[pronunce]

che infatti, ai sensi della normativa vigente al momento della scadenza del termine per la presentazione della dichiarazione annuale dell'IVA relativa al 1992, erano considerate «valide» le dichiarazioni presentate dal contribuente entro trenta giorni dalla scadenza del termine (salvo il trattamento sanzionatorio di cui al primo comma dell'art. 43 ed al primo comma dell'art. 48 dello stesso d.P.R.) e dovevano considerarsi omesse (pur costituendo titolo per la riscossione delle imposte dovute in base agli imponibili in esse indicati e delle ritenute indicate dai sostituti d'imposta) quelle presentate con ritardo superiore a trenta giorni (commi quinto e sesto dell'art. 37 del d.P.R. n. 633 del 1972, quale sostituito, con effetto dal 1° gennaio 1973, dagli artt. 1 e 3 del d.P.R. 29 gennaio 1979, n. 24, recante «Disposizioni integrative e correttive del d.P.R. 26 ottobre 1972, n. 633, e successive modificazioni, anche in attuazione della delega prevista dalla legge 13 novembre 1978, n. 765, riguardante l'adeguamento della disciplina dell'imposta sul valore aggiunto alla normativa comunitaria»); che, viceversa, in forza della normativa vigente alla data del deposito dell'ordinanza di rimessione, sono considerate «valide» le dichiarazioni presentate entro novanta giorni dalla scadenza del termine (salva restando l'applicazione delle sanzioni amministrative per il ritardo) e debbono considerarsi omesse (pur costituendo titolo per la riscossione delle imposte dovute in base agli imponibili in esse indicati e delle ritenute indicate dai sostituti d'imposta) quelle presentate con ritardo superiore a novanta giorni (combinato disposto degli artt. 8, comma 7, e 2, comma 7, del d.P.R. 22 luglio 1998, n. 322, quale modificato dall'art. 1, comma 2, lettera g, del d.P.R. 14 ottobre 1999, n. 542); che pertanto, ove la dichiarazione annuale dell'IVA relativa al 1992 fosse stata presentata con un ritardo compreso tra trentuno e novanta giorni, le sollevate questioni sarebbero irrilevanti, perché un ritardo contenuto in tali limiti, non piú equiparato all'omissione della dichiarazione, non sarebbe piú punibile – secondo l'impostazione del rimettente – quale dichiarazione omessa, né in relazione alle fattispecie realizzate nella vigenza del citato ius superveniens, né in relazione alla fattispecie oggetto del giudizio a quo, realizzata nella vigenza delle norme che consideravano ancora «valide» solo le dichiarazioni presentate con un ritardo non superiore a trenta giorni; e ciò in applicazione del principio, richiamato dallo stesso giudice a quo ed espresso dall'art. 3, comma 2, del d.lgs. n. 472 del 1997, ai sensi del quale, «salvo diversa previsione di legge, nessuno può essere assoggettato a sanzioni per un fatto che, secondo una legge posteriore, non costituisce violazione punibile»; che la mancata indicazione della data di presentazione della dichiarazione annuale dell'IVA da parte del contribuente si risolve in una carenza di descrizione della fattispecie in ordine all'entità del ritardo nella presentazione di detta dichiarazione e comporta, nell'àmbito dello stesso impianto argomentativo dell'ordinanza di rimessione, il difetto di motivazione sulla rilevanza; che, quanto al secondo presupposto interpretativo da cui muove la Commissione tributaria regionale, questa, dopo aver premesso che il contribuente ha «versato l'imposta dovuta nei termini di legge» estinguendo cosí il debito tributario, afferma poi di dover applicare in giudizio una sanzione pecuniaria proporzionale all'ammontare dell'“imposta dovuta”, e cioè la sanzione piú favorevole tra quella prevista dall'art. 43, primo comma, del d.P.R. n. 633 del 1972 («da due a quattro volte l'imposta dovuta») o dall'art. 5, comma 1, del d.lgs. n. 471 del 1997 («dal centoventi al duecentoquaranta per cento dell'ammontare del tributo dovuto»); che, al riguardo, il rimettente omette, però, di fornire le ragioni per le quali, pur in presenza di una pluralità di possibili interpretazioni, invece di attribuire alle espressioni «imposta dovuta» e «tributo dovuto» (utilizzate dalle norme censurate per indicare la base quantitativa cui commisurare la sanzione pecuniaria) il significato di “imposta ancora dovuta” (cioè di imposta dovuta al netto, quantomeno, degli importi già versati), ha preferito intenderle nel senso di importo astrattamente dovuto dell'IVA, calcolato senza tener conto dei pertinenti versamenti d'imposta già effettuati dal contribuente; che l'indicazione dei motivi del rifiuto della prima opzione ermeneutica (la quale avrebbe comportato l'inapplicabilità della sanzione proporzionale oggetto del giudizio a quo, in ragione del tempestivo pagamento dell'intero debito d'imposta, e quindi l'irrilevanza delle sollevate questioni) appare tanto più necessaria in quanto la scelta interpretativa del rimettente si pone in contrasto con la prassi amministrativa, la prevalente dottrina e la giurisprudenza di legittimità (Cass. n. 8602 del 1996), oltre che con la stessa lettera dell'art. 5, comma 1, del d.lgs. n. 471 del 1997, secondo il quale la pena si commisura all'imposta ancora dovuta, computati in detrazione tutti i versamenti effettuati relativi al periodo, il credito dell'anno precedente del quale non è stato chiesto il rimborso, nonché le imposte detraibili risultanti dalle liquidazioni regolarmente eseguite (fermo restando che la sanzione non può essere comunque inferiore a lire cinquecentomila); che tale difetto di motivazione sulle ragioni dell'interpretazione data alle norme censurate si risolve in difetto di motivazione sull'applicabilità, nella specie, delle sanzioni previste da dette norme e, quindi, sulla rilevanza delle questioni; che infine, indipendentemente dai suddetti presupposti interpretativi del rimettente, le questioni relative alla censurata equiparazione normativa del trattamento sanzionatorio previsto per la dichiarazione annuale dell'IVA cosiddetta “ultratardiva” a quello previsto per la dichiarazione omessa, sollevate in riferimento agli artt. 3 e 97 Cost., sono manifestamente inammissibili perché coinvolgono una gamma di scelte in ordine alla graduazione delle sanzioni ed all'individuazione delle condotte punibili, a contenuto non costituzionalmente obbligato, che restano riservate alla discrezionale valutazione del legislatore, purché non esercitate in modo arbitrario o manifestamente irragionevole (v., ex plurimis, la sentenza di questa Corte n. 292 del 2006, nonché, per precedenti più prossimi alla materia in esame, le sentenze n. 84, n. 83 e n. 82 del 1989 e le ordinanze n. 56 del 1990, n. 524 e n. 298 del 1989). Visti gli artt. 26, secondo comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87, e 9, comma 2, delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale.. . per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE dichiara la manifesta inammissibilità delle questioni di legittimità costituzionale: