[pronunce]

Il rimettente continua poi la sua narrazione, precisando che nell'adunanza camerale del 12 gennaio 2006, fissata per la trattazione dell'istanza cautelare, sono stati chiesti chiarimenti istruttori al Ministero dell'interno, «finalizzati anche ad una sollecita definizione del giudizio con una pronuncia di merito»; che il predetto Ministero ha opposto il segreto di Stato alla ostensione in giudizio degli atti del procedimento conclusosi con l'adozione del provvedimento impugnato; che, nella pubblica udienza del 23 marzo 2006, il ricorso è stato trattenuto per la decisione. Il 17 maggio 2006 è stata depositata l'ordinanza introduttiva del presente giudizio, nella quale nulla si dice sulla conclusione o meno della fase cautelare. Nell'epigrafe del provvedimento si fa riferimento ad una ordinanza n. 169 del 2006, della quale però non si rivela il contenuto. Resta pertanto non precisato se il Tribunale rimettente, all'udienza camerale del 12 gennaio 2006, si sia limitato a richiedere all'amministrazione i chiarimenti istruttori di cui sopra, senza adottare alcun provvedimento, di accoglimento o di rigetto, dell'istanza cautelare presentata dal ricorrente, oppure si sia in qualche modo pronunciato su tale istanza. Il fatto che la causa sia stata trattenuta per la decisione nell'udienza pubblica del 23 marzo 2006 lascerebbe intendere che la citata ordinanza n. 169 del 2006 abbia chiuso la fase cautelare, avviando il procedimento verso la sua conclusione nel merito; tale circostanza, però, non viene esplicitata in alcun modo nell'ordinanza di rimessione. La precisazione mancante è decisiva ai fini della valutazione di ammissibilità della questione riguardante il divieto, posto dalla norma censurata, di concedere la misura cautelare della sospensione dell'efficacia dell'atto. Se infatti il Tribunale rimettente avesse già adottato una decisione, di accoglimento o di rigetto, dell'istanza cautelare, la questione sarebbe all'evidenza tardiva e quindi inammissibile. L'incompleta descrizione della fattispecie processuale, su un punto decisivo riguardante l'attuale rilevanza della questione, rende la stessa inammissibile. 4. – Anche la questione relativa al comma 5 dell'art. 3 del decreto-legge n. 144 del 2005 è inammissibile. Il giudice rimettente lamenta che: a) non può sospendere il provvedimento impugnato, anche nella ricorrenza dei requisiti del periculum in mora e del fumus boni iuris, per espressa previsione contenuta nel comma 4-bis dell'art. 3 del decreto-legge n. 144 del 2005; b) non può decidere nel merito il ricorso, poiché l'atto afferma la sussistenza di esigenze di ordine e di sicurezza pubblica sottese al provvedimento di espulsione, ma non definisce, nemmeno sommariamente, gli elementi di fatto che hanno condotto al giudizio di pericolosità per la sicurezza nazionale nei confronti del ricorrente; c) non può esercitare il potere istruttorio a causa dell'opposizione del segreto di Stato, che determina la sospensione biennale del procedimento. Conclude il TAR del Lazio: «Il sistema così delineato, sebbene avente efficacia temporale limitata nel tempo fino al 31 dicembre 2007, allo stato comporta un notevole squilibrio tra le parti del processo, ostacolando la tutela delle situazioni giuridiche lese dall'amministrazione, in base a presupposti di fatto non dimostrati e non dimostrabili (almeno per il periodo di sospensione biennale ai sensi dell'art. 3 del d.l. n. 144/2005) e comprimendo sostanzialmente i diritti garantiti dagli articoli 3 e 24 della Costituzione per un periodo di tempo non ritenuto ragionevole». Il giudice a quo ritiene dunque che l'illegittimità costituzionale della norma censurata emerga dal “sistema”, composto, in sequenza, dal divieto di concedere la sospensione cautelare dell'efficacia del provvedimento e dall'automatica sospensione del procedimento nell'ipotesi (come la presente) di opposizione del segreto di Stato da parte dell'amministrazione. Il rimettente ha omesso tuttavia di esplorare la possibilità di una diversa ricostruzione del “sistema”, tale da non condurre necessariamente alla saldatura, nel caso di specie, tra divieto di concessione del provvedimento cautelare e sospensione automatica del procedimento per effetto dell'opposizione del segreto di Stato. Nel passo del provvedimento impugnato riportato dall'ordinanza di rimessione si legge che il soggetto espulso «ha un consolidato circuito relazionale con elementi di primo piano dell'integralismo islamico presente in Italia ed ha svolto intensa attività di proselitismo su posizioni radicali» e «ha tenuto condotte che nell'attuale contesto del terrorismo di matrice islamica sono motivo di grave turbamento per l'ordine pubblico e di pericolo per la sicurezza nazionale». Il decreto di espulsione riproduce dunque in modo pressoché testuale la formula presente nell'art. 13, comma 1, del d.lgs. n. 286 del 1998 («motivi di ordine pubblico o di sicurezza dello Stato») e non invece quella, più circoscritta, di cui al comma 1 dell'art. 3 del decreto-legge n. 144 del 2005 (straniero «nei cui confronti vi sono fondati motivi di ritenere che la sua permanenza nel territorio dello Stato possa in qualsiasi modo agevolare organizzazioni terroristiche, anche internazionali»). Il giudice rimettente mostra di condividere l'interpretazione dell'amministrazione, nel senso che l'art. 13, comma 1, del d.lgs. n. 286 del 1998 sarebbe stato “integrato” dalle disposizioni contenute nell'art. 3 del decreto-legge n. 144 del 2005, con l'effetto di estendere a tutti i casi di espulsione il regime processuale di nuova introduzione. Lo stesso rimettente, però, non si pone il quesito se il citato art. 3 abbia creato invece una fattispecie a se stante, per la quale soltanto siano applicabili le norme più restrittive, previste espressamente per coloro che pongono in essere condotte agevolatrici delle organizzazioni terroristiche. Il Tribunale rimettente dichiara in modo esplicito che al provvedimento di espulsione impugnato, adottato «ai sensi dell'art. 13 del T.U. delle disposizioni concernenti la disciplina dell'immigrazione», «per effetto del richiamo contenuto nel 1° comma dell'art. 3 del d.l. 144/2005 […] si applicano le disposizioni in materia di espulsione di stranieri per motivi di prevenzione del terrorismo». Non vi sono tuttavia elementi, nell'ordinanza di rimessione, per comprendere in base a quale iter interpretativo si ritenga ormai equivalente, a fini di disciplina dell'espulsione, il comportamento di chi, pur muovendosi in un ambiente nel quale sono presenti persone e organizzazioni dedite al terrorismo, non pone in essere condotte agevolatrici, e chi invece adotta tali condotte.