[pronunce]

che, in primo luogo, il giudizio a quo si svolge davanti al Tribunale in composizione monocratica e, per il relativo procedimento, la preclusione che il rimettente mira a rimuovere è sancita, non già dall'art. 464, comma 3, cod. proc. pen. (l'altra norma censurata - l'art. 461, comma 1, cod. proc. pen. - si limita a stabilire il termine e le modalità dell'opposizione a decreto penale), ma da una norma distinta, anche se di identico contenuto: ossia l'art. 557, comma 2, cod. proc. pen. , non coinvolto nello scrutinio; che il rimettente censura, pertanto, una norma diversa da quella di cui deve fare applicazione nel giudizio principale (sulla manifesta inammissibilità della questione in simili casi, ex plurimis, ordinanze n. 256 e n. 193 del 2009, n. 301 del 2008); che, in secondo luogo, il giudice a quo motiva la rilevanza della questione con il rilievo che - secondo quanto asserito dal difensore - ove l'imputato avesse potuto esaminare il fascicolo del pubblico ministero con il supporto della difesa tecnica, avrebbe optato per il patteggiamento, anziché per il giudizio immediato (rito in fatto prescelto con l'atto di opposizione); che dalla narrazione della vicenda processuale contenuta nell'ordinanza di rimessione si desume, peraltro, che nessuna richiesta di patteggiamento è stata, in concreto, presentata dall'imputato, neppure successivamente all'opposizione; che la questione difetta, pertanto, di rilevanza, giacché la mera "anticipazione" dell'intento dell'imputato di richiedere il rito alternativo, che volesse eventualmente ritenersi implicita nell'eccezione di costituzionalità formulata dal difensore, non varrebbe comunque a rendere la questione stessa attualmente pregiudiziale rispetto alla definizione del giudizio a quo (in questo senso, con riferimento a fattispecie analoga, ordinanza n. 69 del 2008); e ciò a prescindere dall'ulteriore rilievo che il rimettente non precisa neppure se, nel giudizio principale, l'imputato sia ancora in termini per la presentazione della richiesta del rito alternativo in base alle regole ordinarie (art. 555, comma 2, cod. proc. pen.), regole che rimarrebbero pur sempre operanti ove venisse rimossa la preclusione censurata: donde un concorrente profilo di inammissibilità per difetto di motivazione sulla rilevanza, non superato dal generico accenno, fatto dal rimettente stesso, ad una «eventuale restituzione nel termine ai sensi dell'art. 175 cod. proc. pen.» (restituzione di cui non vengono affatto indicati i presupposti); che, in terzo luogo e da ultimo, il giudice a quo pone a fondamento delle proprie censure l'assunto che la fattispecie in esame sia pienamente assimilabile a quella già vagliata da questa Corte con la sentenza n. 120 del 2002: sentenza avente ad oggetto il termine per la richiesta di "conversione" del giudizio immediato in giudizio abbreviato previsto dall'art. 458, comma 1, cod. proc. pen. ; che, in base alla disposizione ora citata, l'imputato era ammesso a chiedere il giudizio abbreviato, a pena di decadenza, entro quindici giorni dalla notificazione del decreto che dispone il giudizio immediato; mentre l'art. 456 cod. proc. pen. prevedeva (e prevede), al comma 3, che il decreto di giudizio immediato è notificato all'imputato almeno trenta giorni prima della data fissata per il giudizio e, al comma 5, che al difensore è notificato l'avviso della data fissata per il giudizio entro il medesimo termine stabilito per l'imputato; che poteva di conseguenza avvenire che, a fronte della diversa scansione temporale delle due notifiche (rimessa alla discrezionalità dell'ufficio giudiziario), il difensore ricevesse l'avviso della data fissata per il giudizio immediato in un momento in cui il termine per presentare la richiesta di giudizio abbreviato era già scaduto o prossimo alla scadenza; che, a fronte di ciò, questa Corte ha ritenuto violato il diritto alla difesa tecnica - quale nucleo essenziale della garanzia di cui all'art. 24, secondo comma, Cost. - ribadendo che, ogni qualvolta l'esercizio di una facoltà processuale, sottoposta a decadenza, richieda la cognizione di elementi tecnici rientranti nelle competenze del difensore - come avviene segnatamente per la richiesta di giudizio abbreviato - il relativo termine non può essere fatto decorrere dalla notificazione all'imputato dell'atto da cui tale facoltà consegue, omettendo di attribuire rilevanza alla legale conoscenza dell'atto medesimo da parte del difensore; che l'art. 458, comma 1, cod. proc. pen. è stato dichiarato, dunque, incostituzionale nella parte in cui prevede che il termine entro cui l'imputato può chiedere il giudizio abbreviato decorra dalla notificazione del decreto di giudizio immediato, anziché dall'ultima notificazione, all'imputato o al difensore, rispettivamente del decreto ovvero dell'avviso della data fissata per il giudizio immediato; in tal modo, trasponendo sostanzialmente al termine per la formulazione della richiesta di giudizio abbreviato, di cui al citato articolo, la regola dettata per la decorrenza del termine di impugnazione dall'art. 585, comma 3, cod. proc. pen. : regola in forza della quale, ove la decorrenza risulti diversa per l'imputato e per il suo difensore, opera il termine che scade per ultimo; che, nel caso oggi in esame, il giudice a quo muove dal presupposto, implicito e indimostrato, che il termine di quindici giorni per proporre opposizione al decreto di condanna - e, conseguentemente, per effettuare la scelta dell'eventuale rito alternativo nell'ambito del procedimento per decreto - decorra esclusivamente, ai sensi dell'art. 461, comma 1, cod. proc. pen. , dalla notificazione del decreto all'imputato; che il rimettente non tiene conto, tuttavia, della circostanza che - a seguito delle modifiche introdotte dall'art. 20 della legge 6 marzo 2001, n. 60 (Disposizioni in materia di difesa d'ufficio) - il decreto di condanna deve essere attualmente notificato, non più al solo imputato, ma anche al difensore di ufficio (all'uopo designando) o al difensore di fiducia eventualmente nominato (art. 460, comma 3, cod. proc. pen.); che, a fronte di siffatta previsione, la giurisprudenza di legittimità largamente maggioritaria è dell'avviso che il difensore di ufficio sia autonomamente legittimato a proporre opposizione al decreto, alla luce delle regole generali di cui agli artt. 99 e 571, comma 3, cod. proc. pen. ; che, al tempo stesso, la giurisprudenza di legittimità è da tempo costante nel ritenere che l'opposizione a decreto penale di condanna sia inquadrabile nella categoria dei mezzi di impugnazione, donde l'applicabilità a tale rimedio delle norme generali sulle impugnazioni, ove non specificamente derogate; che fra tali norme rientra anche il già citato art. 585, comma 3, cod. proc. pen.: