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A incidere sulla decisione di rimpatriare i centri di produzione è stato nel tempo soprattutto l'aumento progressivo del costo del lavoro per unità prodotta in Paesi come la Cina, dove da anni sono in crescita le rivendicazioni dei lavoratori per ottenere salari più alti e condizioni migliori. Se dal 2000 al 2005 il costo del lavoro in Cina è cresciuto mediamente del 10 per cento all'anno, nel quinquennio successivo la curva si è irripidita fino a registrare un +19 per cento ogni dodici mesi. Si tratta di un caso limite, ma anche negli altri Paesi cosiddetti emergenti i margini per gli imprenditori si vanno assottigliando progressivamente. Un peso determinante per accelerare le decisioni di rimpatrio delle filiere hanno avuto i costi di trasporto e stoccaggio logistico delle merci, che finiscono per incidere in maniera sensibile sul costo di produzione dei manufatti con riverberi negativi, anche in questo caso, sui margini. In particolare, il costo del petrolio è triplicato dal 2010. Inoltre, i tempi di trasporto delle merci sono piuttosto lunghi e rischiano quindi di non riuscire a tenere sempre il passo di mode passeggere. Restando al caso della Cina, per esempio, occorre mettere in conto cinque settimane di navigazione veloce se si sceglie un trasporto via mare. In alternativa, servono circa sedici giorni se i manufatti viaggiano su rotaia, mentre il trasporto aereo risulta decisamente più oneroso. Il fenomeno del reshoring , soprattutto se ben gestito e incentivato, può portare diversi benefici al sistema economico nazionale. In primo luogo, la riallocazione in Italia di produzioni industriali potrebbe contribuire alla crescita del PIL: obiettivo fondamentale per il nostro Paese data la profonda crisi degli ultimi sei anni e la precedente limitata crescita. Un aumento del PIL, come è noto, permetterebbe anche di avere maggiori risorse da investire, in quanto i parametri europei (3 per cento del rapporto deficit/PIL) risulterebbero meno vincolanti essendo maggiore la ricchezza prodotta dal Paese. Va inoltre tenuto presente che – a parità di pressione fiscale – un aumento del PIL genererebbe maggiori entrate tributarie o, in alternativa, la possibilità di ridurre le aliquote fiscali. Sempre con riferimento all'aumento del PIL, esiste anche un fenomeno similare a quello del reshoring , il cosiddetto near-shoring – ovvero il fatto che un'impresa che aveva delocalizzato delle produzioni in un altro Paese decida di rilocalizzarle in un Paese geograficamente meno distante – in cui l'Italia potrebbe rappresentare – in alcuni settori specifici ( fashion e meccanica di precisione in primis ) – un'interessante piattaforma produttiva per quei Paesi europei che desiderano riavvicinare le produzioni in precedenza delocalizzate. Ciò a motivo delle competenze, spesso uniche, che il nostro Paese – e in particolare alcune aree geografiche in cui sono presenti aggregazioni imprenditoriali di tipo distrettuale – posseggono e possono mettere a disposizione di aziende straniere. In secondo luogo, è verosimile che le produzioni rientrate non siano destinate al solo mercato nazionale, ma possano essere vendute anche su mercati esteri facendo aumentare il valore delle nostre esportazioni, con conseguente ulteriore miglioramento della bilancia commerciale. In terzo luogo, va evidenziato che spesso il reshoring riguarda linee di produzione di fascia alta, con conseguente necessità di investimenti in innovazione, altro risultato non trascurabile per il nostro Paese che ancora non eccelle nel rapporto tra investimenti in ricerca e sviluppo e PIL. Infine, il reshoring può avere un impatto positivo sull'occupazione e sull'attivazione (o riattivazione) di filiere produttive, oltre che sulla valorizzazione dei distretti produttivi ad alta specializzazione, amplificando in via indiretta i benefici sul territorio. Alcune regioni italiane, capeggiate dal Piemonte, hanno già messo in atto iniziative che, nell'ambito delle proprie competenze, vanno nella direzione di rendere più semplice il rientro delle attività dall'estero. Il Piemonte, come detto, attraverso il «contratto di insediamento», la Lombardia con gli «Accordi di attrattività», l'Emilia Romagna con la «Strategia Regionale di Innovazione per la specializzazione intelligente», Puglia e Veneto con il «Progetto reshoring », Marche ed in Umbria con accordi settoriali e l'Abruzzo tramite la «Carta di Pescara». Risulta necessario inserire queste iniziative singole all'interno di una strategia nazionale più chiara e definita e di un quadro normativo che possa integrare le misure regionali con iniziative normative nazionali al fine di potenziare i risultati potenziali e rendere maggiormente omogenea la regolamentazione di questo fenomeno. Ecco perché il testo di legge a seguire propone un intervento organico, un pacchetto di interventi che possano sostenere, favorire e semplificare le procedure di rimpatrio di quelle attività economiche italiane che avevano delocalizzato le loro produzioni da oltre 5 anni e che oggi ritengano conveniente o necessario tornare ad investire in Italia. Naturalmente, occorre che la normativa in materia di reshoring sia equilibrata ed in grado, al contempo, di sostenere le aziende che manifestano la volontà di ritornare, senza tuttavia danneggiare indirettamente e ingiustamente le imprese che, nonostante le difficoltà e la crisi mordente, non hanno abbandonato l'Italia in cerca di costi di produzione ridotti. Per raggiungere questo difficile equilibrio l'unica via appare essere quella di parificare – nella misura possibile e compatibile – le aziende italiane che rientrano con le aziende straniere che investono in Italia, facendo rientrare de facto il fenomeno del reshoring all'interno della categoria degli «investimenti esteri da attrarre». Non a caso, come detto nell'ambito dell'analisi comparativa, anche altri Paesi come la Francia e la Gara Bretagna hanno affidato la gestione per i servizi per il reshoring alle stesse agenzie che in quei Paesi si interessano di attrazione di investimenti dall'estero. Attraverso questa via, inoltre, è possibile anche rendere meno stringente il rischio di entrare in conflitto con le leggi europee in materia di aiuti di Stato. Proprio in questa logica il disegno di legge disciplina un pacchetto di misure a sostegno delle imprese che avevano delocalizzato la propria attività nei precedenti cinque anni e che manifestino un interesse reale e concreto a far rientrare tutta la produzione in Italia e ne garantiscano il mantenimento per almeno un quinquennio (articolo 1). L'articolo 2 crea lo Sportello per l'attrazione di investimenti esteri e il rimpatrio di attività imprenditoriali precedentemente delocalizzate, quale soggetto pubblico unico che si ponga come interlocutore tra gli investitori e gli imprenditori da un lato e le amministrazioni pubbliche dall'altro. La norma prevede una semplificazione delle procedure burocratiche e amministrative necessarie per avviare lo spostamento dell'attività attraverso la garanzia di interlocuzione con un solo soggetto «facilitatore». La norma proposta si pone come obiettivo anche la parità di trattamento tra investimenti esteri e rientro di investimenti italiani delocalizzati. Con decreto del Presidente del Consiglio dei ministri saranno individuate le strutture e le dotazioni organiche e finanziarie dello Sportello.