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Nuove disposizioni in materia di attribuzione del cognome ai coniugi e ai figli. Onorevoli Senatori e Senatrici . – Il disegno di legge proposto modifica la disciplina civilistica in materia di attribuzione del cognome ai coniugi e ai figli, con l'obiettivo di garantire pari dignità alle donne nell'ambito del rapporto coniugale e familiare, allineando il nostro ordinamento a quello di altri Paesi europei, oltre che ai pronunciamenti giurisprudenziali europei e costituzionali. Sotto il profilo comparatistico, ad esempio, in Spagna, vige la regola del doppio cognome, composto dal cognome paterno e da quello materno, e di conseguenza i genitori possono accordarsi sull'ordine dei cognomi da trasmettere ai figli. Parimenti, in Francia i genitori scelgono il cognome da dare ai figli tra quello paterno o quello materno o quello di entrambi nell'ordine da loro stabilito. In Germania, i genitori possono dare ai figli il cognome di famiglia oppure assegnare loro il cognome del padre o quello della madre, in base alla loro scelta. In Italia, al contrario, la disciplina vigente, che prevede l'automatica attribuzione del cognome paterno, è frutto di una sorpassata concezione patriarcale della famiglia e si pone in evidente contrasto con i princìpi costituzionali di eguaglianza e parità fra uomo e donna. Invero il riconoscimento del cognome, lungi dal costituire un mero dato anagrafico, rappresenta un sostanziale elemento identificativo dell'individuo e una base di riferimento per la tutela dei diritti fondamentali della persona. L'indifferibile necessità di riformare la normativa vigente è confermata dalla copiosa giurisprudenza europea basata su fonti convenzionali internazionali: esemplare la sentenza della Corte europea dei diritti dell'uomo di Strasburgo del 7 gennaio 2014 (Cusan e Fazzo c. Italia) , che ha ritenuto la preclusione all'assegnazione al figlio del solo cognome materno come una forma di discriminazione basata sul sesso e, pertanto, palesemente in contrasto con il principio di uguaglianza tra uomo e donna, rispetto al quale l'Italia commette quindi una violazione. In quella sede la Corte di Strasburgo ha stabilito che i genitori hanno il diritto di dare ai propri figli anche il solo cognome della madre e ha perciò condannato l'Italia per violazione dell'articolo 14 della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali (CEDO), firmata a Roma il 4 novembre 1950, ratificata e resa esecutiva ai sensi della legge 4 agosto 1955, n. 848, sul divieto di discriminazioni basate sull'appartenenza di genere, in combinato disposto con l'articolo 8, concernente il rispetto della vita familiare. La Corte ha inoltre esortato il nostro Paese ad adottare riforme legislative o di altra natura per ovviare alla predetta violazione. La medesima questione è stata affrontata anche dalla Corte costituzionale, la quale già nell'ordinanza n. 176 del 1988 espressamente riconosceva che « sarebbe possibile, e probabilmente consentaneo all'evoluzione della coscienza sociale, sostituire la regola vigente in ordine alla determinazione del nome distintivo dei membri della famiglia costituita dal matrimonio con un criterio diverso, più rispettoso dell'autonomia dei coniugi, il quale concili i due princìpi sanciti dall'articolo 29 della Costituzione, anziché avvalersi dell'autorizzazione a limitare l'uno in funzione dell'altro » (nello stesso senso anche l'ordinanza n. 586 del 1988). Con maggiore fermezza, in considerazione dell'immutato quadro normativo, nella sentenza n. 61 del 2006, la Corte ha sottolineato l'incompatibilità della disciplina vigente con i valori costituzionali dell'uguaglianza morale e giuridica dei coniugi. Tale sistema di attribuzione del cognome viene sin dal 2006 definito come il « retaggio di una concezione patriarcale della famiglia, la quale affonda le proprie radici nel diritto di famiglia romanistico, e di una tramontata potestà maritale, non più coerente con i princìpi dell'ordinamento e con il valore costituzionale dell'uguaglianza tra uomo e donna ». Da ultimo, la Corte, con l'ordinanza n. 18 dell'11 febbraio 2021 ha sollevato innanzi a sé la questione di legittimità costituzionale dell'articolo 262, primo comma, del codice civile nella parte in cui, in mancanza di diverso accordo dei genitori, impone l'acquisizione del cognome paterno, anziché il cognome di entrambi i genitori, rilevando a tal proposito il contrasto con gli articoli 2, 3 e 117, primo comma, della Costituzione, quest'ultimo in riferimento agli articoli 8 e 14 della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali. Nonostante la consolidata giurisprudenza costituzionale, sinora gli interventi legislativi in materia non hanno apportato modifiche sul tema. Ed invero, non se n'è occupato il decreto legislativo 28 dicembre 2013, n. 154 (recante revisione delle disposizioni vigenti in materia di filiazione, a norma dell'articolo 2 della legge 10 dicembre 2012, n. 219), con cui sono state poste le basi per la completa equiparazione della disciplina dello status di figlio legittimo, figlio naturale e figlio adottato, riconoscendo l'unicità dello status di figlio. Inoltre, pur essendo stata modificata la disciplina del cambiamento di cognome – con l'abrogazione degli articoli 84, 85, 86, 87 e 88 del regolamento di cui al decreto del Presidente della Repubblica n. 396 del 2000 e l'introduzione del nuovo testo dell'articolo 89, ad opera del regolamento di cui al decreto del Presidente della Repubblica 13 marzo 2012, n. 54 (regolamento recante modifica delle disposizioni in materia di stato civile relativamente alla disciplina del nome e del cognome prevista dal titolo X del decreto del Presidente della Repubblica 3 novembre 2000, n. 396) – le modifiche non hanno attinto la disciplina dell'attribuzione « originaria » del cognome, effettuata al momento della nascita. Pertanto, in assenza di interventi legislativi volti a disciplinare secondo nuovi criteri la materia dell'attribuzione del cognome ai figli, nella famiglia fondata sul matrimonio resta tuttora preclusa la possibilità per il figlio di essere identificato, sin dalla nascita, anche con il cognome della madre. Ebbene, la Corte costituzionale ha sancito che la preclusione in esame pregiudica il diritto all'identità personale del minore e, al contempo, costituisce un'irragionevole disparità di trattamento tra i coniugi, che non trova alcuna giustificazione nella finalità di salvaguardia dell'unità familiare. Quanto al primo profilo di illegittimità, la Consulta ha evidenziato la « distonia » della norma censurata rispetto alla garanzia della piena realizzazione del diritto all'identità personale, avente copertura costituzionale assoluta, ai sensi dell'articolo 2 della Costituzione.