[pronunce]

ad avviso del rimettente, la previsione censurata potrebbe sì «essere ragionevole avendo riguardo alla complessiva posizione di colui che riporta una doppia condanna», ma rimarrebbe «comparativamente l'irrazionalità della disposizione [...] che infligge al condannato soltanto in secondo grado una sospensione maggiore (di diciotto mesi, anziché dodici)», non comprendendosi «perché, all'esito della pronuncia di una condanna in grado di appello, l'assolto in primo grado sia trattato più severamente del condannato anche in primo grado»; che nemmeno sarebbe possibile interpretare diversamente l'art. 11, comma 4, del d.lgs. n. 235 del 2012, in quanto la durata della sospensione è stabilita dal legislatore «in misura fissa e predeterminata», non modificabile dal giudice; che, con atto depositato il 2 luglio 2019, è intervenuto in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, che ha concluso per l'inammissibilità e comunque per l'infondatezza della questione; che, secondo la difesa erariale, la questione sarebbe inammissibile per la palese erroneità del presupposto interpretativo della «normativa di riferimento» su cui si fonda, in quanto il rimettente individuerebbe il tertium comparationis della lamentata disparità di trattamento in una situazione insussistente in astratto e, pertanto, non verificabile in concreto, come quella di chi, condannato in appello per uno dei reati di cui all'art. 10, comma 1, lettere a), b e c), del d.lgs. n. 235 del 2012, sia assoggettato a un periodo di sospensione dalla carica pubblica di "soli" dodici mesi; che l'art. 11, comma 4, dello stesso d.lgs. n. 235 del 2012 detterebbe, in via generale, una disciplina uniforme sulla durata della sospensione dalle cariche elettive, che in caso di condanna del pubblico funzionario (comminata in primo grado o per la prima volta in appello) è di diciotto mesi; che, prevedendo poi un «ulteriore» periodo di sospensione di dodici mesi nel caso di rigetto dell'appello avverso la sentenza di condanna, la norma renderebbe evidente che l'unica ipotesi di sospensione di dodici mesi, per effetto della cosiddetta "doppia sentenza conforme", è quella di chi sia già stato sospeso dalla carica per un periodo massimo di diciotto mesi a seguito della condanna in primo grado: con il risultato che la durata massima della sospensione potrà essere di diciotto o di trenta mesi complessivi e mai, in nessun caso, di "soli" dodici mesi; che l'affermazione del rimettente, secondo cui «[a]ppare [...] irragionevole prevedere che, per effetto della pronuncia della sentenza di condanna in appello, l'allontanamento dalla carica pubblica sia di dodici mesi per chi ha già riportato una precedente condanna e di diciotto mesi per chi sia stato assolto in primo grado», sarebbe pertanto frutto di un palese errore interpretativo, in quanto chi riporta una condanna confermata in appello subirebbe un periodo massimo di sospensione non di dodici mesi, bensì di trenta; che, in subordine, la questione sarebbe comunque infondata per l'insussistenza della lamentata disparità di trattamento; che, per la natura essenzialmente cautelare della sospensione (è citata la sentenza n. 276 del 2016), la norma censurata delineerebbe un'equilibrata disciplina, contemperando, bilanciandoli, il diritto di elettorato passivo e il buon andamento dell'amministrazione: a fronte di una sentenza di condanna non definitiva, il legislatore fa prevalere per un periodo di diciotto mesi l'interesse alla salvaguardia della funzione elettiva nelle more della definizione giudiziale, comprimendo il diritto di elettorato passivo per un ulteriore periodo massimo di dodici mesi ove la condanna sia confermata in appello, ma tali finalità diventano recessive e si ritraggono, consentendo la riespansione del diritto di elettorato passivo, se i tempi di definizione del processo si prolungano oltre quei limiti di durata massima della sospensione; che, alla luce di questi principi, non si potrebbe condividere l'affermazione del rimettente secondo cui irragionevolmente la norma tratterebbe l'assolto in primo grado e condannato in appello «più severamente» del condannato in primo e in secondo grado, e ciò non soltanto perché, come visto, chi riporta una doppia sentenza conforme di condanna non subirebbe un trattamento più lieve, ma soprattutto perché l'esigenza di proporzionalità insita nel sistema andrebbe commisurata al grado di avvicinamento alla "certezza processuale" della colpevolezza, onde quanto più si è vicini a tale momento, tanto più l'esigenza di tutelare l'onorabilità della carica e il buon andamento dell'amministrazione dovrebbe prevalere sull'esigenza di tutelare il diritto di elettorato passivo; che, per questa ragione, il legislatore avrebbe discrezionalmente stabilito in diciotto mesi la durata massima della sospensione nel caso di condanna comminata da un solo giudice (in primo o in secondo grado) e ne avrebbe prolungato la durata di altri dodici mesi nel caso di conferma della condanna da parte del giudice d'appello, salva la decadenza dalla carica una volta sopravvenuto il giudicato; che non rileverebbe il fatto che, come osserva il rimettente, il condannato per la prima volta in appello può rientrare nell'esercizio della carica «sei mesi dopo» il condannato in entrambi i gradi, giacché invece la situazione complessiva di quest'ultimo, che subisce la sospensione di dodici mesi sul presupposto di averla già subita al massimo per diciotto, comporta una maggiore compressione del diritto di elettorato passivo; che le parti del processo principale non si sono costituite in giudizio. Considerato che il Tribunale ordinario di Vercelli dubita della legittimità costituzionale dell'art. 11, commi 1, lettera a), e 4 del decreto legislativo 31 dicembre 2012, n. 235 (Testo unico delle disposizioni in materia di incandidabilità e di divieto di ricoprire cariche elettive e di Governo conseguenti a sentenze definitive di condanna per delitti non colposi, a norma dell'articolo 1, comma 63, della legge 6 novembre 2012, n. 190), in riferimento all'art. 3 della Costituzione; che la questione è sorta nel corso di un giudizio vertente sul decreto con cui il Prefetto di Vercelli ha dichiarato la sussistenza in capo al Sindaco di B. di una causa di sospensione di diritto dalla carica ai sensi dell'art. 11, comma 1, lettera a), del d.lgs. n. 235 del 2012, secondo cui «[s]ono sospesi di diritto dalle cariche indicate al comma 1 dell'articolo 10 [...] coloro che hanno riportato una condanna non definitiva per uno dei delitti indicati all'articolo 10, comma 1, lettere a), b) e c)»; che la norma è censurata nella parte in cui prevede la sospensione per diciotto mesi dalle cariche indicate all'art. 10, comma 1, del d.lgs.