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Oggi il matrimonio è egualitario per un miliardo e trecento milioni di persone che vivono in trentun Paesi del mondo, ma è ancora poca cosa rispetto a un totale di 235 Paesi, grandi e piccolissimi, in alcuni dei quali la dignità delle persone omosessuali è annientata da leggi che infliggono o tollerano nei loro confronti violenze, carcere e in alcuni casi la morte. Almeno la metà dei Paesi nei quali il matrimonio è egualitario si concentrano in Europa e nell'Unione europea, ma tra essi l'assenza dell'Italia è un buco nero sulla mappa. Di fronte all'immobilismo del Parlamento italiano sono state intraprese svariate iniziative, la più fruttuosa delle quali fu avviata nel 2008 da numerose coppie dello stesso sesso, che aderirono alla campagna « Affermazione civile » portata avanti da alcune associazioni. Nello specifico, le coppie presentarono richiesta di pubblicazioni matrimoniali per potersi sposare in Italia, e di fronte al rifiuto opposto dagli ufficiali di stato civile avviarono procedimenti giudiziari i cui esiti hanno consentito di chiarire l'esistenza nel nostro ordinamento di almeno due distinti diritti fondamentali garantiti a chi svolga la sua personalità in una relazione stabile: quello alla « vita familiare » e quello al « matrimonio ». Il diritto alla « vita familiare », ulteriormente distinto da quello fondamentale alla « vita privata », da intendersi come protezione da ingerenze arbitrarie dello Stato nella vita (emozionale e sessuale) di una persona, riguarda i legami familiari costituiti al di fuori del vincolo matrimoniale. Le coppie dello stesso sesso e di sesso opposto non presentano differenze nella costruzione della « vita familiare » dal momento che le prime « hanno la stessa capacità » delle seconde « di costruire relazioni stabili e durature ». Conseguentemente, esse si trovano in una situazione sostanzialmente simile a una coppia di diverso sesso con riferimento al bisogno di riconoscimento e protezione legale della loro relazione (Corte europea dei diritti Umani, sentenza Schalk e Kopf contro Austria, 24 giugno 2010, paragrafo 99). La Corte costituzionale ha evidenziato che questo « diritto fondamentale » deve essere garantito alle stabili convivenze tra persone dello stesso sesso mediante « riconoscimento giuridico con i connessi diritti e doveri » (sentenza n. 138 del 2010, paragrafo 8) e successivamente la Corte europea dei diritti dell'uomo ha condannato l'Italia per la mancanza assoluta di riconoscimento e regolamentazione proprio del diritto alla « vita familiare » delle persone omosessuali, protetto dall'articolo 8 della Convenzione europea dei diritti umani (sentenze Oliari e altri contro Italia, 21 luglio 2015, e Orlandi e altri contro Italia, 14 dicembre 2017). Alla tutela della « vita familiare » delle coppie dello stesso sesso il Parlamento italiano ha provveduto a dare garanzia con la legge 20 maggio 2016, n. 76, che ha istituito e regolato le unioni civili tra persone dello stesso sesso, mentre il presente disegno di legge provvede, come anticipato, a liberare definitivamente l'altro diritto fondamentale, quello del matrimonio, dall'incrostazione del « paradigma eterosessuale », con tutto il suo precipitato di discriminazione e pregiudizio, per renderlo finalmente egualitario. A chi dovesse obiettare, non persuaso da quanto è stato fin qui scritto sui diritti inviolabili, che l'introduzione del matrimonio egualitario in Italia necessiterebbe di una modifica costituzionale, non ritenendo sufficiente l'approvazione di una legge ordinaria, va osservato che la formulazione dell'articolo 29, primo comma, della Costituzione « riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio », senza imporre uno specifico genere per i componenti della coppia. L'interpretazione dell'articolo 29 della Costituzione non può essere in contrasto con la sua formulazione, ma neppure con il canone anti-discriminatorio e con la garanzia dei diritti fondamentali per tutti, stabiliti dagli articoli 2 e 3 della Costituzione. Il matrimonio diventerà la « società naturale » che la Costituzione dichiara di riconoscere, quando anche le famiglie delle persone omosessuali potranno finalmente accedervi. Nella citata sentenza n. 138 del 2010, la Corte costituzionale si è limitata a far emergere – come già detto – il diritto fondamentale alla vita familiare delle coppie formate da persone dello stesso sesso, senza dichiarare incostituzionale la loro esclusione dal matrimonio. In quella circostanza, la Corte ha evidenziato che « i concetti di famiglia e di matrimonio non si possono ritenere “cristallizzati” con riferimento all'epoca in cui la Costituzione entrò in vigore », ma ha preferito rimettere alla discrezionalità del Parlamento l'eventuale superamento del « significato del precetto costituzionale », dalla Corte ricostruito originalisticamente attraverso « la nozione di matrimonio definita dal codice civile entrato in vigore nel 1942, che [...] stabiliva (e tuttora stabilisce) che i coniugi dovessero essere persone di sesso diverso ». Se il codice civile del 1942, che è legge ordinaria, ha prodotto l'interpretazione del precetto costituzionale (in contrasto con il principio che sia la costituzionalità delle leggi a dover essere valutata sulla base delle disposizioni costituzionali), la sua modificazione attraverso il presente disegno di legge permetterà di rendere finalmente egualitario il matrimonio, come è accaduto in altri Paesi, per esempio il Portogallo, in cui la formulazione dell'articolo della Costituzione sul matrimonio (articolo 36, comma 1) non è dissimile da quella della Costituzione italiana. Proprio in Portogallo, la Corte costituzionale in un primo momento aveva rigettato il caso portato da una coppia dello stesso sesso, attribuendo al legislatore il compito di scegliere sull'eguaglianza del matrimonio (sentenza n. 359 del 2009), ma, dopo che il Parlamento ha approvato con legge ordinaria il matrimonio egualitario, ha sancito la costituzionalità di questa legge, nulla eccependo sulla correttezza dello strumento utilizzato dal legislatore (sentenza n. 121 del 2010). L'accesso egualitario al matrimonio stabilisce per tutte le coppie i medesimi requisiti e gli stessi effetti, anche in materia di adozione. Rispetto a tale istituto, si evidenzia che ripetutamente è stata messa in luce la non incidenza dell'orientamento sessuale dei componenti la coppia sull'idoneità all'assunzione della responsabilità genitoriale, ed è stato escluso che l'orientamento sessuale del richiedente l'adozione e del suo consorte, nella specie quella in casi particolari oggi accessibile alle coppie dello stesso sesso, possa comportare di per sé una valutazione negativa circa la sussistenza del requisito dell'interesse del minorenne (Corte di cassazione, prima sezione civile, sentenza 22 giugno 2016, n. 12962). In particolare, per escludere la sussistenza di tale requisito, sarebbe necessario fornire la prova in concreto, sul piano scientifico e giuridico, della dannosità per l'educazione e lo sviluppo della personalità del figlio del suo inserimento in una famiglia con due figure genitoriali dello stesso sesso (Corte di cassazione, prima sezione civile, sentenza 30 settembre 2016, n. 19599).