[pronunce]

SENTENZA ha pronunciato la seguentenel giudizio per conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato, sorto a seguito della deliberazione della Camera dei deputati del 27 maggio 2003 (doc. IV-quater, n. 73) relativa alla insindacabilità, ai sensi dell'art. 68, primo comma, della Costituzione, delle opinioni espresse dall'on. Vittorio Sgarbi nei confronti del dott. Giancarlo Caselli, promosso dal Tribunale di Bologna con ricorso notificato il 24 marzo 2005, depositato in cancelleria il 7 aprile 2005 ed iscritto al n. 19 del registro conflitti 2005. Visti l'atto di costituzione della Camera dei deputati nonché l'atto di intervento di Giancarlo Caselli; udito nell'udienza pubblica del 5 giugno 2007 il Giudice relatore Francesco Amirante; uditi gli avvocati Giuseppe Giampaolo per Giancarlo Caselli e Roberto Nania per la Camera dei deputati.. Ritenuto in fatto Considerato in diritto 1. –– Con ordinanza del 27 ottobre 2004 il Tribunale di Bologna ha promosso conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato, nei confronti della Camera dei deputati, in relazione alla delibera adottata il 27 maggio 2003 (doc. IV-quater, n. 73) con la quale – in conformità alla proposta della Giunta per le autorizzazioni – è stato dichiarato che i fatti per i quali il deputato Vittorio Sgarbi è sottoposto a procedimento penale per il delitto di diffamazione a mezzo stampa riguardano opinioni espresse da quest'ultimo nell'esercizio delle sue funzioni parlamentari e sono, quindi, insindacabili ai sensi dell'art. 68, primo comma, della Costituzione. Premette il Tribunale che il deputato Sgarbi è stato rinviato a giudizio, assieme al direttore del quotidiano “Il Resto del Carlino”, per aver offeso – con dichiarazioni asseritamente diffamatorie contenute in un articolo apparso sul menzionato quotidiano in data 31 dicembre 1998 – la reputazione del dott. Giancarlo Caselli, all'epoca Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Palermo, indicandolo espressamente quale causa della morte del magistrato Luigi Lombardini, avvenuta per suicidio in data 11 agosto 1998, in quanto avrebbe tenuto nei confronti di quest'ultimo un comportamento di violenza intollerabile, tale da condurlo alla disperazione e, quindi, al suicidio. Instauratosi, a seguito di querela da parte del dott. Caselli, il procedimento penale nei confronti del parlamentare, la Camera dei deputati, con la delibera oggetto di conflitto, ha affermato che le dichiarazioni sopra riportate devono ritenersi rientranti nella prerogativa di cui all'art. 68, primo comma, Cost., facendo proprie le conclusioni cui era pervenuta la Giunta per le autorizzazioni secondo cui tali dichiarazioni, oltre ad inserirsi nel contesto di una perdurante polemica politica condotta dal deputato nei confronti dell'operato di alcuni magistrati, trovavano anche una sostanziale corrispondenza nell'interrogazione a risposta orale presentata dal medesimo in data 15 settembre 1998 (Atto Camera n. 3-02843). Il giudice a quo rammenta poi che, nelle more del procedimento, è entrata in vigore la legge 20 giugno 2003, n. 140 (Disposizioni per l'attuazione dell'articolo 68 della Costituzione nonché in materia di processi penali nei confronti delle alte cariche dello Stato), precisando di aver sollevato, nel corso del medesimo giudizio, una questione di legittimità costituzionale dell'art. 3 di detta legge, ritenuto esorbitante rispetto ai limiti fissati dall'art. 68, primo comma, Cost. per l'immunità parlamentare. A seguito della decisione da parte della Corte costituzionale, con la sentenza n. 120 del 2004, della menzionata questione incidentale, il Tribunale di Bologna ritiene di aver conservato intatto il proprio potere di sollevare conflitto di attribuzione nei confronti della delibera di insindacabilità, in quanto nella citata sentenza è stato sostanzialmente ribadito il precedente orientamento della Corte secondo cui non tutte le affermazioni rese dai componenti del Parlamento possono godere della prerogativa costituzionale dell'insindacabilità, essendo invece sempre necessario che le opinioni rese siano legate dal citato nesso con l'attività di funzione. Da tanto – ad avviso del rimettente – consegue che, nel pensiero della Corte costituzionale, le attività di ispezione, divulgazione, critica e denuncia politica – che l'art. 3, comma 1, della legge n. 140 del 2003 riconduce all'art. 68, primo comma, Cost. – non rappresentano un indebito ampliamento della prerogativa costituzionale, perché devono comunque essere connesse con l'esercizio delle funzioni parlamentari. Tale nesso funzionale costituisce il punto di equilibrio tra le garanzie dei parlamentari, il principio di uguaglianza ed i diritti dei terzi oggetto delle dichiarazioni contestate. Questi principi sono stati ulteriormente confermati dalla più recente sentenza n. 246 del 2004, nella quale è stato ribadito che la portata del nesso funzionale deve essere valutata caso per caso. Nella fattispecie, la delibera di insindacabilità si fonda, secondo il Tribunale, su due presupposti: la sostanziale corrispondenza tra le dichiarazioni oggetto del processo penale e l'interrogazione parlamentare sopra richiamata, nonché l'interpretazione dell'art. 68, primo comma, Cost., fornita dalla Camera dei deputati, secondo la quale la prerogativa in questione ricomprende l'attività di denuncia e di critica da parte del parlamentare. Tali presupposti, però, appaiono al Tribunale in netto contrasto con la giurisprudenza costituzionale, e ciò da un lato perché non c'è corrispondenza tra le dichiarazioni rese alla stampa e l'atto di funzione invocato, dall'altro perché tali dichiarazioni solo genericamente possono ricondursi ad un'attività di denuncia e di critica. La non piena corrispondenza tra contenuto dell'interrogazione e dichiarazioni pubblicate dalla stampa emerge nella parte dell'articolo di giornale in cui il parlamentare prova ad immaginare una situazione opposta rispetto a quella da lui criticata, ossia immagina «Caselli a Palermo che, indagato per avere sequestrato innocenti con indagini insufficienti, come è realmente accaduto (Musotto, Lombardo, Scalone), viene interrogato da un pool di magistrati cagliaritani...guidati da Lombardini. Quale sarebbe stato l'umore di Caselli?». Queste ulteriori dichiarazioni, secondo il Tribunale di Bologna, non possono in alcun modo essere considerate divulgazione del contenuto dell'interrogazione parlamentare richiamata nella delibera della Camera, in quanto «assumono valenza di significato autonomo, ancorché riconducibile solo in parte alla medesima vicenda, nonché ricollegabili al medesimo oggetto di critica, ovvero l'operato di taluni magistrati». Richiamando le già citate sentenze n. 10 e n. 420 del 2000 della Corte costituzionale, il Tribunale rammenta che, quando vi sia una corrispondenza solo parziale e generica tra l'atto di funzione e le successive dichiarazioni, l'art. 68, primo comma, Cost. non può essere invocato. Nel caso di specie, l'interrogazione presentata dal deputato Sgarbi in data 15 settembre 1998 muoveva specifici rilievi sull'operato dei magistrati della Procura di Palermo, tra i quali il dott.