[pronunce]

ORDINANZA ha pronunciato la seguentenei giudizi di legittimità costituzionale dell'articolo 13, comma 3-quater, del decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286 (Testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell'immigrazione e norme sulla condizione dello straniero), introdotto dall'articolo 12, comma 1, della legge 30 luglio 2002 n. 189 (Modifiche alla normativa in materia di immigrazione e di asilo), promossi con tre ordinanze del 28 ottobre 2004 dal Giudice dell'udienza preliminare del Tribunale di Fermo, rispettivamente iscritte ai numeri 78, 79 e 95 del registro ordinanze 2005 e pubblicate nella Gazzetta Ufficiale numeri 9 e 10, prima serie speciale, dell'anno 2005. Visti gli atti di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri; udito nella camera di consiglio del 22 febbraio 2006 il Giudice relatore Giovanni Maria Flick. Ritenuto che con le tre ordinanze indicate in epigrafe, di identico tenore, il Giudice dell'udienza preliminare del Tribunale di Fermo ha sollevato questione di legittimità costituzionale, in riferimento agli artt. 3 e 24 della Costituzione, dell'art. 12, comma 3-quater, della legge 30 luglio 2002, n. 189 (Modifiche alla normativa in materia di immigrazione e di asilo), e dell'art. 13, comma 3-quater, del decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286 (Testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell'immigrazione e norme sulla condizione dello straniero), recte: dell'art. 13, comma 3-quater, del d.lgs. n. 286 del 1998, introdotto dall'art. 12, comma 1, della legge n. 189 del 2002; che il giudice a quo premette di essere chiamato a celebrare l'udienza preliminare nei confronti di cittadini extracomunitari imputati di delitti in materia di sostanze stupefacenti, i quali risultano già espulsi dal territorio dello Stato; che il rimettente dovrebbe di conseguenza fare applicazione della norma denunciata, la quale prevede che, nei casi di rilascio del nulla osta all'espulsione amministrativa dello straniero sottoposto a procedimento penale, il giudice, acquisita la prova dell'avvenuta espulsione, se non è stato ancora emesso il provvedimento che dispone il giudizio, pronuncia sentenza di non luogo a procedere; che tale previsione contrasterebbe, tuttavia, con il principio di ragionevolezza, di cui all'art. 3 Cost., in quanto le finalità di politica criminale e penitenziaria, che potrebbero giustificare la scelta legislativa, risulterebbero contraddette dall'applicabilità della norma censurata ai soli reati per i quali è prevista l'udienza preliminare, e non anche a quelli, assai più numerosi, per i quali si debba procedere con citazione diretta a giudizio: limitazione – quella ora indicata – inequivocabilmente desumibile dalla locuzione «pronuncia sentenza di non luogo a procedere»; che da ciò discenderebbe l'ulteriore illogica conseguenza che lo Stato rinuncerebbe alla potestà punitiva (o la sospenderebbe) – per effetto dell'avvenuta esecuzione di un provvedimento amministrativo, adottato per ragioni del tutto indipendenti dall'esercizio della giurisdizione penale – unicamente in rapporto ai reati più gravi, quali sono quelli che richiedono la celebrazione dell'udienza preliminare; che, per questo verso, risulterebbe dunque violato anche il principio di eguaglianza; che un ulteriore profilo di irragionevolezza deriverebbe dal disposto del comma 3-quinquies dell'art. 13 del d.lgs. n. 286 del 1998, in forza del quale, «se lo straniero espulso rientra illegalmente nel territorio dello Stato prima del termine previsto dal comma 14 ovvero, se di durata superiore, prima del termine di prescrizione del reato più grave per il quale si era proceduto nei suoi confronti, si applica l'articolo 345 del codice di procedura penale» (ossia la disposizione che consente l'esercizio dell'azione penale per il medesimo fatto e contro la stessa persona ove sopravvenga una condizione di procedibilità mancante, anche nel caso in cui sia stata emessa sentenza di non luogo a procedere); che da tale previsione discenderebbe, infatti, a contrario, che ove lo straniero rientri in Italia legalmente – ad esempio, a seguito dell'accoglimento del ricorso proposto avverso il provvedimento di espulsione, ai sensi del comma 8 dell'art. 13 del d.lgs. n. 286 del 1998 – non sarebbe più possibile procedere nei suoi confronti per i reati commessi, neppure ai sensi del citato art. 345 cod. proc. pen. ; che, d'altra parte, il richiamo a quest'ultima disposizione non varrebbe comunque ad assicurare la «perseguibilità postuma» dell'imputato, non essendo previsto alcun meccanismo che permetta di collegare, «a livello giudiziario», lo specifico procedimento definito con sentenza di non luogo a procedere al fatto nuovo costituito dall'illegale reingresso dell'imputato nel territorio nazionale; che sarebbe leso infine, sotto diverso versante, il diritto di difesa degli imputati dei reati più gravi, i quali vedrebbero pregiudicata la loro aspettativa di proscioglimento nel merito dalle imputazioni stesse, cui potrebbero aspirare già nell'udienza preliminare; che in tutti i giudizi di costituzionalità è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, il quale ha chiesto che la questione sia dichiarata non fondata. Considerato che le ordinanze di rimessione sollevano identiche questioni, onde i relativi giudizi vanno riuniti per essere definiti con unica pronuncia; che il giudice a quo dubita, sotto plurimi profili, della legittimità costituzionale della previsione dell'art. 13, comma 3-quater, del decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286, in forza della quale, nel caso di avvenuta espulsione dello straniero sottoposto a procedimento penale – conseguente al rilascio del nulla osta previsto dai commi 3, 3-bis e 3-ter del medesimo articolo – il giudice, se non è stato ancora emesso il provvedimento che dispone il giudizio, pronuncia sentenza di non luogo a procedere; che nella disposizione censurata il rimettente ravvisa, anzitutto, una violazione dei principi di ragionevolezza e di uguaglianza, di cui all'art. 3 Cost., a causa della supposta limitazione della declaratoria di improcedibilità ai soli procedimenti che contemplano l'udienza preliminare, con esclusione, dunque, di quelli che prevedono la citazione diretta: limitazione che egli reputa «inequivocabilmente desumibile» dalla formula letterale del dettato normativo, stante il riferimento, ivi contenuto, alla «sentenza di non luogo a procedere» (costituente uno degli epiloghi tipici dell'udienza preliminare, a mente dell'art. 425 cod. proc. pen.);