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Riforma della disciplina legislativa sulla cooperazione internazionale allo sviluppo. Onorevoli Senatori. -- Il disegno di legge ha l'obiettivo di modernizzare la disciplina della cooperazione internazionale allo sviluppo dell'Italia, adeguandola al mutato scenario e alle sfide globali che il nostro Paese è chiamato responsabilmente ad affrontare, L'attuale disciplina della cooperazione allo sviluppo risale al 1987 e da quindici anni le aule parlamentari stanno esaminando diverse proposte di riforma. Negli ultimi anni i vari progetti di riforma hanno delineato un'architettura istituzionale che ha rafforzato l'autonomia e l'indipendenza strategica e operativa della cooperazione allo sviluppo, come politica pubblica autonoma, integrale e centrale tra le politiche pubbliche del nostro Paese definendone l'identità nel mondo. L'esigenza di una riforma della disciplina è resa evidente anche dai risultati della cooperazione italiana così come sono presentati nei rapporti OCSE/DAC, nei quali la cooperazione italiana figura con scarsa valutazione e trasparenza, risorse poco programmabili nel medio periodo, limitato coordinamento interministeriale tra i differenti attori, poca autonomia nelle decisioni locali, uno scarso sviluppo di competenze dedicate a livello di dirigenza, con procedure lunghe e troppo lente per poter rispondere efficacemente alle emergenze. Il risultato complessivo di questi limiti gestionali e strategici è stato un ripiegamento autoreferenziale della cooperazione internazionale pubblica dell'Italia, che non ha potuto più dialogare con il Paese e non ha saputo intercettare i mutamenti globali più rilevanti. L'elemento più negativo di questo ripiegamento autoreferenziale è stato il disinvestimento quantitativo che la politica di cooperazione internazionale italiana subisce già dalla metà degli anni '90, periodo che coincide con l'inizio da parte del Parlamento dell'esame delle prime proposte di legge di riforma. Il disinvestimento si è accelerato negli ultimi quattro anni, portando la cooperazione sulla soglia della dismissione, negli ultimi posti della classifica OCSE/DAC e con arretrati verso organizzazioni internazionali per centinaia di milioni di euro. Solo quest'anno, per effetto della legge di stabilità del Governo Monti si è registrato un nuovo incremento, ma il percorso per la messa in efficienza e l'adeguamento del nostro sistema richiede un impegno di lungo periodo. Il motivo di questa crisi è attribuibile anche all'impianto istituzionale. Nei venticinque anni trascorsi dall'approvazione della normativa di cooperazione allo sviluppo, il «sistema Italia» pubblico e privato della cooperazione internazionale è diventato più complesso e denso. Sono aumentati i legami e partenariati di cooperazione internazionale tra territori, città ed associazioni. Tutto il complesso delle relazioni di cooperazione si è moltiplicato e «democratizzato», nel senso che gli interventi di cooperazione non sono più monopolio della politica estera degli Stati; anzi, la cooperazione dell'Italia è presente in molte aree dove non opera quella statale. Con la vecchia normativa, questo processo di democratizzazione ha generato però difficoltà di coordinamento, frammentazione e contraddizioni. La risposta a questi percepiti malfunzionamenti non è un nuovo centralismo che limiti le competenze, perché rischierebbe di perdersi una ricchezza. Si tratta invece di disegnare un assetto che permetta un coordinamento e una concertazione condivisa, con una cabina di regia forte, sovraordinata, che si muove secondo le ragioni della cooperazione internazionale e raccoglie e convoca gli altri attori pubblici e privati di cooperazione del «sistema Italia». Il disegno di legge tiene conto delle esperienze apprese a livello di Paesi OCSE, dei partner europei e dell'innovazione apportata dall'ultimo esecutivo con la nomina di un Ministro per la cooperazione internazionale delegato dal Presidente del Consiglio. L'assetto proposto si fonda sull'assunto che la cooperazione internazionale dell'Italia è politica autonoma e centrale tra le politiche pubbliche del nostro Paese. In virtù di questa sua promozione a politica sovraordinata nelle relazioni esterne dell'Italia con i Paesi partner , i suoi obiettivi, princìpi e ragioni possono influenzare e ridisegnare politiche pubbliche che hanno un impatto sui Paesi in via di sviluppo per realizzare la coerenza delle politiche. I pilastri di questo sistema istituzionale, che rendono la proposta distintiva rispetto a quando delineato fino alla scorsa legislatura, sono: la nomina di un Ministro delegato per la cooperazione internazionale presso la Presidenza del Consiglio dei ministri, dove si istituisce il Dipartimento per la cooperazione. Il Ministro esercita il controllo e la vigilanza sull’Agenzia per la cooperazione internazionale. In questo modo si recepiscono le migliori pratiche dei Paesi OCSE, capitalizzando l'esperienza acquisita con l’esecutivo Monti. I Paesi che hanno un Ministro per la cooperazione internazionale che siede sempre in Consiglio dei ministri hanno stanziamenti di cooperazione maggiori e più stabili e una gestione degli interventi migliore. Per il suo carattere inter-istituzionale con relazioni diffuse tra più Dicasteri, la cooperazione internazionale e il suo coordinamento sono competenza del Presidente del Consiglio. Questo permette di realizzare la coerenza delle politiche così come definita a livello OCSE e dell'Unione europea, disegnando le politiche esterne dell'Italia per massimizzare l'impatto sulla povertà. Oltre a dare carattere autonomo e sovraordinato alla cooperazione internazionale tra le altre politiche pubbliche, questo assetto, con i pilastri del Dipartimento e dell'Agenzia, ha anche l'obiettivo di creare e sostenere competenze professionali nella cooperazione internazionale, sviluppando un team di professionisti cui vengono date responsabilità dirigenziali ed un percorso di sviluppo professionale. La proposta si realizza a costo zero attraverso la razionalizzazione e l’ammodernamento delle strutture esistenti. Altri elementi innovati sono costituiti: 1) dalla creazione dell'Istituto per la cooperazione internazionale che, riaggiornando la missione dell'Istituto agronomico per l'oltremare, opera per la promozione della ricerca e della cultura della cooperazione internazionale; 2) dalla istituzione, presso il Dipartimento, di un'unità indipendente per la valutazione dell'impatto e della coerenza delle politiche di cooperazione allo sviluppo e dei suoi risultati. Per quanta riguarda l'Istituto, si tratta di modernizzare un ente di cui già si avvale la Direzione generale per la cooperazione allo sviluppo per implementare programmi agronomici. Nella versione aggiornata, esso dovrebbe svolgere una funzione di raccordo tra le varie università italiane impegnate nella ricerca sui temi di cooperazione internazionale, allo scopo di contribuire con risposte nazionali originali al dibattito europeo e in sede ONU. L'unità di valutazione ha l'obiettivo di assicurare la massima efficacia e pubblicità all'investimento pubblico di cooperazione internazionale e la coerenza delle politiche affinché la programmazione e l'ideazione degli interventi trovino rispondenza nei risultati conseguiti. Infine, rispetto agli interventi di emergenza e di aiuto umanitario, il disegno di legge punta a recepire la buona pratica dell'Ufficio per le emergenze umanitarie della Commissione europea e riconosce, in linea con l'articolo 214 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea, la necessaria imparzialità, neutralità e indipendenza dell'azione umanitaria, oltre a prevedere procedure accelerate per la realizzazione degli interventi.