[pronunce]

Osserva, infatti, la Regione Sardegna che attualmente lo Statuto non consente in nessun caso che le cause di ineleggibilità e di incompatibilità siano stabilite dalla legge statale, dovendo esse esser previste soltanto dallo Statuto medesimo ed eventualmente dalla legge regionale. Orbene, nell'avvedersi di siffatta novità, la sentenza impugnata «afferma che il legislatore regionale avrebbe il dovere di intervenire in materia, così come lo avrebbe avuto prima, il legislatore statale». Siffatta asserzione, però, da un lato, comporta che la Corte di cassazione riconosca implicitamente l'attuale esistenza di «una riserva di legge regionale (tra l'altro, a procedimento speciale)»; dall'altro, «rende logicamente insostenibili le conclusioni poi raggiunte», giacché «la ritenuta carenza della legislazione regionale non potrebbe mai essere surrogata dall'applicazione della legge statale», ma, se del caso, «potrebbe in ipotesi essere sanzionata in sede di controllo di costituzionalità sulla pretesa omissione legislativa commessa dal legislatore regionale». Sicché, argomenta ancora la ricorrente, la Corte di cassazione non avrebbe errato nell'interpretazione della normativa vigente, ma «arbitrariamente e in carenza assoluta di potere applicato una normativa del tutto inconferente, che le fonti costituzionali non vogliono sia estesa alla Regione Sardegna». 1.3.3. - La ricorrente lamenta, inoltre, che la Corte di cassazione non avrebbe osservato, con l'impugnata decisione, le «statuizioni» della sentenza n. 85 del 1988 di questa Corte, affermando che tale pronuncia non avrebbe presupposto «la inapplicabilità in radice» della legge n. 154 del 1981 alle elezioni dei consiglieri regionali sardi, ma solo alla «parte che interessa[va]» in quel giudizio, e cioè avuto riguardo alla specifica incompatibilità della carica di consigliere regionale con quella di sindaco. Ad avviso della Regione Sardegna, siffatta ricostruzione sarebbe «del tutto errata», giacché dalla lettura della sentenza n. 85 del 1988 si evincerebbe chiaramente che, sia in riferimento ai casi di ineleggibilità che a quelli di incompatibilità, si era inteso «escludere proprio quello che ora la Corte di cassazione afferma, e cioè che (a prescindere dalla coincidenza o meno con le previsioni statutarie) la legge statale potesse e possa applicarsi alla Regione Sardegna in mancanza di un esplicito riferimento alla Regione medesima». Peraltro, aggiunge la ricorrente, non potrebbe addursi che il precedente del 1988 sia ormai eccessivamente «risalente», giacché esso, oltre a riferirsi «ad una situazione normativa assai meno favorevole all'autonomia regionale di quella conseguente la legge cost. n. 2 del 2001», troverebbe anche conforto nella successiva sentenza n. 29 del 2003, nella quale si afferma che «non è in discussione [...] la competenza della legge regionale a disciplinare – in armonia con la Costituzione e i principi dell'ordinamento giuridico della Repubblica –, insieme alle modalità di elezione del Consiglio regionale, i casi di ineleggibilità e di incompatibilità relativi alle cariche elettive regionali (art. 15, secondo comma, primo periodo, dello statuto sardo, come modificato e integrato dall'art. 3 della legge costituzionale 31 gennaio 2001, n. 2; e cfr. anche l'art. 122, primo comma, della Costituzione, come modificato dall'art. 2 della legge costituzionale 22 novembre 1999, n. 1)». Ciò costituirebbe ulteriore conferma del fatto che la Corte di cassazione non sarebbe incorsa in un mero error in iudicando, bensì nel «vizio di esercizio di un potere del tutto estraneo alla funzione giurisdizionale». 1.3.4. - La Regione Sardegna deduce, inoltre, che non sarebbe producente il richiamo operato dalla sentenza impugnata all'art. 57 dello statuto (che recita: «Nelle materie attribuite alla competenza della regione, fino a quando non sia diversamente disposto con leggi regionali, si applicano le leggi dello Stato»), giacché tale norma non ha impedito di «pervenire alle conclusioni raggiunte con la sent. n. 85 del 1988» , dovendosi reputare che essa «altro non è che la traduzione testuale del principio di continuità». E tuttavia, nella materia delle ineleggibilità e delle incompatibilità, «tale principio è stato posto da canto dallo stesso Statuto, che ha direttamente disciplinato la questione con le previsioni di cui all'art. 17, riservando l'integrazione delle disposizioni statutarie alla sola legge regionale (art. 15)». 1.3.5. - La ricorrente si sofferma, poi, sul richiamo che la decisione impugnata opera all'art. 3, comma 3, della legge costituzionale n. 2 del 2001, osservando che «nemmeno tale previsione può confortare le asserzioni della sentenza gravata, e anzi le smentisce (tanto che la ricorrente regione Sardegna la invoca, qui, quale parametro)». Secondo la ricorrente, «il richiamo alla legislazione (statale) vigente per le elezioni delle Regioni ordinarie è da imputare alla nota intenzione del legislatore costituzionale di generalizzare (almeno in una prima fase transitoria), anche per le Regioni speciali, la scelta in favore dell'elezione diretta del Presidente della Regione, dalla quale si attendevano effetti di stabilizzazione delle maggioranze consiliari». Sicché, le modifiche «conseguenti» cui si fa riferimento «sono proprio e solo quelle che risultano necessarie per rendere operativo lo specifico meccanismo dell'elezione diretta, tra le quali non possono essere ricomprese quelle in materia di ineleggibilità e di incompatibilità». Non vi sarebbe, pertanto, «alcun richiamo alle norme statali vigenti in materia». Ciò, peraltro, troverebbe conferma nell'art. 1 della stessa legge costituzionale n. 2 del 2001, relativo alla Regione siciliana, che scolpirebbe «con chiarezza e senza approssimazione» la nozione di «modificazioni conseguenti», come quelle «che si rendono necessarie in seguito alla ridefinizione delle modalità di elezione dell'Esecutivo regionale, in particolare del suo Presidente». Del resto, opinando diversamente, «ne avremmo che una riduzione radicale degli spazi di autonomia della Regione Sardegna», come identificati dalla stessa sentenza n. 85 del 1988, «sarebbe stata introdotta da una legge costituzionale (che oltretutto intendeva, al contrario, valorizzare le autonomie speciali, prendendo atto dei paralleli e contemporanei progressi di quelle ordinarie) in forma a dir poco oscura e indiretta». La ricorrente rileva, inoltre, che la Corte di cassazione, nel propendere per la tesi avversa, avrebbe «rovesciato almeno due suoi chiari e vicini precedenti».