[pronunce]

Di pubblico dominio sarebbe, in specie - secondo il ricorrente - la circostanza che l'appartamento di via Nazionale, presso il quale è stato effettuato il sequestro di documenti che ha dato origine al processo, fosse una sede del SISMI (e, dunque, da esso finanziata), come pure notorio sarebbe il fatto che il Pompa e la Tontodimamma siano stati alle dipendenze del Servizio (ricevendo, perciò, da esso tanto emolumenti, quanto ordini e direttive), al punto che le rispettive qualifiche («collaboratori prima e dipendenti poi») risultano ribadite nelle stesse note di conferma del segreto. A prescindere da ogni altra considerazione, è assorbente, al riguardo, il rilievo che la legittimità degli atti impugnati va valutata, non in base al tenore della richiesta di conferma del segreto, ma a quello della risposta. Nella specie - secondo la stessa prospettazione del ricorrente - la conferma del segreto, da parte del Presidente del Consiglio dei ministri, non ha avuto ad oggetto i fatti che si assumono notori (la generica esistenza dei finanziamenti, delle retribuzioni e delle direttive: vale a dire, l'an), ma altri fatti (le modalità degli uni e i contenuti delle altre) che non risultano essere tali. 10.- Quanto agli altri motivi di ricorso - che investono gli atti di conferma del segreto nella loro interezza (anche, dunque, per la parte rapportabile al quarto punto della richiesta, che il ricorrente reputa nodale ai fini del giudizio in corso, inerente al se il Pompa e la Tontodimamma avessero ricevuto ordini o direttive «di raccolta di informazioni su magistrati, italiani o stranieri») - il Giudice perugino assume che le notizie nella specie segretate esulerebbero dal novero di quelle suscettibili di tutela a mezzo del segreto di Stato ai sensi dell'art. 39, comma 1, della legge n. 124 del 2007 e del d.P.C.m. 8 aprile 2008, pure evocati negli atti impugnati. Si dovrebbe, infatti, escludere in radice che possano costituire oggetto di segreto di Stato notizie attinenti all'esistenza di finanziamenti, ordini e direttive dei servizi informativi finalizzati allo svolgimento di attività palesemente estranee alle finalità istituzionali dei servizi stessi, quali quelle contestate nella specie agli imputati. Ciò, tanto più alla luce delle previsioni dell'art. 26 della legge n. 124 del 2007 - che vieta, sotto comminatoria di severa sanzione penale, al personale del Sistema di informazione per la sicurezza di istituire o utilizzare schedari informativi per scopi diversi da quelli istituzionali - e dell'art. 17 della medesima legge - che, nel prevedere una scriminante a favore del personale dei servizi che ponga in essere condotte costituenti reato, ne subordina l'applicabilità alla condizione che si tratti di condotte indispensabili alle finalità istituzionali degli organismi di appartenenza. La tesi del ricorrente poggia, peraltro, su un presupposto inesatto: e, cioè, che il segreto di Stato, confermato dal Presidente del Consiglio dei ministri con gli atti impugnati, concerna direttamente le attività illegali ascritte agli imputati, quando, invece, esso si riferisce a notizie - pur se in qualche modo ricollegabili ai fatti per cui si procede - la cui propalazione è stata reputata suscettibile di esporre a indebita pubblicità le modalità organizzative e operative dei servizi. La circostanza è di tutta evidenza con riguardo alla conferma del segreto sulle forme e modalità di finanziamento della sede di via Nazionale e di retribuzione del Pompa e della Tontodimamma: notizie che lo stesso ricorrente - come già segnalato - non reputa, peraltro, neppure essenziali per la definizione del processo. Ma il rilievo vale anche in rapporto al contenuto degli ordini e delle direttive impartite ai sunnominati Pompa e Tontodimamma, sia nella loro generalità che con specifico riguardo a eventuali ordini o direttive «di raccolta di informazioni su magistrati, italiani o stranieri». A quest'ultimo proposito, occorre, in effetti, rimarcare come le richieste di conferma del segreto - e, parallelamente a esse, gli atti di conferma - risultino formulati in termini generici e indifferenziati, senza alcun riferimento né ai soggetti interessati (o ai criteri per la loro individuazione), né, soprattutto, alle finalità della raccolta di informazioni considerata. Non è consentito, pertanto, "interpretare" gli atti impugnati, nel senso di attribuire al Presidente del Consiglio dei ministri l'intento di imporre, omisso medio, il vincolo del segreto su quanto costituisce il thema demonstrandum nel processo da cui il conflitto origina: e, cioè, sull'avvenuta formazione - nell'ambito del SISMI e con impiego delle relative risorse materiali e umane - di dossier su magistrati e altri soggetti, reputati «di parte politica avversa» rispetto alla maggioranza governativa, con lo specifico obiettivo di servirsi del materiale raccolto per "delegittimare" detti soggetti a mezzo di diffamazioni, calunnie e abusi di ufficio. Cade, con ciò, l'argomento del ricorrente, per cui delle due l'una: o una direttiva nei termini appena ora indicati non esiste, e allora non vi sarebbe alcun segreto da tutelare; oppure esiste, ma allora non essa sarebbe "per definizione" tutelabile a mezzo del segreto di Stato, in quanto avente ad oggetto una attività «deviata» dei servizi. L'argomento non è, infatti, pertinente in rapporto al tenore degli atti di conferma del segreto di cui si discute, i quali - anche per quanto concerne la risposta fornita sul quarto punto della richiesta - non attengono all'esistenza o meno di una direttiva di tal fatta, ma hanno un oggetto più generico, non qualificato da riferimenti che evochino il carattere "non istituzionale" dell'attività in questione (e, anzi, presuppongono il contrario). Per il resto, questa Corte ha già avuto modo di affermare che tra le notizie tutelabili a mezzo del segreto di Stato possono essere fatte rientrare anche quelle inerenti agli ordini e alle direttive impartiti dal direttore del servizio informativo (e, in specie, del SISMI, ora AISI) agli appartenenti al medesimo organismo: e ciò, non soltanto - come si sostiene nel ricorso - allorché emerga la necessità di «preservare la credibilità del Servizio nell'ambito dei suoi rapporti internazionali con gli organismi collegati» (ipotesi estranea al caso di specie), ma anche (e più in generale) in relazione all'«esigenza di riserbo» - addotta negli atti oggi impugnati - «che deve tutelare gli interna corporis di ogni Servizio, ponendo al riparo da indebita pubblicità le sue modalità organizzative ed operative» (sentenza n. 106 del 2009). Tale esigenza può profilarsi anche in rapporto ad altre procedure interne - quali, nella specie, quelle di finanziamento delle sedi operative e di corresponsione dei compensi a collaboratori esterni e dipendenti - la cui divulgazione si presti a pregiudicare la funzionalità dei servizi.