[pronunce]

In particolare, per i fabbricati provvisti di rendita viene stabilito che la base imponibile è costituita dal valore risultante dall'applicazione, all'ammontare delle rendite catastali vigenti al 1° gennaio dell'anno di imposizione, dei moltiplicatori determinati con i criteri e le modalità previsti dal primo periodo dell'ultimo comma dell'art. 52 del d.P.R. 26 aprile 1986, n. 131, recante «Approvazione del testo unico delle disposizioni concernenti l'imposta di registro» (art. 5, comma 2, del citato decreto legislativo). Per i fabbricati ancora privi di rendita, la suddetta normativa sull'ICI distingue ulteriormente da tutte le altre ipotesi quella dei fabbricati a destinazione speciale, classificabili nel gruppo catastale “D”, interamente posseduti da imprese e distintamente contabilizzati. Con riguardo a questa ultima ipotesi, l'art. 5, comma 3, del citato d.lgs. n. 504 del 1992 prevede che la base imponibile è costituita dal valore determinato secondo i criteri stabiliti dal penultimo periodo del comma 3 dell'art. 7 del decreto-legge n. 333 del 1992, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 359 del 1992 e cioè «dall'ammontare, al lordo delle quote di ammortamento, che risulta dalle scritture contabili applicando per ciascun anno di formazione dello stesso» i coefficienti indicati dal medesimo comma 3 dell'art. 5, soggetti ad aggiornamento con decreto ministeriale. Con riguardo alle altre ipotesi di fabbricati ancora privi di rendita, il successivo comma 4 dello stesso articolo 5 individua tale base imponibile nel valore determinato con riferimento alla cosiddetta rendita presunta e, cioè, alla rendita dei fabbricati similari già iscritti in catasto. La fattispecie oggetto del giudizio a quo rientra nell'ipotesi dei fabbricati classificabili nel gruppo catastale “D”, che sono interamente posseduti da imprese e distintamente contabilizzati, la cui base imponibile è calcolata con riferimento al cosiddetto “valore contabilizzato”, prescindendo dalla rendita catastale. Secondo il rimettente, la scelta del legislatore di non applicare il criterio del valore fondato sulla rendita sarebbe irragionevole, perché – in violazione dell'art. 3 Cost. – creerebbe una ingiustificata disparità di trattamento fiscale tra ipotesi ritenute equivalenti, quali quelle riguardanti i fabbricati: a) iscritti a catasto, con attribuzione di rendita; b) privi di rendita e classificabili in gruppi catastali diversi dal gruppo “D”, posseduti o no da imprese; c) privi di rendita, anch'essi classificabili nel gruppo “D”, ma non posseduti o non interamente posseduti da imprese; d) assoggettati ad imposta di registro. È erroneo il presupposto da cui muove il rimettente, e cioè che tali ipotesi siano omogenee rispetto a quella prevista dal censurato comma 3 dell'art. 5 del d.lgs. n. 504 del 1992. In particolare, l'ipotesi sub a) è evidentemente diversa, in quanto presuppone l'attribuzione della rendita catastale del fabbricato e la conseguente possibilità di determinare l'imponibile con riferimento a detta rendita, mentre nell'ipotesi oggetto del giudizio a quo tale rendita non è stata ancora attribuita. Neppure l'ipotesi sub b) è comparabile con quella di cui alla norma denunciata. Infatti, i fabbricati soggetti ad ICI, privi di rendita e classificabili in gruppi catastali diversi dal gruppo “D”, in quanto «a destinazione ordinaria», sono ordinati in catasto per tariffe d'estimo, con la conseguenza che, in attesa dell'attribuzione della rendita, la loro base imponibile è agevolmente determinabile in relazione alla rendita “presunta”, e cioè alla rendita di fabbricati similari già iscritti in catasto. Viceversa, i fabbricati di cui al gruppo catastale “D” – nel quale è classificabile il fabbricato di cui al giudizio a quo – sono, per le loro caratteristiche funzionali e tipologiche, «a destinazione speciale» e, quindi, sono ordinati per rendita catastale ottenuta con stima diretta (art. 7, primo comma, del d.P.R. 29 settembre 1973, n. 604, recante «Revisione degli estimi e del classamento del catasto terreni e del catasto edilizio urbano»); con la conseguenza che, in mancanza di tale stima, si è preferito il criterio – già sperimentato per l'imposta straordinaria sugli immobili (ISI) – del costo rivalutato di acquisizione del bene ricavabile dalle scritture contabili, in luogo di quello basato sulla rendita “presunta”, di più difficile applicazione. Ciò è confermato anche dalla relazione governativa al d.lgs. n. 504 del 1992, che ha giustificato, appunto, tale scelta in ragione della «estrema difficoltà di attribuire in tempi ragionevolmente brevi ai numerosi fabbricati di gruppo D) la rendita catastale la quale, come è noto, si basa su stima diretta». La differenziazione della disciplina della base imponibile non è pertanto irragionevole e rientra nell'àmbito delle legittime scelte del legislatore. Non v'è omogeneità neanche tra il caso all'esame del giudice a quo e quello sub c), in cui i fabbricati di gruppo “D” privi di rendita non sono posseduti o non sono interamente posseduti da imprese. Riguardo ai fabbricati non posseduti da imprese, la mancanza di un obbligo di tenuta di scritture contabili a carico del possessore non ha, infatti, consentito al legislatore di utilizzare il più agevole criterio del valore contabilizzato e, quindi, gli ha imposto di adottare, quale alternativa e in attesa dell'attribuzione della rendita, il criterio interinale della rendita “presunta”, ancorché di difficile applicazione. Anche riguardo ai fabbricati non interamente posseduti da imprese, il legislatore ha preferito, nella sua discrezionalità, utilizzare quale criterio unitario di valutazione quello, oggettivo e suscettibile di essere applicato sia agli imprenditori che ai non imprenditori, della rendita “presunta”, piuttosto che imporre ai soggetti non imprenditori il criterio del valore contabilizzato, proprio delle imprese obbligate alla tenuta delle scritture contabili. Infine, neppure la fattispecie sub d), relativa ai fabbricati assoggettati all'imposta di registro, può essere assimilata a quella oggetto del giudizio a quo, perché detto tributo è diverso dall'ICI, non solo per quanto attiene alla natura e al presupposto, ma anche – almeno secondo il testo vigente al momento dell'applicazione dell'ICI nel caso di specie (articoli 43, 51 e 52 del d.P.R. n. 131 del 1986) – per quanto attiene ai criteri di determinazione della base imponibile.