[pronunce]

La ricorrente richiama ancora la sentenza n. 328 del 2006 e menziona l'ampia autonomia legislativa di cui le Regioni godevano già nel regime del previgente testo dell'art. 117 della Costituzione e cita varie sentenze della Corte precedenti il 2001; osserva, poi, citando sentenze successive al 2001, che questo orientamento giurisprudenziale è tanto più valido oggi, a seguito della riforma del titolo V della seconda parte della Costituzione, che ha riconosciuto la più ampia potestà legislativa delle Regioni in materia di ordinamento degli uffici e del personale. Per quanto riguarda le funzioni amministrative, la ricorrente lamenta sia la mancata dimostrazione della necessità dell'esercizio unitario, sia la violazione del principio di leale collaborazione, dato che le disposizioni impugnate sono state emanate senza il coinvolgimento delle Regioni. Infine, le disposizioni in questione violerebbero l'art. 118 della Costituzione anche in quanto non prevedono «alcun idoneo coinvolgimento delle regioni (intesa)» nell'accreditamento delle istituzioni formative e nella determinazione di loro requisiti di idoneità. 3. – La Regione Valle d'Aosta impugna il comma 583 dell'art. 1 della legge n. 196 del 2006, con riferimento all'art. 2, primo comma, dello statuto speciale per la Regione Valle d'Aosta, emanato con legge costituzionale 26 febbraio 1948, n. 4 (Statuto speciale per la Valle d'Aosta), e all'art. 117, quarto comma, della Costituzione, in combinato disposto con l'art. 10 della legge costituzionale 18 ottobre 2001, n. 3 (Modifiche al titolo V della parte seconda della Costituzione). Secondo la Regione ricorrente, la disposizione impugnata, nella parte in cui obbliga le pubbliche amministrazioni ad avvalersi dei soli organismi iscritti in un elenco nazionale tenuto dall'Agenzia per la formazione, lede le competenze attribuite alla Regione Valle d'Aosta dall'art. 2, comma 1, dello statuto speciale, che prevede la potestà legislativa esclusiva della Regione in materia di ordinamento degli uffici e degli enti regionali e relativo personale, in materia di ordinamento degli enti locali e in materia di istruzione tecnico-professionale. La Regione lamenta altresì la violazione, da parte della disposizione impugnata, della potestà legislativa esclusiva attribuita alle Regioni in materia di formazione professionale, spettante anche alle Regioni a statuto speciale in forza dell'art. 10 della legge costituzionale n. 3 del 2001. 4. – La Regione Lombardia impugna i commi 583, 584 e 585 dell'art. 1 della legge n. 296 del 2006, con riferimento agli artt. 117, 118, 119 della Costituzione, nonché dei principi di leale collaborazione (art. 120), di buon andamento (art. 97) e di ragionevolezza (art. 3). Secondo la Regione ricorrente, le disposizioni impugnate ledono le competenze legislative regionali in materia di organizzazione amministrativa e in materia di formazione professionale. Per quanto riguarda la materia dell'organizzazione amministrativa, la ricorrente osserva che, anteriormente alla riforma del titolo V della seconda parte della Costituzione, la materia dell'ordinamento degli uffici e degli enti dipendenti dalla Regione, in cui rientrava quella del rapporto di lavoro del personale regionale, era materia di potestà legislativa concorrente. Nonostante la legislazione regionale fosse conseguentemente circoscritta e vincolata al rispetto dei principi stabiliti dalle leggi dello Stato, la giurisprudenza costituzionale riconosceva un'ampia autonomia alle Regioni (sentenze n. 355 del 1993, n. 10 del 1980, n. 40 del 1972 e altre). A maggior ragione, prosegue la ricorrente, questa autonomia deve essere riconosciuta dopo la riforma del titolo V, a seguito della quale la materia dell'organizzazione amministrativa regionale rientra nella potestà legislativa esclusiva residuale delle Regioni, come affermato più volte dalla Corte (sentenza n. 233 del 2006 e altre). Questo spazio di autonomia costituzionalmente garantito alle Regioni sarebbe violato dalla previsione che impone alle amministrazioni regionali di rivolgersi esclusivamente, per le iniziative di formazione per i loro dipendenti, alle strutture formative accreditate e certificate dall'Agenzia per la formazione. Affidando l'attività di accreditamento a un ente lontano dalla realtà regionale, le disposizioni impugnate precluderebbero il raggiungimento delle finalità dell'attività di formazione, relative al buon andamento del sistema regionale, da valutare anche in relazione all'indirizzo politico della Regione stessa. Per quanto riguarda la materia della formazione professionale, la ricorrente richiama la delimitazione tra l'area di competenza statale e quella di competenza regionale operata dalla giurisprudenza costituzionale (sentenza n. 50 del 2005) e afferma che le disposizioni impugnate incidono su una materia affidata alla competenza esclusiva delle Regioni. La ricorrente osserva che le violazioni sono aggravate dall'assenza di qualsiasi forma di compartecipazione regionale, sia per quanto riguarda la composizione dell'Agenzia per la formazione, sia per quanto riguarda la sua attività, soprattutto in ordine alla determinazione dei criteri di accreditamento delle strutture formative. 5. – In tutti i giudizi si è costituita, per il Presidente del Consiglio dei ministri, l'Avvocatura generale dello Stato, con memorie di contenuto analogo, chiedendo il rigetto dei ricorsi. La difesa statale fa riferimento alla distinzione, delineata dalla giurisprudenza costituzionale (sentenze n. 50 del 2005 e n. 24 del 2007), tra formazione esterna, rientrante nella competenza residuale regionale, e formazione interna, rientrante nella materia di competenza statale dell'ordinamento civile, ove assicurata da datori di lavoro privati. Osserva che se la formazione interna, alla quale si riferiscono le disposizioni impugnate, non rientra nella competenza residuale regionale, essa deve ricondursi al suo naturale alveo, costituito dalla materia dell'istruzione, di potestà concorrente. L'Avvocatura generale dello Stato ritiene che le disposizioni impugnate si limitino a dettare norme generali volte ad assicurare che la formazione dei pubblici impiegati sia affidata a organismi adeguati. Nega che esse incidano sulla potestà organizzativa delle Regioni, che rimangono libere di organizzare e disciplinare l'ordinamento dei propri uffici. Rileva che la giurisprudenza costituzionale, nel riconoscere alle Regioni la potestà legislativa residuale in ordine alla disciplina del rapporto di impiego dei loro dipendenti, compresa la fase dell'accesso, ha comunque sempre affermato il loro obbligo di osservare le disposizioni dell'art. 97 della Costituzione: ciò giustificherebbe la potestà del legislatore statale di dettare disposizioni volte ad assicurarne l'osservanza. A giudizio dell'Avvocatura generale dello Stato, ricorrono quindi quei principi fondamentali dell'ordinamento che, pur in assenza di una espressa e puntuale previsione costituzionale nell'ambito del riparto operato dall'art. 117 della Costituzione, consentono di individuare una assorbente competenza statale (sentenze n. 423 del 2004 e n. 407 del 2002).