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Disposizioni per favorire il riutilizzo di materiali tessili post consumo. Onorevoli Senatori . – Il disegno di legge si prefigge di modificare due articoli del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, che attualmente, in base al testo letterale, non consentirebbero di attivare un sistema incentivante di riciclo e riuso di materiali tessili e di capi di abbigliamento, affinché non siano, alla fine del primo utilizzo, gettati tra i rifiuti urbani. Negli ultimi venti anni il settore dell'abbigliamento ha cambiato i processi produttivi; dall'impostazione tradizionale basata sul disegno del capo d'abbigliamento e successiva produzione sartoriale ad una impostazione assai più veloce che utilizza tecnologie digitali e robotizzate nella grafica e negli impianti di filatura, tessitura e confezionamento. Cambiamento imposto dalla necessità di offrire ai clienti più varietà, tempi di commercializzazione estremamente rapidi e capi a prezzi più convenienti; velocità e convenienza che permettono di raggiungere il cliente finale in tempi record con un grande assortimento di prodotti offerti. Perciò la velocità è diventata un elemento chiave per la produzione industriale nella catena della fornitura ( supply chain ) del fashion , utilizzata dai grandi rivenditori ( retailers ) e da alcuni dei più grandi brands del mondo, un concetto di produzione di massa, un sistema soprannominato « Fast Fashion ». Ma questo tipo di produzione industriale nel settore della moda sta avendo un effetto diretto sui tessuti utilizzati per la produzione e sul valore del prodotto finito che ha minore qualità e durata e perciò viene sostituito molto velocemente con uno nuovo, determinando la gravissima conseguenza di enormi quantità di rifiuti. Difatti, gli indumenti non utilizzati e invenduti vengono nella stragrande maggioranza dei casi gettati o abbandonati tra i rifiuti urbani finendo per contribuire pesantemente a inquinare il nostro ambiente. I capi del Fast Fashion sono prodotti in serie in grandi stabilimenti in tutto il mondo, con tessuti economici e nella maggior parte dei casi mal cuciti. I tessuti usati contengono poliestere, miscele miste e materiali sintetici a base di olio e vengono sbiancati, tinti, stampati e imbevuti di prodotti chimici. Le quantità continuano ad aumentare, con una media di 80 miliardi di nuovi capi prodotti all'anno a livello mondiale, con la conseguenza che il settore dell'abbigliamento è il secondo più inquinante dopo quello petrolifero, da cui deriva il binomio « vestiti a buon mercato = costo ambientale enorme », fenomeno che caratterizza il Fast Fashion . Solo negli Stati Uniti, l'84 per cento dei vestiti scartati finisce in un inceneritore o in una discarica. Ancora più preoccupante è però il modo in cui i produttori smaltiscono i rifiuti dalle loro strutture, compresi tessuti e filati in eccesso non utilizzati nella produzione, per non parlare di rifiuti non tessili, come acqua inquinata, CO 2 , coloranti e altri materiali pericolosi usati in produzione. Ad esempio, i prodotti chimici utilizzati per la produzione di tessuti sintetici come l'idrossido di sodio e il solfuro di carbonio derivano dal carbone, dal petrolio o dal gas naturale. Se smaltiti in una discarica o inceneriti, questi e altri prodotti chimici spesso filtrano nelle acque sotterranee. Fibre naturali, seta, lino, cotone e fibre semi-sintetiche, come il rayon, contengono tutte metano, un gas a effetto serra più potente del biossido di carbonio, e non si decompongono. Altri, come acrilico, nylon e poliestere, sono a base di petrolio e potrebbero impiegare centinaia di anni per decomporsi completamente. Ecco, pertanto, che è di grande importanza incentivare l'attuazione di un sistema di riciclo e riuso quanto più possibile dei capi d'abbigliamento per evitare sprechi e soprattutto per tutelare l'ambiente e quindi anche la nostra salute. L'agenzia statunitense Environmental Protection Agency (EPA) in un suo studio ha stimato che se i consumatori statunitensi dovessero riciclare tutti i loro indumenti indesiderati, questo avrebbe lo stesso impatto ambientale della diminuzione di 7,5 milioni di automobili circolanti con le loro emissioni di anidride carbonica, idrocarburi e polveri sottili. Ciò premesso, nel disegno di legge proposto si intende modificare l'articolo 183 del decreto legislativo n. 152 del 2006 inserendo al comma 1 la nuova lettera v-bis) , in cui si prevede la possibilità di un processo di rigenerazione dei materiali tessili post consumo e, inoltre, modificare l'articolo 256 del medesimo decreto legislativo inserendovi il comma 1- bis che, per logica conseguenza, interviene a semplificare gli adempimenti burocratici per la gestione del riciclo e del riuso dei materiali tessili che potrebbero determinare un traffico illecito di rifiuti, impedendo di fatto l'attuazione di un efficiente sistema di riutilizzo.. 1 (Modifica all'articolo 183 del decreto legislativo n. 152 del 2006) 1 All'articolo 183, comma 1, del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, dopo la lettera v) è inserita la seguente: « v-bis) “rigenerazione dei materiali tessili post consumo”: processo di rigenerazione dei materiali tessili, finalizzato al loro riutilizzo dopo un processo di sanificazione e sterilizzazione. I materiali di cui alla presente lettera devono essere ceduti, anche a titolo gratuito, direttamente dai privati ai soggetti donatari o agli enti pubblici o privati che promuovono e realizzano lo scambio di beni e servizi finalizzato al riutilizzo dei tessuti ». 2 (Modifica all'articolo 256 del decreto legislativo n. 152 del 2006) 1 All'articolo 256 del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, dopo il comma 1 è inserito il seguente: « 1- bis . Le pene di cui al comma 1 non si applicano agli enti pubblici o privati che promuovono e realizzano lo scambio di beni e servizi finalizzato al riutilizzo dei tessuti ». 3 (Entrata in vigore) 1 La presente legge entra in vigore il giorno successivo a quello della sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale.