[pronunce]

Infatti, il Presidente della Giunta regionale si è costituito il 4 luglio 2005 e le parti private hanno depositato i suddetti «atti di adesione» l'8 febbraio 2006 e, quindi, oltre il termine perentorio del 31 maggio 2005, stabilito dall'art. 25 della legge 11 marzo 1953, n. 87, e computato secondo il criterio previsto dall'art. 3 delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale. 3. – Sempre in via preliminare, deve osservarsi che la questione sollevata è rilevante nel giudizio principale. Al riguardo, infatti, il rimettente precisa che gli attori hanno chiesto in restituzione le somme pagate dopo il 1995 a titolo di tassa di rinnovo delle relative concessioni regionali di costituzione di azienda faunistico-venatoria; che tali somme sono state effettivamente pagate; e che le domande di ripetizione sono state tempestivamente proposte entro il termine triennale di decadenza. Ne consegue che, disponendo le norme regionali censurate l'aumento del cento per cento di detta tassa e della correlativa soprattassa a far data dal 1° gennaio 1996, un'eventuale pronuncia di incostituzionalità di tali norme avrebbe incidenza sulla decisione in ordine alla predette domande di restituzione. 4. – Nel merito, va premesso che, tra i parametri costituzionali evocati dal giudice a quo, rilevano soltanto gli artt. 117 e 119 Cost., nel testo anteriore alla riforma del Titolo V della Parte II della Costituzione. Il Tribunale rimettente, infatti, deduce che le norme censurate hanno ecceduto i limiti posti al legislatore regionale dalla norma statale interposta di cui all'art. 3, comma 5, della legge n. 281 del 1970, nel testo sostituito dalle indicate disposizioni del 1990. Pertanto, la denunciata violazione del riparto delle competenze legislative tra lo Stato e le Regioni a statuto ordinario va valutata alla stregua delle norme costituzionali vigenti nel 1990, anno in cui è stata emanata la norma interposta. 4.1. – La questione non è fondata, perché si basa su un'erronea interpretazione della menzionata disposizione interposta. Quest'ultima attribuisce alle Regioni il potere di disporre con legge aumenti degli importi delle tasse sulle concessioni regionali stabiliti dalla tariffa approvata con il decreto legislativo 22 giugno 1991, n. 230 (Approvazione della tariffa delle tasse sulle concessioni regionali ai sensi dell'articolo 3 della legge 16 maggio 1970, n. 281, come sostituito dall'articolo 4 della legge 14 giugno 1990, n. 158), e rettificata dal decreto legislativo 23 gennaio 1992, n. 31 (Rettifiche alla tariffa delle tasse sulle concessioni regionali, approvata con decreto legislativo 22 giugno 1991, n. 230). Ai sensi della medesima disposizione, tale potere è soggetto ai seguenti limiti: gli aumenti della tariffa possono essere disposti «ogni anno»; le norme che dispongono l'aumento devono avere «effetto dal 1° gennaio dell'anno successivo» a quello in cui esso è stato disposto; l'entità dell'aumento medesimo è rimessa alla scelta del legislatore tra due misure, la prima, «non superiore al 20 per cento degli importi determinati per il periodo precedente», la seconda, contenuta entro «la maggiore percentuale di incremento disposta dallo Stato per le tasse sulle concessioni governative». Il rimettente interpreta tale enunciato legislativo nel senso che l'espressione «ogni anno» consente al legislatore regionale di aumentare le tasse sulle concessioni regionali in misura superiore al venti per cento solo per l'anno immediatamente successivo a quello in cui il legislatore statale ha aumentato le tasse sulle concessioni governative. Sempre secondo il rimettente, la Regione Lazio, invece, con le disposizioni censurate ha aumentato del cento per cento le tasse sulle concessioni regionali nel 1995 e non nel 1993, anno immediatamente successivo all'aumento del cento per cento delle tasse sulle concessioni governative, disposto dallo Stato con l'art. 10 del decreto-legge 11 luglio 1992, n. 333 (Misure urgenti per il risanamento della finanza pubblica), convertito, con modificazioni, dalla legge 8 agosto 1992, n. 359. Ne conseguirebbe l'illegittimità delle norme censurate, per violazione degli artt. 117 e 119 Cost. 4.2. – Siffatta interpretazione contrasta con la ratio e con la lettera della disposizione interposta, dovendosi intendere la locuzione «ogni anno», nell'ipotesi dell'aumento delle tasse sulle concessioni regionali in misura superiore al venti per cento, nel senso che il potere di aumento può essere esercitato una sola volta l'anno per l'anno successivo e non nel senso che deve esercitarsi nell'anno immediatamente successivo a quello in cui è stato disposto dallo Stato l'aumento delle tasse sulle concessioni governative. Ciò si desume, in primo luogo, dall'evoluzione normativa dello stesso art. 3 della legge n. 281 del 1970. Il secondo comma del testo originario di questo articolo attribuiva alle Regioni il potere di disporre, entro il solo limite del venti per cento delle tasse regionali vigenti nel periodo precedente, maggiorazioni delle tasse sulle concessioni regionali «ad intervalli non inferiori al quinquennio», e cioè una sola volta per cinque anni. In seguito, il legislatore statale, con l'art. 4, comma 1, della legge n. 158 del 1990, ha consentito (oltre al predetto aumento fino al venti per cento) anche un maggiore aumento, purché non eccedente quello disposto dallo Stato per le tasse sulle concessioni governative. Nel contempo, per ciò che qui interessa, ha ridotto ad un anno il predetto intervallo quinquennale, stabilendo che l'aumento delle tasse sulle concessioni regionali potesse essere disposto «entro il 31 ottobre di ciascun anno». Tale modifica ha avuto il solo effetto di ridurre da cinque anni ad un anno l'arco temporale entro il quale è consentito operare detto aumento e, quindi, non ha inciso sostanzialmente sull'interpretazione data alla disposizione previgente. Non influisce sulla predetta interpretazione l'ulteriore sostituzione delle parole «entro il 31 ottobre di ciascun anno» con le parole «ogni anno», operata dal già citato art. 4, comma 2, del decreto-legge n. 310 del 1990, che ha portato all'attuale formulazione della menzionata disposizione interposta. Detta sostituzione, infatti, si è limitata ad estendere all'intero anno la possibilità di esercitare il potere di aumento, con effetti dall'anno successivo, fermo restando il divieto di esercitare tale potere ad intervalli inferiori all'anno. Nemmeno sul piano letterale la disposizione interposta si presta ad essere interpretata nel senso prospettato dal rimettente. Infatti, nella qui esaminata ipotesi di esercizio del potere di aumento delle tasse regionali in misura superiore al venti per cento, né la locuzione «ogni anno» né altri elementi dell'enunciato legislativo impongono che detto potere sia esercitato dalla Regione nell'anno immediatamente successivo a quello dell'aumento statale.