[pronunce]

2.- Nell'approccio al thema decidendum, giova ricordare come la norma incriminatrice di cui all'art. 12-sexies della legge n. 898 del 1970 tragga origine dalla ravvisata opportunità di colmare una lacuna di tutela, emersa a seguito dell'introduzione nell'ordinamento italiano dell'istituto del divorzio: vale a dire, l'assenza di presidi penalistici rafforzativi dell'obbligo di corrispondere l'assegno periodico fissato dal giudice civile, ai sensi dell'art. 5 della stessa legge n. 898 del 1970, in favore del coniuge divorziato più "debole". Smentendo il precedente indirizzo giurisprudenziale - secondo il quale poteva farsi ricorso, a determinate condizioni, alla previsione dell'art. 570, secondo comma, numero 2), cod. pen. , nella parte in cui puniva chi facesse mancare i mezzi di sussistenza al coniuge anche legalmente separato, purché «non per sua colpa» - le sezioni unite della Corte di cassazione avevano, infatti, escluso che la citata norma del codice penale si prestasse a qualificare penalmente l'omessa corresponsione dell'assegno divorzile. Ciò, per l'assorbente ragione che, a seguito della sentenza di divorzio, l'avente diritto perdeva la qualità di «coniuge», richiesta dalla norma nel soggetto passivo del reato (Corte di cassazione, sezioni unite, sentenza 26 gennaio-2 aprile 1985, n. 3038). Tale presa di posizione induceva il legislatore ad intervenire al fine di accordare una esplicita tutela penale anche agli obblighi di assistenza economica nei confronti del coniuge divorziato. In luogo, tuttavia, di modificare l'art. 570 cod. pen. , includendo nella sua sfera applicativa anche detto soggetto, il legislatore preferiva coniare, con la legge n. 74 del 1987, una norma incriminatrice autonoma (per l'appunto, il censurato art. 12-sexies), strutturata in modo sensibilmente diverso - e, cioè, specificamente imperniata sull'omessa corresponsione dell'assegno - facendo rinvio alla disposizione codicistica solamente quoad poenam. Inoltre, sebbene la lacuna di tutela riguardasse unicamente il coniuge divorziato - apparendo indubbia la perdurante operatività dell'art. 570 cod. pen. nel caso di violazione degli obblighi di assistenza del genitore divorziato nei confronti dei figli - il legislatore reputava opportuno inglobare nella nuova previsione punitiva, accanto all'assegno di divorzio, anche l'assegno per il mantenimento dei figli previsto dall'art. 6 della legge n. 898 del 1970, così da assicurargli una tutela ulteriore rispetto a quella apprestata dalla norma del codice penale. In analoga prospettiva, la sfera applicativa della norma veniva successivamente estesa dall'art. 3 della legge 8 febbraio 2006, n. 54 (Disposizioni in materia di separazione dei genitori e affidamento condiviso dei figli) anche all'assegno per il mantenimento dei figli di coniugi separati. L'art. 12-sexies della legge n. 898 del 1970 non reca, peraltro, alcuna previsione in ordine alla procedibilità del reato: e ciò a differenza dell'art. 570 cod. pen. , il cui terzo comma - aggiunto dall'art. 90 della legge 24 novembre 1981, n. 689 (Modifiche al sistema penale) - rende invece perseguibile a querela il delitto di violazione degli obblighi di assistenza familiare, fatta eccezione per i casi previsti dal numero 1) e, quando il reato è commesso nei confronti dei minori, dal numero 2) del secondo comma. A fronte di tale dato normativo, la giurisprudenza di legittimità, dopo qualche oscillazione, appare allo stato consolidata nel ritenere che il reato previsto dalla norma censurata sia perseguibile d'ufficio. Tale soluzione interpretativa - recentemente avallata anche dalle sezioni unite della Corte di cassazione (sentenza 31 gennaio-31 maggio 2013, n. 23866) - poggia sul rilievo che il richiamo all'art. 570 cod. pen. , operato dall'art. 12-sexies della legge n. 898 del 1970, è finalizzato unicamente a determinare il trattamento sanzionatorio e non può, dunque, reputarsi comprensivo del regime di perseguibilità a querela previsto dalla norma richiamata. Questa stessa Corte, d'altra parte, aveva dato per presupposta la perseguibilità officiosa del reato in esame nelle precedenti occasioni in cui era stata chiamata a verificarne la legittimità costituzionale (sentenza n. 325 del 1995; ordinanze n. 423 del 1999 e n. 209 del 1997). Di conseguenza, non può dubitarsi che la premessa ermeneutica da cui muove l'odierno rimettente risponda effettivamente al "diritto vivente". 3.- Ciò posto, la questione non è peraltro fondata. Nella giurisprudenza di questa Corte è assolutamente costante l'affermazione che la scelta del regime di procedibilità dei reati «coinvolge la politica legislativa e deve, quindi, rimanere affidata a valutazioni discrezionali del legislatore, presupponendo bilanciamenti di interessi e opzioni di politica criminale spesso assai complessi, sindacabili in sede di giudizio di legittimità costituzionale solo per vizio di manifesta irrazionalità» (ordinanze n. 324 del 2013, n. 178 del 2003, n. 91 del 2001 e n. 354 del 1999; in senso analogo, altresì, sentenze n. 274 del 1997 e n. 7 del 1987). Si è, altresì, precisato che il modo di perseguibilità non è necessariamente connesso alla maggiore o minore gravità del reato, quale si rivela con la misura della pena (sentenza n. 7 del 1987, ordinanza n. 91 del 2001), potendo correlarsi anche alla particolarità della fattispecie e del bene che con la condotta criminosa venga offeso (ordinanza n. 27 del 1971). L'opzione per il regime della perseguibilità a querela non postula, inoltre, immancabilmente il carattere disponibile del diritto tutelato dalla norma penale e la natura meramente privatistica dell'interesse offeso. A spiegare l'istituto della querela concorrono, infatti, sia l'interesse pubblico sia l'interesse privato: la scelta di tale modo di procedibilità, in casi nei quali pure è innegabile la presenza di un interesse della collettività, deriva dal fatto che il legislatore, nella tenuità dell'interesse pubblico, ha preferito, per ragioni di politica criminale e di opportunità, rendere rilevante, come presupposto della perseguibilità del reato, la volontà del privato (ordinanza n. 204 del 1988). Di tali principi la Corte ha fatto ripetute applicazioni al fine di disattendere questioni di legittimità costituzionale dirette, come l'attuale, a rendere perseguibili a querela - tramite la deduzione di ritenute ingiustificate disparità di trattamento fra ipotesi in assunto omogenee - reati per i quali il legislatore aveva previsto la perseguibilità d'ufficio (sentenze n. 7 del 1987, n. 189 del 1976 e n. 42 del 1975;