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Ogni famiglia ha necessità dei propri tempi per prendere dimestichezza con queste drammatiche situazioni, e non sempre questi tempi sono quelli ritenuti adeguati dai servizi di salute mentale e da chi li accompagna in questo viaggio. La realtà drammatica di queste situazioni ci racconta che questi tempi saranno tanto più brevi quanto più a queste famiglie sarà dato aiuto incondizionato mettendosi dalla loro parte. La formula è una tripla AAA: Ascolto, Aiuto e Accompagnamento, e poi cicli di informazione, di psico-educazione, per far sì che le famiglie sappiano il più possibile della malattia, dei farmaci, delle cose che il servizio di salute mentale può e deve offrire ai loro cari. È necessario creare occasioni e incontri in cui, oltre all'informazione, si comincino a scambiare i saperi tra operatori e familiari e, cosa importantissima, le famiglie si trovino tra loro a scambiare esperienze e « scoprire » che non sono « uniche » in quel dramma. Così come i gruppi di auto-aiuto possono essere una palestra eccezionale per imparare dall'esperienza altrui e per trovare modi per stare meglio con se stessi, pre-requisito per stare meglio con i propri familiari. E ancora, sportelli autogestiti da familiari per dare informazioni ad altri familiari e su questa lunghezza d'onda tanto altro ancora. Tutto questo all'insegna di una consapevolezza tanto straordinaria quanto semplice: le famiglie, che all'inizio del percorso nella malattia, erano sole e disperate, possono diventare una straordinaria risorsa, non solo per il loro congiunto, ma anche, e a volte soprattutto, per tante altre persone malate e per tante altre famiglie che dalla loro esperienza possono trarre stimoli importantissimi nei loro percorsi di cura e di vita. 8. Accoglienza calda, come nella pubblicità Negli spot televisivi si sente sempre più spesso la voce della signorina di turno dire « Sono Mariella, cosa posso fare per lei? », e anche in molta parte della realtà commerciale funziona sempre più frequentemente in questo modo. Il presente disegno di legge nasce dalla convinzione che anche un servizio di salute mentale debba proprio partire da un'accoglienza « speciale », per arrivare alle azioni più complicate per « curare » la malattia. Per chi telefona o viene a cercare aiuto, essere ricevuto da una voce accogliente o da un sorriso vuol dire poter tirare subito un sospiro di sollievo e poter affrontare la situazione con una serenità diversa. È una considerazione che vale per il telefono, strumento che nei servizi di salute mentale è sempre « bollente », ma altrettanto, o forse di più ancora, vale quando la persona malata o la sua famiglia si presenta di persona a chiedere qualcosa, dal ritirare una ricetta o un certificato, al segnalare che il mondo intorno a quella persona ancora una volta è crollato. Pur nella consapevolezza di tutte le possibili difficoltà ciò che ci si aspetta di trovare in un momento difficile è proprio una persona gentile e sorridente, che accoglie tutti in tempo reale, e che in un tempo ragionevole capisce di cosa l'interlocutore ha bisogno. La speranza delle persone e delle famiglie che si rivolgono al servizio è di incontrare un operatore che sappia consegnare una ricetta in tempo reale, che di fronte alla comunicazione che il mondo è di nuovo crollato sappia trasmettere comprensione e calore e indirizzare la persona a chi se ne potrà occupare. E che colei o colui a cui si è indirizzati (medico, infermiere, educatore) sia disponibile in un tempo minimo garantito, e che sappia fare in quel momento della buona accoglienza, dell'ascolto e della gentilezza la sua ragione di vita. Tutto questo, se possibile, in sale di attesa colorate, con sedie dignitose e piante fiorite, nella consapevolezza che la buona accoglienza passa anche da queste piccole cose. 9. Sapere a chi rivolgersi, sempre Chi è entrato nel sistema della salute mentale è chiamato ad incrociare una molteplicità di figure, un medico psichiatra in ambulatorio, a volte un infermiere o un educatore che ne segue la vicenda a casa, altri operatori che lo accompagnano nei diversi luoghi dove la malattia lo porta: dal reparto ospedaliero a un centro diurno, da una casa protetta a un laboratorio per l'inserimento lavorativo. Può succedere che questa persona si trovi a confrontarsi anche con dieci operatori che, in momenti e luoghi diversi, si occupano di lui, una cosa spesso buona, perché dimostra che il sistema è ricco, e offre cose diverse, in luoghi diversi, per bisogni momentaneamente diversi. Ma per la persona malata è vitale anche avere nel tempo operatori di riferimento il più possibile stabili. Se costruire un rapporto di fiducia è la pietra angolare di ogni buona cura, è chiaro che a ogni cambiamento di operatore bisogna ricominciare da capo a costruire reciproca fiducia. Quindi è necessario che i cambiamenti degli operatori di riferimento siano ridotti al minimo, e se possibile solo in casi inevitabili, perché l'obiettivo è consolidare nel tempo i rapporti tra operatori e utente. Tutto questo ovviamente salvaguardando il diritto della persona malata a chiedere un cambiamento cosa peraltro abbastanza frequente. Ascoltare la persona malata vuol dire confrontarsi con lui e capirne le ragioni, anche quando chiede di cambiare personale di riferimento o avanza altre richieste particolari, ed è importante che avvenga senza pregiudizi e senza preclusioni. Su questi temi occorre dare alla persona malata e ai suoi familiari il massimo delle informazioni possibili perché abbiano chiaro chi sono gli « operatori di riferimento », con cui creare una relazione che vada oltre la formalità e che li faccia sentire a casa, anche nel mondo dei servizi di salute mentale. 10. Abitare, lavoro, socialità. L'impegno dei servizi di salute mentale Nella salute mentale italiana ci sono almeno due grandi gruppi di opinione sul tema: coloro che pensano che quando la persona malata ha problemi di casa, di lavoro e di socializzazione sono altri a doversene occupare e coloro che pensano che i servizi di salute mentale debbano fare una parte importante e che siano chiamati a lasciarsi coinvolgere. E questo nonostante tutti siano convinti che per offrire un buon percorso di cura alla persona malata, per riportarla ad una qualità di vita almeno dignitosa, quei tre campi, cioè casa, lavoro e socialità, siano essenziali. I servizi di salute mentale sono servizi sanitari e devono occuparsi di cure mediche, e la casa o il lavoro non sono cose mediche, ma è altrettanto vero che « curare » la persona comporta un approccio integrato, medico-psico-sociale, e che delegare, ad agenzie altre, quei tre campi essenziali rischia di mettere irrimediabilmente a repentaglio l'efficacia della cura. Tutti i genitori sanno per esperienza diretta che insieme alle cure più « mediche », la « cura » di gran lunga più importante è il lavoro e subito dopo, laddove ci sono difficoltà di convivenza, una casa. Questo disegno di legge nasce dall'assoluta convinzione che i servizi di salute mentale siano chiamati ad essere in primissima linea anche su questi tre fronti. E per farlo occorre anzitutto che nei servizi di salute mentale ci siano operatori « dedicati », che se ne occupano specificatamente, cosa non sempre presente e scontata. Sul fronte della casa, l'impegno è quello di valorizzare le risorse della persona malata e di puntare su soluzioni abitative che la vedano il più possibile protagonista. Un esempio su tutti.