[pronunce]

Sentenza ha pronunciato la seguentenel giudizio di legittimità costituzionale dell'art. 262 del codice penale promosso con ordinanza emessa il 22 febbraio 2001 dal giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Genova nel procedimento penale a carico di B.G. ed altri, iscritta al n. 614 del registro ordinanze 2001 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica, 1ª serie speciale, n. 34 dell'anno 2001. Visto l'atto di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri; Udito nella camera di consiglio del 27 febbraio 2002 il giudice relatore Giovanni Maria Flick.. Ritenuto in fatto Considerato in diritto 1. - Con ordinanza emessa il 22 febbraio 2001 - nel corso di un processo penale nei confronti di persone imputate del reato di cui all'art. 262 del codice penale (rivelazione di notizie di cui sia stata vietata la divulgazione) per avere, rispettivamente, consegnato a persona non legittimata e ottenuto documenti contenenti notizie a carattere "riservato", relative alla costruzione di un carcere di massima sicurezza - il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Genova ha sollevato questioni di legittimità costituzionale del citato art. 262 del codice penale, per contrasto con gli artt. 3 e 25 della Costituzione. L'ordinanza di rimessione - pronunciata nell'udienza preliminare - rileva, in via preliminare, come, contrariamente a quanto sostenuto da una parte della dottrina, la norma impugnata non possa considerarsi implicitamente abrogata dalla legge 27 ottobre 1977, n. 801, la quale ha definito bensì il concetto di segreto di Stato, ma senza nulla disporre in ordine alla materia delle "notizie riservate", che pure formano oggetto di tutela nell'ambito dei delitti contro la personalità dello Stato. Le due nozioni risulterebbero, d'altro canto, tra loro distinte, dovendo il segreto essere inteso come notizia che non può essere divulgata in ragione dei superiori interessi dello Stato, e la notizia riservata, invece, come un quid minus, ossia come informazione che può essere divulgata solo a certe condizioni e a determinate categorie di persone per ragioni di "alta amministrazione". La disposizione denunciata - qualificabile come norma penale in bianco - violerebbe peraltro il principio di tassatività della legge penale, sancito dall'art. 25 Cost., in quanto non delineerebbe i tratti salienti della fattispecie punibile, lasciandone la determinazione all'autorità amministrativa. Al riguardo, il giudice a quo ricorda come questa Corte abbia in più occasioni affermato che il principio di legalità non è violato quando sia una legge dello Stato ad indicare con sufficiente specificazione i presupposti, i caratteri, il contenuto ed i limiti dei provvedimenti emessi dall'autorità non legislativa, alla cui trasgressione deve seguire la pena; mentre spetta poi al giudice penale indagare, volta per volta, se il provvedimento sia stato legittimamente emesso. Tale condizione non risulterebbe tuttavia soddisfatta nella specie, giacché l'individuazione concreta delle notizie che non possono essere divulgate, agli effetti dell'art. 262 cod. pen. , verrebbe affidata ad atti amministrativi emessi in virtù di poteri non direttamente conferiti dalla legge e senza alcuna precisazione in ordine al concetto di notizia riservata, i cui limiti resterebbero pertanto - a differenza di quanto avviene per il segreto di Stato, in virtù della citata legge n. 801 del 1977 - "assai incerti e labili". La circostanza che l'art. 262 cod. pen non indichi i motivi per i quali la divulgazione delle notizie può essere vietata, rimettendoli così anch'essi in toto all'apprezzamento dell'autorità amministrativa, impedirebbe d'altro canto al giudice di valutare se il divieto di divulgazione sia stato legittimamente imposto. Sotto diverso profilo, poi, la norma impugnata, nel comminare una pena identica nel massimo a quella stabilita dall'art. 261 cod. pen. per il reato di rivelazione di segreti di Stato (ventiquattro anni di reclusione) - essendo il trattamento sanzionatorio delle due fattispecie differenziato solo in rapporto al minimo - si porrebbe in contrasto con l'art. 3 Cost. L'equiparazione della pena massima risulterebbe difatti priva di giustificazione, stante la diversità dei beni protetti dalle due norme incriminatrici: infatti l'art. 261 cod. pen. tutelerebbe - alla luce della definizione del segreto di Stato data dall'art. 12 della legge n. 801 del 1977 - l'unità fisica dello Stato rispetto ad attacchi esterni od interni, ed il continuo e corretto funzionamento degli organi costituzionali; mentre l'art. 262 cod. pen. sarebbe posto a salvaguardia di interessi non individuabili a priori, ma comunque privi di rango costituzionale e di minore valore. La disposizione denunciata violerebbe, da ultimo, il principio di legalità della pena, stabilito dall'art. 25, secondo comma, Cost., in ragione dell'eccessivo divario tra la pena edittale minima da essa comminata (anni tre di reclusione, riducibili a due nel caso di riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche, o a pena ancora inferiore ove si proceda con riti alternativi) e quella massima (anni ventiquattro di reclusione, quale limite desumibile, in difetto di specifica indicazione, dall'art. 23 cod. pen.). Richiamando la sentenza di questa Corte n. 299 del 1992, il rimettente rileva come il principio di legalità della pena non imponga al legislatore di determinare in misura rigida e fissa la pena per ciascun tipo di reato, poiché lo strumento più idoneo al conseguimento delle finalità della pena e più congruo rispetto al principio di uguaglianza è quello del conferimento al giudice del potere discrezionale di stabilire in concreto, fra un minimo e un massimo, la sanzione da irrogare, al fine di adeguare quest'ultima alle specifiche caratteristiche del singolo caso. Tuttavia, la determinazione legislativa del minimo e del massimo edittale non deve eccedere il margine di elasticità necessario a consentire l'individualizzazione della pena, secondo i criteri di cui all'art. 133 cod. pen. , in correlazione alla variabilità delle fattispecie concrete e delle tipologie soggettive rapportabili alla fattispecie astratta: altrimenti, la predeterminazione della misura della pena diverrebbe solo apparente e il potere conferito al giudice si trasformerebbe da discrezionale in arbitrario, investendo non più soltanto la valutazione delle particolarità del caso singolo, ma la stessa individuazione del disvalore del fatto tipico (compito che spetta invece al legislatore). Tale ultima situazione ricorrerebbe puntualmente nell'ipotesi dell'art. 262 cod. pen. , in quanto - pur tenendo conto delle circostanze aggravanti speciali da esso previste, che comportano in determinati casi un aumento della pena minima - l'eccessiva ampiezza della forbice tra il minimo ed il massimo edittale finirebbe, in pratica, per rimettere al giudice anche la valutazione del disvalore oggettivo del fatto, tanto più a fronte della rimarcata incertezza sulla componente precettiva della norma incriminatrice. 2.