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Tutto ciò premesso, si esprime un parere favorevole condizionato al recepimento delle seguenti osservazioni: In merito all'articolo 3: i decreti delegati che il Governo dovrà emanare in attuazione della presente legge di delegazione europea, in particolare ai sensi dell'articolo 3, comma 1, lettera g) , dovranno certamente definire una nuova fattispecie di organizzazione criminale composta da due o più persone ai sensi della decisione quadro 2008/841/GAI del Consiglio del 24 ottobre 2008 (che non corrisponde ai nostri reati associativi) e le relative circostanze aggravanti per i reati fine commessi nell'ambito di tale organizzazione. Potrebbe pertanto essere questa una concreta occasione per risolvere con un intervento legislativo, riconducibile alla presente delega, i problemi applicativi ed i contrasti giurisprudenziali sorti in relazione all'aggravante di reato transnazionale, introdotta dall'articolo 4 legge 16 marzo 2006 di ratifica della Convenzione Onu di Palermo del 2000, oggi inserita nel codice penale all'articolo 61- bis , che prevede un aumento di pena da un terzo alla metà (aggravante ed effetto speciale) per tutti quei reati alla cui realizzazione abbia contribuito un gruppo criminale organizzato, impegnato in attività criminali in più di uno Stato. Fin dalle prime applicazioni considerata l'infelice formulazione lessicale, sono sorti contrasti interpretativi circa l'applicabilità dell'aggravante della transnazionalità ai reati associativi. Un primo orientamento riteneva sufficiente l'operatività dell'associazione in più di uno Stato. Un successivo orientamento, al contrario, sosteneva l'ontologica e concettuale incompatibilità sulla ovvia considerazione che non può ipotizzarsi l'esistenza di un gruppo criminale organizzato che "contribuisca''' (secondo la formulazione del 61- bis del codice penale) all'esistenza di se stesso (associazione per delinquere), pertanto la circostanza aggravante poteva essere applicata soltanto ai reati fine dell'associazione. Il contrasto giurisprudenziale venne risolto dalle Sezioni Unite della Cassazione che, con la sentenza Adami n. 18374 del 31 gennaio 2013, stabilì il seguente principio: "La speciale aggravante di cui all'articolo 4 legge 16/3/2006 n. 146 (oggi articolo 61- bis del codice penale) è applicabile al reato associativo, sempreché il gruppo criminale organizzato transnazionale non coincida con l'associazione stessa". La locuzione "dare contributo" postula, infatti, "alterità" o diversità tra i soggetti interessati, ossia tra soggetto agente (il gruppo organizzato) e realtà plurisoggettiva beneficiaria dell'apporto causale. In questo senso, e per semplificare, ritengono le Sezioni Unite che "gruppo criminale organizzato" e associazione per delinquere siano due entità distinte, non sovrapponibili neppure in minima parte, e che per tale ragione l'aggravante della transnazionalità sia applicabile alle fattispecie associative solo allorquando il contributo richiesto dalla norma sia fornito da parte di un gruppo criminale organizzato (diverso dall'associazione per delinquere appunto) operante in più di uno Stato. Il quadro di assoluta incertezza interpretativa che aveva determinato la pronuncia delle Sezioni Unite (sentenza Sezioni Unite 18374/2013) ha subito determinato, in seno alla giurisprudenza di legittimità, un nuovo inevitabile contrasto. In altri termini, ci si chiede: il concetto di alterità tra l'associazione per delinquere e il gruppo criminale organizzato, principio cardine dell'insegnamento delle Sezioni Unite (sentenza Adami) è da considerarsi ad esclusivo appannaggio delle fattispecie associative, ovvero al contrario, costituisce principio generale valido anche allorquando l'aggravante acceda ai reati fine dall'associazione per delinquere? E per l'effetto, potrà dirsi configurabile l'aggravante nei reati fine dell'associazione allorquando il gruppo criminale organizzato sia esso stesso l'associazione per delinquere? La questione - considerata la frequente "facilità" con la quale la contestazione dell'aggravante è solita essere avanzata, e tenuto altresì conto dei considerevoli effetti pregiudizievoli che comporta, specialmente sul piano cautelare - appare tutt'altro che marginale. Si pensi, ad esempio, ad un'associazione per delinquere dedita all' importazione in Italia di ingenti quantità di sostanze stupefacenti da un qualsiasi Stato estero: qualora l'associazione criminale, come sovente accade, abbia una consolidata articolazione nello Stato estero, e quindi non necessiti di alcun contributo ai fini dell'importazione in Italia delle sostanze illecite, sarà possibile configurare la suddetta aggravante alle singole fattispecie di importazione commesse dagli associati, seppur questi ultimi non abbiano beneficiato di contributi diversi da quello fornito dal vincolo associativo? Sul punto, non può omettersi di rilevare come permangano ulteriori, fondamentali, incertezze generate dalla pronuncia in parola: cosa significa che il "gruppo" deve dare un contributo? È necessario che il contributo venga prestato anche solo da un singolo componente del gruppo ovvero è richiesto il coinvolgimento di più di un soggetto ovvero dell'intero gruppo? Rileva che tale contributo debba riguardare l'ordinaria attività criminosa del gruppo o può essere anche di diversa natura? Tutti interrogativi che, allo stato, rimangono senza risposta. Non può certo non evidenziarsi, inoltre, il paradossale esito derivante dalla sentenza delle Sezioni Unite: la diretta conseguenza del principio di alterità tra le strutture comporta, infatti, la possibilità di applicare una pena più severa ad una associazione per delinquere italiana adiuvata da un gruppo transnazionale, rispetto a quella che potrebbe riconoscersi ad un'unica associazione italiana operante oltre i confini nazionali, magari dotata di una struttura ampia e complessa e con basi operative in vari Stati esteri, nonostante in questo ultimo caso il disvalore penalistico risulti di gran lunga superiore. A seguito della pronuncia in parola, infatti, le associazioni per delinquere operanti in più di uno Stato non sono (più) riconosciute come aggravate ex articolo 4 della legge n. 146 del 2006, salvo naturalmente l'accertamento di un gruppo criminale organizzato "esterno" che abbia contribuito causalmente alla costituzione o alla permanenza dell'associazione stessa. La lotta al crimine organizzato transnazionale sembra non poter prescindere dalla lotta ai reati associativi commessi in più Stati, essendo proprio quest'ultima forma delinquenziale a determinare, il più delle volte, la commissione dei reati transnazionali in genere: come è possibile, ci si chiede, combattere il crimine organizzato transnazionale senza combattere le associazioni per delinquere operanti oltre i propri confini nazionali ? Paradossalmente, sarebbe più logico, e più coerente con gli scopi e con la ratio della istituenda Procura Europea che l'aggravante della transnazionalità fosse astrattamente configurabile anche nelle fattispecie associative oltre che nei reato fine.