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Modifiche alla legge 29 maggio 2017, n. 71, in materia di contrasto ai fenomeni del bullismo e del cyberbullismo. Onorevoli Senatori . – Il presente disegno di legge si pone l'obiettivo di rafforzare la legge 29 maggio 2017, n. 71, cui va il merito pionieristico di aver orientato l'attenzione, non più solo sociale ma anche finalmente politica, al fenomeno del cyberbullismo – ed indirettamente anche a quello del bullismo. L'intervento legislativo in oggetto è volto ad implementare l'efficacia e l'efficienza della legge n. 71 del 2017, definendo e disciplinando il fenomeno in maniera puntuale, estendendone esplicitamente la portata applicativa anche al bullismo e colmandone le lacune normative, così da permettere all'interprete di muoversi all'interno di un impianto legislativo circoscritto e ben definito. Il lavoro nasce da un'attenta analisi del Documento conclusivo dell'indagine conoscitiva attivata dalla Commissione parlamentare per l'infanzia e l'adolescenza, in uno con la relazione al Parlamento 2018 presentata dall'Autorità Garante per l'infanzia e l'adolescenza, senza mai perdere di vista la quotidianità offerta dalle nostre cronache e l'aderenza con il tessuto sociale. In particolare, si ricorda come l'espandersi di comportamenti prevaricatori posti in essere attraverso l'utilizzo della rete, ad opera di minori contro altri minori, ed il verificarsi di vicende di cronaca dall'epilogo terribilmente drammatico, abbiano condotto, non più tardi di tre anni fa, il nostro legislatore – sollecitato anche da stimoli europei – verso una presa di coscienza normativa del fenomeno. Così, come detto, il 29 maggio del 2017 veniva introdotta la legge n. 71, contenente disposizioni a tutela dei minori per prevenire e contrastare il cosiddetta cyberbullismo . Una legge che definisce una « non fattispecie », cioè cristallizza una condotta, il cyberbullismo , senza contemplarne eventuali punizioni. La legge, come noto, non ha creato infatti un nuovo reato, ha piuttosto attuato vari strumenti di prevenzione e repressione, sulla cui effettiva efficacia ed efficienza oggi molto si discute e si dubita fortemente. Ci si domanda, in altri termini, se si stia andando o meno nella giusta direzione. I dati ISTAT, risalenti al 2014 e quindi indiscutibilmente obsoleti per fare il punto, ci consegnano una fotografia del fenomeno troppo datata ed antecedente alla legge n. 71 del 2017. Ma le notizie di cronaca, quelle no, non sono datate e ci raccontano quotidianamente e costantemente la sofferenza dei nostri ragazzi. Storie di angoscia, di paura, di prevaricazione, che non sempre conoscono un lieto fine – e questo dovrebbe allarmarci particolarmente, se consideriamo che il suicidio è la seconda causa di morte tra i nostri giovani. Ancorché l'ISTAT ci dica che questo dato sembrerebbe essere in diminuzione nella misura di un 14 per cento in meno dal 1995 al 2017, aggiunge anche che sono in netto aumento i casi di autolesionismo e comportamento suicidario tra gli adolescenti. All'ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma le richieste urgenti in pronto soccorso per ideazione e comportamento suicidario negli ultimi otto anni sono aumentate di venti volte: si è passati dai dodici casi del 2011 ai 237 del 2018. Tra questi anche bambini di dieci-undici anni per autolesionismo e tentato suicidio. Lo scorso anno, sempre in pronto soccorso, sono state effettuate quasi 1.000 consulenze neuropsichiatriche con un aumento del 24 per cento rispetto al 2017. È chiaro che le motivazioni sottese a tali comportamenti debbano considerarsi molteplici e pluridirezionali, ma tra esse merita attenzione l'invasività e la pervasività dei fenomeni di bullismo e cyberbullismo che qui ci occupano, quali espressioni di un malessere dei nostri ragazzi che coinvolge tutta la società, senza distinzione tra classi sociali e pensiero politico. Non a caso tra le « Cinque Priorità » a tutela dell'infanzia e dell'adolescenza indicate dall'Autorità Garante, vi è proprio il contrasto al bullismo ed al cyberbullismo , quali fenomeni potenzialmente lesivi, tra l'altro, di molti dei diritti sanciti nella Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti del fanciullo, ratificata dall'Italia ai sensi della legge 27 maggio 1991, n. 176. Ecco, dunque, qualche numero più recente. Nel 2019 sono stati 460 i casi di bullismo con vittime minorenni trattati dalla Polizia postale (52 avevano meno di nove anni), il 18 per cento in più rispetto al 2018, quando i casi trattati sono stati 389, mentre 354 nel 2017. È chiaro che siamo innanzi ad un fenomeno in ascesa, rispetto al quale la legge n. 71 del 2017 non ha sortito gli effetti desiderati. Si ricorda, inoltre, che si sta rappresentando ancora una volta solo una piccola parte del fenomeno, quella emersa, che rappresenta di fatto la punta di un iceberg. Condizione confermata anche da un recente Rapporto sul bullismo nelle scuole, presentata nell'ottobre 2019 dall'Istituto di ricerche economiche e sociali (EURES) – iniziativa di ricerca finanziata dalla regione Lazio, con le risorse del Ministero del lavoro e delle politiche sociali. Solo per citare alcuni dati: oltre il 90 per cento del campione dei ragazzi è risultato coinvolto nel fenomeno a partire dalle scuole primarie e secondarie di primo grado; oltre il 66 per cento sono le vittime; il 37 per cento dei ragazzi ha commesso atti di bullismo o cyberbullismo in modo ricorrente o in modo sporadico; il 40 per cento afferma che si tratta di semplici scherzi; il 90 per cento di loro si è trovato coinvolto; la frequenza maggiore degli atti di bullismo avviene in classe o negli ambienti scolastici, tra coetanei e nel « branco » per ben l'80 per cento di loro. Ebbene, nove giovani su dieci coinvolti in episodi di bullismo e la scuola come teatro principale, non sembrano dati confortanti a tre anni dall'operatività della legge in parola. Da qui la necessità di rivisitarne l'impianto legislativo, trasformandola non solo in uno strumento di prevenzione del fenomeno, ma anche di reale disciplina e contenimento dello stesso. Tra le principali lacune rinvenibili nel testo originario della legge n. 71 del 2017, che hanno formato sovente oggetto di critica, anche nel corso delle recenti audizioni svoltesi presso la Commissione parlamentare per l'infanzia e l'adolescenza, e sulle quali si è ritenuto di intervenire con il presente disegno di legge, deve menzionarsi l'assenza di una definizione del fenomeno di bullismo. Tale vuoto normativo all'interno del nostro ordinamento non è di poco conto, poiché contribuisce a rendere maggiormente fumosi i confini del fenomeno del bullismo, generando dubbi ed incertezze interpretative, che non sono in alcun modo espressione di una doverosa consapevolezza sociale rispetto ad esso. E tuttavia il processo di presa di coscienza, individuale e collettivo, è imposto proprio dalla responsabilità che gli adulti esercitano nei confronti dei minori. Processo che trova il suo punto di partenza nell'esatta identificazione e qualificazione del fenomeno del bullismo.