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Mi avvio a concludere, citando sinteticamente altri punti che poi nella discussione generale verranno affrontati in modo più preciso dai colleghi del Partito Democratico, perché ci sono alcuni temi che gettano ulteriormente nell'incertezza il Paese su alcune questioni di assoluta importanza. Ancora una volta si è mancato di intervenire sulle questioni legate al terremoto e ai sismi del Centro Italia, e non solo, ma il Governo in Commissione ha dato ulteriori assicurazioni sui prossimi interventi nella legge di bilancio (vedremo se sarà così). È stata prorogata tutta la normativa legata alle intercettazioni. Sui vaccini, che è una materia assolutamente sensibile per tutto il Paese ed è legata alla sicurezza delle nostre famiglie, vi è uno stop significativo su cui avremo modo di riflettere. Altri temi sono legati alle infrastrutture, al bonus cultura e alla riforma delle banche di credito cooperativo, un argomento su cui si cerca di prendere tempo. In generale, questo è un provvedimento milleproroghe che prende tempo. Si tratta di una maggioranza che probabilmente ha bisogno di rodarsi, di capire quali sono i punti di contatto tra due esperienze politiche così differenti. Ma chi subisce le conseguenze di questo dilazionamento dei tempi? Il Paese. Pertanto, noi siamo qui anche per sottolineare questi aspetti e cercare di dare il nostro contributo. PRESIDENTE . Dichiaro aperta la discussione generale. È iscritto a parlare il senatore De Bertoldi. Ne ha facoltà. DE BERTOLDI (FdI) . Signor Presidente, onorevoli colleghi, signori rappresentanti del Governo (che peraltro non vedo al loro posto: chiedo che possibilmente rientrino ai loro banchi)... Bene, oggi siamo in fase di discussione generale sul decreto-legge milleproroghe. È dal 2005 che questo malvezzo della politica italiana viene perpetrato da vari Governi. Ricordo quando coloro che oggi siedono in maggioranza strillavano dai banchi dell'allora opposizione contro il milleproroghe dicendo che loro non ne avrebbero mai fatti. Oggi ci ritroviamo con un milleproroghe presentato dal cosiddetto Governo giallo-verde; un milleproroghe che peraltro ha visto anche un dialogo pressoché nullo con il resto del Parlamento: un milleproroghe che di fatto non ha colto il dialogo e il confronto con le opposizioni. Questa è una constatazione che certamente non depone a favore dei buoni propositi che dal Parlamento, negli anni passati, si erano manifestati in vista di un miglioramento dell'attività parlamentare. Comunque, entrando nel merito, tralasciando un milleproroghe che, come abbiamo visto, nei 14 articoli che lo caratterizzano salta dalle intercettazioni alle ricette veterinarie, possiamo notare come il focus , l'elemento forse più strutturale di tale decreto-legge, sul quale vorrei intrattenermi, sia la riforma del credito cooperativo, vale a dire la riforma della cosiddetta riforma Renzi-Padoan. Quella riforma che ha prima inciso negativamente sulle banche popolari e che avrebbe potuto - uso il condizionale - incidere molto pesantemente sul credito cooperativo: incidere cioè molto pesantemente su una peculiarità del nostro sistema bancario, cioè il credito cooperativo. Quel credito che nella mutualità e nella territorialità esprime la sua caratterizzazione, che gli permette di rispondere alla particolarità del nostro sistema impresa e alla particolarità del nostro territorio. Chi vive nelle periferie di questo Paese, nelle valli (come me che provengo dal Trentino), sa che funzione hanno svolto e svolgono le casse rurali, il credito cooperativo, quelle banche che hanno i loro sportelli anche nelle cittadine e nei «paesoni» più sperduti del nostro territorio; quelle banche che permettono alle nostre imprese di avere comunque, a poca distanza dalle loro aziende e dalle loro case, uno sportello e, quindi, un interlocutore in campo finanziario. Ed è la stessa necessità che hanno i cittadini, gli anziani e i pensionati. Se non ci fosse il credito cooperativo, come dimostrano i fatti, le banche cosiddette di interesse nazionale, le grandi banche, i due grandi gruppi che oggi sono rimasti nel nostro Paese, avrebbero, come hanno fatto, abbandonato i territori periferici. Noi non vogliamo che, nell'ottica della speculazione e dell'interesse finanziario, anche il sistema cooperativo debba, di fatto, allontanarsi dalle esigenze peculiari del nostro territorio. Ebbene, se la riforma Renzi-Padoan, se la riforma del credito cooperativo fosse rimasta tale o rimanesse tale, con una capitalizzazione minima delle BCC nella capogruppo del 51 per cento, come era nelle ipotesi iniziali, sicuramente si sarebbero messe a rischio a breve la mutualità e la territorialità del credito cooperativo. Apprezziamo quindi, esprimendo un parere sicuramente favorevole, che il Governo abbia accolto la proposta che io, a nome del Gruppo Fratelli d'Italia e in sede di audizione del ministro Tria, feci, chiedendo di elevare la capitalizzazione minima del 51 per cento ad almeno il 60 per cento. Questa non sarà una sicurezza, ma perlomeno blinda, in un certo qual modo, il patrimonio delle capofila, che resterà obbligatoriamente nelle mani delle casse rurali per almeno il 60 per cento. Ci auguriamo che questa strada venga ulteriormente migliorata dal Governo, nella moratoria di 180 giorni che prevede il decreto-legge, affinché si renda più forte e strutturale la patrimonializzazione delle casse centrali da parte delle banche di credito cooperativo. Apprezziamo anche - e pure su questo chiediamo al Governo di essere ancora più incisivo e blindato - che sia stato previsto che la patrimonializzazione della capofila possa essere modificata solamente con un decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri e non più con un semplice decreto ministeriale. Al riguardo chiediamo però che la possibilità di scendere al di sotto del 60 per cento sia davvero limitata al massimo, cioè ai casi di grave dissesto e, comunque, dopo aver percorso tutte le strade alternative per evitare che i capitali finanziari possano di fatto governare il sistema del credito cooperativo. Scendere, infatti, al di sotto del 60 per cento avrebbe voluto dire proprio questo: dare in mano alla finanza, alle strategie speculative e ovvie dell'alta finanza, la possibilità di incidere sulle finalità mutualistiche, territoriali e speciali del credito cooperativo. Apprezziamo anche che sia stata elevata, nella governance delle casse centrali di ICCREA, alla metà più due la presenza obbligatoria dei consiglieri di amministrazione. Ci auguriamo, tuttavia, che l'incisività e la potenzialità di incidere sulla governance delle singole casse rurali, oggi ancora, in virtù della riforma in essere, in mano alle capogruppo, possa essere quanto più limitata. Vice ministro Garavaglia, signori del Governo, vi chiedo con forza di adoperarvi affinché le singole casse rurali, soprattutto quando la loro solidità patrimoniale lo permetta, possano avere quell'autonomia negli organi dirigenziali che da sola può garantire loro il mantenimento dei propri scopi e del proprio dialogo con il territorio. Non vogliamo, signor Presidente, che la cassa unica, la capofila (cioè quella struttura che ha, nel suo DNA, una funzione ovviamente più speculativa e volta al profitto), possa immediatamente governare le singole casse rurali.