[pronunce]

1993 e 1994), relativa ad alcuni immobili posseduti nel territorio del Comune di Locate Triulzi e destinati a provvedere ad esigenze di edilizia residenziale pubblica, la Corte suprema di cassazione, con ordinanza depositata lo stesso 21 aprile 2010 (r.o. n. 253 del 2010), ha sollevato questioni di legittimità identiche - sia quanto all'oggetto che in ordine ai parametri - a quelle sollevate nel giudizio r.o. n. 196 del 2010; che il giudice rimettente precisa, in punto di fatto, che: a) la Commissione tributaria regionale aveva escluso la spettanza dell'esenzione dall'ICI per le unità immobiliari «in quanto non destinate a finalità istituzionali dirette del Comune appellante, le cui funzioni [...] erano soltanto quelle di regolare l'assegnazione degli alloggi, senza obbligo, per lo stesso Comune di realizzare gli alloggi stessi»; b) il Comune di Milano ha chiesto la cassazione della sentenza impugnata sulla base di sei motivi, censurandola, con i primi cinque, per la «operata differenziazione fra costruzione e assegnazione degli alloggi», con il sesto, per violazione dell'art. 7, comma 1, lettera a), del d.lgs. n. 504 del 1992, «in relazione all'art. 8 comma 4 del D. Lgs. 504/92 e 12 delle preleggi», in quanto erroneamente ritenuto non applicabile ad immobili di proprietà di un ente pubblico territoriale e destinati all'assolvimento «di compiti istituzionali di natura pubblicistica di interesse collettivo»; c) «tale argomentazione» ha portato il Comune di Milano «ad eccepire, in via incidentale, la illegittimità costituzionale dell'art. 7 comma 1 del D. Lgs. 504/92, unitamente all'art. 4, comma 7 della legge delega 421/92, in relazione agli artt. 2, 3 primo e secondo comma, 31, 38 e 97 Cost., nella parte in cui non prevedono esenzioni e agevolazioni dall'ICI sugli immobili posseduti dai Comuni al di fuori del proprio territorio e destinati ad Edilizia Residenziale Pubblica» d) il Comune di Locate Triulzi non si è costituito; che il rimettente ritiene «l'eccezione» del Comune di Milano «rilevante e non manifestamente infondata, in relazione agli artt. 2, 3, 38 della Costituzione»; che, quanto alla non manifesta infondatezza delle questioni, il giudice a quo svolge argomentazioni identiche a quelle esposte nell'ordinanza introduttiva del giudizio r.o. n. 196 del 2010; che anche in questo giudizio è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che le questioni sollevate siano dichiarate inammissibili «e/o» non fondate; che, secondo la difesa erariale - le cui deduzioni coincidono solo in parte con quelle presentate nel giudizio r.o. n. 196 del 2010 - l'inammissibilità deriverebbe: a) quanto alle questioni sollevate in riferimento agli artt. 2 e 38 Cost., dal difetto di motivazione in ordine alla violazione dei parametri evocati; b) quanto alla questione sollevata in riferimento all'art. 3 Cost., parimenti, dal difetto di motivazione in ordine alla non manifesta infondatezza, perché il rimettente costruisce la questione sull'identità tra la situazione degli IACP e quella dei comuni - quando operano nel settore dell'edilizia residenziale pubblica - e sulla coincidenza tra il concetto di compito istituzionale e quello di pubblico servizio, affermazioni che non motiva; c) quanto a tutte le questioni sollevate: c.1) dal fatto che il rimettente chiede alla Corte costituzionale «una pronuncia additiva la quale operi in sostanza come una vera e propria modifica normativa»; c.2) dal fatto che, in presenza di «pronunce discordanti [...] della Corte di cassazione», il rimettente ha omesso di ricercare un'interpretazione costituzionalmente orientata della disposizione censurata, intendendola nel senso che tra gli immobili posseduti dai comuni «destinati esclusivamente ai compiti istituzionali» sono compresi anche gli immobili comunali destinati a edilizia residenziale pubblica; che l'infondatezza della questione sollevata in riferimento all'art. 3 Cost. deriverebbe, secondo l'Avvocatura generale dello Stato, dalla diversità delle situazioni poste a raffronto dal rimettente, resa palese: a) dal fatto che, mentre la realizzazione di interventi di edilizia agevolata costituisce il fine istituzionale degli IACP, l'assegnazione e la gestione di alloggi di edilizia residenziale pubblica da parte dei comuni è frutto di una scelta amministrativa che, «pur attuata nel campo dei "servizi pubblici", non costituisce un "fine istituzionale"» - cioè un fine «non solo diretto ma anche necessario dell'attività dell'Ente», il cui perseguimento «rientra nel potere-dovere del Comune che è dunque vincolato» - ma solo un fine generale, «di natura discrezionale, ovviamente consentit[o], ma non obbligatorio»; b) mentre il Comune è un ente territoriale «dotato di confini propri entro i quali può realizzare i propri fini non direttamente istituzionali», gli IACP, in quanto enti non territoriali, «nella realizzazione del proprio fine istituzionale, devono operare sul territorio di altri Enti territoriali»; che, pertanto, non è irragionevole che, in relazione ad una attività che non può «qualificarsi sic et simpliciter come rientrante nei "fini istituzionali"», il Comune sia soggetto all'ICI, al pari di altri soggetti per i quali le medesime attività non sono inquadrabili nelle finalità istituzionali, come pure che, in tali casi, non si pervenga «a depauperare le entrate del Comune ospitante», consentendo, al contempo, «al Comune ospite di continuare a fruire dei servizi e delle attività gestionali comunali senza pagarle»; che, in prossimità della data fissata per la discussione in udienza pubblica, il Presidente del Consiglio dei ministri ha depositato, in entrambi i giudizi, delle memorie illustrative, di analogo contenuto, con le quali rinnova la richiesta che le questioni siano dichiarate inammissibili «e/o» infondate; che la difesa dello Stato, nel ribadire quanto scritto nel proprio atto di intervento, svolge alcune considerazioni in ordine alle deduzioni del Comune di Milano, evidenziando, in particolare che: a) tra l'art. 25 del d.P.R. n. 643 del 1972 e la disposizione censurata non vi è «quella ontologica differenza adombrata da controparte, tale per cui solo nel primo caso condizione per ottenere l'esenzione era che l'immobile fosse utilizzato direttamente dall'Ente proprietario per i suoi fini istituzionali»; b) l'accoglimento delle questioni, da un canto, comporterebbe la riduzione del gettito dell'ICI per il Comune nel cui territorio si trova l'immobile, dall'altro, consentirebbe «al Comune ospite di continuare a fruire dei servizi e delle attività gestionali comunali senza pagarle», effetti entrambi irragionevoli «considerato che nulla osta a che ogni Comune realizzi le proprie esigenze abitative entro i propri confini»;