[pronunce]

La rilevanza della questione sarebbe assicurata dalla circostanza che, in applicazione della disposizione sospettata di illegittimità costituzionale, una volta dichiarata la prescrizione dei reati, la Corte di appello non potrebbe procedere alla conferma delle condanne risarcitorie sul mero rilievo dell'assenza di prova dell'innocenza degli imputati, ostando a tale possibilità il principio, consolidato nella giurisprudenza della Corte di cassazione, secondo il quale, all'esito del giudizio, il proscioglimento nel merito, in caso di insufficienza o contraddittorietà della prova, non prevale rispetto alla dichiarazione immediata di una causa di non punibilità, salvo che, in sede di appello, sopravvenuta una causa estintiva del reato, il giudice sia chiamato a valutare, per la presenza della parte civile, il compendio probatorio ai fini delle statuizioni civili. In ragione di questo principio, dunque, la conferma delle condanne risarcitorie potrebbe seguire solo ad un compiuto esame nel merito dei motivi di gravame (tutti incentrati sull'assenza di penale responsabilità in capo agli imputati), in mancanza del quale la sentenza di appello sarebbe viziata da omessa o insufficiente motivazione e soggetta, in ipotesi di ricorso per cassazione, ad annullamento con rinvio. 1.2.- Quanto alla non manifesta infondatezza della sollevata questione di legittimità costituzionale, osserva al riguardo il giudice a quo che il necessario esame dei motivi di impugnazione, comportando una rivalutazione del compendio probatorio, non potrebbe che tradursi in un nuovo apprezzamento, sia pure «incidenter tantum», della colpevolezza dell'imputato. In tal senso, del resto, si porrebbe l'orientamento del giudice della nomofilachia (vengono citate: Corte di cassazione, sezioni unite penali, sentenza 28 maggio-15 settembre 2009, n. 35490; sezione sesta penale, sentenza 20 marzo-8 aprile 2013, n. 16155; sezioni unite penali, sentenza 18 luglio-27 settembre 2013, n. 40109; sezione quinta penale, sentenza 7 ottobre 2014-27 gennaio 2015, n. 3869 ; sezione seconda penale, sentenza 18 luglio-17 settembre 2014, n. 38049), il quale interpreta il disposto dell'art. 578 cod. proc. pen. nel senso di ritenere necessaria, in funzione della conferma delle statuizioni civili contenute nella pronuncia di primo grado da parte del giudice di appello che pure abbia riscontrato l'esistenza di una causa estintiva del reato, l'incidentale riaffermazione della responsabilità penale dell'imputato, pena l'annullamento con rinvio della sentenza. Tale indirizzo interpretativo, assunto come "diritto vivente", avrebbe trovato riscontro anche nel recente arresto delle Sezioni unite penali (Corte di cassazione, sezioni unite penali, sentenza 25 ottobre 2018-7 febbraio 2019, n. 6141), che, risolvendo in senso positivo il contrasto, circa l'impugnabilità con il rimedio straordinario della revisione, della sentenza di appello contenente, unitamente alla dichiarazione di estinzione del reato, la conferma delle statuizioni civili restitutorie o risarcitorie, l'avrebbe equiparata, nella sostanza, ad una vera e propria sentenza di "condanna". Tenuto conto di tale "diritto vivente" sull'ambito della cognizione richiesta al giudice dell'impugnazione penale dalla norma codicistica, questa - secondo la Corte rimettente - si porrebbe in contrasto con gli artt. 11 e 117, primo comma, Cost., per violazione sia degli obblighi convenzionali assunti con la CEDU sia dei vincoli derivanti dall'ordinamento dell'Unione europea, in quanto la sua concreta applicazione in giudizio lederebbe il diritto dell'imputato alla presunzione di innocenza, come riconosciuto e garantito, sotto il primo versante, dall'art. 6, paragrafo 2, CEDU e, sotto il secondo versante, dall'art. 48 CDFUE, nonché dagli artt. 3 e 4 della direttiva 2016/343/UE, emanata, ai sensi dell'art. 82, paragrafo 2, lettera b), del Trattato sul funzionamento dell'Unione europea (TFUE), come modificato dall'art. 2 del Trattato di Lisbona del 13 dicembre 2007 e ratificato dalla legge 2 agosto 2008, n. 130, proprio in funzione del rafforzamento di alcuni aspetti della presunzione di innocenza. Evidenzia, in particolare, il rimettente che tanto l'art. 6, paragrafo 2, CEDU (nella costante interpretazione datane dalla Corte europea dei diritti dell'uomo) quanto la corrispondente norma contenuta nell'art. 48 CDFUE, nonché gli artt. 3 e 4 della citata direttiva (questi ultimi nella interpretazione ripetutamente datane dalla Corte di giustizia), riconoscerebbero il diritto alla presunzione di innocenza sotto un duplice aspetto. Per un verso, attribuirebbero una garanzia procedurale nel contesto di un processo penale, con implicazioni in ordine all'onere della prova, all'applicabilità di presunzioni di fatto e di diritto, al privilegio contro l'autoincriminazione, alla pubblicità preprocessuale e alle espressioni premature da parte della corte processuale o di altri funzionari. Per altro verso, una volta che il procedimento penale sia terminato con una pronuncia di assoluzione o con una interruzione (e dunque senza che la responsabilità penale sia stata accertata), attribuirebbero all'imputato il diritto di essere trattato dalle pubbliche autorità e dai pubblici ufficiali come persona innocente, impedendo che, nel contesto di un procedimento successivo, possano essere emessi provvedimenti che presuppongano la sua responsabilità in ordine al reato che gli era stato contestato. 1.3.- Con specifico riguardo al diritto convenzionale, il rimettente, oltre a ricordare il leading case in cui il cosiddetto secondo aspetto del diritto alla presunzione di innocenza sarebbe stato elaborato (Corte EDU, grande camera, sentenza 12 luglio 2013, Allen contro Regno Unito), cita una serie di pronunce in cui la Corte di Strasburgo è stata chiamata a considerare l'applicazione dell'art. 6, paragrafo 2, CEDU in relazione a decisioni giudiziarie prese a seguito della conclusione del procedimento penale, a titolo di interruzione o dopo un'assoluzione, in procedimenti riguardanti, tra l'altro, l'imposizione di una responsabilità civile per il pagamento di un risarcimento alla vittima. Questa fattispecie, corrispondente a quella disciplinata nel nostro ordinamento dall'art. 578 cod. proc. pen. , sarebbe quindi quella tipica in cui troverebbe applicazione il cosiddetto secondo aspetto del diritto alla presunzione di innocenza, come declinato nella giurisprudenza della Corte EDU. Il giudice a quo richiama, in particolare, la recente decisione emessa dalla Corte EDU in data 20 ottobre 2020 (terza sezione, sentenza 20 ottobre 2020, Pasquini contro Repubblica di San Marino), evidenziando come, nella fattispecie, il giudice penale di appello sammarinese, in applicazione di una norma perfettamente sovrapponibile all'art. 578 cod. proc. pen.