[pronunce]

, dell'entità della pena detentiva applicata dalla sentenza di condanna, ma risulterebbe - o dovrebbe risultare - frutto dell'esercizio di una discrezionale scelta del giudice. Infatti, argomenta l'Avvocatura, l'art. 445, comma 1-ter, del codice di procedura penale, introdotto dalla legge n. 3 del 2019, in caso di sentenza di patteggiamento per uno dei delitti contro la pubblica amministrazione ivi indicati (tra i quali è ricompreso il reato di cui all'art. 319 cod. pen.), stabilisce che il giudice «può» (e quindi non già deve) applicare le pene accessorie previste dall'art. 317-bis cod. pen. Tale disposizione costituirebbe una deroga sia al «comma 1-bis» (recte: comma 1) del medesimo art. 445 cod. proc. pen. (che annovera tra i benefici del ricorso alla applicazione di pena su richiesta anche quello della inapplicabilità ex lege delle pene accessorie, limitandolo al solo caso in cui la pena detentiva irrogata non superi i due anni di reclusione), sia all'applicazione obbligatoria delle pene accessorie prescritta dall'art. 317-bis cod. pen. Aggiunge che il menzionato art. 445, comma 1-ter, cod. proc. pen. , avendo natura processuale ed essendo entrato in vigore il 31 gennaio 2019, avrebbe dovuto considerarsi applicabile al giudizio di merito, definito con sentenza del 25 ottobre 2019. Sottolinea il Presidente del Consiglio dei ministri che, cionondimeno, il ricorrente nel giudizio principale non avrebbe contestato l'apprezzamento compiuto dal giudice di merito sulla scelta di irrogare la pena accessoria o l'omessa motivazione su tale profilo, né, prima ancora, si sarebbe egli stesso avvalso della facoltà ora prevista, sempre per effetto della legge n. 3 del 2019, dall'art. 444, comma 3-bis, cod. proc. pen. , disposizione che consente alla parte di formulare la richiesta subordinandone l'efficacia all'esenzione dalle pene accessorie previste dall'art. 317-bis cod. pen. Poiché, dunque, «l'ordinamento non stabilisce affatto» che alla sentenza di applicazione della pena su richiesta «consegua ope iuris», per effetto dell'art. 317-bis cod. pen. , la pena dell'interdizione perpetua, le questioni di legittimità costituzionale sollevate con riferimento all'art. 317-bis cod. pen. sarebbero «del tutto ininfluent[i] anche sul percorso argomentativo che dovrà sostenere la decisione del processo principale». Da qui, conclude l'Avvocatura generale dello Stato, l'inammissibilità per irrilevanza delle questioni sollevate. 3.- Le questioni sono inammissibili, sia pure per ragioni parzialmente diverse da quelle argomentate dall'Avvocatura generale dello Stato. 3.1.- La menzionata legge n. 3 del 2019, anche se nel caso di specie non rilevano le modifiche da essa direttamente apportate alla disposizione censurata, ha introdotto ulteriori elementi di novità nel quadro normativo, incidendo anche sugli artt. 444 e 445 cod. proc. pen. Per effetto dell'art. 1, comma 4, lettera d), della legge in questione, è stato aggiunto al corpo dell'art. 444 cod. proc. pen. il comma 3-bis, ai cui sensi, nei procedimenti per i delitti di cui agli artt. 314, primo comma, 317, 318, 319, 319-ter, 319-quater, primo comma, 320, 321, 322, 322-bis e 346-bis cod. pen. , «la parte, nel formulare la richiesta, può subordinarne l'efficacia all'esenzione dalle pene accessorie previste dall'articolo 317-bis del codice penale ovvero all'estensione degli effetti della sospensione condizionale anche a tali pene accessorie. In questi casi il giudice, se ritiene di applicare le pene accessorie o ritiene che l'estensione della sospensione condizionale non possa essere concessa, rigetta la richiesta». Con l'art. 1, comma 4, lettera e), numeri 1) e 2), della legge n. 3 del 2019, inoltre, il legislatore ha, rispettivamente, modificato il comma 1 dell'art. 445 cod. proc. pen. , e introdotto nella stessa norma un nuovo comma 1-ter. La prima modifica, incidente sulla disposizione che prevede il beneficio della esenzione dalle pene accessorie per i casi in cui il rito si concluda con l'applicazione di una pena detentiva non superiore ai due anni (cosiddetto "patteggiamento ordinario"), inserisce la specificazione in forza della quale «[n]ei casi previsti dal presente comma è fatta salva l'applicazione del comma 1-ter». La seconda modifica aggiunge all'art. 445 cod. proc. pen. il comma 1-ter, in cui si stabilisce che «[c]on la sentenza di applicazione della pena di cui all'articolo 444, comma 2, del presente codice per taluno dei delitti previsti dagli articoli 314, primo comma, 317, 318, 319, 319-ter, 319-quater, primo comma, 320, 321, 322, 322-bis e 346-bis del codice penale, il giudice può applicare le pene accessorie previste dall'articolo 317-bis del codice penale». 3.2.- L'Avvocatura generale dello Stato trae da queste nuove previsioni normative la conclusione che, nell'ambito del patteggiamento, la pena accessoria dell'interdizione perpetua dai pubblici uffici per i reati contro la pubblica amministrazione non sarebbe più automatica conseguenza del ricorrere dei presupposti stabiliti dall'art. 317-bis cod. pen. , risultando bensì ora rimessa alla scelta discrezionale del giudice. Secondo questa lettura degli artt. 444, comma 3-bis, e 445, comma 1-ter, cod. proc. pen. , il potere valutativo che tali disposizioni consegnano al giudice in ordine all'applicazione delle pene accessorie previste dall'art. 317-bis cod. pen. non riguarderebbe, infatti, solo i casi di "patteggiamento ordinario", ma si estenderebbe anche ai casi di "patteggiamento allargato", come quello del giudizio principale, riguardante persona nei cui confronti è stata applicata una pena detentiva pari a quattro anni e quattro mesi di reclusione. Per vero, proprio su questi aspetti, la nuova disciplina è oggetto di controversie interpretative. Senza dubbio essa incide sul "patteggiamento ordinario". In questo senso depone il rinvio all'art. 445, comma 1-ter, contenuto nella clausola aggiunta al comma 1, norma quest'ultima che, come detto, si riferisce alle pene patteggiate di entità non superiore ai due anni di reclusione. Per effetto delle modifiche introdotte dalla legge n. 3 del 2019, gli imputati per i reati contro la pubblica amministrazione non si giovano più ope legis, in caso di "patteggiamento ordinario", del beneficio della esenzione dalle pene accessorie previste dall'art. 317-bis cod. pen. , poiché la valutazione sul punto è ora rimessa al giudice. Oggetto di divergenti interpretazioni è, invece, l'estensione di tale potere discrezionale del giudice anche al patteggiamento cosiddetto "allargato", in cui l'accordo processuale si riferisce a pene detentive di entità superiore ai due anni.