[pronunce]

proc. civ. , o dell'art. 36, comma 1, lettera h), del codice di procedura penale. L'esposizione del giudice alle conseguenze ora indicate risulterebbe, altresì, protratta nel tempo, diversamente da quanto accadeva nel regime anteriore. Ogni giudizio di responsabilità, per quanto inammissibile, deve ora svolgersi nelle forme del giudizio ordinario di cognizione ed essere deciso con sentenza, soggetta ad impugnazione nei termini ordinari, molto più ampi di quelli previsti in precedenza per l'impugnazione del decreto di inammissibilità emesso ai sensi dell'art. 5 della legge n. 117 del 1988 (dieci giorni dalla comunicazione per l'appello, quaranta giorni per il ricorso per cassazione). Non rappresenterebbero, d'altronde, una sufficiente remora alla proposizione di giudizi risarcitori temerari né la possibile applicazione - futura e remota - dell'istituto della responsabilità aggravata, previsto dall'art. 96 cod. proc. civ. , né gli oneri relativi all'iscrizione a ruolo della causa, posto che, per effetto della modifica dell'art. 15 della legge n. 117 del 1988 disposta dall'art. 300, comma 6, del d.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, recante il «Testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di spese di giustizia (Testo A)», i giudizi promossi ai sensi di detta legge sono esenti dal pagamento del contributo unificato. L'eliminazione del filtro di ammissibilità si porrebbe in contrasto anche con l'art. 3 Cost., risultando contraddittoria rispetto alle scelte che lo stesso legislatore ha operato con riguardo al giudizio di appello e al giudizio di cassazione, in relazione ai quali sono stati viceversa recentemente introdotti meccanismi di filtro (artt. 342, primo comma, numero 2, 348-ter e 360-bis cod. proc. civ.). 1.4.- Il rimettente osserva, altresì, che, in correlazione all'abolizione del filtro di ammissibilità, l'art. 6 della legge n. 18 del 2015 ha soppresso l'inciso dell'art. 9, comma 1, della legge n. 117 del 1988 che ricollegava l'inizio del procedimento disciplinare, per i fatti che avessero «dato causa all'azione di risarcimento», alla comunicazione, da parte del tribunale, del provvedimento che aveva dichiarato ammissibile la domanda. È rimasta, invece, invariata la parte della disposizione che obbliga il titolare dell'azione disciplinare a procedere per i predetti fatti. In base alla nuova disciplina, pertanto, l'attore potrebbe rendere note al titolare dell'azione disciplinare le doglianze esposte nel giudizio risarcitorio, per quanto manifestamente infondate, costringendolo, per ciò solo, a promuovere l'azione disciplinare. Anche l'art. 9, comma 1, della legge n. 117 del 1988, come novellato, si porrebbe, quindi, in contrasto con gli artt. 25, primo comma, 101, secondo comma, e 111, secondo comma, Cost., consentendo ad una parte processuale di influire indebitamente sul corso del giudizio e sulla serenità del giudice, senza una preventiva verifica dei suoi assunti. 1.5.- Il Tribunale veronese sottopone, ancora, a scrutinio di legittimità costituzionale l'art. 4 della legge n. 15 del 2018, nella parte in cui, sostituendo l'art. 7, comma 1, della legge n. 117 del 1988, prevede che il Presidente del Consiglio dei ministri ha l'obbligo di esercitare l'azione di rivalsa nei confronti del magistrato. La disposizione sottrarrebbe, infatti, al Presidente del Consiglio dei ministri il diritto di valutare la convenienza di detta azione, sulla base di un raffronto tra i costi del giudizio risarcitorio nei confronti dello Stato e quelli del giudizio nei confronti del magistrato, nonché delle probabilità di successo di quest'ultimo. In questo modo, essa violerebbe tanto l'art. 24, primo comma, Cost. - che, nel garantire il diritto di difesa, riconoscerebbe implicitamente anche il diritto di non agire in giudizio - quanto il principio di ragionevolezza (art. 3 Cost.). Al riguardo, si dovrebbe considerare che - diversamente da quanto accadeva nel sistema originario della legge n. 117 del 1988 - i presupposti per l'esercizio dell'azione nei confronti dello Stato non sono i medesimi dell'azione di rivalsa, occorrendo, per questa, che i comportamenti individuati dalla norma siano connotati da negligenza inescusabile. Il Presidente del Consiglio dei ministri si troverebbe, di conseguenza, a dover esercitare l'azione di rivalsa "al buio", ossia senza che si sia avuta una positiva verifica dell'esistenza di quel presupposto. Irragionevole apparirebbe anche l'assimilazione, operata dalla norma censurata, delle ipotesi del risarcimento sulla base di transazione e sulla base di sentenza di condanna, quali presupposti dell'esercizio dell'azione obbligatoria di rivalsa. Diversamente dalla condanna, la transazione sarebbe, infatti, frutto di una scelta discrezionale del Presidente del Consiglio dei ministri, basata su ragioni di convenienza: scelta che potrebbe risultare viziata da un errore di valutazione riguardo all'ammissibilità o alla fondatezza della domanda risarcitoria. Anche in tale evenienza, tuttavia, il magistrato subirebbe l'azione di rivalsa, destinata ad un insuccesso per lo Stato. L'art. 3 Cost. risulterebbe violato anche sotto il profilo della ingiustificata disparità di trattamento dell'azione in discorso rispetto all'azione di regresso nei confronti degli altri dipendenti pubblici. Tale ultima azione - in base ai principi generali in tema di azione di garanzia personale (art. 1950 del codice civile), non derogati dall'art. 22, primo comma, del d.P.R. 10 gennaio 1957, n. 3 (Testo unico delle disposizioni concernenti lo statuto degli impiegati civili dello Stato) - non è, infatti, obbligatoria, pur presupponendo che nel giudizio nei confronti dello Stato sia stato accertato il dolo o la colpa grave del funzionario danneggiante: e ciò anche nel caso di transazione della lite, come si evincerebbe dal disposto dell'art. 30 del d.P.R. n. 3 del 1957. La denunciata disparità di trattamento non potrebbe essere spiegata facendo leva sulla differente entità economica della rivalsa (limitata, per i magistrati, ad una somma pari alla metà dello stipendio annuale al momento in cui l'azione di risarcimento è proposta, ai sensi dell'art. 5 della legge n. 18 del 2015). Tale limitazione dovrebbe costituire, al contrario, un ulteriore motivo per rendere discrezionale l'azione di rivalsa contro il magistrato, posto che la ridotta entità della somma recuperabile potrebbe sconsigliare l'iniziativa. 1.6.- Da ultimo, il rimettente denuncia il contrasto con l'art. 81, terzo comma, Cost. dell'art. 2, comma 1, lettere a), b) e c), e dell'art. 4 della legge n. 18 del 2015, quest'ultimo nella parte in cui prevede che il Presidente del Consiglio dei ministri ha l'obbligo di esercitare l'azione di rivalsa nei confronti del magistrato.