[pronunce]

SENTENZA ha pronunciato la seguentenei giudizi di legittimità costituzionale del combinato disposto degli artt. 739, secondo comma, e 136 e del combinato disposto degli artt. 739, secondo comma, e 741 del codice di procedura civile; dell'art. 336, secondo e terzo comma, del codice civile; degli artt. 737, 738 e 739 del codice di procedura civile e dell'art. 336 del codice civile, promossi con ordinanze emesse il 18 dicembre 2000 dalla Corte di appello di Torino, sezione per i minorenni, sul reclamo proposto da M. D., iscritta al n. 163 del registro ordinanze 2001 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 11 - 1a serie speciale - dell'anno 2001 e il 20 dicembre 2000 dalla Corte di appello di Genova, sezione per i minorenni, sul reclamo proposto da C. G., iscritta al n. 240 del registro ordinanze 2001 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 14 - 1ª serie speciale - dell'anno 2001; Visto l'atto di costituzione di C. G; Udito nella camera di consiglio del 24 ottobre 2001 il giudice relatore Franco Bile;. Ritenuto in fatto Considerato in diritto 1. - Con l'ordinanza iscritta al numero di ruolo 163 del 2001, pronunciata il 18 dicembre 2000 e pervenuta alla Corte il 19 febbraio 2001, la Corte d'appello di Torino, sezione per i minorenni - nel corso del procedimento di reclamo introdotto dalla madre di un minore avverso il decreto con cui il tribunale per i minorenni di Torino aveva dichiarato, ai sensi degli artt. 330, 333 e 336 del codice civile, la decadenza del padre dalla potestà parentale, e disposto, previo allontanamento dalla madre affidataria ex art. 317-bis del codice civile, l'affidamento familiare del minore a cura del servizio sociale - ha sollevato una serie di questioni di legittimità costituzionale nei termini di seguito indicati. Il rimettente riferisce che il tribunale per i minorenni aveva nel contempo, su richiesta del P.M., aperto un procedimento per la declaratoria della decadenza del padre dalla potestà genitoriale, e che il giudice delegato aveva convocato il solo padre del minore e non anche la madre, ed acquisito informazioni dai servizi sociali ed il parere del P.M., ed aveva poi emesso il decreto reclamato, comunicato per esteso al P.M. ed al giudice tutelare, notificato per esteso al servizio sociale e notificato nel solo dispositivo alla madre. Con il reclamo la madre ha chiesto la dichiarazione di inefficacia o inesistenza del decreto comunicatole senza motivazione, la sospensione dell'applicazione del provvedimento, la dichiarazione di non manifesta infondatezza delle questioni di legittimità costituzionale degli artt. 133, 136 e 739 del codice di procedura civile in riferimento agli artt. 2, 3, 13, 24 e 111 della Costituzione, nella parte in cui prevederebbero che i provvedimenti pronunciati in camera di consiglio dal tribunale per i minorenni e reclamabili nel termine perentorio di dieci giorni siano comunicati alle parti private limitatamente al dispositivo e non per esteso, ed in ogni caso la riforma del provvedimento. 2. - La Corte rimettente ritiene fra l'altro che la previsione del secondo comma dell'art. 739 cod. proc. civ. (secondo cui il provvedimento emesso in camera di consiglio è comunicato se dato in confronto di una sola parte, o notificato se dato in confronto di più parti) deve essere coordinata con il rilievo che i procedimenti relativi alla potestà genitoriale sono considerati dalla dottrina "bilaterali o plurilaterali" onde il provvedimento che li conclude dovrebbe essere interamente notificato alle parti ed al P.M. ex art. 137 cod. proc. civ. Tuttavia i tribunali per i minorenni ed anche quello di Torino "comunicano non l'intero decreto ma solo il suo dispositivo, a mente dell'art. 136 cod. proc. civ. , consegnando il biglietto di cancelleria al destinatario o disponendone la notifica da parte dell'ufficiale giudiziario, e dalla data di questa comunicazione del dispositivo fanno decorrere il termine perentorio di dieci giorni decorso il quale, in assenza di reclamo, il decreto acquista efficacia ex art. 741, comma 1, cod. proc. civ.". Questa interpretazione - che la rimettente considera "diritto vivente" - contrasterebbe: a) con l'art. 3, primo comma, Cost.: a1) in quanto non rispetterebbe "il principio di ragionevolezza" perché, mentre con riferimento alla sentenza la comunicazione del solo dispositivo avrebbe una sua ragione, in quanto servirebbe soltanto a mettere le parti nella condizione di poter notificare la sentenza al fine della decorrenza del termine breve di trenta giorni per l'impugnazione, nel caso dei provvedimenti in discorso la comunicazione farebbe decorrere essa stessa il termine di dieci giorni per il reclamo onde sarebbe necessario conoscere il provvedimento nella sua interezza; a2) in quanto realizzerebbe - arbitrariamente e senza una razionale giustificazione - un trattamento differenziato rispetto alla disciplina della notificazione d'ufficio integrale del decreto o della sentenza di adottabilità, ex artt. 15, terzo comma, 16, secondo comma, e 17, terzo comma, della legge n. 184 del 1983; b) con l'art. 97, primo comma, Cost., perché risulterebbe leso il principio del buon andamento dell'amministrazione; c) con l'art. 24, secondo comma, Cost., in quanto il termine di dieci giorni per il reclamo, per la sua brevità, pur congruo a consentire all'interessato l'attività di impugnazione, sarebbe invece insufficiente, tenuto conto che l'interessato non potrebbe utilizzarlo integralmente, dovendosi rivolgere alla cancelleria per ottenere la copia del provvedimento: l'insufficienza sarebbe particolarmente evidente nel caso in cui l'interessato dimori in una regione diversa da quella della sede dell'ufficio giudiziario o all'estero; d) con l'art. 111, secondo comma, Cost., per la violazione del principio della parità delle parti, derivante dal fatto che il P.M. riceverebbe comunicazione integrale del provvedimento e, quindi, potrebbe esercitare il diritto di impugnazione conoscendone il contenuto per l'intera durata del termine di reclamo, mentre la parte privata avrebbe conoscenza di quel contenuto solo dal momento in cui ne ottenga copia dalla cancelleria; e) con l'art. 111, sesto comma, Cost., in quanto la motivazione non costituirebbe un fatto interno e dovrebbe essere portata a conoscenza delle parti subito, mentre la conoscenza del solo dispositivo si giustificherebbe esclusivamente ove sia previsto - come per le sentenze - un meccanismo successivo di notifiche a cura della parte più diligente. f) ed infine con l'art. 2 Cost.: questo parametro viene, peraltro, evocato solo in dispositivo. 2.1. - Sulla base di tali motivazioni la rimettente solleva la questione di legittimità costituzionale dell'art. 739, secondo comma, cod. proc. civ. , "in relazione all'art. 136 cod. proc. civ.