[pronunce]

infatti, la disparità di trattamento non viene meno se i proventi delle azioni revocatorie vanno a beneficio dei creditori, «perché anche in tal caso è violato il principio fondamentale per il quale l'imprenditore deve far fronte alle proprie obbligazioni con i proventi dell'attività di impresa». Peraltro, la locuzione «vantaggio per i creditori» è «priva di autonoma portata normativa», essendo insita nella natura dell'azione revocatoria «la sua strumentalità al vantaggio dei creditori». 4.3.3.- La norma impugnata viola, altresì, il principio di libertà della concorrenza di cui all'art. 41 Cost., atteso che gli altri soggetti economici, che operano in concorrenza con l'impresa sottoposta ad amministrazione straordinaria ex decreto-legge n. 347 del 2003, «non avendo a disposizione il rimedio dell'azione revocatoria per reintegrare il proprio patrimonio, si trovano ingiustificatamente in posizione di inferiorità sul mercato, e di conseguenza non possono svolgere la propria attività in condizioni di parità». Anche sotto questo profilo, il requisito del «vantaggio per i creditori» è irrilevante, poiché sono i creditori dell'impresa insolvente e non le imprese concorrenti che debbono «subire il pregiudizio derivante dall'insolvenza», avendo essi «fatto credito ad un'impresa che non lo meritava». 4.3.4.- Le deducenti prospettano, in alternativa alla dichiarazione di illegittimità costituzionale, una interpretazione costituzionalmente orientata della norma impugnata. Il requisito del «vantaggio per i creditori» può rendere ammissibili le revocatorie solo se interpretato nel senso che «il commissario di un'impresa in ristrutturazione deve distribuire ai creditori, senza trattenerlo a beneficio dell'impresa, tutto quanto incassi dalle azioni revocatorie; oppure, se l'impresa conclude un concordato, è necessario che i proventi delle azioni revocatorie, attraverso l'assuntore che le prosegue, siano integralmente destinati ai creditori, in via immediata e diretta, e quindi in denaro». Inoltre, è necessario che «il riparto di tutti i proventi di ciascuna singola azione revocatoria avvenga a favore dei soli creditori della specifica società che ha compiuto l'atto revocabile». 4.3.5.- Le deducenti osservano, poi, che, nello specifico caso del concordato della Parmalat, in cui si è prevista la cessione delle azioni revocatorie ad una società assuntrice e il soddisfacimento dei creditori mediante attribuzione di titoli azionari di detta società, le azioni revocatorie non sono state considerate nei recovery ratios (ossia nelle percentuali che i creditori avrebbero potuto recuperare dal patrimonio delle società debitrici in caso di liquidazione); e che, comunque, le revocatorie arrecheranno «un vantaggio netto all'assuntore, del quale potranno (eventualmente) trarre beneficio i relativi azionisti, ma soltanto in tale veste ed a prescindere dalla qualità o meno di creditori originariamente rivestita». 4.3.6.- Le deducenti, passando a confutare le argomentazioni dell'Avvocatura dello Stato, osservano che, avendo la parte attrice promosso l'azione revocatoria sulla base dell'art. 6 del decreto-legge n. 347 del 2003, ove tale norma venisse espunta dall'ordinamento, «la domanda diverrebbe inammissibile», donde la indubbia rilevanza della questione ai fini della decisione del giudizio a quo. La questione, inoltre, è rilevante anche con riferimento all'ipotesi di ristrutturazione senza concordato, per il fatto che la sentenza di omologazione del concordato non è ancora passata in giudicato; non è, quindi, possibile escludere che l'azione revocatoria, in difetto di omologazione, «sia proseguita dalla sola Parmalat s.p.a. in amministrazione straordinaria, sulla base della legittimazione ordinaria prevista dal primo comma dell'art. 6 in esame», e, dunque, nell'ambito, extraconcordatario, di «una ristrutturazione industriale che ha come traguardo finale il recupero dell'equilibrio economico delle attività imprenditoriali» (come si esprime l'Avvocatura dello Stato), ossia proprio quel contesto in cui, secondo la difesa erariale, l'azione revocatoria sarebbe costituzionalmente illegittima. Nel merito, le deducenti osservano che è infondato l'assunto, secondo cui la norma impugnata sarebbe costituzionalmente legittima limitatamente alla parte in cui ammette l'esperibilità dell'azione revocatoria fallimentare nella procedura di amministrazione straordinaria mediante ristrutturazione industriale definita con un concordato, poiché in tal caso, facendosi luogo ad una “falcidia” concorsuale, l'azione revocatoria manterrebbe le sue tipiche funzioni (recuperatoria e ridistributiva). Tale assunto non è compatibile con l'impianto del decreto-legge n. 347 del 2003, posto che l'assuntore non può autonomamente proporre le revocatorie, ma può solo proseguire quelle promosse dal commissario straordinario. Di conseguenza, si avrebbe una «struttura dell'azione revocatoria davvero anomala», in quanto «unico legittimato a proporla sarebbe un soggetto (il commissario straordinario) che a seguito del concordato non sarebbe legittimato a proseguirla; l'azione proposta dal commissario straordinario sarebbe contraria ai principi costituzionali fino a quando non fosse proseguita dall'assuntore; nonostante l'intervento dell'assuntore a seguito della sentenza di primo grado di approvazione del concordato (come nella specie), la legittimità dell'intervento, e quindi dell'azione revocatoria stessa non sussisterebbe fino al passaggio in giudicato della sentenza stessa». Una volta, poi, passata in giudicato detta sentenza, non si comprenderebbe come l'azione possa divenire ammissibile nel corso del giudizio. D'altro canto, l'asserita compatibilità fra ristrutturazione con “falcidia” dei crediti e azioni revocatorie è smentita dal fatto che anche nell'amministrazione straordinaria di cui al d.lgs. n. 270 del 1999 la ristrutturazione può essere effettuata mediante concordato (art. 56, comma 3, ultima parte, del citato decreto legislativo) e nonostante ciò l'esperibilità dell'azione revocatoria è preclusa: «segno evidente che detta esperibilità non richiede (solo) il mancato integrale pagamento dei creditori, ma presuppone anche l'eliminazione dell'impresa dal mercato», proprio ciò che, invece, il decreto-legge n. 347 del 2003 «si proponeva di evitare». 4.4.- Credito siciliano s.p.a., premesso che l'azione revocatoria – come è stato chiarito anche dalla giurisprudenza costituzionale (sentenza n. 379 del 2000) – è strumentale al soddisfacimento dei creditori e non può perseguire finalità diverse, osserva che il concordato proposto dal commissario straordinario di Parmalat, sulla base dell'art. 4-bis del decreto-legge n. 347 del 2003, prevede il soddisfacimento dei creditori chirografari mediante assegnazione di azioni della società assuntrice, con il che i creditori «perdono la qualità di creditori ed assumono quella di azionisti». «In questa prospettiva, l'esito favorevole delle domande revocatorie non è più destinato a reintegrare la garanzia dell'articolo 2740 cod. civ.