[pronunce]

che, secondo l'interpretazione fornita da questa Corte dell'art. 4 della legge n. 140 del 2003, sarebbe necessaria, infatti, l'autorizzazione preventiva tutte le volte in cui il parlamentare sia individuato in anticipo quale destinatario dell'attività di captazione, anche se questa abbia luogo monitorando utenze di diversi soggetti (è richiamata la sentenza n. 390 del 2007); che, alla luce di tali presupposti interpretativi, la Corte di cassazione, sezione sesta penale, sentenza 22 novembre 2016, n. 49538, dal canto suo, avrebbe affermato la illiceità e la radicale inutilizzabilità non solo della captazione, ma di ogni attività successiva all'intercettazione del parlamentare, svoltasi senza l'autorizzazione della Camera di appartenenza; che questa lettura troverebbe, altresì, conferma anche nelle linee guida elaborate dal Consiglio superiore della magistratura in materia di intercettazione, con la delibera del 29 luglio del 2016 (Ricognizione di buone prassi in materia di intercettazione di conversazioni), mediante le quali si prevede che, anche qualora si verifichino intercettazioni casuali del parlamentare, queste non andrebbero immediatamente trascritte, ma «indicate nel brogliaccio con la dicitura "conversazione casualmente captata con parlamentare"»; che, pertanto, le intercettazioni nel caso oggi all'esame di questa Corte sarebbero da considerarsi indirette e, di conseguenza, non avrebbero dovuto essere svolte o, comunque sia, non avrebbero dovuto essere trascritte, non essendo stata acquisita la previa autorizzazione della Camera di appartenenza; che, dati questi presupposti, l'attività di intercettazione indiretta delle conversazioni dell'onorevole Ferri, espletata in contrasto con l'art. 68, terzo comma, Cost. e con le disposizioni della legge n. 140 del 2003 che ne danno attuazione, costituirebbe una lesione delle prerogative costituzionali del ricorrente, incidendo così negativamente anche sulla libertà e sull'indipendenza della funzione parlamentare, sancite dall'art. 67 Cost. Considerato che il deputato Cosimo Maria Ferri ha promosso conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato - per violazione degli artt. 67 e 68, terzo comma, della Costituzione - nei confronti del Procuratore generale presso la Corte di cassazione, «nonché, per quanto occorra, [del] Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Perugia», in relazione all'essere stato da quest'ultimo illegittimamente sottoposto, in via indiretta, a intercettazione di conversazione, in assenza dell'autorizzazione della Camera dei deputati, richiesta dall'art. 68, terzo comma, Cost., nonché all'essere stato sottoposto, sulla base di tali intercettazioni, all'azione disciplinare esercitata dal Procuratore generale presso la Corte di cassazione; che nella presente fase del giudizio questa Corte è chiamata a deliberare, in camera di consiglio e senza contraddittorio, sulla sussistenza dei requisiti soggettivo e oggettivo, prescritti dall'art. 37, primo comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87 (Norme sulla costituzione e sul funzionamento della Corte costituzionale), affinché sussista il conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato; che, dunque, in questa fase la Corte è chiamata a decidere se il conflitto insorga tra organi competenti a dichiarare definitivamente la volontà del potere cui appartengono e per la delimitazione della sfera di attribuzioni determinata per i vari poteri da norme costituzionali; che il conflitto è stato sollevato da un singolo parlamentare, nei confronti del Procuratore generale presso la Corte di cassazione, «nonché, per quanto occorra», del Procuratore della Repubblica presso il Tribunale ordinario di Perugia, per asserita lesione delle proprie prerogative costituzionali; che deve essere preliminarmente chiarito che questa Corte non può valutare nella specie le denunciate menomazioni delle attribuzioni del singolo parlamentare, derivanti dalla supposta violazione dell'art. 67 Cost., in quanto il ricorrente si è limitato al richiamo della citata disposizione costituzionale senza addurre alcuna argomentazione al riguardo; che, infatti, per costante giurisprudenza di questa Corte, ai fini della ammissibilità del ricorso per conflitto tra poteri, non è sufficiente che sia lamentata la lesione di parametri costituzionali da parte degli atti impugnati, ma occorre che «il ricorrente abbia cura di motivare la ridondanza delle asserite lesioni sulla propria sfera di attribuzioni costituzionali, a difesa della quale questa Corte è chiamata a pronunciarsi (sentenza n. 262 del 2017)» (ordinanza n. 280 del 2017); che, quindi, il ricorso deve essere dichiarato inammissibile in riferimento all'art. 67 Cost.; che, pertanto, la valutazione sull'ammissibilità del conflitto deve essere condotta solo alla luce dell'evocata violazione dell'art. 68, terzo comma, Cost.; che la legittimazione del singolo parlamentare è stata riconosciuta da questa Corte a tutela delle attribuzioni costituzionali di cui agli artt. 67, 68, 69, 71, primo comma, e 72 Cost., «inerenti al diritto di parola, di proposta e di voto, che gli spettano come singolo rappresentante della Nazione, individualmente considerato, da esercitare in modo autonomo e indipendente, non rimuovibili né modificabili a iniziativa di altro organo parlamentare» (ordinanze n. 86 del 2020 e n. 17 del 2019; nello stesso senso anche ordinanze n. 60 del 2020, n. 275 e n. 274 del 2019); che nell'ordinanza n. 17 del 2019 questa Corte ha precisato, però, che il singolo parlamentare può ritenersi legittimato a sollevare conflitto di attribuzione solo quando siano prospettate «violazioni manifeste delle prerogative costituzionali dei parlamentari [...] rilevabili nella loro evidenza già in sede di sommaria delibazione»; che, nel caso di specie, non vale a fondare la legittimazione del ricorrente la denunciata violazione dell'art. 68, terzo comma, Cost.; che questa Corte ha chiarito, infatti, che la Costituzione individua una sfera di prerogative che spettano al singolo parlamentare, diverse e distinte da quelle che gli spettano in quanto componente dell'Assemblea, che invece è compito di ciascuna Camera tutelare (in questo senso ordinanze n. 17 del 2019 e n. 163 del 2018); che, quando il soggetto titolare della sfera di attribuzioni costituzionali che si assumono violate è la Camera di appartenenza, sarà quest'ultima, e non il singolo parlamentare, legittimata a valutare l'opportunità di insorgere e di reagire eventualmente avverso le supposte violazioni (così, ancora, ordinanza n. 163 del 2018); che questo è sicuramente il caso delle prerogative disciplinate dall'art. 68, terzo comma, Cost., le quali, come ha avuto modo di riconoscere in più occasioni questa Corte, sono riferibili alle Camere di appartenenza e non al singolo parlamentare;