[pronunce]

1.3.- Un secondo aspetto di non manifesta infondatezza si apprezzerebbe in relazione all'art. 3 Cost., in quanto la depenalizzazione del reato di ingiuria avrebbe determinato una irragionevole disparità di trattamento rispetto al reato di diffamazione di cui all'art. 595 cod. pen. , delitto riconducibile «alla stessa medesima ratio e allo stesso diritto fondamentale», distinguendosi solamente per la presenza o meno dell'offeso al momento della condotta. Tale discriminazione sarebbe particolarmente evidente in riferimento all'abrogazione dell'ipotesi aggravata di cui all'art. 594, quarto comma, cod. pen. , che disponeva un aumento di pena qualora l'offesa fosse commessa «in presenza di più persone». Secondo il rimettente, sarebbe del tutto irragionevole «[l]a scelta di perseguire un fatto "comunicando con più persone" in assenza dell'offeso (diffamazione) e di non punire il medesimo fatto "commesso in presenza di più persone" con la presenza dell'offeso (ingiurie)». 1.4.- Un terzo aspetto di non manifesta infondatezza andrebbe, infine, apprezzato in relazione alla «difforme tutela processuale garantita al medesimo diritto fondamentale nell'abrogato reato di ingiuria rispetto al reato di diffamazione». In particolare, la deposizione testimoniale della persona offesa, che ben potrebbe essere posta a fondamento della decisione nel processo penale a quo, non potrebbe esserlo nel giudizio civile, poiché in quella sede la parte non può testimoniare a favore di sé stessa. Ciò condurrebbe alla conseguenza per cui un'ingiuria commessa in assenza di testimoni sarebbe destinata a restare impunita, così determinandosi un'irragionevole disparità di trattamento rispetto alle vittime della diffamazione, le quali hanno la possibilità di costituirsi parte civile e deporre come testimoni nel processo penale. 2.- È intervenuto nel giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, che ha concluso chiedendo che le questioni siano dichiarate inammissibili o comunque infondate. L'Avvocatura generale dello Stato osserva anzitutto come questa Corte nella sentenza (recte: ordinanza) n. 175 del 2001, in tema di oltraggio a pubblico ufficiale, abbia già affermato che la questione «tendente ad ottenere una sentenza con la quale venga reintrodotta una fattispecie criminosa prevista da una disposizione espressamente abrogata [...] eccede i compiti di questa Corte», trattandosi di una «scelta discrezionale riservata al legislatore». L'Avvocatura rammenta altresì che questa Corte, nella sentenza n. 81 del 2014, affermò di non potere rimodulare liberamente le sanzioni degli illeciti penali perché, se lo facesse, invaderebbe un campo riservato alla discrezionalità del legislatore, il cui esercizio è censurabile, sul piano della legittimità costituzionale, solo ove trasmodi nella manifesta irragionevolezza o nell'arbitrio, come avviene quando si sia di fronte a sperequazioni sanzionatorie tra fattispecie omogenee non sorrette da alcuna ragionevole giustificazione. Le sentenze citate dal rimettente a sostegno della tesi relativa alla «necessità di "penalizzare" una condotta in senso contrario a quanto ritenuto dal legislatore» non sarebbero dunque conferenti, l'intervento ablativo della Corte giustificandosi solamente «quando l'area della penalità è esclusa per categorie determinate di soggetti», come ad esempio avvenuto in tema di falso in materia elettorale nella sentenza n. 394 del 2006. Sarebbe del resto «[i]ncongruo» il riferimento operato dal rimettente alla sentenza n. 5 del 2014, in quanto relativa a un caso in cui l'illegittimità dell'avvenuta depenalizzazione, nella fattispecie in materia di associazioni paramilitari, era stata riscontrata sotto il profilo dell'assenza di delega legislativa, e dunque per contrarietà all'art. 76 Cost. Resterebbe fermo, in altri termini, il principio per cui alla Corte «è preclusa ogni pronuncia che ripristini un reato laddove si contesti la mera ragionevolezza delle scelte discrezionali del legislatore, con conseguente inammissibilità della relativa questione, come sostenuto ripetutamente dalla stessa Corte». Mentre la discrezionalità del legislatore potrebbe essere censurata soltanto nel caso di «uso distorto o arbitrario così da confliggere in modo manifesto con il canone della ragionevolezza» (ordinanza n. 23 del 2009), nella fattispecie in esame «il perdurante rilievo penale della diffamazione si giustifica sulla base dell'aggressione pubblica dell'onore, contrariamente a quanto avviene per l'ingiuria rispetto alla quale il legislatore ha perseguito lo scopo della sua rimessione alla composizione tra privati, facendone un illecito civile». L'Avvocatura generale dello Stato, infine, osserva che l'argomento del rimettente che fa leva sul diverso regime probatorio in sede civile, in base al quale sarebbe impedito alla parte offesa di deporre come teste, sarebbe parimenti infondato, «in considerazione al fatto che esistono mezzi (es. 228/230-233 cpc) che possono portare all'accertamento della fattispecie». 3.- Con atto depositato in data 13 giugno 2017, si sono costituiti nel giudizio incidentale il signor G. D. e la signora R. F., rispettivamente figlio e moglie del defunto G. D., parte civile nel procedimento penale a quo. Nell'atto di costituzione si ribadisce anzitutto la centralità del bene dell'onore, quale diritto fondamentale della persona umana, avente rango costituzionale nell'art. 2 Cost. e presentante «un costitutivo connotato pubblicistico», al quale solo il diritto penale sarebbe in grado di assicurare tutela; e ciò anche nell'ottica della prevenzione speciale e generale, che sarebbero invece estranee al diritto civile. Solamente «il timore della sanzione penale, per il reo, e la prospettiva di un'adeguata tutela penale, per l'offeso» sarebbero in grado di frenare la «progressione criminosa» cui può dar luogo un «reato-innesco di una serie di altre condotte delittuose», quale l'ingiuria. Le parti costituite osservano, inoltre, come intraprendere un'azione civile sia economicamente più gravoso rispetto alla mera presentazione di una querela, «con l'immediata conseguenza della disparità di trattamento tra cittadini più o meno abbienti». Per effetto della novella legislativa, d'altra parte, il bene dell'onore sarebbe stato artificiosamente «frantumato», rimanendo la tutela penale confinata al bene della reputazione grazie all'incriminazione della diffamazione ex art. 595 cod. pen. : fattispecie, quest'ultima, che non potrebbe però dirsi, in astratto, più grave dell'ingiuria, dovendo l'offensività essere apprezzata in concreto. Le parti costituite rilevano inoltre che la Corte avrebbe nel tempo superato l'iniziale «self restraint al proprio intervento» incarnato nel principio di riserva di legge di cui all'art. 25, secondo comma, Cost., giungendo ad ammettere un sindacato sulla lex mitior a partire dalla sentenza n. 148 del 1983, e successivamente nelle sentenze n. 394 del 2006, n. 5 del 2014 e n. 32 del 2014.