[pronunce]

La Corte rimettente è investita del ricorso del Procuratore generale presso la Corte di appello di Genova avverso la sentenza della medesima Corte di appello che aveva riconosciuto un indennizzo a titolo di riparazione per ingiusta detenzione in favore di un soggetto che, a seguito di richiesta di estradizione avanzata da uno Stato estero, aveva subito un periodo di custodia cautelare in carcere in Italia ed era poi stato posto in libertà. Con la precedente sentenza contraria alla estradizione la Corte di appello di Genova aveva infatti ritenuto che lo Stato richiedente fosse privo di giurisdizione e successivamente, investita della domanda di riparazione per ingiusta detenzione, aveva affermato che presupposto dell'esercizio della giurisdizione è «l'essere il giudice munito di giurisdizione», mentre nella specie risultava accertato che il provvedimento di custodia cautelare era stato emesso in «mancanza della condizione fondamentale presupposta dall'art. 273, cioè dell'esistenza della giurisdizione». Ad avviso della Corte territoriale, se l'ingiustizia della detenzione che discende dal non corretto esercizio della giurisdizione dà diritto ad un'equa riparazione, a maggior ragione la riparazione è dovuta quando la detenzione consegue ad una situazione di carenza di giurisdizione. La Corte di cassazione rimettente afferma di non condividere tale interpretazione estensiva dell'art. 314, comma 2, cod. proc. pen. , in quanto la giurisdizione è un potere originario dello Stato, espressione del principio di sovranità, sussistente anche in assenza della giurisdizione dello Stato richiedente, e richiama tra l'altro una precedente decisione di legittimità, secondo cui l'arresto a fini estradizionali non può dare luogo alla riparazione per ingiusta detenzione dal momento che l'art. 714, comma 2, cod. proc. pen. esclude espressamente che in tale materia trovino applicazione gli artt. 273 e 280 cod. proc. pen. Pertanto, ritenuta non conforme a diritto l'interpretazione estensiva della Corte di appello, solleva questione di legittimità costituzionale dell'art. 314 cod. proc. pen. per contrasto con gli artt. 2, 3, 13 e 24, quarto comma, della Costituzione. 2. - La questione non è fondata, nei termini di seguito precisati. 3. - La Corte rimettente muove dal presupposto che esista «una carenza di previsione normativa» per le fattispecie del tipo di quella esaminata, in quanto l'esclusione operata dall'art. 714, comma 2, cod. proc. pen. nei confronti degli artt. 273 e 280 cod. proc. pen. comporterebbe l'inapplicabilità della disciplina dell'art. 314, comma 2, cod. proc. pen. alla detenzione a fini estradizionali. Al riguardo occorre tuttavia considerare che il vigente codice di procedura penale dedica alle misure cautelari nel procedimento di estradizione un'apposita sezione, inserita nel Capo I del Titolo II del Libro XI, ove si fa espresso richiamo alla disciplina delle misure cautelari dettata nel Libro IV, sul presupposto che all'estradando debba applicarsi «lo stesso trattamento dell'imputato davanti a un giudice italiano» (cfr. Relazione al progetto preliminare del codice di procedura penale, p. 154). In particolare, l'art. 714, comma 2, cod. proc. pen. stabilisce che si osservano, in quanto applicabili, le disposizioni del Titolo I del Libro IV, riguardanti appunto le misure coercitive, fatta eccezione dei soli artt. 273 e 280, ove sono contemplate, rispettivamente, le condizioni generali di applicabilità delle misure cautelari personali (sussistenza dei gravi indizi di colpevolezza, nonché assenza di condizioni di non punibilità, di cause di giustificazione o di estinzione del reato o della pena) e le condizioni di applicabilità delle misure coercitive, con riferimento ai limiti edittali. Premesso che tra le disposizioni richiamate in via generale in forza del rinvio operato dall'art. 714, comma 2, cod. proc. pen. all'intiero Titolo I, dedicato alle misure coercitive, sono comprese quelle contenute nell'ultimo Capo del Titolo I del Libro IV, relativo alla disciplina della riparazione per ingiusta detenzione, l'espressa previsione della non applicabilità degli artt. 273 e 280 cod. proc. pen. non può essere interpretata come volontà del legislatore di escludere il diritto alla riparazione per ingiusta detenzione per i soggetti in attesa di estradizione, bensì come logica impossibilità di valutare nei loro confronti l'ingiustizia della detenzione sulla base dei parametri ricavabili dagli artt. 273 e 280 cod. proc. pen. , ove sono enunciate condizioni che possono evidentemente operare solo in relazione all'adozione di misure cautelari finalizzate alle esigenze del processo penale italiano. Nei confronti dei soggetti di cui è richiesta l'estradizione gli estremi dell'ingiusta detenzione dovranno dunque essere valutati verificando se risulta ex post accertata l'insussistenza delle specifiche condizioni di applicabilità delle misure coercitive, per tali soggetti individuate a norma del comma 3 dell'art. 714 cod. proc. pen. nelle «condizioni per una sentenza favorevole all'estradizione». Tale interpretazione, oltre a consentire una lettura della disciplina censurata conforme a Costituzione, in linea con la giurisprudenza di questa Corte, che ha in sostanza ricollegato il diritto alla riparazione per ingiusta detenzione alla presenza di una oggettiva lesione della libertà personale, comunque ingiusta alla stregua di una valutazione ex post (sentenze n. 310 del 1996, n. 446 del 1997, n. 109 del 1999, n. 284 del 2003 e n. 230 del 2004), è avvalorata, come più volte ribadito nelle menzionate sentenze, da significative indicazioni normative, anche di natura sovranazionale. L'art. 2, n. 100, della legge 16 febbraio 1987, n. 81, contenente la delega legislativa per l'emanazione del nuovo codice di procedura penale, enuncia la direttiva della riparazione dell'ingiusta detenzione, senza alcuna distinzione o limitazione circa il titolo della detenzione stessa o le 'ragioni' dell'ingiustizia; a sua volta l'alinea dell'art. 2 della citata legge delega stabilisce che il nuovo codice deve adeguarsi alle norme delle convenzioni internazionali ratificate dall'Italia relative ai diritti della persona e al processo penale, tra le quali la Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali e il Patto internazionale relativo ai diritti civili e politici, adottato a New York il 19 dicembre 1966, che prevedono rispettivamente, nell'art. 5, paragrafo cinque, e nell'art. 9, paragrafo cinque, il diritto ad un indennizzo in caso di detenzione illegale, senza alcuna limitazione.