[pronunce]

3.3.- La Rete Ferroviaria Italiana s.p.a., dopo aver rilevato che in virtù dell'art. 1, comma 66, della legge 23 dicembre 1996, n. 662, “le disposizioni dell'art. 7, comma 5, del decreto legge 19 dicembre 1992 n. 384, convertito con modificazioni dalla legge 14 novembre 1992 n. 438 … continuano ad applicarsi anche al triennio 1997 - 1999” e che l'interpretazione della norma impugnata accolta dal Giudice di legittimità con la sentenza 12 febbraio 2002, n. 1996, è l'unica plausibile, ricorda che già in passato la Suprema Corte, nel confrontarsi con norme di contenuto identico o analogo a quello della disposizione impugnata - (art. 7, comma 16, della legge 22 dicembre 1984, n. 887 e art. 6, comma 8, della legge 28 febbraio 1986, n. 41) - aveva ritenuto che con esse il legislatore avesse stabilito il blocco della misura retributiva unitaria dei compensi ricomprendenti una qualsiasi forma di indicizzazione (Cass. 1° giugno 1992, n. 6576; Cass. 10 giugno 1999, n. 5719); sottolinea che secondo la migliore dottrina e il consolidato insegnamento della stessa Corte costituzionale (sentenza n. 164 del 1994), i criteri di sufficienza e proporzionalità posti dall'art. 36 Cost. sono “inscindibilmente connessi”, di modo che la verifica del rispetto del precetto costituzionale esige una valutazione globale e di sintesi dell'intero assetto retributivo garantito al lavoratore, a prescindere dai criteri di computo e dall'ammontare delle singole voci; sostiene che, nella specie, il “blocco” al 1992 degli emolumenti comprensivi di una quota di indennità integrativa speciale, non può considerarsi lesivo del principio di adeguatezza della cosiddetta retribuzione corrispettivo, per l'esiguità del decremento che risulta dalla sua applicazione, peraltro accompagnato da progressivi e considerevoli incrementi retributivi sul minimo tabellare; osserva che nessuna norma costituzionale impone di pagare di più il lavoro svolto oltre i limiti contrattuali dell'orario di lavoro e che la copertura costituzionale del criterio della proporzionalità di cui all'art. 36 Cost. sussiste nella sola ipotesi di una particolare gravosità, e quindi di una speciale qualità usurante della prestazione lavorativa, da escludere nella fattispecie - in considerazione del carattere supplementare e non propriamente straordinario del lavoro della cui remunerazione si controverte -, e comunque indimostrata; rileva, infine, che non può non attribuirsi adeguato rilievo alla eccezionalità e transitorietà della norma denunciata. 4.- È intervenuto in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato dall'Avvocatura generale dello Stato, depositando memoria nella quale sostiene l'inammissibilità per difetto di rilevanza, e comunque l'infondatezza della questione. Sotto il primo profilo, rileva che non è stato in alcun modo individuato dal giudice a quo il meccanismo concreto attraverso il quale una voce retributiva, che si articola nella contrattazione collettiva come un emolumento maggiorato in percentuale rispetto al compenso previsto per l'ora ordinaria, possa in concreto divenire minore della retribuzione normale; che conseguentemente “non è dato comprendere se l'effetto lamentato dalla Corte di cassazione derivi dalla legge (che stabilisce un blocco generalizzato dei meccanismi di rivalutazione), ovvero dalla contrattazione collettiva, che ha regolato, in ipotesi contra legem, la materia dello straordinario”. Evidenzia, poi, che, contrariamente a quanto sostenuto dalla Corte di cassazione, la sterilizzazione degli automatismi retributivi legati all'inflazione sulle competenze accessorie, quali il compenso per lo straordinario, costituisce un effetto della norma impugnata (prorogata negli anni successivi al 1993, fino al triennio 2000/2002, da ultimo con l'art. 22 della legge n. 488/99), e non già del protocollo del 31 luglio 1992, posto che, con questo, Governo e Parti sociali si limitarono a suo tempo a prendere atto “dell'intervenuta cessazione del sistema di indicizzazione dei salari di cui alla legge 13 luglio 1991 n. 191, già scaduta il 31 dicembre 1991”; che, in definitiva l'asserita inferiorità del compenso per il lavoro straordinario, rispetto a quello del lavoro prestato nel corso dell'orario normale, non consegue al disposto dell'art. 7, comma 5, del decreto-legge n. 384 del 1992, il quale, nell'interpretazione datane dalla Corte Costituzionale, si limita a bloccare i meccanismi automatici di indicizzazione, senza interferire con le dinamiche incrementali dei compensi per lavoro straordinario, legati agli aumenti del trattamento economico fondamentale. 5.- Nell'imminenza dell'udienza pubblica, le parti private hanno depositato memorie. 5.1.- Giovanbattista Bernardo segnala che, ad eccezione dei dipendenti della s.p.a. Ferrovie dello Stato, in qualsiasi comparto del pubblico impiego o rapporto di lavoro privatistico appartenente al c.d. settore pubblico allargato cui si applichi la normativa sospettata di incostituzionalità, non si è mai dubitato, ancor prima che intervenisse la sentenza n. 242 del 1999 della Corte costituzionale, che il compenso del lavoro straordinario dovesse essere adeguato alle variazioni contrattuali della paga tabellare e che il “blocco” riguardasse pertanto i soli meccanismi automatici di indicizzazione delle retribuzioni. Ricorda in proposito che tutti i contratti del pubblico impiego stipulati dall'Aran - soggetti, prima della sottoscrizione, al vaglio della Corte dei conti - nonché i contratti dei dipendenti delle aziende autoferrotranviarie hanno previsto che le misure degli stipendi da essi risultanti avessero effetto sul compenso per il lavoro straordinario. Sostiene poi che la questione di costituzionalità, così come riproposta nell'ordinanza della Corte di cassazione, presenta profili di inammissibilità, in quanto, da un lato, le argomentazioni in essa enunciate si fondano su presupposti identici a quelli già esaminati e decisi con la sentenza n. 242 del 1999 di questa Corte, e, dall'altro lato, il giudice a quo si è limitato a riproporre un'interpretazione della norma già ritenuta, sia pure in via ipotetica, contrastante col dettato costituzionale, in violazione quindi dei vincoli derivanti all'interprete dalla predetta decisione. Osserva ancora il deducente che, nel disattendere la pronuncia della Corte costituzionale n. 242 del 1999, il rimettente ha platealmente contraddetto i propri precedenti giurisprudenziali, che avevano attribuito a norme di identica formulazione letterale (quali l'art. 7, comma 16, della legge n. 887 del 1984 e l'art. 6, comma 8, della legge n. 41 del 1986) proprio il significato ritenuto plausibile e conforme alla Costituzione dal Giudice delle leggi e come tale da questi assunto a presupposto della pronuncia di interpretazione adeguatrice, quale consolidato diritto vivente. Richiama infine il Bernardo “l'esame diacronico” dei commi 1 e 5 dell'art. 7 del d.l.