[pronunce]

che risulterebbe violato, da tale “correttivo”, il principio di uguaglianza, inteso come canone di coerenza e ragionevolezza, che l'art. 3 Cost. impone al legislatore, nonché il precetto dell'art. 51, primo comma, Cost., il quale ribadisce il principio di uguaglianza per quanto concerne l'accesso ai pubblici uffici e alle cariche elettive; che si è ritualmente costituito il ricorrente nel giudizio a quo, il quale, facendo proprie le argomentazioni contenute nell'ordinanza di rimessione, sostiene che la norma censurata determina una iniqua distorsione della reale incidenza proporzionale dei risultati conseguiti dalle varie liste nei collegi in cui è suddiviso il territorio provinciale, in quanto l'assegnazione dei seggi residuali non avviene, come sarebbe logico, in base alla graduatoria delle liste in funzione del miglior quoziente e in ragione della disponibilità dei seggi per ciascun collegio, ma partendo dai collegi con popolazione legale meno numerosa, così stravolgendo oltre il limite della ragionevolezza il principio di maggiore rappresentatività (relativa); che, quanto all'ammissibilità della questione, il ricorrente osserva che viene chiesta una pronuncia meramente demolitoria, ancorché parziale, rientrante pienamente nei poteri della Corte costituzionale, dal momento che, eliminato il “correttivo” che impone di partire dai collegi con popolazione legale meno numerosa e che distorce irragionevolmente i risultati elettorali, resta all'interno della norma impugnata un criterio ragionevole ed esaustivo, che porta alla formazione di un'unica graduatoria (per tutta la provincia) dei quozienti elettorali riportati da ciascuna lista nei vari collegi, sicché del tutto ragionevolmente si verrebbero ad assegnare i seggi residui scorrendo tale graduatoria, che esprime valori percentuali omogenei, in funzione dell'effettivo valore decrescente del risultato di ciascuna lista in ciascun collegio; che sono altresì intervenuti Francesco Concetto Calanna e altri sedici componenti del Consiglio della Provincia regionale di Messina, controinteressati nel giudizio a quo, i quali hanno chiesto, in via principale, che la questione di legittimità costituzionale sia dichiarata inammissibile perché, così come formulata dal giudice rimettente, essa lascerebbe residuare, in caso di accoglimento, una normativa non autosufficiente, che richiederebbe un successivo intervento del legislatore in una materia (quale appunto quella elettorale) in cui l'esistenza di una normativa è costituzionalmente necessaria; che l'inammissibilità discenderebbe anche da ciò, che l'assegnazione dei seggi residui deve tener conto sia del numero dei seggi residui da assegnare in ogni singolo collegio, sia del numero dei seggi attribuiti, in sede provinciale, a ciascuna lista (e cioè della rappresentatività territoriale dell'eligendo Consiglio provinciale e della rappresentatività politica dei risultati elettorali), cosicché il rispetto di tali fondamentali valori costituzionali comporta necessariamente che le operazioni di assegnazione dei seggi residui non possano che avere inizio da un collegio determinato; l'eliminazione di siffatto criterio non consentirebbe l'applicazione della normativa residua, ragion per cui il giudice rimettente avrebbe dovuto indicare un criterio alternativo, costituzionalmente obbligato; che, sotto altro profilo, i deducenti sostengono che la questione è inammissibile, dal momento che essa implica il sindacato di una scelta di politica legislativa rimessa alla discrezionalità del legislatore, non deducibile in sede di giudizio di costituzionalità, in quanto, proprio perché le operazioni di attribuzione dei seggi residui debbono necessariamente partire da uno dei collegi sub-provinciali, la individuazione del collegio iniziale non può che essere rimessa alla discrezionalità del legislatore; che, anteriormente alle modifiche introdotte dall'art. 14 della legge regionale n. 26 del 1993, la normativa della legge regionale n. 14 del 1969 prescriveva che si partisse dal collegio con popolazione più numerosa e che anche tale criterio – capovolto perché faceva sí che le forze politiche minori conseguivano rappresentatività più che proporzionale nei collegi più piccoli e minore rappresentatività nei collegi più grossi – comportava che candidati con quoziente elettorale maggiore fossero postergati a candidati della stessa lista aventi quoziente elettorale minore; che, nel merito, la questione sarebbe manifestamente infondata perché: a) formulata in termini ipotetici, in quanto il lamentato effetto distorsivo è solo eventuale e fortuito, dipendente non da difetti di struttura normativa, ma da accidenti di mero fatto; b) i quozienti riportati dalle varie liste nei singoli collegi sub-provinciali sono calcolati in base a dati specifici di ciascun collegio, sicché, essendo omogenei e raffrontabili fra loro solo quelli dello stesso collegio, non anche quelli degli altri collegi, la formazione di un'unica graduatoria generale dei quozienti di lista di tutti i collegi non sarebbe logicamente possibile e costituirebbe violazione del principio di eguaglianza, sotto il profilo della ragionevolezza; c) il quoziente ottenuto in un collegio più popoloso è solo apparentemente superiore, in quanto risultato della moltiplicazione della percentuale dei voti riportati dalla lista nel collegio con il numero dei seggi assegnati al medesimo collegio; d) i candidati dei collegi più popolosi hanno maggior facilità a conseguire un quoziente intero, dato il maggior numero di seggi da assegnare, e pertanto il lamentato (preteso) svantaggio in sede di ripartizione dei resti compenserebbe i vantaggi di cui godono per il conseguimento di un quoziente intero; che, infine, la ragionevolezza della soluzione prescelta dal legislatore regionale è dimostrata anche dalla circostanza che per l'elezione della Camera dei deputati l'art. 83, primo comma, numero 4, del d.P.R. 30 marzo 1957, n. 361 (Approvazione del testo unico delle leggi recanti norme per la elezione della Camera dei deputati), come modificato dall'art. 5 della legge 4 agosto 1993, n. 277 (Nuove norme per l'elezione della Camera dei deputati), prevede un sistema analogo di attribuzione dei seggi «a partire dalla circoscrizione di minore dimensione demografica»; che è intervenuto Antonino Orazio Michele Faraci, anch'egli candidato eletto al Consiglio della Provincia regionale di Messina, per chiedere che sia emessa declaratoria di inammissibilità della questione, in quanto la pronuncia chiesta alla Corte costituzionale si risolverebbe in un inammissibile intervento di tipo sostitutivo, che inciderebbe nella sfera di discrezionalità del legislatore, sovrapponendo alla scelta da esso operata fra più possibili soluzioni un diverso assetto di interessi; che le censure del giudice a quo sembrano muovere dall'idea che il sistema elettorale criticato è irrazionale, perché non è espressione di pura proporzionalità, senza considerare che il principio proporzionalistico non è stato elevato a principio costituzionale e che sono possibili anche all'interno di un sistema elettorale proporzionale discostamenti o attenuazioni in base a valutazioni discrezionali e ragionevoli del legislatore;