[pronunce]

In effetti questa Corte, ribadendo il principio, enunciato nella sentenza n. 141 del 1979, secondo cui l'art. 36 Cost., «nel proclamare il diritto del lavoratore a una retribuzione proporzionata al suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare un'esistenza libera e dignitosa, non può essere riferito alle singole fonti della retribuzione del lavoratore, ma alla sua globalità», ha esplicitamente statuito - a proposito della disciplina (art. 1, comma terzo, della legge 15 novembre 1973, n. 734) dell'assegno perequativo, la quale “comporterebbe una retribuzione del lavoro straordinario inferiore a quella per il lavoro prestato nell'orario di servizio” - che, “al fine di accertare la legittimità della retribuzione dei lavoratori dipendenti in relazione al disposto dell'art. 36 Cost., occorre fare riferimento non già alle singole componenti, ma al complesso della retribuzione” (sentenza n. 227 del 1982). Il medesimo principio - enunciato esattamente in termini dalla sentenza da ultimo citata - è stato ribadito dalla sentenza n. 164 del 1994, dalla sentenza n. 15 del 1995 dall'ordinanza n. 368 del 1999 e, da ultimo, dall'ordinanza n. 263 del 2002. 6.- Venendo alle argomentazioni poste dall'ordinanza di rimessione a sostegno della non manifesta infondatezza della questione di legittimità costituzionale, va rilevato, quanto alla sentenza n. 242 del 1999, che il rinvio alle considerazioni esposte da questa Corte a sostegno della interpretazione proposta non giustifica una dichiarazione di incostituzionalità della norma impugnata: la circostanza che in quella sentenza non sia in alcun modo argomentata l'incostituzionalità dell'interpretazione opposta a quella proposta, rivela con evidenza come questa Corte si sia limitata a prospettare la possibilità di una diversa interpretazione che, nel quadro di quanto allora dedotto dal rimettente, sarebbe stata idonea a fugare i dubbi di costituzionalità sollevati. Dal che la conclusione che, «dinanzi a una scelta interpretativa suscettibile di determinare un contrasto fra la norma censurata e la Costituzione, l'interprete deve ricercarne una diversa che eviti il supposto conflitto; e nel caso di specie l'opzione interpretativa del rimettente non era l'unica plausibile». Quanto all'ordinanza n. 716 del 1988 si impongono rilievi sostanzialmente analoghi: chiamata a giudicare della conformità a Costituzione della norma (art. 1, comma terzo, del r.d.l. 15 marzo 1923, n. 692) che esclude dall'applicazione dell'art. 5 r.d.l. (compenso del lavoro straordinario) il personale addetto a pubblici servizi, questa Corte ha dichiarato manifestamente infondata tale questione in quanto il rinvio, operato dalla norma impugnata, a «separate disposizioni» era giustificato - con esclusione di irragionevole disparità di trattamento - dall'intento del legislatore di «regolamentare, in parte qua, diversamente i relativi rapporti di lavoro, in considerazione delle peculiarità che li caratterizzano per la natura e la destinazione delle prestazioni che ne sono oggetto». La successiva affermazione, secondo la quale anche nei confronti del personale addetto a pubblici servizi «il combinato disposto dell'art. 2108 e delle norme della contrattazione collettiva, assicurando, per il lavoro straordinario, una maggiorazione della retribuzione dovuta per quello ordinario, in coerenza con l'art. 36 Cost., garantisce un compenso proporzionato alla maggior penosità del lavoro protratto oltre i limiti dell'orario normale» non altro costituisce che un'opzione interpretativa circa l'applicabilità a quel personale del disposto dell'art. 2108 del cod. civ. e circa gli effetti che tale applicabilità, unitamente alle norme della contrattazione collettiva, avrebbe potuto produrre. L'affermazione secondo la quale questa Corte avrebbe enunciato il principio del «compenso proporzionato alla maggiore penosità del lavoro protratto oltre i limiti dell'orario normale» trascura di considerare: a) che tale preteso principio (maggiorazione necessaria del compenso) non è conforme a quello pretesamente fissato dalla sentenza n. 242 del 1999 (non inferiorità del compenso); b) la rilevanza che, in tale preteso principio, è riconosciuta alla contrattazione collettiva; c) la natura descrittiva, più che precettiva dell'effetto, della riportata proposizione; e pertanto d) l'assenza di ogni argomentazione a sostegno della costituzionale necessità di quell'effetto. Deve conclusivamente affermarsi che il mero rinvio ad una proposta interpretativa formulata da questa Corte non giustifica di per sé una dichiarazione di illegittimità costituzionale della norma impugnata. 7.- Non solo, quindi, deve ribadirsi - in assenza di qualsiasi argomentazione che induca a discostarsene - il principio consolidato secondo cui la proporzionalità ed adeguatezza della retribuzione va riferita non già alle sue singole componenti, ma alla globalità di essa, ma altresì il corollario che questa Corte, nella sentenza n. 164 del 1994, ne ha tratto affermando che «il silenzio dell'art. 36 Cost. sulla struttura della retribuzione e sull'articolazione delle voci che la compongono significa che è rimessa insindacabilmente alla contrattazione collettiva la determinazione degli elementi che concorrono a formare, condizionandosi a vicenda, il trattamento economico complessivo dei lavoratori, del quale il giudice potrà poi essere chiamato a verificare la corrispondenza ai minimi garantiti dalla norma costituzionale».. per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE dichiara non fondata la questione di legittimità costituzionale dell'art. 7, comma 5, del decreto-legge 19 settembre 1992, n. 384 (Misure urgenti in materia di previdenza, di sanità e di pubblico impiego, nonché disposizioni fiscali), convertito, con modificazioni, nella legge 14 novembre 1992, n. 438, e successive proroghe, sollevata, in riferimento all'art. 36 della Costituzione, dalla Corte di cassazione con l'ordinanza in epigrafe. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 20 novembre 2002. F.to: Cesare RUPERTO, Presidente Romano VACCARELLA, Redattore Giuseppe DI PAOLA, Cancelliere Depositata in Cancelleria il 22 novembre 2002. Il Direttore della Cancelleria F.to: DI PAOLA