[pronunce]

, altresì, in riferimento alla previgente disciplina, sentenza n. 353 del 1997); che non assume d'altro canto rilievo, in senso contrario, la circostanza che – a fronte dell'eventuale esenzione dal visto d'ingresso e della conseguente inapplicabilità dell'art. 4, comma 2, terzo periodo, del d.lgs. n. 286 del 1998 – allo straniero non vengano preventivamente illustrati dall'autorità consolare o diplomatica i doveri connessi all'ingresso e al soggiorno in Italia, stante l'obbligo di informazione riguardo a tali doveri che comunque grava su chi intenda recarsi in un paese (per lui) estero; che quanto, poi, all'asserita lesione dell'art. 3 Cost., è evidente come le due situazioni che il giudice a quo pone a raffronto – omessa presentazione della richiesta del permesso di soggiorno, da un lato; tardiva presentazione della domanda di rinnovo del permesso, dall'altro – siano tra loro eterogenee sotto due distinti e concorrenti profili, e come tali non comparabili al fine di desumerne una violazione del principio di eguaglianza; che diversa è, anzitutto, la rilevanza dell'obbligo rimasto inadempiuto: altro essendo l'obbligo di chiedere per la prima volta il permesso di soggiorno; altro quello di chiedere il rinnovo del permesso di soggiorno già ottenuto, posto che nel secondo caso – come rimarca anche l'Avvocatura dello Stato – vi è già stato un esame positivo dell'autorità amministrativa circa la condizione personale dello straniero; che, proprio in correlazione a ciò, il legislatore ha del resto regolato in modo differenziato le due inadempienze; infatti, mentre alla mancata richiesta del permesso di soggiorno nel termine segue senz'altro l'espulsione (art. 13, comma 2, lettera b, del d.lgs. n. 286 del 1998), nel caso, invece, della mancata presentazione dell'istanza di rinnovo – istanza che, ai sensi dell'art. 5, comma 4, del d.lgs. n. 286 del 1998, deve essere formulata in anticipo (di regola, trenta giorni) rispetto alla scadenza del permesso – lo stesso art. 13, comma 2, lettera b), del d.lgs. n. 286 del 1998 prevede, invece, un «termine di tolleranza» di sessanta giorni da tale scadenza per consentire all'interessato di porre rimedio alla sua inerzia, prima che venga adottato il provvedimento espulsivo; che le situazioni poste a confronto divergono, per altro verso, anche sotto il profilo del tipo di violazione, posto che nell'un caso si discute della tardiva presentazione della domanda (di rinnovo); nell'altro della totale omissione della richiesta (di permesso); che sotto quest'ultimo aspetto, d'altra parte, la prospettazione del giudice rimettente si espone ad una obiezione dirimente; che in linea di principio, difatti, la previsione normativa in forza della quale lo straniero, pur regolarmente entrato nel territorio nazionale, è abilitato a trattenersi in esso solo ove si munisca di apposito permesso - da richiedere alla competente autorità amministrativa entro un termine perentorio, sotto minaccia di espulsione - rappresenta, di per sé, espressione non irragionevole della discrezionalità che al legislatore compete nella regolamentazione del fenomeno dei flussi migratori; che, ciò posto, è di immediata evidenza come l'accoglimento del petitum del giudice a quo finirebbe per svuotare di significato, non solo la fissazione del termine perentorio, ma addirittura – e più a monte – la stessa previsione dell'obbligo di chiedere il permesso di soggiorno; che ove venisse recepita, infatti, la soluzione auspicata dal giudice a quo, l'autorità amministrativa, una volta accertata l'omessa presentazione della domanda, dovrebbe in pratica comportarsi come se essa fosse stata presentata, verificando se lo straniero sia comunque in possesso dei requisiti per il rilascio del permesso: il che equivarrebbe a completa vanificazione dell'obbligo; che la stessa giurisprudenza di legittimità richiamata dal giudice rimettente ha, del resto, puntualmente evidenziato – con riguardo al distinto e, per quanto detto, meno pregnante obbligo di rinnovo del permesso di soggiorno – l'esigenza di discriminare l'ipotesi della tardiva presentazione della domanda di rinnovo da quella della totale omissione della stessa: e ciò proprio per evitare un corrispondente scardinamento del meccanismo prefigurato dal legislatore; che, in particolare, le Sezioni unite della Corte di cassazione non hanno mancato di sottolineare come l'affermata esclusione dell'automatismo espulsivo, nel caso di spontanea presentazione tardiva della domanda di rinnovo, non implichi alcuna elusione dei termini fissati dalla legge per l'ordinato svolgimento del procedimento di rinnovo del permesso di soggiorno, proprio perché «l'inutile decorso del termine di tolleranza non è privo di effetti ma consente pur sempre l'avvio di ufficio della procedura di espulsione dello straniero che non abbia presentato (la) domanda» (cfr. sentenza 20 maggio 2003, n. 7892); che la questione deve essere dichiarata, pertanto, manifestamente infondata. Visti gli artt. 26, secondo comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87, e 9, comma 2, delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale.. . per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE dichiara la manifesta infondatezza della questione di legittimità costituzionale degli artt. 13, comma 2, e 5, comma 2, del decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286 (Testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell'immigrazione e norme sulla condizione dello straniero), sollevata, in riferimento agli artt. 2 e 3 della Costituzione, dal Tribunale di Vicenza con l'ordinanza indicata in epigrafe. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta il 14 dicembre 2005. F.to: Annibale MARINI, Presidente Giovanni Maria FLICK, Redattore Giuseppe DI PAOLA, Cancelliere Depositata in Cancelleria il 23 dicembre 2005. Il Direttore della Cancelleria F.to: DI PAOLA