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Disposizioni in materia di responsabilità disciplinare dei magistrati e di trasferimento d’ufficio. Onorevoli Senatori. -- Il Presidente della Repubblica, intervenendo al Plenum del Consiglio superiore della magistratura il 15 febbraio 2012, ha espressamente e solennemente evidenziato le carenze normative che connotano la materia disciplinare e del trasferimento d'ufficio, per effetto delle quali non risultano assoggettabili ad alcuna sanzione o intervento, da parte dell'organo di autogoverno della magistratura, condotte sicuramente meritevoli di provvedimenti afflittivi di natura disciplinare e che destano grande sconcerto nella pubblica opinione, ovvero si utilizza lo strumento del trasferimento d'ufficio ex articolo 2 del regio decreto legislativo 31 maggio 1946, n. 511, sulle guarentigie della magistratura, per reprimere condotte asseritamente colpevoli, ma prive di tipicità. In particolare la prima Magistratura del paese ha posto in rilievo la circostanza che nell'ordinamento disciplinare, introdotto con il decreto legislativo 23 febbraio 2006, n. 109, difetta una disposizione che valga a sanzionare le esternazioni di appartenenti all'ordine giudiziario che risultino palesemente in contrasto con i doveri di imparzialità, terzietà e indipendenza richiesti per il credibile esercizio delle funzioni giurisdizionali. È, questa, una tematica complessa che il Plenum del Consiglio superiore della magistratura ha ben sintetizzato in una recente delibera di archiviazione avente ad oggetto, per l'appunto, le dichiarazioni rese da un magistrato: «è di tutta evidenza che anche ai magistrati, come agli altri cittadini, appartiene il diritto costituzionale di manifestare le proprie opinioni in pubblico, e naturalmente anche quello di esporre pubblicamente le proprie critiche rispetto a orientamenti politico-istituzionali o legislativi, indipendentemente dal fatto che essi provengano da forze collocate nell'area di governo o di opposizione. Ma è anche altrettanto evidente che tale diritto fondamentale, per quanto riguarda il cittadino-magistrato, deve essere bilanciato con i princìpi costituzionali di indipendenza e imparzialità (e di apparenza di indipendenza e imparzialità, come peraltro autorevolmente affermato dalla Corte costituzionale nella sentenza n. 100 del 1981), e cioè con i valori essenziali che caratterizzano lo status costituzionale degli appartenenti all'ordine giudiziario. Inoltre, non appare fuori luogo ricordare che i magistrati, nelle occasioni di esternazione pubblica, devono tenere conto che la loro posizione istituzionale accentua i doveri di correttezza espositiva, compostezza e sobrietà, rispetto agli standard di diligenza che possono essere richiesti al cittadino che non ricopra analogo status ». Com'è dato a tutta prima rilevare, si è in presenza di comportamenti che sono sottratti, per difetto di tipizzazione, a qualsivoglia sanzione disciplinare e che invece, per come ha evidenziato con estremo rigore e mirabile chiarezza il Presidente della Repubblica, necessitano di un immediato intervento legislativo: «a disorientare i cittadini contribuiscono -- come da tempo rilevo -- alcune tipologie di condotta che innescano periodicamente spirali polemiche e acuiscono molteplici tensioni. Mi riferisco in particolare alle esternazioni esorbitanti i criteri di misura, correttezza espositiva e riserbo; all'inserimento nei provvedimenti giudiziari di riferimenti non necessari ai fini della motivazione e che spesso coinvolgono terzi estranei; all'assunzione quando inopportuna di incarichi politici e alla riassunzione di funzioni giudiziarie dopo averli svolti o essersi dichiarati disposti a svolgerli. Condotte del genere possono incidere sulla immagine di terzietà che deve assistere ciascun magistrato con riguardo al concreto esercizio delle sue funzioni, come regola deontologica che va osservata in ogni comportamento per evitare -- come ha ricordato la Corte costituzionale nella sentenza n. 224 del 2009 -- che possa fondatamente dubitarsi della indipendenza e imparzialità di chi giudica o indaga. Molti dei comportamenti prima indicati sfuggono però alla sanzionabilità disciplinare per la rigida tipizzazione voluta dal legislatore del 2006 e non sono riconducibili neppure alla regolamentazione paradisciplinare del trasferimento di ufficio disposto in via amministrativa. È bene che da parte delle forze politiche di ciò si sia consapevoli e che a ciò -- se si vuole -- si ponga meditato rimedio anziché farne ogni volta occasione di invocazioni polemiche e generiche di interventi sanzionatori allo stato non praticabili. Come il Consiglio superiore, la Sezione disciplinare e la Procura generale della Corte di cassazione hanno rilevato, si è in presenza di vuoti normativi non colmabili in via interpretativa». Quindi, il presente disegno di legge intende colmare questa lacuna provvedendo ad una significativa riscrittura dell'articolo 3 del decreto legislativo n. 109 del 2006, e in particolare del disposto dell'originaria lettera f) , che era stata abrogata per effetto dell'articolo 1, comma 3, lettera d), numero 1), della legge 24 ottobre 2006, n. 269. La nuova formulazione intende pienamente allinearsi alle indicazioni del Presidente della Repubblica, eliminando dal testo originario spazi di discrezionalità che avrebbero potuto condizionare indebitamente la libertà di manifestazione del pensiero da parte dei magistrati. Per conseguire questo risultato, all'articolo 3 del decreto legislativo 23 febbraio 2006, n. 109, dopo la lettera i) è inserita la seguente lettera i- bis): «il rendere dichiarazioni che, per il contesto sociale, politico o istituzionale in cui sono rese, rivelano l'assenza dell'indipendenza, della terzietà e dell'imparzialità richieste per il corretto esercizio delle funzioni giurisdizionali». Altro punto che il discorso presidenziale del 15 febbraio 2012 ha preso in esame è quello che, più in generale, discende dall'avvenuta abrogazione, sempre per effetto della legge n. 269 del 2006, della lettera l) del medesimo articolo 3 del decreto legislativo n. 109 del 2006 che, con una clausola di chiusura della tipologia degli illeciti disciplinari, sottoponeva a sanzione «ogni altro comportamento tale da compromettere l'indipendenza, la terzietà e l'imparzialità del magistrato, anche sotto il profilo dell'apparenza». Si lamenta da più parti che siffatta abrogazione abbia sostanzialmente privato i titolari dell'azione disciplinare del potere di richiedere la sanzione di condotte «atipiche», ma che suscitano parimenti grave allarme e sconcerto nella pubblica opinione. A questo fine all'articolo 3 del decreto legislativo 23 febbraio 2006, n. 109, è inserita la seguente ulteriore lettera i- ter): «ogni altro comportamento idoneo a compromettere gravemente l'indipendenza, la terzietà e l'imparzialità del magistrato, anche sotto il profilo dell'apparenza, nel contesto sociale o nell'ufficio giudiziario in cui il magistrato esercita le proprie funzioni».