[pronunce]

Sussisterebbero, peraltro, idonee terapie alternative a TEC e interventi di lobotomia, suggerite da istituzioni pubbliche e sovranazionali: la Regione richiama, in particolare, la raccomandazione UE n. 1235 del 1994. L'intervento legislativo regionale sarebbe in definitiva fondato sulla competenza concernente la tutela della salute e, in quanto conforme ai principi individuabili in materia, si sottrarrebbe a censura di illegittimità. 5.- Con ricorso notificato il 2 gennaio 2003 e depositato l'11 gennaio 2003 (reg. ric. n. 3 del 2003) il Presidente del Consiglio dei ministri ha sollevato in via principale questione di legittimità costituzionale dell'art. 3, commi 2, 3 e 4, della legge della Regione Toscana 28 ottobre 2002, n. 39 (Regole del sistema sanitario regionale toscano in materia di applicazione della terapia elettroconvulsivante, la lobotomia prefrontale e transorbitale ed altri simili interventi di psicochirurgia), in riferimento agli articoli 2, 32, 33, primo comma, 117, terzo comma (tutela della salute e professioni), della Costituzione. La norma impugnata introduce il divieto, “di norma”, di praticare la TEC “nel sistema regionale della Toscana” su minori, anziani e donne in stato di gravidanza, se non in caso di eccezionale e comprovata necessità medica, su espressa richiesta e autorizzazione dei familiari diretti del paziente nel caso di minori, ovvero del paziente stesso negli altri casi, ferma restando la tutela della vita, della salute e della dignità del paziente (comma 2). Essa vieta poi in termini assoluti gli interventi di lobotomia prefrontale e transorbitale e “altri simili interventi di psicochirurgia” (comma 3), e demanda alla Giunta regionale il compito di predisporre, entro sei mesi dall'entrata in vigore della legge, linee guida sull'impiego della TEC e sulle procedure relative al consenso del paziente e all'autorizzazione all'intervento, “su conforme indicazione della Comunità scientifica toscana e acquisito il parere della Commissione regionale di bioetica” (comma 4). 6.- Il ricorrente riproduce le medesime censure mosse avverso la legge della Regione Piemonte n. 14 del 2002, soffermandosi poi in particolare sul comma 4 dell'art. 3 della legge toscana. Al ricorrente appare incostituzionale l'attribuzione alla Giunta del potere di adottare, mediante atto amministrativo neppure regolamentare, linee guida sull'impiego della TEC. Né si potrebbe ritenere invocabile in senso opposto l'intervento preventivo della “Comunità scientifica toscana”, poiché a tale espressione linguistica non corrisponde “un'entità istituzionale organizzata”; in ogni caso, non sarebbe razionale ricorrere all'opinione dei soli esperti toscani, a fronte di profili scientifici di “dimensione internazionale”, specie se si valuta il rischio di divergenze rispetto alle indicazioni promananti dagli organismi tecnici nazionali. 7.- Si è costituita in giudizio la Regione Toscana, chiedendo che la questione sia dichiarata inammissibile e infondata. 8.- In prossimità dell'udienza pubblica la Regione Piemonte ha depositato memoria illustrativa, insistendo perché il ricorso sia dichiarato inammissibile e infondato. Viene eccepita anzitutto l'inammissibilità del ricorso, a causa della dedotta “mancata specificazione dell'oggetto della questione”, dovuta al fatto che il Governo avrebbe impugnato l'intero testo della legge regionale, pur enunciando profili di incostituzionalità in ordine ai soli articoli 4, 5 e 6. Nel merito, la resistente contesta che le norme denunciate confliggano con gli articoli 2, 32 e 33, primo comma, della Costituzione, essendo esse tese a preservare la dignità dell'individuo, nell'esercizio della potestà legislativa concorrente attinente alla “tutela della salute”, di cui all'art. 117, terzo comma, della Costituzione. In particolare, la legge non interferirebbe con le funzioni mediche diagnostiche e curative, ma si limiterebbe a stabilire “particolari cautele”, specie nei confronti di “soggetti particolarmente vulnerabili”. Né vi sarebbe incisione sulla sfera di libertà della ricerca scientifica. Parimenti, ritiene la Regione che la legge impugnata non contrasti con i principi desumibili dalle norme interposte richiamate nel ricorso dello Stato. Quanto alla legge n. 180 del 1978, in particolare, si sottolinea che le norme censurate sarebbero rispettose del principio di volontarietà dell'intervento terapeutico, né ostacolerebbero l'esecuzione di trattamenti sanitari obbligatori, nel rispetto della dignità della persona. Quanto alla legge n. 833 del 1978, poi, vi sarebbe piena armonia tra le disposizioni regionali e gli articoli 33, 34 e 35 della normativa statale, tesi a garantire l'acquisizione del consenso e della partecipazione del soggetto sottoposto a trattamento sanitario obbligatorio. Peraltro, continua la Regione resistente, ulteriori disposizioni della legge n. 833 del 1978 troverebbero corrispondenza nella legge impugnata: vengono a tale proposito ricordati l'art. 1, in quanto inteso a preservare la tutela della salute nel rispetto della dignità e libertà del paziente, e l'art. 2, volto a promuovere particolari precauzioni a favore di donne in stato di gravidanza, minori, anziani, e a favorire il recupero e il reinserimento sociale dei malati di mente. Infine, la legge regionale sarebbe in armonia con i principi desumibili dagli articoli 1 e 2 del d.lgs. n. 502 del 1992. In particolare, gli articoli 1 e 2 della legge oggetto di ricorso dettano, secondo la ricostruzione della difesa regionale, “le premesse generali giustificative” dell'intervento legislativo; l'art. 3, esigendo il consenso informato del paziente, preceduto da adeguata informazione, concretizzerebbe “principi generali di corretta condotta sanitaria e deontologica del personale medico”, in armonia con quanto previsto dalla circolare 15 febbraio 1999 del Ministro della sanità. L'art. 4, prescrivendo divieti nel ricorso alla TEC, alla lobotomia prefrontale e transorbitale e ad altri simili interventi di psicochirurgia, troverebbe a proprio fondamento “risultanze scientifiche accreditate” da cui si desumerebbe l'inefficacia di tali interventi, la dannosità degli stessi per la salute dei pazienti, e soprattutto delle donne in stato di gravidanza, dei bambini, degli anziani, ed infine la sussistenza di adeguate terapie alternative. Né sarebbe invocabile la libertà del medico di determinare la cura ritenuta idonea, poiché “il legislatore non è subordinato all'assioma del sovrano discernimento scientifico del medico”. Non si tratterebbe, perciò, di compromettere il diritto dell'individuo alla cura, ma di “rafforzarlo”, garantendo l'idoneità della stessa nella struttura sanitaria regionale. L'art. 5 avrebbe lo scopo di “salvaguardare il medico”, che voglia optare per terapie alternative.