[pronunce]

che, sulla scorta di tali premesse, il Tribunale ordinario di Tivoli solleva, dunque, questioni di legittimità costituzionale, per contrasto con gli artt. 3 e 24 Cost., degli artt. 75 e 76 del d.P.R. n. 115 del 2002, nella parte in cui non dispongono che il giudice debba tenere conto, ai fini dell'ammissione al patrocinio a spese dello Stato, «del reddito degli ultimi 12 mesi (anziché di quello dell'anno precedente risultante dalla dichiarazione dei redditi)» oppure, in subordine, nella parte in cui non dispongono la possibilità di una ammissione graduata e parziale a tale beneficio «in ragione di fasce o scaglioni reddituali»; che è intervenuto nel giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, concludendo per l'inammissibilità o, comunque, l'infondatezza delle questioni di legittimità costituzionale sollevate; che, in punto di rilevanza, l'Avvocatura generale dello Stato prospetta l'inammissibilità delle questioni in relazione all'esigenza manifestata dal giudice a quo di rispettare il principio della ragionevole durata del processo, asseritamente soddisfatta negando il rinvio del giudizio ad altra data dell'anno 2015; che la difesa statale, infatti, osserva che il convenuto ha semplicemente chiesto dì rinviare il giudizio (di meno di tre mesi), in modo da rientrare nel nuovo anno reddituale e soddisfare, così, il requisito previsto dalla legge per essere ammesso al beneficio, mentre il Tribunale ha ritenuto inopportuno questo «artifizio», per contrasto, appunto, col principio della ragionevole durata; che tale principio, invece, lungi dall'essere violato da un differimento di tre mesi, sarebbe leso, a giudizio dell'Avvocatura generale dello Stato, dalla sollevazione di un incidente di costituzionalità che, di fatto, determina un ritardo certamente maggiore del rinvio richiesto; che, quanto al merito, l'Avvocatura generale dello Stato sostiene che la scelta legislativa di utilizzare il reddito risultante dalla dichiarazione a fini fiscali dell'anno precedente, come criterio di determinazione dello stato di «non abbienza», sarebbe da ritenersi non solo ragionevole, ma anche necessitata da esigenze di certezza, in base a parametri che il legislatore è chiamato a definire ogni qual volta sia necessario stabilire un importo limite, oltre il quale lo Stato non può concedere un beneficio; che, a giudizio della difesa statale, una scelta di questo tipo sarebbe «completamente sottratta al sindacato giurisdizionale, costituendo un tipico esempio di discrezionalità politica del legislatore», come già statuito dalla Corte costituzionale nella sentenza n. 144 del 1992, avente ad oggetto gli artt. 3 e 4 della legge 30 luglio 1990, n. 217 (Istituzione del patrocinio a spese dello Stato per i non abbienti), successivamente abrogata dal d.P.R. n. 115 del 2002, ma ispirata ad analoghi principi; che, secondo l'Avvocatura generale dello Stato, sarebbe errato il presupposto interpretativo dal quale parte il giudice rimettente, nel considerare necessario valutare solo i «redditi da lavoro», dovendo essere inclusi nel computo anche tutti gli altri proventi che possono essere considerati reddito in senso economico, tra i quali anche quelli provenienti da attività illecite; che, in ogni caso, la mera «attestazione dello stato di disoccupazione» non potrebbe essere ritenuta prova sufficiente della condizione di «non abbienza»; che il diritto al patrocinio a spese dello Stato, previsto per i non abbienti dall'art. 24 Cost., dovrebbe essere necessariamente bilanciato, a parere dell'Avvocatura erariale, con il principio di efficienza e buon andamento della pubblica amministrazione dettato dall'art. 97 Cost., il quale impedirebbe allo Stato di elargire risorse in modo incontrollato, e, al contrario, richiederebbe di allocarle secondo criteri che ne consentano l'uso più ragionevole possibile, secondo meccanismi di cui, appunto, le norme censurate offrirebbero coerente applicazione. Considerato che il Tribunale ordinario di Tivoli solleva, in riferimento agli artt. 3 e 24 della Costituzione, questioni di legittimità costituzionale degli artt. 75 e 76 del decreto del Presidente della Repubblica 30 maggio 2002, n. 115 (Testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di spese di giustizia - Testo A); che le questioni di legittimità costituzionale sono proposte nell'ambito di un giudizio di separazione tra coniugi, nel corso del quale il convenuto, pur regolarmente costituito con un proprio difensore, all'udienza dell'8 ottobre 2014 è comparso personalmente, rappresentando di aver perduto il posto di lavoro e di non essere più in grado di corrispondere al proprio avvocato le competenze professionali; che, per questa ragione, il convenuto ha chiesto di essere ammesso al patrocinio a spese dello Stato, pur avendo conseguito, nel precedente anno 2013, un reddito dichiarato ai fini IRPEF pari ad euro 17.905,37, somma superiore al limite fissato per l'ammissione al beneficio; che il giudice rimettente solleva le indicate questioni di legittimità costituzionale, sulla premessa che l'attestazione dello stato di disoccupazione prodotto in giudizio proverebbe «il mancato raggiungimento del reddito per l'anno in corso» e che l'unica condizione ostativa all'ammissione al patrocinio a spese dello Stato sarebbe costituita dalla previsione di cui al comma 1 dell'art. 76 del d.P.R. n. 115 del 2002, secondo cui «[p]uò essere ammesso al patrocinio chi è titolare di un reddito imponibile ai fini dell'imposta personale sul reddito, risultante dall'ultima dichiarazione, non superiore a euro» 11.369,24 (importo così aggiornato dal decreto del Ministero della giustizia 1° aprile 2014, recante «Adeguamento dei limiti di reddito per l'ammissione al patrocinio a spese dello Stato», applicabile ratione temporis); che il giudice a quo, esclusa qualsiasi possibilità di una diversa interpretazione della disposizione - allo scopo di estendere il beneficio «a situazioni reddituali non risultanti dall'ultima dichiarazione» - considera rilevanti le prospettate questioni di legittimità costituzionale, in presenza di «una situazione di documentata difficoltà economica che rende impossibile alla parte il ricorso "effettivo" all'ausilio di un avvocato difensore, pur formalmente nominato»; che, in punto di non manifesta infondatezza, il giudice rimettente dubita, in primo luogo, della ragionevolezza delle disposizioni denunciate, perché «la differenza anche di soli pochi euro rispetto al reddito massimo previsto di 11.369,24 determina l'esclusione dal beneficio»; che il giudice a quo dubita della compatibilità delle disposizioni censurate anche con l'art. 24 Cost., con particolare riferimento al terzo comma, riferendo che il convenuto non ha potuto proporre le memorie ex art. 183, sesto comma, del codice di procedura civile, «per impossibilità di pagare tale attività difensiva»;