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Il tutto in aperto ed evidentissimo contrasto con quanto previsto e richiesto dai princìpi cardine della citata direttiva 2008/98/CE, come di recente modificata dalla direttiva 2018/851/UE (che rientra nel cosiddetto « pacchetto Ue sull'economia circolare »), principio da ultimo ribadito dalle conclusioni dell'Avvocatura della Commissione europea di seguito riportate: « In conformità dell'articolo 6, paragrafo 4, della direttiva 2008/98/CE relativa ai rifiuti, gli Stati membri possono prevedere che, di norma, i rifiuti siano assoggettati alla normativa relativa ai rifiuti fintantoché non soddisfino i criteri per la cessazione della qualifica di rifiuto stabiliti, per il rispettivo specifico tipo di rifiuti, mediante un atto giuridico europeo o nazionale di portata generale. Tuttavia, in mancanza di tali criteri, il detentore dei rifiuti ha diritto di chiedere all'autorità competente o a un giudice di uno Stato membro di accertare, per determinati rifiuti, la cessazione della qualifica di rifiuto se, tenuto conto di tutti gli aspetti pertinenti e dello stato più avanzato delle conoscenze scientifiche e tecniche, tali rifiuti sono stati resi utilizzabili al di là di ogni ragionevole dubbio attraverso un'operazione di recupero, senza compromettere la salute umana o danneggiare l'ambiente o senza che il detentore se ne disfi o abbia l'intenzione o l'obbligo di disfarsene a norma dell'articolo 3, punto 1, della direttiva 2008/98 ». Già in vigenza delle precedenti direttive, la Corte di giustizia dell'Unione europea aveva stabilito che « qualora non sia stato definito nessun criterio a livello dell'Unione [...] gli Stati membri possono decidere caso per caso se taluni rifiuti abbiano cessato di essere rifiuti, tenendo conto della giurisprudenza applicabile in materia » (CGUE 2013, C-358/11, Lapin L.). La « giurisprudenza applicabile » aveva riconosciuto in più occasioni che, laddove vi fosse « equivalenza » tra il materiale all'esito dell'attività di recupero ed un prodotto riconosciuto, dovesse riconoscersi l'avvenuto end of waste (ad es. CGUE 2008, Lahti Energia (C-317/07), e 2010, Lahti Energia II (C-209/09)). Da ultimo, la Corte di giustizia dell'Unione europea ha riconosciuto agli Stati membri due facoltà, che questi ultimi possono esercitare congiuntamente o disgiuntamente. Essi « possono prevedere la possibilità di decisioni relative a casi individuali, in particolare sulla base delle domande presentate dai detentori della sostanza o dell'oggetto qualificati come “rifiuti”, ma possono anche adottare una norma o una regolamentazione tecnica relativa ai rifiuti di una determinata categoria o di un determinato tipo di rifiuti » (C-60/18 – As Tallinna Vesi contro Keskonnaamet, punto 24). L'attribuzione allo Stato di due diversi e distinti poteri – l'uno di carattere regolamentare, l'altro provvedimentale – non interdipendenti tra loro, emerge ora ancor più chiaramente dal nuovo articolo 6 della direttiva rifiuti 2008/98/CE, come modificato dalla direttiva 2018/851/UE. La norma europea prevede che « laddove non siano stati stabiliti criteri a livello di Unione o a livello nazionale [...] gli Stati membri possono decidere caso per caso o adottare misure appropriate al fine di verificare che determinati rifiuti abbiano cessato di essere tali » (articolo 6, paragrafo 4). Gli Stati membri possono peraltro decidere con norma interna a quale livello di governo del territorio rimettere l'esercizio della funzione, non normativa ma amministrativa, riguardante il rilascio di autorizzazioni caso per caso. Dopo la citata sentenza del Consiglio di Stato n. 1129/2018, le regioni, invece, non hanno potuto rilasciare autorizzazioni « caso per caso » fino a quando la Commissione dell'Unione europea o il Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare non abbiano adottato specifici regolamenti o decreti ministeriali recanti i criteri nel rispetto dei quali un rifiuto cessa di essere tale e diventa un « end of waste », ex articolo 184- ter del decreto legislativo n. 152 del 2006. Si tratta di una possibilità remota, in quanto i rifiuti rappresentano l'aspetto speculare della produzione e i settori merceologici interessati sono decisamente molto numerosi. Non sembra possibile adottare appositi decreti end of waste nel breve periodo a livello nazionale e, a livello europeo non risultano specifici lavori in corso capaci di raggiungere a breve termine un risultato che interessi più settori merceologici. Inoltre, nonostante la norma non faccia riferimento a revoche di autorizzazioni in essere, e pertanto le autorizzazioni vigenti mantengono la propria efficacia fino alla scadenza naturale – tant'è che tali autorizzazioni in essere, qualora in vigore e non scadute, non devono nemmeno essere aggiornate secondo le linee guida (obbligo previsto esclusivamente per le nuove autorizzazioni), e comunque restano valide fino alla data dell'entrata in vigore del decreto di emanazione delle linee guida – alcune province intendono avviare il procedimento di revoca delle autorizzazioni esistenti, che rischia di portare ad una emergenza rifiuti a livello nazionale, con pesanti ricadute sull'ambiente, sulla salute dei cittadini e sui costi di gestione dei rifiuti per famiglie e imprese, poiché il blocco del rilascio delle autorizzazioni al riciclo dei rifiuti riguarda anche i rifiuti urbani e non solo quelli delle imprese. Eppure la tesi della validità delle autorizzazioni in essere è stata anche confermata dall'accoglimento da parte del Governo degli ordini del giorno nn. G/1354/13/6 e 10 (testo 3), durante l'esame al Senato del cosiddetto « decreto crescita » decreto-legge 30 aprile 2019, n. 34, convertito, con modificazioni, dalla legge 28 giugno 2019, n. 58, che recita « nelle more dell'emanazione delle linee guida previste dall'articolo 1, comma 19, capoverso 3, del decreto-legge 18 aprile 2019, n. 32, convertito, con modificazioni, dalla legge 14 giugno 2019, n. 55, a valutare l'opportunità di ritenere comunque valide tutte le autorizzazioni in essere per il recupero dei rifiuti e il riutilizzo dei materiali cessati fino alla data dell'entrata in vigore del decreto dell'emanazione di tali linee guida ». Resta il fatto che il citato decreto-legge « Sblocca cantieri » n. 32 del 2019, ha risolto solo in parte la questione end of waste , in quanto, in assenza di norme recenti, il riferimento ai decreti ormai datati (gli unici esistenti) non comprende materiali più evoluti e scarti di cicli produttivi innovativi, sviluppatisi negli ultimi anni. Infatti la norma demanda alle linee guida l'emanazione di direttive alle regioni per poter rilasciare nuove autorizzazioni.