[pronunce]

Sentenza ha pronunciato la seguentenel giudizio di legittimità costituzionale degli artt. 189 e da 266 a 271 del codice di procedura penale, promosso con ordinanza emessa il 5 luglio 2000 dal giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Alba nel procedimento penale a carico di Di Sarno Giovanni, iscritta al n. 645 del registro ordinanze 2000 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica 1ª serie speciale, n. 45, dell'anno 2000. Visto l'atto di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri; Udito nella camera di consiglio del 13 febbraio 2002 il giudice relatore Giovanni Maria Flick.. Ritenuto in fatto Considerato in diritto 1. - Con ordinanza emessa il 5 luglio 2000 il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Alba ha sollevato, in riferimento agli artt. 3 e 14 della Costituzione, questione di legittimità costituzionale "degli artt. 189 e 266 - 271 del codice di procedura penale e, segnatamente, dell'art. 266, comma 2, del codice di procedura penale", nella parte in cui "non estendono la disciplina delle intercettazioni delle comunicazioni tra presenti nei luoghi indicati dall'art. 614 del codice penale alle riprese visive o videoregistrazioni effettuate nei medesimi luoghi". L'ordinanza, emessa nell'udienza preliminare, premette che nell'ambito di un procedimento penale relativo a delitti di favoreggiamento e sfruttamento della prostituzione, il giudice per le indagini preliminari aveva autorizzato - "anche ai sensi dell'art. 266, comma 2, cod. proc. pen. ", qualora il luogo dovesse considerarsi di privata dimora - l'intercettazione di comunicazioni tra presenti all'interno di un locale notturno, ove si presumeva svolgersi l'attività criminosa. Nello stabilire le modalità delle operazioni, il pubblico ministero aveva peraltro disposto, con proprio decreto, che nel locale venissero installate anche delle videocamere: e mentre l'intercettazione delle conversazioni non era stata di fatto eseguita, in quanto ostacolata dall'elevato volume della musica; l'apparato di ripresa visiva, occultato dalla polizia giudiziaria in una plafoniera sita in una saletta appartata, aveva consentito di registrare immagini di rapporti sessuali tra i clienti e le ballerine dell'esercizio. Anche sulla base di tali registrazioni, il gestore del locale era stato quindi sottoposto ad arresti domiciliari; misura confermata, in sede di riesame, dal Tribunale di Torino, la cui decisione era stata tuttavia annullata dalla Corte di cassazione, sul rilievo che le riprese visive avrebbero dovuto essere, nel frangente - in quanto effettuate in luogo qualificabile come di privata dimora - anch'esse specificamente autorizzate a norma dell'art. 266, comma 2, cod. proc. pen. , rimanendo in difetto inutilizzabili. Nella richiesta di rinvio a giudizio (formulata prima che intervenisse la decisione della Corte di cassazione nel procedimento incidentale de libertate), il pubblico ministero aveva peraltro indicato fra le fonti di prova a carico anche i nastri delle videoregistrazioni: nastri dei quali, nell'udienza preliminare, la difesa aveva quindi eccepito l'inutilizzabilità. Ciò premesso, il rimettente osserva come - in assenza di specifica disciplina processuale - la giurisprudenza di legittimità si sia espressa in modo contrastante riguardo alla possibilità di effettuare riprese visive a fini di indagine in luoghi di privata dimora: avendo essa affermato ora che l'operazione resta preclusa in radice, fuori dei casi in cui risulti strettamente funzionale alla intercettazione di comunicazioni non verbali tra presenti, dal principio dell'inviolabilità del domicilio sancito dall'art. 14 Cost; ora, invece, che la videoregistrazione deve essere autorizzata a norma dell'art. 266, comma 2, cod. proc. pen. , e cioè in conformità della disciplina prevista per le intercettazioni ambientali; ora, infine, che è necessario e sufficiente, in base agli artt. 189 cod. proc. pen. e 14 Cost., un atto motivato dell'autorità giudiziaria e, dunque, anche un provvedimento del pubblico ministero. Ad avviso del giudice a quo la prima tesi non potrebbe essere condivisa, in quanto lo stesso art. 14 della Costituzione prevede "limiti e deroghe" al principio di inviolabilità del domicilio a salvaguardia di altri valori costituzionali, tra i quali l'accertamento e la repressione dei reati; e neppure la seconda, non sussistendo i presupposti per estendere analogicamente alle riprese visive le disposizioni in tema di intercettazioni di comunicazioni tra presenti, stante anche la previsione dell'art. 189 cod. proc. pen. (in tema di prove non disciplinate dalla legge). La lettura corretta del quadro normativo sarebbe pertanto la terza (sufficienza dell'atto motivato dell'autorità giudiziaria): lettura a fronte della quale, tuttavia, la disciplina del mezzo di ricerca della prova in questione verrebbe a porsi in contrasto tanto con il principio di uguaglianza - avuto riguardo, quale tertium comparationis all'ipotesi regolata dall'art. 266, comma 2, cod. proc. pen. - quanto con lo stesso art. 14 Cost. L'effettuazione di riprese visive comporterebbe, difatti, una limitazione della inviolabilità del domicilio equivalente, se non addirittura maggiore, rispetto all'intercettazione di comunicazioni fra presenti: sarebbe pertanto irragionevole che a quest'ultima possa procedersi solo in base a provvedimento del giudice ed entro precisi limiti, tanto di ammissibilità che temporali, mentre per le riprese visive basti un provvedimento, sia pur motivato, del pubblico ministero. L'art. 14 Cost., d'altro canto, non si limita a richiedere, ai fini della compressione della libertà di domicilio, un provvedimento motivato dell'autorità giudiziaria, ma postula altresì che tale provvedimento sia adottato "nei casi e nei modi stabiliti dalla legge": imponendo, così, una compiuta disciplina legislativa delle ipotesi e delle modalità di limitazione di detto diritto fondamentale, nella specie mancante. Quanto, infine, alla rilevanza della questione, il rimettente rimarca come nel procedimento a quo le riprese visive siano state eseguite in forza di un provvedimento motivato del solo pubblico ministero ed in un luogo che, per le sue caratteristiche, doveva considerarsi di privata dimora: con la conseguenza che il quesito di costituzionalità risulterebbe decisivo ai fini dell'utilizzabilità delle riprese stesse. 2. - Nel giudizio di costituzionalità è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, il quale ha concluso per la declaratoria di infondatezza della questione. L'Avvocatura erariale nega la sussistenza del preteso contrasto con l'art. 14 Cost., ritenendo soddisfatto, nella specie, il livello minimo di garanzie previsto dal precetto costituzionale, il quale richiede, ai fini della limitazione del "diritto alla riservatezza", un provvedimento motivato dell'autorità giudiziaria (e, quindi, anche del pubblico ministero):