[pronunce]

- Anche nel giudizio relativo all'ordinanza n. 147 del 2011 è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che la questione sia dichiarata infondata. Nella memoria si osserva innanzitutto che l'art. 40 della legge n. 69 del 2005 costituisce l'attuazione, nell'ordinamento interno, della facoltà che l'art. 32, paragrafo 1, della decisione quadro, riconosce agli Stati membri di applicare il mandato di arresto europeo ai reati commessi prima del 7 agosto 2002, facoltà esercitata peraltro anche da Austria, Lussemburgo, Repubblica ceca e Francia. In secondo luogo, l'applicabilità del regime estradizionale comporterebbe alcune conseguenze anche in favore del ricercato, se si consideri che nel sistema del MAE i motivi di rifiuto sono tassativi e che è stata soppressa la verifica della doppia incriminazione come motivo di non esecuzione del MAE, in relazione a un elenco di 32 categorie di reato contenuto nello strumento. 4.1. - Ad avviso della Presidenza del Consiglio dei ministri, inoltre, le scelte del legislatore italiano (e di altri Stati membri) in tema di disciplina transitoria non potrebbero ritenersi «irragionevoli», laddove si consideri che l'assenza della garanzia di poter scontare la pena nel Paese ove si è radicati (nel senso chiarito dalla giurisprudenza europea - Corte giust. 17 luglio 2008, causa C-66/08, Kozlowski) risulta assai ridimensionata dalla nuova disciplina sul trasferimento dei condannati di cui alla decisione quadro 2008/909/GAI del 27 novembre 2008 (Decisione quadro relativa all'applicazione del principio del reciproco riconoscimento alle sentenze penali che irrogano pene detentive o misure privative della libertà personale, ai fini della loro esecuzione nell'Unione europea), attuata nel nostro Paese con il decreto legislativo 7 settembre 2010, n. 161 (Disposizioni per conformare il diritto interno alla Decisione quadro 2008/909/GAI relativa all'applicazione del principio del reciproco riconoscimento alle sentenze penali che irrogano pene detentive o misure privative della libertà personale, ai fini della loro esecuzione nell'Unione europea).1. - Vengono all'esame della Corte due ordinanze di rimessione pronunciate dalla Corte di cassazione (r.o. nn. 71 e 147 del 2011). 1.1. - La prima ordinanza (r.o. n. 71 del 2011) censura l'art. 705 del codice di procedura penale, nella parte in cui non prevede una riserva analoga a quella richiamata dall'art. 18, comma 1, lettera r), della legge 22 aprile 2005, n. 69 (Disposizioni per conformare il diritto interno alla decisione quadro 2002/584/GAI del Consiglio, del 13 giugno 2002, relativa al mandato d'arresto europeo e alle procedure di consegna tra Stati membri), «nella lettura imposta dalla pronuncia della Corte costituzionale n. 227 del 2010», qualora la procedura sia attivata tra Stati membri dell'Unione europea e riguardi la richiesta di estradizione di un cittadino dello stesso territorio, «stabilmente inserito in Italia». 1.2. - La seconda ordinanza (r.o. n. 147 del 2011) , oltre che del citato art. 705, cod. proc. pen. , dubita della legittimità costituzionale dell'art. 40 della legge n. 69 del 2005, nella parte in cui non prevedono, in una situazione analoga a quella richiamata dall'art. 18, lettera r), della medesima legge, che la Corte di appello ? in relazione ad una domanda di estradizione presentata dopo il 14 maggio 2005 da uno Stato membro dell'Unione europea, sulla base di una sentenza di condanna, divenuta esecutiva dopo il 1° gennaio 2004, ad una pena privativa della libertà personale, per un reato commesso prima del 7 agosto 2002 - pronunci sentenza contraria alla estradizione di un cittadino di un Stato membro dell'Unione europea, che legittimamente ed effettivamente abbia la residenza o la dimora nel territorio italiano, quando ritenga che tale pena sia eseguita in Italia conformemente al diritto interno. 2. - In virtù dell'identità delle questioni sollevate, della parziale identità dell'oggetto e degli argomenti utilizzati va disposta la riunione dei giudizi, ai fini di un'unica trattazione e di un'unica pronuncia. 3. - Preliminarmente, in relazione al giudizio relativo all'ordinanza iscritta al r.o. n. 71 del 2011, va rilevato che la comunicazione, trasmessa dalla Corte di cassazione, con nota del 21 settembre 2011, relativa all'intervenuta prescrizione del reato per il quale l'autorità straniera procedeva, non può esplicare effetti sul giudizio di legittimità costituzionale, in quanto questo, «una volta iniziato in seguito ad ordinanza di rinvio del giudice rimettente non è suscettibile di essere influenzato da successive vicende di fatto concernenti il rapporto dedotto nel processo che lo ha occasionato», come previsto dall'art. 18 delle Norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale, nel testo approvato il 7 ottobre 2008 (sentenza n. 227 del 2010 e, in riferimento all'identica norma contenuta in precedenza nell'art. 22: sentenza n. 244 del 2005; ordinanze n. 270 del 2003 e n. 383 del 2002). 4. - Con tale ordinanza di rimessione, iscritta al n. r.o. n. 71 del 2011, la Corte di cassazione assume che l'art. 705 del codice di procedura penale si porrebbe in contrasto con l'art. 3, della Costituzione, in quanto determinerebbe una «difformità di trattamento di situazioni analoghe, che appare priva di ragionevolezza», poiché precluderebbe, per i reati commessi prima del 7 agosto 2002, l'applicazione della più favorevole disposizione di cui al citato art. 18, lettera r), della legge n. 69 del 2005, nonostante che «il decorso di un congruo periodo temporale dall'epoca del commesso reato rende in fatto ancor più probabile la recisione dei legami con il proprio paese d'origine e più radicata la presenza nel territorio straniero intervenuta medio termine». Inoltre, impedendo per tali reati di rifiutare l'estradizione, la norma violerebbe anche l'art. 117, primo comma, Cost., ponendosi in contrasto con i principi comunitari, ed in particolare quello di non discriminazione di cui all'art. 12 del Trattato, di uniformità di trattamento dei cittadini europei di cui all'art. 17 del Trattato, del diritto di stabilimento riconosciuto dall'art. 18. Infine, la disciplina dell'estradizione e, segnatamente l'art. 705, cod. proc. pen. , impedendo al condannato, cittadino di un Paese membro dell'Unione europea, residente o dimorante nel nostro territorio ed ivi stabilmente inserito, la possibilità di scontare la pena in Italia si porrebbe in contrasto con l'art. 27, terzo comma, Cost. 4.1. - La questione è manifestamente inammissibile. 4.2.