[pronunce]

ORDINANZA ha pronunciato la seguentenel giudizio di legittimità costituzionale degli artt. 275, commi 4 e 4-bis, 276, comma 1-ter, e 299, comma 4-ter, del codice di procedura penale, nonchè dell'art. 42, commi 1 e 2, della legge 26 luglio 1975, n. 354 (Norme sull'ordinamento penitenziario e sulla esecuzione delle misure privative e limitative della libertà), promosso dal Giudice per le indagini preliminari del Tribunale ordinario di Lecce, nel procedimento a carico di M. M., con ordinanza del 21 settembre 2016, iscritta al n. 270 del registro ordinanze 2016 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 3, prima serie speciale, dell'anno 2017. Udito nella camera di consiglio del 7 giugno 2017 il Giudice relatore Nicolò Zanon. Ritenuto che, con ordinanza del 21 settembre 2016 (r.o. n. 270 del 2016), il Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Lecce ha sollevato, in riferimento all'art. 117 della Costituzione, in relazione agli artt. 3, commi 1 e 2, 4 e 6, comma 2, della Convenzione sui diritti del fanciullo, fatta a New York il 20 novembre 1989, ratificata e resa esecutiva con legge 27 maggio 1991, n. 176, questioni di legittimità costituzionale degli artt. 275, commi 4 e 4-bis, 276, comma 1-ter, e 299, comma 4-ter, del codice di procedura penale, nonchè dell'art. 42, commi 1 e 2, della legge 26 luglio 1975, n. 354 (Norme sull'ordinamento penitenziario e sulla esecuzione delle misure privative e limitative della libertà); che l'art. 275, comma 4, cod. proc. pen. è censurato anche per violazione dell'art. 3 Cost.; che il giudice a quo riferisce di essere chiamato a decidere su un'istanza di concessione degli arresti domiciliari presentata, ai sensi dell'art. 275, comma 4, cod. proc. pen. , dal difensore di M. M., già condannato dal medesimo giudice, in data 23 giugno 2016, all'esito di giudizio abbreviato, alla pena di quattordici anni di reclusione per i reati «relativi alla direzione di un'associazione finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti, e reati fine»; che l'istanza è presentata sul presupposto che la convivente di M. M. non sia in grado di prendersi cura dei loro figli, a causa dei suoi impegni di lavoro; che è altresì rappresentato come, essendo M. M. detenuto presso la casa circondariale di Melfi, le possibilità di colloqui e contatti tra costui e i suoi congiunti risulterebbero compromessi, dal momento che la compagna non avrebbe la disponibilità di un mezzo di trasporto, né mezzi economici sufficienti per affrontare la trasferta, sua e dei figli, a Melfi; che, a sostegno dell'istanza, è allegata una «relazione/certificazione medica» da cui risulta che la condizione psicologica della figlia di anni quattro, sarebbe compromessa dall'impossibilità di vedere il padre detenuto, aggiungendo il giudice a quo che, peraltro, tale condizione aveva già giustificato l'ampliamento del numero dei colloqui mensili tra l'imputato e i suoi congiunti; che il rimettente, dopo aver escluso di poter concedere gli arresti domiciliari ai sensi dell'art. 275, comma 4, cod. proc. pen. , in quanto la condizione in cui versa la madre non integra il presupposto, richiesto da tale disposizione, dell'assoluta impossibilità di prendersi cura della prole, evidenzia come la detenzione di M. M., per di più in un carcere lontano dal luogo di residenza della famiglia, ponga seri ostacoli al mantenimento di una relazione tra il detenuto e i congiunti, in particolare con la figlia più piccola; che il giudice a quo, assumendo che lo stato di salute del figlio minore che subisca un pregiudizio a causa della detenzione del genitore non trovi tutela nel codice di procedura penale, ritiene che tale lacuna si ponga in contrasto con l'art. 3 della Convenzione sui diritti del fanciullo, che imporrebbe agli Stati di assicurare effettività e concretezza alla protezione degli interessi del fanciullo, e con il successivo art. 4 della medesima Convenzione, con cui gli Stati contraenti si sarebbero assunti l'impegno di dare concreta attuazione a quel dovere; che il rimettente osserva, anzitutto, come l'interesse del minore debba essere tenuto in conto anche quando la decisione di una pubblica autorità viene assunta non nei confronti del minore stesso, bensì di un soggetto terzo, riportando, sul punto, ampi stralci della sentenza della Corte costituzionale n. 7 del 2013; che l'interesse del minore sarebbe, invece, pregiudicato da un «sistema processuale» che non assegna al giudice alcun potere di valutare l'opportunità di sottoporre l'imputato alla misura degli arresti domiciliari, bilanciando gli interessi alla cui tutela è finalizzata la misura della custodia cautelare in carcere con l'interesse del fanciullo a mantenere il rapporto con il genitore, affinché l'assenza di quest'ultimo non pregiudichi la salute e lo sviluppo del primo; che, in secondo luogo, il rimettente osserva che, se è pur vero che l'art. 9, comma 4, della citata Convenzione sui diritti del fanciullo, contempla il caso della separazione del minore dai suoi genitori per effetto della detenzione di questi ultimi, l'art. 6, comma 2, della medesima Convenzione stabilisce che gli Stati «assicurano in tutta la misura del possibile la sopravvivenza e lo sviluppo del fanciullo», con ciò obbligando a rimuovere gli impedimenti allo sviluppo del minore; che, secondo il giudice a quo, non potrebbero opporsi «problemi di ordine pratico», quali il rischio della agevole sottrazione degli adulti con prole alla misura cautelare carceraria e financo all'esecuzione della pena, in quanto allo stesso giudice penale potrebbe essere consentito di ricorrere all'opera di un perito d'ufficio al fine di verificare se ed in quale misura il minore stia subendo un danno e, sulla base di tale valutazione, operare egli stesso il bilanciamento tra le ricordate e contrapposte esigenze; che, infine, il rimettente osserva che il disagio della figlia di M. M. sorgerebbe in quanto seri ostacoli al diritto di visita sono causati dalla detenzione di quest'ultimo in un istituto penitenziario situato a circa 300 chilometri di distanza dal luogo di residenza della famiglia;