[pronunce]

che nel caso dell'arresto per il delitto di evasione, o per la norma già in vigore quanto ai reati commessi col mezzo della stampa, la prescrizione del giudizio direttissimo avrebbe trovato fondamento nell'evidenza generalmente propria della prova, e dunque nella forte analogia con la forma tipica del rito (il riferimento concerne, rispettivamente, l'art. 3 del decreto-legge 13 maggio 1991, n. 152, recante «Provvedimenti urgenti in tema di lotta alla criminalità organizzata e di trasparenza e buon andamento dell'attività amministrativa», convertito in legge, con modificazioni, dall'art. 1, comma 1, della legge 12 luglio 1991, n. 203, e l'art. 21 della legge 8 febbraio 1948, n. 47, recante «Disposizioni sulla stampa»); che in alcune altre ipotesi di direttissimo «atipico» - cioè da svolgere «comunque» o «fuori dai casi previsti dall'art. 449» del codice di rito - fa difetto una analoga semplificazione "fisiologica" dell'accertamento e tuttavia, proprio per tale ragione, è fatta salva l'eventualità che nella concreta fattispecie siano necessarie «speciali indagini», di talché il ricorso al rito speciale non è «obbligatorio», ed anzi avviene per definizione in una situazione probatoria non particolarmente complessa (il riferimento concerne le norme in materia di armi od esplosivi, cioè l'art. 12-bis del decreto-legge 8 giugno 1992, n. 306, recante «Modifiche urgenti al nuovo codice di procedura penale e provvedimenti di contrasto alla criminalità mafiosa», come convertito, con modificazioni, dall'art. 1 della legge 7 agosto 1992, n. 356; in materia di discriminazione e genocidio, cioè l'art. 6 del decreto-legge 26 aprile 1993, n. 122, recante «Misure urgenti in materia di discriminazione razziale, etnica e religiosa», come convertito, con modificazioni, dall'art. 1 della legge 25 giugno 1993, n. 205; nella stessa materia dell'immigrazione, come nel caso dell'art. 13, comma 13-ter, del d.lgs. n. 286 del 1998); che le forme «atipiche» di giudizio direttissimo - secondo il rimettente - sono state comunque sottoposte a critica, soprattutto per il sospetto contrasto con il terzo comma dell'art. 111 Cost., dato che l'assicurazione delle condizioni e del tempo necessari per la preparazione della difesa sarebbe, nei casi in esame, un dato solo formale; che nelle forme «ordinarie» del rito direttissimo, infatti, vi sarebbe una certa corrispondenza tra il tempo a disposizione del pubblico ministero per lo sviluppo delle indagini preliminari ed il termine a difesa che l'imputato può ottenere al fine di predisporre una propria strategia di prova; che invece, quando il ricorso al rito viene ammesso anche oltre i termini ordinari, è possibile che l'imputato si trovi a fronteggiare indagini complesse, sviluppate lungo il corso di mesi, mentre il tempo a disposizione per preparare la difesa resta pari nel massimo a dieci giorni, che addirittura si riducono a cinque, od al minor numero stabilito dal giudice, nel caso di presentazione innanzi al tribunale in composizione monocratica (art. 558, comma 7, del codice di procedura penale); che per tale ragione nel codice vigente - secondo la direttiva impartita al punto 43 dell'art. 2 della relativa legge delega - era stata esclusa ogni ipotesi atipica ed obbligatoria di giudizio direttissimo (con contestuale abrogazione, ex art. 233 disp. att., di tutte le fattispecie previste da norme speciali), e che solo con la legislazione successiva sono state reintrodotte alcune previsioni del genere; che secondo il Tribunale, nel caso della previsione posta ad oggetto delle questioni sollevate, le ragioni di contrasto con i principi costituzionali sono confermate e rese, anzi, ancor più radicali; che infatti il giudizio per il reato di cui all'art. 14, comma 5-ter, del d.lgs. n. 286 del 1998 deve svolgersi «in ogni caso» con le forme del rito direttissimo, a prescindere dall'arresto e dalla eventuale convalida, senza che assuma rilievo il tempo eventualmente trascorso dall'acquisizione della notizia di reato, e senza che assuma un valore ostativo l'eventuale necessità di «speciali indagini»; che, d'altra parte, il reato di inottemperanza all'ordine di allontanamento del questore non presenta, a parere del rimettente, una «strutturale» semplicità di accertamento; che infatti, se la condotta omissiva può essere ricostruita mediante semplici acquisizioni documentali, altrettanto non potrebbe dirsi per gli accertamenti «a discarico» (specie se riferiti alla prospettazione di un «giustificato motivo»), per i quali sarebbe d'ostacolo, a parere del rimettente, la ristrettezza dei «tempi difensivi» tipica del rito speciale; che vi sarebbero d'altronde profili di illegittimità dei provvedimenti espulsivi che non risultano dal tenore dei medesimi (come la ricorrenza in fatto del diritto al ricongiungimento familiare o di una delle cause ostative all'espulsione) e che richiedono tempo per l'identificazione e la documentazione; che la disciplina censurata darebbe luogo, inoltre, ad un più generale contrasto con i principi del giusto processo, determinando, in particolare, una violazione del secondo comma dell'art. 24 e dei primi cinque commi dell'art. 111 Cost.; che infatti - sulla perdurante premessa (attuale solo nel momento in cui le questioni sono state sollevate) della necessaria scarcerazione dell'arrestato entro il breve termine fissato dalla Costituzione - il giudizio direttissimo si svolgerebbe «fisiologicamente» con l'imputato in stato di libertà, almeno nell'ipotesi, pressoché generalizzata, della richiesta di un termine a difesa; che per altro, nel caso dello straniero inottemperante, l'indicata condizione di libertà si risolverebbe nella forzata assenza dal processo e dunque nell'obbligata celebrazione di un rito contumaciale, posto che il giudice, proprio per effetto della liberazione, è tenuto a rilasciare il nulla osta per l'espulsione amministrativa dell'interessato; che risulterebbe dunque integrata una violazione strutturale del diritto di difesa, anche considerando come la possibilità di rientro garantita dall'art. 17 del d.lgs. n. 286 del 1998, specie se riferita al giudizio direttissimo e dunque ad una serrata sequenza processuale, avrebbe valore meramente formale; che vi sarebbe, ancora, violazione dell'art. 3 Cost., per la discriminazione introdotta, in punto di esercizio del diritto alla difesa, tra gli imputati del reato de quo e gli accusati di reati diversi, anche molto più gravi; che tale discriminazione, fondandosi su un reato proprio dello straniero, assumerebbe specifico rilievo anche nella prospettiva combinata dell'art. 3 Cost. e del secondo comma dell'art. 10 Cost., in rapporto all'art. 14 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo;