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Serve uno stop immediato alle forniture di armi, come abbiamo scritto nella risoluzione, e su questo - mi spiace che sia andato via il Ministro, ma il messaggio arriverà in ogni caso - registro anche un impegno serio da parte del Ministro. Ma vorrei dare al Ministro un consiglio non richiesto, anche "in punta di piedi" se possibile, di fronte una tragedia come quella di cui stiamo discutendo: il Ministro abbia più coraggio. Abbia il Ministro più coraggio, perché bisogna fermare le forniture future, ma anche quelle in essere, e bisogna impedire che il nostro Paese diventi terreno di transito di forniture altrui di armi. Altrimenti siamo dentro una contraddizione. (Applausi della senatrice De Petris). Infine, ho parlato del ruolo dell'Europa. C'è una lunga discussione da fare e non so se l'isolamento della Turchia sia dipeso anche dal fatto che l'Europa non abbia creduto fino in fondo nell'investire nella possibilità di tenere la Turchia maggiormente all'interno del suo perimetro e la sua area di influenza. Non so come siano distribuite le responsabilità tra l'Europa e la Turchia stessa con il suo autoisolamento, ma so che quando diciamo, come europei (quindi anche come Italia), che dobbiamo fare in modo che Erdoğan la smetta con il ricatto che ci propina ogni volta rispetto al tema dei profughi, bisogna dirci la verità, altrimenti siamo dentro una discussione ipocrita. In quel ricatto, che consiste nello scambio tra denaro e contenimento dei profughi, l'Europa ci si è infilata da sola, concedendo a Erdoğan il ruolo di poliziotto della porta d'Oriente. L'Europa, anziché avere uno sguardo più largo delle politiche, anche migratorie, in relazione ai focolai di guerra e ai conflitti in giro per il mondo, ha cercato la scorciatoia e oggi quella scorciatoia rischia di pagarla a caro prezzo, non solo in termini di risorse. In questo senso - e concludo - la richiesta di autorevolezza deve determinare atti conseguenti rispetto alle questioni di cui abbiamo parlato, a partire dalla fornitura di armamenti. Deve essere una richiesta che va dritta al cuore dell'Europa, perché l'Europa abbia la consapevolezza di un ruolo che in questo momento rischia di perdere nel sistema delle relazioni internazionali, e quindi anche sul terreno, che forse dovrebbe essere quello più caro a tutti, della promozione della pace e della convivenza civile tra i popoli nel mondo. (Applausi dal Gruppo Misto) . GARAVINI (IV-PSI) . Domando di parlare per dichiarazione di voto. PRESIDENTE. Ne ha facoltà. GARAVINI (IV-PSI) . Signor Presidente, onorevoli colleghi, membri del Governo, il cessate il fuoco che si è raggiunto in Siria è un passo in avanti positivo, perché si è riusciti a mettere fine alle centinaia di vittime, morti e feriti tra la popolazione curda; si sono interrotti i bombardamenti e la distruzione di interi centri abitati; si sono interrotte le cause che hanno dato origine a un tragico esodo di oltre 300.000 civili costretti a mettersi in fuga. Detto questo, la guerra scatenata sotto l'ipocrita nome di «fonte di pace» da Erdoğan, lascia sul terreno un bilancio pesantissimo, per niente tranquillizzante. Innanzi tutto per i danni materiali, per le vite umane sacrificate, ma anche per gli effetti politici, per i nuovi equilibri geopolitici che si stanno delineando, alquanto infelici anche per l'Europa. Il problema è che, nell'accordo stilato a Soči tra Russia e Turchia, l'Europa è totalmente assente, e questo nonostante si tratti di un'area delicatissima (neanche 3.000 chilometri dall'Italia, in linea d'aria). L'Europa, purtroppo, non ha toccato palla. Chi è uscito bene dagli accordi è Erdoğan, che è riuscito a ottenere ciò che voleva, ciò a cui ambiva da anni, e cioè allontanare le milizie curde dalla sua frontiera, istituire un corridoio di sicurezza a Nord della Siria, con l'obiettivo di trasferire lì quei 3,5 milioni di profughi siriani che attualmente vivono in Turchia, ammassati in tendopoli e campi profughi. Ecco che Erdoğan rischia di essere il vero grande vincitore di tutta la situazione: quel vincitore da cui dipende da subito il buono e il cattivo tempo in tutta la fascia territoriale di sicurezza, lunga oltre 120 chilometri; un'area nella quale già da ora abbiamo il totale controllo da parte del leader turco. Parimenti, la Russia esce vittoriosa dagli accordi: quella Russia che in realtà ha alimentato per anni il conflitto siriano e che adesso, dopo avere sostenuto il dittatore Bashar al-Assad, rischia di profilarsi come il mediatore, il risolutore della crisi regionale che ha dilaniato civilmente la Siria per oltre otto anni. Un'altra figura che esce riabilitata è lo stesso Assad, che rischia addirittura di sembrare colui il quale pacifica la sua terra, quando invece si è reso autore di una guerra fratricida civile. Al contrario, chi esce male sono anzitutto i curdi, brutalmente assaliti e cacciati; coloro i quali hanno visto infrangersi il loro sogno di crearsi come forza indipendente, come forza in un territorio autonomo, e che adesso, pur di sopravvivere, si vedono costretti ad allearsi con i loro avversari di sempre, vale a dire Siria e Russia. Ad uscire da questa situazione con le ossa rotte sono anche gli Stati Uniti, che, dopo avere abbandonato gli ex alleati curdi al loro destino, hanno totalmente perso la loro credibilità di alleato militare a livello internazionale. Anche la NATO esce indebolita da questo conflitto, perché ha visto innanzi tutto mettere in dubbio le proprie regole costitutive da un suo stesso Stato membro, la Turchia, senza essere poi nelle condizioni di imporre il cessate il fuoco né di richiamare la Turchia al rispetto degli accordi internazionali. Ma, soprattutto, chi - ahimè - esce malmesso da questo conflitto e dagli accordi stilati è, per l'appunto, l'Europa, perché, nella sua incapacità di esprimersi con una voce sola in politica estera, purtroppo, si è resa in qualche modo corresponsabile del fatto che la situazione degenerasse ed Erdoğan conseguisse quei successi ai quali ambiva da anni. Questa vittoria - e conseguente sconfitta per l'Europa - rischia, purtroppo, di costare molto cara alla stessa Europa, che, rispetto alle continue minacce che Erdoğan mette in campo di aprire i centri di detenzione dei profughi rischia di ammorbidire per certi versi la sua posizione. Rispetto a quelle minacce di aprire i centri di detenzione dei profughi, Erdogan, purtroppo, oggi ha l'Europa ancora più sotto scacco di quanto non avvenisse precedentemente. Ha in pugno una potenziale leva di pressione e non si fa scrupoli ad usarla. Non a caso, proprio nei giorni scorsi, laddove singoli Paesi membri facevano sentire più forte la loro voce in protesta agli attacchi di Erdogan stesso, egli ribadiva tali minacce. Adesso la questione è: come ci poniamo, come europei? Come si pone l'Europa rispetto, appunto, a questo atteggiamento di Erdoğan? Qui, però, la risposta non può essere né quella di chiedere l'estromissione della Turchia dalla NATO, né quella di interrompere il processo di adesione nell'Unione europea.