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La norma proposta è volta a risolvere alcune criticità evidenziatesi in fase di istruttoria delle dichiarazioni di emersione che non possono, allo stato attuale, essere risolte per il mero tramite di circolari interpretative. Il comma 11 introduce delle modifiche al decreto legislativo 10 settembre 2003, n. 276, e successive modificazioni, in materia di gruppi di impresa. In agricoltura sono piuttosto diffusi i rapporti di lavoro instaurati tra singoli lavoratori ed una pluralità di datori di lavoro facenti capo allo stesso gruppo o riconducibili ad uno stesso proprietario ovvero ad uno stesso nucleo familiare. Si tratta in realtà di imprese che, pur distinte dal punto di vista giuridico, operano di fatto in modo molto simile ad un’unica azienda. Da ultimo si sta affermando in agricoltura un interessante fenomeno aggregativo, già diffuso in altri settori produttivi, come il contratto di rete. Attualmente queste imprese -- appartenenti allo stesso gruppo, riconducibili allo stesso nucleo familiare o legate da un contratto di rete -- debbono assumere ciascuna i propri dipendenti, non essendo possibile procedere ad una assunzione di gruppo. Questa procedura crea notevoli difficoltà operative in quanto non è sempre agevole individuare preventivamente i periodi in cui il lavoratore sarà chiamato a prestare la propria opera nelle varie aziende del gruppo, che in alcuni casi sono gestite economicamente come un unicum . Il distacco, peraltro, non è sempre attuabile in tali circostanze, in quanto possono mancare i requisiti previsti dalla legge (temporaneità ed interesse del distaccante) ed è difficile gestire correttamente dal punto di vista formale e amministrativo tale istituto. Sussiste quindi la necessità di consentire l’assunzione congiunta da parte di imprese facenti capo allo stesso gruppo o riconducibili ad uno stesso proprietario ovvero ad uno stesso nucleo familiare ovvero legate da un contratto di rete. Resta ferma la responsabilità solidale di tutte le imprese che hanno proceduto all’assunzione nei confronti del lavoratore e delle amministrazioni previdenziali e fiscali. La norma proposta aggiunge 3 nuovi commi all’articolo 31 del decreto legislativo n. 276 del 2003 (cosiddetta legge Biagi). Dalla disposizione non discendono nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica. La proposta sostanzialmente riprende la bozza di disegno di legge governativo in materia di semplificazione. Il comma 12 prevede che le spese sostenute dagli enti locali per lo svolgimento di attività sociali mediante forme di lavoro accessorio non sono soggette ai vincoli in materia di contenimento della spesa di cui all’articolo 9, comma 28, del decreto-legge n. 78 del 2010. Da ultimo le disposizioni di cui ai commi da 13 a 16 apportano specifiche modifiche alla normativa in materia di società a responsabilità limitata semplificata e di start-up innovative. In particolare: -- il comma 13 estende la possibilità di costituire le società semplificate a responsabilità limitata anche ai soggetti con più di trentacinque anni di età e prevede che possano essere amministratori anche i non soci; -- il comma 14 elimina la possibilità di costituire ulteriori società a capitale ridotto; -- il comma 15 prevede che alla data di entrata in vigore del decreto-legge le società a capitale ridotto già costituite sono qualificate società a responsabilità limitata semplificata; -- il comma 16 apporta modifiche specifiche all’articolo 25, comma 2, del decreto-legge 18 ottobre 2012, n. 179, relativo alla start-up innovativa. Articolo 10. -- La disposizione di cui al comma 1, è volta a consentire la piena funzionalità della Commissione per la vigilanza sui fondi pensione di cui all’articolo 18, comma 3, del decreto legislativo 5 dicembre 2005, n. 252, in attesa della ricostituzione della medesima Commissione nella composizione ridotta dall’articolo 23, comma 1, lettera g), del decreto-legge 6 dicembre 2011, n.201, convertito, con modificazioni, dalla legge 22 dicembre 2011, n. 214. La disposizione di cui al comma 2 riconosce alle fonti istitutive di fondi che, procedendo direttamente alla erogazione delle prestazioni, si trovino in situazioni di squilibrio, la competenza a rivedere, oltre alle regole di finanziamento del fondo, la disciplina delle prestazioni con effetto sia sulle posizioni degli iscritti attivi sia su quelle dei pensionati. Le fonti istitutive dispongono in tal modo di un potere diretto di intervento in grado di prendere in considerazione un ampio novero di strumenti di riequilibrio (incremento della contribuzione -- competenza tipica delle fonti istitutive -- e riduzione delle prestazioni, comprese quelle in corso di erogazione) che coinvolgono l’intera collettività degli iscritti e dei beneficiari, con conseguente contenimento del sacrificio individuale essendo il risanamento posto a carico di un maggior numero di soggetti. Nei fondi chiusi a nuove adesioni, inoltre, nei quali è fisiologico il progressivo incremento dei pensionati a fronte della riduzione del numero degli iscritti attivi, la norma consente di evitare che, con il protrarsi della situazione di difficoltà, la platea chiamata in definitiva a farsi carico del riequilibrio venga progressivamente a ridursi. La seconda parte della norma vale a chiarire che, anche in presenza di un potere di intervento delle fonti istitutive, gli ordinamenti interni dei fondi possono contenere autonome previsioni in materia di riequilibrio, attribuendo la relativa competenza ai propri organi. Con le disposizioni di cui commi 3 e 4, sulla scia del riordino delle competenze in materia della salute e sicurezza sul lavoro, facente capo all’INAIL, nonché in materia previdenziale, facente capo all’INPS -- le attività di accertamento e riscossione dei contributi e di erogazione delle prestazioni di cui all’articolo 1, ultimo comma, del decreto-legge n. 663 del 1979, già confluite nella competenza dell’INAIL per effetto della soppressione dell’IPSEMA e dell’assorbimento delle sue funzioni, sono gestite dall’INPS a decorrere dal 1º gennaio 2014. La disposizione non determina impatti sulla finanza pubblica. Alla luce di un recente orientamento giurisprudenziale, che sembra interpretare in maniera diversa dal passato la disciplina dei limiti di reddito per l’accesso alla prestazione della pensione di inabilità, di cui all’articolo 12, della legge 30 marzo 1971, n. 118, appare opportuno chiarire in maniera esplicita ed inequivocabile, con efficacia ex nunc, che i citati limiti di reddito vanno riferiti all’individuo con esclusione del reddito percepito da altri componenti del nucleo familiare di cui il soggetto interessato fa parte, come peraltro già avviene per gli invalidi parziali (comma 5). I medesimi criteri si applicano anche alle domande per le quali non sia intervenuto provvedimento definitivo e ai procedimenti giurisdizionali non conclusi con sentenza definitiva alla data di entrata in vigore della presente legge, limitatamente al riconoscimento del diritto a pensione a decorrere dalla medesima data, senza il pagamento di importi arretrati. Sono infine fatte salve le prestazioni erogate sulla base dell’interpretazione estensiva delle norme vigenti (comma 6).