[pronunce]

delitto il cui termine prescrizionale risulta anch'esso perfettamente uguale, in conseguenza del raddoppio, a quello dell'omologa figura dolosa. Nell'occasione, si è osservato come nella sentenza n. 143 del 2014 non si fosse in alcun modo prospettata «una inderogabile esigenza costituzionale di scaglionare i termini prescrizionali in senso inverso rispetto a quanto la legge n. 251 del 2005 aveva fatto con riguardo al delitto di incendio: nel senso, cioè, che occorra stabilire, senza possibilità di eccezioni, per l'ipotesi colposa un termine diverso e più breve di quello valevole per la versione dolosa del medesimo reato» (sentenza n. 265 del 2017). In effetti, l'equiparazione del termine prescrizionale delle due forme di realizzazione dello stesso delitto - dolosa e colposa - non rappresenta affatto una "anomalia" introdotta per la prima volta dalla legge n. 251 del 2005. Al contrario, il fenomeno era già ampiamente noto al sistema anteriore. L'originario criterio delle "fasce di gravità" dei reati comportava, infatti, che quante volte le pene edittali massime del delitto doloso e del suo corrispondente colposo ricadessero entrambe nella medesima "fascia", il relativo tempo di prescrizione risultava identico. Come si ricorda nella stessa sentenza n. 143 del 2014, ciò si verificava anche e proprio in relazione al delitto di incendio: prima della legge n. 251 del 2005, incendio colposo e incendio doloso si prescrivevano ambedue in dieci anni. Peraltro, anche dopo l'abbandono del criterio "per fasce" permane nell'ordinamento un ragguardevole numero di casi di equiparazione (indipendenti dal censurato meccanismo del raddoppio). Ciò avviene segnatamente per effetto della soglia dei sei anni, quale termine minimo di prescrizione dei delitti, attualmente previsto dall'art. 157, primo comma, cod. pen. Nelle numerose ipotesi - rinvenibili anche nello stesso ambito dei delitti contro la pubblica incolumità - in cui le pene massime del delitto doloso e del suo omologo colposo, benché sensibilmente differenziate, non eccedano, comunque sia, i sei anni, entrambe le fattispecie si prescrivono nello stesso tempo (sei anni, appunto). Ciò posto, al fine di ritenere che tale fenomeno contrasti con l'art. 3 Cost. non giova richiamare la natura sostanziale della prescrizione, in uno all'esigenza di differenziare situazioni dissimili sul piano della componente psicologica. A differenziare la fattispecie dolosa da quella colposa, assicurando la proporzionalità del trattamento sanzionatorio al disvalore del fatto, provvede la pena. Non è imprescindibile che alla diversificazione delle risposte punitive si coniughi, sempre e comunque sia, quello dei termini di prescrizione. Il legislatore può bene ritenere, infatti, nella sua discrezionalità, che «in rapporto a determinati delitti colposi la "resistenza all'oblio" nella coscienza sociale e la complessità dell'accertamento dei fatti siano omologabili a quelle della corrispondente ipotesi dolosa, giustificando, con ciò, la sottoposizione di entrambi ad un identico termine prescrizionale»: e ciò anche in via di deroga alla disciplina generale (sentenza n. 265 del 2017). Questa Corte ha rilevato, altresì, come il discorso valesse in modo particolare con riguardo al delitto di disastro innominato colposo, al quale era riferito nell'occasione lo scrutinio. Prima della recente introduzione dei nuovi delitti in materia di ambiente ad opera della legge 22 maggio 2015, n. 68 (Disposizioni in materia di delitti contro l'ambiente), tale figura criminosa è stata, infatti, ampiamente utilizzata dalla giurisprudenza in funzione punitiva dei fatti di cosiddetto disastro ambientale: fatti che - anche nell'ipotesi colposa - generano nell'attuale momento storico un particolare allarme sociale e i cui effetti si manifestano spesso a notevole distanza di tempo, richiedendo nella generalità dei casi accertamenti complessi tanto nella fase delle indagini quanto in quella processuale. È ben comprensibile, dunque, la preoccupazione del legislatore della legge n. 251 del 2005 di evitare che, per effetto della nuova regola di determinazione del tempo necessario a prescrivere, si determinasse un drastico abbattimento del termine prescrizionale del disastro innominato colposo, il quale sarebbe rimasto, in pratica, quasi dimezzato, passando da dieci a sei anni: esito che avrebbe impedito, in una larga percentuale di casi, di definire il processo prima dell'estinzione del reato. Tale preoccupazione si era, d'altro canto, «nel frangente tradotta nella previsione di un regime che resta entro il confine del legittimo esercizio della discrezionalità legislativa in materia, proprio perché implica la semplice equiparazione di detto termine prescrizionale a quello della fattispecie dolosa, e non già - come per l'incendio - lo "scavalcamento" di quest'ultimo (soluzione costituzionalmente ingiustificabile, per le ragioni indicate nella sentenza n. 143 del 2014)» (sentenza n. 265 del 2017). 7.- Le considerazioni ora ricordate risultano estensibili, mutatis mutandis, anche alle figure della frana colposa e del naufragio colposo (di nave non adibita a trasporto di persone), oggetto delle odierne questioni. Tali fattispecie delittuose individuano "disastri" - rispettivamente, di tipo naturalistico e relativi ai trasporti marittimi - idonei anch'essi a suscitare, pur quando provocati colposamente, un marcato allarme sociale e forieri, al tempo stesso, nella generalità dei casi, di problematiche assai complesse sul piano dell'accertamento tanto del nesso causale tra condotta ed evento, quanto della colpa, tenuto conto della pluralità di fattori che possono condizionare la verificazione del disastro e delle difficoltà che spesso presenta la dimostrazione della sua prevedibilità da parte dell'agente e dell'incidenza delle regole cautelari al cui rispetto egli era tenuto. Anche con riferimento alle figure delittuose in discorso ben si giustifica, quindi, l'intento del legislatore di evitare, tramite il meccanismo del raddoppio, che le nuove regole introdotte nel 2005 provocassero una energica compressione dei termini prescrizionali (da dieci a sei anni): compressione equivalente addirittura a un dimezzamento "secco", se cumulata alla limitazione dell'effetto dilatorio massimo degli atti interruttivi (dai precedenti quindici anni a soli sette anni e mezzo). Pure con riguardo ai delitti considerati, d'altro canto, la preoccupazione sottesa alla previsione del sesto comma dell'art. 157 cod. pen. si è concretamente tradotta in un regime che - alla luce di quanto posto in evidenza dalla sentenza n. 265 del 2017 - resta all'interno del confine entro il quale può ragionevolmente spaziare la discrezionalità legislativa in materia. Come nel caso del disastro innominato, il raddoppio implica, infatti, l'equiparazione del termine prescrizionale della fattispecie colposa a quello della fattispecie dolosa, e non già lo "scavalcamento" di quest'ultimo. 8.- Sulla base delle considerazioni che precedono, le questioni vanno dichiarate, dunque, non fondate..