[pronunce]

d) della libertà di manifestazione del pensiero e del pluralismo informativo (art. 21 Cost.), in quanto, incidendo sulla possibilità dell'emittente locale di utilizzare un segno distintivo «in ipotesi essenziale per conservare la posizione imprenditoriale dalla stessa ritagliata sul mercato dell'informazione», potrebbe sacrificare l'effettivo esercizio della libertà di informare e, indirettamente, il pieno dispiegarsi del principio pluralistico, che difficilmente si accorda con soluzioni rivolte a privilegiare il carattere nazionale, anziché locale, dell'emittente; che è intervenuto nel giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, il quale ha concluso per la declaratoria di inammissibilità, sul rilievo che il giudice rimettente, avendo accolto in sede di gravame la domanda di sospensione del provvedimento impugnato, ha esaurito la propria potestà giurisdizionale in relazione alla fase del giudizio svoltasi davanti a sé; che, ancora in via preliminare, l'Avvocatura osserva che il Consiglio di Stato non ha formulato un adeguato giudizio sulla rilevanza della questione, essendosi limitato – come risulta dalla stessa ordinanza di rimessione – ad una «prima delibazione» della vertenza, omettendo di valutare: se sussiste l'asserito contrasto tra la norma denunciata e le direttive comunitarie in materia, dedotto dalla ricorrente quale motivo di impugnativa; se la ricorrente ha acquisito una priorità nell'uso del marchio in contestazione rispetto alla controinteressata emittente nazionale, sì da potersi concretamente giovare di un'eventuale pronuncia di incostituzionalità; se è possibile equiparare, riguardo alle garanzie costituzionali, la posizione di chi ha acquistato a titolo originario, col pre-uso, il diritto su un marchio non registrato e la posizione di chi, come la ricorrente, ha acquistato a titolo derivativo, mediante licenza del titolare, il diritto all'uso non esclusivo di un marchio registrato; che, comunque, la questione è infondata, perché, quanto alla censura ex art. 3 Cost., le situazioni poste a confronto non sono comparabili, atteso che la vigente legislazione in materia radiotelevisiva – al fine di evitare distorsioni della concorrenza, assicurare la suddivisione delle risorse pubblicitarie a tutela di ciascun settore e realizzare un bilanciamento volto a preservare il pluralismo dell'informazione – vuole impedire l'uso contemporaneo dello stesso marchio o di marchi similari da parte di operatori dell'uno e dell'altro àmbito, onde evitare ogni confusione fra trasmissioni che vengono a coesistere e sovrapporsi in una medesima zona, e così rispondere, all'esigenza pubblicistica di disciplinare la concorrenza, tutelando non solo le posizioni delle emittenti, ma anche e soprattutto quelle degli utenti e degli inserzionisti pubblicitari; che la scelta del legislatore non è manifestamente irrazionale, in quanto la maggiore dimensione dell'emittente nazionale ben può giustificare una tutela privilegiata del marchio della stessa e il pre-uso del marchio in àmbito locale non costituisce l'unico possibile criterio di risoluzione del conflitto, né impedisce di attribuire importanza prevalente ad altri elementi, quale l'àmbito di diffusione dell'emittenza; che la norma denunciata non contrasta con i principi costituzionali di libertà dell'iniziativa economica privata e di tutela della proprietà, in quanto, se è vero che, in base alla disciplina vigente, l'uso anteriore del marchio conferisce al pre-utente il diritto di utilizzare il segno distintivo nell'àmbito territoriale e nel settore merceologico in cui se ne è avvalso, è anche vero che dalla sentenza n. 42 del 1986 della Corte costituzionale si desume che deve ritenersi costituzionalmente legittima «una norma che risolva il conflitto in base ad un criterio diverso da quello della priorità, se esso – come nella specie – risulta conforme ai principi di logica e razionalità»; che è manifestamente infondato il profilo di incostituzionalità prospettato in riferimento all'art. 21 Cost., giacché l'obbligo di modificare il marchio che possa confondersi con quello di altra emittente non incide in alcun modo sul diritto di manifestare liberamente il pensiero mediante lo strumento di diffusione utilizzato; che si è ritualmente costituita la società Pubblikappa s.r.l. (già Pubblikappa s.n.c.), ricorrente nel giudizio a quo, la quale ha concluso per l'accoglimento della questione di legittimità costituzionale; che, secondo la deducente, la norma denunciata ha carattere provvedimentale, indirizzandosi a destinatari agevolmente identificabili, sicché pare evidente che il legislatore «è intervenuto allo scopo di promuovere determinati interessi, facenti capo a ben determinate emittenti nazionali, a scapito delle posizioni legittimamente acquisite ed esercitate da altre emittenti»; che la stessa norma è, inoltre, del tutto irragionevole riguardo al criterio adottato per risolvere la pretesa «interferenza» fra marchi o denominazioni, in quanto, anziché utilizzare il canone prior in tempore potior in iure, che ha valore di principio generale in materia (come già avrebbe ritenuto la Corte costituzionale nella sentenza n. 42 del 1986), stabilisce che in ogni caso sia la emittente locale a dover cessare l'uso del proprio marchio; che, sotto altro profilo, la norma in questione porta una deroga ingiustificata al principio dell'autonomia privata, demandando all'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni di identificare i casi di marchi reciprocamente interferenti e di imporre all'emittente locale di dismettere il proprio, comprimendo l'autonomia negoziale delle imprese di radiodiffusione; che il marchio o la denominazione costituiscono il principale strumento di identificazione degli operatori commerciali e tale funzione identificatrice assume il massimo rilievo proprio nel settore radiofonico, perché è solo attraverso il marchio o la denominazione che gli ascoltatori sono in grado di distinguere le diverse emittenti; sicché la dismissione forzosa del marchio o della denominazione pone in pericolo la sopravvivenza economica dell'emittente radiofonica, violando la libertà di iniziativa economica, colpita nel presupposto stesso del suo esercizio (la identificazione dell'imprenditore), e la proprietà privata, lesa dalla perdita di cespiti che sono parte costitutiva del patrimonio aziendale (traducendosi, in particolare, nel valore del cosiddetto “avviamento commerciale”); che l'impossibilità di individuare una giustificazione ragionevole comporta, altresì, la impossibilità di ritenere che la misura legislativa sia frutto del bilanciamento con ragioni di utilità sociale, dal momento che anche queste restano imperscrutabili; che lo scopo di evitare confusioni identificative, senza menomare gli interessi delle emittenti e degli ascoltatori, poteva essere realizzato solo adottando il criterio della priorità temporale nell'uso del nomen, criterio accolto anche dalla Comunità europea per tutti i prodotti commerciali, pur meno “sensibili” di quelli notiziali (artt. 1 e 5 della direttiva 104/89/CEE);