[pronunce]

puntualizzazione viceversa indispensabile a fronte della preliminare narrazione della vicenda concreta contenuta nella stessa ordinanza di rimessione, dalla quale non emerge che detta falsità abbia cagionato concretamente un danno patrimoniale al soggetto offeso, tanto che alla persona sottoposta alle indagini è stato ascritto il concorrente reato di truffa soltanto tentata. Nel ravvisare, poi, il difetto della condizione di procedibilità del delitto, il giudice a quo, da un lato, non specifica perché non consideri idonea, a tal fine, l'originaria notitia criminis, che egli stesso pure qualifica come «denuncia-querela»; dall'altro lato e comunque, fornisce una motivazione implausibile in ordine alla presunta inefficacia dell'ulteriore querela proposta per iscritto dalla persona offesa successivamente all'entrata in vigore del d.lgs. n. 61 del 2002, in base all'art. 5 del medesimo decreto. Ciò, in particolare, allorché egli esclude che l'atto di «ratifica» e «conferma del contenuto della querela» — redatto in calce alla stessa e sottoscritto dalla persona offesa in occasione della sua presentazione ad un ufficiale di polizia giudiziaria — possa «sanare» le conseguenze del fatto che l'atto di querela era stato presentato in copia fotostatica, anche quanto alla sottoscrizione; in tal modo trascurando, tra l'altro, sia il principio del favor quaerelae, sia la possibilità — prevista dalla legge processuale — che la querela venga proposta anche in forma orale (art. 337, comma 2, cod. proc. pen.), a prescindere dal nomen attribuito all'atto. Infine, nelle premesse dell'ordinanza di rimessione il giudice a quo postula — come segnalato — che la mancata proposizione della querela per il delitto lasci salva la possibilità di perseguire ex officio come contravvenzione il falso dannoso per i soci o i creditori (formulando, di conseguenza, autonome censure di costituzionalità in ordine all'art. 2621 cod. civ.). Al contrario, nella parte finale dell'ordinanza stessa — allorché si duole del regime di perseguibilità a querela del delitto — egli afferma espressamente che la remissione della querela impedirebbe di configurare nel fatto l'ipotesi contravvenzionale, stante il rapporto di specialità che intercorrerebbe tra gli artt. 2621 e 2622 cod. civ. Non viene in alcun modo chiarito, tuttavia, per quale ragione due evenienze primo visu omologhe, quanto al risultato del difetto della condizione di procedibilità — mancata proposizione e remissione della querela — dovrebbero determinare conseguenze diametralmente opposte sul versante considerato. Le manchevolezze dell'ordinanza di rimessione in punto di motivazione sulla rilevanza, ora evidenziate, comportano, alla luce della giurisprudenza di questa Corte, l'inammissibilità delle questioni (cfr., ex plurimis, ordinanze n. 119, n. 199 e n. 238 del 2002); esse risultano, in tal senso, assorbenti rispetto ad ogni ulteriore profilo di inammissibilità, ed in particolare a quelli — pur evidenti — connessi al tenore dei primi due quesiti, con i quali si censura il trattamento punitivo della fattispecie di cui all'art. 2621 cod. civ. senza neppure specificare, tra l'altro, in quale direzione dovrebbe concretamente esplicarsi l'ipotetico intervento “correttivo” della Corte. 6. — La questione sollevata dal Tribunale di Melfi è, del pari, manifestamente inammissibile. Il giudice a quo — nel dolersi del fatto che le norme impugnate abbiano modificato il regime anteriore delle false comunicazioni sociali in punto di prescrizione, in maniera tale da rendere praticamente impossibile l'esaurimento delle attività processuali prima dell'estinzione del reato — chiede difatti a questa Corte di sottoporre la figura contravvenzionale di cui all'art. 2621 cod. civ. ad un termine di prescrizione diverso e più lungo rispetto a quello stabilito per la generalità delle contravvenzioni punite con l'arresto dall'art. 157, primo comma, numero 5), cod. pen. , e coincidente, in specie, con il termine di prescrizione dell'abrogata fattispecie delittuosa già prevista dall'originario art. 2621, numero 1), cod. civ. A prescindere da ogni altro possibile rilievo circa i limiti dei poteri di questa Corte allorché si discuta di interventi in peius sulla disciplina della prescrizione, risulta tuttavia evidente come una soluzione di tal fatta — lungi dal potersi considerare costituzionalmente obbligata, nella stessa prospettiva del rimettente — avrebbe carattere non solo spiccatamente “creativo”, ma addirittura totalmente “eccentrico”, in una cornice di sistema. Tale soluzione implicherebbe difatti una frattura, extra ordinem, tra natura dell'illecito e regime della prescrizione, attraverso la quale il “declassamento” delle false comunicazioni sociali da delitto a contravvenzione (in assenza del danno patrimoniale per i soci o i creditori), attuato dalla riforma del 2002, si accompagnerebbe al mantenimento, per la nuova ipotesi contravvenzionale, del termine di prescrizione già proprio del delitto. In realtà, è palese come la riduzione del termine di prescrizione, oggetto di doglianza, rappresenti una conseguenza “naturale” dell'opzione, fatta “a monte” dal legislatore, per il modulo contravvenzionale: ed è questa opzione che assume, semmai, una valenza derogatoria rispetto alle linee generali del sistema sanzionatorio, tenuto conto sia delle particolari e complesse note di disvalore che contrassegnano la condotta costitutiva del reato in parola; sia del fatto che esso richiede un dolo intenzionale-specifico a contenuto plurimo (animus decipiendi et lucrandi). Peculiarità, queste, che allontanano la figura dal modello “ordinario” della contravvenzione, quale illecito a carattere più o meno marcatamente preventivo-cautelare e punibile anche a titolo di semplice colpa. Senonché, non è comunque ipotizzabile che la scelta derogatoria “a monte” (adozione dello schema contravvenzionale per un fatto che presenta i tratti ordinariamente propri del delitto) possa essere “neutralizzata” pro parte — ossia quanto ai riflessi sui termini di prescrizione — tramite una pronuncia di questa Corte che introduca una anomalia “a valle” (applicazione ad una contravvenzione del termine di prescrizione valevole per un delitto ormai abrogato); in specie “recuperando” — come pretende il giudice a quo — la ratio sottesa ad altra previsione derogatoria anch'essa ormai non più presente nell'ordinamento (quella dell'art. 9 del decreto-legge n. 429 del 1982, convertito, con modificazioni, in legge n. 516 del 1982, in materia di contravvenzioni tributarie). Intervento, questo, che — per le ragioni dianzi indicate — certamente esorbita dai limiti del sindacato di costituzionalità. 7.1. — Inammissibili sono infine le questioni sollevate dal Tribunale di Milano.