[pronunce]

che, ancor più in generale, la lamentata rottura dell'equilibrio tra il fatto e la pena per esso prevista, con la richiesta di una pronuncia che per via di declaratoria di incostituzionalità abiliti il giudice a modulare diversamente la pena detentiva da applicare, in particolare nel minimo (così potendosi intendere il richiamo del rimettente alla sentenza n. 341 del 1994 di questa Corte), non può trovare ingresso quale ragione fondante di una pronuncia di accoglimento da parte di questa Corte, giacché la censura mossa alla norma costituisce una critica dell'incriminazione penale sotto il profilo quantitativo, censura che, oltre a essere difficilmente traducibile in una dimostrazione di irragionevolezza in sé della sanzione discrezionalmente stabilita dal legislatore, contrasta con il quadro normativo complessivo nel quale la previsione denunciata si inserisce; che infatti, relativamente a quest'ultimo aspetto, il reato di incendio boschivo, sia colposo - quale risulta nel caso di specie essere l'oggetto del giudizio di merito - sia doloso, è stato reso autonomo titolo di reato, e ha ricevuto un trattamento complessivamente più severo rispetto a quanto stabilito sia dall'originaria comprensiva disposizione dell'art. 449 cod. pen. (per la forma colposa) sia dall'art. 423 cod. pen. (per la forma dolosa), con l'introduzione della nuova fattispecie di cui all'art. 423-bis cod. pen. a opera del d.l. 4 agosto 2000, n. 220 (Disposizioni urgenti per la repressione degli incendi boschivi), convertito, con modificazioni, dalla legge 6 ottobre 2000, n. 275; un intervento di riforma secondo una valutazione di maggiore severità - poi ulteriormente ribadito dall'art. 11 della legge 21 novembre 2000, n. 353 (Legge-quadro in materia di incendi boschivi) - anteriore all'emanazione dell'ordinanza di rinvio ma non preso in considerazione dal giudice rimettente nel formulare la questione sotto il profilo della congruenza tra la gravità del fatto e la pena per esso prevista (art. 27 della Costituzione); che, per le osservazioni che precedono, la richiesta del rimettente di modificare l'entità della pena stabilita dall'art. 449 cod. pen. non può trovare accoglimento sotto alcuno dei profili dedotti con la questione sollevata, che deve pertanto essere dichiarata manifestamente infondata. Visti gli artt. 26, secondo comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87, e 9, secondo comma, delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale.. . per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE Dichiara la manifesta infondatezza della questione di legittimità costituzionale dell'art. 449 del codice penale, sollevata, in riferimento agli artt. 3 e 27 della Costituzione, dal Tribunale di Siena, con l'ordinanza indicata in epigrafe. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 19 dicembre 2001. Il Presidente: Ruperto Il redattore: Zagrebelsky Il cancelliere: Di Paola Depositata in cancelleria il 28 dicembre 2001. Il direttore della cancelleria: Di Paola