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Pertanto, prim'ancora dell'amministratore o dell'alto dirigente, è l'azionista di controllo della società titolare della concessione o della licenza d'uso ovvero dell'impresa attiva in settori sottoposti a regolazione specifica ad avere l'interesse maggiore, per entità economica e durata temporale, a influenzare pro domo sua le decisioni del Parlamento e del Governo. Sotto questo profilo, le norme sull'ineleggibilità si dimostrano inadeguate a cogliere e risolvere i problemi dell'oggi. È dunque venuta l'ora di rimediare. Anzitutto, la procedura. Giorgio Crisci, Antonio La Pergola e Agostino Gambino, incaricati dal governo Berlusconi nel 1994 di studiare la questione del conflitto di interessi nell'esercizio del Governo, a suo tempo osservarono come il diritto di elettorato passivo e il diritto di proprietà siano tutelati dalla Costituzione agli articoli 51 e 42. Tanto basta per chiedersi se la limitazione dell'uno o dell'altro diritto in ragione dei conflitti d'interesse rilevabili in capo al parlamentare comporti l'adozione di leggi di carattere costituzionale. La questione è non è priva d'interesse. L'articolo 65 della Carta affida alla legge il compito di fissare i casi di ineleggibilità e di incompatibilità dei membri del Parlamento. E in effetti, la legge 15 febbraio 1953, n. 60, sulle incompatibilità, e le disposizioni sulla ineleggibilità di cui al citato decreto del Presidente della Repubblica n. 361 del 1957 sono leggi ordinarie. Certo, queste due leggi non includono tra i casi di incompatibilità e ineleggibilità la condizione di azionista rilevante. Includerla, sia pure nei modi che vedremo, coinvolge il diritto di proprietà, che è costituzionalmente garantito. Ma tanto non basta a costituire l'obbligo di adottare la procedura di legge costituzionale. La ragione è presto detta: le leggi oggetto di modifica, che già coinvolgevano il diritto di elettorato passivo, esso pure costituzionalmente garantito, sono leggi ordinarie e mai in mezzo secolo se ne è contestata la legittimità sotto il profilo costituzionale. Detto della procedura, veniamo al merito. Negli ultimi 20 anni, politici e giuristi hanno posto l'enfasi sui conflitti d'interesse che possano coinvolgere la televisione e la stampa ai fini della salvaguardia della par condicio nella competizione elettorale, sia dal lato dei candidati sia dal lato degli elettori che hanno diritto a un'informazione libera e pluralistica. Al di là del giudizio sui singoli rimedi adottati nel tempo dal legislatore, quell'impostazione si è rivelata parziale per almeno due ragioni: 1) accanto alla stampa e alla televisione si è andata imponendo la comunicazione on line , che apre problemi nuovi sui diversi piani della trasparenza, della privacy , del diritto d'autore, della fedeltà fiscale e, più in generale, della trasparenza, del pluralismo e della concorrenza; 2) l'enfasi su televisione e stampa lascia scoperto il fronte vasto e nuovo dell'iniziativa privata nei settori regolamentati, che ha un enorme interesse a catturare il regolatore, sia nella fase di determinazione delle regole da parte del Parlamento e del Governo sia nella fase del controllo a opera delle Autorità. A quest'ultimo proposito va ricordato che la legge del 1953 già stabilisce l'incompatibilità tra il mandato parlamentare e le cariche e le funzioni di vertice in aziende di credito e società finanziarie, imprese regolate per eccellenza. Vi è dunque in materia un'antica sensibilità del legislatore che poi, però, non ha avuto seguito quando altri settori, quarant’anni dopo, sono stati sottoposti a regolazione. Il presente disegno di legge ha dunque lo scopo di aggiornare l'attuazione del dettato costituzionale sui casi di ineleggibilità, lasciando invece alla normativa sui media la tutela del pluralismo dell'informazione. La principale novità del disegno di legge è rappresentata dalla proposta di qualificare come cause di incompatibilità le situazioni finora definite come cause di ineleggibilità dall'articolo 10 del decreto del Presidente della Repubblica n. 361 del 1957. Se, infatti, una delle finalità del disegno di legge è quella di «sanzionare» anche la situazione di coloro che sono azionisti rilevanti, ovvero di considerare incompatibile con il mandato parlamentare la condizione di coloro che risultano avere il controllo o l'esercizio di un'influenza dominante su una società di diritto privato, l'altra finalità è quella di riconoscere agli stessi la possibilità di rimuovere la causa di incompatibilità entro un termine perentorio, decorso vanamente il quale si decade dal mandato parlamentare. Poiché l'incompatibilità è finalizzata ad assicurare il libero esercizio del mandato parlamentare (articolo 67 della Costituzione) e l'imparzialità e il buon andamento dell'amministrazione (articolo 97 della Costituzione), una volta esercitata l'opzione e proceduto alla vendita delle partecipazioni azionarie rilevanti secondo le modalità indicate dal disegno di legge, si prevede la possibilità di poter esercitare liberamente il mandato parlamentare anche perché la cosiddetta «ineleggibilità d'affari» prevista dal citato articolo 10 più che essere riconducibile all'intento di scongiurare la captatio benevolentiae o il metus publicae potestatis -- proprio delle finalità dell'ineleggibilità -- sembra essere finalizzata a evitare ipotesi di conflitti di interessi causati dalla mancata garanzia di imparzialità derivante dal contemporaneo esercizio di altre funzioni o attività (Guido Rivosecchi, Incandidabilità, ineleggibilità, incompatibilità con la carica di membro del Parlamento . Per il discrimine che intercorre tra gli istituti dell'ineleggibilità e dell'incompatibilità v. anche Corte di cassazione, sezione I civile, 12 dicembre 2001-16 marzo 2002, n. 3902, nonché Consiglio di Stato, sezione V, 28 marzo-15 giugno 2000, n. 3338). La scelta di annoverare le ipotesi descritte fra le incompatibilità e non tra le ineleggibilità è stata in passato auspicata dalla stessa Giunta delle elezioni della Camera dei deputati. Nella relazione sulla elezione contestata del deputato Guido D'Angelo, del 6 luglio 1989 (Doc. III, n.1), con riferimento alla «pretesa» ineleggibilità dell'onorevole D’Angelo ai sensi dell'articolo 10, primo comma, n. 1), del decreto del Presidente della Repubblica 30 marzo 1957, n. 361, il relatore di minoranza, Vincenzo Binetti, ha ricordato come -- secondo la documentazione della stessa Giunta -- «la detta norma del testo unico non hai mai fatto configurare un caso di ineleggibilità, eventualmente soltanto ipotesi di incompatibilità». A questo proposito nella relazione sono citate fattispecie in cui determinate cariche, «per molti aspetti assimilabili al caso in questione» sono state «giudicate incompatibili dalla Giunta senza che sia stata avanzata un'ipotesi di ineleggibilità: Presidente del Consorzio di amministrazione dell'Ente minerario siciliano (on. Gunnella, II legislatura); Consigliere d'amministrazione Autostrade S.p. A. (IRI) (on. Macchiavelli, IV legislatura);