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Signor Presidente, credo che ci sia una soluzione molto semplice. Basterebbe che ci fosse un registro delle fondazioni che risponda a queste esigenze. In Italia giudichiamo tutto, perfino la ricerca umanistica. Le riviste le cataloghiamo in tre categorie, serie A, serie B e serie C; se oggi dovessimo giudicare «La Critica» di Croce probabilmente finirebbe in serie C, visti i parametri di giudizio, e non possiamo pensare a una Commissione trasparenza di alto profilo istituzionale che giudichi le fondazioni? Signor Presidente, credo che l'ultima delle soluzioni utili sia quella che si sta adottando, e cioè dire che le fondazioni sono la stessa cosa dei partiti; nel momento in cui le uniformiamo, dopo esserci persi i partiti, ci perderemo anche le fondazioni. Fino alla successiva geremiade sulla politica che scade e perde di idealità, sulle idee che si infiacchiscono e sulla classe politica che decade. Ecco, non mi sembra francamente la soluzione. (Applausi dal Gruppo FIBP-UDC e del senatore Pittella) . PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Bonino. Ne ha facoltà. BONINO (Misto-PEcEB) . Signor Presidente, colleghi, forse questo dibattito, così importante almeno dal mio punto di vista, emoziona di meno di altri scontri che abbiamo visto in questi giorni, senza sbocchi e senza senso, se non quello di umiliare le istituzioni e il Parlamento in particolare. Ma intervengo in questo dibattito perché la questione del finanziamento dell'attività politica e democratica dei cittadini ha molto occupato tutta la storia radicale fin dall'inizio, con i vari referendum tra cui quello vinto nel 1993. È un tema all'attenzione radicale da tempi non sospetti e non solo in termini di denuncia, ma anche in termini di proposta, su cui tornerò. Prima però voglio dire con grande chiarezza che i processi si fanno in tribunale; non si fanno né sulla carta stampata, né su Facebook, né da altra parte. E la presunzione di innocenza deve essere un caposaldo che non è a fasi alterne, per gli amici o per gli avversari, ma che difende tutti i cittadini. Sta ad altri provare la colpevolezza, non sta a me o a noi provare l'innocenza. (Applausi dal Gruppo FIBP-UDC e IV-PSI, e del senatore Pittella) . Ma è chiaro che in questo momento di confusione generale questi princìpi saldi pare non esistano più: lo vediamo, ad esempio, nella prescrizione e in altri aspetti preoccupanti di una politica della giustizia "manettara"; è solo "manettara" o di inasprimento delle pene. Ripeto, i processi si fanno in tribunale. Non è una novità quella delle veline, di chi ha rapporti stretti con la magistratura, di chi fa trapelare le notizie. Però è un cattivissimo vizio in uno Stato di diritto e rispetto alla difesa dei diritti individuali dei cittadini. Voglio tornare sull'altro argomento, quello delle nostre proposte, che vanno solo aggiornate, per favorire la partecipazione alla vita politica dei cittadini. Era una proposta di legge firmata dal senatore Teodori, credo, depositata e mai discussa, subito dopo la vittoria del referendum del 1993. Eravamo convinti già da allora che la partecipazione politica dei cittadini alla vita democratica fosse un elemento essenziale dello Stato di diritto e delle democrazie liberali. Abbiamo invece assistito ad una stratificazione di leggi, leggine e cambiamenti - alcune le ricordava il senatore Quagliariello, altre le potrei ricordare io - fino all'ultima, così strampalata per cui, ad esempio, un partito politico trasparente non può essere finanziato da un cittadino non italiano. È incomprensibile. Il cittadino non italiano può finanziare i candidati alle elezioni, ma non può finanziare un partito politico se non ha una personalità giuridica in Italia. È assolutamente incomprensibile. Il collega Quagliariello citava l'esempio delle fondazioni, ma ne potrei fare molti altri. Non si capisce perché - prendiamo semplicemente il caso di un cittadino europeo - costui può finanziare personalmente dei candidati che si presentano alle elezioni, ma non può finanziare il partito politico che li candida. È veramente una stortura che non ho mai compreso. Tornando a noi, abbiamo sempre proposto di finanziare servizi alla partecipazione dei cittadini. Faccio un esempio cui non si pensa proprio. Abbiamo l'istituto giuridico della proposta di legge di iniziativa popolare. Poiché siamo ancora nel Medioevo, le firme vanno raccolte a mano e in presenza di un autenticatore, che può essere un consigliere comunale. Non si parla proprio di firme telematiche, come usano in molti altri Paesi e come usiamo anche noi, peraltro per adempimenti ben più impegnativi che non firmare una proposta di legge di iniziativa popolare, ma non c'è verso. Non si riesce a superare questa cosa. Lo stesso vale per le firme referendarie: anche in questo caso si devono raccogliere 500.000 firme a mano come gli amanuensi del Cinquecento, in presenza di un autenticatore perché la carta d'identità non basta. Francamente non è questo il modo con cui si aiuta la partecipazione. Tralascio la questione per cui le proposte di legge di iniziativa popolare giacciono in Parlamento e non hanno alcun obbligo di essere esaminate, respinte o accolte. C'è un altro elemento che sarà oggetto di una conferenza stampa tra poco ed è l'accesso ai mezzi di comunicazione. Il servizio pubblico denominato Rai, per cui i cittadini pagano anche il canone, è legato da leggi e regolamenti a una trasmissione delle idee politiche in modo equilibrato e paritario. Non è così e lo dimostrano i dati, frutto di un esposto che stiamo per presentare e che non leggerò perché sono complessi, ma se la Presidenza mi autorizza li allegherò al mio intervento. Conosco meglio ovviamente i dati, di Più Europa. Non ho gli strumenti per conoscere gli altri. So per certo che prendendo, per esempio, anche solo gli ultimi due mesi di settembre e ottobre, il tempo di antenna per parola e notizia è zero in tutti i canali pubblici o privati. Questo non è un servizio alla partecipazione, è una scelta. Si dice sempre che la politica deve stare fuori dalla Rai e non si finisce neanche di dirlo che la politica occupa la Rai, a seconda del Governo e della maggioranza di turno. Questo è un vulnus fondamentale. La partecipazione dei cittadini è limitata per le loro proposte referendarie o di iniziativa popolare e non c'è accesso agli strumenti di informazione per scelte più che discutibili. L'esposto presentato mesi fa è stato oggetto di una raccomandazione dell'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, ma non cambia niente. Questo è il punto che noi dovremmo affrontare con grande forza. Innanzitutto credo che occorra dire con grande chiarezza che la politica, la buona politica è un valore e come tale costa. Come tale non è gratis, come tale non riesce ad esserlo o si è in assenza di quei servizi messi a disposizione di tutti, dalle organizzazioni giovanili ai movimenti: parlo delle sedi ad esempio. Tempo fa si pensava agli indirizzari, agli sconti postali e a tutto quello che può facilitare la comunicazione tra la politica e i cittadini.