[pronunce]

che, infine, il legislatore è intervenuto con la disposizione ora censurata che non solo reitera il blocco delle azioni esecutive sino, dapprima, al 31 dicembre 2011, quindi al 31 dicembre 2012 ed infine al 31 dicembre 2013, ma anche reintroduce lo svincolo delle somme già pignorate; che, secondo il rimettente, la disposizione censurata - introducendo una disciplina che nega al creditore la soddisfazione concreta ed effettiva dei propri diritti - si porrebbe in contrasto con gli artt. 24, commi primo e secondo, e 111, comma secondo, Cost.; che, precisa il giudice a quo, per effetto del citato art. 1, comma 51, della legge n. 220 del 2010, è stata resa «inutile la possibilità riconosciuta ai creditori di agire in giudizio al fine di ottenere il soddisfacimento delle obbligazioni dagli stessi vantate nei confronti delle aziende sanitarie e ospedaliere delle Regioni soggette a commissariamento», tanto più ove si consideri che la predetta disposizione, dichiarando estinti i pignoramenti già eseguiti, consente ai debitori, in aperto contrasto con l'art. 24 Cost., di rientrare nella piena disponibilità dei beni sino a quel momento vincolati alla soddisfazione dei creditori esecutanti; che la medesima disposizione sarebbe, d'altro canto, in contrasto con l'art. 111 Cost. poiché altererebbe le condizioni di parità fra i litiganti, ponendo la parte pubblica in una posizione di ingiustificato privilegio, incidendo, altresì, sulla ragionevole durata del processo; che non varrebbe a smentire detto assunto il fatto che si tratta di disposizione avente una limitata efficacia nel tempo, poiché, per un verso, il legislatore ha provveduto già a reiterare la disposizione prolungandone nel tempo gli effetti e, per altro verso, anche la «mera sospensione del diritto di azione a tutela del proprio credito» può avere effetti pregiudizievoli sulla situazione giuridica e patrimoniale del creditore; che egualmente irrilevante sarebbe la circostanza che l'eventuale pronunzia che dichiari inammissibile l'azione esecutiva non ne pregiudicherebbe la riproposizione una volta venuta meno la disciplina inibitoria, posto che lo scrutinio sulla ragionevole durata del processo va svolto in funzione del tempo necessario per il soddisfacimento della pretesa sostanziale, essendo necessario «considerare la durata complessiva della vicenda giudiziaria»; che, con riferimento alla violazione dell'art. 3 Cost., il rimettente rileva che l'improcedibilità delle azioni esecutive è stabilita dalla disposizione censurata in considerazione della adozione di atti amministrativi «aventi natura previsionale e programmatica» e, pertanto, a contenuto generico; che la posizione di chi operi nella Regione Calabria sarebbe, di conseguenza, del tutto sperequata rispetto a quella di chi, invece, operi in Regioni ove il divieto di esperimento delle azioni esecutive non è previsto; che, osserva il giudice a quo, siffatto divieto non è caratterizzato da «ragionevolezza ed adeguatezza» rispetto allo scopo dichiarato di riequilibrare la situazione finanziaria degli enti debitori, rimanendo i debiti in questione in carico all'ente, costituendo la massa passiva del suo bilancio; che, inoltre, nel bilanciamento degli interessi (quello del privato di ricevere quanto a lui dovuto e quello pubblico teso al ristabilimento finanziario della azienda sanitaria) il primo viene sacrificato senza «una reale contropartita, in favore del secondo»; che, quanto al dedotto contrasto con l'art. 41 Cost., osserva il rimettente che il soggetto imprenditore che intrattenga rapporti economici con le amministrazioni del comparto sanità, non potendo fare affidamento sulla puntualità del debitore nell'adempimento delle sue obbligazioni, non può programmare la sua attività d'impresa ed è costretto, onde far fronte alle proprie scadenze, a ricorrere ad onerosi finanziamenti bancari; che è intervenuto nel giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, concludendo nel merito per l'infondatezza della questione, ma facendo presente che il mutamento del quadro normativo - stante l'entrata in vigore del decreto-legge 8 aprile 2013, n. 35, (Disposizioni urgenti per il pagamento dei debiti scaduti della pubblica amministrazione, per il riequilibrio finanziario degli enti territoriali, nonché in materia di versamento di tributi degli enti locali), convertito, con modificazioni, dalla legge 6 giugno 2013, n. 64, col quale sono state emanate norme per sbloccare i pagamenti dei debiti degli enti locali - dovrebbe indurre la Corte a restituire gli atti al rimettente per la valutazione della perdurante rilevanza e non manifesta infondatezza della questione; che, aggiunge la difesa pubblica, la questione sarebbe comunque infondata in quanto la disposizione della cui legittimità costituzionale si dubita ha l'obiettivo di «garantire una temporanea "sospensione" del contenzioso», sì da permettere la ricostruzione delle posizioni debitorie da ristorare integralmente per poter, quindi, raggiungere il fine strutturale di razionalizzare la spesa e regolarizzare i pagamenti; che, con riferimento alle singole censure, la difesa erariale esclude la violazione dell'art. 3 Cost, in quanto la norma si è resa necessaria per consentire, a fronte dell'eccezionale gravità del dissesto finanziario regionale, il risanamento del disavanzo attraverso l'adozione di specifici piani di rientro incompatibili con l'esperimento di azioni esecutive individuali, in quanto sarebbe impossibile garantire la par condicio creditorum se si consentisse a ciascun creditore di agire per soddisfare il proprio credito; che la disposizione impugnata, eccezionale e temporanea, persegue, perciò, il duplice fine di consentire il risanamento dell'ente garantendone i compiti istituzionali e di assicurare il pagamento dei debiti nel rispetto della par condicio fra i creditori; che neppure sarebbero violati gli artt. 24, commi primo e secondo, e 111, comma secondo, Cost. poiché, per un verso, l'art. 1, comma 51, della legge n. 220 del 2010 consentirebbe la soddisfazione di tutti i creditori e non solo di quelli che per primi hanno agito in executivis, e, per altro verso, la sospensione delle azioni esecutive da essa prevista ha durata limitata nel tempo; che a tal riguardo è ricordata la giurisprudenza della Corte con la quale è stata riconosciuta la legittimità della normativa con la quale è stata disposta la sospensione «per un periodo transitorio ed essenzialmente limitato» della esecuzione degli sfratti; che, quanto alla lamentata violazione dell'art. 41 Cost., la difesa pubblica ne nega la sussistenza osservando che la disciplina censurata si limita a regolamentare l'ipotesi, riconducibile al normale rischio di impresa, connessa alla insolvenza del debitore, indirizzandosi verso l'instaurazione di un regime di spesa che consenta il risanamento della condizione di questo, in tal modo non pregiudicando ma, anzi, garantendo l'esercizio del diritto di impresa, che, invece, sarebbe pregiudicato dal protrarsi della situazione di dissesto;