[pronunce]

che, pertanto, la differente disciplina applicabile alle modalità di espressione del voto favorevole e del voto sfavorevole appare ancor meno giustificabile, così come appare anche ingiustificabile la diversa disciplina dello ius poenitendi, essendo questo riconosciuto, entro il termine di venti giorni dalla adunanza, a chi abbia, nel corso di questa, espresso voto contrario e non essendo, invece, riconosciuto, negli stessi termini, a chi lo abbia espresso favorevole, sebbene, nel primo caso, il mutamento di opinione potrebbe aver trovato origine in accordi paraconcordatari medio tempore intervenuti fra il debitore e singolo creditore, non meritevoli di tutela; che, quanto al contrasto con l'art. 24 della Costituzione, esso è rinvenuto dal rimettente nel fatto che il creditore, il quale necessiti di un maggior tempo per potere esprimere la propria valutazione, può efficacemente esprimerla solo nel senso della accettazione della proposta e non anche nel senso del rifiuto; che tale situazione si sostanzia in un'inammissibile compressione del diritto di difesa, non giustificabile neppure sulla base del favor di cui pur gode il debitore che presenti una proposta concordataria, tenuto conto del fatto che il creditore che non abbia tempestivamente espresso il proprio dissenso sulla proposta di concordato è privato anche della possibilità di opporsi in giudizio alla omologa di quello. Considerato che il Tribunale ordinario di Milano, sezione fallimentare, dubita, in relazione agli articoli 3 e 24 della Costituzione, della legittimità costituzionale dell'articolo 178, quarto comma, del regio decreto 16 marzo 1942, n. 267 (Disciplina del fallimento, del concordato preventivo e della liquidazione coatta amministrativa), nella parte in cui, nel testo vigente al momento in cui la questione di legittimità costituzionale è stata sollevata, per un verso consente che, nel termine dei venti giorni successivi alla chiusura del verbale dell'adunanza dei creditori di cui all'art. 174 della legge fallimentare, pervengano e siano utilmente conteggiate i soli voti favorevoli alla proposta concordataria e non anche i voti sfavorevoli ed in quanto, per effetto del descritto meccanismo, rende possibile l'esercizio, nel predetto termine, dello ius poenitendi solo ai creditori che, avendo in sede di adunanza espresso voto contrario, vogliano poi mutarlo in favorevole e non anche a quelli che, espresso nella predetta sede voto favorevole, lo vogliano modificare in contrario; che la descritta illegittimità costituzionale sarebbe resa più evidente dal fatto che solo il creditore che abbia espresso voto contrario alla approvazione della proposta di concordato è, poi, legittimato ad opporsi alla sua omologa; che, successivamente alla proposizione della presente questione di legittimità costituzionale, la disposizione censurata dal Tribunale ordinario di Milano è stata profondamente modificata; che, infatti, l'art. 33 del decreto-legge 22 giugno 2012, n. 83 (Misure urgenti per la crescita del Paese), convertito, con modificazioni, nella legge 7 agosto 2012, n. 134, nel variare talune disposizione della legge fallimentare, ha, in particolare - al comma 1, lettera d-bis), numero 3 - sostituito integralmente il quarto comma dell'art. 178 della legge fallimentare, prevedendo, per ciò che specificamente concerne la presente questione, la possibilità per i creditori che non abbiano espresso il proprio voto in seno alla adunanza di cui all'art. 174 della legge fallimentare di far pervenire, nei venti giorni successivi alla chiusura del relativo verbale, il proprio dissenso rispetto alla approvazione della proposta di concordato; che siffatta sopravvenienza normativa - esaminata unitamente alla modifica apportata, sempre dal citato art. 33 del decreto-legge n. 83 del 2012, convertito, con modificazioni, nella legge n. 134 del 2012, all'art. 179 della legge fallimentare, nel quale è stato inserito un secondo comma, per cui, ove il commissario liquidatore rilevi, dopo l'approvazione del concordato, il mutamento delle condizioni di fattibilità del piano, ne deve dare comunicazione ai creditori che possono costituirsi nel giudizio di omologazione e, in tale sede, modificare il voto da loro espresso - incidendo in maniera evidente sia sulla norma stessa oggetto del dubbio di costituzionalità formulato dal rimettente, sia sulla più generale disciplina dell'istituto, impone a questa Corte la restituzione degli atti al Tribunale ordinario di Milano, sezione fallimentare, affinché questa ne valuti i complessivi effetti in ordine alla perdurante attualità e rilevanza nel giudizio a quo della sollevata questione di legittimità costituzionale.. per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE ordina la restituzione degli atti al Tribunale ordinario di Milano, sezione fallimentare. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta il 5 dicembre 2012. F.to: Alfonso QUARANTA, Presidente Paolo Maria NAPOLITANO, Redattore Gabriella MELATTI, Cancelliere Depositata in Cancelleria il 12 dicembre 2012. Il Direttore della Cancelleria F.to: Gabriella MELATTI