[pronunce]

n. 152 del 2006, che, a parere della ricorrente, individuano numerosi strumenti di pianificazione, diversificati per contenuti, modalità di elaborazione, adozione e approvazione, rilevanza ed effetti, senza apprezzabile fondamento della distinzione e senza che ne siano definiti i reciproci rapporti. Secondo la difesa regionale, l'illogicità manifesta dell'articolazione di questo sistema configura anche una violazione delle norme comunitarie, poiché l'incoerenza che ne deriva determina l'impossibilità di perseguire gli obiettivi della direttiva 2000/60/CE di cui il decreto intende costituire recepimento (art. 170, comma 4, lettera r) e che invece prevede, quale strumento di pianificazione unitaria, il piano di gestione che può essere articolato per piani più dettagliati o tematici. Sussisterebbe, inoltre, violazione dell'art. 76 Cost., sia per il contrasto con l'art. 1, comma 1, della legge n. 308 del 2004, che individua l'oggetto della delega nel «riordino, coordinamento e integrazione» della normativa esistente, sia per il contrasto con l'art. 1, comma 8, della legge n. 308 del 2004 – che impone il rispetto della attribuzioni regionali definite dall'art. 117 Cost., dalla legge n. 59 del 1997 e dal d.lgs. n. 112 del 1998 – e con l'art. 1, comma 9, lettera c), della medesima legge. L'eccesso di delega si sarebbe concretato nella compressione delle prerogative istituzionali regionali ed in generale del ruolo delle autonomie territoriali nell'ambito considerato della difesa del suolo. 15. – Si è costituito il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, che ha chiesto che il ricorso sia dichiarato «inammissibile ed infondato». La difesa erariale deduce che il carattere trasversale della materia ambientale, pur legittimando le Regioni a provvedere attraverso la propria competenza legislativa esclusiva o concorrente su temi che hanno riflessi sulla materia ambientale, non costituisce però un limite alla competenza esclusiva dello Stato a dettare regole omogenee nel territorio nazionale per procedimenti e competenze che attengono specificatamente alla tutela dell'ambiente ed alla salvaguardia del territorio. In tale materia la legislazione statale non è condizionata ad una «intesa forte», oltretutto di difficile perseguibilità in sede di redazione di testi normativi di notevole complessità. 16. – La Regione Valle d'Aosta ha promosso, con ricorso notificato il 9 giugno 2006 e depositato il successivo 15 giugno (reg. ric. n. 71 del 2006) , questioni di legittimità costituzionale, tra l'altro, degli artt. 63, 64 e 68 del d.lgs. n. 152 del 2006, in riferimento agli artt. 76 e 117, terzo e quarto comma, Cost., all'art. 10 della legge costituzionale 18 ottobre 2001, n. 3 (Modifiche al titolo V della parte seconda della Costituzione), nonché all'art. 2, lettere d), e), f), g), i), m) e q), all'art. 3, lettera d) e all'art. 4 della legge costituzionale 26 febbraio 1948, n. 4 (Statuto speciale per la Valle d'Aosta), ed al principio di leale collaborazione. 16.1. – Preliminarmente, la difesa regionale rileva che le norme contenute nell'art. 63 esorbitano palesemente dai limiti di oggetto imposti dall'art. 1, comma 1, della legge di delega n. 308 del 2004, in base al quale il Governo è delegato ad adottare decreti legislativi di «riordino, coordinamento ed integrazione». Secondo la ricorrente, la soppressione delle precedenti Autorità di bacino e la loro sostituzione con le Autorità distrettuali avrebbe una evidente portata innovativa ed eccederebbe i limiti della legge di delega. Inoltre, la soppressione delle Autorità di bacino previste dalla legge n. 183 del 1989 non sarebbe riconducibile in alcun modo ai princìpi e criteri direttivi di cui all'art. 1, comma 9, lettera c), della legge n. 308 del 2004, che impone di valorizzare il ruolo e le competenze svolti dagli organismi a composizione mista statale e regionale. In merito alla composizione degli organi delle nuove Autorità di bacino, la Regione Valle d'Aosta osserva come dall'art. 63, comma 4, emerga «una posizione del tutto subalterna delle Regioni», a causa della minoritaria presenza dei rappresentanti regionali in seno alla Conferenza istituzionale permanente e della previsione secondo cui la Conferenza medesima delibera a maggioranza. Quanto appena detto, stante la competenza della Conferenza istituzionale ad adottare il piano di bacino (art. 63, comma 5, lettera e), può comportare l'imposizione di scelte in materia di pianificazione non condivise da parte di una singola Regione direttamente interessata. Il quadro normativo introdotto con il censurato art. 63 appare alla ricorrente tanto più inaccettabile in quanto, in materia di utilizzazione delle acque pubbliche, è prevista in Valle d'Aosta una gestione coordinata e paritetica basata sull'art. 8, terzo comma, dello Statuto di autonomia speciale. Le norme contenute nell'art. 63 violerebbero, inoltre, le competenze legislative di rango primario di cui all'art. 2 dello Statuto speciale in materia di piccole bonifiche ed opere di miglioramento agrario e fondiario (lettera e), urbanistica, piani regolatori per zone di particolare importanza turistica (lettera g), acque minerali e termali (lettera i), acque pubbliche destinate ad irrigazione ed a uso domestico (lettera m), tutela del paesaggio (lettera q), nonché la competenza concorrente in materia di governo del territorio, ex art. 117, terzo comma, Cost., che, secondo la ricorrente, si estende anche alla Valle d'Aosta per quanto eccedente la materia urbanistica ed edilizia, assegnata alla competenza primaria della ricorrente. Parimenti menomate sarebbero le competenze amministrative della Regione, di cui all'art. 4 dello Statuto speciale ed al decreto legislativo 16 marzo 1999, n. 89 (Norme di attuazione dello statuto speciale della regione Valle d'Aosta in materia di acque pubbliche), il quale all'art. 1, comma 1, stabilisce che «Sono trasferite al demanio della regione tutte le acque pubbliche utilizzate ai fini irrigui o potabili, compresi gli alvei e le pertinenze relative» ed al comma 2 che «La regione Valle d'Aosta esercita tutte le attribuzioni inerenti alla titolarità di tale demanio ed in particolare quelle concernenti la polizia idraulica e la difesa delle acque dall'inquinamento». La rilevanza delle attribuzioni regionali e delle garanzie partecipative nella materia in oggetto risulterebbe chiaramente anche dalla sentenza della Corte costituzionale n. 524 del 2002, con la quale è stata dichiarata illegittima una norma che attribuiva alle determinazioni assunte in sede di Comitato istituzionale delle Autorità di bacino (bacini idrografici di rilievo nazionale) il valore di «variante agli strumenti urbanistici».