[pronunce]

- Nel giudizio di costituzionalità è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, il quale ha chiesto che la questione sia dichiarata non fondata. Ad avviso dell'Avvocatura erariale, non sarebbe riscontrabile alcuna violazione del principio di tassatività: la norma incriminatrice reprimerebbe, infatti, una condotta i cui contorni risultano sufficientemente definiti, non potendosi trarre argomento, in contrario, dalla circostanza che sia la pubblica autorità a stabilire quali notizie debbano considerarsi riservate. La lamentata impossibilità di controllo e di eventuale disapplicazione dell'atto amministrativo, d'altro canto, lungi dal costituire un vulnus del principio di tassatività, discenderebbe proprio dalla previsione della norma incriminatrice, la quale, a differenza che in altre ipotesi, non richiederebbe, fra gli elementi del fatto tipico, un atto legittimo. Quanto, poi, alla presunta violazione dell'art. 25, secondo comma, Cost., il divario fra il massimo e il minimo della pena edittale previsto per il delitto in questione, ancorché significativo, non comporterebbe comunque l'incostituzionalità della norma impugnata, spettando pur sempre al legislatore di graduare la pena in modo che il giudice di merito possa adeguarla al caso concreto, così da renderla funzionale al perseguimento dei suoi scopi. Analoghe conclusioni potrebbero formularsi ove si effettui una comparazione con la pena prevista dall'art. 261 cod. pen. , che risulterebbe adeguatamente elevata nel minimo, in conseguenza del ritenuto maggior disvalore insito nell'aggressione ad un bene meritevole di particolare considerazione, quale il segreto di Stato.1. - Il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Genova dubita della legittimità costituzionale, in riferimento agli artt. 3 e 25 della Costituzione, dell'art. 262 del codice penale, che, con disposizione collocata nell'ambito dei delitti contro la personalità dello Stato, punisce chiunque rivela od ottiene "notizie delle quali l'Autorità competente ha vietato la divulgazione" (c.d. notizie riservate). Ad avviso del rimettente, risulterebbe leso anzitutto il principio di tassatività della legge penale, sancito dall'art. 25 Cost., essendosi al cospetto di una norma penale in bianco rispetto alla quale mancherebbe una sufficiente specificazione legislativa dei presupposti, dei caratteri, del contenuto e dei limiti dei provvedimenti amministrativi alla cui trasgressione deve seguire la pena: carenza, questa, che - segnatamente a fronte del silenzio della legge circa i fini per i quali il divieto di divulgazione di determinate notizie può essere imposto - precluderebbe anche il sindacato incidentale di legittimità del giudice ordinario sul provvedimento, in vista della sua eventuale disapplicazione. La norma incriminatrice impugnata - comminando una pena uguale, nel massimo, a quella prevista dall'art. 261 cod. pen. per il delitto di rivelazione di segreti di Stato (anni ventiquattro di reclusione) - si porrebbe altresì in contrasto con l'art. 3 Cost. Si tratterebbe, infatti, di equiparazione irragionevole, stante la diversità dei beni protetti dalle due disposizioni: beni che, nel caso dell'art. 261 cod. pen. , si identificherebbero - alla luce della definizione del segreto di Stato offerta dall'art. 12 della legge 24 ottobre 1977, n. 801 - nell'unità fisica dello Stato rispetto ad attacchi interni o esterni, e nel continuo e corretto funzionamento degli organi costituzionali; e nell'ipotesi dell'art. 262 cod. pen. , invece, in interessi non individuabili a priori, ma comunque privi di rango costituzionale. Sarebbe violato, infine, il principio di legalità della pena, enunciato dall'art. 25, secondo comma, Cost. L'eccessivo divario tra la pena edittale minima e massima comminata per il delitto in questione - rispettivamente tre anni di reclusione (che potrebbero scendere a due, in caso di concessione delle attenuanti generiche, e a pena ancora inferiore nell'ipotesi del ricorso a riti alternativi) e ventiquattro anni di reclusione (quale limite desumibile, in difetto di specifica indicazione, dall'art. 23 cod. pen.) - lascerebbe infatti al giudice un margine talmente ampio, da rendere arbitrario il suo potere di determinazione della pena in concreto; tale potere, pertanto, cesserebbe di essere strumentale all'esigenza di adeguamento della risposta sanzionatoria al caso singolo, per investire lo stesso apprezzamento del disvalore del fatto tipico: compito, questo, riservato per contro al legislatore. 2.1. - La prima delle tre censure di costituzionalità non è fondata. Essa poggia, infatti, sulla premessa interpretativa della impossibilità di riferire alla categoria delle "notizie riservate", protette dall'art. 262 cod. pen. , le indicazioni rinvenibili nella legge n. 801 del 1977 a proposito del segreto di Stato. Da tale premessa il giudice a quo trae il duplice corollario dell'eterogeneità delle due classi di notizie (segrete e riservate), sul versante degli obiettivi di tutela; e della sostanziale indeterminatezza delle condizioni legittimanti l'apposizione del divieto di divulgazione, presidiato dalla norma incriminatrice impugnata: norma la cui operatività verrebbe perciò a dipendere da valutazioni dell'autorità amministrativa, svincolate da ogni parametro legale e insindacabili da parte dal giudice penale. L'indicata premessa interpretativa è stata, peraltro, recentemente contraddetta dalla Corte di cassazione, la quale, con decisione successiva all'ordinanza di rimessione (cfr. Sez. I, 10 dicembre 2001-29 gennaio 2002, n. 3348), si è espressa nell'opposto senso che le notizie riservate - intese come notizie "delle quali, pur conosciute o conoscibili in un determinato ambito, è vietata la divulgazione con provvedimento dell'autorità amministrativa" - costituiscono categoria omogenea, sul piano dei requisiti oggettivi di pertinenza e di idoneità offensiva, rispetto a quella delle notizie sottoposte a segreto di Stato. Facendo leva sul collegamento storico-sistematico riscontrabile tra le due categorie di notizie, e traendo altresì specifico argomento dal regime delle esclusioni del diritto di accesso delineato dall'art. 24 della legge 7 agosto 1990, n. 241 e dalla relativa normativa regolamentare di attuazione, il giudice di legittimità ha affermato, più in particolare, non soltanto che le notizie riservate debbono inerire ai medesimi interessi che, a mente dell'art. 12 della legge n. 801 del 1977, giustificano il segreto di Stato; ma altresì che la loro diffusione deve risultare idonea - al pari di quanto avviene per le notizie sottoposte a segreto di Stato, in forza della norma definitoria da ultimo citata - a recare un concreto pregiudizio ai predetti interessi.