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È una situazione che presenta punte di criticità, soprattutto nell'area della città di Tripoli, area in cui peraltro è concentrata buona parte della popolazione urbana e della popolazione della stessa Libia. Rispetto a questo noi come Italia, siamo totalmente a supporto degli sforzi delle Nazioni Unite e quant'altro per la tregua e per il consolidamento della medesima. Come ogni tregua, anche questa ogni tanto viene interrotta; ci auguriamo che gli ultimi accordi raggiunti il 23 settembre riescano ad avere una tenuta di durata superiore, ma la situazione resta fragile ed è anche importante garantire che l'uscita dall'area urbana di Tripoli di determinate milizie, che non facevano parte di quel territorio come origine abituale, sia e diventi un acquisito permanente, in modo che la cessazione delle ostilità possa consolidarsi e che gli accordi per la sicurezza della capitale libica possano essere pienamente applicati e diventare pienamente funzionali. Questo non solo dal punto di vista del principio stesso e dell'importanza materiale della sicurezza, ma anche perché - non dimentichiamolo mai - quando ci sono questi scontri armati, oltre a esserci vittime tra le milizie e le truppe combattenti, ci sono numerosi atti di violenza materiale sulle popolazioni civili, che sono poi la parte a cui dobbiamo prestare più attenzione dal punto di vista della civiltà dei diritti fondamentali e dei principi umanitari che ci sono propri, anche come posizione italiana. Il quarto elemento alla vostra attenzione è quello relativo agli sviluppi politici interni in Libia. Come sapete, negli accordi che erano stati stipulati in occasione degli incontri a Parigi qualche mese fa era stata molto focalizzata l'idea non solo di avere delle elezioni, che sono il momento culminante di un processo di stabilizzazione democratica di qualunque Paese e popolo, ma soprattutto di stabilire una data delle elezioni, che era stata fissata al 10 dicembre e sostanzialmente concordata, o comunque non negata, dalle parti che erano state convenute a Parigi. Rispetto a questa data, la nostra posizione, come Italia e come Governo italiano, è sempre stata che naturalmente vedevamo le elezioni come un momento indispensabile ma, proprio in quanto momento indispensabile e coronamento di un processo democratico che chiama un popolo a esprimersi sulle sue istituzioni e sul suo futuro, ritenevamo che queste dovessero svolgersi in condizioni costituzionali e legislative chiare e in condizioni di piena legittimità, credibilità e trasparenza, per avere in questo modo l'effetto auspicato. Per cui per noi poteva essere il 10 dicembre, ma anche il 9, l'11 o più probabilmente un'altra data; non era importante la questione della data, ma era importante che ci si arrivasse nelle condizioni migliori. Fra le condizioni, era indispensabile che il Parlamento libico, che si riunisce nella città di Tobruk, si esprimesse sul quadro costituzionale (questo richiedeva anche un passaggio referendario) e che emanasse una legge elettorale in base alla quale si sarebbero tenute le elezioni. Sono andate a vuoto varie sedute, malgrado i preannunci del Parlamento libico, e soltanto ultimamente è stato trovato un accordo, in condizioni di voto in parte contestate, perché il quorum è stato raggiunto attraverso firme raccolte anche fra chi non era presente (insomma una situazione complessa). In ogni modo, ci sarebbero le prime condizioni base, ma solo recentissimamente. Noi pensiamo che su questo si debba costruire il resto del percorso. Naturalmente, ripeto, nessuno ha mai messo in dubbio da parte del Governo italiano e, mi permetterei di dire, da parte italiana, che si debbano tenere le elezioni, ma riteniamo che si debbano tenere nelle condizioni corrette ed è chiaro che al riguardo abbiamo avuto, nel corso delle settimane e dei mesi dietro di noi, una posizione che non era esattamente combaciante con la posizione francese. Tornerò su questo aspetto. Il quinto elemento che vorrei portare alla vostra attenzione riguarda le questioni legate all'economia della Libia, che si regge molto anche sull'estrazione di idrocarburi. Il Paese ha un'economia con delle potenzialità importanti che però sono state messe ampiamente in crisi dalla situazione conflittuale che esiste oramai da molto tempo. Per noi è sempre stato essenziale - e la posizione del Governo italiano è sempre stata molto chiara al riguardo - che le istituzioni centrali unitarie della Libia, in particolare la Banca centrale per la parte economico-finanziaria e la Compagnia nazionale degli idrocarburi, la cosiddetta NOC, rimanessero istituzioni centrali unite con la piena approvazione e la garanzia dell'ONU. Su questo punto siamo impegnati. Siamo anche impegnati al sostegno di un pacchetto di riforme che è stato adottato il 12 settembre dal Consiglio presidenziale e fatto proprio, poi, dall'Alto consiglio di Stato, la Camera alta della Libia, se vogliamo vederla in una tipologia di schema costituzionale a noi più familiare, e dalla Banca centrale. Questo pacchetto di riforme ricomprende, in particolare, quattro elementi: una tariffa di acquisto della valuta estera per riallineare il tasso di cambio (questione importante in Libia come altrove, al fine di mantenere tariffe di acquisto di valuta estera corrette) ; riduzione delle sovvenzioni governative sul carburante; l'aumento di 1.000 dollari dell'indennità governativa annuale a favore delle famiglie libiche (possiamo ben renderci conto della situazione in cui versa molta parte della popolazione civile); l'incremento dei contributi per le spese mediche e universitarie. Si tratta di elementi che fanno parte di tentativi di riforma essenziali per avvicinare le situazioni della Libia, quanto più possibile, alla normalità. Quindi anche l'aspetto delle riforme economiche, raccomandate peraltro dalle Nazioni Unite e dal contesto della comunità internazionale, è molto importante per riportare situazioni corrette in Libia, che fanno parte del processo definibile di normalizzazione e stabilizzazione. Il sesto elemento è il processo politico internazionale. Abbiamo avuto elementi importanti da vari incontri, in particolare, come vi dicevo, a margine dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite la settimana scorsa, nella quale si sono svolte anche una serie di riunioni dedicate alla Libia, con la partecipazione in videoconferenza dell'inviato ONU Salamè. Ho avuto incontri bilaterali con i Ministri degli esteri di Francia, Emirati Arabi, Qatar, Marocco, Egitto, con il Segretario Generale della Lega araba e il Segretario dell'Unione africana. Sono state tutte occasioni che hanno permesso di percepire una sostanziale volontà di lavorare per la soluzione, pur esistendo fra alcuni degli interlocutori che vi ho appena nominato, delle diversità di vedute. Se dovessi setacciare quanto raccolto, vedrei cinque punti di comune denominatore. Il primo è che tutti si esprimono a favore di un'assistenza, di un sostegno, di un supporto all'azione del delegato ONU Salamè. È importante, perché se lui ha il riconoscimento delle varie parti in causa, può portare avanti al meglio il processo. Il secondo punto è l'essenzialità di riportare la sicurezza a Tripoli, che vuol dire la fine degli scontri armati, il mantenimento della tregua e quant'altro. Il terzo punto di comune denominatore è di mantenere viva la prospettiva delle elezioni. Ripeto: