[pronunce]

Secondo il remittente, le disposizioni censurate contrasterebbero con i menzionati parametri in quanto, escludendo l'ulteriore esercizio del potere degli attori di dedurre nuove prove, inciderebbero sul diritto di difesa di costoro, creando una ingiustificata disparità di trattamento tra le parti in violazione del principio della parità delle armi, elemento essenziale del principio costituzionale del giusto processo, ed in difformità della delega che tale disparità non prevedeva. 2. –– La questione non è ammissibile per carenze di motivazione in ordine ad una pluralità di profili. L'ordinanza di rimessione, infatti, riferisce che la convenuta, con la comparsa di costituzione, aveva chiesto il rigetto delle domande perché infondate in fatto e in diritto, ma non espone neppure sinteticamente gli argomenti addotti a sostegno di siffatte generiche conclusioni e non riferisce quindi se il contenuto delle difese (della convenuta) fosse tale da determinare un ampliamento dell'oggetto dell'indagine processuale rispetto a quello delineato nell'atto di citazione. Il remittente si limita ad affermare che «la questione di legittimità costituzionale è rilevante in quanto gli attori si dolgono del fatto che le richieste istruttorie formulate (interrogatorio formale e prova testimoniale nonché istanza di ammissione di consulenza tecnica d'ufficio in materia contabile), entro il termine per il deposito della memoria di replica e dopo la notificazione dell'istanza di fissazione dell'udienza, trovavano la propria ragione giustificativa nella posizione difensiva assunta da parte convenuta nella comparsa di costituzione». In tal modo il remittente sostituisce alla esposizione dei fatti di causa ed alla propria necessaria valutazione dei medesimi, quella ininfluente della parte. Le suindicate omissioni di corretta motivazione inficiano, anche riguardo ad altri aspetti, il ragionamento del giudice a quo sia in punto di rilevanza, che di non manifesta infondatezza. Infatti, nell'ordinanza di rimessione, anziché ricollegare, com'è nel sistema del decreto legislativo n. 5 del 2003, il potere di notificare e depositare l'istanza di fissazione dell'udienza al contenuto delle difese dalla parte istante e quindi alla determinazione della materia controversa, si afferma che il decreto attribuisce «al convenuto la facoltà di utilizzare lo strumento processuale dell'istanza di fissazione dell'udienza senza alcuna limitazione» e gli «consente anche di ostacolare l'effettivo esercizio del diritto di difesa a danno dell'attore, per tale via riconoscendogli il potere di provocare meccanismi anticipati ed impeditivi del diritto di replica, con conseguente disparità di trattamento fra le parti e concessione di un favor non giustificato a vantaggio di uno dei contendenti, e ciò in palese violazione dell'art. 3 Cost.». Con siffatto argomentare, però, il remittente trascura di motivare riguardo alle condizioni che legittimano l'istanza di fissazione dell'udienza, ai modi per farne valere l'illegittimità e all'individuazione degli organi a ciò deputati. E ciò comporta la carenza di motivazione anche sulla propria legittimazione a sollevare l'attuale questione, riguardo alla quale l'ordinanza di rimessione si limita all'affermazione «che nessun dubbio può correre sulla legittimazione del Giudice relatore nel procedimento instaurato a sollevare la questione di legittimità costituzionale, essendo demandata a tale Giudice e non al Collegio decidente l'ammissione delle richieste istruttorie ex art. 12, terzo comma, del d.lgs. 17 gennaio 2003, n. 5». Sul punto si osserva che questa Corte ha più volte affermato che anche un singolo componente (relatore, presidente) di un organo giurisdizionale collegiale è legittimato a sollevare questioni di legittimità costituzionale, ma limitatamente alle ipotesi di questioni vertenti su norme che egli deve applicare (v. sentenze n. 109 del 1962, n. 62 del 1966, n. 90 del 1968, n. 125 del 1980, n. 1104 del 1988, n. 71 del 1994, n. 204 del 1997, n. 111 del 1998, ordinanze n. 157 del 1989, n. 59 del 1990, 436 del 1994, n. 295 del 1996, n. 552 del 2000, n. 23 del 2001, n. 391 del 2002). Nel caso in esame, il giudice a quo, relatore nella causa collegiale pendente davanti al Tribunale, ha addotto il proprio potere di ammettere le prove – peraltro trascurando la giurisprudenza di questa Corte – considerandolo in via astratta e non con riferimento alle disposizioni che, per quanto in particolare connota la fattispecie, regolano l'istanza di fissazione dell'udienza e la sua idoneità a provocare le decadenze di cui all'art. 10 del d.lgs n. 5 del 2003.. per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE dichiara inammissibile la questione di legittimità costituzionale dell'art. 10, commi 1 e 2, del decreto legislativo 17 gennaio 2003, n. 5 (Definizione dei procedimenti in materia di diritto societario e di intermediazione finanziaria, nonché in materia bancaria e creditizia, in attuazione dell'art. 12 della legge 3 ottobre 2001, n. 366), sollevata, in riferimento agli artt. 3, 24, 76 e 111 della Costituzione, dal giudice relatore del Tribunale di Lamezia Terme con l'ordinanza indicata in epigrafe. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 4 dicembre 2006. F.to: Franco BILE, Presidente Francesco AMIRANTE, Redattore Giuseppe DI PAOLA, Cancelliere Depositata in Cancelleria il 14 dicembre 2006. Il Direttore della Cancelleria F.to: DI PAOLA