[pronunce]

In definitiva, esaminando la "storia" del meccanismo normativo censurato (e in particolare dell'art. 54 del d.P.R. n. 115 del 2002), il rimettente assume che la mancata attuazione degli adeguamenti periodici, protratta ormai dal 2002, sia prova dell'irragionevolezza lamentata. 2.- La questione non è fondata. 2.1.- L'attenzione per il problema dell'aggiornamento degli onorari attribuiti agli ausiliari del magistrato si è manifestata, nella giurisprudenza di questa Corte, già nel periodo di vigenza della legge 1° dicembre 1956, n. 1426 (Compensi spettanti ai periti, consulenti tecnici, interpreti e traduttori per le operazioni eseguite a richiesta dell'autorità giudiziaria). Questa normativa regolava la remunerazione a tempo con il sistema delle vacazioni (art. 3) e la distingueva a seconda del titolo di studio richiesto per la prestazione (art. 4), ma non contemplava un meccanismo di adeguamento periodico dei parametri retributivi. Rigettando la censura che lamentava tale mancanza (per inconferenza del parametro invocato, l'art. 36 Cost.), questa Corte nondimeno suggerì «iniziative o modifiche sul terreno legislativo» (sentenza n. 88 del 1970). Il monito fu ripetuto nelle successive ordinanze n. 69 del 1979 e n. 102 del 1980, sottolineandosi che il decorso del tempo aveva reso «inadeguate le tariffe fissate dalle norme impugnate, il che richiederebbe un tempestivo intervento del legislatore, nell'esercizio della sua discrezionalità politica». Il monito fu raccolto dal legislatore con la già ricordata legge n. 319 del 1980, che - rideterminando i compensi all'art. 4, ancor oggi vigente e ricompreso dal rimettente nella sua complessiva censura - inserì al successivo art. 10, oggi abrogato, sotto la rubrica «Adeguamento periodico degli onorari», un meccanismo di adeguamento, il cui utilizzo risultava peraltro rimesso alla discrezionale decisione dell'amministrazione, per cui «[o]gni tre anni, con decreto del Presidente della Repubblica, su proposta del Ministro di grazia e giustizia, di concerto con il Ministro del tesoro, potrà essere adeguata la misura degli onorari di cui agli articoli 2 e 4 in relazione alla variazione, accertata dall'ISTAT, dell'indice dei prezzi al consumo per le famiglie di operai ed impiegati verificatisi nel triennio precedente». Nel periodo immediatamente successivo - connotato, del resto, da forte inflazione - un adeguamento tariffario fu effettivamente disposto in due occasioni, dapprima con il d.P.R. 30 marzo 1984, n. 103 (Adeguamento degli onorari commisurati al tempo, spettanti ai periti, consulenti tecnici, interpreti e traduttori, per le operazioni eseguite su richiesta dell'autorità giudiziaria in materia penale e civile), poi con il d.P.R. 27 luglio 1988, n. 352 (Adeguamento dei compensi spettanti ai periti, consulenti tecnici, interpreti e traduttori per le operazioni eseguite su disposizione dell'autorità giudiziaria in materia civile e penale). In progresso di tempo - a fronte di una rinnovata censura d'inadeguatezza degli onorari a causa dell'ulteriore periodo trascorso senza nuovi aggiornamenti - la sentenza n. 41 del 1996, pur rigettando la questione, sottolineò il rilievo della disciplina chiamata ad assicurare la congruenza dei livelli di remunerazione rispetto al costo della vita. E, nel sottolineare come non si facesse ricorso a quel meccanismo da quasi otto anni, questa Corte osservò che l'inadeguatezza degli onorari commisurati alla durata e il loro divario rispetto agli onorari a percentuale si erano andati «notevolmente aggravando col passare del tempo non per difetto legislativo, ma bensì per il deplorevole inadempimento delle autorità indicate». La sentenza concluse con «l'auspicio che - in attesa di norme migliori - le autorità indicate dalla legge impugnata provvedano a rispettare le scadenze triennali di adeguamento dei compensi dovuti in base alle variazioni accertate dall'ISTAT». Il monito, questa volta rivolto non già al legislatore, ma all'amministrazione, fu raccolto. E un ulteriore (il terzo) adeguamento fu adottato con il decreto del Ministro di grazia e giustizia del 5 dicembre 1997 (Adeguamento della misura degli onorari a vacazione spettanti ai periti, consulenti tecnici, interpreti e traduttori), non essendo più richiesta la forma del d.P.R., in virtù dell'art. 2 della legge 12 gennaio 1991, n. 13 (Determinazione degli atti amministrativi da adottarsi nella forma del decreto del Presidente della Repubblica). In quel torno di tempo non mancarono, altresì, di essere sollevate questioni di legittimità costituzionale che ponevano in discussione la scelta legislativa di attribuire carattere facoltativo, e non obbligatorio, al decreto di adeguamento triennale dei compensi. Tali questioni furono decise con ordinanze di manifesta inammissibilità (per ragioni processuali: ordinanza n. 356 del 1999), ovvero di manifesta infondatezza (ordinanza n. 234 del 2001); ma in ciascuna di esse fu ribadito che l'inadeguatezza degli onorari non dipendeva «da un difetto legislativo, bensì dall'inerzia delle autorità deputate a provvedere a siffatto adeguamento». Si osservò, in definitiva, che il problema non risiedeva nel carattere non automatico della indicizzazione, ma nei ritardi dell'amministrazione, cui «può ovviarsi, nella materia in esame, non con l'intervento del giudice delle leggi, ma con altri rimedi» (ordinanza n. 234 del 2001). 2.2.- Al maggio 2002, come è noto, risale il più volte ricordato testo unico sulle spese di giustizia. Coevo alla sua approvazione, il d.m. 30 maggio 2002 aveva risolto (transitoriamente) il problema dell'aggiornamento degli onorari, mediante una nuova fissazione dei relativi parametri di remunerazione. Al tempo stesso, il testo unico pareva aver dato soluzione anche alla questione degli adeguamenti futuri, poiché l'art. 54, qui pure censurato, non condiziona più l'adeguamento a una valutazione dell'amministrazione, bensì impone alla stessa di effettuarlo periodicamente (come meglio si dirà infra), prevedendo che i parametri remunerativi siano aggiornati (debbano, perciò, esserlo) con cadenza triennale. Ciononostante, l'adeguamento, di fatto, non è più intervenuto dopo l'entrata in vigore del d.m. 30 maggio 2002. Nel frattempo, i giudici comuni avevano sollevato varie questioni di legittimità costituzionale sulla disposizione (il nuovo art. 106-bis del t.u. spese di giustizia, inserito dall'art. 1, comma 606, lettera b, della legge 27 dicembre 2013, n. 147, recante «Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato - Legge di stabilità 2014») che ha introdotto, nei procedimenti penali in cui vi sia stata ammissione al patrocinio a spese dell'Erario, una notevole riduzione degli onorari degli ausiliari.