[pronunce]

Questa Corte ha più volte precisato che «l'indennizzo assicurato all'espropriato dall'art. 42, terzo comma, Cost., se non deve costituire una integrale riparazione per la perdita subita - in quanto occorre coordinare il diritto del privato con l'interesse generale che l'espropriazione mira a realizzare - non può essere, tuttavia, fissato in una misura irrisoria o meramente simbolica, ma deve rappresentare un serio ristoro» (ex multis, sentenza n. 181 del 2011, ribadita dalla sentenza n. 187 del 2014), sulla base del «valore del bene in relazione alle sue caratteristiche essenziali, fatte palesi dalla potenziale utilizzazione economica di esso, secondo legge» (sentenza n. 5 del 1980). Esclusa, dunque, la necessaria coincidenza tra valore di mercato e indennità espropriativa, resta fermo che «il punto di riferimento per determinare l'indennità di espropriazione deve essere il valore di mercato (o venale) del bene ablato» (sentenza n. 348 del 2007; si vedano anche le sentenze n. 216 del 1990 e n. 231 del 1984), in modo da assicurare un ristoro economico che abbia un «ragionevole legame» con tale valore (sentenza n. 338 del 2011). Analoghi principi sono stati fissati dalla Corte europea dei diritti dell'uomo, nell'interpretazione dell'art. 1 del Protocollo addizionale alla CEDU, che garantisce a ogni persona fisica e giuridica la protezione della proprietà. Secondo la Corte europea, la citata previsione convenzionale, pur non garantendo il diritto a un pieno indennizzo in tutte le circostanze - «poiché legittimi obiettivi di "pubblica utilità" possono esigere un rimborso inferiore al pieno valore venale» (da ultimo, sentenza 14 aprile 2015, Chinnici contro Italia) -, impone che le modalità di indennizzo previste dalla legislazione interna consentano la corresponsione «di una somma ragionevolmente correlata al valore del bene», senza la quale «una privazione di proprietà costituisce normalmente una sproporzionata interferenza» (Grande Camera, sentenza 29 marzo 2006, Scordino contro Italia, poi ribadita, ad esempio, dalle sentenze Chinnici contro Italia, citata, 6 novembre 2014, Azzopardi contro Malta e 23 settembre 2014, Valle Pierimpié società agricola s.p.a. contro Italia). L'art. 8, comma 3, della legge provinciale n. 10 del 1991, in virtù del suo contenuto e del collegamento sistematico con gli artt. 7-bis e 11, comma 4, della medesima legge (nel testo modificato dalla legge provinciale n. 4 del 2008, applicabile nel giudizio a quo), impone all'organo competente a determinare l'indennità di esproprio di tenere in adeguata considerazione, nella sua quantificazione, le caratteristiche effettive dell'area da espropriare e, dunque, il suo effettivo valore di mercato. La norma oggetto del presente giudizio, dunque, non disattende i criteri fissati da questa Corte e dalla Corte europea dei diritti dell'uomo e non può essere contestata invocando, come fa il giudice rimettente, la sentenza di questa Corte n. 181 del 2011. Al contrario, tale pronuncia avvalora semmai un esito di infondatezza della presente questione, in quanto in essa questa Corte, mentre ha dichiarato l'illegittimità costituzionale della normativa censurata e, in via consequenziale, dell'art. 40, commi 2 e 3, del d.P.R. 8 giugno 2001, n. 327 (Testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di espropriazione per pubblica utilità), poiché anche tali disposizioni utilizzavano il criterio del «valore agricolo medio» per la determinazione dell'indennità di esproprio delle aree non edificabili, ha deciso di non estendere la declaratoria all'art. 40, comma 1, che «concerne l'esproprio di un'area non edificabile ma coltivata [...] e stabilisce che l'indennità definitiva è determinata in base al criterio del valore agricolo», proprio in considerazione del fatto che «[l]a mancata previsione del valore agricolo medio e il riferimento alle colture effettivamente praticate sul fondo consentono una interpretazione della norma costituzionalmente orientata, peraltro demandata ai giudici ordinari» (sentenza n. 181 del 2011). Queste conclusioni non escludono che, a seconda del contenuto concreto delle tabelle recanti i «valori minimi e massimi», l'organo amministrativo (da esse vincolato) possa trovarsi nella situazione di dover determinare un'indennità di esproprio che si discosti, in misura maggiore o minore, dal valore di mercato dell'area e che, in ipotesi, potrebbe non garantire un «serio ristoro» all'espropriato. Questa eventualità, tuttavia, non è da imputare a un vizio di costituzionalità della legge che definisce il meccanismo di quantificazione dell'indennità, ma, nell'ipotesi, a vizi nella formazione delle tabelle da parte della commissione, vizi che potrebbero essere sindacati nel giudizio di opposizione alla stima, ai fini di un'eventuale disapplicazione dell'atto amministrativo di approvazione delle tabelle che ne risultasse inficiato (sentenze n. 261 del 1997, n. 1165 e n. 530 del 1988; inoltre sentenze della Corte di cassazione, prima sezione civile, 28 luglio 2010, n. 17679; sezioni unite civili, 28 ottobre 2009, n. 22753; prima sezione civile, 18 maggio 2005, n. 10424). Si può osservare, al riguardo, che la precedente disciplina legislativa della Provincia autonoma di Bolzano (art. 12, primo comma, della citata legge provinciale n. 15 del 1972, come sostituito dall'art. 5 della legge provinciale 22 maggio 1978, n. 23, recante «Modifiche alla legge provinciale 20 agosto 1972, n. 15, e successive modifiche, sulla riforma dell'edilizia abitativa ed all'ordinamento urbanistico provinciale»), corrispondente a quella oggetto del presente giudizio, era stata sottoposta all'esame di questa Corte in quanto le tabelle recanti i valori minimi e massimi erano considerate vincolanti anche per il giudice. La Corte censurò tale carattere vincolante delle tabelle, osservando che «[i]l giudice, [...] se costretto a non discostarsi dai parametri fissati dall'organo della pubblica amministrazione, ove questi non corrispondano a quel concetto di "serio ristoro" elaborato dalla giurisprudenza di questa Corte, sarebbe impossibilitato a ripristinare la legittimità di quei valori, lasciando così senza riparo l'offesa al principio di cui al terzo comma dell'art. 42 Cost.» (sentenza n. 530 del 1988). Dalla pronuncia risulta che, per riparare alla violazione, la quantificazione di un indennizzo equivalente a un «serio ristoro» deve poter essere garantita anche nel caso in cui le tabelle fissate dalla commissione non lo consentano, mediante la loro disapplicazione da parte del giudice. In conclusione, l'art. 8, comma 3, della legge provinciale n. 10 del 1991 non si pone in contrasto con gli artt. 42, terzo comma, e 117, primo comma, Cost., quest'ultimo in relazione all'art. 1 del Protocollo addizionale alla CEDU..