[pronunce]

In particolare, la Corte rimettente osserva come anche l'istanza di accelerazione da depositare nel giudizio davanti alla Corte di cassazione rappresenti un tipo di rimedio preventivo che non presenta alcuna reale efficacia acceleratoria del processo, non introduce modelli procedimentali alternativi e «non comporta alcuna garanzia di contrazione dei tempi del processo, integrando l'esercizio di una facoltà della parte che, sostanzialmente, ribadisce in questo modo un interesse che è già incardinato in capo ad essa».1.- La Corte d'appello di Firenze, sezione quarta civile, solleva questioni di legittimità costituzionale dell'art. 1-ter, comma 6, della legge n. 89 del 2001, nella parte in cui subordina il riconoscimento del diritto ad una equa riparazione, in favore di chi abbia subito un danno patrimoniale o non patrimoniale a causa dell'irragionevole durata di un processo, all'esperimento del rimedio preventivo consistente nel deposito, nei giudizi davanti alla Corte di cassazione, di un'istanza di accelerazione almeno due mesi prima che sia trascorso il termine di cui all'art. 2, comma 2-bis, della medesima legge. Viene prospettato il contrasto con gli artt. 111, secondo comma, e 117, primo comma, Cost., quest'ultimo in relazione agli artt. 6, paragrafo 1, e 13 CEDU. La Corte rimettente riferisce di essere stata investita dell'opposizione proposta, ai sensi dell'art. 5-ter della legge n. 89 del 2001, dal Ministero della giustizia contro un decreto di accoglimento della domanda di equa riparazione avanzata per l'eccessiva, e dunque non ragionevole, durata di un precedente procedimento di equa riparazione, con particolare riferimento al giudizio svoltosi davanti alla Corte di cassazione. Il Ministero della giustizia, tra i vari motivi di opposizione, ha eccepito l'inammissibilità della domanda, non avendo i ricorrenti depositato, nel giudizio presupposto, l'istanza di accelerazione di cui all'art. 1-ter, comma 6, della legge n. 89 del 2001. 2.- In punto di rilevanza delle questioni di legittimità costituzionale, ritenuti non fondati i restanti motivi di opposizione articolati dal Ministero della giustizia, il giudice a quo sostiene essere incontroversa la mancata presentazione dell'istanza di accelerazione richiesta dalla disposizione censurata, espressamente ritenuta applicabile ratione temporis. Per tale motivo, sarebbe fondata l'eccezione d'inammissibilità proposta e l'opposizione dovrebbe conseguentemente trovare accoglimento. 3.- Quanto alla non manifesta infondatezza, la Corte d'appello di Firenze, dopo aver illustrato il quadro normativo di riferimento, richiama alcune pronunce con le quali questa Corte avrebbe accolto questioni che presentavano «caratteristiche di forte analogia» con quelle sollevate nell'odierno giudizio (sentenze n. 175 del 2021, n. 121 del 2020, n. 169 e n. 34 del 2019). Tali decisioni, ricordando l'orientamento espresso dalla Corte EDU, hanno ritenuto costituzionalmente illegittimi alcuni dei rimedi preventivi previsti dalla legge n. 89 del 2001 - in seguito alle modifiche a quest'ultima apportate dalla legge n. 208 del 2015 - escludendo che essi fossero «effettivi» ed efficacemente sollecitatori e, dunque, in grado di velocizzare davvero la decisione da parte del giudice competente. Il rimettente, quindi, osserva che anche l'istanza di accelerazione da depositare nel giudizio davanti alla Corte di cassazione costituirebbe un tipo di rimedio preventivo privo di alcuna reale efficacia acceleratoria del processo, non introducendo modelli procedimentali alternativi e non comportando alcuna garanzia di contrazione dei tempi del processo medesimo. 4.- In via preliminare, è utile ricostruire brevemente il quadro normativo di riferimento. La legge n. 208 del 2015, nel modificare la legge n. 89 del 2001, che prevede e disciplina il diritto di richiedere un'equa riparazione in caso di eccessiva durata di un processo, vi ha introdotto l'art. 1-bis, comma 1, secondo cui «[l]a parte di un processo ha diritto a esperire rimedi preventivi», da attivarsi proprio allo scopo di scongiurare la violazione dell'art. 6, paragrafo 1, CEDU, sotto il profilo del mancato rispetto di termini ragionevoli per la conclusione di un processo. Tali termini sono definiti dal successivo art. 2, comma 2-bis, della legge n. 89 del 2001, secondo cui, per quanto qui interessa, nel giudizio di legittimità il processo non deve eccedere la durata di un anno. All'art. 1-ter della medesima legge è affidato il compito di indicare i rimedi preventivi, calibrati in relazione a ciascuna tipologia di processo: per il giudizio di legittimità, in particolare, il comma 6 dispone che «[n]ei giudizi davanti alla Corte di cassazione la parte ha diritto a depositare un'istanza di accelerazione almeno due mesi prima che siano trascorsi i termini di cui all'articolo 2, comma 2-bis». Le conseguenze della mancata attivazione di tale strumento sono disciplinate dall'art. 2, comma 1, il quale - come ha evidenziato la Corte d'appello rimettente - sancisce l'inammissibilità della «domanda di equa riparazione proposta dal soggetto che non ha esperito i rimedi preventivi all'irragionevole durata del processo di cui all'articolo 1-ter». Ne deriva che, come già affermato da questa Corte in riferimento all'analogo istituto dell'istanza di accelerazione prevista per il processo penale dal comma 2 del citato art. 1-ter, anche il deposito dell'istanza di accelerazione nel giudizio davanti alla Corte di cassazione, «pur presentato come diritto alla stregua dell'art. 1-bis, comma 1, della legge n. 89 del 2001, opera, piuttosto, come un onere, visto che il mancato adempimento, in base al comma 1 del successivo art. 2, comporta l'inammissibilità della domanda di equa riparazione» (sentenza n. 175 del 2021). 5.- Ciò premesso, occorre in primo luogo definire il thema decidendum. Il dispositivo dell'ordinanza di rimessione circoscrive l'oggetto delle questioni sollevate al solo art. 1-ter, comma 6, della legge n. 89 del 2001. Tuttavia, le argomentazioni spese nella motivazione dell'ordinanza, e la stessa principale censura avanzata, ruotano attorno alla sanzione d'inammissibilità della domanda, prevista dal successivo art. 2, comma 1, nel caso in cui il diritto ad esperire il rimedio preventivo in esame non sia esercitato (recte: l'onere di ricorrere ad esso non sia adempiuto). Secondo la Corte rimettente, infatti, l'eccezione di illegittimità costituzionale formulata dai ricorrenti acquista rilevanza - e, al contempo, non si può ritenerne la manifesta infondatezza - proprio «[i]n relazione [...] al motivo di opposizione» articolato dal Ministero della giustizia, in riferimento all'inammissibilità della domanda di equa riparazione derivante dal «mancato esperimento del rimedio preventivo dell'istanza di accelerazione».