[pronunce]

Basilicata n. 35 del 2015, è stato pubblicato nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica 11 settembre 2015, n. 211, il decreto del Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare 24 giugno 2015 (Modifica del decreto 27 settembre 2010, relativo alla definizione dei criteri di ammissibilità dei rifiuti in discarica), il quale - sempre secondo la Regione Basilicata - avrebbe modificato il comma 7 dell'art. 6 del citato decreto del 27 settembre 2010 (va precisato che le modificazioni citate dalla Regione resistente hanno riguardato, in realtà, non il comma 7 dell'art. 6 del decreto ministeriale 27 settembre 2010, ma le lettere f e g della nota (*) della Tabella 5 dello stesso art. 6). La Regione Basilicata ritiene che, anche dopo tali modificazioni, «permanga la possibilità di conferire in discarica un codice 19.05.01 con [...] valore dell'indice respirometrico dinamico di cui alla lettera g) del comma 7 [recte: lettera g della nota (*) della Tabella 5] dell'art. 6 del D.M. 27.09.2010 e s.m.i.», cioè con valore del detto indice «non superiore a 1.000 mgO2/kgSVh». Quanto al comma 8 dell'art. 42 della legge reg. Basilicata n. 26 del 2014, come sostituito dall'art. 1 della legge reg. Basilicata n. 35 del 2015, la Regione resistente deduce che, con esso, è stata stabilita la «durata provvisoria» di tutte le disposizioni dello stesso art. 42, che hanno la funzione di disciplinare la fase transitoria di gestione dei rifiuti durante l'elaborazione dell'aggiornamento del Piano regionale dei rifiuti.1.- Il Presidente del Consiglio dei ministri ha impugnato l'art. 1 della legge della Regione Basilicata 13 agosto 2015, n. 35 (Disposizioni urgenti inerenti misure di salvaguardia ambientale in materia di gestione del ciclo dei rifiuti), nella parte in cui, nel sostituire l'art. 42 della legge della Regione Basilicata 18 agosto 2014, n. 26 (Assestamento del bilancio di previsione per l'esercizio finanziario 2014 e del bilancio pluriennale 2014/2016), ne ha dettato i commi 6 e 8, i quali prevedono, rispettivamente, che «Nelle more della realizzazione, adeguamento e/o messa in esercizio dell'impiantistica di trattamento programmata è possibile smaltire presso le discariche autorizzate ed in esercizio i rifiuti solidi urbani non pericolosi, previo trito-vagliatura e biostabilizzazione anche parziale degli stessi» (comma 6) e che «Le disposizioni di cui al presente articolo restano in vigore fino all'approvazione del nuovo Piano regionale dei rifiuti e comunque non oltre il 31 agosto 2016» (comma 8). Secondo il ricorrente, tali disposizioni violerebbero, anzitutto, l'art. 117, secondo comma, lettera s), della Costituzione, che attribuisce allo Stato la legislazione esclusiva nella materia «tutela dell'ambiente». Col consentire, fino al 31 agosto 2016, lo smaltimento nelle discariche di rifiuti solidi urbani non pericolosi «previo trito-vagliatura e biostabilizzazione anche parziale degli stessi», esse si porrebbero in contrasto con l'art. 7 del decreto legislativo 13 gennaio 2003, n. 36 (Attuazione della direttiva 1999/31/CE relativa alle discariche di rifiuti), che vieta il collocamento in discarica dei rifiuti non trattati, e con l'art. 17, comma 1, dello stesso decreto, che prevede che le discariche già autorizzate alla data della sua entrata in vigore possono continuare a ricevere i rifiuti per cui sono state autorizzate solo fino al 31 dicembre 2006 (termine successivamente prorogato, in ultimo, al 31 dicembre 2009, ai sensi dell'art. 5, comma 1-bis, del decreto-legge 30 dicembre 2008, n. 208, recante «Misure straordinarie in materia di risorse idriche e di protezione dell'ambiente», convertito, con modificazioni, dall'art. 1, comma 1, della legge 27 febbraio 2009, n. 13). Le stesse disposizioni lederebbero, in secondo luogo, l'art. 117, primo comma, Cost., in relazione al rispetto dei vincoli derivanti dall'ordinamento dell'Unione europea, perché si porrebbero in contrasto «con quanto previsto dalla Direttiva discariche 1999/31/CE, nonché con i principi generali elaborati sul punto dalla Corte di giustizia dell'Unione europea», avuto riguardo, in particolare, a quanto statuito dalla sentenza di tale Corte 15 ottobre 2014, in causa C-323/13, Commissione europea contro Repubblica italiana. Sempre secondo il Presidente del Consiglio dei ministri, le disposizioni impugnate violerebbero, infine, l'art. 136 Cost., che impone il rispetto del giudicato costituzionale, perché riprodurrebbero, «nella sostanza», il contenuto normativo dei commi 4 e 5 del testo originario dell'art. 42 della legge reg. Basilicata n. 26 del 2014 - quello anteriore, cioè, alla sostituzione di tale articolo a opera dell'impugnato art. 1 della legge reg. Basilicata n. 35 del 2015 - dichiarati incostituzionali da questa Corte con la sentenza n. 180 del 2015. 2.- Nel valutare le scelte del legislatore, cui spetta tenere conto dell'impedimento nascente dal giudicato, la questione promossa in riferimento all'art. 136 Cost. deve essere esaminata per prima. Essa «riveste carattere di priorità logica rispetto alle altre», proprio perché «attiene all'esercizio stesso del potere legislativo, che sarebbe inibito dal precetto costituzionale di cui si assume la violazione» (sentenze n. 245 del 2012 e n. 350 del 2010). 3.- Tale questione è fondata. 3.1.- Secondo la giurisprudenza di questa Corte, l'efficacia preclusiva, nei confronti del legislatore, del giudicato costituzionale riguarda ogni disposizione che intenda «mantenere in piedi o [...] ripristinare, sia pure indirettamente, [...] gli effetti di quella struttura normativa che aveva formato oggetto della [...] pronuncia di illegittimità costituzionale» (sentenza n. 72 del 2013), ovvero che «ripristini o preservi l'efficacia di una norma già dichiarata incostituzionale» (sentenza n. 350 del 2010). Nel chiarire la portata dell'art. 136, primo comma, Cost., questa Corte ha altresì precisato che il giudicato costituzionale è violato non solo quando il legislatore emana una norma che costituisce una «mera riproduzione» (sentenze n. 73 del 2013 e n. 245 del 2012) di quella già ritenuta lesiva della Costituzione, ma anche se la nuova disciplina mira a «perseguire e raggiungere, "anche se indirettamente", esiti corrispondenti» (sentenze n. 73 del 2013, n. 245 del 2012, n. 922 del 1988, n. 223 del 1983, n. 88 del 1966). 3.2.- Quest'ultima ipotesi ricorre nel caso di specie.