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Modifiche al codice civile e al codice di procedura civile in materia di interdizione e inabilitazione e rafforzamento dell'istituto dell'amministrazione di sostegno. Onorevoli Senatori . – A quindici anni dall'entrata in vigore della legge n. 6 del 2004, sono maturi i tempi per l'approvazione del progetto abrogativo dell'interdizione e dell'inabilitazione, da anni invocato o annunciato a vari livelli: non sussiste alcuna seria ragione che giustifichi l'ulteriore conservazione nel codice civile, in effetti, dei due vecchi modelli « incapacitanti ». Anzi tale abrogazione è divenuta non più rinviabile, oggi, per un ordinamento giuridico che intenda dirsi realmente proteso al rispetto dei diritti fondamentali della persona fragile quali, in primo luogo, la dignità personale e il diritto al sostegno. Le caratteristiche del tutto negative proprie dell'interdizione (e dell'inabilitazione) sono molteplici. Possono, in estrema sintesi, indicarsi come segue: a) taglio espropriativo dell'interdizione: la persona interdetta viene collocata in uno status giuridico equivalente alla morte civile. Con l'interdizione, infatti, la persona risulta dichiarata legalmente incapace di agire, ciò che comporta l'espulsione totale della stessa dalla possibilità di compiere un qualsivoglia negozio produttivo di effetti nei confronti dei consociati: non un contratto, non un acquisto, non il matrimonio, né alcun atto di natura personale. La cosiddetta « protezione » assicurata dai vecchi istituti tradisce, in realtà, valenze punitive ed escludenti, non più tollerabili in una società evoluta; b) mancanza di valore terapeutico: all'incapacitazione formale della persona, in tutto il suo essere, non si accompagna nella legge e nella prassi alcun progetto di risocializzazione ed empowerment ; enfasi solo economicistica: i soli interessi presidiati mediante i vecchi istituti sono quelli economico-patrimoniali, propri dei familiari e dei parenti; c) scarsa trasparenza del procedimento di interdizione e debolezza delle garanzie formali riconosciute all'interdicendo: di fatto, egli rimane ai margini del giudizio e nonostante il codice di procedura civile gli riconosca la capacità di stare in giudizio personalmente (articolo 716 del codice di procedura civile), tale norma è di fatto disapplicata (tanto che il ricorso introduttivo non viene quasi mai notificato personalmente all'interdicendo); d) irrevocabilità « pratica » della misura: una volta interdetta, la persona è destinata nel 99 per cento dei casi a rimanere tale per il resto dell'esistenza. Nonostante infatti la possibilità di revoca dell'interdizione (e dell'inabilitazione) figuri astrattamente prevista dalla legge e malgrado l'esistenza stessa dell'amministrazione di sostegno costituisca ragione valida per la revoca delle vecchie misure, i casi di revoca effettiva sono oggigiorno scarsissimi. È ben vero che lo spazio applicativo attuale delle misure di protezione tradizionali appare, ormai, abbastanza residuo; e ciò grazie al diffondersi della nuova cultura del sostegno, indotto dalla riforma sull'amministrazione di sostegno e dalla stessa giurisprudenza della Corte costituzionale e della Cassazione. Ciò posto, il presente disegno di legge procede alla soppressione dei residuali istituti dell'interdizione e dell'inabilitazione, implementa quello dell'amministrazione di sostegno e prevede nuove tutele, anche patrimoniali, per le persone deboli. In particolare, la prima parte (dall'articolo 1 all'articolo 3) attiene alla soppressione dell'interdizione e dell'inabilitazione. L'articolo 1 prevede l'abrogazione delle disposizioni componenti la disciplina dell'interdizione e inabilitazione di cui al capo II del titolo XII del libro primo del codice civile, con l'esclusione dell'articolo 428. Quest'ultima disposizione disciplina, infatti, il rimedio dell'annullabilità degli atti compiuti da persona incapace di intendere e di volere, talché essa conserva la sua validità, sia pure con l'eliminazione del riferimento all'interdizione. Dispone inoltre la sostituzione della rubrica del capo II del titolo XII del libro primo del codice civile, « Della interdizione, della inabilitazione e della incapacità naturale », con la seguente: « Della incapacità naturale ». L'articolo 2 abroga le principali disposizioni del codice civile facenti riferimento agli istituti soppressi o che li presuppongano. L'articolo 3 apporta delle modifiche di coordinamento puntuali ad alcuni articoli del codice civile e introduce una disposizione di chiusura secondo cui tutte le disposizioni del codice civile relative agli istituti dell'interdizione e dell'inabilitazione, dove l'interpretazione sistematica delle disposizioni lo consenta, si intendono riferite all'istituto dell'amministrazione di sostegno. Esso apporta inoltre modifiche al codice di procedura civile. In particolare sono inseriti nell'articolo 716 del codice di procedura civile due commi di nuova formulazione, i quali prevedono che (in ogni fase del procedimento) il giudice tutelare, qualora, con riferimento esclusivo all'interesse del beneficiario, ritenga di stabilire divieti, limitazioni o decadenze incidenti su diritti fondamentali della persona, debba invitare il beneficiario e l'amministratore di sostegno anche provvisorio a nominare un difensore. Si è ritenuto opportuno precisare poi che, qualora l'interessato non provveda alla nomina di un difensore in un termine assegnatogli dal giudice tutelare, quest'ultimo potrà procedere, ciò nonostante, all'assunzione del provvedimento per il quale era contemplata la difesa tecnica. Tale opzione si ritiene essere la più idonea ad evitare blocchi ed ingessature dell’ iter procedimentale, poiché si correrebbe altrimenti il rischio di vedere snaturata l'essenza stessa del nuovo sistema di protezione, improntato alla maggiore speditezza e snellezza possibile. Per gli stessi motivi, non si prevede alcuna sanzione di nullità del provvedimento adottato o, addirittura, del procedimento, per l'eventualità in cui il giudice tutelare non abbia provveduto secondo i dettami dell'articolo 716, secondo comma. Una simile soluzione, infatti, comporterebbe seri rischi di ingessamento e indurrebbe, con verosimile probabilità, un giudice tutelare « eccessivamente » scrupoloso nel rispetto delle regole processuali a ordinare la difesa tecnica anche in relazione a casi « dubbi » o per i quali, in realtà, non vengano propriamente in gioco interessi fondamentali della persona. E la medesima riflessione vale per l'opposta ipotesi, in cui il giudice tutelare potrebbe scegliere di non « incapacitare » proprio al fine di evitare le complicazioni della nomina del difensore (e per scongiurare gli inevitabili rallentamenti che questa comporta, nello svolgimento dell’ iter procedimentale) o per andare incontro alle « rimostranze » dell'interessato il quale non ne voglia sapere di rivolgersi ad un avvocato. In definitiva, la direzione prescelta è quella di consentire e, anzi, istituzionalizzare la difesa tecnica, rimettendo tuttavia al giudice tutelare la valutazione, discrezionale ed equitativa (di buon senso), circa la necessità o meno di farvi ricorso.