[pronunce]

SENTENZA ha pronunciato la seguentenel giudizio di legittimità costituzionale dell'art. 3, comma 1, della legge 25 febbraio 1992, n. 210 (Indennizzo a favore dei soggetti danneggiati da complicanze di tipo irreversibile a causa di vaccinazioni obbligatorie, trasfusioni e somministrazione di emoderivati), promosso dalla Corte di cassazione, sezione lavoro, nel procedimento vertente tra il Ministero della salute e F. C. e C.A. C., nella qualità di genitori della minore F. C., con ordinanza del 17 gennaio 2022, iscritta al n. 33 del registro ordinanze 2022 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 15, prima serie speciale, dell'anno 2022. Visti l'atto di costituzione di F. C. e C.A. C., nella qualità di genitori della minore F. C., nonché gli atti di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri e dell'Associazione malati emotrasfusi e vaccinati (AMEV); udito nell'udienza pubblica del 10 gennaio 2023 il Giudice relatore Maria Rosaria San Giorgio, sostituito per la redazione della decisione dal Giudice Stefano Petitti; uditi l'avvocato Armanda Lessini per F. C. e C.A. C., nella qualità di genitori della minore F. C., e gli avvocati dello Stato Enrico De Giovanni e Gaetana Natale per il Presidente del Consiglio dei ministri; deliberato nella camera di consiglio del 9 febbraio 2023.. Ritenuto in fatto Considerato in diritto 1.- Con ordinanza del 17 gennaio 2022, iscritta al n. 33 del registro ordinanze 2022, la Corte di cassazione, sezione lavoro, ha sollevato, in riferimento agli artt. 2, 3, 32 e 38 della Costituzione, questioni di legittimità costituzionale dell'art. 3, comma 1, della legge 25 febbraio 1992, n. 210 (Indennizzo a favore dei soggetti danneggiati da complicanze di tipo irreversibile a causa di vaccinazioni obbligatorie, trasfusioni e somministrazione di emoderivati), «nella parte in cui non prevede che l'effetto di decadenza conseguente alla presentazione della domanda oltre il triennio, decorrente dal momento in cui l'avente diritto risulti aver avuto conoscenza del danno, sia limitato ai ratei relativi al periodo antecedente al suddetto periodo triennale». La Corte rimettente espone di dover decidere sul ricorso proposto dal Ministero della salute avverso una sentenza d'appello che, nel confermare la decisione di primo grado, aveva ritenuto corretto applicarsi all'indennizzo per danno vaccinale chiesto oltre il termine triennale di legge il criterio della decadenza cosiddetta "mobile", in base al quale la causa estintiva del diritto indennitario opera limitatamente ai ratei interni al triennio. 1.1.- Ad avviso del giudice a quo, il criterio della decadenza "mobile", stabilito per i trattamenti pensionistici dall'art. 47, comma sesto, del d.P.R. 30 aprile 1970, n. 639 (Attuazione delle deleghe conferite al Governo con gli articoli 27 e 29 della legge 30 aprile 1969, n. 153, concernente revisione degli ordinamenti pensionistici e norme in materia di sicurezza sociale), non potrebbe essere esteso in via interpretativa all'indennizzo del danno vaccinale, atteso che l'art. 3, comma 1, della legge n. 210 del 1992 «non fa cenno alcuno ad un effetto decadenziale limitato a singole parti della prestazione economica oggetto del diritto». Pertanto - continua il rimettente -, in base alla norma censurata, «questa Corte dovrebbe ritenere la parte istante decaduta dal diritto ad ottenere l'indennizzo nella sua interezza, senza possibilità di limitare la suddetta decadenza alle mensilità maturate prima del triennio». 1.2.- Da quanto sopra emergerebbe la violazione degli evocati parametri, considerato l'«analogo fondamento costituzionale» delle due erogazioni pubbliche - quella pensionistica e quella indennitaria - entrambe «fondate sugli obblighi di solidarietà sociale fissati dalla Costituzione», ed entrambe caratterizzate da una «significativa estensione temporale periodica». Protraendosi ben oltre il triennio di legge, la menomazione vaccinale esigerebbe infatti una provvidenza capace di rispondere alle perduranti difficoltà di gestione dello stato patologico, specie quando l'inoculazione nociva è avvenuta in tenera età. Un «effetto decadenziale unitario», come quello stabilito dalla norma censurata, determinerebbe viceversa «la piena frustrazione dello scopo dell'indennizzo», generando nel contempo «una vistosa ed irragionevole disparità di trattamento tra i soggetti destinatari di tale misura ed i pensionati». Il vulnus costituzionale sarebbe aggravato dal fatto che, oltre all'indennizzo di durata ex art. 2, comma 1, della legge n. 210 del 1992, una decadenza non temperata dal criterio di mobilità colpirebbe in radice anche l'assegno una tantum previsto dall'art. 2, comma 2, della medesima legge, pari al 30 per cento dell'indennizzo per ciascun anno del periodo compreso tra il manifestarsi dell'evento dannoso e l'ottenimento dell'indennizzo stesso. 2.- È intervenuto in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che le questioni siano dichiarate inammissibili o manifestamente infondate. 2.1.- L'inammissibilità deriverebbe dall'incongruenza tra la motivazione e il dispositivo dell'ordinanza di rimessione, in quanto il secondo evoca i parametri di cui agli artt. 2, 32 e 38 Cost., mentre la parte motiva concerne essenzialmente il parametro di cui all'art. 3 Cost., viceversa non menzionato in dispositivo. Inoltre, il rimettente non avrebbe compiutamente esaminato la disciplina del tertium comparationis, non essendosi adeguatamente confrontato con l'eterogeneità tra la pensione e l'indennizzo, né con le ragioni per cui l'una è soggetta a decadenza "mobile" e l'altro a decadenza "tombale". La richiesta di estendere la previsione di decadenza "mobile" dall'una provvidenza all'altra corrisponderebbe del resto a un'istanza di carattere «estremamente manipolativo», sollecitandosi in definitiva una pronuncia «additiva di prestazione», dalla quale, con invasione dell'ambito di discrezionalità riservato al legislatore, sarebbe imposta ai pubblici poteri l'erogazione di una nuova prestazione sociale. 2.2.- Le questioni sarebbero comunque non fondate nel merito. Gli istituti posti a confronto dal rimettente sarebbero infatti tra loro eterogenei, avendo l'indennizzo per danno vaccinale una natura «assistenziale-solidaristica», mentre la fattispecie in comparazione ha natura «assistenziale-pensionistica». A differenza dell'indennizzo vaccinale, le prestazioni pensionistiche si innestano su un rapporto giuridico che include il versamento dei contributi previdenziali, così giustificandosi che l'effetto estintivo della decadenza operi solo pro quota e non per l'intero. Diverso sarebbe lo stesso fondamento costituzionale delle due erogazioni, che risiederebbe nell'art. 32 Cost. per l'indennizzo e nell'art. 38 Cost. per la pensione.