[ddlpres]

E ancora: «La probabilità che un lavoro temporaneo si trasformi in uno standard è particolarmente ridotta per le donne (11,9 per cento)», contro il 16 per cento per gli uomini. Il carattere duale del nostro mercato del lavoro è confermato anche se si guarda al mondo del lavoro degli immigrati: infatti «negli anni si è accentuato il processo di concentrazione soprattutto delle donne immigrate su poche professioni: appena due professioni (assistenti domiciliari e collaboratrici domestiche) coinvolgono più della metà delle occupate straniere, mentre nel 2008 ne erano necessarie cinque (cameriere, commesse, operaie addette ai servizi delle pulizie, erano le altre tre). » E ancora: se «uno straniero (ha) una probabilità di trovare un'occupazione non qualificata sette volte più alta di un italiano con le stesse caratteristiche, [ ... ] la probabilità per le straniere di lavorare nei segmenti occupazionali caratterizzati da basse skills è circa nove volte superiore a quella delle italiane» ( idem , pag. 108). Ma il fenomeno della crescita del lavoro femminile in settori di scarsa qualificazione professionale riguarda tutte le donne. La crescita dell'occupazione femminile delle italiane riguarda, ad esempio, «soprattutto ... madri italiane con uno o due figli in età scolare, per lo più occupate in impieghi part-time (quasi esclusivamente involontario), principalmente come addette ai servizi di pulizia di uffici ed esercizi commerciali o addette alle attività di segreteria» ( idem , pag. 112). Aumenta la «presenza delle donne nelle professioni già fortemente femminilizzate dedicate al lavoro d'ufficio (l'incidenza delle donne è pari al 71 per cento), ai servizi sanitari e alle famiglie (63,4 per cento sono donne). [ ... ] Rispetto al rendimento del capitale umano, nel 2012 l'incidenza delle donne sovraistruite, ossia impiegate in professioni per le quali il titolo di studio richiesto è inferiore a quello posseduto, continua a essere maggiore di circa 3 punti percentuali di quella degli uomini (23,3 per cento contro 20,6 per cento). La differenza di genere nella quota di sovraistruiti è più accentuata e in crescita per coloro che possiedono un titolo universitario: si passa da 5,1 punti del 2011 a 6,1 punti del 2012, ( idem , pagg. 113-114)». E, per concludere, «La bassa valorizzazione delle competenze, la segregazione occupazionale e la maggiore presenza nel lavoro non standard sono elementi che concorrono a spiegare la disparità salariale femminile. In media, la retribuzione netta mensile delle dipendenti resta inferiore di circa il 20 per cento a quella degli uomini (nel 2012, 1.103 contro 1.396 euro), anche se il divario si dimezza considerando i soli impieghi a tempo pieno (11,5 per cento, rispettivamente 1.279 e 1.444 euro); fra questi, le differenze si mantengono rilevanti per le laureate» ( idem , pagg. 115). Si conferma, quindi, l'esigenza che nella rilevazione delle caratteristiche del nostro mercato del lavoro si dedichi una particolare attenzione alle statistiche di genere. Ma l'esigenza di una maggiore attenzione al rapporto di genere emerge, anche, delineando una drammatica emergenza nel campo della cronaca quotidiana, che documenta una crescita di fenomeni di violenza verso le donne non più ascrivibile solo alla maggiore coscienza civile e alla decisione delle donne di reagire con maggiore determinazione ai soprusi. SOS Stalking denuncia che nei primi nove mesi del 2013 i «femminicidi» in Italia sono aumentati del 15 per cento rispetto all'analogo periodo del 2012. Il fenomeno richiede, per essere efficacemente contrastato, non solo la specifica definizione di nuove fattispecie di reati penali ma anche, e forse soprattutto, l'analisi dei complessi fenomeni sociali che stanno a monte dello scatenarsi della violenza. Anche su questo terreno la sensibilità sociale è fortemente cresciuta, e non solo in Italia. È stata di recente (11 maggio 2011) definita a Istanbul la Convenzione del Consiglio d'Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica, che è il primo strumento internazionale giuridicamente vincolante volto a creare un quadro normativo completo a tutela delle donne contro qualsiasi forma di violenza. La convenzione interviene specificamente anche nell'ambito della violenza domestica, che non colpisce solo le donne, ma anche altri soggetti, ad esempio bambini ed anziani, ai quali altrettanto si applicano le medesime norme di tutela. Per entrare in vigore, la Convenzione necessita della ratifica di almeno 10 stati, tra i quali 8 membri del Consiglio d'Europa; al momento, gli stati firmatari sono 30,5 dei quali hanno anche ratificato (Albania, Montenegro, Portogallo, Turchia e Italia). La piena applicazione di tale Convenzione nell'ordinamento interno richiede una specifica normativa che è stata prevista nel decreto-legge 14 agosto 2013, n. 93, convertito in legge, con modificazioni, dalla legge 15 ottobre 2013, n. 199. Anche l'evoluzione di tale fenomeno merita di essere seguita con attenzione e con il progressivo adeguamento della normativa. Si spiega così l'attenzione al tema da parte dell'Unione Europea, che già nel 2010 interveniva con particolare incisività sul tema della coesione di genere (comunicazione della commissione al parlamento europeo, al consiglio, al comitato economico e sociale europeo e al comitato delle regioni -- Strategia per la parità tra donne e uomini 2010-2015 -- Bruxelles, 21.9.2010 COM(2010) 491 definitivo) segnalando come, malgrado «alcune tendenze incoraggianti,» permanessero «però disparità tra donne e uomini e sul mercato del lavoro le donne sono ancora sovrarappresentate nei settori scarsamente retribuiti e sottorappresentate nelle posizioni decisionali». In quel documento, la commissione, partendo dalla considerazione che «le disparità tra donne e uomini violano i diritti fondamentali, impongono un pesante tributo all'economia e hanno come conseguenza una sotto utilizzazione dei talenti», aveva richiamato la «Carta delle donne» e definito una strategia in cinque settori prioritari, definiti in tale «Carta» e in un settore che affronta questioni trasversali. Si puntava, nel campo economico, alla pari indipendenza economica, alla pari retribuzione per lo stesso lavoro e lavoro di pari valore, alla parità nel processo decisionale, ma anche, nel campo socio-culturale, alla dignità, integrità e fine della violenza nei confronti delle donne, alla parità tra uomini e donne nelle azioni esterne. Insieme, si promuovevano azioni orizzontali per superare «i rigidi ruoli di genere», per rafforzare la normativa contro ogni discriminazione sessuale, estendendone l'applicazione per una gestione attiva delle buone pratiche.