[pronunce]

In entrambi i casi, dunque, l'interessato «imputava alla magistratura di agire per fini politici a vantaggio di alcuni e detrimento di altri, il che è esattamente quanto egli ha affermato nelle dichiarazioni rese extra moenia». Né, d'altra parte, prosegue la Camera dei deputati, si potrebbe obiettare che nel caso delle due citate interpellanze non risultano presenti i nomi dell'on. Veltroni e dell'on. Folena. A confermare, difatti, la sostanziale coincidenza tra il contenuto delle interpellanze e quello delle dichiarazioni per cui è giudizio, dovrebbe bastare il rilievo che nessuno dei due parlamentari risulta evocato uti singulus. Ed invero, il primo, «è stato chiamato in causa quale leader dei Democratici di sinistra» (all'epoca delle dichiarazioni egli ne era, infatti, il segretario), e, dunque, come «principale responsabile delle politiche di quel partito nei settori più importanti e delicati della vita nazionale (tra i quali rientra sicuramente la questione della giustizia)», apparendo, in definitiva, quale «beneficiario ultimo» di quella che il dichiarante definisce «una gestione poco equilibrata della giustizia». Non diversamente, il secondo parlamentare risulta evocato «in quanto responsabile delle questioni della giustizia del partito dei Democratici di sinistra», sicché sarebbe «evidente che la critica a lui rivolta atteneva ai contenuti della strategia di un partito contrapposto a quello» guidato dal dichiarante. In conclusione, «il riferimento nominativo» ai due deputati «non era altro che il consequenziale e logico sviluppo del più generale giudizio politico formulato in ordine alla ritenuta distorsione dei rapporti tra giustizia e politica», volta, oltretutto, a favorire «proprio la parte politica» al vertice della quale i medesimi si trovavano. Nella medesima prospettiva non irrilevante sarebbe, infine, la circostanza che, in sede di dichiarazioni programmatiche del Governo successivamente presieduto dall'interessato (dichiarazioni rese alla Camera dei deputati il 18 giugno 2001), il medesimo «abbia posto l'accento sull'autonomia della magistratura come fondamentale principio del nostro ordinamento e come obiettivo della futura azione della nuova compagine governativa». Né ad escludere la ricorrenza dell'ipotizzato nesso funzionale potrebbe attribuirsi rilievo alla «diversità di alcune delle singole parole impiegate (negli atti tipici da una parte e nelle dichiarazioni dall'altra)», giacché ciò equivarrebbe a trasformare la verifica sulla “corrispondenza sostanziale”, tra gli uni e le altre, «in un puntiglioso (e inammissibile) controllo sulla corrispondenza “formale” delle espressioni usate». 3.2. — Assume, ancora, la resistente Camera che, oltre a quelli direttamente riferibili all'interessato, rileverebbero – sempre ai fini della dimostrazione della sussistenza del nesso funzionale – numerosi altri atti tipici di funzione, provenienti da diversi appartenenti al medesimo gruppo parlamentare. Difatti, attraverso «tale complessa ed articolata attività ispettiva», si denunciava «esattamente quanto rilevato» nelle dichiarazioni qui in contestazione, e cioè che l'attività della magistratura «sarebbe unidirezionalmente rivolta a danneggiare una parte politica (in particolare: Forza Italia) e a favorirne un'altra (in particolare Pci-Pds-DS)». Ciò premesso, la resistente Camera dei deputati sottolinea di non ignorare la sentenza di questa Corte n. 347 del 2004, nella quale si nega che possano assumere rilevanza – ai fini della verifica del “nesso funzionale” – atti parlamentari posti in essere da membri delle Camere diversi dal dichiarante; ciò nondimeno la resistente reputa tale affermazione «meritevole di revisione», e ciò in quanto la prerogativa prevista dall'art. 68, primo comma, della Costituzione ha la funzione di «tutelare le istituzioni rappresentative (le Camere) e non i loro membri». Nel caso di specie, poi, gli atti “di funzione” risultano provenire da deputati o senatori appartenenti allo stesso gruppo parlamentare del dichiarante. 3.3.— Infine, la Camera dei deputati sottolinea la necessità di pervenire al rigetto del ricorso attraverso un “recupero” dell'indirizzo espresso dalla giurisprudenza costituzionale con la sentenza n. 417 del 1999. Si assume che, secondo tale pronuncia, sarebbe sufficiente, ai fini dell'applicazione della garanzia della insindacabilità, la semplice «inerenza delle opinioni all'esercizio delle funzioni parlamentari», evenienza ipotizzabile in presenza di un «complessivo contesto parlamentare» nel quale tali opinioni risultino manifestate. Del resto, prosegue la Camera dei deputati, anche le sentenze di questa Corte n. 10 e n. 11 del 2000 andrebbero «rettamente interpretate», giacché tali pronunce avrebbero inteso semplicemente escludere che possa essere sufficiente «la ricorrenza di un contesto genericamente politico in cui la dichiarazione si inserisca», ovvero l'esistenza di un collegamento «con l'attività politica intesa in senso lato». Reputa, pertanto, la resistente che sia necessario distinguere tre diverse evenienze: «opinioni del tutto estranee alla sfera della politica»; «opinioni connesse alla sfera della politica»; «opinioni connesse alla politica parlamentare», le sole non sindacabili ai sensi dell'art. 68 Cost. 3.4. — In prossimità dell'udienza di discussione, la Camera dei deputati ha depositato una seconda memoria, con la quale insiste nelle conclusioni rassegnate. 3.4.1. — Nel rammentare il contenuto delle dichiarazioni oggetto del conflitto, la resistente sottolinea come le stesse si siano risolte, in sostanza, «nell'affermazione che una parte della magistratura avrebbe agito mossa da intenti squisitamente politici», e ciò «in ragione di una “collusione diretta e precisa” con una specifica parte politica». Tale essendo la sostanza delle opinioni espresse extra moenia, risulterebbe evidente come il riferimento al segretario politico e al responsabile del settore giustizia dei democratici di sinistra altro non sia stato se non «l'individualizzazione-personalizzazione delle critiche rivolte alla parte asseritamente collusa con la magistratura, e cioè i DS», avendo l'interessato semplicemente «fatto ricorso ad una figura retorica, menzionando, in forma di sineddoche, la parte (i due uomini politici), per il tutto». Ribadisce, inoltre, la Camera, la possibilità di ravvisare – nel caso in esame – l'esistenza del nesso funzionale «che sorregge la necessaria applicabilità delle guarentigie di cui all'art. 68, primo comma, Cost.». 3.4.2.— Per un verso, difatti, si evidenzia come proprio il deputato delle cui opinioni si controverte, «in numerosi atti di funzione» (ulteriori rispetto a quelli già allegati dalla resistente alla propria memoria di costituzione), abbia «manifestato, intra moenia, opinioni che quelle proiettate all'esterno si sono limitate a divulgare». In particolare, nell'intervento alla seduta della Camera del 17 luglio 1996, egli ebbe a manifestare l'intendimento di sollevare «come grande tema istituzionale la questione del rapporto tra politica e magistratura», sottolineandone «l'incombente drammaticità».