[pronunce]

a) dell'art. 2, comma 3, della legge n. 117 del 1988, come sostituito dall'art. 2, comma 1, lettera c), della legge n. 18 del 2015, nella parte in cui, secondo il diritto vivente, configurerebbe come «colpa grave» del magistrato, per «violazione manifesta del diritto», l'adozione di un'interpretazione di norme di diritto contrastante con quella adottata dalla Corte costituzionale in una pronuncia interpretativa di rigetto, resa in un diverso processo, per violazione degli artt. 101, secondo comma, 104, primo comma, 107, terzo comma, e 134 Cost.; b) dell'art. 2, comma 2, della legge n. 117 del 1988, come sostituito dall'art. 2, comma 1, lettera b), della legge n. 18 del 2015, nella parte in cui, secondo il diritto vivente, non estenderebbe la clausola di esclusione della responsabilità per l'«interpretazione delle norme di diritto» anche all'ipotesi in cui l'interpretazione accolta dal giudice sia in contrasto con quella adottata dalla Corte costituzionale in una pronuncia interpretativa di rigetto, resa in un diverso processo, per violazione degli artt. 101, secondo comma, 104, primo comma, 107, terzo comma, e 134 Cost. 4.1.- Il giudice a quo premette di essere investito del giudizio di opposizione a un decreto ingiuntivo, emesso per il pagamento della somma di euro 13.679,92 a titolo di regresso nell'àmbito di un contratto di fideiussione. Il debitore ingiunto aveva dedotto, a fondamento dell'opposizione, l'usurarietà degli interessi applicati dalla banca garantita sulle rate di mutuo rimaste inadempiute, per il cui pagamento era stato escusso il fideiussore ingiungente. Quest'ultimo, nel costituirsi in giudizio, aveva contestato le avverse deduzioni, aveva chiesto di chiamare in causa la banca e, infine, aveva fatto istanza per la concessione della provvisoria esecuzione del decreto ingiuntivo opposto. Con riguardo a tale ultima istanza, il rimettente rileva che l'opposizione - oltre a non apparire di pronta soluzione - non risulta neppure fondata su prova scritta. Alla luce del tenore letterale dell'art. 648, primo comma, cod. proc. civ. , ciò dovrebbe portare all'accoglimento della richiesta dell'ingiungente, impedendo una rivalutazione in fase di opposizione della prova documentale da questi offerta in sede monitoria: soluzione che risulterebbe conforme al principio di ragionevole durata del processo, apparendo «superfluo» e illogico sottoporre a due diversi giudici la valutazione delle stesse prove, in un ristretto arco temporale. La Corte costituzionale, tuttavia, con una pronuncia interpretativa di rigetto - l'ordinanza n. 295 del 1989 - ha offerto una diversa lettura della disposizione, affermando che anche «nel procedimento di opposizione a decreto ingiuntivo, non fondata su prova scritta, la concessione della provvisoria esecuzione [...] deve ovviamente essere esercitata - come in ogni ipotesi di misura avente (anche) natura cautelare - attraverso la congiunta valutazione del fumus boni iuris e del periculum in mora». La riconduzione del provvedimento previsto dall'art. 648 cod. proc. civ. nell'alveo dei provvedimenti lato sensu cautelari, quindi, legittimerebbe - secondo la Corte - una rivalutazione dell'intero materiale offerto dalla parte creditrice anche di fronte a un'opposizione non fondata su prova scritta. In una simile situazione, verrebbero in rilievo, ai fini della decisione che il giudice a quo è chiamato ad assumere, alcune delle disposizioni della legge n. 117 del 1988 - e, in particolare, il suo art. 2, commi 2 e 3 - «così come interpretate dal diritto vivente della Corte di cassazione». Secondo il rimettente, le sezioni unite civili della Corte di cassazione avrebbero infatti affermato, con la sentenza 16 dicembre 2013, n. 27986, che le pronunce interpretative di rigetto della Corte costituzionale hanno effetto vincolante nei confronti di tutti i giudici comuni, e non solo del giudice che ha sollevato l'incidente di costituzionalità. Con altra pronuncia (sezione terza civile, 5 novembre 2013, n. 24798), la Corte di cassazione avrebbe, altresì, ritenuto che l'adozione di una soluzione interpretativa rifiutata dalla Corte costituzionale in una pronuncia interpretativa di rigetto costituisca, per il giudice, una «grave violazione di legge determinata da negligenza inescusabile», ai sensi dell'originario testo dell'art. 2, comma 3, lettera a), della legge n. 117 del 1988: affermazione riferita proprio a fattispecie nella quale il giudice si era discostato dall'interpretazione adottata dalla citata ordinanza della Corte costituzionale n. 295 del 1989, in punto di presupposti per la concessione della provvisoria esecuzione del decreto ingiuntivo. Sulla ricordata conclusione non inciderebbero le modifiche normative operate dalla legge n. 18 del 2015: la nozione di «manifesta violazione della legge», utilizzata dalla novella, sarebbe infatti sovrapponibile a quella di «grave violazione di legge», da essa sostituita. Di conseguenza, per non incorrere in responsabilità, il giudice a quo dovrebbe - a suo avviso - scartare a priori una delle possibili opzioni interpretative dell'art. 648 cod. proc. civ. (la prima dianzi prospettata). Una motivazione che disattendesse expressis verbis l'interpretazione accolta dall'ordinanza n. 295 del 1989 esporrebbe il rimettente - sempre secondo la sua ricostruzione - addirittura ad una responsabilità diretta nei confronti delle parti, potendosi configurare una ipotesi di dolo. Di qui, dunque, la rilevanza delle questioni, anche alla luce dei principi affermati dalla Corte costituzionale nella sentenza n. 18 del 1989 e implicitamente ribaditi - a parere del rimettente - nella sentenza n. 237 del 2013. 4.2.- In punto di non manifesta infondatezza, il Tribunale di Enna assume che le norme censurate - nella parte in cui, secondo il «diritto vivente», configurano come ipotesi di «colpa grave» del giudice l'adozione di una interpretazione contrastante con quella adottata dalla Corte costituzionale in una pronuncia interpretativa di rigetto resa in un diverso processo - violerebbero i principi di soggezione del giudice soltanto alla legge e di indipendenza della magistratura, espressi dagli artt. 101, secondo comma, 104, primo comma, e 107, terzo comma, Cost. Detti principi, sottraendo il giudice ad ogni vincolo gerarchico, escluderebbero che possa attribuirsi efficacia vincolante ad interpretazioni di disposizioni di legge provenienti da giurisdizioni superiori, compresa la Corte costituzionale. Diversamente opinando, si attribuirebbe alla Corte - in violazione dell'art. 134 Cost. - una «funzione nomofilattica», riconoscendo a tale organo, non solo il potere di dichiarare erga omnes l'incompatibilità della legge con la Costituzione, ma anche il «monopolio interpretativo della compatibilità tra legge e Costituzione».