[pronunce]

che il giudizio abbreviato avrebbe, di conseguenza, assunto un aspetto «estremamente diverso e molto più composito» di quello originario, a fronte del quale la rigida regola di esclusione del responsabile civile - espressiva delle esigenze di celerità inizialmente proprie dell'istituto - non troverebbe più giustificazione; che è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che la questione sia dichiarata inammissibile o, in subordine, infondata; che, ad avviso della difesa dello Stato, la questione sarebbe inammissibile per difetto di rilevanza, sotto un duplice profilo: da un lato, perché la Corte rimettente non avrebbe specificato se l'estromissione del responsabile civile abbia formato oggetto di impugnazione con l'atto di appello, o sia stata invece contestata solo nel corso dell'udienza preliminare; dall'altro, perché la questione verterebbe sulle facoltà processuali spettanti ad una parte già estromessa dal processo (e nei cui confronti, quindi, non è stato costituito il contraddittorio in grado di appello), sicché il suo eventuale accoglimento non avrebbe alcuna influenza sul giudizio a quo: in ogni caso, mancherebbe ogni congrua motivazione sul punto; che il giudice a quo non avrebbe, inoltre, indicato in modo adeguato le ragioni del contrasto tra la norma censurata e i parametri costituzionali evocati, limitandosi ad un rinvio per relationem alla motivazione dell'ordinanza con cui è stata sollevata la precedente questione decisa dall'ordinanza n. 247 del 2008; che, nel merito, la questione sarebbe comunque infondata; che la presenza del responsabile civile apparirebbe, infatti, «ontologicamente incompatibile» con il rito abbreviato, in considerazione dell'esigenza di «non gravare il giudizio stesso, che dovrebbe essere caratterizzato dalla massima celerità, della presenza, non indispensabile, di soggetti la cui posizione è incisa solo sul piano privatistico dalla decisione penale»; che, pur considerando le modifiche strutturali subite dal giudizio abbreviato, il mantenimento del regime di incompatibilità tra tale rito e la presenza del responsabile civile costituirebbe frutto di una scelta discrezionale del legislatore, che non si esporrebbe a censure sul piano del rispetto del principio di ragionevolezza, del diritto di difesa della parte civile e del principio di ragionevole durata del processo, tenuto conto anche della non operatività, nei confronti del responsabile civile, della causa di sospensione del giudizio civile prevista dall'art. 75, comma 3, cod. proc. pen. Considerato che la Corte d'appello di Milano dubita della legittimità costituzionale dell'art. 87, comma 3, del codice di procedura penale, in forza del quale l'esclusione del responsabile civile «è disposta senza ritardo, anche di ufficio, quando il giudice accoglie la richiesta di giudizio abbreviato», denunciandone il contrasto con gli artt. 3, 24 e 111 della Costituzione; che - come eccepito dall'Avvocatura generale dello Stato - la Corte rimettente non motiva in modo adeguato l'asserita rilevanza della questione, la quale viene fatta discendere, in sostanza, dal solo fatto che essa sia stata nuovamente prospettata dall'imputato nell'atto di appello, senza indicare in qual modo il suo accoglimento inciderebbe sul giudizio a quo, discutendosi della posizione di una parte già estromessa dal giudizio di primo grado e nei cui confronti non è stato instaurato il contraddittorio in grado di appello; che la giurisprudenza di legittimità è, in effetti, consolidata nel senso che le ordinanze dibattimentali di esclusione della parte civile non sono suscettibili né di impugnazione immediata ed autonoma, stante il principio di tassatività dei mezzi di impugnazione (art. 568 cod. proc. pen.), né di impugnazione differita unitamente alla sentenza, ai sensi dell'art. 586, comma 1, cod. proc. pen. , perché il soggetto danneggiato, una volta estromesso dal processo, perde la qualità di parte e non è più legittimato all'impugnazione (per tutte, Corte di cassazione, sezioni unite penali, 19 maggio-13 luglio 1999, n. 12); che la Corte rimettente avrebbe dovuto porsi, di conseguenza, il problema di verificare se analoga conclusione si imponga - in conformità a quanto generalmente si ritiene in dottrina - anche in rapporto alle ordinanze di esclusione del responsabile civile: ciò, tanto più a fronte del fatto che, nel caso di specie, non si discute neppure di un'ordinanza dibattimentale, ma di un provvedimento emesso nel corso dell'udienza preliminare; che il difetto di congrua motivazione sulla rilevanza rende la questione manifestamente inammissibile (ex plurimis, ordinanze n. 136 e n. 57 del 2015), rimanendo assorbite le ulteriori eccezioni di inammissibilità dell'Avvocatura generale dello Stato. Visti gli artt. 26, secondo comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87, e 9, comma 2, delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale.. . per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE dichiara la manifesta inammissibilità della questione di legittimità costituzionale dell'art. 87, comma 3, del codice di procedura penale, sollevata, in riferimento agli artt. 3, 24 e 111 della Costituzione, dalla Corte d'appello di Milano con l'ordinanza indicata in epigrafe. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 6 aprile 2016. F.to: Paolo GROSSI, Presidente Giuseppe FRIGO, Redattore Roberto MILANA, Cancelliere Depositata in Cancelleria il 20 maggio 2016. Il Cancelliere F.to: Roberto MILANA