[resaula]

oltre ai presunti "errori" cartografici la Francia ha più di una volta agito come se il trattato di Caen avesse già ridefinito i confini con l'Italia, come dimostrano i sequestri di pescherecci italiani in acque territoriali italiane, come se le stesse fossero già trasferite alla sovranità francese; sequestri sempre poi finiti con le scuse del Governo francese, consapevole della mancata ratifica del trattato di Caen; i ripetuti atteggiamenti delle istituzioni francesi mirano a creare una situazione de facto per la quale, per prassi consolidata, il trattato di Caen rischia di essere considerato vigente anche in assenza di ratifica da parte dell'Italia, con conseguente adeguamento dei confini marittimi così come previsto nello stesso; risulta quanto mai evidente che una situazione di questo tipo, nonostante non sia produttiva di alcun effetto giuridico, desti notevole preoccupazione, sia per le azioni unilaterali commesse a danno delle flotte italiane di pescherecci sia per la possibilità che, in un prossimo futuro, il trattato sia ratificato con la conseguente ridefinizione dei confini marittimi, si chiede di sapere: quali urgenti ed immediati provvedimenti intenda adottare il Ministro in indirizzo alla luce di tale comportamento, a giudizio degli interroganti inaccettabile, della Francia che, nel ripetitivo cadere in errore tenta, a tutti gli effetti, di mettere in atto una scorretta strategia volta a rendere giuridicamente efficace le norme del trattato non ratificato; se non ritenga opportuno ritirare la propria adesione dal trattato di Caen che lede in maniera ingiustificata i nostri interessi nazionali. Atto n. 4-02088 LOMUTI Al Ministro della giustizia Premesso che la "legge Pinto" (legge 24 marzo 2001, n. 89), emanata per tutelare i cittadini dai ritardi della giustizia, prevede che chi ha subito un danno patrimoniale o non patrimoniale a causa dell'eccessiva durata di un processo può chiedere un'equa riparazione; considerato che: a parere dell'interrogante, la compensazione non può essa stessa essere ulteriore fonte di disagio e di tensione per il cittadino che è già stato vittima delle lungaggini della giustizia italiana; i procedimenti instaurati in ossequio di quanto previsto dalla legge Pinto, inerenti all'anno 2014, seppure conclusi con sentenza, non hanno portato alla ragionevole soddisfazione della pretesa risarcitoria della parte in relazione alla liquidazione. Tutto ciò si palesa in contrasto con quanto avvenuto per le pronunce antecedenti (2013) e successive (dal 2015 al 2017), che risultano liquidate, si chiede di sapere: se il Ministro in indirizzo sia a conoscenza della situazione; quale sia la tempistica dell'erogazione agli aventi diritto degli indennizzi conseguenti al contenzioso della legge n. 89 del 2001 relativi alle sentenze per l'anno 2014. Atto n. 4-02089 PELLEGRINI Marco PIRRO ACCOTO CASTELLONE GALLICCHIO GARRUTI LEONE LOMUTI MATRISCIANO PAVANELLI PESCO PRESUTTO DELL'OLIO CAMPAGNA Al Ministro della salute Premesso che, secondo quanto risulta agli interroganti: in data 13 febbraio 2005, presso il reparto di malattie infettive e tropicali dell'ospedale "Madonna delle Grazie" di Matera, è morta la signora A.C., all'epoca sessantenne, a causa di un'infezione nosocomiale così come diagnosticata dal consulente tecnico d'ufficio del Tribunale di Matera all'uopo incaricato; qualche giorno prima, precisamente il 24 gennaio 2005, la signora C. era stata ricoverata presso l'unità operativa di malattie infettive e tropicali per l'espletamento di uno specifico programma diagnostico terapeutico prescrittole dal suo medico curante; si trattava, dunque, di un ricovero programmato al fine di effettuare una stadiazione aggiornata dell'epatopatia cronica da HCV, correlata con crioglobulinemia di cui la signora C. era da tempo affetta; la paziente, immunodepressa, era affetta da ulteriori patologie croniche invalidanti, rappresentate principalmente da diabete mellito complicato con piede diabetico, insufficienza renale cronica ed ipotiroidismo post chirurgico; in data 30 gennaio 2005, la paziente, ricoverata presso la struttura sanitaria, presentava i primi sintomi di un generico processo infettivo, con la comparsa di febbre, che veniva giustificato dai sanitari come un presumibile focolaio settico localizzato al livello del piede diabetico; il diario clinico, pur non presentando alcuna condizione patologica evidente nei giorni a seguire, era peggiorato visibilmente il 10 febbraio 2005, quando la febbre elevata aveva cominciato ad accompagnarsi a sintomi generali e locali che denotavano evidente interessamento dell'apparato respiratorio, quali astenia, malessere generale, tosse con espettorato, dispnea; il peggioramento delle condizioni generali della paziente nelle 72 due ore successive ha portato a uno shock settico irreversibile, fino al decesso sopraggiunto il 13 febbraio 2005; da quanto risulta dalla perizia medica del consulente tecnico del Tribunale di Matera (nel procedimento n. 2301/2012), il decesso della signora C. è stato incontestabilmente causato da un'infezione polmonare grave dovuta a legionella pneumophila, come dimostrato dagli esami specifici effettuati sulla paziente presso il reparto di rianimazione, in data 13 febbraio 2005. A suo parere, non vi sono dubbi che il contagio di legionella sia avvenuto presso l'unità operativa di malattie infettive. Tale convincimento scaturisce da numerose prove evidenti quali il ricovero privo di alcun sintomo e il manifestarsi dei sintomi di legionella solo dopo 17 giorni dal ricovero. Ma l'aspetto che suffraga ancor più tale convincimento è la circostanza che nel medesimo reparto dell'ospedale si erano verificati altri decessi per legionella. Dalla documentazione analizzata del consulente risultava, infatti, che la direzione sanitaria avesse cognizione del problema legionellosi presente nella struttura e avesse messo in atto interventi periodici di sanificazione degli impianti idrici nonché controlli microbiotici finalizzati alla prevenzione e al contenimento dell'infezione. Tali interventi, nel periodo dicembre 2004-marzo 2005 erano stati effettuati con cadenza bimestrale; un intervento di sanificazione tramite shock termico era stato eseguito presso la stanza di degenza B6/25, in data 17 dicembre 2004 ma, come si sarebbe accertato il 19 gennaio 2005, tale intervento non aveva ottenuto effetti concreti in quanto il controllo microbiologico sui campioni di acqua prelevati era risultato ancora positivo per la presenza di legionella. La signora C., gravemente immunodepressa, era stata ricoverata proprio in quella stanza; la struttura ospedaliera ha, dunque, continuato ad esporre i pazienti al rischio di infezione da legionella nonostante i controlli microbiologici del 19 gennaio 2005 avessero attestato l'inefficacia delle procedure di sanificazione effettuate il 17 dicembre 2004. Nessun provvedimento tempestivo ed efficace è stato messo in atto dalla direzione sanitaria per scongiurare il rischio di nuove infezioni ai pazienti;