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un'attenzione maggiore al lavoro, alla crescita, alla competitività, all'innovazione e all'inclusione sociale, tenendo al centro i nostri giovani con un contributo ulteriore al fondo sociale europeo; un bilancio dell'Unione moderno per affrontare le sfide comuni e sostenere la crescita nazionale. Lasciatemi cogliere questa occasione per sottolineare l'urgenza di un cambio di passo dell'Unione europea, che deve proiettarsi sempre più verso le esigenze della società civile, essere più vicina ai popoli e ai cittadini. L'Italia è un Paese fondatore dell'Unione europea e un contributore netto al bilancio dell'Unione. Forti di questa nostra posizione, andiamo a Bruxelles con una manovra economica - come sapete - appena deliberata, di cui siamo orgogliosi e sulla quale intendiamo avviare un dialogo, confrontandoci senza pregiudizi. Siamo convinti che quella dell' austerity sia una strada non più percorribile. Tutte le misure al centro della manovra economica, sulla quale il Governo è impegnato e che certamente avrò modo di illustrare in maniera esaustiva anche alle istituzioni europee, ai nostri partner dell'Europa, sono improntate a favorire crescita, occupazione e a contrastare la povertà nel segno della stabilità sociale. Su questo posso garantirvi che il Governo tutto sta lavorando con consapevolezza e responsabilità senza sosta. L'architrave della nostra manovra è costituito dagli investimenti, ossia la componente che è mancata maggiormente nelle politiche economiche degli ultimi anni, che hanno determinato un ritardo di crescita del nostro Paese rispetto alla media europea. Per rilanciare gli investimenti agiremo su tre fronti: risorse, semplificazione delle procedure e potenziamento delle competenze e delle capacità progettuali del sistema Paese. Gli anni della crescita economica ci hanno insegnato che una società con profonde disuguaglianze nella distribuzione della ricchezza non è soltanto moralmente inaccettabile, ma rischia di frustrare e fare implodere l'economia stessa. Un Paese che ha 5 milioni poveri ha un problema evidente di giustizia distributiva e di tenuta sociale. Perfino le istituzioni internazionali, come il Fondo monetario internazionale, sostengono da tempo che un Paese con forti diseguaglianze sociali ed economiche non è e non può essere stabile. Lo stesso Fondo monetario internazionale nel 2017 chiedeva all'Italia di dotarsi di uno strumento universale di welfare e anche nel pilastro europeo dei diritti sociali viene ribadita la necessità di stabilire un programma di reddito minimo collegato al reinserimento nel mondo del lavoro. L'Italia rimane un attore indispensabile affinché le quattro sfide, che ho appena citato e riassunto, trovino una soluzione europea efficace e convincente. Questo ruolo intendiamo giocarlo con il massimo impegno, perché consideriamo l'appartenenza all'Europa parte irrinunciabile del programma di miglioramento delle condizioni socioeconomiche dei cittadini italiani e dei cittadini europei. Adesso permettetemi di entrare più specificamente nell'ordine del giorno delle varie questioni. In tema di immigrazione, nei lavori del Consiglio europeo si farà una prima valutazione sulle articolate conclusioni sottoscritte nel vertice dello scorso giugno. Abbiamo lavorato, e continuiamo a farlo, affinché nelle conclusioni di questo Consiglio europeo venga rispettata la priorità di un'equilibrata e tempestiva attuazione di tutti i contenuti che sono già passati nelle conclusioni del Consiglio europeo dello scorso giugno. In sostanza, continuiamo a considerare irrinunciabile che Stati membri e istituzioni comunitarie siano coerenti con quel cambio di prospettiva. Abbiamo infatti ottenuto che l'approccio europeo alla gestione della migrazione vada in direzione di un indispensabile equilibrio fra movimenti primari e movimenti secondari, di un riconoscimento del principio degli sforzi condivisi per gestire i migranti a seguito di un salvataggio in mare. In questo Consiglio europeo è dunque essenziale riaffermare l'impegno dell'Unione europea a rafforzare la collaborazione con i Paesi di origine e di transito e a investire di più e meglio nella gestione dei movimenti primari. Riaffermerò dunque l'elevata priorità di un rifinanziamento consistente e tempestivo da parte degli altri Stati membri del Fondo fiduciario dell'Unione europea per l'Africa, tecnicamente il Trust Fund for Africa. Investire per l'Africa oltre che in Africa è una priorità che ho sottolineato anche nella recentissima visita in Etiopia ed Eritrea, lo scorso 11 e 12 ottobre. La stabilità politica in quell'area, resa di nuovo possibile grazie allo storico accordo di pace firmato tra i due Paesi - l'ultimo il 16 settembre - è infatti essenziale e va incoraggiata offrendo una prospettiva socioeconomica che disincentivi sempre più il ricorso ai canali illegali della migrazione come fonte di guadagno. La pacificazione e lo sviluppo dell'intera regione del Corno d'Africa possono assicurare senz'altro condizioni di vita migliori alle popolazioni locali e contribuire a stabilizzare - come ho rappresentato anche ai leader dei due Paesi - il quadro dei rapporti internazionali e i flussi migratori. Durante la mia visita, in particolare ad Addis Abeba, ho anche incontrato i vertici dell'Unione africana - come sapete ha sede in tale città - e ad essi ho chiesto esplicitamente di farsi mediatori per incrementare gli accordi sui rimpatri, che oggi si fanno a livello bilaterale, e di sostenere la strategia che stiamo coltivando in Europa per la regolazione e la gestione dei flussi. In questa prospettiva, ho invitato i vertici dell'Unione africana a partecipare alla Conferenza di Palermo sulla Libia, che - come avrete già saputo - si terrà il prossimo mese di novembre. In questa direzione occorre anche che il Consiglio europeo incoraggi quell'alleanza Africa - Europa che lo stesso presidente Junker ha evocato nel suo ultimo discorso sullo stato dell'Unione a Strasburgo. I movimenti primari, in sostanza, rimangono prioritari per una gestione europea sostenibile e duratura dei flussi migratori e degli stessi movimenti secondari. Questo concetto continuerò a rimarcarlo e a ribadirlo con gli altri leader europei. Occorre, infatti, evitare - a mio avviso - l'illusione che i Regolamenti, e in particolare quello di Dublino, che riguarda il sistema europeo di asilo, possano risolvere le forti criticità relative ai movimenti primari e alla protezione dei confini esterni. Quando esamineremo la parte di conclusioni relative al contrasto del traffico di esseri umani e riguardanti la riforma del sistema europeo comune di asilo, richiamerò - come ho già fatto a giugno - il fondamentale principio dell'equa condivisione delle responsabilità, sancito dall'articolo 80 del Trattato sul funzionamento dell'Unione europea. Anche su questo dobbiamo consolidare quel cambio di paradigma raggiunto al Consiglio europeo dello scorso giugno. Finché non riceveremo concrete garanzie sull'avvio della preparazione di questo meccanismo, non accetteremo a scatola chiusa accelerazioni sui movimenti secondari. L'ho detto da subito ai leader europei che hanno più a cuore questa parte della regolamentazione riguardante i movimenti secondari. Mi riferisco, in particolare, alla riforma del sistema europeo comune di asilo, su cui continuiamo a ritenere essenziale una «logica di pacchetto», che leghi l'avanzamento di tutti e sette gli strumenti legislativi che lo compongono.