[pronunce]

che l'art. 2 della Costituzione è evocato erroneamente, posto che tra i diritti inviolabili dell'uomo non rientra l'aspettativa dei consociati di vedere tutelata la propria sicurezza mediante una disciplina legislativa- quale quella auspicata dal rimettente - volta a generalizzare il ricorso alle misure cautelari limitative della libertà personale; che, quanto alle censure riferite all'art. 3 Cost., il rimettente pone a raffronto situazioni di fatto e processuali non omogenee, quali quelle dell'indagato, sia pure per il medesimo titolo di reato, arrestato in flagranza ovvero in stato di libertà; che di tale diversità di situazioni il legislatore ha tenuto opportunamente conto, stabilendo appunto che quando l'arresto in flagranza è stato eseguito per uno dei reati indicati nell'art. 381, comma 2, cod. proc. pen. , le misure coercitive possono essere disposte anche al di fuori dei limiti edittali di pena stabiliti dall'art. 280 cod. proc. pen. , all'evidente e non irragionevole fine di coordinare la facoltà di procedere all'arresto in flagranza con la possibilità di disporre all'esito della convalida, e dunque solamente quando l'arresto risulti legittimamente eseguito, misure coercitive (v. sentenza n. 4 del 1992 e ordinanza n. 148 del 1998); che spetta esclusivamente alla discrezionalità del legislatore determinare, nel rispetto del principio della riserva di legge stabilito dall'art. 13, secondo comma, Cost., i casi in cui il giudice può disporre restrizioni della libertà personale, ed è pure riservata alla discrezionalità del legislatore la determinazione dei casi eccezionali di necessità e urgenza in cui possono essere adottati provvedimenti provvisori limitativi della libertà personale ai sensi dell'art. 13, terzo comma, della Costituzione (cfr. sentenza n. 188 del 1996); che pertanto la questione va dichiarata manifestamente infondata. Visti gli artt. 26, secondo comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87, e 9, secondo comma, delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale.. . per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE Dichiara la manifesta infondatezza della questione di legittimità costituzionale degli artt. 280 e 391, comma 5, del codice di procedura penale, sollevata, in riferimento agli artt. 2 e 3 della Costituzione, dal giudice per le indagini preliminari del tribunale di Latina, con l'ordinanza in epigrafe. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 4 giugno 2001. Il Presidente: Ruperto Il redattore: Neppi Modona Il cancelliere: Di Paola Depositata in cancelleria l'8 giugno 2001. Il direttore della cancelleria: Di Paola