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Modifiche al testo unico dei servizi di media audiovisivi e radiofonici, di cui al decreto legislativo 31 luglio 2005, n. 177. Onorevoli Senatori . – La legge 28 dicembre 2015, n. 220, recante riforma della RAI e del servizio pubblico radiotelevisivo, è intervenuta prevalentemente sull'organizzazione, sulla funzione e sui poteri della governance del servizio pubblico di informazione. La novità più rilevante della riforma è stata l'introduzione della figura dell'amministratore delegato in sostituzione del direttore generale. La governance della RAI, fino alla legge n. 220 del 2015, non prevedeva la figura dell'amministratore delegato – figura tipica delle società per azioni strutturate –, in assenza della quale il potere di gestione generale dell'azienda era attribuito al direttore generale. Il direttore generale della RAI, per effetto della disciplina speciale che ne ha definito nel dettaglio il perimetro e le attribuzioni, ha assunto nel tempo le caratteristiche di un amministratore delegato, piuttosto che di un soggetto sottoposto al consiglio di amministrazione. L'ampiezza dei suoi poteri trovava fondamento nel motivo alla base della sua istituzione, e cioè quella di poter svolgere una funzione riequilibratrice, nell'interesse degli azionisti, rispetto alla potestà gestoria attribuita al consiglio di amministrazione di nomina parlamentare. Le modalità di nomina, rimaste invariate dalla legge 25 giugno 1993, n. 206, riflettevano tale intendimento, dal momento che il direttore generale era nominato dall'assemblea dei soci, seppure d'intesa con il consiglio d'amministrazione. L'elenco delle competenze che l'articolo 49 del testo unico dei servizi di media audiovisivi e radiofonici, di cui al decreto legislativo 31 luglio 2005, n. 177, nel testo previgente alla riforma, attribuiva al direttore generale riflette in modo chiaro il ruolo centrale che tale figura rivestiva all'interno della RAI. La legge infatti gli attribuiva, tra gli altri compiti indicati al comma 12 del citato articolo 49, la responsabilità della gestione aziendale per i profili di propria competenza e la sovrintendenza all'organizzazione e al funzionamento dell'azienda nel quadro dei piani e delle direttive definiti dal consiglio di amministrazione, che in concreto si traduceva nel potere di firma di tutti gli atti e contratti aziendali di valore inferiore ad euro 2.582.284,50 attinenti alla gestione della società e nel potere di proporre all'approvazione del consiglio di amministrazione i contratti di valore superiore a tale cifra. La riforma introdotta con la citata legge 220 del 2015, all'articolo 2 ha novellato l'articolo 49, commi da 10 a 12, del citato testo unico di cui al decreto legislativo n. 177 del 2005, disciplinando i poteri dell'amministratore delegato sulla base di quelli attribuiti in precedenza al direttore generale, attraverso modifiche che di fatto hanno conferito al nuovo organo direttivo maggiore autonomia decisionale. In particolare, in base alla riforma, l'amministratore delegato, nominato dal consiglio di amministrazione, su proposta dell'assemblea sovrintende all'organizzazione e al funzionamento dell'azienda; firma gli atti e i contratti aziendali attinenti alla gestione della società; provvede alla gestione del personale dell'azienda e nomina i dirigenti di primo livello, acquisendo per i direttori di rete, canale e testata, il parere obbligatorio del consiglio di amministrazione; provvede all'attuazione del piano industriale e del preventivo di spesa annuale; propone all'approvazione del consiglio di amministrazione gli atti e i contratti aziendali aventi carattere strategico, nonché gli atti e i contratti che, anche per effetto di una durata pluriennale, siano di importo superiore a 10 milioni di euro. Al di sotto di tale cifra l'amministratore delegato è autonomo. Giova infine evidenziare, riguardo alla centralità del Parlamento, che il disegno di legge che si propone riflette numerose sentenze della Corte costituzionale che, pur riconoscendo il ruolo del Ministero dell'economia e delle finanze, ha sempre ribadito il ruolo fondamentale del Parlamento come editore sostanziale del servizio pubblico radiotelevisivo della RAI. In particolare, la sentenza n. 225 del 10 luglio 1974, che ha dato origine alla legge 14 aprile 1975, n. 103, recante nuove norme in materia di diffusione radiofonica e televisiva, ha definitivamente aperto la strada verso la « parlamentarizzazione » del sistema radiotelevisivo pubblico, di fatto sottraendo la RAI al controllo diretto dell'esecutivo. In questa sentenza, la Corte costituzionale affermò la necessità di un sistema idoneo a escludere il predominio del potere esecutivo nell'ambito dell'ente gestore e sollecitò il legislatore a emanare una legge che avrebbe dovuto assicurare il raggiungimento, tra gli altri, di obiettivi volti a prevedere: a) che gli organi direttivi dell'ente gestore (si tratti di ente pubblico o di concessionario privato purché appartenente alla mano pubblica) non fossero costituiti in modo da rappresentare direttamente o indirettamente espressione, esclusiva o preponderante, del potere esecutivo; b) che per la concretizzazione degli obiettivi indicati e per il relativo controllo fossero riconosciuti adeguati poteri al Parlamento, che istituzionalmente rappresenta l'intera collettività nazionale. Con la sentenza n. 194 del 21 maggio 1987 la Corte riconobbe la dimensione costituzionale nella quale si posiziona la Commissione parlamentare per l'indirizzo generale e la vigilanza dei servizi radiotelevisivi, discendente dall'attribuzione al servizio radiotelevisivo della natura di « servizio sociale (...) diretto ad assicurare l'effettività della libera manifestazione del pensiero e della libera informazione, considerate come due aspetti essenziali ed inscindibili di un unico valore costituzionalmente protetto in via primaria dall'articolo 21 della Costituzione » strutturato « nell'orbita del Parlamento » (cosiddetta « parlamentarizzazione »). Con l'ordinanza n. 61 del13 marzo 2008 e la sentenza n. 69 del 9 marzo 2009 – relative al conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato sorto a seguito della proposta di revoca del Consigliere di amministrazione della RAI, prof. Angelo Petroni – la medesima Corte ribadì la centralità del Parlamento nel governo del sistema radiotelevisivo pubblico. Nell'ordinanza n. 61 si legge testualmente: