[pronunce]

La possibilità, attribuita al giudice di pace dalla norma censurata, di giudicare prescindendo dalle norme di legge astrattamente applicabili si risolverebbe infatti nella sostanziale negazione della garanzia di tutela giurisdizionale dei diritti che da quelle norme traggono origine, con violazione, sotto tale profilo, anche dell'art. 6 della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali. Sotto altro profilo, la facoltà, riconosciuta all'attore dalla giurisprudenza, di frazionare la pretesa creditoria in più azioni, così da renderle tutte di valore inferiore a € 1.100, consentirebbe poi allo stesso attore di imporre arbitrariamente al convenuto il giudizio di equità, in tal modo privandolo delle maggiori garanzie offerte dal giudizio secondo diritto. L'art. 113, secondo comma, cod. proc. civ. si porrebbe in contrasto anche con l'art. 101, secondo comma, della Costituzione, secondo il quale i giudici sono soggetti soltanto alla legge. Ad avviso del rimettente il precetto costituzionale - come dimostrerebbero i lavori preparatori della Costituzione - esprimerebbe infatti la necessità che il giudice debba sempre conformarsi ad una norma precostituita. La circostanza che la sentenza pronunciata secondo equità sia ricorribile per cassazione solo per violazione di norme costituzionali e comunitarie, e non anche per altre violazioni di legge, comporterebbe poi lesione della garanzia del ricorso per cassazione per violazione di legge offerta, nei confronti delle sentenze di tutti i giudici, dall'art. 111, settimo comma, della Costituzione. Il diritto vivente in base al quale le sentenze di equità del giudice di pace possono essere impugnate per violazione di legge, ex art. 360, comma primo, numero 3, cod. proc. civ. , nel solo caso di violazione di norma costituzionale sarebbe infine in contrasto - secondo il rimettente - anche con l'art. 134 della Costituzione. Nel caso infatti in cui, con il ricorso per cassazione, si censuri una sentenza d'equità per essere costituzionalmente illegittima una norma di legge, applicata dal giudice di pace in quanto ritenuta equa, si verrebbe ad attribuire alla Cassazione quel controllo sulla legittimità costituzionale delle leggi riservato invece alla Corte costituzionale. 2.- È intervenuto in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, concludendo per la declaratoria di inammissibilità o di manifesta infondatezza della questione. La parte pubblica, premesso che la rilevanza della questione sarebbe «incomprensibile», assume, nel merito, l'insussistenza dei vizi di legittimità costituzionale individuati dal rimettente, in quanto: a) non sarebbe violato il diritto alla tutela giurisdizionale, atteso che il giudizio di equità risulterebbe prevedibile non meno del giudizio fondato sulla legge; b) il principio della soggezione del giudice alla legge sarebbe pienamente rispettato, essendo anche l'art. 113 cod. proc. civ. norma di rango legislativo; c) la ricorribilità per cassazione ex art. 111 della Costituzione sarebbe pur sempre assicurata; d) il controllo sulla costituzionalità delle leggi resterebbe comunque affidato alla Corte costituzionale; e) la diversità di valore giustificherebbe il diverso trattamento processuale.1.- Il Giudice di pace di Trento dubita, in riferimento agli artt. 3, 24, 101, secondo comma, 111, settimo comma, e 134 della Costituzione, della legittimità costituzionale dell'art. 113, secondo comma, del codice di procedura civile, secondo cui il giudice di pace decide secondo equità le cause il cui valore non eccede millecento euro, salvo quelle derivanti da rapporti giuridici relativi a contratti conclusi secondo le modalità di cui all'art. 1342 del codice civile. Il giudizio necessario di equità contrasterebbe - ad avviso del rimettente - con la garanzia di tutela giurisdizionale dei diritti e con il principio di soggezione del giudice alla legge. La non censurabilità in cassazione, sotto il profilo sostanziale, della sentenza equitativa, se non per violazione di norme costituzionali e comunitarie, sarebbe poi in contrasto con la garanzia del ricorso per cassazione avverso le sentenze di tutti gli organi giurisdizionali e sarebbe, per altro verso, invasiva delle prerogative della Corte costituzionale. I criteri di individuazione delle controversie soggette al giudizio necessario di equità si porrebbero infine in contrasto con il principio di eguaglianza. 2.- Va preliminarmente respinta l'eccezione di inammissibilità sollevata dall'Avvocatura. La rilevanza della questione è infatti indiscutibile, avendo il rimettente chiarito che la regola di equità da lui individuata con riguardo alla fattispecie concreta sottoposta al suo esame condurrebbe ad una soluzione opposta rispetto a quella che discenderebbe dall'applicazione delle regole di diritto e che comunque la decisione si fonderebbe, nei due casi, su percorsi argomentativi del tutto differenti. 3.- Nel merito, la questione è fondata, nei termini di seguito precisati. 3.1.- Il testo vigente dell'art. 113, secondo comma, del codice di procedura civile risulta dall'art. 21 della legge 21 novembre 1991, n. 374 (Istituzione del giudice di pace), successivamente modificato (quanto alla esclusione dal giudizio di equità delle controversie relative a contratti conclusi mediante moduli e formulari), dall'art. 1 del decreto-legge 8 febbraio 2003, n. 18 (Disposizioni urgenti in materia di giudizio necessario secondo equità), convertito, con modificazioni, nella legge 7 aprile 2003, n. 63. Il testo previgente, come sostituito dall'art. 3 della legge 30 luglio 1984, n. 399 (Aumento dei limiti di competenza del conciliatore e del pretore), prevedeva che il conciliatore decidesse secondo equità le cause di sua competenza «osservando i principi regolatori della materia». La giurisprudenza di legittimità, riguardo a siffatta formulazione della norma, era giunta alla conclusione che il limite rappresentato dall'osservanza dei principi regolatori della materia costituiva «sufficiente garanzia che la sentenza di equità non contraddic[esse] l'ordinamento ed i suoi principi generali, né confligg[esse] con l'esigenza di una tutela giurisdizionale dei diritti delle parti, secondo una regola di legge che [fosse] controllabile in cassazione» (così, testualmente, le Sezioni unite nella sentenza 15 giugno 1991, n. 6794). Secondo la giurisprudenza di legittimità formatasi sul nuovo testo, il legislatore del 1991, eliminando dalla norma l'inciso riguardante l'obbligo del rispetto dei principi regolatori, ha sostanzialmente modificato la natura del giudizio di equità, dovendo il giudice di pace, senza necessità di procedere alla previa individuazione della norma di diritto astrattamente applicabile alla fattispecie, adottare la sua decisione facendo immediata applicazione della equità c.d. formativa (o sostitutiva), non correttiva (o integrativa), fondata su un giudizio di tipo intuitivo, con osservanza, peraltro, ai sensi dell'art. 311 cod. proc. civ.