[pronunce]

che inoltre, sempre ad avviso dell'Avvocatura generale, il richiamato tertium comparationis sarebbe inconferente, data la evidente disomogeneità della posizione del magistrato professionale, quale quello amministrativo, rispetto alla posizione del magistrato onorario, quale quello tributario; e ciò a prescindere dal rilievo che il riferimento all'art. 26 della legge n. 186 del 1982, contenuto nell'ordinanza di rimessione, non sarebbe pertinente perché tale disposizione prevede – come la norma censurata – l'obbligo di residenza del magistrato in un comune della regione ove ha sede l'ufficio cui è assegnato, mentre la dispensa da tale obbligo di residenza è consentita, a norma dell'art. 13, secondo comma, numero 5), della stessa legge, «sempre che l'assegnazione di sede non sia avvenuta a domanda»; che, con riferimento all'evocato art. 97 Cost., l'Avvocatura erariale sostiene poi che la norma censurata è pienamente rispondente al dettato costituzionale, perché è diretta ad «evitare lo “sradicamento” del giudice dal contesto spaziale nel quale deve esercitare la sua funzione e le ovvie conseguenze pregiudizievoli alla stessa funzione correlate alla notevole distanza tra il luogo di propria residenza e quello della sede dell'ufficio cui egli aspira»; che, con riferimento, infine, all'art. 108 Cost., la difesa erariale osserva che l'indipendenza del giudice tributario è garantita dal sistema delle cause di incompatibilità e non dall'obbligo di residenza nella regione in cui ha sede la commissione tributaria. Considerato che il Tribunale amministrativo regionale per la Liguria solleva, in riferimento agli artt. 3, 97 e 108, secondo comma, della Costituzione, questioni di legittimità costituzionale dell'art. 7, lettera f), del decreto legislativo 31 dicembre 1992, n. 545 (Ordinamento degli organi speciali di giurisdizione tributaria ed organizzazione degli uffici di collaborazione in attuazione della delega al Governo contenuta nell'art. 30 della legge 30 dicembre 1991, n. 413), nella parte in cui non prevede, per il giudice tributario, alcuna deroga al vincolo della residenza nella regione nella quale ha sede la commissione tributaria presso cui presta servizio; che deve preliminarmente essere rigettata l'eccezione di inammissibilità proposta dall'Avvocatura dello Stato, secondo cui le sollevate questioni avrebbero dovuto essere riferite all'art. 24 del decreto legislativo n. 545 del 1992, e cioè alla norma che assegna al Consiglio di presidenza della giustizia tributaria la competenza ad adottare «ogni provvedimento riguardante i componenti delle commissioni tributarie» e non prevede il potere di autorizzare il giudice tributario a risiedere fuori della propria regione; che, contrariamente a quanto sostenuto dall'Avvocatura dello Stato, la questione è stata correttamente riferita alla norma censurata, perché solo tale norma fissa l'obbligo di residenza del quale il rimettente lamenta l'inderogabilità; che il rimettente afferma che la disposizione censurata viola gli artt. 3, 97 e 108, secondo comma, Cost., in quanto «è affatto irragionevole che si incrementino le ipotesi di incompatibilità per i giudici tributari» indicate nell'art. 8 del citato decreto legislativo n. 545 del 1992 «e, nello stesso tempo, non si consenta agli stessi, di rimediare a detta situazione spostando, previa deroga dell'organo di autogoverno, la residenza anagrafica»; che tale censura è manifestamente inammissibile per insufficiente ed illogica motivazione sulla non manifesta infondatezza, in quanto il rimettente, non solo non chiarisce perché si dovrebbe «rimediare» a situazioni di incompatibilità intese a garantire l'indipendenza e l'imparzialità del giudice, ma adduce, quali ragioni che dovrebbero giustificare la derogabilità dell'obbligo di residenza, le numerose situazioni di incompatibilità soggettive e familiari del giudice tributario – come, ad esempio: l'appartenenza ad assemblee elettive e ad alcuni uffici dell'amministrazione pubblica; particolari legami con partiti politici e con società operanti in alcuni settori dell'amministrazione finanziaria; l'esercizio della consulenza, assistenza, rappresentanza tributaria; rapporti di coniugio, parentela e affinità con coloro i quali esercitano o hanno titolo per esercitare l'attività professionale in campo tributario – che non hanno alcuna relazione con detto obbligo e, di conseguenza, non potrebbero venire meno nel caso in cui fosse prevista l'invocata derogabilità dell'obbligo di residenza; che, inoltre, il rimettente afferma che la disposizione censurata víola gli evocati parametri basandosi sul rilievo che «in determinate ipotesi, per conservare la professionalità acquisita dal giudice altrimenti dispersa sarebbe addirittura auspicabile l'autorizzazione alla deroga della residenza qualora questi […] sia costretto, per contingenti e sopravvenute situazioni di lavoro o di famiglia indipendenti dalla sua volontà, a stabilire la residenza in altra regione»; che tale questione è manifestamente inammissibile per difetto di motivazione sulla rilevanza, perché il rimettente, pur auspicando una pronuncia additiva di questa Corte che consenta la derogabilità dell'obbligo della residenza in presenza di «sopravvenute» esigenze di lavoro o di famiglia, non chiarisce, tuttavia, se nel giudizio a quo tali esigenze siano state fatte valere; che il rimettente infine, in riferimento al solo art. 3 Cost., denuncia l'ingiustificata disparità di trattamento che la normata censura determinerebbe tra i giudici tributari e i magistrati amministrativi, ed evoca, come tertium comparationis, l'art. 26 della legge 27 aprile 1982, n. 186 (Ordinamento della giurisdizione amministrativa e del personale di segreteria ed ausiliario del Consiglio di Stato e dei tribunali amministrativi regionali), il quale, a suo dire, prevede che «l'obbligo di residenza è suscettibile di dispensa previa valutazione del Consiglio di presidenza della giustizia amministrativa che accerta l'impegno del magistrato a garantire l'ordinario assolvimento degli obblighi di servizio»; che tale ultima questione è manifestamente infondata, perché le fattispecie poste a raffronto sono eterogenee; e ciò a prescindere dal fatto che la norma che consente al Consiglio di presidenza della giustizia amministrativa di dispensare il magistrato dall'osservanza dell'obbligo di residenza nella regione in cui si trova l'ufficio presso il quale esercita le funzioni non è l'evocato art. 26, ma l'art. 13, secondo comma, numero 5), della legge n. 186 del 1982, il quale, peraltro, è applicabile solo se «la assegnazione di sede non sia avvenuta a domanda dell'interessato»;