[pronunce]

3.- È intervenuto anche il Presidente del Consiglio dei ministri, difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, ed ha concluso per la non fondatezza della questione, sottolineando come «scopo della norma di cui si discute sia quello di tutelare, attraverso l'applicazione del più favorevole regime contributivo previgente, i lavoratori che non risultino impiegati per l'intero anno solare, e non quelli che, anche se impiegati durante tale arco temporale presentino una minore contribuzione», ed escludendo che tale previsione contrasti con il principio di uguaglianza, «visto che rientra nella discrezionalità del legislatore intervenire a disciplinare i tempi, i modi e la misura delle prestazioni sociali, anche in senso peggiorativo rispetto alla disciplina vigente, salvo il limite della ragionevolezza».1.- L'art. 3 della legge 23 ottobre 1992, n. 421 (Delega al Governo per la razionalizzazione e la revisione delle discipline in materia di sanità, di pubblico impiego, di previdenza e di finanza territoriale), che demanda al legislatore delegato «il riordino del sistema previdenziale dei lavoratori dipendenti privati e pubblici», nell'introdurre, sub comma 1, lettera g), il criterio direttivo della «graduale elevazione da quindici a venti anni del requisito di assicurazione e contribuzione per il diritto a pensione dei lavoratori dipendenti ed autonomi», ha contestualmente previsto di escludere, dalla applicazione del nuovo regime, i «soggetti che per un periodo non inferiore a dieci anni solari siano assicurati in relazione a rapporti di lavoro a tempo determinato inferiore a cinquantadue settimane per anno solare, purché risultino assicurati da almeno venticinque anni». A tale criterio direttivo si è uniformato il legislatore delegato con il decreto legislativo 30 dicembre 1992, n. 503 (Norme per il riordinamento del sistema previdenziale dei lavoratori privati e pubblici, a norma dell'articolo 3 della legge 23 ottobre 1992, n. 421), il cui art. 2, sub lettera b) del suo comma 3, dispone, appunto, che - «in deroga» al nuovo regime dell'assicurazione generale obbligatoria disciplinato nei precedenti commi dell'articolo stesso - «per i lavoratori subordinati che possono far valere un'anzianità assicurativa di almeno venticinque anni, occupati per almeno dieci anni per periodi di durata inferiore a 52 settimane nell'anno solare, è fatto salvo il requisito contributivo per il pensionamento di vecchiaia previsto dalla previgente normativa». 2.- Come già chiarito dalla Corte di cassazione - in sede di esegesi della suddetta disposizione derogatoria, per il profilo individuativo della platea dei soggetti suoi destinatari - la stessa fa «chiaramente riferimento all'intento del legislatore di proteggere, con il più favorevole regime previgente, i lavoratori non occupati per l'intero anno solare e non già i lavoratori che, sebbene occupati nell'intero anno solare, possano anch'essi far valere una minore contribuzione» (sentenza n. 3044 del 2012). Ed è questa, effettivamente, l'unica interpretazione della norma delegata costituzionalmente compatibile con il precetto dell'art. 76 della Costituzione (per il quale l'esercizio della potestà legislativa da parte del Governo deve svolgersi entro - e non oltre - l'ambito delimitato dalla delega legislativa), posto che il tenore della norma delegante è inequivoco nel riferire, testualmente, il più favorevole regime contributivo, che qui viene in rilievo, ai soggetti titolari di «rapporti di lavoro a tempo determinato» inferiore a 52 settimane per anno solare. 3.- La Corte d'appello di Firenze - che ha sollevato, in quanto rilevante nel giudizio innanzi a sé instaurato, questione di legittimità costituzionale dei predetti artt. 3, comma 1, lettera g), della legge n. 421 del 1992, e 2, comma 3, lettera b), del d.lgs. n. 503 del 1992, per contrasto con l'art. 3 Cost. - concorda con l'interpretazione delle norme denunciate resa dalla Corte di legittimità, che assume, a sua volta, come diritto vivente. E su tale presupposto, appunto, articola una censura di irragionevolezza del combinato disposto delle norme stesse, «laddove [...] esclude dal più favorevole regime di accesso alla pensione di vecchiaia i lavoratori subordinati che, potendo far valere un'anzianità assicurativa di almeno venticinque anni, pur avendo lavorato in via continuativa per almeno dieci anni, in ragione del sistema di accredito dei contributi proprio del rispettivo settore di appartenenza, abbiano accreditati periodi di durata inferiore a 52 settimane nell'anno solare». 4.- La questione non è fondata. L'individuazione dei presupposti per il conseguimento dei trattamenti di quiescenza, al pari della determinazione della misura delle prestazioni o delle correlative variazioni, rientra, infatti, nel novero delle scelte riservate al legislatore, attraverso un bilanciamento dei valori contrapposti, che tenga conto accanto alle esigenze di vita dei beneficiari anche delle concrete disponibilità finanziarie e delle esigenze di bilancio (ex plurimis, sentenze n. 316 del 2010, n. 30 del 2004, e ordinanza n. 256 del 2001). Tale libertà di scelta incontra pur sempre il limite della ragionevolezza (sentenze e ordinanza citate). Ma questo limite nella specie non è violato. La posizione dei lavoratori a tempo determinato, con rapporti che non coprono l'intero anno solare, ha innegabili connotati di peculiare debolezza, che non ricorrono identicamente nella situazione di lavoratori che - ancorché in concreto impiegati per periodi inferiori alle cinquantadue settimane dell'anno solare - siano, però, comunque assistiti da un rapporto a tempo indeterminato. L'avere il legislatore, con le disposizioni impugnate, inteso limitare la più favorevole disciplina, derogatoria al nuovo regime di riordino del sistema previdenziale, alla sola prima delle due comparate, ma non del tutto omogenee, categorie di lavoratori non presenta, quindi, alcun profilo di irragionevolezza. E tanto basta per escludere che sussista il vulnus all'art. 3 della Costituzione, prospettato dalla Corte rimettente.. per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE dichiara non fondata la questione di legittimità costituzionale dell'art. 3, comma 1, lettera g), della legge 23 ottobre 1992, n. 421 (Delega al Governo per la razionalizzazione e la revisione delle discipline in materia di sanità, di pubblico impiego, di previdenza e di finanza territoriale) e dell'art. 2, comma 3, lettera b), del decreto legislativo 30 dicembre 1992, n. 503 (Norme per il riordinamento del sistema previdenziale dei lavoratori privati e pubblici, a norma dell'articolo 3 della legge 23 ottobre 1992, n. 421), sollevata, in riferimento all'art. 3 della Costituzione, dalla Corte d'appello di Firenze, con l'ordinanza in epigrafe. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 9 luglio 2014. F.to: Sabino CASSESE, Presidente Mario Rosario MORELLI, Redattore Gabriella MELATTI, Cancelliere Depositata in Cancelleria il 16 luglio 2014. Il Direttore della Cancelleria F.to: Gabriella MELATTI