[pronunce]

n. 507 del 1993, non osta all'accoglimento delle questioni, perché si riferisce ad una fattispecie diversa da quella oggetto del giudizio principale; che nel caso di specie, infatti, secondo il rimettente, «solo alcune delle somme richieste alla banca, come obbligata in solido, sono richieste a titolo di imposta; […] altre somme sono richieste a titolo di sanzione pecuniaria per l'omessa denuncia, per ritardato pagamento e per interessi di mora (del 7%), ossia per titoli che appaiono sanzioni prettamente afflittive»; che, in punto di rilevanza, il giudice a quo afferma che: a) «dagli atti e documenti di causa risulta che la banca ha stipulato un contratto di pubblicità per un solo anno (e per tale periodo il soggetto titolare del mezzo pubblicitario – Pubblitop – ha pagato alla ICA la relativa tassa), ma la pubblicità è rimasta esposta anche successivamente a tale periodo annuale, per inerzia di chi disponeva del mezzo pubblicitario (la Pubblitop ha dapprima ceduto ad altri il ramo di azienda e poi è fallita) ed a totale insaputa del soggetto pubblicizzato che, non appena informato, si è attivato (invano) chiedendo la copertura della pubblicità rimasta esposta sui tabelloni»; b) «la banca – che non voleva assolutamente avvalersi del mezzo pubblicitario oltre il termine contrattualmente convenuto – è stata raggiunta dall'accertamento e colpita dalle sanzioni, nonostante abbia posto in essere tutto quanto poteva per evitare le conseguenze della altrui omissione»; che si è costituita in giudizio la s.c. a r.l. per azioni Banca di Piacenza, ricorrente nel giudizio principale, concludendo per l'accoglimento delle proposte questioni di legittimità costituzionale; che il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, è intervenuto in giudizio, chiedendo dichiararsi l'inammissibilità o, in subordine, la manifesta infondatezza delle sollevate questioni; che la difesa erariale, a sostegno dell'eccepita inammissibilità, osserva che: a) il giudice rimettente avrebbe dovuto ricostruire adeguatamente il quadro normativo, valutando il rilievo del comma 172 dell'art. 1 della legge 27 dicembre 2006, n. 296, che ha abrogato l'art. 23 del d.lgs. n. 507 del 1993, recante la disciplina degli interessi di mora sulle somme dovute per l'imposta sulla pubblicità; b) il rimettente avrebbe dovuto descrivere sufficientemente la fattispecie, precisando «gli obblighi formali e/o sostanziali il cui inadempimento avrebbe costituito presupposto delle contestate sanzioni (l'ordinanza accenna genericamente ad un'“omessa denuncia”, senza precisarne l'oggetto)» ed avrebbe dovuto tenere conto del fatto che la disciplina delle sanzioni «è recata per detta imposta dagli artt. 23 e 24 (non censurati) dello stesso D.Lgs.»; c) il giudizio di rilevanza effettuato dal rimettente è carente per contraddittorietà e la questione risulta, conseguentemente, posta in astratto, perché è sollevata per l'ipotesi che l'obbligato solidale «abbia voluto e fatto tutto quanto poteva affinché il soggetto passivo di imposta non realizzasse il presupposto della imposizione tributaria», mentre «nella fattispecie concreta la contestazione concerne l'imposta sulla pubblicità per l'anno 2006» e la banca aveva proceduto in proprio alla copertura degli spazi pubblicitari solo il 30 gennaio 2007; che nel merito, con riguardo alla dedotta manifesta infondatezza, la medesima difesa erariale afferma che la disposizione denunciata non víola gli evocati parametri costituzionali, perché: a) valgono, in riferimento agli artt. 3, 53 e 76 Cost., le stesse ragioni indicate nella sentenza della Corte costituzionale n. 557 del 2000, concernente una fattispecie analoga; b) i parametri degli artt. 24 e 111 Cost. non sono conferenti, perché «attengono al piano processuale delle garanzie di tutela giurisdizionale dei diritti e del giusto processo, mentre la norma censurata si colloca sul piano della disciplina sostanziale del rapporto»; c) il parametro dell'art. 27 Cost. è inconferente, perché attiene alla personalità della responsabilità penale e alla presunzione di innocenza; che, con memoria depositata in prossimità dell'udienza, la s.c. a r.l. per azioni Banca di Piacenza ha confermato le conclusioni già formulate nell'atto di costituzione, precisando, in punto di rilevanza delle sollevate questioni, che: a) non può invocarsi, «al fine di revocare in dubbio la rilevanza della questione come prospettata dal giudice a quo, il fatto che la materia delle sanzioni amministrative sia oggetto di due ulteriori e specifiche disposizioni dello stesso d.lgs. n. 507 del 1993, non censurate nel presente giudizio, e precisamente degli artt. 23 e 24», perché tali disposizioni «si limitano a prevedere entità e natura delle sanzioni», nulla disponendo sul destinatario delle medesime e, dunque, «la disposizione che individua la responsabilità solidale del “soggetto pubblicizzato” […], sia per l'imposta sia per le relative sanzioni», è proprio la disposizione censurata; b) il soggetto pubblicizzato obbligato in solido ha fatto quanto in suo potere per impedire che il soggetto passivo dell'imposta realizzasse il presupposto dell'imposizione, perché, prima del decorso del periodo cui si applica l'imposta oggetto di contestazione, ha manifestato, tramite ripetuti inviti formali alla rimozione dei messaggi pubblicitari, una volontà contraria alla loro permanenza; c) il fatto che «solo nel gennaio del 2007, dopo che i propri ripetuti solleciti erano rimasti senza esito, la Banca di Piacenza abbia provveduto, di sua iniziativa e a proprie spese, a rimuovere i messaggi pubblicitari» deve essere considerato «un rimedio adottato in via di fatto e del tutto sprovvisto di qualsiasi base giuridica, dal momento che gli spazi pubblicitari su cui i messaggi erano esposti non erano in alcun modo nella disponibilità della Banca» e «solo per una circostanza del tutto fortuita il soggetto passivo (che nel frattempo era fallito) non ha avuto modo di opporsi a tale iniziativa della Banca»; che la stessa s.c. a r.l. per azioni premette, in punto di non manifesta infondatezza delle sollevate questioni, che il problema della costituzionalità della disposizione censurata si pone in modo nuovo e diverso rispetto alle questioni decise dalla Corte costituzionale con la sentenza n. 557 del 2000, perché, nella specie: a) «non solo non si rinviene alcun rapporto giuridico tra il soggetto passivo e l'obbligato in solido, essendo il contratto pubblicitario tra questi stipulato ormai scaduto da tempo, ma, oltre a ciò, è dimostrato che l'originario committente della pubblicità ha inequivocabilmente espresso la propria volontà contraria alla permanenza dei messaggi pubblicitari»; b) «le somme richieste» […] con l'avviso impugnato sono solo per una parte minoritaria richieste a titolo di imposta, mentre per la maggior parte corrispondono all'applicazione di sanzioni amministrative tributarie: