[pronunce]

1.9.3.- Sotto altro profilo il Tribunale di Ravenna richiama, in riferimento ai parametri di cui agli artt. 76 e 117, primo comma, Cost., quest'ultimo in relazione all'art. 24 CSE, come interpretato nelle decisioni del Comitato europeo dei diritti sociali ed in particolare nella decisione dell'11 settembre 2019, resa pubblica l'11 febbraio 2020, sul reclamo collettivo della CGIL, n. 158/2017. 1.9.4.- Il rimettente denuncia, altresì, la violazione dell'art. 3, primo comma, Cost., rispetto al tertium comparationis individuato questa volta nel meccanismo rimediale previsto per gli identici vizi dall'art. 18, commi quarto e settimo, della legge 20 maggio 1970, n. 300 (Norme sulla tutela della libertà e dignità dei lavoratori, della libertà sindacale e dell'attività sindacale nei luoghi di lavoro e norme sul collocamento), risultando ingiustificatamente discriminatorio, in assenza di un motivo ragionevole desumibile dalla comparazione degli interessi in gioco, applicare ai lavoratori assunti a partire dal 7 marzo 2015 il trattamento deteriore dell'art. 3, comma 1, del d.lgs. n. 23 del 2015 in luogo di quello spettante ai lavoratori assunti prima di tale data. 1.9.5.- Infine, il rimettente dubita della legittimità costituzionale della medesima disposizione, con riferimento all'art. 3, primo e secondo comma, Cost., laddove, in modo a suo avviso ingiustificato, non trovando rispondenza la penalizzazione eccessiva del lavoratore in una meritevolezza del vantaggio apportato al datore di lavoro, prevederebbe per il creditore-lavoratore subordinato un trattamento deteriore rispetto a quello riconosciuto al creditore in generale, ponendo un limite alla reintegrazione in forma specifica e al quantum risarcitorio. Il giudice a quo rileva che, pur rientrando nella facoltà del legislatore l'introduzione di limitazioni di responsabilità, al fine di contemperare i diritti del creditore con altri diritti e necessità del sistema o del mercato, tale bilanciamento dovrebbe comunque essere ragionevole mentre, nel caso di mancanza degli elementi costitutivi che legittimano il recesso per motivo economico, il volontario stato soggettivo di inadempienza del datore di lavoro difficilmente potrebbe ritenersi meritevole, ex art. 41, secondo comma, Cost., del duplice beneficio - esclusione della tutela ripristinatoria, benché possibile, e previsione di tetto massimo all'indennizzo - che gli assegna il legislatore del 2015. 1.10.- Tali plurime questioni convergono verso un petitum unitario. Il Tribunale rimettente conclude chiedendo che, sulla base di tutti i parametri evocati, sia dichiarata l'illegittimità costituzionale dell'art. 3 del d.lgs. n. 23 del 2015, nella parte in cui non prevede l'applicabilità del comma 2 anche in relazione al licenziamento determinato da «ragioni inerenti all'attività produttiva, all'organizzazione del lavoro e al regolare funzionamento di essa». 2.- Con atto depositato il 13 novembre 2023, si è costituita la parte ricorrente del giudizio a quo, argomentando la rilevanza e la fondatezza delle questioni di illegittimità costituzionale in esame con un richiamo, in termini adesivi, alle considerazioni formulate dal giudice rimettente. Concorda, in particolare, sulla prospettata inidoneità compensativa e dissuasiva dei rimedi solo risarcitori previsti dalla disposizione censurata rispetto alle previsioni di cui all'art. 24 CSE e sulla denunciata disparità di trattamento del creditore-lavoratore. 3.- È intervenuto in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, con atto depositato il 14 novembre 2023, chiedendo che le questioni siano dichiarate inammissibili e comunque non fondate. 3.1.- A sostegno dell'eccezione di inammissibilità, l'Avvocatura osserva, in via preliminare, che il giudice rimettente - pur muovendo correttamente dal principio che il legislatore ben può, nell'esercizio della sua discrezionalità, prevedere un meccanismo di tutela anche solo risarcitorio/monetario - non individua una soluzione costituzionalmente obbligata delle questioni che solleva, né enuncia in termini nitidi l'intervento idoneo a sanare le sperequazioni denunciate, sulla base di precisi punti di riferimento già presenti nella legislazione vigente. 3.2.- Nel merito, la difesa statale ritiene opinabile il sillogismo per cui i licenziamenti illegittimi - disciplinari o economici - siano tutti uguali, allorché ne sia accertata la mancanza di giustificazione per "insussistenza del fatto", ben potendosi ritenere più grave per la reputazione, la dignità e l'amor proprio del lavoratore l'addebito di un fatto disciplinarmente rilevante, del quale sia poi accertata l'inesistenza, rispetto alla evidenziazione di un fatto che legittima il licenziamento per motivi economici; la ragionevolezza della diversificazione si coglierebbe anche avuto riguardo allo scopo dell'intervento legislativo del 2015, in quanto l'alleggerimento delle conseguenze del licenziamento illegittimo dei lavoratori subordinati a tempo indeterminato, in funzione di incentivo all'instaurazione di rapporti di lavoro per chi di un lavoro fosse privo, sarebbe maggiormente giustificabile proprio in caso di licenziamento per motivi economici, dovendosi anche tenere conto che il giudice, nei casi in cui accerti un utilizzo strumentale del nomen iuris del licenziamento dispone degli strumenti - rinvenibili nella disciplina della frode alla legge, del motivo illecito ex art. 1345 del codice civile o, più in generale, dell'abuso del diritto - per pervenire alla declaratoria di nullità del licenziamento, e con essa alla tutela reintegratoria. L'Avvocatura rileva, poi, che i profili di censura indicati nell'ordinanza di rimessione finiscono per ricalcare quelli già diffusamente esaminati nella giurisprudenza di questa Corte (sentenza n. 194 del 2018), che ha ampiamente fugato il sospetto di contrasto con l'art. 3 Cost. della stessa disposizione, denunciata sotto il duplice aspetto della irragionevole disparità di trattamento tra vecchi e nuovi assunti e della inadeguatezza della tutela meramente indennitaria ad assolvere le prescritte funzioni di deterrenza e personalizzazione del danno. Inoltre, la difesa statale evidenzia la mancanza di argomentazioni idonee a sostenere il denunciato eccesso di delega; ipotizzando che il giudice rimettente ritenga violato il criterio di delega nella parte in cui fa riferimento alla regolazione dell'Unione europea e alle convenzioni internazionali, la censura sarebbe, comunque, non fondata, perché l'art. 24 CSE (laddove prescrive «il diritto dei lavoratori licenziati senza un valido motivo, ad un congruo indennizzo o altra adeguata riparazione») non può ritenersi che escluda l'adeguatezza dell'indennizzo previsto dall'art. 3, comma 1, del d.lgs. n. 23 del 2015.