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Disposizioni per favorire il rilancio dell'occupazione, ridurre il cuneo fiscale, nonché in materia di riordino dei servizi per il lavoro e delle politiche attive. Onorevoli Senatori. -- I due macro-problemi che affliggono da anni il nostro mercato del lavoro (disoccupazione e costo del lavoro troppo alto) si sono più che mai acuiti. In una fase di stagnazione economica, con le imprese che stentano a rimanere in vita, la flessibilità contrattuale è per il mondo datoriale del lavoro un'esistenza irrinunciabile. D'altro canto i giovani -- e meno giovani -- dicono basta alla precarietà ed all'insicurezza reddituale e chiedono la certezza del posto di lavoro, la garanzia di un'entrata retributiva sulla quale poter costruire il proprio futuro generazionale e famigliare. Per questo riteniamo necessario adeguare le tutele esistenti alla crescente flessibilità introdotta negli ultimi quindici anni, al fine appunto di ovviare alla problematica della precarietà derivante da rapporti di lavoro flessibili, fonte di forte disagio sociale. Per questi motivi, con l'articolo 1 si prevede l'apposizione di clausole di flessicurezza al contratto di lavoro a tempo indeterminato che attribuiscano al datore di lavoro, solo in presenza di comprovate e specifiche esigenze di carattere organizzativo-produttivo, la facoltà di modificare -- anche in peius -- le mansioni e l'orario normale di lavoro settimanale. L'esercizio di tale facoltà, a tutela del lavoratore, dovrà essere motivato e comunicato al lavoratore con un congruo preavviso per iscritto, pena l'inefficacia, ed avrà comunque una durata temporale massima di tre anni. L'articolo 2 contempla una serie di incentivi fiscali e contributivi per le nuove assunzioni con contratto di flessicurezza, con percentuali decrescenti per i primi cinque anni dall'assunzione (comma 1). Per le trasformazioni dei contratti di lavoro in essere al momento dell'entrata in vigore della legge a tempo determinato o a co.co.co. o a co.co.pro o di inserimento o altro in contratti di lavoro a tempo indeterminato con clausola di flessicurezza, gli incentivi decontributivi sono riconosciuti sempre per i primi cinque anni dalla trasformazione del contratto (comma 2). Anche per i contratti di apprendistato che al termine siano trasformati in contratti di flessicurezza si applica l'incentivo decontributivo nelle percentuali previste al comma 1 per i trentasei mesi successivi alla fine dell'apprendistato stesso (comma 3). La gradualità è per incentivare la stabilità del lavoratore, ma al contempo si aumenta di un anno il periodo della prova. Negli ultimi anni i nuovi contratti a tempo determinato sono meno di 2.000.000 all'anno. Ipotizzando almeno un raddoppio con questa misura si arriverebbe a 2.000.000 di nuovi posti di lavoro. Tale situazione porterebbe a un pareggio, se non ad un aumento delle entrate per lo Stato malgrado la drastica decontribuzione. Inoltre si prevede il passaggio di 1.000.000 di contratti da atipici in a tempo indeterminato. La decontribuzione non deve incidere negativamente sul montante pensionistico del lavoratore, pertanto lo Stato dovrà coprire i minori contributi versati così da tutelare il lavoratore per gli accantonamenti pensionistici. Con tale tipologia di contratto è altresì prevista la riduzione del 50 per cento dell'Irpef per i primi cinque anni di lavoro. A decorrere dal sesto anno, è previsto un incremento del 10 per cento all'anno per arrivare all'Irpef piena dal decimo anno in poi (comma 4). In alternativa alla flexicurity -- che per noi deve diventare il percorso principale nella riforma del mercato del lavoro -- al fine di sostenere nell'immediato l'occupazione dei giovani, l'articolo 3 è volto a prevedere in favore dei soggetti di età inferiore ai 30 anni la riduzione Irpef del 50 per cento per diciotto mesi qualora l'assunzione avvenga con contratto a tempo determinato o di collaborazione o a progetto o di somministrazione, eccetera. Se prima che il contratto scada il medesimo è trasformato in a tempo indeterminato, intervengono gli stessi benefici previsti dalla flessicurezza. Il termine complessivo per usufruire dei predetti benefici è sempre di cinque anni, perciò il datore di lavoro che trasformerà il contratto dopo un anno godrà dei benefici per i successivi quattro anni; viceversa colui che procederà alla sua trasformazione dopo il terzo o quarto anno, ne beneficerà, rispettivamente, per due o tre anni. Contrariamente a quanto sostiene la Ragioneria generale dello Stato, per cui ogni sgravio fiscale deve essere compensato, riteniamo che una riduzione Irpef non necessiti di copertura. Infatti, usando come riferimento dati ISTAT del 2010 (i più recenti), il costo medio del lavoro dipendente, al lordo delle imposte e dei contributi sociali, è di 31.038 euro all'anno; meno i contributi sociali è circa 22.000; il netto del lavoratore (medio) è il 53,8 per cento, per un importo medio pari a 16.687 euro. La differenza tra il costo sostenuto dal datore di lavoro e la retribuzione netta del lavoratore, il cosiddetto cuneo fiscale e contributivo, è pari, in media, al 46,2 per cento: i contributi sociali dei datori di lavoro ammontano al 25,6 per cento e il restante 20,6 per cento è a carico dei lavoratori sotto forma di imposte e contributi. Le imposte sul reddito da lavoro autonomo, se si include anche la stima dell'Irap, rappresentano il 17,8 per cento del reddito lordo e i contributi sociali il 14,6 per cento. L'irpef media pagata dal lavoratore è stimabile nel 23 per cento. Pertanto su un lordo di 22.000 (al netto degli oneri sociali) il 23 per cento di Irpef è circa 5.000 euro. Ne consegue che nelle ipotesi di riduzione dell'Irpef al 50 per cento per un milione di nuove assunzioni, nel presupposto che senza lo sgravio quei giovani non sarebbero stati mai assunti, lo Stato avrebbe comunque un gettito di 2,5 miliardi in più, oltre ovviamente alle entrate contributive assistenziali e ad una maggiore liquidità spendibile quale condizione per la ripresa economica. Sempre come alternativa al contratto di flessicurezza, per favorire nell'immediato anche la ricollocazione lavorativa dei soggetti cosiddetti «a rischio di esclusione sociale», con l'articolo 4 si prevede in favore degli ultracinquantenni, assunti con qualunque tipologia contrattuale, sia l'agevolazione prevista per gli chi ha meno di 30 anni di una riduzione Irpef del 50 per cento per diciotto mesi che la totale decontribuzione per due anni, a decorrere dall'entrata in vigore della legge. Per creare non solo nuova occupazione, ma anche di qualità, ed evitare al contempo ulteriore spreco di risorse pubbliche, riteniamo doveroso intervenire anche sui servizi essenziali in materia di politica attiva del lavoro, per migliorarne l'efficienza e la funzionalità. È indubbio che i centri per l'impiego in alcune realtà territoriali funzionano, espletando al meglio il compito di incontro tra domande ed offerte di lavoro; altri, invece, sono dei carrozzoni pubblici inefficienti e costosi.