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purtroppo, anche se non ancora indagato a fondo, negli ultimi 10 anni risulta aumentato drammaticamente anche il fenomeno dei bambini che assistono alla violenza sulla propria madre, generando ulteriori traumi che possono comprometterne sensibilmente il loro futuro; altro fondamentale aspetto è legato al tema del finanziamento dei centri antiviolenza e alla loro gestione. Nel corso degli ultimi anni la scarsità dei finanziamenti diretti e i tagli subiti dagli enti locali a causa delle politiche di austerità hanno ridotto questi fondamentali servizi e presidi territoriali all'incertezza più assoluta. Secondo il monitoraggio condotto da ActionAid sui fondi antiviolenza nazionali ripartiti tra le Regioni per le annualità 2015-2016 e per il piano d'azione straordinario contro la violenza sessuale e di genere 2015-2017, in base alla legge 15 ottobre 2013, n. 119, di conversione del decreto-legge 14 agosto 2013, n. 93, nonostante le risorse complessive stanziate per il piano dal Dipartimento per le pari opportunità della Presidenza del Consiglio dei ministri fossero pari a 85,3 milioni di euro, a cui vanno aggiunte le quote di cofinanziamento che alcuni enti ed istituzioni hanno messo a disposizione per realizzare le azioni in cui erano direttamente coinvolte, risulta erogato solo il 35,9 per cento, pari a circa 30,8 milioni di euro; ad oggi, moltissimi centri sono destinati alla chiusura per mancanza di fondi o a causa della miopia delle istituzioni, che non riconoscono loro il ruolo di servizi pubblici volti ad affrontare un problema sociale drammatico, che tutela soggetti in fortissima difficoltà come le donne oggetto di violenza maschile; già nell'assegnazione delle risorse del piano, i centri di accoglienza avevano denunciato un forte sbilanciamento a favore delle politiche dei percorsi di inclusione o inserimento lavorativo, ed esigui stanziamenti invece per l'ascolto e l'accoglienza; le politiche di austerità, tuttavia, colpiscono in primis proprio le donne, indebolendone ulteriormente le possibilità di indipendenza, scelta e riscatto da condizioni familiari violente. La mancanza di un reddito autonomo e la responsabilità di minori a carico (si segnala come i dati indichino che il 10-13 per cento della popolazione femminile viva in condizioni di povertà) conducono a condizioni di marginalità ed esclusione irreversibili, da cui è impossibile uscire senza l'aiuto e l'appoggio dei centri antiviolenza; in un tale contesto i centri antiviolenza, che accolgono le donne in uno stato di debolezza e abbandono istituzionale, sono sopravvissuti e sopravvivono ancora oggi principalmente grazie alla dedizione, alla militanza e al lavoro volontario di altrettante donne. Secondo un'analisi dell'Unione europea, ogni Paese dovrebbe prevedere un posto letto ogni 10.000 abitanti per vittime di violenza maschile contro le donne; molti dei centri esistenti, la maggior parte da più di 20 anni, svolgono un ruolo centrale nella prevenzione del femminicidio: le operatrici svolgono infatti attività di supporto legale e psicologico durante la denuncia, sono disponibili 24 ore al giorno per i casi di emergenza, collaborano con le forze dell'ordine e i servizi sociali, organizzano attività di promozione culturale. Allo stesso modo, le case rifugio danno ospitalità alle donne in pericolo impossibilitate al rientro in casa dai compagni violenti: i numeri sono impressionanti, valutando le donne che ricorrono al loro supporto in circa 14.000 all'anno. Tuttavia, le strutture vivono in condizioni di perenne precarietà, senza il riconoscimento del valore che hanno: secondo dati Istat, il 12,8 per cento delle donne che subiscono violenza non era nemmeno a conoscenza della loro esistenza; l'atteggiamento discontinuo delle istituzioni rende la presenza dei centri antiviolenza sul territorio mal distribuita. Allo stesso modo, la dipendenza da bandi, progetti, finanziamenti di privati e aziende rende la loro posizione insostenibilmente precaria: esemplari sono i casi dei bandi al ribasso, cui i centri concorrono alla pari con soggetti che non offrono alcuna esperienza sul campo; è necessario parimenti garantire formazione e educazione nei confronti di coloro che si occupano del tema, in tutte le fasi, dalla prevenzione all'accoglienza: forze dell'ordine e operatori sanitari e giuridici; un ultimo risvolto del fenomeno, emerso negli ultimi anni, è legato all'utilizzo della rete internet e dei social network per colpire, umiliare, insultare e manipolare le donne, attraverso violenze psicologiche che rischiano di metterne in pericolo la vita, impegna il Governo: 1) a favorire la diffusione e il mantenimento dei centri antiviolenza per promuovere una cultura dell'ascolto della vittima a partire dal riconoscimento che il femminicidio, lo stalking , i maltrattamenti, oltre alla violenza sessuale, sono forme di violenza di genere, rivolta contro le donne in quanto donne. Spesso infatti mancano i posti letto per accoglierle, perché i fondi sono insufficienti e le case rifugio chiudono; oppure le donne non ricevono informazioni esatte, pensano che se denunciano non possono avere protezione, perché nessuno le ha informate dell'esistenza degli ordini di allontanamento civile, che consentono di ottenere il mantenimento, oltre all'allontanamento del coniuge o del compagno violento, 2) a garantire la piena applicazione della Convenzione di Istanbul in ognuna delle sue previsioni, attraverso puntuali interventi normativi e finanziari, consentendo in tal modo anche la completa integrazione delle questioni connesse al tema della parità di genere e della promozione di una cultura del rispetto delle differenze; 3) ad assicurare che, nell'immediato, le risorse stanziate dalla legge n. 119 del 2013, dal piano d'azione straordinario contro la violenza sessuale e di genere e dalle diverse leggi di bilancio siano messe a disposizione delle strutture che si occupano del drammatico fenomeno, monitorandone l'effettivo trasferimento da parte delle Regioni; 4) ad avviare, anche in collaborazione con gli enti locali e le Regioni e come richiesto dalla stessa Convenzione, azioni di sensibilizzazione e formazione su diversi fronti, in primis attraverso un'attenta integrazione, in tutte le iniziative concernenti la realtà scolastica, educativa e formativa; 5) a promuovere, come raccomandato dall'Organizzazione mondiale della sanità, progetti educativi nelle scuole di ogni ordine e grado, finalizzati al rispetto delle persone tutte, all'accettazione e alla valorizzazione di tutte le diversità, a partire da quella di genere; 6) a monitorare l'efficacia della normativa italiana in materia di diritto all'oblio e di diffusione di contenuti lesivi dell'immagine personale, con particolare attenzione ai casi in cui essi siano utilizzati quali strumenti di violenza contro le donne; 7) a prevedere, con futuri interventi normativi e finanziari, anche attraverso una revisione del piano d'azione straordinario, che tutta la rete dei centri antiviolenza e delle case rifugio presenti sul territorio nazionale sia finanziata in modo certo, stabile e costante nel tempo, in modo da scongiurarne il rischio di chiusura e consentire l'organizzazione di percorsi strutturati per far riemergere le donne dalla spirale delle violenze;