[pronunce]

che le sezioni unite della Corte di cassazione hanno soggiunto, tuttavia, che le enunciazioni ora ricordate debbono essere coordinate con la previsione del comma 2 dell'art. 511 cod. proc. pen. , in forza della quale «la lettura dei verbali di dichiarazioni è disposta solo dopo l'esame della persona che le ha rese, a meno che l'esame non abbia luogo»: da ciò traendo la conclusione che il nuovo giudice può utilizzare le prove dichiarative precedentemente assunte, a mezzo di semplice lettura, solo qualora il predetto esame non si compia, o per volontà delle parti - manifestata espressamente, o implicita nella mancata richiesta di nuova audizione del dichiarante - ovvero per sopravvenuta impossibilità dell'audizione stessa; che - ciò puntualizzato - costituisce affermazione consolidata, nella giurisprudenza di questa Corte, quella secondo cui il legislatore, nel definire la disciplina del processo e la conformazione dei relativi istituti, gode di ampia discrezionalità, il cui esercizio è censurabile, sul piano della legittimità costituzionale, solo ove le scelte operate trasmodino nella manifesta irragionevolezza e nell'arbitrio (ex plurimis, sentenze n. 379 del 2005 e n. 180 del 2004; ordinanze n. 389 e n. 215 del 2005, n. 265 del 2004); che, con specifico riferimento all'odierno thema decidendum, questa Corte ha già avuto modo di rilevare, d'altro canto - vagliando analoghi quesiti - come la disciplina ricavabile, giusta l'interpretazione de qua, dalle disposizioni sottoposte a scrutinio venga a correlarsi al principio di immediatezza, che ispira l'impianto del codice di rito e di cui la tradizionale regola dell'immutabilità del giudice rappresenta strumento attuativo; principio il quale postula — salve le deroghe espressamente previste dalla legge — l'identità tra il giudice che acquisisce le prove e quello che decide (ordinanze n. 431 e n. 399 del 2001); che, in tale prospettiva, la regola censurata non può dunque qualificarsi, di per sé, come manifestamente irrazionale ed arbitraria: la parte che chiede la rinnovazione dell'esame del dichiarante esercita difatti - nella cornice della soluzione ermeneutica in discorso - il proprio diritto, garantito dal principio di immediatezza, «all'assunzione della prova davanti al giudice chiamato a decidere» (ordinanza n. 418 del 2004); rimanendo affidata alle scelte discrezionali del legislatore l'eventuale individuazione di presidi normativi volti a prevenire il possibile uso strumentale e dilatorio di siffatto diritto, che i rimettenti lamentano; che questa Corte ha reiteratamente escluso, inoltre, che la disciplina in parola possa determinare - contrariamente a quanto ventilato dal Tribunale di Sala Consilina - una lesione del principio di «non dispersione dei mezzi di prova», quale aspetto del bene dell'«efficienza del processo», riconducibile all'area di tutela degli artt. 25 e 101 Cost. (ordinanze n. 431 e n. 399 del 2001); giacché in nessun caso la prova dichiarativa precedentemente assunta va “dispersa”, essendo sempre possibile acquisirla tramite lettura del relativo verbale: con l'unica differenza che, nel caso in cui il riesame del dichiarante sia possibile e la parte ne abbia fatto richiesta, la lettura dovrà seguire tale riesame; mentre, in caso contrario, la prova verrà recuperata a mezzo della sola lettura; che questa Corte ha rimarcato, ancora, come il principio di ragionevole durata del processo (art. 111, secondo comma, Cost.) — che ad avviso dei rimettenti sarebbe compromesso dalla necessità di rinnovare prove già assunte nella pienezza del contraddittorio — debba essere contemperato, al lume dello stesso richiamo al connotato di «ragionevolezza» che compare nella formula normativa, con il complesso delle altre garanzie costituzionali, rilevanti nel processo penale: garanzie la cui attuazione positiva - che il legislatore avrebbe inteso operare, nella specie, tramite la previsione di un regime allineato al principio di immediatezza - non è sindacabile sul terreno costituzionale, ove frutto di scelte non prive di una valida ratio giustificativa (ordinanze n. 418 del 2004 e n. 399 del 2001); che, di conseguenza, deve escludersi anche la lesione degli ulteriori valori costituzionali — in particolare, quelli espressi dagli artt. 24 e 27 Cost. (parametro, il secondo, peraltro evocato senza specifica motivazione) — che il Tribunale di Genova fa discendere dall'ingiustificato prolungamento dei tempi di definizione del processo, in assunto indotto dalle norme denunciate; che neppure, da ultimo, è ravvisabile l'allegata violazione del principio di eguaglianza, avuto riguardo al diverso trattamento che — a parere dei rimettenti — la legge processuale riserverebbe a fattispecie identiche o similari; che per quanto attiene, infatti, alla previsione dell'art. 190-bis cod. proc. pen. — evocata dal Tribunale di Genova — questa Corte ha già rilevato come le limitazioni alla ripetizione delle prove assunte da diverso giudice, stabilite da detta disposizione in deroga alle regole ordinarie allorché si tratti di procedimenti concernenti reati di criminalità organizzata, non possano essere utilmente evocate quale tertium comparationis, stante il loro carattere di eccezionalità (ordinanze n. 418 del 2004 e n. 73 del 2003); che analoga considerazione vale, peraltro, anche in relazione al disposto dell'art. 1, comma 2, del decreto-legge 23 ottobre 1996, n. 553, convertito, con modificazioni, nella legge 23 dicembre 1996, n. 652 — richiamato tanto dal Tribunale di Sala Consilina che dal Tribunale di Genova — in forza del quale, nel caso di accoglimento della dichiarazione di astensione o di ricusazione del giudice per la sussistenza delle situazioni di incompatibilità stabilite dall'art. 34, comma 2, cod. proc. pen. , il nuovo giudice può utilizzare ai fini della decisione gli atti anteriormente compiuti mediante sola lettura (o indicazione a norma dell'art. 511, comma 5, cod. proc. pen.), a meno che «ritenga necessario rinnovarli in tutto o in parte»; che la disciplina in parola era destinata difatti a far fronte, in via contingente e transitoria — come chiaramente attesta il limite temporale di applicabilità enunciato dal comma 1 del citato art. 1 del d.l. n. 553 del 1996 — alla particolare situazione venutasi a creare per effetto delle sentenze di questa Corte, che avevano sensibilmente esteso le ipotesi di incompatibilità del giudice; che, sotto diverso profilo, non è neppure probante il riferimento - operato da tutti i giudici a quibus - agli artt. 26 e 33-nonies cod. proc. pen.: i quali stabiliscono, rispettivamente, che «l'inosservanza delle norme sulla competenza non produce l'inefficacia delle prove già acquisite» (salvo, tuttavia, quanto previsto dal comma 2 dell'art. 26 in rapporto alle dichiarazioni rese al giudice incompetente per materia); e che «l'inosservanza delle disposizioni sulla composizione collegiale o monocratica del tribunale non determina […] l'inutilizzabilità delle prove già acquisite»;