[pronunce]

- In linea generale, può subito osservarsi come il nuovo codice di rito - nel ridefinire i previgenti assetti ordinamentali, tutti incentrati sul postulato di un ideale primato della giurisdizione penale - si è mosso secondo una linea che, facendo leva sul paradigma della "massima semplificazione nello svolgimento del processo" (enunciato dall'art. 2 numero 1, della legge-delega n. 81 del 1987) e sulla necessaria celerità postulata dal nuovo modello processuale (ora significativamente assurta al rango di principio costituzionale, alla luce del nuovo testo dell'art. 111 della Carta fondamentale), ha ridotto entro margini assai ristretti l'ambito delle questioni pregiudiziali: così da circoscrivere le ipotesi di "stasi" processuali ai soli casi in cui lo ius dicere inerisca a tematiche che, per la peculiare rilevanza collettiva, richiedano la certezza di pronunce destinate a riverberarsi erga omnes. Il principio della tendenziale unità della giurisdizione ordinaria ha così finito per subire un drastico ridimensionamento, a fronte di una marcata opzione di sistema volta a privilegiare non solo e non tanto le prerogative di autonomia di questo o quel settore giurisdizionale, quanto, soprattutto, le "specificità" che connotano, sul piano funzionale e dell'ordinamento, le diverse forme in cui si articola il potere di giudizio. Alla tradizionale dipendenza della azione civile rispetto a quella penale ed agli effetti espansivi del giudicato, si è quindi venuta a sostituire la tendenziale separatezza dei relativi alvei processuali: pur senza che a ciò abbia corrisposto la drastica scelta di inibire la proponibilità della domanda risarcitoria in sede penale. Rispetto a quest'ultima, anzi, il legislatore della riforma - attento a recepire i dicta a tal proposito enunciati in varie sentenze di questa Corte - si è fatto carico di calibrare nuovi strumenti di garanzia atti a tutelare, da un lato, la posizione del danneggiato-attore e, dall'altro, quella dell'imputato-convenuto, e di quanti, in base all'art. 185 cod. pen. , debbono, a norma delle leggi civili, "rispondere per il fatto di lui", e che, come tali, sono obbligati in solido al risarcimento del danno cagionato dal reato. Si è così rilevato, a tal proposito, come la disciplina che il codice del 1988 ha dettato per regolare l'esercizio della azione civile in sede penale, lasci intravedere due princìpi ispiratori all'apparenza antagonisti: al rafforzamento, infatti, dei diritti e delle garanzie assicurati ai soggetti portatori di istanze civili - all'apparenza idoneo a fungere quale indiretto stimolo ad iscrivere nel procedimento penale le domande civili da reato, e così definire, in quell'unica sede, il relativo contenzioso - si giustappone una accentuata tendenza a depurare il processo penale dalla pretesa risarcitoria, facendo confluire la relativa domanda in sede propria, attraverso la possibilità, offerta al danneggiato dal reato, di far valere le proprie istanze davanti al giudice civile pur in pendenza dell'azione penale, senza che da ciò derivi un paralizzante arresto del relativo giudizio. Questa prospettiva, dunque, è perfettamente simmetrica rispetto alla più generale tendenza volta a circoscrivere nei limiti della essenzialità tutte le forme di cumulo processuale, stante la maturata consapevolezza che l'incremento delle regiudicande - specie se, come quelle civili, estranee alle finalità tipiche del processo penale - non possa che aggravarne l'iter; con conseguente perdita di snellezza e celerità nelle cadenze e nei tempi di definizione. Da tutto ciò, dunque, per un verso, il particolare rigore con il quale devono essere misurate le disposizioni che regolano l'ingresso, in sede penale, di parti diverse da quelle necessarie; e, sotto altro profilo - e di riflesso - l'accentuazione in senso accessorio ed eventuale che caratterizza la posizione ed il ruolo del responsabile civile. 3. - La questione sollevata dal tribunale di Termini Imerese si radica essenzialmente sulle considerazioni poste a base della sentenza n. 112 del 1998, con la quale questa Corte ha dichiarato la illegittimità costituzionale dell'art. 83 cod. proc. pen, nella parte in cui non prevede che, nel caso di responsabilità civile derivante dalla assicurazione obbligatoria prevista dalla legge 24 dicembre 1969, n. 990, l'assicuratore possa essere citato nel processo penale a richiesta dell'imputato. A parere del giudice a quo, infatti, al pari dell'assicuratore, anche l'esercente l'aeromobile è, a norma dell'art. 878 del codice della navigazione, responsabile ex lege per i fatti dell'equipaggio, sicché pure a tale ipotesi dovrebbe essere estesa la richiamata declaratoria di illegittimità, attesa la identità delle posizioni poste a raffronto. Più in particolare - sottolinea il giudice rimettente - avendo questa Corte censurato, nella richiamata sentenza, l'irrazionalità di un sistema che, mentre assicura al danneggiante in sede civile la possibilità di chiamare in garanzia l'assicuratore, non attribuisce l'identico potere all'imputato nel processo penale, alle medesime conclusioni dovrebbe pervenirsi anche nel caso di specie, considerato che, per esso, è dato riscontrare ugualmente l'identità di posizioni tra il "convenuto chiamato a rispondere del proprio fatto illecito in autonomo giudizio civile e quella dell'imputato per il quale, in relazione allo stesso tipo di illecito, vi sia stata costituzione di parte civile". La questione non è fondata. Nella richiamata sentenza n. 112 del 1998, questa Corte concentrò l'intero iter argomentativo sulle specifiche caratteristiche che rendono del tutto peculiare la posizione dell'assicuratore chiamato a rispondere, ai sensi della legge n. 990 del 1969, dei danni derivanti dalla circolazione dei veicoli a motore e dei natanti; si sottolineò come, alla luce del quadro normativo, sostanziale e processuale, fosse ravvisabile una correlazione tra le posizioni coinvolte di spessore tale da rendere necessariamente omologabile il corrispondente regime ad esse riservato, tanto in sede civile che nella ipotesi di esercizio della domanda risarcitoria in sede penale. A norma dell'art. 18 della legge n. 990 del 1969, infatti, il danneggiato per sinistro causato dalla circolazione di un veicolo o di un natante ha azione diretta per il risarcimento del danno nei confronti dell'assicuratore; mentre, a sua volta, l'art. 23 della stessa legge prevede che nel giudizio promosso contro l'assicuratore debba "essere chiamato nel processo anche il responsabile del danno": così configurandosi, in tale ipotesi, un litisconsorzio necessario. Da qui la collocazione della particolare figura di responsabilità civile, che viene qui in discorso, tra i casi di responsabilità ai quali si riferisce il secondo comma dell'art. 185 del codice penale, a sua volta tradizionalmente raccordato alla assunzione di una posizione di garanzia per il fatto altrui.