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Ilva, Lucchini, AST sono naturalmente e tecnicamente vicende trattate in tavoli di crisi industriali, che però non possono essere considerati semplici tavoli di crisi industriali, tanto più se li trattiamo in modo separato, in assenza di una cornice unificante, di un filo conduttore che li tenga insieme, se non usciamo dalla logica emergenziale, se non individuiamo un piano strategico complessivo, se non pensiamo, come invece dovremmo, che tali vicende hanno bisogno di una trattazione unificante. Questo perché c'è un tema che le attraversa, che riguarda l'innovazione tecnologica, che riguarda la capacità di aumentare e di far crescere la produttività, che riguarda, per esempio, la possibilità di aumentare la capacità negoziale in relazione alla trattativa sui costi energetici. Stiamo parlando di programmazione che è la premessa per costruire un piano di investimenti sul settore tutto, nella sua complessità e nelle sue articolazioni. Per questo, l'indicazione individuata all'interno dell'ordine del giorno è un'indicazione giusta, che è di metodo, ma anche di sostanza. Non lo dico perché ho sentito echeggiare alcuni richiami patriottici e autarchici: non abbiamo bisogno di questo. Abbiamo bisogno di difendere l'interesse nazionale, ma con la consapevolezza che la scala su cui riportare questa discussione è quantomeno europea. Anche in questo senso, l'ordine del giorno dà un contributo significativo proprio perché sottolinea il tema dei tavoli europei su cui bisogna aprire la discussione, ritarando al contempo i rapporti di forza e le relazioni con gli altri Paesi europei. La partita - ripeto - va affrontata anzitutto su questa scala. In secondo luogo, abbiamo ragionato di operatori propensi più a operare una sorta di disimpegno sugli investimenti, che ad attivarsi realmente per far ripartire l'attività industriale dei siti di cui stiamo discutendo. Ciò vale sia per Terni (che è stata citata e dove la ThyssenKrupp ha espresso l'intenzione di uscire dal settore), che per ArcelorMittal, con l'impossibilità dichiarata di eseguire non solo il piano ambientale, ma anche la stessa attività industriale, utilizzando - io dico come scusa, tutta strumentale - il tema dell'assenza dello scudo penale. È di questo che stiamo parlando: una scusa strumentale da parte di chi ha utilizzato quell'occasione per un disimpegno. Penso anche agli indiani di Piombino (lo dico non in senso dispregiativo, ma a sottolineare la nazionalità della multinazionale), che hanno atteso fino all'ultimo minuto per presentare il piano, sostanzialmente dichiarando in modo piuttosto esplicito - almeno così la si deve leggere - l'intenzione più di eliminare un concorrente, che di mettersi in corsa attivamente per far ripartire la produzione industriale. Non so se si possa definire così, ma io mi permetto di chiamarlo capitalismo predatorio, in quanto stiamo parlando di società e famiglie che hanno messo le mani su asset non per farli funzionare, ma per l'obiettivo esattamente opposto. Qui entrano in gioco il ruolo dello Stato (in ordine al quale mi pare ci sia una sintonia, che sottolineo positivamente, anche tra le forze politiche) e la funzione di quel golden power che è stato citato e che chiediamo di estendere al settore siderurgico per garantire i livelli occupazionali e la produttività. Ricordo la clausola prevista nel cosiddetto decreto liquidità, cessata il 31 dicembre 2020, che chiediamo di estendere con una proroga. Si tratta di un punto importante che ha a che fare con la funzione e il ruolo dello Stato in un settore che non può essere considerato uno come tanti, perché rappresenta l'ossatura e la spina dorsale di un bel pezzo dell'industria manifatturiera del Paese. Infine, la siderurgia è certamente la storia di un settore industriale, ma anche di luoghi, comunità, famiglie e storie come quelle raccontate nel bel romanzo di Silvia Avallone, che ha un titolo piuttosto esplicativo - «Acciaio» - e racconta la storia di famiglie e ragazzi che hanno vissuto nelle terre e nella comunità di Piombino. Insomma, si tratta della storia non semplicemente di un settore industriale, ma di luoghi e comunità attraversati da conflitti tra il lavoro e la salute e tra la dignità delle persone e l'ambiente. Dobbiamo entrare insieme in una stagione nuova della storia di questo Paese, dove quelle vicende non rimangano confinate a luoghi e territori specifici e a singole comunità, ma diventino un pezzo della storia di questo Paese, che deve uscire dal ricatto di fronte al quale si sono spesso trovate le famiglie che hanno vissuto in quegli e per quegli insediamenti industriali. Mi riferisco al conflitto tra l'accettazione di un lavoro (con l'idea, quindi, di poter continuare a garantire la dignità per sé e i propri familiari) e la consapevolezza di doverlo fare a prezzo della propria salute e del depauperamento delle risorse ambientali. Io penso che siamo arrivati in una fase in cui bisogna uscire da questo ricatto e abbiamo fatto bene a porre l'accento con molta forza sui processi di riconversione ecologica che devono attraversare questi settori. Dobbiamo discutere anche di una parola che per alcuni è una parolaccia ma che per me non lo è affatto: la decarbonizzazione. Mi riferisco a processi che ci riportano immediatamente in un tempo nuovo, in un futuro, e naturalmente dobbiamo farlo in continuità con gli investimenti previsti dal Piano nazionale di ripresa e resilienza, che deve essere la guida per ridisegnare un settore nuovo. Si tratta di comunità che guardano al futuro con maggiore dignità di quella che hanno avuto fino ad ora per entrare complessivamente come Paese in una fase nuova della nostra storia (Applausi) . BIASOTTI (FIBP-UDC) . Domando di parlare per dichiarazione di voto. PRESIDENTE. Ne ha facoltà. BIASOTTI (FIBP-UDC) . Signor Presidente, io rivolgo un ringraziamento particolare a Fratelli d'Italia, ma soprattutto al sottosegretario Pichetto Fratin, perché ha avuto la capacità di trasformare un'ipotetica discussione fra di noi in un ordine del giorno condiviso da tutti su un settore così importante e strategico. Vorrei fare però un brevissimo excursus per evitare - e l'invito è rivolto al Governo - di compiere gli sbagli enormi che abbiamo fatto in passato. Quello siderurgico è sempre stato un settore strategico che si è sviluppato soprattutto nel Dopoguerra, per l'evidente necessità di ricostruire un sistema industriale praticamente distrutto. Il merito è andato ad un personaggio mitico nella siderurgia, Oscar Sinigaglia, cui è stato intitolato lo stabilimento di Cornigliano, che ha avuto meriti enormi, ma anche enormi demeriti alla luce dei fatti odierni. I meriti sono stati: aver capito che solo un ciclo integrale poteva permettere di costruire l'acciaio a prezzi competitivi; comprendere che in quegli anni grandi finanziamenti pubblici erano necessari per poter sviluppare il settore siderurgico e infine esser riuscito a prendere dalla Comunità europea del carbone e dell'acciaio, appena nata, e soprattutto dal piano Marshall enormi risorse per fare i vari stabilimenti. Il grande demerito che ci portiamo dietro ancora oggi è quello di aver deciso di costruire i siti degli stabilimenti sulle coste e soprattutto nelle grandi città.