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Disposizioni in materia di tutela del diritto all'oblio dei soggetti sottoposti a procedimento penale. Onorevoli Senatori. -- Come è noto, il vigente corpus normativo nazionale ed europeo tutela, in modo sempre più ampio e dettagliato, la persona sotto il profilo della privacy . Il diritto alla privacy -- la cui nozione è nata negli Stati Uniti sul finire del XIX secolo con il famoso «caso Warren-Brandeis» (si veda l'articolo The right to privacy , Harward Law Review , 1890) per tutelare l'individuo da ingiustificate stigmatizzazioni sociali -- deve essere inteso, anzitutto, come diritto di «essere lasciati in pace» (cosiddetto «diritto all'oblio») e di non subire discriminazioni di alcun genere. Il diritto alla privacy comprende anche il diritto di ciascuno alla protezione e al controllo dei propri dati personali e della circolazione dei medesimi. Tale profilo assume, in un'epoca ormai completamente informatizzata, particolare rilievo, tanto che la disciplina in materia di protezione dei dati personali si è via via ampliata con nuove norme, sempre più incisive, finalizzate a regolamentare nel minimo dettaglio l'attività di professionisti, giornalisti, datori di lavoro, istituzioni pubbliche, banche, compagnie assicurative, eccetera, nella gestione e nel trattamento dei dati personali altrui. Ciò, naturalmente, nel rispetto anche delle libertà costituzionalmente riconosciute ai soggetti gestori o detentori dei dati personali tutelati. Il Parlamento italiano, in attuazione della direttiva 95/46/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 24 ottobre 1995, relativa alla tutela delle persone fisiche con riguardo al trattamento dei dati personali, nonché alla libera circolazione di tali dati, ha emanato la legge 31 dicembre 1996, n. 675. Essa rappresenta il primo provvedimento legislativo organico in materia di tutela dei dati personali, salvo il precedente, ma certamente parziale, disposto di cui all'articolo 8 del cosiddetto «statuto dei lavoratori» (legge n. 300 del 1970). Non possono, poi, non ricordarsi in materia: l'articolo 8 della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali, firmata a Roma il 4 novembre 1950, resa esecutiva dalla legge n. 848 del 1955, gli articoli 7 e 8 della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea del 7 dicembre 2000, poi recepiti dagli articoli II-67 e II-68 della Costituzione europea, nonché la direttiva 2002/58/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 12 luglio 2002, relativa al trattamento dei dati personali e alla tutela della vita privata nel settore delle comunicazioni elettroniche. Infine, con il decreto legislativo 30 giugno 2003, n. 196, è stato adottato il codice in materia di protezione dei dati personali (il cosiddetto «codice sulla privacy »). Orbene, l'attuale impianto normativo in materia di privacy , seppure in linea di massima conforme ai princìpi generali fissati, in materia, dal Parlamento europeo e dalla Commissione europea, presenta alcune rilevanti lacune che consentono e agevolano l'aggressione alla privacy di soggetti «deboli». Tra questi soggetti particolare attenzione meritano coloro che stanno scontando o che hanno scontato una condanna penale, e, più in generale, coloro che sono sottoposti a un procedimento penale in esito al quale sono stati assolti. La protezione dei dati personali di tali soggetti -- intesa, per ciò che rileva ai fini del presente disegno di legge, come diritto all'oblio in ordine all'intera vicenda sostanziale e processuale sottesa alla sentenza di condanna (o anche di assoluzione) pronunciata nei loro confronti -- non solo riveste una notevole importanza in sé, ma si pone come imprescindibile presupposto per l'esercizio di tutta una serie di altri diritti che ad essa si riconnettono. In primis , per quanto riguarda in particolare i condannati, il diritto al reinserimento sociale degli stessi. Come noto, il problema della finalità della pena ha formato oggetto di un ampio dibattito. Sul punto pare opportuno evidenziare come il diritto all'oblio delle persone condannate assume particolare rilievo ai fini della funzione della pena applicata. Negli ordinamenti moderni appare evidente come la pena abbia una funzione sia retributiva sia (soprattutto) rieducativa. La stessa Carta costituzionale prevede espressamente all'articolo 27, secondo comma, che «Le pene ( ... ) devono tendere alla rieducazione del condannato». La pena, in sostanza, oltre ad avere una chiara finalità retributivo-preventiva, persegue anche lo scopo di modificare, in senso sociale, la personalità del reo. Proprio in vista del conseguimento di tali obiettivi, tra l'altro, il legislatore si è posto il problema di disciplinare la proporzionalità edittale della pena all'effettiva gravità del reato commesso (principio retributivo) e in considerazione delle esigenze specialpreventivo-risocializzative del soggetto. La rieducazione deve essere considerata come concetto di relazione, rapportabile alla vita sociale: essa postula un ritorno del soggetto nella comunità. Il concetto di rieducazione va, quindi, inteso come solidaristica offerta di opportunità, cioè come creazione delle condizioni obiettive perché al soggetto sia data la possibilità di un progressivo reinserimento sociale (si veda, sul punto, Fernando Mantovani, Diritto Penale. Parte generale, CEDAM, 1992, pagina 755 e seguenti). Orbene, grazie alla diffusione dei mezzi di comunicazione di massa (giornali, televisione, internet ), accade molto spesso che un soggetto, in passato sottoposto a procedimento penale, subisca continue aggressioni alla sua privacy attraverso la periodica rievocazione (e in alcuni casi, attraverso internet , la definitiva cristallizzazione) di fatti ormai risalenti nel tempo e che non hanno più alcun interesse pubblico. A propria difesa, i giornalisti che pubblicano informazioni relative a soggetti che hanno già scontato una pena o che stanno finendo di scontarla (o che addirittura, all'esito del processo, sono stati assolti) invocano il diritto, costituzionalmente riconosciuto (articolo 21 della Costituzione), della libertà di manifestazione del pensiero. Certamente la stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure, ma ciò nel rispetto dei diritti fondamentali della persona e, nel particolare caso del condannato, della finalità della stessa pena scontata (anch'essa, come detto, di rilevanza costituzionale). Il codice sulla privacy contiene dettagliate norme destinate a proteggere i dati sensibili delle persone fisiche e giuridiche. Segnatamente, l'allegato A annesso al predetto codice, recante al punto A.1 il codice di deontologia, prevede specifiche disposizioni per il trattamento dei dati personali nell'esercizio dell'attività giornalistica. L'articolo 6 del citato codice di deontologia, rubricato «Essenzialità dell'informazione», statuisce, al comma 1, che «La divulgazione di notizie di rilevante interesse pubblico o sociale non contrasta con il rispetto della sfera privata quando l'informazione, anche dettagliata, sia indispensabile in ragione dell'originalità del fatto o della relativa descrizione dei modi particolari in cui è avvenuto, nonché della qualificazione dei protagonisti».