[pronunce]

La suddetta legge avendo introdotto, infatti, una nuova e più restrittiva disciplina antitrust, con fissazione al 20% del limite anticoncentrativo, si sarebbe adeguata ai principi affermati dalla sentenza n. 420 del 1994. La previsione, poi, di un regime transitorio di deroga al suddetto limite risponderebbe, secondo la difesa della RAI, alla profonda e coerente razionalità di consentire agli operatori privati "eccedenti" di continuare in questa fase di transizione a trasmettere in simulcast, in attesa che la maturazione del mercato satellitare consenta di riversare sullo stesso l'intera attività radiodiffusiva, con conseguente possibilità di cedere a terzi la concessione terrestre eccedentaria "in maniera industrialmente ed economicamente indolore". Quanto all'assunta violazione dell'art. 21 della Costituzione, la difesa della RAI sottolinea che la riduzione di un operatore in eccedenza non sarebbe da sola sufficiente ad assicurare il pluralismo. Una disciplina antimonopolistica che intenda garantire il pluralismo esterno non potrebbe prescindere, si sostiene, dalla concreta situazione del mercato assoggettato a controllo. In questa prospettiva assumerebbe valenza determinante la valutazione del bacino di utenza coperto dal gestore, a prescindere dal numero delle reti televisive possedute. La difesa della concessionaria del servizio pubblico conclude affermando che le condizioni per la trasformazione del settore radiotelevisivo sarebbero ormai mature. L'innovazione tecnologica numerica terrestre consentirà un aumento illimitato della disponibilità di radiofrequenze assegnabili, con conseguente accentuazione del pluralismo informativo. La stessa Autorità per le garanzie nelle comunicazioni avrebbe confermato, secondo la difesa della RAI, l'avvenuto mutamento della situazione del mercato, affermando, con deliberazione 13 giugno del 2000, n. 365, che l'istruttoria volta ad accertare la sussistenza delle condizioni per l'adozione della misura anticoncentrativa di cui all'art. 3, commi 6 e 7, è oramai pressoché conclusa. 9.— Si è costituita in giudizio la società Rete A s.r.l., rappresentata e difesa dall'avvocato Federico Sorrentino, chiedendo l'accoglimento della questione sollevata. In via preliminare, viene ribadita la sussistenza della rilevanza delle sollevate questioni atteso che l'accoglimento delle stesse condurrebbe non solo all'annullamento delle autorizzazioni rilasciate alle reti eccedenti, ma finirebbe anche per incidere sui criteri seguiti dall'Agcom nell'assegnazione delle frequenze e nella stessa determinazione del numero delle reti a copertura nazionale. Nel merito, la società deducente osserva, innanzitutto, che la normativa impugnata, non rispettando le prescrizioni contenute nella sentenza n. 420 del 1994, violerebbe l'art. 136 della Costituzione. In ordine all'inosservanza dell'art. 21 della Costituzione, la difesa della parte sostiene che la disciplina censurata, consentendo il superamento dei limiti anticoncentrativi per un periodo di tempo indeterminato, si porrebbe in netto contrasto con il principio del pluralismo informativo. Né varrebbe l'obiezione relativa alla valenza temporanea delle disposizioni in esame. Rileva la difesa di Rete A che già in altre occasioni la Corte ha salvato la normativa radiotelevisiva da una declaratoria di incostituzionalità facendo leva sulla assunta transitorietà della stessa, cui, però, non sarebbe mai seguita una disciplina conforme alle indicazioni costituzionali. La durata del periodo transitorio — legata ad una valutazione discrezionale dell'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni — sarebbe, nella prospettiva della esponente, guidata dall'esigenza di assicurare il passaggio al sistema satellitare o via cavo senza alcuna perdita economica per il soggetto interessato, al fine di tutelare le imprese operanti in violazione delle regole anticoncentrazione, relegando sullo sfondo l'esigenza — in realtà primaria — di garantire il rispetto del principio del pluralismo informativo. La società conclude le proprie argomentazioni difensive sottolineando la necessità che la Corte estenda, in via consequenziale, la dichiarazione di illegittimità costituzionale anche all'art. 3, comma 11, quarto periodo, della legge n. 249 del 1997. Tale disposizione attribuirebbe, infatti, all'Autorità lo stesso potere discrezionale nella determinazione del periodo di permanenza nell'etere anche della seconda emittente criptata (Tele+Nero). 10. — Si è costituita la società R.T.I.-Reti Televisive Italiane s.p.a., rappresentata e difesa dagli avvocati Aldo Bonomo, Aldo Frignani, Luigi Medugno e Avilio Presutti, eccependo, in via preliminare, l'inammissibilità per irrilevanza delle sollevate questioni per le stesse motivazioni illustrate dalla difesa erariale. La deducente, sul punto, aggiunge che, allo stato, nessuna delle reti in esercizio è assegnataria di frequenze, che verranno determinate nell'ulteriore fase di progettazione, rinviata, secondo quanto previsto negli atti di concessione, al termine di 24 mesi dal 31 luglio 1999, con possibilità di proroga. Il problema dell'uso e della giusta distribuzione della provvista di frequenze disponibili potrà, pertanto, divenire attuale soltanto alla scadenza del predetto termine; anche se — sempre secondo la difesa di R.T.I. — il sopravvenuto accantonamento del piano analogico per effetto dell'art. 2-bis della legge n. 66 del 2001 renderà vana qualunque attesa. Nel merito, si sostiene la manifesta infondatezza della questione di legittimità costituzionale dell'art. 2, comma 6, della legge n. 249 del 1997, che fissando il limite anticoncentrativo del 20%, avrebbe recepito puntualmente il dettato della sentenza n. 420 del 1994. Ad avviso della società R.T.I., la prospettata questione di incostituzionalità dell'art. 3, commi 6 e 7, sarebbe anch'essa manifestamente infondata. La disciplina transitoria, infatti, risulterebbe legittima per un duplice ordine di motivi. Innanzitutto, perché garantirebbe il principio del pluralismo informativo, impedendo l'estinzione di una emittente nazionale, cui non potrebbe seguire il subingresso di un nuovo operatore privato. In secondo luogo, perché alla stessa rete "eccedente" il legislatore avrebbe attribuito un ruolo di traino verso la maggiore diversificazione dei mezzi di trasmissione, funzionale al più rapido sviluppo della tecnologia digitale. La normativa transitoria, conclude l'esponente, non potrebbe essere considerata come mera prosecuzione temporale del regime giuridico esistente prima della sentenza n. 420 del 1994. L'emittente "fuori limite" (identificata in Retequattro) svolgerebbe, infatti, rispetto al passato, la sua attività di trasmissione via etere sulla base di un titolo non stabile, con consequenziali ripercussioni sull'intera fisionomia dell'attività di impresa dalla stessa svolta. La società sottolinea, infine, che la preoccupazione manifestata dal giudice rimettente di una indefinita protrazione dell'attuale sistema regolamentare per lo stato dell'evoluzione tecnologica sarebbe sconfessata dall'attività posta in essere dall'Autorità di settore e dalle recenti novità normative.