[pronunce]

Pertanto, per il complesso delle ragioni indicate, il giudice a quo, ritenendo la natura giurisdizionale dell'opposto decreto di revoca del patrocinio, dubita della ragionevolezza dell'assetto processuale delineato dal combinato disposto delle norme censurate laddove "impone" una competenza monocratica, costituente un unicum nel sistema processuale, per l'impugnazione di un provvedimento collegiale. Ha quindi sollevato questioni di legittimità costituzionale del combinato disposto degli artt. 170 del d.P.R. n. 115 del 2002 e 15 del d.lgs. n. 150 del 2011, per violazione degli artt. 3 e 97 Cost., «nella parte in cui prevedono la inderogabile competenza (monocratica) del "capo" dell'ufficio giudiziario a cui appartiene il giudice che ha emesso il provvedimento opposto anche se quest'ultimo sia un giudice collegiale». 3.&#8210; Con atto del 9 luglio 2019, depositato il giorno successivo, è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che le questioni siano dichiarate inammissibili e comunque manifestamente infondate. Quanto alla dedotta violazione dell'art. 97 Cost., l'Avvocatura ricorda che la Corte costituzionale ha più volte affermato che il principio del buon andamento è riferibile all'amministrazione della giustizia soltanto per quanto attiene all'organizzazione e al funzionamento degli uffici giudiziari, mentre non è invocabile con riferimento a disposizioni di natura squisitamente processuale. Rispetto alla denunciata violazione dell'art. 3 Cost., l'Avvocatura rammenta che, sempre secondo il consolidato orientamento della giurisprudenza costituzionale, il legislatore gode di ampia discrezionalità nella conformazione degli istituti processuali, fermo restando il limite della manifesta irragionevolezza. In ogni caso, sottolinea l'Avvocatura, la scelta del legislatore, da iscrivere in un sistema nel quale, a partire dalla riforma operata dal decreto legislativo 19 febbraio 1998, n. 51 (Norme in materia di istituzione del giudice unico di primo grado), la composizione monocratica del giudice costituisce la regola, deve considerarsi ragionevole, tanto più in virtù della natura sostanzialmente amministrativa, corroborata anche dalla giurisprudenza costituzionale, dei provvedimenti in tema di revoca dell'ammissione al patrocinio a spese dello Stato.1.&#8210; Il giudice delegato della Corte d'appello di Torino, con ordinanza del 22 giugno 2017, iscritta al n. 92 del registro ordinanze 2019, ha sollevato questioni di legittimità costituzionale dell'art. 170 del d.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, recante «Testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di spese di giustizia (Testo A)» e dell'art. 15 del decreto legislativo 1° settembre 2011, n. 150 (Disposizioni complementari al codice di procedura civile in materia di riduzione e semplificazione dei procedimenti civili di cognizione, ai sensi dell'articolo 54 della legge 18 giugno 2009, n. 69), nella parte in cui, in caso di revoca dell'ammissione al patrocinio a spese dello Stato, prevedono la inderogabile competenza monocratica del «capo» dell'ufficio giudiziario cui appartiene il «magistrato» che ha emesso il provvedimento opposto, anche ove quest'ultimo sia un giudice collegiale. In particolare, il giudice rimettente assume che tale assetto &#8210; che può comportare, come nel caso di specie, che un giudice monocratico sia chiamato a pronunciarsi in sede di opposizione avverso un provvedimento giurisdizionale di un giudice collegiale &#8210; costituisca un unicum nel processo civile e determini contraddizioni tali da risultare irragionevole e da compromettere il buon andamento degli uffici giudiziari, in violazione, rispettivamente, dei parametri di cui agli artt. 3 e 97 della Costituzione. Le questioni sono state sollevate dal giudice delegato alla trattazione del ricorso dal Presidente della Corte d'appello di Torino, quale capo dell'ufficio giudiziario cui appartiene il collegio che ha emesso l'opposto decreto di revoca del beneficio del patrocinio a spese dello Stato, in precedenza riconosciuto in via provvisoria al richiedente dal Consiglio dell'ordine degli avvocati per la proposizione del gravame; decreto emesso dalla Corte d'appello in composizione collegiale contestualmente e a seguito della sentenza di rigetto dell'impugnazione. 2.&#8210; È opportuno premettere il quadro dei riferimenti normativi essenziali, nei quali si collocano le questioni incidentali di legittimità costituzionale, non senza innanzi tutto muovere dall'art. 24, terzo comma, Cost., che prescrive in generale che «sono assicurati ai non abbienti, con appositi istituti, i mezzi per agire e difendersi davanti ad ogni giurisdizione», ossia - ha precisato questa Corte (sentenza n. 41 del 1972) - a «coloro che non sono in grado di sopportare il costo di un processo». Tale norma si correla sia ai precedenti commi dello stesso articolo, che assicurano a «tutti» la possibilità di agire in giudizio per la tutela dei propri diritti e interessi legittimi, e di difendersi e farsi difendere in qualsiasi stato e grado del procedimento (sentenza n. 144 del 1992), sia all'art. 3, secondo comma, Cost., che individua tra i compiti fondamentali della Repubblica quello di rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che di fatto limitano la libertà e l'eguaglianza dei cittadini. A fronte di questi principi introdotti dalla Costituzione repubblicana, la tutela del diritto di agire e difendersi in giudizio dei non abbienti era, all'epoca, ancora contenuta nel regio decreto 30 dicembre 1923, n. 3282 (Approvazione del testo di legge sul gratuito patrocinio), che, mutuando l'assetto della legge postunitaria 6 dicembre 1865, n. 2626 (Sull'ordinamento giudiziario), demandava la difesa in giudizio dei "poveri" a un ufficio onorifico e gratuito della classe forense, secondo una concezione liberale della giustizia, che aveva peraltro finito per determinare significative diseguaglianze sul piano sostanziale. In seguito, il sistema del gratuito patrocinio è stato sostituito da quello del patrocinio a spese dello Stato, ma per le sole controversie in materia di lavoro e di previdenza e assistenza sociale obbligatoria, dalla legge 11 agosto 1973, n. 533 (Disciplina delle controversie individuali di lavoro e delle controversie in materia di previdenza e di assistenza obbligatorie). Le relative previsioni sono state in seguito estese, "in quanto applicabili", dall'art. 15, comma 2, della legge 13 aprile 1988, n. 117 (Risarcimento dei danni cagionati nell'esercizio delle funzioni giudiziarie e responsabilità civile dei magistrati), alle cause in tema di responsabilità civile dei magistrati.