[pronunce]

La norma impugnata, infine, frustrerebbe la possibilità di agire e resistere in giudizio in capo a coloro ai quali la legge n. 108 del 1996 aveva attribuito la possibilità di tutela giurisdizionale. 4.1. - Si è costituito in giudizio Stefano Scialpi, opponente nel giudizio a quo, concludendo per l'accoglimento della questione di legittimità costituzionale. In aggiunta ai profili di contrasto con l'art. 3 della Costituzione prospettati dal rimettente, la suddetta parte privata individua un'ulteriore lesione del principio di eguaglianza nella irragionevole disparità di trattamento che la norma realizzerebbe tra i contraenti di mutui a tasso fisso stipulati prima dell'entrata in vigore della legge n. 108 del 1996 - che si vedrebbero negati i rimedi di tutela negoziale di cui agli articoli 1339 e 1815, secondo comma, del codice civile - ed i contraenti di rapporti di credito diversi da quelli interessati dalla sanatoria governativa (come le aperture di credito in conto corrente), i quali potrebbero continuare a giovarsi della normativa antiusura. Con un trattamento, dunque, irragionevolmente deteriore proprio per quella tipologia di relazioni - i mutui a tasso fisso - più direttamente interessata allo strumento di tutela del contraente debole offerto dalla legislazione antiusura. La medesima norma si porrebbe altresì in contrasto con il principio di ragionevolezza in quanto restringerebbe anche il campo di applicazione del delitto di cui all'art. 644 del codice penale, privando la collettività di uno strumento di lotta alle forme più subdole di usura. La parte assume poi che la norma censurata sarebbe ulteriormente in contrasto con gli articoli 3, 24, 101, 102 e 104 della Costituzione sotto il profilo della violazione dei limiti costituzionali al potere del legislatore di emanare disposizioni interpretative. Dovrebbe in primo luogo escludersi che si tratti di norma interpretativa in senso stretto, proprio in quanto essa si riferisce non già all'intero complesso delle operazioni di credito regolate dalla legge n. 108 del 1996 bensì solamente ai rapporti di mutuo a tasso fisso. Difetterebbero poi, nella specie, i presupposti stessi per l'emanazione di norme interpretative, quali individuati dalla stessa giurisprudenza costituzionale, attesa la mancanza di qualsiasi contrasto interpretativo. Risulterebbe in ogni caso violato il principio dell'affidamento del cittadino nella sicurezza giuridica, contrastandosi d'autorità, a distanza di oltre cinque anni dalla entrata in vigore della legge, un indirizzo interpretativo ormai consolidatosi nella giurisprudenza di legittimità, mediante l'introduzione di una disciplina derogatoria riguardante, irragionevolmente, i soli mutui a tasso fisso. Ne conseguirebbe, sotto altro aspetto, la violazione delle funzioni costituzionalmente riservate al potere giudiziario, difettando la norma dei necessari requisiti di generalità ed astrattezza, nonché la lesione del diritto dei cittadini alla tutela giurisdizionale. La stessa norma, infine, violerebbe l'art. 77 della Costituzione, per carenza assoluta dei presupposti di necessità ed urgenza giustificativi della decretazione d'urgenza, nonché gli articoli 3 e 47 della Costituzione, in quanto obiettivamente finalizzata a convalidare una pratica dannosa per l'economia e contrastante con il principio di tutela del risparmio. 4.2. - Si è altresì costituita in giudizio la Banca nazionale del lavoro S.p.a. , convenuta nel giudizio di opposizione all'esecuzione, concludendo per "la manifesta inammissibilità e/o la manifesta infondatezza e, in subordine, la inammissibilità e/o la manifesta infondatezza della questione". A sostegno della eccezione di inammissibilità per difetto di rilevanza la parte deduce - in una memoria depositata nell'imminenza dell'udienza pubblica - che la prospettazione del rimettente risulterebbe incentrata sulla asserita illegittimità costituzionale di quella parte della norma impugnata recante l'interpretazione autentica dell'art. 644 del codice penale, di cui il rimettente stesso non dovrebbe fare sicuramente applicazione. La questione, nei termini proposti, sarebbe comunque infondata nel merito. Ad avviso della parte, infatti, il rimettente muoverebbe da una premessa interpretativa erronea, in quanto l'art. 644 del codice penale, come modificato dalla legge n. 108 del 1996, non prevedeva come autonoma figura di reato la percezione di interessi, superiori al tasso soglia, che non fossero tuttavia usurari al momento della pattuizione. Il riferimento, contenuto nella norma, al farsi dare, oltre che al farsi promettere, interessi usurari, avrebbe avuto unicamente lo scopo di rendere punibili i comportamenti consistenti nella percezione di interessi usurari non preceduta da una autonoma pattuizione. Ne resterebbe perciò confermata la funzione autenticamente interpretativa della norma impugnata. Deduce ancora la parte - sulla scorta di argomentazioni identiche a quelle svolte dall'Istituto di credito costituito nel procedimento promosso dal Tribunale di Benevento con l'ordinanza del 30 dicembre 2000 - l'erroneità dell'interpretazione data dalla Corte di cassazione alla legge n. 108 del 1996 e contesta altresì la tesi del rimettente secondo la quale la norma impugnata avrebbe introdotto una ingiustificata disparità di trattamento in danno di coloro i quali sarebbero ora tenuti a corrispondere somme che non erano dovute prima che la norma stessa intervenisse. Quand'anche, infatti, volesse attribuirsi a detta norma carattere innovativo e non interpretativo, essa risulterebbe comunque giustificata dalla finalità di riequilibrare "la clamorosa disparità di trattamento che si era venuta a determinare tra le parti del contratto di mutuo per effetto della applicazione di norme per le quali (sul piano civilistico in evidente contrasto con l'art. 1815 del codice civile come modificato dalla legge del 1996) il momento della corresponsione degli interessi doveva essere quello cui far riferimento per la determinazione della soglia usuraria, pur se tale corresponsione fosse attuativa di una convenzione lecita al momento della pattuizione". Parimenti infondato o addirittura inammissibile sarebbe l'assunto relativo alla disparità di trattamento che si sarebbe verificata tra le banche che avessero ricondotto spontaneamente la pattuizione nei limiti della non usurarietà e quelle che non si fossero invece indotte a tale rinegoziazione e, parallelamente, tra i mutuatari che avessero beneficiato di rinegoziazione e coloro che non l'avessero ottenuta. L'asserita disparità tra banche sarebbe infatti irrilevante nel giudizio a quo mentre quella tra mutuatari sarebbe una disparità di mero fatto, dovuta a comportamenti del tutto eventuali, in quanto tale irrilevante ai fini del giudizio di costituzionalità. Non sussisterebbe, poi, la prospettata violazione del diritto di agire in giudizio, né la conseguente lesione di un affidamento legittimamente sorto, proprio in considerazione della natura interpretativa della norma, in virtù della quale deve escludersi che nel patrimonio giuridico dei mutuatari sia mai entrato il diritto ad ottenere l'abbattimento del tasso di interesse divenuto superiore al tasso soglia.