[pronunce]

e, dall'altro, non implicherebbe comunque una applicazione retroattiva in senso sfavorevole della fattispecie incriminatrice, ma soltanto — essendo il fatto oggetto di giudizio anteriore all'entrata in vigore della norma modificativa — l'assoggettamento dello stesso al termine di prescrizione già previsto al momento della sua commissione (la situazione, per tale aspetto, sarebbe perfettamente analoga a quella conseguente alla mancata conversione di decreti-legge contenenti norme penali di favore). Quanto, poi, alla non manifesta infondatezza della questione, il rimettente assume che l'attuale termine di prescrizione del reato di false comunicazioni sociali non produttive di danno patrimoniale ai soci o ai creditori, di cui all'art. 2621 cod. civ. , risulterebbe palesemente irrazionale, in quanto — in contraddizione con la stessa scelta legislativa di prevedere la punibilità di una determinata condotta — assicurerebbe di fatto l'impunità della medesima. In proposito, si dovrebbe infatti considerare che tra il momento di commissione del reato in esame (da cui inizia a decorrere il termine prescrizionale) e quello in cui la relativa notizia perviene all'autorità intercorre, di solito (come, del resto, nel caso oggetto del giudizio a quo), un considerevole lasso temporale; che l'accertamento dell'elemento oggettivo dell'illecito è difficile e complesso (collegandosi a violazioni di tipo contabile ed economico e richiedendo, normalmente, l'esame di una massa notevole di documenti, spesso di non facile reperimento); che altrettanto complesso è l'accertamento dell'elemento soggettivo, il quale, a differenza delle altre ipotesi contravvenzionali, implica un «particolarissimo dolo specifico intenzionale»; che, sempre a differenza delle altre contravvenzioni, l'art. 33-bis cod. proc. pen. attribuisce la cognizione del reato al collegio (meno “agile” del giudice monocratico), con conseguente necessità di passaggio attraverso il «filtro» dell'udienza preliminare (udienza resa dalle recenti riforme particolarmente articolata); che, infine, il nostro sistema processuale contempla tre gradi di giurisdizione ed una fase dibattimentale la quale, in quanto ispirata ai principi accusatori, si presenta anch'essa particolarmente complessa ed articolata. In una simile situazione, il processo per il reato in parola sarebbe quindi destinato a concludersi “fisiologicamente” — anche a prescindere, cioè, da situazioni contingenti che limitino l'«efficienza» del singolo ufficio giudiziario — con una declaratoria di estinzione del reato per prescrizione. Se, d'altra parte, la determinazione dei termini di prescrizione dei singoli reati è materia oggetto di ampia discrezionalità legislativa, tale discrezionalità non potrebbe spingersi tuttavia fino al punto di stabilire, irrazionalmente, un termine che impedisca a priori di definire il processo in tempo utile. Sotto questo profilo, la scelta censurata comporterebbe sia una irragionevole disparità di trattamento della fattispecie criminosa considerata rispetto al complesso degli altri fatti cui il legislatore ha attribuito rilevanza penale, stabilendo però un termine di prescrizione che non esclude la possibilità di definire il processo prima dell'estinzione del reato; sia una altrettanto irragionevole equiparazione della fattispecie stessa all'insieme delle contravvenzioni punite con l'arresto, la quale non tiene conto delle peculiarità — segnatamente in punto di elemento soggettivo e di cognizione collegiale, con necessaria celebrazione dell'udienza preliminare — che allungano la durata dei processi per il reato in parola. A tale ultimo proposito, il rimettente indica come specifico termine di raffronto l'abrogato art. 9 del decreto-legge 10 luglio 1982, n. 429 (Norme per la repressione della evasione in materia di imposte sui redditi e sul valore aggiunto e per agevolare la definizione delle pendenze in materia tributaria), convertito, con modificazioni, in legge 7 agosto 1982, n. 516, che, in deroga all'art. 157 cod. pen. , prevedeva un termine di prescrizione di sette anni per alcune contravvenzioni in materia tributaria: e ciò proprio in considerazione della complessità delle indagini contabili ed economiche — peraltro analoghe a quelle richieste dal reato di cui all'art. 2621 cod. civ. — necessarie ai fini dell'accertamento delle violazioni. Tale ratio troverebbe conferma nella successiva riforma della materia operata dal d.lgs. 10 marzo 2000, n. 74 (Nuova disciplina dei reati in materia di imposte sui redditi e sul valore aggiunto, ai sensi dell'articolo 9 della legge 25 giugno 1999, n. 205): infatti il legislatore, da un lato, nel riformulare le fattispecie contravvenzionali tributarie non abrogate, le ha trasformate in delitti; e, dall'altro, ha eliminato la deroga all'art. 157 cod. pen. , in quanto il più ampio termine di prescrizione, conseguente a tale qualificazione, risultava già di per sé idoneo a soddisfare le esigenze connesse alle difficoltà di accertamento. Non si comprenderebbe, pertanto, perché il legislatore, a fronte di fattispecie che presentano analoghe difficoltà di accertamento, in un caso (contravvenzioni tributarie) ne abbia tenuto adeguatamente conto nel fissare i termini di prescrizione; ed in un altro caso (contravvenzione di cui all'art. 2621 cod. civ. ) le abbia invece totalmente trascurate. 2.2. — Nel giudizio di costituzionalità è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, il quale ha chiesto che la questione sia dichiarata inammissibile o comunque infondata. La difesa erariale rileva, preliminarmente, che in sede di sindacato sulla ragionevolezza dell'esercizio della discrezionalità legislativa non è possibile invocare genericamente delle alternative alla scelta attuata dal legislatore, poiché, così facendo, si invade il campo della discrezionalità riservata ad esso; occorre, invece, dimostrare che detta scelta è incoerente rispetto al sistema in cui si inserisce. Sotto questo profilo, peraltro, il tertium comparationis invocato dal giudice rimettente — costituito dallo speciale regime della prescrizione previsto per le contravvenzioni tributarie dall'art. 9 del d.l. n. 429 del 1982, convertito, con modificazioni, in legge n. 516 del 1982 — sarebbe «del tutto inutilizzabile», dato che il citato art. 9 risulta ormai abrogato dall'art. 25 del d.lgs. n. 74 del 2000. Per un verso, infatti, una norma abrogata non potrebbe essere utilmente invocata come tertium comparationis, al fine di desumerne la violazione del principio di uguaglianza, ad opera di una norma vigente; e, per un altro verso, a seguito del d.lgs. n. 74 del 2000, nel nuovo sistema dei reati tributari non compare più alcuna deroga alla disciplina ordinaria della prescrizione, onde, sotto questo profilo, i due sistemi posti a confronto risultano, allo stato, assolutamente omogenei.