[pronunce]

che il meccanismo di quantificazione della sanzione previsto dall'art. 3, comma 3, del decreto-legge n. 12 del 2002 consentirebbe di ovviare alle difficoltà di individuazione degli esatti termini temporali del rapporto lavorativo irregolare e di neutralizzare condotte elusive e che, comunque, il legislatore avrebbe ampia discrezionalità nella determinazione delle sanzioni; che, conseguentemente, le censure relative all'art. 3, comma 3, sarebbero infondate; che infondata sarebbe, altresì, la lamentata violazione dell'art. 24 Cost. ad opera dell'art. 3, comma 5, il quale riguarderebbe soltanto il momento della irrogazione della sanzione e sarebbe giustificato da un'esigenza di snellezza, in considerazione del fatto che, comunque, la violazione sarebbe già stata accertata, nei suoi elementi di fatto, dalla contestazione contenuta nel verbale che costituirebbe «l'unico fondamento dell'atto sanzionatorio» e che sarebbe già noto alla parte; che anche la censura sollevata in relazione all'art. 25 Cost. sarebbe destituita di ogni fondamento, dal momento che il legislatore potrebbe liberamente individuare l'organo amministrativo competente alla irrogazione delle sanzioni, mentre il regime delle impugnazioni sarebbe conseguente a tale individuazione; che, nel caso di specie, la scelta del legislatore non sarebbe palesemente illogica e, d'altra parte, anche nel giudizio avanti alle commissioni tributarie, così come avanti al giudice ordinario, il cittadino godrebbe delle garanzie connesse al diritto di difesa; che la Commissione tributaria provinciale di Firenze ha sollevato questione di legittimità costituzionale dell'art. 3, comma 3, della legge n. 73 del 2002 (recte: dell'art. 3, comma 3, del decreto-legge n. 12 del 2002), in relazione agli artt. 25 e 102 Cost.; che il rimettente riferisce di essere chiamato a decidere sul ricorso proposto dal legale rappresentante e dal socio amministratore di una società in nome collettivo avverso l'atto con cui l'Agenzia delle entrate di Borgo S. Lorenzo aveva irrogato la sanzione amministrativa di euro 23.361,98, in ragione dell'impiego di lavoratori dipendenti non risultanti dalle scritture obbligatorie e la cui presenza era stata riscontrata nei locali dell'azienda nel corso di un'ispezione svolta da ispettori dell'INPS; che gli opponenti, oltre a contestare la nullità dell'atto impugnato per insussistenza del presupposto impositivo, hanno eccepito l'illegittimità costituzionale dell'art. 3, comma 3, del decreto-legge n. 12 del 2002, per violazione degli artt. 3 e 27 Cost., nonché il difetto di giurisdizione delle commissioni tributarie; che, ciò premesso, il giudice a quo sostiene che la sanzione prevista dalla norma in questione sarebbe correlata ad una «violazione di natura contributiva/lavorativa» la cui contestazione sarebbe affidata agli organi preposti ai controlli in materia fiscale, contributiva e del lavoro, mentre competente ad irrogare la sanzione sarebbe l'Agenzia delle entrate; che, tuttavia, tale ufficio non sarebbe in grado di definire e motivare alcuni aspetti rilevanti della sanzione, quali il calcolo del costo del lavoro e l'inquadramento contrattuale del lavoratore sulla cui base è quantificata la sanzione, che sarebbero decisi da un altro organo, con conseguente lesione del diritto di difesa del ricorrente e impossibilità per la commissione tributaria «di svolgere la propria funzione»; che queste «disfunzioni» sarebbero conseguenza del fatto che alle commissioni tributarie verrebbero assegnate competenze in contrasto con quelle loro proprie che sarebbero di natura esclusivamente tributaria; che, infatti, se, da un lato, l'art. 2 del d.lgs. n. 546 del 1992 indica quale oggetto della giurisdizione tributaria anche le sanzioni amministrative «comunque irrogate» da uffici finanziari, d'altro canto – ad avviso del rimettente – ciò dovrebbe valere solo per le sanzioni «attinenti e/o correlate alla materia tributaria che rappresenta l'area caratteristica ed esclusiva della giurisdizione»; che il superamento di tale limite determinerebbe la violazione del principio del giudice naturale precostituito per legge sancito dall'art. 25 Cost. e del divieto di istituire giudici speciali posto dall'art. 102 Cost., secondo quanto chiarito anche da questa Corte con l'ordinanza n. 144 del 1998, la quale avrebbe affermato che i giudici tributari costituiscono “organi speciali di giurisdizione” preesistenti all'entrata in vigore della Costituzione e che il legislatore può sottoporre a revisione, modificandone anche le competenze, «purché resti fermo il nocciolo originario delle competenze stesse e cioè quelle in materia tributaria»; che è intervenuto in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, che ha eccepito l'inammissibilità della questione, dal momento che il rimettente non avrebbe previamente accertato l'impossibilità di dare della disposizione censurata una interpretazione diversa e costituzionalmente corretta; che, in ogni caso, sostiene la difesa erariale, la questione avrebbe ad oggetto una norma già dichiarata costituzionalmente illegittima dalla Corte con la sentenza n. 144 del 2005. Considerato che la Commissione tributaria provinciale di Caltanisetta censura l'art. 3, commi 1 e 5, del decreto-legge 22 febbraio 2002, n. 12 (Disposizioni urgenti per il completamento delle operazioni di emersione di attività detenute all'estero e di lavoro irregolare), convertito in legge dall'art. 1 della legge 23 aprile 2002, n. 73; che la Commissione tributaria provinciale di Firenze, pur censurando formalmente l'art. 3, comma 3, del medesimo decreto, tuttavia, sostanzialmente denuncia il comma 5 di tale articolo, dal momento che lamenta la attribuzione all'Agenzia delle entrate della competenza ad irrogare la sanzione da essa prevista; che, pertanto, stante la parziale identità delle questioni prospettate dai rimettenti, deve essere disposta la riunione dei relativi giudizi; che entrambi i giudici a quibus, dalla attribuzione alla Agenzia delle entrate della competenza ad applicare la sanzione per l'impiego di lavoratori irregolari prevista dall'art. 3 del d.l. n. 12 del 2002, deducono la conseguenza che sussisterebbe la giurisdizione del giudice tributario a conoscere delle controversie concernenti tale sanzione, dal momento che l'art. 2 del d.lgs. 31 dicembre 1992, n. 546 (Disposizioni sul processo tributario in attuazione della delega al Governo contenuta nell'art. 30 della legge 30 dicembre 1991, n. 413), così come modificato dall'art. 12 della legge 28 dicembre 2001, n. 448 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato – legge finanziaria 2002), attribuirebbe a tale giudice la cognizione delle controversie concernenti «le sanzioni amministrative comunque irrogate da uffici finanziari»;