[pronunce]

3.- La norma censurata individua tra le circostanze aggravanti del reato di furto la cosiddetta violenza reale («se il colpevole usa violenza sulle cose»). La nozione di tale tipo di violenza è data dall'art. 392, secondo comma, cod. pen. , dettato a proposito dell'esercizio arbitrario delle proprie ragioni, per cui «[a]gli effetti della legge penale, si ha violenza sulle cose allorché la cosa viene danneggiata o trasformata, o ne è mutata la destinazione». Questa nozione comune viene riferita dalla giurisprudenza di legittimità anche alla violenza sulle cose quale aggravante del furto (tra molte, Corte di cassazione, sezione quarta penale, sentenza 9 giugno-5 settembre 2022, n. 32441). 3.1.- Così intesa, la violenza sulle cose, prevista dall'art. 625, primo comma, numero 2), cod. pen. , è una "violenza-mezzo", non fine a se stessa, ma strumento di un reato-fine, che è appunto il furto. Il furto aggravato da violenza reale si configura quindi come un reato complesso, a norma dell'art. 84 cod. pen. , in quanto la legge considera aggravante un fatto che già di per sé può costituire reato, segnatamente il reato di danneggiamento. In tale ipotesi, la giurisprudenza di legittimità esclude pertanto il concorso di reati, poiché la violenza reale è in rapporto funzionale con il furto e quindi il danneggiamento resta in quest'ultimo assorbito (ex plurimis, Corte di cassazione, sezione quinta penale, sentenza 28 febbraio-6 luglio 2022, n. 25953). 3.2.- Tali rilievi trovano puntuale applicazione nella fattispecie oggetto del giudizio principale, cioè nell'ipotesi del furto consumato o tentato mediante rimozione della placca antitaccheggio (dispositivo apposto sulla merce, il quale, interagendo con le barriere situate ai varchi di uscita dell'esercizio commerciale, segnala con un'emissione acustica che la merce stessa sta per essere portata fuori dall'esercizio senza essere presentata alla cassa). Infatti, per costante giurisprudenza di legittimità, ai fini della configurabilità dell'aggravante della violenza sulle cose ex art. 625, primo comma, numero 2), cod. pen. , non è necessario che la violenza venga esercitata direttamente sulla res oggetto dell'impossessamento, ben potendo l'aggravante configurarsi anche quando la violenza sia rivolta allo strumento materiale apposto sulla cosa per garantirne una più efficace difesa, ciò che si verifica appunto in caso di manomissione della placca antitaccheggio inserita sulla merce offerta in vendita nei grandi magazzini, destinata ad attivare i segnalatori acustici ai varchi di uscita (tra tante, Corte di cassazione, sezione quinta penale, sentenza 9 giugno-5 settembre 2023, n. 36786). La Corte di cassazione rimarca che la violenza sulla cosa esercitata tramite rimozione della placca antitaccheggio ha natura eminentemente funzionale, poiché tale condotta, oltre a determinare sul piano strutturale una trasformazione oggettiva della cosa protetta, privata di una componente essenziale, sotto il profilo funzionale preclude lo scopo difensivo, rendendo inefficace il sistema antifurto (sezione quinta penale, sentenza 5 maggio-16 giugno 2023, n. 26242). 3.3.- Come osservato dal Presidente del Consiglio dei ministri, intervenuto in giudizio tramite l'Avvocatura generale dello Stato, l'impostazione delle questioni sollevate dal Tribunale di Firenze denuncia una mancata considerazione del profilo funzionale, giacché esse risultano focalizzate sull'aspetto, in realtà secondario, del valore intrinseco del congegno predisposto a difesa della merce. Da questo difetto di impostazione deriva la richiesta del giudice a quo di integrare gli elementi costitutivi dell'aggravante con riferimenti invero ultronei, ora inerenti al «valore economico» della cosa oggetto di violenza, ora ad un non meglio specificato «pericolo per l'integrità delle persone o delle cose circostanti». 3.4.- Occorre allora ribadire che la ratio della disposizione censurata attiene al danno funzionale della violenza reale, la quale, come già detto, atteggia il furto a reato complesso, intrinsecamente più grave del reato semplice. È d'altronde assunto tradizionale che la circostanza in questione segnali una maggiore gravità del fatto-reato, tanto sul piano oggettivo, per la più severa lesione portata alla res, quanto su quello soggettivo, per il dolo più intenso dell'autore che usa violenza sulle cose. Nel prevedere siffatta circostanza aggravante, il legislatore ha dunque esercitato la discrezionalità che gli compete nella dosimetria penale, senza trasmodare in opzioni arbitrarie o manifestamente irragionevoli. Né - alla luce delle superiori considerazioni - risulta violato il principio di offensività, nel duplice significato che questa Corte attribuisce ad esso, come precetto rivolto al legislatore affinché limiti la repressione penale a fatti che, nella loro configurazione astratta, esprimano un contenuto offensivo di beni o interessi ritenuti meritevoli di protezione (offensività "in astratto") e come criterio interpretativo-applicativo affidato al giudice affinché, nella verifica della riconducibilità della singola fattispecie concreta al paradigma punitivo astratto, eviti di ricondurre a quest'ultimo comportamenti privi di qualsiasi attitudine lesiva (offensività "in concreto") (tra molte, sentenze n. 139 del 2023 e n. 211 del 2022). 3.5.- Neppure è fondata l'ulteriore censura formulata dal rimettente in relazione all'art. 27, terzo comma, Cost., sotto il profilo del difetto di proporzionalità della pena. Il giudice a quo denuncia infatti la notevole incidenza sul trattamento sanzionatorio del furto dell'aggravante della violenza sulle cose, da lui icasticamente definita aggravante ad effetto «molto speciale». Il rimettente ritiene quindi eccessiva la misura dell'aggravamento sanzionatorio di cui alla norma censurata. In effetti, l'art. 1, comma 7, della legge 23 giugno 2017, n. 103 (Modifiche al codice penale, al codice di procedura penale e all'ordinamento penitenziario), ha incrementato il minimo edittale della pena detentiva da un anno a due anni di reclusione, oltre ad aumentare l'entità della multa. In proposito deve osservarsi che ciò è avvenuto nel quadro di un generale inasprimento sanzionatorio della tutela penale del patrimonio, che ha indotto questa Corte a rilevare come «la pressione punitiva attualmente esercitata riguardo ai delitti contro il patrimonio è ormai diventata estremamente rilevante», richiedendo perciò «attenta considerazione da parte del legislatore, alla luce di una valutazione, complessiva e comparativa, dei beni giuridici tutelati dal diritto penale e del livello di protezione loro assicurato» (sentenza n. 190 del 2020, poi ripresa dalla sentenza n. 117 del 2021).