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Revisione della Costituzione in tema di legislazione regionale, democrazia interna ai partiti politici, fiducia al Governo, Parlamento in seduta comune. Onorevoli Senatori. -- È in questione la garanzia della democrazia costituzionale, il ruolo del Parlamento, l'effettività della sovranità popolare. Non si tratta della mera difesa di una Camera e di una Istituzione, ma del modo di essere di una democrazia moderna, veramente partecipata, articolata come giusto e necessario per una migliore qualità della rappresentanza e della produzione legislativa. Proponiamo una riforma democratica della democrazia. Unico vero antidoto all'antipolitica, alla demagogia, al populismo. Per questo con il presente disegno di legge è tratteggiato non solo un preciso modello di sistema parlamentare, di relazione fra le Camere e di queste con il Governo, ma sono affrontate anche le questioni legate alla vita democratica interna ai partiti e ai referendum popolari. Una visione d'insieme attenta ai valori sanciti dalla nostra Costituzione ed alla necessità di difendere davvero la centralità dei cittadini nel processo decisionale e politico. Per questo non è accettabile l'idea che un ramo del Parlamento venga espulso dal circuito della sovranità popolare. Difendere l'eleggibilità dei senatori, ovvero contrastare la loro riduzione a mandatari di altri enti, costituisce dunque un punto fermo e qualificante. Così come l'opposizione alla menzogna della necessità di un rafforzamento dei poteri dell'Esecutivo, che si cela tanto dietro la bozza di riforma elettorale detta «Italicum», quanto dietro la prefigurazione di un'ulteriore «corsia preferenziale» per il Governo alla Camera superstite. In questo modo infatti, cancellato il Senato, anche la Camera verrebbe svuotata di potere e rappresentatività. L'intero Parlamento risulterebbe subordinato ad una sorta di «premierato assoluto». A tutto questo, in nome della democrazia, si intende porre rimedio. Cominciamo dal vedere i rapporti fra il Parlamento, in ispecie il Senato, e gli enti locali, come definitisi all'indomani dell'istituzione delle regioni nel 1970. I. «Legislazione» regionale Come è stato sagacemente ricordato, fino al 1970 chi avesse voluto fare del Senato una Camera delle regioni, non si sarebbe trovato queste ultime nel nostro sistema istituzionale realizzato . Sono state con dovizia analizzate le ragioni politiche, tattiche, culturali di questo ritardo. Non si vuole qui ripetere, né chiosare; bensì si formula un’ipotesi e si pongono conseguenti quesiti. Innanzitutto, le tesi di un autorevole Costituente. Costantino Mortati immaginava l'apporto futuro delle regioni nel sistema costituzionale nei seguenti termini: «Con tale riforma [regionale] si è [...] soprattutto inteso di promuovere e sollecitare l'organizzazione dei grandi gruppi di interessi omogenei nel loro interno dal punto di vista territoriale e sociale, e differenziati dagli altri per le diverse condizioni storiche, geografiche, economiche, allo scopo di far pervenire le voci più chiare e genuine di questi interessi all'atto delle deliberazioni di politica generale, sicché tali deliberazioni risultassero il più possibile aderenti alla varietà dei bisogni reali di tutta la società. E, nel promuovere l'attuazione di tale intento, si è voluto tenere presente soprattutto il Mezzogiorno, la parte d'Italia cioè meno progredita rispetto alle altre, onde sollecitare in essa una più efficiente coscienza politica, ed in tal modo dare ad essa maggior peso nell'attività statale. [...] Noi sappiamo bene che i problemi meridionali si possono risolvere solo sul piano nazionale, nell'ambito della politica generale dello Stato, in occasione delle decisioni in materia di politica doganale, tributaria, agraria, dei trasporti, degli scambi internazionali, della stessa politica estera. Ma, appunto per questo, noi pensiamo che sia necessario conferire alle regioni più arretrate la possibilità di raggiungere, attraverso l'organizzazione regionale, una coscienza più piena dei loro problemi, dei loro bisogni unitariamente intesi, per poterli rappresentare al centro con quella maggior forza che viene dalla loro visione integrale e dalla loro organizzazione. [...] Così si dica della correzione all'equivalenza dei suffragi, che si è voluta realizzare attraverso l'attribuzione di un numero fisso di senatori per ogni regione, all'infuori della loro consistenza demografica, correzione che dai suoi proponenti è stata pensata appunto in funzione del potenziamento politico del Mezzogiorno meno esteso e meno popoloso del Nord» . Quindi, per Mortati, le regioni dovevano servire per rappresentare al meglio, nelle decisioni dello Stato centrale e soprattutto del Parlamento nazionale, le esigenze, magari differenti, di tutte le aree territoriali del paese. I costituenti potevano allora solo sognare lo sviluppo politico dell'integrazione europea, che avrebbe preso l'avvio con i Trattati di Roma del 1957. Che fossero favorevoli ad essa, nonché «alle limitazioni di sovranità necessarie», lo testimonia l'articolo 11 della Costituzione, che infatti è poi stato (e resta) fondamentale per l'adesione italiana alla CEE. Si è assistito, via via nei decenni, ad un aumento -- più o meno continuo e graduale -- dei poteri dei vari organi europei, sino ad arrivare all'elezione diretta di un Parlamento con suoi poteri sempre più significativi nella forma di governo dell'Unione, e con una sempre più ampia, dettagliata, approfondita copertura dei campi della vita associata da parte della legislazione europea. In Italia, parallelamente e contemporaneamente, cosa si è fatto? Si sono negli anni '70 istituite unità sub-statuali, cui sono state assegnate materie di legislazione previste inizialmente dal Costituente. Si è poi ampliata l'estensione di tale competenza, dapprima con legislazione ordinaria, successivamente con legislazione costituzionale (legge costituzionale 18 ottobre 2001, n. 3), sino al punto di arrivare a ribaltare il criterio della ripartizione per materia tra legge regionale e legge statale. Si è, cioè, sostanzialmente diviso il residuo non coperto dalla normativa europea, che, in un’augurabile prospettiva, è destinato ad essere sempre più esiguo, tra un Parlamento nazionale e venti parlamentini regionali (senza considerare i consigli delle province autonome). Un modo di procedere siffatto è lungimirante? È rispettoso del significato giuridico dell'atto «legge»? È funzionale ad una ragionevole gerarchia delle fonti e, prima ancora, delle istituzioni (iniziando dall'UE, fino a scendere ai comuni italiani)? È funzionale alle esigenze di razionalità e di affidamento di un sistema economico aperto alla concorrenza ed alla libertà di impresa? Tre esempi siano sufficienti a dare il senso dei miei quesiti: 1) in tre ore di treno si arriva da Roma a Milano, cambiando ben cinque legislazioni regionali; 2) ad un centralismo statale si è sostituito un centralismo regionale, che mortifica ancora di più le potenzialità (deprimendo contestualmente le risorse finanziarie ed umane) delle realtà comunali (che sono le istituzioni più antiche del Paese! );