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In questo modo si chiarisce inequivocabilmente che la «residenza abituale» è frutto di una valutazione che può essere compiuta solo a posteriori. Da qui segue che non ha alcun senso imporre una decisione a priori su ciò che potrà essere osservato solo sul campo, dopo vario tempo. Quanto detto fin qui vale per la famiglia al momento della sua costituzione, per l'obbligo che vorrebbe porre l'articolo 336. Ma meno che mai ha senso imporre tale scelta a due persone che si stanno separando e che spesso sono in lite. In sostanza, si pretende che concordino una decisione che rappresenta ben più di un atto amministrativo, reversibile in qualunque momento, come l'iscrizione all'anagrafe, ma un impegno di fondo, dando carattere di stabilità a una opzione che, proprio perché la famiglia si è appena disgregata, ha di per sé i caratteri dell'incertezza. E poi, anche pensando a una sorta di ratifica di una situazione di fatto (nel caso che ci si presenti dal giudice dopo che la separazione è già avvenuta da alcun tempo), in un affidamento realmente condiviso -- ovvero equilibrato -- non esistono sedi privilegiate, per definizione. Qualcuno -- sulla base di una prassi giurisprudenziale non fedele al dettato della legge -- potrebbe suggerire che comunque il figlio trascorre spesso un diverso numero di notti presso i due genitori e che in questo modo si individua la residenza abituale; ma neppure questo criterio appare convincente o, comunque, sempre applicabile. Presso quale genitore dovremmo pensare radicato un bambino che dorma prevalentemente a casa della madre -- semplicemente perché a lei è stata assegnata la casa familiare -- ma trascorra i pomeriggi prevalentemente presso il padre, che lo segue nello studio e nello sport? A prescindere dal fatto che ciò rappresenta la perfetta negazione di quella flessibilità di rapporto del figlio con ciascuno dei genitori, entrambi affidatari, che costituisce l'essenza dell'affidamento condiviso, per cui è possibile e addirittura auspicabile che la sua permanenza presso l'uno o l'altro sia mutevole, obbedendo alle sue esigenze, di attività o di studio. Certamente è tutto molto opinabile e non è affatto chiaro quale sia il criterio pratico su cui regolarsi. Allora perché costringere la coppia a verbalizzare e ufficializzare una scelta che suona discriminatoria -- e quindi è di per sé sconsigliabile in un affidamento condiviso -- e che per giunta può risultare discutibile e contraddittoria?. La ragione di questa profonda confusione è probabilmente da cercare nel fatto che si è preso a prestito il concetto di «residenza abituale» quale è individuato dal diritto internazionale per le sottrazioni di minore per trasferirlo del tutto impropriamente nelle separazioni tra concittadini: due fattispecie del tutto diverse e anche di ben diversa rilevanza numerica. Nel primo caso la coppia è costituita da persone di diversa nazionalità e il concetto è funzionale alla individuazione del foro competente, sulla base del paese nel quale il figlio minore possa più propriamente vedersi radicato. Nel secondo si è di fronte a genitori separati concittadini, uno dei quali semplicemente cambia casa, anche di pochi metri, per cui l'affermazione che una residenza è «abituale» (e quindi l'altra «occasionale») finisce per svolgere una funzione addirittura contra legem , ove si pensi che il figlio di quella coppia è affidato ad entrambi i genitori e ha il diritto soggettivo e indisponibile di fruire di un rapporto equilibrato e continuativo con entrambi i genitori e di ricevere cura, educazione e istruzione da entrambi. L'esatto contrario della imposizione di individuare un luogo privilegiato, che poi si traduce nella maggiore importanza di un genitore rispetto all'altro. Ciò vuol dire che oltre tutto, conservando questa infelice interpolazione, si corre il rischio di vedere legittimate scelte monogenitoriali in vigore prima della riforma del 2006, utilizzando una via non istituzionale, ovvero forzando i poteri concessi al governo. Oltre tutto, anche ragionando in termini pratici, pensare la «residenza abituale» di cui all'articolo 337- ter , comma 3, come nozione di fatto significativa di un radicamento territoriale e non come mera residenza anagrafica produce scompensi così evidenti da non lasciare dubbi sulla ingestibilità di una definizione del genere. Si può, infatti, pretendere che l'ascendente privato delle possibilità di contatto con il nipote si debba arrampicare sugli specchi per stabilire quale è il tribunale competente, sulla base di un concetto non giuridico? E se poi sbaglia? Perché si deve chiedere a lui di prendersi la responsabilità di una valutazione del tutto opinabile? Eppure è proprio quello che si è fatto: si veda l'articolo 317- bis . Oppure si può riflettere sulle sanzioni disciplinari che rischiano i notai per l'introduzione di questo riferimento del tutto empirico (ovvero incerto), visto l'articolo 54 del regolamento notarile e visto che le loro attribuzioni di residenza devono essere precise perfino per le scritture private autenticate. D'altra parte, l'esigenza di sottolineare che i figli in affidamento condiviso non hanno un solo punto di riferimento abitativo, ma due, ancora una volta è stato ben compresa a livello popolare, avendo l'associazione «Crescere Insieme» pensato, promosso e ottenuto da un numero sempre più alto di comuni italiani (tra i primi si segnalano Parma, Verona e Massa Carrara) l'istituzione di un «Registro della bigenitorialità», da tenersi presso l'ufficio di anagrafe, dove viene annotata la doppia domiciliazione dei figli minori, con obbligo delle istituzioni di inviare ogni comunicazioni che li riguardi ad entrambi i genitori. Ecco il motivo per cui la presente proposta di legge ha ritenuto indispensabile intervenire sul punto. A ciò, purtroppo, devono tuttavia sommarsi altre considerazioni critiche in merito a scelte operate dal decreto legislativo n. 154 del 2013 delle quali è difficile comprendere l'opportunità, anche a prescindere dal più che probabile eccesso di delega. È questo il motivo per cui se ne propone la soppressione ovvero correzioni migliorative, come mostra l'articolato della presente proposta di legge. Vediamole singolarmente in dettaglio. a ) confrontando l'attuale primo comma dell'articolo 337- ter del codice civile con l’articolo 155, primo comma, risulta amputata -- in modo ingiustificato e riduttivo -- la precisazione iniziale: «Anche dopo la separazione dei genitori il figlio minore ha il diritto di mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con ciascuno dei genitori, di ricevere cura ...». Adesso, mettendo insieme le prescrizioni di cui al 337- bis e 337- ter la parola anche sparisce. Ma quell'«anche dopo» rappresentava una precisazione tutt'altro che inessenziale, esprimendo la continuità temporale, la permanenza dei diritti in capo al figlio e il parallelo costante obbligo dei genitori nei suoi confronti, a evidenziare come il sottoinsieme genitoriale -- con il suo carico di doveri e di impegni -- sopravviva allo sfaldarsi del rapporto di coppia. E come, al tempo stesso, quei diritti posseduti dal minore a prescindere dalle condizioni dell'intorno siano legate direttamente e indissolubilmente alla sua persona, assumendo il carattere di diritti soggettivi, e pertanto indisponibili.