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Molti studiosi di diritto costituzionale considerano questa ordinanza un unicum nella storia della produzione decisionale della Consulta, in quanto la Corte, attraverso un provvedimento interlocutorio, impone un diktat al Parlamento, fissando un termine entro il quale rivedere le norme sul "fine vita", ossia su una materia sensibile che coinvolge aspetti etici e di coscienza. L'ordinanza, infatti, chiede al Parlamento di approvare una "nuova" disciplina sul fine vita, modificando sia la legge n. 219 del 2017, che considera incompleta e lacunosa, che l'art. 580 del codice penale, senza assolutamente considerare l'ipotesi che il legislatore, pur nell'ambiguità della formulazione, intendesse escludere un esplicito riferimento all'eutanasia nelle sue diverse forme: eutanasia attiva, eutanasia passiva, suicidio assistito; un anno di tempo per coprire il vuoto normativo sul fine vita è quanto aveva lasciato la Consulta al Parlamento per legiferare. Eppure, il tempo sta per scadere, con i lavori bloccati e più volte rinviati, nonostante i ripetuti solleciti che sono venuti da tante associazioni di ben diverso orientamento, da quelle a netta impronta radicale a quelle di ispirazione cattolica. Lo stesso Presidente della Camera dei deputati Fico, parlando del fine vita, aveva affermato: "Il Parlamento affronti il tema dell'eutanasia e dia una risposta compiuta e tempestiva". Ma evidentemente la maggioranza Lega-M5S si trova davanti all'ennesimo rischio di spaccatura e divisione, per cui preferisce occuparsi di altro, ignorando la scadenza perentoria posta dalla Corte costituzionale; da una parte ci sono esponenti del M5S che, forzando l'ordinanza, sostengono le 4 proposte di legge fortemente a favore dell'eutanasia attualmente depositate alla Camera (quella d'iniziativa popolare, promossa dall'associazione radicale Luca Coscioni, cui si sommano quelle a prima firma di Andrea Cecconi, ex M5s, Doriana Sarli, M5s, e Michela Rostan, Leu); dall'altra, c'è la Lega, con un testo che vorrebbe ridurre la pena, senza eliminarla, per chi aiuta un familiare gravemente sofferente a morire, ma soprattutto chiede un'applicazione reale e completa della legge n. 38 del 2010, sulle cure palliative, e abolisce l'articolo della legge n. 219 che assimila idratazione e nutrizione assistite a comuni trattamenti; a giudizio dei proponenti, è chiaro che ci si trova davanti a posizioni profondamente diverse, considerato che da un lato c'è chi pretende di approvare la legge sull'eutanasia legale o almeno depenalizzando l'aiuto alla morte volontaria; dall'altro c'è chi rivendica una norma che mantenga l'intero articolo 580 del codice penale, con la sua dimensione sanzionatoria, ma prendendo atto di quanto già emerge in alcune sentenze, ossia il coinvolgimento emotivo dei familiari, l'irrevocabilità di certe situazioni che si protraggono da un tempo lunghissimo, e le circostanze concrete, a volte realmente drammatiche, in cui in alcuni casi specifici si realizzano certe forme di aiuto al suicidio. Ma proprio in questi casi l'attenzione alla vita del paziente e il rispetto della sua autonomia esigono nuove forme di cura da parte del medico e reclamano specifiche strategie nell'accompagnamento dei percorsi di fine vita per tutelare la qualità della vita dei pazienti, considerati come inguaribili, ma mai come incurabili. Il valore della loro dignità va sottolineato costantemente perché è inviolabile: è un compito non nuovo, ma che si è ampliato con l'applicazione delle nuove tecnologie, ricordando che sono sempre e solo al servizio dell'uomo e che mai l'uomo, pur nella sua fragilità, può essere subordinato agli imperativi tecnologici; l'ordinanza della Corte costituzionale in qualche modo offre anche la sponda per un ragionamento meno divisivo, quando afferma: "prerequisito di ogni scelta" dovrebbe essere "un percorso di cure palliative" in grado di mettere "il paziente in condizione di vivere con intensità e in modo dignitoso la parte restante della propria esistenza". Quello di ottenere la morte non può mai diventare un diritto generalizzato, ma dovrebbe costituire una scelta drammatica percorribile in rari e assai specifici casi. Appare quindi evidente ai proponenti che le proposte di legge favorevoli all'eutanasia finora discusse in Parlamento non rispecchino il dettato della Corte, tradendone lo spirito. La Consulta pone infatti come regola la tutela della vita, e come eccezione assoluta l'accoglienza delle istanze di morte, ma solo dopo aver esperito tutte le possibili terapie palliative; per storia, cultura e tradizione nell'area del Centro-destra (UDC-FI-FdI), l'opzione è sempre stata decisamente a favore della vita e dei suoi diritti, accanto al malato e alle sue esigenze, in profondo ascolto della sua volontà e nel pieno rispetto della sua autonomia. Senza però che ciò comporti una rinuncia al principio di umana solidarietà, che rappresenta il vero fattore di coesione sociale. Per questo si ritiene che tra i diritti del malato ci sia il diritto alla relazione di cura che include le cure palliative, anche non farmacologiche, che attualmente, pur essendo ricomprese tra i LEA, sono a conti fatti scarsamente esigibili da parte dei pazienti. Così come si ritiene che il malato abbia il diritto a ricevere assistenza religiosa, come ribadito recentemente nel "Manifesto interreligioso dei diritti nei percorsi di fine vita", presentato pubblicamente e sottoscritto il 5 febbraio 2019; i proponenti sono motivatamente e decisamente contrari a qualsiasi normativa che introduca l'eutanasia, che finirebbe col far dipendere il valore di ciascuno non dalla sua irripetibile esistenza, ma dalla sua "utilità" sociale, introducendo il parametro di un possibile "costo" troppo elevato come motivo per mettere fine alla vita in alcune situazioni di grande fragilità. Il valore della vita allora non sarebbe più fondamentale in sé stesso, ma relativo, in opposizione alla nostra tradizione culturale e ai valori su cui si fonda; se poi tale scopo favorevole all'eutanasia venisse posto come onere del Servizio sanitario nazionale verrebbe gravemente alterata la stessa mission di istituzioni specificamente impegnate a difendere la vita, soprattutto quando è più debole. Analogamente, potrebbe stravolgere il senso stesso della professione del medico e di tutte le altre figure del sistema socio-sanitario, ognuna delle quali ha scelto la propria specifica professionalità per porsi al servizio del paziente e delle sue necessità: per facilitargli una migliore qualità di vita anche attraverso la terapia del dolore in tutte le sue forme, ma che non accetterebbe mai di considerare la morte provocata del paziente come alternativa di cura, per garantirne il benessere. Altrimenti potrebbe accadere quel che temeva Cecily Saunders, geniale fondatrice degli hospice e delle cure palliative. Un gran numero di persone vulnerabili penserebbero facilmente: "Ho il diritto di abbreviare la mia vita, e dunque ora ho anche il dovere di farlo, perché sono un peso per altri, e la mia vita è ormai priva di valore". Le persone invece hanno sempre valore e avranno valore fino all'ultimo istante della loro vita;