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Disposizioni per la valorizzazione dei beni culturali presenti nei depositi degli istituti e luoghi della cultura pubblici. Onorevoli Senatori . – Il patrimonio culturale stipato nei depositi dei musei e nei siti archeologici è immenso, ma resta per lo più celato agli occhi del pubblico che non può ammirare tali opere, spesso di pregevole fattura, solo perché i siti ove le stesse sono custodite non hanno spazi, risorse economiche e addetti per poterle esporre. È per questo che si ritiene necessario trovare una soluzione per dare nuova vita a questi beni, facendoli uscire dai depositi per restituirli alla collettività. In tal modo si potrebbe anche contribuire a una migliore valorizzazione di alcune sedi museali e di siti archeologici meno noti, in grado di attrarre fino a oggi soltanto il 10 per cento di coloro che visitano il nostro Paese. Innumerevoli opere giacciono ancora non viste nei depositi o nei magazzini dei musei, a volte anche in avanzato stato di degrado, con il rischio che i danni su di esse diventino permanenti e irreversibili. La sola Galleria degli Uffizi, su una superficie di 6.000 metri quadri, espone soltanto 1.835 opere su un totale di 2.300, quindi il 44 per cento delle opere giace messo da parte nei depositi. Il Museo egizio di Torino espone solo un quinto di quanto possiede; il museo di Palazzo Madama, un decimo. Parliamo dei cosiddetti « beni culturali invisibili » che rappresentano l'insieme delle opere d'arte che ad oggi non godono di adeguata visibilità e fruizione - perché nascoste e non adeguatamente conosciute e valorizzate - che si potrebbero ottenere anche attraverso una maggiore rotazione interna tra beni esposti. In Europa esistono situazioni analoghe di beni inutilizzati; per fare alcuni esempi: la quota degli oggetti esposti all' Hermitage di San Pietroburgo è pari al 7 per cento, al Guggenheim di New York è dell'8 per cento, al Prado di Madrid del 9 per cento, al British Museum di Londra del 10 per cento. Una eccezione è rappresentata dal Louvre di Parigi, dove la quota degli oggetti esposti è del 60 per cento. In questi anni sono nate nuove iniziative per rendere accessibile al pubblico il maggior numero di oggetti d'arte posseduti dai singoli musei. Una di queste è rappresentata dagli open storage . Si tratta di veri e propri magazzini che, a differenza dei depositi dei musei tradizionali, sono liberamente accessibili dal pubblico. Ad esempio, nel 2006, il Birmingham Museum and Art Gallery (uno dei musei più grandi d'Inghilterra) ha inaugurato il Museum Collections Centre , che permette al pubblico di visitare più dell'80 per cento delle opere immagazzinate nel deposito del museo. È ovvio che prima di procedere a qualsiasi intervento su questi beni è necessario avere contezza precisa del loro numero, dello stato di conservazione e delle caratteristiche e necessità di ogni singola opera. Lo stato dell'arte della catalogazione è particolarmente diversificato in quanto ogni museo presenta una situazione propria che è difficile da conoscere. Per la Corte dei conti, nonostante il Ministero per i beni e le attività culturali (MIBAC) abbia effettuato numerosi tentativi per giungere a una stima attendibile dei beni culturali, non esiste ad oggi una catalogazione esaustiva, soprattutto in merito ai beni mobili. La cornice delle regole all'interno della quale ci troviamo vieta l'alienazione del patrimonio culturale; si potrebbe però ottenere un aumento dei ricavi dei siti museali, messi a dura prova anche dall'avvento della pandemia da COVID-19, grazie all'utilizzo della massa di beni artistici stipata nei magazzini italiani, realizzando concessioni anche a medio termine. Si otterrebbe un ricavo e insieme un risparmio di risorse da destinare alla gestione e alla conservazione del patrimonio invisibile. Senza contare che i magazzini delle aree archeologiche sono a volte pieni di materiale di risulta. Questo materiale, e qui si avanza una provocazione per i puristi, potrebbe essere venduto come merchandising anziché occupare spazio nei magazzini e accumulare polvere. L'idea potrebbe essere quella di creare una linea di merchandising basata sul concetto di « pezzo unico autentico ». Il presente disegno di legge, all'articolo 1, delimita il perimetro entro il quale può estendersi l'attività concessoria che si può attivare solo qualora i musei non intendano ampliare gli spazi esistenti o, eventualmente, recuperare nuovi spazi per esporre i beni attualmente in giacenza. La norma ha carattere sperimentale di durata triennale e costituisce un primo tentativo per cominciare a mettere a sistema un nuovo metodo di fruizione del patrimonio culturale italiano nella sua interezza. L'articolo 2 definisce la tipologia dei beni oggetto di concessione che, oltre ad essere in stato di giacenza, devono essere beni acquisiti per confisca, per donazione o consegna spontanea, beni di antica acquisizione di cui si sia smarrita la documentazione e, in generale, quelli privi di ogni riferimento al loro contesto di appartenenza. Inoltre costituisce precondizione essenziale per la concessione in uso di cui all'articolo 1 la circostanza che i beni culturali non siano destinati alla pubblica esposizione nei predetti istituti. Particolare importanza, in vista della futura fruizione pubblica di questi beni, assume l'attività di catalogazione degli stessi, prevista dall'articolo 3. Per prima cosa si dovrà procedere all'inventariazione dei singoli beni e alla rilevazione dell'attuale stato di conservazione per l'individuazione delle misure di restauro da adottare per ciascun bene, ai sensi del regio decreto 26 agosto 1927, n. 1917. Per questa attività si dovrà necessariamente ricorrere ad esperti da individuare nell'organico dei siti museali o, in assenza, ricorrendo a soggetti esterni alle singole organizzazioni. Con l'articolo 4 si disciplina il procedimento concessorio al quale sono applicate le norme previste dagli articoli 48 e 106 del codice dei beni culturali di cui al decreto legislativo 22 gennaio 2004, n. 42. La norma inserita all'articolo 5 intende disciplinare gli adempimenti che devono osservare coloro che intendono partecipare al bando per la concessione di questa tipologia di beni. Un accordo che fornisce, tra le altre, tutte le informazioni circa le misure di sicurezza e adeguatezza dello spazio espositivo destinato ad accogliere i beni oggetto della concessione e le attività culturali e didattiche eventualmente collegate ai beni in esposizione. L'articolo 6 prevede che i concessionari dovranno dotarsi della figura professionale del conservatore tecnico con apposita professionalità ed esperienza nel campo dell'arte. L'articolo 7 fissa i criteri per il trasporto e l'assicurazione dei beni dati in concessione, mentre l'articolo 8 prevede che eventuali operazioni di restauro possano essere effettuate prima del trasporto dei beni o durante l'esposizione degli stessi, ponendo il costo a carico del concessionario che andrà in compensazione del corrispettivo concessorio. Gli articoli 9 e 10 regolano rispettivamente i diritti di immagine dei beni dati in concessione e particolari tutele per i medesimi assicurate dalle norme del citato codice dei beni culturali e del paesaggio e dalla vigilanza ad opera delle soprintendenze competenti per territorio.