[pronunce]

Sentenza ha pronunciato la seguentenel giudizio di legittimità costituzionale dell'art. 2, comma 6, del decreto legislativo 29 ottobre 1999, n. 490 (Testo unico delle disposizioni legislative in materia di beni culturali e ambientali), in relazione all'art. 1 della legge-delega 8 ottobre 1997, n. 352 (Disposizioni sui beni culturali) e all'art. 127 dello stesso decreto, promosso nell'ambito di un giudizio penale, con ordinanza emessa dal Tribunale di Piacenza il 14 giugno 2001, iscritta al n. 792 del registro ordinanze 2001 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 40, 1ª serie speciale, dell'anno 2001. Visto l'atto di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri; Udito nella camera di consiglio del 13 marzo 2002 il giudice relatore Guido Neppi Modona.. Ritenuto in fatto Considerato in diritto 1. - Il Tribunale di Piacenza ha sollevato, con riferimento all'art. 76 della Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell'art. 2, comma 6, del decreto legislativo 29 ottobre 1999, n. 490 (Testo unico delle disposizioni legislative in materia di beni culturali e ambientali), in relazione all'art. 1 della legge-delega 8 ottobre 1997, n. 352 (Disposizioni sui beni culturali), e all'art. 127 dello stesso decreto. Il rimettente - premesso di procedere nei confronti di due persone imputate dei reati di cui agli artt. 110 del codice penale, 3 e 4 della legge 20 novembre 1971, n. 1062 (Norme penali sulla contraffazione od alterazione di opere d'arte), per avere, in concorso tra loro, fatto commercio o, comunque, detenuto per il commercio, opere contraffatte di vari pittori piacentini, nonché nei confronti di altra persona, imputata del reato di cui all'art. 4, numeri 1) e 2), della stessa legge, per aver autenticato le predette opere d'arte - rileva che nelle more del procedimento è intervenuto il decreto legislativo n. 490 del 1999, emanato ai sensi dell'art. 1 della legge-delega n. 352 del 1997, nel quale sono state inserite, tra le altre, sia le disposizioni della legge 1 giugno 1939, n. 1089 (Tutela delle cose di interesse artistico e storico), sia le disposizioni della legge 20 novembre 1971, n. 1062, leggi che sono state contestualmente abrogate dall'art. 166 del medesimo decreto. In particolare, pur avendo l'art. 127 del decreto legislativo n. 490 del 1999 riprodotto le disposizioni già contenute negli articoli da 3 a 7 della legge n. 1062 del 1971, l'ambito di applicazione della nuova normativa non sarebbe affatto sovrapponibile alla precedente: mentre infatti la disciplina originaria prevedeva come illecito penale la messa in commercio o la detenzione a fini commerciali ovvero l'autenticazione di qualsiasi opera di pittura, scultura o grafica contraffatta o alterata, a prescindere e indipendentemente dall'epoca in cui l'opera fosse stata realizzata o dal fatto che il suo autore fosse vivente o meno, l'art. 2, comma 6, del testo unico n. 490 del 1999, riprendendo testualmente la disposizione dell'art. 1, terzo comma, della legge n. 1089 del 1939, prevede espressamente che "non sono soggette alla disciplina di questo titolo, a norma del comma 1, lettera a), le opere di autori viventi o la cui esecuzione non risalga ad oltre cinquanta anni". Ne consegue, secondo il rimettente, che tali opere "vengono ad essere escluse dall'ambito di operatività del testo unico" e segnatamente dalla disciplina concernente le sanzioni penali, prevista dall'art. 127. Il giudice a quo ritiene che la modifica della sfera di applicazione della legge n. 1062 del 1971 sia sostanziale e quindi non autorizzata dai principi e criteri direttivi della legge-delega n. 352 del 1997, il cui art. 1, comma 2, lettera b), prevede che alle disposizioni inserite nel testo unico "devono essere apportate esclusivamente le modificazioni necessarie per il loro coordinamento formale e sostanziale, nonché per assicurare il riordino e la semplificazione dei procedimenti". La norma censurata si porrebbe quindi in contrasto con il disposto dell'art. 76 Cost. Considerato inoltre il tenore letterale delle richiamate disposizioni della disciplina dei beni culturali, il rimettente ritiene che l'art. 127 del testo unico non "possa essere interpretato in modo da estenderne l'ambito di applicazione al di là dei chiari limiti posti dal citato art. 2, comma 6". Quanto alla rilevanza della questione, il giudice a quo osserva che, qualora la disciplina censurata fosse ritenuta conforme a Costituzione, gli imputati "dovrebbero essere sicuramente assolti perché il fatto non è (piu) previsto dalla legge come reato con riferimento, quanto meno, alla stragrande maggioranza" dei falsi loro contestati. Ove, invece, la norma fosse ritenuta costituzionalmente illegittima, "occorrerebbe procedere a un approfondito esame della posizione degli imputati con riferimento a ciascuno dei quadri oggetto di contestazione". 2. - Nel giudizio è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che la questione venga dichiarata infondata. L'Avvocatura rileva che il rimettente muove da una non condivisibile interpretazione delle disposizioni censurate, la cui esatta lettura dovrebbe essere nel senso che gli illeciti concernenti le opere di autori viventi o la cui esecuzione non risalga a oltre cinquanta anni sono tuttora sanzionati penalmente ai sensi dell'art. 127 del decreto legislativo n. 490 del 1999, che in nulla avrebbe modificato la disciplina previgente. Secondo l'Avvocatura, infatti, il decreto legislativo si sarebbe limitato a riprodurre nell'art. 127 gli artt. 3 e 4 della legge n. 1062 del 1971, come peraltro confermato dall'art. 166 dello stesso testo unico che, nell'abrogare la legge n. 1062 del 1971, prevede che rimanga in vigore l'art. 9 che, nel secondo comma, fa obbligo al giudice, nei processi per contraffazione di opere d'arte moderna e contemporanea, di assumere sempre come testimone l'autore cui l'opera è attribuita, rendendo così evidente la volontà del legislatore di non escludere tali opere dalla tutela penale prevista dall'art. 127 del testo unico.1.