[pronunce]

ORDINANZA ha pronunciato la seguentenel giudizio di legittimità costituzionale del primo comma dell'art. 38 del decreto del Presidente della Repubblica 29 settembre 1973, n. 602 (Disposizioni sulla riscossione delle imposte sul reddito), promosso con ordinanza depositata il 9 maggio 2003 dalla Commissione tributaria regionale della Toscana nei giudizi riuniti vertenti tra l'Agenzia delle entrate, uffici di Montepulciano e di Firenze 1, Franco Fontani ed Emanuele Francesco Reali, iscritta al n. 817 del registro ordinanze 2007 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 1, prima serie speciale, dell'anno 2008. Visto l'atto di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri; udito nella camera di consiglio del 16 aprile 2008 il Giudice relatore Franco Gallo. Ritenuto che, nel corso di due giudizi d'appello riuniti, aventi ad oggetto sentenze riguardanti l'impugnazione del silenzio-rifiuto formatosi sull'istanza avanzata da due contribuenti per ottenere il rimborso dell'IRPEF da essi corrisposta mediante versamento diretto, la Commissione tributaria regionale della Toscana, con ordinanza depositata il 9 maggio 2003, ha sollevato, in riferimento agli artt. 3 e 25 della Costituzione, questioni di legittimità dell'art. 38 [rectius: del solo primo comma di tale articolo] del decreto del Presidente della Repubblica 29 settembre 1973, n. 602 (Disposizioni sulla riscossione delle imposte sul reddito), nel testo anteriore alle modifiche introdotte dall'art. 1, comma 5, della legge 13 maggio 1999, n. 133 (Disposizioni in materia di perequazione, razionalizzazione e federalismo fiscale); che la Commissione rimettente, con riguardo ad uno dei due giudizi di appello, dichiara di proporre, in riferimento ai suddetti parametri costituzionali, la medesima questione di legittimità costituzionale già sollevata nello stesso giudizio, in riferimento a parametri parzialmente diversi (cioè gli artt. 3 e 24 Cost.), con una precedente ordinanza di rimessione; che, in relazione a tale ordinanza, la Corte costituzionale, con ordinanza n. 68 del 2002, aveva disposto la restituzione degli atti al giudice a quo perché motivasse sull'eventuale perdurare della rilevanza della questione anche dopo la sopravvenienza dei commi 6 e 5 dell'art. 34 della legge 23 dicembre 2000, n. 388 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato – legge finanziaria 2001), i quali avevano rispettivamente modificato: a) il secondo comma dell'art. 38 del d.P.R. n. 602 del 1973, elevando da diciotto a quarantotto mesi il termine decadenziale, decorrente dalla data di effettuazione della ritenuta, previsto per la richiesta di rimborso da parte dei percipienti delle somme assoggettate a ritenuta medesima; b) l'art. 37 del d.P.R. n. 602 del 1973, assunto dal rimettente quale tertium comparationis, sostituendo all'originario termine prescrizionale decennale previsto dall'articolo 2946 del codice civile il termine di decadenza di quarantotto mesi, per la richiesta di rimborso da parte del contribuente assoggettato a ritenuta diretta; che la medesima Commissione tributaria, con riferimento ad un secondo giudizio di appello, nelle more riunito al primo, dichiara di sollevare una questione di legittimità costituzionale identica a quella proposta nell'altro giudizio riunito; che il predetto giudice a quo espone che, con la precedente ordinanza di rimessione, aveva sollevato, in relazione agli artt. 3 e 24 Cost., questione di legittimità costituzionale dell'art. 38 del d.P.R. n. 602 del 1973, perché detta norma irragionevolmente sottopone il diritto al rimborso degli importi corrisposti all'erario con versamento diretto, al breve termine decadenziale di 18 mesi, mentre il diritto al rimborso delle somme assoggettate a ritenuta diretta, disciplinato dall'art. 37 dello stesso decreto, è invece sottoposto al ben piú ampio termine di prescrizione ordinaria decennale di cui all'art. 2946 cod. civ. ; che il giudice rimettente aggiunge che, con la suddetta ordinanza di rimessione, aveva già precisato che la denunciata irragionevole disparità di trattamento non era venuta meno neppure con l'ampliamento del termine decadenziale previsto dal primo comma dell'art. 38 del d.P.R. n. 602 del 1973 da 18 a 48 mesi – ampliamento disposto dall'art. 1, comma 5, della legge 13 maggio 1999, n. 133 – perché, anche dopo tale modifica della norma censurata, permaneva pur sempre una rilevante differenza, in danno dell'avente diritto al rimborso, tra il termine decadenziale di 48 mesi e quello prescrizionale di 10 anni; che la Commissione tributaria regionale, nel richiamare per entrambi i giudizi di appello riuniti, le suddette censure, evoca a parametro, oltre all'art. 3 Cost., anche l'art. 25 Cost., senza addurre al riguardo ulteriori motivazioni; che il rimettente, dopo aver preso atto della citata ordinanza della Corte costituzionale n. 68 del 2002, ripropone sostanzialmente le censure già a suo tempo proposte ed afferma la rilevanza delle sollevate questioni osservando che le sopravvenute modificazioni apportate dall'art. 1, comma 5, della legge n. 133 del 1999 al primo comma dell'art. 38 del d.P.R. n. 602 del 1973, nonché quelle apportate dall'art. 34, comma 6, della legge n. 388 del 2000 al secondo comma dello stesso art. 38 del d.P.R. n. 602 del 1973 non hanno efficacia retroattiva e, pertanto, non sono applicabili ai rapporti dedotti in ciascun giudizio di appello, nei quali si è già verificata in tutto o in parte, per effetto del decorso del termine di diciotto mesi, la decadenza prevista dalla disposizione denunciata; che è intervenuto in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo una pronuncia di inammissibilità o comunque di manifesta infondatezza delle sollevate questioni; che, in rito, la difesa erariale eccepisce l'inammissibilità delle questioni poste con riferimento all'art. 25 Cost., sia perché tale parametro «pare all'evidenza indicato erroneamente», sia perché, anche ove il rimettente avesse inteso evocare l'art. 24 Cost., resterebbe comunque immotivata la non manifesta infondatezza; che, nel merito, l'Avvocatura afferma: a) con riferimento all'art. 24 Cost., che «il parametro risulta inconferente perché attinente all'aspetto processuale della tutela dei diritti e non all'aspetto sostanziale della disciplina del rapporto (qual è quella dettata dal censurato art. 38)»; b) con riferimento all'art. 3 Cost., che le «fattispecie disciplinate dagli articoli 37 e 38 del DPR 602/73 non sono omogenee e, dunque, non sussiste alcuna irragionevolezza nella diversità di disciplina»;