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In Italia questo processo assume caratteri più rischiosi per «la tendenza della razza latina a cercare sempre un capo, a non trovare salute fuori di uomo» (L. Carlassare, Indagine conoscitiva sui provvedimenti in itinere di attuazione e di revisione della Parte II della Costituzione, 25º resoconto stenografico, 1ª Commissione, Senato della Repubblica, XIV legislatura, 9 dicembre 2004, pp. 31-32). In ogni caso questa contraddizione in termini, il «partito personale», merita una seria attenzione perché mina o, quantomeno, trasforma alla base l’organizzazione classica, e per noi costituzionale (articolo 49), della democrazia. Poiché il rapporto possessivo che il leader ha con il «suo» partito, trasforma la condizione dell’associato del partito stesso in quella di adepto, di fedele, di sostenitore. Buttiglione alla fine del 1994 rivelò in modo clamoroso gli effetti di questa relazione possessiva e proprietaria del partito. Il tribunale di Roma riconobbe e poi negò, e poi riconobbe e di nuovo negò, i diritti della maggioranza del Consiglio nazionale del Partito popolare italiano (PPI) che fu costretta ad addivenire a una penosa transazione (i cosiddetti «accordi di Cannes») tra il nuovo legittimo segretario e il possessore «di fatto» (e per un giudice anche «di diritto») del nome e del simbolo del partito, proprio a causa di una carenza del nostro ordinamento in materia di applicazione dell’articolo 49 della Costituzione, riconosciuta dallo stesso primo giudice che arrivò a scrivere, nel preambolo della decisione, che: «la crisi del partito politico è, per la Repubblica, una vicenda meramente privata». E ciò è davvero incredibile se si pensa che l’articolo 49 della Costituzione stabilisce che il partito politico è lo strumento di cui i cittadini si servono per «determinare la politica nazionale», e aggiunge che a questa «determinazione» si deve arrivare con «metodo democratico». E, peraltro, quando parliamo di «partito personale» non ci riferiamo solo ai casi clamorosi come quello citato -- di impossessamento improprio, o a quelli di denominazione personale inserita nel logo del partito (il primo fu Marco Pannella), quanto ad una tendenza per così dire «ordinaria» di personalizzazione nelle forme di direzione e di rappresentazione esterna della linea del partito, che coinvolge ormai tutte le forze politiche italiane, di entrambi gli schieramenti. Il «partito personale» è un partito in cui il leader è il partito stesso. Le sue decisioni non sono deliberate ma al massimo ratificate, sono comunicate, normalmente, attraverso i mezzi di informazione. Le «fortune» del partito coincidono con quelle del suo capo e, dunque, tutto il partito lavora per il successo personale del leader (M. Calise, La vittoria del capo, Il Mattino, 16 aprile 2008). I dissensi, se espressi pubblicamente, vengono interpretati come azioni contro il partito. Il capo è attorniato da una équipe di fedeli collaboratori che lo consigliano, lo proteggono e condividono con lui, quantunque essi non siano stati eletti ma normalmente solo designati, quote di responsabilità di direzione della gestione del partito e di definizione della linea politica. Il grado di fedeltà al capo misura -- per gli interlocutori esterni e in particolare per i media -- il tasso di affidabilità e di rappresentatività del pensiero del capo. Nel «partito personale» non c’è spazio (al massimo c’è tolleranza, spesso accompagnata a fastidio) per le posizioni di minoranza: con il capo si è d’accordo o non lo si è, e, se non lo si è, normalmente si è indotti a lasciare il partito poiché, appunto, il partito coincide con il suo leader. Nel «partito personale» è molto difficile che una minoranza possa diventare maggioranza dato il controllo stretto dei meccanismi di formazione della base congressuale da parte del capo e del suo team direttivo. Gli esempi sono infiniti Prendiamo Alleanza nazionale (AN): quattro chiacchiere al bar captate da un giornalista indiscreto sono bastate per liquidare in un minuto tutto il gruppo dirigente del partito. O consideriamo l’Unione dei democratici cristiani e di centro (UDC). Volta a volta è capitato (prima a D’Antoni, poi a Lombardo, poi a Rotondi e infine a Giovanardi), a chi si era venuto a trovare in minoranza, di vedersi costretto a uscire dal partito. Ma il caso dell’UDC è interessante anche sotto un altro profilo: essendo stato l’unico caso di partito personale posseduto da due leader , al primo vero momento di tensione fra due strategie politiche diverse non si è cercata una mediazione fra le medesime, ma semplicemente si è ottenuta la resa del leader più debole, che poi ha deciso a sua volta di uscire e di costituire un proprio movimento. Sui rapporti interni il partito personale si configura, dunque, come il luogo in cui il leader e la sua maggioranza esercitano il potere «totale», realizzando una effettiva restrizione degli spazi di comunicazione tra vertice e base, «a favore di uno schema di appello individualistico-strumentale operato dal leader attraverso i moderni mezzi di comunicazione di massa in occasione di eventi speciali come le elezioni» (M. Prospero e R. Gritti, Modernità senza tradizione. Il male oscuro dei Democratici di Sinistra, Pietro Manni editore, Lecce, 2000, p. 69). Il dibattito in Italia: dalla Costituente ai nostri giorni La nostra Costituzione, all’articolo 49, contrariamente a quella che era la tendenza diffusa negli ordinamenti precedenti di omettere ogni riferimento ai partiti, ha disposto che: «Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale» (P. Ridola, Partiti politici, in Enciclopedia del diritto, vol. XXXII, Giuffrè, Milano, 1982, al quale rinviamo per l’attenta ricostruzione del dibattito in seno alla Costituente in tema di partiti politici; G. Pasquino, Articolo 49, in Commentario alla Costituzione, a cura di G. Branca, Zanichelli, Bologna, 1992). Tace però sul tema della disciplina giuridica dei partiti politici, anche se la questione venne affrontata dai Costituenti, già nella I sottocommissione, dove, il 20 novembre 1946, fu approvato un ordine del giorno proposto da Dossetti che faceva riferimento alla necessità di affermare il principio del riconoscimento giuridico dei partiti politici. Costantino Mortati, nella seduta dell’Assemblea del 22 maggio 1947, propose, con il collega Ruggiero, un emendamento, poi respinto, che diceva: «Tutti i cittadini hanno diritto di riunirsi liberamente in partiti che si uniformino al metodo democratico nell’organizzazione interna e nell’azione diretta alla determinazione della politica nazionale» (La Costituzione della Repubblica nei lavori preparatori dell’Assemblea Costituente, Camera dei deputati, III, Roma, 1970, p. 4159). In quella stessa seduta Moro, intervenendo a favore dell’emendamento Mortati, sostenne la proposta di costituzionalizzare il vincolo democratico interno, sulla base della considerazione che «se non vi è una base di democrazia interna, i partiti non potrebbero trasfondere indirizzo democratico nell’ambito della vita politica del Paese» (La Costituzione, cit. , p. 4164).