[pronunce]

ORDINANZA ha pronunciato la seguentenel giudizio di ammissibilità del conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato sorto a seguito delle sentenze emesse dalla Corte di cassazione, sezione III civile, n. 8733 e n. 8734 del 27 giugno 2000, con le quali è stato disposto l'annullamento di due decisioni della Corte d'appello di Roma relative alla insindacabilità delle opinioni espresse dal Presidente della Repubblica Francesco Cossiga nei confronti dei senatori Sergio Flamigni e Pierluigi Onorato, promosso dal senatore Francesco Cossiga, con ricorso depositato l'11 febbraio 2002 e iscritto al n. 211 del registro ammissibilità conflitti. Udito nella camera di consiglio del 9 ottobre 2002 il Giudice relatore Gustavo Zagrebelsky. Ritenuto che, con atto dell'11 febbraio 2002, il senatore a vita - quale ex Presidente della Repubblica - Francesco Cossiga ha promosso ricorso per conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato, per domandare l'annullamento di due sentenze della Corte di cassazione, sezione III civile, n. 8733 e n. 8734 del 27 giugno 2000, rese nell'ambito di due distinti giudizi civili per risarcimento dei danni intentati nei suoi confronti, rispettivamente, dai senatori Sergio Flamigni e Pierluigi Onorato, a causa di dichiarazioni pronunciate nel corso del mandato presidenziale e che questi ultimi assumono essere ingiuriose e diffamatorie nei loro riguardi; che nel ricorso si precisa in via preliminare che le decisioni della Corte di cassazione - depositate in allegato all'atto introduttivo - hanno disposto l'annullamento con rinvio di due sentenze della Corte d'appello di Roma, del 16 marzo 1998 e del 21 aprile 1997, che avevano a loro volta riformato due pronunce di condanna dell'odierno ricorrente, emesse (rispettivamente il 14 maggio 1994 e il 23 giugno 1993) dal Tribunale di Roma adìto per le azioni di risarcimento dei danni dai due citati parlamentari; che nell'atto introduttivo il ricorrente dà conto dei passaggi centrali delle diverse pronunce della giurisdizione, da quelle di primo grado - basate su una lettura restrittiva della disciplina dell'immunità del Presidente della Repubblica (art. 90 della Costituzione) -, a quelle di appello - viceversa fondate su una concezione ampia della prerogativa, anche alla stregua della prassi costituzionale -, fino a quelle della Corte di cassazione, che hanno delineato ambito e contenuti della responsabilità del Capo dello Stato; che, secondo l'esposizione del ricorrente, i contenuti essenziali delle due ultime decisioni (tra loro corrispondenti, quanto a motivazione), di annullamento con rinvio ai giudici di merito, sono da ravvisare: (a) in una lettura ampia dei poteri del Presidente della Repubblica, titolare non solo delle funzioni elencate nell'art. 87 della Costituzione ma anche legittimato al compimento di dichiarazioni e atti non tipizzati, correlati a dette funzioni, tra cui il potere di «esternazione», convalidato dalla prassi costituzionale e dal «diritto vivente»; (b) per converso, e in contrario avviso rispetto all'impostazione dei giudici d'appello, nell'esigenza di collegare comunque l'irresponsabilità (che è piena: penale, civile, amministrativa) alla sussistenza di un nesso funzionale tra l'illecito commesso e i poteri propri del Presidente, dovendosi ammettere la possibilità di «esternazioni» solo se strumentali rispetto a un compito presidenziale, dunque con un criterio di collegamento ratione materiae e non - come era nella forma di Stato monarchico - ratione personae; (c) nell'affermazione che l'irresponsabilità giuridica del Capo dello Stato può essere riconosciuta solo in presenza di atti e comportamenti che siano diretto esercizio delle funzioni o che trovino la loro causa in queste, escludendosi in tal modo le attività «extrafunzionali»; (d) nell'affermazione che spetta al giudice comune accertare l'esistenza di detto nesso, salva la facoltà del Presidente della Repubblica di promuovere il conflitto di attribuzioni di fronte alla Corte costituzionale; (e) nell'assunto, infine, che le dichiarazioni eventualmente diffamatorie pronunciate dal Capo dello Stato, se connesse nel senso detto alla funzione, non hanno riguardo al diritto di libera manifestazione del pensiero di cui all'art. 21 della Costituzione, al quale si riconnette la critica politica, che è facoltà comune ma che deve comunque essere contenuta in limiti espressivi, comuni anch'essi alla generalità dei cittadini; che il ricorrente si sofferma quindi sul profilo della propria legittimazione a ricorrere, richiamando - nella perdurante elasticità della nozione di «potere» ai fini del promovimento del conflitto, e nella necessità di valutare caso per caso l'individuazione del potere configgente - alcune recenti decisioni nella giurisprudenza costituzionale resa in materia di insindacabilità ex art. 68 della Costituzione a fronte di ricorsi proposti da singoli parlamentari, nelle quali la Corte avrebbe mostrato talune aperture alla possibilità che in concreto possano darsi ipotesi in cui si configuri una attribuzione costituzionale di potere individuale, per la cui tutela pertanto sia legittimato a ricorrere un singolo individuo (ordinanze n. 177 del 1998 e n. 101 del 2000); che, sviluppando questi rilievi, il fatto che il ricorrente non rivesta più la carica di Presidente della Repubblica non escluderebbe, secondo la prospettazione, la legittimazione dello stesso, tanto più considerando che egli è stato citato in giudizio durante il mandato e per fatti che riguardavano l'ufficio presidenziale ma che attualmente, pur pendendo i giudizi civili, non potrebbe far valere in altro modo le garanzie che gli spettano qualora si adottasse una nozione formalistica di «potere»: a tale scopo, il ricorrente valorizza in particolare l'art. 59 della Costituzione, che, nello stabilire che sia senatore di diritto e a vita chi sia stato Presidente della Repubblica, testimonia esplicitamente che anche dopo la scadenza del mandato presidenziale il titolare conserva una posizione giuridicamente rilevante sul piano costituzionale, essendo tra l'altro tenuto al segreto d'ufficio sui fatti appresi durante il settennato; che il ricorso affronta quindi il profilo oggettivo del conflitto, in particolare quanto alla sussistenza del «tono» costituzionale di esso, rilevando che non potrebbe negarsi tale requisito, poiché si tratta di un conflitto da menomazione, che ha origine da «eccedenze» del potere giudiziario e in particolare dall'attribuzione di responsabilità civile per condotte di «esternazione», che sono viceversa da ricollegare alla funzione presidenziale e dunque non ammettono in radice che possa derivarne una qualche responsabilità, secondo la disciplina dell'immunità del Capo dello Stato quale delineata in Costituzione (art. 90);