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Disposizioni in materia di professionismo sportivo e di parità di genere nello sport. Onorevoli Senatori. – A seguito dell'approvazione della legge 23 marzo 1981, n. 91, recante norme in materia di rapporti tra società e sportivi professionisti, le federazioni sportive hanno riconosciuto come « professionistiche » solo sei discipline sportive, il cui esiguo elenco si è di recente ulteriormente ridotto a quattro. Ad oggi le discipline sportive che possono essere definite come professionistiche sono il calcio, il golf, il basket – solo nella categoria A1 – e il ciclismo, con un dettaglio che peraltro non deve sfuggire all'attenzione, ossia che sono tutte discipline prevalentemente maschili. Com'è noto il dilettantismo sportivo ricomprende quel vastissimo settore di discipline sportive che non si possono qualificare quali professionistiche, in mancanza un riconoscimento in tal senso della federazione di appartenenza, e che tuttavia fanno parte del sistema CONI. In tal senso, l'abrogato decreto del Ministro della salute 17 dicembre 2004, in materia di obblighi assicurativi, definiva gli atleti dilettanti come « tutti i tesserati che svolgono attività sportiva a titolo agonistico, non agonistico, amatoriale, ludico motorio o quale impiego del tempo libero, con esclusione di coloro che vengono definiti professionisti ». La legge n. 91 del 1981 stabilisce che sono professionisti gli atleti, gli allenatori e i dirigenti che svolgono l'attività sportiva a titolo oneroso con carattere di continuità e attribuisce la qualificazione dell'attività sportiva, quale professionistica o dilettantistica, ad una scelta discrezionale delle federazioni che, di fatto, sfocia nell'arbitrio. Una tale disciplina, che consegna al gradimento delle singole federazioni – persone giuridiche private – la scelta se dotarsi o meno di un settore professionistico, non sembra affatto in linea con l'imperativo di tutela offerta dalla Costituzione ai rapporti di lavoro. In ambito europeo lo sport è definitivamente ricompreso tra le materie di competenza dell'Unione europea, in virtù del fatto che l'articolo 165 del Trattato sul funzionamento dell'Unione europea ha conferito a quest'ultima il mandato di incentivare, sostenere ed integrare le iniziative degli Stati membri in ambito di politica dello sport. Tuttavia, già in precedenza l'Unione si era occupata della materia sportiva e degli enti sportivi. Per la Corte di giustizia dell'Unione Europea, infatti, ai fini dell'applicazione del diritto comunitario non rileva la distinzione tra attività sportive professionistiche e dilettantistiche, quanto piuttosto la natura economica o meno dell'attività svolta. Inoltre, la giurisprudenza europea chiarisce che, ai fini della qualificazione di un atleta quale professionista, è sufficiente che questi percepisca una retribuzione periodica a fronte di un obbligo di effettuare una prestazione sportiva in forma subordinata costituente la sua attività principale. Dunque, per l'ordinamento europeo valgono criteri obiettivi e non mere enunciazioni formali. Anche l'ente dilettantistico di cui l'atleta fa parte, pertanto, verrà considerato in ambito europeo quale impresa – e non come ente no profit – con conseguente applicazione della normativa in materia. Di conseguenza non dovrebbe essere ammissibile una differenziazione di trattamento tra gli enti professionistici e quelli dilettantistici, laddove questi ultimi svolgano sostanzialmente un'attività economica. La giurisprudenza nazionale (tribunale di Pescara, 18 ottobre 2001, in Il Foro italiano , 2002, I, 897) espressamente statuisce che « la distinzione (peraltro assai sfuggente nell'agonismo del nostro tempo) tra professionismo e dilettantismo nella prestazione sportiva, si mostra, pertanto, priva di ogni rilievo, non comprendendosi per quale via potrebbe mai legittimarsi una discriminazione » e afferma che l'articolo 16 del decreto legislativo 23 luglio 1999, n. 242, obbliga le federazioni a garantire « la partecipazione all'attività sportiva da parte di chiunque in condizioni di parità ». Inoltre, la stessa giurisprudenza nega che la natura privatistica delle federazioni possa giustificare l'applicazione di princìpi contrari all'ordine pubblico, che comportino una discriminazione, e che costituiscono il limite dell'attività negoziale. Un'altra grave criticità sulla quale è necessario un intervento riguarda il mancato riconoscimento della giusta dignità alle donne nello sport. Le atlete, qualsiasi sport pratichino e indipendentemente dal numero di vittorie, sono considerate dilettanti, con i limiti che questa dimensione reca con sé: disparità di trattamento economico, mediamente inferiore a quello dei colleghi del 30 per cento, assenza di tutela in caso di maternità e, in alcuni e non rari casi, nessuna posizione previdenziale e infortunistica. L'attuale quadro legislativo, nel quale le sportive donne sono forzatamente dilettanti, espone queste ultime al rischio, in caso di infortunio, di non accedere ad alcuna forma risarcitoria o di non percepire alcuna indennità prevista per i casi di invalidità temporanea o malattia, a meno che esse non abbiano stipulato, direttamente e a proprie spese, una polizza ad hoc . Secondo quando riportato dal CONI, nel 2016 si sono registrati 4,5 milioni di tesserati fra dirigenti, tecnici, atleti, di cui solo il 27,2 per cento sono donne. In occasione della XXXI Olimpiade, l'ultima disputata, svoltasi a Rio de Janeiro nel 2016, la squadra italiana era composta di 297 atleti, 155 uomini e 142 donne, ossia la più numerosa rappresentanza femminile di sempre. Le atlete più conosciute possono guadagnarsi da vivere con le sponsorizzazioni o diventare testimonial nelle pubblicità, ma la sola alternativa concreta per le più vincenti è quella di entrare a far parte delle squadre dei Corpi sportivi militari così da guadagnare lo status di dipendente pubblico e con esso la possibilità di mantenere lo stipendio anche oltre gli anni dell'agonismo. I Corpi militari, assumendo queste atlete, hanno ritorni in termini di prestigio e visibilità. Oggi le atlete sono ritenute « professioniste di fatto » che non possono essere considerate, quindi, né lavoratrici autonome né subordinate e non percepiscono il trattamento di fine rapporto. Ai livelli dirigenziali la questione della rappresentanza di genere è forse ancora più grave, mentre, ad esempio, in Francia la dirigenza femminile nello sport è una prassi consolidata. Luisa Rizzitelli, ex pallavolista e presidente dell'Associazione nazionale atlete (Assist), che da anni porta avanti la battaglia per l'inclusione delle donne nello sport professionistico, ha fatto notare a mezzo stampa che non vi è mai stato un presidente del CONI donna e neppure una presidente di federazione (salvo una parentesi di due mesi negli sport equestri), sottolineando anche che il numero di dirigenti di sesso femminile che ricoprono ruoli apicali nel CONI e nelle federazioni è ancora bassissimo. Questa situazione permane in Italia nonostante il dettato dell'articolo 37 della Costituzione, secondo il quale « la donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni del lavoratore ». Appare utile ricordare la risoluzione 32/130 del 1977 con la quale le Nazioni Unite riconoscevano il diritto allo sport come diritto dell'uomo perché legato alla funzione educativa, culturale e sociale;