[pronunce]

che infatti, osserva il rimettente, nei casi di contestazione della recidiva reiterata infraquinquennale sono applicabili le sole pene «paradetentive» (comma 3 dell'art. 52 del d.lgs. n. 274) , ed a nulla rileverebbe, per il computo dei termini prescrizionali, l'eventuale concorrenza della stessa recidiva con altre circostanze di segno attenuante (terzo comma dell'art. 157 cod. pen.); che dunque, ed in definitiva, il sistema della prescrizione sarebbe segnato per i reati di competenza del giudice di pace da una marcata irrazionalità, con un trattamento sensibilmente più favorevole per i fatti più gravi, ed ingiustificatamente più severo per quelli di gravità minore (quelli cioè che non consentono l'irrogazione di pene coercitive della libertà); che l'aporia andrebbe risolta, secondo il giudice a quo, mediante un allineamento dei termini prescrizionali verso la soglia più bassa, sia perché i reati attribuiti alla cognizione del giudice onorario sono generalmente meno gravi degli altri, sia perché la prescrizione più veloce troverebbe giustificazione nella durata più breve delle indagini preliminari e nella snellezza di forme tipica del procedimento innanzi al giudice di pace; che l'allineamento auspicato non potrebbe determinarsi, secondo il Tribunale, per il mezzo di una «interpretazione adeguatrice», fondata sull'applicazione analogica del quinto comma dell'art. 157 cod. pen. anche ai reati puniti con sanzione pecuniaria, se attribuiti alla cognizione del giudice di pace; che l'analogia, infatti, presuppone la carenza di una disciplina specifica per la materia da regolare, mentre il primo comma dell'art. 157 cod. pen. contiene una disposizione riferibile direttamente e chiaramente ai reati in questione; che dunque, a parere del rimettente, si evidenzia un dubbio di legittimità costituzionale del primo comma dell'art. 157 cod. pen. , per contrasto con l'art. 3 Cost., nella parte in cui non prevede che, per i reati di competenza del giudice di pace puniti con sanzione pecuniaria, il termine prescrizionale sia pari a tre anni (cioè, in sostanza, sia identico a quello previsto dal quinto comma per gli ulteriori reati di analoga competenza); che il giudice a quo riferisce, in punto di rilevanza, come nei casi affidati alla sua cognizione non sia ancora scaduto il termine di sette anni e sei mesi (risultante sia dalla disciplina antecedente alla legge n. 251 del 2005, sia dal nuovo testo degli artt. 157, primo comma, e 161, secondo comma, cod. pen.), mentre è trascorso, anche in forma prorogata, il più breve termine di prescrizione che sarebbe applicabile in caso di accoglimento della questione sollevata; che il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, è intervenuto nei giudizi con atti depositati, rispettivamente, il 5 dicembre 2006 (r.o. n. 491 del 2006) ed il 7 dicembre 2006 (r.o. n. 492 del 2006); che, secondo la difesa erariale, la questione proposta sarebbe infondata (ed anche inammissibile, stando all'atto concernente il giudizio r.o. n. 492 del 2006); che il rimettente, infatti, avrebbe preso le mosse da una soluzione interpretativa non ineluttabile, e cioè che i reati di competenza del giudice di pace, quando puniti con la sola pena pecuniaria, si prescrivono nei termini indicati al primo comma dell'art. 157 cod. pen. ; che invece dovrebbe ritenersi, anche in chiave di «interpretazione adeguatrice», che la norma in questione non riguardi le pene pecuniarie applicate dal giudice onorario, e che anche i reati sanzionati con dette pene ricadano, di conseguenza, nella previsione del quinto comma dello stesso art. 157 cod. pen. ; che in effetti il legislatore, fin dall'approvazione della legge 24 novembre 1999, n. 468 (Modifiche alla legge 21 novembre 1991, n. 374, recante istituzione del giudice di pace. Delega al Governo in materia di competenza penale del giudice di pace e modifica dell'articolo 593 del codice di procedura penale), avrebbe inteso creare per la giustizia penale di pace un «microsistema sanzionatorio», con caratteristiche di forte peculiarità; che tale scelta ha implicato, secondo l'Avvocatura generale, un sostanziale superamento della distinzione tra delitti e contravvenzioni, con la previsione di alcune pene principali (pecuniaria, permanenza domiciliare, lavoro di pubblica utilità) segnate da un autonomo regime di applicazione in fase cognitiva e di esecuzione; che vi sarebbe stata quindi una novazione delle previsioni sanzionatorie per le fattispecie incriminatrici trasferite alla cognizione del giudice di pace, di talché le relative pene pecuniarie non consisterebbero più di una multa o di un'ammenda, quanto piuttosto di un novum, ancora non collocato come tale in norme di carattere generale, ma non per questo meno originale rispetto alle sanzioni regolate dal codice penale; che in tal senso deporrebbero dati testuali e sistematici, visto che il secondo comma dell'art. 52 del d.lgs. n. 274 del 2000 esplicitamente si riferisce ad una «modificazione» delle pene originarie, e che le nuove previsioni sanzionatorie restano applicabili anche nel caso di cognizione del reato ad opera di un giudice superiore o speciale; che l'originalità della nuova sanzione penale pecuniaria, e la sua estraneità alla previsione «unificante» dell'art. 17 cod. pen . , troverebbero conferma nel fatto che, in caso di omissione del pagamento, non si determina una sua conversione nelle pene della libertà controllata o del lavoro sostitutivo – secondo quanto stabilito per la multa e per l'ammenda dal combinato disposto dell'art. 136 cod. pen. e dell'art. 102 della legge 24 novembre 1981, n. 689 (Modifiche al sistema penale) – ed opera piuttosto un autonomo meccanismo di conversione, che concerne le sanzioni «paradetentive» applicabili dal giudice di pace (art. 55 del d.lgs. n. 274 del 2000); che, sempre nella prospettazione dell'Avvocatura generale, sarebbe significativa anche la conservata competenza del giudice professionale per il caso della ricorrenza di determinate aggravanti, che comporta l'applicabilità delle sanzioni «ordinarie» già comminate dalla legge (comma 3 dell'art. 4 del d.lgs. n. 274 del 2000); che non sussisterebbe, in definitiva, l'aporia prospettata dal rimettente, in quanto il primo comma dell'art. 157 cod. pen. farebbe «riferimento ai soli reati che sono devoluti alla cognizione del giudice ordinario, per i quali rimane ferma la distinzione fra delitti e contravvenzioni e fra pene detentive e pene pecuniarie di cui al combinato disposto degli artt. 17 e 39 cod. pen.»; per converso, riferendosi a reati puniti con pene «diverse» da quella detentiva o pecuniaria, il quinto comma del citato art. 157 comprenderebbe «tutti i reati per i quali il legislatore ha previsto un sistema sanzionatorio del tutto autonomo rispetto a quello previsto dal codice penale, dovendosi ritenere del tutto irrilevante il ricorso, talvolta, ad una terminologia simile, come nel caso della pena pecuniaria»;