[pronunce]

12 maggio 1995, n. 198); che stante la identità della questione si può procedere alla riunione dei giudizi; che la invocata sentenza n. 277 del 1991 ha dichiarato la illegittimità costituzionale dell'art. 43, comma diciassettesimo, della legge 1 aprile 1981, n. 121 (Nuovo ordinamento dell'amministrazione della pubblica sicurezza), della tabella C, allegata a detta legge, nonché della nota in calce alla tabella, esclusivamente "nella parte in cui non includono le qualifiche degli ispettori di polizia, così omettendo l'individuazione della corrispondenza con le funzioni connesse ai gradi dei sottufficiali dell'Arma dei carabinieri"; che si deve escludere che dalla predetta sentenza possa dedursi o configurarsi un qualsiasi intervento additivo - del resto espressamente dichiarato precluso nella fattispecie - o che vi sia alcuna statuizione sulla corrispondenza di determinate funzioni o determinazione di retribuzione spettante a taluni sottufficiali dell'Arma dei carabinieri, essendo stati riconosciuti fondati solo i profili di contraddittorietà, irragionevolezza e di omissione di scelta legislativa; che, come questa Corte ha avuto modo di sottolineare in più occasioni, il d.-l. 7 gennaio 1992, n. 5, convertito, con modificazioni, in legge 6 marzo 1992, n. 216, è una tipica misura di perequazione del trattamento economico (oltre che del connesso regime ordinamentale), che rientra nella discrezionalità legislativa - fermo per ogni intervento legislativo il limite generale della ragionevolezza come svolgimento dell'art. 3 della Costituzione (ordinanze n. 331 e n. 151 del 1999); questa disciplina legislativa è andata oltre il semplice adeguamento alla statuizione di incostituzionalità contenuta nella sentenza n. 277 del 1991 (v. sentenze n. 63 del 1998 e n. 465 del 1997; ordinanze n. 331 e n. 151 del 1999); che il legislatore con una scelta precisa ha voluto non solo colmare il vuoto di comparazione ed equiparazione dei sottufficiali dei carabinieri, ma anche procedere ulteriormente alla revisione dei ruoli, gradi e qualifiche e alla conseguente unificazione dei trattamenti economici di tutti i sottufficiali (e qualifiche corrispondenti) di polizia ad ordinamento civile e militare, compresi quelli mantenuti al di fuori dell'oggetto della citata pronuncia della Corte n. 277 del 1991 e delle conseguenti decisioni dei giudici amministrativi (ordinanze n. 331 e n. 151 del 1999); che solo con il concreto esercizio della duplice delega legislativa contenuta negli artt. 2 e 3 della citata legge 6 marzo 1992, n. 216 - comprendente non solo le Forze di polizia, ma anche (elemento del tutto nuovo rispetto alla situazione precedente) il personale non dirigenziale delle Forze armate -, cioè con la revisione dei ruoli, dei gradi e delle qualifiche, si è potuta realizzare una completa omogeneizzazione economica; che questa omogeneizzazione doveva attuarsi, in maniera inseparabile, parallelamente alla revisione delle procedure per disciplinare i contenuti del rapporto di impiego, e ad un completo equilibrio della disciplina degli ordinamenti del personale, con una sostanziale equiordinazione dei compiti e dei connessi trattamenti economici (v., da ultimo, ordinanza n. 331 del 1999), in modo innovativo rispetto alla semplice tendenza alla omogeneizzazione prevista dalla legge n. 121 del 1981 (v., per riferimenti, ordinanza n. 189 del 1999), con conseguente non manifesta irragionevolezza della non retroattività delle relative disposizioni; che non risulta che vi sia per i ricorrenti nel giudizio a quo - tutti cessati dal servizio attivo in epoca anteriore alla data di riferimento del nuovo assetto con l'inquadramento in contestazione - una pendenza di giudizi o statuizioni giurisdizionali relativi all'anteriore livello retributivo e alla posizione di stato dei ricorrenti al momento della cessazione dal servizio attivo (in periodo oscillanti tra il 1992 ed il 1995), di modo che possa configurarsi una qualsiasi preesistente posizione tutelata anche costituzionalmente ad ottenere un trattamento economico superiore con effetti retroattivi o un reinquadramento c.d. "ora per allora"; che è evidente la sussistenza di una discrezionalità del legislatore nell'esercizio della delega legislativa e dei relativi tempi di attuazione, purché entro il "tempo limitato" necessariamente fissato dal legislatore delegante (legge di delega originaria e successive proroghe); che allo stesso modo il legislatore - ed anche quello delegato in mancanza di contrarie indicazioni di criteri nella legge di delega - può discrezionalmente adottare norme transitorie per il passaggio al nuovo ordinamento di pubblici dipendenti e per l'inquadramento innovativo del relativo personale e determinare il riferimento temporale del possesso di determinati requisiti soggettivi di servizio, non necessariamente retrodatati, né tantomeno doverosamente risalenti alla data della legge di delega; che non è manifestamente irragionevole né palesemente arbitrario che il legislatore colleghi un beneficio di progressione di carriera o di livello economico alla persistenza in servizio ad una data (o alla cessazione dal servizio non anteriore dalla stessa data: cfr. ordinanze n. 101 del 1990 e n. 127 del 1991), fissata non necessariamente con effetto retroattivo. Vi è, altresì, un interesse non trascurabile della pubblica amministrazione di poter utilizzare il personale destinatario del beneficio o di contenere gli effetti finanziari, dovendo sempre l'organizzazione dell'amministrazione rispondere ad esigenze del servizio per il buon andamento della stessa, fermi in ogni caso i limiti derivanti dalla copertura finanziaria; che, pertanto, la questione sollevata è manifestamente infondata sotto tutti i profili denunciati (artt. 3 e 97 della Costituzione). Visti gli artt. 26, secondo comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87, e 9, secondo comma, delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale.. . per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE Riuniti i giudizi; Dichiara la manifesta infondatezza della questione di legittimità costituzionale dell'art. 46 del decreto legislativo 12 maggio 1995, n. 198 (Attuazione dell'art. 3 della legge 6 marzo 1992, n. 216, in materia di riordino dei ruoli e modifica delle norme di reclutamento, stato ed avanzamento del personale direttivo e non dirigente dell'Arma dei carabinieri), sollevata, in riferimento agli artt. 97 e 3 della Costituzione, dal Tribunale amministrativo regionale della Sicilia - sezione II - con le ordinanze indicate in epigrafe. Così deciso in Roma nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 19 dicembre 2001. Il Presidente: Ruperto Il redattore: Chieppa Il cancelliere: Di Paola Depositata in Cancelleria il 28 dicembre 2001. Il direttore della cancelleria: Di Paola