[pronunce]

a) in relazione all'art. 3 Cost., che non sussiste la denunciata disparità di trattamento, perché l'imposta sul patrimonio netto delle imprese colpisce il patrimonio e non il reddito, con la conseguenza che non sono omogenee le situazioni poste a raffronto dal rimettente; b) in relazione all'art. 53 Cost., che rientra nella discrezionalità del legislatore, nel limite della non arbitrarietà, individuare i beni patrimoniali da utilizzare quali indici rivelatori di capacità contributiva; c) in relazione all'art. 47 Cost., che questo contiene solo un principio programmatico e pertanto, come precisato dalla Corte costituzionale con la sentenza n. 143 del 1995, non impedisce al legislatore ordinario «di emanare […] norme […] volte a disciplinare il gettito delle entrate, con l'unico limite della vera e propria contraddizione o compromissione dell'anzidetto principio»; che la difesa erariale deduce, infine, l'infondatezza nel merito delle altre questioni, perché il legislatore, prorogando l'imposta al fine di salvaguardare il superiore interesse pubblico al mantenimento del livello complessivo del gettito fiscale, avrebbe non irragionevolmente disposto per il futuro, e quindi, alla stregua della giurisprudenza costituzionale, non avrebbe leso l'affidamento dei cittadini, non essendo tale lesione configurabile in relazione a leggi che disciplinino non irragionevolmente, anche se in senso sfavorevole agli interessati, “rapporti di durata” (sentenze n. 446 del 2002 e n. 393 del 2000), od in relazione a scelte legislative ampiamente discrezionali o che non abbiano acquisito un sufficiente grado di consolidamento (sentenze n. 374 del 2002 e n. 390 del 1995), o che non si risolvano in un regolamento irrazionale di situazioni sostanziali fondate su leggi precedenti (sentenze nn. 446 e 374 del 2002). Considerato che la Commissione tributaria regionale della Puglia – sezione staccata di Lecce dubita della legittimità costituzionale: a) dell'art. 1 del decreto-legge 30 settembre 1992, n. 394 (Disposizioni concernenti l'istituzione di un'imposta sul patrimonio netto delle imprese), convertito, con modificazioni, dalla legge 26 novembre 1992, n. 461; b) dell'art. 1 del decreto-legge 30 settembre 1994, n. 564 (Disposizioni urgenti in materia fiscale), convertito, con modificazioni, dalla legge 30 novembre 1994, n. 656, nonché dell'art. 3, comma 110, della legge 28 dicembre 1995, n. 549 (Misure di razionalizzazione della finanza pubblica); che, secondo il giudice rimettente, il denunciato art. 1 del decreto-legge n. 394 del 1992 violerebbe gli artt. 3, 47 e 53 della Costituzione perché, escludendo dall'imposta sul patrimonio netto solo l'utile di esercizio e non anche le riserve di utili, discriminerebbe illegittimamente le società che accantonano a riserva gli utili prodotti, sottoposti all'imposta, rispetto a quelle che, distribuendoli, li sottraggono alla medesima imposizione; che, per il medesimo rimettente, la natura transitoria e straordinaria dell'imposta sul patrimonio netto delle imprese, originariamente prevista per un solo triennio, contrasterebbe con le proroghe disposte, rispettivamente, dall'art. 1 del decreto-legge n. 564 del 1994 e dall'art. 3, comma 110, della legge n. 549 del 1995, le quali avrebbero leso i princìpi costituzionali di ragionevolezza, di tutela del legittimo affidamento e di certezza del diritto; che la censura concernente l'art. 1 del decreto-legge n. 394 del 1992, nella parte in cui assoggetta all'imposta sul patrimonio netto delle imprese le riserve di utili, presuppone, quale specifica condizione di rilevanza, che la contribuente abbia accantonato a riserva utili nei periodi d'imposta oggetto della richiesta di rimborso, cioè negli anni dal 1992 al 1996; che tuttavia, sul punto, il giudice a quo si limita ad asserire che, «in particolare negli anni 1993 e 1994, essendosi verificata una perdita d'esercizio di notevole entità a carico» della società, quest'ultima «è risultata non aver proceduto alla distribuzione degli utili, accantonandoli nelle riserve» e rendendoli, di conseguenza, soggetti all'imposta sul patrimonio netto; che tale asserzione, ai fini della rilevanza: a) non fornisce alcuna informazione circa l'esistenza di riserve di utili nell'anno 1992; b) è intrinsecamente contraddittoria per gli anni 1993 e 1994, perché l'esistenza di “perdite d'esercizio di notevole entità” negli stessi anni è incompatibile con l'esistenza di utili d'esercizio e quindi, a fortiori, con l'accantonamento a riserva di utili; c) non fornisce alcuna informazione circa l'esistenza di riserve di utili per gli anni 1995 e 1996 e, comunque, non specifica se gli eventuali utili di esercizio di tali anni (quali componenti positive del patrimonio netto) abbiano superato l'entità delle menzionate “notevoli perdite” degli anni precedenti portate a nuovo (componenti negative del patrimonio netto, ai sensi dell'art. 2424 cod.civ. ) , così da aver consentito l'accantonamento di riserve di utili; che le indicate carenze e contraddittorietà di informazioni sulla formazione di riserve di utili si traducono in difetto di motivazione sulla rilevanza della questione, con conseguente manifesta inammissibilità di questa; che, quanto alle censure concernenti gli artt. 1 del decreto-legge n. 564 del 1994 e 3, comma 110, della legge n. 549 del 1995 (con i quali il legislatore ha prorogato, una prima volta per il 1995 ed una seconda volta per il 1996 ed il 1997, l'applicazione dell'imposta sul patrimonio netto delle imprese), il rimettente motiva la non manifesta infondatezza delle questioni limitandosi ad affermare che la natura straordinaria e temporanea dell'imposta non tollererebbe proroghe; che tale motivazione è del tutto insufficiente, perché la Commissione tributaria regionale: a) in ordine alla dedotta violazione del principio di ragionevolezza, incorre in una mera tautologia, in quanto presuppone proprio ciò di cui dovrebbe dare dimostrazione, e cioè che la proroga per un triennio di un'imposta straordinaria e temporanea (di durata originariamente triennale) comporta di per sé l'illegittimità della norma che la dispone; b) in ordine alla dedotta violazione dei princípi di tutela del legittimo affidamento e di certezza del diritto, non specifica l'asserita concreta lesione di legittime aspettative della contribuente sul non assoggettamento all'imposta, specificazione tanto più necessaria in quanto le norme denunciate dispongono entrambe per il periodo di imposta successivo a quello in corso al momento della loro pubblicazione e non incidono su situazioni regolate dalla precedente normativa;