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Modifiche all'articolo 26- bis del decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286, in materia di ingresso e soggiorno per investitori. Onorevoli Senatori. – Il visto d'ingresso per investitori è una misura da tempo adottata a livello internazionale per favorire l'attrazione degli investimenti. Questa tipologia di visto e la corrispondente autorizzazione al soggiorno sono state introdotte in Italia solo nel dicembre del 2016, quando il comma 148 della legge 11 dicembre 2016, n. 232 (legge di bilancio 2017), ha modificato il testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell'immigrazione e norme sulla condizione dello straniero, di cui al decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286, di seguito « testo unico sull'immigrazione », disciplinando all'articolo 26- bis le modalità per l'ingresso ed il soggiorno per investitori. Le disposizioni di attuazione sono state adottate con il decreto del Ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale, di concerto con il Ministro dell'interno 21 luglio 2017; il 16 novembre dello stesso anno, il Ministero dello sviluppo economico ha approvato, unitamente al Ministero degli affari esteri e della cooperazione internazionale e al Ministero dell'interno, il manuale operativo Investor Visa for Italy che ha consentito di aprire la piattaforma web attraverso la quale gli investitori e i mecenati possono presentare le richieste di nulla osta, l'autorizzazione preliminare al rilascio del visto d'ingresso. A distanza di due anni dall'emanazione della norma e trascorso un anno dall'avvio operativo del sistema, nonostante l'impegno del Ministero dello sviluppo economico, della diplomazia economica del Ministero degli affari esteri e della cooperazione internazionale e dell'Agenzia per la promozione all'estero e l'internazionalizzazione delle imprese italiane (ICE) per promuovere questa opportunità, purtroppo i risultati non sembrano aver premiato questa scelta: alla data del 27 novembre 2018 sono stati richiesti sei nulla osta, dei quali tre sono stati rilasciati, due rigettati, uno è in fase di valutazione; dei tre rilasciati, due hanno ricevuto il visto ed il permesso di soggiorno ed effettuato l'investimento. I Paesi di provenienza delle domande sono Russia, Turchia, Israele, Corea del Sud. Appare poco probabile che l'insuccesso possa essere collegato al nuovo corso politico del Paese, anche perché qui non si parla di investimenti strategici ma, più semplicemente, di investimenti a partire da 500.000 euro, legati ad un sistema produttivo solido ed affidabile quale è quello italiano. Tanto meno condizionanti possono essere gli assetti politici del Paese riguardo le grandi donazioni a favore del patrimonio culturale nazionale, del tutto svincolate da qualunque logica di natura economica. Sembra, invece, più verosimile che questi modesti risultati siano da attribuire alla stessa formulazione della norma approvata nel 2016, sia nella parte che non individua con certezza i soggetti beneficiari del visto d'ingresso, sia per quanto riguarda l'ammontare minimo delle donazioni (un milione di euro), sia nella parte che non opera alcuna distinzione tra condizione giuridica dell'investitore/mecenate e quella dell'immigrato, come invece, ad esempio, accade negli Stati Uniti d'America che, vantando un'esperienza consolidata in questo campo, distinguono nettamente le categorie di « immigrant » e « non immigrant » consentendo agli investitori di optare per l'una o per l'altra a seconda delle loro specifiche esigenze. Quanto ai soggetti beneficiari del visto d'ingresso, il manuale operativo del Ministero degli affari esteri e della cooperazione internazionale precisa che l'articolo 26- bis prevede « una tipologia di visto dedicata alle persone fisiche che intendono effettuare investimenti di importo significativo in aree strategiche per l'economia e per la società italiana ». Tuttavia, secondo alcuni autorevoli commentatori (si veda l'articolo di Loredana Nazzicone, magistrato della Corte di cassazione, pubblicato nella rivista Immigrazione.it n. 311 del 1° maggio 2018) « Non ponendo la norma particolari requisiti soggettivi, l'investitore straniero può essere sia una persona fisica, sia una persona giuridica del paese estero ». Infatti, ridurre la platea degli investitori alle sole persone fisiche significa rinunciare in partenza alle opportunità offerte dalla legge, soprattutto nell'ambito della grande filantropia che vede come quasi unici operatori le grandi imprese e le fondazioni. Un esempio su tutti l’ Art-bonus , un credito di imposta per favorire le erogazioni liberali a sostegno della cultura previsto dell'articolo 1 del decreto-legge 31 maggio 2014, n. 83, convertito, con modificazioni, dalla legge 29 luglio 2014, n. 106. Alla data del 28 novembre 2018, su 9.453 donazioni, quelle superiori a 100.000 euro sono state 161 e tutte effettuate da imprese e fondazioni, salvo cinque operazioni da parte di persone fisiche. Il dato è stato rilevato dal sito artbonus.gov.it. Inoltre, per quanto riguarda le donazioni da persone fisiche, è bene ricordare che, a differenza di quelle effettuare da persone giuridiche, possono dar luogo ad un'azione di revocatoria da parte degli eredi legittimi del mecenate. Poiché tra le motivazioni addotte per limitare il beneficio alle sole persone fisiche vi è quella del rischio di abusi e le possibili incertezze circa l'individuazione del beneficiario del visto, si segnala che da qualche tempo la Spagna – che pure ha adottato simili strategie di attrazione degli investimenti – rilascia il visto ed il permesso di soggiorno al solo legale rappresentante o al socio qualificato (la Spagna ha indicato il 10 per cento del capitale) in carica da almeno un anno; titoli subordinati alla permanenza nella carica sociale. Venuta meno questa condizione (decesso, dimissioni), fermi restando gli altri requisiti previsti dall'articolo 26- bis , potrà sempre essere presa in considerazione la possibilità di rilasciare un visto al nuovo legale rappresentante, magari ad altro titolo. Se da una parte si ritiene indispensabile estendere alle persone giuridiche (in particolare alle fondazioni straniere) la possibilità di effettuare una donazione, mantenendo la soglia minima di un milione di euro, al fine di incrementare la possibilità di ricevere fondi anche da persone fisiche tale soglia dovrebbe essere ridotta a 500.000 euro, una somma che potrebbe risultare più accessibile ai mecenati che operano con i propri mezzi. Un'altra causa della inefficacia di questa misura di attrazione sembra risiedere nel trattamento giuridico che l'articolo 26- bis riserva all'investitore e al mecenate che sono equiparati al « comune » immigrato, senza prevedere alcuna logica distinzione tra le due categorie: un investitore ed un mecenate non necessariamente, anzi quasi mai, sono immigrati. Chi ha più esperienza in questo campo, in primis gli Stati Uniti d'America, distingue nettamente tra « immigrant visa » e « non immigrant visa », per cui gli investitori possono ricadere nell'una o nell'altra categoria a seconda che intendano o meno trasferirsi definitivamente negli USA. Questa mancata differenziazione tra « immigrati » ed « investitori » comporta obblighi, a carico di questi ultimi, tali da rendere poco appetibile la richiesta del visto e del permesso di soggiorno.