[pronunce]

In particolare, con riguardo all'art. 1 della delibera legislativa impugnata, la resistente rileva l'inconferenza, quale parametro costituzionale, dell'art. 97 della Costituzione, in quanto la tutela dell'incolumità pubblica sarebbe, semmai, riconducibile alla materia «sicurezza» di cui all'art. 117, secondo comma, lettera h), della Costituzione. La difesa della Regione osserva, poi, come le disposizioni sospettate di illegittimità costituzionale attengano ad un'attività non svolta per fini venatori (si richiama, in proposito, la sentenza della Corte costituzionale n. 392 del 2005), perché «l'abbattimento di fauna nociva (…) risulta previsto soltanto a fini di tutela dell'ecosistema». Le ripartizioni faunistico-venatorie «si avvalgono, quindi, di tutte le categorie di persone indicate nei commi 4 e 5 per le operazioni e gli interventi di controllo della fauna selvatica, ivi compresi quelli solo eventuali di cattura e abbattimento, risultando evidente che, soltanto per quest'ultimo tipo di attività le persone che vi provvederanno dovranno necessariamente essere munite della licenza per l'esercizio venatorio». 3.2.— In ordine alla impugnazione dell'art. 2, commi 1 e 2, della stessa delibera, la Regione deduce che tali disposizioni – con le quali viene estesa l'applicazione della legge regionale n. 21 del 1986 – attengono alla materia «stato giuridico ed economico degli impiegati e funzionari della Regione», attribuita alla legislazione primaria della Regione siciliana, ai sensi dell'art. 14, lettera q), dello statuto di autonomia (regio decreto legislativo 15 maggio 1946, n. 455, convertito nella legge costituzionale 26 febbraio 1948, n. 2, recante «Approvazione dello statuto della Regione siciliana»). La resistente sostiene, al riguardo, che si tratta di norme che consentono l'applicazione del regime previdenziale, di cui alla legge della Regione siciliana 23 febbraio 1962, n. 2 (Norme per il trattamento di quiescenza, previdenza ed assistenza del personale della Regione), ad altre categorie di personale regionale, inizialmente non rientrante in detta previsione, sino alla data di entrata in vigore della legge regionale 29 dicembre 2003, n. 21 (Disposizioni programmatiche e finanziarie per l'anno 2004), la quale, all'art. 20, ha disposto che, «a decorrere dal 1° gennaio 2004 i trattamenti di quiescenza del personale in servizio destinatario delle disposizioni di cui ai commi 2 e 3 dell'articolo 10» della legge regionale n. 21 del 1986 fossero disciplinati dalle norme relative al sistema previdenziale statale. Aggiunge, poi, che analoga questione, proposta con riguardo all'art. 1, comma 5, della legge approvata dall'Assemblea regionale siciliana il 16 maggio 1995 (Disposizioni concernenti il personale regionale e degli enti locali. Processi di mobilità degli operatori della formazione professionale. Garanzie occupazionali per il personale dei consorzi bonifica e dell'ESA. Alloggi delle forze dell'ordine. Rinvio elezioni consigli circoscrizionali. Disciplina transitoria della caccia. Provvedimenti in favore delle ditte STAT e Camarda e Drago), è stata dichiarata non fondata da questa Corte con la sentenza n. 127 del 1996. 3.3.— La Regione eccepisce, inoltre, l'inammissibilità delle censure relative all'art. 2, comma 3, della delibera legislativa, in quanto il ricorrente, dopo aver enunciato le norme costituzionali che si assumono violate, ha richiamato per relationem le argomentazioni formulate in un precedente diverso ricorso (sono richiamate in proposito – con riferimento, peraltro, a giudizi incidentali – la sentenza n. 198 del 1982 e le ordinanze n. 59 del 2004 e n. 335 del 2003). Per la difesa regionale, comunque, la disposizione impugnata non è lesiva di principi costituzionali, in quanto mira a sopperire ad una particolare situazione di carenza di personale dell'area di emergenza del Policlinico di Palermo, consentendo la copertura di un numero di posti limitato, nel massimo, alle unità già utilizzate alla data del 31 dicembre 2002, senza, tuttavia, obbligare l'azienda all'espletamento di tali procedure. 3.4.— Ad avviso della difesa regionale, anche le censure proposte avverso l'art. 3 della medesima delibera legislativa sono infondate, in quanto le direttive comunitarie che pongono il divieto di rinnovazione dei contratti sono volte a tutelare il regime di libera concorrenza fra le imprese. Tale tutela non può essere «concepita, ragionevolmente», nel senso di inibire alla pubblica amministrazione il conseguimento di economie ottenibili con la rinnovazione dei contratti in scadenza allorché questi, come nel caso della norma impugnata, siano aggiudicati con pubbliche gare e sia praticata una riduzione di almeno il 3 per cento rispetto al prezzo già convenuto. La norma impugnata, pertanto, ad avviso della Regione, non può ritenersi distorsiva del mercato e della liberta concorrenza e, quindi, in contrasto con la normativa comunitaria e con gli evocati parametri costituzionali. Di conseguenza, il legislatore regionale si è legittimamente discostato da quanto previsto dall'art. 23 della legge 18 aprile 2005, n. 62 (Disposizioni per l'adempimento di obblighi derivanti dall'appartenenza dell'Italia alle Comunità europee. Legge comunitaria 2004) per i contratti di fornitura di beni e servizi, consentendo la rinnovazione per un limitato tempo massimo (due anni) di quei contratti nei quali consensualmente e sensibilmente sia prevista la riduzione del prezzo delle forniture, con vantaggio per l'amministrazione. 4.— In prossimità dell'udienza pubblica, la Regione siciliana ha depositato memoria con la quale ha ribadito l'eccezione di inammissibilità del ricorso per la genericità delle censure formulate e, nel merito, ha svolto le seguenti argomentazioni. 4.1.— In riferimento all'impugnazione dell'art. 1 della delibera, nella parte in cui questa sostituisce i commi 4 e 5 dell'art. 4 della legge regionale n. 33 del 1997, la Regione osserva che l'espressione «purché munite di licenza per l'esercizio venatorio», contenuta nel suddetto comma 5, è dovuta ad un errore «atteso che il participio andrebbe coniugato in “muniti”» e che, comunque, la stessa deve essere interpretata in modo conforme a Costituzione. La norma, quindi, non può che essere letta in coerenza con la disciplina statale che regola l'autorizzazione all'uso delle armi. 4.2.— Con riguardo alle censure proposte nei confronti dell'art. 2, commi 1 e 2, della medesima delibera, la resistente prospetta che l'entrata in vigore della riforma del sistema pensionistico regionale, ai sensi dell'art. 20 della legge regionale n. 21 del 2003, ha costituito occasione per uniformare la posizione previdenziale di tutto il personale regionale, eliminando la differenza di trattamento «fra quello assunto prima e dopo la legge regionale n. 21 del 1986».