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La regolamentazione spesso include l'imposizione di tasse e restrizioni, più o meno ampie, nell'esercizio della prostituzione, anche con l'individuazione di luoghi preposti all'esercizio di tale attività, e l'obbligo di segnalare attività e residenza, nonché la prescrizione, ricadente solo sulle donne prostituite, di controlli sanitari obbligatori. Tale modello è adottato in sette Paesi europei (Paesi Bassi, Germania, Austria, Svizzera, Grecia, Ungheria e Lettonia). Il modello « abolizionista » ha un approccio neutrale verso l'attività prostitutiva in sé e non punisce chi la pratica, ma tende a punire tutte le attività di contorno alla prostituzione, quali lo sfruttamento, il reclutamento e il favoreggiamento. Questo è il modello seguito attualmente dall'Italia e da Paesi come Belgio, Bulgaria, Danimarca, Estonia, Finlandia, Lussemburgo, Polonia, Portogallo, Regno Unito, Repubblica Ceca, Romania, e Spagna. Il cosiddetto « modello nordico » o « neo-abolizionista » è stato introdotto per la prima volta in Svezia nel 1999, dopo un lungo dibattito che ha coinvolto anche l'opinione pubblica. Tale modello è basato sul perseguimento, oltre che di tutte le condotte parallele, anche della domanda di sesso a pagamento, identificata come vero fattore trainante della tratta e dell'entrata in prostituzione di soggetti a vario titolo più fragili. In base al monitoraggio effettuato sull'impatto avuto dalla legge, l'azione deterrente esercitata sulla tratta e sul fenomeno della prostituzione in sé è stata ritenuta efficace: a seguito dell'applicazione della legge, il numero di persone in prostituzione in Svezia è diminuito del 65 per cento (in Norvegia del 60 per cento). La legge ha avuto inoltre un forte impatto culturale: se prima del 1999 solo il 30 per cento della popolazione si dichiarava favorevole alla criminalizzazione dell'acquisto di sesso, oggi la percentuale è salita al 72 per cento 5. La scelta legislativa operata da ogni singolo Paese dell'Unione europea è dunque cruciale per determinare la crescita o la diminuzione del fenomeno della prostituzione, dello sfruttamento sessuale delle donne e della tratta di esseri umani, ivi compresi i minori. Sulla base dei dati emersi dall'osservazione e dall'analisi dei modelli in vigore in Europa, già nel 2014 il Parlamento europeo ha approvato la relazione su sfruttamento sessuale e prostituzione, e sulle loro conseguenze per la parità di genere (nota come risoluzione Honeyball, risoluzione (2013/2103(INI) del Parlamento europeo, del 26 febbraio 2014). In tale risoluzione si invitano tutti gli Stati dell'Unione europea ad adottare il cosiddetto « modello nordico », in quanto dimostratosi il più efficace. La risoluzione Honeyball non manca inoltre di sottolineare come l'adozione di normative nazionali che si richiamino a quella svedese comporterebbe tangibili progressi anche in materia di parità di genere. Tale modello è infatti l'unico che adotta una prospettiva di genere sul fenomeno della prostituzione, essendo teso non solo all'eradicazione della tratta e dello sfruttamento sessuale di esseri umani, ma anche a promuovere l'uguaglianza sostanziale tra uomini e donne. Esso identifica infatti nel cliente (come abbiamo visto, un uomo, nella stragrande maggioranza dei casi) l'ultimo anello di una catena di sopraffazione che inizia con i trafficanti di persone o con le condizioni di vulnerabilità economica, sociale o personale della persona prostituita, prosegue con i suoi sfruttatori e termina con l'acquirente delle prestazioni sessuali, il cliente, appunto. Sulla messa a fuoco della responsabilità del cliente, si è espressa anche la dottoressa Floriana Sipala, capo dell'Unità crimine organizzato e politiche antidroga della Direzione generale affari interni della Commissione europea, nel corso dell'audizione tenutasi presso la 1ª Commissione permanente (Affari Costituzionali) del Senato nella seduta del 4 giugno 2020. La dottoressa Sipala ha infatti affermato: « Soprattutto non dobbiamo dimenticare che di questa catena fanno parte i clienti, che ignorano o fingono di ignorare le forme di sfruttamento in cui si trovano le vittime, che sono nella stragrande maggioranza dei casi donne e ragazze ». Viceversa, la regolamentazione della prostituzione, laddove è stata introdotta, ha fallito nel suo obiettivo di ridurre tratta e sfruttamento, in quanto – e sono ancora parole di Floriana Sipala – « È altresì emerso che, laddove la prostituzione è legale, i trafficanti utilizzano i mezzi che sono offerti dall'ordinamento giuridico per continuare nello sfruttamento delle vittime, compresi i minori ». Il modello neo-abolizionista identifica dunque correttamente nella domanda di sesso a pagamento il fattore trainante della tratta e della prostituzione, nonché la conseguente necessità di ampliare e diversificare continuamente « l'offerta ». Tale domanda è così esorbitante, infatti, che non potrebbe mai essere soddisfatta dalla sola prostituzione « volontaria ». Ad oggi, fra i Paesi membri dell'Unione europea, il modello nordico o neo-abolizionista è stato adottato in Finlandia, Norvegia, Islanda, Repubblica d'Irlanda e Francia. E veniamo da ultimo alla vexata quaestio della « libera scelta » di prostituirsi e della possibilità, nel nostro Paese, di normare tale attività equiparandola ad una attività lavorativa. Sia sul concetto di « prostituzione volontaria », che sulla possibilità di inquadrare la prostituzione quale attività lavorativa, magari di tipo autonomo e imprenditoriale, si è espressa in maniera determinante la Corte costituzionale nella fondamentale sentenza n. 141 del 2019, a seguito della sollecitazione della corte di appello di Bari. In riferimento al noto caso di Giampiero Tarantini e il giro di ragazze procacciate a fini prostitutivi, la corte d'appello di Bari aveva espresso dubbi circa la legittimità costituzionale dell'articolo 3, primo comma, numeri 4), prima parte, e 8), della legge 20 febbraio 1958, n. 75 (la legge Merlin), nella parte in cui configura come illecito penale il reclutamento ed il favoreggiamento della prostituzione « volontariamente e consapevolmente esercitata ». La Corte rimettente muove dal rilievo che, nell'attuale contesto storico, la prostituzione non sia un fenomeno unitario. Accanto alla prostituzione « coattiva » e a quella « per bisogno », vi sarebbe, infatti, una prostituzione per scelta totalmente libera e volontaria, la quale troverebbe espressione paradigmatica nella figura della escort (intendendosi per tale l'accompagnatrice retribuita, disponibile anche a prestazioni sessuali), figura ignota all'epoca dell'approvazione della legge n. 75 del 1958. Su tale premessa, la Corte pugliese assumeva che la scelta di offrire prestazioni sessuali verso corrispettivo costituirebbe una forma di estrinsecazione della libertà di autodeterminazione sessuale, garantita dall'articolo 2 della Costituzione quale diritto inviolabile della persona umana.