[pronunce]

L'erogazione statale diretta, invero, è consentita solo se si tratta di flussi aggiuntivi rispetto a quelli ordinari, in quanto legati a situazioni di emergenza di carattere eccezionale e temporaneo (sentenza n. 476 del 1991), in considerazione della posizione di centralità che alle regioni compete. Alla stessa stregua risulterebbe l'irragionevolezza del riparto per settori regolato nel d.P.C.m. , su cui si ripropongono le censure già svolte nel ricorso introduttivo. La ricorrente ritorna, altresì, sul motivo con cui si è denunciato, nei confronti della Presidenza del Consiglio, l'esercizio di un'illegittima funzione statale di indirizzo e di coordinamento in carenza dei necessari presupposti, mediante l'indicazione delle priorità cui devono attenersi le amministrazioni pubbliche per la predisposizione dei progetti. Siffatta funzione, invero, mancherebbe sia del requisito formale, consistente nella delibera del Consiglio dei ministri, sia del requisito sostanziale, consistente nel riscontro di una base legislativa idonea a garantire il principio di legalità sostanziale. Anche nel merito, del resto, secondo la ricorrente i vincoli imposti alle regioni sarebbero irragionevoli. La Regione Lombardia, infine, ribadisce i motivi esposti nei confronti degli artt. 6 e 7 del d.P.C.m.1. - Il ricorso per conflitto di attribuzione proposto dalla Regione Lombardia nei confronti del Presidente del Consiglio dei ministri ha per oggetto il d.P.C.m. 19 ottobre 1998, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale 4 dicembre 1998, n. 284, recante "Definizione dei criteri e delle modalità di ripartizione delle risorse del fondo nazionale di intervento per la lotta alla droga per gli esercizi finanziari 1997 e 1998". Si deduce anzitutto come motivo del ricorso la circostanza legata alla mancata acquisizione del prescritto parere delle regioni attraverso l'audizione della Conferenza Stato-regioni. Inoltre si rappresenta che, se il decreto fosse da configurarsi come atto di indirizzo e coordinamento, sarebbe anche carente la delibera del Consiglio dei ministri. Infine, le disposizioni di tale decreto, anche in contrasto con le previsioni della legge statale, avrebbero operato una illegittima invasione delle competenze costituzionali della regione in materia di "beneficenza pubblica e assistenza sanitaria e ospedaliera", in violazione degli artt. 3, 5, 32, 97, 117, 118 e 119 della Costituzione, con riferimento anche all'art. 127, comma 3, del d.P.R. n. 309 del 1990, al d.lgs. 28 agosto 1997, n. 281 e al d.lgs. 31 marzo 1998, n. 112. 2. - Preliminarmente deve essere esaminato il motivo del ricorso con cui, rilevandosi che nelle premesse del decreto risulterebbe acquisito il parere della Conferenza Stato-città ed autonomie locali, si deduce, tra l'altro, che sarebbe mancata la consultazione delle regioni, attraverso la Conferenza Stato-regioni o della Conferenza unificata, nonostante la materia rientrasse nel settore della "beneficenza pubblica ed assistenza sanitaria edospedaliera". Infatti, il motivo coinvolge l'intero decreto, tenuto conto anche dell'invocata previsione normativa dell'art. 133 del d.lgs. 31 marzo 1998, n. 112, che, integrando "l'art. 59, comma 46, penultima proposizione" della legge 27 dicembre 1997, n. 449, prescrive che, ai fini della ripartizione annuale delle risorse finanziarie affluite al fondo, sia sentita anche "la Conferenza unificata di cui al decreto legislativo 28 agosto 1997, n. 281". In realtà, sia in sede di discussione in udienza, sia dalla documentazione acquisita dalle parti è risultato che lo schema del decreto impugnato è stato effettivamente sottoposto al preventivo esame della Conferenza unificata, che, il 30 luglio 1998, con l'assenso del Governo, ha espresso parere favorevole sul predetto schema, con allegazione di alcuni emendamenti, che risultano essere stati concordati in pari data. Ed il parere è stato espresso all'unanimità e senza che risultino dissensi nell'ambito dei due gruppi delle autonomie che compongono la Conferenza unificata, in modo che non ricorreva neppure l'esigenza sussidiaria di operatività del principio maggioritario nell'ambito di ciascun gruppo, come previsto dall'art. 9, comma 4, del d.lgs n. 281 del 1997 (v. sentenza n. 408 del 1998). Si deve, tuttavia, avvertire fin da adesso che lo schema sul quale la Conferenza unificata si è pronunciata non comprendeva l'attuale art. 4: il contenuto di esso non trova alcun riscontro nell'originario articolato, né risulta collegato a modifiche concordate in sede di Conferenza. Ferma quest'ultima riserva, su cui si tornerà tra breve, la necessità dell'intervento della Conferenza unificata non può essere posta in discussione, sia perché espressamente prevista dal testo allora vigente dell'art. 59, comma 46, della legge 27 dicembre 1997, n. 449 (con le modifiche introdotte dall'art. 133, comma 4, del d.lgs. 31 marzo 1998, n. 112), sia perché ricorrono "materie e compiti di interesse comune delle regioni, delle province, dei comuni e delle comunità montane" e "argomenti di interesse comune vuoi delle regioni, vuoi degli enti locali". Di conseguenza, deve ritenersi privo di fondamento - per questa parte - il primo motivo di ricorso, per difetto del presupposto di fatto, in quanto risulta essere stato preventivamente acquisito il parere della Conferenza unificata. Un discorso separato, invece, merita l'attuale art. 4 del d.P.C.m. impugnato, per il quale si è rilevato il difetto assoluto della richiesta di parere e della sottoposizione all'esame della Conferenza. nel contempo, l'atto impugnato, per la parte che qui interessa, dev'essere considerato come atto amministrativo a contenuto generale, che trova la sua base normativa nella previsione di ripartizione annuale delle risorse ed assume per oggetto la predeterminazione dei criteri di ripartizione e delle relative modalità attuative. Deve, infatti, escludersi - sempre per questa parte - il carattere di atto di indirizzo e di coordinamento del decreto, poiché esso riguarda una ripartizione di fondi speciali statali destinati ad esigenze straordinarie e unitarie sul piano nazionale, senza incidere direttamente sulle ordinarie competenze e funzioni regionali nella materia dell'assistenza e dei servizi sociali. Anche per tale profilo una soluzione differente dovrà invece proporsi con riferimento all'art. 4 dell'attuale d.P.C.m. impugnato, che, attraverso la previsione di priorità tassative, presenta un contenuto precettivo e vincolante sull'azione regionale e comunale. 3. - Si passa così all'esame delle censure relative all'art. 4 del d.P.C.m. 19 ottobre 1998. Risulta dalle predette considerazioni la fondatezza - per questa parte - del primo e quarto motivo di ricorso.