[pronunce]

che tale ultima norma, dopo l'articolo 4 del decreto legislativo 6 settembre 2001, n. 368, ha inserito l'art. 4-bis (Disposizione transitoria concernente l'indennizzo per la violazione delle norme in materia di apposizione e di proroga del termine), in base al quale «Con riferimento ai soli giudizi in corso alla data di entrata in vigore della presente disposizione, e fatte salve le sentenze passate in giudicato, in caso di violazione delle disposizioni di cui agli articoli 1, 2 e 4, il datore di lavoro è tenuto unicamente a indennizzare il prestatore di lavoro con un'indennità di importo compreso tra un minimo di 2,5 ed un massimo di sei mensilità dell'ultima retribuzione globale di fatto, avuto riguardo ai criteri indicati nell'articolo 8 della legge 15 luglio 1966, n. 604, e successive modificazioni»; che, secondo il rimettente, sulla base di tale norma, poiché il giudizio a quo era in corso alla data di entrata in vigore della medesima ed era ancora pendente, la ritenuta illegittimità dei contratti a tempo determinato stipulati tra le parti per violazione della disciplina di cui al d.lgs n. 368 del 2001 dovrebbe comportare che l'apposizione del termine debba essere considerata pienamente efficace, con il conseguente diritto del lavoratore di percepire una mera indennità di importo compreso tra un minimo di 2,5 ed un massimo di 6 mensilità dell'ultima retribuzione globale di fatto, in luogo del diritto ad essere riammesso in servizio ed alla corresponsione delle retribuzioni dall'epoca in cui ha posto le proprie energie lavorative a disposizione del datore di lavoro (eventualmente detratto l'aliunde perceptum); che, in punto di non manifesta infondatezza, ad avviso del Tribunale, tale nuova normativa violerebbe il principio di eguaglianza di cui all'art. 3 della Costituzione, dato che, ove mai altro lavoratore nelle stesse identiche condizioni dell'odierno ricorrente (assunto cioè con contratto a tempo determinato di identico tenore) facesse valere le stesse ragioni di illegittimità con un giudizio introdotto ex novo in data odierna, e comunque dopo la data di entrata in vigore dell'art. 4-bis, quel lavoratore avrebbe diritto alla riassunzione e non già all'indennità sopra richiamata non essendo a lui applicabile la norma transitoria; che, evidenzia il rimettente, se lo stesso ricorrente del giudizio a quo, invece di adire immediatamente il giudice del lavoro, avesse proposto la causa dopo l'entrata in vigore della norma transitoria di cui qui si discute, paradossalmente avrebbe avuto pieno titolo per chiedere la riassunzione in servizio; che, in tal modo, soggetti nella medesima situazione giuridica si troverebbero a godere di una tutela dei propri diritti sensibilmente diversa (sicuramente meno intensa nel caso di coloro ai quali viene riconosciuto soltanto l'indennizzo) senza alcuna giustificazione se non quella di aver proposto la domanda giudiziale in tempi diversi, con evidente violazione del principio di ragionevolezza, anche considerato che, per effetto della nuova norma, paradossalmente, verrebbe penalizzato proprio colui che per primo ha fatto ricorso al giudice; che, sotto altro profilo, la norma denunciata sembra al rimettente in contrasto anche con il generale principio dell'affidamento del cittadino sulla certezza e sicurezza dell'ordinamento giuridico quale elemento essenziale dello Stato di diritto, principio più volte valorizzato dalla giurisprudenza costituzionale; che, infine, la norma denunciata contrasterebbe altresì con l'art. 117, comma 1, Cost., secondo cui la potestà legislativa è esercitata dallo Stato e dalle Regioni nel rispetto della Costituzione, nonché dei vincoli derivanti dall'ordinamento comunitario e dagli obblighi internazionali, in relazione all'art. 6 della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell'Uomo e delle libertà fondamentali del 4 novembre 1950, resa esecutiva con legge 4 agosto 1955, n. 84, la quale, nell'affermare che ogni persona ha diritto ad un giusto processo dinanzi ad un Tribunale indipendente ed imparziale, impone al potere legislativo di non intromettersi nell'amministrazione della giustizia allo scopo di influire sulla risoluzione di una controversia o di una determinata categoria di controversie; che è intervenuto nel giudizio di costituzionalità il Presidente del Consiglio dei ministri, sottolineando che l'art. 4-bis, oggetto di censura, è stato già giudicato costituzionalmente illegittimo dalla Corte, con sentenza n. 214 del 2009, e chiedendo, conseguentemente, che sia dichiarata la manifesta inammissibilità della questione sopra indicata. Considerato che il Tribunale di Tempio Pausania dubita, con riferimento agli artt. 3 e 117, comma 1, della Costituzione, della legittimità costituzionale dell'art. 4-bis del decreto legislativo 6 settembre 2001, n. 368 (Attuazione della direttiva 1999/70/CE relativa all'accordo quadro sul lavoro a tempo determinato concluso dall'UNICE, dal CEEP e dal CES), introdotto dall'art. 21, comma 1-bis, del decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112 (Disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e la perequazione tributaria), convertito, con modificazioni, dalla legge 6 agosto 2008 n. 133; che la disposizione censurata è già stata dichiarata costituzionalmente illegittima da questa Corte con sentenza n. 214 del 2009; che, pertanto, analogamente a quanto già disposto in precedenza da questa Corte, anche con riferimento alla medesima norma impugnata (ordinanza n. 65 del 2010) va dichiarata la manifesta inammissibilità della questione, divenuta priva di oggetto. Visti gli artt. 26, secondo comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87, e 9, comma 2, delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale.. per questi motivi la corte costituzionale dichiara la manifesta inammissibilità della questione di legittimità costituzionale dell'art. 4-bis del decreto legislativo 6 settembre 2001, n. 368 (Attuazione della direttiva 1999/70/CE relativa all'accordo quadro sul lavoro a tempo determinato concluso dall'UNICE, dal CEEP e dal CES), introdotto dall'art. 21, comma 1-bis, del decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112 (Disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e la perequazione tributaria), convertito, con modificazioni, dalla legge 6 agosto 2008, n. 133, sollevata dal Tribunale di Tempio Pausania con l'ordinanza in epigrafe. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 6 ottobre 2010. F.to: Francesco AMIRANTE, Presidente Luigi MAZZELLA, Redattore Giuseppe DI PAOLA, Cancelliere Depositata in Cancelleria il 15 ottobre 2010. Il Direttore della Cancelleria F.to: DI PAOLA