[pronunce]

diritto, quello del cittadino di essere sentito nella circoscrizione di tribunale ove egli risiede, che rientrerebbe «sotto l'ala protettrice della Costituzione»; che, poiché nel caso sottoposto al suo esame non potrebbe neppure ipotizzarsi il trasferimento della Corte di appello nei luoghi di residenza dei testi, non essendo stata avanzata la concorde istanza delle parti, richiesta dall'art. 203, cod. proc. civ. , si dovrebbero obbligare tutti i testi a recarsi a Venezia, in violazione di tale diritto costituzionale; che la soluzione ipotizzabile in via alternativa, consistente nella delega a un giudice collegiale territorialmente competente, comporterebbe ugualmente l'inconveniente di dover impegnare ben tre giudici - distogliendone due dalle loro normali attività, in violazione di ogni principio di ragionevole durata di tutti i processi (art. 111 Cost.) - per soddisfare esigenze meramente formali delle parti; che, secondo il rimettente, ciò che rileva non è tanto l'assunzione, ma la valutazione finale dei testi, proprio come precisato dalla Corte di Cassazione (viene richiamata la sentenza delle sezioni unite 19 giugno 1996, n. 5629), quando ha riconosciuto delegabile ad un solo membro del collegio l'attività istruttoria nel rito camerale; che, a giudizio della Corte rimettente, la mancanza della qualifica di giudice di appello del giudice monocratico eventualmente delegato non potrebbe comportare una minore idoneità di quest'ultimo, dato che la delega conferisce al giudice delegato gli stessi poteri del giudice delegante, sì che il giudice di grado inferiore verrebbe equiparato in tutto e per tutto al giudice con funzione d'appello; che, conclusivamente, il rimettente, pur non ignorando il principio per cui non si dichiara costituzionalmente illegittima una norma perché è possibile darne interpretazioni incostituzionali, ma perché è impossibile darne interpretazioni costituzionali, ritiene che nel caso di specie il consolidato indirizzo della Corte di cassazione (seppur perfettamente conforme alla volontà del legislatore che ha effettivamente pensato all'integrale collegialità dell'appello) non consenta di dare agli artt. 203, 350 e 359, cod. proc. civ. un'interpretazione rispettosa dei princìpi di cui agli artt. 3 e 11, Cost.; che, in subordine, secondo la Corte di appello di Venezia, essendo consentita dal testo e dalla ratio della disposizione censurata un'interpretazione diversa da quella corrente e tale da superare il denunciato contrasto con gli artt. 3 e 111 della Costituzione, la Corte dovrebbe almeno affermare che non sussiste il paventato vizio di incostituzionalità perché gli artt. 203, 350 e 359 cod. proc. civ. , andrebbero interpretati nel senso che spetta all'organo collegiale la piena valutazione sull'ammissibilità e rilevanza delle prove, ma non la loro mera assunzione, che può essere delegata ad altro giudice, anche monocratico, che ha competenza territoriale sul luogo di residenza del cittadino che deve essere sentito, mentre la sola raccolta degli elementi probatori dovrà essere nuovamente rimessa all'organo collegiale per la loro definitiva valutazione; che, con memoria depositata il 30 aprile 2007, si è costituito in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura geneale dello Stato, chiedendo che la questione sia dichiarata «inammissibile perché manifestamente infondata» e, in subordine, perché la stessa sia dichiarata infondata; che l'Avvocatura erariale, dopo aver ricordato che, secondo la consolidata giurisprudenza di legittimità, l'art. 350 impone di procedere collegialmente a tutte le attività valutative di competenza del giudice di appello, tra cui quelle relative all'assunzione delle prove (a tale fine richiama le sentenze della Corte di cassazione, n. 18917 del 2004, n. 13894 del 2003, n. 1731 del 2001) osserva, da un lato, che la scelta di privilegiare la regola della collegialità in appello costituisce espressione della discrezionalità del legislatore, esercitata nel caso in modo non irrazionale in vista di una maggiore ponderazione delle decisioni nei gradi di giudizio successivi al primo, e sottolinea, dall'altro, la disomogeneità dei tertia comparationis scelti dalla rimettente, rispetto all'ipotesi della prova delegata in appello. Considerato che la Corte di appello di Venezia dubita, in riferimento agli artt. 3 e 111 della Costituzione, della legittimità costituzionale dell'art. 350 cod. proc. civ. , nella parte in cui tale norma non consentirebbe nel giudizio di appello la delega a un giudice monocratico dell'assunzione di prove al di fuori della circoscrizione del tribunale ove ha sede la Corte di appello; che, in altri termini, la Corte rimettente ritiene che, nel vigente sistema processuale, il principio di collegialità della trattazione dell'appello non permette che l'attività di assunzione dei mezzi di prova ammessi possa essere delegata, in base al disposto dell'art. 203 cod. proc. civ. , dal collegio ad un giudice monocratico; che - a prescindere da ogni rilievo sulla fondatezza di tale interpretazione dell'art. 203, in correlazione agli artt. 350 e 356, cod. proc. civ. - la questione di legittimità costituzionale proposta dal giudice rimettente, nei termini in cui è sollevata, è manifestamente infondata; che, infatti, con l'invocata pronunzia il giudice rimettente chiede a questa Corte di intervenire sulla disciplina del processo civile, per la quale la Costituzione non impone al legislatore ordinario un modello unico, lasciandogli la più ampia discrezionalità nella conformazione degli istituti processuali, con il solo limite della non irragionevolezza (ex plurimis, da ultimo, sentenze n. 383 e 327 del 2007); che, per affermare l'irragionevolezza della norma, il giudice rimettente muove da considerazioni che, facendo riferimento a meri inconvenienti di fatto, assumono il carattere di rilievi di opportunità, estranei al controllo della legittimità costituzionale (ex plurimis, sentenza n. 228 del 1998; ordinanza n. 410 del 2005); che la lesione del principio di uguaglianza non può essere desunta neppure dalla asserita disparità di trattamento rispetto all'ipotesi della rogatoria internazionale, a causa della disomogeneità dei tertia comparationis indicati dal rimettente, non potendo certo paragonarsi la fattispecie sottoposta al suo esame, in cui le prove sono da assumere all'interno dello Stato, a quella della prova da assumersi nella giurisdizione di altro Stato; che, d'altra parte, neppure può ritenersi pertinente il richiamo all'art. 111 della Costituzione e al principio di ragionevole durata del processo, perché, in astratto, il sistema dell'assunzione diretta da parte della corte d'appello non comporterebbe necessariamente un maggiore dispendio di energie processuali e, soprattutto, di tempo.. .