[pronunce]

Per costante giurisprudenza di questa Corte, ai sensi dell'art. 4 delle Norme integrative, nel giudizio incidentale di legittimità costituzionale possono intervenire solo i titolari di un interesse qualificato, inerente in modo diretto e immediato al rapporto sostanziale dedotto nel giudizio principale, sicché all'intervento non sono legittimati i soggetti che non sono parti del giudizio a quo, né portatori di un interesse differenziato, suscettibile di essere pregiudicato immediatamente e irrimediabilmente dall'esito di tale giudizio (da ultimo, tra molte, sentenze n. 15 e n. 14 del 2023, con allegate ordinanze lette all'udienza del 30 novembre 2022; sentenze n. 263 e n. 31 del 2022). Con ogni evidenza, l'AMEV, oltre a non essere parte del giudizio a quo, non vanta un interesse differenziato, esposto in modo diretto al relativo esito. Essendo l'intervento inammissibile per carenza di legittimazione ai sensi dell'art. 4 delle Norme integrative, non è pertinente l'istanza di autorimessione formulata dall'interveniente riguardo all'art. 5 delle Norme stesse, che non viene qui in specifico rilievo; in disparte la constatazione che le medesime Norme integrative sono estranee al sindacato di legittimità affidato a questa Corte, qualunque sia la collocazione che ad esse si intenda attribuire nel sistema delle fonti (ordinanze n. 185 del 2014 e n. 295 del 2006). Neppure può essere accolta la subordinata richiesta dell'AMEV di qualificare il suo atto di intervento come un'opinione di amicus curiae; infatti, «questa Corte ha già più volte sottolineato che la ratio dell'intervento nel giudizio costituzionale è radicalmente diversa, anche sotto il profilo della legittimazione, da quella sottesa alle opinioni degli amici curiae, come diversi sono i termini per l'ingresso in giudizio e le relative facoltà processuali (sentenze n. 259, n. 221 e n. 121 del 2022)» (sentenza n. 15 del 2023). 3.- Le eccezioni di inammissibilità delle questioni, sollevate dal Presidente del Consiglio dei ministri, intervenuto in giudizio per il tramite dell'Avvocatura generale dello Stato, non sono fondate. 3.1.- In primo luogo, l'Avvocatura ha eccepito l'incertezza del petitum, che a suo avviso deriverebbe dall'incongruenza tra la motivazione e il dispositivo dell'ordinanza di rimessione, giacché il secondo evoca soltanto i parametri di cui agli artt. 2, 32 e 38 Cost., mentre la motivazione richiama anche il parametro di cui all'art. 3 Cost. Tuttavia, per costante giurisprudenza costituzionale, «le discrepanze tra la motivazione e il dispositivo dell'ordinanza di rimessione possono essere risolte tramite l'impiego degli ordinari criteri ermeneutici, quando dalla lettura coordinata delle due parti dell'atto emerga l'effettiva volontà del rimettente (ex plurimis, sentenze n. 88 del 2022 e n. 58 del 2020; ordinanze n. 214 del 2021 e n. 244 del 2017)» (sentenza n. 228 del 2022). Nella specie, l'omessa menzione dell'art. 3 Cost. nel dispositivo dell'ordinanza di rimessione appare frutto di un errore materiale, ininfluente alla luce degli argomenti che la motivazione dedica a tale parametro; anche se - giova anticiparlo - in una questione relativa all'indennizzo vaccinale, cioè a un istituto di solidarietà sociale per danno alla salute, prioritaria considerazione meritano i parametri di cui agli artt. 2 e 32 Cost. Resta quindi in secondo piano, e attiene comunque al merito delle questioni, l'eccezione dell'Avvocatura sull'eterogeneità del tertium comparationis individuato dal rimettente nella regola di decadenza "mobile" dei trattamenti pensionistici. 3.2.- La difesa statale lamenta anche il carattere manipolativo del petitum, che a suo avviso si tradurrebbe nella richiesta di un'additiva di prestazione, con invasione della sfera di discrezionalità riservata al legislatore nella configurazione dei presupposti delle erogazioni pubbliche. In realtà, l'ordinanza di rimessione circoscrive il thema decidendum all'operatività della decadenza prevista dalla norma censurata, sicché il punto di caduta delle questioni sollevate non riguarda la titolarità del diritto alla prestazione, bensì unicamente l'eventuale, e controversa, estinzione di tale diritto per inosservanza delle condizioni normative di esercizio. Segnatamente, le questioni in scrutinio non tendono all'introduzione di una prestazione nuova, bensì all'attribuzione - nella fattispecie concreta - della prestazione conseguente alla sentenza n. 107 del 2012, con la quale è stata dichiarata l'illegittimità costituzionale dell'art. 1, comma 1, della legge n. 210 del 1992, nella parte in cui non prevedeva l'indennizzabilità del danno cagionato dalla vaccinazione contro il morbillo, la parotite e la rosolia. 3.3.- Questa Corte deve ritenersi dunque investita della questione, necessariamente implicata dallo specifico profilo legato all'estensione della decadenza "mobile" alla materia de qua, riguardante la decorrenza del termine triennale nel caso in cui il diritto all'indennizzo non fosse previsto dalla legge al momento della conoscenza del danno e sia poi sorto soltanto per effetto della menzionata sentenza n. 107 del 2012. Non è di ostacolo all'esame di tale questione la circostanza che gli effetti della citata sentenza trovino un limite nel consolidarsi dell'estinzione della pretesa indennitaria a causa della maturazione del termine perentorio triennale fissato dall'art. 3, comma 1, della legge n. 210 del 1992. Proprio la declaratoria di illegittimità costituzionale dei presupposti per la decorrenza di questo termine escluderebbe infatti la conseguente preclusione e, con essa, il prospettato esaurimento del rapporto sottostante, nonché la necessità del ricorso al criterio della decadenza "mobile". 4.- Nei termini oggettivi appena illustrati, le questioni sono fondate con riferimento ai parametri di cui agli artt. 2 e 32 Cost. 5.- Giova premettere che questa Corte, con la sentenza n. 307 del 1990, ebbe a dichiarare l'illegittimità costituzionale, per violazione dell'art. 32 Cost., della legge 4 febbraio 1966, n. 51 (Obbligatorietà della vaccinazione antipoliomielitica), nella parte in cui non prevedeva, a carico dello Stato, un'equa indennità per il caso di danno derivante, al di fuori dell'ipotesi di cui all'art. 2043 del codice civile, da contagio o da altra apprezzabile malattia causalmente riconducibile alla vaccinazione obbligatoria antipoliomielitica, riportato dal bambino vaccinato o da altro soggetto a causa dell'assistenza personale diretta prestata al primo.