[pronunce]

3.- Con memoria illustrativa depositata in prossimità della camera di consiglio, il Presidente del Consiglio dei ministri ha insistito sulle conclusioni già rassegnate. A parere dell'Avvocatura generale dello Stato, la «specialità dell'ordinamento militare» e «l'assoluta indispensabilità di tutela di talune specifiche connotazioni del mondo militare» giustificherebbero differenze di disciplina tra legislazione penale militare e legislazione ordinaria, in particolare ove - come nel caso di specie - sussista «uno stretto legame con la salvaguardia del servizio militare e più in generale con il valore della disciplina militare». La fattispecie incriminatrice di cui all'art. 167 cod. pen. mil. pace, inserita nel Titolo II del Libro II che disciplina i reati contro il servizio militare - quest'ultimo inteso come «prestazione collettiva cui sono tenute le Forze armate» -, sarebbe posta a tutela di beni di uso militare, strumentali all'assolvimento dei compiti istituzionali delle Forze armate, in primis della difesa della Patria, e costituirebbe «applicazione sporadica del principio di integralità». La presenza di siffatta norma incriminatrice sarebbe indispensabile a garantire l'efficienza delle Forze armate e il corretto e tempestivo operato dei loro appartenenti. Del resto, e correlativamente, l'art. 723 del d.P.R. n. 90 del 2010, rubricato «Tenuta e sicurezza delle armi, dei mezzi, dei materiali e delle installazioni militari», porrebbe in capo a ciascun militare specifici doveri di cura e di adozione delle cautele necessarie al fine di impedire il deterioramento, la perdita o la sottrazione di detti beni militari. L'assenza, nell'art. 167 cod. pen. mil. pace, di una circostanza attenuante per i fatti di lieve entità - invece applicabile al sabotaggio «comune» ex artt. 253 e 311 cod. pen. - si giustificherebbe alla luce delle differenti finalità di tutela che connotano la prima fattispecie rispetto alla seconda. La condotta dell'appartenente alle Forze armate che danneggi, sia pure temporaneamente, il bene oggetto di tutela sarebbe già idonea a compromettere irreversibilmente il rapporto fiduciario con l'amministrazione di appartenenza e, di riflesso, «l'efficienza e la pronta operatività dello strumento militare, anche a detrimento della collettività». La disposizione censurata consentirebbe peraltro, sia pure in diversa forma rispetto alla disciplina «comune», di adeguare la risposta punitiva al caso concreto, con conseguente esclusione di ogni ostacolo alla funzione rieducativa della pena. La mancata previsione di una diminuente per i fatti di lieve entità si inserirebbe del resto coerentemente nell'ordinamento penale militare che, in caso di condanna alla reclusione di durata non inferiore a cinque anni, prevede tra l'altro l'applicazione della pena accessoria della degradazione, che comporta la privazione della qualità di militare. In definitiva, la differente disciplina del sabotaggio di opere militari recata dal codice penale militare di pace e dal codice penale - essendo giustificata dalla diversità dei beni giuridici tutelati - sarebbe conforme ai principi di ragionevolezza ed eguaglianza, così come declinati dalla giurisprudenza di questa Corte (sono citate le sentenze n. 46 del 1959, n. 53 del 1958 e n. 15 del 1960) e rappresenterebbe il frutto di un legittimo bilanciamento tra i diritti dell'appartenente alle Forze armate e la necessità di «maggiore realizzazione di altri interessi costituzionalmente garantiti in primis la difesa della Patria», che non comprometterebbe la funzione rieducativa della pena.1.- Con l'ordinanza indicata in epigrafe, la Corte di cassazione, sezione prima penale, ha sollevato - in riferimento agli artt. 3 e 27 Cost. - questioni di legittimità costituzionale dell'art. 167 cod. pen. mil. pace, censurandolo «nella parte in cui non prevede nell'ipotesi di sabotaggio per temporanea inservibilità attenuazioni della pena per fatti di lieve entità». 1.1.- L'art. 167, primo comma, cod. pen. mil. pace dispone: «[i]l militare, che, fuori dei casi preveduti dagli articoli 105 a 108, distrugge o rende inservibili, in tutto o in parte, anche temporaneamente, navi, aeromobili, convogli, strade, stabilimenti, depositi o altre opere militari o adibite al servizio delle forze armate dello Stato, è punito con la reclusione non inferiore a otto anni». 1.2.- Il giudice a quo censura, in riferimento ai due parametri costituzionali menzionati, la mancata previsione di una circostanza attenuante per i fatti di lieve entità, limitatamente all'ipotesi della condotta che abbia cagionato la temporanea inservibilità degli oggetti materiali individuati dalla disposizione incriminatrice. La censura è articolata in due distinti, ma convergenti, profili. Anzitutto, sotto il profilo di una allegata irragionevole disparità di trattamento rispetto alla parallela figura delittuosa di distruzione o sabotaggio di opere militari prevista dal codice penale comune all'art. 253: figura descritta in maniera identica dal legislatore - salva l'indicazione del soggetto attivo in «chiunque» in luogo del «militare» - e sanzionata anch'essa con la reclusione non inferiore a otto anni, ma alla quale risulta applicabile la circostanza attenuante di cui all'art. 311 cod. pen. , che prevede (per effetto della disposizione generale di cui all'art. 65 cod. pen.) la diminuzione della pena fino a un terzo «quando per la natura, la specie, i mezzi, le modalità o circostanze dell'azione, ovvero per la particolare tenuità del danno o del pericolo, il fatto risulti di lieve entità». In secondo luogo, anche a prescindere dal raffronto con la parallela disciplina del codice penale, la pena minima di otto anni di reclusione prevista dalla disposizione censurata costituirebbe una previsione di «asprezza eccezionale», suscettibile di condurre all'applicazione nel caso concreto di una pena non proporzionata alla effettiva gravità del fatto, in violazione dei principi di eguaglianza, di personalità della responsabilità penale e della funzione rieducativa della pena. 2.- L'Avvocatura generale dello Stato ha eccepito l'inammissibilità delle questioni, ma ha svolto unicamente argomenti concernenti il merito delle questioni medesime. L'eccezione va pertanto intesa come mera formula di stile, e deve essere per tale ragione disattesa. 3.- Le questioni sono fondate con riferimento agli artt. 3 e 27 Cost., congiuntamente considerati. 3.1.- In base alla costante giurisprudenza di questa Corte (per una più estesa ricapitolazione, sentenza n. 112 del 2019, punti da 8.1.2. a 8.1.4.