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Modifiche alla legge 5 febbraio 1992, n. 91, e altre disposizioni recanti nuove norme in materia di cittadinanza. Onorevoli Senatori . – La mancata riforma della legge sulla cittadinanza, che risale addirittura agli anni Novanta (legge 5 febbraio 1992, n. 91), e che più e più volte si è tentato inutilmente di modificare nelle passate legislature, rappresenta una ferita aperta per tutte quelle centinaia di bambine e bambini, ragazze e ragazzi, nati in Italia, e cresciuti frequentando la scuola italiana, i quali in base alla legge vigente devono attendere anche più di vent'anni per vedersi riconosciuta la cittadinanza italiana. Ad oggi infatti chi è nato in Italia può divenire cittadino italiano solo a condizione che vi abbia risieduto legalmente e ininterrottamente fino al raggiungimento della maggiore età e che dichiari, entro un anno dal compimento della maggiore età, di voler acquisire la cittadinanza italiana. Altra opzione per ragazzi e ragazze che appartengono a famiglie di immigrati è rappresentata dalla possibilità che i propri genitori facciano richiesta di cittadinanza e che la ottengano prima che i propri figli compiano diciotto anni. Occorre allora ricordare che quelli che oggi chiamiamo « alunni stranieri » sono per il 70 per cento ragazzi nati e cresciuti in Italia. E per noi chi nasce e cresce in Italia è italiano e nessuno deve poter togliere loro questo diritto. E sono italiani costretti a procedure burocratiche farraginose, lunghe ed estenuanti, talvolta inutilmente vessatorie, per riuscire a vedersi riconosciuto, spesso dopo più di due decenni, un diritto a lungo negato. Quello di cittadinanza. Questa situazione non è più accettabile. È una questione di civiltà. E bisogna avere coraggio. Perché è una battaglia che fa bene al nostro Paese e a tutti coloro che nel nostro Paese nascono, crescono, studiano e lavorano. La « cittadinanza » infatti attiene al rapporto tra individuo e Stato, riconoscendo l'ordinamento giuridico la pienezza di diritti civili e politici solo in capo ai cittadini. La cittadinanza si pone allora come un tassello indispensabile per la titolarità di diritti e doveri e per costruire una democrazia che sia realmente inclusiva. Per un'inclusione virtuosa, l'istruzione e la cultura sono certamente elementi irrinunciabili. D'altro canto è la scuola il luogo – per definizione – dove viene rappresentata innanzitutto la composizione plurale delle nostre comunità, e dove si incontrano le diversità e la ricchezza prodotta dai flussi migratori che attraversano il nostro Paese da più di quaranta anni. Nella scuola italiana, pubblica, laica, plurale, aperta a tutti senza distinzione alcuna come nei dettami costituzionali, e grazie alla sua libera organizzazione didattica e pedagogica, si apprendono il rispetto delle diverse culture, la conoscenza degli altri e di se stessi, il senso di appartenenza ad una comunità ampia e i valori fondanti della nostra Costituzione. Lo « ius soli » e lo « ius culturae » o « ius scholae » non sono fattispecie da considerarsi in contraddizione tra loro, ma anzi possono integrarsi l'un l'altro, in un sistema flessibile che da un lato riconosce l'importanza e la profondità del legame col territorio che si instaura con chi vi nasce sopra ( ius soli ) e, dall'altro, riconosce il legame profondo che vede nella scuola ( ius scholae ) l'istituzione fondante della nostra Repubblica e la custode dei valori, della storia, della memoria condivisa e delle aspirazioni future delle nuove generazioni di italiani e di italiane che costituiscono il collante dell'unità nazionale. Il presente disegno di legge intende dunque riconoscere e valorizzare fino in fondo entrambi questi legami, favorendo e incentivando il più possibile i processi di inclusione e interazione dei nuovi e delle nuove arrivate in Italia. Il Parlamento è chiamato al suo più nobile compito, ovverosia leggere la contemporaneità e tracciare una via possibile per il futuro, che non può che essere inclusivo e aperto alle diversità. Occorre allora coraggio per colmare questo solco tra ragazzi e ragazze, bambini e bambine: essere o non essere cittadine o cittadini segna infatti la differenza tra il sentirsi parte di un destino comune o spettatori passivi e marginali di un futuro collettivo. L'articolo 1, lettera a) , del disegno di legge introduce pertanto il cosiddetto « ius soli temperato », prevedendo che chi nasce in Italia da genitori stranieri sia cittadino italiano se almeno uno dei genitori è regolarmente soggiornante in Italia da almeno un anno al momento della nascita del figlio. Con l'articolo 1, lettera b) sono disciplinate le modalità di presentazione delle istanze per il riconoscimento della cittadinanza in base allo ius soli temperato e in particolare sono stati rimossi tutti i limiti temporali entro i quali l'istanza medesima deve necessariamente essere avanzata per essere valida. Si ritiene infatti che qualora vi sia il possesso dei requisiti richiesti dalla legge non ha alcun senso subordinare la presentazione d'istanza di cittadinanza a vincoli legati all'età del richiedente. L'articolo 1, lettera c) , del disegno di legge introduce invece il cosiddetto « ius scholae », prevedendo che il minore straniero che abbia fatto ingresso sul territorio della Repubblica italiana entro il compimento del dodicesimo anno di età e, ai sensi della normativa vigente, abbia frequentato regolarmente, nel territorio nazionale, per almeno cinque anni, uno o più cicli scolastici presso istituti appartenenti al sistema nazionale di istruzione o percorsi di istruzione e formazione professionale triennale o quadriennale idonei al conseguimento di una qualifica professionale, possa acquistare la cittadinanza italiana. Ai fini del computo dei cinque anni è stata considerata, come incentivo alla scolarizzazione e dunque all'integrazione dei figli minori, anche la frequenza presso le scuole dell'infanzia statali e paritarie facenti parte del sistema nazionale di istruzione. Con l'articolo 1, comma 1, lettera d) vengono apportate significative modifiche all'articolo 9 della legge n. 91 del 1992: da un lato – nell'ottica di favorire l'inclusione sociale, lavorativa e orientata alla partecipazione attiva nelle proprie comunità territoriali – si semplifica la procedura di concessione della cittadinanza, prevedendo la riduzione della durata del vincolo della residenza continuativa rispettivamente a: cinque anni per lo straniero o la straniera non appartenente ad uno Stato membro dell'Unione europea; tre anni se l'interessato è appartenente ad uno Stato membro dell'Unione europea; due anni se lo straniero è apolide o è stato riconosciuto come rifugiato, o se gli è stata accordata la protezione sussidiaria;