[pronunce]

che la difesa dello Stato prospetta deduzioni di contenuto analogo a quelle di cui all'atto di intervento nel giudizio iscritto al n. 44 del registro ordinanze 2014; che con ordinanza del 31 ottobre 2013 (r.o. n. 55 del 2014), la Corte d'appello di Reggio Calabria, sezione civile, nella persona del giudice designato al fine di provvedere sulla domanda di equa riparazione in caso di violazione del termine ragionevole del processo, nel corso di un procedimento avente ad oggetto una domanda di equa riparazione proposta nei confronti del Ministero della giustizia dalla parte risultata soccombente nel processo presupposto, ha sollevato, in riferimento all'art. 117 Cost., in relazione all'art. 6, paragrafo 1, della CEDU, questione di legittimità del comma 3 dell'art. 2-bis della legge n. 89 del 2001, «nella parte in cui limita la misura dell'indennizzo (liquidabile in favore della parte che abbia subito un danno per la durata irragionevole del processo presupposto) al "valore del diritto accertato" senza alcuna ulteriore specificazione o limite, comportando in tal modo l'impossibilità di liquidare in alcuna misura un'equa riparazione in favore della parte che, nel processo presupposto, sia risultata interamente soccombente»; che il giudice rimettente riferisce, in punto di fatto: a) di essere investito del ricorso, proposto il 18 ottobre 2013, con il quale P.A. aveva chiesto l'indennizzo del danno subíto per effetto dell'irragionevole durata di un processo civile promosso nei suoi confronti da B.G. al fine di ottenere la cessazione delle turbative del possesso da parte dello stesso P.A. e di S.M., proprietari di un fondo confinante; b) che detto processo presupposto era stato definito con la sentenza del Tribunale ordinario di Messina n. 2379/2011, con la quale era stata rigettata la domanda proposta, con compensazione delle spese; che in punto di rilevanza e di non manifesta infondatezza della questione, la Corte d'appello rimettente svolge considerazioni identiche a quelle esposte nell'ordinanza della stessa Corte del 3 ottobre 2013 iscritta al n. 46 del registro ordinanze 2014; che è intervenuto nel giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che la questione sia dichiarata inammissibile o manifestamente infondata; che la difesa dello Stato prospetta deduzioni di contenuto analogo a quelle di cui all'atto di intervento nel giudizio iscritto al n. 44 del registro ordinanze 2014; che con ordinanza del 28 novembre 2013 (r.o. n. 56 del 2014), la Corte d'appello di Reggio Calabria, sezione civile, nella persona del giudice designato al fine di provvedere sulla domanda di equa riparazione in caso di violazione del termine ragionevole del processo, nel corso di un procedimento avente ad oggetto una domanda di equa riparazione proposta nei confronti del Ministero della giustizia dalla parte risultata soccombente nel processo presupposto, ha sollevato, in riferimento all'art. 117 Cost., in relazione all'art. 6, paragrafo 1, della CEDU, questione di legittimità del comma 3 dell'art. 2-bis della legge n. 89 del 2001, «nella parte in cui limita la misura dell'indennizzo (liquidabile in favore della parte che abbia subito un danno per la durata irragionevole del processo presupposto) al "valore del diritto accertato" senza alcuna ulteriore specificazione o limite, comportando in tal modo l'impossibilità di liquidare in alcuna misura un'equa riparazione in favore della parte che, nel processo presupposto, sia risultata interamente soccombente»; che il giudice rimettente riferisce, in punto di fatto: a) di essere investito del ricorso, proposto il 15 novembre 2013, con il quale P.L. aveva chiesto l'indennizzo del danno subíto per effetto dell'irragionevole durata di un processo civile promosso dai genitori, esercenti la potestà su di lui, all'epoca minore di età, nei confronti di un'Unità sanitaria locale di Milazzo al fine di ottenere il risarcimento del danno per le lesioni subite al momento della nascita, previo riconoscimento della responsabilità del personale medico e paramedico dipendente intervenuto nell'occasione; b) che detto processo presupposto era stato definito con la sentenza della Corte d'appello di Messina n. 189/2012, con la quale era stato rigettato l'appello proposto da P.A. e V.A. avverso il provvedimento del Tribunale di Messina che aveva disatteso la domanda risarcitoria; che in punto di rilevanza e di non manifesta infondatezza della questione, la Corte d'appello rimettente svolge considerazioni identiche a quelle esposte nell'ordinanza della stessa Corte del 3 ottobre 2013, iscritta al n. 46 del registro ordinanze 2014; che si è costituito nel giudizio P.L., ricorrente nel giudizio principale, chiedendo il rigetto della questione in quanto sollevata sulla base dell'erroneo presupposto interpretativo secondo cui il comma 3 dell'art. 2-bis della legge n. 89 del 2001 determinerebbe l'impossibilità di riconoscere un indennizzo a titolo di equa riparazione del danno subíto per effetto della violazione del termine ragionevole del processo in favore di chi sia risultato, nello stesso, soccombente; che la parte costituita osserva al riguardo che: a) l'art. 2 della legge n. 89 del 2001, che disciplina il diritto all'equa riparazione, riconosce lo stesso a chiunque abbia subito un danno per effetto del mancato rispetto del termine ragionevole di cui all'art. 6, paragrafo 1, della CEDU (comma 1) e stabilisce i casi nei quali l'indennizzo non è riconosciuto (comma 2-quinquies); b) l'art. 2-bis della stessa legge n. 89 del 2001 si limita invece a disciplinare, «a fronte del riconoscimento del diritto e alla sua esclusione nei casi» indicati al comma 2-quinquies dell'art. 2, le modalità con cui il giudice determina la misura dell'indennizzo; c) sulla base di tali artt. 2 e 2-bis, e in particolare del primo di essi, «che specificamente prevede i casi di soccombenza in cui non può essere riconosciuto alcun indennizzo», nonché «sulla base della costante giurisprudenza che non nega, in via assoluta, tale diritto [all'indennizzo] alla parte soccombente (poiché il fatto che il giudice, secondo l'art. 2-bis, secondo comma, debba tenere conto dell'esito del processo non implica che debba negare sempre e comunque il riconoscimento dell'indennizzo alla parte soccombente)», dovrebbe ritenersi che il censurato comma 3 dell'art. 2-bis «non nega affatto il diritto della parte soccombente a richiedere (e ottenere) una equa riparazione (nel caso in cui il giudice effettivamente accerti la sussistenza di tutti i requisiti»; d) la Corte di cassazione che, prima delle modifiche apportate dal d.l.