[pronunce]

che tale automatismo, impedendo irrazionalmente al giudice una valutazione comparativa degli interessi coinvolti (gestione efficace dei flussi di immigrazione clandestina, da un lato; diritto di difesa e di partecipazione al processo, dall'altro), risulterebbe lesivo di plurimi precetti costituzionali; che sarebbe violato, anzitutto, l'art. 10 Cost.: e ciò specie qualora l'espulsione immediata comportasse il rientro dello straniero in uno Stato nel quale gli sia impedito l'esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione; che risulterebbero altresì compromessi il diritto di difesa (art. 24 Cost.) ed i principi del giusto processo (art. 111 Cost.), con particolare riguardo al diritto dell'imputato di essere informato nel più breve tempo possibile della natura e dei motivi dell'accusa elevata a suo carico, di disporre del tempo e delle condizioni necessari per preparare la propria difesa, di essere interrogato o rendere dichiarazioni al giudice, di interrogare o far interrogare le persone che rendono dichiarazioni a suo carico, e di acquisire ogni mezzo di prova a suo favore; che i predetti diritti non potrebbero ritenersi adeguatamente tutelati, infatti, né dalla facoltà dello straniero espulso di rientrare nel territorio dello Stato per l'esercizio del diritto di difesa, previa autorizzazione del questore, prevista dall'art. 17 del d.lgs. n. 286 del 1998, attese le insormontabili difficoltà materiali che si frappongono all'esercizio di tale facoltà; né dall'attività del difensore – spesso peraltro nominato d'ufficio – il quale dovrebbe farsi carico di complessi ed onerosi contatti col proprio assistito in ambito internazionale; che i dubbi di legittimità costituzionale sarebbero inoltre accresciuti dal disposto del comma 3-quater dell'art. 13 del d.lgs. n. 286 del 1998, in forza del quale, nei casi di cui ai commi 3, 3-bis e 3-ter, il giudice, acquisita la prova dell'avvenuta espulsione, se non è stato ancora emesso il provvedimento che dispone il giudizio, pronuncia sentenza di non luogo a procedere: bloccando, difatti, l'esercizio dell'azione penale qualora l'espulsione sia stata concretamente eseguita, la norma impedirebbe allo straniero di accedere ad un giusto processo riguardo ai fatti contestatigli, con violazione, non soltanto degli artt. 24 e 111 Cost., ma anche dell'art. 3 Cost., in relazione agli artt. 5, comma 4, e 6 della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali; nonché dell'art. 13 Cost., prefigurando la norma un caso di restrizione della libertà personale che non trova il suo naturale sbocco nel vaglio giurisdizionale; che sarebbe censurabile, infine, anche la scelta legislativa di imporre, per il reato in questione, un “anomalo” rito direttissimo, impedendo così, per un verso, al pubblico ministero di esercitare l'azione penale secondo i criteri ordinari; e ostacolando, per un altro verso, l'esercizio del diritto di difesa dell'imputato, anche tramite l'eventuale svolgimento di indagini difensive tese al reperimento di prove di cause giustificative della sua permanenza nel territorio nazionale; che in quattro dei giudizi di costituzionalità è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, il quale ha chiesto che le questioni siano dichiarate manifestamente inammissibili o, in subordine, manifestamente infondate. Considerato che le ordinanze di rimessione sollevano questioni sostanzialmente identiche, onde i relativi giudizi vanno riuniti per essere definiti con unica pronuncia; che, successivamente alle ordinanze stesse, questa Corte, con sentenza n. 223 del 2004, ha dichiarato costituzionalmente illegittimo, per violazione degli artt. 3 e 13 Cost., l'art. 14, comma 5-quinquies, del decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286, nella parte in cui stabiliva che per il reato di ingiustificato trattenimento dello straniero nel territorio dello Stato, previsto dal comma 5-ter del medesimo articolo, è obbligatorio l'arresto dell'autore del fatto: e ciò in quanto tale misura «precautelare» si risolveva in una limitazione provvisoria della libertà personale del tutto priva di giustificazione processuale, non potendo essere finalizzata all'adozione di alcun provvedimento coercitivo, data la natura contravvenzionale della fattispecie, né costituendo un presupposto del procedimento amministrativo di espulsione; che, di seguito a tale pronuncia, il decreto-legge 14 settembre 2004, n. 241 (Disposizioni urgenti in materia di immigrazione), convertito, con modificazioni, in legge 12 novembre 2004, n. 271, ha mutato il trattamento sanzionatorio della fattispecie criminosa, trasformandola da contravvenzione in delitto punito con la reclusione da uno a quattro anni – configurazione che consente, ai sensi dell'art. 280 cod. proc. pen. , l'applicazione di misure coercitive – fatta eccezione per la sola ipotesi dell'ingiustificato trattenimento a seguito di espulsione disposta perché il permesso di soggiorno è scaduto da più di sessanta giorni e non ne è stato chiesto il rinnovo, la quale conserva l'originaria natura contravvenzionale (comma 5-bis dell'art. 1 del decreto-legge n. 241 del 2004, aggiunto dalla legge di conversione n. 271 del 2004); che, correlativamente, è stata ripristinata, per le ipotesi di ingiustificato trattenimento che hanno assunto natura di delitto, la misura dell'arresto obbligatorio (comma 5-quinquies, terzo periodo, dell'art. 14 del d.lgs. n. 286 del 1998, come sostituito dall'art. 1, comma 6, del decreto-legge n. 241 del 2004); che la citata sentenza n. 223 del 2004 e le modifiche legislative dianzi indicate – pur non incidendo sulla previsione in forza della quale per il reato considerato si procede con giudizio direttissimo, né sulla disciplina dell'espulsione amministrativa dello straniero sottoposto a procedimento penale – hanno comportato anche mutamenti della cornice sistematica e delle concrete modalità operative dei meccanismi processuali sottoposti dal rimettente a controllo di costituzionalità; che, in particolare, la sentenza n. 223 del 2004 è valsa a modificare – riguardo ai fatti di ingiustificato trattenimento commessi anteriormente all'entrata in vigore della legge n. 271 del 2004 (quali quelli oggetto dei giudizi a quibus) – le modalità di instaurazione del giudizio direttissimo: a seguito di tale sentenza, infatti, non potendosi procedere all'arresto dell'imputato e alla sua presentazione in udienza, a norma dell'art. 558 cod. proc. pen. , il giudizio direttissimo viene instaurato attraverso la citazione a comparire, con un termine non inferiore a tre giorni (art. 450, comma 2, cod. proc. pen.), che assicura comunque uno spazio temporale preventivo alla difesa; con possibili riflessi anche sull'operatività della previsione di cui all'art. 13, comma 3-quater, del d.lgs.