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Disciplina dei reati connessi con il fenomeno della prostituzione e misure di integrazione sociale. Onorevoli Senatori. -- Il tema della prostituzione è da sempre assai controverso per le sue implicazioni etiche, culturali e di ordine pubblico. La prostituzione è del resto un fenomeno poliedrico, che difficilmente può essere ricondotto a unità: tra l'autodeterminazione e lo sfruttamento esistono, infatti, differenti sfumature dipendenti da molteplici fattori e non sempre da motivazioni personali, né può essere esclusivamente letta come sintomatica di un disagio sociale o di un sistema delinquenziale. Serve, conseguentemente, da parte del legislatore un approccio che individui, da un lato, un complesso di misure penali dirette a colpire le forme di sfruttamento coatto, anche nelle forme più occulte, e, dall'altro, interventi di carattere sociale volti ad aiutare, concretamente, le vittime della prostituzione. Un approccio integrato, pertanto, che prenda in considerazione, allo stesso tempo, l'azione della criminalità sfruttatrice, la domanda e l'offerta esistente in tale mercato, nonché l'azione delle Forze di polizia. È quindi necessario tenere conto, per dare risposte adeguate, dell'intero sistema che ruota intorno alla donna che esercita la prostituzione, nel cui ambito una parte tende ad aiutarla (servizi sociali e operatori di polizia) e un'altra -- gli sfruttatori -- tende ad assoggettarla e coartarla. Al riguardo, val la pena ricordare come l'articolo 7, paragrafo 1, lettera g) , dello statuto istitutivo della Corte penale internazionale, adottato dalla Conferenza diplomatica delle Nazioni Unite a Roma il 17 luglio 1998, fatto oggetto di ratifica italiana con il 12 luglio 1999, n. 232, inserisca la prostituzione forzata unitamente allo stupro, la schiavitù sessuale, la gravidanza forzata, sterilizzazione forzata e altre forme di violenza sessuale di analoga gravità tra i «crimini contro l'umanità». Più recentemente, da ultimo, occorre ricordare la risoluzione 2013/2103(INI) che il Parlamento europeo ha adottato il 26 febbraio 2014 su sfruttamento sessuale e prostituzione, e sulle loro conseguenze per la parità di genere. Ebbene la predetta risoluzione, dopo aver riconosciuto che la prostituzione, la prostituzione forzata e lo sfruttamento sessuale sono questioni altamente legate al genere, nonché violazioni della dignità umana, contrari ai princìpi dei diritti umani, tra cui la parità di genere, e pertanto in contrasto con i princìpi della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea, compresi l'obiettivo e il principio della parità di genere, sottolinea che è necessario rispettare i diritti in materia di salute di tutte le donne, compreso il loro diritto al proprio corpo e alla sessualità, nonché a essere libere da coercizioni, discriminazioni e violenza. Inoltre, sottolinea la necessità che gli Stati membri offrano un sostegno adeguato, soprattutto di carattere psicologico e sociale, al fine di consentire di uscire dalla rete dello sfruttamento sessuale e della dipendenza che vi è spesso associata; a tal proposito propone pertanto alle autorità competenti di attuare programmi volti ad aiutare gli individui ad abbandonare la prostituzione, in stretta collaborazione con le parti interessate. Ma accanto ad un discorso strettamente normativo, occorre tener presenti le profonde implicazioni di carattere culturale connesse al fenomeno de quo . Infatti, la società percepisce diffusamente le prostitute di strada come offesa alla coscienza comune, nonché legata ai fenomeni criminali che vi si accompagnano. Quello che invece sfugge all'opinione comune è che chi si prostituisce in strada non lo fa mai in condizione di libertà, nel senso che in strada si trovano donne quantomeno sfruttate, quando non vere e proprie schiave; come noto, infatti, le organizzazioni criminali con il business del sesso fatturano milioni di euro ogni anno. Difficilmente, pertanto, si può tacere o ignorare ulteriormente il fatto che coloro che decidono liberamente di vendere il proprio corpo non si trovano sulle strade, ma operano nei propri appartamenti o magari in alberghi, mentre la strada rimane saldamente nelle mani di quanti organizzano lo sfruttamento coatto. Il presente disegno di legge, pertanto, partendo da questo convincimento, nonché sulla scia di quanto affermato anche, da ultimo, dal Parlamento europeo, si propone di introdurre una serie di misure volte al contrasto della prostituzione coattiva, nonché all'integrazione, assistenza e formazione professionale in favore delle persone vittime del reato di prostituzione coattiva introdotto dal disegno di legge medesimo. Nello specifico, l'articolo 1 prevede che le regioni, le province autonome di Trento e Bolzano e gli enti locali, in collaborazione con gli enti pubblici e privati che si occupano di prostituzione, promuovano, nell'ambito delle rispettive competenze in materia di assistenza sociale, interventi volti ad agevolare l'integrazione sociale e realizzare programmi di formazione professionale e di inserimento nel mondo del lavoro in favore delle vittime dei comportamenti sanzionati dagli articoli 600- bis del codice penale (prostituzione minorile), nonché 600- novies (prostituzione coattiva) e 600- decies (induzione, reclutamento e sfruttamento della prostituzione), introdotti nel codice penale dal presente disegno di legge. Viene stabilito che tali interventi siano finanziati con un fondo appositamente istituito presso la Presidenza del Consiglio dei ministri. Le modalità di riparto delle suddette somme tra le regioni e le province autonome di Trento e Bolzano vengono stabilite dal Ministro del lavoro e delle politiche sociali, di concerto con il Ministro della giustizia, con apposita intesa in sede di Conferenza unificata di cui all'articolo 8 del decreto legislativo 28 agosto 1997, n. 281. L'articolo 2 concerne gli interventi in sede locale, prevedendo che, al fine di prevenire o contenere fenomeni di intolleranza, di violenza o di tensione sociale, i comuni promuovano forme di consultazione con enti pubblici, soggetti portatori di interessi collettivi ovvero soggetti privati specificamente operanti nel settore del contrasto al fenomeno della prostituzione coattiva o della tutela dei soggetti deboli, e conseguentemente adottino le misure necessarie. La presente previsione non attribuisce ai comuni nuovi poteri. Essi infatti possono adottare soltanto quei provvedimenti espressamente contemplati dalle vigenti disposizioni normative e che costituiscono estrinsecazione di poteri ad essi già attribuiti dall'ordinamento giuridico. Gli enti locali si avvalgono di tavoli di concertazione con le organizzazioni non profit per armonizzare gli interventi. I questori di ciascuna provincia devono individuare la figura del «referente per la tratta». L'articolo 3 introduce modifiche al codice penale, da un lato disciplinando, in maniera più puntuale, alcune fattispecie già previste e autonomamente punite, dall'altro enucleando nuove ipotesi di reato. La scelta di ricondurre nell'alveo codicistico la disciplina sanzionatoria di coloro che traggono vantaggi dalla prostituzione appare in linea con la tendenza alla ricodificazione che caratterizza la legislazione degli ultimi anni (si pensi all'emanazione dei vari testi unici, nonché ai lavori delle varie Commissioni istituite per la riforma del codice penale).