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Orbene se si richiede che il disastro “innominato” previsto dall'articolo 434 del codice penale abbia le caratteristiche oggettive tipiche dei fatti disastrosi addotti come esempio dalla Corte di merito l'affermazione non può essere condivisa. Quegli eventi sono infatti caratterizzati da un fatto tipico che si esaurisce, di per se stesso (non gli effetti che possono perdurare per lungo tempo), in un arco di tempo assai ristretto e con il verificarsi di un evento di grande evidenza immediata (il crollo, il naufragio, il deragliamento ecc.). Ma il disastro può anche non avere queste caratteristiche di immediatezza perché può realizzarsi in un arco di tempo anche molto prolungato, senza che si verifichi un evento disastroso immediatamente percepibile e purché si verifichi quella compromissione delle caratteristiche di sicurezza, di tutela della salute e di altri valori della persona e della collettività che consentono di affermare l'esistenza di una lesione della pubblica incolumità. Questa situazione può anche essere qualificata “macroevento” purché si precisi che la compromissione di cui trattasi (riguardi la situazione ambientale o un luogo diverso quale l'ambiente di lavoro o altra situazione tipica prevista dalla legge) può avere caratteristiche di durata che non richiedono il verificarsi di un evento eccezionale dotato di caratteristiche di immediatezza. Del resto non tutte le ipotesi di disastro previste dal capo I del titolo VI del codice penale (delitti contro l'incolumità pubblica) hanno le caratteristiche cui la Corte di merito sembra fare riferimento (per esempio la frana – articolo 426 – può consistere in spostamenti impercettibili che durano anni; l'inondazione può consistere in un lentissimo estendersi delle acque in territori emersi). Questa, peraltro, è anche la condivisibile interpretazione che il tribunale ha dato del disastro innominato quando ha assolto per mancanza dell'elemento soggettivo gli imputati di questo reato ravvisando quindi l'esistenza degli elementi oggettivi del reato con particolare riferimento alla ravvisata tipicità del fatto accertato e in particolare dell'evento verificatosi (così si esprime la sentenza di primo grado: “nel caso che ci occupa il rischio costituito dall'esposizione a cvm ha causato gli otto angiosarcomi contestati in tal modo dimostrando di avere idoneità lesiva dell'integrità fisica e di avere efficienza diffusiva nell'ambito della comunità dei lavoratori esposti alle alte dosi di tale sostanza e addetti alle mansioni più a rischio”) » . Il 23 febbraio 2015, la Sezione I della Corte di cassazione ha depositato la sentenza n. 7941 sul disastro ambientale all'Eternit. E, in particolare, intraprendendo un diverso percorso interpretativo, ha annullato la condanna pronunciata il 3 giugno 2013 dalla Corte di appello di Torino, e ha statuito che il reato di disastro di cui all'articolo 434 del codice penale « è estinto per prescrizione maturata anteriormente alla sentenza di primo grado » emessa dal tribunale di Torino il 13 febbraio 2012. A dire della Cassazione, l'articolo 434, secondo comma, del codice penale prevede « un'ipotesi di reato aggravato dall'evento », e tuttavia, in questa ipotesi « la data di consumazione del reato comunque coincide con il momento in cui l'evento si è realizzato » e, dunque, con il momento in cui « la causa imputabile ha prodotto interamente l'evento che forma oggetto della norma incriminatrice » e, cioè, con il momento in cui la causa imputabile ha prodotto interamente « il disastro che costituisce l'evento tipico della fattispecie dell'articolo 434, comma 2, codice penale ». Il disastro, si badi, e non quindi le lesioni o morti. Il disastro da intendersi come « fatto distruttivo di proporzioni straordinarie, qualitativamente caratterizzato dalla pericolosità per la pubblica incolumità ». Con questa conseguenza: che « la consumazione del reato di disastro non può considerarsi protratta oltre il momento in cui ebbero fine le immissioni delle polveri e dei residui della lavorazione dell'amianto prodotti dagli stabilimenti della cui gestione è attribuita la responsabilità all'imputato: non oltre, perciò, il mese di giugno dell'anno 1986, in cui venne dichiarato il fallimento delle società del gruppo, venne meno ogni potere gestorio riferibile all'imputato e al gruppo svizzero e gli stabilimenti cessarono l'attività produttiva che aveva determinato e completato per accumulo e progressivo incessante incremento la disastrosa contaminazione dell'ambiente lavorativo e del territorio circostante ». (Nello stesso senso, da ultimo, ad esempio la sentenza della Corte di cassazione n. 10504 del 23 marzo 2020, concernente il disastro ambientale dell'area circostante uno stabilimento industriale a Praia a Mare per sversamento nel suolo di sostanze tossiche e nocive, quali l'amianto, nonché la sentenza della Corte di cassazione n. 48548 del 24 ottobre 2018, relativa a un inquinamento di falde acquifere riconducibile a un deposito di carburanti nel Salento). Di grande interesse, anche sul terreno dell'esposizione all'amianto, diventa il nuovo delitto di disastro ambientale di cui all'articolo 452- quater del codice penale, introdotto dalla legge 22 maggio 2015, n. 68. Questo articolo punisce, al primo comma , « chiunque cagiona un disastro ambientale ». Poi, al secondo comma, stabilisce che « costituiscono disastro ambientale alternativamente: 1) l'alterazione irreversibile dell'equilibrio di un ecosistema; 2) l'alterazione dell'equilibrio di un ecosistema la cui eliminazione risulti particolarmente onerosa e conseguibile solo con provvedimenti eccezionali; 3) l'offesa alla pubblica incolumità in ragione della rilevanza del fatto per l'estensione della compromissione o dei suoi effetti lesivi ovvero per il numero delle persone offese o esposte a pericolo ». Quanto al rapporto tra il delitto di cui agli articoli 434 del codice penale e gli ecoreati di inquinamento e disastro ambientali previsti dagli articoli 452- bis e 452- quater del medesimo codice, la Suprema corte di cassazione precisa che « l'analisi comparativa delle fattispecie dei reati ambientali rispetto a quella di disastro innominato induce ad escludere che quest'ultima sia interessata da abrogazione espressa o implicita per effetto dell'introduzione delle nuove ipotesi di reato ». Rileva che « l'articolo 434, al comma 1, configura un delitto di attentato che anticipa la tutela rispetto al prodursi del disastro e, in riferimento all'ipotesi delineata al comma 2, nell'inserire quale evento il disastro avvenuto, pretende la verificazione di un fenomeno naturale di ampia dimensione, diffusivo e di straordinaria importanza, che pregiudica il bene protetto in misura più grave rispetto all'inquinamento significativo e misurabile dell'ambiente di cui all'articolo 452- bis , caratterizzato da una portata offensiva di gran lunga inferiore rispetto al fatto disastroso, ma anche della forma di maggiore gravità prevista dall'articolo 452- quater , comma 1, n. 3) ».