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Mirando a superare lo stallo decisionale che affligge la nostra economia, il dibattito pubblico può divenire uno degli elementi essenziali di un nuovo patto sociale che raccolga la sfida di tenere insieme ambiente, sviluppo, salute e lavoro, rendendo le comunità locali parti attive dei processi di trasformazione e governo del territorio, nel quadro di un modello che tenda ad essere inclusivo senza allo stesso tempo rinunciare ad esigere che anche i «no» siano adeguatamente motivati. Del resto, l'urgenza e l'importanza di individuare misure efficaci che aiutino il Paese a misurarsi con il gap infrastrutturale da colmare, attraverso uno sforzo comune che non si mostri sordo all'evidenza oggettiva della necessità di una attività di ascolto e mediazione sociale in merito alla realizzazione delle opere, sono ben note. Secondo il Rapporto 2014 su «I tempi di attuazione e di spesa delle opere pubbliche» elaborato dal Dipartimento per lo sviluppo e la coesione economica, negli ultimi tre anni i tempi di realizzazione delle opere sono in generale aumentati passando da 4,4 a 4,5 anni. L'aumento però non è omogeneo e cresce al crescere dell'importo complessivo delle opere, arrivando a pesare per circa il 30 per cento in più negli interventi dal costo maggiore, cioè quelli d'importo superiore ai 100 milioni di euro, i cui tempi di realizzazione sono passati da 11,1 a 14,6 anni. Inoltre, è stato stimato che i «costi del non fare» ammonteranno tra il 2012 e il 2027 a complessivi 474 miliardi di euro, pari al 30 per cento del Pil. Assicurare la realizzazione delle infrastrutture in tempi certi e ragionevoli rappresenta, del resto, una componente chiave del processo di internazionalizzazione e un modo per attrarre gli investimenti esteri. Peraltro, una recente pronuncia della Corte costituzionale (n. 285 del 2013) sembra favorire una disciplina statale delle forme di partecipazione in materia di localizzazione e realizzazione di infrastrutture e opere pubbliche, affermando il principio della solidarietà fra territori e della responsabilità socio-economica fra aree del Paese. Il caso in specie riguarda l'impugnativa statale dell'articolo unico della legge regionale della Valle d'Aosta 23 novembre 2012, n. 33 (Modificazioni alla legge regionale 3 dicembre 2007, n. 31 -- Nuove disposizioni in materia di gestione dei rifiuti). La norma impugnata dallo Stato stabiliva che «In considerazione delle ridotte dimensioni territoriali della regione e dei limitati quantitativi di rifiuti prodotti, in conformità agli obiettivi di cui all'articolo 10, comma 1, al fine di tutelare la salute e di perseguire criteri di economicità, efficienza ed efficacia, nel ciclo integrato dei rifiuti solidi urbani e dei rifiuti speciali non pericolosi non si realizzano né si utilizzano sul territorio regionale impianti di trattamento a caldo quali incenerimento, termovalorizzazione, pirolisi o gassificazione». La Corte ha ritenuto la questione fondata, argomentando che la norma della Valle d'Aosta eccede la competenza regionale: infatti, la disciplina della gestione dei rifiuti rientra nella materia «tutela dell'ambiente e dell'ecosistema» riservata, in base all'articolo 117, comma 2, lettera s) , della Costituzione, alla competenza esclusiva dello Stato. Esercitando tale competenza, lo Stato ha regolato, con l'articolo 195, comma 1, lettera f) , del decreto legislativo n. 152 del 2006, il potere di localizzare gli impianti di recupero e smaltimento dei rifiuti di preminente interesse nazionale. Emblematiche le parole della sentenza, in riferimento ad una precedente sentenza del 2005: «Questa Corte ha rilevato che “la comprensibile spinta, spesso presente a livello locale, ad ostacolare insediamenti che gravino il rispettivo territorio degli oneri connessi (secondo il noto detto ‘ not in my back-yard ’), non può tradursi in un impedimento insormontabile alla realizzazione di impianti necessari per una corretta gestione del territorio e degli insediamenti al servizio di interessi di rilievo ultraregionale”». Sarebbe un po’ come ammettere il fallimento a priori di ogni politica infrastrutturale. Tutte queste indicazioni, che affondano le loro radici nell’oggettiva realtà dei fatti, suggeriscono di cercare, prima e al di fuori dei procedimenti amministrativi da definire con un provvedimento («a valle», quindi, del dibattito pubblico), un punto di sintesi o di equilibrio fra interessi e punti di vista opposti, diversi, o, talora, più semplicemente in relazione di reciproca diffidenza. Il dibattito pubblico può essere lo strumento che, nel quadro del trend evolutivo verso il modello della «democrazia di prossimità», informa e coinvolge popolazioni locali e portatori di interessi in una discussione nella quale devono essere chiari dal principio sia gli effetti che le opportunità di ciascun intervento sul territorio, tanto dal punto di vista localistico quanto in rapporto alle esigenze del sistema Paese. Un confronto, quindi, su numeri e dati tecnici, da svolgere su atti scritti, che fissino le rispettive posizioni dei partecipanti, pubblici e privati, rappresentati ciascuno, necessariamente, da un tecnico in grado di filtrare e declinare valutazioni e giudizi dei soggetti rappresentati. Un confronto, ancora, organizzato e svolto in conformità alla logica che permea la Convenzione di Aarhus, di cui alla legge n. 108 del 2001, quindi ai principi secondo i quali, fra l'altro: i) la partecipazione del pubblico alle decisioni in materia ambientale è preferibile che avvenga in una fase iniziale, quando tutte le alternative sono ancora praticabili e tale partecipazione può avere un'influenza effettiva; ii) occorre che i potenziali richiedenti siano incoraggiati anche ad avviare discussioni e a fornire informazioni sugli obiettivi della richiesta prima di presentare la domanda di autorizzazione; iii) le procedure di partecipazione devono consentire al pubblico di presentare preferibilmente per iscritto eventuali osservazioni, informazioni, analisi o pareri da esso ritenuti rilevanti ai fini dell'attività proposta; iv) al momento dell'adozione della decisione finale, si deve tener adeguatamente conto dei risultati della partecipazione del pubblico. Da questo punto di vista, non è un caso se, nell'esperienza francese, la disciplina del débat public ha trovato collocazione (articoli L121-1 ss. e R121-1 ss.) proprio nel Code de l'environnement . Il che, è appena il caso di aggiungere, si riverbera anche sulle caratteristiche del soggetto pubblico indipendente chiamato a condurre, in modo assolutamente imparziale, il dibattito.