[pronunce]

che, nel merito, oltre a ribadire quanto già esposto nell'atto di costituzione, l'Avvocatura generale dello Stato sottolinea che la scelta compiuta dal legislatore non sarebbe discriminatoria, in quanto la stessa legge n. 482 del 1999, attribuendo alle lingue francese, tedesca e slovena carattere di «coufficialità» - ossia di equiparazione alla lingua italiana - evidenzierebbe il particolare riconoscimento accordato a queste tre minoranze e che tale distinzione si fonderebbe, ragionevolmente, sulla differente natura e consistenza di tali minoranze rispetto alle altre, e sarebbe preordinata a bilanciare la tutela di speciali e specifiche minoranze linguistiche con l'esigenza di non frammentare eccessivamente la rappresentanza; che, secondo l'Avvocatura generale dello Stato, non vi sarebbe, inoltre, alcuna violazione degli artt. 48 e 51 Cost., in riferimento all'astratta possibilità di esercitare il diritto di elettorato attivo e passivo in condizioni di eguaglianza: al contrario, il differente regime della soglia di sbarramento risponderebbe proprio alla corretta applicazione del principio di eguaglianza a fronte di obblighi costituzionali che riguardano solo talune minoranze linguistiche; che nel giudizio instaurato dal Tribunale ordinario di Cagliari si sono costituiti - con due distinti atti, di identico tenore, depositati in data 11 novembre 2014 - alcuni dei ricorrenti nel giudizio principale; che, in particolare, un primo atto di intervento è stato spiegato da C.F., G.S. e P.A. e un secondo atto di intervento da C.M., Z.P.F. e M.P.; che le difese delle parti private chiedono l'accoglimento delle questioni sollevate dal rimettente; che le medesime parti, in data 24 maggio 2016, hanno depositato ulteriore memoria, in cui viene, anzitutto, approfondito il profilo dell'ammissibilità delle questioni di legittimità costituzionale, sollevate nell'ambito di azioni di accertamento, aventi ad oggetto la disciplina legislativa in materia elettorale; che, a tal fine, sono ricostruite le vicende processuali che hanno condotto la Corte di cassazione a sollevare le questioni di legittimità costituzionale decise dalla Corte costituzionale con la sentenza n. 1 del 2014, nonché le analoghe vicende che hanno indotto alcuni giudici ordinari a promuovere questioni di legittimità costituzionale su disposizioni della legge per l'elezione dei membri del Parlamento europeo spettanti all'Italia; che le parti ricordano che uno di questi giudizi di legittimità costituzionale è già stato deciso dalla Corte costituzionale con la sentenza n. 110 del 2015, che ha dichiarato l'inammissibilità di questioni sollevate nell'ambito di azioni di accertamento, in quanto le vicende elettorali relative all'elezione dei membri del Parlamento europeo spettanti all'Italia ben possono, a differenza di quelle relative al Parlamento nazionale, essere oggetto di ricorso di fronte all'autorità giudiziaria, la quale può, in quella sede, sollevare questioni di legittimità costituzionale; che, rispetto alla decisione della Corte costituzionale da ultimo citata, esse assumono che i rimedi giudiziari ordinari esperibili prima e dopo le consultazioni elettorali non sarebbero adeguati a tutelare pienamente la libertà di voto rispetto a norme asseritamente incostituzionali contenute nella disciplina per l'elezione dei membri del Parlamento europeo spettanti all'Italia; che esse ritengono, inoltre, che la Corte costituzionale, con la sentenza n. 110 del 2015, si sarebbe «sostituita alla Corte di cassazione» nel decidere una questione di giurisdizione, poiché - ritenendo non possibile, nell'ambito di un'azione di accertamento del diritto di voto instaurata di fronte al giudice ordinario, sollevare questioni di legittimità costituzionale - avrebbe implicitamente demandato la garanzia di tale diritto soggettivo al giudice amministrativo, di fronte al quale sono impugnabili gli atti del procedimento elettorale; che, più in generale, osservano - ancora richiamando criticamente quanto statuito dalla Corte costituzionale nella sentenza n. 110 del 2015 - che «[s]e esiste un diritto di votare secondo Costituzione e questo è stato accertato e dichiarato con la sentenza n. 8878/2014 questo deve valere in tutti i casi in cui è prevista una elezione»; che una disparità di tutela a seconda del tipo di elezione non sarebbe giustificabile, poiché l'art. 48 Cost. non consentirebbe di differenziare a seconda che il diritto di voto sia esercitato per eleggere un organo rappresentativo ovvero un altro; che, nel giudizio originato dall'ordinanza di rimessione del Tribunale ordinario di Trieste, si sono costituiti, con atto depositato il 1° aprile 2015, le parti del giudizio principale, chiedendo l'accoglimento delle questioni sollevate dal rimettente; che le parti assumono che le disposizioni censurate dal rimettente contrasterebbero con «parametri di giudizio comunitari», menzionando una pluralità di disposizioni contenute nel Trattato sul funzionamento dell'Unione europea, e con «parametri di costituzionalità del sistema CEDU»; che esse ricordano poi le disposizioni costituzionali poste a tutela delle minoranze linguistiche - gli artt. 2, 3 e 6 Cost. - e come tali disposizioni siano ulteriormente rafforzate sul territorio della Regione autonoma Friuli-Venezia Giulia dall'art. 3 della legge costituzionale 31 gennaio 1963, n. 1 (Statuto speciale della Regione Friuli-Venezia Giulia), e dal decreto legislativo 12 settembre 2002, n. 223 (Norme di attuazione dello statuto speciale della regione Friuli-Venezia Giulia per il trasferimento di funzioni in materia di tutela della lingua e della cultura delle minoranze linguistiche storiche nella regione); che gli evocati principi costituzionali avrebbero «fatto sentire la loro influenza, anche a favore della lingua friulana», conducendo a ritenere non applicabile la legislazione statale nel territorio della Regione autonoma Friuli-Venezia Giulia (è citata la sentenza n. 215 del 2013), e che le questioni di legittimità costituzionale all'esame della Corte costituzionale prenderebbero «le mosse proprio dal fatto che le attuali clausole legislative di tutela linguistica, riservate alle cosiddette minoranze linguistiche forti o con stato» non sarebbero più compatibili con la giurisprudenza costituzionale più recente, la quale avrebbe riconosciuto l'ormai pacifico rilievo, ad ogni effetto, anche delle minoranze linguistiche «deboli o senza stato» (anche sul punto è citata la sentenza della Corte costituzionale n. 215 del 2013); che una minoranza linguistica riconosciuta, quale è quella friulanofona, non potrebbe vedersi discriminata da parte dell'ordinamento italiano solamente «in quanto priva di stato estero di riferimento»; che l'art. 3 dello statuto speciale della Regione Friuli-Venezia Giulia pone sullo stesso piano tutti i gruppi linguistici presenti nel territorio regionale; che tali principi dovrebbero applicarsi a tutte le materie, ed anche a quella elettorale, tant'è - assumono le parti private - che la stessa legislazione elettorale statale darebbe rilievo agli ordinamenti speciali per l'applicabilità delle formule di favore di volta in volta previste;