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Nuove norme sulla giustizia sportiva. Istituzione del «Tribunale dello sport». Onorevoli Senatori. -- Non cessano le polemiche e le tensioni all'interno del mondo dello sport, a seguito di segnalazioni di gravi illeciti (sportivi, ma anche di rilievo penale), delle conseguenti indagini e dei successivi processi. La stessa impostazione della giustizia sportiva, così com'è strutturata ora, viene discussa e anche fortemente criticata, a causa soprattutto della asserita carenza di autonomia e indipendenza. Le vicende dell'estate del 2012 di quella che, nello Statuto della Federazione italiana giuoco calcio -- FIGC (recentemente rinnovato con deliberazione della Giunta nazionale del CONI del 30 ottobre 2012), all'articolo 33, comma 1, è denominata «giustizia sportiva», chiamata a giudicare taluni tesserati accusati, a vario titolo, di illeciti nell'ambito dello scandalo del cosiddetto «Calcioscommesse», hanno riproposto la questione dell'intervento della giurisdizione dello Stato in sede di impugnazione delle decisioni dei giudici sportivi di ultimo grado. L'impropria definizione dello Statuto della FIGC, che recita: «gli Organi della giustizia sportiva agiscono in condizioni di piena indipendenza, autonomia, terzietà e riservatezza», deriva da una astrazione per effetto della quale, così affermati i caratteri e le finalità delle Corti e qualificati i loro componenti «Giudici sportivi» (articolo 34), le Corti medesime, immancabilmente, assurgono al rango di soggetti forniti di jurisdictio . Ma così non dovrebbe essere, in quanto i suddetti componenti sono nominati, nonché retribuiti, dalla FIGC, cioè dallo stesso organismo di cui fa parte la Procura federale, i cui atti (promovimento delle indagini, raccolta delle prove, deferimenti e richieste di condanna o di proscioglimento dei tesserati accusati di illeciti) essi sono chiamati a sindacare. Essi non possono dunque considerarsi né terzi né indipendenti e neppure inamovibili, dal momento che le loro cariche sono temporanee e non vi è alcuna garanzia statutaria che li preservi da revoche anticipate. In ogni caso, se fossero organi giurisdizionali, si tratterebbe di «giudici speciali», la cui istituzione è vietata dall'articolo 102, secondo comma, della Costituzione. Pertanto, poiché nessuna forma di giurisdizione è ammissibile se non quella che promana dallo Stato, le istanze in cui si esercita la «giustizia sportiva» vanno considerate quali organi amministrativi delle Federazioni sportive, competenti ad irrogare le sanzioni previste dai rispettivi ordinamenti per gli illeciti sportivi dei tesserati. Conseguentemente le relative decisioni, comprese quelle arbitrali, costituiscono atti amministrativi, come tali impugnabili in sede giurisdizionale (Consiglio di Stato, sezione VI, sentenza n. 3559 del 19 giugno 2006). Tale essendo la natura giuridica degli organi della «giustizia sportiva» e dei provvedimenti che essa emette, si deve rilevare che le sanzioni previste dal codice di giustizia sportiva della FIGC per tali violazioni sono di elevata gravità (le squalifiche, a seconda dei casi, non sono inferiori a 3/6 mesi e addirittura a 3 anni), denotando un'apprezzabile politica criminale volta a colpire le infrazioni con il pugno di ferro onde garantire, con la minaccia di pene severissime, che l'attività sportiva si svolga con la massima «lealtà, correttezza e probità» (articolo 1 del codice di giustizia sportiva). Ma proprio il rigore con cui opera la «giustizia sportiva» postula che i controlli giurisdizionali in sede di impugnazione delle sanzioni da essa irrogate siano altrettanto inflessibili, fondandosi -- con riferimento ai modelli decisionali adottati, alle motivazioni dei provvedimenti e alle sanzioni inflitte ai tesserati -- su meccanismi processuali atti a ricostruire l'intera «regiudicanda» ed a verificare in modo appropriato le linee di legittimità e di adeguatezza delle decisioni oggetto dei ricorsi. Innanzitutto, il sistema delle impugnazioni deve corrispondere ai princìpi generali dell'ordinamento. Questo, com'è noto, distingue tra: a) rapporti di diritto pubblico nei quali la situazione protetta per cui si chiede tutela al giudice è, di regola, l'interesse legittimo (con qualche eccezione: vedi articolo 7 comma 1, del codice del processo amministrativo, di cui al decreto legislativo 2 luglio 2010, n. 104), sicché il giudice delle relative controversie è il giudice amministrativo del tribunale amministrativo regionale (TAR) e del Consiglio di Stato; b) rapporti di diritto comune aventi ad oggetto diritti soggettivi, attribuiti alla cognizione del giudice ordinario (secondo la fondamentale distinzione contenuta nell'articolo 24 della Costituzione). Circa le decisioni dei «giudici sportivi» oggetto delle impugnazioni, e limitando l'esame a quelli della FIGC (la più importante tra le federazioni sportive per numero delle società federale e per numero di tesserati), va ricordato che essi si misurano con una tavola di illeciti puniti con sanzioni quali multe, ammende, squalifiche, inibizioni per i dirigenti delle società, eccetera, che riecheggiano quelle previste dal codice penale (anche l'illecito di omessa denunzia da parte di un tesserato venuto a conoscenza di un illecito -- articolo 7, commi 7 e 8, del codice di giustizia sportiva -- si richiama ad una fattispecie penale e cioè al delitto di omessa denunzia di reato da parte del cittadino, di cui all'articolo 364 del codice penale). Quanto alle modalità di svolgimento dei giudizi e della raccolta delle prove nelle indagini e nel dibattimento (articoli 40, 41 e 42), il codice di giustizia sportiva si rifà a sua volta al processo penale, ricalcandone lo schema (indagini del pubblico ministero -- procura federale; esercizio dell'azione penale -- commissione disciplinare; richiesta di rinvio a giudizio -- deferimento; dibattimento e sentenza -- decisione). Come si vede, si tratta di un procedimento assai complesso, che si snoda tra indagini e pubblica discussione nel contraddittorio fra le parti e si conclude con la pronunzia di una decisione che, pur rivestendo i caratteri di atto amministrativo, non può essere in alcun modo paragonata ai provvedimenti amministrativi tradizionali. Essa, infatti, attiene ad accertamenti di fatto ed a motivazioni in fatto e in diritto funzionali al giudizio finale di condanna o di assoluzione, che non si rinvengono in nessuno degli atti della pubblica amministrazione impugnabili dinanzi alla giurisdizione amministrativa ai sensi degli articoli 7 e seguenti del citato codice del processo amministrativo.