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La norma in questione quindi, pur non escludendo a priori qualsiasi forma di incidenza della violazione del divieto di pratiche commerciali scorrette sul rapporto contrattuale, non imponeva al legislatore nazionale di prevedere specifici rimedi privatistici sul piano della validità e dell'efficacia del contratto. Pertanto il legislatore italiano (diversamente da altri legislatori nazionali), in sede di recepimento, con l'articolo 19 del codice, nel dare attuazione all'articolo 3 della direttiva, si è limitato a riprodurne sostanzialmente il contenuto. Analogamente è a dirsi per i contratti a distanza e per i contratti negoziati fuori dei locali commerciali, per i quali il codice del consumo prevede specifici obblighi informativi precontrattuali, specifici requisiti formali e il rimedio tipico del diritto di recesso, rinviando l'articolo 67, per quanto non previsto dalle sezioni da I a IV del capo, alle disposizioni del codice civile in tema di validità, formazione o efficacia dei contratti. Da qui il dibattito in merito al cosiddetto doppio binario di tutele, che ha coinvolto prevalentemente la dottrina nell'individuazione della sorte del contratto a valle della pratica negoziale scorretta e dei rimedi esperibili, variamente configurati. Per contro la giurisprudenza prevalente ha confermato la tradizionale impostazione secondo la quale, ove non altrimenti stabilito dalla legge, unicamente la violazione di norme inderogabili concernenti la validità del contratto è suscettibile di determinarne la nullità per contrarietà a norme imperative (in difetto di espressa previsione in tal senso: cosiddetta « nullità virtuale » ex articolo 1418, primo comma, del codice civile) e non già la violazione di norme, anch'esse imperative, riguardanti il comportamento dei contraenti, la quale, ricorrendone i presupposti, può essere fonte di responsabilità precontrattuale, con conseguenze risarcitorie, ove dette violazioni avvengano nella fase antecedente o coincidente con la stipulazione del contratto, o può dar luogo, invece, a responsabilità contrattuale, ed eventualmente condurre alla risoluzione del contratto, ove si tratti di violazioni riguardanti le obbligazioni contrattuali (a far data dall citata sentenza delle sezioni unite della Corte di cassazione n. 26724 del 2007, con la giurisprudenza successiva conforme). Il disegno di legge delega mira a colmare le evidenziate lacune nell'apparato rimediale risultante dall'attuale rapporto tra la disciplina del codice civile e la disciplina del codice del consumo. L'obiettivo è quello di fornire al consumatore (o comunque alla parte contrattuale che si trovi in una situazione di asimmetria « di fatto ») un rimedio di natura contrattuale per reagire alla pratica negoziale scorretta o alla situazione di « distanza tra le parti (...) sorpresa (...) dipendenza di una parte rispetto all'altra ». Il rimedio è previsto con portata caducatoria (« invalidità del contratto concluso ») a tutela dei singoli, fermi restando gli strumenti preventivi di tutela affidati all'Autorità garante della concorrenza e del mercato, così come le forme di tutela collettiva di cui agli articoli 139 e seguenti del codice del consumo. Essendo riconosciuta la diversità dei piani delle due forme di tutela, civilistica e amministrativa, la previsione di invalidità di cui all'articolo 1, comma 1, lettera g) , del disegno di legge delega verrebbe ad aggiungersi ai rimedi civilistici ordinari, previa identificazione delle regole rilevanti sul piano del mercato la cui violazione produca siffatta conseguenza anche sul piano del contratto, per il fatto che una delle parti sia stata vittima di pratiche negoziali ingannevoli, aggressive o scorrette o si sia trovata in una delle circostanze specificate. L'invalidità potrà peraltro atteggiarsi, nella normativa delegata, come nullità testuale ai sensi dell'articolo 1418, terzo comma, del codice civile o come annullabilità del contratto concluso « a valle ». L'articolo 1, comma 1, lettera h) , contiene principi e criteri direttivi che vanno nella medesima direzione di ampliamento delle tutele contrattuali. Si estende infatti il meccanismo della nullità di protezione oltre l'ambito delle specifiche previsioni variamente presenti nell'ordinamento, per farne un istituto di generalizzata applicazione a « clausole (...) patti o (...) accordi ». Il limite è peraltro segnato dal « contrasto con la tutela dei diritti della persona aventi rango costituzionale » e l'effetto è quello tipico di tale strumento rimediale della « salvezza quando possibile delle altre clausole del contratto ». Molto attuale e particolarmente rilevante nella pratica degli affari è il tema delle sopravvenienze nella fase esecutiva dei contratti ad esecuzione continuata o periodica ovvero a esecuzione differita, cui il codice civile, per i contratti con prestazioni corrispettive, dedica esclusivamente la disposizione dell'articolo 1467 del codice civile. Questa consente la modifica delle condizioni del contratto soltanto ricorrendo i rigidi presupposti di cui al terzo comma del suddetto articolo 1467, univocamente interpretato dalla giurisprudenza in senso strettamente letterale, che esclude l'esistenza di un diritto della parte che subisce l'eccessiva onerosità sopravvenuta di ottenere l'equa rettifica delle condizioni del negozio. Ai sensi del primo comma del medesimo articolo questa parte contraente può agire per ottenere la risoluzione contratto con gli effetti stabiliti dall'articolo 1458 del codice civile e soltanto se convenuto per la risoluzione la può evitare offrendo la modifica contrattuale ai sensi del terzo comma (così, da ultimo, Corte di cassazione, sezione prima, sentenza n. 2047 del 26 gennaio 2018). L'articolo 1468 del codice civile riconosce analoga facoltà alla parte obbligata in caso di contratto con obbligazioni di una sola parte. Allo stato, gli spazi riconosciuti per l'intervento giudiziale correttivo dell'equilibrio contrattuale concordato tra le parti sono molto limitati. Oltre che nei casi anzidetti, esso è ammesso nell'ipotesi di riduzione della penale e nel caso di nullità della caparra confirmatoria eccessiva (quest'ultima invalidità, come configurata, tra l'altro, dalle ordinanze della Corte costituzionale n 248 del 24 ottobre 2013 e n. 77 del 2 aprile 2014, per contrasto della clausola con il precetto dell'articolo 2 della Costituzione, che « entra direttamente nel contratto in combinato contesto con il canone della buona fede »), ma si connota per avere effetti caducatori, e non manutentivi della clausola. Nella pratica degli affari si tende a porre rimedio alle sopravvenienze che, secondo l'apparato rimediale tradizionale, dovrebbero comportare la caducazione del contratto (spesso gravemente pregiudizievole per la parte tenuta alla restituzioni), inserendo nel programma negoziale obbligazioni di rinegoziazione, che consentono la manutenzione del contratto (alla stregua delle cosiddette hardship clauses note ai principi Unidroit) . In tale situazione si inserisce la previsione del disegno di legge delega di cui all'articolo 1, comma 1, lettera i) , che, prescindendo da apposite pattuizioni contrattuali, contempla un rimedio di generale applicazione, idoneo a ristabilire l'equilibrio tra le prestazioni.