[pronunce]

SENTENZA ha pronunciato la seguentenel giudizio di legittimità costituzionale dell'art. 287 del codice di procedura civile promosso con ordinanza del 20 gennaio 2004 dal Tribunale di L'Aquila nel procedimento civile vertente tra Di Simone Carlo e De Nuntiis Andrea ed altro, iscritta al n. 159 del registro ordinanze 2004 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 12, prima serie speciale, dell'anno 2004. Visto l'atto di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri; udito nella camera di consiglio del 29 settembre 2004 il Giudice relatore Romano Vaccarella.. Ritenuto in fatto Considerato in diritto 1. – Nel corso di un procedimento di correzione di errore materiale il Tribunale di L'Aquila ha sollevato questione di legittimità costituzionale, in riferimento agli artt. 3, 24 e 111 della Costituzione, dell'art. 287 del codice di procedura civile, nella parte in cui prevede che «le sentenze contro le quali non sia stato proposto appello» possono essere corrette con il procedimento di cui al successivo art. 288 «dallo stesso giudice che le ha pronunciate», qualora questi sia incorso in errori materiali, e quindi nella parte in cui limita alle sole «sentenze contro le quali non sia stato proposto appello», la facoltà della parte di avvalersi del procedimento di correzione degli errori materiali ed esclude che quelle appellate possano essere corrette «dallo stesso giudice che le ha pronunciate» indipendentemente dalla decisione del mezzo di gravame. 1.1. – Riferisce il rimettente che in data 3 luglio 2002 il Tribunale aveva emesso, in favore di Carlo Di Simone e nei confronti di Andrea e Daniele De Nuntiis, decreto ingiuntivo avverso il quale gli intimati avevano proposto opposizione; che con sentenza n. 835 del 1° ottobre 2003 questa era stata rigettata e gli opponenti erano stati condannati al pagamento delle spese processuali; che il 5 dicembre successivo l'opposto vittorioso aveva depositato ricorso con cui, dedotto che il decidente era incorso in errore materiale – avendolo appellato nell'intestazione, nel dispositivo e nella motivazione della sentenza Carlo De Simone, anziché Carlo Di Simone – aveva chiesto che si procedesse alla correzione dell'errore materiale; che, fissata con decreto la comparizione delle parti, Andrea e Daniele De Nuntiis si erano costituiti, rilevando che, avverso la sentenza oggetto del ricorso – e anteriormente alla sua proposizione – era stato proposto appello, e conseguentemente chiedendo la declaratoria di inammissibilità dell'istanza di correzione, con condanna del ricorrente al pagamento delle spese del procedimento; che a tanto la controparte aveva replicato rappresentando che, stante la provvisoria esecutività delle sentenze di primo grado, stabilita dalla riforma del codice di rito del 1990, o si riconosceva al giudice di prime cure la possibilità di procedere alla correzione dell'errore materiale anche laddove, avverso la decisione che ne era affetta, fosse stato interposto appello, oppure doveva ritenersi l'art. 287 cod. proc. civ. in contrasto con gli artt. 3, 24 e 111 Cost. 1.2. – Precisa il giudice a quo che nella fattispecie sottoposta al suo esame si verte in un'ipotesi tipica di errore materiale, emendabile con la procedura di cui agli artt. 287 e 288 cod. proc. civ. , posto che l'inesatta indicazione del cognome di una delle parti integra uno sbaglio che investe non già il giudizio racchiuso nella sentenza, ma piuttosto la sua espressione grafica. 1.3. – Evidenzia quindi che, ai sensi dell'art. 287 cod. proc. civ. , il provvedimento di correzione deve essere pronunciato dallo stesso giudice – inteso come ufficio giudiziario – che ha emesso la sentenza, eccezion fatta per l'ipotesi di avvenuta proposizione dell'appello, ritenendosi, per consolidato diritto vivente, che in tal caso la correzione, non più deducibile come oggetto di un apposito procedimento, competa al giudice dell'impugnazione, al quale potrebbe essere chiesta anche implicitamente, senza cioè la formulazione di un autonomo motivo di gravame: da ciò l'inammissibilità, ovvero l'improcedibilità per difetto di interesse, del procedimento in parola, una volta che la sentenza oggetto dell'istanza di correzione sia stata gravata da appello o quanto meno tutte le volte in cui il relativo ricorso risulti depositato a giudizio di gravame pendente. Ricorda il rimettente che, in dottrina, è stata sostenuta la possibilità di intendere l'inciso «contro le quali non sia stato proposto appello», come volto a limitare a questa sola ipotesi la competenza a provvedere dello stesso giudice che ha pronunciato la sentenza della cui correzione si tratta, da ciò deducendosi, a contrario, che, nel caso di proposizione dell'appello, il relativo potere spetterebbe, con analogo procedimento e provvedimento, al giudice di secondo grado; ma osserva che tale opzione interpretativa, pur apprezzabile, non è condivisibile, perché palesemente in contrasto con lettera della disciplina vigente e con il diritto vivente. Ritiene infatti il giudice a quo che l'attuale codice di procedura civile, a differenza di quello del 1865 (che nell'art. 473 aderì in effetti a un diverso punto di vista), ha sancito la competenza funzionale del giudice che ha adottato un provvedimento a procedere alla correzione dello stesso, salva l'ipotesi in cui sia stato proposto appello, perché in tal caso il giudice dell'appello può disporre la correzione «in considerazione del più generale potere devolutivo conseguente alla proposizione dell'impugnazione»: di qui l'opinione dominante, in dottrina ed in giurisprudenza, secondo la quale l'appello «assorbe» il procedimento di correzione. Del resto, rileva il giudice a quo, proprio «nella mancanza di detto potere devolutivo» si rinviene la ragione della indiscussa esclusione del potere di correzione, da parte della Corte di cassazione, degli errori materiali da cui fosse affetta una sentenza davanti ad essa impugnata. La circostanza che l'appello sfocia per sua natura in una sentenza che – rescissa in ogni caso, la confermi o la modifichi, quella di primo grado – si sostituisce a quella impugnata comporta che il giudice d'appello può esercitare il potere di correzione solo con la pronuncia della sentenza conclusiva e non già con un procedimento ad hoc; e proprio in questa prospettiva (portata sostitutiva del riesame) la Corte costituzionale ritenne – osserva il giudice a quo – non rilevante la questione di legittimità della esclusione, dal novero dei provvedimenti correggibili ex art. 287 cod. proc. civ. , del decreto ingiuntivo opposto (sentenza n. 393 del 1994). D'altra parte, la previsione (ultimo comma dell'art. 288) della possibilità di impugnare le parti corrette esclude che possa configurarsi un procedimento di correzione nell'ambito del giudizio di appello, perché dovrebbe ammettersi l'impugnabilità delle parti corrette innanzi allo stesso giudice che tale correzione ha effettuato, in contrasto con il generale principio della sovraordinazione dell'organo competente per l'impugnazione. Ancora: il secondo comma dell'art. 288 cod. proc. civ.