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sono ancora pochi, ma sappiamo che altri entreranno nel decreto-legge rilancio. Anche su questo fronte, colleghe e colleghi, ci dobbiamo battere in tutte le sedi, Camera e Senato, per ottenere maggiori risorse per le scuole paritarie. Ancora, la tutela della disabilità, come ho detto prima, piani educativi individualizzati e il coinvolgimento diretto, in questo delicato contesto, del parere delle famiglie, a cui va un grazie infinito anche da parte nostra. Infine, la sicurezza dei nostri edifici. Come Italia Viva avremmo voluto immediatamente riaprire le scuole come è accaduto in altri Paesi. Purtroppo non è accaduto, però approfittiamo di questo momento in cui le scuole sono chiuse per avviarci davvero, attraverso il piano di sburocratizzazione e lo sblocca cantieri, a mettere in sicurezza le nostre scuole, i nostri edifici, e soprattutto a organizzare gli spazi per quando l'anno scolastico riprenderà a settembre. È un lavoro che dobbiamo fare oggi. Ci sono tutte le condizioni per poterlo fare da qui a settembre. Se il Governo lavorerà in questo senso, noi ci saremo e saremo a fianco del Ministro, in questo lavoro difficile, che tutti insieme dobbiamo fare non per il bene di una parte politica, ma per il bene del nostro Paese. (Applausi). PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Binetti. Ne ha facoltà. BINETTI (FIBP-UDC) . Signor Presidente, intervengo alla fine di una lunga giornata in cui abbiamo tardato ad aprire il dibattito perché c'erano questioni da discutere in Commissione prima di arrivare in Aula, e mi ritrovo a parlare alle otto di sera, con il piacere di aver sentito quanto i colleghi hanno detto: per lo più i colleghi dell'opposizione, ma devo dire che anche quei pochi interventi della maggioranza si sono allineati su quelli che sono i valori, gli obiettivi (ma anche le preoccupazioni e le speranze) che vogliamo portare a casa, non da questo provvedimento, ma, come spesso accade, dal prossimo, dal decreto-legge rilancia Italia. Tra gli elementi fondamentali che costruiscono un decreto-legge ci sono i suoi articoli, e il primo e il secondo articolo di questo provvedimento hanno due punti di vista molto concreti che rimandano a una responsabilità precisa, ovvero cosa fare per chiudere l'anno scolastico. Il secondo punto è cosa bisogna fare quando ricomincerà l'anno scolastico. Le domande forti sono come valutare il lavoro fatto in questi mesi, stando distanti sia dall'enfasi eccessiva di chi ha parlato della didattica a distanza come della scoperta dell'acqua calda, sia - senza nemmeno stracciarsi le vesti - dal dramma di chi ha vissuto questi mesi come il grande danno fatto al processo di sviluppo, all'acquisizione di competenze e contenuti e allo stile di vita dei nostri ragazzi. Non vogliamo enfatizzare il successo della didattica a distanza, ma ne riconosciamo il merito, in una situazione che, improvvisa e drammatica, è caduta addosso alla scuola, alla famiglia e al sistema sociale e lavorativo, ma nemmeno possiamo dire che ne siamo del tutto soddisfatti. Ci poniamo però un problema: chi valuterà? Non si tratta di valutare con il 6 politico, perché la valutazione meramente tecnica fatta con un voto (che sia 6, 5 o 4) è una valutazione che tutte le persone che si sono occupate di formazione e di insegnamento a qualunque livello sanno essere comunque parziale. Ci vogliamo invece occupare di cosa hanno realmente imparato i nostri ragazzi e di quale sarà quella che chiamiamo "valutazione diagnostica". Come sono passati questi sei mesi, al di là dei discorsi dei grandi? Cosa hanno realmente appreso, non solo in termini di tecnicalità digitale o di approfondimento culturale (perché suppongo che, ad esempio, sul Covid-19 sapranno quasi tutto, anche più di noi)? Cosa hanno appreso di quel tanto di scienza, che la programmazione forse un po' irrigidita negli anni, che però nasce dalla scienza e dall'esperienza dei docenti, ha previsto per ogni singola classe? Credo che questo sarà il primo obiettivo che i docenti si dovranno porre, senza pregiudizi, né nei confronti degli studenti, né nei confronti delle loro famiglie. Dovranno però chiedersi cosa hanno imparato questi ragazzi e da questo punto dovrà partire una programmazione, che non potrà essere fatta, come tutti sanno, dagli insegnanti nelle lunghissime riunioni dei primi giorni di settembre, in cui cercano di tracciare tutti i piani formativi degli studenti, immaginando di conoscere la posizione di partenza. L'atto di grande umiltà, che tutti gli insegnanti dovranno fare è ammettere di non sapere come troveranno la propria classe, in termini di contenuti, di abilità e di competenze relazionali e affettive. Questi mesi che possiamo pure chiamare di segregazione in casa, qualche traccia l'avranno lasciata, qualche difficoltà l'avranno creata e qualche opportunità probabilmente l'avranno pure risvegliata. Occorre però guardare a questo universo, che sono le classi, con un cuore limpido, con un'intelligenza lucida, con una disponibilità a ripartire con loro. La prossima programmazione, quella dell'anno scolastico 2020-2021, andrà fatta con gli studenti, non per gli studenti e tanto meno sugli studenti. Abbiamo citato tante volte quella frase infelice, che è stata ampiamente commentata dai giornali e non intendo riprenderla, secondo cui i ragazzi non sono imbuti. Qui non si saprebbe né la consistenza dell'imbuto, né cosa metterci dentro, ma occorre semplicemente guardare i ragazzi negli occhi e riscoprire il valore dello sguardo e dell'ascolto. Molto del tempo che gli insegnanti dovranno dedicare ai ragazzi nei primi giorni di scuola sarà proprio per la pedagogia dell'ascolto, che ovviamente fa da falsariga a una didattica, che sappia valorizzare anche l'approccio narrativo e che non si attesta solo nel programma, che è qualcosa ancora di diverso rispetto alla programmazione. Non possiamo nemmeno lontanamente immaginare che il prossimo anno scolastico preveda una sintesi, un accorpamento di tutto ciò che non si è imparato quest'anno, più quello che si dovrebbe imparare, perché è codificato che si apprenda, nell'anno successivo. No. Occorre una cultura della valorizzazione di ciò che è essenziale, una capacità di saper lasciare ciò che potrà essere, poi, ritrovato dai ragazzi in altri modi, in altri momenti della loro vita, per scoprire che cosa hanno davanti: ho sentito poco questa passione per una didattica diversa, che - insisto - non è la didattica a distanza, ma è la potenza della didattica di presenza. E la potenza della didattica di presenza non è nella didattica esclusivamente frontale, ma è nella didattica che si costruisce in termini di co-protagonismo tra i docenti e gli studenti. In questo senso vi sarà un altro obiettivo importantissimo da tener presente. Sicuramente, infatti, ci troveremo con nuove forme di disabilità e con le forme di disabilità che conosciamo e che sappiamo essere state discriminate da questo modello di didattica a distanza. Io non ho sentito che gli insegnanti di sostegno abbiano impegnato le loro energie in un lavoro di piccolo gruppo, fatto con i ragazzi con particolari difficoltà. Non ho sentito che ci sia stata quella creatività nella ricerca delle formule tagliate su misura per il ragazzo con disabilità.