[pronunce]

27 novembre 2018, n. 6707; 28 ottobre 2016, n. 4555). Nella disposizione censurata, pertanto, non potrebbero ravvisarsi elementi di irragionevolezza o sproporzione rispetto allo scopo di contrastare il fenomeno delle organizzazioni di stampo mafioso (sul punto è richiamata la sentenza di questa Corte n. 57 del 2020). 3.2.- In secondo luogo, infondate sarebbero altresì le questioni sollevate in relazione agli artt. 25 e 27 Cost. 3.2.1.- Il solo carattere automatico degli effetti interdittivi, infatti, non potrebbe incidere sulla natura della misura irrogata, trasformandola da preventiva in sanzionatoria, dovendosi escludere, quindi, anche le ulteriori censure relative all'incompatibilità con i principi che governano la successione nel tempo delle norme penali. Le misure di prevenzione antimafia a carattere interdittivo, d'altronde, potrebbero legittimamente dare rilevo a fatti (e reati) accaduti prima dell'entrata in vigore della disciplina che le prevede, proprio in considerazione della loro funzione preventiva. 3.3. - Per quanto riguarda il contrasto con gli artt. 38 e 41 Cost., l'Avvocatura generale dello Stato osserva come la normativa antimafia troverebbe la sua ratio nella necessità di bilanciare la libertà di iniziativa economica con l'interesse pubblico alla salvaguardia dell'ordine e della sicurezza e alla prevenzione di eventuali infiltrazioni mafiose nel tessuto economico e produttivo del Paese. Anche in questi termini la disposizione censurata risulterebbe proporzionata e ragionevole. 3.4.- Infine, sebbene a sostegno dell'illegittimità costituzionale il giudice rimettente abbia portato la vicenda sottesa al caso di specie, caratterizzata dalla mancanza di qualsivoglia correlazione con il fenomeno mafioso, dovrebbe necessariamente prescindersi da un accertamento in concreto dei legami con le organizzazioni della criminalità organizzata. 3.4.1.- Come già ribadito, infatti, la disposizione censurata sarebbe frutto di una scelta discrezionale del legislatore, che ha individuato a monte la tipologia di reati a cui riconnettere gli effetti interdittivi previsti, a prescindere dalla valutazione degli elementi caratterizzanti il singolo caso. Ragionando diversamente, invece, si svilirebbero la finalità preventiva e la logica di anticipazione della soglia di difesa sociale che permea la disciplina antimafia (sono richiamate le sentenze del Consiglio di Stato, sezione terza, 30 gennaio 2019, n. 758; 8 marzo 2017, n. 1109; 15 dicembre 2015, n. 5678). 4.- Con atto depositato in data 5 ottobre 2020 si è costituito in giudizio G. Z., parte ricorrente nel giudizio a quo, sostenendo l'ammissibilità e la fondatezza delle questioni sollevate dal TAR Friuli-Venezia Giulia, illustrando le proprie ragioni nella memoria presentata in prossimità dell'udienza. 4.1.- Premessa una ricostruzione della vicenda fattuale, la difesa di G. Z. sottolinea la rilevanza delle questioni, poiché l'art. 67, comma 8, cod. antimafia sarebbe strettamente pregiudiziale al giudizio a quo (sul punto sono richiamate le sentenze di questa Corte n. 91 del 2013 e n. 184 del 2006, nonché l'ordinanza n. 5 del 2012). Non sarebbe possibile, d'altronde, un'interpretazione di tale disposizione che ne escluda l'applicabilità al caso di specie, anche per la sola portata retroattiva, ostandovi l'espressa previsione normativa di un automatismo incondizionato. 4.2.- Quanto alla non manifesta infondatezza delle questioni, la difesa di G. Z. sottolinea che il codice antimafia, prima della novella del 2018, prevedeva che il quadro indiziario dell'infiltrazione mafiosa dovesse evidenziare fatti aventi caratteristiche di gravità, precisione e concordanza, dai quali il giudice amministrativo, laddove chiamato a verificare l'effettivo pericolo di infiltrazione mafiosa, posto alla base dell'informativa antimafia, potesse pervenire in via presuntiva alla conclusione ragionevole e più probabile della sussistenza del rischio di permeabilità dell'impresa e non necessariamente l'avvenuta infiltrazione, da parte di associazioni mafiose, valutate e contestualizzate tutte le circostanze di tempo, di luogo e di persona (vengono richiamate Consiglio di Stato, sezione terza, sentenze 7 ottobre 2015, n. 4657 e 9 febbraio 2017, n. 565). In tale sistema non potrebbe trovare spazio una previsione che introduce un automatismo applicativo per le interdittive antimafia anche per reati comuni, privi di legame con l'ambiente mafioso. Il sistema della prevenzione amministrativa antimafia, infatti, non costituirebbe e non potrebbe costituire, in uno Stato di diritto democratico, un «diritto della paura» (è richiamata Consiglio di Stato, sezione terza, sentenza 5 settembre 2019, n. 6105). 4.2.1.- L'inserimento dei reati di truffa aggravata tra le ipotesi di applicazione automatica delle misure interdittive risulterebbe oltremodo illogico e irragionevole, ove si consideri che già l'art. 84, comma 4, cod. antimafia prevede che l'autorità amministrativa possa desumere il pericolo di infiltrazione mafiosa non solo da una serie di elementi fattuali tipizzati dal legislatore, ma anche da provvedimenti di condanna non definitiva per vari reati, tra i quali quello di cui all'art. 640-bis cod. pen. , da valutare «unitamente a concreti elementi da cui risulti che l'attività d'impresa possa, anche in modo indiretto, agevolare le attività criminose o esserne in qualche modo condizionata» (art. 91, comma 6, cod. antimafia). La sentenza di questa Corte n. 24 del 2019, d'altronde, ha sottolineato l'esigenza generale di rispettare, anche per il diritto della prevenzione, essenziali garanzie di tassatività sostanziale, inerenti alla precisione, alla determinatezza e, per quanto rileva in questa sede, alla prevedibilità degli elementi costitutivi della fattispecie legale, che costituisce oggetto di prova, e altrettanto essenziali garanzie di tassatività processuale, attinenti alle modalità di accertamento probatorio in giudizio. Tale garanzia verrebbe irrimediabilmente frustrata ove si consentisse l'applicazione automatica e retroattiva delle misure interdittive antimafia anche a soggetti che non hanno mai avuto contatti con l'ambiente mafioso, né sono mai stati anche soltanto sospettati di averne avuto, come avverrebbe nel caso di specie. In proposito, sottolinea la difesa della parte, G. Z. è stato condannato per vicende verificatesi addirittura negli anni 2012-2013, definite con sentenza di patteggiamento divenuta irrevocabile nel 2017, allorché il reato di cui all'art. 640-bis cod. pen. non era incluso nel novero dei reati spia.