[pronunce]

La scelta legislativa di reprimere con sanzioni penali l'emissione e l'utilizzazione di fatture per operazioni inesistenti, lungi dal risultare irrazionale, si rivelerebbe, pertanto, necessaria al fine di garantire l'idoneità dei controlli da parte del fisco. Al tempo stesso, la peculiare funzione che la fattura assolve in campo tributario giustificherebbe una previsione sanzionatoria che «prescinda dall'importo della operazione inesistente (indicata nel documento come reale)», configurando come ipotesi di effettivo pericolo «il solo fatto della utilizzazione di un documento ideologicamente falso». 4.- La parte privata ha depositato una memoria, intesa a replicare alle difese dell'Avvocatura dello Stato. Secondo la parte costituita sarebbe erronea, in primo luogo, l'affermazione dell'Avvocatura, in base alla quale le due fattispecie avrebbero diversa natura, essendo l'una un reato di pericolo e l'altra un reato di danno. La formula descrittiva delle condotte incriminate renderebbe, infatti, evidente come entrambe le ipotesi delittuose ruotino attorno a un doppio disvalore: da un lato, un danno patrimoniale, rappresentato dal minor gettito fiscale; dall'altro, un danno alla funzione di accertamento dell'amministrazione finanziaria, conseguente al ricorso a uno strumento ingannatorio. Il primo contenuto offensivo - insito nel fatto che le due norme richiedono una evasione di imposta, rappresentata, in base alla definizione di cui all'art. 1, comma 1, lettera f), del d.lgs. n. 74 del 2000, dalla differenza tra l'imposta dichiarata e quella dovuta - costituirebbe il nucleo di un evento di danno erariale, con la conseguenza che sarebbe inesatto concludere che si tratti di reato di mero pericolo. Nel senso della natura di reato di danno deporrebbe anche l'elemento psicologico del delitto previsto dall'art. 2 del d.lgs. n. 74 del 2000, rappresentato dal «fine di evadere le imposte sui redditi e sul valore aggiunto», il quale svolgerebbe una funzione anche a livello oggettivo, implicando quanto meno l'idoneità della condotta a raggiungere lo scopo perseguito e, quindi, a offendere il bene giuridico protetto. Parimente non condivisibile sarebbe l'ulteriore tesi dell'Avvocatura dello Stato, stando alla quale il differente regime delle due fattispecie sarebbe giustificato dalla particolare natura del documento usato per commettere la frode. Alla luce dell'avvenuta riscrittura della norma incriminatrice di cui all'art. 3 del d.lgs. n. 74 del 2000 - nella quale è stato, in particolare, eliminato il riferimento alla «falsa rappresentazione nelle scritture contabili obbligatorie» e inserita una più articolata descrizione delle condotte artificiose - nonché della previsione punitiva dell'emissione di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti, di cui all'art. 8 del medesimo decreto legislativo, si dovrebbe ritenere che l'utilizzazione di una fattura materialmente falsa a sostegno di una dichiarazione mendace ricada nella sfera applicativa del citato art. 3 - sub specie di uso di documenti falsi o di mezzo fraudolento - e non in quello dell'art. 2 (che avrebbe riguardo al solo falso ideologico). Ciò renderebbe evidente l'omogeneità delle due figure criminose e, con essa, la manifesta irragionevolezza della mancata previsione, nell'art. 2 censurato, delle medesime soglie di punibilità prefigurate nel successivo art. 3.1.- Il Tribunale ordinario di Palermo dubita della legittimità costituzionale dell'art. 2 del decreto legislativo 10 marzo 2000, n. 74 (Nuova disciplina dei reati in materia di imposte sui redditi e sul valore aggiunto, a norma dell'articolo 9 della legge 25 giugno 1999, n. 205), «nella parte in cui non prevede che la condotta delittuosa ivi descritta sia punibile quando congiuntamente: a) l'imposta evasa è superiore, con riferimento a taluna delle singole imposte, ad euro trentamila; b) l'ammontare complessivo degli elementi attivi sottratti all'imposizione, anche mediante indicazione di elementi passivi fittizi, è superiore al cinque per cento dell'ammontare complessivo degli elementi attivi indicati in dichiarazione, o comunque, superiore ad euro un milione cinquecentomila, ovvero qualora l'ammontare complessivo dei crediti e delle ritenute fittizie in diminuzione dell'imposta, è superiore al cinque per cento dell'ammontare dell'imposta medesima o comunque a euro trentamila». Il giudice a quo lamenta, in sostanza, che il delitto di dichiarazione fraudolenta mediante uso di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti - delineato dalla norma censurata e in rapporto al quale non è attualmente prevista alcuna soglia di punibilità - non sia invece assoggettato alle medesime soglie di punibilità contemplate dall'art. 3 del d.lgs. n. 74 del 2000 in rapporto al delitto di dichiarazione fraudolenta mediante altri artifici. Ad avviso del rimettente, la disparità di trattamento fra le due fattispecie risulterebbe arbitraria, e perciò contrastante con l'art. 3 della Costituzione. Le due figure criminose sarebbero, infatti, del tutto omogenee, per struttura e oggettività giuridica, e, d'altra parte, le condotte incriminate dall'art. 3 del d.lgs. n. 74 del 2000 esporrebbero il bene giuridico protetto - costituito dall'interesse dell'erario alla piena e rapida percezione dei tributi - a un pericolo concreto uguale, se non addirittura più elevato, rispetto a quello generato dalle operazioni punite dall'art. 2. 2.- La questione non è fondata. Lo scrutinio cui è chiamata questa Corte ha, quale unico parametro, l'art. 3 Cost., che si assume violato a motivo dell'asserita manifesta irragionevolezza della scelta legislativa di non prevedere, per il delitto in esame, soglie di punibilità omologhe a quelle prefigurate in rapporto al finitimo delitto di dichiarazione fraudolenta mediante altri artifici: soglie la cui introduzione avrebbe ovviamente l'effetto di restringere il perimetro applicativo della fattispecie criminosa, rendendo penalmente irrilevanti i fatti che non attingano ai livelli quantitativi stabiliti. Le coordinate dello scrutinio risultano, dunque, segnate dalla nota e costante giurisprudenza di questa Corte, secondo la quale la configurazione delle fattispecie criminose e la determinazione della pena per ciascuna di esse costituiscono materia affidata alla discrezionalità del legislatore. Gli apprezzamenti in ordine alla "meritevolezza" e al "bisogno di pena" - dunque, sull'opportunità del ricorso alla tutela penale e sui livelli ottimali della stessa - sono, infatti, per loro natura, tipicamente politici (sentenza n. 394 del 2006).