[pronunce]

Di qui anche la violazione dell'art. 27, terzo comma, Cost., in quanto l'irrogazione di una sanzione penale in difetto di una reale aggressione ai beni protetti genererebbe in chi ne è colpito un senso di sfiducia nell'ordinamento, atto a compromettere la funzione rieducativa della pena. 2.- Prodromica all'esame delle censure è una sintetica ricostruzione del panorama normativo di riferimento. Oggetto dei dubbi di legittimità costituzionale è la disciplina del porto di armi improprie, delineata dal secondo comma dell'art. 4 della legge n. 110 del 1975: disciplina la cui inosservanza è punita dal successivo terzo comma con l'arresto da sei mesi a due anni e con l'ammenda da 1.000 a 10.000 euro. Alla luce delle indicazioni ritraibili dall'art. 585, secondo comma, numero 2), del codice penale e dall'art. 45, secondo comma, del regio decreto 6 maggio 1940, n. 635 (Approvazione del regolamento per l'esecuzione del testo unico 18 giugno 1931, n. 773, delle leggi di pubblica sicurezza), si designano usualmente come armi improprie gli strumenti che - pur non avendo quale destinazione naturale l'offesa alla persona (come invece le armi proprie), in quanto concepiti per usi diversi e leciti (lavorativi, domestici, sportivi, scientifici e simili) - si prestano ad essere occasionalmente utilizzati per offendere. Tali strumenti sono distinti dalla norma censurata in due sottocategorie: gli strumenti "nominati" (o "tipici") e gli strumenti "innominati" (o "atipici"). La prima parte del comma vieta, infatti, di portare fuori della propria abitazione e delle appartenenze di essa «[s]enza giustificato motivo» una serie di oggetti individuati in dettaglio («bastoni muniti di puntale acuminato, strumenti da punta o da taglio atti ad offendere, mazze, tubi, catene, fionde, bulloni, sfere metalliche»). Allo stesso regime risultano soggetti, per effetto della modifica operata dall'art. 5, comma 1, lettera b), numero 2), del decreto legislativo&#160;26 ottobre 2010, n. 204 (Attuazione della direttiva 2008/51/CE, che modifica la direttiva 91/477/CEE relativa al controllo dell'acquisizione e della detenzione di armi), gli ulteriori strumenti indicati nella parte finale dello stesso secondo comma dell'art. 4 della legge n. 110 del 1975, non investita, peraltro, dalle censure del giudice rimettente. Unica condizione per la punibilità del porto degli oggetti considerati fuori dai luoghi di pertinenza dell'agente è, dunque, che la condotta sia realizzata in assenza di un «giustificato motivo»: intendendosi per tale, secondo una ricorrente affermazione giurisprudenziale, quello determinato da «particolari esigenze dell'agente [...] perfettamente corrispondenti a regole comportamentali lecite relazionate alla natura dell'oggetto, alle modalità di verificazione del fatto, alle condizioni soggettive del portatore, ai luoghi dell'accadimento, alla normale funzione dell'oggetto» (ex multis, Corte di cassazione, sezione prima penale, sentenza 30 settembre 2019-10 gennaio 2020, n. 578; nello stesso senso, Corte di cassazione, sezione quarta penale, sentenza 14 novembre-9 dicembre 2019, n. 49769). In sostanza, occorre che, al momento del porto, l'oggetto sia destinato a uno scopo lecito ad esso riferibile, avuto riguardo alle circostanze oggettive e soggettive. La seconda parte del comma (preceduta dalla congiunzione «nonché»), con previsione residuale e di chiusura, estende il divieto di porto ingiustificato fuori dalla propria abitazione o dalle appartenenze di essa a un ulteriore complesso di oggetti, descritti con formula generale imperniata su una "clausola di offensività": «qualsiasi altro strumento non considerato espressamente come arma da punta o da taglio, chiaramente utilizzabile, per le circostanze di tempo e di luogo, per l'offesa alla persona». Affinché il porto di tali oggetti sia punibile non basta, pertanto, l'assenza di un giustificato motivo, ma occorre, altresì, che le circostanze spazio-temporali in cui il porto avviene rendano concreto il pericolo che l'agente si avvalga dell'oggetto in chiave aggressiva (Corte di cassazione, sezione prima penale, 7 novembre-24 dicembre 2019, n. 51946): l'avverbio «chiaramente» sta, infatti, a significare che deve esservi un collegamento non meramente ipotetico tra l'oggetto, non destinato naturalmente all'offesa e spesso di uso comune, e la sua utilizzazione per procurare lesioni (Corte di cassazione, sezione quinta penale, sentenza 21 novembre-9 dicembre 2013, n. 49517), anche se poi tale utilizzazione non abbia effettivamente luogo (Corte di cassazione, sezione prima penale, sentenza 26 febbraio-18 marzo 2009, n. 11812). Per opinione diffusa, la norma incriminatrice del porto di armi improprie, nella sua duplice articolazione, è diretta, al pari delle altre in materia di armi, a tutelare la sicurezza pubblica e l'incolumità individuale: si tratta segnatamente di una fattispecie «di sbarramento» (Corte di cassazione, sezione quarta penale, sentenza 27 agosto-3 settembre 1996, n. 8222), volta ad evitare, «in via di prevenzione» (Corte di cassazione, sezione prima penale, sentenza 17 gennaio-16 maggio 1985, n. 4750), che lo strumento possa essere utilizzato per la commissione di più gravi delitti lesivi di altri beni giuridici (vita, integrità fisica, patrimonio e via dicendo), quali omicidi, lesioni personali, rapine o minacce. In tale ottica, questa stessa Corte ha individuato l'oggetto della tutela nell'ordine pubblico e nella «pacifica convivenza sociale» (sentenza n. 79 del 1982). 3.- Ciò premesso, occorre prendere preliminarmente in esame l'eccezione di inammissibilità delle questioni formulata dall'Avvocatura generale dello Stato, sotto il profilo dell'omessa sperimentazione, da parte del giudice a quo, di una interpretazione costituzionalmente orientata della disposizione censurata. Assume l'Avvocatura che il motivo addotto nel caso di specie dall'imputato per giustificare il porto dell'oggetto all'interno di un'autovettura mentre si trovava fuori del centro abitato - ossia la sua utilizzazione per l'esercizio di attività agricola - «non avrebbe dovuto essere integralmente pretermesso» dal rimettente, una volta appurato che si trattava di una roncola, e dunque di uno strumento abitualmente usato per il taglio di rami e arbusti. Secondo la giurisprudenza di legittimità, infatti, l'assenza di un giustificato motivo rappresenta un elemento di tipicità del fatto, sicché il giudice deve escludere la configurabilità del reato ove sussista un dubbio sulla sua ricorrenza; né, d'altro canto, la validità del motivo addotto richiede l'esistenza di un rapporto di immediata contestualità temporale fra il porto dello strumento e il suo utilizzo. L'eccezione non è fondata.