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È una parte dell'intervento necessario perché credo che dobbiamo fare ancora molto per tutelare il più grande patrimonio artistico e culturale del mondo. (Applausi) . CANGINI (FIBP-UDC) . Domando di parlare per dichiarazione di voto. PRESIDENTE. Ne ha facoltà. CANGINI (FIBP-UDC) . Signor Presidente, membri del Governo, colleghi senatori, credo che le Nazioni, così come gli individui, abbiano un carattere. Credo che il carattere delle Nazioni dipenda sostanzialmente dalle loro identità e dalle esperienze storiche che questi vivono, la biografia per le persone. Ogni Nazione ha una sua biografia. L'identità nazionale tradizionalmente si compone di religione, etnia e cultura. Di questi tre elementi, a mio avviso, il più centrale, il più decisivo e quello che davvero fa la differenza è la cultura. Non lo dico per vezzo, ma perché la cultura, in fin dei conti, riassume ed è figlia degli altri elementi (l'etnia e la religione) e delle vicissitudini storiche più che ogni altra cosa. Rafforzare l'affezione di un Paese nei confronti del proprio patrimonio culturale vuol dire rafforzare l'identità nazionale. Questo è vero per qualsiasi Stato, ma in modo particolare per un Paese come l'Italia, non tanto e non solo per il primato dei siti che l'UNESCO considera patrimonio dell'umanità, ma perché dai codici latini al Rinascimento più di ogni altra Nazione abbiamo forgiato, o comunque contribuito a forgiare la cultura e l'identità europea e, quindi, la cultura e l'identità occidentali. Non è un caso che dalle cosiddette leggi Bottai del 1939, alla straordinaria attività dell'allora ministro Benedetto Croce nella valorizzazione del paesaggio, fino alla nostra Costituzione repubblicana, le istituzioni, che fossero monarchiche o repubblicane nessuna differenza c'è stata, abbiano trattato con particolare attenzione e cura i nostri beni culturali e la nostra cultura in senso lato. Che questa tensione fosse e sia trasversale lo dimostrano gli atti dell'Assemblea costituente. Invito i colleghi che non l'avessero fatto a leggersi o a rileggersi i dialoghi tra un grande latinista comunista, Concetto Marchesi, e un giovane giurista democristiano che si chiamava Aldo Moro. Parlavano di questo, cioè di quello che divenne poi l'articolo 9 della Costituzione, che è un unicum nella storia costituzionale occidentale, perché abbiamo messo in Costituzione la tutela del nostro patrimonio. L'articolo 9 dice: «La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione». L'abbiamo messo in Costituzione e l'abbiamo messo tra i principi fondamentali della nostra Costituzione. Mi piace qui ricordare un discorso, un gran bel discorso che fece un Presidente della Repubblica, il Presidente della Repubblica italiana che più di ogni altro si è preoccupato di rivitalizzare il senso dell'identità nazionale e di rilegittimare una parola fino a quel momento proscritta, che era ed è la parola «Patria». Quel Presidente era Carlo Azeglio Ciampi. Nel 2003, conferendo le medaglie d'oro ai benemeriti della cultura e dell'arte, Ciampi disse (vado a leggere): «È nel nostro patrimonio artistico, nella nostra lingua, nella capacità creativa degli italiani che risiede il cuore della nostra identità, di quella Nazione che è nata ben prima dello Stato e ne rappresenta la più alta legittimazione. L'Italia, che è dentro ciascuno di noi, è espressa nella cultura umanistica, dall'arte figurativa, dalla musica, dall'architettura, dalla poesia, dalla letteratura di un unico popolo. L'identità nazionale degli italiani si basa sulla consapevolezza di essere custodi di un patrimonio culturale unitario che non ha uguali nel mondo». E finiva così il discorso di Carlo Azeglio Ciampi: «La promozione della sua conoscenza e la tutela del patrimonio artistico non sono dunque un'attività fra le altre per la Repubblica, ma una delle sue missioni più proprie, pubblica e inalienabile per dettato costituzionale e per volontà di una identità millenaria». Sono queste le ragioni per cui un disegno di legge che ha due meriti, il primo formale e funzionale, ma importante, chiarire qual è e in cosa consiste il patrimonio culturale italiano e l'altro prevedere un corpo nuovo di reati per punire con la dovuta durezza chi attenta a questo patrimonio, non può che avere il voto favorevole di Forza Italia. (Applausi) . URRARO (L-SP-PSd'Az) . Domando di parlare per dichiarazione di voto. PRESIDENTE. Ne ha facoltà. URRARO (L-SP-PSd'Az) . Signor Presidente, onorevoli colleghi, la tecnica di riforma normativa si inserisce in un attuale quadro normativo di tutela del patrimonio culturale, che è assicurata dalle disposizioni del decreto legislativo n. 42 del 2004 e da quelle del codice penale (ricettazione, riciclaggio, autoriciclaggio, furto, associazione per delinquere). È apparso lodevole l'intento di fornire una maggiore difesa alle violazioni che riguardano i beni del patrimonio culturale, anche perché nel decreto legislativo n. 42 del 2004 la tutela è apprestata con alcune contravvenzioni e alcuni delitti, con pene che apparivano relativamente inadeguate rispetto alla gravità degli illeciti ipotizzati. Di qui l'intero compendio di norme, tutte riconducibili alla sfera dei delitti e delle pene, che, seppur graduate in base alla gravità, appaiono talvolta di entità oggettivamente elevata, tenendo conto del fatto che alle aggravanti specifiche possono aggiungersi le aggravanti di parte generale. Sotto il profilo della tecnica normativa occorre evidenziare che si sono introdotte nuove fattispecie di reato basate sull'oggetto del reato, con ciò facendo assurgere a reato specifico non il comportamento in sé, ma il comportamento legato a un oggetto, anche se è apparsa forse particolarmente eccessiva la parcellizzazione dei comportamenti sanzionati, con alcune difficoltà operative e interpretative a cui si è posto comunque rimedio. Numerosi sono gli aspetti positivi: la previsione della responsabilità delle società, la previsione del sequestro per equivalente, la previsione della confisca allargata di cui all'articolo 240- bis del codice penale; strumenti che hanno dato buona prova nel contrasto alla criminalità in altri ambiti. La scelta della distrettualizzazione (l'opzione di attribuire la competenza in sede distrettuale per le indagini in materia di beni del patrimonio culturale) ha avuto una connotazione positiva, quella della centralizzazione delle indagini in capo a pochi uffici giudiziari, consentendo il migliore coordinamento investigativo e la gestione delle indagini, ma chiaramente presuppone un previo monitoraggio dell'effettiva efficacia di tale scelta, laddove questa esperienza, effettuata in altri settori, parimenti interessati dalle stesse disposizioni (si pensi agli articoli 640 e 615- ter del codice penale), non hanno sempre portato i risultati immaginati. Peraltro, poiché alla competenza distrettuale non è accompagnata anche la previsione della competenza della direzione distrettuale antimafia, all'accentramento delle indagini non corrisponde anche la previsione di una più estesa possibilità investigativa, che poteva essere offerta laddove tali reati fossero inseriti tra quelli di competenza delle DDA.