[pronunce]

La disposizione in parola, richiamata dal T.A.R. Veneto per giustificare l'abrogazione della legge regionale n. 27 del 1993, stabilisce che «Le leggi della Repubblica che modificano i principi fondamentali di cui al primo comma dell'articolo precedente abrogano le norme regionali che siano in contrasto con esse». La Regione Veneto, dopo aver sottolineato che il citato art. 10 della legge n. 62 fa discendere l'abrogazione della normativa regionale unicamente dall'entrata in vigore di disposizioni di rango legislativo e non già regolamentare, osserva che tale norma «appare certo in diretto contrasto con le disposizioni contenute nel Titolo V della nostra Costituzione a seguito delle modifiche operate con la legge costituzionale n. 3 del 2001 e con la normativa ordinaria di adeguamento». In particolare la ricorrente, richiamando le sentenze n. 282 del 2002 e nn. 201 e 353 del 2003 della Corte costituzionale, sottolinea come la riforma del Titolo V della Parte seconda della Costituzione abbia accentuato la distinzione fra la competenza regionale a legiferare nelle materie di potestà concorrente e la competenza statale a determinare i principi fondamentali della disciplina. La Regione ricorda, inoltre, che la legge n. 131 del 2003 non ha riprodotto il testo dell'art. 10 della legge n. 62 del 1953, né vi ha fatto rinvio in alcuna delle sue disposizioni. Anzi, quando la stessa legge n. 131 ha voluto stabilire limiti all'applicazione della normativa regionale a seguito dell'entrata in vigore della competente legislazione statale, lo ha fatto esplicitamente, come nella seconda parte del comma 2 dell'art. 1, relativo alle materie appartenenti alla potestà legislativa esclusiva dello Stato. Per queste ragioni, la ricorrente ritiene che l'art. 10 della legge n. 62 del 1953 debba ritenersi abrogato «a seguito dell'introduzione del nuovo testo del Titolo V della Costituzione o, a tutto concedere, a partire dall'entrata in vigore della legge 5 giugno 2003, n. 131, che ha ridisciplinato la materia». Da quanto detto discenderebbe che il T.A.R. Veneto «non aveva il potere di ritenere abrogata la normativa regionale» e che, pertanto, «avrebbe al limite solo potuto sollevare la questione di legittimità costituzionale». La Regione conclude chiedendo a questa Corte di dichiarare che non spettava allo Stato, e nel caso specifico al T.A.R. Veneto, ritenere implicitamente abrogata la legge regionale n. 27 del 1993, e, di conseguenza, annullare la sentenza 19 agosto 2005, n. 3200, per violazione degli artt. 5, 101, 114, 117 e 134 Cost. In subordine, qualora non si dovesse ritenere abrogato l'art. 10 della legge n. 62 del 1953, la difesa regionale chiede che la Corte sollevi avanti a se stessa questione di legittimità costituzionale del medesimo art. 10 della legge n. 62 del 1953 per contrasto con gli artt. 5, 114 e 117 Cost. 2. – Si è costituito in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che il ricorso sia dichiarato inammissibile o infondato. 2.1. – La difesa erariale ricorda, preliminarmente, che, a seguito della riforma del Titolo V della Parte seconda della Costituzione, si è prodotta una innovazione «solo quantitativa e non qualitativa» nel riparto di competenze tra Stato e Regioni. Aggiunge, poi, che i rapporti tra norme statali e norme regionali dello stesso livello si risolvono in termini di abrogazione, a condizione che «la norma abrogante intervenga nella sfera legislativa riservata alla sua fonte». A parere del resistente, l'art. 10 della legge n. 62 del 1953 non avrebbe fatto altro che «confermare in forma espressa questo principio, che si trova già enunciato nell'art. 15 delle preleggi». Nel caso di specie, l'Avvocatura ritiene inconferente il richiamo all'art. 117 Cost., in quanto la legge regionale non avrebbe potuto violare un principio fondamentale che non operava al momento della sua entrata in vigore; la soluzione, pertanto, andrebbe «trovata in chiave di abrogazione». Non potrebbe essere utilmente richiamato, d'altra parte, quanto affermato dalla Corte costituzionale sin dalla sua prima sentenza a proposito del rapporto tra leggi preesistenti e norma costituzionale successiva. Nel caso oggetto del presente giudizio, infatti, i termini della questione sono entrambi leggi ordinarie e, dunque, il T.A.R., «nel decidere quale delle due fosse in vigore ha solo esercitato il potere giurisdizionale, di cui era investito». Peraltro, aggiunge il resistente, il T.A.R. «non ha disapplicato le norme regionali, in quanto in contrasto con la Costituzione […], ma le ha ritenute abrogate e l'accertamento dell'effetto abrogativo di norme successive rientra sicuramente nelle attribuzioni dell'autorità giurisdizionale». 2.2. – La difesa erariale eccepisce l'inammissibilità del ricorso perché reputa inconferenti tutti i parametri costituzionali evocati dalla Regione. Al riguardo si osserva che la sentenza del T.A.R. Veneto, per ledere una attribuzione regionale, avrebbe dovuto «andare al di là non della sua giurisdizione, ma della giurisdizione in assoluto, mentre, come si è visto, si è mantenuta nei limiti della giurisdizione amministrativa». L'Avvocatura dello Stato rileva inoltre che, in virtù del principio dispositivo, la decisione del giudice amministrativo doveva intervenire solo sui motivi di ricorso; pertanto, poiché nel caso specifico quest'ultimo era fondato sull'avvenuta abrogazione della norma regionale e la parte interessata non aveva chiesto che fosse sollevata questione di legittimità costituzionale, il giudice non era tenuto a proporla d'ufficio. Il resistente aggiunge che, comunque, la sentenza del T.A.R. Veneto «non comporta la perdita di efficacia definitiva e generale della legge regionale, che come atto legislativo mantiene integra la sua struttura»; pertanto, in un altro giudizio, il giudice investito «potrà dichiarare la norma regionale tuttora in vigore o, sul presupposto del suo vigore, sottoporla alla verifica di costituzionalità da parte di codesta Corte». In merito all'art. 10 della legge n. 62 del 1953, la difesa erariale osserva che si tratta di «una legge ordinaria che non può produrre effetti in un rapporto integralmente disciplinato dalla Costituzione. In ogni caso, la norma è destinata ad operare attraverso la valutazione dei singoli giudici, vale a dire attraverso lo strumento del giudicato». Il giudice di secondo grado, infatti, potrebbe non ritenere abrogata la norma regionale o decidere di sollevare la questione di costituzionalità. Per queste ragioni l'Avvocatura dello Stato ritiene inammissibile il conflitto. 2.3. – In subordine, la difesa statale contesta la fondatezza del conflitto. A tal fine osserva che, se fosse accolto il ricorso, si produrrebbero delle conclusioni inaccettabili.