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Modifiche al codice civile in materia di affido condiviso. Onorevoli Senatori . – È ormai sentita nella società l'esigenza di apportare all'affidamento condiviso, introdotto con la legge n. 54 del 2006, quelle modifiche necessarie a renderlo effettivamente operativo e, contestualmente, ad evitare che esso si risolva in una scatola vuota. Risultano infatti, almeno parzialmente, condivisibili tutte quelle critiche, provenienti da parte dell'avvocatura, della società civile e del mondo scientifico, rivolte alla scarsa attuazione pratica del coaffido, che spesso si traduce nell'individuazione di un genitore collocatario prevalente della prole (figura di creazione giurisprudenziale, non prevista però dalle norme attualmente in vigore) con conseguente svilimento del principio di bigenitorialità; d'altra parte però è altrettanto vero che, proprio in ragione di un'interpretazione esasperata di detto principio, non sono mancate tendenze e prassi dirette alla standardizzazione delle soluzioni, senza alcun particolare riferimento alle singole storie familiari. Per tali motivi è stato depositato, in data 1° agosto 2018, il disegno di legge atto Senato n. 735 (al quale altri disegni di legge sono stati congiunti nel corso dell'esame in Commissione) che ha ricevuto numerose critiche, dall'avvocatura, dal mondo dell'associazionismo, da parte della magistratura, dall'ordine degli psicologi e da buona parte dei media . Le numerose audizioni che si sono succedute presso la Commissione giustizia del Senato della Repubblica testimoniano quanto quell'impostazione stridesse con la realtà sociale del nostro Paese. Ciò premesso, si ritiene che i tempi siano maturi per un netto cambio di prospettiva, ovverosia per l'introduzione di una legge che non metta più al centro i genitori (che sono maturi e responsabili delle scelte compiute), ma i figli, veri soggetti incolpevoli della separazione. Ciò che colpisce dei precedenti disegni di legge è infatti la loro impostazione fondamentalmente « adultocentrica », il che non poteva che portare a una lacerante contrapposizione di genere (innescata dal disegno di legge n. 735 e poi cavalcata da parte della società) che nulla ha – o dovrebbe avere – a che vedere con il vero destinatario della tutela approntata per legge: i figli. In questo cambio di prospettiva, è utile riprendere i risultati del lavoro svolto dall'Autorità garante per l'infanzia e l'adolescenza, che ha redatto e pubblicato, nel settembre 2018, la « Carta dei diritti dei figli nella separazione dei genitori ». Si tratta di un elaborato, frutto dell'ascolto di esperti del mondo giuridico, sociale, psicologico e pedagogico, che, partendo dalla Convenzione sui diritti dell'infanzia e dell'adolescenza di New York (1989) e intersecandosi di fatto anche con la Convenzione europea dei diritti dell'uomo, ha individuato dieci diritti – da considerare inalienabili giusta quanto previsto negli articoli 30 e 31 della nostra Costituzione – che i figli hanno anche dopo la separazione dei genitori e che l'ordinamento ha l'obbligo di riconoscere, proteggere, tutelare e rendere effettivi. Sono dunque quei diritti che devono costituire la premessa fondamentale da cui partire, onde elaborare un articolato normativo che tuteli realmente i figli, minimizzando l'impatto su di loro della separazione dei genitori e sapendo anche la pericolosa e odiosa contrapposizione di genere che ha contraddistinto il dibattito sulla riforma dell'affidamento condiviso. Contemporaneamente è necessario dare una definizione, mutuata dalla normativa europea di riferimento, della responsabilità genitoriale, introdotta dal legislatore nel 2012, che però non si è mai preoccupato di definirne nettamente i confini. Particolare attenzione poi dovrà essere riservata anche alle questioni processuali, pur senza voler incidere sulle questioni ordinamentali che devono essere lasciate ad altra sede; è evidente infatti che nessuna norma di diritto sostanziale, per quanto perfetta, potrà funzionare ove non si creino le condizioni, nel processo, necessarie perché essa sia applicata correttamente. I figli hanno bisogno di decisioni motivate, ponderate e attentamente studiate, senza che siano mai lasciate al caso, ma anche rapide; parimenti devono crearsi le condizioni necessarie perché, anche nell'ambito del processo delle relazioni familiari, sia garantito il diritto al contraddittorio e il diritto di difesa, troppo spesso calpestato a causa dell'intervento di soggetti terzi, cui il giudice finisce con il delegare, di fatto, la propria decisione. Il presente disegno di legge si compone di dodici articoli. L'articolo 1 definisce la nozione di responsabilità genitoriale e individua le modalità con cui i genitori possono rivolgersi al giudice per la definizione degli eventuali contrasti urgenti tra di loro insorti; non sono rari i casi in cui, tra il momento del deposito del primo atto introduttivo e la prima udienza trascorrano mesi e mesi, nel corso dei quali, in famiglia vige sempre la legge del più forte, con conseguente lesione dei diritti dei figli. L'articolo 2 codifica, per la prima volta, i diritti dei figli: il diritto alla vita affettiva, a ricevere cura educazione e istruzione da parte di entrambi i genitori in misura paritetica, il diritto di costruire (e non solo mantenere) rapporti significativi con tutti i parenti; il diritto di non essere coinvolti nei conflitti genitoriali, di essere mantenuti e non subire pregiudizi economici per effetto della separazione dei genitori; il diritto di non subire mai pressioni da parte dei genitori o dei parenti; il diritto di vivere serenamente la loro età. L'articolo 3 fissa i modelli di esercizio della responsabilità genitoriale, per il caso di separazione, ribadendo che il regime di coaffido è quello preferenziale, ma dividendo l'area delle decisioni di ordinaria amministrazione da quelle di straordinaria amministrazione, secondo quanto già previsto da numerosi tribunali, così da ridurre le ragioni di conflitto; l'articolo prevede anche i casi in cui potrà essere disposto l'esercizio esclusivo della responsabilità genitoriale (aspetto malamente disciplinato in questo momento) e prevede che l'affidamento a terzi (tra cui l'ente territorialmente competente) possa intervenire solo come extrema ratio , anche al fine di ribadire la supremazia del diritto dei figli a vivere nella propria famiglia e prevenire ipotesi di abuso dell'affidamento a terzi che spesso riecheggiano nei casi di cronaca. L'articolo 4 detta i criteri dei tempi di permanenza dei figli, stabilendo la necessità di una valutazione prioritaria della possibilità di tempi tendenzialmente paritetici del minore presso ciascuno dei genitori ma sempre tenendo conto delle peculiarità dei casi di specie, senza soluzioni calate dall'alto; stabilisce infine che i figli siano, di regola, domiciliati presso entrambi i genitori e che ogni comunicazione che li riguardi debba essere inviata a entrambi i domicili, così da impedire in radice tutte quelle ipotesi in cui il comportamento di terzi (spesso appartenenti alla pubblica amministrazione) si risolva nella cancellazione del diritto alla bigenitorialità.