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Modifiche al codice di procedura penale e alle norme di attuazione, di coordinamento e transitorie del medesimo codice, di cui al decreto legislativo 28 luglio 1989, n. 271, in materia di perizie, di consulenze tecniche e di misure cautelari personali. Onorevoli Senatori. – Il presente disegno di legge apporta le necessarie modifiche alle norme vigenti in materia di perizie e di consulenze tecniche nel processo penale, anche mediante l'introduzione di nuove regole per i soggetti chiamati a rivestire tali ruoli così da rendere più efficace l'azione di prevenzione e di contrasto delle connesse condotte illecite e da elevare le garanzie di professionalità e di indipendenza dei soggetti chiamati a tali delicati incarichi nell'interesse della giustizia. Materia di elevato interesse è, in questo settore, principalmente anche se non esclusivamente, quella delle perizie mediche e psichiatriche. Non vi è processo di criminalità organizzata che non presenti imputati impegnati a ricorrere a diagnosi di comodo per ottenere benefìci relativi al trattamento cautelare o penitenziario. I tentativi di ottenere attestazioni medico-legali finalizzate a dimostrare l'esistenza di condizioni di salute fisica o mentale tali da produrre effetti sia sul trattamento cautelare che sul piano sanzionatorio risultano essersi moltiplicati nel tempo, così da determinare l'insorgenza di un vero e proprio «sistema delle perizie», garantito dalla disponibilità di professionisti influenti, che ha consentito a molti malavitosi di elevato spessore criminale di ottenere benefìci di varia natura, tra i quali ricoveri di comodo presso strutture sanitarie permeabili al mantenimento dei contatti con gli aderenti ai gruppi criminali di appartenenza se non addirittura idonee al perfezionamento di successivi piani di evasione. Per numerosi personaggi di rilievo della camorra, di Cosa nostra e della ’ndrangheta l'accertamento delle situazioni di infermità di mente è stato il viatico verso ospedali psichiatrici giudiziari, ove hanno potuto proseguire i loro illeciti affari e stringere alleanze tra i clan . In tempi più recenti, i mafiosi sembrano aver orientato le loro attenzioni sull'incompatibilità delle loro condizioni di salute con il regime carcerario. La storia giudiziaria è piena di vicende analoghe a quelle descritte: processi sospesi per chi si finge gravemente malato e fa precedere le visite con documentazioni sanitarie imponenti, salvo poi essere intercettato mentre conduce una vita extracarceraria normale, continuando a coltivare interessi illeciti. Con l'approvazione del nuovo codice di procedura penale, inoltre, sono stati rimodulati i rapporti tra le condizioni di salute e le esigenze cautelari secondo i princìpi generali di proporzionalità e di adeguatezza delle misure stesse. Il comma 4- bis dell'articolo 275 del codice di procedura penale (introdotto dalla legge n. 231 del 1999) stabilisce il divieto di carcerazione preventiva per chi si trova in condizioni di salute tali da non consentire le necessarie cure in stato di detenzione. Una delle conseguenze di tale disposizione è stata l'aumento esponenziale delle richieste di perizie sull'incompatibilità tra le condizioni di salute e lo stato di detenzione. L'uso strumentale delle perizie e delle consulenze tecniche ha un obiettivo chiaro: ottenere le scarcerazioni, simulando malattie o procurandosi deliberatamente situazioni di incompatibilità detentiva per motivi di salute. A ciò si aggiungono alcune problematiche connesse: 1) lo svolgimento degli incarichi peritali è un ambito in cui non esistono protocolli condivisi tra periti; 2) nello specifico settore medico-legale mancano criteri comuni in ordine alla metodologia necessaria a individuare e a ritenere la sussistenza di una «malattia particolarmente grave», tale da imporre una misura alternativa alla detenzione. Esiste, in altre parole, una vacatio di «capisaldi metodologici» condivisi, sui quali imperniare i pareri peritali richiesti dall'autorità giudiziaria. Ecco perché gli interventi di cui al presente disegno di legge diventano un tema centrale in un sistema che si proponga la «moralizzazione» del settore o, quantomeno, la riduzione del pericolo concreto della manipolazione dell'attività peritale per fini diversi dalla tutela del diritto alla salute dei detenuti e dalla salvaguardia delle esigenze di giustizia. Naturalmente, se i settori psichiatrico e medico-legale sono tra quelli più esposti alle problematiche evidenziate, ciò non toglie che tutto il settore degli incarichi peritali nel processo penale si collochi in un ambito delicatissimo, nel quale interessi non solo personali ma di lobby economiche o politiche potrebbero portare a pericolosi sviamenti delle finalità di giustizia. Passando ora al piano più strettamente normativo, va ricordato che il giudice può avvalersi di esperti quando deve svolgere indagini che richiedono specifiche competenze tecniche, scientifiche o artistiche (articolo 220 del codice di procedura penale). Tali esperti sono denominati periti (il termine «consulente» è riservato ai tecnici che sono nominati dalle parti). Presso ogni tribunale è istituito un albo tenuto a cura del presidente del tribunale stesso. Le decisioni relative alle iscrizioni e alle cancellazioni sono assunte da un comitato presieduto dal presidente del tribunale e composto dal procuratore della Repubblica presso il medesimo tribunale, dal presidente del consiglio dell'Ordine forense e dal presidente dell'Ordine o del collegio cui appartiene la categoria specifica di esperti, o da loro delegati. Il comitato, a fini decisionali, può assumere informazioni e delibera a maggioranza dei voti. Il comitato, inoltre, provvede ogni due anni alla revisione dell'albo, finalizzata alla cancellazione degli iscritti per i quali sono venuti meno i requisiti necessari all'iscrizione, ovvero è sorto un impedimento a esercitare l'ufficio di perito. Il giudice, in via principale, dovrebbe individuare il nominando perito tra quelli iscritti all'albo istituito presso il tribunale competente, ma ha facoltà (legata a un semplice onere motivazionale) di scegliere anche esperti non iscritti a tale albo. Anche il pubblico ministero può nominare propri consulenti scegliendo, di regola, tra le persone iscritte agli albi dei periti. In tale cornice normativa e alla luce delle potenziali distorsioni che ne conseguono – corruzione, etica fragile, incompetenza e pressioni psicologiche – appare evidente l'esistenza di alcuni «vuoti» in materia di elaborazione e di condivisione dei «capisaldi metodologici» sui quali imperniare i pareri peritali richiesti dall'autorità giudiziaria. Ciò accade anche perché, ad oggi, le disposizioni sull'attribuzione degli incarichi peritali mostrano lacune che la presente proposta intende colmare. Le disposizioni vigenti stabiliscono l'impossibilità di conferire un incarico peritale se l'esperto individuato conosce in anticipo i fatti di cui si deve occupare, se ha un rapporto di parentela con la persona che deve eventualmente esaminare o se è stato in passato suo consulente di parte, oppure se ha interessi in quel processo.