[pronunce]

ORDINANZA ha pronunciato la seguentenel giudizio di legittimità costituzionale dell'art. 14, comma 5-quinquies, del decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286 (Testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell'immigrazione e norme sulla condizione dello straniero), come sostituito dall'art. 1, comma 6, del decreto-legge 14 settembre 2004, n. 241 (Disposizioni urgenti in materia di immigrazione), convertito, con modificazioni, dalla legge 12 novembre 2004, n. 271, promosso dal Tribunale di Paola, sezione distaccata di Scalea, con ordinanza del 14 novembre 2007, iscritta al n. 182 del registro ordinanze 2008 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 25, prima serie speciale, dell'anno 2008. Udito nella camera di consiglio dell'11 febbraio 2009 il Giudice relatore Gaetano Silvestri. Ritenuto che il Tribunale di Paola, sezione distaccata di Scalea, ha sollevato, in riferimento agli artt. 3 e 13 della Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell'art. 14, comma 5-quinquies, del decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286 (Testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell'immigrazione e norme sulla condizione dello straniero), come sostituito dall'art. 1, comma 6, del decreto-legge 14 settembre 2004, n. 241 (Disposizioni urgenti in materia di immigrazione), convertito, con modificazioni, dalla legge 12 novembre 2004, n. 271, nella parte in cui prevede l'arresto obbligatorio, anziché meramente facoltativo, per il delitto di cui all'art. 14, comma 5-ter, del medesimo decreto legislativo; che, nel giudizio principale, il rimettente deve valutare una richiesta di convalida dell'arresto di un cittadino extracomunitario, cui si contesta l'inottemperanza all'ordine impartitogli dal questore, ai sensi dell'art. 14, comma 5-bis, del d.lgs. n. 286 del 1998, di allontanarsi entro cinque giorni dal territorio dello Stato; che l'arrestato risulta – all'esito degli accertamenti dattiloscopici – privo di precedenti penali e giudiziali e mai segnalato alla polizia; che il giudice a quo ha disposto la sola sospensione del procedimento di convalida, sottolineandone l'autonomia dal giudizio di merito, data la sua finalizzazione esclusiva alla verifica della legittimità della privazione di libertà intervenuta in via di urgenza (è richiamata la sentenza n. 54 del 1993 della Corte costituzionale); che il rimettente evidenzia la maggiore ampiezza del controllo che caratterizza la verifica giudiziale sull'operato della polizia giudiziaria nei casi di arresto facoltativo rispetto a quelli di arresto obbligatorio, in quanto nei primi il vaglio si estende alla valutazione dei presupposti sostanziali della misura limitativa della libertà (gravità del fatto, pericolosità dell'agente), avuto riguardo agli elementi conosciuti e conoscibili da parte della polizia al momento del fatto (è richiamata Cassazione penale, sentenza n. 14474 del 2007); che, inoltre, il giudice a quo osserva come l'arresto obbligatorio, in quanto caratterizzato dall'automatismo che esclude la valutazione dell'utilità «in concreto» della misura privativa della libertà personale, possa essere previsto solo entro i limiti fissati dall'art. 13, terzo comma, Cost., vale a dire «in casi eccezionali di necessità ed urgenza»; che il rimettente procede ad una ricognizione del sistema delle misure precautelari, osservando come i limiti configurati dalla Costituzione trovino positiva specificazione nei criteri generali stabiliti nell'art. 380, commi 1 e 2, del codice di procedura penale; che infatti, in applicazione del criterio quantitativo (comma 1), l'arresto obbligatorio è previsto per tutti i delitti non colposi puniti con l'ergastolo o con la reclusione non inferiore nel massimo a venti anni e nel minimo a cinque anni, mentre, in base al criterio qualitativo (comma 2), l'arresto obbligatorio in flagranza è imposto per tutelare speciali esigenze di difesa sociale della collettività, a fronte di reati, tassativamente indicati, puniti con pene inferiori a quelle previste per i reati indicati nel comma che precede; che le disposizioni contenute nei due commi citati dell'art. 380 cod. proc. pen. , secondo il giudice a quo, troverebbero l'elemento di unificazione in una presunzione assoluta di pericolosità dell'agente, desumibile dalla gravità oggettiva del fatto (comma 1), ovvero da una valutazione compiuta dal legislatore sulla base delle caratteristiche del reato (comma 2), trattandosi comunque, in questi ultimi casi, di condotte sanzionate con pene edittali elevate, notevolmente superiori a quelle fissate per il reato previsto dall'art. 14, comma 5-ter, del d.lgs. n. 286 del 1998, punito con la reclusione da uno a quattro anni; che, pertanto, il legislatore avrebbe accomunato irragionevolmente, e con effetti discriminatori, ai fini della applicazione della misura precautelare, fattispecie non comparabili sia sotto il profilo del trattamento sanzionatorio, sia sotto il diverso profilo dell'allarme sociale; che infatti, a parere del rimettente, l'inottemperanza all'ordine del questore di lasciare il territorio nazionale non produrrebbe alcuna offesa diretta ad interessi costituzionalmente rilevanti, trattandosi di un «reato ostacolo», né si potrebbe ritenere che il cittadino extracomunitario sia socialmente pericoloso in ragione dello «stato di clandestinità» o perché illegalmente presente nel territorio nazionale; che il giudice a quo istituisce, quindi, un ulteriore raffronto tra il reato in esame ed altre fattispecie incriminatrici che presenterebbero struttura analoga ad esso, risultando peraltro direttamente o potenzialmente lesive di interessi collettivi, per le quali il legislatore ha previsto l'arresto in flagranza soltanto facoltativo; che il rimettente richiama il reato di evasione, previsto dall'art. 385 cod. pen. , che si sostanzia nella violazione di un provvedimento emesso dall'autorità giudiziaria e «non di un semplice provvedimento amministrativo», da parte di un soggetto che, per il solo fatto di essere detenuto per altra causa, dovrebbe presumersi socialmente pericoloso; che il raffronto prosegue con il richiamo al reato previsto dall'art. 9, secondo comma, della legge 27 dicembre 1956, n. 1423 (Misure di prevenzione nei confronti delle persone pericolose per la sicurezza e per la pubblica moralità), che punisce l'inosservanza agli obblighi e alle prescrizioni inerenti alla sorveglianza speciale con la reclusione da uno a cinque anni, e per il quale il comma terzo della stessa disposizione prevede l'arresto soltanto facoltativo; che anche in questa ipotesi – evidenzia il giudice a quo – l'inosservanza riguarda un provvedimento dell'autorità giudiziaria e l'elevata pericolosità sociale dell'agente è stata già accertata giudizialmente;