[pronunce]

Ordinanza ha pronunciato la seguentenel giudizio di legittimità costituzionale dell'art. 409, comma 2, del codice di procedura penale, e dell'art. 6, comma 3, del decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286 (Testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell'immigrazione e norme sulla condizione dello straniero), promosso con ordinanza emessa il 15 giugno 2000 dal giudice per le indagini preliminari del tribunale di Venezia nel procedimento penale a carico di X.X. ed altri, iscritta al n. 601 del registro ordinanze 2000 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 44, 1ª serie speciale, dell'anno 2000. Visto l'atto di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri; Udito nella camera di consiglio del 10 ottobre 2001 il giudice relatore Giovanni Maria Flick. Ritenuto che il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Venezia - chiamato a delibare una richiesta di archiviazione avanzata in un procedimento penale nel quale risultavano indagati alcuni cittadini extracomunitari, per la contravvenzione, tra l'altro, di cui all'art. 6, comma 3, del decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286 (Testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell'immigrazione e norme sulla condizione dello straniero) - ha sollevato questione di legittimità costituzionale dell'art. 409, comma 2, del codice di procedura penale in riferimento agli artt. 3, 76, 97, 101, 111 e 112 della Costituzione; in subordine, "dell'obbligo di applicazione dell'art. 409, comma 2, anche per i reati previsti dall'art. 550 cod. proc. pen. in quanto "non applicabile" (recte: in quanto "applicabile") ai sensi dell'art. 549 cod. proc. pen. ", in riferimento agli artt. 3, 24, 76, 97, 101 e 111 della Costituzione e, inoltre, dello stesso art. 6, comma 3, del d.lgs. 25 luglio 1998, n. 286, in riferimento agli artt. 3, 27 e 97 della Costituzione; che, secondo quanto premette il giudice rimettente, la richiesta del pubblico ministero non risulterebbe nella specie condivisibile, sicché occorrerebbe procedere alla fissazione di un'apposita udienza in camera di consiglio ai sensi dell'art. 409, comma 2, cod. proc. pen. con la correlativa violazione di numerosi parametri costituzionali; che sarebbe violato, in primo luogo, l'art. 3 della Costituzione, sotto il profilo di una irragionevole disparità di trattamento rispetto alla disciplina assunta quale tertium comparationis poiché ritenuta "sostanzialmente eguale" della richiesta di proroga delle indagini preliminari avanzata dal pubblico ministero, ai sensi dell'art. 406 cod. proc. pen. , in quanto, non prevedendo tale ultima disciplina l'obbligatoria fissazione di un'udienza in camera di consiglio, ma solo la notifica della richiesta alle parti interessate, con contestuale avviso della facoltà di presentare memorie, essa consentirebbe al giudice di provvedere "de plano e con ordinanza", sulla scorta di un semplice "contraddittorio cartolare"; che ulteriore profilo di illegittimità costituzionale viene ravvisato dal giudice a quo in relazione al principio della ragionevole durata del processo sancito dall'art. 111 Cost., per la dilatazione dei tempi del processo conseguente alla fissazione dell'udienza ex art. 409 cod. proc. pen; sotto tale profilo, risulterebbe altresì violato l'art. 97 Cost., in quanto il principio di buon andamento della pubblica amministrazione risulterebbe leso dalla "inutile lungaggine della procedura lamentata"; che, ulteriormente, l'art. 97 della Costituzione risulterebbe violato sotto il profilo della lesione al principio di imparzialità dell'amministrazione, poiché, nella pratica impossibilità di approfondire, con la fissazione di apposita udienza, tutte le richieste di archiviazione avanzate dall'organo della accusa, verrebbero ad essere privilegiati solo taluni procedimenti, ritenuti meritevoli di approfondimento per la loro "importanza", ad insindacabile giudizio del giudice; che da ciò discenderebbe altresì la violazione del principio della soggezione del giudice esclusivamente alla legge, di cui all'art. 101, secondo comma, della Costituzione, in quanto - in presenza di un'inerzia investigativa del pubblico ministero - il giudice obbedirebbe "alla convenienza o peggio ancora alla immotivata discrezionalità" nella trattazione, con udienza, solo di talune richieste di archiviazione: con conseguente lesione anche del principio dell'obbligatorio esercizio dell'azione penale, di cui all'art. 112 Cost., venendo comunque ad affermarsi la volontà del pubblico ministero di non esercitare l'azione penale; che, in via subordinata, il rimettente prospetta una ulteriore serie di censure di legittimità costituzionale, relative all'applicazione del meccanismo dell'archiviazione, proprio dell'art. 409 cod. proc. pen. , anche ai reati per i quali l'azione penale è esercitata con citazione diretta a giudizio dinanzi al giudice monocratico (art. 550 cod. proc. pen.), in forza del richiamo operato dall'art. 549 cod. proc. pen. , come novellato dalla legge 16 dicembre 1999, n. 479; che in particolare, a parere del rimettente, tale disciplina violerebbe l'art. 3 della Costituzione, risultando irragionevolmente parificate, quanto alla procedura di archiviazione, tipologie di reato molto diverse tra loro quanto ad intrinseca gravità ed a previsione edittale di pena; che sarebbe violato altresì il principio della generale azionabilità in giudizio per la tutela dei diritti, espresso nell'art. 24 Cost., risultando inevitabile - secondo il rimettente - una selezione di rilevanza tra procedimenti penali "secondo l'importanza" ad insindacabile discrezione del magistrato; che l'estensione del meccanismo dell'archiviazione anche ai reati "a citazione diretta", per l'impossibilità di fissazione dell'udienza camerale in tempi brevi, si rifletterebbe anche sulla "corretta gestione della stessa funzione giurisdizionale", implicando, conseguentemente, la violazione dei principi di buon andamento dell'amministrazione e di ragionevole durata del processo, sanciti dagli artt. 97 e 111 della Costituzione; che la stessa determinazione dei nuovi organici degli uffici giudiziari a seguito dell'istituzione del giudice unico di primo grado sarebbe peraltro avvenuta secondo il rimettente in assenza "di principi e criteri direttivi", e dunque in violazione dell'art. 76 Cost;