[pronunce]

Considerato che il rimedio talvolta prospettato per l'inerzia dell'amministrazione (un atto di messa in mora e una successiva impugnazione dell'eventuale rigetto) costituirebbe un rimedio gravoso e sproporzionato rispetto alle esigenze e al beneficio ricavabile dal singolo ausiliario, il rimettente ritiene che la disciplina censurata recupererebbe razionalità se, nel caso di mancanza dell'adeguamento triennale disposto dal Ministero, fosse consentito al giudice di applicare direttamente l'aumento implicato dagli indici del costo della vita. Tale soluzione, ritiene il giudice a quo, non sarebbe praticabile in forza dell'interpretazione costituzionalmente orientata, dato il carattere chiaro e tassativo della previsione censurata. L'accoglimento della censura prospettata varrebbe inoltre ad escludere l'irrazionalità denunciata anche dal punto di vista del buon andamento della pubblica amministrazione (art. 97 Cost.), consentendo di avvalersi nei procedimenti giudiziari di professionisti di buon livello, non disponibili ad «accettare compensi di importo sempre più misero e mortificante». La questione sollevata sarebbe dunque non manifestamente infondata e, al tempo stesso, rilevante. Mentre in base alla disciplina vigente l'opposizione del consulente interessato risulterebbe priva di fondamento, l'eventuale decisione di accoglimento implicherebbe per il rimettente «almeno» la possibilità di liquidare un compenso più alto per le centoventi vacazioni riconosciute all'opponente. 3.- Il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, è intervenuto nel giudizio con atto depositato il 16 luglio 2019. Secondo la difesa dello Stato, la questione sollevata sarebbe manifestamente infondata, considerato che l'omissione dell'adeguamento prescritto dalla legge non implicherebbe l'illegittimità della normativa censurata, quanto piuttosto la necessità di attivare rimedi in altra sede (è citata la sentenza n. 41 del 1996). L'inerzia degli uffici ministeriali, cioè, non potrebbe invalidare la previsione normativa che gli stessi dovrebbero osservare. La materia in discussione, d'altro canto, sarebbe rimessa alla piena discrezionalità del legislatore, cui spetta la scelta tra le varie possibili opzioni utili a garantire, per gli ausiliari del giudice, l'adeguamento tra lavoro svolto ed entità del compenso (è citata l'ordinanza n. 234 del 2001). La soluzione proposta dal rimettente (affidare al giudice il compito di applicare un aumento correlato agli indici del costo della vita) si risolverebbe, quindi, in una addizione non imposta dalla Costituzione.1.- Il Tribunale ordinario di Torino ha sollevato, in riferimento all'art. 3 della Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell'art. 4 della legge 8 luglio 1980, n. 319 (Compensi spettanti ai periti, ai consulenti tecnici, interpreti e traduttori per le operazioni eseguite a richiesta dell'autorità giudiziaria), e degli artt. 50 e 54 del d.P.R. 30 maggio 2002, n. 115 (Testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di spese di giustizia - Testo A), nella parte in cui non prevedono che, in caso di omesso adeguamento periodico degli onorari mediante il decreto dirigenziale di cui all'art. 54 del citato d.P.R., tale adeguamento possa essere effettuato dal giudice in sede di liquidazione del compenso. Il rimettente censura cumulativamente le disposizioni che concorrono a disciplinare la liquidazione degli onorari richiesti dagli ausiliari del giudice, con riguardo ai casi in cui tali onorari debbano essere commisurati al tempo impiegato per rendere la prestazione. Oggetto della questione risultano, così, l'art. 4 della legge n. 319 del 1980, che, per questo genere di onorari, stabilisce il sistema delle vacazioni (unità di tempo della durata di due ore) e i criteri per la relativa remunerazione; l'art. 50 del d.P.R. n. 115 del 2002, in virtù del quale la fissazione dei livelli retributivi è demandata a un decreto interministeriale, da predisporsi secondo criteri generali indicati nella stessa disposizione; infine, l'art. 54 del medesimo d.P.R. n. 115 del 2002, secondo cui l'adeguamento della misura degli onorari commisurati a tempo deve avvenire ogni tre anni, in relazione alla variazione, accertata dall'Istituto nazionale di statistica (ISTAT), dell'indice dei prezzi al consumo per le famiglie di operai e impiegati, verificatasi nel triennio precedente, attraverso un decreto dirigenziale del Ministero della giustizia, adottato di concerto con il Ministero dell'economia e delle finanze. L'art. 50 del d.P.R. n. 115 del 2002, come si è appena visto, non provvede direttamente a determinare il quantum degli onorari, rimettendo piuttosto il compito a un decreto ministeriale. Il relativo provvedimento è stato adottato nella stessa data del citato d.P.R. (30 maggio 2002), e da allora non è stato più aggiornato, come pure richiede l'art. 54 del medesimo testo unico. Sono dunque i valori originari del decreto del Ministro della giustizia 30 maggio 2002 (Adeguamento dei compensi spettanti ai periti, consulenti tecnici, interpreti e traduttori per le operazioni eseguite su disposizione dell'autorità giudiziaria in materia civile e penale), indicati al comma 1 dell'art. 1, a regolare ancor oggi i decreti di liquidazione degli onorari a tempo (euro 14,68 per la prima vacazione, euro 8,15 per ciascuna delle vacazioni successive). Ritiene il rimettente, in tale situazione, che i magistrati siano costretti a compensare le prestazioni a tempo degli ausiliari secondo criteri di computo ormai gravemente inadeguati per difetto. L'oggetto delle sue censure, tuttavia, non è, direttamente, il quantum delle tariffe stabilito per le vacazioni, nella dimensione risultante a seguito dell'integrazione apportata dal ricordato decreto ministeriale alle disposizioni di legge. Il rimettente assume, piuttosto, che tutte le disposizioni indicate violerebbero l'art. 3 Cost., sotto il profilo della irragionevolezza, poiché contrasterebbe con la natura obiettiva ed automatica dei parametri di adeguamento triennale indicati dal legislatore la previsione che tale adeguamento possa avere luogo solo in esito ad un procedimento amministrativo complesso, e non anche, in mancanza di questo, mediante un provvedimento giudiziale fondato sugli indici pubblici di aumento del costo della vita. In altri termini, il giudice a quo non contesta direttamente la ragionevolezza di un meccanismo obbligatorio e automatico di adeguamento dei livelli di remunerazione delle prestazioni degli ausiliari, né lamenta che l'attuazione di un meccanismo siffatto sia affidata all'autorità di governo, competente a gestire le spese in materia di giustizia. Censura, invece, in quanto manifestamente irragionevole, l'assenza di un meccanismo alternativo e sussidiario, affidato a ciascun giudice caso per caso, che consenta l'adeguamento degli onorari agli indici del costo della vita, laddove il procedimento disegnato dal legislatore resti inattuato.