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2.452 tonnellate per un controvalore superiore a 90 miliardi di euro. Siamo il quarto soggetto detentore al mondo. La storia di queste riserve è molto istruttiva: inizia nel 1893, le riserve crescono progressivamente fino a raggiungere le 561 tonnellate nel 1933, successivamente scendono per una serie di cessioni e si riducono a 105 tonnellate nel settembre 1943, il momento dell'armistizio dell'Italia con gli Alleati. Gli occupanti tedeschi rubarono gran parte di quelle 105 tonnellate che erano tutte depositate in Italia, sul territorio nazionale. Alla fine della guerra eravamo rimasti con 22 tonnellate di oro che vennero restituite successivamente ma quell'oro, tutto tenuto sul territorio nazionale, venne portato via dalle truppe di occupazione tedesche. Ecco la seconda lezione della storia, signor Presidente: dislocare l'oro della Patria tutto in un solo luogo è una scelta sbagliata, è una scelta imprudente. Dislocare all'estero parte delle riserve auree non è un tradimento della patria, non è una lesione della sovranità nazionale, è una strategia di corretta e prudente minimizzazione dei rischi. Si lascia l'oro dove viene acquistato, si evitano costosi e pericolosi trasferimenti. Lo si lascia fuori dal territorio nazionale per motivi di sicurezza. Ed è per questo che più della metà dell'oro del nostro Paese oggi è detenuto presso la Federal reserve bank di New York, la Svizzera e la banca centrale del Regno Unito. Sono dati pubblici, di dominio pubblico e non capiamo veramente perché nella mozione presentata dal collega Bagnai si chiedano fantomatiche notizie relative alla consistenza e allo stato di conservazione dell'oro detenuto fuori dal territorio nazionale. Ce lo lasci dire, signor Presidente, è meglio lasciare le cose così come stanno. Il rientro sul territorio nazionale auspicato dai colleghi della Lega, del MoVimento 5 Stelle e di Fratelli d'Italia, sarebbe un'operazione non solo costosa, ma anche imprudente. Impariamo dalla storia del nostro Paese. Terzo punto: di chi sono le riserve auree? Il presidente Conte in quest'Aula il 21 febbraio ha detto delle parole chiave, affermando che l'oro è iscritto nell'attivo dello stato patrimoniale della Banca d'Italia, che è di proprietà di tale Banca e che i soci della Banca d'Italia non possono rivendicare i diritti sull'oro. È questo che dice la normativa vigente. La Banca d'Italia - lo ricordo - non è una pericolosa merchant bank speculatrice, è un ente di diritto pubblico che fa parte dell'eurosistema e del Sistema europeo di banche centrali. La sua governance e le sue attività sono disciplinate da norme nazionali e da norme europee, che dicono delle cose ben precise. Dicono che le competenze riguardanti la detenzione e la gestione delle riserve valutarie e, quindi, anche auree, sono tra i compiti dell'eurosistema, che la BCE e le banche centrali nazionali devono avere garanzia di piena indipendenza istituzionale e finanziaria; dicono, all'articolo 123 del Trattato di funzionamento dell'Unione europea, che vi è il divieto di finanziamento monetario, cioè che le banche centrali non possono andare in soccorso dei Governi nazionali nelle loro decisioni di politica di bilancio. Non è un patrimonio immobile perché le regole italiane ed europee ammettono una serie di utilizzi. Ripeto però che si tratta di un tesoro di ultima istanza e qualunque riduzione, qualunque operazione di vendita delle riserve auree della Banca d'Italia, cari colleghi, per esempio, per ridurre il debito pubblico, oppure per evitare l'aumento dell'IVA di 23 miliardi, che sta scritto nella legge di bilancio del 2019 (un esempio che faccio non a caso), qualunque intervento di questo genere sarebbe innanzitutto un'infrazione alla normativa comunitaria e agli accordi internazionali, ma soprattutto sarebbe una scelta del tutto irrazionale dal punto di vista economico. Una tale scelta andrebbe contro l'interesse degli italiani, ridurrebbe di una frazione il debito pubblico, perché i 91 miliardi sono meno del 4 per cento dello stock del debito pubblico italiano, non servirebbe a coprire oneri permanenti, come gli aumenti dell'IVA che avete determinato dal 2020 in avanti (52 miliardi tra il 2020 e il 2021) e la vendita delle riserve auree per scelte di politica di bilancio peggiorerebbe il merito di credito dell'Italia, aumenterebbe lo spread , che è già al doppio del livello precedente le elezioni del 2018, e avrebbe ulteriori ricadute negative sull'accesso al credito da parte delle imprese e delle famiglie. Sarebbe quindi - lasciatecelo dire - una pessima scelta in totale contraddizione con quella gestione prudente delle riserve valutarie e auree che rappresenta un presidio di sicurezza, quel tesoro di ultima istanza che è sempre stato per il nostro Paese il patrimonio aureo di proprietà della Banca d'Italia. Per tutti questi motivi, signor Presidente, con la nostra mozione vogliamo impegnare il Governo su tre punti. Primo: confermare la piena autonomia della Banca d'Italia nella detenzione e nella gestione delle riserve ufficiali e, tra queste, delle riserve auree nel rispetto di ciò che è scritto nel Trattato sul funzionamento dell'Unione europea. Secondo: adoperarsi a livello internazionale per il rinnovo dell'accordo del Central bank gold agreement, che scade a settembre del 2019. Vorremmo avere parole chiare dal Governo sotto questo profilo. Il terzo è l'impegno più importante: escludere qualsiasi intervento volto a ridurre la disponibilità delle riserve auree detenute dalla Banca d'Italia per iniziative volte a ridurre il debito pubblico, il deficit o per sostenere altri interventi. Vogliamo parole chiare e inequivocabili da questo punto di vista, a maggior ragione a pochi giorni dalla presentazione del Documento di economia e finanza e a pochi mesi da un autunno che si presenta, purtroppo, molto difficile e molto impegnativo per la finanza pubblica del nostro Paese e in ultima istanza per le imprese e per i cittadini italiani. (Applausi dal Gruppo PD) . Saluto ad una rappresentanza di studenti PRESIDENTE . Saluto a nome dell'Assemblea i docenti e gli studenti dell'Istituto di istruzione superiore statale «De Nora-Lorusso», di Altamura, in provincia di Bari, che stanno assistendo ai nostri lavori. (Applausi) . Ripresa della discussione delle mozioni nn. 77, 100, 104 e 107 BAGNAI (L-SP-PSd'Az) . Signor Presidente, mi incombe il compito di affermare qualcosa di ovvio, direi quasi di tautologico, cioè che l'oro dello Stato è dello Stato, ma visto che questo tema, che dovrebbe essere di per sé tautologico, ha suscitato già degli appassionati interventi, forse è il caso di aggiungere qualcosa. Nella mozione della nostra opposizione di sinistra ho particolarmente apprezzato il richiamo alla storia. Cerchiamo dunque di capire dalla storia come arriva l'oro nei forzieri delle banche centrali. Storicamente i percorsi sono fondamentalmente tre: lo sfruttamento coloniale, che non ci riguarda particolarmente e che oggi riguarda pochissimi Stati, la guerra e i surplus di bilancia commerciale. Quindi l'oro arriva nei forzieri delle banche centrali in virtù di due cose: