[pronunce]

SENTENZA ha pronunciato la seguentenel giudizio di legittimità costituzionale dell'art. 625, primo comma, numero 2), del codice penale, promosso dal Tribunale ordinario di Firenze, sezione prima penale, in composizione monocratica, nel procedimento penale a carico di M. E., con ordinanza del 3 ottobre 2022, iscritta al n. 134 del registro ordinanze 2022 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 47, prima serie speciale, dell'anno 2022. Visto l'atto di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri; udito nella camera di consiglio dell'8 novembre 2023 il Giudice relatore Stefano Petitti; deliberato nella camera di consiglio dell'8 novembre 2023.. Ritenuto in fatto Considerato in diritto 1.- Con ordinanza del 3 ottobre 2022, iscritta al n. 134 del registro ordinanze 2022, il Tribunale ordinario di Firenze, sezione prima penale, in composizione monocratica, ha sollevato questioni di legittimità costituzionale dell'art. 625, primo comma, numero 2), del codice penale - per violazione degli artt. 13, 25, secondo comma, e 27, terzo comma, della Costituzione - «nella parte in cui non richiede - per l'integrazione della circostanza aggravante della violenza sulle cose - che la cosa oggetto di violenza abbia un valore economico apprezzabile, per quanto modesto, o, in alternativa, che la violenza esplicata sia tale da comportare un pericolo per l'integrità delle persone o delle cose circostanti». Il giudice a quo riferisce di dover giudicare su un'imputazione di tentato furto aggravato da violenza sulle cose ed esposizione alla pubblica fede, in relazione ad atti di impossessamento di capi di abbigliamento esposti in un esercizio commerciale, da uno dei quali l'imputato avrebbe rimosso la placca antitaccheggio. 1.1.- Circa la rilevanza delle questioni, il Tribunale di Firenze osserva che, per costante giurisprudenza di legittimità, la manomissione del dispositivo antitaccheggio applicato sulla merce in vendita negli esercizi commerciali integra l'aggravante prevista dalla norma censurata. Non sarebbe quindi praticabile un'interpretazione costituzionalmente conforme, idonea ad adeguare la norma stessa al principio di offensività, che il rimettente considera violato in uno al finalismo rieducativo della pena. 1.2.- Circa la non manifesta infondatezza delle questioni stesse, il giudice a quo rammenta che la circostanza in questione è un'aggravante ad effetto speciale, - giunge anzi a definirla aggravante ad effetto «molto speciale» - poiché ne deriva la quadruplicazione del minimo edittale di pena detentiva del reato-base (due anni di reclusione anziché sei mesi) e il raddoppio del massimo (sei anni anziché tre), trattamento sanzionatorio che quindi «incide pesantemente sul bene fondamentale della libertà personale». Ne risulterebbe violato il principio di offensività, enucleabile dagli artt. 13 e 25, secondo comma, Cost., poiché al giudice non sarebbe consentito di apprezzare la lesività del fatto in concreto, che, nel caso dell'effrazione della placca antitaccheggio, potrebbe essere inconsistente, atteso «il valore irrisorio del citato dispositivo (al più, nell'ordine di alcuni centesimi di euro)» e «lo strumento utilizzato (una banale tronchesina)». L'aggravante in questione non rifletterebbe neppure una maggiore intensità del dolo, trattandosi di una circostanza di natura oggettiva, né potendosi comunque evincere una particolare gravità soggettiva dalla manomissione di un oggetto privo di valore. Sarebbe del pari violato l'art. 27, terzo comma, Cost., in quanto l'applicazione dell'aumento di pena per l'aggravante in questione, «a fronte della rottura di una cosa di valore irrisorio mediante una violenza minimale, determina un trattamento sanzionatorio palesemente sproporzionato e quindi impossibile da accettare come giusto da parte del reo, con conseguente ostacolo alla funzione rieducativa della pena». 1.3.- Pertanto, il rimettente chiede un «intervento manipolativo» di questa Corte, «che incida già in astratto sulla disposizione normativa, individuando espressamente nell'offesa ad un bene giuridico uno degli elementi costitutivi dell'aggravante, sì da imporre la verifica della relativa sussistenza al giudice penale chiamato ad applicare la norma». 2.- È intervenuto in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, che ha chiesto dichiararsi le questioni non fondate. L'interveniente deduce che l'aumento di pena per violenza sulle cose, con riferimento al dispositivo antitaccheggio, non intende tutelare il valore economico dell'oggetto, ma assicurare che esso possa assolvere la funzione di protezione della merce esposta; essendo il furto un reato contro il patrimonio, neppure potrebbe esigersi che, ai fini dell'aggravante in questione, dalla condotta di effrazione della placca derivi una situazione di pericolo per l'integrità delle persone o delle cose circostanti.1.- Con l'ordinanza indicata in epigrafe (reg. ord. n. 134 del 2022), il Tribunale di Firenze ha sollevato questioni di legittimità costituzionale dell'art. 625, primo comma, numero 2), cod. pen. , «nella parte in cui non richiede - per l'integrazione della circostanza aggravante della violenza sulle cose - che la cosa oggetto di violenza abbia un valore economico apprezzabile, per quanto modesto, o, in alternativa, che la violenza esplicata sia tale da comportare un pericolo per l'integrità delle persone o delle cose circostanti». La mancata previsione di questi elementi costitutivi dell'aggravante porrebbe la norma in contrasto con il principio di offensività del reato, desumibile dagli artt. 13 e 25, secondo comma, Cost., e con la finalità rieducativa della pena, sotto il profilo del difetto di proporzionalità, di cui all'art. 27, terzo comma, Cost. 1.1.- Il giudice a quo riferisce di dover giudicare su un'imputazione di tentato furto aggravato da violenza sulle cose ed esposizione alla pubblica fede, relativo all'impossessamento di un capo di abbigliamento con rimozione del dispositivo antitaccheggio mediante tronchesina. Ad avviso del rimettente, il notevole inasprimento sanzionatorio determinato dall'applicazione dell'aggravante della violenza sulle cose sarebbe ingiustificato sotto il profilo dell'offensività, atteso «il valore irrisorio del citato dispositivo», il che impedirebbe alla pena di essere percepita come giusta dall'autore del reato, e quindi di svolgere nei suoi confronti la funzione rieducativa. 1.2.- Il Tribunale di Firenze sollecita pertanto un «intervento manipolativo» di questa Corte, che subordini l'applicazione dell'aggravante in questione alla sussistenza di elementi idonei a garantire la reale offensività del fatto circostanziale (quindi, appunto, che la cosa oggetto di violenza abbia «un valore economico apprezzabile» o che la violenza esercitata su di essa comporti «un pericolo per l'integrità delle persone o delle cose circostanti»). 2.- Le questioni non sono fondate.