[pronunce]

che non si potrebbe neppure sostenere, in via interpretativa, che nei casi di recidiva aggravata l'aumento non possa essere comunque inferiore a quello previsto per la recidiva semplice (andando, quindi, da un terzo alla metà), trattandosi, da un lato, di una interpretazione in malam partem; dall'altro lato, di una interpretazione preclusa dalla previsione del quinto comma dell'art. 99 cod. pen. , in base alla quale soltanto con riferimento ai delitti di cui all'art. 407, comma 2, lettera a), cod. proc. pen. , l'aumento di pena per la recidiva aggravata – oltre ad essere obbligatorio – «non può essere inferiore ad un terzo della pena da infliggere per il nuovo delitto»; che, al di la di ciò, l'intero trattamento sanzionatorio della recidiva, delineato dal nuovo art. 99 cod. pen. , darebbe luogo a disparità di trattamento prive di razionale giustificazione, non superabili per effetto della facoltatività dell'applicazione dell'aumento di pena; che, ad esempio, quando l'autore del nuovo delitto abbia già riportato una condanna per un reato della stessa indole (recidiva specifica), l'eventuale aumento di pena può essere discrezionalmente determinato dal giudice in misura variabile da un giorno di reclusione (o un euro di multa), fino alla metà della pena base inflitta per il nuovo reato; per contro, ove il reo abbia già riportato, oltre ad una condanna per un reato della stessa indole, una o più ulteriori condanne per delitti non colposi (recidiva reiterata e specifica), l'eventuale aumento della pena base deve essere senz'altro pari a due terzi; e ciò anche quando le ulteriori condanne riguardino episodi non gravi, del tutto eterogenei rispetto a quello per cui si procede e risalenti nel tempo; che, analogamente, nei confronti di chi abbia commesso un delitto non colposo nei cinque anni dalla precedente condanna, il giudice può determinare l'aumento di pena – entro il limite della metà – tenendo conto della gravità del precedente delitto e della personalità dell'imputato; invece, colui il quale – essendo stato condannato due o più volte per delitti non colposi – commetta, molti anni dopo, un altro delitto non colposo, potrebbe vedersi aumentata la pena «della metà», quale recidivo reiterato, senza che il giudice possa graduare tale aumento alla luce del tempo trascorso, della gravità e della omogeneità o meno del nuovo delitto rispetto ai precedenti; che il rimettente ricorda, altresì, che – secondo quanto chiarito da questa Corte con la sentenza n. 50 del 1980 – il principio di legalità delle pene, sancito dall'art. 25, secondo comma, Cost., «esige la differenziazione più che l'uniformità»; e che «l'adeguamento delle risposte punitive ai casi concreti contribuisce a rendere quanto più possibile “personale” la responsabilità penale nella prospettiva segnata dall'art. 27, primo comma, della Costituzione»; che da ciò deriva che il legislatore è tenuto ad articolare il sistema sanzionatorio in modo da consentire un «adeguamento individualizzato e proporzionale» delle pene inflitte con le sentenze di condanna, riconoscendo «appropriati ambiti e criteri per la discrezionalità del giudice»: sicché, in linea di principio, previsioni sanzionatorie rigide non appaiono in armonia con il «volto costituzionale» del sistema penale; che, pertanto – allorché, come nella specie, il legislatore differenzi ingiustificatamente situazioni analoghe, prevedendo per alcune aumenti di pena rigidi e per altre, anche di maggior gravità, aumenti di pena graduabili – il contrasto dovrebbe essere risolto tramite la generalizzazione della seconda opzione, che meglio si armonizza con i principi sanciti dai citati artt. 25 e 27 Cost.; che nel giudizio di costituzionalità è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che la questione sia dichiarata inammissibile o manifestamente infondata. Considerato che il giudice rimettente dubita della legittimità costituzionale, in riferimento agli artt. 3, 25 e 27 della Costituzione, dell'art. 99, primo, terzo e quarto comma, del codice penale, come sostituito dall'art. 4 della legge 5 dicembre 2005, n. 251 (Modifiche al codice penale e alla legge 26 luglio 1975, n. 354, in materia di attenuanti generiche, di recidiva, di giudizio di comparazione delle circostanze di reato per i recidivi, di usura e di prescrizione), nella parte in cui stabilisce che – nei casi di recidiva semplice, di recidiva pluriaggravata e di recidiva reiterata – la pena possa essere aumentata nella misura fissa indicata in relazione a ciascuna di dette ipotesi, anziché «fino alla» misura stessa; che – come eccepito anche dall'Avvocatura dello Stato – la questione risulta palesemente irrilevante in rapporto alle disposizioni del primo e del terzo comma dell'art. 99 cod. pen. , che prevedono gli aumenti di pena, rispettivamente, per la recidiva semplice e la recidiva pluriaggravata; l'unica disposizione che viene in rilievo, nel caso di specie, è quella del quarto comma del citato art. 99 cod. pen. , poiché - secondo quanto riferito nell'ordinanza di rimessione - all'imputato nel giudizio a quo è stata contestata la recidiva reiterata (e, più in particolare, la recidiva reiterata aggravata); che – quanto alle censure che investono tale ultima disposizione, e con particolare riguardo alla dedotta violazione dell'art. 3 Cost. – la giurisprudenza di questa Corte è costante nell'affermare che la scelta e la quantificazione delle sanzioni per i singoli fatti punibili rientra nella discrezionalità del legislatore, il cui esercizio è censurabile solo nel caso di manifesta irragionevolezza, in sede di sindacato di costituzionalità (ex plurimis, sentenze n. 22 del 2007, n. 394 del 2006 e n. 144 del 2005): principio, questo, riferibile evidentemente anche alla determinazione degli aumenti di pena per le circostanze aggravanti; che, nella specie, il rimettente desume l'asserita irrazionalità del regime sanzionatorio della recidiva dal fatto che, nel caso di recidiva reiterata, non sia consentito al giudice graduare il corrispondente aumento di pena in rapporto alle peculiarità del caso concreto, come invece gli è permesso, in base al secondo comma dell'art. 99 cod. pen. , nel caso di recidiva aggravata; che, tuttavia, la scelta legislativa di prevedere per talune forme di recidiva un aumento di pena fisso e per altre (la sola recidiva aggravata) un aumento variabile, non comporta – di per sé – una violazione del principio di uguaglianza e di ragionevolezza, fino a quando non consti che la soluzione normativa adottata è atta a produrre sperequazioni prive di qualsiasi ratio giustificativa, nel trattamento sanzionatorio di situazioni omogenee;