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Si richiede, inoltre, che il pericolo non sia altrimenti evitabile né volontariamente causato, e -- in rapporto ai beni giuridici diversi dalla vita -- abbia ad oggetto la verificazione di un danno grave. Il soggetto tenuto ad esporsi al pericolo in virtù di un particolare dovere giuridico non potrà mai fruire della causa soggettiva, qualora agisca per salvare sé medesimo. La scusante, in ogni caso, non fa venir meno l'illiceità extra-penale del fatto. Si è prevista -- in coerenza con le disposizioni contenute nelle codificazioni di numerosi Stati europei (segnatamente, il paragrafo 33 del codice penale tedesco, l'articolo 11 di quello sloveno, l'articolo 33 di quello portoghese, il paragrafo 13 di quello danese e l'articolo 25 di quello polacco) -- una scusante riferita alle ipotesi in cui l'eccesso dai limiti della legittima difesa sia dipeso da condizioni psicologiche tali da escludere la colpevolezza per un fatto che in concreto non è rimproverabile all'agente. Si tratta, precisamente, dello stato di grave turbamento psichico, timore o panico, insorto in situazioni oggettive di pericolo per la vita, l'integrità psico-fisica, la libertà personale o la libertà sessuale dell'agente e degli altri soggetti aggrediti, sorpresi in luoghi isolati o chiusi o comunque di minorata difesa (articolo 16, lettera c) ). Tale previsione recupera le esigenze sostanziali sottese alla disciplina dettata dai commi secondo e terzo dell'articolo 52 del codice penale, inquadrandole, però, in una categoria dogmaticamente coerente con l'intero sistema codicistico e con il quadro costituzionale. Tra le cause scusanti è stata inserita anche la fattispecie dell'affidamento nel consenso altrui, individuandone i requisiti nella verosimile utilità obiettiva del fatto commesso per il titolare dell'interesse e nella mancanza di un suo dissenso (tale regolamentazione è conforme a quella prevista dal progetto Pagliaro e dal progetto Nordio, i quali tuttavia avevano optato per la qualificazione dell'ipotesi in questione come causa di giustificazione). Si tratta di una figura ricollegabile alla categoria del «consenso presunto», che ha formato oggetto di un ampio dibattito dottrinale e giurisprudenziale, in cui è stata prospettata l'incidenza di tale situazione sul dolo, in alternativa alla estensione analogica dell'operatività dell'articolo 50 del codice penale Si è infine ritenuto che, nell'ambito della categoria delle cause soggettive di esclusione della responsabilità, possa assumere rilevanza scusante, nei confronti di chi lo esegue, anche l'ordine impartito nell'ambito di un rapporto di lavoro di diritto privato. Allo scopo di contemperare la considerazione della condizione psicologica dell'agente con l'esigenza di non sottrarre in via generale i poteri privati al controllo giurisdizionale, si è ritenuto indispensabile specificare i presupposti cui deve restare subordinata l'efficacia scusante di tale tipo di ordine, e cioè la tenuità del fatto e delle sue conseguenze (lettera e) ). La commissione Pisapia si è anche soffermata sulla questione delle operazioni sotto copertura, istituto che, dal 1990 ad oggi, è andato sempre più ampliandosi, con regolamentazione frammentaria e spesso non coerente. Alcuni commissari si sono mostrati favorevoli -- di fronte all'ineluttabilità per il legislatore di prevedere, quale indispensabile strumento di contrasto di determinate forme di criminalità, le cosiddette «operazioni sotto copertura» (e l'accettazione ormai generalizzata di tale «male necessario») -- all'inserimento nella parte generale del codice di un principio generale di liceità di tali operazioni (e quindi di questa forma di contrasto alla criminalità ormai internazionalmente riconosciuta) anche per poter, contemporaneamente, prefigurare un modello con limiti e controlli ai quali le leggi speciali debbano conformarsi. Solo così, infatti, secondo alcuni componenti della commissione, sarebbe stato possibile porre fine alle irragionevoli distinzioni oggi presenti nelle figure speciali previste per le diverse materie, che non trovano giustificazioni né utilità in relazione alla concreta praticabilità delle operazioni sotto copertura e alla tutela degli interessi coinvolti. Sono state così proposte formule più precise, e più tassative, in relazione alla figura del privato collaboratore e alla tipicità delle condotte discriminate e sono stati altresì indicati precisi obblighi di documentazione rispetto alle autorizzazioni previste dalla legge. La maggioranza della commissione Pisapia -- pur prendendo atto della importanza e della delicatezza del problema e della necessità di regolamentare le cosiddette «operazioni di copertura» con una normativa di carattere generale capace di porre limiti e «paletti» al fine di evitare il proliferare di «scriminanti», talvolta ingiustificate o non proporzionate alla tutela dei diritti e delle garanzie individuali e collettive -- ha ritenuto non coerente con le decisioni prese in tema di «cause di giustificazione» «codificare» nella parte generale tale materia. Invero, una legittimazione «codicistica» di tali attività -- che dovrebbe prevedere norme di carattere eccezionale e limitate nel tempo -- avrebbe finito per sortire un effetto opposto a quello auspicato dai proponenti. Tale orientamento non esclude, evidentemente, l'eventuale inserimento di norme specifiche nella parte speciale, anche sulla base del dibattito che, sul tema, si è svolto in ambito parlamentare e tenendo sempre conto di quanto già deciso dal Parlamento con la legge n. 124 del 2007, recante norme in materia di «Sistema di informazione per la sicurezza della Repubblica e nuova disciplina del segreto». Reato tentato Le problematiche che si sono poste nel corso del dibattito sono state sostanzialmente quella della definizione del tentativo, del suo ambito di applicazione, della compatibilità tra dolo eventuale e tentativo e del trattamento sanzionatorio. Così come era avvenuto nell'ambito delle precedenti commissioni, e nel dibattito successivo alla presentazione dei relativi progetti, sono emersi due orientamenti: uno teso a mantenere la vigente formulazione, ancorando quindi il tentativo alla idoneità e alla non equivocità degli atti, seppur accentuandone i profili di materialità; l'altro fondato sul momento dell'esecuzione. Nel primo senso si era espressa sia la commissione Pagliaro (articolo 19), che ha definito il tentativo come il fatto di «chi, con l'intenzione o la certezza di cagionare l'evento, compie atti idonei oggettivamente diretti in modo non equivoco a realizzare un delitto», sia la commissione Nordio (articolo 41) che lo ha definito come il compimento di atti diretti in modo oggettivamente univoco e idonei alla realizzazione del reato. Nel secondo senso si è indirizzato il progetto Grosso («Chi intraprende l'esecuzione di un fatto previsto dalla legge come delitto, o si accinge ad intraprenderla con atti immediatamente antecedenti, risponde di delitto tentato se l'azione non si compie o l'evento non si verifica»). La commissione Pisapia, al fine di stabilire la soluzione preferibile, nell'ambito di una concezione oggettiva del tentativo legata alla qualità e al «valore» degli atti posti in essere (e non alla volontà criminosa dell'agente, come postulato dalle teorie soggettive), si è soffermata soprattutto sulle seguenti considerazioni.