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Norme per la limitazione del segreto nelle amministrazioni pubbliche. Onorevoli Senatori . – La ricerca di un punto di equilibrio tra il pericolo per le istituzioni e la libertà dei cittadini è la sfida del XXI secolo: se la democrazia è governo del popolo e anche governo in pubblico, come ci ha ricordato Norberto Bobbio, la disponibilità della conoscenza da parte dei cittadini consente di controllare come i poteri vengono esercitati e di poter partecipare consapevolmente alla vita della « polis ». È ciò a cui Giuseppe Laterza fece riferimento, nella prefazione al libro di Stefano Rodotà sul diritto alla conoscenza in rete del 2014, citando Erich Auerbach: « avventuratevi nel grande mare del mondo, dove anche se con pericolo si può nuotare liberamente » ( Mimesis ) significa proprio fare, dell'affermazione del « diritto alla conoscenza », un'avventura nel gran mare del mondo. Per nuotare liberamente nella sfera pubblico-politica, occorre superare gli arcana imperi , che da Bodin e Botero in avanti sono storicamente stati teorizzati come l'area che va doverosamente riservata ai poteri pubblici: la prevalenza della ragion di Stato quale « norma dell'azione politica » sullo Stato di diritto, non solo nella fisiologia dell'esercizio del potere, ma anche nella sua successiva ricostruzione storica. Il percorso che attraverso i secoli è offerto dalla lettura del testo di Meinecke, « L'idea della ragion di Stato nella storia moderna » (Vallecchi editore) dimostra che, dai monarcomachi al Reich guglielmino, tale prevalenza ha avvelenato la nascita della democrazia dei moderni. La disciplina del segreto di Stato, in Italia, si è fondata sulla contrapposizione tra lo Stato-ordinamento e lo Stato-persona: il primo fedele alle leggi, il secondo legibus solutus . Il travaglio dell'ordinamento nostrano, su questo fronte, portò – dopo le vicende dello stragismo degli anni Sessanta e Settanta, e delle connesse coperture offerte dall'opposizione del segreto politico-militare – alla legge n. 801 del 1977: al suo articolo 12, primo comma, per la prima volta vi sono argini ben definiti sotto il profilo teleologico, visto che la copertura del segreto di Stato è espressamente vincolata all'idoneità « a recar danno alla integrità dello Stato democratico, anche in relazione ad accordi internazionali, alla difesa delle istituzioni poste dalla Costituzione a suo fondamento, al libero esercizio delle funzioni degli organi costituzionali, alla indipendenza dello Stato rispetto agli altri Stati e alle relazioni con essi, alla preparazione e alla difesa militare dello Stato ». Nonostante il secondo comma dello stesso articolo, in quella legge sembrerebbe però essere messa in conto ancora la possibilità di utilizzare tale strumento sia contro i « nemici interni » che contro quelli esterni: la residua legittimità del segreto di Stato era « relegata » nell'unico ambito nel quale lo Stato-ordinamento deve ammettere la sua finitezza, quello dei rapporti internazionali, dove si rivendica l'ampio margine all'esercizio della diplomazia e/o della strategia militare e di intelligence . È proprio questo cuneo che ha alimentato, dopo il crollo del Muro di Berlino, il modo rozzo con cui si è cercato di ricostruire il periodo della « guerra fredda » nella penisola: appelli interessati allo « stato di necessità » ed alla « contrapposizione tra i blocchi » sono stati lanciati come alibi per l'opacità del potere. Tutto ciò merita una risposta storiograficamente completa: facendo emergere dalle carte della storia la pervasività del metodo di governo clientelare a tutti i gangli della vita pubblica italiana, c'è oggi l'opportunità di una disamina del rapporto tra idee e realtà secondo un approccio realmente avalutativo. Occorre indagare senza falsi pudori intorno alle circostanze in cui una classe politica – per genesi e per convinzione profondamente legata ai valori della democrazia e dei diritti della persona – ha ritenuto che, per svolgere correttamente la sua attività, avesse bisogno di non rendere tutto immediatamente conoscibile. Con le tragiche conseguenze che, in alcuni momenti della vita repubblicana, questo ha comportato. Ma la questione trascende le stesse peculiarità italiane ed un rapporto con l'elettorato viziato dal « fattore K »: la vicenda di Julian Assange mostra come – fuori di quelle circostanze di tempo e di luogo – anche nelle democrazie occidentali più evolute le raccolte di informazioni (e la loro conservazione in banche dati sempre più gigantesche) hanno prodotto una conoscenza funzionale all'esercizio del potere, soprattutto del potere di controllo, introducendo – come rilevava Laterza – un elemento di fragilità all'interno del sistema. Un nuovo sapere, percepito come sapere sociale, « non poteva più essere sequestrato secondo le vecchie regole del segreto, degli arcana imperi , e di cui i cittadini si sono progressivamente sentiti i veri proprietari e dunque legittimati a esercitare in questa direzione il loro diritto alla conoscenza ». Del resto, la Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo delle Nazioni Unite del 1948 contempla un diritto a « cercare, ricevere, diffondere » informazioni: « il diritto alla conoscenza è il diritto di tutti i cittadini del mondo di conoscere come i detentori di grandi poteri, che ormai travalicano i confini degli Stati, possano esercitare questi stessi poteri e come possano essere controllati ». Con una diagnosi così cristallina, patrimonio della nostra intellettualità più rappresentativa, è stupefacente che nel nostro Paese la prognosi resti ancora così oscura. Eppure l'opacità che ancora permane, intorno all'operato dei pubblici poteri nella storia italiana, dimostra quanto ancora ci sia da fare. La proiezione dei fatti nelle carte – non solo in Italia, ma anche in Italia – soffre delle medesime forme di ipocrisia, con cui si sono raccontati i fatti nel loro divenire. Ecco perché occorre passare attraverso una revisione della disciplina archivistica, offrendo al documento storico un trattamento conforme alle altre testimonianze appartenenti al patrimonio culturale del Paese: obblighi di non dispersione, di custodia, di tutela e di messa a disposizione della pubblica fruizione, discendenti dal Codice Urbani e dalla Convenzione quadro del Consiglio d'Europa sul valore del patrimonio culturale per la società, fatta a Faro il 27 ottobre 2005, ratificata ai sensi della legge 1° ottobre 2020, n. 133. Ciò significa superare quella miriade di artifici amministrativi che finora sono stati escogitati, nelle pieghe delle norme, per impedire la consultabilità di atti fondamentali per la ricostruzione della storia del nostro Paese, conseguendo di fatto un risultato anche peggiore di quello della disciplina del segreto di Stato, che formalmente ha un termine massimo di trent'anni. Tra obblighi di interpello ad enti originatori, calcoli del dies a quo , vincoli di subordinazione dei dipendenti pubblici utilizzati a scopo deterrente, la realtà è che nessuno degli interessi, alla cui tutela è predisposto il segreto, è realmente posto in ragionevole bilanciamento con gli altri interessi pubblici: eppure, rispetto alla legge n. 124 del 2007, sono sopraggiunte previsioni che valorizzano questi ulteriori interessi pubblici, con i quali il raccordo va ricercato.