[pronunce]

che, infine, il giudice a quo evidenzia, in punto di rilevanza, «che l'eventuale dichiarazione di illegittimità costituzionale dell'art. 14 del r.d. n. 1033 del 1938 nella parte che consente al giudice di ordinare al procuratore attoreo (come avvenuto in fattispecie) di “integrare l'atto di citazione”, determinerebbe una pronuncia di annullamento della sentenza di condanna»; che si è costituita una delle parti appellanti nel giudizio a quo, la quale, aderendo alle argomentazioni del rimettente, ha concluso per la declaratoria di illegittimità costituzionale del denunciato art. 14 del r.d. n. 1038 del 1938; che, ad avviso della parte privata, la norma censurata rappresenterebbe, alla stregua di un orientamento giurisprudenziale consolidato, «una delle massime espressioni del “potere sindacatorio” del giudice contabile», il quale consente «un potere di extra petizione del giudice […] un potere illimitato di acquisizione dei fatti, indipendentemente dalla richiesta della parte del P.M., un potere di determinare il danno subito dalla P.A. secondo equità, un potere di iniziativa processuale ed un potere di sindacare gli atti estranei alla propria giurisdizione»; che siffatto potere – argomenta conclusivamente la difesa della parte privata – alla luce dei principi posti dall'art. 111 Cost. (parità delle parti; contraddittorio; terzietà e imparzialità del giudice; ragionevole durata del processo), «deve ritenersi oggi non più esercitabile», come del resto sostenuto da recenti pronunce dello stesso giudice contabile; che è intervenuto in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che la questione sia dichiarata inammissibile o manifestamente infondata; che, quanto all'inammissibilità, essa deriverebbe da un difetto di rilevanza della questione, giacché, incentrandosi i motivi di appello «sulla persistente nullità dell'atto di citazione di primo grado anche dopo l'avvenuta integrazione […] in applicazione del disposto della norma impugnata», si avrebbe che «la conversione dei motivi di nullità in motivi di appello rende il giudice del gravame pienamente legittimato a formulare ex novo il giudizio sulla nullità, senza che venga in rilievo il corretto esercizio dell'attività connessa alla sanatoria del vizio di nullità operata dal giudice di primo grado, evidentemente assorbita dalle censure di nullità della sentenza impugnata»; che, nel merito, l'infondatezza della questione discenderebbe dal fatto che «i poteri di integrazione di singoli atti processuali ad opera del giudice sono previsti dall'ordinamento processuale anche in altri riti» (civile: artt. 164, secondo comma, e 182 cod. proc. civ. ; penale: art. 507 cod. proc. pen.), senza che ciò costituisca pregiudizio per la terzietà dello stesso giudice e che, peraltro, oltre al valore della terzietà, dovrebbe considerarsi anche «l'interesse generale» a che il processo giunga infine, «nelle dovute forme», all'affermazione o negazione del diritto azionato, con la conseguenza che «i poteri officiosi di sanatoria» andrebbero inscritti in detta finalità, anch'essa garantita dall'art. 24 Cost.. Considerato che questa Corte è chiamata a scrutinare l'art. 14 del regolamento di procedura per i giudizi innanzi la Corte dei conti, approvato con regio decreto 13 agosto 1933, n. 1038, «nella parte in cui consente al giudice di “ordinare al procuratore generale” (ora anche regionale) anche di (secondo il diritto in atto vivente) “integrare l'atto di citazione con riferimento ad alcuni profili della domanda riguardanti anche l'elemento oggettivo del danno ed il nesso di causalità”»; che, ad avviso della rimettente Corte dei conti, sarebbe violato l'art. 24 Cost. – «secondo il quale la difesa è un diritto inviolabile “in ogni stato e grado del procedimento”» – giacché «il soggetto convenuto in giudizio si vede “mutare”, nel corso del giudizio, i presupposti con riferimento ai quali aveva improntato la sua difesa»; che, inoltre, sussisterebbe la lesione dell'art. 111 Cost. – «che ha previsto che il processo, definito “giusto”, si svolge “nel contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità, davanti ad un giudice terzo ed imparziale”» – in quanto la medesima parte convenuta «soprattutto si vede mutare detti presupposti su iniziativa del giudice come tale, di sicuro, non terzo ed imparziale»; che, preliminarmente, va esaminata l'eccezione di inammissibilità della questione per difetto di rilevanza, sollevata dalla difesa erariale sul presupposto che il rimettente non dovrebbe fare applicazione della norma denunciata, «non essendo rilevante lo scrutinio del corretto uso del potere di integrazione dell'atto introduttivo», ma «la valutazione dell'effettiva persistente nullità dell'atto introduttivo anche dopo l'integrazione»; che, invero, non risulta implausibile la motivazione che si ricava dall'ordinanza di rimessione circa l'applicazione dell'art. 14 del r.d. n. 1038 del 1933, cui lo stesso giudice a quo sarebbe tenuto: cioè di delibare se la disposta integrazione della domanda introduttiva del giudizio, innestandosi su una citazione ritenuta validamente proposta dal giudice di primo grado, fosse consentita, nei termini in cui si è realizzata, proprio dalla disposizione denunciata, nella portata che il medesimo rimettente le ascrive e che assume contraria a Costituzione; che la predetta eccezione deve, quindi, essere respinta; che la questione va, invece, dichiarata manifestamente inammissibile sotto altro profilo, giacché il giudice a quo non sottopone alla Corte un dubbio di costituzionalità, bensì una questione di mera interpretazione, così da utilizzare impropriamente il giudizio di legittimità costituzionale, che non è volto a fornire avalli alle interpretazioni dei giudici comuni, ai quali invece spetta scegliere, tra più interpretazioni possibili, quella conforme a Costituzione (ex plurimis, ordinanze n. 299, n. 114, n. 64 e n. 28 del 2006; n. 420 e n. 306 del 2005); che, a tal riguardo, occorre anzitutto osservare che il denunciato art. 14, sotto la rubrica «Della istruzione», stabilisce: «La corte può richiedere all'amministrazione e ordinare alle parti di produrre gli atti e i documenti che crede necessari alla decisione della controversia e può ordinare al procuratore generale di disporre accertamenti diretti anche in contraddittorio delle parti. In tale ultimo caso queste sono a cura del procuratore generale avvisate, almeno cinque giorni prima, del luogo, giorno ed ora in cui si eseguiranno gli accertamenti stessi»; che, pertanto, risulta evidente, dalla lettura di tale articolo, che la norma sottoposta allo scrutinio di questa Corte non discende immediatamente, nella portata ritenuta dal rimettente, dalla formulazione letterale della disposizione in esso contenuta;