[pronunce]

civ.) è riferibile soltanto all'imprenditore individuale ed è ignota la figura della «piccola società commerciale», in quanto nella forma sociale va ravvisato l'elemento organizzativo (base di un'intermediazione speculativa funzionale al profitto), che, nella valutazione del legislatore, assume carattere preminente e qualificante, rispetto ad un'eventuale struttura economicamente piccola dell'impresa; che l'assoggettabilità alla procedura concorsuale delle società, anche se di modeste dimensioni, trova, quindi, adeguata giustificazione nella presunzione di speculazione e profitto che è insita nella loro costituzione; che non è, pertanto, irrazionale la denunziata diversità di disciplina, frutto di una scelta fra le varie soluzioni possibili, che – come ha riconosciuto la Corte costituzionale nella richiamata sentenza n. 54 del 1991 – spetta solo al legislatore e rientra nella sua sfera di discrezionalità, in quanto attinente alla generale politica economica e giudiziaria; che, peraltro, nemmeno può ritenersi irrazionale l'esenzione dal fallimento della società artigiana di modeste dimensioni, dal momento che, laddove l'impresa superi i limiti dell'organizzazione artigianale e il guadagno assuma i connotati del profitto, anch'essa acquista le dimensioni dell'impresa commerciale o industriale, ed è, in quanto caratterizzata dal fine della speculazione e del profitto, soggetta al fallimento; che, in definitiva, è del tutto ragionevole la valutazione del legislatore, secondo la quale o l'impresa collettiva ha certe caratteristiche e dimensioni e allora è artigiana e sottratta al fallimento, o non ha quelle caratteristiche o supera quelle dimensioni e allora è impresa commerciale o industriale ed è perciò soggetta al fallimento. Considerato che la Corte d'appello di Venezia dubita della legittimità costituzionale, in riferimento all'art. 3 della Costituzione, dell'art. 1, comma secondo, ultima proposizione, del regio decreto 16 marzo 1942, n. 267 (Disciplina del fallimento, del concordato preventivo, dell'amministrazione controllata e della liquidazione coatta amministrativa), nella parte in cui – stabilendo che «in nessun caso sono considerate piccoli imprenditori le società commerciali» – non esonera dal fallimento le piccole società commerciali, e ciò in quanto esso determinerebbe una ingiustificata disparità di trattamento tra una società a responsabilità limitata esercente un'impresa artigianale di piccole dimensioni (non soggetta a fallimento) e una società di persone esercente un'impresa commerciale di analoghe piccole dimensioni, ed in quanto, inoltre, la disparità di trattamento fra un'impresa collettiva e un'impresa individuale, esercitate con un modesto capitale investito e apporto lavorativo personale (di pochi soci nell'una, del titolare nell'altra), non è giustificata dalla presunzione di speculazione e profitto, che sarebbe insita nella forma societaria e mancherebbe, invece, nella piccola impresa individuale; che la questione è manifestamente infondata sotto entrambi i profili prospettati dal giudice rimettente; che va premesso, quanto alla perdurante vigenza della norma denunciata di illegittimità costituzionale, che questa Corte deve limitarsi – come sempre in passato si è limitata – a prendere atto della non implausibilità della tesi interpretativa preferita dal rimettente, senza che l'esame nel merito della questione stessa possa intendersi, come fa il rimettente a proposito di precedenti pronunce di questa Corte, quale avallo di una opzione interpretativa contraria a quella da ultimo adottata, peraltro in taluni obiter dicta, dalla Corte di cassazione e da non pochi giudici di merito; che, quanto alla pretesa irragionevole disparità di trattamento rispetto alla società artigiana – a prescindere dal rilievo che la ragionevolezza di una regola generale si vorrebbe fosse saggiata adottando, come tertium comparationis, un'eccezione alla regola stessa – le novità legislative segnalate in proposito dal giudice rimettente sono irrilevanti rispetto al criterio, enunciato da questa Corte con la sentenza n. 266 del 1994, secondo il quale «la disciplina della impresa artigiana costituisce oggetto di un complesso di valutazioni, e disposizioni legislative non limitabili esclusivamente al problema dell'assoggettabilità al fallimento»; il che esclude, come già statuito con la sentenza n. 54 del 1991, la violazione dell'art. 3 Cost.; che, quanto alla pretesa irragionevole disparità di trattamento tra impresa collettiva e impresa individuale, i rilievi svolti dal giudice rimettente non possono portare all'auspicata dichiarazione di illegittimità costituzionale della norma in quanto, anche a voler ritenere che la presunzione di speculazione e profitto, fondata sulla forma giuridica assunta dall'impresa (così sentenza n. 54 del 1991), sia divenuta meno aderente alla realtà economica, è indubbio che essa non può dirsi manifestamente irragionevole, e non può dirsi, pertanto, che il legislatore abbia fatto uso della sua discrezionalità in modo da violare il principio di uguaglianza e di ragionevolezza di cui all'art. 3 Cost. Visti gli artt. 26, secondo comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87, e 9, comma 2, delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale.. . per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE dichiara la manifesta infondatezza della questione di legittimità costituzionale dell'art. 1, comma secondo, ultima proposizione, del regio decreto 16 marzo 1942, n. 267 (Disciplina del fallimento, del concordato preventivo, dell'amministrazione controllata e della liquidazione coatta amministrativa), sollevata, in riferimento all'art. 3 della Costituzione, dalla Corte d'appello di Venezia con l'ordinanza in epigrafe. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 9 novembre 2005. F.to: Annibale MARINI, Presidente Romano VACCARELLA, Redattore Giuseppe DI PAOLA, Cancelliere Depositata in Cancelleria il 14 novembre 2005. Il Direttore della Cancelleria F.to: DI PAOLA