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Modifiche al Codice dei beni culturali e del paesaggio per la gestione dei siti culturali da parte di privati, imprese e organizzazioni no profit. Onorevoli Senatori. -- Un Paese che vuole crescere in occupazione lavorativa, in innovazione, in attrazione turistica, nonché in conoscenza, deve avviare una riforma precisa nel settore dei beni culturali, affinché si garantisca che il governo delle istituzioni culturali, oggi ancora molto accentrato nelle mani pubbliche, sia sempre più esternalizzato e che la gestione dei siti culturali sia affidata a soggetti, siano essi associazioni, imprese, consorzi, cooperative o fondazioni, realmente capaci di aggregare pubblico e cittadinanza. Il passaggio legislativo, ormai necessario per il rilancio della cultura e del patrimonio storico-artistico, consiste proprio nel far arretrare la presenza dello Stato nella gestione dei siti e delle istituzioni culturali, consegnando una maggiore libertà di azione, di impresa e di ricerca a quei soggetti che intendono investire nella riqualificazione dei tanti luoghi che compongono il “bel paese”. Solo in questo modo i cittadini possono rendersi effettivamente fruitori attivi della cultura e del patrimonio che possiedono. Con il disegno di legge in oggetto, che concede ampia autonomia e indipendenza agli enti culturali, certamente non si vuole tradire, ma bensì rinvigorire la portata sia dell'articolo 9 della Costituzione italiana, che assegna alla Repubblica, come insieme dei cittadini e delle istituzioni nazionali e locali, la promozione della cultura e la tutela del patrimonio, sia del disposto degli articoli 117 e 118, che consegnano al dialogo tra enti territoriali e Stato la responsabilità della conservazione dei beni culturali. La vigilanza dello Stato rimane inalterata, così come inalterato rimane il suo compito di sorvegliare l'uso pubblico e la tutela degli eventuali beni dati in gestione (articolo 18 e articolo 105 del Codice dei beni culturali e del paesaggio); lo Stato avrà il dovere di tutelare (articolo 4 del Codice dei beni culturali e del paesaggio) i beni culturali anche se in consegna o in uso ad amministrazioni o soggetti diversi dal Ministero. Ciò che cambia invece è il titolare delle decisioni sui progetti e sulla gestione del nostro straordinario patrimonio culturale. Se infatti viene garantita ampia indipendenza ed autonomia alle istituzioni culturali (musei, pinacoteche, siti archeologici, ex luoghi di culto, monumenti d'interesse storico e sociale) e la loro conduzione viene aperta a soggetti sociali diversi dallo Stato e dagli enti locali, necessariamente chi decide sui progetti, sulle ricerche e sulle iniziative, sarà solo e soltanto il consiglio direttivo dell'ente stesso. Attualmente un museo, sia esso statale o privato, locale o nazionale, è alle strette dipendenze del Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo e delle soprintendenze: questo accentramento delle competenze, unito a vincoli spesso asfissianti e ad un'elevata discrezionalità del potere dei funzionari delle soprintendenze, ha causato un appiattimento delle gestioni che, non di rado, hanno manifestato deficit esplicatisi in casi di malfunzionamenti, chiusure, mancanza di personale, numero esiguo di visitatori. Con il disegno di legge in oggetto, si garantisce la possibilità di costituire strutture giuridiche indipendenti che, impegnandosi nella gestione dei siti culturali, si assumono la responsabilità di far quadrare i bilanci ma anche la possibilità di trarre profitto dalla gestione stessa. Infatti, soltanto attraverso l'incentivazione del profitto è possibile risvegliare nel mondo dei beni culturali un ruolo attivo del settore privato, sino ad ora dormiente o indifferente a tale realtà, in virtù della scarsa attrattiva economico-sociale che la conduzione pubblica ha garantito. Soltanto privatizzando la gestione dei beni culturali e dando autonomia e indipendenza alle società predisposte a tale compito, si potrà rendere il patrimonio italiano non solo l'orgoglio del nostro Paese, ma anche rendita economica, fonte di sviluppo occupazionale e richiamo turistico. In attesa di altre riforme collaterali del settore, come la revisione dell'Iva sulla compravendita di opere di arte, la riforma della legge sulla libera circolazione dei manufatti artistici, la semplificazione delle procedure di sponsorizzazione, lo snellimento delle concessioni, la presente proposta vuole concedere ai soggetti sociali presenti sul territorio italiano la possibilità di «inventare» il proprio lavoro, scommettendo sul patrimonio culturale del nostro Paese. Pertanto l'articolo 1 del disegno di legge incentiva la costituzione di strutture di diritto privato, a bilancio interno, per la valorizzazione dei siti culturali, disciplinando le modalità di partecipazione alle stesse. L'articolo 2 presenta al suo interno tutti gli interventi che si ritengono opportuni per attenuare nel Codice dei beni culturali e del paesaggio molti degli impedimenti e divieti che deprimono, ad oggi, le azioni propositive sui beni stessi e che consegnano un potere di interdizione e di decisione straordinario al funzionario della soprintendenza. In particolare, si elimina il potere di indirizzo del Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo sulle funzioni esercitate dalle regioni in materia di tutela del patrimonio culturale. Con una modifica dell'articolo 21 del Codice, si definisce come non più necessaria l'autorizzazione del Ministero per spostare temporaneamente beni culturali, siano essi quadri, mobili od oggettistica. Si interviene, inoltre, sull'articolo 44 del Codice che disciplina il comodato e il deposito dei beni culturali. La disposizione attualmente vigente vincola gli enti culturali alle decisioni e ai tempi del Ministero; con il presente disegno di legge, invece, si assegna al Ministero soltanto la potestà della sorveglianza. Gli enti culturali e i proprietari di beni culturali possono ricevere in comodato opere, manufatti o abitati senza l'assenso del competente organo ministeriale. In aggiunta, si attenua l'unilateralità dell'azione ministeriale nell'adozione delle misure volte a tutelare l'integrità dei beni culturali immobili. Infatti, una modifica proposta all'articolo 45 del Codice prevede che il Ministero nella definizione delle stesse debba trovare un accordo con l'ente proprietario o il gestore dei beni stessi. Tra le disposizioni dell'articolo 2 si prevede anche l'abolizione dell'articolo 58 del Codice, che dà allo Stato la possibilità di permutare beni pubblici con proprietà private quando dalla permuta derivi un incremento del patrimonio culturale nazionale. In una concezione liberista, non ha senso ritenere che un bene vada ad aumentare il patrimonio culturale nazionale soltanto se statalizzato, potendo essere gestito in modo efficiente da privati. Pertanto si dispone l'abrogazione della disposizione. Infine si elimina l'autorizzazione del soprintendente quale atto necessario per consentire i calchi da copie degli originali già esistenti, nonché quelli ottenuti con tecniche che escludono il contatto diretto con l'originale. L'articolo 3 del disegno di legge modifica l'articolo 48 del Codice dei beni culturali e del paesaggio che disciplina i prestiti e le autorizzazioni per mostre o esposizioni. Si elimina la facoltà in capo al Ministero di autorizzare il prestito, ad eccezione di quei beni culturali individuati con decreto del Ministero.