[pronunce]

da lire dieci milioni a lire trecento milioni); oppure una pena uguale esclusivamente nel genere, e non pure nel quantum, a quella ora indicata. Nel primo caso, peraltro, l'art. 180 del d.lgs. n. 58 del 1998 violerebbe l'art. 76 Cost. per eccesso di delega, avendo il legislatore delegato stabilito una pena — reclusione fino a due anni e multa fino a lire seicento milioni (recte: da lire venti milioni a lire seicento milioni) — superiore a quella fissata dalla legge di delegazione. Nel secondo caso, sarebbe invece la citata disposizione della legge n. 52 del 1996 a porsi in contrasto con gli artt. 76 e 25, secondo comma, Cost., per non aver stabilito il quantum di pena con cui sanzionare le violazioni considerate, con conseguente indeterminatezza del criterio di delega. Anche tale seconda questione sarebbe rilevante nei giudizi a quibus, stante l'incidenza che il suo accoglimento avrebbe sulla valutazione della condotta degli imputati. 2. — In ambedue i giudizi di costituzionalità è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, il quale ha chiesto che le questioni siano dichiarate non fondate. Quanto alla prima questione — dopo aver ricordato come la pressoché costante giurisprudenza costituzionale abbia ritenuto legittimo il ricorso del legislatore a concetti «elastici» nella definizione delle fattispecie di reato, sul rilievo che ogni norma, in quanto descrittiva di fattispecie astratte, sconta comunque un margine di indeterminatezza nell'individuazione dei comportamenti concreti da sussumere in essa — la difesa erariale osserva come l'esigenza di determinatezza dell'illecito penale si connoti in maniera diversa a seconda degli elementi di fattispecie presi in considerazione. Conformemente a quanto affermato da questa Corte con la sentenza n. 247 del 1989, essa si porrebbe ad un livello più alto rispetto agli elementi costitutivi, ossia a quelli che concorrono a definire il discrimine tra il lecito e l'illecito: elementi tra i quali non potrebbe peraltro annoverarsi il dato quantitativo espresso nell'art. 180 del d.lgs. n. 58 del 1998 dall'avverbio «sensibilmente». Nella specie, difatti, il comportamento vietato e riprovevole — espressivo del contenuto offensivo tipico della fattispecie, posta a tutela del corretto funzionamento, della trasparenza e della credibilità del mercato — consisterebbe nello sfruttamento di un'informazione di cui il pubblico non dispone, con la consapevolezza che tale informazione, se resa pubblica, sarebbe idonea ad influenzare il prezzo dello strumento finanziario di riferimento. L'elemento quantitativo, inerente al carattere «sensibile» di tale influenza, si limiterebbe, per converso, ad assolvere una funzione di «filtro selettivo», che, senza incidere sulla «dimensione intrinsecamente lesiva» del fatto, ne connota solo la gravità, segnando il punto a partire dal quale l'intervento punitivo è ritenuto opportuno. Col prevedere l'elemento in questione, d'altro canto, il legislatore nazionale si sarebbe doverosamente allineato alla definizione di informazione privilegiata posta in sede comunitaria dall'art. 1 della direttiva n. 89/592/CEE, ed ora riprodotta nella direttiva 2003/6/CE sugli abusi di mercato: direttiva, quest'ultima, che, secondo quanto si legge nel «considerando» n. 44, «rispetta i diritti fondamentali e osserva i principi riconosciuti … dalla Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea», la quale, all'art. 49, sancisce a sua volta i principi della legalità e proporzionalità dei reati e delle pene. Se è vero, inoltre, che, in assenza di riferimenti numerici, la valenza dell'elemento in parola appare prima facie sfuggente, pur tuttavia, legare tale insopprimibile (proprio perché imposto a livello comunitario) riferimento quantitativo ad un dato percentuale, avrebbe reso praticamente impossibile il giudizio sull'idoneità ex ante dell'informazione ad alterare il prezzo del valore mobiliare: giacché, ove la «prognosi postuma» dovesse “coprire” anche un preciso valore numerico, essa rimarrebbe «confinata nel regno dell'irrealtà». Il ricorso ad una clausola «flessibile» sarebbe reso ineluttabile anche dalla natura eminentemente relativa della nozione di «influenza sensibile», strettamente collegata alle caratteristiche dello strumento finanziario al quale la notizia privilegiata si riferisce: rispetto ad un titolo relativamente stabile, infatti, anche una variazione di pochi punti percentuali potrebbe essere considerata significativa; mentre rispetto ad uno strumento finanziario «fisiologicamente» soggetto ad oscillazioni, difficilmente si potrebbe giungere alla medesima conclusione. La valutazione in ordine alla capacità dell'informazione di incidere sensibilmente sul corso di un dato strumento finanziario potrebbe giovarsi, per altro verso, di «consolidate regole di esperienza». Al riguardo, verrebbe segnatamente in rilievo la disposizione dell'art. 114, comma 1, primo periodo, del d.lgs. n. 58 del 1998, la quale — ponendosi come una sorta di pendant della norma impugnata — stabilisce che «gli emittenti quotati e i soggetti che li controllano informano il pubblico dei fatti che accadono nella loro sfera di attività e in quella delle società controllate, non di pubblico dominio e idonei, se resi pubblici, a influenzare sensibilmente il prezzo degli strumenti finanziari». Sulla base di tale prescrizione — oltre che delle specificazioni fornitene dalla CONSOB nell'esercizio delle sue prerogative — le società quotate pubblicano quotidianamente una molteplicità di informazioni, generando così prassi alle quali l'interprete potrebbe utilmente attingere nell'effettuazione dell'apprezzamento di cui si tratta; senza considerare, poi, che sul legame tra le informazioni e le variazioni del prezzo degli strumenti finanziari esiste una «copiosissima» letteratura economico-finanziaria. Quanto alla seconda questione, attinente al regime sanzionatorio della fattispecie, la difesa erariale osserva come la riformulazione delle disposizioni in tema di insider trading e la determinazione delle relative sanzioni — contrariamente a quanto ritenuto dai giudici rimettenti — non dovessero uniformarsi ai principi e criteri direttivi di cui all'art. 3, comma 1, lettera c), della legge n. 52 del 1996. Tali principi e criteri si riferiscono, infatti, ai «decreti legislativi di cui all'articolo 1» della legge delega, ossia ai decreti legislativi di attuazione delle direttive comunitarie comprese nell'elenco di cui all'allegato A della legge stessa, tra le quali non figura la direttiva 89/592/CEE, già in precedenza recepita con la legge n. 157 del 1991. La disciplina dell'insider trading presente nel d.lgs. n. 58 del 1998 si fonderebbe piuttosto sull'art. 8 della legge n. 52 del 1996, nella parte in cui delegava il Governo ad emanare testi unici delle disposizioni dettate in attuazione della delega prevista dall'art. 1, coordinando con esse le norme vigenti nelle stesse materie ed apportando a queste ultime le integrazioni e le modificazioni necessarie al predetto coordinamento;