[pronunce]

ORDINANZA ha pronunciato la seguentenel giudizio di legittimità costituzionale dell'art. 268, secondo comma, del codice di procedura civile, promosso con ordinanza del 14 febbraio 2003 dal Tribunale di Lodi nel procedimento civile vertente tra Cinzia Bernardelli ed altri contro Anna Bernardelli ed altri, iscritta al n. 390 del registro ordinanze 2003 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 26, prima serie speciale, dell'anno 2003. Visti gli atti di costituzione di Cinzia Bernardelli ed altri, di Carlo Giovanni Telli e di Carlo Barbiano di Belgiojoso, nonché l'atto d'intervento del Presidente del Consiglio dei ministri; udito nell'udienza pubblica del 19 aprile 2005 il Giudice relatore Franco Bile; uditi l'avvocato Barbara Piccini per Carlo Giovanni Telli e l'avvocato dello Stato Giorgio D'Amato per il Presidente del consiglio dei ministri. Ritenuto che il Tribunale di Lodi, con ordinanza emessa il 14 febbraio 2003, ha sollevato – in riferimento agli artt. 3, 24 e 111 della Costituzione – tre questioni di legittimità costituzionale dell'art. 268, secondo comma, del codice di procedura civile, ai sensi del quale il terzo che interviene in giudizio (salvo che comparisca volontariamente per l'integrazione necessaria del contraddittorio) non può compiere atti che al momento dell'intervento non sono più consentiti ad alcuna parte; che l'ordinanza è stata resa in un giudizio civile di accertamento dell'acquisto della proprietà di un bene immobile per usucapione ultraventennale, promosso dagli attori nei confronti degli intestatari del bene nel quale – successivamente all'ammissione della prova per testi e dell'interrogatorio formale dei convenuti e prima dell'udienza fissata per l'assunzione – un terzo era intervenuto volontariamente, chiedendo, previo rigetto della domanda, l'accertamento del suo diritto di proprietà esclusiva sul bene; che il rimettente rileva che, in base alla lettera del primo comma dell'art. 268 cod. proc. civ. , l'intervento principale o litisconsortile (e non solo quello adesivo dipendente) è ammissibile fino al momento della precisazione delle conclusioni; che tuttavia, ai sensi dell'impugnato secondo comma, «il terzo non può compiere atti che al momento dell'intervento non sono più consentiti ad alcuna parte», per cui deve accettare il processo nello stato in cui si trova, subendo le preclusioni connesse funzionalmente alle fasi di sviluppo del procedimento; che tale interpretazione è accolta anche dalla Corte di cassazione, secondo la quale, ove l'intervento abbia luogo dopo il maturare delle preclusioni probatorie, il terzo può proporre le sue domande, ma non può provare i fatti posti a fondamento di esse; che, per il rimettente, questa interpretazione è lesiva dell'art. 24 della Costituzione, che consente il diritto di agire in giudizio avvalendosi del diritto alla prova, e dell'art. 111 Cost., secondo cui il «processo si svolge nel contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità»; che tale orientamento giurisprudenziale, mortificando il favore per il processo cumulativo da cui il sistema processuale è permeato, violerebbe altresì l'art. 3 Cost., per irragionevolezza rispetto agli artt. 274, 344 e 404 cod. proc. civ. che consentono al terzo di proporre (anche in appello o con opposizione di terzo, e senza limiti probatori) la medesima domanda che potrebbe proporre con l'intervento in primo grado; che peraltro siffatta lesione del diritto di difesa non riguarderebbe soltanto l'interventore ma anche le parti originarie del processo, che assumono rispetto alla domanda svolta dal terzo la condizione sostanziale di convenuti ai quali, quindi, dovrebbero essere riconosciuti adeguati strumenti processuali per contrastare, almeno sotto il profilo probatorio, la domanda proposta nei loro confronti; che quindi il rimettente solleva – in riferimento ai parametri indicati – una prima questione di legittimità costituzionale dell'art. 268, secondo comma, cod. proc. civ. , «nella parte in cui non consente alle parti [tutte], in caso di intervento di terzo principale o litisconsortile, successivo allo scadere dei termini di cui all'articolo 184 cod. proc. civ. , di depositare documenti e indicare nuovi mezzi di prova rispetto alla domanda formulata con l'atto di intervento»; che il rimettente solleva poi una seconda questione, notando che – se il terzo interviene dopo la scadenza del termine per la costituzione del convenuto – le parti originarie non possono proporre domande ed eccezioni conseguenti all'intervento, o precisare o modificare domande, eccezioni e conclusioni già proposte, con conseguente alterazione del principio della parità delle parti nel processo, a tutto vantaggio del terzo medesimo; che pertanto la norma in esame è censurata – in riferimento agli stessi parametri – anche «nella parte in cui in caso di intervento volontario principale o litisconsortile non attribuisce al giudice il potere dovere di fissare, con il rispetto del termine di cui all'art. 163-bis cod. proc. civ. , una nuova udienza, non meno di venti giorni prima della quale le parti originarie potranno depositare memoria e di disporre che sia notificato a queste ultime il provvedimento di fissazione»; che infine – in via formalmente qualificata come subordinata – il giudice rimettente, al fine di ovviare agli indicati vizi di incostituzionalità, chiede alla Corte una pronuncia che estenda all'ipotesi in esame la disciplina posta dall'art. 269, quinto comma, cod. proc. civ. , per la fattispecie sostanzialmente analoga della chiamata in causa del terzo chiesta al giudice dall'attore a seguito delle difese svolte dal convenuto; e pertanto solleva – sempre in riferimento agli evocati parametri – questione di legittimità costituzionale dell'art. 268, secondo comma, cod. proc. civ. , «nella parte in cui non prevede che, ferme per le parti le preclusioni ricollegate alla prima udienza di trattazione, il termine eventuale di cui all'ultimo comma dell'art. 183 è fissato dal giudice istruttore nella udienza di comparizione del terzo, e i termini di cui all'art. 184 decorrono con riferimento alla udienza successiva a quella di comparizione»; che gli attori del giudizio a quo si sono costituiti chiedendo che le questioni siano dichiarate manifestamente infondate; che si sono costituiti altresì uno dei convenuti nel giudizio a quo ed il terzo interventore, rimettendosi entrambi al giudizio della Corte, pur se, in una memoria depositata nell'imminenza dell'udienza, l'interventore ha sostenuto la fondatezza della questione ove la norma sia interpretata come fa il rimettente; che è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, concludendo per l'inammissibilità o la manifesta infondatezza delle sollevate questioni. Considerato che il rimettente – sul rilievo che il sistema processuale civile è permeato dal favore per il processo cumulativo – ritiene che l'applicazione all'interventore della disciplina delle preclusioni sancita dal secondo comma della norma impugnata determinerebbe il pericolo di una sostanziale “abrogazione” dell'intervento principale, che pure il primo comma dello stesso art. 268 del codice di procedura civile dispone possa «avere luogo sino a che non vengano precisate le conclusioni»;