[pronunce]

- Il Tribunale amministrativo regionale per la Sicilia - sezione staccata di Catania, con ordinanza del 29 aprile 2009, ha sollevato questione di legittimità costituzionale, in relazione agli artt. 2, 3, 41, 42 e 97 della Costituzione, dell'art. 10 della legge 31 maggio 1965, n. 575 (Disposizioni contro le organizzazioni criminali di tipo mafioso, anche straniere), della legge 17 gennaio 1994, n. 47 (Delega al Governo per l'emanazione di nuove disposizioni in materia di comunicazioni e certificazioni di cui alla legge 31 maggio 1965 n. 575), dell'art. 4 del decreto legislativo 8 agosto 1994, n. 490 (Disposizioni attuative della legge 17 gennaio 1994, n. 47, in materia di comunicazioni e certificazioni previste dalla normativa antimafia nonché disposizioni concernenti i poteri del prefetto in materia di contrasto alla criminalità organizzata) e dell'art. 10 del decreto del Presidente della Repubblica 3 giugno 1998, n. 252 (Regolamento recante norme per la semplificazione dei procedimenti relativi al rilascio delle comunicazioni e delle informazioni antimafia), nella parte in cui tali disposizioni non prevedono l'obbligo di un appropriato indennizzo a favore di quelle imprese per le quali, ritenuti inizialmente sussistenti i rischi di condizionamento mafioso ex art. 4 del decreto legislativo 8 agosto 1994, n. 490 (Disposizioni attuative della legge 17 gennaio 1994, n. 47, in materia di comunicazioni e certificazioni previste dalla normativa antimafia nonché disposizioni concernenti i poteri del prefetto in materia di contrasto alla criminalità organizzata) e art. 10 del decreto del Presidente della Repubblica 3 giugno 1998, n. 252 (Regolamento recante norme per la semplificazione dei procedimenti relativi al rilascio delle comunicazioni e delle informazioni antimafia) e adottati i necessari provvedimenti interdittivi, risultino poi del tutto assenti tali rischi, in base all'accertamento contenuto in sentenze passate in giudicato. Ad avviso del collegio rimettente la normativa censurata, nella parte in cui non prevede il predetto indennizzo, lederebbe i principi costituzionali di tutela della libertà di impresa e di tutela del diritto di proprietà. Essa determinerebbe, inoltre, una «manifesta disparità di trattamento» fra la situazione dell'imprenditore destinatario dell'informativa antimafia sulla base di presupposti rivelatisi successivamente inesistenti e quella, individuata quale tertium comparationis, del titolare di diritto di proprietà su cui gravano vincoli sostanzialmente espropriativi. Infine, la disciplina impugnata contrasterebbe anche con gli artt. 2 e 3 Cost. (in ragione del danno che essa arrecherebbe all'impresa e ai suoi dipendenti), nonché con l'art. 97 Cost., in quanto determinerebbe «disaffezione e caduta di fiducia del privato e dell'opinione pubblica nei confronti delle istituzioni e dell'autorità». 2. - La questione è inammissibile sotto diversi profili. 2.1. - Il giudice a quo ha censurato l'intero complesso delle disposizioni in materia di certificazioni e informative antimafia. La questione sollevata riguarda principalmente un provvedimento che, seppur di delegificazione, è comunque atto di natura regolamentare (ordinanza n. 48 del 2008). Inoltre, tra le norme impugnate vi è un intero testo legislativo, la cui illegittimità costituzionale è prospettata indistintamente in ordine a tutte le sue disposizioni. Il collegio rimettente, quindi, non individua la norma censurata, ma si riferisce genericamente all'intera disciplina delle certificazioni e delle informative anti-mafia. Come già affermato da questa Corte, «non può il giudice rimettente indicare tutte le disposizioni del sistema o un grande settore dell'ordinamento giuridico, ma è tenuto a precisare le disposizioni che abbiano un effettivo e notevole grado di pertinenza con la norma sospettata di illegittimità. Ne deriva che l'indicazione di ampi settori normativi, senza detta precisazione, risulta inficiata da genericità ed eterogeneità tali da determinare l'inammissibilità della questione così sollevata» (sentenza n. 178 del 1995). 2.2. - In secondo luogo, il giudice a quo chiede di aggiungere, nel complesso delle disposizioni in materia di certificazioni e informative antimafia, ma senza individuare la sedes materiae, la previsione di «un appropriato indennizzo a favore di quelle imprese per le quali, ritenuti inizialmente sussistenti i rischi di condizionamento mafioso [...] e adottati i necessari provvedimenti interdittivi, risultino poi del tutto assenti tali rischi, in base all'accertamento contenuto in sentenze passate in giudicato». Questa decisione, tuttavia, in assenza di una soluzione costituzionalmente obbligata, implica valutazioni riservate al legislatore nell'ambito dei generali indirizzi di politica criminale (ordinanze n. 268, n. 267, n. 193 e n. 135 del 2009, e, con riferimento a fattispecie analoghe a quella del presente giudizio, nonché alla normativa censurata, ordinanze n. 1076 e n. 675 del 1988 e n. 450 del 1987).. per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE dichiara inammissibile la questione di legittimità costituzionale dell'art. 10 della legge 31 maggio 1965, n. 575 (Disposizioni contro le organizzazioni criminali di tipo mafioso, anche straniere), della legge 17 gennaio 1994, n. 47 (Delega al Governo per l'emanazione di nuove disposizioni in materia di comunicazioni e certificazioni di cui alla legge 31 maggio 1965 n. 575), dell'art. 4 del decreto legislativo 8 agosto 1994, n. 490 (Disposizioni attuative della legge 17 gennaio 1994, n. 47, in materia di comunicazioni e certificazioni previste dalla normativa antimafia nonché disposizioni concernenti i poteri del prefetto in materia di contrasto alla criminalità organizzata), e dell'art. 10 del decreto del Presidente della Repubblica 3 giugno 1998, n. 252 (Regolamento recante norme per la semplificazione dei procedimenti relativi al rilascio delle comunicazioni e delle informazioni antimafia), sollevata, in riferimento agli artt. 2, 3, 41, 42 e 97 della Costituzione, dal Tribunale amministrativo regionale per la Sicilia - sezione staccata di Catania, con l'ordinanza indicata in epigrafe. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 22 febbraio 2010. F.to: Ugo DE SIERVO, Presidente Sabino CASSESE, Redattore Giuseppe DI PAOLA, Cancelliere Depositata in Cancelleria il 24 febbraio 2010. Il Direttore della Cancelleria F.to: DI PAOLA