[ddlpres]

L'articolo 24 reca alcune modifiche al codice delle leggi antimafia e delle misure di prevenzione, di cui al decreto legislativo 6 settembre 2011, n. 159, di seguito «codice antimafia». Al riguardo, si evidenzia che la legge n. 161 del 2017 ha introdotto all'articolo 7 del codice antimafia il comma 10- quinquies , ai sensi del quale «Il decreto di accoglimento, anche parziale, della proposta pone a carico del proposto il pagamento delle spese processuali». Nell'originario disegno di legge era prevista analoga disposizione in materia di appello. In particolare, era introdotto un comma 2- quater all'articolo 27 del codice antimafia in materia di impugnazioni avverso il decreto di confisca che disponeva: «In caso di conferma anche parziale del decreto impugnato, la corte di appello pone a carico della parte che ha proposto l'impugnazione il pagamento delle spese processuali». All'esito dell’ iter di approvazione, il testo del suddetto articolo 27, espunto ogni riferimento alla condanna alle spese, stabilisce: «Per le impugnazioni contro detti provvedimenti si applicano le disposizioni previste dall'articolo 10», rinviando cioè alle norme in materia di impugnazione dei provvedimenti applicativi delle misure personali. Allo stato della vigente disciplina è dunque prevista la condanna del proposto solo all'esito del giudizio di primo grado, anche in relazione all'applicazione delle misure patrimoniali; l'articolo 23 del codice antimafia stabilisce infatti: «al procedimento per l'applicazione di una misura di prevenzione patrimoniale si applicano, in quanto compatibili, le disposizioni dettate dal titolo I, capo II, sezione I», ivi compreso pertanto l'articolo 7. La previsione – inserita nel corpo dell'articolo 10 del codice antimafia, cui rinvia l'articolo 27 del medesimo codice in materia di appello avvero i decreti di confisca – consentirebbe dunque in caso di soccombenza la condanna del proposto alle spese, in maniera coerente con gli intenti originariamente perseguiti con la riforma del codice antimafia, e riallinea la disciplina in materia con quanto previsto per il giudizio di primo grado. Con riferimento alla modifica dell'articolo 17 del codice antimafia, si fa presente che esso è stato interamente riscritto dalla legge n. 161 del 2017. Il comma 3- bis , in particolare, al fine di consentire al procuratore della Repubblica distrettuale di verificare che non si arrechi pregiudizio alle attività di indagine condotte anche in altri procedimenti, ha introdotto alcuni obblighi in capo al questore e al direttore della Direzione investigativa antimafia. Tuttavia, tali innovazioni sono intervenute incidendo, nella sostanza, sugli equilibri previsti nel nostro ordinamento nell'esercizio di autonome funzioni, ancorché concorrenti, riservate rispettivamente all'autorità giudiziaria e all'autorità di pubblica sicurezza. Ed invero nel sistema delle misure di prevenzione i titolari del potere di proposta sono collocati in posizione paritetica. Lo stesso codice antimafia, infatti, nel delineare un percorso differenziato per l'applicazione delle varie misure di prevenzione, non solo conferma la competenza del questore, ma recepisce le novità introdotte in passato con i «pacchetti sicurezza» del 2008 e 2009, riconoscendo un ruolo di primo piano al direttore della Direzione investigativa antimafia. Peraltro, non sfugge che ai fini dell'esercizio della funzione general-preventiva di tutela della sicurezza pubblica, le predette misure rappresentino un prezioso strumento per l'autorità di pubblica sicurezza, la cui azione in tale ambito è connotata da discrezionalità, come – fermo restando il necessario coordinamento tra i soggetti istituzionali coinvolti – si evince dalla formulazione dell'articolo 5 del codice antimafia, laddove si stabilisce che il potere di proposta «può» essere esercitato dai titolari. L'esistenza di una sfera di discrezionalità dell'organo che detiene la titolarità della proposta è suffragata dalla considerazione che nella proposta di applicazione della misura devono essere esplicitate in modo chiaro le ragioni che la sorreggono e che consentono di giustificare l'avvio della procedura di prevenzione, in ordine alle quali il giudice non ha alcun potere di integrazione. In ciò si sostanzia il carattere non officioso della procedura per cui, come riconosciuto da concorde opinione giurisprudenziale, il petitum dell'istanza delimita la conoscenza del giudice e i suoi poteri di intervento. Alla luce di tali premesse, non è apparsa funzionale, rispetto all'esigenza di garantire il raccordo informativo, la previsione di cui alla lettera c) del citato comma 3- bis , che colpisce con la sanzione dell'inammissibilità la proposta non comunicata nei termini anzidetti. Nello stesso senso, appare «distonico» l'obbligo – posto in capo alle autorità amministrative dalla lettera d) del medesimo comma 3- bis – di adottare un «provvedimento motivato» ove non sussistano i presupposti per l'attivazione della misura. Tale ultima disposizione presuppone, infatti, la codificazione normativa di un provvedimento formale di inizio del procedimento, cui non può equipararsi la comunicazione attualmente prevista dall'articolo 81 del codice antimafia. Al fine di eliminare le criticità suesposte, la disposizione reca, pertanto, le opportune modifiche soppressive. La disposizione che modifica il comma 8 dell'articolo 67 (articolo 24, comma 1, lettera d) , del decreto-legge) è finalizzata ad estendere gli effetti dei divieti e delle decadenze previsti dai commi 1, 2 e 4 del citato articolo derivanti dall'applicazione di misure di prevenzione nei confronti delle persone condannate con sentenza definitiva o, ancorché non definitiva, confermata in grado di appello, anche per i reati di truffa ai danni dello Stato o altro ente pubblico di cui all'articolo 640, secondo comma, numero 1), del codice penale, e per quello di truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche, di cui all'articolo 640- bis del medesimo codice. A seguito di tale intervento, conseguentemente, si applicano ai predetti soggetti le fattispecie ostative che impediscono il rilascio della documentazione antimafia, delle comunicazioni antimafia di cui all'articolo 84 e delle verifiche antimafia di cui all'articolo 85 del codice antimafia. Ed invero i reati di truffa ai danni dello Stato o altro ente pubblico, di cui all'articolo 640, secondo comma, numero 1), del codice penale e di truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche, di cui all'articolo 640- bis dello stesso codice, nonostante siano nella prassi le attività delittuose poste in essere più frequentemente per ottenere il controllo illecito degli appalti, non figurano, nel quadro normativo attuale, tra le ipotesi rilevanti al fine del diniego del rilascio della documentazione antimafia. A tale lacuna pone rimedio la disposizione in commento, che modifica il comma 8 dell'articolo 67 del codice antimafia. L'articolo 25 interviene in tema di sanzioni in materia di subappalti illeciti. La disposizione mira ad inasprire il trattamento sanzionatorio per le condotte degli appaltatori che facciano ricorso, illecitamente, a meccanismi di subappalto.