[pronunce]

Anche nella fattispecie scrutinata con la sentenza n. 225 del 2001, invero, il parlamentare destinatario del provvedimento giudiziale impugnato dalla Camera aveva partecipato ai lavori parlamentari anziché all'udienza penale, ma tale scelta è stata considerata irrilevante. Nel merito, la Camera ricorrente richiama la sentenza n. 225 del 2001 ed afferma che tale pronuncia “costituisce un puntuale precedente in termini, dal quale l'esigenza di accoglimento del ricorso esce decisivamente rafforzata". Ribadisce inoltre che la Corte di assise avrebbe operato una distinzione tra votazioni meritevoli e votazioni non meritevoli di determinare un impedimento assoluto. L'ordinanza da cui è sorto il conflitto avrebbe infatti inteso richiedere al parlamentare di provare se alla Camera si tenessero votazioni (ovvero, fossero previste non meglio precisate “interpellazioni") alle quali fosse indispensabile che il parlamentare medesimo partecipasse, con ciò dando per scontato che potessero e possano darsene di altre, per le quali tale indispensabilità non ricorra. Il che sarebbe non soltanto errato, ma anche lesivo delle prerogative costituzionali della ricorrente Camera dei deputati. In ogni caso, alla luce della sentenza n. 225 del 2001, il giudice è tenuto a valutare l'assolutezza o meno dell'impedimento derivante dai lavori parlamentari quale che sia il contenuto di questi, poiché è arduo operare una netta “distinzione … fra diversi aspetti dell'attività del parlamentare, tutti riconducibili egualmente ai suoi diritti e doveri funzionali". Fermo restando, dunque, che per la ricorrente Camera dei deputati solo la previsione di votazioni dovrebbe determinare sempre l'insorgenza di un impedimento assoluto a partecipare ad udienze giudiziarie, sarebbe comunque (ed almeno) dovere del giudice procedente valutare sempre la natura dell'impedimento, tanto più che il generale dovere di leale cooperazione tra soggetti istituzionali avrebbe dovuto indurre il giudice procedente ad accertare quali lavori parlamentari fossero previsti, in concreto, per il 16 novembre 1998. 5.2.- Anche il Senato della Repubblica replica alle eccezioni di inammissibilità sollevate dalla Corte d'assise, escludendo in particolare che la Camera, attraverso l'atto introduttivo del presente giudizio, abbia utilizzato il conflitto di attribuzione semplicemente per richiedere alla Corte di correggere l'erronea applicazione da parte del giudice ordinario delle norme processuali sul legittimo impedimento a comparire alle udienze, giacché con il ricorso della Camera si chiede in realtà l'accertamento dell'interferenza nelle attribuzioni costituzionali del potere ricorrente derivata dall'ordinanza della Corte di assise di Reggio Calabria. Del resto, anche questa Corte, nella sentenza n. 225 del 2001, avrebbe pienamente condiviso questa impostazione, sindacando l'atto emanato dal potere giurisdizionale solo attraverso elementi di carattere estrinseco, relativi non al merito della decisione adottata, ma piuttosto al corretto esercizio del potere spettante all'autorità giudiziaria, secondo lo schema tipico dei conflitti da menomazione o da interferenza. Le censure mosse dal giudice costituzionale alle ordinanze annullate nella richiamata pronuncia risultano chiaramente finalizzate, in via esclusiva, ad accertare la sussistenza della lamentata compressione della sfera di potere delle due Camere e non hanno affatto lo scopo di sanzionare un errore di interpretazione della legge. Nel merito - richiamati i principi che questa Corte ha enunciato nella sentenza n. 225 del 2001 - il Senato della Repubblica sostiene che la Corte di assise, anziché seguire un equilibrato uso degli strumenti di leale coordinamento, che permettono di stabilire una corretta relazione tra le sfere di autonomia costituzionale della giurisdizione e del Parlamento, avrebbe provocato direttamente la lesione delle attribuzioni costituzionali della Camera ricorrente. In primo luogo, perché la scarna motivazione della decisione di non giustificare l'assenza del deputato Matacena all'udienza presupporrebbe erroneamente una distinzione tra “attività parlamentari a presenza indispensabile" e “attività parlamentari a presenza non indispensabile". In secondo luogo, perché il comportamento complessivo del giudice di Reggio Calabria non risulterebbe propriamente leale e collaborativo. In una breve camera di consiglio e con una formalistica, quasi laconica, motivazione dell'ordinanza, la Corte di assise si è limitata a considerare il dato meramente testuale della mancata specificazione del telegramma inviato dal Presidente della Camera. Sono elementi che renderebbero evidenti, da un lato, la sostanza di una decisione volta a salvaguardare interamente e pregiudizialmente i valori costituzionali collegati all'esercizio della giurisdizione e a sacrificare - altrettanto interamente e pregiudizialmente - i valori attinenti alle funzioni parlamentari; dall'altro, la totale negazione della stessa materiale possibilità di ricercare il necessario coordinamento con la posizione di autonomia costituzionale del Parlamento, attraverso, ad esempio, la diretta consultazione del calendario dei lavori della Camera (come noto, disponibile in rete), oppure l'attivazione di un contatto diretto con la Presidenza dell'organo che aveva inviato il telegramma. Né, al riguardo, potrebbe sostenersi che l'onere di provare la sussistenza delle circostanze che costituiscono valida causa di giustificazione dell'assenza incombe sull'imputato e che dunque il giudice sarebbe tenuto a decidere esclusivamente sulla base di quanto risulti dagli atti di causa. Tale assunto - si osserva - può forse valere per le ipotesi in cui non vengano in questione interferenze tra la funzione giurisdizionale e le attribuzioni costituzionali di altri poteri dello Stato; ma non può certamente valere quando queste interferenze vi siano, giacché in queste ipotesi sul giudice incombe il preciso obbligo di assicurare (anche, evidentemente, con l'adozione di proprie autonome iniziative) il corretto e leale contemperamento di tutte le esigenze costituzionali. Infine, la lesione delle attribuzioni costituzionali della Camera ricorrente ad opera della Corte di assise di Reggio Calabria sarebbe resa palese dal fatto che il giudice non avrebbe mostrato di prendere in considerazione alcuna soluzione alternativa idonea a consentire il corretto bilanciamento tra le attribuzioni costituzionali in gioco, né avrebbe sentito il bisogno di motivare in alcun modo la propria decisione in ordine all'impraticabilità di una qualunque forma di contemperamento che fosse in grado di evitare il sacrificio totale delle esigenze parlamentari.1.- Il ricorso per conflitto di attribuzioni è stato proposto dalla Camera dei deputati, con atto depositato il 14 novembre 2000, contro la Corte d'assise di primo grado di Reggio Calabria, in relazione all'ordinanza da questa emessa il 16 novembre 1998 nell'ambito del processo nei confronti di Amedeo Gennaro Matacena, all'epoca componente della Camera dei deputati.