[pronunce]

Resta impregiudicato, peraltro, il rimedio generale previsto dall'ordinamento penitenziario, mai abrogato e ritenuto dalla giurisprudenza di questa Corte applicabile, come prima si è ricordato, anche al regime di cui all'art. 41 bis. Venuta meno la previsione speciale si riespande quella generale, senza che si determini, sul piano dei diritti dei detenuti, un vuoto di tutela come quello denunciato dal rimettente. La questione, per i motivi esposti, è inammissibile per l'inadeguata ricostruzione del quadro normativo di riferimento (ex plurimis, ordinanze n. 220 del 2009 e n. 334 del 2007), nel cui contesto è assicurata, contrariamente a quanto assunto dal rimettente, la necessaria tutela giurisdizionale. 3. - Anche la seconda questione sollevata con l'atto introduttivo è inammissibile. 3.1. - Non risulta chiaro se il rimettente contesti in modo radicale ogni differenziazione tra detenuti in regime ordinario e detenuti in regime speciale ai sensi dell'art. 41-bis ord. pen. , oppure lamenti l'eccessiva esiguità del numero delle ore d'aria giornaliere (due) previsto, come limite massimo, dalla norma impugnata. La prima ipotesi sembra avvalorata dall'evocazione dell'art. 3 Cost., che sarebbe violato dalla norma censurata «in quanto pone in essere una disparità di trattamento tra detenuti, non giustificabile sulla base delle esigenze proprie del regime detentivo speciale». Secondo il rimettente, in particolare, non si comprenderebbe «in alcun modo come la limitazione delle ore di permanenza all'aperto possa ridurre il rischio che il detenuto mantenga contatti con l'esterno». Il giudice a quo si limita alle considerazioni appena citate e non spiega, quindi, per quali motivi l'estensione indeterminata delle ore di permanenza all'aperto sarebbe ininfluente sulle gravose misure logistiche e organizzative che dovrebbero essere adottate per mantenere invariato il livello di isolamento dell'interessato, a garanzia della sicurezza interna ed esterna al carcere. Peraltro lo stesso giudice a quo, nel prosieguo dell'atto introduttivo, dopo aver evocato l'art. 27, terzo comma, Cost. a proposito del divieto di trattamenti contrari al senso di umanità, richiama esplicitamente la sentenza n. 351 del 1996 di questa Corte, che ha individuato, come «particolarmente pregnanti», le indicazioni fornite dal legislatore con il quarto comma dell'art. 14-quater ord. pen. , vale a dire la possibilità di una permanenza all'aperto per un minimo di due ore giornaliere. Poiché la pronuncia citata, nel ritenere congruo il limite minimo delle due ore, partiva dal presupposto che fosse ragionevole una differenziazione di trattamento per ragioni di sicurezza, la seconda censura del rimettente entra in contraddizione con la prima, giacché non viene più in questione l'ablazione radicale della norma che prevede un diverso numero di ore d'aria, per violazione del principio di eguaglianza, ma la sola opzione concernente la durata della permanenza all'aperto, per asserita violazione dell'art. 27, terzo comma, della Costituzione. Una logica siffatta potrebbe trovare conferma nel riferimento, contenuto nell'ordinanza di rimessione, alla previgente disciplina, con la quale il legislatore avrebbe «recepito l'insegnamento della Corte costituzionale», che prevedeva come limite massimo di permanenza all'aperto quello di quattro ore giornaliere. In definitiva, non è chiaro se il rimettente chieda a questa Corte una rimozione completa della norma che prevede una diversità di trattamento dei detenuti in regime speciale - ammessa dal dictum della sentenza n. 351 del 1996, da lui stesso posta a premessa del suo ragionamento - oppure una differente quantificazione delle ore d'aria concedibili ai detenuti in questione. Una tale ambivalenza del petitum varrebbe per sé sola a determinare l'inammissibilità della questione sollevata (ex plurimis, ordinanza n. 411 del 2007). Ove poi si ritenesse che il rimettente abbia inteso far valere la ritenuta insufficienza del numero di ore previste per la permanenza all'aperto, resterebbe invariato l'esito di inammissibilità. Una richiesta del genere, infatti, sarebbe estranea alla competenza di questa Corte, che non può sovrapporre le proprie scelte a quelle del legislatore, anche perché il limite minimo assoluto (un'ora) rimane invariato rispetto alla disciplina previgente. È il caso di precisare, a tale ultimo proposito, che la riduzione del limite massimo di due ore decisa con i provvedimenti applicativi può essere sempre oggetto di reclamo al tribunale di sorveglianza, da parte di singoli detenuti, per violazione di un diritto soggettivo (quale, ad esempio, il diritto alla salute), nell'ambito del perdurante controllo di legalità orientato alla tutela dei diritti, di cui s'è detto nei paragrafi che precedono. Non si tratterebbe, in tali ipotesi, di un controllo sulla «congruità» del provvedimento rispetto ai fini di sicurezza, ma dell'accertamento della eventuale lesione di un diritto fondamentale - mai giustificabile, neppure per esigenze di sicurezza - da verificare caso per caso.. per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE dichiara inammissibili le questioni di legittimità costituzionale dell'art. 41-bis, commi 2-quater, lettera f), 2-quinquies e 2-sexies della legge 26 luglio 1975, n. 354 (Norme sull'ordinamento penitenziario e sull'esecuzione delle misure privative e limitative della libertà), sollevate - con riferimento agli artt. 3, 13, secondo comma, 24, primo comma, 27, terzo comma, 113, primo e secondo comma della Costituzione - dal Tribunale di sorveglianza di Roma con l'ordinanza indicata in epigrafe. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 26 maggio 2010. F.to: Francesco AMIRANTE, Presidente Gaetano SILVESTRI, Redattore Giuseppe DI PAOLA, Cancelliere Depositata in Cancelleria il 28 maggio 2010. Il Direttore della Cancelleria F.to: DI PAOLA