[pronunce]

Ad avviso della Corte rimettente, non resterebbe perciò altra soluzione che sollevare la questione di legittimità costituzionale della disposizione in esame. Essa infatti, non prevedendo la nullità del decreto che dispone il giudizio immediato in caso di mancanza, insufficienza o inesattezza della indicazione dell'avviso circa la facoltà di chiedere riti alternativi, reca un potenziale pregiudizio all'esercizio di tale facoltà. Alla stregua della sentenza della Corte costituzionale n. 497 del 1995, risulterebbero perciò violati: l'art. 3 Cost., a causa della difformità di disciplina per casi - quello regolato dall'art. 552, comma 2, cod. proc. pen. e quello in esame - che «presentano natura sostanzialmente identica»; il diritto inviolabile della difesa in ogni stato e grado del procedimento sancito dall'art. 24 Cost.; l'art. 111 Cost., che riconosce all'imputato il diritto di disporre «del tempo e delle condizioni necessari per preparare la sua difesa». 3. - È intervenuto nel giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che la questione sia dichiarata inammissibile o infondata.1. - La Corte di appello di Palermo dubita della legittimità costituzionale dell'art. 456 del codice di procedura penale, nella parte in cui non prevede la nullità del decreto che ha disposto il giudizio immediato nel caso di mancanza, insufficienza o inesattezza dell'avviso che l'imputato può chiedere il giudizio abbreviato o l'applicazione della pena. Nel ripercorrere le vicende processuali del giudizio di primo grado, la Corte di appello rimettente aderisce, in punto di fatto, alle argomentazioni svolte dall'imputato appellante nei confronti della sentenza di condanna, rilevando che l'erronea indicazione del termine di sette giorni, anziché di quindici giorni, entro cui l'imputato, a norma del combinato disposto degli artt. 456, comma 2, e 458, comma 1, cod. proc. pen. , può chiedere il giudizio abbreviato o l'applicazione della pena, ha determinato «una insufficiente ed, anzi, fuorviante formulazione del prescritto avviso». Secondo il rimettente, la situazione sarebbe del tutto analoga a quella esaminata da questa Corte nella sentenza n. 497 del 1995, che ha dichiarato l'illegittimità costituzionale del previgente art. 555, comma 2, cod. proc. pen. , nella parte in cui non prevedeva la nullità del decreto di citazione a giudizio davanti al pretore in caso di mancanza o insufficienza dell'avviso circa la facoltà dell'imputato di ricorrere ai riti alternativi. A seguito di tale sentenza il legislatore aveva poi introdotto la sanzione di nullità nel comma 2 dell'art. 552 cod. proc. pen. , che disciplina il decreto di citazione a giudizio davanti al tribunale in composizione monocratica. Secondo la difesa della parte privata nel giudizio a quo, l'ipotesi in esame dovrebbe dunque integrare una nullità di ordine generale relativa all'intervento dell'imputato ex art. 178, comma 1, lettera c), cod. proc. pen. Il rimettente esclude peraltro di poter pervenire in via interpretativa a tale soluzione: dalla stessa sentenza n. 497 del 1995 si desumerebbe infatti che la Corte costituzionale si è risolta a dichiarare l'illegittimità costituzionale della norma allora censurata proprio sul presupposto che l'omissione o l'insufficienza dell'avviso non integra una nullità di ordine generale ricavabile direttamente dall'art. 178, comma 1, lettera c), cod. proc. pen. La Corte di appello solleva pertanto questione di legittimità costituzionale dell'art. 456 cod. proc. pen. per contrasto con l'art. 3 Cost., a causa della difformità di disciplina rispettivamente riservata dall'art. 552, comma 2, cod. proc. pen. e dalla norma in esame a casi che «presentano natura sostanzialmente identica»; con l'art. 24 Cost., per violazione del diritto di difesa; con l'art. 111 Cost., nella parte in cui sancisce il diritto dell'imputato di disporre del tempo e delle condizioni necessari per preparare la difesa. 2. - La questione non è fondata nei termini di seguito precisati. 3. - Non vi è dubbio che la sentenza n. 497 del 1995 ha preso in esame un dato normativo - la mancata previsione della sanzione di nullità in caso di omissione dell'avviso del termine stabilito a pena di decadenza dall'allora vigente art. 555, comma 2, cod. proc. pen. per presentare richiesta di giudizio abbreviato - corrispondente a quello dell'art. 456 cod. proc. pen. , che contempla anch'esso l'avviso che l'imputato può esercitare la facoltà di chiedere il patteggiamento o il giudizio abbreviato entro un termine stabilito a pena di decadenza, ma non prevede espressamente alcuna sanzione processuale in caso di mancanza o insufficienza dell'avviso. In effetti, tenuto conto della natura di atto complesso del decreto di citazione a giudizio davanti al pretore e della struttura bifasica che connotava il relativo procedimento, la sanzione di nullità introdotta dalla sentenza n. 497 del 1995 in caso di omissione dell'avviso trovava «la sua ragione essenzialmente nella perdita irrimediabile della facoltà di chiedere il giudizio abbreviato» entro il termine di quindici giorni stabilito a pena di decadenza (v. sentenza n. 101 del 1997), in un contesto processuale del tutto omogeneo alla disciplina oggi censurata. Anche nell'ipotesi in esame il termine di decadenza entro cui chiedere l'applicazione della pena o il giudizio abbreviato è anticipato rispetto alla fase dibattimentale, sicché la mancanza o l'insufficienza del relativo avvertimento può determinare la perdita irrimediabile della facoltà di accedere a tali procedimenti speciali. La violazione della regola processuale che impone di dare all'imputato (esatto) avviso della sua facoltà comporta perciò anche in questo caso la violazione del diritto di difesa. Al riguardo, questa Corte ha più volte ribadito che la richiesta di riti alternativi costituisce una modalità di esercizio del diritto di difesa (cfr. , tra molte, oltre alla sentenza n. 497 del 1995, le sentenze n. 76, n. 101 e n. 214 del 1993, n. 265 del 1994, n. 70 del 1996, tutte nel senso che sarebbe lesivo del diritto di difesa precludere all'imputato l'accesso ai riti speciali per un errore a lui non imputabile). Da ultimo nella sentenza n. 120 del 2002, proprio in relazione al termine per presentare richiesta di giudizio abbreviato dopo la notificazione del decreto di giudizio immediato, la Corte ha puntualizzato che il diritto di difesa va qui inteso come possibilità di ricorrere anche all'assistenza tecnica del difensore, stabilendo che il termine deve decorrere dall'ultima notificazione, all'imputato o al difensore, del decreto ovvero dell'avviso della data fissata per il giudizio immediato.