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Si prevede quindi una serie di interventi in relazione a una situazione di pericolo, con riferimento alla tutela della salute che comunque ogni cittadino ha diritto di avere e anche - vorrei ricordarlo - alla tutela della salute della polizia penitenziaria. (Richiami del Presidente). Mi avvio a terminare e vedo che dopo di me interverrà il collega Caliendo, che si è molto impegnato. Con riferimento specifico a questo tipo di intervento, è fissata anche una norma procedurale, che prevede un intervento immediato di revoca del provvedimento, qualora non ne sussistano più i presupposti, e l'instaurazione del contraddittorio davanti al tribunale di sorveglianza nei trenta giorni successivi. A questo proposito si apre uno scontro titanico tra chi ritiene che non ci sia tutela del contraddittorio e chi ritiene che, se perde efficacia il provvedimento, allora è minacciata la sicurezza dei cittadini. Si poteva scegliere di tutelare il contraddittorio nella fase ex ante o nella fase successiva e si è scelta la fase successiva, mantenendo fermo un intervento cautelare. Non c'è alcuna falla per quanto riguarda la sicurezza dei cittadini, perché rimane fermo il fatto che ogni trenta giorni il magistrato di sorveglianza valuta e può comunque reiterare il provvedimento di revoca. Questo lo dico per fare chiarezza. (Richiami del Presidente). Concludo, Presidente, non volendo abusare della sua cortesia. Che cosa rimarrà? Rimarrà sicuramente il fatto che forse sarebbe stata opportuna una riflessione su che cosa deve essere il carcere, soprattutto per i detenuti comuni, e sulle modalità di espiazione alternativa della pena, che non vuol dire non espiazione, ma modalità alternativa. Probabilmente, se si fosse avuto più coraggio, non ci si sarebbe trovati in questa situazione. Era altresì opportuna una riflessione su una modernizzazione strutturale, che non è - come non lo è mai la tecnologia - neutra: un incremento del livello tecnologico non è di per sé una soluzione. Abbiamo - e per fortuna li abbiamo - i principi della Costituzione, che ci consentono di avere una guida e di non perdere la direzione. (Applausi). PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Caliendo. Ne ha facoltà. CALIENDO (FIBP-UDC) . Signor Presidente, vorrei innanzitutto tenere conto di quanto ha detto il senatore Pellegrini, che si meravigliava della mancata partecipazione, negli ultimi tempi, a dibattiti sulla giustizia. Credo che tutti possiamo registrare una differenza tra la XVI legislatura e le due ultime legislature. La differenza sta nel fatto che nel nostro Paese si è introdotta la cultura del sospetto, mentre è venuta meno la cultura delle regole del giudizio, per cui si privilegia sempre l'individuazione del responsabile, di chi ha la colpa. Così anche nella vicenda ultima si è voluta veicolare l'idea non espressa, ma suggerita, che una circolare del Ministero, con responsabilità colposa o dolosa - non si capiva - era stata la causa delle scarcerazioni degli imputati. È una falsità, la più assoluta di questo mondo, per una sola ragione: innanzitutto oggi abbiamo non solo appreso - come è stato già ricordato - della consapevolezza del Ministro e di tutti in ordine a quella cosiddetta nota, più che circolare; ma la cosa essenziale è che - badate - sono decine e decine i provvedimenti ad essa precedenti. Ciò è tanto vero che mi sono chiesto: perché il 22 febbraio? In effetti, l'emergenza sanitaria è stata programmata il 31 gennaio; allora avrebbe dovuto essere il 31 gennaio. Vice Ministro, pur conoscendo la magistratura, qui la conoscenza del reale e l'esperienza mi fanno dire che certamente ci sono provvedimenti precedenti al 22 febbraio che sono uguali agli altri e hanno tenuto conto di un dato fondamentale della nostra Costituzione: il diritto alla salute. Basterebbe che lei e i relatori andaste a leggere le relazioni dei Presidenti dei tribunali di sorveglianza, che oggi sono state lette in Commissione antimafia, che sollecitavano determinati provvedimenti. Allora perché fare un provvedimento che non ha fondamento giuridico sotto il profilo della diritto di difesa? Le voglio ricordare - e lo ricorderà la senatrice Rossomando che ha parlato prima di me - che nella XVI legislatura abbiamo insieme riscritto il 41- bis e votato all'unanimità, perché abbiamo lavorato insieme con un solo obiettivo: assicurare le garanzie, cioè essere coerenti sul fatto che a una pena severa corrispondono altrettanti diritto e garanzia dell'imputato o del condannato. Non si deve mai deflettere su questa linea. E questa linea è tale che avevamo presentato un emendamento chiaro e preciso: non potete non prevedere - e guarda caso cominciano ad arrivare varie ordinanze di rimessione alla Corte costituzionale - il diritto di difesa. Erano tre giorni quelli che avevamo chiesto: dare al difensore tutti quei giorni che sono di ferie di modo che potesse fare le sue osservazioni. Qual era la paura? Eventualmente poteva convincere il tribunale di un'effettività del diritto di salute? Credo che non facciamo i legislatori se ci preoccupiamo di questo. Un legislatore serio si preoccupa dei diritti prima e poi della necessità che "tizio" deve stare in carcere, e ci deve stare dopo essere stato condannato; ma, se per ipotesi, un diritto alla salute gli impedisce di stare in carcere, non deve starci: questa è la regola e sulle regole non possiamo venir meno, così come a quelli che sono i principi costituzionali. Per questa ragione mi dava fastidio quell'ulteriore norma, riguardante il tribunale di sorveglianza e tutti i magistrati di sorveglianza, in cui, addirittura contraddittoriamente, si inseriscono tre cose insieme: un primo comma, correttissimo, secondo cui si prevedeva che il magistrato di sorveglianza, dopo aver raccolto tutti gli elementi, li trasmettesse al tribunale di sorveglianza; un secondo comma, altrettanto corretto, che stabiliva che il tribunale di sorveglianza valutasse la ricorrenza o meno dei presupposti; ma gli si assegnavano trenta giorni di tempo, dopo aver costruito quell'ipotesi quindici giorni o un mese, e ciò vuol dire, né più e né meno, che poi alla fine, ove fosse solo un decreto di revoca, per quanto riguarda il decreto di accoglimento, non c'è. Una delle questioni di costituzionalità sollevate pone in evidenza proprio questo. Quando c'è l'accoglimento, non c'è; quando c'è il decreto di revoca, allora si procede eventualmente a dire che, se non si pronuncia il tribunale di sorveglianza, decade. Siamo alla follia, perché tutto questo sistema sembra quello di uno Stato che non ha fiducia in se stesso né nella giurisdizione né negli strumenti regolari e legali per arrivare a un risultato. Pensare a mettere insieme un architrave di elementi tali da poter dire che Tizio, Caio e Sempronio, che sono usciti in ragione della salute, devono ritornare in carcere, qualunque sia la ragione: questa è la logica di un bambino di seconda media, che la ricava leggendo tutte le norme insieme. È corretto? Ci dobbiamo sempre preoccupare delle garanzie.