[pronunce]

«A decorrere dall'anno 2002 gli organi di revisione contabile degli enti locali di cui all'articolo 2 del testo unico delle leggi sull'ordinamento degli enti locali, di cui al decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267, accertano che i documenti di programmazione del fabbisogno di personale siano improntati al rispetto del principio di riduzione complessiva della spesa di cui all'articolo 39 della legge 27 dicembre 1997, n. 449, e successive modificazioni, e che eventuali deroghe a tale principio siano analiticamente motivate». L'art. 19, comma 14, stabilisce: «Le amministrazioni pubbliche promuovono iniziative di alta formazione del proprio personale, anche ai fini dell'accesso alla dirigenza, favorendo la partecipazione dei dipendenti ai corsi di laurea, anche triennali, organizzati con l'impiego prevalente delle metodologie di formazione a distanza per finalità connesse alle attribuzioni istituzionali delle amministrazioni interessate. A tal fine, nei limiti delle ordinarie risorse finanziarie destinate all'aggiornamento e alla formazione del personale, le amministrazioni pubbliche e le relative Scuole o strutture di formazione, sentite le organizzazioni sindacali, possono anche erogare borse di studio del valore massimo corrispondente all'iscrizione ai suddetti corsi di laurea o provvedere al relativo rimborso». 6.1.- La ricorrente osserva che la materia dell'impiego presso la Regione e gli enti locali rientra nella competenza legislativa esclusiva delle Regioni, a norma dell'art. 117, quarto comma, Cost., non essendo elencata né tra le materie riservate alla legislazione esclusiva dello Stato (art. 117, secondo comma, Cost.), né tra le materie di legislazione concorrente (art. 117, terzo comma, Cost.). Conseguentemente, in tale materia lo Stato non può intromettersi, men che meno stabilendo una normativa di dettaglio, qual è quella contenuta negli articoli di legge censurati (oltretutto priva di clausola di "cedevolezza"). In particolare, la ricorrente lamenta che l'art. 16, comma 7, della legge n. 448 del 2001 incide illegittimamente sull'autonomia organizzativa regionale, laddove impone che gli oneri ivi previsti siano a carico delle amministrazioni di competenza «nell'ambito delle disponibilità dei rispettivi bilanci», con ciò precludendo la possibilità di una diversa articolazione delle disponibilità di bilancio ovvero il ricorso a nuove fonti di finanziamento. Esso, inoltre, vincola l'azione dei comitati di settore in ordine agli atti di indirizzo previsti dall'art. 47 del d.lgs. n. 165 del 2001, "perpetuando, così, la disciplina di un procedimento che, dopo la legge cost. n. 3 del 2001, non ha più alcun senso", posto che ogni Regione è totalmente autonoma nella determinazione delle procedure di contrattazione collettiva. L'art. 19 della medesima legge n. 448 del 2001, a sua volta, ai commi 1, 3, 7, 8 e 14, detta - rileva ancora la ricorrente - disposizioni ancor più analitiche, pretendendo di disciplinare aspetti essenziali del rapporto di lavoro dei dipendenti regionali e degli enti locali, senza alcun titolo di competenza costituzionale. Infatti: a) il comma 1 prevede il divieto di procedere ad assunzioni di personale a tempo indeterminato per gli enti locali che non abbiano rispettato il "patto di stabilità interno" per l'anno 2001; regola le procedure di mobilità; indica le assunzioni comunque «fatte salve»; dispone in materia di assunzioni di disabili; congela ai livelli del 2001 la spesa degli enti locali per l'assunzione di personale a tempo determinato; b) il comma 3 - che sostituisce l'ultimo periodo dell'art. 39, comma 2, della legge n. 449 del 1997 -, impone agli enti pubblici non economici (oltre che alle amministrazioni dello Stato) una riduzione di personale non inferiore all'1 per cento rispetto a quello in servizio al 31 dicembre 2002, senza prevedere alcuna disposizione di salvaguardia per le Regioni e, comunque, incidendo sulla disciplina degli enti pubblici non economici della Regione; c) il comma 7 commina la sanzione della nullità per le assunzioni effettuate in violazione delle disposizioni dello stesso art. 19; d) il comma 8 incide sull'azione e sulle competenze degli organi di revisione contabile degli enti locali; e) il comma 14, infine, disciplina le facoltà relative alla formazione del personale per tutte le «amministrazioni pubbliche», compresi, quindi, le Regioni e gli enti locali. Ad avviso della ricorrente le disposizioni impugnate violano, altresì, l'art. 118 Cost., giacché incidono sulle funzioni amministrative di autorganizzazione proprie delle Regioni, limitandone le scelte discrezionali nella regolamentazione dei rapporti col proprio personale. Osserva, poi, la ricorrente che le disposizioni censurate non potrebbero essere giustificate con riferimento al «coordinamento della finanza pubblica», che, ai sensi dell'art. 117, terzo comma, Cost., è materia di legislazione concorrente, giacché, da un lato, in tale materia lo Stato dovrebbe limitarsi a determinare i principi fondamentali, mentre ha dettato norme di dettaglio; dall'altro, il «coordinamento della finanza» è cosa diversa dalla disciplina concreta delle fattispecie. Né le medesime disposizioni censurate - prosegue la ricorrente - potrebbero trovare giustificazione nell'esigenza di rispettare gli impegni comunitari, dal momento che: a) l'attuazione di tali impegni è riservata alle Regioni, nelle materie di loro competenza, salvo il potere sostitutivo, non preventivo, dello Stato; b) l'anzidetta esigenza può e deve essere perseguita con la sola indicazione degli obiettivi, non anche con l'imposizione dei mezzi, limitando l'autonomia regionale costituzionalmente garantita. Da ciò discende - lamenta ancora la ricorrente - un ulteriore profilo di illegittimità, poiché in modo del tutto irragionevole, e, quindi, in violazione dell'art. 3 Cost., si è inciso sull'autonomia della Regione, in contrasto con la logica della vigente Costituzione, che è quella della "piena responsabilizzazione dei livelli locali di governo". Infine, la ricorrente deduce la violazione del principio di leale collaborazione, desumibile dall'art. 5 Cost. e ora anche dall'art. 11 della legge cost. n. 3 del 2001, non essendosi proceduto, nell'emanare le norme impugnate, in contraddittorio con le Regioni. 6.2.- Si è costituito il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che il ricorso sia respinto, in quanto infondato. Osserva la difesa erariale che le norme impugnate non violano i precetti costituzionali, dal momento che dettano principi in materia di armonizzazione dei bilanci pubblici e di coordinamento della finanza pubblica, secondo quanto previsto dall'art. 117 Cost. Le norme in questione, inoltre, a suo avviso, hanno lo scopo di esigere il rispetto da parte degli enti locali del "patto di stabilità interno", anche in adempimento degli impegni comunitari assunti dal nostro Paese.