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Ebbene, in questa sede è stata evocata la legge cosiddetta spazzacorrotti: si è detto che lei non si può dimettere perché ha fatto quella legge. Proprio l'altra sera la trasmissione televisiva «Report» ha svelato l'inganno di quella legge, che è una clamorosa fake news. Quella normativa inizialmente chiamava in causa tutti coloro che avevano fatto politica negli ultimi dieci anni (800.000 cittadini, tranne i 5 Stelle) e tutte le associazioni (persino la Caritas), tranne la Casaleggio Associati, che non è coinvolta nemmeno da quella legge. Poi l'avete modificata con il "favore delle tenebre", quando il Partito Democratico è entrato al Governo, con il decreto-legge n.34 del 2019, il cosiddetto decreto crescita, per escludere dalla sua applicazione le fondazioni del Partito Democratico e permettergli di evadere quella legge; anche quello è stato un baratto per il nuovo Governo. Bene, noi lo possiamo dire perché secondo «Report» siamo una delle poche fondazioni che rispettano integralmente quella legge, perché per noi la legge, chiunque l'abbia fatta, è sempre una legge da rispettare: si può poi cambiare, ma innanzitutto si deve rispettare (ciò che non hanno fatto tutte le altre fondazioni, comprese quelle che fanno riferimento agli esponenti del Governo). La cosiddetta legge spazzacorrotti è una fake news , è una legge fatta per i social . È una legge inapplicabile e infatti inapplicata! Per questa ragione lei si dovrebbe dimettere: ha illuso il Paese e i cittadini del MoVimento 5 Stelle. Aggiungo che si dovrebbe dimettere per l'ultimo e più grave episodio: le dimissioni del suo capo di gabinetto. Cari colleghi, chi di spada ferisce, di spada perisce. Un sistema di intercettazioni che lei e il suo MoVimento avete eretto a regime di intercettazioni, fa emergere come non sia lei a comandare nel suo Dicastero; fa emergere come altri decidessero nomi e incarichi, anche più delicati; fa emergere che persino le nomine di magistrati in posti apicali e decisivi nel suo Dicastero erano decise da altri. Anche in questo caso ha fatto dimettere il suo capo di gabinetto e non ha avuto la coscienza di dimettersi lei. Per questo mi aspettavo che dai loro banchi i colleghi del MoVimento 5 Stelle, a gran voce, come fecero tante volte quando erano all'opposizione, dicessero «Dimissioni, dimissioni, dimissioni», come fecero con Alfano. No, oggi dicono che deve resistere, abbarbicato. Lei deve resistere perché altrimenti cade il Governo e si va al voto, cioè decidono gli italiani sulle sue dimissioni. Noi diciamo esattamente il contrario, proprio perché lei ha trasformato il Ministero della giustizia, la giustizia su cui si fondano gli Stati, nel Ministero del baratto e del mercimonio, spesso segreto e inconfessabile, con i criminali mafiosi che le indicano di non nominare Di Matteo, con i criminali che fanno sollevare le carceri per essere rilasciati, così come con i magistrati che influiscono nelle sue decisioni. Ebbene, delle due l'una rispetto a ciò che emerge anche oggi nei giornali dopo il calare delle tenebre: o lei ha accettato, ancora una volta, con il favore delle tenebre, di cambiare la sua politica giudiziaria, accogliendo le istanze del gruppo di Matteo Renzi per non essere dimissionato dal voto dell'Assemblea - e in questo caso deve dire in quest'Aula come cambia la politica sulla giustizia del Governo - oppure - e lo dico ai colleghi del Movimento 5 Stelle - su di lei si è realizzato, potremmo dire ancora una volta con il favore delle tenebre, un baratto, un mercimonio sulla giustizia italiana. Si parla di RAI, di nomine, di nuovi Sottosegretari, di investimenti sulle infrastrutture; cosa c'entrano questi temi con la giustizia che deve essere uguale per tutti ed amministrata davvero con alto senso dello Stato? Credo che non resti altro, per la sua coscienza prima ancora che per le condizioni politiche del partito che rappresenta nel Governo, che le dimissioni. Caro Ministro, concludo. La giustizia non si baratta: ce lo insegnano proprio la Croce, Cristo, la nostra religione, cioè la nostra civiltà, che nasce su un baratto, su quello che Ponzio Pilato... (Il microfono si disattiva automaticamente) : su quel baratto. Non a caso, la nostra civiltà nasce sulla condanna di quel baratto e sulla sua condanna può rinascere un Governo che finalmente sia espressione del popolo italiano. (Applausi) . PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Giarrusso. Ne ha facoltà. GIARRUSSO (Misto) . Signor Presidente, onorevoli colleghi, certamente lei, ministro Bonafede, è una persona perbene, e nessuno in quest'Aula lo può negare. Tuttavia, oggi siamo qui per esaminare il suo operato in qualità di Ministro, tutto il suo operato. Partiamo, dall'inizio, da ciò che ha fatto non appena arrivato al Ministero della giustizia. Ha fatto quello che in politica si chiama tradimento: il tradimento di 11 milioni di cittadini che ci avevano mandato in Parlamento per cambiare le cose, per dare un segnale forte, per combattere la mafia. Quel segnale era impersonato da un simbolo, da una persona (Di Matteo) che era stata sbandierata in campagna elettorale come destinataria di importanti incarichi. Di Matteo voleva dire tanto per la lotta alla mafia, ma soprattutto per la capacità che, per la prima volta, questo Stato aveva dimostrato di processare se stesso in un'aula di tribunale e di arrivare a delle condanne nel processo trattativa. Ebbene, cosa è successo? Il Ministero è stato consegnato a una banda di amici di Palamara. Questo è quanto emerge, e Palamara non è uno qualsiasi. Palamara è colui che dal CSM capeggiò l'attacco alle inchieste Why Not e Poseidon di De Magistris. Non è persona qualsiasi. Ma andiamo avanti. Ministro, lei è una brava persona, però ha interferito con le prerogative del Parlamento in maniera gravissima, secondo me, con l'atto successivo. Stavamo approvando la legge istitutiva della Commissione antimafia - colleghi, lo ricorderete - e io avevo appreso sulla mia pelle che un qualunque soggetto sottoposto all'attenzione della Commissione antimafia poteva portare in tribunale uno qualunque dei commissari per gli atti compiuti nell'ambito della stessa, per una sentenza - una in cinquant'anni di esistenza della Commissione, una sentenza spuria - secondo la quale i commissari dell'antimafia non avevano le stesse guarentigie dei membri delle Commissioni parlamentari, e quindi ne rispondevano, davanti ai tribunali. È lì, infatti, che siamo stati portati io e la presidente Bindi dal Grande Oriente d'Italia, a rispondere del nostro operato in Commissione antimafia. Presentai un emendamento semplicissimo - se lo ricorda, signor Ministro? - che si chiama di interpretazione autentica, glielo ricordo io: ai membri delle Commissioni parlamentari d'inchiesta si applica l'articolo 68 della Costituzione come per gli altri commissari. Una norma che nemmeno doveva essere scritta: lei me l'ha fatta ritirare, signor Ministro.