[pronunce]

Il giudice del lavoro del Tribunale di Padova ha sollevato, in riferimento agli artt. 3, 24, 35 e 76 della Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell'art. 1 del decreto legislativo 17 gennaio 2003, n. 5 (Definizione dei procedimenti in materia di diritto societario e di intermediazione finanziaria, nonché in materia bancaria e creditizia, in attuazione dell'articolo 12 della legge 3 ottobre 2001, n. 366), «nella parte in cui prevede che nel caso di connessione tra una causa compresa dalla norma richiamata e uno dei rapporti di cui all'art. 409 c.p.c. i procedimenti siano sottoposti al rito di cui al d.lgs. n. 5/2003». Il giudice remittente espone che davanti a lui pende un giudizio avente ad oggetto le domande proposte da un lavoratore contro la società sua datrice di lavoro per accertare che con questa è intercorso un rapporto di lavoro subordinato e per far dichiarare illegittimo l'atto di risoluzione del medesimo intimatogli dalla controparte, nonché la domanda proposta dallo stesso lavoratore nei confronti di altra società, ai sensi dell'art. 2497 cod. civ. , per farne accertare la corresponsabilità e ottenerne la condanna al risarcimento del danno. Si tratta, ad avviso del remittente, di domande connesse, in quanto l'accertamento e la condanna oggetto della domanda contro la società datrice di lavoro costituiscono l'antecedente logico-giuridico della pretesa avanzata nei confronti dell'altra società. In applicazione della norma censurata entrambe le domande dovrebbero essere esaminate secondo la disciplina del cosiddetto rito societario, poiché si configura un caso di connessione per pregiudizialità, il che induce un duplice ordine di dubbi di illegittimità costituzionale della disposizione suddetta. In primo luogo, essa sarebbe stata introdotta dal legislatore delegato al di fuori dei termini della delega che nulla stabiliva in tema di rito applicabile in caso di connessione tra procedimenti regolati da riti diversi. In secondo luogo, prevedendo che – in caso di connessione e, in particolare, di cumulo tra una causa da trattare con il rito societario ed altra rientrante tra quelle previste dall'art. 409 cod. proc. civ. – anche questa sia assoggettata al rito societario, la disposizione contrasterebbe con i parametri indicati, in quanto la disciplina del processo del lavoro, con tutte le sue peculiarità, è predisposta alla migliore tutela di quelle posizioni soggettive tipiche del rapporto di lavoro, alcune delle quali hanno diretta derivazione da norme costituzionali. 2.— La questione è fondata in riferimento all'art. 76 della Costituzione. La disciplina della connessione, comportante modificazioni della competenza – oppure, più limitatamente e per quanto qui interessa, identificativa del rito da seguire da parte del giudice comunque competente – concerne particolari rapporti tra procedimenti e non attiene ad un solo tipo di procedimento. Nel sistema del codice di procedura civile vigente, la disposizione fondamentale è contenuta nell'art. 40. Ai fini del presente scrutinio vengono in rilievo i commi terzo e quarto. Essi sono così rispettivamente formulati: «nei casi previsti dagli articoli 31, 32, 34, 35 e 36, le cause, cumulativamente proposte o successivamente riunite, debbono essere trattate e decise col rito ordinario, salva l'applicazione del solo rito speciale quando una di tali cause rientri fra quelle indicate negli articoli 409 e 442»; «qualora le cause connesse siano assoggettate a differenti riti speciali debbono essere trattate e decise col rito previsto per quella tra esse in ragione della quale viene determinata la competenza o, in subordine, col rito previsto per la causa di maggior valore». È opportuno soggiungere che l'art. 281-nonies – il quale prescrive che, in caso di connessione di cause da decidere in sede collegiale con cause da decidere dallo stesso tribunale in composizione monocratica, anche queste siano rimesse al collegio – non attiene al tipo di procedimento, di cui presuppone l'identificazione, bensì alla costituzione del giudice. La suddetta disposizione, pertanto, è estranea all'ambito del presente scrutinio di costituzionalità. Quanto detto è funzionale alla interpretazione della norma di delegazione (art. 12 della legge n. 366 del 2001). Di questa, per quanto ora interessa, vengono in rilievo il comma 1 ed il comma 2, lettere a) e b), così formulati: «1. Il Governo è inoltre delegato ad emanare norme che, senza modifiche della competenza per territorio e per materia, siano dirette ad assicurare una più rapida ed efficace definizione di procedimenti nelle seguenti materie: diritto societario, comprese le controversie relative al trasferimento delle partecipazioni sociali ed ai patti parasociali; materie disciplinate dal testo unico delle disposizioni in materia di intermediazione finanziaria, di cui al decreto legislativo 24 febbraio 1998, n. 58, e successive modificazioni, e dal testo unico delle leggi in materia bancaria e creditizia, di cui al decreto legislativo 1 settembre 1993, n. 385, e successive modificazioni. 2. Per il perseguimento delle finalità e nelle materie di cui al comma 1, il Governo è delegato a dettare regole processuali, che in particolare possano prevedere: a) la concentrazione del procedimento e la riduzione dei termini processuali; b) l'attribuzione di tutte le controversie nelle materie di cui al comma 1 al tribunale in composizione collegiale, salvo ipotesi eccezionali di giudizio monocratico in considerazione della natura degli interessi coinvolti». Il tenore delle suddette disposizioni denota che il legislatore delegante ha limitato l'oggetto della delega alle materie indicate e cioè al diritto societario, alle materie disciplinate dal testo unico n. 58 del 1998 in tema di intermediazione finanziaria, nonché a quelle previste dal testo unico delle leggi in materia bancaria e creditizia n. 385 del 1993. L'indicazione della finalità di «assicurare una più rapida ed efficace definizione di procedimenti» non attiene alla definizione dell'oggetto della delega e l'uso del plurale “procedimenti” si riferisce ai diversi tipi da disciplinare (di merito, cautelare, cosiddetto abbreviato, etc.) nell'ambito delle materie indicate. Sulla base di siffatta delega è stata emanata la disposizione dell'art. 1, comma 1, del d.lgs. n. 5 del 2003, la quale, nel definire le controversie cui si applica il decreto, vi include quelle connesse a norma degli articoli 31, 32, 33, 34, 35 e 36 del codice di procedura civile. Essa detta, in riferimento a procedimenti connessi a controversie in materia societaria ma aventi ad oggetto materie diverse, una disciplina degli effetti della connessione, riguardo al rito da seguire, derogatoria rispetto a quella generale contenuta nel codice. La deroga riguarda la prevalenza, rispetto a tutti gli altri, del rito societario e la inclusione tra le ipotesi di connessione di quella di cui all'art. 33 del codice di procedura civile, che il successivo art. 40 non contempla. Siffatta disposizione esorbita dalla delega nel cui dettato, per quanto rilevato, non trova fondamento.