[pronunce]

all'eventuale sussistenza di giustificati motivi di inosservanza del precetto; che l'art. 3 Cost. sarebbe violato anche per l'irragionevolezza della scelta di criminalizzare l'ingresso o la permanenza irregolari nel territorio dello Stato: scelta che colliderebbe con il principio di sussidiarietà o di extrema ratio, in forza del quale è consentito ricorrere alla sanzione penale solo quando nessun altro strumento, civile o amministrativo, si riveli idoneo; che dalla lettura congiunta degli artt. 10-bis e 16 del d.lgs. n. 286 del 1998 emergerebbe, infatti, chiaramente che l'unico scopo perseguito dal legislatore con l'introduzione del nuovo reato è l'allontanamento dello straniero «irregolare» dal territorio dello Stato: obiettivo che risultava tuttavia conseguibile, già prima della novella, tramite l'istituto dell'espulsione amministrativa; che ne deriverebbe anche un ulteriore profilo di compromissione dell'art. 27 Cost., assistendosi ad un uso distorto della sanzione penale, la quale verrebbe impiegata dal legislatore a fini di mera «deterrenza», con conseguente strumentalizzazione del singolo a scopi di politica criminale; che il principio di personalità della responsabilità penale risulterebbe vulnerato anche perché la norma - a parità di condotta - discrimina gli stranieri che siano stati espulsi in via amministrativa (nei cui confronti andrà pronunciata sentenza di non luogo a procedere) e coloro che non lo siano stati (i quali andranno invece incontro alla condanna): con la conseguenza che la responsabilità penale dell'imputato verrebbe a dipendere da circostanze estranee alla sua sfera di dominio, e segnatamente dalla mera discrezionalità o disponibilità di mezzi da parte dell'autorità amministrativa; che i denunciati profili di irragionevolezza non sarebbero affatto superati dalla comminatoria della pena dell'ammenda da 5.000 a 10.000 euro, sottratta alla sospensione condizionale (trattandosi di reato di competenza del giudice di pace) e all'oblazione: risultando evidente come si tratti di sanzione ineffettiva a fronte della normale condizione di insolvibilità degli imputati, con l'unico «effetto collaterale» di un inutile «sovraccarico» del sistema giudiziario; che del tutto irrazionale sarebbe, poi, che detta pena pecuniaria possa essere sostituita con una sanzione sostitutiva di gran lunga più afflittiva, quale l'espulsione dal territorio dello Stato non inferiore a cinque anni: tanto più che, in tutti gli altri casi contemplati dall'art. 16, comma 1, del d.lgs. n. 286 del 1998, la misura sostitutiva dell'espulsione resta applicabile solo quando il giudice ritenga di dover irrogare pene detentive fino a due anni e non ricorrano le condizioni per la sospensione condizionale della pena; che la fattispecie incriminatrice censurata risulterebbe altresì inconciliabile con il principio di solidarietà, di cui agli artt. 2 e 3, primo e secondo comma, Cost., venendo a colpire, in combinazione con l'istituto del concorso di persone nel reato, tutte le condotte che, se pure animate solo da fini di solidarietà politica, economica e sociale, si risolvano in una agevolazione dell'ingresso o del trattenimento nel territorio dello Stato di persone che versano in condizioni di «subalternità» e indigenza; che la disciplina censurata violerebbe, ancora, l'art. 117 Cost., ponendosi in contrasto con il Protocollo addizionale della Convenzione delle Nazioni Unite contro la criminalità organizzata transnazionale per combattere il traffico illecito di migranti, adottato il 15 dicembre 2000, il quale - nell'impegnare ogni Stato Parte a conferire il carattere di reato a una serie di condotte attinenti al traffico dei migranti (art. 6) - statuisce che «i migranti non diventano assoggettati all'azione penale fondata sul presente protocollo per il fatto di essere stati oggetto delle condotte di cui all'art. 6» (art. 5) e obbliga, altresì, gli Stati contraenti a prendere «misure adeguate, comprese quelle di carattere legislativo se necessario, per preservare e tutelare i diritti delle persone che sono state oggetto delle condotte di cui all'art. 6» (art. 16); che sarebbe leso, infine, l'art. 10 Cost., che impone la conformazione dell'ordinamento italiano ai principi di diritto internazionale generalmente riconosciuti; che la Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo, approvata dall'Assemblea generale delle Nazioni Unite il 10 dicembre 1948, afferma, infatti, che «ogni individuo ha diritto di lasciare qualsiasi paese, incluso il proprio, e di ritornare nel proprio paese» (art. 13), «il diritto di cercare e di godere in altri paesi asilo dalle persecuzioni» (art. 14), nonché il diritto alla possibilità di assicurare a sé e alla propria famiglia un'esistenza conforme alla dignità umana (art. 23): disposizioni, queste, che impedirebbero al legislatore di ricollegare alla sola condizione di migrante, sia pure non regolare, «trattamenti deteriori rispetto a quel minimum di garanzie rintracciabili nei cc.dd. principi fondamentali inalienabili»; che la questione sarebbe rilevante nei giudizi a quibus, che vedono due persone nate in Marocco imputate della contravvenzione di cui all'art. 10-bis del d.lgs. n. 286 del 1998, con possibile applicazione della sanzione sostitutiva dell'espulsione: giudizi che, dunque, nel caso di accoglimento della questione, si concluderebbero con l'assoluzione degli imputati; che in tutti i giudizi di costituzionalità è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che le questioni siano dichiarate inammissibili per difetto di motivazione sulla rilevanza o, comunque, infondate nel merito. Considerato che le ordinanze di rimessione sollevano questioni identiche o analoghe, onde i relativi giudizi vanno riuniti per essere definiti con unica decisione; che i giudici a quibus dubitano, in riferimento a plurimi parametri, della legittimità costituzionale dell'art. 10-bis del decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286 (Testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell'immigrazione e norme sulla condizione dello straniero), aggiunto dall'art. 1, comma 16, lettera a), della legge 15 luglio 2009, n. 94 (Disposizioni in materia di sicurezza pubblica), che punisce con l'ammenda da 5.000 a 10.000 euro, salvo che il fatto costituisca più grave reato, lo straniero che fa ingresso o si trattiene illegalmente nel territorio dello Stato; che alcuni dei rimettenti estendono le proprie censure anche alle norme che accordano al giudice penale - e, in specie, al giudice di pace, competente per il reato in questione - il potere di sostituire la pena pecuniaria con la misura dell'espulsione per un periodo non inferiore a cinque anni: vale a dire l'art. 16, comma 1, del d.lgs. n. 286 n. 1998, come modificato dall'art. 1, comma 16, lettera b), e comma 22, lettera o)