[pronunce]

che il Collegio arbitrale rimettente fonda la sua tesi – ribadita ed ampiamente sviluppata nelle proprie difese dalla parte privata costituita – principalmente, anche se non esclusivamente, sull'assunto che il divieto del giudizio arbitrale per le controversie concernenti rapporti relativi ad appalti per la costruzione di opere pubbliche rese necessarie da calamità naturali è irragionevole e, in quanto tale, contrasta con i numerosi parametri costituzionali evocati; che tale irragionevolezza viene dedotta dal rilievo secondo cui, rispetto al generale principio della compromettibilità in arbitri di tutte le controversie aventi ad oggetto diritti disponibili, la norma impugnata introdurrebbe un'eccezione riguardante una categoria puramente naturalistica (opere pubbliche rese necessarie da calamità naturali) priva di specifiche connotazioni giuridiche e, quindi, di un interesse pubblico prevalente su quello che informa il menzionato principio generale; che, viceversa, questa Corte – già chiamata a scrutinare analogo dubbio di irrazionalità del divieto di devoluzione ad arbitri delle controversie de quibus –, dopo aver «premesso che la discrezionalità di cui il legislatore gode nell'individuazione delle materie sottratte alla possibilità di compromesso incontra il solo limite della manifesta irragionevolezza», ha affermato che «siffatto limite non può certo dirsi superato nella specie, considerato il rilevante interesse pubblico di cui risulta permeata la materia relativa alle opere di ricostruzione dei territori colpiti da calamità naturali, anche in ragione dell'elevato valore delle relative controversie e della conseguente entità dei costi che il ricorso ad arbitrato comporterebbe per le pubbliche amministrazioni interessate» (sentenza n. 376 del 2001; v. anche ordinanza n. 11 del 2003); che a tali argomentazioni può aggiungersi che, d'altra parte, le scelte legislative in materia di arbitrato nei lavori pubblici necessariamente si giustificano in funzione delle specifiche contingenze che caratterizzano le singole iniziative della pubblica amministrazione (cfr. sentenza n. 152 del 1996): e che, pertanto, la valutazione del legislatore di escludere la compromettibilità in arbitri delle controversie in questione deve essere apprezzata, sul piano della relativa non manifesta irragionevolezza, in funzione di tutte le singole componenti (siano esse di ordine economico, di ordine funzionale, o di opportunità) che concorrono ad orientare la scelta di riservarle al controllo giurisdizionale; che neppure si configura la violazione del principio di uguaglianza (denunciata anche in riferimento alla lesione degli artt. 5 e 120 Cost.), giacché – anche prescindendo dalla sopravvenuta generalizzata estensione del divieto per le pubbliche amministrazioni di inserire clausole compromissorie in tutti i loro contratti aventi ad oggetto lavori, forniture e servizi ovvero, relativamente ai medesimi contratti, di sottoscrivere compromessi, sancito dal comma 19 dell'art. 3 della legge 24 dicembre 2007 n. 244 (la cui operatività è peraltro differita al 31 dicembre 2009 ai sensi, da ultimo, dell'art. 29, comma 1-quinquiesdecies, lettera a, del decreto-legge 30 dicembre 2008, n. 207, convertito, con modificazioni, dalla legge 27 febbraio 2009, n. 14) – le disposizioni censurate fanno divieto di deferire ad arbitri tutte le controversie relative alla esecuzione delle opere pubbliche comprese nei programmi di ricostruzione di territori colpiti da calamità naturali (tra cui anche gli interventi derivanti dalla applicazione della legge n. 219 del 1981); che, dunque, trattandosi di un divieto generalizzato per una determinata categoria di appalti, che non opera ratione loci bensì ratione eventus, va escluso che le norme impugnate realizzino la lamentata discriminazione di tipo territoriale; laddove, poi, l'assunto del rimettente (secondo cui la calamità naturale, identificabile tramite localizzazione, sarebbe una mera matrice genetica del programma di ricostruzione nel quale rientrano le opere sulle quali si appunta l'esclusione in argomento) si fonda sul presupposto (già esplicitamente smentito da questa Corte nella richiamata sentenza n. 376 del 2001) dell'assoluta identità delle controversie in questione a tutte le altre che insorgono in materia di pubblici appalti; che la riconosciuta sussistenza del «rilevante interesse pubblico, di cui risulta permeata la materia relativa alle opere di ricostruzione dei territori colpiti da calamità naturali», consente di disattendere anche la censura sollevata – in ragione di una asserita irragionevole limitazione della autonomia privata derivante dal contestato divieto di devoluzione ad arbitri delle controversie de quibus – in riferimento agli artt. 24, 41 e 42 Cost., rispetto alla quale, comunque, va sottolineato che la giurisprudenza di questa Corte è costante nell'affermare che l'art. 41 Cost. tutela l'autonomia contrattuale in quanto strumento della libertà di iniziativa economica, il cui esercizio può tuttavia essere limitato per ragioni di utilità economico-sociale, che assumono anch'esse rilievo a livello costituzionale (sentenze n. 279 del 2006 e n. 264 del 2005); che la affermata compatibilità della garanzia costituzionale dell'autonomia contrattuale con la prefissione di limiti a tutela di interessi generali (ordinanza n. 11 del 2003) vale, altresì, a superare i prospettati dubbi di costituzionalità riferiti all'art. 117, primo comma, Cost., per violazione degli artt. 1 e 6 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo [recte: per violazione dell'art. 6 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo e dell'art. 1 del Protocollo addizionale], come interpretati dalla Corte di Strasburgo, poiché è lo stesso rimettente che – osservando che la suddetta Convenzione «non contempla disposizioni specificamente dedicate alla tutela dell'autonomia privata» – rileva che «la giurisprudenza della Corte di Strasburgo, seppure non rinvenendo nel testo della CEDU una tutela diretta della libertà di iniziativa economica privata e, quindi, dell'autonomia contrattuale, ha fatto, comunque, discendere l'obbligo per gli Stati contraenti di non introdurre limitazioni all'autonomia contrattuale se non laddove queste siano strettamente connesse alla tutela di un interesse generale», tutela che, come detto, è stata, nella specie, appunto ritenuta preminente da questa Corte, in quanto giustificata anche dal «particolare rilievo sociale» delle controversie de quibus (ordinanza n. 11 del 2003); che il rimettente ha, in secondo luogo, censurato – in riferimento agli artt. 3, 24, 25, 41, 42, 97 e 117, primo comma, Cost. – il solo art. 3, comma 2 [secondo periodo], del decreto-legge n. 180 del 1998, nella parte in cui esclude dall'applicazione del divieto di devoluzione a collegi arbitrali delle controversie in questione soltanto le «controversie per le quali sia stata già notificata la domanda di arbitrato alla data di entrata in vigore del presente decreto» e non tutte quelle relative a contratti già stipulati contenenti clausole compromissorie;