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Il superamento di questo modo d'essere della legislazione del lavoro -- in coerenza con i principi di chiarezza, comprensibilità, concisione e proporzionalità del volume normativo «alle dimensioni dell'oggetto», enunciati nel citato Decalogue for Smart Regulation dell’UE -- comporta che alla legge sia riservato il compito di stabilire un corpus di protezioni essenziali e davvero universali facilmente e direttamente conoscibili da tutti e delle quali possa essere agevolmente imposta l'applicazione in modo generalizzato, lasciandosi alla contrattazione collettiva la fissazione e modificazione nel tempo degli standard ulteriori legati alle specificità di settore, regionali e di impresa. Un'altra causa, non secondaria, dell'ipertrofia e complessità della normativa vigente va individuata in una concezione illiberale della funzione della legge nel settore dei rapporti di lavoro, dovuta a un eccesso evidente di intendimento protettivo. L'idea che ha prevalso fin qui nel nostro Paese -- formatasi in una fase storica nella quale il modello dominante era quello della grande impresa fordista in un mercato del lavoro strutturalmente monopsonistico -- è quella per cui all'autonomia individuale, in questo settore, deve essere lasciato il minore spazio possibile e ogni aspetto del rapporto deve essere minuziosamente giuridificato mediante legificazione. Nella situazione attuale, caratterizzata da una struttura fortemente pluralista e concorrenziale del mercato del lavoro anche dal lato della domanda, pur non essendo venute meno tutte le cause di distorsioni monopsonistiche, si sono tuttavia molto allargati gli spazi nei quali l'autonomia individuale svolge sostanzialmente bene la propria funzione e il mercato endoaziendale del lavoro non soffre di distorsioni rilevanti, perché il lavoratore dispone per lo più effettivamente di alternative occupazionali apprezzabili. Si pensi, per esempio, al capitolo già citato della determinazione dell'estensione e della collocazione temporale della prestazione lavorativa nel lavoro a tempo parziale: la disciplina attualmente vigente (risultato del sovrapporsi a quella originaria di stratificazioni legislative del 2000, 2003 e 2007) è articolata in ben 13 articoli, per un totale di 3803 parole; la nostra proposta è di riportare le dimensioni testuali della normativa all'incirca ai suoi livelli originari (1984), riducendole a tre soli commi, per un totale di 117 parole (articolo 2108). Questa opzione è consigliata dall'osservazione che, nella quasi totalità dei casi, il mercato endoaziendale del tempo di lavoro funziona sostanzialmente molto bene e non necessita affatto né di una giuridificazione così capillare della materia, né di ingessature normative quali quelle che sulla materia stessa vengono oggi imposte; mentre, viceversa, l'eccessiva complessità della disciplina legislativa vigente produce un effetto depressivo del tutto ingiustificato e indesiderabile sulla diffusione del lavoro a tempo parziale. Nell'eccesso di pervasività della disciplina legislativa si esprime talvolta la diffidenza del legislatore nei confronti di una forma di organizzazione del lavoro che, in realtà, per le dimensioni del fenomeno e la sua marginalità rispetto al tessuto produttivo, non presenta alcuna effettiva pericolosità sociale. È questo il caso -- per esempio -- del cosiddetto «lavoro intermittente», o job on call , cui la legge istitutiva, del 2003, dedica ben 8 articoli, per un totale di 1443 parole: se si considerano i costi di transazione che questa normativa impone, in riferimento a rapporti della durata di uno o due giorni, ben può parlarsi a questo proposito di una regolazione sostanzialmente ostruttiva. È nostra convinzione che nessun danno sociale apprezzabile possa verificarsi col ridurre la disciplina legislativa della materia -- come proponiamo nel secondo comma, lettera f), dell'articolo 2097 di questo disegno di legge -- a un capoverso di sole 39 parole. L'eccesso di pervasività della regolamentazione finisce col porre fuori legge l'accordo tra datore e prestatore (per aspetti di dettaglio del rapporto di lavoro o per rapporti del tutto marginali) e col complicare la vita a entrambe le parti in novantanove casi, per prevenire la possibilità della distorsione che, in un caso su cento, può verificarsi per il comportamento di un imprenditore scorretto. Il rimedio a quel caso isolato deve essere diverso da quello dell'imposizione di una «camicia di Nesso» all'autonomia negoziale delle parti in tutti e cento i casi; in linea generale il vero rimedio può e deve essere costituito da un rafforzamento del potere contrattuale del lavoratore, attraverso l'ampliamento della sua opzione exit , cioè dell'alternativa occupazionale rispetto all'azienda dove egli è (o si sente) trattato peggio del dovuto. L'eccesso di intendimento protettivo, infine, dà luogo talora a bardature normative incompatibili con il normale funzionamento di un'impresa di dimensioni piccole o medie, cioè con il funzionamento della stragrande maggioranza delle nostre imprese: si pensi, per esempio, alla normativa sui permessi e aspettative per il solo fatto della candidatura a elezioni politiche o amministrative, o per l'assistenza a parenti disabili. Col risultato che in queste imprese i lavoratori corretti si astengono dall'utilizzare le facoltà attribuite loro dalla normativa protettiva anche quando vi avrebbero titolo, mentre altrove quelle protezioni diventano fonte di rendite indebite a vantaggio di infime minoranze scorrette di lavoratori dipendenti. Necessità di «copertura conoscitiva» per ogni nuovo intervento legislativo. Oggi la Costituzione richiede che di ogni nuovo intervento legislativo si indichi la copertura finanziaria; e la dottrina avverte che andrebbe indicata anche la «copertura amministrativa», ovvero l'insieme delle risorse operative necessarie per l'attuazione del programma contenuto nella legge che si intende emanare. Negli ordinamenti più avanzati ci si preoccupa anche di una terza copertura: la «copertura conoscitiva»: più precisamente, ci si preoccupa di tutto quanto è necessario per far sì che il contenuto della nuova legge sia conosciuto da coloro cui esso interessa o cui compete di darvi applicazione. In funzione di questo obiettivo, nei Paesi del nord-Europa è normale che l'emanazione di una legge sia accompagnata da una intensa campagna di comunicazione, mirata a diffondere capillarmente e in modo articolato la conoscenza dei contenuti di ciascuna nuova disposizione, nella consapevolezza che l'effettività della legge stessa dipende in larga parte dal grado della sua penetrazione nella cultura diffusa, dalla sua capacità di generare direttamente, senza bisogno della costosa mediazione degli esperti, nuove sinapsi e sinergie sociali, nuove idee spontanee per nuovi comportamenti individuali e sociali di massa. Ed è evidente che il rischio di «scopertura conoscitiva» di una legge è direttamente proporzionale al suo volume testuale, alla sua complessità e difficoltà di lettura. Tra le cause dello straordinario tasso di effettività del nostro Statuto dei Lavoratori del 1970 va sicuramente annoverata la vasta «copertura conoscitiva» di cui esso beneficiò (soprattutto -- ma non soltanto -- per merito del movimento sindacale e delle associazioni imprenditoriali): una vera e propria campagna di acculturazione di massa, tanto più efficace quanto più era chiaro e immediatamente comprensibile da parte di milioni di persone il contenuto delle disposizioni in esso contenute.