[pronunce]

La disposizione censurata violerebbe l'art. 3 Cost. «inteso quale canone di ragionevolezza in virtù del quale devono intendersi non conformi a Costituzione le scelte legislative che comportino discriminazioni intollerabili fra situazion[i] similari». Vi sarebbe - secondo la Corte rimettente - una disparità di trattamento in danno del personale della Polizia penitenziaria. Anche se la legge n. 395 del 1990 ha previsto la cosiddetta smilitarizzazione del Corpo degli agenti di custodia e la soppressione del ruolo delle vigilatrici penitenziarie, istituendo il Corpo della polizia penitenziaria, facente parte delle Forze di polizia a ordinamento civile, si tratta pur sempre di un Corpo al quale la legge ha attribuito il compito di garantire l'ordine e la sicurezza all'interno degli istituti penitenziari e delle strutture del Ministero della giustizia in materia di osservazione e trattamento rieducativo dei detenuti e degli internati, traduzione e piantonamento dei detenuti e degli internati in luoghi di cura, collaborando con l'Ufficio di sorveglianza e l'Ufficio del pubblico ministero. Ad avviso del rimettente, l'intervento legislativo ha mantenuto ferme le peculiarità del personale appartenente a tale Corpo, rispetto allo stesso personale civile dipendente dal medesimo Ministero della giustizia. Quanto alla specifica disciplina relativa alla materia pensionistica, il giudice a quo osserva che il legislatore della riforma del trattamento di quiescenza dei dipendenti dello Stato, attuata con il d.P.R. n. 1092 del 1973, ha previsto un regime differenziato per il personale civile e quello militare, per la peculiarità delle funzioni svolte dalle due categorie, che trova conferma nel diverso sistema di calcolo del trattamento pensionistico, all'epoca commisurato su una percentuale dell'ultima retribuzione percepita (la cosiddetta base pensionabile), regolato dall'art. 44 del d.P.R. n. 1092 del 1973 per il personale civile - che prevede l'applicazione di una percentuale del 35 per cento della base pensionabile, aumentata di 1,80 per ogni ulteriore anno di servizio utile fino a raggiungere l'80 per cento - e dall'art. 54 del medesimo d.P.R. n. 1092 del 1973 per il personale militare, che invece prevede l'applicazione di una percentuale del 44 per cento della base pensionabile, aumentata del 1,80 per cento per ogni anno di servizio utile oltre il ventesimo. Non di meno - osserva la Corte rimettente - risulterebbe evidente che il legislatore, ferma la distinzione tra lo stato civile e quello militare, avesse chiara l'esigenza di prevedere un regime differenziato in ragione delle funzioni svolte anche per altre categorie di dipendenti pubblici. In tal senso deporrebbe l'estensione al Corpo nazionale dei vigili del fuoco e al Corpo forestale - operata dall'art. 61 del d.P.R. n. 1092 del 1973 - delle norme di cui al Capo II, in materia pensionistica; estensione al personale del comparto sicurezza che, invece, non era necessaria perché all'epoca il Corpo degli agenti di custodia (oggi: Polizia penitenziaria) rientrava nel comparto militare. L'irragionevolezza di questo trattamento, risultato differenziato dopo la smilitarizzazione del Corpo, sarebbe evidente - secondo la Corte rimettente - là dove è rimasta l'applicazione del regime più favorevole al Corpo forestale e ai Vigili del fuoco, appartenenti al comparto rispettivamente del soccorso pubblico e della tutela del patrimonio agro-forestale. A tal riguardo, ad avviso del rimettente, le funzioni degli appartenenti alla Polizia penitenziaria, pur contenute nel mondo carcerario, debbono senz'altro ascriversi alla categoria della "sicurezza" al pari della Polizia di Stato, a ordinamento civile, dell'Arma dei carabinieri e della Guardia di finanza, a ordinamento militare. Infine, il rimettente si sofferma sulla evoluzione normativa della disciplina in tema di trattamento pensionistico che ha visto estendere al personale della Polizia penitenziaria principi ed istituti riservati al personale militare, ed in particolare: 1) l'art. 56, comma 3, del d.lgs. n. 443 del 1992, il quale prevede che al personale del Corpo di polizia penitenziaria, ai soli fini dell'acquisizione del diritto al trattamento di pensione normale, si applica l'art. 52 del d.P.R. n. 1092 del 1973, applicabile al personale militare; 2) l'art. 2177 e seguenti del decreto legislativo 15 marzo 2010, n. 66 (Codice dell'ordinamento militare), in virtù dei quali si estendono al personale delle Forze di polizia a ordinamento civile e al Corpo nazionale dei vigili del fuoco alcune disposizioni in tema di trattamento previdenziale previste per il personale militare. 1.5.- In conclusione, il rimettente ha riconosciuto con sentenza parziale, a decorrere dal rateo di gennaio del 2022, il diritto del ricorrente alla riliquidazione della pensione con l'applicazione, sulle quote calcolate con il sistema retributivo, dell'aliquota annua del 2,44 per cento con conseguente diritto agli arretrati, costituiti dalla differenza dei ratei pregressi, maggiorati, a decorrere dalla scadenza dei singoli ratei, degli interessi legali e, nei limiti dell'eventuale maggior importo differenziale, della rivalutazione monetaria, calcolata anno per anno secondo gli indici ISTAT. Contestualmente, ha sollevato la questione di legittimità costituzionale dell'art. 1, comma 4, della legge n. 395 del 1990, in riferimento all'art. 3 Cost., nei termini indicati, disponendo la sospensione del giudizio con riferimento alla domanda di riconoscimento degli arretrati a decorrere dalla data della cessazione dal servizio. 2.- Con atto del 16 maggio 2022, il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, è intervenuto in giudizio, chiedendo che la questione sia dichiarata inammissibile e, comunque, nel merito non fondata. In primo luogo, la difesa statale ha eccepito l'inammissibilità della questione per erronea individuazione della norma censurata. A tal riguardo, l'Avvocatura generale osserva che il rimettente ha censurato l'art. 1, comma 4, della legge n. 395 del 1990, che applica alla Polizia penitenziaria, in quanto compatibili, le norme relative agli impiegati civili dello Stato, mentre la pretesa illegittimità costituzionale è in realtà riferita al calcolo della quota retributiva delle pensioni nei confronti di coloro che hanno maturato un'anzianità contributiva al 31 dicembre 1995 inferiore a 18 anni. Il vulnus costituzionale sarebbe, invece, riconducibile, unicamente, alla irretroattività dell'art. 1, comma 101, della legge n. 234 del 2021, che estende al personale delle Forze di polizia a ordinamento civile l'applicazione dell'art. 54 del d.P.R. n. 1092 del 1973.