[pronunce]

che, a sostegno delle proprie argomentazioni, il giudice a quo richiama l'art. 199, comma 3, lettera a), del codice di procedura penale, che equipara il coniuge a chi conviva o abbia convissuto con l'imputato in relazione alla facoltà di astenersi dal deporre, affinché «vada, re melius perpensa, nuovamente considerato anche il segnalato parallelismo della ratio legis posta a base» di tale disposizione e di quella censurata, che mirerebbero entrambe a salvaguardare la prevalenza dell'unità della famiglia rispetto alle esigenze di giustizia della collettività; che il giudice rimettente ritiene che, anche alla luce del rilievo assegnato alla convivenza di fatto dalla legge n. 76 del 2016, il mancato riconoscimento della causa di non punibilità per il convivente more uxorio violi il principio di uguaglianza (art. 3 Cost.), nonché il diritto di difesa (art. 24 Cost.), poiché si precluderebbe «la fruizione, nelle ipotesi di cui alla medesima norma di diritto penale sostanziale, della speciale causa di non punibilità», risultando «irrazionale il disallineamento della sfera soggettiva e di operatività della norma [...], non derivando, di converso, dall'accoglimento del sollevato incidente di costituzionalità alcun vulnus alla protezione della "istituzione familiare" tutelata in via primaria dall'art. 29 della Carta costituzionale»; che, in questa prospettiva, non si terrebbe conto del fatto che la fisionomia dell'originaria istituzione famigliare fondata sul matrimonio tutelata dall'art. 29 Cost. è «mutata sul piano sociale e culturale e dei costumi al punto da essersi dovuta disciplinare, persino, l'unione civile di persone del medesimo sesso e tanto da sembrare a fortiori meritevole di pari dignità e tutela la posizione di un convivente di fatto more uxorio, anche di sesso diverso dal proprio partner»; che, da ultimo, nel caso oggetto del giudizio emergerebbe «il dato fattuale di una convivenza more uxorio tra l'imputato e la persona offesa, dalla cui unione è nato, persino, un figlio, a comprova di una pregressa stabilità di rapporti e di una comunanza di vita ed interessi, non suscettibile di affievolimento od inesistenza di tutela, neppure parziale, anche a preservazione di una possibile riconciliazione delle parti»; che, di conseguenza, sussisterebbe la rilevanza delle questioni, poiché l'art. 649 cod. pen. costituirebbe disposizione di applicazione necessaria, almeno con riguardo alla posizione del figlio dell'imputato, influendo altresì sulla definizione del giudizio, poiché l'eventuale sentenza di accoglimento inciderebbe sulle formule di proscioglimento o quanto meno sulla formula del dispositivo della decisione; che, con atto depositato il 12 settembre 2017, è intervenuto in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che le questioni di legittimità costituzionale vengano dichiarate inammissibili e comunque infondate; che, secondo l'Avvocatura generale dello Stato, l'inammissibilità delle questioni deriverebbe dalla circostanza che il rimettente invoca un intervento della Corte costituzionale in una materia (quella delle cause di non punibilità) riservata alla discrezionalità del legislatore, in assenza di una soluzione costituzionalmente obbligata (al riguardo vengono citate le sentenze n. 214 del 2014, n. 134 e n. 36 del 2012, n. 352 del 2000); che, in questa prospettiva, il legislatore in modo non irragionevole o arbitrario avrebbe espresso una «precisa scelta di politica criminale che ha attribuito prevalenza all'interesse a favorire la riconciliazione rispetto a quello alla punizione del colpevole», con riferimento a soggetti che siano o siano stati legati da determinati vincoli familiari caratterizzati da una convivenza tendenzialmente duratura e fondata sulla reciproca assistenza, oltre che su comuni ideali e stili di vita (sono richiamate le sentenze n. 352 del 2000 e n. 423 del 1988, oltre che l'ordinanza n. 1122 del 1988); che, secondo l'Avvocatura generale dello Stato, le questioni sarebbero inammissibili anche alla luce delle censure in punto di irragionevolezza e di violazione del principio di uguaglianza riferite alla previsione di un trattamento sfavorevole per coloro che commettono reati contro il patrimonio in danno dei conviventi di fatto, rispetto a quanti pongono in essere le medesime condotte nei confronti delle parti dell'unione civile ai sensi della legge n. 76 del 2016; che, a questo proposito, viene citata la sentenza n. 223 del 2015 della Corte costituzionale, con cui - nel dichiarare inammissibile una diversa questione di legittimità costituzionale sollevata, in riferimento agli artt. 3, primo e secondo comma, e 24, primo comma, Cost., sullo stesso art. 649, primo comma, cod. pen. , nella parte in cui esclude la punibilità dei congiunti della persona offesa dal reato - pur riconoscendosi «l'obsolescenza che la disposizione in esame ormai sconta», si sarebbe affermato che spetta al legislatore l'indispensabile aggiornamento della disciplina dei reati contro il patrimonio commessi in ambito familiare, con ciò ribadendosi il dovere di rigorosa osservanza dei limiti del sindacato costituzionale; che, secondo l'Avvocatura generale dello Stato, il recente intervento del legislatore operato con il decreto legislativo n. 6 del 2017, che «il remittente giudica apoditticamente irrazionale e comunque riduttivo», manifesterebbe la volontà di estendere la causa di non punibilità di cui all'art. 649 cod. pen. alla sola parte dell'unione civile e non anche al convivente more uxorio, rivelandosi scelta frutto di valutazioni non censurabili; che la questione sollevata rispetto all'art. 24 Cost. sarebbe inammissibile, perché priva di motivazione e costituente «un mero riflesso della denuncia della norma sospettata sul piano del mancato rispetto del principio di eguaglianza»; che le questioni di legittimità costituzionale sarebbero comunque non fondate, non potendosi ravvisare alcuna violazione dell'art. 3, primo comma, Cost., poiché il diverso trattamento riservato a coloro che non siano legati dai rapporti di parentela previsti dalla disposizione censurata non sarebbe irragionevole né ingiustificato; che l'Avvocatura generale dello Stato ricorda che analoga questione di legittimità costituzionale è già stata dichiarata in diverse occasioni non fondata dalla Corte costituzionale (sono richiamate le sentenze n. 8 del 1996 e n. 423 del 1988 e l'ordinanza n. 1122 del 1988); che, da ultimo, con la sentenza n. 352 del 2000 la Corte costituzionale avrebbe ribadito che la convivenza di fatto è diversa dal vincolo coniugale e, pertanto, non vi sarebbe alcuna esigenza costituzionale di parificarne il trattamento;