[pronunce]

, e il Tribunale di Firenze, con ordinanza emessa il 21 febbraio 2007 (r.o. n. 587 del 2007), hanno sollevato, in riferimento agli artt. 3 e 27, terzo comma, Cost., analoga questione di legittimità costituzionale dell'art. 69, quarto comma, cod. pen. , nella parte in cui sancisce il divieto di prevalenza delle circostanze attenuanti sulle circostanze inerenti la persona del colpevole, nel caso previsto dall'art. 99, quarto comma, cod. pen. ; che, ad avviso dei rimettenti – chiamati anch'essi a giudicare persone imputate di reati in materia di stupefacenti, con l'aggravante della recidiva reiterata, per fatti da ritenere di lieve entità – la norma impugnata violerebbe l'art. 3 Cost., in relazione ai principi di ragionevolezza e di proporzionalità della pena; che, in particolare – secondo le ordinanze r.o. n. 516, n. 582, n. 675 e n. 676 del 2007 – col rendere inoperante, rispetto ai recidivi reiterati, la riduzione di pena prevista per l'attenuante di cui all'art. 73, comma 5, del d.P.R. n. 309 del 1990, la novella del 2005 determinerebbe non solo disparità di trattamento per situazioni fattuali omogenee (ad esempio, nel caso di detenzione di un quantitativo mimino di stupefacenti da parte di due soggetti in concorso, uno dei quali recidivo reiterato); ma anche risposte sanzionatorie più gravi per casi meno gravi (ad esempio, nel caso di detenzione di quantitativi minimi di stupefacente da parte del recidivo reiterato – anche se precedentemente condannato per reati di ingiuria, minaccia o lesioni – rispetto alla detenzione di quantitativi superiori da parte di soggetto incensurato, che possa fruire dell'attenuante); che tali considerazioni – secondo l'ordinanza r.o. n. 582 del 2007 – risulterebbero estensibili a tutti i casi nei quali il legislatore ha adottato la tecnica di commisurare la pena base in relazione alla fattispecie di reato più grave e di passare al trattamento sanzionatorio più mite attraverso il meccanismo dell'attenuante speciale (come, ad esempio, nell'art. 648, secondo comma, cod. pen.); donde una ulteriore disparità di trattamento fra tali ipotesi e quelle nelle quali il legislatore si è attenuto alla diversa tecnica di muovere dalla fattispecie più lieve, aumentando poi la pena in presenza di circostanze aggravanti (come, ad esempio, nell'art. 624 cod. pen. ): casi, questi ultimi, nei quali anche il giudizio di equivalenza fra la recidiva reiterata e una o più circostanze attenuanti, consentirebbe al reo di fruire del più mite trattamento sanzionatorio previsto per la fattispecie semplice; che la disposizione denunciata violerebbe, altresì – secondo tutte le ordinanze in questione – l'art. 27, terzo comma, Cost., impedendo al giudice di applicare, tramite il giudizio di comparazione tra circostanze, una pena proporzionata alla gravità del fatto commesso; con conseguente compromissione della funzione rieducativa della pena stessa; che l'art. 69, quarto comma, cod. pen. è sospettato di illegittimità costituzionale, nella medesima articolazione precettiva, dal Tribunale di Prato con ulteriore ordinanza emessa il 29 gennaio 2007 (r.o. n. 518 del 2007) , in riferimento al solo art. 3 Cost.; che il rimettente – chiamato a pronunciarsi su fattispecie cui dovrebbe ritenersi applicabile l'attenuante di cui all'art. 73, comma 5, del d.P.R. n. 309 del 1990 – rileva che, a causa della generalizzata preclusione del giudizio di prevalenza delle attenuanti sulla recidiva reiterata, due soggetti che detengano in concorso il medesimo quantitativo di stupefacenti vengono puniti in maniera estremamente diversificata, se uno dei due è recidivo reiterato; e un recidivo reiterato, che detenga un quantitativo minimo di stupefacente, viene punito in maniera estremamente più severa di un incensurato che detenga un quantitativo sensibilmente maggiore; che – secondo il giudice a quo – non varrebbe, al riguardo, obiettare che il recidivo reiterato, per la sua particolare pericolosità sociale, merita un trattamento sanzionatorio più rigoroso: giacché detta qualità potrebbe essere fatta valere, con «esame attento del caso specifico», tramite l'ordinario giudizio di comparazione tra circostanze, che consente (ma non impone) al giudice di ritenere le aggravanti prevalenti o equivalenti rispetto alle attenuanti; che, con ordinanza emessa il 13 febbraio 2007 (r.o. n. 606 del 2007), la Corte d'appello di Torino ha sollevato, in riferimento agli artt. 3, 25, secondo comma, e 27, terzo comma, Cost., questione di legittimità costituzionale dell'art. 69, quarto comma, cod. pen. , come modificato dall'art. 3 della legge n. 251 del 2005, nella parte in cui prevede il divieto di prevalenza della circostanza attenuante di cui all'art. 73, comma 5, del d.P.R. n. 309 del 1990 sulla circostanza aggravante della recidiva reiterata; che la Corte rimettente premette di essere investita dell'appello proposto dal difensore avverso la sentenza, emessa a seguito di giudizio abbreviato, che aveva ritenuto l'imputato responsabile del delitto di cessione e detenzione illecite di sostanza stupefacente, con l'aggravante della recidiva reiterata; sentenza che – concesse le attenuanti di cui agli artt. 73, comma 5, del d.P.R. n. 309 del 1990 e 62-bis cod. pen. – aveva condannato l'imputato stesso, con la diminuzione connessa al rito, alla pena di anni quattro di reclusione ed euro 18.000 di multa; che – con riferimento al motivo di appello volto ad ottenere la riduzione della pena inflitta – il giudice a quo esclude che il divieto di prevalenza previsto dall'art. 69, quarto comma, cod. pen. possa essere reso inoperante dal giudice, semplicemente decidendo – stante il carattere discrezionale dell'applicazione della recidiva reiterata – di non tenere conto della stessa nel calcolo della pena; che, infatti, il divieto in questione è stabilito dalla norma censurata con riferimento all'ipotesi in cui le circostanze aggravanti siano «ritenute»: formula, questa, che lascerebbe intendere come sia sufficiente che il giudice reputi corretta la contestazione della recidiva reiterata, affinché il divieto stesso divenga operativo; che, in tale ottica, tuttavia, la norma impugnata comprometterebbe l'art. 27, terzo comma, Cost., ponendo un limite alla discrezionalità del giudice nella determinazione della pena: limite legato ad una qualità personale del colpevole (essere già stato condannato almeno due volte per delitto), che può comportare l'applicazione di pene sproporzionate per eccesso rispetto alla gravità oggettiva del fatto, inidonee ad esplicare effetti risocializzanti proprio perché percepite come inique dal condannato;