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Misure in materia di contrasto alla discriminazione della donna nella pubblicità e nei media. Onorevoli Senatori. -- Il presente disegno di legge è volto a fornire una risposta concreta alla lotta contro le discriminazioni di genere, perpetrate sotto forma di utilizzo di immagini che trasmettono, non solo esplicitamente, ma anche in maniera allusiva, simbolica, camuffata, subdola e subliminale, messaggi che suggeriscono, incitano o non combattono il ricorso alla violenza esplicita o velata, alla discriminazione, alla sottovalutazione, alla ridicolizzazione, all’offesa delle donne. Il rapporto tra immagine femminile e discriminazione permea aspetti intrinsecamente connessi alla vita lavorativa, sociale, retributiva, politica, religiosa in quanto attiene alla concezione della donna e alle sottese diramazioni che sfociano e nutrono l’immaginario collettivo. Il presente disegno di legge intende realizzare il superamento e la rimozione degli stereotipi sessisti veicolati da messaggi pubblicitari che offendono e sviliscono le donne. L’urgenza di una tale proposta legislativa trova ragion d’essere ed esplicazione sotto tre chiavi prospettiche: l’evoluzione sociologica del ruolo e dell’immagine della donna, la risoluzione del Parlamento europeo del 3 settembre 2008 sull’impatto del marketing e della pubblicità sulla parità tra uomini e donne (2008/2038 INI), l’assenza di una norma nell’ordinamento giuridico nazionale che tuteli l’immagine della donna e contrasti la violenza. Negli ultimi decenni si è passati da un’ottica di genere che faceva capo ad istanze normative rigide -- rappresentate dalla famiglia, dalle istituzioni, dalla religione -- all’erosione progressiva di questi valori. La pubblicità influenza gli individui sia a livello consapevole, sia a livello inconscio. Gli stereotipi di genere consolidano ruoli di genere limitati e restringono dunque il margine di manovra e le opportunità di vita di donne e ragazze, ma anche di uomini e ragazzi. Dal momento che tali messaggi sono onnipresenti nella vita di ciascuno (in televisione, sui giornali, nei film, su internet ), essi divengono la norma cui è prevista e richiesta l’adesione da parte di ogni singolo membro della società. La rappresentazione sessista della donna trasmessa dai media e dalla pubblicità incide soprattutto sulle giovani generazioni. Lo mostrano i risultati delle ricerche che hanno analizzato i processi psicologici di oggettivazione e di auto-oggettivazione. Pubblicità e media presentano il corpo femminile come mero oggetto sessuale, esistente per l’uso e il piacere altrui. Nel processo di oggettivazione, il corpo femminile perde la sua integrità, viene minimizzato ad alcune sue parti, rappresentate come elementi separati dalla persona, ridotte alla funzione di meri strumenti, e l’immagine femminile viene privata di individualità e personalità. I processi di oggettivazione causano, a loro volta, processi di auto-oggettivazione, nei quali si interiorizza la prospettiva dell’osservatore esterno. L’auto-oggettivazione, frequente soprattutto nelle preadolescenti, nelle adolescenti, nelle donne giovani, si manifesta attraverso un’ossessiva attenzione al corpo, provoca manifestazioni di ansia e aumento di emozione negative ( in primis vergogna, ma anche senso di colpa), riduce la consapevolezza dei propri stati interni. Purtroppo, provoca anche conseguenze molto serie sul benessere psico-fisico delle persone che la subiscono; è infatti correlata a un aumento dei disturbi depressivi, delle disfunzioni sessuali, dei disordini alimentari. Già con la risoluzione del 16 settembre 1997 sulla discriminazione della donna nella pubblicità (A4-0258/97), il Parlamento europeo aveva constatato che la legislazione degli Stati membri e la legislazione europea, in materia di protezione contro una rappresentazione degradante della donna nei mezzi di comunicazione, erano insufficienti e proponeva tutta una serie di misure legislative, segnatamente per quanto concerneva la pornografia nei mezzi d’informazione e il turismo sessuale. Invocava, inoltre, un codice di condotta in questo settore. La suddetta risoluzione sottolineava che «lo sfruttamento ingiustificato del corpo femminile a fini commerciali può offendere in modo particolarmente grave la dignità della donna», e considerava che «i mezzi di comunicazione di massa influenzano i comportamenti sociali attraverso i modelli trasmessi e possono contribuire a un cambiamento della mentalità e alla realizzazione dell’eguaglianza rappresentando la varietà di ruoli dei due sessi». Alla luce di tali argomentazioni chiedeva agli Stati membri di dare «attuazione ai patti e alle convenzioni internazionali in materia nonché al principio della non discriminazione, a livello legislativo così come a livello pratico» e sollecitava all’indirizzo degli Stati membri la nascita di «disposizioni legislative volte a proibire qualsiasi forma di pornografia nei mezzi di comunicazione e nella pubblicità, nonché il divieto di pubblicizzare prodotti pornografici e il turismo sessuale». Raccomandava altresì, ai consigli di emittenza televisiva degli Stati membri che non l’avessero ancora fatto, la creazione di codici di autoregolamentazione, invitava i mezzi di comunicazione di massa ad assolvere al compito loro affidato a norma di legge per quanto riguarda il rispetto della dignità umana e la realizzazione della parità di diritti; esortava i mezzi di comunicazione a contribuire al necessario cambiamento della mentalità allo scopo di concretizzare effettivamente la parità, anziché limitarsi a trasmettere immagini che comportano il mantenimento o un aggravamento della situazione di discriminazione esistente. Inoltre, condannava la diffusione di immagini femminili nelle comunicazioni commerciali che sminuissero la dignità della donna o la sua parità nei confronti del sesso maschile; chiedeva che si lottasse contro gli stereotipi sessisti nei contenuti, nelle immagini e nel linguaggio della pubblicità; invitava il settore della pubblicità a rinunciare in concreto e interamente a ridurre la donna a oggetto sessuale dell’uomo attraverso espedienti tecnici e raffigurazioni immaginose volti ad esaltare la sola bellezza fisica e la disponibilità sessuale; incoraggiava il settore pubblicitario a dar prova di maggiore e più costruttiva creatività nell’ideazione della pubblicità per evidenziare l’importanza della donna per la società nel lavoro, nella famiglia e nella vita pubblica. Nel 2008 il Parlamento europeo ritorna sull’argomento ed emana la già citata proposta di risoluzione sull’impatto del marketing e della pubblicità sulla parità tra donne e uomini (2008/2038 INI). Nella suddetta risoluzione si parte dal presupposto che la socializzazione (attraverso la scuola, la famiglia e l’ambiente socioculturale) è un processo che genera identità e valori, convinzioni e atteggiamenti che conferiscono all’individuo un posto e una funzione nella società in cui cresce; inoltre, si sottolinea che l’identificazione è un concetto chiave per comprendere i meccanismi di questo processo e, quindi, la pubblicità, quando veicoli messaggi pubblicitari discriminatori e degradanti basati sul genere e sugli stereotipi di genere sotto qualunque forma, rappresenta un ostacolo per una società moderna e paritaria. Il Parlamento europeo coglie gli aspetti di socializzazione di genere argomentando che la pubblicità è una componente dell’economia di mercato che, a causa della sua pervasività, ha un’innegabile influenza sul comportamento dei cittadini e la formazione delle loro opinioni.