[pronunce]

Secondo il Tribunale ordinario di Catania, la violazione del principio di eguaglianza deriverebbe «[t]anto più» dalla circostanza che la previsione di una sanzione penale, in caso di violazione del divieto di propaganda di cui all'art. 29, comma 6, della legge n. 81 del 1993, costituirebbe «una singolare eccezione» a fronte della larga depenalizzazione operata nei confronti delle misure punitive ricollegate all'inosservanza di gran parte dei precetti in materia. A sostegno di tale assunto, il rimettente ricorda ancora la sentenza n. 287 del 2001, nonché la più risalente sentenza n. 52 del 1996, nella quale - dichiarando l'illegittimità costituzionale dell'art. 15, comma 17, della legge n. 515 del 1993, nella parte in cui puniva penalmente il fatto previsto dall'art. 7 della legge 24 aprile 1975, n. 130 (Modifiche alla disciplina della propaganda elettorale ed alle norme per la presentazione delle candidature e delle liste dei candidati nonché dei contrassegni nelle elezioni politiche, regionali, provinciali e comunali) - la Corte costituzionale aveva sottolineato come, in un contesto di complessiva decriminalizzazione, era rimasta in vigore, «per una probabile dimenticanza del legislatore», la previsione della sanzione penale. Per le ragioni ricordate, il Tribunale ordinario di Catania ritiene non manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale dell'art. 29, comma 5, della legge n. 81 del 1993, in relazione al successivo comma 6, per violazione dell'art. 3 Cost. 2.- È intervenuto nel giudizio, con atto depositato il 21 aprile 2015, il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, che ha concluso nel senso della manifesta infondatezza della questione. Premette l'Avvocatura generale che il divieto, per tutte le amministrazioni pubbliche, di svolgere attività di propaganda istituzionale è preordinato a garantire il principio di imparzialità dell'agire amministrativo sancito dall'art. 97 Cost., al fine di prevenire i rischi di interferenza e le distorsioni che la comunicazione degli enti pubblici potrebbe determinare rispetto ad una libera consultazione elettorale. In particolare, il divieto mirerebbe ad evitare che l'attività di comunicazione, realizzata dalle pubbliche amministrazioni durante il periodo elettorale, «possa sovrapporsi ed interagire con l'attività propagandistica svolta dalle liste e dai candidati, originando una forma parallela di campagna elettorale, sottratta a qualsiasi tipo di regolamentazione»; in secondo luogo, il divieto sarebbe diretto ad impedire il consolidarsi di un vantaggio elettorale a favore dei politici uscenti nei confronti degli sfidanti, date le innumerevoli facilitazioni, in termini di comunicazione e visibilità, di cui i primi dispongono in via esclusiva e gratuita. Ciò premesso, la difesa statale osserva - muovendo da un presupposto interpretativo differente da quello del giudice rimettente - che il divieto di propaganda in capo alle pubbliche amministrazioni, stabilito dall'art. 9 della legge n. 28 del 2000 non è affatto privo di sanzione, in quanto il successivo art. 10 attribuisce all'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni il compito di perseguire le violazioni della legge n. 28 del 2000 e, dunque, anche quelle dell'art. 9. La scelta di un differente trattamento sanzionatorio, a seconda che il divieto sia violato durante le elezioni amministrative a livello locale, ovvero durante le elezioni politiche (essendo prevista la sanzione penale nel primo caso, e invece sanzioni amministrative disposte dall'Autorità garante nel secondo), rientrerebbe nella discrezionalità legislativa, che può essere oggetto di censura solo ove manifestamente irragionevole (è citata l'ordinanza della Corte costituzionale n. 62 - recte: n. 262 - del 2005, oltre alle sentenze n. 394 del 2006, n. 144 del 2005, n. 364 del 2004, n. 287 del 2001 e n. 455 del 1998). Nella fattispecie, la violazione del divieto di propaganda realizzata dagli enti pubblici nel contesto delle elezioni amministrative a livello locale sarebbe punita più severamente, in quanto il più ristretto ambito territoriale in cui si svolgono queste ultime determinerebbe un maggiore condizionamento delle consultazioni elettorali di cui si intende garantire, invece, un libero svolgimento, privo di interferenze. Anche il vantaggio elettorale, in termini di visibilità, che riceverebbe il politico uscente nei confronti degli altri candidati sarebbe sicuramente maggiore in tali contesti territoriali. In conclusione, l'Avvocatura generale dello Stato ritiene che la censura prospettata sia manifestamente infondata, in quanto l'esigenza di evitare che la comunicazione degli enti pubblici possa determinare interferenze e distorsioni rispetto ad una libera consultazione elettorale sarebbe maggiormente avvertita con riferimento alle consultazioni elettorali amministrative, le quali presentano una dimensione locale, rispetto alle altre consultazioni, che riguardano invece l'intero territorio nazionale o, comunque, regionale.1.- Il Tribunale ordinario di Catania, in composizione monocratica, solleva questione di legittimità costituzionale dell'art. 29, comma 5, della legge 25 marzo 1993, n. 81 (Elezione diretta del sindaco, del presidente della provincia, del consiglio comunale e del consiglio provinciale). Tale disposizione punisce con la sanzione della multa le pubbliche amministrazioni che, in violazione del divieto loro imposto dal successivo comma 6, svolgano attività di propaganda di qualsiasi genere, anche se inerente alla rispettiva attività istituzionale, nei trenta giorni antecedenti l'inizio della campagna elettorale per le elezioni amministrative locali, e per tutta la durata della stessa. Secondo il giudice rimettente, la disposizione censurata violerebbe l'art. 3 della Costituzione, in quanto, sanzionando penalmente le descritte condotte, poste in essere dalle pubbliche amministrazioni nell'imminenza delle elezioni amministrative a livello locale, determinerebbe un trattamento irragionevolmente difforme rispetto a condotte, asseritamente identiche, poste in essere dalle stesse amministrazioni in prossimità di elezioni regionali, politiche ed europee: queste ultime condotte, infatti, in virtù dell'art. 9 della legge 22 febbraio 2000, n. 28 (Disposizioni per la parità di accesso ai mezzi di informazione durante le campagne elettorali e referendarie e per la comunicazione politica), resterebbero esenti da qualunque sanzione. 2.- Un'identica questione era già stata sollevata dal medesimo giudice, nel medesimo grado di giudizio, ma era stata dichiarata manifestamente inammissibile da questa Corte, per oscurità del petitum e per difetto di motivazione sulla rilevanza (ordinanza n. 260 del 2011). Il giudice a quo ha ora integrato la precedente motivazione, descrivendo in modo esaustivo i fatti che hanno dato origine al procedimento penale e individuando con chiarezza la questione sollevata.