[pronunce]

Ordinanza ha pronunciato la seguentenei giudizi di legittimità costituzionale degli artt. 30 e 31 della legge 13 settembre 1982, n. 646 (Disposizioni in materia di misure di prevenzione di carattere patrimoniale ed integrazioni alle leggi 27 dicembre 1956, n. 1423, 10 febbraio 1962, n. 57, e 31 maggio 1965, n. 575. Istituzione di una commissione parlamentare sul fenomeno della mafia), promossi con ordinanze emesse il 3 e il 18 aprile 2001 dal giudice dell'udienza preliminare del Tribunale di Trapani, iscritte ai nn. 468 e 582 del registro ordinanze 2001 e pubblicate nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica 1ª serie speciale, nn. 25 e 33, dell'anno 2001. Visto l'atto di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri; Udito nella camera di consiglio del 13 febbraio 2002 il giudice relatore Gustavo Zagrebelsky. Ritenuto che con ordinanza del 3 aprile 2001 (r.o. 468/2001), il giudice dell'udienza preliminare del Tribunale di Trapani ha sollevato tre distinte questioni di legittimità costituzionale, rispettivamente (a) dell'art. 30 della legge 13 settembre 1982, n. 646 (Disposizioni in materia di misure di prevenzione di carattere patrimoniale ed integrazioni alle leggi 27 dicembre 1956, n. 1423, 10 febbraio 1962, n. 57, e 31 maggio 1965, n. 575. Istituzione di una commissione parlamentare sul fenomeno della mafia), in riferimento all'art. 3 della Costituzione, (b) dell'art. 31 della stessa legge n. 646 del 1982, in riferimento all'art. 27 della Costituzione, e (c) ancora dell'art. 31 della citata legge n. 646 del 1982, in riferimento agli artt. 3, 35, 41 e 42 della Costituzione; che, relativamente alla prima questione, il rimettente muove dalla formulazione dell'art. 30 impugnato, il cui primo comma fa obbligo alle persone "già sottoposte, con provvedimento definitivo, ad una misura di prevenzione ai sensi della legge 31 maggio 1965, n. 575", di comunicare per dieci anni, ed entro trenta giorni dal fatto, al nucleo di polizia tributaria del luogo di dimora abituale, tutte le variazioni nella entità e nella composizione del patrimonio concernenti elementi di valore non inferiore a venti milioni di lire e altresì di comunicare entro il 31 gennaio di ciascun anno le variazioni intervenute nell'anno precedente, sempre se al di sopra della soglia di valore anzidetta; mentre il secondo comma stabilisce che il suddetto termine di dieci anni decorre "dalla data del decreto" applicativo della misura di prevenzione e il terzo comma dispone che "gli obblighi previsti nel primo comma cessano quando la misura di prevenzione è revocata a seguito del ricorso in appello o in cassazione"; che pertanto - prosegue il rimettente - dalla formulazione complessiva della norma possono trarsi due diverse e tra loro contraddittorie prescrizioni, nell'ambito della medesima disposizione legislativa, giacché, mentre dal primo comma si desume che l'obbligo di comunicazione è imposto a soggetti sottoposti con provvedimento definitivo alla misura preventiva, dai successivi commi secondo e terzo si desume invece che lo stesso obbligo decorre già dalla data dell'emanazione del decreto o dal momento della sua esecuzione, comunque anteriormente alla definitività del provvedimento; che il rimettente rileva che nel caso di specie l'interessato ha omesso di comunicare operazioni di alienazione di immobili effettuate in date 28 luglio 1998 e 26 gennaio 1999, mentre il decreto di applicazione della misura di prevenzione è divenuto definitivo, a seguito del ricorso per cassazione, in data 3 febbraio 1999; che, svolgendo ulteriori argomentazioni anche relativamente alle modifiche legislative intervenute sulla norma denunciata, il giudice a quo conclude, quanto alla prima questione, denunciando di incostituzionalità, in riferimento all'art. 3 della Costituzione, l'art. 30 della legge n. 646 del 1982, perché, dalla formulazione di detta norma e dalla duplicità di interpretazioni inconciliabili che essa consente, deriverebbe "incertezza del diritto, con conseguente impossibilità di assicurare ai soggetti destinatari parità di trattamento dinanzi alla legge [...] qualora si ritenga che vi sia immediata decorrenza degli obblighi di comunicazione per i soggetti sottoposti a misura di prevenzione"; che con la seconda questione il giudice a quo, deducendo la violazione dell'art. 27 della Costituzione, lamenta che la sanzione prevista dall'art. 31 della legge n. 646 del 1982 per il caso di inosservanza dell'obbligo di comunicazione delle variazioni patrimoniali - la reclusione da due a sei anni e la multa da lire venti milioni a lire quaranta milioni - sia eccessiva e sproporzionata e contemporaneamente inefficace rispetto allo scopo; che il rimettente svolge al riguardo critiche circa l'utilità pratica della previsione, che, finalizzata in astratto a una sorta di difesa avanzata dall'infiltrazione della criminalità mafiosa nell'economia, a suo avviso porrebbe un obbligo puramente formale, la cui inosservanza non determinerebbe alcun sostanziale effetto negativo per il soggetto obbligato, osservando inoltre che i dati concernenti le operazioni che debbono formare oggetto di comunicazione sarebbero comunque conoscibili per altra via, essendo gli acquisti e le alienazioni di immobili - cioè le operazioni di cui si tratta nel caso di specie - effettuati attraverso atti soggetti a forme legali di pubblicità; che inoltre l'adempimento dell'obbligo posto dalla norma finirebbe per costituire, di fatto, una sorta di copertura delle operazioni, avendo il soggetto tutto l'interesse a rispettarlo, ingenerando un effetto di apparente liceità delle operazioni che comportano variazioni patrimoniali, cosicché neppure sotto questo profilo la norma sarebbe in grado di assicurare i risultati in vista dei quali essa è stata posta; che, per queste considerazioni, l'applicazione delle rigorose pene stabilite dalla disposizione a fatti "nella realtà privi di offensività" finirebbe per contrastare - specificamente per "la pena minima edittale" - con il principio di necessaria proporzionalità della pena e suo tramite con la finalità rieducativa, che della pena è carattere essenziale (art. 27 della Costituzione); che, svolgendo una terza questione, il giudice rimettente denuncia infine, in riferimento agli artt. 3, 35, 41 e 42 della Costituzione, l'art. 31 della medesima legge n. 646 del 1982, in quanto prevede, quale ulteriore conseguenza della condanna per il reato di omessa comunicazione delle variazioni patrimoniali, "la confisca dei beni a qualunque titolo acquistati nonché del corrispettivo dei beni a qualunque titolo alienati";