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Entrano in regime di salvaguardia coloro che non hanno ancora scelto un fornitore del libero mercato o, che per qualsiasi motivo, ad esempio per morosità, ne sono rimasti privi e che rientrano nelle seguenti categorie: gli utenti alimentati in media tensione; le imprese connesse in bassa tensione con più di 50 dipendenti o un fatturato annuo superiore a 10 milioni di euro; la selezione delle società che, per aree territoriali, devono gestire il "servizio di salvaguardia", viene effettuata dall'acquirente unico, soggetto pubblico, tramite asta pubblica aperta a tutte le aziende operanti nel settore; tra i clienti del servizio di salvaguardia ci sono soprattutto imprese con difficoltà finanziarie. Per tale motivo, il maggior fattore di rischio corso dagli esercenti, la salvaguardia, è remunerato con un sovrapprezzo, definito dal parametro Omega, ovvero il parametro scelto nella gara d'asta che definisce il valore della maggiorazione, applicata dal fornitore di salvaguardia al prezzo dell'energia all'ingrosso e che varia regione per regione; i valori del parametro Omega sono tendenzialmente diminuiti, ma, ad ogni modo, resta più alto nelle regioni del Sud piuttosto che in quelle del nord Italia. Ad esempio, mentre in Lombardia il valore dello stesso è di 16 euro/MWh, in Calabria è di 84,79 euro/MWh; sulla base dei dati relativi agli anni 2017-2018, un Comune moroso della Regione Calabria, paga una clausola di salvaguardia (il quoziente Omega) di cinque volte superiore ad un Comune della Regione Lombardia. Tale contorto meccanismo implica un aumento del debito assolutamente sproporzionato rispetto al suo reale ammontare. Un Comune, che per mille motivi non ha potuto adempiere puntualmente al pagamento dell'utenza elettrica entra così nella tagliola della "Salvaguardia" che lo porta, quasi inevitabilmente, al dissesto. E infatti, tra le maggiorazioni dovute per detto regime (35/40 per cento per cento) e gli interessi di mora, i debiti dei comuni si ampliano vertiginosamente fino a condurli a un inevitabile dissesto; uscire poi da tale regime è pressoché impossibile, se non mediante ricorso all'acquirente unico che assicura la fornitura di energia elettrica ai clienti del mercato tutelato. Ciò implica comunque l'acquisto a prezzi superiori di quelli normalmente praticati con conseguente aggravio di spese per le casse aziendali e dei tanti comuni interessati; la circostanza è resa ancora più assurda, se si pensa che vi sono regioni come la Calabria che sono esportatori di energia. I comuni della Calabria, a rigore di logica, dovrebbero avere un regime agevolato o comunque non penalizzante, considerato che l'energia prodotta in loco è esportata in altre realtà regionali. E invece, accade l'esatto contrario. Il quoziente Omega risulta altamente penalizzante per i comuni calabresi; tale situazione non agevola lo sviluppo delle imprese, pregiudica il rilancio dell'economia, origina inaccettabili sperequazioni fra i comuni del Nord e quelli del Sud ed è opprimente per tutti i comuni rientranti nel regime di salvaguardia; da ultimo, la legge 4 agosto 2017, n. 124, recante "Legge annuale per il mercato e la concorrenza", ha disposto la cessazione del regime di "maggior tutela" nel settore dell'energia elettrica a decorrere dal 1° luglio 2019, demandando all'Autorità per l'energia elettrica, il gas e il sistema idrico (ora Autorità di regolazione per energia Reti e ambiente - ARERA), l'adozione di disposizioni per assicurare, dalla medesima data, il servizio di salvaguardia ai clienti finali domestici e alle imprese connesse in bassa tensione con meno di 50 dipendenti e un fatturato annuo non superiore a 10 milioni di euro senza fornitore di energia elettrica, attraverso procedure concorsuali per aree territoriali e a condizioni che incentivino il passaggio al mercato libero, si chiede di sapere quali urgenti iniziative il Ministro in indirizzo, ciascuno per la propria competenza, intendano adottare per impedire che a causa del suddetto meccanismo, altri comuni subiscano la procedura del dissesto e se non ritengano opportuno istituire un tavolo tecnico per limitare, nei confronti dei comuni, gli effetti maturati ed in itinere del "regime di salvaguardia" e che vi siano le condizioni per un'azione legislativa, anche in via d'urgenza, per limitare i danni del meccanismo della "Salvaguardia" descritto. Atto n. 3-00222 DE PETRIS GRASSO Ai Ministri della giustizia e della salute Premesso che, a quanto risulta agli interroganti in data 18 settembre 2018 una detenuta del carcere romano di "Rebibbia" ha tentato di uccidere i suoi due figli: uno, un neonato di 7 mesi, è subito morto, l'altro, un bimbo di 2 anni, trasportato in codice rosso e ricoverato all'ospedale "Bambino Gesù" di Roma, non è sopravvissuto. Il Ministro della giustizia ha disposto una sospensione dalle funzioni la direttrice, la vice-direttrice e la vice comandante del carcere; considerato che: dopo la denuncia del Garante nazionale delle persone private della libertà il Ministro della giustizia e il capo dell'amministrazione penitenziaria hanno annunciato nel mese di agosto 2018 un'ispezione che faccia luce sui numerosi suicidi avvenuti dall'inizio dell'anno nelle carceri italiane; i suicidi e gli omicidi in carcere non vanno genericamente strumentalizzati; in carcere operano direttori, poliziotti penitenziari, educatori, assistenti sociali, medici, psicologi, cappellani e tante altre figure, alcune delle quali a titolo volontario: molti di loro fanno un lavoro straordinario di prevenzione quotidiana. Lo fanno nonostante turni massacranti. Un direttore spesso non è nelle condizioni di conoscere i detenuti che deve custodire in quanto è costretto a dirigere a volte anche 2-3 istituti. Da oltre 20 anni non si assumono nuovi funzionari; sono circa 40, in Italia, i bambini che ogni anno entrano in carcere con le proprie madri; sono passati anni dall'approvazione della legge 21 aprile 2011, n. 62, che prevede l'istituzione delle case famiglia protette e consente ai destinatari della norma di evitare l'ingresso in strutture penitenziarie, comprese quelle a custodia attenuata; la legge stabilisce che le case famiglia protette devono essere istituite dagli enti locali e da loro finanziariamente sostenute e limita fortemente la detenzione in carcere alle detenute madri di minori, come misura a tutela della relazione madre-figlio e a salvaguardia del delicato sviluppo del bambino; il regolamento che individua le caratteristiche tipologiche delle case famiglia protette è stato emanato dal Ministro della giustizia con decreto 8 marzo 2013; in più occasioni il sindacato autonomo di Polizia penitenziaria (Sappe) ha denunciato la persistenza di "drammi umani dietro le sbarre" e "la crescente tensione nelle carceri del Paese", evidenziando come i problemi sociali e umani permangono nelle carceri.