[pronunce]

In data 17 giugno 2014 l'Istituto ha depositato una memoria con la quale ha chiesto alla Corte di dichiarare inammissibile e, in subordine, non fondata la questione di legittimità costituzionale sollevata dalla Corte dei conti. La difesa dell'INPS, dopo aver riepilogato le vicende del giudizio a quo e le argomentazioni del Collegio rimettente, premette che, con le norme denunziate, il legislatore ha regolato una materia che aveva provocato notevoli perplessità circa l'ambito applicativo, con riferimento alla disciplina della successione delle leggi nel tempo, e che ha alimentato un notevole contenzioso con grande varietà di soluzioni offerte dalla giurisprudenza. Dopo aver passato in rassegna i commi 3 e 5 dell'art. 15 della legge n. 724 del 1994 ed il comma 41 dell'art. 1 della legge n. 335 del 1995, l'esponente si sofferma sugli orientamenti interpretativi circa la citata normativa. In particolare - riferisce la difesa dell'ente - l'Istituto nazionale di previdenza per i dipendenti dell'amministrazione pubblica (INPDAP), poi l'INPS, ha sempre sostenuto che il contenuto precettivo del citato comma 41 fosse del tutto incompatibile con la norma transitoria di cui al comma 5 dell'art. 15 della legge n. 724 del 1994 e, pertanto, provvedeva alla liquidazione delle pensioni di reversibilità, pur riferite a trattamenti diretti liquidati fino al 31 dicembre 1994, ma il cui diritto era sorto successivamente all'entrata in vigore della legge n. 335 del 1995 (17 agosto 1995), secondo le norme della riforma. Il rilevante contenzioso radicatosi innanzi al giudice contabile ha visto contrapposte due tesi: una, minoritaria, che riconosceva l'implicita abrogazione del comma 5 dell'art. 15 della legge n. 724 del 1994, con conseguente applicazione immediata della innovazione introdotta dall'art. 1, comma 41, della legge di riforma; l'altra tesi, maggioritaria, propugnava, invece, la piena compatibilità della norma dettata dal comma 5 dell'art.15 della legge n. 724 del 1994 con i principi di riforma. La questione, approdata alle sezioni riunite della Corte dei conti, è stata risolta con la sentenza n. 8/2002/QM che, pur in contrasto con l'organo requirente che aveva espresso diverso avviso, stabiliva che l'art. 1, comma 41, della legge n. 335 del 1995 non aveva alcun effetto abrogativo dell'art. 15, comma 5, della citata legge n. 724 del 1994, sicché il trattamento spettante al superstite di titolare di pensione liquidata prima del 31 dicembre 1994 doveva essere liquidato computando l'indennità integrativa speciale nella misura piena. Inoltre, dalla citata sentenza delle sezioni riunite si evincerebbe che il giudice contabile aveva affermato l'esistenza del generale principio di affidamento circa l'aspettativa del superstite a non vedere pregiudicato, in peggio, il trattamento già percepito dal dante causa - l'esponente riporta, altresì, alcuni passi della sentenza di questa Corte n. 446 del 2002, avente ad oggetto proprio l'art. 1, comma 41, della legge 335 del 1995, ponendo in rilievo come, invece, quest'ultima abbia affermato principi opposti; in tal senso si è espressa anche la Corte di cassazione secondo la quale, con riferimento all'applicazione delle novità introdotte dalla riforma di cui alla legge n. 335 del 1995 alle pensioni di reversibilità, si è ritenuto non sussistente alcun diritto quesito e/o alcuna tutelabile legittima aspettativa ad un trattamento previdenziale non ancora sorto in capo al superstite (Corte di cassazione, sezione lavoro, sentenza 12 agosto 2008, n. 21545). In questo quadro, l'esponente afferma che le argomentazioni delle sezioni riunite non potevano considerarsi risolutive. Pertanto, è intervenuto il legislatore con la norma interpretativa di cui al comma 774 dell'art. 1 della legge n. 296 del 2006 e con il successivo comma 776, che ha abrogato il comma 5 dell'art. 15 della legge n. 724 del 1994, determinando la piena assoggettabilità anche delle pensioni di reversibilità riferite a pensioni dirette liquidate fino al 31 dicembre 1994 alla legge di riforma. Ad avviso dell'esponente, dunque, le norme rappresentano una sistemazione organica della materia e costituiscono espressione della tendenziale reductio ad unum perseguita dal legislatore, iniziata sin dal 1994, per uniformare la disciplina dei sistemi previdenziali presenti nel nostro ordinamento. Le norme all'esame, quindi, dovrebbero essere considerate alla stregua di quelle autenticamente interpretative, ovvero principi fondamentali di riforma dell'ordinamento economico-sociale della Repubblica. La difesa prosegue dando atto delle sentenze n. 1 del 2011 e n. 74 del 2008 e pronunciatesi proprio sui commi in questione, alla luce delle quali la questione dovrebbe essere dichiarata inammissibile, in quanto ripropone quesiti già affrontati da questa Corte (al riguardo, sono richiamate le ordinanze n. 449 del 1995, n. 300 del 1989 e n. 198 del 1981). Inoltre, l'inammissibilità della questione dovrebbe fondarsi anche sulle argomentazioni svolte nella sentenza n. 311 del 2009. Ad avviso dell'esponente, la questione prospettata dalla Corte dei conti sarebbe inammissibile perché prospetterebbe meri dubbi interpretativi, derivanti dal contrasto tra le argomentazioni della Corte di Strasburgo e quelle svolte da questa Corte; quindi, sussisterebbe il difetto di rilevanza (sono, al riguardo, evocate le ordinanze n. 268 del 2008, n. 118 del 2003, n. 89 e n. 1 del 2002, n. 442 del 2001, n. 174 del 1999 e n. 7 del 1998). Nel merito la difesa dell'INPS chiede a questa Corte di dichiarare non fondata la questione di legittimità costituzionale, alla luce degli enunciati delle sentenze n. 1 del 2011 e n. 311 del 2009. Con le disposizioni censurate il legislatore si sarebbe, dunque, proposto di definire ed armonizzare il quadro normativo in tema di trattamento di quiescenza spettante ai superstiti, eliminando le precedenti differenze esistenti tra il comparto pubblico e quello privato; avrebbe inteso garantire una generale perequazione dell'importo spettante a titolo di indennità integrativa speciale, ricomprendendola all'interno del complessivo trattamento di quiescenza. Inoltre, il legislatore non avrebbe pregiudicato i diritti acquisiti in modo definitivo, proprio perché avrebbe inciso soltanto sulle questioni ancora pendenti, accogliendo un indirizzo giurisprudenziale in precedenza elaborato ed avrebbe risolto una imperfezione tecnica, raccordando la normativa transitoria, recata dall'art. 15, comma 5, della legge n. 724 del 1994, con la sopravvenuta disciplina di ampia riforma pensionistica, e segnatamente con quanto da essa disposto all'art. l, comma 41.