[pronunce]

SENTENZA ha pronunciato la seguentenel giudizio di legittimità costituzionale degli articoli 12, comma 1, lettera c), e 16 del codice di procedura penale promosso dal Tribunale di Lecce nel procedimento penale a carico di G. V. ed altri, con ordinanza del 3 novembre 2011, iscritta al n. 36 del registro ordinanze 2012 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 12, prima serie speciale, dell'anno 2012. Visti gli atti di costituzione di G. V., K. R. e M. F., nonché l'atto di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri; udito nell'udienza pubblica del 15 gennaio 2013 il Giudice relatore Giuseppe Frigo; uditi gli avvocati Francesco Centonze e Giovanni Briola per G. V., Jacopo Pensa e Paola Boccardi per K. R., Paolo Trombetti per M. F. e l'avvocato dello Stato Ettore Figliolia per il Presidente del Consiglio dei ministri.. Ritenuto in fatto Considerato in diritto 1.- Con ordinanza del 3 novembre 2011, il Tribunale di Lecce, in composizione monocratica, ha sollevato, in riferimento agli articoli 3 e 25 della Costituzione, questione di legittimità costituzionale della disposizione combinata degli articoli 12, comma 1, lettera c), e 16 del codice di procedura penale, nella parte in cui - secondo l'interpretazione accolta dal giudice rimettente - prevede che, in caso di connessione teleologica, la competenza spetti per tutti i reati e nei confronti di tutti gli imputati al giudice del luogo in cui è stato commesso il reato più grave, anche se di questo non debbano rispondere tutti gli imputati del reato meno grave. Il giudice a quo riferisce di essere investito del processo penale nei confronti di numerose persone, imputate dei delitti di falso ideologico e truffa aggravata. In relazione al reato di falso ideologico descritto nel primo dei capi di imputazione, addebitato ad uno solo degli imputati, era stata contestata l'aggravante del nesso teleologico, di cui all'art. 61, numero 2), del codice penale, trattandosi - secondo l'ipotesi accusatoria - di reato strumentale alla commissione di quello di truffa. Come questione preliminare, i difensori di alcuni degli imputati avevano riproposto l'eccezione - già formulata nel corso dell'udienza preliminare - di incompetenza per territorio del Tribunale rimettente, rilevando come i loro assistiti fossero chiamati a rispondere del solo reato di truffa, da ritenere consumato in Milano (ivi essendo avvenuta la percezione del profitto), onde la competenza a conoscere del fatto loro ascritto sarebbe spettata al Tribunale di quella città. Secondo i difensori, sarebbe rimasta inoperante la regola di cui all'art. 16 cod. proc. pen. , in forza della quale, nel caso di connessione di procedimenti, la competenza per territorio appartiene al giudice competente per il reato più grave (nella specie, il delitto di falso ideologico, commesso in Lecce). La circostanza che tale reato fosse stato contestato, non a tutti gli imputati, ma ad uno solo di essi, non avrebbe consentito, infatti, di ravvisare l'ipotesi della connessione teleologica prevista dall'art. 12, comma 1, lettera c), cod. proc. pen. Al riguardo, il giudice a quo - premesso che il reato di truffa, quale descritto nel caso di imputazione, deve considerarsi effettivamente consumato in Milano - osserva come la previsione del citato art. 12, comma 1, lettera c), cod. proc. pen. (secondo la quale si ha connessione di procedimenti «se dei reati per cui si procede gli uni sono stati commessi per eseguire o per occultare gli altri») costituisca oggetto di due contrastanti interpretazioni nell'ambito della giurisprudenza di legittimità. In base all'orientamento prevalente, la connessione teleologica prevista dalla norma censurata presupporrebbe - conformemente a quanto sostenuto dai difensori - che vi sia identità fra gli autori del reato-fine e quelli del reato-mezzo. Quando tali reati siano stati commessi da soggetti diversi, mancando l'unità del processo volitivo tra il reato-mezzo e il reato-fine, ricorrerebbe, al più, solo un'ipotesi di connessione di natura probatoria, inidonea a determinare spostamenti di competenza, tanto più che l'interesse di un imputato alla trattazione unitaria di procedimenti connessi teleologicamente non potrebbe pregiudicare quello del coimputato a non essere sottratto al giudice naturale secondo le regole ordinarie della competenza. A tale indirizzo interpretativo si contrappongono due sentenze della Corte di cassazione (la sentenza 13 giugno 1998-22 settembre 1998, n. 10041 e la sentenza 23 settembre 2010-15 ottobre 2010, n. 37014), secondo le quali la connessione teleologica si baserebbe invece sulla sola relazione oggettiva tra i reati, a prescindere dalla comunanza dei relativi autori. Ad avviso del rimettente, andrebbe adottata questa seconda lettura, in quanto più aderente al testo della norma e all'intenzione del legislatore. Con riguardo all'ipotesi della continuazione, infatti, la lettera b) dell'art. 12, comma 1, cod. proc. pen. subordina espressamente la configurabilità della connessione alla condizione che i reati commessi con più azioni od omissioni esecutive del medesimo disegno criminoso siano attributi alla stessa persona. L'analogo riferimento al medesimo autore di più reati originariamente presente nella lettera c) è stato, di contro, rimosso dall'art. 1 del decreto-legge 20 novembre 1991, n. 367 (Coordinamento delle indagini nei procedimenti per reati di criminalità organizzata), convertito, con modificazioni, nella legge 20 gennaio 1992, n. 8. Tale modifica normativa, ove non la si voglia privare di significato, andrebbe ritenuta indicativa della volontà legislativa di attribuire rilievo al solo legame oggettivo tra gli illeciti. Alla luce di tale ricostruzione - l'unica rispondente a corretti criteri di ermeneutica giuridica, secondo il giudice a quo - la disposizione combinata degli art. 12, comma 1, lettera c), e 16 cod. proc. pen. violerebbe, tuttavia, il principio del giudice naturale precostituito per legge, sancito dall'art. 25 Cost. In senso contrario, non varrebbe obiettare che la citata disposizione, da un lato, è una «legge precostituita al fatto» e, dall'altro, individua comunque il giudice competente sulla base della «natura del fatto» stesso, sia pure valutato «nel suo complesso», tenendo conto anche dei suoi rapporti (in specie, quello di mezzo a fine) con altro reato più grave. In primo luogo, una simile tesi «proverebbe troppo». Se il parametro cui ragguagliare la «naturalità» del giudice fosse il fatto «ampliato al complesso del suo contesto», il medesimo regime normativo dovrebbe essere adottato anche in rapporto all'ipotesi della continuazione, soggetta invece alla differente disciplina di cui alla lettera b) dell'art. 12, comma 1, cod. proc. pen.