[pronunce]

Il rimettente assimila la posizione di chi si trovi agli arresti o in stato di detenzione domiciliare a quella del soggetto raggiunto dalla misura di prevenzione della sorveglianza speciale con obbligo o divieto di soggiorno. In primo luogo, però, chi si trova agli arresti domiciliari o fruisce della detenzione domiciliare, riceve una netta “controspinta” psicologica al proposito di allontanarsi dall'abitazione stante la prospettiva dell'inasprimento della misura cautelare o della revoca del beneficio, qualora non osservi l'obbligo di permanere nel luogo in cui è custodito. Il soggetto sottoposto alla misura di prevenzione, data l'inesistenza di questa prospettiva, va stimolato all'osservanza degli obblighi e delle prescrizioni a lui imposte. Orbene, come risulta dall'art. 9, comma 1, della legge n. 1423 del 1956, nel testo vigente, il contravventore agli obblighi inerenti alla (sola) sorveglianza speciale è punito con l'arresto da tre mesi ad un anno, cioè riceve un trattamento sanzionatorio simile a quello di cui all'art. 385 cod. pen. Non è irragionevole, dunque, un trattamento più severo per chi non osservi gli obblighi e le prescrizioni inerenti alla sorveglianza speciale con obbligo o divieto di soggiorno. Si tratta, infatti, di obblighi e prescrizioni inerenti alla misura di prevenzione più grave, irrogata a soggetto ritenuto portatore di particolare pericolosità (Cass., n. 2217 del 2007). Proprio la necessità di assicurare il rispetto, da parte di soggetto particolarmente pericoloso (art. 3 della legge 1423 del 1956), delle prescrizioni e degli obblighi imposti con la misura di prevenzione della sorveglianza speciale, con divieto od obbligo di soggiorno, giustifica il severo trattamento qui considerato. Ad avviso dell'Avvocatura generale dello Stato, non vi è alcuna violazione dell'art. 3 Cost., avuto riguardo alla diversità di situazione tra chi si trovi agli arresti domiciliari o in stato di detenzione domiciliare, e colui che presenta la specifica pericolosità idonea a giustificare la più grave tra le misure di prevenzione; e non è ravvisabile violazione dell'art. 27 Cost., perché, una volta accertata la gravità del comportamento punito, non si può parlare di manifesta sproporzione tra fatto e pena.1. — Il Tribunale di Caltanissetta, in composizione monocratica, con l'ordinanza indicata in epigrafe, dubita della legittimità costituzionale, in riferimento agli articoli 3 e 27, terzo comma, della Costituzione, dell'articolo 9, comma 2, della legge 27 dicembre 1956, n. 1423 (Misure di prevenzione nei confronti delle persone pericolose per la sicurezza e per la pubblica moralità), così come sostituito dall'art. 14 del decreto-legge 27 luglio 2005, n. 144, convertito, con modificazioni, dalla legge 31 luglio 2005, n. 155 (Misure urgenti per il contrasto del terrorismo internazionale), «nella parte in cui prevede la pena della reclusione da uno a cinque anni in caso di inosservanza degli obblighi e delle prescrizioni inerenti la sorveglianza speciale con l'obbligo o il divieto di soggiorno». Il rimettente espone che l'imputato è stato rinviato a giudizio per rispondere del delitto previsto e punito dalla norma denunziata, perché, sottoposto alla misura di prevenzione della sorveglianza speciale di pubblica sicurezza, con obbligo di soggiorno nel comune di residenza, non ottemperava alle prescrizioni imposte dal provvedimento del tribunale, risultando, così, assente dalla propria abitazione all'atto del controllo effettuato alle ore 00,45; in tal modo L. V. A. contravveniva alla prescrizione dell'obbligo di permanenza nel proprio domicilio dalle ore 20,00 alle ore 7,00. Egli rileva che la sanzione da applicare, in caso di giudizio di colpevolezza, andrebbe determinata con riguardo a quella prevista dalla disposizione della cui legittimità costituzionale si dubita; osserva, altresì, che tale trattamento sanzionatorio, riferito alla condotta consistente nell'aver violato la prescrizione di non allontanarsi dalla propria abitazione in un certo arco temporale, si rivela manifestamente irragionevole, perché ben più grave rispetto alla disciplina prevista per condotte del tutto simili, quali sono quelle integranti i reati di cui all'art. 385 del codice penale (evasione) ed all'art. 47-ter della legge 26 luglio 1975, n. 354 (Norme sull'ordinamento penitenziario e sull'esecuzione delle misure privative della libertà personale). Ritiene, quindi, che la norma denunziata violi l'art. 3, primo comma, e l'art. 27, terzo comma, Cost., perché – ferma restando la discrezionalità del legislatore nell'individuazione dei fatti penalmente punibili e nella determinazione delle pene – è pur sempre necessario che l'esercizio di tale discrezionalità osservi il limite della ragionevolezza e della proporzionalità della pena rispetto al disvalore dell'illecito commesso, in modo che il sistema sanzionatorio adempia nel contempo alla funzione di difesa sociale ed a quella di tutela delle posizioni individuali, in coerenza con la finalità rieducativa della pena, come già affermato da questa Corte. 2. — La questione è ammissibile perché il giudice a quo, sia pure in forma concisa, ha motivato in modo plausibile sulla rilevanza e sulla non manifesta infondatezza. Essa, nel merito, non è fondata. 3. — Si deve premettere che, prima della riforma attuata con il decreto-legge n. 144 del 2005, convertito, con modificazioni, nella legge n. 155 del 2005, la condotta consistente nella violazione, da parte del sorvegliato speciale di pubblica sicurezza sottoposto all'obbligo o al divieto di soggiorno, di tale obbligo o divieto e delle relative prescrizioni, determinate nel provvedimento del tribunale che aveva disposto l'applicazione della misura, integrava due autonome ipotesi di reato. In particolare, l'art. 9, comma 2, della legge n. 1423 del 1956 (come sostituito dall'art. 23 del decreto-legge 8 giugno 1992, n. 306, convertito dalla legge 7 agosto 1992, n. 356, recante modifiche urgenti al nuovo codice di procedura penale e provvedimenti di contrasto alla criminalità mafiosa) puniva con la reclusione da uno a cinque anni la condotta consistente nell'inosservanza della sorveglianza speciale con obbligo o divieto di soggiorno, mentre l'art. 12, primo comma, della medesima legge puniva con l'arresto da tre mesi ad un anno la condotta della persona che, sottoposta all'obbligo del soggiorno, contravvenisse alle relative prescrizioni. A seguito delle modifiche introdotte con la citata normativa del 2005, le condotte indicate integrano una sola ipotesi delittuosa, perché l'art. 9, comma 2, è stato modificato come segue: