[pronunce]

ORDINANZA ha pronunciato la seguentenei giudizi di legittimità costituzionale dell'art. 5, comma 3, del decreto legislativo 26 maggio 1997, n. 153 (Integrazione dell'attuazione della direttiva 91/308/CEE in materia di riciclaggio dei capitali di provenienza illecita), promossi con ordinanze del 10 dicembre 2007 dal Tribunale di Palermo, del 14 febbraio 2008 dal Tribunale di Macerata, del 7 novembre 2007 dal Tribunale di Alessandria e del 19 febbraio 2008 dal Tribunale di Sondrio, rispettivamente iscritte ai numeri 130, 131, 160, 161 e 174 del registro ordinanze 2008 e pubblicate nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica numeri 19, 23 e 24, prima serie speciale, dell'anno 2008. Visti gli atti di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri; udito nella camera di consiglio dell'11 febbraio 2009 il Giudice relatore Alessandro Criscuolo. Ritenuto che, con le prime due ordinanze indicate in epigrafe, d'identico tenore, il Tribunale di Palermo ha sollevato, in riferimento agli articoli 76 e 77 della Costituzione, questioni di legittimità costituzionale dell'art. 5, comma 3, del decreto legislativo 26 maggio 1997, n. 153 (Integrazione dell'attuazione della direttiva 91/308/CEE in materia di riciclaggio dei capitali di provenienza illecita), nelle parti in cui configura come delitto la fattispecie criminosa ivi descritta e commina pene superiori ai “minimi edittali” indicati nella legge delega 6 febbraio 1996, n. 52 (Disposizioni per l'adempimento di obblighi derivanti dall'appartenenza dell'Italia alle Comunità europee – legge comunitaria 1994); che il giudice a quo, investito di processi nei confronti di persone imputate del delitto previsto dalla norma denunciata per avere eseguito operazioni di ricezione o di trasferimento di denaro, o per avere svolto attività d'intermediazione finanziaria in cambi e prestazioni di servizi di pagamento, senza la prevista iscrizione nell'apposito elenco degli operatori in attività finanziaria istituito presso l'Ufficio Italiano Cambi, espone che i difensori hanno eccepito l'illegittimità costituzionale di detta norma per contrasto con gli articoli 25, 76 e 77 Cost.; che il rimettente muove da una ricostruzione preliminare del quadro normativo di riferimento, rilevando come la disposizione denunciata sia stata emanata sulla base della delega legislativa conferita al Governo dalla legge 6 febbraio 1996, n. 52, ai fini dell'integrazione dell'attuazione della direttiva n. 91/308/CEE, relativa alla prevenzione dell'uso del sistema finanziario a scopo di riciclaggio dei proventi di attività illecite (direttiva poi abrogata dall'art. 44 della direttiva del Parlamento e del Consiglio europeo n. 60 del 20 ottobre 2005); che il legislatore delegante aveva imposto di procedere al riordino delle sanzioni amministrative e penali previste nella normativa di riferimento – cioè nel decreto-legge 3 maggio 1991 n. 143 (Provvedimenti urgenti per limitare l'uso del contante e dei titoli al portatore nelle transazioni e prevenire l'uso del sistema finanziario a scopo di riciclaggio), convertito con modificazioni dalla legge 5 luglio 1991, n. 197 – stabilendo tuttavia di eseguire tale riordino senza eccedere i limiti massimi ivi contemplati, come previsto dall'art. 15, comma 2, della legge delega n. 52 del 1996; che all'epoca dell'emanazione della citata legge delega la normativa di riferimento (legge n. 197 del 1991) prevedeva soltanto fattispecie di natura contravvenzionale in quanto, in forza dell'art. 161 del decreto legislativo 1° settembre 1993, n. 385 (Testo unico delle leggi in materia bancaria e creditizia), e dunque ben prima dell'emanazione della medesima legge delega, era stato abrogato l'art. 6, comma 9, della legge n. 197 del 1991, recante l'unica ipotesi – nell'ambito di detta normativa – di delitto sanzionato con reclusione e multa, sicché il legislatore delegante non poteva certo riferirsi ad una disposizione non più in vigore; che, inoltre, anche qualora si volesse ritenere che il legislatore delegante intendesse riferirsi non soltanto alla normativa (legge n. 197 del 1991) esplicitamente richiamata nell'art. 15, comma 1, lettera c), della legge n. 52 del 1996 ma anche all'art. 5 del decreto-legge 28 giugno 1990, n. 167 (Rilevazione a fini fiscali di taluni trasferimenti da e per l'estero di denaro, titoli e valori), convertito, con modificazioni, dalla legge 4 agosto 1990, n. 227, andrebbe osservato come il legislatore delegato abbia superato i limiti sanzionatori fissati dal legislatore delegante, prevedendo nella norma impugnata una pena (da sei mesi a quattro anni di reclusione e la multa da euro 2.065 ad euro 10.329) ben superiore rispetto a quella stabilita dal citato art. 5 della legge n. 227 del 1990 (da sei mesi ad un anno di reclusione e la multa da 500 a 5.000 euro); che, pertanto, la questione di legittimità costituzionale sollevata dai difensori con riferimento a tale profilo si rivela non manifestamente infondata per violazione degli articoli 76 e 77 Cost., mentre la rilevanza della questione medesima nel caso concreto non può essere posta in dubbio, avuto riguardo alla sua diretta incidenza sul processo e sulla pena; che, invece, il rimettente reputa manifestamente infondate le deduzioni delle difese riguardanti sia la “disomogeneità” tra le fattispecie concrete riportate nella normativa di riferimento (d.l. n. 143 del 1991, convertito con modificazioni dalla legge 5 luglio 1991, n. 197) e la disposizione attuativa della delega (art. 5, comma 3, del d. lgs. n. 153 del 1997); sia «avere in ultima analisi effettuato il rimando normativo concretamente descrittivo, sulla base del quale individuare i soggetti agenti ed il contenuto delle condotte punite nella fattispecie, ad una fonte di natura regolamentare, dunque di rango inferiore» con asserita violazione del principio della riserva di legge in materia penale; che nei due giudizi di legittimità costituzionale così promossi è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, il quale ha chiesto che la questione sia dichiarata manifestamente infondata, perché il rimettente sarebbe incorso in errore nell'individuazione della “norma interposta”, da identificare non nell'art. 15 della legge n. 52 del 1996 ma nell'art. 3, comma 1, lettera c), della legge stessa, alla cui stregua la disposizione denunziata dovrebbe ritenersi pienamente rispettosa della delega;