[pronunce]

SENTENZA ha pronunciato la seguentenel giudizio di legittimità costituzionale dell'art. 56, comma 3, del decreto legislativo 28 agosto 2000, n. 274 (Disposizioni sulla competenza penale del giudice di pace, a norma dell'articolo 14 della legge 24 novembre 1999, n. 468), promosso dalla Corte di cassazione con ordinanza del 3 marzo 2009, iscritta al n. 243 del registro ordinanze 2009 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 40, prima serie speciale, dell'anno 2009. Udito nella camera di consiglio del 14 aprile 2010 il Giudice relatore Gaetano Silvestri.. Ritenuto in fatto Considerato in diritto 1. - La Corte di cassazione, con ordinanza del 3 marzo 2009, ha sollevato, in riferimento all'art. 3 della Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell'art. 56, comma 3, del decreto legislativo 28 agosto 2000, n. 274 (Disposizioni sulla competenza penale del giudice di pace, a norma dell'articolo 14 della legge 24 novembre 1999, n. 468). La norma censurata preclude, quanto alla pena della reclusione inflitta per i reati previsti dai due commi precedenti dello stesso art. 56, l'applicazione delle sanzioni sostitutive di cui agli artt. 53 e seguenti della legge 24 novembre 1981, n. 689 (Modifiche al sistema penale). Secondo quanto riferito dalla Corte rimettente, l'imputato, nella fase di merito del giudizio a quo, ha chiesto ed ottenuto una sentenza di applicazione della pena, ai sensi dell'art. 444 del codice di procedura penale, relativamente ad un delitto di violazione degli obblighi connessi alla sanzione della permanenza domiciliare (art. 56, comma 1, del d.lgs. n. 274 del 2000). La pena, concordata nella misura di dieci giorni di reclusione, è stata sostituita con la pena pecuniaria di specie corrispondente, e cioè con la multa per 380 euro. Il provvedimento è stato impugnato dal pubblico ministero, e la Corte rimettente osserva che il ricorso dovrebbe essere accolto, in quanto il terzo comma dell'art. 56 espressamente preclude la sostituzione della pena inflitta per i delitti di violazione degli obblighi connessi alle sanzioni, cosiddette «paradetentive», della permanenza domiciliare e del lavoro di pubblica utilità. Al tempo stesso, la Corte di cassazione ritiene che la norma preclusiva contrasti con l'art. 3 Cost. La disposizione censurata, infatti, delinea un caso di esclusione su base oggettiva dell'applicazione di pene sostitutive, che nel contesto originario si accordava con casi analoghi, regolati dall'art. 60 della legge n. 689 del 1981, ove la sostituzione delle pene detentive brevi era tra l'altro inibita per il delitto di evasione (art. 385 del codice penale). Tale ultima norma, però, è stata successivamente abrogata, con conseguente eliminazione di tutti i casi di esclusione oggettiva in essa contemplati (art. 4 della legge 12 giugno 2003, n. 134, recante «Modifiche al codice di procedura penale in materia di applicazione della pena su richiesta delle parti»). In conseguenza della riforma, le pene inflitte per il delitto di evasione sono ormai suscettibili di sostituzione a norma degli artt. 53 e seguenti della legge n. 689 del 1981, e ciò vale anche per i fatti concernenti la detenzione domiciliare, di cui al primo ed all'ottavo comma dell'art. 47-ter della legge 26 luglio 1975, n. 354 (Norme sull'ordinamento penitenziario e sull'esecuzione delle misure privative e limitative della libertà), che sono appunto sanzionati a norma dell'art. 385 cod. pen. Il perdurante divieto di sostituzione per le violazioni concernenti la permanenza domiciliare o il lavoro di pubblica utilità sarebbe privo di giustificazione, in quanto retaggio di una ratio che il legislatore ha sconfessato con l'abrogazione dell'art. 60 della legge n. 689 del 1981. In altre parole, il rimettente considera irragionevole che, per effetto della preclusione posta dalla norma censurata, il reato contestato nel giudizio a quo sia trattato più severamente di quanto non accada per condotte di gravità analoga, se non addirittura maggiore, come quelle di evasione dal luogo degli arresti domiciliari o della detenzione domiciliare. 2. - Nel presente giudizio non è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri né vi è stata costituzione delle parti del procedimento principale.1. - La Corte di cassazione ha sollevato, in riferimento all'art. 3 della Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell'art. 56, comma 3, del decreto legislativo 28 agosto 2000, n. 274 (Disposizioni sulla competenza penale del giudice di pace, a norma dell'articolo 14 della legge 24 novembre 1999, n. 468). La norma censurata preclude, quanto alla pena della reclusione inflitta per i delitti previsti dai primi due commi dello stesso art. 56 (inosservanza degli obblighi concernenti la permanenza domiciliare ed il lavoro di pubblica utilità), l'applicazione delle sanzioni sostitutive di cui agli artt. 53 e seguenti della legge 24 novembre 1981, n. 689 (Modifiche al sistema penale), e ciò sebbene un analogo divieto, già operante riguardo a condotte di evasione sanzionate dall'art. 385 del codice penale, sia stato rimosso dal legislatore mediante l'abrogazione dell'art. 60 della citata legge n. 689 del 1981 (art. 4 della legge 12 giugno 2003, n. 134, recante «Modifiche al codice di procedura penale in materia di applicazione della pena su richiesta delle parti»). 2. - La questione non è fondata. 2.1. - La norma censurata dal rimettente costituisce espressione di una scelta legislativa volta a conferire effettività alle sanzioni cosiddette «paradetentive» previste per i reati di competenza del giudice di pace. Allo scopo di valutare la ragionevolezza della norma, si deve innanzitutto osservare che la permanenza domiciliare ed il lavoro di pubblica utilità colpiscono i più gravi tra i fatti attribuiti alla competenza del predetto magistrato, e che vengono irrogati solo a seguito del fallimento, nel caso concreto, dei meccanismi di riparazione e conciliazione che caratterizzano il relativo procedimento penale. D'altra parte non è sufficiente, per integrare il reato di cui all'art. 56 d.lgs. n. 274 del 2000, una qualsiasi violazione delle prescrizioni connesse all'esecuzione delle citate sanzioni «paradetentive». Difatti il comma 1 dispone che la ricorrenza di un «giusto motivo» per il comportamento trasgressivo esclude la rilevanza penale del medesimo, assicurando in tal modo un'area di non punibilità più ampia di quella derivante dalle esimenti a carattere generale.