[pronunce]

che, per questo aspetto, il ricorrente assume l'esigenza di garantire la prerogativa costituzionale da un esercizio della funzione giurisdizionale che spezza l'equilibrio tra le due opposte esigenze - garanzia del Presidente della Repubblica e tutela comune dei diritti - considerate dal Costituente, e afferma che lo strumento per il ripristino della ripartizione delle competenze non può essere altro che il giudizio per conflitto, ciò che del resto le stesse pronunce della Cassazione sembrano auspicare, riconoscendo senz'altro la legittimazione a ricorrere dell'ex Capo dello Stato; che nell'atto introduttivo viene poi analizzato, anche attraverso un'ampia esposizione di orientamenti della dottrina, il tema della responsabilità giuridica del Presidente della Repubblica, tema sul quale - si sottolinea - regna tuttora una notevole incertezza interpretativa, avendo questa materia ricevuto nel testo costituzionale una disciplina «ambigua» - anche in ragione della coesistenza, nella figura del Presidente della Repubblica, di aspetti di organo «governante» accanto a quelli di organo «garante» - sulla quale la Corte costituzionale è sollecitata a rendere un definitivo chiarimento; che, inoltre, il ricorrente formula una disamina del tema, particolarmente controverso, del potere di «esternazione» del Presidente della Repubblica, potere che, con maggiore o minore ampiezza, anche alla luce della prassi costituzionale, deve oramai essere riconosciuto in via di principio - quale facoltà del titolare della carica di svolgere e chiarire le proprie valutazioni e i propri orientamenti, se reputati indispensabili per lo svolgimento delle funzioni attribuite dalla Costituzione, tra cui in primo luogo l'indirizzo volto a garantire il rispetto e l'attuazione dei principi costituzionali che appartengono all'intera comunità - e che per questo non può formare oggetto di alcun sindacato da parte dell'autorità giudiziaria; che, sotto altro aspetto, il ricorrente osserva come sia artificiosa la distinzione tra le manifestazioni del pensiero uti singulus e le enunciazioni riconducibili alla funzione, in particolare quando, nel circuito comunicativo proprio della società pluralista, le «esternazioni» si sottraggono alla dimensione formale dello scritto, con ciò prospettando una linea di interpretazione della disciplina costituzionale, quale quella fatta propria dai giudici d'appello, che prescinda del tutto dal formalistico collegamento - istituito invece dai giudici di primo grado - tra irresponsabilità e controfirma ministeriale, e ciò, sempre secondo l'atto introduttivo, per «superare l'anacronistica concezione dei poteri e delle prerogative presidenziali dei Costituenti, costantemente smentita nella prassi recente e non più compatibile con la logica del sistema costituzionale»; che, alla stregua degli anzidetti rilievi, le dichiarazioni rese dall'allora Presidente della Repubblica nei confronti dei senatori Flamigni e Onorato non potrebbero essere qualificate come atti privati, trattandosi della reazione del titolare della più elevata carica della Repubblica agli attacchi a questa rivolti tramite quello, ed essendo una mera «finzione» la distinzione tra sfera privata e sfera pubblica nelle comunicazioni di valore e contenuto politico da parte di un organo monocratico, il cui titolare è investito del munus in modo permanente, non a date e orari prestabiliti; che, in rapporto ai casi di specie oggetto delle decisioni della Corte di cassazione, il ricorrente afferma: (a) che talune delle frasi pronunciate nei confronti del senatore Onorato costituivano la reazione - «franca e senza ipocrisie», ma non gratuitamente denigratoria - nei riguardi di posizioni espresse dal medesimo su temi di particolare rilievo istituzionale, come la collocazione dell'Italia nel sistema di alleanze internazionali in occasione della guerra del Golfo e come la vicenda «Gladio» (in relazione alla quale il parlamentare, con altri, aveva sollecitato una messa in stato di accusa del Presidente), mentre altre frasi rivolte sempre al senatore Onorato - quali quelle circa la «faziosità», cioè l'essere di parte, o quelle circa il senso dello Stato e della Patria, oltretutto reciproche - dovevano reputarsi perfino prive di contenuto offensivo; (b) che le frasi pronunciate nei riguardi del senatore Flamigni costituivano a loro volta la reazione alle posizioni da questi espresse, sia in sede di commissione parlamentare di inchiesta sul caso Moro, sia in un libro («La tela del ragno»), relativamente a vicende anch'esse di indubbia rilevanza politico-costituzionale, come il presunto coinvolgimento del senatore Cossiga, allora Ministro dell'interno, in trame legate alla loggia massonica P2, a Licio Gelli e ai servizi segreti deviati, nell'ambito della vicenda Moro; che il ricorrente afferma quindi la riconducibilità di tutte le «esternazioni» in questione all'immunità di cui all'art. 90 della Costituzione, anche alla luce dei principi elaborati dalla giurisprudenza costituzionale nel contiguo settore dell'insindacabilità dei parlamentari di cui all'art. 68 della Costituzione, attraverso il criterio del nesso funzionale tra opinioni e attività parlamentare; che, infine, il ricorrente, anche attraverso richiami ai lavori dell'Assemblea Costituente e alle posizioni della dottrina, affronta l'aspetto del regime degli atti «extrafunzionali» del Presidente della Repubblica, non disciplinati nel testo costituzionale, partendo dalla identificazione tra carica monocratica e soggetto a essa preposto, per concludere nel senso che l'integrità della persona vale, proprio per questa identificazione, anche a tutela dell'istituzione: in tale modo, la lacuna del testo costituzionale nella disciplina dell'irresponsabilità del Presidente della Repubblica verrebbe colmata, con l'adesione alla tesi secondo cui l'immunità preserva da ogni procedimento giudiziario che possa limitare la libertà d'azione del titolare della carica o che possa porlo in condizione di soggezione o subalternità di fronte a un potere diverso, con la conseguenza che la residua responsabilità comune, certo sussistente, non potrebbe comunque essere fatta valere durante l'esercizio del mandato; che in data 8 ottobre 2002 il ricorrente ha depositato una memoria, insistendo in particolare per la declaratoria di ammissibilità del ricorso sotto il profilo della propria legittimazione a promuovere il giudizio per conflitto costituzionale di attribuzione. Considerato che in questa fase la Corte è chiamata, a norma dell'art. 37, terzo e quarto comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87, a svolgere senza contraddittorio una delibazione circa l'ammissibilità del ricorso che concerne l'esistenza della materia di un conflitto la cui risoluzione spetti alla sua competenza, con riferimento ai requisiti oggettivi e soggettivi di cui al primo comma del medesimo art. 37, e che questa valutazione preliminare e interlocutoria lascia impregiudicata ogni ulteriore determinazione, anche relativamente alla stessa ammissibilità del ricorso; che, innanzitutto, dal ricorso è dato ricavare le ragioni del conflitto e le norme costituzionali che regolano la materia, come prescritto dall'art. 26 delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale;