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Questa crisi, che è innanzi tutto un moltiplicatore di ingiustizie e disparità, torna a portare con forza sul nostro terreno della politica il fatto che mai per nessun motivo in democrazia può essere tollerato che l'istruzione sia un privilegio per pochi e non un diritto per tutti. Abbiamo fatto sforzi, noi, certo, per fare in modo che la didattica, attraverso finanziamenti per i tablet e le connessioni, arrivasse il più possibile a chi vive sulla propria pelle l'ingiustizia di nascere nel posto sbagliato o nella famiglia più debole. Sappiamo però che, nonostante i nostri sforzi, oggi viviamo la sconfitta di migliaia di ragazzi a cui non è assicurata la continuità didattica ed è precluso il bene più importante per la propria emancipazione. Per questo sappiamo che oggi stiamo vivendo una sconfitta che ogni giorno che si prolunga è insopportabile, perché la scuola è innanzi tutto socializzazione, prendersi cura gli uni degli altri, sapersi fare carico dei problemi degli altri, che ci fanno maturare coscienza civile e politica. Ho cominciato a maturare il mio impegno politico perché a scuola, alle elementari, non sopportavo che i ragazzi che venivano dalla campagna fossero trattati peggio di quelli che venivano dal paese. È la consapevolezza del mondo che ci circonda. Questo è il tema che oggi abbiamo, per cui dobbiamo fare in modo di avere un piano per la ripartenza. Averlo per la scuola significa avere un piano per l'infanzia e per l'adolescenza, per coloro - soprattutto i bambini più piccoli e i ragazzi che vivono un bisogno educativo speciale o una disabilità - che hanno bisogno di tornare, di stare con gli altri e di crescere insieme agli altri. Lì è la scuola repubblicana e non è un caso, signor Presidente e onorevoli rappresentanti del Governo, che la prima manifestazione che c'è stata dopo troppo tempo sia stata bellissima e colorata, di tantissimi ragazzi con le loro madri, i loro padri e i loro insegnanti, che hanno detto «fateci tornare a scuola, ne abbiamo bisogno come dell'ossigeno o del pane», perché la scuola è una grande intelligenza collettiva. Inoltre, il cartello che più degli altri ha tenuto insieme quelle manifestazioni in così tante città d'Italia citava una frase di Antonio Gramsci: «Istruitevi perché avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza». Non possiamo farne a meno perché rischiamo di perdere intere generazioni, con un costo civile ed economico enorme. Tutto ciò ha assolutamente a che fare con il decreto-legge in esame. Noi abbiamo provato a farlo cercando di intervenire sul testo in discussione, che secondo noi (secondo me) era nato troppo circoscritto, troppo legato ad una sola urgenza, seppure importante, quella cioè di mettere in sicurezza l'esame di maturità, l'esame di Stato per gli ultimi anni dei cicli. Con i nostri emendamenti, invece, noi abbiamo provato a fare in modo che si occupasse di reinventare la scuola, di mettere in sicurezza il prossimo anno come anno straordinario che sappia reinventare la scuola a partire dai bisogni di chi oggi è escluso, di quei ragazzi che sono fuori dalla cittadinanza. Per farlo c'è bisogno di mettere al centro chi nella scuola lavora, chi in questi mesi, reinventandosi, ha fatto in modo che la didattica di emergenza andasse avanti, di tenere la mano nei confronti del ragazzo più distante. Penso innanzitutto agli insegnanti, con loro ai dirigenti scolastici, ai tecnici e agli amministrativi, ma innanzitutto agli insegnanti e tra di loro innanzitutto ai precari e tra di loro ai supplenti, che hanno fatto in modo di tenere vivo questo filo di comunità. Quando intervenni qui in Senato a metà marzo dissi che dovevamo assolutamente fare in modo di riuscire ad assumere più dei 24.000 precari che era stato pattuito e per questo venni anche rimproverato dal mio schieramento per aver detto troppo. Invece poi i nostri emendamenti hanno chiesto concretamente che ci fosse questo salto di qualità e noi oggi abbiamo un primo passo avanti, se è vero come è vero che nel cosiddetto decreto-legge rilancio avremo la possibilità di stabilizzare altri 16.000 insegnanti, oltre ai due concorsi per 24.000 ciascuno, per un totale complessivo di quasi 80.000. Abbiamo chiesto con forza che il decreto-legge in esame, nonostante all'inizio non trattasse questo tema, si occupasse della modalità con le quali dobbiamo stabilizzare gli insegnanti precari; si occupasse insomma del precariato, perché è il tema principale nella nostra società e nella scuola. Abbiamo detto con forza: guai a pensare di poter fare una prova in piena emergenza sanitaria con un rischio incalcolabile e guai anche - lo abbiamo detto con forza, rompendo un tabù - a pensare di poter valutare la qualità dell'insegnamento, di poter valutare un insegnante, sulla base di alcuni quiz a crocette, perché è un sistema profondamente ingiusto. In virtù di questa nostra iniziativa politica, dei nostri emendamenti, oggi sia l'una sia l'altra non ci sono più. Tuttavia, signor Presidente, si è ancora lontani da una soluzione e per questo oggi in Senato non ho votato con la maggioranza e per questo non voterò il provvedimento in discussione. Pervade ancora questo testo l'idea che essere precari sia una colpa, che non sia invece frutto dell'ingiustizia del sistema; non c'è in questo provvedimento quella valorizzazione della professione docente che è lo strumento che noi dobbiamo mettere al centro di qualunque procedura di stabilizzazione. C'è, invece, ancora, in maniera pervasiva, l'eco di un dibattito sbagliato, anche denigratorio nei confronti dei precari, che piuttosto che includerli e stabilizzarli, porta a marginalizzarli ancora, a tenerli nel limbo. Non voterò il provvedimento al nostro esame, signor Presidente, perché non c'è praticamente nulla su uno dei temi distintivi del nostro sistema scolastico: gli insegnanti di sostegno, il tema distintivo della didattica inclusiva, ciò che ha fatto grande la scuola nel nostro Paese in riferimento anche a tutto il resto dell'Europa e alle democrazie più avanzate a livello occidentale, perché appunto il sostegno è inclusione e cittadinanza. Il rischio di fare un passo indietro sul tema della valorizzazione della professione docente, il rischio di non affrontare il nuovo anno con strumenti importanti sul tema del sostegno, signor Presidente, è un macigno troppo grande su questo provvedimento. Noi non abbiamo bisogno infatti di tornare alla normalità; chi dice che noi dobbiamo tornare alla normalità dice una falsità, a meno che non voglia avallare una normalità fatta di disparità e di ingiustizie nella scuola e, quindi, nella società. Noi abbiamo bisogno di innovare, di cambiare; abbiamo bisogno di una grande discussione pubblica sulla scuola, abbiamo bisogno di una costituente per la scuola. Abbiamo bisogno di reclamare fondi per la scuola pubblica, che non ci sono, per più classi e più insegnanti.