[ddlpres]

Introduzione del furto su componenti metalliche o altro materiale sottratto ad infrastrutture destinate ad area cimiteriale o ad altri luoghi di sepoltura, sacri e di culto tra le circostanze aggravanti previste dall'articolo 625 del codice penale e modifica all'articolo 624 del codice penale. Onorevoli Senatori . – Le recenti cronache riportano, pressoché quotidianamente, una marcata recrudescenza del fenomeno del furto di componenti metalliche, con particolare evidenza per il rame, o altro materiale (fiori, lumini, vasi, eccetera) all'interno di cimiteri o luoghi di sepoltura, sacri e di culto. È immediatamente evidente come la gravità di tale condotta richieda una risposta punitiva-sanzionatoria da parte dell'ordinamento che sia il più possibile adeguata e proporzionata e che possa rappresentare un valido deterrente. Dinnanzi a una fattispecie non puntualmente normata, la giurisprudenza ha ritenuto di muoversi, di volta in volta, in modo diverso. In primo luogo, con l'applicazione dell'articolo 408 del codice penale, recante vilipendio delle tombe, secondo cui « Chiunque, in cimiteri o in altri luoghi di sepoltura, commette vilipendio di tombe, sepolcri o urne, o di cose destinate al culto dei defunti, ovvero a difesa o ad ornamento dei cimiteri, è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni »; è in tal senso che la Cassazione, con sentenza n. 43093 del 24 novembre 2021, ha giudicato un uomo sorpreso a spostare, rimuovere e danneggiare fiori, piante e ceri dalle tombe. Tale fattispecie, come evidente, ha uno spettro di applicabilità assai limitato: da un lato per la ratio legis , dall'altro per gli stessi orientamenti giurisprudenziali in merito. Bene giuridico oggetto di tutela infatti è l'onorabilità dei defunti, punendo condotte atte a vilipendere le tombe, i sepolcri, le urne e le cose destinate al culto dei defunti ovvero ad ornamento e difesa dei cimiteri. Secondo la comune interpretazione, il vilipendio consiste nel tenere a vile, nel ricusare qualsiasi valore etico, sociale o politico all'entità contro cui è diretta la manifestazione, così da negarle ogni prestigio, rispetto e fiducia. Secondo la stessa Cassazione (Cassazione penale, sezione III, sentenza n. 4038 del 29 aprile 1985) « è ravvisabile il delitto di vilipendio delle tombe, previsto dall'articolo 408 codice penale, nel fatto volontario e cosciente di chi intenda esercitare il proprio dispregio su cose poste nei luoghi destinati a dimora delle persone decedute ed aventi la funzione di richiamare e ricordare la pietà dei defunti, danneggiandole, lordandole o imprimendovi segni grafici vilipendiosi, o anche rimuovendole in tutto o in parte ed eventualmente sostituendole con altre diverse per significato, origine e rilevanza sociale, anche se abbia ciò fatto per arrecare offesa non al defunto, ma alla persona che aveva fatto sistemare la tomba per onorare e ricordare il defunto ». Rimangono pertanto scoperte tutte quella dinamiche che contemplano il profitto. In secondo luogo, con l'applicazione dell'articolo 624, che punisce il furto, nella forma aggravata. In talune ipotesi è stata riconosciuta l'aggravante comune di cui all'articolo 61, numero 1, del codice penale, che prevede un aumento generico di un terzo della pena base per « aver agito per motivi abietti o futili ». In altre ipotesi sono state ritenute applicabili le circostanze aggravanti specifiche di cui all'articolo 625 del codice penale, in particolare quella che prevede un aumento di pena « se il fatto è commesso su cose esistenti in uffici o stabilimenti pubblici, o sottoposte a sequestro o a pignoramento, o esposte per necessità o per consuetudine o per destinazione alla pubblica fede, o destinate a pubblico servizio o a pubblica utilità, difesa o reverenza ». Per esposte alla pubblica fede si intendono cose che si trovano in una situazione per cui un numero indeterminato di persone possono venirne in contatto per una specifica causa, per necessità, per consuetudine o per destinazione naturale, ovvero « l'esistenza della cosa in un luogo necessitato dalla natura dalla cosa » (ad esempio bicicletta parcheggiata all'esterno o autovettura parcheggiata negli appositi spazi). L'esposizione alla pubblica fede non è peraltro esclusa dalla sorveglianza esterna del luogo di culto: a stabilirlo è la quinta sezione penale della Cassazione, con sentenza n. 9245 del 3 marzo 2015, che in merito al furto di elemosina all'interno di una chiesa, ha chiarito che l'aggravante in parola « può essere esclusa da una sorveglianza esercitata sulla cosa solo se questa formi oggetto di una diretta e continua custodia da parte del proprietario o di persona addetta », cosa non applicabile ai luoghi di culto aperti ai fedeli, ove il/i custode/i assicura/no una sorveglianza saltuaria e limitata, invero, all'ingresso degli stessi. È utile ricordare, in ultimo, come un ulteriore aggravante comune, quella della clandestinità, ex articolo 61, numero 11- bis , del codice penale, sia stata dapprima prevista dal decreto-legge 23 maggio 2008, n. 92, convertito, con modificazioni, dalla legge 24 luglio 2008, n. 125, e poi dichiarata incostituzionale dalla Corte costituzionale con sentenza n. 249 dell'8 luglio 2010, per violazione del principio di uguaglianza e di quello di offensività, considerato che il colpevole di un reato debba essere punito per le condotte tenute e non per le sue qualità personali. Altra lettura giurisprudenziale, invece, ravviserebbe nel furto in chiesa il furto in abitazione: è quanto sancito in riferimento alla sottrazione di denaro contenuto all'interno di una cassetta per le elemosine, all'interno di un edificio di culto. All'interno della sentenza della V sezione penale della Corte di cassazione n. 7266 del 18 febbraio 2015 si richiama il concetto di « luogo destinato all'uso di privata dimora » per le parti accessorie di un fabbricato che siano destinate funzionalmente all'uso del medesimo. L'articolo 624- bis del codice penale infatti amplia, attraverso la definizione del luogo come « destinato in tutto o in parte a privata dimora », la portata della previsione, così da ricomprendere tutti quei luoghi nei quali le persone si trattengono per compiere, anche in modo transitorio o contingente, atti della loro vita (Cassazione penale, sezione IV, 14 novembre 2003, n. 43671; Cassazione penale, sezione V, 22 novembre 2007, n. 43089; Cassazione penale, sezione IV, 19 maggio 2008, n. 20022). Nella fattispecie, quindi, i giudici del merito hanno ritenuto sussistente il reato di furto in abitazione, ex articolo 624- bis del codice penale, nel fatto di asportazione di denaro contenuto in una cassetta adibita a raccolta di elemosine in un edificio di culto. Il quadro finora riportato certifica una evidente eterogeneità di inquadramento normativo della fattispecie penale in esame.