[pronunce]

che, in particolare, ad avviso del rimettente "la scelta di ritenere il giudice sempre vincolato alla richiesta delle parti di rinnovare l'istruttoria dibattimentale in caso di mutamento della persona fisica del giudice o di uno o più membri del collegio, anche nell'ipotesi in cui i verbali delle prove testimoniali già legittimamente assunte nel contraddittorio delle parti appaiano complete[i] e esaurienti", viola l'art. 111 della Costituzione, nonché l'art. 6 della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali, in quanto determina un irragionevole allungamento della durata dei processi; che il giudice a quo evoca anche la violazione dell'art. 3 della Costituzione, per la disparità di trattamento tra la disciplina censurata e quella dettata per le dichiarazioni rese in altro procedimento e acquisite ex art. 238 cod. proc. pen. , che consentirebbe invece di utilizzare i verbali di prove assunte in altro processo "prescindendo dall'eventuale mancanza di consenso delle parti"; che, infine, risulterebbe violato l'art. 101 della Costituzione, non comprendendosi le ragioni per le quali "il giudice persona fisica che è chiamato a sostituire, nell'ipotesi di un mutamento fisiologico delle funzioni, il precedente giudice persona fisica, debba per qualche motivo non essere considerato uguale al collega visto che i giudici sono tutti uguali dinanzi alla legge ..."; che nel giudizio è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che la questione sia dichiarata non fondata; che, in particolare, l'Avvocatura rileva che il principio di immediatezza, espresso dalla disposizione censurata, appare in assoluta sintonia con gli altri principi che regolano il processo penale e certo non in contrasto con l'art. 111 della Costituzione che, ovviamente, offre solo un criterio di massima in ordine alla durata del processo. Considerato che le questioni sollevate dal Tribunale di Asti e dal Tribunale di Foggia, pur investendo rispettivamente gli artt. 511, comma 2, e 525, comma 2, del codice di procedura penale, sono sostanzialmente identiche, e che pertanto va disposta la riunione dei relativi giudizi; che entrambi i rimettenti lamentano che, in caso di rinnovazione del dibattimento per essere il giudice persona fisica diversa da quella davanti alla quale si era svolta l'istruttoria dibattimentale, le norme censurate impongono, alla luce dell'interpretazione delle Sezioni unite della Corte di cassazione, di disporre la rinnovazione dell'esame dei testimoni senza che il giudice possa valutarne la irrilevanza o manifesta superfluità in quanto la prova era già stata assunta dal primo giudice; che tale disciplina si porrebbe in contrasto con i principi di non dispersione della prova e di efficienza del processo, desumibili dagli artt. 3, 25, primo comma, e 101, secondo comma, della Costituzione, con il principio di eguaglianza, a causa della disparità di trattamento rispetto a quanto previsto dall'art. 238 cod. proc. pen. , che consentirebbe di rigettare la richiesta di un nuovo esame del testimone escusso in altro procedimento, ove la prova sia ritenuta manifestamente superflua o irrilevante, nonché con il canone della ragionevole durata del processo di cui all'art. 111 della Costituzione, in quanto la rinnovazione di atti già legittimamente inseriti nel fascicolo per il dibattimento determinerebbe una irragionevole dilatazione dei tempi processuali; che l'art. 525, comma 2, cod. proc. pen. , secondo cui i giudici chiamati a decidere debbono essere i medesimi che hanno partecipato al dibattimento, conferma la tradizionale regola della immutabilità del giudice (v. anche art. 472, secondo comma, cod. proc. pen. del 1930) , attraverso la quale trova attuazione il principio di immediatezza, connaturale alla stessa essenza del processo, che esige, salve le deroghe espressamente previste dalla legge, l'identità tra il giudice che acquisisce le prove e quello che decide; che al riguardo questa Corte ha affermato che, in caso di mutamento del giudice, il rispetto del principio sancito dall'art. 525, comma 2, cod. proc. pen. impone di procedere alla integrale rinnovazione del dibattimento e che la disciplina relativa alla utilizzazione dei precedenti verbali non può che essere rinvenuta nell'art. 511 cod. proc. pen. , in quanto detti verbali fanno già parte del contenuto del fascicolo per il dibattimento a disposizione del nuovo giudice (sentenza n. 17 del 1994); che, nel richiamarsi a tale decisione, le Sezioni unite della Corte di cassazione (sentenza n. 1 del 1999) hanno tra l'altro precisato "che è invero da escludere che quando l'ammissione della prova sia nuovamente richiesta, il giudice che la ammetta ai sensi degli artt. 190 e 495 cod. proc. pen. abbia il potere di disporre la lettura delle dichiarazioni raccolte nel dibattimento precedente alla quale non consentano entrambe le parti, senza previo riesame del dichiarante"; che alla stregua di tale interpretazione, sulla quale si incentra la questione di costituzionalità posta dai rimettenti, la rinnovazione della prova non contrasta con gli artt. 25 e 101 della Costituzione in quanto imposta solo nell'ipotesi in cui sia possibile disporre l'esame e la parte ne abbia fatto espressa richiesta, mentre la prova medesima potrà comunque essere recuperata, attraverso il meccanismo della lettura, qualora il nuovo esame non abbia luogo per sopravvenuta impossibilità o per mancata richiesta delle parti; che, quanto alla supposta irragionevole disparità di trattamento in ordine all'ammissione della prova che emergerebbe dal confronto tra gli artt. 511, comma 2, e 238 codice procedura penale, appare erroneo il richiamo, come tertium, alla disciplina dettata dall'art. 238 (ed a quella relativa agli atti assunti mediante incidente probatorio e versati nel fascicolo per il dibattimento a norma dell'art. 431 codice procedura penale), che ad avviso dei rimettenti consentirebbe al giudice, nonostante la richiesta di nuovo esame avanzata da una delle parti, di utilizzare direttamente mediante lettura le precedenti dichiarazioni assunte da diverso giudice qualora la "ripetizione" dell'esame sia ritenuta manifestamente superflua o irrilevante; che infatti la acquisizione dei verbali di prova di altri procedimenti, come di quelli versati nel fascicolo per il dibattimento ex art. 431 codice procedura penale, non esclude affatto - salva l'ipotesi di cui all'art. 190-bis codice procedura penale - che anche in tali situazioni trovino applicazione le regole generali dettate dagli artt. 190, 493 e 495 codice procedura penale in tema di ammissione della prova (v., in particolare, gli artt. 238, comma 5, e 511-bis, disposizione quest'ultima che richiama espressamente l'art. 511, comma 2, codice procedura penale); che la disciplina sull'ammissione della prova va mantenuta distinta da quella sulle modalità di assunzione dei mezzi di prova, tra cui rientra appunto la regola, contenuta nell'art. 511, comma 2, codice procedura penale, che prescrive che sia data lettura di verbali di dichiarazioni solo dopo l'esame del dichiarante, ma non priva il giudice del potere di delibazione in ordine all'ammissione delle prove;