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Il risultato, però, è stato fallimentare e per fare capire a tutti il senso di questo fallimento facciamo il paragone con una situazione formalmente molto simile alla nostra: quella svedese (la Svezia è da più parti considerata il faro mondiale per la tutela dell’infanzia). A un primo sguardo superficiale e formale Italia e Svezia paiono condividere i medesimi principi: l’affidamento condiviso riguarda l’89 per cento dei minori in Italia e circa il 93 per cento in Svezia. La differenza sostanziale, però, è che in Svezia questo significa che il 30 per cento dei minori vive tempi paritetici presso i due genitori e un altro 20-30 per cento vive oltre il 30 per cento del tempo presso il genitore « less involved » (termine che preferiamo all’invenzione giurisprudenziale non prevista dal legislatore di «non collocatario»). In Italia, invece, solo il 2 per cento circa dei minori vive pariteticamente presso i due genitori e una percentuale di poco superiore vive almeno il 30 per cento del tempo presso il genitore « less involved ». Negli altri casi la ripartizione media teorica dei tempi è dell’83 per cento presso il genitore primario e del 17 per cento presso il genitore « less involved » con una media di circa sei pernottamenti al mese (che scende a due per bambini sotto i tre anni). Analogamente in Svezia la consensualizzazione riguarda il 90 per cento circa delle cause ed in Italia l’80 per cento. La differenza è però che in Svezia l’accordo viene raggiunto prima di cominciare il procedimento giudiziale e non dopo mesi o anni di costosa e umanamente impegnativa causa (con forti risparmi economici non solo per i cittadini ma anche per lo Stato, oltre che notevole guadagno in salute per minori e adulti). Il problema, quindi, non è la determinazione meramente formale dell’affidamento condiviso ma sono invece le condizioni sostanziali stabilite in regime di affidamento condiviso (per dirla con le parole dello spagnolo Garcia Sanchez: a un bambino non importa se i suoi genitori hanno l’affido condiviso, esclusivo o la « parental responsability »: a un bambino interessa solo sapere quanto tempo potrà trascorrere presso ciascuno dei propri genitori dopo il loro divorzio). Degno di nota è rilevare, ad esempio, che il tempo che i minori spagnoli, danesi o tedeschi affidati a un solo genitore possono trascorrere presso il genitore non affidatario è nettamente superiore a quello che i minori italiani in regime di affido condiviso possono mediamente trascorrere col genitore « less involved » in regime di affido condiviso. Viene allora da pensare che è maggiormente garante dei diritti dei minori l’affido esclusivo alla tedesca, alla danese o alla spagnola rispetto al condiviso all’italiana. Inoltre in Spagna (dove comunque c’è un forte dibattito come in molti Paesi europei per estendere la condivisione non solo formale ma anche materiale delle cure) l’affido condiviso ( custodia compartida ), pur non essendo diffuso su larghissima scala (in Catalogna riguarda il 20,6 per cento dei casi e in Aragona il 18,9 per cento) comporta però, pragmaticamente, un automatico ricorso ai tempi paritetici o alla joint physical custody essendo invece impensabili condizioni di ripartizione temporale quali quelle in vigore in Italia. Eppure, a dispetto dell’ostracismo nostrano, molti studi autorevoli, e a validazione statistica dei risultati, svolti su ampia campionatura e pubblicati su riviste scientifiche internazionalmente accreditate, evidenziano benefici per i minori in affido materialmente condiviso (joint physical custody ). La celeberrima metanalisi di Bauserman evidenziava per i minori che vivessero almeno il 25 per cento (e fino al 50 per cento) del tempo totale presso il genitore « less involved » documentati benefici in ambito di salute psichica generale, salute comportamentale ed emozionale, autostima; rapporti coi familiari, assessment scolastico. Lo studio pubblicato da Children Society nel 2012 su addirittura 184.396 minori di 36 Paesi industrializzati (Italia inclusa) evidenziava invece con validazione statistica che i minori (undicenni, tredicenni, quindicenni) che vivono in sistemazione di collocamento materialmente congiunto (suddivisione paritaria dei tempi) riportano un più alto livello di soddisfazione di vita rispetto ad ogni altra sistemazione di famiglia separata, solo un quarto di rango (-0,26) più basso dei bambini nelle famiglie integre (in buona parte ciò era dovuto a un maggior benessere economico percepito, dovuto ai benefici del mantenimento diretto). Anche la comunicazione coi genitori è risultata migliore per minori in affidamento materialmente condiviso e/o paritetico nel medesimo vastissimo campione. La grande ricerca di Jablonska Lindbergh su 15.428 undicenni, tredicenni e quindicenni rileva poi positive influenze dell’affido paritetico sull’eventuale uso di droghe, tabacco, alcool, sulla vittimizzazione (intesa come bullismo e violenza fisica subiti) e soprattutto sul distress mentale. Benefici della residenza alternata assolutamente analoghi sono stati inoltre obiettivati dalla grande ricerca statale correlata al sondaggio nazionale svedese condotto nell’autunno 2009 da Sweden statistics per conto del Ministero degli affari sociali: il doppio domicilio risulta anche qui, nell’indagine ministeriale di un Paese noto per la sua serietà e il suo welfare , la miglior sistemazione tra tutte quelle dei figli di coppie separate. Purtroppo in Italia accade frequentemente ancor oggi, pur di fronte a studi scientifici internazionali e a esperienze di Paesi progrediti, che al genitore che in tribunale chiede l’affido alternato venga risposto: «Questo tribunale per propria giurisprudenza costante non condivide una frammentazione del tempo del minore eccessiva che costringa di fatto i figli a veri e propri minitraslochi ogni pochi giorni ritenendosi che ciò sia pericolosamente destabilizzante e che comunque il bene primario oggetto della tutela del legislatore è sempre il minore e non certo l’interesse o l’aspettativa del genitore di avere con sé il figlio per lo stesso tempo, in termini di computo aritmetico, dell’altro». Dal che si evince che per loro stessa ammissione interi tribunali non basano le sentenze e la determinazione del bene da tutelare (l’interesse del minore) su dati scientifici ed esperienze di Paesi più avanzati ma sulla statica giurisprudenza, per di più locale, in modo da evitare eventuali contaminazioni migliorative dai tribunali viciniori. È palese il nocumento che può derivare (e in effetti deriva) ai nostri minori da questo equivoco procedurale. Oppure, ancora più clamorosa, ricordiamo l’analoga sentenza che recita: «Giova ricordare che è giurisprudenza ormai costante di questo Tribunale di non consentire, nemmeno nei casi di residenza di entrambi i genitori in enti separati di un medesimo edificio, il palleggio ping-pong della prole.