[pronunce]

che è intervenuto in tutti i giudizi il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato ed ha chiesto che la questione sia dichiarata manifestamente inammissibile e in subordine infondata. Considerato che le ordinanze di rimessione, anche se hanno ad oggetto disposizioni non del tutto coincidenti, pongono la medesima questione, sicché i relativi giudizi possono essere riuniti e decisi con unica pronuncia; che infatti, la Corte di cassazione dubita, in riferimento agli articoli 3 e 13 della Costituzione, della legittimità costituzionale del combinato disposto degli artt. 303, comma 2, e 304, comma 6, del codice di procedura penale, nella parte in cui impedisce di computare, ai fini dei termini massimi di fase determinati dall'art. 304, comma 6, i periodi di detenzione sofferti in una fase o grado diversi da quelli in cui il procedimento è regredito (ordinanza n. 570 del 2002), mentre il Tribunale - sezione per il riesame di Milano, con entrambe le ordinanze, solleva, sempre in riferimento agli artt. 3 e 13 Cost., questione di legittimità costituzionale dell'art. 303, comma 2, cod. proc. pen. (la indicazione nell'ordinanza n. 100 del 2003, dell'art. 302, comma 2, cod. proc. pen. deve intendersi frutto di mero errore materiale), “nella parte in cui impedisce di computare, ai fini dei termini massimi di fase determinati dal successivo art. 304, comma 6, i periodi di detenzione sofferti in una fase o in un grado diversi da quelli in cui il procedimento è regredito” (ordinanze n. 100 e n. 253 del 2003); che l'ordinanza della Corte di cassazione e la prima di quelle emesse dal Tribunale di Milano, nel motivare la non manifesta infondatezza della questione, si limitano a fare rinvio alle argomentazioni svolte dalle sezioni unite nella ordinanza n. 28 del 2002, che dichiarano di condividere e di fare proprie; che, secondo la consolidata giurisprudenza di questa Corte, la motivazione dell'ordinanza di rimessione deve essere invece autosufficiente, non potendosi il giudice a quo limitare a richiamare per relationem il contenuto di altri atti o provvedimenti, anche se, in ipotesi, acquisiti agli atti del procedimento principale (ordinanze n. 60 del 2003 e n. 8 del 2002); che anche a prescindere dal suddetto rilievo, la questione sollevata con le ordinanze richiamate è stata dichiarata manifestamente inammissibile da questa Corte con ordinanza n. 243 del 2003, proprio in ragione delle argomentazioni in essa contenute, che i giudici a quibus dichiarano di fare proprie; che tale soluzione non può non riguardare anche la questione sollevata con la seconda ordinanza del Tribunale di Milano, di contenuto identico a quella già scrutinata da questa Corte nel senso della manifesta inammissibilità con la citata pronuncia n. 243 del 2003. Visti gli articoli 26, secondo comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87, e 9, secondo comma, delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale.. . per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE riuniti i giudizi, 1) dichiara la manifesta inammissibilità della questione di legittimità costituzionale del combinato disposto degli articoli 303, comma 2, e 304, comma 6, del codice di procedura penale, sollevata, in riferimento agli articoli 3 e 13 della Costituzione, dalla Corte di cassazione, con l'ordinanza indicata in epigrafe; 2) dichiara la manifesta inammissibilità della questione di legittimità costituzionale dell'articolo 303, comma 2, del codice di procedura penale, sollevata, in riferimento agli articoli 3 e 13 della Costituzione, dal Tribunale - sezione per il riesame di Milano, con le ordinanze indicate in epigrafe. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 27 ottobre 2003. F.to: Riccardo CHIEPPA, Presidente Carlo MEZZANOTTE, Redattore Giuseppe DI PAOLA, Cancelliere Depositata in Cancelleria il 7 novembre 2003. Il Direttore della Cancelleria F.to: DI PAOLA