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la legge fallimentare destinata all'imprenditore commerciale, con i limiti dimensionali riconducibili all'attuale previsione, e la legge sul sovraindebitamento, di carattere applicativo residuale rispetto alla prima, ma anch'essa di portata generale. Entrambe le leggi dovrebbero favorire le procedure precoci di ristrutturazione (procedure negoziate di ristrutturazione), relegando la procedura liquidativa ai casi non altrimenti risolvibili e rimuovendo le attuali situazioni di difformità di trattamento tra i vari soggetti. Soluzioni correttive di un dato letterale così generico risentirebbero comunque di divergenze interpretative e applicative tra i vari tribunali, tali da creare una situazione di incertezza giuridica. Il comma 1, lettera a) , interviene sulla nozione di consumatore per consentire l'accesso alla procedura di piano del consumatore anche a coloro che abbiano svolto attività imprenditoriali o professionali, cessate al momento della proposta, il cui indebitamento residuo sia però inferiore a quello derivante da scopi estranei all'attività imprenditoriale o professionale. La lettera b) del comma 1 introduce la nuova lettera b-bis) al comma 2 dell'articolo 6 della legge n. 3 del 2012, definendo la nozione di «debitore». Il comma 2, lettera a) , numero 1), precisa che il debitore può essere assistito anche esclusivamente dal professionista facente funzioni di organismo di composizione della crisi (OCC) o dal gestore della crisi, evitando quindi che la prassi e la giurisprudenza impongano di avere l'assistenza di un avvocato, che graverebbe di ulteriori costi il sovraindebitato. Il numero 2) della medesima lettera a) sopprime, all'articolo 7, comma 1, della legge n. 3 del 2012, le parole: «all'imposta sul valore aggiunto ed alle ritenute operate e non versate». È noto che la Corte di giustizia dell'Unione europea, con la citata sentenza 7 aprile 2016, nella causa C-546/14 – Presidente Ilešič, Estensore Jarašiunas, ha ritenuto che «L'articolo 4, paragrafo 3, TUE nonché gli articoli 2, 250, paragrafo 1, e 273 della direttiva 2006/112/CE del Consiglio, del 28 novembre 2006, relativa al sistema comune d'imposta sul valore aggiunto, non ostano a una normativa nazionale, come quella di cui al procedimento principale, interpretata nel senso che un imprenditore in stato di insolvenza può presentare a un giudice una domanda di apertura di una procedura di concordato preventivo, al fine di saldare i propri debiti mediante la liquidazione del suo patrimonio, con la quale proponga di pagare solo parzialmente un debito dell'imposta sul valore aggiunto attestando, sulla base dell'accertamento di un esperto indipendente, che tale debito non riceverebbe un trattamento migliore nel caso di proprio fallimento». Pertanto, al verificarsi delle suddette condizioni è ammissibile un concordato preventivo che preveda la falcidia dell'IVA, senza la transazione fiscale. Alla luce di ciò, risulta evidente la disparità di trattamento per violazione dell'articolo 3, primo comma, della Costituzione tra le imprese commerciali non sotto-soglia, assoggettabili al concordato preventivo, e quelle sotto-soglia, che possono accedere solo alle procedure di sovraindebitamento, in quanto mentre alle prime sarà possibile falcidiare l'IVA (e le ritenute), alle seconde è attualmente vietato proporre un pagamento anche solo parziale del suddetto credito, essendo ammissibile solo il pagamento dilazionato. Con la modifica prevista, venendo soppresso il riferimento all'IVA e alle ritenute operate e non versate, viene rimossa l'illegittimità costituzionale sopravvenuta della norma dell'articolo 7 in esame. Il comma 2, lettera b), tende a dare maggiore specificazione al requisito previsto dall'articolo 7, comma 2, lettera b) , della legge n. 3 del 2012, impedendo l'accesso alle procedure di sovraindebitamento a tutti coloro che abbiano beneficiato dell'esdebitazione nei cinque anni precedenti o che abbiano beneficiato dell'esdebitazione per due volte. In altri termini, l'eccessivo rigore preclusivo dell'attuale requisito, che impedisce di fatto – secondo le interpretazioni più restrittive – la ripresentazione della proposta anche nei casi di semplice inammissibilità della stessa, viene temperato con la specificazione che la reiterazione della proposta non sarà ammissibile solo se il soggetto avrà avuto l'esdebitazione nei cinque anni precedenti o se l'avrà avuta per due volte. La lettera c) apre anche all'impresa sociale disciplinata dal decreto legislativo 3 luglio 2017, n. 112, sottoposta, ai sensi dell'articolo 14 dello stesso decreto, a liquidazione coatta amministrativa la possibilità di ricorso alle procedure di sovraindebitamento, con particolare riguardo all'accordo di composizione della crisi. Il comma 3 include nella relazione dell'OCC (articolo 9, comma 3- bis) l'indicazione del rispetto, da parte del finanziatore che valuta il merito creditizio, degli obblighi informativi necessari per consentire una decisione consapevole da parte del consumatore in ordine alla conclusione del contratto di credito. Il comma 4, lettera a), numero 1), precisa, all'articolo 10, comma 1, della legge n. 3 del 2012, che il decreto di fissazione dell'udienza non è reclamabile, colmando la lacuna della legge vigente. Al riguardo, l'analogo decreto di ammissione alla procedura di concordato preventivo di cui all'articolo 163 della legge fallimentare espressamente ne dispone la non reclamabilità. L'attuale omissione consente impugnazioni del tutto dilatorie da parte dei creditori, allungando i tempi della procedura e rendendola inutilmente più complessa, senza che a tale decreto si possa attribuire un contenuto decisorio. Il comma 4, lettera a) , numero 2), e la lettera b) , nonché i commi 5 e 6, apportano le modifiche ritenute necessarie al fine di rendere organica la disciplina dei termini che regolano la procedura di accordo di composizione della crisi. Infatti, l'attuale disciplina prevede, al citato articolo 10, la fissazione di un'unica udienza per l'omologazione dell'accordo, ma i vari adempimenti da rispettare, quali il voto dei creditori, la relazione definitiva dell'OCC, le contestazioni dei creditori, e altro, determinano di fatto per il giudice la necessità di fissare due udienze, con un ulteriore allungamento dei tempi della procedura. La nuova tempistica della procedura di accordo è volta a mantenere un'unica udienza avanti al giudice, con un riscadenzamento dei termini processuali così modulato: 1) fermo restando il termine complessivo di durata della procedura nell'arco di sei mesi, il termine tra il deposito della proposta e quello dell'udienza viene allungato da sessanta a novanta giorni [comma 4, lettera a) , numero 2)]; 2) il termine entro il quale deve essere esercitato il voto (dal quale dipende la formazione del silenzio-assenso sulla proposta) è di trenta giorni prima dell'udienza [comma 5, lettera a) ]; 3) il termine entro il quale può essere modificata la proposta è di quaranta giorni prima dell'udienza [comma 5, lettera b) ]; 4) il termine per la trasmissione della relazione da parte degli OCC ai creditori è di venti giorni prima dell'udienza [comma 6, lettera a), numero 1)];