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Anche il principio di determinatezza è parte integrante del principio di legalità. La Corte costituzionale ha definito la determinatezza come un profilo coessenziale al principio di legalità, che contrassegna un «modo di essere» della legge penale: da essa deriva la necessità che il precetto sia enunciato in termini precisi ed univoci sì da evitare l'impiego di espressioni linguistiche ambigue, oscure e di valenza polisemantica, che pregiudicano la garanzia della certezza giuridica e permettono al giudice di erodere il limite invalicabile della riserva di legge, aprendo la strada ad operazioni interpretative modificatrici dell'effettiva portata della norma incriminatrice. Il principio di determinatezza ha come destinatari il legislatore e il giudice: al primo è fatto carico di provvedere alla predeterminazione del contenuto normativo in forma chiara e precisa; al secondo è fatto divieto di ricostruire il significato della norma in termini differenti da quelli risultanti dalla formulazione di essa e di ampliarlo, quindi, a casi diversi da quelli espressamente previsti. Nella sua funzione di regola di garanzia, il principio esplica i suoi effetti anche sul versante della tutela del diritto di difesa dell'imputato e dell'obbligatorietà dell'azione penale, in quanto la descrizione precisa della fattispecie è condizione necessaria della verifica della rispondenza del fatto concreto all'astratta previsione normativa. Analogo discorso deve essere fatto in relazione al principio di «chiarezza» della norma penale: è indubitabile, del resto, che formulazioni oscure ed ambigue finiscono per intralciare la possibilità di individuazione del reale oggetto dell'accusa, nonché le attività difensive e giudiziali nell'accertamento dei fatti. Anche il principio di tassatività, inerente al momento applicativo o interpretativo della legge penale, si pone in rapporto di strettissima connessione con il principio di determinatezza e, al pari di quest'ultimo, costituisce uno dei profili del principio di stretta legalità: quest'ultimo implica necessariamente la giuridica impossibilità per il giudice di estendere il precetto penale oltre i casi previsti e di applicare pene diverse, per specie e quantità, da quelle stabilite dalla legge penale. Proprio per questo si è condivisa la scelta contenuta nelle proposte delle ultime tre commissioni di riforma di inserire nel titolo primo, che contiene i «princìpi generali», l'esplicita previsione del divieto di analogia. Riserva di codice Con tale criterio direttivo si è voluta sottolineare la necessità di fare del codice il testo centrale dell'intero sistema penale, al fine di arginare la tendenza al continuo inserimento di fattispecie penali in leggi speciali con effetti negativi in relazione sia alla chiarezza sia alla effettiva possibilità di conoscenza, da parte dei cittadini, delle condotte penalmente rilevanti. Ciò anche al fine di evitare, per quanto possibile, ulteriori estensioni della legislazione penale che, come già evidenziava, nel lontano 1991, la relazione al progetto Pagliaro, «aveva assunto dimensioni abnormi». Il principio di «riserva di codice» -- pur attenuato dalla necessaria indicazione di prevedere disposizioni penali inserite in leggi disciplinanti organicamente l'intera materia cui si riferiscono (ad esempio, la normativa sugli stupefacenti, sul contrabbando, sulle armi) -- era già stato previsto dall'articolo 3 del progetto Grosso. La commissione Pagliaro aveva previsto, tra i princìpi di codificazione, che il codice penale dovesse «porsi come testo centrale e punto di riferimento fondamentale dell'intero ordinamento penale, in modo da contrastare il pericolo di decodificazione». La previsione di una «riserva di codice», che si potrebbe definire «attenuata» in quanto tiene conto della peculiarità del nostro sistema penale, intende rafforzare il principio di legalità allo scopo di superare la crisi di efficienza e di garanzie del diritto penale, nonché di creare i presupposti di una effettiva possibilità di conoscibilità delle norme penali (principio garantista che ha, nel contempo, una efficacia deterrente): il codice penale dovrebbe diventare un testo esaustivo e, per quanto possibile, esclusivo dell'intera materia penale, della cui coerenza e sistematicità il legislatore dovrebbe ogni volta farsi carico. Ne verrebbe accresciuta la sua capacità regolatrice, tanto nei confronti dei cittadini quanto dei giudici, con conseguente incremento della certezza e della credibilità del diritto penale e con una riduzione della sua area di intervento, conformemente al suo ruolo di strumento estremo di difesa di beni e diritti fondamentali. Inoltre, la previsione della riserva di codice non sarebbe normativamente rilevante, in quanto, da un lato, avrebbe la rilevanza che hanno tutti i princìpi generali di diritto stabiliti da leggi ordinarie e, dall'altro, sarebbe quanto meno un freno alla prassi legislativa di inserire norme penali in leggi speciali e -- se non altro per l'interazione che sempre sussiste tra diritto e senso comune -- porterebbe, con il tempo, a mutare il significato associato alla riserva di legge, che si tramuterebbe, nel senso comune, in riserva di codice. Principio di offensività La previsione, a livello di legge ordinaria, di una clausola di necessaria offensività è apparsa non solo opportuna ma necessaria anche in un sistema penale completamente riformato, che contenga descrizioni pregnanti dei fatti punibili, in termini di chiara, afferrabile lesione o messa in pericolo di beni significativi: ciò sia per rimediare a sempre possibili scarti tra descrizione legale astratta ed offesa concreta, sia per orientare l'interprete nei casi dubbi (articolo 3, lettera a) ). Come si legge nella relazione del progetto Pagliaro, il principio di offensività costituisce «il baricentro di ogni diritto penale non totalitario, poliziesco, liberticida» e per ciò è stato assunto come principio regolatore, informatore del nuovo codice. La finalità di tale principio è duplice: da un lato, di «fondamentale direttrice di politica legislativa» e, dall'altro, di criterio interpretativo delle fattispecie, la cui formulazione deve essere in termini di concreta offensività del bene giuridico (salvo deroghe espresse ammissibili «solo per la prevenzione della lesione di beni primari individuali, collettivi o istituzionali»). Irrilevanza del fatto L'istituto costituisce un corollario del principio di offensività, valorizzandone la duplice funzione sia nel momento della formulazione della fattispecie tipica, sia in quello della applicazione della norma penale. In tal senso, la lettera b) dell'articolo 3 disciplina i casi di scarsa significatività del danno o del pericolo in relazione al tipo di interesse tutelato dalla norma penale. Per i fatti connotati da una marginale offensività, è sembrato opportuno offrire la possibilità al pubblico ministero e/o al giudice di pervenire a soluzioni di non punibilità, quando la situazione di fatto legittimi e giustifichi la rinuncia alla applicazione della pena (anche in un’ottica di deflazione dei carichi penali).