[pronunce]

che, in particolare, nell'ordinanza si censurano sia gli artt. 32, 39 e 42 del d.P.R. n. 600 del 1973, nella parte in cui «non prevedono l'instaurazione di alcun contraddittorio con il contribuente anteriormente all'emissione di un avviso di accertamento», sia l'art. 12, comma 7, statuto contribuente, nella parte «in cui riconosce al contribuente il diritto a ricevere copia del verbale con cui si concludono le operazioni di accertamento e di disporre di un termine di 60 giorni per eventuali controdeduzioni, limitatamente all'ipotesi in cui la Amministrazione abbia effettuato un accesso, un'ispezione, o una verifica nei locali destinati all'esercizio dell'attività del contribuente»; che l'eccezione dell'Avvocatura generale dello Stato di erronea o generica individuazione delle disposizioni censurate coglie nel segno con riguardo al solo fascio di norme (artt. 32, 39 e 42) ricomprese nel d.P.R. n. 600 del 1973, attinte dalle censure addotte dal Collegio rimettente; che l'ordinanza, in parte qua, coinvolge indistintamente previsioni dal portato assai eterogeneo, peraltro caratterizzate, al loro interno, da contenuti in gran parte non pertinenti rispetto al tenore delle censure prospettate; che, in particolare, l'art. 32 del citato decreto è caratterizzato da un evidente contenuto composito perché: a) descrive i poteri ascritti agli uffici finanziari nel procedere alla acquisizione delle informazioni e del materiale probatorio funzionali all'attuazione impositiva; b) contiene regole di procedura, destinate a modulare i possibili momenti di contatto con il contribuente o con i terzi che sono in grado di offrire dati utili al fine della corretta emersione della base imponibile di riferimento; c) detta, inoltre, regole di valutazione probatoria legate alla scelta del contribuente di non collaborare a dispetto delle sollecitazioni istruttorie rivolte dall'ufficio; che l'ordinanza in esame coinvolge per intero tale articolo, senza precisare su quale segmento dello stesso dovrebbe incidere l'additiva di principio prospettata nel dispositivo, a fronte della eterogeneità di contenuti sopra rimarcata; che, a sua volta, l'art. 39 del d.P.R. n. 600 del 1973 non contiene alcuna prescrizione procedimentale e, conseguentemente, non si presta all'intervento additivo sollecitato dal rimettente, mentre l'art. 42 censurato descrive il contenuto che deve possedere l'atto di accertamento anche a pena di nullità del relativo provvedimento ed attiene, dunque, ad un momento successivo rispetto a quello della formazione del provvedimento stesso che immediatamente interessa il giudizio di legittimità in esame; che la descrizione che precede rende evidente l'inammissibilità delle questioni, dirette a colpire un intero gruppo di norme non conferenti rispetto alle censure prospettate e comunque caratterizzate da un contenuto assai eterogeneo; che, in particolare, sotto quest'ultimo versante, viene inammissibilmente rimesso alla Corte il compito di individuare la prescrizione che sostanzia il vulnus addotto e nei confronti della quale si imporrebbe la reductio ad legitimitatem sollecitata dal rimettente attraverso l'additiva prospettata, in aperto conflitto con la costante giurisprudenza di questa Corte, in forza della quale il giudice a quo è tenuto ad individuare la norma o la parte di essa che determina la paventata lesione dei parametri costituzionali invocati (ex plurimis, sentenza n. 218 del 2014 e ordinanza n. 189 del 2017); che la genericità del petitum, che connota l'atto di promovimento in esame, consente, inoltre, l'individuazione di una ulteriore ragione di inammissibilità, rilevabile d'ufficio, destinata a coprire l'intero perimetro delle questioni prospettate, comprensivo anche dell'art. 12, comma 7, statuto contribuente; che, in particolare, i (due) capi che compongono il petitum dell'ordinanza non sono prospettati in termini gradatamente sequenziali, l'uno subordinato all'altro; che, se risponde al vero che il giudice rimettente può addurre i possibili esiti dello scrutinio di costituzionalità in via gradata, pur senza una formale e testuale qualificazione di ciascuna conclusione rispettivamente come «principale» e «subordinata», potendosi pervenire ad una siffatta valutazione anche guardando all'intero argomentare del provvedimento di rimessione (sentenze n. 175 del 2018; n. 127 del 2017 e n. 280 del 2011) , va tuttavia rimarcato che nel caso in esame una siffatta implicita subordinazione logica tra i due capi non emerge neppure dal tenore complessivo dell'ordinanza; che, sotto questo ulteriore profilo, le questioni devono quindi ritenersi manifestamente inammissibili perché ancipiti, dato che il rimettente le ha prospettate in termini alternativi senza indicare quale soluzione ritiene prioritariamente imposta dalla Costituzione, rimettendo un siffatto compito, impropriamente, alla Corte (ex multis, sentenza n. 22 del 2016 e ordinanze n. 221 e n. 130 del 2017). Visti gli art. 26, secondo comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87, e 9, comma 1, delle Norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale.. . per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE dichiara la manifesta inammissibilità delle questioni di legittimità costituzionale degli artt. 32, 39 e 42 del decreto del Presidente della Repubblica 29 settembre 1973, n. 600 (Disposizioni comuni in materia di accertamento delle imposte sui redditi), nonché dell'art. 12, comma 7, della legge 27 luglio 2000, n. 212 (Disposizioni in materia di statuto dei diritti del contribuente), sollevate, in riferimento agli artt. 3, 24, 53, 111 e 117, primo comma, della Costituzione, quest'ultimo in relazione all'art. 1 del Protocollo addizionale alla Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali, firmato a Parigi il 20 marzo 1952, e all'art. 6 della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali (CEDU), firmata a Roma il 4 novembre 1950, ratificati e resi esecutivi con legge 4 agosto 1955, n. 848, dalla Commissione tributaria provinciale di Siracusa con l'ordinanza indicata in epigrafe. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 4 dicembre 2019. F.to: Aldo CAROSI, Presidente Augusto Antonio BARBERA, Redattore Roberto MILANA, Cancelliere Depositata in Cancelleria il 31 gennaio 2020. Il Direttore della Cancelleria F.to: Roberto MILANA