[pronunce]

Al riguardo, il ricorrente ricorda come il rapporto tra diritto di difesa dell'imputato e segreto di Stato sia stato al centro di un ampio dibattito. Nel vigore del codice di procedura penale del 1930, la giurisprudenza di legittimità aveva, in particolare, escluso che la disposizione di cui all'art. 352 di detto codice, in tema di opposizione del segreto di Stato, potesse applicarsi, oltre che al testimone, anche all'imputato, il quale, da un lato, aveva ampia libertà di articolare la propria difesa, anche rifiutandosi di rispondere alle domande che gli venivano rivolte, e, dall'altro, qualora si fosse trovato nella necessità di rivelare fatti coperti da segreto di Stato a fini difensivi, doveva ritenersi legittimato a farlo, rimanendo la sua condotta scriminata dall'art. 51 cod. pen. Più di recente, il problema si era, peraltro, riproposto nel corso del processo relativo al sequestro di persona ai danni di [Nasr Osama Mustafa Hassan, alias] Abu Omar - da cui sono scaturiti i conflitti di attribuzione decisi dalla sentenza n. 106 del 2009 - giacché anche nell'occasione il generale Pollari aveva dedotto che esistevano prove della sua innocenza, non producibili in giudizio perché coperte da segreto di Stato. Prima ancora che la Corte costituzionale si pronunciasse, era intervenuto, tuttavia, il legislatore con la legge n. 124 del 2007, il cui art. 41 vieta in termini generali ai pubblici ufficiali, ai pubblici impiegati e agli incaricati di pubblico servizio di riferire riguardo a fatti coperti dal segreto di Stato, e disciplina l'opposizione del segreto nel processo penale da parte di soggetti diversi dai testimoni, ivi compresi, dunque - secondo il ricorrente - gli imputati e le persone sottoposte alle indagini. La citata disposizione - scaturita da un intenso dibattito parlamentare - non avrebbe, peraltro, affatto previsto che alla mera deduzione, da parte dell'imputato, dell'esistenza di non ben definite prove della sua innocenza coperte da segreto di Stato debba automaticamente seguire una pronuncia di proscioglimento. Essa avrebbe adottato, di contro, una soluzione «aperta» riguardo al problema dell'operatività della scriminante di cui all'art. 51 cod. pen. , demandando, in sostanza, il bilanciamento dei valori in gioco - diritto di difesa e tutela del segreto - alle scelte difensive dell'imputato e alla valutazione del giudice. In proposito, occorrerebbe anche considerare che, a differenza della legge n. 801 del 1977, la quale non delineava alcuna ipotesi di immunità sostanziale collegata all'attività dei servizi informativi (come rilevato anche dalla sentenza n. 110 del 1998 di questa Corte), la legge n. 124 del 2007 ha invece previsto una scriminante speciale per il personale dei Servizi di informazione e di sicurezza, fissandone, tuttavia, in modo puntuale presupposti e limiti di operatività, in modo da prevenire qualsiasi abuso (artt. 17, 18, 19 e 39). In particolare, è previsto, da un lato, che la scriminante operi solo in rapporto alle condotte indispensabili alle finalità istituzionali dei servizi e previa autorizzazione scritta del Presidente del Consiglio dei ministri; dall'altro, che la Corte costituzionale - adita in sede di conflitto di attribuzione - debba verificare l'esistenza dell'autorizzazione e valutarne la legittimità. Alla luce di ciò, sarebbe, dunque, impensabile che gli agenti dei servizi imputati di un reato possano sottrarsi al giudizio penale semplicemente affermando che esistono prove della loro innocenza non acquisibili in quanto coperte da segreto di Stato. Proprio questa strategia difensiva sarebbe stata, per contro, avallata dal Presidente del Consiglio dei ministri nel caso di specie. 4.5.- A fronte di tutto ciò, sarebbe quindi necessario, ad avviso del ricorrente, da parte di questa Corte verificare la reale esistenza delle prove allegate dagli imputati e la legittimità della loro segretazione. Ciò non significherebbe sindacare nel merito l'esercizio del potere di segretazione - operazione, questa, preclusa alla Corte, come ribadito dalla sentenza n. 106 del 2009 - ma soltanto controllare, in fatto, che non vi sia stato un palese abuso dell'istituto del segreto di Stato. Tale controllo potrebbe essere agevolmente svolto dalla Corte, nell'esercizio dei propri poteri istruttori, chiedendo al Presidente del Consiglio dei ministri l'ostensione degli atti in questione (se esistenti), non essendole il segreto di Stato in nessun caso opponibile (art. 41, comma 8, della legge n. 124 del 2007). D'altra parte, ove pure riscontrasse l'esistenza di atti interni al Servizio che possano scriminare uno o entrambi gli imputati, la Corte non potrebbe comunque esimersi dal verificare se essi rispondano ai fini istituzionali dell'organismo, giacché, in caso contrario, essi non potrebbero essere considerati «interna corporis», né coperti da segreto di Stato. 5.- Anche il Presidente del Consiglio dei ministri ha depositato una memoria, insistendo per il rigetto del ricorso. Nel ribadire e sviluppare le precedenti eccezioni e difese, il resistente si sofferma, in particolare, sulla non configurabilità del denunciato vulnus ai principi costituzionali in tema di controllo sulla gestione delle risorse pubbliche, rilevando come - alla luce della speciale disciplina dettata dall'art. 29 della legge n. 124 del 2007, già richiamata in sede di costituzione in giudizio - i dati relativi ai finanziamenti dei servizi e alle modalità di gestione di tali finanziamenti debbano ritenersi, non già semplicemente suscettibili di segretazione, ma addirittura senz'altro coperti da segreto, nell'ottica di garantire l'efficienza e la funzionalità dei servizi stessi. Né, d'altro canto, la suddetta disciplina speciale - segnatamente nella parte in cui prefigura un controllo di tipo esclusivamente politico sulla gestione delle spese riservate - contrasterebbe, sotto alcun profilo, con i parametri evocati dal ricorrente. Non pertinente sarebbe, infatti, il riferimento all'art. 81 Cost., trattandosi di disposizione che non riguarda la disciplina del controllo sulla gestione finanziaria dello Stato, ma la formazione della legge di bilancio. Dalla disposizione combinata degli artt. 100 e 103 Cost. - che attribuiscono alla Corte dei conti competenze relative al controllo preventivo e successivo in materia di contabilità pubblica e gestione finanziaria - non potrebbe, inoltre, desumersi l'illegittimità della sottrazione al sindacato giurisdizionale della gestione dei fondi riservati assegnati ai servizi, in quanto la concreta delimitazione delle competenze della Corte dei conti resterebbe comunque affidata alla discrezionalità del legislatore.