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Se fino a pochi anni fa il maltrattamento degli animali giuridicamente poteva essere considerato un reato minore, in quanto sanzionato unicamente con una contravvenzione rubricata nel Capo II Delle contravvenzioni concernenti la polizia amministrativa sociale Sezione I «Delle contravvenzioni concernenti la polizia dei costumi» tra reati contravvenzionali, dal 2004 con la legge n. 189 «Disposizioni concernenti il divieto di maltrattamento degli animali, nonché di impiego degli stessi in combattimenti clandestini o competizioni non autorizzate» il quadro normativo di riferimento cambia radicalmente. Vengono infatti introdotte nuove norme a tutela degli animali, nel secondo libro del codice penale con il capo IX- bis Dei delitti contro il sentimento per gli animali che introduce quattro fattispecie penalmente rilevanti tra cui il delitto di uccisione e maltrattamento non necessitati. In particolare, di rilevante importanza ai fini della presente proposta di legge è la decisione del Legislatore di sanzionare penalmente in forma di delitto, peraltro con aggravio di pena con la legge n. 201 del 2010 che ha innalzato i termini per la reclusione, l'uccisione di animali qualora venga meno il requisito della necessità; l'articolo 544- bis del codice penale come novellato dalla legge n. 201 del 2010 «Ratifica ed esecuzione della Convenzione europea per la protezione degli animali da compagnia, fatta a Strasburgo il 13 novembre 1987, nonché norme di adeguamento dell'ordinamento interno» recita infatti: «Chiunque, per crudeltà o senza necessità, cagiona la morte di un animale è punito con la reclusione da quattro mesi a due anni». Assunto che la nozione di necessità non deve intendersi ad usi e pratiche generalmente accettate in passato, considerata appunto l'evoluzione dei costumi sociali e del comune sentire nei confronti degli animali (bene giuridico tutelato penalmente) di cui il legislatore non può non tenere conto, ma alla valutazione comparativa degli interessi umani e animali coinvolti di volta in volta, come confermato a più riprese dalla Suprema Corte di Cassazione e, prendendo atto che il progresso tecnologico e scientifico odierni consentono la realizzazione di capi d'abbigliamento con tessuti di proprietà analoghe a quelle dei capi di origine animale (e anche, come dimostrato, con un impatto ambientale inferiore) si evince che l'uccisione di animali al fine di produrre capi d'abbigliamento in pelliccia è da considerarsi priva del requisito della necessità. Considerato inoltre che l'articolo 2 della legge 20 luglio 2004 n. 189, già dispone il «Divieto di utilizzo a fini commerciali di pelli e pellicce di cani e gatti e disposizioni sanzionatorie sul commercio dei prodotti derivati dalla foca», anche in base alle modifiche apportate dal decreto legislativo 15 marzo 2010, n. 47 e dalla legge 4 giugno 2010, n. 96 (Legge Comunitaria 2009), coerentemente con l'impianto normativo citato, il divieto generale di allevare animali allo scopo di produrre pellicce di cui all'articolo 3 della presente proposta di legge è finalizzato all'estensione della tutela ivi apprestata a tutte le altre specie animali, in quanto dotate di pari dignità. Inoltre, ai sensi dell'articolo 10, comma 2 della Direttiva 98/58/CE riguardante la «Protezione degli animali negli allevamenti», ci si richiama al fatto che gli Stati membri possono applicare nel loro territorio disposizioni più severe di quelle previste dalla Direttiva stessa. In ambito comunitario si rammenta che il Trattato di Lisbona, entrato in vigore il 1º dicembre 2009, ha rafforzato quanto previsto nel precedente Protocollo allegato al Trattato di Amsterdam, riconoscendo gli animali come esseri senzienti e imponendo al legislatore comunitario di tenere in considerazione tale status giuridico nel processo di formazione delle norme comunitarie. E non a caso, proprio recentemente il legislatore comunitario ha adottato un nuovo Regolamento in materia di «Denominazione dei prodotti tessili e relativa etichettatura» che per la prima volta introduce un sistema di etichettatura obbligatoria dei prodotti non tessili di origine animale presenti nei capi di abbigliamento, quali pellicce, piume, pelle. Finalità di tale disposizione è stata quella di assicurare una maggiore trasparenza e consentire ai consumatori di compiere scelte informate ed evitare di acquistare erroneamente prodotti che probabilmente preferirebbero non comprare. Sulla base di tale assunto, ossia che gli animali sono esseri senzienti il Legislatore comunitario, anche a seguito di forti istanze provenienti dalla società civile e da alcuni paesi membri tra cui l'Italia, ha emanato ben due Regolamenti che hanno messo al bando altrettanti settori che vedevano nello sfruttamento di cani, gatti e foche la loro ragione economica. Tali Regolamenti (Reg. CE 1523/07 sul divieto di uso di pellicce di cani e gatti, e Reg. CE 1007/09 sul divieto del commercio di pellicce e altri prodotti derivati dalla caccia commerciale delle foche) costituiscono il primo caso in cui l'Unione Europea ha superato i vincoli imposti dalle regole dettate dal mercato internazionale, facendo di scelte etiche nei confronti degli animali ed a tutela dei consumatori, un motivo necessario e sufficiente a bandire un intero commercio. In ultimo, va ricordato che già dal 1999 la Raccomandazione del Consiglio d'Europa di Strasburgo del 22 giugno 1999 relativa alla protezione degli animali allevati per la produzione di pellicce, individua e descrive le reali esigenze etologiche del visone (specie allevata in Italia) e che teoricamente dovrebbero essere soddisfatte all'interno degli allevamenti al fine di assicurare un adeguato benessere degli animali. Il visone viene qui descritto come un animale che in condizioni naturali vive a stretto contatto con ambienti acquatici come fiumi e laghi; trascorre molto tempo nell'acqua per cacciare, mentre quando è sulla terraferma è solito camminare, scavare, arrampicarsi su rocce e alberi. Il suo habitat si estende per circa 2kmq, è un animale solitario e molto territoriale, e anche queste caratteristiche lo rendono inidoneo alle condizioni di vita tipiche di un allevamento intensivo. Nella vigente legislazione nazionale che regolamenta l'attività di allevamento, il decreto legislativo 26 marzo 2001, n. 146 (Attuazione della direttiva 98/58/CE relativa alla protezione degli animali negli allevamenti) indica il 31 dicembre 2010 come ultima scadenza per l'adeguamento delle gabbie dei visoni a parametri minimi dimensionali (da 1600 a 2550 cmq), consentendo quindi l'allevamento in gabbia per i visoni. Tale disposizione è palesemente in contrasto rispetto alle modalità di detenzione di altre specie animali (esempio conigli, cincillà) che possono essere allevati con lo stesso unico e principale scopo di produrre pellicce ma che la stessa norma dispone siano allevati a terra in recinzioni con arricchimenti ambientali. La norma in questione originariamente disponeva medesime modalità di allevamento anche per i visoni (a terra in recinti opportunamente costruiti e arricchiti ; disponibilità di piccole vasche per consentire un minimo di attività in acqua);