[pronunce]

È ben vero, infatti, che il legislatore, nell’introdurre la previsione attraverso la quale è stato sancito l’effetto “pregiudicante” che la sentenza di patteggiamento dispiega in riferimento al giudizio disciplinare davanti alle pubbliche autorità, ha mantenuto invece ferma la previgente disciplina con riferimento al giudizio civile o amministrativo di danno, essendo rimasto a tal proposito inalterato l’art. 651 cod. proc. pen. , che, appunto, riserva quell’effetto alle sentenze irrevocabili di condanna pronunciate in seguito a dibattimento. Ma tale scelta non può affatto ritenersi indice di una incoerenza normativa, giacché nel giudizio civile o amministrativo di danno si versa in tema di giudizio contenzioso tra parti pariteticamente contrapposte, per le quali gli effetti extrapenali del giudicato di condanna devono ovviamente tenere conto della possibilità che entrambe le parti abbiano avuto di “misurarsi” in contraddittorio in sede penale. Se così non fosse, infatti, la sentenza di condanna che avesse, ad esempio, accertato un concorso di colpa e quindi condannato l’imputato ad una pena diminuita e ad un corrispondente minor danno da risarcire, produrrebbe effetti pregiudicanti in sede civile senza alcuna garanzia di contraddittorio per il danneggiato, ove questi non fosse stato posto in condizione di esercitare le proprie facoltà, costituendosi parte civile, come appunto avviene nel caso del patteggiamento. Prova ne sia, d’altra parte, che il comma 2 dello stesso art. 651, espressamente subordina l’efficacia di giudicato, in sede di giudizio di danno, della sentenza pronunciata all’esito del giudizio abbreviato, alla non opposizione della parte civile, ove questa non abbia accettato il rito prescelto. Tutto ciò, ovviamente, non vale per i rapporti tra patteggiamento e giudizio disciplinare, avuto riguardo alla natura di tale giudizio ed alla identità soggettiva della “parte”chiamata a partecipare ai rispettivi procedimenti: nell’uno quale imputato e, nell’altro, quale incolpato in sede disciplinare. 5. – La questione deve ritenersi non fondata anche in riferimento agli artt. 24, secondo comma, e 111, secondo comma, Cost. La scelta del patteggiamento, infatti, rappresenta un diritto per l’imputato – espressivo, esso stesso del più generale diritto di difesa (v., al riguardo, l’excursus contenuto nella ordinanza n. 309 del 2005) –, al quale si accompagna la naturale accettazione di tutti gli effetti – evidentemente, sia favorevoli che sfavorevoli – che il legislatore ha tassativamente tracciato come elementi coessenziali all’accordo intervenuto tra l’imputato ed il pubblico ministero ed assentito dalla positiva valutazione del giudice. Effetti tra i quali – per quel che si è detto, non irragionevolmente – il legislatore ha ritenuto di annoverare anche il valore di giudicato sul fatto, sulla relativa illiceità e sulla responsabilità, ai fini del giudizio disciplinare davanti alle pubbliche autorità. La circostanza, invero, che l’imputato, nello stipulare l’accordo sul rito e sul merito della regiudicanda, “accetti” una determinata condanna penale, chiedendone o consentendone l’applicazione, sta infatti univocamente a significare che l’imputato medesimo ha ritenuto, a quei fini, di non contestare “il fatto” e la propria “responsabilità”: con l’ovvia conseguenza di rendere per ciò stesso coerente, rispetto ai parametri di cui si assume la violazione, la possibilità che, intervenuto il giudicato su quel “fatto” e sulla relativa attribuibilità allo stesso imputato, simili componenti del giudizio si cristallizzino anche agli effetti del giudizio disciplinare. Non sembrano neppure conducenti, infine, i rilievi svolti dalla parte privata, laddove ha teso a rimarcare la circostanza che, nella specie, mancando un rapporto di pubblico impiego, la ratio della norma, di cui qui si discute, verrebbe meno. Ciò che rileva, infatti, è la qualità pubblica dell’organo e del procedimento disciplinare e non lo specifico status di chi è assoggettato a quel procedimento, giacché è solo in ragione del primo aspetto che si giustifica il rapporto tra i “giudicati” e le “giurisdizioni”. D’altra parte, se ha natura pubblica l’organo chiamato a procedere disciplinarmente, e se – nel caso in questione – il relativo procedimento ha i connotati della “giurisdizionalità”, al punto che il collegio disciplinare è legittimato a sollevare questione di costituzionalità, ciò è segno evidente della rilevanza pubblica di quel procedimento e delle sanzioni che da esso vengono irrogate, rendendo, quindi, del tutto inconferente l’esistenza, a monte, di un rapporto di pubblico impiego. Né ciò, per altro verso, fa venir meno la ratio della norma censurata, giacché, se l’obiettivo perseguito è stato quello di impedire il “disdoro” che per l’immagine pubblica deriverebbe dalla presenza di funzionari infedeli che, malgrado il patteggiamento, continuassero “indisturbati” ad esercitare le stesse attribuzioni, il medesimo “disdoro” ben può riguardare anche ordini e collegi professionali, a fronte di patteggiamenti per fatti che si riflettano – quali illeciti disciplinari – sulle stesse categorie professionali.. per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE dichiara non fondata la questione di legittimità costituzionale degli artt. 445, comma 1-bis, e 653, comma 1-bis, del codice di procedura penale, sollevata, in riferimento agli artt. 3, secondo comma, 24, secondo comma, e 111, secondo comma, della Costituzione, dal Consiglio nazionale forense con l’ordinanza in epigrafe. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 14 dicembre 2009. F.to: Francesco AMIRANTE, Presidente Paolo GROSSI, Redattore Giuseppe DI PAOLA, Cancelliere Depositata in Cancelleria il 18 dicembre 2009. Il Direttore della Cancelleria F.to: DI PAOLA