[pronunce]

Assunto, quest'ultimo, che sarebbe stato avallato non soltanto dalla giurisprudenza di legittimità, ma anche dalla sentenza n. 241 del 2009 della Corte costituzionale, ove si è affermato che, qualora il Tribunale dei ministri abbia espresso la propria determinazione escludendo la natura ministeriale del reato oggetto di indagini, la Camera competente, nel dissenso, ha solo la possibilità di sollevare conflitto di attribuzione tra poteri, assumendo di essere stata menomata dall'autorità giudiziaria della prerogativa riconosciutale dall'art. 96 Cost. Il Senato pertanto - conclude la Corte ricorrente - non aveva il potere di negare l'autorizzazione a procedere, né risulta che tale aspetto sia stato in alcun modo considerato, posto che dai lavori parlamentari emerge solo come sia stato valutato e censurato il merito del provvedimento adottato dal Tribunale dei ministri. Di questa deliberazione, dunque, si assume l'illegittimità e il carattere invasivo per le attribuzioni del potere giudiziario, che la stessa Corte reputa di dover rimuovere attraverso il conflitto, non essendo necessario rimettere la questione al giudice a quo, «posto che il rinvio a quest'ultimo è superfluo in ogni caso in cui possa essere la Corte medesima a dare i provvedimenti necessari». 2.- Il ricorso è stato dichiarato ammissibile con ordinanza n. 313 del 2011, ritualmente notificata. 3.- Nell'atto di costituzione in giudizio, il Senato della Repubblica ha chiesto di dichiarare il ricorso «improcedibile, inammissibile, irricevibile e improponibile» o comunque, in subordine, di disporne il rigetto. Dopo ampia narrativa in fatto, il Senato deduce, preliminarmente, l'inammissibilità del ricorso per difetto di motivazione della censura dedotta, in quanto viene lamentato il carattere invasivo della deliberazione impugnata senza esposizione delle ragioni né del parametro alla stregua del quale sussisterebbe la legittimazione del ricorrente. Né si motiva per sorreggere l'interpretazione dell'art. 96 Cost. considerata preferibile, essendosi soltanto evocata la sentenza della Corte costituzionale n. 241 del 2009, senza dimostrare che la corretta lettura di tale sentenza sia quella postulata dalla Corte ricorrente. Non sarebbe, poi, chiarito il vulnus lamentato, restando incerto se si censuri l'invasione del potere di qualificare come ministeriale il reato o il superamento dei confini del potere parlamentare di concessione dell'autorizzazione a procedere in caso di reato ministeriale. Non verrebbe, inoltre, formalmente impugnato alcun atto né richiesto l'annullamento di alcunché: si formulerebbe, infatti, un'astratta richiesta di pronuncia, sollecitandosi uno "specifico" vaglio della predetta delibera del Senato; d'altra parte, sarebbe la stessa struttura dell'atto introduttivo a qualificare il medesimo più come una statuizione utile al processo che come un vero ricorso per conflitto, visto anche il petitum enunciato. Il ricorso, infine, sarebbe inammissibile per carenza di motivazione circa la sussistenza di un interesse concreto ed attuale a ricorrere. Si sottolinea, infatti, che la Corte di cassazione «può promuovere il conflitto solo quando si prospetti un annullamento senza rinvio della sentenza gravata», perché altrimenti titolare «dell'interesse ad agire nel giudizio per conflitto sarebbe solo il giudice del rinvio». Posto che nella specie il giudizio di rinvio parrebbe indispensabile, solo il giudice del rinvio risulterebbe «legittimato ad apprezzare in concreto la necessità o meno di promuovere il conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato». Comunque, sarebbe stato onere della ricorrente motivare sul punto. Nel merito, si osserva come la Corte ricorrente contesti in radice la spettanza al Parlamento del potere di qualificare come ministeriali determinati reati, pretendendo che tale qualificazione spetti in via esclusiva alla autorità giudiziaria. Peraltro, nella specie, la natura ministeriale dei reati - che in sé non rileva sul piano del conflitto - sarebbe certa, come risulta dalla relazione della Giunta, ampiamente riprodotta. Rievocata, poi, diffusamente la sequenza normativa che disciplina il procedimento in materia di reati ministeriali, si ritiene che erroneamente la ricorrente adotti il seguente schema: «i) determinazione del Tribunale dei ministri di qualificare un certo reato come non ministeriale; ii) eventuale ricorso per conflitto di attribuzione della Camera competente». Tale tesi sarebbe scorretta, alla luce di un'adeguata interpretazione della sentenza della Corte costituzionale n. 241 del 2009, posto che, da un lato, la proposizione del conflitto è solo una delle strade a disposizione; mentre, d'altro canto, è la stessa pronuncia a precisare che alla Camera competente non può essere sottratta una propria autonoma valutazione sulla natura ministeriale o non dei reati oggetto di indagine. Si osserva, poi, che, alla luce dei princìpi posti a base della riforma costituzionale sui reati ministeriali, ove il sindacato sulla natura del reato spettasse solo alla autorità giudiziaria, verrebbe meno da parte delle Camere lo scrutinio dei presupposti per esercitare il potere di autorizzazione. Sottolineata la problematica della cosiddetta "giustizia politica" - e della importanza di individuare il "nesso funzionale" che correla gli atti alle funzioni -, si osserva che qualificare il fatto significa «decidere tanto quale sia il procedimento da seguire, quanto se le garanzie costituzionali possano essere applicate». Non sarebbe, poi, pertinente invocare, come fa la ricorrente, la sentenza n. 10130 del 3-11 marzo 2011 della sesta sezione penale della Corte di cassazione, ove furono peraltro erroneamente interpretati il diritto vigente e la giurisprudenza costituzionale, in quanto nella stessa compaiono affermazioni che la difesa del Senato contesta, dovendosi escludere un monopolio dell'autorità giudiziaria nella qualificazione del fatto come reato ministeriale. D'altra parte, che un potere di qualificazione debba essere riconosciuto anche alle Camere si deduce dal fatto che alle stesse spetta il potere di paralizzare l'azione giudiziaria stabilendo che ricorrono le condizioni di cui all'art. 9, comma 3, della legge costituzionale n. 1 del 1989. Il tutto in linea con le affermazioni enunciate dalla Corte costituzionale a proposito del potere valutativo delle Camere nella sentenza n. 1150 del 1988, in tema di applicazione dell'art. 68, primo comma, Cost. In luogo del procedimento ipotizzato dalla Cassazione - che corre il rischio di generare un conflitto "impossibile" (giacché «le pronunce giurisdizionali non possono essere censurate, in sede di conflitto, per errores in iudicando») -, il "modello" offerto dalla richiamata sentenza n. 1150 del 1988 sarebbe il più coerente, «assumendo il vaglio del Giudice costituzionale la sua corretta natura di controllo (nei limiti indicati dalla l. cost. n. 1 del 1989) sul regolare esercizio del potere qualificatorio da parte del soggetto titolare della guarentigia costituzionale». 4.- In prossimità dell'udienza, il Senato ha depositato una memoria nella quale ha ulteriormente sviluppato le deduzioni già articolate nell'atto di costituzione.