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Disposizioni in materia di informativa antimafia interdittiva. Onorevoli Senatori . – L'informativa antimafia costituisce uno dei principali strumenti di contrasto al coinvolgimento di organizzazioni criminali nell'ambito dei rapporti economici tra pubblica amministrazione e privati. Si tratta, in altri termini, di una misura interdittiva adottata dal prefetto nei confronti di imprese o soggetti economici, in relazione ai quali siano stati accertati tentativi di infiltrazione mafiosa, al fine di salvaguardare l'ordine pubblico economico, la libera concorrenza tra le imprese e il buon andamento della pubblica amministrazione. Un simile provvedimento produce così l'effetto di rendere il soggetto destinatario dell'atto incapace di contrarre con la pubblica amministrazione e determina, al contempo, la decadenza di ogni tipo di autorizzazione o iscrizione abilitante, anche se ottenuta mediante la segnalazione certificata di inizio attività o di silenzio assenso. Per tali rilevanti effetti che da essa derivano, con ripercussioni sulla vita economica dell'impresa colpita, soprattutto in termini occupazionali, l'interdittiva o informativa antimafia costituisce uno degli istituti più discussi del contenzioso amministrativo. Il codice delle leggi antimafia e delle misure di prevenzione, nonché nuove disposizioni in materia di documentazione antimafia, di cui al decreto legislativo 6 settembre 2011, n. 159, riprendendo quanto disposto dal decreto del Presidente della Repubblica 3 giugno 1998, n. 252, recante norme per la semplificazione dei procedimenti relativi al rilascio delle comunicazioni e delle informazioni antimafia, ha così tipizzato tale istituto, mediante il quale, con un provvedimento costitutivo del prefetto, si constata una obiettiva ragione di insussistenza della perdurante fiducia sulla affidabilità e sulla moralità dell'imprenditore (Consiglio di Stato, sezione III, 31 dicembre 2014, n. 6465), che deve costantemente sussistere nei rapporti contrattuali di cui sia parte un'amministrazione e che, ai sensi dell'articolo 1674 del codice civile, è di per sé rilevante per ogni contratto di appalto. Il legislatore, quindi, nell'attribuire un potere così importante a un organo periferico del Ministero dell'interno e nel prevedere, altresì, il dovere di tutte le amministrazioni di emanare i relativi atti consequenziali, ha certamente tenuto conto sia delle competenze generali delle prefetture in ordine alla gestione dell'ordine pubblico e al coordinamento delle Forze d'ordine sia dell'esigenza che non sia ciascuna singola amministrazione, di per sé, a porre in essere le relative complesse attività istruttorie e a emanare singoli provvedimenti. Ai fini dell'interdittiva antimafia, allora, il prefetto può e deve basarsi su fatti ed episodi che, seppure non assurgano al rango di prove o indizi di valenza processuale, nel loro insieme configurino un quadro indiziario univoco e concordante avente valore sintomatico del pericolo di infiltrazioni mafiose nella gestione dell'impresa esaminata. Tale misura, d'altra parte, come evidenziato dal Consiglio di Stato, sezione III, con la sentenza n. 982 del 2 marzo 2017, è per sua stessa ragion d'essere un provvedimento discrezionale e non vincolato, che deve fondarsi su di un autonomo apprezzamento degli elementi delle indagini svolte, oppure, al contempo, dei provvedimenti emessi in sede penale, da parte dell'autorità prefettizia. In altri termini, i giudici di palazzo Spada hanno ribadito che è compito del prefetto valutare il provvedimento giurisdizionale nel suo valore, in quanto indice dell'infiltrazione mafiosa, a fronte di uno dei delitti di cui all'articolo 84, comma 4, lettera a) , del codice delle leggi antimafia, di cui al decreto legislativo n. 159 del 2011; egli però ma deve contestualmente formare un'opinione autonoma circa le implicazioni penali, non essendovi un collegamento automatico tra l'emissione del provvedimento cautelare in sede penale e l'emissione dell'informativa interdittiva. La valutazione prefettizia, più nello specifico, deve fondarsi su elementi gravi, precisi e concordanti, che consentano di ritenere razionalmente credibile il pericolo di infiltrazione mafiosa in base a un complessivo, oggettivo e sempre sindacabile in sede giurisdizionale apprezzamento dei fatti nel loro valore sintomatico. Al contempo, l'equilibrata ponderazione dei contrapposti valori costituzionali in gioco, la libertà di impresa e la tutela dei fondamentali beni che presidiano il principio di legalità sostanziale summenzionati, richiedono alla prefettura un'attenta valutazione di tali elementi, che devono offrire un quadro chiaro, completo e convincente del pericolo di infiltrazione mafiosa e che, a sua volta, impongono al giudice amministrativo un altrettanto approfondito esame di tali elementi, singolarmente e nella loro intima connessione, per assicurare una tutela giurisdizionale piena ed effettiva contro ogni eventuale eccesso di potere da parte del prefetto medesimo nell'esercizio di tale ampio, ma non indeterminato, potere discrezionale (Consiglio di Stato, sezione III, sentenza 9 febbraio 2017, n. 565). Il presente disegno di legge intende incidere solo sul procedimento applicativo dell'interdittiva antimafia, in modo da che la prevenzione dell'infiltrazione mafiosa si realizzi, il più possibile, con la collaborazione dell'impresa sottoposta a verifica. L'articolo 1, comma 1, lettera b) , aumenta l'efficacia temporale dell'informazione antimafia interdittiva, dagli attuali dodici mesi a trentasei mesi. Allo stesso tempo, però, stabilisce che, alla scadenza di tale periodo, gli effetti della misura cessino automaticamente, senza necessità di una revisione da parte del prefetto, rendendo così certa la durata massima della misura. Le lettere d) , e) , f) e g) del medesimo comma 1 modificano il procedimento di adozione della misura interdittiva, prevedendo che, quando emerge la sussistenza di un tentativo di infiltrazione mafiosa, il prefetto dispone le verifiche necessarie, dandone comunicazione all'interessato e, se il contenuto interdittivo riguarda persone fisiche, anche direttamente a queste ultime, che possono così partecipare al procedimento, con facoltà di prendere visione o di estrarre copia di documenti non riservati o sottoposti a segreto ai sensi dell'articolo 10 della legge 7 agosto 1990, n. 241, nonché possano presentare le proprie osservazioni nel procedimento. Si procede inoltre all'implementazione dell'obbligo di instaurazione del contraddittorio, come garanzia del giusto procedimento, tenendo presente quanto stabilito recentemente dal TAR di Bari (sezione III, ordinanza del 13 gennaio 2020, n. 28) in merito all'informazione antimafia, che ha proceduto ad operare il rinvio pregiudiziale alla Corte di giustizia dell'Unione europea per chiarire se la norma nazionale (il codice delle leggi antimafia, di cui al decreto legislativo n. 159 del 2011), nella parte in cui non prevede il contraddittorio endoprocedimentale in favore del soggetto interessato, sia compatibile con il principio del contraddittorio, così come riconosciuto dal diritto unionale (articolo 41 della della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea).