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Il 31 gennaio, all'indomani del primo episodio verificatosi a Roma (ricorderete i turisti cinesi), abbiamo proclamato lo stato di emergenza nazionale per la durata cautelativa di sei mesi, affidando alla Protezione civile il compito di coordinare le attività di sostegno all'azione delle Regioni per fronteggiare l'emergenza. Ricordo che l'organizzazione della sanità è di pressoché completa competenza delle Regioni, mentre allo Stato spetta dettare i princìpi fondamentali in materia di tutela della salute e la definizione dei livelli essenziali delle prestazioni. Il Governo, dunque, ha anticipato la reazione, ponendo in essere tutte le azioni di propria competenza necessarie e utili a presidiare i beni primari della vita e della salute dei cittadini. Il significativo tasso di contagio attribuito al Covid-19, con la previsione di una diffusione incontrollata del virus, ha posto subito all'attenzione delle autorità sanitarie la realistica possibilità di un sovraccarico del sistema sanitario rispetto alla necessità di erogare cure che, con particolare riguardo alla popolazione più debole e più anziana, richiedono interventi di terapia intensiva e subintensiva con un tasso di ospedalizzazione difficilmente sostenibile dall'intero sistema sanitario nazionale. La limitazione del contagio è stata, quindi, da subito la scelta necessaria a consentire al sistema di adeguarsi con un piano emergenziale specifico. In questa prospettiva, i primi interventi di impatto e di contenimento hanno avuto l'obiettivo di isolare i casi positivi, di tracciare i contatti stretti e di provare a delimitare i cosiddetti focolai. Ricordo che il primo caso di paziente italiano è stato scoperto a Codogno. Era il 21 febbraio. Nella medesima giornata, d'un tratto, i contagiati sono saliti a 15. Pressoché contemporaneamente, nelle stesse ore, un altro focolaio è stato scoperto a Vo' Euganeo. Sono stato raggiunto da queste notizie mentre ero a Bruxelles. Proprio in quell'occasione, il Consiglio Europeo tenne una riunione fiume, che si protrasse anche per tutta la notte. Appena rientrato a Roma, la sera stessa del 21 febbraio mi sono subito recato in Protezione civile per avere un puntuale aggiornamento. Il giorno dopo - siamo al 22 febbraio - ho convocato una riunione straordinaria del Consiglio dei ministri presso la Protezione civile, nel corso della quale abbiamo adottato immediatamente il decreto-legge n. 6, che ha disposto misure immediate di contenimento del contagio, definendo, al contempo, un percorso normativo, quello che conosciamo, affidato al decreto del Presidente del Consiglio dei ministri, che ha il compito di definire le misure via via ritenute più idonee a fronteggiare l'emergenza. Immediatamente abbiamo adottato un DPCM, il 23 febbraio, con cui abbiamo isolato le prime due cosiddette zone rosse, riguardanti i 10 Comuni del Lodigiano e il comune di Vo' Euganeo. Sono state ore davvero molto stressanti e impegnative. La prima volta in Italia che si disponeva di isolare, ovviamente al di fuori dei periodi bellici, interi Comuni e intere comunità. Con DPCM del 25 febbraio, solo due giorni dopo, preso atto dell'evolversi della situazione epidemiologica e dell'incremento dei casi anche sul territorio nazionale, si è intervenuto in tutti i Comuni delle Regioni dell'Emilia-Romagna, Friuli-Venezia Giulia, Lombardia, Veneto, Liguria e Piemonte, sullo svolgimento delle manifestazioni sportive, sull'organizzazione di attività scolastiche e della formazione superiore, sulla disciplina delle misure di prevenzione sanitaria presso gli istituti penitenziari, sulla regolazione delle modalità di accesso agli esami di guida, sull'organizzazione delle attività culturali e per il turismo. Una volta verificato che la circolazione del virus superava ambiti geografici facilmente e chiaramente isolabili, ci siamo subito resi conto, ma seguendo sempre le raccomandazioni del comitato tecnico scientifico, che le misure di contenimento geografico perdevano di valore e significato, mentre assumevano ancora più rilevanza quelle di distanziamento sociale, via via incrementate con i provvedimenti che si sono succeduti, dapprima nelle Regioni interessate e poi su tutto il territorio nazionale. Sì, perché, chiaramente, la nostra battaglia non conosce confini; si sviluppa da Nord a Sud. La nostra macchina organizzativa e operativa, ovviamente, è in questo momento attentamente rivolta a quelle che sono le esigenze delle Regioni del Nord, ma dobbiamo concentrare i nostri sforzi anche per il Centro (pensiamo anche alle Marche) e per potenziare la risposta al Sud, in funzione di mitigazione del rischio e anche di prevenzione di situazioni altrettanto critiche. La scelta degli interventi effettuati - vorrei ricordare - si è sempre basata su accurate valutazioni del comitato tecnico scientifico e ha mirato a contemperare l'esigenza di incidere in maniera bilanciata tra benefici e sacrifici nella vita dei cittadini. Abbiamo sperimentato, primi in Europa, un percorso normativo volto a contemperare, da una parte, l'esigenza di tutelare al massimo grado il bene primario della salute dei cittadini e, dall'altro lato, la necessità di assicurare adeguati presidi democratici. È un percorso normativo che noi abbiamo sperimentato per primi, ma che molti Paesi adesso stanno riprendendo e stanno considerando in qualche modo esemplare. Per la prima volta dalla fine del Secondo conflitto mondiale, siamo stati costretti a limitare alcune delle libertà fondamentali garantite dalla Costituzione - pensate - e in particolare: la libertà di circolazione e soggiorno, la libertà di riunione nelle sue varie forme, perfino la libertà di coltivare pratiche religiose. I princìpi ai quali ci siamo attenuti nella predisposizione delle misure contenitive del contagio sono stati quelli della massima precauzione, ma contestualmente anche dell'adeguatezza e della proporzionalità dell'intervento rispetto all'obiettivo perseguito. Questa è la ragione della gradualità delle misure, che sono diventate restrittive via via che la diffusività e la gravità dell'epidemia si sono manifestate con maggiore severità, sempre sulla base delle indicazioni provenienti dal comitato tecnico-scientifico. Poiché il nostro ordinamento - e qui noi ci differenziamo da altri ordinamenti costituzionali - non conosce un'esplicita disciplina per lo stato d'emergenza, abbiamo dovuto costruire un metodo di azione e una strategia di intervento mai sperimentati prima, basandoci ovviamente sulla legislazione vigente e sull'attuale articolata ripartizione di competenze tra Stato, Regioni e Comuni. Abbiamo ritenuto necessario ricorrere allo strumento del decreto del Presidente del Consiglio dei ministri, dopo aver radicato il suo fondamento giuridico iniziale nel decreto-legge n. 6, che ho già menzionato. Abbiamo ravvisato in questo strumento la via più idonea per reagire alle conseguenze, per la sua maggiore agilità ad adattarsi alla rapida e spesso imprevedibile evoluzione del contagio e alle sue conseguenze. In secondo luogo, questo strumento ci è apparso anche il più idoneo a garantire l'applicazione delle misure in maniera uniforme, per quanto necessario. Ogni decreto del Presidente del Consiglio è sempre stato adottato con il coinvolgimento di tutti i Ministri, che hanno potuto offrire, ciascuno in relazione alle proprie competenze e alle personali specifiche sensibilità politiche, un importante contributo.