[pronunce]

mil. pace, nella parte in cui non escludono la punibilità per insubordinazione con ingiuria o con minaccia relativamente a fatti compiuti da un militare per cause estranee e non collegabili al servizio da lui prestato ma inerenti al servizio di pubblico ufficiale svolto dalla persona offesa dal reato; che l'art. 199 citato esclude l'applicabilità dell'art. 189, che prevede come reato l'insubordinazione con minaccia o ingiuria, quando il fatto "è commesso per cause estranee al servizio e alla disciplina militare" e che il giudice rimettente afferma che tale clausola di esclusione del reato di insubordinazione opera con riguardo soltanto alla condizione in cui in concreto si trova la persona ingiuriata o minacciata, essendo irrilevante l'eventuale inesistenza di una correlazione col servizio militare della situazione in cui si è trovato ad agire l'autore del fatto; che la questione di costituzionalità si basa su quest'interpretazione ed è indirizzata a ottenere da questa Corte una pronuncia che, in forza del principio di uguaglianza e di ragionevolezza alla luce dell'avvenuta abrogazione del reato di oltraggio a pubblico ufficiale (art. 18 della legge 25 giugno 1999, n. 205), impedisca per l'appunto tale interpretazione, escludendo la punibilità del fatto quando l'ingiuria o la minaccia siano bensì indirizzate a un militare in servizio, ma da parte di un militare non in servizio; che l'interpretazione che il giudice rimettente pone a base della questione di costituzionalità che egli solleva sarebbe - secondo le sue espressioni - indotta dalla lettera della disposizione censurata e sarebbe comunque fatta propria dalla dottrina maggioritaria e da una costante giurisprudenza; che, al contrario di quanto affermato, la lettera della legge non conduce a un'interpretazione obbligata nel senso dianzi detto, un'interpretazione che il giudice rimettente intende avvalorare col riferimento agli orientamenti della dottrina e della giurisprudenza: orientamenti ai quali - qualora anche essi fossero (e nella specie non sono) univoci - non può assegnarsi un valore limitativo dell'autonomia interpretativa del giudice; che l'iniziativa del giudice rimettente si configura dunque, impropriamente, come strumento rivolto a promuovere un'interpretazione della legge alla quale non è precluso al giudice stesso di pervenire, nell'esercizio di poteri interpretativi che gli sono propri e che non richiedono alcun avallo costituzionale; che pertanto, indipendentemente dalla valutazione circa la legittimità costituzionale della norma sottoposta all'esame di questa Corte, la questione proposta deve essere dichiarata manifestamente inammissibile. Visti gli artt. 26, secondo comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87, e 9, secondo comma, delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale.. . per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE Dichiara la manifesta inammissibilità della questione di legittimità costituzionale degli artt. 189 e 199 del codice penale militare di pace, sollevata, in riferimento all'art. 3 della Costituzione, dal giudice dell'udienza preliminare del Tribunale militare di Padova, con l'ordinanza in epigrafe. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 6 novembre 2001. Il Presidente: Ruperto Il redattore: Zagrebelsky Il cancelliere: Fruscella Depositata in cancelleria il 16 novembre 2001 Il cancelliere: Fruscella