[pronunce]

Che il regime civilistico della nullità delle clausole contenenti la pattuizione di interessi usurari sia del tutto distinto dal profilo penalistico, ed in sé autosufficiente, sarebbe del resto confermato dal fatto stesso che il legislatore del 1996 ha provveduto a riscrivere tanto la norma di cui all'art. 644 del codice penale quanto, e separatamente, quella di cui all'art. 1815, secondo comma, del codice civile. Nel merito la questione sarebbe comunque - ad avviso della stessa parte - manifestamente infondata o, in subordine, infondata, con riferimento a tutti i parametri evocati. Non sussisterebbe, in primo luogo, l'asserito contrasto con l'art. 3 della Costituzione, sotto il profilo della contraddittorietà e irragionevolezza, in quanto la norma impugnata non avrebbe privato i mutuatari, diversamente da quanto assume il rimettente, del diritto di far valere la nullità delle clausole con le quali siano stati convenuti interessi usurari, ma avrebbe solamente ricondotto a ragionevolezza l'interpretazione della disposizione che tale nullità sancisce, chiarendo che la pattuizione è nulla solo se il tasso di interesse convenuto è superiore al cosiddetto tasso soglia al momento della pattuizione e non anche quando tale limite sia superato nel corso del rapporto, per effetto di successive oscillazioni del medesimo tasso soglia. La circostanza che le conseguenze di tale intervento interpretativo siano obiettivamente favorevoli agli istituti di credito non costituirebbe d'altro canto ragione sufficiente per affermare che si sia voluto riconoscere un ingiustificato trattamento di favore alle banche, attesa l'intrinseca ragionevolezza della interpretazione imposta dal legislatore. Prive di fondamento sarebbero altresì le censure, del pari riferite all'art. 3 della Costituzione, riguardanti l'efficacia retroattiva della norma. Tali censure sembrerebbero muovere - ad avviso della parte privata - dall'erroneo presupposto che l'interpretazione autentica sia legittima solo in presenza di un contrasto di giurisprudenza e che d'altro canto le norme retroattive a carattere innovativo siano in quanto tali illegittime. Sarebbe vero al contrario, secondo la stessa parte, che il legislatore può emanare norme interpretative indipendentemente da qualsiasi contrasto di giurisprudenza, ed anche al fine di imporre l'interpretazione che egli ritenga corretta, in presenza di una difforme interpretazione giurisprudenziale, così come dovrebbe in ogni caso ritenersi pacifica - alla luce della giurisprudenza della Corte - la legittimità, nei limiti della ragionevolezza, di norme retroattive a carattere innovativo, con la sola eccezione delle norme penali in malam partem. La norma impugnata, quand'anche le si volesse attribuire portata innovativa, avrebbe perciò i requisiti per superare indenne lo scrutinio di costituzionalità. Ritiene tuttavia la parte che essa sia effettivamente interpretativa, in quanto ragionevolmente diretta - per quanto riguarda l'aspetto civilistico - ad impedire una interpretazione dell'art. 1815 del codice civile, pur avallata dalla Corte di cassazione, contrastante con l'inequivoco tenore letterale della disposizione stessa, oltreché con numerosi principi costituzionali. L'interpretazione della legge n. 108 del 1996 accolta dalla Cassazione contrasterebbe in particolare - ad avviso sempre della parte - sia con l'art. 3 della Costituzione, perché favorirebbe irragionevolmente una delle parti del rapporto, sia con l'art. 47 della Costituzione, perché introdurrebbe uno squilibrio nel sistema tale da provocare la scomparsa dei mutui a tasso fisso, sia con l'art. 41, primo e secondo comma, della Costituzione, perché si tradurrebbe in una lesione dell'autonomia privata non giustificata da ragioni di utilità sociale, sia infine con l'art. 25, secondo comma, della Costituzione, perché renderebbe possibile, sul versante penalistico, l'assoggettamento a sanzione di una condotta non costituente reato nel momento in cui viene posta in essere. Alla norma impugnata dovrebbe coerentemente riconoscersi carattere interpretativo anche per quanto riguarda l'aspetto penalistico - peraltro privo di rilevanza nel giudizio a quo - proprio in quanto le modifiche apportate all'art. 644 del codice penale dalla legge n. 108 del 1996 non potevano sicuramente attribuire autonomo rilievo penale al momento della corresponsione, quando questa fosse stata attuativa di una legittima convenzione, in quanto ne sarebbe appunto derivata la violazione dell'art. 25, secondo comma, della Costituzione. Sarebbero del pari non fondate le censure che il rimettente muove alla norma impugnata, con riferimento al parametro di cui all'art. 24 della Costituzione, in relazione al pregiudizio che ne deriverebbe per coloro i quali hanno resistito in giudizio alle pretese delle banche confidando nell'indirizzo giurisprudenziale seguito dalla Cassazione. Secondo la giurisprudenza della Corte costituzionale, infatti, l'incidenza delle norme interpretative sui giudizi in corso non determina l'illegittimità costituzionale delle norme stesse, se il loro contenuto non è irragionevole e non altera ingiustificatamente la parità tra le parti. La norma impugnata, poi, non contrasterebbe nemmeno con l'art. 47 della Costituzione, in quanto, lungi dallo scoraggiare i piccoli risparmiatori dall'accesso al credito per l'acquisto della casa, avrebbe anzi evitato la scomparsa dal mercato finanziario dei mutui a tasso fisso, più graditi a coloro che dispongono di redditi costanti. La censura riferita all'art. 77 della Costituzione sarebbe infine superata dall'avvenuta conversione in legge del decreto. 1.2. - È intervenuto in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, concludendo per la declaratoria di inammissibilità o infondatezza della questione. In via preliminare, la parte pubblica eccepisce il difetto di motivazione in punto di rilevanza "con riferimento sia all'aspetto degli interessi moratori sia alla configurabilità di clausole di pattuizione di interessi usurari nel caso di fonte contrattuale del rapporto antecedente all'entrata in vigore della legge n. 108/1996". Nel merito, quanto alle censure riferite all'art. 3 della Costituzione, l'Avvocatura sottolinea il carattere strutturalmente e funzionalmente interpretativo della norma denunciata, "in quanto destinata a combinarsi in sede applicativa con le immutate disposizioni interpretate, con le quali forma, rispettivamente, un unico plesso precettivo". Essa avrebbe lo scopo di eliminare ogni dubbio in ordine alla funzione sanzionatoria, e non riequilibratrice del rapporto sinallagmatico, dell'art. 1815, secondo comma, del codice civile, escludendo del tutto ragionevolmente che la valutazione del carattere usurario degli interessi possa effettuarsi con riferimento ad un momento successivo a quello della stipulazione della relativa clausola.