[pronunce]

Ulteriori profili di illegittimità riguarderebbero, infine, il quarto periodo del medesimo art. 28, comma 3, impugnato, sulla base del quale per la Regione siciliana «si tiene conto della rideterminazione del fondo sanitario nazionale, per effetto del comma 2». Ad avviso del ricorrente la disposizione, ancorché oscura, sarebbe interpretabile nel senso che la quota di risorse da addossare alla Regione siciliana andrebbe ridotta in corrispondenza delle minori risorse del Fondo sanitario destinate alla medesima Regione. Se così fosse, si configurerebbe un'alterazione peggiorativa per la ricorrente, che sarebbe chiamata a contribuire al finanziamento parziale della sanità siciliana, in violazione dell'art. 3 Cost. - con censura reputata analoga ad altra già ritenuta ammissibile nella sentenza n. 16 del 2010 - e dell'autonomia finanziaria e amministrativa della Regione. In subordine alle deduzioni incentrate sulla mancanza di una base statutaria per i censurati interventi del legislatore statale, la ricorrente sviluppa ulteriori argomenti. Anzitutto, in relazione al "principio di corrispondenza tra autonomia finanziaria ed esercizio delle funzioni", la ricorrente sostiene che il "taglio" di risorse previsto nel censurato art. 28, comma 3, se considerato insieme alle riduzioni di cui alla legge n. 220 del 2010, pregiudica la possibilità per la Regione autonoma di assolvere alle proprie funzioni, in violazione dell'art. 119 Cost. e dell'art. 48 dello statuto del Friuli Venezia-Giulia. Tale duplice violazione sarebbe dimostrata anche dal denunciato contrasto con l'art. 116, primo comma, Cost.: la Regione autonoma Friuli-Venezia Giulia finirebbe per ricevere un trattamento deteriore rispetto alle Regioni ordinarie, dato che solo alla prima l'art. 1, comma 152, della legge n. 220 del 2010 ha imposto un maggiore onere di 370 milioni di euro annui. Né tali compressioni delle prerogative regionali potrebbero essere giustificate richiamando la competenza dello Stato a stabilire principi di coordinamento della finanza pubblica; o l'eventualità che le manovre finanziarie statali determinino un maggior gettito di tributi erariali dei quali, in quote fisse, beneficiano le Regioni; o ancora le esigenze di solidarietà nazionale. Anche la considerazione di questi valori deve avvenire mediante strumenti previsti dall'ordinamento, come la possibilità di riservare allo Stato il gettito derivante da modificazioni in ordine ai tributi devoluti alla Regione, a norma dell'art. 4 del d.P.R. n. 114 del 1965, alle condizioni ivi stabilite, o ulteriori strumenti da introdurre in via di modifica alle pertinenti disposizioni statutarie. In generale, poi, i rapporti finanziari tra Stato e Regione autonoma sarebbero governati dal "principio della determinazione consensuale": in particolare, nella sentenza n. 82 del 2007 di questa Corte si afferma la necessità di contemperare l'obbligo generale di partecipazione di tutte le Regioni, ivi comprese quelle a statuto speciale, all'azione di risanamento della finanza pubblica con la speciale autonomia in materia finanziaria di cui godono le Regioni speciali, in forza dei loro statuti, qualificando perciò il metodo dell'accordo tra il Ministero dell'economia e delle finanze e le Regioni a statuto speciale come espressione della loro autonomia finanziaria; e questo principio ha trovato attuazione sia nell'art. 27 della legge n. 42 del 2009, sia nelle misure di cui all'art. 1, commi da 152 a 156, della legge n. 220 del 2010, che sono state oggetto di confronto e discussione tra Stato e Regione autonoma. La Regione autonoma Friuli-Venezia Giulia sospetta altresì l'illegittimità costituzionale dell'art. 48 del d.l. n. 201 del 2011, convertito, con modificazioni, dall'art. 1, comma 1, della legge n. 214 del 2011. La ricorrente sottolinea anzitutto che l'art. 1-bis avrebbe solo l'apparenza di una clausola di salvaguardia delle autonomie speciali, visto che, in realtà, essa ribadirebbe la diretta applicabilità sia degli artt. 13, 14 e 28 dell'impugnato decreto-legge, sia del medesimo art. 48, comma 1. Il citato comma 1, che, con una «clausola di finalizzazione», riserva all'erario, per un periodo di cinque anni, il maggior gettito derivante dal decreto-legge, destinandolo alle esigenze prioritarie di raggiungimento degli obiettivi di finanza pubblica concordati in sede europea e demanda ad un decreto del Ministero dell'economia e delle finanze le modalità di individuazione del maggior gettito, risulterebbe in contrasto con l'art. 49 dello statuto speciale, che garantisce alla Regione ben precise compartecipazioni a tutti i tributi erariali. Inoltre, a rendere legittima tale disposizione non sarebbe sufficiente invocare l'art. 4, comma 1, del d.P.R. n. 114 del 1965, il quale consente che il gettito derivante da maggiorazioni di aliquote o da altre modificazioni in ordine ai tributi devoluti alla Regione possa essere riservato all'erario, a condizione, tra l'altro, che tale gettito sia destinato per legge «alla copertura di nuove specifiche spese di carattere non continuativo, che non rientrano nelle materie di competenza della regione, ivi comprese quelle relative a calamità naturali»: ad avviso della ricorrente, che a supporto della propria argomentazione richiama la sentenza n. 182 del 2010 di questa Corte, non si tratterebbe, nel caso di specie, di «spese» e le situazioni alle quali si intende fare fronte non sarebbero né «nuove», né «specifiche». Né l'impugnato art. 48, comma 1, potrebbe trovare fondamento, sempre ad avviso della ricorrente, nell'art. 6, comma 2, del decreto legislativo 2 gennaio 1997, n. 8 (Norme di attuazione dello statuto speciale per la regione Friuli-Venezia Giulia recanti modifiche ed integrazioni al D.P.R. 23 gennaio 1965, n. 114, concernente la finanza regionale). Tale disposizione risulterebbe non applicabile nel caso di specie, perché priva di portata generale. Quand'anche fosse ritenuta applicabile, con essa non risulterebbe coerente la disposizione censurata: sia perché quest'ultima disporrebbe una riserva all'erario di tutte le maggiori entrate derivanti dal decreto-legge; sia per il carattere unilaterale di tale riserva, mentre il citato art. 6, comma 2, presuppone comunque un accordo, in applicazione del principio di leale collaborazione e del principio consensuale. L'impugnato art. 48, comma 1, in quanto configurerebbe una deroga agli artt. 48 e 49 dello statuto, disposta con una «fonte primaria "ordinaria"», violerebbe altresì, ad avviso della ricorrente, gli artt. 63, commi primo e quinto, e 65 dello statuto che, rispettivamente, disciplinano: il procedimento di revisione costituzionale per modificare lo statuto in via ordinaria; la modifica della disciplina finanziaria con legge statale, ma «su proposta di ciascun membro delle Camere, del Governo e della Regione e, in ogni caso, sentita la Regione»; la procedura per l'adozione delle norme di attuazione dello statuto.