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Modifiche al testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell'immigrazione e norme sulla condizione dello straniero, di cui al decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286, in materia di regolamentazione dell'ingresso e del soggiorno nel territorio dello Stato per motivi di lavoro. Onorevoli Senatori. – Le migrazioni dovrebbero essere governate non come emergenze, ma come fisiologico fattore di trasformazione e integrazione delle società moderne, da gestire in base ai princìpi di cittadinanza responsabile e inclusiva e sulla base della fissazione di un quadro chiaro di diritti e di doveri, pienamente coerente con la Costituzione repubblicana. La scelta di legare la disciplina delle condizioni di accesso e soggiorno in Italia al lavoro e alla sua ricerca – ferma restando la disciplina speciale derivante da ulteriori e distinte situazioni di vulnerabilità, a partire da quella legata alle diverse forme di protezione internazionale – è manifestazione, nell'ispirazione originaria del testo unico del 1998, dell'intento di ancorare le politiche migratorie ai princìpi e ai valori fondamentali che denotano, nella Costituzione, i tratti fondamentali della comunità politica e tra i quali il lavoro assume una rilevanza centrale. L'integrazione di ogni persona – cittadina o straniera – nella comunità repubblicana è, in altri termini guidata in primo luogo e di regola dal lavoro: basti pensare anche soltanto a quanto disposto degli articoli 1, 3, secondo comma, e 4 della Costituzione. Ciò non esclude, come evidente, l'apertura della nostra comunità politica a percorsi e dinamiche di integrazione che dal lavoro prescindano, con riferimento a singole situazioni di vulnerabilità (inabilità al lavoro dovuta alle cause più diverse, ma non solo, come dimostra proprio la disciplina dell'asilo). Quel che è certo è che, nell'ispirazione originaria del testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell'immigrazione e norme sulla condizione dello straniero di cui al decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286, il nesso tra soggiorno regolare e lavoro non solo assumeva un rilievo centrale, ma mostrava un solidissimo ancoraggio nel quadro costituzionale di riferimento, rispetto al quale si poneva in stretta e nettissima continuità. Allo stesso tempo, il modello regolatorio rimaneva aperto a istanze di carattere solidaristico, che si traducevano in una moderata flessibilità dei dispositivi di ingresso e soggiorno e, soprattutto, in una spiccata attenzione verso le politiche di integrazione economica e sociale dello straniero, a partire dalla garanzia del godimento – anche per lo straniero (e, a determinate condizioni, anche prescindendo dalla regolarità del soggiorno) – dei diritti sociali, come ad esempio quello all'istruzione e quello alla salute. Tali aspetti – primari e qualificanti – della disciplina dell'immigrazione in Italia si sono tuttavia progressivamente affievoliti, soprattutto per effetto di un inesorabile irrigidimento del sistema, dovuto a un radicale cambio di prospettiva che – da integrazionista – è stata sempre più severamente condizionata da istanze di carattere securitario. Tale processo fu avviato dalla legge 30 luglio 2002, n. 189 (la cosiddetta « legge Bossi-Fini »), consolidato dal decreto-legge 23 maggio 2008, n. 92, e dalla legge 15 luglio 2009, n. 94 (cosiddetto « pacchetto sicurezza »), fino ad arrivare alla successione di ulteriori decreti-legge restrittivi soprattutto nel biennio 2018/2019. In particolare, ricordiamo il decreto-legge 4 ottobre 2018, n. 113, convertito, con modificazioni, dalla legge 1° dicembre 2018, n. 132 (cosiddetto « decreto sicurezza »), e il decreto-legge 24 giugno 2019, n. 53, convertito, con modificazioni, dalla legge 8 agosto 2019, n. 77 (cosiddetto « decreto sicurezza bis »), i cui effetti sono stati temperati dal successivo decreto-legge 21 ottobre 2020, n. 130, convertito, con modificazioni, dalla legge 18 dicembre 2020, n. 173 (cosiddetto « decreto Lamorgese »), e poi nuovamente inaspriti – da ultimo – nella corrente legislatura (soprattutto ad opera del decreto-legge 10 marzo 2023, n. 20, convertito, con modificazioni, dalla legge 5 maggio 2023, n. 50, cosiddetto « decreto Cutro »). L'adozione di una prospettiva prevalentemente – se non esclusivamente – securitaria nell'approccio alla disciplina dell'ingresso e del soggiorno nel nostro Paese ha avuto una serie di conseguenze, intrecciate tra di loro. Anzitutto, si è passati da una disciplina orientata a regolare canali di ingresso legale nel nostro Paese a una disciplina vocata piuttosto a contrastare l'ingresso e il soggiorno irregolare, sotto la spinta della costruzione propagandistica della « clandestinità » e dei suoi effetti sul piano della sicurezza e del contrasto della criminalità: in questa prospettiva deve essere letta l'introduzione – nel 2009, ad opera del richiamato « pacchetto sicurezza » – dell'articolo 10- bis del testo unico che, trasformando in reato l'ingresso e il soggiorno irregolare nel territorio nazionale, ha spostato completamente l'attenzione – nel dibattito pubblico, ma anche nell'esperienza giuridica e politica – dalla costruzione di efficaci politiche di ingresso e integrazione al piano della repressione. Anche per questo, sulla spinta della costruzione politica e giuridica del « clandestino » e della conseguente gestione politica della paura, scarsa o nessuna attenzione è stata dedicata all'analisi delle cause degli ingressi irregolari nel nostro paese sia con riferimento alle cause remote – come le condizionanti climatiche, economiche e geo-politiche dei flussi migratori – sia con riferimento alle dinamiche di traffico di esseri umani e al loro necessario contrasto sia, soprattutto, con riferimento alle cause prossime da ricondurre, soprattutto, proprio ai caratteri assunti dal modello di regolazione degli ingressi nel nostro ordinamento. La seconda conseguenza dell'approccio securitario è stata infatti il progressivo irrigidimento – e la sempre più sterile burocratizzazione – degli istituti destinati a regolare l'ingresso e il soggiorno nel nostro paese. Proprio con la legge n. 189 del 2002 fu superato – ad esempio – uno dei punti qualificanti della disciplina risalente alla fine degli anni Novanta e, in particolare, la possibilità di ingresso regolare per ricerca di lavoro, a favore di un ingresso improntato alla fissazione di quote e all'essere già in possesso di un contratto di lavoro in Italia. Un punto centrale, profondamente segnato – in sede di applicazione – dall'emergere di limiti via via più consistenti al sistema di determinazione delle quote, dovuti alla sempre più sporadica adozione dei decreti destinati a individuare le quote (i cosiddetti decreti flussi), all'inidoneità delle quote individuate a incrociare la domanda e l'offerta reali di lavoro per le persone migranti e, soprattutto, al requisito dell'ingresso in Italia successivamente alla ricezione dell'offerta di lavoro. Per vent'anni, e ancora oggi, questo è stato – almeno sulla carta – l'unico mezzo di ingresso legale in Italia: uno strumento nella maggior parte dei casi solo virtuale che, piuttosto, è servito a tamponare il numero crescente di stranieri in condizione di soggiorno irregolare nel nostro paese.