[pronunce]

La deliberazione impugnata costituirebbe una violazione delle prerogative autonomistiche della Regione Sardegna, perché pretenderebbe di sottoporre al controllo di legittimità un decreto del presidente della giunta regionale che invece (in base allo statuto ed alle relative norme di attuazione) non sarebbe sottoposto né sottoponibile a quel controllo, in quanto espressione delle attribuzioni amministrative proprie della giunta in una materia di esclusiva competenza della regione (artt. 3, lettera a) 6 e 34 dello statuto). In tal modo sarebbero state violate le competenze legislative della regione e quelle amministrative costituzionalmente spettanti alla giunta regionale; sarebbe stata data una applicazione modificativa dello statuto volta ad estendere la competenza del consiglio anche agli atti amministrativi generali; ancora, sarebbe stato esteso l'ambito del controllo rimesso alla Corte dei conti. La deliberazione della Corte dei conti, da cui è sorto il conflitto, costituirebbe, inoltre, una disapplicazione degli artt. 12, 13, 14 e 71 della legge regionale n. 31 del 1998. Senza farsi carico di proporre una questione di costituzionalità, la Corte dei conti - affermando la competenza del Consiglio regionale all'approvazione dell'atto, con la forma del regolamento, pur in presenza di disposizioni legislative per le quali la competenza è invece attribuita, come potere sostanzialmente proprio, alla giunta regionale ed al suo presidente - avrebbe formulato valutazioni di carattere sostanziale, incompatibili con la vigenza della legge regionale e che presuppongono la sua disapplicazione come se ne fosse stata già accertata l'incostituzionalità. La Regione contesta l'argomentazione alla base della impugnata deliberazione, secondo la quale lo schema procedimentale di cui all'art. 13 della legge regionale sarebbe sostanzialmente compatibile con la prima fase della sequenza procedimentale, finalizzata all'emanazione dei regolamenti regionali. Sostiene al riguardo che per i regolamenti di iniziativa della giunta vi è una mera nota di trasmissione al presidente del consiglio regionale della deliberazione collegiale, non pubblicata nel Bollettino Ufficiale e non già un decreto del presidente della Regione, del quale la legge abbia previsto la pubblicazione nel Bollettino. La ricorrente denuncia la violazione, sotto ulteriore profilo, delle attribuzioni costituzionali della Regione Sardegna. Nei confronti degli atti della Regione Sardegna sottoposti al controllo preventivo di legittimità, la sezione regionale di controllo della Corte dei conti ha il potere o di vistare e conseguentemente registrare l'atto, oppure di rifiutare il visto e la registrazione. Nel caso in esame, la sezione di controllo non aveva l'atto (in originale o copia autentica) su cui potere esercitare il suddetto potere; sicché, in conseguenza della mancata trasmissione dell'atto da parte della Regione, lo Stato avrebbe potuto semmai sollevare un conflitto di attribuzione. La Corte dei conti non aveva il potere - che invece essa ha preteso di esercitare con la deliberazione impugnata - di "dichiarare l'inefficacia" del decreto del presidente della giunta, già pubblicato, esecutivo ed attuato concretamente con innumerevoli atti conseguenti. 2. - Nel giudizio dinanzi alla Corte si è costituito il Presidente del Consiglio dei ministri, chiedendo che il ricorso, previo rigetto dell'istanza cautelare, venga dichiarato inammissibile e comunque infondato. Secondo l'Avvocatura, il decreto del presidente della giunta in questione sarebbe un regolamento di organizzazione, trattandosi di un atto normativo articolato in più disposizioni, con carattere di generalità ed astrattezza (funzione tipica dei regolamenti), pubblicato nel Bollettino Ufficiale (come previsto per i regolamenti), ma non sottoposto all'approvazione del consiglio regionale. Una volta che la funzione di controllo (a livello costituzionale) è attribuita alla Corte dei conti, sarebbe compito della Corte stessa l'interpretazione degli atti amministrativi al fine di stabilirne la natura giuridica. La qualificazione di un atto non può spettare al soggetto passivo del controllo, perché, se così fosse, sarebbe facile sfuggire al controllo qualificando l'atto tra quelli non soggetti alla potestà tutoria. Difatti rientra nel "potere proprio di ciascun organo dotato di garanzie procedimentali ... accertare le situazioni che, in base alla legge, costituiscono il presupposto per l'esercizio delle sue funzioni" (sentenza n. 470 del 1997). L'Avvocatura sostiene che difetterebbero gli estremi del conflitto di attribuzione, perché la Corte dei conti non avrebbe invaso alcuna competenza della Regione, non si sarebbe cioè sostituita nella competenza funzionale di alcun organo regionale, ma avrebbe inteso far rispettare la competenza del consiglio regionale prevista dall'art. 27 dello statuto. In ogni caso, non vi sarebbe la violazione dei parametri costituzionali invocati: non degli artt. 3 e 6 dello statuto, perché la Corte dei conti non avrebbe contestato alla Regione la competenza legislativa ed amministrativa in materia di ordinamento degli uffici e stato giuridico del personale; né dell'art. 27, in quanto la delibera della Corte dei conti ne chiederebbe proprio la puntuale applicazione; né dell'art. 34, in quanto la Corte non avrebbe negato alla giunta la competenza nell'attività amministrativa; né, infine, dell'art. 5 delle norme di attuazione concernenti il controllo sugli atti della Regione, in ordine al quale la censura non sarebbe motivata. La difesa del Presidente del Consiglio dei ministri esclude che la legge regionale n. 31 del 1998 abbia carattere realmente innovativo, aggiungendo alla legge e al regolamento, ai fini della disciplina dei servizi, gli atti di organizzazione. Anche prima esistevano atti di organizzazione diversi dalla legge o dal regolamento, e ciò si ricaverebbe dall'art. 71 della legge regionale, che altrimenti sarebbe una disposizione superflua. Infine, la tesi, prospettata nel ricorso introduttivo, secondo cui la Corte dei conti non avrebbe avuto il potere di dichiarare l'inefficacia di un atto non sottoposto al visto e alla registrazione, è ritenuta dall'Avvocatura contraria alla ratio della funzione di controllo, la quale consiste nella possibilità che un organo sindachi a fini di riparazione o di prevenzione, e in vista della salvaguardia degli interessi sui quali è chiamato a vigilare, l'operato di altri organi. 3. - In prossimità dell'udienza, la Regione autonoma della Sardegna ha depositato una memoria illustrativa. Quanto all'eccezione di inammissibilità del ricorso, sollevata dall'Avvocatura sul rilievo che il decreto in questione sarebbe un tipico caso di regolamento di organizzazione, la Regione replica che la "tipizzazione" dei regolamenti regionali e degli atti di organizzazione relativi agli uffici della Regione Sardegna risulta stabilita dalla legge regionale n. 31 del 1998, la quale, agli artt. 2, 13, 14 e 71, affida ad un atto amministrativo generale, e non ad un regolamento, l'istituzione, la modifica e la soppressione dei servizi.