[pronunce]

ORDINANZA ha pronunciato la seguentenel giudizio di legittimità costituzionale dell'art. 1260, primo comma, del codice civile; degli artt. 41, comma 1, e 58, commi 2, 3 e 4, del decreto legislativo 1° settembre 1993, n. 385 (Testo unico delle leggi in materia bancaria e creditizia), e dell'art. 4, comma 1, della legge 30 aprile 1999, n. 130 (Disposizioni sulla cartolarizzazione dei crediti), promosso con ordinanza del 9 luglio 2005 dal Tribunale ordinario di Viterbo, nel procedimento civile vertente tra Ivo Lanzi e la S.G.C. s.r.l., iscritta al n. 455 del registro ordinanze 2005 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 39, prima serie speciale, dell'anno 2005. Visto l'atto di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri; udito nella camera di consiglio dell'8 febbraio 2006 il Giudice relatore Romano Vaccarella. Ritenuto che, nel corso di un giudizio di opposizione all'esecuzione, il Tribunale ordinario di Viterbo, in composizione monocratica, ha sollevato, con ordinanza del 9 luglio 2005, questioni di legittimità costituzionale: a) in riferimento agli artt. 2, 3 e 41 della Costituzione, dell'art. 1260, primo comma, del codice civile, in relazione agli articoli: 1 della legge 31 dicembre 1996, n. 675 (Tutela delle persone e di altri soggetti rispetto al trattamento dei dati personali); 2, comma 1, del decreto legislativo 30 giugno 2003, n. 196 (Codice in materia di protezione dei dati personali); 43-bis e 43-ter del d.P.R. 29 settembre 1973, n. 602 (Disposizioni sulla riscossione delle imposte sul reddito), come integrati dal d.m. 30 settembre 1997, n. 384 (Regolamento recante norme per la disciplina della cessione dei crediti d'imposta); 1262 e 1406 del codice civile; b) in riferimento agli artt. 2, 3, 41 e 111 della Costituzione, dell'art. 58, commi 2, 3 e 4, del decreto legislativo 1° settembre 1993, n. 385 (Testo unico delle leggi in materia bancaria e creditizia), e dell'art. 4, comma 1, della legge 30 aprile 1999, n. 130 (Disposizioni sulla cartolarizzazione dei crediti), in relazione agli artt. 1263 e 1264 del codice civile; c) in riferimento agli artt. 2, 3, 41 e 111 della Costituzione, dell'art. 41, comma 1, del decreto legislativo n. 385 del 1993, in relazione all'art. 479 del codice di procedura civile. che, in punto di fatto, il giudice a quo riferisce che, promossa una procedura di espropriazione presso terzi per un credito fondiario (iniziata in data 8 febbraio 2003), senza che fosse stato previamente notificato il titolo esecutivo, il debitore esecutato ha proposto opposizione all'esecuzione, deducendo la carenza di legittimazione attiva della società procedente, l'eccessività della somma pretesa per essere contra legem l'operata capitalizzazione degli interessi e l'assoluta incertezza in ordine all'effettiva entità del credito azionato; che la controparte ha contestato le deduzioni avverse, asserendo che il credito era stato ceduto dall'originaria banca creditrice ad altra società in data 30 novembre 1999, nell'ambito di una più ampia operazione di «cessione dei crediti in blocco» e di «cartolarizzazione», a norma della legge 30 aprile 1999, n. 130 (Disposizioni sulla cartolarizzazione dei crediti), e che la cessionaria aveva conferito mandato, con procura, alla società procedente per la gestione, anche giudiziale, del credito; che il giudice rimettente afferma che, attese le contrapposte argomentazioni difensive, il giudizio di opposizione all'esecuzione non può essere definito indipendentemente dalla risoluzione delle questioni di legittimità costituzionale; che, quanto alla non manifesta infondatezza, il medesimo giudice afferma, riguardo all'art. 1260, primo comma, cod. civ. , che esso, nella parte in cui prevede che la cessione del credito può aver luogo «anche senza il consenso del debitore», appare in contrasto a) con l'art. 2 Cost., in quanto determina l'impossibilità per il debitore di controllare, in qualche modo, il destino della propria posizione debitoria, non scindibile dalla condizione della persona umana; b) con l'art. 3 Cost., in quanto la norma censurata è viziata da irrazionalità e, consentendo una cessione del credito attuata ad nutum del creditore, sembra non rispettosa della direttiva che impone di rimuovere gli ostacoli di ordine economico che possono limitare di fatto la libertà e l'uguaglianza dei cittadini; c) con l'art. 41 Cost., in quanto sembra legittimare un esercizio della libertà di iniziativa economica privata non rispettoso della dignità umana, laddove il legislatore si è preoccupato, con la legge n. 675 del 1996, di prevedere «che il trattamento dei dati personali si svolga nel rispetto dei diritti, delle libertà fondamentali, nonché della dignità delle persone fisiche, con particolare riferimento alla riservatezza e all'identità personale» (art. 1), e, con il decreto legislativo n. 196 del 2003, di garantire «che il trattamento dei dati personali si svolga nel rispetto dei diritti e delle libertà fondamentali, nonché della dignità dell'interessato, con particolare riferimento alla riservatezza, all'identità personale e al diritto alla protezione dei dati personali» (art. 2); che, dunque, mentre sono tutelati i dati personali sensibili, dei quali è vietato il trattamento senza il consenso dell'interessato, non vi è alcuna tutela per la persona del debitore, «globalmente intesa come complesso inscindibile di interessi ed affetti», mentre, essendo mutato, rispetto al 1942, il contesto dei rapporti sociali ed economici, oggi, la persona del creditore, e la conseguente gestione del credito, non è affare indifferente per il debitore, che «avrà i propri buoni (o cattivi) motivi per preferire la Banca B alla Banca C»; perciò, che il credito possa essere ceduto senza il consenso del debitore a una qualunque società finanziaria «crea qualche perplessità»; che il contrasto con l'art. 3 Cost. – prosegue il giudice a quo – è evidenziato, altresì, dalla profonda differenza fra la disposizione denunciata e la normativa relativa alla cessione dei crediti verso lo Stato, in quanto gli artt. 43-bis e 43-ter del d.P.R. n. 602 del 1973 e il d.m. n. 384 del 1997 dettano precise disposizioni a cautela del debitore cedendo, determinando «una situazione non proprio compatibile con lo Stato di diritto»; che il sospetto circa l'illegittimità costituzionale dell'art. 1260 cod. civ. è, poi, rafforzato da ciò: che mentre l'art. 1406 cod. civ. prevede la cessione del contratto, «purché l'altra parte vi consenta», l'art. 1260 cod. civ.