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Senatrice, lei ha detto che la vostra preoccupazione è far capire agli italiani che noi e voi siamo diversi. Stia serena: gli italiani l'hanno capito benissimo e ve lo dimostreranno alle prossime elezioni. (Applausi dal Gruppo L-SP-PSd'Az. Congratulazioni) . PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Verducci. Ne ha facoltà. *VERDUCCI (PD) . Signor Presidente, qualche giorno fa erano in visita in Senato gli studenti delle terze classi dell'Istituto superiore «Giuseppe Fracassetti» di Fermo e a un certo punto, un po' a bruciapelo, uno dei ragazzi mi ha chiesto: «Senatore, come trasforma i suoi ideali in attività politica?» e io ho risposto: «Ad esempio facendo in modo che i figli delle famiglie in difficoltà possano continuare a studiare, per non dover rinunciare ai propri sogni». Per me, per noi la politica è questo: il riscatto, l'emancipazione di chi è escluso, la redistribuzione di potere, opportunità, risorse. Per noi la democrazia è questo: non dover rinunciare a realizzare il proprio progetto di vita e lo strumento più potente di emancipazione, di riscatto e di realizzazione sociale è lo studio. Nel nostro Paese c'è un'enorme questione sociale e si fa finta di non vederla. Chi viene da luoghi difficili, da famiglie senza mezzi, smette di studiare, non entra all'università, perché non ha la possibilità di farlo, perché le tasse universitarie in Italia sono troppo alte, perché mantenersi lontano da casa costa troppo, perché la rete del diritto allo studio è troppo fragile, troppo frammentata e non basta per i bisogni reali, per le grandi aspettative. Il welfare studentesco, cioè i servizi, la casa, le mense, i trasporti, la sanità, il sostegno per acquistare i libri, un insieme di interventi che in molti Paesi accompagna gli studenti, in Italia è quasi un miraggio. Ma quanto costa al nostro Paese la dispersione così enorme di energie, di potenzialità? Quanto costa la rinuncia di migliaia di ventenni? Quanto costa il rischio di far perdere a intere generazioni l'ambizione di svolgere un ruolo da protagonista nella società? È un costo enorme, inqualificabile: perdita di futuro, perdita di fiducia, perdita di senso della democrazia, perché la forza della democrazia sta innanzitutto nel rinnovare quel patto di fiducia, per cui i figli potranno stare meglio dei padri; ma questo patto si è spezzato, si è interrotto troppo tempo fa. C'è un senso di privazione, di scippo e questo ha a che fare con il fatto che in Italia c'è una gigantesca questione universitaria, che è una gigantesca questione Paese. Troppo pochi gli immatricolati, troppo pochi i laureati, troppo pochi i ricercatori, troppo pochi gli investimenti in innovazione e ricerca. Eppure il futuro del diritto allo studio, dell'università e della ricerca è il futuro del Paese; significa pensare al posto dell'Italia nel mondo. Qual è il nostro posto nel mondo? Noi dobbiamo fare in modo che sia tra i Paesi forti, nell'economia e nella società, dove c'è benessere diffuso, dove la qualità di vivere, di lavorare e di curarsi è per tutti e non per pochi, dove ognuno abbia stessi diritti e opportunità. Un Paese che non abbia paura, che non si chiuda, che non rinunci al proprio ruolo collettivo, che abbia la capacità di presidiare le frontiere tecnologiche più avanzate, in un'età in cui le tecnologie connesse alla Rete e all'intelligenza artificiale permeano completamente le nostre esistenze, in un tempo in cui i lavori non scompariranno, ma si trasformeranno completamente, rapidamente e serviranno sempre di più competenze, alta formazione. E il diritto ad averle coinciderà sempre di più con il diritto a non essere tagliati fuori. Ecco perché la barriera che chiude l'università, che impedisce di entrare, che fu scelta politica, dovuta ai tagli che volle la destra, con Tremonti e la Lega, nel 2009, è una barriera sociale, classista e deve essere scardinata. Noi stiamo provando a farlo. Sono soprattutto i ragazzi che vengono dagli istituti tecnici e professionali a smettere di studiare e in gran parte vengono da famiglie in difficoltà. La norma sulla no tax area , che noi democratici abbiamo introdotto nella scorsa legislatura, ha creato per la prima volta un'inversione di rotta: sono tornate a crescere le iscrizioni e vengono in gran parte da quelle fasce sociali e da quegli istituti. In questo disegno di legge di bilancio, in un contesto molto difficile, in cui la gran parte delle risorse è servita ad evitare l'aumento dell'IVA (sarebbe stato un colpo in faccia alle famiglie e al sistema manifatturiero), c'è una norma che stanzia 31 milioni di euro in più per il diritto allo studio, continuando il progresso che abbiamo avviato nella scorsa legislatura: risorse per cancellare la vergogna che impedisce oggi a tanti ragazzi che ne hanno i requisiti e l'idoneità ad avere la borsa di studio, per cancellare un vero e proprio diritto negato. Si tratta di risorse ancora lontane da quel che è necessario, ma importanti. Se questa legislatura e questa maggioranza dureranno, dovranno mettere a tema una legge organica per il diritto allo studio, che finalmente esiga pari livelli tra le prestazioni dei servizi delle Regioni, perché ci sono disparità territoriali insopportabili, mentre serve un sistema ampio, basato sulla domanda delle nuove generazioni di poter entrare. Servono investimenti in edilizia, in laboratori, in docenza, per superare quella logica dei numeri programmati che è un corto circuito insostenibile per un Paese con troppi pochi laureati. In questo disegno di legge c'è una prima misura, che finanzia 1.000 nuove borse di studio di specializzazione medica. Sappiamo che non basta ancora, ma finalmente è un primo passo per affrontare una mancanza che mette a rischio la tenuta e la qualità del nostro sistema sanitario. Diciamo a tanti giovani laureati in medicina che siamo con loro e che ci saremo ancora, perché il nostro Paese ha bisogno di loro. Allo stesso modo ci sono misure per i docenti e per gli studenti disabili delle accademie e dei conservatori e dunque per un sistema che vogliamo sempre di più equiparare all'università. Signor Presidente, nei mesi scorsi ho chiesto con forza che la Commissione istruzione pubblica, beni culturali del Senato avviasse un'indagine conoscitiva sulla condizione studentesca e sul precariato nelle università, perché i due fenomeni sono collegati e il precariato è nemico della ricerca, che ha bisogno di continuità e di autonomia. Il nostro sistema invece sfrutta un precariato strutturale, conseguenza di tagli e di norme sbagliate. Dobbiamo intervenire su entrambi tali fenomeni: servono finanziamenti, cambiare le norme e introdurre un percorso protetto, con la cosiddetta tenure track , per chi vince un concorso, affinché possa essere assunto stabilmente, così come vuole un nostro disegno di legge e analogamente alla norma che abbiamo introdotto, per gli enti di ricerca, nel cosiddetto decreto-legge scuola. Occorre completare la stabilizzazione di ricercatori, tecnici e tecnologi e il nostro emendamento all'articolo 29 rafforzerà questo percorso.