[pronunce]

che, in caso di concorso di persone nel reato, secondo la costante giurisprudenza di questa Corte alla comunanza dell'imputazione fa riscontro una pluralità di condotte distintamente ascrivibili a ciascuno dei concorrenti, tali da formare oggetto di autonome valutazioni, scindibili l'una dall'altra, salve le ipotesi estreme, prese in esame dalle sentenze n. 371 del 1996 e n. 241 del 1999 e precisate da successive decisioni (v., in particolare, la sentenza n. 113 del 2000), che giustificano l'operatività dell'istituto dell'incompatibilità anche quando le funzioni pregiudicante e pregiudicata si collocano in procedimenti diversi; che nel caso di specie non si versa nella peculiare situazione individuata dal rimettente con riferimento alla sentenza n. 371 del 1996, posto che la posizione dei concorrenti nel medesimo reato, già oggetto di precedente valutazione, non costituisce "elemento essenziale per la stessa configurabilità del reato contestato agli altri concorrenti"; che non vi è pertanto motivo di discostarsi dall'indirizzo, costantemente seguito da questa Corte, secondo cui la sfera di applicazione dell'istituto dell'incompatibilità si riferisce a situazioni di pregiudizio per l'imparzialità del giudice che si verificano all'interno del medesimo procedimento (v. da ultimo sentenze n. 283 e n. 113 del 2000 e ordinanza n. 441 del 2001, nonché le sentenze n. 306, n. 307 e n. 308 del 1997), mentre, se il pregiudizio per l'imparzialità del giudice deriva da attività compiute in un procedimento diverso, il principio del giusto processo trova attuazione mediante gli istituti dell'astensione e della ricusazione, "anch'essi preordinati alla salvaguardia delle esigenze di imparzialità della funzione giudicante, ma secondo una logica a posteriori e in concreto" (v. da ultimo, in una situazione speculare a quella oggetto del presente giudizio, ordinanza n. 441 del 2001 e le precedenti decisioni in materia ivi richiamate); che in particolare, al fine di porre rimedio all'eventuale pregiudizio per l'imparzialità del giudice dell'udienza preliminare denunciato dal rimettente, soccorrono gli istituti della astensione per "altre gravi ragioni di convenienza", estesa alle funzioni giurisdizionali legittimamente svolte in altro procedimento alla stregua dell'interpretazione riservata dalla sentenza n. 113 del 2000 all'art. 36, comma 1, lettera h), cod. proc. pen. , e della ricusazione, alla quale, a seguito della sentenza n. 283 del 2000, si può fare ricorso anche nelle ipotesi in cui il giudice abbia già espresso in un diverso procedimento una valutazione di merito sullo stesso fatto nei confronti del medesimo soggetto; che pertanto, tenuto conto della diversa sfera di operatività degli istituti dell'incompatibilità e dell'astensione-ricusazione, egualmente preordinati alla piena tutela del principio del giusto processo, la questione va dichiarata manifestamente infondata.. . per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE Dichiara la manifesta infondatezza della questione di legittimità costituzionale dell'art. 34 del codice di procedura penale, sollevata, in riferimento agli artt. 3, 24 e 111 della Costituzione, dal giudice dell'udienza preliminare del Tribunale di Napoli, con l'ordinanza in epigrafe. Così deciso in Roma nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 10 luglio 2002. Il Presidente: Ruperto Il redattore: Neppi Modona Il cancelliere: Di Paola Depositata in cancelleria il 18 luglio 2002. Il direttore della cancelleria: Di Paola