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E in tale prospettiva appare necessario che al più presto si provveda, all'interno di un quadro di riforma democraticamente condiviso con le parti sociali, a ripristinare spazi di piena agibilità per la contrattazione collettiva stessa, compressa dalle riforme dell'ultimo periodo, a partire da quella del 2009, che l'hanno relegata in ambiti di competenza assai sacrificati. Resta, infine, la disciplina generale dei rapporti di lavoro, rispetto alla quale appare corretto continuare a fissare regole uniformi per tutti gli aspetti del rapporto per i quali la presenza del datore di lavoro pubblico non incida in modo specifico sul regime legale cui devono sottostare i rapporti di lavoro, conservando per contro discipline speciali per tutti i casi in cui, invece, sia indispensabile – per effetto del vincolo costituzionale, e quindi dell'interesse pubblico a esso sotteso – l'intervento legale. Vale anche in questo caso quanto appena detto in merito alla necessità di riespandere le competenze in materia di contrattazione collettiva. Tuttavia appare opportuno che, già in occasione della riforma dei contratti di lavoro e della disciplina del rapporto di lavoro privato che si intende proporre nell'immediato, si proceda a fissare principi omogenei anche per il lavoro pubblico, pur cogliendo l'essenza della distinzione appena effettuata tramite la fissazione di regole speciali per esso. 8. – Tirando le somme dell'analisi che precede, può dirsi che la strada della totale liberalizzazione e flessibilizzazione dell'uso della forza lavoro, quantunque coniugata con sistemi rafforzati di sicurezza sociale, è solo una delle strade percorribili, ma è certo quella che appare come la meno virtuosa, in quanto risulta – come attestano i fatti davanti ai nostri occhi, e come si può dedurre dalla riflessione scientifica meno faziosa – potenzialmente foriera di sottosviluppo, di drammatica perdita di competitività economica e pericoloso smantellamento di democratica coesione sociale. E comunque, per i motivi ormai detti, la liberalizzazione e flessibilizzazione a oltranza del lavoro neanche avvantaggerebbe ma trascinerebbe verso il depauperamento e la dequalificazione gli stessi lavoratori autonomi. Non è da poco tempo, ormai, che da molte voci provenienti dal mondo scientifico, politico e sindacale, si sostiene, invece, la necessità di cambiare rotta nella definizione dei processi regolativi del mercato del lavoro, adottando modelli di intervento totalmente alternativi a quelli seguiti fino a oggi. Modelli che, senza rinnegare le esigenze di flessibilità legittimamente invocate dalle imprese per fronteggiare la concorrenza internazionale nei nuovi mercati globali, prevedano adeguato sostegno ai loro sforzi verso l'innovazione con adeguate politiche economiche e industriali, oltre che fiscali, e siano, al tempo stesso improntati alla salvaguardia dell'enorme patrimonio umano e professionale dei lavoratori, alla stabilizzazione delle esperienze lavorative anche come generale fattore di sicurezza sociale, alla equità redistributiva, al riconoscimento del sindacato come soggetto irrinunciabile per il riequilibrio dei poteri sociali ed economici fuori e dentro i luoghi di lavoro, alla valorizzazione di forme di partecipazione individuale ai successi delle imprese e collettivo-sindacale alle decisioni coinvolgenti i lavoratori occupati in esse. È all'interno di questo quadro di riferimento che potrebbe rinnovarsi il patto costituzionale tra le forze produttive messo in discussione, nell'ultimo scorcio del secolo scorso, da scelte governative ispirate in larga misura da ideologie neoliberiste, i cui assunti sono stati trasferiti con protervia e pervicacia dal mondo delle astratte teorie economiche a quello delle politiche governative, anche di colorazione pro labor . E in tale quadro di riferimento troverebbero più ragionevole collocazione esperienze di flessibilità regolativa del lavoro di cui il sindacato sarebbe sicuramente disponibile a farsi carico. È in questa prospettiva, inoltre, che dovrebbe affrontarsi un ripensamento integrale dei sistemi di protezione sociale, con il definitivo superamento di una concezione della security asservita a una rassegnata accettazione della precarietà (e della conseguente incertezza esistenziale delle nuove generazioni di lavoratori) come ineluttabile effetto della modernizzazione dei processi di produzione di beni e servizi, e con il passaggio a una moderna rete di tutele operanti a tutto campo (dalla formazione alla disoccupazione, dal sostegno alla ricerca di lavoro alla copertura dei periodi di maternità o paternità eccetera) in grado di accompagnare il lavoratore del nuovo secolo in ogni momento della propria esperienza lavorativa. Le considerazioni che precedono impongono oggi al sindacato una forte difesa e l'allargamento delle tutele conquistate con le lotte sindacali, nel corso del lungo periodo di sviluppo economico del dopoguerra, mediante l'avvio di una fase di grande impegno volto a rimettere al centro delle scelte di politica sociale ed economica, in coerenza con il dettato della nostra Costituzione, il lavoro « in tutte le sue forme e applicazioni » (articoli 4 e 35 della Costituzione) – e dunque anche nelle sue nuove modalità organizzative e con le sue nuove caratteristiche professionali – e la dignità di tutti lavoratori, cui spetta di vedersi riconosciuto « il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione [...] all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese » (articolo 3 della Costituzione). Un impegno, cioè, che miri a rilanciare le parole d'ordine di uno sviluppo economico che si fondi non sullo sfruttamento dei lavoratori, ma sul loro pieno rispetto come persone fuori e dentro i luoghi di lavoro e sulla loro valorizzazione come primaria risorsa per lo sviluppo delle imprese e dell'economia nel suo complesso; non sulla permanente precarietà ma sulla tendenziale stabilità delle relazioni di lavoro; non sull'isolamento e sulla penalizzazione dell'organizzazione sindacale, bensì sul rispettoso dialogo con essa a tutti i livelli, e sul suo sostegno nello svolgimento delle attività di rappresentanza e contrattazione di fondamento costituzionale, in quanto strumento di garanzia per gli assetti democratici del Paese. Tutto questo – è bene sottolinearlo con chiarezza – va in realtà attuato nell'interesse generale della società italiana, poiché solo attraverso riforme di questo tipo, con le quali si realizzi una responsabilizzazione delle imprese anche sul piano sociale, potrà attuarsi una vera, positiva ed equilibrata modernizzazione del sistema economico, non più abbandonato nelle spire di una competizione aggressiva e senza regole dove i più deboli vengono inesorabilmente schiacciati, ma guidato e sospinto da politiche di sviluppo economico condivise, anche a livello locale, equamente intersecate con la salvaguardia di un bilanciato modello sociale europeo. A ben vedere, anzi, questa è la condizione unica perché valga la pena ancora di scommettere sull'Unione europea. 9. – In questa prospettiva, il presente disegno di legge ripropone il testo dell'atto Camera n. 4064 già presentato nella XVII legislatura e sul quale l' iter legislativo si era interrotto alla Camera dei deputati con la nomina di un comitato ristretto. La proposta di legge a sua volta traeva origine da una proposta di iniziativa popolare, frutto di una ampia discussione tra i lavoratori e sulla quale sono state raccolte più di un milione di firme.