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ma in Germania la pur radicatissima indipendenza dell'organo giudicante -- gelosamente custodita (v. la giurisprudenza costituzionale di Karlsruhe sull'articolo 97 della legge fondamentale della Repubblica federale tedesca secondo cui « i giudici sono indipendenti e soggetti soltanto alla legge ») -- non osta ad una strutturazione tutto sommato flebile della funzione giurisdizionale, che risente di una serie di «filtri» in entrata, a partire dal conferimento dell'azione penale ad un soggetto esterno, parte della pubblica amministrazione. Anche dove non vige la separazione delle carriere, il pubblico ministero -- per esempio in Francia -- funzionalmente è collocato alle dipendenze dell'Esecutivo. Il condizionamento della funzione giurisdizionale, che ne consegue, da un lato giustifica la più fragile strutturazione degli uffici giudiziari giudicanti (il cui «braccio operativo» è la Procura), dall'altro lato è compensata dalla professionalità dei giudici (garantita dal rigore del percorso formativo ben migliore del nostro) e dalla disciplina processuale: proprio perché strutturalmente di tipo officioso o inquisitorio, essa vede la fase dell'udienza dibattimentale come un momento isolato, in cui affiora sopra il pelo dell'acqua soltanto una parte di ciò che è stato compiuto dai soggetti investiti della potestà inquirente. Sulla posizione assunta dal pubblico ministero nei vari ordinamenti continentali, la dottrina distingue a seconda che sia parte integrante dell'ordine giudiziario ovvero considerato come funzionario dell'amministrazione statale (v. G. Morbidelli, Diritto costituzionale italiano e comparato , Bologna, 1995, 577 ss.). Ma ciò che appare come comun denominatore è la necessità -- di ordine costituzionale perché attinente all'assetto dei poteri pubblici -- che un ceto burocratico così specializzato trovi nel suo statuto meccanismi atti a prevenirne straripamenti di competenze: poiché in uno Stato di diritto i giudici, in sede di contenzioso, sarebbero gli stessi magistrati, questi meccanismi passano per il controllo di altre funzioni -- in primo luogo, quella requirente -- nonché per un sistema di rigorosa prevenzione dei conflitti di interessi, ad esempio inibendo con assai maggior rigore la partecipazione alle competizioni elettorali di coloro che non abbandonano irrevocabilmente il potere giurisdizionale prima della presentazione delle liste (v. novella all'articolo 106 Cost.). Alla luce di un'analisi comparata vale la pena di osservare come, nel modello continentale, venga privilegiata la tendenza ad operare una netta separazione tra le carriere di magistrato giudicante e requirente. Sebbene seguendo logiche sensibilmente differenti (con riferimento all'assetto della magistratura francese caratterizzata soprattutto dall'assenza di un principio costituzionale che garantisca l'indipendenza del p.m. dal potere esecutivo cfr. A. Pizzorusso, Sistemi giuridici comparati , Milano 1995, 210 ss.) siffatta linea è seguita in Francia, in Germania, in Spagna e in Portogallo. La Costituzione francese (art. 65) in proposito provvede a differenziare i due ruoli anche mediante l'istituzione di due sezioni distinte (per composizione e funzioni) del Consiglio Superiore della Magistratura, competenti l'una per le questioni relative ai giudici, l'altra per quelle inerenti ai magistrati del p.m. Le disposizioni contenute nell'art. 221 della Costituzione portoghese prevedono che «il Pubblico ministero gode di uno statuto proprio e di autonomia, nei termini stabiliti dalla legge» e che alla Procura Generale della Repubblica spettano i provvedimenti di nomina, trasferimento e promozione e l'esercizio dell'azione disciplinare nei confronti degli agenti del Pubblico ministero. Simmetricamente l'art. 217, 1º comma sancisce che i «giudici dei tribunali giudiziari formano un corpo unico e sono retti da un unico statuto»; analoga è la scelta compiuta dalla Costituzione spagnola (v. in particolare le previsioni contenute negli articoli 117 e 124). Con una pubblica amministrazione dotata del potere di supremazia (per la differenza con la Gran Bretagna in ordine all'auto-imperatività dell'atto amministrativo francese o tedesco, v. la pronuncia della Corte europea dei diritti dell'uomo 10 marzo 2004 sul caso Senator Lines) , è chiaro che il garantista, anche in questo modello di amministrazione della giustizia, trova nella magistratura un difensore assai più che un nemico: davanti ad un'espropriazione, ad un rinvio a giudizio motivato politicamente o ad un'operazione ardita sul flottante di borsa, il cittadino trova nel magistrato giudicante la tutela che gli deriva dal suo buon diritto. Ma nel nostro Paese, da chi il cittadino chiede tutela? Chi minaccia la prevedibilità della sanzione, la certezza del diritto, l'indefettibilità dell'interpretazione della norma? La pubblica amministrazione rifugge dal dibattito pubblico ed impone le sue decisioni, dotate di imperatività, come un qualsiasi brigante di strada: all'improvviso, con la logica del fatto compiuto, perché teme che la prima coalizione di interessi locali ne possa impedire l'attuazione ottenendo una sospensiva dal TAR più vicino. Ciò perché l'amministratore pubblico si adegua ai rapporti di forza interni alla società in cui vive, i quali registrano un pericoloso scollamento tra Paese legale e Paese reale, nel quale l'unica logica che si afferma è la legge del più forte. Il fatto che l'amministrazione della giustizia sia relegata, quanto a risorse materiali ed umane, ad una situazione di grave sottodimensionamento, è indicativo di un'incuria dello Stato-persona per le sorti degli organi investiti dell'affermazione dello Stato-ordinamento: se il Lord Cancelliere nell'Inghilterra dell'Ottocento era (anche) una garanzia che in sede di bilancio dello Stato si riconoscesse, in termini di stanziamenti, l'importanza della funzione giudiziaria, l'attuale natura «adespota» dell'apparato magistratuale si traduce in una pericolosa sottovalutazione dei mezzi necessari a conseguire i fini di giustizia, con gli effetti di disservizio più volte denunciati dalla stampa (v. R. Ormanni, Legalità differenziata , in Golem informazione , 15 novembre 2013). Si tratta di una giustizia che arriva tardi e male ad incidere nella realtà circostante, talvolta senza neppure dare la certezza di una decisione equanime; la discrezionalità giudiziaria -- cioè il potere conferito al giudice di scegliere tra due o più alternative, ognuna conforme alla legge -- richiede una strutturazione della funzione meno puntiforme dell'attuale, dove la funzione di nomofilachia è tardiva, eventuale e, tutto sommato, poco incisiva sulle condotte future dei singoli magistrati: «la fiducia pubblica non è data per presupposta», ma va conseguita mediante la fairness del sistema (Aharon Barak, La natura della discrezionalità giudiziaria e il suo significato per l'amministrazione della giustizia , trad. di Federica Resta, in Politica del diritto , XXXIV, n. 1, marzo 2003).