[pronunce]

Sentenza ha pronunciato la seguentenel giudizio di legittimità costituzionale degli artt. 1, 10 e 25 del regio decreto legge 21 febbraio 1938, n. 246, recante la "Disciplina degli abbonamenti alle radioaudizioni", convertito dalla legge 4 giugno 1938, n. 880; e degli artt. 15 e 16 della legge 14 aprile 1975, n. 103, recante "Nuove norme in materia di diffusione radiofonica e televisiva", "e norme ivi citate", promosso con ordinanza emessa l'11 maggio 2001 dal Tribunale di Milano, iscritta al n. 780 del registro ordinanze 2001 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 40, 1ª serie speciale, dell'anno 2001. Visti gli atti di intervento della RAI-Radiotelevisione Italiana S.p.a. e del Presidente del Consiglio dei ministri; Udito nell'udienza pubblica del 7 maggio 2002 il giudice relatore Valerio Onida; Uditi gli avvocati Massimo Luciani e Filippo Satta per la RAI-Radiotelevisione italiana S.p.a. e l'avvocato dello Stato Ivo M. Braguglia per il Presidente del Consiglio dei ministri.. Ritenuto in fatto Considerato in diritto 1. - Nel corso del giudizio di opposizione a ingiunzione emessa dall'Ufficio registro abbonamenti radio (URAR) e TV di Torino per il mancato pagamento del canone, il Tribunale di Milano, su eccezione della parte, con ordinanza emessa l'11 maggio e pervenuta il 5 settembre 2001, ha sollevato questione di legittimità costituzionale, in riferimento agli artt. 2, 3, 9 e 21 della Costituzione, degli artt. 1, 10 e 25 del regio decreto legge 21 febbraio 1938, n. 246, recante Disciplina degli abbonamenti alle radioaudizioni", convertito dalla legge 4 giugno 1938, n. 880, nonché degli artt. 15 e 16 della legge 14 aprile 1975, n. 103, recante "Nuove norme in materia di diffusione radiofonica e televisiva", "e norme ivi citate". Il remittente muove dal rilievo che l'art. 1 della legge n. 103 del 1975, fissando un principio di grande importanza programmatica, stabilisce che la diffusione circolare di programmi radiofonici e televisivi via etere, via filo o via cavo, e con qualsiasi altro mezzo , costituisce, ai sensi dell'art. 43 Cost., "un servizio pubblico essenziale ed a carattere di preminente interesse generale, in quanto volto ad ampliare la partecipazione dei cittadini e concorrere allo sviluppo sociale e culturale del Paese in conformità dei principi sanciti nella Costituzione", e che "l'indipendenza, l'obbiettività e l'apertura alle diverse tendenze politiche, sociali e culturali, nel rispetto delle libertà garantite dalla Costituzione, sono principi fondamentali della disciplina del servizio pubblico radiotelevisivo". Con tali principi, ad avviso del giudice a quo, e con gli stessi articoli 2, 3, 9 e 21 Cost., sembrerebbero in contrasto, sotto il profilo della ragionevolezza, i successivi artt. 15 e 16 della stessa legge, che, rispettivamente, dispongono che il fabbisogno finanziario per la gestione dei detti servizi "è coperto con i canoni di abbonamento alle radioaudizioni ed alla televisione di cui al r.d.l. 21 febbraio 1938, n. 246", e che "la riscossione dei canoni di abbonamento ordinario alle radioaudizioni e alla televisione, nonché la devoluzione dei canoni stessi restano regolati dalle vigenti disposizioni", mentre "la misura del canone dovuto dalla concessionaria allo Stato è stabilita dalla convenzione" disciplinata dall'art. 46 della stessa legge. Se infatti la finalità del servizio pubblico è di realizzare i detti diritti fondamentali dei cittadini, costituzionalmente garantiti, susciterebbe perplessità l'imposizione di un onere economico per la realizzazione di ciò che, rientrando nei compiti primari della Repubblica, rappresenterebbe "per il cittadino un diritto di cui egli deve usufruire liberamente". Dopo aver richiamato i termini delle convenzioni, approvate con i d.P.R. 28 marzo 1994 e 29 ottobre 1997, tra il Ministero delle poste e telecomunicazioni e la RAI-Radiotelevisione italiana S.p.a. per la concessione a quest'ultima "in esclusiva sull'intero territorio nazionale del servizio pubblico di diffusione di programmi radiofonici e televisivi", concessioni in forza delle quali essa è deputata a provvedere "nell'ambito degli indirizzi impartiti dalla Commissione parlamentare per l'indirizzo generale e la vigilanza dei servizi radiotelevisivi, ad organizzare ed a svolgere il servizio pubblico in modo da garantire la più ampia rappresentanza delle istanze politiche sociali e culturali presenti a livello nazionale e locale, nel Paese", l'autorità remittente osserva che tale funzione assegnata alla RAI, che di fatto non differirebbe da quella delle emittenti private, non sarebbe mai assunta come ragione giustificatrice del canone posto a carico del potenziale utente, e anzi creerebbe in capo alla RAI una posizione dominante in contrasto con la legge. Nessuna disposizione di legge darebbe ragione del motivo per cui, per il solo fatto di possedere un apparecchio potenzialmente atto a captare le trasmissioni, ed anche qualora la ricezione risulti di fatto impossibile, il cittadino utente potenziale dovrebbe corrispondere una tassa alla sola concessionaria del servizio pubblico, mentre numerose disposizioni giustificano l'assoggettamento ad una tassa delle società emittenti di trasmissioni radiotelevisive. Secondo il giudice a quo, il presupposto della tassa pretesa dall'URAR-TV sarebbe stato individuato dalla giurisprudenza "nel dominio dell'etere da parte dello Stato, con il conseguente potere di imposizione fiscale", dominio in forza del quale verrebbero discrezionalmente assegnate alle emittenti le licenze e le diverse bande di frequenza. Sotto tale profilo, la detenzione di un apparecchio atto a captare le trasmissioni via etere non potrebbe più costituire il presupposto per l'imposizione di una tassa "prevista e dovuta a favore di un solo concessionario in esclusiva per l'utilizzo dell'etere", anzitutto "perché una simile esclusiva di fatto non esiste ed in secondo luogo perché ... creerebbe oggi una disparità evidentissima di trattamento tra chi riceve le trasmissioni televisive attraverso la normale televisione e chi le ricevesse (addirittura migliori), attraverso l'utilizzo della scheda adattata al computer, ovvero chi non le ricevesse affatto (pur avendo l'apparecchio per vedere films videoregistrati)". Il governo dell'etere, poi, riguarderebbe le emittenti che pagano, per ottenere la concessione governativa, una tassa che non sono autorizzati a riversare sul cittadino, mentre il canone di abbonamento alle radioaudizioni non è mai stato giustificato con la finalità di recuperare dall'utente il costo del tributo pagato dall'emittente per ottenere la concessione. In tale ultima ipotesi, sarebbe ravvisabile la violazione degli artt. 3 e 21 Cost., ove si consideri che con le trasmissioni via internet l'uso dell'etere è gratuito, e l'utente, talvolta, corrisponde un prezzo al provider anzitutto in modo volontario, e poi per il solo periodo di utilizzazione della trasmissione.