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In primo luogo, l'ANCE (l'Associazione nazionale costruttori edili) ha recentemente stimato in quasi 600 le medie e grandi opere bloccate, per un valore di ben 50 miliardi di euro, che salgono a oltre 100 miliardi, se si calcolano le ricadute sull'intero sistema economico nazionale. In secondo luogo, nella Nota di aggiornamento al DEF dell'anno scorso abbiamo ricordato che in Italia tra lo stanziamento delle risorse e l'effettiva consegna dell'opera conclusa è stato stimato che passano in media due anni per lavori di ammontare inferiore a 100.000 euro, mentre si arriva fino a quindici anni per lavori di valore superiore a 100 milioni. Il motivo è semplice e non lo dico io, ma gli esperti del settore: la metà del tempo - sprecato - è da addebitarsi all'eccessiva lentezza burocratica. In questi anni abbiamo speso appena il 4 per cento dei 150 miliardi di euro stanziati per le infrastrutture e solo il 19 per cento dei fondi europei 2014-2020 (e sottolineo che sono passati già cinque dei dieci anni a disposizione) e, per finire, appena l'1,5 per cento delle risorse del Fondo sviluppo e coesione destinato alla dotazione infrastrutturale del nostro territorio Questa è l'eredità di fronte alla quale si trova l'attuale Governo e restare con le mani in mano, come si è già fatto negli anni passati, non era più possibile. (Applausi dal Gruppo M5S) . Per la prima volta nella storia il Governo ha dato senza chiedere nulla in cambio, anche alle amministrazioni locali. Ricordo che da poco abbiamo stanziato: 11 miliardi di euro per un piano di tutela del fragile territorio italiano, ribattezzato «proteggi Italia»; 400 milioni a favore dei piccoli Comuni per le opere di messa in sicurezza delle infrastrutture locali e 500 milioni, sempre a beneficio dei Comuni, per opere di efficientamento energetico del patrimonio immobiliare pubblico. Dobbiamo però anche essere in grado di spendere l'ingente massa di risorse stanziate nel corso degli anni dalle varie manovre, risorse incredibilmente rimaste impantanate nelle sabbie mobili della burocrazia. Il Ministero dell'economia ha certificato infatti che, dei 150 miliardi di euro già previsti nel bilancio (stanziati in quindici anni) per gli investimenti pubblici, ben 118 sono immediatamente attivabili. Vengo ora al decreto-legge in esame, lo sblocca cantieri, che ha al suo interno i migliori presidi per il corretto funzionamento delle procedure. Ci tengo a sottolineare l'introduzione di una nuova procedura aperta per appalti di lavori fino alla soglia comunitaria, ovvero 5,2 milioni di euro, procedura che non prevede affatto l'aggiudicazione della commessa con il criterio del massimo ribasso, come erroneamente e strumentalmente qualcuno ha sostenuto. La norma infatti prevede l'aggiudicazione con il criterio del minor prezzo, ben diverso dal massimo ribasso, con un meccanismo automatico di esclusione delle cosiddette offerte anomale, ovvero quelle offerte così basse che naturalmente non possono garantire una seria esecuzione dell'opera. Il meccanismo è semplice: prevale l'offerta che più si avvicina alla media dei ribassi. L'azione che mettiamo in campo accarezza diverse discipline: il mondo delle rinnovabili, l'ambiente, i beni culturali, il governo del nostro territorio e, appunto, l'edilizia. Si tratta di diverse sfaccettature per un cambiamento che auspichiamo possa essere tangibile in poco tempo. Infatti, nel breve periodo sbloccheremo fino a 300 opere pubbliche, smascherando la propaganda di chi vuole dipingerci come una forza politica ostile alle infrastrutture. (Applausi dal Gruppo M5S) . Siamo e saremo sempre contro lo sperpero di denaro pubblico, ma siamo anche parte di un Governo che sta rilanciando gli investimenti pubblici, crollati al minimo storico dell'1,9 per cento del PIL nel 2017. Non è complicando la vita burocratica alle piccole imprese che si combatte la corruzione. Nella legge di bilancio abbiamo messo i soldi per far risalire gli investimenti pubblici al 2,1 per cento del PIL già entro fine 2019 e al 2,7 per cento entro il 2021. Non a caso, i dati dei primi due mesi del 2019 ci danno ragione, con una crescita esponenziale dei pagamenti per appalti e bandi di gara nelle Regioni (+89,4 per cento) e nei Comuni (+21,8 per cento). È continuando così, come stiamo facendo, che daremo nuova linfa a un settore che rappresenta il perno centrale dell'economia italiana. L'Italia deve ripartire e grazie alle misure messe in campo da questo Governo finalmente riuscirà a farlo in tempi più veloci. (Applausi dal Gruppo M5S. Congratulazioni) . PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Pazzaglini. Ne ha facoltà. PAZZAGLINI (L-SP-PSd'Az) . Signor Presidente, rappresentanti del Governo, colleghi, quello che ci accingiamo a discutere ora è un provvedimento fondamentale per la nostra economia. So che spesso si tende a enfatizzare quello che si fa e quindi si ricorre all'espressione che ho usato poc'anzi. In questo caso, tuttavia, ritengo che la mia espressione sia particolarmente appropriata per una serie di considerazioni. Se, uscendo da qui, andassimo a parlare con imprenditori, liberi professionisti, artigiani e chiedessimo loro quali sono, secondo loro, i maggiori problemi che in questo momento abbiamo nel nostro Paese, riceveremmo quasi sempre la stessa risposta e cioè che il problema sono le tasse e la burocrazia. (Applausi dal Gruppo L-SP-PSd'Az) . So che a qualcuno potrebbe sembrare che stia parlando per slogan , ma così non è: sono convinto che stiamo parlando di punti programmatici da realizzare e, per ribadire questa mia affermazione, vorrei aprire una piccola parentesi sul primo dei due problemi che ho indicato su cui è necessario intervenire: le tasse. Spesso abbiamo detto - soprattutto noi della Lega - che ridurre le tasse è una necessità per il sistema produttivo di questo Paese. Abbiamo sempre aggiunto che non solo questo migliorerebbe il nostro PIL e la nostra forza occupazionale, ma anche il nostro sistema sociale e sanitario e lo diciamo perché la storia ci insegna che è così. Se tornassimo indietro di qualche decennio, al 1982, per la precisione, a quando Ronald Reagan, in applicazione delle politiche economiche di Laffer, ridusse le tasse, e andassimo a verificare quali sono state le conseguenze, accerteremmo che non solo il sistema produttivo statunitense ne ha beneficiato per i quindici-venti anni successivi, ma che anche il sistema fiscale statunitense ne ha beneficiato in egual misura. Non a caso, infatti, per quasi dieci anni consecutivi, dal 1982 al 1990, il gettito per l'erario aumentò tutti gli anni, passando dai circa 600 miliardi di dollari del 1982 ai quasi 2.000 miliardi di dollari del 1990. Non dobbiamo, però, andare così lontano nel tempo e nello spazio per avere altri esempi positivi. Se pensassimo agli esempi virtuosi europei di quegli Stati che crescono più degli altri o che superano più agevolmente le crisi, troveremmo che in queste realtà c'è sempre un sistema di tassazione fissa, come la flat tax che vogliamo introdurre noi, che è comunque a livelli molto bassi.