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Disposizioni per le celebrazioni del centenario della nascita di Fausto Coppi e per l'istituzione della Rete museale dei campionissimi del ciclismo italiano. Onorevoli Senatori. -- Il 15 settembre 2019 ricorrerà il centenario della nascita di Fausto Coppi, uno dei più importanti campioni del ciclismo italiano, la cui «leggenda» travalica i confini del nostro Paese. La vicenda umana e sportiva di Angelo Fausto Coppi, nato a Castellania in provincia di Alessandria, si intreccia profondamente con la storia dell'Italia negli anni cruciali situati a cavallo tra la maturità del regime fascista, la guerra e la rinascita democratica. Le sue imprese nel periodo bellico diedero pretesto al fascismo per esaltare «la forza e volontà della razza italiana»; mentre nel dopoguerra le sue vittorie e le sue sconfitte, così come le sue complesse vicende esistenziali e familiari, concorsero a costruire un mito popolare che ancora oggi resiste. La origini di Coppi sono modeste e riconducibili a quella condizione di piccola proprietà contadina che connota buona parte della campagna piemontese agli inizi del secolo scorso, e in particolare di quel lembo sud-orientale della provincia di Alessandria, tra Novi e Tortona, che si protende verso l'Appennino ligure. I suoi genitori, Domenico e Angiolina Boveri, conducono un piccolo fondo. Fausto è il quarto di cinque figli. Più giovane di lui di quattro anni è Serse (1923), che gli sarà al fianco in gran parte dell'avventura sportiva. La passione per il ciclismo nasce dall'occasione del mestiere e dal contesto sociale e territoriale. A tredici anni Coppi comincia a lavorare come garzone in una salumeria di Novi Ligure ed è facendo la spola in bicicletta tra il luogo di lavoro e il suo paese che comincia ad avvertire lo stimolo di mettere alla prova le sue capacità. Stimolo alimentato, peraltro, dai racconti popolari sulle gesta di Costante Girardengo, l'altro «campionissimo» di quella zona. Ad avviarlo al ciclismo è Biagio Cavanna, ai tempi allenatore di una squadra di un gruppo di giovani corridori in un paese della zona, che accortosi del talento del giovane salumiere di Castellania lo incoraggiò a intraprendere la strada dell'agonismo, rimanendogli vicino a lungo, nonostante la cecità, e rimanendo un consigliere influente del campione. Tra il 1937 e la prima metà degli anni Cinquanta la carriera di Fausto Coppi appare segnata da un susseguirsi di grandi trionfi e da imprese epiche, che hanno lasciato nella storia dello sport mondiale e nell'immaginario collettivo non solo italiano una traccia indelebile, nonostante l'interruzione tra il 1943 e il 1945, dovuta alla guerra e caduta proprio nel pieno delle forze dell'atleta, abbia impedito al suo palmarès di essere ancora più ricco. Cinque Giri d'Italia, due Tours de France , due Campionati del mondo di inseguimento e uno su strada, il record dell'ora, diversi campionati italiani su strada e su pista, oltre alle più importanti classiche in linea e a innumerevoli tappe delle grandi corse: scandiscono la costruzione di un mito sportivo e umano che regge alla prova del tempo e che ancora illustra l'Italia in diverse aree del mondo. Gli elementi costitutivi del mito derivano, come sempre accade in questi casi, non solo dalla grandezza delle imprese sportive, ma dall'accostamento tra queste e gli irripetibili elementi di contesto e gli aspetti umani che ne hanno alimentato il costituirsi, il diffondersi e il tramandarsi. Particolare eco e scalpore destò nelle cronache del tempo la sua relazione con Giulia Occhini, la «dama bianca», per la quale lasciò la moglie e con la quale andò a vivere in una villa tra Novi Ligure e Serravalle Scrivia. Su quell'amore si scagliarono le condanne morali della Chiesa e del perbenismo dell'epoca e le azioni dell'autorità giudiziaria, tanto che la «dama bianca» fu costretta al domicilio coatto nelle Marche: in un albergo presso il quale le autorità ecclesiastiche diffidarono i pellegrini dal soggiornare. Come ebbe a dire Gianni Brera, poco più di vent'anni dopo la morte del grande corridore: «parteggiando per lei e per Fausto si ha la curiosa impressione di combattere l'oscurantismo secolare del nostro Paese torpido e sciocco». La leggenda di Coppi, insomma, si nutre del convergere di più di un elemento: il contrasto tra la potenza espressa nelle performance vincenti e la gracilità apparente della struttura fisica, in realtà supportata da straordinarie doti cardiocircolatorie e respiratorie; la vita personale e sentimentale travagliata e difforme rispetto ai canoni del conformismo del tempo; la rivalità con Gino Bartali, travalicante di gran lunga il solo ambito della competizione sportiva e, al di là delle reali consapevolezze e volontà dei protagonisti, divenuta simbolo di una contrapposizione, talvolta persino ideale e di costume, tra «due Italie» Sono questi i cardini di una vicenda che percorre, nella sua seconda parte in particolare, la stagione dura e al contempo «epica» della ricostruzione, diventandone simbolicamente racconto. Un racconto che Giorgio Bocca ha fissato magistralmente in un suo scritto immediatamente successivo alla morte prematura di Fausto Coppi, avvenuta all'ospedale di Tortona, in provincia di Alessandria, il 2 gennaio del 1960, a causa di una sindrome malarica non diagnostica in tempo, con le seguenti parole: «Forse tra qualche decennio potrà sembrare strano che centinaia di migliaia di persone abbiano pianto al principio del 1960 un corridore ciclista che si chiamava Coppi. Ma allora si dovrà ricordare che Fausto Coppi fu negli anni amari, difficili del dopoguerra uno dei pochi semidei possibili. In un mondo di scienziati ermetici e irresponsabili, di uomini politici schiacciati dalle macchine dei partiti, di industriali superati dalla mole dei grandi trust , di pittori e di musicisti incomprensibili al grosso pubblico, questo Fausto Coppi fu un eroe possibile e accessibile a tutti. Correva sulla bicicletta, la macchina che anche i poveri potevano acquistare. Correva e vinceva con la forza dei suoi garretti d'acciaio, dei suoi muscoli lisci, del suo respiro calmo e lungo; vinceva per meriti suoi senza rubare niente a nessuno (...) La gente capisce che è un uomo sensibile e dolente, che appartiene alla razza dei semidei lugubri e malinconici alla Manolete, alla razza dei contadini che diventano toreri o ciclisti o pugili famosi ma senza mai riuscire a liberarsi da quel loro peccato originale, dai secoli di miseria e umiliazione». I decenni successivi ci dicono che in effetti è andata così. Ancora oggi, a distanza di oltre 55 anni dalla morte, ogni anno, il 2 gennaio, grandi campioni del ciclismo passato e presente, alcuni tra i massimi dirigenti sportivi italiani, protagonisti del giornalismo non solo sportivo e della narrativa, insieme a moltissimi appassionati provenienti da ogni angolo d'Italia, dalla Francia e da altre parti d'Europa, convergono nel minuscolo borgo di Castellania, dal quale l'epopea di Fausto ha preso il via.