[pronunce]

se hanno predisposto le dichiarazioni e tenuto le relative scritture contabili» (comma 1), porrebbe una regola di identita&#768; tra il soggetto che appone il visto di conformita&#768; e colui che predispone le dichiarazioni e cura la tenuta delle scritture contabili, «senza tuttavia consentire il reciproco, [...] cioe&#768; il rilascio del visto di conformita&#768; da parte del professionista [non abilitato a tale rilascio] che abbia presentato all'amministrazione finanziaria la dichiarazione dei redditi»; - il visto di conformità avrebbe lo scopo (indicato nella circolare del Ministero delle finanze del 17 giugno 1999, n. 134, in tema di «Disposizioni in materia di assistenza fiscale - Visto di conformità di cui all'art. 35 del d.lgs. n. 241 del 1997») di «garantire ai contribuenti assistiti un corretto adempimento di taluni obblighi tributari» e di «agevolare l'Amministrazione finanziaria nella selezione delle posizioni da controllare e nell'esecuzione dei controlli di propria competenza». Esso si distinguerebbe, secondo le definizioni enunciate nell'art. 2 del citato d.m. 31 maggio 1999, n. 164, in un visto cosiddetto "leggero" e in uno cosiddetto "pesante", corrispondenti ad altrettanti livelli di certezza sulla correttezza delle dichiarazioni fiscali. Il primo, previsto dall'art. 35, comma 2, lettera a), del d.lgs. n. 241 del 1997, consisterebbe nell'attestazione di conformita&#768; tra i dati esposti nella dichiarazione dei redditi e la documentazione ad essa relativa, implicando «il riscontro della corrispondenza dei dati esposti nella dichiarazione alle risultanze della relativa documentazione e alle disposizioni che disciplinano gli oneri deducibili e detraibili, le detrazioni e i crediti d'imposta, lo scomputo delle ritenute d'acconto» (art. 2, comma 1, del d.m. 31 maggio 1999, n. 164); il secondo, previsto al comma 1, lettera a), dello stesso art. 35, attesterebbe la regolare tenuta della contabilita&#768; da parte del contribuente e la corrispondenza ad essa dei dati esposti nella dichiarazione dei redditi (art. 2, comma 2, del medesimo decreto ministeriale); - M. N. e la LAPET hanno riproposto in appello le censure già disattese dal TAR Puglia, sostenendo, in primo luogo, che il rinvio alla norma regolamentare di cui al d.P.R. n. 322 del 1998, contenuto nell'art. 35, comma 3, del d.lgs. n. 241 del 1997, sarebbe interpretabile estensivamente, così da potersi riferire anche ai tributaristi non costituiti in un ordine, e prospettando, in secondo luogo, questioni di legittimità costituzionale e «pregiudiziali comunitarie», per l'esistenza di un'ingiustificata discriminazione in danno dei tributaristi. 1.2.- Ciò premesso, il rimettente osserva che l'interpretazione estensiva prospettata dagli appellanti nel processo principale non sarebbe percorribile, in quanto, «lungi dal rimanere circoscritta al dato testuale, [...] si tradurrebbe nell'integrazione del precetto normativo fissato dalla richiamata norma primaria». Da qui, secondo il rimettente, la rilevanza delle eccepite questioni di legittimità costituzionale dell'art. 35, comma 3, del d.lgs. n. 241 del 1997, «poiche&#769; il disposto della norma primaria con il rinvio in essa contenuto, non interpretabile estensivamente [...], costituisce l'unico fondamento del diniego di abilitazione al rilascio del visto di conformita&#768; impugnato nel [...] giudizio [a quo]». Di tali questioni, tuttavia, sarebbero non manifestamente infondate solo quelle riferite agli artt. 3, 41 e 117, primo comma, Cost., quest'ultimo in relazione ai parametri interposti sopra indicati. 1.3.- In primo luogo, la disposizione censurata violerebbe l'art. 3 Cost., per lesione dei principi di ragionevolezza e di non discriminazione. Il rimettente osserva, preliminarmente, che il rilievo pubblicistico del visto di conformità, correlato all'attivita&#768; di controllo spettante all'amministrazione finanziaria, esige che l'individuazione delle figure professionali abilitate al suo rilascio risponda a ragioni di affidabilita&#768; e di competenza. Tali ragioni, tuttavia, non varrebbero a giustificare la riserva a favore dei soli professionisti iscritti negli albi e nei ruoli indicati alle lettere a) e b) del comma 3 dell'art. 3 del d.P.R. n. 322 del 1998. L'ordinamento, infatti, consentirebbe ai tributaristi, benché non iscritti, di operare come consulenti fiscali, di predisporre e trasmettere le dichiarazioni fiscali, nonché di trattare e conservare i dati contabili, rendendo così ingiustificata la loro esclusione dal rilascio del visto di conformità, non solo di quello "leggero", consistente in un controllo di carattere formale sulla corrispondenza della documentazione utilizzata per le dichiarazioni fiscali con i dati in esse esposti, ma anche di quello "pesante", esteso al controllo sostanziale sulla regolare tenuta della contabilita&#768; da parte del contribuente e sulla corrispondenza ad essa dei dati esposti nelle dichiarazioni. Né la riserva in esame - e la conseguente diversità di trattamento - sarebbero ragionevolmente giustificate da un «principio di preferenza per le professioni organizzate in ordini o collegi», discendente dalla loro organizzazione in un ente esponenziale istituito per legge e titolare di poteri di carattere pubblicistico sui relativi appartenenti, tra cui il potere di vigilanza sul rispetto della deontologia richiesta per l'esercizio dell'attività. Questo principio, di cui sarebbe espressione la disposizione censurata, poggerebbe sul presupposto che solo una vigilanza deontologica istituzionale sui soggetti abilitati ad apporre il visto di conformità sia in grado di offrire all'amministrazione finanziaria garanzie adeguate ai fini dell'attivita&#768; di controllo delle dichiarazioni fiscali. Tuttavia, l'evoluzione del quadro normativo avrebbe reso non più «attuale» un simile presupposto, così da giustificare l'abbandono dell'orientamento giurisprudenziale «contrario alle tesi degli appellanti», espresso dal medesimo Consiglio di Stato, sezione quarta, nella sentenza 28 novembre 2012, n. 6028. Infatti, la legge 14 gennaio 2013, n. 4 (Disposizioni in materia di professioni non organizzate), sancendo il principio del libero esercizio delle professioni non ordinistiche, con l'obiettivo di adeguare l'ordinamento giuridico nazionale ai «principi dell'Unione europea in materia di concorrenza e di liberta&#768; di circolazione» (art. 1, comma 1), avrebbe introdotto elementi di assimilazione tra professioni organizzate in ordini o collegi e professioni che tali non sono. In particolare, il rimettente osserva che la legge n. 4 del 2013: