[pronunce]

che il Tribunale di Venezia, sezione distaccata di Dolo, con sei ordinanze di tenore sostanzialmente analogo, deliberate rispettivamente il 4 aprile 2005 (r.o. nn. 79 e 121 del 2006), il 5 aprile 2005 (r.o. n. 120 del 2006), l'8 aprile 2005 (r.o. n. 118 del 2006), il 12 maggio 2005 (r.o. n. 119 del 2006) e il 23 maggio 2005 (r.o. n. 117 del 2006), ha sollevato – in riferimento agli artt. 3 e 27, terzo comma, Cost. – questione di legittimità costituzionale dell'art. 14, comma 5-ter, primo periodo, del d.lgs. n. 286 del 1998, come sostituito dall'art. 1 della legge n. 271 del 2004, nella parte in cui prevede la pena della reclusione da uno a quattro anni per lo straniero che, senza giustificato motivo, si trattenga nel territorio dello Stato in violazione dell'ordine impartitogli dal questore ai sensi del precedente comma 5-bis; che il rimettente – il quale procede in tutti i giudizi a quibus, sia pure con riti diversi, nei confronti di persone accusate del reato di indebito trattenimento – censura il relativo trattamento sanzionatorio in una duplice prospettiva; che l'incongruenza della previsione edittale si manifesterebbe, per un primo verso, alla luce della vicenda evolutiva che ha segnato la materia, posto che l'inasprimento sanzionatorio attuato con la legge n. 271 del 2004 avrebbe avuto il solo scopo di legittimare una nuova previsione di arresto obbligatorio per il reato di indebito trattenimento dopo la sentenza n. 223 del 2004 della Corte costituzionale, senza trovare corrispondenza in una modificazione sostanziale del fenomeno regolato, e dunque alterando il rapporto di proporzionalità tra fatto e pena; che il rimettente prospetta una violazione del principio di uguaglianza, per altro verso, anche attraverso il raffronto fra il trattamento previsto per il reato de quo e quello riservato ad altre ipotesi criminose, che sarebbero ad esso comparabili in quanto consistenti, a loro volta, nella disobbedienza ad un ordine impartito dall'autorità amministrativa per ragioni di ordine pubblico, evocando in particolare l'art. 650 cod. pen. e l'art. 2 della legge n. 1423 del 1956; che in definitiva, secondo il Tribunale, la norma censurata contrasterebbe con il principio di ragionevolezza sia in esito al raffronto con le sanzioni previste per la medesima fattispecie appena due anni prima della sua introduzione, sia in esito al raffronto con le pene comminate per comportamenti illeciti della stessa natura; che dal difetto di proporzione scaturirebbe anche il contrasto della norma censurata con l'art. 27, terzo comma, Cost., posto che solo una pena proporzionata al fatto può esplicare una vera funzione rieducativa; che il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, è intervenuto in ciascuno dei giudizi, con atti depositati rispettivamente il 13 aprile 2006 (r.o. n. 79 del 2006) e il 16 maggio 2006 (r.o. nn. 117, 118, 119, 120 e 121 del 2006); che gli atti indicati riproducono le osservazioni e le richieste già svolte dalla difesa erariale in occasioni analoghe, e dunque già riassunte, in questa sede, con riguardo all'intervento spiegato nel giudizio concernente l'ordinanza r.o. n. 436 del 2005; che il Tribunale di Bologna in composizione monocratica, con ordinanza del 5 gennaio 2006 (r.o. n. 116 del 2006), ha sollevato – in riferimento agli artt. 3 e 27 Cost. – una questione di legittimità costituzionale riguardo a norma non indicata, plausibilmente identificabile nell'art. 14, comma 5-ter, primo periodo, del d.lgs. n. 286 del 1998, come sostituito dall'art. 1 della legge n. 271 del 2004; che dal testo del provvedimento di rimessione, il quale rinvia ad una eccezione difensiva non trascritta e ad altre (non meglio indicate e non trascritte) ordinanze dello stesso Tribunale, emerge che, secondo il giudice a quo, la pena per il reato contestato sarebbe eccessiva, una volta comparata a quella prevista per «fattispecie analoghe» come quelle regolate dall'art. 650 cod. pen. e dall'art. 2 della legge n. 1423 del 1956; che il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, è intervenuto nel giudizio con atto depositato il 16 maggio 2006, chiedendo che la questione sollevata sia dichiarata manifestamente inammissibile e, comunque, infondata; che in punto di ammissibilità la difesa erariale evidenzia come l'ordinanza di rimessione sia priva di qualunque descrizione della concreta fattispecie sottoposta a giudizio, e finanche dell'indicazione della norma sottoposta a censura; che l'Avvocatura dello Stato riproduce, quanto alla ritenuta infondatezza della questione, le osservazioni già svolte in occasioni analoghe, e dunque già riassunte, in questa sede, con riguardo all'intervento spiegato nel giudizio concernente l'ordinanza r.o. n. 436 del 2005. Considerato che tutte le ordinanze fin qui descritte sollevano questione di legittimità costituzionale dell'art. 14, comma 5-ter, primo periodo, del decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286 (Testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell'immigrazione e norme sulla condizione dello straniero), come sostituito dall'art. 1 della legge 12 novembre 2004, n. 271 (Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 14 settembre 2004, n. 241, recante disposizioni urgenti in materia di immigrazione), nella parte in cui prevede la pena della reclusione da uno a quattro anni per lo straniero che, senza giustificato motivo, si trattenga nel territorio dello Stato in violazione dell'ordine di allontanarsene, impartitogli dal questore a norma del precedente comma 5-bis ; che il Tribunale di Verona prospetta l'illegittimità della previsione sanzionatoria, in particolare, nella misura in cui non commina una pena equiparabile a quella prevista dagli artt. 650 del codice penale, 157 del regio decreto 18 giugno 1931, n. 773 (Approvazione del testo unico delle leggi di pubblica sicurezza), e 2 della legge 27 dicembre 1956, n. 1423 (Misure di prevenzione nei confronti delle persone pericolose per la sicurezza); che la norma del citato comma 5-ter dell'art. 14 viene censurata per i valori asseritamente troppo elevati della pena edittale, con riferimento generalizzato agli artt. 3 e 27, terzo comma, della Costituzione;