[pronunce]

L'INPS eccepisce, in particolare, che il giudice rimettente non si sarebbe «fatt[o] carico di motivare in ordine alla concreta impossibilità degli assicurati nel giudizio a quo di ottenere l'indennità di disoccupazione agricola, applicando il principio [...] enunciato con la [...] sentenza n. 194/2017» - segnatamente, quello secondo cui, «[i]n situazioni analoghe a quella oggetto del giudizio a quo [...] il lavoratore agricolo a tempo indeterminato potrà [...] ottenere l'indennità di disoccupazione agricola per l'anno "per il quale [essa] è richiesta" [...], dato che, pur in mancanza di contributi accreditati in tale anno, avendo lavorato per l'intero anno "precedente" [...], ha senz'altro conseguito, in tale solo anno, il necessario accredito "complessivo" di almeno 102 contributi giornalieri» (punto 3. del Considerato in diritto). Lo stesso Istituto afferma ancora che le questioni sollevate sarebbero «comunque irrilevant[i] qualora si volesse far riferimento alla disoccupazione agricola per l'anno 2009», giacché il rimettente non ha addotto la proposizione della relativa domanda amministrativa entro il 31 marzo dell'anno successivo 2010, «circostanza [...] che comporta ictu oculi l'improponibilità dell'azione giurisdizionale per ottenere l'indennità di disoccupazione agricola per l'anno 2009». 3.2.2.- L'inammissibilità delle questioni sarebbe dovuta, in secondo luogo, al fatto che la «soluzione» prospettata nell'ordinanza di rimessione comporterebbe «un intervento di carattere additivo-manipolativo» tale da minare «l'intera architettura della tutela della disoccupazione in agricoltura». L'INPS deduce che l'accoglimento delle questioni sollevate determinerebbe «un vuoto normativo [...] dirompente per l'imponderabile effetto "a cascata" che esso avrebbe su una numerosa serie di disposizioni normative». 3.2.3.- La questione sollevata in via subordinata sarebbe, infine, inammissibile perché il giudice a quo non avrebbe «compiutamente ricostruito il quadro normativo applicabile». L'INPS osserva in proposito che «il parametro delle 270 giornate non è più in vigore» a seguito del disposto dell'art. 1, comma 2, del decreto-legge 29 marzo 1991, n. 108 (Disposizioni urgenti in materia di sostegno dell'occupazione), convertito, con modificazioni, nella legge 1° giugno 1991, n. 69, con la conseguenza che, per tutti gli operai agricoli, sia a tempo determinato sia a tempo indeterminato, «la modalità di calcolo della durata e della misura dell'indennità ordinaria di disoccupazione agricola [...] è parametrata sulle 365 giornate dell'anno solare». 3.3.- Ad avviso dell'INPS le questioni sollevate sarebbero, comunque, infondate. 3.3.1.- Non sussisterebbe, anzitutto, la violazione dell'art. 3 Cost. sotto il profilo della discriminazione, nell'ambito dei lavoratori a tempo indeterminato, di quelli del settore agricolo rispetto a quelli degli altri settori produttivi. Secondo l'INPS, tale discriminazione sarebbe esclusa «in radice» dalla non omogeneità dei termini posti a raffronto. L'INPS deduce che la normativa di tutela contro la disoccupazione in ambito agricolo è distinta da quella prevista per gli altri settori produttivi perché fa parte «di un corpus di norme di favore per il settore agricolo giustificata storicamente dalle differenze di sistemi produttivi e di organizzazione aziendale». Secondo lo stesso Istituto, la diversità e la specificità del settore lavorativo agricolo rispetto agli altri settori giustificano le specificità circa la misura e la riscossione dei contributi, l'individuazione e l'accertamento dei soggetti protetti, la disciplina delle prestazioni previdenziali e, in particolare, dello statuto previdenziale della disoccupazione involontaria. Le diversità e le peculiarità delle due categorie di lavoratori a tempo indeterminato giustificherebbero le diverse modalità di tutela in caso di disoccupazione involontaria atteso che, nel settore agricolo, «la funzione dell'indennità di disoccupazione è piuttosto diretta ad incentivare i lavoratori a continuare a prestare la propria attività lavorativa in questo settore produttivo, consentendo, così, la continuazione dell'attività agricola». Ciò costituirebbe la ratio della tutela contro la disoccupazione nel settore agricolo, diretta «ad integrare il reddito anno per anno, nei periodi di mancato svolgimento di attività lavorativa, indistintamente, a prescindere dunque dalla stabilità dell'intercorso lavoro, purché l'anno di riferimento includa un periodo privo di lavoro». La quantità di lavoro svolta nell'anno di riferimento costituirebbe allora «un mero dato fattuale», inidoneo a incidere sulla legittimità costituzionale della disciplina. L'INPS osserva ancora che indubbiamente il lavoratore a tempo determinato versa in periodi di mancanza di lavoro nel corso dell'anno con maggiore frequenza del lavoratore a tempo indeterminato. Ciò, tuttavia, non comporterebbe che quest'ultimo «possa dolersi di tale mera ed accidentale circostanza di fatto». Non potrebbe, infatti, sentirsi discriminato colui che, trovandosi in una situazione di stabilità del rapporto di lavoro, più difficilmente incorre nella situazione di bisogno definita dal legislatore nell'ambito della previdenza in agricoltura, «consistente nella "integrazione del salario" ex post per i periodi non lavorati nel corso dell'anno di riferimento». Né sarebbe decisiva la deduzione del rimettente secondo cui verrebbero in rilievo «attività lavorative e professionalità impiegate in settori produttivi che non sono legati a cicli stagionali». Ciò che rileverebbe, infatti, «è la diversità della produzione del settore agricolo rispetto a quella degli altri settori». 3.3.2.- Parimenti non fondata sarebbe, in secondo luogo, la questione sollevata in riferimento all'art. 3 Cost. sotto il profilo del supposto deteriore trattamento dei lavoratori agricoli a tempo indeterminato rispetto agli operai agricoli a tempo determinato. Oltre a ribadire che «il parametro di riferimento delle 365 giornate nell'anno solare è il medesimo per entrambe le categorie di lavoratori agricoli», l'INPS deduce che l'eventualità che, a fronte di tale identico parametro, possa non residuare alcuna giornata indennizzabile in favore del lavoratore agricolo a tempo indeterminato sarebbe «ampiamente giustificat[a]» dal sistema di retribuzione previsto per tale lavoratore, che «include anche le giornate festive (le domeniche)». 3.3.3.- Da quanto dedotto deriverebbe infine l'insussistenza di una lesione dell'art. 38 Cost. L'INPS ribadisce che la prestazione previdenziale in caso di disoccupazione nel settore dell'agricoltura «è esclusivamente incentrata sulla tutela dello stato di bisogno conseguente alla cessazione involontaria del rapporto di lavoro che si verifica nel corso dell'anno» e che «si tratta di una tutela costruita e diretta a reintegrare ex post il reddito mancante nell'anno di riferimento, che è quello anteriore all'anno della richiesta e dell'erogazione del trattamento previdenziale». Ciò ribadito, l'INPS cita a proprio sostegno le sentenze di questa Corte n. 215 del 2014 e n. 28 del 1984.