[pronunce]

che con la suddetta decisione costituzionale questa Corte ha esplicitamente inteso risolvere definitivamente "un problema di fondo cui la giurisprudenza di questa Corte non [aveva sino ad allora] offerto adeguata soluzione", il problema del "rilievo che può assumere l'ignoranza della norma da cui promana il "dovere in astratto"", e ciò in risposta a una questione di costituzionalità sostanzialmente coincidente con quella ora all'esame di questa Corte, perché sollevata in riferimento ai medesimi parametri costituzionali in sede di applicazione della norma incriminatrice del fatto di mancanza alla chiamata di cui all'art. 151 cod. pen. mil. pace e, appunto, originata da un caso nel quale l'errore (o l'ignoranza) circa la norma regolamentare concernente la "sufficienza" del manifesto ai fini del dovere di presentazione (art. 543 del r.d. n. 1133 del 1942) era reso incondizionatamente irrilevante dalla disposizione dell'art. 39 citato; che la dichiarazione di incostituzionalità sopra indicata è dunque idonea a dare soluzione al problema - che il rimettente ripropone - dell'incidenza dell'errore o dell'ignoranza circa la chiamata tramite manifesto rispetto all'elemento psicologico del reato, come del resto lo stesso giudice a quo afferma allorché argomenta la rilevanza del dubbio di costituzionalità sull'esigenza di passare da una pronuncia di assoluzione per difetto dell'elemento soggettivo (che potrebbe adottare) a una pronuncia omologa ma per difetto di un elemento oggettivo (che vorrebbe adottare); e ciò tanto più ove si ricolleghi il disposto della sentenza n. 61 del 1995 agli enunciati contenuti nella pronuncia n. 364 del 1988 relativamente ai criteri di giudizio circa l'"inevitabilità" dell'ignoranza o dell'errore sulla norma (qui, la norma presupposta), criteri certamente idonei a ricomprendere lo specifico caso dell'induzione in errore determinato da informazioni fuorvianti della stessa amministrazione militare, secondo un profilo in fatto valorizzato del resto anche dall'ordinanza di rimessione da cui ha tratto origine la sentenza n. 61 del 1995; che, una volta data la possibilità di soluzione del problema sul piano suo proprio dell'elemento soggettivo del reato, non v'è motivo per seguire il ragionamento del giudice rimettente circa l'esigenza di un intervento additivo sulla specifica disposizione incriminatrice, intervento in sé non necessario e semmai rientrante in ambiti di discrezionalità delle scelte legislative; che, in particolare, non può valere a sostenere la richiesta pronuncia di incostituzionalità l'argomento della persistente riluttanza dei giudici militari a dare compiuta applicazione alla statuizione del 1995 di questa Corte, da un lato perché non possono avere ingresso questioni costituzionali che siano basate su una impropria o errata applicazione delle norme (per tutte, ordinanza n. 439 del 1998), dall'altro perché l'asserita esigenza di uniformare l'interpretazione di giudici diversi dal rimettente è palesemente estranea alla logica del controllo di costituzionalità assegnato a questa Corte, risolvendosi nel difetto dell'essenziale requisito della rilevanza del dubbio sollevato rispetto al giudizio dal quale ha origine e dunque in un connotato di astrattezza della questione (per tutte, sentenza n. 286 del 1999); che, per questo, la sollevata questione di costituzionalità deve essere dichiarata manifestamente infondata. Visti gli artt. 26, secondo comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87, e 9, secondo comma, delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale.. . per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE Dichiara la manifesta infondatezza della questione di legittimità costituzionale dell'art. 151 del codice penale militare di pace, sollevata, in riferimento agli artt. 3 e 27 della Costituzione, dal tribunale militare di Torino con l'ordinanza in epigrafe. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 9 maggio 2001. Il Presidente: Ruperto Il redattore: Zagrebelsky Il cancelliere: Di Paola Depositata in cancelleria il 17 maggio 2001. Il direttore della cancelleria: Di Paola