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Modifiche ai decreti legislativi 31 dicembre 1992, n.545 e n.546, in materia di incompatibilità, di astensione e ricusazione nonché di formazione professionale dei componenti delle commissioni tributarie. Onorevoli Senatori. -- In un contesto di globalizzazione dei mercati, economici e sociali, come quello contemporaneo, nel quale i confini tra le nazioni sono sempre più labili e lo sviluppo delle tecnologie moderne ha annullato le distanze, la valorizzazione del patrimonio culturale, storico e linguistico dei popoli rappresenta, senza ombra di dubbio, una peculiarità di estrema valenza. In questa situazione, infatti, la promozione delle tipicità culturali di un'area o di un territorio rappresenta una risorsa da tutelare e, anzi, da promuovere: basti pensare alla rapida e continua diffusione del settore turistico, soprattutto in Italia, legato ai prodotti territoriali, o ai fenomeni turistici connessi ai numerosi eventi e alle manifestazioni storici, soprattutto nel nostro Paese così caratterizzato da elementi di tipicità. Il presente disegno di legge è volto a modificare la normativa vigente in materia di contenzioso tributario (decreto legislativo 31 dicembre 1992, n. 545, recante ordinamento degli organi speciali di giurisdizione tributaria ed organizzazione degli uffici di collaborazione e decreto legislativo 31 dicembre 1992, n. 546, recante disposizioni sul processo tributario), relativamente alla disciplina dell'incompatibilità dei giudici tributari. In particolare il disegno di legge si prefigge lo scopo di risolvere definitivamente l'annoso problema di conciliare le esigenze di una magistratura non professionale, che deve giudicare su una materia dal tecnicismo esasperato, con la necessità di garantire un giudizio imparziale, con particolare riguardo alla possibilità che i professionisti che si occupano del settore fiscale (avvocati tributaristi, commercialisti, eccetera) partecipino alla formazione della magistratura tributaria. Com'è noto, infatti, il legislatore, fin dall'origine particolarmente sospettoso nei confronti dei suddetti professionisti, ha raggiunto nel corso degli anni livelli eccezionali di prudenza, arrivando a impedire in via assoluta ai soggetti che in qualche modo si occupano di diritto tributario di far parte delle commissioni tributarie. L'articolo 8, comma 1, lettera i) , del decreto legislativo n. 545 del 1992, a seguito delle modifiche apportate dapprima con l'articolo 31 della legge 27 dicembre 1997, n. 449, poi con l'articolo 84 della legge 21 novembre 2000, n. 342, e infine con l’articolo 39, comma 2, lettera c) , numero 2), del decreto-legge 6 luglio 2011, n. 98, convertito, con modificazioni, dalla legge 15 luglio 2011, n. 111, dispone, infatti, che a decorrere dal 17 settembre 2011 non possono essere componenti delle commissioni tributarie, finché permane la situazione inabilitante, «coloro che in qualsiasi forma, anche se in modo saltuario o accessorio ad altra prestazione, esercitano la consulenza tributaria, detengono le scritture contabili e redigono i bilanci, ovvero svolgono attività di consulenza, di assistenza o di rappresentanza, a qualsiasi titolo e anche nelle controversie di carattere tributario, di contribuenti singoli o associazioni di contribuenti, di società di riscossione dei tributi o di altri enti impositori». Le circolari dell'Amministrazione finanziaria e la giurisprudenza amministrativa hanno certificato il rigore di queste norme. Già con circolare n. 39/E del 4 febbraio 1998 il Ministero dell'economia e delle finanze affermava addirittura come «nei casi di sentenza pronunciata da un organo giudicante irregolarmente costituito a causa della incompatibilità di uno dei componenti, la pronuncia fosse affetta da nullità assoluta rilevabile d'ufficio nel giudizio di impugnazione». In tempi più recenti (sentenze n. 3760 del 2007 e n. 1740 del 2010), il Consiglio di Stato si è espresso sull'interpretazione del citato articolo 8, comma 1, lettera i) , del decreto legislativo n. 545 del 1992, sostenendo che qualunque forma di consulenza tributaria è incompatibile con la carica di giudice tributario, proprio in virtù della formulazione della norma citata, tanto ampia da non consentire ad alcuna delle ipotesi di attività di consulenza di sottrarsi al suo disposto. E così, da quasi venti anni, si è assistito, per timore che le decisioni delle commissioni tributarie potessero sbilanciarsi a favore del contribuente, alla fuoriuscita dalle commissioni tributarie di quei soggetti che, proprio in virtù dell'attività da essi esercitata professionalmente, avrebbero potuto fornire alla magistratura tributaria quel grado di competenza e di professionalità che la giustizia fiscale avrebbe meritato e merita. Il disegno di legge in esame si pone quindi come obiettivo primario quello di recuperare questa competenza, al fine di restituire alle commissioni tributarie quella professionalità che esse hanno perduto nel corso degli ultimi anni, valorizzando in tal modo la natura «mista» della composizione dei collegi giudicanti, per assicurare al giudizio delle commissioni le nozioni e le cognizioni multidisciplinari tipiche della definizione e dell'applicazione degli istituti tributari. Va detto che sono stati già presentati al Parlamento alcuni progetti di legge in materia, i quali però rimangono sostanzialmente nel solco tracciato dalla normativa vigente, limitandosi a circoscrivere l'attuale incompatibilità su basi regionali (ad esempio l'atto Camera n. 3347, della scorsa legislatura, a firma dell'onorevole Riccardo Migliori, recante modifiche al decreto legislativo 31 dicembre 1992, n. 545, concernenti la composizione della commissioni tributarie e l'ufficio di segreteria del Consiglio di presidenza della giustizia tributaria), eventualmente anche riducendola ai soli casi di esercizio abituale dell'attività di assistenza tributaria da parte dell'aspirante giudice (ad esempio l'atto Camera n. 428 a firma dell'onorevole Manlio Contento, recante modifica all'articolo 8 del decreto legislativo 31 dicembre 1992, n. 545, in materia di incompatibilità dei componenti delle commissioni tributarie).