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Nel 1948 l'ipotesi del matrimonio fra due donne o fra due uomini non fu tenuta in nessuna considerazione dai padri costituenti anche a fronte della totale assenza di un dibattito pubblico sul tema e di una richiesta da parte dei soggetti interessati, troppo impegnati a sottrarsi al lacerante stigma sociale per reclamare l'uguaglianza dei diritti. Oggi, al contrario, si può affermare senza timore di smentita che esista nella società italiana una realtà assai diffusa di convivenze omosessuali stabili e alla luce del sole che reclamano l'uguaglianza dei diritti. Numerosi comuni italiani, già dagli anni Novanta, hanno dato vita a registri delle unioni civili o rilasciano attestati di costituzione di famiglia basata sui vincoli affettivi come risposta alla crescente richiesta di tutela da parte delle coppie di conviventi di fatto, soprattutto sulla spinta delle coppie gay e lesbiche a cui è ad oggi negato il diritto al riconoscimento giuridico della loro relazione. L'ISTAT non ha mai rilevato il numero delle convivenze more uxorio di coppie dello stesso sesso fino al censimento del 2011. Sarà dall'elaborazione di questi dati che avremo per la prima volta il numero delle coppie gay o lesbiche che hanno deciso di dichiararsi apertamente allo Stato. Sappiamo che si tratterà di un dato sotto stimato rispetto alla realtà, dato che oggi è ancora molto difficile in Italia dichiararsi omosessuale. Permane infatti, in numerosi contesti, uno stigma sociale che è aggravato dalla quasi totale assenza di una legislazione antidiscriminatoria. Sono in numero crescente le coppie omosessuali che si recano all'estero per potere accedere a un diritto negato in patria e dare suggello pubblico alla loro relazione e al loro progetto di vita comune. L'impossibilità di potere accedere al riconoscimento pubblico della propria condizione sociale di coppia non rappresenta solo una violazione del principio di uguaglianza nell'accesso a diritti concreti (come ad esempio quelli sul piano fiscale, previdenziale e successorio) ma comporta anche una lesione della propria dignità individuale e di coppia. Questo rappresenta un ostacolo al benessere individuale e una fonte di stress sociale a cui viene ingiustamente sottoposta una parte della popolazione a causa di una condizione personale, in violazione di quel principio di non discriminazione per orientamento sessuale che, come si è sopra ricordato, è sancito dal Trattato di Lisbona. Il presente disegno di legge elimina in quanto discriminatorie le disposizioni in materia di matrimonio che indicano espressamente le parole «marito e moglie» e che quindi, pur in mancanza di un espresso divieto o di una definizione legislativa, sono indice del fatto che il matrimonio non è aperto dalla legge ordinaria italiana anche alle coppie dello stesso sesso. In materia di cognome, si dispone che i coniugi dello stesso sesso debbano indicare il cognome della famiglia, scegliendolo tra i loro cognomi, dando comunque facoltà di continuare ad usare anche il proprio cognome originario che non sia stato scelto come cognome della famiglia. Tale previsione non incide in alcun modo sul cognome nel matrimonio tra persone di sesso diverso. Si correggono inoltre le disposizioni sul cognome in materia di divorzio. L'articolo 3 introduce una norma di chiusura che, senza incidere sui testi normativi, impone di interpretare in senso non discriminatorio ogni altra norma dell'ordinamento giuridico.. Art. 1. (Modifiche al codice civile in materia di matrimonio) 1. Al codice civile sono apportate le seguenti modificazioni: a) all'articolo 107, primo comma, le parole: «rispettivamente in marito e in moglie» sono sostituite dalle seguenti: «reciprocamente come coniugi»; b) all'articolo 108, primo comma, le parole: «rispettivamente in marito e in moglie» sono sostituite dalle seguenti: «reciprocamente come coniugi»; c) all'articolo 143, primo comma, le parole: «il marito e la moglie» sono sostituite dalle seguenti: «i coniugi». Art. 2. (Cognome tra persone dello stesso sesso) 1. Dopo l'articolo 143- bis del codice civile è inserito il seguente: «Art. 143- ter. - (Cognome tra persone dello stesso sesso). -- I coniugi dello stesso sesso stabiliscono il cognome della famiglia scegliendolo tra i loro cognomi. Lo stesso cognome è conservato durante lo stato vedovile, fino a nuove nozze. Il coniuge può anteporre o posporre al medesimo il proprio cognome, se diverso». 2. L'articolo 156- bis del codice civile è sostituito dal seguente: «Art. 156- bis. - (Cognome dei coniugi) . -- Il giudice può vietare a un coniuge l'uso del cognome dell'altro, quando tale uso sia gravemente pregiudizievole e può parimenti autorizzare un coniuge a non utilizzare il cognome dell'altro, qualora dall'uso possa derivargli grave pregiudizio». 3. All'articolo 5, secondo comma, della legge 1º dicembre 1970, n. 898, le parole: «la donna» sono sostituite dalle seguenti: «il coniuge». 4. All'articolo 5, terzo comma, della legge 10 dicembre 1970, n. 898, le parole: «la donna» sono sostituite dalle seguenti: «il coniuge» e le parole: «del marito» sono sostituite dalle seguenti: «stabilito a norma dell'articolo 143- ter del codice civile oppure quello». Art. 3. (Disposizioni finali) 1. Le parole: «marito e moglie», ovunque ricorrano, sono sostituite dalla seguente: «coniugi». 2. La parola: «marito» e la parola: «moglie», ovunque ricorrano, sono sostituite dalla seguente: «coniuge».