[pronunce]

ORDINANZA ha pronunciato la seguentenei giudizi di legittimità costituzionale dell'articolo 91, comma 1, lettera a), del decreto del Presidente della Repubblica 30 maggio 2002, n. 115 (Testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di spese di giustizia), promossi dal Tribunale di Lecce, sezione distaccata di Campi Salentina, con ordinanze del 5 e del 26 maggio 2011, iscritte ai nn. 203 e 204 del registro ordinanze del 2011, pubblicate nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 42, prima serie speciale, dell'anno 2011. Visti gli atti di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri; udito nella camera di consiglio del 21 marzo 2012 il Giudice relatore Gaetano Silvestri.. Ritenuto che il Tribunale di Lecce, sezione distaccata di Campi Salentina, con ordinanza del 5 maggio 2011, ha sollevato - in riferimento agli articoli 3, 24, secondo e terzo comma, e 27, secondo comma, della Costituzione - questioni di legittimità costituzionale dell'art. 91, comma 1, lettera a), del decreto del Presidente della Repubblica 30 maggio 2002, n. 115 (Testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di spese di giustizia), nella parte in cui esclude l'ammissione al patrocinio a spese dello Stato di coloro che siano stati condannati per reati commessi in violazione delle norme per la repressione dell'evasione in materia di imposte sui redditi e sul valore aggiunto, precludendo al giudice di verificare se detti reati abbiano effettivamente prodotto un reddito tale da superare, per l'anno antecedente alla richiesta, la soglia massima stabilita per l'accesso al beneficio; che il rimettente è chiamato a deliberare, nell'ambito di un procedimento di esecuzione penale, sulla domanda di patrocinio a spese dell'erario proposta da persona che, in epoca molto risalente, ha riportato condanne in ordine al delitto di associazione di tipo mafioso e, più volte, riguardo a violazioni di norme penali tributarie; che lo stesso rimettente, salva l'eventualità di verifiche puntuali (specie riguardo ad eventuali proventi ricavati da alcuni terreni «di famiglia», citati in un rapporto dei servizi sociali), stima attendibile la dichiarazione del richiedente d'aver conseguito redditi inferiori alla soglia fissata dalle legge per l'accesso al patrocinio, anche alla luce delle condizioni personali e familiari dell'interessato (totalmente invalido, con figlia invalida e con connessi redditi da pensione); che il Tribunale ritiene dunque superabile, nel caso concreto, la presunzione relativa di «abbienza» posta dal comma 4-bis dell'art. 76 del d.P.R. n. 115 del 2002, nella portata assunta per effetto della sentenza della Corte costituzionale n. 139 del 2010, dichiarativa della illegittimità della norma nella parte in cui, stabilendo che per i soggetti già condannati con sentenza definitiva in ordine a determinati reati (tra i quali il delitto di associazione mafiosa) il reddito si dovesse ritenere superiore ai limiti previsti per l'ammissione al patrocino, non ammetteva la prova contraria; che non sarebbe invece superabile - prosegue il Tribunale - la preclusione assoluta posta, con riguardo ai reati tributari, dal primo comma dell'art. 91 dello stesso d.P.R. n. 115 del 2002, tale da inibire (in quanto inutile) ogni eventuale approfondimento a proposito dei mezzi finanziari e dei redditi effettivamente conseguiti dall'instante; che la norma censurata, tuttavia, sarebbe esposta agli stessi rilievi che hanno indotto la Corte costituzionale ad intervenire, con la citata sentenza n. 139 del 2010, sulla preclusione concernente i reati associativi ed ulteriori fattispecie delittuose; che la Corte avrebbe ribadito, in particolare, come la legittimità delle presunzioni assolute sia subordinata, nella prospettiva del principio di uguaglianza, alla ragionevolezza della generalizzazione che le sorregge, e come dunque difetti ogni volta che sia agevole immaginare fattispecie concrete difformi dalla tipologia dei fatti soggetti al meccanismo presuntivo; che il principio, applicato alle regole di valutazione del reddito, avrebbe rivelato l'illegittimità di presunzioni assolute fondate sulla pregressa commissione di reati, senza limiti connessi al decorso del tempo e con riguardo indiscriminato a numerose ed eterogenee tipologie di illecito; che lo stesso rimettente rileva come la Corte costituzionale, con la pronuncia citata, non avesse giudicato illegittima in sé la connotazione presuntiva della regola di accertamento, ma piuttosto il carattere insuperabile della presunzione di «abbienza» posta dalla norma dichiarata incostituzionale; che un intervento dello stesso genere sarebbe necessario, secondo il Tribunale, riguardo alla preclusione sancita dalla disposizione censurata; che, in primo luogo, la previsione non potrebbe essere giustificata quale regola presuntiva di accertamento della disponibilità di redditi non dichiarati; che, infatti, detta regola sarebbe irragionevole, se riferita a persone già condannate per reati tributari, in forza delle ragioni indicate nella sentenza della Corte costituzionale n. 139 del 2010, e risulterebbe ingiustificata, a maggior ragione, riguardo a persone solo accusate dei reati in questione (giungendo in questa prospettiva, pure irrilevante nel caso di specie, a violare la presunzione di non colpevolezza di cui al secondo comma dell'art. 27 Cost.); che la vicenda sottoposta al giudizio del Tribunale costituirebbe una dimostrazione paradigmatica circa l'inattendibilità della presunzione di «abbienza», visto che il richiedente risulta condannato per reati tributari commessi circa venticinque anni prima della sua istanza di ammissione al patrocinio a spese dell'erario; che la norma censurata non potrebbe essere giustificata neppure secondo un criterio di (non) meritevolezza del beneficio, in rapporto alla violazione di regole espressive dei vincoli essenziali di solidarietà sociale; che il terzo comma dell'art. 24 Cost., infatti, assicura il diritto all'assistenza difensiva sulla base del solo criterio di «non abbienza», non consentendo di limitare l'accesso al patrocinio in base a considerazioni di opportunità, le quali del resto non potrebbero valere nei casi in cui manchi l'accertamento definitivo della responsabilità per reati tributari (art. 27, secondo comma, Cost.); che la denunciata illegittimità sussisterebbe, infine, quand'anche si ritenesse che la norma censurata disciplini una sanzione accessoria, collegata al compimento dei reati tributari; che non si giustificherebbe, in questa chiave, l'applicazione del divieto nei confronti dei soggetti indagati o imputati (art. 27, secondo comma, Cost.), e comunque si darebbe rilevanza, ancora una volta, ad un criterio diverso dall'unico costituzionalmente ammissibile, cioè quello della capacità economica di retribuire il difensore (art. 3 ed art. 24, comma terzo, Cost.);