[pronunce]

Sentenza ha pronunciato la seguentenei giudizi di legittimità costituzionale degli artt. 438, 441 e 442, commi 1-bis e 2, del codice di procedura penale nel testo modificato dalla legge 16 dicembre 1999, n. 479 (Modifiche alle disposizioni sul procedimento davanti al tribunale in composizione monocratica e altre modifiche al codice di procedura penale. Modifiche al codice penale e all'ordinamento giudiziario. Disposizioni in materia di contenzioso civile pendente, di indennità spettanti ai giudici di pace e di esercizio della professione forense), e dell'art. 223 del decreto legislativo 19 febbraio 1998, n. 51 (Norme in materia di istituzione del giudice unico di primo grado), come modificato dall'art. 56 della suddetta legge n. 479 del 1999, promossi, nell'ambito di diversi procedimenti penali, dai Giudici dell'udienza preliminare dei tribunali di Roma, di Bologna, di Imperia e dal tribunale di Firenze con ordinanze emesse in data 4 aprile, 19 e 14 gennaio, 16, 10, 19 e 9 maggio 2000, iscritte rispettivamente ai nn. 279, 305, 405, 464, 465, 474 e 607 del registro ordinanze 2000 e pubblicate nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica nn. 23, 24, 29, 37, 38 e 44, 1ª serie speciale, dell'anno 2000. Visti gli atti di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri; Udito nella camera di consiglio del 24 gennaio 2001 il giudice relatore Guido Neppi Modona.. Ritenuto in fatto Considerato in diritto 1. - Con ordinanza del 14 gennaio 2000 (r.o. n. 405 del 2000) il giudice dell'udienza preliminare del Tribunale di Imperia ha sollevato questione di legittimità costituzionale: a) dell'art. 438 del codice di procedura penale, come novellato dalla legge 16 dicembre 1999, n. 479 (Modifiche alle disposizioni sul procedimento davanti al tribunale in composizione monocratica e altre modifiche al codice di procedura penale. Modifiche al codice penale e all'ordinamento giudiziario. Disposizioni in materia di contenzioso civile pendente, di indennità spettanti ai giudici di pace e di esercizio della professione forense), "nella parte in cui non prevede il contraddittorio delle parti nella ammissione al rito abbreviato" e nella parte in cui non attribuisce al giudice alcun potere di preliminare delibazione in ordine alla ammissibilità del rito, in riferimento agli artt. 101 e 111 della Costituzione; b) dell'art. 441 del codice di procedura penale, come modificato dalla legge n. 479 del 1999, nella parte in cui consente al giudice che, investito di una richiesta di giudizio abbreviato, ritenga di non poter decidere allo stato degli atti, di assumere anche d'ufficio gli elementi necessari ai fini della decisione, in riferimento agli artt. 24 e 111 della Costituzione. Il rimettente premette che nel corso dell'udienza preliminare l'imputato aveva formulato richiesta di giudizio abbreviato e il pubblico ministero aveva eccepito l'illegittimità costituzionale dell'art. 438 cod. proc. pen. sotto il duplice profilo della violazione del principio del contraddittorio (art. 111 Cost.) e della violazione del principio della soggezione del giudice alla legge (art. 101 Cost.), censurando rispettivamente la mancata previsione del consenso della pubblica accusa e l'impossibilità per il giudice di esprimersi in ordine alla ammissibilità del rito. Il giudice a quo condivide le censure del pubblico ministero, ma ritiene che il contrasto della nuova disciplina con il novellato art. 111 della Costituzione emerga soprattutto dalla attribuzione al giudice di particolari poteri istruttori che ne snaturerebbero la configurazione originaria. Gli artt. 438 e 441 cod. proc. pen. , come modificati dalla legge n. 479 del 1999, delineano infatti, secondo il rimettente, una "nuova figura di giudice che ineluttabilmente rimanda a quella del giudice istruttore"; un giudice che non ha alcun potere di delibazione preliminare sulla richiesta di giudizio abbreviato ma che, qualora non ritenga di poter decidere allo stato degli atti, assume, anche d'ufficio, ai sensi dell'art. 441, comma 5, cod. proc. pen. , gli elementi necessari ai fini della pronuncia, che pure è chiamato a adottare, a differenza del "vecchio" giudice istruttore, sulla responsabilità dell'imputato. Evidente sarebbe quindi sotto questo particolare profilo il contrasto della nuova disciplina con quanto disposto nell'art. 111 Cost., secondo cui il processo è regolato dal principio del contraddittorio nella formazione della prova. L'attribuzione al giudice di così rilevanti poteri di integrazione probatoria ex officio violerebbe inoltre, a giudizio del rimettente, anche l'art. 24, secondo comma, Cost; quand'anche si intendesse l'art. 441, comma 5, cod. proc. pen. come disposizione "parallela" all'art. 507 cod. proc. pen. , l'imputato che ha chiesto il rito abbreviato rimarrebbe infatti esposto ad un mutamento del quadro probatorio e persino, essendo fatta salva l'applicabilità dell'art. 423 cod. proc. pen. , ad una modifica dell'imputazione, senza alcuna possibilità di "ripensamento". 1.1. - Nel giudizio è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che la questione sia dichiarata infondata. Per quanto concerne la censura riferita alla violazione del principio del contraddittorio, che deriverebbe dalla eliminazione della necessità del consenso al rito del pubblico ministero, la difesa erariale rileva che la nozione di contraddittorio individuata dal costituente è da riferire al contraddittorio nella formazione della prova, "indefettibile in tutti i casi diversi da quelli che lo stesso articolo 111 della Costituzione individua, casi tra i quali, appunto, si annovera il consenso dell'imputato e, a più forte ragione, la richiesta dell'imputato". Quanto alla presunta lesione dell'art. 101 della Costituzione per l'impossibilità per il giudice di esprimersi in ordine alla ammissibilità del rito, nell'atto di intervento si sottolinea che, essendo la legge ordinaria a prevedere che il giudice debba procedere con le forme del giudizio abbreviato a richiesta dell'imputato, il giudice in realtà non soggiace alla mera volontà delle parti ma alla legge che di quella volontà regola gli effetti.