[pronunce]

– La Regione ricorrente innanzitutto deduce che il comma 8 dell’art. 61, nel disporre che la percentuale di cui all’art. 92, comma 5, del decreto legislativo n. 163 del 2006 venga destinata solo nella misura dello 0,5 per cento alla finalità prevista dal Codice dei contratti pubblici, dovendo per il restante 1,5 per cento essere invece versata ad apposito capitolo dell’entrata del bilancio dello Stato, interviene in un ambito materiale che «inerisce all’organizzazione amministrativa», che, per le Regioni, rientra nella competenza residuale regionale. La ricorrente censura anche il comma 9 del medesimo art. 61 e conclude che tali disposizioni, ove dovessero ritenersi applicabili agli enti territoriali e alle Regioni, si porrebbero in conflitto con l’art. 117, commi quarto e sesto, e con l’art. 119, comma primo, della Costituzione. 3.2. – Nel giudizio dinanzi alla Corte si è costituito il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall’Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che le proposte censure di legittimità costituzionale siano dichiarate inammissibili o, comunque, non fondate. La difesa erariale ritiene, in primo luogo, che le norme impugnate non siano lesive delle competenze regionali, risolvendosi in una «misura contenitiva della spesa pubblica» che è «finalizzata alla redistribuzione del reddito prodotto da una determinata categoria di cittadini chiamata a svolgere l’attività prevista» dalle disposizioni censurate. Queste ultime, pertanto, non investirebbero le competenze regionali, ma il reddito prodotto da una specifica categoria di professionisti, sulla quale il legislatore nazionale, «con norma rispettosa del principio di ragionevolezza, ha ritenuto di incidere in senso ridistributivo nel quadro di riassetto macroeconomico nazionale». 3.3. – In prossimità dell’udienza, l’Avvocatura generale dello Stato ha depositato una memoria a completamento e integrazione di quanto sostenuto nell’atto di costituzione, insistendo affinché il ricorso della Regione Piemonte sia dichiarato inammissibile o comunque non fondato. Nella memoria la difesa erariale sostiene che le disposizioni contenute nei commi 8 e 9 dell’art. 61 hanno una «portata generalizzata», operano «con riferimento alle pubbliche amministrazioni cui si applica» il decreto-legge n. 112 del 2008 e si riferiscono a «tutti i dipendenti pubblici rappresentando l’esigenza di assicurare un trattamento uniforme» a prescindere dall’amministrazione di appartenenza. Tali disposizioni, pertanto, ad avviso dell’Avvocatura generale dello Stato, rientrerebbero nella materia dell’ordinamento civile, di competenza esclusiva dello Stato ai sensi dell’art. 117, lettera l), Cost., e non riguarderebbero la potestà organizzativa delle Regioni. In aggiunta, la difesa dello Stato rileva che, in base a quanto previsto dal comma 17 dello stesso art. 61, «gli enti territoriali, gli enti di competenza regionale e delle province autonome di Trento e Bolzano e gli enti del servizio sanitario nazionale» non debbono procedere al versamento dei risparmi di spesa in un apposito capitolo del bilancio dello Stato. Non vi sarebbe, quindi, violazione dell’art. 119 Cost., dal momento che le economie di spesa «vanno ad incrementare in termini positivi il bilancio degli enti». 4. – La Regione Emilia-Romagna ha impugnato i commi 8, 9, 14, 16, 20, lettera b), e 21 dell’art. 61, per contrasto con gli artt. 117, commi terzo e quarto, e 119 della Costituzione, nonché con il principio di leale collaborazione. 4.1. – La ricorrente, in primo luogo, sostiene che i commi 8 e 9 dell’art. 61, sono «accomunati dal fatto di “avocare” allo Stato» una parte delle somme spettanti ai dipendenti pubblici per attività connesse ai lavori pubblici e una parte delle somme spettanti ai dipendenti pubblici per l’attività svolta nell’ambito di un arbitrato o di un collaudo. Tali disposizioni, ove dovessero intendersi applicabili anche ai dipendenti pubblici regionali, risulterebbero palesemente lesive dell’autonomia finanziaria regionale, nella parte in cui esse stabiliscono che le predette somme «affluiscano al bilancio statale invece che a quello regionale, qualora si tratti di dipendenti regionali o di enti pararegionali». Ritiene infatti la Regione Emilia-Romagna che lo Stato non possa, senza violare l’art. 119 Cost., acquisire al proprio bilancio risorse che provengono (o nel caso degli arbitrati possono provenire) dalla Regione e che sono dirette a compensare attività svolte da dipendenti regionali per conto della Regione e in sostituzione della loro normale attività lavorativa. In secondo luogo, la Regione Emilia-Romagna censura i commi 14, 16 e 20, lettera b), dell’art. 61, in quanto con essi lo Stato avrebbe dettato norme di dettaglio in materia di coordinamento finanziario, lesive dell’autonomia organizzativa e finanziaria regionale e in contrasto con gli artt. 117, commi terzo e quarto, e 119 Cost. In particolare, ad avviso della ricorrente, il comma 14, nel disporre una riduzione del 20 per cento dei trattamenti economici dei direttori generali, sanitari e amministrativi e dei componenti dei collegi sindacali delle aziende sanitarie locali, imporrebbe alla Regione un «limite puntuale ad una specifica voce di spesa» che, secondo il costante orientamento della Corte costituzionale (e in particolare la sent. n. 157 del 2007) , non può essere considerato un principio di coordinamento della finanza pubblica. La disposizione, infatti, ad avviso della Regione, non ha carattere transitorio, colpisce una voce minuta di spesa e non lascia margine di scelta alle Regioni per il conseguimento dell’obiettivo di risparmio. Gli stessi motivi di censura sono fatti valere dalla ricorrente con riferimento al comma 16 dell’art. 61. Secondo la Regione Emilia-Romagna, infatti, tale disposizione, nonostante si autoqualifichi come «principio fondamentale di coordinamento della finanza pubblica», ha contenuto dettagliato, perché, in primo luogo, sottrae alle Regioni qualunque margine di scelta in ordine ai mezzi per la realizzazione dell’obiettivo (diminuzione dell’ammontare dei compensi e delle indennità dei componenti degli organi rappresentativi e del numero di questi ultimi); in secondo luogo, lascia alle Regioni un «margine irrisorio, che implica valutazioni tecniche più che politiche» (soppressione degli enti inutili, fusione delle società partecipate, ridimensionamento delle strutture organizzative e adozione di misure analoghe a quelle previste dall’art. 61). Lo stesso comma 16, così come il successivo comma 20, lettera b), dell’art. 61 sarebbero inoltre illegittimi, secondo la ricorrente, nella parte in cui, imponendo la destinazione dei risparmi di spesa alla copertura degli oneri derivanti dalla abolizione del ticket (disposta dal comma 19 dell’art. 61) condizionano «l’uso che la Regione fa delle proprie risorse imponendo di destinarle ad un certo settore (nel caso di specie, la sanità)», con conseguente lesione dell’autonomia finanziaria regionale.