[pronunce]

ORDINANZA ha pronunciato la seguentenel giudizio di legittimità costituzionale dell'articolo 512 del codice di procedura penale, promosso con ordinanza del 5 ottobre 2004 dal Tribunale di Palermo, nel procedimento penale a carico di G.L. ed altri, iscritta al n. 193 del registro ordinanze 2005 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 15, prima serie speciale, dell'anno 2005; udito nella camera di consiglio dell'8 febbraio 2006 il Giudice relatore Giovanni Maria Flick. Ritenuto che, con l'ordinanza indicata in epigrafe, il Tribunale di Palermo ha sollevato, in riferimento agli artt. 3 e 111 della Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell'art. 512 del codice di procedura penale, nella parte in cui non consente la lettura, per impossibilità sopravvenuta, delle dichiarazioni rese al giudice nel corso delle indagini preliminari da soggetto che ha successivamente assunto la veste di “testimone assistito”, ai sensi dell'art. 197-bis cod. proc. pen. ; che – premesso che identica questione di legittimità costituzionale era già stata sollevata dal medesimo giudice e dichiarata manifestamente inammissibile dalla Corte costituzionale, con ordinanza n. 164 del 2003 - il giudice a quo espone nuovamente quanto evidenziato nell'originario atto di rimessione: vale a dire che, nel gennaio 2001, il Tribunale aveva disposto l'esame di un imputato di reato connesso, per il quale si era proceduto separatamente, che si era avvalso della facoltà di non rispondere, con conseguente acquisizione del verbale utilizzato per le contestazioni, ai sensi dell'art. 513 cod. proc. pen.; che nel maggio del 2001 il Tribunale aveva revocato tale acquisizione, affermando – «in applicazione dei principi del giusto processo», nel frattempo entrati in vigore – l'inutilizzabilità delle dichiarazioni in precedenza acquisite; e, in applicazione del novellato art. 197-bis cod. proc. pen. , aveva disposto una nuova audizione di detta persona, questa volta, nella qualità di testimone assistito: ciò in quanto costui era stato giudicato con sentenza, divenuta irrevocabile, di applicazione della pena su richiesta delle parti, ai sensi dell'art. 444 cod. proc. pen. ; che – prosegue il giudice a quo - all'udienza fissata per l'audizione il soggetto risultava nel frattempo deceduto; di conseguenza, il pubblico ministero chiedeva darsi lettura delle precedenti dichiarazioni, in forza dell'art. 512 cod. proc. pen. , richiesta alla quale il difensore dell'imputato si opponeva, non prevedendo tale articolo la lettura del verbale di dichiarazioni rese, nel corso delle indagini preliminari, al giudice; che, a questo punto, il Tribunale sollevava, una prima volta, questione di legittimità costituzionale dell'art. 512 cod. proc. pen. , evidenziando, in punto di rilevanza, l'importante rilievo probatorio delle dichiarazioni ai fini della decisione; e, quanto alla non manifesta infondatezza della questione, l'impossibilità di acquisizione ed utilizzazione delle stesse, nonostante la sopravvenuta morte del dichiarante; che a tale conclusione il giudice a quo perveniva rilevando, innanzitutto, come la figura processuale del c.d. testimone assistito andasse necessariamente «distinta da quella delle persone indicate nell'art. 210 cod. proc. pen.», per non essere, a differenza di queste, titolare di un diritto al silenzio: talché alla situazione processuale in questione non avrebbe potuto applicarsi l'art. 513 cod. proc. pen. ; che quest'ultima norma, pur disciplinando la lettura delle dichiarazioni, divenute irripetibili, rese nel corso delle indagini preliminari o nell'udienza preliminare, risulterebbe applicabile – in esito alle modifiche apportate dalla legge 1° marzo 2001, n. 63, di attuazione del giusto processo – oltre che all'imputato, ai soli dichiaranti indicati nell'art. 210, comma 1, cod. proc. pen.: e ciò per l'espresso richiamo a detto articolo, contenuto nel capoverso dell'art. 513 citato; con conseguente riferibilità di esso soltanto alle dichiarazioni rese dalle persone imputate in un procedimento connesso a norma dell'art. 12, comma 1, lettera a), nei confronti delle quali si procede o si è proceduto separatamente e che non possono assumere l'ufficio di testimone; che, inoltre, la lettura delle dichiarazioni rese dal “testimone assistito”, in caso di irripetibilità del suo esame, non avrebbe potuto ricondursi neppure all'art. 512 cod. proc. pen. : norma, questa, che consente la lettura, per sopravvenuta impossibilità di ripetizione, degli «atti assunti dalla polizia giudiziaria, dal pubblico ministero, dai difensori delle parti private, dal giudice nel corso dell'udienza preliminare», ma non la lettura – secondo il Tribunale rimettente - delle dichiarazioni rese davanti al giudice nel corso delle indagini preliminari; che, in proposito, non risulterebbe ammissibile il ricorso ad una interpretazione analogica in ragione della «natura eccezionale della norma citata», né ad un'interpretazione estensiva: quest'ultima sarebbe infatti impedita dalla constatazione che il legislatore ha, nell'analoga materia disciplinata dall'art. 513 cod. proc. pen. , «espressamente previsto la lettura delle dichiarazioni rese dalle persone indicate nell'art. 210, comma 1, sia dinnanzi al giudice dell'udienza preliminare, sia davanti al giudice delle indagini preliminari», non esprimendo identica opzione nell'art. 512 cod. proc. pen. ; che, in ragione di tali premesse, con l'originaria impugnativa di incostituzionalità, il Tribunale aveva ritenuto che la scelta del legislatore – di escludere «la lettura delle dichiarazioni rese dal teste assistito al giudice, nel corso delle indagini preliminari, nonostante la sopravvenuta impossibilità di ripetizione dell'esame»; e di consentirla, invece, per le dichiarazioni rese, fuori del contraddittorio «ed in assenza di un giudice terzo», alla polizia giudiziaria ed al pubblico ministero, o, anche, per le dichiarazioni rese dai soggetti di cui all'art. 210 cod. proc. pen. - risultasse in contrasto con l'art. 3 della Costituzione, palesandosi, oltre che irrazionale, lesiva del principio di eguaglianza; e che tale opzione normativa, inoltre, si ponesse in contrasto con i principi «del giusto processo e della non dispersione dei mezzi di prova acquisiti per l'accertamento della verità processuale», in violazione, pertanto, dell'art. 111 della Costituzione; che, nell'ordinanza di rimessione all'odierno esame, il Tribunale rileva come, a fronte di tale precedente dubbio di legittimità costituzionale, la Corte, con l'ordinanza n. 164 del 2003, abbia ritenuto manifestamente inammissibile la questione: ciò in ragione dell'impossibilità di desumere, dalla lettura dell'atto di rimessione, se le dichiarazioni successivamente divenute irripetibili «fossero state raccolte nell'ambito di un procedimento cumulativo a carico anche dell'attuale imputato o in un procedimento diverso»;