[pronunce]

, e l'art. 10 della medesima legge, quest'ultimo nella parte in cui «anche con riferimento alla parte civile, dichiara applicabile la disciplina da essa introdotta ai processi in corso»; che la Corte rimettente - premesso che la difesa della parte civile aveva proposto rituale impugnazione ai fini civili avverso la sentenza di assoluzione emessa dal Tribunale di Brindisi, e che, tuttavia, dopo la proposizione di essa, era entrata in vigore la legge n. 46 del 2006 - in esito alla ricognizione del nuovo quadro normativo, perviene alla conclusione che la novella in oggetto abbia escluso la possibilità, per la parte civile, di proporre appello avverso le sentenze di assoluzione dell'imputato; che, in particolare, il giudice a quo – muovendo dal principio di tassatività delle impugnazioni evocato dall'art. 568 cod. proc. pen. – constata l'assenza, nel testo novellato dell'art. 576 cod. proc. pen. , di ogni riferimento ad uno specifico mezzo di impugnazione per la parte civile: con la conseguenza che tale mezzo dovrebbe essere individuato sulla base delle specifiche norme in tema di appello e di ricorso per cassazione; che, al riguardo, la Corte rimettente osserva tuttavia come sia inconferente, al fine di tale individuazione, il richiamo alle varie norme del codice di rito; e, tanto meno, quello alla perdurante vigenza dell'art. 600 cod. proc. pen. , nella parte in cui tale norma prevede il diritto della parte civile di appellare contro il punto della sentenza di primo grado che attiene alla provvisoria esecuzione delle condanne in materia risarcitoria; che, d'altra parte, la Corte rimettente rileva come – eliminato il suddetto potere per la parte civile – il legislatore non abbia previsto, per questa parte processuale, alcun regime transitorio, contemplato, invece, nei commi 2 e 3 dell'art. 10, per il pubblico ministero e l'imputato: con la conseguenza che alla parte civile, la quale abbia già proposto impugnazione al momento dell'entrata in vigore della legge n. 46 del 2006, non è consentito proporre ricorso per cassazione, entro i quarantacinque giorni dalla notifica del provvedimento dichiarativo della inammissibilità, «non risultando possibile, sempre in ragione del principio di tassatività delle impugnazioni, un'interpretazione estensiva» di questa disciplina transitoria anche alla parte civile; che – alla luce di tali premesse di ricostruzione del sistema – la Corte d'appello di Lecce ritiene fondati i dubbi di legittimità costituzionale, in riferimento, innanzitutto, all'art. 111 Cost. ed ai principi della parità tra le parti e del contraddittorio; da intendersi, questi ultimi, riferiti non alla sola fase del giudizio, ma anche al «successivo momento, di reazione avverso la statuizione con cui è stato definito il giudizio medesimo»; che la parte civile – oltre ad essere discriminata rispetto alle altre parti processuali (segnatamente, rispetto al danneggiante-imputato) – verrebbe irragionevolmente privata di uno strumento di doglianza nel merito, nei confronti della decisione del primo giudice; strumento riconosciuto, invece, allorquando l'azione civile venga esercitata dinnanzi al giudice civile; che tale ultima constatazione - argomenta ancora la Corte rimettente - «involge, quale inevitabile ricaduta anche la lesione del principio di eguaglianza e del diritto di agire in giudizio a salvaguardia dei propri diritti, sanciti, rispettivamente, dagli artt. 3 e 24 della Carta costituzionale» (parametri che, nondimeno, non vengono espressamente indicati nel dispositivo); che, infine, la disciplina censurata violerebbe anche l'art. 97 Cost., sotto un duplice profilo: per il «sensibile carico di lavoro» di cui viene gravata, in esito alla novella censurata, la Corte di cassazione; e per la circostanza che essa diviene «giudice della legalità non più della sentenza, ma dell'intero processo», così mutando la sua stessa natura di giudice del diritto; che, con altra ordinanza del 27 marzo 2006 (r.o. 480 del 2006), la Corte d'appello di Lecce ha sollevato, in riferimento agli artt. 3, 24 e 111 della Costituzione, questione di legittimità costituzionale identica, quanto ad oggetto dell'impugnativa, rispetto a quella appena sopra esaminata; che, anche nell'ordinanza di rimessione in esame, la Corte d'appello di Lecce - chiamata a delibare l'ammissibilità di un appello proposto, agli effetti civili, dalla parte civile avverso una sentenza assolutoria - muove dal presupposto della inammissibilità della proposta impugnazione, sulla scorta di argomentazioni analoghe a quelle svolte nell'ordinanza iscritta al n. 346 del registro ordinanze del 2006; che la soppressione del potere di impugnazione in capo alla parte privata compromette, a giudizio della Corte rimettente, il principio di parità delle parti nel processo penale, garantito dall'art. 111 Cost.: ciò in ragione della circostanza che, mentre ad una delle parti, l'imputato, «è giustamente garantita la possibilità di un nuovo giudizio di merito», nell'ipotesi «speculare» di assoluzione dell'imputato «analoga possibilità non è data - con violazione anche del principio di uguaglianza stabilito dall'art. 3 Cost. - alla persona offesa dal reato che si è costituita parte civile, e con ingiustificato sacrificio anche del diritto della parte civile di far valere in giudizio le proprie ragioni, garantito dall'art. 24 della Costituzione»; che analoghe considerazioni varrebbero poi in relazione all'art. 10 della legge n 46 del 2006, atteso che il regime transitorio in esso disciplinato (e, in particolare, la prevista possibilità di ricorso per cassazione) si applicherebbe solo - dato l'inequivoco tenore letterale del comma 2 - agli appelli già proposti dal pubblico ministero e dall'imputato, ma non a quelli avanzati dalla parte civile; che, pertanto, per gli appelli della parte civile dovrebbe trovare applicazione il disposto dell'ultimo comma dell'art. 568 cod. proc. pen. , vale a dire la conversione automatica dell'impugnazione in ricorso per cassazione: interpretazione, questa, che, sebbene ritenuta dal giudice rimettente l'unica consentita dal testo della legge, comporterebbe quale inevitabile - ma inaccettabile - conseguenza che un appello, del tutto legittimo, divenga inammissibile in forza dell'applicazione retroattiva della novella; con conseguente contrasto con i parametri costituzionali già sopra specificati; che, con ordinanza del 14 marzo 2006 (r.o. n. 272 del 2006), la Corte d'appello di Catanzaro censura, in riferimento agli artt. 3 e 111, settimo comma, Cost., gli artt. 6 e 10 della legge n. 46 del 2006, nella parte in cui «non esplicitano il mezzo di impugnazione esperibile dalla parte civile avverso pregiudizievoli pronunce di primo grado e nulla dispongono circa il regime applicabile in via transitoria, agli appelli proposti dalla parte civile avverso le sentenze di assoluzione»; che la Corte rimettente - premesso di dover delibare un appello, ritualmente proposto dalla parte civile avverso una sentenza del Tribunale di Lamezia Terme in composizione monocratica;