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Disposizioni per favorire la riduzione dello spreco alimentare. Onorevoli Senatori. -- Lo spreco alimentare è divenuta una questione impellente nel dibattito nazionale, europeo e mondiale, per la lotta all'inquinamento ambientale e alle diseguaglianze tra diverse aree del pianeta così come, all'interno delle nazioni stesse, tra componenti di diverse fasce di popolazione. Le dimensioni di questo fenomeno sono diventate enormi e non è più possibile non provare a fornire soluzioni concrete per combatterlo. La FAO calcola infatti che, annualmente, lo spreco alimentare ammonti a 1,3 miliardi di tonnellate di cibo, ampiamente sufficienti a sfamare l'intera popolazione mondiale. Come sottolineano anche i dati della fondazione Barilla Center for Food and Nutrition, viene gettato più cibo di quanto ne sarebbe sufficiente al fabbisogno dell'intero pianeta. Anche in Italia i dati sono allarmanti. Ogni anno infatti lo spreco ammonta a circa 146 kg a persona, un dato che, se moltiplicato per la popolazione residente nel nostro Paese, dà l'idea dell'enormità delle dimensioni di ciò che finisce nella spazzatura. Oltre ad una questione etica e ambientale, vi è una perdita netta economica che vale, secondo i dati del rapporto Waste Watcher 2015, 8,4 miliardi di euro annui. Perdite e sprechi di cibo si verificano ad ogni stadio della filiera alimentare, a partire dalla produzione per arrivare alle tavole domestiche. Il 13 per cento della perdita si ha nella grande distribuzione, dove solo l'8 per cento delle eccedenze vengono donate. Ciò nonostante, i marchi più importanti della grande distribuzione stanno provvedendo via via a limitare tali perdite, al fine di abbassare i costi dello smaltimento, soprattutto implementando l'efficienza logistica e gli strumenti di analisi degli acquisti. Come si può evincere facilmente, però, i margini di miglioramento sono ancora molto ampi. I dati fino a qui citati non rendono però appieno le dimensioni negative dello spreco alimentare. Innanzitutto va sottolineato come ogni grammo di cibo sprecato diventa un grammo di rifiuto da smaltire. Il costo ambientale, quindi, si acuisce notevolmente. Va considerato infatti che se è possibile, attraverso le elaborazioni dell'Università di Bologna, stimare in circa 4 milioni le tonnellate di perdite annue di cibo prima che esso sia ceduto al consumatore finale (food losses e food waste) , è necessario altresì calcolare come perdita netta anche l'energia e l'acqua utilizzate nella produzione e trasformazione, i costi di trasporto, economici e ambientali, i costi di imballaggio o stoccaggio, i costi per la produzione di certificazione, fatturazione, eccetera Sarebbe forse troppo arduo quantificare il danno ambientale ed economico che viene causato, quando ancora il cibo non è neppure entrato in contatto col cliente finale. A tutto questo va aggiunto lo spreco domestico e quindi la necessità di trasportare il rifiuto e di smaltirlo. In conclusione di questa premessa, certamente non esaustiva di tutti i risvolti del tema di cui tratta il disegno di legge, due dati che non si possono definire altrimenti che agghiaccianti evidenziano l'urgenza di un intervento. La filiera produttiva spreca, ogni anno, 520 milioni di metri cubi d'acqua (dati 2012) per la produzione di cibo che andrà perduto, pari al fabbisogno annuo di più di 8 milioni di italiani. Allo stesso modo, vengono prodotti 24,5 milioni di tonnellate di biossido di carbonio, per il 20 per cento legato al trasporto, sempre per cibi che verranno poi gettati. Appare chiaro che il presente disegno di legge va a toccare solamente un fattore di un quadro che dovrà essere affrontato anche nella sua interezza, specie per quanto riguarda l'educazione ad un consumo più consapevole tra le mura domestiche, dove si stima si celi il 42 per cento dello spreco. In ogni caso, intervenire sulla grande distribuzione, oltre che agire in un settore dove gli stessi agenti commerciali sono alla ricerca di un sistema di efficientamento e di limitazione delle perdite, comporta la possibilità di ridurre fino a 300.000 tonnellate gli sprechi, con notevoli conseguenze positive sull'ambiente e una ridistribuzione equa tra le fasce meno abbienti. Sia le istituzioni che gli enti internazionali e nazionali, stanno promuovendo ormai da anni il concetto di economia circolare, ovvero un'economia che sia efficiente in tutti i suoi passaggi, così da limitare le perdite, dal punto di vista ambientale, ma anche economico. Ciò è diventato ormai un'emergenza vera e propria, per garantire anche in futuro la possibilità di gestire i rifiuti, che la nostra società produce ormai in quantità enormi. Su questo si basa infatti la direttiva 2008/98/CE, del Parlamento europeo e del Consiglio del 19 novembre 2008, recepita in Italia con il decreto legislativo 3 dicembre 2010, n. 205, che ha tra l'altro apportato alcune modifiche al decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, anche attraverso la creazione e l'attivazione del Piano nazionale di prevenzione dello spreco alimentare (PINPAS). Molti Paesi si sono in ogni caso interrogati su come affrontare questa questione, e non vanno dimenticate le lodevoli iniziative di privati e enti locali che, nell'attesa di una legge nazionale, si sono attivati per promuovere iniziative locali attraverso accordi e convenzioni con i singoli gestori. È necessario che queste iniziative a livello locale vengano estese a tutto il territorio nazionale, per poterne vedere crescere esponenzialmente gli effetti benefici. Nel contesto europeo, va sottolineata l'approvazione, in Francia, primo Stato al mondo, di una legge che obbliga i gestori a donare le eccedenze. In Italia il tema dello spreco alimentare ha goduto di una vetrina importantissima con l'EXPO di Milano che ha voluto fare proprio del cibo il proprio frame . Anche grazie al successo di tale iniziativa e alla firma della Carta di Milano, possiamo oggi girare pagina in questo settore e impegnarci in normative più stringenti, anche al fine di garantire una via concreta ad una sensibilità sempre più forte nel nostro Paese. Appare chiaro, infine, che è necessaria una gradualità della donazione. Non tutto l'eccedente è, infatti, ancora consumabile, ma potrebbe essere utilizzato invece per l'alimentazione animale, per la coltivazione dei campi o la produzione energetica. Nel ciclo naturale, niente si crea dal nulla e niente va distrutto, ma tutto si trasforma. È necessario improntare la nostra economia a questo principio di riutilizzo e trasformazione infiniti. Un ultimo capitolo va dedicato alla formazione e all'educazione, in senso lato. Serve una presa di coscienza nelle scuole, in famiglia, nelle aziende produttrici e in quelle che commerciano generi alimentari, al fine di rendere efficace l'applicazione della normativa. Il disegno di legge stabilisce, all'articolo 1, le finalità della normativa: contrasto allo spreco e valorizzazione delle eccedenze in ordine al riutilizzo, alla destinazione all'alimentazione animale, compost agricolo, produzione energetica e biogas. L'articolo 2 è dedicato alla formazione nelle scuole e nelle aziende produttrici e distributrici.