[pronunce]

che, in particolare, i ricorrenti lamentano che si continuerebbero ad ammettere simboli elettorali con la qualifica di «Presidente» accanto al nome del capo politico della lista o della coalizione, in violazione dell'art. 92 Cost. e delle conseguenti prerogative del Capo dello Stato; che si continuerebbero a disattendere i valori costituzionali richiamati nel par. 15 della sentenza n. 35 del 2017; e che, come già accaduto con il precedente della "legge truffa" del 1953, il premio di maggioranza della legge n. 52 del 2015 trasformerebbe in una maggioranza assoluta «la maggioranza relativa, che è sempre una minoranza assoluta»; che inoltre, sempre con riguardo alla legge n. 52 del 2015, i ricorrenti sostengono che la procedura seguita per la sua approvazione sarebbe illegittima perché nel voto finale segreto i votanti erano 395, tra i quali 133 appartenenti al gruppo di quei 150 deputati eletti alla Camera in virtù del premio di maggioranza dichiarato incostituzionale con la sentenza n. 1 del 2014; che le argomentazioni sul merito del conflitto in relazione alla violazione dell'art. 72, quarto comma, Cost. sono arricchite con il riferimento al criterio ermeneutico logico-letterale di cui all'art. 12 delle preleggi, seguendo il quale il termine «normale» riferito al procedimento legislativo andrebbe sicuramente contrapposto ai procedimenti speciali come conosciuti nell'ordinamento costituzionale e nel micro-ordinamento parlamentare, e dunque non potrebbe non ravvisarsi la «non-normalità» di una procedura da cui deriva la decadenza di tutti gli emendamenti presentati dai singoli parlamentari, in cui i tempi della discussione vengono limitati e ai deputati non resta che esprimersi con un sì o con un no; che in base al principio del bicameralismo paritario le medesime considerazioni circa la «non-normalità» del procedimento legislativo a seguito della posizione della questione di fiducia, con conseguente divieto di porla sui disegni di legge con riserva di assemblea che attengono alla materia "forma di governo", varrebbero anche per il Senato della Repubblica, dove pure la questione di fiducia non conosce la sistematizzazione di diritto positivo che offre invece l'art. 116 del Regolamento della Camera dei deputati 18 febbraio 1971; che con atto depositato in data 8 novembre 2017 entrambi i parlamentari ricorrenti, in proprio e come rappresentanti dei rispettivi gruppi parlamentari, considerata l'avvenuta promulgazione della legge da parte del Presidente della Repubblica in data 3 novembre 2017 e allo scopo di non allargare l'oggetto del ricorso ad altri soggetti e per fatti diversi dalla ammissione dei voti di fiducia nelle due Camere, hanno rinunciato all'istanza cautelare già formulata. Considerato che i tre ricorsi, iscritti ai nn. 5, 6 e 7 del registro conflitti tra poteri 2017, fase di ammissibilità, presentando argomentazioni in larga parte sovrapponibili, dichiarano di avere ad oggetto la medesima «situazione» venutasi a creare con l'approvazione delle due ultime leggi elettorali, e che pertanto i relativi giudizi di ammissibilità possono essere riuniti per essere decisi con unica ordinanza; che in questa fase del giudizio la Corte costituzionale è chiamata a verificare, ai sensi dell'art. 37, terzo e quarto comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87 (Norme sulla costituzione e sul funzionamento della Corte costituzionale), in camera di consiglio e senza contraddittorio, se sussistano i requisiti soggettivo e oggettivo di un conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato, e a valutare l'esistenza della «materia di un conflitto la cui risoluzione spetti alla sua competenza»; che le carenze degli atti introduttivi dei conflitti non mettono la Corte costituzionale in condizione di deliberare sul merito dei conflitti stessi (sentenza n. 15 del 2002; ordinanza n. 69 del 2006), perché nessuno dei tre ricorsi individua in modo chiaro e univoco i poteri ricorrenti, le competenze costituzionali menomate e l'oggetto della pretesa; che non è dato comprendere, in particolare, in quale veste si presentino le persone fisiche ricorrenti: se come singoli parlamentari o come rappresentanti del proprio gruppo parlamentare, come cittadini elettori oppure ancora, più genericamente, come soggetti politici; che in relazione ai conflitti n. 6 e n. 7, inoltre, l'indeterminatezza del profilo soggettivo è aggravata dalla circostanza che la pretesa dei ricorrenti di agire anche a nome dei gruppi parlamentari di cui sono Presidente, l'uno, e Vicepresidente vicario, l'altro, pur essendo più volte ripetuta, non è supportata dalla necessaria indicazione delle modalità con le quali il gruppo parlamentare avrebbe deliberato di proporre conflitto davanti alla Corte costituzionale; che la mancata scelta e la conseguente incertezza da parte dei ricorrenti su come qualificarsi dal punto di vista soggettivo si riflette in una altrettanto indefinita enunciazione delle sfere di attribuzioni costituzionali a difesa delle quali questa Corte sarebbe chiamata a intervenire; che, per costante giurisprudenza di questa Corte, ai fini della ammissibilità del ricorso per conflitto tra poteri, non è sufficiente che sia lamentata la lesione di plurimi parametri costituzionali da parte degli atti impugnati, ma occorre che il ricorrente abbia cura di motivare la ridondanza delle asserite lesioni sulla propria sfera di attribuzioni costituzionali, a difesa della quale questa Corte è chiamata a pronunciarsi (sentenza n. 262 del 2017); che, inoltre, tutti e tre i ricorsi presentano incertezze e ambiguità nella stessa individuazione delle censure; che, in particolare, nei conflitti n. 5 e n. 6, nei quali si chiede l'annullamento della legge 6 maggio 2015, n. 52 (Disposizioni in materia di elezione della Camera dei deputati) nella sua interezza, i ricorrenti non si fermano alla denuncia di vizi del procedimento di formazione della legge, ma lamentano anche non meglio definiti vizi sostanziali di incostituzionalità della legge stessa, la cui ridondanza sulla loro sfera di attribuzioni costituzionali non viene peraltro mai dimostrata; che nei medesimi conflitti non è dato neppure di comprendere con chiarezza di quali atti o comportamenti i ricorrenti si dolgano davanti a questa Corte, oscillando il ricorso tra censure rivolte al Governo che ha posto le questioni di fiducia, alla Presidente della Camera dei deputati che le ha ammesse e, ancora, alla Camera che ha deliberato su tali questioni; che, inoltre, quanto al conflitto n. 7, i ricorrenti contestano al Governo di aver richiesto, e alla presidenza di entrambe le Camere di aver ammesso, le questioni di fiducia su entrambe le leggi elettorali oggetto di giudizio, ma da un lato le richieste rivolte a questa Corte sono difficilmente comprensibili - ad esempio, si chiede di riportare la situazione parlamentare al momento immediatamente antecedente alla data in cui il Governo ha posto la prima questione di fiducia sulla legge 3 novembre 2017, n. 165 (Modifiche al sistema di elezione della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica.