[pronunce]

SENTENZA ha pronunciato la seguentenel giudizio per conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato, sorto a seguito della delibera della Camera dei deputati del 17 gennaio 2001 relativa alla insindacabilità delle opinioni espresse dal deputato Vittorio Sgarbi nei confronti di Giuseppe Arlacchi, promosso dalla Corte d'appello di Roma con ricorso notificato il 26 luglio 2002, depositato in cancelleria il 7 agosto 2002 e iscritto al n. 33 del registro conflitti 2002. Visto l'atto di costituzione della Camera dei deputati; udito nell'udienza pubblica del 14 dicembre 2004 il Giudice relatore Guido Neppi Modona; udito l'avvocato Roberto Nania per la Camera dei deputati.. Ritenuto in fatto Considerato in diritto 1. - La Corte d'appello di Roma, con ordinanza del 15 giugno - 16 luglio 2001, depositata presso la cancelleria della Corte il 17 luglio 2001, ha proposto ricorso per conflitto di attribuzione nei confronti della Camera dei deputati in relazione alla delibera, adottata nella seduta di Assemblea del 17 gennaio 2001, che ha stabilito che le dichiarazioni pronunciate dal deputato Vittorio Sgarbi nel corso della trasmissione televisiva 'Sgarbi quotidiani' del 13 gennaio 1996 nei riguardi di Pino Arlacchi, costituiscono opinioni espresse nell'esercizio delle funzioni parlamentari a norma dell'art. 68, primo comma, della Costituzione. La Corte d'appello ricorrente - premesso che Pino Arlacchi aveva proposto appello avverso la sentenza del Tribunale civile di Roma che aveva respinto la sua domanda di risarcimento del danno per le dichiarazioni di contenuto diffamatorio che sarebbero state pronunciate in occasione della citata trasmissione – riferisce in particolare: - che traendo spunto da un processo allora in corso presso il Tribunale di Palermo nei confronti del senatore Giulio Andreotti e da un libro scritto da Pino Arlacchi, intitolato «Il processo. Giulio Andreotti sotto accusa a Palermo», il deputato Sgarbi aveva espresso nella trasmissione televisiva giudizi ritenuti da Arlacchi «lesivi della sua identità e del suo impegno scientifico, politico e civile contro la criminalità organizzata, dipingendolo come un 'mercante della giustizia'» che aveva tratto immeritate fortune e vantaggi anche economici dall'opera dei 'pentiti', sfruttando il fenomeno mafioso e lucrando «sulla pelle» di imputati per reati di mafia, tra cui lo stesso Andreotti, e sottolineando che proprio Arlacchi nella precedente legislatura era stato nominato consulente del Ministero dell'interno del Governo presieduto dal senatore Andreotti, ricevendo per detto incarico la somma di duecento milioni di lire; - che in pendenza dell'appello proposto da Pino Arlacchi nei confronti della sentenza di primo grado, che aveva ritenuto sussistenti gli estremi della scriminante del diritto di critica e di cronaca, era intervenuta la deliberazione di insindacabilità della Camera dei deputati del 17 gennaio 2001. Ciò premesso, la ricorrente ritiene che la Camera dei deputati abbia esercitato male il proprio potere, affermando arbitrariamente l'esistenza del nesso funzionale tra le espressioni ritenute diffamatorie e l'attività parlamentare del deputato convenuto, in quanto le frasi pronunciate nella trasmissione televisiva non possono dirsi collegate all'esercizio della funzione parlamentare, costituendo semplici apprezzamenti personali formulati dal deputato alla stregua di un qualsiasi privato cittadino. La Corte d'appello solleva pertanto conflitto di attribuzione, chiedendo alla Corte costituzionale di dichiarare che non spetta alla Camera dei deputati affermare l'insindacabilità, a norma dell'art. 68 Cost., delle opinioni espresse dal deputato Vittorio Sgarbi, e di annullare, di conseguenza, la relativa deliberazione. 2. - Il ricorso, dichiarato ammissibile con ordinanza n. 379 del 10 luglio 2002, depositata il 23 luglio 2002, è stato notificato alla Camera dei deputati insieme all'ordinanza il 26 luglio 2002 e depositato nella cancelleria della Corte costituzionale il 7 agosto 2002. 3. - Con atto depositato il 5 agosto 2002 si è costituita la Camera dei deputati in persona del suo Presidente pro tempore, chiedendo che la Corte dichiari improcedibile o inammissibile il conflitto e in subordine, nel merito, che spetta alla Camera affermare l'insindacabilità, a norma dell'art. 68, primo comma, Cost., delle opinioni espresse dal deputato Sgarbi oggetto del giudizio pendente davanti alla Corte d'appello di Roma. La difesa della Camera precisa, in fatto, che nel corso della trasmissione televisiva del 13 gennaio 1996 il deputato Sgarbi ebbe a dire: «Questo perché avvenne? Perché la Rizzoli è proprietaria del 'Corriere della Sera'. Agnelli è proprietario della Rizzoli e proprietario del 'Corriere della Sera' [e] fa pubblicità a un libro che si vende sulla pelle di Andreotti e fa guadagnare il deputato progressista Arlacchi, pagato dal ministro Scotti e chiamato da Andreotti - così impara - a fare il consulente dei pentiti, su Buscetta, sulla mafia e su se stesso quando Andreotti era Presidente del Consiglio. Ti sei voluto chiamare Arlacchi? Ce l'hai adesso qua che fa pubblicità al suo libro per venderlo sulla tua pelle, caro Andreotti. Prova di grande gusto, di grande sensibilità». Ciò premesso, la resistente ritiene che il giudizio sia inammissibile o improcedibile per plurimi motivi, e in particolare perché: a) nell'atto introduttivo non sono riprodotte le 'frasi' del deputato Sgarbi che dovrebbero costituire l'oggetto del conflitto; omissione che renderebbe carente la prospettazione del thema decidendum; b) il medesimo difetto impedirebbe inoltre «di discernere le dichiarazioni sulle quali si è formato il convincimento del giudice», dal momento che nel ricorso i 'giudizi lesivi della dignità e dell'impegnò di Arlacchi vengono espressi sulla base di una 'ricostruzione' soggettiva che non corrisponde al tenore testuale delle dichiarazioni e che rende «impossibile discernere se talune formule – non attribuibili al deputato, ma che nondimeno figurano nell'atto introduttivo – abbiano rivestito efficacia causale immediata e diretta nell'elevazione del conflitto». Nel merito, la Camera ritiene errata la tesi della ricorrente secondo cui le dichiarazioni del deputato Sgarbi sarebbero escluse dalla garanzia del primo comma dell'art. 68 Cost. per il solo fatto che sono state pronunciate mentre svolgeva l'attività di conduttore di un programma televisivo, in quanto sarebbe contraddittorio escludere l'insindacabilità proprio quando si fa ricorso a strumenti che, come il mezzo televisivo, sono i più efficaci veicoli di comunicazione. In positivo, l'insindacabilità delle dichiarazioni in esame discenderebbe dalla loro riconducibilità ad attività parlamentari, posto che le proposizioni riguardanti «i (pretesi) vantaggi che il deputato Arlacchi avrebbe tratto dalle vicende giudiziarie del senatore Andreotti» andrebbero collegate al costante «impegno politico-parlamentare» del deputato Sgarbi sul tema del 'processo Andreotti', con particolare riguardo «al ruolo dei cosiddetti pentiti»