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Modifiche alla legge 6 dicembre 1991, n. 394, in materia di aree protette e introduzione della Carta del parco. Onorevoli Senatori. -- La situazione del sistema delle aree protette in Italia è facilmente rappresentata: «secondo dati del 2009, le aree naturali protette sono oltre 1.100, con una superficie complessiva di circa tre milioni e mezzo di ettari, pari a più del 12 per cento dell'intero territorio italiano. E senza contare la "Rete Natura 2000" di Siti di interesse comunitario (Sic) e Zone di protezione speciale (Zps) (che in genere sono collocati in parchi o riserve). I Comuni "dentro" le aree protette sono 1.873, un quarto dei comuni italiani: una cifra sorprendente, e un indizio di un fenomeno ben più ampio dell'oggettivo contenuto "naturalistico" dei territori comunali» (Di Plinio, Aree protette vent'anni dopo. L'inattuazione «profonda» della legge n. 394 del 1991, in Riv. quad. dir. amb. , 2011, n. 3, p. 30, nt. 4). A fronte di tale notevole riscontro oggettivo, la percezione dei dati di wildland economics derivanti dal sistema delle aree protette è assolutamente marginale, se non di scarsa consistenza. D'altro canto, è notevole la conflittualità ancora presente sui territori con le popolazioni locali, ma soprattutto è un dato ineluttabile la mancata attuazione della legge quadro a distanza di ormai ventiquattro anni dalla sua entrata in vigore. Il sistema di inversione dei valori con l'annullamento della discrezionalità dell'amministrazione delle aree protette non è mai divenuto realtà: nessun parco nazionale italiano ancora possiede vigenti ed effettivi piano e regolamento. Non potendosi così ancora contare su di un nulla osta quale mero «atto di certazione», che «certifica» la compatibilità dell'intervento richiesto di attuazione all'interno del territorio protetto con le previsioni del piano (che dovrebbe individuare le attività consentite) e del regolamento (che ne disciplinerebbe le modalità di esecuzione), secondo una scansione automatica e non discrezionale. Il vero «cuore» della riforma legislativa, definita «a prova di bomba», non ha mai iniziato a battere. E per giunta si rinvengono, oggi, piani dei parchi che hanno una strutturazione del tutto urbanistica, lontana quindi dal disegnare assetti naturalistici, nonché privi di ogni capacità di cura e promozione del territorio, secondo le finalità di più alta tutela e nella logica dell'equazione per cui alla massima conservazione corrisponde la massima valorizzazione (invalsa nel sistema nordamericano del National Park Service ). Nel mentre, le proposte di regolamento in discussione recano unicamente un ulteriore florilegio di divieti, a danno di territori abbandonati a sé stessi. Difficile paragonare i parchi italiani a quelli degli altri Paesi europei. Già soltanto quanto alla cura dell'immagine ed alla valorizzazione/conservazione del territorio protetto. A latere , poi, non appare di scarno rilievo la difficile se non inesistente gestione faunistica. Dalla scarna protezione dei grandi carnivori, che ancora non passa per il superamento degli atavici conflitti con le attività antropiche, secondo modelli europei più evoluti, alle assurde spese per i danni da una specie di difficile gestione come il cinghiale. Scorgere nel bilancio consuntivo di un parco nazionale (Gran Sasso -- Laga) ben 700.000 euro per i danni cagionati da tale specie, non affatto protetta, mal si concilia con l'affanno di crisi che sta smantellando i pur minimi tasselli di welfare . In questo senso, la legge quadro non va alterata nella sua struttura, né sconvolta nel suo cuore ancora spento. Purtuttavia, alcuni aggiustamenti possono essere ipotizzati, nel mutato quadro socio-economico e culturale che ne aveva sorretto la genesi ben prima della sua entrata in vigore. Avvicinando la legislazione nazionale a quella di altri Paesi europei, il rigido piano del parco, troppo legato agli schemi della pianificazione urbanistico-territoriale, può sviluppare una migliore elasticità, acquistando già un valore programmatico-dichiarativo diventando la «Carta del parco», come se fosse una dichiarazione degli intenti di tutela da apprestare. La Carta del parco, in questo senso, fissa gli obiettivi di tutela naturale, culturale e paesaggistica e pone le fondamenta per la redazione del regolamento. Superando i limiti del piano del parco, la Carta del parco, sulla base di un'analisi del profilo naturale, paesaggistico e culturale del territorio del parco, di quello socio-economico e demografico della popolazione, reca un'elaborazione grafica, che mostra le diverse aree e la loro vocazione. Inoltre, in funzione delle caratteristiche territoriali, economiche, ambientali, sociali o culturali del parco nazionale, stabilisce gli obiettivi, le linee guida e le misure di tutela, gestione e conservazione. Di qui una funzione propulsiva: la Carta del parco tende a valorizzare gli usi che contribuiscono alla protezione dei paesaggi, degli habitat naturali, della flora, della fauna e del patrimonio culturale e a prevenire gli impatti negativi sul territorio protetto, stabilendo per ogni area la specifica vocazione. In particolare la Carta del parco: a) identifica i principali elementi costitutivi del parco; b) individua le aree naturali significative che possono divenire «riserve integrali»; c) individua le attività compatibili con gli obiettivi di tutela del patrimonio naturalistico, promuovendo le migliori pratiche ecosostenibili; d) definisce e valorizza le migliori pratiche ambientali utili al mantenimento della biodiversità, in particolare nel settore agricolo, pastorale e forestale; e) prende in considerazione la cultura, i modi di vita tradizionali, le attività e le esigenze della comunità delle persone che vivono nel territorio del parco e che tradizionalmente derivano il loro sostentamento dagli habitat naturali. Isole di intangibilità assoluta sono garantite dalla presenza di riserve integrali, le quali possono essere istituite nel territorio del parco al fine di garantire, per scopi scientifici, una maggiore tutela di alcuni elementi della fauna e della flora, mediante l'apposizione di vincoli particolari che tengano comunque conto delle attività antropiche tradizionali compatibili. L'Ente parco adotta un piano di gestione triennale delle riserve integrali. All'esterno, in funzione di mitigazione dei conflitti, una buffer zone d'interfaccia, che stimola un'osmosi con il territorio. Si tratta, cioè dell'area di adesione. Le Aree d'adesione costituiscono il risultato dell'adesione convenzionale, mediante specifiche intese, alla Carta del parco, da parte dei comuni il cui territorio, geograficamente contiguo, non è in tutto o parzialmente interessato dalle specifiche istanze di tutela naturalistica, ma che intendono partecipare alle finalità di tutela del parco al fine di vedere favorite le iniziative economiche, culturali, sociali ed ambientali che beneficiano della valorizzazione del territorio protetto in termini di sviluppo sostenibile. Con l'adesione, il comune: a) si impegna a garantire la coerenza tra le attività programmate nel proprio territorio e gli scopi recati dalla Carta, riducendone od eliminandone l'impatto significativo sul patrimonio naturale del territorio protetto;