[pronunce]

che, prosegue la difesa erariale, sarebbe errato il tentativo, posto in essere dal giudice a quo di instaurare una piena corrispondenza tra processo civile e processo penale per affermare la necessità di adeguamento, in punto di spese, delle rispettive regole processuali, giacché troppo diversi sarebbero i due processi sul piano strutturale e su quello dei principia ispiratori; che, ad avviso dell'Avvocatura, le censure sarebbero infondate anche per quel che riguarda la dedotta violazione del principio di ragionevolezza: sostenere infatti che sarebbe irragionevole la disposizione che preveda per una parte del processo (l'accusa) il favore delle spese e per l'altra parte (l'imputato) solo la condanna in caso di soccombenza e nessun favore delle spese in caso di vittoria, argomentando la pregressa legittimità di un siffatto regime sulla asserita posizione di supremazia del pubblico ministero che sarebbe venuta meno con la modificazione dell'art. 111 Cost., significherebbe ancora una volta paragonare situazioni del tutto dissimili tra loro e tendere alla omogeneizzazione di processi tra loro diversi; che infatti, prosegue l'Avvocatura, mentre nel processo civile è la parte privata che decide se e come esercitare l'azione, così da rendere del tutto ragionevole la previsione dell'onere della anticipazione delle spese necessarie e del successivo ristoro in caso di accoglimento della domanda, al contrario nel processo penale la parte pubblica esercita un'azione che non è affatto nella sua disponibilità ed i cui oneri sono sostenuti dallo Stato secondo una logica anticipatoria che nulla ha a che vedere con il processo civile; che pertanto, osserva la difesa erariale, sarebbe del tutto logico che nel processo penale, salvo ipotesi di responsabilità disciplinare, sia stabilito il recupero delle spese in caso di condanna e che nulla sia previsto circa la rifusione, per il caso di assoluzione, di spese in realtà sostenute dall'apparato statale del quale l'accusa è promanazione giudiziaria; che infine, per quel che riguarda la censura di violazione dell'art. 24 della Costituzione, l'Avvocatura, sulla base delle medesime considerazioni, ne sostiene la infondatezza, non senza rilevare che si tratterebbe comunque di un parametro male invocato, fondato su una prospettazione meramente ipotetica ed implausibile. Considerato che il remittente ha ritenuto rilevante la questione di legittimità costituzionale dell'art. 530 del codice di procedura penale, concernente le sentenze di assoluzione e le loro varie formule, pur in presenza di una precedente sentenza di condanna, la quale, secondo quanto emerge dalla stessa ordinanza di rimessione, non è ancora divenuta irrevocabile; che non compete a questa Corte indicare la norma processuale da applicare al caso di specie, né stabilire se, nell'ipotesi di precedente sentenza di condanna per il medesimo fatto non ancora passata in giudicato, debba aversi riguardo a quanto disposto dall'art. 649 cod. proc. pen. o se, in ossequio ad una accezione più piena del principio ne bis in idem tale che in esso sia compreso il divieto di sottoporre a procedimento penale una stessa persona più di una volta per il medesimo fatto, debba trovare applicazione l'art. 529 cod. proc. pen. , la cui operatività non è limitata, secondo quanto questa Corte ha già chiarito nella sentenza n. 27 del 1995, ai casi di difetto delle condizioni di procedibilità espressamente enumerate nel Titolo III del Libro V del codice di procedura penale, ma può essere ragionevolmente estesa fino a comprendere tutte le ipotesi in cui per quel medesimo fatto l'azione penale non avrebbe potuto essere coltivata in un separato procedimento perché già iniziata in un altro; che è comunque indubitabile che, essendo già stata pronunciata sentenza di condanna, ancorché non divenuta irrevocabile, l'imputato non può essere assolto per quel medesimo fatto sol perché è già stato giudicato, e dunque il censurato art. 530 cod. proc. pen. , contrariamente a quanto ritiene il remittente, non può trovare applicazione nel giudizio a quo; che pertanto la questione deve essere dichiarata manifestamente inammissibile senza che questa Corte debba scendere nell'esame della implausibile censura rivolta dal remittente contro l'art. 530 cod. proc. pen, nella parte in cui non prevede la condanna dello Stato al rimborso delle spese in favore dell'imputato assolto. Visti gli articoli 26, secondo comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87, e 9, secondo comma, delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale.. . per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE Dichiara la manifesta inammissibilità della questione di legittimità costituzionale dell'art. 530 del codice di procedura penale, sollevata, in riferimento agli articoli 111, secondo comma, 3 e 24 della Costituzione, dal tribunale di Terni, in composizione monocratica, con l'ordinanza indicata in epigrafe. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 12 luglio 2001. Il Presidente: Ruperto Il redattore: Mezzanotte Il cancelliere: Fruscella Depositata in cancelleria il 27 luglio 2001. Il cancelliere: Fruscella