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Modifiche al decreto legislativo 9 aprile 2008, n. 81, in materia di tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro. Onorevoli Senatori. -- All'inizio degli anni Sessanta in Italia si verificavano 4.500 infortuni mortali e oltre 1.500.000 infortuni sul lavoro in totale in un anno; lo scorso anno in Italia sono stati riportati invece meno di 700 infortuni mortali e 700.000 infortuni sul lavoro. Il trend di decrescita del fenomeno, negli ultimi anni, non sembra essere stato influenzato in modo sostanziale dall'adozione del decreto legislativo 9 aprile 2008, n. 81. Un secolo di studi ha dimostrato che il lavoro può avere sulla salute conseguenze negative (infortuni e malattie da lavoro), ma, più recentemente, si è avuta piena dimostrazione del fatto che il lavoro «sano» sia un importante fattore di promozione della salute. Per migliorare ulteriormente il quadro attuale in materia di sicurezza del lavoro non servono ulteriori interventi sul versante legislativo: in questo campo, al momento, non si può certo affermare che in Italia esistano carenze (le direttive europee in materia vengono da diversi anni puntualmente recepite). Al contrario, si pone un problema di semplificazione della legislazione, aumento dell'efficacia ed efficienza delle attività di vigilanza e riduzione dei costi e del contenzioso connessi agli infortuni e alle malattie da lavoro. Il decreto legislativo n. 81 del 2008 è nato con le migliori intenzioni ma è arrivato ad essere una legge monstre di centinaia di articoli, ridondante oltre misura, e ciò nonostante vaga nella definizione dei comportamenti penalmente rilevanti; la sua applicazione si traduce in una grande quantità di adempimenti formali, che non hanno dimostrazione di efficacia. Per confronto, si consideri che il corrispondente testo legislativo della Svezia, come l'Italia parte dell'Unione europea (e universalmente considerata la Nazione con la maggiore sicurezza del lavoro nel mondo), è composto da soli nove articoli (civilmente tradotti in inglese sul sito web del governo svedese). Il modello sotteso al decreto legislativo n. 81 del 2008 era quello tradizionale adottato nei Paesi avanzati, derivante dalla «medicina industriale» degli anni Cinquanta. Tale modello può ancora oggi essere ancora adeguato per aziende di medie-grandi dimensioni, caratterizzate da forza lavoro stabile (tendenzialmente impiegata per periodi molto lunghi) e con adeguate risorse finanziarie e organizzative. In queste aziende spesso è presente un vero e proprio «servizio sanitario aziendale» dotato di medici del lavoro, personale infermieristico e supporto amministrativo, in grado di far fronte alle necessità delle attività obbligatorie volte a garantire la tutela della salute dei lavoratori, anche con riferimento a stili di vita e comportamenti dei singoli, Tutto ciò, peraltro, non è concretamente applicabile a molte aziende del settore pubblico e alle piccole e medie imprese, che nel nostro Paese occupano la maggioranza dei dipendenti del settore privato (addirittura in molti casi si può parlare di piccolissime o micro imprese). Tale settore risulta naturalmente svantaggiato sul versante della prevenzione, proprio in ragione delle piccole dimensioni e della scarsità di risorse economiche e di personale, il che rende indispensabile mettere in campo misure e obblighi parzialmente differenti rispetto alla grande impresa mantenendo al tempo stesso identiche garanzie per i lavoratori e i datori di lavoro. Semplificare e razionalizzare l'attuale testo del decreto legislativo n. 81 del 2008 è quindi impresa possibile, seguendo le indicazioni generali basate sui seguenti capisaldi: -- che il testo contenga solo i princìpi essenziali, chiari e definiti, allo scopo di evitare interpretazioni difformi; -- che tutto ciò che comporta obblighi per le aziende e per i lavoratori sia supportato da adeguate evidenze scientifiche di efficacia; -- che le fattispecie penalmente rilevanti siano definite con estrema chiarezza, senza alcun possibile margine interpretativo, e che le sanzioni siano graduate in base alle possibili conseguenze del pericolo cagionato; -- che per le imprese con profili di rischiosità bassi e assimilabili agli ambienti domestici (piccoli uffici, attività di servizio semplici, eccetera) siano previste norme specifiche, estremamente semplificate rispetto a quelle generali; -- che tutto quanto esula dagli aspetti generali sia demandato a provvedimenti ministeriali da adottarsi attraverso un procedimento che tassativamente coinvolga le società scientifiche nella definizione del contenuto degli stessi; -- che gli adempimenti documentali siano ridotti al minimo indispensabile e vengano effettuati attraverso modelli unici nazionali da compilarsi via internet (Paper reduction Act) . La presente relazione illustra la specifica proposta della Società italiana di medicina del lavoro e igiene industriale (SIMLII) per la revisione del decreto legislativo n. 81 del 2008, anzi, per una radicale riscrittura delle norme in tema di tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro, che prenda come opportuno riferimento il testo originale della direttiva 89/391/CEE (19 articoli, 26.500 caratteri) e il corrispondente testo normativo svedese, citato in precedenza (9 articoli, 50.000 caratteri). Al tempo stesso, la SIMLII sottolinea come il modello previsto dal decreto legislativo n. 81 del 2008 lasci completamente scoperta la fascia dei lavoratori in cerca di occupazione (che attualmente ammontano a circa 3,5 milioni). Poiché da una cospicua letteratura è stato reso ben noto che lo stato di salute di chi non lavora è regolarmente peggiore di quello di chi ha un lavoro stabile, risulta evidente che anche a questa parte di cittadini andrebbe garantito un servizio medico specializzato sulle peculiari problematiche di salute collegate alla possibile futura attività lavorativa, ancora non previsto dalle attuali normative. L'obiettivo della nuova normativa sarebbe duplice: 1) definire periodicamente il profilo di idoneità generica del futuro lavoratore; 2) verificare lo stato di disagio legato alla condizione di disoccupato con l'attivazione di percorsi di promozione della salute. Si tratta di compiti che esulano da quelli propri del medico competente e dagli obblighi previsti dagli attuali articoli 25 e 41 del decreto legislativo n. 81 del 2008 e che potrebbero rientrare quali servizi specialistici di medicina del lavoro da erogare nell'ambito dei livelli essenziali di assistenza (LEA) da parte del Servizio sanitario nazionale. Il medico competente -- termine al quale sarebbe opportuno si sostituisse oggigiorno quello di medico della prevenzione occupazionale o medico occupazionale, più rispondente all'oggetto della sua attività professionale -- è una figura cardine del sistema di prevenzione in tutti i luoghi di lavoro, assieme al datore di lavoro, al responsabile del servizio di prevenzione e protezione e al rappresentante dei lavoratori per la sicurezza. Tuttavia, in seguito all'emanazione del decreto legislativo n. 81 del 2008, delle numerose successive modificazioni legislative e di molte interpretazioni difformi, anche giurisprudenziali, si è giunti progressivamente a una distorsione del rapporto fra le figure prima elencate, con ricadute negative sulla proficua applicazione della tutela della sicurezza e salute dei lavoratori e delle lavoratrici in tutti i luoghi di lavoro.