[pronunce]

In proposito va ricordato che l'art. 29, comma 3, della legge n. 81 del 1993 nel disciplinare la propaganda elettorale in occasione delle elezioni amministrative dispone espressamente, tra l'altro, che "tutte le pubblicazioni di propaganda elettorale a mezzo di scritti, stampa o fotostampa, radio, televisione, incisione magnetica ed ogni altro mezzo di divulgazione, debbono indicare il nome del committente responsabile". Analogamente l'art. 3, comma 2, della legge n. 515 del 1993 stabilisce, con formulazione lessicalmente identica, lo stesso obbligo per le campagne elettorali per le elezioni alla Camera dei deputati ed al Senato della Repubblica. A questa identità delle condotte oggetto delle due norme citate si contrappone invece un differente trattamento sanzionatorio, giacché, in caso di inosservanza, l'art. 29, comma 5, della legge n. 81 del 1993 prevede, quando si tratta di elezioni amministrative, "la multa da lire un milione a lire cinquanta milioni", mentre l'art. 15, comma 2, della legge n. 515 del 1993 prevede, quando si tratta di elezioni politiche, "la sanzione amministrativa pecuniaria da lire un milione a lire cinquanta milioni". 4. - La prospettata diversità della disciplina sanzionatoria in riferimento a condotte sostanzialmente identiche appare quindi priva di giustificazioni. Tanto più che la materia della propaganda elettorale, nella quale tradizionalmente vengono ricompresi gli illeciti in esame (sentenza n. 52 del 1996), è stata da tempo caratterizzata, a partire dalla legge n. 212 del 1956 per arrivare alla legge 22 febbraio 2000, n. 28, da una disciplina sostanzialmente applicabile a qualsiasi tipo di competizione elettorale, in base ad un criterio di omogeneità, non derogato dalle modificazioni introdotte dalla legge 24 aprile 1975, n. 130 (Modifiche alla disciplina della propaganda elettorale ed alle norme per la presentazione delle candidature e delle liste dei candidati nonché dei contrassegni nelle elezioni politiche, regionali, provinciali e comunali). In particolare va poi tenuto presente che la legge n. 515 del 1993, nel disciplinare le campagne elettorali per le elezioni politiche, da un lato ha operato - come ha anche rilevato questa Corte (sentenza n. 52 del 1996) - "un ampio intervento sul versante della decriminalizzazione" che ha riguardato "figure di reati in materia di propaganda elettorale" già previste dalla legge n. 212 del 1956. Dall'altro lato è specificamente intervenuta, con l'art. 15, comma 18, proprio sull'impugnato art. 29, comma 5, della legge n. 81 del 1993, sostanzialmente modificando l'originaria pena della multa in sanzione pecuniaria amministrativa per le ipotesi di violazioni ivi previste, ad eccezione appunto di quella relativa all'obbligo di indicazione del committente responsabile sulle pubblicazioni di propaganda elettorale. In via di principio, peraltro, l'introduzione, da parte della citata legge n. 81 riguardo alle campagne elettorali per le elezioni amministrative, della figura del committente responsabile avrebbe potuto anche corrispondere ad una ratio tale da rendere, di per sé, non arbitraria la singolarità della disciplina sanzionatoria irrogata appunto nel caso di violazione dell'obbligo stabilito dal comma 3 dell'art. 29. Ma essendo stati previsti, a distanza di pochi mesi, in riferimento alle campagne elettorali per le elezioni politiche, un'analoga figura ed un analogo obbligo, risulta ancor meno individuabile, nel quadro di una disciplina sostanzialmente unitaria della materia, una qualsiasi giustificazione della disparità di trattamento sanzionatorio, posta in essere dalla norma impugnata riguardo all'altra fattispecie omologa. Si deve dunque ritenere che l'art. 29, comma 5, della legge n. 81 del 1993 stabilisca, nella parte censurata, un trattamento sanzionatorio arbitrariamente più severo rispetto alla situazione invocata come tertium comparationis, tanto più irrazionale ed ingiustificato nel contesto delle modificazioni legislative sopra ricordate e nel quadro di depenalizzazione degli illeciti in materia di propaganda elettorale disposta per i vari tipi di competizione elettorale dalla citata legge n. 515 del 1993. Si deve pertanto ripristinare l'eguaglianza violata, dichiarando illegittima, per contrasto con l'art. 3 della Costituzione, la norma censurata nella parte in cui dispone, per il caso di inosservanza dell'obbligo previsto dal comma 3, la multa da lire un milione a lire cinquanta milioni, anziché prevedere la sanzione amministrativa pecuniaria da lire un milione a lire cinquanta milioni.. per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE Dichiara l'illegittimità costituzionale dell'art. 29, comma 5, della legge 25 marzo 1993, n. 81 (Elezione diretta del sindaco, del presidente della provincia, del consiglio comunale e del consiglio provinciale) nella parte in cui punisce il fatto previsto dal comma 3 con la multa da lire un milione a lire cinquanta milioni, anziché con la sanzione amministrativa pecuniaria da lire un milione a lire cinquanta milioni. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 12 luglio 2001. Il Presidente: Ruperto Il redattore: Capotosti Il cancelliere: Di Paola Depositata in cancelleria il 25 luglio 2001. Il direttore della cancelleria: Di Paola