[pronunce]

«assumerebbe inevitabilmente connotati di carattere manipolativo-additivo in una materia riservata, appunto, alle scelte discrezionali del legislatore».1. — Il Tribunale di Biella, in composizione monocratica, ha sollevato, in riferimento all'articolo 111, quarto e quinto comma, della Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell'articolo 238-bis del codice di procedura penale. Il remittente censura la suddetta disposizione «laddove consente l'acquisizione dibattimentale delle sentenze divenute irrevocabili ai fini della prova di fatto in esse accertato e, quindi, l'utilizzabilità di tale mezzo di prova documentale oltre i casi e i limiti di efficacia probatoria previsti in via generale dal combinato disposto degli artt. 234 e 236 cod. proc. pen.». Secondo il remittente, poiché dai parametri costituzionali evocati si evince il principio generale che in ciascun processo possono essere utilizzate soltanto le prove formatesi nel contraddittorio tra le parti in esso svoltosi, mentre le eccezioni sono tassativamente indicate nel quinto comma dell'art. 111 Cost., la disposizione censurata, prevedendo un'ipotesi non compresa tra queste ultime, viola i precetti suddetti. Né vale obiettare – prosegue il remittente – che, dovendo la sentenza acquisita essere valutata ai sensi dell'art. 192, comma 3, cod. proc. pen. , l'imputato avrebbe sempre modo di contestarne l'efficacia probatoria alla luce degli elementi di riscontro che il giudice deve acquisire. Infatti, la valutazione della prova – e, in particolare, della sentenza acquisita secondo i criteri indicati – «lungi dal prevenire un effetto pregiudizievole rilevante sul piano probatorio nel processo ad quem e derivante dall'avvenuta acquisizione degli accertamenti fattuali oggetto di valutazione della sentenza irrevocabile resa inter alios, si colloca processualmente (e necessariamente) dopo che tale pregiudizio, eziologicamente ricollegabile alla violazione del fondamentale principio della formazione della prova in contraddittorio delle parti (art. 111, quarto comma, Cost.), si è ormai già in concreto verificato: essendo, infatti, il giudice comunque obbligato a confrontarsi (sia pure con i limiti valutativi indicati dall'art. 192, comma 3, cod. proc. pen.) con un “dato probatorio” ritualmente acquisito e, quindi, pienamente utilizzabile per la decisione». La questione viene sollevata nel corso di un processo a carico di due imputati – accusati di detenzione, al fine di cessione, di sostanze stupefacenti – nel quale il pubblico ministero ha chiesto l'acquisizione della sentenza irrevocabile di condanna emessa a seguito di giudizio abbreviato – per un reato collegato – nei confronti di un terzo, sentito nella qualità di testimone assistito ai sensi dell'art. 197-bis cod. proc. pen. 2.— La questione non è fondata. Al fine dell'inquadramento storico-sistematico della disposizione censurata e della individuazione dei termini della questione, è opportuno mettere in evidenza lo svolgimento della normativa, costituzionale e ordinaria, e della giurisprudenza, costituzionale e comune, in tema di acquisizione e valutazione della sentenza irrevocabile emessa in altro processo. La disposizione in esame è stata introdotta, nella vigenza del testo originario dell'art. 111 Cost., con il decreto-legge 8 giugno 1992, n 306, convertito, con modificazioni, dalla legge 7 agosto 1992, n. 356 – dopo le stragi verificatesi in Sicilia – per contrastare più efficacemente la criminalità organizzata, come risulta dallo stesso titolo del provvedimento («Modifiche urgenti al nuovo codice di procedura penale e provvedimenti di contrasto alla criminalità mafiosa»). Tuttavia, la disposizione è applicabile in via generale, quale che ne sia l'oggetto, e l'acquisizione della sentenza irrevocabile pronunciata in altro processo può essere chiesta non soltanto dal pubblico ministero, ma anche dall'imputato. Poiché il codice di procedura penale entrato in vigore nel 1989 è ispirato, tra gli altri, anche ai principi dell'autonomia di ciascun processo e della formazione della prova in dibattimento, insorse il dubbio che la disposizione dell'art. 238-bis in oggetto non fosse in linea con il disegno originario del codice in materia di prove e che, quindi, ne alterasse il quadro sistematico, rendendo eccentriche disposizioni previgenti attuative del principio della separazione dei processi. Questa Corte fu, quindi, chiamata a risolvere la questione di legittimità costituzionale dell'art. 2, comma 1, cod. proc. pen, sollevata in riferimento, tra gli altri parametri, anche all'art. 3 Cost., in quanto prevedeva l'indifferenza del processo a carico di un minorenne rispetto al processo nei confronti di coimputati maggiorenni. La Corte dichiarò la manifesta infondatezza della questione rilevando, fra l'altro, «che […] la previsione dell'art. 238-bis cod. proc. pen. , in vista della cui applicazione il tribunale rimettente ha sollevato il quesito di costituzionalità, lungi dall'assumere la portata di statuizione idonea a risolvere ogni aspetto del thema devoluto alla cognizione del giudice ricevente, si limita a regolare il modo di valutazione della pronuncia irrevocabile resa in separato giudizio, in una logica di economia nella raccolta del materiale utile alla decisione che non intacca il basilare principio, già operante nel vigore dell'art. 18 del precedente codice, per cui ogni giudice è tenuto a formarsi il proprio convincimento in base alle prove di cui dispone e che sono utilizzabili, senza che ad una di tali prove possa essere attribuita efficacia cogente e risolutiva dell'obbligo di apprezzamento e motivazione da parte del giudicante» (ordinanza n. 159 del 1996). Si deve considerare che tale provvedimento fu emesso nell'ambito del previgente testo costituzionale, il quale non stabiliva che «il processo penale è regolato dal principio del contraddittorio nella formazione della prova». Tuttavia esso, per alcuni aspetti, costituisce un precedente dal quale possono ricavarsi argomenti utili ai fini della risoluzione della presente questione. Intervenuta, nel 1999, la modifica dell'art. 111 Cost., la legge 1° marzo 2001, n. 63 (Modifiche al codice penale e al codice di procedura penale in materia di formazione e valutazione della prova in attuazione della legge costituzionale di riforma dell'articolo 111 della Costituzione), ha provveduto a adeguare alcune disposizioni del codice di procedura penale ai nuovi precetti costituzionali, ma non ha inciso sull'art. 238-bis. La mancanza di interventi legislativi sulla disposizione ora in scrutinio, nel mutato contesto costituzionale, non è certamente decisiva per negarne l'illegittimità, ma non può non indurre a valutarne i contenuti alla luce dei principi costituzionali ora vigenti, al fine di accertare la possibilità, o meno, di una sua interpretazione ad essi adeguata. A tale scopo deve essere considerata anche la giurisprudenza, formatasi in epoca successiva alla modifica costituzionale, concernente i limiti dell'utilizzazione ai fini probatori della sentenza irrevocabile emessa in altro procedimento. 3.