[pronunce]

SENTENZA ha pronunciato la seguentenei giudizi di legittimità costituzionale dell'art. 157, primo e quinto comma, del codice penale, come sostituiti dall'art. 6 della legge 5 dicembre 2005, n. 251 (Modifiche al codice penale e alla legge 26 luglio 1975, n. 354, in materia di attenuanti generiche, di recidiva, di giudizio di comparazione delle circostanze di reato per i recidivi, di usura e di prescrizione), promossi con ordinanze del 21 marzo 2006 dal Tribunale di Perugia, del 27 aprile 2006 dal Tribunale di Reggio Emilia, del 6 settembre 2006 dalla Corte di cassazione e del 14 febbraio 2007 dal Tribunale di Grosseto, sezione distaccata di Orbetello, rispettivamente iscritte ai nn. 415 e 436 del registro ordinanze del 2006 ed ai nn. 112 e 399 del registro ordinanze del 2007, pubblicate nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica, n. 43, prima serie speciale, dell'anno 2006, edizione straordinaria del 2 novembre 2006, e nn. 12 e 22, prima serie speciale, dell'anno 2007. Visti gli atti di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri; udito nella camera di consiglio del 12 dicembre 2007 il Giudice relatore Gaetano Silvestri.. Ritenuto in fatto Considerato in diritto 1. – Il Tribunale di Perugia in composizione monocratica, con ordinanza del 21 marzo 2006 (r.o. n. 415 del 2006), ha sollevato – in riferimento all'art. 3 della Costituzione – questione di legittimità costituzionale dell'art. 157, quinto comma, del codice penale, come sostituito dall'art. 6 della legge 5 dicembre 2005, n. 251 (Modifiche al codice penale e alla legge 26 luglio 1975, n. 354, in materia di attenuanti generiche, di recidiva, di giudizio di comparazione delle circostanze di reato per i recidivi, di usura e di prescrizione), nella parte in cui non dispone che il termine triennale di prescrizione, previsto per i reati puniti con pena diversa da quella detentiva e da quella pecuniaria, si applichi anche agli ulteriori reati di competenza del giudice di pace. Il rimettente illustra come si proceda, nel giudizio principale, per reati attribuiti alla competenza del giudice di pace, commessi in epoca antecedente all'entrata in vigore del decreto legislativo 28 agosto 2000, n. 274 (Disposizioni sulla competenza penale del giudice di pace, a norma dell'articolo 14 della legge 24 novembre 1999, n. 468), e dunque rimessi, secondo la disciplina transitoria dello stesso d.lgs. n. 274 del 2000, alla cognizione del tribunale in composizione monocratica. Per i reati in questione sono peraltro già applicabili, in forza della citata disciplina transitoria (artt. 63 e 64), le «nuove» sanzioni introdotte con riguardo, appunto, agli illeciti penali attribuiti alla competenza del giudice di pace. Nel caso di specie – secondo l'ulteriore premessa del Tribunale – la dichiarazione di apertura del dibattimento è intervenuta dopo l'entrata in vigore della legge n. 251 del 2005, con la conseguenza che dovrebbe trovare applicazione, se più favorevole, la nuova disciplina dei termini prescrizionali (comma 3 dell'art. 10 della stessa legge n. 251 del 2005). Il giudice a quo ritiene che il termine triennale previsto dal testo riformato del quinto comma dell'art. 157 cod. pen. – che si riferisce ai reati per i quali «la legge stabilisce pene diverse da quella detentiva e da quella pecuniaria» – riguardi proprio gli illeciti attribuiti alla competenza del giudice di pace, se punibili con le sanzioni della permanenza domiciliare o del lavoro di pubblica utilità (sanzioni cosiddette «para-detentive», in quanto né detentive né pecuniarie). Infatti, ove diversamente intesa, «la norma risulterebbe inapplicabile, in quanto priva di qualsivoglia concreto riferimento». Il Tribunale assume, in particolare, che dovrebbe farsi applicazione del quinto comma dell'art. 157 cod. pen. anche nei casi in cui la sanzione «para-detentiva» sia prevista in alternativa a quella pecuniaria: il fatto che in concreto il giudice possa irrogare solo la seconda non esclude infatti, a parere del rimettente, che la previsione edittale investa anche la sanzione «diversa», e che valga pertanto il termine prescrizionale di tre anni, in luogo di quello più lungo che il primo comma dello stesso art. 157 cod. pen. prevede per i reati puniti con pene detentive o con la sola pena pecuniaria. Tutto ciò premesso, il giudice a quo rileva che la disciplina della prescrizione per i reati di competenza del giudice di pace sarebbe «platealmente irragionevole». Infatti, per i fatti puniti unicamente con la sanzione pecuniaria, il termine sarebbe pari a quattro anni o a sei anni (a seconda che si tratti di contravvenzioni o delitti), mentre gli illeciti più gravi, per i quali è applicabile anche (o solo) una sanzione coercitiva della libertà personale (ancorché non detentiva), sarebbero suscettibili di estinzione nell'arco di un triennio. Ciò in specifico contrasto con l'aspettativa di un «oblio sociale dell'illecito» più o meno tempestivo a seconda della portata dell'offesa, e comunque con il criterio di un più marcato interesse punitivo per i fatti di maggior gravità. Il Tribunale pone in rilievo come la denunciata anomalia si riscontri anche per sequenze di progressione nell'offesa ad un medesimo bene: nel caso di percosse senza lesioni – fatto punibile a norma dell'art. 581 cod. pen. con la sola pena pecuniaria – il reato si prescrive in sei anni, mentre, se le stesse percosse provocassero lievi lesioni personali (punibili anche con la permanenza domiciliare, o con il lavoro di pubblica utilità, a norma dell'art. 582 cod. pen.), il termine per l'estinzione del reato sarebbe ridotto a tre anni. Secondo il giudice a quo, l'irrazionalità della disciplina dovrebbe essere eliminata attraverso una parificazione dei termini prescrizionali per i reati attribuiti alla competenza del giudice di pace, in particolare estendendo a tutti la previsione del quinto comma dell'art. 157 cod. pen. L'allineamento del termine sui valori più elevati sarebbe infatti precluso dall'inammissibilità di interventi manipolativi in malam partem, trattandosi nella specie di materia interessata da riserva di legge. Una prescrizione particolarmente sollecita, d'altra parte, sarebbe congrua con quella connotazione di «diritto mite» che segnerebbe, appunto, la giurisdizione penale di pace. Il Tribunale illustra, da ultimo, la rilevanza della questione nella fattispecie sottoposta al suo giudizio. All'imputato è ascritto un reato di lesioni personali per il quale, essendo comminata anche la sanzione «para-detentiva», dovrebbe pervenirsi ad una sentenza dichiarativa dell'intervenuta prescrizione. Gli ulteriori reati contestati (minaccia ed ingiuria), puniti con la sola pena della multa, non sarebbero invece ancora prescritti, pur presentando rilievo minore.