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Il presente disegno di legge, puntando sul commercio con l'estero come leva per la ripresa economica e produttiva del Paese, mira quindi contemporaneamente alla tutela del produttore e del consumatore, attraverso l'istituzione di un marchio Italian Quality che sopperisca all'attuale carenza di informazione e di garanzia consentendo, contemporaneamente, condizioni di equa competizione. Per un'Italia che, grazie alla sua geniale operosità, ha dimostrato di possedere una leadership industriale che se dovesse andare perduta – in evidente mancanza di altre ricchezze, come le materie prime o l'energia – ci condurrebbe ad un terribile declino, il commercio con l'estero può essere invece una chiave di lettura per mantenere, e prolungare nel tempo, un meritato benessere. Così, il made in Italy , inteso non solamente come produzione localizzata nel nostro Paese, ma come percezione del prodotto nel suo insieme, rappresenta un asset di enorme valore: secondo una ricerca condotta da KPMG nel 2010, è il terzo « marchio » più riconosciuto al mondo dopo Coca-Cola e Visa, mentre sempre secondo una ricerca condotta da KPMG nel 2011, l' export made in Italy è cresciuto complessivamente del 25,1 per cento e solo verso i Paesi esterni all'Unione europea del 35,3 per cento. Al riguardo, al fine di evitare una certa confusione terminologica – come intervenuta inizialmente nel caso dell'articolo 4, comma 49, della legge 24 dicembre 2003, n. 350, tra il concetto di « indicazione di origine » del prodotto da un dato Paese e il concetto di « indicazione di provenienza » relativo agli indicatori che attestano l'esistenza di un collegamento dimostrabile tra una determinata caratteristica del prodotto e un determinato luogo di produzione, è bene chiarire la distinzione tra « marchio » e « marcatura d'origine ». Mentre il « marchio » consiste in un segno distintivo che è sempre proprietà di qualcuno, la « marcatura d'origine » non può essere oggetto di trasferimento e dipende solo da dove il prodotto è stato materialmente fatto: non a caso, nella prassi si ricorre a volte all'espressione « origine commerciale » in contrapposizione a « origine doganale », nell'intento di evitare la – facile – confusione tra i due ambiti. Infatti, due beni con la medesima etichetta di origine possono avere storie produttive molto diverse: in un caso si potrebbe trattare di un bene « interamente realizzato » in un dato Paese, mentre in un altro potrebbe aver subito lì solo « l'ultima trasformazione sostanziale ». È dalle regole di origine doganale che dunque discende la « marcatura di origine ». Molti Paesi richiedono che l'origine del prodotto sia evidenziata direttamente sullo stesso, anche attraverso un'etichetta, prima di varcare la frontiera, per facilitare i controlli, imponendo, altresì, che essa permanga nella successiva messa in libera pratica ovvero nell'immissione al consumo, in maniera tale che anche il consumatore sia informato dell'origine del prodotto che gli viene offerto, in una boutique, come al supermercato. L'informazione del consumatore, però, è un obiettivo secondario, nel senso che lo scopo principale della « marcatura d'origine » – quello che ne ispira le regole applicative, le semplificazioni, così come le convenzioni – rimane quello doganale. Per quanto riguarda l'Unione europea, il codice doganale comunitario prevede un duplice sistema di regole per definire l'origine doganale di un prodotto: quelle relative all'origine « preferenziale » e quelle relative all'origine « non preferenziale ». Le regole del regime « preferenziale » scaturiscono da accordi di volta in volta negoziati tra l'Unione europea e un determinato Paese terzo (o gruppo di Paesi), in base alle quali le merci possono ottenere talune agevolazioni all'atto della loro importazione. Le regole in materia di origine « non preferenziale » sono invece emanate in via autonoma dall'Unione europea e incidono sugli scambi con i Paesi non legati ad essa da accordi tariffari specifici (USA, Canada, Giappone, eccetera). In particolare, per i prodotti parzialmente ottenuti in Paesi diversi, qualora si tratti di Paesi in regime di origine « non preferenziale », secondo l'articolo 60, comma 1, del nuovo codice doganale dell'Unione, di cui al regolamento (UE) n. 952/2013 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 9 ottobre 2013, « Le merci alla cui produzione contribuiscono due o più paesi o territori sono considerate originarie del paese o territorio in cui hanno subito l'ultima trasformazione o lavorazione sostanziale ed economicamente giustificata, effettuata presso un'impresa attrezzata a tale scopo, che si sia conclusa con la fabbricazione di un prodotto nuovo o abbia rappresentato una fase importante del processo di fabbricazione ». Per quanto concerne i regimi nazionali, in ossequio al principio di territorialità della legge, i produttori devono conformarsi alle regole sulla « marcatura di origine » vigenti nel Paese nel quale i loro prodotti sono commercializzati. Il « marchio », anche collettivo, assolve principalmente ad una duplice funzione: quella di fornire al consumatore un'informazione aggiuntiva sul prodotto che intende acquistare e quella di prevenire pratiche fraudolente da parte di produttori e importatori. Inoltre, qualora – per certe produzioni – i consumatori colleghino l'origine da un determinato Paese a caratteristiche generali di migliore qualità, il « marchio » può rappresentare altresì, per i relativi prodotti, uno strumento indiretto di promozione delle vendite. Al tema dei marchi il GATT (General agreement on Tarifs and Trade – Accordo generale sulle tariffe e sul commercio concluso a Ginevra il 30 ottobre 1947), dedica l'articolo IX, il cui contenuto, limitato alla fissazione di alcuni princìpi generali, deve essere integrato con le disposizioni dell'Accordo sulle regole di origine allegato al GATT stesso. Quel che rileva ai fini del presente disegno di legge è dunque evitare possibili equivoci circa la locuzione inglese « Made in » che potrebbe essere intesa sia come « marcatura d'origine » in senso doganale, sia come « marchio » nel senso di simbolo reputazionale agli occhi dei consumatori di tutto il mondo: anche se di nomenclatura doganale si tratta, infatti, è necessario prendere atto che la denominazione d'origine italiana « Made in Italy » ha assunto la valenza di marchio collettivo. Ora, pensando a quel vincolo doganale che associa l'origine di un prodotto all'ultima trasformazione sostanziale (si veda il citato articolo 24 del codice doganale comunitario), è sufficiente dare un contributo finale, per meritarsi un « premio » che l'immaginario collettivo globale associa a un'italianità quasi totale? Il problema deriva dal fatto che in Europa, a fronte dell'esigenza di facilitare la costruzione del mercato interno, non esiste l'obbligo della marcatura d'origine sui prodotti, indipendentemente che siano realizzati in un Paese membro, o siano di provenienza extra-europea. Il non obbligo non significa impossibilità, ma facoltà, anche nel commercio interno, purché nel rispetto del codice doganale dell'Unione europea.