[pronunce]

che in tal modo, peraltro, le norme denunciate si porrebbero in contrasto "con il combinato disposto degli artt. 3 e 97 della Costituzione per violazione del parametro della ragionevolezza", equiparando illogicamente la situazione dell'imputato che chieda il rito alternativo in primo grado, rinunciando a proporre istanze probatorie, o proponendole solo "in via subordinata", ai sensi dell'art. 438, comma 5, cod. proc. pen; e quella dell'imputato che, in base alla disciplina transitoria de qua, formuli la medesima richiesta in appello, "non solo a "strategie difensive di parte pressoché esaurite, ma in un quadro di sviluppi probatori tendenzialmente favorevoli", beneficiando, così, di una riduzione di pena "senza alcuna contropartita reale per lo Stato" in termini di economia processuale; che non costituirebbe, infatti, una reale contropartita la mera acquisizione del fascicolo del pubblico ministero, quante volte gli atti in esso contenuti risultino inidonei a "dirimere il dubbio" a fronte del quale il giudice di appello si era indotto a ricorrere alle "risorse eccezionali" di cui all'art. 603 cod. proc. pen.: in simile situazione, difatti, il giudice di appello non potrebbe rinunciare a procedere all'attività istruttoria già ritenuta essenziale senza violare "il canone, non solo normativo ma etico del giudizio penale, dell'obbligo di ricercare la verità, anche al di là ed in assenza di stimoli di parte"; che si è costituito nel giudizio di costituzionalità l'imputato nel processo a quo, chiedendo che la questione sia dichiarata non fondata. Considerato che la Corte di assise di appello di Venezia - nel sottoporre a scrutinio di costituzionalità l'art. 4-ter, comma 3, lettera b), del decreto-legge 7 aprile 2000, n. 82, convertito, con modificazioni, nella legge 5 giugno 2000, n. 144, e l'art. 438, comma 5, cod. proc. pen. , in riferimento all'art. 603, commi 1 e 3, dello stesso codice - chiede a questa Corte due distinti interventi di tipo additivo, i quali si pongono in rapporto di necessaria alternatività logico-giuridica fra loro, in quanto ciascuno di essi varrebbe ad eliminare, per via diversa, gli asseriti profili di illegittimità costituzionale delle norme denunciate; che il rimettente invoca, infatti, da un lato, un intervento sanante "a monte", consistente nell'attribuzione al giudice di appello del potere di negare l'accesso al rito alternativo - richiesto dall'imputato di reato punibile con l'ergastolo in forza della disciplina transitoria di cui all'art. 4-ter del decreto-legge n. 82 del 2000 - sulla base di una valutazione di incompatibilità della rinnovazione dell'istruttoria precedentemente disposta da detto giudice con le finalità di economia processuale proprie del procedimento (valutazione omologa a quella prevista "a regime" dall'art. 438, comma 5, cod. proc. pen. per l'ipotesi di richiesta di giudizio abbreviato subordinata ad una integrazione probatoria); che il giudice a quo prospetta, peraltro, anche un intervento sanante "a valle", costituito dal conferimento al giudice di appello del potere di negare - a rito alternativo già ammesso - la riduzione "premiale" di pena, quante volte gli elementi desumibili dal fascicolo del pubblico ministero (acquisito proprio a seguito dell'ammissione del rito) non facciano venir meno la necessità di procedere alla rinnovazione dell'istruttoria; che dal tenore dell'ordinanza di rimessione non è dato in alcun modo desumere a quale fra le due soluzioni alternative prospettate il giudice rimettente attribuisca carattere prioritario; che, pertanto - a prescindere da ogni considerazione in ordine all'irrilevanza nel processo a quo del primo dei due interventi (avendo nella specie il rimettente già disposto il rito alternativo), e dall'assenza, nell'ordinanza, di qualsiasi considerazione in ordine alla particolare ratio della disciplina transitoria impugnata - la questione deve essere dichiarata manifestamente inammissibile, in quanto prospettata in modo ancipite (cfr., ex plurimis, ordinanze n. 78 e n. 418 del 2000). Visti gli artt. 26, secondo comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87, e 9, secondo comma, delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale.. . per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE Dichiara la manifesta inammissibilità della questione di legittimità costituzionale dell'art. 4-ter comma 3, lettera b) del decreto-legge 7 aprile 2000, n. 82 (Modificazioni alla disciplina dei termini di custodia cautelare nella fase del giudizio abbreviato), convertito, con modificazioni, nella legge 5 giugno 2000, n. 144, e dell'art. 438, comma 5, del codice di procedura penale, in riferimento all'art. 603, commi 1 e 3, del medesimo codice, sollevata, in riferimento agli artt. 3 e 97 della Costituzione, dalla Corte di assise di appello di Venezia con l'ordinanza indicata in epigrafe. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 3 dicembre 2001. Il Presidente: Ruperto Il redattore: Flick Il cancelliere: Di Paola Depositata in cancelleria il 21 dicembre 2001. Il direttore della cancelleria: Di Paola