[pronunce]

1.2.- La norma censurata - frutto dell'opzione ermeneutica sopra illustrata - determinerebbe, a giudizio dei rimettenti, un vulnus agli artt. 3 e 24 Cost. 1.2.1.- Da un lato, essa presterebbe «il fianco ad abusi da parte del debitore il quale avrebbe gioco facile a sottrarsi all'esecuzione presso terzi intentata nei suoi confronti dai creditori, con conseguente ed ingiustificabile compressione del diritto di agire di quest'ultimi». 1.2.2.- Da un altro lato, la medesima norma comporterebbe una irragionevole disparità di trattamento rispetto alla disciplina di cui godono i creditori, nel caso di procedure di liquidazione del sovraindebitato aperte prima dell'entrata in vigore del codice della crisi d'impresa e dell'insolvenza, per le quali trova, invece, applicazione l'art. 14-undecies della legge n. 3 del 2012, che fissa in quattro anni la durata di acquisizione dei beni del debitore sopravvenuti all'apertura della procedura di liquidazione. 1.3.- Per far cessare il ritenuto vulnus ai principi costituzionali, i rimettenti prospettano una pronuncia additiva di questa Corte, indicando - quale "rima obbligata" - proprio la disciplina di cui all'art. 14-undecies della legge n. 3 del 2012 e, dunque, il termine di quattro anni per l'apprensione dei beni del debitore, che pervengono nel corso della procedura. 2.- È intervenuto nei giudizi il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, il quale ha sollevato, con le medesime argomentazioni, due eccezioni di inammissibilità. 2.1.- In primo luogo, la difesa statale ha contestato il carattere eccessivamente manipolativo dell'intervento richiesto a questa Corte, rilevando che, a fronte della pluralità di soluzioni che il legislatore potrebbe adottare in relazione al termine, l'intervento additivo prospettato dai rimettenti andrebbe a invadere la discrezionalità legislativa e non si configurerebbe quale soluzione «a rime obbligate», ovvero costituzionalmente necessitata. 2.2.- In secondo luogo, l'Avvocatura generale dello Stato ha eccepito che sarebbe percorribile una interpretazione costituzionalmente orientata della disposizione censurata. 3.- Va premesso che, per l'identità dell'oggetto delle questioni sollevate e per la sostanziale coincidenza delle ragioni di illegittimità costituzionale indicate dai rimettenti, i giudizi possono essere riuniti al fine di essere decisi con un'unica sentenza. 4.- L'eccezione di inammissibilità per discrezionalità del legislatore non è fondata. La giurisprudenza di questa Corte ammette la possibilità di adottare pronunce additive, sottolineando ripetutamente come, una volta accertato un vulnus a un principio o a un diritto riconosciuti dalla Costituzione, «non può essere di ostacolo all'esame nel merito della questione di legittimità costituzionale l'assenza di un'unica soluzione a "rime obbligate" per ricondurre l'ordinamento al rispetto della Costituzione, ancorché si versi in materie riservate alla discrezionalità del legislatore» (sentenza n. 62 del 2022). È, infatti, sufficiente «la presenza nell'ordinamento di una o più soluzioni "costituzionalmente adeguate", che si inseriscano nel tessuto normativo coerentemente con la logica perseguita dal legislatore (ex plurimis, sentenze n. 28 del 2022, n. 63 del 2021, n. 252 e n. 224 del 2020, n. 99 e n. 40 del 2019, n. 233 e n. 222 del 2018)» (sentenza n. 95 del 2022). Ne consegue che «l'assenza di una soluzione a rime obbligate non è preclusiva di per sé sola dell'esame nel merito delle censure» (sentenza n. 48 del 2021). Nel caso oggetto delle odierne ordinanze, i rimettenti non si limitano a invocare un intervento additivo, ma individuano una grandezza di riferimento già presente nell'ordinamento, costituita dal termine quadriennale previsto dall'art. 14-undecies della legge n. 3 del 2012 in materia di liquidazione del patrimonio, disciplina ancora applicabile alle procedure di liquidazione aperte prima dell'entrata in vigore del codice della crisi d'impresa e dell'insolvenza. L'eccezione di rito va, pertanto, rigettata. 5.- Di seguito, non è fondata anche l'ulteriore eccezione, concernente la supposta inammissibilità delle questioni per mancato esperimento dell'interpretazione adeguatrice alla Costituzione. Secondo la costante giurisprudenza di questa Corte, «[a]i fini dell'ammissibilità della questione, è sufficiente che il giudice a quo esplori la possibilità di una interpretazione conforme alla Carta fondamentale e [...] la escluda consapevolmente» (sentenza n. 262 del 2015; in senso conforme sentenze n. 202 del 2023, n. 139 del 2022, n. 11 del 2020, n. 189, n. 133 e n. 78 del 2019, n. 42 del 2017). È quanto si constata nei casi in esame, nei quali i giudici a quibus motivano con argomenti non implausibili la non percorribilità di una ricostruzione ermeneutica della disposizione censurata idonea a renderla conforme alla Costituzione. Avendo, dunque, i rimettenti ottemperato a tale onere, l'effettiva correttezza o non correttezza della ricostruzione dagli stessi presupposta attiene al merito e non al rito (in tal senso, ex plurimis, sentenze n. 139 del 2022 e n. 189 del 2019). 6.- Nel merito, le questioni di legittimità costituzionale non sono fondate. 7.- I giudici rimettenti censurano la norma secondo cui alla liquidazione controllata si possono ascrivere anche i beni che pervengono al debitore durante la procedura. Il profilo su cui si appuntano i dubbi di legittimità costituzionale attiene alla mancata indicazione della durata del meccanismo acquisitivo. La citata norma viene tratta dalla disciplina dettata per la liquidazione giudiziale dall'art. 142, comma 2, CCII, secondo il quale sono in essa ricompresi «i beni che pervengono al debitore durante la procedura, dedotte le passività incontrate per l'acquisto e la conservazione dei beni medesimi». In particolare, i giudici a quibus ritengono che l'art. 142, comma 2, CCII trovi applicazione non solo alla liquidazione giudiziale, ma anche alla liquidazione controllata. 7.1.- Occorre precisare, in via preliminare, che la norma censurata non è desumibile necessariamente da quanto dispone, per la liquidazione giudiziale, l'art. 142, comma 2, CCII, ma può essere altresì dedotta da quanto prevede, direttamente per la liquidazione controllata, l'art. 268, comma 4, lettera b), CCII. Quest'ultima disposizione stabilisce che non sono ricompresi nella procedura «i crediti aventi carattere alimentare e di mantenimento, gli stipendi, le pensioni, i salari e ciò che il debitore guadagna con la sua attività nei limiti, indicati dal giudice, di quanto occorre al mantenimento suo e della sua famiglia».