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Disposizioni volte al contrasto delle molestie sessuali e delle molestie sessuali sui luoghi di lavoro. Deleghe al Governo in materia di riordino dei comitati di parità e pari opportunità e per il contrasto delle molestie sul lavoro. Onorevoli Senatori . – Le molestie sul lavoro subite dalle donne sono ancora un fenomeno dalle proporzioni rilevanti. Secondo quanto riportato dal report Istat, Le molestie e i ricatti sessuali sul lavoro, pubblicato nel febbraio 2018, negli anni 2015-2016, 1 milione e 404.000 donne italiane hanno subito qualche forma di violenza di genere sul luogo di lavoro. Se dal posto di lavoro si passa al conteggio generale delle molestie, il dato è ancora più impressionante. Si stima che siano 8 milioni 816.000 (43,6 per cento) le donne fra i 14 e i 65 anni che nel corso della vita hanno subito qualche forma di molestia sessuale. Il fenomeno non è solo italiano. Violenza e molestie non hanno confini nazionali. A tal proposito, il 21 giugno 2019 la Conferenza internazionale del lavoro ha adottato a larghissima maggioranza, 439 voti favorevoli, 7 contrari e 30 astensioni, una nuova Convenzione e una Raccomandazione per combattere la violenza e le molestie sul lavoro, con esplicito riferimento alla violenza di genere e alle molestie sessuali. La Convenzione sulla violenza e le molestie riconosce che la violenza e le molestie nel mondo del lavoro « possono costituire una violazione o un abuso dei diritti umani, sono una minaccia per le pari opportunità, sono inaccettabili e incompatibili con il lavoro dignitoso ». La Convenzione, inoltre, definisce « violenza e molestie » come un insieme di comportamenti, pratiche o minacce « che mirano a provocare – o sono suscettibili di provocare – danni fisici, psicologici, sessuali o economici » e richiede agli Stati membri di adoperarsi per assicurare « tolleranza zero nel mondo del lavoro ». Venendo, invece, al nostro ordinamento occorre sottolineare come gli atti sessuali compiuti nell'ambito di un rapporto di lavoro, o comunque sul luogo di lavoro, senza il consenso della vittima, non abbiano una specifica disciplina ed assumano rilevanza penale, integrando il delitto di violenza sessuale, solo qualora gli atti sessuali siano commessi « con abuso di autorità ». La nozione di « abuso di autorità », tuttavia, è stata diversamente interpretata nella giurisprudenza, pertanto, ad oggi, non vi è ancora certezza circa le condotte qualificabili come abuso sessuale, poiché compiute « con abuso di autorità », come chiaramente desumibile da diverse pronunce della Corte di cassazione. Infatti, in merito all'espressione « abuso di autorità » nel 2015 (sezione 3, sentenza n. 16107 del 17 aprile 2015) la Corte di cassazione ha affermato che: « In tema di violenza sessuale, l'abuso di autorità rilevante ai sensi dell'articolo 609- bis , comma primo, del codice penale presuppone nell'agente una posizione autoritativa di tipo formale e pubblicistico, che determina, attraverso la strumentalizzazione del potere esercitato, una costrizione della vittima a subire il compimento degli atti sessuali ». Con una pronuncia successiva, invece, (sezione 3, sentenza n. 33042 del 28 luglio 2016) la Corte ha ritenuto che: « In tema di violenza sessuale, l'espressione “abuso di autorità” che costituisce, unitamente alla “violenza” o alla “minaccia”, una delle modalità di consumazione del reato previsto dall'articolo 609- bis del codice penale, ricomprende qualsiasi forma di “supremazia”, sia essa pubblica o privata, di cui l'agente abusi per costringere il soggetto passivo a compiere o a subire atti sessuali ». Quindi, nella predetta sentenza, avente ad oggetto un episodio di violenza sessuale commessa, all'interno di edificio scolastico, da un insegnante nei confronti di una ex alunna, la Corte ha ritenuto che l'autorità esercitabile con modalità abusive e costrittive non è solo quella derivante da un potere legale, ma anche quella proveniente da una posizione soggettiva di preminenza. Precedentemente, nel 2014 (sezione 3, sentenza n. 49990 del 1° dicembre 2014) gli stessi giudici di legittimità avevano affermato che: « (...) In tema di violenza sessuale, l'espressione “abuso di autorità” che costituisce, unitamente alla “violenza” o alla “minaccia”, una delle modalità di consumazione del reato previsto dall'articolo 609- bis del codice penale, ricomprende non solo le posizioni autoritative di tipo pubblicistico, ma anche ogni potere di supremazia di natura privata, di cui l'agente abusi ». Pertanto, come di tutta evidenza, le condotte moleste, non caratterizzate da violenza, minaccia o abuso di autorità, pur arrecando una grave violazione della sfera della libertà sessuale, nonché della dignità personale nell'ambiente di lavoro, sebbene numerose e con modalità e rilievo non trascurabile per la vittima, tuttavia, sfuggono alla sanzione penale di cui all'articolo 609- bis del codice penale. Infine, occorre evidenziare come la Convenzione del Consiglio d'Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica, fatta a Istanbul l'11 maggio 2011, e ratificata dall'Italia con la legge 27 giugno 2013, n. 77, all'articolo 40 – Molestie sessuali – disponga che: « Le Parti adottano le misure legislative o di altro tipo necessarie per garantire che qualsiasi forma di comportamento indesiderato, verbale, non verbale o fisico, di natura sessuale, con lo scopo o l'effetto di violare la dignità di una persona, segnatamente quando tale comportamento crea un clima intimidatorio, ostile, degradante, umiliante o offensivo, sia sottoposto a sanzioni penali o ad altre sanzioni legali ». Il presente disegno di legge, nasce, dunque, dall'esigenza di approntare una disciplina organica della materia, inserendosi nel solco dei provvedimenti già avviati nel corso della scorsa legislatura. In tal senso si pensi al divieto di demansionamento, licenziamento o trasferimento a seguito di una denuncia di molestie o molestie sessuali, introdotto con la legge 27 dicembre 2017, n. 205, recante bilancio di previsione dello Stato per l'anno finanziario 2018 e bilancio pluriennale per il triennio 2018-2020, nella convinzione che attraverso una disciplina puntuale, che parta dalla previsione di una nuova fattispecie di reato, ma senza tralasciare i diversi altri aspetti legati al fenomeno, si possa finalmente porre un argine ad un fenomeno particolarmente odioso e lesivo della dignità umana della vittima. In particolare, l'articolo 1 introduce nel codice penale il nuovo articolo 609- ter .1 in materia di molestie sessuali che punisce con la pena della reclusione da due a quattro anni chiunque rechi a taluno molestie o disturbo violando la dignità della persona ovvero la libertà sessuale della stessa. Qualora il fatto sia commesso all'interno di un rapporto di lavoro la pena è aumentata della metà.