[pronunce]

Quanto, infine, alla dedotta violazione del principio di uguaglianza, a impedirne il richiamo è, per l'Avvocatura, la singolarità del caso, che non consente di istituire utilmente un raffronto con la generalità, per difetto di omogeneità dei due termini. L'Avvocatura conclude pertanto per una declaratoria di inammissibilità o di infondatezza della questione. 4. - La difesa della parte privata ha successivamente depositato una memoria. 4.1. - Dopo aver ripercorso sia l'iter della procedura svoltasi dinanzi al tribunale di sorveglianza sia le argomentazioni da quest'ultimo prospettate nel sollevare la questione di costituzionalità, la difesa della persona condannata si sofferma sulle deduzioni dell'Avvocatura dello Stato e in particolare sull'eccezione di inammissibilità della questione, formulata in base all'argomento del carattere non normativo dell'accordo di cui si tratta, dunque per l'inidoneità dell'atto a formare oggetto del sindacato di costituzionalità. Questa eccezione è condivisa dalla difesa della parte costituita, che a essa si richiama per riproporre quanto già sostenuto nell'ambito del giudizio dinanzi al tribunale di sorveglianza e cioè che dell'accordo intergovernativo sul trasferimento sarebbe possibile fornire una interpretazione diversa e idonea a superare il dubbio di costituzionalità. Non deriverebbe infatti dall'impugnato art. 2 della legge n. 334 del 1988, di ratifica ed esecuzione della Convenzione di Strasburgo, la lamentata impossibilità di applicare l'art. 147, primo comma, numero 2), cod. pen. , ma piuttosto ciò sarebbe esclusiva conseguenza dell'accordo specifico con il quale è stata posta la disciplina del regime detentivo della condannata; non si tratterebbe dunque di valutare una disposizione generale ed astratta, che sia suscettibile di sindacato di costituzionalità, ma semmai di considerare la vicenda disciplinata da una "norma del caso singolo". Il rilievo sarebbe confermato sia dal testo della Convenzione, che si limita a stabilire nel suo art. 3, paragrafo 1, lettera f), la necessità di un accordo per poter disporre il trasferimento, sia dalla ratio della fonte internazionale pattizia, che è certamente orientata al rispetto del senso di umanità nell'esecuzione della pena; il che esclude che si possa fornire della legge nazionale che immette nell'ordinamento le disposizioni della Convenzione una interpretazione tale da autorizzare il Governo a stipulare accordi contrari alla Costituzione, come invece ritiene il rimettente. Ma se il vizio attiene al - solo - accordo, allora la valutazione di conformità di esso ai principi fondamentali dell'ordinamento italiano è compito del giudice ordinario, sia di quello chiamato a delibare il riconoscimento della sentenza penale straniera, sia di ogni altro giudice che debba definire questioni coinvolte dalla disciplina contenuta nell'accordo medesimo. Ora, prosegue la difesa, la Corte d'appello ha deciso nel senso della conformità tra l'accordo e i principi fondamentali, oltre che con lo spirito della Convenzione di Strasburgo, nonostante la creazione di una sorta di regime singolare "di rigore"; ma la restrizione dei benefici accordabili all'interessata non potrebbe spingersi fino all'eliminazione di ogni tutela dei diritti fondamentali, in primo luogo del diritto alla salute, poiché una simile conclusione contraddirebbe proprio lo spirito della Convenzione. La premessa per una diversa interpretazione è individuata nel disposto del punto 6 dell'allegato A all'accordo, che, ad avviso della difesa, è suscettibile di una lettura contraria a quella da cui muove il Tribunale di sorveglianza; il citato punto 6 dispone che "nel caso di malattia", la persona "resti reclusa in uno stabilimento ospedaliero penale e non in altro stabilimento e che ogni problema medico venga trattato nella stessa maniera in cui lo sarebbe se la condannata continuasse a scontare la pena negli Stati Uniti". Questa "omologazione" del trattamento italiano a quello americano sarebbe, secondo la memoria, sempre da riferire alle condizioni sanitarie tenute presenti al tempo della conclusione dell'accordo e comunque a eventuali infermità dell'interessata tali da non richiedere determinate cure specialistiche; il Governo italiano e l'interessata, secondo la difesa, avrebbero cioè aderito e acconsentito alle condizioni poste dal Governo statunitense confidando nelle buone condizioni di salute della detenuta. A tale proposito, nella memoria si richiama quanto stabilisce la Convenzione di Strasburgo, relativamente agli obblighi reciproci di fornire informazioni e alla documentazione da produrre (artt. 4 e 6), nel quadro della formazione genuina del consenso e del leale svolgimento delle trattative in vista dell'accordo; l'art. 6, in particolare, prescrive che lo Stato di condanna fornisca a quello di esecuzione ogni rapporto medico concernente la persona, ogni informazione sul trattamento nonché ogni raccomandazione sulla prosecuzione di esso; si fa rilevare, sul punto, che dalla cartella che accompagna la detenuta risulta che già prima del trasferimento, e precisamente nel maggio del 1999, un esame clinico svolto negli Stati Uniti aveva evidenziato una formazione calcificata (poi asportata nell'intervento in Italia), tanto che era stato allora prescritto un successivo controllo entro tre mesi. Ma, puntualizza la difesa, la cartella clinica non è stata fornita all'Italia in sede di trattative, né è stata allegata all'accordo. Su tali premesse, la difesa afferma che le condizioni fisiche e in particolare il rischio di malattie tumorali cui andava incontro la detenuta non hanno fatto parte del contenuto delle trattative tra Stati Uniti e Italia; ora pertanto si dovrebbe prescindere dall'accordo, poiché si sarebbe in presenza di una condizione totalmente nuova rispetto all'accordo medesimo, condizione da valutare come tale in modo autonomo e in aderenza ai principi dell'ordinamento. Del resto, l'impossibilità di disciplinare in toto il regime giuridico della detenuta sulla base dell'accordo sarebbe già emersa nei fatti. Lo stesso tribunale di sorveglianza ha sottolineato l'improrogabilità del ricovero in luogo esterno di cura, ex art. 11 ordinamento penitenziario, per gli accertamenti e per l'intervento: neanche tale misura temporanea, a rigore, sarebbe stata concedibile, sulla base dell'accordo, ma in definitiva ha prevalso l'esigenza di tutela dell'integrità fisica dell'individuo, indipendentemente dalla volontà che questi abbia manifestato nell'ambito della pregressa procedura di trasferimento. Questo punto di vista, si rileva ancora, non è stato contrastato dagli Stati Uniti, che, informati di tali sviluppi, non hanno eccepito nulla né hanno chiesto l'annullamento dell'accordo, avallando l'interpretazione garantista degli organi giudiziari italiani. Ciò in linea - si sostiene ancora nella memoria - con l'atteggiamento da ultimo manifestato dal Governo statunitense, che, attraverso la concessione della "commutazione" della pena a due persone già coimputate della cittadina italiana, avrebbe dimostrato l'intento di definire una volta per tutte quella parentesi politico-giudiziaria. 4.2.