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Lo stesso vale per il rispetto delle zone di sicurezza, dove dobbiamo garantire i corridoi umanitari per l'emergenza: in quei territori operano anche nostre organizzazioni non governative, che svolgono un lavoro straordinario. Il terzo punto ha a che fare con la sicurezza anche dell'Europa e del nostro Paese. Signor Ministro, mi rivolgo a lei: una riflessione va fatta sul versante del controllo, non solo dei prigionieri, ma anche dei familiari che sono ad Ain Issa e Al Hol. Lo ricordava prima il senatore Romani e anche la senatrice Bonino ha ripreso la questione. Il punto, che non abbiamo inserito all'interno della nostra proposta di risoluzione, dei foreign fighters, in particolare europei, è un tema che va affrontato. Penso vada affrontato all'interno della NATO e non possiamo farlo solo emotivamente. Mi rendo conto che il tema di portare questi combattenti all'interno di carceri o prigioni europee possa in qualche modo impattare sull'opinione pubblica, ma guardiamolo dal punto di vista del controllo della sicurezza e della lotta al terrorismo islamico. Poter avere prigionieri da cui trarre informazioni decisive per la lotta non solo all'ISIS, ma all'internazionale del terrore di matrice islamica, penso sia una riflessione che va fatta, nei consessi opportuni. Infine, vorrei condividere una riflessione su come l'Italia pensa di affrontare il suo ruolo nelle organizzazioni internazionali principali che hanno a che fare con questa crisi, segnatamente la NATO e l'Unione europea. All'interno dell'Unione Europea, dobbiamo fare due riflessioni. Ha detto giustamente che undici Paesi hanno deciso di bloccare la vendita di armi, tra i quali ci siamo anche noi, e che due addirittura stanno pensando di bloccare anche i contratti precedenti (valuterete, immagino con UAMA, Unità per le autorizzazioni dei materiali di armamento, quali contratti sia possibile bloccare e quali no, per non andare incontro a iniziative legali). Già in questo racconto, però, si evince come l'Europa vada in ordine sparso. Non si poteva fare diversamente, meno male che abbiamo spinto molti Paesi ad andare in quella direzione. Secondo una riflessione che abbiamo avviato col presidente Conte, che sottopongo anche a lei e che condivido con i colleghi, forse è venuto il momento di abbandonare l'idea e di superare il tabù dell'Europa a 28 sui temi di politica estera. Dobbiamo superare l'idea dell'unanimità: lavoriamo per uno zoccolo duro e un'Europa davvero convinta che alcune scelte di politica estera debbano essere prese all'unanimità, perché, se non parliamo con una voce sola in quei teatri, non conteremo mai e la situazione sarà anche in futuro quella raccontata dal senatore Romani. Vogliamo contare di più nel Medio Oriente e per la stabilizzazione del Mediterraneo. Solo come Italia non ce la facciamo, ma possiamo farcela se l'Unione europea conta. In politica commerciale abbiamo strappato accordi importanti perché essa è comunitaria: allo stesso modo, se lo diventasse anche la politica estera - almeno fra Paesi che ci credono - potremmo farcela. Lo dico perché questo vale per uno dei cambiamenti che ha impresso questo Governo, ossia il tentativo di superare Dublino e - da La Valletta in poi - di aprire un ragionamento sul Mediterraneo centrale. Questo è l'altro grande tema. Riusciamo ad affrontare il futuro della gestione dei flussi migratori, se spostiamo l'attenzione verso il Sud e il Mediterraneo centrale. Lo abbiamo fatto all'interno della NATO, quando abbiamo detto che non c'erano solo il fronte Est e la minaccia della Russia nella competizione con l'Europa e con gli Stati Uniti, ma che esistevano anche un fronte Sud, e i temi del Mediterraneo, della stabilità, della lotta al terrorismo di matrice islamica, dell'embargo nei confronti delle armi e del petrolio e quello della gestione dei flussi migratori. Abbiamo spostato l'attenzione, rafforzando il comando Sud. Penso che, in maniera analoga, vada spostata l'attenzione sul fronte Sud all'interno delle strategie e delle politiche dell'Unione europea: vale per i soldi e per il tema della cooperazione allo sviluppo, per la gestione dei flussi migratori, per il superamento di Dublino e per un accordo con geometrie variabili sulla questione della redistribuzione obbligatoria dei rifugiati. Nel 2019 abbiamo staccato due assegni, rispettivamente da due e un miliardo, per la gestione dei campi dei rifugiati in Turchia. Abbiamo stanziato, signor Ministro, solo 500 milioni, a livello europeo, per andare a rafforzare il trust fund per l'Africa. La sfida epocale per affrontare la gestione dei flussi migratori e pensare ad una politica di cooperazione e sviluppo per l'Africa passa anche da questo. All'interno dell'Unione europea e della NATO, una nuova strategia per spostare l'attenzione verso il Mediterraneo è decisiva per il futuro della nostra politica estera. Quando si parla di Turchia, si parla anche di questo: altrimenti, ci limitiamo a scaldare le coscienze e ad accompagnare un moto di indignazione che sale dalle opinioni pubbliche europee, perfetto; rischiamo però che sia solo un modo per assolvere la nostra coscienza. Chi siede in questa sede non può rispondere solo all'esigenza di placare l'emotività delle nostre opinioni pubbliche, ma ha il dovere di prendere decisioni che permettano alla politica estera italiana ed europea di essere protagonista di teatri per noi fondamentali, cioè quelli del Mediterraneo e del Medio Oriente. (Applausi dal Gruppo PD) . PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Airola. Ne ha facoltà. AIROLA (M5S) . Signor Presidente, signor Ministro, la ringrazio per la sua puntuale e assertiva relazione. «Gli Stati che aderiscono al presente Trattato riaffermano la loro fede negli scopi e nei principi dello Statuto delle Nazioni Unite e il loro desiderio di vivere in pace con tutti i popoli e con tutti i governi». «Le parti si impegnano, come stabilito nello Statuto delle Nazioni Unite, a comporre con mezzi pacifici qualsiasi controversia internazionale in cui potrebbero essere coinvolte, in modo che la pace e la sicurezza internazionali e la giustizia non vengano messe in pericolo, e ad astenersi, nei loro rapporti internazionali, dal ricorrere alla minaccia o all'uso della forza, assolutamente incompatibile con gli scopi delle Nazioni Unite». Quelli che ho citato, signori, sono il preambolo e l'articolo 1 del Trattato Nord Atlantico che sta alla base della NATO, un'alleanza di cui fa parte anche la Turchia, che con la sua condotta mostra il più totale dispregio rispetto alle basi del diritto internazionale. È gravissimo che una Nazione ne invada un'altra, violando la sua sovranità territoriale e attaccando la popolazione civile allo scopo di compiere una dichiarata operazione di pulizia etnica, con centinaia di civili curdi ammazzati e altre centinaia di migliaia costretti a fuggire per evitare morte certa e pesanti accuse - che andranno assolutamente verificate - di crimini di guerra e uso di armi proibite. È tanto più grave se a compiere queste nefandezze è un membro della NATO. Dove sono la NATO e il Segretario generale, che ci chiede il 2 per cento del nostro PIL per armarla?