[pronunce]

civ. alle impugnazioni delle sentenze delle commissioni tributarie, con ciò intendendo vietare in ogni caso la sospensione dell'esecutività delle decisioni tributarie. In caso contrario, prosegue il giudice, il legislatore avrebbe statuito «in forma chiara e diretta» l'applicabilità dell'art. 373 cod. proc. civ. alle impugnazioni delle sentenze tributarie. Ad avviso del rimettente, l'articolo impugnato, nell'escludere l'applicazione del divieto di sospendere l'esecuzione delle sentenze impugnate contenuto nel primo comma dell'art. 373 cod. proc. civ. , vieta, nello stesso tempo, di sospenderne l'esecuzione anche nei casi in cui il secondo comma dello stesso art. 373 avrebbe consentito, invece, tale sospensione. La Commissione tributaria regionale, in particolare, afferma che è «del tutto oscuro il meccanismo interpretativo diretto» a rendere applicabile alle sentenze tributarie l'art. 373 cod. proc. civ. e ritiene altresí «non significativa» la circostanza che la lettera della disposizione denunciata che è inapplicabile a tali sentenze sia la regola del divieto di sospensione (posta dal primo periodo del primo comma dell'art. 373 cod. proc. civ.) sia l'eccezionale possibilità di sospensione (prevista dal secondo periodo dello stesso primo comma dell'art. 373). In secondo luogo, sotto il profilo sistematico, la Commissione tributaria rileva che: a) la disposizione denunciata, in quanto norma speciale riguardante le sentenze tributarie di appello, rende inapplicabile la disciplina cautelare dettata per il procedimento di primo grado (l'art. 61 del d.lgs. n. 546 del 1992 stabilisce, infatti, che nel procedimento di appello si osservano le norme previste per il procedimento di primo grado solo «in quanto applicabili»); b) la normativa processuale tributaria, sul punto, è «specifica» e «prescinde totalmente dalla disciplina dell'esecutività delle sentenze civili»; c) l'art. 19 del d.lgs. n. 472 del 1997, nell'introdurre la possibilità, in grado di appello, della sospensione dell'esecuzione delle sole sanzioni, presuppone che il combinato disposto degli artt. 47, 49 e 61 del d.lgs. n. 546 del 1992 non preveda già tale potere. In terzo luogo, sotto il profilo dei precedenti in materia, il giudice a quo osserva che la disposizione denunciata è stata intesa come espressiva del divieto di sospendere l'esecuzione delle sentenze tributarie d'appello sia dall'Amministrazione finanziaria (circolare 98/E/2006; circolare 73/E/2001); sia dalla giurisprudenza consolidata della Corte di cassazione (sentenze n. 21121 e n. 7815 del 2010, ancorché anteriori alla sopra citata sentenza della Corte costituzionale n. 217 del 2010); sia dalla stessa giurisprudenza della Corte costituzionale (sentenza n. 165 del 2000; nonché «un corollario di ordinanze tra il 2000 ed il 2001»).1. - La Commissione tributaria regionale della Lombardia dubita - in riferimento agli artt. 3, primo comma, 24, 53, primo comma, 111, primo e secondo comma (entrambi i commi in relazione all'art. 6, comma 1, della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali, firmata a Roma il 4 novembre 1950, ratificata ed eseguita con legge 4 agosto 1955, n. 848, a sua volta «in relazione all'art. 10 Cost.»), e 113 della Costituzione - della legittimità dell'art. 49, comma 1, del decreto legislativo 31 dicembre 1992, n. 546 (Disposizioni sul processo tributario in attuazione della delega al Governo contenuta nell'articolo 30 della legge 30 dicembre 1991, n. 413), il quale stabilisce che «Alle impugnazioni delle sentenze delle commissioni tributarie si applicano le disposizioni del titolo III, capo I, del libro II del codice di procedura civile, escluso l'art. 337 e fatto salvo quanto disposto nel presente decreto». La suddetta Commissione tributaria - preso atto che, in base al primo comma dell'art. 337 del codice di procedura civile, «L'esecuzione della sentenza non è sospesa per effetto dell'impugnazione di essa, salve le disposizioni degli artt. 283, 373, 401 e 407» e che, in forza del primo comma dell'art. 373 cod. proc. civ. , «Il ricorso per cassazione non sospende l'esecuzione della sentenza. Tuttavia il giudice che ha pronunciato la sentenza impugnata può, su istanza di parte e qualora dall'esecuzione possa derivare grave ed irreparabile danno, disporre con ordinanza non impugnabile che la esecuzione sia sospesa e che sia prestata congrua cauzione» - afferma che il denunciato comma 1 dell'art. 49 del d.lgs. n. 546 del 1992 víola gli evocati parametri costituzionali, nella parte in cui «non prevede la possibilità di sospensione dell'esecutività della sentenza di appello impugnata con ricorso per cassazione, quando dalla sua esecuzione possa derivare all'esecutato un "grave ed irreparabile danno"». In particolare, secondo la medesima Commissione, la disposizione censurata si pone in contrasto con: a) il principio di ragionevolezza di cui all'art. 3, primo comma, Cost., perché nel caso di ricorso per cassazione avverso pronunce di appello riformatrici di sentenze di primo grado favorevoli al contribuente (come nella specie), irragionevolmente sottrae «almeno un grado di tutela cautelare» e provoca il «sacrificio inevitabile ed irreparabile dei diritti del contribuente», rendendo privi di garanzia processuale i «diritti soggettivi tributari»; b) l'art. 24 Cost., perché, nonostante che la disponibilità di misure cautelari sia essenziale al diritto di difesa giudiziale, consente «l'assoggettamento del presunto debitore ad esecuzione forzata», imponendogli una sorta di solve et repete, cosí che la sua vittoria finale in giudizio «potrebbe configurarsi inidonea a costituire presupposto concreto per il ristoro»; c) l'art. 53, primo comma, Cost., perché, in violazione del principio di «accertata capacità contributiva», consente all'amministrazione finanziaria, sulla base di una sentenza ancora non definitiva, un «incontrastabile» prelievo delle risorse del contribuente, anche quando la sentenza sia «apparentemente erronea» ed il prelievo crei il pericolo di un grave ed irreparabile danno al contribuente medesimo; d) l'art. 111, primo comma, Cost. e 6, comma 1, della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali, «in relazione all'art. 10 Cost.», perché, limitando irragionevolmente la tutela cautelare del contribuente, impedisce che il processo tributario possa considerarsi un «giusto processo»; e) l'art. 111, secondo comma, primo periodo, Cost., perché obbliga il contribuente, nelle more della definizione del giudizio, a soggiacere, privo di tutela specifica, all'azione di riscossione dell'amministrazione e, quindi, non lo pone «in condizioni di parità» rispetto a questa;