[pronunce]

che l'introduzione di una misura di clemenza avrebbe allora, doverosamente, richiesto l'adozione di un formale provvedimento di indulto, approvato con la maggioranza qualificata prevista dalla Costituzione, mentre ciò non è avvenuto, per essere stata la legge n. 207 del 2003 approvata dal Parlamento senza tener conto del disposto costituzionale, con conseguente violazione, sotto tale profilo, dell'art. 79, primo comma, della Costituzione; che, secondo il giudice a quo, l'introduzione dell'«indultino» rappresenta un momento di rottura dell'armonia del vigente sistema dell'esecuzione penitenziaria, fondato sui principi del finalismo rieducativo della pena e della progressività trattamentale, con conseguente violazione del principio di finalizzazione rieducativa sancito dall'art. 27, terzo comma, della Costituzione; che, conformemente a tali principi, la concessione di ogni misura alternativa o beneficio penitenziario deve essere preceduta, oltre che dall'accertamento della sussistenza dei requisiti di legittimità di volta in volta prescritti dalla legge, anche e soprattutto da un apprezzamento discrezionale del giudicante sulla «meritevolezza» del beneficio, inteso quale verifica del raggiungimento, da parte del condannato, di un grado di rieducazione adeguato al beneficio richiesto, sulla conseguente idoneità rieducativa di quest'ultimo e sull'efficacia della misura a prevenire il pericolo di recidiva; che espressione normativizzata di detto principio (progressività/regressione) è il divieto di concessione per tre anni dei permessi premio, dell'assegnazione al lavoro all'esterno, dell'affidamento in prova, della detenzione domiciliare e della semilibertà (art. 58-quater, secondo comma, della legge n. 354 del 1975); che la norma dell'art. 1, comma 3, lettera d), della legge n. 207 del 2003, costituisce un sistema connotato da un automatismo applicativo inconciliabile con il principio di finalità rieducativa della pena, ed impone al magistrato di sorveglianza un irragionevole obbligo di applicare il beneficio nei confronti di chi abbia subito la revoca di misure alternative per fatto colpevole, negandola a condannati che abbiano invece conseguito apprezzabili risultati sul piano della progressione trattamentale e della rieducazione, quali i soggetti già ammessi ai benefici penitenziari; che la stessa norma si pone, inoltre, per gli stessi motivi, in netto ed insanabile contrasto con il canone di eguaglianza (inteso nel senso della ragionevolezza del trattamento differenziato di condannati a seconda che abbiano o no commesso violazioni delle prescrizioni) stabilito dall'art. 3 della Carta fondamentale; che, inoltre, deve concludersi che la legge n. 207 del 2003 precluda l'applicazione dell'“indultino” a coloro che già sono ammessi a una misura alternativa, pur se di portata più afflittiva (come, ad esempio la detenzione domiciliare o la semilibertà), e non ne hanno cagionato colpevolmente la revoca, con conseguente ulteriore motivo di contrasto della norma censurata con l'art. 3 della Costituzione, a causa dell'irragionevole disparità di trattamento riservata, da una parte, ai soggetti che si sono dimostrati «meritevoli» di una misura alternativa e ne hanno osservato correttamente le prescrizioni, e, dall'altra, a coloro che non sono mai stati giudicati «meritevoli» di una misura alternativa, o ne hanno subito la revoca per fatto colpevole; che, per gli stessi motivi sopra esposti, inoltre, l'art. 1, comma 3, lettera d), della legge citata contrasta con i principi sanciti dagli artt. 3 e 13, secondo comma, della Costituzione, perché, in materia di libertà personale, impone, irragionevolmente, un'identica risposta legislativa a situazioni personali affatto differenti (condannati «meritevoli» e «non meritevoli», nel senso sopra descritto), essendo preclusa qualsiasi valutazione discrezionale del giudice che possa adeguare il precetto normativo al caso concreto, in un'ottica costituzionalmente orientata ai parametri rieducativi dell'art. 27, terzo comma, della Costituzione; che, nei due giudizi, è intervenuto, con atti distinti, ma sostanzialmente analoghi, il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che la questione venga dichiarata inammissibile o infondata. Considerato che il Tribunale di sorveglianza di Venezia dubita della legittimità costituzionale dell'art. 1 della legge n. 207 del 2003 nella parte in cui attribuisce al condannato, ricorrendo determinate condizioni, il diritto alla sospensione condizionale – nel limite di due anni – dell'esecuzione della parte finale della pena detentiva senza consentire al giudice di sorveglianza alcun apprezzamento discrezionale sulla meritevolezza del beneficio e sulla sua idoneità preventiva e rieducativa, per violazione dell'art. 79, primo comma, della Costituzione, perché la norma in questione, pur prevedendo nella sostanza un indulto, non è stata deliberata con le forme previste dalla Costituzione per quest'ultimo, ovverosia con legge deliberata a maggioranza dei due terzi dei componenti di ciascuna Camera, in ogni suo articolo e nella votazione finale; per contrasto con l'art. 27, terzo comma, della Costituzione, perché la pena non avrebbe alcuna funzione rieducativa o preventiva, non avendo il giudice di sorveglianza alcun apprezzamento discrezionale sulla concessione del beneficio; per violazione del principio di uguaglianza di cui all'art. 3 della Costituzione, perché la norma in questione prevederebbe un'irragionevole disparità di trattamento tra i soggetti che si sono dimostrati meritevoli di una misura alternativa e ne hanno osservato le prescrizioni (e che non possono usufruire della sospensione condizionale della pena) e coloro che non hanno mai meritato una misura alternativa, o a cui è stata revocata per loro colpa (e che potrebbero invece usufruire della sospensione condizionale della pena); che lo stesso giudice dubita, in via subordinata, della legittimità costituzionale dell'art. 1, comma 3, lettera d), della legge n. 207 del 2003, nella parte in cui non prevede come causa ostativa del beneficio l'intervenuta revoca per colpa del condannato di una misura alternativa, per violazione del principio di uguaglianza di cui all'art. 3 della Costituzione, perché la norma in questione realizzerebbe un'irragionevole disparità di trattamento tra i soggetti che si sono dimostrati meritevoli di una misura alternativa e ne hanno osservato le prescrizioni (e che non possono usufruire della sospensione condizionale della pena) e coloro che non hanno mai meritato una misura alternativa, o a cui è stata revocata per loro colpa (e che potrebbero invece usufruire della sospensione condizionale della pena); nonché per violazione dell'art. 27, terzo comma, della Costituzione, perché la pena non avrebbe alcuna funzione rieducativa o preventiva, non avendo il giudice di sorveglianza alcun apprezzamento discrezionale sulla concessione del beneficio; che il Tribunale di sorveglianza di Torino dubita della legittimità costituzionale dell'art. 1, comma 3, lett.