[pronunce]

4.- Sotto il profilo della non manifesta infondatezza, il giudice a quo ritiene che l'esclusione, nella disciplina dell'adozione in casi particolari, di rapporti civili fra l'adottato e i parenti dell'adottante arrechi un vulnus agli artt. 3 e 31 Cost., in quanto contrasterebbe «con il principio di parità di trattamento di tutti i figli, nati all'interno o fuori dal matrimonio e adottivi, che trova la sua fonte costituzionale negli artt. 3 e 31 Cost. ed è stato inverato dalla riforma sulla filiazione (l. 219/2012) e dal rinnovato art. 74 cc che ha reso unico senza distinzioni il vincolo di parentela che scaturisce dagli status filiali con la sola eccezione dell'adozione del maggiorenne». Il rimettente aggiunge, con specifico riferimento alla vicenda oggetto del giudizio a quo, che «la possibilità di ricorrere all'adozione in casi particolari lett. d) [in] situazioni in cui non vi è alcun legame familiare preesistente da preservare» renderebbe discriminatorio il diniego di rapporti civili fra adottato e parenti dell'adottante e paleserebbe una «irragionevole disparità di trattamento tra i figli di coppie unite in matrimonio ed i figli adottivi di coppie unite civilmente». La norma censurata contrasterebbe, sempre limitatamente all'esclusione dei diritti civili fra l'adottato e i parenti dell'adottante, con l'art. 117, primo comma, Cost., in relazione all'art 8 della CEDU, «in quanto impedi[rebbe] al minore inserito nella famiglia costituita dall'unione civile di godere pienamente della sua "vita privata e familiare" intesa in senso ampio, comprensiva di ogni espressione della personalità e dignità della persona ed anche del diritto alla identità dell'individuo». 5.- Si sono costituiti in giudizio con il medesimo atto M. M. e S. V., padre biologico della minore, che hanno condiviso le motivazioni dell'ordinanza di rimessione e hanno lamentato la lesione anche di ulteriori parametri costituzionali. In particolare, hanno denunciato la violazione degli artt. 3 e 30 Cost., in quanto la norma censurata contrasterebbe con il principio di unicità dello status di figlio, accolto con la riforma della disciplina sulla filiazione, di cui alla legge n. 219 del 2012 e al decreto legislativo 28 dicembre 2013, n. 154 (Revisione delle disposizioni vigenti in materia di filiazione, a norma dell'articolo 2 della legge 10 dicembre 2012, n. 219). Il vulnus ai parametri costituzionali viene ritenuto particolarmente evidente con riferimento allo status del minore adottato dal «partner omosessuale del genitore legale», in quanto l'adozione in casi particolari sarebbe «l'unico strumento che consente al minore di veder riconosciuto il proprio legame con il genitore d'intenzione». In subordine alla declaratoria di illegittimità costituzionale parziale, viene invocata l'interpretazione costituzionalmente orientata della disposizione censurata, nel suo rinvio all'art. 300, secondo comma, cod. civ. , in adesione alla tesi che, per effetto della nuova formulazione dell'art. 74 cod. civ. , ritiene possibile una interpretatio abrogans. In via ulteriormente gradata, viene espresso l'auspicio che questa Corte adotti un'ordinanza con rinvio a data certa del presente giudizio costituzionale, onde chiedere al legislatore di predisporre, nelle more, una regolamentazione conforme a Costituzione. 6.- Nel giudizio è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, che ha chiesto di dichiarare le questioni inammissibili o, in subordine, non fondate. 6.1.- L'Avvocatura ha eccepito, innanzitutto, una carenza di motivazione in ordine alla competenza del tribunale per i minorenni a pronunciarsi sugli effetti inerenti alla parentela del provvedimento che decide l'adozione in casi particolari. L'atto di intervento muove dalla considerazione che la domanda, relativa ai rapporti civili tra l'adottato e i parenti del genitore adottante, riguardi lo status del minore e rientri, pertanto, nella competenza del tribunale, ai sensi dell'art. 9 del codice di procedura civile. Argomenti in senso contrario non sarebbero rinvenibili nella legislazione vigente, poiché la legge sulle adozioni non prevede che il tribunale per i minorenni debba pronunciarsi anche sugli effetti conseguenziali all'attribuzione della filiazione e l'art. 55 della stessa legge n. 184 del 1983 non opererebbe un rinvio all'art. 277 cod. civ. , secondo cui «la sentenza che dichiara la filiazione produce gli effetti del riconoscimento». Inoltre, l'art. 38 delle disposizioni per l'attuazione del codice civile, di recente novellato dalla legge n. 219 del 2012, non ascriverebbe quella in esame fra le attribuzioni del tribunale per i minorenni, stabilendo che debbano essere emessi dal tribunale «i provvedimenti relativi ai minori per i quali non è espressamente stabilita la competenza di una diversa autorità giudiziaria». L'Avvocatura ne trae la conclusione che il giudice a quo, una volta dichiarata l'adozione, avrebbe dovuto declinare la competenza sulla domanda avente a oggetto la parentela, sicché il non averlo fatto e il non aver motivato a riguardo renderebbero le questioni sollevate inammissibili. 6.2.- Quanto al merito, il Presidente del Consiglio dei ministri chiede che le questioni siano giudicate non fondate, sul presupposto che l'ordinamento giuridico vigente sia incentrato su due diversi modelli di adozione, tra di loro non omologabili. L'adozione piena e legittimante presuppone - si legge nell'atto di intervento - «lo stato di abbandono del minore e comporta la recisione di qualunque legame tra la famiglia di origine e l'adottato», che «entra a tutti gli effetti a far parte della famiglia dell'adottante». Per converso, l'adozione in casi particolari «conserva i legami dell'adottato con la famiglia d'origine e, allo stesso tempo, non comporta l'ingresso del primo nella famiglia dell'adottante». A ciò si aggiunge che l'adozione piena è consentita «alle sole coppie coniugate e non anche alle coppie unite civilmente», mentre l'accesso all'adozione in casi particolari è permesso anche a persone non coniugate e a coppie unite civilmente. L'Avvocatura, infine, sottolinea come «un ulteriore elemento da considerare nel caso in esame, che il Tribunale per i minorenni non ha preso in considerazione, è il fatto che il minore oggetto del procedimento è stato concepito tramite il ricorso alla surrogazione di maternità: pratica vietata e sanzionata penalmente dall'art. 12, comma 6, della legge 19 febbraio 2004, n. 40 e che il diritto vivente ha riconosciuto contraria all'ordine pubblico, in quanto lesiva di valori fondamentali quali la dignità umana della gestante e l'istituto dell'adozione». L'insieme di questi fattori renderebbe ragionevole la disciplina differenziata della parentela che caratterizza i due regimi adottivi.