[pronunce]

ORDINANZA ha pronunciato la seguentenel giudizio di legittimità costituzionale dell'art. 37 del codice penale militare di pace, promosso dalla Corte militare d'appello di Roma nel procedimento penale militare a carico di P.A. con ordinanza del 21 luglio 2008, iscritta al n. 3 del registro ordinanze 2009 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 4, prima serie speciale, dell'anno 2009. Visto l'atto di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri; udito nella camera di consiglio del 20 maggio 2009 il Giudice relatore Luigi Mazzella. Ritenuto che, con ordinanza del 21 luglio 2008, la Corte militare d'appello di Roma ha sollevato, in relazione agli artt. 3 e 111 della Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell'art. 37 del codice penale militare di pace, nella parte in cui non prevede, come reato militare, il reato di abuso di ufficio di cui all'art. 323 del codice penale, qualora commesso dall'appartenente alle Forze armate con abuso dei poteri o violazione dei doveri inerenti allo stato militare; che, riferisce la Corte rimettente, la questione viene in rilievo in seguito all'appello proposto dal difensore contro la sentenza pronunciata, all'esito di giudizio abbreviato, dal Giudice dell'udienza preliminare presso il Tribunale militare della Spezia, nei confronti di P.A., quale detto militare era stato dichiarato responsabile di quattro episodi di peculato militare (art. 215 del codice penale militare di pace) per essersi appropriato, tra il 25 maggio ed il 29 giugno 2004, delle energie lavorative di militari in servizio presso il suo reparto, utilizzandoli per effettuare taluni lavori di pulizia nell'alloggio avuto in concessione dall'amministrazione militare; che il rimettente, condividendo la tesi dell'appellante, in adesione a un diffuso orientamento giurisprudenziale fondato sull'impossibilità di concepire, sotto il profilo civilistico, la "detenzione” della persona umana e, conseguentemente, la sottrazione delle relative " energie lavorative”, ritiene non sussumibile tale condotta nella fattispecie del peculato e ravvisa in tale condotta gli estremi del reato di abuso di ufficio; che, pertanto, la Corte rimettente dovrebbe, coerentemente, dichiarare la propria carenza di giurisdizione ed ordinare la trasmissione degli atti al competente ufficio dell'autorità giudiziaria ordinaria, dal momento che, in forza dell'attuale formulazione dell'art. 37 del codice penale militare di pace, costituisce reato militare solo ogni violazione del codice penale militare di pace e nella parte speciale del predetto codice è previsto il reato di peculato militare, ma non quello di abuso di ufficio; che la Corte rimettente, tuttavia, dubita, della legittimità costituzionale del citato art. 37 del codice penale militare di pace proprio nella parte in cui non qualifica come reato militare la fattispecie di abuso di ufficio previsto dall'art. 323 cod. pen. , se commessa dall'appartenente alle Forze armate con abuso dei poteri o violazione dei doveri inerenti allo stato di militare; che, prosegue il rimettente, se da un lato è vero che, con la sentenza n. 298 del 1995, la Corte costituzionale, nel dichiarare inammissibile la questione di legittimità costituzionale dell'art. 37, primo comma, del codice penale militare di pace, rilevava che, in forza del principio di stretta legalità, «spetta al legislatore sia la creazione di nuove figure di reato, sia la sottrazione di alcune fattispecie alla disciplina comune per ricondurle in una disciplina speciale che tuteli più congruamente gli interessi coinvolti», d'altro canto, a suo giudizio, le sopravvenute modifiche al quadro legislativo ordinario e costituzionale consentirebbero oggi di dubitare della costituzionalità dell'art. 37, primo comma, del codice penale militare di pace, in relazione agli artt. 3 e 111 della Costituzione, nella parte in cui detta norma non contempla come reato militare l'abuso di ufficio previsto dall'art. 323 cod. pen. ; che, invero, riferisce il rimettente, l'art 2, lettere c) e i), del decreto-legge 1° dicembre 2001, n. 421 (Disposizioni urgenti per la partecipazione di personale militare all'operazione multinazionale denominata Enduring Freedom), convertito dalla legge 31 gennaio 2002, n. 6, ha modificato l'art. 47 del codice penale militare di guerra, integrando la rubrica con le parole «Reato militare ai fini del codice penale militare di guerra», ed ha individuato diverse categorie di reati, divisi in base al bene giuridico protetto, attribuendo ai Tribunali militari in tempo di guerra la cognizione di tali categorie di reato, nonché di «ogni altra violazione della legge penale commessa dall'appartenente alle Forze armate in luogo militare o a causa del servizio militare, in offesa del servizio militare o dell'amministrazione militare o di altro militare o di appartenente alla popolazione civile che si trova nei territori di operazioni all'estero» e di «ogni altra violazione della legge penale, prevista quale delitto in materia di controlli delle armi, munizioni ed esplosivi e di produzione, uso e traffico illecito di sostanze stupefacenti o psicotrope, commessa dall'appartenente alle Forze armate in luogo militare»; che, secondo la Corte rimettente, con la modifica dell'art. 47 del codice penale militare di guerra, il legislatore avrebbe espressamente qualificato «reati militari» le violazioni della legge penale comune e di talune leggi penali speciali qualora le stesse siano, in concreto, direttamente lesive di interessi militari; che, rispetto all'abrogato art. 264 del codice penale militare di pace, che nella sua formulazione originaria prevedeva un meccanismo di attribuzione della giurisdizione esclusivamente formale, la novella dell'art. 47 del codice penale militare di guerra, avrebbe creato «ai fini del codice penale militare di guerra» tante nuove ed autonome figure di reato militare quante sono le singole fattispecie oggetto di richiamo, tipizzandole con quegli elementi oggettivi o soggettivi che, nella valutazione del legislatore, connotano la lesività di interessi militari; che, ai fini del codice penale militare di guerra, dunque, il reato di abuso di ufficio, contemplato dall'art. 323 c.p. è reato militare, se commesso dall'appartenente alle Forze armate con abuso dei poteri o violazione dei doveri inerenti allo stato di militare; che, tuttavia, secondo il rimettente, la nuova formulazione dell'art. 47 del codice penale militare di guerra non sarebbe stata introdotta per estendere la giurisdizione militare in tempo di guerra, bensì per ampliare la giurisdizione dei tribunali militari in tempo di pace nel caso di corpi di spedizione per operazioni militari all'estero; che questi ultimi, ai sensi dell'art. 9 del codice penale militare di guerra, sarebbero soggetti alla legge penale militare di guerra «ancorché in tempo di pace», al punto che occorrerebbe un'espressa deroga normativa per escludere nei loro confronti l'applicazione del codice penale militare di guerra;