[pronunce]

- la nuova disciplina si applica non solo quando manchi del tutto l'atto espropriativo, ma anche laddove sia stato annullato - o impugnato a tal fine, nel qual caso occorre il previo ritiro in autotutela da parte della medesima pubblica amministrazione - l'atto da cui sia sorto il vincolo preordinato all'esproprio, oppure la dichiarazione di pubblica utilità dell'opera oppure, ancora, il decreto di esproprio; - non si prevede più la cosiddetta "acquisizione in via giudiziaria", precedentemente disposta dal comma 3 dell'art. 43, in virtù della quale l'acquisizione del bene in favore della pubblica amministrazione poteva realizzarsi anche per effetto dell'intermediazione di una pronuncia del giudice amministrativo, volta a paralizzare l'azione restitutoria proposta dal privato. Tali elementi di novità sarebbero stati valorizzati - sostiene l'Avvocatura generale - dalla giurisprudenza amministrativa (Consiglio di Stato, sezione sesta, sentenza 15 marzo 2012, n. 1438) nel vagliare la tenuta costituzionale della nuova disciplina e la sua compatibilità con i principi sanciti dalla Corte EDU. Questa giurisprudenza considera il nuovo assetto della materia sufficientemente chiaro, preciso e prevedibile, come tale compatibile con il principio di legalità di cui all'art. 1 del Primo Protocollo addizionale alla CEDU e con l'alto livello di protezione accordato al diritto di proprietà dalla Corte di Strasburgo. Quanto al contrasto - sottolineato dalla giurisprudenza della Corte EDU richiamata nell'ordinanza di rimessione - degli istituti dell'"espropriazione indiretta" con il principio di legalità sostanziale, che impedisce alla pubblica amministrazione di trarre vantaggio (anche indirettamente) da propri comportamenti illeciti, la difesa erariale sottolinea che i richiamati precedenti della Corte di Strasburgo non avrebbero affatto riguardato l'istituto dell'occupazione "sanante", quanto piuttosto il potere conferito al giudice (amministrativo) di impedire la restituzione del bene ai sensi del terzo comma dell'art. 43, dichiarato incostituzionale e non riproposto nella nuova disciplina. 2.5.- Con atto depositato in data 19 giugno 2014, è intervenuto nel presente giudizio D.G.G., nella qualità di erede universale di C.R. Questi specifica di non essere parte del giudizio a quo, ma di altro giudizio avente ad oggetto l'occupazione di urgenza di un fondo - nel territorio del Comune di Ragusa, di proprietà di uno dei genitori, nel frattempo deceduto - finalizzata all'espropriazione per la costituzione di una servitù coattiva di acquedotto, procedura non completatasi nei termini assegnati, nonostante la parziale costruzione dell'opera, con conseguente richiesta di restituzione del fondo, previo ripristino dello stato originario, e, in subordine, di risarcimento del danno. Aggiunge che l'azione così intrapresa è stata rigettata dall'autorità giudiziaria, per effetto del provvedimento di acquisizione emanato ai sensi dell'art. 42-bis del T.U. sulle espropriazioni - nelle more introdotto nell'ordinamento - con sentenza avverso la quale è stato proposto ricorso alla Corte di cassazione, sezioni unite civili, ancora pendente, al pari di altri tre giudizi innanzi al Tribunale superiore delle acque pubbliche, instaurati per impugnare altrettanti provvedimenti di acquisizione emessi sempre ai sensi dell'art. 42-bis oggetto del presente giudizio di costituzionalità. L'interveniente aderisce a tutte le argomentazioni contenute nell'ordinanza di rimessione della Corte di cassazione, sezioni unite civili (ritenute rilevanti anche per la fattispecie concreta - dettagliatamente descritta ed illustrata con il deposito di copiosa documentazione - affrontata nei giudizi in cui è parte). Con memoria depositata in data 26 gennaio 2015, l'interveniente ha, in particolare, argomentato «sull'attualità dell'interesse all'intervento». 2.6.- Con atto depositato in data 23 giugno 2014, è intervenuta nel presente giudizio la SEP - Società Edilizia Pineto spa. La difesa della SEP spa specifica, a sua volta, di non essere parte del giudizio a quo, ma di altro giudizio avente ad oggetto il progetto di lavori di sistemazione a parco pubblico di aree nel Comune di Roma, opera dichiarata di pubblica utilità con conseguente occupazione dell'area interessata, di sua proprietà. Aggiunge che l'intera procedura espropriativa è stata annullata dal giudice amministrativo, sebbene in un giudizio intrapreso da altri proprietari di fondi oggetto della medesima occupazione di urgenza, ma con efficacia erga omnes. Espone di avere, quindi, adito il TAR Lazio per ottenere il ristoro dei danni subiti, vedendosi tuttavia rigettata la domanda, con pronuncia impugnata in appello, in un giudizio ancora pendente. Ciò perché, per effetto dell'annullamento degli atti della procedura espropriativa, il privato deve considerarsi ancora proprietario del bene, onde non può chiedere il controvalore di esso, previa rinuncia abdicativa alla proprietà, non potendosi imporre alla pubblica amministrazione l'acquisto del fondo, rimesso piuttosto ad una scelta discrezionale da esercitare con l'emanazione del provvedimento previsto dall'art. 42-bis del T.U. sulle espropriazioni, nelle more introdotto dall'ordinamento (oppure con l'avvio di altra legittima procedura espropriativa o con gli ordinari strumenti contrattuali). Di qui, il prospettato interesse della SEP spa ad intervenire nel presente giudizio, a sostegno della sollevata questione di legittimità costituzionale della norma impugnata, il cui accoglimento impedirebbe la rinuncia abdicativa del fondo in favore della pubblica amministrazione, che lo ha irreversibilmente trasformato, previo integrale risarcimento del danno subìto. L'interveniente ha aderito a tutte le argomentazioni contenute nell'ordinanza di rimessione della Corte di cassazione, sezioni unite civili (ritenute rilevanti anche per la fattispecie concreta affrontata nei giudizi di cui è parte, dettagliatamente descritta ed illustrata con il deposito di copiosa documentazione). 3.- La seconda ordinanza della Corte di cassazione, sezioni unite civili, (r.o. n. 90 del 2014) espone che il giudizio a quo è stato instaurato da alcuni privati proprietari di fondi, dopo che il Tribunale superiore delle acque pubbliche, con sentenza del 24 febbraio 2006 (confermata dalla Corte di cassazione, sezioni unite civili, con sentenza del 3 dicembre 2008, n. 28652), ha annullato gli atti della procedura ablativa condotta dall'Agenzia interregionale del fiume Po (AIPO) nei confronti di tali terreni, preordinata a realizzare un argine lungo un torrente, per evitare il ripetersi di esondazioni in danno del territorio comunale. Non avendo l'AIPO dato esecuzione alla sentenza, i proprietari hanno ottenuto dal Tribunale superiore delle acque pubbliche la nomina di un Commissario ad acta, con il potere di provvedere alla restituzione degli immobili espropriandi, ovvero di conseguirne l'acquisizione tramite l'istituto di cui all'art. 43 del T.U. sulle espropriazioni, allora vigente.