[pronunce]

Né assumeva rilievo che il giudizio sulla meritevolezza fosse affidato al datore di lavoro, dal momento che, nel caso di ingiustificata negazione della reintegrazione, il lavoratore poteva rivolgersi, comunque sia, al giudice per far valere le proprie ragioni. La Corte d'appello rilevava, infine, come la retrocessione fosse, in ogni caso, meno afflittiva del licenziamento o, con riferimento agli autoferrotranvieri, della destituzione: sanzione la cui legittimità era fuori discussione. 1.2.- La sentenza era impugnata dal dipendente con ricorso per cassazione. Secondo il ricorrente, a torto i giudici di merito avrebbero ritenuto manifestamente infondate le questioni di costituzionalità prospettate. La tutela del lavoro, prevista dall'art. 35, primo comma, Cost., dovrebbe ritenersi, infatti, estesa anche alla professionalità maturata dal lavoratore, stante l'essenziale rilievo che la qualifica riveste nel rapporto di lavoro e la sua connessione con la personalità del prestatore. In quest'ottica, la qualifica potrebbe rimanere soggetta a variazioni in relazione alla modificazione della capacità lavorativa del prestatore, ma non per motivi puramente disciplinari. La previsione, ad opera delle norme censurate, della possibilità che il datore di lavoro, con provvedimento disciplinare, privi il lavoratore della capacità lavorativa raggiunta, retrocedendolo a una qualifica inferiore, si porrebbe, d'altra parte, in contrasto con la disciplina stabilita dalla stessa legislazione ordinaria più recente in rapporto alla generalità dei lavoratori. L'art. 2103 del codice civile - nel testo vigente alla data di applicazione della sanzione di cui discute nel giudizio a quo - affermava, infatti, il diritto del lavoratore a vedere sempre rispettate le mansioni e la qualifica per le quali è stato assunto, o successivamente acquisite, sottraendole, così, indirettamente alla sfera di efficacia dei provvedimenti disciplinari. L'art. 7, comma quarto, della legge 20 maggio 1970, n. 300 (Norme sulla tutela della libertà e dignità dei lavoratori, della libertà sindacale e dell'attività sindacale nei luoghi di lavoro e norme sul collocamento) stabilisce, a sua volta, che, fermo restando quanto previsto dalla legge 15 luglio 1966, n. 604 (Norme sui licenziamenti individuali), non possono essere disposte sanzioni disciplinari che comportino mutamenti definitivi del rapporto di lavoro. Costituirebbe, pertanto, principio generale dell'ordinamento in materia di lavoro che l'unica modificazione definitiva consentita come sanzione disciplinare consista nel licenziamento, quando ne ricorrano gli estremi. Le norme censurate violerebbero, di conseguenza - secondo il ricorrente - anche l'art. 3 Cost., prevedendo una disciplina differenziata e peggiorativa per i soli dipendenti delle aziende ferrotranviarie. Tale disparità di trattamento non potrebbe essere giustificata - come sostenuto dai giudici di merito - con l'asserita specialità del rapporto di lavoro dei dipendenti delle aziende di trasporto pubblico in regime di concessione, non avendo alcun collegamento con le peculiarità di tale rapporto. Anche ad ammettere che si tratti di una forma di rapporto di lavoro intermedia tra l'impiego pubblico e quello privato, non vi sarebbe alcuna plausibile ragione per mantenere una sanzione disciplinare definitiva, quale la retrocessione, che non è prevista neppure per i dipendenti delle pubbliche amministrazioni. Nello stesso settore del trasporto pubblico e privato, la sanzione in parola costituirebbe, in effetti, un unicum, non essendo contemplata dai contratti di lavoro collettivi né in rapporto ai ferrovieri e agli autoferrotranvieri internavigatori delle autolinee private, né per i dipendenti delle Ferrovie dello Stato, né, ancora, per i dipendenti delle aziende di trasporto merci. La sanzione contestata era stata tratta, in realtà, dall'armamentario sanzionatorio previsto per i militari: il che la renderebbe ormai priva di senso, non sussistendo più alcuna ragione di equiparazione tra gli appartenenti alle forze armate e i dipendenti del settore autoferrotranviario. La Corte d'appello avrebbe, inoltre, completamente omesso di prendere in esame l'eccezione di illegittimità costituzionale formulata dal ricorrente in riferimento agli artt. 2 e 4 Cost. Le disposizioni considerate si porrebbero, in effetti, in contrasto anche con l'art. 2 Cost. Il diritto al lavoro - e, di conseguenza, alla qualifica e alla mansione corrispondente - andrebbe, infatti, incluso tra i diritti inviolabili dell'uomo, essendo il lavoro non soltanto una fonte di sostentamento, ma anche una manifestazione della personalità del lavoratore. Il diritto in questione dovrebbe essere rispettato, pertanto, non solo dal legislatore, ma anche da qualsiasi ordinamento privato che intenda prevedere sanzioni a carico dei suoi aderenti. Sarebbe pure vulnerato l'art. 4 Cost., che riprende e sviluppa l'affermazione dell'art. 1 Cost., riguardo al riconoscimento del lavoro come principio fondante della Repubblica. La norma costituzionale assegna, infatti, al lavoro il duplice ruolo di diritto e di dovere, esaltandone la funzione non solo come mezzo di produzione di ricchezza, ma anche come strumento di realizzazione dell'individuo e delle sue aspirazioni. Con riguardo, infine, alla limitazione temporale della sanzione di cui si discute, cui aveva fatto riferimento la Corte d'appello, connessa al fatto che, a mente dell'art. 44, ultimo comma, dell'Allegato A al r.d. n. 148 del 1931, il prestatore può ottenere la restituzione nella qualifica rivestita prima della retrocessione, decorso un anno dal provvedimento, si trattava di mera eventualità rimessa a un giudizio discrezionale di meritevolezza da parte dell'azienda. In fatto, il ricorrente si era visto ripetutamente respingere le istanze di reintegrazione nella qualifica rivolte alla società resistente, ed era dubbio che potesse di ciò dolersi davanti al giudice, essendo la relativa scelta rimessa alle insindacabili determinazioni del datore di lavoro. 1.3.- Ad avviso della Corte rimettente, le doglianze del ricorrente nel giudizio principale, ora ricordate, risulterebbero «in larga parte giustificate» e rilevanti ai fini della definizione della controversia. A quest'ultimo riguardo, il giudice a quo osserva come, nel caso di specie, debba ritenersi pacificamente operante la giurisdizione ordinaria, non essendo state le pronunce di merito impugnate sul punto, con conseguente formazione del giudicato.