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Delega al Governo in materia di disciplina delle competenze professionali nel settore delle attività motorie e sportive. Onorevoli Senatori. -- Lo sport dilettantistico e amatoriale nel nostro Paese soffre di alcune carenze strutturali, dal punto di vista normativo, che senza dubbio richiedono l'intervento da parte del legislatore nazionale. Un punto che merita la massima attenzione riguarda la verifica e l'accertamento delle qualità delle competenze professionali di chi lavora nel settore sportivo dove, spesso, sembrano vigere le regole proprie del mondo del « far west », situazione nella quale non esistono leggi o norme specifiche e in cui ciascun soggetto cerca di ottenere al massimo il proprio vantaggio, anche a costo di danneggiare gli altri. Nella speranza che le forze politiche sappiano presto delineare un percorso condiviso per un approccio legislativo complessivo al mondo dello sport per il benessere della comunità, in cui poter valutare adeguatamente le diverse esigenze del settore alla quali non è stata ancora data, in via compiuta, una risposta effettiva, il presente progetto di legge intende intervenire al fine di dirimere una questione certamente annoverabile tra quelle principali, ovvero la regolamentazione dell'esercizio professionale delle attività motorie e sportive. Spesse volte, infatti, accade che associazioni e società sportive dilettantistiche non richiedano il possesso di determinati requisiti per l'accesso alle professioni e, a tal fine, si fanno valere titoli o certificazioni rilasciati per il tramite di corsi di formazione non adeguati. Tali titoli abilitanti, attraverso i quali non è infrequente ottenere un posto di lavoro, celano però potenziali rischi per la salute e la sicurezza dei cittadini, dal momento in cui vengono utilizzati al pari di certificazioni rilasciate da autorità preposte a tale scopo (ad esempio, i corsi certificati da enti federali o enti equiparabili) o di percorsi di studi riconosciuti, nonostante l'articolo 32 della Costituzione disponga la tutela della salute, da parte della Repubblica, come «fondamentale diritto dell'individuo e interesse della collettività». In questo senso, la crescente diffusione delle pratiche motorie per la salvaguardia della buona salute in base a prescrizioni mediche, fatto in sé assai positivo, sta rendendo ulteriormente utile negli ultimi anni un'organica trattazione di tale materia. La frequenza a tali corsi, privi di alcun riconoscimento o certificazione da parte degli enti cui compete l'organizzazione e la gestione dello sport nel nostro Paese, non può essere assunta a requisito valido ai fini dell'esercizio dell'insegnamento, teorico e pratico, di qualsiasi disciplina sportiva o attività motoria. Invero, spesso essi hanno una durata di pochi mesi e sono fruibili dietro pagamento di cifre piuttosto elevate da parte dei partecipanti, nella speranza che tale percorso possa servire, in concreto, per accedere al mondo del lavoro nel settore sportivo. Persistendo, dunque, la mancanza di una adeguata regolamentazione all'accesso professionale, si permette la sostanziale equiparazione, nel mondo dello sport dilettantistico, tra certificazioni rilasciate tramite tali corsi inadeguati e titoli di specializzazione accademica. Per tali ragioni, nel nostro Paese si rischia di perpetrare quello svuotamento di significato, peraltro già in atto, strettamente connesso alle opportunità professionali che conseguono all'ottenimento della laurea in scienze motorie (o del diploma ISEF). Vale ulteriormente ricordare in questa sede come la ratio della legge 18 giugno 2002, n. 136, recante equiparazione tra il diploma in educazione fisica e la laurea in scienze delle attività motorie e sportive, si possa ricondurre all'esigenza di assicurare la parità delle condizioni di accesso «ai pubblici concorsi ed alle attività professionali» (articolo 1, comma 1), riferimento quest'ultimo spesso superato dai fatti, nel momento in cui ai fini dell'accesso a tali attività possono tranquillamente non servire né l'uno (il diploma ISEF) né l'altra (la laurea in scienze motorie). La questione tuttora insoluta si riferisce, quindi, alla reali garanzie che l'ordinamento vigente assicura (o non assicura) rispetto all'esercizio delle attività professionali nel settore delle attività motorie e sportive, su cui non può ulteriormente tralasciarsi l'inosservanza relativa alla certificazione delle competenze. Per esempio, come è possibile tutelare la salute, la sicurezza e la formazione degli allievi e delle allieve iscritti ad una scuola di danza quando è possibile che ivi accedano insegnanti del tutto in provvisati, senza alcun titolo riconosciuto e semplicemente per il tramite di un corso di abilitazione? La regolamentazione dell'esercizio delle attività professionali nel mondo dello sport, non essendo individuati -- se non per specifici casi -- requisiti ad hoc per l'esercizio della professione, è un'esigenza realmente non rinviabile, essendo possibile, per tornare all'esempio sopra indicato, aprire una scuola di danza ed ivi educare, formare e preparare, pur nella mancanza di idonei titoli o certificazioni validi ai fini dell'insegnamento. Quindi, nella mancanza della certezza che allievi ed allieve di diverse discipline sportive siano istruiti da docenti qualificati e preparati, ovvero che tale processo sia affidato a persone in possesso dei necessari requisiti professionali, indispensabili ai fini dello svolgimento corretto, tecnico e teorico, delle attività, viene meno l'assicurazione della migliore tutela psico-fisica e didattica, nonché di adeguate garanzie verso coloro che si rivolgono direttamente o che mandano i propri figli a praticare uno sport o a svolgere un'attività motoria. Non è certamente un mistero come lo sport, anche a livello amatoriale e dilettantistico, sia uno strumento utile alla salvaguardia e allo sviluppo della salute fisica e psichica della persona, alla promozione dell'integrazione sociale, delle pari opportunità e dell'inclusione sociale, allo sviluppo delle capacità cognitive, nonché veicolo fondamentale per rafforzare la prevenzione contro ogni forma di violenza, razzismo, discriminazione, intolleranza o mancanza di correttezza. Anche il «Libro Bianco sullo sport», prima importante iniziativa su scala europea che ha fornito orientamenti strategici sul ruolo della pratica sportiva nell'Unione europea, ha definito il tempo impiegato praticando attività sportive (a scuola e all'università) come produttore di benefici sanitari ed educativi «che occorre promuovere». È pertanto assolutamente necessario che lo Stato, oltre ad incentivare con tutti i mezzi a propria disposizione la formazione di una cultura sportiva nazionale (intesa come coscienza individuale più diffusa possibile dell’importanza dello sport), assicuri che coloro che sono chiamati in prima persona a svolgere attività di formazione siano adeguatamente preparati. Se dunque occorre, da un lato, combattere il progressivo assottigliamento della realtà dell'associazionismo locale, primo approccio allo sport per moltissimi cittadini italiani e punto di riferimento nel mondo sportivo dilettantistico (e verso cui si dovrebbero attuare politiche di sviluppo), non si può permettere, dall'altro, l'utilizzo di istruttori non adeguatamente formati all'insegnamento.