[pronunce]

In particolare, l'art. 74, primo comma, lettera a), del d.P.R. n. 633 del 1972, prevede un criterio di applicazione monofasica dell'IVA, disponendo che - in deroga alle disposizioni che regolano l'ordinaria applicazione del tributo - per il commercio di tabacchi importati o fabbricati dall'Azienda autonoma monopoli di Stato, ceduti attraverso le rivendite dei generi di monopolio, l'imposta è dovuta dall'Amministrazione stessa, sulla base del prezzo di vendita al pubblico. A ciò si aggiunge - prosegue la parte resistente - che, in forza del decreto del Ministero delle finanze del 6 luglio 1993 recante la disciplina dell'IVA sul commercio dei generi da parte dell'Azienda autonoma monopoli di Stato, i depositi provinciali dei generi di monopolio provvedono al versamento, a titolo di acconto, dell'imposta sul valore aggiunto relativo alle vendite effettuate periodicamente, mentre il deposito dei generi di monopolio di Roma provvede, invece - oltre che ai necessari conguagli -, al recupero periodico semestrale, mediante detrazione e sotto forma di IVA a credito, dell'ammontare complessivo dell'IVA corrisposta per le operazioni di importazione e per gli acquisti di beni e servizi, nonché di quello liquidato sugli acquisti intracomunitari dall'Amministrazione stessa nel corso del semestre solare precedente. Da tale disciplina emerge - per la difesa erariale - che «il soggetto passivo dello speciale tributo in esame è esclusivamente l'Amministrazione autonoma dei monopoli di Stato, che per mezzo del suo deposito centrale di Roma provvede alla determinazione dell'IVA dovuta ed all'assolvimento degli obblighi relativi», mentre i depositi provinciali si limitano a svolgere una funzione puramente amministrativa e contabile, perché provvedono al versamento dell'imposta dovuta a titolo di acconto, senza operare nessuna detrazione ai sensi degli artt. 19 e seguenti del d.P.R. n. 633 del 1972 (detrazione che, invece, costituisce uno degli elementi essenziali ed imprescindibili dell'applicazione dell'imposta, secondo il principio di neutralità imposto dalle direttive comunitarie). Per effetto di tale regime speciale, conclude la stessa difesa erariale, «si deve ritenere che la capacità contributiva ed il presupposto del tributo si concentrino necessariamente nel luogo in cui ha sede il deposito centrale dell'Amministrazione dei Monopoli, unico soggetto passivo, e che non si possa attribuire nessuna rilevanza ad altri elementi - quali il luogo di vendita del prodotto - che la Regione ricorrente vorrebbe invece eleggere a criterio di collegamento per la determinazione dell'Ente titolare del gettito del tributo». 2.3. - Quanto all'imposta sugli interessi, premi ed altri frutti e proventi che, a termini dell'art. 26, secondo comma, del d.P.R. n. 600 del 1973, è applicata nei confronti dei titolari di conti correnti o di deposito, la difesa erariale osserva che il fatto che il soggetto passivo del tributo sia il titolare del deposito o del conto corrente, e non il sostituto d'imposta, «non adduce [...] nessun argomento a sostegno della pretesa avanzata dalla Regione ricorrente, che si fonda non già sul criterio del luogo di residenza o di domicilio del titolare del rapporto di deposito o di conto corrente, ma sul criterio oggettivo del luogo di manifestazione della capacità contributiva colpita dal tributo». Né si potrebbe sostenere - aggiunge la resistente - che «nel caso di specie il criterio della riscossione non sarebbe operante perché motivato da esigenze puramente amministrative che, per quanto statuito dall'art. 4 del d.p.r. 1974/1965, siano di per sé inidonee a modificare gli effetti di norme primarie che disciplinano l'attribuzione del tributo». Infatti - prosegue la difesa erariale - le disposizioni che disciplinano gli obblighi dei sostituti di imposta non sono ispirate da ragioni "puramente amministrative", che siano dirette solo a facilitare il sistema di riscossione, «ma sono espressione di un sistema ben piú complesso, che attribuisce una rilevanza autonoma, una specifica soggettività ed un preciso insieme di obblighi ai soggetti tenuti, in nome e per conto di altri, al pagamento dei tributi», tanto che se «la ritenuta è effettuata a titolo di imposta, piuttosto che a titolo di mero acconto, tale fase esaurisce completamente il rapporto tributario». Per la difesa dello Stato, cioè, il sostituto di imposta non può essere considerato un semplice rappresentante del contribuente, ma è un soggetto interposto nel rapporto tributario, che assume un'autonoma obbligazione di operare, dichiarare e versare le ritenute gravanti sui redditi di lavoro erogati. Per la resistente, «solo in apparenza la capacità contributiva è rappresentata dalla fruttuosità del capitale depositato presso lo sportello dell'Ente poste o dell'Istituto di credito ubicato nel territorio regionale, e solo apparentemente il tributo è applicato sulla maggiore ricchezza cosí creata»: quest'ultima è invece rappresentata dall'incremento di reddito che «deriva dalle operazioni finanziarie operate, spesso su scala internazionale, dall'Ente poste o dall'Istituto di credito che riceve il deposito», cosí da giustificare «una tassazione nel luogo in cui opera il soggetto che esegue le intermediazioni finanziarie da cui deriva quell'aumento di ricchezza, che solo in uno stadio finale si traduce nell'accreditamento degli interessi a favore del soggetto depositante». Non troverebbero applicazione al tributo in esame - conclude la difesa erariale - i princípi espressi con la citata sentenza della Corte costituzionale n. 306 del 2004, che si riferisce non all'imposta in esame, ma ad una imposta indiretta (cioè all'imposta sulla assicurazione contro la responsabilità civile derivante dalla circolazione dei veicoli a motore). 2.4. - Quanto alle ritenute di acconto operate dalle Amministrazioni dello Stato o da altri enti pubblici, con sede centrale fuori dal territorio regionale, su stipendi ed altri emolumenti corrisposti in favore di dipendenti o altri soggetti che abbiano espletato stabilmente la propria attività lavorativa nel territorio della Regione, l'Avvocatura generale dello Stato osserva che «il rapporto giuridico di imposta relativo al reddito di lavoro dipendente, al quale ineriscono le ritenute di acconto operate e versate dal datore di lavoro, non si instaura con l'Ufficio del luogo di svolgimento prevalente dell'attività lavorativa, ma con quello del domicilio fiscale del lavoratore. Qualora il lavoratore dipendente abbia il proprio domicilio fiscale al di fuori del territorio regionale, la riscossione delle imposte avverrà in tale luogo e, in mancanza di deroghe, la relativa entrata sarà attribuita allo Stato, nel rispetto del fondamentale criterio di collegamento costituito dal luogo della riscossione». Ne consegue, per la difesa erariale, «che il diverso criterio di collegamento invocato dalla Regione ricorrente per la ripartizione degli acconti, rappresentato dal luogo di svolgimento prevalente dell'attività lavorativa, comporta il mantenimento di una sostanziale scissione tra l'attribuzione degli acconti e l'attribuzione del saldo, in contraddizione con il principio di unitarietà del tributo».