[pronunce]

n. 5 del 2017, ancora in riferimento agli artt. 2 e 3 Cost., e, in qualità di norme interposte, ai sensi dell'art. 117, primo comma, Cost., agli artt. 8 e 14 CEDU, nella parte in cui non prevede che anche nell'ipotesi di cui all'art. 31, comma 4-bis, del d.lgs. n. 150 del 2011, come emendato al punto precedente, il competente ufficiale dello stato civile, ricevuta la comunicazione della sentenza di rettificazione di attribuzione di sesso, proceda alla trascrizione del matrimonio nel registro degli atti di matrimonio, con le eventuali annotazioni relative al cognome ed al regime patrimoniale. 2.- Il rimettente sottolinea l'esigenza di protezione del nucleo dei diritti e doveri di assistenza e solidarietà riconosciuto dalle sentenze di questa Corte e della Corte di cassazione e, ancora, della Corte EDU, all'interno della vita di relazione familiare, alle due formazioni sociali in discorso, in ossequio agli artt. 2 e 117, primo comma, Cost. e agli artt. 8 e 14 CEDU, esigenza che sarebbe obliterata dalla normativa censurata. E denuncia, per contrasto con l'art. 3 Cost., l'irragionevolezza della disparità nel trattamento tra le stesse formazioni sociali di cui si tratta, non giustificata dai contenuti, diversi, che presiedono al momento genetico e costitutivo dei relativi vincoli - anche per gli impedimenti preventivi, previsti solo per la celebrazione del matrimonio, con le connesse opposizioni (artt. 93 e 102 e seguenti cod. civ. ) - e ai rispettivi rapporti, quanto all'assunzione dell'obbligo di fedeltà, omesso tra i doveri nascenti dall'unione civile nell'art. 1, comma 11, della legge n. 76 del 2016, e stabilito per le sole coppie coniugate, a fronte della disciplina analitica con la quale la stessa legge riconosce ai componenti dell'unione civile un fascio di diritti identici a quelli attribuiti ai coniugi. 3.- Il quadro di riferimento in cui si inseriscono i sollevati dubbi di illegittimità costituzionale muove dalle affermazioni di principio contenute nella sentenza di questa Corte n. 170 del 2014. 3.1.- Con la richiamata pronuncia è stata dichiarata la illegittimità costituzionale degli artt. 2 e 4 della legge n. 164 del 1982 (e, in via consequenziale, dell'art. 31, comma 6, del d.lgs. n. 150 del 2011, che ha sostituito l'abrogato art. 4 della predetta legge n. 164 del 1982, riproducendone il contenuto), nella parte in cui non prevedevano che la sentenza di rettificazione di attribuzione di sesso di uno dei coniugi, che provoca lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio, consentisse, ove entrambi lo richiedessero, di mantenere in vita un rapporto di coppia giuridicamente regolato con altra forma di convivenza registrata che ne tutelasse, adeguatamente, i diritti e gli obblighi, con modalità da statuirsi dal legislatore. Le norme in esame - ha rilevato in quella occasione la Corte, partendo dal presupposto incontrovertibile che la nozione di matrimonio contenuta nell'art. 29 Cost. sia quella di unione tra due persone di sesso diverso, con richiamo alla propria sentenza n. 138 del 2010 - risolvono il contrasto tra l'interesse statuale a non modificare il modello eterosessuale del matrimonio e quello della coppia attraversata da una vicenda di rettificazione del sesso a non sacrificare integralmente la dimensione giuridica del preesistente rapporto in termini di tutela esclusiva del primo. Dette norme - ha proseguito la Corte - rimangono chiuse «ad ogni qualsiasi, pur possibile, forma di (...) bilanciamento con gli interessi della coppia, non più eterosessuale, ma che, in ragione del pregresso vissuto nel contesto di un regolare matrimonio, reclama di essere, comunque, tutelata come "forma di comunità", connotata dalla "stabile convivenza tra due persone", "idonea a consentire e favorire il libero sviluppo della persona nella vita di relazione" (sentenza n. 138 del 2010)» (sentenza n. 170 del 2014). 3.2.- In adempimento del dictum della ricordata pronuncia, oltre che in risposta alle sollecitazioni che in tal senso venivano dalla giurisprudenza della Corte EDU (basti pensare all'emblematico caso risolto con la sentenza 21 luglio 2015, Oliari e altri contro Italia), il legislatore è intervenuto introducendo l'istituto dell'unione civile con la legge n. 76 del 2016. Successivamente, in sede di attuazione della delega contenuta nell'art. 1, comma 28, della stessa legge ai fini dell'adeguamento ad essa delle disposizioni dell'ordinamento dello stato civile in materia di iscrizioni, trascrizioni e annotazioni, ha inserito, con l'art. 7 del d.lgs. n. 5 del 2017, il comma 4-bis all'interno dell'art. 31 del d.lgs. n. 150 del 2011, che disciplina il rito per i procedimenti di rettificazione dell'attribuzione di sesso. La introduzione di tale disposizione - espressiva, come indicato nella relazione illustrativa del testo definitivo di legge, appunto della volontà del legislatore di dare concreta attuazione alla citata sentenza n. 170 del 2014 - adegua le norme su detti procedimenti alla previsione del comma 27 dell'art. 1 della legge n. 76 del 2016, secondo il quale «[a]lla rettificazione anagrafica di sesso, ove i coniugi abbiano manifestato la volontà di non sciogliere il matrimonio o di non cessarne gli effetti civili, consegue l'automatica instaurazione dell'unione civile tra persone dello stesso sesso». Infine, il d.lgs. n. 5 del 2017 ha aggiunto al d.P.R. n. 396 del 2000 l'art. 70-bis, il quale, al comma 5, dispone che, nella ipotesi di cui all'art. 31, comma 4-bis, del d.lgs. n. 150 del 2011, l'ufficiale dello stato civile del comune di celebrazione del matrimonio o di trascrizione se avvenuto all'estero, ricevuta la comunicazione della sentenza di rettificazione di attribuzione di sesso, procede alla iscrizione dell'unione civile nel relativo registro, con le eventuali annotazioni relative alla scelta del cognome e al regime patrimoniale. Il legislatore ha voluto in tal modo recuperare il senso di quella pronuncia là dove, tra l'altro, si preoccupava di evitare il prodursi di un deficit temporale di tutela avuto riguardo ai diritti ed obblighi della coppia introducendo, con il citato comma 4-bis, un meccanismo che, destinato ad operare nei giudizi di rettificazione anagrafica del sesso, consente che «[f]ino alla precisazione delle conclusioni la persona che ha proposto domanda di rettificazione di attribuzione di sesso ed il coniuge possono, con dichiarazione congiunta, resa personalmente in udienza, esprimere la volontà, in caso di accoglimento della domanda, di costituire l'unione civile, effettuando le eventuali dichiarazioni riguardanti la scelta del cognome ed il regime patrimoniale».