[pronunce]

Sempre per il giudice a quo, le disposizioni denunciate violano, in secondo luogo, il principio della «ragionevole durata del processo» di cui all'art. 111, secondo comma, Cost., perché detto principio, «così come inteso dalla Corte europea dei diritti dell'uomo», non permette che nel processo si verifichino «ritardi derivanti da disfunzioni dell'apparato pubblico». Il rimettente deduce, infine, che le medesime disposizioni denunciate violano l'art. 24 Cost., perché «il potere di determinare la proroga dei [termini] processuali fa capo ad un soggetto che ha come proprio compito istituzionale esser parte del processo», cioè, per quanto attiene alla vicenda in esame, la «competente direzione regionale» del Lazio, ossia il soggetto che «ha provveduto ad autorizzare l'appello ai sensi dell'art. 52 del d.lgs. n. 546/1992». Il medesimo rimettente precisa, al riguardo, che «nessuna garanzia per la difesa delle controparti […] rappresenta l'intervento del parere non vincolante del Garante del contribuente». 1.4. – Quanto alla rilevanza, il giudice a quo osserva che «la caducazione delle disposizioni investite dalla eccezione di illegittimità costituzionale priverebbe di supporto legislativo il decreto della Direzione regionale per il Lazio del primo settembre 2000» con il quale è stata disposta la proroga dei termini di cui, nella fattispecie, si è giovata l'amministrazione per proporre appello e, pertanto, «risulterebbe inammissibile per tardività l'appello proposto dalla Amministrazione» finanziaria. 2. – Si è costituito il contribuente, ricorrente per cassazione nel giudizio principale, il quale, riportandosi alle argomentazioni svolte dall'ordinanza di rimessione, insiste per l'accoglimento delle sollevate eccezioni di legittimità costituzionale. Secondo l'interveniente, gli artt. «1 e 2 della legge n. 592 del 1985» violano, oltre ai parametri evocati dal giudice rimettente, anche l'art. 3 Cost., perché la parte privata del processo tributario non ha un potere di proroga dei termini analogo a quello riconosciuto dalle disposizioni denunciate all'amministrazione finanziaria, dovendo detta parte «comunque rispettare i termini senza alcuna possibilità di chiederne e tanto meno di stabilirne la sospensione e la proroga». 3. – È intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, il quale ha chiesto che le questioni siano dichiarate in parte inammissibili o comunque, nel merito, infondate. 3.1. – La difesa erariale osserva, preliminarmente, che la questione di legittimità costituzionale sollevata in riferimento all'art. 111, secondo comma, Cost. e basata sull'assunto che, in forza delle disposizioni denunciate, l'amministrazione finanziaria potrebbe “giovarsi della propria disorganizzazione” è inammissibile, perché il rimettente considera «come meramente eventuali, e dunque non accertati, i fatti dati come presupposto logico del ragionamento», e cioè che, nel caso di specie, la proroga sia effettivamente «dipesa da circostanze imputabili all'Amministrazione o alla sua “disorganizzazione”». 3.2. – Nel merito, la medesima difesa erariale – richiamando la sentenza della Corte costituzionale n. 177 del 1992 e le sentenze della Corte di cassazione civile n. 1609 del 2008 e n. 11137 del 2006 – afferma che le questioni sollevate in riferimento all'art. 24 Cost. ed al principio di “parità delle parti” in giudizio di cui all'art. 111, secondo comma, Cost. sono comunque infondate, perché: a) «dagli atti parlamentari relativi alla legge costituzionale n. 2 del 1999, modificativa dell'art. 111 della Costituzione, emerge che il principio della “parità delle parti” attiene non ai poteri delle stesse, bensí al riconoscimento del “medesimo diritto alla prova”» in giudizio, diritto che è «ampiamente riconosciuto nell'àmbito del processo tributario»; b) «la proroga dei termini scadenti nel periodo anomalo, disposta dal legislatore, siccome relativa anche a quelli afferenti ad “adempimento di obbligazioni e di formalità”, esplica i suoi effetti sia a favore dell'ufficio che del contribuente, per cui durante lo stesso, e sino alla sua scadenza, non si verificano decadenze e/o prescrizioni né ritardi (forieri questi di sanzioni e di interessi) per nessuna di tali parti»; c) il decreto di proroga dei termini può comunque essere disapplicato in via incidentale dal giudice e, pertanto, nei confronti di tale atto «c'è […] la piena tutela, come a fronte di qualsiasi altro atto amministrativo». Quanto alla dedotta violazione del principio della “ragionevole durata del processo”, l'Avvocatura generale dello Stato esclude che abbia effetti meramente dilatori l'esercizio del «potere riconosciuto all'Amministrazione finanziaria di prorogare i termini processuali al ricorrere di eventi oggettivi di carattere eccezionale che ridondano in favore di tutte le parti».1. – La Corte di cassazione dubita, in riferimento agli artt. 24 e 111, secondo comma, della Costituzione, della legittimità del «coordinato disposto» degli artt. «1 e 2 della legge 592/1985 (e successive modificazioni)», in quanto consente al competente direttore generale, regionale o compartimentale, dell'amministrazione finanziaria di prorogare, a favore di tale amministrazione, i termini per proporre impugnazione avverso le sentenze dal giudice tributario. 2. – Al fine di individuare le norme che il rimettente, al di là di ogni imprecisione nella loro indicazione, ha effettivamente inteso denunciare, occorre preliminarmente procedere alla ricostruzione del complessivo quadro normativo in cui si collocano le sollevate questioni e successivamente, alla luce di tale ricostruzione, valutare il significato delle espressioni utilizzate nell'ordinanza di rimessione. 2.1. – L'art. 1 del decreto-legge 21 giugno 1961, n. 498 (Norme per la sistemazione di talune situazioni dipendenti da mancato o irregolare funzionamento degli Uffici finanziari), convertito, con modificazioni, dalla legge 28 luglio 1961, n. 770 – nel testo sostituito dall'art. 1 della legge 25 ottobre 1985, n. 592 (Modifiche alle norme sulla proroga dei termini di prescrizione e di decadenza per il mancato o irregolare funzionamento degli uffici finanziari) e rimasto in vigore dal 5 novembre 1985 al 19 marzo 2001 – stabilisce che: «Qualora gli uffici finanziari non siano in grado di funzionare regolarmente a causa di eventi di carattere eccezionale, i termini di prescrizione e di decadenza nonché quelli di adempimento di obbligazioni e di formalità previsti dalle norme riguardanti le imposte e le tasse a favore dell'erario, scadenti durante il periodo di mancato o irregolare funzionamento, sono prorogati fino al decimo giorno successivo alla data in cui viene pubblicato nella Gazzetta Ufficiale il decreto di cui all'art. 3» del medesimo decreto-legge.