[pronunce]

SENTENZA ha pronunciato la seguentenel giudizio di legittimità costituzionale dell'art. 2, comma 1, lett. n) della legge della Regione Abruzzo 30 dicembre 2004, n. 51 (Disposizioni in materia di ineleggibilità, incompatibilità e decadenza dalla carica di consigliere regionale), promosso, nel procedimento civile vertente tra D'Ambrosio Giorgio e la Regione Abruzzo, dal Tribunale di Pescara con ordinanza del 1° marzo 2005, iscritta al n. 330 del registro ordinanze del 2005 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 27, prima serie speciale, dell'anno 2005. Udito nella camera di consiglio dell'8 febbraio 2006 il Giudice relatore Sabino Cassese.. Ritenuto in fatto Considerato in diritto 1.- Il Tribunale di Pescara ha sollevato questione di legittimità costituzionale dell'art. 2, comma 1, lettera n), della legge della Regione Abruzzo 30 dicembre 2004, n. 51 (Disposizioni in materia di ineleggibilità, incompatibilità e decadenza dalla carica di consigliere regionale), per contrasto con gli artt. 3 e 51 della Costituzione. Il giudizio era stato instaurato dal sindaco di un comune della regione con popolazione superiore a cinquemila abitanti, mediante ricorso in via d'urgenza ai sensi dell'art. 700 cod. proc. civ. , al fine di ottenere il riconoscimento del suo diritto di candidarsi nelle elezioni del Consiglio regionale dell'Abruzzo (fissate per il 3-4 aprile 2005), così da poter soddisfare la sua “intenzione” di presentarsi nella circoscrizione di Pescara; diritto a lui negato dall'art. 2, comma 1, lettera n), della legge regionale n. 51 del 2004, che sancisce l'ineleggibilità alla carica di consigliere regionale dei sindaci dei comuni della regione aventi una popolazione superiore a cinquemila abitanti. Rigettato il ricorso dal giudice designato, che respingeva anche l'eccezione di incostituzionalità sollevata dal ricorrente in ordine alla stessa disposizione, l'interessato proponeva reclamo al collegio ai sensi dell'art. 669-terdecies cod. proc. civ. Il Tribunale, ritenuto che la decisione richiesta non potesse prescindere dall'applicazione della disposizione in esame, sulla quale il reclamante aveva riproposto l'eccezione di incostituzionalità, revocava il provvedimento del giudice designato e adiva la Corte costituzionale. 2.- Sul piano della ricostruzione normativa, osserva il Tribunale che, da una parte, la legge 2 luglio 2004, n. 165 (Disposizioni di attuazione dell'articolo 122, primo comma, della Costituzione), ha fissato come “principio fondamentale” della legislazione regionale quello per cui la previsione di cause di ineleggibilità è ammessa «qualora le attività o le funzioni svolte dal candidato, anche in relazione a peculiari situazioni delle regioni, possano turbare o condizionare in modo diretto la libera decisione di voto degli elettori ovvero possano violare la parità di accesso alle cariche elettive rispetto agli altri candidati» (art. 2, comma 1, lettera a); dall'altra parte, e in attuazione di tale principio, l'art. 2, comma 1, lettera n), della legge regionale dell'Abruzzo n. 51 del 2004 ha stabilito – fra l'altro – che «[n]on sono eleggibili a presidente della giunta e a consigliere regionale ... i sindaci dei comuni della regione con popolazione superiore a cinquemila abitanti, nonché i presidenti e gli assessori delle province». Quanto alla non manifesta infondatezza, il rimettente rileva, in via preliminare, che, nell'individuare le attività e le funzioni suscettibili di “turbare o condizionare in modo diretto la libera decisione di voto degli elettori” o di “violare la parità di accesso alle cariche elettive rispetto agli altri candidati”, il legislatore regionale è autorizzato a considerare sia “categorie generali” di soggetti, sia “situazioni specifiche connesse a particolari situazioni locali”; e che nella prima ipotesi rientra l'ineleggibilità prevista dall'art. 2, comma 1, lettera n), della legge regionale dell'Abruzzo n. 51 del 2004 per i sindaci dei comuni della regione con popolazione superiore a cinquemila abitanti. Egli aggiunge che la figura del sindaco, come delineata dal decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267 (Testo unico delle leggi sull'ordinamento degli enti locali), è individualmente investita di importanti poteri pubblici e di rilevanti funzioni di amministrazione attiva; cosicché – stante che il territorio della Regione è ripartito in circoscrizioni elettorali corrispondenti al territorio di ciascuna provincia (legge della Regione Abruzzo 9 marzo 2002, n. 1, integrata per altri profili dalla legge regionale 13 dicembre 2004, n. 42) – “non sembra irragionevole” che il legislatore regionale abbia ravvisato una causa di ineleggibilità nell'essere sindaci di comuni con popolazione superiore a cinquemila abitanti. Del resto, un'analoga causa di ineleggibilità (relativamente ai sindaci dei comuni con popolazione superiore a ventimila abitanti) è posta, per l'intero territorio nazionale, dalla disciplina statale sulle elezioni della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica; talché, «se il legislatore nazionale ha ritenuto di dover fissare questa causa di ineleggibilità quale parametro generale per elezioni su base regionale (o comunque, per le elezioni alla Camera in regioni diverse dall'Abruzzo, in ambito ultra-provinciale), appare non irragionevole ed in linea con detto criterio la scelta del legislatore abruzzese di rendere non eleggibili i sindaci di comuni con oltre cinquemila abitanti per elezioni, quali quelle dei consigli regionali, che si svolgono su base provinciale». Senonché, l'ineleggibilità stabilita dalla legge regionale produce i suoi effetti non solo per il territorio della provincia in cui il sindaco e gli altri soggetti indicati dalla stessa legge (i presidenti e gli assessori delle province) esercitano il proprio mandato, ma anche per il resto del territorio regionale, e ciò non appare, ad avviso del rimettente, altrettanto giustificato e ragionevole, poiché, nelle circoscrizioni diverse dalla provincia nella quale i sindaci e gli altri soggetti esercitano il loro mandato, essi non potrebbero valersi dei poteri connessi alla loro carica, non essendo in grado di alterare la par condicio fra i concorrenti mediante forme di captatio benevolentiae o di metus publicae potestatis nei confronti degli elettori e, quindi, di influire indebitamente sulla competizione elettorale; donde l'asserita violazione dell'art. 51, primo comma, della Costituzione. Sotto un diverso profilo, il rimettente sospetta che la disposizione della legge regionale vìoli il principio di uguaglianza.