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Del resto, qui dobbiamo dirlo che è tautologico: se noi non interveniamo su chi la violenza la agisce, non saremo mai sufficientemente efficaci nel fermare la violenza sulle donne. Quello che è stato fatto in Italia fuori dal Parlamento, prima ancora che in Parlamento, è straordinario. Il lavoro dei centri e di tutta la rete nazionale è straordinario, così come molto buono è il nostro ordinamento giuridico. Eppure, se i dati della violenza in Italia sono ancora purtroppo altissimi, dobbiamo dire che non è sufficiente. Nel momento in cui constatiamo che non è sufficiente, dobbiamo aggiungere un tassello e un intervento. Noi riteniamo che l'intervento sugli uomini autori di violenza sia proprio questo tassello importantissimo da attuare. I centri che oggi sono nel Nord e nel Centro Italia svolgono dei percorsi che hanno due ordini di obiettivi. Il primo è un percorso psico-rieducativo, per comprendere le motivazioni della violenza, la cultura patriarcale in cui la violenza si genera e le tecniche con le quali si può fermare l' escalation di violenza. Tale centri hanno poi un obiettivo di rete, infatti fanno parte di una grande rete che agisce per fermare la violenza sulle donne. Come ha detto bene la collega relatrice Maiorino, questi percorsi di rieducazione non hanno nulla a che vedere con la responsabilità penale dei reati di violenza che vengono commessi, ma sono svolti con l'obiettivo di proteggere le donne, di proteggere i figli che troppo spesso assistono e subiscono la violenza, con il preciso obiettivo di fermare il prima possibile l' escalation e di bloccare le recidive. Sappiamo che l'efficacia di questi centri dipende dal rispetto di due principi: la prossimità e la celerità nell'intervento. Affinché questo accada, è necessario che ci siano centri in tutta Italia, in modo tale che gli uomini possano accedervi in maniera spontanea non appena hanno i primi sentori di comportamenti violenti, affinché gli uomini possano esservi inviati da tutta la rete antiviolenza, dalle questure a seguito dell'ammonimento, dall'autorità giudiziaria a seguito delle misure cautelari e affinché anche gli uomini condannati debbano e possano partecipare a tali percorsi. Così è previsto dal codice rosso ed è importante, non solo per il rispetto del principio costituzionale di rieducazione del condannato, ma perché quando la pena viene terminata è importante che gli uomini condannati per reati di violenza che escono non siano pericolosi né per la loro vittima - anche se molto spesso quella donna non c'è più, è già stata uccisa - né per le altre. In Italia il fenomeno della violenza è un fenomeno grave, strutturale, pubblico e trasversale. Questo vuole dire moltissimo. È grave per i numeri, è strutturale perché si basa su una cultura che tende, prima ancora socialmente che penalmente, a scusare i comportamenti violenti; è trasversale perché può riguardare tutti, non dipende dalla zona geografica, anzi il fenomeno è purtroppo drammaticamente distribuito in modo omogeneo sul territorio nazionale, non riguarda il tipo di formazione dell'uomo violento né il suo lavoro, né il suo reddito, anzi gli uomini autori di violenza molto spesso sono soggetti che funzionano in altre sfere della loro vita, sul lavoro, e nel sociale. Eppure, nelle relazioni - perché è proprio nelle relazioni che si sviluppa oltre l'80 per cento dei fenomeni di violenza - quegli uomini agiscono prevaricazione, una violenza crescente. È un fenomeno pubblico perché è vero che avviene in una relazione tra due soggetti, un uomo e una donna, ma si tratta di dinamiche uguali in tutte le relazioni di violenza, si basano sulla stessa escalation di atti e quindi è un fenomeno pubblico che riguarda tutti e deve riguardare lo Stato italiano. È per questo che sono state stanziate delle risorse. Il ruolo che i centri svolgono nell'ambito della rete nazionale antiviolenza deve essere sostenuto dallo Stato, perché non protegge solo le vittime, ma protegge e cambia tutta la collettività, trasformando il nostro Paese, che oggi non è libero dalle violenze, mentre noi vogliamo che lo sia. Vogliamo ricordarlo prima di tutto alle donne: è sempre e comunque l'uomo che agisce violenza ad essere responsabile e lo diciamo alle donne perché oggi solo il 10 per cento delle donne - troppo poco - denuncia la violenza e perché per lo più subiscono in silenzio. In una delle ultime relazioni che abbiamo elaborato, abbiamo analizzato i fascicoli delle procure in cui abbiamo letto degli ultimi due anni di femminicidi. Ebbene, il 65 per cento delle donne uccise in quei due anni non aveva parlato con nessuno della propria situazione. Le donne devono denunciare, devono parlare, perché noi vogliamo fermare gli uomini il prima possibile. Una volta che sono stati condannati, anche se buttiamo via la chiave, non abbiamo risolto niente, dobbiamo intervenire prima per prevenire e per proteggere le vittime. (Applausi) . PRESIDENTE . Onorevoli colleghi, avverto che eventuali proposte di risoluzione al documento in esame dovranno essere presentate entro la conclusione della discussione. ALESSANDRINI (L-SP-PSd'Az) . Signor Presidente, l'approvazione della relazione sui percorsi trattamentali per uomini autori di violenza nelle relazioni affettive e di genere testimonia il senso di responsabilità dei componenti della Commissione parlamentare di inchiesta sul femminicidio e il grande lavoro che è stato svolto dai colleghi commissari di tutti i partiti, per arrivare ad un documento condiviso, che vada al di là degli steccati ideologici. Si tratta infatti di una relazione che analizza un tema grave e importante, che coinvolge purtroppo tantissime donne e che molto spesso è collegato a radici culturali che meriterebbero una più approfondita analisi. Il lavoro svolto dalla Commissione, di cui sono orgogliosa di fare parte, cerca di fornire risposte ad alcuni aspetti del problema. La violenza contro le donne rappresenta un fenomeno sociale diffuso e strutturale, con radici culturali profonde, che ancora oggi permeano le relazioni tra uomini e donne in tutto il mondo, seppure in alcuni Paesi il fenomeno sia ben più grave rispetto ad altri, per retaggi culturali e anche religiosi. Si tratta purtroppo di un fenomeno presente anche nel nostro Paese, seppure in misura inferiore rispetto ad altri Paesi europei per quanto concerne il femminicidio. Se il mero dato statistico ci dice che gli altri Paesi europei e il resto del mondo, esclusa l'Oceania, registrano numeri percentuali sul femminicidio superiori a quelli italiani, quando si esce dalla statistica la situazione cambia, perché le 99 vittime di femminicidio del 2019 hanno nomi e volti, hanno storie che nessun arido rapporto statistico riesce a raccontare e anche una sola donna vittima di femminicidio è inaccettabile e rappresenta una sconfitta incommensurabile per la società, perché la violenza contro le donne è un fenomeno che ha una dimensione pubblica, non esclusivamente privata, come spesso viene vissuta dalle vittime e dagli autori della violenza, è determinato e alimentato dallo squilibrio nei rapporti di potere tra donne e uomini e per questo interroga e richiede una risposta decisa e tempestiva dalla politica. Rammento che una forte risposta c'è stata ed è stata fortemente voluta dal Gruppo parlamentare della Lega. Mi riferisco all'introduzione della legge n. 69 del 19 luglio 2019, conosciuta come codice rosso.