[pronunce]

SENTENZA ha pronunciato la seguentenel giudizio per conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato sorto a seguito della delibera della Camera dei deputati del 18 gennaio 2000 relativa alla insindacabilità delle opinioni espresse dal deputato Filippo Mancuso nei confronti del dott. Gian Carlo Caselli e del dott. Francesco Saverio Borrelli, promosso con ricorso del Giudice dell'udienza preliminare del Tribunale di Roma, notificato il 4 settembre 2000, depositato in cancelleria il 13 successivo ed iscritto al n. 42 del registro conflitti 2000. Visto l'atto di costituzione della Camera dei deputati; udito nell'udienza pubblica del 25 maggio 2004 il Giudice relatore Carlo Mezzanotte; udito l'avvocato Roberto Nania per la Camera dei deputati.. Ritenuto in fatto Considerato in diritto 1. - Con ricorso del 20 gennaio 2000 (recte: 20 marzo 2000, secondo quanto risulta da successiva ordinanza di correzione di errore materiale), depositato nella cancelleria di questa Corte il 4 maggio 2000, il Giudice dell'udienza preliminare (GUP) del Tribunale di Roma ha sollevato conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato nei confronti della Camera dei deputati a seguito della deliberazione, adottata dall'Assemblea nella seduta del 18 gennaio 2000 (atti Camera, doc. IV-quater, n. 99), con la quale è stata approvata la proposta della Giunta per le autorizzazioni a procedere di dichiarare che i fatti per i quali è in corso il procedimento penale nei confronti del deputato Filippo Mancuso concernono opinioni espresse dal parlamentare nell'esercizio delle sue funzioni ai sensi dell'art. 68, primo comma, della Costituzione. Nel ricorso si evidenzia che il deputato Mancuso è imputato del reato di diffamazione a mezzo stampa in relazione a dichiarazioni rese in occasione di un convegno di partito, tenutosi in Benevento nel giugno 1997, e riportate sia dall'agenzia ANSA, sia da vari quotidiani. In particolare, dal capo di imputazione risultano le seguenti affermazioni: “La continua pioggia di dichiarazioni rilasciate dai P.M. di Milano e Palermo, di queste due tribune eversive, è un atto che, considerato nella sua gravità, rappresenta un dato del costume negativo del Paese […] si tratta di delitti morali, politici da parte di una congrega di personaggi la quale, priva di cultura del diritto e di senso dello Stato, dà fuori con attività che si possono considerare autenticamente terroristiche”. Tali affermazioni, secondo il pubblico ministero che ha chiesto il rinvio a giudizio, sarebbero offensive della reputazione del dott. Gian Carlo Caselli e del dott. Francesco Saverio Borrelli, Procuratori della Repubblica, rispettivamente, presso il Tribunale di Palermo e di Milano. Ciò premesso il ricorrente sostiene che la pronuncia di insindacabilità adottata dalla Camera dei deputati sarebbe contestabile per la mancanza dei presupposti richiesti dall'art. 68, primo comma, Cost. ; conseguentemente, vi sarebbe stata un'illegittima interferenza nelle attribuzioni dell'autorità giudiziaria. A tal riguardo il GUP rileva che la Giunta per le autorizzazioni a procedere ha ritenuto, nella sua relazione, che le frasi pronunciate dal deputato dovevano essere collocate in un determinato contesto politico-parlamentare. Più volte, infatti, l'on. Mancuso aveva criticato, nel corso di interventi svolti nell'ambito di lavori parlamentari, in Assemblea e in commissione antimafia, nonché attraverso interrogazioni, l'eccessiva tendenza ad esternazioni di carattere lato sensu politico degli organi della pubblica accusa. Il giudice ricorrente evidenzia ancora che, a conforto di siffatta linea, la difesa dell'imputato ha sostenuto che il nesso funzionale tra le dichiarazioni rese dal parlamentare al di fuori degli atti tipici e l'attività di parlamentare va individuato “in quella sorta di continuità logica e di coerenza, ravvisabile tra l'atto incriminato e le scelte politiche del parlamentare, tradotte anche in puntuali atti funzionali tipici, pregressi o contestuali che siano”. Ed è proprio in tale prospettiva - ricorda sempre il ricorrente - che la stessa difesa ha evidenziato come di particolare rilievo la circostanza secondo cui nel corso della XIII legislatura (ambito temporale in cui si è verificato il fatto oggetto dell'imputazione) l'on. Mancuso rivestiva anche la carica di Vice Presidente della Commissione parlamentare antimafia e in tale qualità, oltre che in quella di deputato, si “è sempre occupato con impegno serio e costante del delicato tema della Giustizia, delle tare che ne viziano e ne ostacolano la corretta amministrazione”, denunciando eccessi, abusi e sconfinamenti di taluni uffici giudiziari. Il ricorrente ritiene invece che le frasi oggetto dell'imputazione nei confronti dell'on. Mancuso non abbiano alcun concreto riferimento all'attività parlamentare del deputato e che il diverso giudizio espresso dall'Assemblea costituisca un'erronea valutazione dei presupposti richiesti per il giudizio di insindacabilità. A sostegno del conflitto si richiama infatti la giurisprudenza di questa Corte sul requisito della connessione tra le opinioni espresse dal parlamentare e l'esercizio delle relative funzioni come indefettibile presupposto di legittimità della deliberazione parlamentare di insindacabilità (sentenze n. 10 e n. 11 del 2000). La riproduzione all'esterno delle Camere di dichiarazioni già espresse in un atto parlamentare é insindacabile solo ove sia riscontrabile corrispondenza sostanziale di contenuti con l'atto parlamentare, non essendo sufficiente una mera comunanza di tematiche. La funzione parlamentare - osserva il ricorrente - non può coincidere con l'intera attività politica del membro delle Camere. Sicché, ad avviso del GUP del Tribunale di Roma, mentre le affermazioni concernenti la valutazione delle dichiarazioni delle Procure di Milano e di Palermo come dati di “costume negativo del paese” è da intendersi “quale critica funzionalmente connessa all'attività di parlamentare dell'on. Mancuso”, non potrebbero invece ricondursi in tale ambito la qualificazione di “tribune eversive”, riferita alle due procure, l'attribuzione sostanziale alle stesse della commissione di “delitti morali e politici”, la qualificazione di organi che esercitano la funzione giurisdizionale quale “congrega di personaggi”, l'attribuzione a tali organi, oltre che dell'“assenza di cultura del diritto e di senso dello Stato”, anche dello svolgimento di attività “autenticamente terroristiche”. Secondo il ricorrente, le affermazioni e i giudizi da ultimo evidenziati si ricollegherebbero soltanto formalmente al soggetto della frase “la continua pioggia di dichiarazioni”, ma da esso si allontanerebbero “per sfociare in una polemica diretta con tutte le attività svolte dalle suddette procure […] finendo per attribuire ad organi investiti della potestà repressivo-punitiva dello Stato, la commissione di delitti contro la collettività”. Ed è proprio sotto l'indicato profilo che le espressioni dell'on. Mancuso non risulterebbero collegate funzionalmente alla sua attività di parlamentare, così da giustificare la proposizione del presente conflitto, la cui risoluzione è demandata a questa Corte. 2.