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Un'affermazione che si presta ad interpretazioni non univoche, soprattutto alla luce delle condizioni di privazione cui hanno costretto la popolazione femminile in tutti gli anni del loro regime; val la pena ricordare, infatti, come durante il governo dei talebani, alle donne sia stato negato il diritto all'istruzione, al lavoro, alla salute, ed anche alla giustizia: il ricorso a un tribunale non poteva avvenire se non tramite un membro maschio della famiglia e la loro testimonianza valeva la "metà" di quella di un uomo. Private di qualunque vita relazionale le donne afghane hanno subito torture e qualunque tipo di violenza ogni qual volta ritenute colpevoli di aver violato le restrizioni imposte; a fronte del concreto rischio di un inaccettabile arretramento in materia di diritti, soprattutto per le donne, appare necessaria la sottoscrizione di un documento ufficiale con espresse clausole di garanzia su istruzione, rappresentanza politica, lavoro, diritti civili e sociali, si chiede di sapere: se il Ministro in indirizzo non ritenga necessario e urgente attivarsi in tutte le sedi internazionali affinché siano sottoscritti dai talebani chiari impegni a tutela dei diritti della popolazione femminile afghana, prima che le operazioni di ritiro delle truppe dal Paese siano ultimate; se non ritenga altresì necessario e urgente avviare un costante monitoraggio, anche mediante azioni e accordi multilaterali, sul rispetto e il mantenimento di tutte le forme di libertà conquistate dalle donne afghane in questi ultimi 20 anni. Atto n. 3-02468 DESSI' Ai Ministri dell'economia e delle finanze e dell'interno Premesso che: da informazioni apprese dall'interrogante, sembrano risultare gravi criticità e anomalie nella gestione finanziaria di una società partecipata a capitale interamente pubblico che opera nella provincia di Roma, la CEP S.p. A. (Consorzio enti pubblici), avente la sua sede centrale a Zagarolo; essa svolge i servizi di accertamento, riscossione e gestione di tutte le entrate dei Comuni soci: Artena, Bellegra, Casape, Cave, Colonna, Gallicano nel Lazio, Genazzano, Labico, Palestrina, Percile, Poli, Rocca di Cave, Rocca priora, Roiate, Zagarolo; dalle informazioni assunte emerge una conduzione manageriale poco oculata della società ed una gestione poco trasparente degli affidamenti di servizi e forniture a terzi soggetti, che dà adito a dubbi sulla regolarità delle procedure amministrative poste in essere. Circostanze di fatto prontamente denunciate dall'interrogante, a mezzo di un esposto presentato alle autorità competenti (Procura della Repubblica, ANAC e Corte dei conti), e poi riprese dagli organi di stampa; si tratta in particolare di taluni contratti di affidamento a mezzo MEPA ed altri con affidamento diretto a società terze, per lo svolgimento di attività di "servizio di supporto specialistico", stipulati a partire dall'ultimo semestre dell'anno 2018; le società alle quali vengono fatti tali affidamenti risultano ciclicamente sempre le stesse e sono, per la maggior parte, di recentissima costituzione, con capitale sociale, per lo più irrisorio (100 euro): gli importi dei diversi affidamenti sembra siano stati prontamente liquidati alle società in tempi brevissimi, ancor prima che i servizi affidati venissero effettivamente eseguiti; tutte le anomalie evidenziate vanno ad inserirsi in un quadro di profonda crisi economico-finanziaria della società partecipata. La gestione manageriale degli ultimi anni della CEP S.p. A. ha infatti condotto la società sull'orlo del baratro: sembra che il disavanzo, ad oggi, ammonti a circa 10 milioni di euro e la stessa classe dirigente sta pensando di attuare nei prossimi mesi un piano di risanamento del debito; la società, già in sofferenza finanziaria, anziché operare una gestione oculata con un ridimensionamento delle spese, negli ultimi tre anni non ha fatto altro che indebitarsi ulteriormente, concedendo in affidamento a molteplici soggetti esterni i servizi per i quali la stessa società era stata creata e che gli erano stati demandati dai soci Comuni, ricorrendo ad un mutuo bancario per acquistare un immobile ove ubicare la nuova sede della società ad un prezzo sovrastimato e, quel che appare ancor più grave, ritardando le restituzioni ai Comuni di quanto incassato; tali mancate restituzioni ai Comuni rappresentano un fatto gravissimo, poiché le leve tributarie e tariffarie rappresentano oggi la parte più rilevante dei bilanci di tali enti per la copertura delle spese correnti e la conseguente erogazione dei servizi ai cittadini; tutto ciò è stato possibile probabilmente a causa del mancato esercizio del diritto-dovere del controllo analogo da parte dei singoli Comuni soci. È noto come proprio le società partecipate, nel nostro Paese, nascondano le tracce di grandissimi sprechi di denaro pubblico, una sorta di "fabbriche di debiti", in cui vengono mal gestite le risorse pubbliche e come spesso tali società rappresentino il mezzo di cui si serve una parte della politica locale; le eventuali condotte omissive dei sindaci dei Comuni soci, i quali, dalle informazioni avute dall'interrogante, sembra che non abbiano esercitato l'attività di vigilanza e controllo analogo sulla società partecipata, oltre ad essere rilevanti e di dubbia legittimità, hanno costituito un gravissimo nocumento per la stessa società, per i Comuni e per i cittadini coinvolti, si chiede di sapere se i Ministri in indirizzo siano a conoscenza dei fatti descritti e quali iniziative di competenza intendano intraprendere a fronte di una situazione che a parere dell'interrogante palesa sia il mancato rispetto della normativa vigente che azioni censurabili dal punto di vista etico-politico, da parte della società partecipata CEP S.p. A. e dei Comuni soci. Atto n. 3-02469 DE BERTOLDI MAFFONI CIRIANI Al Ministro del lavoro e delle politiche sociali Premesso che: il decreto-legge n. 41 del 2021, "decreto sostegni", attualmente in corso d'esame in Senato, ha previsto, tra l'altro, il rifinanziamento del reddito di cittadinanza e la proroga degli incarichi conferiti da ANPAL Servizi S.p. A. ai " navigator "; sull'efficacia del reddito di cittadinanza e sull'idoneità della stessa misura a configurarsi quale "strumento di politica attiva del lavoro" sono stati sollevati, sin dalla sua introduzione, forti dubbi e rilevanti perplessità, la cui fondatezza è stata via via confermata dall'andamento dei numeri e dall'effettivo impatto, quasi del tutto nullo, di tale meccanismo sui livelli occupazionali; anche al netto della sopravvenuta e perdurante crisi economica connessa al protrarsi dell'emergenza sanitaria, la pressoché totale inefficacia di questa misura quale strumento di politica attiva del lavoro è un fatto oramai conclamato; secondo qualificate e recentissime analisi riportate dalla stampa, su una platea di 1.650.000 precettori di reddito di cittadinanza, sarebbero appena 423 le persone (cioè lo 0,025 per cento) le persone che le quali risultano attivi i "assegni di ricollocazione";