[pronunce]

- come modificato dal decreto-legge 8 giugno 1992, n. 306 (Modifiche urgenti al nuovo codice di procedura penale e provvedimenti di contrasto alla criminalità mafiosa), convertito, con modificazioni, nella legge 7 agosto 1992, n. 356 e dal decreto-legge 23 febbraio 2009, n.11 (Misure urgenti in materia di sicurezza pubblica e di contrasto alla violenza sessuale, nonché in tema di atti persecutori), convertito, con modificazioni, nella legge 23 aprile 2009, n. 38 - pone una disciplina differenziata riguardo: ai reati con matrice o sfondo associativo (cosiddetti reati di prima fascia), per i quali la concessione dei benefici penitenziari è subordinata all'utile collaborazione del condannato con la giustizia e all'acquisizione di elementi tali da escludere l'attualità di collegamenti con la criminalità organizzata, terroristica o eversiva (commi 1 e 1-bis); ad un complesso di altri reati (cosiddetti reati di seconda fascia, tra cui la rapina aggravata), considerati dal legislatore sintomatici di una particolare pericolosità sociale dell'autore, per i quali è necessario l'accertamento dell'insussistenza di collegamenti con la criminalità organizzata, terroristica o eversiva (comma 1-ter); ad un ulteriore catalogo di reati (cosiddetti reati di terza fascia), per i quali la concessione dei benefici penitenziari può avvenire sulla scorta di una complessa valutazione circa la personalità del condannato e la sua evoluzione (comma 1-quater). 1.4.- In tale tessuto ordinamentale - prosegue il rimettente - si inserisce l'art. 47-ter, comma 1-bis, ordin. penit. , che introdurrebbe una presunzione assoluta di inidoneità contenitiva della detenzione domiciliare di tipo ordinario, rispetto ai condannati per certuni titoli di reato, ritenuti di per sé espressivi di più accentuata pericolosità, in ragione del loro inserimento in una qualunque delle fasce istituite dall'art. 4-bis ordin. penit. 1.5.- Il giudice a quo ritiene che il citato art. 47-ter, comma 1-bis, ordin. penit. , si ponga in contrasto con gli artt. 3, primo comma, e 27, primo e terzo comma, Cost., «potendo dubitarsi della intrinseca ragionevolezza della preclusione assoluta così istituita, e della sua conformità ai principi di rieducazione e di personalità e proporzionalità che dovrebbero sorreggere la risposta punitiva in ogni momento della sua attuazione». 1.5.1.- La Corte di cassazione osserva che la giurisprudenza costituzionale sembra orientata in linea di principio ad escludere, in materia di benefici penitenziari, la legittimità di rigidi automatismi, e a richiedere invece valutazioni individualizzate e fondate su una prognosi ragionevole circa l'utilità di ciascuna misura a far procedere il condannato sulla via dell'emenda e del reinserimento sociale (sono citate le sentenze n. 149 del 2018, n. 291 e n. 189 del 2010, n. 255 del 2006 e n. 436 del 1999). Sarebbero pertanto incompatibili con tale opzione di fondo «previsioni, come quella oggetto di scrutinio, che precludano in modo assoluto l'accesso a un beneficio penitenziario in ragione soltanto della particolare gravità del titolo di reato commesso, riflessa dall'inclusione di quest'ultimo in un catalogo (quello ex art. 4-bis della legge n. 354 del 1975) cui si ricollegano, a vari livelli, indici presuntivi di pericolosità che - a prescindere da ogni considerazione circa l'estrema eterogeneità dei titoli inclusi - parrebbero potersi ritenere legittimi solo nella misura in cui gli stessi risultino, in concreto, agevolmente vincibili». Si osserva, in particolare, che il censurato art. 47-ter, comma 1-bis, ordin. penit. , impedirebbe l'accesso alla detenzione domiciliare anche ai condannati per i quali il fondamento della presunzione di pericolosità dovrebbe essere escluso proprio ai sensi dell'art. 4-bis ordin. penit. , per l'avverarsi dei presupposti fissati in quella sede, cioè la prestata utile collaborazione con la giustizia (ove richiesta), la rescissione o mancata instaurazione dei collegamenti con il crimine organizzato e gli eventuali progressi nel percorso di rieducazione. Esigenze di deterrenza rispetto a determinate tipologie di reati - prosegue il rimettente - non potrebbero legittimare scostamenti dall'imperativo costituzionale della funzione rieducativa della pena, che, secondo la sentenza della Corte costituzionale n. 149 del 2018, deve «declinarsi nella fase esecutiva come necessità di costante valorizzazione, da parte del legislatore prima e del giudice poi, dei progressi compiuti dal singolo condannato durante l'intero arco dell'espiazione della pena». La disposizione censurata, pertanto, si paleserebbe affetta da «irragionevolezza intrinseca [...] in relazione al valore della responsabilità penale personale e alla necessaria finalità rieducativa della pena». Irragionevolezza non sfuggita al legislatore, il quale, in sede di attuazione della delega di modifica dell'ordinamento penitenziario, contenuta nella legge 23 giugno 2017, n. 103 (Modifiche al codice penale, al codice di procedura penale e all'ordinamento penitenziario), aveva preconizzato la soppressione della disposizione censurata, poi però non realizzata. 1.5.2.- Ad avviso del rimettente, tale irragionevolezza sarebbe particolarmente evidente in relazione al delitto di rapina aggravata, per il quale M. M. è stata condannata, posto che si tratta d'un reato cosiddetto di seconda fascia, «[s]icuramente estraneo, nella fattispecie strutturale e nelle più frequenti manifestazioni empiriche, a contesti di crimine organizzato - elemento che, in senso contrario, connota, di massima, i reati della fascia antecedente - [...]. Con il paradosso che [...] per la rapina aggravata non vige alcuna generale presunzione di immeritevolezza del relativo condannato rispetto al beneficio penitenziario, la cui concessione è solo circondata da maggiori cautele, temporali e istruttorie». Del resto - osserva il giudice a quo - la rapina aggravata può assumere in concreto una dimensione di ridotta offensività, non sintomatica di una pericolosità contenibile solo mediante misure carcerarie. Tale ipotesi ricorrerebbe con riferimento alla condotta di M. M., che non ha commesso ulteriori e più gravi delitti; ha utilizzato quali armi un coltello e una pistola giocattolo; ha sottratto una somma di esiguo importo, risarcendo in seguito il danno; è stata assoggettata ad una pena modesta, in parte già espiata in regime cautelare attenuato (arresti domiciliari). Non è stato, inoltre, rilevato alcun collegamento della condannata con la criminalità organizzata e risulta dalla relazione dell'Ufficio di esecuzione penale esterna la possibilità di reinserimento familiare. 1.5.3.- Neppure potrebbe sostenersi, ad avviso del rimettente, che il divieto assoluto della detenzione domiciliare ordinaria, rispetto al condannato per uno dei delitti di cui all'art. 4-bis ordin. penit.