[pronunce]

Con riguardo ad esso, il legislatore avrebbe operato un corretto bilanciamento tra la tutela dei diritti dell'imputato e quelli del testimone minore, stabilendo regole particolari a salvaguardia della serenità di quest'ultimo, in quanto soggetto vulnerabile. L'intervento richiesto dal giudice rimettente attenuerebbe invece ingiustificatamente lo stretto legame tra giudice e luogo di commissione del fatto, postulato dal principio del giudice naturale, di cui all'art. 25, primo comma, Cost., quale limite alla discrezionalità legislativa nella determinazione della competenza territoriale. Come posto in evidenza dalla giurisprudenza costituzionale, «il predicato della "naturalità" assume nel processo penale un carattere del tutto particolare, in ragione della "fisiologica" allocazione di quel processo nel locus commissi delicti» (è citata la sentenza n. 168 del 2006). L'attribuzione della competenza al giudice di tale luogo risponde, in effetti, non solo all'esigenza «simbolica» di riaffermare il diritto e la giustizia proprio nel luogo in cui sono stati violati, ma anche a considerazioni di ordine pratico, essendo, di norma, tale sede giudiziaria quella più idonea all'accertamento del fatto, in particolare nella prospettiva di una più agevole e rapida raccolta del materiale probatorio. La deroga agli ordinari criteri di competenza territoriale che il giudice a quo vorrebbe introdurre in nome della tutela dei diritti del fanciullo, prevista nella Convenzione di New York, comporterebbe un sacrificio del tutto sproporzionato del principio del giudice naturale rispetto all'obiettivo di non incidere sul benessere del minore, che, nel caso di specie, non sembrerebbe in pericolo e che risulterebbe, comunque sia, salvaguardato dalle speciali garanzie previste dall'ordinamento a tutela del minore stesso.1.- Il Giudice per le indagini preliminari del Tribunale ordinario di Lecce dubita della legittimità costituzionale degli artt. 398, comma 5, e 133 del codice di procedura penale, nella parte in cui non prevedono che - quando la mancata comparizione del minore chiamato a rendere testimonianza in sede di incidente probatorio sia dovuta a «situazioni di disagio che ne compromettono il benessere», alle quali sia possibile «ovviare» esaminandolo presso il tribunale del luogo della sua dimora - il giudice competente possa ritenere giustificata la mancata comparizione e delegare l'incidente probatorio al giudice per le indagini preliminari nel cui circondario il minore risiede. Ad avviso del giudice a quo, le norme censurate violerebbero l'art. 117, primo comma, della Costituzione, ponendosi in contrasto con le previsioni degli artt. 3 e 4 della Convenzione sui diritti del fanciullo, fatta a New York il 20 novembre 1989, ratificata e resa esecutiva con legge 27 maggio 1991, n. 176, in forza delle quali gli Stati parti debbono considerare «preminente» l'«interesse superiore» del fanciullo (intendendosi, per tale, ai sensi dell'art. 1 della Convenzione, il minore degli anni diciotto) in tutte le decisioni che lo riguardano - e, dunque, anche nella disciplina degli atti processuali - al fine di garantire il «benessere» del fanciullo stesso. Non consentendo di delegare, nei casi considerati, l'incidente probatorio al giudice del luogo di residenza del minore e imponendo, di conseguenza, l'accompagnamento coattivo di quest'ultimo, le disposizioni sottoposte a scrutinio farebbero, per converso, prevalere le esigenze di razionale distribuzione degli affari e di agevolazione del diritto di difesa - delle quali sarebbero espressione le norme sulla competenza territoriale - su quelle di tutela della serenità e dell'equilibrio del minore, «con totale soccombenza» delle seconde. 2.- L'eccezione di inammissibilità della questione formulata dal Presidente del Consiglio dei ministri non è fondata. Secondo l'Avvocatura generale dello Stato la questione sarebbe inammissibile sia per difetto di adeguata motivazione sulla rilevanza, sia per il suo carattere ipotetico: ciò, in quanto dall'ordinanza di rimessione emergerebbe chiaramente che, nel caso di specie, l'assenza del minore non è giustificata da un impedimento a comparire o da gravi difficoltà e che il problema sarebbe risolvibile tramite l'accompagnamento coattivo, con un sacrificio «non grave» delle ragioni del minore. Evitare, tuttavia, il sacrificio anche «non grave» delle ragioni del minore è proprio ciò a cui mira il giudice rimettente con la questione sollevata. 3.- Nel merito, la questione non è, tuttavia, fondata. La tematica su cui verte l'odierno quesito di legittimità costituzionale è quella dell'assunzione, mediante incidente probatorio, della testimonianza di una persona minorenne. A tal riguardo, il giudice a quo sottopone congiuntamente a scrutinio due norme, cui addebita la creazione di una situazione di mancata tutela del minore, contrastante con le evocate previsioni degli artt. 3 e 4 della Convenzione di New York sui diritti del fanciullo e, di riflesso, con l'art. 117 Cost., nella parte in cui, al primo comma, impone al legislatore il rispetto dei vincoli derivanti dagli obblighi internazionali. Le censure investono, in primo luogo, il disposto dell'art. 398, comma 5, cod. proc. pen. , che disciplina le condizioni di esperibilità dell'incidente probatorio per rogatoria, stabilendo che «[q]uando ricorrono ragioni di urgenza e l'incidente probatorio non può essere svolto nella circoscrizione del giudice competente, quest'ultimo può delegare il giudice per le indagini preliminari del luogo dove la prova deve essere assunta». Viene censurata, altresì, la disposizione dell'art. 133 cod. proc. pen. , che abilita il giudice a ordinare l'accompagnamento coattivo delle persone diverse dall'imputato - tra cui, anzitutto, il testimone - che, dopo essere state regolarmente citate, omettono di comparire senza legittimo impedimento nel luogo, giorno e ora stabiliti. In rapporto a tali previsioni, il giudice a quo formula un petitum a carattere additivo, fortemente "ritagliato" sulle peculiarità della vicenda concreta sottoposta al suo esame, concernente l'assunzione, mediante incidente probatorio, della testimonianza di un minore ultrasedicenne, asserita vittima di maltrattamenti da parte del convivente della madre: vicenda che ha visto il rimettente respingere, con un primo provvedimento - sorretto da ampia e analitica motivazione - le istanze di espletamento della prova nel luogo di residenza del minore, esterno al circondario del Tribunale ordinario di Lecce. Nell'occasione, il giudice a quo aveva ritenuto non soltanto che non ricorressero gli stringenti presupposti ai quali il citato art. 398, comma 5, cod. proc. pen.