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Ciò è dovuto al fatto che il pensiero che sta alla base del decreto-legge è disordinato e privo di una visione organica e lungimirante e, di conseguenza, il risultato è un insieme di norme ripetitive e complicate. A questo proposito non possiamo non chiederci per quale motivo coloro che hanno fatto la domanda prima della data di entrata in vigore della legge di conversione possano avere per sei mesi il beneficio economico « pur in assenza » dell'eventuale ulteriore certificazione, documentazione o dichiarazione sul possesso dei requisiti, richiesta in seguito alle disposizioni introdotte dalla legge di conversione del decreto-legge. Ciò significherà che, anche qualora i « primi » beneficiari non integrino la documentazione (che invece gli altri beneficiari, ovvero coloro che presenteranno la domanda successivamente, dovranno presentare in modo completo) potranno comunque avere il beneficio economico per sei mesi. Questa norma introduce una disparità di trattamento nei confronti dei richiedenti dovuta esclusivamente al fattore tempo: chi ha fatto la domanda prima avrà il reddito di cittadinanza anche se non integrerà la documentazione in attuazione di quanto previsto dalla legge di conversione del decreto-legge. In merito all'apparato sanzionatorio previsto dal decreto-legge, del tutto sproporzionato in un'ottica meramente punitiva, ma non efficace, si segnala che sull'articolo 7- ter, in materia di sospensione del beneficio in caso di condanna o applicazione di misura cautelare personale, la Commissione Affari costituzionali del Senato, in sede consultiva, ha osservato che « la decorrenza “de iure” del diritto al ripristino dell'erogazione del reddito di cittadinanza, a seguito di revoca della sua sospensione da parte dell'autorità giudiziaria, dalla data di presentazione della domanda, senza effetto retroattivo, a prescindere dalla fattispecie concreta, andrebbe valutata, sia in punto di ragionevolezza, sia alla luce del principio di presunzione di non colpevolezza di cui all'articolo 27 della Costituzione ». Sono poi state apportate modifiche relative all'introduzione ex novo di norme in materia di assunzioni nelle pubbliche amministrazioni orientate a semplificare il turnover di personale in alcune amministrazioni con l'unico scopo di arginare, almeno in parte gli effetti dirompenti – finora del tutto sottovalutati dal Governo – che le uscite anticipate per « quota 100 » rischiano di determinare per la funzionalità dei servizi al cittadino in comparti cruciali. Le modifiche introdotte che riguardano l'amministrazione giudiziaria, il Ministero per i beni e le attività culturali e in parte la sanità non solo non danno una risposta esaustiva alle conseguenze che il prepensionamento non programmato rappresenterà per il funzionamento della pubblica amministrazione, ma lasciano fuori un comparto cruciale come quello della scuola dove c'è il gravissimo rischio – considerato il blocco dei concorsi previsto dall'ultima legge di bilancio – di non avere insegnanti sufficienti a rispondere alle necessità che potranno ravvisarsi per il prossimo anno scolastico. Dall'opposizione, se verrà approvata questa norma, anche fuori dalle Aule parlamentari, vigileremo per prima cosa sulla realizzazione vera dei livelli essenziali delle prestazioni per garantire i diritti e dare la possibilità ai nostri concittadini di adempiere i propri doveri. E le nostre battaglie si sposteranno anche a livello europeo, per istituire una misura universale, europea di sostegno al reddito. Perché questa è l'unica soluzione in un mondo globalizzato e competitivo in cui si dovranno mettere al centro le competenze delle persone in un mercato del lavoro profondamente in cambiamento. Infine ritengo che gli effetti delle norme dovranno essere soprattutto misurate sul benessere delle donne. Recentemente una donna illuminata come Luisa Muraro ha ricordato, a proposito di Reddito di cittadinanza, che agli inizi del femminismo, alcune militanti lanciarono l'idea di un salario al lavoro domestico, che era teoricamente ben fondata. Ebbero un certo seguito, ma non abbastanza da farne un'idea vincente in quel campo di battaglia che è il femminismo, da cinquant'anni. Le donne, di fatto, preferirono la possibilità di entrare nel mercato del lavoro. Le donne che cercavano libertà personale al salario del lavoro domestico hanno preferito il mercato del lavoro. Per avere esistenza nella vita pubblica e per riuscire a migliorare la propria condizione, infatti, avere un lavoro retribuito è la forma principale di vita pubblica, che dà esistenza e un minimo di forza contrattuale nei rapporti con la collettività. Si tratta di una scelta doppiamente significativa in quanto proveniente da chi aveva comunque una posizione dignitosa nella vita sociale, in quanto donne di casa nonché, molte, madri di famiglia. Analogamente al racconto di questa esperienza noi dobbiamo prendere a esempio la vita delle donne e il loro desiderio di libertà per costruire una società di persone libere e solidali a cui la politica pubblica fornisce strumenti e opportunità per esserlo. E inoltre adoperarsi perché le donne non debbano essere penalizzate nell'uscita dal lavoro per carriere discontinue in larga parte dovute a impegni di cura come avviene con « quota 100 ». In conclusione, Reddito di cittadinanza senza percorsi di inclusione, controlli al posto di responsabilità, punizione in luogo di accompagnamento e sostegno, reddito senza lavoro, esclusione di cittadini immigrati dagli aiuti sociali riteniamo non siano le strade da percorrere per la nostra comunità Paese. Ed è questo anche il vero discrimine politico tra destra e sinistra. Noi continueremo a stare sempre dalla stessa parte, quella della libertà dal bisogno e dell'emancipazione delle cittadine e dei cittadini, sostenendo chi si trova in difficoltà in un contesto ampio di sviluppo delle opportunità di lavoro. Parente, Patriarca, Laus e Nannicini, relatori di minoranza.