevista da detta norma, i lavoratori extracomunitari «che risultino condannati, anche con sentenza non definitiva, compresa quella pronunciata anche a seguito di applicazione della pena su richiesta ai sensi dell'articolo 444 del codice di procedura penale, per uno dei reati previsti dagli articoli 380 e 381 del medesimo codice», tra i quali rientra quello ascritto a R. A.; che, tuttavia, secondo il giudice a quo, siffatta disposizione violerebbe l'art. 3 Cost., nella parte in cui non consente «all'Amministrazione che istruisce il procedimento [di] valutare la gravità del reato, l'allarme sociale che lo stesso ha procurato, la condotta successiva tenuta» dal lavoratore extracomunitario e «l'attuale pericolosità» del medesimo; che il rimettente ha accolto la domanda cautelare, sino all'esito della decisione della sollevata questione di legittimità costituzionale, ritenuta rilevante, in quanto l'art. 1-ter, comma 13, lettera c), comporterebbe il rigetto del ricorso proposto nel giudizio principale; che, nel merito, secondo il TAR, la norma censurata violerebbe il suindicato parametro costituzionale ed i «principi di ragionevolezza e proporzionalità», poiché stabilisce la «medesima, grave conseguenza della non ammissione alla procedura di emersione» per i lavoratori extracomunitari i quali «hanno compiuto reati di rilevante gravità, e che generano allarme sociale», e per quelli di essi «incorsi in una sola azione disdicevole, di scarsissimo rilievo penale, e che abbiano successivamente seguito un percorso di riabilitazione o, avendo compreso il disvalore del proprio operato, abbiano in prosieguo tenuto una condotta di vita esente da mende»; che detta disposizione si porrebbe, inoltre, in contrasto con il principio di parità di trattamento (art. 3 Cost.), a causa dello «automatismo» che la connota, in quanto stabilisce un'identica disciplina per «soggetti che si sono resi colpevoli di azioni di rilevanza penale, ma profondamente diverse per gravità e intensità del dolo», avendo questa Corte affermato che la disciplina della permanenza degli stranieri nel territorio dello Stato è riservata alla discrezionalità del legislatore ordinario, il quale, tuttavia, deve rispettare «il limite della ragionevolezza e proporzionalità (sentenze n. 104 del 1969, n. 144 del 1970 e n. 62 del 1994)»; che, infine, il giudice a quo si dichiara «ben consapevole» del fatto che questioni analoghe a quella in esame, concernenti l'automatismo del diniego di rinnovo del permesso di soggiorno nel caso di commissione di determinati reati, sono state dichiarate da questa Corte inammissibili o non fondate, ma, a suo avviso, soltanto perché «la giurisprudenza (in alcuni casi) aveva fornito un'interpretazione più "morbida" della norma», ovvero perché lo stesso legislatore ordinario avrebbe «mitigato il rigore» della disciplina, escludendo, in alcune ipotesi, la possibilità di rigettare l'istanza proposta dallo straniero extracomunitario a causa dell'irrogazione di una condanna penale e prevedendo la necessità di «valutare altri ed ulteriori elementi»; che nel giudizio davanti a questa Corte è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che la questione sia dichiarata inammissibile e, comunque, infondata; che, secondo l'interveniente, questa Corte avrebbe già dichiarato inammissibili censure analoghe a quelle in esame (sentenza n. 206 del 2007; ordinanze n. 218 del 2007, n. 44 del 2006, n. 126 del 2005), affermando che la disciplina dell'ingresso e del soggiorno degli stranieri richiede il bilanciamento di una molteplicità di interessi, riservato all'ampia discrezionalità del legislatore ordinario (sentenza n. 62 del 1994), e, quindi, la questione sarebbe inammissibile, per difetto di motivazione della rilevanza, poiché il TAR avrebbe indicato «in modo generico e apodittico» gli elementi di differenziazione della fattispecie in esame da quelle già valutate dalla giurisprudenza costituzionale; che, a suo avviso, la questione sarebbe inammissibile anche perché il rimettente non avrebbe «esplorato la possibilità di pervenire a un'interpretazione delle norme impugnate conforme a Costituzione»;