[resaula]

Tuttavia, l'idea che ci facciamo di un popolo viene ancora oggi in larga parte dalla rappresentazione cinematografica che ne viene fatta e questo vuol dire per noi italiani diffusione del made in Italy, export, turismo e reputazione internazionale. Pertanto, forse produrre serie come «Gomorra» dà di noi una certa idea, mentre gli inglesi, più attenti alle proprie radici e alla propria cultura, producono film come «L'ora più buia», che danno decisamente un'altra idea di sé stessi agli occhi del mondo. La Francia ha vietato ai film prodotti da Netflix di partecipare al Festival di Cannes, perché programmaticamente non sono fatti per andare nelle sale cinematografiche. La Mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia, che già nel nome evoca un presunto primato, le sue porte le ha spalancate: è diventato il festival di Netflix, credo per pochi soldi per giunta. Io non ho nulla contro Netflix, sono anche abbonato; ma, quando vedo che la Rai (Radiotelevisione Italiana) fa degli spot e organizza dei programmi per promuovere la serie di grande successo e anche bella - a me piace - «La casa de papel», qualcosa non torna. Dov'è l'interesse nazionale? È evidente - e solo un pazzo non lo vede - che le grandi piattaforme digitali stanno minacciando l'industria cinematografica nazionale. È evidente che soggetti globali e globalizzanti come Netflix stanno comprimendo gli spazi di creatività artistica nazionale, l'identità nazionale, parola che ogni tanto risuona a vuoto in quest'Aula. Netflix non paga le tasse in Italia; non dà un solo posto di lavoro in Italia; non rende trasparenti i propri bilanci, per cui non sappiamo - e non lo sappiamo proprio - a quanto ammontano i suoi investimenti in Italia. Dico Netflix perché è il soggetto più celebre, ma ce ne sono ovviamente molti altri. Allora, da un Governo che si dice del cambiamento, da un Governo le cui forze di maggioranza - o almeno una delle due - evocano la sovranità, l'identità, l'interesse nazionale e i bisogni del popolo, ci si sarebbe aspettati qualcosa di più, qualcosa d'altro; ci si sarebbe aspettati una politica capace di difendere e valorizzare l'interesse nazionale che è identificabile nel cinema italiano e nell'industria cinematografica italiana. Non è accaduto. Questo vuol dire che non avete una visione politica, che non avete un'idea di Stato, che la vostra è vuota retorica. Per quanto ci riguarda, è evidente che questa è stata l'ennesima occasione persa che testimonia quanto poco crediate nelle cose che, alle volte più o meno ossessivamente, dite. Del resto, è evidente che la cultura non sia in cima ai vostri interessi nella misura in cui i due vice premier , Matteo Salvini e Gigino Di Maio, di tutto parlano - e parlano molto, parlano quotidianamente, parlano ossessivamente - ma io personalmente - e credo nessuno in quest'Aula - li ho mai sentiti parlare di cultura. Quindi, se questo è il vostro atteggiamento, il nostro atteggiamento rispetto a questo provvedimento sarà di astensione, di rassegnata astensione e non perché ci sia in esso qualcosa che non meriti di essere votato, ma semplicemente perché non c'è quel che avrebbe segnato un vero cambiamento. (Applausi dal Gruppo FI-BP. Congratulazioni) . DE LUCIA (M5S) . Domando di parlare per dichiarazione di voto. PRESIDENTE. Ne ha facoltà. DE LUCIA (M5S) . Signor Presidente, ritengo che uno degli strumenti che possiamo consegnare alle nuove generazioni, perché possano sempre avere la giusta misura delle cose, sia la forza della cultura. Con questa convinzione mi accingo a presentare la nostra dichiarazione di voto al decreto cultura. Sono anni che la politica si riempie la bocca di formule sterili come: "con la cultura si mangia" o, a seconda dei casi, "non si mangia"; sterili perché alle parole non sono mai seguiti i fatti e a subirne le conseguenze è da sempre l'ultimo anello della catena, e cioè gli operatori della cultura. Come MoVimento 5 Stelle abbiamo assunto l'impegno solenne di stare al loro fianco e il voto di oggi lo dimostrerà. Con questo provvedimento finalmente affrontiamo e risolviamo l'annosa questione del personale precario delle fondazioni lirico-sinfoniche; una stortura che finora non aveva mai trovato spazio nel dibattito parlamentare, poiché tutto era lasciato all'improvvisazione e alle necessità del momento. Ci siamo resi conto che l'attenzione riservata a questo settore è stata troppo spesso inadeguata rispetto al fabbisogno, al prestigio che i teatri d'opera conferiscono, e soprattutto agli effetti positivi che l'offerta lirico-sinfonica produce sul tessuto economico locale. I teatri lirico-sinfonici italiani - com'è noto - dipendono in larghissima parte dai contributi dello Stato, ma anche di Regioni ed enti locali. In genere, anche se vi sono importanti eccezioni, piuttosto modesto è il sostegno dei privati. Ecco perché noi del MoVimento 5 Stelle abbiamo deciso di dedicarci a un risanamento di quello che si è dimostrato essere un vero e proprio campo minato. Ebbene, l'articolo 1 costituisce il cuore di questo decreto-legge, comprese le ragioni e l'urgenza che vi sottostanno. Si tratta di materia delicata, da anni - non solo per gli addetti ai lavori, ma anche per chi ne ha seguito i tentativi e le fasi di risanamento - sospesa tra ragione e sentimento, orgoglio e pregiudizio, fastidio e fascino, resistenza e resa. (Applausi dal Gruppo M5S) . Ma soprattutto si tratta di materia in cui si intrecciano «pubblico» e «privato» e proprio questo ircocervo giuridico ha generato una serie di criticità che sono alla base del grave stato di crisi in cui ha versato l'intero comparto. La nostra scelta è stata quella di tamponare con un intervento di tipo correttivo e di semplificazione una stratificazione legislativa che - tra fine e principio del prossimo anno - avrebbe condotto a scadenza quanto stabilito dalla legge Bray, con effetti preoccupanti e svantaggiosi sia sui lavoratori e le maestranze impiegate nelle fondazioni, sia per la sopravvivenza stessa degli enti. È chiaro che questo passaggio, benché necessario, non sia sufficiente. Il passo successivo, quello che ci attende, consiste nel favorire e portare a compimento il processo di risanamento, adottando modelli di gestione più proficui, nonché la revisione delle modalità di nomina e dei requisiti dei sovrintendenti, in un più ampio quadro di riferimento entro il quale dovranno essere affrontati la sostanza, la natura interna e gli stessi principi di governance delle fondazioni. Solo in tal modo l'opera lirica, insieme con la musica sinfonica, e il balletto potranno non solo essere rilanciate, ma anche svolgere quella missione culturale che appartiene a ciascuna fondazione e che le è propria, quale ente di valore culturale, impegnato nella trasmissione del sapere e presidio della memoria storica e identitaria italiana. Più nel dettaglio - dal punto di vista del reclutamento - pur alla luce della sostenibilità economico-finanziaria e in coerenza con il fabbisogno, ci si è preoccupati di addivenire in breve agli auspicati, necessari ampliamenti delle dotazioni organiche.