[resaula]

Un po' ce n'è, ma il lavoro da fare è enorme. Tutto il lavoro che anche quest'Assemblea del Parlamento ha compiuto in questi anni, in questi mesi e in queste settimane sulla questione del green new deal non va buttato alle ortiche, anzi. Non era una questione di moda, ma era assolutamente necessaria, oltre che urgente. Ultima nota, Presidente. Ho sentito alcuni senatori, in particolare la senatrice Stefani - mia conterranea tra l'altro - parlare di diritti costituzionali violati e di dittatura dell'emergenza. Io credo ci sia un limite a tutto e lo dico senza polemica, ma perché credo che le parole abbiano un senso, almeno in quest'Aula. Come si fa a rivolgere una frase di questo tipo a un Governo italiano, mentre contemporaneamente il leader di quel partito, dinanzi a quello che fa il Primo ministro ungherese della democrazia illiberale, solidarizza e fraternizza con l'amico Orbán? (Applausi dai Gruppi PD e Misto) . Quello che ha teorizzato e praticato la democrazia illiberale, quello che ha detto nell'ultima disposizione - contro la quale naturalmente l'opposizione del Parlamento ungherese si è opposta - che da quel momento in poi, cari amici, amiche e colleghi, l'opposizione l'avrebbe fatta la maggioranza parlamentare; quello che ha detto che chi manifesta contro il suo Governo è un traditore della Nazione. Sapete qual è la questione? Che i veri patrioti in Italia sono gli europeisti. (Commenti dai Gruppi L-SP-PSd'Az e FIBP-UDC) .I sovranisti e i nazionalisti sono contro l'Europa, ma sono anche contro gli italiani. Il passo che stiamo facendo, di ricostruzione del piano europeo, a partire da questa occasione, è una grande occasione per noi, per l'Europa e per i nostri cittadini. (Applausi dal Gruppo PD) . PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Bagnai. Ne ha facoltà. BAGNAI (L-SP-PSd'Az) . Signor Presidente, «Come le pecorelle escon del chiuso a una, a due, a tre, e l'altre stanno timidette atterrando l'occhio e 'l muso», così, dopo l'ultima volta in cui ho avuto il privilegio di rivolgermi alla Presidenza in quest'Aula, per recarle l'allarme democratico di milioni di italiani, i costituzionalisti sono usciti dal chiuso dei loro santuari e hanno scoperto la Costituzione. (Applausi dal Gruppo L-SP-PSd'Az) . Meglio tardi che mai, viene da dire. Ma non bisogna essere ingiusti: il mio intervento, a dire il vero, si nutriva dei contributi di tanti che sulle riviste specializzate si erano già espressi. Fra i primi a denunciare l'emergenza costituzionale, che alcuni colleghi non vedono, era stato probabilmente Massimo Cavino, sul sito federalismi.it (basta leggerlo), seguito da Gaetano Silvestri sul blog di Unità per la Costituzione ed altri. Quelli che sono usciti ora, come lumache dopo il temporale di qualche giorno fa, sono i padri nobili della disciplina, quelli descritti tanto bene dal Vangelo di Matteo, capitolo 23. Meglio così. Visto che parlare da qui serve a farsi ascoltare da chi ha il privilegio di pontificare sui giornaloni, approfitto della discussione sul DEF, di questa liturgia sterile, fiacca, stantia, per evidenziare come la deriva autoritaria che abbiamo denunciato la volta scorsa e l'inefficacia delle misure prese con questa manovra, da tanti ricordata, siano due mali che hanno una comune radice. Questa radice risiede nel fatto che un sistema economico in cui l'unica valvola di sfogo è la compressione dei salari, l'austerità, necessariamente porterà con sé la compressione dei diritti politici. È una deriva autoritaria oggettiva: dato che i salari sono la fonte di reddito della maggioranza, l'unico modo che il sistema ha di perpetuarsi è comprimere, insieme ai salari, la democrazia: impedire alla maggioranza di esprimersi. E naturalmente ogni riferimento alla necessità di elezioni politiche che riallineano il Parlamento agli elettori è puramente intenzionale. E che c'entrano i costituzionalisti con queste valutazioni? Che c'entra il DEF? C'entrano perché le dinamiche che ho descritto si riflettono in una scelta giuridica di gerarchia delle fonti, quella di sottomettere la Costituzione di una Repubblica fondata sul lavoro, articolo 1, ai trattati di un'Unione basata sulla stabilità dei prezzi, articolo 3, comma 3, del Trattato sull'Unione europea (TUE). Ora le due cose insieme non si possono avere per il semplice motivo che i prezzi e la loro inflazione sono legati alla disoccupazione da una relazione inversa; per controllare i prezzi devi alzare la disoccupazione. L'austerità serve a questo; i keynesiani la chiamano «curva di Phillips», i marxisti la chiamano «esercito industriale di riserva» e la sinistra lompo la chiama «risorse». La domanda che avremmo tutti dovuto rivolgerci da tempo è che senso ha organizzare la nostra società attorno ad una "guerra santa" contro un nemico - l'inflazione - che non c'è più? Quanta giurisprudenza costituzionale in materia di diritto del lavoro potrebbe essere, con il dovuto rispetto, rivista alla luce di questo dato di fatto? Tutte le istituzioni di cui ci siamo dotati, dalle regole di bilancio austeritarie - di cui oggi si festeggia l'apoteosi - alle banche centrali indipendenti, puntano a una sola cosa: uccidere un nemico morto. Io sono convinto, in piena umiltà e consapevolezza del tanto che non so e che da voi quotidianamente imparo, che se mi trasformarsi in "iena" e andassi in giro col microfonino a chiedere da quanti anni non abbiamo più in Italia la temibile inflazione a due cifre, voi mi rispondereste quello che leggete nei giornaloni: «Dalla fine degli anni Novanta, da quando siamo entrati nell'euroۚ». Invece no. L'inflazione in Italia è a una cifra dal 1985, dall'anno di «We are the world». D'accordo? Michael Jackson ci ha lasciati, l'inflazione pure, l'ossessione dei trattati e di chi gli va dietro contro il deficit e la sua monetizzazione purtroppo è molto più longeva ma è ora di disfarsene. Ormai dovremmo saperlo che la dinamica dei prezzi non è legata all'offerta di moneta, lo ha mostrato il fallimento di Draghi nel raggiungere l'obiettivo dell'inflazione al 2 per cento, nonostante i 2.666 miliardi di euro emessi con il quantitative easing (QE). Il problema non è l'eccesso di liquidità in questo momento, ma la mancanza di liquidità. Anche prima che il prezzo del petrolio crollasse, sapevamo bene che quello che ci aspettava era un mondo di deflazione e di tassi di interesse negativi, altrimenti non ci si spiegherebbe l'appetito dei mercati per titoli a lunghissimo termine. Se i cinquantennali o i centennali con tassi fra l'1 e il 2 per cento vanno a ruba, significa che i mercati si aspettano tassi più bassi.