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La nostra risoluzione, partendo dalla constatazione che di fronte all'emergenza del coronavirus occorre effettivamente un cambio di paradigma e che quindi non ha più senso parlare di scostamento dal sentiero di equilibrio virtuoso dei conti (fondamentalmente la vecchia cassetta degli attrezzi del fiscal compact , del two pack, del six pack ), partendo dalla constatazione che tutto ciò oggi non ha un grande senso, chiedeva una mossa veramente ambiziosa, cioè chiedeva al Governo di considerare nell'aggiornamento del piano di rientro qualsiasi cifra dovesse rivelarsi necessaria alla realizzazione di tutti gli interventi in ambito sanitario ed economico finanziario utili a fronteggiare l'emergenza epidemiologica da COVID-19 e anche a rilanciare l'economia italiana gravemente colpita. Infatti, un dato di fatto che dobbiamo riconoscerlo: sappiamo che l'intervento che voteremo oggi è solo il primo passo di un percorso e allora - lo devo dire con serenità, ma anche con una certa amarezza - che mi viene in mente in questo momento il titolo di un libro di uno storico, Philip Mirowski, che tradotto in italiano è più o meno un invito a non lasciare che una buona crisi vada sprecata. Ebbene, questa crisi avrebbe potuto essere una buona opportunità sotto il profilo tattico, in termini di politica economica, ma anche una buona opportunità culturale e io vedo che stiamo perdendo l'una e l'altra. Dal punto di vista della politica economica, voglio ribadire qui quello che ho avuto modo di dire oggi al ministro Gualtieri, che ci ha dovuto lasciare - non gliene faccio certo una colpa, perché so quanto sia impegnato in questo momento - in audizione oggi nelle Commissioni congiunte, ovvero che dovremmo apprendere dall'esempio dei cugini francesi, che di fronte ad uno shock di entità sostanzialmente comparabile a quello attuale fecero una bella cosa: partirono da un deficit del 7 per cento e poi scalarono di mezzo punto l'anno. Perché questo? Perché nell'assurdità delle regole europee, cui qui ci si continua ad inchinare, in un certo senso, è molto meglio fare così, perché se si fissa il 7 e poi si scende, anno per anno la discesa viene valutata come uno sforzo positivo e quindi non si viene sanzionati. (Applausi dal Gruppo L-SP-PSd'Az) . Al tempo stesso, si elimina l'effetto di isteresi - come dicono i tecnici e siccome poi parlerò di scienza tenevo a farvi capire che sono scienziato anch'io (una volta lo ero) - cioè non si parte da uno scalino più basso, perché poi il potenziale sarà cifrato a quello scalino più basso al quale si è arrivati. Qui si continua, invece di partire alti e scalare, ad aggiungere un granellino alla volta, generando incertezza nei mercati e negli imprenditori. Questa era la nostra risoluzione e mi sono sentito dire, nella riunione (non di maggioranza, ma di tutti quanti, grazie a Dio), la seguente frase: «Ma se noi prendiamo un impegno in bianco e poi i mercati...?». A quel punto devo dire che ho un po' trasecolato: forse dovremmo anche riappropriarci della dignità del nostro ruolo, cioè forse dovremmo fare il famoso scatto culturale e invece vedo che continuiamo ad inchinarci a dei feticci, per esempio ai mercati. Noi non siamo assolutamente sospettabili di bolscevismo o di essere fautori dell'economia pianificata, ma siamo anche quelli che sostengono che i mercati sono un fattore di progresso se sono regolati dalla politica e mi sembra che oggi, piano piano, stiamo un pochino tutti arrivando a questa conclusione. Peccato che ci siamo arrivati dopo una lunga stagione politica in cui l'elogio della modernità e del mercato ci ha portati ad avere meno posti letto per abitante della Cina. Questo va anche detto: l'austerità non è stata una scelta né del sottoscritto come individuo ed elettore, né del Gruppo cui appartengo. Quanto poi alla scienza, se la scienza non accettasse di essere messa in discussione, se fosse questo assoluto feticcio cui inchinarsi, se non si facesse essa stessa politica, noi ci cureremmo ancora col salasso e non capiremmo l'importanza del gesto che facciamo entrando qui dentro, cioè del lavarci e del disinfettarci le mani. La scienza c'è sempre stata, c'è sempre stato qualcuno che pensava di sapere tutto, peccato che quel tutto si è dinamicamente sviluppato anche in virtù del fatto che lo si è potuto mettere in discussione. Vi posso allora dire una cosa per l'ennesima volta? Sarò stucchevole, ma a me offende e infastidisce sentir parlare di «Europa»: chiamiamola «Unione europea». (Applausi dal Gruppo L-SP-PSd'Az) . Aggiungiamo una parolina in più. Abbiamo poco tempo, ma sono due cose diverse: un conto sono le nostre radici culturali, il senso del nostro vivere insieme (che forse stiamo scoprendo grazie a questo shock ), un conto è un progetto che è condannato al fallimento, anche perché ci fa perdere tempo. Noi oggi abbiamo perso un pomeriggio, seppure con l'amabile compagnia del sottosegretario Misiani, cui va il mio saluto, e quella di altri colleghi selezionati di quest'Aula, per compiere un rito fondamentalmente inutile che ci viene chiesto da delle regole che promanano da questo progetto politico. In relazione a quello che stiamo facendo è stato detto che non stiamo chiedendo all'Europa, e infatti non dovremmo proprio chiedere niente ma decidere da noi ciò che ci serve e farlo. Si è detto anche che lo stiamo chiedendo ai nostri figli e qui io sinceramente trasecolo. Se stiamo parlando di debito, diciamocelo una volta per tutti: il debito sono soldi che chiediamo ai mercati, che ce li danno se lo ritengono opportuno. Bisognerebbe intanto capire perché abbiamo fatto la scelta di affidare il finanziamento di uno Stato sovrano alla volontà dei mercati, che sono entità che falliscono. Non si capisce quindi perché dobbiamo riconoscere questo stato di superiorem non recognoscens rispetto a un corpo legislativo che è significativo di una comunità nazionale. Questo non lo si capisce perché, se i mercati fossero infallibili, lo accetterei, ma i fallimenti dei mercati sono sotto gli occhi di tutti, non solo di chi, come me, ha insegnato questa materia per venticinque anni. Poi questa storia delle generazioni future deve terminare anche per un mero fatto culturale. Non posso accettare che in quest'Aula continuiamo a esprimerci come certi simpatici giornalisti di avanspettacolo. Il tema delle generazioni future non esiste se non nella misura in cui lasciamo a chi ci segue una pesante eredità di povertà, di smantellamento dello Stato sociale e di precarietà. Questo è ciò che ci deve preoccupare rispetto alle generazioni future. Questa è la nostra responsabilità cioè il fatto di non esserci adoperati a sufficienza per garantire una crescita ordinata dell'economia del Paese. Questo era ciò che volevo dirvi e ci tenevo perché adesso voteremo la risoluzione di maggioranza per senso di responsabilità. Credo fosse mio dovere darvi gli strumenti per apprezzare quale sia per noi il peso di questa responsabilità e quanto è lungo il percorso che abbiamo dovuto compiere per venire incontro al Governo in questo momento così difficile per il nostro Paese. (Applausi dai Gruppi L-SP-PSd'Az, FI-BP e FdI) . BERNINI (FIBP-UDC) .