[pronunce]

ORDINANZA ha pronunciato la seguentenel giudizio di legittimità costituzionale dell'art. 1, comma 38, della legge 23 agosto 2004, n. 243 (Norme in materia pensionistica e deleghe al Governo nel settore della previdenza pubblica, per il sostegno alla previdenza complementare e all'occupazione stabile e per il riordino degli enti di previdenza ed assistenza obbligatoria), promosso con ordinanza del 31 gennaio 2005 dal Tribunale di Roma, nei procedimenti civili vertenti tra Bonanni Maurizio, Bianchi Carla e l'Ente nazionale di previdenza e assistenza farmacisti (ENPAF), iscritta al n. 223 del registro ordinanze 2005 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 17, prima serie speciale, dell'anno 2005. Visti gli atti di costituzione di Bonanni Maurizio, Bianchi Carla, e dell'ENPAF, nonché gli atti d'intervento dell'Associazione degli enti previdenziali privati (AdEPP) e del Presidente del Consiglio dei ministri; udito nell'udienza pubblica del 16 maggio 2006 il Giudice relatore Alfonso Quaranta; uditi gli avvocati Giovanni Giacobbe e Arturo Giallombardo per Bonanni Maurizio e Bianchi Carla, l'avvocato Simone Ciccotti per l'ENPAF, l'avvocato Massimo Luciani per l'AdEPP e l'avvocato dello Stato Francesco Sclafani per il Presidente del Consiglio dei ministri. Ritenuto che, nel corso di due distinti giudizi promossi, rispettivamente, da Maurizio Bonanni e da Carla Bianchi nei confronti dell'Ente nazionale di previdenza e assistenza farmacisti (ENPAF), aventi ad oggetto l'accertamento del diritto di prelazione all'acquisto degli immobili di proprietà del medesimo Ente, dei quali gli stessi sono conduttori, il Tribunale di Roma, con ordinanza emessa in data 31 gennaio 2005, ha sollevato questione di legittimità costituzionale dell'art. 1, comma 38, della legge 23 agosto 2004, n. 243 (Norme in materia pensionistica e deleghe al Governo nel settore della previdenza pubblica, per il sostegno alla previdenza complementare e all'occupazione stabile e per il riordino degli enti di previdenza ed assistenza obbligatoria), quale norma interpretativa dell'art. 1, comma 1, del decreto legislativo 16 febbraio 1996, n. 104 (Attuazione della delega conferita dall'art. 3, comma 27, della legge 8 agosto 1995, n. 335, in materia di dismissioni del patrimonio immobiliare degli enti previdenziali pubblici e di investimenti degli stessi in campo immobiliare), per contrasto con gli articoli 3, 24, 73 – anche in relazione all'art. 12 (recte: art. 11) delle disposizioni preliminari al codice civile –, 97 e 101 della Costituzione; che la disposizione in questione stabilisce che «l'articolo 1, comma 1, del decreto legislativo 16 febbraio 1996, n. 104, si interpreta nel senso che la disciplina afferente alla gestione dei beni, alle forme del trasferimento della proprietà degli stessi e alle forme di realizzazione di nuovi investimenti immobiliari contenuta nel medesimo decreto legislativo, non si applica agli enti privatizzati ai sensi del decreto legislativo 30 giugno 1994, n. 509, ancorché la trasformazione in persona giuridica di diritto privato sia intervenuta successivamente alla data di entrata in vigore del medesimo decreto legislativo n. 104 del 1996»; che il giudice a quo, nel delineare il quadro normativo in cui si inserisce la disposizione sospettata di illegittimità costituzionale, osserva che il legislatore, al fine di risolvere il problema dell'indebitamento degli istituti previdenziali, ha disciplinato con il d.lgs. n. 104 del 1996 e il decreto-legge 28 marzo 1997, n. 79 (Misure urgenti per il riequilibrio della finanza pubblica), convertito in legge dalla legge 28 maggio 1997, n. 140, due programmi di dismissioni del patrimonio immobiliare degli enti previdenziali pubblici: il primo “ordinario”, il secondo “straordinario”; che, in precedenza, il decreto legislativo 30 giugno 1994, n. 509 (Attuazione della delega conferita dall'art. 1, comma 32, della legge 24 dicembre 1993, n. 537, in materia di trasformazione in persone giuridiche private di enti gestori di forme obbligatorie di previdenza e assistenza) aveva sancito la trasformazione di alcuni enti pubblici (tra cui l'ENPAF), a decorrere dal 1° gennaio 1995, in associazioni o in fondazioni, a seguito della deliberazione dei competenti organi di ciascuno di essi; che, in presenza di tale quadro normativo, l'ENPAF ha sostenuto di non dover applicare la disciplina relativa alla dismissione del patrimonio immobiliare degli enti pubblici previdenziali, in quanto ente privatizzato; che il giudice rimettente ricorda che il Consiglio di Stato in sede consultiva e giurisdizionale, nonché la giurisprudenza ordinaria, sarebbero univoci nel ritenere applicabile, salvo alcune divergenze in ordine alle modalità attuative, la suddetta disciplina sulla dismissione del patrimonio immobiliare all'ENPAF; che il Tribunale di Roma afferma che la disposizione sospettata di illegittimità costituzionale sarebbe norma di interpretazione autentica, con «carattere di retroattività», che vincola il giudice, senza che ricorra l'esigenza di dirimere dubbi sorti in sede di interpretazione della legge anteriore; che il giudice rimettente prospetta, quindi, l'illegittimità della norma impugnata, poiché «può confliggere» con l'art. 101 della Costituzione, che rende i giudici soggetti alla legge, nel senso che ad essi soli è riservata l'interpretazione e l'applicazione delle leggi; con l'art. 73 della Costituzione – anche in relazione all'art. 12 (recte: art. 11) delle disp. prel. cod. civ. , che affermano il principio della irretroattività della legge e della sua efficacia per l'avvenire – con l'art. 3 della Costituzione, che assicura la parità di trattamento dei cittadini di fronte alla legge e la certezza del diritto; che, infine, secondo il Tribunale di Roma, il mancato rispetto delle aspettative e dei rapporti giuridici così formatisi contrasterebbe con i principi costituzionali di correttezza e buon andamento della pubblica amministrazione, indicati nell'art. 97 della Costituzione; che, con atto in data 13 maggio 2005, l'Associazione degli enti previdenziali privati (AdEPP) è intervenuta nel giudizio chiedendo che la questione di legittimità costituzionale, sollevata dal Tribunale di Roma, sia dichiarata inammissibile o infondata; che, successivamente, con atto in data 17 maggio 2005, il Presidente del Consiglio dei ministri, con il patrocinio dell'Avvocatura generale dello Stato, è intervenuto nel giudizio, deducendo l'inammissibilità e, in subordine, l'infondatezza della questione di costituzionalità sottoposta alla Corte;