[pronunce]

materia di legislazione concorrente nella quale lo Stato ha il potere di fissare i principi fondamentali, mentre spetta alle Regioni il potere di emanare la normativa di dettaglio (per tutte, sentenze n. 102 del 2013 e n. 303 del 2003). Contrariamente a quanto sostenuto dal rimettente, tuttavia, la norma censurata - nonostante la puntuale quantificazione dei limiti di cubatura e di superficie in essa contenuta - non può qualificarsi come norma di dettaglio, esprimendo piuttosto un principio fondamentale della materia: il che risponde, del resto, all'indirizzo accolto dalla giurisprudenza amministrativa pressoché unanime, e recepito dallo stesso Tribunale amministrativo regionale per la Campania in precedenti decisioni. Di là dalle non decisive previsioni generali degli artt. 1, comma 1, e 2, commi 1 e 3, del d.P.R. n. 380 del 2001 - secondo le quali il testo unico reca i principi fondamentali dell'attività edilizia ai quali i legislatori regionali debbono attenersi - milita in tale direzione l'evidenziata funzione della norma di impedire, tramite l'applicazione di standard legali, una incontrollata espansione edilizia in caso di "vuoti urbanistici", suscettibile di compromettere l'ordinato (futuro) governo del territorio e di determinare la totale consumazione del suolo nazionale, a garanzia di valori di chiaro rilievo costituzionale. Funzione rispetto alla quale la specifica previsione di livelli minimi di tutela si presenta coessenziale, in quanto necessaria per esprimere la regola (al riguardo, sentenza n. 430 del 2007). Questa Corte, d'altro canto, ha già avuto modo di qualificare come principio fondamentale in materia di «governo del territorio» le misure di salvaguardia previste dall'art. 12, comma 3, del d.P.R. n. 380 del 2001: e ciò anche - e specificamente - per quanto attiene al puntuale termine di durata cui esse sono sottoposte (sentenza n. 102 del 2013). Dette misure hanno una ratio similare a quella dell'art. 9: mirano, infatti, anch'esse a salvaguardare la funzione di pianificazione urbanistica, evitando che l'introduzione di una nuova disciplina, ritenuta più aderente alle esigenze del territorio e della popolazione, sia pregiudicata dal rilascio di contrastanti titoli edilizi nelle more del procedimento di approvazione del nuovo strumento urbanistico. Al pari del citato art. 12, comma 3, anche la norma oggi in esame lascia, d'altro canto, uno spazio di intervento alle Regioni nel definire la disciplina di dettaglio - conformemente a quanto stabilito dall'art. 117, terzo comma, Cost. - sia pure al solo fine di restringere le potenzialità edificatorie. 8.- Con riguardo alla censura di violazione del principio di ragionevolezza (art. 3 Cost.), va disattesa l'eccezione di inammissibilità formulata dall'Avvocatura dello Stato, legata all'asserita genericità della relativa motivazione. Il rimettente pone, infatti, a base della doglianza l'assunto - corroborato anche con l'allegazione di esempi concreti - per cui l'applicazione congiunta dei limiti di cubatura e di superficie penalizzerebbe oltre misura le attività produttive, facendo sì che, per realizzare edifici idonei allo svolgimento di tali attività, occorra la disponibilità di aree molto estese. Nel merito, tuttavia, la doglianza è infondata, per le ragioni già indicate in sede di esame della censura di eccesso di delega. L'inconveniente che il giudice a quo lamenta rientra nella logica della disciplina di cui si discute, che è quella di riconoscere al privato - fin tanto che non intervenga la pianificazione dell'area - facoltà edificatorie significativamente compresse, proprio per non compromettere l'esercizio di quella funzione. Al contrario, è la soluzione auspicata dal rimettente - ossia l'applicabilità del solo limite superficiario, con conseguente libero sviluppo degli edifici in verticale - a collidere con la coerenza della norma. 9.- Quanto, poi, alla prospettata violazione dell'art. 41, primo comma, Cost., il parametro evocato è inconferente (in tale senso, sentenza n. 186 del 1993, con riguardo alla materia affine della proroga dei vincoli urbanistici). La disciplina dei limiti di edificabilità nelle "zone bianche" non incide affatto sulla libertà di iniziativa economica privata, la quale non deve essere necessariamente garantita - per imperativo costituzionale - consentendo al privato di realizzare opifici su terreni non coperti dalla pianificazione urbanistica. 10.- Con riguardo, infine, alla denunciata violazione della garanzia costituzionale del diritto di proprietà (art. 42, secondo e terzo comma, Cost.), è assorbente il rilievo che si tratta di doglianza non congruente rispetto al petitum. La censura fa perno, infatti, sulla giurisprudenza di questa Corte in tema di vincoli di inedificabilità preordinati all'espropriazione o a contenuto sostanzialmente espropriativo: vincoli ai quali il giudice a quo reputa assimilabile il regime delle "zone bianche". In base alla giurisprudenza richiamata, peraltro, i vincoli in questione non sono inammissibili: il principio che da essa emerge è piuttosto l'altro della necessaria alternativa tra la previsione di un termine massimo ragionevole di durata dei vincoli stessi e l'obbligo di indennizzo (tra le altre, sentenze n. 411 del 2001, n. 179 del 1999, n. 344 del 1995 e n. 379 del 1994). Il rimettente non si duole, tuttavia, del fatto che, in assenza della previsione di un termine massimo di durata del regime delle "zone bianche", non sia riconosciuto al proprietario il diritto all'indennizzo (questione che risulterebbe, peraltro, irrilevante nel giudizio a quo), ma chiede una cosa diversa: ossia di incrementare le facoltà edificatorie del proprietario (peraltro in modo "unidirezionale", ossia solo con riferimento ai complessi produttivi in zone extraurbane), così da rendere "non eccessiva" - secondo il suo apprezzamento - la compressione dello ius aedificandi. Soluzione, questa, affatto estranea alla evocata linea d'intervento di questa Corte. 11.- Le questioni vanno dichiarate, pertanto, non fondate in rapporto a tutti i parametri evocati.. per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE dichiara non fondate le questioni di legittimità costituzionale dell'art. 9, comma 1, lettera b), del decreto legislativo 6 giugno 2001, n. 378, recante «Disposizioni legislative in materia edilizia (Testo B)», trasfuso nell'art. 9, comma 1, lettera b), del d.P.R. 6 giugno 2001, n. 380, recante il «Testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia edilizia (Testo A)», sollevate, in riferimento agli artt. 3, 41, primo comma, 42, secondo e terzo comma, 76 e 117, terzo comma, della Costituzione, dal Tribunale amministrativo regionale per la Campania con l'ordinanza indicata in epigrafe. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 7 marzo 2017. F.to: