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Signor Presidente, colleghi, discutiamo oggi il tema dei vitalizi sul quale sono intervenute, dapprima, una delibera del Consiglio di Presidenza del 2015, che prevedeva la cessazione dell'erogazione del vitalizio per gli ex condannati in via definitiva per reati gravi, e poi successive e contrastanti decisioni degli organi di autodichia del Senato, sino alla recente pronuncia del Consiglio di garanzia, che ha sostanzialmente annullato la suddetta delibera sotto il profilo della violazione del principio di uguaglianza, di cui all'articolo 3 della Costituzione, in relazione alla normativa sul reddito di cittadinanza. Il mandato parlamentare, essendo di natura elettiva, non è affatto assimilabile a un rapporto di lavoro. L'indennità parlamentare non può essere dunque qualificata come retribuzione, tanto che viene percepita per il solo fatto di ricoprire la carica, anche nel caso in cui il parlamentare si astenga da qualsiasi attività parlamentare, e serve ad assicurare l'indipendenza della funzione. Pertanto, il vitalizio, come proiezione dell'indennità, non può assolutamente avere natura previdenziale di retribuzione differita. La giurisprudenza della Corte costituzionale e della Corte di cassazione, così come la dottrina, hanno evidenziato la natura complessa e articolata dell'assegno vitalizio spettante ai parlamentari cessati dal mandato, che rappresenta un unicum specifico e particolare non riconducibile al trattamento previdenziale, non potendo avere alcun rilievo nemmeno il discrezionale mutamento del mero nomen iuris da parte delle Camere, che hanno recentemente cambiato in «pensione» l'originaria denominazione di «vitalizio», senza però che ciò ne abbia fatto mutare la natura giuridica. Peraltro, non sussistendo alcuna riserva di legge in materia di vitalizi analoga a quella prevista per l'indennità dall'articolo 69 della Costituzione, secondo il quale ad ogni membro del Parlamento spetta un'indennità stabilita dalla legge, poiché la Costituzione non menziona i vitalizi, non vi è dunque un diritto intangibile del parlamentare al vitalizio. Si tratta di un diritto costituito dal Consiglio di Presidenza, che ben può legittimamente escluderlo o limitarlo in casi specifici per il cadere di requisiti e condizioni che lo stesso Consiglio di Presidenza può porre. Allo stesso modo, gli organi di autodichia non potevano porre a raffronto, ai fini dell'affermazione del principio di uguaglianza, la norma sui vitalizi dei senatori con la disciplina prevista nei casi di condanna per gravi reati dalle norme sul reddito di cittadinanza, che sono funzionali a integrare il reddito familiare in attesa di trovare un lavoro e a contrastare la povertà e le diseguaglianze. La materia dei vitalizi è stata sempre disciplinata dai Regolamenti parlamentari, che hanno del tutto discrezionalmente creato il vitalizio e nessuno può mettere quindi in discussione che rimane una prerogativa dei Consigli di Presidenza delle Camere quella di modificare questa materia che essi stessi, con opera creativa, hanno costituito. D'altronde, vale un principio generale del diritto, oltre che di ragionevolezza, secondo il quale solo l'organo che produce una norma può modificarla. La Commissione contenziosa e il Consiglio di garanzia sono equiparabili, rispettivamente, ad organi giurisdizionali come il tribunale e la Corte di appello, in un sistema in cui i Regolamenti di Palazzo Madama hanno rango addirittura superiore, collocabile tra la legge ordinaria e la legge costituzionale. La delibera del Consiglio di Presidenza, quindi, ha lo stesso valore di una norma ordinamentale, come una legge, solo che, anziché limitarsi a decidere sul caso sottoposto al suo giudizio, l'organo giurisdizionale del Senato ha annullato la delibera erga omnes , cosa che può fare soltanto una contraria delibera di revoca da parte dello stesso organo che l'ha emessa. L'autodichia non può spingersi sino a consentire a un organo giurisdizionale come la Commissione contenziosa o il Consiglio di garanzia di annullare una delibera del Consiglio di Presidenza. È come se un giudice decidesse di abrogare una legge. Tuttalpiù avrebbe potuto decidere sul caso concreto con un'interpretazione della delibera costituzionalmente orientata o sospendere la decisione in attesa di una nuova pronuncia dell'Ufficio di Presidenza. Del resto, per motivare la decisione di primo grado si è fatto ricorso alla legge sul reddito di cittadinanza, con una sostanziale e riconosciuta equiparazione della delibera di un organo del Senato - badate bene - adottata da una sola Camera, a una legge bicamerale dello Stato, affermando che non è stato rispettato l'articolo 3 della Costituzione sull'uguaglianza dei cittadini. Mi chiedo allora: può un organismo interno al Senato dichiarare l'incostituzionalità di una norma o abrogarla completamente? Presidenza del vice presidente ROSSOMANDO (ore 10,30) ( Segue GRASSO). Si possono addurre tutte le ragioni contrarie alla delibera del 2015, ma il riferimento che si è fatto in motivazione a due ordinanze della Corte di Cassazione a Sezioni Unite non appare assolutamente coerente. Se si va a leggere, anche lì viene riconosciuto il carattere particolare dell'indennità parlamentare, da cui poi deriva, come proiezione, il vitalizio. Nel 2019 peraltro ci sono state decisioni della stessa Commissione presieduta dal collega Caliendo, citate nella sentenza, che sono state favorevoli a mantenere la delibera. Non sono riuscito a comprendere perché ci si sia discostati da quelle decisioni. Ripeto peraltro che l'istanza oggetto della decisione l'ha presentata un singolo senatore e quella decisione avrebbe dovuto valere solo per lui. Consideriamo, però, anche le conseguenze: abolendo del tutto la delibera del 2015, si spalancano nuovamente le porte del vitalizio ai senatori condannati non solo per corruzione, ma anche per mafia e terrorismo. Spero proprio che non sia un effetto voluto, ma solo una distrazione. Per tutte queste motivazioni, giudico la decisione del Consiglio di Garanzia profondamente errata da un punto di vista procedurale, sostanziale e politico e ritengo che l'Assemblea, con la presente mozione, possa, come organo politicamente sovrano, indurre l'Ufficio di Presidenza a intervenire adeguatamente per riaffermare le proprie prerogative decisionali in via definitiva. Sotto il profilo politico, inoltre, in un periodo in cui molti italiani sono in difficoltà, questa decisione investe uno dei temi che minano la fiducia del nostro sistema politico, che individuano le rappresentanze democratiche come casta e che allontanano ancor di più il Parlamento dai cittadini, e lo fa drammaticamente, proprio in un momento in cui, invece, dovremmo dimostrare l'esatto contrario. La condanna in via definitiva per determinati gravi reati è un mero presupposto oggettivo che determina una rilevanza così intensa sul piano del giudizio di indegnità morale del soggetto da esigere la cessazione dalle cariche elettive. A maggior ragione, questa conclusione vale se in gioco vi è non il diritto all'elettorato passivo, ma un assegno vitalizio. Il fondamento costituzionale è nell'articolo 48 della Costituzione. Il diritto di voto, attivo e passivo, a maggior ragione, «non può essere limitato se non per incapacità civile o per effetto di sentenza penale irrevocabile o nei casi di indegnità morale indicati dalla legge».