[pronunce]

che va disattesa l'eccezione d'inammissibilità della questione riferita all'art. 3 Cost., motivata affermando che il ricorrente nel giudizio a quo, non avendo aderito a previsioni di analogo contenuto in precedenza introdotte dal legislatore, non avrebbe interesse a dolersi della mancata estensione del beneficio previsto dalla disposizione censurata, e che, in relazione a tale profilo della rilevanza, l'ordinanza non conterrebbe una motivazione adeguata; che, infatti, l'art. 6 del d.l. n. 193 del 2016, come convertito, non considera questa ipotesi come ostativa alla definizione agevolata, da ciò dovendosi escludere l'eccepito difetto motivazionale dell'ordinanza; che, tuttavia, la questione stessa è comunque manifestamente inammissibile per la carente descrizione della fattispecie oggetto del giudizio; che, infatti, sotto un primo profilo, l'ordinanza di rimessione non precisa la natura del carico affidato in riscossione, che è genericamente indicato come «tributario», ma senza chiarire l'assenza delle ipotesi ostative alla definizione agevolata previste dal comma 10 dell'art. 6 del d.l. n. 193 del 2016, come convertito, tra le quali la lettera a) menziona le risorse proprie dell'Unione europea e l'imposta sul valore aggiunto riscossa all'importazione; che siffatta lacuna descrittiva non consente a questa Corte di verificare l'effettiva rilevanza della questione sollevata dal rimettente, la quale richiede che la definizione agevolata oggetto del giudizio a quo non sia altrimenti esclusa in forza della previsione dianzi richiamata; che, per costante giurisprudenza costituzionale, l'omessa o insufficiente descrizione della fattispecie oggetto del giudizio a quo - non emendabile mediante la diretta lettura degli atti, preclusa dal principio di autosufficienza dell'ordinanza di rimessione (ex plurimis, ordinanze n. 64 del 2019 e n. 185 del 2013) - determina l'inammissibilità della questione di legittimità costituzionale, in quanto impedisce di verificare la sua effettiva rilevanza (da ultimo, ex plurimis, ordinanze n. 108 del 2020, n. 203 e n. 64 del 2019, n. 191 e n. 64 del 2018, n. 210 del 2017); che, sotto altro profilo, l'ordinanza della rimettente Commissione tributaria non richiama affatto le previsioni di cui all'art. 1, commi 527 e 528, della legge 24 dicembre 2012, n. 228, recante «Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (Legge di stabilità 2013)» e al decreto del Ministero dell'economia e delle finanze 15 giugno 2015 (Modalità di trasmissione agli enti creditori, con riferimento ai ruoli resi esecutivi fino al 31 dicembre 1999, dell'elenco delle quote annullate e di quelle di rimborso agli agenti della riscossione delle spese esecutive sostenute per tali ruoli); che la citata normativa disciplina i crediti «iscritti in ruoli resi esecutivi fino al 31 dicembre 1999» disponendo l'automatico annullamento di quelli di importo fino a 2.000 euro, con decorrenza dal 1° luglio 2013, e prevedendo, per i crediti diversi, il discarico automatico dell'agente della riscossione, una volta esaurite le attività di sua competenza, secondo le modalità specificate dagli artt. 2 e 3 del richiamato decreto ministeriale; che, avuto riguardo alla data del ruolo oggetto del giudizio, l'ordinanza di rimessione ha omesso di dare conto di tale disciplina, anche solo per escluderne l'applicazione; che ciò integra una ulteriore carenza nella descrizione della fattispecie, parimenti impeditiva della verifica della effettiva rilevanza della questione; che, peraltro, il rimettente avrebbe dovuto considerare le richiamate previsioni della legge n. 228 del 2012 e del d.m. 15 giugno 2015 anche ai fini della corretta ricostruzione del quadro normativo applicabile ai crediti affidati per la riscossione anteriormente al 2000; che la disciplina censurata e quella ora citata perseguono entrambe la finalità di ottimizzare l'attività di riscossione, e, inoltre, l'ambito di applicazione della prima - relativa ai carichi affidati agli agenti della riscossione dal 2000 - si pone in diretta continuità temporale con quello della seconda - la quale attiene ai crediti «iscritti in ruoli resi esecutivi fino al 31 dicembre 1999»; che, sempre ai fini della corretta ricostruzione del quadro normativo, l'ordinanza omette oltretutto di richiamare le disposizioni che hanno già consentito la definizione agevolata di carichi relativi al periodo temporale anteriore al 2000, a domanda dei debitori interessati (l'art. 12 della legge 27 dicembre 2002, n. 289, recante «Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato - legge finanziaria 2003» e, più recentemente, l'art. 1, commi da 618 a 624, della legge 27 dicembre 2013, n. 147, recante «Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato - legge di stabilità 2014»); che le suddette omissioni compromettono irrimediabilmente l'iter logico argomentativo posto a fondamento delle censure sollevate, in quanto incentrate proprio sull'arbitrarietà della previsione in sé di un termine iniziale per accedere al beneficio e sulla disparità di trattamento che ne conseguirebbe; che, secondo la costante giurisprudenza di questa Corte, la divisata incompleta ricostruzione del quadro normativo rilevante e il mancato esame degli indicati profili di applicabilità della disciplina intervenuta anche se solo per negarne rilievo o consistenza precludono lo scrutinio, incidendo sull'ammissibilità delle questioni (ex plurimis, sentenza n. 150 del 2019; ordinanze n. 108 e n. 42 del 2020); che anche la questione sollevata in riferimento all'art. 53 Cost. è manifestamente inammissibile, perché carente di adeguata motivazione; che, infatti, l'art. 6 del d.l. n. 193 del 2016, come convertito, «non è principalmente diretto a disciplinare i tributi e le relative sanzioni», ma attiene alla materia della «riscossione mediante ruoli» (sentenza n. 29 del 2018); che, pertanto, censurando il momento dell'affidamento del carico all'agente della riscossione quale criterio per l'accesso alla definizione agevolata, l'ordinanza non chiarisce in che modo il citato art. 6 produrrebbe l'asserita diversificazione del «trattamento tributario di contribuenti in posizioni similari» e la conseguente lesione dell'evocato art. 53 Cost. dal cui ambito, in ogni caso, è da ritenere esclusa la fase della riscossione (sentenze n. 464 del 1999, n. 480 del 1993 e n. 63 del 1982); che le questioni devono, pertanto, essere dichiarate manifestamente inammissibili. Visti gli artt. 26, secondo comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87, e 9, comma 1, delle Norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale.. .