[pronunce]

SENTENZA ha pronunciato la seguentenel giudizio di legittimità costituzionale dell'art. 420-quater, comma 1, del codice di procedura penale promosso con ordinanza del 16 luglio 2004 dal Tribunale di S. Maria Capua Vetere, iscritta al n. 870 del registro ordinanze 2004 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 45, prima serie speciale, dell'anno 2004. Visto l'atto di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri; udito nella camera di consiglio del 10 gennaio 2007 il Giudice relatore Gaetano Silvestri.. Ritenuto in fatto Considerato in diritto 1. – Con ordinanza emessa il 16 luglio 2004 il Tribunale di S. Maria Capua Vetere ha sollevato, in riferimento agli artt. 3, 25 e 112 della Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell'art. 420-quater, comma 1, del codice di procedura penale, nella parte in cui «non prevede espressamente l'obbligo del giudice di dichiarare, lì dove prevista dalle norme pattizie, la contumacia dell'imputato estradato per fatti diversi e anteriori alla sua consegna». Il rimettente procede nei confronti di un imputato rinviato a giudizio dal giudice dell'udienza preliminare del Tribunale di Napoli con decreto in data 27 gennaio 2001, successivamente tratto in arresto, mentre si trovava in Polonia, per fatti diversi da quelli oggetto del giudizio principale, e infine estradato e consegnato alle autorità italiane per essere giudicato nell'ambito di procedimenti diversi. L'ipotesi accusatoria sottoposta al rimettente concerne fatti commessi in territorio italiano nel corso dell'anno 1996, e quindi anteriori al momento della consegna dell'imputato alle autorità italiane, avvenuta nell'anno 2004. Il giudice a quo precisa di non poter promuovere la procedura di estradizione suppletiva, con riferimento ai fatti contestati nel giudizio principale, per mancanza di «misura cautelare eseguibile» nei confronti dell'imputato (l'ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Napoli, in data 13 marzo 2000, risulta annullata dal Tribunale del riesame in data 18 aprile 2000). Tanto premesso in fatto, il rimettente osserva come nei confronti dell'imputato debba trovare applicazione la clausola di specialità prevista sia dall'art. 14, paragrafo 1, della Convenzione europea di estradizione, resa esecutiva in Italia con la legge 30 gennaio 1963, n. 300, sia dall'art. 7 della Convenzione di estradizione tra Italia e Polonia, resa esecutiva con la legge 7 giugno 1993, n. 193. Il Tribunale si sofferma, quindi, sulla interpretazione della disposizione contenuta nell'art. 14 della citata Convenzione europea fornita dalla Corte di Cassazione a sezioni unite (sentenza n. 8 del 2001), secondo la quale, in assenza di estradizione per i fatti oggetto del giudizio in corso, l'imputato estradato per fatti diversi non può essere giudicato, in quanto la clausola di specialità introdurrebbe una condizione di procedibilità, con conseguente obbligo per il giudice di emettere sentenza di non luogo a procedere, ai sensi degli artt. 129 e 529 cod. proc. pen. A parere del giudice a quo, il consolidato indirizzo interpretativo, formatosi a seguito della decisione citata, introdurrebbe un limite oggettivo all'esercizio della giurisdizione di cognizione, non giustificato dal tenore della previsione pattizia, limite dal quale deriverebbe la violazione dei principi di uguaglianza, legalità e obbligatorietà dell'esercizio dell'azione penale. In particolare, il rimettente osserva come la disciplina pattizia non risulti in sé ostativa alla celebrazione di un giudizio di «mero accertamento», da attuarsi nelle forme del procedimento contumaciale, finalizzato quanto meno alla interruzione della prescrizione, ferma restando l'ineseguibilità dell'eventuale sentenza di condanna in assenza di estradizione suppletiva. Tuttavia, osserva il giudice a quo, la giurisprudenza di legittimità citata ha escluso l'utilizzabilità del procedimento contumaciale sul rilievo che esso si risolverebbe in una ingiustificata menomazione del diritto di difesa dell'imputato estradato in relazione a fatti diversi, ritenendo che non possa neppure esserne disposta la citazione a giudizio al fine di ottenere il suo consenso all'estensione della estradizione, atteso che tale consenso deve essere manifestato con dichiarazione «espressa e non univoca». A fronte di tali affermazioni, secondo il Tribunale rimettente non vi sarebbe spazio per percorsi interpretativi alternativi, pure delineati da pronunce successive (è richiamata Cass. , sent. n. 15093 del 2002) , e si renderebbe necessario l'intervento «chiarificatore» del giudice delle leggi, stante il «manifesto contrasto tra le disposizioni pattizie, la previsione contenuta nell'art. 420-quater, cod. proc. pen. – come interpretata dalla consolidata giurisprudenza di legittimità – ed il principio costituzionale di necessaria effettività della giurisdizione penale», affermato quest'ultimo in numerose pronunce (è citata la sentenza di questa Corte n. 353 del 1996). A parere del giudice a quo, l'esistenza del bene di rilievo costituzionale della «efficienza del processo» renderebbe intollerabile la situazione di sostanziale «improcessabilità» del cittadino italiano rifugiatosi in territorio estero e rientrato in Italia a seguito di estradizione, con riguardo ai fatti diversi da quelli per i quali è concessa l'estradizione medesima, e ciò anche nei limiti del mero accertamento dell'ipotesi accusatoria formulata a suo carico. Andrebbe quindi verificata, sempre secondo il rimettente, la compatibilità con il dettato costituzionale dell'omessa esplicazione, nella norma processuale che disciplina l'istituto della contumacia, dei riferimenti delle norme pattizie alla possibilità del ricorso al giudizio contumaciale, quanto meno a fini interruttivi del decorso della prescrizione. Da tale lacuna normativa, infatti, discenderebbe la legittimazione dell'orientamento interpretativo restrittivo, e ciò sarebbe confermato dai richiami comparatistici contenuti nella più volte richiamata sentenza n. 8 del 2001 delle sezioni unite della Corte di Cassazione, nella quale sono evidenziate le rilevanti differenze strutturali tra il procedimento disciplinato dagli artt. 420 e ss. cod. proc. pen. , e il modello processuale di giudizio contumaciale previsto in altri Paesi aderenti alla Convenzione, con particolare riguardo alla «definitività» della pronuncia emanata in esito a tale giudizio.