[pronunce]

7.4.- In ogni caso, la prevalente giurisprudenza contraria alla validità dei contratti d'opera intellettuale conclusi, prima dell'entrata in vigore della legge n. 183 del 2011, da società di professionisti, comprese le società di ingegneria nel loro negoziare con privati, non è ostativa della possibile qualificazione dell'art. 1, comma 148, primo periodo, della legge n. 124 del 2017, quale norma di interpretazione autentica. Secondo questa Corte è, infatti, possibile adottare una norma interpretativa «anche in mancanza di contrasti giurisprudenziali, purché la scelta "imposta" dalla legge interpretativa rientri tra le possibili varianti di senso del testo originario (ex plurimis, sentenze n. 167 del 2018, n. 15 del 2018 e n. 525 del 2000)» (sentenza n. 133 del 2020 e, nello stesso senso, sentenze n. 227 del 2014, n. 271 del 2011, n. 209 del 2010 e n. 170 del 2008). A questa Corte «non è demandato un giudizio di fondatezza circa le divergenti interpretazioni emerse prima dell'intervento legislativo chiarificatore, che ad una di esse accorda la preferenza» (sentenza n. 127 del 2015, nello stesso senso, sentenza n. 170 del 2008). Le compete, invece, verificare che la disposizione abbia natura interpretativa sul piano sostanziale, accertando che il suo fine sia quello «di chiarire il senso di norme preesistenti ovvero di escludere o di enucleare uno dei sensi fra quelli ritenuti ragionevolmente riconducibili alla norma interpretata, allo scopo di imporre a chi è tenuto ad applicare la disposizione considerata un determinato significato normativo» (sentenze n. 77 del 2024, n. 70 del 2020, n. 15 del 2018, n. 73 del 2017 e n. 132 del 2016; nello stesso senso, sentenze n. 4 del 2024, n. 108 del 2019 e n. 127 del 2015). 7.5.- Ebbene, a fronte delle richiamate incertezze interpretative in merito ai contratti conclusi da società di professionisti, a seguito dell'entrata in vigore della legge n. 266 del 1997, il significato sostenuto dal legislatore con l'art. 1, comma 148, primo periodo, della legge n. 124 del 2017 può ritenersi compatibile con il testo dell'art. 24 della legge n. 266 del 1997, ricostruito a livello sistematico. Anzitutto, il primo periodo del comma 148 plausibilmente riconosce che l'art. 24, comma 1, della legge n. 266 del 1997 poteva avere un'«applicazione», così escludendo che tale previsione, contemplata in una norma primaria, fosse privata di qualsivoglia portata precettiva per effetto dell'inerzia da parte del potere esecutivo nell'adozione della fonte secondaria. In particolare, la norma interpretativa assume che la suddetta inerzia non ha inibito l'abrogazione dell'art. 2 della legge n. 1815 del 1939, da parte dell'art. 24, comma 1, della legge n. 266 del 1997, rispetto a quelle società, per le quali l'esercizio dell'attività professionale in forma societaria - cioè, quanto avrebbe dovuto regolamentare in generale la fonte secondaria - risultava già disciplinato da una legge di settore. Infatti, l'ambito applicativo del comma 148, primo periodo, della legge n. 124 del 2017 corrisponde esattamente a quello della legge n. 109 del 1994, il cui art. 17 (di seguito trasfuso nei codici dei contratti pubblici, che si sono susseguiti nel tempo) regolamentava i requisiti per l'esercizio dell'attività professionale da parte di società di ingegneria costituite nella forma delle società di capitali, ovvero delle società cooperative. Non a caso, l'art. 17, comma 8, della citata legge n. 109 del 1994 già abrogava, limitatamente alla conclusione dei contratti pubblici, il divieto di cui all'art. 2 della legge n. 1815 del 1939. L'art. 24, comma 1, della legge n. 266 del 1997 estende l'abrogazione anche alla stipula di contratti con soggetti privati. Ed è proprio quel che sancisce l'art. 1, comma 148, primo periodo, della legge n. 124 del 2017. La tesi della validità dei richiamati contratti non viene, del resto, contraddetta dal riferimento agli artt. 2231 e seguenti cod. civ. Una volta superato il divieto di cui all'art. 2 della legge n. 1815 del 1939, deve, infatti, prendersi atto che gli artt. 2231 e seguenti cod. civ. si preoccupano essenzialmente di imporre che la prestazione sia eseguita personalmente dal professionista, iscritto all'eventuale albo, e che dell'adempimento sia personalmente responsabile il medesimo professionista. Di tali esigenze si faceva espressamente carico l'art. 17, commi 9 e 14, della legge n. 109 del 1994, il cui contenuto normativo è stato riprodotto nei codici dei contratti pubblici, che si sono susseguiti nel tempo (supra, punto 4.2.2. del Considerato in diritto). Nelle fonti richiamate, si prevede che l'attività di progettazione faccia capo a uno o più professionisti iscritti negli appositi albi, nominativamente indicati e personalmente responsabili, e che nei progetti preliminari, definitivi ed esecutivi sia indicato il nome del progettista inteso come persona fisica; dopodiché se i progettisti sono più di uno, essi devono essere nominativamente indicati e sono responsabili in solido, per le attività professionali globali o specialistiche di cui sono incaricati. In ogni caso, gli stessi artt. 2231 e seguenti cod. civ. mettono a disposizione un apparato di rimedi, a tutela dell'utente, che opera sul piano dell'esecuzione del contratto e dell'adempimento della prestazione professionale. In conclusione, il significato che l'art. 1, comma 148, primo periodo, della legge n. 124 del 2017 assegna all'art. 24 della legge n. 266 del 1997, relativamente ai riverberi che tale previsione produce sui contratti conclusi da soggetti privati con società di ingegneria costituite nelle forme delle società di capitali o cooperative, risulta compreso fra quelli che poteva esprimere la portata testuale della citata disposizione, letta in raccordo con le leggi che regolano l'esercizio dell'attività professionale da parte di società di ingegneria (a partire dalla legge n. 109 del 1994). Fra l'art. 1, comma 148, primo periodo, della legge n. 124 del 2017 e l'art. 24 della legge n. 266 del 1997 viene, dunque, a crearsi un «rapporto duale», tale per cui «il sopravvenire della norma interpretativa non fa venir meno, né sostituisce, la disposizione interpretata, ma l'una e l'altra si saldano dando luogo a un precetto normativo unitario» (sentenza n. 133 del 2020 e, nello stesso senso, sentenza n. 397 del 1994).