[pronunce]

la Regione Veneto ha chiesto di valutare l'ammissibilità dell'atto di costituzione dell'Avvocatura generale dello Stato, in quanto la relativa memoria, dopo aver correttamente indicato in epigrafe il ricorso e le norme impugnate, conterrebbe una motivazione non pertinente rispetto all'oggetto dell'impugnativa. Secondo la difesa regionale, infatti, la memoria di costituzione sarebbe incentrata esclusivamente sull'applicabilità alle Regioni ad autonomia speciale dei principi di coordinamento della finanza pubblica, senza alcuna argomentazione spesa per contrastare le censure mosse dalla Regione Veneto. 1.4.- Con memoria depositata in data 10 novembre 2015, l'Avvocatura erariale ha integrato le difese spiegate nell'atto di costituzione, insistendo per la declaratoria di inammissibilità o, comunque, di infondatezza del ricorso. Con riferimento agli impugnati artt. 8, commi 4, 6 e 10, e 46, commi 6 e 7, del d.l. n. 66 del 2014, come convertito, ha dedotto la genericità - e, dunque, l'inammissibilità - delle censure avanzate contro i cosiddetti «tagli lineari», richiamando la giurisprudenza costituzionale che impone al deducente un onere di specifica dimostrazione dell'impossibilità di adempiere alle proprie funzioni in conseguenza della riduzione delle disponibilità finanziarie regionali. Nel contestare i rilievi mossi dalla ricorrente avverso il riferimento ai criteri del PIL regionale e della popolazione residente, utilizzati dall'art. 46, comma 6, per fissare l'entità del contributo gravante sulle singole Regioni nel caso di mancato raggiungimento di un'intesa in sede di autocoordinamento regionale, l'Avvocatura generale dello Stato ha dedotto l'inconferenza dei principi espressi dalla sentenza n. 79 del 2014, richiamata dalla ricorrente a sostegno delle proprie censure: quella pronuncia, ricorda la difesa statale, avrebbe infatti ad oggetto una norma che determinava la riduzione delle risorse spettanti alle Regioni in misura proporzionale alle spese sostenute per i consumi intermedi, realizzando un effetto perequativo implicito, in contrasto con il terzo comma dell'art. 119 Cost. - nella parte in cui prevede che la legge dello Stato istituisce un fondo perequativo per i territori con minore capacità fiscale per abitante - stante l'assenza di una diretta correlazione tra le spese per consumi intermedi e la capacità fiscale delle singole Regioni. L'utilizzo, da parte della norma impugnata, di un diverso criterio, quale quello del PIL regionale e della popolazione residente, dimostrerebbe, appunto, l'inconferenza del richiamo alla citata sentenza. Si tratterebbe, infatti, di un indice del tutto diverso da quello della spesa per consumi intermedi, tale da non determinare alcun (incostituzionale) effetto perequativo implicito, «posto che la disposizione in oggetto si limita ad imporre in capo alle amministrazioni regionali un contributo alla finanza pubblica, realizzato attraverso una riduzione della spesa per l'acquisto di beni e servizi, senza che venga in alcun modo preso in considerazione il tema dei trasferimenti dovuti dallo Stato alle Regioni». 1.5.- Nell'imminenza dell'udienza pubblica, la Regione Veneto ha depositato memoria, in data 18 gennaio 2016, insistendo per l'accoglimento del ricorso. In primo luogo ha dato conto delle modifiche medio tempore intervenute sui commi 6 e 7 dell'art. 46 del d.l. n. 66 del 2014, come convertito, rappresentando di aver già provveduto ad autonoma impugnativa. In secondo luogo, ha dedotto che tali modifiche non farebbero venir meno l'interesse alla pronuncia della Corte sul ricorso originariamente proposto; così come priva di rilevanza, allo stesso fine, dovrebbe considerarsi l'intesa raggiunta in data 29 maggio 2014 in sede di Conferenza Stato-Regioni, sul riparto della riduzione di 500 milioni di euro per l'anno 2014. Ha, inoltre, arricchito le argomentazioni già esposte nel ricorso, deducendo che l'applicazione dei criteri previsti dal comma 6 dell'art. 46 del d.l. n. 66 del 2014, come convertito (PIL regionale e popolazione residente), per il caso di mancato raggiungimento dell'intesa - in sede di autocoordinamento regionale - sugli importi e sugli ambiti dei tagli alla spesa, indebolirebbe la posizione "contrattuale" delle Regioni con un PIL più elevato, in quanto la norma non escluderebbe che quest'ultimo possa essere utilizzato dal Governo, in via sostitutiva, come criterio «decisamente prevalente»: in tal modo, le Regioni con un PIL più elevato, risultando in tesi esposte - in caso di mancata intesa - al rischio di un maggiore impatto della riduzione, si troverebbero indebolite rispetto alla possibilità di contrastare le pretese avanzate dalle Regioni con un PIL più ridotto, che potrebbero invece imporre, in sede di autocoordinamento, una ripartizione a loro più favorevole. Ha quindi dedotto che l'irrazionalità di tale criterio emergerebbe da quattro ordini di considerazioni: a) le Regioni con un PIL più elevato sarebbero anche quelle più efficienti sul lato della spesa pubblica e, nonostante ciò, sarebbero le più esposte alla riduzione; ciò renderebbe palese come sia stata travalicata la logica costituzionale sottesa alla funzione statale di coordinamento della spesa pubblica, che dovrebbe essere diretta a contenere innanzitutto la spesa «cattiva», per non premiare, del tutto indebitamente, le realtà regionali inefficienti, confermandole nella propria condizione, penalizzando, invece, quelle rivelatesi virtuose, grazie all'esercizio in termini responsabili della propria autonomia; b) il criterio del PIL regionale sarebbe profondamente diverso da quello della capacità fiscale, previsto come unico criterio perequativo ordinario tra le autonomie territoriali, ai sensi dell'art. 119, terzo comma, Cost., consistente nel gettito standardizzato dei tributi di competenza regionale; c) il PIL regionale non si tradurrebbe automaticamente in una disponibilità di risorse a livello regionale, sicché, a parità di sforzo fiscale, non sarebbe dimostrato che una Regione "povera" in termini di PIL disponga di risorse regionali inferiori, e viceversa; d) dai dati emergenti dai rapporti annuali della Ragioneria generale dello Stato, anzi, risulterebbe l'esatto contrario, tanto che per l'anno 2013 (ultimo anno di elaborazione disponibile), la spesa finale per abitante, nelle Regioni assunte come benchmark per la spesa sanitaria efficiente, sarebbe risultata inferiore a tutte le altre. La ricorrente ha ricordato che il cumulo dei tagli imposti alle Regioni ha determinato una riduzione del 38,5% della spesa primaria per il periodo 2009-2012, cui debbono aggiungersi gli effetti delle manovre finanziarie per gli anni 2013 e 2014, in un contesto in cui il tetto di spesa del patto di stabilità è stato ridotto di circa il 43,8% nel quadriennio 2010-2013 e di un ulteriore 3,5% per il 2014. Ciò posto, ha richiamato quanto affermato dalla Corte costituzionale nella sentenza n. 188 del 2015, sui criteri che devono reggere la riduzione delle risorse regionali, per non rendere impossibile lo svolgimento delle funzioni affidate a tali enti, in mancanza di una razionalizzazione di queste ultime: