[pronunce]

che è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, che ha concluso per l'inammissibilità e, comunque, per l'infondatezza delle questioni, richiamando le considerazioni già svolte nei precedenti giudizi e, in particolare, in quelli definiti con la sentenza n. 172 del 2006 di questa Corte, e deducendo l'irrilevanza delle questioni sub b) e sub c); che è intervenuta, altresì, Parmalat s.p.a., in persona del legale rappresentante pro tempore, la quale ha concluso per l'inammissibilità o, in subordine, per l'infondatezza delle questioni; che in entrambi i giudizi Parmalat s.p.a. in amministrazione straordinaria e Parmalat s.p.a. hanno depositato memorie illustrative delle rispettive conclusioni, riproducendo le argomentazioni già svolte nei giudizi definiti con l'ordinanza n. 456 del 2006 di questa Corte. Considerato che il Tribunale ordinario di Parma, con due ordinanze del 20 e del 25 febbraio 2006, dubita della legittimità costituzionale: a) dell'art. 6, comma 1, del decreto-legge 23 dicembre 2003, n. 347 (Misure urgenti per la ristrutturazione industriale di grandi imprese in stato di insolvenza), convertito, con modificazioni, nella legge 18 febbraio 2004, n. 39, come modificato dall'art. 4-ter del decreto-legge 3 maggio 2004, n. 119 (Disposizioni correttive ed integrative della normativa sulle grandi imprese in stato di insolvenza), convertito, con modificazioni, nella legge 5 luglio 2004, n. 166, nella parte in cui consente l'esercizio delle azioni revocatorie previste dagli artt. 49 e 91 del decreto legislativo 8 luglio 1999, n. 270 (Nuova disciplina dell'amministrazione straordinaria delle grandi imprese in stato di insolvenza, a norma dell'articolo 1 della legge 30 luglio 1998, n. 274), in costanza di un programma di ristrutturazione; questione sollevata in riferimento agli artt. 3 e 41 della Costituzione; b) nonché, con la sola ordinanza del 20 febbraio 2006 (n. 329 r.o. del 2006) , dell'art. 6, comma 1-ter , del medesimo decreto-legge n. 347 del 2003, aggiunto dall'art. 4-quater del decreto-legge n. 119 del 2004, come modificato dalla legge di conversione n. 166 del 2004, nella parte in cui dispone che i termini stabiliti dalle disposizioni della sezione III del capo III del titolo secondo del regio decreto 16 marzo 1942, n. 267 (Disciplina del fallimento, del concordato preventivo, dell'amministrazione controllata e della liquidazione coatta amministrativa), si computano a decorrere dalla data di emanazione del decreto di ammissione dell'impresa alla procedura di amministrazione straordinaria e rende applicabile tale disposizione anche in tutti i casi di conversione della procedura in fallimento; questione sollevata in riferimento all'art. 3 Cost.; c) del combinato disposto degli artt. 6, comma 1, e 4-bis, comma 10, del medesimo decreto-legge n. 347 del 2003, come, rispettivamente, modificato dall'art. 4-ter e sostituito dall'art. 3 del decreto-legge n. 119 del 2004, modificati dalla legge di conversione n. 166 del 2004, nella parte in cui prevede «una sostanziale espropriazione del credito» di cui all'art. 71 del regio decreto n. 267 del 1942 (legge fallimentare); questione sollevata in riferimento all'art. 42 Cost.; che, ponendosi con entrambe le ordinanze di rimessione questioni analoghe, i relativi giudizi devono essere riuniti; che, relativamente alla questione sollevata in riferimento agli artt. 3 e 41 Cost., concernente l'esperibilità delle azioni revocatorie nel corso di una procedura di amministrazione straordinaria il cui programma preveda un concordato con assuntore, non sono addotte argomentazioni, nemmeno negli scritti difensivi delle parti private, che possano indurre questa Corte a pervenire a conclusioni diverse da quelle di cui alla sentenza n. 172 del 2006 ed alla successiva ordinanza n. 409 del 2006; che tale questione, dunque, è manifestamente infondata, dovendosi ribadire che la procedura di amministrazione straordinaria ai sensi della cosiddetta “legge Marzano”, ove nel programma di ristrutturazione sia inserito un concordato con assunzione, quale «parte integrante» di esso (art. 4-bis, comma 5, del decreto-legge n. 347 del 2003), al fine di provvedere alla «soddisfazione dei creditori» (art. 4-bis, comma 1, del decreto-legge n. 347 del 2003), si caratterizza come procedura liquidatoria, e non già di risanamento, sin dalla fase iniziale, posto che il complesso delle attività dell'imprenditore insolvente è destinato ad essere trasferito all'assuntore, per cui è escluso in radice che la procedura sia indirizzata a consentire allo stesso debitore di recuperare «la capacità di soddisfare regolarmente le proprie obbligazioni» alla scadenza del programma (artt. 70, comma 1, lettera b, e 74, comma 1, lettera b, del d.lgs. n. 270 del 1999); che la finalità liquidatoria della procedura giustifica il promovimento delle «azioni revocatorie previste dagli articoli 49 e 91» del d.lgs. n. 270 del 1999 (art. 6, comma 1, del decreto-legge n. 347 del 2003), in vista della cessione delle medesime all'assuntore «come patto di concordato» (art. 4-bis, comma 1, lettera c-bis, del decreto-legge n. 347 del 2003), essendo proprio tale cessione lo strumento che consente di incrementare le risorse da destinare (direttamente o indirettamente) al soddisfacimento dei creditori concorrenti, sicché non può dirsi che dette azioni siano esercitate a vantaggio dell'imprenditore insolvente, il quale non è affatto rimesso in condizione di riprendere l'attività economica, ma viene espropriato di tutti i suoi beni, né dell'assuntore del concordato, il quale è tenuto ad attribuzioni corrispettive della cessio bonorum a beneficio dei creditori; che la finalità liquidatoria della procedura, e, quindi, la proponibilità o meno dell'azione revocatoria, come chiarito dalla giurisprudenza di legittimità (Cass. 10 marzo 2006, n. 5301), deve essere accertata con riferimento al momento della decisione sull'azione medesima, e non già con riferimento al momento dell'apertura della procedura; che, pertanto, conclusivamente, deve escludersi che, nella indicata fattispecie, in cui si realizza la condizione di proponibilità delle azioni revocatorie posta dall'art. 6, comma 1, del decreto-legge n. 347 del 2003 («purché si traducano in un vantaggio per i creditori»), l'esercizio delle medesime azioni, da un lato, contrasti con le finalità recuperatorie e redistributive proprie di esse e, dall'altro, possa produrre alcun effetto distorsivo della concorrenza, essendo evidente che dette azioni assolvono la medesima funzione per la quale sono previste nel fallimento;