[pronunce]

Infine, in relazione alla censurata attribuzione al giudice di poteri di integrazione probatoria ex officio l'Avvocatura sottolinea che il principio della separazione fra funzioni accusatorie e funzioni decisorie ovvero tra queste ultime e le funzioni istruttorie, principio intorno al quale sostanzialmente si fondano le argomentazioni del giudice a quo, non trova riconoscimento costituzionale (v. sentenza n. 123 del 1970) e che comunque, quand'anche si volesse ritenere che esso sia derivabile direttamente da quello costituzionale del contraddittorio nella formazione della prova, è lo stesso art. 111 della Costituzione a prevederne la possibilità di deroga per effetto del consenso dell'imputato, in questo caso implicito nella richiesta di giudizio abbreviato. 2. - Con ordinanza del 19 gennaio 2000 (r.o. n. 305 del 2000) il giudice dell'udienza preliminare del tribunale di Bologna ha sollevato, in riferimento agli artt. 3, 27, primo e terzo comma, 101, primo comma, e 102, primo comma, della Costituzione, questione di legittimità costituzionale: 1) dell'art. 438, commi 1 e 4, cod. proc. pen. , nella parte in cui prevede che l'imputato venga ammesso al giudizio abbreviato a seguito di semplice richiesta, senza alcuna preliminare delibazione da parte del giudice; 2) degli artt. 438, commi 1 e 4, e 442, comma 2, cod. proc. pen. , nella parte in cui prevedono che alla richiesta dell'imputato, non soggetta ad alcuna verifica da parte del giudice, consegua la riduzione di un terzo della pena; 3) dell'art. 442, comma 1-bis cod. proc. pen. , nella parte in cui consente l'utilizzazione nel giudizio abbreviato di atti non utilizzabili nel rito ordinario; 4) dell'art. 441, comma 3, cod. proc. pen. , nella parte in cui stabilisce che il giudizio abbreviato si celebra in udienza camerale, salvo che tutti gli imputati richiedano che si svolga in udienza pubblica. Il giudice a quo premesso in fatto che l'imputato aveva chiesto la definizione del procedimento con il rito abbreviato, in primo luogo rileva che l'opzione legislativa di rimettere in via esclusiva ad una sola delle parti la scelta del rito, senza alcun controllo di "congruità" da parte del giudice, contrasta con l'art. 102, primo comma, Cost., che "implicitamente postula l'illegittimità di qualunque forma, anche mediata, di condizionamento [della funzione giurisdizionale] da parte di soggetti diversi" e ciò tanto più quando la scelta sulle modalità di definizione del procedimento è destinata ad incidere anche sul trattamento sanzionatorio. La mancata attribuzione al giudice di un potere di controllo sulla richiesta formulata dall'imputato sarebbe inoltre lesiva dell'art. 3 della Costituzione se confrontata con la diversa disciplina prevista per l'ipotesi in cui l'imputato subordini la richiesta di giudizio abbreviato a integrazione probatoria; in questo caso infatti il giudice può, ai sensi dell'art. 438, comma 5, cod. proc. pen. , rigettare la richiesta di giudizio abbreviato, esercitando un potere che, secondo il rimettente, irragionevolmente gli viene sottratto nell'altra situazione sostanzialmente identica. In secondo luogo il rimettente denuncia l'illegittimità costituzionale degli artt. 438, commi 1 e 4, e 442, comma 2, cod. proc. pen. , nella parte in cui prevedono che alla richiesta dell'imputato, non soggetta ad alcun controllo del giudice, consegua la riduzione di un terzo della pena o la sostituzione della pena dell'ergastolo con la reclusione di anni trenta. La riduzione derivante dalla scelta del rito, per essere conseguenza anch'essa di una manifestazione di volontà unilaterale, violerebbe infatti non solo l'art. 102 Cost., posto che la determinazione in concreto della pena è atto di giurisdizione che spetta al giudice ed è affidato al suo potere discrezionale ai sensi dell'art. 132 cod. pen. , ma anche gli artt. 3 e 27, primo comma, Cost., che impongono che la pena, determinata in base al principio di proporzionalità, sia altresì ragguagliata alla gravità del fatto e alla capacità a delinquere del colpevole. La prevista diminuzione di un terzo della pena conseguente alla scelta del rito semplificato contrasterebbe inoltre con l'art. 27, terzo comma, della Costituzione secondo cui la pena deve tendere alla rieducazione del condannato: "difatti, se in relazione ad un determinato reato commesso da un determinato imputato si considera rieducativa la pena fissata in una certa misura, tale non può essere considerata anche una pena inferiore di un terzo". Altro profilo di incostituzionalità viene individuato nell'art. 442, comma 1-bis cod. proc. pen. , nella parte in cui consente l'utilizzazione nel giudizio abbreviato di atti non utilizzabili nel rito ordinario, per l'irragionevole disparità di trattamento che conseguirebbe da una disciplina per la quale, a fronte di identiche situazioni, i medesimi atti, a seconda del rito prescelto, possono o meno concorrere a formare il convincimento del giudice, con possibilità di esiti processuali contraddittori. Il giudice a quo dubita infine, in riferimento agli artt. 3, 101, primo comma, e 102, primo comma, Cost., della legittimità costituzionale dell'art. 441, comma 3, cod. proc. pen. , nella parte in cui stabilisce che il giudizio abbreviato si celebra in udienza camerale, salvo che tutti gli imputati richiedano che si svolga in udienza pubblica. In base alla disposizione censurata la scelta fra udienza pubblica e udienza camerale, verrebbe irragionevolmente sottratta al giudice e rimessa in modo esclusivo e insindacabile a una delle parti, così da consentire che anche fatti di estrema gravità, tali da suscitare un enorme allarme sociale, vengano giudicati nel segreto della camera di consiglio. A giudizio del rimettente tale disciplina si rivela non solo irragionevole (art. 3 Cost.) e lesiva dell'art. 102, primo comma, della Costituzione (in quanto sottrarrebbe al giudice un potere intimamente connesso alla funzione giurisdizionale), ma anche in evidente contrasto con il principio secondo cui la giustizia è amministrata in nome del popolo (art. 101, primo comma, Cost.) e con quello della pubblicità del processo, principio ritenuto dalla stessa Corte costituzionale "garanzia di giustizia e mezzo per allontanare qualsiasi sospetto di parzialità" (si richiama in proposito la sentenza n. 25 del 1965). L'art. 441, comma 3, cod. proc. pen. , richiedendo per l'adozione dell'udienza pubblica l'unanime volontà di tutte le parti, violerebbe inoltre anche l'art. 6, primo comma, della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali (e, quindi, l'art. 10 Cost.), in quanto il diritto alla pubblica udienza di alcuni imputati viene ad essere vanificato dal "diritto di veto" di coloro che invece vogliono che si proceda in camera di consiglio. 2.1.