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I fenomeni atmosferici avversi, producendo effetti negativi sulla produzione di nettare di molte specie vegetali, hanno generato prolungati stati di stress alimentare nelle colonie di api e hanno costretto gli apicoltori a nutrizioni artificiali di soccorso, molto dispendiose dal punto di vista economico, e hanno, in molti casi, ridotto drasticamente o azzerato le produzioni; b) l'attuale modello di produzione agricola, con significativo utilizzo di fitofarmaci e diserbanti, peraltro non sempre rispettoso delle prescrizioni e delle buone pratiche agronomiche, è anche una delle cause delle criticità e delle mancate o ridotte produzioni in apicoltura. L'impiego di antiparassitari e diserbanti infatti, in alcuni casi rivelatisi poi dannosi e sospesi dall'uso, e spesso utilizzati senza adeguata adozione di pratiche agronomiche per ridurne il contatto con insetti utili, ha riverberato negli anni pesanti conseguenze sulle colonie di api (avvelenamenti, riduzione della popolazione, impatto sulla longevità dell'ape, eccetera), soprattutto in areali a maggior concentrazione di colture intensive, quali ad esempio vite, nocciolo, ortofrutta, coltivazioni sementiere; c) la riduzione della superficie e delle specie botaniche di interesse apistico: l'antropizzazione e l'introduzione di cultivar ibridate non nettarifere (ad esempio girasole e colza) hanno limitato ulteriormente non solo le produzioni ma la possibilità stessa di far sopravvivere gli alveari senza dovere ricorrere al nomadismo e la stessa gestione agronomica dei terreni marginali, di aree incolte interstiziali e di infrastrutture viarie e idriche di servizio ha drasticamente ridotto la possibilità di fioritura di essenze spontanee, che sarebbero invece potute diventare fonti di cibo per tutti gli impollinatori; d) nuovi nemici delle api: predatori e parassiti anche di nuova provenienza esogena che stanno colonizzando porzioni sempre più vaste della nostra penisola (ad esempio Vespa Velutina , Vespa orientalis , Aethinatumida ), con un forte impatto sulla salute delle colonie dei territori interessati e una drastica riduzione delle potenzialità produttive degli alveari; considerato, altresì, che: relativamente alle problematiche di mercato, nonostante i problemi produttivi evidenziati, e le riduzioni di produzione nazionale, si è registrato negli ultimi anni un calo delle quotazioni dei prezzi del miele nazionale oltre a un'accentuata riduzione della domanda e di conseguenza degli scambi interni e verso l'estero; in un siffatto quadro generale, in cui di norma l'Italia produce circa il 50 per cento del fabbisogno nazionale di miele, tale comportamento anomalo del mercato, anche sulla base delle informazioni e delle indicazioni delle associazioni di rappresentanza del settore, sarebbe motivato e correlato a: 1) la sostituzione di alcune referenze carenti con prodotto di altri Paesi membri dell'Unione europea; 2) il crescente import e la proposta commerciale di miele asiatico di dubbia qualità e a basso costo; 3) l'aumento quantitativo e qualitativo di adulterazioni e frodi, sempre più sofisticate; 4) l'insufficiente efficacia dei controlli sul prodotto extra Unione europea importato; 5) la minore disponibilità economica dei consumatori; 6) la contrazione dei consumi invernali causata dal clima più mite; 7) la carenza di comunicazione sui temi qualitativi; considerato, inoltre, che: gli esami di laboratorio, che sono stati effettuati negli ultimi anni dal centro comune di ricerca europeo, hanno evidenziato che il 20 per cento dei campioni di miele prelevati presso i posti di frontiera esterna e le sedi degli importatori non rispettava i criteri di composizione, o i processi di produzione definiti nella direttiva concernente il miele (direttiva 2001/110/CE del Consiglio, del 20 dicembre 2001), e che il 14 per cento dei campioni rivelava la presenza di zucchero aggiunto, confermando quindi che in Europa continua ad arrivare miele contraffatto e adulterato; il miele è il terzo prodotto più adulterato al mondo e tale adulterazione causa notevoli danni agli apicoltori italiani ed europei, ed espone i consumatori anche a rischi per la salute; l'articolo 2, paragrafo 4, lettera a) , secondo comma, della direttiva sul miele, modificata dalla direttiva 2014/63/UE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 15 maggio 2014, stabilisce che, qualora il miele sia originario di più Stati membri o Paesi terzi, l'indicazione obbligatoria dei Paesi di origine può essere sostituita da una delle seguenti indicazioni, a seconda del caso: "miscela di mieli originari dell'UE", "miscela di mieli non originari dell'UE" o "miscela di mieli originari e non originari dell'UE", e l'indicazione "miscela di mieli originari e non originari dell'UE" non fornisce informazioni sufficienti ai consumatori, e considerando inoltre che numerose imprese di confezionamento e di distribuzione di miele utilizzano questo tipo di indicazione allo scopo di omettere i reali Paesi d'origine e la quantità di miele proveniente da diversi Paesi, dal momento che gli acquirenti, sempre più consapevoli, sono diffidenti riguardo ai prodotti alimentari provenienti da alcuni Paesi; molti grandi produttori di miele come gli Stati Uniti, il Canada, l'Argentina o il Messico hanno introdotto obblighi di etichettatura del miele molto più rigorosi rispetto alle norme semplificate dell'Unione europea, e pertanto offrono garanzie molto migliori di quelle dell'Unione per quanto riguarda le informazioni necessarie da fornire ai consumatori; sulla base delle normative vigenti l'Unione europea, gli Stati membri e l'Italia dovrebbero garantire che tutti i mieli importati anche provenienti da Paesi terzi siano conformi alla definizione di miele nell'Unione europea, e quindi sicuramente incrementare e meglio finalizzare i controlli su prodotto importato; valutato che: un ruolo importante nell'alterazione delle regole del mercato mondiale del miele, con nefasti effetti su quello nazionale, sarebbe connesso alla disponibilità di ingenti quantità di prodotto proveniente da Paesi extra Unione europea, spesso adulterato con sistemi sofisticati (sciroppi di riso) e difficilmente identificabile come tale ai controlli attualmente in vigore o realizzato con procedimenti industriali di disidratazione, in totale contrasto con la direttiva europea sul miele e con il codex alimentarius della FAO (1981); in un contesto generale di grande fluttuazione unitaria e generale delle rese, l'unico Paese che non ha manifestato flessioni nella produzione risulterebbe la Cina, con inspiegabili incrementi produttivi non giustificati da analoga crescita del numero di alveari allevati. Questo Paese, principale esportatore mondiale di miele, registra un costante incremento delle capacità produttive accompagnato da una costante stabilità del potenziale teorico. Dal 2013, le importazioni in Unione europea provenienti dalla Cina ammontano mediamente a 80.000 tonnellate all'anno e sono state in costante crescita negli ultimi anni; nel 2019 risulterebbe che il prezzo del miele cinese sia sceso ulteriormente a 1,24 euro al chilo. La sola analisi del prezzo all'importazione può fornire una prima indicazione relativa alla qualità e motiva più che fondati sospetti.