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I medici assunti saranno inquadrati con qualifica dirigenziale e trattamento economico proporzionato alla prestazione lavorativa e alle attività assistenziali, con applicazione del contratto collettivo nazionale corrispondente. Per la durata del contratto di lavoro, gli specializzandi svolgeranno la formazione a tempo parziale, le cui modalità saranno definite con specifici accordi tra Regioni e università. A decorrere dalla data di conseguimento del titolo di formazione, coloro che saranno assunti con le modalità appena menzionate verranno inquadrati a tempo indeterminato nell'ambito dei ruoli della dirigenza del Servizio sanitario nazionale. Si precisa che tale assunzione sarà subordinata all'accertamento delle seguenti condizioni: adeguata programmazione dei fabbisogni di personale; indisponibilità di risorse umane interne; assenza di valide graduatorie regionali; rifiuto dell'assunzione da parte dei soggetti collocati nelle graduatorie. Da una parte del mondo accademico sono state avanzate, nei confronti di questo disposto normativo, forti critiche, accettabili nel massimo rispetto, ma non condivisibili dal momento che non vengono sovvertiti i principi della formazione specialistica; anzi, tale modalità di formazione postlaurea consentirà agli specializzandi, su base volontaria, un percorso professionalizzante che risorse e disponibilità attuali delle cliniche universitarie non sempre riescono a garantire, anche per la mancata corrispondenza alle norme di accreditamento da parte di alcune strutture di specializzazione. Inoltre, i dubbi possono essere fugati dal fatto che non vi è disparità alcuna di trattamento tra specializzandi e specialisti, se si considera che le due qualifiche professionali verranno inserite in due distinte graduatorie e che quella degli specializzandi si attiverà solo dopo l'esaurimento della prima. Per i suddetti motivi riteniamo che tutto l'impianto normativo del decreto Calabria permetterà di dare una soluzione alle diverse problematiche concernenti il personale del Servizio sanitario nazionale, innovando la materia di accesso dei medici alla medicina generale e degli specializzandi ai ruoli dirigenziali, mediante misure, emergenti e contingenti, volte ad affrontare le gravi carenze, contemperando le esigenze di regolare ed efficace funzionamento del nostro sistema sanitario con quelle di formazione e di stabilizzazione del personale medico. (Applausi dal Gruppo M5S) . PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Stabile. Ne ha facoltà. STABILE (FI-BP) . Signor Presidente, il decreto-legge Calabria è composto in sostanza da due parti. La prima si propone di affrontare l'emergenza sanitaria della Regione Calabria, anche se, a nostro avviso, fallisce del tutto l'obiettivo e non contiene misure idonee a restituire ai calabresi la sanità dignitosa che meritano: questo però verrà illustrato sicuramente più a fondo dai colleghi che seguiranno. Io vorrei invece richiamare l'attenzione sulla seconda parte del decreto-legge, quella contenente misure di carattere generale per affrontare i gravissimi disagi che in questo momento mettono in crisi il servizio sanitario pubblico, al punto da non garantire più quei valori di solidarietà e universalismo che gli sono propri. Questa seconda parte, per quanto in modo incompleto e forse anche scarsamente efficace, per alcuni aspetti va però nel senso giusto. Mi riferisco innanzitutto al fatto che rimuove il blocco delle assunzioni e quantomeno eleva il tetto di spesa per il personale della sanità, dando così una boccata di ossigeno alle situazioni di crisi che si trovano un po' in tutta Italia, soprattutto nel Meridione. In particolare, poi, affronta il grave problema della carenza di medici, a cominciare da quelli di medicina generale, peraltro con misure che andrebbero sicuramente riviste perché scarsamente meritocratiche nella formazione delle graduatorie. Viene affrontato altresì il problema della carenza di medici che lavorano nel Servizio sanitario nazionale, quindi la questione delle corsie vuote e dei concorsi che vanno deserti. Un intervento atto a far fronte a questa emergenza sarebbe quello di permettere agli specializzandi dell'ultimo anno di lavorare nel servizio sanitario pubblico. Questa misura è urgente e necessaria, perché altrimenti avremmo le corsie vuote. Vorrei togliere di mezzo alcuni dubbi e polemiche sorti in questo periodo al riguardo, intanto perché gli specializzandi verrebbero assunti solo una volta falliti tutti i tentativi di assumere gli specialisti. Poi, per quanto concerne la formazione dei medici e la qualità dell'assistenza, chi come me ha lavorato per decenni quale medico ospedaliero sa benissimo che il neospecialista, il neoassunto è quasi sempre «un semilavorato» che deve completare la propria formazione all'interno del Servizio sanitario nazionale, perché il sapere teorico dell'università, che prepara bene gli specializzandi in questo senso, deve essere integrato con il sapere pratico dell'ospedaliero. Quindi sicuramente, come già avviene per gli specialisti, anche gli specializzandi potrebbero lavorare ognuno in base alle competenze fino a quel momento acquisite. Anche la seconda parte del decreto-legge contiene però alcune importanti criticità che noi abbiamo tentato di correggere, almeno in parte, con le proposte emendative che in Commissione non sono state accolte. Mi auguro tuttavia che, di fronte a questi problemi, il Governo si impegni ad affrontare la situazione con successivi provvedimenti. È vero che il tetto di spesa per il personale viene elevato, però si prende a riferimento il 2018, anno cui molte Regioni sono arrivate a seguito di ripetuti tagli alla sanità. Quindi, si fa riferimento ad una situazione probabilmente già di carenza e insufficienza di personale e questo potrebbe vanificare in parte il provvedimento. Sui tetti di spesa c'è addirittura un paradosso per cui Regioni come la mia (Friuli-Venezia Giulia), che provvedono autonomamente al bilancio della sanità, non possono elevare il tetto di spesa. Quindi, paradossalmente, chi si trova a non gravare sul bilancio dello Stato per la sanità sarebbe costretto a mantenere l'attuale difficoltà per la posizione personale. Sulla carenza dei medici, i posti nelle scuole di specializzazione - il problema dell'imbuto formativo - sicuramente sono stati aumentati e ci si augura che aumentino ancora. Però, teniamo presente che non è sufficiente: non basta avere un numero adeguato di specialisti, ma bisogna che gli specialisti scelgano di lavorare nel servizio sanitario pubblico e che optino anche per le discipline caratterizzate da maggiore disagio e che più raramente i giovani medici scelgono, quali per esempio la medicina d'emergenza-urgenza (chi lavora in pronto soccorso). Un medico in prima assunzione riceve circa la metà dello stipendio dei colleghi dell'Europa occidentale e questo non incoraggia i giovani a lavorare nel servizio sanitario pubblico. I contratti sono fermi da anni ed è necessario rimuovere alcune norme che bloccano i fondi destinati agli stipendi dei medici, in modo da riuscire a rendere attrattivo il lavoro del servizio sanitario pubblico premiando il merito e compensando il disagio. Se non si riuscirà a fare anche tutto questo, questi provvedimenti non saranno utili e non ci dovremo meravigliare se i nostri giovani medici continueranno, come già stanno facendo, a scegliere di lavorare nella medicina privata oppure a migrare all'estero. (Applausi dal Gruppo FI-BP) . PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Abate. Ne ha facoltà. ABATE (M5S) .