[pronunce]

SENTENZA ha pronunciato la seguentenel giudizio di legittimità costituzionale dell'art. 1, ultimo inciso, dell'art. 2, commi 2, ultimo inciso, 3 e 4, e degli artt. 3 e 4 del disegno di legge n. 805 (Disposizioni urgenti per il rafforzamento dell'azione amministrativa a tutela della legalità), approvato dall'Assemblea regionale siciliana nella seduta del 12 aprile 2005 e successivamente promulgato e pubblicato come legge della Regione Siciliana 31 maggio 2005, n. 6, promosso con ricorso del Commissario dello Stato per la Regione Siciliana notificato il 20 aprile 2005, depositato in cancelleria il 29 aprile 2005 ed iscritto al n. 48 del registro ricorsi 2005. Visto l'atto di costituzione della Regione Siciliana; udito nell'udienza pubblica del 2 maggio 2006 il Giudice relatore Gaetano Silvestri; uditi l'avvocato dello Stato Vincenzo Nunziata per il Commissario dello Stato per la Regione Siciliana e gli avvocati Giovanni Carapezza Figlia e Francesco Castaldi per la Regione Siciliana.. Ritenuto in fatto Considerato in diritto 1. - Con ricorso notificato al Presidente della Regione Siciliana in data 20 aprile 2005 e depositato il 29 aprile 2005, il Commissario dello Stato per la Regione Siciliana ha impugnato l'art. 1, ultimo inciso, l'art. 2, commi 2, ultimo inciso, 3 e 4, e gli artt. 3 e 4 del disegno di legge n. 805 (Disposizioni urgenti per il rafforzamento dell'azione amministrativa a tutela della legalità), approvato dall'Assemblea regionale siciliana nella seduta del 12 aprile 2005 e successivamente promulgato e pubblicato come legge della Regione Siciliana 31 maggio 2005, n. 6, per violazione degli artt. 81, quarto comma, 97, 110 e 117, secondo comma, lettera g), della Costituzione, nonché della competenza esclusiva statale in materia di diritto privato. Il ricorrente premette che il disegno di legge regionale, fondato sul presupposto che l'attività a presidio e tutela della legalità costituisca interesse primario dell'Amministrazione regionale «in quanto connessa allo sviluppo sociale, civile ed economico della Sicilia», delinea un meccanismo di assegnazioni agli uffici giudiziari di risorse umane e strumentali da parte della Regione Siciliana, attraverso gli istituti del comando e del comodato. A parere del Commissario dello Stato la normativa sarebbe illegittima là dove, all'art. 2, comma 3, prevede che la richiesta dell'amministrazione di destinazione debba provenire dai capi degli uffici periferici degli organi giudiziari e non, invece, dagli uffici dipendenti dal Ministro della giustizia, al quale l'art. 110 Cost. espressamente demanda l'organizzazione e il funzionamento dei servizi relativi alla giustizia. Inoltre, anche al di fuori della competenza specifica del Ministro della giustizia, l'intervento regionale, riguardando l'ordinamento e l'organizzazione amministrativa dello Stato, costituirebbe comunque una inammissibile interferenza in un ambito riservato alla competenza esclusiva dello Stato dall'art. 117, secondo comma, lettera g), Cost. Analoghe considerazioni varrebbero, secondo il ricorrente, per la previsione contenuta nell'art. 3 del disegno di legge regionale, là dove è attribuita al presidente della corte d'appello o al procuratore generale, anziché agli uffici del Ministro della giustizia, la facoltà di segnalare le attrezzature e i servizi reputati «necessari per garantire il funzionale espletamento delle attività d'istituto», di cui risultino provvisoriamente carenti o non adeguatamente forniti gli uffici giudiziari che operano nella Regione Siciliana. Nella prospettazione del Commissario dello Stato l'assegnazione di risorse umane e strumentali, realizzandosi in assenza di concerto e indipendentemente dall'assenso dei competenti organi centrali dello Stato, potrebbe diventare «strumento indiretto, ma pervasivo, di ingerenza» della Regione nell'esercizio delle funzioni statali, interferendo con le politiche e gli indirizzi governativi in ambiti materiali di competenza esclusiva dello Stato (è richiamata la sentenza n. 51 del 2005 di questa Corte). È impugnato, inoltre, l'art. 2, comma 4, del disegno di legge regionale, riguardante il trattamento economico accessorio del personale «comandato», in quanto afferente alla materia del rapporto di lavoro dipendente, disciplinato dalle norme del codice civile e dall'autonomia contrattuale e, come tale, interamente sottratto all'intervento regionale. A parere del ricorrente il meccanismo delineato dal legislatore regionale risulterebbe ulteriormente censurabile sotto il duplice profilo della violazione degli artt. 97 e 81, quarto comma, Cost. A tale proposito il Commissario dello Stato assume che la mancata indicazione dei parametri ai quali il decreto del Presidente della Regione dovrà fare riferimento nell'individuazione del personale da porre in posizione di comando, potrebbe creare, all'interno dell'amministrazione regionale, disfunzioni causate dal «transito di dipendenti non individuati preventivamente per uffici di provenienza, per qualifiche professionali e per attitudini personali». Inoltre, alla riduzione del personale in servizio effettivo presso gli uffici della Regione conseguirebbe, «con ogni verosimiglianza», la necessità di colmare i vuoti di organico attraverso nuove assunzioni, ovvero richiedendo maggiori prestazioni ai dipendenti rimasti in servizio effettivo, in entrambi i casi determinandosi a carico della Regione nuovi o maggiori oneri, non previsti né quantificati nell'art. 4 del disegno di legge regionale. 2. - È intervenuta in giudizio la Regione Siciliana, in persona del Presidente pro-tempore, per chiedere che la questione di legittimità costituzionale sia dichiarata inammissibile o, comunque, manifestamente infondata. In via preliminare, la Regione assume che le censure contenute nel ricorso risulterebbero proposte in maniera apodittica o, a tutto concedere, fondate su motivazioni prive di sufficienti argomentazioni logiche, con la conseguenza che dovrebbero essere dichiarate inammissibili in applicazione della giurisprudenza della Corte (ex plurimis, sentenza n. 176 del 2004). Nel merito, la Regione osserva che le disposizioni impugnate non risulterebbero invasive delle competenze statali, se correttamente inquadrate nell'ambito normativo vigente, atteso che esse presuppongono - senza modificarle - le disposizioni che regolano le procedure interne agli uffici statali. Lo scopo dell'intervento legislativo regionale, esplicitato nella relazione illustrativa del disegno di legge, è l'attuazione di una piena «collaborazione tra le istituzioni statali e regionali» al fine di realizzare il «rafforzamento dell'azione amministrativa a tutela della legalità», al di fuori di qualsiasi intento ed effetto invasivo o di sovrapposizione di competenze e discipline.