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Nel nostro sistema c'è uno spazio di contraddizione tra la durezza della pena minacciata e l'esiguità di quella poi effettivamente attribuita. È un problema che esiste non da oggi e che anche i recenti casi di femminicidio sottolineano con forza, pur se non sempre in maniera omogenea. Per questo i motivi che ci avevano portato a proporre una soluzione normativa su questi temi anche nella passata legislatura restano per noi tutt'oggi validi, proprio oggi che siamo invece all'opposizione. Il problema principale, ormai ben condiviso e focalizzato, lo conosciamo: è il corto circuito derivante dall'applicazione dello sconto di pena secco di un terzo dovuto al rito abbreviato, che può incrociarsi - ahimè - con la concessione delle circostanze attenuanti. Questo ha dato luogo, in alcuni casi, a pene purtroppo anche decisamente incongrue rispetto alla gravità e all'efferatezza del delitto e del reato. Le abbiamo viste le sentenze di questi ultimi giorni, le abbiamo ahimè commentate e ne abbiamo preso atto probabilmente con un dolore dentro. Ora però questa maggioranza, davanti a questo tipo di sentenze, ha pensato di intervenire anche sul processo, avendo come obiettivo ancora una volta la pena. Ha deciso cioè di escludere la possibilità di accedere al giudizio abbreviato per i reati che prevedono l'ergastolo. Tutti coloro che sono stati auditi vi hanno fatto notare i problemi che potrebbero derivarne, primo tra tutti il fatto che, nel caso di reati puniti con ergastolo in quanto aggravati, il pubblico ministero deve decidere sull'esistenza o meno di una circostanza aggravante prima ancora che si svolga un giudizio; questo preclude di per sé l'accesso al rito abbreviato. Già solo questo basta per capire che l'applicazione concreta di questa norma produce più di una criticità, e anche molto rilevante. È disfunzionale, perché aumenteranno i processi trattati in corte d'assise; e saranno processi con un numero maggiore di imputati. La Lega ha detto che con questa legge i cittadini riacquisteranno la fiducia nella giustizia. Ahimè, a nostro avviso avverrà il contrario, non appena i cittadini si accorgeranno che i tempi della giustizia continueranno a dilatarsi anziché diminuire. Lo dico con rammarico, signora Presidente: da questo provvedimento non verrà nessuna (dico nessuna) risposta credibile alla sofferenza delle vittime dirette e indirette dei reati. Quelle persone che si sentono colpite dal mancato riconoscimento del proprio dolore e della propria sofferenza resteranno ancora una volta senza una risposta soddisfacente. Quella risposta non viene da uno Stato che espone il colpevole alla vendetta di un processo senza fine sulla pubblica piazza o che alimenta nelle vittime aspettative che resteranno inevase a causa di soluzioni tecniche impraticabili. In uno Stato democratico e in uno Stato di diritto la risposta soddisfacente per le vittime sarà sempre una punizione giusta del colpevole, che è innanzitutto il risultato di una scelta giuridica sostenibile, mentre quella scelta dalla maggioranza è una soluzione di propaganda, che non si accorge o non vuole accorgersi dei problemi e delle criticità che solleva. Per una ragione fin troppo chiara, per chi ha imparato a conoscere a fondo questa maggioranza e questo Governo: perché il suo obiettivo non è la certezza di una pena giusta, ma è soltanto la semplice ostentazione punitiva a beneficio della propria propaganda. Questa è la politica penale populista, a cui non interessa nulla dell'efficacia concreta e reale dei provvedimenti, né tanto meno delle soluzioni adatte per ottenerla. Io ricordo che questa proposta di legge sul rito abbreviato è stata approvata in prima lettura nel novembre 2018 alla Camera. Sono passati quasi cinque mesi e la maggioranza qui al Senato ha continuato ad andare avanti come un treno. Non ha trovato modo di accogliere tanti suggerimenti venuti anche da voci autorevoli; non ha mostrato di dialogare né ha accettato di guardare con attenzione gli emendamenti delle altre forze politiche parlamentari presenti in Commissione. Sono rimaste così inascoltate anche le osservazioni del Consiglio superiore della magistratura, che giustamente si domanda come sia possibile ridurre la durata dei procedimenti penali, se si sceglie di rinunciare al rito abbreviato proprio in un settore in cui ha dato risultati buoni e soddisfacenti. Eppure non è servito a nulla far notare che i problemi del trattamento punitivo hanno facce diverse. C'è quello che dicevo, derivante dalla combinazione tra premialità del rito e bilanciamento delle circostanze. Ma pure sarebbe stato ragionevole considerare l'eccessiva rigidità, che toglie al giudice la possibilità di graduare la pena a seconda della gravità dei fatti, e toglierlo dall'alternativa secca tra una penna di sedici anni e una di trenta anni di reclusione. La maggioranza non può proprio dire che non le sono state offerte possibilità alternative, strade che peraltro risulterebbero meno controverse è più efficaci. Signor Presidente, questa mattina, per altre vicende, in Commissione parlamentare d'inchiesta sul femminicidio abbiamo audito un autorevole rappresentante della Corte di cassazione, che ha convenuto con i pareri forniti dai magistrati in occasione delle audizioni sul provvedimento in materia di rito abbreviato e ci ha chiesto di stare attenti a non fare propaganda su questo terreno, perché il rito abbreviato in questi casi ha dato notevoli e importanti risultati. Il Partito Democratico ha provato ad andare in questa direzione. Anche in Senato abbiamo proposto una soluzione che non intervenisse sul rito, amputando il processo di una gamba essenziale, ma che invece consentisse che, per i delitti più efferati, ci fosse la possibilità per il giudice di non applicare lo sconto di pena di un terzo. Non è niente di sovversivo, ma è qualcosa di utile per evitare quell'ingolfamento delle corti di assise, che sarebbe causa di allungamento dei processi, del rischio concreto di scarcerazioni per decorrenza dei termini e, a cascata, di gravi disagi per i tribunali e le corti d'appello, grandi e piccole. Si capisce ancora meno, poi, il vostro rifiuto in materia di bilanciamento di circostanze in tutti i casi di delitti contro la persona. Abbiamo proposto che nei casi in cui ricorrano aggravanti, come l'aver agito per motivi abietti o futili, l'aver adoperato sevizie o l'aver agito con crudeltà verso le persone, la pena venga calcolata prima applicando le aggravanti e solo successivamente diminuita. Era una soluzione, per altro richiamata dallo stesso ministro Bonafede in queste ore, in occasione della discussione sul cosiddetto codice rosso alla Camera dei deputati, per porre fine a pronunce con pene davvero poco severe a fronte di reati gravissimi. Lo abbiamo proposto prima alla Camera dei deputati e poi al Senato, ma niente: anche di fronte a questa soluzione la maggioranza ha mostrato un atteggiamento di totale chiusura. Badate colleghi, il nostro emendamento riguardava tutti i delitti contro la persona, non solo quelli puniti con l'ergastolo. Mi rivolgo in modo particolare ai senatori della Lega: