[pronunce]

Con riferimento al giudizio ordinario, è in effetti predominante, nella giurisprudenza di legittimità, la tesi per cui - nonostante la formulazione letterale, apparentemente contraria, degli artt. 516 e 517 cod. proc. pen. - le nuove contestazioni considerate da tali articoli possono essere basate, oltre che su elementi emersi per la prima volta nel corso dell'istruzione dibattimentale, anche sui soli atti già acquisiti dal pubblico ministero nel corso delle indagini preliminari: in tal modo, traducendosi anche in uno strumento per porre rimedio ad inesattezze o lacune dell'imputazione originaria. A prescindere, peraltro, dalla validità degli argomenti addotti a supporto di siffatta soluzione interpretativa (sentenza n. 333 del 2009), essa non può essere comunque estesa al giudizio abbreviato senza tenere conto delle peculiarità di questo rito. L'assetto normativo che il giudice a quo sottopone a scrutinio ha, in effetti, una sua intrinseca razionalità. In parallelo all'originaria configurazione del giudizio abbreviato come rito «allo stato degli atti», senza alcuna possibilità di integrazioni probatorie, l'art. 441, comma 1, cod. proc. pen. - nell'operare un generale rinvio, nei limiti della compatibilità, alla disciplina dell'udienza preliminare - escludeva in assoluto l'applicabilità dell'istituto della modificazione dell'imputazione, quale regolato dall'art. 423 cod. proc. pen. La preclusione rispondeva - e tuttora risponde - ad una funzione di garanzia per l'imputato, oltre che ad una logica premiale. L'imputato accettava, cioè, di essere giudicato sulla base degli atti raccolti nel corso delle indagini preliminari con esclusivo riferimento all'accusa già formulata dal pubblico ministero, che segna i limiti della sua rinuncia alla formazione della prova in contraddittorio: tanto più che, di fronte a contestazioni suppletive di reati concorrenti o di circostanze aggravanti, egli si sarebbe trovato nell'impossibilità di difendersi dall'ampliamento dell'accusa stessa chiedendo l'ammissione di corrispondenti prove a discarico. Prospettiva nella quale la scelta legislativa fu ritenuta da questa Corte immune da vizi di costituzionalità, in quanto «coerente con la struttura e le finalità del rito» (sentenza n. 378 del 1997). Introdotta, con la legge 16 dicembre 1999, n. 479, la possibilità di arricchimenti della piattaforma probatoria - tanto per iniziativa dell'imputato (richiesta di giudizio abbreviato "condizionato": art. 438, comma 5, cod. proc. pen.), che del giudice (nel caso di impossibilità di decidere allo stato degli atti: art. 441, comma 5, cod. proc. pen.) - è emersa l'esigenza di prevedere meccanismi di adeguamento dell'imputazione alle nuove acquisizioni. In via di eccezione rispetto alla regola enunciata dall'art. 441, comma 1, cod. proc. pen. - rimasta immutata - si è quindi consentito al pubblico ministero di procedere a nuove contestazioni. Ma ciò unicamente nei casi di modificazione della base cognitiva a seguito dell'attivazione dei meccanismi di integrazione probatoria, e riconoscendo, in pari tempo, all'imputato - quando si tratti delle contestazioni previste dall'art. 423, comma 1, cod. proc. pen. (fatto diverso, reato connesso a norma dell'art. 12, comma 1, lettera b, o circostanza aggravante) - la facoltà di chiedere che il procedimento prosegua nelle forme ordinarie, o, in alternativa, l'ammissione di nuove prove (art. 441-bis cod. proc. pen. , aggiunto dall'art. 2-octies del decreto-legge 7 aprile 2000, n. 82, recante «Modificazioni alla disciplina dei termini di custodia cautelare nella fase del giudizio abbreviato», convertito, con modificazioni, dalla legge 5 giugno 2000, n. 144: nel caso di contestazione del fatto nuovo, a norma dell'art. 423, comma 2, cod. proc. pen. , l'imputato resta per converso tutelato dalla circostanza che tale contestazione presuppone il suo consenso). Da tale quadro - che contraddice la visione, propugnata dal rimettente, del giudizio abbreviato come rito ormai totalmente «fluido» sul piano probatorio e dell'imputazione - si deve inferire che le eccezioni introdotte restano strettamente legate alle fattispecie che le giustificano: vale a dire, che il pubblico ministero possa effettuare le nuove contestazioni solo quando affiori la necessità di adattare l'imputazione a nuove risultanze processuali, scaturenti da iniziative probatorie assunte nell'ambito del rito alternativo; rimanendo con ciò escluso che dette iniziative - tanto più se rimaste «prive di seguito» - possano rappresentare una patente di legittimazione per rivalutare, a scopo di ampliamento dell'accusa, elementi già acquisiti in precedenza e, fino a quel momento, non posti ad oggetto di azione penale. 4.2. - L'indirizzo giurisprudenziale su cui poggiano le censure del rimettente conduce, d'altro canto, a risultati addirittura contrari a Costituzione allorché assume - appellandosi qui soltanto alla lettera dell'art. 441-bis, comma 1, cod. proc. pen. - che, nel caso di contestazione suppletiva fondata su elementi «già in atti», e dunque noti all'imputato, costui non potrebbe neppure avvalersi della facoltà di chiedere che il procedimento prosegua nelle forme ordinarie. Questa Corte ha avuto modo di rilevare, difatti, in più occasioni, che «le valutazioni dell'imputato in ordine alla convenienza dei riti alternativi al dibattimento» dipendono anzitutto «dalla concreta impostazione data al processo dal pubblico ministero». Con la conseguenza che quando, per «evenienze patologiche», quali gli errori o le omissioni del pubblico ministero sulla individuazione del fatto o del titolo del reato, l'imputazione subisce una variazione sostanziale, l'imputato deve essere rimesso in termini per compiere le suddette valutazioni, pena la violazione tanto del diritto di difesa che del principio di eguaglianza, stante la discriminazione che verrebbe altrimenti a determinarsi a seconda «della maggiore o minore esattezza o completezza della discrezionale valutazione delle risultanze delle indagini preliminari operata dal pubblico ministero nell'esercitare l'azione penale» (sentenze n. 333 del 2009 e n. 265 del 1994). Tale principio è stato affermato con riferimento alle nuove contestazioni dibattimentali e alla possibilità di passaggio dal rito ordinario a riti alternativi (giudizio abbreviato e applicazione della pena su richiesta): ma non potrebbe evidentemente non operare anche nella direzione inversa. Con la richiesta di giudizio abbreviato l'imputato accetta di essere giudicato con rito semplificato in rapporto ai reati già contestatigli dal pubblico ministero, rispetto ai quali solo egli esprime l'apprezzamento della convenienza del rito stesso: sicché non sarebbe costituzionalmente accettabile che egli venisse a trovarsi vincolato dalla sua scelta anche in relazione agli ulteriori reati concorrenti che - stando all'indirizzo interpretativo in discussione - potrebbero essergli contestati a fronte delle «evenienze patologiche» di cui si è detto. 4.3.