[pronunce]

Il rimettente si sarebbe, infatti, limitato a richiamare, sul punto, i capi di imputazione, e a porre in evidenza il positivo apprezzamento in sede cautelare della gravità indiziaria rispetto ad essi, senza tuttavia dar conto delle circostanze di fatto atte a delineare l'effettiva esistenza di una organizzazione connotata da una ripartizione di ruoli, né delle caratteristiche concrete dell'associazione. Il giudice a quo non avrebbe neppure indicato le ragioni per le quali le condotte contestate, ove ritenute sussistenti, non sarebbero inquadrabili nella fattispecie di cui all'art. 74, comma 6, t.u. stupefacenti, o, quantomeno, le ragioni per le quali, alla luce delle caratteristiche dell'associazione, le condotte stesse andrebbero collocate in una "zona contigua", o non troppo "distante", rispetto alla partecipazione a una associazione di "lieve entità", tale da rendere sproporzionato il trattamento sanzionatorio, anche nel minimo edittale. Difetterebbe, infine, qualsiasi motivazione in ordine all'insussistenza dei presupposti per il riconoscimento, in favore degli imputati, delle circostanze attenuanti generiche di cui all'art. 62-bis cod. pen. , o dell'eventuale collaborazione, rilevante ai fini dell'art. 74, comma 7, t.u. stupefacenti, nonché in ordine alla persistenza della ritenuta sproporzione del limite edittale minimo anche a valle delle valutazioni sulla personalità e sulla concreta condotta degli imputati. 2.2.- Nel merito, secondo l'Avvocatura dello Stato, le questioni sarebbero manifestamente infondate. Il fulcro delle censure del giudice a quo sarebbe, infatti, rappresentato dalla configurabilità di una terza tipologia di associazione criminosa dedita al narcotraffico, collocata in una "zona grigia" tra quella regolata dall'art. 74, commi 1 e 2, t.u. stupefacenti, e quella disciplinata dall'art. 74, comma 6. La prospettazione del rimettente risulterebbe, peraltro, priva di addentellati non solo normativi, ma neppure empirici o criminologici, esprimendo una nozione «sfumata, soggettiva e, in ultima analisi, indeterminata». La soluzione proposta dal rimettente si risolverebbe, d'altro canto, nella sollecitazione di un intervento "creativo" da parte di questa Corte: intervento che, lungi dal «ricondurre a coerenza le scelte già delineate a tutela di un determinato bene giuridico», implicherebbe la rielaborazione ex novo del trattamento sanzionatorio del delitto di cui all'art. 74, commi 1 e 2, t.u. stupefacenti, tramite la combinazione tra i relativi minimi e i massimi edittali di una fattispecie, quale l'associazione per delinquere di cui all'art. 416 cod. pen. , certamente non assimilabile a quella di cui si discute per offensività e bene giuridico tutelato. In ogni caso, i vulnera costituzionali ipotizzati dal giudice a quo sarebbero insussistenti. Il rimettente moverebbe da un assunto indimostrato: e, cioè, che le pene previste, sia per i partecipanti, sia per i sodali apicali, nell'ipotesi in cui l'associazione delittuosa di appartenenza si situi nell'asserita "zona grigia", siano sproporzionate e irragionevoli, e dunque, anche disfunzionali rispetto alla finalità rieducativa della pena. Le censure del rimettente sarebbero frutto, però, di un esame parziale della norma incriminatrice, in quanto il giudice a quo non avrebbe tenuto conto, né della indubitabile gravità del reato in questione - legata al fatto che il narcotraffico attenta, in modo esteso e durevole, a beni primari di rilievo costituzionale, quali la vita, la salute, l'ordine e la sicurezza pubblica -, né, comunque sia, delle possibili diminuzioni di pena. Il trattamento sanzionatorio potrebbe divenire, infatti, ben più mite ove il giudice conceda le attenuanti generiche; inoltre, sia i partecipanti apicali, sia i meri sodali possono accedere alla collaborazione, con ulteriore diminuzione della pena ai sensi dell'art. 74, comma 7, t.u. stupefacenti. 3.- L'Associazione italiana dei professori di diritto penale (AIPDP) ha depositato, in veste di amicus curiae, un'opinione scritta di segno adesivo alle censure del giudice rimettente, ammessa con decreto del Presidente della Corte 8 marzo 2024. In aggiunta agli argomenti svolti nell'ordinanza di rimessione, l'opinione prospetta ulteriori profili di illegittimità costituzionale delle pene edittali minime previste per i reati in questione, basati sulla cosiddetta sproporzione estrinseca, e in particolare sulla considerazione che tali pene risultano, da un lato, superiori a quelle previste per altri reati di tipo associativo connotati, in assunto, da un maggior disvalore (quali l'associazione di tipo mafioso, l'associazione con finalità di terrorismo e l'associazione finalizzata alla tratta di persone); dall'altro lato, sostanzialmente equivalenti (almeno quanto alla pena prevista dal comma 1 dell'art. 74 t.u. stupefacenti) a quelle stabilite per fattispecie eterogenee che si collocano ai vertici della scala di gravità (quale l'omicidio). 4.- L'Avvocatura generale dello Stato ha depositato memoria, nella quale, in replica all'opinione dell'amicus curiae, ha rilevato come gli ulteriori profili di illegittimità costituzionale in essa indicati debbano ritenersi irrilevanti, in quanto ampliativi del thema decidendum delineato dall'ordinanza in questione. Gli assunti dell'AIPDP sarebbero in ogni caso non fondati, in quanto l'associazione finalizzata al traffico illecito di stupefacenti non esprimerebbe affatto un disvalore minore rispetto alle ipotesi criminose richiamate, tenuto conto degli effetti che il narcotraffico produce sui consumatori, sulle loro famiglie, sulla sanità, sulla giustizia penale, sull'ordine pubblico e sulla sicurezza della circolazione stradale: effetti che apparirebbero nel complesso più gravi di quelli correlati ad altre fattispecie associative. Secondo l'Avvocatura dello Stato, l'opinione dell'amicus curiae metterebbe, peraltro, involontariamente in luce una ulteriore ragione di inammissibilità delle questioni, legata alla «irredimibile contraddittorietà del petitum». Il giudice a quo, infatti, non dubita che possano darsi casi nei quali, per le caratteristiche dell'associazione e della condotta di partecipazione ad essa, una pena uguale o prossima al massimo edittale risulta adeguata, mentre ritiene che nelle ipotesi in cui la pericolosità della condotta appaia «contigua, o comunque, non troppo "distante"» rispetto a quella della partecipazione di "lieve entità", il minimo edittale previsto si traduca nell'imposizione di una pena assolutamente sproporzionata rispetto alla gravità del fatto contestato. Seguendo il ragionamento del rimettente, dunque, l'illegittimità costituzionale della pena dovrebbe riguardare solo tali casi di confine.