[pronunce]

e non dell'art. 72, la cui applicazione sarà riservata al giudice penale che debba eventualmente provvedere sulla responsabilità penale del condannato che si sia indebitamente allontanato dai luoghi in cui era ristretto. Ne consegue l'inammissibilità, per irrilevanza nel giudizio a quo, di tutte le questioni concernenti le disposizioni che modificano gli artt. 69 e 72 della legge n. 689 del 1981 (supra, punti 1.2. e 1.3.). 2.2.- Quanto alle questioni concernenti il nuovo testo dell'art. 56 della legge n. 689 del 1981, l'Avvocatura generale dello Stato eccepisce parimenti la loro inammissibilità, stante il divieto di pronunce di illegittimità costituzionale in malam partem in materia penale. Anche in questo caso, l'eccezione è solo parzialmente fondata. 2.2.1.- L'eventuale accoglimento delle questioni prospettate inciderebbe, in effetti, in senso peggiorativo sulla risposta punitiva nei confronti del condannato, determinando un inasprimento del regime sanzionatorio connesso all'applicazione della detenzione domiciliare sostitutiva, che negli auspici del rimettente dovrebbe essere riallineato - attraverso una pronuncia sostitutiva (supra, punto 1.1. in fine) - a quello oggi applicabile all'omonima misura alternativa alla detenzione. La costante e risalente giurisprudenza di questa Corte afferma che «l'adozione di pronunce con effetti in malam partem in materia penale risulta, in via generale, preclusa dal principio della riserva di legge sancito dall'art. 25, secondo comma, Cost., il quale, rimettendo al "soggetto-Parlamento" (sentenza n. 5 del 2014), che incarna la rappresentanza politica della Nazione (sentenza n. 394 del 2006), le scelte di politica criminale (con i relativi delicati bilanciamenti di diritti e interessi contrapposti), impedisce alla Corte, sia di creare nuove fattispecie o di estendere quelle esistenti a casi non previsti, sia di incidere in peius sulla risposta punitiva o su aspetti inerenti, comunque sia, alla punibilità (ex plurimis, sentenze n. 17 del 2021, n. 37 del 2019, n. 46 del 2014, n. 324 del 2008, n. 394 del 2006 e n. 161 del 2004; ordinanze n. 219 del 2020, n. 65 del 2008 e n. 164 del 2007)» (sentenza n. 8 del 2022, punto 4 del Considerato in diritto, nonché - nello stesso senso - ordinanza n. 29 del 2022). 2.2.2.- Tale principio soffre, peraltro, rilevanti eccezioni, gradatamente enucleate dalla giurisprudenza di questa Corte (per una rassegna di tali eccezioni, sentenza n. 37 del 2019, punto 7.1. del Considerato in diritto, e ivi puntuali riferimenti ai precedenti rilevanti). Una di esse concerne le censure concernenti i vizi di formazione degli atti aventi forza di legge in materia penale (in materia di decreto-legge, sentenze n. 8 del 2022, punto 5 del Considerato in diritto, e n. 32 del 2014, punto 6 del Considerato in diritto; in materia di delegazione legislativa, sentenze n. 105 del 2022, punto 6.3. del Considerato in diritto, n. 189 del 2019, punto 9.4. del Considerato in diritto, e n. 5 del 2014, punto 5.2. del Considerato in diritto): censure che questa Corte considera senz'altro ammissibili anche laddove il loro accoglimento possa produrre effetti in malam partem in materia penale. Infatti, «[s]e l'esclusione delle pronunce in malam partem mira a salvaguardare il monopolio del "soggetto-Parlamento" sulle scelte di criminalizzazione, sarebbe illogico che detta preclusione possa scaturire da interventi normativi operati da soggetti non legittimati, i quali pretendano di "neutralizzare" le scelte effettuate da chi detiene quel monopolio - quale il Governo, che si serva dello strumento del decreto legislativo senza il supporto della legge di delegazione [...], o le Regioni, che legiferino indebitamente in materia penale, loro preclusa (sentenza n. 46 del 2014)» (ancora, sentenza n. 8 del 2022, punto 5 del Considerato in diritto). La censura formulata in riferimento all'art. 76 Cost. deve, pertanto, considerarsi ammissibile. 2.2.3.- A un esito opposto si deve, invece, pervenire per ciò che concerne le censure formulate in riferimento agli artt. 3 e 27 Cost. (quest'ultima, peraltro, inammissibile anche in ragione della totale assenza di motivazione nell'ordinanza di rimessione). Rispetto a tali censure non è invocabile l'eccezione al generale principio dell'inammissibilità di questioni in malam partem in materia penale, concernente le questioni su norme penali di favore, pure consolidata nella giurisprudenza di questa Corte a partire dalla sentenza n. 148 del 1983; eccezione che riguarda, come chiarito in particolare dalla sentenza n. 394 del 2006, quelle «norme che sottraggano determinati gruppi di soggetti o di condotte alla sfera applicativa di una norma comune o comunque più generale, accordando loro un trattamento più benevolo». Ipotesi, queste ultime, rispetto alle quali l'ablazione, ad opera di questa Corte, della lex specialis comporta l'«automatica riespansione della norma generale o comune, dettata dallo stesso legislatore, al caso già oggetto di una incostituzionale disciplina derogatoria»; tale riespansione costituendo nient'altro che «una reazione naturale dell'ordinamento - conseguente alla sua unitarietà - alla scomparsa della norma incostituzionale [...], senza che in siffatto fenomeno possa ravvisarsi alcun intervento creativo o additivo della Corte in materia punitiva» (punto 6.1. del Considerato in diritto). Ora, la disposizione che in questa sede viene all'esame - l'art. 56, primo comma, della legge n. 689 del 1981, come modificato dal d.lgs. n. 150 del 2022, disciplinante la pena sostitutiva della detenzione domiciliare - non costituisce lex specialis rispetto agli artt. 47-ter e 47-quinquies ordin. penit. , che disciplinano l'omonima misura alternativa. Le discipline che vengono qui in considerazione attengono, infatti, a istituti diversi, regolati ciascuno nell'ambito di un differente corpus normativo (la legge n. 689 del 1981, da un lato, e la legge sull'ordinamento penitenziario, dall'altro), e applicabili in un caso dal giudice della cognizione, nell'altro dal tribunale di sorveglianza. Inoltre, l'eventuale ablazione, da parte di questa Corte, della disposizione oggi censurata, non determinerebbe affatto l'automatica riespansione della disciplina dettata dalla legge sull'ordinamento penitenziario: tant'è vero che lo stesso giudice rimettente auspica non già una pronuncia meramente ablativa, bensì una pronuncia che sostituisca l'attuale disciplina dettata dall'art. 56 della legge n. 689 del 1981 con quella prevista dagli artt. 47-ter e 47-quinquies ordin. penit.