[pronunce]

La questione è inammissibile. La ricorrente non illustra, se non in termini del tutto generici, in che modo la definizione, più ampia o più ristretta, di danno ambientale possa incidere direttamente sulla sfera di competenze ad essa attribuite dalla Costituzione. 9. – La Regione Calabria ha impugnato gli artt. 304, comma 3, 305, comma 2, e 306, comma 2, del Codice dell'ambiente, i quali disciplinano l'azione amministrativa di prevenzione e ripristino del danno ambientale, attribuendo all'amministrazione statale, in particolare, il potere di chiedere informazioni all'operatore, di ordinargli specifiche misure di prevenzione o ripristino, nonché di assumere direttamente tali misure. Ad avviso della ricorrente, tale disciplina, in quanto attribuisce al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio «il potere di ordinare interventi incidenti direttamente sul territorio, senza neppure consultare gli enti territoriali interessati», violerebbe, da un lato, il principio di leale collaborazione e, dall'altro lato, l'art. 118 Cost. La questione non è fondata. In primo luogo, quanto all'asserita violazione del principio di leale collaborazione, si è già chiarito in precedenza (sub 6) che la prevalenza della disciplina statale in materia di tutela dell'ambiente sulla disciplina dettata dalle Regioni, in materie di loro competenza, in ordine all'uso o alla fruizione dell'ambiente stesso, non consente di ravvisare, in particolare nella specifica materia del danno ambientale, il presupposto dell'applicazione del principio di leale collaborazione, cioè la «interferenza» fra competenze legislative statali e regionali. La circostanza che lo Stato non sia obbligato ad allocare le funzioni amministrative di prevenzione e riparazione del danno ambientale secondo moduli collaborativi non esclude, peraltro, che il contenuto della scelta allocativa compiuta dal legislatore statale possa essere censurato dalla Regione ricorrente in relazione al diverso parametro rappresentato dall'art. 118 Cost. Quest'ultimo, infatti, nel vincolare naturalmente anche le scelte allocative compiute in sede di esercizio della potestà legislativa esclusiva dello Stato, esprime un criterio di preferenza a favore del livello amministrativo più vicino ai cittadini, al quale può derogarsi solo in presenza di esigenze di esercizio unitario, che giustifichino l'attribuzione della competenza all'amministrazione statale. Nel caso in esame, la scelta di attribuire all'amministrazione statale le funzioni amministrative trova una non implausibile giustificazione nell'esigenza di assicurare che l'esercizio dei compiti di prevenzione e riparazione del danno ambientale risponda a criteri di uniformità e unitarietà, atteso che il livello di tutela ambientale non può variare da zona a zona e considerato anche il carattere diffusivo e transfrontaliero dei problemi ecologici, in ragione del quale gli effetti del danno ambientale sono difficilmente circoscrivibili entro un preciso e limitato ambito territoriale. 10. – La Regione Puglia ha impugnato l'art. 306, commi 1, 2 e 5, del Codice dell'ambiente, il quale, in punto di determinazione delle misure di ripristino ambientale, prevede, in particolare, che l'operatore individui le possibili misure e le presenti per l'approvazione al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio (comma 1), il quale individua quali misure debbano essere attuate (comma 2), assicurando la partecipazione dei soggetti interessati (comma 5). Secondo la Regione ricorrente, tale disciplina, nel riservare allo Stato «tutte le funzioni riguardanti le misure di ripristino ambientale» e nel riconoscere alla competenza statale un «ambito di operatività eccessivo e non giustificato dall'esigenza di una disciplina uniforme su tutto il territorio nazionale», si porrebbe in contrasto con diversi parametri costituzionali. In primo luogo, essa violerebbe l'art. 117 Cost., posto che «la competenza legislativa statale in materia di danno ambientale si intreccia con la competenza regionale in tema di tutela della salute, governo del territorio e valorizzazione dei beni ambientali». In secondo luogo, la disciplina censurata lederebbe i principi di sussidiarietà e differenziazione, dettati dall'art. 118 Cost., i quali «impongono che l'attribuzione allo Stato di funzioni amministrative avvenga sempre e comunque con la collaborazione delle Regioni interessate». Infine, le norme impugnate si porrebbero in contrasto anche con l'art. 76 Cost., in quanto i predetti principi di sussidiarietà e differenziazione sono richiamati anche dalla legge delega. La questione non è fondata. Circa la dedotta violazione dell'art. 117 Cost., è sufficiente ribadire quanto già affermato in precedenza (sub 6) e cioè che in materia di danno ambientale non può sussistere alcuna «interferenza» fra competenza legislativa statale e regionale, attesa la prevalenza della prima, finalizzata alla tutela dell'ambiente, sulla seconda, che inerisce invece all'uso e alla fruizione del bene ambiente. Né rileva l'asserito «ambito di operatività eccessivo» della disciplina statale, dal momento che, vertendosi in una materia di esclusiva competenza dello Stato, non viene in rilievo la dicotomia norme di principio – norme di dettaglio. Con riferimento alla asserita violazione dell'art. 118 Cost., per le ragioni in precedenza illustrate (sub 9), deve ritenersi che la scelta di attribuire all'amministrazione statale le funzioni amministrative relative al ripristino ambientale trovi una ragionevole giustificazione nell'esigenza di assicurare che lo svolgimento di esse risponda a criteri di uniformità e unitarietà. Tale scelta, pertanto, non si pone in contrasto con i principi di sussidiarietà e differenziazione dettati dall'art. 118 Cost., né viola la legge delega che quei principi richiama, con conseguente infondatezza anche della questione riferita all'art. 76 Cost. 11. – La Regione Calabria ha impugnato l'art. 309, comma 1, del Codice dell'ambiente, secondo il quale, in particolare, le Regioni e gli enti territoriali hanno la facoltà di presentare denunce e osservazioni volte a sollecitare l'esercizio dei poteri ministeriali per la prevenzione e riparazione del danno ambientale. Secondo la ricorrente, tale disposizione, nell'attribuire la predetta facoltà, oltre che alle Regioni e agli enti locali, anche alle «persone fisiche o giuridiche che sono o che potrebbero essere colpite dal danno ambientale o che vantino un interesse legittimante la partecipazione al procedimento relativo all'adozione delle misure di precauzione, di prevenzione o di ripristino», si porrebbe in contrasto con gli artt. 114 e 118 Cost., in quanto svilirebbe la posizione degli enti territoriali dotati di autonomia, ponendoli sullo stesso piano degli altri soggetti cui è riconosciuto un identico potere di sollecitazione dell'intervento ministeriale. La questione è inammissibile, in quanto la norma censurata è inidonea a ledere le competenze regionali.