[pronunce]

L'effettività della sua uniforme applicazione può essere fortuita, poiché non trattasi di una mera disparità di fatto, cui è estranea la legge e quindi irrilevante ai fini dell'applicazione dell'art. 3 della Costituzione (è citata la sentenza della Corte costituzionale n. 163 del 1972), ma di un inconveniente emergente dal meccanismo legale, interno alla norma transitoria. In sintesi, sebbene in casi non ancora riscontrati, ma teoricamente ipotizzabili, non è improprio definire casuale e dissimile tra gli imputati la data di entrata in vigore dell'art. 10, comma 3, della legge n. 251 del 2005, se non ricondotto a regole irrinunciabili (artt. 3, primo comma, e 73, terzo comma, della Costituzione). Non può pensarsi, come inizialmente cennato, che il rimedio sia quello di fare retroagire, rendendola virtuale, la pendenza alla data dell'ultima formalità prescritta, come ad esempio, tra le altre, la comunicazione del gravame dell'imputato al procuratore generale o la notificazione alla parte civile, poiché da un canto si ricorrerebbe ad una interpretazione contraria all'applicazione della lex mitior per anticipata pendenza e, dall'altro, gli adempimenti funzionali all'impugnazione incidentale dell'accusa e della parte civile porterebbero paradossalmente alla sua applicazione. Tanto meno può aversi riguardo alla presentazione dell'appello principale prima dell'8 dicembre 2005, giungendosi all'efficacia dei più lunghi termini di prescrizione in contrasto con il diritto della difesa per violazione dell'art. 24, primo e secondo comma, della Costituzione. Neppure va dato rilievo alla comunicazione di cancelleria ai sensi dell'art. 15 del regolamento per l'esecuzione del codice di procedura penale (D.M. 30 settembre 1989, n. 334) e dell'art. 590 cod. proc. pen. , non essendo essa legata ad atto dell'autorità giudiziaria, al pari dell'attestazione della pendenza. Si evidenzia, dunque, che non c'è soluzione interpretativa dell'inciso dell'art. 10, comma 3, della legge n. 251 del 2005: «ad esclusione... dei processi già pendenti in grado di appello», l'eccezione proposta essendo obbligata, poiché, pur a séguito della sentenza d'incostituzionalità n. 393 del 2006 limitatamente alle parole «dei processi già pendenti in primo grado ove vi sia stata la dichiarazione di apertura del dibattimento, nonché», le disposizioni prescrizionali di favore relative al giudizio di primo grado non sono applicabili a norma dell'art. 598 cod. proc. pen. , per la tassativa eccezione fatta ai termini più brevi maturatisi in appello, ove la pendenza sia anteriore all'8 dicembre 2005, sempre che i medesimi non si siano compiuti in prime cure ed, ovviamente, non sia stata dichiarata l'estinzione del reato per detta causa con la decisione anteriore a quella della Corte costituzionale. Soltanto in questa ultima ipotesi e per l'efficacia retroattiva delle pronuncie di incostituzionalità (vengono citate le sentenze della Corte costituzionale n. 127 del 1966, n. 329 del 1985, n. 94 del 1986), essi non possono non essere osservati anche nei gradi successivi, così realizzando l'inverso costituzionale del dettato normativo, per il quale, esclusi i più brevi termini estintivi in primo grado, lo erano a fortiori nel secondo ed in cassazione. In conclusione, il rimettente ritiene non manifestamente infondata l'esclusione dei termini di prescrizione, fissata dalla pendenza del processo in grado di appello alla data di entrata in vigore della nuova legge, quando più favorevoli e maturati dopo la sentenza di primo grado. Rimane affidato alla Corte costituzionale il sindacato se l'eventuale declaratoria d'incostituzionalità debba essere estesa, ai sensi dell'art. 27 della legge 11 marzo 1953, n. 87, all'intero residuo secondo inciso del comma 3 dell'art. 10 della legge n. 251 del 2005. 3.2. – È intervenuto nel giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che la questione venga dichiarata infondata, sulla base delle medesime argomentazioni esposte sub 2.2. 4.1. – Con ordinanza del 19 febbraio 2007 (r.o. n. 383 del 2007), la Corte d'Appello di Roma ha sollevato, in riferimento agli artt. 3, 10 e 11 della Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell'art. 10, comma 3, della legge n. 251 del 2005, anche in relazione alla nuova formulazione dell'art. 158, primo comma, cod. pen. Afferma la rimettente di dover giudicare l'appello di due persone, imputate, rispettivamente, il primo del reato di cui all'art. 416, primo comma, cod. pen. , commesso dal 1960 all'aprile 2002; del reato di cui agli artt. 81, 648, 61, numero 7, cod. pen. , commesso dal 1960 al 17 aprile 1999; del reato di cui agli artt. 81, 61, numero 7, cod. pen. , 87 e 124 del decreto legislativo 29 ottobre 1999, n. 490 (Testo unico delle disposizioni legislative in materia di beni culturali e ambientali), fatto «accertato dal luglio 1995 in poi, situazione permanente»; nonché del reato di cui agli artt. 81, 110, 483 cod. pen. ; artt. 65, 66 e 123 del predetto testo unico, fatto commesso dal 1960 al 17 aprile 1999; il secondo del reato di cui all'art. 416 cod. pen. , commesso dal 1960 all'aprile 2002. Rileva il giudice a quo che la questione è rilevante poiché il procedimento, alla data di entrata in vigore della legge n. 251 del 2005, pendeva in grado di appello in ordine al reato di ricettazione di cui all'art. 648 cod. pen. , reato che ha costituito la base su cui il primo giudice ha operato gli aumenti per la continuazione esterna, essendo la maggior parte degli episodi in continuazione commessi anteriormente al 1995 e dovendo trovare applicazione l'art. 158, primo comma, cod. pen. , in tema di decorrenza del termine della prescrizione nel reato continuato. Secondo il rimettente, inoltre, in base alla disciplina dettata dagli artt. 157 e 158 cod. pen. , nella formulazione anteriore all'entrata in vigore della legge n. 251 del 2005, i termini di prescrizione massima sono di quindici anni e maturano «dal giorno in cui è cessata la continuazione», pertanto non prima del 2010, mentre, se si ha riguardo alla nuova formulazione degli artt. 157 e 158 cod. pen. tali termini, ridotti a dieci anni, sono maturati, per il maggiore numero dei fatti-reato, prima nel 2005. Osserva la rimettente che il tenore letterale della norma impugnata impone di ritenere che tra «le nuove disposizioni» rientra anche la nuova formulazione dell'art. 158, primo comma, cod. pen.