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Del resto, tale logica è stata in Italia avallata dalla Commissione consultiva permanente per la salute e sicurezza sul lavoro (articolo 6 del decreto legislativo n. 81 del 2008) la quale, nell'approvare la «Strategia nazionale per la salute e sicurezza sul lavoro» in data 29 maggio 2013, ha sottolineato come vada: «... perseguita la semplificazione del quadro regolatorio -- alla imprescindibile condizione che essa non comporti alcun abbassamento dei livelli di tutela in ogni luogo di lavoro e nei riguardi di qualunque lavoratore (...). Questo processo di semplificazione deve tendere a coniugare la crescita della sicurezza sul lavoro e quella delle imprese dedicando particolare attenzione alle piccole e medie imprese secondo i principi contenuti nello Small Business Act» . Analoghe sollecitazioni sono contenute nella relazione finale della Commissione parlamentare di inchiesta sul fenomeno degli infortuni sul lavoro, approvata in data 15 gennaio 2013, per cui appare chiara le necessità che si realizzino in tempi quanto più possibile stretti modifiche del quadro legislativo che rendano le regole della salute e sicurezza più attinenti alle peculiarità di settore e alle dinamiche differenti delle attività lavorative di riferimento. Le disposizioni del «decreto del fare» e, di seguito, del decreto legislativo n. 151 del 2015, attuative del « Jobs Act» e che hanno inciso sulla salute e sicurezza, costituiscono senz'altro l'inizio di tale percorso ma non appaiono sufficienti sia perché numericamente limitate, sia perché in larga parte ancora inoperanti. Una regolamentazione più efficace e moderna e l'aiuto dei soggetti esperti Occorre, quindi, proseguire sulla strada intrapresa realizzando ulteriori e più incisive misure di semplificazione in materia di salute e sicurezza sul lavoro, innanzitutto per migliorare la stessa efficacia delle regole della prevenzione di infortuni e malattie professionali. In particolare, appare necessario abbandonare definitivamente l'approccio formalistico -- ancora purtroppo ampiamente diffuso nella regolazione e nella sua interpretazione -- a favore di uno pratico e sostanziale, che concepisca le regole di prevenzione in modo coerente con la gravità dei rischi propri delle imprese dei diversi settori di riferimento e che favorisca un approccio normativo fondato sulla sostenibilità degli obblighi di legge da parte degli studi professionali, degli uffici in generale e delle piccole e medie imprese, cui non è logico né corretto chiedere gli stessi adempimenti imposti ad aziende con processi complessi e con numero elevato di lavoratori, senza alcuna considerazione dei dati infortunistici di riferimento. Per realizzare tale obiettivo occorre procedere ad una profonda rivisitazione del quadro giuridico vigente, il quale va ricondotto alla sua natura più essenziale, eliminando tutto ciò che non ha attinenza con le Direttive comunitarie costituendo, quindi, un appesantimento regolatorio molto spesso privo di ricadute positive in termini di prevenzione di infortuni e malattie professionali. A tale scopo, il parametro per l'adempimento degli obblighi di tutela da parte del datore di lavoro va rinvenuto non nella legge ma nelle regole -- ben più moderne ed idonee ad attagliarsi alle particolarità del lavori di riferimento -- che provengono dall'esperienza di organismi nazionali ed internazionali («norme tecniche») e dalla competenza di soggetti «esperti», quali le «linee guida», le «norme tecniche» e le «buone prassi». Al contempo occorre fare in modo che ai soggetti con riconosciute competenze, quali risultanti dallo svolgimento della professione nell'ambito di ordini o comunque in materia di salute e sicurezza (ad esempio il medico del lavoro o il responsabile del servizio di prevenzione e protezione), venga consentito di aiutare le aziende nella gestione della complessa normativa prevenzionistica, anche per mezzo della «certificazione» dell’adozione delle misure di prevenzione e gestione del rischio, alla quale venga attribuita -- ferma restando la facoltà del giudice di verificare la veridicità della relativa dichiarazione -- valenza esimente rispetto alle responsabilità antinfortunistiche. Va a tale riguardo sottolineato da un lato come la certificazione possa essere resa solo da soggetti tecnicamente competenti, iscritti in un elenco soggetto a verifica preventiva e costante da parte del Ministero del lavoro e delle politiche sociali, e in relazione a quelle sole parti delle attività di prevenzione da infortuni e malattie professionali che l’esperto conosce e rispetto alle quali svolge giorno per giorno le proprie attività e, dall’altro, come tale certificazione venga resa con efficacia limitata al momento della rilevazione, non potendo, come è usuale in materia di certificazione (si pensi, per tutte, alle certificazioni dei modelli di organizzazione e gestione della salute e sicurezza), avere alcuna rilevanza rispetto alle condotte in violazione delle norme di legge successive all’accertamento. I principi generali In coerenza con quanto sin qui esposto, sempre in relazione alla necessità di rendere più efficace il vigente quadro normativo, le proposte contenute nel disegno di legge si ispirano ai seguenti princìpi generali: a) introduzione del principio del rispetto dei livelli di regolazione minimi previsti dalla legislazione europea di riferimento, eliminando quelle parti delle normative italiane (leggi, decreti, altre fonti) che rispetto ai livelli di regolazione delle direttive europee siano ulteriori e non giustificati da esigenze di tutela dei lavoratori; b) riconoscimento del principio per il quale il datore di lavoro è tenuto ad adottare le misure di prevenzione e protezione che rappresentano lo «stato dell'arte» in materia di prevenzione di infortuni e malattie, in quanto elaborate da soggetti competenti e, se necessario, «validate» da soggetti pubblici; c) identificazione di princìpi essenziali di sicurezza, tratti dalle direttive europee e contenuti nelle «norme tecniche», nelle «buone prassi» e nelle «linee guida», che costituiscano i livelli inderogabili -- applicati unitariamente a livello nazionale -- della tutela dei lavoratori rispetto agli infortuni e alle malattie professionali e il parametro di valutazione dell'adempimento degli obblighi delle aziende, con conseguente abrogazione delle disposizioni «di dettaglio» (tuttora vigenti, spesso risalenti agli anni Cinquanta) di cui ai titoli II e seguenti del decreto legislativo n. 81 del 2008; d) possibilità per i soggetti obbligati di rivolgersi a soggetti «esperti» in materia di salute e sicurezza sul lavoro i quali, sotto la loro responsabilità professionale, possano «certificare» la correttezza della progettazione e realizzazione delle misure di prevenzione e protezione in azienda, anche previo accesso al patrimonio informativo di cui al Sistema informativo nazionale per la salute e sicurezza sul lavoro; e) incentivazione, con un meccanismo di « bonus-malus » a valere sui premi INAIL, della adozione ed efficace attuazione in azienda delle misure di prevenzione di infortuni e malattie professionali; f) complessiva rivisitazione della normativa vigente, eliminando ripetizioni e sovrapposizioni, anche con riferimento all'apparato sanzionatorio, garantendo la semplificazione della normativa nonché l'effettiva e corretta modulazione dei precetti, anche sanzionatori. Le proposte nel dettaglio Di seguito si riportano le ragioni a fondamento delle proposte avanzate, seguendo l'ordine dell'articolato.