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Modifiche alla legge 23 marzo 1981, n. 91, recanti disposizioni in materia di sport e professionismo femminile. Onorevoli Senatori. – Nel corso degli ultimi anni, allo sport è stato riconosciuto un sempre crescente valore sociale, arrivando a ritenerlo uno dei maggiori strumenti di integrazione, di educazione dei giovani e di sostegno all'invecchiamento attivo. Malgrado sia insita nello sport la volontà di superare differenze di colore, di razza, di religione e di genere, in Italia, secondo quando riportato dal CONI (il Comitato olimpico nazionale italiano), nel 2016 si sono registrati 4,5 milioni di tesserati fra dirigenti, tecnici, atleti, di cui solo il 27,2 per cento sono donne. Gli operatori, che svolgono attività di supporto e sostegno alla pratica sportiva all'interno delle organizzazioni societarie e federali, sono oltre 1 milione e ricoprono le cariche di dirigente, tecnico, ufficiale di gara e collaboratore a vario titolo. Nel complesso, quindi, le quarantacinque federazioni sportive nazionali (FSN) e le diciannove discipline sportive associate (DSA) raccolgono cinque milioni e mezzo di tesserati. Un mondo, questo, che ha alle spalle una storia caratterizzata da una netta predominanza maschile e paga il prezzo di un retaggio culturale che vede le donne sempre un passo dietro. Sebbene esistano prove di pratica sportiva femminile fin dal 1900 a.C., le donne hanno dovuto attendere l'inizio del XX secolo per vedersi riconosciuto un ruolo attivo nel mondo sportivo internazionale; prima di allora alle donne non era permesso partecipare, né assistere alle competizioni. Ai primi Giochi olimpici della storia, che avevano decretato la tregua sacra in tutta la Grecia, nessuna donna era presente, neppure in veste di spettatrice. Unica eccezione le sacerdotesse. Neppure ad Atene, in occasione della prima olimpiade moderna, nel 1896, alle donne fu consentito gareggiare. De Coubertin volle, infatti, rispettare la tradizione classica, tuttavia ci fu una competitrice non ufficiale alla maratona, una donna greca di umili origini conosciuta come Melpomene, alla quale non fu consentito di correre nella gara maschile, ma che corse da sola l'intero percorso pur non potendo entrare all'interno dello stadio per il giro finale. Completò la gara in circa cinque ore e mezzo ma non viene ricordata nei medaglieri ufficiali. Le prime presenze ufficiali femminili si ebbero a Parigi nei Giochi del 1900. Tra i partecipanti, seicento uomini e due donne in gara. Nel 1922 e nel 1926 furono organizzati a Parigi e a Göteborg i giochi mondiali femminili che rischiarono di oscurare i Giochi olimpici. Il successo delle due manifestazioni indusse il CIO (Comitato olimpico internazionale) ad ammettere le donne ai Giochi di Amsterdam del 1928, limitando la loro partecipazione a gare di tennis e tiro con l'arco, ma non le ammise alle gare di atletica. A Stoccolma la presenza femminile era ancora del 2 per cento (57 donne su 2.540 iscritti). Nel 1932 a Los Angeles 127 (nessuna italiana) su 1.281 maschi. Solo alle Olimpiadi del 1936 a Berlino fu ammessa la partecipazione delle donne. Della squadra tedesca faceva parte Helene Mayer di origine ebrea. Quarantanove i Paesi partecipanti, 3.834 atleti, 328 donne. Per l'Italia gareggiò negli 80 metri a ostacoli Ondina Valla che vinse la medaglia d'oro, ancora oggi ricordata come un'eroina moderna. Nel 1952 ai Giochi di Helsinki solo la metà delle squadre inviò rappresentanti femminili. Nel 1968 a Città del Messico, pur folta, la rappresentanza femminile non superò il 12 per cento (845 donne su 7.200 iscritti). A Roma, nel 1960, su 241 uomini le donne furono solo 34. Dal 1970 si registrò il boom delle attività sportive femminili. Ad Atlanta nel 1996 ci fu la svolta. Parteciparono ai Giochi anche le donne musulmane (per la prima volta dopo la rivoluzione islamica del 1979). Nel 2010 a Vancouver in Canada, ci fu ancora una discriminazione. Il CIO non consentì alle donne di fare il salto con gli sci. Il vero cambio di passo arrivò con Londra 2012. I dati statistici indicano, a partire dal secondo dopoguerra, una crescita sostenuta della quota femminile sul totale degli atleti: da poco più dell'8 per cento nel 1948 a oltre il 20 per cento nel 1976 sino a superare il 36 per cento nel 1996. La XXXI Olimpiade, l'ultima disputata, svoltasi a Rio de Janeiro nel 2016, ha visto 207 nazioni partecipanti, 11.303 atleti iscritti alle competizioni in 28 discipline diverse. La squadra italiana era composta di 297 atleti, 155 uomini e 142 donne. La più numerosa rappresentanza femminile di sempre, sia per numero assoluto, sia in percentuale (47,81 per cento), che supera il 43,78 per cento registrato a Londra nel 2012. Nonostante questi numeri, lo sport non riconosce alle donne la giusta dignità. A differenza degli sport maschili nei quali è previsto il professionismo, le atlete, qualsiasi sport pratichino, indipendentemente dal numero di vittorie, dai record , dalle medaglie olimpiche conquistati, sono considerate dilettanti, con i limiti che questa dimensione porta con sé: disparità di trattamento economico (mediamente inferiore a quello dei colleghi del 30 per cento), nessuna tutela in caso di maternità, in alcuni e non rari casi, nessuna posizione previdenziale e infortunistica. A molte donne può capitare di dover sottoscrivere scritture private con la cosiddetta «clausola antimaternità» che le mette nella condizione di dover scegliere fra attività e famiglia. Le donne più conosciute possono vivere con le sponsorizzazioni o divenire testimonial nelle pubblicità, ma la sola alternativa concreta per le più vincenti è quella di entrare a far parte delle squadre dei corpi sportivi militari così da riuscire a guadagnare lo status di dipendente pubblico e la possibilità di mantenere lo stipendio anche oltre gli anni dell'agonismo. Oggi le atlete sono ritenute «professioniste di fatto» che non possono essere considerate, quindi, né lavoratrici autonome né subordinate e non percepiscono il TFR (trattamento di fine rapporto). Il 70 per cento delle donne che vive lo sport professionistico, nel senso che lo pratica come impegno totalizzante, non raggiunge l'indipendenza economica (sovente gareggia a spese della famiglia). Nella XVI legislatura Manuela Di Centa fu promotrice di un progetto di legge che si è arenato al Senato; anche nella XVII legislatura sono state presentate diverse proposte nei due rami del Parlamento per ottenere almeno la tutela della maternità delle atlete e per il riconoscimento del professionismo alle discipline sportive femminili, oltre che per assicurare alle donne le necessarie coperture sanitarie, assicurative e previdenziali e l'equiparazione del trattamento economico fra i sessi. Ad oggi solo sei discipline hanno reso chiaro chi può essere considerato professionista sportivo e le donne ne sono chiaramente escluse. L'ultimo Ministro per lo sport aveva dichiarato che rivedere la legge n. 91 del 1981 era un obiettivo della legislatura.