[pronunce]

Alla luce di tali rilievi, la norma censurata si porrebbe in contrasto con l'art. 3 Cost. e con i principi di ragionevolezza e di parità di trattamento in essa sanciti. In questo quadro, ad avviso del Tribunale, la questione di legittimità costituzionale, così promossa, sarebbe non manifestamente infondata e rilevante ai fini della decisione, perché, qualora la norma in esame trovasse applicazione, nel caso di specie si dovrebbe dichiarare la decadenza del ricorrente dalla facoltà di agire in giudizio per ottenere l'accertamento della nullità del termine apposto al contratto di lavoro stipulato con la società convenuta. 3.- Con atto depositato il 4 febbraio 2013 si è costituita la società Poste Italiane spa. , chiedendo che la questione di legittimità costituzionale sia dichiarata inammissibile o non fondata. Quanto alla asserita irragionevolezza della norma censurata, la società osserva che il rimettente porrebbe sul medesimo piano fattispecie ed istituti del tutto diversi. In particolare, il giudice a quo non riconoscerebbe la specificità delle fattispecie di illegittima apposizione del termine al rapporto di impiego, che si differenzierebbe in modo netto rispetto alle altre ipotesi di patologia del negozio giuridico prese in considerazione dalla norma impugnata e che, ragionevolmente, giustificherebbe l'operatività del regime decadenziale. Infatti, diversamente dagli altri istituti considerati dall'art. 32, commi 3 e 4, il giudizio in ordine alla legittima apposizione del termine al rapporto d'impiego si sostanzierebbe in un'azione di accertamento della nullità parziale di una clausola del contratto di lavoro, nella quale sarebbe disciplinato il relativo termine, mentre la detta azione sarebbe imprescrittibile. Pertanto, il legislatore del 2010, al fine di garantire il principio del legittimo affidamento, avrebbe introdotto, anche con riferimento al passato, un termine decadenziale che permettesse di portare a definizione certa tutto il possibile contenzioso in materia di contratti a tempo determinato, imponendo ai lavoratori, effettivamente interessati all'accertamento della illegittimità dei termini apposti ai rispettivi rapporti d'impiego, l'onere di procedere alla tempestiva impugnazione - prima stragiudiziale poi giudiziale - entro i termini indicati dalla norma impugnata. In tal modo, il legislatore avrebbe inteso ragionevolmente sanzionare con una preclusione decadenziale la relativa inerzia. La difesa della società afferma che, ponendosi in un'ottica sistematica, la previsione in esame risponderebbe alle medesime finalità che hanno ispirato l'adozione del regime sanzionatorio oggetto dei commi 5, 6 e 7, del medesimo art. 32 della legge n. 183 del 2010, ritenute legittime da questa Corte con la sentenza n. 303 del 2011. Ad avviso della resistente, la ricostruzione - secondo la giurisprudenza maggioritaria - dell'illegittima apposizione del termine al rapporto d'impiego, alla stregua di causa di nullità parziale del contratto di lavoro, avrebbe ingenerato una "discutibile" prassi giudiziaria, per cui un rilevante numero di lavoratori avrebbe proposto l'actio nullitatis a distanza di molti anni dal momento della contestazione della illegittimità del termine e dalla (normalmente coincidente) messa a disposizione del datore di lavoro delle proprie prestazioni; sicché in sede giudiziaria la domanda avrebbe assunto come petitum non tanto la conversione del contratto in rapporto a tempo indeterminato, quanto il pagamento di tutte le retribuzioni maturate dalla decorrenza della mora accipiendi dell'imprenditore convenuto in giudizio e connesse alla ricostituzione del rapporto d'impiego, realizzata posponendo ad libitum la data di presentazione del ricorso giudiziale. In tal modo si sarebbe realizzato un effetto distorsivo della garanzia attribuita ai lavoratori interessati fino all'entrata in vigore della normativa ora al vaglio di questa Corte, in quanto gli stessi lavoratori avrebbero potuto contestare in via stragiudiziale la legittimità del termine in epoca immediatamente successiva alla cessazione degli effetti del contratto, per poi rivendicare in sede giudiziaria, dopo anni di intenzionale inerzia, non tanto e non solo la ricostituzione del rapporto, quanto il complesso di somme corrispondenti alle retribuzioni, agli interessi legali e alla rivalutazione monetaria, maturati a far data dalla messa a disposizione delle prestazioni al datore di lavoro. Tale sistema avrebbe consentito «palesi forme di abuso del diritto», caratterizzate da un illegittimo "sviamento" delle tutele apprestate dall'ordinamento, in quanto l'entità della indennità risarcitoria, costituente l'effetto indiretto della declaratoria di nullità del termine apposto al rapporto di lavoro, e, cioè, la liquidazione di una indennità pari al complesso delle retribuzioni e degli accessori di legge maturati dalla mora accipiendi alla data della riammissione in servizio, «diveniva una variabile arbitrariamente determinata dal lavoratore, che - fondandosi (indebitamente) sull'imprescrittibilità dell'actio nullitatis - poteva intenzionalmente posporre l'avvio dell'accertamento giurisdizionale in modo da incrementare le spettanze derivanti dall'eventuale condanna dell'imprenditore». Proprio al fine di contemperare gli interessi dei lavoratori e quelli del datore di lavoro il legislatore avrebbe delineato, da un lato, ai commi 5, 6 e 7 dell'art. 32 della legge n. 183 del 2010, un regime che riconosce a favore del lavoratore - che abbia ottenuto il riconoscimento della illegittimità del termine apposto al proprio rapporto d'impiego - la declaratoria giudiziale di conversione a tempo indeterminato dello stesso contratto e la previsione di una indennità onnicomprensiva determinata, avuto riguardo ai criteri di cui all'art. 8 della legge n. 604 del 1966, entro un minimo di 2,5 ed un massimo di 12 mensilità dell'ultima retribuzione globale di fatto; per altro verso, con la disposizione oggetto di scrutinio, il legislatore avrebbe introdotto un termine di decadenza del tutto finalizzato a fornire certezza in ordine a tutte le fattispecie di contratti a tempo determinato conclusesi anche a distanza di lustri o decenni dall'entrata in vigore della norma scrutinata e che, in punto di diritto, stante il principio dell'imprescrittibilità dell'azione di nullità relativa alla clausola con la quale si è apposto il termine al rapporto d'impiego, sarebbero ancora ipoteticamente suscettibili di accertamento positivo in sede giudiziale, con evidente e irragionevole violazione dei principi di affidamento e di certezza delle situazioni giuridiche consolidate, che la disposizione impugnata sarebbe appunto finalizzata a preservare. Alla luce di tali argomentazioni, sarebbe errato affermare che la detta disposizione troverebbe come tertia comparationis i rapporti ed atti cui fanno riferimento le altre norme di cui al comma 4 dell'art. 32 della legge n. 183 del 2010.