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Norme in materia di attività di rappresentanza di interessi. Onorevoli Senatori. -- L'opinione pubblica sollecita sempre più a promuovere la trasparenza dei processi decisionali, per garantire l'interesse generale anche attraverso il necessario confronto con gli interessi particolari, sempre più rappresentati dai gruppi di pressione o lobby . Questa esigenza è stata già avvertita e affrontata in altri Paesi occidentali. In Italia, la sua attualità si lega alla crisi verticale dei grandi partiti democratici che, per decenni, hanno svolto, sia al loro interno che nella dialettica delle idee, un compito di mediazione democratica degli interessi economici, sociali e culturali. La tendenza ad una «personalizzazione» della proposta politica espone maggiormente le scelte normative e di governo alla interferenza di interessi «particolari», che si ha difficoltà a cogliere o spiegare e che finiscono col condizionare le scelte di cambiamento. L'assenza di luoghi di mediazione e la debolezza dei corpi intermedi impongono una riflessione seria sulla qualità della rappresentanza e, nel contempo, invitano ad arginare lo «scatenamento» di istanze e pressioni che intendono orientare, a proprio vantaggio, la decisione pubblica se non addirittura a surrogarla, ponendo un serio problema di democrazia. La necessità di stabilire regole e procedure che presiedano al rapporto fra gruppi di pressione e classe politica è divenuta dunque improcrastinabile. L'Europa ha già dato indicazioni in questo senso. Fin dal 2005, la Commissione ha varato la «Iniziativa europea per la trasparenza», sostanziatasi poi nella stesura del relativo «Libro verde» che, nella parte seconda, è espressamente intitolato Trasparenza e rappresentanza degli interessi (lobbismo) . Nel Libro verde il lobbismo viene definito «una componente legittima dei sistemi democratici»; anzi, la Comunità garantisce addirittura un «sostegno finanziario» a determinati gruppi d'interesse (ad esempio di consumatori, disabili, eccetera) perché meglio vedano riconosciute le loro ragioni. È inoltre stabilito che ogni intervento sul procedimento deliberativo sia reso noto alla pubblica opinione, insieme alla missione e alle forme di finanziamento dei gruppi lobbisti. Dunque la massima trasparenza possibile è perseguita in Europa secondo due modalità di fondo: 1) elevare il più possibile le informazioni fornite all'opinione pubblica riguardo ai rapporti fra i gruppi d'interesse e la Commissione; 2) rafforzare le norme che regolano la trasparenza dei soggetti, compresi gli stessi lobbisti, comunque implicati nelle attività di mediazione fra interessi e istituzioni europee. Per favorire il controllo pubblico si punta intanto a fornire il massimo di informazioni sui soggetti implicati nella decisione politica; si punta altresì su un sistema di registrazione dei gruppi di pressione, implementato da incentivi tesi a favorirne la registrazione. Quanto alla raccolta e divulgazione delle informazioni, è previsto un questionario elettronico in cui i gruppi di pressione debbono fornire sistematicamente notizie sui loro obiettivi e sulle fonti di finanziamento; è richiesta anche la sottoscrizione di un codice di condotta. Viene previsto altresì un sistema di registrazione volontaria su internet per i lobbisti che desiderino essere consultati sulle iniziative dell'Unione europea (debbono comunicare gli interessi di riferimento, i loro obiettivi, le fonti di finanziamento e firmare un codice di comportamento). In generale secondo la logica «LIBERAL» della Commissione si è preferita la possibilità dell'autoregolamentazione, rispetto ad una registrazione obbligatoria, ma con l'impegno a verificare i risultati raggiunti. Da notare che nell'ottobre 2006 il Comitato economico e sociale europeo ha espresso un «parere» sul Libro verde nel quale si insiste sulla necessità di garantire la «legittimità dell'azione» dei gruppi di interesse (evitando ogni influenza illecita sul processo decisionale della Comunità, come pressioni economiche, forme di corruzione, propalazione di notizie imprecise o false, ecc.). Va detto, concludendo su questo punto, che tutte le misure europee per la trasparenza sono oggetto di un apposito capitolo dell'attività della Commissione espressamente intitolato «Legiferare meglio», un obiettivo che anche i Parlamenti nazionali dovrebbero considerare strategico. Oltre la Commissione, anche il Parlamento europeo (PE) è particolarmente impegnato nella ricerca della tutela e conservazione della trasparenza nei rapporti con la società. Già il sistema di accreditamento per l'accesso ai Palazzi è tutto volto a verificare l'identità dei soggetti che entrano, il numero delle volte, l'organizzazione che eventualmente il singolo rappresenta, eccetera. Sul sito web del PE è pubblicato un Registro dei lobbisti accreditati; è previsto un Codice di condotta obbligatorio cui sono chiamati ad uniformarsi tutti i soggetti che chiedano l'accreditamento presso il PE. Nel giugno 2011, Commissione e Parlamento europeo hanno varato il Registro comune per la trasparenza. Il nuovo strumento, che supera i precedenti, aumenta il range dei potenziali lobbisti (aggiungendo anche studi legali, organizzazioni non governative - ONG, eccetera); il fine è quello di raccogliere e rendere disponibili le informazioni su tutti i soggetti in grado di influenzare la politica europea, così da contribuire a fare della UE una «democrazia più partecipativa». A questo scopo viene aumentato il numero e la completezza delle informazioni richieste ai lobbisti, imponendo ad esempio di specificare quali proposte di legge sono state sostenute, quali finanziamenti si sono ottenuti dall’Unione europea, eccetera. Chi si iscrive al Registro accetta, inoltre, di rispettare il Codice di condotta comune e di subire le eventuali sanzioni. Il Registro europeo resta tuttavia ad iscrizione facoltativa e, in pratica, è possibile continuare ad esercitare la mediazione lobbistica anche senza risultare in elenco e quindi senza avere obblighi di cui rispondere né codici da rispettare. Va detto che il sistema di regolazione delle lobby è stato sottoposto a non poche critiche e c'è chi ha parlato di «fallimento», perché la sostanza delle mediazioni e delle influenze resta fuori controllo. Quanto all'Italia, è tempo di regolare la materia. Già il Governo Prodi, nel 2007, aveva proposto l'istituzione di un Registro pubblico. Durante il Governo Monti, il Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali predispose, per il proprio Dicastero, un Elenco dei lobbisti. Nel mese di aprile 2013, il Governo Letta istituì, nel proprio ambito, un Comitato di studio, coordinato dal Segretario generale della Presidenza del Consiglio, Roberto Garofoli, che elaborò alcune linee guida, approvate dal Consiglio dei ministri il successivo mese di maggio. Lo stesso Comitato curò la predisposizione di un disegno di legge che non ebbe esito. Da segnalare, inoltre, che nella Relazione finale del Gruppo di lavoro sulle riforme istituzionali, istituito nel marzo 2013 dal Presidente della Repubblica Napolitano, il punto 17) è espressamente dedicato alle Lobbies . Di esse è detto che svolgono opera «legittima» ma che, ove non opportunamente normata e trasparente, può finire «per alterare la concorrenza o per condizionare indebitamente le decisioni».