[pronunce]

che tale sentenza ha dichiarato non fondate le questioni di legittimità costituzionale dell'art. 2, comma 2-bis, della legge n. 89 del 2001, sollevate con sei ordinanze dalle Corti d'appello di Napoli e di Bologna, in riferimento agli artt. 3, primo comma, 111, secondo comma, e 117, primo comma, Cost., quest'ultimo in relazione all'art. 6 CEDU, ove identicamente si censurava la disposizione in esame nella parte in cui, prevedendo che si considera rispettato il termine ragionevole di durata del processo se non eccede la durata di tre anni in primo grado, essa trova indistinta applicazione anche al processo in materia di riconoscimento della protezione internazionale di cui all'art. 35-bis del d.lgs. n. 25 del 2008; che la citata sentenza n. 205 del 2023 ha richiamato e ribadito i principi della sentenza n. 36 del 2016, secondo cui i commi 2-bis e 2-ter dell'art. 2 della legge n. 89 del 2001 delineano «una disciplina legale dei termini entro cui il giudizio deve reputarsi rispettoso del principio della ragionevole durata del processo, enunciato dall'art. 111, secondo comma, Cost. e dall'art. 6, paragrafo 1, della CEDU», mediante precetti che sono univoci e non possono che essere intesi nel senso che tali termini vanno ritenuti ragionevoli; che, in particolare, in tale sentenza si è rilevato che, rispetto ai giudizi in materia di protezione internazionale, nella giurisprudenza della Corte di cassazione non si rinviene un orientamento che possa univocamente indurre a ritenere che per essi sia possibile individuare una durata specifica, diversa da quella degli altri giudizi civili; che del pari - si è sottolineato - non soccorre alcun reiterato ed uniforme esercizio della giurisprudenza della Corte EDU, dal quale attingere il significato dell'art. 6 CEDU, da ritenersi, in ipotesi, preclusivo di una disciplina che equipari i termini della ragionevole durata dei processi di protezione internazionale a quella giustificata con riguardo agli altri procedimenti civili di cognizione; che, ancora, si è evidenziato come dall'esame della normativa dell'Unione europea e della giurisprudenza della Corte di giustizia dell'Unione europea non si ricavi alcun elemento idoneo a conferire ai giudizi in materia di protezione internazionale uno statuto differenziato, quanto alla loro durata, rispetto al complesso dei procedimenti giurisdizionali condotti all'interno di uno Stato membro; che, anzi, la più volte richiamata sentenza n. 205 del 2023 ha ulteriormente rimarcato come dalla giurisprudenza della Corte di giustizia UE si desuma, piuttosto, in modo univoco, l'esigenza che i procedimenti giudiziari in materia di protezione internazionale siano disciplinati in modo tale da assicurare il completo esame della situazione individuale del richiedente, potendo ciò comportare lo svolgimento di accertamenti complessi; che tale sentenza ha pertanto concluso che la celerità di trattazione richiesta dai processi in questione non impone di individuare per essi un più breve termine di ragionevole durata rispetto a quello stabilito di tre anni per il primo grado di merito; che l'ordinanza di rimessione non apporta argomenti nuovi rispetto a quelli già esaminati nella citata sentenza n. 205 del 2023, o tali da indurre a una diversa conclusione; che, pertanto, le questioni devono essere dichiarate manifestamente non fondate (ex plurimis, ordinanze n. 78 del 2024, n. 214 del 2023 e n. 220 del 2022). Visti gli artt. 26, secondo comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87, e 11, comma 1, delle Norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale.. . per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE dichiara la manifesta infondatezza delle questioni di legittimità costituzionale dell'art. 2, comma 2-bis, della legge 24 marzo 2001, n. 89 (Previsione di equa riparazione in caso di violazione del termine ragionevole del processo e modifica dell'articolo 375 del codice di procedura civile), come introdotto dall'art. 55, comma 1, lettera a), numero 2), del decreto-legge 22 giugno 2012, n. 83 (Misure urgenti per la crescita del Paese), convertito, con modificazioni, nella legge 7 agosto 2012, n. 134, sollevate, in riferimento agli artt. 111, secondo comma, e 117, primo comma, della Costituzione, quest'ultimo in relazione all'art. 6 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo, dalla Corte d'appello di Milano, sezione seconda civile, con l'ordinanza indicata in epigrafe. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 9 maggio 2024. F.to: Franco MODUGNO, Presidente Stefano PETITTI, Redattore Roberto MILANA, Direttore della Cancelleria Depositata in Cancelleria il 3 giugno 2024 Il Direttore della Cancelleria F.to: Roberto MILANA