[ddlpres]

Disposizioni in materia di contrasto alla delocalizzazione delle attività produttive e istituzione della Cabina di regia per gli interventi nel settore delle crisi industriali. Onorevoli Senatori. -- Sempre più spesso gli organi d'informazione tornano a parlare di uno dei fenomeni correlati al diffondersi del libero mercato. Si tratta della delocalizzazione, processo che consiste nella dislocazione dei processi produttivi in aree geografiche diverse rispetto a quelle in cui un'azienda ha sempre operato. È così che un ipotetico fiore all'occhiello industriale di una data nazione, storicamente noto per il contributo sociale elargito mediante l'offerta di lavoro messa a disposizione della collettività, decide di «abbassare le saracinesche» per rialzarle altrove. In nome del profitto, dunque, l'azienda tradisce la propria funzione sociale. E là dove un tempo c'erano produttività e lavoro, d’un tratto si crea quel vuoto dovuto a inoperosità e disoccupazione. Con riferimento al fenomeno della delocalizzazione, recentemente il legislatore è intervenuto nell'ambito della legge di stabilità 2014 (legge n. 147 del 2013) attraverso alcune disposizioni -- e segnatamente i commi 60 e 61 dell’articolo 1 -- ove si dispone sulla decadenza dai benefici ricevuti per le imprese che delocalizzano la propria produzione. Più in particolare tali disposizioni prevedono che le imprese italiane ed estere operanti nel territorio nazionale che abbiano beneficiato di contributi pubblici in conto capitale qualora, entro tre anni dalla concessione degli stessi, delocalizzino la propria produzione dal sito incentivato in un Paese non appartenente all'Unione europea, con conseguente riduzione del personale di almeno il 50 per cento, decadono dal beneficio stesso e hanno l'obbligo di restituire i contributi in conto capitale ricevuti. La disposizione è efficace per i contributi erogati a decorrere dalla data di entrata in vigore della legge di stabilità. Infine si prevede che i soggetti erogatori dei contributi disciplinano le modalità e i tempi di restituzione dei suddetti contributi. Appare evidente come l'effetto applicativo della normativa appaia fortemente limitato da due presupposti precisi: il primo, che l'impresa abbia delocalizzato la propria produzione dal sito incentivato ad un Paese non appartenente all'Unione europea; il secondo, che la delocalizzazione abbia comportato una riduzione del personale pari almeno al 50 per cento. Per quanto riguarda il primo punto bisogna osservare che la crisi italiana ha rafforzato la delocalizzazione soprattutto nell'Europa orientale. Esaurita la spinta propulsiva di quel «capitalismo molecolare» fatto di piccole e medie imprese legate al proprio territorio, le nostre aziende si rivolgono all'estero. La destinazione preferita, non sono i Paesi extraeuropei ma l'oriente europeo, entrato nelle cronache economiche dagli anni Novanta e che oggi conferma una centralità difficile da scalzare. Il plumbeo quadriennio 2008-2012 ha soltanto rafforzato la spinta a Est delle nostre aziende, tra recessione, crisi economica, spread in ascesa costante e instabilità di governo, con buona pace dei recenti dibattiti sulla deglobalizzazione. Su questo fronte un dato di partenza è inequivocabile. Il capitalismo export-led delle piccole e medie imprese è antropologicamente cambiato, dopo essere stato la base dell'apertura dei mercati globali dagli anni Settanta, garantendo al tempo stesso la sopravvivenza del mercato interno. Le imprese internazionalizzate hanno stravolto la geografia economica italiana ed est-europea. L'italiana Brugherio (sede storica della Candy del gruppo Fumagalli), la polacca Lodz (eletta a quartier generale dall'Indesit della famiglia Merloni) e la bulgara Sliven (che ospita il gruppo tessile piemontese Miroglio) sono alcuni nodi di una nuova rete trans-territoriale. Un capitalismo trasformato che per resistere è obbligato a puntare sui flussi internazionali della competenza, dell'innovazione e della conoscenza. I fattori che rendono appetibile e sicuro il trasferimento delle produzioni in Europa orientale sono la diffusione di percorsi formativi specialistici, l'aumento del numero di lavoratori in formazione continua, i mercati interni in crescita e il rafforzamento delle istituzioni. L'Est europeo del 2012 decreta la morte di un mito: quello della specializzazione polarizzata tra produzione ad alta competenza controllata dai Paesi avanzati, e produzione di bassa qualità destinata ai Paesi di delocalizzazione. L'Europa orientale offre scenari ben diversi dalla deregulation , dall'instabilità istituzionale e dalla scarsità di manodopera specializzata. In un mercato globale sempre più minato dalla crisi economica, l'80 per cento delle imprese italiane che hanno intrapreso la via della delocalizzazione ha scelto Paesi come Bulgaria, Polonia, Romania e Ungheria. Per quanto il fenomeno sia di difficile mappatura -- complice la penuria di analisi sistematiche di lungo periodo -- alcuni indicatori utili esistono. Tra le aziende insediatesi oltre Adriatico, quelle con un fatturato superiore ai 2,5 milioni di euro sono 4.000, sono di provenienza prevalentemente settentrionale e rappresentano un quinto della presenza imprenditoriale italiana nel mondo. A cambiare rotta scegliendo l'Est sono le imprese che un tempo erano l'ossatura dello sviluppo industriale italiano basato sui distretti e sulle «tre C»: comunità, campanile, capannone. Queste aziende sono obbligate oggi a riconfigurare aspettative nazionali e progettualità globali. A vent'anni dall'apertura dei mercati dell'Est Europa, la geografia dei flussi-produttivi e distributivi italiani va drasticamente cambiando. Le imprese nostrane radicate tra Balcani e spazio post-sovietico confermano che sta emergendo un capitalismo caratterizzato da nuove relazioni con i territori locali. Il punto critico è proprio questo. Qual è la proiezione strategica delle élites imprenditoriali che scelgono di delocalizzare? La questione dell'attitudine al rientro delle élites di impresa internazionalizzate resta innegabilmente aperta. I dati parlano chiaro: quasi nessuno fa ritorno. La stragrande maggioranza delle aziende italiane che scelgono di spostare a Est i propri impianti produttivi porta via anche il capitale materiale e immateriale di competenze che hanno fatto grande il made in Italy . Cosa è accaduto? In un primo tempo la politica economica dei Paesi ex sovietici ha cercato di attirare investimenti utilizzando dumping fiscale, tassi di cambio vantaggiosi, scarsi oneri sociali e deroghe nell'applicazione delle normative ecologiche. Negli anni più recenti invece ad attrarre i capitali italiani è stata anche l'emersione di un bacino di lavoratori sempre più professionalizzato e a basso costo. La crescita esponenziale delle competenze ad alta specializzazione ha trasformato l'Europa orientale da piattaforma di riesportazione in luogo di produzione e di consumo interni. Questi elementi suggeriscono di porre più attenzione al rapporto tra delocalizzazione e impatto sul tessuto produttivo italiano. Il secondo punto riguarda, invece, la circostanza che tale delocalizzazione debba comportare una riduzione del personale pari almeno al 50 per cento, il che ovviamente non assicura quell'esigenza di salvaguardia e protezione sociale dei livelli di occupazione dell'impresa che abbia avviato procedure di delocalizzazione della propria attività produttiva.