[pronunce]

Ad avviso del giudice a quo, l'applicazione immediata delle modifiche recate all'art. 4-bis, comma 1, della legge 26 luglio 1975, n. 354 (Norme sull'ordinamento penitenziario e sulla esecuzione delle misure privative e limitative della libertà) - che determina l'impossibilità di sospendere l'ordine di esecuzione della pena inflitta a S. S. per fatti, relativi al delitto di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina, commessi prima dell'entrata in vigore del censurato art. 3-bis del d.l. n. 7 del 2015 - confliggerebbe con la garanzia di irretroattività della legge penale sfavorevole, di cui agli artt. 25, secondo comma, Cost. e 7 CEDU. 2.- Preliminare all'esame dell'ammissibilità e della fondatezza delle questioni è la delimitazione del thema decidendum. Benché l'ordinanza di rimessione denunci l'intero testo dell'art. 3-bis del d.l. n. 7 del 2015, composto dai commi 1 e 2, risulta evidente che le censure del rimettente si appuntano sul solo comma 1 della disposizione, che testualmente prevede: «all'articolo 4-bis, comma 1, della legge 26 luglio 1975, n. 354, dopo le parole: "630 del codice penale," sono inserite le seguenti: "all'articolo 12, commi 1 e 3, del testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell'immigrazione e norme sulla condizione dello straniero, di cui al decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286, e successive modificazioni,"». Il comma 2 dell'art. 3-bis reca infatti modifiche all'art. 380 del codice di procedura penale, che disciplina le ipotesi di arresto obbligatorio in flagranza: tema, questo, pacificamente estraneo all'oggetto delle questioni sollevate dal giudice a quo. 3.- Le questioni sono ammissibili. 3.1.- L'Avvocatura generale dello Stato ha invero eccepito l'inammissibilità della questione relativa alla sospettata lesione del divieto di retroattività della legge penale sfavorevole di cui all'art. 25, secondo comma, Cost., sul rilievo che analoghe censure sarebbero già state respinte da questa Corte nella sentenza n. 273 del 2001 e nell'ordinanza n. 28 (recte: 280) del 2001. L'eccezione non può evidentemente essere accolta, atteso che - «anche ad ammettere che vi sia perfetta coincidenza tra le questioni ora sollevate e altre già decise in passato - nulla vieta a questa Corte di riconsiderare i propri stessi orientamenti interpretativi» (sentenza n. 32 del 2020). 3.2.- Nel corso dell'udienza pubblica, l'Avvocatura generale dello Stato ha altresì eccepito l'inammissibilità delle questioni per sopravvenuta carenza di oggetto, in ragione della sopravvenienza della sentenza n. 32 del 2020. Neppure tale eccezione è fondata. Nella sentenza n. 32 del 2020, questa Corte si è espressa in relazione all'applicazione del divieto di retroattività della legge penale sfavorevole, di cui all'art. 25, secondo comma, Cost., alle modifiche apportate all'art. 4-bis, comma 1, ordin. penit. dall'art. 1, comma 6, lettera b), della legge 9 gennaio 2019, n. 3 (Misure per il contrasto dei reati contro la pubblica amministrazione, nonché in materia di prescrizione del reato e in materia di trasparenza dei partiti e movimenti politici), che vi ha incluso i delitti contro la pubblica amministrazione, senza prevedere alcuna disciplina transitoria; ed ha dichiarato, nei termini che saranno illustrati oltre (infra, punto 4.2.), l'illegittimità costituzionale dell'interpretazione dell'art. 1, comma 6, lettera b), della legge n. 3 del 2019 offerta dal diritto vivente. Poiché la sentenza n. 32 del 2020 concerne l'interpretazione di una disposizione (l'art. 1, comma 6, lettera b, della legge n. 3 del 2019) diversa da quella censurata dall'odierno rimettente (l'art. 3-bis, comma 1, del d.l. n. 7 del 2015, come convertito), deve escludersi che le questioni oggi in esame possano essere dichiarate inammissibili per sopravvenuta carenza di oggetto. 4.- La sopravvenienza della sentenza n. 32 del 2020 risulta tuttavia determinante ai fini dell'esame del merito delle censure del rimettente, determinandone la non fondatezza, nei sensi di seguito precisati. 4.1.- Prima di tale sentenza, l'orientamento della giurisprudenza di legittimità era costante nel senso della non riconducibilità all'alveo dell'art. 25, secondo comma, Cost. delle norme sull'esecuzione della pena, e conseguentemente nel senso della pacifica applicabilità di modifiche normative di segno peggiorativo anche ai condannati che avessero commesso il reato prima dell'entrata in vigore delle modifiche stesse, secondo il principio tempus regit actum (Corte di cassazione, sezioni unite penali, sentenza 17 luglio 2006, n. 24561, nonché, ex multis, sezione prima penale, sentenza 9 settembre 2016, n. 37578). Proprio sulla scorta di tale diritto vivente, correttamente ricostruito sulla base dello stato della giurisprudenza di legittimità al momento dell'ordinanza di rimessione, il giudice a quo ritiene che l'inclusione - a opera dell'art. 3-bis, comma 1, del d.l. n. 7 del 2015, come convertito - del delitto di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina, di cui all'art. 12, commi 1 e 3, t.u. immigrazione, nel catalogo di reati di cui all'art. 4-bis, comma 1, ordin. penit. determini, ai sensi dell'art. 656, comma 9, lettera a), cod. proc. pen. , l'impossibilità di sospendere l'ordine di esecuzione della pena inflitta al condannato nel procedimento a quo, benché egli abbia commesso il reato prima dell'entrata in vigore del citato decreto-legge. 4.2.- Tuttavia, nella sentenza n. 32 del 2020 questa Corte, ritenendo necessario «procedere a una complessiva rimeditazione della portata del divieto di retroattività sancito dall'art. 25, secondo comma, Cost., in relazione alla disciplina dell'esecuzione della pena», ha affermato che la regola secondo cui le pene devono essere eseguite in base alla legge in vigore al momento dell'esecuzione, e non in base a quella in vigore al tempo della commissione del reato, «deve [...] soffrire un'eccezione allorché la normativa sopravvenuta non comporti mere modifiche delle modalità esecutive della pena prevista dalla legge al momento del reato, bensì una trasformazione della natura della pena, e della sua concreta incidenza sulla libertà personale del condannato». In questa ipotesi, l'applicazione retroattiva di una tale legge è incompatibile con l'art. 25, secondo comma, Cost. Questa Corte ha quindi ritenuto che soggiacciano alla garanzia di irretroattività le implicazioni dell'inclusione di un determinato titolo di reato (in quel caso, i delitti contro la pubblica amministrazione) nel catalogo di cui all'art. 4-bis, comma 1, ordin. penit.