[pronunce]

4.- Negli anni successivi, tuttavia, si è consolidato nella giurisprudenza di legittimità un orientamento di segno opposto, in base al quale il delitto in esame è configurabile anche quando l'omessa comunicazione riguardi operazioni effettuate mediante atti pubblici, soggetti ad un regime di pubblicità, trattandosi di atti comunque non destinati ad essere portati a conoscenza del nucleo di polizia tributaria competente né ad opera del pubblico ufficiale rogante, né di altri. Al riguardo, si è rilevato come si sia di fronte ad un reato di pericolo presunto, finalizzato, da un lato, a garantire che il nucleo di polizia tributaria venga effettivamente e sollecitamente a conoscenza della variazione intervenuta nel patrimonio di soggetti di accertata pericolosità sociale (e non semplicemente che la possa conoscere, effettuando indagini di propria iniziativa); dall'altro, a rendere obbligatoria per l'amministrazione una verifica altrimenti solo eventuale. L'elemento soggettivo del delitto, d'altra parte - si è aggiunto - è rappresentato dal dolo generico, il quale esige la semplice consapevolezza dei presupposti di fatto da cui sorge l'obbligo di comunicazione (qualità di condannato o di sottoposto a misura di prevenzione del soggetto obbligato, superamento della soglia di rilevanza dell'operazione), senza che l'inadempiente debba essere animato dallo specifico scopo di occultare alla polizia tributaria le informazioni che vengono in rilievo. Mentre, poi, l'ignoranza da parte dell'interessato della stessa esistenza dell'obbligo di comunicazione risulterebbe inescusabile, trattandosi di errore di diritto vertente su norma integratrice del precetto penale. 5.- L'odierno rimettente denuncia come alla stregua di tale «diritto vivente» - che ingloba nel cono applicativo dell'incriminazione anche fatti che, secondo le indicazioni delle pronunce di questa Corte dianzi ricordate, avrebbero dovuto restarvi estranei - il trattamento sanzionatorio della fattispecie risulti manifestamente sproporzionato per eccesso, violando, con ciò, gli artt. 3, 27, terzo comma, e 42 Cost. La questione sollevata coglie un indubbio profilo di criticità del paradigma punitivo considerato. Nondimeno, l'intervento che il giudice a quo propone per porvi rimedio è impraticabile da questa Corte. Con riguardo alla pena, il risultato cui dichiaratamente mira il rimettente è di rimuovere i minimi edittali stabiliti dalla norma censurata, con l'effetto di rendere applicabili le previsioni degli artt. 23 e 24 cod. pen. , che fissano in via generale la durata minima della reclusione in quindici giorni e l'ammontare minimo della multa in cinquanta euro. Al riguardo, è tuttavia dirimente il rilievo che questa Corte non può rimodulare liberamente le sanzioni degli illeciti penali. Se lo facesse, invaderebbe un campo riservato alla discrezionalità del legislatore, stante il carattere tipicamente politico degli apprezzamenti sottesi alla determinazione del trattamento sanzionatorio: discrezionalità il cui esercizio è censurabile, sul piano della legittimità costituzionale, solo ove trasmodi nella manifesta irragionevolezza o nell'arbitrio, come avviene quando si sia di fronte a sperequazioni sanzionatorie tra fattispecie omogenee non sorrette da alcuna ragionevole giustificazione (ex plurimis, sentenze n. 68 del 2012, n. 161 del 2009, n. 324 del 2008 e n. 394 del 2006). L'odierno rimettente non lamenta, peraltro, che l'omessa comunicazione delle variazioni patrimoniali sia punita in modo ingiustificatamente più aspro di altra fattispecie omogenea. Censura, invece, che essa sia punita in modo irragionevolmente uguale - quanto a pena detentiva - ad altra fattispecie in assunto più grave, individuata segnatamente nel delitto di trasferimento fraudolento di valori al fine di eludere la legge in materia di misure di prevenzione o di commettere reati di riciclaggio (art. 12-quinquies del d.l. n. 306 del 1992). Le due prospettive non sono, peraltro, equivalenti. Nel primo caso - ove ravvisi l'arbitrarietà della soluzione legislativa denunciata - la Corte può rimuovere il vulnus allineando la risposta punitiva della fattispecie in discussione a quella della fattispecie analoga; nel secondo dovrebbe scegliere invece essa stessa, in modo "creativo", la pena da sostituire a quella censurata, così da "scaglionare" le ipotesi in comparazione sul piano sanzionatorio: operazione che le è preclusa. In effetti, «se non si riscontra una sostanziale identità tra le fattispecie prese in considerazione, e si rileva invece, come nel caso in esame, una sproporzione sanzionatoria rispetto a condotte più gravi, un eventuale intervento di riequilibrio di questa Corte non potrebbe in alcun modo rimodulare le sanzioni previste dalla legge, senza sostituire la propria valutazione a quella che spetta al legislatore» (sentenza n. 22 del 2007). Né, d'altra parte, il parametro cui agganciare l'intervento di riequilibrio potrebbe essere rappresentato dalle norme generali sull'entità minima dei diversi tipi di pena (nella specie, gli artt. 23 e 24 cod. pen.), per la semplice ragione che - come già detto - l'allineamento a tali minimi è esso stesso una scelta non "a rime obbligate". È evidente, in effetti, che, se si avallasse il modus operandi caldeggiato dal rimettente, si verrebbe ad affermare un principio inaccettabile: e, cioè, che tutte le volte in cui si riscontri che due reati di diversa gravità sostanziale sono puniti con pene eguali la pena minima del reato meno grave dovrebbe essere ridotta (nel caso di delitto punibile con pene congiunte) a quindici giorni di reclusione e ad euro cinquanta di multa. Nella pronuncia dichiarativa dell'illegittimità costituzionale della pena edittale minima del delitto di oltraggio a pubblico ufficiale, prevista dall'art. 341 cod. pen. , nel testo all'epoca vigente (sentenza n. 341 del 1994) - pronuncia alla quale si richiama in modo specifico l'odierno rimettente - questa Corte si giovò in effetti, sia pure col supporto di un complesso di ulteriori considerazioni, della comparazione con la fattispecie affine dell'ingiuria, che, per l'appunto, non prevede un minimo edittale. 6.- Per quanto attiene, poi, alla confisca, lo stesso petitum del giudice a quo resta indeterminato. Il rimettente lamenta, infatti, che la previsione della confisca obbligatoria impedisca al giudice di «graduare» la risposta sanzionatoria rispetto all'effettivo disvalore del fatto, senza peraltro precisare l'esatta direzione dell'intervento richiesto: se, cioè, questo debba consistere nella eliminazione tout court della confisca, ovvero nella sua trasformazione in confisca facoltativa, ovvero ancora nella previsione della possibilità di una confisca solo parziale (intervento, quest'ultimo, che non potrebbe essere comunque operato dalla Corte, traducendosi in una innovazione di sistema: sentenza n. 252 del 2012).