[pronunce]

Considerato che il giudice per le indagini preliminari presso il tribunale militare di Torino solleva questione di legittimità costituzionale del combinato disposto degli artt. 14, comma 2, della legge 8 luglio 1998, n. 230 (Nuove norme in materia di obiezione di coscienza) e 148 cod. pen. mil. pace (Diserzione), nella parte in cui rende possibile che sia punibile per entrambi i distinti reati, anziché per il solo reato di rifiuto del servizio previsto dal citato art. 14, il soggetto che, dopo essersi assentato arbitrariamente e per più di cinque giorni dal reparto realizzando così gli estremi del reato militare di diserzione, abbia successivamente manifestato il proprio rifiuto del servizio militare di leva adducendo i motivi di cui alla legge n. 230 del 1998, integrando in tal modo la condotta del reato (non militare) di cui all'art. 14, assumendone il contrasto a) con l'art. 3 della Costituzione, per irragionevolezza della disciplina, e per ingiustificato sfavorevole trattamento del caso anzidetto rispetto a chi rifiuti il servizio, motivando le proprie ragioni di coscienza, prima di assumerlo o comunque prima che sia decorso il termine di cinque giorni necessario per l'integrazione del reato di diserzione; b) con l'art. 27 della Costituzione, sotto il profilo della finalità rieducativa della pena, apparendo incongrua l'irrogazione della sanzione militare per il reato di diserzione a chi, con il successivo rifiuto motivato del servizio, manifesti l'intenzione di sottrarsi definitivamente al consorzio militare; che, data la prospettazione dell'ordinanza di rinvio, il giudice rimettente chiede a questa Corte una decisione che sia tale da escludere la possibilità di pronunciare più di una condanna e di irrogare più di una pena in relazione al particolare caso sopra descritto, in modo da rendere applicabile per esso la sola fattispecie incriminatrice del reato di rifiuto del servizio militare per ragioni di coscienza (art. 14, comma 2, della legge n. 230 del 1998) e non anche quella di diserzione (art. 148 cod. pen. mil. pace); che, come risulta dall'esposizione dei fatti, nel giudizio principale dinanzi al rimettente giudice militare si procede per il reato militare - di diserzione, cioè per il reato necessariamente anteriore sul piano cronologico, mentre il procedimento e il giudizio per il reato non militare di rifiuto per motivi di coscienza costituiscono una mera eventualità, dipendente da scelte che l'autorità giudiziaria ordinaria, e non quella militare, è chiamata a prendere; che pertanto nel giudizio a quo non potrebbe in alcun modo porsi un profilo di cumulabilità delle condanne e di irrogazione delle relative pene, potendo evidentemente assumere rilievo, e dare luogo a un problema di costituzionalità, la successione, o la duplicazione, di condanne, da un lato in quanto vi sia stata una prima pronuncia giudiziale sul primo reato e dall'altro in quanto sussista un giudizio in atto, e non in potenza, sul secondo reato, che non forma peraltro oggetto di accertamento dinanzi al giudice che ha sollevato il dubbio di costituzionalità; che, alla stregua dei rilievi suddetti, la presente questione di legittimità costituzionale è sollevata in via ipotetica, in vista di una possibile evenienza futura e incerta, e pertanto, in quanto priva del necessario requisito della rilevanza, deve essere dichiarata manifestamente inammissibile (v., tra molte, le ordinanze nn. 237 del 1999, 459, 165 e 34 del 1998; sentenza n. 336 del 1995). Visti gli artt. 26, secondo comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87, e 9, secondo comma, delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale.. . per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE Dichiara la manifesta inammissibilità della questione di legittimità costituzionale degli artt. 14, comma 2, della legge 8 luglio 1998, n. 230 (Nuove norme in materia di obiezione di coscienza), e 148 cod. pen. mil. pace (Diserzione), sollevata, in riferimento agli artt. 3 e 27 della Costituzione, dal giudice per le indagini preliminari presso il tribunale militare di Torino, con l'ordinanza indicata in epigrafe. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 25 gennaio 2001. Il Presidente: Santosuosso Il redattore: Zagrebelski Il cancelliere: Di Paola Depositata in cancelleria il 9 febbraio 2001. Il direttore della cancelleria: Di Paola