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Le ragioni principali che impediscono il raggiungimento di un modello che possa conciliare, in linea con i modelli migliori di alcuni Paesi del Nord Europa, sicurezza del lavoro ed esigenze di flessibilità legate alla necessità tecnologica-produttiva delle imprese (la sola che giustificherebbe, a nostro avviso, l'utilizzo di lavoro flessibile) sono: un mercato del lavoro flessibile, che diventa molto spesso la sola leva di pressione per aumentare la competitività di imprese che altrimenti sarebbero fuori dal mercato, e il mancato raccordo tra le politiche attive e le politiche passive di sostegno al reddito, in cui quest'ultime appaiono fortemente insufficienti. Il sistema di politiche attive è molto frammentato, poco utilizzato, e scarsamente integrato tra le diverse autorità preposte. In particolare i Centri per l'impiego (CPI) e le Agenzie per il lavoro hanno una incidenza molto bassa in termini allocazione, attraverso i loro servizi, di lavoro sul mercato. Al di là delle seppur frequenti distorsioni che fanno divergere questi enti verso la ricerca di un «proprio business » con impiegati e dirigenti creati ad hoc piuttosto che verso la creazione di istituti di intermediazione con forte incidenza nel mercato del lavoro, come avviene in altri Paesi europei, sembra comunque che molti CPI e Agenzie per il lavoro non siano preparati in termini tecnologici e perfino in termini di competenze, a svolgere un lavoro di selezione, allocazione, formazione e orientamento sul mercato del lavoro. Inoltre, nonostante le novità introdotte dal decreto legislativo n.150 del 2015, esse sono ancora lacunose in termini di creazione di banche dati e condivisione delle stesse con altre autorità del mercato del lavoro (Ministero del lavoro e delle politiche sociali, Ispettorati al lavoro, INPS, INAIL...). Al fine di risolvere i punti critici illustrati, una riforma del mercato del lavoro dovrebbe quindi: 1) fornire una formazione mirata, orientata verso quei settori in cui le imprese decidono di investire e richiedono competenze, e tarando gli interventi e le politiche alle esigenze regionali, identificando, in questo contesto, i maggiori problemi presenti nel Mezzogiorno del Paese, che sembrano essere una capacità produttiva debole, insufficiente e incapace di assorbire manodopera specializzata; 2) creare programmi di reinserimento integrati e seguiti da CPI e Agenzie per il lavoro, attraverso una ricerca attiva e meccanismi di incentivi e di sanzioni efficaci; 3) obbligare le autorità che promuovono programmi di formazione e allocazione del lavoro a condividere banche dati, programmi di reinserimento, informazioni riguardanti rinunce/accettazioni dei lavori offerti ai lavoratori, e altre informazioni dei lavoratori, con le autorità che sostengono il reddito del lavoratore disoccupato (INPS e INAIL soprattutto); 4) obbligare le autorità che sostengono il reddito a vigilare sui lavori irregolari eventualmente svolti durante la disoccupazione in cooperazione con i CPI e le Agenzie per il lavoro; 5) aumentare la spesa per le politiche del mercato del lavoro convergendo verso quella che è la media dell'Unione europea, pari al 2,5 per cento. All'interno di tale spesa inoltre deve essere aumentato il sostegno al reddito, pari in Italia allo 0.8 per cento del Pil contro una media dell'Unione europea pari all'1,5 per cento, semplificando l'accesso e garantendo a coloro che oggi sono esclusi ma disoccupati, di poter accedere ad un reddito di disoccupazione. Queste categorie di esclusi comprendono molti lavoratori atipici ma anche giovani, persone in cerca di prima occupazione e disoccupati di durata più lunga. Il disegno di legge in esame Il disegno di legge oggetto della presente relazione, pur costituendo un provvedimento che interessa direttamente le fasce più fragili della nostra popolazione, non sembra tener conto degli elementi fin fin qui illustrati. Nella relazione illustrativa del disegno di legge il Governo dichiarava di volersi impegnare a realizzare un intervento di profonda riforma delle politiche sociali nel nostro Paese, tuttavia, nel farlo, ammetteva che da troppi anni si è operato solo con interventi per «stratificazione»: sono state aggiunte ulteriori prestazioni rispetto a quelle esistenti senza ordinarle, bonificarle, ridare razionalità e finalizzazione a scelte che inevitabilmente sono diventate farraginose, costose e dunque inadeguate ad affrontare i problemi legati alla povertà. Ammetteva inoltre che tutto questo è avvenuto «in assenza di verifiche sulla loro efficacia rispetto ai bisogni», sconfessando di fatto le pratiche giustificazioniste che lo stesso Ministero del lavoro e delle politiche sociali e le sue direzioni hanno utilizzato negli anni, sostenendo che le misure introdotte erano diverse, che sarebbero state verificate e confrontate con le pratiche tradizionali, che sarebbe stata verificata la loro efficacia. Si sono così consumate, senza risultati, molte risorse che si sarebbe potuto utilizzare in modo decisamente migliore. Sostenere che il nostro Paese è «uno dei pochi nell'ambito europeo a non essere dotato di una misura di contrasto della povertà» e subito dopo aggiungere che «esistono strumenti di protezione del reddito di specifiche fasce di cittadini fragili» significa negare e affermare la stessa cosa. Significa cioè ammettere che non siamo all'anno zero nella lotta alla povertà e che il problema è stato affrontato in tanti modi, ma con lo stesso denominatore comune: «trasferimenti monetari», cioè risposte uguali con denominazioni e destinatari in parte uguali e in parte diversi. Passare da tante misure ad una unica potrebbe essere un ulteriore cambio di misura, ma senza modificare la strategia. Cosa cambierà veramente? I poveri continueranno a ricevere «a diverso titolo» quello che già ricevono? Oltre al denaro riceveranno anche servizi o solo progetti personalizzati destinati a esaurirsi nel nulla più totale? Erogare risorse sulla base di «progetti personalizzati» non è esattamente una proposta «nuova». L'attivazione gestita con progetti condivisi con le persone è una caratteristica nei servizi territoriali che funzionano. Ma proprio perché funzionano evidenziano che ciò non basta. Per questo la legge e il piano di lotta alla povertà non devono limitarsi a rinominare, modificando l'ordine dei fattori senza un cambio sostanziale di passo e di visione. Lottare contro la povertà significa contrastarla e vincerla. Non significa dare con altro nome le stesse cose, con le stesse modalità. A dispetto degli annunci del Governo, le misure contro la povertà varate con le ultime leggi di finanza pubblica appaiono largamente insufficienti a garantire tutti coloro che oggi vivono in una condizione di povertà e non si pongono l'obiettivo di trovare strumenti strutturali e universali di lotta alla povertà nel medio e lungo periodo. L'impressione è che tali misure costituiscano solo una rimodulazione di strumenti già esistenti, non un welfare più inclusivo ma solo uno spostamento di risorse da una platea all'altra. Appare del tutto evidente l'impossibilità di configurarle come un reddito minimo, essendo gli stanziamenti assolutamente insufficienti persino a coprire l'intera platea di persone in condizioni di povertà assoluta, e dunque, a maggior ragione, quelle in povertà relativa, compresi disoccupati, inoccupati, NEET e working poors .