[pronunce]

che, in senso contrario, non varrebbe addurre che la nozione di rifiuto di cui alla direttiva 75/442/CEE risulta richiamata dall'art. 2, lettera a), del regolamento CEE 1° febbraio 1993, n. 259/93 (Regolamento del Consiglio relativo alla sorveglianza e al controllo delle spedizioni di rifiuti all'interno della Comunità europea, nonché in entrata e in uscita dal suo territorio), di diretta applicazione nell'ordinamento italiano: giacché tale richiamo ha valenza limitata alla sola materia delle spedizioni di rifiuti, disciplinata dal regolamento stesso, e non è dunque riferibile né all'abbandono, né alle attività di gestione dei rifiuti diverse dalla spedizione (raccolta, trasporto, recupero, smaltimento); che neppure, poi, si potrebbe sostenere – in ossequio al principio della prevalenza del diritto comunitario, sia originario che derivato – che il giudice nazionale debba dare comunque applicazione alla sentenza della Corte di giustizia, che ha espressamente statuito l'incompatibilità comunitaria dell'art. 14; che le pronunce della Corte europea che precisano o integrano il significato di una norma comunitaria hanno, difatti, la stessa efficacia della norma interpretata; che, di conseguenza, mentre nel caso di norma comunitaria direttamente efficace nell'ordinamento dei singoli Stati, il giudice nazionale non deve più applicare la norma interna con essa contrastante alla luce dell'interpretazione offerta dalla Corte di giustizia; nel caso in cui, invece – come nella specie – si tratti di norma comunitaria priva di efficacia diretta, il giudice italiano rimarrebbe comunque vincolato dalla norma interna; che l'unico modo per rimediare al vulnus da questa recato ad una direttiva comunitaria non direttamente applicabile sarebbe, dunque, quello di sollevare questione di legittimità costituzionale della norma interna per violazione degli obblighi di conformazione all'ordinamento comunitario, sanciti dall'art. 11 Cost. e, in modo ancor più esplicito, dal primo comma del novellato art. 117 Cost.; che nella specie, d'altro lato, la violazione della disciplina comunitaria e, con essa, dei parametri costituzionali evocati, sarebbe resa ancor più grave dal fatto che, all'indomani della ricordata pronuncia della Corte di giustizia, il legislatore nazionale – nel conferire una delega al Governo per il riordino della legislazione in materia ambientale con legge 15 dicembre 2004, n. 308 (Delega al Governo per il riordino, il coordinamento e l'integrazione della legislazione in materia ambientale e misure di diretta applicazione) – abbia mantenuto espressamente fermo il disposto della norma censurata (art. 1, comma 26, della legge citata); che la questione sarebbe inoltre rilevante nel giudizio a quo, giacché se la norma resistesse al vaglio di costituzionalità, la sentenza impugnata dovrebbe essere annullata senza rinvio, perché il fatto non è più previsto dalla legge come reato; mentre, nel caso in cui fosse dichiarata costituzionalmente illegittima, «si aprirebbe la duplice possibilità di rigettare il ricorso, con la conferma della condanna degli imputati, o di annullare senza rinvio la sentenza impugnata per difetto dell'elemento soggettivo della contravvenzione contestata, avendo gli imputati fatto affidamento incolpevole sulla portata normativa di una disposizione (l'art. 14) successivamente caducata»; che all'ammissibilità della questione non sarebbe, per altro verso, di ostacolo la circostanza che la sentenza di accoglimento avrebbe comunque «un effetto in malam partem»; che l'art. 14 del d.l. n. 308 del 2002 costituirebbe, infatti, una «norma penale di favore», trattandosi di disposizione extrapenale integratrice della fattispecie penale di cui agli artt. 6 e 51 del d.lgs. n. 22 del 1997 che – restringendo l'ampiezza dell'oggetto materiale del reato (i rifiuti) – deroga o abroga parzialmente, ovvero modifica in senso favorevole al reo, la precedente norma incriminatrice; che, nella specie, il fatto contestato è stato d'altro canto commesso sotto l'impero della norma precedente più rigorosa, sicuramente conforme al diritto comunitario; che, conseguentemente - ove la norma di favore sopravvenuta fosse dichiarata costituzionalmente illegittima – la conferma della responsabilità degli imputati in base ai citati artt. 6 e 51 del d.lgs. n. 22 del 1997 non violerebbe né il principio di irretroattività della legge penale, di cui all'art. 25, secondo comma, Cost., dato che la norma più sfavorevole era entrata in vigore prima del fatto contestato; né il principio di retroattività dell'abolitio criminis, di cui all'art. 2, secondo comma, del codice penale, giacché la retroattività della norma parzialmente abrogatrice verrebbe meno a fronte della sua caducazione; che, in ogni caso, il problema risulterebbe superato dalla sentenza n. 148 del 1983, con la quale questa Corte ha riconosciuto la rilevanza e l'ammissibilità delle questioni di legittimità costituzionale delle norme penali di favore, sulla base della duplice considerazione che l'accoglimento della questione verrebbe comunque ad incidere sulle formule di proscioglimento o sul dispositivo della sentenza penale, nonché sullo schema argomentativo della relativa motivazione; ed avrebbe, inoltre, un «effetto di sistema» la cui valutazione spetta ai giudici ordinari. Considerato che successivamente all'ordinanza di rimessione è intervenuto il decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152 (Norme in materia ambientale), pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 88 del 14 aprile 2006, supplemento ordinario, il quale, in attuazione della delega conferita dall'art. 1 della legge n. 308 del 2004, reca, nella parte quarta (Norme in tema di gestione dei rifiuti e di bonifica dei siti inquinati), una nuova disciplina della gestione dei rifiuti, integralmente sostitutiva di quella già contenuta nel d.lgs. n. 22 del 1997; che, per quanto in questa sede più interessa, il citato d.lgs. n. 152 del 2006 ha espressamente abrogato, all'art. 264, comma 1, lettera l), la norma di interpretazione autentica di cui all'art. 14 del d.l. n. 138 del 2002, sottoposta a scrutinio di costituzionalità dalla Corte rimettente; che in luogo delle previsioni di cui al comma 2 del citato art. 14 – contro le quali si rivolgono, in particolare, le censure del giudice a quo – il medesimo decreto legislativo ha introdotto, all'art. 183, comma 1, lettera n), una nuova definizione di «sottoprodotto», sottratto a determinate condizioni all'applicazione della disciplina sui rifiuti: definizione che, peraltro – pur ponendosi, quanto a ratio, in linea di ideale continuità con la disposizione censurata – si discosta da essa sotto plurimi profili, sul piano della formulazione e dei contenuti precettivi;