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Ebbene, in sede di conversione in legge del decreto-legge cultura, mi sento di esprimere quantomeno un'assicurazione di impegno - ma questo lo abbiamo anche visto con l'approvazione dell'ordine del giorno - e posso garantire che sarà cura del Governo e di questa maggioranza monitorare con attenzione l'applicazione delle nuove norme già vigenti sul secondary ticketing e verificare che esse siano funzionali allo scopo che si sono prefisse, senza che ciò diventi limitante o eccessivamente gravoso per gli operatori e gli utenti. Vogliamo continuare a dialogare con quelle realtà rappresentative del comparto della produzione musicale che hanno espresso scetticismo su questo provvedimento e offriamo la nostra collaborazione per una verifica peculiare dell'applicazione delle nuove norme nei prossimi mesi. Per troppi anni ci hanno convinto che non eravamo all'altezza di imprimere e rivendicare il nostro ruolo nel mondo e nel contesto comunitario; e uno dei modi con cui è stato depotenziato il nostro grande sentimento di italianità è stato anche non aver investito in cultura ed arte. Oggi, a partire dal decreto-legge cultura, noi scagliamo nuovamente una sfida alle stelle, sapendo che questo è solo un primo ma essenziale passo per rimettere al centro la cultura e l'arte italiana, per rioffrirla nuovamente al mondo, che ancora una volta, con ammirazione, ne sarà sorpreso e colpito. Dichiaro quindi il voto convintamente favorevole del Gruppo Lega-Salvini Premier-Partito Sardo d'Azione. (Applausi dal Gruppo L-SP-PSd'Az. Congratulazioni) . CANGINI (FI-BP) . Domando di parlare per dichiarazione di voto. PRESIDENTE. Ne ha facoltà. CANGINI (FI-BP) . Signor Presidente, illustri membri del Governo, colleghi senatori, ricordo che poco più di un anno fa il ministro Bonisoli ebbe la gentilezza di venire a Palazzo Madama per incontrare i colleghi delle Commissioni istruzione e cultura della Camera e del Senato e illustrare le linee guida del proprio Dicastero. Fece un discorso sufficientemente retorico, se volete anche abbastanza banale, ma assolutamente condivisibile: il concetto era che siamo seduti su un tesoro e dobbiamo imparare a valorizzarlo. Il tesoro naturalmente è quello dei beni culturali. Egli disse due cose e le disse solennemente - aveva la faccia di chi crede in quello che dice - prendendo un impegno: cambiare e dare nuova spinta alle politiche culturali del Paese e soprattutto reperire risorse aggiuntive nella convinzione - giusta - che ogni euro investito in cultura renderà molto. Il 9 luglio scorso, a distanza di poco più di un anno, il ministro Bonisoli è tornato a incontrare le Commissioni cultura e istruzione di Camera e Senato per illustrare il decreto-legge di cui discutiamo oggi. Il Ministro si è molto lamentato del fatto che al Ministero dell'economia evidentemente non gli hanno dato ragione; è stato necessario - ci ha spiegato - trattare fino all'ultimo secondo utile, cioè fino al momento della firma del decreto-legge. Egli ha detto anche che purtroppo al MEF non amano la lirica. A me è sembrata l'ammissione di un fallimento: evidentemente le risorse non ci sono, perché non le vediamo nel provvedimento in esame. Vedremo, nel momento in cui questo o un altro Governo scriverà la prossima legge di bilancio, la misura di questo fallimento. Ma che sia un fallimento mi pare evidente. Quanto al merito, faccio mia e prendo per buona la valutazione della collega Montevecchi, senatrice del MoVimento 5 Stelle e già Capogruppo del MoVimento 5 Stelle in Commissione cultura del Senato - il partito è quello che ha espresso il Ministro - che questa mattina ha esortato il Ministro ad avere coraggio, ad avere il coraggio di cambiare e adoperarsi per un vero rinnovamento, evidentemente ritenendo che il provvedimento all'ordine del giorno non fosse nel segno del cambiamento e non fosse minimamente coraggioso. Sono d'accordo con lei: non è un provvedimento coraggioso e non c'è alcun cambiamento rispetto alle politiche modeste e burocratiche del Governo precedente. Ci sono alcune cose che potrebbero essere fatte meglio e che - a nostro avviso - sono sbagliate (ne hanno parlato altri colleghi). Di sicuro non si stabilizza il lavoro precario nelle fondazioni liriche. Siamo al paradosso - lo ricordava il collega Giro questa mattina - per cui si abusa addirittura del jobs act allargando i margini della precarietà. La questione del secondary ticketing è evidente nella sua banalità: il problema è reale, quello del bagarinaggio, ma la soluzione individuata non risolve il problema, in quanto aggiunge complessità a complessità. Con un emendamento vi abbiamo chiesto quantomeno di soprassedere sei mesi prima di mettere in vigore questa norma, come ci chiedono gli esercenti; peraltro, sarà un danno anche per gli utenti, ma avete scelto di non farlo: pazienza. Quello che sorprende è la centralizzazione del potere decisionale, perché fino a prova contraria la Lega ex Nord aveva nell'autonomia, nel decentramento un punto fermo della propria identità culturale. In questi giorni state discutendo di autonomia e, visto che il provvedimento è scivolato a settembre e da settembre chissà quando verrà poi discusso, mi pare che non sia un punto forte di questo Governo. Di sicuro non lo è del decreto-legge in esame, dal momento che tutte le decisioni in materia di appalti, concessioni e contratti non saranno più in capo ai sovraintendenti o ai direttori di musei, ma verranno tutte avocate alla struttura centrale del Ministero a Roma, facendo così del segretario generale del Mibac una figura onnipotente, sicuramente più potente dei Ministri che pro tempore occupano quella funzione. Quello che però sorprende non sono questi che in fondo sono dettagli. Se facciamo un passo indietro e guardiamo il provvedimento in esame con gli occhi di chi ritiene che la cultura sia il volano dell'economia e dell'identità nazionale, sorprende perché non c'è un'idea politica, non c'è una visione, non c'è una strategia. Il provvedimento tratta dei due asset principali della cultura e della celebrità dell'Italia nel mondo: la lirica e il cinema. Capisco che la lirica possa sembrarvi elitaria; sappiamo che non lo è, ma forse con un pregiudizio l'avete bollata in questa maniera Ma il cinema italiano è l'identità nazionale, oltre a essere un'industria florida con oltre 173.000 addetti. La Francia di Macron - che non è un sovranista e a me personalmente non piace affatto, ma è figlio di quella cultura che nello Stato, nella sovranità e nell'autorevolezza della politica e dell'identità nazionale ha la propria radice, chiunque governi - stanzia per l'audiovisivo nel suo complesso 4 miliardi ogni anno, una cifra iperbolica rispetto ai modesti stanziamenti di questo Governo. Nelle ultime settimane Macron ha messo a disposizione delle aziende che producono film francesi 215 milioni per fare acquisizioni all'estero, per acquisire società di produzioni straniere e rendere più potente la produzione cinematografica francese. Sicuramente non lo fa solo per tutelare un settore dell'industria nazionale, ma perché ha capito che è ancora vero quello che diceva Mussolini ai suoi tempi, e cioè che il cinema è l'arma più potente nelle mani dello Stato. Lo è ancora oggi nonostante dopo il cinema sia venuta la televisione, dopo la televisione Internet e infine i social.