[pronunce]

che nella memoria depositata in prossimità della data fissata per la camera di consiglio, l'Avvocatura rileva che, successivamente alla sentenza n. 501 del 1988, è stato emanato il decreto-legge 22 dicembre 1990, n. 409 (Disposizioni urgenti in tema di perequazione dei trattamenti di pensione nei settori privato e pubblico), convertito nella legge 27 febbraio 1991, n. 59, che avrebbe introdotto disposizioni perequative dei trattamenti pensionistici nei settori dell'impiego pubblico e privato, prevedendo, per gli ex dipendenti pubblici aumenti differenziati in relazione alla data di cessazione dal servizio; che, pertanto, a seguito dell'applicazione di tale disposizione, la posizione pensionistica oggetto del giudizio a quo sarebbe mutata; che, in ogni caso, il principio di adeguatezza della pensione non si tradurrebbe in un rigido meccanismo di perequazione, essendo rimesso alla discrezionalità del legislatore determinare le misure e i criteri di adeguamento delle pensioni alla variazione del costo della vita, nonché le modalità di perequazione delle stesse. Considerato che il giudice rimettente dubita della legittimità costituzionale – in riferimento agli artt. 3 e 36 Cost. – della legge 17 aprile 1985, n. 141 (Perequazione dei trattamenti pensionistici in atto dei pubblici dipendenti) nella parte in cui non dispone, con decorrenza dal 1° gennaio 1988, a favore di tutte le categorie di pubblici dipendenti, la riliquidazione della pensione sulla base dei trattamenti economici spettanti al corrispondente personale in attività di servizio, chiedendo, sostanzialmente, di estendere a tutti i dipendenti pubblici gli effetti della sentenza n. 501 del 1988; che questa Corte ha successivamente chiarito che la sentenza n. 501 del 1988, nel dichiarare l'illegittimità costituzionale degli artt. 1, 3, primo comma, e 6 della legge n. 141 del 1985, ha fatto riferimento alla “peculiare contingente situazione” che la stessa legge ha preso in considerazione e cioè la «modifica della struttura delle retribuzioni dei magistrati con effetto retroattivo, vale a dire dal 1° luglio 1983, a seguito della legge n. 425 del 1984, che veniva a porre la necessità di un corrispondente riallineamento delle pensioni in essere alla stessa data» (sentenza n. 409 del 1995; analogamente le sentenze n. 226 e n. 42 del 1993); che, per tale ragione, dalla citata pronuncia non deriva una immediata e completa estensione, anche per il futuro, a tutti i pensionati dell'adeguamento dei relativi trattamenti economici e che, pertanto, la sentenza n. 501 del 1988 non è utilmente invocabile ove si controverta dell'adeguamento delle pensioni agli ordinari incrementi retributivi; che questa Corte ha, inoltre, ripetutamente affermato che non esiste nel nostro ordinamento un principio costituzionale che garantisca il costante adeguamento delle pensioni al successivo trattamento economico dell'attività di servizio corrispondente, e che il rispetto degli artt. 36 e 38 Cost. impone solo che siano individuati meccanismi che assicurino la perdurante adeguatezza delle pensioni ai mutamenti del potere di acquisto della moneta, sia al momento del collocamento a riposo, sia successivamente (si vedano, da ultimo, sentenza n. 30 del 2004, ordinanze n. 162 del 2003 e n. 531 del 2002); che il rispetto dei principi di sufficienza ed adeguatezza del trattamento pensionistico impone al legislatore «di individuare un meccanismo in grado di assicurare un reale ed effettivo adeguamento dei trattamenti di quiescenza alle variazioni del costo della vita», di tal che il verificarsi di irragionevoli scostamenti tra l'importo delle pensioni e le variazioni del potere d'acquisto della moneta «sarebbe indicativo della inidoneità del meccanismo in concreto prescelto» (sentenza n. 30 del 2004); che, là dove tale limite venga rispettato, rientra nella discrezionalità del legislatore operare il bilanciamento tra le varie esigenze di politica economica e le disponibilità finanziarie; che, peraltro, nel corso degli anni, il rispetto dell'art. 36 Cost. è stato perseguito dapprima con singole leggi emanate per specifici settori, attraverso le quali si è provveduto ad adeguare le pensioni al successivo andamento dei livelli retributivi, e, successivamente, in via generale attraverso l'introduzione di un meccanismo di adeguamento della pensione all'andamento del costo della vita (articolo 11 del decreto legislativo 30 dicembre 1992, n. 503, e articolo 34 della legge 23 dicembre 1998, n. 448 – Misure di finanza pubblica per la stabilizzazione e lo sviluppo); che dunque la mancata previsione, ad opera della legge n. 141 del 1985, della riliquidazione del trattamento pensionistico dei pubblici dipendenti collocati a riposo, a far data dal 1° gennaio 1988, non contrasta con gli artt. 3 e 36 Cost. e pertanto la prospettata questione di legittimità costituzionale deve essere dichiarata manifestamente infondata. Visti gli artt. 26, secondo comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87 e 9, comma 2, delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale.. . per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE dichiara la manifesta infondatezza della questione di legittimità costituzionale della legge 17 aprile 1985, n. 141 (Perequazione dei trattamenti pensionistici in atto dei pubblici dipendenti), sollevata, in riferimento agli articoli 3 e 36 della Costituzione, dalla Corte dei conti, sezione giurisdizionale per la Regione Calabria, con l'ordinanza indicata in epigrafe. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, l'1 dicembre 2004. F.to: Valerio ONIDA, Presidente Ugo DE SIERVO, Redattore Giuseppe DI PAOLA, Cancelliere Depositata in Cancelleria il 14 dicembre 2004. Il Direttore della Cancelleria F.to: DI PAOLA