[ddlpres]

Modifica all'articolo 2 della legge 15 dicembre 1999, n.482, in materia di tutela delle lingue storiche regionali. Onorevoli Senatori. -- Il nostro Paese ha il maggior numero di dialetti in rapporto alla sua superficie. Il professor Tristano Bolelli, celebre glottologo e linguista, autore di numerose pubblicazioni e docente all'università di Pisa, ha più volte asserito che i dialetti non sono dei sottoprodotti della lingua italiana: hanno loro radici che sono altrettanto nobili. Quasi due secoli di propaganda unionista di stampo centralista e giacobino, ben rappresentati dal motto «Uno Stato, una nazione, una lingua» (lo stesso utilizzato in Francia), hanno cancellato il fondamentale e indiscusso principio che ogni dialetto è una lingua e hanno introdotto un'artificiale distinzione valoriale, esclusivamente politica, tra lingua e dialetto. Non è vero che il dialetto sia una corruzione della lingua. Citiamo in proposito le parole di Guido Barbina, professore ordinario di geografia umana all'università di Udine e preside della facoltà di lingue e letterature straniere dell'università di Udine: «Tralasciamo, perché puramente accademico e a volte fuorviante, il pretestuoso problema della differenziazione fra lingua e dialetto: una simile distinzione, peraltro impossibile, non ci porterebbe certamente a chiarire il problema di una corretta classificazione dei casi di difformità linguistica italiani». La decisione di quali siano le caratteristiche che distinguono una lingua dall'altra è comunque arbitraria, perché le lingue appartengono a loro volta a famiglie linguistiche formate da lingue simili, spesso confinanti e aventi un'origine comune. Nella pratica succede spesso che per comodità si usino definizioni geografiche di lingue e di dialetti, anziché strettamente linguistiche. Tecnicamente, i termini lingua e dialetto, se non perfettamente equivalenti, sono certamente interscambiabili e il loro uso non implica nessuna precisa distinzione genetica o gerarchica. Meno che mai è sottinteso un giudizio di valore. L'uso dei termini lingua e dialetto che invece si fa in politica implica un rapporto gerarchico fra le due entità e un giudizio di valore: la lingua sarebbe qualcosa di superiore al dialetto e il dialetto una forma degenerata o comunque inferiore della lingua. Questa distinzione dei due termini, linguisticamente infondata, è il risultato di una scelta politica molto comune che restringe l'utilizzo del termine lingua a quella ufficiale dello Stato, attribuendo agli altri idiomi la qualifica di dialetti. Il linguista norvegese Einar Haugen ha provocatoriamente illustrato questa distinzione pseudo-linguistica con le seguenti parole: «Una lingua è un dialetto con alle spalle un esercito e una flotta». Il friulano Pier Paolo Pasolini con la consueta efficacia ha spiegato che «Il dialetto diventa lingua, quando viene scritto ed adoperato per esprimere i sentimenti più alti del cuore (...) per esprimere le proprie idee, il proprio sentire, i propri desideri». Il dibattito, non solo in Parlamento, è stato particolarmente acceso nella definizione di ciò che è dialetto e di ciò che è lingua. Per un linguista parlare di lingua o di dialetto è la stessa identica cosa. Per un linguista, l'ultimo dialetto della Lombardia ha la stessa dignità della lingua letteraria. Certo ha una diversa storia, quella storia che ha condotto alcuni di questi idiomi ad essere usati in un contesto più ristretto e altri in uno molto più ampio. Come ulteriore dimostrazione che fra lingua e dialetto non esistono sostanziali differenze (una lingua non è altro che un dialetto che ha la prevalenza sugli altri, riconosciuto come mezzo di comunicazione da comunità che hanno dialetti diversi) basta vedere le definizioni che dell'una e degli altri vengono comunemente date. Nessuno riesce ad evidenziare reali diversità. È corretto affermare che il dialetto è una lingua. Una necessità che nasce dalla reazione al grande disprezzo che in passato, e purtroppo ancora oggi, è riservato ai dialetti, vissuti come un ostacolo al processo di omologazione e di standardizzazione linguistica, elemento fondamentale per quella culturale. Anche per questo motivo la riscoperta da parte di ciascuno di noi delle proprie radici culturali si trasforma nella fierezza di appartenere a un certo tipo dialettale, di riscoprire le proprie origini e la propria identità. Tale rinnovato orgoglio si esprime appunto definendo il dialetto una lingua. In termini leggermente più neutri possiamo dire che in politica solitamente si concede la dignità di lingua agli idiomi di chi dispone di mezzi di pressione sufficienti a farsi riconoscere come comunità etnico-linguistica distinta da quella maggioritaria. Una volta ottenuto lo status di lingua (e i relativi finanziamenti), anche gli idiomi minoritari possono essere dotati di tutti quegli strumenti, esterni ai sistemi linguistici stessi, che caratterizzano le lingue ufficiali degli Stati: una norma standard , grammatiche e dizionari redatti in modo professionale, l'insegnamento nelle scuole, lo sviluppo di testi prestigiosi, l'uso in occasioni e documenti ufficiali. Questi strumenti sono la conseguenza, e non la causa, dello status ufficiale di lingua. I dialetti ne sono privi unicamente a causa della debolezza politica o economica delle comunità linguistiche in cui vengono parlati. I vari dialetti hanno avuto vicende storiche diverse; non si può negare che alcuni di loro, pur rispettabilissimi, non hanno prodotto documenti letterari, limitandosi soltanto ad essere mezzo di comunicazione fra gli abitanti di una certa zona. Resta il dato storico che da una pari dignità iniziale ognuno di loro ha avuto diverse sorti. Ad esempio, il siciliano nel duecento ha prodotto una grande scuola poetica, la prima in Italia. Quella toscana, del «dolce stil novo», è venuta dopo e, per ragioni culturali, storiche ed economiche, la sua formidabile produzione letteraria del trecento (Dante, Petrarca e Boccaccio) ha creato i presupposti perché si diffondesse in gran parte della penisola. Questo condizionò la scelta di autori non toscani, quali il napoletano Sannazzaro e l'emiliano Boiardo, di scrivere in toscano. È importante ricordare che sino alla fine del Risorgimento nessuna autorità politica o religiosa ha imposto il toscano come base della lingua nazionale. Fino ad allora l'italiano era rimasto una lingua letteraria, perché veniva imparato sui libri e non era in alcun modo adoperato da tutta la popolazione. Non dimentichiamo che nel decennio 1860-1870 i popoli della penisola italica erano per l'80 per cento analfabeti. Quindi, la minoranza che sapeva leggere e scrivere produceva certamente cose interessanti, ma non c'era diffusione della cultura. Per questo motivo da noi, contrariamente che in altri Stati europei, si è verificata una persistenza dei dialetti. Quando non esisteva l'unità nazionale, sempre ammesso e non concesso che oggi ci sia, la lingua toscana era semplicemente uno strumento per comunicare tra diversi Stati e autonomie. Da noi non è accaduto come in Francia, dove la lingua è stata stabilita con una legge, o come in Inghilterra, dove la scelta di un certo dialetto come lingua generale è dipesa da vicende di carattere soprattutto politico.