[pronunce]

che tali considerazioni dovrebbero comportare, secondo la Corte rimettente, l'accoglimento della sollevata questione di legittimità costituzionale dell'art. 116, commi 13 e 18, come sostituiti dall'articolo 19, comma 1 del d.lgs. n. 507 del 1999, in riferimento all'art. 76 della Costituzione, per eccesso di delega, nella parte in cui tali norme si riferiscono anche al comportamento di chi, in possesso di patente di categoria B (o anche C e D), guidi motoveicoli per i quali è richiesta la patente di categoria A; dato che, al momento del conferimento della delega al Governo, contenuta nell'art. 5 comma 1, lett a) della legge n. 205 del 1999 in precedenza citata, finalizzata a «trasformare in violazioni amministrative [...] i reati di cui al decreto legislativo 30 aprile 1992 n. 285, ad eccezione degli artt. 100, comma 14, 186, 187 e 189», la guida, con patente di categoria B, di motoveicoli richiedenti la patente di categoria A, non rientrava tra i fatti costituenti reato, ai sensi della vigente disciplina della circolazione stradale e, pertanto, non avrebbe potuto essere «depenalizzata», vale a dire trasformata in illecito amministrativo dal previsto intervento legislativo delegato; che è intervenuto in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che la questione sia dichiarata infondata; che, osserva l'Avvocatura, la delega contenuta nella n. 205 del 1999 prevedeva non solo la trasformazione dell'illecito penale in illecito amministrativo nelle materie da essa indicate, ma anche la riforma complessiva delle discipline sanzionatorie nelle stesse materie; che, inoltre, secondo l'Avvocatura, nella giurisprudenza della Corte costituzionale è stato più volte affermato il principio in base al quale le disposizioni della legge delega devono essere integrate con il criterio della ragionevolezza ed inoltre che tale criterio costituisce il parametro e il limite del potere di controllo e di intervento della Corte sull'esercizio in concreto della discrezionalità riconosciuta al legislatore delegato; che, nel caso in esame, con l'introduzione della norma censurata il legislatore delegato ha colmato una lacuna dell'ordinamento, creatasi per effetto della dichiarazione di incostituzionalità della previgente norma incriminatrice, e che quindi, nella specie, la discrezionalità del legislatore delegato doveva ritenersi esercitata in modo corretto e ragionevole. Considerato che la Corte di cassazione dubita, in riferimento all'art. 76 della Costituzione, della legittimità costituzionale dell'articolo 116, commi 13 e 18 del decreto legislativo 30 aprile 1992, n. 285, così come sostituiti dall'articolo 19, comma 1, lett. a) e b), del decreto legislativo 30 dicembre 1999, n. 507 (Depenalizzazione dei reati minori e riforma del sistema sanzionatorio, ai sensi dell'articolo 1 della legge 25 giugno 1999, n. 205), nella parte in cui detti commi prevedono e sanzionano, quale illecito amministrativo, la condotta di chi, in possesso di patente di abilitazione alla guida di categoria B, guidi un veicolo per il quale è richiesta la patente di categoria A; che, secondo il rimettente, le norme censurate, proprio per effetto del predetto decreto legislativo, sono destinate ad applicarsi, oltre ai casi di guida senza patente tout court da esse testualmente previsti, anche alla fattispecie di guida di motoveicolo con patente inidonea, con conseguente applicazione a tale ultima fattispecie della stessa sanzione amministrativa prevista per la guida senza patente; che secondo la Corte di cassazione, il citato decreto legislativo, determinando la sottoposizione della fattispecie di guida con patente B (o anche C o D) di motoveicolo per il quale è prescritta la patente di categoria A alla sanzione amministrativa da esso introdotta per le fattispecie di guida senza patente, avrebbe esorbitato dai limiti della legge delega, in violazione dell'art. 76 della Costituzione; che, invero, prosegue il rimettente, la legge delega aveva conferito al Governo esclusivamente l'incarico di depenalizzare alcuni reati previsti dal codice della strada, trasformandoli in violazioni amministrative; che, in seguito alla sentenza della Corte costituzionale n. 3 del 1997, la guida di motocicli, richiedenti la patente di categoria A, da parte di chi è in possesso della patente di categoria B non costituisce più reato, per cui l'inquadramento di tale fattispecie nell'ambito della previsione dell'art. 116, commi 13 e 18, che avrebbe disposto il legislatore delegato del 1999, eccederebbe i limiti fissati dalla legge di delegazione; che la questione sollevata dal rimettente poggia su una premessa interpretativa – l'applicabilità dell'art. 116, commi 13 e 18, alla ipotesi di guida di motoveicolo con cilindrata superiore a 125 cc da parte di soggetto in possesso di patente B –, che non è confortata dall'esegesi degli interventi normativi e delle decisioni di questa Corte in materia; che, invero, in base alla formulazione originaria del decreto legislativo n. 285 del 1992, tutte le ipotesi di guida con patente diversa da quella prescritta erano regolamentate dall'art. 125, comma 3, il quale comminava una mera sanzione amministrativa, mentre l'art. 116, commi 13 e 18 erano riferibili esclusivamente alla fattispecie di guida senza alcun titolo abilitativo; che successivamente, con le modificazioni apportate all'art. 125, comma 3, dal decreto legislativo 10 settembre 1993, n. 360 (Disposizioni correttive e integrative del codice della strada, approvato con decreto legislativo 30 aprile 1992, n. 285), il legislatore ha introdotto un'elencazione analitica delle ipotesi di guida con patente inidonea soggette a sanzione amministrativa ed ha escluso da tale elencazione proprio l'ipotesi di guida di motoveicolo con patente inidonea, in tal modo legittimando l'interpretazione dell'art. 116, comma 13, in base alla quale tale norma dovesse abbracciare anche l'ipotesi di guida di motoveicolo con patente inidonea; che in seguito questa Corte (sentenza n. 246 del 1995), pur dichiarando l'inammissibilità della questione proposta per la sua interferenza con la discrezionalità del legislatore, aveva stigmatizzato l'irrazionalità di tale assimilazione quoad poenam della guida di moto con patente inidonea alle fattispecie di guida senza patente tout court, invitando il legislatore a provvedere alla differenziazione delle due tipologie di condotte;