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Il ricorso a tali metodi alternativi è altresì favorito dal fatto che ben oltre la metà dei ricorsi, come evidenziano le rilevazioni statistiche, ha valore entro i ventimila euro, e di questi ben più di un terzo non supera i tremila euro. In questo scenario di riforme, purtroppo non hanno avuto successo i reiterati tentativi di modificare l'attuale quadro ordinamentale che vede la giustizia tributaria ancora ancillare -- almeno nell'assetto organizzativo del funzionamento dei servizi (oltre che nella gestione contabile/finanziaria) -- al dicastero titolare degli interessi oggetto delle controversie fiscali: assetto non certo superato nei compiti di vigilanza dall'attribuzione al Presidente della commissione di un semplice potere segnalatorio. Il sistema resta dunque imperfetto se l'indipendenza del giudice è fatta transitare solo dal momento decisionale e non anche dalla organizzazione dei servizi che debbono essere di supporto all'esercizio di una giurisdizione «piena» sotto ogni profilo. Proprio tali aspetti, che mettono in gioco i principi del giusto processo ed il rispetto dell'articolo 6 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo, hanno costituito oggetto dell'ordinanza di rimessione alla Corte costituzionale della commissione provinciale di Reggio Emilia sin dal settembre del 2014. La madre di tutte le riforme di cui ha bisogno oggi la giustizia tributaria è il suo inquadramento autonomo, sullo stesso piano di quanto avviene per la giustizia amministrativa. Dignità della funzione che transita -- e questo è un secondo punto da mettere a fuoco -- dal riconoscimento di un giusto trattamento economico. Un giusto compenso svolge, infatti, un ruolo decisivo per la indipendenza ed autonomia del giudice come affermato dalla raccomandazione adottata dal Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa il 17 novembre 2010 che, senza fare distinzione tra giudici togati o laici, ha stabilito che «la retribuzione deve essere commisurata al loro ruolo professionale, alle loro responsabilità ed essere di livello sufficiente per renderli immuni da qualsiasi pressione volta ad influenzarne la decisione». 2. Con questo disegno di legge si intende recuperare un «progetto culturale» che è stato elaborato alla fine degli anni '70 del secolo scorso (atto Camera n. 825 del 30 settembre 1979) dai magistrati stessi della Corte dei conti. Ad esso va riconosciuto il valore di una testimonianza. Testimonianza di qualificate intelligenze capaci di guardare lontano, capaci di elaborare proposte innovative, che si sono dimostrate in grado di anticipare, alla fin fine, i tempi. Progetto culturale, quello di allora, che, quindi, si viene a realizzare in un contesto ordinamentale diverso rispetto al tempo in cui esso è nato. Infatti, l'Italia non può più permettersi di affidare la valutazione delle controversie tra cittadino/impresa e fisco a competenze professionali che non rispondano al principio della totale indipendenza e della massima imparzialità. Così come non risulta più sopportabile che non si dedichino risorse adeguate alla formazione e all'aggiornamento professionale dei giudici del contenzioso tributario; aggiornamento da estendere ai soggetti che istituzionalmente vengono a contatto con essi. Proprio in vista di queste aspettative, assume particolare rilievo la qualificazione professionale dei giudici tributari ed il potenziamento dell'attività formativa loro dedicata. L'aggiornamento professionale dei giudici, per dotarli di un corredo tecnico-giuridico di alto profilo idoneo ad affrontare con la dovuta preparazione la controversia fiscale, è da sempre obiettivo primario della Corte dei conti. Oggi esso risulta più sentito alla luce della disciplina sulla responsabilità civile dei magistrati (legge n. 117 del 1988 come modificata dalla legge n. 18 del 2015), la quale nel concetto di «colpa grave» annovera tra l'altro -- con riferimento ai giudici togati -- la violazione manifesta della legge nazionale e del diritto europeo con obbligo di rivalsa dello Stato in caso di «negligenza inescusabile». L’attività formativa direttamente organizzata e dispensata dalla Corte dei conti dovrà privilegiare la cosiddetta «formazione decentrata», con articolazione su sedi regionali, peraltro bene attestate sul territorio. Si è fatto cenno al mutato quadro istituzionale, rispetto a quello esistente alla fine degli anni '70 del secolo scorso. È sufficiente richiamare, a questo proposito, la competenza acquisita, a far data dalla seconda metà degli anni '90, dalla Corte dei conti nell'area del controllo sul sistema delle entrate, non solo di quelle dello Stato, ma anche di quelle degli altri livelli di governo (dalle regioni agli enti locali). Competenza che, a seguito dell'entrata in vigore della legge 5 giugno 2003, n. 131, recante «Disposizioni per l'adeguamento dell'ordinamento della Repubblica alla legge costituzionale 18 ottobre 2001, n. 3» , ha consentito alla Corte dei conti di svolgere il ruolo di osservatore indipendente del rispetto, cui le diverse istituzioni sono tenute, del principio del perseguimento degli equilibri di bilancio in senso dinamico (Corte dei conti -- Seminario permanente dei controlli, «Controllo delle entrate e riforma delle riscossioni» , Atti del seminario, Roma, 20-21 novembre 2007). È in tale documento di studio che la Corte dei conti ha inteso fare il punto sugli esiti dell'attività di controllo che essa esercita sulla gestione delle entrate (Luigi Mazzillo). A suggello del ruolo acquisito nel contesto ordinamentale nazionale, è sopraggiunta nel tempo la legge 5 maggio 2009, n. 42, recante «Delega al Governo in materia di federalismo fiscale in attuazione dell'articolo 119 della Costituzione» , spostandosi così l'intervento della Corte dei conti sul territorio (vigilanza sulle entrate degli enti territoriali, dalle regioni ai comuni). Il Parlamento italiano ha posto in essere una serie ben articolata di riforme; ma esse sembrano tutte rivolte ad assicurare un assetto al sistema delle istituzioni quanto più conforme al disegno portato a compimento dal « fiscal compact ». Poco si è fatto, invece, per dare al cittadino, così come all'impresa, nella sua qualità di azionista delle Istituzioni, un effettivo sistema di garanzie; e prima tra queste avrebbe dovuto essere l'individuazione di un giudice naturale precostituito per legge in campo tributario. Oggi, sembra essere giunta l'ora. Anche in considerazione del fatto che occorre ridare tono e credibilità al rapporto che si instaura, per tale via, tra un giudice, come tale indipendente, e quanti sono tenuti al rispetto del principio di cui all'articolo 53, primo comma, della Costituzione: «Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva» . Avendo sempre a mente le parole di Piero Calamandrei che ha annotato, nel suo famoso «Elogio dei giudici, scritto da un avvocato» , come con esso abbia inteso trattare di «...quest'ordine di asceti civili, condannati, in una società sempre più sprezzante dei valori morali, alla solitudine, all'isolamento..., e tuttavia capaci di rimanere con dignità e discrezione al proprio posto..., per cercare di introdurre nelle formule spietate delle leggi la comprensione umana della ragione illuminata dalla pietà».