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Il personale non dirigenziale trasferito mantiene il trattamento economico fondamentale e accessorio, limitatamente alle voci di natura fissa e continuativa, ove più favorevole, in godimento presso il Ministero soppresso al momento dell'inquadramento, mediante assegno ad personam riassorbibile con i successivi miglioramenti economici a qualsiasi titolo conseguiti. Tra le proposte della Commissione, c'è anche la modifica del comma 5, secondo cui il personale appartenente ad altre amministrazioni, in posizione di comando, distacco o fuori ruolo presso il Dipartimento di cui al comma 3, partecipa alla procedura di interpello al fine di individuare il Ministero al quale attribuire la predetta posizione. (Il microfono si disattiva automaticamente). PRESIDENTE. Senatrice Angrisani, la invito a concludere. Aveva dieci minuti di tempo, ma ne sono già passati quindici. ANGRISANI, relatrice . Signor Presidente, è una relazione un po' lunga. Il personale non scolastico del Ministero dell'istruzione, dell'università e della ricerca che presta servizio presso gli uffici di diretta collaborazione ovvero già in servizio presso il Dipartimento di cui al comma 3, che si trova in posizione di comando, distacco o fuori ruolo presso altre amministrazioni, partecipa all'interpello al fine di individuare il Ministero di appartenenza. Il comma 6 stabilisce il termine (30 giugno 2020) entro cui devono essere adottati i regolamenti di organizzazione dei due Ministeri. Con l'emendamento 1.1000 testo 2, si propone di inserire un periodo aggiuntivo al comma 6, secondo cui il Ministro dell'istruzione e il Ministro dell'università e della ricerca... PRESIDENTE. Senatrice Angrisani, le ricordo che ha anche la facoltà di consegnare il testo scritto. ANGRISANI, relatrice . Grazie, signor Presidente, il testo è molto tecnico, chiedo pertanto di poterlo allegare al Resoconto della seduta odierna. (Applausi dai Gruppi M5S e PD e del senatore Mallegni). PRESIDENTE . La Presidenza l'autorizza in tal senso. PAGANO (FIBP-UDC) . Signor Presidente, colleghi senatori, con la questione pregiudiziale QP1 si chiede di non passare all'esame del disegno di legge che intende convertire in legge il decreto-legge 9 gennaio 2020, n. 1, recante «Disposizioni urgenti per l'istituzione del Ministero dell'istruzione e del Ministero dell'università e della ricerca». Orbene, agli articoli 1 e 2, il decreto-legge reca disposizioni per l'istituzione ed il funzionamento del Ministero dell'istruzione e del Ministero della università e della ricerca e, conseguentemente, la soppressione del Ministero dell'istruzione, dell'università e della ricerca. L'articolo 3 reca la ripartizione delle strutture degli uffici tra il Ministero dell'università e della ricerca e il Ministero dell'istruzione e stabilisce che, con decreto del Ministro dell'economia e delle finanze, siano apportate le variazioni di bilancio occorrenti per l'adeguamento del bilancio di previsione dello Stato alla nuova struttura del Governo. Infine, l'articolo 4 reca disposizioni finali e transitorie in attesa dell'emanazione entro il 30 giugno 2020 dei regolamenti di organizzazione dei due Ministeri, ivi inclusi quelli degli uffici di diretta collaborazione dei Ministri. Se è vero - come è vero - che il provvedimento ha carattere ordinamentale, cioè ridisegna le competenze su alcuni settori e Dipartimenti del vecchio Ministero dell'istruzione, dell'università e della ricerca, dai trasferimenti di personale e competenze da un Dicastero all'altro derivano nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica, come ben si evince dall'articolo 5 del decreto-legge, che reca disposizioni finanziarie e comporta oneri a carico dello Stato pari a euro 2.491.000 per l'anno 2020 e a euro 3.405.000 annui a decorrere dal 2021. Bisogna però ricordare che la legge finanziaria 2008, all'articolo 1, comma 376, assieme alla limitazione del numero complessivo dei membri del Governo, stabiliva la riduzione del numero dei Dicasteri, da 18 a 12. Questa disciplina è stata successivamente completata durante l'ultimo Governo Berlusconi con il decreto-legge n. 85 del 2008, che recava disposizioni urgenti per l'adeguamento delle strutture di Governo; successivamente, con la legge n. 172 del 2009, che istituiva il Ministero della salute, il numero complessivo dei Ministri con portafoglio veniva stabilito in 13. Il decreto-legge in esame, a distanza di più di dieci anni, abroga quel limite, lasciando presagire preoccupanti rischi di proliferazione del numero dei Ministeri con portafoglio, che potrebbero essere finalizzati, non tanto a un'azione di Governo più incisiva, quanto ad adattare, di volta in volta, la compagine governativa ad eventuali squilibri e/o dissidi politici interni alla coalizione stessa. Vengono meno, quindi, le ragioni ordinamentali e sopravanzano, invece, mere ragioni politiche e opportunistiche. Desta inoltre perplessità che nell'arco di pochi mesi dal suo insediamento, il Governo abbia emanato già due decreti-legge sul riordino dei Ministeri, rendendo palese l'abuso di uno strumento legislativo particolarmente increscioso da parte di chi, più volte - ed è giusto ricordarlo - nella passata legislatura, aveva stigmatizzato il ricorso eccessivo ai provvedimenti d'urgenza: è ovvio che mi riferisco al MoVimento 5 Stelle. Giova ricordare al Governo in carica, i cui sostenitori hanno più volte condannato in passato l'uso sconsiderato e scorretto dello strumento del decreto-legge, che la tecnica legislativa e il linguaggio normativo costituiscono elementi imprescindibili per avviare correttamente il processo di produzione normativa. Il fine che ogni atto normativo dovrebbe perseguire è quello di giungere all'adozione di norme chiare e facilmente comprensibili sul piano semantico, correttamente formulate da un punto di vista strutturale interno, che si inseriscano e coordinino armonicamente con il resto dell'ordinamento giuridico. Occorre altresì ricordare che il 9 settembre dell'anno scorso il presidente del Consiglio Conte, intervenendo in sede di replica alla Camera, ebbe a dichiarare che avrebbe cercato di limitarlo. Egli disse che si sarebbe impegnato a lavorare con metodo in modo da relegare veramente la decretazione d'urgenza, come prevede la Costituzione, soltanto ai casi veramente straordinari di necessità e urgenza. Il presidente Conte ha quindi smentito se stesso. Inoltre, continuò dicendo che al ministro D'Incà sarebbe toccato un lavoro molto gravoso e che avrebbero lavorato insieme per avere un dialogo costante con il Parlamento e con i Capigruppo. Sia ben chiaro: queste sono le parole di Conte. Disse che sarebbe stato a disposizione anche lui, che si sarebbero incontrati, se del caso, anche con i Presidenti delle Commissioni, per avere un dialogo quanto più possibile aperto e proficuo. Sostanzialmente cioè fece un ragionamento come a dire che il Parlamento aveva peso, era importante e che egli intendeva dargli il ruolo che meritava, che la Costituzione gli aveva conferito. Mi sembra invece che quando si passa dalle parole ai fatti evidentemente lo sport preferito sia quello di smentire se stessi: