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Norme in materia di parità retributiva tra donne e uomini e di sostegno alle madri lavoratrici. Onorevoli Senatori . – Da anno ormai si sottolinea il divario salariale tra uomini e donne e si esaltano le qualità delle donne nei campi della cultura e della scienza per i risultati conseguiti, ma i livelli salariali e occupazionali sono ben lontani dal soddisfare i requisiti delle pari opportunità. I dati dell'Istituto nazionale di statistica, alla fine del 2018, sono impietosi: essi stilano infatti una classifica che vede l'Italia fanalino di coda, con il 49,7 per cento di occupazione femminile, collocata al penultimo posto, subito dopo la Grecia con il 48 per cento. Il nostro Paese non gode di buona posizione neanche nella graduatoria mondiale elaborata dal World Economic Forum nel « Global Gender Gap Report 2018 », collocandosi al 70° posto su 149 Paesi. Eppure nell'ultimo ventennio le donne hanno avuto un migliore rendimento scolastico rispetto ai colleghi maschi e una minore tendenza a interrompere il percorso scolastico. L'incremento è ancora più evidente se si tiene conto del percorso universitario. Il percorso di studi femminile mostra come su questo terreno sia avvenuta una vera e propria rivoluzione che ha portato le ragazze a superare i loro colleghi maschi, soprattutto analizzando i dati riferiti agli ordini e gradi dell'università: le ragazze compiono il percorso universitario in meno tempo e con risultati migliori. Ma al momento dell'ingresso nel mercato del lavoro le donne trovano più difficoltà a trovare un lavoro adeguato al titolo di studio conseguito, mantenendo uno svantaggio negli sbocchi occupazionali e nelle retribuzioni, in parte dovuto anche alle differenze sulla scelta degli indirizzi formativi (le materie umanistiche e politico-sociali, preferite dalle donne, hanno meno sbocchi occupazionali) benché negli ultimi anni siano aumentate le iscrizioni e le laureate in ingegneria, medicina, chimica, agraria. Insomma più istruite ma non più occupate. Secondo Eurostat (dicembre 2018) se le donne guadagnano il 4,1 per cento in meno nel settore pubblico, nelle aziende private arrivano al 20,7 per cento in meno rispetto ai colleghi uomini; questo significa che devono lavorare circa sessantasei giorni in più, oltre due mesi, per arrivare a guadagnare quanto gli uomini. Inoltre le donne sono ancora assurdamente colpevolizzate dalla maternità. Il divario occupazionale è infatti particolarmente elevato per le madri e le donne con responsabilità di assistenza nell'ambito familiare. La minore remunerazione e la minore presenza delle donne in professioni di prestigio si traducono in un livello di soddisfazione del proprio lavoro sempre più contenuto rispetto a quello dichiarato dagli uomini. Fonti Eurostat (2017) ci dicono che il divario retributivo nella fascia di età 20-49 anni tra gli uomini e le donne con almeno un figlio è di 30 punti. Lo squilibrio è ancora più significativo se si confrontano le occupate rispetto al numero di figli. Nel nostro paese le donne tra 20 e 49 anni senza figli lavorano nel 62,4 per cento dei casi, contro una media europea del 77,2 per cento. Tra le donne con un figlio, le italiane lavorano nel 57,8 per cento dei casi, contro l'80,2 per cento nel Regno Unito, il 78,3 per cento in Germania, il 74,6 per cento in Francia. Rimangono forti barriere all'ingresso e alla permanenza nel mercato del lavoro per le madri costrette a maggior discontinuità, che le penalizza nella carriera e per percorso contributivo. Il gap occupazionale tra uomini e donne si accentua per i genitori soprattutto quando hanno titoli di studio medio-bassi. Perché un basso titolo di studio associato a responsabilità familiari determina un allontanamento delle donne dal mercato del lavoro in misura molto maggiore. Le donne operaie o con occupazioni meno qualificate sono spesso costrette a fare turni, a lavorare di sera o nei giorni festivi, o a fare lavori fisicamente troppo faticosi o con orari lunghi. Questo le porta spesso a rinunciare al lavoro, anche perché, nel nostro Paese trovare posto negli asili nido comunali o statali è molto improbabile, e il costo di un asilo privato è spesso equivalente o di poco inferiore al loro stipendio. Per una donna avere un lavoro e dei figli si traduce spesso in un elevato sovraccarico di lavoro e di cura che perdura per tutto il corso della vita. Il ricorso al part-time (quando concesso) de da un lato consente alle donne di adattarsi alle esigenze familiari modulando gli orari e il carico di lavoro, dall'altro le penalizza fortemente dal punto di vista retributivo e contributivo. Le rinunce volontarie nella maggior parte dei casi, fanno emergere quanto, nel nostro Paese, le responsabilità familiari incidano ancora soprattutto sulle donne. Inoltre in alcuni casi il part-time non è scelto ma indotto dalle aziende. Al contrario tra le donne che hanno conseguito il diploma e ancor di più tra le laureate, la percentuale di quelle che rinunciano al lavoro è minore. Esse restano comunque svantaggiate nella carriera, rispetto ai colleghi uomini, perché meno disposte a straordinari o viaggi per lavoro o perché hanno dovuto prendere congedi o ridurre l'orario di lavoro e per questo accettare incarichi di minore importanza. Il persistere di differenti carichi di lavoro familiare all'interno della coppia è dovuto anche alla presenza di stereotipi di genere che contribuisce ad una maggior rigidità nei ruoli. Anche se si registra una generale maggiore apertura nei confronti di ruoli di genere più paritari, soprattutto tra le coppie giovani in cui il padre ha un elevato livello di istruzione, siamo ancora lontani da un ruolo paritario. L'uguaglianza tra uomini e donne è uno dei principi fondamentali dell'Unione europea: la direttiva 2006/54/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 5 luglio 2006, riunisce in un testo organico l'intera disciplina sulle pari opportunità ed invita i Governi ad affrontare il problema in collaborazione con le parti sociali. Il divario salariale è quindi una priorità per l'Unione europea, ed ha trovato rinnovato fondamento giuridico nel trattato di Lisbona (2007) e nella Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea. Nel 2011 la Commissione europea ha inaugurato la Giornata europea per la parità retributiva ( European Equal Pay day ). Benché per molti sia ormai assodato che con l'espressione « gender pay gap » (GPG) si intenda la differenza tra il salario medio di uomini e donne, ci sono ancora persone, anche addetti ai lavori, per cui il concetto non ha un significato preciso. In concreto, esso è la differenza di retribuzione lorda media oraria tra uomini e donne in tutti i settori dell'economia. Salario orario lordo di uomini e donne, cioè il salario prima della detrazione di imposte e contributi. Il 7 marzo 2014 la Commissione europea, accogliendo appieno le richieste sindacali, ha emanato la raccomandazione agli Stati membri definendo un'ampia gamma di misure che interessano specificamente la trasparenza retributiva. Successivamente il Parlamento europeo, con la risoluzione dell'8 ottobre 2015, in considerazione della mancanza di progressi significativi, ha proposto alla Commissione l'introduzione di alcune misure vincolanti per i governi e le grandi aziende, come audit salariali obbligatori per le società quotate in borsa e possibili sanzioni a livello europeo in caso di non conformità.