[pronunce]

6.2.- Ciò posto, per quanto attiene al primo dei dedotti profili di innovatività dell'art. 9, comma 1, lettera b), del d.P.R. n. 380 del 2001 - il cumulo dei limiti - si deve rilevare che il previgente art. 4, ultimo comma, della legge n. 10 del 1977 recava una disposizione non priva di ambiguità, prevedendo, in separate lettere: che l'«edificazione a scopo residenziale» fuori del perimetro dei centri abitati dovesse rispettare l'indice volumetrico di metri cubi 0,03 per metro quadrato di area edificabile (lettera a); che «nell'ambito dei centri abitati» fossero consentite solo opere di restauro, risanamento, manutenzione e consolidamento (lettera b); che le superfici coperte di «edifici e complessi produttivi» non potessero superare un decimo dell'area di proprietà (lettera c). Il Consiglio di Stato aveva ritenuto che la previsione della lettera c), da ultimo ricordata, e che qui rileva, non fosse riferibile alle aree interne ai centri abitati, in ordine alle quali la lettera b) poneva il divieto di nuove edificazioni (Consiglio di Stato, sezione quinta, 14 novembre 1996, n. 1368). Fuori dei centri abitati, per converso, l'edificazione a fini produttivi sarebbe rimasta soggetta al solo limite superficiario, e non anche a quello volumetrico, riferito dalla lettera a) alla sola edilizia residenziale (Consiglio di Stato, sezione quinta, 11 luglio 2002, n. 3884 ; Consiglio di Stato, sezione quinta, 8 gennaio 1998, n. 55 ; Consiglio di Stato, sezione quinta, 2 luglio 1993, n. 770): ciò in linea con l'esegesi qualificata come del tutto piana dal giudice a quo. Anche riconoscendo, peraltro, che sul punto si fosse formato un "diritto vivente" e che il legislatore delegato dovesse di esso tener conto, resta, tuttavia, il fatto che la sottoposizione degli interventi produttivi al solo limite della superficie coperta risultava incoerente con la ratio della previsione di standard di edificabilità nelle "zone bianche", in precedenza evidenziata. Il regime in questione si risolveva, infatti - come nota anche l'Avvocatura generale dello Stato - nell'ammissione di un'attività edificatoria sostanzialmente senza limiti, tramite lo sviluppo in verticale dei fabbricati. La conclusione risulta tanto più valida ove si consideri che - secondo quanto pure affermato dal Consiglio di Stato - ai fini dell'applicazione della norma abrogata, per «superficie coperta» doveva intendersi quella "di sedime", vale a dire la porzione di terreno su cui poggia la base del fabbricato, e non già il totale della superficie di calpestio. Quando aveva voluto fare riferimento a quest'ultima, il legislatore urbanistico si era, infatti, avvalso della diversa espressione «superficie lorda di pavimentazione» (Consiglio di Stato, sezione quinta, 8 gennaio 1998, n. 55 ; Consiglio di Stato, sezione quinta, 2 luglio 1993, n. 770). Di conseguenza, una volta che la base d'appoggio fosse rimasta contenuta entro il decimo dell'area di proprietà, il fabbricato avrebbe potuto svilupparsi in altezza ad libitum, anche grazie alla ripartizione in piani. È peraltro evidente che - se la norma mira a realizzare un contemperamento tra gli opposti interessi, riconoscendo ai proprietari di fondi siti in "zone bianche" una limitata facoltà edificatoria che non comprometta l'assetto del territorio e non pregiudichi le future scelte in sede di pianificazione - tali ultimi obiettivi verrebbero vanificati da un simile regime. Si deve, quindi, concludere che l'inequivoca estensione ai complessi produttivi del limite volumetrico, operata dal legislatore delegato, trovi giustificazione nell'esigenza di garantire la «coerenza logica e sistematica» della normativa considerata, in accordo con la direttiva del legislatore delegante. È ben vero che l'applicazione congiunta finisce, a sua volta, per svuotare di significato il limite superficiario, il quale resta di regola assorbito dal più incisivo limite di densità fondiaria. Ma si tratta di una incongruenza che, a differenza dell'altra, non mina la ratio legis: il limite superficiario congiunto potrà risultare superfluo, ma non è, in ogni caso, disfunzionale rispetto all'obiettivo perseguito, come invece sarebbe il limite superficiario autonomo. 6.3.- Un discorso analogo vale anche in rapporto alla limitazione della clausola di cedevolezza alle sole norme regionali più restrittive. Come meglio si verificherà poco oltre, la previsione di limiti invalicabili all'edificazione nelle "zone bianche", per la finalità ad essa sottesa, ha le caratteristiche intrinseche del principio fondamentale della legislazione statale in materia di governo del territorio, coinvolgendo anche valori di rilievo costituzionale quali il paesaggio, l'ambiente e i beni culturali. In quest'ottica, la fissazione di standard rigorosi, ma cedevoli di fronte a qualsiasi regolamentazione regionale della materia - sulla falsariga di quanto previsto dalla norma anteriore - rappresenterebbe una soluzione contraddittoria. Come rilevato dal Consiglio di Stato nel dichiarare manifestamente infondate le questioni in esame, detta soluzione lascerebbe, infatti, aperta la possibilità che «eventuali legislatori regionali, prodighi di facoltà edificatorie, finiscano con il frustrare la ratio della disciplina in commento, compromettendo in modo tendenzialmente irreversibile interessi di rango costituzionale»: ragione per la quale «l'art. 9 individua un principio fondamentale della legislazione statale tale da condizionare necessariamente quella regionale a regolare solo in senso più restrittivo l'edificazione» (Consiglio di Stato, sezione quarta, 12 marzo 2010, n. 1461). Configurando gli standard considerati come limiti minimi, derogabili dalle Regioni solo nella direzione dell'innalzamento della tutela, il legislatore si è, quindi, novamente mosso nell'ambito della direttrice di delega del promovimento della coerenza logico-sistematica della disciplina. 7.- Infondata è anche l'ulteriore censura di violazione della potestà legislativa regionale in materia di «governo del territorio» (art. 117, terzo comma, Cost.). Secondo il rimettente, la limitazione della clausola di cedevolezza, di cui all'art. 9, comma 1, del d.P.R. n. 380 del 2001, alle sole norme regionali più restrittive farebbe sì che la regola del doppio limite, posta dal legislatore statale - costituente, in assunto, norma di dettaglio - resti applicabile anche quando la Regione abbia provveduto a dettare norme proprie più favorevoli, come è avvenuto nell'ipotesi in esame, contravvenendo così alle regole di riparto della potestà legislativa nelle materie di competenza concorrente. La giurisprudenza di questa Corte è, in effetti, costante nel ritenere che l'urbanistica e l'edilizia vadano ricondotte alla materia «governo del territorio», di cui all'art. 117, terzo comma, Cost.: