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Non c'è nulla da inventare, ma soltanto la grande intelligenza del mondo scientifico, perché ci sono l'esperienza e la quotidianità di un servizio che affronta, attraverso questo, la possibilità di individuare tutto ciò che può essere tradotto in misure di ritorno. Sto pensando, per ricollegarmi al tema delle malattie rare, ai farmaci orfani e alla sperimentazione che necessariamente richiede un modello che non può essere solo tissutale, ma dev'essere vitale: abbiamo bisogno di questo. La legge europea sul punto parla un linguaggio che i ricercatori italiani possono davvero fare proprio, che sentono come buono, giusto ed efficace e che mi auguro con tutto il cuore potremo votare con grande libertà. Se tutta questa parte che riguarda l'eccellenza delle intelligenze che si muovono in Europa alla ricerca di soluzioni altamente innovative la dice lunga su come l'Europa possa essere lo scrigno veramente potente dello sviluppo e del motore nel mondo intero, d'altra parte, proprio la capacità attrattiva dell'Europa ci dice quanto sia necessario per noi tornare a riflettere - anche questo è molto chiaro nella legge - sulla capacità di accoglienza e accettazione in termini di politiche dell'immigrazione. Queste richiedono uno sguardo che molte volte abbiamo sentito come critico e ostile nei nostri confronti, come se l'Italia fosse l'unico referente di questo modello. Sbarcano dove? In Italia. Arrivano dove? In Italia. Da dove è difficile andar via? Dall'Italia. La legge europea ci dice che serve una prospettiva europea che guardi all'immigrazione con la capacità di cogliere, là dove ci sono, le opportunità di lavoro e tutte le possibilità di inclusione sociale e di ricongiungimento familiare a cui si fa espresso riferimento nella norma. Tutto ciò richiederà la possibilità di immaginare un mondo un po' più giusto. In questo momento, a Glasgow ci sono i grandi della Terra, che sono stati a Roma fino a pochi giorni fa e lì si sono spostati in blocco per partecipare alla Conferenza indetta dalle Nazioni Unite per parlare di ambiente ed ecologia. Il primo ambiente, la prima ecologia che a noi sta a cuore è proprio quella umana, che guarda all' habitat di ognuno di noi come al contesto in cui è possibile sviluppare prima, più e meglio i talenti di tutti, che sono quelli dell'intelligenza, che si declinano in chiave tecnico-scientifica, ma sono anche quelli del cuore, della solidarietà e dell'inclusione. In conclusione, signor Presidente, la legge europea va vista e valutata nella prospettiva dell'Europa che vogliamo, che non è solo quella delle marmellate, ma che ne tiene conto, né solo delle tecnicalità o delle armi. Si parla di tutto in questa legge, ma noi vogliamo un'Europa che sia - soprattutto e più di tutto - più umana, quella dei diritti umani di tutti. (Applausi) . PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Arrigoni. Ne ha facoltà. ARRIGONI (L-SP-PSd'Az) . Signor Presidente, signor sottosegretario Amendola, onorevoli colleghi, intervengo sui cambiamenti climatici e il caro energia, due temi estremamente legati tra loro e al centro dell'agenda politica europea e mondiale. Dopo l'esito del G20 e la COP26 di Glasgow, tuttora in corso, appare molto in salita la strada della decarbonizzazione del pianeta, voluta per contenere a fine secolo l'aumento di temperatura di 1,5 gradi per contrastare i cambiamenti climatici. Dal G20 di Roma e dalla COP26, eventi - ahimè - snobbati dalla Cina e anche dalla Russia, scompare il 2050 quale data per raggiungere la neutralità climatica. Certo, si è ribadita l'importanza di rafforzare gli sforzi globali per raggiungere le zero emissioni nette di gas climalteranti, ma si specifica che ciò debba avvenire entro o intorno alla metà del secolo, mentre Cina e Russia ribadiscono la neutralità al 2060 e il leader indiano Modi ha gelato tutti indicando per il suo Paese il 2070, con buona pace di Greta. Ieri è emerso un blando impegno per la messa al bando del carbone quanto prima, il che significa implicitamente riconoscere ancora un ruolo importante al gas naturale. Nell'Unione europea occorre dunque riflettere bene se proseguire nella corsa spinta, quasi solitaria, a decarbonizzare - forse siamo in compagnia degli USA - rischiando di massacrare le nostre imprese, ovvero di vederle delocalizzare senza avere benefici per l'ambiente e per il climate change. Dobbiamo avere la consapevolezza che la corsa dell'Unione a decarbonizzare e negare il ruolo del gas nella transizione, senza voler più fare investimenti in infrastrutture strategiche, ha anche portato al grave caro energia. Siamo a una situazione allarmante, che rischia di essere strutturale. Il costo dell'energia è fuori controllo e non è più compatibile con l'operatività delle imprese gas intensive , tanto da determinare e creare la sospensione delle attività e delle produzioni. Vanno bene gli interventi fatti dal nostro Governo, ma non bastano. Rischiamo di registrare le prime vittime della transizione ecologica: ad esempio, le vetrerie di Murano rischiano lo stop della produzione, mettendo così al tappeto uno dei settori più importanti di Venezia e del suo turismo e temo che le ricette UE sul caro energia, cioè accelerare solo sulle rinnovabili per uscire da questo dramma e per scongiurare altri shock nel futuro, rischino di farci ancora più male. Con il solo fotovoltaico e l'eolico non andiamo da nessuna parte. (Applausi) . Il grande problema è che queste fonti rinnovabili non sono programmabili: producono solo quando ci sono sole e vento, è molto semplice, e i sistemi di accumulo sono lontani dall'essere tecnologicamente pronti, sviluppati e distribuiti sul territorio, senza contare il necessario e oneroso sviluppo delle reti di trasmissione e di distribuzione e delle infrastrutture di ricarica elettrica. Insomma, le ricette dell'Europa presentate fino ad oggi francamente non ci convincono, ma anche l'attuazione del toolbox proposto dalla Commissione europea per gli acquisti comuni di gas per contenere il caro energia temo che, intervenendo a gamba tesa sul mercato globale e sulla libera concorrenza dei player globali, non porterà, almeno a breve, agli effetti sperati. Per questi problemi occorre dunque che la transizione ecologica sia graduale e determinata e dunque pragmatica, sostenibile ambientalmente, economicamente e socialmente, senza spinte ideologiche che rischiano di mettere in ginocchio le nostre imprese. Attenzione ai facili entusiasmi per le sole rinnovabili, per il no immediato ai fossili, per il solo idrogeno verde, per la sola mobilità elettrica e per l'assurdo plastic free. Soprattutto, la transizione ecologica dev'essere condivisa: non esiste che l'Europa, responsabile del solo 9 per cento di emissioni di CO 2 , faccia la prima della classe sempre, fissando l'obiettivo di essere carbon neutral al 2050, e invece altri Paesi, a partire dalla Cina, che, con il 28 per cento della CO 2, è il più grande inquinatore del Pianeta, non si assumano i medesimi impegni, come confermato nel G20 e a Glasgow. (Applausi) .