[pronunce]

Dopo avere osservato che la domanda sarebbe stata accoglibile alla stregua dell'art. 3, quinto e sesto comma, del decreto-legge n. 726 del 1984, sulla base dell'orientamento unanime della giurisprudenza di legittimità e di merito favorevole al cumulo fra il sistema contributivo previsto per detta tipologia di contratti e quello della fiscalizzazione, il rimettente rileva che questa soluzione è esclusa dalla norma censurata. Assume, quindi, che essa sarebbe diretta non a chiarire il senso delle disposizioni preesistenti o ad escludere una delle alternative interpretative dal suo testo potenzialmente desumibili, perché nessun dubbio interpretativo era emerso sulla applicabilità della fiscalizzazione, bensì ad intervenire sui giudizi in corso in contrasto con un'interpretazione che si era ormai consolidata. Ciò non sarebbe consentito dall'art. 3 della Costituzione. D'altronde nella specie non ricorrerebbe nemmeno la possibilità di prospettare ragionevolmente la interpretazione contraria a quella della giurisprudenza. 4.1. - È intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri e si è costituito l'I.N.P.S. Le relative memorie sono di tenore identico rispetto a quelle depositate nel giudizio di cui all'ordinanza n. 642 del 2001. 5. - Con l'ordinanza iscritta al n. 945 del registro ordinanze del 2001, pronunciata il 9 maggio 2001, la Corte di cassazione, sezione lavoro, ha sollevato anch'essa la questione di legittimità costituzionale dell'art. 68, comma 5, della legge n. 388 del 2000, in relazione all'art. 3, primo comma, della Costituzione. L'ordinanza è stata resa in sede di esame del ricorso proposto dall'I.N.P.S. contro una S.p.a. , per la cassazione di una sentenza resa in grado d'appello dal Tribunale di Torino a conferma di quella di primo grado del Pretore di Torino, con la quale era stata accolta l'opposizione proposta dalla società avverso un decreto ingiuntivo ottenuto dall'I.N.P.S. per contributi non versati per effetto della cumulativa applicazione, sulle retribuzioni corrisposte a lavoratori assunti con contratti di formazione e lavoro, delle riduzioni di aliquota contributiva e della fiscalizzazione degli oneri sociali. Al ricorso dell'I.N.P.S. la società ha resistito con controricorso, fra l'altro eccependo l'illegittimità costituzionale della norma censurata. La Corte rimettente ricorda anzitutto di avere affrontato numerose volte la questione della compatibilità fra contratto di formazione e lavoro e fiscalizzazione degli oneri sociali, risolvendola positivamente, sulla base dell'argomento della mancanza di un'espressa deroga legislativa, in particolare, considerando che la normativa relativa alla fiscalizzazione non esclude esplicitamente dal beneficio i lavoratori assunti con quella tipologia contrattuale. La Corte rimettente - preso atto che la norma censurata contraddice l'orientamento da essa espresso e che non ne è possibile una diversa lettura - motiva la sollevata questione ricordando anzitutto gli argomenti con cui l'eccezione di illegittimità costituzionale è stata fatta valere dalla controricorrente, imperniati sul contrasto della norma censurata con l'art. 3 Cost. per il carattere innovativo della stessa, sulla disparità di trattamento che si sarebbe venuta a creare tra datori di lavoro cui il beneficio era stato accordato e datori di lavoro che lo rivendicano in giudizio e sulla lesione dell'affidamento. Rileva, quindi, che, in base alla giurisprudenza costituzionale, il legislatore può emanare norme che precisino il significato di altre disposizioni legislative anche in presenza di un orientamento omogeneo della Corte di cassazione, purché la scelta interpretativa imposta rientri tra le varianti possibili del senso del testo interpretato e siano rispettati il principio di ragionevolezza ed eguaglianza, la tutela dell'affidamento e le funzioni costituzionalmente riservate al potere giudiziario. Secondo la rimettente, nel caso di specie verrebbe in rilievo l'affidamento del cittadino nella sicurezza giuridica, che non potrebbe essere leso da norme con effetti retroattivi che incidano irragionevolmente su situazioni regolate da leggi precedenti. Inoltre, la finalità di contrazione della spesa pubblica sottesa alla norma censurata non sarebbe sufficiente a giustificare la violazione degli indicati principi. La rimettente rileva poi come la norma censurata sia intervenuta a distanza di oltre sedici anni dalla norma interpretata, quando ormai le disposizioni sulla fiscalizzazione degli oneri sociali non erano, in gran parte, più in vigore; possa determinare distorsioni della concorrenza fra datori di lavoro che abbiano già definito la vertenza contributiva con l'I.N.P.S. prima della sua entrata in vigore e datori di lavoro che non l'abbiano definita; e leda l'affidamento del cittadino nella possibilità di operare sulla base delle condizioni normative esistenti in un dato periodo storico senza una ragionevole necessità. Infine, la rimettente osserva che nel giudizio a quo l'I.N.P.S. aveva richiesto ed ottenuto con il decreto ingiuntivo anche le sanzioni relative ai contributi omessi e che nel campo previdenziale non esiste una norma come l'art. 10 della legge 27 luglio 2000, n. 212 (Disposizioni in materia di statuto dei diritti del contribuente), che esclude l'irrogazione di sanzioni tutte le volte in cui la violazione dipenda da condizioni obiettive di incertezza sull'ambito della norma tributaria, ed anzi l'art. 116, commi 8, 10, 11 e 15, lettera a), della stessa legge n. 38 del 2000, di cui fa parte la norma impugnata, prevede, in ipotesi analoghe in campo previdenziale, solo una riduzione delle sanzioni civili. 5.1. - È intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri e si è costituito l'I.N.P.S. Le relative memorie sono di tenore identico rispetto a quelle depositate nel giudizio di cui all'ord. n. 642 del 2001. 5.2. - Si è costituita, altresì, la parte privata, depositando memoria. Dopo avere ricordato la giurisprudenza della Corte sulla qualificazione di una norma come di interpretazione autentica, afferma che, dall'esame comparativo fra la norma interpretata e la norma interpretatrice impugnata, emergerebbe il carattere innovativo di quest'ultima, e rileva che non è contestabile il potere del legislatore di dettare norme retroattive, con il limite per il settore penale dell'art. 25 della Costituzione e comunque degli altri precetti costituzionali. Sostiene che la disposizione censurata sarebbe lesiva del principio di eguaglianza di cui all'art. 3 Cost., sia sotto il profilo della razionalità, sia sotto quello dell'affidamento del cittadino, mancando nella specie il presupposto giustificativo dell'esistenza di gravi anfibologie o interpretazioni contrastanti ed essendo, in conseguenza, priva di ogni giustificazione la retroattività della norma.