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Disposizioni in materia di corruzione, voto di scambio, falso in bilancio e riciclaggio. Onorevoli Senatori. -- La lotta alla corruzione è diventata una priorità nelle agende politiche internazionali, anche per effetto della profonda crisi che coinvolge le più avanzate economie mondiali: il diffondersi delle prassi corruttive, minando la fiducia dei mercati e delle imprese, determina, tra i suoi molteplici effetti, una perdita di competitività per i Paesi. Il raffronto tra i dati giudiziari (denunce e condanne) e quelli relativi alla percezione del fenomeno corruttivo evidenzia un rapporto inversamente proporzionale tra corruzione «praticata» e corruzione «denunciata e sanzionata»: mentre la seconda si è in modo robusto ridimensionata negli ultimi venti anni, la prima è ampiamente lievitata, come dimostrano i dati sul Corruption Perception Index di Transparency International , le cui ultime rilevazioni -- rese note lo scorso 5 dicembre -- posizionano l’Italia al 72º posto (a pari merito con la Bosnia) su 178 Paesi valutati, con un peggioramento rispetto alla precedente rilevazione, che ci vedeva al 69º posto (a pari merito con il Ghana e la Macedonia), con ciò riscontrandosi un progressivo aggravamento della corruzione percepita negli ultimi anni. Analoga tendenza registra la Banca mondiale, attraverso le ultime rilevazioni del Rating of control of corruption (RCC), che collocano l’Italia agli ultimi posti in Europa e con un trend che evidenzia un costante peggioramento negli ultimi decenni. I costi, anche solo percepiti, del fenomeno corruttivo sono enormi: -- quelli «economici» sono stati stimati dalla Corte dei conti (nella relazione del procuratore generale aggiunto per l’inaugurazione dell’anno giudiziario 2012) in circa 60 miliardi di euro; -- particolarmente pesante, poi, è l’impatto di questi costi sulla crescita del Paese, perché la corruzione diffusa altera, innanzi tutto, la libera concorrenza e favorisce la concentrazione della ricchezza in capo a coloro che accettano e beneficiano del mercato della tangente a scapito di coloro che invece si rifiutano di accettarne le condizioni; -- la sola discesa nella classifica di percezione della corruzione provoca la perdita del 16 per cento degli investimenti dall’estero; -- le imprese che operano in un contesto corrotto e che devono pagare tangenti crescono in media quasi del 25 per cento in meno di quelle che non devono affrontare tale problema; mentre le piccole imprese hanno un tasso di crescita delle vendite di oltre il 40 per cento inferiore rispetto a quelle grandi; -- vi sono, poi, i costi indiretti, di non agevole quantificazione economica, ma ugualmente rilevanti, quali quelli derivanti dai ritardi nella definizione delle pratiche amministrative, nonché dal cattivo funzionamento degli apparati pubblici e dei meccanismi previsti a tutela degli interessi collettivi; -- non sono da trascurare, infine, i costi di sistema, non misurabili in termini economici, ma fondamentali perché minano i valori che tengono insieme l’assetto democratico, quali, tra gli altri, l’eguaglianza, la fiducia nelle istituzioni e la legittimazione democratica delle stesse. L’entità del fenomeno corruttivo e la sua percezione sociale ne impongono una prioritaria valutazione all’interno di un intervento che sia al tempo stesso razionalmente condiviso ed efficace sul profilo preventivo e sanzionatorio, allo scopo, soprattutto, di favorire l’attrazione degli investitori stranieri. Sebbene, infatti, sia stato ormai unanimemente riconosciuto in sede internazionale che la corruzione ostacola lo sviluppo economico e contrasta con i princìpi di buon governo e di etica della politica e che, specie se di livello «sistemico», finisce con il costituire una minaccia per lo Stato di diritto, la democrazia, il principio di eguaglianza e la libera concorrenza, nel nostro Paese non è stata intrapresa, fino ad ora, un’azione di contrasto effettivamente efficace. La lotta alla corruzione e ai reati che normalmente si pongono con essa in rapporto di interdipendenza funzionale (falso in scritture contabili, reati fiscali, riciclaggio e autoriciclaggio) costituisce invece uno degli obiettivi politico-criminali prioritari a livello europeo e internazionale, tanto che le principali convenzioni in materia esprimono la preoccupazione per le conseguenze generate da pratiche corruttive diffuse: cattiva allocazione delle risorse pubbliche, alterazione delle regole sulla concorrenza, sistemi fiscali regressivi, riduzione degli investimenti diretti esteri. Si tratta di fattori che frenano lo sviluppo economico del Paese e che richiedono un adeguato e urgente mutamento del quadro normativo in materia, anche per le accertate e diffuse connessioni tra i fenomeni di criminalità organizzata e la corruzione, strumento utilizzato dalla mafia per espandere potere e affari in contesti socio-economici poco permeabili all’intimidazione e alla violenza e per passare agevolmente dalla gestione dei mercati illegali alla gestione dei mercati legali. Se la legge 6 novembre 2012, n. 190, è da considerare un risultato comunque utile, perché è riuscita ad inserire nel nostro ordinamento figure di reato già utilizzate nella maggior parte dei Paesi europei e da lungo tempo richieste in adeguamento alla normativa internazionale, adesso è però assolutamente necessario rendere questa legge più incisiva e completa, per fare sì che possa finalmente rappresentare una svolta decisiva nel contrasto alla corruzione. L’efficacia dell’intervento normativo deve essere completata, inoltre, attraverso la reintroduzione nel nostro ordinamento di norme che modifichino il reato di scambio elettorale politico-mafioso, puniscano più gravemente il reato di falso in bilancio, che rivedano la collocazione sistematica dei delitti di riciclaggio, comprendendovi anche l’autoriciclaggio. Si ritiene, pertanto, indispensabile intervenire sotto i seguenti profili: 1) una maggiore efficacia delle pene accessorie (articoli 32- ter e 32- quinquies del codice penale), un maggior inasprimento del massimo della pena per la corruzione propria (articolo 319), l’induzione indebita (319- quater) , l’abuso di ufficio (articolo 323), la previsione di una diminuente della pena per chi si adopera fattivamente collaborando con l’autorità giudiziaria (323- bis, secondo comma), uno specifico correttivo sugli effetti dei tempi massimi di prescrizione per reati più gravi di corruzione, che consenta di riequilibrare complessivamente il sistema (articolo 161, secondo comma), adeguandolo alle indicazioni che più volte sono state oggetto di prescrizione dalla commissione GRECO ( Groupe d’États contre la corruption del Consiglio d’Europa); 2) ripristino, nell’articolo 317 del codice penale (concussione per costrizione), dell’equiparazione tra pubblico ufficiale e incaricato di pubblico servizio, perché non ha senso punire soltanto il primo, quando lo stesso comportamento può essere posto in essere da un concessionario di un servizio pubblico (RAI, ENI, personale sanitario, eccetera) con effetti parimenti devastanti sull’etica dei rapporti; 3) abrogazione del secondo comma dell’articolo 319- quater del codice penale (corruzione per induzione) che prevede la condanna fino a tre anni di coloro che danno o promettono utilità.