[pronunce]

Sul regime del collocamento obbligatorio dei non vedenti, il legislatore con la disposizione di cui all'art. 45, comma 12, della legge 17 maggio 1999, n. 144 (Misure in materia di investimenti, delega al Governo per il riordino degli incentivi all'occupazione e della normativa che disciplina l'INAIL, nonché disposizioni per il riordino degli enti previdenziali), attraverso un rinvio alla legge n. 113 del 1985, ha esteso la stessa tutela normativa riconosciuta ai centralinisti non vedenti iscritti all'apposito Albo nazionale anche ai possessori di qualifica equipollente ancorché non iscritti all'albo. Quanto alla rilevanza della questione di costituzionalità nel giudizio a quo, essa appare del tutto evidente, essendo la causa petendi ed il petitum nella controversia a qua direttamente condizionati dalla legittimità o meno della norma impugnata. 2. - L'eccezione di inammissibilità sollevata dall'Avvocatura dello Stato relativamente ad una carente descrizione della fattispecie non può essere condivisa. È sufficiente rilevare che dalla ordinanza del Tribunale di Pescara emergono chiaramente i dati, identificativi della fattispecie in esame, concernenti sia l'assunzione del ricorrente all'esito di una ordinaria procedura concorsuale pubblica, sia l'interruzione della erogazione dell'indennità di mansione, rispetto alla quale, in quanto caratterizzata da una specifica causale, non assume alcun rilievo conoscere l'ammontare complessivo della retribuzione percepita dal ricorrente. 3. - Nel merito la questione non è fondata. È ben possibile infatti un'interpretazione della norma impugnata coerente con gli stessi parametri costituzionali indicati dal rimettente. Ritiene, in altri termini, questa Corte che le censure mosse dal Tribunale di Pescara si possano superare partendo da una ricostruzione sistematica della normativa in esame. La coerenza interna del sistema di protezione e retribuzione dei lavoratori non vedenti ha la sua ratio non già nelle modalità costitutive del loro rapporto, ma piuttosto nella maggiore penosità del lavoro da essi svolto in condizioni fisiche particolari. L'indennità di mansione non è riconosciuta ai centralinisti non affetti da cecità, perché solo per quelli non vedenti si giustifica una maggiore retribuzione in considerazione della qualità di un lavoro che presenta caratteristiche peculiari e che è svolto in condizioni di menomazione assolutamente evidenti. Il trattamento preferenziale attribuito ai centralinisti ciechi integra, quindi, una scelta del legislatore giustificata dalla obiettiva gravosità della prestazione lavorativa connessa alla menomazione visiva. Tra l'altro è significativo il fatto che l'indennità di mansione in questione va determinata con riferimento, non tanto al “premio industriale” connesso ai risultati produttivi dell'azienda, previsto dall'art. 28 dell'allegato alla legge 11 febbraio 1970, n. 29 (Modificazioni alle disposizioni sulle competenze accessorie del personale dipendente del Ministero delle poste e delle telecomunicazioni), quanto al “premio di rendimento” connesso all'espletamento delle mansioni, attribuito dall'art. 32 dell'allegato alla medesima legge soltanto al personale addetto ai servizi telefonici, tra cui gli operatori addetti ai posti di lavoro e di controllo delle sale interurbane e delle accettazioni dirette al pubblico. Una interpretazione della normativa impugnata, pienamente coerente con il dettato costituzionale, induce a ritenere che l'indennità di mansione di cui è questione si ponga essenzialmente quale “corrispettivo” dell'obiettiva gravosità della prestazione lavorativa connessa alla menomazione visiva, oltre che della particolare natura delle mansioni espletate, nonché dell'impossibilità per i non vedenti di essere adibiti a mansioni alternative. Il che rende del tutto irrilevante la particolare modalità di accesso all'occupazione dei centralinisti non vedenti. Non sarebbe ragionevole infatti la distinzione tra un lavoratore non vedente, che, per qualunque ragione, in regime di piena libertà, sia stato assegnato a mansioni di centralinista, ed altro lavoratore, ugualmente privo della vista, il quale, avviato obbligatoriamente a copertura dei posti di riserva previsti dalla legge n. 113 del 1985, venga occupato nelle medesime mansioni. Ne deriva che non può ritenersi di ostacolo a questa interpretazione la formulazione testuale dell'art. 9, comma 1, impugnato laddove fa espresso riferimento alla fonte costitutiva del collocamento obbligatorio. Anche dai lavori parlamentari che hanno preceduto la prima formulazione della norma, contenuta nella legge n. 397 del 1971, emerge, del resto, come la preoccupazione del legislatore sia stata quella di assicurare una piena tutela retributiva alle prestazioni rese dai lavoratori non vedenti nei confronti anche del datore di lavoro obbligato per legge alla loro assunzione, evitando in tal modo il rischio di un trattamento discriminatorio ai loro danni. Deve affermarsi conclusivamente che la norma impugnata, così interpretata, supera le censure mosse dall'ordinanza di rimessione.. per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE dichiara non fondata, nei sensi di cui in motivazione, la questione di legittimità costituzionale dell'art. 9, comma 1, della legge 29 marzo 1985, n. 113 (Aggiornamento della disciplina del collocamento al lavoro e del rapporto di lavoro dei centralinisti non vedenti) sollevata, in riferimento agli artt. 3 e 36 della Costituzione, dal Tribunale di Pescara con l'ordinanza in epigrafe. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 3 aprile 2006. F.to: Annibale MARINI, Presidente Luigi MAZZELLA, Redattore Giuseppe DI PAOLA, Cancelliere Depositata in Cancelleria il 7 aprile 2006. Il Direttore della Cancelleria F.to: DI PAOLA