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Disposizioni recanti modifiche al Titolo V della parte II della Costituzione. Onorevoli Senatori. -- È ormai sostanzialmente unanime il riconoscimento che l'affrettata riforma del Titolo V della parte II della Costituzione ha prodotto un sistema largamente incompiuto, dove tende a prevalere una sorta di policentrismo anarchico privo di coordinamento efficace. Non sono mancati alcuni esempi senz'altro virtuosi: basti pensare che i sistemi sanitari di alcune nostre regioni costituiscono un'eccellenza mondiale. Tuttavia, nel complesso il bilancio è stato negativo e spesso si è creato un contesto dove si alimenta facilmente un localismo conflittuale in cui il diritto di veto rischia di bloccare qualunque decisione. Alcune disfunzioni del sistema attuale sono evidenti: oggi a distanza di più di dieci anni dalla riforma del Titolo V emerge un'eccessiva frammentazione del riparto delle competenze, che dovrebbe essere superata a favore di un decentramento legislativo più equilibrato e più funzionale allo sviluppo economico e sociale. Su una qualsiasi procedura si incrociano troppe competenze costituzionali e, in generale, questa frammentazione, con la difficoltà a mettere d'accordo i soggetti coinvolti, produce costi enormi: oggi in Italia il costo per un km di rete ferroviaria ha raggiunto 50 milioni di euro, contro i 13 della Francia e i 15 della Spagna. La differenza dei costi non è giustificabile solo con la conformazione orografica del territorio italiano. Si pensi inoltre ai costi per l'energia, che in Italia risultano superiori del 30 per cento rispetto a quelli di altri Paesi europei (a causa del fatto che per più di dieci anni abbiamo avuto un sistema amministrativo che ha bloccato gli investimenti nell'energia). Si pensi ancora alla questione del trasporto pubblico locale, che rappresenta l'emblema di come nel nostro sistema si sia innescato un sistematico scaricamento di responsabilità fra i vari livelli di governo coinvolti. La materia «grandi reti di trasporto» è stata collocata tra le competenze concorrenti tra Stato e regioni (neanche il Canada ha fatto una scelta di decentramento tanto forte), ma il finanziamento del trasporto pubblico locale continua ad avvenire tramite un trasferimento statale alle regioni in base alla spesa storica, che poi lo girano, sempre seguendo lo stesso criterio, in parte alle province e in parte ai comuni. A loro volta questi enti lo girano alle aziende di trasporto. In sintesi: le regioni hanno negoziato per due anni con lo Stato l'entità del trasferimento, con enormi polemiche tra i vari soggetti coinvolti; la possibilità di pervenire a una razionalizzazione della spesa appare lontana e se in un comune gli autobus si fermano per mancanza di gasolio, il cittadino non sa a quale porta deve bussare per lamentarsi. Eppure lo scopo del decentramento dovrebbe essere proprio quello di permettere di raggiungere più facilmente la porta cui bussare se le cose vanno male e al limite, se si rimane inascoltati, quello di votare con i piedi ( vote by feet ). Numerosi altri sono gli emblemi dell'inefficienza del sistema: ad esempio, per parecchi anni lo Stato ha approvato una legge di semplificazione annuale e poi ha adottato una serie di interventi ulteriori di semplificazione, ma le classifiche internazionali ci mantengono agli ultimi posti dei Paesi dove è più facile fare impresa. Il problema è che le leggi di semplificazione si scontrano sistematicamente con le innumerevoli competenze concorrenti regionali che, in un assurdo federalismo di complicazione, possono bloccare le riforme statali che, ad esempio, rafforzano le autocertificazioni, coma la SCIA. Da ultimo, last but not least , bisogna prendere atto che né la XV né la XVI legislatura sono riuscite a portare al traguardo dell'approvazione, nonostante l'impegno di validi ministri, la cosiddetta «Carta delle autonomie»; dieci anni di continui veti incrociati tra regioni ed enti locali non hanno ancora permesso un'adeguata definizione di «chi fa che cosa» (condizione indispensabile per procedere a una definizione dell'assetto finanziario). All'interno di questo sistema caotico, quella che poteva essere una genuina scommessa sul sistema delle autonomie è degenerata in un paradosso che ha visto prevalere, in realtà, una retorica del federalismo e una pratica del centralismo, dimostrata dalla prassi dei tagli lineari che hanno sistematicamente penalizzato gli enti virtuosi senza riuscire a recuperare le situazioni di inefficienza, cui spesso è venuto poi in soccorso il ripiano statale. In sintesi: è venuto a mancare soprattutto un vero ed efficace ruolo di coordinamento dello Stato centrale -- che è cosa diversa da un centralismo tendenzialmente prevaricante e scarsamente efficiente -- funzionale a valorizzare i modelli virtuosi e a recuperare le situazioni di inefficienza. Ricostruire questa dimensione costituzionale è lo scopo del presente disegno di legge di revisione costituzionale, che completa e integra la revisione dell'anomalo bicameralismo paritario e perfetto italiano. Infatti, se l'istituzione di un Senato delle regioni è una condizione necessaria a permettere un maggiore coordinamento, non è tuttavia una condizione sufficiente e occorre intervenire contemporaneamente anche sull'impianto della riforma del Titolo V per restituire al sistema una razionalità complessiva. Già nella relazione della Commissione per le riforme costituzionali si evidenziava in modo unanime la necessità di operare una significativa riduzione delle sovrapposizioni delle competenze, per favorire una maggiore cooperazione e una minore conflittualità. Da questo punto di vista è senz'altro necessario riportare alla competenza del legislatore statale alcune materie d'interesse nazionale impropriamente attribuite alla legislazione concorrente. Ad esempio, le «grandi reti di trasporto e di navigazione», la «produzione, trasporto e distribuzione nazionale dell'energia», l’«ordinamento della comunicazione». È opportuno poi trasferire alla competenza esclusiva statale ulteriori materie nelle quali appare meno plausibile l'esercizio della funzione legislativa da parte delle Regioni e la cui collocazione nella categoria della legislazione concorrente ha spesso solo favorito un incremento del contenzioso costituzionale: si pensi ad «alimentazione» o a «tutela e sicurezza del lavoro» o ancora a «ordinamento delle professioni intellettuali». Si tratta di materie sulle quali le regioni raramente hanno legiferato in modo virtuoso e dove spesso la competenza è stata solo esercitata in modo oppositivo alle riforme statali. Va poi segnalata la necessità di riportare alla competenza esclusiva statale una competenza sul procedimento amministrativo che facendo riferimento ai livelli minimi di trasparenza, di efficienza e di semplificazione delle procedure, possa permettere una rinnovata efficacia a quei processi di semplificazione da tutti richiesti e che spesso proprio nella frammentazione della competenze hanno trovato il principale ostacolo. Peraltro, alcune correzioni appaiono opportune anche nell'ambito della stessa competenza esclusiva statale, in relazione all'esigenza di riformulare quelle materie trasversali che hanno dato luogo a forti invasioni delle competenze regionali: ad esempio, la competenza in materia di «ordinamento civile» è opportuno che sia limitata agli «istituti del diritto privato» per evitare che si trasformi in una competenza impropriamente «onnivora» delle competenze regionali. Soprattutto è necessario rivedere l'attuale sistema di ripartizione delle competenze, semplificando in modo deciso i criteri di riparto della competenza legislativa e superando la competenza concorrente.