[pronunce]

In particolare, sarebbe doveroso ritenere che il potere di agire in autotutela, previsto dal comma 3 dell'art. 19 non sia limitato per effetto della norma impugnata, potendo venire esercitato ogni volta che ne ricorrano i presupposti, e comunque al di fuori dei casi selezionati dal successivo comma 4. In altri termini, ove quest'ultimo avesse per oggetto un potere inibitorio altro e ulteriore rispetto all'autotutela, la disposizione censurata si sottrarrebbe ad ogni profilo di doglianza. 2.- Si è costituito in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che il ricorso sia rigettato. L'Avvocatura osserva che, in base all'art. 19 della legge n. 241 del 1990, qualora l'amministrazione non vieti la prosecuzione dell'attività edilizia basata sulla SCIA entro trenta giorni, permangono due distinte ipotesi di intervento pubblico: in primo luogo, ai sensi del comma 3, vi è il generale potere di autotutela, il cui esercizio richiede la sussistenza di un prevalente interesse pubblico ad agire in tal senso; in secondo luogo, quand'anche tale ultimo interesse non ricorra, il comma 4 assicura un "potere inibitorio" degli abusi che possano compromettere i beni ivi indicati. Così interpretato l'art. 19, andrebbe escluso, anzitutto, che l'impugnato art. 6, comma 1, lettera a), del decreto-legge n. 138 del 2011 abbia il significato attribuitogli dalla ricorrente, giacché esso si limiterebbe a coordinare il comma 4 dell'art. 19 con il seguente comma 6-bis, ove il termine di sessanta giorni assegnato dal comma 3 è stato ridotto a trenta in materia edilizia. Inoltre, anche la lettera b) dell'art. 6, comma 1, impugnato non comporterebbe alcun limite al potere di autotutela di cui al comma 3. Per queste ragioni, le censure svolte nel ricorso sarebbero «manifestamente inammissibili ed infondate». 3.- Nell'imminenza dell'udienza pubblica, la Regione Emilia-Romagna ha depositato una memoria. La ricorrente si dichiara soddisfatta dall'interpretazione della norma impugnata operata dall'Avvocatura generale dello Stato e insiste per l'accoglimento del ricorso nel caso in cui la Corte invece non la condividesse.1.- La Regione Emilia-Romagna ha promosso questioni di legittimità costituzionale (reg. ric. n. 120 del 2011) dell'articolo 6, comma 1, lettere a) e b), del decreto-legge 13 agosto 2011, n. 138 (Ulteriori misure urgenti per la stabilizzazione finanziaria e per lo sviluppo), convertito in legge, con modificazioni, dall'art. 1, comma 1, della legge 14 settembre 2011, n. 148, in riferimento agli articoli 3, 97, 114, 117, terzo comma, e 118 della Costituzione. La disposizione impugnata interviene sul testo dell'art. 19 della legge 7 agosto 1990, n. 241 (Nuove norme in materia di procedimento amministrativo e di diritto di accesso ai documenti amministrativi), già sostituito dall'art. 49, comma 4-bis, del decreto-legge 31 maggio 2010, n. 78 (Misure urgenti in materia di stabilizzazione finanziaria e di competitività economica), convertito in legge, con modificazioni, dall'art. 1, comma 1, della legge 30 luglio 2010, n. 122. Con quest'ultima norma, che la ricorrente ha censurato innanzi alla Corte con il ricorso iscritto al n. 106 del registro ricorsi del 2010, l'istituto della denuncia di inizio attività (DIA) è stato sostituito con quello della segnalazione certificata di inizio attività (SCIA). L'art. 5, comma 1, lettera b), del decreto-legge 13 maggio 2011, n. 70 (Semestre Europeo - Prime disposizioni urgenti per l'economia), convertito in legge, con modificazioni, dall'art. 1, comma 1, della legge 12 luglio 2011, n. 106, ha poi chiarito che la SCIA trova applicazione anche con riguardo agli interventi edilizi precedentemente compiuti con la DIA (con esclusione dei casi in cui la denuncia è alternativa o sostitutiva del permesso di costruire: art. 5, comma 2, lettera c), mentre la precedente lettera b), numero 2), dello stesso comma ha ridotto, per la sola materia dell'edilizia, da 60 a 30 giorni il termine assegnato all'amministrazione per vietare la prosecuzione dell'attività avviata in carenza dei necessari requisiti e dei presupposti. La ricorrente ha impugnato (reg. ric. n. 91 del 2011) anche queste ultime previsioni normative, muovendo tra l'altro dall'assunto che esse comprimano indebitamente la potestà legislativa concorrente della Regione in materia di governo del territorio. Questa Corte, con la sentenza n. 164 del 2012, ha rigettato le censure proposte dalla Regione Emilia-Romagna con i ricorsi appena citati. La disposizione impugnata con l'odierno ricorso, a parere della ricorrente, avrebbe ulteriormente aggravato i già denunciati vizi, sotto un profilo autonomo ed ulteriore. Anteriormente all'intervento normativo oggetto di censura, l'art. 19, comma 3, della legge n. 241 del 1990 già stabiliva che, una volta decorso il termine per vietare la prosecuzione dell'attività iniziata in difetto di requisiti e presupposti, fosse comunque fatto salvo il potere dell'amministrazione competente di assumere determinazioni in via di autotutela, ai sensi degli artt. 21-quinquies e 21-nonies della medesima legge. Parimenti, il comma 4 dell'art. 19 stabiliva che «decorso il termine per l'adozione dei provvedimenti di cui al primo periodo del comma 3, all'amministrazione è consentito intervenire solo in presenza del pericolo di un danno per il patrimonio artistico e culturale, per l'ambiente, per la salute, per la sicurezza pubblica o la difesa nazionale e previo motivato accertamento dell'impossibilità di tutelare comunque tali interessi mediante conformazione dell'attività dei privati alla normativa vigente». L'art. 6, comma 1, lettera a), impugnato ha aggiunto al comma 4 la previsione per cui l'intervento dell'amministrazione è consentito decorso il termine di 60 giorni indicato dal comma 3, "ovvero" quello di 30 giorni, come si è visto applicabile alla sola materia edilizia, previsto dal comma 6-bis, come modificato dall'art. 5, comma 2, lettera b), numero 2), del decreto-legge n. 70 del 2011. L'art. 6, comma 1, lettera b), impugnato, a propria volta, ha modificato il comma 6-bis, stabilendo che, nei casi di SCIA, restano ferme le disposizioni relative alla vigilanza sull'attività urbanistico-edilizia, fatta salva l'applicazione della disposizione di cui "al comma 4", ovvero fatto salvo il potere di intervento configurato in presenza di un pericolo di danno per i beni giuridici ivi elencati.