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Misure a sostegno della genitorialità, della condivisione e della conciliazione familiare. Onorevoli Senatori. -- Il presente disegno di legge propone un insieme articolato di misure per la valorizzazione del contributo delle donne alla vita economica e sociale del Paese, favorendo il sostegno alla maternità e alla conciliazione familiare, presupposto indispensabile per garantire la promozione dell’uguaglianza di genere nel mercato del lavoro e la crescita del Paese. L'innalzamento del tasso di occupazione femminile è una priorità su cui impegnarsi per elevare il potenziale di crescita e per garantire una più equa ripartizione delle risorse pubbliche, anche in funzione della sostenibilità futura dei sistemi previdenziale e di protezione sociale. Nel nostro Paese il tasso di occupazione femminile continua a presentare valori molto al di sotto della media europea (46,5 per cento, a fronte del 58,5 della media dell’Unione europea). Persistono, inoltre, forti divari territoriali, con un tasso di occupazione totale al Nord del 65,2 per cento, di oltre venti punti più elevato di quello dell'area meridionale (44,0 per cento). Nel caso delle donne si passa dal 56,6 per cento del Nord al 30,8 per cento del Mezzogiorno. La bassa partecipazione al lavoro delle donne appare direttamente correlata al minimo accesso delle famiglie italiane ai cosiddetti «aiuti formali», quali asili e servizi di assistenza, a fronte di una prevalenza degli «aiuti informali», a conferma del fatto che le esperienze lavorative delle donne sono caratterizzate dalla difficoltà di conciliare l'attività lavorativa con l'impegno familiare. Secondo il rapporto annuale 2012 dell'ISTAT, infatti, la distribuzione disomogenea sul territorio dei più importanti servizi alle famiglie, come gli asili nido, l'assistenza sociale ai disabili e agli anziani non autosufficienti, appare ancora evidente, nonostante gli interventi volti al riequilibrio delle disparità territoriali, finanziati nell'ambito delle politiche di coesione. Complessivamente, nell'anno scolastico 2010-2011, su 100 bambini fino a due anni di età, gli utenti dei nidi o dei servizi integrativi per la prima infanzia variano da 29,4 dell'Emilia-Romagna a 2,4 della Calabria, rispetto ad una media nazionale di 14. L'obiettivo previsto per la fine del periodo di programmazione (2013), fissato nelle regioni del Mezzogiorno al 12 per cento, è stato già raggiunto dalla sola Sardegna. Secondo l'ISTAT l'assenza di servizi di supporto nelle attività di cura costituisce un ostacolo per l'ingresso nel mercato del lavoro di 489.000 donne non occupate, cioè l'11,6 per cento, e per il lavoro a tempo pieno per molte delle 204.000 donne occupate part time , ovvero il 14,3 per cento. In Italia è destinato solo l'1,4 per cento del PIL a contributi, servizi e detrazioni fiscali per le famiglie, dato ben più basso rispetto a quell'1,8 per cento destinato in ambito OCSE (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) nei Paesi a bassa fertilità. Una delle conseguenze dell'assenza di servizi di supporto nelle attività di cura in Italia è --- secondo il rapporto ISTAT 2012 «Il lavoro femminile in tempo di crisi» --- l'interruzione del lavoro per motivi familiari da parte del 30 per cento delle madri a fronte del 3 per cento dei padri. A conferma di questo inquietante dato, circa 800.000 madri (pari all'8,7 per cento delle donne che lavorano o hanno lavorato) hanno dichiarato di essere state licenziate o messe in condizioni di dimettersi, nel corso della loro vita lavorativa, a causa di una gravidanza. Dopo la maternità solo 4 madri su 10 hanno ripreso a lavorare, mentre le altre 6 sono state costrette a lasciare il lavoro: in questo caso i dati sono molto differenziati tra Nord e Sud, nel senso che al Nord una donna su due torna al lavoro dopo la maternità, mentre al Sud solo una su cinque. Le difficoltà di lavorare e progredire nella carriera per una donna-madre sono confermate dall'esigua percentuale di donne presenti nei luoghi decisionali, nonostante il merito: imprenditrici (19 per cento), dirigenti (27 per cento), libere professioniste (29 per cento), dirigenti medici di strutture complesse (13.2 per cento), prefetti (20.7 per cento), professori ordinari (18.4 per cento), direttori di enti di ricerca (12 per cento), ambasciatrici (3.8 per cento) e nessuna donna al vertice della magistratura. Il presente disegno di legge rappresenta una risposta a parte delle summenzionate diseguaglianze di genere, prevedendo alcune misure finalizzate al potenziamento degli strumenti di promozione del lavoro femminile in rapporto alla scelta di maternità, di tutela della maternità e di conciliazione familiare. A tale proposito, l'articolo 1 prevede l'innalzamento dell'indennità giornaliera dall'80 per cento al 100 per cento della retribuzione, per tutto il periodo del congedo obbligatorio di maternità. Tale indennità è coperta dalla fiscalità generale per una quota pari all'ammontare dell'assegno sociale e per la restante quota, fino a concorrenza del 100 per cento dell'importo della retribuzione, è coperta dall'assicurazione obbligatoria. In tal modo, sono significativamente ridotti gli oneri a carico delle aziende legati ai congedi obbligatori per maternità che, ancora oggi, costituiscono un forte deterrente all'assunzione di donne. Si garantisce anche piena tutela alle lavoratrici, evitando flessioni retributive che a loro volta possono condizionare la scelta della genitorialità. Si riafferma infine in modo concreto il valore della maternità, tutelata come diritto individuale e come valore sociale collettivo. Con la stessa finalità è prevista l'introduzione per i padri lavoratori dell'astensione obbligatoria dal lavoro per un periodo di quindici giorni da usufruire entro dodici mesi dalla nascita del figlio, coperta da un'indennità giornaliera pari al 100 per cento della retribuzione, in linea con gli ultimi orientamenti espressi in ambito europeo, nonché in coerenza con l'impostazione introdotta, seppure solo in via di principio, con l'articolo 4, comma 24, della legge 18 giugno 2012, n. 92, recante «Disposizioni in materia di riforma del mercato del lavoro in una prospettiva di crescita». Si segnala poi il potenziamento dei congedi parentali. Il disegno di legge prevede, infatti, che le lavoratrici e i lavoratori possano accedere ai congedi parentali fino al terzo anno di vita del bambino, godendo di un'indennità pari al 100 per cento della retribuzione, per i redditi fino a 35.000 euro per una famiglia di tre componenti. Tale limite è rimodulato al rialzo per le famiglie più numerose, sulla base della scala di equivalenza dell'indicatore della situazione economica equivalente (ISEE). Per gli altri lavoratori con redditi più alti, l'indennità è comunque elevata dal 30 per cento attuale al 50 per cento della retribuzione. L'articolo 2 prevede l'equiparazione delle tutele previste per le lavoratrici ed i lavoratori dipendenti e per le lavoratrici e per i lavoratori parasubordinati in materia di maternità e di paternità.