[pronunce]

- Il rimettente - chiamato a pronunziarsi su due incidenti di esecuzione, promossi dagli interessati, condannati, in relazione a fattispecie criminose depenalizzate dagli artt. 28 e 29 del decreto legislativo n. 507 del 1999, con sentenza ex art. 444 cod. proc. pen. , divenuta irrevocabile, rispettivamente, il 15 e il 28 aprile 1998, per lamentare il mancato rispetto, da parte dell'ente incaricato della riscossione, della rateizzazione disposta in loro favore con il provvedimento giurisdizionale - assume che la sollevata questione è da reputare rilevante in quanto la dichiarazione di incostituzionalità delle disposizioni censurate farebbe venir meno il potere di riscossione e, quindi, il presupposto della esecuzione in corso. 4.2. - Quanto alla non manifesta infondatezza, il giudice a quo ritiene che la disciplina posta dalle disposizioni denunciate violi il principio di uguaglianza stabilito dall'art. 3 della Costituzione, osservando che, mentre alla depenalizzazione non consegue alcuna sanzione nei confronti di coloro che sono stati condannati a pena detentiva, non potendo né eseguirsi la pena irrogata né applicarsi, d'altro canto, la sanzione amministrativa, in virtù di quanto stabilito dall'art. 100 del decreto legislativo n. 507 del 1999, nei confronti dei condannati, per il medesimo titolo di reato, a pena pecuniaria, deve comunque procedersi alla riscossione della sanzione originariamente irrogata, nonostante che essi siano stati ritenuti dal giudice meno pericolosi e meritevoli di pena di minor gravità. Una disparità di trattamento ancor più evidente si porrebbe, inoltre, a giudizio del rimettente, tra il condannato a pena detentiva che abbia ottenuto il beneficio della conversione in pena pecuniaria, il quale si trova a dover pagare la sanzione, e il condannato a pena detentiva non ritenuto meritevole del beneficio, il quale non subisce sanzione alcuna. 5. - In tutti i giudizi è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, concludendo per l'infondatezza delle sollevate questioni. Secondo la difesa erariale, la disposizione denunciata non viola l'art. 3 della Costituzione, in quanto sia la pena detentiva, che viene meno con l'abolitio criminis, sia quella pecuniaria, che ad essa sopravvive, non operano distinzioni tra i soggetti da esse colpiti. Inoltre, non può istituirsi alcun confronto tra il diverso destino giuridico dei soggetti destinatari della pena detentiva e della pena pecuniaria, stante la non omogeneità delle situazioni.1. - Le ordinanze in epigrafe sottopongono a scrutinio di costituzionalità la disciplina di diritto intertemporale contemplata nel decreto legislativo 30 dicembre 1999, n. 507 (Depenalizzazione dei reati minori e riforma del sistema sanzionatorio, ai sensi dell'art. 1 della legge 25 giugno 1999, n. 205). Tale decreto, nel quadro di un vasto programma di trasformazione in illecito amministrativo di fattispecie incriminatrici, ritenute dal legislatore di minor gravità e disvalore, ha stabilito, con l'art. 101, comma 1, che, se i procedimenti per le violazioni depenalizzate sono stati già definiti con sentenza o decreto di condanna divenuti irrevocabili, il giudice dell'esecuzione revoca la sentenza o il decreto, "dichiarando che il fatto non è previsto dalla legge come reato" e adottando"i provvedimenti conseguenti". Lo stesso articolo prevede poi, al comma 2, sul quale principalmente si appuntano le censure dei rimettenti, che le multe e le ammende inflitte con le sentenze o i decreti indicati al precedente comma 1 sono riscosse, insieme alle spese del procedimento, con l'osservanza delle norme sull'esecuzione delle pene pecuniarie. 2. - I giudizi, avendo ad oggetto questioni analoghe o tra loro connesse, vanno riuniti per essere decisi con un'unica pronunzia. 3. - I giudici dell'esecuzione del tribunale di Catanzaro (r.o. n. 328 del 2000) e di Firenze (r.o. n. 426 e n. 427 del 2000), evocando l'art. 3 della Costituzione, lamentano l'irragionevole disparità di trattamento cui il predetto art. 101, comma 2, darebbe luogo tra il condannato a pena detentiva, nei confronti del quale la revoca del provvedimento, per intervenuta abolitio criminis comporta l'inapplicabilità di qualsiasi sanzione, e il condannato alla sola pena pecuniaria per il medesimo titolo di reato, nei confronti del quale la pena va, comunque, posta in esecuzione, anche se la più lieve sanzione di natura monetaria è sintomatica di una condotta meno lesiva dell'interesse protetto. Accanto a tale profilo di censura, il giudice dell'esecuzione del tribunale di Firenze prospetta quello della disparità di trattamento fra il condannato a pena detentiva che abbia ottenuto il beneficio della conversione in pena pecuniaria e il condannato a pena detentiva ritenuto non meritevole del beneficio stesso, rilevando come soltanto il primo resti gravato dall'obbligo del pagamento della sanzione. Il medesimo giudice denuncia, infine, sotto entrambi i profili accennati, anche l'art. 100 del predetto decreto legislativo n. 507 del 1999, il quale stabilisce che le disposizioni del decreto stesso che sostituiscono sanzioni penali con sanzioni amministrative si applicano anche alle violazioni commesse anteriormente alla data di entrata in vigore della nuova disciplina, sempre che il procedimento penale non sia stato definito con sentenza o con decreto divenuti irrevocabili. 4. - La menzionata disposizione dell'art. 101, comma 2, viene sottoposta al vaglio della Corte anche dal magistrato di sorveglianza di Macerata (r.o. n. 404 del 2000) e dal magistrato di sorveglianza di Avellino (r.o. n. 422 del 2000), chiamati a convertire ovvero a rateizzare, ex art. 660 cod. proc. pen. , la pena pecuniaria che era stata inflitta nella fattispecie portata al loro esame. 4.1. - Il primo di detti giudici, sul presupposto che l'art. 101, comma 2, contempli, per le sanzioni pecuniarie, "una revoca solo parziale del titolo di condanna", diversamente da quel che accadrebbe invece per le sanzioni detentive, lamenta l'irragionevole disparità di trattamento che si verrebbe così a determinare, in violazione dell'art. 3 della Costituzione, tra: a) il condannato a pena detentiva e il condannato a pena pecuniaria; b) il condannato a pena pecuniaria e il condannato a pena detentiva breve sostituita dalla libertà controllata, ai sensi della legge n. 689 del 1981; c) infine, con specifico riguardo al reato di cui all'art. 1 della legge n. 386 del 1990 (emissione di assegno senza autorizzazione), anche tra il condannato a pena detentiva e il condannato alla reclusione sostituita dalla multa. 4.2.