[pronunce]

Con tale sentenza, la Corte ritenne che, mentre la posizione della donna nella società e nella famiglia giustificava il conseguimento della pensione di vecchiaia ad una età inferiore rispetto a quella prevista per l'uomo, per consentirle di adempiere le funzioni che le erano proprie, i mutamenti intervenuti sia nella disciplina del lavoro, sia soprattutto riguardo alla posizione sociale e giuridica della donna nella famiglia, erano stati tali da rendere irragionevole e perciò illegittima la differenza ancora sussistente tra uomini e donne per quanto concerneva l'età lavorativa. Nel frattempo erano intervenute nella materia due nuove disposizioni e, precisamente, l'art. 4 della legge n. 903 del 1977 (sulla parità di trattamento tra uomini e donne in materia di lavoro) che aveva attribuito alle lavoratrici, anche se in possesso dei requisiti per conseguire la pensione di vecchiaia, il diritto di optare per la continuazione della prestazione fino agli stessi limiti di età previsti per gli uomini previa comunicazione da inviare al datore di lavoro entro determinati limiti di tempo e l'art. 6 del d.l. n. 791 del 1981, convertito nella legge n. 54 del 1982, che aveva stabilito che tutti gli iscritti all'assicurazione generale obbligatoria per l'invalidità, la vecchiaia e i superstiti potevano optare di continuare a lavorare per raggiungere l'anzianità contributiva massima o per incrementare la propria anzianità fino al limite massimo del compimento del sessantacinquesimo anno di età. La prima delle due suddette disposizioni venne impugnata davanti alla Corte che, con la sentenza n. 498 del 1988, sul rilievo che la richiesta opzione fosse discriminatoria per le donne, ritenne fondata la questione, ribadendo nella sostanza le considerazioni svolte nella precedente sentenza n. 137 del 1986. Per effetto di tale decisione il primo comma del citato art. 4 non fu espunto dall'ordinamento ma il relativo contenuto precettivo, depurato della parte ritenuta costituzionalmente illegittima, divenne il seguente: «le lavoratrici, anche se in possesso dei requisiti per aver diritto alla pensione di vecchiaia, possono continuare a prestare la loro opera fino agli stessi limiti di età previsti per gli uomini da disposizioni legislative, regolamentari e contrattuali». L'orientamento espresso nelle suddette sentenze venne seguito anche nelle ordinanze nn. 703 e 868 del 1988. I principi fin qui affermati dalla Corte nella materia possono essere così sintetizzati: a) i precetti costituzionali di cui agli artt. 3 e 37, primo comma, non consentono di regolare l'età lavorativa della donna in modo difforme da quello previsto per gli uomini, non soltanto per quanto concerne il limite massimo di età, ma anche riguardo alle condizioni per raggiungerlo; b) non urta contro alcun principio costituzionale la previsione per le donne di un limite di età per il conseguimento della pensione di vecchiaia inferiore a quello fissato per gli uomini, anche se ciò implica il venir meno per le prime della coincidenza tra età per ottenere le pensione di vecchiaia ed età lavorativa. Tali principi sono stati più volte ribaditi, sotto diversi profili, da questa Corte (sentenze nn. 1106 del 1988, 371 del 1989, 134 del 1991, 503 del 1991, 404 del 1993, 296 del 1994, 345 del 1994, 64 del 1996, 335 del 2000). 3.— Il giudice remittente sospetta di illegittimità, in primo luogo, l'art. 4, comma 2, della legge n. 108 del 1990, perché ritiene che esso, unitamente con la legislazione successiva del pari impugnata, abbia fissato soltanto per gli uomini un limite più elevato di età lavorativa, mentre per le donne avrebbe previsto un onere di opzione per la protrazione del rapporto di lavoro fino al compimento della stessa età prevista per gli uomini. Tale assunto non è condivisibile. L'art. 6, comma 1, della legge n. 407 del 1990 ha esteso l'ambito applicativo della facoltà di opzione per la prosecuzione del rapporto fino al compimento del sessantaduesimo anno di età anche per gli iscritti all'assicurazione generale obbligatoria che avessero già raggiunto la massima anzianità contributiva, senza peraltro operare alcuna distinzione fra lavoratori in dipendenza del sesso e senza modificare l'art. 6 del d.l. n. 791 del 1981, prevedente, come si è detto, l'utilizzabilità della opzione fino al limite massimo del sessantacinquesimo anno di età al fine del miglioramento della propria anzianità contributiva da parte di coloro che non avessero ancora raggiunto l'anzianità massima. L'art. 1 del d.lgs. n. 503 del 1992, emesso in attuazione della delega di cui all'art. 3 della legge 23 ottobre 1992, n. 421, da un lato, nel comma 2, ha portato a sessantacinque anni il limite di età raggiungibile con l'esercizio dell'opzione di cui al citato art. 6 della legge n. 407 del 1990, dall'altro, nel comma 1, ha disciplinato l'innalzamento dei limiti dell'età pensionabile stabilendo, secondo quanto indicato in una tabella allegata al decreto stesso poi sostituita dall'art. 11 della legge n. 724 del 1994, per il periodo compreso tra il primo gennaio 1994 e il 31 dicembre 1999 (in cui si è verificato il licenziamento oggetto del giudizio a quo), una elevazione graduale dei limiti di età rispettivamente previsti per gli uomini e per le donne (compresa, per i primi, tra i sessantuno e i sessantaquattro anni e per le donne tra i cinquantasei e i cinquantanove anni) onde pervenire, alla disciplina “a regime”, decorrente dal 1° gennaio 2000, che prevede i limiti di sessantacinque anni di età per gli uomini e sessanta anni per le donne. Da quanto esposto risulta che le innovazioni introdotte dall'art. 4, comma 2, della legge n. 108 del 1990, dall'art. 6, comma 1, della legge n. 407 del 1990 e dalle disposizioni successive attualmente impugnate non hanno violato il principio costituzionale della parità tra uomo e donna riguardo all'età lavorativa, più volte affermato da questa Corte in quanto sancito dagli artt. 3 e 37 della Costituzione. Infatti, mentre le diverse disposizioni che hanno in vario modo ampliato la possibilità di fare ricorso al pensionamento c.d. posticipato, originariamente introdotto dall'art. 6 del d.l. n. 791 del 1981, non contengono alcuna diversità di disciplina tra i lavoratori dei due sessi, le altre disposizioni hanno esclusivamente innalzato i limiti della età pensionabile perpetuando in riferimento a tale età, sia pure con uno spostamento in avanti, la differenza già esistente tra uomini e donne, la quale continua a costituire un giustificato beneficio per queste ultime, ma non hanno in alcun modo reintrodotto per le donne la correlazione tra età pensionabile ed età lavorativa..