[pronunce]

SENTENZA ha pronunciato la seguentenel giudizio di legittimità costituzionale degli artt. 1246, comma primo, numero 3, del codice civile e 545, comma quarto, del codice di procedura civile promosso con ordinanza del 27 aprile 2004 dal Tribunale di Palermo, nel procedimento civile vertente tra Banco di Sicilia s.p.a. e Bellomo Pietro, iscritta al n. 838 del registro ordinanze 2004 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica, n. 44, prima serie speciale, dell'anno 2004. Visto l'atto di costituzione del Banco di Sicilia s.p.a., nonché l'atto di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri; udito nell'udienza pubblica del 6 giugno 2006 il Giudice relatore Romano Vaccarella; uditi l'avv. Paolo Tosi per il Banco di Sicilia s.p.a. e l'avv. dello Stato Antonio Palatiello per il Presidente del Consiglio dei ministri.. Ritenuto in fatto Considerato in diritto 1. – Nel corso di due processi riuniti, promossi ai sensi dell'art. 645 del codice di procedura civile dal Banco di Sicilia s.p.a. per ottenere la revoca del decreto ingiuntivo con cui era stato condannato a pagare al proprio ex dipendente P. B. la somma di lire 56.006.676, pari ai quattro quinti del trattamento di fine rapporto (TFR) e delle altre spettanze di fine rapporto da questi maturate e, in via riconvenzionale, per la condanna dell'opposto a corrispondere la somma di lire 638.888.496 da lui illecitamente sottratta alla banca nello svolgimento delle mansioni alle quali era adibito, ovvero quella diversa risultante dalla compensazione c.d. «atecnica» oppure, ai sensi dell'art. 1243 del codice civile, fino a concorrenza delle somme dovute al P.B. a titolo di TFR e per altre spettanze di fine rapporto, il Tribunale di Palermo, con ordinanza del 27 aprile 2004, ha sollevato questione di legittimità costituzionale dell'art. 1246, comma primo, numero 3, del codice civile e dell'art. 545, comma quarto, del codice di procedura civile, per contrasto con l'art. 3, comma primo, e con l'art. 36 della Costituzione, nella parte in cui non prevedono che la compensazione dei crediti del lavoratore per stipendio, salario o altre indennità relative al rapporto di lavoro o di impiego, comprese quelle dovute a causa di licenziamento, debba avvenire nei limiti della misura di un quinto anche nel caso in cui il credito opposto in compensazione abbia origine dal medesimo rapporto di lavoro o d'impiego. 1.1. – Il giudice a quo riferisce che l'opposto, costituitosi in giudizio, ha obiettato che il credito vantato dal Banco di Sicilia s.p.a., per la sua natura extracontrattuale, non sarebbe opponibile in compensazione c.d. atecnica oltre i limiti del quinto e, in subordine, ha eccepito l'illegittimità costituzionale, per contrasto con l'art. 3 Cost., del combinato disposto degli artt. 1246, comma primo, numero 3, cod. civ. e dell'art. 545, commi terzo, quarto e quinto, cod. proc. civ. , per contrasto con l'art. 3 Cost., nella parte in cui non prevedono espressamente che la compensazione ed il pignoramento di quanto dovuto a titolo di stipendio, salario e altre indennità relative al rapporto di lavoro o di impiego, operi nei limiti ivi previsti anche in relazione a crediti vantati dal datore di lavoro in dipendenza del rapporto di lavoro o di impiego. 1.2. – Quanto alla non manifesta infondatezza della questione, il giudice rimettente, premesso che secondo il costante orientamento della Corte di cassazione l'azione per il risarcimento dei danni causati dal lavoratore nello svolgimento delle proprie mansioni (compresi quelli derivanti da una condotta di appropriazione indebita) ha natura contrattuale in conseguenza della violazione del dovere di diligenza imposto dall'art. 2104 cod. civ. , osserva che, sempre in base ad un orientamento consolidato della Suprema corte, l'operazione che il datore di lavoro compie detraendo dalla retribuzione l'importo corrispondente ad un proprio credito verso il lavoratore nascente dal medesimo rapporto, non integrerebbe una vera e propria compensazione – la quale presuppone l'autonomia dei rapporti da cui originano i contrapposti crediti – ma un mero conguaglio dare-avere, in quanto tale non soggetto alle limitazioni previste dalle norme impugnate. Il giudice a quo osserva che il fondamento di tale operazione di accertamento contabile, denominata «compensazione atecnica», è stato ravvisato dalla giurisprudenza nella incompatibilità della compensazione tecnica con la funzione sinallagmatica del contratto a prestazioni corrispettive, volta a garantire a ciascun contraente la prestazione convenuta, ma dichiara di dissentire da questa impostazione che preserva la sinallagmaticità attraverso il requisito, non previsto dalla legge, della autonomia dei rapporti da cui originano i crediti. Se è vero, infatti, ad avviso del giudice rimettente, che il contratto a prestazioni corrispettive, liquide ed omogenee, per essere causalmente significativo, deve quantomeno prevedere che esse non siano contestualmente esigibili – con l'effetto che, in tal caso, non potrebbe comunque operare la compensazione in senso tecnico per la mancanza di uno dei requisiti previsti dall'art. 1243 cod. civ. –, non sussisterebbero ragioni per escludere che la compensazione tecnica possa operare, con i limiti di cui agli artt. 1246, comma primo, numero 3, cod. civ. e dell'art. 545, cod. proc. civ. , anche nei rapporti di credito-debito aventi causa in un medesimo rapporto giuridico quale quello di lavoro, ancorché fondati, come nel caso di specie in cui si contrappone un credito risarcitorio ad uno retributivo, su fatti costitutivi diversi, ma pur sempre riconducibili al medesimo titolo costituito dal contratto di lavoro. Secondo il Tribunale di Palermo l'opposta conclusione – superabile ad avviso della Cassazione solo per effetto di un'espressa pattuizione del contratto collettivo o individuale di lavoro – imponendo il totale sacrificio del credito vantato dall'opposto a titolo di TFR e di altre spettanze di fine rapporto, impedirebbe l'avverarsi del contemperamento, cui è ispirato l'art. 545, comma quarto, cod. proc. civ. , tra l'interesse del creditore al recupero del proprio credito e quello del lavoratore a non veder vanificata la funzione alimentare del credito retributivo che, a norma dell'art. 36 Cost., oltre a remunerare la qualità e quantità del lavoro prestato, assicura al lavoratore ed alla sua famiglia la possibilità di condurre un'esistenza libera e dignitosa. Il giudice a quo osserva, inoltre, che tali considerazioni, certamente non dirette a porre in discussione il principio generale per cui, in virtù della post-numerazione, non è possibile far discendere dall'art. 36 Cost. l'obbligo per il datore di lavoro di remunerare il lavoratore che non esegua la prestazione, sono volte invece a sottolineare che i limiti alla compensazione sono diretti all'attuazione del principio del solve et repete in relazione a crediti che, come quello retributivo, non ammettono remore alla loro soddisfazione, se non a prezzo di una lesione dell'art. 36 Cost.