[pronunce]

In realtà, la legge regionale impugnata non avrebbe affatto né introdotto né disciplinato una "professione", ma avrebbe individuato una "figura professionale", cioè dotata di particolari competenze, destinata ad essere impiegata nell'ambito di strutture pubbliche ed esercitante funzioni pubblicistiche. Secondo la difesa della Regione, la ratio che ispira l'intero provvedimento normativo è quella di delineare una "figura professionale", non un "professionista" lavoratore autonomo, operante nell'ambito della mediazione familiare. Tale diversa prospettiva emergerebbe dall'analisi delle singole disposizioni e, in particolare, di quelle che stabiliscono i compiti e le finalità del coordinatore per la mediazione familiare: compiti e finalità di natura essenzialmente pubblicistica, che, come tali, non sono e non possono essere attuati o perseguiti da un professionista lavoratore autonomo. In particolare, l'art. 1, comma 2, della legge regionale n. 26 del 2008 evidenzierebbe l'aspetto pubblicistico già nella parte in cui prevede le modalità di accesso all'opera di tale soggetto. Si prescrive infatti che il mediatore familiare possa essere "sollecitato" dalle parti a svolgere la sua opera. Tale locuzione verbale - afferma la Regione - sarebbe indice del fatto che la legge prevede, non già il conferimento di un mandato professionale nell'ambito di un contratto di opera professionale, bensì che tale soggetto, il quale opera all'interno di una struttura sanitaria (come chiarito dal successivo art. 3), possa essere richiesto dalle parti di intervenire per "adoperarsi" nel senso indicato dalla norma. La stessa disposizione prevede che l'intervento del mediatore professionale, oltre che sollecitato dalle parti, possa avvenire su invito del giudice o dei servizi sociali comunali o dei consultori o del Garante dell'infanzia e dell'adolescenza. Anche l'art. 3 della stessa legge regionale, nel disciplinare la figura del coordinatore per la mediazione familiare, prevederebbe in realtà l'attribuzione a tale figura professionale di un vero e proprio ufficio pubblico. Le finalità che il mediatore familiare è chiamato a svolgere in base all'art. 4 della legge regionale sarebbero ben lontane dall'esercizio di una professione, ai sensi dell'art. 117 Cost. Quanto all'art. 6 della legge regionale, è bensì vero - osserva la Regione - che esso ha previsto un elenco regionale dei mediatori familiari, ma tale elenco non può considerarsi istitutivo di una professione operante a livello regionale, perché mancherebbero le caratteristiche proprie di un'attività professionale di lavoro autonomo. Secondo la difesa della Regione Lazio, la legge impugnata, pur avendo assegnato al mediatore familiare funzioni (compiti e finalità) esclusivamente pubblicistiche, e pur avendo previsto la sua collocazione presso ogni azienda unità sanitaria locale, non ha tuttavia definito il tipo di rapporto che lega tale soggetto all'ente. La legge non chiarisce infatti se il mediatore sia legato alle ASL da un rapporto di pubblico impiego ovvero se egli abbia un rapporto basato, ad esempio, su un contratto di collaborazione coordinata e continuativa. Queste modalità attuative - precisa la Regione - saranno chiarite da regolamenti attuativi. Intanto, l'elenco di cui all'art. 6 assolve essenzialmente la funzione di individuare una lista di soggetti, dotati di particolari professionalità, dalla quale poter attingere per il loro inserimento nell'ambito delle ASL o eventualmente di altri enti regionali. Un chiaro sintomo di ciò sarebbe dato dal fatto che l'opera di tale figura professionale è a carico delle finanze della Regione, come si desume dall'art. 8, che prescrive che le risorse necessarie all'applicazione della presente legge sono individuate nei limiti delle disponibilità finanziarie di cui al fondo per l'attuazione del piano socio-assistenziale regionale. Dopo aver ricordato i caratteri essenziali delle professioni propriamente dette, alle quali si riferisce l'art. 117, terzo comma, Cost. ed alla cui base vi è un contratto fra il professionista ed il cliente, la difesa della Regione ribadisce che l'attività del mediatore familiare non trova la sua fonte in un contratto di opera intellettuale, bensì in un sollecito da parte degli interessati (cioè in una richiesta di intervento, quale può rivolgersi solo ad una pubblica autorità) ovvero in un invito del giudice o di enti pubblici. Si è, in ogni caso, ben lontani dal conferimento di un mandato professionale di tipo privatistico. Inoltre, dal complesso delle norme regionali emergerebbe che il mediatore familiare o il coordinatore per la mediazione familiare è, in realtà, un ufficio, nel quale i singoli addetti svolgono la loro opera non in quanto scelti dalle parti o dal giudice o dalle altre autorità, ma in quanto inseriti in un'organizzazione gerarchicamente ordinata, nella quale non assume rilievo esterno l'intuitus personae del singolo operatore. Nel caso della legge in esame, si riscontrerebbe, non l'autonomia del professionista, ma, all'opposto, un vincolo ad agire secondo i compiti e le finalità, di cui agli artt. 3 e 4. Il mediatore familiare avrà, al più, un ambito di discrezionalità, propria dell'agire amministrativo, nell'ambito di obiettivi rigidamente predeterminati. Tutta l'attività che deve svolgere il mediatore familiare è, infine, a beneficio della collettività e, solo indirettamente, si riverbera sugli utenti del servizio. Da ultimo, la Regione sottolinea che anche altre Regioni hanno emanato regolamenti per disciplinare la professione di mediatore familiare. 3.-In prossimità dell'udienza l'Avvocatura generale dello Stato ha depositato una memoria illustrativa.1.-Il Presidente del Consiglio dei ministri ha sollevato questione di legittimità costituzionale degli artt. 1, comma 2, 3, 4 e 6 della legge della Regione Lazio 24 dicembre 2008, n. 26 (Norme per la tutela dei minori e la diffusione della cultura della mediazione familiare), nonché delle disposizioni con essi inscindibilmente connesse o dipendenti, e dell'art. 1 della legge della Regione Lazio 24 dicembre 2008, n. 27 (Modifiche alla deliberazione legislativa approvata dal Consiglio regionale nella seduta del 10 dicembre 2008, concernente "Norme per la tutela dei minori e la diffusione della cultura della mediazione familiare"), denunciandone il contrasto con l'art. 117, terzo comma, della Costituzione. Ad avviso del ricorrente, le citate disposizioni - le quali: recano la definizione generale del ruolo e della figura professionale del mediatore familiare, quale professionista deputato a svolgere, anche su invito del giudice, un ruolo di compiuta mediazione nei procedimenti di separazione della famiglia e della coppia nell'interesse dei figli; prevedono e disciplinano la particolare figura di mediatore familiare costituita dal coordinatore per la mediazione familiare (istituito presso ogni ASL), del quale stabiliscono i compiti e le finalità, diretti da un lato a realizzare progetti di politiche efficaci a tutela della famiglia e dall'altro a costituire un punto di riferimento per i tribunali e i magistrati che si occupano di separazioni che coinvolgono figli minori;