[pronunce]

sarebbe del tutto coerente con il complessivo sistema processuale, tanto che la partecipazione della persona offesa nel giudizio di revisione è esclusa sia nel caso in cui essa non si sia potuta costituire parte civile - ipotesi del procedimento per decreto - sia nell'ipotesi in cui essa non abbia ritenuto di costituirsi parte civile, nel caso di una sentenza emessa a seguito di giudizio di merito, in quanto in entrambe tali ipotesi l'esito del giudizio di revisione non inciderebbe sugli interessi civili della persona offesa, proprio perché essi sono stati eventualmente coltivati in altro ambito processuale e dunque sarebbe evidente l'infondatezza dell'ipotizzata violazione del principio di uguaglianza di cui all'art. 3 Cost. Considerato che la Corte d'appello di Trento dubita, in riferimento agli artt. 3 e 111 della Costituzione, della legittimità costituzionale del combinato disposto degli artt. 601 e 636 del codice di procedura penale, nella parte in cui non prevede la persona offesa tra i soggetti cui deve essere notificato il decreto di citazione per il giudizio di revisione avverso un decreto penale di condanna; che il rimettente richiede a questa Corte una pronuncia additiva che includa la persona offesa dal reato fra i soggetti destinatari del decreto di citazione per il giudizio di revisione di decreti penali di condanna, nel caso in cui la richiesta del condannato non venga dichiarata inammissibile; che, secondo la Corte d'appello di Trento, quando il giudizio di revisione è proposto avverso un decreto penale di condanna, il cui procedimento, per sua natura, non vede coinvolta la persona offesa dal reato, negare a quest'ultima la possibilità di partecipare al giudizio di revisione violerebbe il principio del contraddittorio e determinerebbe una disparità di trattamento con gli altri giudizi di merito; che la questione è manifestamente infondata; che la Corte ha già più volte rilevato che «l'eventuale impossibilità per il danneggiato di partecipare al processo penale non incide in modo apprezzabile sul suo diritto di difesa e, ancor prima, sul suo diritto di agire in giudizio, poiché resta intatta la possibilità di esercitare l'azione di risarcimento del danno nella sede civile, traendone la conclusione che ogni "separazione dell'azione civile dall'ambito del processo penale non può essere considerata come una menomazione o una esclusione del diritto alla tutela giurisdizionale", essendo affidata al legislatore la scelta della configurazione della tutela medesima, in vista delle esigenze proprie del processo penale» (da ultimo, ordinanza n. 339 del 2008; inoltre, sentenze n. 443 del 1990, n. 171 del 1982, n. 166 del 1975 e ordinanza n. 124 del 1999); che, anche in questa sede, deve essere ribadito il rilievo, già altre volte sottolineato da questa Corte, secondo il quale «l'assetto generale del nuovo processo è ispirato all'idea della separazione dei giudizi, penale e civile, essendo prevalente, nel disegno del codice, l'esigenza di speditezza e di sollecita definizione del processo penale rispetto all'interesse del soggetto danneggiato di esperire la propria azione nel processo medesimo» (si vedano le sentenze n. 353 del 1994 e n. 192 del 1991); che nessun pregiudizio agli interessi civili della persona offesa può derivare dall'eventuale accoglimento dell'istanza di revisione, in quanto, così come il decreto penale di condanna non ha effetto di giudicato nel giudizio civile o amministrativo (art. 460 cod. proc. pen.), allo stesso modo, ai sensi dell'art. 652 cod. proc. pen. , l'eventuale sentenza di proscioglimento a seguito di accoglimento della richiesta di revisione non produce effetti nei giudizi civili o amministrativi eventualmente instaurati dalla persona offesa dal reato, non essendo stata quest'ultima posta nelle condizioni di costituirsi parte civile; che, con riferimento al ruolo della persona offesa nel procedimento penale, indipendentemente dalla costituzione di parte civile, la Corte ha già affermato che la persona offesa, anche nel nuovo codice, conserva la veste di soggetto eventuale del procedimento o del processo, e non di parte (ordinanza n. 339 del 2008); che, in particolare, si è detto che dall'intera impostazione del codice di procedura penale discende che alla persona offesa sono attribuiti poteri limitati e circoscritti rispetto a quelli riconosciuti al pubblico ministero o all'indagato e che è nella discrezionalità del legislatore disciplinare le modalità di partecipazione della persona offesa al procedimento penale; che le pronunce della Corte che hanno riconosciuto una violazione del diritto di difesa della persona offesa per la sua mancata partecipazione al procedimento penale sono intervenute su norme che riguardavano fasi antecedenti l'apertura del processo e sono incentrate sul riconoscimento di poteri e facoltà funzionali alla tutela anticipata dei diritti riconosciuti alla parte civile sul presupposto della "potenzialità" che la persona offesa possa poi effettivamente costituirsi parte civile nel procedimento penale (sentenze n. 353 del 1991 e n. 559 del 1990 ); che è manifestamente infondata anche la questione relativa alla violazione del principio di eguaglianza per la disparità di trattamento tra diversi giudizi di merito; che, infatti, il procedimento di revisione ha carattere eccezionale trattandosi di un mezzo straordinario di impugnazione «strutturato in funzione del solo proscioglimento della persona già condannata: obiettivo che si trova immediatamente espresso come oggetto del giudizio prognostico circa l'idoneità dimostrativa degli elementi posti a base della domanda di revisione, che l'art. 631 cod. proc. pen. eleva a condizione di ammissibilità della domanda stessa» (sentenza n. 113 del 2011); che, dunque, è di tutta evidenza l'eterogeneità delle situazioni poste a raffronto, essendo la revisione un giudizio che, a differenza di tutti gli altri giudizi di merito, può concludersi solo con la conferma della sentenza o con il proscioglimento dell'imputato e nel quale non è possibile per la persona offesa dal reato costituirsi ex novo parte civile come necessariamente dovrebbe avvenire nel caso del giudizio di revisione di un decreto penale di condanna. Visti gli artt. 26, secondo comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87, e 9, comma 2, delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale.. per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE dichiara la manifesta infondatezza della questione di legittimità costituzionale del combinato disposto degli artt. 601 e 636 del codice di procedura penale, sollevata, in riferimento agli artt. 3 e 111 della Costituzione, dalla Corte d'appello di Trento con l'ordinanza indicata in epigrafe. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 20 luglio 2011. F.to: Alfonso QUARANTA, Presidente Paolo Maria NAPOLITANO, Redattore Gabriella MELATTI, Cancelliere Depositata in Cancelleria il 27 luglio 2011. Il Direttore della Cancelleria F.to: MELATTI