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Inoltre, è stato convertito, con modificazioni, dalla legge 21 febbraio 2014, n. 10, il decreto-legge 23 dicembre 2013, n. 146, recante misure urgenti in tema di tutela dei diritti fondamentali dei detenuti e di riduzione controllata della popolazione carceraria, che nasce proprio dalla necessità di restituire alle persone detenute la possibilità di un effettivo esercizio dei diritti fondamentali e di affrontare il fenomeno dell'ormai endemico sovraffollamento carcerario, nel rispetto delle fondamentali istanze di sicurezza della collettività. Tenendo conto anche delle sollecitazioni provenienti dal Presidente della Repubblica, dalla Corte costituzionale e dalla Corte europea dei diritti dell'uomo, si introduce un pacchetto di misure che operano su distinti piani, con l'obiettivo di diminuire, in maniera selettiva e non indiscriminata, il numero delle persone ristrette in carcere. Tale obiettivo viene perseguito attraverso misure dirette ad incidere sia sui flussi di ingresso negli istituti di pena (con un intervento «chirurgico» in materia di piccolo spaccio di stupefacenti, responsabile della presenza in carcere di un numero elevatissimo di persone) che su quelli di uscita dal circuito penitenziario (estendendo la possibilità di accesso all'affidamento in prova al servizio sociale, sia ordinario che terapeutico; ampliando a 75 giorni per ciascun semestre la riduzione per la liberazione anticipata, in un arco di tempo compreso tra il 1° gennaio 2010 e il 31 dicembre 2015; stabilizzando l'istituto della esecuzione della pena presso il domicilio prevista dalla legge n. 199 del 2010). Con il presente disegno di legge ci si propone quindi di implementare la produzione di politiche strutturali volte a risolvere la questione del sovraffollamento carcerario e, più in generale, «a riorientare la [...] politica penale verso il minimo ricorso alla carcerazione». Scopo del disegno di legge è infatti porre in essere le condizioni necessarie al fine di creare un modello carcerario in cui il lavoro rappresenti un fondamentale strumento di rieducazione delle persone sottoposte a pena detentiva, nel pieno rispetto di quanto previsto dall'articolo 27, terzo comma, della Costituzione, in base al quale le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione dei condannati. Come denunciato dalla Corte dei conti in sede di controllo sulla gestione del Ministero della giustizia nell'anno 2012, infatti, il sovraffollamento carcerario incide in modo assai negativo sulla possibilità di assicurare effettivi percorsi individualizzati volti al reinserimento sociale dei detenuti, frustrando così il principio costituzionale della finalità rieducativa della pena di cui all'articolo 27 della Costituzione. Occorre allora partire dalla considerazione secondo cui, al 31 dicembre 2012, sono 65.701 i detenuti nei 206 istituti previdenziali, per una capienza regolamentare di 46.995. Il dato, emerso in un convegno di presentazione del primo dei «Quaderni su Carcere e Giustizia» dal titolo «Emergenza lavoro nelle carceri», svoltosi a Padova nell'ottobre 2013 e a cui ha partecipato anche la Ministra della giustizia, Anna Maria Cancellieri, denuncia che la presenza effettiva dei carcerati negli istituti penitenziari supera del 42 per cento la capienza regolamentare: ogni 100 posti disponibili sono sistemati 142 detenuti. Secondo i dati prodotti dalla sezione statistica del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria (DAP), al 30 giugno 2013, il totale dei detenuti lavoranti sui detenuti presenti è pari a 13.727, di cui 759 donne. Di questi, la maggior parte presta servizio alle dipendenze dell'amministrazione (11.579 in totale di cui 628 donne), mentre solo 2.148, di cui 131 donne, è impiegato non alle dipendenze dell'amministrazione. Sempre leggendo i dati prodotti dalla sezione statistica del DAP, relativamente alla serie storica di detenuti lavoranti negli anni 1991-2013, emerge una situazione quasi paradossale: mentre al 30 giugno 1991 la percentuale di lavoranti sul totale dei detenuti presenti era pari al 34,46 per cento, al 30 giugno 2013 lo stesso dato si arresta al 20,79 per cento. Il dato secondo cui solo un detenuto su quattro ha la possibilità di svolgere un lavoro deve fare quindi riflettere: si tratta di lavori svolti quasi sempre in modo saltuario per permettere una turnazione ampia, spesso a stipendio dimezzato perché condiviso con un altro detenuto che altrimenti non avrebbe questa opportunità, senza nessun criterio di organizzazione ed efficienza aziendale, ma soprattutto nell'ambito di un concetto assistenziale deleterio per le persone dal quale è quanto mai necessario uscire. Più in particolare, allo stato attuale, i detenuti lavoranti alle dipendenze del DAP si dividono per impiego in lavorazioni (436), colonie agricole (279), servizi d'istituto (9.645), manutenzione ordinaria fabbricati (708) e servizi extramurari, ex articolo 21 della legge 26 luglio 1975, n. 354 (511), mentre i detenuti lavoranti non alle dipendenze del DAP si dividono in semiliberi (di cui 30 lavorano in proprio e 763 per datori di lavoro esterni), lavoranti all'esterno, ex articolo 21 della legge 26 luglio 1975, n. 354 (475), e lavoranti in istituto per conto di imprese ovvero cooperative (rispettivamente 187 e 695). Per i suddetti motivi occorre trasformare i lavori domestici e i servizi minimi che i detenuti garantiscono in vere e proprie occasioni di lavoro, con l'obiettivo di fornire a questi ultimi una reale prospettiva di lavoro nel momento in cui termina la pena. È quasi superfluo ricordare che i detenuti che lavorano contribuiscono a migliorare la qualità della vita interna al carcere, hanno un comportamento personale con minori deviazioni e quindi incontrano minori ostacoli per accedere alle misure alternative alla detenzione al fine di completare il percorso di inserimento e integrazione. Un percorso d'inserimento «effettivo» significa un lavoro stabile all'esterno del carcere con uno stipendio regolare, una formazione di base e professionale acquisita, una rete di relazioni consolidata. Tutti questi fattori contribuiscono in maniera determinante non solo ad aiutare il detenuto a rientrare nella società, sapendo affrontare i problemi più importanti come quello di essere economicamente indipendente, avere una casa o costruirsi una vita di relazioni sociali, ma consentono un abbattimento drastico della recidiva. Secondo quanto emerso dal più recente studio «Emergenza lavoro nelle carceri», la recidiva reale si attesta attorno al 70/90 per cento per i detenuti che non svolgono alcuna attività lavorativa vera. Tra i detenuti che seguono invece un percorso di reinserimento lavorativo per cooperative sociali e imprese, la recidiva scende al 1/2 per cento quando i percorsi di reinserimento lavorativo cominciano all'interno del carcere e proseguono all'esterno in misura alternativa. Si è inoltre osservato che la riduzione dei casi di recidiva comporta l'abbattimento dei costi sociali derivanti dalla commissione dei reati.