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con decisione n. 56 depositata in data 8 ottobre 2018, il consiglio nazionale dei dottori commercialisti e degli esperti contabili ha dichiarato l'ineleggibilità del presidente dell'ordine dei commercialisti e degli esperti contabili di Roma e l'esclusione dalla competizione elettorale per il rinnovo dell'ordine per il triennio 2017-2020 della lista n. 1 "Impegno per la professione" a lui collegata; in particolare, l'ineleggibilità viene dedotta dalla violazione della previsione di cui all'articolo 9, comma 9, del decreto legislativo 28 giugno 2005, n. 139, a mente del quale "i consiglieri dell'Ordine ed il presidente possono essere eletti per un numero di mandati consecutivi non superiore a due"; la richiamata decisione veniva pronunciata nell'ambito del giudizio di rinvio seguito alle ordinanze n. 12461 e n. 12462 del 2018, con le quali la prima sezione civile della suprema Corte di cassazione cassava le decisioni n. 55 e n. 56 del 2016, rese dal consiglio nazionale dei dottori commercialisti e degli esperti contabili in relazione al procedimento elettorale per il rinnovo dell'ordine di Roma per il triennio 2017-2020, contestualmente disponendo il rinvio al consiglio nazionale per le ulteriori determinazioni da assumersi; nelle more dei richiamati giudizi, il presidente era stato proclamato eletto, assieme ai candidati della lista a lui collegata, e per l'effetto il consiglio era in carica alla data delle menzionate decisioni; ad oggi, nessuna decisione è stata assunta in merito alla sorte del consiglio in carica e, pertanto, il consiglio dell'ordine di Roma è tuttora in carica nella composizione risultante dall'accertata illegittima partecipazione del presidente eletto e della lista a lui collegata alla competizione elettorale; e ciò benché nel dispositivo della richiamata decisione n. 56/2018 del consiglio nazionale si faccia espresso riferimento alle "conseguenze previste dalla legge", in relazione alla dichiarazione di ineleggibilità sopravvenuta all'elezione; considerato che: la condizione di ineleggibilità, ove accertata a seguito dell'elezione, determina la decadenza dell'eletto dalla carica; l'articolo 16, comma 1, del decreto legislativo 28 giugno 2005, n. 139, dispone che la decadenza del presidente "comporta lo scioglimento di diritto dell'intero Consiglio"; l'articolo 17, comma 3, del medesimo decreto legislativo prevede che "lo scioglimento del Consiglio e la nomina del commissario sono disposti con decreto del ministro della Giustizia, sentito il parere del Consiglio nazionale. Il commissario provvede, entro sessanta giorni dalla nomina, salvo diversa indicazione del Consiglio nazionale, a convocare e tenere l'assemblea per la elezione dell'intero Consiglio, che resterà in carica fino alla scadenza naturale del Consiglio disciolto o non costituito"; l'ulteriore permanenza in carica del consiglio dell'ordine dei commercialisti e degli esperti contabili di Roma, all'esito della competizione elettorale, cui hanno illegittimamente partecipato il presidente eletto e la lista a lui collegata, determina una situazione claudicante in diritto, per essere gli atti di competenza del presidente e del consiglio adottati da un organo costituito a seguito di competizione elettorale il cui esito è stato posto nel nulla da pronunce giurisdizionali ormai divenute definitive, si chiede di sapere: se il Ministro in indirizzo sia a conoscenza della situazione venutasi a creare in relazione alla permanenza in carica del consiglio dell'ordine dei commercialisti e degli esperti contabili di Roma, a seguito della decisione n. 56/2018 del consiglio nazionale, resa su rinvio a seguito delle ordinanze n. 12461 e n. 12462 della prima sezione civile della Suprema Corte di cassazione; quali iniziative intenda intraprendere per garantire il rispetto delle disposizioni di cui agli articoli 16 e 17 del decreto legislativo n. 139 del 2005, secondo quanto esposto. Atto n. 4-01559 DE BONIS Al Ministro dell'economia e delle finanze Premesso che: con decreto-legge, n. 4 del 2015, recante "Misure urgenti in materia di esenzione IMU", convertito, con modificazioni, dalla legge n. 34 del 2015, è stata dettata la disciplina delle esenzioni dall'IMU per i terreni agricoli, prevedendo l'esenzione: a) per i comuni totalmente montani; b) per i comuni ubicati nelle isole minori; c) per i comuni parzialmente montani di cui all'elenco ISTAT, limitatamente ai terreni posseduti e condotti dai coltivatori diretti e dagli imprenditori agricoli professionali; la fattispecie dei comuni parzialmente montani ha determinato sperequazioni intollerabili tra comuni, poiché comuni con medesime situazioni orografiche, di coltivazione eccetera, distanti pochi chilometri, hanno registrato trattamenti differenti, fino ad arrivare al paradosso che proprietà confinanti hanno visto l'applicazione della pesante imposta per particelle site in un comune e l'esenzione per particelle confinanti ma ricadenti nel territorio di altro comune; l'imposta ha determinato un carico ulteriore sul mondo agricolo, già di per sé afflitto da una crisi endemica e con difficoltà enormi legate all'oscillazione dei prezzi di vendita ed al continuo aumento dei costi necessari per la produzione. Di conseguenza, la stragrande maggioranza dei cittadini ha omesso di versare l'imposta; che si trattasse di imposta ingiusta è anche dimostrato dal fatto che la norma sull'IMU agricola, valida per le annualità 2014 e 2015, è stata abrogata con la legge n. 208 del 2015 (legge di stabilità per il 2016), a decorrere dal 2016; la norma ha prodotto reazioni in tutto il Paese, con numerosissimi Comuni e diverse Regioni che hanno reagito arrivando (su ricorso di alcune Regioni) a sollevare questione di legittimità costituzionale per violazione degli artt. 3, 53, 81,97, 117, 118 e 119 della Costituzione; sono tantissimi i Comuni costituitisi in giudizio, per dimostrare che la norma incriminata ha determinato la riduzione di trasferimenti a valere sul Fondo di solidarietà comunale, non compensati dal gettito tributario atteso; considerato che: con ordinanza specifica, il TAR del Lazio ha sollevato questione di legittimità costituzionale; dopo diversi anni, con sentenza n. 17 del 2018, la Corte costituzionale ha dichiarato non fondate le questioni di legittimità costituzionale sollevate, ritenendo legittima la norma successivamente abrogata dalla legge di stabilità per il 2016.