[pronunce]

che nella vigenza del vecchio Titolo V la sopravvenienza di principi fondamentali incompatibili con le disposizioni regionali previgenti ne comportava l'abrogazione, ai sensi dell'art. 10 della legge 10 febbraio 1962, n. 53 (Costituzione e funzionamento degli organi regionali); che tale norma, prevedendo che «[l]e leggi della Repubblica che modificano i principi fondamentali di cui al primo comma dell'articolo precedente abrogano le norme regionali che siano in contrasto con esse. I Consigli regionali dovranno portare alle leggi regionali le conseguenti necessarie modificazioni entro novanta giorni», si configurava alla stregua di una clausola abrogativa espressa ad effetto permanente, ancorché l'effetto abrogativo fosse differito allo scadere del termine di novanta giorni previsto ai fini dell'adeguamento, da parte delle Regioni, ai nuovi principi fondamentali dettati dal legislatore statale; che dunque, in applicazione del richiamato art. 10, l'abrogazione dell'art. 7, comma 3, della legge regionale n. 51 del 1997, avrebbe avuto luogo il novantunesimo giorno dopo l'entrata in vigore dei nuovi principi fondamentali con esso contrastanti, poiché la Regione non si era adeguata a questi ultimi entro il termine previsto; e quindi, a partire dal 6 settembre 2000, laddove si ritenga che dagli artt. 9, comma 5, e 10, della legge n. 150 del 2000 (entrata in vigore il 7 giugno 2000), fosse già ricavabile il principio della regolazione mediante contrattazione collettiva del trattamento economico dei dipendenti pubblici il cui rapporto di lavoro fosse stato "privatizzato"; ovvero, al più tardi, a partire dal 29 giugno 2001, qualora si ritenga, invece, che tale principio fosse più che altro desumibile dagli artt. 2 e 45 del d.lgs. n. 165 del 2001 (entrato in vigore il 30 marzo 2001); che l'orientamento secondo il quale, nel previgente quadro costituzionale, il contrasto tra i principi fondamentali sopravvenuti e la legislazione regionale con essi incompatibile dovesse essere risolto facendo leva sul criterio cronologico e sul conseguente effetto abrogativo, sarebbe stato fatto proprio dalla giurisprudenza costituzionale; che in particolare, questa Corte, con la sentenza n. 40 del 1972, avrebbe chiarito come si sarebbe dovuto risolvere tale contrasto: in questi casi l'interprete, trascorsi i novanta giorni per l'adeguamento del quadro normativo regionale, avrebbe dovuto applicare il criterio cronologico e considerare abrogate le disposizioni regionali contrarie ai nuovi principi fondamentali; che la richiamata sentenza precisava come il ricorso a tale criterio fosse pur sempre subordinato alla sussistenza delle condizioni necessarie a produrre l'effetto abrogativo, ai sensi dell'art. 15 delle disposizioni preliminari al codice civile; che l'opinione secondo la quale l'abrogazione sarebbe stata lo strumento più idoneo a risolvere il contrasto tra leggi regionali e leggi statali recanti nuovi principi fondamentali, era stata fatta propria anche dalla dottrina prevalente; che in questi casi, il ricorso all'istituto dell'abrogazione avrebbe trovato ragione anche nella impossibilità, per il Governo, di impugnare in via principale le leggi regionali divenute incostituzionali a seguito dell'entrata in vigore dei nuovi principi fondamentali con esse incompatibili, con la conseguenza che tali vizi di illegittimità costituzionale sopravvenuta avrebbero potuto essere denunciati solo attraverso il giudizio in via incidentale; che il decreto legislativo 16 marzo 1992, n. 266 (Norme di attuazione dello statuto speciale per il Trentino-Alto Adige concernenti il rapporto tra gli atti legislativi statali e leggi regionali e provinciali, nonché la potestà statale di indirizzo e coordinamento), prevede la possibilità di impugnare dinanzi a questa Corte le leggi regionali e provinciali contrastanti con i nuovi principi fondamentali posti dal legislatore statale, ai quali la Regione o le Province autonome non si fossero adeguate; che pertanto, ad avviso della Regione, il contrasto tra l'impugnato art. 7, comma 3, e gli artt. l, comma 3, 2 e 45 del d.lgs. n. 165 del 2001, nonché con gli artt. 9, comma 5, e 10 della legge n. 150 del 2000, andrebbe risolto nel senso dell'intervenuta abrogazione della prima disposizione da parte di quelle statali successive; che neppure potrebbe valere, in contrario avviso, il richiamo fatto dal giudice a quo alla sentenza n. 189 del 2007; tale pronuncia, infatti, non sarebbe in alcun modo riferibile al caso di specie, riguardando disposizioni di legge di una Regione ad autonomia speciale, rispetto alla quale i parametri interposti invocati all'epoca dal giudice rimettente erano norme fondamentali di riforma economico-sociale, ossia limiti alla potestà legislativa esclusiva regionale; che in quel caso, di conseguenza, non avrebbe potuto trovare applicazione l'art. 10 della legge n. 62 del 1953, poiché esso si occupa unicamente dell'incompatibilità tra disposizioni legislative regionali e nuovi principi fondamentali in materie di competenza concorrente entrati in vigore dopo di esse; che in conclusione, secondo la Regione, il giudice rimettente, dinanzi al rilevato contrasto tra l'impugnato art. 7, comma 3, della legge reg. Marche n. 51 del 1997, e i principi fondamentali sopravvenuti (artt. 1, comma 3, e 45 del d.lgs. n. 165 del 2001, e artt. 9, comma 5, e 10 della legge n. 150 del 2000) , avrebbe omesso di applicare l'art. 10 della legge n. 62 del 1953 e, dunque, di ritenere abrogata la disposizione regionale incompatibile con la legislazione statale recante i nuovi principi fondamentali; che in tal modo, tuttavia, esso avrebbe erroneamente sollevato una questione di legittimità costituzionale che sarebbe manifestamente inammissibile per difetto assoluto di rilevanza; che, in subordine, la Regione eccepisce la manifesta inammissibilità della questione per l'assoluta genericità nell'indicazione dei parametri costituzionali e, dunque, per l'indeterminatezza delle censure formulate in riferimento ad essi; che secondo la difesa regionale, infatti, il Tribunale rimettente, nel denunciare il contrasto tra la disposizione regionale censurata e le evocate disposizioni statali, ritiene che da tale contrasto discenderebbe la violazione degli artt. 3 e 117 Cost., ma non indicherebbe alcuna ragione a sostegno dell'asserita violazione dell'art. 3 Cost.; che il giudice a quo, inoltre, non attribuirebbe alcun rilievo alla circostanza che tanto l'oggetto della questione sollevata, quanto i parametri interposti, siano tutti precedenti all'entrata in vigore della legge costituzionale n. 3 del 2001; né specificherebbe se la questione di legittimità costituzionale sia stata formulata in riferimento al riparto della potestà legislativa di cui al vecchio testo dell'art. 117 Cost., o alla sua versione attualmente vigente;