[pronunce]

che, in secondo luogo, dette questioni sono inammissibili – sempre secondo l'Avvocatura generale – perché il diritto vivente già riconosce la possibilità che, a séguito della pronuncia declinatoria della giurisdizione, le parti proseguano la causa dinnanzi al giudice fornito di giurisdizione «con salvezza dei diritti acquisiti» e, perciò, il risultato perseguíto dal giudice rimettente è già raggiungibile in via ermeneutica; che infine, per la difesa erariale, un ulteriore profilo di inammissibilità deriva dal fatto che le questioni, come sollevate, sono prive di rilevanza nel giudizio a quo, in quanto «la sede in cui avrebbe potuto assumere rilievo l'eventuale incostituzionalità di una normativa che non riconoscesse la translatio iudicii sarebbe soltanto il giudizio di prosecuzione»; che il contribuente si è costituito con un atto depositato fuori termine. Considerato che la Commissione tributaria provinciale di Roma dubita, in riferimento agli artt. 24, 111 e 113 della Costituzione, della legittimità dell'art. 3 del decreto legislativo 31 dicembre 1992, n. 546 (Disposizioni sul processo tributario in attuazione della delega al Governo contenuta nell'art. 30 della legge 30 dicembre 1991, n. 413), nella parte in cui detta disposizione – nel disporre che «Il difetto di giurisdizione delle commissioni tributarie è rilevato, anche d'ufficio, in ogni stato e grado del processo» (comma 1) e che «È ammesso il regolamento preventivo di giurisdizione previsto dall'art. 41, primo comma, del codice di procedura civile» (comma 2) – «non consente al giudice tributario che declini la giurisdizione di disporre la continuazione del processo con salvezza degli effetti sostanziali e processuali della domanda»; che, secondo la Commissione rimettente, la norma denunciata – non prevedendo, nel caso di declinatoria della giurisdizione, la translatio iudicii innanzi al giudice giurisdizionalmente competente, con salvezza degli effetti sostanziali e processuali della domanda – víola: a) gli artt. 24 e 113 Cost., perché determina «la decadenza dal diritto di proporre ricorso nel termine perentorio di sessanta giorni dalla data di notificazione dell'atto impugnato, ex art. 21, comma primo del citato d.lgs. n. 546 del 1992» e, conseguentemente, «la perdita del diritto alla tutela delle proprie situazioni giuridiche soggettive»; b) l'art. 111 Cost., perché «vanific[a] l'attività processuale svolta» davanti al giudice privo di giurisdizione e, quindi, risulta «collidente con il diritto costituzionale alla durata ragionevole del processo che metta capo ad una pronuncia sul merito»; che, quanto alla rilevanza, il giudice rimettente, dopo aver riferito che il giudizio principale ha ad oggetto due diverse controversie – riguardanti, rispettivamente, una cartella di pagamento e l'iscrizione ipotecaria effettuata a garanzia dei crediti indicati nella cartella medesima –, afferma di essere privo di giurisdizione, ratione temporis, in ordine alla controversia sull'iscrizione ipotecaria e di dover emettere, pertanto, una pronuncia di declinatoria della giurisdizione, senza poter disporre la translatio iudicii; che le questioni sollevate sono manifestamente inammissibili per una pluralità di motivi; che, in primo luogo, il giudice rimettente fonda la rilevanza delle sollevate questioni muovendo da interpretazioni della normativa in tema di perpetuatio iurisdictionis e di translatio iudicii che sono non solo immotivatamente difformi da quelle accolte dal diritto vivente, ma anche non conformi a Costituzione; che, in particolare, il rimettente ritiene: a) in base agli artt. 5 del codice di procedura civile, nonché 2, 3 e 19 del d.lgs. n. 546 del 1992, di non aver giurisdizione, ratione temporis, in ordine alla controversia – costituente uno degli oggetti del giudizio principale – riguardante l'iscrizione di ipoteca effettuata a garanzia di crediti tributari; b) in base al citato art. 3 del d.lgs. n. 546 del 1992, di non poter disporre la translatio iudicii a séguito della declinatoria della propria giurisdizione; che, quanto al presupposto interpretativo sub a), il medesimo giudice correttamente rileva che solo successivamente alla proposizione del ricorso è entrato in vigore l'art. 35, comma 26-quinquies, del decreto-legge 4 luglio 2006, n. 223 (Disposizioni urgenti per il rilancio economico e sociale, per il contenimento e la razionalizzazione della spesa pubblica, nonché interventi in materia di entrate e di contrasto all'evasione fiscale), convertito, con modificazioni, dall'art. 1, comma 1, della legge 4 agosto 2006, n. 248, il quale, modificando l'art. 19 del d.lgs. n. 546 del 1992, ha attribuito alla giurisdizione del giudice tributario, a partire dal 12 agosto 2006, la cognizione delle controversie relative all'iscrizione delle predette ipoteche; che da tale corretto rilievo il giudice a quo giunge, tuttavia, alla non consequenziale conclusione che il menzionato ius superveniens costituito dall'art. 35, comma 26-quinquies, del decreto-legge n. 223 del 2006 non ha l'effetto di attribuire la giurisdizione tributaria anche in ordine alle controversie, concernenti le iscrizioni ipotecarie effettuate a garanzia di crediti tributari, instaurate davanti al giudice tributario (come nella specie) anteriormente al 12 agosto 2006; che, il rimettente, infatti, omette di considerare che, in base al diritto vivente, l'art. 5 cod. proc. civ. – secondo cui «La giurisdizione e la competenza si determinano con riguardo alla legge vigente e allo stato di fatto esistente al momento della proposizione della domanda, e non hanno rilevanza rispetto ad esse i successivi mutamenti della legge o dello stato medesimo» – va interpretato in conformità alla sua ratio, che è quella di favorire e non di impedire la perpetuatio iurisdictionis, con la conseguenza che il giudice originariamente privo di giurisdizione (o competenza) non può, per ragioni di economia processuale, dichiarare la propria carenza di giurisdizione (o competenza), ove nel corso del giudizio sia sopravvenuta una legge idonea ad attribuirgli la giurisdizione (o competenza) medesima (ex plurimis, le pronunce della Corte di cassazione, sezioni unite: ordinanza n. 857 del 2008; sentenze n. 16289 del 2007, n. 20322 del 2006, n. 18126 del 2005, n. 4820 del 2005, n. 3877 del 2004); che, pertanto – in base alla regola della “competenza sopravvenuta” desumibile da tale consolidata interpretazione dell'art. 5 cod. proc. civ. –, il citato art. 35, comma 26-quinquies, del decreto-legge n. 223 del 2006, è idoneo a radicare, nella controversia relativa all'iscrizione ipotecaria oggetto del giudizio principale, la giurisdizione del giudice tributario a quo, adíto anteriormente al 12 agosto 2006, quando era ancora privo di giurisdizione al riguardo;