[pronunce]

che secondo l'Avvocatura dello Stato l'art. 236, secondo comma, cod. pen. deve essere integrato dall'art. 240 cod. pen. , che consente di prescindere dalla condanna nell'unico caso di cui al numero 2) del secondo comma, in cui la confisca deve essere disposta «anche se non è stata pronunciata condanna», in ragione «non tanto della connessione delle cose in questione con la commissione del singolo reato dal quale l'imputato sia stato in ipotesi assolto, quanto delle caratteristiche intrinseche delle cose, che non possono essere lasciate nella disponibilità né dell'imputato né di chicchessia»; che, pertanto, la questione sarebbe irrilevante nel processo a quo, in quanto sarebbe possibile fornire della norma impugnata un'interpretazione costituzionalmente compatibile. Considerato che il Tribunale di Palermo ha sollevato questione di legittimità costituzionale dell'articolo 571 del codice di procedura penale «nella parte in cui non prevede che, limitatamente alle statuizioni di contenuto patrimoniale, gli eredi dell'imputato possano proporre impugnazione nel caso di morte del dante causa intervenuta dopo la sentenza di primo grado e prima della proposizione della impugnazione»; che la norma censurata sarebbe in contrasto con l'articolo 3 della Costituzione, facendo dipendere la posizione degli eredi da «un evento assolutamente imprevedibile, quale l'epoca della morte del loro dante causa, perché nel caso di morte intervenuta prima della impugnazione l'erede rimarrebbe privo di tutela, mentre nel caso di morte successiva all'impugnazione l'erede potrebbe beneficiare della pronuncia emessa in secondo grado», e con l'art. 24 Cost., in quanto determinerebbe un'ingiustificata compressione del diritto di difesa, «con impossibilità di fruire di un secondo grado di merito e del controllo di legittimità, in relazione ad un evento del tutto imprevedibile ed estraneo alla sfera di intervento dei soggetti pregiudicati dalla decisione»; che la questione sarebbe rilevante «in quanto, ove dovesse ritenersi la impugnabilità della sentenza da parte degli eredi, la pronuncia di secondo grado richiesta con la impugnazione da parte di costoro - in ipotesi dichiarativa della estinzione dei reati per prescrizione - avrebbe comportato la caducazione della statuizione di confisca adottata in primo grado»; che in via preliminare deve rilevarsi che l'ordinanza di rimessione non ha indicato l'oggetto del "ricorso" proposto dalla liquidatrice della società che ha subito il sequestro, né, comunque, le ragioni per le quali della relativa cognizione è stato investito il tribunale; che, non essendo il giudice che ha sollevato la questione quello che dovrebbe conoscere di un eventuale appello, la lacuna della motivazione relativa a tali elementi si traduce nell'assoluta mancanza di indicazioni sulle ragioni per le quali il tribunale dovrebbe fare applicazione dell'art. 571 cod. proc. pen. , ossia della norma che disciplina l'impugnazione dell'imputato, così dando luogo ad una causa di manifesta inammissibilità della questione (ex plurimis, ordinanza n. 318 del 2011); che, inoltre, l'ordinanza di rimessione, mentre censura l'art. 517 cod. proc. pen. «nella parte in cui non prevede che, limitatamente alle statuizioni di contenuto patrimoniale, gli eredi dell'imputato possano proporre impugnazione nel caso di morte del dante causa intervenuta dopo la sentenza di primo grado e prima della proposizione della impugnazione», non offre alcuna indicazione sull'esistenza di eredi, sulla loro volontà di proporre appello e sulla loro partecipazione, ed eventualmente in quale veste, al procedimento a quo, limitandosi a riferire che il "ricorso" sul quale il rimettente è chiamato a pronunciarsi è stato proposto dalla liquidatrice della società proprietaria del terreno confiscato, società di cui l'imputato deceduto era stato rappresentante legale; che anche sotto questo profilo l'insufficiente descrizione della fattispecie e correlativamente la mancanza di motivazione sulla rilevanza comportano la manifesta inammissibilità della questione. Visti gli artt. 26, secondo comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87, e 9, comma 2, delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale.. per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE dichiara la manifesta inammissibilità della questione di legittimità costituzionale dell'articolo 571 del codice di procedura penale, sollevata, in riferimento agli articoli 3 e 24 della Costituzione, dal Tribunale di Palermo con l'ordinanza di cui in epigrafe. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 7 maggio 2012. F.to: Alfonso QUARANTA, Presidente Giorgio LATTANZI, Redattore Gabriella MELATTI, Cancelliere Depositata in Cancelleria il 10 maggio 2012. Il Direttore della Cancelleria F.to: Gabriella MELATTI