[resaula]

avverto la forte necessità di un largo dibattito politico e culturale su un tema come quello della scuola, dell'università e della ricerca, che riguardi non semplicemente quello che è accaduto negli ultimi tre mesi, perché negli ultimi tre mesi, dinanzi all'emergenza, pur avendo fatto tante cose, abbiamo riscontrato quelle difficoltà e quei problemi che si sono probabilmente accumulati nel corso degli anni. Noi abbiamo un grande bisogno di questo dibattito - di un dibattito vero - e di riguadagnare centralità (lo dico così). Forse è proprio questo il punto di sofferenza e di difficoltà. Per troppo tempo la scuola (che pure è un tema grande, perché riguarda mezzo Paese e soprattutto il futuro dell'Italia, a partire anzitutto dalle giovani generazioni, gli studenti e le studentesse) non è stata forse adeguatamente al centro di un dibattito politico e culturale ampio, che non fosse relegato semplicemente agli addetti ai lavori (che pure ovviamente devono farne parte), ma volto a capire come si possa immaginare un rilancio e come - a me piace molto quest'espressione - la riapertura a settembre possa essere un vero e proprio nuovo inizio e non una semplice riapertura. Noi abbiamo bisogno di un nuovo inizio. Secondo me ha ragione la relatrice, che l'ha appena detto e che ringrazio anche per il lavoro svolto nel corso delle ultime settimane. Dobbiamo avere questo tipo di capacità. Naturalmente non sarà semplice, anzi sarà molto complesso. La nostra sfida dovrà essere quella di cercare di trasformare l'emergenza drammatica che abbiamo vissuto in queste settimane in un'opportunità, sapendo che sono molte le cose che dovremo affrontare. È evidente - ed è inutile dirlo - che avremmo fatto a meno di quest'emergenza drammatica, anzitutto per il carico di morti che ha portato con sé e poi per le condizioni sociali ed economiche più difficili in cui vice oggi il Paese. In qualche modo, però, è come se quest'emergenza avesse aperto gli occhi a ciascuno di noi, un po' come succede con l'aria. Quando ci si accorge che l'aria è importante? Quando manca e non c'è. Lo stesso discorso vale per la libertà: ci si accorge di quanto sia importante e decisiva quando se ne viene privati. La scuola è la stessa cosa: tutto il Paese si è accorto di quanto il sistema di istruzione fosse decisivo esattamente quando abbiamo avuto la difficoltà e si sono dovute chiudere le scuole perché non vi era altra scelta. Proprio in quel momento ci si è accorti di quanto la scuola e il sistema formativo siano il grande pilastro democratico di questo Paese, esattamente come lo è - lo abbiamo visto plasticamente in queste settimane di emergenza - il sistema sanitario nazionale. È come se questo Paese, alla fine, si fondasse su due grandi infrastrutture: il sistema sanitario (che ha dovuto reggere la pressione drammatica delle ultime settimane, durante le quali ci siamo accorti di quanto è importante, fondamentale e decisivo avere un sistema sanitario che regge nei momenti di difficoltà) e il sistema scolastico e di istruzione, dal punto di vista delle famiglie e soprattutto dei ragazzi. Possiamo dirci una cosa tra noi con un po' di coraggio? Nel dibattito di queste settimane c'è un punto, molto comprensibile e secondo me anche fondato, che però - almeno dal mio punto di vista - non affronta fino in fondo la questione. Inevitabilmente ci siamo molto concentrati sul tema della riapertura immaginandola come un qualcosa anzitutto funzionale alle famiglie. I genitori si chiedono: come faccio ad andare a lavorare se le scuole sono chiuse? Dove metto i bambini? Dove vanno? È un tema ovviamente vero che non dobbiamo sottovalutare. La gente che lavora deve sapere dove mandare i figli la mattina se non possono stare a casa da soli. Possiamo però dirci che questo non è il cuore del problema? Possiamo dirci che la scuola non è semplicemente il parcheggio dove vengono lasciati i ragazzini quando i genitori vanno a lavorare e che questa questione meriterebbe forse di essere vista da un altro punto di vista? È attraverso la scuola che trova soddisfazione il diritto soggettivo e collettivo all'istruzione delle giovani generazioni, che è un diritto costituzionale sacrosanto e il terreno intorno al quale si misurano gli elementi di avanzamento della democrazia di un Paese come il nostro. Per questo motivo - e non a caso - parlo di infrastruttura civile, perché considero questo elemento il pilastro intorno al quale rimettere in piedi un sistema così decisivo per lo sviluppo del nostro Paese. È evidente - non ho alcuna intenzione di negarlo - che abbiamo avuto difficoltà. Per onestà intellettuale, mi piacerebbe sapere quale Paese al mondo non ne ha avuta. Sapete quanti sono gli studenti che sono rimasti a casa, nel mondo, in questa fase? Un miliardo e mezzo. Dato che il nostro Ministero ha collaborato anche con gli omologhi di altri Paesi europei, per sapere com'era la situazione, vi posso assicurare che anche qualche Paese molto grande non dico che abbia detto agli studenti «ragazzi cari, dobbiamo chiudere le scuole, ci rivediamo fra tre mesi o quando sarà», ma quasi, nel senso che la difficoltà è stata enorme dappertutto. Ce lo dobbiamo dire con sincerità, altrimenti non introduciamo un elemento di avanzamento nella nostra discussione. Abbiamo difficoltà anche noi? Certo, perché sappiamo bene che, nel momento in cui chiudiamo le scuole, dinanzi a un fatto gigantesco, quello che siamo riusciti a mettere in campo è stato molto utile, a mio avviso, ma inevitabilmente ha faticato, rispetto alla portata di eventi così clamorosi e giganteschi. Ma davvero si può non avere l'onestà intellettuale di riconoscere che una cosa come questa inevitabilmente produce un elemento di sofferenza? Penso che la didattica a distanza sia servita in una situazione come questa, e non è che avessimo grandi alternative, se non semplicemente chiudere. La didattica a distanza, invece, è stata comunque il modo per mantenere una qualche connessione. È diversa dalla scuola in presenza? Sì, completamente. Può sostituire la didattica normale? No, ovviamente. La nostra scuola, quella della Costituzione, si fonda innanzi tutto sulla socialità, sulle relazioni, sulla crescita e sulla formazione: è evidente che un meccanismo a distanza soffre un elemento di difficoltà; però, anche qua, proviamo a ricondurre questa cosa in un dibattito più normale. Abbiamo dovuto utilizzare la didattica a distanza, perché non c'era alcuna alternativa; naturalmente non immaginiamo né immagino per nessuna ragione al mondo la didattica a distanza come sostitutiva per il futuro di quella che abbiamo avuto nel corso della nostra storia. Possiamo però trarne comunque un elemento: le ragazze e i ragazzi hanno accumulato un'esperienza che invece potremo cercare di capire come non disperdere, con meccanismi integrati; perché dovremmo far disperdere un'esperienza che comunque è positiva e costituisce anche un altro modo e un'altra idea, per esempio, di utilizzare gli strumenti tecnologici? Lo vedo con i miei figli, i quali, con l'iPad, fino a tre mesi, giocavano semplicemente; il fatto che oggi lo usino non soltanto per giocare, ma anche con un altro tipo di testa, mi pare una cosa positiva, che non voglio disperdere.