[pronunce]

ORDINANZA ha pronunciato la seguentenei giudizi di legittimità costituzionale dell'art. 14, comma 1, della legge 5 gennaio 1994, n. 36 (Disposizioni in materia di risorse idriche), promossi con n. 11 ordinanze del 27 febbraio 2004 dalla Commissione tributaria provinciale di Napoli, rispettivamente iscritte ai nn. 4, 5, 6, 7, 8, 9, 10, 11, 12, 13 e 14 del registro ordinanze 2005 e pubblicate nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 6, prima serie speciale, dell'anno 2005. Visti gli atti di costituzione del Comune di Meta, nonché gli atti di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri; udito nell'udienza pubblica del 10 gennaio 2006 il Giudice relatore Franco Gallo; uditi gli avvocati Ferdinando Pinto e Marcello Cardi per il Comune di Meta e l'Avvocato dello Stato Giuseppe Albenzio per il Presidente del Consiglio dei ministri. Ritenuto che, con undici ordinanze registrate ai numeri da 4 a 14 del 2005, depositate il 27 febbraio 2004 e pervenute alla Corte costituzionale il 5 gennaio 2005, la Commissione tributaria provinciale di Napoli – sui ricorsi proposti da diversi contribuenti nei confronti del Comune di Meta e dell'Azienda risorse idriche penisola sorrentina (ARIPS) – ha sollevato, in riferimento agli articoli 3, 32 e 97 della Costituzione, identiche questioni di legittimità costituzionale dell'art. 14, comma 1, della legge 5 gennaio 1994, n. 36 (Disposizioni in materia di risorse idriche), nella formulazione originaria, in quanto esso prevede che la quota di tariffa riferita al servizio di pubblica fognatura e di depurazione sia dovuta dagli utenti anche nel caso in cui la fognatura sia sprovvista di impianti centralizzati di depurazione o questi siano temporaneamente inattivi; che il giudice a quo premette che i ricorrenti, ritenendo illegittimo il pagamento dei canoni di depurazione delle acque reflue a fronte di un servizio non reso, avevano proposto inizialmente ricorso al Giudice di pace, chiedendo la pronuncia d'illegittimità della pretesa del Comune e richiamando, a sostegno del proprio assunto, anche una nota dell'ARIPS, secondo la quale alcuni comuni, tra i quali lo stesso Comune di Meta, «immettono i loro liquami nel collettore fognario comprensoriale che sversa a mare […] senza alcun impianto di depurazione a terra»; che il giudice a quo riferisce che il Giudice di pace si era pronunciato solo relativamente all'«obbligo di restituzione dei canoni pagati dal 3 ottobre 2000 in poi», dichiarando invece il proprio difetto di giurisdizione per il periodo precedente, in quanto, in base alla sentenza della Corte di cassazione, sezioni unite, n. 11631 del 2002, il canone di depurazione delle acque reflue aveva natura di tributo fino al 3 ottobre 2000, data di entrata in vigore del decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 258 (Disposizioni correttive e integrative del decreto legislativo 11 maggio 1999, n. 152, in materia di tutela delle acque dall'inquinamento, a norma dell'art. 1, comma 4, della legge 24 aprile 1998, n. 128), a partire dalla quale esso deve considerarsi, invece, di natura privatistica; che, in ordine a ciascuno dei giudizi, la Commissione tributaria rimettente espone che il contribuente ha proposto ricorso nei confronti del Comune di Meta e dell'ARIPS avverso «il silenzio rifiuto del comune di Meta alla restituzione dei canoni di depurazione delle acque reflue» versati nel periodo dal 1° gennaio 1999 al 3 ottobre 2000, ritenendo tali canoni non dovuti, a fronte di un servizio di depurazione non reso; che il giudice rimettente riferisce, poi, che il Comune resiste in giudizio affermando che, ai sensi della norma censurata, «l'obbligazione è inderogabile, indipendentemente dalla sussistenza o meno di un servizio corrispettivo, proprio in virtù della natura pubblicistica» e non contesta in punto di fatto l'assenza di qualsivoglia impianto di depurazione, pur rilevando «che l'esistenza della condotta fognaria e di una griglia d'intercettazione costituirebbe di per sé un impianto di depurazione»; che il rimettente, premessa genericamente la rilevanza della questione, deduce, in punto di non manifesta infondatezza, «l'abnormità del dettato legislativo che impone un onere a carico dei cittadini, anche in situazioni […] nelle quali l'impianto di depurazione non esiste»; che, in particolare, il giudice a quo censura il citato art. 14, comma 1, in riferimento, in primo luogo, all'art. 97 Cost., perché consentirebbe alla pubblica amministrazione «d'imporre ai cittadini una sorta di tassa sine titulo la cui finalizzazione ad una futura esecuzione degli impianti appare generica ed astratta»; in secondo luogo, all'art. 3 Cost., perché determinerebbe «una discriminazione dei cittadini che versano il tributo senza usufruire del servizio di depurazione ed inquinando loro malgrado l'ambiente, rispetto a coloro che versano il tributo e si giovano invece del servizio»; infine, all'art. 32 Cost., perché incoraggerebbe «il lassismo degli enti locali a spese della salute dei cittadini e delle future generazioni danneggiate dall'inquinamento che ne scaturisce»; che il Comune di Meta si è costituito in tutti i giudizi, con memorie di contenuto sostanzialmente identico, eccependo preliminarmente la manifesta inammissibilità delle questioni; che esso deduce, quale primo profilo di inammissibilità, l'«omessa delibazione di questioni preliminari» da parte del giudice a quo, il quale non avrebbe considerato che i ricorsi dei contribuenti dovevano essere dichiarati inammissibili, non essendo stata presentata all'amministrazione alcuna istanza di rimborso e, dunque, mancando il rifiuto espresso o tacito previsto tassativamente dagli articoli 19 e 21 del decreto legislativo 31 dicembre 1992, n. 546 (Disposizioni sul processo tributario in attuazione della delega al Governo contenuta nell'art. 30 della legge 30 dicembre 1991, n. 413), quale requisito processuale di «proponibilità»; che, quale secondo profilo di inammissibilità, il Comune rileva l'aberratio ictus in cui sarebbe incorso il giudice a quo, consistente nell'aver omesso di rilevare che la natura tributaria del canone di depurazione delle acque reflue per il periodo oggetto di causa non deriva dalla norma censurata, ma dalla disciplina legislativa ad essa previgente;