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Modifiche alla parte seconda della Costituzione per assicurare il pieno sviluppo della vita democratica e la governabilità del Paese. Onorevoli Senatori. – Ci troviamo in un passaggio di fase di rilevanza storica. Poche altre volte nella breve storia repubblicana abbiano vissuto un tempo di sfilacciamento e di cedimento del tessuto politico istituzionale così profondo e radicale. La cinghia di trasmissione del consenso tra cittadini, partiti e istituzioni si è logorata in un modo che, per alcuni aspetti, può apparire quasi irrecuperabile. La velocità, poi, con cui tale deterioramento si manifesta, inimmaginabile fino a poco tempo fa, rende necessaria e quanto mai urgente una straordinaria assunzione di responsabilità da parte della politica e in primis delle istituzioni rappresentative che altrimenti rischiano di venire travolte. Il compito di una classe politica è allora quello di ambire a essere una classe dirigente, di non nascondersi, dicendo la verità al Paese e, proprio per questo, esprimendo una compiuta e trasparente capacità di direzione. La consapevolezza che qui richiamiamo è quella di riconoscere che sono risultati fallimentari tutti tentativi compiuti per riformare la nostra democrazia attraverso la restaurazione della Repubblica dei partiti novecenteschi, colpita a morte dalla crisi morale, politica, finanziaria e giudiziaria del 1992-1993. Tali tentativi non hanno retto alla prova dei fatti e della storia. Se si esclude la riforma del titolo V della parte seconda della Costituzione, con la legge costituzionale n. 3 del 2001, che rappresenta la più organica riforma costituzionale ad oggi, tutti i tentativi di riforma sono falliti, da ultimo quello del 4 dicembre 2016: una sconfitta che secondo alcuni può assimilarsi a quello che il voto sulla Brexit ha rappresentato per la Gran Bretagna. Dobbiamo quindi riconoscere che sono ormai trent'anni che il sistema politico italiano cerca un diverso equilibrio, una nuova stabilità, e pertanto non riacquista credibilità e fiducia nelle coscienze dei cittadini. Se la fine della guerra fredda, alla fine degli anni ottanta del XX secolo, e le iniziative referendarie, agli inizi degli anni novanta, hanno concorso a scongelare un sistema bloccato, scomponendo e ricomponendo aggregazioni, trasformando i nomi dei soggetti delle forze politiche, rinnovando i rappresentanti, ciò nondimeno, guardando le cose retrospettivamente, noi dobbiamo ora riconoscere come una vera e propria mancanza quella di non aver introdotto, nella Costituzione formale, i necessari adeguamenti che il nuovo assetto politico, ispirato al bipolarismo (o al tripolarismo) e alla democrazia dell'alternanza, necessariamente richiedeva. Questo è avvenuto solo per i livelli di governo locale, comuni, province e regioni, attraverso l'introduzione dell'elezione diretta del capo del governo locale e della relativa maggioranza consiliare. Ora proprio il gap che in questi venti anni si è formato tra forza e autorevolezza dei governi locali e persistente debolezza dei governi centrali è una delle ragioni che rende ineludibile un adeguamento anche della forma di governo nazionale. Possiamo quindi riconoscere, usando le categorie del costituzionalista e costituente Costantino Mortati, la trasformazione della Costituzione materiale della nostra Repubblica democratica e parimenti riscontrare che, a detta trasformazione, non ha corrisposto alcun intervento di modifica della Costituzione formale. Risulta pertanto di tutta evidenza il disallineamento tra una forma di governo parlamentare – intrinsecamente consociativa - fondata su un sistema proporzionale della rappresentanza e sulla centralità dei partiti e una pratica della lotta politica competitiva, fondata su una legittimazione diretta dell'alleanza di governo e del suo leader , incardinata su processi, peraltro presenti in tutto il mondo democratico, di personalizzazione della politica; ci si riferisce alla lotta politica come si è venuta svolgendo in Italia dal 1994 ad oggi. La crisi istituzionale che deriva dalla crisi fiscale e morale costituisce un terzo pezzo che va ad ingrossare la «grande slavina» descritta da Luciano Cafagna nel celebre saggio ristampato nel ventennale di Tangentopoli. La crisi istituzionale è rappresentata dall'incapacità dei partiti di rimediare al peccato originale dei padri costituenti e cioè all'insoddisfacente assetto costituzionale della forma di governo, alla partitocrazia assembleare che è all'origine della coabitazione generale e dello smembramento della sovranità, e dunque della cedevolezza dei governi di fronte a domande sociali che in altri Paesi venivano controllate e indirizzate in modo più efficace. Ora, è venuto il momento di mettere definitivamente a tema l'impossibilità di uscire dalla crisi percorrendo in Italia la via della restaurazione di quella forma di democrazia formata sulla centralità dei partiti e sul loro fattuale primato nelle istituzioni così come l'abbiamo conosciuta dal 1946 al 1992. Ed è venuto il momento di riconoscere che, anche in Europa, la cosiddetta «democrazia dei partiti» non vive proprio la sua stagione migliore. C'è bisogno di un atto di consapevolezza e di coraggio che ci faccia sciogliere quei nodi rimasti irrisolti nella transizione infinita e che operi il riallineamento tra forma di governo e pratica della politica. Era il 1993 quando scoprivamo con il referendum sul maggioritario la possibilità di trasformare la democrazia italiana in democrazia dei cittadini. Con un Governo scelto direttamente nelle urne dalla volontà popolare che fungeva da formidabile strumento per responsabilizzare i partiti una volta arrivati in Parlamento. Sappiamo quanto questo principio, pur avendo conquistato la maggioranza dei cittadini, non sia mai riuscito a diventare prassi politico-istituzionale. L'inadeguatezza della forma di governo parlamentare, allora, in corrispondenza di una crescita di consapevolezza e di impegno da parte di cittadini privi di appartenenza partitica, ci porta a compiere un altro passaggio, a salire un altro gradino, e quindi a riconoscere la necessità di affiancare finalmente ai consueti e indiscutibili istituti di democrazia rappresentativa, nuovi e innovativi, per quanto concerne il sistema italiano, istituti di democrazia diretta. È doveroso pertanto completare il percorso intrapreso negli anni novanta con l'introduzione del sistema maggioritario e dell'elezione diretta dei sindaci e dei presidenti di province e di regioni, e proseguito nei primi anni del XXI secolo con l'innovazione, sperimentata per la prima volta in Italia a livello continentale, delle elezioni primarie. Non c'è dubbio che tutte queste innovazioni abbiano concorso a ricostruire, attraverso la partecipazione e la responsabilizzazione, la cinghia di trasmissione tra cittadini, partiti e Istituzioni. Ora noi constatiamo come sia il sistema uninominale e maggioritario, sia le elezioni primarie presuppongano una forma di governo diversa da quella attualmente in opera nella nostra Repubblica. Soprattutto le elezioni primarie, tipico istituto da democrazia diretta, male si conciliano con la forma di governo parlamentare. O si opta per un Capo del governo indicato direttamente dai cittadini, come suggeriscono le elezioni primarie, oppure si resta nel solco dei governi fatti e disfatti in Parlamento, di cui abbiamo già conosciuto la scarsa efficacia, l'instabilità e l'irresponsabilità.