[pronunce]

L'accusa rivolta all'attore era di aver tentato – in qualità di giudice istruttore e «fuori da ogni verbale» – di strumentalizzare uno o più pentiti per estorcere loro il nome del senatore convenuto quale mandante dell'omicidio. In sintesi, la Corte d'appello di Milano ritiene insussistenti i presupposti dell'insindacabilità, in quanto le citate dichiarazioni rese dal parlamentare extra moenia non erano legate da un nesso funzionale con nessun atto parlamentare tipico avente ad oggetto i fatti oggetto del giudizio. 2. – Preliminarmente, deve essere confermata l'ammissibilità del conflitto sussistendone i presupposti soggettivi ed oggettivi, come già ritenuto da questa Corte nell'ordinanza n. 225 del 2004. 3. – Allo stesso modo, va ribadito quanto deciso, con ordinanza letta in udienza ed allegata alla presente sentenza, in ordine all'inammissibilità della costituzione del Senato della Repubblica, perché tardiva, e dell'intervento del senatore convenuto, per carenza di legittimazione. 4. – Nel merito, il ricorso è fondato. Secondo la costante giurisprudenza di questa Corte, per l'esistenza di un nesso funzionale tra le dichiarazioni rese da un parlamentare al di fuori della sede istituzionale e l'espletamento delle sue funzioni di membro del Parlamento, è necessario che tali dichiarazioni possano essere identificate come espressione dell'esercizio di attività parlamentari (cfr. sentenze n. 10 e n. 11 del 2000), ed il compito di questa Corte è limitato alla verifica dell'esistenza di tale nesso (da ultimo, sentenze n. 314, n. 315 e n. 317 del 2006). Nel caso in esame, né la delibera di insindacabilità né la proposta della Giunta delle elezioni e delle immunità del Senato contengono alcun riferimento ad atti tipici compiuti dal parlamentare sul tema oggetto della deposizione. La relazione della Giunta (cui fa integrale rinvio la delibera di insindacabilità) – ritenuto «estremamente riduttivo [...] collegare e limitare la tutela della insindacabilità di un parlamentare ad una stretta connessione e pertinenza rispetto alle dichiarazioni da lui rese nell'esercizio dell'attività parlamentare formalmente intesa» – osserva che la vicenda in esame «travalica il fatto in sé per assumere il rilievo di una denuncia dei mali della giustizia, di deprecabili comportamenti di magistrati di cui, quello in esame, non è purtroppo l'unico ma uno dei tanti che negli ultimi anni, con frequente ricorrenza, hanno violentemente caratterizzato e condizionato l'amministrazione della giustizia nel nostro paese [...] significativo episodio che rivela, in particolare, le distorsioni delle regole processuali nell'uso (e nell'abuso!) dei collaboratori di giustizia». E conclude affermando che alle dichiarazioni medesime deve attribuirsi «il significato di critica politica collegata alla funzione parlamentare» del senatore. Ma è consolidato l'orientamento di questa Corte secondo cui il mero «contesto politico» o comunque l'inerenza a temi di rilievo generale dibattuti in Parlamento, entro cui le dichiarazioni si possano collocare, non vale in sé a connotarle quali espressive della funzione, ove esse, non costituendo la sostanziale riproduzione di specifiche opinioni manifestate dal parlamentare nell'esercizio delle proprie attribuzioni, siano non già il riflesso del peculiare contributo che ciascun deputato e ciascun senatore apporta alla vita parlamentare mediante le proprie opinioni e i propri voti (come tale coperto, a garanzia delle prerogative delle Camere, dall'insindacabilità), ma un'ulteriore e diversa articolazione di siffatto contributo, elaborata ed offerta alla pubblica opinione nell'esercizio della libera manifestazione del pensiero assicurata a tutti dall'art. 21 della Costituzione (sentenze n. 317 del 2006 e n. 51 del 2002). Né varrebbe obbiettare che la deposizione resa nel giudizio penale costituisca atto tipico della funzione di senatore: infatti l'obbligo di rendere testimonianza (e, con essa, di dire la verità) riguarda direttamente ogni cittadino e l'esercizio di tale dovere non richiede l'intermediazione della rappresentanza parlamentare. La dichiarazione fatta nel corso di tale incombente istruttorio non può assumere, dunque, i connotati di un atto tipico della funzione per il solo fatto che ne sia autore un parlamentare (cfr. sentenza n. 286 del 2006). Le dichiarazioni rese dal senatore non rientrano, pertanto, nell'esercizio della sua funzione parlamentare e non sono garantite dall'insindacabilità. Conseguentemente, l'impugnata delibera del Senato della Repubblica ha violato l'art. 68, primo comma, della Costituzione, ledendo con ciò le attribuzioni dell'autorità giudiziaria ricorrente, e deve essere annullata.. per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE dichiara che non spettava al Senato della Repubblica affermare che i fatti oggetto del processo civile, proposto dal dott. Guido Salvini contro il senatore Marco Boato e pendente davanti alla Corte d'appello di Milano, sezione seconda civile, concernono opinioni espresse da quest'ultimo nell'esercizio delle sue funzioni, ai sensi dell'art. 68, primo comma, della Costituzione; annulla, per l'effetto, la delibera di insindacabilità adottata dal Senato della Repubblica nella seduta del 31 gennaio 2001 (doc. IV-quater, n. 61). Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 9 ottobre 2006. F.to: Franco BILE, Presidente e Redattore Giuseppe DI PAOLA, Cancelliere Depositata in Cancelleria il 13 ottobre 2006. Il Direttore della Cancelleria F.to: DI PAOLA