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Limite massimo degli emolumenti dovuti ai dirigenti del settore finanziario e modifiche al testo unico delle disposizioni in materia di intermediazione finanziaria, di cui al decreto legislativo 24 febbraio 1998, n. 58, in materia di requisiti e remunerazione degli amministratori delle società. Onorevoli Senatori. -- La recente crisi finanziaria non ha fatto scoprire il problema della retribuzione degli amministratori, ma certamente ne ha drammaticamente mostrato la gravità, fino allora non completamente percepita dal pubblico, e la sua centralità nelle tematiche di corporate governance . E ha mostrato, inoltre, l'esistenza di una specifica questione riguardante il compenso degli amministratori nel settore finanziario. Nel 2011, l'ultimo anno per il quale sono disponibili informazioni, quasi cento dirigenti bancari italiani sono stati retribuiti con stipendi totali superiori al milione di euro con una media di 1,64 milioni a testa. Un dato che, seppur in flessione rispetto all'anno precedente, colloca la Penisola al quinto posto della classifica europea per numero di « top earners », i manager più pagati dei vari istituti di credito del vecchio continente. Lo segnala la European Banking Authority (EBA) nell'ultimo report pubblicato. Nella graduatoria per numero di milionari svetta il Regno Unito con oltre 2.400 dirigenti sopra la soglia dei sei zeri e una retribuzione media superiore al milione e 400 mila euro. Seguono nell'ordine la Germania (con 170 dirigenti), la Francia (162) e la Spagna (125). Degli 1,64 milioni di euro di stipendio medio versati dalle banche italiane ai dirigenti più pagati, lo stipendio variabile, ovvero i bonus e i benefit vari accordati ai top manager bancari italiani, rappresenta circa il 47 per cento della retribuzione totale contro il 72 per cento della Germania e il 78 per cento del Regno Unito. E non appare esservi alcuna relazione tra le dimensioni dell'istituto e le remunerazioni del capo azienda. Nel 2012, ha denunciato uno studio di Fiba Cisl, i massimi dirigenti bancari e assicurativi italiani hanno incassato in media stipendi 42 volte superiori a quelli degli impiegati del settore. Per guadagnare la cifra percepita da un impiegato medio nel corso di un anno, ha ricordato ancora la Fiba, agli amministratori delegati di Intesa Sanpaolo e Generali sono sufficienti appena tre giorni di lavoro. Anche per questo lo stesso sindacato di settore ha recentemente lanciato una campagna per una proposta di legge di allineamento delle retribuzioni massime dei banchieri a quelle dei grandi manager pubblici attorno a quota seicentomila euro. Anche perché l'Italia è tra gli ultimi posti in Europa per quanto concerne il livello medio delle retribuzioni dei lavoratori dipendenti. Ma non è solo un problema equitativo. È interessante al riguardo leggere il rapporto finale della Financial Crisis Inquiry Commission , la commissione d'inchiesta istituita nel 2009 dagli Stati Uniti per accertare le cause della grande crisi finanziaria. La Commissione rileva che, a partire dagli anni Ottanta del secolo scorso, le retribuzioni nel settore finanziario iniziano a crescere in modo esponenziale, distaccando ampiamente il livello dei compensi nel settore industriale. La Commissione ha anche accertato come il diffondersi di pratiche retributive non corrette abbia significativamente contribuito all'origine della crisi: ad esempio, nelle banche d'affari era prassi remunerare i dirigenti preposti alla cartolarizzazione e ricartolarizzazione dei mutui « subprime » sulla base del valore complessivo delle emissioni; il compenso dei directors era in gran parte parametrato al valore del ROE (return on equity) dell'esercizio, vale a dire alla redditività immediata della gestione. Il che ha condotto, come poi si è scoperto, ad emissioni sconsiderate ed affrettate di derivati su crediti (gli ormai famosi e «famigerati» Collateralized Debt Obligations , CDO; i Credit Default Swap , eccetera), accompagnate da gigantesche falle nei sistemi di risk management : nessuno aveva voglia di perdere tempo nel valutare esattamente il rischio connesso al sottostante dei derivati; e quando la crisi è esplosa, nessuno era in grado di valutare a quali perdite le banche erano esposte. Sono, queste, conclusioni ormai generalmente condivise. Anche il Financial stability forum lamenta essersi prestata « Too little attention to links between compensation and risk »; nello stesso senso si sono espressi anche il G-20 nella riunione di Londra del 9 aprile 2009, il Comitato della autorità europee di vigilanza (CESB), e la stessa Unione europea (direttiva 2010/76/CE, primo considerando). Uno studio pubblicato da Assonime nel febbraio del 2010, basato su dati riferiti all'esercizio 2010, fa emergere che la remunerazione varia sensibilmente in funzione delle dimensioni della società, del ruolo dell'amministratore nell'ambito dell'organo esecutivo ed anche del settore di attività della società: i compensi corrisposti dal settore finanziario sono in genere più elevati. E la presenza di pochi casi di compensi molto alti incide anche sul calcolo della media e fa sì che i valori medi siano superiori ai valori mediani. Pur con queste premesse, è significativo notare che nell'esercizio 2008 un amministratore delegato italiano ha in media percepito una retribuzione di euro 727.000, contro il compenso di un amministratore indipendente di soli euro 53.000. Il rapporto Assonime rileva anche una significativa diffusione di piani di incentivazione basati su azioni (57 per cento nelle società finanziarie, 48 per cento in quelle non finanziarie), principalmente consistenti in stock options (79 per cento) ed in misura minore in stock grant (13 per cento) oppure in cosiddetti piani di incentivazione azionaria virtuali come phantom stock options e stock appreciation rights (8 per cento). Tali piani prevedono un periodo di attribuzione (cosiddetto vesting) , in media, di 34 mesi in caso di vesting unico, e di 43 mesi in caso di vesting scaglionato; la durata media delle opzioni time to maturity si aggira sui 79 mesi e il prezzo di esercizio è in larghissima maggioranza pari al prezzo del sottostante alla data di assegnazione (82 per cento). Il numero medio dei destinatari dei piani è di 5,6 consiglieri e 460 tra dipendenti e collaboratori, inclusi soggetti appartenenti a una o più società controllate. Il valore medio individuale del piano alla data di emissione ammonta a euro 466.000 per le stock options , e euro 485.000 per le stock grant . I nudi numeri non colgono però la radice del problema, ed anzi possono risultare fuorvianti. Il punto non è (o almeno non principalmente) che gli amministratori ricevano compensi adeguati. Il che non è affatto contestato dai migliori princìpi di corporate governance . La stessa Commissione europea riconosce che gli elementi che compongono la retribuzione «dovrebbero facilitare l'assunzione e la permanenza di amministratori che abbiano le qualità richieste per dirigere una società» (raccomandazione 2004/913/CE, secondo considerando). E il codice di autoregolamentazione italiano stabilisce che «la remunerazione degli amministratori e dei dirigenti con responsabilità strategiche è stabilita in misura sufficiente ad attrarre, trattenere e motivare persone dotate delle qualità professionali richieste per gestire con successo l'emittente» (articolo 7). Il nodo centrale della questione è piuttosto che forma, struttura e livello di remunerazione degli amministratori (in una parola: