[pronunce]

ORDINANZA ha pronunciato la seguentenel giudizio di legittimità costituzionale dell'art. 14, comma 5-quater, del decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286 (Testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell'immigrazione e norme sulla condizione dello straniero), come sostituito dal decreto-legge 14 settembre 2004, n. 241 (Disposizioni urgenti in materia di immigrazione), convertito, con modificazioni, nella legge 12 novembre 2004, n. 271, promosso dal Tribunale di Ivrea con ordinanza del 9 novembre 2006, iscritta al n. 355 del registro ordinanze 2007 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 20, prima serie speciale, dell'anno 2007. Visto l'atto di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri; udito nella camera di consiglio del 14 gennaio 2009 il Giudice relatore Gaetano Silvestri. Ritenuto che il Tribunale di Ivrea, in composizione monocratica, ha sollevato – in riferimento agli artt. 3 e 27, terzo comma, della Costituzione – questione di legittimità costituzionale dell'art. 14, comma 5-quater, del decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286 (Testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell'immigrazione e norme sulla condizione dello straniero), come sostituito dal decreto-legge 14 settembre 2004, n. 241 (Disposizioni urgenti in materia di immigrazione), convertito, con modificazioni, nella legge 12 novembre 2004, n. 271, nella parte in cui, nel configurare come delitto la condotta dello straniero che venga trovato nel territorio dello Stato dopo esserne stato espulso ai sensi del precedente comma 5-ter, non contiene la clausola «senza giustificato motivo»; che il rimettente procede con rito abbreviato nei confronti di un cittadino romeno, il quale, dopo essere stato espulso in data 19 maggio 2005 per non aver richiesto il permesso di soggiorno entro il termine prescritto, in data 14 settembre 2006 è stato nuovamente trovato nel territorio dello Stato e tratto in arresto nella flagranza del reato previsto dall'art. 14, comma 5-quater, primo periodo, del d.lgs. n. 286 del 1998; che il giudice a quo evidenzia come, dalla documentazione prodotta in giudizio, emergano le seguenti circostanze di fatto: la famiglia dell'imputato, composta da padre, madre e sorella, è regolarmente residente in Italia (il padre dell'imputato ha un lavoro regolare e la sorella frequenta un istituto di formazione professionale); l'imputato, venticinquenne, affetto da cardiomiopatia ipertrofica, in data 13 marzo 2006, mentre si trovava da solo in Romania, ha ingerito volontariamente medicinali ed etanolo, tentando il suicidio; in data 25 maggio 2006 la madre dell'imputato, in territorio italiano, è stata coinvolta in un sinistro stradale; l'imputato è rientrato in Italia pochi giorni dopo tale ultimo avvenimento; che, all'esito di tale esposizione in fatto, il rimettente censura la previsione incriminatrice contenuta nell'art. 14, comma 5-quater, del d.lgs. n. 286 del 1998, che configura il reato contestato all'imputato, prospettandone il contrasto con il principio di uguaglianza e con quello della finalità necessariamente rieducativa della pena, sancito dall'art. 27, terzo comma, Cost.; che, quanto al primo profilo di censura, il giudice a quo istituisce un raffronto tra la norma in esame e la disposizione contenuta nel comma 5-ter del medesimo art. 14 del d.lgs. n. 286 del 1998, nella quale è configurato il reato di indebito trattenimento in violazione dell'ordine del questore di lasciare il territorio nazionale, evidenziando come quest'ultima disposizione contenga la clausola «senza giustificato motivo», che agirebbe come causa di esclusione del reato, rimessa alla valutazione discrezionale del giudice; che tale clausola, prosegue il rimettente, è già stata esaminata dalla Corte costituzionale nella sentenza n. 5 del 2004, che ha evidenziato la sua funzione di valvola di sicurezza del meccanismo repressivo, là dove consente di «riconoscere rilievo a situazioni ostative di particolare pregnanza, che incidano sulla stessa possibilità, soggettiva ed oggettiva, di adempiere all'intimazione, escludendola ovvero rendendola difficoltosa o pericolosa», con la conseguenza di evitare che «la sanzione penale scatti allorché – anche al di fuori della presenza di vere e proprie cause di giustificazione – l'osservanza del precetto appaia concretamente “inesigibile” in ragione, a seconda dei casi, di situazioni ostative a carattere soggettivo od oggettivo, di obblighi di segno contrario, ovvero della necessità di tutelare interessi confliggenti, con rango pari o superiore rispetto a quello protetto dalla norma incriminatrice, in un ragionevole bilanciamento di valori»; che, così enucleata la ratio della clausola in esame, il giudice a quo reputa irragionevole che la stessa non figuri anche nella descrizione della fattispecie criminosa prevista nell'art. 14, comma 5-quater, del d.lgs. n. 286 del 1998 , e sia dunque impedito un analogo vaglio della condotta dell'imputato quando si tratti di accertare la sussistenza del reato ivi configurato, pur nella diversità delle situazioni che danno luogo alle due violazioni comparate: il trattenimento sul territorio dello Stato in violazione dell'ordine di allontanamento impartito dal questore, nel primo caso; «il rinvenimento sul territorio dello Stato del cittadino straniero già espulso», nel secondo caso; che, prosegue il Tribunale rimettente, se è difficile ipotizzare situazioni di impossibilità oggettiva ad omettere il comportamento penalmente sanzionato dalla disposizione censurata, nondimeno l'inserimento della clausola «senza giustificato motivo» consentirebbe di valutare, sotto il profilo soggettivo, la possibilità per l'imputato di osservare il precetto; che, secondo il giudice a quo, la vicenda oggetto del giudizio principale sarebbe al riguardo emblematica, posto che la determinazione dell'imputato a fare rientro in Italia, dopo l'avvenuta espulsione, discenderebbe da circostanze riconducibili alla categoria del «giustificato motivo», ovvero ricollegabili a valori costituzionalmente protetti; che infatti l'imputato, rientrato nel Paese d'origine a seguito dell'espulsione, versava in stato di grave sofferenza psichica, al punto da essersi reso protagonista di un tentativo di suicidio, e che tale sofferenza era stata ulteriormente acuita dalla condizione di separazione dalla famiglia, residente in Italia, e in seguito dalla preoccupazione per lo stato di salute della madre, rimasta coinvolta in un sinistro stradale; che in definitiva, a parere del rimettente, l'imputato, rientrando nel territorio nazionale pur dopo l'avvenuta espulsione, avrebbe protetto situazioni soggettive riconducibili a diritti fondamentali della persona, quali il diritto alla salute, i diritti e doveri di assistenza reciproca riconducibili alla tutela della famiglia, intesa quest'ultima anche nella dimensione di formazione sociale;