[pronunce]

che tale ricostruzione del sistema, che dà conto della rilevanza della questione, appare però al giudice a quo in contrasto con l'invocato parametro costituzionale; che la disposizione censurata, infatti, a differenza di quanto previsto dalla lettera a) del medesimo comma 7 dell'art. 33, determina un automatico rigetto della domanda di sanatoria, che non si verifica qualora lo straniero sia stato destinatario di un provvedimento di espulsione emesso dall'autorità italiana, imponendo la norma, in quest'ultimo caso, di verificare se sussistano o meno le condizioni per revocare il precedente provvedimento di espulsione, mentre nel caso della segnalazione proveniente dai Paesi dell' “area Schengen” tale valutazione non sarebbe possibile; che simile diversità appare al giudice a quo del tutto priva di razionale giustificazione, in quanto la segnalazione di cui al citato art. 96 della legge n. 388 del 1993 indica soltanto l'esistenza del provvedimento espulsivo, senza alcuna precisazione riguardo all'esecuzione del medesimo ed alle concrete modalità di svolgimento dell'operazione; che l'automatismo espulsivo sarebbe giustificato, secondo il remittente, solo in presenza di elementi attestanti un'oggettiva pericolosità della persona (come, ad esempio, la reiterazione dell'ingresso clandestino in Italia), perché in tal caso sarebbe inutile ogni verifica circa l'eventuale positivo radicamento dello straniero nel territorio italiano; che così come formulata, invece, la norma non sembra conforme al principio di uguaglianza formale, anche perché la segnalazione ai fini della non ammissione non è da ritenere insuperabile nel vigente sistema, tanto che l'art. 25 della medesima legge n. 388 del 1993 espressamente prevede e riconosce il caso in cui uno Stato disattenda tale segnalazione; che il TAR, pertanto, dubita della legittimità costituzionale della norma in questione nella parte in cui prevede l'automatica inapplicabilità della normativa concernente la legalizzazione del lavoro irregolare prestato da cittadini di origine extracomunitaria nel caso di segnalazione per precedente espulsione adottata da altro Stato, senza invece prevedere che l'amministrazione valuti, in riferimento al comportamento del cittadino straniero, la sussistenza o meno dei presupposti per revocare il provvedimento di espulsione; che in entrambi i giudizi è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che le questioni vengano dichiarate inammissibili o infondate; che nel giudizio promosso dal TAR per l'Emilia-Romagna, in particolare, l'Avvocatura osserva che la disposizione contestata trae il proprio logico fondamento da quella che ha recepito il trattato di Schengen, in base alla quale i provvedimenti adottati dai singoli Paesi in ordine all'ingresso ed all'allontanamento degli stranieri esplicano la propria efficacia anche nei confronti degli altri Paesi firmatari, fatta eccezione per alcune ipotesi particolari che non ricorrono nella fattispecie; che, quanto al principio di eguaglianza, esso sarebbe impropriamente invocato nel caso di specie, attesa la «evidente non omogeneità delle situazioni poste a raffronto». Considerato che il TAR per la Campania dubita, in riferimento agli artt. 3 e 97 della Costituzione, della legittimità costituzionale dell'art. 1, comma 8, lettera b), del decreto-legge 9 settembre 2002, n. 195 (Disposizioni urgenti in materia di legalizzazione del lavoro irregolare di extracomunitari), convertito, con modificazioni, nella legge 9 ottobre 2002, n. 222, il quale stabilisce che le norme sulla regolarizzazione dei lavoratori comunitari, di cui ai precedenti commi dello stesso articolo, non si applicano ai lavoratori extracomunitari «che risultino segnalati, anche in base ad accordi o convenzioni internazionali in vigore in Italia, ai fini della non ammissione nel territorio dello Stato»; che, secondo il remittente, la disposizione indicata contrasta con l'art. 3 Cost. sotto un duplice profilo; che, in primo luogo, la segnalazione di non ammissione nel territorio dello Stato proveniente da un Paese dall' “area Schengen”, come nel giudizio a quo, può essere dovuta a ragioni diverse e cioè sia al fatto che lo straniero costituisce «una minaccia per l'ordine e la sicurezza pubblica o per la sicurezza nazionale» (art. 96, comma 2, della citata Convenzione di applicazione dell'Accordo di Schengen), sia alla circostanza che «lo straniero è stato oggetto di una misura di allontanamento, di respingimento o di espulsione non revocata né sospesa che comporti o sia accompagnata da un divieto d'ingresso o eventualmente di soggiorno, fondata sulla non osservanza delle regolamentazioni nazionali in materia d'ingresso e di soggiorno degli stranieri» (art. 96, comma 3, della medesima Convenzione); che la norma censurata, dunque, prevede lo stesso divieto per ipotesi di ben differente gravità; che, in secondo luogo, la norma impugnata violerebbe il parametro costituzionale invocato anche sotto altro profilo, in quanto per il lavoratore segnalato il divieto di regolarizzazione è previsto come effetto automatico della segnalazione, ancorché cagionata dalla sola inosservanza di disposizioni amministrative, laddove al lavoratore colpito da provvedimento di espulsione dell'autorità italiana è consentita l'impugnazione; che il remittente afferma di essere consapevole dell'esistenza di due orientamenti giurisprudenziali, l'uno che ritiene l'automaticità del divieto per effetto della segnalazione, l'altro secondo il quale possono essere valutate le ragioni di quest'ultima, ma che – sulla base della lettera della disposizione impugnata – ritiene necessario adottare il primo indirizzo, fondato sull'automatismo; che il TAR per l'Emilia-Romagna, a sua volta, dubita della legittimità costituzionale, in riferimento all'art. 3 Cost., dell'art. 33, comma 7, lettera b), della legge 30 luglio 2002, n. 189 (Modifica alla normativa in materia di immigrazione e di asilo), recante, per i lavoratori domestici, una norma analoga a quella censurata dal TAR per la Campania; che il remittente precisa di aver appreso, a seguito di atti istruttori, che nel suo caso trattasi di cittadino indiano espulso dalla Repubblica Federale di Germania; che il remittente sostiene l'illegittimità della norma censurata perché stabilisce l'automatismo tra la segnalazione da parte di uno Stato dell' “area Schengen” e il divieto di regolarizzazione, automatismo non sussistente qualora il provvedimento di espulsione provenga da un'autorità italiana; che, a parere del giudice a quo, tale automatismo non è imposto neppure dall'Accordo di Schengen il quale consente ad uno Stato, sia pure a certe condizioni e in determinate circostanze, di non tenere conto della segnalazione proveniente da altro Stato; che i due giudizi, aventi ad oggetto norme analoghe, devono essere riuniti; che entrambe le ordinanze si fondano, infatti, sul presupposto per cui le disposizioni impugnate devono essere interpretate nel senso che alla segnalazione faccia necessariamente seguito il rifiuto di regolarizzazione;