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Il Comitato si sofferma sulla distinzione tra sedazione profonda ed eutanasia e ritiene che la sedazione profonda continua, che si estende fino alla perdita di coscienza del paziente, vada ritenuta un trattamento sanitario e non vada confusa con l'eutanasia o con il suicidio assistito o l'omicidio del consenziente. Le condizioni indispensabili per l'attuazione della sedazione profonda sono: una malattia inguaribile in uno stadio avanzato; la morte imminente, generalmente attesa entro poche ore o pochi giorni; la presenza di uno o più sintomi refrattari o di eventi acuti terminali con sofferenza intollerabile per il paziente; il consenso informato del paziente; la sedazione palliativa non provoca la morte. Al contrario è un atto di cura, il cui obiettivo è esclusivamente calmare il dolore quando la persona è giunta al termine della vita e i farmaci non hanno più effetto contro la sofferenza. È il primo dei punti fermi che la Società italiana di cure palliative (SICP) ha posto per diradare la confusione nata intorno al rapporto tra sedazione profonda ed eutanasia, così come spesso emerge dalle pagine di cronaca. La Società italiana di cure palliative evidenzia in modo esatto l'esistenza delle cure palliative e il diritto alla sedazione ove sia il caso, senza scambiare l'esistenza delle cure palliative con le vari forme di suicidio assistito, come se le due pratiche fossero un'alternativa analoga. Sono cose antitetiche, anche se per qualcuno può passare l'idea che la sedazione sia una forma soft di eutanasia. I destinatari della sedazione profonda sono malati giunti agli ultimi giorni di vita, che presentano sintomi ormai refrattari al trattamento farmacologico. La sedazione non è sempre indispensabile nel fine vita; tra i malati terminali ne ha bisogno un 20 per cento, e occorre grande competenza per somministrare la sedazione profonda, che va personalizzata con "scienza e umanità", come disse Cecily Saunders, fondatrice della cultura della palliazione; riguardo alle cure palliative nella sentenza della Corte costituzionale, il recente dibattito legato al caso Fabo-Cappato ha indotto la Corte costituzionale ad intervenire per fare chiarezza su di un punto in cui la legge n. 38 del 2010 sulle cure palliative intercetta la legge n. 219 del 2017 sulle disposizioni anticipate di trattamento, o meglio sul consenso informato, che ruota interamente intorno al concetto di autodeterminazione del paziente: questi può spingersi fino a rifiutare ogni tipo di trattamento, compresi quelli salvavita e la stessa nutrizione e idratazione. La Corte costituzionale, interpellata su questo aspetto concreto, ha ritenuto che la legge n. 219 del 2017 lasciasse la porta aperta ad eventuali richieste del paziente in termini di aiuto al suicidio. La sentenza della Corte afferma che il medico non è obbligato ad aiutare un paziente a togliersi la vita, ma non è punibile per il reato di aiuto nel suicidio, sempre che sia stato espletato in precedenza un percorso di cure palliative, e ha posto una serie di vincoli, entro i quali dovrà muoversi la nuova legge sul fine vita. Tra questi, l'obbligatorietà delle cure palliative e altri due vincoli: il parere del comitato etico territorialmente competente e la necessità che il tutto avvenga in una struttura sanitaria pubblica. Altro importante chiarimento: "La presente declaratoria di illegittimità costituzionale si limita a escludere la punibilità dell'aiuto al suicidio nei casi considerati, senza creare alcun obbligo di procedere a tale aiuto in capo ai medici". Nel testo della Consulta il termine "eutanasia" non ricorre mai, nemmeno una volta; la Consulta pone come regola la tutela della vita, e come eccezione assoluta l'accoglienza delle istanze di morte, sempre e solo dopo aver esperito tutte le possibili terapie palliative. Insomma: lungi dall'obbligare il Parlamento a "sdoganare" l'eutanasia, i giudici costituzionali sembrano auspicare l'apertura di una stretta via d'uscita per un ridotto numero di casi limite, uniche situazioni nelle quali, a loro avviso, le leggi attuali non tutelano i principi sanciti dalla nostra Carta fondamentale, impegna il Governo a valutare la possibilità di: 1) promuovere una piena attuazione della legge n. 38 del 2010 attraverso nuove politiche sanitarie per le cure palliative, funzionali a "un cambiamento di paradigma, che prevede una cura della persona, non una cura della malattia". In particolare, a tenere presenti i tre obiettivi previsti nell'articolo 1 della legge: tutela della dignità e dell'autonomia del malato, senza alcuna discriminazione; tutela e promozione della qualità della vita fino al suo termine; adeguato sostegno sanitario e socio-assistenziale della persona malata e della famiglia; 2) rendere operativa la "terapia del dolore" su tutto il territorio nazionale, considerando, alla luce della legge n. 38 del 2010, l'insieme di interventi diagnostici e terapeutici volti ad individuare e ad applicare alle forme morbose croniche idonee e appropriate terapie farmacologiche, chirurgiche, strumentali, psicologiche e riabilitative, tra loro variamente integrate, allo scopo di elaborare idonei percorsi diagnostico-terapeutici per la soppressione e il controllo del dolore; 3) promuovere per le cure palliative e la terapia del dolore una forma organica di "assistenza domiciliare", in cui si garantisca l'insieme degli interventi sanitari, socio-sanitari e assistenziali che consentono l'erogazione di cure palliative e di terapia del dolore al domicilio della persona malata, con interventi di base, coordinati dal medico di medicina generale, e interventi dell' équipe specialistica di cure palliative, di cui il medico di medicina generale è in ogni caso parte integrante, garantendo una continuità assistenziale ininterrotta; 4) incrementare in tutti i bilanci regionali le risorse per la diffusione delle cure palliative a favore di adulti e di bambini, per assicurare entro tre anni gli standard minimi di assistenza domiciliare indicati dal decreto ministeriale n. 43 del 2007 e di assistenza integrata, con le relative strutture a rete e di ospedalizzazione specializzata ( hospice ), compresi i "luoghi di sollievo" pediatrico; 5) approvare protocolli e percorsi formativi, attualmente assenti, nella programmazione nazionale, per la partecipazione del terzo settore e dei volontari, nonché delle famiglie nelle reti ospedaliere e domiciliari della palliazione, come previsto dalla legge n. 38 del 2010; 6) promuovere presso le autorità ministeriali e la Conferenza Stato-Regioni nuove linee guida e un piano tariffario specifico (DGR) per le cure palliative, stabilendo adeguati criteri di ripartizione del fondo sanitario nazionale fra le Regioni ; 7) sollecitare presso le facoltà di Medicina e chirurgia una rimodulazione di tutti i corsi di laurea per le professioni sanitarie, a cominciare dagli studenti di medicina, per un sensibile incremento dei crediti dedicati alle cure palliative, estendendoli anche alle scuole di specializzazione e istituendo appositi master di primo e secondo livello; 8) prevedere fondi dedicati per la ricerca nel campo delle cure palliative, considerando ambiti particolari come la art therapy , la musicoterapia e la psicoterapia individuale e di gruppo; 9) avviare già dal corrente anno campagne informative e di sensibilizzazione della popolazione e dei medici in ordine all'accesso alle cure palliative;