[pronunce]

n. 270 del 1999, è agevole osservare che il concordato al quale tale norma fa riferimento certamente non prevede, né può prevedere, cessione alcuna di azioni revocatorie se esso è conclusivo di una procedura di ristrutturazione ex art. 27, comma 2, lettera b) (essendo evidente che tali azioni non potevano essere esperite dal commissario, per il divieto di cui all'art. 49), mentre altrettanto certamente esso può prevedere una tale cessione se, avendo il commissario iniziato azioni revocatorie prima della proposta di concordato, questo intervenga a chiusura di una procedura con programma di cessione dei beni ex art. 27, comma 2, lettera a), e l'obbligo di adempiere le obbligazioni derivanti dal concordato sia stato assunto da un terzo: il carattere “neutro”, insomma, dell'art. 78 non consente di affermare l'estraneità della cessione delle azioni revocatorie al “concordato”, monoliticamente considerato, della “legge Prodi-bis”. 4.5.- Il quadro normativo che si è appena delineato, quale risulta dall'esame dell'intero contenuto del decreto-legge n. 347 del 2003, comporta l'infondatezza della questione di legittimità costituzionale sollevata dal giudice rimettente esclusivamente sulla base della locuzione con la quale, nell'art. 1, comma 1, del medesimo decreto-legge è definito il programma nel momento in cui è proposta l'istanza di ammissione alla procedura speciale. Una adeguata considerazione di quel quadro normativo, infatti, non consente certamente di qualificare “pleonastico” l'inciso finale dell'art. 6, comma 1, ma, al contrario, di attribuirgli valore e significato ben precisi, idonei a fugare i dubbi di legittimità costituzionale sollevati: è evidente, infatti, che quell'inciso - in una norma la cui prima parte (derivante dall'originaria stesura del provvedimento normativo) sembra ammettere sempre ed in ogni caso l'esperibilità delle azioni revocatorie - ben può (e deve) essere inteso nel senso che quelle azioni sono ammissibili solo quando la procedura si sia evoluta in senso liquidatorio, e cioè o verso la cessione di cui all'art. 27, comma 2, lettera a), del d.lgs. n. 270 del 1999 o verso il concordato con assunzione ovvero, ancora, verso il fallimento. L'infondatezza della questione, come sollevata dai rimettenti, è confermata non solo dall'oscurità dell'affermazione, apodittica, per la quale sarebbe “dubbio” il parametro costituito dall'art. 124 del r.d. n. 267 del 1942 (legge fallimentare), ma anche, e soprattutto, dall'affermazione finale secondo la quale «le censure di illegittimità si incentrano sulla disciplina generale della procedura, nell'ambito della quale l'epilogo naturale del processo di risanamento è costituito dal ritorno dell'imprenditore all'ordinaria operatività industriale, a conclusione del programma di ristrutturazione con qualunque modalità attuato (artt. 4 e 4-bis)»: passo dal quale emerge limpidamente come l'asserita irrilevanza dell'indirizzo assunto in concreto dalla procedura discenda dall'impostazione “nominalistica” della questione, fondata sulla sola lettera dell'art. 1, comma 1, della “legge Marzano”, e comporti l'arbitraria attribuzione alla procedura, quali che siano le «modalità» attraverso le quali si svolge, di un «epilogo naturale» («ritorno dell'imprenditore all'ordinaria operatività industriale») che è estraneo proprio alla «modalità» (e non solo ad essa) assunta nell'ipotesi oggetto dei giudizi a quibus. Tanto poco il «ritorno dell'imprenditore all'ordinaria operatività industriale» costituisce l'«epilogo naturale» della procedura de qua che, ove il concordato con assuntore non fosse stato approvato dai creditori o non fosse stato omologato dal tribunale, sarebbe stata possibile - ex art. 4-bis, comma 11-bis, del decreto-legge n. 347 del 2003 - la presentazione di un piano di cessione ex art. 27, comma 2, lettera a), del d.lgs. n. 270 del 1999 e, in caso di mancata presentazione o di mancata approvazione, la dichiarazione di fallimento; sicché una «modalità» liquidatoria segue, sempre e necessariamente, non solo alla (iniziale) impraticabilità del piano di ristrutturazione (art. 4, comma 4), ma anche alla mancata approvazione del concordato, conservativo se con garanzia, o liquidatorio se con assuntore. 5.- Le questioni sollevate in riferimento all'art. 41 Cost. non sono fondate. 5.1.- Premesso che «il risanamento agevolato da misure di sostegno finanziario non può considerarsi un vero e proprio risanamento né in senso economico né giuridico», i giudici rimettenti deducono che «il risanamento dell'impresa mediante l'esperimento dell'azione revocatoria costituisce un ingiustificato privilegio […] e determina un effetto distorsivo della concorrenza», in quanto le somme riscosse a seguito delle revocatorie non sono destinate alla soddisfazione dei creditori, ma ad «una forma di finanziamento forzoso a favore dell'impresa insolvente»; sicché «l'esercizio dell'azione revocatoria fallimentare nell'ambito di una procedura di ristrutturazione aziendale determina una forte e strutturale distorsione della libera concorrenza tra imprese con conseguente violazione dell'art. 41 Cost.», il quale «garantisce che ogni operatore economico possa operare sul mercato in una situazione di parità con gli altri imprenditori e che il profitto, e quindi il successo, dell'impresa dipenda dal giudizio insito nelle dinamiche di mercato». 5.2.- Le considerazioni in precedenza svolte circa l'incomparabilità dell'impresa (rectius: dell'imprenditore) oggetto di «risanamento» a norma del d.lgs. n. 270 del 1999 e di quella “risananda” a mezzo di concordato con assuntore ex art. 4-bis della “legge Marzano” sono sufficienti per dichiarare non fondata la questione di legittimità costituzionale, laddove questa sembra prospettare una irragionevole disparità di trattamento tra fattispecie sostanzialmente identiche, e in particolare - secondo quanto sottolineano le parti private convenute nei giudizi a quibus - nei confronti dei terzi assoggettabili a revocatoria per aver posto in essere atti revocabili nel periodo sospetto ove coinvolti nell'una ovvero nell'altra procedura. Ora, a parte la considerazione che la censura è estranea all'art. 41 Cost., la lamentata disparità di trattamento tanto poco è irragionevole che essa può verificarsi - ma anche stavolta per la decisiva ragione che nel primo caso, se esse fossero esperibili, beneficiario delle azioni revocatorie sarebbe l'imprenditore insolvente - anche nelle ipotesi di concordato fallimentare con garanzia del terzo e di quello con assunzione. 5.3.- Non fondata è anche la questione sollevata sotto il profilo del turbamento alla concorrenza ed alla parità di condizioni tra imprenditori sul mercato per la possibilità, che l'esperimento di azioni revocatorie consentirebbe, per l'impresa insolvente di giovarsi del «finanziamento forzoso» costituito dal recupero di somme erogate ai terzi nel periodo sospetto. 5.3.1.