[pronunce]

L'art. 11 del decreto-legge 11 luglio 1992, n. 333 (Misure urgenti per il risanamento della finanza pubblica), convertito, con modificazioni, nella legge 8 agosto 1992, n. 359 – sui c.d. patti in deroga – rimettendo ai variabili equilibri del mercato degli affitti la determinazione dei canoni di locazione era già nel senso del tendenziale superamento dei precedenti indici convenzionali e coefficienti di valutazione utilizzati dalla legge n. 392 del 1978 (si vedano le sentenze n. 21 del 1996 e n. 236 del 1994, nonché, per l'affermazione del definitivo superamento della disciplina dell'equo canone – a seguito della legge 23 dicembre 1998, n. 431 recante “Disciplina delle locazioni e del rilascio degli immobili ad uso abitativo” – le sentenze n. 299 e n. 176 del 2000). 4. ¾ Ciò posto e venendo all'esame delle singole censure, va in primo luogo considerato che, nel caso all'esame, lungi dal porre una disciplina con effetti retroattivi, il legislatore ha disposto, a decorrere dal 1° gennaio 1995, indipendentemente dalla scadenza dei rapporti in corso (art. 32, comma 4), un aumento del canone annuo dovuto per i beni patrimoniali dello Stato concessi o locati a privati (art. 32, comma 1) e, segnatamente, quanto ai beni patrimoniali e demaniali destinati ad uso abitativo, l'incremento è stabilito secondo un coefficiente che varia in base al reddito complessivo del nucleo familiare (art. 32, comma 2). Così operando, il legislatore ha però escluso dall'ambito di applicazione della disciplina testè richiamata, tra l'altro, i soggetti appartenenti ad un nucleo familiare con reddito complessivo, riferito all'anno di imposta 1993, non superiore a quaranta milioni di lire (art. 32, comma 3), consentendo altresì, nel caso di maggiorazione ritenuta “eccessiva”, di recedere, entro sei mesi dall'entrata in vigore della legge, dal rapporto di locazione (art. 32, comma 5). Ed ancora, tramite il comma 6 dell'art. 5 del decreto-legge n. 415 del 1995, convertito, con modificazioni, nella legge n. 507 del 1995, si è stabilito che la corresponsione dei canoni di cui all'art. 32 denunciato avvenga, per l'anno 1995, in due soluzioni e, soprattutto, che l'ammontare complessivo del canone “non può comunque essere superiore alla media dei prezzi praticati in regime di libero mercato per immobili aventi caratteristiche analoghe”. Per la determinazione del prezzo in regime di mercato, il successivo comma 7 abilita l'assegnatario a presentare all'amministrazione una perizia giurata. Sicché, il comma 7-bis del medesimo decreto-legge n. 415 del 1995 prevede che il canone determinato ai sensi dei precedenti commi 6 e 7 “resta valido per sei anni a decorrere dal 1° gennaio 1996”, a parte l'aumento annuale in misura corrispondente alla variazione dell'indice dei prezzi accertata dall'ISTAT. È dunque agevole rilevare, in riferimento alla prima delle censure che il giudice a quo muove alla disciplina posta dall'art. 32, che si tratta di un intervento legislativo il quale, orientato secondo la finalità, già evidenziata, di incremento delle entrate statali anche in vista del riequilibrio delle gravi sperequazioni createsi rispetto ai corrispettivi pagati in favore di locatori privati, modula comunque il suo impatto secondo modalità, non irragionevoli, di temperamento degli effetti sul rapporto di locazione in corso, sia diversificando gli incrementi in base alla consistenza del reddito dei conduttori, sia prevedendo la possibilità di recedere dal rapporto stesso, sia consentendo l'adempimento in più soluzioni. Ma v'è di più: la disciplina denunciata limita l'aumento del canone locatizio ad una misura che non può superare la media dei prezzi praticati in regime di libero mercato. Ed è particolarmente significativo che il legislatore abbia operato un siffatto bilanciamento proprio con i valori di mercato, giacché – come rilevato in precedenza – il già vigente art. 11 del decreto-legge n. 333 del 1992, sui cd. patti in deroga, rimettendo ai variabili equilibri del mercato degli affitti la determinazione dei canoni di locazione, comportava un tendenziale superamento dei precedenti indici convenzionali e coefficienti di valutazione utilizzati dalla legge n. 392 del 1978. E alla disciplina dell'equo canone il remittente fa, appunto, riferimento come tertium comparationis, la quale però, alla luce di quanto appena detto, non può considerarsi come idoneo termine di raffronto. Non va poi trascurata, in relazione alla dedotta incidenza delle disposizioni censurate sull'autonomia contrattuale – sebbene, nella prospettazione della questione, la doglianza non assuma un rilievo autonomo, ma solo rafforzativo dell'evocata violazione dell'art. 3 Cost. –, la circostanza che la determinazione del canone rimessa, dalle norme denunciate, al regime di libero mercato, abilitando altresì il conduttore dell'immobile ad avvalersi a tal fine di una propria perizia giurata, si viene a sostituire non già ad una pattuizione negoziale sul corrispettivo della locazione, bensì ad una determinazione legale dello stesso, secondo quanto previsto dagli artt. 12-22 della legge n. 392 del 1978, tant'è che l'art. 79 della stessa legge stabilisce la nullità delle pattuizioni contrarie. Senza tacere poi il fatto che, come più volte affermato da questa Corte, l'autonomia negoziale è tutelata dalla Costituzione solo in via meramente indiretta, come strumento della libertà di iniziativa economica (art. 41 Cost.), il cui esercizio può tuttavia essere limitato per le ragioni indicate dallo stesso art. 41 (cfr., tra le molte, sentenze n. 393 e n. 70 del 2000, n. 268 del 1994, n. 241 del 1990 e n. 89 del 1984). 4.1. ¾ In ordine alle ulteriore censure che investono direttamente i coefficienti di rivalutazione dei canoni locatizi, deve anzitutto ribadirsi che l'aumento dei canoni dovuti per i beni patrimoniali dello Stato, di cui all'intervento legislativo censurato, tiene conto, in primo luogo, del reddito complessivo del nucleo familiare assegnatario dell'immobile, modulando l'incremento del canone a seconda della sua consistenza. La disciplina denunciata è frutto di una valutazione del legislatore orientata ad un aumento non indiscriminato dei canoni, essendo stati utilizzati al riguardo i criteri, di natura oggettiva, del reddito dell'assegnatario del bene e del valore di mercato degli immobili locati, quest'ultimo assunto a regola di chiusura per temperare l'incremento complessivo del canone derivante dall'applicazione dei coefficienti di rivalutazione.