[pronunce]

- In prossimità dell'udienza, la difesa del Senato ha presentato una memoria insistendo per il rigetto del ricorso, ribadendo le argomentazioni precedentemente svolte e producendo ulteriori atti parlamentari a sostegno della propria richiesta.1. - Il conflitto sollevato dal Tribunale ricorrente pone la questione se spetti al Senato della Repubblica deliberare, nella seduta del 31 maggio 2000 (documento IV-quater, n. 48), che i fatti per i quali era in corso il procedimento penale nei confronti del senatore Marcello Pera, per il reato di diffamazione aggravata in danno dei magistrati dottori Giancarlo Caselli, Vittorio Teresi e Antonio Ingroia, riguardavano opinioni espresse da un membro del Parlamento nell'esercizio delle funzioni parlamentari, in quanto tali insindacabili ai sensi del primo comma dell'art. 68 della Costituzione. Al senatore Pera era stato contestato di avere pubblicato sul quotidiano &laquo;Il Messaggero&raquo; del 14 gennaio 1999 l'articolo &laquo;I PM? Mostri a tre teste&raquo; , nel quale egli tra l'altro scriveva &laquo; … o le forze dell'ordine fanno quello che vogliono i PM e indagano nelle direzioni e nei modi da essi voluti, oppure sono nei guai. È così che sono nati […] i casi Contrada e Mori a Palermo, dove si è visto che quando i poliziotti non si comportano come vogliono i PM, questi li fanno processare, condannare o rimuovere dal ministro compiacente&raquo;. Con tali parole, secondo la contestazione, il senatore Pera aveva offeso la reputazione del dott. Giancarlo Caselli, Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Palermo, nonché quella del dott. Vittorio Teresi e del dott. Antonio Ingroia, sostituti delegati alla trattazione dei procedimenti penali a carico del funzionario della Polizia di Stato Bruno Contrada, nel corso dei quali era stato sentito come teste il generale Mario Mori. Il Tribunale ritiene insussistenti i presupposti dell'insindacabilità di cui all'art. 68, primo comma, della Costituzione, sotto un triplice profilo: mancanza del nesso funzionale, richiesto dalla giurisprudenza costituzionale, tra le dichiarazioni assunte come diffamatorie e gli atti parlamentari indicati dalla Giunta delle elezioni e delle immunità parlamentari, tranne l'interpellanza del senatore Pera in data 10 febbraio 1999; irrilevanza di tale atto, che, pur presentando una sostanziale coincidenza con le dichiarazioni diffamatorie, è posteriore alla pubblicazione dell'articolo, avvenuta il 14 gennaio 1999; irrilevanza degli atti esibiti nel procedimento penale dalla difesa dell'imputato (interrogazioni dei senatori Milio e Caruso del 12 gennaio 1999), che, pur avendo anch'essi un contenuto sostanzialmente corrispondente alle affermazioni in questione, non provengono dall'autore dell'articolo, come del resto l'interrogazione del senatore Centaro di pari data. 2. - Deve anzitutto essere ribadita l'ammissibilità del conflitto, sussistendone i presupposti soggettivi ed oggettivi, come già ritenuto da questa Corte nella citata ordinanza n. 270 del 2001. 3. - Nel merito il ricorso è fondato. Questa Corte deve verificare, alla stregua della sua giurisprudenza, la ricorrenza in concreto del &laquo;nesso funzionale&raquo; tra le dichiarazioni rese extra moenia dal parlamentare e l'esercizio di un'attività parlamentare. In particolare la sentenza n. 10 del 2000 ha affermato che &laquo;la semplice comunanza di argomento fra la dichiarazione che si pretende lesiva e le opinioni espresse dal deputato o dal senatore in sede parlamentare non può bastare a fondare l'estensione alla prima della immunità che copre le seconde. Tanto meno può bastare a tal fine la ricorrenza di un contesto genericamente politico in cui la dichiarazione si inserisca&raquo;. Occorre invece l'&laquo;identificabilità della dichiarazione stessa quale espressione di attività parlamentare&raquo; (così anche la sentenza n. 11 del 2000). Occorre cioè la &laquo;riproduzione&raquo; all'esterno delle Camere di dichiarazioni rese in sede parlamentare, e tale riproduzione è insindacabile solo ove &laquo;si riscontri l'identità sostanziale di contenuto fra l'opinione espressa in sede parlamentare e quella manifestata nella “sede esterna”&raquo; (sentenza n. 10 del 2000). Tali affermazioni sono state ripetutamente ribadite dalla giurisprudenza successiva di questa Corte (sentenze numeri 56, 58, 82, 420 del 2000; numeri 137 e 289 del 2001; numeri 51, 52, 207, 257, 270, 283, 294, 421, 435, 448, 508, 509 e 521 del 2002), la quale ha più volte riaffermato che il &laquo;nesso funzionale&raquo; tra la dichiarazione resa extra moenia dal parlamentare e l'espletamento delle sue funzioni di membro del Parlamento esiste se ed in quanto la dichiarazione possa essere identificata come &laquo;divulgativa all'esterno di attività parlamentari&raquo; , ossia se ed in quanto esista una sostanziale corrispondenza di significato con opinioni espresse nell'esercizio di funzioni parlamentari, non essendo sufficiente una mera comunanza di argomenti. Di recente, la legge 20 giugno 2003, n. 140 (recante disposizioni per l'attuazione dell'art. 68 della Costituzione nonché in materia di processi penali nei confronti delle alte cariche dello Stato), ha previsto - al primo comma dell'art. 3 - che esso &laquo;si applica in ogni caso per la presentazione di disegni o proposte di legge, emendamenti, ordini del giorno, mozioni e risoluzioni, per le interpellanze e le interrogazioni, per gli interventi nelle Assemblee e negli altri organi delle Camere, per qualsiasi espressione di voto comunque formulata, per ogni altro atto parlamentare, per ogni altra attività di ispezione, di divulgazione, di critica e di denuncia politica, connessa alla funzione di parlamentare, espletata anche fuori del Parlamento&raquo;. Con la sentenza n. 120 del 2004, questa Corte ha dichiarato non fondata la questione di legittimità costituzionale di tale norma, sollevata in riferimento agli artt. 3, 24, 68, primo comma, e 117 della Costituzione, escludendo che essa abbia ampliato l'ambito dell'immunità garantita ai parlamentari dall'art. 68, primo comma, quale risultava dalla propria giurisprudenza. In particolare, la sentenza ha escluso che la norma abbia eliminato la necessità del &laquo;nesso funzionale&raquo; fra le opinioni espresse dal parlamentare fuori dal Parlamento, assunte come diffamatorie, e l'esercizio di funzioni parlamentari; ed ha ribadito - richiamando in particolare le citate sentenze numeri 10 ed 11 del 2000 - che esse rientrano nell'area dell'insindacabilità solo se costituiscano &laquo;divulgazione e riproduzione&raquo; di attività parlamentari, pur non necessariamente tipiche.