[pronunce]

La Corte d'appello di Napoli, nel procedimento di cui si è in narrativa detto, solleva questione di legittimità costituzionale dei riferiti artt. 1-bis, comma 2, 1-ter, comma 1, e 2, comma 1, della legge n. 89 del 2001, dopo aver precisato che nel giudizio presupposto, instaurato nelle forme del rito ordinario di cognizione, non poteva essere richiesto il rimedio preventivo rappresentato dalla formulazione della richiesta di passaggio dal rito ordinario al rito sommario di cognizione, poiché la disposizione che concede tale facoltà, ossia l'art. 183-bis cod. proc. civ. , è stata inserita dall'art. 14, comma 1, del decreto-legge 12 settembre 2014, n. 132 (Misure urgenti di degiurisdizionalizzazione ed altri interventi per la definizione dell'arretrato in materia di processo civile), convertito, con modificazioni, in legge 10 novembre 2014, n. 162, con decorrenza dal 13 settembre 2014, norma pertanto non applicabile al detto giudizio presupposto, perché instaurato precedentemente a tale data. Si sarebbe potuto chiedere, invece, il rimedio preventivo rappresentato dalla proposizione dell'istanza di decisione a seguito di trattazione orale, a norma dell'art. 281-sexies cod. proc. civ. , almeno sei mesi prima che fossero trascorsi i termini di cui all'art. 2, comma 2-bis, della legge n. 89 del 2001. Tuttavia tale rimedio non era stato chiesto dal ricorrente. Ma - nel disporre la conseguente inammissibilità della domanda di equo indennizzo per l'eccessiva durata del processo presupposto - la normativa denunciata violerebbe, appunto, secondo la Corte rimettente, gli artt. 11 e 117, primo comma, della Costituzione (il primo solo superfluamente e, comunque, impropriamente richiamato, non venendo in rilievo limitazione alcuna alla sovranità nazionale), in relazione agli artt. 6 e 13 della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali (CEDU), firmata a Roma il 4 novembre 1950, ratificata e resa esecutiva con legge 4 agosto 1955, n. 848. Ne risulterebbe, infatti, una disciplina «del tutto analoga a quella già scrutinata [...] con la recente sentenza n. 34 del 2019», che ha dichiarato l'illegittimità costituzionale dell'art. 54, comma 2, del decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112 (Disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e la perequazione Tributaria), convertito, con modificazioni, in legge 6 agosto 2008, n. 133, che, a sua volta, prevedeva la "improponibilità" della domanda di equa riparazione se, nel giudizio amministrativo presupposto, non fosse stata presentata «l'istanza di prelievo di cui all'art. 71, comma 2, del codice del processo amministrativo». Le argomentazioni poste a base di tale pronuncia sarebbero, sempre secondo la rimettente, puntualmente replicabili con riguardo all'istituto della «istanza di decisione» e condurrebbero all'identica conclusione di illegittimità costituzionale della sanzione di inammissibilità della domanda di equa riparazione per l'omessa presentazione in termini della suddetta istanza. 3.&#8210; La questione non è fondata. 3.1.&#8210; Nella sentenza n. 34 del 2019, richiamata dalla rimettente, questa Corte - premesso che «per la giurisprudenza europea il rimedio interno deve garantire la durata ragionevole del giudizio o l'adeguata riparazione della violazione del precetto convenzionale ed il rimedio preventivo è tale se efficacemente sollecitatorio» &#8210; è pervenuta alla declaratoria di illegittimità costituzionale del citato comma 2 dell'art. 54 del d.l. n. 112 del 2008, come convertito, per avere considerato che l'istanza di prelievo - quale da detta norma disciplinata, «prima della rimodulazione come rimedio preventivo operatane dalla legge n. 208 del 2015 [sub comma 3 del medesimo art. 1-ter, qui in esame]» - costituiva non un adempimento necessario, ma «una mera facoltà del ricorrente [...] con effetto puramente dichiarativo di un interesse già incardinato nel processo e di mera "prenotazione della decisione" (che può comunque intervenire oltre il termine di ragionevole durata del correlativo grado di giudizio), risolvendosi in un adempimento formale, rispetto alla cui violazione la, non ragionevole e non proporzionata, sanzione di improponibilità della domanda di indennizzo risulta non in sintonia né con l'obiettivo del contenimento della durata del processo né con quello indennitario per il caso di sua eccessiva durata». Dal che il ravvisato vulnus all'art. 117, primo comma, Cost., e agli interposti parametri convenzionali, ritenuto assorbente di ogni altra censura. 3.2.&#8210; Sulla base di analoghe argomentazioni, la successiva sentenza n. 169 del 2019 ha dichiarato costituzionalmente illegittima la parallela disposizione di cui all'art. 2, comma 2-quinquies, lettera e), della "legge Pinto" (poi implicitamente abrogata dall'art. 1, comma 777, lettera c, della legge n. 208 del 2015) - la quale, nel periodo di sua vigenza, stabiliva che «[n]on è riconosciuto alcuno indennizzo [...] quando l'imputato non ha depositato istanza di accelerazione del processo penale nei trenta giorni successivi al superamento dei termini [di sua ragionevole durata]». Anche quella istanza di accelerazione (a sua volta come disciplinata prima della riformulazione operatane dal comma 2 del succitato art. 1-ter) è stata ritenuta priva, infatti, di concreta efficacia acceleratoria del processo, «[a]tteso che questo, pur a fronte di una siffatta istanza, può comunque proseguire e protrarsi oltre il termine di sua ragionevole durata, senza che la violazione di detto termine possa addebitarsi ad esclusiva responsabilità del ricorrente». 3.3.&#8210; Diversa dalle previgenti normative (facenti riferimento alle menzionate istanze di prelievo e di accelerazione) &#8210; che hanno formato oggetto delle citate sentenze n. 34 e n. 169 del 2019 &#8210; è, però, la normativa ora in esame. La quale subordina l'ammissibilità della domanda di equo indennizzo per durata non ragionevole del processo, non già alla proposizione di un'istanza con effetto dichiarativo di un interesse già incardinato nel processo e di mera "prenotazione della decisione" &#8210; che si riduce ad un adempimento puramente formale &#8210; bensì alla proposizione di possibili, e concreti, "modelli procedimentali alternativi", volti ad accelerare il corso del processo, prima che il termine di durata massima sia maturato. 3.4.&#8210; Infatti, il rimedio preventivo prefigurato nel caso di specie, di cui la parte richiedente l'indennizzo non si è avvalsa, è costituito dalla proposizione di un'istanza di adesione al tipo decisionale della trattazione orale, come regolato dall'art. 281-sexies cod. proc. civ. ,