[pronunce]

La difesa erariale ribadisce, inoltre, che la questione sarebbe inammissibile in quanto inciderebbe sulla definizione delle modalità di attuazione e di messa a regime del sistema misto previste dal legislatore, nell'esercizio non arbitrario della propria discrezionalità, mediante la correlazione tra la fissazione di limiti di cumulo delle concessioni (art. 2, comma 6, della legge n. 249 del 1997) e la ristrutturazione della concessionaria pubblica, in modo che la stessa non possa avvalersi di più di due reti per la trasmissione di pubblicità (art. 3, comma 9, della legge citata). L'Avvocatura dello Stato afferma testualmente: "nel concreto, le parallele misure rispettivamente previste per il settore privato e per la concessionaria del servizio pubblico rientrano in un disegno unitario ed inscindibile del legislatore, che intende intervenire sulla struttura del mercato pubblicitario incidendo contemporaneamente su entrambi i maggiori soggetti, pubblico e privato, ad evitare alterazione e squilibri ulteriori. Le censurate disposizioni dell'art. 3, commi 6 e 7, risultano per tale verso intimamente collegate a quelle del comma 9 dello stesso articolo (nonché a quelle del comma 11 concernenti le emittenti che trasmettono in forma codificata via etere terrestre)". In ordine agli evocati parametri costituzionali, l'Avvocatura sottolinea l'infondatezza della censura riferita all'art. 136 della Costituzione, per essere diverso il regime transitorio in atto rispetto a quello giudicato con sentenza n. 420 del 1994. Per quanto attiene all'art. 21 della Costituzione, la difesa erariale ritiene l'inammissibilità della questione, in quanto la stessa non si fonda "su di una valutazione diretta del rapporto tra i principi dell'art. 21 (quali enucleati dalla giurisprudenza) e la normativa censurata, ma si risolve essenzialmente in una denuncia di violazione dell'art. 136 della Costituzione". In ogni caso — aggiunge l'Avvocatura — anche con riguardo al parametro dell'art. 21 della Costituzione direttamente investito, la inammissibilità della censura permarrebbe, in quanto "il rimettente avrebbe dovuto necessariamente darsi carico di ricostruire sia il concreto contesto fattuale e normativo caratterizzante la situazione attuale sia la platea complessiva degli operatori comunque legittimati all'esercizio". Nel presente giudizio, precisa la difesa erariale, il rispetto del principio del pluralismo dovrebbe essere valutato esclusivamente con riferimento all'art. 21 e non anche all'art. 41 della Costituzione, con consequenziale ininfluenza delle considerazioni espresse sul versante della concorrenza da parte dell'Autorità garante della concorrenza e del mercato. L'Avvocatura ritiene, inoltre, che, rispetto alla situazione considerata nella citata sentenza n. 420 del 1994, il pluralismo delle voci sarebbe aumentato per il seguente ordine di motivi: a) possibilità attribuita alle emittenti nazionali con copertura inferiore al 75% del territorio di acquisire dalle emittenti locali impianti e rami di azienda (art. 1, comma 13, del decreto-legge 23 ottobre 1996, n. 545; art. 1, comma 1, del decreto-legge n. 5 del 2001); b) assegnazione provvisoria di frequenze di cui all'art. 3, commi 8 e 11, della legge n. 249 del 1997; c) diminuzione degli impianti delle reti R.T.I. (-39 Canale 5; -94 Italia 1; -76 Rete A) e aumento degli impianti di TMC (+83), di TMC2 (+101), di Rete A (+46), di Elefante Telemarket (+67), di Rete Capri (+22); d) presenza sul mercato delle c.d. syndications o network nazionali, "costituiti da un insieme di emittenti in possesso di concessione per la radiodiffusione televisiva in ambito locale che si accordano per irradiare lo stesso programma sul territorio complessivamente servito, così realizzando, nella sostanza, nel trasmettere con tale modalità, una rete nazionale"; detti circuiti, tenendo conto esclusivamente di quelli che servono singolarmente più di dieci regioni, sarebbero, secondo l'Avvocatura, quattro: Fox Kids, Italia 9, Odeon tv, Super six; e) la ricca offerta di canali televisivi da parte delle emittenti locali. La difesa erariale si sofferma, infine, sul principio del pluralismo così come inteso nella sentenza n. 155 del 2002 di questa Corte e nelle direttive 2002/19/CE e 2002/21/CE del 7 marzo 2002. In ordine all'asserita violazione dell'art. 3 della Costituzione, l'Avvocatura afferma che il parametro è evocato in modo generico dal rimettente "senza specificazione dei canoni riconducibili a tale norma ritenuti violati e senza alcun supporto motivazionale"; in ogni caso, rileva come non contrasterebbe con il principio di ragionevolezza l'adozione di un criterio di gradualità nel passaggio al nuovo sistema. 26.— La società Rete A s.r.l. evidenzia, nella memoria depositata, la incompletezza delle risposte rese all'esito dell'istruttoria. In particolare, ritiene che l'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni abbia fornito, relativamente agli assetti proprietari di TV Internazionale e di Tele+, dati parziali e non aggiornati (risalenti rispettivamente al 9 agosto 1995 e al 28 aprile 1995). La difesa della società osserva, inoltre, che mancherebbero del tutto i dati relativi a Tele+3 Omega TV (la sesta televisione nazionale controllata, si ritiene, dalla Fininvest fino al 1994). La parte contesta, infine, l'omesso riferimento al provvedimento adottato nell'ottobre del 1996 dal Garante dell'editoria, con cui era stata accertata la mancanza di controllo di Tele+ da parte della Fininvest, ancorché una situazione di controllo venisse riconosciuta esistente per il periodo antecedente; la deducente sostiene che, a tutt'oggi, persisterebbe detto controllo societario tramite il possesso e la gestione delle postazioni di trasmissione di Tele+ da parte di Elettronica Industriale, società di R.T.I. In relazione alla raccolta delle risorse pubblicitarie, la società Rete A pone in evidenza l'illegittimità dell'attività realizzata dalla società Publitalia, la quale, essendo concessionaria esclusiva della raccolta pubblicitaria per le tre reti R.T.I., supererebbe il limite anticoncentrativo del 20%, non applicandosi ad essa, sempre secondo l'esponente, la disciplina transitoria prevista per le reti eccedenti. Sui tempi del passaggio alla televisione in tecnica digitale, nonché sul merito della questione sollevata, la difesa della società ribadisce quanto sostenuto nei precedenti scritti difensivi, che avrebbe trovato conferma negli esiti dell'istruttoria svolta da questa Corte. La predetta società, pertanto, conclude per l'accoglimento della prospettata questione, chiedendo, altresì, la declaratoria in via consequenziale della illegittimità costituzionale dell'art. 1 della legge n. 66 del 2001, per aver sancito il definitivo accantonamento del piano analogico.