[pronunce]

Nel caso di specie, se pure il profitto di euro 1.467.474 non può considerarsi di per sé esiguo, la confisca "di valore" corrispondente ai beni strumentali (euro 19.255.857) lo supererebbe comunque di oltre tredici volte, così come supererebbe di oltre dieci volte l'ammontare della sanzione pecuniaria inflitta (euro 1.800.000). In assenza di limiti prestabiliti, d'altra parte - ed è questo il senso della deduzione del rimettente - il divario fra i due valori potrebbe amplificarsi ulteriormente. Operazioni di abuso di informazioni privilegiate o di manipolazione del mercato produttive di profitti assai ridotti (o - si potrebbe aggiungere - di nessun profitto, se non addirittura risoltesi in perdita a causa di fattori sopravvenuti) e in rapporto alle quali venga inflitta, per queste o altre ragioni, una sanzione amministrativa pecuniaria prossima ai minimi edittali, potrebbero dare luogo alla confisca obbligatoria di beni per un valore elevatissimo - posseduti in modo pienamente legittimo dall'agente (o dall'ente nel cui interesse o a cui vantaggio l'illecito è stato commesso) - solo perché estremamente ingente è stato l'importo dell'"investimento" operato. In questa prospettiva - secondo il rimettente - l'ammontare della sanzione di natura patrimoniale di cui si discute finirebbe per dipendere dalle circostanze del caso concreto, senza, peraltro, che dette circostanze riflettano necessariamente il disvalore del fatto. La "rigidità" e l'"automatismo" della misura rischierebbero, conseguentemente, di provocare una rottura del rapporto di equilibrio tra entità della risposta sanzionatoria, da un lato, e offesa, dall'altro. Risulta, dunque, conclusivamente evidente come l'eccezione dell'Avvocatura dello Stato sovrapponga i due piani della rilevanza e della non manifesta infondatezza della questione. La possibilità che la norma censurata imponga la confisca di valori assai elevato a fronte di fatti che hanno determinato un profitto «non particolarmente ingente» è addotta dal giudice a quo a dimostrazione dell'attitudine della norma stessa a produrre risultati contrastanti con i parametri costituzionali evocati: il che non comporta, tuttavia, che, ai fini dell'ammissibilità della questione, la situazione considerata debba risultare riscontrabile anche nella fattispecie concreta oggetto del giudizio a quo (in senso analogo, sentenza n. 250 del 2010). 3. - La questione è, tuttavia, inammissibile per una diversa ragione, legata alla mancata formulazione, da parte del rimettente, di un petitum dotato dei necessari requisiti di chiarezza e univocità. Alla stregua del dispositivo dell'ordinanza di rimessione, il giudice a quo sembrerebbe, infatti, richiedere l'integrale ablazione della disciplina denunciata: ciò, malgrado l'uso della locuzione limitativa «nella parte in cui», venendo in pratica riprodotto - dopo detta locuzione - l'intero contenuto precettivo tanto del comma 1 che del comma 2 dell'art. 187-sexies del d.lgs. n. 58 del 1998. Di contro, in sede di motivazione sulla rilevanza, il giudice a quo parrebbe annettere il vulnus costituzionale esclusivamente alla previsione della confisca obbligatoria e per equivalente del prodotto e dei beni strumentali alla commissione dell'illecito. La Corte torinese reputa, infatti, rilevante la questione in quanto - essendo ravvisabili nella fattispecie oggetto di giudizio gli estremi della violazione contestata - la misura ablativa risulterebbe applicabile «non solo con riferimento al profitto [...], ma anche con riferimento al prodotto ed ai beni utilizzati per commettere l'illecito». Nella medesima ottica, il giudice a quo esclude, altresì - sempre in sede di motivazione sulla rilevanza - la praticabilità di una interpretazione della norma censurata che sottragga all'ambito di operatività della confisca per equivalente i beni «corrispondenti non già al profitto dell'illecito, ma anche al controvalore dei titoli che sono stati movimentati nell'ambito della condotta ritenuta di rilievo»: «controvalore» che, nella circostanza, la Commissione nazionale per le società e la borsa (CONSOB) ha ritenuto di poter qualificare come «prodotto» dell'illecito. Nel motivare sulla non manifesta infondatezza della questione, il giudice a quo sembra concentrare, nondimeno, le sue censure - secondo quanto già dianzi accennato - sulla confisca dei soli beni strumentali, dolendosi essenzialmente del sensibile divario che, in materia di abusi di mercato, può non di rado sussistere fra il profitto conseguito e i «mezzi economici» impiegati nell'operazione illecita: divario che farebbe sì che la misura ablatoria - coinvolgendo obbligatoriamente entrambi, anche nella forma per equivalente - rimanga «totalmente disancorata da parametri riferibili alla gravità in concreto della fattispecie» e, «soprattutto, totalmente disancorati dal rapporto proporzionale col profitto stesso». Al contempo, la Corte torinese sembrerebbe addebitare tale risultato - produttivo dell'asserita lesione dei principi di ragionevolezza e proporzionalità - precipuamente al fatto che la misura sanzionatoria in discussione «non consente al giudice alcuna graduazione, analoga a quella che è invece al medesimo demandata in relazione alla determinazione in concreto della sanzione in senso proprio». A fronte di quanto precede, l'intervento richiesto dal giudice a quo resta, dunque, oscuro sia quanto all'oggetto che quanto al contenuto. Sotto il primo profilo, non si comprende, cioè, se la declaratoria di illegittimità costituzionale debba concernere - secondo il rimettente - tutte le entità cui si riferisce la norma denunciata, ovvero solo il prodotto e i beni strumentali, ovvero ancora esclusivamente tali ultimi beni. Sotto il secondo profilo, non emerge, del pari, in modo univoco se venga richiesta a questa Corte una pronuncia ablativa, che rimuova puramente e semplicemente la speciale ipotesi di confisca di cui discute (con l'effetto di riportare la fattispecie nell'ambito della disciplina generale della confisca amministrativa di cui all'art. 20, terzo comma, della legge 24 novembre 1981, n. 689, recante «Modifiche al sistema penale»); o se si auspichi, invece, una pronuncia a carattere additivo-manipolativo, che attribuisca - all'autorità amministrativa prima e al giudice poi - il potere di "graduare" la misura ablativa contemplata dalla norma censurata, escludendone in tutto o in parte l'applicazione allorché essa appaia, in concreto, sproporzionata rispetto alla gravità dell'illecito. Per giurisprudenza di questa Corte (ex plurimis, ordinanze n. 21 del 2011, n. 91 del 2010 e n. 269 del 2009), l'oscurità e l'indeterminatezza del petitum rendono la questione inammissibile, precludendone quindi l'esame nel merito..