[pronunce]

n. 385 del 1993 si sarebbe trasformato in una norma «arbitrariamente gravatrice» e foriera, al tempo stesso, di una irragionevole disparità di trattamento di situazioni eguali — l'agire in conflitto di interessi, in quanto componenti di organi amministrativi, direttivi o di controllo di società — a seconda che si tratti di società creditizie o di società di altra natura. Infatti, per queste ultime il fatto punibile si sostanzia nel causare intenzionalmente un danno alla società, con scopo di profitto; mentre per le prime esso si esaurisce nella mera inosservanza di una procedura di controllo, a prescindere da ogni danno per l'ente. Né, d'altro canto, tale disparità di trattamento potrebbe essere giustificata assumendo che lo status dell'esponente bancario meriti una disciplina più rigorosa rispetto a quella dell'esponente di una qualunque altra società, poiché le ragioni della deroga posta dall'art. 136 del d.lgs. n. 385 del 1993 al divieto di cui all'originario art. 2624 cod. civ. non risiedevano affatto nella maggiore delicatezza dell'attività creditizia, ma nella considerazione che la «fisiologia» di tale attività non poteva «sopportare» l'assolutezza di tale divieto. L'irrazionalità dell'attuale assetto normativo sarebbe confermata, d'altro canto, dalla circostanza che la sopravvivenza dell'art. 136 del testo unico bancario rischierebbe, paradossalmente, di privare di rilevanza penale fatti altrimenti punibili in base al nuovo art. 2634 cod. civ. La procedura prevista dall'art. 136, difatti, rimuoverebbe la situazione di conflitto di interessi tra l'esponente bancario e l'ente, che costituisce uno dei requisiti costitutivi della fattispecie di cui al citato art. 2634: con la conseguenza che l'eventuale deliberazione — formalmente rispettosa di detta procedura — che avvantaggiasse l'esponente bancario, procurando un danno patrimoniale all'ente (ad esempio, tramite erogazione di un mutuo a condizioni di favore), non sarebbe punibile: né ai sensi dell'art. 136 del d.lgs. n. 385 del 1993, perché l'obbligazione è stata assunta nel rispetto della procedura; né ai sensi dell'art. 2634 cod. civ. , perché l'atto di disposizione patrimoniale, pur produttivo di danno per l'ente, non è stato compiuto in conflitto d'interessi. Anche sotto il profilo del trattamento sanzionatorio, infine, il sistema si rivelerebbe irrazionale ed incongruo, posto che l'art. 136 del d.lgs. n. 385 del 1993 continua a comminare, per un fatto evidentemente meno grave e di mero pericolo, una pena superiore rispetto a quella prevista dall'art. 2634 cod. civ. per l'omologo illecito di danno.1. — Il Giudice dell'udienza preliminare del Tribunale di Vicenza dubita della legittimità costituzionale, in riferimento all'art. 3 Cost., dell'art. 8 del d.lgs. 11 aprile 2002, n. 61, nella parte in cui non prevede l'abrogazione dell'art. 136 del d.lgs. 1° settembre 1993, n. 385. La norma vieta, a chi svolge funzioni di amministrazione, direzione e controllo presso una banca, di contrarre obbligazioni di qualsiasi natura o compiere atti di compravendita, direttamente o indirettamente, con la banca amministrata, diretta o controllata: se non previa deliberazione dell'organo di amministrazione presa all'unanimità, e col voto favorevole di tutti i componenti l'organo di controllo, fermi gli obblighi di astensione previsti dalla legge; e punisce la violazione del divieto con le pene stabilite dall'art. 2624, primo comma, cod. civ. Escluso che l'art. 136 del d.lgs. n. 385 del 1993 possa ritenersi implicitamente abrogato per effetto delle modifiche apportate dal d.lgs. n. 61 del 2002 all'art. 2624 cod. civ. , il rimettente rileva come la norma del testo unico bancario si configurasse originariamente quale norma speciale e «meno rigorosa» rispetto a quella del citato art. 2624 cod. civ. , permettendo, sub condicione, agli esponenti bancari — in considerazione della particolare attività svolta dalle banche — le operazioni che la disposizione del codice civile vietava viceversa in assoluto alla generalità dei membri degli organi delle società (ottenimento di prestiti o garanzie dalla società amministrata). In tale ottica, peraltro, la sopravvivenza della norma penale bancaria alla riforma dei reati societari — riforma attuata dal d.lgs. n. 61 del 2002 secondo criteri di valorizzazione delle fattispecie di danno e con dolo particolarmente intenso, che hanno indotto a sopprimere la figura criminosa già prevista dall'art. 2624 cod. civ. — avrebbe determinato una ingiustificata disparità di trattamento tra le società creditizie e tutte le altre, lesiva dei principi di uguaglianza e di ragionevolezza (art. 3 Cost.). Infatti, per le generalità delle società il comportamento dianzi vietato in assoluto (ottenimento di prestiti o garanzie dalla società) è stato “liberalizzato”; per contro, conserva rilevanza penale unicamente la condotta (assunzione di obbligazioni da parte degli esponenti bancari) che in precedenza formava oggetto di regime derogatorio e di favore. 2.1. — Va preliminarmente rilevato come la correttezza della premessa del giudice a quo — riguardo al fatto che l'art. 136 del d.lgs. n. 385 del 1993 non possa ritenersi tacitamente abrogato dal d.lgs. n. 61 del 2002 — sia stata normativamente confermata, successivamente all'ordinanza di rimessione, dal d.lgs. 6 febbraio 2004, n. 37 (Modifiche ed integrazioni ai decreti legislativi numeri 5 e 6 del 17 gennaio 2003, recanti la riforma del diritto societario, nonché al testo unico delle leggi in materia bancaria e creditizia, di cui al decreto legislativo n. 385 del 1° settembre 1993, e al testo unico dell'intermediazione finanziaria di cui al decreto legislativo n. 58 del 24 febbraio 1998), il quale ha apportato alla disposizione incriminatrice in discussione modifiche che ne presuppongono evidentemente la piena vigenza. In particolare, l'art. 2 del citato d.lgs. n. 37 del 2004 — aggiungendo un nuovo art. 9.44 al d.lgs. 17 gennaio 2003, n. 6 (Riforma organica della disciplina delle società di capitali e società cooperative, in attuazione della legge 3 ottobre 2001, n. 366) — ha sostituito l'ormai inattuale rinvio dell'art. 136 del testo unico bancario alle pene stabilite dall'art. 2624, primo comma, cod. civ. , con l'indicazione diretta di dette pene (la cui entità è rimasta peraltro invariata).