[pronunce]

b) quelle connesse alla sfera della politica, ma estranee alla politica parlamentare, assoggettate pertanto al regime ordinario; c) quelle connesse alla politica parlamentare, coperte dalla insindacabilità di cui all'art. 68 Cost. Su questa premessa, secondo la Camera, il fatto che le dichiarazioni oggetto dell'odierno conflitto siano state manifestate extra anziché intra moenia sarebbe «meramente accidentale», mentre il discrimine tra ciò che deve e ciò che non può essere tutelato risiederebbe «nella oggettiva connessione delle opinioni con il “complessivo contesto parlamentare”, e cioè con i contenuti (di volta in volta modificantisi) della “politica parlamentare”». La stessa difesa della resistente, per vero, ricorda che questa Corte, con le sentenze numeri 10 e 11 del 2000, è pervenuta a conclusioni di segno diverso, ma, nondimeno, «auspica che l'indirizzo giurisprudenziale più recente sia oggetto […] di un ripensamento». La Camera dei deputati contesta, infine, l'affermazione della ricorrente secondo cui le espressioni impiegate dall'on. Bossi costituirebbero meri insulti, segnalando come si tratti nella specie non di insulti, ma «tutt'al più» di vilipendio. La giurisprudenza costituzionale citata dalla Corte d'appello (sentenza n. 137 del 2001) non conterrebbe, d'altra parte, «affermazioni drastiche in ordine all'esclusione delle espressioni insultanti dal novero delle opinioni [garantite] dall'art. 68, primo comma, della Costituzione». 5.– In prossimità dell'udienza la difesa della Camera dei deputati ha depositato una memoria integrativa con la quale insiste per l'inammissibilità e, in subordine, per l'infondatezza del ricorso. 5.1. – In primo luogo, la resistente ribadisce l'eccezione di inammissibilità del conflitto per l'«evidente carenza del petitum». Si sottolinea, inoltre, come nell'atto introduttivo non sia rinvenibile «alcuna richiesta di annullamento della censurata deliberazione della Camera», né «la richiesta che la Corte si pronunci sulla spettanza o sull'esercizio del potere contestato». In proposito, la Camera dei deputati aggiunge che la lettura della parte motiva del ricorso «aggrava il vizio», posto che la ricorrente si sarebbe limitata a dissentire dalla deliberazione camerale e ad affermare la necessità di investire la Corte costituzionale proponendo il conflitto, in assenza del «benché minimo accenno ad un qualche petitum». Si ribadisce, inoltre, che il conflitto dovrebbe essere dichiarato inammissibile «in quanto l'atto introduttivo non indica soddisfacentemente le ragioni» dello stesso. Si afferma, in particolare, che la ricorrente avrebbe richiamato alcuni precedenti giurisprudenziali «senza vero riferimento “al caso concreto”» e senza indicare una ragione di diritto o di fatto «che corrobori la tesi della mancanza del nesso funzionale con atti tipici del mandato parlamentare». 5.2. – Nel merito, secondo la difesa della Camera, le censure della ricorrente sarebbero infondate. La resistente, riprendendo le argomentazioni già esposte nell'atto di costituzione, ribadisce come «la questione della bandiera» costituisca «un punto centrale e qualificante» della battaglia politica e parlamentare della Lega Nord, ed evidenzia l'identità di «sostanza» tra l'opinione espressa dai parlamentari leghisti in occasione dei vari atti indicati nell'atto di costituzione e quella manifestata extra moenia dall'on. Bossi. Aggiunge come non ci si debba «fare ingannare dalla diversa forma espressiva, che potrebbe definirsi colorita, usata dal parlamentare», poiché «quel che conta è l'espressione di disistima nei confronti della bandiera nazionale». La difesa della Camera replica, poi, alla censura della Corte d'appello secondo cui le opinioni manifestate in atti parlamentari non avrebbero rilevanza nel presente conflitto, in quanto non «personalmente ascrivibili all'on. Bossi». La resistente assume, a tale proposito, che la paternità delle dichiarazioni rese intra ed extra moenia non ha alcuna importanza al fine dell'attivazione della garanzia di cui all'art. 68, primo comma, Cost. A suo dire, infatti, se il contenuto sostanziale delle dichiarazioni è lo stesso, ammettere il sindacato su quelle «esterne» determinerebbe un'interferenza su quelle «interne» (a prescindere dalla loro paternità), con conseguente violazione degli artt. 67 e 68, primo comma, Cost. Al riguardo, si ricorda come la funzione dell'insindacabilità parlamentare sia quella di «tutelare le istituzioni rappresentative (le Camere) e non i loro membri». A maggior ragione, si osserva, ciò dovrebbe valere nel caso di specie, in cui le opinioni provengono da appartenenti allo stesso gruppo parlamentare dell'on. Bossi. Secondo la resistente, infatti, «la consentaneità ideologica tra appartenenti al medesimo gruppo (“sociologicamente” corrispondente a un partito) fa sì che non si possa immaginare una separazione netta fra le attività di parlamentari diversi, ma appartenenti al medesimo gruppo». Infine, la Camera, dopo aver ribadito la differenza tra insulti personali e vilipendio, sottolinea come non sia possibile evitare l'utilizzo di «espressioni forti» quando si intenda «criticare radicalmente il simboleggiato attraverso il simbolo, tenendo quest'ultimo a “vile”».1. – La Corte d'appello di Milano, seconda sezione penale, ha sollevato – con atto depositato il 7 febbraio 2002 – conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato nei confronti della Camera dei deputati, in relazione alla deliberazione, assunta dall'Assemblea in data 23 gennaio 2002, con la quale è stato dichiarato che i fatti per i quali l'on. Umberto Bossi è stato ritenuto, dal Tribunale di Como, sezione distaccata di Cantù, colpevole del reato previsto dall'art. 292 del codice penale, concernono opinioni espresse da un membro del Parlamento nell'esercizio delle sue funzioni, ai sensi dell'art. 68, primo comma, della Costituzione. Le espressioni per le quali l'on. Bossi è stato condannato sono le seguenti: «quando io vedo il tricolore mi incazzo; il tricolore lo uso soltanto per pulirmi il culo» e «con il tricolore ci si possono pulire il culo». Il conflitto è stato dichiarato ammissibile con ordinanza di questa Corte n. 156 del 2003. 2. – Occorre preliminarmente verificare, in via definitiva, la sussistenza dei requisiti, indicati nell'art. 37 della legge 11 marzo 1953, n. 87 (Norme sulla costituzione e il funzionamento della Corte costituzionale), per l'ammissibilità del conflitto, già oggetto di un primo e sommario giudizio delibativo conclusosi con la citata ordinanza n. 156 del 2003. 2.1. – Il conflitto è ammissibile. Non si può accogliere in proposito l'eccezione, avanzata dalla difesa della Camera dei deputati, basata sul rilievo che l'atto introduttivo del presente giudizio sarebbe privo dei necessari requisiti formali e sostanziali.