[pronunce]

ORDINANZA ha pronunciato la seguentenel giudizio di legittimità costituzionale dell'art. 30, comma 4, del decreto legislativo 5 febbraio 1997, n. 22 (Attuazione delle direttive 91/156/CEE sui rifiuti, 91/689/CEE sui rifiuti pericolosi e 94/62/CE sugli imballaggi e sui rifiuti di imballaggio), come modificato dall'art. 1, comma 19, della legge 9 dicembre 1998, n. 426 (Nuovi interventi in campo ambientale), promosso con ordinanza del 21 settembre 2007 dalla Corte di cassazione nel procedimento penale a carico di I. A., iscritta al n. 104 del registro ordinanze 2008 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 17, prima serie speciale, dell'anno 2008. Udito nella camera di consiglio del 22 ottobre 2008 il Giudice relatore Giuseppe Tesauro. Ritenuto che, con ordinanza del 21 settembre 2007, la Corte di cassazione ha sollevato, in riferimento agli artt. 11 e 117, primo comma, della Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell'art. 30, comma 4, del decreto legislativo 5 febbraio 1997, n. 22 (Attuazione delle direttive 91/156/CEE sui rifiuti, 91/689/CEE sui rifiuti pericolosi e 94/62/CE sugli imballaggi e sui rifiuti di imballaggio), come modificato dall'art. 1, comma 19, della legge 9 dicembre 1998, n. 426 (Nuovi interventi in campo ambientale), nella parte in cui esclude che gli imprenditori che esercitano la raccolta ed il trasporto di rifiuti propri non pericolosi a titolo professionale abbiano l'obbligo di iscriversi all'Albo nazionale delle imprese che effettuano la gestione dei rifiuti; che la Corte rimettente riferisce di essere investita del ricorso per cassazione proposto dalla persona sottoposta alle indagini avverso l'ordinanza con la quale il Tribunale del riesame aveva confermato il sequestro preventivo di un autocarro, utilizzato dal ricorrente nell'anno 2005 per trasportare materiali derivanti da attività di demolizione svolta nella sua qualità di imprenditore edile (materiali qualificabili come rifiuti speciali non pericolosi); che, ad avviso del giudice a quo, nella specie sarebbe astrattamente configurabile il fumus del reato di gestione di rifiuti non autorizzata, previsto dall'art. 51, comma 1, del d. lgs. n. 22 del 1997 , vigente al tempo della commissione del fatto, avendo il ricorrente trasportato rifiuti senza essere iscritto all'Albo nazionale delle imprese che effettuano la gestione di rifiuti, di cui all'art. 30 del medesimo decreto legislativo; che, peraltro, a tale conclusione sarebbe di ostacolo la circostanza che l'art. 1, comma 19, della legge n. 426 del 1998 ha modificato l'art. 30, comma 4, del d. lgs. n. 22 del 1997, gravando dell'obbligo d'iscrizione all'Albo unicamente le «imprese che svolgono attività di raccolta e trasporto di rifiuti non pericolosi prodotti da terzi e le imprese che raccolgono e trasportano rifiuti pericolosi [...]», e non, dunque, gli imprenditori che – come il ricorrente – trasportano rifiuti non pericolosi derivanti dalla loro stessa attività; che la Corte rimettente precisa di aver già promosso, con ordinanza del 16 gennaio 2006, l'incidente di costituzionalità del citato art. 30, comma 4, del d. lgs. n. 22 del 1997, come modificato dall'art. 1, comma 19, della legge n. 426 del 1998, in riferimento agli artt. 11 e 117, primo comma, della Costituzione, per contrasto con l'art. 12 della direttiva del Consiglio 15 luglio 1975, 75/442/CEE, relativa ai rifiuti, modificata dalla direttiva del Consiglio 18 marzo 1991, 91/156/CEE; che la Corte costituzionale, con ordinanza n. 126 del 2007, ha disposto la restituzione degli atti al giudice a quo, ai fini della valutazione in ordine alla perdurante rilevanza della questione alla luce dello ius superveniens, rappresentato dal decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152 (Norme in materia ambientale), il quale ha integralmente sostituito la disciplina della gestione dei rifiuti, abrogando il d. lgs. n. 22 del 1997 (art. 264, comma 1, lettera i), del d. lgs. n. 152 del 2006) ed obbligando all'iscrizione all'Albo nazionale gestori ambientali – con il presidio della sanzione penale comminata dal comma 1 dell'art. 256 – le imprese che esercitano la raccolta e il trasporto dei propri rifiuti non pericolosi come attività ordinaria e regolare, sia pur secondo un regime sensibilmente agevolato (art. 212, comma 8, del d. lgs. n. 152 del 2006); che la Corte di cassazione solleva nuovamente la questione di costituzionalità dell'art. 30, comma 4, del d. lgs. n. 22 del 1997, nella predetta formulazione, assumendo che, alla stregua dei principi fissati dall'art. 2 del codice penale e prima ancora dall'art. 25, secondo comma, della Costituzione, esso debba continuare a trovare applicazione nel procedimento principale, in luogo delle nuove disposizioni del d. lgs. n. 152 del 2006, recanti una disciplina meno favorevole, secondo la quale, come già indicato, sussiste un obbligo di iscrizione all'Albo, penalmente sanzionato, a carico degli imprenditori che svolgono in via ordinaria e regolare l'attività di trasporto di rifiuti non pericolosi da essi stessi prodotti; che, ampiamente richiamando la propria ordinanza del 16 gennaio 2006, il giudice a quo osserva che l'incompatibilità della denunciata norma con l'art. 12 della direttiva 75/442/CEE – il quale stabilisce che le imprese che provvedono alla raccolta o al trasporto di rifiuti propri «a titolo professionale», qualora non siano soggette ad autorizzazione, devono essere iscritte presso le competenti autorità – è stata accertata dalla Corte di giustizia delle Comunità europee con sentenza 9 giugno 2005, in causa C-270/03, emessa a seguito di procedura di infrazione promossa dalla Commissione europea nei confronti della Repubblica italiana ai sensi dell'art. 226 del Trattato che istituisce la Comunità europea del 25 marzo 1957, reso esecutivo con legge 14 ottobre 1957, n. 1203 (come modificato dal Trattato di Amsterdam del 2 ottobre 1997, reso esecutivo con legge 16 giugno 1998, n. 209); che, non avendo, a parere della Corte di cassazione, la direttiva sui rifiuti 75/442/CEE – e, conseguentemente, anche la sentenza del giudice comunitario che la interpreta – efficacia diretta nell'ordinamento interno, il contrasto con il diritto comunitario non potrebbe esser fatto valere dal giudice italiano, chiamato ad applicare l'art. 30, comma 4, del d. lgs.