[pronunce]

che, infatti, contrariamente a quanto sostenuto dalla difesa erariale, i giudici rimettenti hanno verificato la possibilità di un'interpretazione costituzionalmente orientata della disposizione denunciata, ritenendola, però, impraticabile alla luce del tenore letterale della stessa che, a loro avviso, impedirebbe di attribuirle un significato diverso da quello sospettato di illegittimità («ogni pur dovuto tentativo in tale direzione [dell'interpretazione costituzionalmente adeguata] è destinato a scontrarsi con l'insuperabile dato testuale della norma, che impedisce di liquidare un indennizzo in misura superiore al "valore del diritto accertato"»); che deve infine essere respinta anche l'ulteriore eccezione, sempre formulata dall'Avvocatura generale dello Stato, di inammissibilità della questione sollevata in quanto i rimettenti, nel lamentare che il limite del valore del diritto accertato dal giudice, comportando che nessun indennizzo possa essere liquidato al soccombente nel processo presupposto, si pone in contrasto con l'art. 117, primo comma, Cost., avrebbero trascurato di considerare che, in caso di rimozione di detto limite, allo stesso soccombente nel processo presupposto verrebbe riservato un trattamento più favorevole di quello spettante a chi, nello stesso processo, sia risultato, sia pure parzialmente, vittorioso (nel senso che il diritto da lui fatto valere in giudizio è stato affermato, almeno in parte, esistente), atteso che, solo nei confronti di quest'ultimo, continuerebbe a trovare applicazione il limite del valore del diritto accertato dal giudice, con conseguente violazione dell'art. 3 Cost.; che, infatti, la diversità di trattamento che, nel caso di accoglimento della questione sollevata, si verrebbe a determinare tra il soccombente nel processo presupposto, al quale diverrebbe applicabile il solo, più favorevole, limite del valore della causa e il parzialmente vittorioso nello stesso processo, al quale continuerebbe ad applicarsi il meno favorevole limite del valore del diritto accertato dal giudice, può fare sorgere un dubbio in ordine alla ragionevolezza di tale diversità e all'eventuale conseguente contrasto con l'art. 3 Cost. che, tuttavia, di per sé solo, non è suscettibile di precludere l'esame del merito della questione sollevata e l'eventuale rimozione, in accoglimento della stessa, del vulnus all'art. 117, primo comma, Cost., denunciato dai rimettenti; che, con riguardo al merito della questione sollevata, i giudici rimettenti muovono dal presupposto interpretativo, che è alla base della dedotta violazione del parametro costituzionale invocato, secondo cui il limite del valore del diritto accertato dal giudice, previsto dall'impugnato comma 3 dell'art. 2-bis della legge n. 89 del 2001, comporta l'impossibilità di liquidare un indennizzo a titolo di equa riparazione della violazione del diritto alla ragionevole durata del processo, in favore di chi - attore o convenuto - sia risultato, nello stesso, soccombente; che gli stessi rimettenti pervengono a tale interpretazione della disposizione impugnata attraverso due passaggi, ritenendo, in particolare, che: a) il limite del valore del diritto accertato dal giudice si applica anche nell'ipotesi di accertamento dell'inesistenza del diritto fatto valere in giudizio, nel qual caso, poiché il diritto inesistente, «per così dire, "vale zero"», l'indennizzo, non potendo superare tale valore, non potrebbe essere liquidato; b) la locuzione «valore [...] del diritto accertato dal giudice» deve essere letta nel senso di «valore dell'accertamento contenuto nella sentenza», valore il quale, considerato che nel processo l'attore e il convenuto chiedono l'accertamento, rispettivamente, positivo e negativo, in ordine alla sussistenza del diritto fatto valere con la domanda, «è [...] bivalente rispetto alle posizioni delle parti in lite», con la conseguenza che, tra l'altro, nel caso di vittoria dell'attore e, correlativamente, di soccombenza del convenuto, il valore del diritto accertato dal giudice è, per l'attore, quello del diritto del quale egli ha chiesto, e ottenuto, l'accertamento positivo e, per il convenuto, la cui richiesta di accertamento negativo è stata rigettata, è, invece, pari a «zero»; che l'indicata interpretazione dei rimettenti è erronea perché la disposizione censurata, nella parte in cui dispone che la misura dell'indennizzo liquidabile a titolo di equa riparazione «non può in ogni caso essere superiore [...] al valore del diritto accertato dal giudice», deve essere intesa nel senso che essa si riferisce ai soli casi in cui questi accerti l'esistenza del diritto fatto valere in giudizio e non anche, come invece ritenuto dai giudici a quibus, al caso dell'accertamento dell'inesistenza di tale diritto - e, quindi, della soccombenza (dell'attore) - e non comporta l'impossibilità di liquidare un indennizzo in favore della parte risultata soccombente nel processo presupposto; che tale conclusione si impone anzitutto per la necessità di interpretare l'impugnata disposizione del comma 3 dell'art. 2-bis della legge n. 89 del 2001 in coerenza sistematica con il comma 2-quinquies dell'art. 2 della stessa legge, con il quale il legislatore, nel disciplinare i casi di esclusione del diritto all'indennizzo, ha escluso dallo stesso il solo soccombente che sia stato condannato per responsabilità aggravata ai sensi dell'art. 96 del codice di procedura civile (lettera a), sicché, ritenere che il medesimo legislatore abbia poi negato tale diritto in tutti i casi di soccombenza in una disposizione che disciplina non l'an del diritto all'indennizzo ma la misura di questo significherebbe disconoscere ogni coerenza alla disciplina legale; che alla stessa soluzione si giunge anche alla stregua del canone che impone di attribuire alla legge, nei limiti in cui ciò sia permesso dal suo testo, un significato conforme alla CEDU, tenuto conto che la Corte europea dei diritti dell'uomo interpreta l'art. 6, paragrafo 1, della Convenzione, nel senso della spettanza dell'equa soddisfazione per la lesione del diritto alla durata ragionevole del processo a tutte le parti di esso e, in particolare, anche alla parte che sia risultata soccombente (ex aliis, sentenza 19 febbraio 1998, Paulsen-Medalen e Svensson contro Svezia, 149/1996/770/967); che è erroneo, inoltre, anche il menzionato passaggio interpretativo dei rimettenti secondo cui la disposizione censurata farebbe riferimento al «valore dell'accertamento contenuto nella sentenza», che «è [...] bivalente rispetto alle posizioni delle parti in lite», atteso che il valore indicato in detta disposizione è quello del «diritto accertato dal giudice», cioè, in tutta evidenza, quello del diritto fatto valere dalla parte attrice, valore che costituisce un dato oggettivo, che non muta in ragione della posizione che la parte che chiede l'indennizzo aveva nel processo presupposto; che gli ulteriori argomenti addotti dai rimettenti sono incompatibili con la ricostruzione qui indicata e inidonei a contrastarla; che dai rilievi che precedono consegue la manifesta infondatezza della questione sollevata per l'erroneità del presupposto interpretativo assunto a fondamento della stessa;