[pronunce]

La disposizione denunciata si porrebbe, infine, in contrasto con l'art. 31, secondo comma, Cost., in forza del quale la Repubblica è tenuta a proteggere l'infanzia e la gioventù, «favorendo gli istituti necessari a tale scopo». Come più volte affermato dalla Corte costituzionale, il processo minorile è finalizzato non solo all'accertamento del fatto di reato contestato, ma anche e soprattutto al recupero e al reinserimento del minore nel contesto sociale: prospettiva nella quale dovrebbero essere particolarmente valorizzati gli istituti che - quale quello in esame - permettano una rapida definizione del procedimento penale e, con essa, la sollecita uscita da esso dell'imputato. Le medesime esigenze sarebbero espresse anche dalle norme internazionali relative alla tutela dei minori e, in particolare, dall'art. 40 della Convenzione sui diritti del fanciullo, fatta a New York il 20 novembre 1989, ratificata e resa esecutiva in Italia con la legge 27 maggio 1991, n. 176. La norma censurata, facendo sì che la semplice contumacia impedisca di fatto al giudice di emettere una «pronunzia personalizzata» nei confronti del minore, verrebbe a contraddire i ricordati principi. 2.- È intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, il quale ha chiesto che la questione sia dichiarata non fondata, rilevando come l'ordinanza di rimessione non prospetti argomenti nuovi o diversi da quelli già disattesi dalla Corte costituzionale con la sentenza n. 195 del 2002 e con l'ordinanza n. 110 del 2004.1.- Il Giudice dell'udienza preliminare del Tribunale per i minorenni di Roma dubita della legittimità costituzionale dell'articolo 32, comma 1, del decreto del Presidente della Repubblica 22 settembre 1988, n. 448 (Approvazione delle disposizioni sul processo penale a carico di imputati minorenni), nella parte in cui - alla luce dell'interpretazione costantemente offertane dalla giurisprudenza di legittimità - esclude che, in caso di contumacia dell'imputato, il consenso alla definizione del processo nell'udienza preliminare possa essere validamente prestato dal difensore non munito di procura speciale. Intesa in questi termini, la disposizione censurata violerebbe anzitutto il principio di eguaglianza (art. 3 della Costituzione), determinando una ingiustificata disparità di trattamento tra l'imputato comparso nell'udienza preliminare e l'imputato che abbia scelto di rimanere contumace. A parità di condizioni sostanziali, infatti, solo il primo - potendo manifestare il consenso personalmente - sarebbe ammesso a godere dei benefici previsti dal diritto penale minorile senza dovere attendere il dibattimento, in particolare tramite l'emissione da parte del giudice dell'udienza preliminare di una sentenza di non luogo a procedere per irrilevanza del fatto o per concessione del perdono giudiziale. Sarebbe compromessa, inoltre, la piena esplicazione del diritto di difesa dell'imputato (art. 24 Cost.), nel particolare aspetto della garanzia della difesa tecnica, posto che la scelta di definire il processo nell'udienza preliminare si basa su valutazioni che presuppongono cognizioni tecnico-giuridiche proprie del difensore. La disposizione censurata si porrebbe in contrasto, ancora, con il principio di ragionevole durata del processo (art. 111, secondo comma, Cost.), imponendo di demandare al giudice del dibattimento la definizione di processi che potrebbero essere celermente conclusi nell'udienza preliminare; nonché, da ultimo, con l'art. 31, secondo comma, Cost., pregiudicando l'interesse ad una rapida uscita del minore dal procedimento penale, interesse funzionale al suo recupero e reinserimento nel contesto sociale. 2.- La questione non è fondata. L'art. 32, comma 1, del d.P.R. n. 448 del 1988, come sostituito dall'art. 22 della legge 1° marzo 2001, n. 63 (Modifiche al codice penale e al codice di procedura penale in materia di formazione e valutazione della prova in attuazione della legge costituzionale di riforma dell'articolo 111 della Costituzione), stabilisce, al primo periodo, che «nell'udienza preliminare, prima dell'inizio della discussione, il giudice chiede all'imputato se consente alla definizione del processo in quella stessa fase, salvo che il consenso sia stato validamente prestato in precedenza». Il secondo periodo soggiunge che, ove il consenso sia prestato, il giudice può pronunciare sentenza di non luogo a procedere nei casi previsti dall'art. 425 cod. proc. pen. , ovvero per concessione del perdono giudiziale o per irrilevanza del fatto. Subordinando al consenso dell'imputato la definizione del processo nell'udienza preliminare, il legislatore del 2001 ha inteso adeguare il processo minorile alla previsione del novellato art. 111, quinto comma, Cost., in forza della quale - al di là di eccezionali situazioni oggettive, che qui non vengono in rilievo - solo la volontà dell'interessato rende possibili deroghe al generale principio del contraddittorio nella formazione della prova. Per effetto della sentenza n. 195 del 2002 di questa Corte - che ha dichiarato costituzionalmente illegittima la norma, in parte qua, per violazione degli artt. 3 e 31, secondo comma, Cost. - è possibile prescindere dal consenso dell'imputato nei soli casi in cui debba pronunciarsi una sentenza di non luogo a procedere che non presupponga un accertamento di responsabilità. In tali ipotesi, infatti, la preclusione dell'immediata definizione del processo e la correlata imposizione della fase dibattimentale risultano intrinsecamente irragionevoli e non funzionali all'esercizio del diritto di difesa, non potendo, tra l'altro, l'imputato «comunque ottenere in dibattimento una formula di proscioglimento più vantaggiosa». Questa Corte ha ritenuto, per converso, del tutto legittima, sul piano costituzionale, la previsione del previo consenso dell'imputato ai fini della pronuncia di sentenze che implicano un accertamento di responsabilità, quali segnatamente quelle - estranee al novero dei possibili epiloghi dell'udienza preliminare nel processo ordinario - di non luogo a procedere per concessione del perdono giudiziale o per irrilevanza del fatto (ordinanza n. 110 del 2004). Risulta, in effetti, del tutto ragionevole che nel possibile conflitto tra l'interesse ad una sollecita conclusione del processo, richiesta oggi anche dalla Costituzione - interesse di sicura maggiore valenza quando si tratti di imputati minorenni - e il diritto dell'imputato al giusto processo, nel particolare aspetto dell'assunzione delle prove nel contraddittorio dibattimentale, debba prevalere quest'ultimo, non potendo essere imposta all'imputato una decisione che presupponga una affermazione di responsabilità senza il suo consenso all'utilizzazione degli atti assunti unilateralmente dal pubblico ministero, consenso che ha il preciso significato di rinuncia all'istruzione dibattimentale. 3.- Con l'odierna ordinanza di rimessione, il giudice a quo non pone nuovamente in discussione (come sembrerebbe supporre l'Avvocatura dello Stato nelle sue difese) la legittimità costituzionale del requisito del consenso, già scrutinata con le pronunce dianzi citate: