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non vi è alcun legame significativo fra l'indipendenza del pubblico ministero e il suo essere corpo unico con la magistratura giudicante. Alcuni esempi sono particolarmente istruttivi. Innanzitutto, la stessa storia del nostro Paese la smentisce. L'Italia liberale, e soprattutto quella fascista, erano regimi dove ad un corpo giudiziario unico, composto da magistrati giudicanti e requirenti, si accompagnava la soggezione del pubblico ministero al potere esecutivo, come previsto esplicitamente da tutti gli ordinamenti giudiziari del tempo. Inoltre, nonostante le modifiche recenti, il caso francese è ancora lì a ricordarci che anche in una democrazia di antiche tradizioni un corpo giudiziario unificato può ben convivere con un pubblico ministero posto sotto la direzione del potere esecutivo. Al contrario, il Portogallo si presenta oggi come un caso dove alla separazione fra giudici e pubblici ministeri corrisponde un pubblico ministero svincolato dal controllo dell'esecutivo, per via degli ampi poteri del Conselho superior do ministerio pùblico -- formato in maggioranza da magistrati del pubblico ministero (sette laici eletti da Governo e Parlamento, e dodici magistrati dei vari gradi, di cui cinque ex officio) --, poteri che non vengono certo intaccati dal fatto che il Procuratore generale della Repubblica è nominato di concerto dal Governo e dal Presidente della Repubblica, che spesso fanno capo a maggioranze differenti. In generale, bisogna osservare che, con l'eccezione dell'Italia, in tutti i Paesi a democrazia consolidata esistono legami istituzionali fra pubblico ministero e sistema politico, anche se di solito l'autonomia del pubblico ministero nel trattare i singoli casi è garantita. In Inghilterra gli uffici della pubblica accusa fanno capo all' Attorney General , membro del Governo. Simile è l'assetto degli Stati Uniti, almeno a livello federale, dato che in molti Stati i capi degli uffici del pubblico ministero sono eletti. La Francia, pur con qualche ritocco, mantiene il tradizionale assetto che vede il pubblico ministero sottoposto alle direttive -- almeno a quelle generali -- del Ministro della giustizia. La situazione in Germania è simile, anche se risente del carattere federale dell'ordinamento tedesco: gli uffici di primo e secondo grado fanno capo ai Ministri regionali, mentre quello presso la Corte suprema al Ministro federale. In Spagna, la pubblica accusa vede al vertice un Procuratore generale nominato dal Governo. Si può dire che, soprattutto negli ultimi decenni, si è cercato in qualche modo di contemperare due esigenze, entrambe legittime, ma che possono potenzialmente essere fra loro in contrasto: assicurare la responsabilità democratica di chi è in grado di condizionare in modo determinante le politiche penali e, nei casi singoli, garantire l'autonomia decisionale del pubblico ministero e soprattutto un eguale trattamento del cittadino, senza poi dimenticare che, di per sé, l'inizio di un procedimento penale, al di là del suo esito, rappresenta già una pena. Del resto, anche in quei Paesi dove l'esecutivo gode, almeno sulla carta, di ampi poteri sul pubblico ministero, il meccanismo dell'alternanza politica agisce da potente dissuasore verso decisioni dell'esecutivo che appaiano eccessivamente «partigiane» o addirittura in contrasto con il principio di legalità, e in ogni caso spinge i componenti del pubblico ministero a mantenere un atteggiamento il più possibile professionale, non-partisan o comunque autonomo dall'esecutivo, se non altro per evitare in futuro di dover pagare per le proprie scelte di fronte a governi di altro colore. In ogni caso, la presenza di forme di responsabilità per l'esercizio dell'azione penale non deve essere considerata negativamente. Corrisponde a indicazioni ormai diffuse internazionalmente (vedi, ad esempio, la citata raccomandazione REC(2000)19 del Consiglio d'Europa, in particolare i numeri 11, 34, 35 e 36, che sottolineano l'opportunità di ricorrere alla gerarchia per promuovere una politica dell'azione penale corretta, consistente ed efficiente) ed è necessaria per impedire lo sviluppo di forme di discrezionalità incontrollata, incompatibili con i caratteri di fondo di un regime democratico. Del resto, una risposta a questo problema non può essere fornita dal principio di obbligatorietà che non è in grado di cancellare gli inevitabili margini di discrezionalità presenti nell'esercizio dell'azione penale (si tratta di un aspetto riconosciuto da molti: vedi Borgna e Maddalena, Il giudice e i suoi limiti , Laterza, 2003. Peraltro, in nessun regime democratico il principio di obbligatorietà è definito in modo così rigido come lo è in Italia. Anche la Germania, dove si può dire che tale principio sia venuto alla luce, ne ha da tempo circoscritto l'applicazione ai reati più gravi). Quanto alla cosiddetta «personalizzazione delle funzioni» -- e cioè all'estendere pienamente al pubblico ministero le garanzie di indipendenza interna proprie del giudice -- essa avrebbe come principale effetto quello di disperdere la discrezionalità -- e il potere -- all'interno degli uffici del pubblico ministero e quindi non farebbe altro che aggravare ulteriormente il problema costituito dalla carenza di forme di responsabilità istituzionale e quindi dallo sviluppo di poteri non controllabili. Le recenti innovazioni istituzionali che hanno toccato l'ufficio del pubblico ministero sembrano peraltro aver compreso questi rischi e hanno quindi rafforzato i poteri dei capi degli uffici. Un'altra obiezione, molto spesso richiamata, è che separare giudici e pubblici ministeri farebbe uscire questi ultimi dalla «cultura della giurisdizione». Non è sempre facile capire cosa si intenda davvero con questa espressione. Di solito, si tende a mettere l'accento sul fatto che il pubblico ministero non deve essere considerato una semplice parte: ad esempio, si sostiene che il pubblico ministero è -- o dovrebbe essere -- assolutamente imparziale nella ricostruzione dei fatti e parziale solo nella richiesta di applicazione della legge. Per questo, la sua professionalità sarebbe vicina a quella del giudice. Del resto, sempre secondo queste posizioni, il nostro sistema accusatorio non è, né potrebbe essere, puro, dato che nel nostro Paese il «fine primario e ineludibile del processo penale» è la ricerca e la scoperta della «verità» (Colombo, Dal giudice interprete del conflitto al giudice interprete della legge , in Governo dei giudici , a cura di Bruti Liberati, Ceretti, Giasanti, Feltrinelli, 1996, pagina 97). Addirittura c'è chi sostiene che «più del giudice» il pubblico ministero «tende alla verità», per cui «non può esservi differenza, sul piano del metodo o sui criteri di valutazione delle prove, tra pubblico ministero e giudice». Perciò «la cultura della giurisdizione, che accomuna pubblico ministero e giudice (...) deve essere difesa da forzature o alterazioni dipendenti dalla separazione delle carriere» (Riccio, Istanze di riforma e chiusure ideologiche nella soluzione del problema italiano del pubblico ministero , in «Politica del diritto», 2000, pagine 459-460). Si tratta, come si vede, di una concezione del ruolo del pubblico ministero strettamente imparentata con la vecchia tradizione inquisitoria che tende ad assimilarlo nella sostanza al giudice.