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Modifiche alla legge quadro 6 dicembre 1991, n. 394, per la valorizzazione e lo sviluppo delle aree protette. Onorevoli Senatori. – I parchi e le riserve naturali sono risorse importanti dal punto di vista sia ecologico che economico. Il concetto di tutela interna va ribaltato verso l'esterno attribuendo alle aree protette una funzione innovativa in chiave di «green economy» : non più, quindi, aree soggette solo a vincoli, ma laboratori di sviluppo. È necessario riportare l'uomo al centro del parco e non considerarlo sottomesso e succube del parco. Secondo gli ultimi dati disponibili pubblicati dalla Federparchi, in Italia ci sono 23 parchi nazionali, 156 parchi regionali, 1 parco interregionale, 147 riserve naturali statali e 300 regionali, 27 aree marine protette e altre 150 aree naturali protette: dunque circa il 10 per cento del territorio nazionale è area protetta, di cui il 5 per cento è costituito da parchi nazionali. L'Italia si attesta quindi al primo posto a livello europeo per percentuale di territorio coperta da parchi. Ovviamente, a fianco del territorio montano, fanno parte dei parchi anche le zone marine, che hanno necessità e peculiarità altrettanto specifiche e tali da meritare un ragionamento ad hoc . In termini relativi è l'Abruzzo a segnalarsi come la «regione più verde d'Italia», visto che i 2.344 Kmq di estensione di superficie destinata a parco nazionale (distribuiti, oltre che su parte del Parco nazionale d'Abruzzo, Lazio e Molise, anche nel Parco nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga e nel Parco nazionale della Majella) corrispondono al 21,6 per cento di tutta la superficie (unico caso regionale in cui oltre un quinto di territorio è destinato a parco nazionale). La legge quadro 6 dicembre 1991, n. 394, sancisce che il parco ha la funzione di conservare, garantire, promuovere il patrimonio naturale del paese, con azione integrata dell'uomo, attraverso la divulgazione e la tutela di tutti quei valori antropici propri della regione su cui il parco insiste. I dati disponibili su scala nazionale segnalano alcune criticità per i parchi nazionali, frutto in primo luogo di una pericolosa marginalizzazione culturale – legata anche alla loro prevalente caratterizzazione montana e meridionale – e, talvolta, di un limitato riconoscimento della loro identità e delle loro funzioni essenziali. Anche a causa di tali fenomeni, i territori compresi nei parchi nazionali hanno sperimentato processi di flessione demografica e di invecchiamento più accentuati. Infatti, negli ultimi venti anni i comuni dei parchi nazionali presi in considerazione hanno fatto registrare un calo della popolazione residente e sono stati caratterizzati da una maggiore presenza di anziani « over 64» rispetto a giovani « under 15». Per l'insieme dei settori economici di specializzazione dei parchi nazionali, il valore aggiunto pro capite proveniente da attività private (al netto, quindi, della presenza della pubblica amministrazione, che soprattutto nel Mezzogiorno ha un impatto significativo) si attesta tuttavia a un livello inferiore di quasi 8.000 euro rispetto al valore medio nazionale. Una performance dettata sia dall'estrema polverizzazione delle imprese qui localizzate (come indica la ridotta dimensione media aziendale), sia da una struttura produttiva in cui assumono una rilevanza maggiore, come visto, alcuni settori a più limitata produttività «strutturale» ( in primis , agricoltura e turismo). Il possibile «effetto parco», in termini di capacità di generare valore da parte delle imprese ivi localizzate, va tuttavia misurato non solo in termini meramente economici (e, quindi, attraverso i livelli e la dinamica del valore aggiunto pro capite ) ma anche quanto a capacità di produrre beni comuni, fruibili dall'intera collettività, anche al di fuori dei parchi stessi. Proprio per questo le aree protette devono combinare in modo virtuoso il principio della «tutela» con il valore della «risorsa». Si può facilmente comprendere quanto un parco sia importante, non solo dal punto di vista ecologico, ma anche economico: per quanto riguarda l'economia dei parchi, le ultime stime disponibili parlano di 80.000 occupati in Italia, di cui 4.000 dipendenti direttamente assunti; 12.000 lavorano nell'indotto dei servizi, altri 4.000 nell'ambito di ricerca e servizi. Le stime riportano altre 60.000 unità che rientrano nell'indotto derivante dal turismo, dall'agricoltura e dall'artigianato, senza dimenticare i numeri certi legati alle centinaia di cooperative che sono nate all'interno di queste realtà. A questo occorre affiancare i numeri, in continua crescita, legati alle presenze turistiche: 81 milioni di presenze, 5,4 milioni di euro di consumi totali, 2,9 miliardi di valore aggiunto. Si tratta, quindi, di aree naturali dal valore ineguagliabile per l'Italia: realtà nate a protezione di uno straordinario patrimonio naturale frutto di una lunga convivenza tra l'uomo e l'ambiente. Un patrimonio che va salvaguardato per mantenerne intatte le caratteristiche ecologiche, ma che deve anche costituire una risorsa su cui basare politiche di sviluppo sostenibile delle popolazioni locali. La comunità locale deve essere coinvolta in una serie di benefici se si sceglie di valorizzare le aree protette attraverso politiche sostenibili: dal recupero del patrimonio storico e architettonico locale (con la creazione di strutture agrituristiche e bed&breakfast ) alla valorizzazione degli antichi mestieri e delle tradizioni contadine (con la realizzazione di eco-musei e manifestazioni ad hoc ) sino alla creazione di nuove professionalità. E ancora, agricoltura biologica, artigianato, pastorizia, allevamento, turismo naturalistico. Questi sono solo alcuni dei vantaggi di uno sviluppo di tipo sostenibile, in grado di determinare un indotto economico non trascurabile per realtà spesso piccole e a volte caratterizzate da una serie di difficoltà dovute alla marginalità dei luoghi. Eppure, nonostante siano trascorsi ventisette anni dall'approvazione della legge quadro, il parco viene ancora percepito come un'entità a se stante, non pienamente integrata con il territorio nel quale si trova, e spesso costituisce una barriera allo sviluppo. La coesistenza ravvicinata tra insediamenti umani, residenziali e produttivi e riserva naturale è spesso poco o mal gestita, nella pervicace convinzione che l'istituzione di un parco naturale privi il territorio di alcuni utilizzi, impedisca la realizzazione di nuova edilizia, connoti l'area con una vocazione incompatibile con l'imprenditorialità. Convinzione, quest'ultima, rafforzata anche dalla crisi economica che ha spinto molti, erroneamente, ad associare la park policy a una sorta di ulteriore restringimento delle possibilità di sviluppo economico. Al contrario, in un'ottica di uso razionale delle risorse naturali, il parco stesso potrebbe e dovrebbe stimolare l'imprenditorialità del territorio. La politica per le aree protette del prossimo futuro deve rafforzare il suo legame con le comunità locali, coinvolgendo sempre più i cittadini nelle scelte strategiche e nell'identificazione della missione specifica di ogni singola area protetta.