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In tutti i progetti sono stati indagati gli aspetti agronomici legati alla struttura del terreno, alla sostanza organica ed alla regimazione delle acque; le ricerche portate avanti, pur avendo permesso di approfondire la conoscenza del fenomeno, non riescono purtroppo ancora a fornire risultati risolutivi: non si è potuto infatti chiarire in modo certo le cause per contenere il fenomeno, e di conseguenza individuare i rimedi più efficaci. Le evidenze preliminari ottenute indicano sì un legame della moria con la sistemazione del terreno, l'acqua e la disponibilità di aria per le radici, ma non permettono ancora di trarre conclusioni univoche, in grado di orientare in modo chiaro scelte su materiali, trattamenti fitosanitari, irrigazione e pratiche agronomiche; rilevato che: i cambiamenti climatici in atto stanno determinando una variazione della piovosità, sia in termini di frequenza che di intensità, e delle temperature, influenzando l'evapotraspirazione delle piante e comportando modificazioni significative sul fabbisogno di apporto idrico, anche alla luce del fatto che gli studi effettuati sulla fisiologia e sull'anatomia del kiwi hanno reso evidente la significativa richiesta di acqua ma anche la estrema sensibilità al ristagno idrico e a condizioni anossiche del suolo; è stato evidenziato che la sommersione sia uno dei fattori importanti nell'eziologia della moria del kiwi, e come essa possa portare, anche rapidamente, a condizioni di anossia in grado di compromettere lo stato fisiologico e le capacità di difesa della pianta; tuttavia, una gestione delle colture che provvedesse il miglioramento dell'aerazione del suolo ed evitasse i ristagni di acqua non è stata sufficiente a prevenire l'insorgenza del fenomeno; peraltro, prove in ambiente controllato svolte dall'Università degli Studi di Udine hanno dimostrato che la moria del kiwi non può essere semplificabile come una mera risposta fisiologica della pianta ai periodi di sommersione, dal momento che la sola applicazione di periodi di sommersione in terreni sterilizzati non ha indotto automaticamente la comparsa dei sintomi, che si sono manifestati invece laddove i terreni erano stati prelevati in siti con moria; anche l'alta temperatura del suolo, riducendo contemporaneamente la diffusione dell'ossigeno nel suolo e la crescita delle radici di kiwi è stata testata come possibile causa, o concausa, del fenomeno. L'apparato radicale dei kiwi è infatti notevolmente sensibile alle alte temperature, dato che a oltre 25 °C la crescita radicale diminuisce, con possibile compromissione di crescita e funzionalità, proprio quando, a causa dell'elevata temperatura estiva, la richiesta di traspirazione da parte delle foglie è più alta. Negli ultimi anni, si è verificato un aumento generale delle temperature, in particolare durante l'estate e nel Nord Italia, anche come probabile effetto dei cambiamenti climatici, con temperature del suolo che hanno raggiunto valori elevati, soprattutto dove il terreno non era ombreggiato dalla chioma. L'effetto combinato di alta temperatura del suolo e ridotta disponibilità di ossigeno potrebbe quindi spiegare il verificarsi dei primi sintomi di moria in nuove piantagioni anche in assenza di eccesso di acqua; i cambiamenti climatici potrebbero non solo influenzare la risposta fisiologica del kiwi, ma anche l'attività e l'equilibrio delle popolazioni microbiche del suolo: ad oggi mancano informazioni affidabili per ipotizzare quali fattori possano aver agito in favore di microrganismi patogeni, tuttavia la temperatura potrebbe ancora una volta rivestire un ruolo importante; negli areali e nelle coltivazioni colpite è stata riscontrata la presenza di una pluralità di microrganismi, anche non presenti tutti contemporaneamente, con forti connessioni con la malattia. Ad oggi, specie di oomiceti appartenenti al genere Phytopythium ( P. vexans , P. helicoides ) sembrano essere quelle maggiormente coinvolte, ma la patogenicità è stata dimostrata anche per gli oomiceti Phytophthora infestans e Phytophthora megasperma , Phytophthora cryptogea , Phytophthora citrophthora ; il fungo Desarmillaria tabescens ; i batteri Clostridium bifermentans e Clostridium subterminale ; l'impiego di portainnesti idonei è stata testata come ipotesi di soluzione da ulteriormente verificare, anche in considerazione del fatto che per molte specie frutticole e orticole con l'impiego di idonei portainnesti sono stati superati o mitigati problemi legati al terreno, sia di origine fisica che patologica. Per l'actinidia questo percorso è appena iniziato, sebbene al momento vi siano pochissimi portainnesti presenti sul mercato, che devono comunque ancora essere valutati in condizioni diverse rispetto a quelle in cui è presente la moria; considerato che: il fenomeno della moria del kiwi è un problema di estrema gravità, che sta mettendo in ginocchio un comparto strategico dell'agricoltura nazionale; esso tuttavia, fino ad oggi, è stato studiato ed affrontato in maniera prevalentemente "locale", con azioni promosse da enti territoriali e di ricerca che hanno interessato specifici areali, peraltro dovendo far i conti con materiali di indagine minori rispetto ad altre specie, in quanto il kiwi è ritenuto da sempre una "coltura facile"; il quadro complessivo delle cause della moria è ancora in attesa di una completa definizione: come si è visto, la struttura del terreno, l'acqua ed i microorganismi appaiono avere un ruolo importante, così come i cambiamenti climatici in atto, con le conseguenti variazioni di piovosità e temperature; anche l'impiego di portainnesti idonei rappresenta una via da perseguire, ma i riscontri sperimentali necessari in tale prospettiva richiedono ancora osservazioni pluriennali; rilevato che: per trovare una soluzione concreta e duratura al problema bisogna conoscere meglio le cause e testare varie ipotesi, e questo è possibile esclusivamente con un apposito programma di ricerca nazionale pluriennale che consenta uno studio multidisciplinare del fenomeno, per indagarne ed approfondirne molti aspetti; le conoscenze di cui oggi disponiamo sono di fatto riconducibili al lavoro che alcuni enti ed istituzioni dei territori maggiormente colpiti hanno messo in campo in termini di ricerca, studio e sperimentazione in questi anni sul tema, dai servizi fitosanitari di Veneto, Emilia Romagna, Piemonte e Friuli Venezia Giulia, al Laboratorio di biotecnologie microbiche applicate all'agricoltura e all'agroindustria di Torino, il Genomic Research Center di Fiorenzuola d'Arda, il Centro di ricerca Olivicoltura, Frutticoltura e Agrumicoltura di Roma del CREA, al Dipartimento di Scienze Agrarie, Forestali ed Alimentari AGROINNOVA e di Chimica del suolo dell'Università di Torino, il Dipartimento di Scienze agroalimentari, ambientali e animali dell'Università di Udine, all'Agrea Centro Studi, Verona, l'Agenzia Regionale per lo Sviluppo Rurale della regione Friuli Venezia Giulia , Veneto Agricoltura e la Fondazione AGRION per la ricerca, l'innovazione e lo sviluppo tecnologico dell'agricoltura (Piemonte); tutti questi soggetti hanno tentato, proprio per ottenere una maggiore efficacia nel loro lavoro, di darsi una sorta di coordinamento spontaneo, che ha dovuto però scontare carenze dovute alle ridotte risorse e ad una non sufficiente strutturazione coordinata del lavoro; rilevato in conclusione che: