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Accord entre l'Italie et la Grece pour le reglement definitif des questions decoulant des clauses economiques du Traitè de paix entre les Puissances Alliees et l'Italie, demcurees en suspeus entre les deux Pays. Parte di provvedimento in formato grafico ANNEXE 2 LA COMMISSIONE DI CONCILIAZIONE ITALO-GRECA composta dei signori: Avv. Antonio SORRENTINO, Rappresentante del Governo italiano, Dr. M. Iasson STAVROPOULOS, Rappresentante del Governo Greco, ha emanato la seguente decisione nella controversia tra IL GOVERNO GRECO, rappresentato dal suo Agente sig. A. COVAIOS e IL GOVERNO ITALIANO, rappresentato dal suo Agente, sig. Francesco AGRÒ, Vista la domanda presentata dall'Agente del Governo Greco in data 23 giugno 1953, avente per oggetto la interpretazione di taluni punti dell'art. 78 del Trattato di Pace di Parigi tra le Potenze Alleate ed Associate e l'Italia; Viste le memorie presentate dagli Agenti dei due Governi; Visto l'art. 83 dell'anzidetto Trattato di Pace; Ritenuto che il Governo Greco ha chiesto alla Commissione di Conciliazione di pronunciarsi sul punto se alcune categorie di danni, che saranno più avanti specificate, siano comprese fra quelle che, ai sensi dell'art. 78 del Trattato di Pace, danno diritto ad indennità; Che la domanda è presentata esclusivamente allo scopo di facilitare la ripartizione fra gli interessati, ad opera degli organi che saranno all'uopo incaricati dal Governo Greco, dell'indennità forfettaria stabilita fra i due Governi, restando bene inteso che la decisione che intervenga, qualunque essa sia, non potrà in alcun caso dar luogo alla revisione della clausola dell'Accordo per la quale la somma forfettaria è stabilita a tre miliardi di lire; Considerato che i due Rappresentanti hanno raggiunto un accordo sui punti seguenti: 1. - L'art. 78 del Trattato di Pace si riferisce, nel suo complesso e nelle singole disposizioni, sia per quanto riguarda l'obbligo principale di restituzione sia per ciò che concerne l'obbligo sostitutivo del risarcimento, ai beni, diritti ed interessi dei cittadini delle Nazioni Unite in Italia, nella quale pur ampia espressione non possono ricomprendersi la salute, la integrità fisica e la vita dei cittadini stessi. È vero che anche la salute, la integrità fisica e la vita degli individui vengono qualificate come "beni", ma ciò nel linguaggio comune; essi non rientrano certamente nel concetto giuridico di "cosa" quall'è assunto dall'articolo 78. Ad eliminare ogni dubbio al riguardo valga la seguente considerazione: l'obbligo dei risarcimento del danno stabilito dal par. 4 a) (e quindi dal par. 4 d) - dell'art. 78, come risulta anche dal raffronto con il par. 1, è stabilito in maniera sussidiaria in sostituzione dell'obbligo, facente carico al Governo italiano, della restituzione e della rimessa in ottimo stato; ora questi concetti non possono riferirsi se non a beni o diritti, vale a dire a cose nel senso tecnico e mai alla salute ed alla vita delle persone. Di conseguenza, la Commissione ritiene che nell'obbligo del risarcimento del danno, stabilito dall'art. 78 non rientrino i danni alla salute ed alla integrità fisica delle persone. Per le medesime ragioni non sono risarcibili i danni morali, che non implicano la perdita di alcun bene, diritto ed interesse. 2. - Altro titolo di domanda concerne i danni subiti dalle persone di nazionalità italiana deportate in Italia dai territori ceduti alla Grecia in base al Trattato di Pace (Dodecanneso). La Commissione è concorde nel constatare in linea di principio: a) che le misure di polizia previste dall'ordinaria legislazione interna italiana ed adottate dall'Italia durante la guerra nei confronti dei suoi cittadini, non danno luogo all'attribuzione ai colpiti della qualificazione di cittadini delle Nazioni Unite ai sensi del par. 9 dell'art. 78; b) che tale qualificazione può derivare solo quando le misure siano state basate sulla legislazione di guerra e siano identiche a quelle adottate nei confronti dei cittadini allora nemici. È quindi una questione di fatto, da valutarsi caso per caso, quella di accertare concretamente di qual genere sia stata la misura adottata e farne poi derivare le conseguenze a norma dei principi come sopra fissati. 3. - La Commissione ritiene altresì che l'art. 78 non abbia posto a carico dell'Italia l'obbligo del risarcimento dei danni per lucro cessante. Ove la perdita del guadagno derivi da misure discriminatorie adottate dal Governo italiano, l'esclusione dell'indennizzo per il "manque à gagner" è stabilita espressamente dal par. 4 d). Un'esclusione espressa nel pur. 4 a) non era necessaria: quando si stabilisce che l'indennizzo debba corrispondere ai due terzi della somma necessaria per l'acquisto di un bene equivalente, è, senza possibilità di dubbio, scolpito il concetto che il risarcimento concerne soltanto il danno emergente. Ciò senza dire che apparirebbe quanto mai illogico se la responsabilità dell'Italia fosse stata stabilita in misura più grave quando il danno deriva da un fatto di guerra, cioè da un fatto obbiettivo, e meno grave per i danni prodotti da misure discriminatorie adottate dal Governo italiano, nel qual caso è pacifico non esista la responsabilità per il mancato guadagno. 4. - Quanto sopra si è detto a proposito della non risarcibilità del mancato guadagno, vale ad escludere ogni indennizzo ex art. 78 per il caso di salari non pagati per effetto di misure restrittive della libertà personale. 5. - Non sono nemmeno compresi nella previsione dell'art. 78 del Trattato di Pace i danni derivanti dalla svalutazione monetaria. A prescindere dal fatto che il Trattato stesso non abbandona il principio nominatistico della moneta, appare decisiva la seguente considerazione: la svalutazione monetaria non è conseguente a specifici fatti di guerra, ma al fenomeno guerra considerato nel suo complesso. Ora l'art. 78 - ed il principio è stato riconosciuto in altre decisioni internazionali (v. dec. sul caso PERTUSOLA della Commissione di conciliazione italo-francese, integrata dal Terzo Arbitro) - concerne i danni derivanti da azioni di guerra, cioè quelli che nelle legislazioni interne sono considerati danni di guerra veri e propri, e non i danni derivanti dalla congiuntura economica conseguente alla guerra. 6. - Definito il risarcimento dei danni ex art. 78 come sopra si è detto, non è dubbio che esso non possa ricomprendere le spese di mantenimento dei deportati in Italia, in quanto nessuna parte dell'anzidetto articolo ne impone all'Italia - direttamente o indirettamente - il rimborso. Ciò esime dal considerare (così in questo caso come nell'altro della perdita dei salari avanti esaminato) la questione pregiudiziale, se tali deportati abbiano titolo ad avvalersi dell'art. 78, secondo quanto si è detto, sopra al n. 2. Considerato che peraltro la Commissione non si è messa d'accordo sui punti seguenti: A) PERDITA DELLA CLIENTELA In tal caso, secondo l'Arbitro italiano, si è fuori dell'ipotesi prevista dal par. 4 a), che, come si è visto, contempla i danni materiali apportati alla cosa.