[pronunce]

Escluso che il giudice di quest'ultima possa intervenire direttamente sul tema d'accusa (trattandosi di potere spettante solo al pubblico ministero, in quanto inerente all'esercizio dell'azione penale), sono state prospettate due possibili soluzioni, al fine di evitare che detto giudice si trovi costretto a pronunciare su una imputazione non coerente con le acquisizioni processuali. La prima è la trasmissione degli atti al pubblico ministero in applicazione analogica del citato art. 521, comma 2, cod. proc. pen. : soluzione "esterna" alla fase in corso, in quanto implicante la regressione del procedimento nella fase delle indagini preliminari. L'altra soluzione è che il giudice inviti il pubblico ministero ad esercitare il potere-dovere di modificare l'imputazione, previsto in capo all'attore pubblico dall'art. 423 cod. proc. pen. allorché nel corso dell'udienza preliminare emerga la diversità del fatto: soluzione che - ove il pubblico ministero aderisca all'invito - evita invece il fenomeno regressivo, rimanendo perciò "interna" alla fase. Con la sentenza n. 88 del 1994, questa Corte - senza prendere posizione a favore dell'una o dell'altra soluzione - ha rilevato che entrambe erano idonee ad assicurare la compatibilità costituzionale del sistema, impedendo che si producesse l'incongruo risultato dianzi indicato, ossia che il giudice si pronunci su una imputazione non coerente con le acquisizioni processuali. Sul tema sono successivamente intervenute le sezioni unite della Corte di cassazione, chiarendo che i due rimedi non sono alternativi, ma sequenziali. Facendo leva sul postulato teorico della "fluidità" dell'imputazione nell'udienza preliminare e su esigenze di concentrazione e ragionevole durata del processo, il giudice della nomofilachia ha ritenuto, cioè, che il giudice dell'udienza preliminare debba, in prima battuta, invitare il pubblico ministero a modificare l'imputazione: solo ove il rappresentante della pubblica accusa non si adegui all'invito, il giudice può ricorrere, come «extrema ratio», al rimedio "regressivo" della trasmissione degli atti ai sensi dell'art. 521, comma 2, cod. proc. pen. (la trasmissione non preceduta dall'invito è stata qualificata, in tale prospettiva, atto «abnorme»: Corte di cassazione, sezioni unite, sentenza 20 dicembre 2007-1° febbraio 2008, n. 5307). La pronuncia delle sezioni unite attiene, in verità, all'ipotesi in cui l'imputazione appaia al giudice dell'udienza preliminare generica o indeterminata. Risulta evidente, tuttavia, dalle relative cadenze argomentative (le quali prendono le mosse dalla citata sentenza n. 88 del 1994) come il principio in essa affermato sia riferibile anche al caso dell'accertamento della diversità del fatto, basandosi su un'applicazione estensiva o analogica di norme (gli artt. 423 e 521, comma 2, cod. proc. pen.) che fanno testuale riferimento proprio alla fattispecie che qui interessa. Di questo avviso è stata, del resto, la giurisprudenza di legittimità successiva. 4.- Ciò posto, la tesi dell'odierno rimettente è la seguente. Il giudice a quo rileva come questa Corte abbia riconosciuto che l'ordinanza di trasmissione degli atti al pubblico ministero ai sensi dell'art. 521, comma 2, cod. proc. pen. è provvedimento idoneo a pregiudicare, o a far apparire pregiudicata, l'imparzialità e la serenità di giudizio del giudice che l'ha emesso, in ragione della cosiddetta "forza della prevenzione" (ossia della naturale tendenza a confermare una decisione già presa o a mantenere un atteggiamento già assunto). Nel momento in cui accerta che il fatto è diverso da come descritto nell'imputazione, il giudice compie, infatti, una penetrante delibazione del merito della regiudicanda, non dissimile da quella che, in mancanza di una valutazione della diversità del fatto, conduce alla definizione con sentenza del giudizio di merito. Di qui, dunque, l'esigenza costituzionale - ricavabile dai parametri evocati dal rimettente - che il nuovo dibattimento (sentenza n. 455 del 1994) o la nuova udienza preliminare (sentenza n. 400 del 2008, ordinanza n. 269 del 2003), tenuti all'esito della predetta trasmissione per lo stesso fatto storico e nei confronti del medesimo imputato, siano attribuiti alla cognizione di altro giudice. Il giudice a quo evidenzia, altresì, come l'ordinanza che invita il pubblico ministero a modificare l'imputazione costituisca atto omologo, per contenuto e funzioni, alla trasmissione degli atti di cui all'art. 521, comma 2, cod. proc. pen. Il giudice dell'udienza preliminare non procede direttamente in tal modo solo per seguire il «percorso virtuoso» tracciato dalle sezioni unite: ma il presupposto (accertamento della discrepanza tra il fatto contestato e quello risultante dagli atti processuali) e l'obiettivo (adeguamento dell'imputazione a tali risultanze) sono i medesimi. Anche il suddetto invito andrebbe considerato, pertanto, atto "pregiudicante": donde la denunciata illegittimità costituzionale della mancata previsione dell'incompatibilità a svolgere la funzione di giudice dell'udienza preliminare del giudice-persona fisica che lo ha formulato. 5.- La questione però non è fondata. Il ragionamento del giudice a quo non tiene conto, infatti, di una circostanza decisiva. Egli vorrebbe che il giudice dell'udienza preliminare, che ha sollecitato il pubblico ministero a modificare l'imputazione per ritenuta diversità del fatto, divenga - una volta accolto l'invito - incompatibile a continuare a trattare la stessa udienza preliminare. La giurisprudenza di questa Corte è, tuttavia, costante nell'affermare che, affinché possa configurarsi una situazione di incompatibilità - nel senso dell'esigenza costituzionale della relativa previsione, in funzione di tutela dei valori della terzietà e dell'imparzialità del giudice -, è necessario che la valutazione "contenutistica" sulla medesima regiudicanda si collochi in una precedente e distinta fase del procedimento, rispetto a quella della quale il giudice è attualmente investito. È del tutto ragionevole, infatti, che, all'interno di ciascuna delle fasi - intese come sequenze ordinate di atti che possono implicare apprezzamenti incidentali, anche di merito, su quanto in esse risulti, prodromici alla decisione conclusiva - resti, in ogni caso, preservata l'esigenza di continuità e di globalità, venendosi altrimenti a determinare una assurda frammentazione del procedimento, che implicherebbe la necessità di disporre, per la medesima fase del giudizio, di tanti giudici diversi quanti sono gli atti da compiere (ex plurimis, sentenze n. 153 del 2012, n. 177 e n. 131 del 1996; ordinanze n. 76 del 2007, n. 123 e n. 90 del 2004, n. 370 del 2000, n. 232 del 1999).