[pronunce]

Esso può essere indirizzato solo al procedimento legislativo adottato ma non alle modalità con cui avrebbero dovuto essere bilanciati i dialettici interessi della neutralità finanziaria, della sostituzione, della perequazione e del dimensionamento delle entrate fiscali di competenza delle autonomie speciali» (sentenza n. 155 del 2015). Dalla motivazione della pronuncia risulta con chiarezza che la struttura dell'IMU costituisce un mero presupposto della necessità di un nuovo bilanciato riparto delle risorse fiscali tra Stato ed autonomie territoriali. In sostanza, la sua disciplina ed il gettito conseguente costituiscono uno degli elementi essenziali per il raggiungimento di un nuovo equilibrio della fiscalità territoriale. Oggetto della materia del contendere nel precedente giurisprudenziale richiamato nell'ordinanza di rimessione è la suddivisione del gettito fiscale, di cui la Corte ha accertato l'incidenza «sul nucleo del sistema della fiscalità locale in ragione della sommatoria» degli effetti prodotti dalle norme in questione. È stato, infatti, sottolineato come «il principio di neutralità finanziaria operi all'interno delle relazioni tra Stato e Regioni in due direzioni: da un lato, comporta che la riforma fiscale non modifichi gli assetti della finanza pubblica allargata e la coerenza con i limiti della pressione fiscale complessivamente stabiliti; dall'altro, impone che la rideterminazione dei tributi oggetto di compartecipazione da parte delle autonomie speciali non riduca le risorse disponibili in modo da pregiudicare assetti organizzativi ed esercizio delle funzioni consolidatisi all'interno delle autonomie stesse» (sentenza n. 155 del 2015). Entrambi gli assunti ricavabili dall'evocata decisione appaiono ictu oculi incompatibili con il ragionamento del giudice rimettente, dal momento che l'illegittimità dell'imposizione in parola nel territorio della Regione siciliana verrebbe a pregiudicare contemporaneamente sia gli assetti della finanza statale nel suo complesso, sia gli assetti organizzativi e finanziari delle stesse autonomie territoriali siciliane. In definitiva, non è possibile ipotizzare, come fa il giudice rimettente, esenzioni o decorrenze diacroniche del tributo nel territorio insulare quali necessarie conseguenze dell'asserita non conformità a Costituzione del procedimento normativo afferente al riparto del provento del tributo stesso. Il motivo dell'inammissibilità dichiarata con la sentenza n. 155 del 2015 risiede nell'impossibilità di effettuare uno scrutinio delle norme impugnate in riferimento ai richiamati parametri statutari in considerazione del fatto che la stessa riforma della fiscalità territoriale prevede - all'art. 27 della legge n. 42 del 2009 e all'art. 14 del d.lgs. n. 23 del 2011 - una serie di coefficienti ponderali tra loro dialettici per la redistribuzione del gettito dei tributi modificati o istituiti dalla riforma stessa, la cui concreta utilizzazione è rimessa alla discrezionalità del legislatore. Se, da un lato, risulta obiettiva la difficoltà per questa Corte di sovrapporre le proprie decisioni all'ambito discrezionale normativo, dall'altro, l'evocata pronuncia afferma l'indefettibile necessità di evitare «uno squilibrio nell'ambito della finanza pubblica allargata in quanto lo Stato - sia pure violando lo schema legislativo presupposto - ha [già applicato al] proprio bilancio le somme in contestazione per un arco temporale che, complessivamente inteso, supera ormai il triennio» (sentenza n. 155 del 2015). È evidente che la pretesa cancellazione del tributo per detto triennio - sulla base di ragioni che esulano dal suo presupposto, dalla sua struttura e dalla individuazione dei soggetti passivi - provocherebbe uno squilibrio postumo nei relativi bilanci dello Stato, senza peraltro rimediare alla lesione eventualmente provocata in detto arco temporale ai bilanci delle Regioni a statuto speciale: «[s]e, come di seguito meglio precisato, questa violazione del canone procedimentale non può sottrarre in modo definitivo alle autonomie speciali risorse eventualmente necessarie per assicurare l'equilibrio tra entrate fiscali e funzioni esercitate, nondimeno il rimedio a tale violazione non può consistere nel diretto accoglimento [...] poiché, tra l'altro, esso investirebbe risorse già impiegate dallo Stato per la copertura di spese afferenti ai decorsi esercizi» (sentenza n. 155 del 2015). Sotto tale profilo, l'unico rimedio per supplire all'accertata violazione del metodo pattizio può risultare l'applicazione del principio dell'equilibrio dinamico, il quale consente di «garantire nel tempo l'equilibrio economico, finanziario e patrimoniale» (sentenza n. 155 del 2015), anche attraverso appropriate rimodulazioni dei rapporti fra Stato ed autonomie speciali nei futuri esercizi. Pertanto, le modalità di risoluzione del contenzioso sul riparto delle risorse fiscali tra Stato ed enti territoriali hanno quale indefettibile presupposto l'invarianza del gettito fiscale, in relazione al quale possono semmai ipotizzarsi rimodulazioni diacroniche del riparto stesso rispetto al momento dell'effettiva riscossione. A dimostrazione di tale assunto, è utile ricordare come per analoga fattispecie afferente agli accantonamenti riguardanti il gettito dell'IMU nei confronti di altra Regione a statuto speciale, che ha condotto ad una declaratoria d'illegittimità costituzionale, i relativi effetti si sono interamente dispiegati sulle relazioni finanziarie tra lo Stato e gli enti territoriali interessati, in considerazione dell'inscindibile «connessione tra il principio dell'equilibrio dinamico del bilancio ed il carattere di continuità degli esercizi finanziari, il quale ne risulta naturale declinazione essendo "essenziale per garantire nel tempo l'equilibrio economico, finanziario e patrimoniale" (sentenza n. 155 del 2015), anche attraverso appropriate rimodulazioni dei rapporti fra Stato ed autonomie speciali» (sentenza n. 188 del 2016) negli esercizi successivi. In definitiva, pur non potendosi escludere in astratto che un contribuente possa far valere un interesse al legittimo riparto delle risorse fiscali tra lo Stato e gli enti territoriali, non è al contrario configurabile la possibilità di invocare parametri costituzionali inerenti al riparto stesso al fine di contestare l'applicabilità del relativo tributo ai soggetti passivi. Ai fini della decisione del giudizio a quo appaiono dunque del tutto irrilevanti gli effetti dell'«inerzia del legislatore statale nella ricerca di un quadro complessivo di relazioni finanziarie conforme al dettato costituzionale [dal momento che tale inerzia può essere presa in considerazione solo] nella misura in cui non assicuri la congruenza tra l'attribuzione di risorse fiscali successivamente alla riforma del 2011 e le funzioni effettivamente attribuite ed esercitate dalle stesse autonomie speciali» (sentenza n. 155 del 2015). Il pregiudizio causato da detta inerzia sarebbe del tutto amplificato laddove fosse dichiarata illegittima l'imposizione proprio in quegli ambiti regionali incisi dagli effetti di norme finanziarie non conformi a Costituzione. 3.- La questione di legittimità costituzionale dell'art. 13 del d.l. n. 201 del 2011 nella sua interezza - esclusi i commi 11 e 17, di cui si è già chiarito - non è fondata.