[pronunce]

Sottolinea l'Avvocatura che, cionondimeno, il ricorrente non avrebbe contestato l'apprezzamento compiuto dal giudice di merito sulla scelta di irrogare la pena accessoria o l'omessa motivazione su tale profilo, né, ancor prima, si sarebbe egli stesso avvalso della facoltà prevista dall'art. 444, comma 3-bis, cod. proc. pen. (a sua volta introdotta dalla legge n. 3 del 2019) di subordinare l'efficacia della richiesta di patteggiamento all'esenzione dalle pene accessorie previste dall'art. 317-bis cod. pen. Le questioni di legittimità costituzionale sollevate con riferimento all'art. 317-bis cod. pen. sarebbero allora «del tutto ininfluent[i] anche sul percorso argomentativo che dovrà sostenere la decisione del processo principale». Detto in altri termini, esse non potrebbero esplicare un qualunque effetto sul giudizio principale, «introdotto da un ricorso che non si confronta in alcun modo con la motivazione articolata sul punto dalla sentenza gravata, neppure al fine di censurarne l'eventuale mancanza». 4.2.- Ribadita la «radicale assenza di rilevanza di quest'ultimo profilo sul procedimento principale», l'Avvocatura generale dello Stato, esaminate le sole doglianze relative al carattere fisso e perpetuo dell'interdizione dai pubblici uffici, prospetta un secondo motivo di inammissibilità delle questioni sollevate. Afferma, infatti, che la sentenza n. 222 del 2018 di questa Corte non avrebbe smentito i limiti che il sindacato di costituzionalità incontra in materia di determinazione del trattamento sanzionatorio, ambito coperto dalla riserva di legge prevista all'art. 25, secondo comma, Cost. Un primo limite è dato dalla discrezionalità del legislatore, superabile solo nell'ipotesi in cui quest'ultimo abbia introdotto pene manifestamente sproporzionate rispetto alla gravità della condotta. Un secondo limite consiste poi nella necessità di individuare un'unica soluzione costituzionalmente vincolata in grado di sostituirsi alla previsione dichiarata illegittima. La pena accessoria prevista dall'art. 317-bis cod. pen. presenterebbe però «connotati strutturali profondamente diversi» rispetto a quella dichiarata costituzionalmente illegittima con la sentenza n. 222 del 2018. Quest'ultima prevedeva una pena accessoria fissa per tutti i casi di bancarotta, nonostante alla qualificazione astratta del reato fosse collegata «un'assai diversa entità della pena principale prevista». La disposizione censurata nel presente giudizio, invece, si giustificherebbe per la scelta di particolare rigore, compiuta dal legislatore, nei confronti di selezionati delitti commessi dai pubblici ufficiali contro la pubblica amministrazione. Le fattispecie di reato incluse nell'art. 317-bis cod. pen. , accomunate dalla capacità di produrre il medesimo disvalore rispetto al bene, di rilievo costituzionale, dell'imparzialità della pubblica amministrazione, sarebbero infatti contrassegnate da un «quadro sanzionatorio assai omogeneo nella sua severità». Inoltre, a differenza di quanto previsto dalla disposizione oggetto di scrutinio con la sentenza n. 222 del 2018, l'art. 317-bis cod. pen. «calibra la durata della pena accessoria a seconda della gravità del fatto», prescrivendo l'interdizione perpetua solo per le condanne a pena detentiva non inferiore a tre anni. L'irragionevolezza della disciplina sarebbe poi esclusa in quanto la compressione che l'interdizione perpetua dai pubblici uffici opera sulla capacità giuridica del condannato risponde all'esigenza di «allontanare definitivamente dalla possibilità di esercitare funzioni lato sensu pubbliche soggetti che quelle stesse funzioni hanno già esercitato in maniera indegna». In questa prospettiva, la difesa dello Stato sofferma l'attenzione sul rapporto di «omologia» riscontrabile tra la pena accessoria in questione e la condanna per specifici delitti contro la pubblica amministrazione, mentre l'art. 29, primo comma, cod. pen. sancisce la «generalizzata applicabilità» della medesima pena «a prescindere da qualunque rapporto con il fatto criminale specifico». Non potrebbe poi essere, in sé considerata, la perpetuità della pena accessoria a sostenere il dubbio di legittimità costituzionale. Non solo perché tale perpetuità è comunque prevista dagli artt. 28 e 29 cod. pen. , ma anche perché, una volta esclusa l'illegittimità costituzionale della pena principale dell'ergastolo, a maggior ragione tale conseguenza dovrebbe essere esclusa per la pena accessoria perpetua. I motivi di contrasto della disciplina con il "volto costituzionale della pena" sarebbero ad ogni modo attenuati rispetto a quelli che presenta l'art. 29 cod. pen. e sarebbero stati ulteriormente ridotti dalla recente introduzione dei già richiamati artt. 444, comma 3-bis, e 445, comma 1-ter, cod. proc. pen. , che possono dare luogo all'esclusione della sanzione accessoria. Passando al vaglio delle prospettazioni del rimettente in ordine ai possibili esiti di una declaratoria di illegittimità costituzionale, l'Avvocatura generale dello Stato li ritiene entrambi impercorribili. L'applicazione dell'art. 29 cod. pen. implicherebbe infatti la parificazione del condannato per il reato di cui all'art. 319 cod. pen. al condannato per qualunque altro reato, con l'effetto di vanificare lo scopo perseguito dal legislatore, che ha voluto invece colpire in modo più severo gli autori di reati che ledono l'imparzialità della pubblica amministrazione. Altrettanto problematica sarebbe la prospettiva di applicare l'art. 31 cod. pen. Tale disposizione avrebbe infatti valenza sussidiaria rispetto alla previsione dell'interdizione temporanea dai pubblici uffici prevista dall'art. 29 cod. pen. Seguendo la prospettiva del rimettente, l'applicazione dell'art. 31 cod. pen. , invece, «finirebbe per introdurre un trattamento sanzionatorio di favore per i condannati per uno dei delitti di cui agli artt. 314, 316, 319 e 319 ter c.p.», consentendo al giudice di contenere l'interdizione tra uno e cinque anni, ai sensi dell'art. 28 cod. pen. , mentre in forza dell'art. 29 cod. pen. , il condannato ad una pena pari o superiore ai tre anni si vede applicata la pena fissa dell'interdizione per cinque anni.1.- La Corte di cassazione, sezione sesta penale, dubita, in riferimento agli artt. 3 e 27 della Costituzione, della legittimità costituzionale dell'art. 317-bis del codice penale, nel testo vigente prima delle modifiche recate dall'art. 1, comma 1, lettera m), della legge 9 gennaio 2019, n. 3 (Misure per il contrasto dei reati contro la pubblica amministrazione, nonché in materia di prescrizione del reato e in materia di trasparenza dei partiti e movimenti politici), «nella parte in cui prevede l'automatica applicazione dell'interdizione in perpetuo dai pubblici uffici in caso di condanna, per il reato di cui all'art. 319 cod. pen. , ad una pena uguale o superiore a tre anni di reclusione».