[pronunce]

Di contro, l'art. 3 sarebbe stato modificato «in melius», con l'innalzamento di una delle due soglie di punibilità (quella relativa all'ammontare complessivo degli elementi attivi sottratti all'imposizione, portata da un milione di euro a un milione e cinquecentomila euro). Ciò premesso, la parte privata osserva come la sostanziale identità tra le fattispecie poste in comparazione sia testimoniata dal fatto che, anteriormente al d.lgs. n. 74 del 2000, esse erano punite in modo eguale e indistinto a titolo di «frode fiscale» dall'art. 4 del decreto-legge 10 luglio 1982, n. 429 (Norme per la repressione della evasione in materia di imposte sui redditi e sul valore aggiunto e per agevolare la definizione delle pendenze in materia tributaria), convertito, con modificazioni, in legge 7 agosto 1982, n. 516. L'omogeneità delle due fattispecie incriminatrici sarebbe, poi, confermata dalle incertezze interpretative in ordine ai confini tra le rispettive aree di applicazione, rivelatrici delle strette interconnessioni tra esse esistenti. La giurisprudenza di legittimità si è espressa, infatti, in modo contrastante riguardo all'inquadrabilità, nell'una o nell'altra ipotesi criminosa, dell'utilizzo di fatture materialmente false. Secondo alcune pronunce, tale condotta integrerebbe il delitto di cui all'art. 3 del d.lgs. n. 74 del 2000, giacché l'art. 2 punirebbe solo l'uso di documentazione ideologicamente falsa; secondo altre, realizzerebbe invece il reato di cui all'art. 2, in quanto tale disposizione reprimerebbe l'utilizzazione di fatture relative a operazioni inesistenti senza distinguere tra falsità ideologica e falsità materiale, attribuendo rilievo solo all'efficacia probatoria del documento utilizzato a supporto della dichiarazione fraudolenta. Ugualmente labile sarebbe la distinzione tra i concetti di «operazioni inesistenti» e di «operazioni simulate oggettivamente o soggettivamente». La giurisprudenza di legittimità antecedente alla riforma del 2015 riteneva che le operazioni «soggettivamente» simulate, riguardo all'IVA, dovessero essere punite a norma dell'art. 2 del d.lgs. n. 74 del 2000. Nella relazione redatta il 28 ottobre 2015 a commento della riforma, l'Ufficio del massimario della Corte di cassazione ha prospettato, di contro, la possibilità di distinguere le due condotte secondo un criterio «di tipo formale», in base al quale l'elemento che tipizza l'ipotesi criminosa di cui all'art. 2 del d.lgs. n. 74 del 2000 sarebbe l'efficacia probatoria del documento utilizzato (fattura o documento equivalente in base alle norme tributarie). Il medesimo Ufficio ha, peraltro, posto in evidenza come tale interpretazione, oggi in effetti dominante, faccia sorgere dubbi sulla ragionevolezza di un sistema che diversifica il trattamento - non quanto alla pena, che è identica, ma in rapporto alla previsione di soglie di punibilità nel solo art. 3 (oggi per di più sensibilmente aumentate) - «fra condotte (l'utilizzo di fatture false, il compimento di operazioni simulate, l'uso di altri documenti falsi o di ulteriori mezzi fraudolenti) tutte riconducibili all'unico genus della frode fiscale e fra le quali non è affatto certo che - quanto meno in determinate fattispecie - proprio quelle di cui all'art. 3 non rappresentino, per la particolare insidiosità, un pericolo concreto più elevato per il bene giuridico presidiato dall'ordinamento». 3.- È intervenuto, altresì, il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che la questione sia dichiarata manifestamente infondata. In via preliminare, la difesa dello Stato segnala un possibile errore materiale dell'ordinanza di rimessione nella quantificazione dell'evasione di IVA che sarebbe derivata, nel caso di specie, dall'utilizzazione della seconda delle due fatture per operazioni inesistenti (l'ammontare corretto, tenuto conto dell'importo della fattura, sarebbe euro 3.600, anziché euro 2.436): errore materiale che non inciderebbe, comunque sia, sulla rilevanza della questione. Nel merito, l'Avvocatura dello Stato assume che le fattispecie di reato poste a raffronto dal giudice a quo - benché dirette entrambe a tutelare l'attività di accertamento dell'amministrazione finanziaria - sarebbero profondamente diverse tra loro. Il delitto di cui all'art. 2 del d.lgs. n. 74 del 2000 costituirebbe un reato di pericolo, essendo sufficiente, per la sua configurabilità, che la dichiarazione si fondi su fatture, o altri documenti analoghi, per operazioni inesistenti. La norma incriminatrice risulterebbe strettamente correlata a quella del successivo art. 8, che prevede l'ipotesi inversa di chi emette o rilascia fatture o altri documenti per operazioni inesistenti al fine di consentire a terzi di evadere l'IVA o le imposte sui redditi, assoggettandola alla medesima pena (reclusione da un anno e sei mesi a sei anni). L'art. 3 contemplerebbe, invece, un reato di danno, essendo necessaria, per la sua realizzazione, una concreta lesione dell'interesse del fisco alla tempestiva ed integrale percezione del tributo. La disposizione prevede, infatti, che i documenti falsi o gli altri mezzi fraudolenti debbano essere «idonei ad ostacolare l'accertamento e ad indurre in errore l'amministrazione finanziaria». Tale diversa natura delle fattispecie delittuose escluderebbe, già da sola, la pretesa irragionevolezza del loro differente regime punitivo. L'interveniente reputa, in ogni caso, infondata la tesi del giudice rimettente, secondo la quale le condotte previste dall'art. 3 del d.lgs. n. 74 del 2000 esporrebbero il bene protetto a un pericolo non inferiore a quello determinato dalle operazioni punite dall'art. 2. Sarebbe, di contro, innegabile che l'utilizzazione di fatture o altri documenti equiparati per operazioni inesistenti costituisca condotta maggiormente offensiva, rispetto all'utilizzazione di altri documenti non veridici che hanno un diverso ruolo rispetto agli obblighi tributari. La fattura è, infatti, il documento principale nel particolare meccanismo dell'IVA, la quale, a sua volta, è un'imposta armonizzata a livello europeo. Dal combinato disposto degli artt. 19, comma 1, e 21, commi 1, 4, 5 e 6, del d.P.R. 26 ottobre 1972, n. 633 (Istituzione e disciplina dell'imposta sul valore aggiunto) si desume, in specie, che l'emissione della fattura determina tanto l'insorgenza dell'obbligo - di regola per il cedente o il prestatore - di versare l'imposta, quanto la nascita del diritto alla detrazione dell'imposta in capo al cessionario del bene o al committente del servizio. Ed è proprio su tale detrazione che si inseriscono i noti meccanismi di frode al fisco, quali, ad esempio, le cosiddette frodi carosello. Anche ai fini delle imposte dirette, peraltro, la fattura svolgerebbe un ruolo di tutto rilievo, consentendo la deduzione dei costi ivi riportati.