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Insomma, la parità formale è stata raggiunta solo a partire dagli anni Novanta, ma tutte le statistiche ci dicono che siamo ben lontani dalla parità sostanziale. Soprattutto nei Paesi dell'Europa meridionale c'è ancora un grande divario tra i sessi. In Italia l'occupazione femminile è tra le più basse d'Europa con una percentuale di donne che hanno un impiego di 20 punti inferiore a quelli degli uomini. Solo nel 2019, 37.000 donne hanno lasciato il loro lavoro dopo la nascita di un primo figlio. Per non dire del numero ridotto di donne che ricoprono ruoli dirigenziali nella pubblica amministrazione e nella giustizia, nonostante queste rappresentino più della metà della forza lavoro del settore pubblico. Il Covid-19, poi, ha aggravato le disuguaglianze di genere, facendo pesare sulle donne l'intera gestione familiare. Particolarmente grave è lo squilibrio della rappresentanza politica. In Parlamento noi donne siamo il 35 per cento del totale e questo è il miglior dato della storia repubblicana. Nei Comuni la presenza femminile è di circa il 30 per cento, mentre nei Consigli regionali i numeri sono di regola più bassi. Il paragone con altri Paesi europei ci dimostra che in nessuno di questi un avvicinamento alla parità si è raggiunto senza azioni positive, solo che in questi Paesi le misure sono state prese cinquant'anni fa; col risultato che, ad esempio, nei Paesi scandinavi la parità della rappresentanza politica è ormai raggiunta. Nasce così l'esigenza di prendere misure correttive di discriminazione positiva, come quella che oggi stiamo votando. A imporcelo è l'articolo 51 della Costituzione, il quale sancisce che, per garantire a tutti i cittadini, dell'uno e dell'altro sesso, l'accesso alle cariche elettive in condizioni di uguaglianza, la Repubblica promuove le pari opportunità tra gli uomini e le donne. Da qui una serie di interventi normativi sui sistemi elettorali, tra cui la legge n. 20 del 2016 sull'equilibrio della rappresentanza di genere nei Consigli regionali, con cui si impone alle Regioni di prevedere almeno due preferenze, di cui una riservata a un candidato di sesso diverso. È questa la norma a cui la Puglia non si è adeguata e, come autonomista, dispiace che lo Stato sia stato costretto ad intervenire, esercitando per la prima volta il potere sostitutivo. Ma dispiace anche che questo intervento si sia limitato solo alla doppia preferenza, senza prevedere l'esclusione per le liste che non rispettano la quota di genere. In teoria, potrebbero esserci liste di soli uomini, che verrebbero sanzionate solo con un'ammenda pecuniaria. I dati dimostrano che solo se si abbinano diverse misure si registra una crescita sostanziale delle donne elette: quindi, quota di genere sulle liste, alternanza uomo-donna nell'elenco delle candidature e doppia preferenza. Dispiace anche che nella mia Provincia autonoma, nonostante le richieste delle donne, non si sia riusciti a introdurre l'obbligo dell'alternanza di genere nel voto di preferenza. Siccome il nostro sistema elettorale prevede fino a un massimo di quattro preferenze, che tradizionalmente vengono usate, sarebbe stato un intervento molto efficace; per alcuni, forse, fin troppo. Infatti, come dicevo prima, la discriminazione crea sempre un vantaggio per qualcuno e ogni postazione occupata da una donna è una postazione tolta a un uomo. In ogni caso, come Gruppo Per le Autonomie crediamo nell'importanza delle azioni positive, ma pensiamo anche che la Puglia non abbia reso un buon servizio a coloro che credono nel valore delle autonomie locali, anche quando si tratta di Regioni a statuto ordinario. Per tutte queste ragioni, esprimeremo un voto favorevole. (Applausi) . ZAFFINI (FdI) . Domando di parlare per dichiarazione di voto. PRESIDENTE. Ne ha facoltà. ZAFFINI (FdI) . Signor Presidente, noi non abbiamo nulla da dimostrare rispetto al tema della doppia preferenza di genere: abbiamo una storia che ci vede costantemente favorevoli. In tutte le Regioni abbiamo proposto e votato ogni legge elettorale che prevedesse la doppia preferenza di genere. Ricordo che anche nella mia Umbria, all'epoca, noi fummo quasi precursori e una delle proposte fu a mia prima firma e devo dire che, trasversalmente, il favore a una proposta sulla doppia preferenza di genere non era proprio così scontato. Noi abbiamo, come è a tutti noto, l'unico leader nazionale donna; il centrodestra ha eletto Presidenti di Regione, nella recente tornata, come Jole Santelli in Calabria e Donatella Tesei nella mia Umbria. Quindi su questo sgombriamo il campo in ogni modo: non abbiamo bisogno di dimostrare che siamo a favore della doppia preferenza di genere come riconoscimento di una parità effettiva di accesso in partenza. Così come siamo totalmente favorevoli alla composizione di liste che prevedano una rappresentanza di genere come minimo del 40 per cento, come stabilisce la legge, ma noi, in genere, in tutte le Regioni abbiamo elaborato liste che prevedono metà e metà. Detto ciò, il problema è la solita mistificazione dei fatti. In Puglia, colleghi, il problema non è stato istituzionale, non è stato del consiglio regionale e non è stato delle forze politiche presenti in quella Regione: il problema è del PD, che oggi viene qui a farci anche la lezioncina, come al solito. È il PD che non è riuscito a far approvare una legge in Puglia che prevedesse la doppia preferenza di genere. È il presidente Emiliano che in Puglia non è riuscito a coordinarsi con la sua maggioranza, costringendola o invitandola a votare una legge elettorale coerente con la normativa nazionale che prevede la doppia preferenza di genere. Non è un problema istituzionale, ripeto. Rispetto a questo tema, l'intervento del Governo cerca di mettere una pezza rispetto alla inconsistenza e alla inesistenza di una parte della sua maggioranza. Eppure, parliamo di un partito strutturato, che viene dalla vecchia scuola; parliamo di un partito che, in teoria, dovrebbe saper trasmettere dal centro alla periferia le indicazioni di voto su temi così importanti e fondamentali. Si tratta di un fatto che dà fastidio non solo dal punto di vista formale e della dialettica politica, ma anche dal punto di vista istituzionale, perché non c'è dubbio che questo è un provvedimento del Governo che è di lana caprina, di dubbia legittimità. Come sapete, il collega Calderoli, nella prima parte - che condivido quasi per intero - del suo intervento, ha illustrato i motivi di preoccupazione rispetto al precedente grave che si viene a costituire e rispetto alla forzatura di una legge nazionale che impedisce di agire sulle leggi elettorali regionali con decreto. Ci sono motivi di preoccupazione. Ma rispetto a questo, ciò che principale viene da obiettare è che il PD, che si ammanta di bandiere non sue - perché oggi in quest'Aula, attraverso la relazione della relatrice, si ammanta di bandiere non sue - e che non riesce a trasmettere ai livelli periferici, non ci può venire a dare lezioncina, né di parità, né di correttezza legislativa regionale. (Applausi) . Detto questo, faccio due piccole e rapide obiezioni.