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Sotto il profilo formale, si ricorda che il referendum abrogativo è considerato un «atto-fonte dell'ordinamento dello stesso rango della legge ordinaria» (Corte costituzionale 3 febbraio 1987 n. 29) e il suo esito è rinforzato dal divieto (ricavato dall'articolo 75 della Costituzione) di ripristino delle norme abrogate a seguito di un'iniziativa referendaria (Corte costituzionale 17 luglio 2012 n. 199); oltre che in ragione dei citati esiti referendari, il nostro Paese dovrebbe osteggiare ogni iniziativa tesa a sostenere la produzione di energia nucleare per i gravissimi rischi per l'ambiente e la salute connessi alla produzione dell'energia nucleare. Sarebbe sufficiente ricordare l'incidente avvenuto a Chernobyl per comprendere quanto sia pericoloso produrre energia nucleare, e anche laddove non si volesse considerare questa catastrofe, basterebbe considerare tutte le questioni attinenti alla gestione dei rifiuti radioattivi; l'Italia ha prodotto energia nucleare per poco tempo, eppure l'attività di decommissioning e la gestione dei rifiuti radioattivi non si sono ancora concluse; secondo gli ultimi dati disponibili (riferiti a dicembre 2019), in Italia ci sono 31.000 metri cubi di rifiuti radioattivi collocati in 24 impianti distribuiti su 16 siti in 8 Regioni. Si tratta di impianti e siti di stoccaggio provvisori a cui si è fatto ricorso per necessità, ma che sono assolutamente inidonei a mantenere in sicurezza materiali radioattivi. Si consideri, ad esempio, il caso di Saluggia, dove in un punto a ridosso della Dora Baltea ed a soli tre chilometri dalla confluenza con il Po, sono collocati tre impianti diversi (Eurex, LivaNova ed il deposito Avogadro), esposti a rischio di inondazioni, e in cui sono stoccati i rifiuti con la carica radioattiva più elevata; più nel dettaglio, dei 31.000 metri cubi di materiali presenti in Italia, circa 14.000 sono classificati ad "attività molto bassa", 12.500 di "bassa attività", 3.000 a "media attività" e 1.400 a "vita molto breve". A questi numeri, però, occorrerà aggiungere i rifiuti radioattivi ad alta attività che torneranno in Italia dopo il ritrattamento all'estero del combustibile esausto proveniente dagli ex impianti nucleari italiani, e quelli di media attività che si verranno a generare dalle attività di smantellamento degli impianti nucleari italiani dismessi nel nostro Paese; sul territorio nazionale ci sono anche elementi di combustibile radioattivo di provenienza extranazionale. Infatti, nell'impianto ITREC tra il 1968 e il 1970 sono stati trasferiti 84 elementi di combustibile irraggiato uranio-torio provenienti dal reattore sperimentale Elk River (Minnesota). In seguito, sono state condotte ricerche sui processi di ritrattamento e ri-fabbricazione del ciclo uranio-torio per verificare l'eventuale convenienza tecnico-economica rispetto al ciclo del combustibile uranio-plutonio normalmente impiegato. Dello smaltimento dei relativi rifiuti radioattivi si dovrà fare carico l'Italia, salvo che sia concordato il trasferimento negli USA; in Italia è prevista la realizzazione di un deposito nazionale per lo smaltimento dei rifiuti radioattivi a molto bassa e bassa attività e per lo stoccaggio dei rifiuti radioattivi a media e alta attività, che dovranno essere successivamente trasferiti in un deposito geologico idoneo alla loro sistemazione definitiva. L'investimento complessivo di circa 900 milioni di euro per la realizzazione del Deposito nazionale e del Parco tecnologico sarà finanziato dalla componente tariffaria A2RIM (ex componente A2) della bolletta elettrica, che già oggi copre i costi dello smantellamento degli impianti nucleari; si stima che ad oggi il prelievo sulla bolletta elettrica per la messa in sicurezza dei rifiuti radioattivi e di smantellamento delle centrali nucleari ammonti a 4 miliardi di euro; quanto allo stato della procedura inerente alla realizzazione del Deposito nazionale, si evidenzia che in data 14 gennaio 2022 si è conclusa la seconda fase di invio delle osservazioni e proposte tecniche nell'ambito della consultazione pubblica sulla localizzazione dello stesso e del Parco tecnologico (DNPT); occorre realizzare quanto prima il Deposito nazionale per assicurare la gestione in sicurezza dei rifiuti radioattivi e completare tempestivamente le attività di decommissioning. Tanto si evince anche dalla "Relazione sulla gestione dei rifiuti radioattivi in Italia e sulle attività connesse" (Doc. XXIII, n. 9) del 30 marzo 2021 della Commissione parlamentare di inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti e su illeciti ambientali ad esse correlati, che ha rilevato gravi ritardi sia nell' iter per la costruzione del deposito che nelle attività di decommissioning degli impianti; nella relazione si legge che «È certamente nota, soprattutto a chi si occupa della gestione dei rifiuti radioattivi e della disattivazione degli impianti, l'esigenza prioritaria di dar corso quanto prima alla realizzazione del Deposito nazionale per lo stoccaggio temporaneo del combustibile esaurito e dei rifiuti radioattivi a media e alta attività, nonché per lo smaltimento dei rifiuti radioattivi a molto bassa e bassa attività»; come emerge da quanto riportato non vi è alcuna convenienza economica, né in termini di tutela dell'ambiente e della salute a sostenere investimenti e più in generale iniziative a favore della produzione di energia nucleare; considerato, inoltre, che: l'inclusione del gas e del nucleare nell'ambito della tassonomia confliggono con il principio "non arrecare un danno significativo", oltre che con quanto stabilito dall'art. 19 del regolamento sulla tassonomia, ai sensi del quale, come anticipato, i criteri di vaglio tecnico devono basarsi su prove scientifiche irrefutabili e rispettare il principio di precauzione; tale inclusione pregiudica completamente il sistema originariamente concepito dall'UE per orientare gli investimenti verso attività e progetti green nell'ottica di conseguire gli obiettivi europei di decarbonizzazione. Infatti, qualificare la produzione di energia nucleare e il ricorso al gas naturale come attività ecosostenibili, comporta il rischio di sottrarre risorse ad attività e progetti effettivamente "puliti" per destinarli ad attività che sono inquinanti, e, nel caso del nucleare, addirittura pericolose; inoltre, qualora la bozza del 31 dicembre fosse confermata, la tassonomia da strumento di contrasto al greenwashing si trasformerebbe in strumento di attuazione del greenwashing , perché consentirebbe di considerare ecosostenibili attività che non lo sono, rendendo assolutamente fittizia la trasparenza delle informazioni a disposizione degli investitori; in una lettera aperta del 12 gennaio l'Institutional Investors Group on Climate Change (IIGC) ha invitato la Commissione a non includere il gas naturale nella lista degli investimenti ecosostenibili, per non compromettere il ruolo dell'Unione come leader nella finanza sostenibile; la qualificazione della produzione di energia nucleare e il ricorso al gas come attività green non appare in linea con la necessità impellente di tutelare gli ecosistemi naturali, come descritta nella Strategia dell'UE sulla biodiversità per il 2030 e neppure con il concetto di One Health pure sostenuto dall'UE, impegna il Governo: