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Prendiamo a riferimento uno degli incidenti, l'ultimo in ordine di tempo, che comunque non è stato assolutamente il più pesante e devastante di quanti sono avvenuti: quello della “Prestige”, che il 13 novembre 2002 ha iniziato a perdere il suo carico di 77.000 tonnellate di idrocarburi, da alcune delle sue 51 taniche, per poi spezzarsi in due tronconi e affondare a circa 2 miglia al largo della Galizia. Secondo le stime elaborate entro la fine di dicembre, il disastro costerà alla regione non meno di 2.000 miliardi di euro, la maggior parte del quali saranno da imputare al calo del turismo (il 90 per cento delle coste è tuttora inagibile), al crollo dell'attività di migliaia di pescatori e di mitilicoltori. Questo mare che ogni notte riempiva di pesce, ma soprattutto di molluschi e di crostacei, un treno speciale diretto a Madrid appositamente istituito, questo mare che riforniva le pescherie, i mercati e i ristoranti di tanta parte di Spagna, d'Europa, Roma e Milano compresi, sta boccheggiando. E se -- speriamo mai -- un analogo incidente dovesse verificarsi nel Mediterraneo, ad esempio nel mare Adriatico, nel golfo di Trieste, le conseguenze sarebbero devastanti. Per il gioco dei venti e delle correnti marine la marea nera investirebbe Venezia e scendendo, Chioggia, Ravenna, Rimini, Riccione, Pesaro, Senigallia, Ancona e la splendida baia del Conero: Portonovo, Sirolo e Numana (assegnatarie di bandiera blu), Pescara fino alla Puglia. Le conseguenze economiche per le attività legate alla pesca, al turismo e alle attività balneari, verrebbero stimate in miliardi di euro. Quindi occorre attrezzarsi bene e per tempo. Proprio in Italia, ove è forte la sensibilità sul tema, sono stati realizzati studi accurati e depositati brevetti specifici di navi specializzate ad intervenire per rimuovere la cosiddetta “marea nera” del petrolio sversato da navi petroliere coinvolte in tragici incidenti. Si tratta delle cosiddette navi “mangia-petrolio” che potrebbero essere utilizzate nel caso di ipotetici disastri nei mari italiani e mediterranei. Navi di grandi dimensioni, abilitate alla navigazione in qualunque condizione meteomarina, capaci di imbarcare acqua marina e petrolio, di separare i due prodotti trattenendo a bordo il petrolio e scaricando in mare l'acqua pulita. Due navi di questo tipo, utilmente collocate nel Tirreno e in Adriatico, sarebbero in grado di intervenire in poche ore e di prevenire i danni provocabili dalla marea nera. Una simile iniziativa sarebbe sicuramente apprezzata dalla Comunità europea e ripresa da altri Stati dell'Unione. Il Ministero delle infrastrutture e dei trasporti, d'intesa con il Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio, disciplinerà l'uso delle navi e l'affidamento delle stesse ad un'apposita compagnia da individuare mediante procedure ad evidenza pubblica. Il costo di una nave speciale mangia-petrolio da 25.000 tonnellate di portata di prodotto recuperato è pari a circa 110 milioni di euro. Il numero dei componenti l'equipaggio potrebbe variare quando la nave non è operativa mentre sarebbe “a tutta forza” in missione di recupero raggiungendo trenta unità compresi i tecnici specializzati al funzionamento di tunnel attrezzati alla raccolta, alla separazione dei liquidi e al deposito dei prodotti petroliferi in stiva. Ai fini del costo complessivo della gestione della nave speciale sono stati considerati: a) il rimborso del capitale anticipato e l'ammortamento in venti anni; b) il costo del personale navigante e della struttura armatoriale; c) le spese assicurative, di certificazione, di classifica e di manutenzione; d) le spese dei “bunker” di nafta e di acqua. Stando ai più recenti dati dell'Istituto nazionale di statistica, i prodotti petroliferi giunti in Italia via mare sono 150 milioni di tonnellate. Si tratta di prodotti imbarcati su navi cisterna di diversa portata. Tutte pagano alti costi assicurativi anche per coprire le conseguenze che potrebbero derivare da incidenti (collisione, incaglio, incendio o affondamento). la proposta di legge prevede l'istituzione di un fondo, alimentato da un modesto contributo economico su ogni tonnellata di petrolio trasportato dalle motocisterne, pari a 18 centesimi di euro, (meno di mezza lira delle vecchie lire al chilo di petrolio). Il fondo avrebbe una dotazione di 27.000.000 di euro annui, sufficiente a garantire il costo di acquisto e di esercizio delle due navi. [...]. Per le argomentazioni esposte si ritiene utile, per gli interessi del Paese e dell'Europa, la rapida approvazione della presente proposta di legge». Purtroppo, durante l' iter parlamentare, emersero difficoltà da parte del Governo in merito alla copertura finanziaria, ancorché molto modesta, di tali misure, nonché l'indisponibilità da parte dei rappresentanti delle compagnie petrolifere e delle stesse associazioni degli operatori del settore, tanto che la IX Commissione della camera e successivamente l'Aula, pur di approvare la legge, convennero di stralciare gli articoli 7 e 8, che appunto prevedevano la realizzazione di due navi «mangia-petrolio». In questi giorni tutti noi vediamo le immagini che provengono dal Golfo del Messico e dalla Louisiana. L'incidente verificatosi alla piattaforma petrolifera «Deepwater Horizon» ha provocato undici vittime, decine di feriti e danni incalcolabili alle comunità, all'ambiente, all'economia e all'occupazione. A quanto emerge da uno studio pubblicato da Greenpeace Italia, non si tratta, come comunemente affermato, di un incidente senza precedenti. Nel 1969 esplodeva la piattaforma Santa Barbara in California (USA): in dieci giorni furono rilasciate in mare 12.000 tonnellate di petrolio. Almeno 10.000 uccelli furono uccisi. Nel 1979, ancora, dalla piattaforma Ixtoc 1, della compagnia di Stato messicana PeMex, furono rilasciate in mare nel Golfo del Messico oltre 450.000 tonnellate di petrolio nell'arco di nove mesi. È stato il maggior rilascio di petrolio in mare mai registrato, con danni ingenti, anche negli Stati Uniti, che la PeMex non volle mai pagare. Migliaia di tartarughe marine furono sgomberate con gli aerei dalle spiagge messicane, pesantemente contaminate. Altri consistenti rilasci di petrolio in mare furono causati dalle trenta piattaforme danneggiate o affondate dall'uragano Katrina, nel 2005 in Louisiana. Con una differenza sostanziale rispetto alla recente catastrofe: i pozzi erano su fondali di 150 metri, mentre la piattaforma Deepwater Horizon operava su un fondale di oltre 1.500 metri. La piattaforma è di proprietà della società Transocean, affittata alla British Petroleum (BP) al prezzo di 500.000 dollari al giorno. A tre settimane dall'incidente viene calcolato dagli economisti un danno «solo economico» di decine di miliardi di dollari! E la perdita, finora, di oltre 7.700 posti di lavoro. Gli allevatori di gamberi della Louisiana hanno annunciato una class action (causa collettiva) contro la BP;