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In Belgio a partire dal 1999 due leggi ordinarie hanno novellato l’articolo 14, paragrafo 1, numero2, della legge sul Consiglio di Stato, prevedendo che la sezione giurisdizionale ivi istituita giudica dei ricorsi per l’annullamento degli atti «des assemblées législatives ou de leurs organes, en ce compris les médiateurs institués auprès de ces assemblées, de la Cour des comptes et de la Cour d’arbitrage, du Conseil d’État et des juridictions administratives ainsi que des organes du pouvoir judiciaire et du Conseil supérieur de la Justice relatifs aux marchés publics et aux membres de leur personnel» . In Francia, Albania, Finlandia, Portogallo, Slovenia e Serbia lo scrutinio giurisdizionale sugli atti amministrativi delle Camere concernenti i dipendenti è di competenza del massimo organo di giustizia amministrativa, mentre in Danimarca, Israele e Norvegia la competenza è del giudice ordinario (fino all’ultimo grado di giudizio presso le Corti supreme); in Grecia è svolto dai tribunali amministrativi su due gradi di giudizio mentre sezioni specializzate della giurisdizione ordinaria se ne occupano in Romania. Quanto alla giurisdizione sugli atti delle Camere nei confronti dei terzi il problema pare intersecarsi con quello della personalità autonoma delle Camere del Parlamento in sedi giurisdizionali esterne dove è scontato che si radichi competenza. La personalità giuridica delle Camere appare ancora un problema insuperato per alcune realtà nazionali, nelle quali la rappresentanza è comunque rivestita da un organo governativo ( in primis, l’ attorney general in Gran Bretagna a nome del Presidente della Camera dei Comuni); del resto, anche in Italia la questione è lungi dall’essere assestata visto che recentissimamente, il Consiglio di Stato -- in assenza di apposita norma statutaria -- ha negato natura rappresentativa autonoma al presidente di un consiglio regionale: a «differenza dalle amministrazioni statali, che hanno strutture articolate in uffici a legittimazione separata le regioni e le province autonome sono entità giuridicamente unitarie la cui rappresentanza è normalmente attribuita a un singolo organo» (sentenza n.2362 del 20 aprile 2009). Il caso britannico è tuttavia assai utile, a supporto della lettura funzionalista qui fatta propria: ciò non solo perché gli ordinamenti di derivazione anglosassone danno ingresso alla legge in Parlamento, ma perché essi addirittura giungono ad annullare atti amministrativi assunti dagli organi parlamentari; tale innovativa statuizione, fatta dalla Corte suprema del Canada è entrata come patrimonio dell’intera comunità giuridica del Common law. In proposito, si segnala che di recente il traguardo ulteriore cui è pervenuta la Gran Bretagna. Il § 212 del Report on Parliamentary privilege dell’aprile 2012 ( presented to Parliament by the Leader of the House of Commons and Lord Privy Seal by Command of Her Majesty ) ha così preso atto del superamento della nozione «geografica» della guarentigia parlamentare, ad opera della sentenza della Corte suprema del Regno Unito R v. Chaytor and others, [2010] UKSC 52: « Finally, since the Joint Committee came to its conclusions in 1999, the Supreme Court has examined the line between those activities of Parliament which are protected by privilege and those which are not in the case of Chaytor, the Court found that the MPs’expenses scheme was not a parliamentary proceeding and was not protected by the House of Commons’ right to administer its own affairs». A fronte di questo panorama giuridico interno ed internazionale, non si può prestare acquiescenza dinanzi alla lettura dominante in Italia, il cui punto più debole di tutto il sistema è innegabilmente l’assenza di una previsione legittimante l’autodichia. 1.3. La giurisprudenza fino alla sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo 28 aprile 2009, n. 14, sui ricorsi n. 42113/04, n. 177214/05 e n.20329/05 Sia la Corte di cassazione (sezioni unite, sentenza n.2546 del 10 aprile 1986 e n.6241 del 18 novembre 1988) che il tribunale amministrativo regionale (TAR) del Lazio (sentenza n.4784 del 24 maggio 2007) riconducono ai regolamenti maggiori -- e quindi alla loro natura di atto di normazione primaria sottratto a sindacato di legittimità costituzionale, come affermato dalla Corte costituzionale con la citata sentenza n.154 del 1985 -- il fondamento normativo dell’emanazione dei regolamenti minori che contemplano le due autodichie. Ne deriva una sottrazione di tutela che sarebbe vistosamente incompatibile col principio di legalità, a meno di non procedere a conformarvi l’istituzione degli organi giurisdizionali interni mediante un faticoso processo di ermeneutica dei vigenti regolamenti parlamentari . Qui vi è però una differenza tra gli articoli 12 dei due regolamenti parlamentari: 1) l’articolo 12, comma 1, del regolamento del Senato prevede che «il Consiglio di Presidenza, presieduto dal Presidente del Senato (...) approva i Regolamenti interni dell’Amministrazione del Senato e adotta i provvedimenti relativi al personale stesso nei casi ivi previsti». Nessuna menzione vi è fatta dell’esistenza o della delega a prevedere una giurisdizione interna, eppure essa fu adottata con delibere successive del Consiglio di Presidenza; 2) l’articolo 12, comma 3, del regolamento della Camera, invece, demanda all’Ufficio di Presidenza l’adozione dei regolamenti e delle altre norme concernenti lo stato giuridico, il trattamento economico e di quiescenza e la disciplina dei dipendenti della Camera, ivi compresi i doveri relativi al segreto d’ufficio, i ricorsi ad essi relativi, nonché i ricorsi e qualsiasi impugnativa, anche presentata da soggetti estranei alla Camera, avverso gli altri atti di amministrazione della Camera medesima. Nel senso dell’assimilazione delle due previsioni si è espressa la sentenza del TAR del Lazio 12 gennaio 2005, sul ricorso n.7449 del 2001. Eppure, quella del regolamento del Senato è una norma in bianco, che non contempla alcuna delega al Consiglio di Presidenza a disciplinare la materia dei ricorsi giurisdizionali dei dipendenti e, meno che mai, dei terzi contro l’Amministrazione del Senato. La norma in bianco non può certo «impadronirsi» della materia disciplinata dall’articolo 25 della Costituzione (giudice naturale precostituito per legge) e sottratla alla fonte di rango ordinario, ma deve cedere dinanzi al principio di legalità all’esterno dell’ambito coperto dalla riserva di regolamento parlamentare. Peraltro, quella dell’estensione ai regolamenti minori del dictum della Corte costituzionale sulla riserva di regolamento è una ricostruzione contestata da parte della dottrina e sulla quale il Consiglio di Stato non ha preso una posizione perfettamente adesiva (sentenza della IV sezione del Consiglio di Stato n.3008 del 2007).