[pronunce]

Precisamente, come affermato da questa Corte nella sentenza n. 80 del 1969, se appartiene alla discrezionalità del legislatore ordinario stabilire l’ambito della disciplina normativa da adottare, rientra invece nel giudizio di costituzionalità accertare che non vi sia contrasto tra la ratio della legge e la sua limitazione a un caso concreto, non giustificata da una obiettiva diversità di esso rispetto ad altri casi a cui quella disciplina legislativa potrebbe estendersi. Orbene, ad avviso del rimettente, l’art. 20, comma l, del decreto-legge n. 112 del 2008 violerebbe l’art. 3, primo comma, Cost., perché introduce, nell’ambito dei datori di lavoro assoggettati all’obbligo di contribuzione di malattia che hanno corrisposto il trattamento economico ai propri dipendenti ed in riferimento ai contributi dovuti per i periodi anteriori all’entrata in vigore della medesima norma, una disciplina differenziata fondata esclusivamente sulla circostanza del mancato adempimento dell’obbligo contributivo. Infatti, solo in tal caso tale obbligo viene eliminato; invece, nell’ipotesi di avvenuto adempimento, esso è mantenuto, continuando a costituire la causa del versamento dei contributi, con conseguente esclusione di ogni diritto di ripetizione. Secondo il Tribunale di Trento sarebbe evidente l’irragionevolezza di una disciplina che, da un lato, premia gli inadempienti e, dall’altro, discrimina coloro che hanno tempestivamente versato i contributi dovuti. 2. – Si è costituito l’INPS che chiede che la questione sia dichiarata inammissibile o, comunque, manifestamente infondata. Ad avviso dell’istituto previdenziale, l’art. 20, comma 1, del decreto-legge n. 112 del 2008 è norma di interpretazione autentica e, dunque, con effetti retroattivi. La definitiva acquisizione alla gestione INPS dei pagamenti contributivi già effettuati dai datori di lavoro che pure assicuravano ai loro dipendenti la retribuzione nel periodo di malattia sarebbe legittima, poiché quei pagamenti attengono a rapporti ormai esauriti, in relazione ai quali gli interessati hanno manifestato un comportamento incompatibile con la volontà contraria di ritenersi esonerati dall’adempimento di cui trattasi. Invece, per i datori che hanno contestato di dover adempiere, ove i giudizi verosimilmente instaurati risultino ancora pendenti, non vi sarebbe ragione di non ritenere loro applicabile una norma di interpretazione autentica che espressamente esclude l’obbligo contributivo in questione. Pertanto, secondo la difesa dell’ente, non si sarebbe in presenza di situazioni identiche, ma di posizioni differenziate in funzione di rapporti giuridici sottostanti non omologhi. Infine, l’INPS deduce che, con sentenza n. 25047 del 2008, la Corte di cassazione ha riconosciuto la natura di norma di interpretazione autentica alla disposizione censurata e si è riportata all’insegnamento di questa Corte secondo cui il principio generale di irretroattività della legge risulta costituzionalizzato soltanto con riferimento alla materia penale, mentre in ogni altra materia il legislatore ordinario può emanare sia disposizioni di interpretazione autentica – che, tra più significati plausibilmente espressi dalla disposizione interpretata, ne impongano uno – sia disposizioni innovative con efficacia retroattiva. Nella stessa pronuncia i giudici di legittimità hanno affermato che – ai fini della legittimità costituzionale della norma in esame – non rileva la circostanza che essa imponga un significato della disposizione interpretata diverso rispetto a quello che era stato proposto dalla giurisprudenza. 3. – E’ intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall’Avvocatura generale dello Stato, che conclude chiedendo che la questione sia dichiarata infondata. Preliminarmente la difesa erariale eccepisce però l’inammissibilità della questione per irrilevanza, poiché oggetto del giudizio a quo non è la ripetizione dei versamenti contributivi eseguiti dal datore di lavoro, ma la legittimità della cartella di pagamento emessa dall’INPS in relazione alla propria posizione creditoria – ancora aperta – nei confronti della società datrice di lavoro, la quale, pertanto, non potrebbe giovarsi dell’invocata declaratoria di illegittimità costituzionale. La questione sarebbe inammissibile anche per la genericità della sua formulazione. Infatti, ad avviso del Presidente del Consiglio dei ministri, l’ordinanza di rimessione non indicherebbe con esattezza i profili in relazione ai quali la disposizione censurata dovrebbe ritenersi in contrasto con l’art. 3 Cost. ed in particolare con il canone di ragionevolezza che il rispetto di tale norma costituzionale presuppone. Nel merito, l’Avvocatura generale dello Stato contesta anzitutto la definizione della norma in esame quale legge-provvedimento, espressione che designa atti formalmente legislativi che, tuttavia, tengono luogo di provvedimenti amministrativi, in quanto provvedono concretamente su casi e rapporti specifici. Tali caratteri sono però assenti nel caso di specie. Secondo l’interveniente, l’art. 20, comma 1, del decreto-legge n. 112 del 2008 si configura chiaramente quale norma di interpretazione autentica dell’art. 6, secondo comma, della legge n. 138 del 1943, dettando, con la discrezionalità propria del legislatore, il significato della disciplina in subiecta materia. Né la norma censurata sarebbe affetta da irragionevolezza. Infatti, con l’art. 20, comma 1, del decreto-legge n. 112 del 2008, il legislatore, nell’esercizio della discrezionalità di cui gode nella modulazione della contribuzione previdenziale e lungi dall’intervenire su singole situazioni, ha voluto incidere sulle possibili opzioni interpretative del citato art. 6, secondo comma, della legge n. 138 del 1943, privilegiando quella volta ad eliminare l’obbligo contributivo in esame con effetto ex tunc nella consapevolezza, da un lato, dell’onerosità, per le imprese, di una sostanziale duplicità di prestazioni poste a carico dei datori di lavoro (trattamento economico di malattia ed obbligo contributivo), dall’altro, del fatto che la funzione assistenziale verrebbe comunque ad essere garantita dall’assunzione diretta, da parte del datore di lavoro, dell’onere relativo alla corresponsione del trattamento economico di malattia. Il Presidente del Consiglio dei ministri aggiunge che la norma censurata ha eliminato l’obbligo contributivo sia per i datori che abbiano adempiuto per il passato sia per quelli che sono rimasti inadempienti, solo che per i primi i versamenti eseguiti restano privi di causa proprio in ragione della disposizione interpretativa in esame. L’Avvocatura generale dello Stato nega che il legislatore abbia introdotto discriminazioni tra i datori di lavoro interessati premiando proprio i soggetti rimasti inadempienti; piuttosto, esso ha ragionevolmente ritenuto opportuno consolidare le situazioni contributive già definite attraverso lo spontaneo adempimento.