[pronunce]

2.- Si è costituito in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, che ha concluso per la inammissibilità ovvero per la infondatezza del conflitto. 2.1.- La difesa erariale premette che il ricorso avrebbe semplicemente trascritto il contenuto dell'impugnato Allegato E, senza operare alcuna distinzione tra i vari beni e quindi senza alcuna individuazione concreta di quelli che illegittimamente sarebbero stati inclusi nell'elenco; inoltre, non sarebbero neanche indicate le ragioni specifiche che, per ciascun bene, giustificherebbero l'erroneità della inclusione in elenco, limitandosi la ricorrente a ribadire in modo del tutto generico la loro necessità per l'esercizio delle funzioni trasferite e senza neanche fare riferimento al Parco nazionale delle Dolomiti bellunesi, di cui, in concreto, i beni indicati nell'Allegato E costituiscono parte. 2.2.- In via preliminare, l'Avvocatura generale dello Stato chiede che il ricorso venga dichiarato inammissibile sia per la sostanziale mancanza di una esposizione anche in punto di fatto sulla addotta «necessità» dei beni in questione; sia perché la controversia non avrebbe spessore costituzionale, trattandosi di una vindicatio rei che avrebbe dovuto essere proposta innanzi al giudice comune con riferimento a norme primarie non costituzionali; sia, infine, perché l'atto che ha dato origine al conflitto ha recepito e confermato un «accordo» raggiunto il 22 aprile 1999 in seno alla Conferenza unificata ed una «intesa» raggiunta il 12 ottobre 2000 in seno alla Conferenza Stato-Regioni. L'inammissibilità del ricorso, aggiunge la difesa erariale, emergerebbe dalla stessa formulazione del ricorso, con cui la Regione non contesta la competenza dello Stato ad emanare l'atto (o parte di tale atto) occasione del conflitto, formulando conclusioni («dichiarare che lo Stato … ha l'obbligo di trasferire alla Regione Veneto i beni» in questione) incongrue per un conflitto di attribuzione. 2.3.- Nel merito, secondo l'Avvocatura, il ricorso non è fondato, non sussistendo la «necessità» dei beni in questione per l'esercizio delle funzioni attribuite alla Regione. 3.- Con memoria depositata nell'imminenza dell'udienza pubblica l'Avvocatura generale dello Stato ha ribadito che i beni in contestazione - rappresentati da cinque comandi stazione del coordinamento del Parco nazionale delle Dolomiti bellunesi e da altri immobili siti all'interno del Parco - sarebbero indispensabili al Corpo forestale per lo svolgimento dei compiti ad esso affidati. Ugualmente indispensabili sarebbero quelle aree incluse nel Parco, che nel ricorso vengono denominate, sottolinea la difesa erariale, «aree silvo-pastorali», in quanto si tratterebbe di terreni classificati (tra il 1954 ed il 1970) «riserve naturali dello Stato» mediante più decreti ministeriali, al fine di preservare gli eccezionali valori naturalistici, faunistici e, in genere, ambientali dei luoghi. In dette «riserve» sarebbero presenti specie animali e vegetali rare e protette, considerate meritevoli di particolare tutela ai sensi della Convenzione di Berna del 19 settembre 1979 recepita in Italia con la legge 5 agosto 1981, n. 503, nonché della direttiva 79/409/CEE, concernente la conservazione degli uccelli selvatici e della direttiva 92/43/CEE, relativa alla conservazione degli habitat naturali e seminaturali, della flora e della fauna selvatica. La gestione delle riserve naturali site in parchi nazionali è affidata - sottolinea, altresì, la difesa erariale - all'Ente parco, ai sensi dell'art. 31, comma 3, della legge n. 394 del 1991, nonché ai sensi dell'art. 4, comma 5, della legge 6 febbraio 2004, n. 36 (Nuovo ordinamento del Corpo forestale dello Stato). La Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le Regioni e le Province autonome di Trento e Bolzano, con l'intesa conseguita in data 12 ottobre 2000 ai sensi dell'art. 78, comma 2, del decreto legislativo n. 112 del 1998, ha, inoltre, incluso le otto riserve naturali delle Dolomiti bellunesi tra quelle che restano affidate alla gestione dello Stato (All. 4 dell'atto di intesa). In conclusione, l'Avvocatura generale dello Stato osserva che sembrerebbe che oggetto della controversia sia non tanto una vindicatio rei di alcuni immobili, quanto addirittura la sopravvivenza del Parco come parco nazionale dopo che lo Stato ha affrontato oneri per la sua istituzione.1.-- Il presente conflitto di attribuzione trae origine dall'impugnativa da parte della Regione Veneto dell'Allegato E del d.P.C.m. 11 maggio 2001 recante «Individuazione dei beni e delle risorse finanziarie, umane, strumentali e organizzative da trasferire alle regioni ai sensi dell'art. 4, comma 1, del decreto legislativo 4 giugno 1997, n. 143». Detto provvedimento - emanato, come risulta dal preambolo, sulla base di un «accordo» raggiunto il 22 aprile 1999 in seno alla Conferenza unificata, nonché di una «intesa» conseguita il 12 ottobre 2000 in seno alla Conferenza Stato-Regioni - ha disposto il trasferimento in proprietà alle Regioni dal 1° gennaio 2002 di tutti i beni immobili statali «strumentali ed oggetto delle funzioni conferite alle Regioni» in materia di agricoltura e foreste ai sensi del decreto legislativo 4 giugno 1997, n. 143, recante «Conferimento alle regioni delle funzioni amministrative in materia di agricoltura e pesca e riorganizzazione dell'Amministrazione centrale» (art. 4, comma 1); lo stesso decreto ha, inoltre, stabilito che «al fine dell'attuazione delle leggi 6 dicembre 1991, n. 394, e 9 dicembre 1998, n. 426, rimangono in proprietà dello Stato i beni di cui all'Allegato E» (art. 4, comma 2). In conseguenza di quest'ultima previsione, il citato allegato - in modo sostanzialmente analogo per varie Regioni - ha disposto di non trasferire alla ricorrente taluni beni rappresentati da cinque «comandi stazione del coordinamento territoriale per l'ambiente del Parco nazionale delle Dolomiti bellunesi»; otto aree incluse nel suddetto Parco; nonché tredici «immobili connessi». La Regione Veneto ritiene che i suddetti beni - qualificati nel ricorso come «semplici aree agro-silvo-pastorali» e «immobili connessi a dette aree, quali edifici storici, malghe, ville e rifugi» - «atterrebbero strutturalmente» alla materia dell'agricoltura e delle foreste e non sarebbero, in quanto tali, necessari per l'esercizio delle funzioni, mantenute allo Stato, di sorveglianza e di riduzione in pristino «in danno dei trasgressori», dei «luoghi rientranti nelle aree naturali protette» ai sensi dell'art. 6 della legge 6 dicembre 1991, n. 394 (Legge quadro sulle aree protette).