[pronunce]

Con note del 3 e del 22 dicembre 2009, oggetto dell'odierna impugnativa, il Presidente del Consiglio dei ministri, in riferimento ai primi due punti della richiesta, dichiarava di confermare il segreto di Stato tanto in ordine a «modi e forme dirette e indirette di finanziamento per la gestione da parte di Pio Pompa della sede del SISMI di via Nazionale, allorché il Servizio era diretto da Nicolò Pollari»; quanto in relazione a «modi e forme di retribuzione, diretta o indiretta, di Pio Pompa e Jennj Tontodimamma, collaboratori prima e dipendenti poi del SISMI, diretto da Nicolò Pollari». Richiamando la sentenza n. 106 del 2009 di questa Corte, il Presidente del Consiglio rilevava come la conferma del segreto si imponesse per l'«esigenza di tutela degli interna corporis dell'allora SISMI con riferimento al disvelamento di dinamiche interne all'attività del Servizio». Il Presidente del Consiglio confermava l'esistenza del segreto anche sulle altre due circostanze oggetto della richiesta, osservando che - alla luce di quanto precisato nella citata sentenza n. 106 del 2009 - «anche le direttive e gli ordini impartiti all'interno del servizio possono costituire interna corporis da tutelare, se dalla loro divulgazione vengono in evidenza, come nel caso in esame, profili attinenti alle modalità organizzative e a quelle tecnico-operative che è opportuno non disvelare»; profili che la vigente normativa sul segreto di Stato, e in particolare il decreto del Presidente del Consiglio dei ministri 8 aprile 2008 (Criteri per l'individuazione delle notizie, delle informazioni, dei documenti, degli atti, delle attività, delle cose e dei luoghi suscettibili di essere oggetto di segreto di Stato), considererebbero, d'altra parte, «tutelabili al massimo livello». Il Presidente del Consiglio dichiarava, quindi, conclusivamente, di dover confermare il segreto di Stato su tutte le circostanze dianzi indicate «allo scopo di evitare danni gravi agli interessi individuati dal comma 1 dell'art. 39 della legge n. 124 [del] 2007». Il successivo 29 dicembre 2009, il pubblico ministero chiedeva il rinvio a giudizio del Pollari e del Pompa, ritenendo che gli elementi raccolti nel corso delle indagini preliminari - costituiti da dati non coperti da segreto di Stato, acquisiti essenzialmente a seguito della perquisizione e del conseguente sequestro operati il 5 luglio 2006 presso la sede del SISMI di via Nazionale in Roma - fossero comunque idonei a sostenere l'accusa in giudizio. Nell'udienza preliminare, il pubblico ministero sosteneva - con l'adesione dei difensori delle parti civili - che l'opposizione e la conferma del segreto di Stato non potessero assumere rilievo nell'attuale fase processuale, ma, semmai, solo nella successiva fase dibattimentale: ciò, in quanto gli imputati non avevano contestato la legittimità dell'ingresso nel fascicolo processuale di elementi già acquisiti, ma si erano limitati a dedurre l'impossibilità di produrre atti - peraltro, non indicati - in tesi necessari per la loro difesa, perché costituenti oggetto di segreto di Stato. La validità dell'assunto era contestata dai difensori degli imputati, secondo i quali l'avvenuta conferma del segreto - concernente notizie essenziali per l'accertamento dei fatti e per l'esercizio della difesa - avrebbe imposto, al contrario, l'immediata declaratoria di non doversi procedere nei confronti degli imputati per l'esistenza del segreto di Stato, secondo quanto previsto dall'art. 41, comma 3, della legge n. 124 del 2007. 1.2.- Disattendendo la tesi del pubblico ministero e delle parti civili, il giudice ricorrente ritiene che la questione relativa alla sussistenza del segreto di Stato rilevi, in effetti, già nella fase processuale in corso, finalizzata ad una prima verifica della fondatezza delle accuse e dell'eventuale esistenza di cause di non punibilità o di situazioni ostative al seguito dell'azione penale. Nella specie, verrebbe segnatamente in considerazione l'impedimento all'esercizio del diritto di difesa degli imputati, derivante dall'impossibilità di contrastare le accuse loro mosse adducendo cause di giustificazione basate su atti coperti, in assunto, da segreto di Stato. Al fine di rendere rilevante tale impedimento, non sarebbe, d'altro canto, necessario sollevare questione di legittimità costituzionale dell'art. 41 (e, eventualmente, degli artt. 39 e 40) della legge n. 124 del 2007, così come sostenuto dal pubblico ministero e dalle parti civili. Nella sentenza n. 106 del 2009, questa Corte avrebbe, infatti, già implicitamente riconosciuto la conformità a Costituzione delle anzidette norme, omettendo di sollevare avanti a sé tale questione di legittimità costituzionale in un caso nel quale uno degli imputati aveva parimenti opposto il segreto di Stato, quale ostacolo al compiuto esercizio delle sue facoltà difensive. 1.3.- Tanto premesso, il ricorrente pone in dubbio, tuttavia, la legittimità degli atti di conferma del segreto, reputandoli lesivi delle proprie attribuzioni riconosciute dalla Costituzione. In via preliminare, il ricorrente osserva come la legittimità degli atti impugnati debba essere appropriatamente verificata sulla base delle previsioni della legge n. 124 del 2007, vigente nel momento in cui il segreto di Stato è stato opposto e confermato, e non già di quelle della legge 24 ottobre 1977, n. 801 (Istituzione e ordinamento dei servizi per le informazioni e la sicurezza e disciplina del segreto di Stato), in vigore all'epoca di commissione dei fatti di reato contestati agli imputati. Al di là della «portata definitoria» di talune disposizioni, la disciplina del segreto di Stato avrebbe, infatti, carattere processuale, rimanendo, perciò, soggetta al principio tempus regit actum, il quale comporta che, nel caso di successione di leggi nel tempo, la nuova disciplina si applichi anche ai procedimenti in corso, quanto alle attività non completamente «esaurite» nella vigenza della precedente normativa. Del resto, la legge del 2007, benché foriera nel suo complesso di rilevanti innovazioni, parrebbe in una linea di sostanziale continuità con la disciplina previgente, quanto alla delimitazione dell'area degli interessi tutelabili a mezzo del segreto di Stato. L'art. 39, comma 1, di detta legge - richiamato negli atti impugnati - stabilisce, infatti, sulla falsariga dell'art. 12 della legge n. 801 del 1977, che «sono coperti dal segreto di Stato gli atti, i documenti, le notizie, le attività e ogni altra cosa la cui diffusione sia idonea a recare danno all'integrità della Repubblica, anche in relazione ad accordi internazionali, alla difesa delle istituzioni poste dalla Costituzione a suo fondamento, all'indipendenza dello Stato rispetto agli altri Stati e alle relazioni con essi, alla preparazione e difesa militare dello Stato».