[pronunce]

che la sproporzione per eccesso del minimo edittale risulterebbe puntualmente dimostrata dalla fattispecie oggetto del giudizio a quo, la quale si connoterebbe come di «minore gravità», per le caratteristiche del fatto e soprattutto per la circoscritta durata della privazione della libertà del sequestrato (protrattasi per circa sedici ore); che la norma censurata si porrebbe, per altro verso, in contrasto con l'art. 3, primo comma, Cost., sotto il profilo della irragionevole disparità di trattamento rispetto alla figura criminosa – da ritenere «del tutto affine» – prevista dall'art. 3 della legge 26 novembre 1985, n. 718 (Ratifica ed esecuzione della convenzione internazionale contro la cattura degli ostaggi, aperta alla firma a New York il 18 dicembre 1979): disposizione, quest'ultima, che punisce «chiunque, fuori dei casi indicati dagli articoli 289-bis e 630 del codice penale, sequestra una persona o la tiene in suo potere minacciando di ucciderla, di ferirla o di continuare a tenerla sequestrata al fine di costringere un terzo, sia questi uno Stato, una organizzazione internazionale tra più governi, una persona fisica o giuridica od una collettività di persone fisiche, a compiere un qualsiasi atto o ad astenersene, subordinando la liberazione della persona sequestrata a tale azione od omissione»; che la figura criminosa in parola – introdotta in sede di ratifica della Convenzione internazionale contro la cattura degli ostaggi, aperta alla firma a New York il 18 dicembre 1979 – presenterebbe connotati peculiari tali da renderla più grave di quella contemplata dall'art. 630 cod. pen.: e ciò sia per quanto attiene ai beni protetti; sia in ragione della previsione, ancorché in forma alternativa, della minaccia di uccidere il sequestrato; sia, infine, a fronte della mancata predeterminazione della prestazione richiesta come prezzo della liberazione, la quale potrebbe consistere nel compimento di «atti politici o governativi anche molto più significativi […] rispetto al pagamento di un riscatto»; che, ciò nondimeno, il citato art. 3 della legge n. 718 del 1985 non solo prevede la medesima pena edittale comminata dal primo comma dell'art. 630 cod. pen. ; ma contempla, altresì, al terzo comma, una circostanza attenuante ad effetto speciale per i casi di «lieve entità», la quale comporta l'applicazione della pena prevista dall'art. 605 cod. pen. , aumentata dalla metà a due terzi (ossia la pena della reclusione da nove mesi a tredici anni e quattro mesi); che tale attenuante non potrebbe essere estesa, peraltro, al caso oggetto del giudizio a quo, stante il carattere «residuale», e non speciale, del reato previsto dall'art. 3 della legge n. 718 del 1985 rispetto al delitto di cui all'art. 630 cod. pen. (carattere desumibile dall'espressa clausola di salvezza di tale ultimo delitto che figura nella formula descrittiva del primo): risultandone, di conseguenza, un vulnus al principio di eguaglianza, per il diverso trattamento riservato a situazioni pienamente comparabili; che nel giudizio di costituzionalità è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che la questione sia dichiarata manifestamente inammissibile o manifestamente infondata; che, ad avviso della difesa erariale, la questione sarebbe manifestamente inammissibile per difetto di motivazione sulla rilevanza, avendo il giudice a quo qualificato apoditticamente il fatto concreto sottoposto al suo esame come di minore entità, senza una adeguata analisi di tutte le sue componenti oggettive e soggettive: analisi da ritenere tanto più necessaria a fronte della descrizione dell'episodio criminoso contenuta nella stessa ordinanza di rimessione, la quale militerebbe, primo visu, in senso contrario a quello indicato dal rimettente; che, per altro verso, il giudice a quo avrebbe censurato l'eccessiva rigidità del sistema sanzionatorio, senza verificare preventivamente se le attenuanti comuni applicabili al delitto di sequestro di persona a scopo di estorsione – e, in particolare, quelle previste dagli artt. 62, numeri 4), 5) e 6), 62-bis e 114, primo comma, cod. pen. – non consentano già di tener conto in modo adeguato, nella determinazione della pena, della «lieve» o «minore entità» del fatto; che, nel merito, dovrebbe comunque escludersi l'asserita compromissione dei principi enunciati dall'art. 27 Cost., rientrando nella discrezionalità del legislatore adottare schemi sanzionatori più o meno rigidi sulla base di un bilanciamento delle diverse esigenze di politica criminale, tra le quali rientra anche la difesa sociale; né, d'altra parte, sarebbe significativo il paragone con i minimi edittali previsti per reati quali l'omicidio, la riduzione in schiavitù o la rapina aggravata, trattandosi di figure criminose del tutto eterogenee per oggettività giuridica e allarme sociale; che parimenti infondata risulterebbe, infine, la censura di violazione del principio di eguaglianza, formulata in rapporto al regime sanzionatorio del delitto di cui all'art. 3 della legge n. 718 del 1985: tale norma incriminatrice descriverebbe, infatti, una ipotesi «atipica» di sequestro di persona, idonea a qualificare penalmente anche sequestri effettuati a scopo «dimostrativo» o per finalità etico-politiche di segno addirittura positivo; il che giustificherebbe il diverso trattamento ad essa riservato, quanto alla previsione di una attenuante speciale per i fatti di «lieve entità» ; che si è costituito, altresì, G. D., imputato nel giudizio a quo, il quale ha chiesto, in via preliminare, che la questione sia dichiarata manifestamente inammissibile per difetto di rilevanza, in quanto il rimettente – nel ritenere che il fatto per cui si procede sia riconducibile al paradigma punitivo di cui all'art. 630 cod. pen. , anziché a quello del concorso dei reati di cui agli artt. 605 e 629 cod. pen. – avrebbe offerto una lettura non condivisibile della norma incriminatrice censurata, anche nell'ottica di una interpretazione «costituzionalmente orientata»; che, in via subordinata, la parte privata ha chiesto che l'art. 630 cod. pen. venga dichiarato costituzionalmente illegittimo «nei sensi di cui all'ordinanza di rimessione», svolgendo argomentazioni a sostegno della incompatibilità del trattamento sanzionatorio del sequestro di persona a scopo di estorsione con i parametri costituzionali evocati. Considerato che il Tribunale di Padova dubita della legittimità costituzionale, in riferimento agli artt. 3, primo comma, e 27, primo e terzo comma, della Costituzione, dell'art. 630 del codice penale, nella parte in cui prevede, per il delitto di sequestro di persona a scopo di estorsione, la pena minima di «anni venticinque di reclusione in difetto di circostanza attenuante speciale per i fatti di minore entità o gravità»;