[pronunce]

Argomenta, in chiusura, il rimettente la non manifesta infondatezza, anche facendo leva sulla sentenza n. 207 del 1994 della Corte, in relazione al fatto che la norma denunciata sarebbe incentivo all'amministrazione per ritardare i suoi pagamenti. 5. - Con le ordinanze iscritte ai nn. r.o. 409, 410, 411, 412, 413, 414, 415 e 482 del 1999 - tutte di identico tenore motivazionale e rese in giudizi instaurati da dipendenti contro il Ministero delle finanze, per ottenere il riconoscimento del diritto alla corresponsione di interessi e rivalutazione monetaria sulle retribuzioni corrisposte per effetto dell'inquadramento ai sensi della legge n. 312 del 1980 - il tribunale amministrativo regionale delle Marche ha sollevato questione di legittimità costituzionale del citato art. 26, comma 4, della legge n. 448 del 1998, in riferimento agli artt. 3, 24, 36, 97, 102, 103 e 113 della Costituzione Anche tali ordinanze assumono che, a decorrere dalla pubblicazione della deliberazione del 28 novembre 1988 della commissione prevista dall'art. 10 della legge n. 312 del 1980, l'amministrazione doveva reputarsi in mora, dovendo il credito dei dipendenti considerarsi esistente, con la conseguenza che sarebbero dovuti interessi e rivalutazione monetaria. Ravvisano, tuttavia, un ostacolo all'accoglimento dei ricorsi nel sopraggiungere della norma denunciata, della quale escludono il carattere di interpretazione autentica e ritengono la sua applicabilità ai giudizi pendenti. Considerato, in punto di rilevanza, che della norma si deve fare applicazione nei giudizi a quibus in ordine alla non manifesta infondatezza osservano che vi sarebbe contrasto: a) con l'art. 3 Cost., in quanto i crediti in questione sarebbero sottoposti ad un trattamento deteriore rispetto a quello previsto per ogni altro credito e vi sarebbe una discriminazione fra dipendenti statali che vantino crediti identici nei confronti dell'amministrazione, e, precisamente, fra quei dipendenti che abbiano già ottenuto il riconoscimento degli accessori e ne abbiano avuto la liquidazione e quei dipendenti che, invece, pur avendo agito in giudizio vedano ora frustrata la loro aspettativa per effetto dell'intervento della norma denunciata; b) con l'art. 36 Cost., in quanto l'esclusione degli interessi e della rivalutazione vulnererebbe il diritto alla giusta retribuzione, in quanto quegli accessori garantirebbero la "realità" della retribuzione; c) con l'art. 24 Cost., in quanto, per effetto dell'applicabilità della norma ai giudizi pendenti, sarebbe stato vanificato il diritto costituzionale alla tutela giurisdizionale, che, invece, una volta esercitata l'azione in giudizio, non potrebbe - pur potendo il legislatore limitarlo - essere vanificato (ed all'uopo si cita la sentenza n. 123 del 1987, secondo cui il precetto costituzionale è violato da norme che recano una disciplina sostanziale di segno opposto alle richieste di un attore nel processo); d) con gli artt. 102, 103 e 113 Cost., in quanto quell'applicabilità realizzerebbe un'illegittima interferenza nella sfera di attribuzioni del potere giurisdizionale; e) con l'art. 97 Cost., riguardo al quale si assume genericamente un contrasto con il principio del buon andamento della pubblica amministrazione. 6. - Con l'ordinanza iscritta al n. 36 r.o. del 2000, il Tribunale amministrativo regionale del Piemonte, in un giudizio promosso contro il Ministero della pubblica istruzione da una dipendente che non aveva ottenuto, a seguito di inquadramento ex legge n. 312 del 1980, gli accessori, ha sollevato questione di legittimità costituzionale dell'art. 26, comma 4, della legge n. 448 del 1998, con una motivazione totalmente identica a quella dell'ordinanza n. 409 del tribunale amministrativo regionale delle Marche. 7. - Con l'ordinanza iscritta al n. 6 r.o. del 2000, il Consiglio di Stato - in un giudizio di appello proposto dal Ministero della giustizia avverso la sentenza del Tribunale amministrativo regionale dell'Abruzzo, la quale aveva riconosciuto a taluni dipendenti di quel ministero interessi e rivalutazione in ordine alle retribuzioni ricevute per l'inquadramento ex legge n. 312 del 1980 - ha sollevato, in riferimento agli artt. 3, 35 e 36 Cost., questione di legittimità costituzionale dell'art. 26, commi 4 e 5, della legge n. 448 del 1998 (sopravvenuta nel corso del giudizio), dopo avere disatteso l'eccezione di acquiescenza, formulata dagli appellati sotto il profilo che l'amministrazione appellante aveva corrisposto i riconosciuti accessori in esecuzione della sentenza di primo grado. Rilevato che l'orientamento giurisprudenziale si era consolidato nel senso della spettanza degli accessori, si assume che la norma avrebbe carattere innovativo e retroattivo e, quindi, adducendosi che il legislatore potrebbe disporre norme retroattive solo sulla base di una causa giustificativa, si sostiene che nella specie essa sarebbe mancata, in quanto le esigenze di contenimento della spesa pubblica tenute presenti dal legislatore non sarebbero sufficienti a giustificare la non corresponsione di elementi intrinseci al credito di lavoro soltanto per una categoria di dipendenti pubblici, potendo quell'esigenza perseguirsi con una più sollecita azione delle amministrazioni interessate (a sostegno di tale argomentazione si cita la sentenza di questa Corte n. 137 del 1994). Da tanto si desume la non manifesta infondatezza della questione. 8. - Con le ordinanze iscritte ai nn. 327 e 328 r.o. del 1999, la corte dei conti, sezione giurisdizionale per l'Emilia-Romagna, in giudizi instaurati da vedove titolari di pensione di reversibilità per ottenere - fra l'altro - interessi e rivalutazione monetaria sul trattamento pensionistico, riliquidato a seguito della sentenza della Corte n. 1 del 1991, premesso che nella giurisprudenza della Corte dei Conti si era affermato il principio per cui i crediti di pensione dei pubblici dipendenti sono soggetti al principio dell'art. 429 del codice di procedura civile, caratterizzandosi interessi e rivalutazione monetaria quali elementi che realizzano, in unione con il credito originario, il tantundem della prestazione pensionistica, il cui valore deve essere identico a quello originario, indipendentemente dal tempo dell'adempimento, ha sollevato la questione di legittimità costituzionale dell'art. 26, comma 4, della legge n. 448 del 1998 nella sua totalità - cioè, almeno formalmente, sia quanto alla parte relativa al trattamento dei pubblici dipendenti, che a quella concernenti i trattamenti pensionistici in questione - in quanto ritenuta lesiva degli artt. 3 e 24 Cost., osservando di dover fare applicazione di detta norma, sopravvenuta in corso di giudizio.