[pronunce]

Secondo il giudice rimettente, il vulnus agli indicati parametri potrebbe essere emendato proprio con l'introduzione, nell'art. 418 cod. proc. civ. , dell'onere, per il convenuto che intenda chiamare in giudizio un terzo, di domandare, a pena di decadenza, anche la fissazione di una nuova udienza di discussione, per evitare quella che altrimenti rischia di essere, quanto alla trattazione della causa, un'udienza di mero rinvio. Di certo questa prospettiva appare, fin d'ora, non utile nel giudizio principale nel senso che una siffatta ipotizzata pronuncia di illegittimità costituzionale, in termini additivi, non potrebbe, nella specie, comportare per la parte convenuta la decadenza, con efficacia retroattiva, dall'atto processuale della chiamata del terzo perché non prevista al momento in cui l'atto è stato compiuto (analogamente sentenza n. 18 del 2023 di questa Corte). Ma ciò atterrebbe alla concreta incidenza, "in uscita", della invocata pronuncia di illegittimità costituzionale nello specifico giudizio a quo; incidenza che non inficia la rilevanza delle questioni ove sussistente al momento in cui esse sono sollevate, ossia "in entrata" (sentenza n. 10 del 2015; in precedenza anche sentenza n. 359 del 1995). 4.- All'esame delle questioni di legittimità costituzionale sollevate dal Tribunale di Padova è opportuno premettere una sintetica ricostruzione del quadro normativo di riferimento nel quale si collocano le disposizioni censurate. 4.1.- L'istituto della chiamata in causa su istanza di parte è regolato, nei suoi presupposti, nel Libro I del codice di procedura civile, con disposizioni dunque operanti in ogni processo di natura civile destinato a concludersi con una pronuncia suscettibile di passare in giudicato. In particolare, ai sensi dell'art. 106 cod. proc. civ. - espressamente richiamato, per il processo del lavoro, dall'art. 420, nono comma, cod. proc. civ. - «[c]iascuna parte può chiamare nel processo un terzo al quale ritiene comune la causa o dal quale pretende di essere garantita». Si distinguono, pertanto, due fattispecie di intervento su richiesta di parte, ossia quella per comunanza di causa e quella di garanzia. La nozione di «comunanza di causa» è molto ampia, poiché ricomprende al proprio interno le più diverse ipotesi nelle quali, per motivi di connessione, è opportuna la presenza di un terzo nel processo. Particolarmente frequente è la chiamata in causa del cosiddetto vero obbligato o responsabile, ovvero del soggetto che il convenuto assuma essere l'effettivo legittimato passivo rispetto all'avversa pretesa. In questa situazione, infatti, l'attore ha uno specifico interesse a chiamare in causa il terzo per evitare, qualora venga rigettata la domanda nei confronti dell'originario convenuto in accoglimento dell'eccezione preliminare di carenza di legittimazione passiva, di dover incardinare un altro processo nei confronti del soggetto indicato quale vero obbligato dal convenuto, rischiando, così, di ottenere un nuovo rigetto della propria domanda sull'assunto della responsabilità del primo convenuto. Diversamente, una volta chiamato in causa, il soggetto indicato dal convenuto quale vero obbligato diventerà parte a tutti gli effetti, sicché la sentenza farà stato anche nei suoi confronti e potrà essere idonea ad accertare definitivamente chi è il vero obbligato. Lo stesso convenuto, nell'indicare il terzo come effettivo obbligato o responsabile, ha interesse a richiedere direttamente la sua chiamata in causa al fine di supportare adeguatamente la propria eccezione di difetto di legittimazione passiva. La chiamata cosiddetta in garanzia ha, invece, la finalità di tutelare il diritto di una delle parti a essere tenuta indenne da un altro soggetto (di solito una compagnia assicurativa) nel caso in cui risulti soccombente al termine del processo. 4.2.- L'unica norma che nel rito speciale del lavoro fa espresso riferimento alla chiamata in causa su istanza di parte è l'art. 420, nono comma, cod. proc. civ. , laddove stabilisce che, anche nell'ipotesi di cui all'art. 106 cod. proc. civ. , il giudice fissa una nuova udienza e dispone che, entro cinque giorni, siano notificati al terzo il provvedimento nonché il ricorso introduttivo e l'atto di costituzione del convenuto, osservati i termini di cui ai commi terzo, quinto e sesto dell'art. 415 cod. proc. civ. Il primo problema interpretativo con il quale hanno dovuto confrontarsi dottrina e giurisprudenza è stato, pertanto, quello del termine entro il quale avrebbe dovuto essere proposta a pena di decadenza l'istanza di chiamata in causa del terzo da parte del convenuto. Si è, in particolare, posto l'interrogativo di come intendere il silenzio serbato sulla questione dall'art. 416 cod. proc. civ. che pure consente al convenuto nel processo del lavoro di proporre domande riconvenzionali ed eccezioni in senso stretto solo se si sia tempestivamente costituito con memoria depositata almeno dieci giorni prima dell'udienza. Le peculiari esigenze di celerità del processo del lavoro hanno indotto la giurisprudenza di legittimità ad affermare il principio, ormai consolidato, e che può dunque considerarsi espressione del diritto vivente, per il quale la predetta richiesta deve essere effettuata a pena di decadenza con la memoria di cui all'art. 416 cod. proc. civ. tempestivamente depositata entro dieci giorni prima dell'udienza di discussione (ex multis, Corte di cassazione, sezione lavoro, sentenza 6 giugno 2008, n. 15080). Di contro, come sottolinea l'ordinanza di rimessione, la giurisprudenza non ha esteso, alla chiamata in causa del terzo ad istanza del convenuto nel processo del lavoro, l'ulteriore prescrizione, dettata dall'art. 418 cod. proc. civ. per la domanda riconvenzionale, di richiedere a pena di inammissibilità, a tal fine, il differimento della prima udienza. Come questa Corte ha da lungo tempo sottolineato, tale previsione è simmetrica all'art. 415 cod. proc. civ. , collocando l'attore originario nell'esatta posizione nella quale si trova il convenuto ai sensi dell'art. 416 cod. proc. civ. (sentenza n. 13 del 1977). È opportuno considerare, a questo riguardo, che nel processo del lavoro la proposizione della domanda riconvenzionale deve essere "accompagnata", secondo quanto previsto dall'art. 418 cod. proc. civ. , da una richiesta di differimento della prima udienza. Il differimento è invero un adempimento funzionale a consentire al ricorrente di compiere, prima dell'udienza di discussione, le attività difensive correlate alla nuova domanda connessa a quella principale, compresa l'eventuale proposizione di un'ulteriore domanda, la cosiddetta reconventio reconventionis, la cui formulazione deve seguire le medesime formalità. In definitiva, nel rito del lavoro l'attore convenuto in via riconvenzionale ha gli stessi poteri e oneri che l'art. 416 cod. proc. civ. prevede per il convenuto in via principale, con la differenza che il termine di riferimento per l'attore convenuto in via riconvenzionale non è l'udienza già fissata ex art. 415 cod. proc. civ.