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Inoltre se esista un piano, per quanto tardivo, di recupero e riciclo dei DPI che stanno invadendo i mari e le spiagge, tenendo conto che secondo il Politecnico di Torino l'incremento atteso di rifiuti da DPI, per il solo comparto produttivo, è di circa un miliardo di mascherine al mese e 456 milioni di guanti, 2 milioni di termometri e 250.000 cuffie per capelli; se l'inquinamento dovuto all'uso massiccio delle automobili private per garantire le esigenze di distanziamento verrà bilanciato da un massiccio piano di investimenti sui sistemi di trasporto pubblici, che non può essere certo compensato dal bonus per le biciclette ed i monopattini elettrici; perché nei vari decreti emanati manchi la differenziazione degli incentivi e delle facilitazioni tra aziende tradizionali e aziende virtuose dal punto di vista ambientale, che si pongono su prospettive di miglioramento e raggiungimento di standard e performance ambientali, prevedendo che l'erogazione degli aiuti alle imprese sia vincolata al rispetto di regole ferree in tema di tutela dell'ambiente e della salute; se si intenda dare attuazione agli impegni presi con il Parlamento per i SAD (sussidi ambientalmente dannosi), e in che tempi intenda togliere i sussidi alle imprese dannose dal punto di vista ambientale per spostarli su quelle favorevoli; se si intenda approntare una revisione del piano energia e clima PNIEC che sia più coraggioso e si ponga obiettivi più stringenti alla luce delle attuali evidenze, in vista di possibili future emergenze sanitarie e climatiche che stanno devastando il pianeta. Atto n. 3-01645 FLORIDIA ORTIS Al Ministro per la pubblica amministrazione Premesso che: l'emergenza sanitaria in atto ha impresso un'incredibile accelerazione del ricorso allo strumento dello smart working , poiché i provvedimenti emanati per la gestione dell'epidemia da COVID-19 hanno di fatto attribuito a tale modalità di lavoro la funzione di strumento di contenimento del contagio; le pubbliche amministrazioni hanno così dovuto provvedere ad un largo utilizzo della modalità di lavoro agile per le attività che possono essere svolte dal proprio domicilio o in modalità a distanza; l'emergenza ha quindi offerto la possibilità di riflettere sulla necessità di diffondere una simile modalità di lavoro nella pubblica amministrazione, che consentirà di svecchiare la macchina amministrativa e, incentivando il merito, costituirebbe una vera e propria rivoluzione culturale per l'Italia; prima dell'emergenza da COVID-19, infatti, stando ai dati dell'osservatorio "Smartworker" del Politecnico di Milano, gli smartworker italiani erano soltanto 570.000, in buona parte nel settore privato di grandi dimensioni, mentre, per quanto riguarda il lavoro pubblico, solo il 7 per cento delle pubbliche amministrazioni aveva attivato iniziative informali tese all'adozione del lavoro agile e il 6 per cento contava di avviarle nei 12 mesi seguenti; l'incremento dello smart working nel pubblico, invece, porterebbe importanti benefici agli stessi lavoratori, con risparmio di tempo e maggiore autonomia nella gestione delle attività quotidiane, alla pubblica amministrazione, in termini di efficienza ed efficacia dell'organizzazione amministrativa, e soprattutto all'intera collettività, che godrebbe del decongestionamento dei centri urbani e della riduzione delle emissioni di anidride carbonica, con conseguenze favorevoli per la salubrità dell'ambiente; considerando che, con il decreto "cura Italia", lo smart working è diventato a tutti gli effetti una modalità ordinaria e diffusa di svolgimento dell'attività lavorativa, oltre che in linea con l'impulso innovativo che è necessario perseguire, si chiede di sapere quale sia, anche a fronte dell'esperienza dei mesi recenti, l'orientamento del Ministro in indirizzo in ordine all'impiego di tale strumento in condizioni di ordinarietà e se non intenda, a tal fine, adottare provvedimenti tesi ad implementare il ricorso ad esso, introducendo le relative modalità formative, attuative e di monitoraggio in grado di assicurare la tutela dei lavoratori e garantire la qualità del lavoro svolto. Atto n. 3-01646 NISINI Al Ministro del lavoro e delle politiche sociali Premesso che: con il decreto-legge 28 gennaio 2019, n. 4, convertito, con modificazioni, dalla legge 28 marzo 2019, n. 26, è stato istituito il reddito di cittadinanza, quale misura di politica attiva del lavoro, di contrasto alla povertà, alla disuguaglianza ed all'esclusione sociale; il gruppo del Movimento 5 Stelle ha da sempre sostenuto l'imprescindibilità di tale misura, da non considerare come una mera forma di assistenzialismo ma, come ha dichiarato lo stesso ministro Catalfo, all'epoca relatrice del provvedimento in Senato, nella seduta del 25 febbraio 2019: "una misura proattiva collegata all'inserimento nel contesto sociale e lavorativo del cittadino"; i dati dell'osservatorio sul reddito di cittadinanza e di ANPAL disattendono totalmente le intenzioni; l'osservatorio riferisce che nel 2019 la misura ha coinvolto 968.645 nuclei familiari e 2.540.575 persone per un importo medio mensile pari a 527 euro, mentre nel 2020 ha coinvolto rispettivamente 1.057.319 nuclei e 2.721.036 persone per un importo medio mensile di 568 euro; secondo la nota mensile del 29 maggio 2020 pubblicata da ANPAL, alla data del 1° aprile 2020 il numero complessivo dei beneficiari del reddito di cittadinanza presenti nel database ANPAL è appena superiore ai 991.000 individui, dei quali solo 819.129 sono soggetti al patto per il lavoro e appena 365.759 sono presi in carico dai servizi per l'impiego; sempre ANPAL riferisce che, alla data del 10 febbraio 2019, i beneficiari che hanno iniziato un rapporto di lavoro dopo l'approvazione della domanda sono 39.760, dei quali il 65,2 per cento a tempo determinato, il 19,7 per cento a tempo indeterminato ed il 3,9 in apprendistato; ciò significa che i percettori del reddito di cittadinanza che hanno ottenuto un impiego rappresentano poco meno del 2 per cento della platea e che, di questi, la stragrande maggioranza ha ottenuto un impiego a tempo determinato; quanto al patto per l'inclusione sociale, nei mesi scorsi, prima ancora che l'emergenza epidemiologica da COVID-19 inducesse il Governo a sospendere la condizionalità degli obblighi connessi alla fruizione del reddito di cittadinanza, pochissimi Comuni avevano attivato i percorsi per le attività di servizio alla comunità; anche la Corte dei conti boccia la misura, come si evince dal rapporto 2020 sul coordinamento della finanza pubblica, pubblicato nei giorni scorsi, nel quale la Corte evidenzia che "per quel che riguarda il secondo pilastro dell'RdC, quello finalizzato a promuovere politiche attive per il lavoro, i risultati appaiono al momento largamente insoddisfacenti e confermano le perplessità avanzate dalla Corte al suo avvio. I dati a disposizione, comunicati dall'ANPAL Servizi, dicono che alla data del 10 febbraio 2020, i beneficiari del RdC che hanno avuto un rapporto di lavoro dopo l'approvazione della domanda sono circa 40 mila. Soprattutto, non si intravvedono segni di un possibile maggiore dinamismo dei Centri per l'impiego rispetto al passato";