[pronunce]

Il legislatore umbro – secondo la Regione – nell'estendere gli ambiti di raccolta libera, tenuto conto della specificità del territorio regionale, ha tenuto fermo il riferimento alle aree non coltivate, da considerarsi, in ipotesi, come standard minimo di tutela della risorsa ambientale, e ciò varrebbe ad escludere la violazione dei principi fondamentali posti dalla legge-quadro del 1985, peraltro anteriore alla riforma del Titolo V della Costituzione. La Regione Umbria, del resto, anche prima della modifica costituzionale aveva esteso, con l'art. 2 della legge n. 6 del 1994, l'ambito dei luoghi in cui praticare la ricerca libera, senza che l'autorità statale sollevasse al riguardo alcun dubbio di costituzionalità. Del tutto infondata – ad avviso ancora della Regione – è invece la tesi secondo cui costituirebbe principio fondamentale la limitazione della raccolta libera alle sole aree non coltivate ed ai boschi. Se così fosse, la potestà normativa concorrente delle Regioni resterebbe irrilevante, null'altro essendo loro consentito, sul punto, se non riprodurre la norma statale. Per quanto specificamente concerne la lettera b) dell'art. 2 impugnato, la Regione osserva che la norma va interpretata nel senso che l'estensione della ricerca libera deve essere riferita – per ciò che riguarda parchi, oasi e aree demaniali – ai soli ambiti territoriali di competenza regionale, mentre l'inclusione delle zone di ripopolamento e cattura e addestramento cani è legittimata dal fatto che la disciplina di tali aree ricade nella competenza concorrente, se non addirittura residuale, delle Regioni. Non vi sarebbe lesione alcuna dei principi dettati dalla legge statale n. 394 del 1991 in materia di aree protette, in quanto l'art. 11, comma 3, della legge prevede unicamente divieti nei confronti di attività che possono compromettere paesaggi ed ambienti tutelati «con particolare riguardo alla flora e alla fauna protette e ai rispettivi habitat», mentre è evidente che il tartufo non rientra in tali categorie, e l'art. 22 della stessa legge, pure richiamato dall'Avvocatura, si riferisce esclusivamente alla materia dei prelievi venatori. La legge regionale 3 marzo 1995, n. 9, attuativa della richiamata legge statale, all'art. 15, lettera c), stabilisce, del resto, che «le attività agro-silvo-pastorali e la raccolta delle specie vegetali, quali tartufi, funghi ed asparagi, sono consentite in tutte le zone dell'Area naturale protetta». Quanto alla lettera c) del richiamato art. 2, osserva la resistente che, con sentenza n. 328 del 1990, questa Corte ha dichiarato non fondata la questione di legittimità costituzionale di una norma (l'art. 6 della legge Regione Umbria 3 novembre 1987, n. 47) del tutto sovrapponibile a quella ora impugnata, in quanto interpretata nel senso di escludere ogni possibile sconfinamento in materie, quali l'ordinamento civile, esclusivamente riservate allo Stato. Destituite di qualsiasi fondamento sarebbero infine, secondo la Regione, anche le censure riferite all'art. 4 della legge n. 8 del 2004, considerato che il legislatore statale non ha indicato i presupposti quantitativi, uniformi su tutto il territorio nazionale, per l'individuazione delle tartufaie, cosicché la relativa competenza non può che spettare all'autorità regionale. 3. – Nell'imminenza dell'udienza pubblica la Regione Umbria ha depositato una memoria illustrativa, nella quale ribadisce gli argomenti svolti nell'atto di costituzione a sostegno della richiesta di rigetto del ricorso.1. – Il Presidente del Consiglio dei ministri ha impugnato gli artt. 2 e 4 della legge della Regione Umbria 26 maggio 2004, n. 8 (Ulteriori modificazioni ed integrazioni della legge regionale 28 febbraio 1994, n. 6 – Disciplina della raccolta, coltivazione, conservazione e commercio dei tartufi), per contrasto con l'art. 117, commi secondo, lettere l) e s), e terzo, della Costituzione. Secondo l'Avvocatura la legge regionale sarebbe, innanzitutto, illegittima nella sua interezza per la mancata individuazione della materia in cui la Regione ha inteso esercitare la potestà legislativa. L'art. 2 della legge, ampliando – rispetto a quanto previsto dalla legge-quadro statale 16 dicembre 1985, n. 752 (Normativa quadro in materia di raccolta, coltivazione e commercio dei tartufi freschi o conservati destinati al consumo) – gli ambiti territoriali in cui la raccolta è libera, inciderebbe nella materia della tutela dell'ambiente, di esclusiva competenza statale, e comunque – se anche si volesse ricondurre la disciplina regionale ad una delle materie di competenza concorrente – violerebbe i principi fondamentali dettati dalla richiamata legge-quadro. L'art. 4 della medesima legge, indicando limiti minimi di presenza del tartufo per ettaro, ai fini della sussistenza del requisito della presenza diffusa, e limiti massimi di estensione delle tartufaie controllate, derogherebbe, a sua volta, ai principi fondamentali fissati dall'art. 3 della legge statale ed inciderebbe nella materia dell'ordinamento civile, di esclusiva competenza statale, venendo indirettamente ad alterare il regime della proprietà dei tartufi, che – per quanto riguarda quelli prodotti nelle tartufaie coltivate o controllate – non segue la proprietà del fondo ma spetta a coloro che le conducono. 2. – Va, in primo luogo, disatteso l'assunto, del tutto privo di motivazione, dell'Avvocatura dello Stato secondo cui la mancata indicazione nella legge regionale della materia nella quale è stata esercitata la potestà legislativa comporterebbe l'incostituzionalità dell'intera legge. L'indicazione richiesta dalla difesa erariale non solo risulta, infatti, priva di qualsiasi base normativa, ma, provenendo dallo stesso legislatore regionale, si risolverebbe in una sorta di autoqualificazione carente in quanto tale di giuridica rilevanza. 3. – La questione di legittimità costituzionale dell'art. 2 della legge regionale n. 8 del 2004 è fondata, nei limiti di seguito indicati. Va, innanzitutto, precisato che la materia nella quale si inserisce la normativa regionale impugnata in tema di raccolta dei tartufi è quella della valorizzazione dei beni ambientali, di competenza concorrente. Il patrimonio tartuficolo costituisce, infatti, una risorsa ambientale della Regione, suscettibile di razionale sfruttamento, la cui valorizzazione compete perciò alla Regione medesima, ai sensi dell'art. 117, terzo comma, della Costituzione, nel rispetto dei principi fondamentali dettati dal legislatore statale. Tali principi fondamentali sono allo stato enucleabili dalla legge 16 dicembre 1985, n. 752, e in particolare – per ciò che in questa sede rileva – dall'art. 3, primo comma, secondo il quale «la raccolta dei tartufi è libera nei boschi e nei terreni non coltivati».