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Regime giuridico delle valli da pesca della laguna di Venezia e della laguna di Marano-Grado. Onorevoli Senatori. -- L'oggetto del presente disegno di legge ha costituito, per decenni, motivo di contenzioso giudiziario civile, amministrativo e penale. Di recente, il 16 febbraio 2011, sono intervenute per dirimere la questione persino le Sezioni unite civili, della Corte di cassazione, dettando princìpi chiari e, si spera, finalmente risolutivi. Della materia si è già interessata, nel corso della XVI legislatura, la Commissione agricoltura e produzione agroalimentare del Senato, che, prendendo atto della citata sentenza di Cassazione, ha accolto la proposta formulata in commissione di un testo-base condiviso, sul quale però non ha avuto modo di votare. Ora, il presente disegno di legge si propone di definire normativamente il regime giuridico, che è di appartenenza al demanio marittimo, delle valli da pesca della laguna di Venezia, attraverso l'interpretazione autentica di alcuni articoli della legge 5 marzo 1963, n. 366, recante nuove norme relative alle lagune di Venezia e di Marano-Grado, dell'articolo 28 del codice della navigazione e dell'articolo 822 del codice civile, nelle parti che interessano tali bacini acquei. Il disegno di legge si pone da un lato nell'alveo dei princìpi fondamentali del nostro sistema giuridico in tema di proprietà pubblica della laguna di Venezia, come tale originaria, inalienabile e imprescrittibile, delle acque e delle sue pertinenze (tali sono gli argini, ai sensi dell'articolo 22 della legge n. 366 del 1963), nella sua unitarietà comprensiva delle valli da pesca, che coprono oltre un quarto della sua superficie, e nell'ambito del preminente interesse nazionale alla sua salvaguardia, ai sensi delle leggi vigenti. La sdemanializzazione può avvenire solo con formale atto (articolo 35 del codice della navigazione) che ha natura costitutiva. Naturalmente mai nessuno potrà affermare che non vi siano nella laguna di Venezia proprietà private: possono esserlo terreni ed edifici situati su terre emerse (le isole e la stessa città di Venezia). Altro sono le valli, cioè bacini con acque salse o salmastre (e barene, cioè fondali emergenti soggetti alla marea) comunicanti anche sporadicamente con altre parti della laguna e quindi con il mare, ed anche se i flussi d'acqua sono regolati artificialmente con chiaviche o altro. Dall'altro lato, il disegno di legge vuol rappresentare un continuum legislativo che parte dalla legislazione veneta anteriore alla caduta della Serenissima Repubblica di Venezia, attraversa il periodo napoleonico, trova sistemazione organica nella legislazione austriaca e, senza soluzione di continuità, nelle leggi dello Stato italiano unitario, sia prima dei ventennio fascista, sia nel corso del medesimo, sia nell'Italia repubblicana. La conterminazione lagunare scaturì da un provvedimento della Repubblica di Venezia negli ultimi anni della sua vita: rilevazione del 1763 dell'ingegner Angelo Emo e posa in opera nel 1783 di 100 cippi in pietra, che ancor oggi vediamo. La Repubblica non mancò mai di opporsi alle usurpazioni ed alle chiusure abusive delle valli da pesca, e di revocare presunte alienazioni, del che vi è documentazione risalente ai secoli XIV e XV. Nel 1841 venne emanato il regolamento austriaco per la laguna di Venezia, che rappresenta il punto di cerniera tra gli antichi regimi giuridici, invero pragmatici, e quelli nuovi, fondati sui princìpi che ancor oggi ci governano. Nel definire la laguna come un bacino racchiuso nella linea di demarcazione individuata dalla Repubblica di Venezia, il regolamento afferma a chiare lettere, per quel che qui interessa (paragrafo 54) che nessun privato può esercitare esclusivamente la pesca in valle «appartenendo originariamente i bacini della laguna allo Stato come fondo pubblico». La stessa linea di conterminazione fu confermata nel Regno d'Italia col solo arretramento e posa di 38 nuovi cippi a seguito dei regi decreti-legge 23 marzo 1924, n. 818, e 9 maggio 1926, n. 1352 (bonifica di bacini alluvionati dal Brenta e di Ca'Deriva). Ciò che rileva specialmente in tali norme è il richiamo esplicito al regolamento austriaco: «Visto il regolamento legislativo per la laguna di Venezia in data 20 dicembre 1841» è il primo ed unico richiamo del regio decreto-legge n. 818 del 1924. E d'altronde la Corte di cassazione sia di Firenze che di Roma (tra il 1892 ed il 1906) aveva esplicitamente e ripetutamente interpretato come norme vigenti quelle del regolamento austriaco del 1841, affermando la demanialità della laguna di Venezia. Conferma legislativa è venuta poi ancora dal regio decreto-legge 18 giugno 1936, n. 1853, che nel preambolo afferma: «visto il vigente regolamento 20 dicembre 1841 per impedire i danni recati alla laguna di Venezia, approvato dal Governo dell'ex Impero austro-ungarico», aggiorna detto regolamento e detta le norme che poi culmineranno nella vigente legge 5 marzo 1963, n. 366, recante nuove norme relative alle lagune di Venezia e di Marano-Grado. L'articolo 1 di questa legge conferma che la laguna di Venezia è costituita dal bacino demaniale marittimo di acqua salsa che va dalla foce del Sile alla foce del Brenta, tra mare e terraferma. Se ne conclude che secolare legislazione riconosce pubbliche le valli da pesca, prima «beni de comun», poi «fondi pubblici», oggi bacini demaniali marittimi. Comunque soggetti ad utilizzo da parte dei privati solo dietro concessione. Ciò è tanto più vero, se si tien mente che anche nel ventennio fascista si ebbe la precisa definizione di costoro quali «utenti delle valli da pesca» e mai come proprietari: la legge 31 ottobre 1942, n. 1471, recante provvidenze per le valli da pesca della laguna veneta così ripetutamente li definisce. Si arriva, quanto alla conterminazione lagunare, al decreto del Ministero dei lavori pubblici 9 febbraio 1990, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 44 del 22 febbraio 1990, recante modificazione al tracciato della linea di conterminazione della laguna di Venezia, che approva il nuovo tracciato ai sensi e per gli effetti dell'articolo 2 della legge 5 marzo 1963, n. 366: che coincide pressoché totalmente con quello della Repubblica di Venezia, con le poche modificazioni successive di cui si è detto. Oltre ad inserirsi nell'alveo, come visto, dei princìpi fondamentali del nostro sistema giuridico e della legislazione sulla laguna di Venezia, il presente disegno di legge tiene conto della giurisprudenza che, specie negli ultimi decenni e fino a questi giorni, ha confermato la demanialità delle valli da pesca. Se nessuno discute in teoria delle demanialità della laguna, in pratica alcuni la disconoscono, nel tentativo di supportare il perpetuarsi di occupazioni abusive da parte di privati di aree lagunari pari a circa un quarto della stessa; con l'utilizzo a fini economici privati, senza concessione né canone, delle risorse della laguna.