[pronunce]

Il petitum del giudice a quo è però ben più esteso, consistendo in una richiesta di ridefinizione generale dei minimi edittali, sia per i promotori, sia per gli associati: intervento che andrebbe ad incidere anche sulle ipotesi di più elevata intensità criminale dell'associazione, rispetto alle quali nemmeno il rimettente pone in discussione la conformità a Costituzione delle pene previste.1.- Il GIP del Tribunale di Brescia dubita della legittimità costituzionale dell'art. 74 t.u. stupefacenti, nella parte in cui, al comma 1, punisce chi promuove, costituisce, dirige, organizza o finanzia un'associazione finalizzata a commettere più delitti tra quelli previsti dal precedente art. 73 con la reclusione non inferiore agli anni venti, anziché con la reclusione non inferiore agli anni sette; nonché, nella parte in cui, al comma 2, punisce chi partecipa all'associazione con la reclusione non inferiore agli anni dieci, anziché con la reclusione non inferiore agli anni cinque. Ad avviso del giudice a quo, le norme censurate violerebbero gli artt. 3 e 27 Cost., per contrasto con i principi di proporzionalità e ragionevolezza e con la finalità rieducativa della pena, stante il profondo divario esistente tra le pene minime da esse previste e le pene massime previste dal comma 6 dello stesso art. 74 t.u. stupefacenti per la partecipazione "qualificata" e "semplice" ad una associazione finalizzata a commettere fatti «di lieve entità» ai sensi del comma 5 dell'art. 73 (rispettivamente, sette e cinque anni di reclusione): profilo per il quale verrebbero a riproporsi le medesime criticità già riscontrate dalla sentenza n. 40 del 2019 di questa Corte, con riguardo al rapporto tra le fattispecie "ordinaria" e "lieve" del delitto di cui allo stesso art. 73. L'ampio iato sanzionatorio che separa le due ipotesi di reato farebbe, infatti, apparire le pene in questione palesemente sproporzionate rispetto ai casi nei quali l'associazione per il narcotraffico, pur non potendo essere inquadrata nell'ipotesi di minore gravità, si collochi in una "zona grigia" al confine tra le due fattispecie, o comunque sia non troppo "distante" da quella della fattispecie "lieve". Ciò, tanto più alla luce del fatto che l'associazione per il narcotraffico, in quanto forma speciale del delitto di associazione per delinquere qualificata unicamente dalla natura dei reati-fine, e non da specifiche connotazioni del sodalizio, si presta a ricomprendere fenomeni associativi dalle caratteristiche estremamente eterogenee e con ben diverso grado di pericolosità per i beni giuridici tutelati. Secondo il rimettente, al vulnus denunciato dovrebbe porsi rimedio allineando i minimi edittali della fattispecie "ordinaria" ai massimi edittali della fattispecie "di lieve entità", così da replicare, sul piano sanzionatorio, quel "continuum" che si riscontra, in punto di incremento dell'offesa all'interesse protetto, nella progressione dalla fattispecie "minor" alla "maior". 2.- Restano estranei alla valutazione di questa Corte gli ulteriori profili di illegittimità costituzionale, diversi da quelli dell'ordinanza di rimessione, prospettati nell'opinione dall'amicus curiae (sentenza n. 180 del 2021) e legati al raffronto tra le pene in discussione e quelle previste per altre figure criminose di natura associativa o prive di tale natura. Non può, infatti, non valere a fortiori, rispetto agli amici curiae, quanto affermato dalla costante giurisprudenza di questa Corte in ordine all'impossibilità, per le parti del giudizio incidentale, di ampliare con la prospettazione di ulteriori questioni o profili il thema decidendum delineato dall'ordinanza di rimessione (ex plurimis, sentenze n. 161 del 2023, n. 228 del 2022 e n. 202 del 2021). 3.- È opportuno che l'esame delle questioni sia preceduto da una sintetica ricostruzione del quadro normativo e giurisprudenziale di riferimento. 3.1.- I dubbi di legittimità costituzionale prospettati dal GIP di Brescia trovano il loro principale referente nella sentenza n. 40 del 2019, con la quale questa Corte ha dichiarato costituzionalmente illegittima la pena edittale minima del delitto di produzione, traffico e detenzione illeciti (inde, per brevità, «traffico illecito») di droghe "pesanti", prevista dall'art. 73, comma 1, t.u. stupefacenti. La decisione è intervenuta in una situazione nella quale, a seguito di una complessa successione di interventi del legislatore e di questa stessa Corte, il traffico illecito di droghe "pesanti" risultava punito, nell'ipotesi "ordinaria", con la reclusione da otto a venti anni, oltre la multa (art. 73, comma 1, t.u. stupefacenti), mentre il traffico illecito di stupefacenti di «lieve entità» - divenuto anch'esso fattispecie autonoma di reato - era punito, indipendentemente dalla tipologia di droga (e quindi anche nel caso di droghe "pesanti"), con la reclusione da uno a quattro anni, oltre la multa. Si era venuta, con ciò, a creare una vistosa frattura tra la pena detentiva minima della fattispecie "ordinaria" (otto anni di reclusione) e la pena detentiva massima della fattispecie "lieve" (quattro anni di reclusione): frattura apparsa irragionevole e sproporzionata, posto che le condotte "ai confini" tra le due fattispecie - "i più lievi tra i fatti gravi" e "i più gravi tra i fatti lievi" -, che dunque presentano un disvalore non identico, ma comunque sia simile o "contiguo", venivano ad essere trattate in modo profondamente diverso. Al riguardo, questa Corte ha in effetti rilevato che, se per costante orientamento della giurisprudenza di legittimità la fattispecie di lieve entità di cui all'art. 73, comma 5, t.u. stupefacenti può essere riconosciuta solo nell'ipotesi di minima offensività della condotta, deducibile, sia dal dato qualitativo e quantitativo, sia dagli altri parametri richiamati dalla disposizione (mezzi, modalità o circostanze dell'azione), «indubitabilmente molti casi si collocano in una "zona grigia", al confine fra le due fattispecie di reato»: il che rendeva «non giustificabile l'ulteriore permanenza di un così vasto iato sanzionatorio, evidentemente sproporzionato sol che si consideri che il minimo edittale del fatto di non lieve entità è pari al doppio del massimo edittale del fatto lieve». L'ampiezza del divario sanzionatorio condizionava, d'altro canto, inevitabilmente la valutazione complessiva che il giudice di merito doveva compiere al fine di accertare la lieve entità del fatto, «con il rischio di dar luogo a sperequazioni punitive, in eccesso o in difetto, oltre che a irragionevoli difformità applicative in un numero rilevante di condotte».