[pronunce]

Le due delibere, in sostanza, si sarebbero mosse «entro un'analisi ab interno della struttura di costo dell'attività di smaltimento», in tal modo «non decampando dai principi generali enucleati dal d.p.r. n. 158 del 1999». 1.6.- Il rimettente, infine, rigettati il secondo ed il terzo motivo, ha sospeso la decisione in ordine al quarto motivo, ritendo rilevanti e non manifestamente infondate le suddette questioni di legittimità costituzionale. Ciò in quanto la «ampiezza e la atecnicità» della dizione «introiti» utilizzata nell'ultimo periodo del censurato art. 16, comma 1, «evidentemente voluta» dal legislatore regionale, imporrebbe di ritenervi ricompresi anche gli «incentivi per l'energia prodotta da fonte rinnovabile, i quali, del resto, nella contabilità dell'impresa configurano materialmente un incremento economico, ovvero, in altra prospettiva, una posta reddituale positiva, ossia appunto un "introito"». Tuttavia, poiché - ad avviso del giudice a quo - tali incentivi sarebbero stati erogati per rendere economicamente sostenibili forme di produzione di energia «ambientalmente compatibile», derivante, nella specie, dallo smaltimento dei rifiuti, la relativa disciplina perseguirebbe direttamente e sotto un duplice aspetto (gestione del ciclo dei rifiuti e produzione di energia da fonti rinnovabili) finalità di «tutela dell'ambiente». La norma regionale, pertanto, si porrebbe in violazione della competenza legislativa esclusiva statale in materia di tutela dell'ambiente di cui all'art. 117, secondo comma, lettera s), Cost. Essa, infatti, modificando il «fruitore sostanziale» dell'incentivo, si frapporrebbe fra il suo «destinatario formale» e l'incentivo medesimo, deviando quest'ultimo e i suoi effetti economici in favore di altro soggetto, ossia verso la «collettività utente del servizio», con conseguente «riduzione della tariffa». Il rimettente lamenta poi, «sotto un diverso profilo», che la sottrazione dai costi della quota degli incentivi percepiti in relazione all'operazione di smaltimento, «potrebbe integrare un tributo» - anche perché il computo disciplinato dalla disposizione regionale sarebbe «finalizzato a determinare la misura della tariffa gravante sugli utenti finali del servizio di gestione dei rifiuti, ad oggi disciplinata dalla l. n. 147 del 2013, artt. 639 e ss. [recte: art. 1, commi 639 e ss.], avente, per chiaro dettato normativo e per consolidata giurisprudenza, natura tributaria» - o comunque «una surrettizia "prestazione patrimoniale imposta"». Ciò in violazione degli artt. 117, secondo comma, lettera e), e 119, secondo comma, Cost., perché il tributo risulterebbe istituito in una materia «in cui non è stata attribuita potestà tributaria alla Regione», o comunque dell'art. 23 Cost., in quanto difetterebbero i «criteri oggettivi tali da integrare la riserva di legge relativa». 2.- Herambiente spa ha depositato atto di costituzione in giudizio chiedendo l'accoglimento delle questioni. La società evidenzia che l'incentivazione della produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili costituirebbe un «principio generale dell'ordinamento, come stabilito dalle direttive 2001/77/CE e 2009/28/CE». La Corte di giustizia dell'Unione europea, inoltre, avrebbe più volte sottolineato l'importanza dei regimi di sostegno, ribadendo che condizione per la loro efficacia è che questi siano assistiti da stabilità, coerenza e prevedibilità, «elementi necessari a conservare la fiducia degli investitori e garantire il raggiungimento degli obiettivi vincolanti a livello dei singoli Stati membri». In particolare, gli incentivi derivanti dalla produzione di energia rinnovabile non costituirebbero per loro natura un ricavo, ma rappresenterebbero il beneficio economico corrisposto per sostenere determinate iniziative di investimento che perseguono finalità di tutela dell'ambiente e dell'ecosistema. In adesione alla prospettazione del rimettente, la società evidenzia che la disposizione regionale, nella parte in cui ha considerato tra gli «introiti» anche gli incentivi derivanti dalla produzione di energia da fonte rinnovabile, finirebbe per regolare aspetti rimessi alla competenza legislativa esclusiva dello Stato, ex art. 117, secondo comma, lettera s), Cost., e, in particolare, della «tutela e protezione dell'ambiente». La normativa regionale, infatti, «deviando» i benefici economici dall'incentivo a favore di un altro soggetto (l'utenza del servizio), mediante la riduzione della tariffa, vanificherebbe la ratio dell'incentivo, ponendosi quindi in contrasto con la giurisprudenza di questa Corte in materia di tutela dell'ambiente. La disposizione regionale, inoltre, comportando una «deminutio» patrimoniale, «corrispondente al mancato profitto derivante dagli incentivi per la produzione dell'energia pulita», integrerebbe, da un lato, una «prestazione patrimoniale imposta» stabilita senza i criteri minimi per far ritenere rispettata la riserva di legge di cui all'art. 23 Cost., o, dall'altro, un tributo - ben potendo gli «introiti» consistere in un indicatore della «capacità contributiva» - che, secondo la giurisprudenza di questa Corte, non sarebbe costituzionalmente consentito alla potestà impositiva delle regioni a statuto ordinario. 3.- Nel giudizio si è costituita la Regione Emilia-Romagna, chiedendo di dichiarare l'inammissibilità e, comunque, la non fondatezza delle questioni. 3.1.- Innanzitutto la Regione ha chiarito i complessi profili, fattuali e normativi, della fattispecie in esame, anche precisando che le imprese proprietarie degli impianti di smaltimento rifiuti, seppure integrate nell'ambito del servizio pubblico, parallelamente svolgerebbero anche un'attività di libero mercato in relazione allo smaltimento dei rifiuti speciali, dal quale trarrebbero la massima parte del loro profitto. 3.2.- La Regione, quindi, ha eccepito l'inammissibilità delle questioni per «omessa determinazione interpretativa e contraddittorietà nella ricostruzione della fattispecie normativa», in quanto formulate dal giudice rimettente sulla base di due ricostruzioni diverse, inconciliabili tra loro, dell'unica disposizione oggetto del giudizio. Infatti, il giudice amministrativo, dopo avere deciso e respinto in modo definitivo la censura di violazione del metodo tariffario stabilito dallo Stato (perché le delibere non sarebbero «decampa[te] dai principi generali enucleati dal d.p.r. n. 158 del 1999») , avrebbe poi sollevato la questione di legittimità costituzionale sull'invasione della competenza statale in materia di ambiente, in considerazione della circostanza che tra gli introiti rientravano anche gli incentivi per le energie da fonti rinnovabili. In modo contraddittorio, inoltre, il rimettente avrebbe sollevato un'ulteriore questione di legittimità costituzionale affermando che tale modalità di computo dei costi «potrebbe integrare un tributo o, comunque, una surrettizia prestazione patrimoniale imposta».