[pronunce]

La valutazione dell'imputato in ordine alla convenienza dei predetti riti è difatti in funzione della concreta impostazione data al processo dal pubblico ministero: con la conseguenza che non informare l'imputato contumace della sopravvenuta modifica dell'imputazione – non permettendogli così di rivedere il suo apprezzamento in rapporto alla nuova caratura dell'accusa – equivarrebbe a compromettere il diritto tutelato dall'art. 24, secondo comma, Cost., del quale la richiesta dei riti alternativi costituisce espressione. Né gioverebbe obiettare che, rimanendo contumace all'udienza preliminare, l'imputato accetterebbe il rischio di non venire a conoscenza di una eventuale modifica dell'imputazione: così che sarebbe suo onere, in vista di tale eventualità, rilasciare preventivamente una procura speciale che legittimi il difensore a richiedere i riti alternativi in sua assenza. La scelta dell'imputato di non presenziare al processo si tradurrebbe difatti essa stessa in una incoercibile opzione difensiva; quest'ultima non potrebbe dunque venir «sanzionata» con la perdita del diritto di accesso ai riti alternativi alla luce della mutata imputazione, o anche solo configurando a carico dell'imputato l'onere del rilascio di una procura speciale «preventiva» al difensore, di per sé incompatibile con un consapevole – e dunque effettivo – esercizio del diritto di difesa. Sarebbe leso altresì l'art. 3 Cost., sotto il profilo della disparità di trattamento rispetto alla fase dibattimentale, avuto riguardo alla disciplina delle nuove contestazioni all'imputato contumace o assente, di cui all'art. 520 cod. proc. pen. : disparità di trattamento non più giustificabile alla luce dell'attuale fisionomia dell'udienza preliminare, la quale, per effetto delle innovazioni introdotte dalla legge 16 dicembre 1999, n. 479, avrebbe ormai perduto l'originaria connotazione di semplice momento di controllo processuale dell'azione penale esercitata dal pubblico ministero, per assumere le caratteristiche tipiche del vero e proprio giudizio di merito. 2. – La questione non è fondata. 2.1. – Quanto, infatti, alla dedotta violazione dell'art. 24, secondo comma, Cost., non è in realtà contestabile che, nella situazione considerata dal giudice a quo, l'impossibilità di proporre la richiesta di rito speciale a fronte della mutata imputazione in udienza preliminare – stanti le previsioni degli artt. 438, comma 3, e 446, comma 3, cod. proc. pen. , in forza delle quali il giudizio abbreviato e il patteggiamento debbono essere richiesti dall'imputato personalmente o a mezzo di procuratore speciale – consegua ad una duplice, volontaria scelta dell'imputato medesimo: quella di rimanere contumace in detta udienza e quella di non conferire una procura speciale al difensore, che lo abiliti, in via preventiva, a presentare la richiesta di rito alternativo in sua assenza (così come consentito dall'art. 37 disp. att. cod. proc. pen.). La modifica dell'imputazione nell'udienza preliminare – e, in particolare, la contestazione, nel corso di essa, di una nuova circostanza aggravante – non è, d'altro canto, un evento imprevedibile. In linea generale, difatti, l'udienza preliminare, nell'architettura del nuovo codice di rito (per questo verso non incisa dalla legge n. 479 del 1999), si connota per una maggior “fluidità” dell'addebito, il quale si “cristallizza” solo con il provvedimento che dispone il giudizio. Ma, soprattutto, l'evenienza di cui si discute non è imprevedibile nella specifica ipotesi che forma oggetto del quesito: vale a dire quando il mutamento si basi non su nuovi dati emersi nel corso dell'udienza, ma su elementi già desumibili dagli atti d'indagine. Si tratta, infatti, di elementi che l'imputato ha avuto modo di conoscere e di valutare – anche sotto il profilo della loro idoneità a propiziare “incrementi” dell'imputazione esposta nella richiesta di rinvio a giudizio – a seguito del deposito effettuato ai sensi dell'art. 415-bis cod. proc. pen. Se ne deve dunque desumere che – contrariamente a quanto sostiene il giudice a quo – l'eventuale preclusione all'accesso ai riti alternativi non può considerarsi di per sé lesiva del diritto di difesa, traducendosi, nella sostanza, in un «rischio» che l'imputato volontariamente si assume con la duplice scelta dianzi indicata. Che la decisione dell'imputato di non presenziare al processo a suo carico si atteggi essa stessa come «scelta difensiva» non suscettibile di venir conculcata (sentenza n. 301 del 1994), non esclude, difatti, che tale opzione implichi comunque l'accettazione delle eventuali conseguenze sfavorevoli, derivanti dall'impossibilità del compimento di atti processuali che presuppongono la presenza del giudicabile. Né giova alla tesi del rimettente, sotto il profilo considerato, il confronto con la previsione dell'art. 520 cod. proc. pen. Come osserva, infatti, anche l'Avvocatura dello Stato, la notifica del verbale all'imputato contumace o assente, nel caso di nuova contestazione in dibattimento, non è finalizzata, in via di principio, a consentirgli l'accesso ai riti alternativi; quanto piuttosto a permettergli l'esercizio del diritto di difesa in relazione al mutato quadro accusatorio, con la garanzia della fruizione, all'uopo, di un adeguato spazio temporale (dovendo in tal caso il dibattimento essere sospeso, con la fissazione di una nuova udienza per la prosecuzione nel rispetto dei termini indicati dall'art. 519, commi 2 e 3, cod. proc. pen.): e ciò in parallelo a quanto è previsto per l'imputato presente dal medesimo art. 519 cod. proc. pen. , tramite il riconoscimento della facoltà di chiedere un termine a difesa. Aspetto, quest'ultimo, che resta peraltro estraneo al petitum del rimettente (il quale sottolinea specificamente che la concessione di un termine a difesa non varrebbe a sanare il vulnus denunciato) e, dunque, all'odierno thema decidendum. Neppure può utilmente invocarsi, in senso contrario, la sentenza n. 265 del 1994, con la quale questa Corte – dichiarando costituzionalmente illegittimi, in parte qua, gli artt. 516 e 517 cod. proc. pen. – ha “rimesso in termini” l'imputato per la richiesta di applicazione della pena, nell'ipotesi di nuova contestazione dibattimentale basata su elementi già risultanti dagli atti di indagine: in particolare escludendo che, in detta ipotesi, il rischio della modifica possa essere addossato all'imputato, quale frutto di sua libera scelta. Nell'allegare la citata decisione a sostegno delle sue censure, il rimettente non tiene, in effetti, adeguato conto della sostanziale diversità della situazione da essa avuta di mira, rispetto a quella oggetto dell'odierno quesito. La sentenza n. 265 del 1994 aveva riguardo, difatti, a modifiche dell'imputazione operate dopo la scadenza del termine per l'accesso ai riti alternativi, quali appunto quelle dibattimentali. Rispetto a tali modifiche, la contumacia dell'imputato costituisce una variabile del tutto indifferente (tanto che la sentenza in parola non se ne occupa affatto):