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Se in Italia, un Paese in pace da settant'anni, le mine continuano a mutilare, è impressionante e forse non quantificabile per quanto tempo ancora le mine uccideranno e mutileranno intere generazioni in territori che ancora oggi si trovano in situazioni di conflitto bellico. Ancora, Aleksey, ucraino, quattordici anni, racconta: «Ho raccolto e premuto qualcosa ed è esplosa. C'era tanto sangue, vedevo le dita penzolare dalla mano. Ero così terrorizzato da tremare come una foglia. Ho quasi avuto un collasso». Queste sono alcune delle testimonianze, ne potremmo leggere altre centinaia o migliaia. Probabilmente in molte di esse, però, dovremmo utilizzare come tempo verbale il passato. Nel solo 2017 le vittime di mine ufficialmente accertate sono state 2793 ; storie che furono, di persone che oggi non sono, semplicemente per aver percorso un campo per andare a cercare cibo o acqua, per aver fatto pascolare un gregge, per aver raccolto un fiore o dato un calcio a quello che sembrava un sasso; storie che furono di vite che non hanno avuto il diritto di vivere la normalità, a causa della guerra o dei retaggi post bellici. Secondo il rapporto annuale dell'Osservatorio sulle mine, reso noto dalle Nazioni Unite, il drammatico bilancio vede le vittime distribuite in 49 Paesi, inclusi quelli in cui i conflitti sono terminati ma restano vaste aree ancora minate (Angola, Mozambico, Birmania, Colombia, Azerbaigian o il confine tra Etiopia ed Eritrea) anche se la maggioranza si registrano in Afghanistan e in Siria. Il rapporto rivela che le vittime di questi ordigni sono per l'87 per cento civili, e di questi il 47 per cento è costituito da bambini. Si stima che in tutto il mondo siano ancora disseminati 100 milioni di mine e ordigni inesplosi. L'UNICEF rende noto che solo nella Regione del Donbass, in Ucraina orientale, uno dei luoghi in cui sono state disseminate più mine al mondo, ogni giorno circa 220.000 bambini sono a rischio perché vivono, giocano e vanno a scuola in aree dove sono state disseminate mine antiuomo. In Afghanistan, secondo l'UNMAS nel solo 2016 le vittime accertate di ordigni - non contando quindi morti e feriti non registrati - sono state 587. Medici senza frontiere rende noto che, secondo il Centro di azione sulle mine dello Yemen, 300.000 mine sono state disinnescate dall'esercito yemenita tra il 2016 e il 2018. Lo sminamento si concentra, però, su strade e infrastrutture strategiche, con scarsa attenzione alle aree civili e ai terreni agricoli, rendendo la vita quotidiana della popolazione altamente insicura. Chi si imbatte in un ordigno inesploso, in una mina, in una bomba a grappolo e sopravvive entra a far parte di una generazione di mutilati, che dovrà fare i conti con gli impatti di lungo periodo, in termini di costi umani ed economici, sulla vita dei singoli e sull'intera società. Questa sera, il Parlamento è chiamato a esprimersi sul disegno di legge avente ad oggetto misure per contrastare il finanziamento delle imprese produttrici di mine antipersona, di munizioni e submunizioni a grappolo; un disegno di legge che approda in quest'Aula dopo un lungo iter ma di cui, come non mai, si rende urgente l'approvazione. A seguito del rinvio alle Camere da parte del presidente Mattarella, il testo è stato approvato in Commissione con l'adeguamento della normativa alle convenzioni internazionali a cui l'Italia ha aderito e la previsione, all'articolo 6, comma 2, della clausola di salvaguardia penale, al fine di evitare irragionevoli disparità di trattamento in base all'incarico rivestito dal soggetto agente, e considerato che la fattispecie ivi prevista è già regolata nell'ordinamento vigente, in attuazione di obblighi sovranazionali. L'approvazione di questo provvedimento si pone come un ulteriore, necessario, passaggio, del cammino intrapreso dall'Italia per la messa al bando delle mine antiuomo. Il nostro Paese, infatti, da uno dei più grandi produttori al mondo di mine antiuomo, è diventato antesignano nella loro messa al bando, già a partire dall'approvazione della legge n. 374 del 1997, anche grazie alle campagne portate avanti dal movimento antimine italiano. L'impegno dell'Italia è proseguito con la firma della Convenzione di Ottawa, che prevede il divieto d'impiego, di stoccaggio, di produzione e di trasferimento delle mine antipersona e la loro distruzione, ratificata dal nostro Paese con la legge del 26 marzo 1999, n. 106. Da segnalare, inoltre, la partecipazione dell'Italia, sin dall'inizio, a tutte le fasi del processo di Oslo, che ha portato alla ratifica della Convenzione del settembre 2011 che, oltre a vietare l'uso, la detenzione, la produzione e il trasferimento di munizioni a grappolo, prevede una serie di misure che obbligano gli Stati parte all'eliminazione delle munizioni inesplose. A tal ultimo proposito, l'Italia si è distinta in campo internazionale per il suo ruolo di cooperazione e assistenza nelle operazioni di bonifica. Notevole è anche il contributo, ideologico e sul campo, di ONG, associazioni, onlus e altri organismi sovranazionali, quali UNICEF, Medici senza frontiere, UNMAS, Emergency , la Campagna italiana contro le Mine Onlus. Tutto ciò, però, oggi non è sufficiente. Ripulire il mondo dalle mine non significa soltanto vietare e bonificare. Gli ordigni si combattono anche a monte, contrastandone la produzione. Il contrasto alle fonti di finanziamento, diretto o indiretto, si pone come non mai attuale, per rendere concrete le misure previste in linea di principio da leggi e convenzioni internazionali; per staccare la spina a un business che va contro a ogni principio etico e morale, prima ancora che di diritto. I diritti inalienabili degli uomini, delle donne e dei bambini, quale quelli alla vita, alla sicurezza, al gioco, alla salute e a vivere in un ambiente salubre, tutelati dalla nostra Costituzione e dalla normativa sovranazionale, devono essere assolutamente prioritari rispetto agli interessi economici o finanziari. La finanza cosiddetta sostenibile, una finanza etica, non può non tener conto dei diritti umani, dell'ambiente, dei diritti degli animali, dell'autodeterminazione dei popoli, del diritto a una vita serena di bambini e adulti, in contesti bellici e post bellici. E un Parlamento che vuole guardare al futuro e che vuole dirsi rispettoso dei diritti umani e del diritto umanitario non può che votare a favore del disegno di legge che stasera è in discussione. Un Parlamento che vuole definirsi democratico non può che approvare una legge che tutela il diritto alla vita e appoggiare questa lotta che non può e non deve avere colori politici. Ringrazio tutti coloro che nella passata legislatura hanno lavorato per questo provvedimento e la Commissione finanze che ha provveduto quest'anno ad adeguarlo.