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Tutti questi provvedimenti hanno retto al vaglio di costituzionalità, perché non contengono una definizione generale, anticipatoria rispetto all'intervento del legislatore nazionale; in concreto, la tutela anti- mobbing viene collocata nell'ambito della tutela delle condizioni di lavoro e, quindi, in certo modo, ricondotta alla nozione di benessere dei lavoratori. Anche la recente legge regionale della Campania n. 29 del 9 ottobre 2017, ancorché dichiaratamente volta alla « prevenzione dei fenomeni del mobbing e del disagio lavorativo », non si spinge a fornire una definizione del mobbing e prevede l'utilizzazione dei servizi per la prevenzione e sicurezza negli ambienti di lavoro (SPISAL – SPRESAL) già contemplati nel decreto legislativo n. 81 del 2008 e promuove la istituzione di sportelli territoriali di ascolto presso i comuni. Pertanto, dopo i numerosi progetti di legge presentati in Parlamento nel corso delle precedenti legislature e tutti caducati, l'intervento del legislatore statale si rivela necessario. Il presente disegno di legge intende approdare ad una definizione normativa che sancisca i princìpi fondamentali di intervento nonché le forme di tutela del lavoratore e le responsabilità di coloro che mettono in atto comportamenti illeciti. Il disegno di legge si compone di otto articoli. Articolo 1. ( Definizioni e ambito di applicazione ) Il mobbing viene definito come una serie di « atti di molestie, vessazione o persecuzione, che hanno lo scopo di incidere sui diritti o sulla dignità del lavoratore, o alterarne la salute fisica o mentale, o mettere in pericolo il suo futuro professionale ». Poiché i comportamenti suscettibili di risolversi in forme dì violenza o persecuzione psicologica non sono facilmente definibili a priori ed assumono caratteristiche diverse, anche in dipendenza del contesto lavorativo in cui la vittima è inserita, si è preferito evitare di redigere un elenco che avrebbe necessariamente valore esemplificativo e non decisivo. Peraltro, la Corte costituzionale, con la citata sentenza n. 359 del 2003, ha ribadito che, a norma dell'articolo 117 della Costituzione, è precluso alle regioni di intervenire in ambiti di potestà normativa concorrente, dettando norme che vanno ad incidere sul terreno dei princìpi fondamentali. Pertanto appare preferibile indicare le linee guida fondamentali per la configurazione del mobbing , senza procedere ad una lunga e non risolutiva elencazione. Quanto all'ambito di applicazione, è espressamente previsto che la legge si applica ai dipendenti pubblici e privati, nonché ai dipendenti dei partiti politici e delle associazioni previste dall'articolo 36 del codice civile. La norma inoltre intende espressamente tutelare da possibili rappresaglie il lavoratore che non si sia piegato al comportamento mobbizzante o che abbia fornito testimonianza al riguardo o segnalato casi a sua conoscenza, anche ai fini del successivo articolo 6. Articolo 2. ( Tutela giudiziaria ) È stabilita la competenza del giudice del lavoro, mentre per i dipendenti pubblici sottratti alla giurisdizione ordinaria vige la giurisdizione del giudice amministrativo. La tutela viene completata dalla consueta possibilità di agire ai sensi dell'articolo 700 del codice di procedura civile. Inoltre, l'interessato che ne ravvisi i presupposti potrà, in alternativa al giudizio ordinario, attivare le procedure di cui all'articolo 44 del decreto legislativo 9 luglio 2003 n. 215 , quelle di cui all'articolo 4 del decreto legislativo 9 luglio 2003 n. 216, quelle di cui all'articolo 3 della legge 1° marzo 2006, n. 67, e quelli di cui all'articolo 55- quinquies del decreto legislativo 11 aprile 2006, n.198, secondo la disciplina dettata dall'articolo 28, comma 1, del decreto legislativo 1° settembre 2011, n. 150. La legge non prevede una fattispecie penale, apparendo inopportuno incrementare il sistema di panpenalismo tanto dannoso all'effettivo funzionamento della giustizia, anche perché è evidente che se il comportamento mobbizzante viene posto in essere attraverso atti che già di per sé costituiscono reato (ad esempio, ingiurie) oppure provoca conseguenze rilevanti sul piano penale (ad esempio lesioni personali, volontarie o colpose) tali condotte sono direttamente sanzionate in sede penale. L'effettività della tutela è dunque assicurata dalla celerità del rito del lavoro, dalla eventuale applicabilità dell'articolo 700 e soprattutto dalle due innovazioni introdotte con gli articoli 3 e 4 della presente legge. Articolo 3. (Onere della prova) L'articolo 3 introduce l'inversione dell'onere probatorio. L'operatività del riconoscimento del principio di vicinanza alla prova (in virtù del quale l'onere della prova viene ripartito tenuto conto, in concreto, della possibilità per l'uno o per l'altro soggetto di provare fatti e circostanze che ricadono nelle rispettive sfere di azione) induce ad affermare che la vittima debba essere esonerata dal fornire la prova della sussistenza dell'intento persecutorio e sia tenuta solo a dimostrare i fatti nella loro materialità. È, invece, a carico del convenuto l'onere di provare la non sussistenza degli atteggiamenti di violenza o persecuzione psicologica. Viene in tal modo introdotta una deroga al principio della presunzione di buona fede, addossando al convenuto l'onere di provare, in presenza di una continuazione di atti oggettivamente dannosi, la carenza dell'intento persecutorio. Analoga inversione dell'onere probatorio è stata introdotta in Francia con la legge n. 73 del 2002, articolo 169, che ha inserito nel codice del lavoro, all'articolo 122.52, tale meccanismo. Articolo 4. (Risarcimento del danno e inosservanza dell'ordine del giudice) L'articolo 4 contiene l'importante innovazione del risarcimento minimo in caso di inadempimento dell'ordine di cessazione della condotta mobbizzante, in aggiunta al risarcimento dell'eventuale ulteriore maggior danno (che però andrebbe dedotto e provato dal lavoratore, mentre in caso di inosservanza dell'ordine del giudice tale prova non è richiesta, essendo il danno insito nella inosservanza). Il comma 2 prevede poi, espressamente, la pubblicità della decisione di merito. Tale previsione, già presente in molte proposte di legge presentate al Senato (n. 122 del 6 giugno 2001; n. 1280 del 21 marzo 2002; n. 924 del 5 dicembre 2001; n. 986 del 20 dicembre 2001; n. 3255 del 22 dicembre 2004), è volta a restituire al lavoratore la piena onorabilità della propria immagine. Articolo 5. (Responsabilità disciplinare) Il comma 1 è destinato a sanzionare in sede disciplinare, e all'occorrenza civile e penale, il comportamento di chiunque – all'insaputa o con il beneplacito del datore di lavoro – compia gli atti riferibili all'articolo 1. Analogamente è perseguibile in sede disciplinare, e se del caso anche civile e penale, chiunque denunci come posti in essere nei propri o negli altrui confronti i comportamenti dei cui all'articolo 1. Articolo 6.