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Anche nell'allevamento delle volpi per la produzione di pellicce il report rileva l'eccessiva frequenza di episodi di infanticidio che si consumano nei primi sei giorni dal parto. Le volpi così allevate manifestano comportamenti anormali come l'eccessiva paura, l'infanticidio, le autolesioni da morsicature, stereotipie comportamentali (saltare per diverse ore senza tregua all'interno della gabbia; leccare, graffiare, mordere e scavare la gabbia; inseguire la propria coda in circolo). L'ambiente di allevamento risulta privo di stimoli positivi, impedisce il naturale movimento e, tra le conseguenze più gravi, sono stati documentati problemi di fragilità ossea con conseguente rinvenimento di animali con arti fratturati. Il report conclude (come per i visoni), che i tradizionali sistemi di allevamento in gabbie sollevate da terra non consentono il soddisfacimento di fattori essenziali per il benessere di questi animali, quali correre e scavare. Il Comitato Scientifico elabora poi una serie di indicazioni che, ad oggi dopo oltre dieci anni, non hanno trovato riscontro né a livello legislativo né a livello produttivo e che tengano conto della biologia, del benessere e delle caratteristiche specie-specifiche, rivolte all'adeguata formazione degli allevatori e di tutto il personale addetto alla gestione degli animali. Segnala inoltre che occorrono maggiori sforzi nella progettazione di sistemi di allevamento che possano soddisfare le necessità etologiche di ogni specie animale e, espressamente per volpi e visoni, raccomanda che gli allevamenti ed i metodi di gestione devono essere ampiamente migliorati al fine di mantenere gli animali in un ambiente «complesso», arricchito anche con oggetti che stimolino il comportamento naturale come il gioco e l'esplorazione. Nonostante siano trascorsi più di 10 anni dallo studio della Commissione Europea, non solo non è mai stato possibile migliorare le condizioni di allevamento degli animali da pelliccia, ma addirittura gli animali sono stabulati ancora con gli stessi metodi. Le recenti e sempre più frequenti immagini realizzate da associazioni animaliste e divulgate tramite internet , denunciano inequivocabilmente le condizioni in cui versano gli animali da pelliccia negli allevamenti, e confermano quanto il Comitato Scientifico ha documentato già nel 2001. Oltre alle condizioni di allevamento, particolarmente cruenti sono i metodi previsti per l'abbattimento di questi animali: strumenti a funzionamento meccanico con penetrazione nel cervello ; iniezione della dose letale di una sostanza avente proprietà anestetiche ; elettrocuzione anale seguita da arresto cardiaco; esposizione al monossido di carbonio; esposizione al cloroformio; esposizione al biossido di carbonio. Per quanto concerne il fattore inquinamento e consumo energetico, la letteratura scientifica (nazionale ed internazionale) fornisce numerosi dati circa l'incompatibilità delle fasi industriali di ottenimento e lavorazione delle pellicce ed il rispetto dell'ambiente. La filiera dell'industria della pellicceria è causa di immissioni di inquinanti atmosferici, eutrofizzazione delle acque, consumo energetico e di impiego di sostanze tossiche e cancerogene come la formaldeide, il cromo e altre sostanze chimiche. L'associazione LAV--Lega Anti Vivisezione nel 2011 ha pubblicato un dettagliato studio di Analisi del Ciclo di Vita (Life Cycle Assessment) commissionato alla società di ricerca olandese CeDelft ed intitolato «The environmental impact of the fur production» che quantifica l'impatto ambientale nelle varie fasi di produzione di pelliccia di visone, oltre a comparare i risultati con l'impatto causato da altri prodotti normalmente utilizzati nell'industria dell'abbigliamento come il cotone, l'acrilico, il poliestere e la lana. I risultati dimostrano che rispetto alla produzione di un chilo di questi altri prodotti tessili, la produzione di un chilo di pelliccia di visone determina un maggiore impatto per 17 su 18 effetti ambientali, tra cui: cambiamento climatico, impoverimento dello strato di ozono, formazione di particolato, tossicità per l'uomo, eco-tossicità, acidificazione, eutrofizzazione del suolo e dell'acqua; oltre a consumo di acqua ed occupazione del suolo. La pelliccia è risultata decisamente peggiore dei tessuti, con impatti da 2 a 28 volte più elevati. Circa l'effetto «cambiamento climatico», l'impatto di 1kg di pelliccia di visone è 4,7 volte superiore a quello della lana (il tessuto con punteggio maggiore), a causa sia dell'alimentazione per i visoni sia alle emissioni di N2O e NH3 delle deiezioni dei visoni. La fase di alimentazione dei visoni risulta inoltre essere un fattore dominante in 14 effetti ambientali dei 18 presi in esame: lo studio LCA ha rilevato che sono necessarie 11,4 pelli di visone per produrre 1kg di pelliccia e considerato che un singolo visone necessita di circa 50kg di cibo durante la sua breve vita, occorrono ben 563kg di cibo per la produzione di un solo chilo di pelliccia. Il mangime dei visoni, composto da frattaglie ed altri scarti dell'industria del pollame e del pesce, oltre a farine, viene congelato in lastre e così mantenuto sino alla somministrazione agli animali, comportando inoltre un inevitabile ingente consumo di energia. Secondo le conclusioni cui è giunto lo studio LCA, la produzione di pelliccia sintetica (generalmente composta dal 72 per cento di fibre acriliche e dal 28 per cento di cotone), o di abiti in cotone, acrilico, poliestere, ma anche lana ha un impatto ambientale decisamente inferiore alla produzione di un analogo quantitativo di pelliccia animale. Con riferimento alle istanze provenienti dalla società, è utile evidenziare che il «Rapporto Italia 2011» di Eurispes sulle opinioni che gli italiani hanno verso gli animali e le attività connesse con lo sfruttamento degli animali, rileva che l'87,2 per cento della popolazione nutre un sentimento positivo nei confronti degli animali e che l'uccisione di animali per la produzione di pellicce è una pratica che l'83 per cento degli italiani disapprova. Mentre un secondo sondaggio di IpsosMori del luglio 2011, realizzato a distanza di un anno dall'entrata in vigore del divieto comunitario al commercio di prodotti di foca (pellicce, carne, grasso, ..), rileva che il 72 per cento degli europei è favorevole a questo provvedimento. Del resto è utile sottolineare il fatto che, probabilmente, nessun cittadino europeo si sia mai trovato in difficoltà nel non trovare più in commercio prodotti di foca. Una posizione ormai consolidata e frutto dell'evoluzione culturale della nostra società che guarda ad una sempre più rispettosa relazione con il mondo animale al punto che, secondo le analisi economiche del settore elaborate annualmente dalla società Pambianco s.r.l. ( Società di Consulenza che assiste le Aziende della Moda, del Lusso e del Design), dal 2006 al 2012 il consumo di pelliccia ha registrato un trend negativo in termine di fatturato rimanendo al di sotto del 3 per cento del complessivo consumo di abbigliamento in Italia; significativo il crollo delle vendite presso il canale distributivo rappresentato dagli «specialisti di pellicceria». Con riferimento alle politiche adottate dalle istituzioni nazionali e comunitarie negli ultimi dieci anni si è assistito ad una notevole innovazione normativa in adeguamento ai cambiamenti culturali e sociali.