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Attribuzione di ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia alle regioni, istituzione delle «comunità autonome» attraverso referendum popolare e attribuzione alle stesse di risorse in misura non inferiore al 75 per cento del gettito tributario complessivo prodotto sul loro territorio, trasferimento delle funzioni amministrative a comuni e regioni. Onorevoli Senatori. -- Il presente disegno di legge è finalizzato al raggiungimento di un obiettivo ambizioso: la realizzazione di una riforma reale del sistema-Stato in un’ottica federalista. Una riforma necessaria non solo per ridisegnare l’organizzazione del sistema politico del nostro Paese ma, soprattutto, per gettare le fondamenta per una nuova Europa: l’Europa delle regioni e dei popoli. Noi non uniamo Stati ma Popoli, così può essere sintetizzato il pensiero di Jean Monnet padre fondatore dell’Unione europea e principale attore insieme a Robert Schuman del Trattato di Parigi del 18 aprile 1951 con il quale fu istituita la Comunità economica del carbone e dell’acciaio (CECA). Il Trattato di Parigi fu la prima tappa di quel percorso che portò, nel 1957, al Trattato di Roma con il quale venne costituita la Comunità economica europea (CEE) e poi al Trattato di Maastricht del 7 febbraio 1992, con il quale si definì la costituzione della odierna Unione europea (UE). Questa embrionale e teorica idea di dar vita ad un’Europa dei popoli si scontrò ben presto con il pensiero neoilluminista a direzione centralista e tecnocratica che diede vita nei fatti ad una sovrastruttura formale, priva di anima. L’Europa, oggi, è una costruzione senza identità, scarsamente democratica, macchinosa e spesso incomprensibile per i cittadini, un modello che esaspera gli aspetti negativi dello Stato centralizzato, senza dare risposte tangibili alle richieste che vengono dalla periferia. Un’Europa con un’impronta prettamente economicistica che ha introdotto la moneta unica, prima di aver raggiunto una sufficiente omogeneità culturale, politica, sociale ed economica. Appare evidente come l’attuale costruzione europea sia caratterizzata da forza normativa e da debolezza politica. Oggi più che mai è lapalissiano come questa Europa, così concepita, si sia dimostrata un fallimento, non solo perché ha prodotto una spaventosa crisi economica, non ciclica ma epocale, ma soprattutto perché ha negato le culture nazionali e di conseguenza l’identità culturale del continente. L’Unione europea sembra ormai non porre più limiti al proprio potere di intromissione nelle decisioni interne di ciascuno Stato sovrano, ben al di là delle effettive competenze autorizzate dai trattati. Sotto il ricatto di non concedere linee di credito indispensabili per affrontare i problemi finanziari, l’Unione insieme al Fondo monetario internazionale (FMI) condiziona le scelte strettamente politiche dei Governi dei Paesi membri democraticamente eletti. Questo crescente potere delle istituzioni comunitarie, rafforzatosi attraverso i successivi trattati istitutivi, si è più volte scontrato con il voto popolare, che ha dato esito negativo ogni qual volta è stato possibile sottoporre a referendum la ratifica di un trattato comunitario. Siamo convinti che dal fallimento dell’Europa monetaria e finanziaria si possa uscire soltanto dando vita ad una nuova Europa, l’Europa dei popoli e dei territori, capace di rifondare l’unità politica del Vecchio continente su base macroregionale. Un’Europa davvero unita dal basso, a partire dalle realtà locali e territoriali, esaltando la diversità e l’identità di ciascun popolo nella casa comune europea. Se lo Stato italiano vorrà essere attore principale della costituzione di una nuova Europa dei popoli dovrà avviare, in prima battuta, un percorso di riforme interne che porti alla costituzione di uno Stato federale. Il processo di decentramento del nostro Paese ha origini remote e nell’Italia repubblicana coincide con la stessa Costituzione del 1948. L’Assemblea costituente, difatti, introduce nella Carta fondamentale due previsioni costituzionali: l’articolo 5 che inserisce autonomia e decentramento tra i principi fondamentali della Repubblica e l’intero titolo V della parte seconda della Costituzione con il quale vengono istituite per la prima volta le regioni. È necessario, difatti, evidenziare che se da un lato nel nostro Paese la spinta autonomista non riuscì mai realmente a radicarsi, dall’altro lato l’avversione nei confronti dello Stato centralista appartiene alla cultura politica postfascista di quasi tutte le forze politiche che hanno contribuito a delineare la nuova organizzazione statale repubblicana. In quasi tutti i programmi delle forze politiche che si presentarono alle elezioni del 1946 si faceva riferimento alla necessità di dar vita ad uno Stato decentrato al fine di avvicinare il potere ai cittadini e di rendere più salde le istituzioni democratiche. Queste ambizioni che appartenevano alla cultura politica del Paese, subirono con il tempo più di una battuta d’arresto. Basti pensare che soltanto nel 1970 si diede seguito al principio costituzionale con il quale erano state costituite le regioni e che soltanto nel 2001 con la legge costituzionale 18 ottobre 2001, n. 3, venne riformato il titolo V della parte seconda della Costituzione riguardante il sistema delle autonomie locali e dei rapporti con lo Stato. La riforma del titolo V della parte seconda della Costituzione, con la revisione degli articoli 114-132 della Carta costituzionale, modifica l’ordinamento istituzionale della Repubblica definendo quel sistema denominato Statoordinamento con strutture paritetiche senza distinzione tra livelli gerarchici, delineando la ripartizione della potestà legislativa e amministrativa, lo schema di finanziamento e i rapporti finanziari tra enti, la possibilità di forme di autonomia differenziata per le regioni a statuto ordinario e a statuto speciale, l’abrogazione dei controlli preventivi sugli atti delle regioni. L’applicazione del nuovo titolo V ha, però, creato problemi di interpretazione aumentando il contenzioso tra Stato e regioni con numerosi ricorsi alla Corte costituzionale. In realtà non si è avuta una semplificazione e, soprattutto, l’intervento legislativo non è stato sufficiente ad assicurare un maggior coinvolgimento delle autonomie e a realizzare quel percorso, che riteniamo necessario, verso un cambiamento in senso federale dello Stato. Un cambiamento essenziale per modernizzare la pubblica amministrazione, per adeguarla alle esigenze della società, per valorizzare le autonomie territoriali, per rispondere ai bisogni del mondo imprenditoriale e dei cittadini e, non ultimo, per rendere competitivo il Paese. Dopo la modifica del titolo V della parte seconda della Costituzione, nel 2003 è stato presentato un importante disegno di legge costituzionale che prevedeva l’istituzione del Senato federale, la riduzione del numero dei parlamentari, modifiche al procedimento di formazione delle leggi e al sistema di governo prevedendo maggiori poteri al Primo ministro e interventi sull’ordinamento giurisdizionale. Il disegno di legge costituzionale, dopo quattro passaggi parlamentari, fu definitivamente approvato il 16 novembre 2005.