[pronunce]

Di conseguenza, il rimettente censura i menzionati commi 5 e 6 dell'art. 103, nella parte in cui non prevedono, «a differenza di quanto era accaduto per la c.d. emersione del 2012», che, «laddove il rigetto della domanda di emersione sia dovuto esclusivamente a fatti e condotte ascrivibili al datore di lavoro (quale è, con riferimento al caso di specie, il mancato possesso del requisito reddituale minimo di cui all'art. 9 del d.m. 27 maggio 2020), al lavoratore vada comunque rilasciato un permesso di soggiorno per attesa occupazione o un altro titolo corrispondente alla situazione lavorativa - anche sopravvenuta - che l'interessato riesca a comprovare». In proposito, il giudice a quo richiama l'orientamento giurisprudenziale secondo cui l'assenza del requisito reddituale «non rientrerebbe fra i fatti imputabili esclusivamente al datore di lavoro, ai sensi e per gli effetti del comma 11-bis [dell'art. 5] del D.lgs. n. 109/2012», ammettendone l'opinabilità e ritenendo che si tratti di «questione di merito» che, comunque, non si porrebbe nel giudizio a quo, non essendo prevista, nella normativa del 2020, un'analoga disposizione. 6.- Ad avviso del TAR Marche, la norma censurata creerebbe un'irragionevole disparità di trattamento anche rispetto all'art. 9, comma 5, del d.m. 27 maggio 2020, che non richiede la verifica dei requisiti reddituali qualora il datore di lavoro sia «affetto da patologie o disabilità che ne limitano l'autosufficienza», se la dichiarazione di emersione è effettuata «per un unico lavoratore addetto alla sua assistenza».1.- Con ordinanza del 14 novembre 2022 (reg. ord. n. 149 del 2022) , il TAR Marche, sezione prima, ha sollevato in via principale, in riferimento all'art. 76 Cost. e all'art. 17, commi 2 e 3, della legge n. 400 del 1988, e in via subordinata, in riferimento all'art. 3 Cost., questioni di legittimità costituzionale dell'art. 103, commi 5 e 6, del d.l. n. 34 del 2020, come convertito, nella parte in cui non consente, nell'ipotesi di rigetto dell'istanza di emersione per difetto del requisito reddituale in capo al datore di lavoro, il rilascio di un permesso di soggiorno per attesa occupazione. 1.1.- Il giudice rimettente riferisce di essere investito del ricorso proposto da un cittadino straniero irregolarmente soggiornante in Italia, per l'annullamento del provvedimento con cui la Prefettura di Ascoli Piceno - Sportello unico per l'immigrazione ha rigettato la domanda di emersione, presentata in suo favore ai sensi dell'art. 103, comma 1, del d.l. n. 34 del 2020, come convertito, per mancanza del requisito reddituale prescritto dal comma 6 del menzionato art. 103 e dall'art. 9 del d.m. 27 maggio 2020. 1.2.- Ad avviso del TAR rimettente, la norma censurata si porrebbe in contrasto, in via principale, con l'art. 76 Cost. e l'art. 17 della legge n. 400 del 1988, in quanto il legislatore delegante non avrebbe indicato nessun criterio direttivo per l'individuazione in capo al datore di lavoro del reddito minimo richiesto per accedere alla procedura di emersione. 1.3.- In via subordinata, il giudice rimettente asserisce che l'art. 103, commi 5 e 6, del d.l. n. 34 del 2020, come convertito, violerebbe l'art. 3 Cost., determinando un'irragionevole disparità di trattamento sia rispetto all'art. 5, comma 11-bis, del d.lgs. n. 109 del 2012, che, «[n]ei casi in cui la dichiarazione di emersione sia rigettata per cause imputabili esclusivamente al datore di lavoro», consente il rilascio al lavoratore di un permesso di soggiorno per attesa occupazione; sia rispetto all'art. 9, comma 5, del d.m. 27 maggio 2020, che, nell'ipotesi di datore di lavoro «affetto da patologie o disabilità che ne limitano l'autosufficienza» e di dichiarazione di emersione effettuata «per un unico lavoratore addetto alla sua assistenza», non richiede alcun requisito reddituale. 2.- Le questioni devono essere dichiarate d'ufficio inammissibili. 3.- La questione sollevata in via principale, in riferimento all'art. 76 Cost., è inammissibile perché il giudice a quo ha evocato un parametro manifestamente inconferente. Nella specie, infatti, non viene in rilievo alcuna delega legislativa, avendo la norma censurata rinviato, per la sua attuazione, a un decreto ministeriale. 4.- La questione sollevata, sempre in via principale, in riferimento all'art. 17, commi 2 e 3, della legge n. 400 del 1988 è inammissibile perché il rimettente ha invocato una norma di legge ordinaria non già come norma interposta rispetto a un parametro costituzionale, bensì direttamente come parametro del giudizio di legittimità costituzionale. 5.- Anche la questione sollevata in via subordinata, in riferimento all'art. 3 Cost., è inammissibile, per le ragioni di seguito esposte. 5.1.- Ad avviso del rimettente, i commi 5 e 6 del censurato art. 103 determinerebbero un'irragionevole disparità di trattamento rispetto all'art. 5, comma 11-bis, del d.lgs. n. 109 del 2012, il quale, nel disciplinare una precedente procedura di emersione, prevedeva che, nei casi in cui la relativa domanda fosse rigettata «per cause imputabili esclusivamente al datore di lavoro», al lavoratore venisse rilasciato un permesso di soggiorno per attesa occupazione. In proposito, il TAR richiama i diversi orientamenti della giurisprudenza amministrativa sulla riconducibilità o meno dell'assenza del requisito reddituale ai «fatti imputabili esclusivamente al datore di lavoro, ai sensi e per gli effetti del comma 11-bis [dell'art. 5] del D.lgs. n. 109/2012», ammettendo l'opinabilità delle soluzioni interpretative proposte, senza però prendere posizione sulle stesse. Tuttavia, la questione sollevata si basa sul presupposto che il tertium comparationis operi anche nel caso in cui il datore di lavoro sia privo del requisito reddituale; ma tale presupposto, come si è detto, è controverso e, anzi, contestato dalla giurisprudenza amministrativa maggioritaria, sicché sarebbe stato onere del rimettente argomentare su questo profilo. Non prendendo posizione sull'interpretazione del citato art. 5, comma 11-bis, l'ordinanza di rimessione presenta delle carenze in punto di motivazione sulla non manifesta infondatezza, che determinano, secondo la giurisprudenza costituzionale, l'inammissibilità della questione sollevata (ex plurimis, sentenze n. 30 e n. 87 del 2021, n. 54 del 2020, n. 33 del 2019). 5.2.-