[resaula]

È con questo spirito che in premessa, prima delle opinioni e delle proposte, voglio partire dalla realtà, dai fatti. Purtroppo, nel corso di questa terribile pandemia abbiamo tragicamente imparato che la realtà e i fatti non sempre coincidono con i nostri desideri e spesso prendono sentieri imprevedibili. Pochi numeri e la loro sequenza sono quasi sempre più chiari ed espliciti di mille parole. Il 31 maggio, quando l'Italia era già nella fase di uscita dal lockdown , nel mondo avevamo 5.934.936 contagiati e 367.166 deceduti. Oggi, a distanza di poco più di quaranta giorni, i contagiati hanno superato la soglia dei 13 milioni. Sono dunque più che raddoppiati e i deceduti, oramai, sono tragicamente ben oltre il mezzo milione. Di fronte a questi dati, a questi numeri impietosi, è del tutto evidente che non possiamo abbassare la guardia. Non dividiamoci su questo, vi prego. Anche nella comunità scientifica si dibatte legittimamente dinanzi a un virus che è e resta nuovo, ma nessuno - lo ripeto - nessuno dice che non bisogna mettere le mascherine, che non bisogna rispettare la distanza minima di un metro e le norme igieniche a partire dal lavaggio frequente delle mani: tre semplici regole ma essenziali, che possono farci gestire questa fase di convivenza col coronavirus. Il dato dei contagiati cresce ovunque: negli Stati Uniti siamo oltre i tre milioni e dalle Americhe ogni giorno ci giungono, da più parti, strazianti immagini di dolore e disperazione. L'onda diventa sempre più alta anche nei Paesi orientali e nel sud del pianeta, dove i dati, con un sistema sanitario molto fragile, sono purtroppo spesso incompleti e parziali, dentro un vortice drammatico di numeri e percentuali che, nella loro impietosa freddezza, rappresentano però donne e uomini in carne e ossa, vite umane. Non dimentichiamolo mai. Voglio evidenziare un dato che - a mio avviso - è il più impressionante: nel nostro pianeta, ad oggi, il Covid ha colpito un cittadino ogni circa 650 abitanti dei quasi otto miliardi di donne e uomini che popolano la terra sulla quale viviamo. Questa è la straripante forza di un nemico che non solo non abbiamo ancora sconfitto, ma che continua espandersi, occupare altri territori, a mietere nuove vittime; un virus subdolo, che spesso colpisce mimetizzandosi. Abbiamo imparato a nostre spese che il Covid ci attacca moltiplicando i contagiati non solo attraverso soggetti sintomatici, ma sempre di più per mezzo di pazienti asintomatici. Ricordo questi numeri non per alimentare paure irrazionali che non avrebbero alcun senso, ma per non smarrire la razionale consapevolezza che non possiamo e non dobbiamo sottovalutare i rischi che ancora corriamo. La partita non è ancora vinta. La partita è ancora in corso. La prima valutazione che dunque offro all'Aula è un preciso richiamo a non sottovalutare prima di tutto una situazione internazionale molto preoccupante, perché la circolazione del virus nel mondo accelera e non perde in alcun modo potenza. Evidenziare i rischi esogeni non può significare sottacere o minimizzare i rischi endogeni. Anche su questo punto, voglio essere molto esplicito in questa seconda parte del mio intervento. In Italia siamo sulla strada giusta. Conosciamo sempre di più il virus e abbiamo adottato misure di prevenzione territoriale, nei luoghi di lavoro, come protocolli di sicurezza negli ospedali e nelle nostre strutture sanitarie. Non facciamoci illusioni, però: non esiste il rischio zero senza il vaccino. Io credo che tutto il Parlamento, tutti gli italiani debbano essere consapevoli del lavoro svolto in questi mesi, che ci ha consentito di mettere alle spalle i giorni più bui. Come ho già detto in precedenti interventi in quest'Aula, questo dobbiamo riconoscerlo e valorizzarlo, come fa, d'altronde, larga parte della comunità internazionale, ma senza chiudere gli occhi dinanzi a quello che non ha funzionato, come sarebbe stato necessario. Non ci ha regalato niente nessuno. Per primi, in Occidente, siamo stati costretti ad affrontare un'emergenza sanitaria senza precedenti dal dopoguerra. Ci siamo misurati con difficoltà e problemi inediti per tipologia e dimensioni. Abbiamo combattuto con coraggio e determinazione, senza avere un manuale d'istruzione da consultare per orientare le nostre scelte. Quale fosse la scelta giusta, in ogni singolo passaggio, non c'era scritto da nessuna parte. Quando uso il plurale, il mio non è un plurale riferito al Governo nazionale. Mi riferisco all'Italia, alla nostra Nazione nel suo insieme. Mi riferisco a tutte le istituzioni repubblicane: Governo, Regioni, Comuni, Province e soprattutto agli italiani, che hanno svolto un ruolo determinante, facendo sacrifici inimmaginabili; al personale sanitario, alle forze di polizia, ai volontari e ai lavoratori che, per assicurare i servizi essenziali, hanno continuato a svolgere le proprie attività anche durante il lockdown . Non finiremo mai, mai, di ringraziare quelle donne e quegli uomini. (Applausi) . Con le scelte fatte sono state salvate migliaia di vite umane in Italia, evitando che l'onda alta tracimasse anche nel Mezzogiorno. Abbiamo indicato una rotta di navigazione nella tempesta, che poi è servita ad altri ed è seguita oggi da quasi tutto il mondo. Lo dico con grande dolore nel cuore. Chi ha fatto scelte differenti dalle nostre, chi si è affidato all'ipotesi dell'immunità di gregge sta pagando un prezzo altissimo in termini di vite umane ed è ancora pienamente dentro la tempesta. Noi, l'Italia, oggi siamo fuori dai giorni più drammatici della tempesta. Viviamo in un mare poco mosso, ma non siamo ancora in un porto sicuro. Non siamo ancora al riparo, per due motivi, tanto semplici quanto evidenti. Il primo è che il virus, anche se in forma ridotta e con una prevalenza di casi asintomatici, continua a circolare. Siamo dentro una fase di convivenza con il Covid, in un contesto nel quale, aumentando le attività e liberalizzando gli spostamenti, aumentano, inevitabilmente, le probabilità di incontrare il virus. Lo testimoniano i numerosi focolai attivi, che dobbiamo essere sempre più rapidi a individuare e isolare con il massimo della determinazione e senza alcuna incertezza. Il secondo motivo è che siamo oggettivamente esposti al rischio di importare il virus da italiani che tornano da viaggi all'estero o da cittadini di altri Paesi che arrivano o transitano in Italia. Sono rischi non teorici, ma concreti, che, muovendoci con grande prudenza, possiamo ridurre sensibilmente, ma mai azzerare del tutto. Sono rischi che le nostre rilevazioni settimanali mettono chiaramente in evidenza, pur dentro un quadro nazionale che, anche questa settimana, rileva un indice RT inferiore ad 1. A seguito di diversi piccoli focolai che si sono manifestati negli ulteriori ultimi giorni, sono passate da una a cinque le Regioni con un indice superiore a uno e conviviamo con piccole catene di contagio di cui non sempre è facile riscontrare l'origine. Sia dai dati internazionali che da quelli nazionali, risulta, dunque, confermata la valutazione che la partita per arginare, prima, e sconfiggere, dopo, il Covid è tutt'altro che terminata.