[pronunce]

Già nella sentenza n. 110 del 1998, questa Corte avrebbe, infatti, evidenziato con chiarezza l'impossibilità di configurare una «immunità sostanziale» collegata all'attività dei servizi segreti. In aderenza a tale indicazione, il legislatore del 2007 - nell'introdurre la scriminante speciale a favore del personale dei servizi in precedenza ricordata - avrebbe quindi stabilito, proprio per non trasformare la scriminante in una immunità, che non possono costituire oggetto di segreto atti, notizie e documenti concernenti le condotte tenute da appartenenti ai servizi di informazione in violazione della disciplina relativa alla causa di giustificazione considerata (comma 1-bis dell'art. 204 cod. proc. pen. , aggiunto dall'art. 40, comma 3, della legge n. 124 del 2007). Alla luce del quadro normativo di riferimento e del «principio di proporzionalità», già enucleato dalla precedente sentenza di questa Corte n. 86 del 1977, le esigenze di riserbo riguardo alle modalità organizzative e operative del Servizio - evocate dalla sentenza n. 106 del 2009 - non potrebbero costituire, dunque, oggetto di tutela indiscriminata, specie quando vengano in considerazione condotte di appartenenti al Servizio aventi carattere criminoso. La configurabilità del segreto di Stato rimarrebbe subordinata, di contro, alla concreta preminenza degli interessi che esso mira a salvaguardare rispetto agli altri beni costituzionalmente protetti, tra cui quello della corretta amministrazione della giustizia. In questa prospettiva, l'atto con il quale il Presidente del Consiglio dei ministri confermi il segreto di Stato opposto dell'ambito di un procedimento penale non potrebbe, dunque, prescindere da una congrua motivazione, la quale dia conto delle ragioni della prevalenza della tutela degli «interna corporis» su ogni altro interesse salvaguardato da norme costituzionali. Lo stesso art. 41, comma 5, della legge n. 124 del 2007 è, del resto, esplicito nel richiedere che la conferma abbia luogo con «atto motivato». A fronte di tale disposizione e di quella del comma 8 dello stesso art. 41, per cui in nessun caso il segreto di Stato è opponibile alla Corte costituzionale, non potrebbe essere considerato, quindi, ancora attuale, nella sua assolutezza, il principio enunciato dalla sentenza n. 86 del 1977, secondo il quale la decisione del Presidente del Consiglio dei ministri - stante il carattere squisitamente «politico» - non sarebbe soggetta ad alcun sindacato giurisdizionale, ma esclusivamente al controllo del Parlamento. La circostanza che l'atto di conferma del segreto costituisca espressione di discrezionalità politica potrebbe valere, bensì, a sottrarlo al sindacato dell'autorità giudiziaria ordinaria, ma non anche a quello della Corte costituzionale, essendo la Corte chiamata a svolgere funzioni di controllo su atti tipicamente politici, come le leggi, nonché a decidere i conflitti di attribuzione tra i poteri dello Stato, inclusi quelli titolari di poteri politici. Diversamente opinando, d'altro canto, si assisterebbe a un inaccettabile abbassamento del livello delle garanzie poste a tutela di funzioni anch'esse essenziali dello Stato e di diritti individuali, e si priverebbe, al tempo stesso, di ogni concreto significato lo specifico riferimento alla possibile proposizione del conflitto di attribuzione contro l'atto di conferma del segreto, pure contenuto nell'art. 41, commi 7 e 8, della legge n. 124 del 2007. 1.7.- Il ricorrente chiede, pertanto, a questa Corte di dichiarare che non spettava al Presidente del Consiglio dei ministri adottare gli atti di conferma del segreto di Stato impugnati e, per l'effetto, di annullarli. 2.- Il ricorso è stato dichiarato ammissibile con ordinanza n. 376 del 2010, «impregiudicata ogni ulteriore e diversa determinazione anche relativamente ai profili attinenti alla stessa ammissibilità del ricorso». 3.- Si è costituito il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che il ricorso venga dichiarato in parte inammissibile e, per il resto, infondato. 3.1.- Svolte alcune considerazioni di carattere generale in ordine alla giurisprudenza di questa Corte e alla vigente disciplina legislativa in materia di segreto di Stato, l'Avvocatura dello Stato rileva come - contrariamente a quanto sostenuto dal giudice ricorrente - le notizie oggetto degli atti impugnati rientrino senz'altro nel novero di quelle tutelabili a mezzo del segreto di Stato ai sensi del d.P.C.m. 8 aprile 2008. Dette notizie risulterebbero, infatti, ricomprese nell'ampia previsione dell'art. 3 del decreto, che fa riferimento alle informazioni la cui diffusione sia idonea ad arrecare un danno grave ai supremi interessi dello Stato, indicati nel medesimo articolo in termini omologhi a quelli dell'art. 39, comma 1, della legge n. 124 del 2007. Le medesime notizie sarebbero, d'altra parte, agevolmente inquadrabili fra quelle inerenti alle attribuzioni, alla programmazione, alla pianificazione, all'impiego e alle strutture dei servizi informativi, specificamente menzionate nel punto 6 dell'elenco allegato al citato d.P.C.m. : elenco che ha, peraltro, carattere meramente esemplificativo. Risulterebbe evidente, in particolare, che la divulgazione dei dati relativi all'esistenza e alle modalità dei finanziamenti di una sede operativa del Servizio consentirebbe di conoscere i modi di ottenimento delle informazioni e i luoghi di svolgimento delle operazioni di intelligence, investendo i relativi assetti organizzativi e operativi. Né varrebbe fare leva, in senso contrario, sulla disciplina penalistica contenuta nella legge n. 124 del 2007, in base alla quale la speciale scriminante prevista dall'art. 17 non opera rispetto alle attività estranee ai compiti istituzionali dei servizi. Nel confermare l'esistenza del segreto di Stato, il Presidente del Consiglio dei ministri non avrebbe certamente inteso segretare le attività illegali contestate agli imputati, ma si sarebbe limitato a individuare delle notizie destinate a rimanere segrete, sulla base di una valutazione, squisitamente politica, dell'idoneità della loro rivelazione a nuocere alla sicurezza dello Stato. 3.2.- Parimenti non condivisibile risulterebbe l'ulteriore argomento del ricorrente, stando al quale non si potrebbe, senza cadere in contraddizione, considerare punibili le condotte poste in essere dal personale dei servizi per fini estranei a quelli istituzionali e, al tempo stesso, lasciare che ne venga impedito l'accertamento, mediante l'opposizione - in assunto indiscriminata - del segreto di Stato. Alla luce di quanto stabilito, in conformità alle indicazioni della giurisprudenza di questa Corte, dall'art. 202 cod. proc. pen.