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Come potrei, infatti, attestare l'essere "egregio" (da " ex grege ", cioè fuori dal gregge) di chi affida a questo Governo, o a chi per esso la prende in carico, una qualsiasi materia delicata come tutte quelle che arrivano in quest'Aula, che un tempo trattavamo, come dovere del Parlamento? Dico un tempo, perché la pioggia di questioni di fiducia dimostra che non aveva torto Mark Twain, quando asseriva che, se votare facesse qualche differenza, non ce lo farebbero fare. Infatti, il Governo dei migliori non ce lo fa fare, se non su temi su cui, non reputando pericoloso l'esercizio del pensiero, la discussione e la scelta, per salvare le apparenze, ci consente di svolgere interamente l'attività propria di quest'Assemblea e poi di votare. È per salvare le apparenze, appunto, per dare un po' di corpo a quell'ectoplasma di democrazia parlamentare che ancora si aggira fra questi banchi, che siamo chiamati qui oggi a votare la delega al Governo e altre disposizioni in tema di spettacolo, pur sapendo ormai per esperienza, consolidata da oltre un anno di attività dell'Esecutivo Draghi, che è impossibile delegare a questo Governo alcunché in buona fede, sperando che sia in grado - prima ancora che intenzionato - di agire nell'interesse della comunità, meno che meno nel post pandemia. Desidero tuttavia accompagnare la dichiarazione di voto del Gruppo CAL, che avete intuito a questo punto essere contrario, con qualche riflessione a largo raggio. In effetti, colleghi, riprendo con qualche esitazione la parola in quest'Aula, se escludiamo i question time e gli interventi di fine seduta, dopo molti mesi di silenzio. L'ultimo mio intervento era stato l'elogio funebre del Ministero per i beni e le attività culturali, che, ben lontano dall'essere oggetto di un mero cambio di denominazione, nell'occasione è stato invece annientato su iniziativa di questo Esecutivo, ma con il consenso disinformato del Parlamento, a favore della nascita del Golem definito Ministero della cultura, funzionale esclusivamente a completare lo smembramento e l'alienazione a privati del patrimonio culturale pubblico, quello che rende ovviamente, e a gettare via il resto, perseguita dal ministro Franceschini, prima sicarius e poi fossator del glorioso Mibac, in ciascuno dei suoi plurimi mandati al Collegio Romano. Presidenza del vice presidente CALDEROLI (ore 18,27) ( Segue CORRADO). Per non riaprire questa pagina dolorosa mi sono astenuta dal prendere la parola anche la settimana scorsa, quando in quest'Aula il Teatro Regio di Parma è stato riconosciuto monumento nazionale. Naturalmente abbiamo votato anche noi a favore della lodevole iniziativa promossa e portata avanti con determinazione dalla senatrice Saponara. Avrei voluto sottolineare in quell'occasione l'incoerenza tra la decretata apoteosi del contenitore, in sé condivisibile - lo ripeto - e anzi motivo di orgoglio per tutti gli italiani, e l'indifferenza, per non dire l'accanimento, nei confronti del contenuto da parte del Ministero, che purtroppo ha competenza anche su quello, ovvero sui lavoratori dello spettacolo e sul pubblico che ne fruisce, accomunati dall'essere ridotti entrambi a clienti, anche qui in senso etimologico (cito dal dizionario Treccani: «Nell'antica Roma chi, pur godendo dello stato di libertà, si trovava tuttavia in rapporto di dipendenza da un cittadino potente (patrono), dal quale riceveva protezione»). Come dicevo, sono stati ridotti entrambi a clienti, anziché riconoscere agli uni la dignità di corpo vivo dell'istituto e agli altri quella di fruitori consapevoli di un contenuto culturale. E badate che parlo di contenuto e non di prodotto, perché la pervasività del gergo mercantile nel linguaggio corrente è tale da renderlo più infestante del gergo bellico e di quello sportivo e i pensieri - si sa - sono elaborati in relazione agli strumenti, le parole, dei quali ciascuno dispone. Ho detto che purtroppo il Dicastero al quale spettano la conservazione e la valorizzazione di uno storico edificio per spettacoli come il Teatro Regio di Parma e, al contempo, spetta occuparsi dei professionisti che detti spettacoli realizzano, offrendoli poi al pubblico, è il medesimo; purtroppo, lo ripeto ancora, perché l'incapacità di realizzare le previsioni dell'articolo 9 della Costituzione, ragione stessa dell'esistenza del Ministero (che oggi è della cultura), si apprezza - si fa per dire - sia sul piano della tutela e conseguente valorizzazione a fini culturali del patrimonio storico-artistico, archeologico e paesaggistico, sia sul piano della regolamentazione e promozione delle attività culturali, che da quello dovrebbero attingere materia e slancio per una nuova creazione. Non pretendo che mi crediate per fede, tanto più che la distorsione della realtà nel settore cultura in Italia, anzi il suo ribaltamento, affidata alla voce dei media compiacenti dura ormai da quasi un decennio. Sono i fatti a parlare e a dirci che affidare a questo Governo un intervento nel settore dello spettacolo significa sfidare la sorte, sapendo in partenza di uscire perdenti. Mi spiego, accennando brevemente alle quattrodici fondazioni lirico-sinfoniche. Da membro effettivo della 7 a Commissione, in questa legislatura, sulla base delle segnalazioni che noi tutti riceviamo dall'esterno e che, una volta verificate, trasformiamo in atti, ho promosso ben tre interrogazioni sulla Fondazione Teatro Regio di Torino. Rosanna Purchia, sponsorizzata da quello che la stampa ha definito - senza essere smentita, badate - il vero decisore del Ministero della cultura, persino oltre il limite temporale della proroga dell'incarico conferitole (tutt'altro che gratuito, peraltro), durante il suo commissariamento, ha inanellato una serie di irregolarità amministrative, arrivando a modificare lo statuto e a creare figure dirigenziali ex novo, in spregio alla normativa di settore. Un'altra interrogazione chiamava in causa il Teatro San Carlo di Napoli e l'Arena di Verona, da dove appena qualche giorno fa è arrivato a tutti noi un documento sulla situazione dei lavoratori aggiunti di Fondazione Arena di Verona, perché il problema fondamentale, al di là delle ovvie differenze che caso per caso si palesano, è la progressiva e sistematica riduzione dei diritti dei lavoratori, costretti persino a rinunciare ai contenziosi presenti e futuri nei confronti dell'ente, pur di ottenere il successivo di una serie di contratti che sono altrettante dichiarazioni di resa incondizionata, altrettante briciole e, tecnicamente, sono estorsioni contrattuali. Eppure i danzatori, i musicisti, i cantanti, le masse artistiche sono essi stessi parte rilevante e, anzi, preponderante di quel patrimonio culturale che il Ministero dovrebbe tutelare; sono i custodi della nostra tradizione e gli artefici di quella sua riproposizione fedele e felice che assicurerebbe alla nostra memoria di avere un futuro, se solo volessimo. Invece no.