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Norme per la concessione del prestito d'onore. Onorevoli Senatori. -- L'articolo 3, secondo comma, della Costituzione afferma: «È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e la uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese». Inoltre, l'articolo 34, terzo e quarto comma, della Costituzione recita espressamente che «I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi. La Repubblica rende effettivo questo diritto con borse di studio, assegni alle famiglie ed altre provvidenze, che devono essere attribuite per concorso». Il diritto allo studio, dunque, è diritto che si fonda espressamente sulla nostra Costituzione, ma ancor oggi le condizioni economiche di molti studenti, sia pure meritevoli e capaci, rendono questo diritto non concretamente esercitabile. È, infatti, innegabile che la Repubblica italiana non riesca, nonostante i tanti sforzi compiuti sinora, a garantire a tutti il diritto allo studio e quindi non riesca a rimuovere totalmente quegli ostacoli di ordine economico che impediscono ai cittadini di avere eguaglianza di opportunità. La negazione, di fatto, del diritto allo studio è uno dei principali fattori di discriminazione, in quanto l'apprendimento è possibile solo ad una relativa minoranza, favorita da condizioni economiche di partenza migliori. Non si tratta di una situazione nuova: già negli anni '90 il nostro Paese aveva solo un 20 per cento della popolazione diplomato, evidenziando così il fatto che, nonostante tutti i progressi che certamente si sono registrati nel tempo, solo una piccola élite benestante e abbiente aveva potuto permettersi di completare il ciclo di studi, in particolare quello universitario. Secondo l'edizione 2015 del rapporto internazionale Education at a glance prodotto dall'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse), solo il 42 per cento degli italiani inizia gli studi universitari. Si tratta del valore più basso d'Europa (escludendo il Lussemburgo che non ha università), e del penultimo tra i Paesi Ocse, davanti al solo Messico. La media europea, invece, è pari al 63 per cento, con valori massimi che raggiungono l'80 per cento. Secondo lo stesso rapporto, in Italia la percentuale di laureati nella fascia d'età 25-34 anni occupa l'ultimo posto tra i Paesi Ocse, superato anche dalla Turchia, e raggiunge appena il 24 per cento di fronte ad una media europea del 39 per cento. La percentuale di laureati precipita, poi, al 17 per cento qualora si prenda in considerazione la fascia 25-64 anni, sempre la più bassa dell'area Ocse. Anche le immatricolazioni non presentano dati confortanti, come evidenziato dal Consiglio universitario nazionale già nel 2013 e, successivamente dalla XVIII indagine Alma Laurea pubblicato nel 2016. Entrambe le fonti, infatti, evidenziano che dopo l'aumento registratosi tra il 2000 ed il 2003, legato più che altro al rientro nel sistema universitario di fasce di popolazione adulta dopo la riforma dell'ordinamento degli studi del 1999, si è osservata una forte contrazione di immatricolati, con una percentuale pari al 20 per cento in meno dal 2003 al 2015, solo in piccola parte mitigato dal più 2 per cento dell'ultimo anno. Il calo delle matricole, inoltre, è particolarmente evidente nel Sud del Paese, dove si registra un meno 30 per cento; anche il Centro Italia cade pesantemente (meno 22 per cento), al contrario del Nord, che perde «solo» un 3 per cento. Tornando al basso numero di studenti laureati, l'Italia sconta anche l'inefficace sistema di orientamento pre-universitario, ma, soprattutto, il limitato impegno nazionale nel campo del diritto allo studio universitario. È innegabile che il recente e significativo aumento dello stanziamento dello Stato, passato da 162 milioni del 2015 a 217 del 2016, sia un fatto positivo, ma è evidente che lo strumento prevalente, quello della borsa di studio, non è sufficiente a garantire il diritto allo studio superiore. Nel 2014/2015, infatti, solo l'8,2 per cento degli studenti italiani ha conseguito borse di studio (e pesante è il fenomeno degli idonei non beneficiari, ossia di coloro che non possono avere una borsa di studio, cui pure avrebbero diritto, per la mancanza di fondi). Non meglio le cose vanno per altri interventi di diritto allo studio, che toccano solo il 10,3 per cento degli studenti, di fronte a valori superiori al 30 per cento in Francia, Regno Unito e Svezia, e all'80 per cento in Olanda, Danimarca e Finlandia. Non possono, poi, essere dimenticate le cosiddette «tasse universitarie» molto alte e che certo non aiutano i meno abbienti ad iscriversi o a proseguire gli studi. Nel corso degli anni la situazione non è troppo mutata. È vero, certamente, che le condizioni economiche degli italiani sono migliorate, almeno sino alla grande crisi partita nel 2008 e che ancora oggi ferisce con durezza una parte notevole della nostra società. È, però, anche vero che il numero di cittadini italiani che ha seguito un percorso formativo, dal più basso al più alto livello d'istruzione, continua ad essere inferiore alla media europea, in particolare rispetto a quei Paesi, quali Germania, Gran Bretagna, paesi della Scandinavia, dove costanti politiche in favore dell'accesso ai canali formativi ha sempre garantito altissimi livelli di scolarizzazione, anche per quel che riguarda gli studi universitari, spesso in Italia ancora avvertiti quasi come un «di più» non necessario, se non come «un parcheggio» in attesa di tempi migliori. Appare evidente che l'Italia soffre di un serio ritardo nella diffusione della formazione universitaria nella popolazione, ritardo che non sembra possa essere colmato in tempi brevi. È anche evidente a chiunque abbia occhi per vedere, che lo scarso numero, rispetto alla media europea, di cittadini che raggiungono i massimi livelli di istruzione, non è dovuto ad una scelta, ma a dati di fatto esterni. Non si può, cioè, affermare che la maggioranza di coloro che decidono di fermarsi negli studi lo faccia perché ha trovato lavoro, e quindi per una propria preferenza personale. La causa, invece, è da cercare, almeno in moltissimi casi, proprio nelle disagiate condizioni economiche delle persone, che ancora oggi costituiscono la vera, grande, discriminante per l'accesso ai canali formativi. Occorre, quindi, rimuovere gli ostacoli che si frappongo al raggiungimento dell'obiettivo di conseguire una sempre maggiore diffusione degli studi universitari, in modo da invertire la tendenza alla cosiddetta «fuga di cervelli» che indubbiamente indebolisce le strutture culturali ed economiche del nostro Paese, oltre a perpetuare l'immobilità sociale e le rendite di posizione acquisite. Non nuovi, ma purtroppo tutti falliti o quasi, i tentativi intrapresi nel nostro Paese per ridurre le sperequazioni esistenti tra le diverse aree geografiche, e per attuare in modo concreto il diritto allo studio.