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Per il riordino dei servizi territoriali il modello di riferimento deve essere quello descritto dalla legge 8 novembre 2012, n. 189, recante disposizioni urgenti per promuovere lo sviluppo del Paese mediante un più alto livello di tutela della salute, che definisce nel dettaglio un ideale modello distrettuale. Com'è noto negli ultimi anni in Italia si è assistito al duplice fenomeno dell'aumento della vita media e del tasso di crescita uguale a zero, con la conseguenza della prevalenza numerica della popolazione anziana su quella adolescente (e non solo) e della maggiore incidenza di malattie a prognosi infausta (soprattutto oncologiche), il cui esito negativo peraltro oggi si sposta sempre più avanti nel tempo. Inoltre, insieme all'invecchiamento della popolazione emerge un altro fenomeno anche di maggiore urgenza, la denatalità ormai strutturale, certificata dall'Istituto nazionale di statistica (ISTAT) e i suoi effetti negativi sul « sistema Paese », perché ha ormai raggiunto livelli che non garantiscono più nemmeno il ricambio generazionale e la sostenibilità nel futuro dei sistemi di welfare . Già oggi, nell'illustrare il grave fenomeno della denatalità, l'ISTAT lo collega spesso alle insufficienti politiche di welfare sanitario degli ultimi decenni e all'inadeguato riconoscimento del valore sociale della maternità e della salute della donna e della famiglia. Istanze quest'ultime reclamate oggi, in tutta Italia e a gran voce, da molti movimenti femminili che si ispirano a modelli di assistenza ostetrica presenti in Europa e a cui quello dell'ostetrica di famiglia e di comunità si ispira. Il Piano nazionale per la fertilità del 2015, diretto al coinvolgimento di cittadini, medici, farmacisti, ostetriche, operatori sanitari, università e aziende sanitarie, si prefigge lo scopo di collocare la fertilità al centro delle politiche sanitarie ed educative del Paese con la consapevolezza che la salute riproduttiva è alla base del benessere fisico, psichico e relazionale dei cittadini. I bisogni di salute della popolazione femminile, mutevoli e complessi, per essere soddisfatti richiedono una diversificazione, nonché una corretta e appropriata allocazione e un migliore utilizzo delle risorse. L'ostetrica di famiglia e di comunità risponde in modo adeguato ai bisogni di salute della donna e della famiglia ( midwifery care ) all'interno dei servizi del « percorso nascita », nei presidi territoriali, nelle farmacie, negli istituti penitenziari, nei centri oncologici, nei centri di senologia e nei centri di diagnostica ecografica di settore. Per quanto riguarda la legislazione italiana, già con la citata legge n. 833 del 1978, era stato istituito il distretto sanitario di base, destinato al coordinamento sul territorio dell'assistenza sanitaria al cittadino. La legge n. 833 del 1978 è stata poi modificata dal decreto legislativo 19 giugno 1999, n. 229, dove compariva ancora il distretto sanitario, del quale la legge n. 189 del 2012 ha delineato il modello ideale di organizzazione. Il rimodellamento delle cure primarie produce un'organizzazione dell'assistenza sempre più integrata, multidisciplinare e multiprofessionale in grado di attuare la reale presa in carico del cittadino e garantire, sul territorio, l'assistenza sanitaria e socio-sanitaria lasciando, invece, ai presìdi e alle aziende ospedaliere la prevalente gestione delle acuzie. Inoltre, alle cure primarie sul territorio spetta anche il compito di promuovere la salute della popolazione di riferimento attraverso il passaggio dalla medicina di attesa alla medicina di iniziativa, mediante un sistema di controllo informatizzato che permetta di verificare l'appropriatezza, la qualità e la sostenibilità dei percorsi di cura: per questo è fondamentale la figura dell'ostetrica di famiglia e di comunità, nel suo ruolo di midwifery care . Il futuro della sanità italiana si gioca quindi sul territorio: questo è l'ambito dove, nei prossimi anni, si svolgeranno gran parte delle attività assistenziali che oggi afferiscono, in maniera impropria, agli ospedali. Questo è appunto il compito dei distretti, come previsto dal decreto legislativo 19 giugno 1999, n. 229, e dal Patto per la salute: in questa prospettiva la figura dell'ostetrica di famiglia e di comunità e la midwifery care assumono ancora più rilievo. L'introduzione della figura di ostetrica di famiglia e di comunità, nel sistema sanitario regionale e nazionale, ha la finalità di realizzare un sicuro presidio di assistenza continua e una costante interfaccia con le diverse organizzazioni pubbliche e del privato sociale, consultori familiari pubblici e privati, scuole e servizi sociali, aziende sanitarie, punti nascita, università, medici di medicina generale, nonché quella di sviluppare l' empowerment di comunità e di realizzare un reticolo interorganizzativo per l'attivazione delle reti solidali socio-sanitarie e di comunità e per il rafforzamento della presa in carico integrata delle donne e dei minori. L'ostetrica di famiglia e di comunità è il professionista sanitario laureato che, a seguito anche di una specifica formazione successiva alla laurea nella professione sanitaria di ostetrica, opera nei diversi contesti territoriali, in tutti gli ambiti di promozione e tutela globale della salute femminile, in tutte le età e in un'ottica di miglioramento della salute di genere. Si occupa di assistenza alla donna durante tutto il suo ciclo vitale, dalla pubertà alla menopausa, in collaborazione con il medico di famiglia o il pediatra di libera scelta, operando possibilmente al loro fianco in un'area ben definita quale un quartiere di una grande città, un paese o una piccola comunità. La figura dell'ostetrica di famiglia e di comunità riveste un ruolo e svolge funzioni che prevedono l'assunzione diretta di elevate responsabilità e complessità sulla base della dinamica valutazione del rischio, sia nella fase di pre-ospedalizzazione, sia nella fase della dimissione ospedaliera, secondo lo schema della dimissione precoce, protetta e concordata con i professionisti che operano in ospedale. La midwifery care garantita dall'ostetrica di famiglia e di comunità consente di ridurre gli accessi al pronto soccorso ostetrico-ginecologico, i ricoveri impropri, le riammissioni in ospedale ma, soprattutto, previene la medicalizzazione della nascita che trova nelle percentuali di esecuzione del taglio cesareo il suo principale indicatore. L'ostetrica di famiglia e di comunità individua e definisce i bisogni reali e potenziali della donna, della coppia e della comunità, progetta le azioni preventive, curative e riabilitative da porre in atto e ne valuta gli effetti in termini di esiti. Attraverso la ricerca condotta in autonomia e in collaborazione con altri professionisti della salute, promuove azioni correttive e contribuisce attivamente al processo di miglioramento continuo della qualità. Ne consegue che l'ostetrica di famiglia e di comunità, in autonomia o in collaborazione con altri professionisti sul territorio, nei diversi ambiti del distretto, presso il domicilio, all'interno delle farmacie, negli istituti penitenziari, nei centri oncologici, nelle unità senologiche e nella unità di diagnostica ecografica di settore diventa uno degli anelli delle catena dell'assistenza territoriale e un punto di riferimento per la promozione della salute della donna, della coppia e della comunità.