[pronunce]

Il giudice rimettente assume la possibile violazione del principio di eguaglianza (art. 3 della Costituzione) in quanto, stante l'abrogazione del solo reato di ingiuria, due situazioni omogenee risulterebbero trattate ingiustificatamente in modo diverso. Inoltre, sarebbero violati anche gli artt. 25 e 70 Cost. sotto il profilo dell'eccesso di delega, in quanto la disposizione censurata ha abrogato solo il reato di ingiuria e non anche quello di minaccia non grave, pur essendo prevista per entrambi la sola sanzione pecuniaria. Infatti, l'art. 2, comma 2, lettera a), della legge 28 aprile 2014, n. 67 (Deleghe al Governo in materia di pene detentive non carcerarie e di riforma del sistema sanzionatorio. Disposizioni in materia di sospensione del procedimento con messa alla prova e nei confronti degli irreperibili), prevedeva, tra i criteri direttivi, quello di «trasformare in illeciti amministrativi tutti i reati per i quali è prevista la sola pena della multa o dell'ammenda», ad eccezione di quelli relativi alle materie ivi elencate. Inoltre, il giudice rimettente lamenta che in relazione al reato di minaccia non è stata prevista neanche la possibilità di estinguere il procedimento mediante il pagamento di un importo pari alla metà della sanzione pecuniaria, secondo quanto stabilito dall'ulteriore criterio di delega indicato dall'art. 2, comma 2, lettera g), della legge n. 67 del 2014. 2.&#8210; Preliminarmente, sotto il profilo dell'ammissibilità delle questioni, va innanzi tutto rilevato che i reati per i quali il tribunale rimettente procede - ingiuria (art. 594 cod. pen.) e minaccia non grave (art. 612, primo comma, cod. pen.) - sono entrambi di competenza (non già del tribunale, bensì) del giudice di pace ex art. 4, comma 1, lettera a), del decreto legislativo 28 agosto 2000, n. 274 (Disposizioni sulla competenza penale del giudice di pace, a norma dell'articolo 14 della legge 24 novembre 1999, n. 468). Tuttavia, secondo l'«orientamento di gran lunga maggioritario» della giurisprudenza di legittimità, l'incompetenza del tribunale a conoscere di reati appartenenti alla competenza del giudice di pace deve essere eccepita, a pena di decadenza, entro il termine stabilito dall'art. 491, comma 1, del codice di procedura penale, richiamato dall'art. 23, comma 2, cod. proc. pen. , senza che l'art. 48 del d.lgs. n. 274 del 2000 deroghi al regime della non rilevabilità d'ufficio dell'incompetenza per materia del tribunale a favore del giudice di pace, limitandosi a stabilire che il giudice, qualora debba dichiarla, è tenuto a farlo con sentenza, trasmettendo gli atti al pubblico ministero e non già direttamente al giudice di pace (Corte di cassazione, sezione quinta penale, sentenza 27 marzo 2015-17 giugno 2015, n. 25499 ; sezione terza penale, sentenza 5 febbraio 2014-26 maggio 2014, n. 21257; sezione quinta penale, sentenza 22 gennaio 2014-8 aprile 2014, n. 15727). Si è, infatti, affermato che la disciplina dettata dall'art. 48 citato deve essere interpretata nel senso che «essa non deroga al regime della non rilevabilità d'ufficio dell'incompetenza per materia del tribunale a favore del giudice di pace, ma stabilisce semplicemente che, qualora il giudice, secondo le regole fissate nel codice di procedura penale, debba dichiarare l'incompetenza per materia a favore del giudice pace, lo fa con sentenza e trasmettendo gli atti al pubblico ministero e non direttamente al giudice di pace»; orientamento questo che è stato confermato anche recentemente (Corte di cassazione, sezione settima penale, ordinanza 22 maggio 2018-8 agosto 2018, n. 38195). In tal senso si è, quindi, formato il diritto vivente così superandosi una risalente giurisprudenza in senso contrario (Corte di cassazione, sezione terza penale, 2 marzo 2010-1° aprile 2010, n. 12636), che aveva invece ritenuto la portata derogatoria dell'art. 48 citato (così come l'ordinanza n. 144 del 2011 di questa Corte). Pertanto, sotto questo aspetto, non risultando sollevata nel giudizio a quo alcuna eccezione di incompetenza per materia, le questioni di legittimità costituzionale sono ammissibili essendo non solo plausibile, ma anche conforme al diritto vivente, la competenza ritenuta dal tribunale rimettente; ciò di cui peraltro non dubita l'Avvocatura generale dello Stato. 3.&#8210; Le questioni stesse sono però inammissibili sotto un diverso profilo. 3.1.&#8210; Innanzi tutto è inammissibile la questione che ha ad oggetto la mancata abrogazione del reato di minaccia non grave per ingiustificata disciplina differenziata rispetto al reato di ingiuria, che invece è stato abrogato dalla disposizione censurata, residuando solo l'illecito civile. L'art. 1 del d.lgs. n. 7 del 2016 - oggetto delle censure del giudice rimettente - contempla sì, all'art. 1, comma 1, l'elenco dei reati previsti dal codice penale che sono abrogati, tra cui il reato di ingiuria e non anche quello di minaccia non grave. Ma ciò fa in corretta attuazione della delega recata dall'art. 2, comma 3, lettera a), della legge n. 67 del 2014; delega che appunto contiene, in particolare, il catalogo dei reati previsti dal codice penale dei quali il legislatore delegante ha stabilito l'abrogazione, tra cui il reato di ingiuria, ma non anche quello di minaccia non grave. Quindi, il trattamento differenziato tra questi due reati è nella legge di delega e non già nella censurata disposizione del decreto legislativo. La scelta di differenziare i due reati (abrogando il primo e lasciando la qualificazione penale quanto al secondo), scelta che il tribunale rimettente ritiene contraria al principio di eguaglianza e di ragionevolezza, sarebbe ascrivibile al legislatore della legge delega - le cui valutazioni di natura politica rientrano nell'«uso del potere discrezionale del Parlamento» ex art. 28 della legge 11 marzo 1953, n. 87 (Norme sulla costituzione e sul funzionamento della Corte costituzionale) - e non già al Governo che ha emanato il decreto legislativo. Il tribunale rimettente invece censura (non già la legge di delega, ma) la disposizione del d.lgs. n. 7 del 2016 &#8210; che ha attuato la delega, seppur parzialmente (ma ciò non rileva in questa sede), perché altri sono i reati la cui abrogazione, pur prevista, non è stata disposta - così incorrendo in un'aberratio ictus con conseguente inammissibilità delle questioni sollevate in riferimento a tutti i parametri evocati (ex plurimis, sentenza n. 35 del 2017; ordinanza n. 8 del 2018). 3.2.&#8210;