[pronunce]

ORDINANZA ha pronunciato la seguentenei giudizi di legittimità costituzionale dell'art. 4, comma 3, del decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286 (Testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell'immigrazione e norme sulla condizione dello straniero), come sostituito dall'art. 4, comma 1, della legge 30 luglio 2002, n. 189 (Modifica alla normativa in materia di immigrazione e di asilo), promossi con ordinanze del 15 maggio 2003 e del 25 agosto 2003 dal Tribunale amministrativo regionale della Lombardia - sezione staccata di Brescia sui ricorsi proposti da Dusha Sokol e da Belghith Essaied Ben Braiek contro il Ministero dell'Interno ed altro, iscritte ai nn. 577 e 898 del registro ordinanze 2003 e pubblicate nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica nn. 34 e 45, prima serie speciale, dell'anno 2003. Visto l'atto di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri; udito nella camera di consiglio del 29 settembre 2004 il Giudice relatore Fernanda Contri. Ritenuto che il Tribunale amministrativo regionale della Lombardia, sezione di Brescia, con ordinanza emessa in data 15 maggio 2003, ha sollevato per violazione degli artt. 3 e 13 della Costituzione questione di legittimità costituzionale dell'art. 4, comma 3, del decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286 (Testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell'immigrazione e norme sulla condizione dello straniero), come sostituito dall'art. 4, comma 1, della legge 30 luglio 2002, n. 189 (Modifica alla normativa in materia di immigrazione e di asilo), applicato in relazione agli artt. 5, comma 5, e 13, comma 2, lettera b), dello stesso d.lgs. , nella parte in cui pone quale elemento ostativo all'ingresso ed alla permanenza in Italia dello straniero l'intervenuta condanna dello stesso per determinati reati, senza prevedere la verifica in concreto della sua pericolosità sociale; che il rimettente è investito dell'esame di un ricorso col quale è stato chiesto l'annullamento del provvedimento del questore che ha negato ad un cittadino extracomunitario il rinnovo del permesso di soggiorno per motivi di lavoro, in quanto il richiedente risulta avere precedenti penali per reati concernenti gli stupefacenti; che, come osserva il giudice a quo, il ricorso è sostenuto da una serie di motivi volti a censurare le norme poste alla base del rifiuto sotto diversi profili di illegittimità costituzionale; che, quanto alla rilevanza, il rimettente rileva che l'art. 4, comma 3, del d.lgs. n. 286 del 1998 pone quale condizione ostativa all'ingresso ed alla permanenza dello straniero nel territorio nazionale la condanna per reati inerenti agli stupefacenti, e che essendo l'emanazione del provvedimento amministrativo vincolata al principio tempus regit actum, nel caso di specie la condanna riportata dal ricorrente gli preclude il rinnovo del permesso di soggiorno; che, come continua l'ordinanza, la legge 21 luglio 2000, n. 205 (Disposizioni in materia di giustizia amministrativa) ha attribuito al giudice amministrativo l'esercizio di poteri cognitivi di merito anche in sede cautelare, e ciò non solo al fine dell'emissione di un'eventuale sentenza in forma abbreviata in caso di manifesta fondatezza, ovvero di manifesta irricevibilità, inammissibilità, improcedibilità o infondatezza del ricorso, ma anche al fine della motivazione del provvedimento cautelare in caso di accoglimento della relativa istanza; che, sempre ad avviso del rimettente, l'art. 21, settimo comma, della legge 6 dicembre 1971, n. 1034 (Istituzione dei tribunali amministrativi regionali), così come sostituito dall'art. 3 della citata legge n. 205 del 2000, prevede che l'ordinanza cautelare sia motivata in ordine alla valutazione del pregiudizio e che siano individuati i profili che indicano la ragionevole previsione dell'esito del ricorso; che, secondo il giudice a quo, il TAR ha ritenuto che il ricorso, volto ad ottenere il rinnovo del permesso di soggiorno “quale bene della vita cui ambisce il ricorrente”, possa essere accolto, ma solo previa declaratoria di illegittimità costituzionale della disposizione censurata; che, sempre secondo il rimettente, il Consiglio di Stato, con la sentenza della Sezione quinta del 7 febbraio 2003, n. 645, ha affermato che l'effettività della tutela giurisdizionale nel processo amministrativo deve essere garantita anche attraverso la puntuale applicazione dell'art. 112 del codice di procedura civile, a norma del quale il giudice deve pronunciarsi su tutta la domanda e, nell'affrontare le diverse questioni, deve iniziare da quelle che appaiono idonee a soddisfare maggiormente l'interesse sostanziale del ricorrente, per passare solo successivamente all'esame degli ulteriori motivi; che, quanto alla non manifesta infondatezza, il TAR rimettente osserva che l'art. 5, comma 5, del d.lgs. n. 286 del 1998 stabilisce che il permesso di soggiorno o il suo rinnovo sono rifiutati - ed il permesso già rilasciato viene revocato - quando mancano o vengono successivamente a mancare i requisiti richiesti per l'ingresso o il soggiorno dello straniero nel territorio dello Stato, mentre l'art. 4, comma 3, del d.lgs. n. 286 del 1998 stabilisce che non è ammesso in Italia lo straniero “che risulti condannato, anche a seguito di applicazione della pena su richiesta ai sensi dell'articolo 444 del codice di procedura penale, per i reati previsti dall'articolo 380, commi 1 e 2, del codice di procedura penale, ovvero per i reati inerenti gli stupefacenti, la libertà sessuale, il favoreggiamento dell'immigrazione clandestina verso l'Italia e dell'emigrazione clandestina dall'Italia verso altri Stati o per reati diretti al reclutamento di persone da destinare alla prostituzione o allo sfruttamento della prostituzione o di minori da impiegare in attività illecite”; che, ad avviso del rimettente, la disposizione in esame considera quale elemento ostativo all'ingresso dello straniero ed al rinnovo del permesso di soggiorno la semplice condanna per determinati reati, mentre l'art. 15 del medesimo d.lgs. , nel disciplinare l'espulsione quale misura di sicurezza, consente al giudice di ordinare la stessa nel caso in cui lo straniero sia stato condannato per uno dei delitti previsti dagli artt. 380 e 381 cod. proc. pen. , ma solo quando egli risulta essere socialmente pericoloso; che secondo il giudice a quo il procedimento amministrativo per ottenere il rinnovo del permesso di soggiorno deve essere coordinato con il procedimento di espulsione, disciplinato dall'art. 13 del d.lgs. citato, per l'ipotesi in cui il permesso di soggiorno sia stato revocato o annullato ovvero risulti scaduto da oltre sessanta giorni e non ne sia stato richiesto il rinnovo;