[pronunce]

Ma tale premessa non può indurre a ritenere inoppugnabile la terza delibera legislativa, adottata a maggioranza assoluta, per la ritenuta inammissibilità del ricorso successivo ad un secondo rinvio. La Regione, piuttosto, di fronte alla reiterazione del rinvio governativo di una legge sprovvista, in base ai criteri individuati dalla richiamata giurisprudenza costituzionale, del carattere di novità, avrebbe potuto difendere la propria sfera di autonomia sollevando conflitto di attribuzione davanti a questa Corte, in relazione all'atto di rinvio ritenuto lesivo. L'ulteriore riapprovazione a maggioranza assoluta della legge nuovamente rinviata necessariamente riapre l'iter procedimentale di cui all'art. 127 della Costituzione. 3. - L'eccezione di inammissibilità della questione di legittimità costituzionale sollevata in riferimento al principio che riserva allo Stato la competenza in materia di individuazione delle specie cacciabili e di variazione dei relativi elenchi deve invece essere accolta, non trovando tale motivo del ricorso la necessaria corrispondenza in rilievi formulati dal Governo in sede di rinvio. 4. - Passando allo scrutinio nel merito della questione sollevata in riferimento all'art. 19 della legge 11 febbraio 1992, n. 157, assunto a parametro interposto in quanto principio fondamentale della materia a norma dell'art. 117 della Costituzione, il ricorrente assume l'incostituzionalità dell'impugnata delibera legislativa, nella parte in cui inserisce il comma 2-bis nel testo dell'art. 36 della legge regionale n. 29 del 1994 (il quale, al comma 2, disciplina il controllo selettivo della fauna selvatica in modo sostanzialmente conforme all'invocato art. 19 della legge-quadro n. 157 del 1992) per disporre che, "qualora l'esigenza di tutela delle produzioni zoo-agro-forestali ed ittiche richieda l'adozione di iniziative volte a prevenire gravi danni alle colture, al bestiame domestico, ai boschi, alla pesca ed alle acque, così come previste dall'art. 34, comma 2, la Giunta regionale procede con propria deliberazione, assunta d'intesa con le Province interessate". Ciò, ad avviso del ricorrente, autorizzerebbe la Giunta regionale ad includere nell'elenco delle specie cacciabili una serie di specie selvatiche (passero, storno, gazza, cornacchia, corvo) non più ammesse al prelievo venatorio in seguito all'entrata in vigore del d.P.C.m. 21 marzo 1997, introducendo così una nuova categoria di interventi di controllo faunistico "che si realizzano attraverso generici inserimenti delle specie protette nell'elenco regionale delle specie cacciabili da parte della generalità dei cacciatori muniti di licenza", interventi diversi da quelli, di competenza provinciale, attuati nell'ambito di un piano selettivo, da sole guardie venatorie, previo parere dell'Istituto nazionale per la fauna selvatica. La questione è fondata. L'art. 19, comma 2, della legge n. 157 del 1992, prevede che le Regioni, per la migliore gestione del patrimonio zootecnico, per la tutela del suolo, per motivi sanitari, per la selezione biologica, per la tutela del patrimonio storico artistico, per la tutela delle produzioni zoo-agro-forestali ed ittiche, provvedono al controllo delle specie di fauna selvatica, anche nelle zone vietate alla caccia. Il legislatore statale specifica che tale controllo, esercitato selettivamente, viene praticato di norma mediante l'utilizzo di metodi ecologici, su parere dell'Istituto nazionale della fauna selvatica. Qualora l'Istituto verifichi l'inefficacia dei predetti metodi, le Regioni possono autorizzare piani di abbattimento destinati ad essere attuati dalle guardie venatorie dipendenti dalle amministrazioni provinciali. Queste ultime potranno altresì avvalersi dei proprietari o conduttori dei fondi sui quali si attuano i piani medesimi, purché muniti di licenza per l'esercizio venatorio, nonché delle guardie forestali e delle guardie comunali munite di licenza per l'esercizio venatorio. Non v'è dubbio, innanzi tutto, che l'art. 19 della legge quadro n. 157 del 1992, nella parte in cui disciplina i poteri regionali di controllo faunistico, costituisce un principio fondamentale della materia a norma dell'art. 117 della Costituzione, tale da condizionare e vincolare la potestà legislativa regionale: non solo per la sua collocazione all'interno della legge quadro e per il rilievo generale dei criteri in esso contenuti, frutto di una valutazione del legislatore statale di idoneità e adeguatezza di tali misure rispetto alle finalità, ivi indicate, del controllo faunistico; ma anche per il suo significato innovativo rispetto alla disciplina del controllo faunistico di cui alla precedente legge cornice 27 dicembre 1977, n. 968 (Principi generali e disposizioni per la protezione e la tutela della fauna e la disciplina della caccia) - che all'art. 12 non precludeva la partecipazione dei cacciatori (non proprietari dei fondi interessati) all'esecuzione dei piani di abbattimento destinati al controllo selettivo - e per l'inerenza della disposizione invocata dal Governo a materia contemplata dalla normativa comunitaria in tema di protezione delle specie selvatiche. La rigorosa disciplina del controllo faunistico recata dall'art. 19 della legge n. 157 del 1992 è infatti strettamente connessa all'ambito di operatività della direttiva 79/409/CEE, concernente la conservazione degli uccelli selvatici (v. sentenza n. 168 del 1999). Il generico richiamo, contenuto nella disposizione censurata, al d.P.C.m. 21 marzo 1997, alle "altre normative nazionali e comunitarie vigenti" e alla necessità di coordinamento delle iniziative di cui all'art. 34, comma 2, "con le norme del presente articolo", non garantisce di per sé né il rispetto della procedura di consultazione dell'INFS il cui ruolo, nel quadro delle competenze in materia di protezione della fauna e caccia, è stato da questa Corte riconosciuto come decisivo in varie occasioni (v. le sentenze nn. 53 del 2000; 272 del 1996; 248 e 35 del 1995) né l'osservanza del procedimento previsto dall'invocato art. 19 nel caso in cui l'Istituto verifichi l'inefficacia dei metodi ecologici, per altro sostanzialmente riprodotto nel comma 2 dell'art. 36 della legge della Regione Liguria n. 29 del 1994, che ne rimette l'attivazione all'iniziativa delle province. Il rinvio all'art. 34 della medesima legge regionale, che l'impugnata delibera inserisce nel corpo dell'art. 36, non può avere altro significato che quello di consentire - sia pure in via derogatoria e allo scopo di prevenire danni alle colture e altri eventi dannosi - la caccia alle specie selvatiche enumerate al comma 2 dello stesso art. 34, il quale include più di una specie sottratta dagli elenchi delle specie cacciabili dal citato d.P.C.m. 21 marzo 1997.