[pronunce]

che, secondo la Corte d'appello di Brescia (ordinanza del 15 maggio 2007), sarebbe violato anche l'art. 24 Cost., poiché la limitazione del potere di appello in capo all'organo dell'accusa verrebbe irragionevolmente a comprimere la tutela dell'interesse delle vittime del reato, diverso dal ristoro patrimoniale, in quanto l'esercizio dell'azione penale da parte del pubblico ministero vale ad offrire alle vittime dei reati l'essenziale tutela del loro legittimo interesse ad ottenere giustizia, a prescindere dalle possibilità che dette vittime in concreto abbiano di accedere al processo nelle forme dell'azione civile ivi direttamente intrapresa; che le Corti d'appello di Brescia, Messina e Salerno, evocano, a parametro della questione di costituzionalità, anche l'art. 112 Cost., assumendo il contrasto della disciplina censurata con il principio dell'obbligatorietà dell'azione penale sul presupposto che tale principio, espressione dell'interesse punitivo dello Stato, implichi, logicamente e coerentemente, anche il potere di impugnazione; che, secondo la Corte d'appello di Messina, l'orientamento della Corte costituzionale che esclude la riconducibilità del potere di appello all'obbligo di esercizio dell'azione penale andrebbe rivisto alla luce dell'art. 74 del regio decreto 30 gennaio 1941, n. 12 (Ordinamento giudiziario), che testualmente recita «il pubblico ministero inizia ed esercita l'azione penale», disposizione, questa, da ritenere indicativa di una precisa volontà del legislatore di distinguere il momento iniziale dall'esercizio successivo dell'azione penale, ricomprendendo in questo secondo momento l'intero iter del processo; che, secondo la Corte d'appello di Salerno, tale orientamento della giurisprudenza costituzionale si riferirebbe alla impugnazione di provvedimenti emessi a cognizione piena, cioè ai casi in cui, a seguito di regolare giudizio, vi è stata da parte del giudice una decisione nel merito in ordine alla responsabilità dell'imputato, mentre nel caso della sentenza di non luogo a procedere la valutazione del giudice è solo sulla idoneità o meno delle prove raccolte a sostenere l'accusa in giudizio. Considerato che i giudici a quibus dubitano della legittimità costituzionale, in riferimento agli artt. 3, 24, 111 e 112 della Costituzione, dell'art. 428 del codice di procedura penale, come sostituito dall'art. 4 della legge 20 febbraio 2006, n. 46 (Modifiche al codice di procedura penale, in materia di inappellabilità delle sentenze di proscioglimento), in combinato disposto con l'art. 10 della medesima legge; che, in particolare, il dubbio di costituzionalità sottoposto a questa Corte ha per oggetto l'immediata applicabilità della disciplina che preclude l'appello da parte del pubblico ministero delle sentenze di non doversi procedere pronunciate dal giudice dell'udienza preliminare nei procedimenti in corso alla data di entrata in vigore della legge medesima; che, stante l'identità delle questioni proposte, i relativi giudizi vanno riuniti per essere decisi con unica pronuncia; che tutti i rimettenti sollevano la questione sul presupposto che le norme censurate siano applicabili nei giudizi a quibus - ancorché concernenti appelli avverso sentenze di non luogo a procedere proposti prima dell'entrata in vigore della legge n. 46 del 2006 - in forza della disposizione transitoria di cui all'art. 10 della legge stessa; che i rimettenti, ad eccezione della Corte d'appello di Brescia, danno per scontato che la formula «sentenza di proscioglimento», impiegata nell'art. 10, comma 2, della legge n. 46 del 2006, abbracci anche le sentenze di non luogo a procedere; che la Corte d'appello di Brescia, invece, ritiene applicabile alle sentenze di non doversi procedere emesse all'esito dell'udienza preliminare il solo comma 1 dell'art. 10 della legge n. 46 del 2006 e non anche il regime transitorio disposto dai commi successivi, e che pertanto gli appelli già proposti avverso tali sentenze vadano dichiarati inammissibili senza che si possa proporre il ricorso per cassazione; che questa Corte – dichiarando manifestamente inammissibili questioni di legittimità costituzionale basate su un identico presupposto interpretativo (cfr. ordinanza n. 4 del 2008) – ha evidenziato che l'indirizzo prevalente nella giurisprudenza di legittimità è, invece, di segno opposto; che, al riguardo, una parte della giurisprudenza di legittimità ha affermato che nella nozione di «sentenza di proscioglimento» di cui all'art. 10, comma 2, della legge n. 46 del 2006, non rientra la sentenza di non luogo a procedere pronunciata all'esito dell'udienza preliminare, la quale, pertanto, non è soggetta alla disciplina prevista da tale disposizione; che, secondo questo indirizzo interpretativo, alle sentenze di non luogo a procedere pronunciate ai sensi dell'art. 425 cod. proc. pen. , all'esito dell'udienza preliminare, è applicabile solo il comma 1 del citato art. 10, che, nello stabilire che «la presente legge si applica anche ai procedimenti in corso alla data di entrata in vigore della medesima», si limiterebbe, di per sé, a ribadire il principio tempus regit actum, che disciplina in via generale la successione di leggi nel settore processuale penale; che, pertanto, la disciplina transitoria di cui ai commi 2 e 3 dell'art. 10 della legge n. 46 del 2006 si applicherebbe solo alle sentenze di proscioglimento e non a quelle di non doversi procedere, in quanto, la formula «sentenza di proscioglimento» designerebbe, nella sua accezione tecnica, la sentenza liberatoria pronunciata da un giudice chiamato a decidere sul merito: comprendendo, in specie – come si desume dall'intitolazione della sezione I, capo II, titolo III, del libro VII del codice di procedura penale – le (sole) sentenze «di non doversi procedere» e di «assoluzione»; che la prospettiva interpretativa ora ricordata - la quale renderebbe irrilevanti le questioni nei giudizi a quibus - non è stata, peraltro, affatto presa in esame dai giudici rimettenti, anche solo per negarne eventualmente la praticabilità; che l'omesso esame della soluzione ermeneutica in discorso equivale a mancato adempimento dell'onere, che grava sul giudice rimettente, di verificare preventivamente se la norma censurata sia suscettibile di interpretazioni alternative, atte ad escludere i dubbi di costituzionalità (ex plurimis, sentenza n. 192 del 2007; ordinanza n. 32 del 2007); che le questioni vanno dichiarate, pertanto, manifestamente inammissibili. Visti gli artt. 26, secondo comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87, e 9, comma 2, delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale.. .