[pronunce]

Per il rimettente ciò determina, nel quadro di una più attenta considerazione dell’art. 27 Cost., che è precluso al giudice l’esercizio concreto della discrezionalità vincolata di cui all’art. 133 cod. pen. , essendogli interdetta l’opera di adeguamento della pena alle circostanze oggettive e soggettive del reato, sicché il minimo edittale si presenta «sperequato in eccesso rispetto a quella platea statisticamente estesa di soggetti agenti che non presentano le stigmate della personalità criminale». Sotto tale aspetto egli sostiene, infatti, che l’aumento del minimo edittale della pena per il delitto di falsa testimonianza è stato varato nell’ambito di una legislazione “emergenziale”, ad avviso del rimettente «ritagliata per una tipologia di persone ad alta valenza criminale» e, dunque, finalizzato a reprimere il mendacio nell’ambito del crimine organizzato, con la conseguenza che il minimo edittale in questione sarebbe modellato su «un tipo criminologico d’autore (cioè il mafioso e le carriere criminali) che non si può dire costituisca il proprium del delitto di falsa testimonianza». Il trattamento sanzionatorio del delitto di falsa testimonianza si pone, dunque, in contrasto con l’art. 27, terzo comma, Cost., perché l’irrogazione di pene sproporzionate al grado di effettivo disvalore dei fatti e alla personalità del reo compromette la finalità rieducativa della pena stessa. Il rimettente osserva, infine, che, coincidendo il minimo edittale di due anni con il limite di pena oltre il quale non è usufruibile la sospensione condizionale della pena ai sensi dell’art. 163 cod. pen. , «è giocoforza lamentare che ciò comprime al massimo, di fatto quasi annullandolo, il margine di operatività dell’anzidetto beneficio, accordabile al reo primario che ne possa essere meritevole». 4.— Con atto depositato in data 14 aprile 2009 è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall’Avvocatura generale dello Stato, che ha sostenuto la non fondatezza della questione. La difesa erariale ha, in primo luogo, osservato che l’inasprimento del trattamento sanzionatorio per il delitto di falsa testimonianza, introdotto dal d.l. n. 306 del 1992, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 356 del 1992, non è stato dettato da motivazioni emergenziali, come affermato dal rimettente, quanto piuttosto dal mutamento del processo penale che, con l’entrata in vigore del nuovo codice di procedura, è divenuto di tipo accusatorio, con la conseguenza che la prova testimoniale ha assunto un ruolo primario. All’interesse per la veridicità della prova, dunque, ha fatto seguito l’innalzamento dei limiti edittali della pena per il delitto in questione. Pertanto, si deve escludere che sia stato violato l’art. 3 Cost. in base al rilievo che il minimo edittale previsto per il delitto di falsa testimonianza sarebbe irragionevole. Né la violazione del citato parametro può derivare dal diverso trattamento sanzionatorio previsto per altre figure criminose. Per quanto concerne il delitto di calunnia, la difesa erariale pone in rilievo che la pena della reclusione che va due a sei anni, cioè la stessa prevista per il delitto di falsa testimonianza, concerne le ipotesi meno gravi, mentre il trattamento sanzionatorio è fortemente inasprito per le violazioni più gravi. Quanto al confronto con il delitto di frode processuale, punito meno gravemente, la difesa erariale rileva che la ragione del diverso trattamento sanzionatorio risiede non solo nel dato che nel delitto di falsa testimonianza si trasgredisce un dovere di solidarietà sociale, ma anche nella considerazione secondo cui l’art. 374 cod. pen. è posto a tutela di mezzi di prova meno diffusi della prova testimoniale; inoltre, il delitto di frode processuale può essere commesso con meno facilità e minore speranza d’impunità rispetto a quello di cui all’art. 372 cod. pen. Anche con riferimento al delitto di favoreggiamento personale, punito meno gravemente, la difesa erariale osserva che soltanto con riferimento alla falsa testimonianza viene in rilievo un dovere di solidarietà sociale, la cui “sacralità” è sottolineata dalla previsione di specifiche formalità; inoltre, solo in quest’ultima fattispecie criminosa si realizza la violazione dell’interesse alla correttezza di un tipo di prova di assoluta importanza, qual è quella testimoniale. L’Avvocatura generale prosegue osservando che la questione sollevata dal rimettente non è fondata, anche con riferimento agli ulteriori profili di violazione degli artt. 3 e 27 Cost. Invero, il giudice può adeguare la pena alla scarsa gravità del fatto, concedendo le circostanze attenuanti generiche, così graduando la pena rispetto al disvalore del reato. La difesa erariale, infine, sostiene che l’inasprimento del trattamento sanzionatorio consente, comunque, la possibilità di applicare il beneficio della sospensione condizionale della pena alla luce delle possibili riduzioni di pena conseguenti alla scelta di dette attenuanti o di riti premiali.1. — Il Tribunale di Trento dubita della legittimità costituzionale, in riferimento agli articoli 3 e 27 della Costituzione, dell’articolo 372 del codice penale (falsa testimonianza) «laddove viene comminato il minimo edittale in anni due di reclusione, anziché in altra pena, di eguale specie, ma nella misura più bassa». Il rimettente, chiamato a decidere in un procedimento penale a carico di V. P., imputato del delitto di falsa testimonianza, perché, contrariamente a quanto emerso dall’istruttoria dibattimentale, dichiarava che N. D. non aveva partecipato al furto di quattro cerchioni di un’automobile, solleva il dubbio di legittimità costituzionale nei termini sopra indicati, ponendo in rilievo che la questione è rilevante in quanto «da essa dipende nei confronti del giudicabile, l’applicazione della pena in esito alla istruzione probatoria dibattimentale svolta». Ad avviso del giudice a quo il trattamento sanzionatorio previsto dall’art. 372 cod. pen. viola l’art. 3 Cost. in relazione ad una pluralità di profili. In primo luogo, esso si pone in contrasto con il principio di proporzionalità in quanto il minimo edittale, determinato in due anni di reclusione, non è adeguato al disvalore del fatto tipico, costituendo una pena inevitabile anche per le infrazioni più modeste. La disposizione censurata, poi, nel prevedere il citato minimo edittale viola il principio di ragionevolezza. Infatti, il reato di falsa testimonianza ha subito un inasprimento sanzionatorio introdotto dall’art. 11, comma 2, del decreto-legge 8 giugno 1992, n. 306 (Modifiche urgenti al nuovo codice di procedura penale e provvedimenti di contrasto alla criminalità mafiosa), convertito, con modificazioni, dalla legge 7 agosto 1992, n. 356. Per effetto di tale modifica, che ha sostituito l’originaria pena detentiva, stabilita nel minimo in sei mesi e nel massimo in tre anni di reclusione, il delitto de quo oggi è punito più gravemente di fattispecie assimilabili, come la frode processuale (art. 374 cod. pen.), il favoreggiamento personale (art. 378 cod.