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nonostante le dichiarazioni ottimistiche relative al rilancio del gruppo, rilasciate a "Il Sole-24 ore" da Valdero Rigoni nel novembre 2018, il 9 aprile 2019 la Shernon presentava al Tribunale di Milano una richiesta di ammissione al concordato preventivo; il 23 maggio 2019 lo stesso Tribunale fallimentare di Milano ne ha però dichiarato il fallimento, nonostante fosse già stato fissato per il 30 maggio 2019 un incontro al Ministero dello sviluppo economico per valutare la crisi. L'incontro è stato anticipato al 27 maggio. Sempre da fonti stampa si apprende che sono oltre 500 le aziende fornitrici che vantano nel complesso 250 milioni di euro di crediti verso Shernon. Molte vantano ulteriori crediti verso l'amministrazione straordinaria svolta degli anni precedenti; da "Il Sole-24 ore" del 25 maggio 2019 si apprende che "Inoltre, secondo la ricostruzione della Procura della Repubblica, l'amministrazione straordinaria avrebbe ricevuto 10 milioni dalla Shernon: ma questi 10 milioni sarebbero arrivati dalla cessione da parte della Shernon del magazzino di Mercatone Uno a una società americana (con un guadagno di 8 milioni da parte di quest'ultima) e non da fondi nella disponibilità della stessa Shernon. Inoltre nei mesi di gestione la Shernon avrebbe accumulato 10 milioni di debiti verso l'erario, con 60 milioni di debiti verso fornitori. Non sarebbe stata versata l'Iva, come le ritenute d'acconto sui lavoratori". Sulla gestione Shernon si apprende inoltre che: "Tuttavia, col passare del tempo, la mancanza di finanziamenti e di liquidità ha fatto sì che, già negli ultimi mesi del 2018, la merce nei magazzini, e di conseguenza nei negozi, cominciasse a scarseggiare. A marzo 2019 i punti vendita risultavano sprovvisti di merce e la stessa non veniva più consegnata sebbene già venduta e pagata"; pare che i fornitori abbiano sempre manifestato a tutti gli organi competenti le proprie perplessità sull'operazione con Shernon Holding, che ha fatto così perdere ulteriori svariati mesi e di conseguenza altre ingenti risorse finanziarie, tra le quali una mancata entrata di 8 milioni di euro per la cessione di un magazzino, altri 60 milioni verso fornitori senza che venissero correttamente riforniti i rivenditori, e svariati milioni di euro, forse decine, verso l'erario. Tutto ciò senza tutelare i dipendenti, quasi 2.000, che considerando l'indotto potrebbero arrivare alle 10.000 unità; a parere degli interroganti la dichiarazione di fallimento è sicuramente utile per la tutela del patrimonio ma la connessa e immediata chiusura dei punti vendita ha impedito ad alcuni clienti che avevano già versato un acconto per merce ordinata e disponibile e quindi solo da ritirare, di concludere l'acquisto, ritrovandosi tra i creditori per la cifra anticipata, si chiede di sapere: come sia stato possibile selezionare come compratore, da parte del Governo pro tempore Gentiloni, una società con sede in un paradiso fiscale, senza un'adeguata patrimonializzazione; se per l'acquisto dell'azienda ci siano state altre offerte oltre a quella di Shernon e, nel caso, il motivo per cui sarebbero state scartate; quando i commissari straordinari abbiano ricevuto le prime segnalazioni dai sindacati e dai fornitori circa elementi di cattiva gestione, e quando siano iniziate le prime verifiche sul posto; se e come i Ministri in indirizzo intendano, con iniziative di competenza, intervenire per permettere la chiusura delle transazioni commerciali già in essere; se sia mai stata eseguita una verifica sulla destinazione dei flussi finanziari degli ultimi mesi, considerato che la nuova società ha provveduto alla svendita di beni mobili e immobili, senza effettuare nuovi acquisti e rifornimenti di materiali generando surplus a favore del compratore del magazzino citato; se sia stato riscontrato che, tra i debiti prededucibili in essere, vi siano circa 3,5 milioni di euro, all'apparenza non congrui, dovuti ad agenzie pubblicitarie e studi di consulenza. Atto n. 4-01738 ORTIS Al Ministro della giustizia Premesso che secondo quanto risulta all'interrogante: il 22 maggio 2019, una rivolta scoppiava nel carcere di Campobasso, coinvolgendo otto detenuti della casa circondariale. Immediatamente, la protesta assurgeva agli onori della cronaca locale e nazionale, anche perché avveniva in concomitanza con la presenza in città del ministro Trenta, nel capoluogo molisano per un comizio; come da informazioni note, poco prima delle sette di sera, un detenuto, brandendo un bastone, minacciava atti di autolesionismo con una lametta al collo, per abbandonarsi poi ad atti di vandalismo. A nulla valevano i tentativi di dialogo messi in atto dagli agenti penitenziari: aiutato da altri sette compagni, il recluso bloccava, con un cavo ricavato dalle telecamere già danneggiate, il blindato d'ingresso alla sezione del secondo piano; per poi appoggiarvi sopra materassi, a cui infine dava fuoco. L'incendio veniva prontamente spento dagli agenti, ma il fumo sprigionatosi, insieme ai ripetuti tentativi di dialogo da parte del vice comandante, finalmente induceva i detenuti ad aprire il blindato; i reclusi defluivano quindi nel cortile. Nel frattempo, la direttrice pro tempore della struttura, Irma Civitareale, faceva immediato ritorno da Cassino per parlare, insieme al Comandante, ai rivoltosi, riuscendo a tranquillizzarli. La protesta quindi rientrava e i detenuti venivano riportati nelle celle senza altri incidenti o danneggiamenti; il giorno seguente, il detenuto che aveva innescato la protesta veniva portato in un carcere extra distrettuale, mentre gli altri sette venivano trasferiti in istituti nel territorio del Provveditorato; nel frattempo, la Procura di Campobasso contestava loro i reati di interruzione di pubblico servizio, incendio, danneggiamento e resistenza a pubblico ufficiale. All'inchiesta si aggiungevano gli accertamenti avviati dal Dipartimento amministrazione penitenziaria di Roma e dal Provveditorato regionale dell'amministrazione penitenziaria; considerato che: come rilevato dall'interrogante nel corso di ispezioni, e come riferito dall'associazione Antigone, la vetusta e ormai inadeguata struttura carceraria, concepita nel 1830, terminata nel 1861, e ubicata nel centro cittadino, presenta notevoli problemi, versando in condizioni difficili. Stando all'ultimo rapporto del 2018, redatto dall'associazione: "L'istituto risale alla fine dell'Ottocento e - per la sua struttura fisica composta da 5 padiglioni separati fra di essi - non permette una vivibilità che possa rientrare nei dettami della sicurezza: né per i detenuti né per chi gestisce e dirige la struttura. " Inoltre "il clima detentivo (con il progressivo e crescente ingresso di detenuti stranieri) è diventato oramai una criticità di emergenza quotidiana, nonostante i rapporti con il personale penitenziario sia mediamente positivo.