[pronunce]

ORDINANZA ha pronunciato la seguentenei giudizi di legittimità costituzionale dell'art. 593 del codice di procedura penale, come sostituito dall'art. 1 della legge 20 febbraio 2006 n. 46 (Modifiche al codice di procedura penale in materia di inappellabilità delle sentenze di proscioglimento), e degli artt. 1 e 10 della stessa legge, promossi, nell'ambito di diversi procedimenti penali, con ordinanze del 17 marzo e del 5 aprile 2006 dalla Corte d'appello di Roma, del 10 marzo 2006 dalla Corte d'appello di Trento, del 14 marzo 2006 dalla Corte d'appello di Milano, del 24 marzo 2006 dalla Corte d'appello di Trento, del 5 aprile 2006 e del 20 marzo 2006 (nn. 3 ordd. ) dalla Corte militare d'appello di Verona, del 10 aprile 2006 dalla Corte d'appello di Torino, del 27 marzo 2006 dalla Corte militare d'appello di Verona, del 29 marzo 2006 (nn. 3 ordd. ) dalla Corte d'appello di Roma, del 5 aprile e del 26 maggio 2006 dalla Corte d'appello di Brescia, del 10 maggio 2006 dalla Corte d'appello di Milano, del 20 e del 26 settembre 2006 dalla Corte d'appello di Torino, del 10 novembre e del 29 dicembre 2006 dalla Corte d'appello di Palermo, rispettivamente iscritte ai numeri 263, 264, 267, 269, 271, 274, da 339 a 341, 588, 592, da 606 a 608 del registro ordinanze 2006 e ai numeri 13, 14, 34, 179, 199, 395 e 574 del registro ordinanze 2007 e pubblicate nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica, numeri, 35, 36 e 39, prima serie speciale, dell'anno 2006 e numeri 1, 2, 7, 8, 14, 15, 22 e 34, prima serie speciale, dell'anno 2007. Udito nella camera di consiglio del 21 novembre 2007 il Giudice relatore Giovanni Maria Flick. Ritenuto che, con numerose ordinanze, le Corti d'appello di Torino (r.o. n. 588 del 2006 e nn. 179 e 199 del 2007), di Trento (r.o. n. 271 del 2006) , di Milano (r.o. n. 34 del 2007), di Brescia (r.o. n. 13 e 14 del 2007), di Palermo (r.o. nn. 395 e 574 del 2007) e la Corte militare d'appello di Verona (r.o . nn. 274, 339, 340, 341 e 592 del 2006) hanno sollevato, in riferimento agli artt. 3, 24, 97, 111, secondo, sesto e settimo comma, e 112 della Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell'art. 593 del codice di procedura penale, come sostituito dall'art. 1 della legge 20 febbraio 2006, n. 46 (Modifiche al codice di procedura penale in materia di inappellabilità delle sentenze di proscioglimento), nella parte in cui non consente al pubblico ministero di proporre appello avverso le sentenze di proscioglimento, se non nel caso previsto dall'art. 603, comma 2, cod. proc. pen.: quando cioè sopravvengano o si scoprano nuove prove dopo il giudizio di primo grado, e sempre che tali prove risultino decisive; che le Corti d'appello di Roma (r.o. nn . 263, 264, 606, 607 e 608 del 2006), di Trento (r.o. n. 267 del 2006) e di Milano (r.o. n. 269 del 2006) hanno sollevato identica questione di costituzionalità, sebbene proposta in riferimento soltanto agli artt. 3 e 111 Cost. e in relazione all'art. 1 della citata legge n. 46 del 2006, sostitutivo dell'art. 593 cod. proc. pen. ; che i rimettenti (con la sola eccezione della Corte d'appello di Brescia, r.o. n. 14 del 2007) censurano anche l'art. 10 della medesima legge, recante la relativa disciplina transitoria; che, sotto il profilo della rilevanza, i rimettenti premettono che in forza dell'art. 10 della legge n. 46 del 2006 – il cui art. 1, sostituendo l'art. 593 cod. proc. pen. , ha sottratto al pubblico ministero il potere di appellare le sentenze di proscioglimento – i giudizi dovrebbero essere definiti con ordinanze non impugnabili di inammissibilità; che tutti i rimettenti dubitano della legittimità costituzionale della disciplina censurata in riferimento al precetto dell'art. 111, secondo comma, Cost., in forza del quale ogni processo deve svolgersi «nel contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità davanti ad un giudice terzo e imparziale»: e ciò in quanto l'art. 593 cod. proc. pen. nella sua nuova formulazione - privando il pubblico ministero del potere di proporre appello avverso le sentenze di proscioglimento - riserverebbe all'organo della pubblica accusa un trattamento palesemente deteriore rispetto all'imputato, ammesso a proporre appello avverso le sentenze di condanna; trattamento che non trova una ragionevole giustificazione nell'esigenza di tutelare altri principi costituzionali; che, inoltre, tutti i rimettenti, ad eccezione della Corte d'appello di Trento (r.o. nn. 267 e 271 del 2006), ritengono violato l'art. 3 Cost., sotto il profilo della ragionevolezza, in quanto la scelta legislativa di sopprimere il potere di appello del pubblico ministero avverso le sentenze di proscioglimento si paleserebbe intrinsecamente contraddittoria rispetto al mantenimento del suo potere di appello contro le sentenze di condanna; che la Corte d'appello di Roma (r.o. nn. 263, 264, 606, 607 e 608 del 2006) denuncia altresì l'irragionevolezza della disciplina in relazione al potere, che sarebbe stato conservato alla parte civile, di proporre appello avverso le sentenze di proscioglimento; con conseguente inammissibile subordinazione della possibilità per il pubblico ministero di «ottenere un nuovo giudizio in fatto» alla iniziativa della parte privata; che anche la Corte d'appello di Milano (r.o. n. 34 del 2007) – nell'aderire all'indirizzo interpretativo che, dopo le modifiche introdotte dalla legge n. 46 del 2006 all'art. 576 cod. proc. pen. , riconosce alla parte civile il potere di proporre appello avverso le sentenze di proscioglimento – prospetta la violazione dell'art. 3 Cost. per disparità di trattamento nei confronti del pubblico ministero; che le Corti d'appello di Brescia (r.o. nn . 13 e 14 del 2007) , di Palermo (r.o. n. 395 del 2007), di Torino (r.o. n. 588 del 2006 e n. 179 del 2007) e la Corte militare d'appello di Verona (r.o .