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28 settembre 1998, n. 360 (Istituzione di una addizionale comunale all'IRPEF, a norma dell'art. 48, comma 10, della legge 27 dicembre 1997, n. 449, come modificato dall'art. 1, comma 10, della legge 16 giugno 1998, n. 191), qualora l'IRPEF non sia dovuta del tutto, non sarebbe dovuta neppure l'addizionale IRPEF, regionale e comunale, dello stesso anno. La conseguenza è la diminuzione delle risorse a disposizione della Regione, senza la previsione di misure compensative, in contrasto con l'art. 119, comma quarto, Cost. Riguardo agli artt. 3, comma 1, lettera a), 5, 6, 7, 8, 9, 13, comma 3, 15 e 16 della legge n. 289 del 2002, la Regione Emilia-Romagna svolge considerazioni del tutto coincidenti con quelle del ricorso n. 15 del 2003, della Regione Toscana. 4.– Nel giudizio si è costituito il Presidente del Consiglio dei ministri, con il ministero dell'Avvocatura generale dello Stato. La difesa erariale assume l'infondatezza del ricorso, osservando, relativamente all'art. 2, che rientra nella potestà esclusiva dello Stato regolare le deduzioni IRPEF al fine di assicurarne la progressività, e che l'irrilevanza ai fini del calcolo dell'imponibile delle addizionali esclude un pregiudizio per la Regione. Mantenendosi fermo quanto stabilito da altre norme, significa che l'addizionale IRPEF è dovuta nella misura in cui sia dovuta l'IRPEF stessa, e quindi non è dato comprendere in cosa consista la diminuzione delle risorse a disposizione delle Regioni. Riguardo alle altre norme censurate dal ricorso della Regione Emilia-Romagna, l'Avvocatura svolge considerazioni del tutto analoghe a quelle mosse a contrastare il ricorso n. 15 del 2003 della Regione Toscana. 5. – Con ricorso notificato al Presidente del Consiglio dei ministri il 25 febbraio 2003, depositato presso la cancelleria della Corte costituzionale il 7 marzo 2003 e iscritto al n. 26 registro ricorsi del 2003, la Regione Veneto ha chiesto alla Corte costituzionale dichiararsi, fra l'altro, l'illegittimità degli artt. 2, 3, 5, della legge 27 dicembre 2002, n. 289, per indebita invasione nella propria sfera di competenza, con violazione degli artt. 114, 117, 118, 119 Cost. L'art. 2 della legge n. 289 del 2002 dà avvio al programma di riforma fiscale partendo dalle modifiche della disciplina relativa all'IRPEF: il principio è quello della no tax area, introdotto dal comma 1 dell'art. 2 con l'inserimento dell'art. 10–bis del d.P.R. n. 917 del 1986 (Testo unico delle imposte sui redditi), che prevede la deduzione di una quota di reddito imponibile, che dovrebbe comportare un risparmio d'imposta. Il comma 4 stabilisce che la deduzione non rileva ai fini della determinazione della base imponibile delle addizionali IRPEF, fermo restando quanto previsto dall'articolo 50, comma 2, secondo periodo, del d.lgs. 15 dicembre 1997, n. 446, e dall'articolo 1, comma 4, del d.lgs. 28 settembre 1998, n. 360. Tali norme prevedono che l'addizionale è dovuta se per lo stesso anno l'IRPEF, al netto delle detrazioni e dei crediti riconosciuti rilevanti dal testo unico, è dovuta. In altre parole, il sistema della no tax area non incide sul calcolo delle addizionali, ma sempre che l'imposta sia dovuta, perché se il contribuente non deve versarla, non è tenuto neppure all'addizionale regionale e comunale. In sostanza l'art. 2 comporta una diminuzione delle risorse a disposizione delle Regioni, senza alcuna forma compensativa, ponendosi così in contrasto con l'art. 119, quarto comma, Cost. Con l'art. 3, prevedendosi la sospensione delle addizionali finché non si arrivi all'accordo sul federalismo fiscale, lo Stato dimostra di considerare gli artt. 119 e 117, terzo comma, in cui tra le materie di legislazione concorrente vi è l'armonizzazione dei bilanci pubblici e coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario”, come disposizioni prive di efficacia immediata, che richiedono l'intervento attuativo del legislatore statale. Tale impostazione, che vede le Regioni costrette ad attendere la formulazione dei principî fondamentali da parte dello Stato, prima di emanare la legislazione di dettaglio, è stata respinta dalla giurisprudenza costituzionale prima della riforma dell'art. 117 Cost. A maggior ragione l'impostazione non è sostenibile dopo la riforma del titolo V: dalla legislazione statale sono già desumibili principi di coordinamento della finanza pubblica in tema di leva fiscale delle Regioni, perché sia in tema di IRAP (art. 16 del d.lgs. 15 dicembre 1997, n. 446), che in tema di addizionali IRPEF (art. 50 del d.lgs. 15 dicembre 1997, n. 446) è data la possibilità, rispettivamente, di variare le aliquote e di maggiorare le addizionali. Per non parlare dell'obbligo delle Regioni di ricorrere all'aumento dei tributi per la copertura dei maggiori fabbisogni di spesa sanitaria, avendo l'art. 4 del d.lgs. 15 aprile 2002, n. 63, convertito in l. 15 giugno 2002, n. 112, esteso agli anni 2002, 2003, 2004, le disposizioni dell'art. 40 della l. 28 dicembre 2001, n. 448, che lega l'integrazione del finanziamento della spesa sanitaria al rispetto regionale degli impegni indicati nell'Accordo tra Governo, Regioni e Province autonome dell'8 agosto 2001, tra i quali, al punto 2, è prevista la facoltà delle Regioni, di applicare un'addizionale IRPEF o ad altri aumenti previsti dalla normativa fiscale vigente, nella misura necessaria a coprire l'incremento di spesa. In conclusione, essendo il potere di manovra fiscale coessenziale al riconoscimento dell'autonomia finanziaria, e presupposto per l'esercizio delle funzioni legislative e amministrative costituzionalmente riconosciute, l'art. 3 impedisce di ipotizzare una qualsiasi politica regionale autonoma, determinando grave arretramento rispetto al passato, in violazione degli artt. 114, 117, terzo comma, 118 e 119, Cost. Riguardo all'art. 5, che prevede una serie di riduzioni dell'IRAP sotto forma di deduzioni della base imponibile, va osservato, impregiudicato il problema se l'imposta sia classificabile come statale, regionale o locale, che essa ricade nell'area del sistema tributario regionale: ne consegue che, stabilendosi una riduzione del tributo senza alcuna forma compensativa, non può disconoscersi il contrasto con gli artt. 114, 117, terzo comma, 118 e 119. 6. – Nel giudizio si è costituito il Presidente del Consiglio dei ministri, con il ministero dell'Avvocatura generale dello Stato.