[pronunce]

stabilisce che il giudice dell'esecuzione adotta «i provvedimenti conseguenti» alla revoca della condanna, mentre un'applicazione analogica dell'art. 671, comma 3, cod. proc. pen. sarebbe impedita dalla natura eccezionale di detta disposizione, «la quale deroga al principio generale secondo cui il giudizio prognostico sulla futura condotta del reo - costituente il presupposto per la concessione della sospensione condizionale - è ordinariamente riservato al giudice della cognizione, che ha accertato la responsabilità del soggetto per il fatto cui il beneficio andrebbe applicato» (è citata ancora Cass. , n. 4687 del 2006). L'estensione in via analogica dell'art. 671, comma 3, cod. proc. pen. al caso ora all'esame, in assenza di qualsiasi appiglio normativo circa la possibilità di adottare provvedimenti conseguenti alla rideterminazione della pena ai sensi dell'art. 442, comma 2-bis, cod. proc. pen. si porrebbe pertanto in contrasto con l'art. 14 delle disposizioni sulla legge in generale, trattandosi di norma che fa eccezione al principio generale dell'ordinamento della «(tendenziale) immodificabilità del giudicato», il quale - secondo quanto affermato in più occasioni dalla giurisprudenza di legittimità - sarebbe derogabile nei soli casi previsti dalla legge (sono citate Corte di cassazione, sezioni unite penali, sentenze 24 ottobre 2013-7 maggio 2014, n. 18821 e 29 maggio-14 ottobre 2014, n. 42858). 1.3.1.- Quanto ai singoli profili di censura, la disposizione censurata darebbe anzitutto luogo a una «lacuna normativa intrinsecamente irragionevole in relazione alla funzione rieducativa». Il rimettente osserva, in proposito, che la sospensione condizionale della pena avrebbe - come riconosciuto dall'unanime giurisprudenza di legittimità (è citata, tra le altre, Corte di cassazione, sezioni unite penali, sentenza 23 giugno-5 ottobre 2022, n. 37503) - una funzione specialpreventiva orientata alla rieducazione del condannato. Essa si collocherebbe, più in particolare, nel quadro degli istituti che mirano a evitare l'esecuzione in carcere delle pene detentive brevi, secondo una linea di politica criminale che trova rispondenza anche nella relazione di accompagnamento del decreto legislativo 10 ottobre 2022, n. 150 (Attuazione della legge 27 settembre 2021, n. 134, recante delega al Governo per l'efficienza del processo penale, nonché in materia di giustizia riparativa e disposizioni per la celere definizione dei procedimenti giudiziari), cui si deve l'introduzione della disposizione censurata. L'attuale impossibilità di concedere la sospensione condizionale della pena a seguito della riduzione di pena prevista da tale disposizione produrrebbe «effetti distonici rispetto agli scopi prefissati dal legislatore e, pertanto, sproporzionati ed irragionevoli». La disciplina censurata determinerebbe, in particolare, una situazione di «vuoto giurisdizionale» - di per sé costituente «indice manifesto» di irragionevolezza - in quanto nessuna autorità giurisdizionale potrebbe vagliare la sussistenza dei presupposti per l'applicazione della sospensione condizionale della pena in un caso quale quello sottoposto all'esame del rimettente: non aveva infatti potuto farlo il giudice della cognizione, «in quanto inibito dal quantum di pena (originariamente) inflitto», né potrebbe farlo il giudice dell'esecuzione, che pure abbia rideterminato la pena detentiva al di sotto dei due anni. Tale disciplina comporterebbe, «come conseguenza pressoché automatica, l'applicazione di una pena potenzialmente sproporzionata nei confronti del condannato, in astratto meritevole di un trattamento sanzionatorio alternativo quale quello rappresentato dalla sospensione condizionale». Essa violerebbe dunque i commi primo e terzo dell'art. 27 Cost., che richiedono l'individualizzazione del trattamento sanzionatorio e la proporzionalità della pena irrogata (sono citate le sentenze di questa Corte n. 40 del 2019, n. 102 del 2020, n. 222 del 2018, n. 236 del 2016, n. 68 del 2012 e n. 313 del 1990). 1.3.2.- In secondo luogo, l'evidenziata «lacuna normativa» risulterebbe «intrinsecamente irragionevole in relazione alla ragionevole durata del processo», principio di rilevanza costituzionale e convenzionale cui si ispirerebbe il disegno complessivo del legislatore del 2022, il quale avrebbe tra l'altro mirato - oltre che a consentire una anticipazione dell'alternativa al carcere all'esito del giudizio di cognizione, riconoscendo al giudice di cognizione il potere di applicare pene sostitutive di natura non detentiva - ad alleggerire il contenzioso penale, favorendo definizioni rapide dei processi. Di contro, l'impossibilità per il giudice dell'esecuzione di applicare la sospensione condizionale in esito alla riduzione di pena prevista dalla disposizione censurata tramuterebbe il condannato «in un cd. "libero sospeso", il cui trattamento sanzionatorio - con ogni probabilità, extracarcerario stante il quantum di pena - dovrà essere supervisionato e gestito dalla Magistratura di sorveglianza, previa emissione di un ordine di carcerazione da parte del PM, eventualmente sospeso ove ne ricorrano le condizioni». E ciò «in esatta antitesi» rispetto all'obiettivo che il d.lgs. n. 150 del 2022 si era prefisso, di riduzione del numero e di ridimensionamento della patologica situazione dei cosiddetti "liberi sospesi". Da ciò deriverebbe, in definitiva, che «la lacuna normativa censurata non solo non consente di raggiungere le finalità rieducative e di deflazione processuale connesse agli istituti coinvolti, ma si pone in chiave antagonista rispetto a queste ultime, ostacolando la realizzazione di trattamenti sanzionatori alternativi al carcere già in fase di cognizione ed inflazionando in misura deteriore il già gravato procedimento di sorveglianza». 2.- È intervenuto in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che le questioni siano dichiarate manifestamente inammissibili o, comunque, manifestamente infondate. 2.1.- L'Avvocatura generale dello Stato sostiene, in primo luogo, che le questioni di legittimità costituzionale sarebbero inammissibili per l'errata individuazione della norma da censurare. Il giudice rimettente avrebbe infatti dovuto sottoporre allo scrutinio della Corte non già l'art. 442, comma 2-bis, cod. proc. pen. , bensì l'art. 676, comma 3-bis, del medesimo codice, introdotto con il decreto legislativo 19 marzo 2024, n. 31 (Disposizioni integrative e correttive del decreto legislativo 10 ottobre 2022, n. 150, di attuazione della legge 27 settembre 2021, n. 134, recante delega al Governo per l'efficienza del processo penale nonché in materia di giustizia riparativa e disposizioni per la celere definizione dei procedimenti giudiziari), entrato in vigore il 4 aprile 2024 e - dunque - prima dell'ordinanza di rimessione, datata 6 maggio 2024.