[pronunce]

1.4.- Ad avviso del giudice a quo, tale discrepanza di trattamento risulterebbe lesiva di plurimi principi costituzionali. Il rimettente muove dal rilievo che i reati in materia di armi sono posti a tutela dell'ordine pubblico e della pacifica convivenza sociale. I reati di porto, in particolare, si pongono in contrasto con tale bene in ragione della possibilità che l'agente si serva dell'oggetto in modo aggressivo. In questa logica, sarebbe ragionevole distinguere le diverse categorie di strumenti, secondo il loro grado di pericolosità. Ineccepibile sarebbe così la scelta legislativa di vietare in assoluto il porto delle armi e degli altri strumenti indicati nel primo comma dell'art. 4, ove l'agente non sia munito di speciale licenza: le caratteristiche dell'oggetto, destinato per sua natura all'offesa, unitamente al fatto che a portarlo sia un soggetto non abilitato, renderebbero infatti probabile un suo utilizzo per fini illeciti. Diverso il discorso per gli oggetti atti ad offendere, i quali presentano una accentuata «natura bifronte», trattandosi di strumenti ideati per fini leciti, solo occasionalmente utilizzabili in pregiudizio dell'altrui incolumità. Malgrado tale nota distintiva unitaria, per gli strumenti "innominati" viene richiesta «una adeguata prossimità tra la condotta del soggetto agente e l'effettivo impatto sulla sicurezza dei consociati», avendo il legislatore correttamente avanzato lo stadio dell'offesa punibile alla soglia del pericolo concreto di aggressione alla persona, desumibile dalle circostanze spazio-temporali; per gli strumenti "nominati", la punibilità è invece collegata alla semplice incapacità del soggetto sottoposto a controllo di fornire adeguate spiegazioni che escludano il possibile utilizzo illecito dell'oggetto, e dunque basata su una mera presunzione di pericolo. In sostanza, l'offesa al bene protetto risulterebbe collegata al solo fatto che l'autorità non sia posta in condizione di conoscere, con un certo grado di affidabilità, il futuro uso della cosa. 1.5.- In questo modo, secondo il rimettente, la norma censurata si porrebbe in contrasto con il principio di eguaglianza (art. 3 Cost.), trattando in modo diverso situazioni potenzialmente equivalenti, con il rischio, addirittura, che ad essere disciplinata in maniera più severa sia la situazione meno grave. La previsione di una disciplina più favorevole per gli strumenti individuati in via residuale potrebbe essere ritenuta, in effetti, ragionevole solo qualora ognuno di tali oggetti fosse connotato con certezza da un grado di pericolosità intrinseca inferiore a quello degli strumenti "nominati". Tale condizione non sarebbe, tuttavia, riscontrabile: alcuni oggetti rientranti nel genus degli strumenti "innominati" - ad esempio, bastoni di legno e martelli - risulterebbero, infatti, dotati di una capacità lesiva pari, o addirittura superiore, a quella di taluni strumenti "nominati" (quali, ad esempio, tubi e bulloni). 1.6.- Sarebbe violato, altresì, il principio di necessaria offensività del reato (art. 25, secondo comma, Cost.), ad entrambi i livelli in cui - secondo la costante giurisprudenza di questa Corte - esso opera. Il principio sarebbe leso, anzitutto, nella sua declinazione "astratta", con riferimento, cioè, al momento di redazione della norma incriminatrice, la quale dovrebbe esprimere un effettivo contenuto offensivo di beni meritevoli di tutela. La presunzione assoluta di pericolo, su cui si basa la norma censurata, apparirebbe arbitraria, non rispondendo all'id quod plerumque accidit, come invece richiesto dalla giurisprudenza costituzionale ai fini della legittimità del ricorso al modello del reato di pericolo presunto. Non si riscontrerebbero, infatti, regole di esperienza in base alle quali il porto di oggetti dalla destinazione principale lecita sarebbe volto all'offesa alla persona allorché l'agente non riesca a darne nell'immediato una giustificazione. La carenza di un riscontrato motivo legittimante, oltre a segnare una tutela eccessivamente anticipata del bene, costituirebbe in effetti un «elemento del tutto neutro nella logica dell'offensività», in quanto uno strumento per il cui porto si fornisce una rassicurante giustificazione potrebbe essere adoperato, comunque sia, illecitamente successivamente al controllo di polizia; così come, all'opposto, alla mancata allegazione del giustificato motivo o alla sua omessa dimostrazione potrebbe corrispondere l'assenza di una volontà delittuosa dell'agente. Sarebbero, infatti, assai frequenti i casi nei quali, per ragioni contingenti, l'agente non è in grado di addurre un motivo che superi la mera asserzione, pur non essendo animato da intenti illeciti. Il principio di offensività sarebbe compromesso anche, e in ogni caso, nella sua declinazione "concreta", inteso, cioè, come precetto che impegna il giudice comune ad escludere dal perimetro dell'incriminazione, in sede applicativa, condotte prive di ogni attitudine lesiva. La formulazione complessiva della norma impedirebbe, infatti, al giudice di verificare la concreta idoneità della condotta a porre il bene protetto in una situazione di rischio, essendo ciò richiesto espressamente solo in rapporto agli strumenti "innominati": il che escluderebbe, a contrario, che debba procedersi ad analoga verifica con riguardo agli oggetti indicati nella prima parte del comma. In tale rilievo sarebbe insita l'impossibilità di fornire una interpretazione costituzionalmente orientata della norma, il cui tenore letterale vieterebbe implicitamente la generalizzazione del requisito di cui si discute. 1.7.- Di qui anche la conclusiva violazione dell'art. 27, terzo comma, Cost., in quanto l'irrogazione di una sanzione penale in difetto di una reale aggressione ai beni costituzionalmente rilevanti tutelati dalla norma incriminatrice determinerebbe nell'agente - specie nei casi in cui egli, mosso da un motivo lecito, non riesca a provarlo adeguatamente nell'immediatezza - un senso di sfiducia nell'ordinamento atto a compromettere la funzione rieducativa della pena. 2.- È intervenuto in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, il quale ha chiesto che le questioni siano dichiarate inammissibili o non fondate. 2.1.- Secondo la difesa dell'interveniente, le questioni sarebbero inammissibili, in quanto il giudice a quo avrebbe omesso di sperimentare una interpretazione costituzionalmente conforme della norma censurata. In base a un orientamento giurisprudenziale da tempo diffuso, sussiste un «giustificato motivo» per il porto dello strumento quando le esigenze dell'agente siano «corrispondenti a regole relazionali lecite rapportate alla natura dell'oggetto, alle condizioni soggettive del portatore, ai luoghi dell'accadimento ed alla normale funzione dell'oggetto».