[pronunce]

ORDINANZA ha pronunciato la seguentenei giudizi di legittimità costituzionale dell'art. 456, comma 2, del codice di procedura penale, promossi dal Tribunale ordinario di Ivrea, con ordinanza del 12 gennaio 2017, e dal Tribunale ordinario di Pisa, con ordinanza del 30 marzo 2017, iscritte rispettivamente ai numeri 46 e 101 del registro ordinanze 2017 e pubblicate nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica numeri 14 e 33, prima serie speciale, dell'anno 2017. Visti gli atti di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri; udito nella camera di consiglio del 7 febbraio 2018 il Giudice relatore Giorgio Lattanzi. Ritenuto che il Tribunale ordinario di Pisa, in composizione monocratica, con ordinanza del 30 marzo 2017 (r.o. n. 101 del 2017), ha sollevato, in riferimento agli artt. 3 e 24 della Costituzione, questioni di legittimità costituzionale dell'art. 456, comma 2, del codice di procedura penale, «nella parte in cui non prevede che il decreto di giudizio immediato debba contenere l'avviso all'imputato che ha facoltà di chiedere la sospensione del procedimento per messa alla prova entro 15 giorni dalla notifica del predetto decreto a pena di decadenza come previsto dall'art. 458, c. 1, c.p.p.»; che il giudice a quo premette che, nei confronti dell'imputato, è stato emesso un decreto di giudizio immediato per i reati previsti dagli artt. 73 del d.P.R. 9 ottobre 1990, n. 309 (Testo unico delle leggi in materia di disciplina degli stupefacenti e sostanze psicotrope, prevenzione, cura e riabilitazione dei relativi stati di tossicodipendenza), 187, comma 8, del decreto legislativo 30 aprile 1992, n. 285 (Nuovo codice della strada), e 4 della legge 18 aprile 1975, n. 110 (Norme integrative della disciplina vigente per il controllo delle armi, delle munizioni e degli esplosivi); che in udienza l'imputato ha presentato una richiesta di sospensione del procedimento con messa alla prova, depositando la richiesta di elaborazione del programma di trattamento, trasmessa all'ufficio di esecuzione penale esterna (UEPE); che tale richiesta di sospensione, alla stregua dell'art. 464-bis, comma 2, cod. proc. pen. , dovrebbe essere dichiarata inammissibile perché tardiva: nel giudizio immediato, infatti, essa deve essere presentata entro quindici giorni dalla notificazione del decreto che dispone quel giudizio e non nell'udienza dibattimentale; che le questioni sarebbero rilevanti perché, se accolte, consentirebbero di rimettere in termini l'imputato per chiedere la sospensione del procedimento con messa alla prova; che le questioni sarebbero inoltre non manifestamente infondate, in primo luogo, in riferimento all'art. 24 Cost., in quanto, cadendo il termine per formulare la richiesta di messa alla prova al di fuori dell'udienza e non essendo contenuto nel decreto di giudizio immediato alcun avviso all'imputato in ordine a questa facoltà, si verificherebbe una lesione irreparabile del diritto di difesa; che la norma censurata contrasterebbe anche con l'art. 3 Cost., perchè creerebbe una disparità di trattamento «fra coloro che decidano di definire il procedimento con giudizio abbreviato o applicazione della pena su richiesta delle parti e coloro che, invece, volessero accedere al nuovo e assimilabile rito alternativo della "messa alla prova"»: solo i primi, infatti, riceverebbero lo specifico avviso, evitando così di incorrere nella decadenza prevista dall'art. 458, comma 1, cod. proc. pen. ; che un'altra disparità di trattamento si verificherebbe «tra coloro che siano citati a giudizio mediante emissione di citazione diretta o giudizio direttissimo, ben potendo gli stessi accedere alla sospensione del procedimento con messa alla prova fino all'apertura del dibattimento [...] e coloro, che per una mera scelta della Pubblica Accusa di procedere con giudizio immediato, senza che sia previsto uno specifico avviso nel relativo decreto, possono incorrere nel termine decadenziale di cui all'art. 458, c. 1, c.p.p.»; che è intervenuto in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, e ha chiesto che le questioni siano dichiarate inammissibili e, comunque, non fondate; che le questioni sarebbero inammissibili, in primo luogo, perché l'ordinanza di rimessione ometterebbe «ogni autonoma valutazione circa i parametri costituzionali che si assumono violati, che non sono nemmeno menzionati», limitandosi a richiamare il contenuto della sentenza della Corte costituzionale n. 201 del 2016 per motivare la non manifesta infondatezza della questioni; che, inoltre, mancherebbe qualsivoglia descrizione della fattispecie, così da precludere lo scrutinio circa la rilevanza delle questioni sollevate; che il Tribunale ordinario di Ivrea, in composizione collegiale, con ordinanza del 12 gennaio 2017 (r.o. n. 46 del 2017), ha sollevato un'analoga questione di legittimità costituzionale; che il giudice a quo premette che, nei confronti dell'imputato, è stato emesso un decreto di giudizio immediato per il delitto di cui agli artt. 73, commi 4 e 5, e 80, comma 1, lettera a), del d.P.R. n. 309 del 1990; che in udienza «l'imputato ha depositato richiesta di messa alla prova allegando richiesta di elaborazione di programma trasmessa all'UEPE in data 11.1.2017»; che la richiesta di messa alla prova, alla stregua dell'art. 464-bis, comma 2, cod. proc. pen. , dovrebbe essere dichiarata inammissibile perché tardiva: nel giudizio immediato, infatti, essa deve essere presentata entro quindici giorni dalla notificazione del decreto che dispone quel giudizio e non nell'udienza dibattimentale; che l'accoglimento della questione sollevata consentirebbe, pertanto, di rimettere in termini l'imputato per chiedere la messa alla prova: da qui la sua rilevanza nel giudizio a quo; che, in relazione alla non manifesta infondatezza, il tribunale rimettente richiama la sentenza di questa Corte n. 201 del 2016 in tema di decreto penale di condanna; che è intervenuto in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, e ha chiesto che la questione sia dichiarata inammissibile e, comunque, non fondata; che la questione sarebbe inammissibile perché l'ordinanza di rimessione «omette ogni autonoma valutazione circa i parametri costituzionali che si assumono violati, che non sono nemmeno menzionati», limitandosi a richiamare il contenuto della sentenza n. 201 del 2016 di questa Corte; che, inoltre, mancherebbe qualsivoglia descrizione della fattispecie, così da precludere lo scrutinio circa la rilevanza della questione sollevata.