[pronunce]

, ma quella che deve essere fissata in base al meccanismo previsto dall'art. 418 cod. proc. civ. e, quindi, lo stesso ha l'onere di costituirsi con memoria difensiva da depositare almeno dieci giorni prima della nuova udienza fissata e il contenuto di tale atto è identico a quello stabilito dall'art. 416 cod. proc. civ. (ancora, sentenza n. 13 del 1977). L'onere di chiedere al giudice la pronuncia di un nuovo decreto di fissazione dell'udienza, posto dall'art. 418 cod. proc. civ. , a pena di decadenza, a carico del convenuto che propone domanda riconvenzionale nel processo del lavoro, non è stato ritenuto estensibile in via ermeneutica dalla giurisprudenza di legittimità anche all'ipotesi in cui il medesimo convenuto chieda di essere ammesso a chiamare in causa un terzo. In proposito, si è sottolineato che questa prescrizione contenuta nell'art. 418 cod. proc. civ. non risponde in maniera specifica ed indefettibile a un'esigenza di carattere generale e deve ritenersi che, ponendo un onere sanzionato con la decadenza dall'esercizio di un potere processuale, costituisca una previsione di carattere eccezionale, non suscettibile di interpretazione estensiva o analogica (Cass., n. 12300 del 2003). 4.3.- Pertanto, nel processo del lavoro, richiesta dal convenuto la chiamata in causa del terzo nella memoria tempestivamente depositata, è solo all'udienza di discussione che il giudice provvede sulla relativa istanza, rinviando, se autorizza la chiamata, ad una successiva udienza per consentire che la stessa venga effettuata nel rispetto del termine a difesa del terzo. In effetti, con riguardo al processo del lavoro non si è mai dubitato del potere discrezionale del giudice di verificare, ai fini dell'ammissione della chiamata del terzo, la sussistenza dei relativi presupposti (ex aliis, Corte di cassazione, sezione lavoro, sentenze 9 febbraio 2016, n. 2522; 4 dicembre 2014, n. 25676 e 26 giugno 1999, n. 6657). L'esigenza di questo vaglio autorizzativo del giudice del lavoro sull'istanza di chiamata in causa del terzo da parte del convenuto - che, per lungo tempo, non è stato invece ritenuto necessario nel processo ordinario di cognizione - era correlata, tra l'altro, almeno in origine, anche alle non trascurabili problematiche processuali che avrebbero potuto determinarsi per effetto della chiamata. Per un verso, veniva in rilievo l'impossibilità di attuare il cumulo delle cause assoggettate a riti diversi; ciò che comportava la necessità che la "causa comune" e quella di garanzia fossero entrambe cause di lavoro perché il giudice del lavoro potesse decidere anche su di esse nell'ambito di un unico processo. Questa possibilità è ormai da tempo riconosciuta dal terzo comma dell'art. 40 cod. proc. civ. , come novellato dalla legge 26 novembre 1990, n. 353 (Provvedimenti urgenti per il processo civile), che stabilisce espressamente la possibilità del cumulo, e dunque della trattazione congiunta, con applicazione del rito del lavoro, ogni volta che, nei casi previsti dagli artt. 31, 32, 34, 35 e 36 cod. proc. civ. , più cause, di cui una di lavoro, siano «cumulativamente proposte, o successivamente riunite». 4.4.- Per altro verso, la giurisprudenza riteneva che l'art. 32 cod. proc. civ. (sulla competenza per attrazione del giudice della causa principale su quella di garanzia) non trovasse applicazione nell'ipotesi di garanzia impropria (Corte di cassazione, sezione lavoro, sentenza 16 aprile 2014, n. 8898 ; sezione terza civile, ordinanza 24 gennaio 2007, n. 1515). Di qui era stato anche precisato che, sebbene la chiamata in causa ai sensi dell'art. 106 cod. proc. civ. , consentita, ai sensi dell'art. 420, comma nono, cod. proc. civ. , anche in una controversia di lavoro, potesse riguardare sia l'ipotesi di garanzia propria sia quella di garanzia impropria, nondimeno, in tale seconda ipotesi, il simultaneus processus innanzi al giudice del lavoro sarebbe stato attuabile solo ove il giudice competente per la causa principale fosse stato competente a conoscere anche dell'altra, in quanto lo spostamento di competenza era ammesso solo per la garanzia propria, non ritenendosi derogabili, nell'ipotesi di garanzia impropria, i normali criteri di competenza per valore e territorio (Corte di cassazione, sezione lavoro, sentenze 20 dicembre 1997, n. 12917, e 30 gennaio 1992, n. 979). Anche quest'ultima questione è ormai superata, in quanto, operando un revirement della giurisprudenza precedente, le sezioni unite della Corte di cassazione hanno escluso che la distinzione tra garanzia propria e garanzia impropria possa assumere una valenza ulteriore rispetto a quella meramente descrittiva, essendo sufficiente una connessione fattuale tra domanda principale e domanda verso il terzo per giustificare la chiamata del terzo, sicché - tra l'altro - è possibile una deroga alla competenza ex art. 32 cod. proc. civ. anche nel caso di garanzia impropria (Corte di cassazione, sezioni unite civili, sentenza 4 dicembre 2015, n. 24707). 4.5.- Con riguardo alla necessità di un'autorizzazione del giudice alla chiamata in causa del terzo su istanza del convenuto si registrava, in passato, una significativa differenza rispetto alla disciplina della chiamata in causa del terzo su istanza del convenuto nel processo ordinario di cognizione. Occorre, a riguardo, considerare che ai sensi dell'art. 269, secondo comma, cod. proc. civ. , novellato a partire dalla citata riforma del 1990, il convenuto è tenuto a dichiarare la propria intenzione di chiamare in causa il terzo nella comparsa di risposta tempestivamente depositata e a chiedere contestualmente al giudice di differire lo svolgimento di tale udienza affinché il terzo possa essere citato in giudizio nel rispetto dei termini a comparire. Secondo l'impostazione tradizionale, il giudice non aveva alcun potere discrezionale in ordine alla decisione sull'istanza di chiamata in causa del terzo, sicché, a fronte della stessa, doveva semplicemente disporre il differimento dell'udienza. Questa Corte, investita, con riferimento all'art. 3 Cost., della questione di legittimità costituzionale dell'art. 269, secondo comma, cod. proc. civ. , nella parte in cui non prevede, a differenza di quanto stabilito per l'attore, la necessità dell'autorizzazione per la chiamata in causa ad istanza del convenuto, l'ha dichiarata non fondata, ponendo in evidenza che l'insindacabile facoltà per il convenuto di estendere l'ambito soggettivo del processo può considerarsi giustificata dalla circostanza che l'attore, agendo per primo, ha la possibilità di convenire in giudizio qualunque soggetto, senza limitazioni di sorta, sicché le parti sarebbero in una condizione di perfetta parità (sentenza n. 80 del 1997).