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Peraltro, con un'ulteriore connotazione intesa a rafforzarne il regime punitivo mediante un'apposita circostanza aggravante per l'ipotesi in cui datori di lavoro, dirigenti e preposti, abbiano in uno o più soggetti contribuito a determinare o ad anticipare l'insorgenza di un mesotelioma riducendo i tempi di latenza della malattia oppure accelerando i tempi di insorgenza. La medesima lettera f) prevede all'articolo 15, commi 3 e 4, della legge n. 257 del 1992, un rafforzamento delle pene contemplate per la violazione dei molteplici, ulteriori obblighi previsti dalla legge medesima (alcuni modificati rispetto al testo originario, altri introdotti ex novo ). In questa visuale, si prevede la pena dell'arresto da tre a sei mesi o dell'ammenda da 2.500 euro a 6.400 euro per l'inosservanza degli obblighi concernenti l'adozione delle misure di sicurezza previste dai decreti emanati ai sensi dell'articolo 6, commi 3 e 4, così come per il mancato rispetto delle condizioni di cui all'articolo 12, comma 4, da parte di chiunque operi nelle attività di smaltimento, rimozione e bonifica. Quanto poi all'obbligo di adottare misure idonee a garantire il rispetto dei valori limite previsti dal decreto legislativo n. 81 del 2008, si richiamano coerentemente le pene previste in tale decreto legislativo. D'altra parte, con riguardo ai rinnovati obblighi di cui all'articolo 9, commi 1 e 2, si applica la pena dell'arresto fino a sei mesi e dell'ammenda da 2.500 euro a 8.000 euro, contemplata anche per l'inosservanza della disposizione di cui all'articolo 9, comma 4. La medesima lettera f) prevede inoltre, nel modificare l'articolo 15 della legge n. 257 del 1992, l'inserimento del comma 10 con cui si propone di stabilire che in relazione alla commissione di taluno dei reati previsti dal medesimo articolo 15 si applica all'ente nella cui struttura è commesso il reato, la sanzione pecuniaria da duecentocinquanta a seicento quote; e che nel caso di condanna per taluno dei predetti reati, si applicano, oltre alla sanzione pecuniaria ivi prevista, le sanzioni interdittive di cui all'articolo 9, comma 2, del decreto legislativo n. 231 del 2001, per una durata non inferiore a tre mesi e non superiore ad un anno. Un profilo da affrontare attiene infatti all'individuazione dei soggetti penalmente responsabili per la violazione degli obblighi indicati. Contrariamente a quanto si pensa abitualmente, malgrado decenni e decenni di elaborazione giurisprudenziale, un istituto tradizionale come la delega di funzioni è ancora oggi caratterizzato da contrasti interpretativi destinati a pesare negativamente sui comportamenti delle imprese e degli operatori. Tra le criticità, fanno spicco le divergenze originate dalla presenza nel settore della sicurezza sul lavoro e dall'assenza in altri settori di una norma: quell'articolo 16 del decreto legislativo n. 81 del 2008 che per la prima volta disciplina esplicitamente i requisiti di ammissibilità della delega (e della subdelega) di funzioni antinfortunistiche. Il risultato è che di frequente, in materie come quella ambientale, la Corte di cassazione applica condizioni e limiti non del tutto collimanti con quelli previsti in tema di sicurezza sul lavoro (in merito vedi ad esempio, la sentenza della Corte di cassazione n. 26434 del 24 giugno 2016). In proposito, occorre, in particolare, prendere atto che, nel settore ambientale, manca una norma del tipo di quella dettata dall'articolo 16 del decreto legislativo n. 81 del 2008 nell'ambito della sicurezza sul lavoro in ordine alla delega di funzioni. Una carenza, questa, che ha prodotto un inammissibile disorientamento giurisprudenziale. Paradigmatica è la presenza in giurisprudenza di pronunce della Cassazione contrastanti in merito alla forma della delega. L'articolo 16 del decreto legislativo n. 81 del 2008 impone che la delega risulti da atto scritto. Nell'ambito ambientale, invece, la Cassazione ha aperto la strada talora alla delega implicita e talora alla delega orale in luogo della delega scritta. Al fine di scongiurare dissonanze destinate a ingenerare nelle imprese dubbi ed equivoci e a indebolire la stessa azione di vigilanza, si propone un'esplicita disciplina della delega di funzioni sulla falsariga dell'articolo 16 del decreto legislativo n. 81 del 2008. Significative al riguardo le sentenze della Corte di cassazione n. 17174 del 5 giugno 2020 e n. 15941 del 27 maggio 2020, che, in materia di gestione dei rifiuti, hanno posto l'esigenza di un controllo del delegante sul delegato in ordine all'adempimento degli obblighi trasferiti sulla falsariga di quanto disposto dall'articolo 16, comma 3, del decreto legislativo n. 81 del 2008 nel settore della sicurezza sul lavoro. E ove si spiega che « si tratta di una conseguenza connaturata al sistema di responsabilità delineato dalla legge, in termini non dissimili, in capo a chi professionalmente svolga attività costituenti fonte di rischio per beni primari che formano peraltro oggetto di protezione costituzionale, come l'ambiente in senso lato (articolo 9, secondo comma, della Costituzione), la salute (articolo 32 della Costituzione), l'utilità sociale e la sicurezza (articolo 41, secondo comma, della Costituzione), la tutela del suolo (articolo 44 della Costituzione) ». (Per l'applicazione dell'articolo 16 del decreto legislativo n. 81 del 2008 nel settore ambientale si veda anche la sentenza della Corte di cassazione n. 1719 del 15 gennaio 2021 ). Ma v'è di più. In questi ultimi anni, sta notevolmente cambiando la risposta dello Stato ai reati in materia di tutela del lavoro, dell'ambiente, della salute. Continua a svilupparsi, pur tra non poche difficoltà (una su tutte: le ricorrenti prescrizioni), una risposta imperniata sulla responsabilità penale delle persone fisiche. Ma a fianco della responsabilità penale delle persone fisiche si affaccia sempre più diffusamente un altro tipo di responsabilità: la responsabilità cosiddetta amministrativa degli enti, e, dunque, delle imprese. Si tratta di una responsabilità già prevista dal decreto legislativo n. 231 del 2001. Ma è solo di recente che questa responsabilità è stata estesa a settori quali gli ambienti di lavoro e di vita. La prima svolta fu segnata dal decreto legislativo n. 81 del 2008 (in sintonia con l'articolo 9 della relativa legge delega 3 agosto 2007 n. 123), che inserì, tra i reati presupposto della responsabilità amministrativa, i delitti di omicidio colposo o lesioni gravi o gravissime commessi in violazione delle norme sulla tutela della salute e sicurezza sul lavoro (articolo 25- septies del decreto legislativo n. 231 del 2001). Ed è proprio in questo settore che, dopo la sentenza delle Sezioni unite sulla ThyssenKrupp, la giurisprudenza ha cominciato ad applicare con sempre maggiore incisività e frequenza la responsabilità amministrativa.