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Modifiche alla legge 22 maggio 1978, n. 194, recante norme per la tutela sociale della maternità e sull'interruzione volontaria della gravidanza, in materia di consultori e di obiezione di coscienza del personale sanitario ed esercente le attività ausiliarie. Onorevoli Senatori. – Secondo i dati contenuti nell'ultima relazione trasmessa al Parlamento dal Ministero della salute il 29 dicembre 2017, che si aggiungono ai dati definitivi del 2016 sull'attuazione della legge 22 maggio 1978, n.194, recante norme per la tutela sociale della maternità e sull'interruzione volontaria della gravidanza (IVG), ( doc . XXXVII n. 5 della XVII legislatura), prosegue il trend in diminuzione degli aborti, anche se con entità minore rispetto al calo registrato negli anni precedenti. Nel 2016 il numero di IVG è stato pari a 84.926 (3,1 per cento in meno rispetto all'anno precedente quando ne erano state registrate 87.639). Ben 2.713 aborti in meno. Le IVG calano soprattutto nelle regioni dell'Italia centrale (- 4,8 per cento rispetto al 2015), seguite dalle quelle del Sud (- 4,4 per cento) e dalle Isole (- 4 per cento). Nelle regioni del settentrione invece, nel 2016, il numero degli aborti è diminuito solo dell'1,4 per cento rispetto all'anno precedente. Sostanzialmente stabile, ma comunque alta rimane l'obiezione di coscienza tra gli operatori, che anzi aumenta dello 0,4 per cento tra i ginecologi (70,9 per cento nel 2016; 70,5 per cento nel 2015) e dell'1,3 per cento tra gli anestesisti (48,8 per cento nel 2016 rispetto al 47,5 per cento nel 2015). La maggior parte dei medici non obiettori, quelli che nel rispetto della legge n. 194 del 1978 praticano l'IVG nelle strutture pubbliche, sono prossimi alla pensione. L'età media dei ginecologi non obiettori, infatti, è superiore a cinquanta anni. Nei prossimi anni si corre il rischio di un drastico calo del numero dei medici non obiettori per effetto del pensionamento di quelli attualmente in servizio. A fronte di ciò le donne che richiedono l'IVG sono costrette a emigrare in altre regioni e in certi casi all'estero, con accresciuti oneri economici. Il Consiglio d'Europa, nel 2016, accogliendo un ricorso della CGIL, ha affermato non solo che in Italia i medici e il personale medico che non hanno optato per l'obiezione di coscienza in materia di aborto sono discriminati nel proseguimento della loro carriera, ma anche che il diritto delle donne ad accedere all'IVG nelle strutture pubbliche, pur previsto dalla legge, nella realtà è ostacolato in un modo tale che si alimentano i rischi di ricorso ai privati e alla clandestinità. Il Consiglio d'Europa, nell'accoglimento del ricorso, ha sostenuto che questi sanitari sono vittime di «diversi tipi di svantaggi lavorativi diretti e indiretti» e ha aggiunto che «Gli svantaggi subiti dal personale che non ha fatto obiezione emergono semplicemente dal fatto che certi medici forniscono servizi di aborto nel rispetto della legge e che quindi non c'è alcun motivo ragionevole od obiettivo per questa disparità di trattamento». Si tratta sicuramente di una sentenza importante perché ribadisce l'obbligo della corretta applicazione della legge n. 194 del 1978, che non può restare soltanto sulla carta. Il servizio sanitario nazionale, soprattutto laddove si registra un'alta concentrazione di medici obiettori, deve poter garantire un servizio medico uniforme su tutto il territorio nazionale, evitando che la legittima richiesta della donna rischi di essere inascoltata o di obbligare la donna che desideri praticare l'IVG a percorrere anche 800 chilometri per trovare una struttura pubblica dove poter esigere la soddisfazione di un proprio diritto. Spostamenti che comportano un costo che deve essere sostenuto dalle pazienti e di conseguenza, aumentando le disuguaglianze, le fasce più deboli e bisognose della popolazione (immigrati e persone meno abbienti), impossibilitate a spostarsi, si vedono costrette a ricorrere alla pratica dell'aborto clandestino che si riteneva relegata a un passato ormai lontano. In queste condizioni lo Stato non garantisce il diritto alla salute nei confronti di una categoria di persone particolarmente vulnerabili, quali sono le donne che richiedano di interrompere una gravidanza. La possibilità per le donne di interrompere volontariamente la gravidanza e il diritto del personale sanitario di avvalersi dell'obiezione di coscienza devono poter convivere in quanto entrambi sono sanciti in modo chiaro dalla legge, nella consapevolezza che la possibilità di avvalersi dell'obiezione di coscienza è un diritto riconosciuto al singolo, non alla struttura nel suo complesso che ha l'obbligo di garantire l'erogazione delle prestazioni sanitarie previste dalla legge. A tal fine, il presente disegno di legge prevede che gli enti ospedalieri e le case di cura autorizzate garantiscano, anche mediante nuove assunzioni, che almeno il 50 per cento del personale sanitario ed esercente le attività ausiliarie non sia obiettore di coscienza. Al contempo non va dimenticato che l'interruzione volontaria di gravidanza è sempre un evento traumatico per la donna. A volte la scelta di interrompere una gravidanza è dettata da condizioni economiche (mancanza di mezzi di sostentamento), culturali (stigma sociale), anagrafiche (giovane età e/o mancato supporto della rete familiare) più che da una vera volontarietà. Il contraccolpo psicologico, soprattutto in questi casi, arriva in un secondo momento. Molte donne che abortiscono provano una sofferenza paragonabile a quella di una madre che perde un figlio, con la differenza che i sensi di colpa associati alla volontarietà dell'IVG complicano ed ostacolano l'elaborazione del lutto. È quindi di grande importanza ricevere supporto psicologico soprattutto nel periodo post-interruzione gravidanza, non solo nella fase precedente l'assunzione di responsabilità. I consultori hanno le competenze umane per poter svolgere un'attività di counseling psicologico in grado di mettere la donna nelle condizioni di elaborare la situazione e fornirle gli strumenti per ritornare alla propria vita. Un ruolo fondamentale per una corretta applicazione della legge n. 194 del 1978 lo hanno svolto e continuano a svolgerlo i consultori, (legge 29 luglio 1975, n. 405) che istituiva servizi socio-sanitari integrati di base, con competenze multidisciplinari, determinanti per la promozione e la prevenzione nell'ambito della salute della donna, della coppia, dei bambini e degli adolescenti, attraverso l'offerta attiva di iniziative formative e informative, a partire dai più giovani, anche in collaborazione con la scuola e la famiglia, e di assistenza (anche di tipo psicologico) alle coppie, offrendo un supporto per tutte le problematiche connesse alla salute riproduttiva, ivi compresi i problemi di infertilità, ma anche per garantire la funzione di sostegno alla genitorialità e alla positiva risoluzione di situazioni di crisi familiare. Nel corso degli anni sono intervenuti diversi cambiamenti sia nei bisogni della popolazione che negli ambiti di intervento delle politiche sanitarie: