[pronunce]

A giudizio dell'Avvocatura l'art. 25, secondo comma, della Costituzione "è infatti riferibile alle sole disposizioni strettamente incriminatrici, ovvero riguardanti il trattamento sanzionatorio da riconnettere ai fatti penalmente rilevanti" mentre sarebbero escluse dal suo ambito di operatività le norme che regolano l'esecuzione della pena e le misure alternative, per le quali vale invece il diverso principio della finalità rieducativa della pena, sancito dall'art. 27 Cost.1. - Il tribunale di sorveglianza di Sassari sottopone al giudizio di questa Corte la disciplina in base alla quale non possono essere ammessi alla liberazione condizionale i condannati per i delitti indicati nel primo periodo del comma 1 dell'art. 4-bis dell'ordinamento penitenziario che non collaborino con la giustizia ai sensi dell'art. 58-ter del medesimo ordinamento (artt. 2, comma 1, del d.l. 13 maggio 1991, n. 152, che reca "Provvedimenti urgenti in tema di lotta alla criminalità organizzata e di trasparenza e buon andamento dell'attività amministrativa" convertito, con modificazioni, nella legge 12 luglio 1991, n. 203, e 4-bis comma 1, della legge 26 luglio 1975, n. 354, che reca "Norme sull'ordinamento penitenziario e sulla esecuzione delle misure privative e limitative della libertà" come modificato dall'art. 15, comma 1, del d.l. 8 giugno 1992, n. 306, che reca "Modifiche urgenti al nuovo codice di procedura penale e provvedimenti di contrasto alla criminalità mafiosa" convertito, con modificazioni, nella legge 7 agosto 1992, n. 356). Il dubbio di costituzionalità investe l'assoggettabilità a tale regola anche di chi sia stato condannato prima dell'entrata in vigore della legge che l'ha introdotta, in quanto sarebbe violato il principio di irretroattività della legge penale, enunciato nell'art. 25, secondo comma, Cost., la cui sfera di applicazione sarebbe riferibile, ad avviso del rimettente, non solo alle norme che delineano le fattispecie astratte di reato e le conseguenze sanzionatorie, ma anche a quelle che incidono sulle modalità di esecuzione e sulla quantità e qualità della pena da espiare in concreto. Il rimettente qualifica appunto la liberazione condizionale come istituto di diritto penale sostanziale che produce effetti sulla durata della pena da scontare e che comunque partecipa della "funzione rieducativo-trattamentale" con la conseguenza che norme successive che "richiedano comportamenti non previsti in passato" ai fini della concessione di tale beneficio si risolvono in una "reformatio in peius del trattamento sanzionatorio" in contrasto con l'art. 25, secondo comma, Cost. 2. - La questione è infondata. 3. - La collaborazione con la giustizia, in funzione di requisito per l'ammissione al lavoro all'esterno, ai permessi premio e alle misure alternative alla detenzione previste dal capo VI della legge sull'ordinamento penitenziario, è stata inserita dall'art. 15 del d.l. n. 306 del 1992 nel primo periodo del comma 1 dell'art. 4-bis in precedenza introdotto nel medesimo ordinamento penitenziario dall'art. 1 del d.l. n. 152 del 1991. Per quanto riguarda in particolare la liberazione condizionale, l'art. 2 del d.l. n. 152 del 1991 stabilisce che i condannati per i delitti indicati dall'art. 4-bis comma 1, dell'ordinamento penitenziario possono esservi ammessi solo in presenza dei presupposti previsti dal medesimo comma per la concessione dei benefici ivi indicati. Il presupposto interpretativo a cui implicitamente aderisce il giudice rimettente, ritenuto condivisibile da questa Corte perché conforme alla giurisprudenza di legittimità (v. sentenze n. 68 del 1995 e n. 39 del 1994), si basa sulla natura formale del rinvio all'art. 4-bis contenuto nell'art. 2 del d.l. n. 152 del 1991, così da comportare che la collaborazione con la giustizia, successivamente introdotta nella norma richiamata, opera anche quale condizione per l'ammissione alla liberazione condizionale. Ciò premesso, l'aspetto centrale della presente questione investe la sfera di applicazione dell'art. 25, secondo comma, Cost.: se, cioè, il principio di irretroattività della legge penale sia circoscritto alle norme che creano nuovi reati, o modificano in peius gli elementi costitutivi di una fattispecie incriminatrice, nonché la specie e la durata delle sanzioni edittali, ovvero vada riferito - come ritiene il giudice a quo - anche alle norme che disciplinano le modalità di espiazione della pena detentiva. L'interpretazione data dal rimettente al principio di irretroattività della legge penale, a prescindere dalla sua esattezza, impone dunque, in via preliminare, di accertare se le norme censurate abbiano comportato una modificazione della disciplina sostanziale della liberazione condizionale. 4. - L'istituto della liberazione condizionale (artt. 176 e 177 cod. pen.), già presente nel testo originario del codice penale tra le cause di estinzione della pena, è stato oggetto di successive modifiche, che hanno consentito di superare la logica esclusivamente premiale a cui era ispirato - nell'ambito di una concezione prevalentemente retributiva della pena - e di renderlo coerente con il principio della funzione rieducativa, enunciato dall'art. 27, terzo comma, Cost., e con gli istituti dell'ordinamento penitenziario del 1975 rivolti al raggiungimento di tale finalità. Particolare rilievo assume il requisito del "sicuro ravvedimento" introdotto dalla legge 25 novembre 1962, n. 1634, in sostituzione delle "prove costanti di buona condotta", in linea con le valutazioni sul venir meno della pericolosità sociale e sugli esiti del percorso rieducativo che caratterizzano l'esecuzione delle pene detentive; situazioni e comportamenti che, sia pure con diverse formulazioni, figureranno poi quali condizioni per l'ammissione alle misure alternative e agli altri benefici previsti dall'ordinamento penitenziario. Il principio del finalismo rieducativo della pena viene così a permeare anche il "vecchio" istituto della liberazione condizionale, di cui risulta ormai evidente l'attrazione nella logica del trattamento del condannato e la sostanziale assimilazione alle misure alternative alla detenzione disciplinate dall'ordinamento penitenziario (cfr. da ultimo sentenze n. 138 del 2001, n. 418 del 1998, nonché n. 188 del 1990 e n. 282 del 1989). Alla stregua dell'attuale formulazione dell'art. 176 cod. pen. , l'aver tenuto durante il tempo di esecuzione della pena un comportamento tale da far ritenere sicuro il ravvedimento è appunto il presupposto su cui si basa la valutazione che il condannato non è più socialmente pericoloso e che ne legittima la liberazione, sia pure con sottoposizione alla misura di sicurezza della libertà vigilata.