[pronunce]

che, pertanto, costituendo il principio stesso sia una «norma di diritto internazionale generalmente riconosciuta» (alla quale «l'ordinamento interno deve conformarsi, ai sensi dell'art. 10 Cost.»), sia un «principio generale del diritto comunitario» (rilevante come tale «ai sensi dell'art. 11 Cost.»), risulterebbero evocabili anche tali parametri costituzionali, senza, invece, che esso rimettente possa «disapplicare direttamente la norma interna per contrasto con la disciplina comunitaria», non essendo questa soluzione prospettabile – secondo il Tribunale di Roma – rispetto «a principi di carattere generale», cioè «non consacrati» in «strumenti legislativi dell'Unione europea dotati di efficacia diretta ed immediata»; che anche il Tribunale di Chiavari censura l'art. 10, comma 3, della legge n. 251 del 2005, ipotizzandone il contrasto – sempre nella parte in cui «esclude che i più favorevoli termini di prescrizione si applichino ai processi pendenti in primo grado», ove risulti già espletato l'incombente di cui all'art. 492 del codice di procedura penale – con gli artt. 3 e 117 Cost.; che, secondo il Tribunale chiavarese, la questione sollevata è rilevante, giacché, «se si applicassero le norme più favorevoli», il reato sottoposto al suo esame risulterebbe prescritto «non solo prima dell'apertura del dibattimento, ma addirittura prima dell'inizio delle indagini preliminari»; che, ciò premesso, il rimettente reputa non ragionevole la scelta compiuta con la censurata disposizione, richiamando quel consolidato indirizzo della giurisprudenza costituzionale secondo il quale, in materia penale, «le deroghe alla retroattività della norma di favore sono legittime ove ricorra una sufficiente ragione giustificativa», evenienza non ipotizzabile, però, nel caso di specie; che la dichiarazione di apertura del dibattimento costituisce, ad avviso del giudice a quo, «una mera formalità, che non implica alcuna attività di acquisizione probatoria o di altro genere», e che risulta, inoltre, carente di «significatività in relazione all'affermazione di responsabilità dell'imputato»; che, di conseguenza, essa è priva di qualsiasi correlazione con la summenzionata causa di estinzione del reato, come conferma il fatto «che tale incombente non costituisce atto interruttivo della prescrizione»; che quanto, poi, all'ipotizzata violazione dell'art. 117 Cost., il Tribunale di Chiavari – richiamata la già citata sentenza del 3 maggio 2005 della Corte di giustizia delle Comunità europee, secondo la quale «il principio dell'applicazione della pena più mite fa parte delle tradizioni costituzionali comuni agli Stati membri dell'Unione Europea e deve essere considerato come parte integrante dei principi generali del diritto comunitario che il giudice nazionale deve osservare» – sottolinea che «il valore del diritto comunitario nei confronti del legislatore nazionale concerne anche le statuizioni risultanti dalle sentenze interpretative della Corte di Giustizia»; che, a sua volta, anche il Tribunale di Genova – sul presupposto che l'eventuale declaratoria di incostituzionalità dell'art. 10, comma 3, della legge n. 251 del 2005 (censurato «nella parte in cui esclude dai nuovi termini di prescrizione i processi già pendenti in primo grado ove vi sia stata la dichiarazione di apertura del dibattimento») porterebbe «al proscioglimento per intervenuta prescrizione» della quasi totalità dei reati devoluti al suo esame – ipotizza la violazione degli artt. 3 e 27 Cost.; che quanto, in particolare, al primo di tali parametri, assume il rimettente che la norma sospettata di illegittimità costituzionale appare in grado di «comportare un trattamento irrazionalmente differenziato tra imputati in analoga situazione processuale», attribuendo rilievo «ad una mera formalità», qual è la dichiarazione di apertura del dibattimento, «il cui momento può essere casuale, talora diverso, o mancare del tutto» e che, inoltre, «ai sensi dell'art. 160 del codice penale non è neppure idonea ad interrompere il corso della prescrizione»; che, infine, la norma censurata – derogando a quel «criterio canonico» (art. 2, quarto comma, cod. pen.) che, nei casi di successione nel tempo di leggi penali, individua quale limite alla applicazione retroattiva della lex mitior quello della «definitività della sentenza di condanna», criterio «recepito» dall'art. 27, secondo comma, Cost. – si porrebbe, secondo il rimettente, in contrasto anche con il suddetto parametro costituzionale; che anche il Tribunale di Bologna, con due ordinanze, solleva questione di legittimità costituzionale dell'art. 10, comma 3, della legge n. 251 del 2005; che con la prima ordinanza (r.o. n. 80 del 2006) , il rimettente – nell'assumere di dover giudicare della responsabilità penale di un soggetto imputato del delitto di cui all'art. 372 cod. pen. – rileva, in via preliminare, che, ove l'applicabilità delle nuove disposizioni sulla prescrizione del reato non fosse preclusa, nel giudizio a quo, dalla già avvenuta dichiarazione di apertura del dibattimento, «il termine ultimo di prescrizione» del reato risulterebbe già decorso; che, ciò premesso in ordine alla rilevanza della questione, il Tribunale bolognese reputa non ragionevole la scelta compiuta con la censurata disposizione; che essa, difatti, «ha delimitato l'area applicativa della nuova disciplina della prescrizione, ove più favorevole, fissando nell'intervenuta apertura del dibattimento di primo grado lo spartiacque rispetto all'applicazione della normativa precedente»; che, tuttavia, l'esigenza alla quale detta scelta è ispirata, e cioè «raccordare alla novella una parziale salvaguardia dei processi in corso», non risulta perseguita in modo «rispettoso del principio costituzionale di eguaglianza»; che sul piano generale, rileva il giudice a quo, la disciplina della prescrizione risulta ispirata alla seguente logica: estinzione del reato allorché sia decorso un lasso di tempo «sintomatico di un sopravvenuto disinteresse punitivo»; allungamento del termine prescrizionale a seguito del compimento di atti procedimentali o processuali «i quali implicano concettualmente un'attivazione qualificata dell'interesse punitivo»; definitiva estinzione della fattispecie criminosa in caso di decorso del «termine allungato», atteso che alla sua scadenza «il legislatore presume iuris et de iure il disinteresse punitivo dello Stato», a prescindere «dalla quantità e qualità degli avanzamenti processuali intervenuti»; che la norma censurata, invece, nel «ritagliare un'area applicativa alle vecchie norme più sfavorevoli all'imputato», ha ritenuto «sintomatico di apprezzabile avanzamento della pretesa punitiva» un momento processuale, qual è quello della apertura del dibattimento, «privo di rilievo nella disciplina (vecchia e nuova) delle cause interruttive della prescrizione»;