[pronunce]

- Il rimettente, chiamato a giudicare alcuni soggetti imputati dei reati di cui agli artt. 110 del codice penale, 3 e 4, comma 1, numeri 1) e 2), della legge 20 novembre 1971, n. 1062 (Norme penali sulla contraffazione od alterazione di opere d'arte), per avere fatto commercio o, comunque, detenuto per il commercio, opere contraffatte di pittori contemporanei, e per avere autenticato tali opere, rileva che nelle more del giudizio è entrato in vigore il decreto legislativo 29 ottobre 1999, n. 490 (Testo unico delle disposizioni legislative in materia di beni culturali e ambientali), il cui art. 2, comma 6, avrebbe escluso dalla sfera di applicazione delle norme incriminatrici "le opere di autori viventi o la cui esecuzione non risalga ad oltre cinquanta anni". Ad avviso del giudice a quo la nuova disciplina si pone in contrasto con l'art. 76 della Costituzione, in quanto il legislatore delegato, nel riunire e coordinare nel testo unico, emanato in forza dell'art. 1 della legge-delega 8 ottobre 1997, n. 352 (Disposizioni sui beni culturali), le disposizioni legislative vigenti in materia di beni culturali e ambientali, si sarebbe dovuto limitare, alla stregua del comma 2, lettera b), del predetto art. 1, "ad apportare esclusivamente le modificazioni necessarie per il loro coordinamento formale e sostanziale, nonché per assicurare il riordino e la semplificazione dei procedimenti". 2. - La questione è infondata. 3. - Il testo unico n. 490 del 1999 è diviso in due titoli, dedicati, rispettivamente, ai beni culturali e ai beni paesaggistici e ambientali; nel Titolo primo sono inserite, tra l'altro, sia le disposizioni della legge 1 giugno 1939, n. 1089, sulla tutela delle cose di interesse artistico e storico, sia le norme incriminatrici della legge n. 1062 del 1971, relative alla contraffazione delle opere d'arte, ora contenute nell'art. 127, sotto la rubrica "Contraffazione di opere d'arte". La legge n. 1089 del 1939, trasfusa nel testo unico, recava la disciplina generale dei beni culturali e apprestava le varie forme di tutela del patrimonio storico, archeologico e artistico nazionale. La legge, tra l'altro, classificava i beni culturali e definiva le condizioni per la relativa dichiarazione di interesse culturale, individuava i vincoli da apporre ai beni ritenuti di rilevante o eccezionale interesse culturale, anche ai fini di assicurarne la conservazione e l'integrità, stabiliva divieti e limiti alla loro alienazione - tra cui il diritto di prelazione in favore dello Stato -, determinava le sanzioni in caso di violazione della disciplina vincolistica. In particolare, l'art. 1, terzo comma, stabiliva che "non sono soggette alla disciplina della presente legge le opere di autori viventi o la cui esecuzione non risalga ad oltre cinquanta anni". La limitazione della sfera di applicazione della legge venne giustificata sia nella Relazione che accompagna il testo legislativo, sia dalla dottrina, in base alle esigenze di non estendere ad opere di autori viventi o di recente esecuzione una disciplina vincolistica che ne avrebbe impedito o comunque notevolmente ostacolato le possibilità di commercializzazione e di utilizzazione economica e di evitare giudizi affrettati sul valore delle opere, che avrebbero potuto essere modificati dal trascorrere del tempo. La legge n. 1089 del 1939 non dettava alcuna disciplina sulla contraffazione delle opere d'arte, che, a seconda dei casi, veniva ricondotta dalla giurisprudenza nell'ambito dei reati di truffa, falsità in scrittura privata, frode nell'esercizio del commercio, ovvero delle fattispecie incriminatrici previste dalla legge sul diritto d'autore. In tale contesto normativo è intervenuta la legge n. 1062 del 1971 che ha sanzionato penalmente la condotta di chi "contraffà, altera o riproduce un'opera di pittura, scultura o grafica, od un oggetto di antichità o di interesse storico od archeologico". Il legislatore del 1971 si è mosso in una prospettiva del tutto autonoma rispetto alle finalità di tutela del patrimonio artistico nazionale perseguite dalla legge del 1939: a prescindere dal formale riconoscimento dell'interesse culturale e dal valore artistico dell'opera, la legge si pone l'obiettivo di tutelare l'interesse dell'autore alla salvaguardia della genuinità della propria produzione, nonché l'interesse generale alla regolarità e correttezza degli scambi commerciali nel mercato delle cose d'arte, senza alcun richiamo alla normativa del 1939. Al riguardo, la giurisprudenza di legittimità e la dottrina avevano ritenuto che i limiti posti dall'art. 1, terzo comma, della legge n. 1089 del 1939 alla sfera di applicazione della legge medesima fossero funzionali alla protezione del patrimonio storico e artistico nazionale e che non potessero pertanto estendersi alla disciplina prevista della legge n. 1062 del 1971, diverse essendo le esigenze di tutela connesse alla repressione della contraffazione di qualsiasi opera d'arte, anche contemporanea. Nella compilazione del testo unico n. 490 del 1999, gli artt. 3, 4, 5, 6 e 7 della legge n. 1062 del 1971, relativi alla contraffazione, al commercio e alla autenticazione di opere d'arte, o di oggetti di antichità o di interesse storico o archeologico contraffatti o alterati, sono stati riprodotti nell'art. 127. L'art. 166 del testo unico ha poi provveduto ad abrogare la legge n. 1062 del 1971, ad eccezione degli artt. 8, secondo comma, e 9, il cui secondo comma stabilisce che nei procedimenti penali per contraffazione di opere d'arte moderna e contemporanea il giudice è tenuto ad assumere come testimone l'autore cui l'opera è attribuita o di cui l'opera stessa rechi la firma. 4. - Le ragioni che giustificano la diversa sfera di applicazione delle due leggi trasfuse nel Titolo primo del testo unico non consentono di condividere l'interpretazione della disciplina censurata posta dal rimettente a base della questione di legittimità costituzionale. La formulazione dell'art. 2, comma 6, del Titolo primo del testo unico n. 490 del 1999, secondo cui - con riferimento al comma 1, lettera a), che indica tra i beni culturali disciplinati dal testo unico "le cose immobili e mobili che presentano interesse artistico, storico, archeologico o demo-etno-antropologico" - non sono soggette "alla disciplina di questo Titolo [...] le opere di autori viventi o la cui esecuzione non risalga a oltre cinquanta anni" è frutto della meccanica trasposizione della esclusione che figurava, espressa nei medesimi termini, nell'art. 1, terzo comma, della legge n. 1089 del 1939, ove era però riferita alla disciplina della "presente legge" che a differenza dell'attuale testo unico era dedicata esclusivamente alla tutela dei beni culturali, definiti come "cose di interesse storico e artistico".