[pronunce]

infine, la Corte di cassazione sembrerebbe evocare potenziali utilizzazioni dilatorie dell'impedimento, quando risulta che nell'intero processo penale di cui si tratta l'impedimento venne fatto valere esclusivamente in una circostanza, cioè appunto per l'udienza del 18 febbraio 1998. Quanto sopra esposto è il sintomo di un approccio non corretto e non equilibrato a fronte del delicato problema del bilanciamento che è richiesto in simili casi, e realizza, secondo la ricorrente, la violazione del principio di leale collaborazione, attraverso una arbitraria mancanza di considerazione per la posizione costituzionale del Parlamento, il sacrificio della cui funzionalità viene a essere realizzato senza alcun fondamento né ragionevole necessità. 2.- Questa Corte, con ordinanza n. 126 del 2002, ha dichiarato ammissibile il conflitto proposto dalla Camera. Il ricorso è stato notificato e depositato con la prova delle avvenute notifiche. 3.- In prossimità dell'udienza la Camera dei deputati ha depositato memoria, insistendo nelle conclusioni già rassegnate. La ricorrente anzitutto prende atto che con le sentenze n. 225 del 2001 e n. 263 del 2003 questa Corte ha accolto due conflitti analoghi, pur non facendo propria la tesi sostenuta, allora e nel presente giudizio, da essa Camera, e cioè che la necessità dell'imputato di partecipare a votazioni parlamentari, specie in Assemblea, costituirebbe sempre e comunque un “impedimento assoluto”. Osserva dunque che, sulla base di tali due sentenze, il giudice, allorquando debba valutare la fondatezza della giustificazione dell'assenza dal procedimento giudiziario del parlamentare a causa della concomitanza con lo svolgimento dei lavori parlamentari, è tenuto ad operare un bilanciamento, in base al principio di leale cooperazione fra i poteri dello Stato, fra due esigenze costituzionali, quella della speditezza del processo e quella dell'integrità funzionale del Parlamento, spettando poi alla Corte costituzionale, in caso di conflitto, valutare la correttezza, la congruità e la ragionevolezza del bilanciamento. Alla luce di tali principi, nel caso in esame, in tutti e tre i provvedimenti impugnati il bilanciamento sarebbe stato incongruo e inadeguato. Quanto all'ordinanza del Tribunale di Taranto, infatti, essa avrebbe ritenuto tardiva l'istanza del parlamentare pervenuta il giorno prima dell'udienza del 18 febbraio 1998 - laddove nel conflitto definito con la sentenza n. 263 del 2003 viene ritenuta tempestiva una analoga istanza presentata dai difensori del parlamentare il giorno stesso dell'udienza - ed avrebbe ritenuto che l'on. Cito, impegnato dalle ore 16 del giorno 18 in votazioni parlamentari, avrebbe potuto essere presente all'udienza nella mattinata, senza considerare che, sulla base del calendario dei lavori parlamentari, erano fissate votazioni, e fino alle ore 23, anche nella precedente giornata del 17 febbraio - come precisato con l'ulteriore istanza pervenuta via fax dopo la lettura della detta ordinanza -, senza dire che anche la mattina del 18 vi era seduta, dedicata ad interrogazioni e interpellanze. In ordine alla sentenza della Corte d'appello, essa, facendo palesemente confusione, considera presentata l'istanza dell'on. Cito solo in data 18, e non 17 febbraio, e conferma la decisione del Tribunale compiendo un errore in fatto, ritenendo l'insussistenza di impegni parlamentari nell'intera giornata del 18 febbraio. Quanto alla sentenza della Corte di cassazione, la violazione dei principi che debbono reggere il bilanciamento sarebbe più grave, avendo essa ritenuto corretta e legittima la decisione dei giudici di merito, ed in particolare del Tribunale di Taranto, in ordine alla ritenuta “tardività” dell'istanza dell'on. Cito, considerando “ineccepibile” la motivazione di quella scelta. Il riferimento, poi, alla “indiscriminata valenza” dell'impedimento di natura parlamentare, ed il riferimento all'ipotesi secondo cui la richiesta dell'imputato parlamentare di farlo valere possa avere “fini dilatori” dimostrano che neppure la Cassazione ha tenuto conto che, nel corso dell'intero procedimento, l'on. Cito aveva invocato l'impedimento parlamentare una sola volta. Ma quel che, ad avviso della ricorrente, appare più grave, è che il giudice di legittimità escluda “in via di principio che un impedimento parlamentare possa costituire un legittimo impedimento a comparire in udienza, perché questo - a suo avviso - potrebbe ostacolare la conclusione del processo in tempi ragionevoli ed aprire la strada al pericolo della prescrizione del reato”: in altri termini, secondo la sentenza, l'interesse alla speditezza del procedimento giudiziario farebbe sempre premio sull'interesse delle Camere al regolare svolgimento delle attività parlamentari.1.- Ricorre per conflitto di attribuzioni, con atto depositato il 25 maggio 2001, la Camera dei deputati contro tre autorità giudiziarie - il Tribunale di Taranto, prima sezione penale, la Corte d'appello di Lecce, sezione distaccata di Taranto, e la Corte di cassazione, quinta sezione penale - in relazione a provvedimenti giudiziari da esse adottati in un processo a carico del deputato Giancarlo Cito, imputato di diffamazione nei confronti di un giornalista. Precisamente, la ricorrente impugna, in primo luogo, l'ordinanza in data 18 febbraio 1998 con la quale il Tribunale di Taranto, decidendo sull'istanza presentata il giorno prima dal difensore dell'imputato, e volta al riconoscimento dell'impedimento legittimo a comparire di quest'ultimo in relazione ai lavori della Camera dei deputati previsti per i giorni 17, 18, 19 e 20 febbraio, respingeva l'istanza, rilevando che “la stessa è stata presentata in data 17.2.98 benché l'ordine del giorno della seduta della Camera dei deputati per i giorni 17, 18 e 19 c.m. fosse stato trasmesso a mezzo fax il 02.02.98 (per come risulta dalla stampigliatura apposta sulla copia prodotta) e che pertanto l'istanza è stata presentata tardivamente”; considerando che “la seduta parlamentare della data odierna è fissata per le ore 16.00 per cui l'imputato poteva comparire nella mattinata, eventualmente chiedendo che il suo processo fosse trattato con precedenza”; rilevando infine “che il processo viene da rinvio del 22.12.1997, udienza in cui era presente l'imputato che nulla ha osservato in ordine alla data del rinvio”: e ritenendo “che pertanto l'impedimento addotto non è assoluto”. Nel seguito dell'udienza il Tribunale dava atto che era pervenuto un fax dell'imputato in cui questi segnalava di essere impedito a presenziare al processo dalla concomitanza della seduta della Camera e segnalava altresì la circostanza che egli si era recato a Roma sin dal giorno precedente; il Tribunale non riteneva però che il contenuto del fax potesse rimettere in discussione il contenuto dell'ordinanza già emessa, alla quale rimandava, disponendo che si procedesse alla discussione.