[pronunce]

che il rimettente basa, in effetti, la valutazione di rilevanza delle questioni sull'assunto che, nel caso di specie, la detenzione patita dall'interessato per i reati-fine avrebbe interrotto la permanenza del reato di partecipazione ad associazione di stampo mafioso a lui ascritto; che è ben vero che - come ricorda la difesa dell'interveniente Presidente del Consiglio dei ministri - la giurisprudenza di legittimità ha affermato, in più occasioni, che la permanenza del reato di associazione per delinquere (e di associazione di tipo mafioso, in particolare) è perfettamente compatibile con l'inattività degli associati nella perpetrazione dei reati-fine connessa al loro stato detentivo, venendo meno solo nel caso di scioglimento della consorteria criminale, ovvero nelle ipotesi, positivamente accertate, di recesso o esclusione del singolo associato, che implicano la cessazione dell'affectio societatis scelerum; che il panorama giurisprudenziale in materia non è, tuttavia, completamente uniforme; che a fianco, infatti, di un orientamento di segno opposto a quello dianzi indicato - sia pure più risalente - si registrano anche decisioni della Corte di cassazione secondo le quali il principio di compatibilità della permanenza del reato associativo con lo stato di detenzione dell'associato non può essere trasformato, comunque sia, in una presunzione, in forza della quale chi è inserito in un sodalizio criminoso continua a farvi parte anche se detenuto, salva prova contraria: poiché la condotta di partecipazione ad una associazione per delinquere non si esaurisce nella sola affectio societatis, occorrerebbe invece - specie nel caso di stabile isolamento dal gruppo, conseguente a detenzione prolungata - che sia provata la persistenza di un contributo apprezzabile dell'associato alla vita e all'organizzazione del gruppo stesso, ancorché solo morale (tra le altre, Corte di cassazione, sezione seconda, 31 gennaio-12 febbraio 2013, n. 6819; Corte di cassazione, sezione quarta, 7 dicembre 2005-25 gennaio 2006, n. 2893); che, in questo quadro, l'asserzione del giudice a quo circa l'avvenuta interruzione della permanenza nel caso di specie per effetto dello stato detentivo dell'interessato - ancorché non corroborata con l'indicazione di ulteriori elementi rivelatori del venir meno dell'affectio societatis - appare sufficiente a soddisfare l'onere di motivazione sulla rilevanza, non potendo essere ritenuta, a prima vista, assolutamente priva di fondamento o del tutto implausibile: su tale soglia arrestandosi la verifica di questa Corte sulla valutazione di rilevanza della questione, spettante al giudice rimettente (ex plurimis, sentenze n. 228 del 2016 e n. 71 del 2015); che, nel merito, tuttavia, le questioni si basano su un presupposto interpretativo palesemente inesatto; che il censurato art. 657, comma 4, cod. proc. pen. stabilisce, infatti, che l'istituto della fungibilità della pena - in forza del quale è possibile, tra l'altro, detrarre dalla pena da espiare la carcerazione ingiustamente sofferta per un diverso reato - operi solo quando la carcerazione sine titulo intervenga «dopo la commissione del reato per il quale deve essere determinata la pena da eseguire»; che il dato rilevante, a tali fini, è dunque - alla luce dell'univoco testo della disposizione - proprio e soltanto la data di commissione del reato con pena da espiare, e non quella del suo accertamento: ciò in pieno accordo con la ratio del limite temporale in questione, legata, per un verso, all'esigenza di evitare che il pregresso periodo di carcerazione ingiusta si traduca in una "riserva di impunità" per futuri reati, e dunque in un stimolo a delinquere; per altro verso, alla considerazione che una pena anticipata rispetto al reato è inidonea ad assolvere funzioni di prevenzione speciale e di rieducazione (sentenze n. 198 del 2014 e n. 442 del 1988); che, in quest'ottica, la Corte di cassazione ha sottolineato in più occasioni come, nell'applicare la norma censurata, il giudice debba accertare rigorosamente e rendere esplicito con adeguata motivazione il momento di commissione del reato per il quale è stato emesso ordine di esecuzione, e non la data del suo accertamento (Corte di cassazione, sezione quarta, 19 ottobre 2001-7 maggio 2002, n. 16637 ; Corte di cassazione, sezione quinta, 19 aprile 1998-18 maggio 1999, n. 1739), con la precisazione che, ove il tempus commissi delicti non risulti esplicitamente indicato nel capo di imputazione, il giudice deve trarre i necessari riferimenti cronologici dalla motivazione della sentenza di condanna e, se occorre, anche dagli atti del procedimento con essa definito (Corte di cassazione, sezione prima, 16 febbraio-14 marzo 1990, n. 367); che tale indagine non può che spettare al giudice dell'esecuzione, funzionalmente competente in materia, con l'ovvio vincolo del rispetto delle valutazioni e degli accertamenti già operati dal giudice della cognizione, ormai coperti dal giudicato; che, in assenza di qualsiasi indicazione normativa contraria, l'esposta conclusione non soffre eccezioni neppure nelle ipotesi alle quali è specificamente riferito il petitum del rimettente: ossia né nel caso in cui il "credito di pena" utilizzabile in compensazione derivi - come generalmente si ammette (Corte di cassazione, sezione prima, 11 febbraio-1° marzo 2010, n. 8109; Corte di cassazione, sezione prima, 17 febbraio-17 giugno 2009, n. 25186) - dall'applicazione in sede esecutiva della continuazione tra più reati oggetto di separate condanne; né nel caso in cui il reato al quale si riferisce la pena da eseguire sia un reato associativo: fermo restando che - secondo un consolidato indirizzo della giurisprudenza di legittimità - nei reati permanenti (quali appunto quelli associativi) l'anteriorità del reato alla carcerazione ingiustamente sofferta deve essere verificata avendo riguardo al momento di cessazione della permanenza, e non a quello del suo inizio; che a prescindere, pertanto, dalla correttezza in fatto e in diritto della ricostruzione operata dal giudice a quo con riguardo al caso di specie - che non spetta a questa Corte scrutinare funditus - ove il giudice dell'esecuzione verifichi (nel rispetto degli accertamenti già svolti in sede cognitiva) che il reato associativo, con pena da espiare, è stato commesso - nei sensi dianzi precisati - in epoca anteriore alla carcerazione sine titulo patita per i reati-fine dell'associazione, egli deve scomputare senz'altro quest'ultima dalla pena relativa al primo reato, quale che sia la data del suo accertamento: detto altrimenti, quello che il rimettente chiede alla Corte è già consentito, e anzi imposto, dalla normativa in vigore; che le questioni vanno dichiarate, pertanto, manifestamente infondate. Visti gli artt. 26, secondo comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87, e 9, comma 1, delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale.. .