[pronunce]

Sarebbero dunque assoggettati alla misura sospensiva anche gli autori di condotte di minima offensività, nonostante possano ricoprire cariche politiche di notevole rilievo e, per ipotesi, ottenute con larghissimo consenso di un elettorato consapevole della pendenza del procedimento penale o della condanna. La natura cautelare della sospensione opererebbe poi sulla base di una presunzione legale assoluta di pericolosità, nonostante tale istituto sia escluso, in ossequio ai principi costituzionali, dall'ambito di applicazione sia delle misure cautelari sia delle misure di sicurezza. Tale rigido automatismo contrasterebbe con l'art. 3 Prot. addiz. CEDU, dal cui contenuto precettivo, come interpretato dalla Corte europea dei diritti dell'uomo, discenderebbe l'esistenza di un diritto fondamentale di elettorato attivo e passivo. In particolare, diverse pronunce della Corte EDU (sono citate le sentenze 27 aprile 2010, grande camera, T&#259;nase contro Moldavia; 8 aprile 2010, Frodl contro Austria; 5 aprile 2007, Kavakçi contro Turchia; 15 giugno 2006, Lykourezos contro Grecia; 6 ottobre 2005, grande camera, Hirst contro Regno Unito, n. 2) avrebbero affermato la necessità che le eventuali limitazioni al diritto degli eletti di rivestire le loro cariche derivino solo da un processo decisorio individualizzato, di natura tendenzialmente giurisdizionale, che si fondi su un concreto collegamento tra il fatto commesso e l'impossibilità di ricoprire la carica elettiva (nozione, quest'ultima, in cui sarebbe ricompresa anche quella di consigliere regionale prevista dall'ordinamento italiano). Ad avviso del rimettente, la disposizione censurata, pur diretta al condivisibile intento di garantire la qualità morale degli eletti, non risponderebbe a tali requisiti, facendo dipendere l'adozione della misura dall'astratta valutazione del legislatore. Infine, sulla valutazione di non manifesta infondatezza della questione non inciderebbe la possibilità di impugnare giudizialmente il provvedimento di sospensione, in quanto la mancanza di parametri decisionali non consentirebbe al giudice adito di raggiungere un «esito adeguatore» in assenza dell'auspicato intervento correttivo del Giudice delle leggi. 1.2.1.- Quanto all'altra questione, il giudice a quo - pur prendendo atto della giurisprudenza costituzionale che riconduce la disciplina su incandidabilità, sospensione e decadenza alla materia dell'ordine pubblico e sicurezza, di competenza statale «ex art. 117 comma 2 lettera e) della Costituzione» - censura l'art. 8 del d.lgs. n. 235 del 2012 per la sua significativa incidenza sull'ordinamento regionale, comportante la necessità di adottare una procedura di leale consultazione con le regioni, in ossequio al principio affermato da questa Corte con la sentenza n. 251 del 2016. Secondo il rimettente, il previo coinvolgimento delle regioni sarebbe stato qui ancora più necessario, potendo incidere l'intervento legislativo sul loro stesso vertice politico. 2.- Con atto depositato il 24 giugno 2020, si è costituito in giudizio M. R., ricorrente nel processo principale, che ha concluso perché l'art. 8 del d.lgs. n. 235 del 2012 «all'occorrenza unitamente all'art. 1, commi 63 e 64, della l. n. 190/2012» sia dichiarato costituzionalmente illegittimo. 2.1.- In premessa, M. R. riassume i fatti che hanno portato alla sua condanna penale e lo svolgimento del giudizio a quo, ricordando che l'istanza cautelare di riammissione nel Consiglio regionale della Liguria, presentata contestualmente al ricorso di merito, è stata dapprima respinta, per difetto del solo periculum in mora, e poi accolta in sede di reclamo. 2.2.- Sulla prima questione, riguardante il lamentato contrasto della norma censurata con gli artt. 117 e 122 Cost., in rapporto al principio di leale collaborazione, il ricorrente nel processo principale osserva che, pur prevedendo l'art. 122 Cost. le sole ipotesi dell'ineleggibilità e dell'incompatibilità, si potrebbe ricondurre ad esso anche l'incandidabilità per mancanza dei requisiti soggettivi di accesso alla carica, sussistendo dunque in materia uno spazio di potestà legislativa regionale, al quale si sovrapporrebbe in modo inestricabile la sfera della potestà legislativa statale in materia di ordine pubblico. Tale inestricabile intreccio di competenze imporrebbe un coinvolgimento delle regioni, secondo quanto affermato dalla sentenza n. 251 del 2016. La mancata previsione di tale coinvolgimento nelle norme di delega renderebbe costituzionalmente illegittima la legge delega e, in via derivata, il decreto delegato. Quest'ultimo sarebbe peraltro costituzionalmente illegittimo anche «in via autonoma», in quanto le regioni avrebbero potuto essere comunque coinvolte nel suo processo formativo anche in assenza di una previsione in tal senso della legge delega. In ogni caso, si sostiene che questa Corte potrebbe sollevare davanti a sé la questione su di essa. 2.3.- Sulla seconda questione, riguardante il lamentato contrasto con l'art. 3 Prot. addiz. CEDU, «in relazione all'art. 117 Cost.», oltre che «con gli artt. 1, 3, 24, 51 e 97 Cost.», M. R. osserva che, alla luce dell'interpretazione data a tale norma convenzionale dalla Corte EDU, le limitazioni del diritto di elettorato passivo devono corrispondere a un fine compatibile con il principio democratico ed essere proporzionate al suo perseguimento. Di conseguenza, sia l'incandidabilità che la sospensione dalla carica elettiva, ancorché prive di carattere sanzionatorio, non potrebbero discendere automaticamente da una sentenza di condanna non definitiva, essendo necessaria una procedura, amministrativa o giurisdizionale, ma dotata di adeguate garanzie di contraddittorio e imparzialità, per valutare in concreto, secondo le circostanze del caso specifico, l'eventuale pericolo «rappresentato dall'eletto-condannato per la funzione amministrativa affidata all'organo pubblico del quale egli fa parte». Il caso concreto sarebbe emblematico della mancanza di proporzionalità della misura, in quanto adottata sulla base di una valutazione compiuta in astratto dal legislatore, e della necessità di una valutazione specifica che, a fronte della qualificazione come peculato di condotte anche molto differenti tra loro, sola consentirebbe di apprezzare l'obiettiva gravità del reato e la sua idoneità a giustificare la compressione del diritto di elettorato passivo. La mancanza di proporzionalità della misura si collegherebbe anche al lungo tempo trascorso tra i fatti sanzionati in sede penale, risalenti al 2010, e l'adozione della misura. Dovrebbe inoltre essere considerata la rinnovata legittimazione democratica dell'interessato, rieletto nelle elezioni regionali del 2015, per apprezzare l'incidenza della misura sospensiva sulla volontà popolare e l'eventuale pregiudizio all'immagine della regione. 2.4.- Un ulteriore profilo di illegittimità costituzionale dell'art. 8 del d.lgs.