[pronunce]

SENTENZA ha pronunciato la seguentenel giudizio di legittimità costituzionale dell'art. 135 del codice penale, promosso dal Tribunale ordinario di Firenze, sezione terza penale, nel procedimento penale a carico di S. E., con ordinanza del 27 novembre 2018, iscritta al n. 86 del registro ordinanze 2019 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 24, prima serie speciale, dell'anno 2019. Visto l'atto di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri; udito nella camera di consiglio del 15 gennaio 2020 il Giudice relatore Francesco Viganò; deliberato nella camera di consiglio del 16 gennaio 2020.. Ritenuto in fatto Considerato in diritto 1.- Con ordinanza del 27 novembre 2018, iscritta al n. 86 del registro ordinanze 2019, il Tribunale ordinario di Firenze, sezione terza penale, ha sollevato, in riferimento agli artt. 3 e 27 della Costituzione, questioni di legittimità costituzionale dell'art. 135 del codice penale, nella parte in cui stabilisce il tasso di ragguaglio tra pene pecuniarie e detentive in ragione di 250 euro, o frazione di 250 euro, per un giorno di pena detentiva, anziché il diverso tasso, previsto dall'art. 459, comma 1-bis, del codice di procedura penale, di 75 euro per un giorno di pena detentiva, aumentabili fino al triplo tenuto conto della condizione economica complessiva dell'imputato e del suo nucleo familiare. 1.1.- L'ordinanza di rimessione è stata pronunciata nel procedimento a carico di S. E. per il delitto di minaccia aggravata. Alla prima udienza, l'imputato aveva proposto richiesta di patteggiamento, chiedendo l'applicazione della pena di venti giorni di reclusione, sostituita nella multa di 1.500 euro, determinata al tasso di 75 euro per ogni giorno di pena detentiva. Il rimettente sottolinea che, allo stato, l'istanza dell'imputato non potrebbe essere accolta, a essa ostando il disposto dell'art. 135 cod. pen. , il quale prevede che quando, per ogni effetto giuridico, si deve eseguire un ragguaglio tra pene pecuniarie e pene detentive, il computo ha luogo calcolando 250 euro, o frazione di 250 euro, di pena pecuniaria per un giorno di pena detentiva. Tale criterio di ragguaglio è espressamente richiamato dall'art. 53 della legge 24 novembre 1981, n. 689 (Modifiche al sistema penale), che consente al giudice di sostituire la pena detentiva di durata non superiore a sei mesi con la pena pecuniaria della specie corrispondente, a un tasso di ragguaglio per ogni giorno di pena detentiva di ammontare non inferiore alla somma indicata dall'art. 135 cod. pen. e non superiore a dieci volte tale ammontare. 1.2.- Il giudice a quo ritiene, tuttavia, che la disciplina dettata dall'art. 135 cod. pen. contrasti con gli artt. 3 e 27 Cost., nella parte in cui - per l'appunto - fissa il tasso di ragguaglio a 250 euro giornalieri e non già alla diversa e più favorevole misura stabilita - nell'ambito del procedimento per decreto - dall'art. 459, comma 1-bis, cod. proc. pen. , che l'imputato nel giudizio a quo vorrebbe si applicasse nei propri confronti. 1.3.- Quanto alla dedotta lesione dell'art. 3 Cost., il rimettente evidenzia anzitutto che, a seguito dell'introduzione dell'art. 459, comma 1-bis, cod. proc. pen. , per effetto dell'art. 1, comma 53, della legge 23 giugno 2017, n. 103 (Modifiche al codice penale, al codice di procedura penale e all'ordinamento penitenziario), nell'ordinamento operano due diversi tassi di conversione della pena detentiva in pena pecuniaria: da un lato, quello - più favorevole per l'imputato - che ragguaglia un giorno di pena detentiva a una somma compresa tra 75 e 225 euro, previsto dalla disposizione di nuovo conio e applicabile al solo procedimento per decreto; dall'altro lato, quello delineato dall'art. 135 cod. pen. e richiamato dall'art. 53 della legge n. 689 del 1981, che tuttora equipara un giorno di pena detentiva a una somma compresa tra 250 e 2500 euro, ed è applicabile a tutti gli altri procedimenti. Poiché - prosegue il rimettente - la richiesta di emissione del decreto penale di condanna è rimessa alla discrezionalità del pubblico ministero, i soggetti imputati del medesimo reato subirebbero un'irragionevole disparità di trattamento, a seconda che il pubblico ministero decida o meno di esercitare l'azione penale mediante richiesta di emissione di decreto penale. Tale disparità di trattamento sarebbe peraltro in contrasto con l'indicazione - fornita dall'art. 53 della legge n. 689 del 1981 attraverso il richiamo all'art. 133-bis cod. pen. - a tener conto, nella determinazione dell'ammontare della pena sostitutiva, delle condizioni economiche dell'imputato; indicazione che sarebbe frustrata dalla disposizione censurata, la quale condurrebbe all'irrogazione di pene pecuniarie non commisurate né commisurabili alle sue reali condizioni economiche. 1.4.- La «impossibilità di graduare la pena al caso concreto» contrasterebbe, altresì, con la funzione rieducativa della pena, imposta dall'art. 27 Cost. Ciò in quanto, ad avviso del giudice a quo, «una pena "eccessiva" rispetto alle reali condizioni economiche del reo non è di fatto ottemperabile, con la evidente conseguenza che non sarà possibile perseguire e raggiungere uno degli obiettivi primari affidati dal legislatore alla pena, che è la funzione rieducativa». 2.- È intervenuto in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che le questioni di legittimità costituzionale siano dichiarate inammissibili o infondate. 2.1.- L'interveniente evidenzia anzitutto l'insufficienza della motivazione del giudice a quo in ordine alla rilevanza delle questioni. L'ordinanza di rimessione si limiterebbe a esporre che l'imputato ha chiesto l'applicazione, ai sensi dell'art. 444 cod. proc. pen. , di una pena pecuniaria calcolata utilizzando un tasso di conversione inferiore a quello previsto dall'art. 135 cod. pen. , senza chiarire né se l'imputato possa essere prosciolto ai sensi dell'art. 129 cod. proc. pen. , né se la pena così determinata sia congrua. Il rimettente non avrebbe dunque dimostrato di non poter definire il giudizio indipendentemente dalla soluzione delle questioni di legittimità costituzionale prospettate, sicché queste ultime sarebbero inammissibili. 2.2.- Le questioni sollevate sarebbero in ogni caso radicalmente infondate. Come chiarito dalla giurisprudenza di legittimità (è citata Corte di cassazione, sezione quinta penale, sentenza 21 dicembre 2017-1° marzo 2018, n. 9400), la disposizione di cui all'art. 459, comma 1-bis, cod. proc. pen.