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Oggi deve prendersi atto dell'impossibilità -- in mancanza dei necessari, e invano attesi, interventi di riforma -- di continuare a lasciare al pur grande e ultradecennale lavoro di supplenza svolto dalla Corte costituzionale, un ruolo improprio di risolutiva attenuazione del contenzioso tra Stato e regioni; contenzioso che non è affatto diminuito nel tempo, ma, anzi, aumentato. Il ruolo del Senato delle Autonomie previsto dal disegno di legge consente di dare seguito a quelle modifiche che l'esperienza applicativa della riforma del titolo V del 2001 ha evidenziato come necessarie sul piano delle istituzioni parlamentari e del procedimento legislativo, individuando una sede in cui ordinamento statale e ordinamenti regionali sono portati a coerenza in base al nuovo paradigma costituito dal novellato articolo 117 della Costituzione. Venendo alle scelte di razionalizzazione e semplificazione del sistema, l'articolo 26 del disegno di legge prevede, in primo luogo, la soppressione dell'elenco di materie in cui concorrono la competenza legislativa dello Stato e quella delle regioni e la ridefinizione dell'ambito della competenza esclusiva statale oltre il quale si estende la competenza regionale. Nella consapevolezza della molteplicità degli interessi sottesi alle materie e del carattere trasversale di alcune di esse, nonché nell'intento di rendere più flessibile il riparto delle competenze, questa ridefinizione non si limita ad una mera riarticolazione delle materie, ma è diretta ad evidenziare anche l'aspetto funzionale degli ambiti di potestà legislativa sia statale, sia regionale. Pertanto, alla flessibilità dell'assetto complessivo concorrono, nel novellato articolo 117 della Costituzione: la formulazione in termini finalistici e funzionali delle competenze esclusive dello Stato (secondo comma); la clausola di finalizzazione della potestà legislativa regionale per le materie o funzioni non riservate allo Stato (terzo comma); la clausola di supremazia statale, vincolata ad una precisa assunzione di responsabilità da parte del Governo per evitarne un uso non giustificato (quarto comma); nonché la facoltà di delega alle regioni, con legge dello Stato, di materie o funzioni di competenza esclusiva statale (quinto comma). La valutazione dell'intero sistema di riparto delle competenze non può, naturalmente, essere effettuata in base ad un criterio meramente quantitativo, in una logica di «contabilità delle competenze», posto il preminente rilievo del concorso del Senato delle Autonomie alla funzione legislativa, premessa necessaria alla realizzazione di un effettivo regionalismo cooperativo. Inoltre, quale presupposto della nuova definizione delle materie o funzioni di competenza esclusiva vi è, oltre che la consapevolezza della pluralità di interessi sottesi ad ogni materia, l'esigenza di tenere conto di alcune evidenze emerse dal contenzioso costituzionale. Tra di esse vi sono, per un verso, i limiti della configurazione delle materie oggetto di competenza concorrente, per l'altro la constatazione che le stesse forme più accentuate di autonomia legislativa regionale non si sottraggono alla forza espansiva e all'azione trasversale di competenze assegnate allo Stato ai sensi del vigente articolo 117, secondo comma, della Costituzione. Ancora, se la ripartizione delle competenze tra Stato e regioni si avvale in alcuni casi del criterio dell'identificazione della materia, per altri casi la formulazione del citato articolo 117 non consente una puntuale identificazione di ambiti oggettivi. L'esempio più evidente dei limiti dell'elenco delle materie di competenza concorrente -- e più rilevante nell'attuale contesto di crisi economica per i suoi riflessi finanziari -- è costituito dal coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario, trasferito dal disegno di legge dalla competenza concorrente a quella esclusiva, includendolo nella lettera e) del secondo comma dell'articolo 117. Il trasferimento alla competenza esclusiva tiene conto dei limiti che ha mostrato l'imputazione del coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario alla competenza concorrente. Tali limiti sono più volte emersi nel contenzioso costituzionale, con particolare riferimento ai casi in cui la Corte costituzionale ha affermato che il legislatore statale può legittimamente stabilire vincoli alle politiche di bilancio delle regioni e degli enti locali, anche se da essi derivano limiti indiretti alla loro autonomia di spesa, qualora vi siano esigenze di coordinamento finanziario connesse ad obiettivi nazionali, anche per effetto di obblighi comunitari. La copiosa giurisprudenza sull'argomento, articolata intorno alla possibilità di ricondurre alla configurazione di «principio» specifiche misure adottate a garanzia degli equilibri e degli obiettivi di finanza pubblica, non ha impedito il persistere di un elevato contenzioso, che ha coinvolto provvedimenti rilevanti per il processo di consolidamento di bilancio, in cui hanno assunto rilievo -- al di là della qualificazione data dal legislatore a singole misure -- l'oggetto, la disciplina e la relativa ratio delle medesime misure, in quanto indicatori dell'interesse tutelato effettivamente ad esse sotteso. Tale contenzioso ha portato ad affermare la legittimità di disposizioni statali che incidano su materie di competenza regionale, anche di tipo residuale, determinando una, sia pure parziale, compressione degli spazi entro cui possono esercitarsi le competenze legislative e amministrative delle regioni. Ciò sulla base di una verifica del rispetto del rapporto tra normativa di principio e normativa di dettaglio anche in base alla conclusione che la specificità delle prescrizioni non può escludere a priori il carattere di principio di una norma, se è legata al principio da un evidente rapporto di coessenzialità e di integrazione necessaria. Sulla scorta di queste considerazioni e del rilevante lavoro ermeneutico svolto dalla Consulta al fine di coniugare le sempre più pressanti esigenze di coordinamento della finanza pubblica -- direttamente connesse con la necessità di rispettare i vincoli di bilancio derivanti dall'appartenenza dell'Italia all'Unione europea e, da ultimo, anche da accordi internazionali -- con l'attuale criterio di riparto, appare evidente l'esigenza di individuare un nuovo assetto che pur riconducendo la materia nella competenza esclusiva statale possa al contempo salvaguardare l'autonomia finanziaria degli enti territoriali. In questa prospettiva, occorre, in particolare, considerare come il conferimento alla competenza esclusiva della legge statale della materia del coordinamento della finanza pubblica costituisca, a ben vedere, uno sviluppo coerente con le scelte già effettuate dalla legge costituzionale n. 1 del 2012, che ha effettuato analogo conferimento per la materia dell'armonizzazione dei bilanci pubblici e novellato gli articoli 81, 97 e 119, della Costituzione, estendendo a tutte le pubbliche amministrazioni (e dunque anche a tutte le autonomie territoriali) il principio dell'equilibrio di bilancio tra entrate e spese e il principio della sostenibilità del debito. La stessa legge ha, com'è noto, specificato, nell'ambito del novellato articolo 119 della Costituzione, che l'autonomia finanziaria di entrata e di spesa degli enti territoriali deve essere esercitata nel rispetto dell'equilibrio dei relativi bilanci e che gli stessi enti sono chiamati a concorrere ad assicurare l'osservanza dei vincoli economici e finanziari derivanti dall'ordinamento dell'Unione europea.