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Il decreto legislativo 24 aprile 2006, n. 219, di attuazione della direttiva 2001/83/CE (e successive direttive di modifica) relativa ad un codice comunitario concernente i medicinali per uso umano, nonché della direttiva 2003/94/CE, conferma quanto espresso nelle precedenti disposizioni di legge italiane e non solo. Stabilisce l'obbligo del possesso della laurea in materie scientifiche per gli ISF e dispone l'obbligo per ogni impresa titolare dell'AIC di medicinali di dotarsi di un servizio scientifico incaricato dell'informazione sui medicinali che immette sul mercato. Va ricordato che la sequenza delle norme in materia dimostra l'importanza dell'argomento non solo dal punto di vista della spesa pubblica, ma anche e soprattutto da quello della sanità pubblica. Il fatto che, in tutto il territorio dell'Unione europea, si continui a legiferare in materia dimostra che tutta l'attività connessa con la nascita, la distribuzione del farmaco e la relativa informazione sono considerati atti pubblici o atti di interesse pubblico. Si sottolinea, inoltre, che l'attività dell'ISF è connessa con altre attività regolamentate da normative dell'Unione europea, come la distribuzione dei medicinali, la loro conservazione e trasporto, la loro eliminazione quando sono scaduti o ritenuti non idonei all'uso e la farmacovigilanza. Inoltre, fra gli obblighi inerenti l'attività degli ISF, si ricorda quanto stabilito dall'articolo 10, secondo comma, del citato decreto del Ministro della sanità 23 giugno 1981: «Gli informatori scientifici sono tenuti a collaborare col Ministero della sanità anche con suggerimenti ed indicazioni, al fine di assicurare il corretto ed ottimale svolgimento dell'attività di informazione sui farmaci». Situazione attuale Malgrado la chiarezza espositiva delle norme emanate in relazione all'attività di infonnazione scientifica sui farmaci, le cronache giornaliere di questi ultimi decenni hanno ampiamente documentato l'elusione sistematica di tali norme. Il meccanismo perverso che si è messo in moto, specie con l'inizio degli anni ottanta, ha visto la lenta ma inesorabile trasformazione dell'informazione scientifica in propaganda se non in peggio. Non è scopo di questa relazione dilungarsi su una questione che è a perfetta conoscenza di tutti gli italiani. Qui ci si limita a esporre alcuni fatti attuali. La multinazionale Pfizer ha organizzato nel nostro Paese ben sei linee di informazione e di propaganda, la Merck ne ha sette, cinque la Sanofi-Aventis, e cinque la Novartis. A queste linee, che sarebbe più idoneo chiamare di pressione, si aggiungono le attività di società di ricerche di mercato, le quali agiscono a loro volta come elementi indiretti di pressione, oltre che di controllo del tutto illegittimo dell'attività degli ISF. Ne consegue, ad esempio, che a fronte dell'obbligo di formazione previsto dalle norme citate, per cui dovrebbero essere organizzati anche corsi di formazione indipendenti per gli ISF, dati statisticamente attendibili documentano che un misero 10 per cento delle riunioni aziendali per gli ISF è dedicato al puro aggiornamento scientifico. Il resto delle convention è dedicato agli aspetti di mercato, che, ai sensi delle norme vigenti, non dovrebbero riguardare l'attività di informazione, stante il principio fondamentale che ogni medico dovrebbe prescrivere medicinali secondo scienza e coscienza. Ne consegue anche che un buon 45-50 per cento dei medici attualmente in attività sono trascurati dai flussi di informazione aziendali, in contrasto con la già citata disposizione dell'articolo 6 del decreto del Ministro della sanità 23 giugno 1981. Va da sé che la mancata applicazione di questo dettato essenziale, oltre a costituire una palese elusione di elementari princìpi di equità, rappresenta anche un fondamentale ostacolo alla diffusione delle conoscenze con sacche di vuoto conoscitivo sempre più preoccupanti, stante l'incessante afflusso di informazioni relative alla ricerca non solo sugli aspetti innovativi di farmaci già in uso, ma anche su nuove acquisizioni di effetti secondari anche pericolosi. Tali informazioni non pervengono a chi ne dovrebbe fare massimo uso, anche perché, non avendo conoscenze in precedenza acquisite, egli non saprebbe nemmeno come applicarle. Per non dire di medicinali nuovi la cui utilizzazione potrebbe essere di grande utilità per un numero sicuramente maggiore di persone. Come si può comprendere facilmente, solamente conoscendo i meccanismi della trasmissione delle informazioni, qualsiasi inceppamento è deleterio per tutto il sistema. E per questo è considerato illegale dalle norme vigenti. Se si considera che attualmente, ad una stima approssimativa, si calcola essere un buon 45 per cento la quantità dei medici trascurati, si può anche comprendere che, essendo le industrie interessate al solo fatturato, questo viene ricercato con qualsiasi mezzo, più o meno lecito, e quindi la maggiore pressione è esercitata, anche con visite reiterate al limite dell'ossessione, nei confronti di quei medici giudicati più facilmente impressionabili e più propensi a prescrizioni intensive su specifici prodotti. Proprio quanto le normative attualmente in vigore si prefiggevano di evitare. L'informazione, infatti, esclude il cattivo uso dei medicinali proprio per la «contraddizione che non consente». Solitamente il medico ben informato non sbaglia la prescrizione. È ovvio concludere che se l'attività di informazione gestita dalle industrie fosse condotta in osservanza delle norme emanate in merito nei decenni passati, non ci troveremmo a dover fronteggiare costi sanitari sempre crescenti, con ulteriori spese dovute al contenzioso giudiziario, il quale a sua volta provoca l'aumento dei costi assicurativi per l'amministrazione delle aziende sanitarie locali in una spirale della quale non si vede ancora la fine. Se però teniamo presente che le multinazionali del farmaco sono esse stesse tentacoli delle multinazionali assicurative, possiamo capire bene come tutto si tiene. Va da sé che se si volesse interferire positivamente sulla situazione della sanità italiana uno degli strumenti, e non l'ultimo, sarebbe proprio una maggiore attenzione all'attività d'informazione e di aggiornamento svolto dalle industrie. Situazione attuale del settore Quanto esposto non è tutto. Infatti, le industrie nel contravvenire alle norme relative alla corretta informazione, contraddicono anche tutte quelle leggi che statuiscono gli obblighi correlati alla responsabilità sociale dell'industria. E qui non ci limitiamo ai soli aspetti più comunemente presi in considerazione, quali l'inquinamento provocato indirettamente o indotto indirettamente. Pur tenendo presente che l'inquinamento delle acque è dovuto anche alla presenza di metaboliti di farmaci contenuti nelle urine di chi ne fa uso, la disinformazione di per sé costituisce una specifica forma di reato da sommare a quelli costituiti dall'elusione delle leggi specifiche descritte. Inoltre, la pressione esercitata dalle direzioni aziendali contro ISF che hanno superato i cinquanta anni di età e non hanno la possibilità di reimpiego in altri settori, non rappresenta solo un gravissimo rischio per la salute di tutti loro e delle loro famiglie, ma costituisce un ulteriore elemento di stallo per tutta la società italiana.