[pronunce]

n. 28 del 2005, non rende legittima la norma regionale censurata, in quanto sia nella normativa statale che in quella europea «i motivi imperativi di interesse generale» rilevano solo ai fini della determinazione delle regole procedurali relative alla selezione dei candidati, ma non inficiano la necessità di assicurare l'imparzialità e la trasparenza riguardanti le autorizzazioni da rilasciare. Queste, infatti, devono essere date secondo criteri e modi che non consentano alcuna maniera alle autorità competenti di favorire, anche indirettamente, il prestatore uscente, con conseguente violazione del principio di parità di trattamento tra i medesimi candidati al rilascio delle autorizzazioni. Né si potrebbe giustificare - aggiunge il ricorrente - la legittimità della norma impugnata sulla base di quanto disposto dalla legge reg. n. 28 del 2005, in quanto l'assetto previsto da questa ultima appare ormai superato dalle norme della "direttiva servizi" e, pertanto, si rivela inapplicabile. 2.3.- Infine, è da ricordare - a detta del ricorrente - che, per effetto della clausola di cedevolezza, prevista dall'art. 84 dello stesso d.lgs. n. 59 del 2010, le disposizioni in quest'ultimo riportate «si applicano fino alla data di entrata in vigore della normativa di attuazione della direttiva 2006/11/23lCE adottata da ciascuna regione», la quale, di conseguenza, deve disapplicare le proprie norme che siano in contrasto con quelle stabilite dal più volte citato decreto n. 59 del 2010. 2.4.- Alla luce delle considerazioni fin qui esposte, il Presidente del Consiglio dei ministri chiede alla Corte costituzionale una declaratoria di illegittimità costituzionale dell'art. 6 della legge della Regione Toscana n. 63 del 2011, per violazione dell'articolo 117, primo e secondo comma, lettera e), della Costituzione. 3.- Si è costituita in giudizio la Regione Toscana contestando sia l'ammissibilità che la fondatezza del ricorso statale. 3.1.- La difesa regionale, dopo aver riportato anch'essa il testo dell'articolo 29-bis, come introdotto nella legge reg. n. 28 del 2005 dall'art. 6 della legge reg. n. 63 del 2011, sottolinea come tale disposizione si limiti a definire l'ambito di applicazione dell'art. 16 del d.lgs. n. 59 del 2010, escludendovi la disciplina delle autorizzazioni al commercio su aree pubbliche e delle connesse concessioni di posteggio, non invadendo in alcun modo la competenza esclusiva dello Stato in materia di tutela della concorrenza, ma legiferando nell'ambito della propria competenza esclusiva in materia di commercio. Del resto, sottolinea la resistente, il dettato dell'art. 16 del d.lgs. n. 59 del 2010 non potrebbe operare nel senso di un totale esautoramento delle competenze regionali in materia di commercio, cosa che avverrebbe nel caso in cui esso si interpretasse come volto a precludere qualsiasi intervento legislativo regionale in materia di disciplina del commercio su aree pubbliche. 3.1.2.- La stessa giurisprudenza costituzionale al riguardo, peraltro, ha affermato che l'intervento del legislatore statale nella materia «tutela della concorrenza» possa essere ritenuto legittimo qualora lo stesso operi entro i limiti dei canoni di adeguatezza e proporzionalità, nella considerazione che tale materia sia da ritenersi materia trasversale, incidente sia su ambiti regionali che statali, dichiarando, pertanto, l'illegittimità costituzionale di norme statali che prevedevano una disciplina così dettagliata da costituire una compressione dell'autonomia regionale non proporzionata rispetto all'obiettivo della tutela della concorrenza (sono citate le sentenze n. 345 e n. 272 del 2004). Ricorda ancora la difesa della Toscana che, sempre la Corte costituzionale, con la recente sentenza n. 247 del 2010, ha escluso l'illegittimità di una norma regionale che fissava in maniera più restrittiva di quella statale gli ambiti nei quali poter svolgere il commercio itinerante su aree pubbliche, ritenendo che la disposizione non ledesse le regole a tutela della concorrenza, in quanto non introduceva «"discriminazioni fra differenti categorie di operatori economici che esercitano l'attività in posizione identica o analoga", limitandosi invece a inserirsi "nel diverso solco della semplice regolamentazione territoriale del commercio" ambulante». Ne consegue che le Regioni possono, al fine di tutelare altri diritti costituzionali, adottare norme particolari in alcuni settori del commercio, così come operato dalla legge reg. n. 63 del 2011 in materia di commercio sulle aree pubbliche. La legittimità di tale disciplina deriverebbe, altresì, da alcune considerazioni relative alla necessità di garantire la professionalità, la sicurezza pubblica e i diritti del consumatore, diversamente da come avverrebbe nel caso in cui venissero bandite le concessioni di posteggio. 3.2.- Conclusivamente, la difesa regionale chiede che la questione di legittimità costituzionale della norma impugnata venga dichiarata inammissibile ed infondata.1.- Il Presidente del Consiglio dei ministri, con ricorso consegnato per la notifica il 30 gennaio 2012 e depositato nella cancelleria della Corte il successivo 2 febbraio, ha promosso questione di legittimità costituzionale - in riferimento all'articolo 117, primo e secondo comma, lettera e), della Costituzione - dell'articolo 6 della legge della Regione Toscana 28 novembre 2011, n. 63, recante «Disposizioni in materia di outlet ed obbligo di regolarità contributiva nel settore del commercio sulle aree pubbliche. Modifiche alla legge regionale 7 febbraio 2005 n. 28 (Codice del Commercio. Testo unico in materia di commercio in sede fissa, su aree pubbliche, somministrazione di alimenti e bevande, vendita di stampa quotidiana e periodica e distribuzione di carburanti)», nella parte in cui inserisce l'articolo 29-bis nella legge della Regione Toscana 7 febbraio 2005, n. 28, il quale prevede che per il commercio su aree pubbliche non trovi applicazione l'articolo 16 del decreto legislativo 26 marzo 2010, n. 59 (Attuazione della direttiva 2006/123/CE relativa ai servizi nel mercato interno). 1.1.- Il ricorrente ritiene che la norma impugnata - escludendo l'applicabilità, sul territorio della Regione Toscana, della disciplina delle autorizzazioni al commercio su aree pubbliche e delle connesse concessioni di posteggio, come previste dall'art. 16 del d.lgs. n. 59 del 2010, sostanzialmente riproduttivo dell'art. 12 della direttiva CE 12 dicembre 2006, n. 123 (Direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio relativa al servizio nel mercato interno) - violerebbe il primo comma dell'art. 117 della Costituzione, in relazione alla sopra ricordata direttiva, per inosservanza dei vincoli derivanti dall'ordinamento comunitario.