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Ebbene, se questo decreto-legge entrerà in vigore, penso che più che essere i portatori dell'urlo sarete gli amplificatori dell'urlo dei tanti giovani italiani. Signor Presidente, c'è un equivoco di fondo nel decreto -legge in discussione: pur inquadrando tematiche opportune e sentite nel Paese, le affronta con strumenti così profondamente dannosi da ottenere risultati opposti a quelli sperati. Cercherò - naturalmente secondo le mie idee - di riportare alcune incongruenze che ho notato in questo decreto-legge. Innanzitutto, va detto che il provvedimento in esame interviene sul tema del lavoro a tempo determinato, che non registra un abuso rispetto al tempo indeterminato. Il tempo determinato, infatti, rappresenta in Italia soltanto il 15 per cento delle tipologie contrattuali. Il dato, insomma, testimonia che in Italia vi è, dopo la Germania, il più alto tasso di dipendenti assunti a tempo indeterminato. Con la riduzione dei contratti a termine, invece, è ipotizzabile un solo effetto e cioè quello di una riduzione dell'occupazione. L'aumento significativo dell'indennità per i licenziamenti illegittimi avrà quale suo effetto, da un lato, quello di scoraggiare le imprese ad assumere a tempo indeterminato e, dall'altro, quello di incentivare i contenziosi. Quest'ultimo mi sembra un dato assolutamente negativo. Il Governo in carica, molto probabilmente, ha compreso i limiti della sua azione e ha cercato di porvi qualche rimedio, come prolungamento del sistema di incentivo per le stabilizzazioni dei giovani, che, per la verità, era già stato introdotto dal precedente Governo; sì, aumentandolo e allargandolo fino ai lavoratori di trentacinque anni di età, però uno dei limiti di tale decisione, che contrasta con l'obiettivo del famigerato reddito di cittadinanza, è l'esclusione del beneficio per l'assunzione di lavoratori che hanno avuto precedenti occupazioni. In tal modo, risultano penalizzati i lavoratori che, per motivi di una crisi economica, per esempio, abbiano perso il posto di lavoro e siano privi di occupazione. Queste persone, se volessero essere assunte, non avrebbero diritto ad alcun incentivo. Evito di parlare dei voucher perché ne parleranno i miei colleghi. Parleremo delle delocalizzazioni, che, a nostro avviso, avvengono secondo modalità assolutamente discutibili. Non c'è dubbio che sia condivisibile punire azioni puramente speculative, ma mi sarei aspettato dal Governo in carica non che punisse chi delocalizza, ma che andasse a vedere quali sono le cause che portano tanti imprenditori a delocalizzare. (Applausi dal Gruppo FI-BP) . Di conseguenza, mi aspettavo che questo Governo fosse intervenuto per far sì che questa Nazione potesse diventare nuovamente un Paese attrattivo dal punto di vista economico. (Applausi dal Gruppo FI-BP) . Da questo punto di vista, invece, assolutamente nulla. In più questa norma mi sembra assolutamente demagogica. Essa punisce esclusivamente le aziende che delocalizzano al di fuori dei Paesi dell'Unione europea, che rappresentano percentualmente il 10 per cento del totale. Ciò significa, quindi, che si potrà continuare a delocalizzare in Polonia, in Romania, in Ungheria, in Slovenia, eccetera. (Richiami del Presidente). Infine due parole su spesometro e reddito di cittadinanza. PRESIDENTE. Deve concludere, senatore. MANGIALAVORI (FI-BP) . Concludo, signor Presidente. In politica l'elemento dell'improvvisazione può anche offrire qualche momento di popolarità o posizione di rendita, ma non porta mai benefici a chi è governato. Per dare dignità al Paese io ritengo che occorra cambiare passo. Devo dare ragione a chi di voi ha definito questo come un Governo che rompe con il passato: in effetti, questo Paese aveva una tradizione di giuslavoristi di primo livello, ma da questo punto di vista può affermarsi veramente che questo Governo rompe con la tradizione italiana. (Applausi dal Gruppo FI-BP) . PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Iannone. Ne ha facoltà. IANNONE (FdI) . Signor Presidente, onorevoli senatori, signori del Governo, ancora una volta, sul provvedimento in esame, non vediamo alcuna discontinuità rispetto al Governo precedente, a partire dal titolo dello stesso, molto evocativo, ma, a mio giudizio, obliquo. In particolare, noi esprimiamo un giudizio negativo per quanto riguarda la questione della scuola. La legge n. 107 del 2015, la cosiddetta buona scuola, ha creato un girone dantesco di migliaia di precari della scuola. Abbiamo assistito a una campagna elettorale nella quale, alle diverse tipologie di insegnanti che venivano coinvolte, è stato promesso di tutto e di più; campagne elettorali con tanto di hashtag , alle quali segue solo questa norma, che fa soltanto prolungare la loro agonia e mortificare la loro dignità di educatori. Noi di Fratelli d'Italia ci iscriviamo a quella tradizione politica della destra che ritiene che le promesse vadano sempre mantenute e che i limiti e le possibilità che ha il Governo vadano assolutamente verificati prima. Caro Governo, era allora il momento per dare un vero segnale di cambiamento, ma come ieri la buona scuola si è trasformata nella "buona sola", oggi il decreto dignità si trasforma nel "decreto viltà". Noi porteremo avanti gli emendamenti che abbiamo già presentato alla Camera dei deputati. Riteniamo che, pur se la cosa è avvenuta nella confusione, l'emendamento De Petris vada sostenuto e mantenuto per dare una risposta di giustizia e dignità vera ai nostri insegnanti. (Applausi dal Gruppo FdI) . PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Barbaro. Ne ha facoltà. BARBARO (L-SP-PSd'Az) . Signor Presidente, onorevoli colleghi, in sede di conversione del decreto-legge al nostro esame non ci può esimere da un giudizio complessivo e di visione generale sul tema stesso del lavoro, se non anche della interpretazione della funzione sociale dell'impresa e del capitale, nel quadro della pur difficile ricerca di un equilibrio, necessario, fra gli interessi in gioco. A questo Governo va dato atto il merito di aver voluto muovere i primi passi della sua esperienza proprio sui grandi temi della sicurezza e del lavoro, dando quindi prova di avere autenticamente a cuore due questioni esiziali per la prosperità degli italiani. In questo decreto-legge, seppur complesso ed eterogeneo, è scorgibile un filo conduttore che disegna una architettura nuova del diritto e dei diritti: libero dal peso degli interessi di lobby e gruppi di pressione, il Governo si proietta verso una legislazione che sappia avere riferimenti etici, che conosca e riconosca la necessità di interventi volti ad attuare, concretamente, un'aspettativa diffusa nel Paese di giustizia e di equità. Il confronto parlamentare e il raffronto con tanti, troppi anni di inadeguate politiche precedenti, dà modo a noi e alla pubblica opinione di percepire, fin da subito, quante differenze valoriali e interpretative della sovranità nazionale, dell'ordinamento e della stessa civiltà del lavoro sussistono fra questa maggioranza e quelle che l'hanno preceduta, che poi sono il fondamento stesso della cifra del cambiamento che vogliamo dare all'Italia.