[pronunce]

ORDINANZA ha pronunciato la seguentenel giudizio di legittimità costituzionale dell'art. 34, comma 3, del decreto legislativo 28 agosto 2000, n. 274 (Disposizioni sulla competenza penale del giudice di pace, a norma dell'art. 14 della legge 24 novembre 1999, n. 468), promosso con ordinanza del 14 ottobre 2004 dal Giudice di pace di Napoli nel procedimento penale a carico di F. V., iscritta al n. 103 del registro ordinanze 2005 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 10, prima serie speciale, dell'anno 2005. Visto l'atto di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri; udito nella camera di consiglio del 7 febbraio 2007 il Giudice relatore Giovanni Maria Flick. Ritenuto che, con l'ordinanza indicata in epigrafe, il Giudice di pace di Napoli ha sollevato, in riferimento agli artt. 3, 24, 27, 76, 101 e 111 della Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell'art. 34, comma 3, del decreto legislativo 28 agosto 2000, n. 274 (Disposizioni sulla competenza penale del giudice di pace, a norma dell'articolo 14 della legge 24 novembre 1999, n. 468), nella parte in cui, nel procedimento penale davanti al giudice di pace, «subordina al consenso dell'imputato e della parte offesa la pronunzia, all'esito del dibattimento, della sentenza di esclusione della procedibilità nei casi di particolare tenuità del fatto»; ovvero «non precisa che il consenso delle parti private è richiesto solo per la sentenza predibattimentale all'esito del tentativo di conciliazione da esperire obbligatoriamente da parte del giudice di pace nell'udienza di comparizione»; che il giudice a quo premette di procedere nei confronti di persona imputata – a seguito di duplice querela della persona offesa – dei reati continuati di cui agli artt. 594, 612 e 582 del codice penale, per avere ingiuriato, minacciato e colpito con una bottiglia di plastica piena d'acqua il querelante, provocandogli lesioni al viso guarite in dieci giorni; che i fatti si erano verificati dopo che l'imputato aveva inutilmente invitato il querelante, che stava eseguendo lavori di ristrutturazione nell'appartamento soprastante, a non provocare eccessivi rumori, i quali recavano disturbo alla propria moglie, malata di cancro in fase terminale e deceduta poco tempo dopo; che il querelante non si era costituito parte civile, ma aveva, anzi, «di fatto abbandonato il giudizio»: comportamento che – secondo il rimettente – nella fase processuale, non configurava remissione tacita della querela; e nessun tentativo di conciliazione delle parti aveva potuto essere inoltre esperito, in quanto la persona offesa si era allontanata dal luogo di residenza anagrafica, rendendosi irreperibile; che, ciò premesso, il giudice a quo rileva come sussisterebbero, nella specie, tutte le condizioni previste dall'art. 34, comma 1, del d.lgs. n. 274 del 2000, ai fini della pronuncia di una sentenza di non doversi procedere per la particolare tenuità del fatto; che il danno provocato all'interesse protetto risulterebbe, infatti, assai limitato, stante la ridotta entità delle lesioni riportate dal soggettivo passivo; così come esiguo sarebbe il grado della colpevolezza, trattandosi di dolo d'impeto, originato dall'ingiusto rifiuto dell'offeso di eseguire i lavori in forma meno rumorosa e dall'affectio coniugalis; mentre ricorrerebbero, altresì, le ulteriori condizioni dell'occasionalità del comportamento e dell'attitudine della eventuale condanna, ancorché a mera pena pecuniaria, a recare pregiudizio alla vita di relazione dell'imputato, «cittadino dalla condotta normale»; che alla pronuncia dell'anzidetta sentenza sarebbe tuttavia di ostacolo la previsione del comma 3 dell'art. 34 del d.lgs. n. 274 del 2000, in forza della quale, dopo l'esercizio dell'azione penale, «la particolare tenuità del fatto può essere dichiarata con sentenza solo se l'imputato e la persona offesa non si oppongono»; che – ad avviso del rimettente – tale disposizione sembrerebbe riferita, prima facie, ad un preciso stadio del processo davanti al giudice di pace, in rapporto al quale «la volontà delle parti private è decisiva» (donde la mancata menzione del pubblico ministero): vale a dire all'udienza di comparizione, nel corso della quale il giudice, prima dell'apertura del dibattimento, promuove la conciliazione tra le parti (art. 29 del d.lgs. n. 274 del 2000); che, tuttavia, dalla relazione governativa al d.lgs. n. 274 del 2000 emergerebbe chiaramente che il legislatore ha configurato l'istituto previsto dall'art. 34 come una condizione di procedibilità, considerando la non opposizione della persona offesa come «il pendant del suo interesse ad ottenere una sentenza» – interesse che non potrebbe «essere estromesso una volta che vi sia stato l'esercizio dell'azione penale» – e riconoscendo altresì all'imputato il potere di rinunciare alla causa di improcedibilità in vista di un esito più favorevole nel merito; che risulterebbe dunque certo – sempre secondo il rimettente – che, nel giudizio, il mancato consenso dei soggetti privati sia ostativo alla definizione del procedimento ai sensi dell'art. 34; e che, inoltre, il predetto consenso non possa essere desunto per facta concludentia – come invece nella fase delle indagini preliminari, in rapporto alla diversa previsione del comma 2 dello stesso articolo – ma debba essere manifestato in forma espressa; che tale soluzione normativa si paleserebbe peraltro lesiva di plurimi parametri costituzionali; che la scelta di configurare l'istituto della particolare tenuità del fatto come una condizione di procedibilità risulterebbe difatti irragionevole, trasformandolo in un inutile doppione della remissione della querela: detto istituto avrebbe, in realtà, natura sostanziale e non processuale, costituendo «una formula definitoria autonoma», dichiarativa dell'estinzione del reato o della punibilità; che, in tale ottica, la subordinazione della pronuncia prevista dall'art. 34 del d.lgs. n. 274 del 2000 al consenso dell'imputato e della persona offesa, dopo l'apertura del dibattimento, violerebbe l'art. 101 Cost., in forza del quale il giudice è soggetto soltanto alla legge: il parametro costituzionale evocato impedirebbe, infatti, di riconoscere all'imputato – una volta aperto il dibattimento – il potere di opporsi alla definizione del processo ritenuta idonea dal giudice, la quale dovrebbe essere autonomamente adottata sulla base delle risultanze processuali, in ossequio al principio del libero convincimento, potendo l'imputato dolersi della declaratoria della particolare tenuità del fatto – nella prospettiva di ottenere una pronuncia più favorevole nel merito – unicamente tramite l'esercizio del diritto di impugnazione; che altrettanto irrazionale risulterebbe la previsione del necessario consenso della persona offesa, giacché quest'ultima e la parte civile sarebbero titolari, nel processo penale, della sola pretesa civilistica al risarcimento del danno: