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Come già ho avuto modo di dire nel corso della visita, che ho svolto con il Presidente del Consiglio, la scorsa settimana quei gravissimi fatti - oltre a sollecitare la nostra più ferma condanna - reclamano un'indagine profonda, perché si conosca quanto successo in tutti gli istituti penitenziari nell'ultimo drammatico anno, dove la pandemia ha esasperato condizioni già difficili per il sovraffollamento, per la fatiscenza delle strutture, per la carenza del personale e tanto altro. Occorre guardare in faccia tutti i problemi, spesso cronici, dei nostri istituti penitenziari, affinché non si ripetano atti di violenza né contro i detenuti, né contro gli agenti della Polizia penitenziaria, tutto il personale. II carcere è lo specchio della nostra società, Ed è un pezzo di Repubblica, che non possiamo rimuovere dallo sguardo e dalle coscienze. Le violenze e le umiliazioni inflitte ai detenuti a Santa Maria Capua Vetere recano una ferita gravissima alla dignità della persona, pietra angolare della nostra convivenza civile, come chiede la Costituzione, nata dalla storia di un popolo che ha conosciuto il disprezzo del valore della persona e si pone a scudo e difesa di tutti, specie di chi si trova in posizione di maggiore vulnerabilità. Anche l'uso della forza, l'uso della forza da parte di chi legittimamente lo detiene, sia sempre strumento di difesa, di difesa dei più deboli. Mai aggressione, mai violenza, mai sopruso. E mai sproporzionato. Partiamo dai fatti accaduti, ormai direi noti a tutto il Paese, anche grazie al meritorio lavoro della stampa. In relazione alla perquisizione straordinaria effettuata il 6 aprile dello scorso anno e che ha riguardato quasi tutte le sezioni del reparto "Nilo" del carcere "Francesco Uccella", sono ora indagati a vario titolo dalla procura di Santa Maria Capua Vetere appartenenti al corpo di Polizia penitenziaria e all'amministrazione penitenziaria. Le accuse sono delitti di concorso in torture pluriaggravate, maltrattamenti pluriaggravati, lesioni personali pluriaggravate, falso in atto pubblico aggravato, calunnia, favoreggiamento, frode processuale e depistaggio. Tutti i delitti risultavano aggravati dalla minorata difesa, dall'aver agito per motivi abietti o futili, con crudeltà, con abuso di poteri e violazione dei doveri inerenti alla funzione pubblica, con l'uso di armi, e dall'aver concorso nei delitti un numero di persone superiore alle cinque unità. Notizie di stampa già dall'autunno dell'anno scorso riferivano di violenze e di indagini in atto all'interno di quell'istituto. E su questa vicenda, c'era già stata all'epoca un'interrogazione parlamentare. Su mia domanda, dall'amministrazione penitenziaria mi hanno spiegato che più volte era stata chiesto all'autorità giudiziaria un riscontro a queste notizie, per poter effettuare anche proprie valutazioni, anche a fini disciplinari. Ma come ha spiegato nelle ultime settimane la stessa autorità giudiziaria procedente, le sollecitazioni del DAP non hanno mai ricevuto risposta per motivi di segreto investigativo. E' per questo che - come spiegherò più avanti - tutte le iniziative prese dal Ministero sono successive al momento in cui l'autorità giudiziaria ha ritenuto di trasmetterci tutti gli atti ostensibili. Ma torniamo ai fatti. Abbiamo visto tutti quelle immagini: violenze su un detenuto in ginocchio; colpi ad un altro in carrozzella; più agenti armati, che si scagliavano contro singoli detenuti. Il tutto sotto la videocamera ben visibile che ha ripreso l'accaduto. Stando alle immagini non vi era alcuna una sommossa in atto. Non si trattava di una reazione necessitata da una situazione di rivolta. Si è trattato di violenza a freddo. Quando ho avuto piena contezza della gravità delle contestazioni mosse e quando ho visto quelle immagini, ho parlato di "una ferità e un tradimento della Costituzione e della divisa", perché ad essere colpite sono certamente anzitutto le vittime, i detenuti. Ma a uscirne ferita è anche la Polizia penitenziaria, come ho potuto constatare anche dalle testimonianze raccolte durante la visita a Santa Maria Capua Vetere. Naturalmente prima di esprimere un giudizio definitivo occorre attendere tutte le verifiche da parte dell'autorità giudiziaria, che ad esempio - solo per citare un elemento - ha ritenuto di annullare una misura cautelare emessa nei confronti di una persona, che era stata raggiunta da restrizioni per errore. Secondo quanto emerge dagli atti giudiziari, la perquisizione straordinaria del 6 aprile sarebbe stata disposta al di fuori dei casi consentiti dalla legge, eseguita senza alcun provvedimento del direttore del carcere di Santa Maria Capua Vetere - unico titolare del relativo potere - e senza rispettare le forme e la motivazione imposte dalla legge. Secondo il giudice, dunque, alla base della perquisizione straordinaria vi sarebbe stato «un provvedimento dispositivo orale - cito dall'ordinanza - emanato a scopo dimostrativo, preventivo e satisfattivo, finalizzato a recuperare il controllo del carcere e appagare presunte aspettative del personale di Polizia penitenziaria". Il giorno prima c'era stata una rivolta in carcere, nella sua ordinanza, il gip riporta alcune intercettazioni («Era il minimo segnale per riprendersi l'istituto») e ritiene che di fatto quella perquisizione non avesse "alcuna intenzione di ricercare strumenti atti all'offesa ovvero altri oggetti non detenibili, ma, per la quasi totalità dei casi - leggo testualmente dal provvedimento - mera copertura fittizia per la consumazione di condotte violente, contrarie alla dignità ed al pudore delle persone recluse». Contestazioni di una gravità inaudita, a cui si sommano ipotesi di falso. Un riferimento particolare merita il caso di Lamine Hakimi, affetto da schizofrenia morto il 4 maggio nella sezione Danubio del carcere. II gip scrive che "le consulenze mediche non consentono di affermare che il decesso sia da ascrivere alle ferite riportate il 6 aprile, ma siano da ricondurre all'assunzione di medicinali che, combinandosi con i farmaci assunti dal detenuto in ragione della terapia a lui prescritta ha comportato un arresto cardiaco". In relazione alle contestazioni elevate, il competente ufficio della Direzione generale del personale e delle risorse del Ministero ha proceduto all'esame delle posizioni degli operatori penitenziari a vario titolo coinvolti nel procedimento penale. Le unità di personale raggiunte complessivamente da misure interdittive sono state cinquantadue tra queste vi sono due unità di Polizia penitenziaria cessate dal servizio per le quali non sono stati quindi adottati provvedimenti amministrativi. Per le altre restanti cinquanta persone - tra cui il Provveditore regionale - sono state emesse misure interdittive con la seguente ripartizione: n. 7 misure cautelari applicative della custodia in carcere; n. 17 misure cautelari applicative degli arresti domiciliari; n. 3 misure cautelari coercitive dell'obbligo di dimora nel Comune di residenza nei confronti di tre poliziotti tutti in servizio presso l'istituto sammaritano; n. 23 misure cautelari interdittive della sospensione dall'esercizio del pubblico ufficio ricoperto per un periodo variabile dai 5 ai 9 mesi.