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Il Movimento 5 Stelle e i cittadini hanno bisogno del suo operato e continueranno a sostenerla convintamente. (Applausi) . PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Paragone. Ne ha facoltà. PARAGONE (Misto) . Signor Presidente, io ero e sono con Nino Di Matteo senza se e senza ma. Di Matteo: «Bonafede cambiò idea sulla mia nomina al DAP per lo stop di qualcuno». Siccome sono con Nino Di Matteo senza se e senza ma, leggo quanto riferito da Di Matteo. «Ho tenuto il telefono spento, ho lavorato» - questo è quello che dice Di Matteo alla giornalista di «la Repubblica» dopo la famosa trasmissione di Giletti «Non è l'Arena» - e riconferma i fatti tali e quali: «Sì, i fatti sono quelli. Il mio ricordo è preciso e circostanziato». Ripercorriamoli allora quei fatti: «Era lunedì, il 18 giugno. Ero a Palermo, a casa, il giorno dopo sarei tornato a Roma, nel mio ufficio alla procura nazionale antimafia. Squillò il telefono una prima volta, con un chiamante sconosciuto. Non risposi. Suonò di nuovo. Era Bonafede. Con lui non avevo mai scambiato una parola. C'era stato solo un incontro alla Camera nel corso di un convegno sulla giustizia e poi un altro alla convention di M5S a Ivrea». C'ero anch'io a Ivrea e mi ricordo bene come il Movimento accolse Nino Di Matteo. Ebbene, signor Ministro, se oggi siamo qui è perché c'è un fatto che è esattamente legato alla proposta che lei fece a Nino Di Matteo e che lui continua a ribadire, cioè la ricostruzione di Nino Di Matteo rimane tale e quale. Aristotele diceva: «Platone è mio amico, ma la verità lo è di più». Lo so che non è non è agevole reggere lo sguardo e osservarmi, Ministro, però a tradire sia gli amici che la verità ce ne vuole e lei, di fatto, ha tradito un simbolo, anzi, molto di più, perché Nino Di Matteo era ed è un simbolo della lotta antimafia. Evidentemente però quel simbolo non era degno della sua coerenza, visto che ancora oggi non è chiaro il motivo per cui quel Nino Di Matteo al quale lei offrì un incarico prestigioso in alternativa ad un altro - capo del DAP o, in alternativa, quello di direttore generale degli Affari penali - scelse la casella del DAP. Cosa sia successo dopo non lo so. Lei dice che non ha sub'to pressioni. Benissimo, non faccio fatica a crederlo, ma non abbiamo ancora capito il motivo per cui alla fine Nino Di Matteo al DAP non ci è andato. La questione è molto semplice: «sì, sì; no, no»; è quasi evangelica per alcuni tratti, è binaria. Non c'è bisogno delle sfumature e, anzi, è proprio nelle sfumature che c'è di mezzo il diavolo e io non voglio assolutamente pensare alle tentazioni del diavolo. Siccome, però, il fatto in questo caso è esclusivamente politico, lei, oltre a essere Ministro della giustizia, è anche capo delegazione del Movimento al Governo e non ho ancora capito come il Ministro della giustizia, che è anche capo delegazione del Movimento 5 Stelle al Governo, riesca a sopportare la riconferma del signor Descalzi alla guida di ENI, che è imputato per quella che, secondo la procura di Milano, è la più grande tangente internazionale mai pagata da ENI. Quando solo era indagato, da quei banchi si veniva qua a fare casino, ma erano altri tempi. Forse era solo indagato? Sappiate che c'è una differenza sostanziale tra essere indagati e imputati. Chiedevate che non fosse confermato alla guida di ENI quando era indagato e oggi, che è imputato, mi domando come facciate a sostenere ancora Descalzi alla guida di ENI. Lei, che è Ministro della giustizia, oltre a essere il capo delegazione del MoVimento 5 Stelle, che senso di giustizia ha quando è imputato? Poi ci sarebbe anche un altro imputato - che cito - che si chiama Profumo, prima alla guida di Monte Paschi di Siena, ora coinvolto nel processo MPS, e che è stato confermato alla guida di Leonardo-Finmeccanica. Evidentemente anche qui ci sono delle poltrone, dei giochi e dei posti in consigli di amministrazione da spartirsi e sono contento che anche noi finalmente abbiamo "Captain America" che può sedere nel consiglio di amministrazione di Leonardo perché finalmente anche noi abbiamo un pezzo di America in mezzo a un volume... (Il microfono si disattiva automaticamente). Sono contento che abbiamo un pezzettino di America, rappresentato soltanto da un nome in un mare di Cina che ci sta invadendo. Signor Ministro, sicuramente non le confermerò la fiducia e faccio mio quanto diceva il buon Aristotele: «amico è Platone, ma più amica la verità». PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Cucca. Ne ha facoltà. CUCCA (IV-PSI) . Signor Presidente, signori del Governo, colleghi senatori, preliminarmente anche per un fatto di simpatia personale che nutro nei suoi confronti, esprimo la mia vicinanza al ministro Bonafede sia sul piano personale che sul piano umano, in un momento che è comunque difficile da affrontare serenamente. Oggi tuttavia non siamo qui per parlare di questo; ma per valutare un problema di natura evidentemente politica in un momento così drammatico che sta vivendo il Paese. È un fatto notorio che, quando si è insediato il nuovo Governo, abbiamo reiteratamente richiesto discontinuità rispetto al Governo giallo-verde, soprattutto sui temi della giustizia. È noto, altresì, che nel corso della precedente esperienza governativa siamo stati in totale disaccordo e apertamente in dissenso rispetto ai provvedimenti approvati a colpi di maggioranza senza alcuna sensibilità verso i prudenti suggerimenti che provenivano dall'opposizione. Tali provvedimenti manifestavano una visione sui temi della giustizia che era ed è tutt'ora diametralmente opposta rispetto alla nostra, sempre improntata sul garantismo, sul rispetto totale dei principi costituzionali del giusto processo, sulla tutela dei diritti degli individui, anche di quelli che abbiano sbagliato percorso di vita e, magari, siano stati condannati da un giudice, la cui discrezionalità e imparzialità (principali e fondamentali prerogative appartenente a quella categoria) abbiamo sempre difeso e tutelato. Questi princìpi sono stati reiteratamente messi in discussione e insediati durante il Governo giallo-verde. Si rilevava un progressivo, ma costante attacco ai princìpi cardine del nostro sistema giudiziario e penitenziario, che costituivano un modello da imitare negli ordinamenti degli altri Paesi. Si pensi al principio di non colpevolezza, all'attacco al garantismo, al diritto di difesa, al tentativo di introdurre uno Stato di polizia che soppiantasse lo Stato di diritto, insinuando anche l'idea che ciascuno potesse farsi giustizia da sé: una volontà esclusivamente punitiva, che non lasciava spazio alla possibilità di favorire la rieducazione e il reinserimento del reo secondo il dettato costituzionale. Si pensi a provvedimenti riguardanti la prescrizione, le intercettazioni, la legittima difesa, la cosiddetta legge spazzacorrotti, solo per citarne alcuni, tutti lontani dalla nostra idea di una giustizia giusta.