[resaula]

si interviene perché altrimenti ad ottobre le fondazioni lirico-sinfoniche non sarebbero più state in grado di funzionare e molti lavoratori a tempo determinato avrebbero perso il lavoro, ma la norma sulle stabilizzazioni e sui concorsi - certo importante, per la quale noi ci stiamo battendo - così come è contenuta in questo vostro decreto, senza un impegno certo e continuativo di risorse, rischia di essere un impegno monco e di tradire le enormi attese esistenti in un settore che, come ho detto, è così rilevante per la vita culturale ed economica del nostro Paese. Noi abbiamo chiesto e avremmo voluto che ci si occupasse di questo tema molto in precedenza, perché siamo a conoscenza di questa emergenza da almeno un anno, da quando è stato approvato il cosiddetto decreto Di Maio, che costituisce per questo settore un corto circuito che rischia di aumentare la precarietà per i lavoratori e di metterli ai margini del sistema. Avremmo voluto che lo si affrontasse già un anno fa e che lo si facesse all'interno di quella delega sullo spettacolo dal vivo che voi, invece, non avete utilizzato. In quell'ambito noi avremmo potuto fare, con questo provvedimento, di questo settore davvero un settore chiave per il nostro Paese. Continuate invece a far ammuffire quella delega come lettera morta, quando avremmo dovuto fare del settore della lirica un tutt'uno con il tema della produzione culturale, pensarla nel contesto della vita musicale contemporanea, integrarla con quello straordinario patrimonio dei teatri di tradizione, che rappresentano la cultura, lo spettacolo diffuso sul territorio, che sono entrati in questo decreto solamente in virtù di un emendamento del Partito Democratico. Avremmo dovuto integrarlo con il patrimonio delle orchestre regionali, del sistema dell'alta formazione delle accademie e dei conservatori, che significano l'ingresso nel sistema della musica per tantissimi ragazze e ragazzi, per le nuove generazioni. Di tutto questo non c'è traccia, a conferma di un approccio strumentale da parte di questo Governo, assolutamente parziale, insufficiente. Il provvedimento, ad esempio, lascia nell'indeterminatezza un tema fondamentale, quello relativo alla natura privata o pubblica delle fondazioni. Questa incertezza, creata dal vostro Ministero dell'economia, rischia di bloccare i teatri per paura di incorrere in sanzioni e rende difficili la contrattazione e gli accordi di produttività, oltre che enormemente complicati, ad esempio, gli accordi con i lavoratori per andare in tournée . Questa incertezza rischia, inoltre, di essere di ostacolo rispetto ad un tema per noi fondamentale quale il riassorbimento del precariato storico. Il rischio è quello di «rinchiudere» le fondazioni nell'attività ordinaria, quando invece noi dovremmo permettergli di svolgere la loro missione, su cui ci siamo spesi nella scorsa legislatura, vale a dire aumentare e intensificare le produzioni per consentire alle fondazioni di competere a livello internazionale, perché questo è il loro ruolo. Mi consenta poi, signor Presidente, di segnalare un altro grande tema che in questo provvedimento viene purtroppo affrontato male: sto parlando del sostegno al settore del cinema e dell'audiovisivo. Come per le fondazioni, si tratta anche in questo caso di un settore vitale, ancor più e insieme per la nostra cultura e per la nostra economia. Quando cito il cinema e l'audiovisivo, richiamo intanto la forza morale del nostro Paese, una forza di riscatto negli anni del secondo dopoguerra. L'Italia è tornata ad essere grande, prima ancora che per il boom economico, per il racconto e la potenza dell'immaginario del nostro cinema, che ha narrato un Paese che si stava risollevando, a partire dai più deboli, dalla loro tenacia e dalla loro forza morale. Il cinema ci ha sempre accompagnato. Non ci piace che con questo decreto si sia abbassata la soglia obbligatoria di trasmissione nella parte pregiata del palinsesto televisivo per il cinema e l'audiovisivo di espressione originale italiana. Colpire questo significa fare un danno commerciale al nostro cinema, colpire i diritti e la filiera, al di là del danno fortemente simbolico, perché significa spezzare il legame tra il pubblico e il nostro cinema, che vuol dire made in Italy (la filiera del made in Italy ) e turismo. In conclusione, signor Presidente, è una grande occasione persa. A più riprese abbiamo rivolto il nostro appello al Governo e alle forze di maggioranza affinché venisse introdotta finalmente in questo decreto una definizione di impresa indipendente. Noi abbiamo bisogno di rafforzare il cinema e l'audiovisivo indipendente, tutta la filiera cosiddetta artistica, quella che non è mainstream. Mi viene dunque da pensare, signor Presidente - e queste sono le conclusioni della nostra relazione di minoranza - che, così facendo, non solo questa sia un'occasione persa, ma sarà persa anche l'occasione di avere un codice per lo spettacolo dal vivo. Questa occasione, che tutti insieme avremmo potuto cogliere, si rivela invece per tutti noi in quest'Aula un ulteriore passo falso, che non meritiamo e che non meritano i lavoratori di questi settori, che tanto aspettavano questo intervento. PRESIDENTE . Dichiaro aperta la discussione generale. È iscritto a parlare il senatore D'Arienzo. Ne ha facoltà. D'ARIENZO (PD) . Signor Presidente, ci stavamo interrogando con alcuni colleghi - lo dico anche con rispetto nei confronti dei membri del Governo presenti in Aula - sull'assenza del ministro Bonisoli, perché pensiamo che ogni atto di riforma, che cambia l'ordinamento del nostro Paese, meriti la presenza del Ministro che lo propone. Il fatto che in questo momento in Aula non ci sia il ministro Bonisoli per noi è un fatto negativo, che stigmatizziamo, anche perché avrei avuto l'occasione, a nome del Gruppo, di fare una chiacchierata con colui che ha trattato la riforma solo in parte. Siamo convinti che trattare solo gli argomenti previsti in questo atto non sia sufficiente. Lo dico per esperienza personale: essendo stato amministratore pubblico nella città e nella provincia di Verona, ho visto quali sono le parti deleterie dell'attuale normativa in vigore sulle fondazioni lirico-sinfoniche. Si tratta di criticità che oggi voglio ripetere, perché siano patrimonio di tutti e per far capire che siamo di fronte a una riforma non complessiva del sistema, sulla quale probabilmente bisognerà rimettere le mani. L'ho già detto in precedenza e lo ripeto anche in questa occasione: valutino il Ministro, il Sottosegretario e il Governo la necessità di riprorogare i parametri della cosiddetta legge Bray, perché, se l'atto di delega ha una durata di circa due anni, com'è noto, a dicembre 2019 (ossia alla fine di quest'anno) scadranno i cosiddetti benefici di detta legge, che tanti sacrifici ha prodotto nelle fondazioni lirico-sinfoniche italiane. Ricordo a tutti che oggi sono nove quelle che hanno aderito alle sue previsioni: sarebbe clamoroso se, di fronte a un atto di riforma, si continuasse con le difficoltà che esse hanno incontrato. Quali sono però le parti che questa riforma non tratta? Tra le criticità principali, affrontate in parte dalla proposta del Governo, ma non in maniera risolutiva, la prima è relativa alla riforma fatta nel 1996, con la trasformazione degli enti lirici in fondazioni di diritto privato, che ha causato due criticità rilevantissime.