[pronunce]

in subordine, per l'accoglimento della questione – anche con riferimento agli articoli 28 e 97 della Costituzione – e, dunque, per l'incostituzionalità della norma denunciata, nella parte in cui dispone la perdita degli effetti delle decisioni irrevocabili, rese nel regime della alternatività dal Presidente della Repubblica, prima della sua entrata in vigore. La difesa delle parti private esclude innanzitutto che la portata della disposizione denunciata sia nel senso di incidere sugli effetti delle pregresse decisioni del Presidente della Repubblica. Una tale interpretazione emergerebbe dai lavori preparatori, ed in particolare dall'ordine del giorno approvato nella seduta del 22 dicembre 2000, con cui la Camera – sul presupposto che «secondo consolidata giurisprudenza della Corte costituzionale sono incostituzionali le norme che incidano direttamente sui giudicati, anche della giustizia amministrativa» – ha impegnato il Governo «a dare applicazione all'art. 50, comma 4, della legge finanziaria 2001 nel senso che esso non si riferisce alle decisioni irrevocabili insuscettibili di impugnazione». A tale riguardo nella memoria si osserva che il testo della norma denunciata non è così univoco come affermato dal TAR remittente, perché esso ha tolto efficacia alle decisioni, ma non ai “giudicati” o alle “decisioni irrevocabili”, sicché solo qualora vi fosse stato un espresso richiamo alla perdita di efficacia dei “giudicati” o delle “decisioni irrevocabili” sarebbe stata necessaria una pronuncia di incostituzionalità. E tra due possibili interpretazioni della norma, sarebbe corretta quella più conforme alla Costituzione e all'art. 13 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo. In subordine, la difesa delle parti private condivide il dubbio di legittimità costituzionale sollevato dal TAR del Lazio e sollecita il confronto anche con ulteriori parametri costituzionali (gli articoli 28 e 97 della Costituzione). Nella memoria ci si diffonde ampiamente sull'istituto del ricorso straordinario e si afferma che gli effetti delle decisioni del Capo dello Stato rese nel regime della alternatività sono equiparabili a quelli delle sentenze non impugnabili. Infatti, non si può riesaminare in sede giurisdizionale la controversia già chiusa e decisa in sede straordinaria. In particolare, la decisione del Capo dello Stato comporta l'obbligo dell'Amministrazione di darvi “puntuale esecuzione”; non può essere modificata o revocata dalla stessa autorità che l'ha emessa, né ad istanza di parte né d'ufficio, ed è irretrattabile in ogni sede, anche se contrasta con una norma di interpretazione autentica, perfino antecedente, o con una sentenza di incostituzionalità della normativa posta a base della decisione; vincola l'Amministrazione allo stesso modo del giudicato; si pone su un piano corrispondente e parallelo a quello della decisione giurisdizionale, proprio per la forza che ad essa deriva dal principio di alternatività. Peraltro, al fine di giungere ad una dichiarazione di incostituzionalità, non sarebbe necessario attribuire espressamente natura anche giurisdizionale alla decisione del Capo dello Stato. Basterebbe infatti rilevare come – nel regime della alternatività ed in base al diritto vivente – la decisione del Capo dello Stato assume l'efficacia del giudicato (art. 15 del d.P.R. 24 novembre 1971, n. 1199) o almeno una efficacia analoga. La norma denunciata, ove interpretabile nel senso prospettato dal remittente, sarebbe viziata da eccesso di potere legislativo, perché avrebbe regolato situazioni concrete e inciso sugli effetti di decisioni irrevocabili. 4. ¾ In prossimità dell'udienza la difesa delle parti private ha depositato una memoria integrativa. In essa si precisa che gli incrementi retributivi derivanti dalle decisioni del Capo dello Stato si fondano su una norma – abrogata con effetto retroattivo dalla disposizione denunciata – che dava rilievo meritocratico al superamento del concorso, sicché non dovrebbe esservi un trattamento deteriore rispetto a coloro che hanno ottenuto e mantengono incrementi retributivi in base al “casuale” allineamento stipendiale (ed i cui giudicati non sono stati incisi dal decreto-legge 19 settembre 1992, n. 384, convertito, con modificazioni, dalla legge 14 novembre 1992, n. 438). In via ulteriormente subordinata rispetto alle già formulate conclusioni, le parti private chiedono che la Corte dichiari l'illegittimità dell'art. 50, comma 4, della legge n. 388 del 2000, nella parte in cui ha disposto la perdita degli effetti delle decisioni irrevocabili, rese nel regime della alternatività dal Presidente della Repubblica, prima della sua entrata in vigore, anziché disporre che per i relativi incrementi economici si applica il meccanismo del riassorbimento degli scatti, nel corso della progressione economica. 5. ¾ In successive memorie, la difesa delle parti private sottolinea che la norma denunciata avrebbe inciso sugli effetti di decisioni irrevocabili, che hanno dato l'assetto definitivo alle liti nell'esercizio di funzione giustiziale, ben diversa da quella dell'amministrazione attiva; avrebbe soppresso posizioni (qualificate) di diritto soggettivo nei confronti di persone determinate; avrebbe alterato l'assetto degli interessi, che un provvedimento amministrativo mai avrebbe potuto alterare; avrebbe alterato l'assetto definitivo della lite, ribaltando una soccombenza affermata in una sede di giustizia nell'amministrazione prevista dall'art. 100 Cost. La discrezionalità del legislatore di vanificare le decisioni del Capo dello Stato toglierebbe giustificazione all'alternatività e all'irrevocabilità, rendendo del tutto inutile l'istituto del ricorso straordinario, mortificandone la funzione giustiziale. Il primato della legge non significa che – quanto meno per le determinazioni assunte nella sede giustiziale – possa continuamente irrompere una posteriore norma primaria, destinata a regolare gli stessi casi concreti. La violazione dell'art. 3 della Costituzione sussisterebbe anche perché l'impugnata norma-provvedimento avrebbe turbato la certezza del diritto e inciso sull'affidamento. Il legislatore – si sostiene – non potrebbe ex post annientare l'effettività di un rimedio di giustizia, le cui conseguenze giuridiche si siano già prodotte. La norma provvedimento in questione non sarebbe sorretta da alcuna apprezzabile giustificazione e – si sostiene – avrebbe un carattere palesemente arbitrario.1. ¾ La questione di legittimità costituzionale, sollevata dal Tribunale amministrativo regionale del Lazio in riferimento agli articoli 3, 24, 100, 103 e 113 della Costituzione, investe l'art. 50, comma 4, penultimo ed ultimo periodo, della legge 23 dicembre 2000, n. 388 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato – legge finanziaria 2001).