[resaula]

ulteriori 20 anni sono trascorsi senza che le amministrazioni locali e territoriali si impegnassero a consentire una vera fruibilità di tale prezioso patrimonio pubblico, anni in cui associazioni e cittadini hanno elaborato proposte e progetti per un uso socioculturale rivolto ai reali bisogni di Roma e dei suoi cittadini; la legge n. 388 del 2000 (art. 98) ha previsto che "i beni mobili e immobili degli ex ospedali psichiatrici, già assegnati o da destinare alle aziende sanitarie locali o alle aziende ospedaliere, sono da esse a loro volta destinati alla produzione di reddito attraverso la vendita anche parziale degli stessi, con diritto di prelazione per gli enti pubblici, o la locazione. I redditi prodotti sono utilizzati prioritariamente per la realizzazione di strutture territoriali, in particolare residenziali, nonché di centri diurni con attività riabilitative destinate ai malati mentali", in attuazione degli interventi previsti sia dal piano sanitario nazionale 1998-2000 che dal progetto obiettivo "tutela della salute mentale"; anche la sentenza del Consiglio di Stato n. 1422 del 2003 ha confermato per gli ex ospedali psichiatrici un utilizzo reddituale, finalizzato al finanziamento dei progetti di salute mentale, escludendo l'utilizzo sanitario anche in considerazione del fatto la stessa legge n. 388 non comprende l'uso psichiatrico per tali edifici; nel corso degli anni il Comune di Roma ha approvato atti e documenti volti ad accogliere tali indicazioni. Bisogna tuttavia considerare come la legge della Regione Lazio n. 14 del 2008 abbia stabilito che i beni gestiti dalle ASL destinati alla produzione di reddito passino alla proprietà esclusiva della Regione, che nel caso del Santa Maria della Pietà deve comunque attenersi alle linee guida predisposte dal Comune per la realizzazione di un progetto urbano dedicato alla struttura (come previsto dalle norme tecniche di attuazione del piano regolatore generale di Roma); si ricorda come lo schema di assetto preliminare che il Comune deve predisporre debba essere elaborato possibilmente ma non necessariamente in accordo con i soggetti proprietari; in tale contesto si è inserita nel 2015 la delibera n. 40 dell'Assemblea capitolina, che ha accolto la proposta di delibera di iniziativa popolare presentata dal comitato "Si può fare". Il documento ha indicato con estrema chiarezza la prevalenza dell'utilizzo socioculturale, configurando come residuo, ai sensi della legge n. 388 del 2000, l'uso sanitario; la Giunta regionale del Lazio nel dicembre 2016 ha approvato la delibera n. 787, mediante la quale ha attribuito un utilizzo quasi completamente sanitario all'intero complesso, indicando la ASL RmE come proprietaria di 25 edifici su 35. Tale delibera non ha in alcun modo individuato le forme e le modalità per la produzione di redditi da destinare ai progetti di salute mentale; le associazioni coinvolte hanno dunque presentato ricorso, ancora pendente, presso il TAR del Lazio, non tenendo in alcuna considerazione tra l'altro la proposta di legge di iniziativa popolare, che è in linea con le indicazioni elaborate precedentemente dal Comune; il 10 luglio 2018 la Regione ha approvato la delibera n. 359, con l'obiettivo di portare a compimento il programma di "recupero, riqualificazione e risanamento" contenuto nella delibera n. 787 del 20 dicembre 2016. Sembra che sia stato già trovato un accordo per la firma di un protocollo con il Comune di Roma, si chiede di sapere se il Ministro in indirizzo non intenda fare chiarezza sulla vicenda, in particolar modo verificando la compatibilità di quanto previsto dalla delibera della Giunta regionale n. 787 del 20 dicembre 2016 con le indicazioni di cui alla legge n. 388 del 2000, al fine di garantire il rispetto del modello organizzativo delineato dal legislatore statale volto a promuovere la costituzione di una rete di strutture destinate ad assicurare il soddisfacimento delle esigenze di prevenzione, cura e riabilitazione di cui necessitano le persone affette da malattie mentali, in particolare non sradicandole dal tessuto sociale cui appartengono. Atto n. 4-00400 CONZATTI SERAFINI Al Ministro della salute Premesso che nel corso delle diverse legislature sono state presentate interrogazioni parlamentari in materia di acufeni al Ministro della salute, tra cui l'interrogazione 4-03609 dell'11 marzo 2015 alla quale il ministro Beatrice Lorenzin ha dato risposta il 23 aprile 2015, specificando che: "Attualmente, non è possibile prevedere l'inserimento dell'acufene tra le malattie croniche ed invalidanti di cui al decreto ministeriale n. 329 del 1999, poiché esso non costituisce una vera e propria malattia, ma è un sintomo con diversi livelli di gravità, determinato da patologie vascolari (fistole del collo, tumori carotidei, aneurismi intracranici o meningei, patologie dei grossi vasi del collo) o, più frequentemente, associato a patologie audiologiche, vestibolari, neurologiche, autoimmuni, cerebrovascolari, dismetaboliche ed ematologiche. Inoltre, la condizione non sembra rispondere ai criteri di inclusione previsti dal decreto legislativo n. 124 del 1998 (gravità, invalidità ed onerosità del relativo trattamento) e sarebbe difficoltosa l'individuazione delle prestazioni erogabili in esenzione (appropriate per il monitoraggio della patologia e la prevenzione di aggravamenti e complicanze). Peraltro, si rammenta che i pazienti affetti da acufene sono tutelati dal Servizio sanitario nazionale attraverso i livelli essenziali di assistenza e che gran parte delle condizioni che determinano l'acufene sono già comprese tra le malattie previste dal decreto ministeriale n. 329 del 1999, per le quali sussiste l'esenzione dalla partecipazione al costo delle relative prestazioni specialistiche. Da ultimo, si precisa che una campagna di conoscenza e sensibilizzazione concernente l'acufene, al momento non è ricompresa tra quelle in cui il Ministero della salute è impegnato", si chiede di sapere: se il Ministro non ritenga opportuno assumere iniziative volte a prevedere degli screening audiologici nelle fasce di età più a rischio e nei soggetti che presentano patologie che hanno correlazione con questo disturbo, per evidenziare una predisposizione o l'insorgenza di acufeni; se ritenga di promuovere studi sui casi noti, visto che, a parte i pazienti che si rivolgono alle strutture del sistema sanitario nazionale (circa 2.500 all'anno), esistono delle associazioni di persone affette da questi disturbi con migliaia di iscritti, al fine di valutare il grado di gravità dei fastidi e le limitazioni a cui costoro sono soggetti; se ritenga di valutare la possibilità di finanziare ricerche che portino a escludere che l'utilizzo di tecnologie ( smartphone , apparecchi wifi , cuffie e altro) possano concorrere alla comparsa di acufeni o possano creare peggioramenti nei soggetti già sofferenti; se intenda valutare la necessità di assumere iniziative per informare le famiglie e i più giovani sull'uso distorto e continuativo di musica ad alto volume e di apparecchi elettronici e sui rischi che si corrono, considerato che l'insorgenza di acufeni è spesso legata all'esposizione al rumore o all'inquinamento acustico;