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Questa tipologia di lavoratori, spesso, si ritrova ad accettare ingaggi dell'ultimo momento, con una programmazione della propria attività "day by day" attraverso la formula dalla "agibilità inps ex enpals", che è il documento preventivo comprovante il fatto che per una determinata attività lavorativa, in una specifica circostanza, verranno versati i contributi dal datore di lavoro. Tale documento viene perfezionato attraverso i servizi on line del sito internet dell'INPS. Annualmente le associazioni di categoria più rappresentative producono, ognuna, decine di migliaia di agibilità, perché l'attività dei soci, provenienti da tutta Italia, è continua; da circolare dell'ente risalente al 2013, si definisce che "non è possibile accedere all'applicazione INPS tramite un'altra applicazione esterna all'Istituto". A giudizio dell'interrogante, ciò poteva avere un senso nel 2013, ma nel 2020, appare illogico e fuori dal tempo; è infatti, ormai, da qualche anno normata l'introduzione delle "Open API" (dove per API si intende Interfaccia di Programmazione delle Applicazioni) che consente di far accedere ai propri dati alle cosiddette Terze Parti; nel caso degli istituti di credito, ad esempio, i dati relativi ai conti correnti, previo consenso, sono accessibili alle terze parti che abbiano una licenza della Banca d'Italia; lo stesso sistema è adottato dall'Agenzia delle entrate per quanto concerne i sistemi che si interfacciano con il sistema di interscambio per l'emissione delle fatture elettroniche; nel caso dei lavoratori del mondo dello spettacolo, potrebbe individuarsi nelle riconosciute associazioni di categoria i fruitori di un sistema Open API per alleggerire la mole del loro lavoro, tanto più che, recentemente, l'INPS ha previsto la sostituzione dell'accesso con "PIN" con quello mediante riconoscimento "SPID" andando a complicare ulteriormente la procedura; assunta la già grave criticità che vive il comparto dello spettacolo, che più di altri settori patisce le disposizioni in materia di distanziamento sociale relative alle misure di prevenzione e profilassi da COVID-19, si chiede di sapere: se sia nelle intenzioni dei Ministri in indirizzo agevolare la procedura di fiscalità per tali lavoratori, particolarmente gravosa, in quanto i rapporti di lavoro sono sovente non programmati e spesso contrattualizzati per prestazioni immediate; se intendano, inoltre, concedere, attraverso l'ammodernamento delle infrastrutture digitali e telematiche dell'INPS, alle aziende o ai professionisti del comparto, i quali per svolgere la propria attività lavorativa si interfacciano quotidianamente con il portale dell'INPS, di usufruire di sistemi Open API, esclusivamente per i dati trattati e disponibili nelle rispettive aree, nel rispetto e nell'assunzione di responsabilità per il trattamento di eventuali dati sensibili. Atto n. 4-04183 LANNUTTI MONTEVECCHI PAVANELLI PRESUTTO VANIN PIARULLI TRENTACOSTE Al Presidente del Consiglio dei ministri Premesso che: in questi giorni sulla stampa nazionale sono comparsi diversi articoli sul caso di una giovane donna di Roma che, dopo aver interrotto la gravidanza per scopi terapeutici, è venuta a conoscenza che il feto era stato sepolto nel cimitero capitolino "Flaminio" senza il suo consenso e sotto una croce con su scritto il suo nome. Una vicenda che rappresenta una grave violazione della privacy , oltre che della libertà di scelta e dei diritti delle donne, come pure del regolamento europeo del 2016 che vieta di trattare dati genetici, relativi alla salute o alla vita sessuale della persona; dopo che il caso è finito sui giornali, altre donne si sono mosse e hanno scoperto che anche i loro feti sono stati seppelliti nello stesso cimitero capitolino, anche in questi casi senza alcuna autorizzazione. Alcune hanno scelto di denunciare l'accaduto ricorrendo ad associazioni in difesa dei diritti delle donne come "Differenza donna", il cui ufficio legale, dopo aver visitato lo spazio cimiteriale destinato ai feti con tanto di croci e nomi di donne, ha deciso di promuovere una class action ; sulla questione è intervenuto anche il Garante per la protezione dei dati personali, che ha deciso di aprire un'istruttoria: «In relazione alla dolorosissima vicenda del feto sepolto con il nome della mamma, il Garante per la protezione dei dati personali ha deciso di aprire un'istruttoria per fare luce su quanto accaduto e sulla conformità dei comportamenti, adottati dai soggetti pubblici coinvolti, con la disciplina in materia di privacy». considerato che: a regolamentare la sepoltura dei feti in Italia è un regolamento nazionale di polizia mortuaria del 1990 (decreto del Presidente della Repubblica n. 285 del 1990), che si rifà a una precedente legge, il regio decreto n. 1238 del 1939, la quale stabilisce che chi si sottopone ad aborto terapeutico possa chiedere alla struttura sanitaria di procedere alla sepoltura. In particolare, il regolamento del 1990 prevede che dalla 20a settimana di gestazione la sepoltura possa avvenire su richiesta dei genitori o comunque su disposizione della ASL. In quest'ultimo caso, se richiesto espressamente dai familiari, si appone una croce in legno e una targa su cui è riportato comunemente il nome della madre o il numero di registrazione dell'arrivo al cimitero; in particolare, l'art. 7 del regolamento fa distinzione tra tre casi possibili in caso di aborto: bimbi nati morti (oltre le 28 settimane), in questo caso la sepoltura avviene sempre; "prodotti abortivi", quelli di presunta età di gestazione tra le 20 e le 28 settimane e dei feti che abbiano 28 settimane di età intrauterina, cui spetta l'interramento in campo comune con permessi rilasciati dall'unità sanitaria locale, e i "prodotti del concepimento", presunta età inferiore alle 20 settimane, considerati rifiuti speciali ospedalieri (perché non riconoscibili), quindi non destinati alla sepoltura, ma alla termodistruzione (non cremazione). In assenza della volontà della donna o dei genitori, dunque, il compito di seppellire il feto spetta all'ospedale di competenza e alle ASL; affinché venga garantita la riconoscibilità del trasporto fino al cimitero, al feto vengono associate delle generalità, spesso individuate nel nome e cognome della donna. Quello che però non è previsto da alcuna norma è che quelle generalità finiscano poi sulla tomba. In un altro cimitero romano, il cimitero Laurentino, che ospita uno spazio di sepoltura chiamato il "giardino degli angeli", i feti ad esempio vengono identificati attraverso un codice di riferimento, un modo per rispettare la privacy e la volontà delle donne. Nei casi descritti, invece, non solo non ci sarebbe alcun consenso da parte delle donne, ma, oltre ad essere indicato nome e cognome della madre, ci sarebbe anche l'imposizione di un orientamento religioso specifico, dato dalla croce posta sulla sepoltura, che nessuna di loro ha mai indicato; atteso che: la pratica della sepoltura dei feti all'insaputa delle madri è molto diffusa e avviene in tutta Italia, ci sarebbero infatti almeno 80 cimiteri dei feti. Spesso a provvedere alla sepoltura sono associazioni antiabortiste come "Difendere la vita con Maria", che stipulano convenzioni con le ASL per seppellire anche i feti sotto le 20 settimane, visto che dopo 24 ore dall'aborto i genitori perdono la potestà sul "residuo abortivo".