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È importantissimo, allora, che nella disciplina sull'accertamento della condizione di disabilità si assuma la definizione sancita dalla Convenzione ONU, perché si dà finalmente attuazione alla visione culturale che la Convenzione stessa promuove, partendo da una visione non più fondata sul modello medicalistico, che pone al centro la patologia, ma riferita al risultato dell'interazione tra le diverse forme di fragilità e le caratteristiche individuali della persona e dell'ambiente circostante. In questo senso, si afferma la titolarità degli stessi diritti umani riconosciuti a ogni persona già al suo venire al mondo, con i diritti universali esigibili da tutti, ma che possono essere esercitati da tutti soltanto rimuovendo gli ostacoli ambientali, culturali, sociali, relazionali e comportamentali che impediscono una piena ed effettiva partecipazione nella società. Si tratta di un decisivo superamento della dimensione esclusivamente tecnico medicalistica, prevalsa per tanto tempo nell'accertamento e nella definizione delle condizioni di invalidità, con l'obiettivo rinnovato, invece, di accertare le capacità residue e di valorizzarle in una logica di riconoscimento di ciò che ogni persona con disabilità è in grado di fare; una valutazione multidimensionale unitaria, nel rispetto delle fragilità e delle esistenze ferite. Dobbiamo, quindi, cambiare anche il nostro lessico. Non dobbiamo più dire «i disabili», perché stiamo parlando di persone, di persone diverse tra loro. Ritengo, perciò, molto importante anche aver previsto percorsi valutativi distinti tra persone adulte, persone anziane e minori, e per aver stabilito criteri idonei nella valutazione per le differenze di genere. In questo senso, ringrazio i colleghi della Camera che hanno lavorato in questa direzione in sede referente. La delega rappresenta, dunque, un passo fondamentale e occorrono risorse importanti per i decreti attuativi. Nel PNRR sono previsti 500 milioni per la deistituzionalizzazione, con il passaggio dal welfare di protezione al riconoscimento dei diritti. Avremo non più servizi standardizzati, in cui le persone devono adattarsi, ma un livello essenziale delle prestazioni che vada verso il riconoscimento dei bisogni specifici di ogni persona. Si rinnovano i servizi mettendo al centro questi bisogni e costruendoli capaci di rispondervi. La disabilità deve essere considerata non più solo in riferimento, dunque, alle politiche assistenziali, ma anche a un contesto ampio, di tutela dei diritti, che investe la politica e l'amministrazione in tutte le sue articolazioni nazionali, regionali, locali. Si tratta, insomma, di riconoscere il diritto alla costruzione di progetti di vita a partire da qualunque condizione. Ne abbiamo tanti di esempi che potremmo citare, di persone che, partendo da situazioni apparentemente svantaggiatissime, sono riuscite a costruire di sé un progetto di vita. Riconoscere il diritto alla costruzione dei progetti, alla accessibilità universale come bisogno primario e inalienabile di libertà, di autonomia, di autodeterminazione, di uguaglianza di tutti i cittadini, di diritto al lavoro, di diritto a una vita autonoma: tutto questo, colleghi, contribuisce a dare la misura della qualità democratica di un Paese. (Applausi) . PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Angrisani. Ne ha facoltà. ANGRISANI (Misto) . Signor Presidente, colleghe e colleghi, finalmente giunge all'esame del Senato il disegno di legge delega in materia di disabilità, rispetto al quale sarebbe stato più auspicabile un vero passaggio in entrambi i rami del Parlamento. Invece, come ormai avviene continuamente nella legislazione più recente, la prassi vuole che tutti i nodi, politici e non, vengano affrontati e sciolti in una sola Camera, relegando la seconda a un mero compito di ratifica. E ciò, tra l'altro riguarda l'esame non esclusivamente dei provvedimenti sui quali il Governo pone la questione di fiducia - anche se essi rappresentano indubbiamente la maggior parte dei casi - ma anche degli atti, come il presente disegno di legge, su cui pare essersi svolto in modo formalmente legittimo l'esame parlamentare. Tuttavia, è sufficiente vedere i resoconti della 11 a Commissione, l'organo deputato all'esame in sede referente del provvedimento, per osservare - come si suol dire - che non abbiamo toccato palla. Naturalmente questa critica è rivolta, gioco forza, anche all'esame del disegno di legge di bilancio che si appresta a essere votato dall'Assemblea del Senato senza che ne sia stato ancora svolto alcun esame vero in Commissione. Se il Governo Draghi ritiene che queste procedure siano rispettose del principio democratico e della sovranità del Parlamento, trova la mia forte opposizione. Tornando al provvedimento in esame, è indubbio che la finalità di realizzare una piena inclusione sociale e lavorativa delle persone con disabilità non può che rappresentare un obiettivo generale da perseguire in modo più soddisfacente rispetto all'assetto attuale. La riforma, difatti, ha un obiettivo ambizioso e penso che ogni cittadino di buon senso non possa che approvare l'idea secondo cui il sistema pubblico e la società civile in cui vive possono agevolare la vita delle persone disabili. Per questo uno Stato che si professi realmente democratico ha il dovere di garantire che a un cittadino disabile sia assicurato il pieno esercizio dei suoi diritti civili e sociali, come recita l'articolo 1 del disegno di legge, compresi il diritto alla vita indipendente, alla piena inclusione sociale e lavorativa, nonché l'effettivo e pieno accesso al sistema dei servizi, delle prestazioni e dei trasferimenti finanziari previsti e ad ogni altra relativa agevolazione. La delega, dunque, è rivolta alla promozione di un sistema di maggiore autonomia della persona con disabilità, affinché il suo vivere si basi su taluni principi non negoziabili: pari opportunità, autodeterminazione, non discriminazione e uguaglianza sostanziale. La mia speranza da cittadina, da docente e da senatrice della Repubblica, è che questo disegno di legge delega possa essere riempito di contenuti affinché possa realizzarsi un migliore processo di integrazione e inclusione personale nella società, in tutte le vesti in cui esso possa esplicarsi. Non posso tuttavia non notare alcune lacune che riguardano la riforma, nella consapevolezza che la precondizione affinché possa essere migliorata la vita di un soggetto con disabilità è la presa di coscienza della comunità locale in cui un soggetto vive dal punto di vista sia civile che pubblico. Mi riferisco all'esigenza secondo cui le comunità di riferimento e le amministrazioni locali debbano essere le prime a rendere più agevole la vita di un disabile, essendo chiamate a comprendere le maggiori difficoltà fisiche e psicologiche di tale stato e a facilitare i processi inclusivi. Come dicevo, il disegno di legge delega che ci apprestiamo a votare, pur nella speranza che possa essere utile ai diretti interessati, è privo di una visione di struttura e d'insieme. Ben venga - per esempio - una razionalizzazione delle diverse procedure con cui un soggetto disabile si approccia al rapporto con il settore pubblico. Ma i riferimenti concreti alle modalità con cui si intende migliorare la qualità della vita di una persona disabile sotto ogni aspetto, in riferimento ai quotidiani contesti scolastici, lavorativi, culturali o sportivi sono solo accennati.