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Istituzione di un piano pluriennale di assunzioni a tempo indeterminato nelle scuole e modifiche alla legge 13 luglio 2015, n. 107. Onorevoli Senatori. – Per vivere in una società complessa ed in continuo divenire come quella attuale, è indispensabile elevare il livello di formazione degli individui attraverso la costruzione di un sistema di istruzione in grado di garantire universalmente livelli sempre più alti di cultura, conoscenza ed autonomia critica, necessari per ogni successivo apprendimento. Il tema del sapere e dell'istruzione diventa, in quest'ottica, questione complessa ma imprescindibile per lo sviluppo democratico di un territorio. Sono pertanto profondamente regressive e limitative tutte quelle idee che tendono a considerare la scuola ed i luoghi della formazione come esclusive interfacce del mondo del lavoro. Come si ricorderà, già diciotto anni addietro, al Consiglio di Lisbona, si decise che entro il 2010 l'Unione europea, per diventare più competitiva e dinamica ed in grado realizzare un'autentica crescita economica ed una maggiore coesione sociale, avrebbe dovuto trasformarsi in una «economia basata sulla conoscenza». Di contro, fino ad oggi il nostro Paese, con riferimento al mondo della conoscenza, dei saperi, dell'alfabetizzazione di base, dei titoli di studio e delle competenze comunicative e relazionali, è andato incontro ad un graduale e preoccupante impoverimento culturale che a sua volta determina aumento della marginalità e della frammentazione sociale, della precarietà lavorativa ed esistenziale, del radicamento di fenomeni illeciti e di fondamentalismi. Investire risorse ed impegno in una scuola pubblica che accolga e promuova, fin dai primi anni di età, ognuna ed ognuno, significa mettere al centro delle politiche di una nazione l'abbattimento delle diseguaglianze, la valorizzazione delle differenze e la garanzia ad ogni bambina ed ad ogni bambino, ad ogni ragazza e ad ogni ragazzo, di un futuro certo ove nessuno resti indietro. In un Paese dove crescono le disuguaglianze, che la riforma cosiddetta della «buona scuola» rischia di alimentare, è necessario promuovere un rinnovato confronto pubblico con tutte quelle componenti della società civile impegnate nell'associazionismo, nel sindacato, nelle istituzioni scolastiche ed accademiche, nel mondo professionale ed imprenditoriale, eccetera, che parta da un'idea di scuola migliore da offrire alle generazioni future, in grado di combattere e non alimentare le differenze di classe, e la cui mission sia principalmente orientata, attraverso progetti e strategie valide, verso l'educazione alla responsabilità ed alla cittadinanza attiva e consapevole. A questo deciso cambio di rotta deve però corrispondere anche una diversa politica della formazione fondata: 1) sull'elevazione dell'obbligo scolastico a 18 anni, abbandonando l'insufficiente ed opaco sistema attuale che, di fatto, permette di smettere di frequentare la scuola al primo anno della scuola secondaria superiore per assolvere poi la parte conclusiva nell'apprendistato; 2) sul drastico abbattimento della dispersione scolastica, ancora ai livelli del 16-17 per cento, per portarla agli obiettivi europei 2020, che la fissano al di sotto del 10 per cento; 3) sulla valorizzazione della formazione continua e di quella permanente; 4) sulla riforma della formazione professionale affinché essa non rappresenti un'alternativa al sistema d'istruzione per l'assolvimento dell'obbligo, e che spesso si è rivelata una scelta di censo; 5) sulla riforma della formazione superiore–per la quale gli obiettivi dell'Europa 2020 prevedono incrementi molto significativi rispetto ai dati attuali, con il 40 per cento dei giovani fra i 30-34 anni che dovrebbe giungere a conseguire un titolo post-secondario–che deve essere sostenuta da un adeguato sistema di borse di studio, dalla definizione dei LEP (livelli essenziali delle prestazioni) e da un allargamento della platea dei beneficiari, al fine di rendere effettivo il diritto allo studio. Precondizione essenziale ed imprescindibile per risanare il sistema d'istruzione italiano è la stabilizzazione di quell'esercito variegato di precari storici che negli ultimi decenni, con abnegazione e grande spirito di servizio, hanno consentito al sistema di funzionare nonostante tutto. Un esercito di donne e uomini, maestre e maestri, professori, insegnanti di sostegno e personale ausiliario, che ogni anno vengono licenziati a giugno per essere riassunti a settembre (una tattica che fa risparmiare sui due mesi di stipendio che altrimenti gli spetterebbero): una girandola di incarichi che non può non incidere negativamente sulla continuità didattica e sui livelli di apprendimento degli alunni. Fino ad oggi si sono avvicendati una serie di interventi normativi privi di una visione sistemica e in grado di mettere ordine e di far uscire il sistema scolastico dalla palude del precariato storico. Per ripercorrere riassuntivamente l'annosa vicenda occorre ricordare che l'allora Ministro Fioroni aveva predisposto le graduatorie ad esaurimento (cosiddette GAE) affiancate da un piano di assunzioni in tre anni, che avrebbero dovuto essere risolutivi del problema. Negli anni seguenti, i Ministri Tremonti e Gelmini hanno sottratto risorse al sistema scolastico per 8 miliardi di euro e riaperto le suddette graduatorie in modo assolutamente improvvido e foriero di ulteriori incertezze, chiuso le SISS (scuole di specializzazione all'insegnamento secondario), istituito i TFA (tirocini formativi attivi) senza valore concorsuale. Successivamente, il Ministro Profumo ha dato avvio al nuovo sistema di abilitazione indicendo, ma in date diverse, corsi di TFA e PAS (percorsi abilitanti speciali) e bandendo, dopo molti anni, un concorso nel 2012, con il risultato, avendo prodotto una inutile sovrapposizione normativa, di incrementare significativamente la platea degli aspiranti docenti. Da ultimo, il Ministro Giannini, convinta che i precari vadano riassorbiti in un'ottica di lungo periodo che si abbini ai concorsi a cattedra, ha cercato di mettere ordine, con la legge 13 luglio 2015, n. 107, alla disordinata stratificazione delle norme ed alla insostenibile precarietà degli insegnanti prevedendo un piano straordinario di reclutamento di 100.000 docenti delle GAE, comprensivo di 50.000 nuovi posti necessari per il potenziamento dell'offerta formativa, e bandendo nel 2016 un concorso per 63.712 posti, di cui 57.611 comuni, relativi, cioè, alle varie discipline, e 6.101 di sostegno, riservato agli abilitati. Insomma, ancora pannicelli caldi.... Per capire a fondo la questione, infatti, bisogna partire dalle dimensioni del fenomeno. I precari a vario titolo comprendono i circa 40.000 iscritti nelle GAE, ai quali vanno aggiunti gli altri 420.000 aspiranti insegnanti presenti nelle liste di istituto (di cui 70.000 in seconda fascia perché abilitati e 350.000 in terza fascia). A questi vanno poi aggiunti i 120.000 diplomati magistrali ante anno scolastico 2001/2002 abilitati ex lege dal Consiglio di Stato. Di questi ultimi, circa 43.000 insegnanti diplomati magistrali hanno prodotto a partire dal 2014 numerose vertenze per l'inserimento nelle GAE.