[pronunce]

– Nel giudizio si è costituito il Senato della Repubblica, depositando documenti e svolgendo deduzioni, a conclusione delle quali ha chiesto che la Corte dichiari inammissibile e in subordine rigetti il ricorso, dichiarando che spettava al Senato affermare l'insindacabilità, ai sensi dell'art. 68, primo comma, Cost., delle opinioni espresse dal senatore De Corato nei confronti del Ganapini, oggetto del giudizio civile pendente davanti al ricorrente. La difesa del Senato eccepisce preliminarmente l'inammissibilità del ricorso, rilevando come tale giudizio derivi da fatto materiale che aveva già formato oggetto di procedimento penale per diffamazione a mezzo stampa, conclusosi con sentenza del Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Monza di non luogo a procedere per l'insindacabilità delle dichiarazioni in assunto diffamatorie: procedimento nel quale l'attore si era costituito parte civile. Ove la delibera di insindacabilità fosse annullata, verrebbe meno la causa di improcedibilità e, ai sensi dell'art. 345 cod. proc. pen. , l'anzidetta sentenza di non luogo a procedere, ancorché non più soggetta ad impugnazione, non impedirebbe l'esercizio dell'azione penale per il medesimo fatto e contro la stessa persona. Ciò comporterebbe, tuttavia, la «reviviscenza» della facultas eligendi dell'attore fra una nuova costituzione nell'iniziando processo penale, con trasferimento in quella sede dell'azione civile risarcitoria, e la coltivazione di quest'ultima nella sede sua propria: esito, questo, di dubbia ragionevolezza, posto che l'anzidetta facultas eligendi dovrebbe ritenersi definitivamente “consumata” con la precedente opzione del Ganapini per la costituzione di parte civile nel processo penale. Ove invece si ritenesse operante il principio di immanenza della costituzione di parte civile (art. 76 cod. proc. pen.), la rimozione della causa di improcedibilità determinerebbe l'automatica riacquisizione in capo all'attore dell'anzidetta veste processuale; con la conseguenza che il giudizio civile, da cui il ricorso per conflitto di attribuzione promana, rimarrebbe sospeso, tornando ad essere il giudice penale l'organo competente a pronunciarsi (art. 75, comma 3, cod. proc. pen.). In sostanza, dunque, l'accoglimento del ricorso determinerebbe, in alternativa, o una violazione del principio di inammissibilità del contemporaneo esercizio dell'azione civile in sede penale e civile; oppure una situazione per cui il ricorrente non potrebbe giovarsi della decisione favorevole del conflitto, dovendo il suo processo rimanere sospeso in attesa della decisione di un giudice penale, che, peraltro, aveva già ritenuto di non promuovere alcun conflitto di attribuzione. In aggiunta a ciò, il ricorso implicherebbe una sorta di «giudizio di secondo grado» sulla fondatezza delle argomentazioni poste a base della delibera di insindacabilità, nel quale, peraltro, la relativa valutazione verrebbe irragionevolmente effettuata non già dal competente giudice penale d'appello, in sede di impugnazione della sentenza di non luogo a procedere, ma da un giudice diverso (quello civile). Un ulteriore motivo di inammissibilità sarebbe rappresentato dalla insufficiente indicazione, ad opera del ricorrente, delle ragioni per le quali la pronuncia del giudice penale non impedirebbe di adottare una soluzione opposta in sede civile; con conseguente mancato assolvimento dell'onere di «preciso riferimento agli elementi indispensabili per l'identificazione delle ragioni del conflitto», più volte affermato da questa Corte. Nel merito, la difesa del Senato osserva che il 2 ottobre 1996 il senatore De Corato aveva presentato un'interrogazione parlamentare al Ministro dell'ambiente (interrogazione n. 4–02108) concernente la grave emergenza rifiuti verificatasi nel Comune di Milano, nella quale si ricordava come il presidente della Commissione d'inchiesta attivata dal Comune avesse inviato copia della propria relazione conclusiva sia alla Procura della Repubblica di Milano che alla Procura regionale della Corte dei conti: con ciò implicitamente manifestando la convinzione che i comportamenti di alcuni dei soggetti interessati dall'inchiesta potessero assumere rilevanza penale. L'interrogazione rimarcava, altresì, come in detta relazione – approvata da tutti i componenti della Commissione, con la sola eccezione del rappresentante della Lega Nord – fossero state evidenziate in modo inequivoco irregolarità ed inefficienze addebitabili tanto al sindaco pro tempore quanto al Ganapini, il quale, in una prima fase, aveva contemporaneamente ricoperto la carica di assessore comunale e di presidente dell'AMSA (Azienda municipalizzata per i servizi ambientali). L'atto parlamentare tipico si concludeva, quindi, con la richiesta di sapere se i predetti dati fossero noti al Ministro dell'ambiente e per quale ragione, a dispetto di essi, il Governo avesse ritenuto di rinnovare la nomina del sindaco di Milano a commissario straordinario per l'emergenza rifiuti. L'emergenza rifiuti nella città di Milano sarebbe stata, peraltro, solo uno degli aspetti dei quali i parlamentari interessati alle vicende ambientali avevano consapevolezza in quel periodo. Nel corso della XIII legislatura era stata infatti creata, con legge 10 aprile 1997, n. 97, una Commissione parlamentare bicamerale d'inchiesta «sul ciclo dei rifiuti e sulle attività illecite ad esso connesse», la quale aveva dedicato una particolare attenzione alla situazione della Regione Abruzzo. Al riguardo, la difesa del Senato fa specifico riferimento: al resoconto dell'audizione del sostituto procuratore della Repubblica presso la Pretura di Pescara, effettuata il 18 novembre 1997, che dava notizia dell'esistenza di una inchiesta denominata «Gambero», da cui sarebbe emerso un «patto di azione contra legem fra alcune imprese di smaltimento e un certo numero di imprenditori delle Regioni centrali e settentrionali produttori di rifiuti»; al resoconto del 19 febbraio 1998, da cui risultava che una delegazione della Commissione si sarebbe successivamente recata nelle province di Teramo, Pescara e Chieti per effettuare sopralluoghi e svolgere audizioni; a quello del 27 gennaio 1999, relativo all'audizione del sostituto procuratore della Repubblica di Vasto (Chieti); alla relazione finale della Commissione, la quale – nel dar conto della notevole quantità di rifiuti pericolosi che risultavano essere stati sversati in Abruzzo – ipotizzava un inquietante legame tra i rifiuti solidi urbani prodotti a Milano e le discariche abusive abruzzesi, essendo emerso che l'Azienda municipalizzata del capoluogo lombardo non inviava direttamente i rifiuti nella predetta regione (stante il divieto posto da una legge regionale), ma erano piuttosto «le società aggiudicatarie di appalti per la separazione delle diverse frazioni di rifiuto» a spedirle ivi «per le operazioni di trattamento e cernita»: con la particolarità, tuttavia, che una volta entrato «nel presunto stabilimento, il materiale acquistava “cittadinanza” abruzzese e, di conseguenza, per circa il 90 per cento veniva smaltito come rifiuto in quel sito».