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Se il numero delle abitazioni e degli edifici dismessi crescesse ancora, saremmo dinnanzi ad una situazione di estrema gravità che, come nella recente esperienza spagnola, rischia di far crollare ulteriormente i valori degli immobili di proprietà di gran parte delle famiglie italiane. Fermare il consumo di suolo, cancellare le gigantesche previsioni edificatorie contenute nei piani urbanistici comunali è, in questo contesto, l'unica responsabile risposta per mantenere la coesione sociale. Insistere, come molti fanno ancora, sulla sacralità dei diritti edificatori -- inesistente, come è noto, nella legislazione italiana significa soltanto privilegiare gli interessi di pochi proprietari fondiari contro gli interessi del 75 per cento dei piccoli proprietari dell'alloggio familiare o personale. Questa situazione incontrollata è frutto di venti anni di deregolamentazione, di condoni edilizi, di demolizione delle regole pubbliche volte al controllo delle trasformazioni urbane; di concetti giuridicamente inesistenti, come i «diritti edificatori»; di strumenti di moltiplicazione del consumo di suolo, come la compensazione urbanistica; di deroghe ai vincoli urbanistici e paesaggistici, ottenute con l'uso strumentale dell'accordo di programma. Se vogliamo salvare quanto resta del paesaggio italiano, salvaguardare le città dal degrado e tutelare la proprietà della casa come bene patrimoniale degli italiani, dobbiamo voltare pagina e chiudere per sempre la fase di potenziale ulteriore espansione urbana. Fermare il consumo del suolo è pertanto il principale obiettivo del presente disegno di legge: l'unica strada per salvare il paesaggio agrario e le città. È noto che sul tema del contenimento del consumo di suolo ci sono stati recentemente non soltanto autorevoli interventi di enti di ricerca pubblici come l'Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale - ISPRA (2012-2013). Vi è stata infatti una diffusa presa di coscienza da parte dell'intero Paese, dimostrata da importanti ricerche e proposte prodotte dal WWF insieme con il Fondo ambiente italiano - FAI (2011-2013), da Legambiente, dall'Istituto nazionale di urbanistica - INU, da numerose facoltà universitarie, nonché da importanti associazioni ambientalistiche quali «Salviamo il Paesaggio» e «Italia Nostra». Il presente disegno di legge si fa carico responsabilmente di questi temi e stabilisce un duplice principio, già presente in alcune leggi urbanistiche regionali: le nuove trasformazioni urbane devono essere collocate all'interno delle zone già urbanizzate e i nuovi impegni di suolo libero possono essere autorizzati soltanto se non sia altrimenti possibile soddisfare le esigenze attraverso il recupero o il reimpiego degli immobili esistenti non utilizzati. Perché questa norma generale possa funzionare efficacemente, è necessario che venga definito in maniera univoca il perimetro delle aree urbanizzate, formate dai nuclei storici, dalle zone di consolidata e nuova espansione, dalle aree produttive e da quelle destinate a servizi. A tal fine, i comuni dovranno effettuare la perimetrazione delle zone urbane sottoponendola poi alle regioni. Al di fuori del perimetro così determinato, si potrà svolgere soltanto attività agricola. Il presente disegno di legge compie, in particolare, un fondamentale passaggio culturale, indispensabile se si vuole dare solennità al tema della salvaguardia del paesaggio agricolo. È infatti noto che esso, pur presentando diffuse compromissioni causate dall'abusivismo e in generale da una carente azione di governo del territorio da parte delle amministrazioni comunali, rappresenta una parte fondamentale del paesaggio italiano e, spesso, un elemento identitario della cultura del nostro Paese. Nel 1985, con l'approvazione della cosiddetta legge Galasso (legge 8 agosto 1985, n. 431: «Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 27 giugno 1985, n. 312, recante disposizioni urgenti per la tutela delle zone di particolare interesse ambientale. Integrazioni dell'articolo 82 del decreto del Presidente della Repubblica 24 luglio 1977, n. 616»), il legislatore operò una fondamentale innovazione della nozione di tutela, estendendola anche ad alcune categorie di beni paesaggistici. Questo principio basilare di tutela del paesaggio italiano è stato poi oggetto di successive conferme legislative fino all'approvazione del codice dei beni culturali e del paesaggio, di cui al decreto legislativo 22 gennaio 2004, n. 42. Oggi, di fronte al concreto rischio della scomparsa di importanti porzioni di territorio agricolo, ci siamo assunti la responsabilità di ampliare le categorie dei beni paesaggistici vincolati includendovi anche le aree agricole, nella convinzione che la tutela sia lo strumento fondamentale per ricostruire l'unitarietà del paesaggio e nel contempo il ruolo del governo pubblico del territorio, previsto dalla Costituzione e troppe volte messo in discussione negli ultimi decenni. Il presente disegno di legge affronta poi la questione cruciale, in un momento di crisi come quello che l'Italia sta attraversando, dell'uso produttivo e sociale del patrimonio immobiliare pubblico. È in atto da vent'anni un processo di vendita di parti importanti della proprietà collettiva. Tale scelta -- pur criticabile in linea di principio anche per il fatto che mancava (e ancora manca) l'elenco dettagliato delle numerose locazioni passive di immobili privati da parte delle pubbliche amministrazioni per lo svolgimento di attività che potrebbero trovare collocazione in edifici di proprietà pubblica, con rilevante risparmio economico -- poteva trovare qualche motivazione nell'ambito di una fase espansiva del ciclo economico. Oggi lo scenario è cambiato radicalmente e ciò ha due oggettive conseguenze. Una delle questioni principali che deve affrontare il nostro Paese è la mancanza di lavoro per i giovani. Eppure i nostri giovani presentano tassi di scolarizzazione elevati e spiccata attitudine all'imprenditorialità, tuttavia frustrata dagli elevatissimi costi locativi degli immobili. Le proprietà pubbliche devono dunque diventare il volano virtuoso, da assegnare ai giovani imprenditori affinché possano sperimentare la capacità di innovazione e creare imprese. È inoltre da ricordare che, pur in presenza di un gran numero di alloggi invenduti, resta alta nei grandi centri metropolitani la tensione abitativa, perché molte famiglie non hanno la capacità di spesa sufficiente. Anche in questo caso, le proprietà pubbliche dovranno diventare il prezioso strumento per assicurare a tutti i cittadini il diritto all'abitazione. Del resto, è noto che i valori economici di vendita sono sempre più modesti e l'eventuale vendita non compenserebbe forse neppure i fitti passivi che le amministrazioni pubbliche continuano a pagare in ogni parte d'Italia. Si pensi poi alle malversazioni e agli sprechi di denaro pubblico che si sono verificati in modo diffuso nel ventennio della svendita. Si può ricordare, ad esempio, la vendita delle caserme di Foggia, ove il privato acquirente ha guadagnato in un sol colpo 3 milioni di euro rivendendo lo stesso immobile all'università locale;