[pronunce]

Da ciò discende - secondo la Camera - l'arbitrarietà e l'illegittimità della perquisizione, come eseguita su disposizione della Procura della Repubblica di Verona, che aveva ordinato di procedere nonostante la probabilità che in immobili utilizzati per le necessità di un partito vi fossero locali nella disponibilità di un parlamentare; infatti l'autorità giudiziaria - in presenza di numerosi e concordanti indizi del fatto che del locale da perquisire disponesse l'on. Maroni - avrebbe dovuto astenersi dal proseguire, ordinando alla polizia giudiziaria di soprassedere. La Camera sottolinea poi come dalla sentenza di primo grado fosse emerso che il locale perquisito era effettivamente nella disponibilità dell'on. Maroni, per cui non poteva obiettarsi che tale circostanza non risultasse chiaramente all'atto della perquisizione e fosse stata accertata solo in un secondo momento; del resto nei conflitti tra poteri dello Stato non hanno alcuna importanza l'errore o l'elemento psicologico, rilevando solo il vulnus arrecato da un potere all'altro, anche in assenza di uno specifico animus nocendi. 4. - Il conflitto è stato dichiarato ammissibile con ordinanza n. 232 del 2003. Il ricorso, unitamente all'ordinanza di ammissibilità, è stato notificato al Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Verona in data 16 luglio 2003 ed è stato depositato presso la cancelleria di questa Corte il 17 luglio 2003. In prossimità dell'udienza la Camera ha depositato una memoria illustrativa, sviluppando le tesi sostenute negli scritti precedenti. Il Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Verona ha depositato fuori termine una memoria di costituzione.1. - La Camera dei deputati chiede alla Corte di dichiarare che non spettava all'autorità giudiziaria (ed in particolare alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Verona) di disporre e di far eseguire la perquisizione del domicilio del parlamentare Roberto Maroni, con il conseguente annullamento dei decreti di perquisizione locale e di sequestro emessi dalla Procura il 17 e 18 settembre 1996 - nella parte in cui, senza autorizzazione della Camera dei deputati, si è disposta “la perquisizione del locale all'interno della sede della Lega Nord di Milano nella disponibilità di Marchini Corinto”, ancorché lo stesso fosse nell'effettiva disponibilità dell'on. Roberto Maroni - e di tutte le operazioni di perquisizione svoltesi il 18 settembre 1996 in esecuzione dei decreti stessi. In realtà - alla stregua dei fatti così come esposti dalla stessa Camera ricorrente - la lesione della prerogativa ad essa garantita dall'art. 68, secondo comma, della Costituzione si sarebbe verificata in occasione dell'esecuzione dei decreti del 17 e 18 settembre 1996, con cui la Procura della Repubblica presso il Tribunale di Verona aveva ordinato le perquisizioni, e non costituirebbe l'effetto immediato di quei decreti. In particolare il provvedimento del 17 settembre aveva ordinato - per quanto riguarda i fatti in esame - la perquisizione dell'abitazione del Marchini e degli altri luoghi di cui egli avesse la disponibilità; e quello del 18 settembre “la perquisizione del locale ubicato all'interno della sede della Lega Nord di Milano nella disponibilità di Marchini Corinto”. Nessuno dei due decreti riguardava quindi la residenza o il domicilio dell'on. Maroni, onde essi non sono in sé lesivi della prerogativa in questione. 2. - Sussistono i requisiti soggettivi ed oggettivi per l'ammissibilità del conflitto, come già ritenuto da questa Corte nell'ordinanza n. 232 del 2003. Su tale ammissibilità non incide il tempo trascorso dall'epoca dei fatti (settembre 1996) alla data di proposizione del conflitto (febbraio 2003). La Corte ha già avuto occasione di affermare (sentenza n. 116 del 2003) che non esiste alcun termine per sollevare i conflitti di attribuzione tra poteri, ed ha individuato la ratio di questa mancanza nell'esigenza - avvertita dal legislatore in ragione del livello precipuamente politico-costituzionale di tal genere di controversie - di favorirne al massimo la composizione, svincolandola dall'osservanza di termini di decadenza. La Camera - che del resto nel suo ricorso ha ricordato come tuttora penda un giudizio penale per i fatti commessi durante l'esecuzione della perquisizione in esame - ha ancora interesse a rimuovere, attraverso la decisione della Corte sul conflitto, ogni dubbio sul punto se, nella specie, la prerogativa concernente l'inviolabilità del domicilio del parlamentare sia stata o meno rispettata. 3. - Nel merito il ricorso è fondato. Il secondo comma dell'art. 68 della Costituzione dispone (tra l'altro) che, senza autorizzazione della Camera alla quale appartiene, nessun membro del Parlamento può essere sottoposto a perquisizione personale o domiciliare. Sotto quest'ultimo profilo la norma intende garantire al parlamentare l'inviolabilità della sua residenza ed anche di spazi ulteriori identificabili come domicilio, in vista della tutela dell'interesse del Parlamento al pieno dispiegamento della propria autonomia, esplicantesi anche nel libero esercizio del mandato parlamentare, rispetto agli altri poteri dello Stato. E una sede di partito ben può - come nella specie - ospitare il domicilio di un parlamentare. 4. - La prerogativa in esame è lesa per il solo fatto che una perquisizione sia disposta o eseguita nel domicilio di un parlamentare senza autorizzazione della Camera di appartenenza. La lesione dedotta dal potere che propone il conflitto di attribuzione ha invero carattere oggettivo, in funzione della natura costituzionale dell'interesse al ripristino delle attribuzioni violate. E prescinde dalla sua soggettiva percepibilità da parte del potere che la commette, pur se tale profilo possa eventualmente rilevare ad altri fini. 5. - Nella specie la Corte - valutate le circostanze di fatto quali risultano dagli atti versati in causa - ritiene che esse comprovino la lesione, ad opera dell'autorità giudiziaria, della prerogativa garantita alla Camera dall'art. 68, secondo comma, della Costituzione. In particolare da tali atti emerge che, entrati nella sede della Lega Nord, di per sé non tutelata da quella prerogativa, e superati gli ostacoli frapposti, gli agenti di polizia giudiziaria, per il cui tramite la Procura della Repubblica presso il Tribunale di Verona procedeva ai sensi dell'art. 247, comma 3, del codice di procedura penale, hanno successivamente raggiunto prima un corridoio la cui porta di accesso recava un cartello con la scritta “Lega Nord - Segreteria politica - Ufficio dell'Onorevole Maroni”, e poi, nel corridoio, il vano che il Marchini aveva dichiarato di usare come ufficio, sulla cui porta era apposto altro cartello con identica dicitura.