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Misure urgenti per la flessibilità e l'equità intergenerazionale del sistema previdenziale. Delega al Governo per l'introduzione della pensione di garanzia. Onorevoli Senatori. – Negli ultimi decenni il sistema previdenziale italiano è stato attraversato da numerosi interventi volti a garantirne la sostenibilità finanziaria nel medio-lungo periodo. Secondo le stime della Ragioneria generale dello Stato, grazie ai soli interventi succedutisi dal 2004 a oggi, la minore incidenza della spesa pensionistica in rapporto al PIL ammonta a oltre 60 punti percentuali fino al 2060, di cui circa un terzo da attribuire alla sola legge n. 214 del 2011 (la cosiddetta « riforma Fornero »). L'impatto di queste misure ha creato una forte domanda di flessibilità da parte delle coorti che si sono viste allontanare negli anni la possibilità di accedere alla pensione, nonché forti incertezze circa l'adeguatezza delle future pensioni, soprattutto per lavoratori giovani con carriere discontinue e redditi bassi. A questa domanda, in prima battuta, si è data risposta con interventi volti a tutelare le persone in condizioni di maggiore bisogno (salvaguardie per i cosiddetti lavoratori « esodati », anticipo pensionistico-APE sociale, discipline sui lavoratori precoci e occupazioni usuranti). Gli interventi introdotti dal decreto-legge 28 gennaio 2019, n. 4, in seguito agli stanziamenti finanziari previsti dalla legge di bilancio 2019 per creare nuove forme di flessibilità in uscita, piuttosto che portare a termine questo percorso di modifica della riforma Fornero, rendendolo strutturale ed equilibrato, reintroducono la logica degli interventi « tampone ». Si dà un forte vantaggio per soli tre anni ad alcune coorti di lavoratori (mediamente, uomini con redditi più alti della media che vivono nel Nord del Paese) e se ne scaricano i costi sugli altri pensionati (con il blocco delle indicizzazioni) e sulle giovani generazioni (accendendo nuovi debiti). Si tratta di interventi non solo iniqui ma temporanei, che creeranno nuove - profonde - iniquità di trattamento quando si scoprirà che non potranno essere rinnovati, pena il rischio di far saltare del tutto i conti del sistema previdenziale. È la strada sbagliata. Serve un approccio completamente diverso: una riforma di sistema che superi la logica degli interventi tampone e delle elargizioni categoriali, per coniugare uguaglianza sociale, equità tra generazioni e sostenibilità finanziaria in maniera più equilibrata. Il presente disegno di legge è orientato ad introdurre nell'ordinamento vigente misure idonee ad assicurare un maggior grado di flessibilità ed equità intergenerazionale al sistema nazionale di protezione sociale, anche a tutela della sua sostenibilità nel medio-lungo termine. Esso si articola in due parti: l'una dedicata alle misure a sostegno della copertura pensionistica dei giovani, attraverso l'introduzione della pensione di garanzia e la revisione dei requisiti di accesso alla pensione di vecchiaia (capo I); l'altra orientata a sostenere la flessibilità e l'adattabilità del sistema di protezione sociale, attraverso la stabilizzazione e l'estensione dei regimi speciali già vigenti e la revisione dei requisiti di accesso alla pensione anticipata (capo II). L'articolo 1, in particolare, prevede la revisione dei requisiti ordinari di accesso alla pensione di vecchiaia per tutti i lavoratori con primo accredito contributivo successivo al 1° gennaio 1996 ovvero per coloro che optino per la liquidazione del trattamento pensionistico esclusivamente con le regole del sistema contributivo. Per questi soggetti, il diritto di accesso alla pensione di vecchiaia è conseguito in presenza di due sole circostanze: il possesso del requisito anagrafico già previsto dalla cosiddetta riforma Fornero (articolo 24, comma 6, del decreto-legge n. 201 del 2011, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 214 del 2011), come adeguato alla speranza di vita secondo la disciplina vigente, e il possesso di un'anzianità contributiva non inferiore a venti anni. È dunque abrogata l'attuale disposizione della riforma Fornero che impone per questi lavoratori, ai fini dell'accesso alla pensione, un importo dell'assegno non inferiore a 1,5 volte l'importo dell'assegno sociale (articolo 24, comma 7, del decreto-legge n. 201 del 2011). Contestualmente è abrogata la norma che prescinde dal requisito di importo minimo se in possesso di un'età anagrafica pari a 70 anni e un'anzianità contributiva di almeno cinque anni. Lo stesso articolo 1 prevede, altresì, per questi soggetti la possibilità di riscattare, entro il limite massimo di cinque anni, i periodi non coperti da contribuzione e i periodi di lavoro svolto con contratto a tempo parziale, ai fini del raggiungimento del requisito contributivo per l'accesso alla pensione. L'onere è costituito dal versamento di un contributo, per ogni anno ammesso a riscatto, pari al livello minimo imponibile annuo previsto dall'articolo 1, comma 3, della legge 2 agosto 1990, n. 233 (pari a 15.710 euro per l'anno 2018), moltiplicato per l'aliquota di computo delle prestazioni pensionistiche dell'assicurazione generale obbligatoria per gli artigiani e gli esercenti attività commerciali (pari al 24 per cento per l'anno 2018), ridotta nella misura della metà. La norma prevede inoltre la deducibilità totale ai fini dell'imposta sul reddito delle persone fisiche del contributo da riscatto così calcolato (pari a 1.885 euro). L'articolo 2 reca una delega al Governo per l'introduzione della pensione di garanzia. Entro tre mesi dalla data di entrata in vigore della legge, su proposta del Ministro del lavoro e delle politiche sociali, di concerto con il Ministro dell'economia e delle finanze, il Governo è delegato ad adottare uno o più decreti legislativi finalizzati all'introduzione della pensione di garanzia per i lavoratori con primo accredito contributivo successivo al 1° gennaio 1996, per i quali la pensione a carico dell'assicurazione generale obbligatoria è integralmente liquidata secondo il sistema contributivo. Tra i princìpi e criteri direttivi dettati al Governo per l'esercizio della delega è previsto il riconoscimento a questi lavoratori del diritto all'integrazione del trattamento pensionistico spettante, fino a un livello minimo denominato « pensione di garanzia », di importo mensile pari a 750 euro. Inoltre, in funzione della più equa valorizzazione delle carriere contributive, la nuova disciplina dovrà prevedere una maggiorazione dell'importo minimo di pensione di garanzia, in misura pari a 15 euro per ciascun anno di anzianità contributiva superiore al ventesimo, entro il limite massimo di 1.000 euro. Infine, quale requisito di accesso alla pensione di garanzia, è previsto che il beneficiario non possegga redditi propri assoggettabili all'imposta sul reddito delle persone fisiche per un importo superiore a due volte l'ammontare annuo del trattamento minimo del Fondo pensioni lavoratori dipendenti calcolato in misura pari a tredici volte l'importo mensile in vigore al 1° gennaio di ciascun anno.