[pronunce]

che lo stesso rimettente riconduce le «somme corrisposte a titolo di trattamento pensionistico privilegiato, in aumento della pensione normale», a quelle costituite dall'“aumento di un decimo” della pensione normale, previsto da detto art. 67, quarto comma, del d.P.R. n. 1092 del 1973; che, ad avviso del giudice a quo, l'omessa inclusione di tale aumento tra le ipotesi di esenzione dall'IRPEF, di cui al menzionato art. 34 del d.P.R. n. 601 del 1973, violerebbe i parametri costituzionali evocati, nel caso in cui l'aumento stesso – per effetto del cumulo con gli altri redditi del contribuente e, quindi, dell'applicazione di una maggiore aliquota di imposta sui redditi cumulati – determini un decremento del reddito complessivo, come si sarebbe verificato nella specie secondo quanto dedotto dal contribuente medesimo; che la Commissione rimettente afferma, altresì, che il cumulo dei redditi ai fini dell'IRPEF in capo al medesimo percettore determinerebbe la lesione del principio di uguaglianza, in quanto, a causa dell'aliquota progressiva dell'imposta, si verificherebbe una disparità di trattamento tra famiglie monoreddito e famiglie «composte da più percettori di reddito», nonché tra percettori di più redditi, a seconda che siano affetti o no da infermità dipendenti da fatti di servizio; che detto cumulo violerebbe, altresì, il principio di capacità contributiva, in ragione della esiguità della somma percepita a titolo di aumento di un decimo della pensione normale e della inidoneità di tale somma a compensare le perdite subite per infermità dipendenti da un servizio reso a vantaggio della collettività; che la sollevata questione appare manifestamente inammissibile, per diversi e concorrenti motivi; che il giudice a quo argomenta le censure in modo contraddittorio, perché nega natura reddituale all'aumento in questione («non par dubbio che l'assegno corrisposto al ricorrente “a titolo di trattamento pensionistico privilegiato” […] abbia natura risarcitoria»), con la conseguente sua non cumulabilità ai fini fiscali con gli altri redditi del contribuente, e contemporaneamente afferma detta natura, denunciando l'illegittimità costituzionale del “cumulo” del reddito costituito dall'aumento di un decimo della pensione normale con altri redditi; che, inoltre, la questione è prospettata in modo perplesso, perché i denunciati effetti di «decremento del reddito», derivanti dall'applicazione di un'aliquota d'imposta progressiva, sono affermati dal rimettente in base non già ad un'autonoma valutazione delle risultanze processuali, ma alle sole deduzioni del contribuente, riportate oltretutto in modo dubitativo («così come, nella specie, sembra essere avvenuto […] come deduce il ricorrente»); che l'ordinanza risulta poi motivata in modo illogico perché, nel censurare il «cumulo dei redditi in capo al medesimo percettore», adduce, a dimostrazione della dedotta illegittimità costituzionale, ipotesi non correlabili con quella censurata in quanto concernenti la disparità di trattamento non tra soggetti percettori di più redditi cumulati, ma tra «famiglie composte da più percettori di reddito e famiglie composte da un solo percettore di reddito»; che nell'ordinanza di rimessione la fattispecie risulta descritta anche in modo insufficiente, perché il giudice a quo omette di indicare elementi decisivi ai fini del controllo di questa Corte sulla rilevanza della questione (qualità e misura dei redditi che sarebbero oggetto di cumulo, reddito complessivo del contribuente, scaglioni di reddito e relative aliquote applicabili, calcolo dell'asserito decremento); che, infine, il rimettente incorre in una evidente aberratio ictus, perché non considera che i denunciati effetti negativi del cumulo dell'“aumento della pensione normale” con gli altri redditi del contribuente non deriverebbero dalla censurata norma di agevolazione di cui all'art. 34 del d.P.R. n. 601 del 1973, ma semmai dall'applicazione delle norme previste dal d.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917 (Approvazione del testo unico delle imposte sui redditi), in tema di cumulo dei redditi ai fini dell'IRPEF; che, pertanto, la sollevata questione è manifestamente inammissibile per tutti i motivi sopra indicati; e ciò a prescindere dalla pure palese erroneità del presupposto interpretativo da cui muove la Commissione rimettente, la quale ritiene che il suddetto “aumento” costituisce un reddito autonomo rispetto alla pensione normale, cumulabile con questa e con tutti gli altri redditi del contribuente, senza considerare che esso, ai sensi del citato art. 67, quarto comma, del d.P.R. n. 1092 del 1973, è invece privo di autonomo rilievo reddituale, concorrendo a determinare l'importo complessivo della pensione privilegiata militare ordinaria, sostitutiva della pensione normale (v., in tal senso, la sentenza n. 151 del 1981). Visti gli artt. 26, secondo comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87, e 9, comma 2, delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale.. . per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE dichiara la manifesta inammissibilità della questione di legittimità costituzionale dell'art. 34 del d.P.R. 29 settembre 1973, n. 601 (Disciplina delle agevolazioni tributarie), sollevata, in riferimento agli artt. 3 e 53 della Costituzione, dalla Commissione tributaria di primo grado di Trento con l'ordinanza indicata in epigrafe. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 25 gennaio 2006. F.to: Annibale MARINI, Presidente Franco GALLO, Redattore Giuseppe DI PAOLA, Cancelliere Depositata in Cancelleria l'8 febbraio 2006. Il Direttore della Cancelleria F.to: DI PAOLA