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Stiamo infatti parlando di infrastrutture fondamentali per il Paese - ferroviarie, stradali, aeroportuali e marittime - e dei collegamenti vitali per la vita economica e sociale della Nazione. Non possiamo giocare solo con i titoli, senza dare sostanza. Tra qualche giorno, cari colleghi, è previsto il rientro a scuola del 100 per cento degli studenti. Chiedo dunque se qualcuno si è posto il problema di come organizzare il trasporto pubblico, che, mantenendo il vincolo del 50 per cento dei posti, ha bisogno di più mezzi, di più personale e di più risorse, per garantire il servizio, mantenendo la sicurezza sanitaria a bordo. Da mesi stiamo denunciando che il trasporto pubblico è uno dei potenziali luoghi di trasmissione del virus e non lo dice Fratelli d'Italia, ma i Nuclei antisofisticazione e sanità (NAS). Se la risposta del Governo è introdurre la mobilità sostenibile nella denominazione del Ministero, ci sembra un po' poco, non ci basta e non è sufficiente. Cito infine, signor Presidente, un tema che ci sta particolarmente a cuore, su cui da tempo abbiamo presentato dei disegni di legge, sia al Senato, sia alla Camera dei deputati, a prima firma del presidente Giorgia Meloni. Da tali disegni di legge abbiamo estrapolato degli emendamenti, che abbiamo presentato al provvedimento in esame e che, sostanzialmente, chiedono la costituzione di un Ministero del mare. Si tratta, purtroppo, di un tema spesso ignorato e a volte relegato ad una semplice delega, che fa torto ad un settore strategico per la Nazione. L'Italia è infatti una piattaforma naturale in mezzo al Mediterraneo. Questa sua posizione strategica ha da sempre condizionato la nostra storia, che è infatti legata al mare e alla navigazione, basti ricordare le Repubbliche marinare e il nostro primato come grandi navigatori ed esploratori. Oggi la navigazione è ancora più centrale per il trasporto delle merci, tanto che il 90 per cento del traffico mondiale delle merci viaggia via mare e circa il 25 per cento nel Mediterraneo e l'Italia si trova ad avere sempre di più una posizione geografica fondamentale e privilegiata. Eppure questo vantaggio non è stato sfruttato, perché non esiste una politica capace di comprendere e sviluppare il ruolo geopolitico dell'Italia, né di comprendere quanto la blue economy è e potrebbe essere, se ben supportata, una risorsa straordinaria per la nostra nazione. Questa miopia, che si riflette in ritardi infrastrutturali e burocratici, non solo ci fa perdere numerose opportunità, ma rischia di farci perdere importanza rispetto a nazioni più capaci di assecondare le necessità delle imprese che lavorano alla blue economy . Non possiamo non citare il comparto della pesca, completamente dimenticato, che invece non solo potrebbe rappresentare una leva di occupazione importante, ma che, con i suoi prodotti, può rilanciare un sistema agroalimentare e ittico di alta qualità: basti solo pensare che l'85 per cento del pesce consumato in Italia è di importazione. Per questo e per tanti altri motivi siamo convinti che un Ministero del mare possa mettere insieme tutte quelle competenze che oggi sono sparse in mille uffici diversi - sia che riguardino la cantieristica, le infrastrutture portuali, le regole della pesca o la tutela del mare - ma che, raggruppate sotto un'unica regia, potrebbero dare nuovo slancio all'economia del mare e darci maggiore centralità nel consenso internazionale. La proposta, purtroppo, è stata bocciata: peccato, abbiamo perso un'altra occasione. Noi continueremo comunque con la nostra opposizione responsabile e patriottica, che contraddistingue la nostra azione politica sempre per gli interessi degli italiani. In conclusione, signor Presidente, credo di poter dire che oggi stiamo parlando del riordino dei Ministeri, ma, anche alla luce del dibattito al quale abbiamo assistito questa mattina in Aula, forse la maggioranza dovrebbe concentrarsi sul riordino delle idee, che vediamo alquanto confuse e contraddittorie. (Applausi) . PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Ferrazzi. Ne ha facoltà. FERRAZZI (PD) . Signor Presidente, «il nome racconta la cosa», dicevano gli antichi per cui, quando parliamo di rinomina e di nome diverso di un Ministero, dovremmo parlare di un contenuto, non solamente di un'etichetta. Sappiamo che nella fattispecie - ora naturalmente mi concentrerò sul nuovo Ministero della transizione ecologica - con questa rinomina, con questa nuova nomina, con questo nuovo nome dovremmo parlare di un nuovo contenuto della cosa cui il nome è dato e assegnato. Storicamente ci apprestiamo ad abbandonare la denominazione «Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare» per affrontare un nuovo confine, una nuova possibilità, cioè il Ministero della tanta agognata, quanto detta e annunciata, transizione ecologica. Non siamo la prima Nazione ad aver affrontato un'operazione di questo tipo; sappiamo, per esempio, che altri Paesi europei lo hanno fatto con un certo anticipo, ma noi abbiamo ritenuto che fosse il tempo giusto per affrontare la questione. È il tempo giusto perché risponde esattamente a ciò che intendiamo per ambiente e per tutela e sviluppo dell'ambiente: non già, signor Presidente, una questione solamente settoriale, che riguarda una nicchia nel contesto delle scelte politiche, istituzionali, sociali e culturali in generale, ma un modo di leggere tutte le politiche. Facciamo attenzione, perché questa è esattamente l'indicazione che viene dall'Unione europea attraverso molti atti; per esempio emerge con grande forza nel recovery plan e quindi col recovery fund che non solo è un grande investimento nella logica dell'ambiente e dello sviluppo sostenibile, ma prevede che ogni tipologia di scelta politica debba fare i conti con la relativa ricaduta ambientale. L'emergenza climatica e ambientale, infatti, è l'emergenza del tempo e se noi mettiamo a repentaglio l'ecosistema del quale siamo parte, mettiamo in discussione il nostro presente e il nostro futuro. Questa è la considerazione culturale di fondo che muove l'operazione dell'Unione europea, il recovery fund e dunque la rivisitazione del nome che ridefinisce la cosa. Si parla di transizione ecologica, signor Presidente. Noi immaginiamo come transizione ecologica una serie di attività e di iniziative, ma, ancora prima, una visione strategica, una consapevolezza culturale. Qual è la prima grande consapevolezza che ho citato anche prima? Che l'uomo è parte dell'ecosistema e della biodiversità: non esiste una divisione tra l'attività antropica, tra l'essere uomo e il sistema, chiamiamolo creato o come vogliamo, a seconda dei punti di riferimento culturali di ognuno. Non vorrei citare, ma lo faccio, Papa Francesco, che va molto oltre: riferendosi alla teologia di San Bonaventura, ritiene addirittura che l'immagine trinitaria sia all'interno di ogni essere creato, quindi non solo dell'uomo, ma di tutto il cosmo, per cui la relazione è consustanziale alle cose. La relazione tra uomo e ambiente, tra uomo e creato è quindi consustanziale e quando 1'uomo mette in discussione la qualità dell'ambiente, mette in discussione sé stesso, perché strutturalmente, ontologicamente l'uomo è persona, dunque è relazione.