[pronunce]

ORDINANZA ha pronunciato la seguentenei giudizi di legittimità costituzionale dell'art. 1 della legge 1° agosto 2003, n. 207 (Sospensione condizionata dell'esecuzione della pena detentiva nel limite massimo di due anni), promossi con ordinanze del 19 aprile 2004 dal Tribunale di sorveglianza di Venezia e del 13 settembre 2004 dal Tribunale di sorveglianza di Torino sui reclami proposti dalla Procura della Repubblica di Venezia e da Sini Aldo iscritte ai nn. 813 del registro ordinanze 2004 e 69 del registro ordinanze 2005 e pubblicate nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 43, prima serie speciale, dell'anno 2004 e n. 9, prima serie speciale, dell'anno 2005. Visti gli atti di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri; udito nella camera di consiglio del 6 aprile 2005 il Giudice relatore Alfio Finocchiaro. Ritenuto che, con ordinanza del 19 aprile 2004 (reg.ord. n. 813 del 2004) , il Tribunale di sorveglianza di Venezia – investito di reclamo proposto dal p.m. avverso pronuncia del Magistrato di sorveglianza – ha sollevato questione di legittimità costituzionale dell'art. 1 della legge 1 agosto 2003, n. 207 (Sospensione condizionata dell'esecuzione della pena detentiva nel limite massimo di due anni), in riferimento agli artt. 3, 27, terzo comma, e 79, primo comma, della Costituzione, nella parte in cui non consente al giudice di sorveglianza alcun apprezzamento discrezionale sull'idoneità preventiva e rieducativa della sospensione condizionata dell'esecuzione della pena, pur essendo norma compresa in una legge non approvata secondo le modalità prescritte dalla Costituzione per l'emanazione di un provvedimento di indulto; nonché, in via subordinata, dell'art. 1, comma 3, lett. d), della stessa legge, in relazione agli artt. 3 e 27, terzo comma, della Costituzione, nella parte in cui non prevede come causa ostativa del beneficio l'intervenuta revoca di una misura alternativa; che il rimettente riferisce che il Magistrato di sorveglianza di Venezia aveva concesso il beneficio della sospensione condizionata della parte finale della pena detentiva, introdotta dalla legge n. 207 del 2003, ritenendo sussistenti i requisiti di legittimità prescritti dalla legge, a un soggetto che, già ammesso a una misura alternativa, ne aveva subito colpevolmente la revoca; che il Tribunale ritiene corretta l'interpretazione data dal Magistrato di sorveglianza di Venezia alla disposizione di cui all'art. 1, punto 3, lett. d), della legge n. 207 del 2003, dal momento che tale disposizione deve essere intesa nel senso che solo l'ammissione a misure alternative, attuale al momento della decisione del Magistrato di sorveglianza, precluda la concessione della sospensione condizionata dell'esecuzione della pena, deponendo in tal senso la ratio di deflazione carceraria, diretta ad attenuare il grave problema del sovraffollamento carcerario, ispiratrice della legge n. 207 del 2003; che la legge citata ha espressamente richiamato le norme dell'ordinamento penitenziario che ha inteso estendere al nuovo beneficio, mentre non ha richiamato la norma di cui all'art. 58-quater, secondo comma, dello stesso ordinamento, sicché quest'ultima non può essere estesa in via interpretativa, trattandosi di norma di stretta interpretazione in quanto norma sfavorevole al reo; che l'interpretazione sostenuta, rileva il rimettente, è coerente inoltre con la natura del beneficio, del tutto sganciato da ogni valutazione di meritevolezza e idoneità rieducativa; che la disposizione in questione attribuisce, secondo il giudice a quo, al sistema una connotazione estremamente criticabile sotto il profilo della razionalità e costituzionalità, e che, pertanto, deve essere sollevata d'ufficio la questione di legittimità costituzionale della norma, per contrasto con gli artt. 3, 27, terzo comma, e 79, primo comma, della Costituzione; che, in punto di rilevanza della questione, osserva il rimettente che è ineliminabile l'applicazione della norma nell'iter logico–giuridico che il tribunale deve percorrere per la decisione conclusiva dell'odierno procedimento, trovandosi il condannato nelle condizioni previste dall'art. 1 della legge n. 207 del 2003 per l'ammissione al cosiddetto «indultino», pur avendo subito colpevolmente, in relazione allo stesso titolo esecutivo, la revoca di una misura alternativa, così dimostrando l'incapacità di gestire una misura più restrittiva del nuovo beneficio; che, quanto alla non manifesta infondatezza, il collegio a quo osserva che il nuovo istituto introdotto nel sistema dalla legge n. 207 del 2003, di difficile inquadramento sistematico, è connotato dal tendenziale automatismo della concessione, non essendo demandato al giudice di sorveglianza alcun apprezzamento discrezionale sulla meritevolezza del beneficio, né sulla sua idoneità rieducativa e preventiva, ma esclusivamente l'accertamento della sussistenza dei requisiti di legittimità previsti dalla legge, con evidenti affinità della sospensione condizionata con la misura clemenziale dell'indulto, con la quale ha anche in comune la disciplina della revoca a causa della commissione di un delitto non colposo entro il termine previsto dalla legge, nonché l'estinzione della pena nel caso opposto; che irrilevante, ai fini dell'inquadramento sistematico del nuovo istituto, prosegue l'ordinanza, è invece la circostanza che il cosiddetto «indultino» abbia come contenuto una serie di obblighi e prescrizioni in gran parte mutuati dalla più ampia delle misure alternative, ovvero l'affidamento in prova al servizio sociale, misura con la quale il nuovo beneficio condivide altri aspetti di disciplina, quali la sottoscrizione del verbale delle prescrizioni, l'assoggettamento al controllo del centro di servizi sociali per adulti, la competenza del Magistrato di sorveglianza sulle modifiche delle prescrizioni e in ordine ai provvedimenti di cui agli artt. 51-bis e 51-ter dell'ordinamento penitenziario in caso di violazione delle prescrizioni o di sopravvenienza di ulteriori titoli; che «l'indultino», infatti, nonostante tali richiami di disciplina, non può esser considerato una misura alternativa alla detenzione, potendosi anzi rilevare che l'introduzione di tale ibrido istituto rappresenta un punto di rottura dell'armonia del vigente sistema dell'esecuzione penitenziaria, che prima dell'entrata in vigore della legge de qua aveva una sua logica e coerenza, in quanto incentrato sui principi del finalismo rieducativo della pena e della progressività trattamentale;