[pronunce]

ORDINANZA ha pronunciato la seguentenel giudizio di legittimità costituzionale dell'art. 448 del codice di procedura penale, promosso, nell'ambito di un procedimento penale, dalla Corte di cassazione con ordinanza del 14 novembre 2002, iscritta al n. 571 del registro ordinanze 2002 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 3, prima serie speciale, dell'anno 2003. Visto l'atto di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri; udito nella camera di consiglio del 4 giugno 2003 il Giudice relatore Guido Neppi Modona. Ritenuto che la Corte di cassazione ha sollevato, in riferimento agli artt. 3, 24, 97 e 111, secondo comma, della Costituzione (questi ultimi due indicati solo in motivazione), questione di legittimità costituzionale dell'art. 448 del codice di procedura penale, «nella parte in cui non prevede che, in caso di dissenso del pubblico ministero alla applicazione della pena richiesta dall'imputato ex art. 444 cod. proc. pen. , il giudice possa valutare che il dissenso era ingiustificato e possa pronunciare sentenza accogliendo la richiesta prevista dall'art. 444 cod. proc. pen. , anche all'esito del giudizio abbreviato così come provvede dopo la chiusura del dibattimento di primo grado o nel giudizio di impugnazione»; che la Corte rimettente premette di essere investita di un ricorso avverso una sentenza con la quale la Corte d'appello di Torino, ritenendo che la disciplina dell'art. 448 cod. proc. pen. si riferisca solo al dibattimento di primo grado e al giudizio di impugnazione, ha escluso che il giudice, all'esito del giudizio abbreviato, qualora ritenga ingiustificato il dissenso del pubblico ministero possa pronunciare sentenza di applicazione della pena; che il giudice a quo rileva che la formulazione letterale dell'art. 448 cod. proc. pen. «sembra limitare l'esercizio del potere-dovere del giudice di valutare se sia ingiustificato il dissenso del pubblico ministero [...] al solo caso in cui a seguito di detto dissenso si sia celebrato il giudizio ordinario» e prende atto che alla stregua della giurisprudenza di legittimità la richiesta di giudizio abbreviato comporta la rinuncia al patteggiamento, stante l'incompatibilità tra i due procedimenti speciali e «l'impossibilità di inserire l'un procedimento nell'altro con il logico corollario che l'imputato non può certamente giovarsi dei benefici o premi connessi a ciascuno dei due anzidetti procedimenti»; che, peraltro, nel caso in esame «l'imputato non chiede di fruire cumulativamente dei premi collegati ai due riti», ma di non essere escluso dai «particolari vantaggi» connessi all'applicazione della pena su richiesta; vantaggi di cui avrebbe potuto usufruire ove, a seguito del dissenso del pubblico ministero al patteggiamento, non avesse presentato richiesta di giudizio abbreviato; che, in particolare, ad avviso del giudice a quo non si può sostenere che il giudizio abbreviato precluda «una cognitio sufficiente per valutare la legittimità o meno del dissenso del pubblico ministero all'applicazione della pena richiesta dall'imputato», essendo fuor di dubbio che la sentenza emessa a seguito di giudizio abbreviato è una sentenza di accertamento di responsabilità penale, non diversa da quella pronunciata nel giudizio ordinario; che la mancata previsione del potere del giudice di dichiarare ingiustificato il dissenso del pubblico ministero all'applicazione della pena anche all'esito del giudizio abbreviato si porrebbe in contrasto con l'art. 3 Cost., perché determina una irragionevole discriminazione tra gli imputati che hanno chiesto il giudizio abbreviato a seguito del rigetto della richiesta di patteggiamento rispetto a quelli che non hanno chiesto il rito speciale, in quanto i primi vengono privati della possibilità che il giudice, ritenuto ingiustificato il dissenso del pubblico ministero, applichi la pena richiesta dall'imputato; che risulterebbe violato anche l'art. 24 Cost. perché l'imputato sarebbe "costretto" ad affrontare il giudizio ordinario al fine di porre il giudice nelle condizioni di accertare, all'esito del dibattimento, se il dissenso del pubblico ministero era ingiustificato; che, infine, la disciplina censurata si porrebbe in contrasto con gli artt. 97 e 111, secondo comma, Cost., in quanto "costringere" l'imputato a sottoporsi al giudizio ordinario al fine di vedere accertata dal giudice l'illegittimità del dissenso del pubblico ministero all'applicazione della pena determina una dilatazione dei tempi processuali, in violazione dei principi del buon andamento dell'amministrazione della giustizia e della ragionevole durata del processo; che nel giudizio è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, che ha chiesto che la questione sia dichiarata infondata, riportandosi all'atto di intervento depositato in occasione della diversa questione iscritta al n. 142 del r.o. del 2002, decisa con ordinanza n. 426 del 2001. Considerato che il rimettente dubita della legittimità costituzionale dell'art. 448 del codice di procedura penale, nella parte in cui non prevede che il giudice possa ritenere ingiustificato il dissenso del pubblico ministero all'applicazione della pena e pronunciare sentenza a norma dell'art. 444 cod. proc. pen. anche all'esito del giudizio abbreviato richiesto dall'imputato; che la disciplina censurata si porrebbe in contrasto con l'art. 3 della Costituzione, in quanto solo gli imputati che non hanno chiesto il giudizio abbreviato possono avvalersi dell'opportunità che, in esito al dibattimento, il giudice ritenga ingiustificato il dissenso del pubblico ministero e pronunci sentenza di applicazione della pena; con l'art. 24 Cost., perché l'imputato è "costretto" a rinunciare alla facoltà di chiedere il giudizio abbreviato al fine di consentire al giudice di valutare se il dissenso del pubblico ministero all'applicazione della pena fosse ingiustificato; con gli artt. 97 e 111, secondo comma, Cost., in quanto "costringere" l'imputato a sottoporsi al giudizio ordinario determina una dilatazione dei tempi processuali, in violazione dei principi del buon andamento dell'amministrazione della giustizia e della ragionevole durata del processo;