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un Paese sull'orlo della bancarotta per colpa di noi, i barbari. Vi proporrei, tuttavia, un esercizio diverso. Per apprezzare il tipo di operazione che è stata fatta con questo decreto-legge, vi proporrei di allargare un po' lo zoom e magari di non rifarci alle fonti della stampa, che necessariamente esprime un ampio ventaglio di opinioni, ma, come sapete, citando - visto che qualche giorno fa abbiamo commemorato un grande classico del nostro cinema - un classico del cinema statunitense, l'ispettore Callaghan, le opinioni ognuno ha le sue. Io vorrei piuttosto soffermarmi sui dati - guardiamo cosa ci dicono - secondo cui ci vorranno ancora cinque anni perché il livello del reddito in Italia ritorni a essere quello pre-crisi. Questa frase ve l'ho già detta in altre circostanze, quindi rischia di diventare un ritornello un po' stantio. Per arricchirla di icasticità, mi sono permesso di mettere il grafico sul mio blog così chi vuole può andare a vederlo, sta lì. Ci vorranno altri cinque anni, e questo non significa che fra cinque anni la crisi sarà finita: significa che fra cinque anni avremo quindici anni di ritardo sulla nostra storia. Significa che, nella storia del prodotto interno lordo di questo Paese, la crisi appena terminata ha aperto una cicatrice che si vedrà per i prossimi secoli, se qualcuno fra secoli avrà voglia di registrare ancora il PIL come oggi lo concepiamo. L'evento nel contesto del quale ci muoviamo in termini economici ha la dimensione di un evento bellico. Questo per dire che, quando sento porre questioni pregiudiziali rispetto all'urgenza d'intervenire in campo fiscale, non posso resistere alla tentazione di considerare queste eccezioni come strumentali o come derivanti da un non completo apprezzamento della tragicità della situazione nella quale siamo, della drammaticità della situazione del nostro Paese. Questo per il contesto. Vorrei ricordare che altri Paesi, i quali a differenza di noi non hanno ritenuto di fare i primi della classe obbedendo a tutte le regole dettate dai loro concorrenti, hanno già raggiunto - e anche questo lo trovate oggi sul mio blog - il sentiero di crescita di lungo periodo. Fra il sentiero di crescita pre-crisi e quello sul quale siamo adesso c'è un gap di 400 miliardi di euro, che non so se riusciremo mai a recuperare. Teniamo conto di questo quando parliamo di un atteggiamento condonistico. Vorrei poi intervenire brevemente sul metodo, dopo aver individuato il contesto. Ci è stato detto che quello in esame è un provvedimento omnibus, che non era il sedime normativo adeguato. Peraltro devo dire, a titolo di cronaca, che per me è stato, è tutt'ora e sarà un grande piacere avere come Capogruppo del PD in Commissione finanze il senatore D'Alfonso, del quale anche in questa sede abbiamo potuto apprezzare l'eloquenza, che comunque è sempre pregna di contenuti e ci permette di approfondire l'analisi. Egli ha parlato di sedime normativo inadeguato. Beh, io non desidero fare il facile gioco di dire che avete cominciato voi, però voglio notare che nelle pieghe del provvedimento in esame, che era molto complesso, siamo dovuti intervenire anche perché c'è una storia di provvedimenti di struttura presi in un sedime normativo inadeguato. Noi abbiamo cercato di rimediare ad alcune criticità emergenti da riforme del credito fatte per decreto-legge, senza una necessaria adeguata attività istruttoria ed eccependo un'urgenza che in quei casi invece non c'era. Infatti, se prendiamo ad esempio il comparto del credito cooperativo e andiamo a vedere cosa ne dicono le relazioni della Banca d'Italia, noteremo che da nessuna parte emerge una necessità ed un'urgenza d'intervento complessivo in quel comparto. E quando poi si interviene sull'onda di una emotività o di circostanze contingenti, accadono cose come quella che abbiamo dovuto gestire nel provvedimento in discussione. Non so se fosse la sede opportuna per affrontare il tema, ma vi ricordo che una riforma, quella delle banche popolari, adesso è sub iudice alla Corte di giustizia dell'Unione europea per il semplice motivo che qualcuno ha riflettuto sul fatto che neanche i regolamenti europei sono così draconiani da prevedere che chi affida i propri risparmi a un istituito non venga rimborsato mai, che è l'interpretazione data qui in Italia di una regola europea. Ci sarebbe quindi da aprire anche un dibattito sul metodo, su questa nostra velleità di applicare sempre ciò che viene dall'estero in modo estremamente penalizzante per noi stessi. Fino a che noi non apriremo un dibattito sereno - e lo chiedo in questo senso all'opposizione di sinistra - su questo tema, qualsiasi richiamo a regole esterne verrà visto dai nostri concittadini, dai lavoratori italiani, più come una volontà di aggressione nei loro riguardi, che come una volontà di aderire a un progetto di ordine superiore. (Applausi dai Gruppi M5S e L-SP-PSd'Az). Questo, se posso sommessamente dirvi dal mio punto di vista, che è settoriale, limitato, di avversario politico, è il principale problema che dovete risolvere. Passando ai contenuti, perché noto che mi devo avviare alla conclusione (ma in questa sede sul serio perché non è come nelle conferenze dove poi si parla per mezz'ora), ci è stato detto che noi, con misure condonistiche, avremmo in qualche modo intaccato ed eroso il patto sociale. Occorre però ragionare su quale riteniamo sia lo scopo della vita. A mia figlia a scuola hanno insegnato che gli articoli più importanti della prima parte della Costituzione sono il decimo e l'undicesimo, perché sono quelli che ci hanno consentito di entrare in Europa. Questo le è stato detto, poverina. Io non l'ho contestato, perché per carità! Non sia mai per me entrare nei percorsi didattici degli insegnanti. Però anche l'articolo 3 non è male. Lo vogliamo leggere insieme? «È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese». (Applausi dai Gruppi L-SP-PSd'Az e M5S). Ce lo ricordiamo. L'austerità, intaccando questi inderogabili doveri di solidarietà, ha messo, quella sì, a rischio il patto sociale del Paese. E che al termine di un periodo in cui abbiamo visto aumentare i poveri si ricorra a interventi di rottamazione che, a differenza dei precedenti, sono più accessibili (perché prevedono una maggiore dilazione delle rateizzazioni), quindi offrono un effettivo ristoro, non mi sembra che ci possa essere imputato come una grave violazione del patto sociale o come un aggiramento dei doveri che il contribuente ha nei riguardi dello Stato. Dobbiamo capire a che punto siamo: siamo in una situazione di estrema, tragica recessione, della quale - ahimè - non riusciamo a vedere effettivamente la fine. E proprio per questo motivo riteniamo - parlando di una cosa della quale qui oggi non si tratta - che l'impianto espansivo della legge di bilancio abbia una piena legittimità di essere e possa contribuire a risolvere il problema.