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Gli stessi incentivi paiono commisurati ad un periodo di tempo che potrà consentire alle imprese di coprire i costi del licenziamento per poi assumere a costi più bassi, oltretutto conteggiando tali ingressi come nuova occupazione. Del pari non sono state poste in essere le misure annunciate dal Governo che avrebbero dovuto portare ad una riduzione significativa delle molteplici tipologie contrattuali esistenti. L'economia di mercato sembra quindi non lasciare spazio ad alternative di giustizia e redistribuzione del reddito, a discapito del senso di collettività e convivenza comune. Ai giorni nostri, l'Italia è ancora dotata di un welfare caratterizzato da un ritardo strutturale in relazione ai mutamenti che stanno avvenendo nel mercato del lavoro. Il welfare italiano non prende in considerazione le recenti trasformazioni sociali e tecnologiche restando ancorato alla visione tradizionale del lavoro a tempo pieno e indeterminato, con mansioni per lo più costanti e una carriera definita sul ciclo di vita. È invece la sicurezza del reddito collegata alla flessibilità il tema oggi al centro di qualsiasi dibattito che interessi il mercato del lavoro e al centro dell'agenda politica dei responsabili delle politiche del welfare di qualsiasi Paese dell'Unione europea. Ma in Italia la flessibilità è stata applicata a senso unico dando maggiore libertà di licenziamento alle imprese. Il Paese è afflitto da una triplice combinazione negativa: 1) una bassa produttività; 2) bassi livelli di occupazione; 3) una bassa dinamica del PIL. La sola flessibilità del lavoro non è il modo giusto per aumentare la produttività e il reddito. Ciò è stato evidenziato più volte da molti economisti keynesiani e non solo. Oggi vi è un più ampio consenso in particolare tra gli economisti del lavoro, che ritengono che nel corso degli ultimi quindici anni le politiche del lavoro e le politiche dello sviluppo siano state maggiormente trascurate, non integrate e non mirate agli stessi obiettivi. Ciò ha portato ad un aumento dei profitti delle imprese che hanno per lo più sfruttato la manodopera a basso costo per rimanere competitivi, piuttosto che effettuare investimenti e creare innovazione per aumentare la produttività del lavoro. Le imprese, con la crisi attuale, hanno perso anche il vantaggio della manodopera a basso costo poiché sono ancora gravate da una relativamente elevata imposizione fiscale e da un continuo calo delle vendite. E così, nella situazione attuale si assiste a dinamiche di salario netto basso (il più basso nell'Unione europea) e alla mancanza di innovazione e di investimenti in tecnologia. In vero esiste un tipo di flexicurity cosiddetta tecnologico-produttiva, in cui un basso livello di sicurezza del posto di lavoro è sostanzialmente compensato da un elevato grado di sicurezza del mercato del lavoro nel suo complesso; nei Paesi in cui è stato davvero e totalmente attuato (Danimarca e Olanda su tutti) ha prodotto buone performance non solo in termini di occupazione: il potere di acquisto dei lavoratori e la quota del lavoro sul reddito non sono diminuiti come in Italia, e anche la crescita economica è stata più sostenuta. Anche, durante periodi di crisi come quella attuale, il sistema generoso di welfare crea tutele e protezioni sociali e al reddito importanti. Persino nei Paesi, quali Svezia, Germania, Finlandia, Francia, in cui il modello flexicurity non è stato completamente introdotto, esistono tuttavia livelli di protezione sociale di partenza maggiori rispetto a quelli italiani. Questo determina che, nel momento in cui si inseriscono più elevati livelli di flessibilità, le garanzie per i lavoratori sono comunque mantenute a livelli sufficienti, e comunque superiori a quelli italiani, e questo è evidente tanto dal punto di vista della quota sul reddito della spesa sociale e della spesa per le politiche del lavoro, quanto dal punto di vista della durata dei contributi sociali per lavoratore. In Italia esiste un divario ben noto tra la dimensione della flessibilità del lavoro, ora ampiamente introdotta, e la dimensione della sicurezza sociale, in quanto l'attuale sistema di indennità di disoccupazione è ancora complesso, frammentato e disorganizzato e non in grado di coprire e sostenere tutti i disoccupati. Le debolezze del sistema economico italiano in riferimento al mercato del lavoro emergono con maggior forza nel contesto dell'attuale crisi, che colpisce soprattutto i nuovi disoccupati e privi di strumenti di sostegno al reddito, a causa di un'articolazione complessa, disordinata e limitata del sistema di ammortizzatori sociali. Una situazione del genere non è stata effettivamente risolta dalle recenti riforme. I sussidi di disoccupazione rimangono legati alla condizione di aver posseduto un contratto di lavoro negli anni precedenti alla data di disoccupazione. Inoltre, tali sussidi (NASPI, ASDI, DISS-COLL) hanno una durata limitata e spesso hanno ancora natura «sperimentale» (e devono perciò essere continuamente prorogati con apposite norme di legge) e vengono erogati nei limiti delle risorse all'uopo stanziate. Infine, il sistema italiano di sostegno alla disoccupazione non è ancora collegato, in generale, alle politiche attive, come i programmi di integrazione nel mercato del lavoro, i programmi di ricerca di posti di lavoro e di formazione in grado di agevolare l'ingresso nel mercato dei disoccupati. In sostanza, le politiche del lavoro attive e passive, vale a dire i programmi di occupazione ed i sussidi ai disoccupati, sono notevolmente più bassi in Italia rispetto ad altri Paesi europei. Tale situazione influisce negativamente sia sui tassi di occupazione (perché i disoccupati non sono adeguatamente sostenuti nella ricerca di un lavoro e nel rispondere all'offerta del mercato del lavoro) sia sul livello dei consumi, dal momento che le persone senza un reddito non possono consumare. Tutte queste variabili hanno avuto una conseguenza diretta sul notevole peggioramento della distribuzione del reddito in Italia negli ultimi venti anni. La correlazione tra disuguaglianza e cattiva flessibilità è chiara: negli ultimi due decenni la disuguaglianza è aumentata con l'aumento della flessibilità del lavoro. In particolare, l'Italia si colloca tra i Paesi con maggiore disuguaglianza e minore EPL (maggiore flessibilità del lavoro), insieme ai Paesi anglosassoni, ai Paesi baltici e a quelli mediterranei (che possiamo definire come economie di mercato ibride), al contrario dei Paesi scandinavi e continentali, che maggiormente rappresentano un modello sociale europeo, coordinato e orientato verso un'economia di mercato sociale. In una tale situazione si spiega facilmente perchè oggi il livello dei consumi in Italia sia pari quasi al livello registrato più di trenta anni fa, nel 1979. I consumi hanno subito una costante diminuzione a partire dal 1990, in parallelo con la flessibilizzazione del mercato del lavoro, il calo della quota dei salari, la diminuzione dei salari diretti e indiretti e l'aumento delle diseguaglianze, ed è oggi uno dei livelli più bassi dell'Unione europea e molto inferiore a quello della Francia e della Germania.