[pronunce]

Nonostante l'attività processuale svolta, la parte civile potrebbe ottenere solo la condanna dell'imputato alle spese processuali, in violazione dei principi di ragionevolezza e di ragionevole durata del processo, sanciti dagli artt. 3 e 111 Cost. Infine, anche la fissazione del termine per la proposizione della richiesta dell'imputato nella prima udienza utile successiva alla pubblicazione della legge, anziché a far data dall'entrata in vigore di questa, contrasterebbe con l'art. 3 Cost. e con il principio di ragionevole durata del processo. Secondo il rimettente, infatti, ogni imputato, proprio perché obbligatoriamente assistito da un difensore, è in grado di valutare l'opportunità di avvalersi della facoltà di chiedere la pena concordata fin dal momento in cui la legge è pubblicata. La costante assistenza della difesa tecnica avrebbe perciò dovuto consigliare di collocare l'opzione per il rito alternativo nella prima udienza utile successiva all'entrata in vigore della legge, nell'assoluto rispetto dell'art. 24 Cost. L'ulteriore spatium deliberandi accordato all'imputato dalla disposizione in esame sarebbe perciò istituto affatto 'singolare', lesivo senza alcuna necessità del principio della ragionevole durata del processo. 1.1. - È intervenuto nei giudizi il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che le questioni siano dichiarate inammissibili e comunque infondate. Ad avviso dell'Avvocatura, la normativa sul così detto 'patteggiamento allargato' è frutto di una scelta del legislatore, effettuata a fini deflativi, del tutto ragionevole se si considera che la sentenza di patteggiamento non è di regola appellabile - salvo per il pubblico ministero in caso di dissenso - e che il termine di cui all'art. 446, comma 1, cod. proc. pen. può essere oltrepassato solo in via transitoria; inoltre la richiesta di applicazione della pena, ove sia stata già presentata e respinta in precedenza, deve necessariamente essere 'nuova', «non potendosi riproporre una richiesta analoga». Anche l'art. 111 Cost. sarebbe richiamato impropriamente, non solo perché l'istituto dell'applicazione della pena su richiesta «non sembra rientrare nei casi contemplati dall'art. 111 della Costituzione che, ove correttamente letto, riguarda la fase dibattimentale», ma anche perché durante la sospensione non decorrono i termini di prescrizione e di custodia cautelare. 2. - Con ordinanza del 7 luglio 2003 (r.o. n. 922 del 2003) il Tribunale di Torino ha sollevato, in riferimento ai medesimi parametri costituzionali, questione di legittimità costituzionale dell'art. 1, comma 1, e dell'art. 5, commi 1 e 2, della legge n. 134 del 2003, delimitandola alla parte in cui tali norme dettano una disciplina transitoria applicabile anche nei processi in corso di trattazione in dibattimento «per reati che sarebbero già stati prima patteggiabili ad una pena contenuta entro i due anni di reclusione ed in cui l'imputato non aveva presentato alcuna proposta in tal senso», e prevedono che il termine di sospensione di quarantacinque giorni decorre, in tali processi, dalla prima udienza utile, anziché dall'entrata in vigore della legge. Il rimettente premette che durante la fase dell'istruzione dibattimentale il pubblico ministero ha formulato richiesta di applicazione della pena nella misura di un anno e sei mesi di reclusione e trecento euro di multa ex artt. 444, comma 1, cod. proc. pen. e 5, comma 1, della legge n. 134 del 2003, essendo già decorsi «i termini previsti dagli artt. 446, comma 1, e 555, comma 2, cod. proc. pen.». Conseguentemente il difensore dell'imputato, il quale, pur avendone l'opportunità, non aveva in precedenza avanzato alcuna richiesta di patteggiamento, ha chiesto la sospensione del dibattimento «per un periodo non inferiore a quarantacinque giorni per valutare l'opportunità» di aderire alla richiesta del pubblico ministero. Il giudice a quo ritiene che la disciplina censurata violi il principio di ragionevolezza e il principio di ragionevole durata del processo, sulla base di argomentazioni del tutto sovrapponibili a quelle svolte dai Tribunali di Firenze e di Roma, sottolineando tuttavia i profili di illegittimità costituzionale discendenti dalla «generalizzata restituzione in termini per la proposizione (o riproposizione) della richiesta di patteggiamento anche per reati in precedenza patteggiabili con pena contenuta entro i due anni di reclusione ed anche nei casi in cui l'imputato non abbia mai manifestato in passato la volontà di accedere al patteggiamento e sia stato, di conseguenza, dichiarato aperto il dibattimento». Secondo il rimettente, infatti, la possibilità di proporre istanza di applicazione della pena ex art. 444 cod. proc. pen. in misura non superiore a due anni di reclusione, già prevista prima dell'entrata in vigore della legge n. 134 del 2003, non è stata minimamente incisa dalla nuova legge, che non ha introdotto un «nuovo» istituto (vale a dire una sorta di «terzo» rito alternativo), ma lo ha più semplicemente «ridisegnato […], ampliandone l'ambito di applicazione» e tracciando «un'inedita linea di demarcazione rappresentata dalla negoziazione di una pena detentiva non superiore ai due anni», in relazione alla quale sono rimasti inalterati sia «l'operatività dei benefici originariamente collegati alla scelta del rito», sia l'«accesso indiscriminato al patteggiamento, senza limitazioni cioè legate al tipo del reato o del suo autore». Ciononostante, la disciplina transitoria non solo prevede una «indiscriminata rimessione in termini nei confronti di tutti gli imputati, per tutti i reati ed in relazione a tutti i processi in corso, a prescindere dalla fase processuale in cui si trovano e, dunque, anche in fase di discussione», ma impone che a semplice richiesta sia concessa una sospensione del dibattimento di ben quarantacinque giorni anche a favore di chi «non ha mai presentato nei termini di cui agli artt. 446, comma 1, e 555, comma 2, cod. proc. pen. la benché minima proposta di patteggiamento», dimostrando «nei fatti» di non nutrire alcun interesse per tale rito. Con ciò realizzando, nella sostanza, un ingiustificato allungamento dei tempi processuali, contrario alla ratio del rito alternativo e «opposto a quello dichiaratamente perseguito dal legislatore». 3. - Con due ordinanze di identico contenuto in data 30 giugno 2003 (r.o. n. 1060 e n. 1061 del 2003), il Tribunale di Roma ha sollevato, in riferimento agli artt. 3 e 111 Cost., questioni di legittimità costituzionale dell'art. 1, comma 1, e dell'art. 5, commi 1, 2 e 3, della legge n. 134 del 2003, in parte coincidenti con le precedenti.