[pronunce]

che le tredici ordinanze di rimessione del Giudice di pace di Pordenone e l'ordinanza r.o. n. 97 del 2010 del Giudice di pace di Taranto presentano carenze in punto di descrizione della fattispecie concreta e di motivazione sulla rilevanza tali da precludere lo scrutinio nel merito delle questioni con esse sollevate; che, quanto alla descrizione della vicenda concreta, i giudici a quibus si limitano, infatti, a riportare, nell'epigrafe delle ordinanze di rimessione, il capo di imputazione: il quale si risolve, peraltro, nella sostanza, in una mera e generica parafrasi della norma incriminatrice; che i medesimi giudici rimettenti affermano, al tempo stesso, la rilevanza delle questioni in termini puramente assiomatici; che manca, per converso, ogni concreta indicazione sulle vicende oggetto dei giudizi a quibus e sulla loro effettiva riconducibilità al paradigma punitivo considerato, atta a permettere la verifica dell'asserita rilevanza delle questioni, sia nel loro complesso che in rapporto alle singole censure prospettate; che le questioni vanno dichiarate, pertanto, manifestamente inammissibili, conformemente a quanto già reiteratamente deciso da questa Corte in situazioni analoghe (ordinanze n. 32, n. 13, n. 6 e n. 3 del 2011; n. 343, n. 329, n. 320 e n. 253 del 2010) ; che, a loro volta, le censure formulate dal Giudice di pace di Lecco, sezione distaccata di Missaglia - il quale pure fornisce, nell'ordinanza di rimessione, una sufficiente descrizione della vicenda che ha dato origine all'imputazione - sono manifestamente inammissibili per difetto di rilevanza; che quanto, infatti, alla censura inerente alla mancata previsione della non punibilità del fatto di illegittimo trattenimento commesso per «giustificato motivo», nell'ordinanza di rimessione non è stata prospettata, neppure con riguardo a mere allegazioni difensive, alcuna circostanza che, nel caso di specie, possa assumere rilievo quale «giustificato motivo» di inosservanza delle regole sul soggiorno dello straniero nel territorio dello Stato (ordinanza n. 318 del 2010); che non è significativa, in senso contrario, la pretesa inibizione, per effetto dell'omissione normativa censurata, di iniziative probatorie della difesa volte a dimostrare l'impossibilità o la difficoltà per l'imputato di lasciare il territorio nazionale, trattandosi di iniziative che lo stesso rimettente prospetta come meramente ipotetiche (ordinanza n. 318 del 2010); che analoga considerazione vale in rapporto alla seconda censura, afferente al previsto obbligo del giudice di pronunciare sentenza di non luogo a procedere nel caso di avvenuta esecuzione dell'espulsione amministrativa o di respingimento dello straniero alla frontiera; che dall'ordinanza di rimessione non consta, infatti, che l'imputato nel giudizio a quo sia stato effettivamente espulso o respinto, con conseguente carenza del presupposto di applicabilità della previsione normativa censurata (sentenza n. 250 del 2010); che anche l'ordinanza r.o. n. 166 del 2010 del Giudice di pace di Taranto è sufficientemente motivata quanto alla descrizione della fattispecie; che, tuttavia, le censure con essa formulate sono, a seconda dei casi, manifestamente infondate o manifestamente inammissibili; che, in particolare, per quanto attiene alle censure volte a contestare globalmente la scelta di penalizzazione sottesa alla norma denunciata, questa Corte ha già ritenuto insussistente la violazione del principio di ragionevolezza (art. 3 Cost.), denunciata sulla scorta della considerazione che la norma incriminatrice perseguirebbe, nel suo complesso, un obiettivo (allontanare lo straniero illegalmente presente nel territorio dello Stato) già realizzabile con la procedura di espulsione amministrativa, avente il medesimo ambito applicativo; che la sovrapposizione della disciplina penale a quella amministrativa e la circostanza che il legislatore abbia mostrato di «considerare l'applicazione della sanzione penale come un esito "subordinato" rispetto alla materiale estromissione dal territorio nazionale dello straniero» non comportano ancora, infatti, che il procedimento penale per il reato in esame rappresenti, a priori, un mero "duplicato" della procedura amministrativa di espulsione: «e ciò, a tacer d'altro, per la ragione che - come l'esperienza attesta - in un largo numero di casi non è possibile, per la pubblica amministrazione, dare corso all'esecuzione dei provvedimenti espulsivi» (sentenza n. 250 del 2010, ordinanze n. 32 del 2011 e n. 321 del 2010); che quanto, poi, all'asserita lesione dei principi di materialità e necessaria offensività del reato, denunciata dal rimettente in riferimento all'art. 27 Cost., anche a prescindere dall'inconferenza del parametro evocato - particolarmente in rapporto al principio di materialità (desumibile piuttosto dall'art. 25, secondo comma, Cost.) - questa Corte ha già avuto modo di rilevare che oggetto dell'incriminazione non è affatto «un modo di essere» della persona, quanto piuttosto uno specifico comportamento, trasgressivo di norme vigenti, quale quello descritto dalle locuzioni alternative «fare ingresso» e «trattenersi» contra legem nel territorio dello Stato (sentenza n. 250 del 2010, ordinanza n. 321 del 2010); che, al tempo stesso, il bene giuridico protetto dalla norma incriminatrice è agevolmente identificabile «nell'interesse dello Stato al controllo e alla gestione dei flussi migratori, secondo un determinato assetto normativo: interesse la cui assunzione ad oggetto di tutela penale non può considerarsi irrazionale e arbitraria [...] e che risulta, altresì, offendibile dalle condotte di ingresso e trattenimento illegale dello straniero» (sentenza n. 250 del 2010); che per quanto attiene, ancora, all'asserita lesione dell'art. 2 Cost., vale il rilievo che - per costante giurisprudenza di questa Corte - in materia di immigrazione, «le ragioni della solidarietà umana non possono essere affermate al di fuori di un corretto bilanciamento dei valori in gioco», rimesso alla discrezionalità del legislatore; in particolare, dette ragioni «non sono di per sé in contrasto con le regole in materia di immigrazione previste in funzione di un ordinato flusso migratorio e di un'adeguata accoglienza degli stranieri»: e ciò nella cornice di un «quadro normativo [...] che vede regolati in modo diverso - anche a livello costituzionale (art. 10, terzo comma, Cost.) - l'ingresso e la permanenza degli stranieri nel Paese, a seconda che si tratti di richiedenti il diritto di asilo o rifugiati, ovvero di c.d. "migranti economici"» (sentenza n. 250 del 2010, ordinanza n. 32 del 2011); che le ragioni della solidarietà trovano d'altro canto espressione - oltre che nella disciplina dei divieti di espulsione e di respingimento e del ricongiungimento familiare - nell'applicabilità, allo straniero irregolare, della normativa sul soccorso al rifugiato e la protezione internazionale, di cui al d.lgs.