[pronunce]

La ricorrente regione si richiama, altresì, al consolidato orientamento della Corte, in base al quale un regolamento, pur se configurato come esecutivo di leggi statali, non può dettare norme intese a limitare la sfera delle competenze delle regioni in materie ad esse attribuite, sia in ossequio alle norme costituzionali sull'ordine delle fonti, sia in applicazione dell'art. 17 della legge n. 400 del 1988. , Con il secondo motivo la ricorrente pone l'accento sulle percentuali particolarmente rigide di ripartizione "per settori" delle risorse disponibili sugli stanziamenti per la lotta alla droga confluiti nel fondo nazionale per le politiche sociali: 25 per cento per il finanziamento dei progetti presentati dai Ministeri; 68 per cento per il finanziamento di quelli presentati dai comuni, singoli o associati: 7 per cento per il finanziamento di quelli regionali. Si tratta, secondo la Regione Lombardia, di un criterio di riparto aprioristico ed irragionevole, che non terrebbe conto della qualità dei progetti e che escluderebbe, incomprensibilmente, eventuali progetti elaborati dalle aziende sanitarie locali. L'irragionevolezza, oltre che lesiva delle competenze regionali sul piano dei contenuti, sarebbe aggravata dalla mancata audizione delle regioni. Né, osserva la ricorrente, un elemento di flessibilizzazione del sistema potrebbe derivare dall'art. 3 del d.P.C.m. , che prevede la possibilità che i residui di un settore siano nuovamente ripartiti tra gli altri settori. Ed invero, le risorse ai progetti sono assegnate secondo la rispettiva meritevolezza solo all'interno di ciascun settore, senza però un raffronto tra i settori diversi. Ne risulterebbe la lesione del diritto fondamentale alla salute e del principio di buon andamento dell'attività amministrativa. I criteri di riparto, oltretutto, non potrebbero neppure spiegarsi sulla base dell'art. 127, comma 3, del d.P.R. 9 ottobre 1990, n. 309, ai sensi del quale "una quota almeno pari al 7 per cento degli stanziamenti di cui al comma 11 è destinata al finanziamento di progetti di iniziativa delle regioni volti alla formazione integrata degli operatori dei servizi pubblici e privati convenzionati per l'assistenza socio-sanitaria alle tossicodipendenze, anche con riguardo alle problematiche derivanti dal trattamento di tossicodipendenti sieropositivi". In proposito rileva la ricorrente che: a) tale previsione concernerebbe solo la percentuale relativa alle regioni, senza menzionare le altre inserite nel decreto impugnato; b) il 7 per cento indicherebbe una soglia minima e di certo non un tetto massimo; c) la percentuale suddetta concernerebbe solo i progetti con una particolare finalità, ma non si riferirebbe anche agli altri progetti che, pur in questa materia, abbiano finalità diverse e che ben potrebbero essere finanziati oltre questo limite. La competenza delle regioni in questo settore, del resto, sarebbe particolarmente ampia. Sicché si deduce la violazione degli artt. 5, 117, 118 e 119 della Costituzione, anche con riferimento all'art. 127, comma 3, del detto d.P.R. n. 309 del 1990. Con il terzo motivo la Regione Lombardia si richiama al testo dell'art. 2 del d.P.C.m. 19 ottobre 1998, che individua i dati da utilizzare per ripartire per regione i fondi assegnati ai comuni mediante il riferimento alla popolazione giovanile residente, individuata in base ai dati ISTAT, al livello di diffusione delle tossicodipendenze, al numero delle strutture pubbliche e del privato sociale ed al rapporto fra rete di servizi pubblici e privati esistente e livello dei bisogni. Si censura la scelta di richiamare solo dati disponibili a livello nazionale, senza tenere conto di dati sulle tossicodipendenze raccolti a livello locale e regionale, né delle indicazioni provenienti dalle regioni medesime. Si deduce, altresì, il difetto di consultazione e la lesione delle competenze programmatorie e gestionali delle regioni, nonché la violazione del principio di leale collaborazione tra Stato e regioni. Con il quarto motivo la ricorrente afferma che l'art. 4 del d.P.C.m. , indicando le priorità cui devono attenersi le amministrazioni statali, le regioni ed i comuni nella predisposizione dei progetti da finanziare, avrebbe attuato una illegittima funzione di indirizzo e di coordinamento in materia riservata alla competenza regionale: siffatta funzione non potrebbe esplicarsi con l'adozione di un atto di questa natura, mancando sia il requisito formale, consistente nella deliberazione apposita del Consiglio dei ministri, sia il requisito sostanziale, consistente in una idonea base legislativa che definisca principi e criteri normativi idonei ad orientare la discrezionalità del Governo. Oltretutto, con la citata disposizione e la determinazione delle finalità prioritarie incidenti anche sui compiti e le funzioni dei comuni nella materia in esame, si sarebbe pregiudicato anche il potere delle regioni di individuare tali compiti e funzioni con proprio provvedimento legislativo, così come previsto dall'art. 132 del d.lgs. n. 112 del 1998. Il predetto art. 4, inoltre, nel descrivere le finalità dei progetti regionali, non avrebbe considerato ulteriori finalità fondamentali collegate all'ampia competenza costituzionale delle regioni. A titolo esemplificativo si richiamano le funzioni di prevenzione ed informazione, che lo stesso d.P.R. n. 309 del 1990 affida alle regioni e che invece il d.P.C.m. impugnato indica irragionevolmente tra le priorità dei progetti statali. Si dovrebbe così registrare un ulteriore profilo di contrasto con gli artt. 117 e 118 della Costituzione, con riferimento alle norme interposte dettate dai d.P.R. n. 4 del 1972, n. 616 del 1977 e n. 309 del 1990, nonché dal d.lgs. n. 112 del 1998. , Il quinto motivo dedotto dalla ricorrente concerne l'art. 6 del d.P.C.m. 19 ottobre 1998, secondo il quale i progetti presentati per il finanziamento sono istruiti da un'apposita commissione istituita presso la Presidenza del Consiglio dei ministri; e che, in ordine ai progetti presentati dai comuni, prevede che le regioni effettuino una valutazione preliminare di essi, per poi sottoporne le risultanze all'esame della predetta commissione istruttoria. Poiché l'assegnazione dei fondi è riservata all'esclusiva competenza dello Stato, con questo sistema si realizzerebbe un fenomeno di sostanziale avvalimento degli uffici regionali da parte dello Stato medesimo, che se ne serve per l'istruzione dei progetti. Detto avvalimento, tuttavia, sarebbe legittimo - prosegue la ricorrente - solo ove si assicuri il rispetto necessario dell'autonomia delle regioni, anche sotto il profilo della provvista dei mezzi finanziari necessari per fronteggiare nuovi oneri. Circostanza, quest'ultima, che non sarebbe per niente garantita, con la connessa violazione degli artt. 3, 5, 32, 97, 117, 118 e 119 della Costituzione. , Il sesto ed ultimo motivo è riferito all'art. 7 del d.P.C.m.