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Disposizioni in materia di ricollocamento dei magistrati candidati, eletti o nominati ad una carica politica e riordino delle disposizioni in materia di eleggibilità dei magistrati alle elezioni amministrative (n. 116). Onorevoli Senatori. -- Sempre più di frequente, nell'ambito della cronaca politica e giudiziaria, si assiste ad interventi anche fortemente polemici relativamente alla partecipazione dei magistrati alla vita politica attiva del Paese. La questione e i punti dolenti sono ben noti: da una parte, si pretende (giustamente) una netta separazione tra attività giudiziaria e attività politica; dall'altra, può succedere che cittadini magistrati decidano di avvalersi del proprio diritto costituzionale di cittadino ad accedere a cariche elettive, pur conservando (all'esito) il posto di lavoro (articolo 51 della Costituzione). Tra i molti spunti polemici in materia di amministrazione della giustizia, uno attiene proprio alla figura del magistrato eletto al Parlamento (italiano o europeo) e alla possibilità per il medesimo di tornare nei ruoli della magistratura di provenienza a mandato scaduto. Ora, mentre appare impossibile escludere (salvo «ragionevoli» limitazioni) il diritto di ogni cittadino (compresi quindi i cittadini-magistrati) ad assumere cariche elettive in condizioni di eguaglianza (a norma dell'articolo 51 della Costituzione e fatti salvi i casi di «indegnità» in senso lato), si appalesa quanto mai opportuno, oltre che legittimo, intervenire con legge ordinaria soprattutto sul momento terminale del mandato elettorale. E ciò a tutela dell'essenza e dell'immagine stessa del magistrato e della magistratura (l'imparzialità), evitando passaggi da una carriera all'altra poco comprensibili per il normale cittadino. Si rammenta, tra l'altro, come l'articolo 51 citato preveda per l'elettorato passivo una riserva di legge semplice, a differenza ad esempio di quella di cui all'articolo 48, ultimo comma, della Costituzione per l'elettorato attivo (limitato costituzionalmente solo «per incapacità civile o per effetto di sentenza penale irrevocabile o nei casi di indegnità morale indicati dalla legge»). Di conseguenza, per l'elettorato passivo la legge può fissare limiti più pregnanti, purché ragionevoli, come ha spiegato la Corte costituzionale, in positivo, nelle sentenze n. 46 del 1985 e n. 138 del 1986 e, in negativo, nelle sentenze n. 108 del 1994 e n. 391 del 2000, bocciando limiti non fondati. Detta ragionevolezza è giustificata pure dal fatto che sono in gioco anche altri princìpi costituzionali relativi alla tutela della magistratura. Una situazione analoga a quella del mandato parlamentare (italiano ed europeo) si prospetta pure per le cariche elettive a livello territoriale (regionale, provinciale e comunale), oltre che per gli incarichi di governo. Nelle precedenti legislature (quanto meno a partire dalla XIV), erano stati presentati diversi disegni di legge, con l'intenzione di limitare per così dire sia «in entrata» che «in uscita» la partecipazione del magistrato all'attività politica diretta. In particolare, nel corso della XVI legislatura, anche a seguito delle ripetute sollecitazioni provenienti dai più alti vertici istituzionali (compresi il Consiglio superiore della magistratura e la Presidenza della Repubblica), i diversificati disegni di legge, in discussione presso le Commissioni affari costituzionali e giustizia del Senato, sono stati unificati dai relatori designati (senatori Casson e Sarro) in un testo base (approvato in quanto tale dalle due Commissioni riunite). Questo testo base era stato sottoposto al vaglio di molti operatori e tecnici (Associazione nazionale magistrati, Associazione magistrati del Consiglio di Stato, Associazione nazionale magistrati amministrativi, Comitato nuova magistratura amministrativa, Associazione nazionale magistrati giustizia amministrativa, Avvocatura generale dello Stato, Consiglio di Stato, Associazione nazionale degli avvocati e procuratori dello Stato, Associazione unitaria degli avvocati e procuratori dello Stato) e, infine, era stato oggetto di una serie di emendamenti, sui quali i due relatori avevano anche espresso il loro parere. Poi, purtroppo, l'assenza del parere della 5ª Commissione permanente e la conclusione della XVI legislatura non hanno consentito che si pervenisse alla conclusione dell’esame, almeno a livello di Commissioni. Nel corso della presente legislatura la questione è stata immediatamente riproposta, mediante la presentazione di cinque nuovi disegni di legge (nn. 116, 273, 296, 394, 546) ed i temi segnalati ed emersi nel corso della XVI legislatura sono stati tutti riaffrontati, durante plurime sedute delle Commissioni riunite 1ª e 2ª. Fin da subito, come in occasione delle precedenti legislature, è emersa la necessità di trovare un punto di equilibrio tra le varie proposte, un equilibrio cioè tra diversi (e in parte contrapposti) interessi costituzionalmente protetti: il diritto di elettorato passivo, il diritto di partecipare alla vita politica, l'immagine e l'esercizio della giurisdizione, il diritto del cittadino-magistrato di cui all'articolo 51 della Costituzione. Sul tema sono intervenuti la giurisprudenza, soprattutto costituzionale, e la più autorevole dottrina specialistica, lamentando, tra l'altro, lacune procedimentali e l'assenza di un completo quadro normativo di riferimento che, garantendo a tutti l'accesso a cariche politiche, indipendentemente dalla professione, rafforzi i princìpi di imparzialità e indipendenza della magistratura, laddove questi potrebbero essere compromessi sia dall'esercizio di funzioni connesse con gli uffici elettivi ricoperti sia nelle considerazioni dell'opinione pubblica. L'obiettivo è quello di assicurare un sistema che, ferma restando la possibilità per i magistrati di ricoprire quelle cariche, preservi l'esercizio della funzione giurisdizionale da possibili condizionamenti politici, non solo con la salvaguardia, verso l'esterno, dell'immagine di indipendenza e di imparzialità, ma soprattutto con la garanzia sostanziale del rispetto di quei capisaldi, che sono alla base della legittimazione della funzione giudiziaria in ogni ordinamento giuridico ispirato a princìpi democratici e liberali. Inoltre, occorre garantire l'integrità della competizione elettorale, che impone di prevedere maggiori limiti all'accesso alle cariche politiche e di alta amministrazione per coloro ai quali è affidata la tutela giurisdizionale dei diritti e degli interessi legittimi. Il testo che si sottopone all'esame dell’Assemblea è il risultato di un accurato e attento lavoro svolto dalle Commissioni 1ª e 2ª, riunite in sede referente, che si è concluso con l'approvazione di un nuovo testo unificato, proposto dai relatori anche alla luce del dibattito e degli emendamenti presentati. L'esame nelle Commissioni riunite è stato avviato con la congiunzione dei diversi disegni di legge che, a vario titolo, affrontavano la problematica in oggetto.