[pronunce]

che è intervenuto in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che la Corte dichiari: a) l'inammissibilità della questione relativa all'art. 10, comma 1, lettera c), del d.P.R. n. 917 del 1986, perché il rimettente ripropone pedissequamente le stesse problematiche già esaminate e risolte dalla Corte costituzionale con l'ordinanza n. 383 del 2001; b) la manifesta inammissibilità della questione relativa all'art. 47, comma 1, lettera i), del medesimo d.P.R. n. 917 del 1986, sia perché estranea all'oggetto del giudizio principale, sia perché il rimettente propone un intervento additivo non compreso tra le attribuzioni della Corte costituzionale; c) la manifesta infondatezza, in ogni caso, di entrambe le questioni, perché il giudice a quo erroneamente identifica, sia in relazione al principio di uguaglianza che a quello della capacità contributiva, due situazioni giuridicamente diverse, assimilando il pagamento periodico dell'assegno (situazione che configura una componente reddituale, imponibile per l'accipiens e deducibile per il solvens) al pagamento dell'assegno in unica soluzione (situazione che, invece, realizza uno spostamento patrimoniale di ricchezza, non riferibile ad un singolo periodo di imposta e non configurabile quale componente del reddito, né dal punto di vista dell'accipiens né da quello del solvens). Considerato che la Commissione tributaria provinciale di Udine dubita, in riferimento agli artt. 3 e 53 della Costituzione, della legittimità sia dell'art. 10, comma 1, lettera c), del d.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917 (Approvazione del testo unico delle imposte sui redditi), nella parte in cui non prevede, ai fini dell'IRPEF, la deducibilità dal reddito imponibile dell'assegno (non destinato al mantenimento dei figli) corrisposto al coniuge in unica soluzione, in conseguenza di scioglimento o annullamento del matrimonio o di cessazione dei suoi effetti civili, nella misura in cui risulta da provvedimenti dell'autorità giudiziaria; sia – «implicitamente» e «con consequenzialità inevitabile» – dell'art. 47, comma 1, lettera i), del medesimo d.P.R. n. 917 del 1986, nella parte in cui non comprende tra i redditi assimilati a quelli di lavoro dipendente e, quindi, nel reddito imponibile, l'importo del predetto assegno percepito dal coniuge; che il giudice rimettente, nel riproporre, in riferimento alla prima delle due disposizioni denunciate, la medesima questione già dichiarata da questa Corte manifestamente infondata con l'ordinanza n. 383 del 2001, afferma di prospettare «nuovi motivi e diversi profili» di illegittimità costituzionale, rispetto a quelli a suo tempo esaminati dalla Corte; che, secondo la Commissione tributaria provinciale, il vigente testo dell'art. 5, comma 8, della legge 1° dicembre 1970, n. 898 (Disciplina dei casi di scioglimento del matrimonio), evidenzierebbe che il pagamento al coniuge di un assegno una tantum, stabilito – sempre secondo la stessa Commissione – per effetto di «un accordo tra privati i quali decidano di capitalizzare la somma dovuta da uno all'altro», è perfettamente equivalente, per natura giuridica, finalità e fondamento normativo, al pagamento di un assegno periodico, stabilito iussu iudicis, perché tali due forme di pagamento costituiscono modi diversi di estinzione della medesima obbligazione ed entrambe presuppongono, «a monte […], un provvedimento giudiziario che dispone tanto l'obbligo della corresponsione quanto l'entità della stessa»; che, per il rimettente, il denunciato art. 10, comma 1, lettera c), del d.P.R. n. 917 del 1986, nel prevedere la deducibilità dall'imponibile dell'IRPEF dell'assegno periodico e l'indeducibilità dell'assegno corrisposto una tantum, determinerebbe una «irrazionale disparità di trattamento» fiscale di due modalità di pagamento equivalenti, finendo «irragionevolmente per disincentivare», mediante la creazione di «svantaggi di ordine economico», il ricorso ad un «istituto previsto dalla legge», quale il pagamento dell'assegno in unica soluzione, con conseguente lesione dei princípi costituzionali di uguaglianza, ragionevolezza e capacità contributiva; che, ad avviso del giudice a quo, contrariamente a quanto affermato dalla Corte costituzionale nella citata ordinanza n. 383 del 2001, la censurata disposizione non può trovare giustificazione nella discrezionalità del legislatore in tema di individuazione dei casi di deducibilità dall'imponibile di oneri e spese, perché anche tale discrezionalità incontra il limite della ragionevolezza; che il giudice rimettente, al rilievo (anch'esso contenuto nella suddetta ordinanza della Corte costituzionale) secondo cui la richiesta deducibilità dell'assegno corrisposto una tantum comporterebbe la necessità di regolare, con scelte spettanti al legislatore, la corrispondente obbligazione tributaria in capo al percipiente, oppone che, «nel chiedere la declaratoria di incostituzionalità della mancata previsione di deducibilità, implicitamente viene richiesto anche la declaratoria della mancata previsione di imponibilità»; che, per la Commissione tributaria, deve essere consequenzialmente dichiarata l'illegittimità costituzionale anche dell'art. 47, comma 1, lettera i), del d.P.R. n. 917 del 1986, nella parte in cui non comprende tra i redditi assimilati a quelli di lavoro dipendente e, quindi, nel reddito imponibile, l'importo dell'assegno percepito in unica soluzione dal coniuge; che la questione concernente l'art. 10, comma 1, lettera c), del d.P.R. n. 917 del 1986 è manifestamente infondata, non essendo stati prospettati profili diversi da quelli già esaminati da questa Corte nell'ordinanza n. 383 del 2001 o comunque tali da indurre a mutare orientamento; che, in particolare, la Commissione tributaria provinciale ripropone l'erronea tesi della «perfetta equivalenza» tra il pagamento tramite un assegno periodico e quello tramite un assegno corrisposto in unica soluzione ed afferma che quest'ultimo assegno sarebbe l'effetto di «un accordo tra privati i quali decidano di capitalizzare la somma dovuta da uno all'altro»; che invece, come questa Corte ha già rilevato nella citata ordinanza, le due suddette forme di adempimento, pur avendo entrambe la funzione di regolare i rapporti patrimoniali derivanti dallo scioglimento o dalla cessazione del vincolo matrimoniale, hanno connotazioni giuridiche e di fatto diverse, tali da legittimare il legislatore a prevedere, nella sua discrezionalità, diversi regimi fiscali;