[pronunce]

che, a propria volta, il giudice potrebbe - anche alla luce di quanto dianzi osservato - non verificare di sua iniziativa l'opportunità di sostituire la pena da infliggere con il lavoro di pubblica utilità; che, di conseguenza, la norma censurata, non prevedendo che la sostituzione possa essere disposta anche in fase esecutiva, sottoporrebbe casi sostanzialmente simili ad un trattamento sanzionatorio irragionevolmente differenziato, frustrando la finalità rieducativa della pena cui è ispirata la speciale disciplina della quale si discute; che la questione di legittimità costituzionale andrebbe, peraltro, circoscritta ai casi in cui l'applicabilità del lavoro sostitutivo non abbia già formato oggetto di esame e di decisione da parte del giudice della cognizione: in caso contrario, l'imputato avrebbe avuto, infatti, l'onere di impugnare la decisione negativa, sicché consentire la riproposizione della richiesta al giudice dell'esecuzione contrasterebbe con il principio di intangibilità del giudicato; che è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, il quale ha chiesto che la questione sia dichiarata manifestamente infondata. Considerato che il Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Benevento dubita, in riferimento agli articoli 3 e 27, terzo comma, della Costituzione, della legittimità costituzionale dell'articolo 186, comma 9-bis, del d.lgs. 30 aprile 1992, n. 285 (Nuovo codice della strada), aggiunto dall'art. 33, comma 1, lettera d), della legge 29 luglio 2010, n. 120 (Disposizioni in materia di sicurezza stradale), nella parte in cui non consente anche al giudice dell'esecuzione di sostituire con il lavoro di pubblica utilità le pene dell'arresto e dell'ammenda inflitte per i reati previsti dal medesimo art. 186 (guida sotto l'influenza dell'alcool, purché non ricorra la circostanza aggravante della causazione di un incidente stradale, e rifiuto dell'accertamento di cui ai commi 3, 4 e 5), qualora il condannato ne faccia richiesta prima dell'inizio dell'esecuzione della pena e sul punto non si sia già espresso il giudice della cognizione; che la premessa interpretativa che fonda il quesito di costituzionalità è pienamente condivisibile; che dal dato testuale emerge, in effetti, univocamente che la sostituzione può essere disposta solo finché il decreto penale o la sentenza di condanna non siano divenuti irrevocabili e, dunque, non ad opera del giudice dell'esecuzione: come nota il rimettente, infatti, la norma denunciata richiede, ai fini della sostituzione, che non vi sia opposizione «da parte dell'imputato» (non anche del «condannato») e stabilisce, inoltre, che il giudice demandi agli organi competenti la verifica sull'effettivo svolgimento del lavoro di pubblica utilità «con il decreto penale o con la sentenza» (senza menzionare l'ordinanza del giudice dell'esecuzione); che non consta, d'altra parte, alcuna specifica norma che - analogamente a quanto disposto, ad esempio, dagli artt. 671, 672 e 674 cod. proc. pen. - consenta al giudice dell'esecuzione di incidere sul giudicato ai fini considerati, sostituendo una pena irrevocabilmente inflitta con un'altra; che, ciò posto, la preclusione ora indicata palesemente non lede alcuno dei parametri costituzionali invocati dal giudice a quo, risultando del tutto coerente, sul piano sistematico, con il ruolo che il lavoro di pubblica utilità è chiamato nel frangente ad assolvere: quello, cioè, di pena sostitutiva; che analogamente a quanto avviene per le sanzioni sostitutive previste dagli artt. 53 e seguenti della legge 24 novembre 1981, n. 689, e per quella stessa del lavoro di pubblica utilità, prevista in rapporto a taluni reati in materia di stupefacenti dall'art. 73, comma 5-bis, del d.P.R. 9 ottobre 1990, n. 309, il potere di sostituzione rientra nel più generale potere discrezionale di determinazione della pena in concreto per il fatto oggetto di giudizio, spettante al giudice che pronuncia il decreto penale o la sentenza di condanna; che, come risulta dall'impiego della voce verbale «può», l'applicazione della pena sostitutiva in questione non costituisce, infatti, oggetto di un diritto dell'imputato, ma è disposta discrezionalmente dal giudice sulla base di una valutazione di meritevolezza che ha quali parametri i criteri enunciati dall'art. 133 del codice penale - così come, del resto, è espressamente stabilito dall'art. 58 della legge n. 689 del 1981 - oltre che sulla base di una prognosi di positivo svolgimento del lavoro; che la situazione non muta, sotto il profilo considerato, per il solo fatto che, nell'ipotesi oggetto di scrutinio, il legislatore abbia annesso particolari benefici alla regolare esecuzione della pena sostitutiva; che l'interesse dell'autore del reato ad essere ammesso al lavoro sostitutivo andrà, dunque, fatto valere e apprezzato nell'ambito del giudizio di cognizione, senza che possa ravvisarsi alcuna esigenza costituzionale di estendere il relativo potere anche al giudice dell'esecuzione, oltre e contro il limite del giudicato (abbia o non abbia il punto formato oggetto di specifico esame in sede cognitiva); che, nell'ipotesi in questione, non ricorrono, infatti, quelle situazioni eccezionali che hanno indotto il legislatore a prefigurare possibili modifiche, in sede esecutiva, delle determinazioni in ordine alla pena irrevocabilmente adottate in sede cognitiva: com'è, in specie, per la prevista applicabilità, da parte del giudice dell'esecuzione, della disciplina del concorso formale e del reato continuato (art. 671 cod. proc. pen.), finalizzata ad evitare irragionevoli sperequazioni fra chi è stato giudicato in un unico processo per i reati in concorso formale o in continuazione e chi è stato invece giudicato in processi distinti; che non è probante, in senso contrario, l'argomento, svolto dal rimettente a sostegno della denunciata violazione dell'art. 3 Cost., in base al quale la mancata applicazione della misura sostitutiva in sede di cognizione potrebbe essere dipesa da ragioni contingenti, e segnatamente dal fatto che l'imputato non abbia richiesto la sostituzione nel corso del giudizio in quanto allora non consapevole della sua convenienza, o per non essere riuscito a reperire, in quel momento, un ente disposto ad avvalersi della propria prestazione lavorativa (così come sostenuto dal condannato nel caso oggetto del procedimento principale); che, a prescindere da ogni altra possibile obiezione - e, in particolare, da quella che il riferimento all'eventuale carenza di consapevolezza circa la convenienza della sostituzione equivale a negazione della funzione della difesa tecnica - è dirimente il rilievo che le deduzioni del giudice a quo non risultano coerenti con il regime normativo della sostituzione; che, come lo stesso rimettente riconosce, il lavoro di pubblica utilità previsto dalla norma censurata può essere, infatti, applicato anche d'ufficio dal giudice, indipendentemente da qualunque richiesta dell'imputato: