[pronunce]

Quanto alla rilevanza della questione, il rimettente sottolinea che la controversia sottoposta al suo esame, concernendo la pretesa dei titolari delle aziende agricole di ottenere la condanna dell'ente regionale al pagamento della differenza tra la somma risultante dall'applicazione della misura stabilita dall'originaria versione dell'art. 2, comma 2, del d. l. n. 367 del 1990 ed il minore importo effettivamente erogato dalla Regione Puglia, non può essere decisa indipendentemente dalla risoluzione della prospettata questione di legittimità costituzionale. 2. - Si è costituita nel giudizio Iolanda Capraro, parte del giudizio a quo, la quale ha eccepito l'irrilevanza della norma censurata nel rapporto tra i titolari delle aziende agricole e la Regione. Secondo la parte privata, anche dopo l'entrata in vigore dell'art. 8-septies del d. l. n. 136 del 2004, la sua posizione giuridica in materia di contributo una tantum si configura come diritto soggettivo in virtù del provvedimento a suo tempo emanato dal Comune. Infatti l'ente locale, a seguito di apposita istruttoria, aveva redatto gli elenchi degli aventi diritto, determinando, per ciascuno di essi, l'ammontare del relativo contributo che, essendo stato calcolato in misura pari a lire due milioni per ettaro, deve considerarsi conforme anche al nuovo testo dell'art. 2, comma 2, del d. l. n. 367 del 1990, il quale consente che il contributo possa arrivare fino al limite dei due milioni per ettaro. La Capraro ha aggiunto che la somma di lire 165 miliardi assegnata dallo Stato alla Regione Puglia sarebbe stata sufficiente al pagamento per intero del contributo così come originariamente quantificato, posto che la stessa Regione aveva indicato in lire 148 miliardi il fabbisogno di spesa per la provvidenza di cui all'art. 2, comma 2, del d. l. n. 367. Né, d'altro canto, l'art. 8-septies potrebbe incidere su quel diritto soggettivo, poiché la Regione agirebbe in virtù di un rapporto di delegazione amministrativa intersoggettiva con lo Stato, onde risponderebbe del pagamento delle provvidenze con tutto il suo patrimonio. Il fatto, poi, che i fondi siano forniti alla Regione dallo Stato, non inciderebbe sulla concreta attuazione degli interventi e l'art. 8-septies potrebbe avere l'unica conseguenza di impedire che la Regione possa conseguire dallo Stato il rimborso di quanto versato ai privati. Sul merito della questione, la parte privata ha sostenuto che all'art. 8-septies deve essere negata natura di norma di interpretazione autentica sia perché esso ha riscritto la norma originaria (sostituendo le parole «di lire» con «fino a lire»), sia perché ha introdotto per la prima volta un limite alla spesa complessiva. Ha aggiunto che nella fattispecie l'intervento del legislatore avrebbe travalicato i limiti entro i quali, secondo la giurisprudenza della Corte costituzionale, possono essere emanate norme retroattive. Infatti, poiché la pubblicazione degli elenchi degli aventi diritto al contributo ha concluso definitivamente il relativo procedimento amministrativo e nessuna azienda agricola può più avanzare nuove richieste per ottenere il contributo in questione, l'art. 8-septies avrebbe l'unico scopo di incidere intenzionalmente sui giudizi in corso al fine di interrompere l'orientamento giurisprudenziale favorevole alle parti private, con violazione degli artt. 24, 101, 102 e 104 Cost. Inoltre, poiché il contributo contemplato dall'art. 2, comma 2, del d. l. n. 367 del 1990 era alternativo alle provvidenze previste dal precedente comma 1 dello stesso articolo, il titolare dell'azienda agricola, optando per il primo, ha implicitamente rinunciato alle seconde e pertanto l'intervento del legislatore, che aveva ridotto l'entità del contributo e non anche quella delle altre provvidenze, si porrebbe in contrasto con i principi di ragionevolezza e di tutela dell'affidamento. 3. - Nel giudizio è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, invocando il rigetto della questione di legittimità costituzionale per manifesta infondatezza. Ha evidenziato, al riguardo, che il d. l. n. 367 del 1990, all'art. 11, aveva valutato in complessivi 900 milioni di lire gli oneri derivanti dalla sua applicazione e non aveva previsto ulteriori mezzi per far fronte ad una spesa maggiore. Ne conseguirebbe che già dalla disciplina del 1990 risultava che il contributo avrebbe potuto essere concesso solamente nei limiti della copertura finanziaria prevista dall'art. 11 del d. l. n. 367 del 1990 e dello stanziamento assegnato alle singole Regioni, onde l'art. 8-septies del d. l. n. 136 del 2004 non avrebbe alcun contenuto innovativo. L'interveniente ha aggiunto che, comunque, la giurisprudenza costituzionale è consolidata nel senso che la retroattività di una norma legislativa non costituisce di per sé motivo di illegittimità costituzionale se non si ponga in contrasto con il principio di ragionevolezza o con altri valori ed interessi costituzionali specificamente protetti. Nella fattispecie la norma deve ritenersi giustificata dall'esigenza di assicurare la concreta attuazione delle finalità del contributo una tantum nei limiti dello stanziamento disposto dall'art. 11 del d. l. n. 367 del 1990, in applicazione dell'art. 81, quarto comma, Cost. Né, secondo l'Avvocatura dello Stato, è ipotizzabile un vulnus alla potestas iudicandi perché il legislatore si è mosso sul piano generale ed astratto delle fonti. 4. - Il Presidente del Consiglio dei ministri ha depositato successivamente altra memoria nella quale ha ribadito la fondatezza delle tesi esposte nel proprio atto di intervento, aggiungendo che, secondo una recentissima giurisprudenza della Corte di cassazione, già l'originaria disciplina normativa del contributo di cui si discute doveva essere interpretata nel senso che la somma di lire due milioni per ettaro poteva essere erogata a favore dei coltivatori danneggiati nella misura in cui vi fosse capienza negli stanziamenti disposti a favore della Regione dal Fondo di solidarietà nazionale in agricoltura e, dunque, solamente in quota matematicamente riproporzionata sulla base di quegli stanziamenti. Conseguentemente, la disposizione oggetto del presente giudizio non avrebbe fatto altro che ribadire quanto già risultava dal testo della normativa del 1990.1.