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Modifiche al codice penale, concernenti l'introduzione dell'affidamento al servizio sociale tra le pene principali previste per i delitti. Onorevoli Senatori. -- Il presente disegno di legge, redatto in collaborazione con l'associazione radicale «Il detenuto ignoto», prevede l'introduzione della pena dell'affidamento al servizio sociale, da affiancare alle tradizionali pene principali, previste dall'articolo 17 del codice penale (reclusione, multa, arresto, ammenda), e da irrogare direttamente dal giudice di cognizione con la sentenza di condanna. Tale nuova pena sarà applicata a tutti i reati oggi puniti con la reclusione non superiore a tre anni. Tenuto conto che il 33 per cento circa della popolazione carceraria rientra proprio in tale fascia, l'introduzione di questa pena contribuirà ad attenuare sensibilmente la gravissima situazione di sovraffollamento che caratterizza attualmente le carceri italiane. Del resto la maggioranza di questi reati, a un’attenta e attuale valutazione di politica criminale, è da ritenere meritevole di applicazione di una pena non reclusiva ma riabilitativa, che sia attuale e automatica, e non una semplice modalità alternativa di esecuzione della pena detentiva futura e incerta. Il contenuto di questa pena sarà sostanzialmente analogo a quello attualmente previsto con la misura alternativa dell'affidamento in prova al servizio sociale: un'attività di studio, di formazione professionale, di volontariato e, principalmente, lavorativa che impegni il soggetto in maniera utile per sé e per gli altri e che, soprattutto, ne favorisca la risocializzazione. Come è noto le misure alternative alla detenzione sono state introdotte dalla legge n. 354 del 1975 sull'ordinamento penitenziario, come forme alternative di esecuzione della pena detentiva. La concessione di tali misure (affidamento in prova al servizio sociale, detenzione domiciliare, semilibertà e liberazione anticipata) non era tuttavia automatica: infatti, in seguito alla pronuncia di condanna da parte del giudice di cognizione, il condannato doveva fare istanza al tribunale di sorveglianza, il quale poteva concederne l'applicazione solo in presenza di specifici requisiti quali l'entità della pena inflitta e il giudizio positivo, reso dallo stesso tribunale, sulla personalità e sulla condotta del carcerato durante l'esecuzione della pena. Accadeva, pertanto, che il diritto all'esecuzione delle misure alternative fosse riconosciuto in un periodo successivo e, spesso ingiustificatamente, molto tempo dopo rispetto alla sentenza di condanna; addirittura in alcuni casi quando il condannato aveva già scontato tutta la pena. Tale stato di cose è stato parzialmente modificato con le riforme introdotte dalle leggi «Gozzini» e «Simeone», ovvero le leggi n. 663 del 1986 e n. 165 del 1998, che hanno ampliato il carattere premiale dei benefici e allargato il ventaglio delle misure. In particolare, la legge Simeone ha sostituito l'articolo 656 del codice di procedura penale (da ultimo nuovamente modificato nel 2006) il quale ora dispone che, qualora un soggetto venga condannato a una pena detentiva non superiore a tre anni, il pubblico ministro ne sospende l'esecuzione. Entro trenta giorni dalla notifica del provvedimento di sospensione della pena il condannato può presentare istanza volta ad ottenere la concessione di una delle misure alternative alla detenzione. Se però il condannato non presenta l'istanza entro i trenta giorni prescritti o se il tribunale la rigetta o la ritiene inammissibile la pena avrà esecuzione. Il presente disegno di legge non va a toccare l'attuale disciplina delle misure alternative, che resta pertanto invariata. Essa ha invece lo scopo di rinnovare il nostro sistema penale introducendo tra le pene principali, accanto alle tradizionali «pene detentive» e «pecuniarie», la categoria delle «pene alternative alla detenzione». Una nuova categoria di pene, che nel testo proposto includerà solo la pena dell'affidamento al servizio sociale, ma che in futuro sarà suscettibile di essere allargata a nuove fattispecie. Gli scopi che questa riforma intende perseguire sono molteplici. Innanzitutto, una più completa realizzazione del principio di rieducazione previsto dall'articolo 27, terzo comma, della Costituzione, che nel corso degli ultimi anni ha avuto un graduale e faticoso cammino. La riforma penitenziaria del 1975 ha introdotto l'istituto dell'affidamento in prova al servizio sociale (articolo 47 della citata legge n. 354 del 1975), insieme ad altre misure alternative alla detenzione, con lo specifico scopo di privilegiare il fattore risocializzante e rieducativo della pena rispetto a quello retributivo. La sua non automatica applicazione, la discrezionalità con la quale viene disposta, nonché la manifesta subordinazione di questa, come di tutte le altre misure alternative, alle tradizionali pene detentive dimostra però -- come già evidenziato dalla Corte di cassazione e dalla Corte costituzionale nella sentenza n. 185 del 12 giugno 1985 -- che questo principio è stato solo, anche se pur significativamente, introdotto dalla riforma penitenziaria «ma non compiutamente realizzato». Ed è proprio la Corte costituzionale che ha definito in tale sentenza l'affidamento al servizio sociale non come una misura alternativa alla pena, bensì come «una pena essa stessa o, se si vuole, una modalità di esecuzione della pena, nel senso che viene sostituito a quello in istituto, il trattamento fuori dell'istituto, perché ritenuto più idoneo, sulla base dell'osservazione, al raggiungimento delle finalità di prevenzione e di emenda, proprie della pena», in realizzazione del principio costituzionale della rieducazione contenuto nell'articolo 27, terzo comma, della Costituzione sulla base di un ulteriore principio ad esso legato, quello della cosiddetta «individualizzazione» della pena, che viene strutturata in rapporto con le caratteristiche personali dei soggetti destinatari. La «sostanziale identità ontologica» tra l'affidamento in prova al servizio sociale e la detenzione carceraria è stata poi riaffermata dalla stessa Corte costituzionale con la sentenza n. 569 del 22 dicembre 1989, in quanto entrambi gli istituti sono di natura afflittiva e limitativa della libertà personale, pur se in misura evidentemente diversa. L'applicazione di una pena alternativa alla detenzione quale l'affidamento al servizio sociale favorirebbe, d'altra parte, il reinserimento sociale e culturale del condannato in maniera enormemente più efficace rispetto alla reclusione, nonché la formazione di un soggetto realmente reintegrato nella società civile che avrà, senza dubbio, minori probabilità di commettere quei reati che è stato portato a commettere non solo a causa dell'ambiente socio-culturale in cui è vissuto ma, spesso, soprattutto a causa dell'ambiente sociale «criminogeno» trovato in carcere. L'efficacia di tali strumenti, che incidono concretamente sul tenore e sul modo di vita del condannato, è stata dimostrata anche dalle esperienze di ordinamenti stranieri a noi vicini.