[pronunce]

, operata con la riforma del 1990, deduca il carattere di «inutile pleonasmo» del richiamo, colà contenuto, alla provvisoria esecutività, posto che ora la sentenza di primo grado è sempre esecutiva: e invero, per consolidato diritto vivente, mentre l'esecutorietà della sentenza, nella parte relativa alle spese, è inscindibilmente connessa a quella del capo principale, non sono provvisoriamente esecutive né le pronunce di rigetto, né quelle costitutive, né quelle di accertamento. Tale assetto normativo, conclude l'Avvocatura, è assolutamente coerente con i precetti costituzionali, perché il principio della ragionevole durata del processo, di cui all'art. 111 Cost., non ha nulla a che vedere né con l'esecutività della sentenza, né con i mezzi di impugnazione avverso la stessa, ma piuttosto attiene al lasso di tempo impiegato dagli organi giurisdizionali per pronunciarla; il principio di eguaglianza, di cui all'art. 3, non può essere invocato quando siano diverse le situazioni messe a raffronto; l'art. 24 infine non è incompatibile con il sistema dei gravami, perché la statuizione racchiusa nel giudicato costituisce l'unica verità processuale, sulla quale vanno parametrate le nozioni di «ragione» e di «torto».1. – Il Tribunale di L'Aquila dubita della legittimità costituzionale, in riferimento agli artt. 3, 24 e 111 della Costituzione, dell'art. 287 del codice di procedura civile, nella parte in cui prevede che «le sentenze contro le quali non sia stato proposto appello» possono essere corrette con il procedimento di cui al successivo art. 288 «dallo stesso giudice che le ha pronunciate», qualora questi sia incorso in errori materiali, e quindi nella parte in cui limita la facoltà della parte di avvalersi del procedimento di correzione degli errori materiali alle sole «sentenze contro le quali non sia stato proposto appello», conseguentemente escludendo che quelle appellate possano essere corrette «dallo stesso giudice che le ha pronunciate» indipendentemente dalla decisione del mezzo di gravame. 2. – L'eccezione di inammissibilità della questione, per irrilevanza, sollevata dall'Avvocatura generale dello Stato, è infondata. Il problema dell'interpretazione dell'art. 653, primo comma, cod. proc. civ. – e cioè se, in caso di rigetto dell'opposizione, il titolo esecutivo sia costituito dal decreto ingiuntivo (come sostiene, sulla base della lettera della norma, la giurisprudenza prevalente) ovvero dalla sentenza (come ritiene la dottrina maggioritaria) – non riveste rilievo di sorta nel presente giudizio una volta che si convenga, con l'unanime dottrina e giurisprudenza, che è la sentenza di rigetto dell'opposizione – senza necessità, dopo la riforma dell'art. 282 cod. proc. civ. , che sia dichiarata provvisoriamente esecutiva – a consentire al creditore opposto di procedere esecutivamente (si utilizzi come titolo esecutivo il decreto ovvero la sentenza stessa) nei confronti dell'ingiunto; così come non riveste rilievo alcuno la qualificazione che voglia darsi, in relazione al capo sulle spese, alla sentenza di rigetto dell'opposizione, chiaro essendo (come rende manifesto l'art. 653, comma secondo, cod. proc. civ.) che sotto nessun profilo la sentenza di rigetto dell'opposizione (che segue, cioè, un provvedimento di condanna, e ne conferma il contenuto) è equiparabile ad una sentenza di rigetto della domanda. Se quest'ultimo rilievo chiarisce l'estraneità, rispetto all'attuale questione, di quanto questa Corte ha avuto modo di statuire con la sentenza n. 232 del 2004, il primo rilievo – la constatazione, cioè, che la sentenza di rigetto dell'opposizione riveste un ruolo costitutivo per l'azione esecutiva del creditore (vanamente) opposto – vale a rendere palese la rilevanza della questione anche se si ritiene che il titolo esecutivo è costituito dal decreto ingiuntivo: posto che «contemporaneamente (alla notifica della citazione in opposizione) l'ufficiale giudiziario deve notificare avviso dell'opposizione al cancelliere affinché ne prenda nota sull'originale del decreto» (art. 645, primo comma, seconda parte, cod. proc. civ.), è del tutto ovvio che il decreto ingiuntivo acquista esecutorietà (cfr. art. 654, primo comma, cod. proc. civ.) solo ove la sentenza di rigetto dell'opposizione risulti “coerente” con il decreto ingiuntivo opposto; così come è ovvio che la pendenza di un procedimento di correzione per inesatta identificazione del creditore opposto vale ad impedire il conferimento dell'efficacia esecutiva al decreto stesso. Nulla quaestio, è appena il caso di rilevare, ove si aderisse alla tesi – preferita dal giudice a quo – secondo la quale il titolo esecutivo sarebbe costituito dalla sentenza di rigetto dell'opposizione. 3. – La questione è fondata. 3.1. – È noto che la disciplina della correzione degli errori materiali (o di calcolo e delle omissioni) è frutto di un processo volto, in primo luogo, a distinguere tali errori da quelli rimediabili esclusivamente attraverso i mezzi di impugnazione; così come è noto che tale distinzione è ben presto sfociata in un problema di rapporti tra procedimenti in quanto essa – dapprima operata attraverso la “non necessità” di percorrere «la via della rivocazione» (art. 580 cod. proc. civ. sardo del 1859) – successivamente lo fu sancendo la “non necessità” di «alcuno dei mezzi indicati nell'art. 465 per far emendare nelle sentenze omissioni, o errori, che non ne producano la nullità a termini dell'art. 361» (art. 473 cod. proc. civ. 1865). Tale “non necessità”, intesa originariamente come mera possibilità di non utilizzare uno strumento sproporzionato rispetto alla bisogna, pose come centrale il problema – quando il citato art. 473 disciplinò un procedimento ad hoc per la correzione – del rapporto di tale procedimento speciale con quello d'impugnazione: se, cioè, la correzione potesse chiedersi esclusivamente utilizzando il procedimento speciale (ovvero anche con l'“eccessivo”, ma anch'esso idoneo mezzo d'impugnazione) e, in caso di risposta affermativa, se il procedimento speciale dovesse o potesse essere utilizzato pure nell'ipotesi di proposizione di un mezzo di impugnazione. È noto che prevalse nettamente, in dottrina ed in giurisprudenza, la tesi della obbligatorietà del procedimento speciale e, nel contempo, quella della sua inutilizzabilità nel caso di proposizione, purché anteriore al provvedimento di correzione, di un mezzo di impugnazione ordinario (all'epoca, l'opposizione contumaciale e l'appellazione: art. 465, secondo comma, cod. proc. civ. 1865) , in quanto la decisione finale si sostituiva integralmente a quella (impugnata) da correggere. 3.2. – Il codice vigente – separati nettamente nel libro II il procedimento di correzione (titolo I) dalle impugnazioni (titolo III) ed il loro oggetto (descritto, rispettivamente, negli artt. 287 e 161, primo comma, cod. proc.