[pronunce]

non soltanto perché l'art. 6, comma 5, ha come destinatari inquilini nei cui confronti, attesa la prevedibile temporaneità del loro interesse ad occupare l'immobile locato (assegnatario di alloggio di edilizia residenziale pubblica o di ente previdenziale o assicurativo; prenotatario di alloggio cooperativo in costruzione; acquirente di alloggio in costruzione; proprietario di alloggio che abbia iniziato azione di rilascio), la procedura esecutiva appare inopportuna per lo sproporzionato disagio che essa creerebbe all'inquilino rispetto al vantaggio che ne conseguirebbe il locatore, ma anche perché, laddove ha come destinatari inquilini bisognosi di particolare protezione, li individua secondo criteri divergenti da quelli utilizzati dall'art. 80, comma 20, della legge n. 388 del 2000: in particolare, la prima norma considera disgiuntivamente le condizioni personali (età di 65 anni del conduttore, cinque o più figli a carico, presenza nel nucleo familiare e convivenza da almeno sei mesi di un portatore di handicap o di un malato terminale) e quelle reddituali (“tipizzate” nell'iscrizione nelle liste di mobilità o nella percezione di un trattamento di disoccupazione o di integrazione salariale), laddove la seconda norma esige sia le une (esistenza nel nucleo familiare di ultrasessantacinquenni o handicappati gravi) sia le altre (genericamente individuate nel non disporre di altra abitazione o di redditi sufficienti ad accedere all'affitto di una nuova casa). In secondo luogo, è del tutto evidente - e tale da dar conto anche delle segnalate differenze circa i requisiti soggettivi - il meccanismo radicalmente diverso al quale le due norme danno vita: l'art. 6, comma 5, mira ad attenuare gli effetti, nei Comuni ad alta tensione abitativa, dell'entrata a regime del sistema “liberalizzato”, e pertanto prevede la possibilità per il giudice dell'esecuzione di accordare agli inquilini “normali”, per una sola volta ed a loro domanda, un termine di grazia non superiore a sei mesi con decreto avverso il quale è proponibile opposizione (camerale) e la possibilità di accordare agli inquilini “protetti” il differimento dell'esecuzione fino a diciotto mesi; l'art. 80, commi 20-22, invece, prevede una sospensione ex lege dell'esecuzione (al fine di consentire ai Comuni il reperimento di immobili da destinare agli sfrattati bisognosi) per il tempo dalla legge stessa (via via) indicato. La prima norma si ispira al sistema della graduazione, con conseguente previsione di un potere discrezionale del giudice dell'esecuzione quanto alla fissazione del momento del rilascio entro un termine determinato nel massimo dalla legge, laddove la seconda norma - prevedendo la sospensione automatica delle procedure per il tempo fissato dalla legge - risponde alla logica propria del (nominalmente) cessato regime c.d. vincolistico: sicché di quest'ultima norma (e non certamente della prima) questa Corte ha dovuto sottolineare, a fronte delle numerose proroghe che si sono succedute e che si sono sopra ricordate, che «la procedura esecutiva … non può essere paralizzata indefinitamente con una serie di pure e semplici proroghe, oltre un ragionevole limite di tollerabilità [in quanto] il legislatore … non può indefinitamente limitarsi … a trasferire l'onere relativo [alla protezione di categorie di soggetti bisognosi] in via esclusiva a carico del privato locatore» (sentenza n. 310 del 2003, che affronta un profilo di illegittimità costituzionale in questa sede non dedotto). Non è casuale, può aggiungersi, ma ulteriore conferma della profonda diversità delle due norme, che il decreto-legge n. 122 del 2002, nel disporre la terza proroga del termine di sospensione introdotto dalla legge n. 388 del 2000, abbia avvertito l'esigenza di creare un procedimento ad hoc - sostanzialmente inverso rispetto a quello di cui all'art. 6, commi 3 e 4, della legge n. 431 del 1998 - secondo il quale è il locatore a dover adire il giudice dell'esecuzione per contestare la sussistenza dei presupposti della sospensione dedotti dall'inquilino in sede di accesso dell'ufficiale giudiziario (deduzione di fronte alla quale l'ufficiale giudiziario deve arrestare la sua attività). In conclusione, la generica comune funzione di procrastinare il compimento dell'esecuzione forzata non è tale, a fronte delle radicali difformità quanto a presupposti e struttura che si sono indicate, da consentire di utilizzare l'art. 6, comma 5, della legge n. 431 del 1998, quale tertium comparationis nel sindacato di legittimità costituzionale, ex art. 3 della Costituzione, del censurato art. 80, comma 20, della legge n. 388 del 2000; sicché la relativa questione deve ritenersi infondata. 4.- Infondata è anche la questione sollevata con riguardo alla intrinseca irrazionalità della norma denunciata per la mancata previsione di ogni riferimento al momento in cui deve sussistere il possesso dei requisiti richiesti per usufruire della sospensione ex lege della procedura esecutiva di sfratto. Osserva questa Corte che la censura sarebbe fondata qualora davvero la norma consentisse esclusivamente la lettura che ne offre il giudice rimettente, ma deve escludersi che essa sia l'unica consentita dal suo tenore letterale, e sottolinearsi, per contro, che è ben possibile una sua interpretazione conforme al canone di ragionevolezza di cui all'art. 3 della Costituzione. L'art. 80, comma 20, della legge n. 388 del 2000, infatti, individua i beneficiari della sospensione negli “inquilini” nel cui “nucleo familiare” vi siano ultrasessantacinquenni o handicappati gravi. È del tutto evidente che la locuzione “nucleo familiare” non allude, qui, ad un concetto tecnico e ben definito (come fa, ad esempio, ai fini dell'individuazione dei beneficiari degli assegni familiari, l'art. 38 del d.P.R. n. 818 del 1957): ai fini del soddisfacimento dell'esigenza di godere di un'abitazione il legislatore ricorre - senza pretendere di interferire nella complessità e varietà dei rapporti interpersonali, con l'operare tra di essi selezioni che suonerebbero come ingerenze in sfere strettamente personali - ad una nozione empirica di nucleo familiare, in tal modo alludendo ad un rapporto dotato di un grado di stabilità e continuità tale da consentire di definirlo, a prescindere da (meramente eventuali) relazioni di coniugio, parentela o affinità, come afferente ad un “nucleo familiare”. Peraltro, la norma de qua richiede che l'ultrasessantacinquenne o l'handicappato grave sia inserito nel nucleo familiare dell'«inquilino», e cioè di soggetto che occupa l'immobile in questione in forza del titolo costituito dal contratto di locazione; laddove colui che occupa l'immobile dopo lo spirare del termine di durata della locazione è un “occupante senza titolo”, tenuto a corrispondere al proprietario non già il canone, bensì una indennità (appunto) di occupazione.