[pronunce]

La natura politica del potere di conferma del segreto di Stato renderebbe la posizione del Presidente del Consiglio dei ministri assimilabile, per questo verso, a quella del Parlamento: con la conseguenza che, anche in sede di risoluzione dei conflitti tra poteri dello Stato insorti in tale materia, la Corte non potrebbe decidere sulla base di valutazioni di tipo politico, ma solo sulla scorta di considerazioni di stretto diritto positivo. 3.7.- In conclusione - secondo il resistente - gli atti impugnati risulterebbero pienamente legittimi, in quanto sorretti da motivazione non arbitraria o irrazionale, che si concreta nel riferimento alla riconducibilità delle notizie in essi indicate alle ipotesi normativamente previste di opposizione e conferma del segreto di Stato. Ciò che manca - né potrebbe essere altrimenti, a meno di vanificare le stesse ragioni dell'apposizione del segreto - è solo «la specifica indicazione delle ragioni di opportunità e soprattutto della valutazione di pertinenza delle circostanze prese in considerazione con le ipotesi normativamente ora previste nell'allegato al d.P.C.m. 8 aprile 2008». 4.- In prossimità dell'udienza pubblica, il giudice ricorrente ha depositato una memoria illustrativa, insistendo per l'accoglimento del ricorso. 4.1.- In essa egli rammenta come il procedimento penale da cui il conflitto trae origine abbia preso avvio a seguito del sequestro eseguito il 5 luglio 2006 dalla Procura della Repubblica di Milano, nell'ambito di altro procedimento, presso la sede del SISMI di via Nazionale in Roma, gestita da Pio Pompa. Nell'occasione, era stato rinvenuto un archivio contenente un gran numero di dossier sulla vita, sull'attività e sugli orientamenti politici di funzionari dello Stato, giornalisti, parlamentari e magistrati e sulle attività di movimenti sindacali e associazioni di magistrati. Alla luce dei documenti sequestrati, la raccolta di informazioni sarebbe dovuta servire di base per iniziative volte a «delegittimare», tramite diffamazioni e calunnie, i soggetti «monitorati», in quanto «vicini a una determinata parte politica», avversa alla maggioranza di Governo del momento. Si tratterebbe di materiale «inquietante», al punto da aver indotto il Parlamento a introdurre, con la legge n. 124 del 2007 - proprio a fronte dello scandalo seguito al sequestro di via Nazionale - il reato (severamente punito) di istituzione e utilizzazione di schedari informativi per finalità estranee agli scopi istituzionali del Sistema di informazione per la sicurezza, unitamente all'espresso divieto di istituzione, da parte del Dipartimento delle informazioni per la sicurezza (DIS), dell'Agenzia informazioni e sicurezza esterna (AISE) e dell'Agenzia informazioni e sicurezza interna (AISI), di archivi diversi da quelli la cui esistenza sia stata ufficialmente comunicata al COPASIR (art. 26). Sarebbe evidente, d'altro canto, come la formazione di dossier su magistrati, funzionari e giornalisti, ove giustificata solo dalle loro (reali o presunte) idee politiche e finalizzata a screditarli, non risponda alle finalità istituzionali dei servizi, ma costituisca, al contrario, una «attività deviata», «ai confini con l'eversione costituzionale». In nessun caso essa potrebbe ritenersi, quindi, coperta da segreto di Stato: secondo il costante orientamento della Corte costituzionale e alla luce di quanto stabilito dapprima dall'art. 12 della legge n. 801 del 1977 e, oggi, dall'art. 39 della legge n. 124 del 2007, possono essere, infatti, oggetto di segreto di Stato le sole notizie la cui diffusione esponga a pericolo un ristretto catalogo di interessi "superiori" (integrità dello Stato anche in relazione ad accordi internazionali, difesa delle istituzioni poste dalla Costituzione a suo fondamento, indipendenza dello Stato rispetto agli altri Stati, relazioni internazionali, preparazione e difesa militare dello Stato). L'accertamento delle responsabilità penali per la formazione dei dossier rinvenuti in via Nazionale non solo non porrebbe affatto in pericolo i predetti interessi, ma, al contrario, sarebbe esso stesso necessario per la difesa di una istituzione posta dalla Costituzione a suo fondamento, vale a dire la magistratura. 4.2.- Tanto puntualizzato, il Giudice ricorrente rileva, altresì, come il Pollari e il Pompa, nelle memorie, rispettivamente, del 27 luglio e del 12 novembre 2009, si fossero entrambi difesi dal primo dei reati loro contestati (quello di peculato) sostenendo che i documenti sequestrati sarebbero stati raccolti, per la quasi totalità, dal Pompa anteriormente alla sua assunzione alle dipendenze del SISMI, e, in parte, anche prima dell'inizio della sua collaborazione esterna con il Servizio, avvalendosi di mezzi e risorse personali. Detta documentazione sarebbe stata, inoltre, formata sulla base di notizie tratte da organi di informazione e da internet. Gli indagati avevano, tuttavia, contemporaneamente dedotto che, «per fornire ulteriori e decisivi elementi idonei a dimostrare in modo inconfutabile la totale insussistenza dei fatti ascritti», essi avrebbero dovuto riferire notizie coperte da segreto di Stato, concernenti gli «interna corporis» del Servizio. Entrambi avevano, quindi, opposto il segreto di Stato «su tutti i fatti descritti nell'ipotesi accusatoria». Ad avviso del ricorrente, vi sarebbe una evidente contraddizione logica tra la tesi difensiva "principale" e l'opposizione del segreto. Se fosse vero, infatti, che il Pompa ha formato i dossier a proprie spese, si tratterebbe di un'attività del tutto estranea agli interna corporis del SISMI. Soprattutto, però, non si comprenderebbe come le notizie che entrambi gli indagati hanno sostenuto essere coperte da segreto di Stato possano valere a scagionare, al tempo stesso, sia l'uno che l'altro. Affermando di non poter dimostrare la propria innocenza se non svelando gli interna corporis del Servizio, il Pompa avrebbe, infatti, implicitamente sostenuto di aver agito in esecuzione di ordini e direttive di un suo superiore (con conseguente operatività della scriminante di cui all'art. 51 cod. pen.). Opponendo nei medesimi termini il segreto, il Pollari avrebbe lasciato intuire l'esatto contrario, ossia che esisterebbero prove del fatto che il Pompa abbia agito senza che egli, all'epoca direttore del Servizio, ne sapesse alcunché. In un simile contesto, non potrebbe quindi non sorgere il sospetto che almeno uno degli indagati abbia opposto il segreto, non già a tutela della salus rei publicae, quanto piuttosto per sottrarsi all'accertamento della sua responsabilità penale. Considerazioni similari varrebbero anche in rapporto alla linea difensiva degli indagati relativa al secondo capo di imputazione (violazione di corrispondenza).