[pronunce]

Ciò determinerebbe una ingiustificata disparità di trattamento dei terzi di buona fede nell'ambito della liquidazione coatta rispetto ai terzi di buona fede nell'ambito della procedura fallimentare. Per costoro, infatti, l'art. 16 della legge fallimentare, a seguito delle modifiche introdotte dall'art. 14 del decreto legislativo 9 gennaio 2006, n. 5 (Riforma organica della disciplina delle procedure concorsuali a norma dell'articolo 1, comma 5, della legge 14 maggio 2005, n. 80), stabilisce che gli effetti della sentenza dichiarativa di fallimento si producono dalla data di iscrizione della sentenza stessa nel registro delle imprese. 3.- La questione è inammissibile sotto molteplici profili. Il Tribunale ordinario di Pisa ha chiesto a questa Corte di dichiarare l'illegittimità costituzionale dell'art. 200 della legge fallimentare nella parte in cui prevede che nei confronti dei terzi di buona fede gli effetti della liquidazione coatta si producano dalla data del provvedimento che la ordina «anziché dalla data di pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale o di iscrizione nel registro delle imprese». Il rimettente, pur evocando quale parametro di riferimento della lamentata disparità di trattamento la disciplina dettata dall'art. 16 della legge fallimentare, nell'individuare l'intervento che egli ritiene idoneo a rimuovere il censurato vulnus della Costituzione, prospetta, oltre alla soluzione accolta dal citato art. 16 - il quale fa decorrere gli effetti della sentenza di fallimento dalla sua iscrizione nel registro delle imprese - anche un'ulteriore soluzione, indicando quale dies a quo degli effetti del provvedimento di liquidazione amministrativa la pubblicazione del provvedimento nella Gazzetta Ufficiale. È ben vero che l'art. 197 della legge fallimentare prevede entrambe le forme di pubblicità disponendo che il provvedimento che ordina la liquidazione entro dieci giorni dalla sua data è pubblicato integralmente nella Gazzetta Ufficiale ed è comunicato per l'iscrizione all'ufficio del registro delle imprese. Tuttavia il Tribunale ha chiesto a questa Corte di rimuovere l'illegittimità costituzionale della disposizione attraverso due distinte modalità di intervento sul testo della norma censurata senza optare per l'una ovvero per l'altra, ponendole entrambe sullo stesso piano e indicandole come alternative tra loro. Così formulata, la questione risulta ancipite, in quanto proposta in termini di alternatività irrisolta e come tale essa è inammissibile dal momento che non compete a questa Corte di scegliere tra le due distinte soluzioni prospettate dal rimettente (ex plurimis, sentenze n. 198 del 2014 e n. 87 del 2013; ordinanza n. 176 del 2013). 4.- La questione risulta inammissibile anche sotto un ulteriore profilo. Come appare evidente già dalle modalità con cui è formulata la censura, il regime di pubblicità cui è sottoposto il provvedimento che ordina la liquidazione coatta consente di ipotizzare diverse soluzioni in ordine alla decorrenza dei suoi effetti rispetto ai terzi: oltre che dalla iscrizione nel registro delle imprese, come previsto dall'art. 16 della legge fallimentare, sarebbe possibile individuare il dies a quo degli effetti del decreto di liquidazione coatta dalla data della sua pubblicazione integrale nella Gazzetta Ufficiale, costituendo anch'essa una forma di pubblicità prevista dall'art. 197 della legge fallimentare. Sarebbe altresì possibile prevedere che gli effetti si producano «Dalla data di insediamento degli organi liquidatori [...] e comunque dal terzo giorno successivo alla data di adozione del provvedimento che dispone la liquidazione», in analogia a quanto previsto per il provvedimento di liquidazione coatta delle banche dall'art. 83 del decreto legislativo 1° settembre 1993, n. 385 (Testo unico delle leggi in materia bancaria e creditizia). A fronte della pluralità di soluzioni ipotizzabili ed in concreto previste in ordine al regime temporale degli effetti del decreto di liquidazione, è agevole rilevare come alla prospettazione del giudice a quo potrebbero conseguire più soluzioni, tutte praticabili perché non costituzionalmente obbligate. L'intervento chiesto dal rimettente appare senz'altro creativo ed eccede pertanto i poteri di questa Corte implicando scelte affidate alle valutazioni del legislatore. Alla luce della costante giurisprudenza costituzionale, alla questione che invochi una pronuncia manipolativa non costituzionalmente obbligata in materia riservata alle scelte del legislatore, consegue necessariamente l'inammissibilità (sentenza n. 87 del 2013; ordinanze n. 176 e 156 del 2013). 5.- Vi è, infine, un ulteriore e assorbente profilo di inammissibilità della questione. La censura prospettata dal rimettente attiene, come si è visto, al regime temporale degli effetti del provvedimento di liquidazione coatta rispetto ai terzi. Il Tribunale, nell'evocare l'art. 16 della legge fallimentare quale termine di raffronto del giudizio di uguaglianza, si è limitato ad affermare che la disciplina ivi contenuta sarebbe idonea a tutelare i terzi di buona fede. Tuttavia, egli non si è interrogato su una questione necessariamente connessa, cioè se un creditore dell'impresa - quale è nel caso oggetto del giudizio a quo la Cassa di risparmio di S. Miniato - il quale concorre con gli altri creditori della procedura e per il quale opera la previsione di inefficacia di cui all'art. 44 della legge fallimentare, possa considerarsi compreso tra i terzi cui si riferisce l'art. 16. Al contempo, il rimettente non ha verificato se tra i terzi cui fa riferimento l'art. 16 debbano ritenersi compresi anche i creditori fallimentari, alla luce del dettato degli artt. 42 e 44 della legge fallimentare. Il d.lgs. n. 5 del 2006, infatti, nel modificare l'art. 16 differendo gli effetti della sentenza di fallimento nei confronti dei terzi al momento della sua iscrizione nel registro delle imprese, il legislatore ha tuttavia lasciato inalterato l'art. 42 il quale sancisce la indisponibilità del patrimonio del fallito che si produce automaticamente con la sentenza dichiarativa di fallimento e coinvolge tutti i rapporti giuridici che allo stesso fanno capo (ad eccezione di quelli «non compresi nel fallimento»: art. 46 della legge fallimentare). Neppure ha modificato l'art. 44 il quale stabilisce il corollario della inefficacia nei confronti dei creditori dei pagamenti effettuati e ricevuti dal fallito dopo la sentenza di fallimento, e la cui ratio è stata individuata da questa Corte nella esigenza di garantire una efficace e diretta tutela della massa dei creditori (sentenza n. 234 del 1998). In tale decisione si evidenzia infatti che «l'inopponibilità alla massa dei creditori dei pagamenti ricevuti dal fallito dopo la pubblicazione della sentenza dichiarativa di fallimento, diversamente dall'inefficacia conseguente all'utile esercizio dell'azione revocatoria fallimentare, si ricollega al principio generale secondo cui la dichiarazione di fallimento priva il fallito, dalla data di deposito della relativa sentenza, dei poteri di amministrazione e disposizione del suo patrimonio trasferendoli agli organi della procedura fallimentare. Principio finalizzato nella sua assolutezza ad una efficace e diretta tutela della massa dei creditori».