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Lo dico prima che si chiudano i lavori e lo ha ribadito prima di me la collega Vice Presidente, che peraltro è del Gruppo PD: sapete benissimo che non vi è alcun obbligo da parte... (Commenti dal Gruppo PD). VALENTE (PD) . Ma io infatti le stavo semplicemente comunicando la valutazione politica. (Commenti della senatrice Bellanova). PRESIDENTE. Ma perché vi arrabbiate? Io ribadivo quello che ha detto prima la collega. VALENTE (PD) . Perché non c'è bisogno di ripeterlo, Presidente. PRESIDENTE. Chi è che urla? BELLANOVA (PD) . Io, urlo perché lei interrompe. PRESIDENTE. È lei, collega? Non lo avevo capito. Prego, prosegua, senatrice Valente. VALENTE (PD) . Me li ridà i due minuti persi, Presidente? Come dicevo, non è un'offesa al Partito Democratico. Non è ostentare arroganza e presunzione nei confronti del Partito Democratico. È ostentare un'arroganza e una mancanza di rispetto nei confronti di quel Parlamento in nome del quale e grazie alla fiducia del quale siede nei banchi del Governo. Vorrei partire da questo. Nella valutazione che il Senato è chiamato a esprimere oggi si incrociano ragioni e profili diversi, alcuni di carattere giuridico in senso stretto, altri invece di carattere più propriamente politico. C'è una cosa, però, che senza alcun dubbio a quest'Aula non compete, come hanno detto tanti colleghi prima di me: la valutazione sulla colpevolezza o l'innocenza di un cittadino italiano, che resta - ricorderei - per fortuna nelle mani di una magistratura indipendente e autonoma, anche se il cittadino in questione è il Ministro dell'interno in carica e leader di questo Governo e della maggioranza. Non è nostro compito entrare nel merito dell'accusa. Non spetta a noi giudicare la sua fondatezza o meno; tanto meno stiamo qui oggi valutando se quell'accusa sia stata sollevata in maniera artificiosa, se sia riscontrabile, cioè, un fumus persecutionis . C'entra poco anche l'immunità parlamentare da qualcuno evocata. Non c'entra, perché oggi dobbiamo valutare, anche qualora il fatto costituisca reato, se l'agire del Ministro sia stato giustificato dal prevalere di un interesse pubblico. Non siamo di fronte a una valutazione schiettamente politica; dobbiamo basarci su principi giuridici, che in un sistema costituzionale e democratico non sono mai nella piena discrezione esclusivamente della politica. Ecco perché non ci può bastare oggi il profilo soggettivo, cioè il fatto che il ministro Salvini, da parte sua, abbia dichiarato che, nel negare lo sbarco, vi fosse un preminente interesse pubblico. Tutti abbiamo letto con attenzione le parole che il ministro Salvini ha inviato, il 29 gennaio, al «Corriere della Sera», scrivendo che egli ha agito al fine di verificare la possibilità di un'equa ripartizione tra i Paesi dell'Unione europea degli immigrati a bordo della nave Diciotti. Con quelle parole, però, il ministro Salvini ammette più di quello che dice: rivela di considerare il contenuto di una sua promessa elettorale ben al di sopra e ben più importante di ciò che è consentito dalla legge, dal diritto del mare e dal diritto internazionale. Noi siamo in presenza di un Ministro dell'interno che sostanzialmente considera - come pure è stato già detto - la sua funzione di Ministro come un mandato del popolo, che lo pone al di sopra della legge e gli permetterebbe di piegare a proprio esclusivo piacimento interessi che hanno di per sé un valore superiore - quelli sì - a partire dal rispetto dei diritti umani fondamentali, tra cui appunto quello alla libertà personale, che non possono mai - dico, mai - essere nella libera e assoluta disponibilità del potere politico. Tutto questo non solo è inaccettabile per chi ha un minimo di cura per la difesa del nostro Stato di diritto e dei suoi principi democratici e di garanzia; tutto questo è anche lontanissimo dal rendere il comportamento tenuto dal Ministro un atteggiamento accettabile alla luce del più volte richiamato interesse pubblico preminente. Volete poi farci credere che la politica del Governo sull'immigrazione sia stata una politica univoca, lineare; ma noi vi abbiamo dimostrato che non è così. Soltanto un mese prima, nel luglio 2018, tutti ricordiamo che un caso simile a quello della Diciotti terminò soltanto quando il Presidente del Consiglio ordinò lo sbarco. In quel frangente il Ministro dell'interno dichiarò esplicitamente che non condivideva le decisioni adottate dal Presidente del Consiglio; situazione che si è ripetuta con il caso Diciotti, quando il Ministro dell'interno ha minacciato una crisi di Governo, nel caso in cui la sua linea politica fosse stata sconfessata dal Presidente del Consiglio. Iniziamo a dire, quindi, che in quei giorni ci sono state iniziative assunte singolarmente dal Ministro dell'interno, in dissenso da altri membri del Governo. Altro che indirizzo governativo condiviso e coordinato! Il punto vero è che, quando è in gioco un interesse pubblico, anche l'indirizzo governativo che lo persegue dovrebbe essere improntato alla serietà, alla coerenza e alla responsabilità. Invece questi sono tutti elementi che sono mancati nelle politiche degli ultimi mesi, in modo particolare in quelle sull'immigrazione, e lo sono stati in modo palese nel caso della nave Diciotti. In quell'occasione è mancata un'iniziativa politica seria, che utilizzasse gli strumenti della concertazione e non quelli della minaccia. È mancata la diplomazia, che sarebbe stato necessario avviare, se vi fosse stata realmente una controversia internazionale tra l'Italia e lo Stato maltese. È mancata, infine, soprattutto la credibilità presso gli altri Paesi europei, che questo Governo ha iniziato a perdere quando il Gruppo di Visegrád, amatissimo dal nostro Governo, ci ha messo nell'angolo proprio sul tema dell'immigrazione. Quando si è trattato di modificare, su proposta del Parlamento europeo, la regola del primo ingresso, sostituendola con un meccanismo obbligatorio di ripartizione dei richiedenti asilo, le forze che reggono questo Governo sono scomparse o si sono astenute o addirittura hanno votato contro. È paradossale, a proposito di indirizzo del Governo, perché, così facendo, in pratica hanno votato contro quello che loro stessi avevano scritto nel famigerato contratto di Governo. Fatemi dire che è inevitabile che vada così, perché quando usi una logica nazionalista è chiaro che, poi, alla fine, ti scontri con interessi inconciliabili, confine contro confine, e anziché suonarle agli altri - come dice di fare il nostro Governo - finisci per essere suonato tu. Allora, quando non sei più credibile con i tuoi partner, ti rimane soltanto l'appiglio della propaganda e degli annunci vuoti, in cui il ministro Salvini ha dimostrato eccellere in questi mesi. (Applausi dal Gruppo PD) . Ciò a cominciare dal tentativo di confondere la lotta contro l'immigrazione clandestina con il salvataggio in mare di naufraghi, che ha regole e obblighi ben precisi, a partire da quello di identificare, appunto, il porto di sbarco. Mentre discutiamo, un'altra nave - la Mare Jonio - è rimasta bloccata dall'Italia fuori dal porto di Lampedusa con 49 migranti a bordo.