[pronunce]

Ordinanza ha pronunciato la seguentenel giudizio di legittimità costituzionale dell'art. 151 del codice penale militare di pace, promosso con ordinanza emessa il 6 ottobre 1999 dal tribunale militare di Torino nel procedimento penale a carico di L. C., iscritta al n. 42 del registro ordinanze 2000 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 8, 1ª serie speciale, dell'anno 2000. Visto l'atto di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri; Udito nella camera di consiglio del 7 febbraio 2001 il giudice relatore Gustavo Zagrebelsky. Ritenuto che, con ordinanza del 6 ottobre 1999, il tribunale militare di Torino ha sollevato, in riferimento agli artt. 3 e 27 della Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell'art. 151 del codice penale militare di pace (Mancanza alla chiamata), "nella parte in cui non prevede che sia punibile solo il militare che, chiamato alle armi per adempiere il servizio di leva, mediante cartolina precetto, non si presenta senza giusto motivo nei cinque giorni successivi a quello prefissato"; che, in fatto, il rimettente riferisce che nel giudizio di merito si procede per il reato di cui all'art. 151 citato nei confronti di un soggetto che, essendo stato chiamato alle armi mediante pubblici manifesti, non si è presentato, senza giusto motivo, all'autorità militare entro i cinque giorni successivi a quello prefissato; si precisa inoltre nell'ordinanza di rinvio che l'interessato, il quale non è mai stato raggiunto da cartolina-precetto, una volta informato personalmente della chiamata, pochi giorni dopo la scadenza del termine anzidetto, si è presentato ed è stato incorporato; che - osserva il tribunale - la fattispecie del reato per il quale è in corso il procedimento penale deve dunque, nella specie, ritenersi perfezionata in base alla vigente disciplina: essa richiede la chiamata, atto amministrativo ricettizio che deve essere portato a conoscenza dell'interessato, attraverso uno dei due possibili mezzi previsti dall'ordinamento, cioè la precettazione mediante cartolina, o la pubblicazione attraverso manifesto; ma la funzione della cartolina, anche secondo l'interpretazione della giurisprudenza, non è quella di realizzare l'effetto giuridico della conoscenza della chiamata, bensì quella più limitata di agevolare l'effettiva conoscenza della chiamata medesima, che è giuridicamente efficace, nei confronti dei destinatari, in conseguenza della semplice pubblicazione del relativo manifesto, secondo quanto dispone l'art. 543, secondo comma, del regio decreto 3 aprile 1942, n. 1133 (Parte seconda del regolamento per la esecuzione del Testo Unico delle disposizioni legislative sul reclutamento del regio esercito, approvato con r.d. 24 febbraio 1938, n. 329); che la suddetta disciplina - prosegue il giudice a quo - si riconnette alla previsione contenuta nell'art. 39 cod. pen. mil. pace, secondo cui "il militare non può invocare a propria scusa l'ignoranza dei doveri inerenti al suo stato militare": norma di sfavore per il militare, rispetto a quanto stabilito in genere dal codice penale in tema di errore su legge diversa dalla legge penale (art. 47 cod. pen.), finalizzata a evitare incertezze nell'applicazione delle norme incriminatrici proprio in ipotesi come quella in esame, in modo da rendere irrilevante ai fini penali ogni accertamento sulla concreta conoscibilità del manifesto; che, ad avviso del rimettente, l'eccessivo rigore derivante dall'applicazione congiunta degli artt. 151 e 39 cod. pen. mil. pace ha determinato un duplice intervento della Corte costituzionale: a) una prima volta, con la sentenza - interpretativa di rigetto - n. 325 del 1989, l'ignoranza del soggetto circa il dovere di presentarsi in forza del solo manifesto di chiamata, alla luce del principio costituzionale della natura personale della responsabilità penale, è stata ricondotta all'area dell'errore di fatto, ex art. 47 cod. pen. , errore che ha efficacia scusante; b) una seconda volta, stanti le resistenze della giurisprudenza a recepire e svolgere l'indirizzodella prima decisione, con la sentenza n. 61 del 1995 - originata da una vicenda del tutto analoga allapresente - l'art. 39 citato è stato dichiarato incostituzionale "nella parte in cui non esclude dall'inescusabilità dell'ignoranza dei doveri inerenti allo stato militare l'ignoranza inevitabile" e, in tal modo, con una prescrizione di carattere generale, è stato posto un criterio che consente, se del caso, di rendere scusabile l'ignoranza dei doveri derivanti dalla pubblicazione del manifesto di chiamata alla leva; che però - osserva il tribunale militare - neppure questa seconda pronuncia ha portato a un mutamento negli orientamenti della giurisprudenza comune, che ha continuato a pronunciare condanne nei riguardi chi non si fosse presentato alla chiamata avvenuta mediante pubblici manifesti, e ciò in conseguenza di una lettura riduttiva del principio enunciato dalla Corte, relegato nell'area delle più variegate e meno conoscibili disposizioni regolamentari che variamente fondano i doveri propri dello status militare; si sarebbe dunque perpetuata, nella applicazione corrente, un'interpretazione della disciplina vigente secondo la quale il dolo sarebbe in generale presunto e ogni contrario accertamento sarebbe reso pressoché impossibile; che, in tale contesto, il tribunale militare di Torino ritiene che sia necessario un ulteriore intervento della Corte costituzionale, ma non più sull'art. 39 cod. pen. mil. pace, né sul citato art. 543 del r.d. n. 1133 del 1942 che ha natura di norma regolamentare, bensì direttamente sulla disposizione incriminatrice dell'art. 151 cod. pen. mil. pace, attraverso un intervento additivo che includa, nella struttura oggettiva del fatto di reato, la necessità della chiamata alla leva "mediante cartolina precetto": solo attraverso una pronuncia in tal senso, ad avviso del rimettente, sarebbe possibile pervenire all'eliminazione dei plurimi profili di incostituzionalità che la disciplina in argomento tuttora presenterebbe, consistenti: a) nella violazione del principio di uguaglianza, a sfavore di talune categorie di militari (gli arruolati nell'esercito o nell'aeronautica) nel raffronto con quanto previsto per gli arruolati nella marina, per i quali l'art. 63 del d.P.R. 14 febbraio 1964, n. 237 [recte: l'art. 15 della legge 31 maggio 1975, n. 191, che lo ha sostituito], prevede l'obbligo di presentazione secondo le indicazioni contenute nel precetto personale di chiamata alla leva; b) nella violazione del canone di ragionevolezza, giacché, a fronte della pretesa statuale di una prestazione così gravosa e "totalizzante" come il servizio militare, tale da sospendere rapporti lavorativi e legami personali, non solo l'amministrazione non assume l'onere di informare personalmente l'interessato, ma addirittura l'ordinamento prevede una sanzione penale, giustificabile solo qualora il soggetto venisse concretamente ed effettivamente edotto dell'obbligo;