[pronunce]

prospettiva nella quale il coefficiente in questione dovrebbe rimanere conclusivamente fissato in euro 97, anziché in euro 250. 2.- In via preliminare, va rilevato che - contrariamente a quanto sostenuto dall'Avvocatura generale dello Stato - il presupposto interpretativo da cui muove il giudice a quo nel sollevare la questione risulta pienamente corretto. L'art. 53, secondo comma, della legge n. 689 del 1981 stabilisce - per quanto di interesse in questa sede - che per la determinazione della pena pecuniaria sostitutiva il giudice individua un valore giornaliero, tenendo conto della condizione economica complessiva dell'imputato e del suo nucleo familiare, e lo moltiplica per i giorni di pena detentiva. Precisa, altresì, che l'ammontare di ciascun "tasso" «non può essere inferiore alla somma indicata dall'articolo 135 del codice penale e non può superare di dieci volte tale ammontare». L'art. 135 cod. pen. prevede, a propria volta, nel testo attualmente in vigore, che «Quando, per qualsiasi effetto giuridico, si deve eseguire un ragguaglio fra pene pecuniarie e pene detentive, il computo ha luogo calcolando euro 250, o frazione di euro 250, di pena pecuniaria per un giorno di pena detentiva». Ciò posto, va escluso che la formula «o frazione di euro 250», presente nel citato art. 135 cod. pen. , abiliti il giudice a determinare discrezionalmente il valore giornaliero minimo della pena detentiva da sostituire in una somma anche inferiore ad euro 250. Come correttamente rilevato dal rimettente, la predetta formula deve intendersi, infatti, riferita alla sola ipotesi della conversione della pena pecuniaria in pena detentiva, e non anche a quella inversa, giacché solo nel primo caso emerge l'esigenza di tener conto di eventuali "resti" (ciò, stante la possibilità che l'ammontare della pena pecuniaria da convertire non corrisponda al coefficiente di ragguaglio o ad un suo multiplo). Ma, al di là di ciò, con specifico riguardo alla sostituzione delle pene detentive brevi, l'art. 53, secondo comma, della legge n. 689 del 1981 è univoco nello stabilire che la somma indicata nell'art. 135 cod. pen. rappresenti il valore giornaliero minimo della pena da sostituire: né avrebbe senso individuare una soglia minima se, poi, fosse consentito al giudice scendere discrezionalmente al di sotto di essa. 3.- Le ulteriori eccezioni prospettate dalla difesa dello Stato a sostegno della dedotta inammissibilità della questione - una delle quali attiene, peraltro, a censura che il giudice a quo non ha affatto formulato (quella di violazione dell'art. 76 Cost.) - evocano, in realtà, profili di merito. 4.- Di essi non è necessario lo scrutinio, essendo la questione inammissibile per una diversa ragione. 4.1.- Al riguardo, giova ricordare come il criterio di ragguaglio fra pene detentive e pene pecuniarie - il quale consente di impostare in termini matematici una proporzione fra entità, in sé, palesemente eterogenee - fosse fissato, nella versione originaria del codice penale, in cinquanta lire di pena pecuniaria per un giorno di pena detentiva. Detto importo è stato oggetto di reiterati interventi di adeguamento, sollecitati dalla progressiva perdita del potere di acquisto della moneta, cui ha fatto da contraltare un contemporaneo aumento delle pene pecuniarie previste dalle singole norme incriminatrici, sulla base di un moltiplicatore talora identico (artt. 3 e 6 del decreto legislativo luogotenenziale 5 ottobre 1945, n. 679, recante «Modifiche al Codice penale e al Codice di procedura penale»; artt. 101 e 113 della legge n. 689 del 1981), talaltra più o meno significativamente differenziato (artt. 5 e 7 del decreto legislativo del Capo provvisorio dello Stato 21 ottobre 1947, n. 1250, recante «Aumento delle sanzioni pecuniarie in materia penale»; artt. 1 e 3 della legge 12 luglio 1961, n. 603, recante «Modificazioni agli articoli 24, 26, 66, 78, 135 e 237 del Codice penale e agli articoli 19 e 20 del regio decreto-legge 20 luglio 1934, n. 1404, convertito nella legge 27 maggio 1935 n. 835»). Con la riforma attuata dalla legge n. 689 del 1981, il coefficiente di ragguaglio è stato, in particolare, innalzato da 5.000 lire a 25.000 lire (art. 101), con un parallelo aumento di cinque volte anche dell'ammontare delle singole pene pecuniarie (art. 113). Lo scopo era, dunque, quello di ristabilire i valori delle pene pecuniarie alterati dalla svalutazione, mantenendo immutato il loro equilibrio rispetto all'intero sistema di conversione. L'evidenziato parallelismo è venuto meno, peraltro, con la legge 5 ottobre 1993, n. 402 (Modifica dell'articolo 135 del codice penale: ragguaglio tra pene pecuniarie e pene detentive), che ha triplicato il tasso di ragguaglio, elevandolo a 75.000 lire (art. 1), senza tuttavia intervenire contestualmente sull'importo delle pene pecuniarie, rimasto così fermo ai livelli del 1981. Nella circostanza, dunque, il legislatore ha voluto, non tanto compensare la svalutazione della moneta intervenuta tra il 1981 e il 1993, quanto piuttosto modificare in termini assoluti il "rapporto di cambio" tra la pena detentiva e la pena pecuniaria: ciò, nell'accresciuta consapevolezza dell'altissimo rango del bene «libertà personale», che rende tale bene, in linea di principio, incommensurabile rispetto al patrimonio e che, comunque, laddove un ragguaglio sia necessario per un qualsiasi effetto giuridico, impone che la monetizzazione della libertà avvenga a un prezzo non "vile". Da ultimo, con la legge n. 94 del 2009, che qui segnatamente interessa, il criterio di ragguaglio ha subito un ulteriore, energico incremento, pari a quasi sei volte e mezzo, passando da euro 38 (somma risultante, per arrotondamento, dalla conversione dell'importo di lire 75.000) ad euro 250 (art. 3, comma 62). A siffatto incremento avrebbe dovuto tornare ad accompagnarsi un adeguamento delle pene pecuniarie, da effettuare sulla base di coefficienti differenziati e decrescenti a seconda della data di entrata in vigore delle disposizioni che hanno stabilito l'ammontare di dette pene: operazione della quale è stato, peraltro, incaricato il Governo, tramite lo strumento della delega legislativa (art. 3, comma 65). Come rimarca il rimettente, già in partenza tali moltiplicatori prefiguravano un aumento percentuale delle pene pecuniarie notevolmente inferiore, in termini reali, a quello del criterio di ragguaglio. La delega legislativa per l'adeguamento delle pene pecuniarie è rimasta, in ogni caso, inattuata: