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Istituzione del Fondo per la non autosufficienza e delega al Governo in materia di congedi parentali. Onorevoli Senatori . – Con i suoi 13,8 milioni di ultrasessantacinquenni al primo gennaio 2019, pari al 22,8 per cento della popolazione totale, l'Italia si colloca ai vertici della classifica delle popolazioni più longeve. Il dato è, indubbiamente, un chiaro e positivo indice di benessere diffuso e di complessiva, soddisfacente tutela sociale e sanitaria del cittadino e delle comunità, ma c'è da considerare che inevitabilmente un crescente numero di anziani è affetto da malattie croniche o comunque vive condizioni psicofisiche invalidanti. Ciò determina un progressivo aumento del fenomeno della non autosufficienza, che cresce dopo i 65 anni e si impenna intorno agli 80. Fonti diverse, dal Censis all'ISTAT, sono concordi nello stimare in quasi 3 milioni gli anziani parzialmente o del tutto non autosufficienti con un trend di crescita costante negli ultimi anni e proiettato verso un 2050 in cui una persona su tre avrà più di 65 anni. Una consistente e crescente quota di essi richiede interventi sanitari ed assistenziali continuativi. Situazione problematica, che tende ad aggravarsi nel tempo e che presenta, inoltre, significative differenze nelle diverse realtà locali. Liguria, Toscana, Marche, Molise registrano più alti indici di invecchiamento rispetto ad altre regioni, in particolare del Meridione. Lazio e Lombardia si distinguono per una percentuale di anziani soli che supera il 30 per cento nella fascia di età considerata, in un quadro di indebolimento delle relazioni parentali che rende difficile il supporto della rete familiare, con conseguenti significativi tassi di ricovero in strutture assistenziali. Al contrario al Sud mantiene ancora carattere preminente il modello di famiglia tradizionale che, indubbiamente, è in grado di garantire una maggiore tutela per i soggetti deboli. E il disagio in vecchiaia si caratterizza ovunque al femminile, non solo perché le donne vivono più a lungo, ma perché connotate da malattie cronico-degenerative in aumento, da solitudine, da indici di basso reddito. In ogni caso si tratta di un carico assistenziale crescente, di una sfida inedita ed impegnativa tanto per le famiglie che per l'intero sistema di welfare . Il nostro Paese affronta la sfida con preoccupante ritardo. I comuni, che pure hanno sviluppato reti di interventi e servizi territoriali e domiciliari per disabili ed anziani, intercettano con difficoltà una domanda di assistenza in aumento, soprattutto dopo i ripetuti tagli al sociale delle manovre finanziarie degli scorsi anni. Le aziende sanitarie locali (ASL), chiamate ad affrontare una crescente complessità epidemiologica e organizzativa, per più del 60 per cento dei ricoveri accolgono soggetti ultrasessantacinquenni – molti dei quali in situazione di fragilità e disabilità – in strutture generalmente non progettate per rispondere ai loro particolari bisogni di assistenza. Si tratta di strutture con modelli organizzativi intra-ospedalieri spesso inadeguati, fatta eccezione per quei reparti geriatrici espressamente dedicati agli anziani fragili; con percorsi di cura ospedale-territorio poco gestiti, che troppo spesso si riducono all'invio di fax o alla mera consegna al paziente di una scheda di dimissione, e con una residenzialità assistita non sempre programmata e progettata come parte integrante della rete territoriale. Palese anche il diffuso ritardo nell'impiego di nuove tecnologie che possono contribuire a definire percorsi di cura innovativi, come dimostrano interessanti sperimentazioni locali, in particolare ASL di Arezzo per la telemedicina ed INRCA di Ancona per la demotica. E, pur in un processo virtuoso di trasferimento di risorse verso il territorio con l'obiettivo di attivare ed implementare prestazioni ambulatoriali, domiciliari e diurne, e di ridurre i ricoveri, la Sanità fatica a contenere i costi entro i tetti di spesa programmati. Anche perché marca un indubbio ritardo quella necessaria evoluzione organizzativa e culturale rappresentata da aggregazioni funzionali territoriali (AFT), unità complesse di cure primarie (UCCP) e farmacie dei servizi, che possono dare corpo ad una reale continuità assistenziale e ad più un adeguato sostegno domiciliare e familiare nelle situazioni più complesse. Unica certezza: l'indennità di accompagnamento. Ma con i suoi 508 euro mensili, fissi per tutti, l'indennità si rivela sempre più misura rigida, generica, palesemente inadeguata a fronteggiare bisogni assistenziali complessi e diversificati. Il risultato è che gli anziani non autosufficienti, come del resto le persone con gravi disabilità, pesano sempre più sulle famiglie, sia come carico assistenziale che in termini di oneri economici. Anzi, la non autosufficienza è ormai, dopo la perdita del lavoro, la prima causa di impoverimento delle famiglie italiane. I numeri parlano chiaro. Il Rapporto annuale INRCA stima che in Italia le famiglie, quelle che possono permetterselo naturalmente, tra assistenza, badanti e quote di residenze sanitarie assistenziali (RSA) spendono annualmente per i loro vecchi lo 0,59 del PIL, più o meno quanto lo Stato per l'indennità di accompagnamento. Mentre la componente di spesa sociosanitaria pubblica di ASL e comuni per la non autosufficienza è ferma ad uno scarno 0,62 per cento. Nel dettaglio, il costo di una badante regolarmente assunta si attesta intorno ai 1.500 euro al mese, mentre la quota media di partecipazione ai costi sociali di una RSA ammonta a 50 euro al giorno. Oneri particolarmente elevati, addirittura proibitivi per una quota consistente di famiglie, se si considera che il reddito medio familiare mensile si attestava nel 2012 a 2.500 euro al netto di imposte e contributi sociali. Ma altrettanto pesanti sono i riflessi sui bilanci dei comuni, chiamati ad erogare direttamente interventi assistenziali, nonché la quota sociale per i ricoveri in RSA nei casi di basso indicatore della situazione economica equivalente (ISEE) familiare. La proposta di un nuovo Fondo per la non autosufficienza si muove su una linea del tutto alternativa rispetto alle politiche degli ultimi anni tutte tese al contenimento della spesa sociale, spesso ispirate ad un'idea neocaritatevole di welfare e con proposte di generiche indennità non garantite come livelli di assistenza. Ed oltretutto, le manovre che si sono succedute nel tempo non solo hanno determinato tagli a sanità e politiche sociali, ma hanno ripetutamente mirato al bersaglio invalidità, ai diritti delle persone disabili o non autosufficienti. È opportuno e urgente definire nuovi criteri e distinguere i trattamenti per la disabilità dagli interventi assistenziali per la terza età che hanno natura e rispondono a finalità diverse. Prevedere, cioè, in un unico sistema, specifiche discipline degli interventi per la terza età, per la disabilità, nonché per cecità e sordità.