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Sarebbe un modo veramente alto per onorare un uomo politico coraggioso, con dentro l'idea della democrazia, se riuscissimo a fare una discussione sul centenario della morte di Matteotti uscendo dai luoghi comuni, dalla retorica. Quando sento dire che si sta difendendo questo o quell'altro, la democrazia, dico: attenzione, cerchiamo di capire dove stiamo andando, se non ci sono i corpi intermedi e se i partiti sono in una crisi profonda. Io non conosco ancora un'espressione di qualità della democrazia - a proposito dell'articolo 49 della Costituzione - senza i partiti. Da questo punto di vista, bisogna ricominciare a studiare, a costruire culture politiche. Oggi giustamente il presidente Renzi ha citato De Gasperi e il suo coraggio straordinario, quando disse: «Sento che tutto, tranne la vostra personale cortesia, è contro di me», ma lì c'erano un progetto politico e una cultura politica. Dobbiamo fare uno sforzo. Se questa legge può rappresentare un contributo per fare questo percorso, viva questa legge e viva il coraggio di Giacomo Matteotti. (Applausi) . PITTELLA (PD) . Domando di parlare per dichiarazione di voto. PRESIDENTE. Ne ha facoltà. PITTELLA (PD) . Signor Presidente, colleghe e colleghi, a nome del Gruppo PD esprimo vivissimo apprezzamento per questa iniziativa di legge. Ringrazio il presidente Nencini e la Commissione istruzione pubblica, beni culturali tutta. Cento anni sarebbero sufficienti a condannare quasi chiunque all'oblio, se non si trattasse, nel caso di Matteotti, di una delle figure più rilucenti del Novecento politico italiano, la cui vita, com'è stato ricordato, e la cui schiena dritta destano una commovente ammirazione e la speranza in un'umanità migliore. Matteotti non fu semplicemente un grande compagno socialista, a cui il martirio per la causa della libertà ha offerto dignità immortale, ma fu ed è uno dei grandi padri della nostra Repubblica democratica. Lo fu per la sua quasi solitaria opposizione al fascismo, certo, in nome dei valori democratici e della legittimazione delle Camere parlamentari, ma anche per aver messo a nudo collegamenti internazionali e discutibili affari petroliferi dietro l'ascesa e l'affermazione fascista. La durezza adamantina delle convinzioni di Matteotti è un modello e un monito per tutti noi e ciò malgrado i tentativi dimostrati di cancellare parte dei contenuti relativi al suo eccidio e alla sua lotta intransigente contro il fascismo. La politica senza etica e senza valori irrinunciabili e non negoziabili diventa mera gestione, una scatola vuota. Per questo continueremo a celebrare Matteotti ancora a lungo, per il modello che può essere per noi tutti e per i giovani italiani, pur in una stagione caratterizzata da passioni spente e da disinteresse per la cosa pubblica. In conclusione, vorrei ricordare un pertinente episodio che riguardò il giovane Sandro Pertini, il quale, dopo aver vissuto il carcere, il confino e ancora il carcere, dopo la vittoriosa guerra partigiana, volle fare il primo simbolico gesto nell'Italia del 1945 appena liberata. Decise che la sua prima iniziativa della ritrovata libertà dovesse tenersi a Fratta Polesine, il paese natale - di 2.500 anime - di Giacomo Matteotti, dove lo stesso è sepolto. Pertini cominciò il comizio urlando al microfono: Giacomo, Giacomo, siamo qui per te! Ne parlo così, in maniera appassionata, perché quell'episodio mi ha sempre commosso. Pertini voleva dire che la ritrovata liberazione dal nazifascismo aveva a Fratta Polesine, nel sacrificio di Giacomo Matteotti, la sua radice. Io, qui e ora, nella Camera alta nel nostro Parlamento, dunque in altri luoghi e in altri tempi, vorrei urlare che nessuno di noi lo ha dimenticato, e che Matteotti sia ancora e sempre l'esempio da seguire, un modello di coraggio, di etica, di libertà, ma anche un monito - come hanno ricordato autorevoli colleghi - per ricostruire un sistema di rappresentanza democratica e una politica finalmente con la P maiuscola. (Applausi). DAL MAS (FIBP-UDC) . Domando di parlare per dichiarazione di voto. PRESIDENTE. Ne ha facoltà. DAL MAS (FIBP-UDC) . Signor Presidente, anzitutto mi associo ai ringraziamenti di coloro che hanno voluto il provvedimento al nostro esame. La prima considerazione che mi viene in mente, sentendo i discorsi dei colleghi che mi hanno preceduto, è che cosa direbbe Matteotti se fosse in quest'Aula o alla Camera dei deputati oggi, ai tempi nostri, davanti a quella che è stata evocata - per esempio, dal collega Errani - come una crisi della democrazia. Se ripercorriamo parte delle citazioni che sono state fatte quest'oggi, alcune uscite di straordinaria forza evocativa - «uccidete me, non le idee che sono in me» - se pronunciate oggi, probabilmente sarebbero concepite come un prodotto della legge n. 180 del 1978, la legge Basaglia. Lo dico provocatoriamente, perché il linguaggio da allora è cambiato, perché i tempi sono diversi e perché viviamo in un'epoca in cui i riferimenti sono altri e anche un personaggio e una figura come quella di Matteotti oggi vengono celebrati unanimemente da destra e sinistra in quest'Aula. Allora non era possibile. Nel maggio del 1924 egli denunciò i brogli elettorali in solitudine, quasi inviso anche agli stessi colleghi in taluni casi, e mal sopportato dalla sinistra di allora. Definito da Gramsci e da Togliatti come socialtraditore, Matteotti fu colui che nel 1922, insieme a Turati, diede vita al Partito Socialista Unitario. Era praticamente colui che, insieme alla parte riformista del Partito Socialista, autonomista, aveva anticipato il cosiddetto sovversivismo, che non era solo rivolto, nella critica spietata, a quello che sarebbe stato il regime, ma anche a quella parte della sinistra che voleva un'assoluta dipendenza dai valori del 1917 e dalla Rivoluzione d'ottobre. Infatti, Matteotti ha detto che il socialismo si è sempre distinto dal comunismo. Vi è infatti un fil rouge , consentitemi la banalità dell'espressione, che unisce Giacomo Matteotti, Turati, il 1947, Saragat e la scissione di Palazzo Barberini, Nenni, Bettino Craxi e la storia delle migliori tradizioni socialiste, riformiste e liberali di questo Paese. L'unione socialista e liberale è stata quella che ha permesso uno sviluppo, una dimensione e una collocazione precisa dopo la guerra a questo Paese nell'Alleanza atlantica, quella di cui oggi abbiamo ampiamente parlato. Procedo velocemente, perché mi rendo conto che potrei toccare argomenti che appartengono ormai a un passato remoto, che ci interessa poco, ma non posso non ricordare una definizione che di Matteotti diede Piero Gobetti, nella «Rivoluzione liberale» e anche nel libro che dedicò all'assassinio di Matteotti: un aristocratico per solitudine. Cosa intendeva con quella definizione? Non che fosse di nascita aristocratica. Era figlio di una di una ricca famiglia borghese del Polesine, dove c'era povertà assoluta. E l'uomo era un avvocato che si batteva per i diritti delle classi più umili. C'era però in quella definizione anche il carattere dell'uomo.