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la definizione del nuovo perimetro del SIN Bacino del fiume Sacco, di cui al decreto ministeriale n. 321 del 2016, a conclusione di un decennale periodo di alterne vicende giudiziarie amministrative, ha certificato l'esistenza di una vasta area a cavallo fra le province di Roma e Frosinone e lungo tutta l'asta fluviale, oggetto di un grave inquinamento ambientale; quanto emerso, sia durante le operazioni di caratterizzazione dell'area industriale di Colleferro e di Anagni, che successivamente e fino ai fatti attuali per i siti industriali dismessi nel Comune di Ceprano e Falvaterra, ha evidenziato che la pratica dell'interramento di rifiuti industriali per evitare gli oneri di smaltimento si è aggiunta e sommata, come causa della contaminazione di suoli ed acque, a quella dell'esercizio delle stesse attività industriali; alla grave compromissione ambientale, si aggiungono altre due note criticità che riguardano la valle del Sacco: la depurazione delle acque e la qualità dell'aria; nel fiume Sacco continuano a riversarsi, da oltre un ventennio, gli scarichi dei reflui di diverse attività industriali, senza alcuna depurazione e senza alcun controllo, come conferma il Piano di gestione del bacino idrografico dell'Appennino meridionale (al quale appartiene il fiume Sacco) , approvato con decreto del Presidente del Consiglio dei ministri 10 aprile 2013, che ha evidenziato che la qualità delle acque del bacino del Sacco è a livello "pessimo", ovvero il grado più basso della scala di qualità, di cui alla direttiva 2000/60/CE ed allo stesso decreto legislativo n. 152 del 2006. Le cause di tale degrado sono ben individuate dal medesimo Piano di gestione del bacino idrografico dell'Appennino meridionale, laddove nella relazione (pag.91) si legge: "Il fenomeno era ed è tuttora da attribuirsi alla mancata regolamentazione del sistema di scarichi da varia natura, in specie industriali. Ad oggi nell'area persistono condizioni di emergenza ambientale connessi ancora ad un sistema di collettamento e depurazione non idoneo o comunque non sufficiente a garantire standard qualitativi delle acque reflue compatibili con la tutela e salvaguardia delle risorse idriche"; l'intero territorio della valle del Sacco nella relazione dell'ARPA Lazio è stato censito in "Classe 1", laddove i superamenti delle concentrazioni di inquinanti in atmosfera, nella specie PM10 e PM2.5, sono tali per quantità ed entità da imporre l'adozione di misure emergenziali a tutela della salute delle popolazioni e dell'ambiente; la compromissione delle matrici ambientali suolo, acqua e aria, causata dal sovrapporsi e sommarsi delle criticità rappresentate, ha determinato delle indubbie ricadute sullo stato di salute della popolazione della Valle del Sacco. Il "Rapporto Tecnico sulla Sorveglianza Sanitaria ed epidemiologia della popolazione residente in prossimità del fiume Sacco" pubblicato nel giugno 2016 dal Dipartimento epidemiologico della Regione Lazio riporta: "La contaminazione del fiume Sacco rimane un disastro ambientale di proporzioni notevoli, che ha comportato una contaminazione umana di sostanze organiche persistenti considerate tossiche dalle organizzazioni internazionali. Proprio perché la contaminazione è purtroppo persistente non esistono metodi di prevenzione e di rimozione dell'inquinante. Si tratta di un episodio che ha implicazioni etiche, politiche e sociali di livello nazionale. Le autorità locali hanno il dovere di informare la popolazione, di salvaguardarne la salute specie dei gruppi sociali più deboli, di offrire l'assistenza sanitaria adeguata, e di garantire un continuo monitoraggio epidemiologico e sanitario. È ovvio che tale assistenza dal punto di vista della tutela sociale e sanitaria del servizio sanitario si deve accompagnare ad un impegno istituzionale coerente per il risanamento ambientale"; l'amministrazione regionale, immemore degli errori del passato, rischia di replicare quanto già avvenuto negli anni '90, "scaricando" le inefficienze ed i ritardi nell'attuare la gestione del ciclo dei rifiuti sui territori provinciali, in particolare su quello di Frosinone, si chiede di sapere: in quale modo il Ministro in indirizzo intenda intervenire per individuare l'origine dell'inquinamento e, in un contesto di innegabile urgenza ambientale e sanitaria, se non si intenda urgentemente predisporre piani concreti di bonifica e di repressione di atti illeciti tesi a colpire l'ecosistema; in un contesto ambientale critico, come quello della valle del Sacco e della provincia di Frosinone, quali azioni si intendano porre in essere al fine di impedire, sia il trasferimento dei rifiuti di altri ambiti e di nuovi impianti inquinanti, sia l'incenerimento degli stessi, provvedendo nel contempo alla dismissione degli inceneritori di Colleferro e di San Vittore. Atto n. 4-00933 ASTORRE Al Ministro della difesa Premesso che: le Forze armate dispongono di circa 16.500 alloggi di servizio, che vengono assegnati alle famiglie dei militari, con esclusione dei ruoli della truppa, in relazione all' incarico svolto o alla situazione familiare. In entrambi i casi si tratta di un intervento da parte di un ente pubblico per sostenere le politiche abitative del personale; per una particolare categoria di utenti, definiti sine titulo , il mantenimento della concessione oltre il periodo stabilito, affermata chiaramente sul piano legislativo, è valutato sulla base della situazione familiare del conduttore, ma è stato messo in discussione attraverso una serie di decreti attuativi e ancora di più nella modalità di applicazione degli stessi decreti, da parte dei vari comandi; tutto ciò ha determinato un rapporto difficile tra gli uffici competenti del Ministero della difesa e numerose famiglie (circa 4.000) identificate come sine titulo, per il fatto che, nonostante il titolo originario di concessione sia scaduto, mantengono il diritto alla continuità nella conduzione dei relativi appartamenti, in virtù di precise norme di legge e regolamentari; si stanno verificando casi paradossali nei quali gli stessi comandi riconoscono a conduttori in particolari situazioni individuati dagli stessi decreti ministeriali, quali ad esempio il personale in servizio o in quiescenza con reddito medio basso, le famiglie con al loro interno portatori di handicap gravi, in base alla legge n. 104 del 1992, art.3, comma 3, le vedove o i coniugi separati o divorziati, il diritto alle tutele previste per le categorie cosiddette "protette"; mentre, sulla base di differenti interpretazioni delle stesse norme da parte di altri comandi, si arriva a negare il diritto a quelle stesse condizioni, fino alla possibilità di interrompere, forzosamente, la conduzione dell'alloggio; di fronte a questa situazione, centinaia di militari e i loro familiari hanno indirizzato al Ministro della difesa migliaia di messaggi con i quali chiedono un incontro attraverso l'associazione "Casadiritto" per un chiarimento diretto, ma al momento queste richieste sono rimaste senza risposta; rilevato che a quanto risulta all'interrogante: