[pronunce]

Non sussisterebbe neppure la violazione dell'art. 3 della Costituzione. La difesa regionale rileva che, al contrario di quanto sostenuto dal remittente, la disposizione censurata, lungi dall'impedire l'esercizio dell'acquacoltura, in realtà lo garantirebbe, nel senso che consentirebbe di mantenere intatta la natura agricola del fondo su cui insiste l'impianto, ed impedirebbe, ad un tempo, l'utilizzazione dei materiali per scopi industriali o edilizi, risultando in tal modo proporzionata all'obiettivo avuto di mira. 4. - In una memoria depositata in prossimità dell'udienza, la parte privata del giudizio a quo insiste per la dichiarazione di illegittimità costituzionale dell'art. 23, comma 4, della legge della Regione Veneto n. 19 del 1998. Dopo aver sottolineato la arbitrarietà della interpretazione finalistica prospettata dalla difesa regionale, la parte privata rileva che, tenuto conto del fatto che, in base alla legge regionale n. 24 del 1985, la realizzazione di impianti di acquacoltura è ammessa nei limiti di un rapporto di copertura del 50 per cento del fondo, la disposizione censurata comporterebbe, non una limitazione dell'iniziativa economica privata, ma un vero e proprio divieto assoluto di esercizio dell'attività imprenditoriale di acquacoltura. L'imposizione del divieto di esportazione dei materiali di risulta e il conseguente obbligo di accumulare i materiali stessi su terreni inevitabilmente ricompresi in zone sottoposte a vincolo paesaggistico, posto che gli impianti di acquacoltura non possono non essere ubicati in prossimità di corsi d'acqua, altro significato non avrebbe che quello di rendere impossibile il rilascio dell'autorizzazione da parte dell'amministrazione preposta alla gestione di quel vincolo. La parte privata rileva poi che il divieto dell'esercizio dell'attività imprenditoriale in questione sarebbe definitivo, nonostante la formulazione dell'incipit della disposizione censurata: "In attesa della disciplina specifica". Invero, osserva la difesa, la legge n. 19 del 1998 - che fa seguito a precedenti norme le quali, fino all'approvazione della nuova legge regionale di disciplina della pesca, avevano disposto la sospensione del rilascio delle concessioni edilizie per la costruzione di impianti di acquacoltura - detta la disciplina della pesca e dell'acquacoltura e costituisce quindi proprio quella legge individuata come il termine ad quem della sospensione del rilascio delle concessioni. In questo quadro, la disposizione transitoria oggetto del presente giudizio non avrebbe altro significato che quello di protrarre il divieto di rilascio di concessioni per la realizzazione di impianti di acquacoltura. Né, ad avviso della parte privata, potrebbe attribuirsi rilievo alle argomentazioni finalistiche prospettate dalla difesa della Regione Veneto: l'esigenza di evitare che attraverso la richiesta di costruzione di un impianto di acquacoltura si possa porre in essere un'attività di cava con pregiudizio dell'integrità ambientale andrebbe infatti fronteggiata, da un lato, con la piena attuazione della normativa regionale in materia di cave e, dall'altro, con lo strumento delle convenzioni urbanistiche, con le quali ben potrebbero essere stabilite sanzioni convenzionali e garanzie finanziarie per l'adempimento degli obblighi derivanti dalla concessione per la realizzazione di impianti di acquacoltura.1. - Il Tribunale amministrativo regionale del Veneto dubita, in riferimento agli articoli 3, 41 e 117 della Costituzione, della legittimità costituzionale dell'art. 23, comma 4, della legge della Regione Veneto 28 aprile 1998, n. 19 (Norme per la tutela delle risorse idrobiologiche e della fauna ittica e per la disciplina dell'esercizio della pesca nelle acque marittime ed interne della Regione Veneto), nella parte in cui dispone che, in attesa di una disciplina specifica in materia di acquacoltura, nella realizzazione di nuovi impianti non è consentita l'esportazione dei materiali di risulta provenienti dalle relative escavazioni. Sul presupposto interpretativo che l'espressione "esportazione" debba essere letta come "asportazione" e che scopo della norma sia quello di evitare che attraverso gli scavi necessari per la realizzazione di impianti di acquacoltura si ponga in essere un'attività di cava non consentita, il remittente ritiene che il predetto art. 23, comma 4, comporti in primo luogo una ingiustificata quanto irragionevole compressione, se non addirittura la soppressione, della libertà di iniziativa economica privata in relazione all'attività di acquacoltura. La medesima disposizione, poi, violerebbe sia il canone della ragionevolezza, desumibile dall'art. 3 della Costituzione, il sacrificio imposto al privato non risultando proporzionato al fine pubblico perseguito, sia l'art. 117 della Costituzione, che non consentirebbe l'esercizio della potestà legislativa regionale in materia di diritto privato. 2. - La questione è infondata. La disputa lessicale intorno al contenuto della norma, sulla quale si diffonde l'ordinanza di rimessione, va risolta nel senso che, con l'espressione "esportazione", il legislatore regionale non ha inteso riferirsi tanto alla circolazione dei beni tra Stati, quanto alla specifica destinazione dei materiali di risulta provenienti dalle escavazioni necessarie per la realizzazione di impianti di acquacoltura: quei materiali - è questo l'evidente significato del divieto - non possono essere portati fuori del terreno sul quale insiste l'impianto. Con tale prescrizione il legislatore veneto, come emerge anche dai lavori preparatori, si è prefisso una duplice finalità: da un lato impedire che il privato, giovandosi della concessione per la realizzazione di impianti di acquacoltura, ponga in essere un'attività di cava, in assenza di qualsiasi autorizzazione regionale, e faccia oggetto di commercio i materiali di risulta provenienti dai lavori di scavo per la costruzione delle vasche degli impianti; dall'altro, imponendo che quei materiali siano mantenuti nell'area, garantire l'immediato ripristino dei luoghi e dell'ambiente, nel caso in cui l'attività di acquacoltura non abbia luogo o venga per qualsiasi ragione a cessare. 3. - Così precisati il contenuto e la funzione del divieto, le censure proposte dal Tribunale amministrativo regionale del Veneto non possono trovare accoglimento sotto alcuno dei profili dedotti. Innanzitutto, non può essere condiviso il rilievo che la norma in questione incida sui rapporti tra privati, oltrepassando i limiti desumibili dall'art. 117 della Costituzione. Questa Corte ha più volte chiarito che, se alle Regioni è precluso legiferare in materia di diritto privato, tale preclusione concerne i rapporti intersoggettivi e non riguarda il potere di conformare il contenuto del diritto di proprietà al fine di assicurarne la funzione sociale: la riserva di legge stabilita dall'art. 42 della Costituzione è infatti rispettata anche quando siano le Regioni a legiferare nelle materie di loro competenza (sentenze n. 164 del 2000, n. 379 del 1994, n. 391 del 1989).