[pronunce]

che, in ordine alle censure di incoerenza e non ragionevolezza delle norme impugnate, la difesa erariale ha sottolineato “l'assenza di vincoli costituzionali al riparto della giurisdizione ed alla strutturazione della tutela avanti a giudici diversi”, affermando inoltre che la scelta legislativa di attribuzione della materia in esame al giudice ordinario non realizzerebbe un deficit di tutela degli interessi che faccia risultare irragionevoli le disposizioni impugnate, in quanto il giudice ordinario potrebbe adottare tutti i provvedimenti di accertamento, costitutivi e di condanna richiesti dalla natura dei diritti tutelati; che la parte privata costituita nel giudizio ha depositato una memoria con la quale ha insistito nelle proprie conclusioni. Considerato che la questione sottoposta all'esame della Corte concerne l'art. 68, comma 1, del decreto legislativo 3 febbraio 1993, n. 29 (Razionalizzazione dell'organizzazione delle amministrazioni pubbliche e revisione della disciplina in materia di pubblico impiego, a norma dell'articolo 2 della legge 23 ottobre 1992, n. 421), nel testo modificato dall'art. 18 del decreto legislativo 29 ottobre 1998, n. 387 (Ulteriori disposizioni integrative e correttive del decreto legislativo 3 febbraio 1993, n. 29, e successive modificazioni, e del decreto legislativo 31 marzo 1998, n. 80), nella parte in cui ha devoluto al giudice ordinario le controversie concernenti il conferimento (e la revoca) degli incarichi dirigenziali; che, ad avviso del giudice a quo, tale disposizione si porrebbe in contrasto con gli artt. 76 e 77 della Costituzione, per violazione dei limiti contenuti nella legge delega, nonché con gli artt. 97, 103 e 113 della Costituzione per violazione dei parametri che presiedono ad un ragionevole riparto di giurisdizione tra giudice ordinario e giudice amministrativo; che la norma censurata dal collegio rimettente è stata riprodotta nella disposizione dell'art. 63 del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165 (Norme generali sull'ordinamento del lavoro alle dipendenze delle pubbliche amministrazioni), cosicché, come già ritenuto da questa Corte - a partire dalla sentenza n. 84 del 1996, e, successivamente, tra le altre, dalle sentenze n. 454 del 1998 e n. 376 del 2000, e dalla ordinanza n. 11 del 2002 - la questione di legittimità costituzionale deve intendersi trasferita sulla citata disposizione del testo unico; che deve preliminarmente rilevarsi che la peculiarità della fattispecie caratterizzata dal conferimento dell'incarico dirigenziale a tempo determinato a soggetto esterno all'amministrazione - ipotesi nella quale mancava pertanto un pregresso rapporto di lavoro dipendente con l'ente pubblico - avrebbe dovuto indurre il giudice a quo a fornire una compiuta motivazione in ordine alla ritenuta applicabilità della norma in questione; che tale motivazione era tanto più necessaria alla luce della opportunità, che lo stesso rimettente afferma, di una lettura estensiva del comma 4 dell'art. 68 del d.lgs. n. 29 del 1993 - il quale prevede, quali ipotesi residuali di giurisdizione del giudice amministrativo nella materia del pubblico impiego, le controversie in materia di procedure concorsuali per l'assunzione dei dipendenti delle pubbliche amministrazioni - in relazione alla necessità di considerare rimesse al giudice amministrativo le controversie che attengono all'assunzione di funzioni pubbliche per le quali siano prescritte modalità concorsuali di accesso, nonché le questioni riconducibili alla violazione della predetta procedura; che, al riguardo, il collegio rimettente non ha fornito alcuna descrizione delle modalità della procedura selettiva adottata, nel caso di specie, ai fini della scelta del soggetto cui conferire l'incarico, neppure in ordine all'eventuale formazione di una graduatoria di merito tra i candidati, vincolante per l'amministrazione, così da consentire l'individuazione di elementi idonei a ricondurre la disciplina per il conferimento dell'incarico nell'ambito di una procedura concorsuale, ancorché atipica, ovvero nell'ambito di una mera valutazione di idoneità; che la carenza di indagine al riguardo e la conseguente omessa valutazione della incidenza degli elementi prospettati sull'applicabilità nella fattispecie della norma di cui si tratta si traducono in una carenza motivazionale in ordine alla rilevanza della questione, e, quindi, in un assorbente profilo di manifesta inammissibilità della stessa. Visti gli artt. 26, secondo comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87, e 9, secondo comma, delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale.. . per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE dichiara la manifesta inammissibilità della questione di legittimità costituzionale dell'art. 68, comma 1, del decreto legislativo 3 febbraio 1993, n. 29 (Razionalizzazione dell'organizzazione delle amministrazioni pubbliche e revisione della disciplina in materia di pubblico impiego, a norma dell'articolo 2 della legge 23 ottobre 1992, n. 421), nel testo modificato dall'art. 18 del decreto legislativo 29 ottobre 1998, n. 387 (Ulteriori disposizioni integrative e correttive del decreto legislativo 3 febbraio 1993, n. 29, e successive modificazioni, e del decreto legislativo 31 marzo 1998, n. 80), ora sostituito dall'art. 63 del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165 (Norme generali sull'ordinamento del lavoro alle dipendenze delle pubbliche amministrazioni), sollevata, in riferimento agli artt. 76, 77, 97, 103 e 113 della Costituzione, dal Tribunale amministrativo regionale del Lazio, con l'ordinanza indicata in epigrafe. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 13 maggio 2004. F.to: Gustavo ZAGREBELSKY, Presidente Piero Alberto CAPOTOSTI, Redattore Giuseppe DI PAOLA, Cancelliere Depositata in Cancelleria il 25 maggio 2004. Il Direttore della Cancelleria F.to: DI PAOLA