[pronunce]

- Questa Corte, con ordinanza n. 102 del 2000, ha dichiarato ammissibile il predetto conflitto di attribuzione proposto dalla Camera dei deputati, estendendo la notifica del ricorso, oltre che al giudice per le indagini preliminari del tribunale di Milano, con funzioni di giudice dell'udienza preliminare, anche al Senato della Repubblica, stante l'identità della posizione costituzionale dei due rami del Parlamento in relazione alle questioni di principîo da trattare. 3. - Il ricorso è stato successivamente notificato e regolarmente depositato con la prova delle avvenute notifiche. 4. - Degli organi ai quali, secondo quanto disposto nell'anzidetta ordinanza, il ricorso per conflitto è stato notificato a cura della Camera, si è costituito innanzi a questa Corte il Senato della Repubblica. Il Senato, con riserva di illustrazione in successiva memoria, ha concluso chiedendo che la Corte riconosca la fondatezza dei principî affermati nel ricorso della Camera dei deputati in relazione alla considerazione come assoluto impedimento, alla partecipazione di un parlamentare alle udienze penali, del diritto-dovere dello stesso parlamentare di assolvere al proprio mandato partecipando alle sedute dell'organo parlamentare di cui è membro. 5. - Nel giudizio dinanzi alla Corte è intervenuto l'on. Cesare Previti, chiedendo che vengano annullate"le impugnate ordinanze del g.u.p. dott. Rossato nelle quali si è apoditticamente imposta la regola della prevalenza delle esigenze processuali sull'esigenza di esercitare le funzioni parlamentari, dettando altresì quale criterio di risoluzione del conflitto quello della cooperazione tra giudice e parlamentare al quale ultimo potrebbe fare carico l'esibizione del calendario dei lavori parlamentari, quale base per il giudice per fissare la scansione temporale delle udienze"; ed in subordine sollecitando la Corte a sollevare dinanzi a se stessa questione di legittimità costituzionale dell'art. 3-bis, comma 1, del d.l. 24 maggio 1999, n. 145, inserito dalla legge di conversione 22 luglio 1999, n. 234. 6. - In prossimità dell'udienza, la Camera dei deputati ricorrente ha depositato una memoria illustrativa. Il conflitto sollevato sarebbe attuale e concreto, non ipotetico e astratto. Il fatto che, nella specie, il deputato interessato abbia preso parte alle votazioni fissate in concomitanza con l'udienza, non avrebbe alcun rilievo, perché non eliminerebbe l'oggettiva incertezza circa le condizioni in presenza delle quali gli impegni parlamentari giustificano l'allegazione di un impedimento. Il conflitto - si osserva - serve a ristabilire il corretto ordine delle attribuzioni, al di là della sorte dei singoli atti che lo hanno pregiudicato. La Camera esclude che con la proposizione del conflitto sia stato censurato un semplice errore in iudicando, perché quello che la ricorrente - priva di strumenti processuali ordinari per tutelare le proprie attribuzioni - contesta è la titolarità, in capo al giudice, del potere di negare che l'impegno in votazioni in assemblea sia valida causa di giustificazione dell'assenza, all'udienza penale, del parlamentare interessato, ossia la spettanza, non solo a quel giudice, ma a qualunque giudice, del potere di condizionare il libero esercizio del mandato parlamentare negando che l'impegno in votazioni in assemblea costituisca impedimento assoluto alla partecipazione all'udienza penale. Nel merito, la Camera ribadisce che, ferma la pariordinazione qualitativa di tutte le attività parlamentari, sarebbe necessario considerare assoluto e insuperabile solo l'impedimento derivante dalla partecipazione a votazioni in assemblea, attività tipizzata e specificamente qualificata. 7. - Nella memoria depositata in prossimità dell'udienza, il Senato della Repubblica articola la propria posizione, aderendo in linea di principîo alle censure mosse dalla Camera ai provvedimenti del giudice dell'udienza preliminare di Milano, in particolare insistendo sull'esigenza di coordinamento fra corretto e indipendente esercizio della funzione giurisdizionale e corretto e indipendente esercizio delle funzioni parlamentari, e sul principîo di leale collaborazione. Nel merito, il Senato osserva che la lamentata interferenza con la sfera di autonomia parlamentare garantita dalla Costituzione sussiste ove la statuizione del giudice dell'udienza preliminare si risolva nella perentoria affermazione che il coordinamento tra i valori costituzionali confliggenti non è né necessario né possibile, e quindi nella negazione di ogni possibile esigenza di coordinamento fra i poteri che debbono organizzare l'esercizio delle rispettive funzioni. Premesso che l'autonomia del Parlamento si esprime in modo unitario, rendendo indispensabile la garanzia per i parlamentari di poter essere presenti non solo alle sedute nelle quali siano previste votazioni dell'assemblea, ma anche a tutte le altre attività nelle quali il parlamentare può svolgere il proprio mandato, il Senato ritiene che il non considerare le esigenze di fissazione del calendario delle sedute parlamentari come espressione della posizione di autonomia costituzionale delle Camere abbia inciso sul funzionamento interno degli organi parlamentari, abbia condizionato il libero svolgimento del mandato parlamentare, impedendo all'imputato qualunque possibilità di contemperare l'esercizio del proprio diritto di difesa con l'esercizio delle proprie funzioni parlamentari, e così ostacolato la Camera di cui fa parte l'indagato in relazione alla formazione dei quorum strutturali e funzionali dei suoi organi. Le attribuzioni costituzionali del Parlamento non sono estranee rispetto alle funzioni che il giudice è chiamato a svolgere. Il principîo di leale collaborazione - afferma la difesa del Senato richiamando i principî affermati dalla giurisprudenza costituzionale (sentenze n. 231 del 1975, n. 379 del 1992 e n. 403 del 1994) - impone a tutti i poteri dello Stato di svolgere le proprie funzioni valorizzando anche interessi che la Costituzione affida ad altri poteri, nell'esercizio delle autonomie costituzionali loro riconosciute. Il dovere di collaborare lealmente si pone come principîo generale cui necessariamente deve ispirarsi l'esercizio di funzioni costituzionalmente riconosciute, tanto più che la flessibilità che discende dall'applicazione del metodo collaborativo non potrebbe certamente condurre a deroghe o impedimenti dell'esercizio di una delle funzioni interferenti e, in specie, della funzione giurisdizionale. Nel caso di specie, è la stessa disciplina del processo penale che, nel consentire di valutare l'assolutezza o meno dell'impedimento a comparire dell'indagato, costituirebbe indicazione positiva nel senso del necessario coordinamento tra l'organo giurisdizionale e l'organo la cui attività può giustificare l'impedimento in questione. Il giudice aveva la possibilità di utilizzare l'art. 486 cod. proc. pen. come strumento capace di stabilire un coordinamento con le autonomie parlamentari. Invece non ha ritenuto possibile tale coordinamento, basandosi su una semplice valutazione quantitativa del numero dei casi in cui il rinvio dell'attività processuale era già stato accordato. Ciò che viene contestato nel presente conflitto è proprio l'affermazione secondo cui la norma processuale non avrebbe consentito di attivare una forma di collaborazione per evitare la lesione della posizione di autonomia dell'organo parlamentare. Solo in questa parte le ordinanze impugnate sarebbero illegittime sul piano costituzionale;