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Penso alle Olimpiadi che sono state certamente il simbolo più evidente di questa necessità di fermarsi, ma per l'Italia ci sono stati anche altri appuntamenti importanti che sono stati rinviati, come il Giro d'Italia, gli Internazionali di tennis, anche l'inaugurazione di UEFA Euro 2020, tutti appuntamenti che avrebbero comunque aiutato a garantire al nostro Paese quel primato forte che ha sempre avuto anche nel mondo dell'organizzazione degli eventi sportivi. La linea del Governo, da questo punto di vista, è stata sempre una linea di prudenza e di tutela innanzitutto della salute per tutti. Del resto, le immagini dei morti, delle persone che sono state portate via da questa epidemia ritornano ancora alla mente di ciascuno di noi, perché non risalgono a mesi o anni fa, ma ancora a poche settimane fa. È per questo che abbiamo proceduto con prudenza alla riapertura di tutto il mondo sportivo. Come sapete, nel decreto del Presidente del Consiglio dei ministri del 4 maggio abbiamo iniziato dalla ripresa dell'attività motoria e sportiva per tutti gli italiani - e questo è stato un segnale estremamente importante per l'opinione pubblica - ma abbiamo anche ripreso con gli allenamenti degli sport individuali, limitandoli però agli atleti riconosciuti dal CONI e dalle federazioni di interesse nazionale, cioè quelli che avevano urgenza di ritornare ad allenarsi per poter partecipare alle competizioni e alle grandi gare anche a livello internazionale. Questo è stato necessario perché il richiamo che ci veniva da tutta la comunità scientifica era volto anche a mettere in circolazione con la prima apertura del 4 maggio il minor numero possibile di persone, proprio per cominciare in modo graduale la riapertura. Abbiamo lavorato in queste settimane senza sosta per dare risposta a tutto il mondo dello sport, anche se spesso l'attenzione in questi giorni si è concentrata prevalentemente sul tema del calcio. Vorrei quindi subito chiarire alcuni aspetti su questo punto. Io sono, come Ministro dello sport, pienamente consapevole dell'importanza non solo sociale, ma anche della passione e del tifo che si raccolgono intorno al tema del calcio. Sarebbe paradossale perciò se, come Ministro dello sport, non riconoscessi l'importanza di questo mondo, non solo per i motivi che vi ho appena detto, ma anche perché oggettivamente, dati alla mano, rappresenta un'industria importante del nostro Paese, che ha un fatturato e un giro di affari importante e che dà al fisco oltre un miliardo di euro l'anno. Ciononostante, ho trovato eccessivo l'inasprimento del dibattito politico e mediatico, incomprensibile - secondo la mia percezione - agli occhi di milioni di italiani che in questo momento sono ancora prioritariamente interessati alla loro salute e al loro lavoro. L'altro ieri sono arrivate le decisioni, le valutazioni più che altro, del Comitato tecnico-scientifico sul protocollo proposto dalla Federazione italiana giuoco calcio (FIGC) per la ripresa degli allenamenti. Le osservazioni sono numerose; ne cito tre che sono particolarmente significative. La prima: il CTS chiede che nel caso emerga un positivo all'interno della squadra, tutta la squadra sia messa in quarantena, senza alcun contatto esterno. La seconda: affidare una responsabilità notevole ai medici delle singole società, nel rispetto e nell'attuazione di quel protocollo. La terza: il Comitato tecnico-scientifico richiede che sia fatta attenzione che l'enorme numero di tamponi e di test molecolari richiesti per i calciatori non vadano in nessun modo ad impattare sulle esigenze generali e sulle necessità di tutti gli altri cittadini. Credo che le osservazioni formulate dal CTS saranno prese in considerazione dalla Federazione italiana giuoco calcio, che immagino che riadatterà il proprio protocollo in base a queste indicazioni, per consentire quindi la ripresa degli allenamenti a partire dal 18 maggio. Ovviamente resterà poi ancora la necessità di definire nei prossimi giorni la riapertura del campionato. Al riguardo vorrei essere altrettanto chiaro: se il campionato riprenderà, come tutti auspichiamo, lo farà perché saremo arrivati a questa decisione dopo una successione ordinata di azioni, di protocolli e di attività che avremo svolto e che avranno consentito di riprendere il campionato in sicurezza per tutto e per tutti quanti coloro che sono coinvolti in questo mondo. Non era possibile in alcun modo decidere, come ho sempre detto sin dal primo giorno, soltanto per una fretta irresponsabile o per le spinte strumentali di chicchessia. Del resto che il quadro generale non consentisse fughe in avanti ancora fino a qualche giorno fa, era talmente evidente e anche in contrapposizione con la tutela della salute. Mi sembra di vedere oggettivamente che si sia trattato di un'incertezza che non ha caratterizzato soltanto il nostro Paese, ma tutti i Paesi. Gli unici Paesi che hanno deciso subito una data, sono quelli che hanno bloccato il campionato, come la Francia e l'Olanda. Tutti gli altri, dalla Germania, che riprenderà, agli altri Paesi, hanno dovuto man mano rinviare questa decisione di fronte alla necessità di analizzare la curva dei contagi e vedere realmente cosa andava fatto per fare in modo che il campionato potesse riaprire in sicurezza. Il Governo ha tenuto quindi una linea sempre molto precisa e coerente di prudenza e di attenzione al tema della salute, mentre abbiamo visto spesso cambiare opinione, anche legittimamente, gli stessi presidenti delle società, molti opinionisti e giornalisti, con un'evoluzione legittima del pensiero e delle posizioni, determinata anche da un cambiamento continuo della situazione. Abbiamo invece mantenuto, con coerenza, sempre la stessa linea di prudenza, senza farci condizionare da pressioni di alcun genere, per cui oggi, se il campionato riprenderà, lo farà perché è stata adempiuta tutta una serie di situazioni necessarie e preliminari. Qualcuno in questi giorni si è chiesto come mai, se in un supermercato una cassiera risulta positiva non si chiuda il negozio, mentre nel caso di una squadra di calcio si prescriva che essa vada in quarantena. A me la risposta sembra tanto evidente, quanto banale: nel supermercato è possibile mantenere i distanziamenti, utilizzare i sistemi di protezione, le mascherine e i guanti; il calcio è, per sua natura, come tutti gli altri sport di squadra e in particolare gli sport di contatto, uno sport nel quale non è possibile mantenere le distanze e in cui i calciatori devono anzi correre, sudare, marcarsi e assembrarsi in area di rigore. Da queste semplici e direi banali e incontestabili evidenze, nasce la necessità di prevedere questo autoisolamento, come del resto è confermato anche dal caso avvenuto in Germania solo tre giorni fa, che ha coinvolto una squadra della serie B tedesca. Del resto vorrei ricordare che la sottovalutazione di questo problema ha portato già, poche settimane fa, alla quarantena di diverse squadre di serie A e di diversi calciatori. Quindi quello che vorremmo fare, proprio per non danneggiare ulteriormente il mondo il calcio, è evitare di doverci poi ritrovare nuovamente in questa situazione. Del resto sono e siamo tutti consapevoli che per il calcio la necessità di terminare il campionato nasce sicuramente non solo da motivazioni sportive, ma anche da legittime e indiscutibili ragione economiche, essendo legata alla questione dei diritti televisivi, dal cui introito dipende l'equilibrio di tutto il sistema, anche di squadre fortemente indebitate.