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Mentre per i minori in adozione o affidamento preadottivo l'articolo 32 della legge n. 184 del 1983 prevede che la Commissione per le adozioni internazionali ne autorizzi l'ingresso e la residenza permanente in Italia, per i minori non cittadini sottoposti ad altri provvedimenti di protezione e tutela emessi all'estero, che creano comunque un rapporto di responsabilità di tipo «genitoriale» sui minori stessi, deve farsi ricorso alle norme che regolano l'ingresso e il soggiorno degli stranieri. Per questi minori l'ingresso in Italia è quindi regolato dalle norme del testo unico di cui al decreto legislativo n. 286 del 1998 e, in particolare, dalle norme sul diritto all'unità familiare e al ricongiungimento. Queste norme, tuttavia, conducono a trattamenti non sempre uniformi e discriminatori nei confronti dei minori «protetti» con misure che non trovano un corrispondente in Italia. Infatti, mentre ai minori «a carico» di cittadini stranieri regolarmente residenti in Italia si applica l'articolo 29, comma 2, del citato testo unico, come sostituito dal decreto legislativo n. 5 del 2007, che recepisce la direttiva europea 2003/86/CE, e dispone che ai fini del ricongiungimento «i minori adottati o affidati o sottoposti a tutela sono equiparati ai figli», ai minori «a carico» di cittadini italiani o di uno Stato membro dell'Unione europea, e di coppie miste, si applicano gli articoli 28, comma 2, e 29, comma 5, del medesimo testo unico che -- specie in seguito alla posizione espressa dalla Corte di cassazione -- conducono alla definizione più ristretta di «familiare» avente diritto al ricongiungimento fornita dal decreto legislativo n. 30 del 2007 che recepisce la direttiva europea 2004/38/CE. Peraltro, attualmente non esiste alcun controllo «centralizzato» sui singoli casi per cui è richiesto il ricongiungimento e, inoltre, per alcuni tipi di provvedimenti (come per la kafala di diritto islamico) il riconoscimento appare controverso e non sempre garantito, bensì rimesso alla decisione delle singole autorità amministrative e dei singoli giudici. L'autorità centrale prevista dalla Convenzione del 1996 garantirà quindi, anche in questa vasta materia, l'uniformità nelle decisioni e il perseguimento del superiore interesse del minore. La ratifica della Convenzione permetterà, infatti, proprio attraverso l’autorità centrale, il monitoraggio dei differenti tipi di provvedimenti in base ai quali i minori fanno ingresso nel nostro Paese. Un'altra importante novità della Convenzione è rappresentata dall'articolo 5 che attribuisce la competenza ad adottare le misure volte alla protezione del minore allo Stato in cui è trasferita la residenza abituale del minore stesso. Per tale via, una volta ratificata la Convenzione, l'Italia diverrà competente in ordine all'adozione di successivi provvedimenti «protettivi» della persona e dei beni relativi a minori che hanno trasferito la loro residenza abituale nel territorio italiano. L'attribuzione di tale competenza garantirà ai minori presenti sul territorio dello Stato la protezione prevista dalle norme interne senza alcuna distinzione né discriminazione basata sull'origine dei minori stessi. Mentre adesso, infatti, le autorità straniere dello Stato di nazionalità del minore conservano la competenza a modificare le misure disposte in precedenza e ad adottare ogni provvedimento che ritengano necessario nell'interesse del minore, anche dopo che lo abbia fatto il Paese in cui il minore si trova temporaneamente. La Convenzione ha l'obiettivo di fare ordine e di evitare che la competenza sia ripartita tra più Stati con conseguente incertezza rispetto alla condizione giuridica del minore e dei suoi beni. La ratifica della Convenzione in esame è urgente, essendo obbligatoria per lo Stato italiano in seguito alla decisione 2008/431/CE del Consiglio, del 5 giugno 2008, con cui l'Italia, tra altri Stati, è stata «autorizzata» alla ratifica stessa entro il 5 giugno 2010. L'Unione europea ha interesse alla ratifica in quanto si tratta di una Convenzione di natura «mista», che per alcuni aspetti ricade sotto la competenza dei singoli Stati membri (la legge applicabile alla custodia e alle altre misure di protezione dell'infanzia) mentre per altri ricade nella competenza esterna esclusiva dell'Unione europea nell'ambito dell'obiettivo della creazione di uno spazio giuridico comune all'interno dell'Unione (la giurisdizione, il riconoscimento e l'esecuzione dei provvedimenti tra i vari Stati membri dell'Unione europea). Con il trattato di Lisbona, in vigore dal 1° dicembre 2009, l'Unione europea ha inserito per la prima volta i diritti dei minori tra gli obiettivi comuni: nell'articolo 2 del trattato sull'Unione europea si legge che l'«Unione combatte l'esclusione sociale e le discriminazioni e promuove la giustizia e la protezione sociali, la parità tra donne e uomini, la solidarietà tra le generazioni e la tutela dei diritti del minore». Inoltre, i diritti dei minori e, in particolare, il principio del suo superiore interesse sono garantiti dall'articolo 24, paragrafo 2, della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea, che con l'entrata in vigore del trattato di Lisbona ha assunto un valore che può essere definito «costituzionale». Inoltre, nella Costituzione della Repubblica italiana agli articoli 10 e 117 si fa espresso riferimento, tra l'altro, agli obblighi assunti dallo Stato italiano con la stipulazione di convenzioni internazionali. L'importanza di questa Convenzione era stata già richiamata dalle ottantasei associazioni italiane attive per la difesa dei diritti dell'infanzia riunite nel «Gruppo CRC» nel «II rapporto supplementare alle Nazioni Unite sul monitoraggio della Convenzione sui diritti dell'infanzia e dell'adolescenza in Italia» pubblicato nel novembre 2009 e diffuso in occasione della Conferenza nazionale sull'infanzia e l'adolescenza tenutasi a Napoli. È importante infine considerare che, tra i vari provvedimenti che ricadono nell'ambito di applicazione della Convenzione, sono inclusi quelli della kafala , unico istituto giuridico in grado di consentire l'accoglienza in famiglia dei minori il cui Paese d'origine non conosce l'adozione, come avviene in alcuni Paesi islamici tra cui il Marocco, nei cui orfanotrofi e istituti vivono circa 65.000 minori abbandonati. L'istituto della kafala , rientrando tra quelli indicati nella Convenzione ONU del 1989, sarà anch'esso riconosciuto per effetto della ratifica della Convenzione del 1996 e potrà essere finalmente regolamentato. Attraverso il monitoraggio dell'autorità centrale sarà, infatti, possibile affrontare caso per caso le delicate questioni di compatibilità tra il sistema giuridico italiano e quello islamico, e distinguere tra i vari provvedimenti di kafala (giudiziale o notarile, intrafamiliare o extrafamiliare, kafala su minori che hanno legami con la famiglia d'origine od orfani di entrambi i genitori e quindi abbandonati).