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Ecco perché è un disegno di legge di bilancio che non chiede ma dà, che destina oltre 8 miliardi alla riduzione delle tasse. Ci troviamo a nostro agio all'interno di questa strategia, perché anche la riforma dell'Irpef ha salvaguardato la progressività, ha evitato l'appiattimento e le disuguaglianze e, soprattutto, ha mantenuto i principi fondamentali che caratterizzano il nostro sistema fiscale. La progressività non è una questione banale, non è un'ingegneria tecnica, ma è un elemento di equità e di giustizia per salvaguardare il principio di chi più guadagna, più partecipa ai costi per garantire la salute pubblica e l'istruzione pubblica. (Applausi) . Era giunto il momento di fare una scelta importante nella riforma dell'Irpef sul ceto medio. Non vogliamo evitare questa riflessione, dopo aver introdotto il reddito di cittadinanza, dopo aver lavorato per introdurre nel reddito di cittadinanza misure che noi riteniamo ulteriormente da correggere, perché la povertà abita nella dimensione territoriale e non si risolve con una carta di credito, perché la povertà richiede un lavoro dell'associazionismo, del volontariato, degli enti locali e non ci arrendiamo all'idea che non servano modifiche. Tuttavia, le risorse destinate al reddito di cittadinanza fino a pochi anni fa non avevano capitoli di bilancio sufficienti per affrontare il tema della povertà. Ecco perché era giusto intervenire in modo prevalente sul ceto medio. Ecco perché è indispensabile ricostruire la dimensione del ceto medio, favorendo i consumi interni, evitando di spingere verso forme di nuova povertà il baricentro del nostro Paese, la capacità cioè di produrre ricchezza e di trasferirla nei consumi interni e nella crescita del nostro Paese. È stato importante salvaguardare il cuneo fiscale e investire sulla riduzione del costo del lavoro, come è stato importante eliminare l'IRAP in modo particolare per le tantissime partite IVA, per la piccola impresa, per il lavoro autonomo: una richiesta straordinaria che portiamo finalmente nelle condizioni di rappresentare un architrave importante della nostra economia. Ecco perché questa fiducia non va sprecata. Il Paese ci chiede stabilità, rigore, responsabilità. Dobbiamo continuare a lavorare per portare l'Italia fuori dalla dinamica pandemica e, soprattutto, dobbiamo consentire a questo Paese di non perdere la sfida dell'appuntamento con gli investimenti europei, con la transizione digitale, ambientale ed economica che - lo diciamo subito - ha bisogno di un piano regolatore dello sviluppo economico di questo Paese. Attenzione, colleghi, la transizione può anche spingere migliaia e migliaia di lavoratori verso forme di solitudine, migliaia e migliaia di imprese verso un futuro che può essere più complesso del passato. Ecco perché - lo dico con orgoglio - abbiamo ritenuto importantissimo lavorare, insieme a tutta la maggioranza, per rimettere al centro il tema del sapere, della scuola, dell'istruzione, delle politiche attive, della formazione. Non ci sarà un futuro per questo Paese se non rappresenteremo e non riprenderemo in mano il terreno della formazione, della scuola, di una scuola di qualità per tutti, di percorsi di formazione necessari per accompagnare la transizione. Diversamente, la transizione, anche quella digitale, ambientale e sociale, potrebbe spaventare e reintrodurre in questo Paese possibili conflitti se non riusciremo a definire bene le articolazioni del nuovo sviluppo industriale, di un nuovo piano di sviluppo industriale del nostro Paese. Dovremo riposizionare bene l'investimento nei saperi, nelle competenze, uscendo da una forma che troppo spesso anche sugli ammortizzatori sociali è di tipo assistenziale e non di tipo promozionale, attivo, formativo. Ecco l'importanza della riforma degli ammortizzatori sociali e l'importanza di questa legge di bilancio che non lascia soli i lavoratori; ecco perché abbiamo ritenuto importante rimettere al centro il lavoro come elemento fondamentale per costruire un futuro a questo Paese e per programmarlo questo futuro. Nella legge di bilancio ci sono questi elementi importanti. Come ho detto prima - e concludo, signor Presidente - questi elementi sono fondamentali, per noi naturali, nel sostegno al Governo, nella responsabilità di guardare al nostro Paese nell'interesse generale e, soprattutto, di investire in forme nuove affinché i giovani tornino ad avere fiducia nelle istituzioni, abbiano un accesso al lavoro che premi le loro competenze e non le sfrutti e le usi senza garantire contratti di lavoro importanti, regolari... (Il microfono si disattiva automaticamente). (Applausi) . PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice De Petris. Ne ha facoltà. DE PETRIS (Misto-LeU-Eco) . Signor Presidente, rappresentanti del Governo, colleghi, sappiamo perfettamente che la manovra di finanza pubblica per il triennio 2022-2024 è stata un lavoro molto articolato e complesso, quindi giunge in Aula dopo una discussione che è stata certamente faticosa, ma anche molto ricca e ha dato anche molti contributi nel passaggio parlamentare. Non voglio sfuggire alle questioni che sono state poste poc'anzi, che hanno messo l'accento - penso all'intervento del senatore Renzi - sulla marginalizzazione, nei fatti, del Parlamento; le ho richiamate già questa mattina in dichiarazione di voto sul decreto-legge sul Piano nazionale di ripresa e resilienza. È una questione di grande rilevanza e non possiamo - signor Presidente, mi rivolgo a lei che varie volte ha richiamato anche il Governo sulla necessità di ridare voce, forza, ruolo e prerogative al Parlamento - assolutamente trascurare questo elemento. Purtroppo, il problema è che questa marginalizzazione - ahimè - viene da lontano e rischia sempre più di consolidarsi. La decretazione d'urgenza e i decreti-legge che vengono votati con le questioni di fiducia sono diventati, come già nella scorsa legislatura, un elemento quasi di prassi attraverso cui si esprime il lavoro del Governo stesso. Vorrei anche fare una chiara premessa in questa sede. Non voglio cioè nascondere, perché è sempre bene dirsi le cose, il fatto che ciò è stato evidente - e anche in Aula bisogna fare un punto su questa vicenda - quando abbiamo chiesto al Governo di non presentare gli emendamenti sulle delocalizzazioni e sulla magistratura onoraria, ma di articolare questa proposta attraverso un decreto-legge. Non abbiamo chiesto di seguire un iter, ma di varare un decreto-legge per un motivo molto semplice: perché credo che su un provvedimento come quello sulle delocalizzazioni fosse assolutamente necessario il lavoro e la possibilità da parte del Senato e della Camera non solo di dire la propria, ma di apportare modifiche, che sono anche necessarie. Dico in premessa che abbiamo presentato emendamenti e riteniamo che quella norma sia certamente un passo in avanti, perché prima non avevamo assolutamente nulla, ma credo che sul lavoro c'erano anche la sensibilità e la possibilità di mettere in campo misure di cui si è discusso per molto tempo anche in questi anni, di fronte a un fenomeno che per l'Italia è stato ed è pericoloso e complesso come quello delle delocalizzazioni. Bisognava forse mettere in campo, e c'era la possibilità di farlo, un decreto-legge, migliorarlo e apportare modifiche sostanziali sul piano delle sanzioni e della possibilità di varare norme più efficaci. Questo per rispondere ai tanti lavoratori che in questo momento stanno ancora lottando e cercando di avere una possibilità di futuro.