[pronunce]

che, ad avviso del rimettente, le due fattispecie risulterebbero pienamente assimilabili, producendo entrambe il medesimo effetto di impedire in via definitiva la prosecuzione del rapporto processuale; che, a tale proposito, il giudice a quo richiama il consolidato indirizzo giurisprudenziale secondo il quale la morte dell'imputato, intervenuta prima del passaggio in giudicato della condanna, determina la cessazione del rapporto processuale penale (e, con esso, anche di quello civile inserito nel processo penale, impedendo con ciò la pronuncia sull'impugnazione proposta dalla parte civile: a tale ipotesi si riferisce, in specie, la pronuncia della Corte di cassazione - Cass. , sez. VI, 25 settembre 1988-30 novembre 1989, n. 16812 - citata nell'ordinanza di rimessione); che l'asserita esigenza costituzionale di omologare, nei termini indicati, il trattamento delle due fattispecie poste a confronto si rivela, peraltro, palesemente insussistente; che - a prescindere pure dal rilievo che le cause di estinzione del reato costituiscono ius singulare, rientrante, quanto a casi e disciplina, nella discrezionalità legislativa, giacché le norme che le prevedono implicano una eccezione alle regole generali circa le conseguenze della commissione di fatti penalmente illeciti - occorre, in primo luogo, osservare che mentre nel caso di morte dell'imputato la cessazione del rapporto processuale deriva dalla natura stessa dell'evento, che implica il venir meno, sul piano fisico, di uno dei soggetti di quel rapporto; nell'ipotesi considerata dal giudice a quo la definitività dell'impedimento alla prosecuzione delle attività processuali si correla, invece, a una prognosi (quella di assenza di prospettive di guarigione o di significativa attenuazione dell'infermità mentale da cui l'imputato risulta affetto): prognosi che - in quanto basata sulle attuali cognizioni scientifiche, e tenuto conto anche dell'eventualità di comportamenti simulatori (al riguardo, ordinanze n. 33 del 2003 e n. 298 del 1991) - appare connotata da margini di possibile errore certamente superiori, in linea generale, a quelli propri dell'accertamento dell'avvenuto decesso dell'imputato; che dirimente è, peraltro, la considerazione della diversità della ratio di tutela che viene in rilievo nei due frangenti; che l'estinzione del reato per morte del reo costituisce, infatti, diretto riflesso del principio - di carattere sostanziale - di personalità della responsabilità penale (art. 27, primo comma, Cost.), il quale impedisce che la potestà punitiva dello Stato si eserciti su soggetti diversi dall'autore del fatto criminoso; che, di contro, la preclusione allo svolgimento del procedimento nei confronti della persona che, per il suo stato di mente, non è in grado di parteciparvi in modo cosciente ha un obiettivo di protezione di natura prettamente processuale, mirando alla salvaguardia del diritto di difesa (art. 24, secondo comma, Cost.), nel particolare aspetto della difesa personale o autodifesa (sentenza n. 281 del 1995); che l'eterogeneità delle situazioni poste a confronto impedisce, pertanto, di ravvisare la denunciata violazione del principio di eguaglianza; che, alla luce delle considerazioni che precedono, la questione va, dunque, dichiarata manifestamente infondata; che quanto, poi, alla questione avente ad oggetto l'art. 72 cod. proc. pen. - censurato nella parte in cui impone di rinnovare gli accertamenti peritali anche di fronte a situazioni di incapacità irreversibile - occorre rilevare che, secondo quanto si riferisce nell'ordinanza di rimessione, il giudice a quo ha già proceduto alla verifica periodica (la seconda) sullo stato di mente dell'imputato tramite accertamento peritale e si trova, sulla base dei suoi esiti, a dover stabilire se l'ordinanza di sospensione del processo debba essere o meno revocata; che la questione risulta, pertanto, manifestamente inammissibile per difetto di rilevanza, avendo il rimettente - nell'attuale fase del procedimento - già fatto applicazione della norma censurata; ciò, a prescindere dall'ulteriore rilievo che una eventuale declaratoria di illegittimità costituzionale del solo art. 72 cod. proc. pen. non solo non eliminerebbe, ma rischierebbe addirittura di aggravare l'ipotizzato vulnus del principio di ragionevole durata del processo: essa avrebbe, infatti, come unico effetto, quello di escludere l'obbligo degli ulteriori controlli periodici sullo stato di mente dell'imputato, dopo che sia stata disposta la sospensione del procedimento ai sensi del precedente art. 71, col risultato di lasciare il procedimento stesso in una condizione di stasi a tempo indefinito, senza la previsione di alcuno strumento per riattivarne eventualmente il corso. Visti gli artt. 26, secondo comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87, e 9, comma 2, delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale.. per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE 1) dichiara la manifesta infondatezza della questione di legittimità costituzionale dell'art. 150 del codice penale, sollevata, in riferimento all'art. 3 della Costituzione, dal Giudice dell'udienza preliminare del Tribunale di Lecce con l'ordinanza indicata in epigrafe; 2) dichiara la manifesta inammissibilità della questione di legittimità costituzionale dell'art. 72 del codice di procedura penale, sollevata, in riferimento agli artt. 3 e 111, secondo comma, della Costituzione, dal Giudice dell'udienza preliminare del Tribunale di Lecce con l'ordinanza indicata in epigrafe. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 18 ottobre 2011. F.to: Alfonso QUARANTA, Presidente Giuseppe FRIGO, Redattore Gabriella MELATTI, Cancelliere Depositata in Cancelleria il 4 novembre 2011. Il Direttore della Cancelleria F.to: MELATTI