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In altri termini, si prevede che vi sarà una forte pressione sul ciclo idrogeologico di natura quantitativa, ossia i prelievi idrici supereranno la capacità naturale di rigenerazione della risorsa, nonché una pressione di natura qualitativa, ossia la risorsa acqua sarà alterata in termini biologici, chimici e/o termici, con effetti nocivi per l'ecosistema e per chi la utilizza. La scarsità di acqua e i rischi correlati all'esaurimento delle risorse naturali costituiscono una sfida impegnativa per tutta la comunità internazionale, che deve garantire uno sviluppo sostenibile e la possibilità per tutti gli esseri umani di usufruire di questa risorsa. È per questo motivo che la stessa comunità internazionale ha affermato in più circostanze che l'acqua è un diritto umano universale e non già un mero bisogno. Ciò significa riconoscere la responsabilità di creare le condizioni affinché questo diritto possa essere garantito erga omnes . Ogni singola istituzione nazionale e sovranazionale, perciò, deve adoperarsi perché venga garantita la salubrità della risorsa acqua, vengano impedite le attività che la mettono a rischio da un punto di vista qualitativo e quantitativo e venga promosso il libero accesso all'acqua. L'Organizzazione mondiale della sanità (OMS) ha condiviso a livello internazionale i cosiddetti « valori guida » per la classificazione delle acque destinate al consumo umano come « sicure » e cioè « insussistenza di pericolo per la salute umana » oppure « rischio accettabile », in relazione al principio di precauzione, nel caso di composti cancerogeni o mutageni per cui non si possa definire un valore di soglia per la manifestazione degli effetti. Andando ad analizzare il secondo problema evidenziato, ossia la qualità della risorsa acqua, dobbiamo riconoscere che questa viene minacciata in primo luogo dalle attività umane. Stando a quanto affermato dall'Agenzia europea dell'ambiente nella sua relazione del luglio 2018, solo il 38 per cento dei corpi idrici superficiali europei presenta un buono stato chimico e il 40 per cento di essi si trova in un buono stato o ha un buon potenziale ecologico, perché le acque europee sono esposte al rischio inquinamento da parte di fonti diffuse, quali ad esempio, l'agricoltura e le infrastrutture di trasporto, e da parte di fonti puntuali, quali, ad esempio, l'industria o la produzione energetica e, ancora, l'eccessiva attività estrattiva nonché gli interventi antropici che determinano cambiamenti idro-morfologici. In particolare, la Coalizione europea Living Rivers osserva che in Europa lo stato di salute delle acque dolci è preoccupante, specie se si consideri che la direttiva quadro sulle acque 2000/60/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 23 ottobre 2000, è attuata solo in parte. Solo il 43 per cento dei 7.494 fiumi italiani hanno raggiunto un « buono stato ecologico », come richiesto dalla direttiva, il 41 per cento è ben al di sotto dell'obiettivo di qualità prefissato, mentre un 16 per cento si è ritenuto non classificabile. Per i 347 laghi del nostro Paese, invece, la situazione è ancora più preoccupante, visto che appena il 20 per cento è conforme alla normativa europea. Le acque italiane sono contaminate essenzialmente da contaminanti chimici di origine naturale (quali ad esempio arsenico, fluoro, boro, uranio, vanadio, cianotossine), oppure da contaminanti chimici di origine antropica derivanti da fonti industriali e abitazioni umane (quali ad esempio tricloroetilene, tetracloroetilene, benzene), legati ad attività agricole (quali ad esempio nitrati, pesticidi e metalli pesanti) o risultanti dal trattamento e dalla distribuzione (quali ad esempio piombo, rame, ferro). La qualità delle acque destinate al consumo umano, invece, è buona perché, non solo è assicurata per l'80,5 per cento da acque sotterranee protette, ma è anche molto controllata da parte dei gestori dei servizi idrici e delle autorità sanitarie locali, anche se, ad oggi, vi è crescente utilizzo di acque imbottigliate. È quindi del tutto prioritario garantire che l'acqua destinata al consumo umano, che passa per i nostri acquedotti o che si inserisce nel ciclo vitale, ad esempio attraverso l'approvvigionamento idrico dei campi o delle falde idriche, non sia contaminata da agenti inquinanti di alcun tipo. Le attuali strategie di prevenzione e controllo dei fenomeni di inquinamento ambientale di origine antropica, elaborate in sede europea e trasposte sul piano nazionale, si fondano su una complessa serie di azioni che investono la ricerca, la sicurezza e il controllo della circolazione delle sostanze chimiche in regime di REACH ( Registration, Evaluation, Authorisation and Restriction of Chemical substances ). A ciò si affianca il monitoraggio e la protezione delle risorse idriche in un contesto integrato che prescinde dalla destinazione d'uso e il controllo da parte delle autorità di ambito del ciclo idrico integrato, che comprende trattamenti e distribuzione delle acque potabili, raccolta e trattamenti dei reflui e restituzione all'ambiente. Per le acque destinate a consumo umano sono previste, da parte delle autorità sanitarie, indagini specifiche sullo stato di contaminazione delle risorse idriche e sulle azioni di trattamento, laddove sia plausibile la presenza di componenti chimici non espressamente previsti tra le sostanze oggetto di ordinario monitoraggio. Gli insediamenti urbani, le attività industriali ed agricole, per citarne alcune, devono adottare tutte le misure di precauzione idonee a limitare il rischio di inquinamento ambientale. L'Unione europea ha istituito un quadro per l'azione comunitaria in materia di acque con l'adozione della direttiva 2000/60/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 23 ottobre 2000, come punto di arrivo di diverse direttive e decisioni (per un totale di 22 interventi) emanate sin dagli anni Settanta, che ha dato alla materia una disciplina unitaria, coerente e in grado di affrontare tutte le criticità relative alla gestione delle risorse idriche. L'insieme degli atti legislativi europei in materia di acque, però, costituiva un coacervo di norme per cui, alla fine del 1997, è stata avanzata al Parlamento europeo la proposta di adottare una direttiva quadro, sulla base della procedura di cooperazione. È stata così emanata la citata direttiva quadro sulle acque 2000/60/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, che ha istituito il quadro per un'azione comunitaria in materia di acque basata su un approccio integrato ed ecosistemico alla pianificazione e gestione della risorsa idrica. La direttiva sostituisce e unifica tutte le precedenti normative di settore ed indica una nuova linea di interventi al fine di assicurare la protezione dell'ambiente idrico, inteso nella sua totalità, nell'ambito del territorio europeo. Abbandona la prospettiva settoriale e adotta piuttosto un approccio unitario e circolare – che guarda al ciclo dell'acqua in modo integrato – al fine di assicurarne un uso sostenibile, equilibrato ed equo. Secondo alcuni osservatori, la direttiva ha dato vita a un vero e proprio « diritto europeo dell'acqua », che impone regole generali agli ordinamenti interni, alle autorità pubbliche, ai distributori e agli utilizzatori.