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Attribuzioni alla Corte dei conti in materia di contenzioso tributario. Onorevoli Senatori. -- È dall'anno 2013 -- con il decreto-legge 10 ottobre 2012, n. 174, convertito, con modificazioni, dalla legge 7 dicembre 2012, n. 213 -- che si è avviata, nel nostro Paese, una riforma di grande portata, avendo il Parlamento inteso assicurare alla magistratura contabile un ruolo sempre di maggiore responsabilità, assegnando alla Corte dei conti una posizione di tutto rispetto tra le magistrature superiori. Riforma che si può condensare nell'avere il Parlamento effettuato una scelta fondamentale: quella di qualificarla come organo dello Stato che deve essere considerato al servizio dello Stato-comunità. Si è trattato di una scelta giusta, sì, ma che abbisogna, oggi, di una ulteriore presa di posizione da parte del Parlamento: quella di dover far emergere un aspetto che per troppo tempo è rimasto nell'ombra. Non solo, quindi, la Corte dei conti è il controllore della spesa pubblica, ma deve diventare anche giudice dei rapporti tra cittadino e fisco. Infatti, non si può non riconoscere alla magistratura contabile il carattere della terzietà, che si nutre del principio dell'indipendenza di giudizio, e che deve sussistere tutte le volte che tra cittadino e pubblica amministrazione insorga una controversia in ordine all' an e al quantum debba essere il prelievo forzoso, avente un unico obiettivo: quello di rendere effettivamente operante il welfare state , se è vero che lo spirito della solidarietà attraversa tutto il testo della Costituzione. E ciò, ormai, nella nuova dimensione che la legislazione in materia di federalismo fiscale ha inteso definire da tempo. Non si tratta di assumere una decisione sull'onda di eventi scandalistici, ma di riconoscere che si è lasciato trascorrere invano del tempo prezioso. È stato, infatti, correttamente osservato, in occasione della inaugurazione dell'anno giudiziario tributario 2016, in una sede territoriale del Nord Italia: «È necessario uscire dall'ambiguità di fondo di una magistratura onoraria costituita da soggetti già impegnati in una diversa attività professionale. I recenti scandali verificatisi a Catania, Milano e Napoli, con gli arresti di alcuni giudici tributari, sono la spia di un malessere diffuso che non giustifica le condotte illecite, ma pone il problema di una riforma strutturale seria, meditata e rispondente alle esigenze dei contribuenti e dei giudici stessi. Oggi le commissioni tributarie decidono su questioni di grande rilevanza economica e di assoluta complessità sotto il profilo tecnico giuridico, che richiedono elevata professionalità e specializzazione nella materia tributaria, oggetto di interventi del legislatore spesso originati da impellenti esigenze di cassa e quindi caratterizzati da scarsa chiarezza e notevoli difficoltà interpretative. Un cattivo legislatore è fonte di contenzioso e causa di ingiustizia sociale. Un giudice inadeguato danneggia l'intera collettività» (Carmine Scarano, Presidente della commissione tributaria regionale di Venezia). A questo punto non può che sorgere spontanea una domanda: siamo sicuri di volere una giustizia tributaria efficiente o, meglio ancora, un fisco giusto o, quantomeno, sostenibile? È, ormai, ampiamente riconosciuto il fatto che le norme fiscali in Italia si affastellano una sull'altra così come le istituzioni che sono deputate ad emetterle. Una tale farraginosa normativa fiscale favorisce soltanto lo Stato ed i veri evasori, imbrigliando nelle sue maglie un cittadino che ha timore di un «mostro» contro il quale l'unico rimedio sembra apparire il ricorso alla giustizia tributaria che, tuttavia, di quel «mostro» è pur sempre promanazione. Occorre riconoscere, infatti, che se una riforma nell'area della giustizia si sarebbe dovuta attuare, questa (di cui ora ci prendiamo cura) avrebbe dovuto avere una sostanziale priorità. Se si intende tutelare il cittadino, così come l'impresa, da un’amministrazione finanziaria che non sembra capace di «imprigionare i falchi» (grandi contribuenti), ma si dimostra assai attenta a far lievitare i livelli di contenzioso occupandosi di quelli che si possono qualificare «gli uccellini», cioè i contribuenti medi e piccoli, lo si può fare effettuando una scelta di fondo. Solo un fisco, con regole certe e semplici, favorisce l'adempimento spontaneo, riduce l'evasione, incentiva gli investimenti anche delle imprese straniere. Il calcolo dell'incidenza dell'inefficienza del sistema giustizia e del sistema fiscale sull'attrattiva del nostro Paese a investitori stranieri è, a dir poco, devastante. Valutazioni, queste, che ci vengono confermate dalla lettura dei dati relativi al fenomeno del contenzioso. Dati che devono essere considerati sotto il profilo quantitativo, ma anche qualitativo. Sotto il profilo quantitativo, mette conto riprendere la situazione del contenzioso così come fotografata dall'Istat nel 2015 (Relazione sul monitoraggio dello stato del contenzioso tributario e sull'attività delle commissioni tributarie -- Anno 2014) . Dati statistici riportati dalla relazione annuale sullo stato del processo tributario del Ministero dell'economia e delle finanze, che consentono di avere la dimensione dello stato attuale di tale contenzioso sul territorio nazionale. In primo luogo, il numero dei ricorsi pendenti nei due gradi di giudizio di merito si è progressivamente ridotto, passando da circa 2,4 milioni nel 1996 a circa 570.000 rilevati nell'anno 2014. I ricorsi presentati nell'anno 2014 presso le commissioni tributarie hanno riguardato controversie il cui valore ammonta a più di 30 miliardi di euro. In particolare, il valore dei ricorsi di primo grado presentati nel 2014 è ammontato ad oltre 17 miliardi di euro; circa il 70 per cento di tali ricorsi ha per oggetto controversie di valore fino a 20.000 euro (valore complessivo 0,5 miliardi di euro). Rispetto ai dati registrati nel 2011, il numero dei ricorsi presentati nel 2014 ha subito una contrazione di circa il 30 per cento. Tale riduzione è stata generata anche dalla introduzione dell'istituto della mediazione di cui all'articolo 17- bis del decreto legislativo n. 546 del 1992, che ha riguardato i soli atti posti in essere dall'Agenzia delle entrate con valore non superiore ai 20.000 euro. Nel giudizio di secondo grado, il valore degli appelli, che sono stati presentati nel 2014, è ammontato a circa 13 miliardi di euro; di questi circa il 54 per cento ha per oggetto controversie di valore fino a 20.000 euro (valore complessivo 0,186 miliardi di euro). Circa il 56 per cento dei ricorsi instaurati in primo grado presenta un'istanza di sospensione della riscossione dell'atto impugnato e nei due gradi di giudizio le relative spese risultano compensate per oltre il 70 per cento dei casi. L'istituto della conciliazione in primo grado si attesta a circa l'1 per cento delle definizioni complessive (n. 2.238). Un processo tributario per il primo grado, dura in media due anni ed otto mesi, per il secondo grado la media è di circa due anni.