[pronunce]

SENTENZA ha pronunciato la seguentenel giudizio di legittimità costituzionale dell'art. 69, quarto comma, del codice penale, come sostituito dall'art. 3 della legge 5 dicembre 2005, n. 251 (Modifiche al codice penale e alla legge 26 luglio 1975, n. 354, in materia di attenuanti generiche, di recidiva, di giudizio di comparazione delle circostanze di reato per i recidivi, di usura e di prescrizione), promosso dal Giudice dell'udienza preliminare del Tribunale ordinario di Cagliari, nel procedimento penale a carico di A. F., con ordinanza del 30 giugno 2016, iscritta al n. 193 del registro ordinanze 2016 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 41, prima serie speciale, dell'anno 2016. Visto l'atto di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri; udito nella camera di consiglio del 12 aprile 2017 il Giudice relatore Giorgio Lattanzi.. Ritenuto in fatto Considerato in diritto 1.- Il Giudice dell'udienza preliminare del Tribunale ordinario di Cagliari, con ordinanza del 30 giugno 2016 (r.o. n. 193 del 2016), ha sollevato, in riferimento agli artt. 3, 27, terzo comma, e 32 della Costituzione, una questione di legittimità costituzionale dell'art. 69, quarto comma, del codice penale, come sostituito dall'art. 3 della legge 5 dicembre 2005, n. 251 (Modifiche al codice penale e alla legge 26 luglio 1975, n. 354, in materia di attenuanti generiche, di recidiva, di giudizio di comparazione delle circostanze di reato per i recidivi, di usura e di prescrizione), «nella parte in cui prevede il divieto di prevalenza della diminuente della seminfermità di mente prevista dall'art. 89 codice penale sulla recidiva di cui all'art. 99, quarto comma codice penale». Il giudice rimettente premette di essere investito, in sede di giudizio abbreviato, del procedimento penale nei confronti di una persona imputata del reato di cui agli artt. 110 e 628, primo comma, cod. pen. , per essersi impossessata, insieme con un'altra persona non identificata, della somma di 50 euro mediante una minaccia consistita nell'afferrare la persona offesa per il giubbotto e nell'avvicinarle il pugno chiuso. All'imputato era stata contestata la recidiva reiterata specifica infraquinquennale, avendo commesso «decine di reati di furti e rapine [...] con modalità simili a quella per la quale si procede». Ad avviso del giudice a quo la contestata recidiva manifesterebbe «una relazione qualificata tra i precedenti ed il nuovo illecito commesso, significativo di una maggiore pericolosità sociale». I reati commessi dall'imputato, infatti, sono «della stessa indole per la concreta omogeneità delle condotte criminose espressive di una personalità delinquenziale profondamente caratterizzata dal [d]isturbo di [p]ersonalità». Dalla documentazione prodotta dalla difesa e dalla perizia psichiatrica disposta dal giudice emergerebbe un'infermità mentale tale da scemare grandemente le capacità di intendere e di volere dell'imputato: egli sarebbe «polarizzato su una visione egocentrica del mondo a discapito della reciprocità e questo gli [impedirebbe] di conoscere il valore e i diritti degli altri». Questa «visione egoica ed egocentrica» limiterebbe fortemente la capacità dell'imputato di riflettere sul significato delle sue azioni e gli farebbe ripetere «la condotta illecita un numero infinito di volte senza percepirne neanche il disvalore perché concentrato esclusivamente sul soddisfacimento del suo bisogno». Ad avviso del giudice a quo il disturbo da cui è affetto l'imputato sarebbe «di tale intensità da assumere rilievo causale determinante nella commissione degli illeciti»: l'imputato infatti delinquerebbe «non perché agisce liberamente in risposta ad impulsi criminali che potrebbe dominare ma perché "malato"». Nonostante ciò, in forza della norma censurata, l'attenuante della seminfermità mentale potrebbe al più essere considerata equivalente alla recidiva reiterata, con la conseguenza che l'imputato dovrebbe essere punito con una pena di tre anni di reclusione che, in considerazione della lieve entità del fatto («strattonamento del giubbotto di un giovane studente universitario e sottrazione della somma di 50,00 euro»), dell'immediata ammissione di responsabilità, dell'efficacia causale rispetto alla specifica condotta criminosa del suo vizio di mente, appare sproporzionata e contrastante con la finalità rieducativa della pena. Ritenuta perciò la rilevanza della questione e facendo riferimento alle sentenze della Corte costituzionale che hanno già dichiarato l'illegittimità costituzionale dell'art. 69, quarto comma, cod. pen. (n. 106 e n. 105 del 2014, n. 251 del 2012), il giudice rimettente ha rilevato che il giudizio di bilanciamento tra circostanze eterogenee consente di «valutare il fatto in tutta la sua ampiezza circostanziale, sia eliminando dagli effetti sanzionatori tutte le circostanze (equivalenza), sia tenendo conto di quelle che aggravano la quantitas delicti, oppure soltanto di quelle che la diminuiscono (sentenza n. 38 del 1985)». Le deroghe al bilanciamento, pur essendo consentite e pur rientrando nell'ambito delle scelte rimesse al legislatore, non potrebbero «giungere a determinare un'alterazione degli equilibri costituzionalmente imposti nella strutturazione della responsabilità penale». Ciò posto, la norma censurata sarebbe in contrasto con il principio di uguaglianza sancito dall'art. 3 Cost., perché condurrebbe «ad applicare pene identiche a condotte di rilievo sostanziale enormemente diverso». Nel caso di recidivo reiterato seminfermo che commetta una rapina pluriaggravata, infatti, si dovrebbe infliggere, per effetto del divieto di prevalenza dell'attenuante di cui all'art. 89 cod. pen. sulla recidiva, «una pena di tre anni di reclusione a fronte di un fatto ben più grave per le sue articolazioni concrete». La questione sarebbe non manifestamente infondata anche con riferimento alla finalità rieducativa della pena prevista dall'art. 27, terzo comma, Cost., che implica «un costante "principio di proporzione" tra qualità e quantità della sanzione, da una parte, e offesa, dall'altra (sentenza n. 313 del 1990)». Il seminfermo di mente, ancorché recidivo reiterato, dovrebbe essere sottoposto a un trattamento sanzionatorio adeguato alla sua infermità, trattamento che potrebbe essere assicurato esclusivamente dalla prevalenza dell'attenuante prevista dall'art. 89 cod. pen. sulla recidiva reiterata. Solo così nel caso di specie sarebbe possibile «irrogare una pena adeguata alla concreta gravità del fatto (modestissima entità del danno patrimoniale e morale anche in termini di conseguenze per la vittima), alla personalità e colpevolezza dell'autore». Il giudice rimettente inoltre ha ricordato che il legislatore ha riservato un trattamento particolare all'imputato minorenne, prevedendo per l'attenuante dell'art. 98 cod. pen.