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Conversione in legge del decreto-legge 1º luglio 2013, n. 78, recante disposizioni urgenti in materia di esecuzione della pena. Onorevoli Senatori. -- Gli articoli 1, 2, 3 e 4 contengono misure necessarie a fronteggiare il perdurante fenomeno del sovraffollamento carcerario e l’inadeguatezza delle strutture penitenziarie e del regime di esecuzione delle pene detentive. L’articolo 1 apporta modifiche agli articoli 284 e 656 del codice di procedura penale, relativamente alla disciplina degli arresti domiciliari e a quella della sospensione dell’ordine di esecuzione delle pene detentive. Il comma 1, alla lettera a) , prevede che il giudice, disponendo gli arresti domiciliari debba valutare l’idoneità del domicilio a garantire le esigenze di tutela della persona offesa dal reato, esigenza particolarmente sentita in relazione a reati quali i maltrattamenti in famiglia e gli atti persecutori, laddove la vicinanza dell’autore delle condotte potrebbe agevolarlo nella reiterazione delle stesse o nella perpetrazione di delitti più gravi nei confronti della vittima dei reati sopra citati. Attraverso tale modifica, la valutazione dell’idoneità del domicilio riguardo all’esigenza di tutela della persona offesa dovrà essere effettuata anche ai fini della detenzione domiciliare in forza del rinvio all’articolo 284 del codice procedura penale contenuto nell’articolo, 47- ter dell’ordinamento penitenziario. La lettera b) , al numero 1), prevede l’inserimento dei commi 4- bis , 4- ter e 4- quater nell’articolo 656 del codice di procedura penale. In base ad essi, il pubblico ministero, quando il condannato non si trovi in stato di custodia cautelare e vi siano periodi di custodia cautelare o di pena fungibili in relazione al titolo esecutivo da eseguire, prima di emettere l’ordine di esecuzione della pena, deve richiedere al magistrato di sorveglianza l’eventuale applicazione della liberazione anticipata. In questo modo, le detrazioni di pena connesse alla liberazione anticipata -- istituto che rimane invariato quanto ai presupposti e agli effetti -- sono «anticipate» al momento della emissione dell’ordine di esecuzione, sia per ragioni di equità, sia per limitare l’ingresso nelle carceri per brevi periodi di detenzione. Sarà possibile, infatti, sospendere l’ordine di esecuzione, applicando il meccanismo previsto nei commi 1, 5 e 10 dell’articolo 656, ogniqualvolta la pena residua da espiare risulti inferiore a tre anni, al netto delle detrazioni derivanti dalla liberazione anticipata, salvo che si tratti di soggetti sottoposti a custodia cautelare in carcere o, comunque, condannati per reati per i quali non è consentita l’applicazione dei benefici penitenziari (articolo 4- bis della legge 26 luglio 1975, n. 354). Nel primo caso, il pubblico ministero dovrà emettere l’ordine di esecuzione della pena, ma contestualmente deve anche trasmettere gli atti al magistrato perché determini le detrazioni di pena relative alla liberazione anticipata. La lettera b) , al numero 2), prevede l’innalzamento a quattro anni del limite di pena per la sospensione dell’ordine di esecuzione nei confronti di particolari categorie di condannati per i quali l’ordinamento penitenziario, all’articolo 47- ter , comma 1, già prevede la detenzione domiciliare negli stessi limiti di pena da espiare. Si tratta della donna incinta o madre di prole di età inferiore a dieci anni con lei convivente; del padre, esercente la potestà, di prole di età inferiore ad anni dieci con lui convivente, quando la madre sia deceduta o altrimenti impossibilitata a dare assistenza alla prole; della persona in condizioni di salute particolarmente gravi, che richiedano costanti contatti con i presidi sanitari territoriali; della persona di età superiore a sessanta anni, se inabile anche parzialmente; della persona di età minore di anni ventuno, per comprovate esigenze di salute, di studio, di lavoro e di famiglia. Queste categorie di soggetti, qualora debbano espiare una pena compresa tra i tre ed i quattro anni, potranno, dunque, accedere alla detenzione domiciliare di cui all’articolo 47- ter , comma 1, dell’ordinamento penitenziario, anche dallo stato di libertà, senza fare necessariamente fare ingresso in carcere. La lettera b) , al numero 3, contiene altre importanti modifiche dell’articolo 656 del codice di procedura penale. Con la prima modifica, viene soppresso il divieto di sospensione dell’ordine di esecuzione in caso di condanne per i reati previsti e puniti dagli articoli 423- bis del codice penale (incendio boschivo), 624 del codice penale (furto semplice), con la sussistenza di due aggravanti indicate nell’articolo 625 del codice penale e per i delitti aggravati ai sensi dell’articolo 61, primo comma, n. 11- bis del codice penale (l’avere il colpevole commesso il fatto mentre si trovava illegalmente sul territorio nazionale), norma dichiarata illegittima dalla Corte Costituzionale con sentenza 8 luglio 2010, n. 249. Contestualmente, il suddetto divieto viene introdotto per le condanne per il reato di maltrattamenti in famiglia nei confronti di minore degli anni quattordici, previsto dal secondo comma dell’articolo 572 del codice penale, e per le condanne inflitte per atti persecutori aggravati commessi a danno di un minore, di una donna in stato di gravidanza o di una persona con disabilità di cui all’articolo 3 della legge 5 febbraio 1992, n. 104, ovvero con armi o da persona travisata, secondo quanto previsto dal terzo comma dell’articolo 612- bis del codice penale. Con la seconda modifica, è soppresso il divieto di sospensione dell’ordine di esecuzione per i recidivi qualificati ai sensi dell’articolo 99, comma quarto, del codice penale, introdotto dall’articolo 9 della legge 5 dicembre 2005, n. 251. Infine, la lettera b) , al numero 4, coordina i nuovi commi 4- bis , 4- ter e 4- quater dell’articolo 656 con il comma 10 del medesimo articolo 656, relativo all’emissione dell’ordine di esecuzione nei confronti di condannati che si trovano agli arresti domiciliari. Questi interventi hanno un sicuro effetto deflattivo sulla popolazione carceraria e consentono di riequilibrare il sistema dell’esecuzione penale eliminando una serie di rigidi automatismi privi di un reale significato in termini di cosiddetta «difesa sociale», Si tratta, infatti, di preclusioni che non corrispondono all’accertamento di una attuale pericolosità sociale del condannato, ma si fondano su presunzioni legali generali e astratte, quali l’aver riportato una condanna per taluni reato o l’aver già riportato condanne per delitti, di qualunque specie e in qualsiasi tempo. L’articolo 2 contiene modifiche in materia di ordinamento penitenziario.