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Sono comunque convinta che la salute non abbia colore politico e che l'Italia abbia comunque risorse e capacità per uscire da questa grave crisi. C'è bisogno, certo, della collaborazione di tutti. Noi non ci tireremo indietro sicuramente. Se il Governo proporrà soluzioni compatibili con le nostre posizioni la nostra adesione sarà sicuramente totale. A nome della Lega-Salvini Premier-Partito Sardo d'Azione vi ringrazio per l'attenzione. (Applausi dal Gruppo L-SP-PSd'Az) . PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Binetti. Ne ha facoltà. BINETTI (FIBP-UDC) . Signor Presidente, onorevoli rappresentanti del Governo, colleghi, passo molte ore, quando non sono in Aula, nella sala Maccari dove c'è un fregio particolarmente interessante che attraversa tutta la sala e che dice: «Osservate con diligenza le cose dei tempi passati perché fanno lume alle future e quello che è e sarà, è stato in altro tempo». L'8 gennaio di quest'anno, quando ancora non c'era sentore che l'epidemia sarebbe stata così devastante come si sta manifestando in questo momento, su «La Stampa» di Torino apparve un articolo di una collega, Eugenia Tognotti, storica della medicina, la quale, sulla falsariga di eventi già verificati dal 1500 - vorrei sottolineare questo - scriveva che tutte le epidemie di tipo virale arrivano dall'Oriente, concretamente dalla Cina, perché è lì che la convivenza tra gli uomini e gli animali vivi è più stretta, quindi è più facile che i virus che hanno il loro habitat sugli animali possano fare il salto di specie. Quindi l'8 gennaio era stato già lanciato un allarme sul fatto che, così com'era accaduto anche negli ultimi anni (l'ultima è stata l'epidemia del 2009 e poi successivamente la SARS) tutte queste epidemie arrivano dall'Oriente, quindi ci si doveva aspettare che sarebbe arrivata e, poiché ogni epidemia di tipo virale è in parte simile e in parte diversa dalla precedente, ci saremmo dovuti attrezzare. Non penso soltanto a quanto avremmo dovuto fare per gestire più tempestivamente questa epidemia, penso piuttosto a quanto dovremo fare per gestire le prossime epidemie. Infatti finché la convivenza uomo-animale sarà così stretta il salto di specie è semplicemente da attendere e prima o poi avverrà. Questo la dice lunga anche sul fatto che, quando ci troviamo davanti - la storia in questo ci è sempre maestra - a un'epidemia come questa, per la quale non disponiamo di farmaci specifici, il primo farmaco che dobbiamo mettere in gioco è esattamente la separazione, il distanziamento, la quarantena. Forse può essere interessante ricordare che la quarantena l'hanno inventata gli italiani, quando non erano ancora un unico Stato ma un insieme di Repubbliche marinare e le navi che arrivavano in porto venivano bloccate, semplicemente perché i marinai stessero in quarantena ed evitassero di contagiare la popolazione, per esempio con la peste suina o, di volta in volta, con qualsiasi epidemia venisse da lontano. C'è una cultura, una storia che attraversa il tempo e che fa sì che l'Italia, da questo punto di vista, sia sempre stata maestra di prevenzione e di precauzione. Certo, quando un virus si trasmette con il respiro è molto difficile bloccarlo: basta respirare. Non a caso vi è stato il piccolo giallo nel decreto-legge rispetto alle distanze: sembrava che un metro di distanza tra di noi potesse essere sufficiente (peraltro faccio presente che noi stessi in Aula non manteniamo un metro di distanza gli uni dagli altri), poi si è cercato di estenderla a due metri e, nell'impossibilità di attuarla, ci si è attestati su un metro e ottanta centimetri. Al di là di tutto, il punto vero è avere la certezza che il virus si trasmette con il respiro. Quindi, per quanto si possa fare, per quanto ingegnose, dettagliate, rigorose possano essere le misure, il rischio è immanente; può essere un rischio a tendenza a zero, ma non riusciremo mai a cancellarlo. Il Governo ha messo in pista molte misure, soprattutto misure che riecheggiano in modi diversi la cultura della quarantena, compresa anche quella domiciliare, per cui si sta a casa. L'invito, poi, agli ultrasessantenni a stare a casa comprenderete che potrebbe svuotare il Paese in pochi minuti, tenendo conto che siamo un Paese a piramide demografica rovesciata. Ma cosa possiamo imparare da questa ennesima epidemia, che, insisto, non sarà l'ultima e forse nemmeno la più grave se non riusciremo ad attrezzarci adeguatamente? La prima lezione è che lo studio sui vaccini deve essere potenziato, rafforzato e condiviso; non sono battaglie che può vincere un solo laboratorio, un solo Paese: sono battaglie che, o si vincono insieme, o non si vincono affatto. La seconda cosa che può essere interessante mettere a fuoco rispetto a questa epidemia è l'altro virus, che in molti post è stato chiamato il virus dell'informazione, che certamente paga il prezzo del silenzio iniziale sull'epidemia cinese ma che da noi può diventare un prezzo, per così dire, da ipercompensazione: un eccesso di informazioni che ci travolgono tutti i giorni, su tutte le prime pagine dei giornali e dei telegiornali. Ieri sera, al telegiornale, Nino Cartabellotta, il fondatore di GIMBE in Italia, la fondazione che si occupa della medicina basata sulle prove di evidenza, diceva che il monitoraggio giorno per giorno, ora per ora non serve a molto; serve ad identificare un trend . Per noi si potrebbe suggerire alla comunicazione di adottare un approccio meno strettamente quantitativo e con maggiore capacità di spiegare alle persone le modalità con cui si attiva la precauzione e la diagnosi precoce. Le misure che si mettono in gioco sono quelle limitate di cui oggi disponiamo, ma potrebbero crescere e migliorare nel tempo. Credo che noi - i miei colleghi concorderanno - non possiamo che essere con il Governo in tutte le misure che ha assunto. Ci piacerebbe che queste misure fossero supportate da risorse di gran lunga maggiori, perché altrimenti sembrano parole al vento, ma sappiamo che su questo decreto-legge il nostro voto, come è accaduto ieri in Commissione, è un voto in parte in fede - come qualcuno lo ha definito, un voto fideista - perché speriamo che il prossimo decreto-legge trascini con le parole i fatti, le risorse, la concretezza. Per il resto, non ci rimane che imparare dalla storia e la prossima volta farci trovare un po' più preparati. (Applausi dal Gruppo FIBP-UDC e del senatore Marinello) . PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Rampi. Ne ha facoltà. RAMPI (PD) . Signor Presidente, signori colleghi, è chiaro che queste sono ore complicate in cui bisogna ispirarsi e due princìpi: non drammatizzare e non sottovalutare. È un comportamento che ognuno di noi deve avere come cittadino e che dobbiamo avere particolarmente noi come istituzioni, perché tutti i nostri comportamenti, quelli individuali, quelli che teniamo in quest'Aula, quelli che teniamo attraverso gli strumenti di comunicazione, hanno un impatto sui comportamenti dei nostri cittadini e sul clima che si crea.