[pronunce]

SENTENZA ha pronunciato la seguentenel giudizio di legittimità costituzionale dell'art. 8 del decreto legislativo 4 febbraio 2010, n. 14 (Istituzione dell'Albo degli amministratori giudiziari, a norma dell'articolo 2, comma 13, della legge 15 luglio 2009, n. 94), promosso dalla Corte d'appello di Roma, sezione quarta penale, sull'istanza proposta da E. R., con ordinanza del 18 gennaio 2023, iscritta al n. 17 del registro ordinanze 2023 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 8, prima serie speciale, dell'anno 2023. Visti l'atto di costituzione di E. R., nonché l'atto di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri; udito nell'udienza pubblica del 21 novembre 2023 il Giudice relatore Giovanni Amoroso; uditi gli avvocati Luca Amedeo Melegari e Raffaella Romagnoli per E. R. e l'avvocato dello Stato Domenico Maimone per il Presidente del Consiglio dei ministri; deliberato nella camera di consiglio del 22 novembre 2023.. Ritenuto in fatto Considerato in diritto 1.- Con ordinanza del 18 gennaio 2023, iscritta al n. 17 del registro ordinanze 2023, la Corte d'appello di Roma, quarta sezione penale, ha sollevato questioni di legittimità costituzionale dell'art. 8 del decreto legislativo 4 febbraio 2010, n. 14 (Istituzione dell'Albo degli amministratori giudiziari, a norma dell'articolo 2, comma 13, della legge 15 luglio 2009, n. 94), in riferimento agli artt. 36 e 54 della Costituzione. Il giudice rimettente riferisce, in punto di fatto, che un amministratore giudiziario aveva impugnato il decreto di liquidazione del compenso, nella misura di euro 1.940,92 oltre l'imposta sul valore aggiunto (IVA), emesso per l'attività di accertamento dei crediti e assistenza al giudice all'udienza di verifica degli stessi, nell'ambito di una procedura di prevenzione definita in primo grado dallo stesso Tribunale, lamentando l'esiguità della somma riconosciutagli, sebbene avesse dovuto esaminare domande presentate dai creditori per un valore complessivo di oltre un miliardo e trecento milioni di euro, formulando, dopo aver verificato la documentazione allegata alle medesime e la sussistenza di cause di esclusione dell'ammissione del credito previste dal decreto legislativo 6 settembre 2011, n. 159 (Codice delle leggi antimafia e delle misure di prevenzione, nonché nuove disposizioni in materia di documentazione antimafia, a norma degli articoli 1 e 2 della legge 13 agosto 2010, n. 136), argomentate proposte di ammissione o di esclusione allo stato passivo, in forza dell'art. 58, comma 5-bis, dello stesso decreto. In particolare, il giudice a quo evidenzia che il ricorrente aveva impugnato il provvedimento di liquidazione poiché il compenso era stato determinato intendendo l'espressione «passivo accertato», contenuta nell'art. 3, comma 3, del d.P.R. 7 ottobre 2015, n. 177 (Regolamento recante disposizioni in materia di modalità di calcolo e liquidazione dei compensi degli amministratori giudiziari iscritti nell'albo di cui al decreto legislativo 4 febbraio 2010, n. 14), come riferita ai crediti ammessi senza riserva dal giudice delegato all'esito dell'udienza di verifica dei crediti e non già, come sarebbe dovuto correttamente avvenire secondo il professionista, in forza delle complesse attività demandate allo stesso dal predetto art. 58, comma 5-bis, cod. antimafia, alle istanze di credito esaminate indipendentemente dall'esito ottenuto nella verifica di ciascuna di esse. Come riferito nell'ordinanza di rimessione, tale interpretazione della locuzione «passivo accertato» potrebbe portare con sé il rischio, ad avviso dell'impugnante, che i professionisti propongano per l'ammissione anche crediti che non ne avrebbero i presupposti al fine di ottenere il compenso. Inoltre, irragionevolmente, non si terrebbe conto della circostanza che il «passivo accertato» potrebbe aumentare in maniera considerevole ove fossero accolte le opposizioni dei creditori esclusi. Il ricorrente chiedeva, per tali ragioni, che gli fosse riconosciuto, intendendo la locuzione «passivo accertato» come relativa a tutte le domande dei creditori presentate nella procedura di prevenzione, un compenso di euro 3.386.189,73, comunque non inferiore al minimo di euro 781.476,77, da porsi a carico dell'erario, non avendo la procedura risorse all'uopo sufficienti. Alla successiva udienza, come riferisce ulteriormente la Corte d'appello di Roma, il professionista precisava di aver già ricevuto per la generale attività di gestione del compendio sequestrato nella medesima procedura una somma di circa euro 1.200.000,00, e deduceva, nei propri scritti difensivi, che non sarebbe stata necessaria la proposizione di una questione di legittimità costituzionale per l'accoglimento dell'impugnazione, potendosi a suo avviso pervenire in via interpretativa alla soluzione auspicata, poiché la locuzione «passivo accertato» dovrebbe essere intesa in modo da ricomprendere tutti i crediti esaminati dall'amministratore giudiziario, stante la strutturale diversità tra le attività rimesse allo stesso e quelle proprie del curatore nell'accertamento dei crediti.&#160; Ciò premesso, il giudice rimettente ricorda che l'espressione «passivo accertato» di cui all'art. 3, comma 3, del richiamato d.P.R. n. 177 del 2015, è analoga a quella contenuta nell'art. 1, comma 2, del decreto del Ministro della giustizia 25 gennaio 2012, n. 30 (Regolamento concernente l'adeguamento dei compensi spettanti ai curatori fallimentari e la determinazione dei compensi nelle procedure di concordato preventivo), talché la relativa nozione coincide per entrambe le norme ed è stata intesa dalla giurisprudenza di legittimità nel senso che essa è riferita esclusivamente ai crediti ammessi senza riserva (è citata Corte di cassazione, sezione prima civile, ordinanza 31 maggio 2021, n. 15168, con riferimento al compenso spettante ai curatori fallimentari), ossia di pieno riscontro del credito (è citata anche Corte di cassazione, sezione prima civile, sentenza 13 aprile 2000, n. 4751). In punto di non manifesta infondatezza, osserva la Corte d'appello di Roma che l'art. 3, comma 3, del predetto d.P.R. n. 177 del 2015, è una norma regolamentare emanata senza una valida base normativa, poiché l'art. 8 del d.lgs. n. 14 del 2010 non fornisce indicazioni sull'introduzione di una voce della tariffa anche per l'attività di accertamento dei crediti da parte dell'amministratore giudiziario; né questa lacuna non potrebbe essere colmata avendo riguardo a norme di riferimento per attività simili, trattandosi di disposizioni di stretta interpretazione in quanto relative ai compensi per lo svolgimento di un munus publicum;