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Abbiamo certo un problema di risorse, ma in queste ore la discussione in Europa, anche drammatica, ci dice che stiamo facendo fino in fondo la nostra battaglia, perché non vogliamo, né memorandum, né troike, né cappi al collo, ma chiediamo solidarietà - come Paese che rivendica fino in fondo anche quello che ha fatto e dato all'Europa dal momento in cui è stata fondata - e che l'Europa non siano soltanto le istituzioni europee, da una parte, che dicono una cosa, e poi i Paesi e gli Stati, che fanno altro, a proposito di sovranismo. Oggi serve uno scatto in avanti: le esitazioni di questi giorni dell'Europa e dei Paesi europei e il blocco del fronte del Nord stanno provocando danni. Quelle esitazioni stanno provocando danni, ma su questo siamo compatti come maggioranza, dietro al Governo, perché sappiamo che questo vale per il futuro dell'Europa, ma anche e soprattutto per la possibilità di intervenire in emergenza. Torno a ripetere che, per quanto ci riguarda, nessuno dovrà essere lasciato solo, e questo è l'impegno della mia parte politica e di tutti. Non dimentichiamo, in conclusione, quello che è accaduto, il che significa che si deve ripartire, ma su idee diverse e sull'idea di un Paese che ha al primo posto la questione del benessere dei propri cittadini e non certamente il profitto. (Applausi dai Gruppi Misto-LeU, M5S e PD). PRESIDENTE.È iscritto a parlare il senatore Zanda. Ne ha facoltà. ZANDA (PD) . Signor Presidente, vorrei cercare di fare un intervento politico, anche sapendo che la situazione del nostro Paese è così seria che qualsiasi cosa riuscirò a dire sarà comunque inadeguata. Il mio voto di fiducia ha due obiettivi: approvare un provvedimento importante e apprezzare il Governo per la gestione della crisi. Il lavoro del Governo non era facile e lo si è visto nelle incertezze e nelle difficoltà dei primi giorni, ma l'Italia è il primo Paese occidentale ad essere stato colpito da un virus sconosciuto, ad altissima velocità di contagio e senza esperienze attendibili cui fare riferimento. Altri importanti Paesi colpiti dal virus dopo di noi hanno commesso errori seri e sono caduti in contraddizioni vistose, mostrando quanto in una società complessa sia difficile governare sciagure di questa portata, a dimostrazione che non è semplice assumere decisioni rilevanti e complesse quando persino la stessa scienza non è unanime e il quadro istituzionale alimenta le divergenze tra lo Stato e le Regioni. Con il soccorso di tanti medici e infermieri straordinari il Governo ha operato con responsabilità, assumendo decisioni corrette e adottando misure utili. La crisi ha però dovuto fare i conti con vecchi nodi istituzionali, a cominciare dal rapporto tra lo Stato e le Regioni e dalla necessità di modernizzare una pubblica amministrazione che in vaste parti è ancora novecentesca. Sono problemi giganteschi, oltre che priorità assolute: se non risolti, possono impedire qualsiasi rinascita del Paese. Il nodo però più serio e più difficile da sciogliere è senza dubbio l'Europa. Abbiamo seguito le tensioni sugli eurobond e le difficoltà dell'Eurogruppo. Abbiamo presente il dibattito aspro sull'utilizzo del fondo salva Stati. Sono battaglie che l'Italia sta combattendo dalla parte giusta, ma sarebbe un errore non apprezzare le misure che l'Europa ha deciso di attivare per sostenere i Paesi più colpiti dalla crisi. Sono state sospese le regole sul deficit , sul debito e sugli aiuti di Stato. È stato rimosso l'obbligo di cofinanziamento per i fondi strutturali ed è stata decisa la rinuncia al rimborso dei fondi non ancora spesi; è stato deliberato uno stanziamento voluto dal commissario Gentiloni Silveri a favore dei lavoratori e, senza le risorse messe in campo dalla BCE, il grande sforzo finanziario dell'Italia non sarebbe possibile. Solo poche settimane fa, se qualcuno avesse ipotizzato che l'Europa avrebbe preso queste misure, gli avremmo dato del pazzo. Eppure, nonostante tutto ciò, la diffidenza sul ruolo stesso dell'Europa non diminuisce; una diffidenza che travalica il giudizio positivo o negativo sulle misure adottate e quasi una paura che l'Europa non riesca a superare la crisi senza gravi danni irreversibili. Il disagio e il disincanto sono così forti che stanno facendo breccia persino nell'animo di molti convinti europeisti. Tanti anni di spirito fiacco, la rimozione dell'ideale di Europa, l'emergere di tanti nazionalismi hanno prodotto un danno così profondo da poter essere considerati una concausa della Brexit. Il cancelliere Schröder ha detto che l'Europa è una comunità di destini e ha ragione. Quale Paese può pensare di affrontare da solo problemi come le pandemie, i cambiamenti climatici, l'energia, la fame, le migrazioni? È proprio l'enormità dei problemi e delle speranze a rendere comune - come dice Schröder - il destino di tutti i Paesi d'Europa. Eppure, mai come ora, è apparso chiaro che la pandemia ha confermato che c'è una doppia Europa; in una, assieme ad altri importanti Paesi, ci siamo noi, con la nostra posizione europeista e con il pesante fardello del nostro debito pubblico; nell'altra parte, ci sono Paesi i cui leader , emblematicamente rappresentati da Viktor Orbán, vedono l'unità europea come un mero paravento dietro al quale si può manovrare con molto cinismo per gli obiettivi nazionali. L'amarezza di tanti cittadini europei nasce dall'evidenza di questa realtà e ha quindi natura politica; nasce dalla constatazione che c'è un pezzo di Europa, quella dei falchi del Nord e di quei nazionalismi che tanto piacciono ad alcuni Paesi e a partiti di casa nostra, che continua a lavorare per i propri interessi, incurante di dividere e logorare l'Unione, quasi volesse portarla a un collasso, non solo politico, ma anche economico e sociale. La logica politica e il senso di queste posizioni estreme dobbiamo cercarli nel contesto geopolitico mondiale, perché né la Russia di Putin, né l'America di Trump hanno finora mostrato di gradire un'Europa forte e unita. La politica dei dazi, l'affievolimento dei vincoli della NATO, la trasformazione del Mediterraneo in un mare russo-turco sono solo alcuni degli indizi di un piano inclinato che, lasciato a se stesso, è destinato a cambiare gli equilibri mondiali e a spostare zone di influenza. Nella lotta al Covid-19 non sono in gioco solo la generosità e la solidarietà dell'Unione europea nei confronti dei Paesi più colpiti dalla pandemia. Stiamo parlando non dei sentimenti umanitari dell'Europa, ma della sua intelligenza politica, della sua lungimiranza e della sua capacità di comprendere ciò che sta accadendo nel mondo. Il punto è che sono in ballo i destini dell'Europa per i prossimi decenni, se avrà un peso nello scacchiere internazionale o se tutti noi, compresa la forte Germania, siamo destinati a essere delle semplici comparse nel grande gioco delle superpotenze continentali. Se non vogliamo che la ripresa sia effimera, l'Italia ponga all'Europa il tema dell'urgenza di passi concreti verso la sua unione politica.