[pronunce]

che sarebbe infatti «evidente come la sentenza di non luogo a procedere per difetto di querela sia caratterizzata, al pari delle altre pronunce sopra richiamate, dall'immodificabilità della definizione della posizione processuale del dichiarante», il quale non potrebbe ricevere alcun pregiudizio dalle risultanze dell'esame dibattimentale sostenuto nella veste di testimone, dal momento che in difetto della condizione di procedibilità non sarebbe neppure astrattamente ipotizzabile la revoca ex art. 434 cod. proc. pen. della sentenza di non luogo a procedere; che la posizione del dichiarante sarebbe comunque pienamente garantita dal comma 5 dell'art. 197-bis dello stesso codice; che la disciplina censurata violerebbe anche gli artt. 24, 111 e 112 Cost., in quanto, «apprestando ad alcuni soggetti una garanzia (quella di non testimoniare), senza che […] ve ne sia necessità […], frustra l'effettività della funzione del processo penale, preordinato all'accertamento della verità ed alla punizione del colpevole, in assenza di un prevalente interesse di pari rango costituzionale»; che è intervenuto in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che la questione sia dichiarata infondata; che ad avviso dell'Avvocatura la diversità di trattamento riservata dagli artt. 197, comma 1, lettera b), e 197-bis, comma 1, cod. proc. pen. ai diversi tipi di imputati di reato connesso o collegato appare più che giustificata alla luce della ratio della disciplina in materia di testimonianza, connotata da una individuazione dei soggetti cui viene riconosciuta la facoltà di non rispondere fondata sulla necessità di evitare il rischio che la dichiarazione sul fatto altrui possa risolversi in dichiarazione sul fatto proprio a causa della «stretta interdipendenza fra la posizione processuale di testimone […] e quella di ex imputato connesso/collegato»; che a parere dell'Avvocatura la mancata inclusione della sentenza di non luogo a procedere tra le ipotesi di cui alle disposizioni censurate discenderebbe dalla natura di «debole schermo processuale» di tale sentenza, revocabile ex art. 434 cod. proc. pen. anche nell'ipotesi - presa in esame dalla rimettente - in cui sia stata pronunciata per difetto di querela. Considerato che la Corte di assise di Catanzaro, al di là del tenore formale delle questioni, dubita della legittimità costituzionale degli artt. 197, comma 1, lettera b), e 197-bis, comma 1, cod. proc. pen. , in quanto prevedono che il soggetto, già imputato di un reato probatoriamente collegato a norma dell'art. 371, comma 2, lettera b), cod. proc. pen. , possa essere sentito come testimone soltanto dopo che nei suoi confronti è stata pronunciata sentenza irrevocabile di proscioglimento, di condanna o di applicazione della pena, e non anche quando nei suoi confronti è stata pronunciata in udienza preliminare sentenza di non luogo a procedere per mancanza di querela; che ad avviso del giudice a quo tale disciplina si porrebbe in contrasto con gli artt. 3, 24, 111 e 112 Cost., in quanto la sentenza di improcedibilità per difetto di querela pronunciata nell'udienza preliminare sarebbe sostanzialmente immodificabile al pari di quella dibattimentale e dovrebbe pertanto essere equiparata - quantomeno ai fini del venire meno dell'incompatibilità a testimoniare - alla sentenza irrevocabile di proscioglimento menzionata negli artt. 197, comma 1, lettera b), e 197-bis, comma 1, cod. proc. pen. ; che, quanto alla rilevanza, la Corte rimettente precisa che la questione sarebbe irrilevante ove nei confronti del soggetto di cui è stata chiesta l'assunzione come testimone si profilassero altri motivi di incompatibilità; che nel caso di specie tale soggetto riveste la doppia qualità di ex indagato per il medesimo reato di omicidio contestato all'imputato contro cui si procede, in quanto nei suoi confronti è stato emesso provvedimento di archiviazione, e di ex imputato per il reato di lesioni, probatoriamente collegato al reato di omicidio per cui è stato chiamato a deporre come testimone, in quanto nei suoi confronti è stata emessa in udienza preliminare sentenza di non luogo a procedere per difetto di querela; che, ad avviso della Corte rimettente, la posizione della persona sottoposta a indagini per il medesimo reato, nei cui confronti è stato pronunciato provvedimento di archiviazione, non rientrerebbe tra i casi per i quali l'art. 197, comma 1, lettera a), cod. proc. pen. prevede l'incompatibilità ad assumere l'ufficio di testimone, posto che, da un lato, gli artt. 61, comma 1, e 197, comma 1, lettera a), cod. proc. pen. , menzionando, rispettivamente, la persona sottoposta alle indagini e i coimputati del medesimo reato, presuppongono l'attualità di tali posizioni, e, dall'altro, il carattere eccezionale dei divieti di assumere l'ufficio di testimone non consente di estenderne la portata a chi non riveste più la qualità di indagato o imputato; che a sostegno di questa impostazione il giudice a quo richiama il «costante insegnamento della giurisprudenza di legittimità», citando, tra l'altro, la sentenza della Corte di cassazione, sezione sesta penale, n. 25564 del 22 giugno 2001; che la Corte rimettente omette però di considerare che tale decisione si riferisce esclusivamente al provvedimento di archiviazione pronunciato per un reato probatoriamente collegato ex art. 197, comma 1, lettera b), cod. proc. pen. , nel testo in vigore prima delle modifiche apportate dalla legge n. 63 del 2001, e non anche alla situazione, oggetto del giudizio a quo e prevista dall'art. 197, comma 1, lettera a), cod. proc. pen. , della persona indagata del medesimo reato; che il giudice a quo trascura inoltre di prendere in considerazione le pronunce di questa Corte, in particolare le sentenze n. 108 del 1992 e n. 294 del 2000 in tema di rapporti tra incompatibilità a testimoniare e provvedimento di archiviazione, dalle quali, sempre con riferimento al quadro normativo precedente alla legge n. 63 del 2001, emerge la peculiarità della posizione dell'"archiviato" per il reato probatoriamente collegato; che non avere tenuto conto che la giurisprudenza di legittimità menzionata e quella costituzionale riferivano «l'effetto di dissolvere l'incompatibilità ad assumere l'ufficio di testimone» esclusivamente all'ipotesi dell'archiviazione per un reato probatoriamente collegato e, più in generale, non avere compiuto alcuna verifica sulla compatibilità della tesi interpretativa sostenuta con il quadro normativo risultante dalle modifiche apportate dalla legge n. 63 del 2001 alla disciplina del diritto al silenzio e alle ipotesi di incompatibilità ad assumere l'ufficio di testimone previste dall'art. 197, comma 1, lettera a), cod. proc. pen. , si traduce in un difetto di motivazione sul presupposto sul quale si basa la rilevanza della questione; che la questione va pertanto dichiarata manifestamente inammissibile.