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Nel centenario della fondazione del PCI, rendiamo onore ai suoi migliori rappresentanti, tra cui Pajetta, Berlinguer, Napolitano, per citarne tre soltanto, che con il loro lavoro e le loro idee hanno contribuito a rendere migliore il nostro Paese. Testo integrale dell'intervento del senatore Nencini sul 100° anniversario della fondazione del Partito Comunista Italiano A Livorno nasce una forza politica che si sposa con la speranza, infondata, della rivoluzione. Un partito impenetrabile, settario, condotto con pugno di ferro da Bordiga e da Terracini, non dall'intellettuale Gramsci, amato a Mosca ma inviso in Italia. Un partito totalmente al servizio di Mosca, illuso dal fare come in Russia quando lo stesso Lenin, a pochi mesi dal congresso, con i bolscevichi sconfitti alle porte di Varsavia e i focolai rivoluzionari ormai spenti ovunque nel cuore dell'Europa, confesserà a Costantino Lazzari che ciò che è utile alla causa è un'organizzazione di partiti fratelli che protegga la rivoluzione dei soviet. Non è ancora il partito che l'Italia conoscerà nel 1944. Un partito di massa, decisivo negli anni della Resistenza, importante nella tenuta delle istituzioni quando l'Italia verrà scossa dal terrorismo. Un partito di popolo, senza dubbio, eppure convertitosi molto tardi all'europeismo e, con buona pace di Scalfari, un partito che non ha mai potuto vantare una cesura netta del cordone ombelicale delle origini. Cito dagli ultimi due segretari. Resta dunque il nodo iniziale: Livorno 1921. L'origine di due visioni alternative: l'adozione della violenza per cambiare la storia, il gradualismo delle riforme per raggiungere una società più giusta. Chi si riunì nel Teatro San Marco non vide, peggio: ritenne l'esordio delle squadre fasciste l'ultimo spasmo della borghesia. Vietato collaborare con i liberali di Amendola e con don Sturzo. Anzi, scriverà Togliatti, loro sono i nemici in compagnia di Mussolini e Turati. Le riforme allontanano la prospettiva rivoluzionaria. Vanno bandite. Pochi tra coloro che restarono nel Teatro Goldoni compresero quale fosse il destino dell'Italia, non l'anima massimalista. Turati: ogni scorciatoia allunga il cammino. Meglio una conquista dopo l'altra, meglio la via socialdemocratica. Matteotti: corre a Ferrara, nel suo collegio, perché i fascisti hanno attaccato Comune e Camera del Lavoro. Della preoccupazione per il fascismo nascente, per l'offensiva degli agrari che arruolano bande fasciste per strappare ai braccianti l'imponibile di manodopera e le otto ore di lavoro appena conquistate da una donna, Argentina Altobelli, leader della Federterra, sotto il tetto sfondato del teatro San Marco non c'è traccia. Capisco: è dura accettare le ragioni delle minoranze. Leggo autorevoli dirigenti del PCI che si ostinano a dare giudizi più fondati sui loro desideri che non sui fatti. Meglio Gramsci di Turati, sostengono. Ma i fatti hanno la testa dura. Basta rileggere «Ordine Nuovo» o l'edizione torinese dell'«Avanti!» diretta proprio da Gramsci. Gramsci a Livorno non intervenne, non ebbe alcun ruolo, larga parte dell'analisi che anch'io condivido venne elaborata anni dopo il congresso, quando il fascismo spadroneggiava. Più di ogni altro ebbe ragione Anna Kuliscioff, che conosceva bene la Russia e l'Italia. L'unica rivoluzione che dopo Livorno cavalcò impetuosa fu quella nera. Il Polesine, il ferrarese, le campagne toscane, lombarde, piemontesi, poi le città a ferro e fuoco. Furono centinaia i morti scempiati: capi Lega, preti come don Minzoni, sindaci, gli ultimi con i crani sfondati. Voglio essere chiaro: la scissione non generò la reazione. I semi li aveva gettati la guerra. Fu invece un mastodontico errore politico a spalancarle la strada. Pochi giorni dopo il congresso, Matteotti intervenne a Montecitorio. Fu quella la prima relazione dettagliata sulle minacce e sulle aggressioni fasciste. Dall'estrema sinistra si levò appena un applauso. Integrazione all'intervento del senatore Errani sul 100° anniversario della fondazione del Partito Comunista Italiano Non si può qui non ricordare il grandissimo contributo che ha dato l'esperienza del Partito Comunista Italiano alla cultura italiana tramite i suoi intellettuali, dallo stesso Gramsci, a Sibilla Aleramo, a Concetto Marchesi, a Franco Rodano solo per fare alcuni esempi, all'enorme quantità di pubblicazioni, riviste, periodici, produzioni di ogni tipo curati dal Partito Comunista Italiano. Oltre a questo il Partito Comunista Italiano ebbe anche la capacità di essere sempre radicato nella realtà concreta della società in cui viveva e per questo ebbe un ruolo così importante nella sua storia l'esperienza riformista nel governo di tante città e regioni del Paese. Naturalmente non voglio qui nascondere le contraddizioni di quel percorso a partire dal legame con l'URSS seppure in una posizione via via sempre più critica che vede un passaggio cruciale nella condanna all'invasione sovietica della Cecoslovacchia. Questa dialettica vide una lotta molto intensa all'interno del Partito Comunista Italiano, ad esempio ricordo le posizioni di Di Vittorio sui fatti di Ungheria o l'espulsione del gruppo del Manifesto. Queste contraddizioni non impedirono però al Partito Comunista Italiano di essere un interlocutore fondamentale con i ragazzi e le ragazze di quel grande movimento che fu il '68. Il Partito Comunista Italiano seppe cogliere quella fase di grande trasformazione sociale che continuò per tutti gli anni '70. In quella fase fu protagonista Berlinguer, che per la mia generazione fu un grande punto di riferimento, autore di grandi intuizioni. La strategia del compromesso storico come chiave per superare l'impossibilità di governare e che si concluse con la tragedia del rapimento e dell'assassinio di Aldo Moro. La questione morale non già intesa come superiorità del Partito Comunista Italiano ma come un processo degenerativo del sistema politico italiano che non era più capace di garantire la qualità della democrazia e il ricambio della classe dirigente. Poi la sua politica internazionale in relazione all'Alleanza atlantica e all'esaurimento della spinta propulsiva della Rivoluzione di Ottobre, e mentre magari in Italia il Partito Comunista Italiano era criticato per il suo rapporto con l'URSS, Berlinguer e il PCI erano apprezzati nel mondo per l'autonomia. Infine vorrei citare l'intervista su 1984 e Orwell dove riprendendo una straordinaria intuizione di Gramsci in Americanismo e Fordismo vede con lungimiranza i grandi cambiamenti: la globalizzazione e mondializzazione dell'economia e una politica che vive una dimensione strettamente nazionale. Apre una riflessione sulla questione ambientale, sulle differenze di genere, la democrazia elettronica, le grandi novità che avrebbero caratterizzato i decenni successivi compreso il nostro. Poi arriva il 1989 con la svolta di Occhetto, giusta e più che matura. Lo dico senza nostalgie, perché tutto è cambiato.