[pronunce]

SENTENZA ha pronunciato la seguentenel giudizio di legittimità costituzionale dell'articolo 32, comma 36, del decreto-legge 30 settembre 2003, n. 269 (Disposizioni urgenti per favorire lo sviluppo e la correzione dell'andamento dei conti pubblici), convertito, con modificazioni, nella legge 24 novembre 2003, n. 326, promosso con ordinanza del 16 maggio 2007, dal Tribunale di Frosinone, sezione distaccata di Alatri, nel procedimento penale a carico di Pigliacelli Paolo ed altri iscritta al n. 666 del registro ordinanze 2007 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 39 prima serie speciale, dell'anno 2007. Visto l'atto di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri; udito nella camera di consiglio del 13 febbraio 2008 il Giudice relatore Ugo De Siervo.. Ritenuto in fatto Considerato in diritto 1. – Il Tribunale di Frosinone, sezione distaccata di Alatri, con ordinanza del 16 maggio 2007, ha sollevato questione di legittimità costituzionale dell'art. 32, comma 36, del decreto-legge 30 settembre 2003, n. 269 (Disposizioni urgenti per favorire lo sviluppo e la correzione dell'andamento dei conti pubblici), convertito, con modificazioni, nella legge 24 novembre 2003, n. 326, per violazione degli artt. 3, 97 e 111 della Costituzione. Il rimettente censura la disposizione citata nella parte in cui prevede che l'estinzione dei reati edilizi ai sensi dell'art. 38, comma 2, della legge 28 febbraio 1985, n. 47 (Norme in materia di controllo dell'attività urbanistico-edilizia, sanzioni, recupero e sanatoria delle opere edilizie), si produce con il decorso di trentasei mesi dalla data da cui risulta effettuato il pagamento dell'oblazione. La questione è sollevata dal Tribunale nel corso di un procedimento penale in cui si procede per i reati di cui agli artt. 110 codice penale, 20, lettera b), della legge n. 47 del 1985, 81, cod. pen. , 17, 18 e 20 della legge 2 febbraio 1974, n. 64 (Provvedimenti per le costruzioni con particolari prescrizioni per le zone sismiche), 81, secondo comma, e 349, secondo comma, cod. pen. Il rimettente riferisce che il processo è stato sospeso a seguito della presentazione da parte degli imputati della domanda di condono ai sensi dell'art. 32 del decreto-legge n. 269 del 2003 e che, nell'udienza del 16 maggio 2007, il difensore ha depositato la prova dell'avvenuto pagamento dell'ultima rata dell'oblazione, nonché l'attestazione di congruità del pagamento rilasciata dal competente organo comunale, chiedendo che il processo sia definito con sentenza di non doversi procedere per estinzione del reato per oblazione. Il Tribunale rileva come, ai sensi dell'art. 32, comma 36, del citato decreto-legge, gli effetti estintivi del reato – previsti dall'art. 38, comma 2, della legge n. 47 del 1985, richiamato dalla disposizione in parola – siano subordinati alla ricorrenza di tre presupposti: la presentazione della domanda di definizione dell'illecito edilizio, l'integrale pagamento dell'oblazione e il decorso di 36 mesi da tale pagamento. Per effetto della citata disposizione, dunque, non sarebbe possibile per il giudice definire il giudizio a quo, non essendo ancora decorso l'intero arco temporale previsto dalla norma. Secondo il rimettente, norma cardine del cosiddetto condono edilizio, sia nel sistema della legge n. 47 del 1985, sia in quello di cui al decreto-legge n. 269 del 2003, sarebbe l'art. 38, comma 2, della legge n. 47 del 1985 il quale prevede la necessità, ai fini della estinzione dei reati, dell'integrale pagamento dell'oblazione. Al riguardo, la Corte di cassazione avrebbe chiarito che il regime dell'oblazione per i reati edilizi non si discosterebbe da quello ordinario di cui agli artt. 162 e 162-bis del codice penale, per cui spetta al giudice e all'amministrazione accertare sia il diritto all'oblazione, sia la congruità e la tempestività del pagamento. Tuttavia, può accadere – come nel caso di specie – che vi sia stata l'attestazione di congruità della somma pagata, ma non siano ancora trascorsi i 36 mesi previsti dalla legge per il perfezionarsi dell'effetto estintivo. Il rimettente ricorda come la Corte di cassazione sia intervenuta più volte «al fine di scongiurare il rischio che l'inerzia dell'amministrazione ricadesse sull'imputato», con riferimento al condono previsto dalla legge n. 47 del 1985, affermando che il decorso di 24 mesi dalla presentazione della domanda di condono equivale ad un accoglimento tacito della stessa con conseguente effetto estintivo del reato. Si è precisato, inoltre, che il diritto del Comune a richiedere le eventuali maggiori somme rispetto a quelle pagate – diritto che può essere esercitato «per un anno ancora dopo i ventiquattro mesi sufficienti per intendersi condonato l'abuso» – deve essere tenuto distinto rispetto all'estinzione del reato. Il legislatore del 2003 – ad avviso del rimettente – avrebbe trasformato il decorso del periodo di 36 mesi dal pagamento dell'oblazione da arco temporale in cui permane il diritto dell'amministrazione di chiedere le eventuali somme a conguaglio, in elemento costitutivo della fattispecie estintiva. In realtà, ad avviso del Tribunale, dall'evoluzione giurisprudenziale emergerebbe che l'effetto estintivo del reato, che attiene al piano penale, dovrebbe ritenersi compiuto con il pagamento dell'oblazione, mentre l'interesse relativo al conguaglio delle somme (sia da parte della PA che del privato) atterrebbe ad un profilo diverso, sia amministrativo (in quanto concernente il controllo in materia urbanistica), sia civilistico (relativo a eventuali arricchimenti ingiustificati). Allorché l'amministrazione comunale abbia riscontrato la congruità del pagamento effettuato dal privato, residuerebbero solo «ipotesi marginali di errore, rimediabili sul piano amministrativo». Per tali ragioni, la disposizione censurata violerebbe l'art. 3 Cost., essendo irragionevole. Essa contrasterebbe altresì con il principio della ragionevole durata del procedimento sancito dall'art. 111 Cost. dal momento che, una volta che sia stata ritenuta congrua l'oblazione pagata, l'ulteriore decorso del tempo sarebbe «ultroneo ai fini di accertamento penale». Inoltre, il protrarsi dell'attesa della definizione del procedimento sarebbe aggravata dalla circostanza che di frequente, come avvenuto nel caso di specie, l'opera abusiva, normalmente destinata ad uso abitativo, sarebbe sottoposta a sequestro, di tal che la pendenza del processo determinerebbe il perdurare della indisponibilità del bene. Infine, sarebbe violato l'art. 97 Cost. a causa dell'aggravamento del lavoro giudiziario che la disposizione censurata determinerebbe, imponendo lunghi periodi di sospensione e di rinvio dei procedimenti con conseguente sovraccarico del ruolo. 2.