[pronunce]

c) in subordine, l'esercizio irragionevole, sproporzionato e contro il principio di leale cooperazione del potere di revoca, che ha riguardato solo i tre membri rimasti in carica; d) l'illegittimità dell'atto impugnato ove (al di là della sua autoqualificazione) fosse configurato come atto di scioglimento della Commissione di vigilanza, in quanto, allo stato della normativa, non può riconoscersi ai Presidenti delle due Camere un siffatto potere di scioglimento e, ove tale potere fosse da riconoscere, nella specie sarebbe stato esercitato in modo illegittimo; e) l'illegittimità dell'atto impugnato, ove fosse configurato come una sorta di sfiducia individuale al presidente della Commissione di vigilanza, giacché proprio la ratio sottesa alla istituzione della Commissione medesima è finalizzata a sottrarla al dominio della maggioranza, in modo da salvaguardare tutti gli apporti pluralistici che in essa si manifestino. Considerato che in questa fase del giudizio – a norma dell'art. 37, terzo e quarto comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87 – la Corte è chiamata a deliberare, con ordinanza in camera di consiglio e senza contraddittorio, circa l'esistenza o meno della «materia di un conflitto la cui risoluzione spetti alla sua competenza», con riferimento alla sussistenza dei requisiti soggettivi ed oggettivi richiamati dal primo comma dello stesso articolo; che, avuto riguardo al requisito soggettivo, questa Corte ha riconosciuto la legittimazione attiva a promuovere conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato alla Commissione parlamentare per l'indirizzo generale e la vigilanza dei servizi radiotelevisivi, in quanto organo competente a dichiarare in via definitiva la volontà della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica (sentenza n. 69 del 2009 ed ordinanza n. 61 del 2008); che, tuttavia (come affermato nello stesso contesto del ricorso introduttivo e come si evince dai documenti allegati), risulta che – a seguito della revoca, adottata con l'atto impugnato, di tutti i componenti della Commissione (trentasette dei quali, peraltro, già dimissionari) – alla seduta del 23 gennaio 2009 abbiano partecipato soltanto tre dei quaranta membri convocati, e che solo essi (seppure all'unanimità) abbiano deciso di proporre il presente conflitto; che, pertanto – poiché il comma 1 dell'art. 12 del regolamento interno della Commissione di vigilanza (emanato dai Presidenti delle Camere il 13 novembre 1975) sancisce che «per la validità delle deliberazioni e delle decisioni della Commissione occorre la presenza della metà più uno dei suoi componenti» – il mancato raggiungimento del necessario quorum strutturale osta a ritenere che la deliberazione di sollevare il conflitto sia ascrivibile ad una volontà ritualmente e validamente espressa dalla Commissione nella sua configurazione collegiale; che, d'altra parte, l'assunto circa la sussistenza di una consuetudine parlamentare secondo cui non verrebbero computati nel suddetto quorum i componenti dimissionari – oltre a non trovare dimostrazione in relazione ad una sua forza derogatoria rispetto a quanto espressamente previsto dalla citata norma regolamentare – appare, di fatto, smentito sia dalla rilevata impossibilità di un regolare funzionamento dell'organo per la ripetuta assenza dei membri dimissionari, sia dalla circostanza che la convocazione per la seduta del 23 gennaio 2009 è stata disposta nei confronti di tutti i membri della Commissione, anche quindi di quelli dimissionari; che inoltre, sotto diverso profilo, questa Corte – nel riconoscere, come detto, alla Commissione parlamentare per l'indirizzo generale e la vigilanza dei servizi radiotelevisivi la qualifica di «organo competente a dichiarare in via definitiva la volontà della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica», di cui costituisce articolazione interna – ha precisato che la Commissione medesima «è investita di attribuzioni che discendono dall'esigenza di garantire il pluralismo dell'informazione, fondato sull'art. 21 Cost., in base al quale la presenza di un organo parlamentare di indirizzo e vigilanza serve ad evitare che il servizio pubblico radiotelevisivo venga gestito dal Governo in modo “esclusivo e preponderante”» (sentenza n. 69 del 2009); che, viceversa – dalla stessa prospettazione dei fatti e dei motivi posti a sostegno della asserita illegittimità dell'atto impugnato, nonché dal petitum proposto –, risulta evidente che il ricorso è essenzialmente diretto a contestare la legittimità dell'atto inteso a far «cessare» dalla carica il presidente e/o il membro della Commissione chiamato a farne parte; che, dunque, il presente conflitto (nei termini in cui è stato articolato) non riguarda propriamente la lesione di quelle attribuzioni istituzionali (derivanti da norme e principi costituzionali) a tutela delle quali la Commissione di vigilanza si configura, appunto, quale organo competente a dichiarare all'esterno ed in via definitiva la volontà della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica, ma attiene esclusivamente alla posizione “interna” del singolo parlamentare, presidente o componente della Commissione, che – in quanto tale e con riferimento alla peculiarità della fattispecie – non può essere ritenuto potere dello Stato; che, di conseguenza, non sussistendo i requisiti soggettivi ed oggettivi per l'instaurazione del sollevato conflitto, il ricorso è inammissibile.. . per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE dichiara inammissibile il ricorso per conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato di cui in epigrafe, proposto dalla Commissione parlamentare per l'indirizzo generale e la vigilanza dei servizi radiotelevisivi, nella persona del suo Presidente, nei confronti del Presidente del Senato della Repubblica e del Presidente della Camera dei deputati. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 24 giugno 2009. F.to: Francesco AMIRANTE, Presidente Paolo GROSSI, Redattore Giuseppe DI PAOLA, Cancelliere Depositata in Cancelleria il 17 luglio 2009. Il Direttore della Cancelleria F.to: DI PAOLA