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Teniamo la barra a dritta e lavoriamo a testa bassa seguendo la bussola che da sempre ci guida: la voce degli italiani. I risultati arriveranno e, a quel punto, chi vive di slogan dovrà cambiare strategia perché, dal dire al fare, avremo attraversato il mare! (Applausi dal Gruppo M5S) . PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Binetti. Ne ha facoltà. BINETTI (FI-BP) . Signor Presidente, membri del Governo, colleghi, è abbastanza facile immaginare che, in un disegno di legge che tratta di tutela del lavoro e di risoluzione delle crisi aziendali, la parte più debole è rappresentata dalle persone che, a qualche titolo, sono portatori di handicap . Nel disegno di legge che stiamo trattando tali soggetti sono presi in considerazione all'articolo 8. La legge n. 68 del 1999 - tutti la ricordiamo - a proposito di norme per il diritto al lavoro dei disabili, con le successive modifiche e integrazioni, affermava in modo contundente che la stessa ha come finalità la promozione dell'inserimento e dell'integrazione lavorativa delle persone disabili nel mondo del lavoro attraverso servizi di sostegno e di collocamento mirato. Ricordiamo che in quel caso il riferimento alle persone disabili era rivolto a categorie molto precise; aveva un carattere restrittivo e poneva degli obblighi alle aziende che potevano essere facilmente elusi, tanto che, quando il decreto legislativo n. 185 del 2016, modificando il comma 4 dell'articolo 15 della legge precedente, inasprisce le sanzioni per il mancato adempimento dell'obbligo di assunzione di persone disabili, fa riferimento al fatto che la multa da pagare risultava, tutto sommato, più agevole per le aziende che non il farsi carico di un inserimento professionale mirato delle persone con disabilità. Successivamente, abbiamo elaborato un concetto molto più ampio e più profondo. Il lavoro che si riferisce alle persone con disabilità rappresenta un diritto e non un segno - per così dire - di benevolenza da parte del sistema nei confronti di categorie più svantaggiate. Stiamo cercando di difendere e tutelare un diritto che appartiene loro proprio in base all'articolo 3 della nostra Costituzione, che non solo non tollera discriminazioni di sorta, ma impone anche al Governo di rimuovere gli ostacoli. Detto questo, sorprende come l'articolo 8 dell'attuale disegno di legge - quello che fa riferimento alla creazione di un fondo per i disabili - trasformi quello che nel primo decreto-legge era in qualche modo un segno di attenzione a una categoria; quello che nel secondo decreto-legge rappresentava una sanzione - per così dire - inasprita rispetto alle aziende che non si facevano carico di quelle persone. E nell'attuale disegno di legge in buona sostanza si dice di creare, attraverso un'operazione di fundraising un fondo con il quale pagare le persone con disabilità che saranno assunte. Per chi conosce la complessità del mondo delle famiglie in cui vivono le persone con disabilità e la sensibilità sociale che, a volte, si costruisce attorno ad associazioni che fanno riferimento ai loro bisogni, è come dire di mettere nelle condizioni di costruire il fondo per pagare gli stipendi a dette persone, tornando indietro di molti anni a quella visione di beneficenza - il cui valore non viene meno - che sposta il tema dal diritto riconosciuto anche dal documento dell'ONU, che tutti noi abbiamo saputo e voluto apprezzare nella famosa Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo. E non mi riferisco solo alla sua versione iniziale del 1948, ma anche a quella del 13 dicembre del 2006, in cui si parla proprio della Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità. Noi abbiamo spostato il tema. L'articolo 8 ha la grave colpa di cancellare una acquisizione di coscienza e competenza che guardava ai disabili e al loro rapporto con il lavoro come diritto. Il fatto è che si subordina un fondo alla benevolenza generale. La legge parla, addirittura, di solidarietà e rimette in carico al privato, sotto forma di solidarietà, quello che lo Stato, in prima persona, non è in grado di fare. Questo è un ritorno indietro di decenni. Noi siamo totalmente abituati alla grande nascita di associazioni, peraltro quasi tutte di stampo cattolico e, peraltro, molte legate a famiglie religiose di antichissima provenienza, soprattutto collocate in grandissime case agli inizi del 900. Questo, però, che è un gesto di benevolenza, non sostituisce un dovere dello Stato davanti a un diritto della persona con disabilità. Il fondo in questione, che rimanda alla solidarietà - mi sia permesso dirlo - può avere quella velleitarietà analoga a quelli di coloro che pretendono di pagare la nuova manovra, a cui stiamo andando incontro con la legge di bilancio, attraverso il recupero dagli evasori. E la stessa Europa, in una lettera, ci dice che quella con cui volete fronteggiare tutti i costi della fiscalità generale in questi giorni non sembra una entrata proprio certa. In questo caso, legare il diritto al lavoro delle persone con disabilità a questa presunta solidarietà, che va benissimo ma appartiene alla liberalità delle persone e che non posso mettere a bilancio, rappresenta davvero una grande umiliazione. Senza nulla togliere al principio di beneficenza, che rappresenta - comunque - uno dei cardini anche nella visione bioetica, questo, però, svuota il concetto di diritto e lo rimanda a una società solidale, la quale si è sentita umiliata e defraudata di diritti che le erano propri. Su questo punto - a mio avviso - il Governo dovrà fare una seria riflessione perché tutto il mondo della disabilità è profondamente ferito, umiliato e dispiaciuto e - lasciatemelo dire - anche sul piede di guerra. (Applausi dal Gruppo FI-BP e del senatore Romeo) . PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Crucioli. Ne ha facoltà. CRUCIOLI (M5S) . Signor Presidente, sono molto contento del provvedimento che ci accingiamo a votare per la conversione del decreto-legge che reca tutela del lavoro e risoluzione delle crisi aziendali. Sono contento per quello che contiene, per quello che non è previsto e per i princìpi che afferma; princìpi che mettono un freno al ricatto del cottimo e contemperano le tutele del lavoro e quelle dell'ambiente e della salute umana. In particolare, per quanto riguarda il freno al ricatto del cottimo, la norma mi fa venire in mente un film del 1971, ancora attualissimo, dal titolo «La classe operaia va in paradiso», nel quale un grandissimo Gian Maria Volontè interpreta un operaio ben visto dai suoi datori di lavoro perché si trova bene a lavorare col cottimo; e questo perché, con i ritmi forsennati che riesce a imprimere alla sua produzione, riesce a mantenere le sue due famiglie. E tutto questo va avanti finché, per mantenere il ritmo indiavolato della produzione, che piace sia a lui che ai datori di lavoro, egli perde due dita per un'imprudenza, in quanto cerca di disinceppare il macchinario cui è adibito. Da quel momento si rende conto del ricatto e dell'alienazione cui era stato sottoposto in catena di montaggio e, quindi, della ingiustizia perpetrata nei suoi confronti. Dico che questo film è attuale perché i meccanismi di incentivazione sottesi all'istituto del cottimo sono i medesimi che ritroviamo in nuovi lavori e nelle nuove tecnologie che controllano, appunto, la tempistica della produzione.