[pronunce]

- Vanno esaminate, preliminarmente al merito, le eccezioni sollevate dall'INPS e dall'intervenuto Presidente del Consiglio dei ministri. 4.1. - L'Istituto deduce, in primo luogo, l'inammissibilità della questione sotto un duplice profilo: da un lato, perché l'art. 124 del d.P.R. n. 1092 del 1973, in quanto norma di decreto presidenziale, sarebbe contenuta in una fonte subordinata "gerarchicamente alle fonti legislative", non suscettibile, come tale, di sindacato in sede di giudizio di costituzionalità; dall'altro, perché, nel caso di specie, il rimettente chiederebbe alla Corte uno scrutinio sulla "legittimità costituzionale dell'interpretazione di una legge". Entrambe le eccezioni sono infondate. Quanto alla prima è sufficiente rilevare che il d.P.R. n. 1092 del 1973, essendo stato emanato in attuazione della delega contenuta nell'art. 6 della legge 28 ottobre 1970, n. 775, costituisce atto di normazione primaria delegata (art. 76 della Costituzione), dotato, come tale, di valore e forza di legge, e, al tempo stesso, soggetto al giudizio di questa Corte (art. 134 della Costituzione). Quanto alla seconda eccezione, va considerato che l'ordinanza, lungi dal prospettare un quesito interpretativo, tale da lasciare irrisolto il dubbio ermeneutico sulla portata delle disposizioni denunciate, individua, non senza plausibilmente argomentare, la "norma" in contrasto con il parametro evocato, rinvenendola nel combinato disposto delle disposizioni medesime. Il che è sufficiente per dare ingresso al giudizio di costituzionalità. 4.2. - Sia l'INPS che l'Avvocatura generale dello Stato eccepiscono, inoltre, il difetto di rilevanza della questione, sostenendo che le norme denunciate non sarebbero direttamente applicabili alla fattispecie oggetto di cognizione innanzi al giudice a quo. Secondo l'INPS, esse costituirebbero soltanto "il mero presupposto di fatto sul quale si è successivamente radicato il provvedimento di diniego dell'ente previdenziale". Non dissimile è la posizione dell'Avvocatura, la quale assume che la normativa censurata non sarebbe pertinente al caso, essendo stata l'istanza a suo tempo presentata dalla ricorrente rigettata non in applicazione della normativa stessa, "ma per il fatto che l'Istituto previdenziale non aveva ricevuto il contributo di riscatto". Anche tali eccezioni vanno disattese, dal momento che il giudice a quo evidenzia espressamente che egli è chiamato a decidere anche su una domanda di accertamento del diritto al riconoscimento dell'incremento della posizione assicurativa spettante all'interessata presso l'INPS, tramite il computo del periodo di studi riscattato, così fornendo una motivazione esauriente e plausibile, in fatto e diritto, quanto all'applicabilità nel giudizio principale delle disposizioni censurate. 5. - Nel merito, la questione è fondata. 6. - Onde valutarne la portata, occorre rammentare, anzitutto, che l'istituto della costituzione di posizione assicurativa presso l'INPS, già previsto, in via generale, dall'articolo unico della legge 2 aprile 1958, n. 322, e successivamente disciplinato, per i dipendenti dello Stato, dall'art. 124 del d.P.R. n. 1092 del 1973, assolve una funzione di tutela previdenziale in favore del lavoratore iscritto a forme obbligatorie di previdenza sostitutive ovvero esonerative, che cessi dal servizio senza diritto a pensione, garantendo al medesimo la possibilità di fruire, in presenza ovviamente delle previste condizioni, di un trattamento pensionistico, secondo le regole dell'assicurazione generale obbligatoria. In vista di ciò, è contemplato il versamento, alla gestione INPS, di un importo contributivo commisurato al periodo di servizio prestato dal lavoratore e determinato in base alle norme della predetta assicurazione (articolo unico, comma primo, della legge n. 322 del 1952). Per i dipendenti dello Stato il suddetto importo complessivo è portato in detrazione dell'indennità una tantum spettante agli interessati, ponendosi a carico dello Stato l'eventuale onere differenziale (art. 124, secondo comma); onere che, invece, deve essere interamente assunto dallo Stato nel caso in cui il diritto all'indennità medesima non sussista. Lo stesso art. 124, prevede, al quinto comma, che la costituzione della posizione assicurativa riguardi - sia pure nei termini già precisati - anche i "servizi computabili a domanda", da individuare, alla stregua di siffatta locuzione, che figura anche nella rubrica del Capo II del Titolo II del d.P.R. n. 1092 del 1973, in quelli che formano oggetto delle disposizioni contenute nel Capo stesso, tra le quali si rinviene anche l'art. 13 che consente il riscatto a fini di quiescenza dei "periodi di studi superiori e di esercizio professionale", a patto che il diploma di laurea costituisca "condizione necessaria per l'ammissione in servizio". 7. - Così ricostruito il quadro normativo nel quale si inscrive la sollevata questione, va rilevato che il rimettente - censurando le disposizioni dell'art. 124 del d.P.R. n. 1092 del 1973 e dell'art. 40 della legge n. 1646 del 1962, nella parte in cui esigono che, anche per i periodi di studio testé rammentati, ricorra il requisito dell'avvenuto svolgimento di attività lavorativa subordinata - segnala, in definitiva, una esigenza di razionalità della normativa denunciata, dal punto di vista della sua coerenza con l'ordinamento, sulla quale la Corte non può non convenire. Infatti, se l'intento dell'art. 40 della legge n. 1646 del 1962, come si può plausibilmente ritenere, era quello di ricondurre alle regole di base dell'ordinamento pensionistico INPS, vigenti all'epoca in cui esso fu emanato, la possibile eterogeneità degli ordinamenti pensionistici di provenienza, quanto a periodi suscettibili di riscatto o riconoscimento a fini pensionistici, tuttavia, per effetto del rinvio successivamente operato dal quinto comma dell'art. 124 del d.P.R. n. 1092 del 1973, la norma che lega la valutabilità degli stessi alla coesistenza di una prestazione lavorativa subordinata non può non risultare priva di ogni "causa giustificativa" se riferita al periodo di studi universitari che sia stato riscattato, presso l'amministrazione statale di appartenenza del dipendente, in armonia con la regola dettata dall'art. 13 dello stesso d.P.R. n. 1092 del 1973. Come questa Corte ha avuto più volte occasione di rilevare, l'istituto del riscatto per i dipendenti statali, quale si configura in quest'ultima disposizione, rappresenta l'epilogo di un lungo processo normativo preordinato a garantire alla preparazione professionale "ogni migliore considerazione ai fini di quiescenza" (sentenza n. 52 del 2000).