[pronunce]

La disposizione censurata è stata introdotta in attuazione della legge di delega 10 dicembre 2014, n. 183 (Deleghe al Governo in materia di riforme degli ammortizzatori sociali, dei servizi per il lavoro e delle politiche attive, nonché in materia di riordino della disciplina dei rapporti di lavoro e dell'attività ispettiva e di tutela e conciliazione delle esigenze di cura, di vita e di lavoro), cosiddetto Jobs Act, che, all'art. 1, comma 7, lettera c), prevedeva, come criterio direttivo, che il diritto alla reintegrazione del lavoratore illegittimamente licenziato avrebbe dovuto essere limitato «ai licenziamenti nulli e discriminatori e a specifiche fattispecie di licenziamento disciplinare ingiustificato», con esclusione quindi del licenziamento per giustificato motivo oggettivo. L'attuazione di tale criterio di delega rileva al fine del rispetto dell'art. 76 Cost., ma la dedotta violazione del parametro, denunciata dal giudice a quo, si arresta sulla soglia dell'inammissibilità, non accompagnandosi, nell'ordinanza di rimessione, all'illustrazione dei motivi. Rimane, invece, su un piano diverso la violazione, o no, degli ulteriori parametri indicati dal giudice a quo con riferimento alle altre censure svolte nell'ordinanza di rimessione, senza che ciò sia precluso dalla conformità della disposizione censurata al criterio di delega (analogamente, sentenza n. 194 del 2018). 3.- La difesa statale ha poi eccepito l'inammissibilità di tutte le questioni sul presupposto che il rimettente - pur muovendo correttamente dal principio che il legislatore, nell'esercizio della sua discrezionalità e nel rispetto del principio di ragionevolezza, ben può prevedere un meccanismo di tutela anche solo risarcitorio - non avrebbe individuato una soluzione costituzionalmente obbligata delle questioni sollevate, né indicato l'intervento idoneo a rimuovere le violazioni denunciate. L'eccezione risulta destituita di fondamento. Come noto, una volta accertato un vulnus a un principio o a un diritto riconosciuti dalla Costituzione, «non può essere di ostacolo all'esame nel merito della questione di legittimità costituzionale l'assenza di un'unica soluzione a "rime obbligate" per ricondurre l'ordinamento al rispetto della Costituzione, ancorché si versi in materie riservate alla discrezionalità del legislatore» (sentenza n. 6 del 2024, che cita la sentenza n. 62 del 2022; nello stesso senso, sentenza n. 200 del 2023). Deve ritenersi sufficiente «la presenza nell'ordinamento di una o più soluzioni "costituzionalmente adeguate", che si inseriscano nel tessuto normativo coerentemente con la logica perseguita dal legislatore (ex plurimis, sentenze n. 28 del 2022, n. 63 del 2021, n. 252 e n. 224 del 2020, n. 99 e n. 40 del 2019, n. 233 e n. 222 del 2018)» (sentenza n. 95 del 2022), mentre «l'assenza di una soluzione a rime obbligate non è preclusiva di per sé sola dell'esame nel merito delle censure» (sentenza n. 48 del 2021). Va, infatti, ribadito che «[s]petta [...] a questa Corte, ove ritenga fondate le questioni, "di individuare la pronuncia più idonea alla reductio ad legitimitatem della disposizione censurata, non essendo vincolata alla formulazione del petitum dell'ordinanza di rimessione nel rispetto dei parametri evocati, stante anche che "l'assenza di soluzioni costituzionalmente vincolate" non compromette l'ammissibilità delle questioni stesse (ex plurimis, sentenza n. 59 del 2021) quando sia rinvenibile nell'ordinamento una soluzione adeguata al parametro di riferimento" (sentenza n. 221 del 2023)» (sentenza n. 90 del 2024). Peraltro, nella specie, il Tribunale di Ravenna non si è limitato ad invocare un intervento additivo, ma ha proceduto all'individuazione nell'ordinamento della soluzione costituzionalmente adeguata, specificando che il superamento delle criticità denunciate potrebbe essere garantito dalla parificazione delle tutele tra licenziamento disciplinare e licenziamento per giustificato motivo oggettivo, con previsione, per entrambe le fattispecie, della tutela di maggiore favore, individuata nel meccanismo sanzionatorio di cui al comma 2 dell'art. 3 del d.lgs. n. 23 del 2015 o nell'analogo previsto dall'art. 18, commi quarto e settimo, statuto lavoratori. 4.- Per il resto, non sussistono ragioni di inammissibilità delle sollevate questioni. 4.1.- Quanto alla rilevanza, gli elementi descrittivi del procedimento principale e del contesto fattuale in cui è maturato il licenziamento, risultano sufficienti a mostrare l'applicabilità ratione temporis della disposizione censurata (l'art. 3 del d.lgs. n. 23 del 2015 nel suo complesso, come formato dai commi 1 e 2) e il requisito della rilevanza del dubbio di costituzionalità (ex plurimis, sentenze n. 22 e n. 7 del 2024, n. 152 e n. 59 del 2021). Il giudice a quo ha giustificato la necessità di fare applicazione del regime sanzionatorio indennitario introdotto dall'art. 3 del d.lgs. n. 23 del 2015, in una ipotesi di ritenuta "inesistenza del fatto", dando atto di aver acquisito una serie di elementi documentali idonei a provare l'inesistenza del giustificato motivo oggettivo posto a base del licenziamento da un'impresa di somministrazione di lavoro, individuato nella mancanza di occasioni di impiego per un lavoratore - assunto a tempo indeterminato dal 1° dicembre 2018 - in posizioni richiedenti mansioni proprie del suo bagaglio professionale e in un ambito territoriale compatibile con la sua residenza, presso numerosi clienti del somministratore ai quali lo stesso sarebbe stato inutilmente proposto. 4.2.- Quanto alla non manifesta infondatezza, il giudice rimettente ha diffusamente motivato, con riferimento agli evocati parametri, in ordine alle ragioni per le quali, a suo giudizio, la disposizione censurata dà adito ai sollevati dubbi di costituzionalità, escludendo la possibilità di addivenire ad una interpretazione costituzionalmente orientata, stante la chiara sua formulazione letterale, che prevede unicamente la tutela indennitaria in caso di licenziamento per giustificato motivo oggettivo illegittimo, anche laddove la ragione economica indicata dal datore di lavoro si fondi su un "fatto insussistente". 5.- Giova premettere, per grandi linee, il quadro normativo di riferimento del licenziamento per giustificato motivo oggettivo, che si caratterizza per la stabilità della definizione della ragione legittimante, mentre è segnato da significative modifiche del sistema rimediale, che hanno portato per esso ad un progressivo ridimensionamento nel tempo della tutela reintegratoria. 5.1.- Il licenziamento per giustificato motivo oggettivo resta, ancora oggi, disciplinato dalla seconda parte dell'art. 3 della legge n. 604 del 1966;