[pronunce]

pur trattandosi di settori speciali, non sussisterebbe una differenza ontologica tra gli illeciti amministrativi oggetto di tali disposizioni e la disciplina generale della legge n. 689 del 1981, né sarebbero rinvenibili motivi di interesse generale, tali da giustificare il diverso trattamento; che, pertanto, i tradizionali corollari del principio di legalità, sinora riferiti alla sola materia penale, sarebbero espressione di limiti generali al potere punitivo dello Stato, e ciò anche con riferimento all'applicazione retroattiva della lex mitior, nel senso che l'essenza afflittiva della potestà sanzionatoria, anche amministrativa, dovrebbe essere rapportata alla valutazione che storicamente l'ordinamento operi della condotta che intende reprimere; che del resto, osserva il giudice a quo, l'omogeneità tra illecito penale e amministrativo sotto il profilo delle garanzie minime, connoterebbe anche il quadro sovranazionale ed in particolare la giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell'uomo sull'art. 7 della CEDU, «anche alla luce dell'art. 15 del Patto internazionale sui diritti civili e politici e dell'art. 49 della Carta di Nizza»; che vengono richiamate, in particolare, quelle pronunce che affermano che l'applicazione delle garanzie previste dall'art. 7 della CEDU non dipende dalla qualificazione attribuita da ciascun ordinamento all'illecito e alle sue conseguenze sanzionatorie, avendo la Corte di Strasburgo elaborato una nozione autonoma di materia penale, legata a parametri sostanziali, tra i quali rientrano la natura del precetto violato, la gravità della sanzione e il suo carattere afflittivo (Corte EDU, Grande Camera, 8 giugno 1976, Engel ed altri contro Paesi Bassi); che ad avviso del rimettente, dall'applicazione di tali principi agli illeciti amministrativi e alle relative sanzioni discenderebbe, quindi, l'applicabilità agli stessi del principio di legalità penale di cui all'art. 7 della CEDU; detto principio, come interpretato dalla Corte di Strasburgo, comprende anche quello della retroattività del trattamento sanzionatorio più mite, sopravvenuto rispetto alla commissione del fatto; che tale giurisprudenza sarebbe ispirata all'esigenza di conformare il livello di tutela assicurato dalle norme convenzionali a quello riconosciuto da analoghe disposizioni di matrice sovranazionale - tra le quali l'art. 15 del Patto internazionale dei diritti civili e politici e l'art. 49 della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea - che hanno innalzato il principio dell'applicazione della lex mitior al rango di principio fondamentale del diritto penale; che la natura di garanzia convenzionale del principio della retroattività della lex mitior, unitamente all'inclusione dell'illecito amministrativo e delle relative sanzioni nella materia penale, ai sensi della CEDU, comporterebbero, quindi, la necessità di riconsiderare l'impostazione della giurisprudenza costituzionale e di quella ordinaria, sfavorevole all'applicazione della lex mitior sopravvenuta nella materia delle sanzioni amministrative; che il Tribunale rimettente ritiene, d'altra parte, che l'evidenziato contrasto non possa essere risolto attraverso un'interpretazione conforme alla CEDU e ai parametri costituzionali, in quanto la giurisprudenza di legittimità in più occasioni ha ribadito la non applicabilità del principio della retroattività della lex mitior al settore degli illeciti amministrativi, ritenendo che gli ambiti specifici nei quali esso opera non siano estensibili in via analogica, e ciò anche alla luce dell'art. 14 delle preleggi; che pertanto, ravvisando un contrasto tra la normativa italiana e quella convenzionale, il giudice a quo ritiene che l'unico rimedio sia la rimessione a questa Corte della questione di legittimità costituzionale, non potendosi ricorrere alla tecnica della disapplicazione, la quale costituisce prerogativa del diritto comunitario; che con atto depositato il 21 giugno 2016 è intervenuto nel giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che la questione sollevata sia dichiarata inammissibile o, comunque, infondata; che la difesa statale eccepisce, in via preliminare, l'inammissibilità della questione per difetto di motivazione sulla rilevanza, evidenziando la mancata indicazione della data di commissione dell'illecito contestato, la quale rivestirebbe decisivo rilievo ai fini dell'individuazione della disciplina applicabile; che, quanto alla non manifesta infondatezza, in riferimento alla denunciata violazione del principio di uguaglianza, l'Avvocatura generale dello Stato osserva che la valutazione dell'irragionevole disparità di trattamento postula la concreta comparabilità delle situazioni oggetto di disciplina; viceversa, con riferimento alla questione in esame, non sarebbe possibile alcun raffronto tra le discipline settoriali che già riconoscono la retroattività della lex mitior e un corpus normativo che, invece, fissa i principi generali applicabili a tutti gli illeciti amministrativi; che, d'altra parte, ad avviso della difesa statale, il principio di uguaglianza avrebbe dovuto essere richiamato per sostenere l'affinità tra le violazioni per le quali è già previsto dall'ordinamento il principio di retroattività della lex mitior e quelle oggetto del giudizio a quo, relative all'omissione di comunicazioni obbligatorie da parte dei datori di lavoro; che, in ogni caso, l'obiettivo di estendere il principio della retroattività in mitius ad ogni tipo di violazione amministrativa non potrebbe essere conseguito mediante il richiamo al principio di uguaglianza il quale, per sua natura, richiede un giudizio comparativo tra fattispecie analoghe; che, con riferimento alla denunciata violazione dell'art. 117, primo comma, Cost., in relazione all'art. 7 della CEDU, la difesa statale osserva che la Corte di Strasburgo ha elaborato alcuni criteri idonei ad individuare di volta in volta le caratteristiche "intrinsecamente punitive", i quali estendono la portata applicativa dell'art. 7 della CEDU anche a fattispecie cui l'ordinamento interno attribuisce natura diversa da quella criminale (sentenza 8 giugno 1976, Engel e altri contro Paesi Bassi); a questi fini, il criterio seguito per identificare l'ambito di operatività dell'art. 7 della CEDU sarebbe riconducibile al fatto che si tratti di sanzioni amministrative, originariamente rilevanti sul piano penale, ovvero di sanzioni che possano in qualche modo evolvere nella limitazione della libertà personale del soggetto sanzionato; che viceversa, nel caso in esame, si tratterebbe di illeciti amministrativi che sfuggono a tali qualificazioni e che vengono colpiti con sanzioni di natura esclusivamente pecuniaria; che, pertanto, non sarebbe ravvisabile il contrasto con l'art. 7 della CEDU, né con l'art. 15 del Patto internazionale relativo ai diritti civili e politici, né con l'art. 49 della Carta di Nizza, di identico contenuto, e la questione di legittimità costituzionale, sollevata in riferimento all'art. 117 Cost., sarebbe, pertanto, infondata;