[pronunce]

Allo stesso modo in cui non contrastava con il principio di parità delle parti la disciplina previgente, laddove attribuiva al pubblico ministero un'ampia gamma di strumenti per rimuovere la sentenza di non luogo a procedere, cumulando alla facoltà di appello la possibilità di chiederne sine die la revoca; così pure non confligge con detto parametro quella attuale, che ha escluso, in via generale, un controllo di merito sulla delibazione operata dal giudice dell'udienza preliminare. Si tratta di scelta – condivisibile o meno, sul piano dell'opportunità – comunque rimessa alla discrezionalità del legislatore ordinario. 5. – È già insita, per altro verso, in quanto precede l'insussistenza della violazione dell'art. 3 Cost., dedotta dalla Corte militare d'appello, sezione distaccata di Verona, sotto il profilo della ingiustificata disparità di trattamento, quanto al regime di impugnazione, tra la sentenza di non luogo a procedere e le sentenze di proscioglimento pronunciate a seguito del dibattimento e del giudizio abbreviato (decisioni, queste ultime, che il pubblico ministero è abilitato ad appellare per effetto delle sentenze n. 26 e n. 320 del 2007). La sentenza di non luogo a procedere è, difatti, eterogenea sotto plurimi aspetti – oggetto dell'accertamento, base decisionale, regime di stabilità e carenza di efficacia extrapenale – rispetto ai tertia comparationis: circostanza sulla quale questa Corte ha già avuto modo di porre l'accento in rapporto a questioni di costituzionalità analoghe a quella in esame, rispetto alle quali assumeva rilievo pregiudiziale (diversamente che nel caso odierno) il problema dell'applicabilità o meno alle sentenze di non luogo a procedere della disciplina transitoria dettata dall'art. 10 della legge n. 46 del 2006 con riguardo alle sentenze di «proscioglimento» (ordinanze n. 156 e n. 4 del 2008). 6. – Neppure è estensibile al nuovo art. 428 cod. proc. pen. – contrariamente a quanto assume la Corte d'appello di Brescia, che ne fa oggetto di autonoma censura in rapporto all'art. 3 Cost. – l'altro argomento posto a fondamento delle sentenze n. 26 e n. 320 del 2007: ossia l'incoerenza connessa al fatto che i novellati artt. 593 e 443, comma 1, cod. proc. pen. privassero il pubblico ministero del potere di proporre appello contro la pronuncia totalmente sfavorevole (il proscioglimento), quando invece la parte pubblica restava legittimata ad appellare contro sentenze che disattendono solo in parte le istanze dell'accusa (quale la condanna a pena ritenuta non congrua o con mutamento del titolo del reato). L'ipotesi di un accoglimento solo parziale delle istanze dell'accusa non è, infatti, configurabile nell'udienza preliminare, all'esito della quale il pubblico ministero o vede accogliere la propria richiesta di giudizio o la vede respingere. Né il vulnus costituzionale può essere desunto – come pretende la Corte rimettente (la quale evoca, in specie, l'art. 443, comma 3, cod. proc. pen. , in tema di appellabilità da parte del pubblico ministero della sentenza di condanna emessa a seguito di giudizio abbreviato, qualora abbia modificato il titolo del reato) – ponendo a raffronto il regime di impugnazione della sentenza di non luogo a procedere con quello della sentenza di condanna: essendo quest'ultima una sentenza che pronuncia in modo pieno sul merito dell'imputazione e che, pertanto, rappresenta nuovamente un tertium comparationis eterogeneo (la sentenza n. 206 del 1997). 7. – Del tutto inconferente risulta poi il richiamo, operato dalla Corte militare d'appello, sezione distaccata di Verona, alla sentenza n. 85 del 2008 di questa Corte, che ha ripristinato il potere di appello dell'imputato contro le sentenze di proscioglimento dibattimentali con formula non ampiamente liberatoria, nell'ottica di rimuovere una riscontrata posizione di svantaggio, in parte qua, dell'imputato rispetto al pubblico ministero e alla parte civile. Posizione di svantaggio che nella specie non ricorre e che non si vede, in ogni caso, come potrebbe rilevare rispetto al petitum del giudice rimettente, che è di ripristino del potere di appello della parte contrapposta (il pubblico ministero). 8. – Insussistente è, ancora, la violazione dell'art. 3 Cost., ipotizzata dalla medesima Corte militare di appello sotto l'ulteriore profilo della inadeguatezza dell'unico rimedio accordato al pubblico ministero – il ricorso per cassazione – rispetto al tipo di valutazione sotteso alla sentenza di non luogo a procedere (l'insostenibilità dell'accusa in giudizio), in quanto apprezzamento di ordine prettamente fattuale: inadeguatezza che trasformerebbe detta sentenza in un disconoscimento definitivo delle ragioni dell'accusa. Anche a prescindere dalla perdurante possibilità di revoca della sentenza di non luogo a procedere ai sensi dell'art. 434 cod. proc. pen. , è assorbente il rilievo che la censura in esame resta sul piano della mera critica di opportunità. Critica che, peraltro – almeno nei termini perentori in cui è formulata dal rimettente – non appare confortata dall'esperienza giurisprudenziale, nella quale non possono dirsi assenti, né assolutamente eccezionali, le ipotesi di accoglimento del ricorso per cassazione del pubblico ministero contro le sentenze in questione (e ciò anche in correlazione all'ampliamento della griglia dei motivi di ricorso operato dalla stessa legge n. 46 del 2006, che in particolare ha esteso, con il nuovo art. 606, comma 1, lettera e, cod. proc. pen. , il vaglio della Cassazione al vizio di «contraddittorietà» della motivazione emergente non solo dal testo del provvedimento impugnato, ma anche «da altri atti del processo specificamente indicati nei motivi di gravame»). È sintomatica, d'altronde, la circostanza che, nel caso di cui all'ordinanza r.o. n. 187 del 2008, il pubblico ministero abbia dedotto, con l'atto di appello, motivi che appaiono di mera legittimità (il richiamo agli orientamenti della giurisprudenza della Corte di cassazione sul concetto di «inidoneità dell'azione») e che, come tali, risulterebbero deducibili anche con il ricorso per cassazione. 9. – Infondata è, parimenti, la censura di violazione dell'art. 3 Cost. – formulata anch'essa dalla Corte militare d'appello, sezione distaccata di Verona – sotto il profilo della ingiustificata disparità di trattamento tra procedimenti con udienza preliminare (sempre prevista nel processo penale militare, stante la necessaria collegialità del giudice) e procedimenti a citazione diretta, nei quali ultimi, per un verso, la domanda di giudizio del pubblico ministero sfocia nell'immediata fissazione dell'udienza dibattimentale, senza correre il rischio di un «blocco prematuro», non censurabile dalla pubblica accusa quanto ai profili di merito; e, per altro verso, la parte pubblica – dopo le sentenze n. 26 e n. 320 del 2007 – resta comunque abilitata ad appellare la sentenza di proscioglimento emessa a conclusione del giudizio di primo grado.