[pronunce]

Sotto il primo profilo, la disposizione in esame deve ritenersi espressione di un principio fondamentale, in quanto persegue la finalità di garantire a tutti gli operatori un trattamento uniforme e non discriminatorio, attraverso la previsione del divieto di porre a carico degli stessi oneri o canoni. In mancanza di un tale principio, infatti, ciascuna Regione potrebbe liberamente prevedere obblighi “pecuniari” a carico dei soggetti operanti sul proprio territorio, con il rischio, appunto, di una ingiustificata discriminazione rispetto ad operatori di altre Regioni, per i quali, in ipotesi, tali obblighi potrebbero non essere imposti. È evidente che la finalità della norma è anche quella di “tutela della concorrenza”, sub specie di garanzia di parità di trattamento e di misure volte a non ostacolare l'ingresso di nuovi soggetti nel settore. Ad analogo criterio si ispira la disposizione che sancisce, in capo agli operatori, l'obbligo di tenere indenni gli enti locali o gli enti proprietari delle spese necessarie per le opere di sistemazione delle aree pubbliche. Anche sotto il secondo profilo la censura non è fondata. La ricorrente muove da un erroneo presupposto interpretativo, in quanto la norma statale non attribuisce né tantomeno disciplina, per gli scopi indicati dal quarto comma dell'art. 119 della Costituzione, funzioni di “determinate” Regioni, con conseguente necessità di “destinazione di risorse”: il legislatore statale si è, infatti, limitato a porre a carico degli operatori di settore oneri che non gravano sui bilanci regionali. Tali oneri sono strettamente funzionali alla copertura di costi, specificamente indicati dal secondo comma dell'art. 93, sostenuti per l'esercizio di un'attività non riconducibile a “funzioni regionali” diverse da quelle “ordinarie”, bensì all'operato di soggetti privati che svolgono attività di impresa, ancorché connessa all'erogazione del “servizio pubblico” di comunicazione elettronica. 16.— Passando all'esame dell'art. 95, va osservato che tale articolo, nel disciplinare gli impianti e le condutture di energia elettrica o tubazioni, prescrive, al comma 1, che nessuna conduttura di energia elettrica, anche se subacquea, a qualunque uso destinata, può essere costruita, modificata o spostata senza che sul relativo progetto sia stato preventivamente ottenuto il nulla osta del Ministero delle comunicazioni, ed inoltre subordina al preventivo consenso del Ministero stesso l'esecuzione di qualsiasi lavoro sulle condutture subacquee di energia elettrica, e sui relativi atterraggi, riconoscendo a tale organismo il potere di esercitare la vigilanza e il controllo sulla esecuzione dei lavori. Nel caso in cui si realizzino interferenze tra cavi di comunicazione elettronica e cavi di energia elettrica sotterrati devono essere osservate le norme generali per gli impianti elettrici stabilite dal comitato elettrotecnico italiano (CEI) del Consiglio nazionale delle ricerche. Qualora, poi, a causa di impianti di energia elettrica si abbia un mutamento del servizio di comunicazione elettronica, il Ministero promuove lo spostamento degli impianti o adotta altri provvedimenti idonei ad eliminare i disturbi, con spese a carico di chi li rende necessari. Secondo la Regione Marche la norma in esame sarebbe costituzionalmente illegittima, in quanto conterrebbe una disciplina di dettaglio in materie di competenza concorrente (“ordinamento della comunicazione” e “governo del territorio”). Ad avviso della Regione Toscana l'art. 95 si porrebbe in contrasto con gli artt. 117 e 118 della Costituzione, perché lo Stato, in materia di competenza concorrente, attribuirebbe ad un organo statale (l'ispettorato del Ministero delle comunicazioni) i compiti di cui innanzi senza rispettare i criteri sanciti dalla giurisprudenza di questa Corte ai fini della avocazione, a livello centrale, di funzioni amministrative: l'assunzione di funzioni, secondo la ricorrente, non sarebbe, infatti, proporzionata, né ragionevole e soprattutto non sarebbe accompagnata dalla previsione dell'intesa con la Regione. 16.1. — La questione non è fondata. Questa Corte con la sentenza n. 7 del 2004, pur riconoscendo alle Regioni la competenza a dettare disposizioni sulla progettazione tecnica degli impianti di produzione, distribuzione e utilizzo dell'energia, ha affermato che alla rete regionale si devono comunque applicare le “regole tecniche” adottate dal gestore nazionale. Nel caso in esame, il nulla osta ministeriale è diretto proprio a garantire il rispetto di quelle regole tecniche senza le quali l'esercizio della potestà legislativa regionale potrebbe produrre una elevata diversificazione della rete di distribuzione della energia elettrica, con notevoli inconvenienti sul piano tecnico ed economico. La norma impugnata, pertanto, costituendo una esplicitazione a livello tecnico dell'esigenza di assicurare uniformità e continuità alla rete delle infrastrutture di comunicazione elettronica, si sottrae alle proposte censure di illegittimità costituzionale. 17. — Entrambe le Regioni censurano l'allegato n. 13 al decreto legislativo impugnato, il quale determina il contenuto dei modelli da usare nella presentazione dell'istanza di autorizzazione e della denuncia di inizio attività. Secondo la prospettazione dei ricorsi, la norma in esame integra l'esercizio di una vera e propria potestà regolamentare, che lo Stato non può legittimamente esercitare in materie diverse da quelle riservate alla sua competenza esclusiva, neppure ove si voglia riconoscere ai regolamenti emanati nelle materie di competenza regionale il carattere della cedevolezza. La suddetta questione deve essere esaminata, per connessione, congiuntamente a quella proposta dalla sola Regione Marche in ordine agli artt. 86, comma 8, 87, comma 3, 88, comma 1, 89, comma 5, 92, 93, 94 e 95, nella parte in cui disciplinano il contenuto dei modelli da presentare per la domanda di autorizzazione e per gli altri adempimenti amministrativi connessi con l'installazione e l'esercizio degli impianti. Secondo la ricorrente, tali norme sarebbero espressione di una potestà regolamentare, che lo Stato non potrebbe esercitare in materie, come quelle disciplinate, che non ricadono nella propria sfera di legislazione esclusiva. 17.1.— Le questioni non sono fondate. Innanzitutto, si deve premettere che l'allegato n. 13, malgrado il fatto che il Codice ne preveda la modificabilità con atti regolamentari e amministrativi, deve considerarsi pur sempre atto di natura legislativa, sicché esso conserva il regime giuridico della fonte in cui è inserito. Passando al merito della questione, deve osservarsi che la disciplina impugnata è riconducibile alla competenza esclusiva dello Stato in tema di “coordinamento informativo statistico e informatico dei dati dell'amministrazione statale, regionale e locale” (art. 117, secondo comma, lettera r, Cost.; cfr. sentenze n. 31 del 2005 e n. 17 del 2004).