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Come dimostrato dai dati statistici ufficiali e dalle numerose richieste di aiuto delle vittime di violenza domestica, stalking o abusi sessuali presso gli appositi centri di ascolto dislocati sul territorio nazionale, si tratta di un fenomeno in costante crescita. L'ultimo episodio ha riguardato una donna, Debora. Formazione, consapevolezza e sensibilizzazione devono essere i tre pilastri sui quali erigere una nuova società che possa garantire alle donne una vita libera da violenze e discriminazioni. Non è più accettabile che una donna su tre in Italia debba subire una qualche forma di violenza fisica, sessuale e psicologica, da quelle considerate meno gravi - almeno nella misura in cui non implicano danni permanenti - a quelle in cui si arriva a un'aggressione mortale. «L'assassino non bussa, ha le chiavi di casa» era la frase agghiacciante ma quanto mai veritiera che si poteva leggere a una manifestazione di qualche anno fa. Non è più accettabile che a monte di tragedie del genere vi siano una sottovalutazione del rischio o un deficit di conoscenza dei centri a cui rivolgersi da parte della vittima o, ancora, un mancato intervento da parte delle strutture o istituzioni competenti, o Forze dell'ordine. Per invertire la rotta, serve costruire a protezione delle donne vittime di violenze una rete unica, composta da Forze dell'ordine, magistrati, assistenti sociali, medici, associazioni di volontariato, operatori dell'informazione, educatori, famiglie e psicologi. Per combattere questa piaga, che vede l'intera società come vittima, è necessario agire in termini di prevenzione prima di tutto culturale, partendo dalla sensibilizzazione nelle scuole per poi arrivare alla repressione inasprendo le pene. Il disegno di legge in esame ha questi principi; si pone come tassello fondamentale nella lotta preventiva al fenomeno della violenza di genere denominato, appunto, codice rosso, come in ospedale quando ci si reca per un'emergenza: adesso, quando una donna decide con grande fatica ed enorme coraggio di rivolgersi allo Stato e chiedere aiuto, magari per denunciare una violenza domestica subita, ha necessità di avere una corsia preferenziale. L'agente o il pubblico ufficiale, ricevuta la denuncia, dovrà immediatamente darne comunicazione al pubblico ministero senza alcuna discrezionalità sulla valutazione dell'urgenza o meno. Questi avrà poi l'obbligo entro tre giorni di ascoltare il denunciante, così come la polizia giudiziaria dovrà dare massima priorità all'indagine. È certamente importante l'introduzione, all'articolo 7, comma 1, del reato di deformazione dell'aspetto mediante lesioni permanenti al viso, che comporterà un'osservazione scientifica della personalità pari a un anno e a ciò conseguirà anche l'emissione di benefici premiali solo dopo minimo un anno. È importante che la giustizia venga percepita dai cittadini come un settore in cui lo Stato investe e a cui viene incontro ancor prima che il reato venga commesso. Vorrei concludere il mio intervento con un appello a tutte le donne vittime di abusi, invitandole a denunciare i propri vessatori. Non abbiate paura: lo Stato è più forte oggi di qualsiasi violenza che abbiate subito e adesso è al vostro fianco con ogni mezzo a sua disposizione. (Applausi dal Gruppo M5S) . PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Ginetti. Ne ha facoltà. GINETTI (PD) . Signor Presidente, il provvedimento all'esame dell'Assemblea interviene in un ambito molto complesso e delicato, quale quello dei maltrattamenti e delle violenze domestiche e di genere, per provare a ricucire spazi di una rete di previsioni normative che si sono susseguite negli anni - intensificate dagli anni Novanta - tutte mirate a superare un modello giuridico che relegava violenze e discriminazioni nei confronti delle donne in uno spazio di tutela troppo ridotto e marginale rispetto alla più generale tutela dei diritti della persona. Era quindi necessario superare quell'impostazione culturale, ancor prima che normativa, che non riconosce la parità tra uomini e donne nei rapporti in famiglia, di lavoro e sociali. Nel corso della scorsa legislatura abbiamo riservato al tema una grande attenzione. Abbiamo provveduto alla ratifica della Convenzione di Istanbul, che qualifica la violenza contro le donne come violazione dei diritti umani. Siamo poi intervenuti con il decreto-legge 14 agosto 2013, n. 93, a tutela dei figli che assistono alle violenze in famiglia e degli orfani di femminicidio, in fase processuale, così come in tema di successione ereditaria. Si tratta di temi che - a nostro parere - hanno sempre più bisogno di un monitoraggio costante in riferimento all'efficacia delle norme introdotte, ma anche del supporto e del contributo di professionisti che, nelle diverse competenze, si occupano oggi di violenza e maltrattamenti di genere, da formare e specializzare: dai giudici, ai centri antiviolenza, alle altre forme di protezione e prevenzione. In tale ottica, signor Presidente, il disegno di legge n. 1200, di iniziativa governativa, a nostro parere - è stato già detto - avrebbe potuto coordinarsi in maniera più evidente con il lavoro che stiamo portando avanti in sede di Commissione parlamentare di inchiesta sul femminicidio, nonché su ogni forma di violenza di genere, per inserire quegli emendamenti che senz'altro avrebbero arricchito e completato il quadro proposto dal Governo. Questo - temo - porterà a dover mettere mano al sistema giuridico introdotto in quanto incompleto e inefficace. Nel merito, il disegno di legge, con i suoi 21 articoli, interviene sul codice di procedura penale, al fine di velocizzare l'instaurazione del procedimento penale e accelerare l'eventuale adozione di protezione delle vittime e di formazione della prova. Il provvedimento introduce nuove fattispecie di reato che abbiamo condiviso, in particolare contro la diffusione illecita di immagini o video sessualmente espliciti, lesioni personali aggravate e deformazione dell'aspetto della persona mediante lesioni permanenti al viso, anche sul solco di una nostra specifica proposta di legge. Allo stesso modo, è nostra la proposta, presentata fin dalla scorsa legislatura, per l'introduzione del reato di matrimonio forzato e precoce, che si sta affermando pericolosamente anche nel nostro territorio, quando il matrimonio da combinato diventa forzato, trascinando giovani donne in situazioni di violenza e rischio di gravidanze precoci, maltrattamenti, sottomissioni fisiche e ricatti morali di esclusione sociale e isolamento, ma anche di morte. Questa è stata la sorte di giovani studentesse ricondotte con forza nei Paesi di origine e uccise, perché non obbedienti, per mano di fratelli e padri. Per questo la nostra proposta prevedeva pene principali e relative pene accessorie ben più severe per un reato che nasconde in sé, oltre alla costrizione, la violenza sessuale e i maltrattamenti di spose bambine. Stiamo parlando di figli che subiscono i danni diretti o collaterali della violenza in famiglia; figli di rapporti malati nutriti di rabbia e brutalità ; vittime di un amore che non c'è, ovvero di violenza assistita, alla presenza dei figli nell'82 per cento dei casi.