[resaula]

Davanti a questa solennità in qualche modo invasiva dell'interprete, non resta che affannarsi sui limiti della legittima difesa, quasi come una graziosa concessione sovrana di una condizionata impunità per una condotta necessitata. Secondo il nostro punto di vista, dobbiamo invece partire da un'impostazione diversa, più liberale, perché, proprio nella sua radice teorica, lo Stato non è un'entità confessionale, non deve redimere nessuno, né aspirare all'affermazione di un laico pensiero o paradiso terreno. Esso, lo Stato, è un patto tra i cittadini e con i cittadini, che gli devolvono la tutela dei propri inalienabili diritti naturali (la vita, l'incolumità, la proprietà). Questa devoluzione non è incondizionata e irreversibile, non è una cambiale in bianco: se lo Stato è inadempiente, la persona, siccome protagonista etica anche nella scena politica, ha il diritto di riprenderseli. Così impostato, l'intero procedere dialettico cambia registro, in funzione dei diversi postulati: non più i limiti imposti dallo Stato all'individuo, ma quelli imposti dal cittadino allo Stato; non più quindi è quesito essenziale fin dove l'aggredito può reagire, ma quell'altro, ossia fin dove lo Stato può sanzionare. Per essere ancora più chiari: che diritto ha lo Stato di punire la reazione a un crimine che esso - Stato - non è riuscito a impedire? (Applausi dal Gruppo L-SP-PSd'Az) . Può lo Stato processare un cittadino vittima dell'incapacità collettiva di prevenire il crimine, vittima, cioè, della sua inadempienza contrattuale? Questo è il senso del progetto. Per quanto riguarda il lavoro che è stato svolto, l'abbiamo realizzato con pazienza, dopo una serie di incontri, di riflessioni, non solo sull'articolo 52, ma anche sull'articolo 55 del codice penale e su molti altri aspetti che hanno inciso sul rimettere al centro il cittadino, la giustizia verso i cittadini perbene, quelli che si difendono e che sono lasciati soli. Lo Stato, da domani, da quando questo disegno di legge sarà votato e sarà in vigore, non sarà più nemico del cittadino e il delinquente dovrà risarcire, lui, il danno arrecato al cittadino perbene. (Applausi dai Gruppi L-SP-PSd'Az e M5S) . PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare il relatore di minoranza, senatore Grasso. GRASSO, relatore di minoranza . Signor Presidente, non avevo intenzione di replicare, ma mi trovo costretto a farlo perché in qualche intervento si è voluto adombrare che io cerchi di difendere i ladri, i rapinatori, i malviventi, piuttosto che le famiglie e, quindi, l'inviolabilità del domicilio domestico. Assolutamente no. Io cerco di difendere lo Stato di diritto, quindi la legalità di uno Stato di diritto. Come ho anticipato, la disciplina della legittima difesa è stata recentemente innovata, con la legge n. 59 del 2006, per effetto della quale sono stati aggiunti due nuovi commi destinati ad ampliare i limiti e regolamentare l'esercizio dell'autotutela nel domicilio privato, in altri luoghi di privata dimora e nei luoghi nei quali viene esercitata un'attività commerciale, professionale e imprenditoriale. La modifica del 2006 rappresenta un'ipotesi speciale e autonoma: la cosiddetta legittima difesa domiciliare già esistente funzionante, dunque, anche per le attività commerciali e imprenditoriali. È evidente che la ratio ispiratrice era quella di evitare che chi abbia reagito all'aggressione perpetrata in casa o nel negozio, in presenza di determinate condizioni di legalità e di un riconoscimento della proporzionalità della reazione possa essere chiamato a rispondere di tali atti, come anche - nel caso di errore sull'uso dei mezzi o sul fine - di eccesso colposo in legittima difesa. Una riforma in tal senso, dunque, penso non sia assolutamente necessaria; il sistema funziona e i numeri che sono stati elaborati - dal Ministero della giustizia prima e dal Servizio studi del Senato poi - lo dimostrano: in quattro anni dieci casi trattati al dibattimento. Ancora minori i casi trattati dal gip o dal gup. Peraltro, siccome qualcuno ha detto che tali dati difettano perché mancano quelli del pubblico ministero, non dimentichiamo che nessuna procedura si può concludere da parte del solo pubblico ministero, ma c'è sempre un giudice, anche nel caso di archiviazione, che emette un decreto di archiviazione. Quindi, sono contemplati anche quei casi. In parole povere, nel nostro Paese non hanno diritto di cittadinanza né la vendetta né il potere punitivo - che può arrivare anche a una pena di morte - attribuiti al cittadino in modo privo da qualsiasi controllo di legalità e di legittimità. Il danno grave, oltre al livello normativo, è un danno culturale. La vostra propaganda sta facendo credere ai cittadini che sarà lecito sparare in casa propria comunque e dovunque, con conseguenze inevitabili. Sappiamo bene che non c'è alcuna norma specifica che riguarda le armi; lo sappiamo, ma non è questo il punto. Noi prevediamo che questa disciplina potrà portare a un incremento di armi in circolazione nel nostro Paese per la necessità di difendersi. Nessuno ha detto che nella riforma ci sono norme specifiche sulle armi, ma più armi non significa più sicurezza: è questo il concetto che vogliamo far passare, perché l'arma in sé è già un oggetto che può generare violenza. È stato citato il caso di Lanciano. Ebbene, proprio la vittima di Lanciano ha detto che è stato un bene non avere un'arma in quel momento perché se l'avessero avuta probabilmente sarebbero stati uccisi nello scontro tra reazione aggressione e quanto poteva determinare. Sappiamo bene che le armi aumentano la possibilità di incidenti di ogni tipo, in un momento in cui da anni - sono stati elaborati i dati - i reati diminuiscono sempre più. Qualcuno ha detto di metterci nelle condizioni di chi subisce un'aggressione in casa. Io rispondo: mettetevi anche nelle condizioni del pericolo che può determinare questa deriva culturale. Pensate a un figlio che rientra a casa di notte e, avendo dimenticato le chiavi, cerca di aprire una finestra o armeggia sulla porta di casa, e il padre, che ha l'arma sul comodino, cerca di difendersi da una presunta aggressione. Quella condotta sarebbe una condanna ben peggiore di qualsiasi procedimento colposo o di qualsiasi procedimento che duri anche sette anni. Perché è questo quello che ci hanno rappresentato le vittime: la lungaggine dei procedimenti, il problema della stampa che si occupa di loro. Ma questo come si può evitare? Non lo eviterà certamente questo disegno di legge. Qualcuno ha detto che io potevo fare domande alle vittime. Intanto, il rispetto delle vittime imponeva di non fare domande, ma io ho ascoltato molto bene tutto quello che hanno detto. Ebbene, le vittime hanno parlato sì di aggressioni predatorie e rapine a mano armata, ma hanno anche detto che non chiedevano una giustizia fai da te, tantomeno un'incentivazione dell'uso delle armi con licenza di uccidere, quanto piuttosto dei termini più brevi del processo: questo riguarda il problema della giustizia secolare e dei tempi dei nostri processi.