[pronunce]

Dopo aver fatto presente che la legge che contiene le due disposizioni censurate si inserisce in una serie normativa, avente ad oggetto la disciplina della vigilanza sulle cooperative, che trae origine da una prima legge regionale 29 gennaio 1974, n. 7 (Vigilanza sulle cooperative), assai risalente, che, dopo una serie di modificazioni intervenute nel tempo, è stata abrogata solo con la legge regionale n. 5 del 2008, la difesa regionale eccepisce l’inammissibilità del ricorso sotto una nutrita serie di profili. Esso, infatti, sarebbe inammissibile, nella parte in cui è dedotto quale parametro di costituzionalità violato l’art. 4, primo comma, numero 9, dello statuto di autonomia, poiché non sarebbe chiarito in quale modo le disposizioni censurate eccedano l’ambito della competenza legislativa regionale in materia di «sviluppo della cooperazione e vigilanza sulle cooperative». Altro profilo di inammissibilità deriverebbe dalla inapplicabilità alla Regione del parametro di costituzionalità di cui all’art. 117, terzo comma, della Costituzione. Ribadito, infatti, che, secondo i termini dello statuto, la Regione ha competenza legislativa primaria in tema di «sviluppo della cooperazione e vigilanza sulle cooperative» e che in applicazione di tale competenza essa ha emanato la legge regionale n. 5 del 2008, la parte resistente ritiene del tutto inappropriato il richiamo all’art. 117, terzo comma, della Costituzione; infatti questo potrebbe essere ritenuto applicabile alla Regione a statuto speciale, per effetto dell’art. 10 della legge costituzionale n. 3 del 2001, solo in quanto esso attribuisca alla medesima una autonomia maggiore di quella di cui gode a termini statutari. Ma, aggiunge la resistente, la Avvocatura intende «addossare» alla Regione la competenza concorrente in materia di professioni – propria delle Regioni a statuto ordinario – solo per farne valere i limiti; in altre parole la attribuzione della materia nuova non varrebbe ad integrare, ampliandola, la competenza già assegnata alla Regione in tema di cooperazione, ma semmai, attraverso i limiti della competenza di nuova assegnazione, a ridurne i confini. La Regione ritiene, altresì, inammissibile la questione stante la sua incerta determinazione: il ricorso, infatti, dapprima lamenta la introduzione, tramite le norme censurate, della figura professionale del “revisore cooperativo” poi, invece, contesta il fatto che la medesima disciplina impingerebbe sulla normativa statale in materia di “revisori contabili”, per poi nuovamente dolersi della disciplina relativa all’accesso alla figura professionale del “revisore coooperativo”. Siffatta equivocità della questione effettivamente sottoposta alla Corte, imponendo a questa l’esame di più questioni e costringendo anche chi resiste a difendersi su più fronti, sarebbe motivo di inammissibilità. La questione sarebbe, altresì, inammissibile con riferimento alla violazione del parametro interposto costituito dal decreto legislativo 2 agosto 2002, n. 220 (Norme in materia di riordino della vigilanza sugli enti cooperativi, ai sensi dell’art. 7, comma 1, della legge 3 aprile 2001, n. 142, recante «Revisione della legislazione in materia cooperativistica, con particolare riferimento alla posizione del socio lavoratore»). Infatti mentre per un verso le due norme regionali sono impugnate poiché introdurrebbero la figura professionale del “revisore cooperativo” – peraltro già da lungo tempo presente nella legislazione regionale – poi se ne lamenta, contraddittoriamente, il contrasto con la normativa statale sul “revisore delle cooperative”, senza, però, chiarire né cosa preveda detta normativa statale né in che modo essa sia violata da quella regionale. Altresì inammissibile sarebbe la censura relativa alla violazione del parametro interposto costituito dal d.lgs. n. 88 del 1992, concernente la normativa nazionale sul registro dei revisori contabili. Afferma, infatti, la resistente difesa che, in primo luogo, nella delibera governativa di impugnazione non si lamenta che le due disposizioni censurate disciplinino la professione del revisore contabile; sotto tale aspetto, pertanto, il ricorso sarebbe inammissibile in quanto esso prospetta una censura diversa da quella deliberata dall’autorità politica. Peraltro, prosegue la memoria, la legge regionale censurata non disciplina la professione del revisore contabile ma si occupa della “revisione cooperativa”. Unico punto di contatto è nel fatto che, ove la revisione sia operata dalla “struttura amministrativa”, questa può incaricare di ciò revisori contabili «con una specifica esperienza in materia di enti cooperativi». Il ricorso, d’altra parte, non chiarisce come le disposizioni censurate disciplinerebbero la figura del revisore contabile né quale disposizione statale sarebbe violata; si dice solo che l’art. 22, comma 2, richiedendo anche ai revisori contabili il possesso dei requisiti per accedere all’elenco dei “revisori cooperativi”, inciderebbe sulla normativa relativa all’albo nazionale del revisori contabili. Per la resistente tale affermazione si fonderebbe su di un equivoco: l’impugnato art. 22, comma 2, non richiede ai revisori contabili il possesso dei requisiti previsti per i revisori cooperativi, ma si limita a richiedere una «specifica competenza in materia di enti cooperativi», così fornendo un criterio per la Amministrazione nello scegliere il soggetto cui affidare la revisione cooperativa. Di qui la inammissibilità della censura, priva di illustrazione, ovvero la sua infondatezza in quanto basata su di un errata ricostruzione della disposizione censurata. 3.1. – Subordinatamente alla inammissibilità del ricorso la difesa della Regione ne deduce la infondatezza. Infatti, con riguardo alle censure concernenti l’asserita individuazione della figura professionale del revisore contabile e alle regole che disciplinano l’accesso al relativo elenco, osserva la parte resistente che l’art. 1 del d.lgs. n. 220 del 2002, parametro interposto che si assume violato, pur attribuendo la vigilanza cooperativa al Ministero delle attività produttive, conserva le funzioni di vigilanza riservate alle Regioni a statuto speciale e alle Provincie autonome: in tal modo, ad avviso della Regione, sono fatte salve anche le discipline speciali dettate dalle Regioni a statuto speciale in materia di vigilanza sulle cooperative. D’altra parte, per quanto concerne il Trentino-Alto Adige/Südtirol, la disciplina regionale è in gran parte coincidente con quella nazionale di cui al citato d.lgs. n. 220 del 2002, che, si segnala, all’art. 7, disciplina la figura del “revisore delle cooperative” (regolando il percorso, a seguito di formazione promossa in sede ministeriale, per l’abilitazione professionale, nonché prevedendo la tenuta di un elenco sempre in sede ministeriale), così smentendo l’assunto del ricorrente, secondo il quale le disposizioni censurate avrebbero “individuato” una nuova professione ed il relativo albo. La Regione, sebbene dotata di competenza legislativa primaria in materia, si sarebbe limitata, invece, ad applicare in sede locale i principi dettati dal legislatore statale, richiedendo ai revisori cooperativi una specifica competenza tecnica e prevedendo la loro iscrizione in un albo: non vi sarebbe, in questo senso, alcun contrasto fra la impugnata normativa regionale e quella nazionale.