[pronunce]

ORDINANZA ha pronunciato la seguentenel giudizio di legittimità costituzionale dell'art. 266, comma 2, del codice di procedura penale e dell'art. 13 del decreto-legge 13 maggio 1991, n. 152 (Provvedimenti urgenti in tema di lotta alla criminalità organizzata e di trasparenza e buon andamento dell'attività amministrativa), convertito, con modificazioni, nella legge 12 luglio 1991, n. 203, promosso con ordinanza del 10 luglio 2003 dalla Corte di cassazione nel procedimento penale a carico di T.C. ed altri, iscritta al n. 1017 del registro ordinanze 2003 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 48, prima serie speciale, dell'anno 2003. Visto l'atto di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri; udito nella camera di consiglio del 26 maggio 2004 il Giudice relatore Giovanni Maria Flick. Ritenuto che con l'ordinanza in epigrafe la Corte di cassazione ha sollevato, in riferimento all'art. 14 della Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell'art. 266, comma 2, del codice di procedura penale e dell'art. 13 del decreto-legge 13 maggio 1991, n. 152 (Provvedimenti urgenti in tema di lotta alla criminalità organizzata e di trasparenza e buon andamento dell'attività amministrativa), convertito, con modificazioni, nella legge 12 luglio 1991, n. 203, nella parte in cui prevedono l'intercettazione di comunicazioni tra presenti nei luoghi indicati dall'art. 614 cod. pen. , senza stabilire i modi in cui può avvenire la limitazione dell'inviolabilità del domicilio; che la Corte rimettente riferisce di essere investita del ricorso per cassazione proposto dagli imputati avverso la sentenza di appello che — confermando in gran parte quella di primo grado — li aveva ritenuti responsabili di plurimi delitti di illegale detenzione, cessione ed acquisto di sostanze stupefacenti; che l'affermazione di responsabilità si basava principalmente sui risultati — oltre che di intercettazioni telefoniche — di intercettazioni di comunicazioni tra presenti eseguite nell'abitazione di uno degli imputati: risultati dei quali due dei ricorrenti avevano dedotto l'inutilizzabilità, denunciando, in specie, l'illogicità e la contraddittorietà della motivazione della sentenza impugnata, nella parte in cui aveva escluso la necessità di uno specifico decreto che autorizzasse l'introduzione di persone nella predetta abitazione, al fine di collocare le microspie utilizzate per la captazione dei colloqui; che le intercettazioni ambientali in questione erano state autorizzate in quanto si procedeva per reati compresi nell'elenco di cui all'art. 266 cod. proc. pen. e si erano ritenuti sussistenti i presupposti di ammissibilità del mezzo — meno rigorosi di quelli ordinari — stabiliti dall'art. 13 del decreto-legge n. 152 del 1991 in rapporto ai delitti di criminalità organizzata (tali dovendo considerarsi quelli oggetto del giudizio a quo): e, cioè, in deroga all'art. 267 cod. proc. pen. , l'esistenza di sufficienti (anziché gravi) indizi di reato e la necessità (anziché l'assoluta indispensabilità) delle intercettazioni per lo svolgimento delle indagini; che la captazione dei colloqui era avvenuta tramite microspie inserite nelle scatole delle prese telefoniche, «anche se» — per affermazione della sentenza impugnata — non erano note «né le modalità né i tempi di introduzione nell'alloggio» per il loro collocamento; che gli ufficiali di polizia giudiziaria sentiti come testi avevano peraltro dichiarato che le microspie erano state installate da «personale tecnico» nel corso delle operazioni di allaccio dei telefoni: circostanza a fronte della quale il giudice di secondo grado «non (aveva) escluso» che l'accesso nel domicilio fosse avvenuto con il consenso del titolare; che, ad avviso della Corte rimettente, tale assunto non potrebbe essere tuttavia condiviso, in quanto l'impiego di un mezzo fraudolento — entrare nel luogo di privata dimora per allacciare il telefono, ma approfittarne per installare microspie — è condotta che, traendo in inganno il titolare dello ius excludendi, offende, senza il consenso di quest'ultimo, la tranquillità e la riservatezza della vita domestica tutelate dall'art. 14 Cost.: onde essa potrebbe essere tollerata dall'ordinamento solo con le garanzie previste dalla norma costituzionale; che «a rigore logico», d'altra parte, la libertà di domicilio — intesa come diritto di preservare da interferenze esterne determinati luoghi in cui si svolge la vita privata di ciascun individuo — verrebbe lesa non dalle sole intrusioni corporali, ma da qualsiasi captazione di conversazioni domestiche, indipendentemente dal fatto che questa avvenga con microspie installate nell'abitazione o nascoste in oggetti spediti in essa, ovvero con microfoni direzionali a distanza o apparecchi similari collocati all'esterno; che, conseguentemente, mentre la captazione di conversazioni che si svolgono fuori dei luoghi di privata dimora atterrebbe soltanto alla sfera di applicazione dell'art. 15 Cost. (libertà e riservatezza della corrispondenza), l'intercettazione di comunicazioni che avvengono nei predetti luoghi interferirebbe congiuntamente sull'ambito applicativo tanto dell'art. 15 Cost. che dell'art. 14 Cost. (libertà e riservatezza del domicilio); che, in tale prospettiva, le norme impugnate, nel regolare l'intercettazione di comunicazioni tra presenti nei luoghi indicati dall'art. 614 cod. pen. , violerebbero l'art. 14 Cost., «almeno» nella parte in cui non stabiliscono i modi in cui può avvenire la limitazione dell'inviolabilità del domicilio; che questa Corte avrebbe in effetti chiarito, con la sentenza n. 135 del 2002, che il secondo comma dell'art. 14 Cost. — che nella specie viene in rilievo, trattandosi di atto invasivo dettato da esigenze di giustizia — non circoscrive le possibili limitazioni della libertà domiciliare ai soli mezzi tipici di ricerca della prova costituti da ispezioni, perquisizioni e sequestri, espressamente menzionati nel precetto costituzionale, dovendo il legislatore e l'interprete tener conto anche di altre forme di intrusione sconosciute al Costituente e divenute attuali per effetto dei progressi tecnologici; né intende discriminare tra forme di intrusione palesi (quali appunto ispezioni, perquisizioni e sequestri) e forme di intrusione occulte (quali i moderni mezzi di captazione sonora); che la norma costituzionale permette, però, la limitazione della libertà domiciliare soltanto nei casi e nei modi stabiliti dalla legge (riserva di legge) e per atto motivato dell'autorità giudiziaria (riserva di giurisdizione); che, per converso, tanto l'art. 266, comma 2, cod. proc. pen. che l'art. 13 del decreto-legge n. 152 del 1991 si limiterebbero ad individuare i «casi» nei quali l'autorità giudiziaria può disporre l'intercettazione di comunicazioni tra presenti nei luoghi di cui all'art. 614 cod. pen.