[pronunce]

b) conseguentemente, i proventi illeciti percepiti dalle suddette società debbono classificarsi come «redditi d'impresa», i quali sono ricompresi in una delle categorie di redditi indicate nell'art. 6 del citato d.P.R. n. 917 del 1986 e sono, pertanto, assoggettabili a tassazione ai sensi del comma 4 dell'art. 14 della legge n. 537 del 1993, indipendentemente dall'applicazione della disposizione denunciata; c) nella specie, la contribuente è una società commerciale e, pertanto, i proventi illeciti da essa percepiti vanno classificati come redditi d'impresa e sono assoggettabili a tassazione a prescindere dalla norma oggetto di censura e dalla sua efficacia retroattiva; d) per l'effetto, le questioni, avendo ad oggetto una disposizione non applicabile nel giudizio principale, sono prive di rilevanza e, dunque, inammissibili; che, inoltre, l'Avvocatura dello Stato deduce che, già prima dell'entrata in vigore della disposizione denunciata, l'interpretazione data dalla giurisprudenza al comma 4 dell'art. 14 della legge n. 537 del 1993 consentiva di ricomprendere tra i redditi diversi anche le somme indebitamente acquisite dalla società, con conseguente inammissibilità, per irrilevanza, delle questioni; che, sempre in ordine ai profili preliminari delle questioni prospettate, la medesima Avvocatura eccepisce l'inammissibilità delle questioni sollevate con riferimento agli artt. 23, 24, 97, 101, 104 e 136 Cost., per difetto di motivazione in ordine alla non manifesta infondatezza; che, a sostegno della richiesta subordinata di dichiarazione di manifesta infondatezza delle questioni, la difesa dello Stato rileva che: a) la disposizione censurata ha natura genuinamente interpretativa, perché, prima della sua entrata in vigore, la giurisprudenza della Corte di cassazione, «quantomeno in alcune pronunce», aveva ritenuto tassabile ogni provento illecito ed era quindi incerto il significato attribuibile al comma 4 dell'art. 14 della legge n. 537 del 1993, cosí da legittimare l'emanazione di una norma interpretativa; b) anche nel caso in cui il suddetto comma 4 potesse interpretarsi nel senso che alcuni proventi illeciti non sono tassabili (in quanto non rientranti in alcuna delle categorie di reddito di cui all'art. 6 del d.P.R. n. 917 del 1986), la disposizione censurata sarebbe ugualmente legittima e ragionevole, proprio perché diretta ad eliminare retroattivamente - cioè con «effetto sostanzialmente equivalente ad una pronuncia di incostituzionalità» - una lacuna legislativa produttiva di una ingiustificata disparità di trattamento fiscale di diversi tipi di proventi illeciti. Considerato che la Commissione tributaria regionale della Toscana dubita, in riferimento agli artt. 3, 23, 24, 97, 101, 104 e 136 della Costituzione, della legittimità dell'art. 36, comma 34-bis, del decreto-legge 4 luglio 2006 n. 223 (Disposizioni urgenti per il rilancio economico e sociale, per il contenimento e la razionalizzazione della spesa pubblica, nonché interventi in materia di entrate e di contrasto all'evasione fiscale), convertito, con modificazioni, dalla legge 4 agosto 2006, n. 248; che, ad avviso del giudice rimettente, la disposizione denunciata - stabilendo che il comma 4 dell'art. 14 della legge 24 dicembre 1993, n. 537 (Interventi correttivi di finanza pubblica), si interpreta nel senso che i proventi illeciti in esso indicati, qualora non siano classificabili nelle categorie di reddito di cui all'articolo 6, comma 1, del d.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917 (Approvazione del testo unico delle imposte sui redditi), «sono comunque considerati come redditi diversi» - ha natura di norma innovativa e, pertanto, si autoqualifica indebitamente come norma di interpretazione autentica, perché sottopone a tassazione in via retroattiva, quali «redditi diversi», anche i proventi illeciti che, in base al disposto degli artt. 6, comma 1, e 67 del d.P.R. n. 917 del 1986, non rientrano in detta categoria di redditi; che, per la Commissione tributaria regionale, la suddetta disposizione denunciata víola, pertanto: a) l'art. 3 Cost., sotto il profilo sia dei «principi di ragionevolezza, razionalità e non contraddizione», sia del «divieto di introdurre ingiustificate disparità di trattamento», sia della «tutela dell'affidamento legittimamente sorto nei soggetti», sia, infine, della «coerenza e [...] certezza dell'ordinamento giuridico», b) gli artt. 23, 24, 97, 101, 104 e 136 Cost.; che le questioni sono manifestamente inammissibili per difetto di motivazione sulla rilevanza; che il rimettente muove dal duplice presupposto che i proventi ripresi a tassazione - costituiti da somme illecitamente distratte, in favore della società di capitali contribuente, dall'amministratore di quest'ultima, il quale aveva agito a danno di altra società di capitali della quale egli aveva, parimenti, «poteri di rappresentanza e delega» - siano illeciti e non siano classificabili in alcuna delle categorie di reddito di cui all'art. 6, comma 1, del d.P.R. n. 917 del 1986, e, in particolare, nella categoria dei «redditi diversi»; che, tuttavia, lo stesso rimettente, in ordine alla asserita non riconducibilità di detti proventi alle menzionate categorie di reddito (cioè redditi fondiari; di capitale; di lavoro dipendente; di lavoro autonomo; di impresa; diversi), si limita ad affermare che essi non rientrano in alcuna delle ipotesi di «redditi diversi» elencate dall'art. 67 del citato d.P.R. n. 917 del 1986 ed omette di prendere in considerazione le altre categorie reddituali; che, in particolare, la Commissione tributaria regionale non fornisce alcuna motivazione sulle ragioni per cui i proventi illeciti ripresi a tassazione non siano riconducibili alla categoria dei «redditi d'impresa» (menzionata negli avvisi di accertamento impugnati dalla contribuente), motivazione tanto piú necessaria in quanto l'art. 95 del citato testo unico delle imposte sui redditi - corrispondente all'attuale art. 81 - qualifica come «reddito d'impresa», in forza di una specifica presunzione, il reddito complessivo delle società di capitali, indipendentemente dalla natura della fonte dalla quale esso derivi («Il reddito complessivo delle società e degli enti commerciali di cui alle lettere a) e b) del comma 1 dell'art. 73, da qualsiasi fonte provenga, è considerato reddito d'impresa ed è determinato secondo le disposizioni di questa sezione»);