[pronunce]

Siffatta legge non mirava a prevedere l'ipotizzata comunicazione, come risulta anche dalla mancata riproduzione dell'art. 12 della legge 25 gennaio 1962, n. 20 (Norme sui procedimenti e giudizi di accusa), che imponeva al PM di informare sempre il Presidente della Camera in caso di esercizio dell'azione penale nei confronti di un ministro. In ogni caso, conclude il PM, la ricorrente è stata «ampiamente informata in data 14 gennaio 2011, allorché la Procura della Repubblica di Milano ha trasmesso la richiesta di autorizzazione alla perquisizione di alcuni uffici» e, sotto questo profilo, il conflitto sarebbe inammissibile per carenza d'interesse ad un'informazione che comunque l'autorità giudiziaria ha fornito. 5.- Nel giudizio è intervenuto il Senato della Repubblica, chiedendo l'accoglimento del ricorso, formulando riserva di svolgere in una successiva memoria le deduzioni a conforto di tale conclusione. 6.- In prossimità dell'udienza pubblica ha depositato memoria la ricorrente, deducendo l'infondatezza dell'eccezione di inammissibilità formulata dal PM e richiamando a conforto la sentenza n. 241 del 2009. Inoltre, contesta che «l'adozione dell'apposita delibera in ordine alla ministerialità del reato da parte della Camera competente (...) presenti quella natura pregiudiziale rispetto all'elevazione di conflitto che la Procura pretende di annettervi» e sostiene che, se spetta alla Camera dei deputati esprimere la propria valutazione sul reato contestato ad un membro del Governo, ne deriva che essa «è abilitata a dolersi di quei comportamenti (...) che le precludano la possibilità di operare siffatte valutazioni con le modalità costituzionalmente previste, a prescindere dall'esito cui esse possano addivenire». La disciplina del procedimento per i reati ministeriali è caratterizzata dalla partecipazione di diversi organi, soprattutto se interpretata alla luce del principio di leale collaborazione, nella specie vulnerato a causa della mancata considerazione delle sollecitazioni alla «attivazione della procedura indicata dalla normativa costituzionale». 6.1.- Nel merito, la ricorrente ripercorre analiticamente le argomentazioni svolte nel ricorso, per ribadire che la qualificazione del reato deve scaturire dalla apposita procedura rimessa ad un organo specializzato della giustizia ordinaria, contestando che spetti al PM «l'assoluta disponibilità dell'attivazione del procedimento previsto dalla legge costituzionale n. l del 1989». A suo avviso, la sentenza n. 241 del 2009 avrebbe «riconosciuto alla Camera "il potere di valutare la natura del reato contestato al membro del Governo"» e con il conflitto in esame essa ha appunto chiesto «di preservare la possibilità di esercitare tale attribuzione» costituzionale. La mancata considerazione del contributo valutativo offerto con la delibera di restituzione della richiesta di autorizzazione alle perquisizioni domiciliari, secondo la ricorrente, sarebbe lesiva del principio di leale collaborazione, quale precisato dalla Corte, tra l'altro, nelle sentenze n. 26 del 2009 e n. 225 del 2001. Inoltre, nel decreto del GIP la questione della ministerialità del reato è stata «esplicitamente considerata, ma solo per contrastare le eccezioni sollevate dalla difesa dell'imputato», mentre gli interessi fatti valere da questa «non coincidono con quelli tutelati dall'intervento dell'organo parlamentare», «preordinato a preservare le proprie competenze costituzionali». Secondo la ricorrente, i «ripetuti apporti valutativi, nel senso del carattere ministeriale del reato», forniti con gli atti sopra indicati costituirebbero «la riprova che non spettava all'autorità giudiziaria asserire la "evidenza" del fatto (...) interdicendo in tal modo l'attivazione della procedura imposta dalla legge costituzionale n. l del l989». La negazione della sintomaticità di tali elementi svolta tardivamente dal PM nella memoria di costituzione non sarebbe idonea a confutare la tesi della Camera, mentre l'esimente costituzionale opera quando «l'inquisito abbia agito per la tutela di un interesse dello Stato costituzionalmente rilevante ovvero per il perseguimento di un preminente interesse pubblico nell'esercizio della funzione di governo», «valutazioni queste che la Camera non ha effettuato, né lo avrebbe potuto, essendo stata preclusa la sua partecipazione al procedimento di cui alla legge cost. n. l del l989». 6.2.- In relazione alla censura proposta in linea gradata, la ricorrente deduce che dalla sentenza n. 241 del 2009 sarebbe desumibile che l'obbligo di informazione non concerne il solo caso della archiviazione «sistematica» e contesta che esso sia stato adempiuto con le informazioni offerte in occasione della richiesta di autorizzazione alle perquisizioni domiciliari. 7.- Il PM, nella memoria depositata in prossimità dell'udienza pubblica, ribadisce le deduzioni sviluppate nell'atto di costituzione ed eccepisce l'inammissibilità dell'atto di intervento del Senato della Repubblica, in riferimento all'art. 25 della legge 11 marzo 1953, n. 87 (Norme sulla costituzione e sul funzionamento della Corte costituzionale), applicabile in virtù del richiamo contenuto nell'art. 37, quinto comma, di detta legge, ed all'art. 3 delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale, richiamato dall'art. 24, comma 4, delle stesse. A suo avviso, il carattere perentorio del termine di costituzione non permetterebbe di differire la formulazione delle deduzioni difensive ad un momento successivo a quello della costituzione, come accaduto nella specie, in virtù di una regola strumentale a garantire il contraddittorio fra le parti e la parità delle armi, anche per l'impossibilità di depositare memorie di replica. Secondo il PM, è da supporre che l'interveniente, «nel termine dei venti giorni dall'udienza, depositerà un'ampia memoria volta a contestare le eccezioni formulate dalla resistente», che non avrà la possibilità di produrre alcuna replica scritta a detta memoria. 8.- Il Senato della Repubblica, nella memoria depositata in prossimità dell'udienza pubblica, ha insistito per l'accoglimento del ricorso. L'interveniente, dopo avere sintetizzato la vicenda alla base del conflitto ed il contenuto del ricorso, deduce che, con tale atto, la Camera dei deputati ha posto «in chiara evidenza che, ove il tribunale dei Ministri non sia investito delle indagini», si consentirebbe al PM «di paralizzare a propria discrezione le prerogative costituzionali dell'organo parlamentare» e, quindi, in relazione a tale conflitto sussiste la propria legittimazione ad intervenire nel giudizio. 8.1.- L'interveniente contesta sia l'eccezione di inammissibilità del PM, sia l'idoneità dell'informazione offerta con la richiesta di autorizzazione alle perquisizioni domiciliari ad integrare la «garanzia assicurata dall'art. 96 Cost.». A suo avviso, PM e GIP hanno ritenuto il reato "comune", nonostante che tale qualificazione spetti al Collegio per i reati ministeriali. Inoltre, sarebbe «indefettibile ai sensi della vigente Costituzione il nesso fra potere valutativo del collegio e potere valutativo della Camera», «di guisa che il mancato pieno dispiegarsi del primo comunque incide sull'altro» (sentenza n. 403 del 1994);