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Secondo fonti ucraine dell'Associazione nazionale dei medici veterinari italiani, l'incidenza dei casi di rabbia in Ucraina supererebbe significativamente il già rilevante numero dei casi notificati in Europa al Rabies bulletin Europe (265 in animali domestici, di cui 109 nei cani e 130 nei gatti, e 132 in animali selvatici); la rabbia è una zoonosi, ossia una malattia trasmissibile dall'animale all'uomo, che è causata dai Lyssavirus della famiglia Rhabdoviridae e che può colpire tutti i mammiferi (inclusi, dunque, gli esseri umani). La trasmissione avviene attraverso l'esposizione a saliva infetta e, una volta che i sintomi si manifestano, la rabbia è fatale sia per gli animali sia per gli esseri umani. In particolare, la rabbia causa ogni anno nel mondo più di 55.000 vittime; considerato che: il rischio di introdurre il virus della rabbia in Italia è elevato ed è rappresentato da ingressi di animali non comunicati ai servizi veterinari territorialmente competenti, in particolare cani e gatti presi in carico da attivisti protezionisti improvvisati o sedicenti tali, non sottoposti al previsto controllo sanitario e alla profilassi antirabbica; il virus della rabbia uccide animali e persone. L'Organizzazione mondiale della sanità animale ha fissato al 2030 l'obiettivo di eradicazione globale di questa zoonosi, indicando nella profilassi vaccinale veterinaria lo strumento d'elezione per evitare la diffusione del virus e decessi nell'uomo che, nel 99 per cento su scala globale, sono imputabili a morsi di cani infetti; il livello di prevenzione della rabbia adottato dal nostro Paese è massimo, essendo che il Ministero della salute, fin dal 2014, ha scelto di non avvalersi della possibilità accordata dal regolamento (UE) n. 576/2013 di ammettere l'ingresso di cuccioli non vaccinati per la rabbia o di cuccioli che, seppur vaccinati, non soddisfino ancora le condizioni di validità della vaccinazione; si stima che il 13 per cento dei rifugiati complessivi dall'Ucraina avrà l'Italia come destinazione e che gli animali al seguito dei proprietari possa arrivare nell'ordine di decine di migliaia, si chiede di sapere: quali fattori di rischio relativi all'introduzione del virus della rabbia in Italia siano stati individuati dal Ministero della salute a fronte delle nuove regole per l'introduzione di animali dall'Ucraina; quali misure il Ministro in indirizzo intenda porre in essere per scongiurare l'introduzione e la diffusione del virus della rabbia in Italia, a tutela della sanità pubblica e delle popolazioni animali insistenti nel nostro Paese; se, in vista dell'elevato afflusso di animali da compagnia al seguito di proprietari rifugiati dall'Ucraina, non intenda favorire la tempestività degli interventi veterinari necessari a conformarli al regolamento (UE) n. 576/2013, attivando anche i medici veterinari liberi professionisti in collaborazione con i servizi veterinari territorialmente competenti. Atto n. 3-03183 BINETTI Al Ministro della salute Premesso che: secondo l'osservatorio sulla sanità privata accreditata in Italia di CERGAS-Bocconi, "in seguito alle riforme del SSN, iniziate negli anni Novanta, le aziende sanitarie private hanno visto una significativa modificazione del proprio ruolo che, da integrativo rispetto agli erogatori pubblici, è diventato più concorrenziale ed è governato da sistemi regionali di accreditamento e di finanziamento, per cui risulta significativamente differente da regione a regione"; la riforma del Titolo V della Costituzione, delegando a Regioni e Province autonome l'organizzazione e la gestione dei servizi sanitari, ha generato una deriva regionalista con 21 differenti sistemi sanitari dove l'accesso a servizi e prestazioni sanitarie è profondamente diverso; l'emergenza sanitaria a causa della diffusione del COVID-19 ha certificato tali criticità, nel momento in cui si è affrontata una pandemia che poneva problemi di salute pubblica e problemi di sicurezza nazionale, con un susseguirsi di provvedimenti regionali contraddittori e spesso disfunzionali; è urgente quindi razionalizzare sia le procedure di autorizzazione che quelle di accreditamento regionali, sia in tema di nuove aperture, che di ampliamenti funzionali e strutturali nonché di accorpamenti. Le difformità esistenti, non giustificate da alcuna reale esigenza locale o da una specifica peculiarità funzionale, sono il primo disincentivo agli investimenti, specie quelli " greenfield "; è paradossale inoltre la vicenda dei rimborsi erogati alle strutture sanitarie private per gli esami convenzionati. Le analisi cliniche sono il primo reale screening diagnostico di cui la popolazione può fruire a tutela della propria salute, per cui è fondamentale che i tempi di risposta siano brevi, il che ovviamente incide sul costo del servizio; l'esame per l'emocromo, ad esempio, ha attualmente un rimborso di 3,75 euro che verrebbe ridotto a 1,95, del tutto insufficiente a garantire qualità e sicurezza, considerati i costi che occorre affrontare anche per eseguire la calibratura degli apparecchi ed evitare variazioni sui valori degli esami; parallelamente, in una struttura ospedaliera pubblica, dove vengono eseguiti 460.000 esami dell'emocromo completi all'anno, il costo per emocromo è di 7,50 euro di cui 0,58 per il materiale, mentre la quota di costo rimanente è dovuta agli elevati "costi di struttura" delle aziende; è evidente come per le attività diagnostiche, analisi cliniche e consulenza polispecialistica, le strutture sanitarie private possono operare a costi certamente inferiori; la sicurezza dei dati sensibili dei pazienti (GDPR), la qualità del servizio e cyber security sono nuovi costi imprecisabili; proprio per questo diventa conveniente aumentare i budget per le strutture private, che potrebbero così diventare nuovi punti di prelievo, in stretta collaborazione con il settore pubblico, a costi inferiori e tempistiche più veloci; le strutture private possono offrire un valido contributo alle strutture pubbliche, creando un'efficace sinergia tra pubblico e privato; sul territorio ci sono oltre 6.000 strutture sanitarie private, tra autorizzate ed accreditate, raggruppate in varie associazioni, e la specialistica convenzionata e accreditata ha inciso sulla spesa sanitaria pubblica nei SSR per il 3,9 per cento mentre ha soddisfatto il 33 per cento della domanda; inoltre, per migliorare la spesa sanitaria occorrerebbe intervenire su alcuni punti critici: 1) diversità e non conformità dei tariffari da regione a regione, con punti di prelievo autorizzati in alcune regioni e in altre no; 2) per avere un prezzo unico e sostenibile di rimborso a livello nazionale, occorrerebbe uniformare le procedure di autorizzazione, gli standard minimi di qualità e soprattutto le procedure di controllo su ogni laboratorio; 3) nell'ambito della sanità privata, sarebbe importante verificare sempre l'origine e la trasparenza dei capitali che le imprese, specie se straniere, investono nel settore;