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La gran parte del quasi 1.000.000 di alloggi popolari oggi esistenti in Italia, e spesso gestiti male da enti carrozzoni, si trova proprio in queste aree periferiche. E questa situazione è ulteriormente aggravata dalle occupazioni abusive di immobili pubblici e privati e di «case popolari», che è un fenomeno diffuso da nord a sud con percentuali di occupazioni che, specialmente nel centro e sud Italia, toccano punte quasi del 100 per cento, come a Palermo. Le occupazioni abusive nelle grandi città sono in mano a gruppi e organizzazioni criminali di italiani e di stranieri. Sono una ingiustizia nei confronti di chi ha effettivamente bisogno. Si tratta di un vero e proprio «commercio» della casa popolare, con gravissimo pregiudizio per le fasce più deboli e anziane della popolazione. Le occupazioni abusive, e la loro accettazione e tolleranza da parte di una certa cultura di sinistra, rappresentano il fallimento delle politiche per la casa, che non riescono a intervenire sul crescente fabbisogno abitativo di edilizia residenziale pubblica, che aumenta per effetto dell'impoverimento delle famiglie italiane. In queste aree, inoltre, la crisi dell'economia legale dei negozi di vicinato, in cui si esercitava il commercio, l'artigianato e la socialità tradizionale, ha lasciato spazio a fenomeni economici segnati dall'illegalità, quali spaccio, prostituzione, commercio abusivo, laboratori clandestini, gioco d'azzardo, phone center . A tutto ciò va aggiunto che in queste aree periferiche è spesso rilevabile anche un forte degrado ambientale, con discariche a cielo aperto, roghi di materiali, smaltimento illegale di rifiuti. Attività queste ultime che spesso si svolgono in prossimità dei campi rom – si tratta di alcune decine in ogni città – diffusi soprattutto a Roma, Milano, Napoli e Torino. Alcuni sono regolari e altri irregolari. Gli insediamenti rom a ridosso di zone periferiche già segnate da forti criticità generano un clima sociale esplosivo. Da alcuni anni l'attività principale che si svolge nei campi è il traffico e lo smaltimento illecito dei rifiuti, che avviene attraverso «roghi» tossici che creano gravissimo pregiudizio alla salute della popolazione residente nelle aree limitrofe. Rimane drammatico, ed è un ostacolo all'integrazione, il fenomeno della dispersione scolastica che riguarda circa l'80 per cento dei bambini in obbligo scolastico che vivono nei campi rom. Le politiche nazionali per la sicurezza e l'integrazione tendono a coinvolgere le istituzioni locali offrendo il massimo della collaborazione, anche attraverso la realizzazione di «Patti per la sicurezza urbana», e in particolare realizzando il programma «Periferie sicure». Le politiche europee mirano alla «rigenerazione urbana, ovvero l'insieme di programmi complessi che privilegiano l'intervento in comprensori già costruiti al fine di rendere vivibile e sostenibile lo spazio urbano, di soddisfare la domanda abitativa e di servizi, di accrescere l'occupazione e migliorare la struttura produttiva metropolitana, di rassicurare la maggior parte della popolazione che risiede proprio nelle aree periferiche». Ciò anche perché lo sviluppo economico e sociale di una Nazione è legato alla crescita di grandi aree metropolitane, che ormai nel mondo sono il luogo dove si produce la maggior parte del PIL. La Commissione parlamentare di inchiesta sullo stato della sicurezza e del degrado delle città italiane e delle loro periferie, istituita con deliberazione della Camera dei Deputati del 27 luglio 2016, ha compiuto un primo passo verso «un integrale ripensamento delle politiche urbane, che sono oggi in gran parte connesse con la rigenerazione delle aree periferiche», e ha rilevato la necessità di «coordinare le varie responsabilità istituzionali per ripensare ai programmi di intervento, anche sulla base di quanto finora realizzato, a partire dai primi programmi Urban e Urbact, poi dai Contratti di quartiere, dal Piano Città del 2012, dal Piano Nazionale per la Riqualificazione e Rigenerazione delle Aree Urbane, e dal Programma straordinario di intervento per la riqualificazione urbana e la sicurezza delle periferie delle città metropolitane e dei comuni capoluogo di provincia». Per detta Commissione parlamentare, l'ISTAT aveva elaborato quattro indici georeferenziati che davano conto della popolazione insediata nelle zone dove si registrano i più elevati valori di disagio. Dal complesso dei dati elaborati emerge che il 33,8 per cento dei residenti nei capoluoghi metropolitani vive in quartieri dove c'è una significativa presenza di famiglie con potenziale alto disagio economico. L'incidenza di tali famiglie è variabile fra l'1-3 per cento nel Nord, fino al 4-14 per cento nel Mezzogiorno con punte massime a Napoli, Palermo e Catania. Altrettanto rilevante è la quota di residenti metropolitani, pari al 37,5 per cento in quartieri dove si manifesta una significativa presenza di famiglie a elevata vulnerabilità sociale e materiale, quale sintesi di sette diversi indicatori. I valori massimi si registrano a Messina dove il 51,6 per cento della popolazione vive a stretto contatto con famiglie in condizioni di forte deprivazione sociale. La disoccupazione e l'assenza di un'economia di crescita, soprattutto al Sud nei quartieri delle periferie artificiali realizzati negli anni ’60 e ’70 (ad esempio, Scampia, Zen, San Paolo) sono il terreno di coltura della criminalità. Ciò anche in conseguenza della scelta compiuta dalle Istituzioni di concentrare le persone in zone dove non c'erano attività economiche di produzione e di commercio e dove l'offerta di servizi di trasporto, scolastico, culturali, sanitari, assistenziali era di bassa qualità. La conseguenza è che in queste aree la disoccupazione giovanile supera livelli del 50 per cento ed è il terreno ideale per reclutare la manovalanza da parte della piccola e della grande criminalità organizzata. Il complesso di questi dati rafforza l'opportunità di individuare con chiarezza le aree critiche su cui si è inteso e si intende operare, e con quali modalità e risorse finanziarie, per superare le condizioni di sicurezza e lo stato di degrado delle città e delle loro periferie. Sarebbe, inoltre, necessario avere una visione completa della situazione in essere affinché si possa adottare un Programma tipo, riproducibile ed adattabile, che possa da un lato integrare le politiche urbane e di rinnovo edilizio con l'intervento sociale e per la sicurezza dei cittadini, dall'altro evitare errori passati, sovrapposizione o approvazione di interventi con scarse o limitate ricadute in termini sociali, che poco o nulla giovano alle periferie. Per tutte le situazioni e motivi sopraesposti, si ritiene che per incidere efficacemente sulle condizioni di sicurezza e sullo stato di degrado delle città e delle loro periferie sia necessario proseguire nel lavoro avviato nella scorsa legislatura, istituendo una Commissione bicamerale di inchiesta. Giova ricordare che, come ben si espresse la Commissione parlamentare di inchiesta sullo stato della sicurezza e del degrado delle città italiane e delle loro periferie nella sua Relazione conclusiva, approvata nella seduta del 14 dicembre 2017, è «indispensabile rafforzare gli strumenti parlamentari e governativi per promuovere e gestire le politiche urbane».