[pronunce]

La condotta integrativa dell'illecito è ora costituita, dunque, dall'utilizzazione di dipendenti senza aver effettuato preventivamente la comunicazione di assunzione al centro per l'impiego, prescritta dall'art. 9-bis, comma 2, del decreto-legge 1° ottobre 1996, n. 510 (Disposizioni urgenti in materia di lavori socialmente utili, di interventi a sostegno del reddito e nel settore previdenziale), convertito, con modificazioni, in legge 28 novembre 1996, n. 608, come sostituito dall'art. 1, comma 1180, della legge 27 dicembre 2006, n. 296, recante «Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (legge finanziaria 2007)»: comunicazione che deve essere eseguita entro il giorno precedente a quello di instaurazione del rapporto. Al tempo stesso, però - ed è da qui che trae origine l'incidente di costituzionalità - l'art. 4, comma 1, lettera b), della legge n. 183 del 2010, sostituendo l'art. 3, comma 4, del d.l. n. 12 del 2002, stabilisce che «[l]e sanzioni di cui al comma 3 non trovano applicazione qualora, dagli adempimenti di carattere contributivo precedentemente assolti, si evidenzi comunque la volontà di non occultare il rapporto, anche se trattasi di differente qualificazione». Nell'ottica di limitare la rilevante sanzione comminata (usualmente qualificata, sin dalle origini, come "maxisanzione") agli illeciti di carattere sostanziale, e non meramente formale, si prevede, dunque, che, in difetto della comunicazione obbligatoria al centro per l'impiego, la preventiva effettuazione di adempimenti di tipo contributivo valga, comunque sia, a rendere inoperante la sanzione stessa, in quanto rivelatrice della volontà del datore di lavoro di non tenere celato il rapporto lavorativo. 2.4.- Dopo la legge n. 183 del 2010, la disciplina sanzionatoria in esame è stata ritoccata ancora varie volte. Di tali ulteriori modifiche - consistite principalmente in ondivaghe variazioni dell'entità delle sanzioni e dei relativi criteri di computo - non occorre, peraltro, dar conto in questa sede, in quanto non significative ai fini dell'odierno scrutinio. 3.- Venendo ora, sulla scorta dell'excursus condotto, all'esame delle questioni, le stesse si rivelano inammissibili. 3.1.- La rimettente Corte d'appello di Napoli è chiamata a pronunciarsi sull'opposizione all'ordinanza-ingiunzione con la quale, a seguito di ispezione eseguita l'8 febbraio 2007, era stata inflitta all'amministratrice di una società la sanzione amministrativa di 6.150 euro per aver impiegato un lavoratore irregolare: opposizione a sostegno della quale l'opponente aveva dedotto - e dimostrato, secondo la stessa Corte rimettente - di aver effettuato, prima dell'ispezione (e dell'avvio al lavoro del dipendente), la denuncia nominativa di quest'ultimo all'Istituto nazionale per l'assicurazione contro gli infortuni sul lavoro (INAIL) (adempimento richiesto, all'epoca dei fatti, dall'art. 14 del decreto legislativo 23 febbraio 2000, n. 38, recante «Disposizioni in materia di assicurazione contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali, a norma dell'articolo 55, comma 1, della legge 17 maggio 1999, n. 144»). I dubbi di costituzionalità prospettati dalla Corte d'appello poggiano, dunque, su una premessa: quella per cui l'effettuazione di comunicazioni prescritte a fini contributivi e previdenziali - quale, nella specie, la denuncia nominativa del lavoratore assicurato all'INAIL - non fosse sufficiente ad escludere la configurabilità dell'illecito di impiego di lavoratori irregolari, nella versione delineata dal d.l. n. 223 del 2006, in quel momento vigente. Questo risultato - di non punibilità - lo si potrebbe ottenere, in assunto, solo tramite l'applicazione retroattiva della disposizione successivamente introdotta dall'art. 4, comma 1, lettera b), della legge n. 183 del 2010: applicazione retroattiva che la norma censurata non prevede, donde il suo denunciato contrasto con gli artt. 3 e 117, primo comma, Cost. 3.2.- La premessa fondante i quesiti resta, tuttavia, indimostrata. Al riguardo, la Corte rimettente si limita, infatti, ad affermare che la contraria convinzione espressa in prime cure dal Tribunale ordinario di Napoli - secondo la quale la previsione sanzionatoria in parola doveva intendersi riferita solo al «personale totalmente sconosciuto alla P.A., in quanto non iscritto nella documentazione obbligatoria né oggetto di alcuna comunicazione prescritta dalla normativa lavoristica o previdenziale» - «non [sarebbe] sorretta da adeguata motivazione». La Corte partenopea non spiega, però, in fatto, quali ragioni impediscano di aderire alla soluzione interpretativa del giudice di primo grado. Come si è visto, alla stregua della norma dell'epoca, il lavoratore, per poter essere considerato «irregolare», non doveva «risultare» come tale né dalle «scritture» obbligatorie - formula riferibile essenzialmente ai libri di matricola e di paga (poi sostituiti dal libro unico del lavoro) - né da «altra documentazione obbligatoria». Tanto la Corte di cassazione, quanto la giurisprudenza di merito - sia pur pronunciando su ipotesi diverse da quella oggetto del giudizio a quo - hanno ritenuto che, alla luce di tale formula legislativa e della ratio legis («contrastare alla radice il fenomeno del c.d. "lavoro nero" che arreca danno ai diritti dei lavoratori e agli interessi delle aziende in regola, con violazione della libera concorrenza»), la norma punisse, in effetti, «solo i datori di lavoro che impiegano lavoratori assolutamente sconosciuti all'amministrazione» (in questo senso, Corte di cassazione, sezione quinta civile, sentenza 28 maggio 2014, n. 11953). La tesi - sostenuta, in quest'ottica, nella giurisprudenza di merito - per cui, già prima della legge n. 183 del 2010, la "maxisanzione" non poteva essere applicata ove da adempimenti obbligatori, precedentemente assolti, emergesse la volontà di non occultare i rapporti di lavoro, risulta, d'altra parte, recepita - anche con specifico riguardo alla denuncia nominativa dell'assicurato all'INAIL - in circolari del Ministero del lavoro, della salute e delle politiche sociali recanti istruzioni per il personale ispettivo (si vedano, in specie, la circolare n. 25/SEGR/4024 del 29 marzo 2007 e, in modo ancor più esplicito, la circolare n. 25/SEGR/0011469 del 21 agosto 2008). Tutto ciò, peraltro, con ampia condivisione da parte della dottrina. Appare significativo, del resto, che, nel giudizio a quo, lo stesso Ministero del lavoro, proponendo appello avverso la sentenza del Tribunale ordinario di Napoli, non abbia affatto contestato, in punto di diritto, l'interpretazione adottata dal giudice di primo grado, ma abbia imperniato le sue difese solo su una circostanza di fatto, ossia l'asserito difetto di anteriorità della denuncia all'INAIL rispetto all'ispezione.