[pronunce]

7.- Con ricorso notificato il 27 febbraio 2002, depositato l'8 marzo 2002 e iscritto al numero 23 del registro ricorsi del 2002, la Regione Emilia-Romagna ha denunciato anch'essa l'illegittimità costituzionale dell'art. 19, comma 1, della legge n. 448 del 2001, in riferimento agli artt. 117, 118 e 119 Cost., nonché ai principi costituzionali attinenti al rapporto tra Stato e Regioni e al principio di ragionevolezza. La ricorrente osserva che la disposizione censurata, nel vietare a province, comuni, comunità montane e relativi consorzi, che non abbiano rispettato il "patto di stabilità interno" per l'anno 2001, di procedere ad assunzioni di personale a tempo indeterminato, introduce retroattivamente a carico di detti enti una sanzione per comportamenti già tenuti, che le disposizioni legislative vigenti all'epoca non consideravano illegittimi. Peraltro, la medesima disposizione rovescia l'impostazione del "patto di stabilità interno", il quale - secondo quanto risulta dalle disposizioni che lo prevedono: art. 28 della legge 23 dicembre 1998, n. 448 (Misure di finanza pubblica per la stabilizzazione e lo sviluppo); art. 30 della legge 23 dicembre 1999, n. 488 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato - legge finanziaria 2000); art. 53 della legge 23 dicembre 2000, n. 388 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato - legge finanziaria 2001), nonché dagli atti esplicativi che le hanno accompagnate (la "Direttiva sull'applicazione del patto di stabilità interno" del 18 febbraio 1999 e la circolare del Ministero del tesoro, del bilancio e della programmazione economica numero 4 del 4 febbraio 2000) - ha "un senso programmatico", giacché "impone il raggiungimento di un risultato, ma non impone l'utilizzazione di determinati strumenti per il suo raggiungimento" (così si esprime la "Direttiva" citata). Lamenta, ancora, la ricorrente che la norma in questione non limita il divieto a quelle assunzioni che condurrebbero in ipotesi a non rispettare il patto di stabilità e non tiene in considerazione l'andamento finanziario registratosi negli anni precedenti. Inoltre, a suo avviso, la misura, che sanziona indiscriminatamente tutti gli enti che per qualsiasi ragione non abbiano rispettato il patto di stabilità, appare irragionevole, poiché, da un lato, non rappresenta uno strumento di recupero dell'obiettivo finanziario e, dall'altro, non incentiva a comportamenti "virtuosi", colpendo comportamenti già posti in essere. La ricorrente, infine, rileva che il divieto de quo mina l'efficienza amministrativa degli enti locali dell'Emilia-Romagna, ai quali sono state conferite, con la legge regionale 21 aprile 1999, n. 3 (Riforma del sistema regionale e locale), funzioni amministrative disciplinate dalla Regione. Di qui l'interesse diretto e proprio della Regione all'impugnazione, in concomitanza con "quello che le deriva dal più generale ruolo di rappresentante degli interessi generali della popolazione regionale, di responsabile del buon funzionamento complessivo del sistema locale e di naturale rappresentante del complesso degli enti locali della Regione". 7.1.- Si è costituito il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, il quale ha concluso per il rigetto del ricorso, siccome infondato. La difesa erariale osserva, quanto alle censure mosse all'art.19, comma 1, della legge n. 448 del 2001, che il "patto di stabilità interno" rappresenta un sistema articolato di indicazioni per la riduzione del disavanzo pubblico previsto ai fini del concorso delle autonomie locali al rispetto degli obblighi comunitari relativamente agli obiettivi di finanza pubblica; "la normativa impugnata trova, pertanto, la sua fonte e finalità in norme comunitarie di pari rango rispetto alle norme costituzionali secondo il dettato della Carta fondamentale". 8.- In prossimità dell'udienza pubblica le Regioni Marche, Umbria, Basilicata ed Emilia-Romagna hanno depositato memorie, per ribadire le argomentazioni svolte nei rispettivi ricorsi e per replicare alle difese dell'Avvocatura generale dello Stato. Quest'ultima pure ha depositato una propria memoria. 8.1.- Più specificamente, la Regione Marche, richiamate con riguardo all'art. 17, comma 2, della legge n. 448 del 2001, le argomentazioni del ricorso introduttivo, anche mediante riferimenti dottrinali, ha ribadito che la norma denunciata precluderebbe "al legislatore regionale la possibilità di regolare liberamente il rapporto di impiego con le amministrazioni regionali e locali", integrando, così, una lesione della competenza legislativa, piena o residuale, ex art. 117, quarto comma, Cost.; e ciò anche nell'ipotesi in cui i controlli da essa istituiti possano essere ricondotti entro la previsione di cui al comma terzo della medesima disposizione costituzionale (nella specie, «armonizzazione dei bilanci pubblici e coordinamento della finanza pubblica»). Infatti, nel caso in esame, risulterebbe comunque travalicata la misura della disciplina del solo "nucleo essenziale del contenuto normativo" (Corte cost. , sentenza n. 482 del 1995), coessenziale alla normazione di principio caratterizzata da un "livello di maggiore astrattezza" rispetto alle regole positivamente stabilite dal legislatore regionale (Corte cost. , sentenza n. 65 del 2001). Né altrimenti - anche a voler ammettere che lo Stato possa, in materia di legislazione concorrente, emanare disposizioni autoapplicative o di dettaglio - le norme in parola sembrano rivestire il necessario carattere di "cedevolezza" a causa del loro tratto limitativo immediatamente efficace sull'autonomia di spesa regionale, che, anzi, le caratterizza come disciplina di dettaglio, la quale "arriva a determinare analiticamente le procedure di controllo, affidandole unilateralmente al Governo e ai Comitati di settore", e la correlativa sanzione mediante il richiamo all'art. 40, comma 3, del d.lgs. n. 165 del 2001, il cui disposto non appare sostanzialmente mutato ad opera dell'art. 14 della legge 16 gennaio 2003, n. 3 (Disposizioni ordinamentali in materia di pubblica amministrazione). La Regione ha, quindi, richiamato le censure già formulate col parametro dell'art. 119 Cost., ribadendo che allo stato, pur in difetto di una disciplina che detti i principi di «coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario», non sarebbe consentito allo Stato prevedere norme che limitino direttamente l'autonomia regionale mediante specifiche forme di controllo a livello centrale. 8.2.- La Regione Umbria, con riguardo all'art. 17, comma 2, della legge n. 448 del 2001, ha ritenuto di essere stata fraintesa dall'Avvocatura generale dello Stato, laddove, invece, nessuna censura è fatta col parametro dell'art. 117, secondo comma, lett.