[pronunce]

, da V. P., e volta a ottenere l'invalidazione dell'ordine di esecuzione emesso l'11 febbraio 2019 dalla Procura della Repubblica, in relazione alla condanna alla pena di un anno di reclusione, inflitta dalla Corte d'appello di Napoli con sentenza del 20 gennaio 2015 (irrevocabile il 1° giugno 2018), per i reati di cui agli artt. 110, 81, comma 2, 112, numero 1), 319, 320, 321 cod. pen. , commessi dal novembre 2007 al febbraio 2008. 4.1.- Rammentato il consolidato orientamento di legittimità circa la natura processuale delle norme previste dalla legge n. 354 del 1975, il rimettente argomenta che il censurato art. 1, comma 6, lettera b), della legge n. 3 del 2019, avendo ampliato il novero dei reati "ostativi" di cui all'art. 4-bis ordin. penit. senza prevedere alcuna disciplina transitoria in relazione ai fatti commessi prima della sua entrata in vigore, si porrebbe in contrasto con l'art. 117, primo comma, Cost., in relazione all'art. 7 CEDU così come interpretato dalla Corte EDU nella sentenza Del Rio Prada, che avrebbe assoggettato al principio di irretroattività della legge penale «i trattamenti esecutivi sfavorevoli». A sostegno della propria argomentazione, il giudice a quo trascrive ampi stralci della sentenza della Corte di cassazione, sesta sezione penale, n. 12541 del 2019. 4.2.- Conclude il rimettente evidenziando la rilevanza delle questioni sollevate, atteso che il loro accoglimento determinerebbe la fondatezza del ricorso di V. P. 4.3.- È intervenuto in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che le questioni siano dichiarate inammissibili o infondate, sulla base delle medesime argomentazioni svolte nell'atto di intervento depositato nel giudizio iscritto al n. 115 del r.o. 2019. 5.- Con ordinanza del 7 giugno 2019 (r.o. n. 157 del 2019), il Tribunale di sorveglianza di Taranto ha sollevato, in riferimento all'art. 3 Cost., questione di legittimità costituzionale dell'art. 1, comma 6, lettera b), della legge n. 3 del 2019, «nella parte in cui, modificando l'art. 4 bis, comma 1 della Legge n. 354/1975, ha inserito i reati contro la p.a. e in particolare quello di cui all'art. 314 comma 1 tra quelli ostativi alla concessione di alcuni benefici penitenziari, senza prevedere un regime transitorio che dichiari applicabile la norma ai soli fatti commessi successivamente alla sua entrata in vigore». Il rimettente deve decidere dell'istanza di concessione della detenzione domiciliare per gravi motivi di salute o, in subordine, per ragioni di età, avanzata da R.B. L. (parte anche nel giudizio iscritto al n. 115 del r.o. 2019), condannato dalla Corte di appello di Lecce, con sentenza irrevocabile il 1° febbraio 2019, alla pena di sette anni e venticinque giorni di reclusione, per plurimi delitti di peculato commessi fino al 25 marzo 2002 e attualmente detenuto, a seguito dell'emissione di ordine di esecuzione da parte della Procura generale presso la medesima Corte di appello. 5.1.- In punto di rilevanza, espone il giudice a quo che, da un lato, non risulta concedibile la detenzione domiciliare per gravi motivi di salute, ex artt. 47-ter, comma 1-ter, ordin. penit. e 147, primo comma, numero 2), cod. pen. , non versando l'interessato in condizioni di infermità fisica o psichica tali da rendere impossibili le cure in ambiente carcerario; e, dall'altro lato, risulta inammissibile l'istanza di concessione della detenzione per motivi di età, ex art. 47-ter, comma 01, ordin. penit. , atteso che, per effetto dell'entrata in vigore dell'art. 1, comma 6, lettera b), della legge n. 3 del 2019, il delitto di peculato è stato inserito nel catalogo dei reati di cui all'art. 4-bis, comma 1, ordin. penit. , ostativi alla concessione della detenzione domiciliare in favore di soggetti ultrasettantenni. Tale regime di ostatività potrebbe venir meno solo in forza dell'accertamento della collaborazione di R.B. L. con la giustizia, ai sensi dell'art. 58-ter ordin. penit. o dell'art. 323-bis, secondo comma, cod. pen. , o dell'inesigibilità della collaborazione stessa. Nel caso di specie, tuttavia, tali condizioni non risultano realizzate, sicché l'interessato soggiace al regime di ostatività previsto dal novellato art. 4-bis ordin. penit. , pur essendo soggetto ultrasettantenne, astrattamente idoneo a fruire della detenzione domiciliare prevista dall'art. 47-ter, comma 01, ordin. penit. Donde, la rilevanza della questione di legittimità costituzionale sollevata. 5.2.- Quanto alla non manifesta infondatezza, il giudice a quo rileva come l'art. 1, comma 6, lettera b), della legge n. 3 del 2019 abbia ampliato il novero dei reati ostativi contemplati dall'art. 4-bis ordin. penit. senza prevedere alcuna disciplina transitoria, diversamente da quanto avvenuto in occasione dell'introduzione dell'art. 4-bis, realizzata dal decreto-legge n. 152 del 1991, e delle modifiche allo stesso apportate dall'art. 1 della legge n. 279 del 2002, ove il legislatore aveva previsto l'applicabilità delle nuove e più restrittive disposizioni ai soli fatti di reato commessi successivamente all'entrata in vigore delle stesse. Ritiene il giudice a quo che l'assenza di una disciplina transitoria nella legge n. 3 del 2019 sia foriera di disparità di trattamento e pregiudizio al diritto di difesa, che si tradurrebbero in una lesione dell'art. 3 Cost. Coloro che abbiano commesso reati inclusi nel novellato catalogo di cui all'art. 4-bis ordin. penit. prima dell'entrata in vigore della legge n. 3 del 2019, infatti, si troverebbero ad essere o meno soggetti all'ordine di esecuzione e alla preclusione nella richiesta di accesso alle misure alternative alla detenzione, a seconda che siano stati ammessi all'esecuzione penale esterna prima o dopo la novella; dato che, a sua volta, dipenderebbe da circostanze del tutto contingenti quali «la collocazione territoriale, la velocità con la quale è stato celebrato il processo, la rapidità dell'emanazione dell'ordine di esecuzione da parte del pubblico ministero e quella del Tribunale di Sorveglianza che, per ragioni istruttorie o per altro motivo, non abbia assunto una decisione prima dell'entrata in vigore della legge». Ad avviso del rimettente, invece, la natura processuale delle norme penitenziarie non consentirebbe di ritenere applicabile la garanzia di irretroattività della legge penale sfavorevole, di cui all'art. 7 CEDU.