[resaula]

Allo stesso tempo, stiamo assistendo ad una vera e propria ritirata, ad una eclissi del ministro Bonafede; una eclissi solo parziale perché se da un lato continua a dimostrare, anche con l'assenza di questi giorni, il suo non voler continuare a metterci la faccia su questa vicenda, lo stesso non può dirsi per il provvedimento che per questioni meramente numeriche purtroppo sarà comunque approvato; forse anche perché, absit iniuria verbis , la congiunzione astrale di questo inizio legislatura sta inficiando negativamente il rapporto tra il MoVimento 5 Stelle e la decretazione d'urgenza; un rapporto che, alla luce anche della sortita del decreto-legge dignità, mette un po' in difficoltà, un po' troppo in affanno. Il vero, tragico problema, tuttavia, è che mette in difficoltà anche molti, troppi italiani. Tale difficoltà si ritrova già nel titolo di questo provvedimento, dal momento che il ministro Bonafede ha deciso di conferire nuovo significato alla parola «svolgimento» dei procedimenti e processi penali, perché a Bari la giustizia è stata di fatto sospesa, bloccata, senza avere, però, la conseguente capacità di portare a fondo questa scelta drastica per gestire, così, in modo maturo e responsabile, gli effetti scaturenti da tale determinazione. Per questo, in mille modi abbiamo chiesto al Guardasigilli di assumere il ruolo di commissario straordinario; lo abbiamo chiesto noi e lo hanno fatto in tanti, soprattutto tra gli operatori. Si tratta di una scelta forte, forse l'unica capace di calmierare la forza degli effetti negativi del decreto-legge da lui voluto. Invece, al signor Ministro è mancato il coraggio. D'altronde si sa che, come scriveva Manzoni: «il coraggio, uno, se non ce l'ha, mica se lo può dare». L'Assemblea si accinge quindi ad approvare un provvedimento che è un colpo di spugna: cancella diritti costituzionali, annacqua procedimenti, affoga distinzioni di rilievo, come quella tra istituto sostanziale e processuale della prescrizione; serve aceto alla bocca di quegli avvocati ai quali avete deciso di non sospendere i termini di scadenza delle rate degli oneri previdenziali e di quelli fiscali. Tutto questo per non ingarbugliare ulteriormente le acque con la clausola dell'invarianza finanziaria, ma - sia ben chiaro - va ancora chiarito chi pagherà le notifiche, dal momento che continuiamo a credere come impossibile la copertura tramite posta elettronica di almeno 60.000 notificazioni. Ciò che più duole e rammarica nel commento al provvedimento in discussione è la cocciutaggine, la chiusura totale al confronto che ha avuto il ministro Bonafede. È riuscito in un'opera titanica di ricomposizione di un fronte storicamente molto frastagliato. È riuscito a compattare, scontentandoli, magistrati, avvocati, amministrativi del tribunale di Bari: tutti concordi nel contestare aspramente il decreto-legge ed i relativi contenuti. Possibile che tutti sbagliano? Possibile che non vi sia venuto il dubbio che forse l'atto in esame oggi è perfettibile, come da sempre si insegna? È possibile che non c'era spazio per accogliere anche qualche minima levigatura, lasciando così indicativamente aperta da parte del Governo la disponibilità al confronto e alla dialettica? La risposta è tanto semplice quanto perentoria: un secco «no». Il ministro Bonafede ha preferito semmai anticipare, in modo preoccupante e distopico, la concezione che il MoVimento 5 Stelle sembra nutrire del Parlamento, dei suoi nobili luoghi e dei suoi autorevoli rappresentanti, e che il CEO, Casaleggio, ha vaticinato in un'intervista di un paio di giorni fa. Al confronto schietto e diretto con i rappresentanti votati dal popolo in modo democratico, egli ha preferito la comunicazione monodirezionale della diretta Facebook, salvo poi capitolare e tornare a Canossa di fronte alle preoccupanti ombre che incombono sull'individuazione della nuova sede del tribunale di Bari. Nel mancato ripensamento e quindi correzione di rotta, propria di chi dispone di quel senno del poi che non è indice di debolezza, ma al contrario dimostrazione di intelligenza, si radica quindi non solo il convincimento che la soluzione prodotta da questo Esecutivo è completamente sbagliata, ma anche il giudizio su una ostentata sordità a qualsiasi permeabilità volta alla ricerca di una saggia sintesi, e non invece l'ostinata chiusura in un fazioso oltranzismo, inopportuno e dannoso. (Applausi dal Gruppo PD) . PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Minuto. Ne ha facoltà. MINUTO (FI-BP) . Signor Presidente, la questione del Palagiustizia di Bari affonda le proprie radici, non come è stato detto qualche minuto fa, nel 2010, ma nel lontano 2005, quando l'allora sindaco impedì di fatto la realizzazione del progetto della ditta Pizzarotti di Parma, di realizzare un polo unico della giustizia, quello che la città di Bari voleva già tempo. In quel progetto, vincitore di una ricerca di mercato, vi sarebbe stata certamente la soluzione all'annosa questione dell'edilizia giudiziaria a Bari. Essa avrebbe evitato, inoltre, il verificarsi dell'assurdo ed ignobile quadro delineatosi in questi giorni. Infatti, è tristemente noto a tutti che, a seguito dell'indagine tecnica affidata dal procuratore della Repubblica di Bari, dottor Giuseppe Volpe, all'ingegner Vitone, il cui esito si traduceva nel potenziale pericolo di crollo della struttura ove veniva amministrata la giustizia penale a Bari, seguiva la sospensione dell'agibilità del palazzo, a firma del sindaco Decaro. Così, tra l'incredulità e la piena emergenza, il 26 maggio venivano montate nel parcheggio sterrato dinanzi al tribunale tre tende con bagni chimici all'esterno, per consentire, in un'atmosfera surreale, la formale celebrazione delle udienze in calendario, al sol fine di disporre il rinvio di tutti i processi penali ordinari; un rinvio concesso senza una visione del futuro e solo per tamponare l'emergenza. Non sto ad aggiungere cosa è successo nella nostra città a Bari: immaginate tre tende con il caldo e gli insetti; addirittura c'è stato un diluvio estivo a seguito del quale una delle tende è stata resa inagibile e smantellata. Questa situazione drammatica si è protratta per quasi un mese, dal 28 maggio al 22 giugno, durante il quale magistrati, cancellieri ed avvocati sono stati costretti ad esercitare il proprio lavoro in condizioni indegne ed indecorose, ben lontane dall'idea di un Paese civile. A porre fine a questa pagliacciata (perché, signori, di pagliacciata si è trattato), il decreto-legge del Governo che ha sospeso l'attività penale ordinaria nel capoluogo pugliese sino al 30 settembre prossimo. Così, a distanza di un mese, dal 1° luglio 2018, è stata smantellata la tendopoli nel parcheggio sterrato del Palagiustizia di Bari, ma purtroppo ciò non ha affatto risolto alcun problema.