[pronunce]

I commi da 1 a 4, nonché 7, del citato art. 5 sono stati dichiarati costituzionalmente illegittimi dalla sentenza n. 38 del 2013 (decisa l'11 marzo 2013 e depositata il 15 marzo 2013), la quale ha affermato la competenza esclusiva dello Stato in questo ambito. Pressoché contemporaneamente è entrata in vigore (13 marzo 2013) la legge provinciale n. 3 del 2013, il cui art. 3 ha ulteriormente novellato l'art 44-ter della legge provinciale n. 13 del 1997. In virtù dell'art. 44-ter, così novellato, «[n]elle zone produttive il commercio al dettaglio è consentito solo nel rispetto della tutela dell'equilibrato sviluppo dell'ambiente urbano e in armonia con la necessità di un organico e controllato sviluppo ambientale e del traffico, della tutela dell'ambiente, compreso l'ambiente rurale e cittadino, del paesaggio e della natura, della tutela dei monumenti e dei beni culturali, della salute e del diritto al riposo dei lavoratori e dei cittadini» (comma 1); spetta ai Comuni «[l]a valutazione e la decisione circa l'idoneità all'esercizio del commercio al dettaglio delle aree nelle zone produttive» (comma 2, primo periodo); spetta alla Giunta provinciale emanare «indirizzi, criteri e modalità vincolanti per la valutazione e la decisione da assumere da parte dei comuni», entro un anno dall'entrata in vigore della legge provinciale n. 3 del 2013 (comma 2, secondo periodo); sino all'emanazione degli atti di competenza della Giunta - che il rimettente sottolinea non essere mai avvenuta - continua a valere il divieto del commercio al dettaglio in zone produttive, eccettuati il centro commerciale di rilevanza provinciale e i settori relativi a merci ingombranti (comma 3). L'art. 3 della legge provinciale n. 3 del 2013 è stato impugnato dal Governo con ricorso, ancora pendente, iscritto al r.r. n. 59 del 2013. Nel frattempo, anche l'art. 31, comma 2, del d.l. n. 201 del 2011, convertito dalla legge n. 214 del 2012, è stato modificato. Una prima modifica è stata apportata dall'art. 30, comma 5-ter, del decreto-legge 21 giugno 2013, n. 69 (Disposizioni urgenti per il rilancio dell'economia), convertito, con modificazioni, nella legge 9 agosto 2013, n. 98, stabilendosi che tra i vincoli che, al ricorrere dei presupposti previsti dall'art. 31, comma 2, le Regioni e gli enti locali possono porre all'apertura di nuovi esercizi commerciali sul territorio, senza discriminazione tra operatori, vi è anche la previsione di «aree interdette agli esercizi commerciali» o di «limitazioni ad aree dove possano insediarsi attività produttive e commerciali». Un'altra modifica è stata apportata dall'art. 22-ter del decreto-legge 24 giugno 2014, n. 91 (Disposizioni urgenti per il settore agricolo, la tutela ambientale e l'efficientamento energetico dell'edilizia scolastica e universitaria, il rilancio e lo sviluppo delle imprese, il contenimento dei costi gravanti sulle tariffe elettriche, nonché per la definizione immediata di adempimenti derivanti dalla normativa europea), convertito, con modificazioni, nella legge 11 agosto 2014, n. 116, prevedendosi espressamente che i limiti alla localizzazione di esercizi commerciali e attività produttive o commerciali possono essere imposti «solo qualora vi sia la necessità di garantire la tutela della salute, dei lavoratori, dell'ambiente, ivi incluso l'ambiente urbano, e dei beni culturali». Infine, il Tribunale regionale segnala le novità introdotte dalla legge provinciale n. 10 del 2014. Essa, con l'art. 17, comma 1, lettera d), ha abrogato l'art. 44-ter della legge provinciale n. 13 del 1997; con l'art. 8, comma 4, ha novellato l'art. 44 della stessa legge provinciale n. 13 del 1997, portando all'interno di questa disposizione la disciplina del commercio al dettaglio nelle zone produttive, ulteriormente modificata. 1.3.- Ciò premesso, il giudice a quo esclude di potere applicare direttamente le richiamate norme statali di liberalizzazione, in luogo delle norme provinciali, soprattutto perché le modifiche all'art. 31, comma 2, del d.l. n. 201 del 2011, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 214 del 2011, hanno «reinserito le Regioni 'nel gioco', attribuendo loro la facoltà di interdire alcune zone agli esercizi commerciali per determinati motivi che sembrano tassativamente elencati», sicché l'antinomia tra i due ordini di fonti va impostata come questione di legittimità costituzionale. In base al principio tempus regit actum, la delibera n. 238 del 2013 ricadrebbe nell'ambito di applicazione dell'art. 5 della legge provinciale n. 7 del 2012. Questa disposizione è stata dichiarata costituzionalmente illegittima dalla sentenza n. 38 del 2013; tuttavia, prima della pubblicazione della sentenza, è intervenuto l'art. 3 della legge provinciale n. 3 del 2013, frattanto «nuovamente sostituito, in tutte le sue parti, dalla recentissima legge provinciale n. 10/14 che è retroattiva come risulta in modo chiaro dal suo contenuto, in particolare dal comma 11 dell'art. 8». Il comma 11 appena citato, descritto dal rimettente come norma procedimentale di diritto intertemporale, così dispone: «[l]e attività di commercio al dettaglio in zone per insediamenti produttivi per le quali, alla data di entrata in vigore della presente legge, sia stata inoltrata la relativa comunicazione, ma alle quali non corrisponda un effettivo esercizio, nonché le attività a cui sia stato dato inizio, ma il cui esercizio non sia totalmente conforme alla comunicazione inoltrata, sono considerate, alla data di entrata in vigore della presente legge, non in essere e la relativa comunicazione inefficace. Questa, se inoltrata nuovamente, viene esaminata ai sensi delle disposizioni di cui al comma 4. Le disposizioni di cui al presente comma trovano applicazione anche nel caso in cui l'attività non abbia avuto inizio in forza di provvedimenti amministrativi, anche se oggetto di contenzioso giudiziario, salvo i casi di loro annullamento in base a sentenza passata in giudicato». Ad avviso del rimettente, da questa disposizione si evincerebbe la volontà del legislatore provinciale di attribuire efficacia anche per il passato - e anche per fattispecie oggetto di processi pendenti qual è il giudizio a quo - all'art. 44 della legge provinciale n. 13 del 1997, come novellato dal comma 4 dello stesso art. 8 della legge provinciale n. 10 del 2014. «Riassumendo», il rimettente ritiene che, «in virtù della clausola di retroattività, al caso in esame (delibera n. 238/13) debba applicarsi l'articolo 44 L.P. 13/97 nella versione novellata dall'art. 8 L.P. 10/14.