[pronunce]

d) ha violato infine l'art. 76 della Costituzione, per essere stata disposta senza che al Governo fosse stato conferito il necessario potere da parte della legge di delega n. 59 del 1997. La Corte dei conti, conclusivamente, chiede testualmente che questa Corte, in risoluzione del presente conflitto, "voglia dichiarare l'illegittimità costituzionale dell'art. 3, primo comma, del decreto legislativo 30 luglio 1999, n. 286, con il quale è stato abrogato l'art. 8 della legge 21 marzo 1958, n. 259" - il che, trattandosi di giudizio su conflitto di attribuzione e non di giudizio sulla legge, ha più precisamente da intendersi nel senso della richiesta di una pronuncia che dichiari non spettare al Governo l'approvazione di tale disposizione e che perciò l'annulli. 2. - Le censure sollevate nei confronti dell'art. 3, comma 1, del decreto legislativo n. 286 del 1999, per violazione di norme diverse da quelle che definiscono l'ambito delle attribuzioni che la Costituzione riconosce alla Corte dei conti non possono avere ingresso in un giudizio, come è il presente, finalizzato non al controllo di costituzionalità delle leggi e degli atti con forza di legge ma alla tutela dell'integrità degli ambiti di competenza assegnati dalla Costituzione ai diversi poteri dello Stato. Venendosi a configurare come un anomalo mezzo di impugnazione diretta della legge, è pertanto inammissibile il ricorso per la parte in cui pretende di far valere in sede di conflitto la violazione degli artt. 3, 41, 81 e 97 della Costituzione per vedere "dichiarare l'incostituzionalità" di una disposizione legislativa la cui pretesa illegittimità non ridonderebbe di per sé in lesione delle attribuzioni per la cui difesa la Corte ricorre. Ammissibile è invece il ricorso sotto il profilo della violazione degli artt. 100, secondo comma, e 76 della Costituzione. L'art. 100, secondo comma, stabilisce che la Corte dei conti partecipa, nei casi e nelle forme stabiliti dalla legge, al controllo sulla gestione finanziaria degli enti a cui lo Stato contribuisce in via ordinaria e riferisce direttamente alle Camere sul risultato del riscontro eseguito e, come questa Corte ha ammesso, la abilita a difendere l'integrità di tali poteri nei confronti del legislatore delegato con lo strumento del conflitto di attribuzione (sentenze n. 466 del 1993; n. 457 del 1999) in riferimento ad atti anche di natura legislativa (sentenza n. 457 del 1999). L'art. 76, poi, regola l'esercizio della funzione legislativa delegata dal Parlamento al Governo e l'intervento del Governo sulla disciplina dei casi e delle forme del controllo attribuito alla Corte dei conti non giustificato dalla delega legislativa ricevuta, configura un'ipotesi possibile di conflitto, a tutela del principio di legalità che, secondo la Costituzione, presiede all'ordinamento dei poteri della Corte dei conti (citata sentenza n. 457 del 1999). Deve pertanto confermarsi - sia pure limitatamente ai profili attinenti la violazione degli artt. 100, secondo comma, e 76 della Costituzione il giudizio di ammissibilità del conflitto in esame, già espresso, a norma dell'art. 37 della legge 11 marzo 1953, n. 87, con l'ordinanza n. 280 del 2000 (ammissibilità ora presupposta in generale dall'art. 27 della legge 24 novembre 2000, n. 340). 3. - Nel merito, viene in primo luogo in considerazione la doglianza fondata sul mancato rispetto dell'art. 76 della Costituzione. Il ricorso, argomentato su tale motivo, è fondato. La legge n. 59 del 1997, all'art. 11, comma 1, lettera c), attribuisce al Governo una delega legislativa per "riordinare e potenziare i meccanismi e gli strumenti di monitoraggio e di valutazione dei costi, dei rendimenti e dei risultati dell'attività svolta dalle amministrazioni pubbliche"; l'art. 17, poi, prevede i principi e i criteri direttivi ai quali il Governo deve attenersi nello svolgimento della delega ricevuta. Il decreto legislativo n. 286 del 1999, il cui art. 3, comma 1, ha dato origine al presente conflitto, è stato adottato sulla base degli anzidetti articoli della legge n. 59 del 1997, esplicitamente richiamati nel preambolo. Nulla, nella legge, tuttavia, consente di ritenere che la delega ch'essa dispone comprenda la riforma della disciplina dei controlli sugli enti cui lo Stato contribuisce in via ordinaria. Dove la legge determina l'oggetto della delega [art. 11, comma 1, lettera c)], si tratta di forme di controllo attinenti alle "amministrazioni pubbliche" e in questa formula non può certamente ritenersi compresa la categoria degli enti cui lo Stato contribuisce in via ordinaria, categoria eterogenea di enti i quali, nel sistema normativo vigente, conformemente a quanto accadeva nella legislazione precostituzionale, sono oggetto di disciplina distinta da quella che riguarda le strutture della pubblica amministrazione. Ciò risulta già dalle due proposizioni che formano il secondo comma dell'art. 100 della Costituzione ed è confermato dalla legislazione successiva, la quale si riferisce distintamente alla partecipazione della Corte dei conti al controllo sulla gestione finanziaria degli enti a cui lo Stato contribuisce in via ordinaria (legge 21 marzo 1958, n. 259) e al controllo sugli atti della pubblica amministrazione [art. 3 della legge 14 gennaio 1994, n. 20 (Disposizioni in materia di giurisdizione e controllo della Corte dei conti), il cui comma 7 mantiene la distinzione ai fini della disciplina dei controlli, richiamando, per gli enti, la legge n. 259 del 1958]. L'estraneità della materia del controllo sugli enti cui lo Stato contribuisce in via ordinaria alla delega conferita con l'art. 11, comma 1, lettera c) risulta confermata dai principi e dai criteri direttivi, previsti in materia dall'art. 17 della stessa legge. Dopo aver stabilito per quanto qui interessa - che il Governo si atterrà ai principi desumibili dall'art. 3, comma 6, della legge n. 20 del 1994 cioè alla legge e a una disposizione della legge che si riferiscono esclusivamente al controllo sulle amministrazioni - nelle lettere successive a), f), prevede l'emanazione di una serie di disposizioni rivolte a potenziare l'informazione e il controllo interno di gestione; a istituire forme di valutazione dei risultati, con la possibilità di interventi sanzionatori; a predisporre indicatori relativi all'efficienza e al buon andamento; a collegare l'esito della valutazione all'allocazione delle risorse; a costituire una banca-dati presso la Presidenza del Consiglio dei ministri; a prevedere forme di indennizzo a favore dei soggetti interessati, in caso di inadempimento o di ritardo nelle prestazioni dovute: