[pronunce]

dall'altro, il codice di rito già conosce l'ipotesi della sospensione obbligatoria del processo qualora l'imputato sia incapace di stare in giudizio (art. 71 cod. proc. pen.), senza che ciò faccia venire meno il principio di obbligatorietà dell'azione penale. Alla luce di tale tertium comparationis, quindi, si riscontrerebbe anche una violazione dell'art. 3 Cost. inteso come principio di ragionevolezza, posto che, in presenza di «situazioni omologhe (di totale inconsapevolezza dell'accusa) - ed entrambe comportanti l'impossibilità di garantire il contraddittorio costituzionalmente obbligatorio a livello oggettivo e soggettivo - viene prevista soltanto nei casi di cui agli artt. 70 e 71 c.p.p. la sospensione obbligatoria del processo (e, per l'effetto, del corso della prescrizione)». L'ipotizzata sospensione, del resto, non andrebbe ad urtare contro il principio di ragionevole durata del processo pure previsto dall'art. 111 Cost., posto che l'unico modello di processo conforme a Costituzione è quello che prevede la presenza dell'imputato. Quanto alla rilevanza, il remittente precisa che essa sussiste in quanto l'imputata è stata tratta a giudizio, su citazione diretta del pubblico ministero, col rito degli irreperibili, ossia tramite consegna al difensore d'ufficio all'uopo nominato; ed aggiunge che, sulla base delle norme impugnate, verificata la regolare instaurazione del contraddittorio e dichiarata la contumacia, il processo dovrebbe regolarmente proseguire. Il Tribunale, pertanto, chiede che le norme denunciate vengano dichiarate costituzionalmente illegittime «nella parte in cui non prevedono la sospensione obbligatoria del processo penale nei confronti degli imputati ai quali il decreto di citazione a giudizio è stato notificato previa emissione di decreto di irreperibilità».1.-- Il Tribunale di Pinerolo, in composizione monocratica, in sede di dibattimento instaurato con decreto di citazione diretta a giudizio notificato al difensore dell'imputata dopo l'emissione da parte del pubblico ministero del decreto di irreperibilità, ha sollevato, in riferimento agli artt. 3, 10, primo comma, 97, primo comma e 111, secondo, terzo e quarto comma della Costituzione, questione di legittimità costituzionale degli artt. 159, 160, 420-quater, comma 1, e 484 del codice di procedura penale, «nella parte in cui non prevedono la sospensione obbligatoria del processo nei confronti degli imputati ai quali il decreto di citazione a giudizio sia stato notificato previa emissione del decreto di irreperibilità». Il remittente espone di essere consapevole che questa Corte, con la sentenza n. 399 del 1998, ha dichiarato non fondata la questione di legittimità costituzionale degli artt. 159 e 160 cod. proc. pen. sul rilievo che il legislatore, modificando la previgente disciplina, aveva previsto che fossero svolte più rigorose e ripetute ricerche al fine di limitare al massimo i processi a carico di irreperibili e nel contempo aveva anche regolato, nell'ambito dell'art. 175 cod. proc. pen. , situazioni che consentissero a chi fosse stato giudicato, a sua insaputa, con il rito degli irreperibili, una volta venuto a conoscenza del processo, di esercitare il proprio diritto di difesa. Con tali modifiche il legislatore italiano aveva inteso adeguare la normativa interna alla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali (CEDU), come interpretata dalla Corte di Strasburgo, in particolare con la sentenza del 12 febbraio 1985 (Colozza c. Italia). Il Tribunale, tuttavia, ritiene che la questione debba essere riproposta con riguardo alle modifiche apportate, successivamente alla suddetta pronuncia di questa Corte, all'art. 111 Cost., i cui commi secondo, terzo e quarto impongono lo svolgimento di un effettivo contraddittorio come requisito di qualsiasi processo, in conformità con le norme dell'art. 6, lettere a) e b), della menzionata Convenzione, assicurando all'imputato garanzie non minori di quelle in essa previste. L'effettività del contraddittorio, alla stregua del novellato testo dell'art. 111 Cost., è richiesta non soltanto a tutela del diritto di difesa, ma anche come «garanzia oggettiva rispondente a un interesse di rilevanza pubblicistica». Le suindicate modifiche costituzionali, ad avviso del remittente, rendono irrilevanti le misure cosiddette ripristinatorie o riparatorie, cioè dirette a tutelare il diritto di difesa dell'imputato una volta che sia venuto a formale conoscenza del processo svoltosi in sua contumacia. Le disposizioni suddette sono censurate, inoltre, con riguardo all'art. 97, primo comma, Cost., perché un processo svoltosi senza che l'imputato abbia avuto conoscenza dell'accusa e possibilità di preparare la difesa sarebbe un processo inutile, con spreco di energie «finanziarie e lavorative» e violazione del principio del buon andamento della pubblica amministrazione. Il Tribunale di Pinerolo ritiene che, per eliminare i suindicati profili di illegittimità costituzionale, si dovrebbe imporre la sospensione del processo nei confronti degli irreperibili e, a tal proposito, nel rammentare che l'art. 71 cod. proc. pen. prevede la sospensione del processo qualora l'imputato sia incapace, osserva che la situazione di colui che ignora la pendenza di un processo a suo carico perché irreperibile è assimilabile a quella di chi, essendo incapace, non è in grado di conoscere e valutare la pendenza del processo e difendersi. La mancata estensione all'irreperibile del trattamento processuale previsto per l'incapace costituirebbe violazione dell'art. 3 della Costituzione. 2.-- Nessuna delle censure proposte è fondata. Il giudice remittente afferma che, a seguito delle innovazioni apportate all'art. 111 Cost. dalla legge costituzionale 23 novembre 1999, n. 2, l'esigenza del contraddittorio trascende la tutela delle posizioni soggettive delle parti e costituisce un'indefettibile connotazione del processo, sicché, ove questo si svolgesse senza effettivo contraddittorio, sarebbe un "simulacro" di processo. Ora, a prescindere da qualsiasi considerazione sulla validità della concezione oggettiva del contraddittorio, da essa non possono trarsi, ai fini della presente questione, le conseguenze prospettate con l'ordinanza di rimessione. L'enunciazione del quarto comma dell'art. 111 Cost., secondo cui nel processo penale «la formazione della prova è regolata dal principio del contraddittorio», non comporta che il cosiddetto profilo oggettivo del medesimo non sia correlato con quello soggettivo e non costituisca comunque un aspetto del diritto di difesa. Mentre, infatti, il remittente non chiarisce se l'inutilità dei processi svoltisi senza effettivo contraddittorio sia, in ipotesi, tale da riguardare anche quelli definiti con sentenza di proscioglimento e non dice a chi dovrebbe competere farla valere, il comma quinto della medesima disposizione costituzionale, nell'ammettere la deroga al principio, fa riferimento anzitutto al consenso dell'imputato.