[pronunce]

Evidenzia il remittente che, con la decisione n. 145 del 2002, questa Corte avrebbe affermato che compete al legislatore, nell'esercizio di una non irragionevole discrezionalità, identificare ipotesi circoscritte nelle quali l'esigenza cautelare che fonda la sospensione è apprezzata in via generale ed astratta dalla stessa legge e che, tuttavia, nel caso di specie il collegamento della durata della misura cautelare al termine di prescrizione del reato si palesava irragionevole e lesivo dell'art. 3 della Costituzione. Tale giurisprudenza, prosegue la Sezione disciplinare, ha perciò per oggetto le ipotesi di sospensione dal servizio applicata “a causa del procedimento penale", nelle quali, vale a dire, è direttamente la legge a porre l'obbligo per l'amministrazione di disporre la misura in ragione della pendenza del procedimento penale (cd. sospensione automatica), ovvero nelle quali l'amministrazione, pur chiamata ad esprimere un giudizio, tuttavia opera una “valutazione in astratto della gravità dell'imputazione", incentrata sulla sola “pendenza del procedimento (penale) in sé e per sé considerata". La pronuncia da ultimo intervenuta si porrebbe, prosegue la Sezione remittente, nel solco di un consolidato orientamento della Corte, maturato fin dalla sentenza n. 447 del 1995, e proseguito con le decisioni n. 206 del 1999 e n. 454 del 2000. Nel sistema normativo vigente, conclude il remittente sulla base di tali precedenti, non è previsto un termine massimo di durata della misura cautelare, legato al mero decorso del tempo, con riguardo all'ipotesi di sospensione cautelare disposta dall'amministrazione in relazione alla pendenza di un procedimento penale, ma in base ad un'autonoma (sia pur sommaria) delibazione nel merito dei fatti contestati. La Sezione disciplinare non intende negare che esista diversità di situazione tra tale ultima ipotesi ed il caso in cui, viceversa, la misura cautelare sia applicata solo “a causa del procedimento penale", nell'accezione già descritta di questa espressione. Né ignora la sentenza n. 454 del 2000 di questa Corte, con cui è stata rigettata questione di costituzionalità concernente l'art. 140 della legge notarile, posto che l'inabilitazione prevista da tale norma in via cautelare segue ad un procedimento fondato su una valutazione, seppur sommaria, dei fatti, viene applicata da un organo giurisdizionale con garanzia del contraddittorio, e resta comunque revocabile. Tuttavia il remittente ritiene che la predetta diversità, dapprima stimata costituzionalmente ammissibile dalla stessa Sezione disciplinare, abbia cessato di essere “razionalmente giustificata", a seguito della sentenza n. 145 del 2002 di questa Corte. Premesso infatti che l'art. 9, secondo comma, della legge n. 19 del 1990 si rende applicabile ai magistrati, in virtù del rinvio disposto dall'art. 276 del regio decreto 30 gennaio 1941, n. 12 (Ordinamento giudiziario) alle disposizioni generali relative agli impiegati civili dello Stato, ne seguirebbe che la sospensione del magistrato disposta “automaticamente" a seguito di condanna penale, pur non definitiva (in forza dell'art. 4 della legge n. 97 del 2001), sarebbe destinata a perdere efficacia, decorso il termine quinquennale, mentre la sospensione applicata sulla base di una valutazione sommaria dei fatti non incontrerebbe alcun limite di durata. Ciò, prosegue la Sezione disciplinare, nonostante il bilanciamento tra l'esigenza cautelare e l'interesse del dipendente sia stato operato dal legislatore, fissando un limite massimo di durata della sospensione dal servizio, che resterebbe invece inapplicabile alla misura disposta ai sensi dell'art. 31 del r.d.lgs. n. 411 del 1946, sia pure sulla base di un apprezzamento discrezionale in ordine alla sussistenza del fumus degli addebiti e delle esigenze cautelari, ma “pur sempre in relazione alla pendenza di un procedimento penale ed ai fatti per i quali in esso si procede". Nel caso di specie, aggiunge il remittente, il magistrato è stato sospeso dalle funzioni a seguito di una valutazione sommaria dei fatti addebitatigli nel procedimento penale. Inoltre, essendo difficile immaginare mutamenti delle circostanze poste a fondamento della contestazione, suscettibili di giustificare una revoca della misura cautelare, non riconducibili agli sviluppi del procedimento penale, la misura stessa finirebbe per avere una “durata indefinita". Pertanto, conclude la Sezione remittente, la mancata previsione nelle disposizioni censurate di un termine di durata massima della misura cautelare applicata a seguito di delibazione dei fatti apparirebbe in contrasto con l'art. 3 della Costituzione, in quanto introdurrebbe una disparità di trattamento non giustificabile rispetto al modo in cui è disciplinata l'ipotesi della sospensione applicata “a causa del procedimento penale". 2.- È intervenuto in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, a mezzo dell'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che la questione sia dichiarata inammissibile o infondata. Con memoria depositata in prossimità della camera di consiglio, l'Avvocatura, ripercorse le tappe del procedimento penale e disciplinare a carico del magistrato, ha osservato che il giudizio demandato alla Sezione disciplinare del CSM è autonomo rispetto al processo penale per i medesimi fatti, posto che tende a “rendere concreto il diritto all'autotutela dell'amministrazione giudiziaria", garantendo l'immagine e la credibilità dell'ordine giudiziario. Pertanto, conclude l'Avvocatura, benché la mancata previsione di un termine massimo di durata della misura cautelare comporti una “discriminazione" tra i magistrati e gli altri pubblici dipendenti, tuttavia quest'ultima è da ritenersi non irragionevole. Vi sarebbe, infatti, la necessità di precludere il rientro del magistrato nell'esercizio delle funzioni, fino a quando sia stato fugato ogni dubbio sull'«irreprensibilità» del suo comportamento.1.- La Sezione disciplinare del Consiglio superiore della magistratura, chiamata a pronunciarsi sull'istanza di revoca di un provvedimento di sospensione di un magistrato dalle funzioni e dallo stipendio, disposto a seguito del rinvio a giudizio del medesimo con l'imputazione di partecipazione ad associazione a delinquere di stampo camorristico e di corruzione, ha sollevato questione di legittimità costituzionale, in riferimento all'art. 3 della Costituzione, dell'art. 9, secondo comma, della legge 7 febbraio 1990, n. 19 (Modifiche in tema di circostanze, sospensione condizionale della pena e destituzione dei pubblici dipendenti), e dell'art. 31 del regio decreto legislativo 31 maggio 1946, n. 511 (Guarentigie della magistratura), nella parte in cui non prevedono “un termine di durata massima della misura cautelare della sospensione discrezionalmente disposta in base a valutazione sommaria nel merito dei fatti dedotti nel procedimento penale".