[pronunce]

Quanto alla rilevanza della questione di legittimità costituzionale sollevata, il rimettente afferma che questa è insita «nella proposizione dell'azione revocatoria» fallimentare anche «in presenza di autorizzazione all'esecuzione del programma di ristrutturazione», ammissibile proprio in virtù della norma impugnata. 1.1.2.- Relativamente alla non manifesta infondatezza, il Tribunale deduce che, allo scopo di accertare l'eventuale violazione del principio di eguaglianza, il quale impedisce di realizzare una diversità di trattamento tra soggetti che versano in situazioni identiche o affini, occorre individuare gli interessi sottesi alle norme poste in comparazione: una differente tutela di interessi omogenei rispetto a quelli oggetto di un'altra disposizione, in mancanza di una esigenza giustificatrice della diversità delle discipline, vulnera l'art. 3 Cost., così come nel caso in cui gli interessi sottesi alle disposizioni in comparazione non siano omogenei e, tuttavia, per le due fattispecie sia posta una identica disciplina, che non tenga conto della diversità delle situazioni. Secondo il rimettente, nella fattispecie in esame devono essere messi in comparazione gli artt. 6 e 4-bis del decreto-legge n. 347 del 2003 (che riguardano la procedura di amministrazione straordinaria cosiddetta “accelerata”, introdotta da detto decreto-legge) e gli artt. 49 e 78 del d.lgs. n. 270 del 1999 (che disciplina la procedura di amministrazione straordinaria “ordinaria”). Le procedure, come risulta dall'art. 1 del decreto-legge n. 347 del 2003 e dall'art. 2 del d.lgs. n. 270 del 1999, si differenziano per quanto attiene alle «fasi di ingresso» ed ai requisiti dimensionali concernenti il numero dei dipendenti e l'entità dei debiti, elementi la cui diversità non è sufficiente a far ritenere ragionevole la diversità delle discipline in comparazione. Infatti, nei casi in cui è applicabile il decreto-legge n. 347 del 2003 lo è anche il d.lgs. n. 270 del 1999 e la scelta tra le due discipline è attribuita all'imprenditore insolvente, in quanto detto decreto-legge riserva a quest'ultimo l'iniziativa per l'apertura della procedura, nell'intento di salvaguardare e perseguire con immediatezza quello stesso programma di ristrutturazione economica e finanziaria al quale il d.lgs. n. 270 del 1999 dà ingresso soltanto all'esito della fase di valutazione dell'esistenza di «concrete prospettive di recupero dell'equilibrio economico delle attività imprenditoriali». La circostanza che il decreto-legge n. 347 del 2003 richiami il d.lgs. n. 270 del 1999 rende palese che il primo ha soltanto stabilito un'opzione ulteriore per l'imprenditore insolvente, il cui mancato esercizio non ne preclude l'assoggettamento all'amministrazione straordinaria, mirando il decreto-legge a realizzare, sia pure attraverso una differente modalità, l'identica finalità della «ristrutturazione economica e finanziaria prevista e disciplinata dall'art. 27, comma 2, lettera b)» (art. 1 del decreto-legge citato). In altri termini, le innovazioni introdotte dal decreto-legge n. 347 del 2003 tendono a garantire una maggiore celerità alla fase di ammissione dell'impresa alla procedura, senza alterarne i caratteri, comuni a quelli della procedura disciplinata dal d.lgs. n. 270 del 1999, il quale detta la disciplina generale di riferimento, cui è fatto rinvio. 1.1.3.- Secondo il rimettente, in entrambe le procedure in comparazione è stabilita l'esperibilità dell'azione revocatoria fallimentare, ma in presenza di differenti presupposti. Il Tribunale ricorda che, a seguito di alcuni arresti della Corte di cassazione, il legislatore ha modificato la disciplina dell'azione revocatoria nelle procedure di amministrazione straordinaria delle grandi imprese in crisi stabilita dal decreto-legge 30 gennaio 1979, n. 26 (Provvedimenti urgenti per l'amministrazione straordinaria delle grande imprese in crisi), convertito, con modificazioni, nella legge 3 aprile 1979, n. 95, escludendone la esperibilità nel corso della fase di risanamento dell'impresa e stabilendo che può essere proposta «soltanto se è stata autorizzata l'esecuzione di un programma di cessione dei complessi aziendali» (art. 49, comma 1, del d.lgs. n. 270 del 1999). Si tratta di una regola coerente con la ratio dell'azione, che, secondo la concezione indennitaria, mira a ricostituire il patrimonio dell'imprenditore, ovvero, secondo la configurazione antindennitaria, tende a distribuire le perdite all'interno di una platea di creditori più ampia rispetto a quella che comprende soltanto i soggetti che sono tali al tempo dell'apertura della procedura. Ad avviso del rimettente, questa duplice finalità, recuperatoria e redistributiva, non è conciliabile con una procedura strumentale alla conservazione dell'impresa, nella quale, in pendenza del risanamento, mancano un patrimonio e perdite da ripartire tra i creditori. La norma impugnata ha irragionevolmente esteso l'ambito di applicabilità dell'azione revocatoria fallimentare, interrompendo «immotivatamente quel legame di continuità […] tra finalità concretamente perseguita dalla procedura e strumenti alla stessa connessi», con conseguente non manifesta infondatezza della questione di legittimità costituzionale della norma impugnata. Il d.lgs. n. 270 del 1999 aveva, infatti, realizzato un corretto bilanciamento degli interessi coinvolti dal dissesto dell'impresa, escludendo la proponibilità dell'azione nella fase di ristrutturazione, in quanto il sacrificio patrimoniale dei terzi è giustificato soltanto dal fine della ripartizione fra tutti i creditori del patrimonio del debitore insolvente, a tutela della par condicio creditorum. L'ammissibilità dell'azione nella fase di risanamento dell'impresa ha «ampliato il sacrificio dei terzi, ribaltando la scelta consapevolmente operata con l'art. 49» del d.lgs. n. 270 del 1999, in violazione del canone di ragionevolezza, poiché le azioni disciplinate dai succitati artt. 6 e 49 riguardano procedure analoghe, che coinvolgono interessi omogenei e perseguono il medesimo obiettivo. D'altronde, osserva l'ordinanza di rimessione, secondo la Corte costituzionale l'azione in esame introduce una deroga al principio generale della stabilità dei diritti, allo scopo di tutelare le ragioni del concorso tra i creditori e di contemperare l'interesse dei creditori di recuperare al patrimonio del fallito la maggiore quantità di beni, in vista dell'esecuzione concorsuale, con quello al normale svolgimento dell'attività economica ed alla stabilità dei diritti (sentenza n. 379 del 2000). Secondo il rimettente, l'irragionevolezza della norma sarebbe confortata dalla circostanza che la scelta per l'amministrazione straordinaria “accelerata” è sostanzialmente rimessa all'imprenditore insolvente, il quale potrebbe privilegiarla proprio per giovarsi di un eterofinanziamento, insito nell'esercizio delle azioni revocatorie e precluso nella amministrazione straordinaria “ordinaria”.