[pronunce]

ORDINANZA ha pronunciato la seguentenel giudizio di legittimità costituzionale dell'art. 6, comma 1, del decreto legislativo 28 agosto 2000, n. 274 (Disposizioni sulla competenza penale del giudice di pace, a norma dell'articolo 14 della legge 24 novembre 1999, n. 468), promosso con ordinanza del 22 gennaio 2008 dal Giudice di pace di Viterbo nel procedimento penale a carico di L.P., iscritta al n. 123 del registro ordinanze 2008 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 18, prima serie speciale, dell'anno 2008. Visto l'atto di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri; udito nella camera di consiglio dell'11 febbraio 2009 il Giudice relatore Giuseppe Frigo. Ritenuto che, con l'ordinanza indicata in epigrafe, il Giudice di pace di Viterbo ha sollevato, in riferimento agli artt. 3, 25 e 111 della Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell'art. 6, comma 1, del decreto legislativo 28 agosto 2000, n. 274 (Disposizioni sulla competenza penale del giudice di pace, a norma dell'articolo 14 della legge 24 novembre 1999, n. 468), nella parte in cui non prevede, fra le ipotesi di connessione tra procedimenti di competenza del giudice di pace e procedimenti di competenza di altro giudice, quella dei reati commessi da più persone in danno reciproco le une delle altre; che il giudice a quo premette che, a seguito di una colluttazione avvenuta all'uscita da una discoteca, due persone si erano procurate reciprocamente lesioni personali, giudicate guaribili in cinque giorni, quanto ad uno dei contendenti, e in trenta giorni, quanto all'altro; che dal fatto erano quindi scaturiti due procedimenti penali: il primo davanti al rimettente Giudice di pace, competente per il reato di lesioni personali di durata inferiore ai venti giorni; il secondo davanti al Tribunale di Viterbo, competente per le lesioni di durata superiore; che il rimettente riferisce, altresì, di aver preliminarmente respinto l'istanza del difensore dell'imputato di riunione del processo con quello pendente davanti al Tribunale di Viterbo, sul rilievo che l'art. 6, comma 1, del d.lgs. n. 274 del 2000 non contempla tra le ipotesi di «riunione per connessione» quella dei reati commessi da più persone in danno reciproco le une delle altre; e che, a fronte di ciò, il difensore aveva eccepito l'illegittimità costituzionale della norma per contrasto con gli artt. 3, 25, primo comma, e 111, primo comma, Cost.; che la questione – a parere del rimettente – sarebbe rilevante, in quanto, nel caso di suo accoglimento, la competenza per il reato oggetto del giudizio a quo si sposterebbe presso il giudice superiore; che quanto, poi, alla non manifesta infondatezza, il rimettente assume che la norma censurata, escludendo che nell'ipotesi de qua si abbia connessione tra procedimenti di competenza del giudice di pace e procedimenti di competenza di altro giudice, violi l'art. 3 Cost., determinando una ingiustificata disparità di trattamento sia in rapporto ad altre previsioni dello stesso d.lgs. n. 274 del 2000, sia in relazione a corrispondenti previsioni generali contenute nel codice di rito; che la commissione dei reati da più persone in danno reciproco – a dimostrazione dell'importanza di un accertamento «unitario e contestuale» – è presa, difatti, in considerazione dall'art. 9, comma 2, del d.lgs. n. 274 del 2000, che consente, in tale caso, la riunione dei processi per i diversi reati che pendano tutti davanti al giudice di pace; che, a sua volta, l'art. 17, comma 1, lettera c), in riferimento all'art. 371, comma 2, lettera b), del codice di procedura penale, prevede, nella stessa situazione – con disposizione a carattere generale – la riunione dei processi che pendano nello stesso stato e grado davanti al medesimo giudice; che ne deriverebbe, quindi, che lo stesso imputato, a seconda che sia giudicato dal tribunale o dalla corte d'assise, ovvero dal giudice di pace, si troverebbe soggetto ad un regime processuale irragionevolmente differenziato; che la scelta operata dal legislatore con la norma impugnata risulterebbe priva, infatti, di valida giustificazione, giacché la celebrazione separata, davanti al tribunale e al giudice di pace, dei processi per i reati commessi da più persone in danno reciproco potrebbe condurre a ricostruzioni diverse del medesimo episodio e, dunque, ad un contrasto di giudicati: contrasto non emendabile con gli ordinari mezzi di impugnazione, giacché gli stessi seguirebbero percorsi distinti (la corte d'appello giudicherebbe sull'appello avverso la sentenza del tribunale, il tribunale monocratico sull'appello avverso la sentenza del giudice di pace); che la disposizione denunciata violerebbe, altresì, l'art. 111, primo (recte: secondo) comma, Cost., in quanto non assicurerebbe, per le ragioni dianzi esposte, che il processo si svolga «in condizioni di parità»; nonché l'art. 25 Cost., in quanto distoglierebbe l'imputato dal giudice naturale precostituito per legge, il quale – nel caso di lesioni reciproche – andrebbe individuato nel giudice superiore, alla luce dei citati artt. 17, comma 1, lettera c), e 371, comma 2, lettera b), cod. proc. pen. ; che nel giudizio di costituzionalità è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che la questione sia dichiarata non fondata. Considerato che il Giudice di pace di Viterbo dubita della legittimità costituzionale, in riferimento agli artt. 3, 25 e 111 della Costituzione, dell'art. 6, comma 1, del decreto legislativo 28 agosto 2000, n. 274 (Disposizioni sulla competenza penale del giudice di pace, a norma dell'articolo 14 della legge 24 novembre 1999, n. 468), nella parte in cui non annovera, fra le ipotesi di connessione tra procedimenti di competenza del giudice di pace e procedimenti di competenza di altro giudice, quella dei reati commessi da più persone in danno reciproco le une delle altre; che, nel formulare le censure di costituzionalità, il giudice rimettente opera una impropria commistione tra l'istituto della competenza per connessione e quello della riunione dei processi (si veda, con riferimento ad analoga questione relativa all'art. 17 del codice di procedura penale, l'ordinanza n. 247 del 1998); che il primo istituto è un meccanismo che comporta lo spostamento della competenza, rispetto alle ordinarie regole sulla competenza per materia o per territorio; il secondo è, invece, uno strumento destinato ad operare, a fini di migliore organizzazione del lavoro, solo quando i processi siano già pendenti davanti allo stesso giudice: