[pronunce]

ORDINANZA ha pronunciato la seguentenel giudizio di legittimità costituzionale degli artt. 657, comma 4, e 671 del codice di procedura penale e dell'art. 81, secondo comma, del codice penale, promosso dal Giudice per le indagini preliminari del Tribunale ordinario di Lecce, nel procedimento penale a carico di A. M., con ordinanza del 22 giugno 2015, iscritta al n. 322 del registro ordinanze 2015 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 52, prima serie speciale, dell'anno 2015. Visto l'atto di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri; udito nella camera di consiglio del 12 aprile 2017 il Giudice relatore Franco Modugno. Ritenuto che, con ordinanza depositata il 22 giugno 2015, il Giudice per le indagini preliminari del Tribunale ordinario di Lecce ha sollevato, in riferimento agli artt. 3, 13, primo comma, 24, quarto comma, e 27, terzo comma, della Costituzione, questioni di legittimità costituzionale degli artt. 657, comma 4, e 671 del codice di procedura penale e dell'art. 81, secondo comma, del codice penale, «nella parte in cui non consentono al Giudice dell'Esecuzione, una volta ritenuta la continuazione tra reati per i quali la pena è espiata e reati per i quali è in corso di espiazione, di verificare la data di commissione del reato per cui è in corso l'esecuzione e, ove differente ed antecedente a quella di accertamento, nelle ipotesi di continuazione tra reato associativo e reati-fine, [di] tenere conto, ai fini della fungibilità della custodia espiata sine titulo, [di] quella di commissione»; che il giudice a quo premette di essere investito, quale giudice dell'esecuzione, dell'incidente promosso dal difensore di un detenuto, volto ad ottenere che dalla pena in corso di espiazione sia detratto - in applicazione dell'istituto della fungibilità della pena, regolato dall'art. 657 cod. proc. pen. - il periodo di pena detentiva sofferto senza titolo per altri reati; che nei confronti dell'interessato erano state pronunciate, il 17 settembre 1997 e il 27 gennaio 2000, due sentenze di condanna divenute irrevocabili: la prima alla pena di un anno e otto mesi di reclusione (oltre la multa) per i reati di detenzione e porto illegali di armi; la seconda alla pena di un anno, un mese e dieci giorni di reclusione (oltre la multa) per il delitto di tentata estorsione; che dette pene detentive erano state intieramente espiate, in parte in carcere e in parte in regime di detenzione domiciliare; che successivamente l'interessato aveva riportato tre ulteriori condanne, anch'esse irrevocabili: il 18 settembre 2008 alla pena di diciotto anni e quattro mesi di reclusione per associazione di tipo mafioso, tentato omicidio, associazione finalizzata al traffico di stupefacenti e altri reati; il 4 novembre 2009 a dodici anni di reclusione per reati non specificati nell'ordinanza di rimessione; il 26 gennaio 2012 a due mesi di reclusione per violazione della legge sugli stupefacenti; che, con provvedimenti del 6 novembre 2012 e del 28 gennaio 2014, il Giudice per le indagini preliminari del Tribunale ordinario di Lecce aveva applicato in sede esecutiva, ai sensi dell'art. 671 cod. proc. pen. , la disciplina della continuazione ai reati oggetto di tutte le sentenze dianzi elencate; che, in applicazione dell'art. 81, secondo comma, cod. pen., le pene inflitte con le prime due sentenze - già espiate - erano state, quindi, ridotte rispettivamente a otto mesi e a quattro mesi di reclusione: con la conseguenza che, in relazione ai reati cui tali sentenze si riferivano, l'interessato risultava aver scontato un periodo di detenzione in eccesso; che, nel determinare la pena da eseguire, il Procuratore della Repubblica presso il Tribunale ordinario di Lecce aveva, peraltro, escluso che il predetto periodo di detenzione potesse essere detratto dalla pena inflitta con le sentenze del 2008 e del 2009 (quella inflitta con la sentenza del 2012 era stata condonata), ostandovi il disposto dell'art. 657, comma 4, cod. proc. pen. , in forza del quale la carcerazione sine titulo, per poter essere scomputata, deve seguire, e non già precedere, il reato per il quale è intervenuta la condanna da espiare; che, ad avviso del rimettente, la tesi del pubblico ministero apparirebbe corretta; che il capo di imputazione relativo ai reati di associazione mafiosa e di associazione finalizzata al narcotraffico reca, infatti, l'indicazione della data del loro accertamento («dal marzo 2004 al gennaio 2005»), la quale risulta successiva al periodo di detenzione in eccesso sofferto per i reati oggetto delle prime due sentenze di condanna, commessi, rispettivamente, nel 1997 e nel 2000; che, secondo il giudice a quo, tuttavia, il reato di associazione mafiosa - a prescindere dalla data del suo accertamento - dovrebbe ritenersi commesso prima della carcerazione sine titulo; che dalla sentenza di condanna e dai provvedimenti di applicazione della continuazione in executivis - anch'essi non più contestabili, perché coperti dal giudicato - emergerebbe, infatti, che tutti i reati ascritti al condannato si connettono ad un medesimo ed iniziale disegno criminoso, rappresentato dall'adesione ad un sodalizio di stampo mafioso e al suo programma, comprensivo di azioni violente anche con uso delle armi: adesione che andrebbe fatta risalire agli anni '90 dello scorso secolo; che, di conseguenza, la partecipazione associativa risulterebbe certamente anteriore alla commissione dei reati-fine, in relazione ai quali è divenuta sine titulo parte della detenzione patita; che il rimettente è consapevole del fatto che, secondo un «noto indirizzo giurisprudenziale», l'istituto della fungibilità della pena non è applicabile ai reati permanenti - quale l'associazione per delinquere - allorché la permanenza sia cessata dopo l'espiazione della pena senza titolo, non potendosi scomporre la fattispecie criminosa, integrata da una condotta antigiuridica unitaria che si protrae nel tempo; che nel caso di specie, tuttavia, sarebbero configurabili plurime condotte riconducibili alla previsione punitiva dell'art. 416-bis cod. pen.: l'arresto e la successiva espiazione della pena per i reati-fine avrebbero, infatti, interrotto la permanenza del reato associativo iniziato negli anni '90 e poi accertato solo nel marzo 2004, di modo che, almeno con riguardo al segmento più remoto di tale reato, la permanenza sarebbe cessata prima della detenzione sine titulo; che, a fronte di ciò, occorrerebbe sottoporre alla Corte costituzionale la questione relativa «alla necessità di far riferimento, ai fini della fungibilità, qualora vi sia divergenza, alla data di commissione e non di accertamento del fatto per cui si è riportata la pena da cui scomputare quella sine titulo», nonché la questione inerente alla spettanza al giudice dell'esecuzione del compito di effettuare la relativa verifica: