[pronunce]

24 maggio 1999, n. 145, convertito, con modificazioni, nella legge 22 luglio 1999, n. 234 - continuassero ad essere tenute "con l'applicazione delle disposizioni anteriormente vigenti" (salva, in caso di rinvio a giudizio, la citazione davanti al tribunale in composizione monocratica); che la norma perseguiva, in tal modo, un duplice obiettivo: di "salvaguardia delle garanzie dell'imputato", tramite la conservazione di un momento di verifica della fondatezza dell'accusa sul quale egli aveva ormai riposto "affidamento" (in tal senso, la relazione illustrativa del decreto legislativo n. 51 del 1998); e al tempo stesso di economia processuale, evitando una regressione del procedimento al pubblico ministero per la citazione diretta che avrebbe comportato, il più delle volte, un allungamento dei tempi del processo; che sopravveniva, peraltro, nelle more, la legge 16 dicembre 1999, n. 479 - entrata in vigore lo stesso 2 gennaio 2000 - la quale, senza incidere formalmente sulla norma impugnata, introduceva, per un verso, l'udienza preliminare anche in rapporto ad una parte dei reati a cognizione monocratica, e dettava, per altro verso, una disciplina sensibilmente innovativa tanto dell'udienza preliminare che del giudizio abbreviato; che, ciò premesso - a prescindere da ogni rilievo circa la reale idoneità della norma impugnata a precludere, in deroga al principio tempus regit actum secondo quanto postulato dai rimettenti, l'applicazione di disposizioni processuali dettate da una legge diversa e posteriore (se pur collegata), e tanto più di disposizioni concernenti un istituto distinto dall'udienza preliminare, qual è il giudizio abbreviato (istituto di cui il decreto legislativo n. 51 del 1998 si occupa in una separata norma transitoria: l'art. 223) - deve osservarsi come l'ordinanza di rimessione del giudice per le indagini preliminari del tribunale di Imperia risulti totalmente carente di indicazioni in ordine alla fattispecie concreta oggetto di giudizio; che, in particolare, il rimettente non precisa se si procede per reato attribuito alla cognizione del tribunale in composizione monocratica, e - ulteriormente - se si tratti di reato a cognizione monocratica per il quale, in base alla disciplina introdotta dalla legge n. 479 del 1999, non è più prevista l'udienza preliminare; che tale carenza si risolve in un difetto di motivazione circa l'applicabilità della norma impugnata nel giudizio a quo: giacché, se lo scopo di quest'ultima è - come accennato - esclusivamente quello di "far salva", per ragioni di "garanzia" e di economia processuale, l'udienza preliminare in corso o già fissata nell'ambito di procedimenti che tale udienza non prevedono più, è conseguente ritenere che, di fronte al diverso assetto delineato medio tempore dalla legge n. 479 del 1999, l'ambito applicativo della disposizione censurata resti circoscritto alla (per vero ristretta) fascia dei procedimenti - già di competenza del tribunale - che oggi, non soltanto sono attribuiti al giudice monocratico, ma per i quali si procede, altresì, con citazione diretta; che appare senz'altro erroneo, per converso, il presupposto interpretativo da cui muove il giudice per le indagini preliminari del tribunale militare di Cagliari, riguardo all'applicabilità della disposizione impugnata nel rito militare: tale disposizione, infatti, costituisce una mera "appendice" transitoria della nuova disciplina sulla composizione monocratica del tribunale ordinario, disciplina che - come chiarito dalla giurisprudenza di legittimità - deve ritenersi non estensibile, sia sul versante ordinamentale che su quello processuale, ai procedimenti davanti ai tribunali militari, la cui composizione speciale e "mista", con la partecipazione di un membro "laico", resta disciplinata dall'art. 2 della legge 7 maggio 1981, n. 180 (v. l'ordinanza di questa Corte n. 98 del 2001); che, pertanto, le questioni debbono essere dichiarate manifestamente inammissibili. Visti gli artt. 26, secondo comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87, e 9, secondo comma, delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale.. . per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE Riuniti i giudizi; Dichiara la manifesta inammissibilità della questione di legittimità costituzionale dell'art. 220 del decreto legislativo 19 febbraio 1998, n. 51 (Norme in materia di istituzione del giudice unico di primo grado), sollevata dal giudice per le indagini preliminari del tribunale di Imperia e dal giudice per le indagini preliminari del tribunale militare di Cagliari con le ordinanze e in riferimento ai parametri indicati in epigrafe. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 9 maggio 2001. Il Presidente: Ruperto Il redattore: Flick Il cancelliere: Di Paola Depositata in cancelleria il 17 maggio 2001. Il direttore della cancelleria: Di Paola