[pronunce]

che per il giudice a quo, infine – sempre sul presupposto che il menzionato deposito costituisca un incombente privo di qualsiasi ragion d’essere –, la disposizione censurata víola anche l’art. 24 Cost., perché la sanzione dell’inammissibilità dell’appello, prevista per il caso del mancato deposito della copia dell’atto di impugnazione, rappresenta un «impedimento all’esercizio del diritto di agire per la tutela dei propri diritti […], difendendosi in ogni stato […] e grado del procedimento»; diritto, questo, che non è circoscritto «a un generico diritto di accesso alla giurisdizione, ma si espande fino a ricomprendere il diritto alla sentenza»; che, quanto alla rilevanza delle sollevate questioni, la Commissione tributaria regionale afferma che, per effetto della denunciata disposizione, l’appello di cui al giudizio principale dovrebbe essere dichiarato inammissibile; che nel giudizio di legittimità costituzionale è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall’Avvocatura generale dello Stato, chiedendo il rigetto, per infondatezza, di tutte le questioni; che in particolare, secondo la difesa erariale, le questioni poste con riferimento alla violazione del principio di eguaglianza non sono fondate, perché: a) rientra nella discrezionalità del legislatore introdurre discipline differenziate nell’ambito dei diversi riti, sicché risulta legittima la differenza di disciplina tra l’appello «in sede di processo tributario rispetto a quello proposto in sede di processo civile»; b) anche nel processo tributario, nel caso di appello notificato a mezzo di ufficiale giudiziario, quest’ultimo è tenuto a dare immediato avviso scritto al cancelliere del giudice che ha pronunciato la sentenza impugnata, ai sensi dell’art. 123, comma 1, delle disposizioni di attuazione del codice di procedura civile, applicabile al processo tributario; che, per l’Avvocatura generale dello Stato, anche le questioni poste con riferimento alla denunciata violazione del principio di ragionevolezza sono prive di fondamento, perché: a) la ratio della norma censurata è quella di consentire al giudice di primo grado «di acquisire tempestiva conoscenza dell’impugnazione prodotta ai fini della relativa annotazione, con conseguente impossibilità del rilascio di certificazioni di avvenuto passaggio in giudicato», e ciò anche prima della richiesta del fascicolo da parte del giudice del gravame; b) alla luce di tale finalità, non appare sproporzionata ed irragionevole la previsione della sanzione della inammissibilità dell’appello per il mancato deposito di copia del ricorso presso la cancelleria della Commissione tributaria provinciale; che inoltre, ad avviso della difesa pubblica, è manifestamente infondata la questione posta in riferimento all’art. 24 Cost, perché «non si comprende come la previsione di un adempimento di semplice esecuzione (quale il deposito di un atto presso la segreteria del giudice di primo grado) possa costituire un ostacolo all’esercizio del diritto di azione e difesa». Considerato che la Commissione tributaria regionale della Lombardia dubita, in riferimento agli artt. 3 e 24 della Costituzione, della legittimità del secondo periodo del comma 2 dell’art. 53 del decreto legislativo 31 dicembre 1992, n. 546 (Disposizioni sul processo tributario in attuazione della delega al Governo contenuta nell’articolo 30 della legge 30 dicembre 1991, n. 413) - periodo introdotto dal comma 7 dell’art. 3-bis del decreto-legge 30 settembre 2005, n. 203 (Misure di contrasto all’evasione fiscale e disposizioni urgenti in materia tributaria e finanziaria), convertito, con modificazioni, dal comma 1 dell’art. 1 della legge 2 dicembre 2005, n. 248 -, il quale, nel disciplinare la proposizione dell’appello innanzi agli organi della giurisdizione tributaria, stabilisce che, «Ove il ricorso non sia notificato a mezzo di ufficiale giudiziario, l’appellante deve, a pena di inammissibilità, depositare copia dell’appello presso l’ufficio di segreteria della commissione tributaria che ha pronunciato la sentenza impugnata»; che, al riguardo, il rimettente muove dal presupposto interpretativo che la disposizione censurata è priva di ratio, non identificabile neppure nell’esigenza di rendere nota alla segreteria del giudice di primo grado l’intervenuta proposizione dell’appello e di impedire, in tal modo, l’erroneo rilascio, con riferimento a sentenze di primo grado non ancora passate in giudicato, di certificati di passaggio in giudicato o di copie spedite in forma esecutiva; che infatti, per il giudice rimettente, tale ratio legis deve essere esclusa, perché: a) l’indebita dichiarazione di esecutività sarebbe comunque revocabile; b) alla proposizione dell’appello potrebbe non seguire la rituale costituzione in giudizio dell’appellante, con conseguente passaggio in giudicato della sentenza impugnata; c) quando «il legislatore ha voluto evitare infondate declaratorie di esecutività ha dettato la regola generale che la impugnazione venga proposta davanti al giudice a quo (art. 582, c. 1, c.p.p.)»; d) l’indicata esigenza di rendere nota alla segreteria del giudice di primo grado l’intervenuta proposizione dell’appello è già soddisfatta dall’obbligo, posto a carico della segreteria del giudice di appello dal comma 3 dell’art. 53 del d.lgs. n. 546 del 1992, di richiedere alla segreteria del giudice di primo grado, subito dopo il deposito del ricorso in appello , la trasmissione del fascicolo processuale con la copia autentica della sentenza impugnata; che l’indicato presupposto interpretativo è alla base di tutte le dedotte violazioni dei parametri costituzionali evocati, in quanto l’affermata inesistenza di una ratio renderebbe la disciplina denunciata non solo ingiustificatamente difforme da altre norme processuali concernenti l’impugnazione di provvedimenti giudiziari, ma anche irragionevole e lesiva, proprio per la sua inutilità, del diritto di difesa; che, in primo luogo, il rimettente denuncia la violazione del principio di uguaglianza di cui all’art. 3 Cost., perché la disposizione denunciata, essendo priva di ratio, creerebbe una non giustificata disparità di trattamento: a) rispetto all’omologa disciplina del processo civile, nella quale l’onere del deposito di copia dell’atto di impugnazione presso la cancelleria del giudice che ha pronunciato il provvedimento impugnato non è previsto né per l’appello né per il ricorso per cassazione; b) nell’àmbito del processo tributario, tra coloro che notificano l’appello tramite ufficiale giudiziario – i quali non hanno l’onere di effettuare il menzionato deposito – e coloro che notificano l’appello «direttamente», ai sensi del comma 3 dell’art. 16 del d.lgs. n. 546 del 1992 (cioè a mezzo del servizio postale mediante spedizione dell’atto in plico senza busta raccomandato con avviso di ricevimento, ovvero con consegna all’ufficio del Ministero delle finanze o dell’ente locale), i quali, invece, incorrono nella sanzione dell’inammissibilità dell’appello, nel caso in cui non abbiano adempiuto l’onere del deposito;