[pronunce]

che siffatta discriminazione risulterebbe «tanto più evidente», ove si consideri che in base all'art. 10, secondo comma, della Costituzione «la condizione giuridica dello straniero deve essere regolata dalla legge in conformità delle norme e dei trattati internazionali» (così l'art. 16 delle disposizioni preliminari al codice civile e gli articoli 3 e seguenti del codice penale), mentre nel caso di specie «tale trattamento disparitario è il frutto del venir meno dell'Italia agli obblighi ad ella incombenti in forza dell'art. 6 del Trattato CE (divenuto, in seguito a modifica, l'art. 12 Ce)», come riconosciuto dalla Corte di giustizia delle Comunità europee nella sentenza 19 marzo 2002, n. 224; che, invero, tale sentenza – prosegue il rimettente – «ha ritenuto che l'art. 207 del codice della strada comporti un trattamento differenziato e non proporzionato dei trasgressori alle norme della circolazione stradale in relazione al luogo di immatricolazione del veicolo e, quindi in ultima analisi, in relazione alla loro residenza»; che la disciplina italiana, difatti, «muta sensibilmente ove il trasgressore commetta la violazione con un veicolo immatricolato all'estero (per quello che interessa agli odierni fini, in uno Stato comunitario) e tale violazione sia accertata immediatamente», differente essendo, invece, il trattamento «in caso di infrazione commessa con un veicolo immatricolato in Italia», posto che in tale ipotesi «il trasgressore dispone di un termine di sessanta giorni, decorrenti dalla contestazione o dalla notificazione dell'infrazione, per il pagamento del minimo edittale»; che, per contro, ai sensi dell'art. 207 del codice della strada – secondo il rimettente – «in caso di infrazione commessa a bordo di un veicolo immatricolato all'estero o targato EE, il trasgressore deve versare immediatamente il minimo edittale oppure, in particolare se intende contestare l'infrazione davanti al prefetto, costituire una cauzione pari al doppio del minimo» (ovvero pari al minimo edittale, quando si tratti di un veicolo immatricolato in un Stato comunitario), e ciò «a pena di ritiro della patente o di fermo amministrativo del veicolo» (ma, in realtà, è la sola misura del fermo quella prevista dal comma 3 dell'articolo de quo «quando non sia adempiuto il predetto onere»); che circa, poi, le «ragioni obbiettive tali da giustificare l'esistenza della norma di che trattasi», il rimettente osserva che le stesse debbono essere identificate nella «mancanza di strumenti internazionali o comunitari che assicurino che una sanzione pecuniaria per una infrazione al codice della strada irrogata in uno Stato membro possa essere eseguita, eventualmente, in un altro Stato membro» dell'Unione europea, e, dunque, nella «esistenza di un concreto rischio che la sanzione non sia riscossa», anche in ragione della «carenza di reciprocità tra la Repubblica italiana ed altri Stati membri» dell'Unione, oltre che dell'assenza di «convenzioni bilaterali atte ad assicurare tale esecuzione»; che, tuttavia, secondo il Giudice di pace, «l'identico concreto obiettivo» assicurato dalla norma de qua «sarebbe altrettanto agevolmente perseguito anche attraverso la corresponsione di una cifra pari al minimo edittale con eventuale incameramento della stessa ad opera dell'autorità italiana alla scadenza del termine di sessanta giorni previsto dall'art. 202» del codice della strada; che quanto premesso, pertanto, evidenzierebbe – conclude sul punto il Giudice di pace rimettente – «la violazione dei diritti costituzionali dell'uomo sotto il profilo dell'osservanza dell'eguaglianza ex art. 10 Cost. e del diritto di difendersi», giacché, sebbene la norma costituzionale richiamata non imponga «l'assimilazione della posizione dello straniero a quella del cittadino», la «condizione di reciprocità» quanto al godimento dei diritti civili sarebbe «conforme tanto alla consuetudine dell'ordinamento internazionale quanto a quello costituzionale»; che quanto alla dedotta violazione dell'art. 24 della Costituzione, il giudice a quo evidenzia come dalla «sola lettura della norma costituzionale» appaia «palese il netto contrasto» tra questa e «l'art. 24-bis» (recte: 204-bis) del codice della strada; che, difatti, l'articolo in questione – nell'imporre il previo pagamento di una “cauzione”, quale condizione di ammissibilità del ricorso giurisdizionale – «non assicura la possibilità di agire in giudizio per la tutela dei propri diritti ed interessi legittimi a coloro i quali non dispongono di una sufficiente agiatezza economica, in tal modo ledendo gravemente il diritto di difesa», considerato, oltretutto, che tale disposizione scoraggia il soggetto non abbiente dall'utilizzare «l'unico mezzo di tutela (…) soggetto al principio della soccombenza», costringendolo o comunque inducendolo «a presentare ricorso al prefetto per la tutela dei propri diritti, sede in cui in caso di accoglimento dell'opposizione il ricorrente non viene affatto rifuso non solo delle eventuali spese sostenute per l'assistenza ad un professionista, ma neppure delle spese vive sostenute». Considerato che il Giudice di pace di Cesena ha sollevato questione di legittimità costituzionale – per contrasto con gli articoli 2, 3, 10 e 24 della Costituzione – dell'articolo 204-bis del decreto legislativo 30 aprile 1992, n. 285 (Nuovo codice della strada), introdotto dall'art. 4, comma 1-septies, del decreto-legge 27 giugno 2003, n. 151 (Modifiche ed integrazioni al codice della strada), convertito, con modificazioni, nella legge 1° agosto 2003, n. 214, nonché del successivo articolo 207 del medesimo d.lgs. n. 285 del 1992; che le due disposizioni sono censurate, rispettivamente, la prima, nella parte in cui prevede «che il ricorrente, di qualunque Stato sia, debba comunque procedere al deposito del ricorso previo versamento nella cancelleria del giudice di pace, a pena di inammissibilità del ricorso», di «una somma pari alla metà del massimo edittale della sanzione inflitta dall'organo accertatore»; la seconda, nella parte in cui stabilisce che, «all'atto della contestazione immediata dell'infrazione a cittadino straniero su veicolo immatricolato all'estero», questi «debba versare una cauzione pari al doppio del minimo edittale» qualora «voglia far valere le proprie ragioni nelle opportune sedi di legge, a pena di ritiro della patente e sequestro del mezzo»; che, in sostanza, il rimettente denuncia la illegittimità costituzionale delle predette disposizioni in quanto precluderebbero, in assenza del versamento delle cauzioni suddette, la tutela giurisdizionale per lo straniero che abbia contravvenuto a regole della circolazione stradale con veicolo immatricolato all'estero;