[pronunce]

Considerato che il Giudice di pace di Menfi dubita, in riferimento agli artt. 3 e 24 della Costituzione, della legittimità dell'art. 86 del d.P.R. 29 settembre 1973, n. 602 (Disposizioni sulla riscossione delle imposte sul reddito), come modificato dall'art. 1, comma 1, lettera q), del decreto legislativo 27 aprile 2001, n. 193 (Disposizioni integrative e correttive dei decreti legislativi 26 febbraio 1999, n. 46, e 13 aprile 1999, n. 112, in materia di riordino della disciplina relativa alla riscossione), sia nella parte in cui non indica l'autorità giurisdizionale dinanzi alla quale può promuoversi il giudizio di opposizione al fermo di beni mobili registrati, sia nella parte in cui non prevede, per tale fermo, un termine di efficacia entro il quale il concessionario deve intraprendere l'azione esecutiva a pena di decadenza dal diritto a procedere ad esecuzione forzata; che le questioni sono sollevate in un giudizio civile, in cui la proprietaria di alcuni autoveicoli chiede la condanna della società concessionaria del servizio di riscossione dei tributi al risarcimento dei danni conseguenti al fermo di detti autoveicoli, previo accertamento dell'illegittimità del fermo stesso disposto dalla concessionaria; che, con la prima questione, il giudice a quo deduce la violazione dell'art. 24 Cost., perché l'omessa indicazione dell'«autorità giurisdizionale dinanzi alla quale sarebbe esperibile un eventuale giudizio di opposizione alla misura del fermo» lederebbe il diritto di difesa, «con particolare riguardo all'aspetto teso a garantire al privato cittadino l'effettività della tutela giurisdizionale»; che, con la seconda questione, il rimettente deduce la violazione degli artt. 3 e 24 Cost., perché l'omessa previsione di un termine di efficacia del fermo: a) assoggetterebbe a tempo indefinito il cittadino alla azione esecutiva del concessionario, compromettendo la «certezza del diritto»; b) determinerebbe una ingiustificata disparità di trattamento tra i debitori assoggettati alla esecuzione forzata ordinaria e quelli soggetti – come nella specie – ad esecuzione esattoriale, in quanto, ancorché il fermo produca «gli stessi effetti sostanziali del pignoramento», i termini perentori stabiliti dagli artt. 481 e 497 del codice di procedura civile per la cessazione di efficacia del precetto e del pignoramento sono previsti solo per il procedimento di esecuzione forzata ordinaria e non anche per quello di esecuzione esattoriale; c) non sarebbe coerente, sul piano logico e sistematico, con le attività dell'amministrazione finanziaria e del concessionario anteriori all'emanazione del fermo, che sono, invece, scandite da termini precisi; che il rimettente osserva che «l'applicazione dell'art. 86 nella versione vigente e del D.M. 503/98 dovrebbe condurre […] ad affermare la legittimità del disposto fermo e, conseguentemente, a respingere la domanda di risarcimento danni» e, pertanto, ritiene le sollevate questioni rilevanti per la definizione del giudizio, «(salvo la prova del danno)»; che le questioni sono manifestamente inammissibili, per diversi e concorrenti motivi; che, in primo luogo, esse sono prive di motivazione sulla rilevanza, perché il giudice rimettente ha omesso di indicare le ragioni per le quali la dichiarazione di incostituzionalità della norma censurata e la conseguente illegittimità del fermo dovrebbero comportare, da parte dello stesso giudice, l'automatica affermazione della responsabilità della concessionaria; e ciò senza che esso abbia proceduto al previo accertamento della sussistenza dell'elemento soggettivo dell'illecito aquiliano; che tale accertamento è, invece, richiesto dal diritto vivente in tema di responsabilità extracontrattuale della pubblica amministrazione, secondo cui l'imputazione di tale responsabilità non consegue al mero dato obiettivo dell'illegittimità dell'azione amministrativa, ma richiede anche l'accertamento in concreto «della colpa […] della P.A. intesa come apparato» (sentenza delle sezioni unite della Corte di cassazione n. 500 del 1999; v. inoltre, ex plurimis, le successive sentenze della stessa Corte, numeri 20358 e 13164 del 2005); che, in ogni caso, la richiamata espressione parentetica «salvo la prova del danno» non consente, a causa della sua genericità ed equivocità, di stabilire con certezza se tale accertamento sia stato effettuato; che, pertanto, le indicate lacune motivazionali dell'ordinanza di rimessione impediscono il controllo di questa Corte circa l'applicabilità, nel giudizio a quo, della norma denunciata; che, inoltre, la questione concernente l'omessa indicazione, nella norma censurata, del giudice competente sull'opposizione al fermo, sollevata in riferimento all'art. 24 Cost., è manifestamente inammissibile perché priva di motivazione sulla non manifesta infondatezza; che, infatti, il giudice a quo non chiarisce le ragioni per cui l'obbligo per il legislatore di indicare il giudice competente sull'impugnazione del fermo sarebbe riconducibile all'art. 24 Cost., né precisa quali siano le difficoltà che tale omessa indicazione frapporrebbe all'esercizio del diritto alla tutela giurisdizionale; che la questione concernente l'omessa previsione di un termine di efficacia del fermo, sollevata in riferimento agli artt. 3 e 24 Cost., è altresí manifestamente inammissibile, perché, come risulta dall'ordinanza di rimessione, l'attrice nel giudizio principale non ha addotto, tra i motivi di illegittimità del fermo produttivi di danno, quello dell'indefinito protrarsi del fermo stesso causato dalla mancanza di un termine di efficacia; con la conseguenza che l'invocata dichiarazione di illegittimità costituzionale della norma oggetto di censura non avrebbe alcuna incidenza nel giudizio a quo, essendo essa pronunciata con riferimento ad una circostanza – appunto, la mancanza di un termine di efficacia del fermo – estranea al thema decidendum del giudizio stesso. Visti gli artt. 26, secondo comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87, e 9, comma 2, delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale.. . per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE dichiara la manifesta inammissibilità delle questioni di legittimità costituzionale dell'art. 86 del d.P.R. 29 settembre 1973, n. 602 (Disposizioni sulla riscossione delle imposte sul reddito), come modificato dall'art. 1, comma 1, lettera q), del decreto legislativo 27 aprile 2001, n. 193 (Disposizioni integrative e correttive dei decreti legislativi 26 febbraio 1999, n. 46, e 13 aprile 1999, n. 112, in materia di riordino della disciplina relativa alla riscossione), sollevate, in riferimento agli artt. 3 e 24 della Costituzione, dal Giudice di pace di Menfi con l'ordinanza in epigrafe. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 3 aprile 2006. F.to: