[pronunce]

- Nel suo atto di costituzione in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, che ha concluso per l'infondatezza del ricorso, osserva, in particolare, in ordine all'art. 10, che esso è espressione della potestà legislativa concorrente in materia di coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario, disciplinata dal terzo comma dell'art. 117 della Costituzione. In quest'ottica, le norme impugnate determinerebbero i principi della materia, come si desumerebbe dall'intero disposto dell'art. 10, che al comma 5-bis (recte: alla lettera d, introduttiva del comma 5-bis dell'art. 24 del d.lgs. n. 507 del 1993) disciplina "la repressione dell'abusivismo nell'installazione di impianti pubblicitari", e prevede, al comma terzo,"il rimborso per le minori entrate derivanti dalle esenzioni previste" dalla lettera c. Quanto alle disposizioni dell'art. 27 che vengono impugnate, osserva la difesa erariale che la materia da esse disciplinata atterrebbe alla perequazione delle risorse finanziarie, rientrante nell'ambito della legislazione esclusiva dello Stato, come si evincerebbe dall'integrale lettura dell'art. 27 medesimo. 3. - In prossimità dell'udienza pubblica la Regione Basilicata ha depositato memoria illustrativa, insistendo per l'accoglimento del ricorso. In via generale, la ricorrente ribadisce che, a seguito della revisione del Titolo V della Costituzione, il ribaltamento del tradizionale criterio di riparto della potestà legislativa esclude che possa competere allo Stato la introduzione di norme di dettaglio in materie affidate alla potestà legislativa concorrente. In tal senso, dovrebbero trarsi argomenti dalla sentenza n. 282 del 2002 di questa Corte, ove è affermata la necessità di muovere non già dalla sussistenza di uno specifico titolo costituzionale di legittimazione dell'intervento regionale, quanto, al contrario, dall'indagine sulla esistenza di riserve di competenza statale. Viene altresì ricordata la sentenza n. 96 del 2003, ove, rigettandosi una censura della Regione in base al rilievo per cui la norma impugnata non era di dettaglio, sarebbe stato implicitamente affermato quanto sostenuto dalla odierna ricorrente. Né, al fine di distinguere norme di principio e di dettaglio, potrebbero recuperarsi i criteri qualificatori adottati dalla Corte anteriormente alla revisione costituzionale del Titolo V della Parte II della Costituzione. Infatti, come emergerebbe ad esempio dalla sentenza n. 171 del 1999, il carattere di principio delle disposizioni allora censurate sarebbe conseguente al collegamento ricorrente tra tali norme e le esigenze di "interesse nazionale", nozione, quest'ultima, non più richiamata dalla Costituzione, e destinata in ogni caso (ove la si potesse rinvenire implicitamente) ad operare diversamente che in passato. Nello specifico, riguardo all'art. 10, la ricorrente sostiene che le disposizioni oggi impugnate contengono solo prescrizioni di dettaglio, tenuto conto che i principi vanno colti ad un livello di maggiore astrattezza rispetto alla regola positivamente stabilita (sentenza n. 65 del 2001). A fronte di ciò, la difesa erariale si limiterebbe ad asserzioni apodittiche ed indimostrabili, circa la pretesa natura di "principi" delle norme censurate. Inoltre, lo Stato nulla avrebbe dedotto per contrastare il motivo di ricorso concernente la lesione della sfera di competenza regionale in materia di governo del territorio, nell'estesa accezione che essa avrebbe assunto nella giurisprudenza costituzionale (viene richiamata, a tale proposito, la sentenza n. 382 del 1999). In ordine all'art. 27, poi, osserva in particolare che il concetto di "perequazione", scudo dietro il quale l'Avvocatura erariale vorrebbe riparare le disposizioni censurate, può alludere solo al compito, gravante sullo Stato, di compensare le differenze che, in ragione della maggiore o minore ampiezza della base fiscale e del reddito prodotto, gravano sulle singole zone del Paese, e non anche, come preteso, alla regolamentazione in dettaglio delle singole entrate comunali. Né le norme impugnate sarebbero qualificabili come principi di "coordinamento della finanza pubblica", non possedendo, dei principi, la generalità, la struttura e la funzione, ed essendo, al contrario, esasperatamente di dettaglio. Sarebbe poi irragionevole ed in contrasto con gli artt. 3 e 5 della Costituzione, oltre che con le disposizioni del Titolo V, la scelta di dettare una disciplina uniforme, sul piano nazionale, per tutti i Comuni, in spregio dei principi fondamentali in materia, che sono quelli della sussidiarietà, della differenziazione e dell'adeguatezza, di cui all'art. 118, primo comma, della Costituzione. 4. - Con ricorso notificato il 27 febbraio e depositato l'8 marzo 2002 (r.ric. n. 23 del 2002) la Regione Emilia-Romagna ha impugnato, tra l'altro, l'art. 25 (Finanza decentrata), commi 1 e 5, della legge 28 dicembre 2001, n. 448, in riferimento all'art. 119 della Costituzione. La prima delle due disposizioni sostituisce il comma 7 dell'art. 1 del d.lgs. 28 settembre 1998, n. 360 (Istituzione di una addizionale comunale all'IRPEF, a norma dell'articolo 48, comma 10, della legge 27 dicembre 1997, n. 449, come modificato dall'articolo 1, comma 10, della legge 16 giugno 1998, n. 191), che disciplina il meccanismo di acconto e di conguaglio nella ripartizione annuale ai Comuni e alle Province, da parte del Ministero dell'interno, delle somme versate a titolo di addizionale all'IRPEF. Mentre tale calcolo era effettuato, secondo la disciplina originaria, "sulla base dei dati forniti dal Ministero delle finanze concernenti le risultanze delle dichiarazioni dei redditi e dei sostituti d'imposta presentate", per quel che riguarda gli acconti, "per l'anno precedente a quello cui si riferisce l'addizionale comunale", e, per quel che riguarda i conguagli - effettuati entro l'anno successivo a quello in cui è effettuato il versamento, mediante compensazione con le somme spettanti a titolo di acconto per l'anno successivo -, "per l'anno cui si riferisce l'addizionale comunale", con le modifiche recate dalla norma impugnata, invece, il calcolo dell'acconto è effettuato "sulla base dei dati statistici più recenti forniti dal Ministero dell'economia e delle finanze entro il 30 giugno di ciascun anno relativi ai redditi imponibili dei contribuenti aventi domicilio fiscale nei singoli Comuni. " Entro l'anno successivo a quello in cui è stato effettuato il versamento, poi, il Ministero dell'interno "provvede all'attribuzione definitiva degli importi dovuti sulla base dei dati statistici relativi all'anno precedente, forniti dal Ministero dell'economia e delle finanze entro il 30 giugno, ed effettua gli eventuali conguagli anche sulle somme dovute per l'esercizio in corso".