[resaula]

Di fronte alla paventata esigenza di introdurre una tutela ulteriore rispetto alla violenza e alla discriminazione siamo talmente pronti a non tirarci indietro da aver promosso, come centrodestra, un disegno di legge che si prefigge esattamente questo scopo, riprendendo lo schema di una proposta del collega deputato Ivan Scalfarotto, sottoscritta anche dall'onorevole Zan, con il pregio aggiuntivo di non agganciarsi alla legge Mancino e dunque di non correre neanche il rischio di scivolare nel campo del reato di opinione. Sgombrato dunque il campo dalla pur comprensibile polemica sulla reale impellenza del provvedimento in esame - della quale, sia detto per inciso, forse nemmeno i suoi sostenitori sono davvero persuasi visto che hanno impiegato mesi a recedere dalla linea «o il testo così com'è, o morte» - e ribadita, come dicevo, la disponibilità ad approvare in un minuto una legge contro violenza e discriminazione, soffermiamoci su alcune delle tante ragioni per le quali il testo al nostro esame a nostro avviso non va e, se mi consentite, su un dato culturale di fondo. Tanto per cominciare, questa non è una legge che introduce nuovi diritti come una certa narrazione vorrebbe dare ad intendere. Questa è una legge che introduce nuove sanzioni penali. Non è un reato fare ciò - scusate il gioco di parole - ma dobbiamo essere chiari sul punto. Gli unici diritti che da una finestra spalancata entrerebbero nel nostro ordinamento sono quelli surrettiziamente connessi alla definizione di identità di genere, e fra poco dirò qualcosa in proposito. Quanto alle sanzioni penali, per come il testo è formulato esse non si limitano a rafforzare gli strumenti di contrasto alla violenza, ma investono appieno l'ambito delle opinioni, trascinandole in un campo suscettibile delle più disparate interpretazioni giurisprudenziali. E qui entriamo in un paradosso. Chi infatti non crede al pensiero unico ritiene pienamente legittimo il pluralismo culturale. Sicché, in tema di opinioni, è lecito anche che vi sia chi ritiene di doverle limitare e chi ambisce a che la legislazione del XXI secolo riproponga sostanzialmente l'impianto del codice Rocco. Per la stessa ragione, però, dovrebbe anche essere lecito che da liberali la si pensi in modo differente: che la violenza debba essere perseguita sempre, ma che le opinioni, anche se urticanti, antipatiche, inopportune, debbano essere tollerate. Dovrebbe essere lecito cioè avversare un impianto normativo che, in tema di opinioni, si rifà - diciamo così - più a Rocco che a Voltaire. È decisamente più singolare il fatto che a spingere per la "soluzione Rocco" - chiamiamola in questo modo - sia una parte importante della sinistra. È proprio così: al netto dello scontro fra gli schieramenti canonici, che nonostante la parentesi di unità nazionale restano contrapposti, è sempre più evidente come questa vicenda interroghi soprattutto la sinistra. Per carità, nulla di inedito: fin dal 1921 quest'ultima è stata solcata al proprio interno da una dicotomia tra un'area più liberale e un'area autoritaria. E lo stesso accade a destra, con la differenza che a destra, almeno in questa circostanza, il problema del rapporto tra autoritarismo e libertà è assorbito da un approccio pragmatico e di buonsenso che in qualche modo lo sterilizza. A sinistra, invece, la dicotomia si sta riproponendo con prepotenza in occasione di questo dibattito. Ma la novità è che a orientarsi verso l'impostazione autoritaria, che vorrebbe risolvere la partita antropologica e ideale utilizzando sostanzialmente il codice penale, è quel partito radicale di massa che da tempo, inverando la profezia di Augusto Del Noce, incarna la sinistra "istituzionale" e "ufficiale"; mentre le voci dissidenti vengono dall'ala più identitaria e a sinistra della sinistra. Colleghi, non voglio strumentalizzare nessuno, ma suscitare in voi un supplemento di riflessione. Se non riuscite a essere persuasi dagli argomenti dei vostri avversari, provate almeno ad ascoltare le perplessità di personaggi di varia estrazione accomunati dal non essere certo annoverabili come pericolosi reazionari: Marina Terragni, Stefano Fassina, Cristina Comencini, Mario Capanna, Cristina Gramolini, Fabrizio Cicchitto, Maurizio Turco, Emma Fattorini, Beppe Vacca, Silvia Costa, Teresa Armato, e potrei continuare. Arrivo al punto dolente, e consentitemi di farlo attraverso un aneddoto ai limiti della goliardia. Quando la nuova segreteria del Partito Democratico ha promosso l'avvicendamento al vertice del Gruppo parlamentare al Senato per affidarla a un esponente di sesso femminile, mi sono consentito una battuta con l'allora capogruppo uscente, il collega Marcucci. Gli ho detto: «Andrea, che problema c'è? Invoca il disegno di legge Zan, di' che ti autopercepisci donna e il tuo problema è risolto!». Ovviamente scherzavo, ma neanche troppo. All'amico Enrico Letta ho detto pubblicamente che la battaglia per la "parità di genere" e quella per l'"identità di genere" - se quest'ultima è intesa nel senso della definizione di cui al disegno di legge Zan - non possono stare insieme; si contraddicono frontalmente. Senza tirare in ballo altri colleghi facciamo un ulteriore esempio: cosa accadrebbe se una donna assurta a un determinato ruolo proprio in virtù del proprio essere donna si svegliasse una mattina percependosi uomo? Si ricomincerebbe da capo la conta sul pallottoliere rosa e azzurro fino al prossimo cambio di percezione? O si dovrebbe ammettere che, al di là delle bandierine ideologiche che si vorrebbero tramutare in testi di legge, l'identità è qualcosa di consustanziale alla persona e impossibile da scindere del tutto da un ancoraggio alla biologia e al diritto naturale? Colleghi, non mi improvviso - per onestà intellettuale - un femminista d'antan e non sono nemmeno un fanatico delle quote se non come meccanismo provvisorio per innescare processi spontanei; ma come non vedere che introdurre il diritto all'autopercezione, con il pretesto della lotta alla violenza, rischia di vanificare decenni di lotte femministe? Come non vedere ciò che sta accadendo dove l'identità di genere è già una realtà, con atleti con corpi da uomo che partecipano a gare femminili, con detenuti maschi che ottengono il trasferimento nel braccio rosa del carcere? E come non vedere che il concetto di fluidità di genere mette in discussione lo stesso concetto di omosessualità, che ha un senso fintantoché il sesso di appartenenza è un parametro non opinabile? In discussione non c'è il ripudio della violenza, sul quale possiamo accordarci in un minuto. E non c'è nemmeno la facoltà di compiere nella propria vita personale scelte libere e il diritto di non subire per questo alcuna discriminazione. La divisione, al fondo, è tra chi ritiene che la libera scelta della persona muova da un dato di realtà che si è liberi di contraddire con i propri comportamenti ma non di negare nella sua essenza... (Il microfono si disattiva automaticamente) . PRESIDENTE. La ringrazio, senatore. Se vuole, può allegare al Resoconto della seduta odierna il testo del suo intervento. La Presidenza l'autorizza in tal senso. PRESIDENTE.