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Modifica all'articolo 315 del codice di procedura penale in materia di riparazione per ingiusta detenzione. Onorevoli Senatori. -- 1. Premessa L'istituto della riparazione per ingiusta detenzione è, come si legge nella relazione al nuovo codice di procedura penale, «istituto di assoluta novità» per il nostro sistema processuale, introdotto all'esito di un lungo dibattito, che ha finito con l'estendere ai casi di ingiusta detenzione il principio della necessaria riparazione dell'errore giudiziario, di cui all'articolo 24, quarto comma, della Costituzione. Ciò anche dietro sollecitazione della Corte costituzionale che, pur dichiarando l'infondatezza della questione relativa alla previsione del codice di rito del 1930, nella parte in cui escludeva la riparazione per ingiusta carcerazione preventiva -- sentenza n. 1 del 15 gennaio 1969 -- rinviava alla discrezionalità legislativa l'attuazione del precetto costituzionale, poiché il diritto alla riparazione, espressione del generale principio di tutela dei diritti inviolabili dell'uomo, necessita di appropriati interventi legislativi per conseguire concretezza. Oltre al fondamento d'ordine costituzionale, l'istituto ha riferimenti normativi di natura sopranazionale nelle disposizioni di cui all'articolo 5, comma 5, della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali, di cui alla legge 4 agosto 1955, n. 848, e dell'articolo 9, comma 5, del patto internazionale relativo ai diritti civili e politici, di cui alla legge 25 ottobre 1977, n. 881, che sanciscono l'una, il diritto ad una riparazione per ogni persona vittima di arresto o di detenzione in violazione delle disposizioni contenute in quello stesso articolo, e, l'altra, il diritto ad un indennizzo per chiunque sia stato vittima di arresto o di detenzione illegali. 2. L'originaria previsione codicistica e la novella del 1999 sull'aumento del limite massimo dell'indennizzo. Sin dall'originaria disciplina codicistica si è previsto un tetto massimo di indennizzo. L'attuale previsione dell'articolo 315, comma 2, del codice di procedura penale, secondo cui l'entità della riparazione per l'ingiusta detenzione non può comunque eccedere euro 516.456,90, è il risultato della novella del 1999 --- legge 16 dicembre 1999, n. 479, articolo 15, comma 1, lettera b) --- che ha elevato a tale ammontare il limite codicistico di lire 100.000.000, giudicato concordemente troppo esiguo «e comunque destinato ad inficiare la concreta operatività dell'istituto...», in assenza di un meccanismo periodico di revisione (A. Montaldi, sub artt. 314 e 315; in Commento al nuovo codice di procedura penale , coordinato da M. Chiavario, Iil, Torino, 1990, p. 328). Com'è stato ricordato nei primi commenti alla novella codicistica del 1999 (L. Scomparin, Commento all'articolo 15,1. 16 dicembre 1999, n. 479, in Leg. pen. , 2000, p. 335 ss.), nel corso dei lavori preparatori fu presa in esame la proposta di abbandonare la previsione di un limite massimo di indennizzo, contenuta in alcuni dei progetti di legge che confluirono nel testo dell'attuale riforma e in alcuni degli emendamenti al testo unificato. La ragione dell'accantonamento di queste proposte si rinvenne nel parere espresso dalla Commissione bilancio, sulla base di rilievi legati alle esigenze di copertura finanziaria. La discussione proseguì tenendo ferma la necessità di un limite massimo di indennizzo, ma interrogandosi sull'opportunità di istituire soluzioni intermedie, quali la fissazione di un più elevato tetto massimo, pari a lire 500.000.000, o ancora la previsione di un'eccezione per i casi di particolare gravità, che avrebbero consentito il superamento della soglia massima fissata dalla legge, o infine la determinazione di un minimo riparabile, nell'intento di evitare il rischio di irrisorie riparazioni talora liquidate dai giudici. La scelta finale fu dunque un compromesso fra diverse ed opposte istanze e, pur con la consapevolezza che in alcuni casi, segnati da una particolare forza infamante, in concreto, la riparazione può non compensare gli effettivi pregiudizi della ingiusta custodia o di una misura custodiale protrattasi per periodi molto lunghi, si è preso atto dell'importante inversione di tendenza costituita dalla decuplicazione dell'iniziale limite massimo, tale da smorzare la preoccupazione di non aver attribuito all’istituto adeguate risorse finanziarie (E. Randazzo, Ingiusta detenzione: riparazione miliardaria, in Guida dir. , 2000, XXXIX). 3. La diversità concettuale dell'indennizzo dal risarcimento del danno nella giurisprudenza di legittimità. Sin dalle prime applicazioni, la giurisprudenza di legittimità ha affrontato la questione della natura della posizione soggettiva che la legge processuale attribuisce al soggetto che ha subito l'ingiusta detenzione, non soffermandosi invece sull'opportunità della previsione di un limite massimo per la liquidazione della somma da corrispondere a titolo di riparazione. Con ogni probabilità, l'assenza di rilievi critici circa la fissazione per legge di un limite massimo di indennizzo può spiegarsi alla luce dell’inquadramento concettuale della riparazione come indennità, del tutto compatibile con la possibilità che il ristoro non sia necessariamente corrispondente ai pregiudizi subiti. A tal proposito è stato ricordato che l'ordinamento tedesco, che aveva conosciuto con una legge del 1939 la fissazione di un limite massimo ai ristoro dei danni materiali per ingiusta detenzione, ha poi provveduto all'abolizione di detto limite in occasione della riforma radicale della materia operata con una legge del 1971 (M.G. Coppetta, La riparazione per ingiusta detenzione , Cedam, 1993, p. 240). E, da ultimo, ha osservato E. Turco (L'equa riparazione tra errore giudiziario e ingiusta detenzione , Giuffrè, 2007, p. 6) che la fissazione di un tetto massimo per la liquidazione dell'indennizzo è assolutamente inconciliabile con il meccanismo risarcitorio, «posto che, quest'ultimo, avendo come finalità il totale ripristino dei pregiudizio economico subito, non potrebbe tollerare dei limiti di sbarramento imposti a priori dal legislatore». Non così, si deduce, per il meccanismo indennitario, a cui appartiene la riparazione per ingiusta detenzione, almeno secondo le determinazioni della giurisprudenza. La previsione del rimedio indennitario non impedisce all'interessato di agire contro lo Stato per, chiedere il risarcimento dei danni, patrimoniali e non, subiti per effetto dell'ingiusta detenzione, facendo valere la responsabilità civile del magistrato di cui alla legge 13 aprile 1988, n. 117, che abbia agito con dolo o colpa grave.