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Con riguardo alla prima, si prevede che, nel caso in cui la richiesta di concessione di permesso sia avanzata da detenuti per uno dei delitti previsti dall'articolo 51 del codice di procedura penale, l'autorità competente, prima di pronunciarsi, è tenuta a chiedere il parere del procuratore della Repubblica presso il tribunale del capoluogo del distretto ove ha sede il tribunale che ha emesso la sentenza e, nel caso di detenuti sottoposti al regime previsto dall'articolo 41- bis , anche quello del procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo in ordine all'attualità dei collegamenti con la criminalità organizzata e alla pericolosità del soggetto. In entrambi i casi, salvo che ricorrano esigenze di motivata eccezionale urgenza, il permesso non può essere concesso prima delle ventiquattr'ore dalla richiesta dei predetti pareri. Non si può pertanto sottacere più di qualche perplessità al riguardo. Anzitutto, sul piano normativo sarebbe stato preferibile configurare il parere come motivato e dettagliato. In tal modo, si sarebbe prescritto al rappresentante dell'accusa di giustificare il proprio convincimento su elementi informativi reali ed effettivamente aggiornati, sulla falsariga di quanto previsto, teoricamente, dall'articolo 4- bis dell'ordinamento penitenziario per la concessione dei benefici. In assenza di tale obbligo di motivazione, il rischio è che il procuratore distrettuale e quello nazionale si limitino a esprimere pareri negativi, anche immotivati, che non possono aggiungere nulla sul piano cognitivo, ma possono finire per aggravare l'onere motivazionale del giudice di sorveglianza. Vanno peraltro segnalati potenziali problemi di coordinamento con la norma dell'articolo 4- bis dell'ordinamento penitenziario, che prevede che la concessione di benefici sia addirittura vietata ai detenuti e internati per delitti dolosi, quando il procuratore nazionale antimafia o il procuratore distrettuale comunica, di iniziativa o su segnalazione del Comitato provinciale per l'ordine e la sicurezza pubblica competente in relazione al luogo di detenzione, l'attualità di collegamenti con la criminalità organizzata. Come noto, si tratta di una norma discutibile sul piano del principio e non proprio chiara nella sua formulazione sia perché non è chiaro l'ambito di applicazione, sia perché sembra attribuire un potere di veto al procuratore distrettuale o al procuratore nazionale antimafia, sia, infine, nella parte in cui affida l'attivazione dell'informativa sull'attualità del collegamento con la criminalità organizzata allo stesso organo dell'accusa. È evidente che, in concreto, costoro non possono conoscere le singole vicende attinenti le richieste di applicazione di benefici o misure alternative da parte di detenuti. Quindi, è sostanzialmente impossibile che si attivino in relazione alle singole istanze. È difficile pertanto ipotizzare che prima dell'intervento normativo il procuratore antimafia fosse nelle condizioni di far arrivare l'informativa al giudice di sorveglianza, ma ciò non è impossibile soprattutto se si considera che potrebbe essere chiamato in causa dal Comitato provinciale per l'ordine e la sicurezza pubblica. Non sfuggirà, dunque, che in relazione ai reati di criminalità organizzata resta un potenziale conflitto tra disposizioni. Sembrerebbe comunque doversi ritenere che nei soli casi contemplati espressamente dal nuovo articolo 30- bis non possa trovare applicazione la norma più stringente contemplata dall'articolo 4- bis , comma 3. Sarebbe auspicabile che tale potenziale problema di coordinamento venisse superato e che, soprattutto, fosse esteso l'obbligo del parere anche all'ipotesi di applicazione della misura del rinvio dell'esecuzione. Si potrebbe assistere, altrimenti, al paradosso di un giudice di sorveglianza che è obbligato a chiedere il parere al procuratore antimafia quando è in gioco l'applicazione della detenzione domiciliare surrogatoria e può invece prescinderne quando si tratta di disporre il differimento dell'esecuzione. Il decreto-legge del 30 aprile 2020 ha inteso diffondere il messaggio che i magistrati di sorveglianza vanno comunque sottoposti alla vigilanza delle procure. È per questo che si è prevista l'obbligatorietà di un parere, a seconda dei casi, della procura nazionale e delle procure distrettuali, ai fini della concessione di misure extra detentive ad autori di reati di criminalità organizzata. Con altro decreto-legge (quello del 10 maggio scorso), concepito in maniera ancora più affrettata, è palese ed evidente il volto di un provvedimento ad efficacia soprattutto simbolico-comunicativa. Mentre è chiaro l'obiettivo di autosalvataggio politico perseguito dal ministro Bonafede, è scarsissimo invece il contributo normativo che questo decreto-legge dovrebbe recare in termini di vera e sostanziale innovazione. Si tratta, infatti, di un provvedimento che non va molto al di là del ribadire forme di controllo giudiziario sui soggetti sottoposti a misure extracarcerarie, che l'ordinamento già in precedenza consentiva, aggiungendo però la previsione di una nuova tempistica irrealistica, in quanto poco compatibile con i carichi di lavoro degli uffici giudiziari che dovrebbero osservarla. Rispetto, innanzitutto, alla previsione del parere obbligatorio delle procure, si tratta di una scelta normativa che non ha contribuito a realizzare un più ragionevole equilibrio tra istanze contrapposte di prevenzione e tutela dei diritti fondamentali della persona, ma che rivela il suo vero significato politico: dimostrare all'opinione pubblica la capacità dell'Esecutivo - eventualmente - di frenare i giudici, sul cui operato è bene sorvegliare; se ne può altresì desumere l'implicita sollecitazione, rivolta sempre ai giudici, a far prevalere la bilancia più sul lato della sicurezza. Nel recente decreto ciò che di nuovo viene introdotto è costituito dalla previsione che i giudici dovranno rivalutare la permanenza dei motivi di salute connessi all'emergenza sanitaria in tempi molto ravvicinati. Nel contempo, si esplicita che, prima di emettere nuovi provvedimenti, la magistratura chiedere alle autorità competenti se vi siano posti disponibili nelle strutture sanitarie penitenziarie o nei reparti protetti degli ospedali ove il condannato possa proseguire lo stato detentivo senza pregiudizio per le condizioni di salute. Il messaggio politico è evidente, ancorché implicito. La magistratura viene invitata a far rientrare al più presto possibile in cella i detenuti mafiosi già scarcerati, ma, a parte la quantomeno dubbia legittimità di tale sollecitazione - e ne sono prova gli ultimi accadimenti giudiziari - e la non meno dubbia sua idoneità a condizionare effettivamente la produzione giudiziaria, un effetto certo delle verifiche ripetute entro scadenze temporali brevi sarà quello di ingolfare ulteriormente gli uffici interessati, che avranno pertanto bisogno di un ampliamento delle risorse di personale, peraltro insufficienti da anni. C'è altresì da prevedere che le verifiche periodiche sulle condizioni di salute individuale dei soggetti scarcerati e, nel contempo, sull'andamento generale di rischio contagio, nonché sulla possibilità di collocazione in strutture sanitarie intramurarie o esterne protette siano destinate ad incrementare informazioni trasmesse per via prevalentemente cartacea e a rendere ancor più complicate le interlocuzioni tra uffici di differente natura e competenza.