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Modifiche agli articoli 613- bis e 613- ter del codice penale, in materia di tortura e istigazione del pubblico ufficiale a commettere tortura. Onorevoli Senatori. – La Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo del 1948, la Convenzione di Ginevra del 1949 per la protezione delle vittime di guerra, la Convenzione europea dei diritti dell'uomo del 1950 (CEDU), il Patto internazionale relativo ai diritti civili e politici del 1966, la Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura e altri trattamenti inumani e degradanti del 1984 e la Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea del 2000, sono atti di matrice internazionale che prevedono il divieto di tortura e di sottoposizione a pene o trattamenti inumani e degradanti. Moltissimi Stati, per conformarsi a tali obblighi di natura sovranazionale, hanno previsto l'inserimento del delitto di tortura all'interno del codice penale, e in alcuni casi addirittura ne hanno sancito il divieto in Costituzione. L'Italia ha provveduto a tale adempimento mediante un percorso a più tappe ingenerato dalla messa in mora, da parte della Corte europea dei diritti dell'Uomo, per violazione dell'articolo 3 della CEDU, che sancisce il divieto di tortura e di trattamenti inumani e degradanti, evidenziando l'inadeguatezza dell'ordinamento nella misura in cui non prevede tale delitto. Nel nostro ordinamento è stata dapprima introdotta la tortura nel codice penale militare in tempo di guerra; mancava però un esplicito riferimento nel codice penale. Tale lacuna è stata colmata dalla legge 14 luglio 2017, n. 110, che ha introdotto l'articolo 613- bis del codice penale, dando attuazione alla Convenzione contro la tortura ed altre pene o trattamenti crudeli, disumani o degradanti. Il presente disegno di legge prevede alcune precise modifiche al testo dell'articolo 613- bis , non ritenendo necessarie ulteriori tecniche di maquillage legislativo volte ad intervenire in maniera diversa rispetto a quella prospettata. Il testo, infatti, da un lato, si adegua alle pronunce della Corte di cassazione, sul punto aggiornando la disposizione a un indirizzo giurisprudenziale maggioritario e, dall'altro, corregge delle storture dell'articolo 613- bis , che ne ostacolano una corretta applicazione. L'articolo 1 del presente disegno di legge interviene riscrivendo, in toto , l'articolo 613- bis del codice penale, ma salvaguardando lo spirito della norma, che richiede, per la configurazione del reato, la sussistenza di almeno due condotte (violente, minacciose o crudeli che siano), salvo che il fatto non comporti un trattamento inumano e degradante. Il primo comma del novellato articolo descrive una fattispecie di reato comune che può essere commesso da chiunque, e non solo da coloro che ricoprano una particolare qualifica o si trovino in una particolare relazione con la vittima. Sul punto, si cita la sentenza della Cassazione penale n. 47079 del 2019, che stabilisce, in linea con l'articolo 3 della CEDU – e conseguentemente con la sua giurisprudenza –, di non identificare il reato solo con la « tortura di Stato » prevedendo, invece, una fattispecie comune. Il delitto si configura nel momento in cui, con più atti di violenza o minaccia, ovvero agendo con crudeltà, si cagionino acute sofferenze fisiche o un verificabile trauma psichico a un determinato soggetto, ovvero mediante un'unica condotta che comporti un trattamento inumano e degradante. Su tale ultimo aspetto si segnala che, dal modus seguito dalla CEDU, in relazione all'applicazione dell'articolo 3, si evince la sussistenza di un rapporto tra tortura e trattamenti inumani e degradanti: non vi è un trattamento inumano che non sia al contempo degradante, e di converso non vi è tortura che non sia allo stesso modo un trattamento inumano e degradante. Quanto al soggetto attivo e passivo del reato, si richiede che il fatto sia commesso in danno di persona privata della libertà personale o che sia stata affidata alla custodia, potestà, vigilanza, controllo, cura o assistenza del soggetto agente, ovvero si trovi in minorata difesa. Le modifiche che intervengono sull'articolo 613- bis del codice penale sono relative, in primo luogo, all'espunzione dell'aggettivo « gravi » relativamente alle violenze e alle minacce. Infatti, sembrerebbe ultroneo il riferimento alla gravità, in quanto le condotte poste in essere dovranno essere in grado di ingenerare acute sofferenze fisiche o un verificabile trauma psichico. Il che fa intendere che condotte di lieve entità non potranno mai portare a tali situazioni la vittima. Inoltre, si specifica che il verificabile trauma psichico potrà essere anche temporaneo, in ossequio alle pronunce della Cassazione (sul punto si veda la sentenza n. 47079 del 2019), e che tale stato dovrà essere verificabile anche in assenza di accertamenti peritali, potendo assumere rilievo anche gli elementi sintomatici ricavabili dalle dichiarazioni della vittima, dal suo comportamento successivo alla condotta e dalle concrete modalità di quest'ultima. Ultimo intervento relativo al comma in commento è la specifica che le condotte plurime potranno essere tenute anche nel medesimo contesto cronologico. Tale assunto prende le mosse dalla pronuncia della Corte di cassazione n. 50208 del 2019. La fattispecie si configura quale reato a dolo generico. Non occorre, infatti, che il soggetto agente sia animato da alcuna particolare finalità, ben potendo operare senza nessun apparente scopo, per vendetta, per intimidazione ovvero per puro sadismo. Le condotte previste ai fini della configurabilità del delitto appaiono già sufficientemente gravi, tali da essere semplicemente accettate dal soggetto agente secondo lo schema del dolo eventuale. La modifica prevista al secondo comma prevede l'espunzione delle parole: « con abuso dei poteri o in violazione dei doveri inerenti alla funzione o al servizio ». Il secondo comma attiene alla cosiddetta « tortura di Stato », ovvero la tortura commessa da un soggetto che rivesta la qualifica di pubblico ufficiale o incaricato di pubblico servizio. La norma tipizzata al primo comma appare già di per sé una fattispecie di rilevante gravità. Il principio di offensività della stessa risulta molto elevato. Nessuna condotta che configuri il primo comma può rientrare nell'ambito dei doveri di servizio. Inoltre, occorre valutare anche l'ovvio orientamento giurisprudenziale che fa configurare il delitto in parola nei casi in cui il pubblico ufficiale o l'incaricato di pubblico servizio, abbiano agito al di fuori dell'ambito delle loro funzioni. Prevedere ulteriori disposizioni a tutela sarebbe distonico rispetto a quanto già previsto dal codice. La dottrina ritiene che tale comma assurga a fattispecie autonoma di reato e non a mera circostanza aggravante. Questo per due ragioni: la prima è che il quarto comma contempla già specifiche aggravanti, e la seconda è che il terzo comma (che il presente disegno di legge si propone di sopprimere) prevede una causa di esclusione della tipicità del reato solo nelle ipotesi del reato proprio, escludendone quindi la natura circostanziale.