[pronunce]

4.- Con atto depositato il 3 giugno 2019 si è costituito in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, chiedendo che la Corte costituzionale dichiari l'inammissibilità del ricorso. Nel ripercorrere i fatti, l'Avvocatura generale dello Stato precisa come il TAR Puglia avrebbe accertato «l'illegittimità dell'eliminazione, nell'ambito della procedura di rinnovo della ripartizione dei 12 posti di rappresentanti nella commissione, di un componente designato dal M5S "per violazione dello Statuto e del regolamento interno nonché per eccesso di potere sotto forma di difetto d'istruttoria e di motivazione, oltre che per sviamento e disparità di trattamento", disponendo che la Regione provveda a "riavviare da principio la procedura" con le "modalità di applicazione del metodo proporzionale"». L'Avvocatura eccepisce l'inammissibilità del ricorso, in quanto esso sarebbe stato «proposto avverso un atto che, pur promanando da un'autorità giurisdizionale e, quindi, da un potere statale, non è idoneo ad esprimere in maniera definitiva la volontà del potere di appartenenza». Evocando la sentenza n. 81 del 2012 della Corte costituzionale, l'Avvocatura sostiene che la Regione avrebbe avuto l'onere di esperire preventivamente «i rimedi processuali offerti dall'ordinamento, al fine di consentire al giudice superiore una verifica circa l'effettiva sindacabilità dell'atto censurato», secondo quanto risulterebbe anche dall'art. 7 cod. proc. amm. Ciò con l'obiettivo di evitare che il conflitto di attribuzione «venga inammissibilmente a configurarsi come un mezzo improprio di censura del modo di esercizio della funzione giurisdizionale». Segnala l'Avvocatura che, al momento in cui veniva depositato l'atto di costituzione in giudizio, era già pendente di fronte al Consiglio di Stato il ricorso volto ad ottenere l'annullamento della sentenza del TAR Puglia oggetto del presente conflitto. In secondo luogo, il ricorso sarebbe inammissibile perché volto a sollecitare un controllo su «asseriti errores in iudicando commessi dal Giudice amministrativo» non deducibili in sede di conflitto (vengono citate le sentenze della Corte costituzionale n. 81 del 2012 e n. 2 del 2007): in particolare, la doglianza regionale secondo cui il giudice amministrativo non avrebbe rispettato i limiti del proprio sindacato non riguarderebbe «un'asserita invasione della sfera di attribuzione regionale costituzionalmente garantita», bensì «un'asserita erronea interpretazione della nozione di "atto amministrativo" suscettibile di sindacato giurisdizionale». Il ricorso regionale si tradurrebbe dunque «in uno strumento atipico di impugnazione della sentenza» del TAR Puglia. 5.- Con ulteriore memoria depositata il 7 gennaio 2020, l'Avvocatura generale ha insistito per la declaratoria di inammissibilità del ricorso, dando atto che, successivamente al deposito del proprio atto di costituzione in giudizio, il Consiglio di Stato ha sospeso l'efficacia esecutiva della sentenza del TAR Puglia oggetto del conflitto (Consiglio di Stato, sezione quinta, ordinanze 5 luglio 2019, n. 3426, e 7 ottobre 2019, n. 5079). Sottolinea l'Avvocatura generale che il giudice di secondo grado ha affermato che in presenza di «interna corporis organizzativi di un organo a competenza legislativa [...], il sindacato del giudice amministrativo cede di fronte al principio costituzionale di separazione dei poteri». Tesi - aggiunge l'Avvocatura generale - già affermata dalla giurisprudenza di legittimità (Corte di cassazione, sezioni unite civili, ordinanza 3 marzo 2016, n. 4190) in un caso «sostanzialmente sovrapponibile a quello in esame». Proprio l'intervenuta decisione del Consiglio di Stato confermerebbe l'inammissibilità del ricorso regionale, posto che il conflitto di attribuzione avrebbe «una funzione tipicamente "residuale", e, quindi, [sarebbe] ammesso solo laddove non esistano altri rimedi esperibili». Nel presente caso, invece, proprio la proposizione del ricorso al Consiglio di Stato attesterebbe che la Regione Puglia avrebbe dato vita «ad una impropria duplicazione di giudizi [...] aventi [...] il medesimo oggetto e sostanzialmente fondati sulle stesse ragioni di doglianza». Il difetto di residualità renderebbe pertanto il ricorso inammissibile.1.- La Regione Puglia ha promosso conflitto di attribuzione nei confronti del Presidente del Consiglio dei ministri per sentir dichiarare che non spetta allo Stato - e per esso al Tribunale amministrativo regionale per la Puglia, sede di Bari, sezione prima - emanare la sentenza 21 febbraio 2019, n. 260, con cui è stato annullato il verbale n. 63 del 22 ottobre 2018 della VII commissione consiliare permanente del Consiglio regionale della Puglia, avente ad oggetto il rinnovo della composizione della medesima commissione. Ad avviso della ricorrente, la sentenza in questione sarebbe stata pronunciata in difetto assoluto di giurisdizione, dunque in contrasto con l'art. 103 della Costituzione, e, in particolare, avrebbe inciso - in lesione degli artt. 114, secondo comma, 117, 121, primo e secondo comma, e 123 Cost. - sui poteri di autorganizzazione del Consiglio regionale, titolare della potestà legislativa. Sindacando il contenuto del verbale della commissione consiliare, inoltre, la sentenza del TAR Puglia avrebbe sottoposto a scrutinio opinioni espresse e voti dati dai consiglieri regionali nell'esercizio di attribuzioni previste dagli artt. 114, secondo comma, 117, 121, primo e secondo comma, e 123 Cost. In tal modo, avrebbe violato la prerogativa dell'insindacabilità garantita ai consiglieri regionali dall'art. 122, quarto comma, Cost. Per tali ragioni, chiede la ricorrente che questa Corte, accogliendo il ricorso, annulli la citata sentenza. 2.- In via preliminare, occorre esaminare le eccezioni di inammissibilità del ricorso formulate, per conto del Presidente del Consiglio dei ministri, dall'Avvocatura generale dello Stato. 2.1.- Innanzitutto, secondo il resistente, il ricorso sarebbe inammissibile perché la Regione avrebbe impugnato per conflitto un atto che - pur promanando da un'autorità giurisdizionale e, quindi, da un potere statale - non sarebbe «idoneo ad esprimere in maniera definitiva la volontà del potere di appartenenza». Evocando quanto asseritamente affermato dalla sentenza n. 81 del 2012 di questa Corte, assume l'Avvocatura generale che la Regione, prima di proporre ricorso per conflitto, avrebbe dovuto attendere il passaggio in giudicato della sentenza, dato che quest'ultima, proprio perché non definitiva, non sarebbe suscettibile di «generare una lesione definitiva delle attribuzioni costituzionali rivendicate dalla parte regionale». L'eccezione è da respingere. Non pertinente, in primo luogo, è il richiamo alla sentenza n. 81 del 2012.