[pronunce]

giacché, anche presenziando al processo, l'imputato non potrebbe comunque esercitare il suo “diritto” al rito semplificato in rapporto alla nuova ipotesi accusatoria, proprio in quanto formulata allorché il termine per la relativa richiesta risulta ormai spirato. Donde la ritenuta esigenza costituzionale di un intervento correttivo, inteso ad evitare che eventuali inesattezze o negligenze del pubblico ministero – in punto di “estrazione” dell'imputazione corretta dagli atti di indagine – finissero per sviare irrimediabilmente le scelte dell'imputato relative al rito. Nell'odierno frangente, si discute, al contrario, di modifiche dell'imputazione che intervengono prima dello sbarramento processuale ai riti alternativi: modifiche in relazione alle quali l'impossibilità di accedere ai riti alternativi non è affatto assoluta e irrimediabile, ma dipende, viceversa – secondo quanto dianzi rimarcato – da scelte processuali dell'imputato. Nella stessa sentenza n. 265 del 1994, del resto, questa Corte non ha mancato di segnalare che il problema di costituzionalità che essa intendeva risolvere in tanto veniva a porsi, in quanto l'erroneità o l'incompletezza originaria dell'imputazione non fosse stata «sanata» attraverso il «meccanismo di adeguamento delle imputazioni» nell'udienza preliminare, previsto dalla norma dell'art. 423 cod. proc. pen. , oggi denunciata. Quanto, poi, all'ulteriore censura di violazione dell'art. 3 Cost., si deve osservare che se pure è vero che – alla luce della più recente giurisprudenza di questa Corte – l'udienza preliminare si qualifica ormai come «momento di giudizio», di natura non meramente processuale (sentenze n. 335 del 2002 e n. 224 del 2001; ordinanze n. 20 e n. 90 del 2004; n. 269 e n. 271 del 2003; n. 367 e n. 490 del 2002), ciò non vale ancora, però, ad elidere le marcate differenze contenutistiche rispetto alla fase dibattimentale: rimanendone esclusa, di conseguenza, l'esigenza di una totale omologazione delle due fasi, in punto di modalità di esplicazione del diritto di difesa. Se anche, infatti – in conseguenza segnatamente della novellazione operata dalla legge n. 479 del 1999 – i poteri istruttori del giudice dell'udienza preliminare risultano significativamente accresciuti rispetto al passato, la «piattaforma cognitiva» della sua decisione non attinge però certamente alla pienezza dell'istruttoria dibattimentale. Soprattutto, detta decisione resta calibrata – in chiave di «prognosi sulla … possibilità di successo» dell'accusa «nella fase dibattimentale» (sentenza n. 335 del 2002) – sull'alternativa fra il proscioglimento ed il rinvio a giudizio, con esclusione della possibilità di condanna. Senza considerare, poi, che la stessa sentenza di non luogo a procedere è dotata solo di una limitata efficacia preclusiva, stante la prevista possibilità di riapertura delle indagini a seguito di nuove acquisizioni (artt. 434 e seguenti cod. proc. pen.). In tale ottica, resta dunque valido il rilievo, formulato da questa Corte in relazione ad analogo quesito di costituzionalità, per cui «il mutamento del quadro di accusa ben può ricevere …, quanto a modalità di contestazione» – e particolarmente in relazione al caso in cui l'imputato sia rimasto, per sua scelta, contumace – «una disciplina difforme e più snella rispetto a quella dettata per il dibattimento» (ordinanza n. 185 del 2001).. per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE dichiara non fondata la questione di legittimità costituzionale dell'art. 423, comma 1, del codice di procedura penale sollevata, in riferimento agli artt. 3 e 24, secondo comma, della Costituzione, dal Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Milano con l'ordinanza in epigrafe. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il l'8 novembre 2006. F.to: Franco BILE, Presidente Giovanni Maria FLICK, Redattore Giuseppe DI PAOLA, Cancelliere Depositata in Cancelleria il 21 novembre 2006. Il Direttore della Cancelleria F.to: DI PAOLA