[pronunce]

- Nel giudizio è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, e ha chiesto che la questione venga dichiarata non fondata. A parere dell'Avvocatura le modifiche apportate al giudizio abbreviato dalla legge n. 479 del 1999 rispondono a un preciso invito rivolto dalla Corte al legislatore che, nel por mano alla riforma, si è mosso su tre fronti. Da un lato ha allargato l'area di operatività dell'istituto, ricomprendendovi ipotesi di delitti puniti con la pena dell'ergastolo esclusi dalla Corte solo per eccesso di delega, dall'altro ha valorizzato la riduzione di pena, che è stata così configurata come una sorta di facoltà dell'imputato e, infine, ha previsto la possibilità di integrazione probatoria anche d'ufficio. Secondo l'Avvocatura però anche una complessa integrazione probatoria non autorizza a sostenere che lo "sconto" di pena sia concesso "senza contropartita". In realtà, oggetto della integrazione probatoria non può che essere, secondo l'Avvocatura, unicamente la prova "necessaria" ai fini della decisione e ciò a prescindere dal tipo di richiesta formulata dall'imputato. Indipendentemente dal tenore testuale dell'art. 438, comma 5, cod. proc. pen. , infatti, la richiesta condizionata a integrazione probatoria priverebbe l'organo giudicante solo degli ordinari poteri di verifica della superfluità e irrilevanza della prova (art. 192 cod. proc. pen.) "per restituirglieli sul piano della accoglibilità della richiesta" dovendosi intendere il riferimento, contenuto in tale norma, alla compatibilità della richiesta con le finalità di economia processuale proprie del rito, come finalizzato unicamente ad evitare richieste pretestuose. L'ordinamento inoltre riconosce una congrua attenuazione della pena a coloro che, optando per una rinuncia al metodo dialogico della formazione della prova, acconsentono all'utilizzazione degli atti raccolti nel fascicolo del pubblico ministero e in prospettiva, in relazione ad eventuali integrazioni probatorie, all'assunzione di prove con modalità diverse (e meno dispendiose) rispetto a quelle dibattimentali. Secondo l'Avvocatura pertanto la nuova normativa, da un lato, non lede in alcun modo l'esercizio della funzione giurisdizionale e, dall'altro, lasciando all'imputato la scelta del metodo su cui fondare la decisione in ordine alla responsabilità, non contrasta con gli artt. 3 e 27 Cost. Infine, per quanto concerne la censura relativa al previsto svolgimento del giudizio in camera di consiglio, l'Avvocatura rileva come non possa rinvenirsi alcun contrasto tra la disciplina censurata e gli artt. 3, 101 e 102 della Costituzione in quanto i parametri evocati "non implicano necessariamente che la pubblicità investa udienze diverse da quelle dibattimentali, ovvero, in ipotesi, ed in presenza di altre esigenze meritevoli di tutela, che siano sempre e solo riferibili ad una udienza piuttosto che all'atto conclusivo di questa". 3. - Con ordinanza in data 4 aprile 2000 (r.o. n. 279 del 2000), il giudice dell'udienza preliminare del tribunale di Roma ha sollevato, in riferimento agli artt. 3 e 27 della Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell'art. 438 cod. proc. pen. , nella parte in cui prevede l'obbligo del giudice di accogliere la richiesta di giudizio abbreviato e di applicare la diminuzione di un terzo della pena, in caso di condanna, anche quando lo stato degli atti imponga di svolgere un'integrazione probatoria complessa, "non dissimile da quella che sarebbe compiuta nel dibattimento". Premette il rimettente che in sede di udienza preliminare l'imputato ha chiesto la celebrazione del giudizio con il rito abbreviato e che il procedimento, particolarmente complesso, non appare decidibile allo stato degli atti, ma richiede una attività istruttoria simile a quella che sarebbe compiuta nel dibattimento. Il giudice a quo ricostruisce quindi l'istituto, come venutosi a delineare a seguito della legge n. 479 del 1999, e rileva che il giudizio abbreviato, "nella sua forma pura" è automaticamente introdotto dalla richiesta dell'imputato, il cui accoglimento non è più subordinato ad alcun requisito di ammissibilità; non è previsto né il consenso del pubblico ministero né la verifica, da parte del giudice, circa la decidibilità del processo "allo stato degli atti". Infatti, prosegue il rimettente, se il giudice ritiene di non poter decidere allo stato degli atti, deve, anche d'ufficio, assumere gli elementi necessari ai fini della decisione pure in ipotesi, come quella in esame, in cui la carenza delle investigazioni del pubblico ministero imponga di esperire una integrazione probatoria complessa. Tale soluzione normativa, ad avviso del rimettente, non appare ragionevole sia perché equipara situazioni processuali tra loro diverse, sia perché non è in linea con la configurazione deflativa del procedimento, fondato pur sempre su ragioni di economia processuale e in relazione al quale è infatti prevista la riduzione della pena nella misura di un terzo. Il contrasto con l'art. 3 della Costituzione sarebbe inoltre ravvisabile anche raffrontando tale forma di rito abbreviato con quella, prevista dall'art. 438, comma 5, cod. proc. pen. , che consente all'imputato di subordinare la richiesta del rito a una integrazione probatoria ritenuta necessaria ai fini della decisione. In tale ipotesi, infatti, il giudice è chiamato a valutare se l'integrazione probatoria richiesta sia compatibile con le finalità di economia processuale proprie del procedimento e può respingere la richiesta se l'integrazione, per la sua complessità, sia incompatibile con la natura del rito abbreviato. L'"incoerenza interna delle diverse articolazioni del giudizio abbreviato" appare al rimettente priva di razionale giustificazione: a fronte della "obiettiva esigenza di una istruttoria complessa il rito sarà ammesso nell'abbreviato puro e respinto - invece - in quello condizionato"; la situazione, ad avviso del giudice a quo, sarebbe simile a quella che ha indotto questa Corte a dichiarare l'incostituzionalità dell'art. 247 del d.lgs. n. 271 del 1989 (sentenza n. 66 del 1990) e dell'art. 452 cod. proc. pen. (sentenza n. 183 del 1990). L'art. 438 cod. proc. pen. , nella parte in cui prevede una automatica diminuzione della pena nella misura di un terzo, anche in presenza di una complessa attività istruttoria, si porrebbe inoltre in contrasto con il principio della funzione rieducativa della pena, enunciato dall'art. 27 Cost. Vengono sul punto richiamate le sentenze nn. 313 e 284 del 1990. 3.1. - Nel giudizio è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, che ha chiesto che la questione venga dichiarata non fondata, formulando le medesime considerazioni svolte nell'atto di intervento relativo all'ordinanza di rimessione iscritta al n. 305 del r.o. del 2000.