[pronunce]

Sotto tale profilo, secondo la Regione, risulterebbero violate numerose norme della Carta fondamentale e, segnatamente, l'art. 127, «quanto meno dal punto di vista procedimentale»; l'art. 101, nella parte in cui vincola i giudici alla legge; l'art. 134, che riserva alla Corte costituzionale il giudizio sulla legittimità costituzionale delle leggi statali e regionali. - La ricorrente ritiene inoltre che, con la sentenza oggetto del conflitto, sarebbe stata anche «operata un'inammissibile lesione del potere legislativo regionale nella materia urbanistica». Essa rileva come la giurisprudenza di questa Corte abbia ritenuto possibile la lesione delle attribuzioni regionali attraverso pronunce di organi giurisdizionali, «ove queste espressamente dichiarino di disapplicare le leggi emanate dalle regioni, ovvero si attengano, nel giudizio che sono chiamate ad esprimere, ad interpretazioni palesemente erronee e, quindi, di fatto meramente apparenti». Nel caso di specie, il potere giurisdizionale esercitato determinerebbe, in concreto, «un'illegittima compressione di un'attribuzione regionale ed un'altrettanto illegittima espansione di altra attribuzione statale»: ciò in quanto la materia “urbanistica” rientra tra quelle su cui la Regione ha potestà legislativa ed amministrativa; e tali potestà sono tutelate non soltanto dall'art. 117 Cost. (ambito materiale) e 127 Cost. (ambito procedimentale), ma anche da tutta una normativa la quale - in attuazione dei principi di decentramento e di semplificazione - ha espressamente statuito che “la disciplina legislativa delle funzioni e dei compiti conferiti alle Regioni … spetta alle Regioni quando è riconducibile alle materie di cui all'art. 117, primo comma della Costituzione” (art. 3 della legge n. 59 del 1997, c.d. legge Bassanini). Dalla «pretesa», da parte della Corte di cassazione, di «modificare il vigente dettato normativo», sì da «sostituirsi al legislatore», discenderebbe - conclude la ricorrente - una inammissibile lesione delle prerogative regionali: con conseguente violazione degli artt. 3, 5, 97, 115, 117 e 118 della Costituzione. Né, in senso contrario, varrebbe l'obiezione secondo cui gli effetti della sentenza in questione sarebbero limitati all'oggetto di quel giudizio, «così che la legge regionale n. 22 del 1999 continuerebbe a spiegare la sua efficacia in via generale»; infatti, sarebbe sufficiente la disapplicazione di una disposizione di legge «anche in un solo caso», per determinare la rilevata lesione delle prerogative regionali costituzionalmente tutelate, con conseguente necessità di annullamento della sentenza oggetto del conflitto. 5.- Si è costituito in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, deducendo l'inammissibilità e l'infondatezza delle doglianze espresse nel ricorso. La difesa erariale evidenzia come la sentenza oggetto del conflitto rechi «una interpretazione delle norme vigenti», dalle quali non possono di certo essere escluse le norme-quadro statali: con la conseguenza che la Regione Lombardia avrebbe, in realtà, proposto una «inammissibile impugnazione avverso sentenza legittimamente resa dalla Suprema Magistratura penale». D'altra parte, secondo l'Avvocatura, l'esegesi della disposizione legislativa regionale adottata dalla ricorrente risulterebbe incompatibile con il principio fondamentale della legislazione dello Stato che sancisce l'esclusiva competenza statale in materia di repressione penale, poiché l'eliminazione dello strumento concessorio, a beneficio della denuncia di inizio attività, verrebbe ad incidere sulle fattispecie penali (assenza della concessione, totale difformità, variazioni essenziali) che ad esso fanno riferimento. 6. - Con memoria depositata in prossimità della udienza, la Regione ricorrente ha richiamato e sviluppato ulteriormente le considerazioni già poste a fondamento del ricorso, sottolineando come, nel caso in esame, sarebbe altresì «riscontrabile un evidente abuso anche nel concreto esercizio del potere giurisdizionale, connesso all'interpretazione palesemente erronea che la Suprema Corte ha fornito della norma di legge regionale applicabile nel caso de quo, vale a dire dell'art. 4, comma 3, l.r. 22/1999, anche in raffronto ai principi desumibili dalle leggi dello Stato».1. - La Regione Lombardia propone conflitto di attribuzione nei confronti dello Stato, in relazione alla sentenza pronunciata dalla Corte di cassazione, sezione terza penale, il 23 gennaio 2001, n. 204, con la quale è stato disposto l'annullamento senza rinvio dell'ordinanza del Tribunale del riesame di Sondrio del 28 luglio del 2000, che aveva a sua volta annullato il decreto di sequestro preventivo di un cantiere edile, disposto a seguito della contestazione del reato di costruzione in assenza di concessione edilizia, a norma dell'art. 20, lett. b), della legge n. 47 del 1985. La Corte regolatrice, infatti, « in netto contrasto con la vigente legislazione regionale», avrebbe ritenuto - sulla base di una asserita necessità di riconduzione della normativa regionale ai principi fondamentali della legislazione urbanistica statale - che, per le opere eseguite nella vicenda sottoposta al suo esame, il regime concessorio non potesse essere sostituito dalla semplice denuncia di inizio di attività. In tal modo - sostiene la Regione ricorrente - la Corte di cassazione avrebbe operato una illegittima invasione nelle competenze regionali in materia urbanistica, disapplicando la disciplina legislativa regionale «in nome di generiche esigenze di riconduzione della medesima nell'alveo dei principi fondamentali enunciati da leggi dello Stato»; così da vulnerare «gravemente...le prerogative costituzionali» della stessa ricorrente. 2. - Il conflitto non è ammissibile. Come osserva la stessa ricorrente, questa Corte ha affermato in più occasioni che anche gli atti giurisdizionali sono suscettibili di essere posti a base di un conflitto, non soltanto tra poteri dello Stato, ma anche tra Regioni e Stato: sempre che, tuttavia, il conflitto stesso non si risolva in un improprio strumento di sindacato e di censura del modo di esercizio della funzione giurisdizionale, assumendo le connotazioni di un mezzo di impugnazione atipico. Una eventualità, quest'ultima, la cui evidente patologia risulterebbe aggravata dalla circostanza che lo scrutinio, in tal modo impropriamente richiesto a questa Corte, finirebbe per sovrapporsi a quello già operato in sede giurisdizionale, con un perimetro decisorio peraltro neppure coincidente e nel quadro di un contrasto tra enti, diversi dalle parti del procedimento nel quale è stato adottato l'atto posto a base del conflitto. Ove, dunque, relativamente a norme sostanziali o processuali, si intendano far valere vizi o errori di giudizio, gli unici rimedi attivabili possono essere quelli previsti dall'ordinamento processuale nel quale l'atto di giurisdizione concretamente si iscrive. Se così non fosse, il giudizio costituzionale si trasformerebbe in un nuovo grado di giurisdizione avente portata generale: