[pronunce]

È dunque la stessa legge costituzionale, rileva l'Avvocatura, a postulare l'identità dell'organo chiamato a trattare il procedimento prima e dopo l'autorizzazione a procedere e fino al giudizio di merito dibattimentale dinanzi al competente Tribunale distrettuale; ne deriva la conclusione nel senso dell'infondatezza della questione sollevata. 3. - Si è costituito in giudizio l'ex ministro, imputato nel procedimento principale, chiedendo una declaratoria di incostituzionalità della legge n. 219 del 1989 "nella parte in cui non prevede che l'udienza preliminare si svolga innanzi al giudice dell'udienza preliminare del tribunale ordinario competente". La difesa della parte privata, dopo avere ricordato la genesi politica della disciplina, afferma che la legge costituzionale n. 1 del 1989, istituendo lo speciale collegio presso ciascuna sede di Corte di appello (art. 7), ha inteso rafforzare, appunto attraverso la previsione della collegialità, esclusivamente le garanzie del procedimento nella fase delle indagini, in vista della delicata funzione - di preventivo "filtro giurisdizionale" rispetto alla notitia criminis - assegnata al collegio. L'autorizzazione a procedere segna dunque, secondo la parte, nel disegno della legge costituzionale, l'ultimo momento del regime procedimentale speciale, e la riprova sarebbe offerta dai lavori preparatori della legge stessa, ai quali nell'atto di costituzione si fa richiamo. Ad avviso della parte, la legge n. 219 del 1989, emanata in attuazione della legge costituzionale n. 1 del 1989, ha dettato una serie di norme dalle quali risulta attribuita al collegio una funzione - essenziale - di pubblico ministero, nonché una funzione - accessoria - di giudice delle indagini preliminari (competente a disporre l'incidente probatorio, l'archiviazione e la riapertura delle indagini), e, mediante la precisazione della formulazione dell'art. 9, comma 4, della legge costituzionale n. 1 del 1989, attraverso la disposizione dell'art. 3, comma 1, la stessa legge ordinaria ha chiarito che con il ricevimento degli atti provenienti dall'organo politico, una volta concessa l'autorizzazione a procedere, si conclude definitivamente la fase delle indagini assegnate al collegio, e si attiva il rito ordinario. Di conseguenza, alla stregua della disciplina positiva, come la richiesta di emissione del decreto che dispone il giudizio deve essere formulata dal pubblico ministero, così la competenza a celebrare l'udienza preliminare dovrebbe essere riconosciuta al correlativo giudice presso il tribunale ordinario: tanto più ove si consideri che né la legge costituzionale, né la legge ordinaria contengono disposizioni in materia di giudizi speciali. Dall'opposta - e censurata - interpretazione, che affida al collegio la celebrazione dell'udienza preliminare, discenderebbe infatti un'alternativa che in ogni caso è di dubbia costituzionalità, in quanto (a) o la possibilità di accedere al "patteggiamento" e al giudizio abbreviato è esclusa per i ministri e per coloro (i "laici") che concorrono nel reato, oppure (b) nei confronti di tali soggetti i riti alternativi possono essere celebrati da un giudice che ha esercitato funzioni di pubblico ministero. Postulando, poi, che l'eventuale sentenza di proscioglimento sia, secondo le regole generali, appellabile, col gravame si determinerebbe, comunque, l'intromissione di un giudice ordinario in una fase di competenza - secondo l'assunto criticato - del giudice speciale. Nonostante i suddetti rilievi, la giurisprudenza - di cui viene dato ampio conto nell'atto di costituzione - attribuisce la competenza funzionale di giudice per l'udienza preliminare al collegio di cui all'art. 7 della legge costituzionale n. 1 del 1989, che in tal modo assomma in sé le funzioni di pubblico ministero e di giudice; una lettura, questa, che non solo conduce a soluzioni inaccettabili dal punto di vista della coerenza dei principi affermati, ma altresì legittima un sistema che tralascia completamente l'esigenza, viceversa ineludibile, che il giudice, in quanto tale, sia terzo e perciò imparziale. Né i dubbi di parzialità, rileva la parte privata, potrebbero essere fugati con il ricorso agli istituti dell'astensione o della ricusazione: la situazione in esame attiene, infatti, alla sequenza di funzioni di pubblico ministero e di giudice attribuite alla stessa persona fisica, di modo che, ricorrendo in simile ipotesi la regola, e comunque l'esigenza, espressa dall'art. 34, comma 3, cod. proc. pen. , si impone l'adozione di un criterio generale che sancisca anche nell'ambito dei procedimenti per reati ministeriali un'analoga causa di incompatibilità. Il riferimento, contenuto nell'art. 9, comma 4, della legge costituzionale n. 1 del 1989, alle "norme vigenti" non potrebbe, di conseguenza, ritenersi pensato con esclusione di tale regola normativa, che traduce il principio fissato nella legge delega per l'emanazione del nuovo codice di procedura penale 16 febbraio 1987, n. 81, che esclude il cumulo di funzioni di pubblico ministero e di giudice in capo allo stesso soggetto. Permanendo tuttavia nella applicazione pratica l'interpretazione della norma nel senso contrario a quello che appare il più logico e conforme ai principi costituzionali, si manifesta - conclude la difesa della parte privata "la necessità della declaratoria di illegittimità costituzionale della legge 5 giugno 1989, n. 219, nella parte in cui non prevede che l'udienza preliminare si svolga innanzi al giudice dell'udienza preliminare ordinario competente". 4. - In prossimità dell'udienza, l'Avvocatura dello Stato ha depositato una memoria, nella quale sottolinea ancora una volta il rilievo preliminare, già espresso nell'atto d'intervento, della genericità del petitum essendo l'ordinanza di rimessione formulata in maniera tale che non potrebbe neppure dirsi portata all'esame della Corte una precisa questione costituzionale. La difesa della parte privata - aggiunge l'Avvocatura - ha colto questo aspetto e se ne è fatta carico, deducendo, nella memoria di costituzione in giudizio, l'incostituzionalità della legge n. 219 del 1989, nella parte in cui non prevede una causa di incompatibilità per il collegio per i reati ministeriali a emettere il provvedimento conclusivo dell'udienza preliminare, sia esso il decreto che dispone il giudizio sia altro tipo di pronuncia; ma questa puntualizzazione della parte privata costituisce, sempre secondo l'Avvocatura, una forzatura rispetto allo scarno testo dell'ordinanza del Collegio rimettente, che "resiste" a ogni tentativo di interpretazione e chiarificazione circa la effettiva portata della questione che con essa si sarebbe inteso sollevare. nel merito l'Avvocatura insiste per una dichiarazione di infondatezza della questione. La legge n. 219 impugnata, si osserva nella memoria, costituisce attuazione della legge costituzionale n. 1 del 1989, che evidentemente non potrebbe essere sospettata di incostituzionalità;