[pronunce]

A fondamento delle censure, il Presidente del Consiglio dei ministri pone in rilievo che, come già ritenuto da questa Corte con riferimento all'Agenzia regionale per la protezione ambientale (ARPA) siciliana (è citata la sentenza n. 172 del 2018), le funzioni del CEFPAS non sono sanitarie in senso stretto e, peraltro, gli enti del Servizio sanitario nazionale sono elencati dall'art. 19 del decreto legislativo 23 gennaio 2011, n. 118 (Disposizioni in materia di armonizzazione dei sistemi contabili e degli schemi di bilancio delle Regioni, degli enti locali e dei loro organismi, a norma degli articoli 1 e 2 della legge 5 maggio 2009, n. 42), sicché la norma regionale estende illegittimamente l'area del perimetro sanitario, incidendo, di qui, sulle modalità e sulla misura del finanziamento dei livelli essenziali di assistenza (LEA). Per tali ragioni l'art. 25, comma 2, della legge reg. Siciliana n. 1 del 2024 sarebbe in contrasto con l'art. 117, terzo comma, Cost., in relazione all'art. 20 del d.lgs. n. 118 del 2011 e, in particolare, con il principio di contenimento della spesa pubblica sanitaria, costituente principio di coordinamento della finanza pubblica. E ciò vieppiù in quanto l'inserimento del CEFPAS nel perimetro sanitario determina un trattamento derogatorio per una serie di spese, che finirebbero, invero, per essere disciplinate dal Titolo II del medesimo d.lgs. n. 118 del 2011. La disposizione impugnata contrasterebbe, altresì, con le previsioni del Titolo I del decreto legislativo 30 dicembre 1992, n. 502 (Riordino della disciplina in materia sanitaria, a norma dell'articolo 1 della legge 23 ottobre 1992, n. 421), nonché con la normativa in materia di piano di rientro sanitario, perché il riconoscimento del detto Centro quale ente del SSR potrebbe comportare un incremento di costi non quantificato, incompatibile con l'equilibrio economico finanziario del bilancio sanitario della Regione Siciliana impegnata nel piano, atteso che ogni modifica della programmazione sanitaria deve passare, in questo caso, attraverso un aggiornamento del relativo programma operativo di consolidamento e di sviluppo per il triennio di riferimento, affinché ne possa essere vagliata la compatibilità economica, nel rispetto del principio di coordinamento della finanza pubblica espresso dall'art. 2, comma 80, della legge 23 dicembre 2009, n. 191, recante «Disposizioni per la formazione del bilancio, annuale e pluriennale dello Stato (legge finanziaria 2010)». Il ricorso statale sottolinea, inoltre, che la qualificazione del citato Centro come ente del Servizio sanitario regionale potrebbe comportare una violazione del divieto di spese non obbligatorie da parte della Regione Siciliana, divieto che, come più volte affermato nella giurisprudenza costituzionale, si impone alle regioni assoggettate ai vincoli dei piani di rientro del disavanzo sanitario (sono citate le sentenze n. 142 e n. 36 del 2021 e n. 166 del 2020), vincoli che costituiscono, a propria volta, espressione di un principio di coordinamento della finanza pubblica. Secondo la prospettazione del Presidente del Consiglio dei ministri, del resto, le ragioni dell'impugnativa non sono contraddette dalla circostanza che la materia dell'assistenza sanitaria rientra tra quelle contemplate dall'art. 17 dello statuto di autonomia perché la Regione Siciliana può esercitare le proprie competenze legislative solo entro i limiti dei principi e degli interessi generali cui è informata la legislazione statale, come confermato dalla stessa giurisprudenza costituzionale, che ha riconosciuto la vincolatività delle disposizioni del piano di rientro dal disavanzo sanitario, quali principi di coordinamento della finanza pubblica, anche nei confronti delle regioni a statuto speciale (è richiamata la sentenza n. 155 del 2023, resa nei confronti della medesima Regione Siciliana). 2.- In data 29 aprile 2024 si è costituita in giudizio la Regione Siciliana chiedendo il rigetto del ricorso. 2.1.- In particolare, quanto all'impugnazione dell'art. 8 della legge reg. Siciliana n. 1 del 2024, la difesa regionale ha evidenziato, innanzi tutto, che l'art. 1, comma 440, lettera b), della legge n. 145 del 2018, aveva previsto, nelle more della definizione dei contratti collettivi nazionali di lavoro e dei provvedimenti negoziali riguardanti il personale in regime di diritto pubblico nel triennio 2019-2021, l'erogazione al personale di cui all'art. 2, comma 2, del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165 (Norme generali sull'ordinamento del lavoro alle dipendenze delle amministrazioni pubbliche), dell'elemento perequativo una tantum (ove previsto dai relativi contratti collettivi di lavoro riferiti al triennio 2016-2018). In particolare, l'art. 75, comma 1, del CCNL per il comparto non dirigenziale dell'area funzioni centrali aveva stabilito, in ragione degli effetti degli incrementi retributivi sul personale destinatario delle misure di cui all'art. 1, comma 12, della legge n. 190 del 2014, nonché del maggiore impatto sui livelli retributivi più bassi delle misure di contenimento della dinamica retribuiva, il riconoscimento al personale individuato nelle allegate Tabelle D di un elemento perequativo una tantum corrisposto su base mensile nelle misure indicate dalle medesime Tabelle, per dieci mensilità nel periodo 1° marzo-31 dicembre 2018. La Regione Siciliana precisa che, in seguito, il principio del riassorbimento dell'elemento perequativo nei rinnovi contrattuali 2019-2021 è stato superato dall'art. 1, commi 869 e 959, della legge n. 178 del 2020, che hanno consentito di conglobare lo stesso negli stipendi tabellari. Questa misura - sottolinea ulteriormente - ha comportato che le risorse complessivamente stanziate siano state significativamente superiori rispetto al 3,78 per cento del trattamento già in godimento dei dipendenti originariamente previsto (e, in particolare, pari al 4,16 per cento per il comparto statale e al 4,51 per cento per quello degli enti locali), come attestato dalla documentazione prodotta tanto dall'Agenzia per la rappresentanza negoziale delle pubbliche amministrazioni (ARAN) quanto dalla Corte dei conti. Assume che, di conseguenza, almeno sul piano economico, le misure assunte dal legislatore regionale sono assolutamente analoghe.