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Nuove norme in materia di adeguamento del trattamento economico dei membri del Parlamento a quello dei parlamentari europei. Onorevoli Senatori. – Da molti lustri il trattamento economico dei membri del Parlamento italiano è al centro di un vivace dibattito nella pubblica opinione, tra le forze politiche, nei media. In una democrazia rappresentativa come la nostra, le guarentigie, la libertà di mandato e il trattamento economico dei parlamentari sono questioni di grande delicatezza per la loro evidente connessione con il corretto funzionamento del Parlamento e l'indipendenza dei singoli parlamentari così come voluta dalla Costituzione. Si tratta di temi di notevole rilevanza che attengono alla qualità della democrazia e che spesso, purtroppo, vengono trattati senza la necessaria ponderazione. Partendo dalla condanna di specifici episodi di malcostume politico, più volte il dibattito ha assunto il carattere dell'attacco al Parlamento. Solo così si spiegano i ripetuti interventi e i mutamenti di indirizzo che le diverse maggioranze parlamentari sono andate via via annunciando su un tema che avrebbe bisogno di grande stabilità e dovrebbe essere tenuto fuori dalle polemiche quotidiane o dal condizionamento degli interessi elettorali delle forze politiche. In una democrazia il Parlamento è la sede più alta dell'esercizio del potere politico. È il luogo in cui i rappresentanti del popolo, designati con libere elezioni a suffragio universale, si incontrano per confrontare le diverse posizioni politiche con l'obiettivo di definire l'interesse nazionale e approvare le leggi destinate a regolare la convivenza nel Paese. Ed è proprio la natura della democrazia a rendere assolutamente necessario che non soltanto le leggi elettorali e le regole dell'attività del Parlamento, ma anche le guarentigie e il trattamento dei deputati e dei senatori non vengano mutati con frequenza, in qualche modo così sottraendoli al gioco politico di maggioranza e opposizione. A guardare solo le leggi elettorali e il trattamento dei parlamentari, si può vedere come siano mancate sia la stabilità normativa, sia la neutralità politico-parlamentare. In tutti gli ordinamenti democratici di stampo liberale ai membri del Parlamento è riconosciuto uno status volto a garantire la dignità e l'indipendenza dovute a chi rappresenta il popolo sovrano. La Costituzione repubblicana del 1948 ha recepito questo principio con due norme, tra loro strettamente connesse. Nell'articolo 67, secondo cui: « ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato » e nell'articolo 69 che stabilisce: « i membri del Parlamento ricevono un'indennità stabilita dalla legge ». Questi princìpi hanno poi trovato attuazione nella legge ordinaria che tuttora disciplina il trattamento economico dei parlamentari, e che definisce l'indennità parlamentare come l'istituto « spettante ai membri del Parlamento (...) per garantire il libero svolgimento del mandato » (legge 31 ottobre 1965, n. 1261). In mancanza di un parametro costituzionale cui « ancorare » il trattamento dei parlamentari, la scelta operata dal legislatore (« indennità stabilita dalla legge ... ») è stata quella di rimettere agli Uffici di presidenza delle Camere il compito di determinare l'ammontare dell'indennità mensile dei parlamentari in una misura che non superasse « il dodicesimo del trattamento complessivo massimo annuo lordo dei magistrati con funzioni di presidente di Sezione della Corte di cassazione ed equiparate ». In tal modo nel 1965 il legislatore, per la determinazione dell'indennità parlamentare, ha saggiamente voluto stabilire un criterio preciso ed obiettivo, considerando la riserva di legge di cui all'articolo 69 della Costituzione compatibile con la delega agli Uffici di presidenza delle due Camere di individuarne la misura, purché inferiore a un determinato livello. Tuttavia, i ripetuti interventi degli ultimi anni hanno finito col negare la ratio originaria della Costituzione, in nome di un'impropria e allarmante identificazione del trattamento economico dei parlamentari con uno dei tanti « costi della politica ». In definitiva, il trattamento dei parlamentari è stato spesso identificato come un odioso privilegio della « politica » e non già come la garanzia di indipendenza del potere legislativo, punto essenziale di tutte le moderne democrazie liberali. A dimostrazione di questa concezione antiparlamentare c'è la continua mutevolezza e instabilità del quadro legislativo e regolatorio in una materia che, come si è già detto, imporrebbe l'individuazione di parametri stabili e obiettivi ai quali vincolare i trattamenti, senza un continuo ricorso alle varie forme della discrezionalità politica. Nel 1985 le Camere avevano scelto di parametrare l'indennità parlamentare ad un determinato livello dello stipendio dei presidenti di sezione della Cassazione. Successivamente, con la legge finanziaria del 2006, l'importo dell'indennità è stato ridotto del 10 per cento, poi bloccato per cinque anni, sino al 2012, dalla finanziaria del 2008. Nel 2012 con deliberazioni degli Uffici di presidenza delle Camere, l'indennità lorda è stata ulteriormente ridotta per tutta la durata di quella legislatura. Questi ripetuti interventi, attuati sia con legge che con delibera delle Presidenze delle Camere, hanno contribuito alla continua e sistematica erosione della credibilità e dignità della funzione parlamentare. Oggi occorre affrontare la questione del trattamento economico dei parlamentari secondo un approccio nuovo, che vincoli tutte le componenti del trattamento a un parametro obiettivo e indipendente dall'ordinamento nazionale, sottraendolo alle pulsioni politiche e alle strumentalizzazioni di parte. Il migliore ancoraggio obiettivo e autorevole per il trattamento dei parlamentari italiani è quindi quello al trattamento riconosciuto ai membri del Parlamento europeo sulla base della disciplina che lo stesso si è dato. Il presente disegno di legge è dunque finalizzato ad adeguare il trattamento economico dei membri del Senato della Repubblica e della Camera dei deputati a quello già in vigore presso il Parlamento europeo. A tal fine esso prevede una nuova definizione dell'indennità parlamentare che, accanto alle quote mensili corrisposte in costanza di mandato parlamentare (comprensive anche del rimborso di spese di segreteria e rappresentanza), contempli anche altre componenti: un'indennità transitoria a carattere temporaneo, il cui diritto matura allo scadere del mandato parlamentare (in sostituzione dell'attuale assegno di fine mandato); un trattamento differito di natura assicurativa, il cui diritto matura a condizione che sia scaduto il mandato parlamentare e che il beneficiario abbia compiuto il sessantatreesimo anno di età (in sostituzione del vitalizio); ed infine, in caso di invalidità insorta nel corso del mandato, una pensione di invalidità, il cui diritto matura al momento della cessazione delle funzioni. L'importo delle quote mensili corrisposte in costanza di mandato viene determinato nella misura corrispondente all'indennità parlamentare mensile lorda dei membri del Parlamento europeo. L'importo dell'indennità transitoria viene invece determinato nella misura dell'identica indennità corrisposta ai membri del Parlamento europeo (attualmente tante quote mensili quanti sono gli anni di esercizio del mandato, e comunque per un minimo di sei mesi e un massimo di ventiquattro mesi).