[pronunce]

n. 150 del 2022, non potrebbe d'altra parte ritenersi che la fissazione di limiti per la permanenza nel domicilio della persona condannata, contenuta nell'art. 71, comma 1, lettera c), del medesimo decreto legislativo fosse imposta dal rispetto del principio di legalità della pena. Da un lato, infatti, una simile giustificazione potrebbe al più «attagliarsi esclusivamente all'individuazione del limite minimo di 12 ore, e non certo a quella del limite massimo di 20 ore di permanenza nel domicilio da parte della persona condannata»; dall'altro lato, tali limiti di permanenza fonderebbero «veri e propri diritti in capo alla persona condannata, che non trovano rispondenza alcuna nell'intero sistema dell'esecuzione della pena detentiva, sia infra-muraria sia extra-muraria». La disciplina introdotta dall'art. 71, comma 1, lettera c), del d.lgs. n. 150 del 2022 creerebbe inoltre «proprio ciò che il criterio di delega mirava ad impedire», ossia una irragionevole disparità di trattamento nelle modalità di esecuzione della detenzione domiciliare, a seconda che essa sia adottata quale pena sostitutiva, o quale misura alternativa della detenzione, a dispetto della «omogeneità dello status» tra condannati che fruiscano dell'una o dell'altra misura, con conseguente violazione anche dell'art. 3 Cost. Conseguentemente, il giudice a quo auspica una pronuncia che sostituisca al frammento normativo censurato la previsione secondo cui la detenzione domiciliare sostituiva venga espiata «nelle modalità stabilite dall'articolo 284 del codice di procedura penale, le quali sono richiamate dall'art. 47 ter, comma 4, l. 354 del 1975 e dall'art. 47 quinquies comma 3 l. 354 del 1975». 1.2.2.- Parimenti lesiva degli artt. 3, 27 e 76 Cost. sarebbe la disciplina recata dall'art. 71, comma 1, lettera s), del d.lgs. n. 150 del 2022, nella parte in cui, modificando il primo comma dell'art. 69 della legge n. 689 del 1981, dispone che «[p]er giustificati motivi, attinenti alla salute, al lavoro, allo studio, alla formazione, alla famiglia o alle relazioni affettive, al condannato alla pena sostitutiva [...] della detenzione domiciliare possono essere concesse licenze per la durata necessaria e comunque non superiore nel complesso a quarantacinque giorni all'anno». La possibilità, per il condannato alla detenzione domiciliare sostitutiva, di fruire di licenze costituirebbe «un'innovazione assoluta che non trova rispondenza alcuna» nella disciplina della detenzione domiciliare quale misura alternativa, poiché la legge n. 354 del 1975 prevede la concessione di licenze solo in favore del condannato in regime di semilibertà (art. 52), oppure del destinatario di misure di sicurezza detentive (art. 53). La prevista operatività dell'istituto delle licenze per la detenzione domiciliare sostitutiva contravverrebbe così al criterio di uniformità di regolamentazione tra i due istituti, posto dall'art. 1, comma 17, lettera f), della legge delega, così violando l'art. 76 Cost. Sarebbe altresì vulnerato l'art. 3 Cost., poiché il condannato alla detenzione domiciliare sostitutiva godrebbe, senza alcuna ragionevole giustificazione, di un trattamento privilegiato rispetto al condannato che fruisca dell'omonima misura alternativa, potendo egli beneficiare di quarantacinque giorni annui di licenza, computabili, ex art. 53-bis, comma 1, ordin. penit. , nella durata della pena, giusta il disposto dell'art. 76, primo comma, della legge n. 689 del 1981, come modificato dall'art. 71, comma 1, lettera bb) del d.lgs. n. 150 del 2022. 1.2.3.- Analoghi dubbi di legittimità costituzionale, in riferimento agli artt. 3 e 76 Cost, solleverebbe infine l'art. 71, comma 1, lettera v), del d.lgs. n. 150 del 2022, nella parte in cui, modificando l'art. 76, secondo comma [recte: l'art. 72, primo comma], della legge n. 689 del 1981, stabilisce che «[i]l condannato alla pena sostitutiva [...] della detenzione domiciliare che per più di dodici ore, senza giustificato motivo, [...] si allontana da uno dei luoghi indicati nell'articolo 56 è punito ai sensi del primo comma dell'articolo 385 del codice penale». La disposizione contravverrebbe, questa volta, al criterio dettato dall'art. 1, comma 17, lettera n), della legge delega, che imponeva di mutuare dall'art. 47 ordin. penit. la disciplina relativa alla responsabilità penale per la violazione degli obblighi relativi alla detenzione domiciliare. Pur rinviando erroneamente all'art. 47 ordin. penit. - disposizione che regolamenta la diversa misura alternativa dell'affidamento in prova al servizio sociale - il menzionato art. 1, comma 17, lettera n), avrebbe infatti imposto un'omologazione di disciplina tra detenzione domiciliare sostitutiva e alternativa, «anche per quanto attiene la tutela penale dell'eventuale violazione della prescrizione [...] di non allontanarsi dal domicilio imposto per l'espiazione». In proposito, il censurato art. 71, comma 1, lettera v), del d.lgs. n. 150 del 2022 attribuirebbe rilevanza penale al solo allontanamento non autorizzato di dodici ore dal luogo di espiazione della pena del condannato alla detenzione domiciliare sostitutiva, laddove l'art. 47-ter, comma 8, ordin. penit. prevedrebbe, per il condannato che fruisca dell'omonima misura alternativa, che qualsiasi allontanamento non autorizzato configuri il reato di evasione di cui all'art. 385 cod. pen. Tale ulteriore disallineamento della disciplina della detenzione domiciliare sostitutiva rispetto a quella della detenzione domiciliare alternativa si porrebbe in contrasto con il menzionato criterio di delega di cui all'art. 1, comma 17, lettera n), della legge n. 134 del 2021, così violando l'art. 76 Cost.; e assieme introdurrebbe un «ingiustificato trattamento di favore» per il condannato alla detenzione domiciliare sostitutiva, in contrasto con l'art. 3 Cost. In questo caso, il rimettente auspica una pronuncia che riallinei la disciplina delle conseguenze penali dell'ingiustificato allontanamento dal domicilio a quelle previste dall'art. 47-ter, comma 8, ordin. penit. 2.- È intervenuto in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che le questioni siano dichiarate manifestamente inammissibili o, in ogni caso, manifestamente infondate. 2.1.- Quanto alla manifesta inammissibilità, il rimettente avrebbe anzitutto omesso di ricostruire adeguatamente la fattispecie oggetto del giudizio a quo e di esprimersi sull'effettiva accoglibilità dell'istanza di concordato in appello, così non motivando circa la rilevanza delle questioni sollevate, che apparirebbero premature e ipotetiche.