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La disposizione in esame, inoltre, introduce una sorta di «norma di chiusura», in base alla quale le deroghe in materia di orario di lavoro o di riposo a bordo delle navi mercantili, previste dalla contrattazione collettiva, possono contemplare la fruizione di periodi di riposo più frequenti o più lunghi o la concessione di riposi compensativi in funzione delle peculiari tipologie o condizioni di impiego della nave su cui il lavoratore marittimo è imbarcato. La disposizione in questione è volta a tutelare i lavoratori marittimi i quali, nella generalità dei casi, possono essere esposti all’effettuazione di orari particolarmente faticosi e che non rientrano (o non sempre rientrano) nelle altre ipotesi contemplate dall’articolo 11, comma 7, del decreto legislativo 27 luglio 1999, n. 271, come modificato dalla disposizione che si propone (le quali sono costituite, come si è detto, dai lavoratori marittimi addetti alla guardia e dai lavoratori marittimi che operano a bordo di navi impiegate in viaggi di breve durata). La disposizione di cui al comma 2 dell’articolo in esame, infine, reca una norma di carattere transitorio, concernente i contratti collettivi stipulati a decorrere dal 24 novembre 2010 che abbiano stabilito deroghe ai sensi dell’articolo 11, comma 7, del decreto legislativo 27 luglio 1999, n. 271, come sostituito dall’articolo 7, comma 2, della legge 4 novembre 2010, n. 183. Viene previsto, a tale riguardo, che i predetti contratti collettivi debbano essere sottoposti all’autorizzazione del Ministero del lavoro e delle politiche sociali, di concerto con il Ministero delle infrastrutture e dei trasporti, entro sei mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge. Qualora l’autorizzazione non venga richiesta, ovvero non venga concessa, le clausole dei contratti collettivi, le quali abbiano stabilito le deroghe sopra menzionate, perdono efficacia. L’articolo 13 mira a sanare la procedura d’infrazione 2010/2045 -- attualmente allo stadio di parere motivato ex articolo 258 del TFUE -- relativa alla non conformità dell’articolo 8 del decreto legislativo n. 368 del 2001 ai requisiti della clausola 7 dell’Accordo quadro allegato alla direttiva 1999/70/CE (relativa all’accordo quadro CES, UNICE e CEEP sul lavoro a tempo determinato). In tale procedura di infrazione, la Commissione ha contestato il fatto che l’articolo 8 citato -- nel prevedere che, ai fini di cui all’articolo 35 della legge 20 maggio 1970, n. 300 (cosiddetto «statuto dei lavoratori»), i lavoratori con contratto a tempo determinato sono computabili ove il contratto abbia durata superiore a nove mesi -- si pone in contrasto con la clausola 7 dell’Accordo quadro, la quale impone agli Stati membri di prendere in considerazione i lavoratori a tempo determinato in sede di calcolo della soglia oltre la quale, ai sensi delle disposizioni nazionali, possono costituirsi gli organi di rappresentanza dei lavoratori nelle imprese previsti dalle normative europee e nazionali. La Commissione, infatti, osserva che l’Accordo quadro allegato alla direttiva 1999/70/CE non prevede alcun periodo minimo di durata del contratto di lavoro a tempo determinato e non contempla deroghe. Pertanto, la circostanza che la legislazione nazionale italiana stabilisca una durata contrattuale minima ha l’effetto di escludere lavoratori con contratto a tempo determinato dal conteggio ai fini delle soglie, anche se in uno stabilimento è presente un gran numero di essi (come è noto, ai sensi dell’articolo 35, primo comma, della legge n. 300 del 1970, per le imprese industriali e commerciali, le disposizioni del titolo III della medesima legge, relativo all’attività sindacale, si applicano a ciascuna sede, stabilimento, filiale, ufficio o reparto autonomo che occupa più di quindici dipendenti e alle imprese agricole che occupano più di cinque dipendenti). Nella summenzionata procedura di infrazione 2010/2045, la Commissione contesta, altresì, il non corretto recepimento dell’articolo 3, paragrafo 1, della direttiva 2002/14/CE, che istituisce un quadro generale relativo all’informazione e alla consultazione dei lavoratori (e che nell’ordinamento interno si applica a tutte le imprese che impiegano almeno 50 lavoratori, ai sensi dell’articolo 3, comma 1, del decreto legislativo n. 25 del 2007). Secondo la Commissione, infatti, l’articolo 3, comma 2, del decreto legislativo n. 25 del 2007 -- nella parte in cui prevede che i lavoratori occupati con contratto a tempo determinato sono computabili, ai fini della soglia numerica occupazionale, ove il contratto abbia durata superiore ai nove mesi -- si pone in contrasto con la predetta direttiva, poiché quest’ultima, pur consentendo agli Stati membri, ai sensi dell’articolo 3, paragrafo 1, di determinare le modalità di calcolo delle soglie dei lavoratori impiegati, impone, tuttavia, di tener conto in tale calcolo della definizione stessa della nozione di lavoratore di cui all’articolo 2, lettera d) , della medesima direttiva, ossia di «ogni persona che nello Stato membro interessato è tutelata come un lavoratore nell’ambito del diritto nazionale del lavoro». Pertanto, la norma nazionale, ad avviso della Commissione, avrebbe l’effetto di escludere dal computo della soglia numerica occupazionale una determinata categoria di lavoratori (ossia i lavoratori con contratto a tempo determinato di durata pari o inferiore a nove mesi), in contrasto con la definizione della nozione di lavoratore fornita dalla direttiva in esame. Ciò posto, la disposizione di cui al comma 1, al fine di recepire correttamente la direttiva 1999/70/CE, sostituisce l’articolo 8 del decreto legislativo n. 368 del 2001. La modifica è finalizzata ad espungere la disposizione, attualmente vigente, la quale prevede che i lavoratori con contratto a tempo determinato sono computabili soltanto nel caso in cui il contratto abbia durata superiore a nove mesi. Pertanto, in base alla nuova formulazione dell’articolo 8, tutti i lavoratori a tempo determinato verranno computati, pro rata temporis, ai fini delle soglie occupazionali contemplate dall’articolo 35 dello statuto dei lavoratori. Viene previsto, infatti, il criterio di computo che si basa sul «numero medio mensile di lavoratori a tempo determinato impiegati negli ultimi due anni, sulla base dell’effettiva durata dei loro rapporti di lavoro». A tale riguardo, va osservato che il criterio di computo consistente nel numero medio di lavoratori impiegati negli ultimi due anni è previsto espressamente, a livello europeo, dall’articolo 2, paragrafo 2, della direttiva 2009/38/CE, riguardante l’istituzione di un comitato aziendale europeo o di una procedura per l’informazione e la consultazione dei lavoratori nelle imprese e nei gruppi di imprese di dimensioni comunitarie. Tale direttiva è stata attuata, nel nostro ordinamento, con il decreto legislativo n. 113 del 2012, il cui articolo 2, comma 2, recita: «Ai fini del presente decreto, le soglie minime prescritte per il computo dei dipendenti si basano sul numero medio ponderato mensile di lavoratori impiegati negli ultimi due anni».