[resaula]

l'evoluzione quasi paradossale di questi casi ha visto la madre passare dal ruolo di chi denuncia al ruolo di chi è denunciato e si vede privato della possibilità di mantenere un rapporto sereno con la figlia, mentre si attiva un circuito di interventi gestiti dai servizi sociali che non giunge quasi mai ad una soluzione soddisfacente. Il minore non torna mai in famiglia, né con la madre, né con il padre; la famiglia va incontro ad una drammatica dissoluzione che finisce col coinvolgere anche i nonni, materni e paterni, fino a lasciare il minore in casa famiglia a tempo indeterminato, senza più riuscire a ricostruire la trama dei rapporti familiari, con conseguenze gravissime per l'equilibrio psicofisico del minore e con costi per la comunità altissimi; la riforma del processo civile in via di approvazione contiene una sostanziale riforma del Tribunale della famiglia, che conserva ancora alcuni elementi di perplessità, ma che dovrebbe porre un punto fermo, perché situazioni così non si debbano più ripetere. Le due Commissioni speciali attualmente attive in Senato, quella sul caso "Forteto" e quella specifica sulle case famiglia, confermano la gravità e soprattutto la diffusione di questi casi, che manifestano un grave vulnus nel nostro ordinamento, per quanto riguarda sia il sistema giustizia che il sistema famiglia; l'interrogante segnala un ulteriore caso riguardante la bambina I.P. di 9 anni e da 5 in casa famiglia, senza che si intraveda nessuna soluzione possibile; risulta all'interrogante che quando la bambina aveva 4 anni, la madre vide delle lesioni in zona ano-vaginale che a detta del medico erano compatibili con possibili abusi sessuali. La madre identificò nel padre della bambina il possibile autore delle violenze e denunciò la cosa, dopo essersi separata da lui. Successivamente la testimonianza della bambina non fu ritenuta attendibile, ma non esiste documentazione di quella fase delle indagini e al padre fu concesso di tornare a vedere la bambina in modalità protetta. Nel frattempo, un medico consultato per valutare le lesioni che erano riapparse in zona ano-vaginale, avanzò l'ipotesi che si potesse trattare di Lichen (dermatosi caratterizzata da un ispessimento cronico della pelle con piccole papule violacee e spesso pruriginose) e la situazione si capovolse radicalmente. Alla mamma venne proibito di vedere la figlia e sono 3 anni che di fatto non la vede, mentre al padre fu concesso di continuare a vedere la bambina con modalità sempre meno rigida; nel frattempo anche i nonni materni furono allontanati e venne sospeso il loro diritto a vedere la bambina; furono persino sottoposti a perizia psichiatrica, mentre la bambina sviluppava un'esplicita avversione nei confronti del padre a cui si rivolgeva in modo violento ed aggressivo, con un linguaggio sorprendente anche per i toni. Tutto ciò è documentato in una serie di relazioni, fornite dalla Corte d'appello della Procura generale della Repubblica di Torino. Ma è confermato anche da un diario analitico tenuto dai nonni materni in tutto l'arco di tempo in cui hanno potuto avvicinare la nipote e registrare anche le non indifferenti carenze del servizio offerto dai servizi sociali; nella situazione attuale la bambina continua a stare in casa famiglia senza un progetto concreto per la sua vita futura, mostrando un'evoluzione in senso sempre più aspro ed arrabbiato nei confronti di tutte le persone della sua famiglia, mentre la madre sta affrontando un periodo difficilissimo della sua vita, il padre non sembra comunque in grado di farsi carico della figlia, che non ne accetta gli interventi, e i nonni, che pure erano disposti a farsi carico della bambina, sono stati bruscamente allontanati dai servizi sociali. Niente però giustifica questo lungo soggiorno della bambina in casa famiglia e questo drastico allontanamento dai nonni e soprattutto dalla madre, che appare particolarmente fragile in questo momento, anche perché provata da una situazione che vive come ingiusta. Lo sviluppo del caso sembra in assoluto contrasto con la norma recentemente approvata; risulta all'interrogante che sono disponibili i diari dei nonni, le perizie psichiatriche e gli atti del tribunale, si chiede di sapere se il Ministro in indirizzo non ritenga che nel momento delicatissimo di questa nuova fase di riforma della giustizia, i Tribunali della famiglia, a cominciare da questo stesso caso, debbano procedere ad una rivalutazione complessiva del caso, inserendovi non solo i familiari ma anche i servizi sociali, che del caso si sarebbero dovuti fare carico e non sembrano essere stati in grado di ottenere i risultati attesi. Interrogazioni orali con carattere d'urgenza ai sensi dell'articolo 151 del Regolamento Atto n. 3-02833 DE FALCO FATTORI NUGNES Al Ministro dell'interno Premesso che: in conseguenza della visita ispettiva effettuata il 5 ed il 6 giugno 2021 presso il centro di permanenza e rimpatrio (CPR) di via Corelli a Milano, è stato accertato che non esiste un protocollo sanitario d'intesa per la prestazione di cure e servizi specialistici tra la Prefettura e l'ATS Milano, nonostante sia previsto dall'articolo 3, comma 8, del regolamento CIE 2014 (decreto ministeriale 20 ottobre 2014), quale attuazione dell'art. 35 del testo unico dell'immigrazione (decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286, e successive modificazioni); l'articolo 3, comma 8, del regolamento CIE 2014 dispone chiaramente, e senza riconoscere alcuna facoltà di valutazione all'amministrazione, né margini di interpretazione, che "il Prefetto provvede al coordinamento con strutture sanitarie pubbliche per la prestazione delle cure e dei servizi specialistici previsti dall'art. 35 del Decreto legislativo 25 luglio 1998 n. 286 e successive modificazioni, attraverso la stipula di protocolli d'intesa, redatti secondo lo schema di cui all'allegato 1d)". È di tutta evidenza, quindi, che il prefetto è doverosamente tenuto a provvedere; la mancanza del protocollo tra Prefettura e ASL impedisce alle persone trattenute di essere assistite dal servizio sanitario pubblico sia per valutazioni mediche obiettive sia per accedere a cure e visite specialistiche, sia anche per il controllo, indispensabile, dei cibi somministrati. Inoltre, tale mancanza priva i tossicodipendenti, come gli altri soggetti particolarmente fragili, della necessaria assistenza da parte delle strutture pubbliche, negando ai trattenuti il diritto fondamentale dell'integrità fisica e alla salute; ulteriore conseguenza è che il controllo sull'idoneità del soggetto alla vita in comunità ristretta e sull'assenza di condizioni d'incompatibilità con il trattenimento, sia all'avvio sia nel corso di quest'ultimo, non viene affidato a strutture pubbliche, che certo non possono essere sostituire da realtà del terzo settore, quali l'"Opera san Francesco per i poveri" cui si è rivolto il gestore del CPR di via Corelli, né possono sostituire l'SSN medici che dipendono dal gestore del CPR; e tuttavia, in data 24 luglio 2021, la Prefettura di Milano con e-mail indirizzata al primo firmatario della presente interrogazione sosteneva tra l'altro che: "il Ministero dell'interno, opportunamente interpellato, ha precisato che la sottoscrizione del protocollo in parola non è un obbligo per la Prefettura"; considerato che: