[pronunce]

Ad avviso della difesa erariale, la questione risulterebbe infondata già nella premessa, relativa alla pretesa identità di funzione e di ratio tra l'art. 136 del testo unico bancario e l'originario art. 2624 cod. civ. Infatti, l'assunto non terrebbe adeguatamente conto della genesi storica del divieto relativo agli esponenti bancari, il quale — risalendo, ancorché per particolari categorie di banche, a leggi del 1888 e del 1898 — è di gran lunga anteriore a quello concernente gli esponenti di società in genere, introdotto soltanto con il regio decreto-legge 30 ottobre 1930, n. 1459 (Disposizioni penali in materia di società commerciali), convertito, con modificazioni, in legge 4 giugno 1931, n. 660. Unicamente in rapporto all'attività bancaria, e non anche per quella commerciale in genere, potrebbe d'altra parte configurarsi, alla luce dell'art. 47 Cost., un diretto rilievo costituzionale degli interessi coinvolti nell'esercizio dell'impresa, la quale — nel caso della banca — si esplica “naturaliter” nei confronti di una massa di soggetti (depositanti-risparmiatori) che, a differenza dei soci, non hanno modo di conoscere e di sindacare l'attività degli esponenti bancari; e che, quindi, risultano meritevoli di una particolare tutela. Un'operazione di prestito in favore di chi svolge funzioni di amministrazione, direzione o controllo della banca, coinvolgerebbe le disponibilità fornite dalla clientela: con il rischio di pregiudicare interessi che trascendono la compagine dei soci (e dunque della banca) per investire, con la trasparenza e la correttezza del sistema bancario, l'affidamento riposto in esso dalla collettività, e quindi, in definitiva, l'economia del Paese. Le due disposizioni considerate presentavano, inoltre, divergenze strutturali non trascurabili, specie sotto il profilo della tipologia degli atti vietati (limitata ai prestiti e alle garanzie nell'art. 2624 cod. civ. , ed onnicomprensiva, invece, nell'art. 136 del testo unico bancario): così che non si scorgerebbe ragione per la quale la mancata riproposizione, tra i reati societari, dell'ipotesi di cui all'abrogato art. 2624 cod. civ. avrebbe dovuto necessariamente comportare — ai fini del rispetto dell'art. 3 Cost. — la caducazione della fattispecie della norma bancaria, di diversa ampiezza e strutturazione, in quanto rispondente a differenti esigenze ed a finalità di rilievo anche costituzionale. Da ultimo, non sarebbe neppure condivisibile la tesi del rimettente circa l'asserita «soluzione di continuità» tra l'originario art. 2624 cod. civ. ed il vigente art. 2634 dello stesso codice, dovendo ritenersi che la nuova fattispecie dell'«infedeltà patrimoniale» compendi «una serie di ipotesi sintomatiche dell'esistenza di un conflitto d'interessi»: conflitto che — alla stregua di una non arbitraria (e dunque insindacabile) valutazione del legislatore — risulterebbe quindi tuttora legittimamente sanzionato dall'art. 136 del testo unico bancario, per il rilievo delle ripercussioni sulla credibilità ed onorabilità delle banche, oltre che sulla fiducia dei risparmiatori. 3.1. — Nel giudizio di costituzionalità si è costituita, altresì, la Banca Popolare di Vicenza s.c. a r.l. — parte del giudizio a quo quale responsabile civile — instando per l'accoglimento della questione. La parte privata ritiene pienamente condivisibile l'assunto del giudice a quo, secondo cui, nel panorama normativo anteriore, l'art. 136 del d.lgs. n. 385 del 1993 si configurava quale «norma speciale e di favore» rispetto all'art. 2624 cod. civ. Tale disciplina speciale risultava giustificata — per comune consenso — dalla particolare attività svolta dall'ente creditizio, alla quale fisiologicamente accede la concessione di mutui e, amplius, l'assunzione di obbligazioni: onde l'applicazione agli esponenti bancari del divieto assoluto, di cui all'art. 2624 cod. civ. , si sarebbe risolta in una irragionevole limitazione della possibilità di accedere persino a contratti di mutuo a condizioni “standard” offerte alla normale clientela, costringendo in pratica detti esponenti a rivolgersi alla concorrenza. Le fattispecie criminose delineate dalle due norme — in una comune prospettiva di tutela del patrimonio dell'ente, rispetto a situazioni di potenziale conflitto di interessi tra questo ed i suoi organi — avevano comunque entrambe la struttura tipica dei reati di pericolo: il fatto punibile era difatti costituito, in ambedue i casi, dalla mera assunzione dell'obbligazione, a prescindere dall'effettiva verificazione di un evento dannoso per il bene protetto; con l'unica fondamentale differenza che, nel caso dell'ente creditizio, ai fini dell'integrazione dell'illecito, occorreva anche un elemento negativo, ossia il mancato rispetto della procedura autorizzativa. L'attuale assetto normativo si presenterebbe, per converso, del tutto innovativo. Soppresso il divieto assoluto di cui all'art. 2624 cod. civ. ed abrogata altresì la norma incriminatrice generale del conflitto di interessi (art. 2631 cod. civ.), il legislatore del 2002 ha delineato una tutela penale del patrimonio sociale, rispetto agli abusi dei componenti degli organi della società, imperniata sull'evento lesivo. Il nuovo art. 2634 cod. civ. — unica disposizione che regola la materia — contempla infatti una figura criminosa che, sull'immutato presupposto del conflitto di interessi (ora esplicitamente richiamato), condiziona la rilevanza penale della condotta — consistente nel compimento di atti di disposizione di beni sociali (formula nella quale sarebbe senz'altro ricompresa anche l'assunzione di obbligazioni) — alla causazione intenzionale di un danno patrimoniale alla società, a scopo di profitto. In tale mutato scenario, peraltro, la sopravvivenza dell'art. 136 del d.lgs. n. 385 del 1993 — dipendente dal dettato dell'art. 8 del d.lgs. n. 61 del 2002 — risulterebbe affatto irragionevole e sistematicamente incoerente, e come tale lesiva dell'art. 3 Cost. La disposizione del testo unico bancario trovava, infatti, la sua ragion d'essere nell'esigenza di rendere funzionale il sistema — precedentemente caratterizzato dal divieto assoluto di cui all'abrogato art. 2624 cod. civ. — al sottosettore peculiare dell'attività creditizia, consentendo agli esponenti bancari di operare con gli enti amministrati in condizioni analoghe a quelle di un qualunque cliente, tramite la previsione di una procedura di autorizzazione atta a neutralizzare il pericolo insito nella situazione di conflitto di interessi. Una volta mutato, però, il principio generale che informa la disciplina — per cui il momento di rilevanza penale non è più rappresentato dal semplice agire in conflitto di interessi, ma dalla causazione di un danno all'ente attraverso quell'agire — l'art. 136 del d.lgs.