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Vergognati tu! PRESIDENTE. Senatore, la invito a moderare i termini. CANDURA (L-SP) . Signor Presidente, ho concluso il mio intervento. *QUAGLIARIELLO (FI-BP) . Domando di parlare. PRESIDENTE. Ne ha facoltà. QUAGLIARIELLO (FI-BP) . Signor Presidente, colleghi senatori, signori del Governo, intendo tener fede a un codice di condotta che mi sono dato fin dal giorno in cui l'Esecutivo ha chiesto la fiducia di quest'Assemblea. Una condotta, cioè, di opposizione rigorosa ma mai pregiudiziale e tantomeno strumentale. Starò dunque ben attento a distinguere i cascami di inadeguatezze strutturali che affliggono l'apparato pubblico del nostro Paese (fra questi, l'onta di una situazione ampiamente nota come insostenibile, eppure trascinata negli anni) da inadeguatezze nuove ma a mio avviso non meno gravi. E se del passato non si può dare colpa a un Governo in carica da poche settimane, del presente non si vede a chi altro bisognerebbe chieder conto. Signor Presidente, signori del Governo, come dicevo e come è stato detto poco fa dal collega della Lega che mi ha preceduto, quella del palazzo di giustizia di Bari era una situazione nota da tempo. Proprio ieri, preparando questo intervento, ho ritrovato una documentazione risalente al 2010 nella quale il problema della sede di via Nazariantz veniva già definito "annoso" (e in effetti andava avanti da molto). In quell'occasione il piano terra del palazzo di giustizia era stato invaso dalla fuoriuscita di liquami dal sistema fognario: efficace metafora di una situazione lasciata colpevolmente a imputridirsi. Per lunghi anni ci si è chiesti come si potesse tollerare che gli uffici preposti al controllo di legalità venissero lasciati in un edificio fuori legge. Per lunghi anni abbiamo tutti ascoltato, e alcuni di noi supportato, gli accorati appelli degli operatori della giustizia del capoluogo pugliese. Per lunghi anni ci siamo scontrati con le ottusità di quanti hanno ostacolato, per ragioni che speriamo fossero solo ideologiche, soluzioni strutturali e innovative che pure erano a portata di mano. Il risultato è che magistrati, avvocati, cancellieri, parti civili e imputati si sono trovati per la prima volta accomunati nel ruolo di vittime. Ma era questa la soluzione da adottare o piuttosto questo decreto non rappresenta, per restare in tema, una pena accessoria? Dapprima si è passati da un'inerzia quasi ventennale ad una reazione dettata da una sorta di isteria; dal «tutto va bene, madama la marchesa» a operazioni improvvisate, disordinate e precipitose, quasi che si fosse nell'imminenza di un crollo. E così si è finiti a celebrare processi in una tendopoli. Poi, maneggiando con sconcertante disinvoltura un istituto come la prescrizione - che, come hanno detto meglio di me i colleghi Vitali e Stancanelli, l'orientamento della giurisprudenza costituzionale qualifica come istituto di diritto penale sostanziale, assoggettato al principio di legalità - si è stabilito che a pagare il prezzo dell'inerzia del passato e delle isterie del presente fossero i cittadini. Con picchi di notevole amenità, come ad esempio una sospensione dei termini che opera anche nel mese di agosto, quando notoriamente di processi non se ne celebrano. E senza che nel frattempo ci si sia preoccupati di mettere in campo misure straordinarie per far fronte a un surplus di adempimenti che, solo a voler menzionare le notifiche da rinnovare, la procura della Repubblica di Bari ha quantificato nel numero di 60.000. Forse - lo dico ai colleghi del Governo - rispetto al rischio che tanti processi vadano in fumo, questo problema è leggermente più significativo del decorrere dei termini a ferragosto. La prescrizione, dicevamo, non è un orpello procedurale; probabilmente il ministro Bonafede la considera un fastidioso ostacolo, se non proprio un agente criminogeno, ma in realtà è un istituto di civiltà che comporta la rinuncia dello Stato alla potestà punitiva per ragioni legate al trascorrere del tempo, quando questo trascorrere del tempo è determinato dalla stessa amministrazione della giustizia. Non è un caso che il nostro ordinamento colleghi la sospensione dei termini del processo alle richieste di rinvio da parte dell'imputato. È invece inaudito che a fermare il decorrere della prescrizione, addirittura per processi non ancora iniziati, sia l'incapacità dello Stato e delle sue articolazioni di garantire l'esercizio della giustizia in un luogo idoneo, e ciò per ragioni non imprevedibili, come ad esempio un terremoto, ma talmente prevedibili da essere note da quasi un ventennio. (Applausi dal Gruppo FI-BP) . Insomma, se questo decreto è il biglietto da visita delle iniziative di Governo in tema di giustizia, l'esordio è decisamente una stecca. Vedete, signori del Governo, io non credo che la politica possa essere misurata solo in termini di consenso immediato presso la platea di riferimento del proprio agire. Ma, quando in un ambito così divisivo come quello della giustizia penale si riesce nel miracolo di mettere d'accordo in un colpo solo avvocati e magistrati, e si suscitano pesanti critiche tanto sulla gestione procedimentale dell'emergenza quanto sulle soluzioni edilizie prospettate per tamponarla in via provvisoria, forse, al posto vostro, qualche domanda me la porrei. Non si tratta di rinverdire il vecchio adagio dei «tanti nemici, tanto onore»; qui non ci sono nemici, ci sono soltanto cittadini che rischiano di pagare due volte per mancanze altrui. Astraendoci invece per un attimo dalla stretta attualità, e assumendo il caso Bari a emblema di disfunzioni antiche e strutturali, sarebbe opportuno che questa vicenda rappresentasse l'occasione per riflettere su un deficit più complessivo nella gestione del patrimonio immobiliare pubblico. Il palazzo di giustizia del capoluogo pugliese a tal proposito, più che un'eccezione, è una sorta di clamoroso paradigma. Esiste un problema - è proprio il caso di dirlo - grande come una casa. E questo problema riguarda le sedi giudiziarie non meno che le scuole e gli altri edifici di importanza strategica, in quanto adibiti a servizi pubblici essenziali. Quand'anche il tema della supervisione tecnica e manutenzione del patrimonio immobiliare fosse da considerare soltanto in termini di spesa, comunque si tratterebbe di una spesa doverosa perché afferisce alla sicurezza dei cittadini e, come abbiamo visto a Bari, alla continuità nell'erogazione dei servizi. Ma il punto è che monitorare in via sistematica, manutenere, consolidare, mettere in sicurezza gli edifici che ospitano le nostre scuole, i nostri tribunali, i nostri ospedali, consentirebbe addirittura di realizzare un risparmio, economie di scala a beneficio dei conti pubblici. Spesso infatti ci si interroga sull'ammontare della spesa corrente per la supervisione e la manutenzione edilizia; troppo raramente ci si chiede quanto costi gestire le emergenze che non si è preparati ad affrontare.