[ddlpres]

già al termine della XIII legislatura l'Amministrazione dell'interno aveva ritenuto di pronunciarsi comunque su un caso specifico (quello delle dimissioni del sindaco di comune sopra i ventimila abitanti, che non fossero state rese prima dei sei mesi dallo scioglimento tecnico delle Camere), con l'emanazione della circolare n. 153 del 2000 del Ministero dell'interno. Se anche fosse vero che in tale circolare -- come ribadito dal Governo nella seduta di interpellanze ed interrogazioni dedicata alla vicenda il 9 novembre 2000 alla Camera -- più che altro si offriva un'indicazione agli «amministratori locali i quali intendessero, in vista della prossima scadenza elettorale, presentare la propria candidatura al Parlamento», essa apparve, a diversi gruppi politici, un'arbitraria interferenza del Governo nella competenza propria della Camera. Il problema è che l'ossequio formale alla competenza finale della Giunta nasconde nei fatti la possibilità di mettere la futura Camera dinanzi al «fatto compiuto», se non si ferma prima il candidato ineleggibile. Ciò avvenne all'epoca con il sindaco di Roma, che si valse poi proprio del parere reso da una commissione speciale che -- previa udienza del 25 ottobre 2000, relatore Anastasi -- s'espresse sull'interpretazione dell'articolo 7 del testo unico di cui al decreto del Presidente della Repubblica 30 marzo 1957, n. 361 (protocollo n. 1052/2000 sez. I) proprio ribadendo le «complesse e delicate questioni ermeneutiche» che non si prestano «a costituire oggetto della funzione consultiva che il Consiglio di Stato esercita». In altri termini nel parere si affermava che l'unica giurisprudenza ammessa, in tema di verifica dei poteri delle Camere, è quella delle Camere stesse: «per l'effetto della scelta compiuta dai Costituenti, il giudizio sui titoli di ammissione degli eletti è quindi un giudizio parlamentare e di competenza esclusiva delle Camere, le quali esplicano, con la verifica dei poteri, una competenza di natura giurisdizionale, che la Costituzione sottrae alla competenza della Magistratura ancorché le relative controversie ineriscano a diritti soggettivi di natura pubblica». Una tale conclusione circa l'incompetenza della giurisdizione significa, di fatto, legittimare dietro l'articolo 66 una «politica del fatto compiuto» che, in riferimento alle regioni, il giudice Cassese ha fortemente stigmatizzato: «Si tratta di una normativa evidentemente incongrua: non assicura la genuinità della competizione elettorale, nel caso in cui l'ineleggibilità sia successivamente accertata; induce il cittadino a candidarsi violando la norma che, in asserito contrasto con la Costituzione, ne preveda l'ineleggibilità; non consente che le cause di ineleggibilità emergano, come quelle di incandidabilità, in sede di presentazione delle liste agli uffici elettorali» (Corte costituzionale -- sentenza 22 febbraio-3 marzo 2006, n. 84). Ecco perché il presente disegno di legge costituzionale sottrae alla verifica dei poteri tale disciplina delle esclusioni della candidatura per motivi di ineleggibilità e -- secondo il modello spagnolo -- la conferisce alla giurisdizione, nella fattispecie alla Corte d'appello, che ha l'obbligo di pronunciarsi prima dello svolgimento delle elezioni. Dall'altro lato, vi è il giudizio sulle altre cause di esclusione della candidatura e sulle esclusioni delle liste. Finora la Corte costituzionale non ha voluto pronunciarsi (al di là di una sentenza di inammissibilità: Corte costituzionale, 13-20 novembre 2000, n. 512) su quale sarebbe il giudice competente, mentre ancora nella XV legislatura (caso Commercio: decisioni della Giunta per le elezioni della Camera del 13 dicembre 2006) alla Camera è stata dichiarata l'inammissibilità di reclami presentati avverso l'esclusione di una lista dalla candidatura nelle elezioni politiche, ritenendo che «la verifica dei titoli di ammissione degli eletti esclude per definizione che nella stessa possa ritenersi ricompreso anche il controllo sulle posizioni giuridiche soggettive di coloro i quali (singoli o intere liste) non hanno affatto partecipato alla competizione elettorale». Poiché però il giudice ordinario è fermissimo nel dichiarare che -- come tutto il riscontro del regolare svolgimento delle operazioni elettorali -- resta precluso ogni sindacato, alternativo, concorrente o successivo, di qualsiasi autorità giurisdizionale sulle decisioni assunte dagli uffici elettorali (Cassazione civile, sezioni unite, 9 giugno 1997, n. 5135, Cassazione civile, sezioni unite, 22 marzo 1999, n. 172; in questo l'autorità giudiziaria ordinaria dissente anche dal tribunale amministrativo regionale del Lazio, sezione I, 9 marzo 1994, n. 580, secondo cui gli atti impugnati, in tali casi, non rivestono la natura di provvedimenti amministrativi, costituendo espressione di attività giurisdizionale, e incidono su posizioni di diritto soggettivo), non resterebbe che concludere che l'impossibilità di richiedere tutela giurisdizionale, nella fattispecie, lede le previsioni degli articoli 24 e 113 della Costituzione e dell'articolo 6, paragrafo 1, della Convenzione europea dei diritti dell'uomo (così come configura un'irragionevole disparità rispetto alle altre elezioni: nelle elezioni amministrative il Consiglio di Stato, sezione V, 18 marzo 2002, n. 1565, ha statuito che l'ammissione come la esclusione di una lista di candidati è un atto immediatamente lesivo e pertanto va impugnato entro il termine decadenziale decorrente dalla avvenuta conoscenza della assentita partecipazione o della esclusione della lista stessa. La conoscenza, poi, deve ritenersi acquisita, stante il regime di pubblicità proprio del procedimento elettorale, a partire dalla data di pubblicazione delle liste ammesse o, al più tardi dalla data delle votazioni). Per evitare questa conclusione, palesemente aberrante, non resta che prevedere anche qui una procedura di urgenza presso la Corte d'appello, per addivenire ad una decisione giurisdizionale (in unico grado di merito) prima dello stesso svolgimento delle elezioni.. Art. 1. 1. L'articolo 66 della Costituzione è sostituito dal seguente: «Art. 66. -- Sui titoli di ammissione dei componenti delle Camere, sulle cause sopraggiunte di ineleggibilità e di incandidabilità e sulle cause di incompatibilità giudica l'Assemblea di ciascuna Camera, secondo le norme del proprio regolamento. Decorsi dodici mesi dallo svolgimento delle elezioni o dal subentro nel seggio, senza che l'Assemblea della Camera competente si sia pronunciata ai sensi del primo comma, i ricorsi già presentati contro la proclamazione di un parlamentare sono riassunti dagli interessati dinanzi alle sezioni unite civili della Corte di cassazione. Il giudicato di accoglimento ha valore di proclamazione dell'avente diritto. Contro le deliberazioni di cui al primo e al secondo comma, l'interessato può proporre ricorso entro quindici giorni alla Corte costituzionale». Art. 2. 1. Con legge ordinaria sono definite le norme di attuazione della presente legge costituzionale.