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Qui ci troviamo dinanzi a una proposta che, secondo il mio modesto parere di uomo laico e libero pensatore, esula dal confine che si era data la Giunta per il Regolamento, introducendo un argomento discutibile e interessante, che attiene però al rispetto della libertà di genere nel linguaggio parlamentare. Avendo calcato le aule forensi per tantissimi anni, come lei Presidente, penso che il linguaggio sia quello dell'avvocato e quello del magistrato, al di là del proprio sesso. Questo perché la funzione non appartiene al genere, ma sostanzialmente la funzione è la funzione e noi qui siamo tutti gli stessi: uomini o donne, abbiamo pari dignità, pari diritto di voto e pari diritto di rappresentanza degli italiani. Allo stesso tempo, credo che tutto questo vada affinato anche a una possibilità: la libertà di scelta da parte del parlamentare che svolge certe funzioni di decidere come essere chiamato, come autochiamarsi e come autodefinirsi nella propria comunicazione epistolare e orale. Ne abbiamo parlato in Giunta e io personalmente ho apprezzato molto la posizione della Presidenza, che ha cercato di portare un dibattito che mi auguro si possa porre in quest'Aula su questi paletti e su questi argomenti, fermo restando comunque che, per quanto mi riguarda, nel mio Gruppo abbiamo deciso di lasciare ai colleghi libertà di voto e libertà di coscienza. Si tratta infatti di un argomento che, a mio avviso, è addirittura incompatibile e avrebbe dovuto essere dichiarato inammissibile. In una logica però di condivisione di queste riforme, non ce la siamo sentita. La nostra non è però una battaglia contro la distinzione di genere o contro la donna, ma per la chiarezza delle regole che devono essere applicate in funzione della volontà del singolo soggetto nei cui confronti vengono realizzate. Ecco perché ritengo sia necessario ricorrere alla libertà di voto, come spesso fa Forza Italia, quando assume decisioni su temi che nulla hanno a che fare con l'attività politica, attenendo soltanto a valori di coscienza. MALAN (FdI) . Domando di parlare. PRESIDENTE. Ne ha facoltà. MALAN (FdI) . Signor Presidente, mi richiamo a quanto detto dalla firmataria dell'emendamento, la senatrice Maiorino, che ha citato insigni filosofi, studiosi e letterati antichi e recenti, dicendo giustamente che il linguaggio esprime una cultura e un sentire. Ebbene, ecco perché è opportuno che il linguaggio non subisca regolamentazioni rigide su un aspetto piuttosto che un altro. Tutti quegli studiosi, da Aristotele ai più recenti, hanno scritto in una lingua che non erano stati loro a decidere quali regole avesse, ma si sono rifatti a quello che la lingua aveva prodotto. La lingua è mutevole, a volte si evolve in un'altra ed è estremamente democratica. Basta dire che la lingua dei dotti, il latino, nella nostra Nazione è stata superata da quella che era definita volgare, la lingua del popolo, perché il popolo ha vinto contro i dotti. I dotti continuavano a scrivere i loro saggi scientifici, filosofici e letterali in latino, ma poi ha vinto il popolo; tra il Petrarca del "Canzoniere" e il Petrarca che ha scritto in latino, ha vinto il Petrarca che ha scritto in lingua volgare. Dunque stiamo all'uso, che deve essere recepito. Oggi si parla in modo diverso da settant'anni fa, quando fu scritta la Costituzione, ma deve essere un processo che avviene spontaneamente, per rispetto verso determinate categorie e sensibilità; non può essere posta la regola, altrimenti dovremmo anche regolamentare tutta una serie di altre situazioni, di altre categorie, di altri moduli espressivi che sono mutati da quando è stata approvata la Costituzione ad oggi. Su questo emendamento noi ci asteniamo, perché vorremmo evitare che, da un passo all'altro, si cominciasse a regolamentare. La lingua è libera, è espressione del popolo e della cultura, come ha detto la collega Maiorino. Per questo ci rifacciamo a quanto la lingua esprime, sapendo che essa è mutevole; dunque oggi usiamo un linguaggio di un certo tipo, ma non può essere stabilita una regola che magari, tra vent'anni, va nuovamente cambiata. GAUDIANO (M5S) . Domando di parlare. PRESIDENTE. Ne ha facoltà. GAUDIANO (M5S) . Presidente, intervengo solo per comunicare che aggiungiamo, come Gruppo, la firma all'emendamento presentato dalla senatrice Maiorino. UNTERBERGER (Aut (SVP-PATT, UV)) . Domando di parlare per dichiarazione di voto. PRESIDENTE. Ne ha facoltà. UNTERBERGER (Aut (SVP-PATT, UV)) . Signora Presidente, colleghe e colleghi, questa discussione in ambito tedesco si faceva vent'anni fa. Oggi si discute cosa fare nel plurale, ma nessuno discute più che una posizione ricoperta da una donna venga declinata al femminile. Nel mondo tedesco, se si discute, si cercano soluzioni per leggi in cui si deve dire «contadini e contadine», «artigiani e artigiane» e ovviamente questo appesantisce la legge. I linguisti cercano di trovare altre soluzioni, però nessuno dubita più dell'importanza della lingua, che crea la realtà. Se in Italia tutte le posizioni apicali vengono declinate solo al maschile, mentre le posizioni meno importanti sono al femminile, questo cementa ovviamente gli stereotipi. Perché abbiamo la donna delle pulizie e il giudice, il ministro e il presidente solo al maschile? Non c'è una spiegazione. Io non capisco la resistenza di certi colleghi e purtroppo anche di certe colleghe, perché non parliamo del privato, non contestiamo che ognuno si possa nominare, definire come vuole. Parliamo del Regolamento del Senato ed è una questione che riguarda tutte le donne, se tutte le ministre sono ministri e se la Presidente del Senato, la seconda carica dello Stato, è «il signor Presidente». Questo ovviamente incide. Tutte le persone che non la vedono quando sentono una definizione al maschile hanno subito in testa una figura maschile. Io ho sentito un giorno una collega del centrodestra che stimo dire in tv che le colleghe avvocate che si definiscono avvocatesse o avvocate sono di serie B. Allora ho capito che purtroppo per tante colleghe del centrodestra il femminile è di serie B. Loro vogliono appartenere alla serie A e si definiscono al maschile. Questo è un peccato, perché non porta alla parità di genere. Il maschile non è neutro, non è la funzione. È una persona a ricoprire queste funzioni e la persona è o femminile o maschile. Questo deve essere visibile nella lingua, a maggior ragione in un Regolamento parlamentare in cui, al giorno d'oggi, non si può neanche parlare al femminile. Infatti, le interrogazioni che ho presentato al femminile mi sono state restituite corrette con la lingua al maschile. Adesso non c'è neppure la possibilità di scelta. Io penso che il Regolamento di un Parlamento non possa lasciare la scelta, ma debba dare indirizzi per una lingua inclusiva che dia visibilità al femminile. Pertanto, spero veramente che tanti di voi voteranno a favore dell'emendamento in esame per fare in modo che l'Italia - finalmente - possa fare anche nell'ambito della lingua un passo in avanti, prevedendo che almeno nelle posizioni ricoperte da una donna ci sia il femminile. Colleghi, vi dico un'ultima cosa.