[pronunce]

- Con il ricorso n. 23 del 2002 anche la Regione Emilia-Romagna ha - fra l'altro - impugnato, nei confronti dello Stato, il citato art. 71 della legge n. 448 del 2001, peraltro in via soltanto cautelativa (per l'ipotesi dell'eventuale rinvio per riesame della legge di conversione al Parlamento), in ragione del fatto che, pur essendo a conoscenza della sua intervenuta abrogazione da parte dell'art. 16-bis della legge di conversione del d.l. n. 452 del 2001, con la previsione che sono posti nel nulla gli effetti da essa prodotti, la norma abrogativa non era al momento del ricorso ancora promulgata. Le ragioni della censura sono articolate assumendo la violazione dell'art. 117 Cost., giacché la norma impugnata non costituirebbe &laquo;certo espressione di un intervento “di principio” nella materia “governo del territorio”, ma una arbitraria intrusione nella politica urbanistica regionale, che favorisce i fenomeni di speculazione abusiva in aree demaniali spesso di ingente valore paesistico-ambientale&raquo; e farebbe venir meno &laquo;le funzioni pubbliche di controllo e di pianificazione urbanistica e paesistica&raquo; ed inoltre, &laquo;se pure si dovesse ammettere che permangono quelle dei comuni, si mettono nel nulla le responsabilità e le funzioni delle Regioni&raquo;. 4.1. - Anche in questo giudizio è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, tramite l'Avvocatura generale dello Stato, che ha depositato memoria di identico tenore rispetto a quanto dedotto sull'impugnazione della norma censurata nella memoria depositata nel giudizio di cui al ricorso n. 12 del 2002. 4.2. - Con memoria depositata nell'imminenza dell'udienza pubblica, la Regione ha preso atto dell'effettiva avvenuta abrogazione della norma censurata e ha sostenuto che sarebbe venuto meno l'interesse ad una decisione sul merito del ricorso. 5. - Con il ricorso n. 20 del 2002, la Regione Basilicata ha - fra l'altro - impugnato, nei confronti dello Stato, l'art. 27, commi 16 e 17, della legge n. 448 del 2001, per violazione degli artt. 3, 5, 114 e 117 della Costituzione. Il ricorso premette alcune considerazioni generali, riferite anche alle altre censure (delle quali non si dà conto in questa sede e su cui questa Corte ha deciso con altre pronunce) e precisamente: a) che la legge finanziaria, di cui fa parte la norma censurata, sarebbe in generale &laquo;un esempio emblematico della tendenza (…) a tenere in sostanziale non cale la profonda riforma del Titolo V della Costituzione&raquo; , in quanto, nonostante il rovesciamento dell'enumerazione delle competenze legislative, lo Stato avrebbe seguitato a legiferare come se nulla fosse avvenuto, vuoi intervenendo con propri atti anche in materie assoggettate alla competenza esclusiva delle Regioni, vuoi adottando una normativa di dettaglio nelle materie di competenza concorrente. Sotto questo secondo aspetto, la ricorrente sottolinea anzitutto che il nuovo art. 117 Cost. ha inteso equiparare pienamente le Regioni e lo Stato quanto alla titolarità della funzione legislativa, sicché, ormai, salve le peculiarità espressamente previste, legge statale e legge regionale sono in posizione di piena equiordinazione ed hanno la stessa dignità, costituendo al medesimo titolo modalità di pieno esercizio della funzione legislativa. Con riferimento alle materie affidate alla competenza concorrente, lo Stato non potrebbe intervenire con norme di dettaglio, pur disponendone la cedevolezza (cioè la derogabilità da parte di successive leggi regionali), giacché tale possibilità sarebbe assolutamente esclusa, di fronte al tenore testuale del terzo comma dell'art. 117, la cui formulazione - affatto inequivoca nel limitare l'intervento della legge statale alla normazione di principio - non lascerebbe ormai alcuno spazio alla prassi affermatasi nel vigore del previgente testo costituzionale, secondo la quale l'adozione di una normativa statale di dettaglio poteva trovare fondamento nell'interesse nazionale. In proposito, per comprendere il cambiamento del quadro costituzionale, dopo la riforma del Titolo V, andrebbe considerato: a) che, secondo il vecchio testo dell'art. 117 Cost. la Regione poteva emanare norme legislative in varie materie, nel rispetto dei “limiti stabiliti dalle leggi dello Stato”, oltre che dell'interesse nazionale e di quello delle altre Regioni, e, quindi, norme legislative di dettaglio; b) che l'art. 17, comma 4, della legge 16 maggio 1970, n. 281 (Provvedimenti finanziari per l'attuazione delle Regioni a statuto ordinario), stabiliva che le Regioni avrebbero potuto legiferare anche in assenza delle leggi statali identificative dei principi fondamentali (cioè delle c.d. “leggi cornice”), ma nel rispetto dei principi comunque desumibili dal complesso della legislazione statale; c) che, comunque, si ammetteva che lo Stato potesse adottare anche norme puntuali di dettaglio, fintanto che la Regione non avesse provveduto ad adeguare la normativa di sua competenza ai nuovi principi dettati dal Parlamento. La situazione sarebbe ora diversa, dopo la modifica del Titolo V, giacché, mentre prima i principi fondamentali erano qualificati espressamente come un inevitabile limite delle leggi regionali e per tale ragione si era consentito che potessero desumersi da tutte le leggi vigenti, anche in mancanza di vere e proprie “leggi cornice”, ora, essendo riservata allo Stato solo la determinazione della normativa di principio, non sarebbe ammesso un intervento legislativo statale con normazione di dettaglio, per quanto cedevole essa possa essere. L'art. 117, comma 3, infatti, affida espressamente allo Stato la fissazione dei principi fondamentali. D'altro canto, ove pure si reputasse sopravvissuto, l'interesse nazionale potrebbe consentire, oramai, soltanto l'esercizio dei poteri sostitutivi ai sensi dell'art. 120, secondo comma, della Costituzione, ma non l'adozione di una normativa di dettaglio a prescindere da qualsivoglia inerzia regionale. Quest'ultima violerebbe &laquo;l'intero (nuovo) disegno costituzionale delle autonomie&raquo; e sarebbe &laquo;anche manifestamente irragionevole (e perciò in contrasto con l'art. 3, nel suo rapporto con gli artt. 5, 114 e 117 della Costituzione), poiché, in presenza della garanzia costituzionale dei poteri sostitutivi statali, non vi è alcuna ragione di ricorrere ad una normazione con siffatto contenuto&raquo;. La disposizione impugnata (come le altre censurate e qui non considerate), invece, avrebbero dettato proprio &laquo;norme di analitico dettaglio&raquo; e, peraltro, senza nemmeno la previsione della loro cedevolezza, cosa che avrebbe reso illegittima la norma anche secondo i previdenti parametri costituzionali.