[pronunce]

Orbene, il dipendente pubblico italiano, anche se in regime di part time c.d. ridotto e anche se in possesso dell'abilitazione professionale, non può, in base alla legge n. 339 del 2003, iscriversi agli albi degli avvocati italiani e consequenzialmente non può esercitare la professione di avvocato neppure negli altri Stati membri, in quanto l'art. 3 della direttiva, al comma 2, stabilisce che «lo Stato membro ospitante procede all'iscrizione dell'avvocato straniero su presentazione del documento attestante l'iscrizione di questi presso la corrispondente autorità competente dello Stato membro di origine». Viceversa, l'avvocato straniero che sia anche pubblico dipendente può esercitare in Italia e può partecipare a società di avvocati con professionisti italiani. 2.1.5. – L'ostacolo frapposto dalla norma censurata allo svolgimento dell'attività professionale per la quale si è conseguita la prescritta abilitazione sarebbe inoltre in contrasto con l'art. 4 Cost., che riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro, e con l'art. 35 Cost., che tutela il lavoro in tutte le sue forme ed applicazioni. 2.1.6. – Appare infine vulnerato anche l'art. 41 Cost., in quanto il divieto posto dall'art. 1 della legge n. 339 del 2003 all'esercizio della professione di avvocato da parte dei pubblici dipendenti non può dirsi dettato da “fini sociali”, laddove, come ha evidenziato l'Autorità garante della concorrenza e del mercato nel parere n. 48/01 e come ha affermato anche la Corte costituzionale nella citata sentenza n. 189 del 2001, le disposizioni della legge n. 662 del 1996, delle quali la norma impugnata esclude l'applicazione con riguardo alla sola professione forense, «sono intese a favorire l'accesso di tutti i soggetti in possesso dei prescritti requisiti alla libera professione e cioè ad un ambito del mercato del lavoro che è naturalmente concorrenziale». 2.2. – Si è costituito, ed ha depositato memoria nell'imminenza dell'udienza, il ricorrente nel giudizio principale, il quale ha sostenuto le ragioni che depongono per la fondatezza della questione di costituzionalità. 2.2.1. – Si è costituito, ed ha presentato memoria l'Oua-Organismo unitario dell'avvocatura, sostenendo l'infondatezza della questione e, ancor prima, la sua inammissibilità.1. – Il Tribunale di Napoli dubita, in riferimento agli artt. 3 e 4 della Costituzione, della legittimità costituzionale degli articoli 1 e 2 della legge 25 novembre 2003, n. 339 (Norme in materia di incompatibilità dell'esercizio della professione di avvocato). A sua volta, il Tribunale di Cuneo dubita della legittimità costituzionale dell'art. 1 della citata legge, in riferimento – oltre che agli artt. 3 e 4 Cost. – anche agli artt. 35 e 41 Cost. 2. – Poiché le due ordinanze sollevano questioni in gran parte analoghe nei confronti della medesima legge n. 339 del 2003, i relativi giudizi devono essere riuniti. 3. – Preliminarmente deve essere ribadito quanto disposto con ordinanza, della quale si è data lettura in udienza, circa l'inammissibilità dell'intervento spiegato in entrambi i giudizi – sulla base di una pretesa legittimazione a «rappresentare e tutelare gli interessi giuridici appartenenti alla classe forense nelle sue vesti istituzionalizzate» – dall'O.U.A. – Organismo unitario dell'Avvocatura. 4.– La questione sollevata dal Tribunale di Napoli è inammissibile. Nell'ordinanza di rimessione, infatti, si precisa che il giudizio era stato originato dal rifiuto dell'Amministrazione – nella specie, Avvocatura dello Stato – di consentire la trasformazione del rapporto di lavoro a tempo pieno in rapporto di lavoro a tempo parziale; rifiuto motivato con il conflitto di interessi che sarebbe scaturito dalla contestuale sussistenza del rapporto di lavoro e dell'esercizio della professione forense. La sopravvenuta legge n. 339 del 2003 impedisce certamente l'accoglimento della domanda di trasformazione del rapporto di lavoro del pubblico dipendente, in quanto tale domanda presupponeva la possibilità di iscrizione all'albo degli avvocati. Altrettanto certamente, tuttavia, ciò non è sufficiente per giustificare la rilevanza della questione di legittimità costituzionale, dal momento che il rifiuto dell'Amministrazione era fondato sul disposto dell'art. 58 della legge 23 dicembre 1996, n. 662, a norma del quale l'Amministrazione ha il potere di negare il suo consenso alla domanda del dipendente ove ciò «comporti un conflitto di interessi con la specifica attività di servizio svolta dal dipendente»: ed è evidente che tale norma – non incisa, in quanto tale, dalla legge censurata – comporta di per sé il rigetto della domanda, ove il diniego dell'Amministrazione sia ritenuto legittimo, e conseguentemente preclude che venga in rilievo il divieto di iscrizione all'albo degli avvocati introdotto dalla legge n. 339 del 2003. 5. – La questione sollevata dal Tribunale di Cuneo – certamente rilevante nel giudizio a quo, in quanto il diniego dell'Amministrazione è stato opposto esclusivamente in ragione del disposto della legge censurata – non è fondata. 5.1. – L'argomentazione svolta dal Tribunale rimettente a sostegno dell'asserita violazione dell'art. 3 della Costituzione si articola, in primo luogo, in una critica delle ragioni, emergenti dai lavori preparatori della legge n. 339 del 2003, addotte a giustificazione della lex specialis che, rispetto alla legge n. 662 del 1996, si andava ad introdurre nell'ordinamento: ragioni tutte riconducibili ad inconvenienti («strano rapporto di interazione pubblico-privato per cui il prestigio del difensore non sarà più basato sulla sua professionalità, ma sul suo potere nell'ambito dell'amministrazione»; «commistione di interessi») che non sarebbero esclusivi dell'intreccio tra pubblico impiego ed esercizio della professione forense. In secondo luogo, il giudice rimettente sottolinea come già questa Corte, con la sentenza n. 189 del 2001, abbia ritenuto infondate le censure sollevate nei confronti dell'art. 1, commi 56 e 56 bis, della legge n. 662 del 1996, abrogativa del divieto di iscrizione agli albi degli avvocati in precedenza esistente per i pubblici dipendenti. In terzo luogo, osserva il giudice a quo come la legge censurata crei una disparità di trattamento «ancor più accentuata, ove si ponga mente alla normativa comunitaria», ed in particolare agli artt. 2 e 5, comma 1, della direttiva 98/5/CE, in quanto «l'avvocato straniero che sia pubblico dipendente può esercitare in Italia» mentre l'omologo italiano, non potendo iscriversi all'albo degli avvocati italiani, «non può esercitare la professione di avvocato neppure negli altri Stati membri». 5.1.1.