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Abbiamo visto un Ministro che oggi ha letto la nostra risoluzione e poi è uscito ed è andato via: ma l'ha letta bene? Ne elenco i tre punti fondamentali. Non so se devo contare «1, 2 e 3» oppure «0, 1 e 2»: oggi il Ministro non c'è, quindi, non essendoci il Ministro, posso contare «1, 2 e 3». Lo dico perché ogni tanto si parte da zero e si arriva a due, ma io alla mia bambina alle elementari insegno a contare «1, 2 e 3». (Applausi dal Gruppo L-SP-PSd'Az) . Primo punto: no al processo dell'adesione della Turchia all'Europa. Non ha i nostri valori, se ne stia fuori. (Applausi dal Gruppo L-SP-PSd'Az) . Il loro Ministro degli affari esteri vuole a tutti i costi dire che per la Turchia è importante entrare in Europa: sì, per loro, ma per noi no. Ebbene, Di Maio ha detto di no a questo. Ha detto di no alla nostra risoluzione che, al punto 2, chiede la sospensione dei fondi dell'Unione europea alla Turchia: stop soldi alla Turchia. Vediamo a cos'altro dice di no. Dice di no al punto 3: controllo dei flussi migratori. Questi sono i tre impegni che noi abbiamo chiesto al Governo e il Governo oggi, attraverso il Ministro, si è detto contrario. Chiedo con veemenza se c'è, da parte dei colleghi del MoVimento 5 Stelle, che oggi sono molto attenti al Ministro, l'intenzione di ascoltare il loro Ministro oppure di prendersi la responsabilità di votare a favore anche della nostra risoluzione. Mi dispiace che non abbiate accolto la proposta di votarla per parti separate, anche per quello che è successo qualche settimana fa, per dire che cos'è la Turchia: hanno fatto scendere nove persone da un mezzo; li hanno messi lì e li hanno trucidati. Tra questi c'era Khalaf, di trentacinque anni, segretario del partito Futuro siriano. Questo è ciò che fanno loro alle vite umane. Questa è la differenza tra noi e loro. (Applausi dal Gruppo L-SP-PSd'Az) . MALAN (FI-BP) . Domando di parlare per dichiarazione di voto. PRESIDENTE. Ne ha facoltà. MALAN (FI-BP) . Signor Presidente, signor rappresentante del Governo, colleghi, di fronte all'azione intrapresa dalla Turchia in Siria nei confronti dei curdi, messa in atto con il pretesto della lotta ai terroristi, non possiamo che invocare e essere coerenti con i principi fondamentali del diritto internazionale, i princìpi contenuti nella nostra Costituzione, che ci chiede la ricerca di risoluzioni pacifiche delle diatribe internazionali, il principio di umanità per le atrocità che vediamo commesse e il principio di riconoscenza verso i curdi, che hanno sostenuto in prima linea, con gravi perdite e un grandissimo coraggio, lo scontro con il cosiddetto Stato islamico. La condanna di questa azione è, perciò, doverosa e ci vede, con sfumature diverse, tutti concordi. Si tratta di un'azione messa in atto con mezzi atroci e con l'ausilio di milizie tra le peggiori esistenti: abbiamo visto i filmati delle decapitazioni, metodi non molto diversi da quelli dell'Isis. Quando viene invocato il principio della lotta al terrorismo per mettere in atto metodi terroristici, non possiamo che respingere una visione di questo genere. La Turchia sicuramente avrà anche colpito dei terroristi, ma sta colpendo soprattutto i curdi, che, per questioni ormai secolari, vede come un nemico comunque, al di là del fatto che siano terroristi o no. Questa Turchia è completamente diversa dalla Turchia verso la quale c'erano state delle aperture circa quindici anni fa. All'epoca la Turchia aveva, almeno in parte, aspirazioni europee e desiderava diventare un partner credibile per l'Europa; c'erano anche stati dei passi in avanti in questo senso. Poi, forse anche perché questa posizione non aveva trovato riscontro, la linea è completamente cambiata e ora la Turchia aspira a un ruolo di nuovo Impero ottomano, con una differenza: diversamente da quest'ultimo sembra esservi una intolleranza religiosa crescente e certamente più marcata di quella che c'era ai tempi di quell'antico Impero. L'azione intrapresa dalla Turchia mette anche in ulteriore pericolo e ha sottoposto a ulteriori, gravi e pesanti prove le comunità cristiane di quell'area. Le comunità cristiane della Siria sono tra le più antiche o, addirittura, le più antiche di tutta la cristianità: sono sopravvissute in situazioni mutevoli nel corso dei secoli e ora, con la presenza, a suo tempo e in parte ancora oggi, dello Stato islamico e con queste nuove azioni di guerra, vengono ulteriormente messe in pericolo. Sono comunità che meritano tutta la nostra solidarietà, che dovrebbe essere concreta, comunità hanno avuto sempre un ruolo nella difesa della pace, perché, proprio in quanto minoranza, hanno interessi in questo senso. Va detto peraltro che il regime di Assad, sia del Presidente attuale, sia del predecessore, suo padre, hanno sempre mantenuto condizioni vivibili per queste comunità. Altro problema legato a questa azione è quello dei foreign fighters . Molti sono stati liberati, molti altri si trovano in situazioni, come è stato detto, che li mettono nuovamente in condizione di poter tornare in Europa, nei Paesi dai quali, sia pur in seconda battuta, provengono. È un problema che non può essere ignorato: i Paesi di cui questi foreign fighters hanno la cittadinanza non possono fingere che il problema non li riguardi, e occorre un'azione forte ed incisiva. In tutta l'area mediorientale, a parte Israele, nessun Paese soddisfa i nostri princìpi di Stato di diritto o di democrazia, eppure quei Paesi devono essere nostri interlocutori per una serie di ragioni: perché qualunque processo di pace e di stabilizzazione non può che coinvolgere coloro che sono sul territorio; perché non possiamo ignorare che ci sarà una ricostruzione della Siria, di cui, come è stato detto, l'Italia era il primo partner commerciale fino a prima della crisi, iniziata nel 2011. Per essere presenti ed efficaci, in primo luogo l'Italia da sola deve fare ciò che può, ma soprattutto deve agire a livello europeo perché l'Europa non sia assente come lo è stata negli ultimi anni. L'Europa è stata assente mentre sono estremamente presenti la Russia, gli Stati Uniti e persino la Cina; l'Europa invece è assente. L'alto rappresentante Mogherini non ha dato senso al suo ruolo. Certo, rappresentare la posizione dei ventotto Paesi dell'UE non è facile, ma di certo l'Europa è stata assente, e sì che l'Europa, in particolare l'Italia, è certamente più vicina a quella zona molto più degli altri interlocutori che ho citato. Occorre allora, come noi abbiamo proposto, dare quantomeno la disponibilità di una forza di interposizione. Ricordo che in quell'area abbiamo un grande prestigio perché la nostra forza di interposizione, l'UNIFIL, è in gran parte italiana: ha avuto straordinari comandanti italiani e straordinari uomini e donne in divisa che hanno svolto un compito formidabile alla frontiera tra Libano e Israele. Abbiamo quindi la credibilità per avanzare una proposta in tal senso.