[pronunce]

ORDINANZA ha pronunciato la seguentenel giudizio di legittimità costituzionale degli artt. 13 e 17 del decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286 (Testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell'immigrazione e norme sulla condizione dello straniero), come modificato dalla legge 30 luglio 2002, n. 189 (Modifica alla normativa in materia di immigrazione e di asilo), promosso con ordinanza emessa dal Tribunale di Catanzaro in data 20 ottobre 2003, nel procedimento penale a carico di L. Z., iscritta al n. 1189 del registro ordinanze 2003, pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 4, prima serie speciale, dell'anno 2004. Visto l'atto di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri; udito nella camera di consiglio del 6 luglio 2005 il Giudice relatore Giovanni Maria Flick. Ritenuto che con l'ordinanza in epigrafe il Tribunale di Catanzaro ha sollevato, in riferimento agli artt. 3, 24, 104 e 111 della Costituzione, questioni di legittimità costituzionale: a) dell'art. 13 del decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286 (Testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell'immigrazione e norme sulla condizione dello straniero), come modificato dall'art. 12 della legge 30 luglio 2002, n. 189 (Modifica alla normativa in materia di immigrazione e di asilo), nella parte in cui non prevede che l'esecutività del decreto di espulsione dello straniero resti comunque sospesa in pendenza di procedimento penale, anche per fatto diverso dalla violazione delle norme in materia di ingresso o permanenza illegale nel territorio dello Stato; b) dell'art. 17 del medesimo decreto legislativo, nella parte in cui non prevede che l'imputato straniero, qualora sia stato espulso, è autorizzato a rientrare in Italia, per il pieno esercizio del diritto di difesa, «o ipso iure, ovvero con provvedimento del giudice procedente, anziché del questore»; che il giudice a quo premette di essere investito del processo penale, celebrato con rito direttissimo, nei confronti di uno straniero tratto in arresto per il reato di evasione (art. 385 del codice penale), essendosi sottratto alla «misura custodiale domiciliare» applicatagli, nell'ambito di un distinto procedimento, per il reato di ingiustificato trattenimento nel territorio dello Stato, di cui all'art. 14, comma 5-ter, del d.lgs. n. 286 del 1998; che, convalidato l'arresto, il giudice rimettente – senza applicare all'imputato alcuna ulteriore misura cautelare – aveva differito il processo ad altra udienza, essendo stata fatta richiesta di termini a difesa ai sensi dell'art. 558, comma 7, del codice di procedura penale; che, nelle more, si era peraltro proceduto all'esecuzione del provvedimento di espulsione da cui l'imputato era colpito, previo rilascio del relativo nulla osta da parte dello stesso giudice rimettente; che, ciò premesso, il giudice a quo rileva come l'art. 13 del d.lgs. n. 286 del 1998, nel testo modificato dalla legge n. 189 del 2002 – dopo aver previsto, al comma 3, l'immediata esecutività del provvedimento di espulsione amministrativa – stabilisca che, quando lo straniero è sottoposto a procedimento penale, il questore richiede il nulla osta all'esecuzione del provvedimento all'autorità giudiziaria, la quale può peraltro negarlo solo in ipotesi tassative (ossia per inderogabili esigenze processuali, valutate in relazione all'accertamento della responsabilità di eventuali concorrenti nel reato o di imputati in procedimenti connessi, ed all'interesse della persona offesa, ovvero allorché si procede per i reati previsti dall'art. 407, comma 2, lettera a, cod. proc. pen.); e che, nel caso di arresto in flagranza o di fermo, il nulla osta è rilasciato dal giudice all'atto della convalida, salvo che applichi la misura della custodia cautelare in carcere; che, ad avviso del rimettente, tale disciplina si porrebbe in contrasto con plurimi precetti costituzionali; che essa lederebbe, anzitutto, il diritto di difesa (art. 24 Cost.), impedendo all'imputato espulso di partecipare al processo a suo carico e di accedere ai riti alternativi, beneficiando delle relative conseguenze premiali; che sarebbe violato, altresì, il principio di uguaglianza (art. 3 Cost.), stante il diverso e peggiore trattamento processuale – connesso alla compressione dei diritti di difesa – che lo straniero subirebbe rispetto alla generalità dei soggetti sottoposti a procedimento penale: violazione peraltro particolarmente evidente allorché – come nel caso di specie – egli si trovi sottoposto a procedimento penale per fatti diversi dal rientro illegittimo o dalla permanenza non autorizzata nel territorio nazionale; che gli evidenziati profili di incostituzionalità non sarebbero d'altro canto esclusi dalla «generica previsione» dell'art. 17 del d.lgs. n. 286 del 1998, in forza della quale lo straniero sottoposto a procedimento penale ha facoltà di rientrare in Italia per l'esercizio del diritto di difesa; che tale disposizione, infatti, non solo non contempla alcuno strumento concreto che permetta all'interessato la cura dei propri interessi difensivi, specie nei tempi ristretti del rito direttissimo; ma assoggetta, anzi, il rientro nel territorio nazionale all'autorizzazione del questore, anziché alla valutazione del giudice: in tal modo violando anche il principio di autonomia ed indipendenza della magistratura, di cui all'art. 104 Cost.; che risulterebbero compromessi, infine, i principî del «giusto processo», di cui all'art. 111 Cost., con particolare riguardo al «principio del contraddittorio all'insegna della parità delle parti»; ovvero – qualora si ritenesse che il processo, pur rimanendo pendente, non possa essere celebrato nei confronti dell'imputato straniero impossibilitato a parteciparvi a causa dell'espulsione – con riferimento al principio di ragionevole durata, stante la conseguente situazione di paralisi delle attività processuali; che la rilevanza della questione non sarebbe esclusa dalla circostanza che, nel caso di specie, l'imputato è stato già espulso a seguito di rilascio del nulla osta da parte dello stesso giudice rimettente; che, da un lato, infatti, il quesito di costituzionalità non avrebbe potuto essere formulato in sede di rilascio del nulla osta, giacché – secondo quanto già affermato da questa Corte con la sentenza n. 492 del 1991, in riferimento all'omologa disciplina all'epoca vigente – la relativa decisione non avrebbe carattere giurisdizionale, configurandosi come semplice atto interno ad un procedimento amministrativo;