[pronunce]

che la norma suddetta sarebbe, altresì, in contrasto con l'art. 30, primo e secondo comma, Cost., che pone a carico dei genitori il diritto-dovere di mantenere i figli; che, infatti, ad avviso del giudicante, tale espressione non potrebbe non comprendere anche le ipotesi in cui i genitori siano chiamati ad attendere, in prima persona, ad un infungibile compito di cura, tanto più efficace in quanto svolto con quella naturale carica di amore ed affetto che promana naturalmente dal vincolo della filiazione; che, peraltro, ai sensi del secondo comma dell'art. 30 Cost., soltanto nei casi di incapacità di entrambi i genitori, la legge provvede a che siano assolti i loro compiti; che, ancora, l'art. 275 cod. proc. pen. , nella parte in cui non contempla la situazione in esame, neppure con riferimento ai figli di età infantile, non in possesso di quella maturità psichica che è necessaria per affrontare un doloroso percorso di cure, sarebbe in contrasto con le previsioni del secondo comma dell'art. 31 Cost., ai sensi del quale «la Repubblica protegge l'infanzia e la gioventù, favorendo gli istituti necessari a tale scopo»; che il contrasto della norma con tale parametro costituzionale consisterebbe nel fatto che la disposizione censurata, non prevedendo quanto indicato dal rimettente, lungi dal tutelare gli interessi del bambino impedirebbe a quest'ultimo di vivere la malattia con l'aiuto materiale ed affettivo dell'unico genitore in grado di prestarglielo, genitore che, come più volte detto, rappresenterebbe in particolari momenti una figura insostituibile, l'unica in grado di infondere la forza, l'equilibrio e la serenità che sono necessari per affrontare determinate terapie; che, inoltre, il rimettente pone in evidenza come il legislatore, con la disposizione di cui all'art. 275, comma 4, cod. proc. pen. , abbia ritenuto doveroso assicurare una tutela rafforzata ai minori di età inferiore a tre anni (oggi a sei anni, a seguito della modifica dell'art. 275, comma 4, citato, introdotta con la legge 21 aprile 2011, n. 62, recante: «Modifiche al codice di procedura penale e alla legge 26 luglio 1975, n. 354 e altre disposizioni a tutela del rapporto tra detenute madri e figli minori»), i quali proprio perché non ancora dotati di adeguate facoltà intellettive e cognitive, necessitano di una più incisiva assistenza, che, dunque, nel caso di assoluta impossibilità del genitore non in vinculis, deve essere prestata dall'altro, anche se sottoposto a regime carcerario, sempre che non sussistano esigenze cautelari di eccezionale rilevanza; che, sotto tale profilo, il giudice a quo ritiene che la disposizione in esame sia in contrasto con l'art. 3 Cost., ed in particolare con «quel principio di ragionevolezza, che è insito nel principio di uguaglianza di cui all'art. 3 Cost.», dal momento che da un lato consente, in caso di insussistenza di eccezionali esigenze cautelari e se sussiste assoluto impedimento della madre, che il padre detenuto possa ottenere la graduazione della misura per assistere i figli di età inferiore ai tre anni, dall'altro, nella sussistenza dei medesimi presupposti, impedisce al genitore in vinculis di curare in regime di arresti domiciliari il proprio figlio gravemente ammalato, il quale necessita di una assistenza ancora più importante e fondamentale rispetto a quella che va assicurata a bambini che, pur essendo di età inferiore a tre anni, versano in normali condizioni di salute; che l'attuale disciplina, inoltre, sarebbe lesiva del principio di uguaglianza sostanziale, in quanto porterebbe a trattare, irragionevolmente, in modo diverso, anche identiche situazioni, a seconda che le stesse riguardino o meno bambini di età inferiore a tre anni, atteso che solo nel primo caso si potrebbe in concreto applicare la previsione di cui all'art. 275, comma 4, cod. proc. pen.; in entrambi i casi le esigenze di cura ed assistenza sarebbero identiche, perché, essendo determinate non da un naturale stato di immaturità fisica, ma da un grave stato di salute, sarebbero indipendenti dall'età. Anzi, tali esigenze sarebbero ancora più evidenti nel caso di prole di età superiore ai tre anni, trattandosi in tale caso di bambini che, avendo già conseguito un sufficiente sviluppo delle proprie facoltà intellettive e volitive, sarebbero in grado di rendersi conto della dolorosa situazione in cui sono costretti a vivere e pur tuttavia non avrebbero ancora le risorse necessarie per fronteggiarla adeguatamente; che, in punto di rilevanza, il rimettente rimarca come, secondo l'attuale disciplina legislativa, la possibilità di concedere gli arresti domiciliari all'imputato (sottoposto a regime detentivo per i delitti di cui all'art. 275, comma 3, cod. proc. pen.) per assolvere a compiti di cura ed assistenza dei figli, sia prevista solo se questi hanno età inferiore ai tre anni, norma non suscettibile di essere estesa, per il tramite di interpretazione analogica costituzionalmente orientata, a ipotesi diverse da quelle disciplinate; che, al riguardo, il rimettente osserva che detta non estensibilità è stata più volte affermata dalla Suprema Corte, e richiama la sentenza del 14 febbraio 1996, n. 795, che ha ritenuto la legittimità del provvedimento con il quale era stata respinta la richiesta di sostituzione della custodia cautelare in carcere con gli arresti domiciliari, avanzata sul presupposto della necessità da parte dell'indagato di assistere il figlio portatore di handicap e perciò bisognevole di cure continue; che, pertanto, nel caso di specie, l'applicazione dell'art. 275, comma 4, cod. proc. pen. , non potrebbe che portare al rigetto della richiesta difensiva, in quanto la piccola C. ha sette anni e, quindi, il padre, secondo l'attuale formulazione della norma, non potrebbe ottenere la concessione del sollecitato regime degli arresti domiciliari, pur non apprezzandosi la sussistenza, nel caso di specie, di esigenze cautelari di eccezionale rilevanza e pur necessitando la bambina di eccezionali ed ininterrotte cure che la madre è assolutamente impossibilitata a fornire e che derivano da patologie gravi, invalidanti e dal decorso imprevedibile e potenzialmente infausto; che il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, è intervenuto nel giudizio con atto depositato in data 12 aprile 2011 ed ha chiesto che la questione sia dichiarata non fondata;