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Mi lamento di una cosa diversa, signor Presidente, cioè che la Rai, servizio di Stato, in un'edizione straordinaria di «90° minuto» ha ritenuto di invitare, per commemorarlo, Di Maio e uno dei giornalisti non voglio dire più odiosi, dirò qui più divisivi che esistano, come Scanzi, che nulla hanno a che fare - né l'uno, né l'altro - con lo sport e men che meno con Paolo Rossi. (Applausi) . Lasciate che Paolo Rossi, come abbiamo fatto noi, che semmai ne avevamo i titoli, appartenga a tutti. Non tiriamo la maglietta a Paolo Rossi, che di maglietta ne ha una sola: quella azzurra con il tricolore stampato sul petto. (Applausi) . RUOTOLO (Misto) . Domando di parlare. PRESIDENTE. Ne ha facoltà. RUOTOLO (Misto) . Signor Presidente, colleghi, colleghe, siamo qui a commemorare un uomo che ci ha lasciati a sessantaquattro anni, colpito da un tumore, in questo drammatico 2020. Lo vogliamo giustamente ricordare in modo così solenne nell'Aula del Senato della Repubblica, perché quest'uomo - l'eterno ragazzo con la maglia numero 20 dell'Italia - ha lasciato un segno nella storia recente del nostro Paese. Sì, Paolo Rossi è stato il simbolo di quell'Italia che vinse i Mondiali di calcio del 1982, un campione gentile che con i suoi goal unì un Paese intero e rese felici tutti: amanti del calcio, dello sport e non solo. Fu proprio così, perché rese quell'estate indimenticabile e non è un caso che la sua morte abbia colpito tutti, anche chi nel 1982 non era ancora nato. Che amara coincidenza: se ne sono andati via, a pochi giorni di distanza l'uno dall'altro, Diego Armando Maradona e Paolo Rossi. Emanuela Audisio, sulle pagine del quotidiano «la Repubblica», scrive che Paolo Rossi è stato il nostro Maradona, ma alla maniera di Paolo Rossi: due personalità completamente diverse, due calciatori tecnicamente diversi, ma che hanno entrambi fatto la storia recente del calcio nel nostro Paese. Pablito con la maglia azzurra dell'Italia, Maradona con quella del Napoli; Paolo Rossi fermo per due stagioni per lo scandalo del calcioscommesse, Diego Armando Maradona con la sua vita tribolata dagli eccessi. 1982: voglio ricordare quell'estate di trentotto anni fa, perché grazie all'Italia del calcio tornammo a manifestare nelle piazze dietro il tricolore, uniti. Avevamo alle spalle anni terribili e altri ne avremmo vissuti in seguito. Due anni prima c'era stata la strage alla stazione di Bologna, quattro anni prima il rapimento e l'uccisione di Aldo Moro e - ancora - noi napoletani eravamo nel pieno dell'emergenza post-terremoto del 23 novembre 1980. Ebbene, in quell'estate di trentotto anni fa riscoprimmo la felicità e fu proprio il presidente della Repubblica Sandro Pertini a interpretare quel nostro stato d'animo. Quella sua gioia irrefrenabile accanto al re Juan Carlos, al quale disse: «Con questi azzurri non ce n'è per nessuno», lo rese portavoce del nostro sentire comune. Ma come, con tutti i problemi che abbiamo si pensa alla vittoria dei Mondiali di calcio? Questo chiese l'inviato del TG2 Italo Moretti al presidente Pertini, mentre l'aereo presidenziale riportava a casa gli eroi azzurri. Egli rispose: la settimana è fatta di sette giorni e la domenica è fatta per riposare e gioire. Ecco, oggi è domenica, domani sarà lunedì. Signor Presidente, colleghe e colleghi, quella dell'82 non è stata solo la nazionale di Paolo Rossi. Li ricordiamo tutti: Bearzot, Zoff, Tardelli, Bergomi, Cabrini, Graziani, Antognoni, Gentile, Collovati, Scirea, Oriali, Conti. Insomma, vinse un'intera squadra e i componenti di quella squadra sono rimasti amici per sempre e tutti loro, gli straordinari ragazzi dell'82, fanno parte delle nostre vite. Grazie campioni, grazie Paolo Rossi. (Applausi) . *VERDUCCI (PD) . Domando di parlare. PRESIDENTE. Ne ha facoltà. VERDUCCI (PD) . Signor Presidente, ringrazio la Presidenza per questo momento solenne. C'è un'epica nella vita, e in special modo nello sport, a cui alcuni sono destinati. Paolo Rossi lo è stato. È stato ed è un eroe nazionale, con la naturalezza, con la semplicità, con il sorriso di un ragazzo come un milione di altri, come siamo stati ragazzi noi che andavamo a scuola mezz'ora prima che suonasse la campanella per giocare a pallone nel pezzo di asfalto davanti al portone d'ingresso, con un pallone improvvisato e due pietre o due giubbini messi a terra per segnare i pali della porta; come un milione di noi per tutte le domeniche mattina o i sabati pomeriggio passati su campetti umidi, pieni di fango, che erano la nostra felicità e che sono la felicità dei nostri figli. Penso all'emozione delle trasferte o delle partite in casa, dei campionati dei giovanissimi, degli allievi, della seconda categoria dei nostri paesi, delle nostre città di provincia. Paolo Rossi ha incarnato un mondo, ha incarnato un'epoca; è stato un campione e un fuoriclasse. Esile, sgusciante, imprendibile. Paolo Rossi fu leggenda molto prima di quel 5 luglio 1982 allo stadio Sarriá di Barcellona, molto prima del mondiale. Diventò leggenda con la maglia della squadra Lanerossi Vicenza, che condusse a pochi minuti dallo scudetto, quando già da ala destra era diventato formidabile e geniale centrattacco e costruttore di gioco, costruttore di spazi, di geometrie in campo come seppe dimostrare ai Mondiali del 1978 in Argentina, dove la maglia azzurra e Paolo Rossi divennero una cosa sola per sempre. Come tutti gli eroi, signor Presidente, cadde e seppe rialzarsi dopo gli infortuni al ginocchio, dopo la gogna ignobile e ingiusta, che non volle mai accettare, dell'inchiesta del calcioscommesse. Fu Bearzot ad aspettarlo e a volerlo ai mondiali di Spagna e arrivò quel 5 luglio alle ore 5 della sera, quando Paolo Rossi sconfisse il Brasile. I brasiliani dicono ancora piangendo: «l'uomo che sconfisse il Brasile». Come in una leggenda più grande di noi, grande quanto un Paese, l'Italia, che usciva da anni bui e tremendi. Quella sera e le successive, invece, l'Italia è stata carica di gioia e piena di speranza per il futuro, e poté festeggiare con Rossi, con Bearzot con il Presidente Pertini, con tutti i ragazzi del mundial, che dovremmo ricordare ad uno ad uno e che qualche giorno fa hanno portato Paolo Rossi a spalla tributandogli l'ultimo commiato. Signor Presidente, ogni storia di calcio è una storia di memoria collettiva, piena di mille altre storie; le storie di ognuno di noi, di un Paese intero, della nostra Italia. Paolo Rossi è il giocatore che ha saputo entrare nella leggenda, il cui nome è impresso nella storia del calcio mondiale e nella storia collettiva di un Paese - il nostro -, nella storia familiare e sentimentale di ognuno di noi, di ogni italiano. Osvaldo Soriano, un grande scrittore e un calciatore mancato, ha scritto: ogni volta che entravo in area di rigore avevo l'impressione di guadagnarmi qualche attimo di paradiso.