[resaula]

considerato che: come racconta in un articolo del 9 dicembre 2020 Maurizio Pellegrini (si veda su "La-collezione "Varez Fisa" di Madrid" "journalchc.com"), insieme alla collega Daniela Rizzo, consulente del compianto pubblico ministero Paolo G. Ferri nelle indagini sulle antichità e sui documenti sequestrati nel 1995, qualche anno fa i due archeologi riconobbero a Madrid diversi reperti presenti anch'essi nelle polaroid , stampe e negativi del sequestro ginevrino, finiti in una collezione che il Museo archeologico Nazionale aveva acquistato nel 1999, per 12 milioni di euro, da un uomo d'affari di Barcellona, José Luis Vàrez Fisa (1928-2014), proprietario di circa 200 reperti archeologici e di molti dipinti di grande valore, alcuni dei quali donati al Prado nel 2013 (si veda "Museo del Prado: José Luis Varez Fisa dona la collezione di 12 opere di antichi maestri" su "st.ilsole24ore.com"). In particolare, all'inizio identificarono 2 anfore a figure nere e soprattutto un cratere a campana nello stile di Gnathia "ripuliti" mediante il passaggio in asta presso Sotheby's rispettivamente nel 1988, nel 1989 e nel 1990; in seguito, Pellegrini e Rizzo riconobbero anche altri vasi: una oinochoe etrusco-corinzia da Cerveteri, un'anfora a figure nere di grandi dimensioni, una lekythos e un cratere a colonnette, un cratere a calice e due a campana tutti a figure rosse, un'anfora italica orientalizzante presente anche tra le fotografie dell'altrettanto cospicuo sequestro di Basilea del 2001. Di un'ulteriore anfora a figure nere, con quadriga, nota dalle polaroid di Ginevra, si è trovata una foto anche nel sequestro effettuato nell'isola greca di Schinoussa ai danni di quello stesso R. Symes che, come riferito, cedette il cratere pestano allo Speed Art Museum di Louisville. Un'altra decina di pezzi della collezione lasciano supporre agli specialisti un'origine analoga a quella dei vasi citati; gli approfondimenti eseguiti sul nucleo di manufatti sinteticamente descritti, sulla relativa documentazione fotografica e sugli appunti di vendita hanno dunque dimostrato che la collezione di antichità Vàrez Fisa includeva almeno una quindicina di reperti provenienti dal mercato dei trafficanti internazionali di opere d'arte, legati fra loro, con le case d'asta e i musei compiacenti da molteplici intrecci, tutti soggetti per i quali l'Italia era e rimane una "riserva di caccia" privilegiata ; valutato che di quanto appurato da Pellegrini e Rizzo, che non solo resero edotta la Direzione generale competente del Ministero della cultura fin dal 2006, ma suggerirono una missione informale a Madrid per consultare la documentazione consegnata dal collezionista al Museo a garanzia della liceità della compravendita, senza che la proposta avesse un seguito, è stata data pubblicità per la prima volta da Fabio Isman in un articolo del luglio 2010 su "Il Giornale dell'Arte", tradotto anche in spagnolo. José María Luzón Nogué, direttore dell'istituto madrileno prima dell'acquisizione della collezione Vàrez Fisa, interpellato, si limitò a dichiarare che non c'erano stati contatti con il Ministero italiano, mentre il responsabile dell'allestimento del 2014, Andrés Carretero Pérez, direttore dal 2010, ha dichiarato ad una ricercatrice su "American Journal of Archaeology" che gli uffici legali del competente ministero spagnolo stavano ancora analizzando il caso, si chiede di sapere: se il Ministro in indirizzo possa spiegare, come auspicato da Maurizio Pellegrini nell'articolo del 2020 sulla collezione Vàrez Fisa, la differenza di comportamento tra il misconosciuto Speed Art Museum di Louisville, che, informato dell'origine furtiva di un suo vaso italiota da uno studioso greco operante nel Regno Unito, si sarebbe subito offerto di restituire il reperto all'Italia, e il prestigioso Museo Archeologico Nazionale di Madrid che, sommerso ormai da più anni da prove oggettive sull'origine furtiva di una quindicina di pezzi della collezione Vàrez Fisa e da dubbi su un'altra decina, ha invece ostentato indifferenza e poi avviato con studiata lentezza accertamenti il cui esito (sempre che siano terminati) non è stato reso pubblico; quando sia rientrato in Italia dagli Stati Uniti il cratere di cui a febbraio 2018 era stata strombazzata l'imminente restituzione da parte del museo di Louisville ed esposizione nell'Antiquarium di Paestum , sempre che sia rientrato, o per quale ragione, dopo 4 anni, il viaggio del Ministro in indirizzo verso l'Europa non sia ancora avvenuto, e quando sia stato firmato l'accordo pluriennale con quel museo (e cosa esso preveda), sempre che sia stato firmato, o per quale ragione l'intenzione dichiarata non si sia ancora tradotta in realtà; quali iniziative, posto che la Spagna ha ratificato nel 1986 la Convenzione UNESCO del 1970, il Ministero abbia messo in atto, e con quali risultati, dal 2006 in qua, per ottenere dal Museo Archeologico Nazionale di Madrid la restituzione dei vasi della collezione Vàrez Fisa per i quali sono stati accertati lo scavo clandestino e l'illecita esportazione dall'Italia. Atto n. 4-07380 CORRADO Margherita ANGRISANI Luisa GRANATO Bianca Laura LANNUTTI Al Ministro della cultura Premesso che: il "Tesoro di Canoscio" è così chiamato perché i 25 manufatti in argento che compongono questo raffinato servizio da tavola custodito a Città di Castello (Perugia) furono messi in luce fortuitamente, il 12 luglio 1935, nella frazione (già pieve) di quel Comune che porta tale nome. Dopo quattro giorni, i Carabinieri effettuarono il sequestro della maggior parte degli oggetti che, quando l'aratro intercettò e ruppe il grande piatto ( missorium ) sovrapposto a mo' di coperchio, erano stati estratti dal "pozzetto" sottostante: almeno 6 piatti di varî formati, 2 colini, 4 pissidi (di cui 2 con coperchio), 1 catino, 1 cucchiaio del tipo a ligula e 9 cucchiai del tipo a cochlear ; i proprietari del tesoro, che è datato a fine V-VI secolo d.C. e si suppone occultato nel VII, sarebbero tali Eliano e Felicita, presunti sposi i cui nomi sono incisi su un piatto, mentre l'iscrizione leggibile sul missorium usato come coperchio allude ai doni di Dio e sant'Agapito, il che ha suggerito al primo editore, il sacerdote Enrico Giovagnoli (1876-1944), insieme ai molti simboli religiosi presenti e al metallo pregiato, un uso diverso da quello domestico oggi, invece, accreditato; considerato che: