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Io credo che la relazione tra la dimensione aristocratica, snob, di Franco Battiato e la straordinaria dimensione popolare stia proprio qui, in una continua sfida innanzitutto con sé stesso, ma anche con il suo lettore, con il suo ascoltatore, dal punto di vista sia musicale sia della scelta dei termini, come in un continuo e straordinario gioco intellettuale fatto gli stimoli, per provare a vedere se dentro a quella parola, a quella citazione, a quella evocazione c'era qualcuno che stava al gioco e provava ad andare a vedere che cosa si voleva raccontare davvero. Così, nelle parole di Battiato, si attraversavano le epoche e i territori. Ha portato l'Estremo Oriente; oggi questo è molto più consueto, ma l'ho fatto molto prima; ha portato la nostra fondamentale relazione con l'altra sponda del Mediterraneo e con il mondo arabo. Del resto chi, se non uno straordinario siciliano, avrebbe potuto fare questo. Ci ha portato le culture e le religioni diverse: l'induismo, il buddismo, i mistici, la filosofia, la grande filosofia greca; ci ha fatto cantare versi di Eraclito andando ad approfondirli e a coglierli con una profondità che gran parte delle letture filosofiche scolastiche magari non affronta nemmeno, perché, certo, tutto scorre, ma soprattutto a passare invano è il vero senso della vita. Questa è la grande lezione di Eraclito ed è anche la grande lezione di passaggio in quell'album meraviglioso che è «L'imboscata». Poi ha detto molto alla politica. Lo ha fatto in prima persona come cittadino impegnato, ma anche attraverso le sue canzoni e ha sempre tenuto insieme questi due elementi, perché tutti ricordano gli anni de «La voce del padrone», la scelta di diventare pop e di quegli anni ricordano «Bandiera bianca», ricordano quel suo razzismo che lo teneva lontano da programmi demenziali con tribune elettorali. Beh, quei programmi demenziali sono cresciuti molto nella nostra società e le tribune elettorali oggi noi le rimpiangiamo, perché erano dei luoghi di approfondimento rispetto a quella che è la politica in televisione oggi. Questo Battiato ce lo ha ricordato tante volte, ma non per tenersi lontano dall'impegno politico, ma per avvicinarsi con profondità, per non essere quelli che cambiano le maglie ogni volta che cambia la stagione; per non essere quelli che si innamorano del potere; per essere quelli che invece si appassionano della sofferenza degli uomini e delle donne in ogni parte del mondo, che si ricordano dei migranti che cercano una speranza per la propria vita, come nell'ultimo meraviglioso pezzo che incrociava insieme il senso della vita e l'avvicinarsi della fine della vita con le avventure di chi cerca un approdo. Tutto questo è stato Franco Battiato. Io credo che oggi non si sia trasformato: lui, infatti, credeva nella reincarnazione, temeva di potersi incrociare in una formica o in un serpente. Credo che non sia così e tornerà in tante forme e sarà presente in mezzo a noi con le sue parole, con le sue note, con le sue musiche e noi dovremmo saperlo ricordare con le nostre azioni in quest'Aula. (Applausi) . DRAGO (FdI) . Domando di parlare. PRESIDENTE. Ne ha facoltà. DRAGO (FdI) . Signor Presidente, oggi ricordiamo la figura di Franco Battiato, catanese, cantautore eclettico, artista dal linguaggio emotivo capace di evocare, senza mediazioni, le voci del cuore. È questo ciò che rimpiangiamo oggi: non il personaggio che si avvicinò alla politica, bensì l'artista, il genio musicale, il filosofo sempre all'avanguardia, alla ricerca di una stabilità che influenzasse l'essere umano, senza far cambiare idea sulle cose e sulla gente, un centro di gravità di cui tutti in questo periodo abbiamo sentito un'enorme necessità. Aveva scelto di stabilirsi a Milo, paese etneo, mantenendo una riservatezza e una semplicità assoluta, partecipando e organizzando numerose manifestazioni musicali durante le estati milesi. Le sue opere rimarranno con noi negli anni a venire e l'omaggio che gli vogliamo rendere è l'impegno a non dimenticare la cura che ci ha donato, attraverso la sua musica, definendoci esseri speciali. Mi preme evidenziare come alla Camera il collega Mollicone abbia avanzato la proposta di dedicare un istituto culturale a Franco Battiato e come già anche a Catania il sindaco Pogliese abbia proposto e poi deciso di intitolare il lungomare della città al nostro artista catanese. Era necessario intestargli un luogo che ne ricordasse la grandezza artistica, così riferisce il sindaco. Nella mia introduzione ho detto come fosse un artista eclettico per l'attenzione rivolta anche alla pittura. Era capace di sollevare le emozioni e di catalizzarle in una direzione sicuramente positiva, e il testo de «La cura» ne è l'esempio. Anche il senso di appartenenza al territorio italiano, il senso patriottico, che potrebbe sembrare un po' dicotomico rispetto al suo orientamento politico, in realtà non è assolutamente tale. Battiato nacque a Riposto, in provincia di Catania - come sapete, quello è anche il mio territorio - ed era visto con molto rispetto. Studiò filosofia all'Università di Catania ed effettivamente il contenuto dei suoi testi esprime in pieno la sua formazione e l'attenzione culturale anche al territorio siciliano, che è stato un crocevia di culture. Non a caso, alcuni testi e video che riprendono le sue creazioni riportano dei collegamenti con la realtà culturale araba. Il Gruppo Fratelli d'Italia - come ho esposto - ha già avanzato delle proposte concrete e speriamo che la proposta avanzata anche dalla Camera possa trovare rapido compimento. (Applausi) . PARENTE (IV-PSI) . Domando di parlare. PRESIDENTE. Ne ha facoltà. PARENTE (IV-PSI) . In occasione del suo settantesimo compleanno, Franco Battiato aveva detto: «Ho scritto delle cose più o meno buone e alle quali sono più o meno affezionato. Qua e là, ci sono canzoni a cui qualcuno ha avuto la generosità di riconoscere un valore letterario. Erano riconoscimenti liberi dall'invidia e dal livore. Telefonate che facevano piacere». Ma non di solo valore letterario si tratta per le sue canzoni, bensì anche di ricerca esistenziale e direi filosofica e del lascito profondo che hanno donato ad intere generazioni. Sperimentazioni musicali e testi importanti rappresentano il contrassegno della sua opera, come la frase emblematica del «Centro di gravità permanente»: «Gesuiti euclidei Vestiti come dei bonzi per entrare a corte degli imperatori Della dinastia dei Ming», che si riferiva al gesuita Matteo Ricci. Le sue opere, infatti, sono intrise dell'incontro tra culture diverse, di contaminazione tra Oriente e Occidente. Dalla sua terra alle pendici dell'Etna, una terra vulcanica, ha tratto l'energia necessaria per aprirsi al mondo e alle differenze, ma ha radici ben salde nella sua Sicilia, al punto da portarlo anche a una sperimentazione politica, proprio lui che aveva speso parole durissime all'indirizzo della classe politica.