[pronunce]

Le predette disposizioni vanno lette alla luce della disciplina recata dall'art. 13 del decreto legislativo 30 dicembre 1992, n. 503 (Norme per il riordinamento del sistema previdenziale dei lavoratori privati e pubblici, a norma dell'articolo 3 della L. 23 ottobre 1992, n. 421), secondo cui «Per i lavoratori dipendenti iscritti all'assicurazione generale obbligatoria per l'invalidità, la vecchiaia ed i superstiti ed alle forme sostitutive ed esclusive della medesima, e per i lavoratori autonomi iscritti alle gestioni speciali amministrative dall'INPS, l'importo della pensione è determinato dalla somma: a) della quota di pensione corrispondente all'importo relativo alle anzianità contributive acquisite anteriormente al 1°gennaio 1993, calcolato con riferimento alla data di decorrenza della pensione secondo la normativa vigente precedentemente alla data anzidetta che a tal fine resta confermata in via transitoria, anche per quanto concerne il periodo di riferimento per la determinazione della retribuzione pensionabile; b) della quota di pensione corrispondente all'importo del trattamento pensionistico relativo alle anzianità contributive acquisite a decorrere dal 1° gennaio 1993, calcolato secondo le norme di cui al presente decreto». Conseguentemente, il trattamento pensionistico del lavoratore autonomo cui trovano applicazione le predette disposizioni, come nel caso di specie, è composto: per ciascun anno di iscrizione fino al 31 dicembre 1992, dal due per cento del reddito annuo di impresa, quale risultante dalla media dei redditi rivalutati relativi agli ultimi dieci anni (ovvero 520 settimane) anteriori alla decorrenza della pensione, ai sensi dell'art. 5, comma 1, della legge n. 233 del 1990 (cosiddetta quota A); per gli anni di iscrizione successivi al 1992, dal due per cento del reddito annuo di impresa, risultante dalla media dei redditi rivalutati relativi agli ultimi quindici anni (ovvero alle ultime 780 settimane) di contribuzione, anteriori alla decorrenza della pensione, ai sensi dell'art. 1, comma 18, della legge n. 335 del 1995 (cosiddetta quota B). Occorre evidenziare che le disposizioni scrutinate si applicano ai trattamenti pensionistici determinati integralmente (come nel caso in esame), o parzialmente, secondo il sistema retributivo (nel caso del lavoro autonomo, più propriamente definibile reddituale), che fa appunto riferimento alla entità delle retribuzioni (redditi) dell'interessato nell'ultimo periodo della vita lavorativa. Risulta, dunque, evidente il rilievo che assumono, ai fini della determinazione del quantum della pensione, il periodo reddituale cui fare riferimento per il computo delle due quote di trattamento pensionistico previsto dalle disposizioni scrutinate e il momento da cui si calcolano "a ritroso" i rispettivi periodi. 5.- In tale quadro normativo si colloca il thema decidendum dell'odierna questione, costituito dall'applicabilità di un principio analogo a quello della "neutralizzazione" al diverso regime pensionistico dei lavoratori autonomi iscritti alla apposita gestione speciale dell'INPS. 5.1.- Il principio in esame configura la regula iuris secondo cui la contribuzione acquisita nella fase successiva al perfezionamento del requisito minimo contributivo non può tradursi nel detrimento della misura della prestazione pensionistica già virtualmente maturata, e comporta, conseguentemente, che i periodi contributivi che abbiano comportato una minore contribuzione vanno esclusi ai fini del calcolo della pensione (ex plurimis, sentenze n. 388 del 1995, n. 264 del 1994, n. 428 del 1992, n. 307 del 1989 e n. 822 del 1988). Da qui la definizione del principio anche in termini di immodificabilità in peius dell'importo della prestazione determinabile alla data del conseguimento del requisito per l'accesso al trattamento pensionistico. Di recente la sentenza n. 82 del 2017, nel dichiarare l'illegittimità costituzionale dell'art. 3, ottavo comma, della legge 29 maggio 1982, n. 297 (Disciplina del trattamento di fine rapporto e norme in materia pensionistica), ha riassunto organicamente le motivazioni a fondamento del principio in esame, ed esposto sinteticamente sia la coincidente giurisprudenza di legittimità, sia la parallela evoluzione normativa volta a valorizzare il meccanismo della "neutralizzazione", che nel caso in esame possono essere richiamati, pur nella diversa ratio, quanto al fine dell'esclusione dei contributi dannosi dal calcolo della pensione. 5.2.- Come rilevato dal giudice rimettente, le predette decisioni attengono a profili della disciplina previdenziale-pensionistica relativi al rapporto di lavoro subordinato: da qui la richiesta della Corte d'appello di sottoporre a vaglio di legittimità la questione della applicabilità al regime previdenziale dei lavoratori autonomi iscritti all'INPS del principio di "neutralizzazione". Peraltro, la sentenza n. 433 del 1999, nel dichiarare l'illegittimità costituzionale degli artt. 10 e 37 della legge 2 febbraio 1973, n. 12 (Natura e compiti dell'Ente nazionale di assistenza per gli agenti e rappresentanti di commercio e riordinamento del trattamento pensionistico integrativo a favore degli agenti e dei rappresentanti di commercio), ha già fatto applicazione del predetto principio anche al regime pensionistico degli agenti di commercio, che non sono lavoratori subordinati. 6.- Alla luce di quanto così esposto, sussistendo nella concreta fattispecie in esame tutte le condizioni in presenza delle quali potrebbe trovare applicazione il principio della esclusione dei contributi dannosi, occorre valutare se la non applicazione del principio alla scrutinata disciplina pensionistica del lavoro autonomo sia da considerare ex se irragionevole, e già in quanto tale comportante una ingiustificata diversità di trattamento con i lavoratori subordinati. 6.1.- In un quadro normativo caratterizzato dalla esistenza di diversificati regimi previdenziali, questa Corte ha affermato che, pur in considerazione di un processo di convergenza dei rispettivi sistemi, la persistenza di «elementi di motivata diversità» (sentenza n. 148 del 2017) giustifica differenti regolazioni di aspetti e punti specifici. Riguardo alla problematica in esame, la più rilevante differenza è oggettivamente costituita dalla struttura della contribuzione, correlata alle caratteristiche delle due tipologie di attività lavorativa: nel lavoro subordinato l'obbligo contributivo, col connesso versamento all'ente previdenziale, è riferito alla retribuzione, ed è distribuito tra datore di lavoro e lavoratore, con la conseguente applicazione del principio dell'automatismo di cui all'art. 2116 del codice civile, che tutela il lavoratore subordinato in caso di mancato versamento dei contributi da parte dell'obbligato; nel lavoro autonomo la contribuzione, correlata al reddito di impresa, è esclusivamente a carico del lavoratore interessato. Ulteriori, e conseguenti, diversità fra i due sistemi in esame sono quelle, evidenziate in particolare dall'INPS, costituite dalla presenza nel regime previdenziale del lavoro autonomo della "autodichiarazione" del reddito da parte dello stesso lavoratore, e dalla stessa discrezionalità del lavoratore autonomo di autodeterminarsi ai fini degli obblighi contributivi e dell'accesso alla prestazione pensionistica, configurandosi un rapporto diretto tra assicurato ed ente previdenziale.