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Norme in materia di rappresentanza sindacale nei luoghi di lavoro, di rappresentatività delle organizzazioni sindacali e di efficacia dei contratti collettivi di lavoro. Onorevoli Senatori. -- Il presente disegno di legge reca disposizioni in materia di costituzione di rappresentanze sindacali unitarie (RSU) nei luoghi di lavoro, rappresentatività e diritti delle organizzazioni sindacali dei lavoratori e dei datori di lavoro e modalità di adesione alle stesse, nonché in materia di efficacia dei contratti collettivi di lavoro ad ogni livello territoriale e aziendale. Il tema della rappresentanza e della rappresentatività è oggetto di dibattito sindacale, dottrinale e politico da molti anni, senza che vi sia mai stato un intervento organico volto a superare le problematiche emergenti. Il mondo del lavoro è per sua natura dinamico e sottoposto a mutamenti rapidi e a volte radicali, legati a fattori economici, produttivi e anche culturali, che richiedono risposte altrettanto rapide ed efficaci da parte del legislatore e dei soggetti rappresentativi del mondo del lavoro. Dalla qualità della risposta dipende buona parte della tutela che l'ordinamento è in grado di garantire ai lavoratori e alla dignità del lavoro. In materia di rappresentanza, l'articolo 19 dello Statuto dei lavoratori nella formulazione vigente stabilisce che le «Rappresentanze sindacali aziendali possono essere costituite ad iniziativa dei lavoratori in ogni unità produttiva nell'ambito delle associazioni sindacali che siano firmatarie di contratti collettivi di lavoro applicati nell'unità produttiva. Nell'ambito di aziende con più unità produttive le rappresentanze sindacali possono istituire organi di coordinamento». Questa formulazione è conseguenza di un referendum tenuto nel 1995 che abrogò il principio della «maggiore rappresentatività sul piano nazionale», togliendo di mezzo la disposizione che concedeva soltanto alle associazioni confederali la potestà di rappresentare l'ambito di riferimento per la costituzione di rappresentanze sindacali; da qui l'allargamento di tale riconoscimento anche a favore delle associazioni sindacali non rientranti in tale ambito, ma che siano firmatarie di contratti collettivi di lavoro applicati nell'unità produttiva. Il referendum aveva l'obiettivo di estendere la libertà dei lavoratori circa la scelta intorno alla propria rappresentanza, ma i fatti più recenti hanno dimostrato, così come sostenuto da autorevole dottrina, che l'articolo 19 dello Statuto è stato travolto da un insolito destino, nel momento in cui viene oggi impiegato come leva per escludere sindacati maggiormente rappresentativi -- e in particolare uno dei sindacati maggiormente rappresentativi (la Fiom) -- dalla possibilità di costituire rappresentanze sindacali all'interno di un'azienda (la Fiat), avendo rifiutato di firmare il contratto collettivo di lavoro applicato nelle sue unità produttive. Sebbene la Corte costituzionale abbia più volte affermato (sentenza 244/1996; ordinanze 345/1996, 148/1997 e 76/1998) la legittimità costituzionale dell'attuale formulazione dell'articolo 19, è evidente che essa viene oggi utilizzata da soggetti imprenditoriali per superare o fare a meno delle regole della rappresentanza e della rappresentatività, valendosi strumentalmente di un'interpretazione restrittiva e paradossale della norma, che nei fatti permette al datore di lavoro di scegliersi l'interlocutore sindacale, consentendo la costituzione di rappresentanze sindacali aziendali (RSA) solo per i sindacati, anche del tutto minoritari, che abbiano però accettato di sottoscrivere un accordo sindacale gradito alla parte datoriale, con concreta espulsione, invece, dei sindacati non conformisti, anche se addirittura maggioritari presso i lavoratori. Nello stesso tempo, una tale conclusione è resa possibile dal fatto che qualsiasi sindacato può sottoscrivere un contratto collettivo nazionale di lavoro o aziendale, purché la controparte datoriale vi consenta indipendentemente dal suo grado di rappresentatività effettivo tra i lavoratori. Una prima salutare reazione contro questo stato di cose è venuta dall'accordo interconfederale del 28 giugno 2011, che ha fissato per la prima volta il principio, anche nel settore del lavoro privato, della necessità che la legittimazione a negoziare si basi su una rappresentatività sufficiente e che la conclusione dell'accordo sindacale si basi sulla rappresentatività maggioritaria dei sindacati sottoscrittori. Il principio, del tutto condivisibile, non può però diventare, come tutti si augurano, una struttura portante dell'ordinamento democratico fin quando non avrà efficacia universale che solo una legge, e non un accordo, può evidentemente garantire. L'intervento legislativo che finora si è avuto è quello del tutto incongruo dell'articolo 8 del decreto-legge n. 138 del 2011, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 148 del 2011, il quale ha stravolto e pervertito i princìpi stabiliti nell'accordo interconfederale del 28 giugno 2011 prevedendo che accordi aziendali stipulati da rappresentanze sindacali dei sindacati maggiormente rappresentativi possono stabilire una disciplina di deroga non solo di contratti nazionali ma addirittura di disposizioni legislative, aprendo così la strada al pericolo di un'ottimizzazione del diritto del lavoro, poiché ogni impresa potrebbe avere il «suo» diritto del lavoro. Il gruppo di Sinistra ecologia e libertà ha già presentato un altro disegno di legge che abroga il predetto articolo 8. È dunque necessario attuare una profonda riforma delle relazioni industriali attraverso una legislazione completa che regoli in maniera democratica la rappresentatività sindacale e imponga la misura della reale rappresentanza su base proporzionale e la legittimità degli accordi subordinandola al voto libero e democratico dei lavoratori. In campo sindacale l'esigenza della ridefinizione per via legislativa della rappresentanza e della rappresentatività è ormai ineludibile e riguarda le organizzazioni dei lavoratori e delle imprese. Tutti i lavoratori delle grandi o piccole imprese devono, con certezza di esigibilità del diritto, poter eleggere i propri rappresentanti sindacali nell'ambito del luogo di lavoro e a livello interaziendale per i luoghi di lavoro più piccoli. A tal fine il modo più efficace sembra quello di introdurre una norma di raccordo tra RSU e RSA secondo un principio di sussidiarietà verticale: fino a quando le RSU non sono state nominate intervengono le RSA e, una volta nominate le RSU, la capacità e il potere negoziale sindacale si trasmettono automaticamente. L'obiettivo è quello di rafforzare la rappresentanza generale e, quindi, la democrazia sociale, con una legge di impianto universalistico, che abbia come base i seguenti princìpi: 1) contrastare l'eccessiva frantumazione, garantendo il pluralismo; 2) misurare l'effettiva rappresentatività dei sindacati sulla base della consistenza associativa certificata e del consenso elettorale riscosso tra tutti i lavoratori; 3) mantenere inalterate le dinamiche della rappresentanza, ma differenziare i quorum rappresentativi tra settore privato e pubblico, stante le peculiarità e la maggiore parcellizzazione sindacale di quest'ultimo; 4) assicurare la costituzione delle RSU in tutti i luoghi di lavoro o nelle aree territoriali per le piccole imprese, senza provocare conflitti tra la RSU firmataria dei contratti collettivi nazionali e la RSA nella contrattazione di secondo livello;