[pronunce]

Se la legge avesse diversamente disposto, “pagando” l'indennità di buonuscita immediatamente al 28 febbraio 1998, vi sarebbe stata interruzione del rapporto di lavoro e costituzione ex novo di una posizione giuridica ed economica con decorrenza 1° marzo 1998, con grave danno per i lavoratori ai fini stipendiali. Viceversa, assicurando la progressione economica, si sono voluti garantire la storicità del rapporto di lavoro ed i conseguenti effetti retributivi in itinere.1. — Il Tribunale di Roma, con due ordinanze di identico contenuto, ha sollevato questione di legittimità costituzionale, in riferimento agli artt. 3 e 36 Cost., dell'art. 53, comma 6, della legge 27 dicembre 1997, n. 449 (Misure per la stabilizzazione della finanza pubblica), «nella parte in cui non prevede alcuna forma di indicizzazione o adeguamento monetario per l'indennità di buonuscita maturata dai dipendenti dell'ente poste italiane alla data di trasformazione dell'ente in società per azioni per il periodo corrente tra detta data e la cessazione del rapporto». Secondo il remittente la disposizione censurata, nello stabilire che la quota spettante a titolo di buonuscita sia corrisposta ai lavoratori suddetti nella misura maturata alla data di trasformazione dell'ente in società per azioni – e cioè al 28 febbraio 1998 – quale che sia, per ciascuno, la data di cessazione del rapporto, dà luogo a una ingiustificata disparità di trattamento tra i dipendenti della società Poste italiane e gli altri lavoratori privati, nonché, all'interno della stessa categoria dei dipendenti postali, a seconda del tempo trascorso tra la suindicata data di trasformazione del datore di lavoro e quella di cessazione del rapporto. La disposizione, ad avviso del Tribunale di Roma, contrasta inoltre con l'art. 36 Cost., in quanto non tiene conto del fatto che la buonuscita – avendo carattere di retribuzione differita – deve godere delle garanzie previste dall'ordinamento per i crediti retributivi e deve avere, quindi, i caratteri della proporzionalità rispetto al lavoro prestato e della sufficienza riguardo ai bisogni del lavoratore nel momento in cui viene effettivamente percepita. Il distacco temporale tra il momento della determinazione e quello della erogazione – che può essere anche di molti anni – in mancanza della previsione di un qualsiasi meccanismo di rivalutazione, non assicura alla buonuscita i suddetti caratteri. 2.— In via preliminare, deve essere disposta la riunione dei giudizi aventi ad oggetto la medesima questione. Sulla sua ammissibilità non possono nutrirsi dubbi, dal momento che essa è stata proposta in termini univoci e non ambigui e perplessi come era avvenuto nel giudizio avente ad oggetto la stessa disposizione, definito con l'ordinanza n. 185 del 2006. 3. — Nel merito, la questione – da intendere circoscritta soltanto alla lettera a) del comma 6, dell'art. 53 – non è fondata con riguardo a tutti i profili sotto i quali è stata sollevata. Non può aversi riguardo alla disciplina del trattamento di fine rapporto stabilita per la generalità dei lavoratori privati, al fine di dedurre che quello riservato ai dipendenti delle Poste in servizio alla data del 28 febbraio 1998 è ingiustificatamente deteriore. La trasformazione del rapporto di lavoro da pubblico a privato e la correlativa distinzione del trattamento globale in due elementi, regolati da norme diverse, connotano la condizione dei suddetti lavoratori postali, ma sono estranee a quella di coloro che hanno prestato la propria opera esclusivamente in regime di rapporto lavorativo privato. Il lamentato contrasto con l'art. 3 Cost. – denunciato con riguardo a disparità di trattamento in relazione ai diversi tempi di cessazione dei rapporti di lavoro e quindi di percezione dell'emolumento in oggetto – non sussiste neppure all'interno della disciplina propria dei lavoratori postali. Infatti, anche trascurando il rilievo che il decorso del tempo e le differenze di momenti in cui accadono i fatti giuridici possono giustificare diversità di disciplina, si può osservare che il periodo intercorrente tra la determinazione della buonuscita e il pagamento del t.f.r. sarà tanto più lungo quanto minore sarà l'incidenza della prima sull'entità globale del trattamento erogato alla cessazione del rapporto di lavoro. Neanche sussiste violazione dell'art. 36 della Costituzione. La tesi del remittente, nella parte in cui assume la natura di retribuzione differita di tutti i trattamenti di fine rapporto quale che sia l'ente erogatore e la denominazione di ciascuno di essi, è conforme ai principi più volte affermati da questa Corte (sentenze n. 401 del 1993, n. 195 del 1999 e n. 459 del 2000) e va, quindi, condivisa. Parimenti corretto è l'assunto secondo il quale ai crediti per i trattamenti di fine rapporto, attesa la loro natura, si estende la particolare tutela di cui all'art. 36 Cost. con la salvaguardia del potere di acquisto secondo idonee – anche se non identiche – discipline. Tutto ciò, però, non conduce all'affermazione dell'illegittimità della disposizione censurata. Si rileva, infatti, anzitutto che questa Corte ha ritenuto che il rispetto dell'art. 36 Cost. – in ipotesi, come quella ricorrente nella specie, di un trattamento globale costituito da più componenti (indennità di buonuscita determinata secondo la disposizione censurata e trattamento di fine rapporto disciplinato dall'art. 2120 cod. civ. ) – deve essere valutato non con riguardo a ciascuna di queste, bensì alla totalità dell'emolumento (v. per tutte: sentenze n. 164 del 1994, n. 15 del 1995, n. 470 del 2002 e n. 87 del 2003). Alla stregua di tale principio, si deve ribadire che la buonuscita è uno degli elementi del trattamento globale spettante ai lavoratori postali con pregresso periodo di svolgimento del rapporto in regime di pubblico impiego e che l'entità della sua svalutazione – in misura, come si è detto, verosimilmente parametrata alla durata del periodo intercorrente tra la data della sua determinazione (28 febbraio 1998) e quella di cessazione del rapporto per ciascun lavoratore – è inversamente proporzionale alla misura dell'incidenza sul trattamento globale della quota di buonuscita rispetto a quella che si matura in regime di rapporto privato. Tuttavia, ciò che più conta è che la disposizione censurata deve essere valutata nell'ambito di tutta la normativa che ha regolato la trasformazione dell'azienda postale, dapprima nell'ente poste e poi in società per azioni, e di quella correlativa del rapporto di lavoro del personale (decreto-legge 1° dicembre 1993, n. 487, recante “Trasformazione dell'Amministrazione delle poste e delle telecomunicazioni in ente pubblico economico e riorganizzazione del Ministero”, convertito, con modificazioni, nella legge 29 gennaio 1994, n. 71; art. 2, comma 27, della legge 23 dicembre 1996, n. 662 recante “Misure di razionalizzazione della finanza pubblica”; legge n. 449 del 1997 di cui si discute).