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Modifiche alla legge 20 febbraio 1958, n. 75, e altre disposizioni in materia di abolizione della prostituzione. Onorevoli Senatori. – Dopo un travagliato percorso della durata di dieci anni, il 20 febbraio 1958 veniva approvata la legge 20 febbraio 1958, n. 75, meglio nota come « legge Merlin », che decretava l'abolizione della regolamentazione della prostituzione. Si chiudevano così le cosiddette « case di tolleranza », dove vivevano da recluse migliaia di donne, private dei diritti civili e politici, e da cui lo Stato incassava una tassa di esercizio della prostituzione. In base a tale legge, nell'ordinamento vigente, la prostituzione è configurata come un'attività in sé lecita; è tuttavia vietata, sotto minaccia di sanzione penale, qualsiasi interazione di terzi con essa, sia sul piano materiale (in termini di promozione, agevolazione o sfruttamento), sia sul piano morale (in termini di induzione). Sono passati oltre sessanta anni da allora e la legge Merlin ha superato numerosi dubbi di costituzionalità sollevati di fronte alla Corte costituzionale e altrettanti tentativi di abrogazione per mezzo di raccolte firme a fini referendari, dimostrando che l'approccio abolizionista caparbiamente perseguito dalla senatrice Angelina Merlin era quello corretto. L'impianto fondativo della norma ha travalicato dunque quella che era una mera esigenza del tempo – impedire che terzi si avvantaggiassero dell'attività prostitutiva altrui, addirittura con l'avallo dello Stato – e costituisce oggi uno strumento indispensabile per risalire alle organizzazioni criminali, divenute sempre più pervasive, che utilizzano lo sfruttamento della prostituzione per ricavarne ingenti profitti. E tuttavia, non si può non rilevare come oggi il fenomeno della prostituzione, lungi dall'essere scemato, sia profondamente mutato rispetto agli anni in cui la legge n. 75 del 1958 fu promulgata, facendosi anzi più brutale e violento nelle sue conseguenze sulle persone prostituite, ma anche sull'intera collettività, ponendo seri rischi alla sicurezza e al cammino verso una autentica parità tra uomini e donne. In merito alla legge n. 75 del 1958, è altresì degno di nota il fatto che la stessa legge rimanga oggi invece inattuata per quanto riguarda una sua previsione altrettanto fondamentale: quella che dispone, agli articoli 8 e 9, misure di rieducazione e reinserimento sociale delle donne che uscivano dalle case di prostituzione. Si è ritenuto infatti che tale disposizione avesse esaurito la sua funzione nel momento in cui non vi erano più donne nei postriboli di Stato chiusi nel 1958. Da un lato dunque assistiamo all'inasprimento e alla crescita del fenomeno prostituzione – dovuta principalmente all'aumento dei movimenti migratori e alle nuove tecnologie –, dall'altro constatiamo che non esistono strumenti o programmi di vero supporto per le donne (o le persone) che intendano lasciare l'attività prostitutiva in quanto tale. Eppure, in base ai dati di tutti gli organismi nazionali e internazionali, oggi più che mai la prostituzione si configura come un fenomeno di genere e come un'attività frutto di coercizione o condizioni coercitive. I dati raccolti da United Nation Office on Drugs and Crimes (UNODC) nel Global Report on Traffickin in Persons del 2018 mostrano come su un campione di 12.162 donne vittime di traffico di persone, ben 77 per cento di esse sono trafficate a fine di sfruttamento sessuale nel mercato della prostituzione, mentre tra le bambine e le ragazze, su un totale di 4.863 vittime accertate, il 72 per cento è trafficato per lo stesso fine e destinato allo stesso mercato. Per gli uomini, su un totale di 3.762 vittime, il 17 per cento è destinato allo sfruttamento sessuale, e tra i ragazzi lo è il 23 per cento su 2.065 vittime totali. A ben vedere, è la stessa tratta di esseri umani che si configura come un fenomeno di genere: su dieci vittime di tratta globalmente accertate, più di sette sono donne o bambine (rispettivamente cinque e due), con picchi più alti a seconda dell'area geografica. Quando si parla di tratta di esseri umani, sarebbe quindi necessario adottare un approccio di genere, come raccomanda, tra le altre, la recente relazione della Commissione europea sull'attuazione della direttiva 2011/36/UE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 5 aprile 2011, concernente la prevenzione e la repressione della tratta di esseri umani e la protezione delle vittime. Ciò vale tanto più quando si parla di prostituzione in quanto tale. I dati pubblicati dalla Commissione europea nel 2018 mostrano infatti che tra le vittime di tratta per sfruttamento sessuale, ben il 95 per cento è composto da donne e bambine. L'argomento, pure molto utilizzato mediaticamente, secondo cui anche gli uomini si prostituiscono (o sono prostituiti) è dunque del tutto smentito dai dati, ancor più se si considera che le percentuali di uomini e bambini in prostituzione offrono i loro servizi generalmente ad acquirenti uomini: la prostituzione è decisamente un fenomeno di genere, dove vi sono donne e bambine – e pochissimi uomini – che subiscono atti sessuali da parte di compratori di sesso maschile. Una menzione a parte va fatta per le donne transgender in prostituzione. Secondo i dati dell'Associazione Tampep onlus 2014 (gli unici tuttora disponibili) le donne transgender in prostituzione in Italia costituiscono il 6 per cento del totale. Le motivazioni che spingono le donne transgender in prostituzione sono da un lato identici a quelli che spingono le donne verso tale mercato (indigenza, traumi, mancanza di prospettive), ma accentuati dal fatto che le persone transgender subiscono ancora forte discriminazione e conseguente esclusione dal mondo del lavoro. A ciò si aggiungono motivazioni del tutto peculiari di natura psicologica, legate all'identità di genere. Al netto di tali considerazioni, resta fermo un dato schiacciante: la netta prevalenza di individui di genere femminile quali persone prostituite e individui di genere maschile quali fruitori del mercato del sesso. Per gestire il fenomeno di tale mercato e arginare la tratta e lo sfruttamento di esseri umani ad esso connessi, sono fondamentalmente tre i modelli individuati al livello europeo: il modello proibizionista, il modello regolamentarista e il modello abolizionista. A questi, sul finire degli anni Novanta, se n'è aggiunto un quarto, che rappresenta un'evoluzione del modello abolizionista ed è comunemente definito « modello nordico » o « neo-abolizionista ». Nel modello « proibizionista » la prostituzione è vietata e perseguita penalmente. Secondo questo modello è reato offrire prestazioni sessuali a pagamento. Sono anche punite tutte le attività di contorno alla prostituzione, come lo sfruttamento della prostituzione, l'induzione e il favoreggiamento. Questo modello è seguito dalla gran parte dei Paesi dell'Est europeo. Il modello « regolamentarista » considera la prostituzione come un'attività lecita e liberamente esercitabile come una qualsiasi attività commerciale e ne regolamenta le forme di esercizio.