[pronunce]

¾ Tanto premesso, non vi sarebbero dubbi, secondo il remittente, sulla rilevanza della questione, che risulterebbe evidente in base alla domanda proposta dall'assicurato e al thema decidendum oggetto del giudizio principale, posto altresì che la normativa cui si correla la fondatezza o meno delle pretese del ricorrente è proprio quella di cui all'art. 2 del decreto-legge n. 402 del 1981, e non quella transitoria dettata dall'art. 7, comma 8, del d.lgs. n. 184 del 1997, intervenuta quando l'assicurato era già pensionato. Quanto alla non manifesta infondatezza, il giudice a quo osserva, anzitutto, che la giustificazione di un tetto alla retribuzione di riferimento per la contribuzione volontaria, correlato ai limiti posti dalla legge alla retribuzione pensionabile, non va rinvenuta nell'intento di contenere la spesa previdenziale, bensì nella volontà del legislatore «di esonerare il lavoratore optante per la prosecuzione volontaria dal pagamento di contributi che, in relazione alla disciplina vigente, non avrebbero potuto arrecare alcun beneficio alla sua posizione assicurativa». In particolare – argomenta ancora il remittente – è proprio di un sistema pensionistico di tipo retributivo che la misura della pensione, nel caso della contribuzione volontaria, viene a dipendere dalla retribuzione figurativa sulla cui base è fissato l'obbligo contributivo. Ne consegue che, a differenza del sistema contributivo nel quale vi è tendenziale corrispondenza tra versamenti e misura della pensione, in quello di tipo retributivo eventuali limiti quantitativi massimi specifici alla contribuzione volontaria incidono negativamente sulla misura della pensione nel caso in cui l'ultima retribuzione sia superiore a siffatti limiti. Sicché, l'assenza di coordinamento tra la normativa sulla contribuzione volontaria e le successive disposizioni che hanno elevato il limite massimo della retribuzione pensionabile e, soprattutto, quelle che, pur non eliminando formalmente il tetto della retribuzione pensionabile, ne hanno modificato la portata, consentendo di computare anche la retribuzione eccedente (sia pure sulla base di tassi di rendimento inferiori), rende la disciplina sulla contribuzione volontaria “ampiamente irrazionale” e gravemente penalizzante per coloro che, avvalsisi della prosecuzione volontaria, negli ultimi anni della loro attività lavorativa, e in particolare nelle ultime 156 settimane, hanno fruito di una retribuzione superiore a quella media imponibile di cui all'ultima classe di contribuzione della tabella F allegata al decreto-legge n. 402 del 1981. Il giudice a quo sostiene, quindi, che una tale penalizzazione costituirebbe «effetto diretto, naturale e prevedibile dalla discrasia normativa già evidenziata» e si porrebbe in palese contrasto con l'art. 38 della Costituzione, giacché la funzione propria della contribuzione volontaria – come rilevato da questa Corte con la sentenza n. 307 del 1989 – è quella di «ovviare agli effetti negativi, ai fini previdenziali, della mancata prestazione di attività lavorativa» e «mira a far raggiungere i requisiti minimi di anzianità contributiva per il diritto a pensione» e a «mantenere costante e intangibile in capo al lavoratore, ai fini del pensionamento, il livello retributivo attinto in tutto l'arco della sua attività lavorativa». Del resto, rileva ancora il remittente, nella citata pronuncia si è anche affermato che la descritta funzione trova riscontro nell'art. 9, primo comma, del d.P.R. 31 dicembre 1971, n. 1432 (Riordinamento della prosecuzione volontaria dell'assicurazione obbligatoria per l'invalidità, la vecchiaia ed i superstiti e per la tubercolosi), che opera la parificazione dei contributi volontari ai contributi obbligatori ai fini del diritto alle prestazioni, dell'anzianità contributiva e della determinazione della retribuzione annua pensionabile, precisandosi altresì che «tale funzione di salvaguardia dei contenuti economici della retribuzione pensionabile percepita in costanza di rapporto di lavoro è [...] evidentemente frustrata ove la contribuzione volontaria consegua l'effetto di farla decrescere, così vanificando le aspettative legittimamente nutrite dal lavoratore per il tempo successivo alla cessazione della propria attività». Secondo la Corte di cassazione sarebbe ravvisabile, inoltre, la violazione dell'art. 3 della Costituzione, «sia per l'irrazionalità di una disciplina che contraddice la finalità della contribuzione volontaria, sia per l'ingiustificato operare di limiti alla retribuzione pensionabile non corrispondenti a quelli operanti in caso di prestazioni di attività lavorativa, sia, infine, per l'analogamente ingiustificata – nel quadro della disciplina all'epoca vigente – disparità di trattamento tra lavoratori con retribuzione inferiore a detti limiti, per i quali la prosecuzione volontaria è idonea a svolgere adeguatamente la sua funzione, e lavoratori con retribuzione superiore, per i quali, come si è visto, la prosecuzione volontaria, per ragioni strutturali, è prevalentemente inidonea a svolgere la sua funzione tipica». 1.3. ¾ Ad ulteriore sostegno delle ragioni di incostituzionalità, il remittente evidenzia che la fattispecie in esame si differenzia nettamente da quelle, già oggetto di scrutinio da parte di questa Corte (con la già richiamata sentenza n. 307 del 1989 e con le sentenze n. 428 del 1992, n. 264 del 1994, n. 388 del 1995 e n. 432 del 1999), riferibili ad ipotesi in cui il deterioramento della posizione contributiva è causato da versamenti volontari non necessari al fine del raggiungimento del periodo minimo di contribuzione. Nel caso all'esame viene in discussione, invece, la legittimità costituzionale delle norme sulla cui base è stato determinato l'importo della contribuzione volontaria. Pertanto, argomenta ancora il giudice a quo, l'affermazione contenuta nella sentenza n. 432 del 1999 – secondo cui non si rinvengono principi costituzionali che impongano in tutti i casi e a tutti gli effetti l'equiparazione della contribuzione volontaria a quella obbligatoria – non offrirebbe, nella sua genericità, parametri di valutazione pertinenti per smentire l'ipotizzato contrasto delle norme denunciate con gli artt. 3 e 38 della Costituzione. Il giudice a quo ritiene, altresì, che alla fondatezza della questione non potrebbe opporsi l'argomento che fa leva sulla discrezionalità del legislatore di porre una diversa disciplina, giacché, così opinando, si abbandonerebbe il principio – valido nel sistema pensionistico di tipo retributivo – «che la misura della contribuzione volontaria deve tenere conto di tutta la retribuzione rilevante ai fini della misura della pensione». Ed ancora il remittente sostiene che un'eventuale accoglimento nei termini prospettati non creerebbe «un vuoto normativo, né richiederebbe ulteriori specificazioni ricadenti nell'ambito della discrezionalità del legislatore». Ciò in quanto il sistema tabellare utilizzato dal censurato art. 2 non poteva dirsi “essenziale”, in considerazione dell'esauriente tenore dell'art. 8, comma primo, del d.P.R. n. 1432 del 1971, tanto più in riferimento alle nuove richieste di autorizzazione alla contribuzione volontaria. Sulla medesima linea – prosegue il remittente – si porrebbe anche l'«abbandono del sistema tabellare da parte dell'art. 7 del decreto legislativo n. 184 del 1997, in un quadro normativo ai fini in esame non sostanzialmente modificato».