[pronunce]

che, arrestandosi al mero elemento letterale, il giudice a quo omette tuttavia di verificare la praticabilità di una diversa interpretazione, conforme a Costituzione, in forza della quale – proprio ad evitare la paradossale conseguenza denunciata, per cui potrebbero beneficiare della pronuncia di improcedibilità dell'azione penale solo gli imputati dei reati più gravi (quali sono quelli che richiedono la celebrazione dell'udienza preliminare) – la norma impugnata deve ritenersi applicabile, in via estensiva, anche nei procedimenti in cui detta udienza non sia prevista, allorché l'espulsione sia eseguita prima che si pervenga alla fase del giudizio; che l'illogico assetto dianzi indicato deve presumersi, infatti, non rispondente alla voluntas legis, avuto riguardo agli obiettivi di politica criminale che lo stesso rimettente evoca come astrattamente idonei a giustificare la previsione normativa denunciata; che nell'istituto contemplato dall'art. 13, comma 3-quater, del d.lgs. n. 286 del 1998 può infatti scorgersi – al lume delle correnti ricostruzioni – una condizione di procedibilità atipica, che trova la sua ratio nel diminuito interesse dello Stato alla punizione di soggetti ormai estromessi dal proprio territorio, in un'ottica similare – anche se non identica – a quella sottesa alle previsioni degli artt. 9 e 10 cod. pen. , non disgiunta, peraltro, da esigenze deflattive del carico penale; che siffatte rationes, peraltro, non soltanto non depongono nel senso della limitazione dell'operatività dell'istituto ai soli episodi criminosi di maggiore gravità, ma militano, semmai, in direzione esattamente inversa; che a favore dell'anzidetta interpretazione estensiva si è del resto già espressa in più occasioni la giurisprudenza di legittimità, escludendo che essa trovi ostacolo insormontabile nell'argomento di ordine letterale allegato dal rimettente: e ciò a prescindere dall'ulteriore rilievo che, quando pure l'incongruenza normativa censurata dal giudice a quo fosse realmente riscontrabile, egli non spiega perché il ripristino dei principi di uguaglianza e di ragionevolezza dovrebbe avvenire a mezzo della radicale rimozione dell'istituto considerato, anziché tramite l'estensione dello stesso ai casi (in tesi) irrazionalmente esclusi dal suo ambito applicativo (che, peraltro, non vengono in rilievo nei giudizi a quibus); che quanto, poi, alla ulteriore violazione del principio di ragionevolezza che il giudice a quo fa discendere dalle asserite manchevolezze ed aporie dei meccanismi di riattivazione dell'esercizio dell'azione penale, dopo la declaratoria di improcedibilità, nel caso di reingresso dello straniero espulso nel territorio nazionale, è del tutto evidente come tali manchevolezze ed aporie non dipendano dalla pronuncia della sentenza di non luogo a procedere prevista dalla norma impugnata, ma, semmai, dalla disciplina che sta “a valle” di essa, contenuta in una distinta disposizione, non coinvolta nello scrutinio di costituzionalità (il comma 3-quinquies dell'art. 13 del d.lgs. n. 286 del 1998); che, in ogni caso, le censure in parola risultano del tutto inconferenti rispetto all'oggetto dei giudizi a quibus, nei quali la sentenza di non luogo a procedere non è stata ancora pronunciata e tanto meno, dunque, risulta che lo straniero sia rientrato in Italia dopo di essa; che quanto, infine, alla pretesa violazione del diritto di difesa, correlata alla compromissione dell'aspettativa dell'imputato di proscioglimento nel merito, la declaratoria di improcedibilità per avvenuta espulsione è configurata dal legislatore come un “beneficio” per l'imputato, stante la rinuncia all'esercizio della potestà punitiva dello Stato (sub condicione del mancato illegale rientro) che ne consegue: e tale natura essa indubbiamente ha nella generalità dei casi, avuto riguardo al concreto apprezzamento dell'imputato (oltre che alle maggiori difficoltà che egli può incontrare nell'esercizio delle facoltà difensive, una volta allontanato dal territorio dello Stato); che, in tale ottica – a prescindere da ogni altra possibile considerazione – è del tutto priva di fondamento la pretesa del rimettente di veder rimosso, sic et simpliciter ed in termini generali, il “beneficio” dell'improcedibilità, in nome di un ipotetico ed astratto interesse dell'imputato ad affrontare il processo al fine di conseguire un proscioglimento nel merito: interesse che l'imputato potrebbe bene non avere, e che comunque il giudice a quo non deduce essere stato evocato nel caso concreto; che, pertanto, la questione va dichiarata manifestamente inammissibile riguardo all'asserita violazione dell'art. 3 Cost., e manifestamente infondata quanto alla dedotta violazione dell'art. 24 Cost. Visti gli artt. 26, secondo comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87, e 9, comma 2, delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale.. . per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE riuniti i giudizi, dichiara la manifesta inammissibilità delle questioni di legittimità costituzionale dell'art. 13, comma 3-quater, del decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286 (Testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell'immigrazione e norme sulla condizione dello straniero), introdotto dall'art. 12, comma 1, della legge 30 luglio 2002, n. 189 (Modifiche alla normativa in materia di immigrazione e di asilo), sollevate, in riferimento all'art. 3 della Costituzione, dal Giudice dell'udienza preliminare del Tribunale di Fermo con le ordinanze indicate in epigrafe; dichiara la manifesta infondatezza delle questioni di legittimità costituzionale dell'art. 13, comma 3-quater, del citato decreto legislativo n. 286 del 1998 sollevate, in riferimento all'art. 24 della Costituzione, dal Giudice dell'udienza preliminare del Tribunale di Fermo con le medesime ordinanze. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 3 aprile 2006. F.to: Franco BILE, Presidente Giovanni Maria FLICK, Redattore Giuseppe DI PAOLA, Cancelliere Depositata in Cancelleria il 7 aprile 2006. Il Direttore della Cancelleria F.to: DI PAOLA