[pronunce]

In presenza di una norma incriminatrice così vaga, come quella sul reclutamento, l'ermeneutica del giudice degenererebbe in una vietata attività creativa di diritto, in spregio delle garanzie di legalità dei cittadini. Anche il legislatore avrebbe avvertito, d'altra parte, l'esigenza di modificare la legge n. 75 del 1958, senza tuttavia intervenire con una riforma organica. Di recente, infatti, il decreto-legge 20 febbraio 2017, n. 14 (Disposizioni urgenti in materia di sicurezza delle città), convertito, con modificazioni, in legge 18 aprile 2017, n. 48, avrebbe indirettamente operato una netta distinzione tra la "prostituzione da strada", che nella quasi totalità dei casi avviene mediante costrizione, e quella volontaria esercitata in appartamenti, sulla quale il decreto nulla ha disposto. L'assimilazione dei due fenomeni, divenuta ormai intollerabile, permarrebbe, tuttavia, nel trattamento delle fattispecie agevolative della prostituzione. 5.- Sono intervenute nel giudizio di legittimità costituzionale l'Associazione Rete per la Parità, l'Associazione Donne in quota, l'Associazione Coordinamento italiano della Lobby Europea delle Donne/Lef-Italia, l'Associazione Salute Donna, l'Associazione UDI (Unione Donne in Italia), l'Associazione Resistenza Femminista e l'Associazione IROKO ONLUS, nonché - con distinto atto - l'Associazione Differenza Donna Onlus, le quali tutte hanno chiesto che le questioni siano dichiarate infondate. 6.- Il Presidente del Consiglio dei ministri ha depositato una memoria, insistendo affinché le questioni siano dichiarate inammissibili, ovvero infondate nel merito. Al profilo di inammissibilità già dedotto nell'atto di intervento, connesso al fatto che il giudice a quo avrebbe richiesto un avallo interpretativo e omesso di tentare una interpretazione costituzionalmente orientata, l'Avvocatura generale dello Stato aggiunge quello collegato alla discrezionalità del legislatore in materia di individuazione dei fatti da sottoporre a pena e delle sanzioni loro applicabili: discrezionalità il cui esercizio è suscettibile di sindacato in sede di legittimità costituzionale solo ove trasmodi nella manifesta irragionevolezza o nell'arbitrio. Nel merito, quanto alla denunciata violazione dell'art. 2 Cost., la difesa dello Stato rileva come la giurisprudenza più recente, tanto di legittimità (Corte di cassazione, sezione terza penale, sentenza 17 novembre 2017-30 marzo 2018, n. 14593), quanto di merito (Corte di appello di Milano, sentenza 7 maggio 2018-16 luglio 2018, n. 3176) - al pari, peraltro, della stessa Corte costituzionale, già nella sentenza n. 44 del 1964 - rinvengano il bene giuridico protetto dalla legge n. 75 del 1958 anche nella dignità delle persone che si prostituiscono, per difenderle contro lo sfruttamento e la strumentalizzazione da parte di terzi. In un ordinamento democratico e pluralista la libertà di disporre della propria sessualità non potrebbe spingersi, in effetti, sino al punto di incidere sulla stessa dignità della persona umana. Né sarebbe condivisibile la distinzione tra la dignità in senso oggettivo - intesa come un qualcosa di esterno alla volontà del soggetto e derivante da parametri di tipo sociale e morale desumibili dall'opinione collettiva o dalle norme di cultura di una certa società - e la dignità in senso soggettivo, in base alla quale ciascuna persona capace di autodeterminarsi avrebbe un "suo" concetto di dignità, diverso da soggetto a soggetto. Alla luce della posizione di preminenza che la dignità assume fra i beni protetti dalla Costituzione, sarebbe più corretto ritenere che si tratti di un «valore oggettivo e inderogabile da preservare». Insussistente sarebbe anche la denunciata violazione dell'art. 41 Cost., poiché la libertà del singolo di perseguire il profitto è tutelata solo a condizione che non comprometta altri valori che la Costituzione considera preminenti, tra i quali anzitutto - per l'appunto - quello della dignità umana. Come rilevato, d'altro canto, dalla citata sentenza della Corte d'appello di Milano in rapporto a una fattispecie concreta analoga a quella oggetto del giudizio principale, una volta individuato il bene giuridico protetto nella dignità della persona umana, non sarebbe ravvisabile alcuna violazione del principio di offensività "in astratto", inteso, cioè, come precetto rivolto al legislatore, impegnandolo a costruire fattispecie che implichino la lesione o la messa in pericolo dell'interesse protetto. Le norme incriminatrici in questione perseguono, infatti, lo scopo di impedire che le persone dedite alla prostituzione vengano strumentalizzate, reclutate e indotte, comunque sia, alla loro attività. 7.- Anche G. T. ha depositato memoria, insistendo nelle conclusioni formulate in sede di costituzione. 7.1.- La parte costituita contesta la fondatezza dell'eccezione di inammissibilità per omessa sperimentazione dell'interpretazione conforme, formulata dall'Avvocatura dello Stato, rilevando come, a partire dalla sentenza n. 221 del 2015, la Corte costituzionale abbia "depotenziato" il relativo onere, reputando sufficiente, ai fini dell'ammissibilità della questione, che il giudice a quo abbia consapevolmente escluso la possibilità di pervenire a una lettura della norma costituzionalmente adeguata. Peraltro, anche ad ammettere che la Corte rimettente non abbia preso in considerazione in modo espresso una simile eventualità, si tratterebbe di una mancanza «del tutto formale». Il "diritto vivente" in materia di reclutamento e favoreggiamento della prostituzione sarebbe, infatti, «graniticamente fermo» nell'escludere ogni rilevanza al consenso della persona offesa, ossia alla libera scelta della persona che si prostituisce. A fronte di una posizione così consolidata, espressa dalla totalità delle pronunce giurisprudenziali sia di legittimità, sia di merito, l'eventuale interpretazione evolutiva e costituzionalmente conforme del giudice a quo avrebbe avuto «un impatto episodico ed effimero», portando poi, verosimilmente, «ad una condanna finale dell'imputato». 7.2.- Nel merito, la medesima parte costituita rileva come - contrariamente a quanto sostiene la difesa dello Stato - la sentenza n. 35776 del 2004 della Corte di cassazione abbia segnato una svolta nella giurisprudenza in tema di individuazione dell'interesse protetto dalle disposizioni penali della legge n. 75 del 1958, con lo spostamento dell'asse della tutela da beni giuridici statali, o comunque sia pubblicistici e collettivi, quale la moralità pubblica, a beni individuali della persona, quale la dignità e la libertà di autodeterminazione in materia sessuale. Nella cornice di questo indirizzo, seguito anche da pronunce successive - come la sentenza n. 49643 del 2015 - il riferimento alla «dignità» non potrebbe essere inteso che in senso soggettivo, proprio perché tale concetto viene accostato a quello di «libertà» della persona che si prostituisce. È ben vero, per altro verso, che la citata sentenza n. 49643 del 2015 ha ritenuto manifestamente infondate le eccezioni di incostituzionalità della fattispecie del favoreggiamento della prostituzione.