[pronunce]

una deroga al divieto di equivalenza o prevalenza delle attenuanti rispetto all'aggravante della finalità di terrorismo o di eversione dell'ordine democratico, introdotta dall'art. 1 del decreto-legge 15 dicembre 1979, n. 625 (Misure urgenti per la tutela dell'ordine democratico e della sicurezza pubblica), convertito, con modificazioni, dalla legge 6 febbraio 1980, n. 15, e rispetto all'aggravante, in tema di mafia, introdotta dall'art. 7 del decreto-legge 13 maggio 1991, n. 152 (Provvedimenti urgenti in tema di lotta alla criminalità organizzata e di trasparenza e buon andamento dell'attività amministrativa), convertito, con modificazioni, dalla legge 12 luglio 1991, n. 203. Secondo il giudice a quo, poiché il minore di età e il seminfermo di mente sono equiparabili sotto il profilo dell'immaturità intellettiva, affettiva e volitiva, anche per il seminfermo di mente la deroga all'ordinaria disciplina del bilanciamento sarebbe irragionevole. L'assimilazione del seminfermo di mente al minore troverebbe una conferma nelle sentenze n. 253 del 2003 e n. 367 del 2004, secondo le quali le esigenze di tutela della collettività non possono prevalere su quelle di tutela della salute. In conclusione la previsione della semplice equivalenza dell'attenuante del vizio parziale di mente con la recidiva reiterata costituirebbe un automatismo in contrasto con esigenze essenziali di uguaglianza (art. 3 Cost.), con la finalità rieducativa della pena (art. 27, terzo comma, Cost.) e con il diritto alla salute (art. 32 Cost.). 2.- È intervenuto in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, e ha chiesto che la questione sia dichiarata inammissibile o comunque non fondata. Ad avviso della difesa dello Stato il giudice rimettente non avrebbe sollevato la questione in maniera adeguata, in quanto «[l]a valutazione effettuata [...] in ordine all'applicazione della recidiva non appare condivisibile, alla luce anche dei principi elaborati dalla giurisprudenza costituzionale e di legittimità in materia». Una corretta applicazione di questi principi, tenuto conto delle caratteristiche della personalità dell'imputato poste in evidenza dal giudice rimettente, avrebbe consentito «di superare ogni dubbio di legittimità della norma censurata». L'Avvocatura generale dello Stato aggiunge che, comunque, la questione non è fondata. La norma censurata tenderebbe ad attuare «una forma di prevenzione generale della recidiva reiterata, inasprendone il regime sanzionatorio». Essa, inoltre, non comporterebbe un'applicazione sproporzionata della pena, perché sanziona coloro che hanno commesso un altro reato essendo già recidivi, dimostrando così un alto e persistente grado di antisocialità. Peraltro la stessa Corte costituzionale avrebbe chiarito che gli effetti della sentenza n. 251 del 2012 (che ha dichiarato l'illegittimità costituzionale dell'art. 69, quarto comma, cod. pen. , nella parte in cui prevede il divieto di prevalenza dell'attenuante dell'art. 73, comma 5, del d.P.R. 9 ottobre 1990, n. 309, recante «Testo unico delle leggi in materia di disciplina degli stupefacenti e sostanze psicotrope, prevenzione, cura e riabilitazione dei relativi stati di tossicodipendenza», sulla recidiva di cui all'art. 99, quarto comma, cod. pen.) devono essere circoscritti alla sola circostanza considerata, senza carattere di generalità. Nel caso in esame, il divieto sarebbe giustificato in quanto «colpisce un'attenuante inerente la persona del colpevole ma lo "scalino" edittale determinato dal divieto di prevalenza non è manifestamente sproporzionato, valutando i dati soggettivi, connessi alla colpevolezza e alla pericolosità dell'agente, rispetto alla seminfermità mentale». La deroga al giudizio di bilanciamento rientrerebbe nell'ambito della discrezionalità legislativa e, quindi, non sarebbe sindacabile da parte di questa Corte. Sarebbe pertanto superato qualsiasi dubbio sulla legittimità costituzionale della norma censurata, con riferimento all'art. 3 Cost. La norma in questione inoltre non contrasterebbe con l'art. 27, terzo comma, Cost.: la scelta legislativa di sanzionare la recidiva in modo più rigoroso, indipendentemente dalla «gravità dei fatti commessi, dai loro tempi e modi e dalle sanzioni irrogate», rientra nella discrezionalità del legislatore ed è immune dalle censure formulate dal rimettente in quanto «il fatto stesso della persistenza nelle condotte antisociali, quali che esse siano, dimostra che la funzione rieducativa non ha potuto efficacemente esplicarsi». Infine non sarebbe violato neppure l'art. 32 Cost., perchè il divieto di prevalenza dell'attenuante della seminfermità di mente sulla recidiva reiterata «non incide sul diritto alla salute dell'imputato che può ben essere tutelato mediante la sottoposizione alla misura di sicurezza del ricovero nella casa di cura o di custodia».1.- Il Giudice dell'udienza preliminare del Tribunale ordinario di Cagliari, con ordinanza del 30 giugno 2016, dubita, in riferimento agli artt. 3, 27, terzo comma, e 32 della Costituzione, della legittimità costituzionale dell'art. 69, quarto comma, del codice penale, come sostituito dall'art. 3 della legge 5 dicembre 2005, n. 251 (Modifiche al codice penale e alla legge 26 luglio 1975, n. 354, in materia di attenuanti generiche, di recidiva, di giudizio di comparazione delle circostanze di reato per i recidivi, di usura e di prescrizione), «nella parte in cui prevede il divieto di prevalenza della diminuente della seminfermità di mente prevista dall'art. 89 codice penale sulla recidiva di cui all'art. 99, quarto comma codice penale». Ad avviso del rimettente la norma censurata viola il principio di uguaglianza, perché «conduce ad applicare pene identiche a condotte di rilievo sostanziale enormemente diverso», ed è in contrasto anche con l'art. 27, terzo comma, Cost., perché la finalità rieducativa della pena implica «un costante "principio di proporzione" tra qualità e quantità della sanzione, da una parte, e offesa, dall'altra (sentenza n. 313 del 1990)». Il seminfermo di mente, ancorché recidivo reiterato, dovrebbe essere sottoposto a un trattamento sanzionatorio adeguato alla sua infermità, che può essere assicurato solamente dalla prevalenza della diminuente prevista dall'art. 89 cod. pen. sulla recidiva reiterata. Solo in tal modo, nel caso di specie, sarebbe possibile «irrogare una pena adeguata alla concreta gravità del fatto (modestissima entità del danno patrimoniale e morale anche in termini di conseguenze per la vittima), alla personalità e colpevolezza dell'autore». Infine il divieto di prevalenza dell'attenuante dell'art. 89 cod. pen. sulla recidiva reiterata violerebbe anche il diritto alla salute, garantito dall'art. 32 Cost. 2.-