[pronunce]

Peraltro, nel caso di specie il legislatore non ha stabilito un collegamento tra determinati titoli di reato e l'applicazione necessaria di determinate misure cautelari, come quella carceraria, nei termini di una presunzione assoluta, facendo leva semplicemente sulla loro gravità astratta e sull'allarme sociale da essi destato (sentenza n. 45 del 2014). Non è infatti superfluo ribadire, sul punto, che il compito di pronunciarsi in materia cautelare, valutando la sussistenza delle relative esigenze (con particolare riferimento a quella contenuta nell'art. 274, comma 1, lettera c, cod. proc. pen.) e approntando la misura eventualmente ritenuta più idonea, non può nel caso di specie che spettare in ultima istanza al giudice della convalida, chiamato a liberamente valutare gli elementi forniti dal pubblico ministero. Del resto, il collegamento tra la discrezionale scelta legislativa intorno all'allarme sociale generato da determinati delitti e la correlata possibilità che, in relazione ad essi, si proceda all'arresto in flagranza e si applichino, anche in deroga ai limiti edittali previsti, misure cautelari coercitive è di particolare evidenza nel caso dell'art. 381, comma 2, cod. proc. pen. , che ha una struttura e una ratio non omogenee rispetto a quelle del primo comma del medesimo articolo. Non solo perché quest'ultimo prevede limiti generali di pena, laddove il secondo comma rimanda invece a fattispecie determinate, da intendersi in modo tassativo e non ancorate a soglie edittali massime predeterminate, ma anche perché il catalogo di cui al medesimo art. 381, comma 2, cod. proc. pen. ha operato col tempo - a riprova dell'inerenza dei suoi contenuti a scelte politiche discrezionali - quale catalogo aperto, nel quale sono stati via via inseriti ulteriori delitti rispetto a quelli originariamente previsti, e nel quale figurano oggi delitti che si prestano ad essere ricondotti anche alla categoria generale del primo comma, come nel caso della violazione di domicilio di cui all'art. 614, primo e secondo comma, cod. pen. (art. 381, comma 2, lettera f-bis, cod. proc. pen.), punita con la pena della reclusione fino a quattro anni, dell'appropriazione indebita di cui all'art. 646 cod. pen. (art. 381, comma 2, lettera l, cod. proc. pen.), punita con la pena della reclusione fino a cinque anni, ovvero delle fraudolente alterazioni per impedire l'identificazione o l'accertamento di qualità personali di cui all'art. 495-ter cod. pen. (art. 381, comma 2, lettera m-quater, cod. proc. pen.), punite con la pena della reclusione fino a sei anni. Fermo rimanendo, pertanto, il rispetto del complesso dei principi costituzionali attinenti alla tutela della libertà personale, e in particolare del principio di tassatività (art. 13, comma terzo, Cost.), deve pertanto essere ribadito come nella materia de qua spetti al legislatore il compito di individuare presupposti e condizioni per l'esercizio dell'azione punitiva dello Stato, raccordando le relative scelte, anche quelle concernenti i presupposti per l'applicazione delle misure cautelari, all'apprezzamento dei fatti generatori di allarme sociale. Tali scelte incontrano i soli limiti della non manifesta irragionevolezza e della non arbitrarietà, che, nel caso di specie, per le ragioni sin qui esposte, non possono ritenersi superati. 5.2.- Né, per quanto detto, le norme censurate danno luogo, nel caso di specie, a una disparità di trattamento lesiva degli artt. 3 e 13 Cost. Il giudice rimettente ha addotto a sostegno delle censure una serie di esempi, da cui tuttavia non è dato ricavare alcun elemento a supporto della pretesa disparità di trattamento subita dall'arrestato nel giudizio a quo. Le situazioni poste a raffronto sono infatti, nella maggior parte dei casi, inconferenti e inidonee a essere commisurate rispetto a quella sub iudice, perché riferite a situazioni del tutto eterogenee e non comparabili, come nel caso di delitti integrati nella sola forma tentata ovvero nel caso in cui la disparità sia riferita all'applicazione della custodia cautelare in carcere. Né è fondata la censura relativa alla disparità di trattamento subita dal soggetto arrestato e accusato di furto semplice (delitto ricompreso nell'art. 381, comma 2, lettera g, cod. proc. pen.) rispetto a chi sia accusato di cessione di stupefacenti ai sensi dell'art. 73, comma 5, del d.P.R. 9 ottobre 1990, n. 309 (Testo unico delle leggi in materia di disciplina degli stupefacenti e sostanze psicotrope, prevenzione, cura e riabilitazione dei relativi stati di tossicodipendenza), quando ricorre la circostanza attenuante di cui all'art. 62, primo comma, numero 4, cod. pen. , in relazione alla quale è consentito l'arresto facoltativo in flagranza secondo quanto prevede l'art. 381, comma 1, cod. proc. pen. , ma non l'applicazione della misura custodiale domiciliare, perché punita con pena inferiore a quattro anni e per la quale non opera la deroga di cui all'art. 391, comma 5, cod. proc. pen. Anche in questo caso, il giudice pone a raffronto situazioni marcatamente eterogenee, sia con riferimento alla struttura dei reati che al bene giuridico rispetto ai quali essi si pongono a presidio, sicché non è dato a questa Corte di addivenire a una pronuncia che, senza inficiare la scelta non manifestamente irragionevole del legislatore di consentire al giudice della convalida l'adozione in deroga delle misure custodiali per i delitti di cui all'art. 381, comma 2, cod. proc. pen. , consenta di superare il problema denunciato dal rimettente. Pertanto, il fatto che siano stati indicati a paragone una quantità di reati, tra loro diversi, e non soltanto uno od alcuni di essi, mostra chiaramente che nessuno di questi è in grado di costituire un modello comparativo. Ed è noto che «anche in presenza di norme manifestamente arbitrarie o irragionevoli, solo l'indicazione di un tertium comparationis idoneo, o comunque di specifici cogenti punti di riferimento, può legittimare l'intervento della Corte in materia penale, poiché non spetta ad essa assumere autonome determinazioni in sostituzione delle valutazioni riservate al legislatore. Se così non fosse, l'intervento, essendo creativo, interferirebbe indebitamente nella sfera delle scelte di politica sanzionatoria rimesse al legislatore (sentenze n. 236 e n. 148 del 2016)» (sentenza n. 207 del 2017). 5.3.- Non può peraltro non rilevarsi come la deroga ai termini massimi della pena detentiva edittale previsti per l'adozione delle misure cautelari coercitive, non irragionevolmente disposta dal legislatore con le disposizioni censurate, presenti profili problematici che, pur senza dare luogo alla illegittimità costituzionale delle disposizioni qui in esame, tuttavia rendono opportuno un intervento che eccede l'ambito del sindacato di costituzionalità.