[pronunce]

principio a fronte del quale il legislatore non punisce con la sanzione penale qualsiasi lesione dei beni giuridici, ma modula le fattispecie criminose in base a valutazioni politico-criminali di sua esclusiva spettanza. Quanto al merito delle questioni, la censura di violazione dell'art. 76 Cost. sarebbe manifestamente infondata. A fronte del «naturale rapporto di riempimento che lega la norma delegata a quella delegante» — rapporto il quale esclude che le funzioni del legislatore delegato siano limitate ad una mera «scansione linguistica» delle prescrizioni del delegante — un sindacato della Corte, in riferimento al parametro costituzionale evocato, sarebbe possibile solo nel caso in cui la legge delega ometta del tutto di determinare i criteri e le direttive cui si deve attenere il legislatore delegato; non sarebbe invece ammissibile un sindacato sul grado di specificazione dei criteri e delle direttive medesime, che è viceversa censurato dal giudice a quo relativamente alle prescrizioni in materia di «soglie quantitative» e «valutazioni estimative». Del pari manifestamente infondata sarebbe la censura di violazione della Convenzione OCSE. Secondo la difesa, questa Corte ha chiarito, in relazione alla normativa comunitaria, come le relative disposizioni non possano ritenersi sempre e comunque prevalenti su quelle di diritto interno che si pongano in contrasto con esse; vige al contrario il limite del rispetto dei principi fondamentali del nostro ordinamento costituzionale, tra i quali rientra quello di riserva di legge in materia penale di cui all'art. 25 Cost. Ciò premesso, la difesa osserva come l'art. 8 della predetta Convenzione — norma peraltro non attinente direttamente alla materia dei reati societari, ma a quella della corruzione, non necessariamente collegata alla prima — lungi dall'imporre l'adozione di un preciso strumento, lasci agli Stati firmatari ampia libertà di scelta riguardo ai rimedi per raggiungere lo scopo comune, e segnatamente riguardo al tipo di sanzione — civile, amministrativa o penale — più opportuna per i fatti considerati: in tal modo prevedendo implicitamente che il legislatore nazionale possa anche fare a meno, in tutto o in parte, della sanzione penale. D'altro lato, nessun rilievo critico sarebbe stato in concreto espresso dall'OCSE nei confronti della disciplina dettata dal d.lgs. n. 61 del 2002: anzi, le misure di attuazione della Convenzione in Italia avrebbero ricevuto il pieno apprezzamento dell'organismo internazionale, e segnatamente dell'apposito Gruppo di lavoro incaricato a norma dell'art. 12 della Convenzione stessa. 3.4. — Si è inoltre costituito nel giudizio di costituzionalità G. F., imputato nel processo a quo, chiedendo che le questioni siano dichiarate manifestamente infondate. Quanto alla questione di costituzionalità dell'art. 11, comma 1, lettera a), numero 1), della legge n. 366 del 2001, sollevata con riferimento all'art. 76 Cost., la parte privata rileva preliminarmente come manchi un «interesse concreto» all'impugnativa della sola legge delega — nella parte in cui non detta norme precettive immediatamente applicabili — senza una congiunta analoga impugnazione della legge delegata, nella specie viceversa censurata sotto altro profilo. In ogni caso, la dedotta violazione dell'art. 76 Cost. sarebbe insussistente, poiché una declaratoria di illegittimità costituzionale è prospettabile, in rapporto al parametro evocato, là dove la legge delega sia priva dell'indicazione dei principi e criteri direttivi; il sindacato di costituzionalità non potrebbe invece investire il grado di specificazione di questi ultimi, non potendo ritenersi che i principi e criteri direttivi debbano essere così vincolanti da non lasciare alcun margine di discrezionalità al Governo. D'altra parte, la norma di delega impugnata — allo scopo, ritenuto primario dal legislatore delegante, di contenere l'impiego indiscriminato della fattispecie del falso in bilancio — ha fissato il principio dell'introduzione di soglie di punibilità; ed ha individuato, altresì, due criteri — uno «quantitativo» ed uno «sostanziale» («tale da alterare sensibilmente …») — la cui ulteriore determinazione è stata rimessa al Governo: soluzione, questa, che non potrebbe ritenersi in alcun modo contrastante con l'art. 76 Cost., il quale non preclude affatto l'uso di «clausole generali». Quanto, poi, alla questione di costituzionalità dell'art. 2621, terzo e quarto comma, cod. civ. , la previsione — dettata dal legislatore delegato sulla base dei predetti principi e criteri direttivi — in forza della quale la punibilità resta esclusa in difetto di una alterazione «sensibile» della rappresentazione della situazione economica, patrimoniale o finanziaria della società, non attribuirebbe affatto al giudice un'ampia e incontrollata discrezionalità. La valutazione del giudice assumerebbe, difatti, un ruolo decisivo solo nei casi residuali in cui — non trovando in alcun modo applicazione le soglie percentuali — le falsità o le omissioni «siano realmente idonee ad indurre in errore i destinatari delle comunicazioni arrecando anche un danno patrimoniale ai soci o ai creditori»: prospettiva, questa, nella quale le nuove fattispecie sarebbero dunque caratterizzate da «una estrema precisione», con conseguente insussistenza della pretesa violazione degli artt. 3, 25 e 76 Cost. Né, da ultimo, sarebbe ravvisabile la violazione dell'art. 117 Cost., per contrasto con l'art. 8 della Convenzione OCSE, il quale — al fine di lotta alla corruzione (reato peraltro non contestato nel giudizio a quo) — non prevede l'obbligo degli Stati aderenti di introdurre norme penali, ma li lascia liberi di scegliere il tipo di sanzioni (civili, amministrative o penali) ritenute più opportune: fermo restando, in ogni caso, che la norma extranazionale resta subordinata al principio della riserva di legge dello Stato in materia penale. 3.5. — Si è costituito, infine, A. Z. — anch'egli imputato nel processo a quo — chiedendo che le questioni siano dichiarate manifestamente infondate. Quanto alla prima questione, anche secondo questa difesa occorrerebbe distinguere — in rapporto al precetto di cui all'art. 76 Cost. — tra la mancata specificazione di criteri e direttive e la loro totale assenza; solo quest'ultima situazione potrebbe integrare una patologia costituzionalmente rilevante. Nella specie, per contro — a prescindere dal fatto che la previsione di cui all'art. 11, comma 1, lettera a), numero 1), della legge n. 366 del 2001 sarebbe, in realtà, «articolata e di dettaglio» — il Tribunale rimettente avrebbe richiesto alla Corte proprio una valutazione sul grado di specificazione, censurando in definitiva il fatto che il delegante non abbia anticipato la scelta politico-criminale che l'essenza stessa del decreto legislativo vuole affidata all'organo delegato: e ciò in contrasto con il consolidato orientamento di questa Corte, che fa salvo il potere dell'esecutivo di valutare le specifiche situazioni da disciplinare.