[pronunce]

SENTENZA ha pronunciato la seguentenel giudizio per conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato sorto a seguito dei decreti di perquisizione e sequestro emessi dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Verona il 17 e il 18 settembre 1996, nel corso dei procedimenti numeri 81, 100 e 101/96 RGNR, con i quali è stata disposta “la perquisizione del locale all'interno della sede della Lega Nord di Milano, nella disponibilità di Marchini Corinto”, ancorché lo stesso fosse nell'effettiva disponibilità dell'on. Roberto Maroni, promosso con ricorso della Camera dei deputati, notificato il 16 luglio 2003, depositato in cancelleria il 17 successivo ed iscritto al n. 28 del registro conflitti 2003. Visto l'atto di costituzione della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Verona; udito nell'udienza pubblica del 20 gennaio 2004 il Giudice relatore Franco Bile; udito l'avvocato Massimo Luciani per la Camera dei deputati.. Ritenuto in fatto Considerato in diritto 1. - La Camera dei deputati, con ricorso del 4 febbraio 2003, depositato l'8 febbraio successivo, ha proposto conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato, chiedendo alla Corte costituzionale di dichiarare che non spetta all'autorità giudiziaria (ed in particolare alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Verona) di disporre e di far eseguire la perquisizione del domicilio del parlamentare Roberto Maroni, con il conseguente annullamento dei decreti di perquisizione locale e di sequestro emessi dalla Procura il 17 e 18 settembre 1996 - nella parte in cui, senza autorizzazione della Camera dei deputati, si è disposta la perquisizione del locale all'interno della sede della Lega Nord di Milano nella disponibilità di Corinto Marchini, ancorché lo stesso fosse nell'effettiva disponibilità dell'on. Roberto Maroni - e di tutte le operazioni di perquisizione svoltesi il 18 settembre 1996 in esecuzione dei decreti stessi. 2. - La Camera espone come segue i fatti da cui il conflitto trae origine. Con decreto del 17 settembre 1996 la Procura della Repubblica presso il Tribunale di Verona ha ordinato - nei confronti di Corinto Marchini e di altri indagati per reati commessi in concorso - la perquisizione delle loro abitazioni e degli altri luoghi di cui avessero la disponibilità, al fine di acquisire elementi di prova relativi all'indagine ed in particolare l'elenco dei componenti della cosiddetta “Guardia nazionale padana”. Durante la perquisizione della sua abitazione, il Marchini riferiva che una copia dell'elenco era custodita in un locale da lui usato come ufficio, nel seminterrato della sede di Milano della Lega Nord. A seguito di tale dichiarazione, la polizia giudiziaria si recava il 18 settembre 1996 presso tale sede, dove giungevano anche il difensore del Marchini e l'on. Maroni. In particolare quest'ultimo si opponeva all'esecuzione della perquisizione perché - a suo dire - il Marchini non aveva un ufficio nella sede della Lega Nord, dove nemmeno lui, che pur era parlamentare, disponeva di alcun locale. Il funzionario procedente contattava allora telefonicamente il Procuratore della Repubblica di Verona che, nella stessa data del 18 settembre 1996, emetteva un nuovo decreto, integrativo del precedente, estendendo l'ordine di perquisizione a carico del Marchini al locale da lui indicato, nella sede della Lega Nord. All'esecuzione di questa perquisizione si opponevano vari parlamentari della Lega Nord, tra cui ancora l'on. Maroni, che tentavano di impedire l'ingresso degli agenti nella sede del partito. Vincendo l'opposizione dei presenti la polizia giudiziaria, entrata nell'edificio, perveniva ad un corridoio che portava al seminterrato e al locale da perquisire; all'ingresso di tale corridoio, su una porta a vetri chiusa a chiave, rinveniva un foglio di carta, fissato con nastro adesivo, recante, come dicitura, l'indicazione dell'ufficio dell'onorevole Maroni. Il Procuratore della Repubblica di Verona, consultato per telefono dal funzionario procedente, confermava l'ordine di eseguire la perquisizione, ritenendo che il foglio apposto sulla porta costituisse un sotterfugio. La polizia giudiziaria entrava allora nel corridoio, sul quale si affacciavano vari locali. Sulla porta di uno di questi rinveniva altro foglio di carta con la dicitura “Lega Nord - Segreteria politica - Ufficio dell'Onorevole Maroni”. La polizia entrava in questa stanza, identificata come quella nella disponibilità del Marchini, ed effettuava la perquisizione, che non aveva esito perché il locale, al di là dell'arredo, era in sostanza vuoto. Nei confronti dell'on. Maroni e di altri parlamentari ha avuto inizio un procedimento penale per resistenza a pubblico ufficiale (art. 337 del codice penale), distinto da quello a carico del Marchini, cui si riferivano i decreti di perquisizione. Dopo la sentenza di condanna resa dal Pretore di Milano in data 16 settembre 1998, e nel corso del giudizio di appello, la Camera dei deputati ha deliberato, il 16 marzo 1999, l'insindacabilità, ai sensi dell'art. 68, primo comma, della Costituzione, dei comportamenti tenuti dai parlamentari in occasione dell'opposizione alla perquisizione. Nei confronti di questa delibera la Corte d'appello ha proposto ricorso per conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato, e la Corte costituzionale (sentenza n. 137 del 2001) ha dichiarato che non spettava alla Camera deliberare che i fatti per i quali era in corso il procedimento penale concernessero opinioni espresse dai parlamentari nell'esercizio delle loro funzioni. La Corte di appello di Milano, con sentenza del 19 dicembre 2001, ha confermato la decisione di primo grado. La sentenza è stata impugnata con ricorso per cassazione, non ancora deciso. 3. - Con il ricorso introduttivo dell'odierno conflitto di attribuzione, la Camera dei deputati - premesso che il suo interesse a ricorrere non è venuto meno per il fatto che dagli atti e dai fatti in contestazione sono passati circa sei anni, in quanto la legge non prevede alcun termine per proporre il conflitto - afferma nel merito che le operazioni di perquisizione sono state disposte ed eseguite in riferimento ad un luogo qualificabile come domicilio di un deputato, senza la preventiva autorizzazione della Camera di cui all'art. 68, secondo comma, della Costituzione. Al riguardo sottolinea lo specifico e qualificato rapporto che intercorre tra i parlamentari e gli immobili nella disponibilità del partito di appartenenza, nel senso che gli immobili “utilizzati per le necessità” di un partito sono anche, naturaliter, un potenziale luogo di esercizio del mandato parlamentare al di fuori della sede delle Camere, e quindi esiste la ragionevole probabilità (non la mera possibilità) che uno o più locali di tali immobili (specie se destinati ad attività di livello nazionale o di primaria importanza) siano nella disponibilità di questo o quel parlamentare, costituendone così il domicilio.