[pronunce]

e la scelta del «tasso di rilevanza» da accordare a tale contiguità, nonché la conseguente opzione di regolamentazione processuale, spettano alla discrezionalità del legislatore, esercitata, nella specie, senza alcun vulnus del principio di ragionevolezza.1. - Il Tribunale di Fermo dubita, in relazione all'art. 3, primo comma, della Costituzione, della legittimità costituzionale dell'art. 197-bis, commi 3 e 6, del codice di procedura penale, nella parte in cui tali disposizioni richiedono, rispettivamente, l'obbligo di assistenza difensiva e l'applicazione della regola di valutazione della prova, prevista nel comma 3 dell'art. 192 del medesimo codice, anche alle dichiarazioni rese dalle persone indicate al comma 1 dello stesso art. 197-bis, nei cui confronti sia stata pronunciata sentenza irrevocabile di assoluzione “per non aver commesso il fatto”. In particolare, il Tribunale rimettente assume che la normativa censurata violerebbe il parametro costituzionale sotto un duplice aspetto: per un verso, differenziando irragionevolmente, rispetto alla disciplina della prova dichiarativa proveniente dal teste ordinario, le modalità di assunzione e l'efficacia probatoria delle dichiarazioni rese da un soggetto – già coimputato o imputato di procedimento connesso o di reato collegato ai sensi dell'art. 371, comma 1, lettera b) cod. proc. pen. – nei cui confronti sia stata pronunciata sentenza irrevocabile di assoluzione con la formula più ampia (“per non aver commesso il fatto”); per altro verso – e simmetricamente – assimilando il regime giuridico delle dichiarazioni in questione a quello sancito per le dichiarazioni rese dai soggetti indicati nell'art. 210 cod. proc. pen. , vale a dire le persone imputate in procedimento connesso che non possono assumere l'ufficio di testimone. A parere del giudice a quo, in entrambi i profili considerati – nei quali risalterebbero, rispettivamente, un ingiustificato trattamento differenziato per situazioni processuali sostanzialmente identiche ed un trattamento irragionevolmente parificato di condizioni processualmente dissimili – sarebbe evidente l'assoluta irrilevanza del giudicato di assoluzione: la ridotta valenza probatoria delle dichiarazioni rese dal soggetto già processato ed assolto e la necessità dell'assistenza difensiva nel corso della sua deposizione si rivelerebbero, in conseguenza, delle regole prive nella specie di ragionevole giustificazione, prospettandosi, piuttosto, quale esito immotivato dell'originaria azione penale erroneamente esercitata. 2. - La questione è fondata. 3. - Questa Corte – come rammentato anche dal Tribunale rimettente – ha già esaminato, sotto diverso ma affine profilo, la compatibilità dell'art. 197-bis cod. proc. pen. , con l'art. 3 Cost., dichiarando la relativa questione manifestamente infondata (ordinanza n. 265 del 2004). Oggetto del precedente scrutinio era la disposizione che, richiamando l'art. 192, comma 3, del codice di rito, rende applicabile la regola di giudizio ivi prevista – in forza della quale le dichiarazioni sono valutate unitamente agli altri elementi di prova che ne confermano l'attendibilità – anche alle dichiarazioni rese, quale testimone “assistito”, dal soggetto, già coimputato nel medesimo reato, nei cui confronti sia stata pronunciata sentenza irrevocabile di applicazione della pena su richiesta, ai sensi dell'art. 444 cod. proc. pen. Con la pronuncia in discorso, questa Corte rilevò, tra l'altro, come l'assetto normativo della prova dichiarativa, in esito alla novella del 1° marzo 2001, n. 63, di attuazione del “giusto processo”, evidenziasse una complessiva “strategia di fondo” del legislatore: precisamente, quella di «enucleare una serie di figure di dichiaranti nel processo penale in base ai diversi “stati di relazione” rispetto ai fatti oggetto del procedimento, secondo una graduazione che, partendo dalla situazione di assoluta indifferenza propria del teste ordinario, giunge fino alla forma 'estrema' di coinvolgimento, rappresentata dal concorso del dichiarante nel medesimo reato». Alla molteplicità di tali “stati di relazione” corrisponde, evidentemente, una «articolata scansione normativa», relativa non soltanto alla varietà soggettiva dei dichiaranti, ma anche alle differenti modalità di assunzione della dichiarazione e, soprattutto, ai diversi effetti del dichiarato. Sulla base di tale ermeneutica, questa Corte dedusse, quindi, come il soggetto, già imputato in procedimento connesso o di reato collegato e successivamente destinatario di sentenza irrevocabile ai sensi dell'art. 444 cod. proc. pen. , non fosse mai completamente terzo rispetto alla regiudicanda oggetto del procedimento nel cui ambito è chiamato a dichiarare; e come, dunque, l'originario coinvolgimento nel fatto non sia completamente rimosso dalla sentenza di applicazione della pena ai sensi dell'art. 444 cod. proc. pen., ancorché divenuta definitiva. Con la conseguenza che il protrarsi dell'originaria contiguità, rispetto al fatto oggetto del procedimento - asseverata da un giudicato che determina pur sempre l'applicazione della pena - giustificava, in punto di ragionevolezza, la scelta del legislatore di attenuare la valenza probatoria della dichiarazione del soggetto in questione, prevedendo, per essa, la necessità della corroboration con riscontri esterni. 4. - Proprio la ratio fondante della prospettiva appena illustrata depone, logicamente ancor prima che giuridicamente, per l'accoglimento dell'odierna questione di costituzionalità. L'assoggettamento delle dichiarazioni della persona - che, già coimputata o imputata di reato connesso o collegato, sia stata assolta “per non aver commesso il fatto” – alla regola legale di valutazione enunciata nell'art. 192, comma 3, cod. proc. pen. vale, in realtà, a rendere perenne una compromissione del valore probatorio delle relative dichiarazioni testimoniali, la quale si appalesa in sé priva di qualsiasi giustificazione sul piano razionale: e ciò perché, nei confronti di tale persona, l'ordinamento ha già acclarato, in via definitiva, l'inesistenza di qualunque correlazione con il fatto oggetto della verifica processuale, significativa agli effetti della responsabilità penale. Invero, la circostanza che nei confronti del soggetto, originariamente coimputato o imputato di reato connesso o collegato, sia intervenuta sentenza irrevocabile di assoluzione “per non aver commesso il fatto” - attestando in modo incontrovertibile la sicura estraneità di quel soggetto rispetto alla regiudicanda – elide ogni possibile “stato di relazione” con la vicenda processuale, nel cui ambito è resa la testimonianza. Se, infatti, l'effetto preclusivo del giudicato assolutorio produce la conseguenza di dissolvere, pro futuro, qualsiasi nesso giuridicamente rilevante tra la persona ed il fatto oggetto della originaria imputazione - tale essendo lo stesso etimo che contraddistingue la absolutio dalla istanza punitiva - è postulato indefettibile di tale restituito in integrum per l'innocente, riconosciuto formalmente tale, anche il totale ripristino della sua terzietà rispetto a quel fatto.