[pronunce]

Sicilia e 2, primo comma, del d.P.R. n. 1074 del 1965. Le due disposizioni prevederebbero altrettante riserve allo Stato del provento di un tributo erariale - la prima esplicita, pari alla metà del gettito ad aliquota base, e l'altra implicita, attraverso la riduzione dei trasferimenti erariali ai Comuni - sottraendolo alla Regione senza che ricorrano le condizioni che ciò possano giustificare. In particolare, difetterebbero un idoneo vincolo di destinazione, atteso che quello indicato dall'art. 48 del d.l. n. 201 del 2011 sarebbe eccessivamente generico, e la novità dell'entrata relativamente alla porzione devoluta ai Comuni, in quanto senza la riforma del 2011 essa non sarebbe mancata ma attribuita a titolo di imposta comunale sugli immobili (ICI). 1.2.- In punto di rilevanza, il rimettente sostiene: a) di aver accertato, anche dopo l'espletamento di incombenti istruttori, la persistenza in capo ai ricorrenti dell'interesse all'impugnazione a seguito delle modifiche che hanno riguardato in più punti l'art. 13 del d.l. n. 201 del 2011; b) di avere giurisdizione sulla controversia, in applicazione degli ordinari criteri di riparto, in quanto essa non riguarda singoli atti applicativi, di accertamento e liquidazione, dell'IMU, ma il regolamento del Comune di Augusta, atto generale concernente le modalità di applicazione dell'imposta, in larga misura mutuate dalla fonte primaria ed afferenti al presupposto d'imposta, alla base imponibile, al regime delle esenzioni e delle agevolazioni, alle modalità di dichiarazione e dei versamenti, alla disciplina dei rimborsi e delle compensazioni ed al sistema della riscossione coattiva; c) che la sussistenza della giurisdizione varrebbe a radicare la cognizione in sede consultiva, nell'esame del ricorso straordinario, ai sensi dell'art. 7, comma 8, del decreto legislativo 2 luglio 2010, n. 104 (Attuazione dell'articolo 44 della legge 18 giugno 2009, n. 69, recante delega al governo per il riordino del processo amministrativo); d) di essere legittimato a sollevare questioni di legittimità costituzionale in sede consultiva, come riconosciuto dalla giurisprudenza di questa Corte; e) che le questioni sarebbero rilevanti, in quanto il regolamento comunale, immediatamente lesivo, dovrebbe essere annullato - con la conseguenza di impedire l'applicazione dell'IMU e la sua riscossione a spese dei ricorrenti - ove l'art. 13 del d.l. n. 201 del 2011, che ne rappresenta l'imprescindibile base normativa, venisse dichiarato costituzionalmente illegittimo con effetti ex tunc. 2.- È intervenuto in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, deducendo l'inammissibilità o, comunque, l'infondatezza nel merito delle questioni sollevate. Queste ultime sarebbero inammissibili perché l'art. 1, comma 380, lettera h), della legge 24 dicembre 2012, n. 228 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato - Legge di stabilità 2013), al dichiarato fine di assicurare la spettanza ai Comuni dell'IMU, ha abrogato il comma 11 dell'art. 13 del d.l. n. 201 del 2011 con decorrenza dal 1° gennaio 2013 ed ha mantenuto l'applicabilità del successivo comma 17 esclusivamente con riferimento alle autonomie speciali continentali. Di qui la dimostrazione dell'intento dello Stato di «garantire per il futuro la gestione consensualistica dell'imposta» e la sopravvenuta carenza di interesse alla definizione delle questioni nel merito. In ogni caso, l'Avvocatura generale richiama la sentenza n. 155 del 2015 di questa Corte, con cui sono state ritenute inammissibili le questioni di legittimità delle medesime norme censurate dal rimettente, negando che detta pronuncia possa essere intesa, come ritenuto dal Consiglio di giustizia amministrativa, quale implicita declaratoria di fondatezza, essendo ivi chiariti i motivi che hanno condotto alla decisione concretamente assunta. Nel merito, la questione di legittimità dell'art. 48, comma 1-bis, del d.l. n. 201 del 2011 sarebbe infondata, in quanto la norma richiama le procedure paritetiche previste dall'art. 27 della legge n. 42 del 2009. Parimenti infondate sarebbero le censure mosse ai citati commi 11 e 17 dell'art. 13 del d.l. n. 201 del 2011, atteso che, da un lato, le relative questioni non potrebbero essere semplicemente inquadrate nell'ambito del contenzioso tributario relativo alle riserve allo Stato del maggior gettito e, dall'altro, che, nel caso di abolizione di tributi erariali, ben potrebbero aversi riduzioni di risorse per la Regione senza violazione costituzionale. Di conseguenza sarebbe improprio il richiamo del rimettente all'art. 36 dello statuto reg. Sicilia. 3.- Si sono costituiti in giudizio B.R.O., G.C., C.S., C.G. e C.F., proponenti il ricorso straordinario sottoposto alla cognizione del rimettente, i quali hanno chiesto l'accoglimento delle questioni sollevate, richiamando in particolare il monito contenuto nella sentenza n. 155 del 2015 di questa Corte ed evidenziando il mancato ossequio allo stesso da parte del legislatore. Con memoria depositata in prossimità dell'udienza le parti costituite hanno replicato agli argomenti difensivi svolti dall'Avvocatura generale dello Stato, evidenziando la marginalità delle modifiche normative apportate al censurato art. 13, contestando l'interpretazione sostenuta dal ricorrente della sentenza n. 155 del 2015 di questa Corte e sottolineando il rilievo riconosciuto al monito ivi contenuto dalla successiva sentenza n. 188 del 2016, che ha ravvisato un profilo di illegittimità della normativa nell'occasione impugnata proprio in ragione del mancato rispetto del principio dell'accordo nonostante il richiamo in tal senso.1.- Con l'ordinanza in epigrafe il Consiglio di giustizia amministrativa per la Regione siciliana, sezioni riunite, in sede di parere su un ricorso straordinario al Presidente della Regione stessa, ha sollevato questioni di legittimità costituzionale degli artt. 13 e 48, comma 1-bis, del decreto-legge 6 dicembre 2011, n. 201 (Disposizioni urgenti per la crescita, l'equità e il consolidamento dei conti pubblici), convertito, con modificazioni, dall'art. 1, comma 1, della legge 22 dicembre 2011, n. 214, in riferimento agli artt. 36 e 43 del regio decreto legislativo 15 maggio 1946, n. 455 (Approvazione dello statuto della Regione siciliana), convertito in legge costituzionale 26 febbraio 1948, n. 2, ed al principio di leale collaborazione, nonché in relazione all'art. 2 (recte: primo comma) del decreto del Presidente della Repubblica 26 luglio 1965, n. 1074 (Norme di attuazione dello Statuto della Regione siciliana in materia finanziaria).