[pronunce]

4.3.- La difesa dell'Ente ricorda che la Corte costituzionale, con la sentenza n. 155 del 1994, ha già affrontato e risolto il tema della compatibilità costituzionale del sistema configurato dal legislatore per gestire il dissesto degli enti locali, con riferimento all'antecedente storico dell'art. 248 del d.lgs. n. 267 del 2000, e cioè all'art. 21 del decreto- legge 18 gennaio 1993, n. 8 (Disposizioni urgenti in materia di finanza derivata e di contabilità pubblica), convertito, con modificazioni, dalla legge 19 marzo 1993, n. 68. I principi enunciati nella citata pronuncia varrebbero a definire le questioni odierne nel senso della manifesta infondatezza, avuto riguardo sia alla scelta di creare una gestione separata, finalizzata al pagamento dei debiti pregressi, sia al divieto di azioni esecutive individuali sul patrimonio dell'ente. La gestione separata, infatti, è per definizione ispirata al principio della concorsualità, il cui fine fondamentale è l'attuazione della par condicio creditorum, che implica, a sua volta, il divieto di azioni esecutive individuali. Lo scopo ultimo è il risanamento finanziario dell'ente, che non può cessare di esistere in quanto espressione dell'autonomia locale, né può vedere paralizzata la propria attività per soddisfare una «adombrata, ma in realtà insussistente, intangibilità delle posizioni dei creditori», i cui diritti non risultano affatto lesi, se solo si considera che la procedura di liquidazione prevede la formazione di una massa attiva, destinata a soddisfare i creditori in misura e con modalità più favorevoli di quanto avverrebbe in una normale procedura esecutiva individuale. A tale ultimo proposito, la difesa di Roma Capitale precisa che nella massa attiva rientrano non soltanto il ricavato dell'attività di realizzo posta in essere dal commissario, indicata nel cosiddetto piano di rientro, ma anche, (e soprattutto), eventuali finanziamenti straordinari nel quadro degli interventi di attuazione dell'ordinamento di Roma Capitale, previsti dall'art. 114, terzo comma, della Costituzione. Sono richiamati i precedenti casi di «sdoppiamento di gestioni» configurati con legge, nei quali è stata prevista una doppia gestione di bilancio: quella ordinaria, per lo svolgimento delle funzioni istituzionali, e quella «stralcio o commissariale o liquidatoria», per l'amministrazione e liquidazione dei rapporti pregressi. Negli stessi casi è stato altresì disposto il blocco delle azioni esecutive individuali e dei pignoramenti, nonché della decorrenza di interessi e rivalutazione per il periodo della gestione liquidatoria, nel rispetto del principio della par condicio creditorum. 4.4.- La difesa di Roma Capitale esamina, quindi, l'art. 4, comma 8-bis, del d.l. n. 2 del 2010, censurato dal rimettente perché inciderebbe retroattivamente su provvedimenti giurisdizionali, a prescindere dalla natura di norma a contenuto innovativo ovvero interpretativa. Diversamente da quanto affermato dal rimettente, la qualificazione della norma sarebbe dirimente. Dopo aver richiamato alcune pronunce della Corte costituzionale sul tema (sentenze n. 155 del 1990, n. 233 del 1988), la difesa dell'Ente locale afferma che, se anche non esistesse l'art. 4, comma 8-bis, del d.l. n. 2 del 2010, il criterio di riparto delle obbligazioni, tra gestione commissariale e gestione ordinaria di Roma Capitale, non risulterebbe diverso da quanto in detta disposizione precisato. Nel bilancio della gestione commissariale, infatti, rientrano tutte le obbligazioni sorte in data anteriore al 28 aprile 2008, né si potrebbe dubitare che le fonti delle obbligazioni siano quelle indicate nell'art. 1173 del codice civile, e non le pronunce giurisdizionali che le accertano e le rendono liquide ed esigibili. A riprova di quanto affermato, l'art. 78, comma 4, del d.l. n. 112 del 2008 espressamente include nella gestione commissariale i debiti non ancora liquidi al momento della ricognizione delle passività (28 aprile 2008), prevedendo che «il piano di rientro [...] assorbe, anche in deroga a disposizioni di legge, tutte le somme derivanti da obbligazioni contratte, a qualsiasi titolo, [...] anche non scadute e contiene misure idonee a garantire il sollecito rientro dall'indebitamento». Nel caso di specie, l'obbligazione di corrispondere l'indennità di espropriazione è sorta nel momento in cui è stato emesso il relativo decreto, tant'è che la Corte d'appello di Roma ha riconosciuto la spettanza degli interessi legali da quel momento. Discorso analogo varrebbe per i giudizi di risarcimento danni, nei quali l'obbligazione nasce al momento del fatto lesivo e non con la pubblicazione della sentenza di condanna, che ha natura soltanto dichiarativa. In tal senso militerebbero le disposizioni generali del codice civile contenute negli artt. 1173 e 2043, nonché nell'art. 1219, ai sensi del quale la costituzione in mora del debitore non è necessaria quando il debito deriva da fatto illecito (sono richiamate le sentenze della Corte di cassazione 20 aprile 2009, n. 9338; 25 settembre 1997, n. 9415; 27 gennaio 1996, n. 637). In definitiva, la data in cui viene emessa la sentenza che riconosce e liquida l'obbligazione a carico dell'ente locale sarebbe del tutto ininfluente ai fini dell'inserimento del relativo debito nel bilancio della gestione commissariale ovvero della gestione ordinaria di Roma Capitale. 4.5.- La difesa dell'ente esamina nel dettaglio le questioni prospettate dal rimettente, per contestarne specificamente la fondatezza, in prevalenza sulla base delle argomentazioni sin qui sintetizzate. In particolare, la denunciata irragionevolezza della disciplina censurata sarebbe frutto di erronea interpretazione della stessa, essendo vero, al contrario, che il criterio di riparto - costituito dal momento genetico dell'obbligazione, all'interno di un sistema nel quale il bilancio commissariale e quello ordinario coesistono - consente di rispettare il principio di uguaglianza dei creditori. Non rivestirebbe significato la mancata previsione della pubblicazione dell'avviso pubblico per l'inserimento dei crediti nella massa passiva, posto che «tale inserimento avviene [...] in modo automatico e discende dal dato temporale che caratterizza la nascita dell'obbligazione». Non vi sarebbe neppure alterazione dei poteri dell'ente locale o compressione dell'autonomia dello stesso, a meno di confondere il sistema liquidatorio previsto appositamente per il Comune di Roma dall'art. 78 del d.l. n. 112 del 2008 con la disciplina del dissesto degli enti locali, nella quale, in effetti, la gestione ordinaria dell'ente dichiarato in dissesto è interrotta dalla gestione commissariale. Le norme censurate non inciderebbero sui giudicati che incorporano altrettante obbligazioni del Comune di Roma, essendosi limitate a vietare le azioni esecutive individuali a garanzia dello svolgimento corretto della procedura concorsuale instaurata per il pagamento dei debiti antecedenti al 28 aprile 2008 (è richiamata nuovamente la sentenza della Corte costituzionale n. 155 del 1994).