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Disciplina delle unioni registrate. Onorevoli Senatori. -- Assistiamo in Italia ad un acceso dibattito sull'opportunità di riconoscere diritti ed obblighi giuridici alle coppie omosessuali, quale formazione sociale ai sensi dell'articolo 2 della Costituzione. Attualmente, l'indirizzo di politica legislativa in materia mira a disciplinare i rapporti di convivenza in forza delle varie sollecitazioni provenienti oltre che da istanze sociali, anche dalle numerose sentenze pronunciate sia a livello nazionale che sovranazionale che evidenziano, su tale tema, l'esistenza di una lacuna da colmare nel nostro ordinamento giuridico. Sebbene tale esigenza sembri appartenere principalmente alle coppie omosessuali, in realtà si ritiene necessario creare una disciplina uniforme per entrambe le categorie di conviventi eterosessuali ed omosessuali. Tale scelta è funzionale ad evitare discriminazioni orientate sul sesso poiché, in quanto tali, illecite. Entrambe le tipologie di coppie, infatti, si trovano in una situazione sostanzialmente affine, con riguardo alla necessità di tutela e di riconoscimento da parte dell'ordinamento giuridico nazionale. Tale scelta, si ribadisce, eviterebbe problematiche di disparità di trattamento e risolverebbe il problema di regolamentare anche le convivenze more uxorio eterossessuali. Peraltro la equivalenza dei bisogni delle coppie conviventi, a prescindere dal loro orientamento sessuale, è stata riconosciuta dalla stessa Corte europea dei diritti dell’uomo che si è espressa nel senso di riconoscere, quale elemento distintivo tra le due categorie di coppia, il fatto che quelle eterosessuali possano accedere all'istituto del matrimonio, ma affermando che ciò non elide il bisogno dei conviventi, indistintamente dal proprio sesso, di godere di una forma di tutela giuridica. Si osserva in ogni caso che il Parlamento, seppure chiamato a regolamentare i rapporti di convivenza, non sia vincolato ad eguagliare, omologandolo, il rapporto di coppia omosessuale con il matrimonio. Nel nostro Paese quest'ultimo istituto è il solo ad essere costituzionalmente riconosciuto quale fondamento della «società naturale» ossia la famiglia. Tale circostanza dipende dal fatto che la famiglia, come emerge dai lavori preparatori dell'Assemblea costituente, è concepita quale istituto pregiuridico, sussiste cioè prima ed indipendentemente dagli interventi legislativi. Resta quindi cogente, nell'ambito della discrezionalità del legislatore, operare una netta distinzione tra la disciplina delle convivenze, con un regime applicabile indifferentemente fra persone dello stesso o di diverso sesso, e l'istituto del matrimonio. A supporto di quanto precedentemente affermato, vi è una autorevole e copiosa produzione giurisprudenziale. La Corte costituzionale, con sentenza 15 aprile 2010, n. 138, infatti, ha sancito il principio secondo il quale spetta al Parlamento, nell'esercizio della sua piena discrezionalità, individuare le forme di garanzia e di riconoscimento per le unioni suddette, specificando come in Italia l'intera disciplina dell'istituto del matrimonio, contenuta nel codice civile e nella legislazione speciale, postula la diversità di sesso dei coniugi. In una recente sentenza, inoltre, la Cassazione (Cass. Civ. Sez. I, 15 marzo 2012, n. 4184), recependo sia l'orientamento della Corte costituzionale su menzionato che di quello della Corte europea dei diritti dell’uomo, ha riconosciuto la coppia omosessuale quale titolare del diritto alla «vita familiare» e del diritto inviolabile, ai sensi dell'articolo 2 della Costituzione, di vivere liberamente una condizione di coppia. È opportuno a tale riguardo evidenziare come la Corte europea dei diritti dell'uomo distingua il concetto di «vita matrimoniale» con quello di «vita familiare», inquadrando, peraltro solo recentemente, il diritto della coppia omosessuale nella seconda categoria. In particolare, la Corte europea dei diritti dell’uomo ha stabilito che le unioni tra omosessuali devono in ogni caso essere disciplinate a prescindere dal fatto che il singolo Stato voglia negare o garantire il loro diritto al matrimonio e che la carenza di disciplina delle coppie omosessuali configurerebbe, da parte del singolo Stato, una violazione dell'articolo 8 convenzione europea dei diritti dell’uomo (CEDU) (diritto alla vita privata). La Corte ha altresì precisato, nella nota sentenza del 2010 (Schalk e Kopft contro Austria) che «il matrimonio costituisce un istituto giuridico profondamente e intimamente legato al retroterra sociale e culturale che naturalmente differisce da una comunità all'altra. Per tali ragioni, la scelta dell'adozione di un regime giuridico che consenta il matrimonio alle coppie omosessuali rientra necessariamente nella discrezionalità del legislatore interno». La Corte precisa ulteriormente che dalla necessità di disciplinare le convivenze non può derivare l'impossibilità di prevedere un regime parzialmente diverso per i due fenomeni, che rimangono pur sempre differenti in ordine ad alcuni aspetti fondamentali, e prosegue evidenziando come il trattamento normativo adottato non può considerarsi discriminatorio solo perché non si riconosca il diritto al matrimonio tra omosessuali. Quanto a tale aspetto, la Corte ritiene, in particolare, di poter escludere che il trattamento differenziato integri una violazione dell'articolo 8 della CEDU in riferimento al divieto di discriminazione sulla base dell'orientamento sessuale poiché «l'istituto matrimoniale è profondamente radicato nella fisionomia di una data società e, ad oggi, non può rinvenirsi una comune condivisione di valori tale da imporre un'omogenea regolamentazione dell'istituto nei diversi paesi». Sia la Corte europea dei diritti dell’uomo che quella Costituzionale che di Cassazione, hanno quindi espresso i medesimi principi: non si può negare che da una coppia, dopo una stabile convivenza, possano discendere dei diritti e dei doveri, la cui declinazione è lasciata all'autonomia legislativa dei diversi Stati membri. Anche la più recente sentenza della Corte Costituzionale (n. 170 dell’11 giugno 2014), chiamata a pronunciarsi sulla legittimità costituzionale degli articoli 2 e 4 della legge 14 aprile 1982, n. 164, che prevedono che la sentenza di rettificazione dell'attribuzione del sesso di uno dei coniugi comporta lo scioglimento del matrimonio, ha stabilito che tali norme sono costituzionalmente legittime rispetto alla previsione dell'automatismo tra rettifica di sesso e divorzio, e ciò in quanto nell'ordinamento giuridico italiano il matrimonio presuppone la diversità dei sessi dei suoi componenti, salvo poi evidenziare l'esistenza di una lacuna normativa consistente nella mancata disciplina delle convivenze. È questo aspetto, secondo la Corte, che è illegittimo: il fatto di passare da una situazione di tutela «rafforzata» ad una situazione priva di ogni tutela e disciplina.