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Questa controprestazione può, infatti, concretizzarsi nella promessa di appalti pubblici, nell'acquisizione di forniture, nella concessione a imprese a partecipazione pubblica che favoriscano l'infiltrazione criminale nell'economia e nei lavori pubblici, nella promessa di posti di lavoro e di comportamenti omertosi a difesa di un sistema che ostacola l'azione delle Forze di polizia sul territorio, nonché nel soddisfare più genericamente gli interessi delle associazioni mafiose e di singoli affiliati. È necessario allora, in questa sede, ricordare brevemente alcuni dati storici. Il reato di scambio elettorale politico-mafioso è stato introdotto nel nostro codice penale con il decreto-legge n. 306 del 1992 (il cosiddetto decreto-legge Scotti-Martelli), convertito nella legge n. 356 dello stesso anno. Visto l'abuso attuale di decreti-legge, ci tengo a sottolineare che quello fu un decreto-legge davvero necessario e urgente: venne emanato l'8 giugno, a pochi giorni di distanza dalla strage di Capaci. Con l'articolo sul voto di scambio si decise di intervenire per reprimere e stroncare il patto sporco tra la mafia e la politica locale e nazionale. Indubbiamente è un vasto programma. Con lo stesso decreto-legge fu aggiunta, tra le finalità tipiche delle associazioni mafiose, quella di impedire e ostacolare il libero esercizio del diritto di voto, cuore della democrazia rappresentativa, mediante la possibilità di procurare voti a sé o ad altri in occasione di consultazioni elettorali. Appare evidente la tutela del bene giuridico ordine pubblico, messo in pericolo dal connubio tra mafia e politica, enunciata a livello costituzionale anche degli articoli 48 e 51 della Costituzione, secondo i quali il voto deve essere libero e l'accesso alle cariche elettive deve avvenire in condizioni di effettiva uguaglianza e di correttezza delle consultazioni elettorali. Dopo una lunga battaglia - ricordo i braccialetti bianchi di Riparte il futuro - nel corso della passata legislatura, con la legge n. 62 del 2014, la disciplina originaria del reato di scambio elettorale politico-mafioso, inizialmente configurata - come abbiamo accennato - nell'ipotesi di colui che otteneva dalla mafia la promessa di voti soltanto in cambio dell'erogazione di denaro, è stata ampliata con la controprestazione di altra utilità, e cioè di qualsiasi altro tipo di vantaggio diverso dal denaro, quale ad esempio l'assegnazione di appalti pubblici, l'assunzione di lavoratori e così via. Ma per migliorare la legge sarebbe bastata soltanto siffatta modifica, e questo era stato l'intervento da me proposto nel disegno di legge n. 9 del 2013 nella scorsa legislatura. Purtroppo, l'intervento di riforma - a mio avviso - ha introdotto un elemento ulteriore, consistente nelle modalità indicate nel terzo comma dell'articolo 416- bis del codice penale (l'intimidazione, l'assoggettamento, l'omertà, cioè quelle caratterizzanti l'associazione mafiosa), così richiedendo un riferimento al metodo mafioso come precisa connotazione della promessa di procurare voti in cambio di denaro o altra utilità. Ebbene, questo passaggio - a mio modo di vedere - ha diminuito l'impatto del provvedimento. Infatti, la giurisprudenza della Cassazione che seguì, in virtù dell'introduzione di questo nuovo elemento costitutivo, ha ritenuto che la norma fosse funzionale all'esigenza di punire sia l'accordo politico-elettorale - e non solo a quello - sia quell'accordo avente ad oggetto l'impegno del gruppo malavitoso ad attivarsi nei confronti del corpo elettorale del singolo procacciamento di voto con le modalità tipiche connesse al suo modo di agire. Quindi, si introdusse un nuovo elemento che doveva connotare la promessa, l'accordo di scambio elettorale. Ai fini della punibilità, poi, interpretazioni rigoristiche sono arrivate a pretendere la volontà da parte del politico di concludere uno scambio in cui siano espressamente contemplate le modalità mafiose del procacciamento di voti, non potendosi fare ricorso alla sola qualità soggettiva dell'interlocutore mafioso (questo secondo la giurisprudenza). Appare del tutto evidente che richiedere una probatio diabolica , cioè la necessità di provare l'utilizzo del metodo mafioso connesso alla promessa e al procacciamento del singolo voto di scambio, finisce col vanificare la portata applicativa della disposizione. Se l'accordo avviene con un esponente mafioso di indiscussa notorietà, poiché protagonista delle cronache giudiziarie, quale personaggio al vertice della famiglia mafiosa locale, più volte tratto in arresto, e datosi alla latitanza prima di subire una condanna irrevocabile per reati di criminalità organizzata, è evidente che il solo far sapere che c'è stato un accordo con tale soggetto, indipendentemente dal fatto che sia stato o meno condannato in via definitiva, determina in sé il condizionamento degli elettori mediante una forma di intimidazione e di assoggettamento ambientale, derivanti non dall'esercizio di forme espresse di coercizione, quanto dalla sua notorietà delinquenziale, dalla violenza e dalla forza repressiva esercitata in passato, dalla condivisione da parte di alcuni elettori del sistema illecito in cui è calata l'organizzazione e, infine, dai vincoli interni ed esterni di appartenenza ad essa. È altrettanto evidente che, allorché il patto di scambio elettorale è stipulato da un soggetto estraneo al gruppo mafioso, entrambi i soggetti che lo pongono in essere devono sapere e volere avvalersi della forza intimidatrice mafiosa in virtù della quale quel voto è richiesto e/o ottenuto. Pertanto, pur apprezzando il disegno di legge Giarrusso nella parte in cui elimina l'elemento costitutivo delle modalità di cui al terzo comma del 416- bis , tuttavia, la costruzione della fattispecie di reato con la riferibilità della promessa di procurare voti soltanto da parte di soggetti appartenenti alle associazioni di cui all'articolo 416- bis del codice penale comporta - a mio avviso - un restringimento della portata applicativa della norma, soprattutto se si dovesse arrivare, alla luce anche dell'ulteriore elemento inserito nel disegno di legge, alla conseguenza della consapevolezza dell'esistenza di una condanna definitiva per associazione mafiosa ai fini della configurazione delle rispettive responsabilità di chi compie l'accordo. Si ritiene, insomma, perseguibile il politico a caccia di voti solo nella misura in cui sia consapevole dell'appartenenza all'organizzazione mafiosa del suo interlocutore, fatto non sempre facilmente dimostrabile, magari con l'etichetta che la sua sentenza è passata in giudicato. Chiedo anche di valutare la possibilità, su questo aspetto giuridico, di procedere a un ritorno del testo in Commissione, in maniera da poter svolgere ulteriori audizioni che possano aiutarci nel difficile frangente di punire - come meglio si può fare - questo fenomeno, perché - vedete - a volte le buone intenzioni possono produrre dei danni. Per questo ho proposto una diversa formulazione, rispetto alla quale chiedo ai senatori di ragionare senza preconcetti politici, perché siffatti temi sono importanti e non sono bandierine da sventolare. PRESIDENTE. Concluda, senatore Grasso. GRASSO (Misto-LeU) .