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Modifica alla legge 2 agosto 1999, n. 264, in materia di accesso alla facoltà di medicina e chirurgia e delega al Governo per l'organizzazione delle attività formative universitarie della facoltà medesima. Onorevoli Senatori. – In Italia il numero chiuso nelle facoltà di medicina e chirurgia risale al 1997 ed è stato introdotto ai sensi del regolamento di cui al decreto ministeriale 21 luglio 1997, n. 245, che sanciva il principio di relazione tra il numero di studenti e la capacità delle singole strutture di ospitarli, la disponibilità dei professori, la possibilità di svolgere laboratori e lezioni. Successivamente, sul punto, venne emanata la legge 2 agosto 1999, n. 264, approvata per dare attuazione alla sentenza della Corte costituzionale n. 383 del 27 novembre 1998, con la quale si chiedeva al legislatore di intervenire sulla materia degli accessi a numero programmato al fine di disciplinala. In particolare l'articolo 1, comma 1, lettera a) , della legge n. 264 del 1999 prevede che gli accessi ai corsi universitari sono programmati: « in conformità alla normativa comunitaria vigente e alle raccomandazioni dell'Unione europea che determinano standard formativi tali da richiedere il possesso di specifici requisiti ». A ben vedere seppure siano varie le direttive europee che, a partire almeno dagli anni '70, disciplinano lo spazio europeo del lavoro, queste non intervengono in modo peculiare sul numero chiuso, in quanto lo scopo di queste direttive è di armonizzare i sistemi di formazione nazionali e rendere omogenee le caratteristiche professionali di figure come il medico o il dentista, in modo che possano muoversi liberamente nell'Unione europea esercitando il proprio lavoro. Ad esempio, una delle prime direttive in materia (direttiva 86/457/CEE relativa alla formazione specifica in medicina generale, poi abrogata dalla direttiva 93/16/CEE) recitava, nelle premesse: « considerando che per realizzare progressivamente tale riforma è necessario, in una prima fase, instaurare in ogni Stato membro una formazione specifica in medicina generale che risponda ad esigenze minime tanto qualitative che quantitative e che completi la formazione minima di base che il medico deve avere ». Attualmente, è la direttiva 2005/36/CE del Parlamento europeo e del Consiglio a stabilire, all'articolo 24, i requisiti della formazione medica negli Stati membri dell'Unione. Essa: 1) deve comprendere almeno cinque anni di studio complessivi, che possono essere espressi in aggiunta anche in crediti del sistema europeo di accumulazione e trasferimento (crediti ECTS) equivalenti, consistenti in almeno 5.500 ore di insegnamento teorico e pratico svolte presso o sotto la supervisione di un'università; 2) è subordinata al possesso di un diploma o certificato che dia accesso, per tali studi, a istituti universitari. Da un'attenta analisi della normativa europea in materia, anche tenuto conto delle norme in vigore negli anni passati e ora abrogate, non vi è traccia di un'imposizione del numero chiuso. L'Unione europea chiede solo di armonizzare i sistemi formativi e gli standard di qualità, affinché i professionisti possano muoversi liberamente nello spazio europeo del lavoro, vedendo riconosciuti i propri titoli: quindi il numero chiuso è stato utilizzato in modo ingiustificato, e più che favorire la qualità del sistema universitario peggiora il sistema nel suo complesso. Negli anni, quello dei test d'ingresso si è rilevato un sistema rigido e difettoso, che ha mostrato sempre di più la sua incapacità a selezionare con equità e merito gli studenti più bravi e motivati. Anche se il nuovo sistema TOLC (i test online del Consorzio interuniversitario sistemi integrati per l'accesso-CISIA) non comprende più, come invece negli anni precedenti, quiz di cultura generale ma si focalizza ad appurare le conoscenze scientifiche dei candidati, consentendo agli studenti di partecipare fino a quattro volte in due anni, in ogni caso non risulta in grado di selezionare davvero gli studenti migliori, soprattutto in considerazione del fatto che vi sono vari corsi privati di sostegno alla preparazione del concorso per l'accesso alla facoltà di medicina che determinano, necessariamente, un ingiusto divario rispetto a coloro che non posso permettersi la frequentazione dei predetti corsi. In particolare, è notizia di cronaca quella che riporta che nelle prove dell'anno corrente vi siano state scuole private che disponevano dei predetti test , elargiti a pagamento, e che ciò ha sicuramente falsato l'esito degli stessi, senza contare la pioggia di ricorsi che ne sono derivati. Dunque, venti anni e più di applicazione della legge sull'accesso programmato appaiono sufficienti per un bilancio e per affermare con chiarezza che l'Italia non ha posto in essere un sistema di accesso programmato, come chiedeva l'Europa, bensì di « numero chiuso »; un sistema che rappresenta un unicum a livello internazionale e che vede, ogni anno, migliaia di studenti che non superano il test alimentare ricorsi in sede amministrativa e giurisdizionale. L'Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca in un proprio parere segnala la necessità di rivedere i criteri di analisi utilizzati finora allo scopo di garantire i necessari livelli qualitativi degli studenti che intendono iscriversi ai corsi universitari, dal momento che i test non si rivelano utili a tale scopo. Infatti, ogni anno si ha notizia di ricorsi presentati da studenti che contestano non solo l'esito della loro prova di ammissione, ma anche la sua adeguatezza in termini di effettiva conformità al tipo di facoltà alla quale ci si vuole iscrivere. Detto sistema di accesso ai corsi, infatti, limitando la possibilità di accedere alla formazione universitaria, non garantisce il diritto allo studio a tutti i cittadini, soprattutto a coloro che hanno difficoltà economiche o sociali. È chiaro che il metodo attuale di selezione mediante quiz di accesso per il corso di laurea in medicina e chirurgia presenta riconosciute criticità, e che le dinamiche demografiche dimostrano in modo inequivocabile che entro pochi anni il numero di medici in Italia sarà assolutamente inadeguato alle esigenze del Servizio sanitario nazionale (SSN). L'emergenza sanitaria scatenata dalla pandemia ha sicuramente reso ancor più opportuna una riflessione focalizzata sull'accesso ai corsi di laurea di medicina e chirurgia stante l'evidenziata carenza di medici. In realtà, come supra evidenziato, entro pochi anni il numero di medici in Italia sarà assolutamente inadeguato alle esigenze del SSN poiché a fronte dei numerosissimi pensionamenti non corrisponderanno altrettante immissioni in ruolo. Se si considera il numero medio di laureati in medicina e chirurgia per anno accademico e la quota di questi annualmente immessa nel Servizio sanitario nazionale, risulta un saldo negativo tra pensionamenti e nuove assunzioni. Appare quindi evidente l'esigenza di garantire una maggiore possibilità di iscrizione alla facoltà di medicina e chirurgia.