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Non è disponibile ad accettare un compromesso ad ogni costo, sebbene il nostro saldo netto negativo diminuirà sensibilmente - attenzione - con il prossimo Quadro finanziario pluriennale (da -0,27 per cento del reddito nazionale lordo dell'Europa a 27, pari a circa 4,6 miliardi di contributo netto annuale, a -0,17 per cento, pari a circa 3 miliardi). Nella sua proposta, il Presidente del Consiglio europeo assegna al bilancio risorse pari all'1,074 per cento del reddito nazionale lordo europeo, ovvero a circa 1.095 miliardi di euro (a prezzi del 2018): di fatto, come ricorderete, si tratta della proposta finlandese (1.087 miliardi di euro), cui si aggiunge il Just transition fund, di 7,5 miliardi, che recepisce per intero la richiesta che la Commissione europea ha presentato lo scorso 14 gennaio. Per il rafforzamento del mercato interno registriamo un incremento della dotazione per il Programma spaziale europeo e la definizione delle allocazioni del programma Erasmus+ (pari a 21 miliardi di euro). Vengono poi esplicitate le risorse da destinare a Digital Europe, per 6,7 miliardi di euro, e a InvestEU, pari a 11,3 miliardi di euro, ma in misura ridotta rispetto alla proposta più valida, a nostro avviso, formulata dalla Commissione nel 2018. Esse non tengono conto del ruolo fondamentale di questi strumenti nella promozione degli investimenti privati, in particolare a favore dell'innovazione e della transizione verde. Permane inoltre la nostra insoddisfazione per l'ulteriore riduzione delle dotazioni di Horizon Europe, in particolare per la mancata compensazione dei tagli subiti dal Connecting Europe facility nei suoi capitoli dedicati all'energia e al digitale. Quanto a sicurezza e difesa, ad un aumento della dotazione del Fondo europeo della difesa, la proposta associa un arretramento incomprensibile sul programma per la mobilità militare. Quanto alla migrazione, il calo consistente delle risorse destinate a Frontex appare coerente con il nostro auspicio che mezzi e obiettivi siano proporzionati. Meritano supporto il nostro strumento di cooperazione internazionale, il cui acronimo in inglese è NDICI, e la flessibilità necessaria al suo corretto ed efficace utilizzo in un contesto geopolitico internazionale caratterizzato da crescente incertezza. L'Unione europea deve assumere un ruolo più profilato come attore globale. È a tal fine indispensabile finanziare adeguatamente la cooperazione con il vicinato, con il Mediterraneo e con l'Africa subsahariana. La stabilità di queste aree è cruciale per la sicurezza di tutti. La cooperazione internazionale rappresenta un altro esempio concreto di come, mettendo in comune le risorse, si possono ottenere risultati migliori rispetto a quelli prodotti dalle iniziative individuali degli Stati membri. Vorrei soffermarmi, ora, su quanto la proposta negoziale di Michel prevede con riguardo alle politiche tradizionali, in particolare coesione e Politica agricola comune. Quanto alla coesione, la proposta contiene alcune modifiche ai criteri di allocazione che, in parte, vanno incontro alle richieste che il Governo italiano ha avanzato a tutti i livelli, in coerenza con gli obiettivi di convergenza, sia economica sia sociale, fra territori europei, che questa politica deve contribuire a raggiungere. Partiamo da: una distribuzione di risorse che ridimensiona le allocazioni a favore degli Stati membri più ricchi e che tiene conto dell'effettiva evoluzione della crescita dei territori; il mantenimento di una base statistica aggiornata per il calcolo delle allocazioni; la possibilità di definire a livello regionale i livelli di concentrazione tematica delle risorse da allocare agli obiettivi dell'Unione; l'aumento della quota di finanziamento a carico dell'Unione per le regioni meno sviluppate. Uno degli indicatori per noi più rilevanti, l'indice di prosperità relativa per le regioni meno sviluppate dei Paesi a medio reddito come l'Italia, è finalmente cresciuto, sebbene, a nostro avviso, in maniera ancora non sufficiente (di soli 5 centesimi di punto). Tra gli aspetti negativi, devo menzionare l'ingiustificata riduzione del Fondo sociale europeo plus , lo strumento principe attraverso il quale prevenire e attutire gli effetti negativi della transizione, non solo verde, ma anche digitale, sul tessuto sociale europeo. Tra i fondi di coesione avanza lo strumento di bilancio per la competitività e la convergenza, conosciuto con l'acronimo BICC, che, grazie all'azione del Governo in sede negoziale, poggia su criteri allocativi condivisibili e a noi, nel complesso, favorevoli. L'Italia sarebbe beneficiaria netta di questo strumento, con un rientro di oltre il 17 per cento (pari a oltre 2,2 miliardi di euro nel settennato). I fondi ottenuti tramite il BICC consentiranno di finanziare il programma nazionale di riforme strutturali e investimenti pubblici nel quadro del semestre europeo. Il nostro giudizio positivo è tuttavia temperato dal fatto che la dotazione rimane nel complesso modesta (12,9 miliardi di euro). L'Italia pertanto insisterà affinché in futuro sia possibile un rifinanziamento che aumenti le risorse complessivamente disponibili e introduca una più robusta funzione di stabilizzazione. Allo stato attuale, un elemento stabilizzatore risiede nella possibilità di ridurre il tasso di cofinanziamento nazionale in situazioni di grave contrazione dell'economia. Sulla rubrica di spesa dedicata alla Politica agricola comune nutriamo varie perplessità per la riduzione del Fondo per lo sviluppo rurale, che contribuisce, come sapete, in modo determinante alla modernizzazione del settore agricolo e agli obiettivi ambientali dell'Unione europea. Inoltre, non vengono precisate le dotazioni per altri due strumenti di particolare importanza per il nostro Paese: il Fondo europeo per gli affari marittimi e la pesca e il programma LIFE, che tutela la natura e le biodiversità. L'attenzione per lo sviluppo delle aree rurali e la tutela di un'agricoltura di qualità, tesa a ridurre il proprio impatto sul clima e sulla biodiversità, restano per noi obiettivi tutt'altro che obsoleti. L'agricoltura mantiene un ruolo chiave nel sostenere il reddito degli agricoltori europei, soprattutto in un contesto internazionale che ha visto questo settore fortemente penalizzato, privo di strumenti di compensazione efficaci. L'Italia ritiene che questo sostegno debba essere equo e per questo non intende appoggiare l'attuale meccanismo di allineamento dei pagamenti diretti tra gli Stati membri dell'Unione europea e la cosiddetta convergenza esterna, che, come vi è noto, si basa esclusivamente sull'estensione dei terreni agricoli. È un meccanismo inefficiente, poiché non tiene conto di un'articolata serie di parametri, come ad esempio la differenza nei costi di produzione e il differenziale tra reddito agricolo e reddito medio che si riscontra nell'ambito dei diversi Stati membri. Nella stessa rubrica, che include anche l'ambiente, si registra infine l'istituzione del Fondo per la giusta transizione (Just transition fund), la cui dotazione, pari a 7,5 miliardi di euro, coincide con quanto richiesto dalla Commissione europea a gennaio a supporto del green deal europeo.