[pronunce]

ORDINANZA ha pronunciato la seguentenel giudizio di legittimità costituzionale dell'art. 69-bis della legge 26 luglio 1975, n. 354 (Norme sull'ordinamento penitenziario e sull'esecuzione delle misure privative e limitative della libertà), introdotto dall'art. 1, comma 2, della legge 19 dicembre 2002, n. 277 (Modifiche alla legge 26 luglio 1975, n. 354, in materia di liberazione anticipata), promosso con ordinanza del 13 febbraio 2003 dal Magistrato di sorveglianza di Napoli sull'istanza proposta da F. A., iscritta al n. 68 del registro ordinanze 2005 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 9, prima serie speciale, dell'anno 2005. Visto l'atto di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri; udito nella camera di consiglio dell'8 giugno 2005 il Giudice relatore Giovanni Maria Flick. Ritenuto che con l'ordinanza in epigrafe il Magistrato di sorveglianza di Napoli ha sollevato, in riferimento agli artt. 3, 24 e 27 della Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell'art. 69-bis della legge 26 luglio 1975, n. 354 (Norme sull'ordinamento penitenziario e sull'esecuzione delle misure privative e limitative della libertà), aggiunto dall'art. 1, comma 2, della legge 19 dicembre 2002, n. 277 (Modifiche alla legge 26 luglio 1975, n. 354, in materia di liberazione anticipata), nella parte in cui stabilisce che «il magistrato di sorveglianza provveda con rito senza formalità sulla concessione della liberazione anticipata al condannato detenuto in carcere o in misura alternativa»; che il giudice a quo premette di essere chiamato a pronunciarsi sull'istanza con la quale un detenuto – condannato alla pena di quattro anni ed otto mesi di reclusione per rapina aggravata ed altri reati – aveva chiesto la concessione del beneficio della liberazione anticipata, in relazione ai semestri di pena già espiati: istanza verosimilmente destinata ad essere respinta, essendo l'istante incorso ripetutamente in sanzioni disciplinari di rilevante gravità, che comprovavano la sua mancata partecipazione all'opera di rieducazione; che, ciò premesso, il rimettente rileva come in base all'art. 69-bis della legge n. 354 del 1975, aggiunto dall'art. 1, comma 2, della legge n. 277 del 2002, il magistrato di sorveglianza debba provvedere sull'istanza di liberazione anticipata con procedura c.d. de plano, ossia con ordinanza adottata in camera di consiglio senza la presenza delle parti, cui solo successivamente il provvedimento è comunicato o notificato ai sensi dell'art. 127 del codice di procedura penale; che il comma 2 dello stesso art. 69-bis si limita a stabilire che la decisione non deve essere adottata prima di quindici giorni dalla richiesta di parere del pubblico ministero, consentendo tuttavia al magistrato di sorveglianza di provvedere anche in assenza di esso; mentre il successivo comma 3 accorda al difensore, all'interessato ed al pubblico ministero, la facoltà di proporre – nel termine di dieci giorni dalla notificazione dell'ordinanza – reclamo al tribunale di sorveglianza competente per territorio, il quale si pronuncia con il rito camerale previsto dagli artt. 666 e 678 cod. proc. pen. ; che il giudice a quo osserva, peraltro, come il rito de plano sia previsto, nell'ambito del processo penale, solo in rapporto a provvedimenti in tema di esecuzione che non implicano valutazioni sul merito dell'istanza, in quanto attinenti a profili puramente procedurali; e come, nell'ambito dell'ordinamento penitenziario, esso continui ad essere contemplato solo nei casi in cui l'attività del magistrato di sorveglianza conserva un «carattere misto», a metà tra l'amministrativo ed il giurisdizionale; che con la legge n. 277 del 2002 il legislatore avrebbe nondimeno reintrodotto, in ambito penitenziario, un procedimento non in linea con le coordinate del sistema e contrastante, altresì, con il principio della giurisdizionalizzazione della fase di esecuzione della pena, enunciato dai numeri 96 e seguenti dell'art. 2 della legge 10 febbraio 1987, n. 81 (Delega legislativa al Governo della Repubblica per l'emanazione del nuovo codice di procedura penale); che sarebbe evidente, difatti, come il rito previsto dalla norma impugnata non offra le medesime garanzie difensive assicurate dal procedimento camerale «ordinario» di sorveglianza, regolato dagli artt. 666 e 678 cod. proc. pen. : procedimento, quest'ultimo, che – in ossequio all'anzidetto principio – prevede la nomina di un difensore di ufficio, ove l'interessato non abbia nominato un difensore di fiducia; la notificazione dell'avviso della data dell'udienza in camera di consiglio; il diritto dell'interessato di intervenire personalmente alla stessa, con l'assistenza del difensore, nonché di presentare documentazione e di concorrere all'acquisizione delle prove; che siffatta diversità di disciplina risulterebbe priva di giustificazione, poiché anche il procedimento delineato dalla norma denunziata – al pari di quanto avviene, in linea di massima, per quello “generale” di sorveglianza - sarebbe preordinato al «riacquisto di quote di libertà» da parte dell'interessato; ma quand'anche si concludesse con un provvedimento negativo (come potrebbe accadere nel caso di specie), la pronuncia – pur non comportando una oggettiva modifica in peius della situazione del detenuto – avrebbe comunque una diretta incidenza sulla quantità di pena ancora da espiare: con possibili ricadute sull'applicabilità delle misure alternative alla detenzione, se non addirittura sulla scarcerazione dell'interessato, ove la fine della pena fosse ormai prossima; che in secondo luogo, poi, il procedimento «generale» di sorveglianza si configurerebbe come un «procedimento sul detenuto»; mentre quello relativo alla liberazione anticipata sarebbe anzitutto un «procedimento sul fatto» – cioè sui comportamenti tenuti dal soggetto durante la detenzione – molto più prossimo, quindi, al procedimento di cognizione; che proprio in questo caso, tuttavia, il soggetto sottoposto al giudizio vedrebbe limitato l'esercizio del suo diritto di difesa, tutelato dall'art. 24, secondo comma, Cost.; che ai fini della piena garanzia di tale diritto non sarebbe sufficiente il meccanismo del «contraddittorio differito», insito nella possibilità di far valere le proprie ragioni successivamente alla decisione, proponendo reclamo al tribunale di sorveglianza: la mancata previsione della partecipazione dell'interessato al procedimento davanti al magistrato di sorveglianza, difatti, si risolverebbe pur sempre – ove il soggetto fosse in grado di dimostrare in tale sede la fondatezza delle sue motivazioni – in una «denegata giustizia»; e ciò tanto più nell'ipotesi in cui la concessione della liberazione anticipata implicasse l'immediata conclusione dell'espiazione della pena; che sarebbe significativa, in tale direzione, anche l'omessa previsione della facoltà dell'interessato di presentare «memorie»: