[pronunce]

- La parte privata ha depositato, in data 4 settembre 2009, atto di costituzione, concludendo per la declaratoria di illegittimità costituzionale dell'art. 5, penultimo comma, della legge n. 705 del 1985, nei termini di cui all'ordinanza del T. A. R. del Lazio. In prossimità dell'udienza di discussione, poi, ha depositato una memoria illustrativa, insistendo per l'illegittimità costituzionale della norma censurata, nella parte in cui non consente ai professori collocati in aspettativa, in regime di impegno a tempo definito, di optare comunque per il regime di impegno a tempo pieno, alla scadenza del biennio di cui all'art. 11 del d.P.R. n. 382 del 1980. Dopo aver riassunto il giudizio a quo, la parte sintetizza i passi salienti dell'ordinanza di rimessione, la quale ha posto in evidenza come la norma impugnata contrasti con l'art. 3 Cost. sotto un duplice profilo: per ingiustificata disparità di trattamento e per irragionevolezza. Quanto al primo aspetto, sarebbe evidente che la disposizione dettata dall'art. 5 della legge n. 705 del 1982, consentendo ai professori, collocati in aspettativa obbligatoria in regime di tempo pieno, di optare per il regime a tempo definito, crea un ingiustificato regime di maggior favore per i professori a tempo pieno e comporta una irragionevole discriminazione per i professori a tempo definito, così ingiustamente penalizzati. Quanto al secondo profilo, la disposizione impugnata irragionevolmente consentirebbe ai professori in regime di tempo definito al momento del collocamento in aspettativa di esercitare l'opzione soltanto al termine dell'aspettativa stessa. Di fatto il professore collocato in aspettativa obbligatoria finirebbe per subire il regime nel quale si trovava al momento iniziale di essa, senza aver potuto valutare le conseguenze di tale scelta. Tali profili di illegittimità costituzionale non sarebbero superabili per via interpretativa, onde sarebbe indispensabile una pronuncia di questa Corte che preveda, anche per i professori in regime di tempo definito al momento del collocamento in aspettativa, la possibilità di esercitare l'opzione per il regime di impegno a tempo pieno, allo scadere del biennio di cui all'art. 11 del d.P.R. n. 382 del 1980. 4. - Il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, ha spiegato intervento nel giudizio di legittimità costituzionale con atto depositato il 20 ottobre 2009, sostenendo che la questione, per come proposta, sarebbe inammissibile o infondata. Ad avviso della difesa dello Stato, sarebbe lecito dubitare che l'ordinanza di rimessione contenga una valutazione effettiva della rilevanza e della non manifesta infondatezza della questione, in quanto il T. A. R. si limiterebbe ad accogliere in modo acritico le eccezioni di illegittimità costituzionale sollevate dal ricorrente (costituenti l'unico motivo d'impugnazione del provvedimento del rettore), rinviando in forma generica, per la valutazione della loro fondatezza, alla sola circostanza che, in forza dell'art. 13 del d.P.R. n. 382 del 1980, durante il periodo di aspettativa non cesserebbe ogni tipo di rapporto tra il professore e l'Università di appartenenza. Non sarebbe spiegato, però, perché i momenti di partecipazione del cattedratico in aspettativa all'attività istituzionale della propria Università renderebbero irragionevole e illogico rinviare alla fine del periodo di aspettativa la nuova scelta sul regime di impegno effettivo di quello stesso docente, che aveva inizialmente optato per il regime a tempo definito. Inoltre, l'ordinanza di rimessione non illustrerebbe i profili di non manifesta infondatezza con riguardo all'asserita disparità di trattamento rispetto a chi in origine aveva optato per il regime a tempo indeterminato. Di qui l'addotta inammissibilità della questione. Essa, comunque, sarebbe infondata nel merito, non sussistendo le lamentate violazioni dell'art. 3 Cost. In primo luogo, i due regimi di impegno dei professori, di cui si tratta, sarebbero molto diversi, derivanti da una libera scelta iniziale del docente e tali da giustificare un trattamento differenziato. Invero, alla forma d'impiego a tempo definito sarebbero collegati caratteri di eccezionalità e peculiarità rispetto a quella a tempo pieno, in guisa da determinare una serie di limitazioni e incompatibilità differenti rispetto a quelle previste per l'altra opzione, sicché le due categorie non sarebbero sovrapponibili. Richiamato il disposto dell'art. 5, penultimo comma, della legge n. 785 del 1985, la difesa dello Stato osserva che la detta norma, dopo aver previsto una disciplina generale applicabile a tutti i professori ordinari collocati in aspettativa (primi due periodi della norma medesima), prevede un'ipotesi eccezionale per il caso in cui il docente in aspettativa sia a tempo pieno. A quest'ultimo è concesso di optare per il tempo definito allo scadere del biennio "minimo", senza dover attendere la scadenza dell'aspettativa (terzo periodo). La ratio di tale disposizione derogatoria, ad avviso dell'interveniente, sarebbe quella di realizzare, da un lato, l'interesse del docente a tempo pieno ad ottenere la modifica del regime di impegno e, dall'altro, l'interesse pubblico ad incentivare scelte dei docenti che assicurino risparmi di spesa, considerato che, ai sensi dell'art. 40, primo comma, del d.P.R. n. 382 del 1980, la base pensionabile è commisurata al numero di anni prestati dal professore in regime di tempo pieno. La differenza di posizione del docente, collocato in aspettativa in regime di tempo definito, sarebbe palese. Per tale ipotesi il legislatore avrebbe ragionevolmente ritenuto, anche nell'ottica del contenimento della spesa pubblica, di non consentire al docente a tempo definito di optare per il tempo pieno, perché durante il periodo di aspettativa la sua prestazione professionale nei confronti dell'Università di appartenenza non potrebbe certo avere un incremento, ma anzi dovrebbe essere contenuta nei limiti previsti dall'art. 13, penultimo comma, del d.P.R. n. 382 del 1980. In sostanza, nessun interesse pubblico degno di tutela sarebbe ravvisabile nella opzione del docente che volesse, in costanza di aspettativa obbligatoria, modificare il proprio regime di impegno da tempo definito a tempo pieno. In prossimità dell'udienza di discussione l'Avvocatura dello Stato ha depositato memoria in cui ribadisce e sviluppa gli argomenti addotti nell'atto di intervento.1. - Il Tribunale amministrativo regionale del Lazio (d'ora in avanti, T. A. R.) dubita della legittimità costituzionale dell'articolo 5, penultimo comma, della legge 9 dicembre 1985, n. 705 (Interpretazione, modificazioni ed integrazioni al decreto del Presidente della Repubblica 11 luglio 1980, n. 382, sul riordinamento della docenza universitaria, relativa fascia di formazione nonché sperimentazione organizzativa e didattica), in riferimento all'art. 3, primo e secondo comma, della Costituzione.