[pronunce]

Tale differenziazione – osserva l’organo rimettente – sarebbe priva di base razionale, giacché le sanzioni disciplinari sono in grado di incidere (in misura anche più ampia di quanto può derivare da un procedimento civile o amministrativo) su beni costituzionalmente protetti, come il diritto alla autodeterminazione in materia di lavoro, con effetti non soltanto di ordine economico, ma «anche di gratificazione personale e professionale». La scelta del legislatore di riconoscere al soggetto “patteggiante” il pieno diritto alla prova in sede di giudizio civile ed amministrativo e precluderlo – compromettendo il diritto di difesa – in un «contesto processuale che assume rilevanza anche superiore perché involge beni fondamentali della persona», sarebbe, pertanto, in contrasto con il canone della ragionevolezza di cui all’art. 3, secondo comma, Cost. Da qui la violazione, anche, dell’art. 24 Cost. e del principio del giusto processo «declinabile in questo caso nella garanzia del contraddittorio (art. 111, comma 2, Cost)». Ciò, tenuto conto della natura giurisdizionale del procedimento davanti al Consiglio nazionale forense e delle attribuzioni anche di merito che a quest’ultimo sono riconosciute e che gli consentono le iniziative istruttorie ritenute necessarie. Né varrebbe osservare, in contrario, che il contraddittorio è rinunciabile e che l’imputato vi rinuncia implicitamente quando sceglie il rito premiale di cui all’art. 444 cod. proc. pen. Infatti – conclude il Consiglio – la «rinuncia ex art. 111, comma 5, Cost. non può che configurarsi come atto espresso e consapevole e riferito al contesto (processuale) in cui detto atto viene compiuto; non vi può pertanto essere spazio per un’abdicazione implicita maturata in un contesto autonomo e separato rispetto al procedimento disciplinare qual è quello della giurisdizione penale». 2. – Nel giudizio di costituzionalità si è costituito l’avvocato G. D., depositando comparsa, nella quale si è nella sostanza riportato agli argomenti svolti dal Consiglio nazionale forense, chiedendo l’accoglimento della questione, con riserva di ulteriori deduzioni. 3. – Ha inoltre spiegato atto di intervento il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dalla Avvocatura generale dello Stato, la quale ha chiesto dichiararsi infondate «le questioni» sollevate dal Consiglio nazionale forense. Ad avviso della difesa erariale, nel “patteggiamento” l’imputato accetta, come elementi probatori, quelli acquisiti durante le indagini, «rinunciando al suo diritto di “difendersi provando” ed allo stesso principio di non colpevolezza; in tal modo – deduce l’Avvocatura – ammettendo sostanzialmente la sua responsabilità». L’imputato, quindi, conosce le conseguenze delle sue scelte, tra le quali vi è anche «la impossibilità di contestare l’accusa disciplinare fondata sui medesimi fatti oggetto dell’imputazione penale “patteggiata”». E’ ben vero, poi, che dibattimento e “patteggiamento” sono assai diversi fra loro; ma per il giudice resta sempre la possibilità di pronunciare il proscioglimento ex art. 129 cod. proc. pen. , così come uguale è la conoscenza dell’imputato circa le conseguenze che scaturiscono dai due diversi riti. Non sarebbe infine conferente il paragone con i giudizi civili e amministrativi, «poiché in essi non riverberano profili di colpevolezza e poiché in essi rileva l’accertamento dei fatti commessi che ovviamente manca nelle sentenze c.d. di patteggiamento». 4. – In prossimità della udienza, ha depositato memoria la parte privata G. D., nella quale ha diffusamente articolato le ragioni che militerebbero a sostegno della illegittimità costituzionale della disposizione censurata, ripercorrendo i temi già sviluppati nel provvedimento di rimessione. Si rileva, anzitutto, che risulterebbe del tutto irragionevole la differenziazione di trattamento che scaturisce dalla sentenza di applicazione della pena tra giudizi civili e amministrativi, rispetto ai quali la sentenza stessa non dispiega efficacia vincolante, e il giudizio disciplinare, per il quale, invece, la sentenza spiega piena efficacia, posto che in quest’ultimo giudizio vengono in considerazione pregiudizi economici e morali che coinvolgono direttamente il valore della dignità umana. Sarebbe, poi, vulnerato il pieno diritto alla prova nel procedimento disciplinare, a differenza di ciò che accade per il giudizio civile o amministrativo, e conseguentemente compromesso anche il diritto al contraddittorio, di cui all’art. 111 Cost. Dubbi di costituzionalità, quelli prospettati, che sarebbero emersi anche nel corso dei lavori preparatori della legge n. 97 del 2001. Si lamenta, poi, – evocandosi la violazione dell’art. 97 Cost. – che la normativa censurata comporterebbe una sostanziale restaurazione dei meccanismi di automatismo sanzionatorio, che, invece, la giurisprudenza costituzionale ha da tempo censurato, compromettendo i canoni di adeguatezza e proporzionalità che devono presiedere alla applicazione della sanzione. «Adeguatezza – si puntualizza – che non può raggiungersi senza la valutazione degli specifici comportamenti messi in atto commettendo l’illecito che solo un procedimento ad hoc di delibazione disciplinare può assicurare». Viene infine prospettata la illegittimità costituzionale della disposizione oggetto di impugnativa, anche in riferimento agli artt. 2, 4 e 33 Cost., in quanto il prospettato automatismo «impinge su ordinamenti professionali autonomi, che costituiscono formazioni sociali, cui si accede tramite esami di Stato (ex art. 33, comma 5, Cost.)», e non su appartenenti alla pubblica amministrazione, «per i quali il potere conformativo della legge è senz’altro più intenso»; senza tener conto del coinvolgimento del diritto al lavoro (art. 4 Cost.) e del diritto allo svolgimento della propria personalità nelle formazioni sociali (art. 2 Cost). «Diritti – conclude la memoria – che non sono certo cedevoli, tanto più in assenza di una sentenza di condanna, così come presupposta dall’art. 27, comma 2, Cost.».1. – Il Consiglio nazionale forense, in sede giurisdizionale, solleva questione di legittimità costituzionale del combinato disposto degli artt. 445, comma 1-bis, e 653, comma 1-bis, del codice di procedura penale, nella parte in cui, equiparata la sentenza di cui all’art. 444 dello stesso codice ad una sentenza di condanna, prevede che essa abbia efficacia di giudicato nel giudizio per responsabilità disciplinare davanti alle pubbliche autorità quanto all’accertamento della sussistenza del fatto, alla sua illiceità penale ed alla affermazione che l’imputato lo ha commesso. A parere del Consiglio rimettente, la disciplina censurata contrasterebbe, anzitutto, con l’art. 3 della Costituzione, sotto un duplice profilo.