[resaula]

nonostante gli ultimi dati pubblicati dall'ISTAT mostrino come il fenomeno abbia subito un progressivo rallentamento, e che, anzi, ultimamente si stia assistendo alla tendenza inversa (il " reshoring ", ossia il rientro nel Paese di origine di aziende che nel corso del tempo avevano spostato la sede all'estero), è indubbio il fatto che, in special modo durante la passata crisi finanziaria, un numero ingente di imprese nell'ultimo decennio abbia spostato la propria produzione dall'Italia all'estero; le motivazioni che hanno spinto le aziende nazionali a delocalizzare sono state individuate in primo luogo nell'asfissiante burocrazia della pubblica amministrazione: la complessità delle procedure burocratiche, infatti, logora il tessuto socio-produttivo del Paese e ne ostacola profondamente il fisiologico sviluppo; l'Italia sconta, inoltre, un'endemica disfunzionalità della rete di collegamento a cui si abbina l'arretratezza del comparto delle telecomunicazioni rispetto ai più importanti partner europei e mondali, arretratezza che necessiterebbe di investimenti volti all'implementazione del processo di digitalizzazione della rete nazionale, agganciando l'Italia alla quarta rivoluzione industriale in atto; terzo aspetto fondamentale, tra gli altri, e che giova in questa sede ricordare, attiene alla grave inadeguatezza del nostro sistema fiscale, fortemente disincentivante per qualsiasi soggetto nazionale e internazionale che voglia investire in un'idea industriale, in special modo nel campo della produzione e dell'innovazione; considerato che: la chiusura dell'impianto Whirlpool di Napoli, con il conseguente impoverimento del tessuto sociale dell'area e con le drammatiche ricadute che avrà in termini occupazionali, deve essere valutata dal Ministro in indirizzo non come un episodio isolato, ma come il culmine della drammatica fase di depauperamento produttivo che investe il Paese da anni e che rischia di aggravare il quadro economico italiano, la cui stabilità è messa a dura prova; il rischio tangibile è quello di un "effetto domino": il caso in questione, difatti, rischia di rappresentare solo il primo passo di un fenomeno più strutturale di allontanamento di gruppi industriali dal territorio nazionale, spingendo anche altre multinazionali, titolari di grandi stabilimenti diffusi su tutto il territorio nazionale, a fare scelte analoghe a quelle attuate da Whirlpool; il Governo ha quindi il dovere di mettere in campo tutti gli sforzi possibili affinché si possa scongiurare un tale scenario, in special modo in un contesto delicato come quello attuale in cui il Paese è soggetto ad un'eccezionale emergenza pandemica che sta minando le basi della stabilità economica di quasi tutti i settori dell'economia; diverse manifestazioni sono state organizzate nei giorni scorsi per porre all'attenzione del Governo e della società civile la crisi che affligge i dipendenti dell'azienda e le relative famiglie: il 5 novembre le sigle sindacali hanno manifestato a gran voce dal palco di piazza Dante per evidenziare i problemi occupazionali che colpiranno gli operai della fabbrica, denunciando altresì l'opera di delocalizzazione a cui l'impianto è stato negli anni sottoposto a vantaggio di Paesi esteri, un lento processo di dismissione che già da tempo sarebbe dovuto essere arrestato tramite misure incisive, si chiede di sapere: se il Ministro in indirizzo non ritenga doveroso adottare il prima possibile idonee misure atte a garantire l'adeguato supporto economico ai lavoratori dell'impianto Whirlpool di Napoli, nonché attivare contemporaneamente un tavolo di confronto presso il Ministero dello sviluppo economico volto a trovare una soluzione rispetto alle conseguenze derivanti dalla vicenda; quali siano state le motivazioni che hanno portato l'azienda a decidere di cessare la continuità produttiva dello stabilimento, e quali tempestivi interventi abbia intenzione di mettere in atto al fine di rilanciare lo stabilimento. Atto n. 3-02089 FERRARI MARCUCCI BOLDRINI COLLINA MANCA Al Ministro dello sviluppo economico Premesso che: la legge 29 dicembre 1993, n. 580, che disciplina il sistema delle funzioni e dell'organizzazione delle camere di commercio, industria, artigianato e agricoltura, è stata oggetto di riforma ad opera del decreto legislativo 25 novembre 2016, n. 219, di attuazione della delega di cui all'art. 10 della legge 7 agosto 2015, n. 124, recante delega di riforma delle pubbliche amministrazioni ("legge Madia"); la legge n. 580 del 1993 disciplina le camere di commercio, industria, artigianato e agricoltura come enti pubblici dotati di autonomia funzionale. Esse svolgono, nell'ambito della circoscrizione territoriale di competenza, funzioni di interesse generale per il sistema delle imprese, curandone lo sviluppo nell'ambito delle economie locali; il decreto legislativo n. 219 del 2016 ha introdotto una serie di importanti novità, con particolare riguardo alle funzioni delle camere di commercio, all'organizzazione dell'intero sistema camerale e alla sua governance complessiva; in particolare, l'articolo 3 ha previsto la riduzione del loro numero mediante accorpamento, razionalizzazione delle sedi e del personale, al fine di ricondurre il numero complessivo delle camere di commercio esistenti entro il limite massimo di 60, nel rispetto di alcuni vincoli tra cui: almeno una camera di commercio per regione e l'accorpamento delle camere di commercio con meno di 75.000 imprese iscritte. Lo stesso articolo, rinviava ad un successivo decreto del Ministero dello sviluppo economico il compito di rideterminare, sulla base di una proposta di Unioncamere, le circoscrizioni territoriali, l'istituzione delle nuove camere di commercio, la soppressione delle camere interessate dal processo di accorpamento e razionalizzazione; con decreto del Ministro dello sviluppo economico 16 febbraio 2018, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 58 del 9 marzo 2018, le circoscrizioni territoriali delle camere di commercio, industria, artigianato e agricoltura sono state ridotte da 105 al numero di 60; considerato che: numerose camere di commercio, industria, artigianato e agricoltura hanno fatto ricorso contro la suddetta normativa in ragione delle pesanti ricadute negative sulle imprese e sui territori coinvolti. In particolare, in diversi casi le proposte di accorpamento prevedono l'inclusione di più territori provinciali, distanti tra loro anche 300 chilometri o addirittura non confinanti, con sistemi produttivi completamente differenziati, in termini di settori, numero di imprese, dimensioni, e con esigenze di servizi diversificati; alla data del 16 ottobre, secondo quanto pubblicato sul sito di Unioncamere, l' iter di accorpamento delle 105 camere di commercio risulta perfezionato soltanto presso 46 camere di commercio, industria, artigianato e agricoltura con l'istituzione di 20 nuovi enti accorpati. Allo stato attuale risultano, pertanto, ancora operative 79 camere di commercio;