[pronunce]

L'unico elemento di novità risiederebbe nella circostanza per cui la soggettività passiva del tributo è sganciata dalla titolarità di un valido titolo concessorio, rilevando esclusivamente l'elemento della «gestione». In definitiva, ad avviso della parte privata, almeno sino all'introduzione dell'art. l, comma 66, lettera b), della legge n. 220 del 2010, la disciplina dell'imposta unica non contemplava quale soggetti passivi del tributo i prestatori di servizi meramente ausiliari all'attività di scommesse, ossia le ricevitorie. Ne consegue che la legge n. 220 del 2010 dovrebbe qualificarsi come legge innovativa con efficacia retroattiva. Essa avrebbe innovato il quadro normativo con l'introduzione di disposizioni aventi effetti anche su rapporti pregressi rispetto alla data della sua entrata in vigore. Tuttavia essa non risponderebbe a quel criterio di ragionevolezza che si impone nella valutazione di una norma retroattiva in materia extrapenale. Nel caso in esame, l'irragionevolezza dell'art. l, comma 66, lettera b), della legge n. 220 del 2010 discenderebbe dall'inidoneità a perseguire i fini che esso si prefigge e dall'incongruità del bilanciamento con altri valori costituzionali, tra i quali il principio di capacità contributiva, di cui all'art. 53 Cost. Tale principio sarebbe irrimediabilmente sacrificato nel caso di specie, ove il prelievo, non solo è operato a distanza di anni dal momento in cui la capacità contributiva si è mostrata, ma è rivolto nei confronti di un soggetto passivo distinto da quello a cui essa fa capo. Tale soggetto passivo non aveva allora, né a fortiori avrà ora, alcuna possibilità di attingere a quest'ultima, al fine di soddisfare la pretesa erariale. Sarebbe dunque manifestamente irragionevole pretendere che il titolare di ricevitoria, retroattivamente qualificato come soggetto passivo, operi ex post la rivalsa dell'imposta unica nei confronti dello scommettitore in relazione a transazioni che, al momento dell'imposizione, sono ormai concluse da vari anni. In tale ipotesi, alla ricevitoria non residuerà altra scelta se non quella di far fronte all'onere fiscale impiegando risorse proprie. D'altra parte, ad avviso della parte privata, l'assoggettamento in via retroattiva dei CTD all'imposta unica violerebbe il legittimo affidamento che gli stessi hanno riposto sul contesto ordinamentale precedente all'entrata in vigore della legge n. 220 del 2010, che riconosceva soltanto al CONI, all'UNIRE e ai bookmakers concessionari la soggettività passiva rispetto all'imposta unica. A sostegno di tale impostazione, sono richiamati l'art. 16 del d.m. n. 111 del 2006, la circolare del Ministero delle Finanze del 25 giugno 1998, nonché la sentenza n. 350 del 2007 di questa Corte, laddove si afferma che «se la gestione del gioco viene per legge attribuita a soggetti diversi dal CONI e dall'UNIRE, sono i concessionari a doverla pagare». È, infine, richiamata la comunicazione del 7 giugno 2012, n. 2, prot. 763 (Imposta unica sui concorsi pronostici sportivi e sulle scommesse. Disposizioni interpretative di cui all'art. 1, comma 66, della legge 13 dicembre 2010, n. 220), con cui la stessa Agenzia autonoma dei monopoli di Stato ha invitato gli uffici periferici a non applicare sanzioni pecuniarie nei confronti dei CTD per le violazioni commesse fino all'entrata in vigore della legge n. 220 del 2010. 5.- Nei giudizi iscritti ai nn. 61 e 62 reg. ord. 2016 si è costituita la società Stanleybet Malta ltd, quale parte ricorrente nei relativi giudizi a quibus, chiedendo l'accoglimento della questione. Dopo avere ripercorso la vicenda che ha dato origine alla presente questione, la società ricorrente ha illustrato l'evoluzione della giurisprudenza costituzionale sul principio della capacità contributiva di cui all'art. 53 Cost., sottolineando come la struttura dell'imposta unica, avente natura di tributo indiretto, colpisca un soggetto diverso da quello che ha manifestato la capacità contributiva con l'atto di consumo della scommessa, nel presupposto che, attraverso lo strumento della rivalsa, il primo sia in grado di traslarne l'onere sul secondo. Viceversa, ad avviso della Stanleybet Malta ltd, il tributo finirebbe per gravare sul CTD, in mancanza della necessaria corrispondenza tra la manifestazione di ricchezza assunta a presupposto del tributo (il consumo delle scommesse) e l'incisione del patrimonio del debitore d'imposta. Di contro, il tributo dovrebbe gravare sul bookmaker, unico soggetto che ha la possibilità di fissare il valore delle quote e, quindi, di traslare l'onere tributario sullo scommettitore. Ad avviso della società ricorrente, la violazione dell'art. 53 Cost. sussisterebbe anche se si considera il bookmaker quale coobbligato solidale, in posizione di garanzia dell'assolvimento dell'obbligo tributario, ai sensi dell'art. 64, terzo comma, del d.P.R. n. 600 del 1973. Infatti, esso dovrebbe poi rivalersene nei confronti del CTD, il quale tuttavia non possiede la capacità contributiva e non potrebbe traslare l'onere sullo scommettitore. Con riferimento alla denunciata violazione del principio di uguaglianza, la difesa della parte privata fa rilevare che la differente natura dell'attività del bookmaker e di quella del titolare di ricevitoria deriverebbe dalla circostanza che la prima si qualificherebbe come servizio pubblico (venendo perciò stesso subordinata al possesso di una concessione), mentre il secondo non potrebbe qualificarsi come incaricato di un pubblico servizio (art. 55, terzo comma, del d.P.R. n. 581 del 1951). Pertanto, la sua attività sarebbe soggetta al possesso della sola licenza di polizia, di cui all'art. 88 del regio decreto 18 giugno 1931, n. 773 (Approvazione del testo unico delle leggi di pubblica sicurezza). La Stanleybet Malta ltd, inoltre, sottolinea le differenze tra i due soggetti, sotto il profilo delle utilità ritratte dalle rispettive attività, del rapporto con la provvista versata dallo scommettitore e della capacità contributiva destinata a venire incisa. Ciò porterebbe ad escludere che la loro equiparazione sotto il profilo della soggettività passiva tributaria trovi alcuna ragionevole giustificazione. D'altra parte, l'intervento legislativo del 2010 avrebbe introdotto una nuova ingiustificata sperequazione fra bookmakers "fuori concessione", come quelli esteri, e bookmakers "in concessione", ossia i concessionari nazionali. Infatti, la condizione dei ricevitori operanti per i primi sarebbe identica a quella di chi operi per conto dei bookmakers "in concessione", sicché l'attribuzione della soggettività passiva tributaria agli uni, ma non agli altri, non troverebbe ragionevole giustificazione, risolvendosi nella violazione del principio di uguaglianza.