[pronunce]

Secondo il rimettente, tuttavia, mentre la regolamentazione delle conseguenze patrimoniali emergente da detta disciplina, specificamente dettata in relazione alla nullità del matrimonio civile, troverebbe giustificazione nell'ordinamento italiano proprio in quanto la nullità di tale matrimonio dovrebbe essere fatta valere, nella maggior parte dei casi, in un tempo tanto breve da escludere l'instaurazione di una vera e propria convivenza o da consentirne solo una di scarsa consistenza, essa non sarebbe adeguata alla nullità del matrimonio concordatario. Se, infatti, sul piano formale la dichiarazione di nullità civile e quella canonica fanno entrambe venir meno il vincolo coniugale e se il vizio accertato nella specie dall'autorità canonica richiama quello disciplinato dall'art. 120 c.c., tuttavia i relativi giudizi si basano su "situazioni profondamente differenti" potendo la dichiarazione di nullità canonica essere pronunciata a notevole distanza di tempo dalla celebrazione del matrimonio, e anche dopo l'instaurazione fra i coniugi del consortium totius vitae e la nascita di figli. Da tanto, secondo il rimettente, conseguirebbe: a) che, quando la dichiarazione di nullità canonica interviene a notevole distanza di tempo dalla celebrazione del matrimonio, l'applicazione della disciplina di cui all'art. 129 c.c. - "per i suoi presupposti e per i suoi contenuti" - "non appare idonea a garantire una tutela adeguata" al coniuge privo di redditi sufficienti; b) che tale inadeguatezza risulta in particolare dal raffronto della disciplina in esame con quella "dettata in ipotesi che, pur avendo alla base situazioni di fatto simili, risultano tuttavia diversamente e maggiormente tutelate dall'ordinamento statale"; c) che tali ipotesi dovrebbero, in particolare, individuarsi in quelle per cui è prevista la tutela accordata dall'art. 5 della legge n. 898 del 1970, per il caso di scioglimento del matrimonio civile e di cessazione degli effetti civili del matrimonio concordatario, con la previsione della corresponsione al coniuge economicamente più debole di contribuzioni periodiche senza limiti di tempo, idonee ad assicurare un tenore di vita corrispondente a quello prima goduto; d) che, quando la nullità canonica del matrimonio concordatario viene dichiarata a notevole distanza di tempo dalla celebrazione del matrimonio, l'applicazione dell'art. 129 c.c., imposta dall'art. 18 della legge n. 847 del 1929, farebbe sorgere, quindi, il dubbio della conformità di tale disciplina al principio di eguaglianza di cui all'art. 3 della Costituzione ed al principio supremo di laicità dello Stato; e) che la violazione dell'art. 3 della Costituzione risiederebbe, per un verso, nella non giustificata disparità di trattamento tra casi simili determinata dalla "minore tutela che il coniuge economicamente debole riceve nel caso della delibazione della sentenza canonica di nullità rispetto a quella che riceve il coniuge debole nel caso di divorzio" e - per altro verso - nel fatto stesso dell'applicazione dell'art. 129 c.c. al caso dei "coniugi il cui matrimonio sia stato dichiarato nullo dopo molti anni di convivenza" che, invece, sarebbe "più complesso" rispetto a quello oggetto dell'originaria previsione della norma (cioè quello "dei coniugi che chiedono la pronunzia di nullità al giudice civile entro il termine di decadenza previsto dalle varie ipotesi"); f) che il principio supremo di laicità dello Stato sarebbe violato, in quanto dalla "scelta confessionale (di avvalersi della giurisdizione matrimoniale canonica)" deriverebbero conseguenze di natura strettamente patrimoniale. Con riferimento a quest'ultimo aspetto, il rimettente rileva che il coniuge economicamente più forte potrebbe non solo aggirare legittimamente le decadenze previste per l'azione civile di nullità, evitando di dover ricorrere all'azione di divorzio, ma anche ottenere il vantaggio di potersi sottrarre a parte consistente delle sue responsabilità patrimoniali verso il coniuge debole, senza che possa avere alcun rilievo una convivenza protrattasi magari per molti anni, con le sue implicazioni "a livello di scelte economiche e patrimoniali personali". Ad ovviare alla disparità di trattamento non sarebbe sufficiente, d'altronde, l'art. 8, n. 2, dell'Accordo del 1984 di modificazione del Concordato, atteso che esso si limiterebbe a consentire - con norma soltanto processuale - una pronuncia anticipatoria in sede delibatoria e non integrerebbe una disciplina sostanziale, che competeva al legislatore introdurre. In chiusura, l'ordinanza di rimessione ricorda: aa) che all'atto della revisione del Concordato si era sottolineata l'esigenza che si prevedesse pattiziamente che, in caso di delibazione di sentenze canoniche di nullità dopo convivenze protrattesi per anni, fosse applicabile la disciplina delle conseguenze patrimoniali del divorzio; bb) che non essendosi recepito tale auspicio nel suddetto accordo di revisione ed in assenza dell'emanazione di una legge statale, la Corte di cassazione aveva tentato di risolvere il problema negando la delibazione di sentenze canoniche pronunciate a seguito di convivenza coniugale, a questa attribuendo rilievo sotto il profilo del limite dell'ordine pubblico, ma le Sezioni unite avevano poi censurato tale orientamento; cc) che, tuttavia, le stesse sezioni unite avevano sottolineato che l'indirizzo giurisprudenziale disatteso era mosso da ragioni apprezzabili, avvertendo che spettava al legislatore ordinario farsi carico del problema ed introdurre una legislazione di tutela del coniuge economicamente debole, in modo da evitare che il ricorso alla tutela canonica servisse a sottrarsi ad ogni responsabilità patrimoniale. 1.1. - Si è costituita la parte privata convenuta nel giudizio a quo chiedendo che la questione sia dichiarata non rilevante ed infondata. In via preliminare, ha sostenuto che erroneamente il rimettente avrebbe impugnato l'art. 18 della legge del 1929, invece che l'art. 129 c.c. e che comunque tale normativa, costituzionalmente protetta, avrebbe potuto essere impugnata solo in riferimento ai principi supremi dell'ordinamento. Nel merito, ha, quindi, rilevato che la tesi del rimettente - secondo cui l'azione di nullità civile dovrebbe sempre essere introdotta in un termine breve, decorrente dalla celebrazione del matrimonio - sarebbe erronea, posto che, talvolta, essa può essere proposta a partire da un momento in cui si avverino specifiche circostanze, anche dopo molti anni di convivenza. Altrettanto erronea sarebbe l'affermazione secondo cui la nullità canonica suppone la perpetuatio del matrimonio per un lungo tempo, potendo essa, ancorché non soggetta a termini di decadenza o prescrizione, essere proposta anche subito dopo le nozze o senza che si sia instaurata la convivenza, mentre la lamentata violazione dell'art. 3 non sussisterebbe, perché l'introduzione della tutela patrimoniale divorzistica per il caso di nullità si risolverebbe in un privilegio per chi contrae il matrimonio concordatario rispetto a chi contrae solo quello civile. La normativa concordataria, del resto, in quanto costituzionalmente protetta, non consentirebbe di applicare in via analogica od estensiva alla fattispecie della delibazione di sentenza ecclesiastica di nullità matrimoniale "norme di altri istituti (come quello divorzista) e per legge ordinaria".