[pronunce]

Le modalità operative e organizzative dei servizi risultano d'altronde evocate - come lo stesso giudice ricorrente riconosce - in più punti dell'elenco delle «materie di riferimento» delle informazioni suscettibili di costituire oggetto di segreto di Stato, allegato al d.P.C.m. 8 aprile 2008 (in particolare, punti 6, 7 e 8): elenco peraltro solo esemplificativo (art. 5 del citato decreto). 11.- Contrariamente a quanto afferma il ricorrente, nessuna contraddizione è, per altro verso, ravvisabile tra la previsione, da parte dell'ordinamento, della punibilità di taluni fatti - e, segnatamente, di determinate condotte poste in essere dal personale dei servizi per finalità estranee a quelle istituzionali - e il riconoscimento della possibilità che, a seguito dell'opposizione e della conferma del segreto di Stato sugli «interna corporis» dei servizi stessi, l'accertamento dei predetti fatti in sede giurisdizionale rimanga inibito (in senso analogo, sentenza n. 106 del 2009). Come già ricordato, infatti, l'opposizione del segreto di Stato, confermata dal Presidente del Consiglio dei ministri, inibisce all'autorità giudiziaria di acquisire e di utilizzare, anche in via indiretta , le notizie coperte dal segreto , ma non le impedisce di procedere in base a elementi autonomi e indipendenti da esse. Peraltro quando pure la fonte di prova segretata risultasse essenziale e mancassero altre fonti di prova - con conseguente applicabilità delle disposizioni che impongono la pronuncia di una sentenza di non doversi procedere per l'esistenza del segreto di Stato (artt. 202, comma 3, cod. proc. pen. e 41, comma 3, della legge n. 124 del 2007) - non potrebbe scorgersi in ciò alcuna antinomia. Tale esito - espressamente previsto dalla legge - non è, infatti, che il portato della evidenziata preminenza dell'interesse della sicurezza nazionale, alla cui salvaguardia il segreto di Stato è preordinato, rispetto alle esigenze dell'accertamento giurisdizionale. 12.- Nella memoria, il ricorrente sostiene a più riprese - senza, peraltro, sviluppare ulteriormente l'argomento - che l'illegale attività di raccolta e trattamento di informazioni contestata agli imputati si porrebbe «ai confini con l'eversione costituzionale». Deve tuttavia escludersi che, nella fattispecie in esame, possa venire in rilievo la regola secondo la quale «in nessun caso possono essere oggetto di segreto di Stato notizie, documenti o cose relativi a fatti [...] eversivi dell'ordine costituzionale»: regola enunciata dall'art. 39, comma 11, della legge n. 124 del 2007, ma che - come ripetutamente sottolineato da questa Corte (sentenza n. 86 del 1977, nonché sentenze n. 106 del 2009 e n. 110 del 1998) - esprime un limite immanente in materia, non potendo il segreto di Stato fungere da ostacolo all'accertamento di fatti volti a minare quegli stessi valori che è destinato a preservare. Affinché divenga operante tale limite non basta, in effetti, che il fatto oggetto di giudizio si ponga «ai confini» dell'eversione costituzionale, ma occorre che li superi. Nel caso di specie, tale evenienza non trova alcun riscontro nella formulazione del capo di imputazione. Posto che il delitto di cui all'art. 26, comma 3, della legge n. 124 del 2007 non può venire in rilievo, trattandosi di norma entrata in vigore successivamente ai fatti per cui si procede, agli imputati è contestato - con riguardo all'attività in questione - un reato contro la pubblica amministrazione legato all'indebito utilizzo di risorse pubbliche (il peculato), aggravato unicamente dalla finalità di eseguire altri reati (art. 61, numero 2, cod. pen.) e non anche dalla finalità di eversione dell'ordine democratico (art. 1, comma 1, del decreto-legge 15 dicembre 1979, n. 625, recante «Misure urgenti per la tutela dell'ordine democratico e della sicurezza pubblica», convertito, con modificazioni, dalla legge 6 febbraio 1980, n. 15). Questa Corte ha già avuto modo, d'altra parte, di rimarcare come connotato imprescindibile del fatto eversivo - in linea con quanto affermato dalla giurisprudenza di legittimità - sia la sua preordinazione «a sovvertire, disarticolandolo, l'assetto complessivo delle Istituzioni democratiche» (sentenza n. 106 del 2009): caratteristica che non appare riscontrabile nell'attività criminosa - per quanto grave - oggetto del giudizio in corso. 13.- Nelle considerazioni in precedenza svolte è insita anche l'infondatezza dell'ulteriore motivo di ricorso, relativo alla pretesa inconciliabilità degli atti impugnati - segnatamente in rapporto alla predetta imputazione per peculato - con i principi espressi, in materia di spesa pubblica, da un insieme di norme costituzionali (artt. 3, 81, 97, 100 e 103 Cost.): principi a fronte dei quali dovrebbe essere sempre garantito il controllo, anche giurisdizionale, sulla destinazione delle risorse affidate ai funzionari pubblici - compresi quelli appartenenti ai servizi informativi - e, in particolare, sul loro impiego per finalità conformi a quelle che detti funzionari sono tenuti a perseguire. A prescindere da ogni rilievo in ordine alla conferenza dei parametri costituzionali evocati - contestata dal resistente - è dirimente, al riguardo, la considerazione che il principio di preminenza del supremo interesse alla sicurezza della Repubblica, protetto dal segreto di Stato, rispetto a quello del regolare esercizio della funzione giurisdizionale (e, in specie, della giurisdizione penale, che qui interessa) non viene meno - stante il suo fondamento giustificativo - per il solo fatto che si discuta dell'accertamento di responsabilità legate alla irregolare gestione di risorse pubbliche. L'esigenza di riserbo sulle modalità di impiego dei fondi destinati ai servizi di informazione - stante la peculiare natura dei compiti a essi affidati - è tenuta, d'altra parte, in particolare considerazione dallo stesso art. 29 della legge n. 124 del 2007 - invocato dal ricorrente a conforto della sua tesi - il quale prevede, proprio per assecondare tale esigenza, forme speciali di controllo sulla gestione delle spese dei servizi, derogatorie rispetto a quelle ordinarie. In particolare, è previsto che le «spese riservate», diversamente da quelle «ordinarie», vengano inserite esclusivamente nel bilancio preventivo, ma non in quello consuntivo (comma 3, lettera a), dovendo essere presentato, riguardo a esse, un rendiconto a parte, trimestrale, e una relazione finale, annuale, entrambi al Presidente del Consiglio dei ministri (comma 3, lettera f), nonché una informativa semestrale sulle «linee essenziali della gestione» al COPASIR (comma 3, lettera g), così da prefigurare un controllo di tipo precipuamente politico.