[pronunce]

La Società conclude, infine, deducendo che entrambe le norme regionali violerebbero gli artt. 3, 23, 41, 117 e 119 Cost., per le ragioni svolte nell'ordinanza di rimessione che, in larga misura, riproduce e fa proprie.1.- La Commissione tributaria provinciale di Napoli (di seguito, anche: CTP), con ordinanza del 17 maggio 2016, ha sollevato, in riferimento agli artt. 3, 23, 41, 117 e 119 della Costituzione, questioni di legittimità costituzionale dell'art. 17 della legge della Regione Campania 11 agosto 2005, n. 15 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale della Regione Campania - Legge finanziaria regionale 2005) e dell'art. 19 della legge di detta Regione 30 gennaio 2008, n. 1 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale della Regione Campania - Legge finanziaria 2008). 2.- Il richiamato art. 17 è stato censurato nella formulazione anteriore alla modifica introdotta dall'art. 5, comma 7, della legge regionale 18 gennaio 2016, n. 1 (Disposizioni per la formazione del bilancio di previsione finanziario per il triennio 2016-2018 della Regione Campania - Legge di stabilità regionale 2016), che il rimettente correttamente reputa inapplicabile ratione temporis, in quanto oggetto del processo principale è la legittimità di un provvedimento da valutare in base al principio tempus regit actum (tra le molte, sentenze n. 49 e n. 30 del 2016). Per tale ragione, la circostanza che entrambe le norme censurate sono state, inoltre, modificate dall'art. 5, commi 1 e 2, lettere a) e b), della legge regionale 18 gennaio 2016, n. 1 (Disposizioni per la formazione del bilancio di previsione finanziario per il triennio 2016-2018 della Regione Campania - Legge di stabilità regionale 2016), sopravvenuto all'ordinanza di rimessione, neppure impone la restituzione degli atti al giudice a quo (sentenza n. 245 del 2016). 3.- L'art. 17, comma 1, della legge della Regione Campania n. 12 del 2005 (nel testo anteriore alle modifiche dianzi indicate) stabilisce che il «titolare di autorizzazione e di concessione alla coltivazione di giacimenti per attività di cava di cui alla legge regionale n. 54/85, e successive modificazioni, è tenuto a versare alla regione Campania, in un'unica soluzione, entro il 31 dicembre di ogni anno, un contributo annuo di euro 1,00 per ogni 10 metri cubi di materiale estratto». L'art. 19 della legge regionale n. 1 del 2008 (nella formulazione antecedente alle modifiche sopra richiamate) dispone che «i titolari di autorizzazioni estrattive sono tenuti annualmente, in aggiunta ai contributi di cui all'articolo 18 della legge regionale 13 dicembre 1985, n. 54, e dell'articolo 17 della legge regionale 11 agosto 2005, n. 15, al pagamento alla regione Campania di un contributo ambientale», determinato con le modalità dallo stesso stabilite. Secondo il giudice a quo, la cui prospettazione delimita l'oggetto del presente giudizio, non potendo essere presi in considerazione profili e parametri ulteriori dedotti dalle parti, ma non fatti propri dal rimettente (tra le più recenti, sentenza n. 250 del 2017), dette norme violerebbero gli artt. 117 e 119 Cost. Entrambe avrebbero infatti illegittimamente istituito dei tributi, in mancanza di «una previsione di massima, contenuta in una legge statale», prescrittiva dei «principi fondamentali delle nuove imposte», non essendo gli stessi neanche riconducibili «alle previsioni degli artt. 1, 3, 11, 12 e 14» della legge 16 maggio 1970, n. 281 (Provvedimenti finanziari per l'attuazione delle Regioni a statuto ordinario) ed essendo, a suo avviso, omologhi a quello oggetto di una norma regionale dichiarata illegittima da questa Corte, con la sentenza n. 58 del 2015. Tali norme recherebbero altresì vulnus all'art. 23 Cost., poiché hanno ad oggetto «prestazioni patrimoniali» costituenti tributi, la cui previsione «postula una riserva di legge, che nella specie sarebbe stata violata». Infine, esse sarebbero in contrasto con i principi di eguaglianza (art. 3 Cost.) e di libertà dell'iniziativa economica (art. 41 Cost.), in quanto hanno istituito tributi aventi ad oggetto «esclusivamente l'attività di coltivazione di cave, e non altre attività di tipo imprenditoriale, nonché attività di coltivazione di cave, svolte unicamente all'interno della Regione Campania». 4.- Le questioni sono inammissibili. 4.1.- Preliminarmente, occorre ricordare che, secondo la giurisprudenza costituzionale, la sussistenza della giurisdizione costituisce un presupposto della legittima instaurazione del processo principale, la cui valutazione è rimessa al giudice a quo, rispetto al quale spetta a questa Corte una verifica esterna e strumentale al riscontro della rilevanza della questione (per tutte, sentenze n. 269 e n. 245 del 2016). Nella specie, la considerazione che la contestazione sorta in ordine a tale presupposto nel giudizio principale è stata decisa dal giudice di appello, che ha rimesso la causa al rimettente, ai sensi dell'art. 59, lettera a), del decreto legislativo 31 dicembre 1992, n. 546 (Disposizioni sul processo tributario in attuazione della delega al Governo contenuta nell'art. 30 della legge 30 dicembre 1991, n. 413), consente di ritenere la questione, sotto questo profilo, ammissibile. Tale positiva verifica, e le ragioni della stessa, non escludono tuttavia il potere di questa Corte di valutare la correttezza della premessa interpretativa da cui muove il rimettente il quale, pertanto, non era sollevato dall'onere di motivare in ordine alle ragioni della natura tributaria del prelievo previsto dalle norme regionali censurate. Il controllo in ordine alla giurisdizione concerne infatti la sussistenza di un presupposto della legittima instaurazione del giudizio principale. Rispetto a questo costituisce verifica diversa (successiva, nonché logicamente e giuridicamente differente) quella avente ad oggetto il contenuto della disposizione censurata. Quest'ultima attiene infatti alla premessa interpretativa, della quale si impone il controllo da parte di questa Corte, anche allo scopo di stabilire la pertinenza dei parametri costituzionali evocati dal rimettente. Detta distinzione è stata implicitamente, ma chiaramente, evidenziata dall'ordinanza n. 387 del 1990, che ha deciso una questione analoga a quella in esame (avente ad oggetto una norma regionale che prevedeva un contributo per lo svolgimento di un'attività di cava), pure sollevata da una Commissione tributaria. La pronuncia non ha ritenuto inammissibile la questione per difetto di giurisdizione.