[pronunce]

- Ulteriore eccezione di inammissibilità del ricorso concerne la sua mancata notificazione anche alla Corte di cassazione, quale «organo che ha emanato l'atto», come prescrive l'art. 27 delle Norme integrative per i giudizi dinanzi alla Corte Costituzionale 16 marzo 1956, al comma 2 (aggiunto dall'art. 9 della Delibera del 10 giugno 2004). Né – asserisce ancora la difesa del Presidente del Consiglio dei ministri – «potrebbe essere ormai disposta l'integrazione del contraddittorio essendo decorsi i termini per la proposizione del ricorso». Neanche siffatta eccezione è fondata. La notificazione del ricorso – unitamente all'avviso di fissazione dell'udienza pubblica per il 21 novembre 2006 – alla Corte di cassazione, da parte della Regione autonoma della Sardegna, è stata effettuata il 25 ottobre 2006, con deposito dell'atto notificato in data 31 ottobre 2006. Sicchè, prima della discussione in udienza pubblica del conflitto (21 novembre 2006), la Corte di cassazione ha potuto fruire, ai sensi del quarto comma dell'art. 27 delle norme integrative, di 20 giorni liberi, dalla data di notifica del ricorso, per intervenire in giudizio; intervento che si è concretamente realizzato. 3. - Il conflitto deve invece essere dichiarato inammissibile – come eccepito anche dal resistente Presidente del Consiglio dei ministri – per la circostanza che la Regione Sardegna ha denunciato, in effetti, dei semplici errores in iudicando. 3.1. - A tal riguardo, questa Corte è chiamata a verificare anzitutto se il ricorso per conflitto, al di là delle formali asserzioni a corredo della prospettazione, si traduca «in strumento atipico di impugnazione» dell'atto giurisdizionale e come tale risulti, quindi, inammissibile. Non vi è dubbio, infatti, che il conflitto intersoggettivo (come, peraltro, anche quello tra poteri dello Stato) possa riguardare un atto giurisdizionale, là dove però la stessa proposizione del conflitto non si risolva in un mezzo improprio di censura del modo di esercizio della funzione giurisdizionale (tra le altre, sentenze n. 326, n. 276 e n. 29 del 2003, n. 27 del 1999, n. 357 del 1996, n. 175 e n. 99 del 1991, n. 285 del 1990, n. 70 del 1985, n. 183 e n. 98 del 1981, n. 289 del 1974), giacché avverso «gli errori in iudicando di diritto sostanziale o processuale, infatti, valgono i rimedi consueti riconosciuti dagli ordinamenti processuali delle diverse giurisdizioni; non vale il conflitto di attribuzione» (così la citata sentenza n. 27 del 1999). È chiaro, quindi, che il conflitto non può surrettiziamente trasformarsi in un nuovo grado di giurisdizione avente portata tendenzialmente generale. Difatti, come precisato ancora dalla sentenza n. 27 del 1999, «avendo […] per lo più le situazioni soggettive delle Regioni base diretta o almeno indiretta in norme di rango costituzionale attributive di competenza, la gran parte dei motivi di doglianza da parte delle stesse contro decisioni giurisdizionali finirebbe per potersi trasformare automaticamente in motivo di ricorso per conflitto di attribuzione, con evidente forzatura dei caratteri propri di quest'ultimo e alterazione dei rapporti tra la giurisdizione costituzionale e quella riconosciuta a istanze giurisdizionali non costituzionali». 3.2. - A fronte delle specifiche censure che la Regione ricorrente ha mosso alla sentenza impugnata (censure sintetizzate nei precedenti punti da 1.2.1 a 1.2.7.), deve osservarsi che il percorso interpretativo che ha condotto la Corte di cassazione ad esprimersi nel senso «dell'attuale applicabilità, in via sussidiaria, della disciplina delle ineleggibilità e incompatibilità di cui alla legge 154 del 1981 nel territorio della Sardegna», si colloca, dichiaratamente, nel solco del «combinato contesto degli artt. 15, 17 e 57 dello Statuto della Regione Sardegna […] e dell'art. 3 della legge costituzionale 31 gennaio 2001, n. 2». Alle argomentazioni che fanno leva sulla lettura delle predette norme si coniugano quelle ulteriori ragioni giuridiche tratte dal significato che la stessa sentenza ascrive, oltre che agli artt. 3 e 97, all'art. 51 della Costituzione, rilevando la posizione eminente che la stessa norma assume ai fini di «un equo bilanciamento tra il diritto individuale di elettorato passivo e la tutela delle cariche pubbliche, cui possono accedere solo coloro che sono in possesso delle condizioni che tali cariche per loro natura richiedono». Sicché, secondo lo stesso provvedimento oggetto di conflitto, è «in coerenza e in funzione» della «esigenza costituzionale di completezza del regime di disciplina dell'accesso alle cariche elettive», che andrebbe «letto l'art. 57 dello Statuto della Sardegna, che […] consente l'applicazione della legge statale, se e fin quando la Regione non abbia legiferato nelle materie di sua competenza». Peraltro, sempre ad avviso della Corte di cassazione, al fine di porre rimedio al paventato «vuoto legislativo», la tesi dell'applicabilità sussidiaria della legge statale n. 154 del 1981 riceverebbe ulteriore conforto proprio dall'art. 3, comma 3, della legge costituzionale n. 2 del 2001, il quale non rinvierebbe alla legge statale solo per quanto concerne il procedimento elettorale, bensì per l'intera disciplina della elezione dei consigli regionali, nella quale sarebbero compresi «anche gli aspetti dell'ineleggibilità alla carica e della compatibilità di questa con altri uffici». Non è senza rilievo, poi, il fatto che sia proprio la impugnata sentenza della Corte di cassazione a porsi il problema dell'esistenza di altro indirizzo interpretativo con cui doversi confrontare e cioè quello espresso, segnatamente, con la sentenza n. 85 del 1988 di questa Corte, ovvero quello presente in seno alla stessa giurisprudenza di legittimità (Cass. n. 12806 del 2004) , puntualizzando, tra l'altro, come, in quelle differenti occasioni, venisse in discussione il caso dell'incompatibilità della carica di consigliere regionale con quella di sindaco, effettivamente regolato dallo statuto (art. 17), e per il quale – differentemente dal caso oggetto della presente cognizione – è esclusa l'applicazione della normativa statuale. 3.3. - Alla luce di quanto testé messo in rilievo, non è dato addebitare alla motivazione della sentenza di aver travalicato i «limiti logici» del criterio dell'interpretazione adeguatrice, nonché di aver condotto un'indagine improntata a mere considerazioni di «opportunità» e «in assoluta mancanza di dati normativi legittimanti», giacché proprio su tali dati si incentra la motivazione del provvedimento denunciato, tanto da far assumere alle norme di rango costituzionale sopra ricordate (art. 57 dello statuto di autonomia e art. 3 della legge costituzionale n. 2 del 2001) il ruolo di perno sul cui ruota l'intero asse portante delle argomentazioni a corredo della decisione.