[pronunce]

, mentre sarebbe applicabile, con riguardo ai reati puniti con le cosiddette sanzioni «paradetentive», il più breve termine fissato dal quinto comma della stessa norma, che si riferisce, appunto, ai reati puniti con pene diverse da quelle pecuniarie o detentive; che la previsione del termine triennale, se non riferita ai più gravi reati di competenza del giudice di pace, resterebbe infatti priva di ogni contenuto precettivo; che neppure potrebbe farsi riferimento, a sostegno della soluzione opposta, all'art. 58 del d.lgs. n. 274 del 2000, che equipara «ad ogni effetto giuridico» le sanzioni «paradetentive» a quelle detentive originariamente previste per le fattispecie trasferite alla competenza del giudice di pace, in quanto l'art. 157, quinto comma, cod. pen. si atteggerebbe a norma successiva di carattere speciale rispetto alla disposizione menzionata; che il rimettente osserva come, facendo applicazione delle norme censurate, dovrebbe dichiarare l'intervenuta estinzione del reato più grave tra quelli contestati nel giudizio a quo, cioè quello di lesioni, mentre il più lungo termine prescrizionale di sei anni non sarebbe ancora decorso quanto al reato di percosse; che una disciplina siffatta, a parere del Tribunale, sarebbe priva di razionalità intrinseca, e come tale idonea a recare un vulnus ai principi di ragionevolezza e uguaglianza, «sostanzialmente finendo per omologare tra loro situazioni diverse ovvero, al contrario, differenziare il trattamento di situazioni similari»; che il Tribunale di Nocera Inferiore in composizione monocratica, con ordinanza del 10 aprile 2007, pervenuta alla Corte costituzionale il 16 ottobre 2008 (r.o. n. 361 del 2008), ha sollevato – in riferimento all'art. 3 Cost. – questione di legittimità costituzionale dell'art. 157, quinto comma, cod. pen. , come sostituito dall'art. 6 della legge n. 251 del 2005, nella parte in cui non dispone che il termine triennale di prescrizione previsto per i reati puniti con pena diversa da quella detentiva e da quella pecuniaria si applichi, inoltre, a tutti gli ulteriori reati di competenza del giudice di pace; che il rimettente – il quale procede per i reati di ingiuria aggravata (art. 594, primo e quarto comma, cod. pen.) e di minaccia (art. 612 cod. pen.), commessi il 20 settembre 1999 – ritiene nella specie applicabile il termine di prescrizione quinquennale previsto dall'originario terzo comma dell'art. 157 cod. pen. , trattandosi di disciplina più favorevole di quella introdotta, in epoca successiva alla consumazione dei reati, dal testo novellato del primo comma dello stesso art. 157 cod. pen. ; che il giudice a quo rileva, per altro, come la legge n. 251 del 2005 abbia previsto, mediante la norma censurata, un termine di prescrizione triennale per una parte dei reati assegnati alla competenza del giudice penale, cioè quelli punibili con le sanzioni della detenzione domiciliare e del lavoro di pubblica utilità; che infatti il riferimento alle pene diverse da quelle detentive e da quelle pecuniarie non potrebbe essere letto altrimenti, poiché il quinto comma dell'art. 157 cod. pen. risulterebbe di fatto inapplicabile; che il rimettente osserva come la norma censurata comporti una prescrizione più rapida per reati che sono più gravi di quelli contestati nel giudizio a quo, così dando luogo ad una irragionevole disparità di trattamento, in violazione dell'art. 3 Cost.; che, secondo il Tribunale, la questione è rilevante, in quanto, nell'evenienza di un suo accoglimento, il termine triennale di prescrizione diverrebbe operante anche riguardo ai delitti di ingiuria e minaccia, così comportando la declaratoria di estinzione dei reati contestati; che il Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Pisa, con ordinanza del 23 maggio 2006, pervenuta alla Corte costituzionale il 5 novembre 2008 (r.o. n. 380 del 2008), ha sollevato – in riferimento all'art. 3 Cost. – questione di legittimità costituzionale dell'art. 157, quinto comma, cod. pen. , come sostituito dall'art. 6 della legge n. 251 del 2005, nella parte in cui non dispone che il termine triennale di prescrizione previsto per i reati puniti con pena diversa da quella detentiva e da quella pecuniaria si applichi, inoltre, a tutti gli ulteriori reati di competenza del giudice di pace; che il rimettente è chiamato a valutare una richiesta di archiviazione proposta dal pubblico ministero, in ragione dell'asserita estinzione dei reati per intervenuta prescrizione, nell'ambito di un procedimento per fatti di minaccia (art. 612 cod. pen.) e ingiuria (art. 594 cod. pen.), commessi dall'agosto all'ottobre del 2001; che, secondo il giudice a quo, la richiesta andrebbe respinta, dovendosi applicare il termine di prescrizione quinquennale previsto dal testo originario del terzo comma dell'art. 157 cod. pen. , quale disciplina più favorevole di quella introdotta col novellato primo comma dello stesso art. 157 cod. pen. ; che la soluzione sarebbe peraltro «sommamente iniqua», considerando che reati più gravi, tra quelli pure assegnati alla competenza del giudice di pace, si prescrivono ormai nel termine di tre anni, secondo quanto disposto dal quinto comma dell'art. 157 cod. pen. ; che l'ordinanza di rimessione è nel resto analoga ad altra deliberata dal medesimo giudice, e già sopra illustrata (r.o. n. 250 del 2008) ; che il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, è intervenuto, con atti di identico tenore, in tutti giudizi fin qui indicati; che, secondo la difesa erariale, le questioni sollevate sarebbero infondate; che, infatti, il quinto comma dell'art. 157 cod. pen. si riferirebbe a tutti i reati di competenza del giudice di pace, compresi quelli puniti con la sola sanzione pecuniaria, e dunque non sussisterebbe, nel relativo ambito, alcuna irrazionale difformità di trattamento. Considerato che, mediante le ordinanze di rimessione indicate in epigrafe, sono state sollevate varie questioni concernenti la disciplina della prescrizione per i reati attributi alla competenza del giudice di pace; che, in particolare, il Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Pisa ed il Tribunale di Nocera Inferiore censurano, in riferimento all'art. 3 Cost., il quinto comma dell'art. 157 cod. pen.