[pronunce]

che, con la nota impugnata, in data 23 dicembre 2004, il Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei ministri, su delega del Presidente del Consiglio dei ministri, confermava “l'esistenza del segreto di Stato sull'area ubicata in località Punta di Volpe detta “Villa La Certosa”, in quanto rientrante nell'oggetto di tutela indicato dall'art. 12 della legge n. 801 del 1997”: ciò in quanto l'area in questione sarebbe stata individuata quale “sede alternativa di massima sicurezza” per “l'incolumità del Presidente del Consiglio, dei suoi familiari e dei suoi collaboratori e per la continuità dell'azione di Governo”, nell'ambito di una “pianificazione nazionale antiterrorismo che, tra l'altro, prevede particolari modalità di tutela per la alte cariche dello Stato”; che, ciò premesso in fatto, la Procura ricorrente espone le ragioni di diritto a sostegno del sollevato conflitto di attribuzione, rilevando, quanto alla ammissibilità del ricorso sotto il profilo soggettivo, che secondo la costante giurisprudenza costituzionale il pubblico ministero sarebbe legittimato a sollevare conflitto di attribuzione tra i poteri dello Stato “in quanto titolare diretto ed esclusivo – ai sensi dell'art. 112 Cost. dell'attività di indagine finalizzata all'esercizio obbligatorio dell'azione penale”; che “uguale legittimazione” dovrebbe riconoscersi “sul lato passivo” sia al Presidente del Consiglio dei ministri, sia al Governo della Repubblica nel suo complesso: il primo, infatti, sarebbe l'organo deputato a dichiarare definitivamente la volontà del potere cui appartiene, in relazione alla tutela, apposizione, opposizione e conferma del segreto di Stato; il secondo, dal canto suo, sarebbe comunque il soggetto “cui l'atto impugnato deve ritenersi imputabile”; che, dal punto di vista oggettivo, non vi sarebbe dubbio che, nel caso concreto, si controverta in ordine alla “delimitazione della sfera di attribuzioni determinata per i vari poteri da norme costituzionali”, dal momento che si lamenta “l'illegittima apposizione del segreto di Stato da parte del potere esecutivo, tale da determinare una menomazione delle competenze costituzionalmente spettanti al pubblico ministero”; che, in relazione al merito, il ricorrente afferma che gli atti impugnati gli impedirebbero di procedere “all'ispezione dei luoghi e delle cose ai fini della individuazione dei fatti di reato per i quali (...) procede” e dunque di svolgere le attività che il codice di procedura penale configura come preordinate all'eventuale esercizio dell'azione penale; che, nella specie, la opposizione del segreto di Stato, da parte del Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, in forza di puntuale delega del Presidente del Consiglio, sia da parte del Ministro dell'interno, sarebbe da ritenere “assolutamente illegittima”; che tale illegittimità deriverebbe, quanto al Ministro dell'interno, dalla circostanza che la determinazione in questione sarebbe stata adottata “al di fuori dì qualsiasi (...) previsione legislativa di competenza”; e, quanto al Ministro dell'interno e al Sottosegretario alla Presidenza, perché adottata “con riferimento ad un'ipotesi (l'ispezione dei luoghi) non rientrante nella disciplina della legge 24 ottobre 1977, n. 801”; che, in ogni caso, la illegittimità dipenderebbe dalla circostanza che gli atti in questione sarebbero stati posti in essere “al di fuori delle ipotesi previste dalla disciplina vigente del segreto di Stato”, così come emergerebbe anche alla luce della giurisprudenza costituzionale sul punto; che, in relazione al primo di tali aspetti, nel ricorso si afferma come “la sicurezza dello Stato sia attribuita dal legislatore esclusivamente al Presidente del Consiglio dei ministri”, e non “al Governo nella sua collegialità o a singoli Ministri”; che, in relazione al secondo aspetto, invece, si osserva come le ispezioni, le perquisizioni e gli altri mezzi processuali di ricerca della prova non conoscerebbero “limitazione alcuna in dipendenza della normativa speciale sul segreto di Stato”, dal momento che limitazioni sussisterebbero solo per la testimonianza ed il sequestro, ai sensi rispettivamente degli artt. 202 e 256 del codice di rito, non essendo in vigore analoga normativa concernente le ispezioni; che, peraltro, secondo il ricorrente, il segreto di Stato non potrebbe essere apposto su “luoghi”, non potendosi interpretare in tal senso il riferimento ad “ogni altra cosa” contenuto nell'art. 12 della legge n. 801 citata, sia in quanto non sarebbe possibile identificare “un luogo con una cosa”, sia in quanto la apposizione del segreto sarebbe finalizzata ad evitare il rischio derivante dalla diffusione del contenuto di atti, documenti o notizie, nonché “dalle informazioni desumibili da una cosa”, e perciò stravolgerebbe il dettato normativo “estendere il concetto di diffusione fino al punto di ricomprendervi anche i luoghi, intesi in senso strettamente materiale”; che, d'altronde, come ribadito anche dalla sentenza n. 86 del 1977 di questa Corte, al principio di segretezza sarebbe consentito “incidere (...) su valori parimenti rilevanti dal punto di vista costituzionale, quali quelli tutelati dal potere giudiziario”, solo nei casi tassativamente previsti dalla legge, tra i quali non rientrerebbe il caso in questione; che, ad ulteriore sostegno delle tesi sostenute, il ricorrente richiama le sentenze di questa Corte n. 410 e n. 110 del 1998, nelle quali si afferma che “onde evitare un'alterazione dell'equilibrio dei rapporti tra potere esecutivo e autorità giudiziaria, l'esistenza del segreto di Stato non può impedire al pubblico ministero di indagare sui fatti a cui si riferisce la notitia criminis, e di esercitare, se del caso, l'azione penale, ma ha il solo effetto di inibire la utilizzazione di prove coperte dal segreto, ove illegittimamente acquisite”; che, inoltre, la Procura ricorrente evidenzia come – per effetto dei provvedimenti che hanno dato causa al conflitto – l'area in questione risulterebbe “sottratta a qualsivoglia controllo di legalità”, determinandosi in tal modo la conseguenza secondo la quale il Presidente del Consiglio, i suoi familiari, i suoi collaboratori ed i suoi ospiti godrebbero in essa di una sorta di “immunità territoriale”, estesa anche a fatti ed atti non connessi all'esercizio delle funzioni istituzionali creandosi, conseguentemente, “un regime differenziato riguardo all'esercizio della giurisdizione, in particolare quella penale”; che, ancora, la apposizione del segreto non potrebbe giustificarsi neppure con la necessità, affermata nella nota in data 23 dicembre 2004 del Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, di salvaguardare l'incolumità del Presidente del Consiglio, dei suoi familiari e dei suoi collaboratori, in quanto ciò giustificherebbe la predisposizione di un adeguato e specifico apparato di sicurezza, anche a presidio dei luoghi in cui egli dimora o transita ma non “l'assoggettamento a segreto di Stato di un'intera area privata in maniera stabile e permanente”;