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in quella sede, peraltro, il funzionario per le tecnologie (forte di titoli e competenze invidiabili in relazione a quel tipo di indagini) dà conto puntualmente dell'accantonamento nell'ufficio distaccato di Grosseto, dove lavora, archiviati nel personal computer in dotazione, degli oltre 10.000 scatti fotografici da lui stesso effettuati durante le missioni del progetto, che ha coinvolto settori dell'agro di Campagnatico ma anche dei comuni limitrofi di Grosseto, Roccastrada e Civitella Paganico, dei tre quaderni di ricognizione con annotazioni e schizzi prodotti, dei file topografici (con 2.623 punti GPS significativi) e del GIS di lavoro pari a 54.4 megabite, negando di aver ricevuto alcuna richiesta di consegna della documentazione dai superiori, si chiede di sapere: se il Ministro in indirizzo possa spiegare perché sia stato chiuso senza alcun preavviso il "progetto Monte Leoni", assentito nel 2018 e sviluppato (a costo zero per l'amministrazione) per oltre 4 anni senza che sia mai stata lamentata dalla Soprintendenza con sede a Siena alcuna criticità, e sia stato fatto con una nota per nulla trasparente, nella quale si riscontrano scorrettezze di metodo e di merito sia nei confronti del sindaco di Campagnatico e delle tre associazioni volontaristiche coinvolte nelle attività di ricognizione topografica, sia di un funzionario che ha svolto il ruolo di referente interno; perché un valido quanto promettente progetto di ricerca (a meno che la volontà di demolirlo non nasca proprio dalla sua validità e dai risultati conseguiti) sia stato cassato di punto in bianco accampando a pretesto doglianze non sufficientemente né seriamente identificate ma ritenute sufficienti a liquidare un'esperienza non solo condivisibile per il fattivo coinvolgimento delle comunità locali (Comune, associazioni di volontariato, proprietari dei terreni percorsi, eccetera) ma fruttuosa quanto all'incremento delle conoscenze e dunque ai fini della tutela di territori misconosciuti come i circa 100 chilometri quadrati del progetto Monte Leoni, dove allo stato attuale la presenza e dunque il controllo da parte degli uffici territoriali del Ministero è pressoché nullo. Atto n. 4-07342 CORRADO Margherita ANGRISANI Luisa LANNUTTI GRANATO Bianca Laura Al Ministro della cultura Premesso che, con i suoi circa 30 ettari, il parco archeologico di capo Colonna e l'attiguo museo statale, che espone i principali reperti mobili legati alle vestigia dell'antichità greca e romana superstiti sul promontorio Lacinio (poi capo Nao, quindi capo delle Colonne e oggi capo Colonna), rappresenta tuttora il principale sito culturale calabrese per importanza storico-archeologica, per estensione ed entità di risorse pubbliche impiegate negli anni (si veda la pagina relativa sul sito "beniculturali.it"). Distante una decina di chilometri da Crotone, esso fa capo alla Direzione regionale musei della Calabria, oggi affidata all'archeologo Filippo Demma; considerato che, per quanto risulta agli interroganti: martedì 26 luglio 2022 si è svolta, a Crotone, l'iniziativa promossa dal Comune e dalla Direzione regionale musei (presente anche il soprintendente archeologia belle arti e paesaggi per le province di Catanzaro e Crotone) denominata "Crotone: una nuova alleanza tra pubblico e privato per il rilancio del Museo e del Parco Archeologico Nazionale di Capo Colonna. Il partenariato speciale pubblico privato per la valorizzazione del Patrimonio Culturale della Calabria"; i mass media hanno enfatizzato oltremodo la "nuova alleanza" pubblico-privato, dove il secondo s'identifica con il cosiddetto terzo settore, destinatario del bando pubblicato il 18 luglio 2022 per attivare un partenariato speciale, e hanno cercato di convincere l'opinione pubblica di trovarsi in presenza di una sperimentazione che, tentata per la prima volta in Italia, avrebbe inusualmente preso le mosse dal remoto Lacinio per poi diffondersi ovunque (come riferisce l'articolo "Parte da Crotone il nuovo percorso nella gestione dei beni culturali in Calabria. Illustrato l'avviso per l'alleanza tra pubblico e privato" su "WeSud"); mettendo le mani avanti, Demma avrebbe dichiarato: "Non stiamo svendendo ai privati il nostro patrimonio culturale (…) stiamo solo restituendo ai cittadini quello che lo Stato per lungo tempo ha tenuto per sé", concetto opinabile che Marco D'Isanto, anch'egli in forza alla Direzione regionale, ha esplicitato attribuendo al futuro partner , "che ci si aspetta sia un raggruppamento di soggetti privati", anche il compito, estraneo ai doveri istituzionali del Ministero della cultura e dunque oggetto di una delega impropria, di "costruire un progetto di animazione culturale affinché quell'area diventi un motore di attività di natura culturale, civile e sociale", aggiungendo (qualsiasi cosa significhi) che: "occorrerà dar vita ad un progetto che abbracci la città di Crotone e i suoi beni culturali presenti in città e che abbia la visione di costruire una grande progettualità con pezzi importanti del patrimonio culturale di questa regione e di questa nazione che parli all'Italia intera"; a giudizio degli interroganti, a dispetto di tanta stucchevole retorica, agli addetti ai lavori non è sfuggita la reale natura dell'operazione, che trasuda una volontà neppure più dissimulata di disimpegno dello Stato dai propri compiti istituzionali in tema di patrimonio culturale: una "mela avvelenata" servita nell'immediato ai calabresi ma pensata anche come grimaldello per scardinare in tutta Italia il sistema pubblico di gestione del patrimonio culturale statale, già compromesso dalle politiche del Dicastero nel suo attuale indirizzo politico; se strategicamente quelle hanno l'obiettivo di alleggerire il Ministero della sua capillare presenza e delle responsabilità assunte per mandato costituzionale nei confronti dei beni culturali demaniali sparsi sul territorio nazionale, poiché mantenere l'una ed esercitare seriamente le altre assorbe molte risorse che tutto lascia supporre si vogliano spostare sulle attività culturali (assai più remunerative in termini di consenso elettorale), la tattica in via di sperimentazione è duplice: cessione a privati dei beni "maggiori" in quanto redditizi, e cessione al terzo settore di quelli "minori". E si comincia, non a caso, dalle aree geograficamente e demograficamente marginali, snobbate dai privati ma che il mondo del no profit potrebbe invece considerare appetibili, a condizione di vedersi garantiti dallo Stato la copertura delle spese e forse anche un quid di sostegno finanziario, impegno comunque di gran lunga meno gravoso, per le casse ministeriali, della spesa imposta dal sistema ormai solo teoricamente in essere, data l'emorragia pilotata del personale Ministero degli anni 2014-2022; considerato inoltre che: ad opinione degli interroganti, anche se nel parco e museo di capo Colonna si ottenessero risultati deludenti o comunque diversi da quelli attesi, sarebbe facile silenziarli, impedendo che a Roma arrivi persino l'eco del fallimento, com'è già accaduto quando si spacciava per taumaturgica la sinergia pubblico-privato di tipo "classico"'.