[pronunce]

SENTENZA ha pronunciato la seguentenel giudizio di legittimità costituzionale dell'art. 609-sexies del codice penale, introdotto dall'art. 7 della legge 15 febbraio 1996 n. 66 (Norme contro la violenza sessuale), promosso con ordinanza del 23 maggio 2005 dal Giudice dell'udienza preliminare del Tribunale di Modena nel procedimento penale a carico di P. T., iscritta al n. 471 del registro ordinanze 2005 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica, prima serie speciale, dell'anno 2005. Visto l'atto di costituzione di P. T. nonché l'atto di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri; udito nell'udienza pubblica del 19 giugno 2007 il Giudice relatore Giovanni Maria Flick; udito l'avvocato Mario Marchiò per P. T. e l'avvocato dello Stato Giovanni Lancia per il Presidente del Consiglio dei ministri.. Ritenuto in fatto Considerato in diritto 1. – Con l'ordinanza indicata in epigrafe – emessa nell'ambito di un processo penale nei confronti di persona imputata del delitto di cui all'art. 609-quater del codice penale (atti sessuali con minorenne) – il Giudice dell'udienza preliminare del Tribunale di Modena ha sollevato, in riferimento all'art. 27, primo e terzo comma, della Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell'art. 609-sexies del codice penale, inserito dall'art. 7 della legge 15 febbraio 1996, n. 66 (Norme contro la violenza sessuale), in forza del quale «quando i delitti previsti negli articoli 609-bis, 609-ter, 609-quater e 609-octies sono commessi in danno di persona minore degli anni quattordici, nonché nel caso del delitto di cui all'articolo 609-quinquies, il colpevole non può invocare, a propria scusa, l'ignoranza dell'età della persona offesa». Il giudice a quo premette che, nel corso dell'udienza preliminare, il difensore dell'imputato aveva eccepito l'illegittimità costituzionale della norma de qua, assumendo che, nel caso di specie, l'imputato era stato indotto in errore dalla persona offesa, dichiaratasi, contro il vero, maggiore degli anni quattordici al momento del fatto: circostanza, questa, confermata dallo stesso minore in sede di assunzione di informazioni testimoniali. Al riguardo, il rimettente osserva come la disposizione denunciata – riproducendo «quasi tralatiziamente» il previgente art. 539 cod. pen. – introduca, a fini di più stringente protezione dei minori, una evidente deroga ai principi generali in materia di dolo. Essa sancisce, infatti, una sorta di presunzione iuris et de iure di conoscenza dell'età della persona offesa da parte dell'agente, impedendo conseguentemente a quest'ultimo di provare l'incolpevole ignoranza di detta età o l'erroneo convincimento di una età superiore. Il giudice a quo ricorda, altresì, come questa Corte sia stata chiamata a verificare in più occasioni la legittimità costituzionale del citato art. 539 cod. pen. , negando tuttavia fondamento alle censure. In particolare, la sentenza n. 107 del 1957 – confermata dall'ordinanza n. 22 del 1962 e dalla sentenza n. 20 del 1973 (recte: n. 20 del 1971) – ha escluso che la disposizione ledesse il principio di personalità della responsabilità penale, sancito dall'art. 27, primo comma, Cost.: e ciò in base al duplice rilievo che detto principio vieterebbe unicamente la responsabilità per fatto altrui, nella specie non riscontrabile, essendo richiesto, per la punibilità dell'agente, un nesso di causalità materiale tra la sua condotta e l'evento; e che, comunque, anche qualora si ritenesse necessario un concorrente nesso psichico, la conclusione non muterebbe, in quanto l'età del soggetto passivo non atterrebbe all'evento del reato – rappresentato dal «congiungimento carnale abusivo», che deve essere investito «dalla coscienza e dalla volontà intenzionale» – ma costituirebbe «un presupposto del reato e più propriamente una condizione (non obiettiva) di punibilità la cui consapevolezza è estranea al nesso tra azione ed evento». La sentenza n. 209 del 1983 (l'ultima sul tema) – ricorda ancora il rimettente – oltre a ribadire la pregressa interpretazione dell'art. 27, primo comma, Cost., ha escluso anche la configurabilità di una lesione del principio di eguaglianza, di cui all'art. 3 Cost. (ventilata sotto vari profili), rimarcando come l'art. 539 cod. pen. mirasse a realizzare «un'accentuata tutela del minore degli anni quattordici, ritenuto incapace di consenso valido alla congiunzione carnale». Posteriormente a tali decisioni – prosegue il giudice a quo – si è tuttavia affermata e consolidata, nella giurisprudenza costituzionale, una diversa lettura del principio di personalità della responsabilità penale. Alla stregua della «fondamentale» sentenza n. 364 del 1988, infatti, per «fatto proprio» – del quale soltanto si è chiamati a rispondere – «non si intende il fatto collegato al soggetto, all'azione dell'autore, dal mero nesso di causalità materiale […] ma anche, e soprattutto, dal momento subiettivo, il quale deve investire – almeno nella forma della colpa – gli elementi più significativi della fattispecie tipica». Ancora più esplicito risulterebbe, peraltro, il dictum della successiva sentenza n. 1085 del 1988, secondo la quale «perché l'art. 27, primo comma, Cost. sia pienamente rispettato e la responsabilità penale sia autenticamente personale, è indispensabile che tutti e ciascuno degli elementi che concorrono a contrassegnare il disvalore della fattispecie siano soggettivamente collegati all'agente (siano cioè investiti dal dolo o dalla colpa) ed è altresì indispensabile che tutti e ciascuno dei predetti elementi siano allo stesso agente rimproverabili e cioè anche soggettivamente disapprovati». Alla «regola della rimproverabilità» si sottrarrebbero «soltanto gli elementi estranei alla materia del divieto (come le condizioni estrinseche di punibilità che, restringendo l'area del divieto, condizionano, appunto, quest'ultimo o la sanzione alla presenza di determinati elementi oggettivi)». In sostanza, alla luce di tali sentenze, il principio di personalità della responsabilità penale potrebbe ritenersi rispettato solo quando il precetto penale sia formulato in termini tali da garantire il collegamento psichico tra l'agente e il «nucleo significativo o fondante della fattispecie», nel quale si risolve il disvalore del fatto incriminato, giustificando così la funzione rieducativa della pena, che ne consegue. In tale nuova prospettiva, sarebbe peraltro indubbio – con riguardo ai reati che offendono la libertà sessuale dei minori; e in particolare a quello di cui all'art. 609-quater cod. pen. , che punisce il compimento di atti sessuali con un minore degli anni quattordici – che l'età del soggetto passivo non possa essere imputata in via oggettiva all'autore del fatto, senza compromettere il parametro costituzionale evocato.