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L'ufficio di procura sarà composto da magistrati appartenenti allo stesso corpo dei giudici e soggetti ai loro stessi doveri, ma anche (a differenza di quanto previsto in Francia dall'ordinanza del 22 dicembre 1958) alla stessa garanzia di inamovibilità propria del magistrato in funzione giudicante. Sono però soggetti alla direzione ed al controllo dei superiori gerarchici, che possono proporre al Ministro della giustizia l'esercizio del potere di iniziativa di cui all'articolo 107, secondo comma Cost. in caso di illeciti disciplinari in considerazione degli obblighi che gli derivano dalla subordinazione gerarchica. L'articolo 103, nel riconoscere l'autonomia del singolo magistrato requirente nella valutazione del caso concreto, intende consentire che, in udienza, il magistrato del pubblico ministero francese sviluppi liberamente le osservazioni orali che ritiene opportune nell'interesse della giustizia (sulla falsariga dell'articolo 33 del codice di procedura penale francese), senza che l'avocazione del caso da parte del capo dell'ufficio comporti la nullità degli atti compiuti, ma fatta salva, ove ne ricorrano i presupposti, l'attivazione del procedimento disciplinare; nella riserva di legge di cui all'articolo 103, secondo comma, questa possibilità dovrebbe essere prevista anche in Italia (riconoscendo ad ogni magistrato del pubblico ministero, accanto alla libertà di parola in udienza, anche la possibilità di chiedere l'esonero dalla trattazione del caso, allorché le direttive alle quali dovrebbe attenersi nella trattazione dello stesso contrastino con le sue convinzioni personali). Attualmente il procuratore della Repubblica è coadiuvato nelle indagini, tra gli altri, dagli agenti della polizia giudiziaria, i quali, tuttavia, non dipendono dal Ministero della giustizia per ciò che attiene al reclutamento, retribuzione, carriera e mezzi, bensì dal Ministero della difesa o degli interni; il procuratore sceglie, inoltre, il corpo di polizia al quale affidare le indagini. Al di là dell'istituzione nel 1982 del tribunale della libertà, si propone ora che la norma dell'articolo 109 disponga una più generale funzione di controllo della funzione giudicante sull'esercizio della funzione requirente, con il quale, in prospettiva, va conseguito un rafforzamento dei mezzi di tutela dell'individuo (al di là delle attuali asfittiche misure di indennizzo per l'errore giudiziario), in particolare: a) attraverso le inserzioni, le rettificazioni ed i comunicati diffusi, per ordine del giudice, a mezzo stampa, al fine di far cessare le violazioni alla presunzione di non colpevolezza; l'uso di tale strumento dovrebbe essere esteso anche alle fasi che precedono l'apertura di una procedura in senso stretto e dovrebbe essere riconosciuto anche alle persone giuridiche; b) con il controllo più rigoroso dei «colloqui investigativi», imponendo, anche laddove il pm non ritenga che sussistano elementi sufficienti per l'apertura di un'indagine formale a carico di un soggetto, di ascoltare quest'ultimo in qualità di testimone con l'assistenza di un avvocato avente accesso al fascicolo processuale; c) con la possibilità di chiamare il difensore ad intervenire sin dalla prima ora del fermo di polizia e sia conseguentemente informato della natura del reato per il quale si procede; d) con il controllo «dall'interno» dell'indagine sulla necessità che i magistrati requirenti e, più in generale, tutti gli investigatori mantengano il segreto nelle indagini, al fine di meglio tutelare il principio della presunzione di non colpevolezza; e) affidandogli la responsabilità di fornire un flusso di informazioni imparziali e «garantite» relativamente agli affari giudiziari trattati, secondo un codice del trattamento mediatico degli affari giudiziari che non risenta della natura di parte propria degli uffici requirenti. Per il Consiglio superiore della magistratura, non si ritiene qui importabile il modello francese (dove il CSM è diviso in due formazioni, una per i magistrati giudicanti, l'altra per i magistrati del pubblico ministero); piuttosto, ci pare un portato dell'unificazione delle magistrature, in un unico potere giurisdizionale, che organo di autogoverno sia unico e che tutti i magistrati che oggi si definiscono ordinari o speciali concorrano all'elezione dei componenti di spettanza togata. A proposito dei poteri e dell'organizzazione del Consiglio superiore della magistratura, si propone che restino quelli attuali, ad eccezione del disciplinare e del paradisciplinare: il primo va conferito direttamente ad un organo terzo, che qui si identifica nella Corte costituzionale; il secondo resta in capo al CSM, ma sottraendolo alle vie d'impugnazione attuali (attualmente defatigatorie, perché percorrono l'intera verticale della giustizia amministrativa) e conferendole anch'esse al giudice costituzionale. Sulle fattispecie di illecito disciplinare, si mantiene l'attuale riserva di legge interna all'ordinamento giudiziario; tuttavia, il diniego di giustizia è oggetto di un apposito obbligo di attivazione del procedimento disciplinare. A seguito del palliativo rappresentato dalla legge Pinto, l'eccessiva durata dei processi italiani ha dato luogo dal 1999 al 2006 a «sole» 923 condanne dello Stato italiano e 332 composizioni amichevoli (transazioni in buona parte per gli stessi motivi). Se pure la Corte europea dei diritti dell’uomo ha ammesso che l'espediente di questa legge comportava il rinvio di tutto il contenzioso dinanzi alle Corti d'appello nazionali, essa non ha mancato comunque di pronunciare 17 condanne e 2 transazioni, nel solo 2006, contro l'Italia più volte convenuta dinanzi al consesso degli Stati europei. Ma il versante nazionale è ancor più sconfortante: nelle comunicazioni rese nel gennaio 2006 alla Camera dal Ministro della giustizia, è emerso che «le procedure previste dalla cosiddetta legge Pinto ( ... ) sono divenute esse stesse una fonte di sofferenza del sistema. Basti pensare che le 20.514 procedure d'indennizzo iscritte nel 2006 sono state il 14,43 per cento dell'intera sopravvenienza in materia civile dinanzi alle corti d'appello, e i dati tendenziali relativi al primo semestre del 2007 mostrano un ulteriore lieve incremento di questa percentuale». I dati a livello periferico sono ancor più preoccupanti: nel 2007 le corti di appello hanno emesso 5.014 decreti di accoglimento della domanda di equa riparazione per violazione del termine di ragionevole durata del processo, ai sensi della legge 24 marzo 2001, n. 89, con un consistente aumento (+1350) rispetto ai 3.664 emessi nel 2006. A tale incremento ha corrisposto nell'anno 2007 il giudizio in Cassazione su 4.959 procedure. Dinanzi a questa situazione, il Procuratore generale della Repubblica presso la Corte suprema di Cassazione, nel corso dell'Assemblea generale della Corte sull'amministrazione della giustizia nell'anno 2007 (svoltasi ad inaugurazione dell'anno giudiziario, a Roma, il 25 gennaio 2008) non ha saputo far di meglio che lamentare il fatto che l'art. 5 della legge Pinto impone la comunicazione del decreto di accoglimento della domanda «ai titolari dell'azione disciplinare dei dipendenti pubblici comunque interessati al procedimento».