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Il problema di fondo è ovviamente il reclutamento del personale, la definizione degli spazi, la selezione dei modelli e del tipo di vaccini che verranno approntati. Il decreto milleproroghe, da questo punto di vista, non affronta questo tema in modo centrale: non è il suo problema, perché il suo scopo è prorogare. Il problema però, in questo caso, riguarda ad esempio il personale sanitario, rispetto a cui mi piacerebbe identificare perlomeno tre punti su cui, onestamente, si sarebbe potuto fare di più e meglio. Un primo punto riguarda la precarizzazione del personale sanitario. È stato fatto molto e mai come in questa occasione sono stati lanciati dei proclami, anche televisivi, per una chiamata alle armi di medici e di infermieri, perché si offrissero a collaborare, in questa situazione di pandemia, che ha causato circa 100.000 morti, che certamente non sono pochi, visto che equivalgono alla scomparsa di una città di medie dimensioni. Questa chiamata, rivolta al personale sanitario, ha coinvolto in parte persone che erano andate in pensione, in parte liberi professionisti, ma in parte anche medici molto giovani. È stata fatta, per la prima volta, una sorta di contrattualizzazione degli specializzandi, affinché già negli ultimi anni della loro specializzazione potessero mettersi in gioco, attraverso una formula giuridica che non è solo quella della borsa di studio, ma del contratto di lavoro. In sostanza, vi è una sorta di promessa che, alla conclusione degli studi relativi alla specializzazione, vincola alla prospettiva di un contratto reale. Ebbene, il decreto milleproroghe si limita a dare continuità alla precarietà e, da una parte, non offre alcuno spazio a coloro che da precari si sono lasciati coinvolgere in questa operazione di generosità, che - non dimentichiamolo - in qualche modo mette a repentaglio anche la vita e, dall'altra, parla a specializzandi, che nel momento in cui accettano il contratto con l'ospedale o con la struttura in cui si trovano, in un certo senso rafforzano la competenza specifica legata a quanto stanno facendo in quel momento, ma pregiudicano la competenza proiettata in avanti, che è quella della loro formazione. Faccio un esempio banale: se ad esempio uno specializzando è molto bravo a fare un'ecografia, l'interesse della struttura sarà che continui a fare le ecografie e che ne faccia tante, perché le fa in modo veloce e preciso, e così diventerà un tecnico specializzato. Viceversa, è proprio dello specializzando avere di fronte a sé la prospettiva di una formazione a 360 gradi. La scelta di dare una consistenza riduttiva, ancorché più sicura, alla propria competenza, è una rinuncia a cui, forse, chi è più giovane non fa sufficientemente caso, perché non si rende conto che in realtà sta mettendo un'ipoteca sulla sua formazione. Questo, tanto per citare alcuni esempi, ma il decreto-legge si limita esclusivamente a formalizzare questo processo. Voglio fare un accenno ad un altro aspetto, che riguarda sempre i temi di cui cerco di occuparmi, anche per cercare di raggiungere una competenza maggiore e quindi superare lo hiatus che in questo periodo ci ha affranto tutti, ovvero la divisione stratosferica tra tecnici e politici, laddove i tecnici sono i competenti e i politici sono gli incompetenti, nella sforzo di far sì che la competenza maturi anche nel contesto della sensibilità e dell'attività politica. Voglio dunque parlare dell'attività di ricerca. Tra le tante cose che troviamo nel decreto milleproroghe, c'è una proroga sine die , che pone, anche in questo caso, un'ipoteca molto forte sulla ricerca scientifica. Sappiamo tutti che, nell'ambito della ricerca scientifica, uno dei nodi cruciali è quello del modello animale. Sappiamo anche che, rispetto al modello animale, sono molto forti alcuni pregiudizi, che riguardano l'universo composito dei cosiddetti animalisti. La sensibilità di chiunque fa ricerca clinica vuole che a un certo punto il modello animale debba necessariamente intervenire nel processo della ricerca, una volta fatte salve una serie di caratteristiche che conosciamo tutti molto bene, ovvero che si utilizzi il minor numero possibile di animali, che non si imponga agli animali sofferenza inutile, che si abbia un disegno chiaro, per cui i risultati che verranno da quella sperimentazione siano strettamente funzionali al disegno della ricerca che si sta facendo. Si tratta di princìpi che il Comitato nazionale di bioetica ha esposto e ribadito molte volte. Arriva un momento in cui il passaggio per il modello animale è vincolante prima di poter passare al modello umano, cioè all'uomo. Ebbene, anche su questo punto il milleproroghe si limita semplicemente a fare una prorogatio senza risolvere un problema fondamentale, che peraltro costituisce una discriminante importante tra i ricercatori italiani e i ricercatori degli altri Paesi. L'Italia, in alcune situazioni, si deve avvalere di quadri di riferimento, per cui il nostro Paese è penalizzato rispetto al Paese straniero, anche perché da noi le ideologie assumono una notevole corposità, un'invadenza mediatica, una capacità di imporre da parte di pochi ai molti delle scelte che sono ampiamente discutibili. La ricerca scientifica privata, però, ad esempio, nella prospettiva di condurre un disegno fino alla fine, non riesce a dare ragione dei risultati che ottiene. In questo contesto, ancora una volta, il disegno di legge, per non scontentare alcuni, non garantisce gli altri sotto il profilo di quello che, oggi come oggi, potremmo francamente definire il profilo dei vaccini. Non avremmo avuto i vaccini se non ci fossero stati i modelli animali di ricerca e l'uso degli animali in questo senso. In conclusione, desidero soltanto dire che intendere il milleproroghe esclusivamente come un modello normativo che ci permette di spostare una pratica da un tavolo a un altro, cioè prorogarla, soprattutto in questa fase nascente di un Governo che vorrebbe essere all'insegna del rigore e della competenza, che vorrebbe fare della scienza il punto nodale che orienta il lavoro del Comitato tecnico-scientifico, è veramente un vulnus e un segno di debolezza che sancisce una fragilità perdurante che vorremmo terminasse una volta per tutte. PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Pillon. Ne ha facoltà. PILLON (L-SP-PSd'Az) . Signor Presidente, cercherò di dividere il mio intervento in due parti. La prima parte sarà dedicata al tema della giustizia, la seconda parte sarà dedicata al tema della famiglia. Quando il Governo sarà in ascolto, proseguirò il mio intervento. PRESIDENTE. Il Governo è teso all'ascolto dell'intervento del senatore Pillon. PILLON (L-SP-PSd'Az) . La situazione della giustizia, signori del Governo, ha purtroppo messo in luce, in questi ultimi mesi di lockdown , danni e problemi strutturali che da tempo affliggono il nostro sistema. PRESIDENTE. Senatore Endrizzi lei ha rinunciato al suo intervento, ma non può sostituirlo con un colloquio lungo con il Governo. Prego, senatore Pillon. PILLON (L-SP-PSd'Az) . La ringrazio, Presidente.