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Istituzione di una Commissione parlamentare d'inchiesta sullo stato dell'amministrazione della giustizia in Italia. Onorevoli Senatori. -- L'Italia vive da molti anni una grave crisi del sistema giudiziario ed in particolare del concetto stesso di Stato di diritto e di giusto processo. Con il presente disegno di legge si propone di istituire una Commissione parlamentare di inchiesta sullo stato della giustizia, al fine di individuare proposte normative e misure di vario tipo -- dalle leggi costituzionali a disposizioni di ordine organizzativo -- atte a rendere la nostra giustizia degna di un Paese civile. L'Italia è stata più volte oggetto di censure e di sanzioni da parte di organizzazioni internazionali, a causa del cattivo funzionamento della nostra giustizia. Secondo la Federazione internazionale dei diritti dell'uomo, del resto, l'Italia è, tra le grandi democrazie industriali, il Paese dove si registrano con maggiore frequenza e maggiore gravità le violazioni dei diritti del cittadino e della difesa, a causa soprattutto di una prevalenza degli aspetti burocratici e formali nell'amministrazione della giustizia. Come già sostenuto dal disegno di legge n. 6588 della XIII legislatura (Rebuffa ed altri), la situazione della giustizia in Italia si va aggravando sempre di più, sia per la violazione dei princìpi del giusto processo, che hanno rilievo universale, sia per la debolezza dello Stato di fronte al dilagare del crimine organizzato. L'Italia ha il primato dei casi di violazione delle regole del giusto processo in Europa: il cattivo funzionamento della giustizia è il nodo principale di ogni crisi politico-costituzionale. Ecco perché, a lato dell'elencazione delle problematiche da indagare (articolo 2, comma 1), il metodo cui il disegno di legge si ispira è quello di indicare due casi esemplari di acclarato disservizio dell'amministrazione della giustizia -- su cui concentrare l'inchiesta, per cogliere le rigidità burocratiche che ne hanno cagionato il verificarsi e per prevenirne di nuovi in futuro. Si tratta, nel campo della giustizia civile ed amministrativa, del mancato o tardivo (e sicuramente incompleto) adempimento delle prescrizioni della Corte europea dei diritti dell'uomo in tema di occupazione acquisitiva: valga a riprova il fatto che il nostro Paese è stato chiamato in causa dalla Corte europea dei diritti dell'uomo per centinaia di volte, e nella maggior parte dei casi ha rinunciato a difendersi, accettando di pagare l'indennizzo richiesto; nel contempo, però, «la reintroduzione dell'istituto dell'acquisizione sanante denota un'evidente difficoltà dell'Amministrazione nell'esercitare, in via ordinaria, lo strumento espropriativo». Sebbene, come emerso, alcune novità siano positive, in quanto indirizzate a garantire una miglior tutela del privato, emerge, comunque, un dato di fondo: il 42- bis nasce per rendere legittima una situazione di fatto, disancorata dai principi regolatori dell'attività amministrativa (v. Luca Sticchi, Dall'occupazione acquisitiva, al nuovo art. 42-bis d.p.r. 327/2001: verso una rentrée del favor rei publicae, in Giustamm.it, 23 settembre 2013). Quanto alla giustizia penale, si è scelto come caso esemplare la sovrapposizione e proliferazione di processi sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia tra il 1992 ed il 1993; oltre ad essere indicativo del modo in cui si perviene a vere e proprie «guerre tra procure», nelle quali la nomofilachia delle sedi superiori è bellamente disattesa, è uno di quei casi in cui «ci vuol poco, come si vede, perché un filone investigativo sia oggetto di caparbia ostinazione, nonostante le reiterate smentite degli organi giudicanti», spingendo a «chiedersi in quale altro Paese al Mondo lo Stato si spinga ad indagare su pezzi dello Stato, con indizi così evanescenti» (v. Una storia italiana: la trattativa Stato-mafia, in www.lagoeilfilonline. it, 26 ottobre 2013). Il fatto è che ogni «emergenza» -- da quella terroristica a quella mafiosa -- ha messo a dura prova la nostra giustizia, al punto che il sistema politico si è trovato spesso a dover scegliere, in drammatici aut aut, tra sicurezza e diritti civili, tra lotta al crimine e garanzie. In nessun Paese civile queste esigenze dovrebbero contrastare tra loro, ma in Italia contrastano e la ragione è nel malessere profondo della nostra giustizia. Il nostro Paese sta vivendo una difficile fase di transizione politico-costituzionale. In questa fase sta venendo alla luce il problema fondamentale della nostra storia politica, e cioè il rapporto del cittadino con il sistema politico. Senza un rapporto stretto, senza un reciproco profondo riconoscimento, tra il cittadino, il sistema politico e lo Stato, nessuna transizione è possibile. Ma non si possono ignorare la realtà di un rapido allontanamento di gran parte dell'opinione pubblica e una progressiva sfiducia nella forza della politica e nella sua capacità di risolvere i problemi della Nazione. Tale atteggiamento di sfiducia trova alimento soprattutto nel cattivo funzionamento della giustizia. Quando manca la certezza del diritto, quando sorge il dubbio che la giustizia sia esercitata a fini di lotta politica o di temerario e improprio giudizio storico, il cittadino perde fiducia nel sistema politico e nello Stato, e cerca altri interlocutori per la difesa dei beni primari della sicurezza e della libertà. Occorre comprendere quali sono le cause di questa situazione. La transizione politico-costituzionale può e deve essere l'occasione per la costruzione in Italia di uno Stato di diritto, che garantisca libertà e sicurezza al cittadino e dia forza e autorevolezza alla Nazione. Il problema del cattivo funzionamento della giustizia va visto sotto una duplice prospettiva. Vi è innanzitutto la prospettiva fondamentale dei diritti dell'uomo. Se consideriamo l'andamento della giustizia italiana secondo i principi della Dichiarazione universale del 1948, secondo le convenzioni internazionali ad essa ispirate e secondo i canoni adottati dagli organismi internazionali su di essa fondati, dobbiamo emettere un giudizio durissimo nei confronti del nostro Paese. Nulla lede maggiormente il diritto alla giustizia della lentezza dei processi. Ma accanto alla lentezza, che è imputabile spesso ad un'inefficienza di fondo, vi sono sistematiche violazioni del diritto alla difesa, del principio della presunzione di innocenza e della terzietà del giudice. Il cittadino si sente esposto a ogni abuso e non ha sufficienti ragioni per poter contare su una giustizia imparziale. Vi è poi la prospettiva riguardante la strutturazione interna dell'ordine giudiziario e la sua collocazione nell'ambito degli equilibri costituzionali. Dentro questa prospettiva si deve constatare la crescente frequenza, negli ultimi anni, di conflitti interni all'ordine giudiziario, e di conflitti tra l'ordine giudiziario, nel suo insieme, e la classe politica. Per quanto riguarda conflitti interni all'ordine giudiziario, si è andati negli ultimi anni ben oltre la dialettica politica interna, strutturatasi dentro le strutture correntizie del Consiglio superiore della magistratura e dell'Associazione nazionale dei magistrati.