[pronunce]

In particolare, per le sanzioni amministrative pecuniarie, la forbice compresa fra l'uno e il dieci per cento del fatturato realizzato in ciascuna impresa o ente - in riferimento ai prodotti oggetto dell'intesa o dell'abuso di posizione dominante e nell'ultimo esercizio chiuso anteriormente alla notificazione della diffida - viene sostituita dal solo massimo edittale del dieci per cento del fatturato globale realizzato dall'impresa nell'ultimo esercizio. 2.- Secondo il giudice a quo tale disposizione sarebbe illegittima per violazione degli artt. 3 e 117, primo comma, Cost., nella parte in cui non prevede la retroattività della norma introdotta dalla novella legislativa, ritenuta dal rimettente più favorevole. 2.1.- La sanzione di cui all'art. 15, comma 1, della legge n. 287 del 1990, infatti, da un lato, proteggerebbe beni rilevanti per tutta la collettività dei cittadini, come la concorrenza e la correttezza nelle relazioni di mercato, dall'altro, prevedrebbe sanzioni della stessa natura di quelle pecuniarie penali, oltretutto per importi non trascurabili, con una notevole forza afflittiva. Si tratterebbe, quindi, di una sanzione che, sulla base dei criteri elaborati dalla giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell'uomo (a partire dalla sentenza della grande camera 8 giugno 1976, Engel e altri contro Paesi Bassi), avrebbe natura sostanzialmente penale. Pertanto, troverebbe applicazione, alla luce della più recente giurisprudenza costituzionale (di cui alla sentenza n. 63 del 2019), il principio della retroattività della norma sanzionatoria più favorevole, come elaborato dalla giurisprudenza della Corte di Strasburgo (in particolare dalla sentenza della grande camera, 17 settembre 2009, Scoppola contro Italia). 3.- Le due ordinanze di rimessione pongono questioni identiche in relazione alla disposizione censurata e ai parametri costituzionali evocati e, pertanto, i giudizi vanno riuniti per essere congiuntamente esaminati e decisi con unica pronuncia. 4.- In via preliminare deve essere esaminata l'eccezione d'inammissibilità sollevata dall'Avvocatura generale dello Stato per difetto di rilevanza delle questioni, in quanto i rapporti oggetto d'esame nel giudizio a quo sarebbero ormai esauriti, in virtù del giudicato di cui alla sentenza del Consiglio di Stato, sezione sesta, 29 settembre 2009, n. 5864. 4.1.- L'eccezione è fondata. 4.1.1.- Va premesso che le sanzioni irrogate in origine dall'AGCM a Cave Rocca srl e Monteverde Calcestruzzi spa, in quanto parti di un'intesa restrittiva del mercato, erano state quantificate secondo la vigente formulazione dell'art. 15, comma 1, della legge n. 287 del 1990, introdotta dall'art. 11, comma 4, della legge n. 57 del 2001, poiché l'intesa, qualificata come «molto grave», si sarebbe protratta sino al 2002. In seguito al contenzioso maturato sul provvedimento dell'AGCM, il Consiglio di Stato, con la citata sentenza, confermando quanto deciso dal giudice di prime cure, ha accertato una violazione del mercato solo «grave» e limitata al periodo 1999-2000, con la conseguente inapplicabilità - da esso stesso affermata - delle nuove sanzioni introdotte dalla novella del 2001. L'AGCM, pertanto, con deliberazione del 10 dicembre 2013, in ottemperanza alla decisione del Consiglio di Stato, ha rideterminato le sanzioni originariamente applicate, quantificandole non sul fatturato generale ma su quello specifico - così come previsto dall'originaria formulazione dell'art. 15, comma 1, della legge n. 287 del 1990 - nonché riducendone l'importo, in virtù della qualificazione della violazione del mercato soltanto come «grave». 4.1.2.- Ciò precisato, le ordinanze di rimessione riconoscono l'esistenza di un giudicato interno, in forza del quale la norma sanzionatoria applicabile nella fase di rideterminazione dovrebbe essere, appunto, quella precedente alla novella del 2001. Dal che potrebbe desumersi l'irrilevanza di un'eventuale declaratoria d'illegittimità costituzionale della disposizione censurata, poiché il giudicato precluderebbe in ogni caso l'applicazione retroattiva della sanzione più favorevole. Nondimeno, secondo il giudice a quo, tale argomento sarebbe superabile alla luce dei principi elaborati dalla Corte di cassazione in tema di esecuzione delle sanzioni penali (con particolare riferimento a Cassazione penale, sezioni unite, sentenze 7 maggio 2014, n. 18821 e 14 ottobre 2014, n. 42858). Secondo tale orientamento, infatti, il rapporto deve ritenersi esaurito, non semplicemente quando su di esso si sia formato un giudicato, ma soltanto con l'esecuzione dell'ultimo «frammento di pena». Dunque, sino a quando l'esecuzione della pena è in atto, il rapporto non potrebbe ritenersi esaurito e una dichiarazione d'illegittimità costituzionale della sanzione in corso di esecuzione potrebbe comunque produrre i propri effetti. Ne deriverebbe che una declaratoria d'illegittimità costituzionale dell'art. 11, comma 4, della legge n. 57 del 2001, nella parte in cui non si applica retroattivamente, sarebbe rilevante nei giudizi a quo, non essendosi ancora del tutto esaurita la fase esecutiva della sanzione amministrativa pecuniaria. 4.1.3.- Nella giurisprudenza della Corte di cassazione richiamata dal giudice a quo, tuttavia, la possibilità d'incidere sul giudicato penale è riferita alle sanzioni penali coercitive e recanti limitazioni della libertà personale, venendo in gioco valori costituzionali che devono ragionevolmente prevalere sul principio dell'intangibilità del giudicato. Siffatti profili non sono presenti nel caso di una sanzione amministrativa pecuniaria. Essa non mette in gioco beni essenziali come la libertà personale e se un «frammento» della stessa risulta ancora non eseguito, ciò dipende dalla volontà dell'interessato. D'altronde, il sistema penale prevede una fase esecutiva della sanzione, in cui garante della legalità della pena è il giudice dell'esecuzione, cui compete di ricondurre la pena inflitta a legittimità. Per le sanzioni amministrative pecuniarie, invece, sia la loro irrogazione, sia la relativa fase esecutiva obbediscono a principi ben diversi, poiché il giudice preposto è investito della sola cognizione del titolo esecutivo (sentenza n. 43 del 2017). Ne deriva che la declaratoria d'illegittimità costituzionale dell'art. 11, comma 4, della legge n. 57 del 2001 non potrebbe produrre effetti, atteso l'intervenuto esaurimento dei rapporti di cui ai giudizi a quibus in virtù del giudicato di cui alla sentenza del Consiglio di Stato n. 5864 del 2009, concernente la gravità e la durata dell'infrazione determinata dall'intesa restrittiva e, conseguentemente, la normativa applicabile ratione temporis.