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Lo scorso anno (2020) è stato formalmente avviato il processo di contratto di fiume della Bassa e Media Valle dell'Ofanto con la sottoscrizione del « Documento di intenti » da parte di oltre 80 soggetti aderenti, tra cui le regioni Puglia, Basilicata e Campania (quest'ultima rappresentata dall'Assemblea del contratto di fiume dell'Alto Ofanto, nell'ambito di una inedita e sperimentale esperienza di « contratto dei contratti »), le province di Barletta-Andria-Trani e Foggia, il Politecnico di Bari, le università della Basilicata, diversi istituti ed enti di ricerca ambientale, oltre che associazioni di categoria e ambientaliste. Lo scorso 17 giugno 2021, infine, sono stati adottati lo schema di Piano territoriale del Parco naturale regionale del Fiume Ofanto nonché gli altri strumenti di attuazione dell'area protetta. Da un punto di vista naturalistico e ambientale, l'Ofanto è una realtà complessa, che conta non solo un bacino idrografico ma anche una variegata biodiversità che necessita di adeguata tutela. Appare riduttivo, infatti, parlare di Ofanto come « zona speciale di conservazione ». La sua area umida è un punto di passaggio dell'avifauna migratoria che annualmente si sposta dal Nord Africa al Nord Europa: il suo bacino fluviale conta 613 specie di animali tra pesci, rettili, anfibi, uccelli e mammiferi. È eccezionale, infatti, l'assortimento di specie viventi dell'Ofanto e la loro varietà e ricchezza rendono il fiume, dal punto di vista naturalistico, una delle poche aree di rilievo della Puglia. Il fiume costituisce un importante corridoio ecologico fra la costa adriatica e l'Appennino. Le formazioni vegetali più rappresentate nei pressi della foce caratterizzano importanti habitat di interesse europeo riferibili alle lagune costiere, nonché a steppe salate mediterranee e aree ove un tempo erano presenti cordoni dunali sabbiosi. Lungo il corso d'acqua, invece, si rilevano i principali residui di naturalità rappresentati dalla vegetazione ripariale associata, individuata come habitat d'interesse comunitario, di foreste a galleria di Salix alba e Populus alba (pioppi bianchi) di notevoli dimensioni, che risultano fra i più maestosi dell'Italia meridionale. Nell'area sono presenti anche specie vegetali a rischio di estinzione. Allontanandosi dal fiume, verso le quote di media-alta collina, s'incontra il bosco con la presenza della quercia, della roverella, del carpino, del frassino e del castagno (quest'ultimo biotipo è caratteristico lungo i boschi che delimitano le creste dello spartiacque, nella zona dell'alto Ofanto). Un fenomeno naturale avverso, quale un terremoto, un'alluvione, una precipitazione di rilevante entità, o interventi antropici, quali l'immissione di sostanze inquinanti, lo sbarramento di uno degli affluenti, la captazione di una sorgente, nonché, in generale, gli eventi fisici che stravolgono l'ambiente, alterano il delicato equilibrio fluviale e producono danni ingenti alle popolazioni che vivono in prossimità della foce del fiume. La mancanza di una grande sorgente conferisce al fiume Ofanto un elemento di tipicità idrografica di grande rilievo: il fiume Ofanto, infatti, origina da oltre 100 sorgenti, tutte di piccola portata, diffuse nell'ampio bacino. Ciò assicura al fiume, anche nei periodi più aridi, una portata minima di acqua che permette la sopravvivenza della flora e della fauna. L'Ofanto si caratterizza per una fitta rete di trame verdi e blu: la componente verde è riferita agli ambienti terrestri naturali e semi-naturali; mentre quella blu fa riferimento alla vasta rete acquatica e umida di affluenti, canali, stagni e zone umide circostanti. Entrambe le componenti devono essere valorizzate e tutelate anche in sede di scelte politiche, atteso che devono sempre prevalere i valori legati alla salvaguardia della biodiversità, alla salubrità dell'ambiente, alla valorizzazione socio-economica dei luoghi. L'intera asta fluviale del fiume si sviluppa per 170,945 km, interessando un bacino idrico pari a 2.779,66 kmq. Numerosi, anche se di breve corso, sono gli affluenti a prevalente carattere torrentizio, ma non mancano piccoli torrenti e fiumare per lo più a carattere stagionale. In assenza di argini naturali e in presenza di cospicui apporti meteorici, oggi sempre più frequenti, il fiume può uscire dal letto di magra e tracimare nella pianura circostante. Proprio a causa della sua irruenza, sul finire degli anni ’70 del Novecento, il fiume è stato cementato e incassato all'interno di argini artificiali con lo scopo di evitare che potesse esondare e mettere in pericolo le aree circostanti. L'incuria e il fattore antropico hanno, però, messo una grossa ipoteca sulla possibilità che il fiume possa ritornare ad avere nuovamente un carattere « tauriformis », cioè con la forza e la violenza di un toro. La valle dell'Ofanto necessita, oggi, di adeguati controlli e interventi che evitino il verificarsi di incendi dolosi, l'inquinamento delle acque da reflui urbani, industriali e agricoli, il furto sistematico di ghiaia e di sedimenti, la lottizzazione abusiva delle aree demaniali e l'occupazione abusiva del territorio per scopi agricoli. È agli onori delle cronache, infatti, l'intervenuto sequestro nell'anno 2003 di 200 ettari di terreno ricadenti nell'alveo del fiume. Occorre tutelare il fiume e il suo delicato equilibrio idrogeologico, perché una qualunque opera sbagliata compiuta nell'area della sorgente finirà per gravare sulla foce e sulla dinamica fluviale e comporterà inevitabilmente il verificarsi di esondazioni. Nei contadini che coltivano abusivamente le aree golenali è infatti diffusa la consuetudine di prelevare l'acqua direttamente dal fiume, mediante idrovore o pozzi e ciò comporta una crescente compromissione dell'intero assetto idrogeologico del fiume. La portata solida annua del fiume è passata dal 1935 con 2.129.000 t/anno al 1989 con sole 203.000 t/anno. Una perdita media stimata, nell'arco di cinquant'anni, di oltre 58.300.000 tonnellate di sedimenti che non sono più giunti alla foce e che, conseguentemente, il mare non ha più distribuito lungo il litorale. Le cause del mancato apporto solido sono ascrivibili alla costruzione all'interno del bacino idrografico del fiume, a partire dagli anni Settanta del Novecento, di ben sette invasi artificiali (Lampeggiano, Osento, Capacciotti, Saetta, Rendina, Locone e Conza) che hanno una portata potenziale complessiva di raccolta delle acque del fiume pari a 261 milioni di mc annui di acqua. A ciò si aggiunge il continuo prelievo di sedimenti e materiali litoidi dall'alveo del fiume che produce una costante modifica della sua pendenza e dunque del suo profilo di equilibrio.