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In veste di relatore (l'ho fatto in Commissione e lo faccio anche in Assemblea) chiedo che il Parlamento abbia il coraggio di guardare in faccia i problemi e di aumentare il livello di civiltà e di qualità della democrazia nel nostro Paese. Forse per qualcuno è importante licenziare velocemente le riforme (e non mi riferisco ovviamente alla ministra Cartabia); io credo che, invece, siano importanti il dibattito, l'approfondimento e la possibilità di essere liberi all'interno del lavoro che deve essere garantito nel nostro Parlamento. Credo che riforme come questa abbiano la necessità di essere fatte bene: non velocemente, ma bene; non in fretta, ma con coscienza e scienza. Credo che un surplus di approfondimento, come è stato chiesto da tanti, e uno sforzo di dialogo e di collaborazione facciano bene a questa riforma, ai nostri magistrati, ai cittadini e anche al futuro del nostro Paese. Questa è la riflessione che intendevo fare. In conclusione, auguro buon lavoro al Senato, affinché sia dato ampio spazio al dibattito, come siamo abituati a fare per provvedimenti che caratterizzano in positivo il nostro Paese. (Applausi) . PRESIDENTE . Dichiaro aperta la discussione generale. È iscritto a parlare il senatore Dal Mas. Ne ha facoltà. DAL MAS (FIBP-UDC) . Signor Presidente, rappresentanti del Governo, quello oggi in discussione è un provvedimento importante quanto sofferto: è la legge delega di riforma dell'ordinamento giudiziario, di riforma del processo civile, di riforma del processo penale, nonché di modifica della crisi di impresa. Si tratta di una serie di interventi che questo Governo ha messo in piedi. Piaccia o non piaccia, in un anno e poco più il Governo Monti e il ministro Cartabia, appoggiati da questa maggioranza, hanno creato queste condizioni. (Commenti). Volevo dire Governo Draghi: è un lapsus calami . In realtà, la questione è viziata dal fatto che pochi giorni fa gli italiani sono stati chiamati a votare su un referendum che, qualora avesse visto il prevalere dell'affermazione del voto popolare, avrebbe comunque modificato parte (almeno attraverso tre quesiti) di alcuni provvedimenti contenuti nel disegno di legge oggi al nostro esame. Io dico che il presente disegno di legge delega di riforma dell'ordinamento giudiziario contiene degli aspetti positivi: limita il sistema delle porte girevoli, limita ed impone una riduzione dei cosiddetti magistrati fuori ruolo che occupano i Ministeri (il magistrato ministeriale è quasi un ossimoro) e comunque stabilisce anche dei limiti ben precisi, dei paletti molto stringenti alla possibilità di passare dalla magistratura alla politica e ritornare immediatamente, come se nulla fosse, in magistratura. Sicuramente queste misure ci sono e sono scritte nella riforma, che contiene le nuove norme per l'elezione del CSM, che viene anche ampliato nel numero (al riguardo confesso la mia perplessità), ma con un sistema elettorale che certamente non è quello che qualcuno divisava o che avrebbe divisato, perché probabilmente era più favorevole. Se gli italiani non sono andati a votare per questo referendum, lo si deve alla faccia di ciò che è successo, e cioè allo strapotere della magistratura, ma anche a ciò che Cossiga ha detto: la faccia di Palamara non poteva essere un elemento di garanzia di questo sistema. Vogliamo capirlo o no? (Applausi) . Avremmo pensato che il tema della giustizia si sarebbe risolto nella pura e semplice semplificazione di ciò che succedeva all'hotel Champagne, come se fosse qualcosa di non noto; purtroppo era qualcosa di straordinariamente noto per gli addetti ai lavori e questa è l'Italia. Se Montesquieu nell'opera «De l'esprit des lois» citava la separazione dei poteri, noi sappiamo che nel nostro Stato c'è l'unicità dei poteri. L'unicità dei poteri dei magistrati è un fatto indubbio, ma la colpa è della politica, che dal 1992 non ha saputo fare nulla. Abbiamo contrapposto giustizialismo e garantismo secondo una concezione che non è sostenibile, perché i cosiddetti giustizialisti sono divisibili quantomeno in due categorie: quelli che pongono l'accento su esigenze securitarie, anche comprensibili, e quelli che hanno, invece, posto l'accento sull'aspetto morale, cioè il fatto che c'è una classe dominante che vive di privilegi ed una classe che non li ha. È giusto dal punto di vista sostanziale, ma è assolutamente sbagliato nel messaggio dell'«uno vale uno». Lo dico agli amici del MoVimento 5 Stelle e sarebbe anche il caso che talvolta anche da parte loro incominciasse un mea culpa e un'autocritica rispetto a ciò che hanno fatto e a cosa hanno fatto con il provvedimento cosiddetto spazza corrotti, con la riforma della prescrizione. Sono tutti aspetti a cui finalmente questo Governo è riuscito a porre un freno, non dimentichiamocelo. (Applausi) . Siamo veramente sicuri e convinti? Agli amici della Lega dico che sono stato un raccoglitore di firme, ho costruito e partecipato a banchetti per raccolta di firme per il referendum, ma probabilmente non abbiamo centrato i temi che stanno nella carne viva della questione della giustizia. È bene ricordare - signor Sottosegretario, lei questi numeri li conosce bene - che ci sono sei milioni di cause pendenti in Italia, un panpenalismo esasperato, 6.000 norme incriminatrici oltre alle norme del codice penale e anche a quelle sul funzionamento del rito, cioè del codice di procedura penale. Abbiamo pensato che qualsiasi problema si risolva solo ricorrendo alla via penalistica e sappiamo che il risultato è stato l'indeterminatezza della norma e la violazione del principio di legalità e di tipicità. Il traffico di influenze, ad esempio, è un reato che non spaventa nemmeno Chiara Ferragni, che è una nota influencer. Siamo sinceri: abbiamo costruito un sistema penale sull'ipotesi che qualsiasi problema in Italia avrebbe trovato una soluzione nell'inasprimento della pena, in un'esigenza carceraria e non pensando ai veri problemi della giustizia. Qual è stato, quindi, il rischio? Quanto all'unicità del potere del magistrato, Montesquieu diceva che sarebbe un dramma se in una sola persona si sommasse la figura di chi fa le leggi, di chi le applica e di chi deve giudicare sui diritti. Ebbene, queste tre figure le ritroviamo in una sola, perché i magistrati sono nei Ministeri, fanno le leggi, le applicano perché sono nell'Esecutivo e poi esercitano anche una funzione giurisdizionale. Ma la soluzione del problema non era nei referendum e nei quesiti referendari, che ponevano alcune questioni sostanziali importanti come la legge Severino, ignorate e snobbate da una TV di Stato che non ha saputo guardare ai diritti fondamentali: penso alla sospensione dopo la sentenza di primo grado o all'applicazione retroattiva sulla base del principio che, trattandosi di norma di matrice amministrativa, era applicabile retroattivamente; un mostro giuridico che qualcuno è riuscito a sostenere e con il quale sono andatati avanti per anni. Chiedo scusa se sto abusando della vostra pazienza, ma sto esaurendo i già pochi argomenti che fanno parte delle mie scarse conoscenze. Le definisco scarse perché purtroppo ci siamo abituati ad un linguaggio deludente.