[pronunce]

che l'esercizio razionale della discrezionalità legislativa, secondo il Tribunale, impone congruenza tra i vantaggi sociali assicurati mediante la comminatoria della pena ed i danni che la conseguente irrogazione provoca per i diritti fondamentali del condannato; che detta congruenza, sempre a parere del rimettente, è necessaria affinché la pena, fin dalla fase dell'astratta determinazione dei valori edittali, possa esplicare un'efficacia rieducativa; che invece, nel caso di specie, la sanzione sarebbe stata determinata dal legislatore senza alcun riguardo ai profili sostanziali del fatto, ed allo scopo piuttosto di assicurare, pur dopo la sentenza della Corte costituzionale n. 223 del 2004, un severo trattamento processuale per i reati in materia di immigrazione (ed in particolare l'arresto obbligatorio); che la previsione sanzionatoria adottata, secondo il giudice a quo, sarebbe esorbitante perfino con riguardo alla finalità dichiarata e perseguita dal legislatore, dato che l'applicabilità di una misura cautelare personale (necessaria perché sia ammissibile un precedente arresto) è condizionata dalla misura massima della pena prevista per ciascun reato, e dunque non conferisce alcuna giustificazione, per quanto impropria, al valore minimo della reclusione per un anno; che la norma censurata violerebbe l'art. 3 Cost., oltre che per il difetto di ragionevolezza, anche per l'indebita discriminazione istituita tra cittadini comunitari e soggetti extracomunitari, in quanto i primi, nel caso di violazione dei provvedimenti amministrativi dati per ragioni di ordine pubblico, sarebbero puniti con blande sanzioni contravvenzionali (come accade nei casi previsti dall'art. 650 cod. pen. e dall'art. 2 della legge n. 1423 del 1956), mentre gli stranieri extracomunitari, a fronte di comportamenti che il rimettente considera assimilabili, sarebbero puniti con le sanzioni ben più severe della norma oggetto di censura; che il Tribunale prospetta anche ulteriori violazioni del terzo comma dell'art. 27 Cost, in quanto la sanzione penale verrebbe applicata, nei casi in esame, «in mancanza di soggettività criminale da rieducare» (trattandosi di condotte dovute a condizioni di estremo bisogno, e non ad una determinazione criminosa od alla volontà di recare danni a terzi), e non avrebbe senso, d'altra parte, dispiegare attività istituzionalmente deputate all'inserimento nella comunità nazionale per soggetti cui l'ordinamento preclude, in via definitiva, ogni possibilità di soggiorno nel territorio dello Stato e dell'Unione europea; che sarebbero infine violati, sempre a parere del rimettente, gli artt. 2 e 10 Cost., che garantiscono i «diritti inviolabili dell'uomo tra i quali rientra evidentemente il diritto alla libertà individuale», non essendo dubitabile che, «in ragione dell'art. 10 della Costituzione, tali principi fondamentali spieghino piena vigenza anche nei confronti degli stranieri presenti nel territorio della Repubblica»; che il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, è intervenuto in ciascuno dei tre giudizi indicati, con atti depositati rispettivamente il 13 febbraio 2006 (r.o. n. 8 del 2006) ed il 13 marzo 2007 (r.o. numeri 36 e 37 del 2007); che, secondo la difesa erariale, la questione proposta nel giudizio concernente l'ordinanza r.o. n. 8 del 2006 è infondata, considerato che il legislatore, con l'incremento delle pene per l'indebito reingresso nel territorio dello Stato, avrebbe esercitato la propria discrezionalità in modo non manifestamente irragionevole, delineando anzi un trattamento coerente con la gravità del fatto e con le corrispondenti determinazioni assunte, attraverso la modifica del comma 5-ter dell'art. 14 del d.lgs. n. 286 del 1998, circa la condotta di indebito trattenimento; che la denunziata sproporzione, per altro verso, non potrebbe essere dimostrata mediante il raffronto con le pene previste dall'art. 650 cod. pen. o dall'art. 2 della legge n. 1423 del 1956, poiché la norma censurata, a differenza dei tertia comparationis evocati dal rimettente, si caratterizza per la complessità e rilevanza degli interessi tutelati, tra i quali l'efficienza della politica di controllo dei flussi migratori e l'osservanza dei vincoli internazionali assunti in materia; che l'Avvocatura dello Stato, infine, ritiene «incongruenti, apodittiche e comunque prive di consistenza giuridica» le considerazioni del rimettente circa una presunta mancanza «di soggettività criminale da rieducare» nei confronti di coloro che violano le leggi sull'immigrazione, osservando come la stessa Corte costituzionale abbia più volte rilevato che le ragioni della solidarietà umana vanno bilanciate con altre esigenze di rilevanza costituzionale, le quali potrebbero essere frustrate attraverso la tolleranza di situazioni illegali; che, relativamente alle due ulteriori questioni sollevate dal Tribunale di Gorizia (r.o. numeri 36 e 37 del 2007), la difesa erariale ha concluso nel senso della manifesta infondatezza, sviluppando argomenti analoghi a quelli svolti per l'intervento nel giudizio concernente l'ordinanza r.o. n. 338 del 2005, che già sopra sono stati illustrati; che il Tribunale di Gorizia in composizione monocratica, con ordinanza del 3 novembre 2005 (r.o. n. 23 del 2006), ha sollevato – in riferimento agli artt. 2, 3, 10 e 27, terzo comma, Cost. – questione di legittimità costituzionale dell'art. 13, comma 13, del d.lgs. n. 286 del 1998, come sostituito dall'art. 1 della legge n. 271 del 2004, nella parte in cui prevede la pena minima della reclusione per un anno per lo straniero espulso che rientri nel territorio dello Stato senza la speciale autorizzazione del Ministro dell'interno; che il rimettente, chiamato a celebrare con rito direttissimo il giudizio nei confronti di due cittadini extracomunitari accusati del reato di indebito reingresso, deve valutare una loro richiesta di applicazione della pena ai sensi dell'art. 444 cod. proc. pen. , sulla quale è già intervenuto consenso del pubblico ministero, e ritiene che la sanzione da applicare, pur nel suo minimo valore, sia sproporzionata per eccesso rispetto alla gravità effettiva del fatto contestato; che il giudice a quo argomenta, a proposito della non manifesta infondatezza della questione sollevata, mediante rilievi pressoché coincidenti, anche in senso testuale, con parte di quelli sviluppati nell'àmbito di altra ordinanza dello stesso Tribunale di Gorizia (r.o. n. 8 del 2006), che poco sopra è stata illustrata; che il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, è intervenuto nel giudizio con atto depositato il 28 febbraio 2006, il quale riproduce sostanzialmente, nella motivazione e nelle richieste, quello predisposto per l'intervento nel giudizio r.o. n. 317 del 2005, già descritto a suo tempo;