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tenuto conto che il mantenimento del posto di lavoro presso l'agenzia interinale è soltanto formale e temporaneo, poiché, data la crisi dovuta all'emergenza, si troveranno nella concreta impossibilità di ritrovare un impiego nel settore dal quale sono stati espulsi; valutato che la decisione di Gkn risulta in contrasto con quanto stabilito dall'accordo citato e desta preoccupazione sulle prospettive dello stabilimento e sul destino di tutti gli oltre 400 lavoratori, anche in vista della ripresa delle attività dopo la chiusura dovuta all'emergenza epidemiologica, si chiede di sapere quali provvedimenti il Ministro del lavoro e delle politiche sociali intenda adottare per tutelare il più efficacemente possibile i lavoratori citati e in generale per salvaguardare la tenuta occupazionale dello stabilimento Gkn di Campi Bisenzio e di tutto il comparto automotive dell'industria italiana, duramente colpito dall'emergenza COVID-19. Atto n. 3-01634 MODENA Al Ministro della giustizia Premesso che: l'articolo 7 del decreto-legge n. 135 del 2018 prevede che nell'ambito del programma dei lavori di edilizia penitenziaria determinate procedure di affidamento siano avviate entro il 30 settembre 2020; il Ministro della giustizia, il 20 maggio 2020, al Senato, ha dichiarato: "Nei prossimi tre anni sono già definiti e stanziati investimenti per migliorare le condizioni delle nostre carceri e realizzare un aumento complessivo di circa 5.000 nuovi posti"; nella relazione sullo stato di attuazione del programma di edilizia penitenziaria, di cui alla legge n. 404 del 1977, depositata alla Presidenza del Senato in data 29 aprile 2020, si legge "entro il corrente anno si prevede di raggiungere 51.500 posti regolamentari di cui circa 2.500-2.600 inagibili per motivi edili o impiantistici" e al momento ci sarebbero 50.950 posti regolamentari; i dati citati risulterebbero, a quanto pare, contraddittori, si chiede di sapere se sia possibile conoscere con esattezza quanti posti saranno destinati ai detenuti. Atto n. 3-01635 MODENA Al Ministro della giustizia Premesso che: l'articolo 20, comma 15, della legge n. 354 del 1975 prevede che entro il 31 marzo di ogni anno il Ministro della giustizia trasmetta al Parlamento un'analitica relazione circa lo stato di attuazione delle disposizioni di legge relative al lavoro dei detenuti nell'anno precedente; in data 23 aprile 2020, il Ministro ha depositato la relazione riferita al 2018, palesemente "non analitica"; dalla relazione si legge: "Dai dati attualmente in possesso (aggiornati al 31.12.2018) risulta che il numero totale dei detenuti lavoranti è pari a 17.614 unità (erano 17.936 al 30.6.2018). " "Nel corso del 2018, dai monitoraggi effettuati dalla Direzione Generale dei Detenuti e del Trattamento sull'utilizzo dei benefici previsti dalla legge "Smuraglia", risultano occupati 1.513 detenuti (si tratta esclusivamente dei lavoranti per i quali i datori di lavoro hanno fruito dei benefici della legge Smuraglia e non del totale dei detenuti assunti da imprese e cooperative). Il totale dei detenuti alle dipendenze di datori di lavoro esterni, al 31 dicembre del 2018 - ultimo dato disponibile - era di 2.386 unità"; nella relazione (intitolata "appunto per il Capo di Gabinetto") non vi è alcun riferimento al numero diviso quantomeno per Regione o per carcere, né tantomeno alcun riferimento allo stato di attuazione, si chiede di sapere: se sia possibile sapere dal Ministro in indirizzo dove esattamente i detenuti lavorino e in quali condizioni; se sia possibile quantificare con esattezza i detenuti lavoratori. Atto n. 3-01636 CORRADO PAVANELLI MORONESE VANIN MORRA TRENTACOSTE MARILOTTI LANNUTTI ANGRISANI Al Ministro per i beni e le attività culturali e per il turismo Premesso che a quanto risulta all'interrogante: in Piemonte, il recentissimo cambio della guardia alla guida dell'ex Polo museale (oggi Direzione regionale Musei) ha prodotto esplicite manifestazioni di compiacimento da parte dei sindaci dei Comuni della regione ove insistono alcuni importanti luoghi della cultura statali. Tra questi, in particolare, a Racconigi (Torino), quasi che il vistoso calo di visitatori del Castello Reale registrato nell'ultimo biennio fosse dipeso solo dalla volontà del dirigente cessato; in realtà, da un'analisi anche sommaria del fenomeno, il calo andrebbe connesso senz'altro alla chiusura del Parco, come lamentato da più parti, ma è parimenti evidente che la riapertura avrebbe richiesto fondi ad hoc senza, però, spazzare via gli ostacoli alla piena fruizione del complesso, poiché, insieme all'assenza di risorse pubbliche, anche la carenza di personale vi ha un ruolo determinante; oltre al contingentamento degli ingressi, detta carenza impone che i soli due piani del Castello aperti al pubblico non siano più accessibili in contemporanea, come in passato, e costringe i visitatori ad entrare esclusivamente in gruppo e ad orari prestabiliti, con custodi al seguito, perché le sale sono incustodite; nel caso di gruppi non estemporanei, ma accompagnati da una guida, è invece quest'ultima a farsi garante del controllo dei singoli visitatori, in modo che i custodi siano liberi per accompagnare i fruitori del turno successivo; a conferma della necessità di interventi urgenti, non solo per la fruizione e valorizzazione del maniero, ma per la sua stessa conservazione, nonché per l'incolumità dei visitatori e del personale del Ministero per i beni e le attività culturali e per il turismo che vi lavora, risulta all'interrogante che lo scorso anno, un'ispezione del Servizio Prevenzione sicurezza ambienti di lavoro (SPreSAL) dell'Azienda sanitaria locale competente abbia prodotto un verbale per nulla lusinghiero sulle condizioni igienico-sanitarie e di sicurezza del complesso; considerato che, a parere degli interroganti: la scelta dell'ex direttore del Polo museale del Piemonte di non cercare né accettare fondi diversi da quelli statali (evidentemente insufficienti per Racconigi come per Agliè e per Moncalieri), ragione dell'insofferenza di molti amministratori locali nei suoi confronti, è coerente con il dettato costituzionale e con i limiti che il Codice dei beni culturali e del paesaggio (di cui al decreto legislativo 22 gennaio 2004, n. 42) pone alla collaborazione dei privati nella promozione dei luoghi della cultura, che non può spingersi al punto di diventare ingerenza nelle scelte culturali e nella gestione degli istituti statali; se il citato dirigente incarnava, non senza qualche esasperazione, la corretta impostazione della gestione dei musei nazionali, i direttori degli istituti dotati di autonomia speciale, professionisti selezionati ad hoc per singoli luoghi della cultura con procedure "semplificate" sulle quali la politica ha l'ultima parola, non solo agiscono come manager di musei-impresa votati al profitto, ma strizzano l'occhio costantemente alle fondazioni bancarie operanti nel settore culturale; la convivenza tra gli uni e gli altri si è fatta difficile da quando la cultura è oggetto degli appetiti dei privati: