[pronunce]

che, in ordine all'assunta violazione dell'art. 24, primo e secondo comma, Cost., il rimettente rimarca come la disposizione censurata, nel discriminare retroattivamente le condotte di chi abbia versato importi privi di causa prima o dopo il detto «non individuato» termine, renderebbe privo di effettività il diritto dei cittadini di agire in giudizio a tutela delle proprie situazioni giuridiche soggettive ormai consolidate; che il rimettente deduce, altresì, il contrasto con l'art. 102 Cost., in quanto la norma censurata inciderebbe negativamente sulle attribuzioni costituzionali dell'autorità giudiziaria, definendo sostanzialmente, con atto legislativo, l'esito di giudizi in corso; che, quanto all'assunta violazione degli artt. 111, primo e secondo comma, e 117, primo comma, Cost., in relazione all'art. 6 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali, il giudice a quo osserva come l'applicabilità della norma ai giudizi in corso vulnererebbe i principi del giusto processo e della parità delle parti, incidendo su una determinata tipologia di controversie già pendenti, a vantaggio di una delle parti del giudizio, in mancanza di «ragioni imperative d'interesse generale» (è richiamato il provvedimento CEDU, Grande Camera, del 29 marzo 2006, n. 36813, Scordino c. Italia); che il Tribunale ordinario di Cassino, con l'ordinanza indicata in epigrafe, ha sollevato, in riferimento agli articoli 3, 24 e 102, Cost., questione di legittimità costituzionale dell'art. 2, comma 61, del d.l. n. 225 del 2010, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 10 del 2011, comma aggiunto dalla detta legge di conversione; che il rimettente premette di essere investito di un giudizio promosso da una società nei confronti della Banca di Roma s.p.a. avente ad oggetto la domanda di accertamento della nullità delle clausole - di capitalizzazione trimestrale degli interessi, di calcolo degli interessi passivi, in riferimento alle condizioni d'uso, di applicazione di commissioni a titolo di «massimo scoperto» - relative ad un contratto di conto corrente, sottoscritto in data 20 dicembre 1990 ed estinto il 19 settembre 2006, nonché la domanda di accertamento del diritto della società stessa alla ripetizione dell'indebito versato; che, nel costituirsi, la convenuta aveva chiesto il rigetto delle domande; che, nel corso del giudizio, veniva espletata una consulenza tecnica con esito favorevole alle prospettazioni della società; che, all'udienza di precisazione delle conclusioni, la banca aveva eccepito la prescrizione dei diritti invocati dall'attrice sulla base dell'entrata in vigore, nelle more del giudizio, dell'art. 2, comma 61, del d.l. n. 225 del 2010, convertito dalla legge n. 10 del 2011; che il detto art. 2, comma 61, dispone: «In ordine alle operazioni bancarie regolate in conto corrente l'articolo 2935 del codice civile si interpreta nel senso che la prescrizione relativa ai diritti nascenti dall'annotazione in conto inizia a decorrere dal giorno dell'annotazione stessa. In ogni caso non si fa luogo alla restituzione di importi già versati alla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto»; che, in punto di rilevanza, il giudice a quo osserva come dalla sollevata questione di legittimità costituzionale dipenda ogni valutazione in merito alla tempestiva eccezione di prescrizione dell'azione, proposta dalla società; che, in particolare, se il primo periodo della norma censurata si interpretasse nel senso che la prescrizione decennale decorre non dalla data di estinzione del rapporto di conto corrente, ma dal giorno di ogni singola annotazione in conto, la conseguenza sarebbe l'estinzione per prescrizione del diritto dell'attrice alla restituzione degli importi versati; che, al riguardo, il rimettente pone in evidenza la natura di norma di interpretazione autentica, con applicazione retroattiva, del citato art. 2, comma 61, primo periodo; che, ad avviso del giudice a quo, se il secondo periodo della norma censurata si interpretasse nel senso che, nelle operazioni bancarie regolate in conto corrente, ciascuna delle parti può non restituire gli importi già versati, anche se non dovuti, la conseguenza sarebbe il rigetto totale della domanda di ripetizione, in quanto il rapporto bancario in conto corrente è stato chiuso consensualmente dalle parti in data 19 settembre 2006 ed i versamenti sono tutti precedenti alla data di entrata in vigore della legge n. 10 del 2011; che, in punto di non manifesta infondatezza, il rimettente assume la violazione degli artt. 3, 24, e 102 Cost.; che, in ordine alla violazione dell'art. 3 Cost. sotto il profilo del principio di ragionevolezza, diversamente dal consolidato orientamento giurisprudenziale di questa Corte - secondo cui una legge interpretativa può essere adottata dal legislatore solo nel caso in cui esistano dubbi sulla portata di attuazione della norma di riferimento o contrasti giurisprudenziali, ovvero quando la scelta imposta dalla legge rientri tra le probabili varianti di senso del testo originario, con ciò vincolando un significato ascrivibile alla norma anteriore - la disposizione censurata sarebbe stata irragionevolmente emanata in mancanza di alcuna incertezza interpretativa in tema di decorrenza della prescrizione dell'azione di ripetizione nei contratti di conto corrente bancario; che, infatti, la Corte di cassazione, con la sentenza, resa a sezioni unite civili, il 2 dicembre 2010, n. 24418, in conformità all'indirizzo prevalente della stessa giurisprudenza di legittimità e di quella di merito, ha individuato il dies a quo di decorrenza della prescrizione dell'azione di ripetizione dell'indebito nella data di chiusura del conto; che, con riguardo alla dedotta violazione dell'art. 3 Cost., sotto il profilo del principio di uguaglianza, il rimettente assume che, se la norma censurata si applicasse anche per il passato ed ai giudizi in corso, si avrebbe una ingiustificata disparità di trattamento; che, quanto all'assunto contrasto con l'art. 24 Cost., il giudice a quo ritiene che, se la norma censurata si applicasse anche per il passato e ai giudizi in corso, rendendo retroattivamente legittimo ciò che era illegittimo, si lederebbe non solo l'affidamento dei consociati nella stabilità della disciplina giuridica delle fattispecie, ma si renderebbe privo di effettività il diritto dei cittadini di agire in giudizio a tutela delle proprie situazioni giuridiche soggettive; che, in ordine alla prospettata violazione dell'art. 102 Cost., il rimettente ritiene che la norma censurata inciderebbe negativamente sulle attribuzioni costituzionali dell'autorità giudiziaria, travolgendo gli effetti di pronunce divenute irrevocabili e definendo, sostanzialmente con atto legislativo, l'esito dei giudizi in corso.