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Prego, senatrice, continui. SAPONARA (L-SP-PSd'Az) . Dicevo che il provvedimento prevede, in una opzione, il rientro a scuola entro la data del 18 maggio, soluzione assolutamente impensabile già dalla data di emanazione del decreto-legge perché non esiste a tutt'oggi nessuna indicazione applicabile in merito. Questo è indice dello stato di assoluta improvvisazione che ha caratterizzato l'operato del Governo nel suo insieme fin dall'inizio dell'emergenza. Consideriamo poi il fatto che il provvedimento demanda a ordinanze del Ministro dell'istruzione l'adozione di misure per l'avvio dell'anno scolastico 2020-2021, anche in deroga alle norme vigenti. A proposito di questo, deve essere ricordato che la legislazione vigente prevede che l'anno scolastico abbia inizio il 1° settembre e si concluda il 31 agosto. Il medesimo decreto-legge stabilisce che spetta al Ministro dell'istruzione fissare, con ordinanze, il termine delle lezioni, le scadenze per le valutazioni periodiche e le date delle festività. D'altra parte, però, ai sensi del decreto legislativo n. 112 del 1998, alle Regioni è chiesta la definizione del calendario scolastico. (Brusio). Signor Presidente, mi scusi, ho un brusio nelle orecchie, non riesco a parlare. PRESIDENTE. No, è l'Assemblea che si deve scusare. Non manco mai di richiamare tutti almeno al dovere del rispetto per chi sta parlando. Il brusio in effetti è fastidioso. Prego i colleghi di abbassare il tono della voce prima che io li richiami singolarmente. Prego, senatrice. SAPONARA (L-SP-PSd'Az) . Tutto questo crea un'ulteriore incertezza normativa, in quanto si possono generare potenziali conflitti di attribuzione tra lo Stato e le Regioni se l'ordinanza del Ministro dell'istruzione, adottata d'intesa con la Conferenza Stato-Regioni, potrà sostituire per l'anno scolastico 2020-2021 le singole deliberazioni regionali in merito al calendario scolastico. Andiamo avanti. L'articolo 3 del provvedimento introduce poi, a decorrere dal giorno successivo alla data di entrata in vigore del decreto-legge e per tutta la durata dello stato di emergenza, la riduzione da quarantacinque giorni a sette giorni del termine ordinario per l'espressione dei pareri da parte del Consiglio superiore della pubblica istruzione. Tale termine ridotto si applica anche ai pareri ancora non resi su provvedimenti già trasmessi. Tutto ciò, tradotto, significa che in tal modo la misura dettata dall'articolo 3 comprime oltremodo l'attività consultiva del Consiglio superiore della pubblica istruzione, annullandone di fatto l'operatività. A quanto detto va aggiunto che appare inconcepibile come un decreto-legge di assoluta urgenza, emanato l'8 aprile, sia dopo tutto questo tempo ancora all'esame del Senato in prima lettura e che, a due giorni dall'inizio previsto per l'esame in Assemblea del provvedimento, la Commissione di merito (cioè la Commissione istruzione pubblica, beni culturali) non avesse ancora votato un solo emendamento e la Commissione bilancio non avesse ancora terminato il vaglio finanziario degli emendamenti. Ad oggi, nonostante il tempo dilatato di discussione in Commissione, restano aperte e ancora irrisolte questioni fondamentali, quali la definizione del piano di stabilizzazione dei precari in vista della riapertura a settembre (peraltro in situazione di distanziamento sociale); la data dell'esame di Stato per i privatisti (per non privarli della possibilità di svolgere i test di accesso alle università già previsti per settembre); le modalità di avvio dell'anno scolastico 2020-2021. Questo modus operandi comporterà, di conseguenza, una compressione dei tempi di discussione del provvedimento in seconda lettura alla Camera dei deputati. Del resto, tale modus operandi è divenuto prassi normale per questo Governo, a tutto discapito della giusta articolazione della dialettica democratica. Con rammarico - e concludo - sottolineo che la dilatazione dei tempi di esame in Commissione, peraltro, non è andata a favore della collaborazione tra le forze politiche per trovare le soluzioni migliori per il comparto scuola, specie in una situazione come l'attuale, di estrema difficoltà sia per gli studenti, che per le famiglie, i docenti e tutto il personale scolastico. Al contrario, tutte le proposte avanzate dalla Lega sono state ostacolate in ogni modo e maniera prevenuta, cercando di bloccarle fin dalla Commissione bilancio, spesso sulla base di una preconcetta presunzione di onerosità. Per tutti questi motivi, il Gruppo Lega-Salvini Premier-Partito Sardo d'Azione ritiene che, ai sensi dell'articolo 93 del Regolamento del Senato, non si debba procedere all'esame dell'Atto Senato 1774. (Applausi). PRESIDENTE . Ai sensi dell'articolo 93 del Regolamento, nella discussione sulla questione pregiudiziale potrà intervenire un rappresentante per Gruppo, per non più di dieci minuti. CIRIANI (FdI) . Domando di parlare. PRESIDENTE. Ne ha facoltà. CIRIANI (FdI) . Signor Presidente, il Gruppo Fratelli d'Italia voterà a favore della questione pregiudiziale che i colleghi di opposizione hanno presentato non solo per una questione di merito e per i contenuti che sono stati illustrati, ma anche perché c'è un problema che va oltre il decreto scuola di cui discuteremo - temo - di qui a pochi minuti. Il tema riguarda l'utilizzo del decreto-legge, che non viene più presentato al Parlamento come una eccezione una tantum , per motivi straordinari di necessità e urgenza come ci ricorda la Costituzione, ma ormai è la prassi, la regola, e l'utilizzo del decreto-legge continua a crescere secondo una logica malata ed ingiustificabile, tanto che ormai ha quasi smesso di fare notizia. Lo scandalo che nella scorsa legislatura si sollevava per l'abuso dei decreti-legge non c'è più, ma il fatto che l'utilizzo ingiustificato dei decreti-legge non faccia più notizia a mio parere non vuol dire che abbia smesso di essere inaccettabile. Per chi voglia riflettere un po', soprattutto per chi voglia farlo da senatore, da parlamentare, credo vi sia più di un motivo di preoccupazione rispetto al fatto che il nostro sistema costituzionale, giusto o sbagliato che sia, che piaccia o no, è fondato sul cosiddetto bicameralismo perfetto. Ebbene, di questo bicameralismo non c'è più traccia, perché viviamo in una sorta di "monocameralismo e mezzo", nel senso che la discussione sui decreti-legge - perché ormai solo di decreti-legge si parla, dal momento che le iniziative legislative dei Gruppi parlamentari e popolari rimangono nei cassetti delle Commissioni per anni e non vedono mai la luce - avviene in un ramo del Parlamento e poi nel secondo, novanta volte su cento, viene messa la fiducia. Come se non bastasse, adesso è invalsa l'abitudine di porre la questione di fiducia - come credo avverrà da qui a poche ore, lo vedremo - già nella prima lettura presso il primo ramo del Parlamento.