[pronunce]

SENTENZA ha pronunciato la seguentenei giudizi di legittimità costituzionale degli articoli 150, 151, 154 e 299, nella parte in cui abroga l'art. 264 del codice di procedura penale, del d.P.R. 30 maggio 2002, n. 115 (Testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di spese di giustizia), e dell'articolo 84 del decreto legislativo 28 luglio 1989, n. 271 (Norme di attuazione, di coordinamento e transitorie del codice di procedura penale), promossi con ordinanze del 18 marzo 2003 del Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Napoli, dell'8 settembre e del 16 dicembre 2003 del Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Verona rispettivamente iscritte ai nn. 356 e 1188 del registro ordinanze 2003 ed al n. 492 del registro ordinanze 2004 e pubblicate nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 25, prima serie speciale dell'anno 2003 e nn. 4 e 23, prima serie speciale dell'anno 2001. Visti gli atti d'intervento del Presidente del Consiglio dei ministri; udito nella camera di consiglio del 9 febbraio 2005 il Giudice relatore Alfio Finocchiaro.. Ritenuto in fatto Considerato in diritto 1. – Il Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Napoli, con ordinanza del 18 marzo 2003 (reg. ord. n. 356 del 2003) , ha sollevato, in riferimento agli artt. 3, 76 e 97 della Costituzione, questione di legittimità costituzionale degli artt. 151 e 154 del decreto del Presidente della Repubblica 30 maggio 2002, n. 115 (Testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di spese di giustizia), nella parte in cui prevedono l'emanazione di un'ordinanza successiva rispetto a quella prevista dal precedente art. 150, che dispone la restituzione delle somme sequestrate, per violazione dei principî e criteri direttivi di semplificazione della legge delega, nonché dei canoni di buon andamento della pubblica amministrazione e di ragionevolezza del sistema. Il remittente premette che l'avviso di restituzione all'avente diritto della somma di denaro in sequestro, disposto nella vigenza della precedente normativa, non era andato a buon fine, con la conseguenza che, non potendosi ritenere decorso il termine di due anni previsto dal previgente art. 264 cod. proc. pen. , era stata comunicata la restituzione (di € 1,84) ai sensi del testo unico intervenuto nelle more. Aggiunge che, essendo decorsi trenta giorni dalla rituale comunicazione senza che l'avente diritto abbia provveduto al ritiro, egli deve fissare, con ordinanza da comunicare a quest'ultimo, il termine iniziale di decorrenza ai fini dell'assegnazione successiva della somma alla Cassa delle ammende, ai sensi del citato art. 151, commi 1 e 2, dovendo poi disporre la devoluzione della stessa somma nel caso in cui nei tre mesi successivi nessuno provi di avervi diritto, secondo la previsione del successivo art. 154. Il remittente, precisato in punto di rilevanza che, in mancanza di norme transitorie, deve applicare le disposizioni suddette anche se il procedimento era già pendente al momento dell'entrata in vigore del testo unico, solleva d'ufficio la questione di legittimità costituzionale in riferimento ai parametri indicati. Quanto alla non manifesta infondatezza in relazione alla violazione dell'art. 76 della Costituzione, il giudice a quo deduce che il legislatore delegato ha ecceduto dai limiti della delega prevedendo, nell'art. 151, l'emanazione di un'ordinanza successiva a quella di cui al precedente art. 150, che dispone la restituzione delle somme, e rispetto alla quale sarebbe assolutamente superflua e ultronea rispondendo alle stesse finalità di conoscenza. Richiamate le norme della delega, il remittente si sofferma in particolare sui criteri e principî direttivi posti dall'art. 7, comma 2, lettera a), della legge 8 marzo 1999, n. 50 (Delegificazione e testi unici di norme concernenti procedimenti amministrativi – legge di semplificazione 1998), come modificato dall'art. 1 della legge 24 novembre 2000, n. 340 (Disposizioni per la delegificazione di norme e per la semplificazione di procedimenti amministrativi – legge di semplificazione 1999), che rinvia ai criteri individuati dall'art. 20 della legge 15 marzo 1997, n. 59 (Delega al Governo per il conferimento di funzioni e compiti alle regioni ed enti locali, per la riforma della Pubblica Amministrazione e per la semplificazione amministrativa). Sottolinea che, alla luce della relazione governativa al d.P.R. n. 115 del 2002, il mandato assegnato al legislatore delegato è quello di semplificazione, di snellimento dei procedimenti, di riduzione dei tempi, di eliminazione delle fasi inutili e di soppressione di organi e fasi endoprocedimentali superflue, mentre la disciplina dettata appare assolutamente contraria a tali principî. Il remittente prospetta, inoltre, la violazione degli art. 3 e 97 della Costituzione sotto il profilo del mancato rispetto dei canoni di ragionevolezza e di buon andamento della pubblica amministrazione. Consapevole del costante orientamento della Corte, secondo cui l'esercizio della funzione giurisdizionale è estraneo alla tematica del buon andamento della pubblica amministrazione, essendo riferibile agli organi dell'amministrazione della giustizia solo per le leggi che definiscono l'ordinamento degli uffici giudiziari e il loro funzionamento sotto l'aspetto amministrativo, il giudice a quo sottolinea che i provvedimenti adottati nell'esercizio delle funzioni giurisdizionali coinvolgono necessariamente gli uffici della pubblica amministrazione. Nel caso di specie, aggiunge, l'adozione di tre diversi successivi provvedimenti da parte del giudice ai sensi degli artt. 151 e 154 del citato testo unico comporta la necessaria attivazione della cancelleria e degli addetti alle notifiche. In conclusione, ad avviso del remittente l'inutile duplicazione di atti è manifestamente irragionevole, anche con riferimento all'incoerenza della disciplina rispetto all'interesse pubblico perseguito; né, infine, afferma il remittente, dato l'inequivocabile tenore delle norme censurate, sarebbe possibile accedere ad un'interpretazione diversa che consenta di adeguarle ai parametri invocati a sostegno del dubbio di costituzionalità. 1.1 – Nel giudizio introdotto con l'ordinanza n. 356 del 2003, è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che la questione sia dichiarata inammissibile o infondata. A sostegno dell'inammissibilità, la difesa erariale deduce che le disposizioni che in precedenza disciplinavano la mancata restituzione delle somme già in sequestro (artt. 264 e 265 cod. proc. pen. e art. 84 disposizioni di attuazione del cod. proc. pen.) sono state espressamente abrogate dall'art. 299 dello stesso testo unico, che non ha formato oggetto di censura. Un'ipotetica illegittimità, pertanto, determinerebbe un vuoto legislativo;