[pronunce]

che, infine, la stessa Corte d'appello di Torino (r.o. n. 248 del 2006), nel sollevare identica questione di legittimità costituzionale in riferimento agli artt. 3, 111 e 112 Cost., precisa in fatto che l'imputato è stato assolto a seguito di giudizio abbreviato dal Tribunale di Torino - Sezione Moncalieri, e che avverso tale sentenza ha proposto appello il pubblico ministero; che, con tre ordinanze identiche (r.o. n. 364 del 2006; nn. 21 e 385 del 2007), la Corte d'appello di Palermo - su appelli proposti dal pubblico ministero avverso sentenze di assoluzione emesse dai Giudici dell'udienza preliminare dei Tribunali di Palermo e di Agrigento - ha censurato l'art. 593 cod. proc. pen. come sostituito, in riferimento, anche, all'art. 111, secondo, sesto e settimo comma, Cost., sotto il profilo sia della lesione del principio di parità delle parti nel processo e della ragionevole durata di esso, sia della irragionevole estensione dell'area del giudizio “di merito” della Corte di cassazione, e all'art. 112 Cost. per violazione del principio di obbligatorietà dell'azione penale; e ha censurato l'art. 10 della legge n. 46 del 2006, in riferimento anche agli artt. 3 e 97 Cost., poiché l'immediata applicazione, ai procedimenti in corso, della novella processuale in tema di impugnazioni comporterebbe il «collasso dell'intero sistema processuale»; che, ad avviso della rimettente Corte d'appello di Palermo, sarebbe violato altresì l'art. 111, settimo comma, Cost., in quanto la disciplina transitoria - nel prevedere che l'appello proposto prima dell'entrata in vigore della legge è dichiarato inammissibile con ordinanza non impugnabile - viola il principio secondo cui contro le sentenze è sempre ammesso ricorso per cassazione; e ciò in considerazione del rilievo che l'ordinanza in questione, per il «suo contenuto definitorio», ha natura di sentenza; che altra ordinanza di rimessione della medesima autorità giudiziaria (r.o. n. 386 del 2007), identica alle precedenti, è emessa nell'ambito di un giudizio d'appello conseguente ad un duplice annullamento con rinvio, da parte della Corte di cassazione, di una sentenza di assoluzione emessa dal Giudice dell'udienza preliminare presso il Tribunale di Palermo del 20 dicembre 2000; che anche l'ordinanza di rimessione r.o. n. 470 del 2006 della Corte d'appello di Palermo è resa nell'ambito di un giudizio originato dall'impugnazione del pubblico ministero avverso una sentenza di assoluzione del Giudice dell'udienza preliminare presso il Tribunale di Palermo: ed anche in questo caso l'ordinanza censura, in riferimento agli artt. 3 e 111, secondo comma, Cost., l'art. 593 cod. proc. pen. , come modificato dall'art. 1 della legge n. 46 del 2006, nonché l'art. 10 della medesima legge; che la Corte d'assise d'appello di Roma (r.o. 389 del 2006) - investita dell'appello del pubblico ministero avverso una sentenza di assoluzione di alcuni imputati dal reato di cui all'art. 270 del codice penale, emessa dal Giudice dell'udienza preliminare presso il Tribunale di Roma - si duole che la normativa censurata (artt. 1 e 10 della legge n. 46 del 2006) violi anche il principio della ragionevole durata del processo; che la Corte d'appello di Brescia - con quattro ordinanze identiche (r.o. nn . 495, 496, 672 del 2006 e 15 del 2007), tutte emesse nel corso di giudizi di appello, instaurati in esito all'impugnazione del pubblico ministero avverso sentenze di assoluzione pronunciate a seguito di giudizio abbreviato, una delle quali (r.o. 672 del 2006) in sede dibattimentale - impugna l'art. 593 cod. proc. pen. , come modificato dalla novella del 2006, anche in relazione all'art. 24 Cost., sotto il profilo della lesione del diritto di difesa garantito da tale norma costituzionale anche alle parti offese, e all'art.112 Cost.; che la Corte d'appello di Trento (r.o. n. 121 del 2007) solleva l'incidente di costituzionalità dell'art. 593 cod. proc. pen. nel nuovo testo e dell'art. 10 della legge n. 46 del 2006, per violazione del solo parametro di cui all'art. 111, secondo comma, Cost., nell'ambito di un giudizio di appello avverso una sentenza di assoluzione emessa dal Giudice dell'udienza preliminare del locale Tribunale; che, infine, la Corte d'assise d'appello di Caltanissetta (r.o. n. 281 del 2006) - delibando un appello proposto dal pubblico ministero avverso una sentenza di assoluzione, emessa all'esito di giudizio abbreviato - ritiene l'art. 593 cod. proc. pen. , come modificato dall'art. 1 della legge n. 46 del 2006, e l'art. 10 della medesima legge, in contrasto anche con l'art. 111, primo, sesto e settimo comma, Cost., per violazione del principio della ragionevole durata del processo e del principio «di motivazione dei provvedimenti giurisdizionali»; con l'art. 25, secondo comma, Cost., sotto il profilo della discriminazione dell'interesse pubblico, «di cui è portatore il pubblico ministero, all'affermazione della legalità violata, rispetto al diritto dell'imputato a far prevalere la presunzione di non colpevolezza»; con l'art. 24 Cost., per l'irragionevole discriminazione del diritto di difesa della persona offesa; nonché con l'art. 112 Cost. Considerato che, con le ordinanze in epigrafe, i rimettenti dubitano della legittimità costituzionale dell'art. 593 del codice di procedura penale, come sostituito dall'art. 1 della legge 20 febbraio 2006, n. 46 (Modifiche al codice di procedura penale in materia di inappellabilità delle sentenze di proscioglimento) – quest'ultimo direttamente censurato dalla Corte d'appello di Torino (r.o. n. 247 del 2006) e dalla Corte d'assise d'appello di Roma (r.o. n. 389 del 2006) – e dell'art. 10 della medesima legge; che, stante l'identità delle questioni proposte, i relativi giudizi vanno riuniti per essere decisi con unica pronuncia; che l'art. 593 cod. proc. pen. disciplina al comma 2 l'appello del pubblico ministero e dell'imputato avverso le sentenze dibattimentali di proscioglimento, stabilendo - per effetto delle modifiche introdotte dall'art. 1 della legge n. 46 del 2006 ed immediatamente applicabili in forza dell'art. 10 della medesima legge - che l'appello è consentito solo nell'ipotesi di cui all'art. 603, comma 2, cod. proc. pen. , se la nuova prova è decisiva;