[pronunce]

Infine, non sarebbe conferente il riferimento all'art. 97 Cost., poiché la modulazione delle sanzioni non è connessa al buon andamento dell'amministrazione, ma al diverso profilo della potestà sanzionatoria dello Stato, rispetto al quale assumerebbero rilievo i principi costituzionali di uguaglianza e di ragionevolezza, nonché il diritto di difesa e la tutela del contraddittorio, restando riservate alla valutazione discrezionale del legislatore eventuali scelte deflattive del contenzioso.1.- Il Tribunale ordinario di Livorno, adito da un imprenditore individuale con opposizione a ordinanza-ingiunzione emessa dal Ministero dello sviluppo economico - Ispettorato territoriale della Toscana, dubita della legittimità costituzionale dell'art. 98, comma 9, del decreto legislativo 1° agosto 2003, n. 259 (Codice delle comunicazioni elettroniche), come modificato dall'art. 2, comma 136, lettera d), del decreto-legge 3 ottobre 2006, n. 262 (Disposizioni urgenti in materia tributaria e finanziaria), convertito, con modificazioni, nella legge 24 novembre 2006, n. 286, in riferimento agli artt. 3 e 97 della Costituzione. La disposizione è censurata nella parte in cui - a seguito delle modifiche introdotte dal citato art. 2, comma 136, lettera d) - stabilisce che «ai soggetti che non provvedono, nei termini e con le modalità prescritti, alla comunicazione dei documenti, dei dati e delle notizie richiesti dal Ministero [dello sviluppo economico] o dall'Autorità [per le garanzie nelle comunicazioni], gli stessi, secondo le rispettive competenze, comminano una sanzione amministrativa pecuniaria da euro 15.000,00 ad euro 1.150.000,00». Tali limiti edittali sono frutto dell'intervenuta sostituzione delle parole «da euro 1.500,00 ad euro 115.000,00» contenute nella precedente versione della disposizione, e della conseguente moltiplicazione per dieci dei limiti minimo e massimo della sanzione. Ad avviso del rimettente, tale indifferenziata decuplicazione contrasterebbe con i principi di ragionevolezza e di proporzionalità sanciti dall'art. 3 Cost., in quanto non consentirebbe trattamenti sanzionatori diversificati in ragione delle diverse e varie capacità organizzative e reddituali degli autori dell'illecito amministrativo, assoggettando agli stessi limiti edittali, sia le grandi imprese che forniscono le reti o i servizi di comunicazione elettronica, sia le modeste imprese che offrono servizi di comunicazione elettronica «in luoghi presidiati quali negozi o alt[r]e tipologie di esercizio aperte al pubblico». La disposizione censurata finirebbe anche per frustrare la funzione deterrente della sanzione, poiché il limite minimo sarebbe eccessivo per i piccoli imprenditori e il massimo invece irrisorio e inadeguato per le grandi società di telecomunicazione. L'incremento, inoltre, costituirebbe per i destinatari delle sanzioni un incentivo a opporsi in giudizio, con aggravio del contenzioso giudiziario e mancato soddisfacimento dell'amministrazione. Sarebbe dunque violato anche l'art. 97 Cost., per il pregiudizio che ciò arrecherebbe all'efficacia dell'azione amministrativa. 2.- Il Presidente del Consiglio dei ministri ha eccepito in primo luogo l'inammissibilità delle questioni per omessa motivazione sulla rilevanza, non essendo precisato se il profilo di illegittimità costituzionale attenga al limite edittale massimo oppure al minimo o ad entrambi. L'eccezione non è fondata. In riferimento all'art. 3 Cost., il rimettente ripropone, nell'ambito dello stesso giudizio a quo, una questione già dichiarata manifestamente inammissibile da questa Corte, con l'ordinanza n. 148 del 2015, per due distinte ragioni. Innanzitutto per l'insufficiente descrizione della fattispecie, non essendo state precisate nell'atto di rimessione, né la condotta sanzionata, né la sanzione in concreto irrogata, né le attività e le dimensioni dell'impresa del ricorrente, ciò che rendeva dunque «impossibile verificare finanche se la norma denunciata, nel testo attualmente in vigore, [dovesse] essere effettivamente applicata per definire il giudizio principale e se le ragioni esposte a sostegno del dubbio di costituzionalità [avessero] una qualche attinenza con il caso concreto oggetto del medesimo giudizio». In secondo luogo, per carenza dei necessari requisiti di chiarezza e univocità del petitum, in quanto il rimettente, assumendo che la sanzione sarebbe stata inadeguata e sproporzionata, sia nel minimo che nel massimo edittale, non faceva nemmeno «comprendere se il sindacato della Corte [dovesse] riguardare, senza eccedere dalle esigenze del caso concreto, l'abnormità del limite minimo o l'inadeguatezza del limite massimo o entrambi questi profili». La citata pronuncia di inammissibilità, per il suo carattere non decisorio e per il fatto di basarsi su ragioni che il rimettente poteva rimuovere, non preclude la possibilità di riproporre le medesime questioni, «posto che in tal caso la riproposizione non contrasta col disposto dell'ultimo comma dell'art. 137 Cost., in tema di non impugnabilità delle decisioni della Corte [costituzionale] (ex plurimis, sentenze n. 50 del 2006 e n. 189 del 2001, ordinanza n. 317 del 2007): ciò, peraltro, alla ovvia condizione che il giudice a quo abbia eliminato il vizio che in precedenza impediva l'esame nel merito della questione (ex plurimis, ordinanze n. 371 del 2004 e n. 399 del 2002)» (sentenza n. 252 del 2012). Nella nuova ordinanza, il giudice a quo riferisce, questa volta in maniera circostanziata, che con ordinanza-ingiunzione emessa nel corso del 2008 è stata irrogata all'opponente nel processo principale, definito come titolare di un «piccolo esercizio di offerta al pubblico di servizi di comunicazione elettronica, senza dipendenti e con un fatturato estremamente ridotto», la sanzione amministrativa di 30.000 euro, pari al doppio del minimo edittale previsto dalla norma censurata, per non avere comunicato all'amministrazione, entro i termini assegnati, le informazioni da essa richieste ai sensi dell'art. 10 cod. comunicazioni elettroniche, nel corso del procedimento diretto a conseguire l'autorizzazione generale per l'offerta al pubblico «in luoghi presidiati del servizio di "phone center"». La descrizione della fattispecie offre dunque gli elementi sufficienti per comprendere, da un lato, che la norma censurata deve essere applicata per la definizione del giudizio a quo e, dall'altro, che le questioni vanno riferite al minimo edittale - risultante dalla decuplicazione del limite originario di 1.500 euro, disposta dall'art. 2, comma 136, lettera d), del d.l. n. 262 del 2006 - sull'implicito presupposto che nei confronti di un modesto fornitore di servizi di comunicazione elettronica, quale è l'opponente nel processo principale, anche l'applicazione del limite minimo non sarebbe conforme ai principi costituzionali di ragionevolezza, di proporzionalità e di buon andamento dell'amministrazione, che si assumono violati.