[pronunce]

, fissato dal legislatore nell'esercizio della sua discrezionalità, sia idoneo a garantire una rapida definizione del procedimento e contemperi ragionevolmente l'esigenza di celerità con quella di garantire ad avvocati e magistrati di fruire di un periodo di riposo.1.- Il Giudice dell'esecuzione del Tribunale ordinario di Cosenza, con l'ordinanza indicata in epigrafe, dubita, in riferimento all'art. 3 della Costituzione, della legittimità costituzionale dell'art. 3 della legge 7 ottobre 1969, n. 742 (Sospensione dei termini processuali nel periodo feriale), nel testo vigente alla data del 22 dicembre 2014, che recita «In materia civile, l'articolo 1 non si applica alle cause ed ai procedimenti indicati nell'articolo 92 dell'ordinamento giudiziario 30 gennaio 1941, n. 12, nonché alle controversie previste dagli articoli 429 e 459 del codice di procedura civile». 2.- La norma censurata deroga alla previsione generale dell'art. 1 della legge n. 742 del 1969, in forza del quale tutti i termini processuali delle giurisdizioni ordinarie e amministrative restano sospesi durante il periodo feriale, escludendo dalla sua applicazione tutti i procedimenti previsti dall'art. 92 del regio decreto 30 gennaio 1941, n. 12 (Ordinamento giudiziario), tra i quali sono contemplati, per quanto di interesse, i giudizi di opposizione all'esecuzione. 3.- Le censure del rimettente si appuntano sull'interpretazione della norma offerta dal diritto vivente, poiché la Corte di cassazione, con orientamento consolidato, ha interpretato estensivamente la portata derogatoria dell'impugnato art. 3, fino a ricomprendervi i procedimenti di opposizione a precetto, di accertamento dell'obbligo del terzo, di opposizione di terzo, le controversie distributive e i giudizi endoesecutivi, ma ha escluso la sua applicabilità agli atti del processo esecutivo. Tale differente trattamento, a parere della Corte di legittimità, trova ragione e giustificazione nella portata degli artt. 1 e 3 della legge n. 742 del 1969, aventi, rispettivamente, natura generale l'uno ed eccezionale l'altro, e nella divergenza strutturale esistente tra il processo esecutivo e le opposizioni all'esecuzione. Il modello del rito ordinario di cognizione, che accomuna queste ultime, consente l'applicabilità dell'art. 3 a tutti gli incidenti di esecuzione, mentre la natura non contenziosa del processo esecutivo precluderebbe la sua inclusione nell'ambito della deroga, in ragione del divieto posto dall'art. 14 delle disposizioni sulla legge in generale, che esclude l'interpretazione analogica di norme eccezionali. 4.- Il giudice a quo sospetta della legittimità costituzionale di siffatta interpretazione, essendo, a suo avviso, irragionevole e contrario al principio di uguaglianza il trattamento differenziato di situazioni, quali il processo esecutivo e gli incidenti che si instaurano all'interno di esso, accomunate dalle medesime ragioni di celerità. 5.- In ordine all'ammissibilità della questione si osserva che il giudizio a quo prende le mosse dalla richiesta del creditore procedente di revoca del diniego di proroga del termine, previsto dall'art. 567 del codice di procedura civile, per il deposito della documentazione ipocatastale funzionale alla vendita del compendio pignorato. 6.- Nel 2014 la durata del termine previsto dal suddetto articolo era di centoventi giorni dal deposito del ricorso per la vendita. La norma è stata modificata dall'art. 13, comma 1, lettera n), numero 1), del decreto-legge 27 giugno 2015, n. 83 (Misure urgenti in materia fallimentare, civile e processuale civile e di organizzazione e funzionamento dell'amministrazione giudiziaria), convertito, con modificazioni, dall'art. 1, comma 1, della legge 6 agosto 2015, n. 132, e attualmente il termine è stato ridotto a sessanta giorni, tuttavia la nuova previsione si applica alle sole procedure esecutive iniziate successivamente alla data del 21 agosto 2015, giusto il disposto della legge di conversione del d.l. n. 83 del 2015. 7.- Nel giudizio a quo l'istanza di vendita è stata presentata il 25 luglio 2014, pertanto ad esso si applica il testo previgente dell'art. 567 cod. proc. civ. 8.- Quanto alla durata della sospensione feriale dei termini, alla data del 22 dicembre 2014, a cui risale la richiesta di proroga formulata dal creditore procedente, il testo dell'art. 1 della legge n. 742 del 1969 la fissava dal 1° agosto al 15 settembre, poiché l'abbreviazione al 31 agosto, disposta dal decreto-legge 12 settembre 2014, n. 132 (Misure urgenti di degiurisdizionalizzazione ed altri interventi per la definizione dell'arretrato in materia di processo civile), convertito, con modificazioni, dall'art. 1, comma 1, della legge 10 novembre 2014, n. 162, è in vigore dall'anno 2015. 9.- Tenendo conto di tale quadro normativo, l'adesione o meno all'indirizzo interpretativo espresso dalla Corte di cassazione da parte del giudice, investito della richiesta di revoca del provvedimento di diniego della proroga, può comportare un diverso esito del processo esecutivo. 10.- Facendo applicazione della norma censurata secondo l'interpretazione fornita dal diritto vivente, il termine di centoventi giorni sarebbe rimasto sospeso dal 1° agosto al 15 settembre e sarebbe scaduto il 7 gennaio 2015; l'istanza di proroga, formulata dal creditore procedente il 22 dicembre 2014, ovvero centocinquanta giorni dopo il 25 luglio 2014, sarebbe stata tempestiva - al netto della sospensione, infatti, il 22 dicembre 2014 erano trascorsi solo centoquattro giorni dal ricorso per la vendita - e, quindi, la richiesta di revoca del diniego avrebbe potuto essere accolta. Viceversa, in caso di non applicabilità al processo esecutivo della sospensione del decorso dei termini durante il periodo feriale, l'istanza di proroga del 22 dicembre 2014 sarebbe stata formulata dopo la scadenza del termine di centoventi giorni, avvenuta il 22 novembre 2014. 11.- Sulla scorta di tali considerazioni, il giudice a quo ha prospettato la questione di costituzionalità poiché «"Pur essendo indubbio che nel vigente sistema non sussiste un obbligo [...] di conformarsi agli orientamenti della Corte di cassazione (salvo che nel giudizio di rinvio), è altrettanto vero che quando questi orientamenti sono stabilmente consolidati nella giurisprudenza - al punto da acquisire i connotati del "diritto vivente" - è ben possibile che la norma, come interpretata dalla Corte di legittimità e dai giudici di merito, venga sottoposta a scrutinio di costituzionalità, poiché la norma vive ormai nell'ordinamento in modo così radicato che è difficilmente ipotizzabile una modifica del sistema senza l'intervento del legislatore o di questa Corte.