[pronunce]

SENTENZA ha pronunciato la seguentenel giudizio per conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato sorto a seguito della deliberazione della Camera dei deputati del 4 febbraio 2004 (Doc. IV – quater, n. 86), relativa alla insindacabilità, ai sensi dell'art. 68, primo comma, della Costituzione, delle opinioni espresse dall'on. Vittorio Sgarbi nei confronti dell'avv. Giuseppe Lucibello, promosso con ricorso del Tribunale di Milano, settima sezione penale, notificato il 2 febbraio 2005, depositato in cancelleria il 10 febbraio 2005 ed iscritto al n. 10 del registro conflitti 2005. Visto l'atto di costituzione della Camera dei deputati; udito nell'udienza pubblica del 23 gennaio 2007 il Giudice relatore Alfio Finocchiaro; udito l'avvocato Massimo Luciani per la Camera dei deputati.. Ritenuto in fatto Considerato in diritto 1. – Con ordinanza del 29 aprile 2004, il Tribunale di Milano, settima sezione penale, ha promosso conflitto di attribuzione fra poteri dello Stato, nei confronti della Camera dei deputati, in relazione alla delibera adottata il 4 febbraio 2004 (Doc. IV – quater, n. 86), con la quale – in difformità rispetto alla proposta della Giunta per le autorizzazioni – è stato dichiarato che i fatti per i quali il deputato Vittorio Sgarbi è sottoposto a procedimento penale per il reato di diffamazione nei confronti dell'avvocato Giuseppe Lucibello riguardano opinioni espresse nell'esercizio delle funzioni del deputato medesimo, ai sensi dell'art. 68, primo comma, della Costituzione. Il Tribunale espone che l'on. Sgarbi deve rispondere di diffamazione, per aver offeso, nel corso della trasmissione televisiva “Sgarbi quotidiani”, andata in onda su “Canale 5” il 17 ottobre 1996, la reputazione dell'avvocato Lucibello, affermando che «questi si sarebbe reso responsabile di abusi, poiché quale difensore di un indagato arrestato ed essendo egli stesso indagato per reati connessi, aveva la libertà, grazie all'amicizia con il dott. Di Pietro, di incontrare liberamente l'indagato in carcere, di modo che aveva la possibilità di “incontrare” Di Pietro e quindi dire a Di Pietro quello che aveva detto Pacini Battaglia e quando Pacini ha detto qualcosa che lo mette in discussione, di cambiare la versione: “sbancato, stancato”». Il Tribunale aggiunge di aver trasmesso, il 20 novembre 2003, gli atti alla Camera dei deputati ai sensi dell'art. 3, comma 4, della legge 20 giugno 2003, n. 140 (Disposizioni per l'attuazione dell'art. 68 della Costituzione nonché in materia di processi penali nei confronti delle alte cariche dello Stato), e che la Camera ha deliberato nel senso che i fatti per cui è processo concernono opinioni espresse da un membro del Parlamento nell'esercizio delle sue funzioni. Secondo il Tribunale, alla fattispecie sottoposta al suo giudizio non è applicabile l'art. 68, primo comma, della Costituzione, ed è, quindi, viziata la delibera del 4 febbraio 2004. In particolare, il ricorrente rileva che l'art. 3 della legge n. 140 del 2003 non ha innovato la portata precettiva dell'art. 68 Cost. e che le dichiarazioni rese extra moenia, che non siano divulgative di una scelta politica espressa in atti funzionali – come nella specie, dove l'imputato, conduttore di una trasmissione televisiva, ha espresso giudizi lesivi dell'onore altrui, senza alcun collegamento con l'esercizio della funzione parlamentare –, cadono al di fuori dell'ambito della prerogativa parlamentare di cui si tratta, richiamando, a conferma, la relazione di maggioranza della Giunta e l'intervento in aula del relatore per la maggioranza, secondo cui non è emerso alcun aggancio tra le critiche espresse e l'attività parlamentare dell'on. Sgarbi e nelle affermazioni di quest'ultimo rese in trasmissione non si intravede alcun contenuto politico. Nel riprendere le argomentazioni svolte in alcune sentenze della Corte costituzionale, il Tribunale sottolinea che è stato affermato il principio, secondo cui «altro è la libertà di critica della quale tutti sono titolari, altro è la prerogativa che la Costituzione, onde preservare una sfera di libertà ed autonomia della Camere, riserva ai Parlamentari nell'esercizio delle loro funzioni. Se privata del suo specifico orientamento finalistico, tale prerogativa si trasformerebbe in un inaccettabile privilegio personale a favore dei membri delle Camere» (sentenza n. 508 del 2002). Ai fini dell'insindacabilità, rileva il ricorrente, il «collegamento necessario dell'atto con le “funzioni” del Parlamento […], a prescindere dal suo contenuto comunicativo, che può essere il più vario, ma che in ogni caso deve essere tale da rappresentare esercizio in concreto delle funzioni […], anche se attuato in forma “innominata” sul piano regolamentare. Sotto questo profilo non c'è perciò una sorta di automatica equivalenza tra l'atto non previsto dai regolamenti […] e l'atto estraneo […], giacché […] deve essere accertato in concreto se esista un nesso che permetta di identificare l'atto […] come “espressione di attività parlamentare”» (sentenza n. 120 del 2004). Infine, il ricorrente si sofferma sul proprio potere di sollevare conflitto, ai sensi degli artt. 134 Cost. e 37 della legge 11 marzo 1953, n. 87, nonché sulla sussistenza dei requisiti soggettivi dello stesso. 2. – Il conflitto è stato dichiarato ammissibile con ordinanza di questa Corte n. 10 del 2005, depositata il 14 gennaio 2005. 3. – Il Tribunale di Milano ha provveduto a notificare l'ordinanza ed il ricorso introduttivo alla Camera dei deputati il 2 febbraio 2005, e ha poi depositato tali atti in data 21 febbraio 2005. 4. – La Camera dei deputati, costituitasi nel giudizio, ha eccepito la inammissibilità del ricorso, rilevando che nell'atto introduttivo non sono descritti minimamente i fatti all'origine del conflitto, con la conseguenza che non è dato conoscere il reale contenuto delle dichiarazioni attribuite al deputato Sgarbi. Ed infatti, non si comprenderebbe se nel passaggio riportato nell'atto introduttivo se ne faccia una sintesi; se le parti virgolettate siano riportate fedelmente; se le virgolette tra le quali sono comprese alcune singole parole indichino una citazione testuale o, invece, rappresentino una enfatizzazione da parte del Tribunale. Né un ausilio in tal senso potrebbe venire dalla descrizione dei fatti contenuta nella Relazione di maggioranza della Giunta per le autorizzazioni del 10 novembre 2003, che si limita a riportare il capo di imputazione. Una ulteriore ragione di inammissibilità sarebbe da ravvisare nella mancanza del petitum, in quanto nell'atto introduttivo del giudizio non v'è richiesta di annullamento della deliberazione censurata, né di pronuncia sulla spettanza al Tribunale ricorrente del potere in contestazione, ovvero sulla erroneità dell'esercizio del potere stesso da parte della Camera dei deputati.