[pronunce]

ORDINANZA ha pronunciato la seguentenel giudizio di legittimità costituzionale dell'articolo 69, comma 5, della legge 26 luglio 1975, n. 354 (Norme sull'ordinamento penitenziario e sull'esecuzione delle misure privative e limitative della libertà), promosso dal Magistrato di sorveglianza di Lecce nel procedimento di sorveglianza sul reclamo proposto da R.C., con ordinanza del 27 marzo 2012, iscritta al n. 239 del registro ordinanze 2012 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 43, prima serie speciale, dell'anno 2012. Visto l'atto di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri; udito nella camera di consiglio del 24 aprile 2013 il Giudice relatore Giuseppe Frigo. Ritenuto che, con ordinanza depositata il 27 marzo 2012, il Magistrato di sorveglianza di Lecce ha sollevato, in riferimento agli articoli 3, 24 e 113 della Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell'articolo 69, comma 5, della legge 26 luglio 1975, n. 354 (Norme sull'ordinamento penitenziario e sull'esecuzione delle misure privative e limitative della libertà), nella parte in cui non riconosce al magistrato di sorveglianza il potere di annullare, in sede di reclamo, il provvedimento adottato dall'amministrazione penitenziaria in autotutela; che il giudice a quo premette di essere investito del reclamo proposto da un detenuto, avente ad oggetto la sua richiesta di utilizzare un computer portatile personale per motivi di studio: richiesta inizialmente accolta dalla direzione della casa circondariale di Lecce, che aveva, in particolare, autorizzato l'uso dell'apparecchio presso la sala biblioteca dell'istituto; che, peraltro, a seguito di richiesta formulata dal comandante di reparto, la direzione dell'istituto aveva dapprima condizionato l'impiego dell'apparecchio alla rimozione del modem interno (operazione eseguita da un tecnico di fiducia del detenuto) e quindi revocato l'autorizzazione, proponendo all'interessato di avvalersi del computer di proprietà dell'amministrazione posto nella sala biblioteca; che la revoca era motivata col rilievo che l'esecuzione del provvedimento autorizzativo avrebbe costituito un «precedente» atto a stimolare la presentazione di numerose richieste analoghe, dando così luogo ad una situazione "non gestibile": a causa del sovraffollamento dell'istituto penitenziario, non sarebbe stato, infatti, possibile consentire l'uso dei computer nelle camere di pernottamento, ma solo nella sala biblioteca, la quale non era, tuttavia, attrezzata per l'uso simultaneo di numerosi apparecchi; che la revoca sarebbe stata, inoltre, imposta da ragioni di sicurezza, legate ad un eventuale «uso improprio» dell'apparecchio, e dalla «non corretta osservanza» delle procedure di controllo del computer dell'interessato da parte di tecnici esterni, stabilite da una circolare del Dipartimento dell'Amministrazione penitenziaria; che, con il reclamo, il detenuto aveva lamentato la «violazione di legge, per la mancata osservanza dell'art. 40» del decreto del Presidente della Repubblica 30 giugno 2000, n. 230 (Regolamento recante norme sull'ordinamento penitenziario e sulle misure privative e limitative della libertà); che, tanto premesso, il giudice a quo rileva come la posizione giuridica azionata dal reclamante non abbia natura di diritto soggettivo, ma di interesse legittimo: il citato art. 40 del d.P.R. n. 230 del 2000 stabilisce, infatti, che spetta al direttore dell'istituto, nell'esercizio di un potere discrezionale («può»), autorizzare l'uso del personal computer da parte dei detenuti, anche nelle camere di pernottamento; che anche detta posizione giuridica rientrerebbe, peraltro, tra quelle tutelabili tramite lo strumento del reclamo al magistrato di sorveglianza, deciso secondo la procedura prevista dall'art. 14-ter della legge n. 354 del 1975: come chiarito dalle Sezioni unite della Corte di cassazione (sentenza 26 febbraio 2003-10 giugno 2003, n. 25079), il magistrato di sorveglianza è infatti investito, nei confronti degli atti dell'amministrazione penitenziaria collegati al trattamento penitenziario, di una giurisdizione piena, che copre anche le posizioni di interesse legittimo; che, ad avviso del rimettente, tuttavia, in una fattispecie quale quella oggetto del procedimento a quo, il magistrato di sorveglianza non disporrebbe di strumenti adeguati per assicurare il soddisfacimento della pretesa del reclamante; che, alla luce di quanto affermato dalla Corte costituzionale nella sentenza n. 266 del 2009, l'art. 69, comma 5, della legge n. 354 del 1975 consentirebbe, bensì, al magistrato di sorveglianza di adottare prescrizioni vincolanti nei confronti dell'amministrazione penitenziaria e, dunque, in sostanza, di condannare la stessa ad un facere; che, nella specie, peraltro, le ragioni del detenuto non potrebbero essere soddisfatte ordinando alla direzione dell'istituto di dare esecuzione al provvedimento di autorizzazione all'uso del personal computer, giacché il medesimo è stato rimosso dalla stessa amministrazione con altro provvedimento, emesso in autotutela: ai fini della salvaguardia dell'interesse legittimo del reclamante, occorrerebbe pertanto eliminare quest'ultimo provvedimento; che, in assenza di una norma che espressamente lo preveda (in ossequio all'art. 113, terzo comma, Cost.), il magistrato di sorveglianza non potrebbe, tuttavia - in quanto giudice ordinario - annullare l'atto amministrativo, ma solo disapplicarlo, nei termini previsti dagli artt. 4 e 5 della legge 20 marzo 1865, n. 2248 (Legge sul contenzioso amministrativo), allegato E; che, al di là dei possibili dubbi circa la configurabilità, nel caso in esame, delle ipotesi regolate dai citati artt. 4 e 5, la semplice disapplicazione del provvedimento di cui si discute non basterebbe comunque neppure essa a soddisfare l'interesse del reclamante, non potendo quest'ultimo chiedere una successiva esecuzione della decisione; che il magistrato di sorveglianza non potrebbe neanche disapplicare l'atto, ordinando nel contempo alla direzione dell'istituto di permettere al reclamante l'uso del personal computer, giacché una simile soluzione «non consentirebbe il corretto utilizzo di quella potestà che il legislatore ha voluto riservare in capo all'amministrazione»: solo l'annullamento del provvedimento di autotutela varrebbe ad eliminare i relativi effetti negativi sul precedente provvedimento di autorizzazione, permettendo all'amministrazione di scegliere se dare esecuzione a tale provvedimento, ovvero di intervenire - tenuto conto dei profili di illegittimità emersi nel corso del procedimento giurisdizionale - con un nuovo eventuale provvedimento di autotutela, qualora emergessero nuove ragioni di pubblico interesse; che il giudice a quo dubita, di conseguenza, della legittimità costituzionale dell'art. 69, comma 5, ord. penit.