[pronunce]

che vi sarebbe poi il contrasto con l'art. 53 Cost., per lesione del principio di capacità contributiva, essendo impedito all'amministrazione finanziaria di esercitare la potestà impositiva su redditi beneficiari di detrazioni per liberalità inesistenti; che, infine, sarebbe violato l'art. 79 Cost., in quanto la norma censurata costituirebbe «una sostanziale amnistia» approvata senza le prescritte maggioranze parlamentari; che sulla rilevanza delle questioni il rimettente osserva che, qualora l'art. 11, comma 4-bis, del d.l. n. 149 del 2013 non fosse dichiarato illegittimo, il ricorso di R. S. dovrebbe essere accolto con annullamento degli avvisi di accertamento impugnati, in applicazione della norma censurata; che con atto depositato nella cancelleria della Corte il 4 aprile 2016 si è costituito R. S., parte del giudizio a quo, che ha concluso per l'inammissibilità o la non fondatezza delle questioni; che l'inammissibilità è eccepita sotto plurimi profili: per l'indeterminatezza del petitum, per la contraddittorietà tra quest'ultimo e la motivazione dell'ordinanza, per l'inidoneità dell'intervento richiesto alla Corte a raggiungere lo scopo auspicato dal rimettente, per la sproporzione e la contraddittorietà delle conseguenze sul tessuto normativo che deriverebbero dall'eventuale accoglimento delle questioni, per il difetto di motivazione sulla non manifesta infondatezza, per la natura politica delle censure e delle valutazioni richieste alla Corte e, infine, per difetto di motivazione sulla rilevanza delle questioni o per la loro formulazione in termini ipotetici; che, nel merito, la parte evidenzia in primo luogo l'erroneità delle premesse dalle quali muove il giudice a quo, non sussistendo nell'ordinamento un obbligo di motivazione dell'atto legislativo, né essendo il legislatore vincolato per il futuro da precedenti scelte normative, e deduce che la censura di irragionevolezza per l'improprietà della sedes materiae nella quale la norma censurata è inserita - un decreto-legge anziché il TUIR - sarebbe infondata sia per l'irrilevanza di un problema di forma dell'atto legislativo, non essendo invocato il parametro dell'art. 77 Cost., sia perché il d.l. n. 149 del 2013 costituisce l'atto organico di riforma del sistema di finanziamento dei partiti, incentrato sulla contribuzione indiretta e su quella volontaria fiscalmente agevolata, disciplinata dall'art. 11; che la disposizione non creerebbe un'ingiustificata e incoerente "deviazione" rispetto agli altri casi di detraibilità configurati dall'art. 15 del TUIR, in quanto, in assenza di un vincolo costituzionale a ritenere detraibili solo le somme erogate a titolo di liberalità, l'ordinamento prevede ipotesi di detraibilità non sorrette dall'animus donandi, né creerebbe una disparità priva di fondamento costituzionale, considerata la sua finalità di sostentamento dei partiti politici, che rivestono un ruolo essenziale e determinante in ogni democrazia; che non sussisterebbe neppure la violazione degli artt. 24, 53 e 79 Cost: l'eliminazione del requisito del carattere liberale dell'erogazione, ai fini della detraibilità fiscale, priverebbe l'amministrazione finanziaria dell'interesse a verificarne la sussistenza, sicché non sarebbe configurabile la lesione del diritto di difesa prospettata dal giudice a quo; la violazione dell'art. 53 Cost. sarebbe esclusa per l'ampia discrezionalità del legislatore nell'individuazione dei tributi, dei relativi presupposti e delle aree oggettive e soggettive di esenzione; infine, non sussisterebbe nemmeno violazione dell'art. 79 Cost., considerata la natura tributaria e non penale della norma censurata, che non avrebbe né forma né sostanza di un provvedimento di clemenza; che con atto depositato nella cancelleria della Corte il 5 aprile 2016 è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, che ha concluso per l'inammissibilità o la manifesta infondatezza delle questioni; che, quanto alla pretesa irragionevolezza della norma censurata, l'interveniente osserva che al sistema delle imposte dirette non sono estranee disposizioni che riconoscono la detraibilità anche al di fuori delle erogazioni liberali di varie spese e che la norma censurata troverebbe la sua non irragionevole collocazione all'interno di un provvedimento (il d.l. n. 149 del 2013) finalizzato all'abolizione del finanziamento pubblico diretto ai partiti politici e alla sua sostituzione con agevolazioni fiscali per la contribuzione volontaria dei cittadini, in un'ottica di trasparenza; che, ad avviso dell'Avvocatura, le questioni sarebbero manifestamente infondate anche in riferimento alle altre censure ex artt. 3, 24, 53 e 79 Cost.; che il primo periodo del comma 4-bis sarebbe rivolto a chiunque voglia disporre erogazioni in denaro a favore dei partiti politici, mentre il secondo periodo, introdotto dalla legge di stabilità 2015, precisa che tale prerogativa spetta «anche ai candidati ed agli eletti alle cariche pubbliche», sicché gli argomenti del rimettente sulla violazione del principio di eguaglianza non sarebbero condivisibili; che, quanto alla lamentata violazione dell'art. 24 Cost., non sussisterebbe connessione logica tra le due disposizioni, mentre gli argomenti svolti dal giudice a quo sui parametri costituzionali della capacità contributiva e dell'amnistia e dell'indulto sarebbero inconferenti rispetto alle questioni sollevate; che il 3 ottobre 2017 il Presidente del Consiglio dei ministri ha depositato una memoria illustrativa nella quale, dopo avere ricostruito il quadro normativo della materia, deduce che il primo periodo del comma 4-bis, introdotto dalla legge di conversione del d.l. n. 149 del 2013, avrebbe natura di «norma di carattere transitorio», nel senso che essa, «con riferimento al periodo temporale immediatamente antecedente la riforma» (2007-2013), avrebbe «modificato quello che altrimenti sarebbe stato il regime ordinario della successione delle norme nel tempo», mentre il secondo periodo dello stesso comma 4-bis, introdotto dall'art. 1, comma 141, della legge n. 190 del 2014, avrebbe a sua volta natura interpretativa della disciplina a regime sul finanziamento dei partiti politici, nel senso che il requisito della liberalità delle erogazioni, previsto dai commi 1 e 6 dell'art. 11 del d.l. n. 149 del 2013, non sarebbe derogato e dovrebbe intendersi comunque sussistente, ai fini della detraibilità fiscale, se le erogazioni stesse sono conformi ai regolamenti o agli statuti dei partiti politici beneficiari; che, ciò premesso, le questioni sarebbero inammissibili per difetto di rilevanza o di adeguata motivazione su di essa, in quanto, se i contributi versati fossero conformi allo statuto o ai regolamenti del partito, la loro detraibilità fiscale non deriverebbe dalla disposizione derogatoria introdotta in sede di conversione, su cui si incentrano i dubbi di costituzionalità, ma da quella, non censurata, introdotta dalla legge n. 190 del 2014;