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Il Presidente, l'Avv. Francesco Rocca s'intasca la bellezza di 263.995 Euro più 126.525 euro per spese varie, totale 390.520 euro. Circa 32.000 euro al mese più o meno (quasi sotto la soglia di sopravvivenza). Guglielmo Stagno D'Alcontres (ex Presidente di CRI Sicilia) percepiva il più modesto compenso di 260.000 euro all'anno (120.000 euro di indennità da Presidente, 120.000 Euro indennità di Amministratore Delegato più altri 20.000 Euro come indennità di Consigliere + lauti indennizzi per spese personali con rimborsi a piè di lista). Da reddito di cittadinanza" (...) Come pure merito dei vari decreti legge ad personam, i decreti "salva Croce Rossa", il "Decreto Milleproroghe" etc etc. Il merito è tutto dei Governi che vanno da Berlusconi in poi (ma anche prima). In primis il Governo Monti, a seguire il Governo Renzi e dulcis in fundo il Governo Gentiloni, che hanno sostituito il vecchio "carrozzone" della C.R.I. con una carretta sgangherata che perde pezzi di giorno in giorno. Un carrozzone decrepito che è il perfetto specchio della politica che l'ha sostenuto. L'ennesimo caso di come anche stavolta la cura si è rivelata molto peggiore del male. Per un pelo è quasi caduto nel tranello anche il nuovo governo pentaleghista. Ricordate l'articolo fantasma "pro Croce Rossa" del Decreto Fisco all'insaputa di tutti? (altri 84 milioni di euro ch'erano pronti a volatilizzarsi per continuare a foraggiare la gestione liquidatoria del "carrozzone")»; considerato che: secondo quanto rivelato dal giornalista Antonio Rossitto sul numero del 10 giugno 2019 del quotidiano "La Verità", i 2.500 ex dipendenti della Croce rossa hanno visto sfumare i soldi delle loro liquidazioni accumulati nel corso degli anni, perché la Croce rossa non ha mai trasferito i soldi per i trattamenti di fine servizio (Tfs) all'Inps; secondo il segretario generale del Co. S.P., il Coordinamento sindacale di polizia penitenziaria, che rappresenta oltre 300 ex crocerossini, sarebbero andati persi «almeno 120 milioni di euro» di contributi; la riforma del 28 settembre 2012 della Croce rossa attuata dal Governo pro tempore Monti (decreto legislativo n. 178 del 2012), che ha privatizzato (solo sulla carta) l'ente assistenziale, trasformandolo in associazione nazionale Croce rossa italiana, per ridurre gli sprechi e far gravare il debito su una bad company (Esacri), non ha risolto il problema dei Tfs, perché a quanto pare i soldi continuano a non esserci; per rimediare alla mancanza di liquidità, la Croce rossa ha proposto all'Inps il trasferimento del suo vasto patrimonio immobiliare, che da anni sta cercando invano di vendere. Proposta che l'Inps ha rifiutato, visto che a sua volta possiede un patrimonio immobiliare di 30.000 unità, che da anni cerca inutilmente di vendere, chiedendo il pagamento in contanti dei contributi Tfs; il 19 febbraio 2019, l'Inps ha chiesto ad Esacri, in liquidazione coatta amministrativa, in cui si legge: «Se continuate a non trasferirci i fondi non si dovrà procedere al pagamento del Tfs maturato presso la Croce rossa dal personale ex dipendente»; la privatizzazione della Croce rossa, sembra sia stata attuata al buio, senza alcuna analisi contabile tale da cristallizzare la situazione economica, in gergo " due diligence ", in modo da verificare lo stato patrimoniale, le procedure gestionali e amministrative; i dati economico-finanziari; gli aspetti fiscali e legali; i ruoli delle risorse umane; il patrimonio immobiliare; considerato che la Corte dei conti ha sentenziato: «Il percorso di riordino e privatizzazione di un ente complesso come Croce rossa italiana è stato, anche dal lato normativo, particolarmente arduo e non senza contraddizioni e ritardi». E la Croce Rossa finora ha trovato come unica soluzione al problema (senza risolverlo) il licenziamento dei dipendenti, come ha dichiarato il direttore della Croce rossa di Roma Pietro Giulio Mariani: «La nostra è una via obbligata, non una scelta. Per noi la parola licenziamento è imposta dalle regole e dalla realtà, ma continueremo a essere parte di un sistema che accoglie i più deboli», si chiede di sapere: se il Governo intenda accertare, nell'ambito delle proprie competenze, le reali responsabilità della mancata corresponsione ai 2.500 ex dipendenti della Croce rossa delle liquidazioni accumulate negli anni e perché la Croce rossa non abbia mai trasferito i soldi per i trattamenti di fine servizio; se non ritenga che la riforma del 28 settembre 2012 della Croce rossa attuata dal Governo pro tempore Monti, invece di risolvere i problemi di trasparenza e chiarezza dei conti e del patrimonio immobiliare, non li abbia al contrario aggravati; se non ritenga opportuno attivare le procedure ispettive e conoscitive previste dall'ordinamento, per verificare le evidenti responsabilità dei massimi vertici della Croce rossa, salvaguardando il diritto alla liquidazione ai suoi dipendenti ed ex dipendenti. Atto n. 4-01814 URRARO Al Ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca Premesso che, a quanto risulta all'interrogante: come diffusamente illustrato sul sito "Trasparenza e Merito", GDL è professore associato di malattie dell'apparato cardiovascolare (SSD MED/11) presso l'università del Piemonte Orientale, Dipartimento di medicina traslazionale (DIMET). Cardiologo di fama internazionale, quinto migliore ricercatore dell'ateneo (classifica "Top Italian scientists"), il professor DL ha conseguito l'abilitazione scientifica nazionale alla prima fascia nel settore 06/D1 - SSD MED/11 in data 1° agosto 2017, unico, tra l'altro, nell'intera regione Piemonte; l'università del Piemonte Orientale ha indetto nel novembre 2017 un concorso per professore ordinario nel SSD MED/11 riservato ad esterni (art. 18, comma 4, della legge n. 240 del 2010, "legge Gelmini"), che escludeva la partecipazione del professor DL. Si tratta dell'unico concorso (su oltre 115) mai bandito da tale università nella modalità "riservata ad esterni" (ulteriori due successivi concorsi sono stati di fatto destinati a SSD di docenti contratto dell'ateneo, risultati vincitori). Nonostante la legge Gelmini prevedesse dette procedure concorsuali nella misura del 20 per cento, tale modalità concorsuale (art. 18, comma 4) non era affatto prevista dal regolamento di ateneo fino al dicembre 2016. Risulta, inoltre, che il concorso sia stato proposto e verbalmente approvato dal DIMET in data 26 settembre 2017 ai sensi dell'art. 18, comma 1, della legge n. 240 del 2010 (aperto a tutti i candidati). Ma si dà atto che nella delibera del DIMET, successivamente approvata dal consiglio di amministrazione in data 29 settembre 2017, si è poi fatto riferimento ad una procedura concorsuale "riservata ad esterni" (art. 18, comma 4); avverso tali atti, il professor DL ha proposto ricorso.