[pronunce]

Infondato sarebbe, altresì, il dubbio di legittimità derivante dal raffronto con la disciplina prevista per la stampa. Al riguardo, la giurisprudenza costituzionale avrebbe riconosciuto la specificità dell'informazione radiotelevisiva dalla quale discende l'inapplicabilità dello stesso regime stabilito per le altre tipologie di comunicazione. Infine, la difesa erariale deduce la manifesta infondatezza della censura di disparità di trattamento tra emittenti nazionali e locali con riferimento al regime del rimborso per i messaggi politici autogestiti, in quanto la legge avrebbe tenuto conto della diversa consistenza economica delle grandi emittenti nazionali rispetto alle locali e questo giustificherebbe il diverso regime. 4.1. - Nella memoria depositata in prossimità dell'udienza pubblica, la difesa erariale ribadisce la genericità delle censure. Inoltre, secondo l'interveniente, la funzione dei programmi di informazione non sarebbe privata del suo significato a causa dell'introduzione di "distinti" momenti di comunicazione politica, in quanto, mentre l'informazione costituisce espressione della libertà di opinione e quindi caratterizzerebbe la posizione dell'impresa radiotelevisiva, l'accesso paritario in trasmissioni televisive, quali le tribune politiche, non connoterebbe la posizione politica dell'emittente. La difesa erariale richiama, infine, la sentenza n. 161 del 1995, per sostenere che la libertà tutelata dall'art. 21 della Costituzione renderebbe necessario assicurare la pluralità di fonti, il libero accesso alle stesse e l'assenza di ingiustificati ostacoli legali, che sarebbero appunto garantiti dall'obbligo di consentire la parità di accesso. 5. - Si sono costituite in giudizio le parti ricorrenti del giudizio principale chiedendo l'accoglimento delle questioni di costituzionalità sollevate e facendo proprie le argomentazioni del Tribunale. In particolare, secondo le parti private, le disposizioni censurate realizzerebbero un assoluto livellamento "funzionale" di tutte le emittenti radiotelevisive, sia di quella che svolge il servizio pubblico che di quelle private, rendendo in tal modo irragionevole l'esistenza stessa di un regime radiotelevisivo "misto" pubblico-privato. Questo livellamento manifesterebbe profili di illegittimità nel periodo non elettorale, durante il quale non sarebbe giustificato dall'esigenza di tutelare il libero e consapevole formarsi della volontà degli elettori. In tale contesto, si osserva, appare evidente l'irragionevole discriminazione tra il regime imposto alle imprese emittenti e, quello, totalmente libero, assicurato alle imprese editoriali. Il confronto tra così differenti discipline, rispettivamente per la stampa e per la radiodiffusione, si caratterizzerebbe per i suoi effetti pesantemente discriminatori del regime imposto all'emittenza privata, a fronte dell'assenza di ogni benché minimo vincolo per la stampa. 5.1. - Nelle memorie difensive, depositate in prossimità dell'udienza pubblica, le parti private ribadiscono che le prescrizioni imposte ad una "impresa di opinione" sarebbero incompatibili con la libertà di espressione sancita dall'art. 21 della Costituzione e con gli indirizzi oramai uniformi della giurisprudenza costituzionale sulla netta distinzione tra pluralismo "esterno" riguardante le emittenti private e pluralismo "interno" che interessa il servizio pubblico. Inoltre, si pone l'accento sulla mancanza di precise modalità relative alla partecipazione di soggetti politici ai programmi di informazione; programmi che l'ultima proposizione del comma 2 dell'art. 2 della legge n. 28 del 2000 esclude dal novero di quelli che sono soggetti alla disciplina de qua. Si sottolinea, ancora, la disparità di trattamento che la legge n. 28 del 2000 determinerebbe tra l'emittenza radiotelevisiva e la stampa periodica. Quest'ultima sarebbe soggetta ad un disciplina fondata sulla libera concorrenza nel mercato tra le diverse imprese editoriali, mentre le emittenti radiotelevisive private sarebbero sottoposte ad una rigida regolamentazione. 6. - All'udienza pubblica, l'Avvocatura dello Stato e le parti private hanno insistito per l'accoglimento delle conclusioni rassegnate nelle difese scritte.1. - Le questioni di legittimità costituzionale, sollevate dal Tribunale amministrativo regionale del Lazio con l'ordinanza indicata in epigrafe, riguardano gli artt. 1, 2, 3, 4, 5 e 7 della legge 22 febbraio 2000, n. 28 (Disposizioni per la parità di accesso ai mezzi di informazione durante le campagne elettorali e referendarie e per la comunicazione politica), in riferimento agli artt. 3, 21 e 42 della Costituzione. Il giudice a quo dubita in particolare della legittimità costituzionale degli artt. 1, 2, 3 e 5 della predetta legge nelle parti in cui, imponendo alle emittenti radiotelevisive di assicurare la "parità" tra le varie forze politiche nei programmi di "comunicazione politica" durante le campagne elettorali e nei periodi non elettorali, impedirebbero alle emittenti stesse, in violazione degli artt. 3 e 21 della Costituzione, di qualificarsi attraverso l'affermazione di propri orientamenti, "espropriando" così il loro diritto a manifestare una propria identità politica. Inoltre l'art. 7 della stessa legge si porrebbe in contrasto, secondo il giudice a quo, con l'art. 3 della Costituzione, sotto il profilo che stabilendo limitazioni alla propaganda elettorale, le quali invece non sono previste per la stampa periodica, introdurrebbe un'irragionevole discriminazione in danno delle imprese radiotelevisive. Infine, il Tribunale amministrativo regionale censura l'art. 4, commi 3 lettera b) e 5, della medesima legge nella parte in cui, prevedendo che durante la campagna elettorale i messaggi politici autogestiti debbono essere trasmessi gratuitamente dalle emittenti nazionali, mentre alle emittenti locali è riconosciuto un rimborso da parte dello Stato, violerebbe l'art. 42 della Costituzione. 2. - Le questioni prospettate non sono fondate. Il nucleo argomentativo dell'ordinanza di rimessione è che la disciplina della comunicazione politica radiotelevisiva, delineata dagli artt. 2 e 4 della legge 22 febbraio 2000, n. 28, implica la "piena funzionalizzazione" del mezzo radiotelevisivo, dal momento che all'emittente privata è negata, in ragione della necessaria parità tra le varie forze politiche, la possibilità di manifestare una propria identità politica, in contrasto con il riconoscimento della libertà dei mezzi di diffusione garantita dall'art. 21 della Costituzione. Tale ordine argomentativo non appare però condivisibile.