[pronunce]

che nel giudizio è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dalla Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che la questione sia dichiarata inammissibile o infondata. Considerato che il Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Modena dubita – in riferimento agli artt. 3, primo comma, 24 e 111, terzo comma, Cost. – della legittimità costituzionale degli artt. 335, comma 1, e 407, comma 3, cod. proc. pen. , dolendosi, nella sostanza, della mancata previsione della inutilizzabilità degli atti di indagine compiuti nei confronti di un determinato soggetto dopo che è emersa la sua qualità di persona sottoposta alle indagini, ma prima della formale iscrizione del suo nominativo nel registro delle notizie di reato; che è lo stesso rimettente a qualificare, peraltro, come «principio ampiamente condiviso» – ponendolo, anzi, a premessa fondante del quesito – quello in forza del quale la qualità di persona sottoposta alle indagini non discende dalla iscrizione nel registro, la quale assume «una mera funzione ricognitiva di un dato procedimentale potenzialmente preesistente»; che – sempre per affermazione del giudice a quo – la predetta qualità, ove non emerga direttamente dalla notitia criminis, si acquisisce, infatti, prima e a prescindere dall'iscrizione, in ragione della «direzione soggettiva» concretamente assunta dall'attività investigativa: e ciò alla luce di un insieme di previsioni normative (vengono citati, in particolare, gli artt. 63, comma 2, 349 e 350, comma 5, cod. proc. pen.) rivelatrici dell'intenzione del legislatore; che se, peraltro, l'iscrizione nel registro ha una valenza meramente ricognitiva, e non già costitutiva dello status di persona sottoposta alle indagini, è di tutta evidenza come le garanzie difensive che la legge accorda a quest'ultima, in relazione ai singoli atti compiuti, debbano ritenersi pienamente operanti anche in assenza dell'iscrizione: con la conseguenza che il tardivo espletamento della formalità non può essere considerato fonte di pregiudizio al diritto di difesa sotto il profilo indicato dal giudice rimettente; che risulta quindi insussistente anche la ventilata disparità di trattamento tra «indagati» tempestivamente iscritti e «indagati» tardivamente iscritti; che nell'ipotesi, infatti, in cui il pubblico ministero procrastini indebitamente l'iscrizione del registro, il problema che può porsi attiene unicamente all'artificiosa dilazione del termine di durata massima delle indagini preliminari: vale a dire alla possibile elusione della sanzione di inutilizzabilità che colpirebbe, ai sensi dell'art. 407, comma 3, cod. proc. pen. , gli atti di indagine collocati temporalmente “a valle” della scadenza del predetto termine, computato a partire dal momento in cui l'iscrizione avrebbe dovuto essere effettuata; che tale profilo resta peraltro estraneo al thema decidendum del giudizio a quo, nel quale si discute di atti compiuti ampiamente entro il termine di durata massima delle indagini, computato dal momento nel quale – secondo il rimettente – l'iscrizione doveva aver luogo; che neppure è ravvisabile, infine, la dedotta violazione dell'art. 111, terzo comma, Cost., sotto il profilo che la ritardata iscrizione conculcherebbe il diritto della persona accusata di essere, nel più breve tempo possibile, informata riservatamente della natura e dei motivi dell'accusa elevata a suo carico; che dall'iscrizione nel registro delle notizie di reato non scaturisce, difatti, alcun diretto obbligo informativo dell'organo dell'accusa nei confronti dell'indagato; né – a prescindere da ogni altra possibile considerazione – viene in rilievo nel giudizio a quo la facoltà della persona, cui il reato è attribuito, di ottenere la comunicazione dell'iscrizione, ai sensi dell'art. 335, comma 3, cod. proc. pen. , dato che tale facoltà – oltre ad incontrare il limite del potere di “segretazione” del pubblico ministero (comma 3-bis del medesimo articolo) – presuppone comunque la richiesta dell'interessato: richiesta che non risulta dall'ordinanza di rimessione essere stata formulata nel caso di specie; che l'anzidetto obbligo informativo del pubblico ministero si connette, per contro, nell'ambito delle indagini preliminari, solo al compimento di un “atto garantito”, ossia di un atto che – dovendo essere compiuto alla presenza del difensore – presuppone l'invio dell'informazione di garanzia (art. 369 cod. proc. pen.); che la questione va dichiarata, pertanto, manifestamente infondata. Visti gli artt. 26, secondo comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87 e 9, comma 2, delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale.. . per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE dichiara la manifesta infondatezza della questione di legittimità costituzionale degli artt. 335, comma 1, e 407, comma 3, del codice di procedura penale, sollevata, in riferimento agli artt. 3, primo comma, 24 e 111, terzo comma, della Costituzione, dal Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Modena con l'ordinanza indicata in epigrafe. Così deciso in Roma, nella sede della Corte Costituzionale, Palazzo della Consulta il 7 luglio 2005. F.to: Piero Alberto CAPOTOSTI, Presidente Giovanni Maria FLICK, Redattore Giuseppe DI PAOLA, Cancelliere Depositata in Cancelleria il 22 luglio 2005. Il Direttore della Cancelleria F.to: DI PAOLA