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Norme per la revisione del servizio pubblico nella comunicazione audiovisiva e radiofonica sui diversi media. Onorevoli Senatori . — La RAI – Radiotelevisione italiana Spa, di seguito « RAI », è un bene comune. Mentre tornano forti i venti della cavalcata della destra e di un indebolimento strutturale dell'azienda, i presentatori del presente disegno di legge intendono affermare il carattere fondativo per la cittadinanza digitale del servizio pubblico radiotelevisivo. Da una parte, il neocapitalismo un po' sovranista e un po' populista sotteso alle ipotesi governative, dall'altra il progetto partecipato da tante associazioni e fonti sociali qui riassunto. Il testo, infatti, è il frutto di un lungo e meticoloso lavoro del MoveOn - Italia . La Rai ai cittadini, movimento di cittadini che, sull'onda dell'esperienza venuta dagli Stati Uniti d'America, ha promosso e condotto un tavolo di approfondimento da cui è emerso lo schema fatto proprio dai presentatori. Le ragioni profonde, in grado di conferire legittimità alla RAI quale servizio pubblico, non possono più risiedere nella finitezza delle risorse tecniche e nell'arretratezza dello sviluppo del settore: i motivi dell'originaria scelta italiana ed europea. Entrambe le premesse storiche degli antichi monopoli di Stato, divenuti poi servizi pubblici, sembrano oggi superate dalla molteplicità dei canali diffusivi e da un rigoglioso sviluppo dell'ambiente crossmediale. Perché, allora, il servizio pubblico appare ora persino più importante di quanto fosse nelle precedenti età mediatiche? La risposta sta proprio nel carattere ormai pervasivo dell'informazione, motore e protagonista della stagione del capitalismo cognitivo e delle piattaforme. Una RAI pubblica ma non statalista o assistita, pluralista ma non lottizzata, insediata nel mercato ma non commerciale è il sottotesto del disegno di legge. L'articolato è centrato specificamente sul modello di governance , diminuendo sensibilmente nella gestione dell'apparato la presenza di esponenti di diretta espressione politica e favorendo, invece, l'ingresso pieno nel vertice di espressioni della società civile. I riferimenti presi ad esempio sono quelli della Germania, della Spagna e della Gran Bretagna, nonché della legge emanata in Argentina nel 2009. Tra i diversi poteri e l'azienda pubblica si introduce una sorta di intercapedine, il Consiglio per le garanzie del servizio pubblico, che costituisce la difesa attiva dai tentativi di minare indipendenza e autonomia. Il doppio livello – governo e indirizzo/gestione – risponde alla vasta richiesta di tutelare sia i professionisti che vi lavorano sia i cittadini utenti della RAI. Non esistono, ovviamente, né una soluzione definitiva né una formula magica, ma la rottura della routine censoria e omologante è indispensabile. Dobbiamo valorizzare il pensiero critico e liberarci dai controlli burocratici. Il testo porta a sintesi un dibattito annoso e riprende i temi e lo spirito di varie ipotesi pur depositate nelle Assemblee parlamentari e mai giunte al varo definitivo. Il nostro sforzo ha solide fondamenta nella Costituzione, nella normativa nazionale e dell'Unione europea, oltre che nel Protocollo n. 29 sul sistema pubblico di radiodiffusione negli Stati membri, allegato al Trattato sul funzionamento dell'Unione europea, nonché nella raccomandazione del Comitato dei ministri del Consiglio d'Europa del 15 febbraio 2012 On public service media governance , alle recenti raccomandazioni in materia. La sequenza normativa italiana è lunga: dalla legge di riforma n. 103 del 1975 che spostò dal Governo al Parlamento la collocazione sistemica della RAI, alla legge n. 206 del 1993 che attribuì ai Presidenti della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica il potere di nomina del consiglio di amministrazione, alla controriforma della legge Gasparri del 2004 che ripristinò il ruolo assoluto dei partiti. Fino alla legge voluta dal governo presieduto da Matteo Renzi (legge n. 220 del 2015), che attribuì all'esecutivo la facoltà di indicare l'amministratore delegato capovolgendo un'antica tradizione. Sono fonti intrecciate a un gelatinoso e complesso flusso giuridico, spesso in contraddizione con il dettato costituzionale. Per questo è urgente cambiare strada, riconsegnando alla RAI l'autentica funzione di servizio pubblico. Nella cultura di massa non è certo un obiettivo scontato, anzi: in questi ultimi anni la discussione si è spostata dalla necessaria riforma delle leggi vigenti sulla RAI e delle norme sul conflitto di interessi alla colpevole disattenzione sul futuro dell'ambiente mediale. Il berlusconismo – anche senza il padre fondatore – ha fatto breccia. Molti non credono, ormai, alla necessità che permanga un'istituzione deputata alla realizzazione di una particolare missione nel settore. A un simile stato di cose hanno contribuito il generale sfavore verso il pubblico e, soprattutto, la feroce spartizione partitica unita alla stessa mediocre gestione industriale dell'azienda. La nostra volontà è quella di rendere la RAI più moderna e insediata nell'infosfera, liberata dal giogo politico che l'ha rovinata e dall'attacco in corso. Dunque, serve una rinnovata legittimazione, collegata ad un cambio di paradigmi e di forme di governance , agendo sulle diverse piattaforme e usufruendo dei vari device . Il moltiplicarsi delle offerte rende ancora più urgente una democratica mano pubblica, che intenda tutelare il racconto della realtà contro il ricorso alle fake . L'età degli algoritmi e dell'intelligenza artificiale ci interpella sulla necessità indifferibile di declinare l'azienda come un effettivo bene comune, un navigatore nel traffico affrancato dalle logiche della peggior politica, delle lobby e dei salotti. Ci possono essere tanti soggetti che svolgono un ruolo proficuo sul piano del pluralismo informativo o delle proposte generaliste e specializzate. Tuttavia, non saremo mai sicuri che tale condizione, in assenza di un compiuto servizio pubblico, sia sufficiente a riempire un decisivo diritto di cittadinanza. È un problema che risulta con evidenza pure nell'accesso ai contenuti. Assistiamo sempre di più a processi comunicativi in cui i prodotti di pregio sono a pagamento. Le tecnologie già presentano di per sé una questione di inclusività sociale, o perché tecnicamente costose o perché difficili da usare, oppure perché materialmente non raggiungono tutti i cittadini. Se a una simile situazione si aggiunge il costo dei contenuti, si rischia di avere due società dell'informazione: una che gode di una partecipazione informata o di prodotti di qualità e un'altra che deve accontentarsi di un'offerta scadente, caratterizzata da un forte peso della pubblicità e da uno sbrigativo trattamento dei dati personali. Le norme proposte, che vanno dalla definizione del ruolo del servizio pubblico e della sua missione, al concetto di bene comune – parola che per la prima volta compare in un'ipotesi di riforma della RAI –, alla previsione di un consiglio che nomina l'organo di amministrazione, al canone collegato al reddito, sono espressione e voce delle istanze di pezzi della società e del mondo professionale a noi arrivate. Il cittadino e la cittadina sono il centro del sistema e hanno il pieno diritto di chiedere direttamente al giudice – in caso di controversia – la loro tutela. Nessuna zona franca.