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Disposizioni per il riequilibrio delle competenze in materia di consulenza del lavoro e per l’introduzione di tutele per i professionisti. Onorevoli Senatori. -- La legge 11 gennaio 1979, n. 12, istitutiva della professione di consulente del lavoro, all'articolo 1, comprende, tra i soggetti abilitati a svolgere gli adempimenti in materia di lavoro, previdenza ed assistenza sociale dei lavoratori dipendenti, gli iscritti negli albi degli avvocati e procuratori legali, dei dottori commercialisti, dei ragionieri e periti commerciali. Inoltre il decreto legislativo 28 giugno 2005, n. 139, istitutivo dell'ordine dei dottori commercialisti e degli esperti contabili, attribuisce a quest'ultimi specifiche competenze in materia di lavoro, previdenza ed assistenza sociale dei lavoratori dipendenti. In particolare, l'articolo 1 della citata legge n. 12 del 1979, stabilisce che: «Tutti gli adempimenti in materia di lavoro, previdenza ed assistenza sociale dei lavoratori dipendenti, quando non sono curati dal datore di lavoro [ ... ] non possono essere assunti se non da coloro che siano iscritti nell'albo dei consulenti del lavoro [ ... ], nonché da coloro che siano iscritti negli albi degli avvocati e procuratori legali, dei dottori commercialisti, dei ragionieri e periti commercialisti». Nonostante il dettato normativo in materia di assegnazione di competenze sia chiaro ed esaustivo, le suddette categorie di professionisti -- perno stabile ed imprescindibile della nostra organizzazione sociale, culturale e lavorativa -- stanno subendo negli ultimi anni un'erosione delle loro competenze, ormai progressiva ed inesorabile, tale da risultare oltre che ingiustificata anche fonte di una profonda disparità. In particolare, parte della normativa in materia di fisco, politiche sociali e lavoro intervenute negli ultimi anni, a causa della probabile imprecisione o superficialità nell'elaborazione legislativa, ha creato confusione e discriminazioni riferendosi esplicitamente -- per questioni di competenza collettiva dei soggetti di cui all'articolo 1 della legge n. 12 del 1979 -- talvolta soltanto a singoli soggetti, talvolta definendo alcuni di essi «abilitati» ovvero «autorizzati» e facendone discendere ingiustificate disparità. I numerosi casi di disequilibrio normativo sono, nella pratica, spesso forieri di palesi violazioni del principio della libertà di concorrenza stabilito dalla normativa europea e rischiano di inficiare una delle ragioni d'essere primarie dell'Unione europea: la creazione di un mercato unico in cui tutti gli operatori economici possano interagire tra loro in libertà di azione e movimento. Tale principio, spesso impropriamente riferito alle sole imprese, deve necessariamente includere anche i liberi professionisti nonché i soggetti prestatori di servizi, in modo da riportare all'interno del mercato nazionale (e di conseguenza europeo) l'equilibrio necessario. L'articolo 1 del presente disegno di legge interviene sulla disciplina vigente relativa alle dimissioni telematiche, ai sensi della quale le stesse possono essere formalizzate dal dipendente anche tramite il consulente del lavoro, oltre che attraverso l’ispettorato territoriale del lavoro, patronati, organizzazioni sindacali, commissioni di certificazione, enti bilaterali, escludendo senza apparente ragione avvocati e commercialisti. La modifica proposta corregge questa disparità riportando la competenza in capo a tutti i soggetti riconosciuti e ricompresi nell'articolo 1 della citata legge n. 12 del 1979. Gli articoli 2 e 3, invece, agiscono in materia di assistenza nelle sedi conciliative e certificative, ove la normativa vigente esclude i commercialisti dalla possibilità di assistere le parti nel corso del tentativo obbligatorio di conciliazione nei licenziamenti per giustificato motivo oggettivo. Lo stesso avviene nel novero dei soggetti qualificati ad assistere il lavoratore ai fini della procedura di certificazione dell'assenza di requisiti stabiliti per la riconduzione al rapporto subordinato delle collaborazioni e per ciò che concerne le certificazioni di contratti. Incongruenze altrettanto significative sono presenti nella materia della responsabilità del professionista e della tutela assicurativa. Risulta evidente come la tutela del professionista dipenda in gran parte dalla possibilità dello stesso di assicurarsi contro i rischi connessi all'esercizio della sua attività. Per i commercialisti, in ragione della normativa attuale, sussiste nel nostro Paese l’impossibilità di assicurarsi contro i rischi connessi all’esercizio dell'attività professionale. Sebbene negli ultimi anni questo problema sia stato oggetto di una viva discussione trasformatasi in numerose proposte legislative, emendamenti ed interrogazioni parlamentari presentati e, nonostante la contemporanea introduzione di un generale obbligo di assicurazione professionale, continua a sussistere per i commercialisti il vincolo di «non assicurabilità» dal rischio delle sanzioni. Tutto questo espone la categoria a ingenti rischi e addirittura alla possibilità di dover rispondere e garantire con il loro patrimonio professionale a seguito di irregolarità non dolose e non sempre strettamente evitabili e controllabili, nonché all'ipotesi (tutt'altro che remota) di rispondere della condotta dello stesso cliente rappresentato senza avere alcuna responsabilità sulla medesima. Per questi motivi, la modifica proposta all'articolo 4 (capo II) corregge la conflittualità che caratterizza la normativa in vigore, aprendo all'obbligo di polizza professionale e spostando l'onere (eventuale) derivante dalle irregolarità commesse dall'intermediario al soggetto che ne ha realmente beneficiato. Il capo III (articoli 5 --15) prevede che sia applicato e garantito anche ai soggetti che svolgono attività professionale autonoma il diritto alla salute stabilito dalla nostra Costituzione all'articolo 32, prevendendone adeguate tutele in caso di malattia o infortunio. Un'efficace tutela, in tal senso -- ove applicata ai casi che vedono protagonisti i soggetti abilitati a svolgere gli adempimenti in materia di lavoro, previdenza ed assistenza sociale dei lavoratori dipendenti -- non può prescindere dal riconoscimento della sospensione degli adempimenti obbligatori che sono in capo al cliente del commercialista e che lo stesso, a seguito dell'interruzione forzata delle prestazioni professionali, non è in grado di poter espletare. In questo caso la sospensione si rende necessaria per far sì che l'impedimento del professionista non si ripercuota negativamente sul suo cliente in termini di sanzioni, sia per evitare che lo stesso, stante l'impedimento occorso al professionista, sia messo nelle condizioni di doversi rivolgere ad un altro consulente.. I MODIFICHE DELLA NORMATIVA VIGENTE 1 (Dimissioni telematiche) 1 Il comma 4 dell'articolo 26 del decreto legislativo 14 settembre 2015, n. 151, è sostituito dal seguente: « 4 . La trasmissione dei moduli di cui al comma 1 può avvenire anche per il tramite dei patronati, delle organizzazioni sindacali, dei soggetti di cui all'articolo 1 della legge 11 gennaio 1979, n. 12, delle sedi territoriali dell'Ispettorato nazionale del lavoro, nonché degli enti bilaterali e delle commissioni di certificazione di cui agli articoli 2, comma 1, lettera h) , e 76 del decreto legislativo 10 settembre 2003, n. 276». 2 (Certificazione dei contratti)