[ddlpres]

Modifica all'articolo 2 della legge 15 dicembre 1999, n. 482, in materia di tutela delle lingue storiche regionali. Onorevoli Senatori . – La legge 15 dicembre 1999, n. 482, recante norme in materia di tutela delle minoranze linguistiche storiche, ha sancito l'impegno della Repubblica alla valorizzazione del patrimonio linguistico e culturale d'Italia, in linea con l'articolo 6 della Costituzione, nonché avuta considerazione delle plurime Carte internazionali (quali la Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea del 2007; la Carta europea delle lingue regionali e minoritarie del Consiglio d'Europa del 1992, alla quale l'Italia ha aderito nel 2000; la Convenzione quadro per la protezione delle minoranze nazionali del Consiglio d'Europa del 1995, ratificata dall'Italia nel 1997) che promuovono e indicano il percorso di una decisa necessità di maturare una rinnovata sensibilità nei confronti del pluralismo linguistico, vero presidio di coesione sociale, apertura culturale e convivenza civile. L'educazione alla sensibilità multilinguistica, tuttavia, è un valore che richiede una semina molto precoce, radicata già nel terreno delle comunità primarie, e un tempo non breve di maturazione, per così dire, esperienziale. In questo, però, la fortuna dell'Italia è che il suo proprio patrimonio storico-culturale è intriso di un multilinguismo interno che non è invenzione moderna, non è un portato della globalizzazione, ma la normale esperienza di vita di tutte le genti d'Italia negli ultimi mille anni di quella straordinaria civiltà di cui noi stessi siamo frutto responsabile, cosciente e riconoscente. Fu certamente giusta e necessaria da un lato la spinta verso l'adesione universale ad una lingua che fosse una per tutti. D'altro canto, però, il conseguimento di una unità linguistica non necessariamente doveva né deve passare attraverso l'annientamento, commissivo od omissivo che sia, delle lingue storiche d'Italia. E se il passaggio alla lingua unitaria ha provocato in taluni casi – più o meno colpevolmente da ambo le parti – l'abbandono della lingua storica locale a favore della lingua unitaria, vi sono ancor oggi due realtà linguistiche storiche che particolarmente richiamano l'attenzione in ragione di motivazioni diverse per eziologia ma non dissimili per gli esiti. Proprio con particolare riferimento a queste due lingue storiche locali, l'agitarsi su questioni di interpretazione politica dei termini « lingua » e « dialetto » che pertengono invece alla tassonomia scientifica della glottologia, ha spesso fatto perdere di vista la realtà fenomenologica. Da un lato, infatti, veneto e siciliano dal punto di vista della struttura linguistica sono sufficientemente, e abbondantemente, diversi dall'italiano da potersi definire oggettivamente « lingue »; dall'altro la loro sussistenza diventa fenomeno che riguarda da vicino, e da dentro, un vastissimo numero di cittadini italiani, e invero anche di stranieri che convivono con l'esistenza obiettiva e capillare di tali lingue sul territorio. Anche a loro, come persone, occorre pensare quando si discute di lingue: i diritti linguistici sono primariamente diritti della persona, prima ancora che interesse della comunità o valore culturale collettivo. Si aggiunga poi che entrambe queste lingue hanno una forte e scientificamente indiscussa dimensione marcatamente e coesamente sovraregionale. L' Atlas of World Languages dell'UNESCO ha riconosciuto come lingua (codice: VEC) il veneto, parlato in cinque regioni (storicamente nelle sette province del Veneto, nel Trentino, e in tutte e quattro le province del Friuli - Venezia Giulia, nonché, per le vicende delle bonifiche novecentesche, anche in Sardegna e nel Lazio) e il siciliano (codice SCN) che viene parlato in due regioni (Sicilia e Calabria)). Nel caso del veneto, come del siciliano, la dimensione linguistica si rivela addirittura transfrontaliera, essendo le parlate istrovenete ancor oggi patrimonio vivo dell'italianità di quelle zone tra l'Istria slovena e l'Istria croata che furono parte integrante e assai attiva della Serenissima Repubblica Veneta per secoli. Peraltro, questa presenza della lingua veneta in tre Stati ha attirato l'attenzione anche a livello europeo, dove una interrogazione parlamentare (E-001585-18 del 15 marzo 2018) ha chiesto alla Commissione europea se progetti europei possano essere finanziati anche per lingue non ancora riconosciute a livello statuale, ma che siano presenti in almeno tre Stati dell'Unione: la risposta è stata affermativa. Atteso che siciliano e veneto dal punto di vista genealogico - linguistico sono accademicamente definiti come lingue, l'uso improprio e scientificamente scorretto dei termini « dialetto » e « lingua » non può e non deve consentire di aggirare la loro palese meritevolezza di tutela, né può spiegare l'irragionevole loro esclusione dal novero delle lingue riconosciute a norma del dettato legislativo de quo nella sua formulazione originaria e parimenti secondo la ratio legislativa tunc et nunc . Ciò che risulta dagli ormai vent'anni di applicazione della legge 15 dicembre 1999, n. 482, con riferimento alle tre lingue puramente autoctone ivi riconosciute – notabilmente friulano, ladino e sardo – è che tali lingue erano e sono ancora ricchissime di varietà interna. Se la forte presenza di diversità linguistiche interne non impedì di riconoscere il friulano, il ladino e il sardo, non si vede come tale argomento debba essere fatto pesare a sfavore per il veneto o il siciliano. Il sociolinguista Berruto, a tal proposito, sul portale dell'istituto Treccani, riporta che le differenze che intercorrono tra la lingua nazionale e le lingue già riconosciute dalla legge, come il friulano e il sardo, sono paragonabili a quelle che intercorrono tra la lingua nazionale e lingue non riconosciute, come il siciliano e il veneto. Né si può dire che veneto e siciliano siano lingue piccole, giacché, giusto per esemplificare, il numero di parlanti veneto è quasi cinque volte superiore al numero di parlanti friulano e oltre cento volte superiore al numero di parlanti ladino, senza pensare poi che i nostri studenti si possono – giustamente – laureare in sloveno all'università, lingua che per dimensioni è inferiore tanto al veneto quanto al siciliano. Non possono essere antiche e oggi obsolete ragioni di Stato ad impedire il pieno riconoscimento formale di un dato fattuale evidente: queste due lingue in particolare, grazie al loro forte radicamento e alla loro tenuta, sono state viatico di trasmissione della cultura e altresì della lingua italiana nelle migliaia di comunità d'emigrazione italiana all'estero. Il servizio reso alla lingua e alla cultura italiana dalle due lingue storiche qui in parola è stato preziosissimo.