[pronunce]

di cuocere cibi, senza che sia dato comprendere come siffatta prescrizione possa ridurre il rischio che il detenuto mantenga contatti con l'esterno; che pertanto la portata del divieto sarebbe «puramente afflittiva», in quanto tale estranea alla funzione attribuita dalla legge all'istituto configurato nell'art. 41-bis ord. pen. , e perciò irragionevole; che il divieto non troverebbe giustificazione neppure nella diversa prospettiva di evitare che il detenuto possa assumere un ruolo di predominio all'interno dell'istituto penitenziario, aggregando intorno a sé altri detenuti, e ciò «non solo e non tanto perché la mera facoltà di cucinare cibi non sembra idonea a determinare tali effetti di predominio ed aggregazione, ma anche e soprattutto perché tali medesimi effetti il detenuto ben potrebbe ottenere tramite l'acquisto o la ricezione di generi alimentari che non richiedono cottura»; che in proposito il rimettente sottolinea come al detenuto sottoposto al regime speciale sia comunque consentito acquistare al sopravvitto, o ricevere dall'esterno, generi alimentari che non richiedono cottura, nonché l'utilizzazione di fornelli personali per preparare bevande e per riscaldare liquidi, nonché il cibo fornito dall'Amministrazione penitenziaria; che il divieto contenuto nella norma censurata introdurrebbe, in definitiva, un trattamento irragionevolmente deteriore per il detenuto sottoposto al regime speciale rispetto al detenuto in regime ordinario, non riconducibile alle finalità proprie dell'istituto della sospensione delle regole trattamentali; che inoltre, tenuto conto del complesso delle limitazioni che il regime speciale comporta, il divieto di cuocere cibi si risolverebbe in un trattamento contrario al senso di umanità, con violazione dell'art. 27, terzo comma, Cost.; che, in punto di rilevanza, il giudice a quo richiama la disciplina contenuta negli artt. 35 e 69 ord. pen. - secondo cui spettano al magistrato di sorveglianza la vigilanza sull'esecuzione della custodia dei detenuti e il potere di impartire disposizioni dirette ad eliminare eventuali violazioni dei diritti dei condannati e degli internati - per affermare la propria legittimazione «a sollevare questioni di legittimità costituzionale inerenti le norme dell'ordinamento penitenziario oggetto della doglianza del reclamante», precisando di non poter procedere all'interpretazione costituzionalmente orientata della disposizione censurata; che, con atto depositato il 21 settembre 2010, è intervenuto in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, il quale ha concluso per la non fondatezza della questione; che la difesa dello Stato osserva come la norma censurata trovi giustificazione nelle peculiari esigenze di tutela sottese alla disciplina del regime di detenzione speciale, previsto dall'art. 41-bis, comma 2, ord. pen. , le quali varrebbero altresì a legittimare la disparità di trattamento con i detenuti sottoposti al regime ordinario; che, infine, quanto alla censura prospettata in riferimento all'art. 27, terzo comma, Cost., l'Avvocatura generale ritiene che il divieto di cuocere cibi, pur presentando contenuto afflittivo, non costituisca una misura incompatibile con il parametro evocato; che il Magistrato di sorveglianza di Cuneo, con ordinanza del 6 marzo 2010 (r.o. n. 227 del 2010), ha sollevato - in riferimento agli artt. 3, primo e secondo comma, e 27, terzo comma, Cost. - questione di legittimità costituzionale dell'art. 41-bis, comma 2-quater, lettera f), della legge n. 354 del 1975, come modificato dall'art. 2, comma 25, lettera f), n. 3 della legge n. 94 del 2009 nella parte in cui prevede, per i detenuti sottoposti al regime speciale di cui allo stesso art. 41-bis, «l'adozione di tutte le necessarie misure di sicurezza, anche attraverso accorgimenti di natura logistica sui locali di detenzione, volte a garantire che sia assicurata l'assoluta impossibilità di cuocere cibi»; che il rimettente solleva inoltre, in riferimento agli artt. 27, terzo comma, e 32, primo comma, Cost., questione di legittimità costituzionale della medesima disposizione, nella parte in cui limita la permanenza all'aperto dei detenuti sottoposti al regime speciale a non più di due ore al giorno; che il giudice a quo deve decidere sul reclamo proposto ai sensi dell'art. 35 ord. pen. da un detenuto in espiazione della pena dell'ergastolo, sottoposto per due anni, con decreto del Ministro della giustizia del 27 aprile 2009, al regime previsto dall'art. 41-bis, comma 2, ord. pen.; che con il reclamo, per quanto testualmente riferito nell'ordinanza, il detenuto lamenta che le restrizioni introdotte dalla legge n. 94 del 2009, concernenti la durata della permanenza all'aperto e il divieto di cuocere cibi, violerebbero gli artt. 3, 13, 21, 24, 25, 27, 29, 31, 32, 111 e 113 Cost., ponendosi altresì in contrasto con i principi affermati in materia dalle sentenza della Corte costituzionale nn. 349 e 410 del 1993, n. 351 del 1996 e n. 376 del 1997, e conclude «chiedendo, pertanto, al giudice adito di sollevare questione di legittimità costituzionale [...]»; che il rimettente evidenzia come, a seguito dell'approvazione della legge n. 94 del 2009, la Direzione della Casa Circondariale di Cuneo abbia disposto l'applicazione, a partire dall'8 agosto 2009, di regole più restrittive, in forza delle quali, tra l'altro, la durata complessiva della permanenza all'aperto è ridotta a due ore al giorno, di cui una da trascorrere, a scelta, in appositi locali adibiti a biblioteca, palestra, socialità; è fatto divieto di acquistare al sopravvitto o di ricevere dall'esterno generi alimentari che, secondo l'uso comune, richiedono la cottura per essere consumati; l'utilizzazione dei fornelli personali autoalimentati è ammessa esclusivamente per preparare bevande e per riscaldare liquidi, nonché il cibo cotto fornito dall'Amministrazione; che è richiamata la circolare del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria del Ministero della giustizia del 4 agosto 2009 (GDAP n. 0286202-2009), che ha disposto le indicate specificazioni, integrando le regole e i divieti fissati con legge; che il giudice a quo ripropone, in larga parte - con riguardo sia ai profili processuali sia al merito delle censure prospettate nella questione avente ad oggetto la norma che pone il divieto di cottura dei cibi - gli argomenti esposti nella precedente ordinanza di rimessione (reg. ord. n. 226 del 2010), alla cui sintesi si rinvia;