[pronunce]

1.4.- Riguardo, poi, all'intervento necessario al fine di rimuovere i vulnera costituzionali denunciati, il giudice a quo rileva come - ferma restando l'impossibilità per la Corte costituzionale di sostituirsi al legislatore nell'individuazione di un coefficiente di ragguaglio «adeguato» - un parametro oggettivo atto a fungere da guida in tale operazione sia comunque ricavabile dai criteri di delega enunciati dall'art. 3, comma 65, della stessa legge n. 94 del 2009. Detti criteri dimostrerebbero, infatti - come già evidenziato - che il legislatore intendeva inasprire le pene pecuniarie in termini reali in misura compresa da un minimo dell'11,49% a un massimo del 73,86%. Di conseguenza, dovrebbe ritenersi costituzionalmente illegittima la previsione di un criterio di ragguaglio che comporti un aumento della pena pecuniaria, applicata in sostituzione della pena detentiva, superiore, in termini reali, al 73,86% rispetto alla disciplina previgente, ossia ad euro 97 (il precedente coefficiente di ragguaglio di 38 euro corrisponderebbe, infatti, a 55,60 euro nel luglio 2009: cifra che, aumentata del 73,86%, porterebbe ad un valore di euro 96,66, arrotondabile ad euro 97). 2.- È intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che la questione sia dichiarata inammissibile. La difesa dello Stato rileva, anzitutto, come in rapporto alla disposizione denunciata non sia ravvisabile alcuna violazione dell'art. 76 Cost., sotto il profilo dell'eccesso di delega, in quanto l'art. 135 cod. pen. è stato direttamente modificato dal comma 62 (e non dal comma 65) della legge n. 94 del 2009. Quanto, poi, alla prospettata violazione dell'art. 3 Cost., per la presunta irragionevole disparità di trattamento tra l'imputato cui sia applicata direttamente una pena pecuniaria e l'imputato al quale la pena pecuniaria sia applicata in sostituzione di una pena detentiva, le ipotesi poste a raffronto non sarebbero affatto omogenee, stante la «maggiore afflittività correlata all'applicazione di una pena detentiva, anche se sostituita». Insussistente sarebbe, infine, l'asserita contraddittorietà della disposizione denunciata rispetto alla complessiva finalità della legge n. 94 del 2009 e al contesto normativo di riferimento. Non vi sarebbe, infatti, alcun divieto di applicare, in sede di sostituzione delle pene detentive, un coefficiente di ragguaglio pari ad una frazione della somma di euro 250, conformemente al tenore letterale dell'art. 135 cod. pen. : conclusione, questa, avvalorata tanto dall'inciso «per qualsiasi effetto giuridico», che compare nella norma, quanto dalla regola generale in tema di discrezionalità del giudice nell'applicazione della pena di cui all'art. 132 cod. pen.1.- Il Tribunale ordinario di Imperia, in composizione monocratica, dubita della legittimità costituzionale della disposizione combinata dell'art. 135 del codice penale, come modificato dall'art. 3, comma 62, della legge 15 luglio 2009, n. 94 (Disposizioni in materia di sicurezza pubblica), e dell'art. 53, secondo comma, della legge 24 novembre 1981, n. 689 (Modifiche al sistema penale), nella parte in cui prevede che, ai fini della sostituzione delle pene detentive brevi con la pena pecuniaria, il valore giornaliero della pena detentiva non possa essere inferiore ad euro 250, anziché ad euro 97. Il giudice a quo censura gli effetti indotti sull'istituto della sostituzione delle pene detentive brevi dall'avvenuto aumento - in assunto sproporzionato e irragionevole - del coefficiente di ragguaglio tra pene detentive e pene pecuniarie, di cui all'art. 135 cod. pen.: coefficiente che l'art. 3, comma 62, della legge n. 94 del 2009 ha elevato dai precedenti euro 38 agli attuali euro 250. Ad avviso del rimettente, l'assetto normativo che ne risulta si porrebbe in contrasto con l'art. 3 Cost. sotto tre distinti profili. In primo luogo, per l'irragionevole disparità di trattamento venutasi a creare tra gli imputati cui sia inflitta in via diretta una pena pecuniaria e gli imputati cui quest'ultima sia applicata in sostituzione di una pena detentiva. L'art. 3, comma 65, della legge n. 94 del 2009 ha delegato, infatti, il Governo ad aumentare le pene pecuniarie previste dalle singole norme incriminatrici sulla base di coefficienti che - secondo i calcoli del rimettente - implicherebbero un loro incremento in termini reali (al netto, cioè, della svalutazione monetaria) compreso tra un minimo dell'11,49% e un massimo del 73,86%. Per contro, il comma 62 dello stesso art. 3 ha incrementato, sempre in termini reali, il coefficiente di ragguaglio tra pene detentive e pene pecuniarie - e, con esso, l'ammontare minimo della pena pecuniaria applicabile in sostituzione di una pena detentiva - in misura nettamente superiore, e cioè (stando sempre ai calcoli del giudice a quo) del 349,64%. In secondo luogo, poi, la norma censurata violerebbe il principio di ragionevolezza, ponendosi in contraddizione con le finalità complessive della stessa legge n. 94 del 2009, la quale - sotto il profilo che interessa - doveva ritenersi diretta ad adeguare le pene pecuniarie al diminuito potere d'acquisto della moneta e ad inasprirle in modo sensibile, ma comunque non sproporzionato. In terzo luogo e da ultimo, la disposizione denunciata risulterebbe contraddittoria anche rispetto al contesto normativo in cui si inserisce, determinando un abnorme incremento dei «costi» della sostituzione della pena detentiva breve, che comprimerebbe fortemente le potenzialità applicative dell'istituto, in danno soprattutto delle persone meno abbienti: e ciò, sebbene lo stesso legislatore, appena pochi anni prima, avesse inteso dilatarne gli spazi di operatività, elevando da tre a sei mesi il limite di pena detentiva sostituibile con la pena pecuniaria (art. 4, comma 1, lettera a, della legge 12 giugno 2003, n. 134, recante «Modifiche al codice di procedura penale in materia di applicazione della pena su richiesta delle parti»). La palese eccessività della pena pecuniaria applicata sulla base dell'art. 53, secondo comma, della legge n. 689 del 1981 implicherebbe, per altro verso, la violazione dell'art. 27 Cost., che esige la proporzionalità del trattamento sanzionatorio rispetto alla gravità del reato. Secondo il rimettente, al fine di rimuovere il vulnus ai parametri costituzionali evocati, l'aumento del coefficiente di ragguaglio, che determina il valore giornaliero minimo delle pene detentive da sostituire, dovrebbe essere allineato alla misura massima dell'aumento delle singole pene pecuniarie, prefigurato dai criteri di delega di cui al citato art. 3, comma 65, della legge n. 94 del 2009 (73,86%, in termini reali):