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Disposizioni in materia di procreazione medicalmente assistita. Onorevoli Senatori. -- Nei paesi industrializzati, la denatalità ha assunto proporzioni così rilevanti, da costituire un serio allarme per le implicazioni sociali, demografiche e non ultimo previdenziali, che questa comporterà. Le stime dell'ONU sugli indici di natalità nel mondo per il quinquennio che va dal 2008 al 2013, ci pongono al 183º posto su 195 paesi censiti, con una media di 9,2 nati per 1.000 abitanti. Il nostro è un Paese industrializzato, facciamo parte del club delle venti migliori economie del mondo. Abbiamo tuttavia pagato a questo sviluppo un prezzo altissimo, quello della denatalità. Per di più la depressione economica, di cui siamo testimoni ormai da troppi anni, ha creato un'ulteriore spinta demografica verso il basso. Il calo delle nascite non è solo funzione delle caratteristiche anagrafiche della popolazione ma è un fenomeno a genesi multifattoriale. Gran parte di questa denatalità risente di fattori di programmazione sociale (voluti o no), ma è innegabile che una parte rilevante di tale trend al ribasso è determinata da difficoltà reali ad un concepimento dopo che esso è stato, dalle giovani coppie, differito per lunghi anni. Infatti, il differimento della scelta riproduttiva è per se stesso origine di una quota significativa di patologie riproduttive. È proprio in questo ambito analitico socio-economico che devono, per forza di cose, trovare posto considerazioni di tipo sanitario. È necessario, quindi, favorire tutte quelle politiche di incentivazione di risorse economiche e lavorative per una fascia di popolazione giovane, attraverso un'attenta strategia di prevenzione della patologia riproduttiva e una altrettanto efficace strategia di terapia della medesima. Sotto questo profilo, appare evidentissimo l'impatto sociale dell'infertilità. Essa è patologia della coppia ma è parimenti patologia della collettività nel suo insieme che mina la collettività stessa nel suo nucleo produttivo principale: la famiglia. L'introduzione delle terapie dell'infertilità nei livelli essenziali di assistenza sanitaria è ormai un fatto ineludibile, cosi come lo è un intervento normativo preciso, rigoroso, rispettoso dei diritti del cittadino e dei valori della Costituzione, e che non dia adito, come in pregresse costruzioni legislative, ad una ridda di ricorsi, sentenze, ordinanze, che se da un lato ristorano diritti negati, dall'altro accrescono il disordine normativo su una questione di grande delicatezza. A testimonianza di quanto su esposto basti ricordare i diversi pronunciamenti sotto forma di sentenze o ordinanze di vari tribunali avverso alcuni articoli della legge 19 febbraio 2004, n. 40: 1) sentenza del tribunale di Cagliari del 22 settembre 2007; 2) ordinanza del tribunale di Firenze del 19 febbraio 2008. In entrambe si afferma il diritto della coppia, i cui componenti siano portatori sani di una patologia genetica, di adire alle tecniche di diagnosi preimpianto allo scopo di conoscere l'assetto cromosomico degli embrioni e trasferire in utero solo quelli sani. 3) sentenza della Corte costituzionale 1º aprile 2009 n. 151, sulla illegittimità costituzionale dell'articolo 14, comma 2, della legge limitatamente alle parole «a un unico e contemporaneo impianto e comunque non superiore a tre», e affermazione del diritto al ricorso a tecniche di procreazione medicalmente assistita anche a coppie non infertili affette da malattie genetiche o infettive potenzialmente trasmissibili. 4) sentenza della Corte europea dei diritti dell'uomo 28 agosto 2012 (ricorso Costa-Pavan) con la quale viene stigmatizzata l'incoerenza del dettato legislativo della citata legge n. 40 del 2004, nel consentire la diagnosi preimpianto solo a scopo "osservazionale" coesistendo l'obbligo a trasferire tutti gli embrioni ottenuti ivi compresi quelli affetti da patologie genetiche, salvo ad operare l'interruzione terapeutica di gravidanza ai sensi della legge n. 194/78; 5) sentenza della Corte costituzionale 9 aprile 2014, con la quale viene dichiarata illegittima la legge n. 40 del 2004 limitatamente ai seguenti articoli: -- articolo 4, comma 3: divieto del ricorso a tecniche di procreazione medicalmente assistita di tipo eterologo, qualora sia stata diagnosticata una patologia che sia causa di sterilità o infertilità assolute ed irreversibili; -- articolo 9, comma 1, limitamente alle parole: «in violazione del divieto di cui all'articolo 4, comma 3»; -- articolo 9, comma 3, limitatamente alle parole: «in violazione del divieto di cui all'articolo 4, comma 3»; -- articolo 12, comma 1, che punisce con la sanzione amministrativa pecuniaria da 300.000 a 600.000 euro chiunque, a qualsiasi titolo utilizza a fini procreativi gameti di soggetti estranei alla coppia richiedente. Alla luce delle considerazioni suesposte appare urgente e ineludibile un intervento normativo che permetta di stabilire in via definitiva i percorsi terapeutici e i risvolti giuridici connessi alla riproduzione umana. Nell'articolo 1 vengono definite le modalità di accesso, le strutture nelle quali le tecniche di procreazione medicalmente assistita (PMA) devono essere attuate, l’organizzazione territoriale delle medesime. Si prevede inoltre che dei costi connessi alle tecniche debba farsi carico il Servizio sanitario nazionale, salvo compartecipazione della spesa da parte del cittadino, in quanto tali procedure vanno inserite nei livelli essenziali di assistenza, giusto parere favorevole della Conferenza permanente per i rapporti tra o Stato, le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano, del 29 aprile 2004. È prevista inoltre una integrazione territoriale nel percorso terapeutico della PMA, in quanto l'applicazione delle tecniche è subordinata ad un certificato di infertilità che andrà rilasciato dalle strutture consultoriali, allo scopo di garantire la terzietà nell'accesso ai trattamenti rispetto ai centri di PMA. È prevista l'istituzione di una commissione di verifica al fine di monitorare la corretta applicazione delle procedure e il mantenimento degli standard qualitativi e organizzativi come previsto dalla normativa già in vigore su tale materia. Nell'articolo 2 vengono presi in considerazione i requisiti di accesso delle coppie; si stabilisce, inoltre, che l'applicazione delle tecniche di PMA, può essere consentita anche in quei casi in cui la coppia non sia affetta da un problema di infertilità, ma sussista un rischio genetico collegato alla condizione di portatore sano di entrambe i partners , in modo da consentire attraverso la diagnosi preimpianto sull'embrione, il trasferimento di embrioni sani. Risulta inoltre ammesso il ricorso a tecniche di PMA in coppie sierodiscordanti per malattie infettive. Restano definiti i criteri anagrafici di applicabilità delle tecniche e segnatamente a 43 anni per la donna come limite massimo di età, in quanto tale limite appare in accordo con la fertilità naturale, e che le gravidanze insorte dopo tale limite sono caratterizzate da un elevato rischio clinico specifico.