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b) alle mansioni del lavoratore, alla classificazione e inquadramento del personale; c) ai contratti a termine, ai contratti a orario ridotto, modulato o flessibile, al regime della solidarietà negli appalti e ai casi di ricorso alla somministrazione di lavoro; d) alla disciplina dell’orario di lavoro; e) alle modalità di assunzione e disciplina del rapporto di lavoro, comprese le collaborazioni coordinate e continuative a progetto e le partite IVA, alla trasformazione e conversione dei contratti di lavoro e alle conseguenze del recesso dal rapporto di lavoro, fatta eccezione per il licenziamento discriminatorio, il licenziamento della lavoratrice in concomitanza del matrimonio, il licenziamento della lavoratrice dall’inizio del periodo di gravidanza fino al termine dei periodi di interdizione al lavoro, nonché fino ad un anno di età del bambino, il licenziamento causato dalla domanda o dalla fruizione del congedo parentale e per la malattia del bambino da parte della lavoratrice o del lavoratore ed il licenziamento in caso di adozione o affidamento». Come si vede, l’elenco è ampio ed eterogeneo; anzi, l’indicazione «disciplina del rapporto di lavoro» è comprensiva dell’intero settore centrale del diritto del lavoro, quello riguardante le regole del rapporto individuale. Non è la prima volta che il legislatore delega alla contrattazione poteri di deregolazione/flessibilizzazione di norme di legge. Questa tecnica è stata utilizzata da tempo per introdurre elementi di flessibilità, negoziata in singoli aspetti della regolazione del rapporto di lavoro ritenuti rilevanti per un migliore funzionamento del mercato del lavoro (contratti a termine, lavoro intermediato, orario di lavoro, prima ancora assunzioni nominative, eccetera). In questi precedenti, peraltro, i poteri di flessibilità negoziata sono stati sempre contenuti entro limiti più o meno ampi, definiti dallo stesso legislatore, in conformità con l’idea che quelli conferiti alla contrattazione collettiva sono poteri «delegati». Qui, viceversa, la delega alla contrattazione è senza limiti e senza criteri direttivi, pur riguardando anche materie fondamentali dell’ordinamento, vere e proprie norme di sistema, a cominciare da molte di quelle contenute nello Statuto dei lavoratori. Si tratta, dunque, di un cambiamento senza precedenti, annunciato in passato dal Ministro del lavoro del Governo Berlusconi, Sacconi, con una prima bozza di «Statuto dei lavori», poi non divenuta proposta di legge, a fronte della dichiarata intenzione di definire i suoi contenuti previa consultazione con le parti sociali. L’ampiezza dei poteri attribuiti a tale contrattazione e il fatto che tali poteri non sono riservati alla contrattazione nazionale, com’è stato nelle versioni originarie di flessibilità negoziata, ma estesi a intese aziendali e territoriali, concluse anche da soggetti aziendali o da rappresentanti territoriali, pone rischi per il sistema delle relazioni industriali che minano alla base, con chiara eterogenesi dei fini, i dichiarati propositi di garantire l’esigibilità degli accordi e di produrre un quadro di certezze atte a rendere il sistema attrattivo per gli investitori, soprattutto stranieri, producendo al contrario i presupposti per l’intensificazione di pratiche di dumping industriale. Il carattere del tutto indifferenziato della delega alla contrattazione contenuta nel testo del decreto-legge è stato temperato, in sede di conversione, con l’aggiunta del comma 2- bis , ove si precisa che anche nella contrattazione in deroga restano fermi il rispetto della Costituzione e i vincoli derivanti dalle normative comunitarie e dalle convenzioni internazionali sul lavoro. Si tratta di una precisazione diretta a prevenire possibili obiezioni di legittimità, anche costituzionali, e che riecheggia in parte la modifica introdotta dal Parlamento nella versione finale del cosiddetto «collegato lavoro» (legge 4 novembre 2010, n. 183), sulla scia del richiamo che il Presidente della Repubblica fece rispetto ai limiti che il lodo arbitrale, ancorché configurato come arbitrato di equità, doveva rispettare. Paradossalmente, l’esclusivo richiamo ai vincoli costituzionale e comunitari rende ancora più esplicito il rischio che una simile delegificazione vanifichi norme afferenti alla civiltà del lavoro e alla coesione sociale, come quelle fra l’altro contenute in altri articoli della legge, come ad esempio all’articolo 12 del citato decreto-legge n. 138 del 2011, in materia di contrasto al fenomeno del «caporalato», in quanto annoverabili tra quelle suscettibili di essere oggetto di delega rispetto alla contrattazione aziendale e, pertanto, derogabili rispetto all’ordinamento di tempo in tempo vigente. Il comma 3 dell’articolo 8 attribuisce efficacia generale (anche) alle disposizioni contenute in contratti collettivi aziendali vigenti, sottoscritti prima dell’accordo 28 giugno 2011. Il riferimento alla data della stipula, come la condizione che l’accordo sia approvato con votazione a maggioranza dai lavoratori, è tale da ricomprendere molti accordi aziendali conclusi prima del 28 giugno, compresi quelli FIAT oggetto di note controversie. In tal modo, il legislatore ha sancito una sanatoria retroattiva degli accordi che le parti sociali non hanno voluto né avrebbero potuto concordare e che, conseguentemente, si configura come una vera e propria norma ad aziendam . Al di là di ogni considerazione di opportunità politica, specie relativamente ad una materia oggetto di contenziosi giudiziari, anche questa norma non mancherà di sollevare dubbi, ad esempio riguardanti l’ambito della sanatoria. L’attribuzione di efficacia generale agli accordi non dovrebbe comportare la sanatoria di eventuali vizi delle intese: si pensi alle controversie circa la qualificazione della newco di Pomigliano come trasferimento d’azienda e alle rilevanti conseguenze in ordine ai rapporti di lavoro trasferiti. Per altro verso, la condizione richiesta dal comma 3 dell’articolo 8 circa l’approvazione per referendum dell’accordo destinato ad avere efficacia generale è incoerente con quelle stabilite al comma 1, perché la procedura dell’accordo 2011 non richiede il referendum come condizione necessaria per l’efficacia delle intese. Per tutte queste ragioni è necessario ed urgente procedere all’abrogazione dell’articolo 8.. Art. 1. 1. L’articolo 8 del decreto-legge 13 agosto 2011, n. 138, convertito, con modificazioni, dalla legge 14 settembre 2011, n. 148, è abrogato.