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Disposizioni per la revisione delle norme costituzionali sul potere giudiziario. Onorevoli Senatori. -- L'approccio alla riforma dell'amministrazione della giustizia, che ispira la presente proposta di revisione costituzionale, muove da due priorità che si intende contemperare: da un lato, quella che si ricava dal noto aforisma di Jeremy Bentham « Justice delayed is justice denied » e che, purtroppo, trova conferma nell'elevatissimo numero di condanne del nostro Paese da parte della Corte europea dei diritti dell'uomo per eccessiva durata dei processi; dall'altro lato, l'attenzione verso la tutela della persona e del cittadino nei confronti di chi esercita poteri coercitivi, cioè quella che a buon diritto è stata definita la linea del «garantismo». Che essa si indirizzi, nel nostro Paese, soprattutto verso l'amministrazione della giustizia, invece che verso l'esercizio del potere e della forza dipendente dall'esecutivo, non è il frutto di una scelta dei proponenti del disegno di legge, che riconoscono la funzione sociale della magistratura (nel dirimere le controversie e nell'accertare la verità, anche in funzione dell'applicazione rigorosa delle sanzioni previste dalla legge ai responsabili di comportamenti antisociali): piuttosto, ciò deriva dal modo in cui, nei decenni del secolo scorso, s'è andata atteggiando la costellazione del potere in Italia, recidendo ogni nesso di responsabilità -- ma, ancor prima, di razionalità -- nella divisione dei poteri pubblici, tra i soggetti istituzionalmente vocati ad esercitare la supremazia nei confronti dei cittadini di una moderna democrazia. L'approccio cui ci ispiriamo coglie nel liberalsocialismo la profondissima istanza, attuale oggi come agli esordi dell'evo moderno, di difendere la persona dai soprusi, che possono nascondersi dietro l'esercizio del potere statuale o amministrativo esattamente come possono allignare nelle relazioni tra privati: l'essere investiti di un ruolo pubblico non esclude che lo si possa esercitare in guisa illegittima o illegale, per cui l'ordinamento costituzionale deve apprestare «controveleni» come previsto dai teorici del liberalismo politico (Constant, Stuart Mill) e della democrazia (Tocqueville). Il contributo che la riflessione socialista offre è il metodo di indagine sociologico (Marx, Weber), che consente di andare al di là delle formule giuridiche per apprezzare il reale punto di caduta dei rapporti di forza in ogni società contemporanea. Ecco perché la nostra proposta non discende da astratte considerazioni di ordine etico o filosofico, ma da un'attenta analisi del modo in cui s'è sviluppato, nel nostro Paese, il rapporto tra Stato-persona e Stato-ordinamento. Nella tesi secondo cui un eccesso di indipendenza, soprattutto a favore di una magistratura organizzata burocraticamente, finisce con il danneggiare l'efficienza e la responsabilità dell'agire nell'amministrazione della giustizia (cfr. , ad esempio, Di Federico, L'indipendenza del pubblico ministero e il principio democratico della responsabilità in Italia: l'analisi di un caso deviante in prospettiva comparata , Relazione presentata, a nome della International Society of Social Defence , nell'ambito del IX Congresso dell'O.N.U. su «La prevenzione del crimine e il trattamento dei colpevoli», Cairo, maggio 1995, pubblicata in Riv. il. dir. proc. pen. , 1998, pp. 230 ss.; Id. , L'indipendenza della magistratura in Italia: una valutazione critica in chiave comparata, in Riv. trim. dir. proc. civ. , 2002, pp. 99 ss.). Ci pare secondario il problema delle guarentigie che oramai, stanti anche le raccomandazioni ripetute del Consiglio d'Europa, segue dei percorsi piuttosto standardizzati. Piuttosto, la chiave appare proprio in quell'assimilazione di un certo modello di magistratura al ceto burocratizzato studiato da Max Weber, assimilazione che si riferisce al modello continentale dell'assunzione per concorso. È un modello alternativo a quello anglosassone, che invece vede un peso della tradizione assai significativo e un'organizzazione non burocratica e orizzontale della magistratura, che favoriscono l'esercizio indipendente della funzione (cfr. Pizzorusso, Sistemi giuridici comparati , Milano, Giuffrè, 1998, p. 216). Che si tratti di nomine da parte dell'Esecutivo anche sulla base della loro appartenenza partitica, o invece di giudici eletti (alcuni giudici statali USA e Paesi di Common law) , in quel modello alternativo la componente di «politicità» della selezione dei giudici è elevata: ma il rispetto per l'indipendenza del potere giudiziario è assicurato sia da una cultura e da una tradizione secolari sia dall'assenza di una carriera all'interno del corpo giudiziario, ma anche da una serie di strumenti legislativi assai efficaci, come il reato di «disprezzo della Corte» (contempt of Court) , molto frequentemente utilizzato, e come il principio dell' adversary system (che fa dipendere la sviluppo della causa dagli avvocati delle parti, assai più che da un magistrato legato al principio di corrispondenza tra chiesto e pronunciato). È chiaro che la nostra tradizione giuridica è irriducibile a quel sistema, che ha una ricaduta di classe assai elevata: stanti i problemi della durata e dei costi del giudizio, anche lì -- del resto -- si va propugnando l'accrescimento dei poteri officiosi del giudice di gestione del processo. Ma -- nonostante le recenti evoluzioni del modello britannico verso uno standard europeo di tipo intermedio (Human Rights Act del 1998, abolizione del Lord Chancellor e dei Law Lords della Camera alta) -- quel sistema ha in sé i controveleni per un abuso del potere: il fortissimo radicamento territoriale del giudice ne previene possibili «schieramenti di corpo», mentre la necessità che la pubblica amministrazione -- dipendente dagli esecutivi nazionale e locali -- consegua la «clausola di esecutività» da parte del magistrato lo rende un soggetto rispettato, sia nelle determinazioni assunte sia nella destinazione delle risorse di bilancio. In altri termini, essendo tutte le parti a pari livello dinanzi a chi è chiamato a condurre la judicial review , la separazione delle carriere tra organo requirente ed organo giudicante è un portato della terzietà della magistratura giudicante e dell'assoluta incontrollabilità degli esiti delle sue determinazioni: se noi garantisti stessimo in Inghilterra o negli Stati Uniti non ci porremmo il problema di delimitare da possibili straripamenti l'ambito della magistratura, ma semmai di rafforzarne l'incisività nei confronti dei poteri, pubblici o privati. In quei paesi, si ricorre al giudice più come un difensore dei singoli contro la supremazia del potere (invocando, contro i suoi soprusi, la rule of law) , che come un potere adespota o irresponsabile. Sia pure con le peculiarità nazionali del caso, il nostro ordinamento giudiziario si richiama al modello vigente nei Paesi di cultura giuridica cosiddetta «continentale»: