[pronunce]

, della discussione orale, ai sensi dell'art. 281-sexies, cod. proc. civ. in secondo grado e non può farlo, invece, in primo grado quando del pari giudica in composizione collegiale; che, con riguardo alla violazione del principio di uguaglianza, il giudice a quo afferma che «se per alcune controversie la ragionevole durata è garantita mediante l'applicazione della decisione a seguito di trattazione orale, per altre, alla luce della sola diversa composizione dell'organo giudicante - limitatamente al primo grado - questa possibilità non è praticabile»; che, in riferimento all'art. 111 Cost., sotto il profilo della violazione del principio del giusto processo, il rimettente ritiene che la decisione a seguito della discussione orale impedisce la dispersione del sapere proveniente dalla preparazione della deliberazione e delle difese delle parti; che, in relazione alla violazione della ragionevole durata del processo, il giudice a quo afferma che la decisione ai sensi di cui all'art. 281-sexies, cod. proc. civ. , accelera la fase decisoria riducendo in modo significativo la durata del processo; che la questione di legittimità costituzionale è manifestamente inammissibile per plurimi motivi; che, nel caso di specie, la questione sollevata dal giudice istruttore coinvolge la scelta del modulo decisorio della controversia; che nelle cause di cui all'art. 50-bis, cod. proc. civ. , a norma degli artt. 187, 188, 189 e 275 cod. proc. civ. , il potere di definire il giudizio compete unicamente al collegio, con la conseguenza che soltanto tale organo sarebbe deputato a fare applicazione del modello decisorio di cui all'art. 281-sexies, cod. proc. civ. ; che il rimettente, censurando l'art. 189 cod. proc. civ. , nella parte in cui non consente al giudice di decidere la causa ai sensi dell'art. 281-sexies, cod. proc. civ. , sottopone a sindacato di legittimità costituzionale una disposizione che diviene rilevante per la definizione della controversia; che, con riguardo alla legittimazione del magistrato facente parte di un organo collegiale a sollevare questioni di legittimità, è consolidato l'orientamento di questa Corte secondo cui detta legittimazione sussiste solo con riferimento a questioni concernenti disposizioni di legge che il giudice istruttore deve applicare per provvedimenti rientranti nella sua competenza, mentre non sussiste quando la norma impugnata assuma rilevanza per la risoluzione della causa (ordinanze n. 552 del 2000, n. 295 del 1996 e n. 436 del 1994); che, quindi, la questione di legittimità costituzionale è inammissibile per difetto di legittimazione del rimettente; che, anche a prescindere dal rilevato profilo di inammissibilità, si deve osservare come la pronuncia additiva richiesta dal giudice a quo sia volta a sollecitare un intervento creativo di questa Corte; che attraverso l'intervento auspicato si introdurrebbe, nell'ordinamento processuale civile, un nuovo modello decisorio in relazione alla cause riservate alla competenza del tribunale in composizione collegiale; che l'adozione della decisione a seguito di discussione orale, anche per dette controversie, con rinunzia al deposito delle difese scritte, ai sensi dell'art. 190 cod. proc . civ. , richiederebbe la definizione di una disciplina specifica, connaturata alla stessa struttura del procedimento civile innanzi al giudice in composizione collegiale e non la mera trasposizione di quella prevista dall'art. 281-sexies, cod. proc. civ. ; che la necessità di detta disciplina specifica, ai fini dell'applicabilità della decisione a seguito di trattazione orale anche alle controversie soggette a riserva di collegialità, discende dalla diversità dell'organo che a seguito della istruzione della causa dispone la discussione orale, cioè il giudice istruttore, rispetto all'organo che deve definire la controversia, ossia il collegio; che, pertanto, l'intervento richiesto assume il carattere di una "novità di sistema", che si pone al di fuori dell'area del sindacato di legittimità costituzionale, ed è rimesso alle eventuali soluzioni di riforma affidate, in via esclusiva, alle scelte del legislatore; che, infine, il quesito è rivolto a sollecitare un intervento non costituzionalmente obbligato in quanto l'obiettivo perseguito dal giudice a quo può essere realizzato attraverso una pluralità di interventi modificativi o integrativi della disciplina processuale vigente, non necessariamente coincidenti con la soluzione prospettata dal giudice rimettente (sentenze n. 252 del 2012 e n. 274 del 2011; ordinanze n. 48 del 2014, n. 136 del 2013 e n. 243 del 2009); che, di conseguenza, la questione sollevata deve essere dichiarata manifestamente inammissibile. Visti gli artt. 26, secondo comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87, e 9, comma 2, delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale.. . per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE dichiara la manifesta inammissibilità della questione di legittimità costituzionale dell'art. 189 del codice di procedura civile, sollevata, in riferimento agli artt. 3 e 111 della Costituzione, dal Giudice istruttore del Tribunale ordinario di Milano, con l'ordinanza indicata in epigrafe. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 17 novembre 2014. F.to: Paolo Maria NAPOLITANO, Presidente Alessandro CRISCUOLO, Redattore Gabriella Paola MELATTI, Cancelliere Depositata in Cancelleria il 26 novembre 2014. Il Direttore della Cancelleria F.to: Gabriella Paola MELATTI