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In questo senso si sono espresse la Corte suprema degli Stati Uniti d'America (Obergefell v. Hodges), con sentenza del 26 giugno 2015, che ha aperto il matrimonio in tutti gli Stati Uniti e, più di recente, la Corte costituzionale austriaca con sentenza 4 dicembre 2017, di particolare rilevanza per l'affinità e la vicinanza con l'ordinamento giuridico e le tradizioni culturali del nostro Paese. Il Parlamento italiano è oggi chiamato ad assumersi la responsabilità storica di porre fine alla discriminazione nell'accesso al matrimonio di due persone dello stesso sesso attraverso una legge ordinaria che non richiederebbe, a differenza di quanto affermato da alcune parti, una modifica costituzionale, secondo quanto confermato anche dalla Cassazione nella giurisprudenza citata. Non si tratta qui di modificare la nozione di matrimonio ma di rimuovere un ostacolo discriminatorio all'accesso ad un diritto fondamentale. Nel 1948 l'ipotesi del matrimonio fra due donne o fra due uomini non fu tenuta in nessuna considerazione dai padri costituenti anche a fronte della totale assenza di un dibattito pubblico sul tema e di una richiesta da parte dei soggetti interessati, troppo impegnati a sottrarsi al lacerante stigma sociale per reclamare l'uguaglianza dei diritti. Oggi, al contrario, è comprovato che esiste nella società italiana una realtà assai diffusa di convivenze omosessuali stabili e alla luce del sole che reclamano l'uguaglianza dei diritti. Dal 5 giugno 2016, infatti, è in vigore in Italia la legge 20 maggio 2016, n. 76, « Regolamentazione delle unioni civili tra persone dello stesso sesso e disciplina delle convivenze ». Dall'agosto 2016, data di entrata in vigore del primo decreto attuativo, sono state diverse migliaia (erano quasi 3.000 nei primi otto mesi secondo dati diffusi allora dal Ministero dell'interno) le coppie dello stesso sesso ad unirsi in unione civile. Un dato che mostra come l'unica cifra disponibile fino ad allora sul numero delle coppie dello stesso sesso in Italia, le 7.513 coppie dichiaratesi tali nel censimento ISTAT del 2011, fosse, com'era facilmente prevedibile, del tutto sottostimata data la difficoltà a dichiararsi omosessuali in Italia a fronte di un persistente stigma sociale e in assenza di un riconoscimento di legge. La legge sulle unioni civili ha sanato diverse situazioni di disparità, sul piano economico e sociale, per l'accesso ad opportunità fino ad allora negate, producendo così una rivoluzione culturale e sociale nel modo di concepire le persone gay e lesbiche e le loro famiglie. Non ha sanato però, anzi ha ulteriormente evidenziato, la questione di un accesso differenziato e perciò stesso discriminatorio alle stesse opportunità in ragione del proprio orientamento sessuale. Un trattamento che, se sul piano concreto ha prodotto la fine di ingiustizie secolari e un riconoscimento sociale fino ad allora negato, sul piano politico richiama alle politiche segregazioniste attuate negli anni '50 dagli Stati Uniti nei confronti degli afroamericani. Anche allora, a fronte della necessità costituzionale di fornire le stesse condizioni a bianchi e neri ma, al contempo, davanti alla richiesta di alcune parti sociali di non eliminare la differenza fra le razze di fronte alla legge, si elaborò quella dottrina del « separate but equal » che determinava la segregazione razziale pur nell'uguaglianza formale delle opportunità. Per questo, com'è accaduto negli ultimi quindici anni in quasi tutta Europa, la fase dell'istituto separato delle unioni civili non può che essere considerata un passaggio transitorio, di certo utile ad abbattere pregiudizi e a creare un clima maggiormente positivo verso le nuove famiglie, ma che dovrà lasciare presto il campo all'accesso egualitario al matrimonio civile senza discriminazioni legate all'orientamento sessuale dei coniugi. L'impossibilità di poter accedere in condizione di parità rispetto alle coppie di sesso diverso al riconoscimento pubblico della propria condizione sociale di coppia, d'altro canto, non rappresenta solo una violazione del principio di uguaglianza ma anche una lesione della propria dignità individuale e di coppia. Questo rappresenta un ostacolo al benessere individuale e una fonte di stress sociale a cui viene ingiustamente sottoposta una parte della popolazione a causa di una condizione personale, in violazione di quel principio di non discriminazione per orientamento sessuale che, come si è sopra ricordato, è sancito dal Trattato di Lisbona. Il presente disegno di legge, pertanto, modifica in quanto discriminatorie le disposizioni in materia di matrimonio che indicano espressamente le parole « marito e moglie » e che quindi, pur in mancanza di un espresso divieto o di una definizione legislativa, sono indice del fatto che il matrimonio non è aperto dalla legge ordinaria italiana anche alle coppie dello stesso sesso. In materia di cognome, si dispone che i coniugi dello stesso sesso debbano indicare il cognome comune scegliendolo tra i loro cognomi, dando comunque facoltà di continuare ad usare anche il proprio cognome originario che non sia stato scelto come cognome della famiglia. Tale previsione non incide in alcun modo sul cognome nel matrimonio tra persone di sesso diverso. Si correggono inoltre le disposizioni sul cognome in materia di divorzio. L'articolo 3 introduce una norma di chiusura che, senza incidere sui testi normativi, impone di interpretare in senso non discriminatorio ogni altra norma dell'ordinamento giuridico. Il presente disegno di legge, redatto con il contributo dei giuristi di Articolo29.it, era già stato depositato nella XVII legislatura (Atto Senato n. 15) a prima firma del senatore Sergio Lo Giudice e nella XVIII legislatura (Atto Senato n. 60) a prima firma della senatrice Cirinnà.. Art. 1. (Modifiche al codice civile in materia di matrimonio) 1. Al codice civile sono apportate le seguenti modificazioni: a) all'articolo 107, primo comma, le parole: « rispettivamente in marito e in moglie » sono sostituite dalle seguenti: « reciprocamente come coniugi »; b) all'articolo 108, primo comma, le parole: « rispettivamente in marito e in moglie » sono sostituite dalle seguenti: « reciprocamente come coniugi »; c) all'articolo 143, primo comma, le parole: « il marito e la moglie » sono sostituite dalle seguenti: « i coniugi ». Art. 2. (Cognome tra persone dello stesso sesso) 1. Dopo l'articolo 143- bis del codice civile è inserito il seguente: « Art. 143- bis.1 . – (Cognome tra persone dello stesso sesso) – I coniugi dello stesso sesso possono stabilire un cognome comune scegliendolo tra i loro cognomi. Lo stesso cognome è conservato durante lo stato vedovile, fino a nuove nozze. Il coniuge aggiunge al proprio cognome quello comune, se diverso ». 2. L'articolo 156- bis del codice civile è sostituito dal seguente: « Art. 156- bis . – (Cognome dei coniugi) – Il giudice può vietare a un coniuge l'uso del cognome dell'altro, quando tale uso sia gravemente pregiudizievole e può parimenti autorizzare un coniuge a non usare il cognome dell'altro, qualora dall'uso possa derivargli grave pregiudizio ». 3. All'articolo 5 della legge 1° dicembre 1970, n. 898, sono apportate le seguenti modificazioni: a) al secondo comma, le parole: « La donna » sono sostituite dalle seguenti: « Il coniuge »;