[pronunce]

SENTENZA ha pronunciato la seguentenel giudizio di legittimità costituzionale degli artt. 464-bis, comma 2, e 521, comma 1, del codice di procedura penale, promosso dal Giudice dell'udienza preliminare del Tribunale ordinario di Catania, nel procedimento penale a carico di M. L.P., con ordinanza del 13 dicembre 2017, iscritta al n. 92 del registro ordinanze 2018 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 26, prima serie speciale, dell'anno 2018. Visto l'atto di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri; udito nella camera di consiglio del 3 aprile 2019 il Giudice relatore Francesco Viganò.. Ritenuto in fatto Considerato in diritto 1.- Con ordinanza del 13 dicembre 2017, il Giudice dell'udienza preliminare del Tribunale ordinario di Catania ha sollevato, in riferimento agli artt. 3 e 24, secondo comma, della Costituzione, questioni di legittimità costituzionale degli artt. 464-bis, comma 2, e 521, comma 1, del codice di procedura penale, nella parte in cui tali disposizioni «non prevedono la possibilità di disporre la sospensione del procedimento con messa alla prova ove, in esito al giudizio, il fatto di reato venga, su sollecitazione del medesimo imputato, diversamente qualificato dal giudice così da rientrare in uno di quelli contemplati dal primo comma dell'art. 168-bis» del codice penale. 1.1.- Il giudice a quo espone che M. L.P. è imputato dei delitti di cui agli artt. 81, secondo comma, cod. pen. e 73, comma 1, del d.P.R. 9 ottobre 1990, n. 309 (Testo unico delle leggi in materia di disciplina degli stupefacenti e sostanze psicotrope, prevenzione, cura e riabilitazione dei relativi stati di tossicodipendenza), per aver detenuto e ceduto, con più azioni esecutive di un medesimo disegno criminoso, marijuana e cocaina. Nel corso dell'udienza preliminare, svoltasi il 12 luglio 2017, il difensore aveva chiesto, previa diversa qualificazione delle condotte di reato contestate ai sensi del comma 5 dell'art. 73 del d.P.R. n. 309 del 1990, la sospensione del processo con messa alla prova, depositando richiesta di elaborazione del programma di trattamento ai sensi dell'art. 464-bis cod. proc. pen. inoltrata all'ufficio esecuzione penale esterna territorialmente competente. Tale istanza era, tuttavia, stata rigettata, in quanto la pena editale prevista per il reato contestato non consentiva l'accesso alla sospensione del procedimento con messa alla prova. Il difensore, munito di procura speciale, aveva quindi chiesto di definire il giudizio con rito abbreviato. Alla successiva udienza dell'8 novembre 2017, fissata per la discussione del giudizio abbreviato, il difensore aveva ribadito nelle proprie conclusioni la precedente istanza di diversa qualificazione del fatto ascritto a M. L.P. ai sensi del comma 5 dell'art. 73 del d.P.R. n. 309 del 1990, chiedendo nuovamente la sospensione del processo con messa alla prova dell'imputato. 1.2.- Rileva il rimettente che le risultanze degli atti di indagine comproverebbero la responsabilità di M. L.P. per una «pluralità di fatti di spaccio di lieve entità», come tali effettivamente qualificabili ai sensi del comma 5 - anziché del comma 1 - dell'art. 73 del d.P.R. n. 309 del 1990. Osserva il giudice a quo che, nell'attuale elaborazione giurisprudenziale, è incontroverso che il potere del giudice di attribuire in sentenza al fatto contestato una definizione giuridica diversa da quella enunciata nella imputazione, previsto dall'art. 521, comma 1, cod. proc. pen. , sia esercitabile anche con la sentenza emessa all'esito del giudizio abbreviato (è citata, in proposito, Corte di cassazione, sezione sesta penale, sentenza 26 settembre-22 ottobre 1996, n. 9213). Sulla base, allora, della riqualificazione dei fatti ai sensi del comma 5 dell'art. 73 del d.P.R. n 309 del 1990, che prevede la pena massima di quattro anni di reclusione, l'imputato avrebbe ben potuto beneficiare della sospensione del processo con messa alla prova, trattandosi «di giovane incensurato [...] e non ricorrendo, altresì, alcuna delle cause di esclusione di cui all'art. 168, commi 4 e 5, c.p.». Tuttavia, la concessione del beneficio non sarebbe più possibile in questa fase, stante l'avvenuto superamento del limite temporale fissato dall'art. 464-bis, comma 2, cod. proc. pen. per la proposizione della relativa richiesta. 1.3.- Il giudice a quo dubita, tuttavia, che tale preclusione - discendente dal combinato disposto degli artt. 464-bis, comma 2, e 521, comma 1, cod. proc. pen. - sia compatibile con gli artt. 24, secondo comma, e 3 Cost. Osserva il rimettente che un tema analogo era stato affrontato da questa Corte nella sentenza n. 530 del 1995, che aveva dichiarato l'illegittimità costituzionale degli artt. 516 e 517 cod. proc. pen. , nella parte in cui non prevedevano la facoltà dell'imputato di proporre domanda di oblazione relativamente al fatto diverso e al reato concorrente contestati in dibattimento, indipendentemente dal carattere "patologico" o "fisiologico" della nuova contestazione. Rammenta ancora il giudice a quo che tali rilievi erano stati di seguito recepiti dal legislatore che, con l'art. 53, comma 1, lettera c), della legge 16 dicembre 1999, n. 479 (Modifiche alle disposizioni sul procedimento davanti al tribunale in composizione monocratica e altre modifiche al codice di procedura penale. Modifiche al codice penale e all'ordinamento giudiziario. Disposizioni in materia di contenzioso civile pendente, di indennità spettanti al giudice di pace e di esercizio della professione forense), aveva aggiunto un comma 4-bis all'art. 141 delle norme di attuazione, di coordinamento e transitorie del codice di procedura penale, allegate al decreto legislativo 28 luglio 1989, n. 271, in forza del quale «[i]n caso di modifica dell'originaria imputazione in altra per la quale sia ammissibile l'oblazione, l'imputato è rimesso in termini per chiedere la medesima [...]». Proprio grazie a tale intervento normativo si sarebbe consolidato «un indirizzo giurisprudenziale che consente il ricorso all'oblazione anche nel caso in cui la differente definizione giuridica del fatto, così reso compatibile con l'accesso al rito, costituisca l'oggetto di una decisione assunta dal giudice in sede di definizione del procedimento», salvo l'onere dell'imputato di «formulare istanza di ammissione all'oblazione in rapporto alla diversa qualificazione che contestualmente solleciti al giudice di definire» (è citata Corte di cassazione, sezioni unite penali, sentenza 26 giugno-22 luglio 2014, n. 32351).