[pronunce]

307 e 306 del 2005) , ha nuovamente sollevato – in riferimento agli artt. 3 e 27, terzo comma, Cost. – questione di legittimità costituzionale dell'art. 14, comma 5-ter, del d.lgs. n. 286 del 1998, come sostituito dall'art. 1 della legge n. 271 del 2004, nella parte in cui prevede la pena della reclusione da uno a quattro anni per lo straniero che, senza giustificato motivo, si trattenga nel territorio dello Stato in violazione dell'ordine di allontanarsene, impartitogli dal questore a norma del precedente comma 5-bis; che le predette ordinanze, deliberate nell'ambito di due giudizi celebrati con rito direttissimo per il reato di indebito trattenimento, sono analoghe, nel percorso argomentativo e nel petitum, al provvedimento adottato dal medesimo rimettente il 20 gennaio 2005 (r.o. n. 268 del 2005), già sopra descritto; che il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, si è costituito nei tre giudizi indicati con atti di identico tenore, rispettivamente depositati il 14 giugno 2005 (r.o. n. 268 del 2005) ed il 5 luglio 2005 (r.o. nn. 306 e 307), chiedendo che le questioni sollevate siano dichiarate infondate; che, ad avviso della difesa erariale, l'evoluzione del quadro sanzionatorio per effetto della legge n. 271 del 2004 non sarebbe affatto irragionevole, posto che il reato di indebito trattenimento era già in precedenza considerato grave (tanto da prevedersi per esso l'obbligatorietà dell'arresto), e che residuano pur dopo la riforma – riguardo a fattispecie di rilevanza effettivamente minore – forme di responsabilità per mera contravvenzione (come nel caso dell'omessa richiesta di rinnovo del permesso di soggiorno già ottenuto); che sarebbe ingiustificato, in particolare, l'assunto di una sensibile differenza di gravità tra la fattispecie dell'indebito trattenimento e le ipotesi previste al comma 13-bis dell'art. 13 dello stesso d.lgs. n. 286 del 1998, il cui trattamento sanzionatorio è stato in sostanza parificato, e sarebbe per altro verso arbitrario il raffronto istituito tra la norma censurata e la contravvenzione delineata all'art. 650 cod. pen. , posta la rilevanza e la particolarità degli interessi pubblici sottesi alle disposizioni penali in materia di immigrazione; che il Tribunale di Torino in composizione monocratica, con ordinanza del 24 febbraio 2005 (r.o. n. 333 del 2005), ha sollevato – in riferimento agli artt. 3 e 27, terzo comma, Cost. – questione di legittimità costituzionale dell'art. 14, comma 5-ter, del d.lgs. n. 286 del 1998, come sostituito dall'art. 1 della legge n. 271 del 2004, nella parte in cui prevede la pena della reclusione da uno a quattro anni per lo straniero che, senza giustificato motivo, si trattenga nel territorio dello Stato in violazione dell'ordine di allontanarsene, impartitogli dal questore a norma del precedente comma 5-bis; che il rimettente deve valutare una richiesta congiunta di applicazione della pena, ai sensi dell'art. 444 cod. proc. pen. , per il reato di indebito trattenimento, ma dubita della legittimità della norma che fissa i valori edittali della sanzione, assumendo che tale previsione sarebbe irrazionale, e comunque discriminatoria, per il trattamento più severo previsto rispetto a quello concernente altre condotte, del tutto assimilabili eppure sanzionate in misura assai minore, o addirittura immuni da conseguenze penali; che il giudice a quo, a tale proposito, si riferisce a norme contenute nello stesso d.lgs. n. 286 del 1998, che riguardano ulteriori condotte di inottemperanza all'ordine di lasciare il territorio dello Stato, punite solo con la pena dell'arresto da sei mesi ad un anno (in caso di espulsione conseguente alla mancata richiesta di rinnovo del permesso di soggiorno) o addirittura penalmente irrilevanti (come nel caso dell'espulsione disposta dal Ministro dell'interno a norma del comma 1 dell'art. 13 del citato d.lgs n. 286 del 1998); che, secondo il rimettente, il legislatore non avrebbe dovuto differenziare il trattamento penale delle varie condotte di inottemperanza in ragione della causa del provvedimento di espulsione rimasto ineseguito, posto che la lesione del bene giuridico sarebbe per tutte identica, e per tutte si realizzerebbe con l'inutile scadenza del termine per l'abbandono del territorio nazionale; che il legislatore piuttosto, in osservanza del criterio di proporzionalità, avrebbe dovuto assimilare il trattamento della condotta in esame a quello di comportamenti previsti da altre norme di tutela dell'ordine pubblico, come il già citato art. 650 cod. pen. e l'art. 2 della legge 27 dicembre 1956, n. 1423 (Misure di prevenzione nei confronti delle persone pericolose per la sicurezza), che punisce la contravvenzione al foglio di via obbligatorio; che in particolare, a parere del rimettente, la piena comunanza di struttura e di oggetto giuridico tra le previsioni appena citate e quella censurata comproverebbe che il più severo trattamento dipende, nella specie, dalla cittadinanza straniera dell'autore della violazione, e quindi introduce una discriminazione inammissibile, se riferita ad un diritto fondamentale qual è la libertà della persona; che l'incongruenza del trattamento sanzionatorio rispetto alle caratteristiche offensive della condotta sarebbe documentata, secondo il giudice a quo, anche dall'evidente finalismo dell'opzione compiuta con la legge n. 271 del 2004, volta a fissare una pena che consentisse, a mente dell'art. 280 cod. proc. pen. , l'applicazione di una misura cautelare carceraria e dunque, pur dopo la sentenza n. 223 del 2004 di questa Corte, la previsione dell'arresto obbligatorio; che la sproporzione per eccesso della previsione sanzionatoria determinerebbe anche la violazione del terzo comma dell'art. 27 Cost., atteso che la finalità rieducativa della pena deve essere assicurata non solo con riguardo alla fase esecutiva, ma anche in sede di astratta comminazione, e che detta finalità sarebbe vanificata da una punizione manifestamente eccessiva dell'interessato (è richiamata la sentenza n. 343 del 1993 di questa Corte); che anche in tale giudizio, con atto depositato il 26 luglio 2005, è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che la questione sia dichiarata infondata; che, secondo la difesa erariale, il quadro sanzionatorio scaturito dalla legge n. 271 del 2004 non sarebbe affetto dalle incongruenze denunciate, posto che l'indebito trattenimento conseguente all'ingresso illegale od a condotte similari sarebbe reato assimilabile alle altre ipotesi punite in misura equivalente, mentre la comparazione con l'art. 650 cod. pen.