[pronunce]

che, sostiene il rimettente, pronunciando sulle eccezioni di difetto di legittimazione passiva e di improponibilità della domanda, potrebbe accoglierle - nel qual caso riceverebbe il «compenso» di euro 56,81 - o rigettarle, senza ricevere alcunché; che, nel deciderla, afferma di non poter essere o, quantomeno, apparire imparziale, circostanza per cui considererebbe doveroso astenersi, facoltà che gli è preclusa dal diniego dell'autorizzazione da parte del capo del suo ufficio; che, conseguentemente, a suo avviso l'art. 51, secondo comma, cod. proc. civ. - nella parte denunciata - violerebbe l'art. 111, secondo comma, Cost., nonché l'art. 3 Cost. (in quanto irragionevole) e l'art. 54, secondo comma, Cost. (in quanto i cittadini a cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore); che questa Corte, con l'ordinanza n. 128 del 2013, successiva all'atto di promovimento dell'odierno giudizio, ha dichiarato la manifesta inammissibilità di una questione sollevata dal medesimo giudice a quo e sostanzialmente identica a quella in esame; che nella fattispecie sono ravvisabili analoghe ragioni di inammissibilità; che, in particolare, la prospettazione della questione è contraddittoria, in quanto, in base alle stesse argomentazioni del rimettente, anche la dichiarazione di astensione - quale risulterebbe possibile in esito all'intervento additivo invocato - sarebbe contrastata dall'interesse economico del giudicante a non astenersi per non perdere il compenso; che un ulteriore profilo d'inammissibilità va ravvisato nella genericità delle argomentazioni con le quali il rimettente deduce la violazione dell'art. 3 Cost., espressivo del canone di «ragionevolezza», e dell'art. 54, secondo comma, Cost., di cui si limita a richiamare l'incipit «I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore»; che, infine, va ribadito che in un ambito, quale quello della disciplina del processo e della conformazione degli istituti processuali - caratterizzato dall'ampia discrezionalità spettante al legislatore col solo limite della manifesta irragionevolezza delle scelte compiute - la questione risulta inammissibile perché diretta a chiedere a questa Corte un intervento non costituzionalmente obbligato, oltre che largamente creativo, come tale riservato al legislatore; che, pertanto, la questione di legittimità costituzionale sollevata è manifestamente inammissibile, restando assorbito ogni altro profilo. Visti gli artt. 26, secondo comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87, e 9, commi 1 e 2, delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale.. . per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE dichiara la manifesta inammissibilità della questione di legittimità costituzionale dell'art. 51, secondo comma, del codice di procedura civile, sollevata, in riferimento agli artt. 3, 54, secondo comma, e 111, secondo comma, della Costituzione, dal Giudice di pace di Milano con l'ordinanza indicata in epigrafe. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 10 marzo 2014. F.to: Gaetano SILVESTRI, Presidente Aldo CAROSI, Redattore Massimiliano BONI, Cancelliere Depositata in Cancelleria il 13 marzo 2014. Il Cancelliere F.to: Massimiliano BONI