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Latina; comunità territoriali: Latina, Frosinone, Isernia, Terracina, Sora, Cassino, Formia); 24) Abruzzo (polarità urbane: Pescara; comunità territoriali: L'Aquila, Pescara, Teramo, Avezzano, Sulmona, Giulianova, Atessa, Castel di Sangro, Vasto); 25) Napoletano (area metropolitana: Napoli; comunità territoriali: Caserta, Piedimonte Matese); 26) Campania (polarità urbane: Salerno; comunità territoriali: Salerno, Avellino, Amalfi, Sala Consilina, Sapri, Vallo della Lucania, Sant'Angelo dei Lombardi); 27) Daunia (polarità urbane: Foggia; comunità territoriali: Termoli, Campobasso, San Severo, Vieste, San Giovanni Rotondo, Manfredonia, Cerignola, Benevento, Ariano Irpino, Circello); 28) Puglia (area metropolitana: Bari; polarità urbane: Barletta, Andria; comunità territoriali: Barletta, Altamura, Monopoli); 29) Salento (polarità urbane: Lecce, Taranto; comunità territoriali: Lecce, Taranto, Fasano, Brindisi, Otranto, Casarano); 30) Basilicata (comunità territoriali: Melfi, Potenza, Matera, Moliterno, Pisticci, Policoro, Lauria); 31) Calabria (polarità urbane: Catanzaro; comunità territoriali: Cosenza, Catanzaro, Vibo Valentia, Crotone, Castrovillari, Praia a mare, Cassano allo Ionio, Paola, Rossano, Petilia Policastro, Lametia, Soverato); 32) Dello Stretto (area metropolitana: Reggio Calabria, Messina; comunità territoriali: Reggio Calabria, Messina, Gioia Tauro, Locri, Patti-Capo d'Orlando); 33) Sicilia ionica (area metropolitana: Catania; polarità urbane: Siracusa; comunità territoriali: Siracusa, Noto, Caltagirone, Enna, Nicosia, Gela, Ragusa); 34) Sicilia occidentale (area metropolitana: Palermo; comunità territoriali: Trapani, Castelvetrano, Corleone, Cefalù, Sciacca, Agrigento, Caltanissetta); 35) Sardegna settentrionale (polarità urbane: Sassari; comunità territoriali: Sassari, Tempio Pausania, Arzachena, Olbia, Siniscola, Nuoro, Macomer); 36) Sardegna meridionale (area metropolitana: Cagliari; comunità territoriali: Oristano, Carbonia, Lanusei, Muravera). Il punto di partenza è duplice: il diffuso riconoscimento dell'inefficienza dell'attuale assetto politico-amministrativo e la considerazione che tale inefficienza non deriva soltanto da carenze organizzative e legislative, ma anche (e soprattutto) da una configurazione geo-politica dell'assetto dei poteri pubblici fonte di diseconomie e di ostacoli ai processi di crescita, a fronte della stringente necessità di rispondere alle autorevoli sollecitazioni europee verso un contenimento della spesa pubblica degli enti territoriali che erano state all'origine dell'intervento attuato con i decreti-legge n. 201 del 2011, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 214 del 2011, e n. 95 del 2012, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 135 del 2012. La costruzione di un assetto più razionale, dove il sistema delle autonomie si coniughi efficacemente con le ragioni della semplificazione e della deburocratizzazione, implica infatti una modernizzazione complessiva del nostro assetto istituzionale decentrato, da attuare anche alla luce dei molti limiti emersi in oltre dieci anni di esperienza di conflittualità e di deresponsabilizzazione diffusa che sono conseguiti all'entrata in vigore della riforma del titolo V. Nello specifico con il presente disegno di legge costituzionale si prevede l'abolizione delle province, con la soppressione della dizione «Province» dai diversi articoli della Costituzione che disciplinano questo ente territoriale: le province, pertanto, non sarebbero più un ente territoriale costituzionalmente necessario. Con una norma transitoria si prevede che le province siano soppresse entro sei mesi dalla data di entrata in vigore della legge costituzionale, affidando alla legge statale la funzione di definire un insieme di criteri e di requisiti generali in base ai quali lo Stato e le regioni, nell'ambito delle rispettive competenze, devono individuare le forme e le modalità di esercizio delle funzioni oggi spettanti costituzionalmente alle province. Questa tecnica normativa consente, all'interno di un quadro generale di riferimento, di prevedere forme flessibili e differenziate di organizzazione delle funzioni di area vasta esercitate dalle province. Tale soluzione è apparsa la più adeguata in un contesto come il nostro, caratterizzato da una tale varietà di situazioni che potrebbe rendere inefficace, e probabilmente neanche conveniente dal punto di vista economico, una decisione uniforme. Segnatamente, la prevalenza, in alcune aree territoriali, di comuni cosiddetti «polvere» evidenzia come le funzioni di area vasta non potrebbero essere efficacemente svolte ricorrendo a semplici forme associative tra questi stessi comuni, con il rischio di rendere ingestibile il sistema dei servizi territoriali. In altre realtà regionali, caratterizzate invece da una generalità di comuni medio-grandi e strutturati, il modello dell'associazionismo comunale potrebbe rappresentare, al contrario, una soluzione senz'altro efficace. In un caso o nell'altro bisognerà comunque considerare l'opportunità di evitare forme di neocentralismo regionale o la proliferazione di ulteriori enti o agenzie regionali che possano rivelarsi meno funzionali dell'ente provincia di cui si prevede la soppressione. Per quanto riguarda le città metropolitane, la scelta adottata è quella di rimettere alla legge statale la definizione delle funzioni, delle modalità di finanziamento e dell'ordinamento, rimediando quindi a quella ventennale inerzia che, per diversi motivi, ha portato al fallimento della scelta di demandare alla legge regionale la loro istituzione. Attraverso le modifiche all'articolo 114 della Costituzione, la città metropolitana è configurata come ente di governo delle aree metropolitane, in conformità all'opzione di fondo che era stata alla base anche degli interventi normativi degli ultimi anni (in particolare l'articolo 23 della legge n. 42 del 2009, ora abrogato e confluito nell'articolo 18 del citato decreto-legge n. 95 del 2012). Sotto un altro aspetto, si è voluta abolire ogni forma di specialità regionale, con la conseguente abrogazione dell'articolo 116 della Costituzione. Le regioni a statuto speciale sono sorte infatti in ragione di particolari contingenze storiche e socio-culturali che oggi si ritengono superate, non essendo più giustificabile una così diversa e privilegiata distribuzione delle risorse rispetto alle regioni a statuto ordinario. Si è poi ridefinito l'istituto del potere sostitutivo di cui all'articolo 120, secondo comma, della Costituzione: