[pronunce]

SENTENZA ha pronunciato la seguentenel giudizio di legittimità costituzionale dell'art. 4, commi 1, 5, lettera b), e 11, nonché dell'art. 6, comma 7, della legge della Provincia di Trento 17 giugno 2004, n. 6 (Disposizioni in materia di organizzazione, di personale e di servizi pubblici), promosso con ricorso del Presidente del Consiglio dei ministri notificato il 17 agosto 2004, depositato in cancelleria il 23 agosto 2004 e iscritto al n. 85 del registro ricorsi 2004. Visto l'atto di costituzione della Provincia autonoma di Trento; udito nell'udienza pubblica del 27 settembre 2005 il Giudice relatore Paolo Maddalena; uditi l'avvocato dello Stato Ettore Figliolia per il Presidente del Consiglio dei ministri e l'avvocato Giandomenico Falcon per la Provincia autonoma di Trento.. Ritenuto in fatto Considerato in diritto 1. ¾ Con ricorso notificato il 17 agosto 2004 e depositato il successivo 23 agosto, il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, ha proposto questione di legittimità costituzionale, in via principale, dell'art. 4, commi 1, 5, lettera b), e 11, nonché dell'art. 6, comma 7, della legge della Provincia di Trento 17 giugno 2004, n. 6 (Disposizioni in materia di organizzazione, di personale e di servizi pubblici), denunciandone il contrasto con gli artt. 97, 98 e 117 della Costituzione e con l'art. 9 dello statuto speciale per la Regione Trentino-Alto Adige. Quanto all'art. 4, comma 1, che, introducendo il comma 3-bis, integra l'art. 8 della legge provinciale 3 aprile 1997, n. 7 (Revisione dell'ordinamento del personale della Provincia autonoma di Trento), esso prevede che possa essere destinato, tramite distacco, «personale provinciale, anche con qualifica dirigenziale, a prestare temporaneamente servizio presso la rappresentanza italiana presso l'Unione europea o altri organismi comunitari e sovranazionali». La disposizione eccederebbe la competenza statutaria e violerebbe l'art. 117, secondo comma, lettere a) e g), della Costituzione, che riservano allo Stato la competenza esclusiva in materia di politica estera e rapporti internazionali e di ordinamento e organizzazione dello Stato e degli enti pubblici nazionali. Secondo il ricorrente, a disciplinare la materia interverrebbero infatti l'art. 168 del d.P.R. 5 gennaio 1967, n. 18 (Ordinamento dell'Amministrazione degli affari esteri) e l'art. 58 della legge 6 febbraio 1996, n. 52 (Disposizioni per l'adempimento di obblighi derivanti dall'appartenenza dell'Italia alle Comunità europee – legge comunitaria 1994), in forza dei quali la figura dell'esperto provinciale o regionale deve essere reperita tra i “funzionari” e non tra i “dirigenti”, con collocamento fuori ruolo, e non già distacco, dei primi, stabilendo, inoltre, che alla designazione provveda la Conferenza dei presidenti delle Regioni e delle Province autonome e che la nomina sia del Ministro degli affari esteri. Ad avviso del Governo, le sollevate censure non potrebbero essere emendate sostenendo – come sembrerebbe fare la Provincia autonoma di Trento – che l'art. 58 della legge n. 52 del 1996 farebbe riferimento soltanto ai quattro funzionari regionali e provinciali del contingente aggiuntivo derivato a seguito dell'elevazione da 25 a 29 del numero massimo di esperti da inviare, così da circoscrivere la necessità del collocamento fuori ruolo al solo personale statale. Né varrebbe sostenere che la disposizione presuppone l'avvenuta adozione degli atti di designazione e di nomina previsti dall'ordinamento statale o che, in ogni caso, atterrebbe all'organizzazione interna del personale della Provincia, di esclusiva competenza provinciale. Il fatto che – osserva il ricorrente – la normativa statale demandi la nomina degli esperti “non dirigenti” al Ministro e ne richieda il collocamento fuori ruolo, con inserimento nell'organico della rappresentanza permanente, impedirebbe di ritenere che l'art. 4, comma 1, concerna l'organizzazione interna del personale provinciale e che i vizi denunciati possano essere superati. È poi denunciato il comma 5, lettera b), dello stesso art. 4, il quale introduce il comma 1-bis nell'art. 47 della già citata legge provinciale n. 7 del 1997, prevedendo, tra l'altro, che il personale insegnante temporaneo, nonché il restante personale con contratto a termine non superiore ad un anno o «con prestazione lavorativa non superiore al 50 per cento di quella a tempo pieno», possa, previa autorizzazione della competente struttura, svolgere «altra attività a condizione che la stessa non determini conflitto di interessi con l'amministrazione di appartenenza o sia incompatibile con il rispetto degli obblighi di lavoro». Tale disposizione violerebbe, secondo lo Stato ricorrente, l'art. 9, punto 2, dello statuto speciale di autonomia e le relative norme di attuazione di cui al d.P.R. 15 luglio 1988, n. 405 (Norme di attuazione dello statuto speciale per la Regione Trentino-Alto Adige in materia di ordinamento scolastico in provincia di Trento) e successive modificazioni, che attribuiscono la materia dell'istruzione alla legislazione concorrente provinciale, in riferimento ai principi generali dell'ordinamento scolastico di cui all'art. 508 del decreto legislativo 16 aprile 1994, n. 297 (Approvazione del testo unico delle disposizioni vigenti in materia di istruzione, relative alle scuole di ogni ordine e grado) e «all'articolo 53 del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165 (Norme generali sull'ordinamento del lavoro alle dipendenze delle amministrazioni pubbliche), il cui combinato disposto disciplina le incompatibilità del personale docente, vietando l'esercizio di attività commerciale, industriale o professionale, nonché la possibilità di assumere o mantenere impegni alle dipendenze di privati», consentendo unicamente l'esercizio della libera professione, previa autorizzazione del dirigente scolastico (art. 508, comma 15, del d.lgs. n. 297 del 1994). Peraltro, la norma denunciata contrasterebbe anche con l'art. 98 della Costituzione, violando il principio del servizio esclusivo alla Nazione del pubblico impiegato. Il medesimo art. 4 viene impugnato anche nel suo comma 11, il quale, ai soli effetti giuridici, riconosce ope legis la qualifica di “direttore di divisione” al personale con qualifica di “direttore di sezione”, facendo decorrere tale inquadramento dalla data della deliberazione della Giunta provinciale che affida le nuove mansioni.