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È proprio all'interno del servizio che tali libertà hanno la loro più ampia e specifica potenzialità espansiva: negli ambiti della rilevazione della domanda di formazione, nella elaborazione del piano dell'offerta formativa, nell'attività di insegnamento da parte di ciascun docente, nella valutazione del discente e nell'autovalutazione di istituto. Ambiti tra di loro legati da rapporto di interdipendenza, cioè di reciproco condizionamento, e che costituiscono il nuovo valore della professione docente. Di qui, allora, il superamento dell'attuale sistema nazionale di istruzione, come definito dall'articolo 1 della citata legge 10 marzo 2000, n. 62. Una ulteriore e non precaria osservazione: il progetto politico del servizio che appare in questo disegno di legge rifugge sia da forme di dirigismo statalista che da forme esclusive di efficientismo d'azienda. È tipico dei giorni nostri richiedere che la pubblica amministrazione sia garante della legalità costituzionale, che significa rispetto e attuazione dei sopra citati princìpi di eguaglianza, di imparzialità, di buon andamento, di legalità, di congruenza, di partecipazione e di pubblicità e, contemporaneamente, sia efficiente, efficace ed economica. Tuttavia, l'esclusiva strada dell'efficientismo, spingendo sempre ad eliminare vincoli e obblighi procedurali dell'amministrazione, ad ampliarne la discrezionalità, di fatto pregiudica ed affievolisce le esigenze di garanzia, attribuendo all'amministrazione poteri non compatibili con un ordinamento autenticamente democratico. Il dilemma tra garanzia ed efficienza consiste propriamente in ciò: ogni ordinamento democratico deve sacrificare una quota di efficacia-efficienza, per garantire dall'altra gli interessi di vario tipo rappresentati, affinché nessuno di essi sia ingiustamente sacrificato, garantendo giustizia sociale, cioè eguaglianza di fatto. In tale previsione, la linea di tendenza deve essere quella di pervenire ad un costante equilibrio dinamico tra le due posizioni. Di qui l'indicazione di una terza via, quella indicata dalla stessa Carta e percorsa nel presente disegno di legge, per garantire che il soggetto discente non sia mai strumento né dello Stato, né del mercato. Uno statuto per il discente. Il discente quale misura e valore del «servizio» da erogare Soggetto originario della nuova scuola-servizio è la persona del discente, alla quale la nostra Carta riconosce specifici diritti e un conseguente ruolo politico al suo interno che va definito. È nella nozione di servizio alla persona che si qualifica il nuovo progetto di scuola. Una scuola realmente democratica, che abbia come propria finalità quella di rendere un servizio alla persona e al Paese, per come sancisce la stessa Costituzione, non può che avere -- nella figura politica del discente -- la fonte generativa, unica e originaria, di tutto il suo ordinamento, sviluppo ed evoluzione. La stessa autonomia della scuola non è un valore in sé; essa è primariamente strumento dell'autonomia e della libertà del discente e strumento dell'autonomia professionale e della libertà del docente. Nel nostro assetto statuale di democrazia pluralista la scuola ha il compito di svolgere un ruolo sociale, politico e culturale insieme, e solo a tale condizione essa può diventare istituzione strategica nel movimento di spinta verso la partecipazione dei cittadini alla gestione della cosa pubblica. Se ad essa noi intendiamo assegnare -- come primaria finalità politica -- un tale ruolo, ne deriva in primo luogo che, proprio in ragione di ciò, alla persona del discente sia da riconoscere una specifica soggettività politica. Una scuola democratica, messa in grado di svolgere il ruolo che le compete, ha bisogno di affidarsi essenzialmente alle generazioni che la frequentano, in linea di continuità sia con i valori consolidati che con quelli emergenti. In un'ottica politico-istituzionale di scuola-servizio al discente vanno riservati -- secondo Costituzione -- spazi giuridici originari. Non si è mai definita nel tempo una chiara e condivisa teoria politica di scuola-servizio, discendente dal dettato costituzionale, che orientasse il legislatore negli adempimenti dovuti. La politica scolastica agita ha sempre avuto la caratteristica di essere asistematica, discontinua ed episodica, spesso dettata da pressioni corporative di per sé estranee al servizio (L. Molinari -- I diritti degli studenti -- Una scuola democratica a servizio della persona -- Palumbo, Palermo 1995, pagine 14-15). Si rifletta che nei provvedimenti delegati del 1974, conseguenti alla legge 30 luglio 1973, n. 477: «Delega al Governo per l'emanazione di norme sullo stato giuridico del personale direttivo, ispettivo, docente e non docente della scuola materna, elementare, secondaria e artistica dello Stato», che costituiscono un primo tentativo di rottura del vecchio sistema della scuola-apparato, il discente risulta sostanzialmente sconosciuto. In tali provvedimenti viene esaltato soltanto il ruolo del docente quale soggetto di diritti rispetto al proprio datore di lavoro, e niente affatto precisato il ruolo del discente anch'esso come soggetto di diritti. Nei provvedimenti delegati è assente il docente come soggetto di doveri nei confronti del discente. Come è noto, tale normativa è ancora sostanzialmente in vigore; essa risulta contenuta nel testo unico di cui al decreto legislativo 16 aprile 1994, n. 297. È con il presente disegno di legge che si inverte radicalmente la rotta, con l'abbandono totale del vecchio sistema della scuola-apparato e con l'acquisizione definitiva della scuola come servizio. È in tale previsione che il discente diventa, per come detto, misura e valore dello stesso servizio. Il regolamento recante lo statuto delle studentesse e degli studenti della scuola secondaria di cui al decreto del Presidente della Repubblica 24 giugno 1998, n. 249, è antecedente alla nascita del nuovo sistema di autonomia che si avvia col 1° settembre 2000, talché esso non risulta calibrato e coerente col nuovo progetto di scuola, né tantomeno con la lettera e lo spirito dei nuovi ordinamenti didattici (conseguenti alle riforme del 2010 e del 2012). Statuto che nasce, come è ben noto, più da ragioni ideologiche del Ministro dell'epoca (Luigi Berlinguer), che da ragioni rigorosamente istituzionali. Statuto da cui risultano esclusi i discenti della scuola dell'infanzia e primaria, in violazione della stessa Costituzione, stante il fatto che ogni utente delle scuole di Stato deve avere uno status , vale a dire la stessa condizione giuridica (a parte i contenuti della prestazione didattica in rapporto al tipo di scuola frequentato). È cronaca ben nota che il ministro Luigi Berlinguer inizialmente avesse garantito lo statuto ai soli studenti della scuola secondaria superiore e solo successivamente lo estese anche agli studenti della scuola secondaria di primo grado, tuttavia con l'esclusione tassativa dei discenti della scuola dell'infanzia e della scuola primaria. Statuto successivamente modificato con il regolamento di cui al decreto del Presidente della Repubblica 21 novembre 2007, n. 235, senza mutamenti di sostanza.