[pronunce]

ciò, in particolare, per quanto riguarda l'eliminazione, nell'art. 576 citato, del richiamo al «mezzo previsto dal pubblico ministero», che nel testo originario costituiva il solo elemento testuale per legittimare l'appello della parte civile; che, peraltro, la Corte d'appello di Palermo richiama – quali ulteriori elementi ostativi ad una diversa interpretazione della disciplina censurata – sia il divieto, sancito nell'art. 12 delle preleggi, di adottare «interpretazioni “creative” quand'anche il risultato dovesse essere conforme alle intenzioni del Legislatore»; sia il principio di tassatività delle impugnazioni, in base al quale i provvedimenti del giudice possono essere impugnati solo dai soggetti e con i mezzi espressamente indicati; che, tanto premesso, la Corte d'appello rimettente dubita della legittimità costituzionale della disciplina transitoria contenuta nell'art. 10 della legge n. 46 del 2006, sul rilievo che nei riguardi della parte civile – il cui appello, proposto anteriormente all'entrata in vigore della legge, è dichiarato inammissibile – non sia prevista neppure la possibilità, contemplata invece per il pubblico ministero e per l'imputato, di proporre ricorso per cassazione; che tale disciplina darebbe luogo ad una irragionevole disparità di trattamento fra pubblico ministero e imputato, da un lato, e parte civile, dall'altro, con conseguente violazione degli artt. 3 e 111 Cost.; che sarebbe altresì vulnerato il principio dell'affidamento, in quanto il sistema processuale, consentendo al danneggiato di far valere la propria pretesa civilistica nel processo penale, creerebbe in tale soggetto una «aspettativa […] a percorrere fino in fondo la via prescelta, allestendo reazioni capaci di elidere gli eventuali pregiudizi derivanti da taluni provvedimenti»; che, pertanto, sarebbe palesemente irragionevole una normativa che, privando la parte civile di ogni potere d'impugnazione, la costringa «a subire l'efficacia di giudicato della sentenza penale, pur avendo scelto di innestare la sua pretesa di essere risarcita in un contesto processuale che le conferiva il potere di appello»; che la disciplina transitoria introdurrebbe, infine, anche una disparità di trattamento «tra chi ha intrapreso l'azione civile nella sede propria e chi ha, invece, optato per l'esercizio dell'azione civile nel processo penale, essendo inibito a quest'ultimo – e non per sua determinazione – il diritto, riconosciuto invece al secondo, di chiedere, con l'appello, un nuovo giudizio di merito che ribalti la pronunzia a lui sfavorevole»; che, nella ordinanza iscritta al n. 602 del registro ordinanze del 2007, la Corte d'appello di Palermo precisa inoltre che la sentenza della Corte costituzionale n. 26 del 2007 – con la quale è stata dichiarata l'illegittimità costituzionale dell'art. 1 della legge n. 46 del 2006, nella parte in cui, sostituendo l'art. 593 del codice di procedura penale, esclude che il pubblico ministero possa appellare contro le sentenze di proscioglimento, fatta eccezione per le ipotesi previste dall'art. 603, comma 2, del medesimo codice, se la nuova prova è decisiva, ed, in parte qua, dell'art. 10 della medesima legge – non incide sull'odierno quesito di costituzionalità che concerne l'art. 6 della legge n. 46 del 2006, modificativo dell'art. 576 cod. proc. pen. ; che, con ordinanza del 17 maggio 2006 (r.o. n. 635 del 2007), la Corte d'appello di Brescia ha sollevato, in riferimento agli artt. 3, 24 e 111 Cost., questione di legittimità costituzionale dell'art. 576, comma 1, cod. proc. pen. , come modificato dall'art. 6 della citata legge n. 46 del 2006, e dell'art. 10 della medesima legge; che la Corte d'appello rimettente precisa, ai fini della rilevanza, di essere investita dell'appello proposto – avverso la sentenza con cui il Giudice per le indagini preliminari, in funzione di Giudice dell'udienza preliminare, del Tribunale di Brescia, ha assolto l'imputato dal reato di ingiuria e percosse perché il fatto non sussiste – dalla parte civile che ha chiesto «l'affermazione della penale responsabilità dell'imputato e la sua condanna alla pena ritenuta di giustizia, oltre al risarcimento del danno»; che, nel merito, anche la Corte rimettente ritiene che la nuova formulazione dell'art. 576 cod. proc. pen. imponga «di escludere il potere di appello della parte civile»: ciò perché la soppressione dell'inciso «con il mezzo previsto per il pubblico ministero» avrebbe totalmente svincolato il potere di impugnazione della parte civile da quello del pubblico ministero; che, pertanto, alla parte civile «non può più essere riconosciuta la facoltà di appello, né contro le sentenze di condanna, né contro le sentenze di assoluzione, e neanche nei residui casi in cui tale facoltà è tuttora concessa al P.M. dal nuovo art. 593, comma 2, cod. proc. pen.»; che l'eliminazione del potere di appello della persona offesa costituitasi parte civile integrerebbe una violazione degli artt. 3, 24 e 111 Cost.; che nell'ordinanza si evidenzia, in primo luogo, come l'eliminazione del potere di appello impedirebbe «alla parte civile di chiedere il riesame nel merito di decisioni che potrebbero esserle irreparabilmente pregiudizievoli, in base ai meccanismi preclusivi di cui agli artt. 652 e 654 cod. proc. pen.»; che la disciplina censurata sarebbe inoltre irragionevole, poiché, da un lato, mantiene inalterata la possibilità per la parte civile di far valere le proprie pretese civilistiche nel processo penale e, dall'altro, «scoraggia tale scelta, deprivandola degli adeguati strumenti di tutela giuridica delle medesime»; che, in riferimento al lamentato contrasto con l'art. 24 Cost., la Corte rimettente osserva come il diritto di difesa, garantito anche alla persona offesa dal reato, non possa ritenersi attuato dalle sole norme connesse alla costituzione di parte civile, dovendo invece «estrinsecarsi nell'effettività della tutela delle pretese civilistiche», ivi compreso evidentemente il potere di impugnazione; che, quanto alla dedotta lesione dell'art. 111, secondo comma, Cost., la Corte d'appello di Brescia osserva come la disciplina censurata «introduca un evidente squilibrio fra le parti, impedendo radicalmente l'appello alla parte civile, sia in caso di assoluzione che di condanna, laddove all'imputato è riconosciuta ampia facoltà di impugnazione»: uno squilibrio oltre il limite consentito sia dal principio di ragionevolezza, sia dal rispetto di altri valori costituzionali e, segnatamente, del diritto di difesa delle persone offese dal reato e del principio della parità tra le parti;