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Modifiche alla legge 19 febbraio 2004, n. 40, in materia di reati di surrogazione di maternità e di commercio di cellule e tessuti di origine umana nonché in materia di accesso alle informazioni sulle proprie origini. Onorevoli Senatori. – Con il presente disegno di legge si rende effettivo il divieto della pratica nota come surrogazione di maternità, divieto già esistente nel nostro Paese ma troppo spesso aggirato ed eluso, si rafforzano le sanzioni già esistenti, estendendole anche a chi ricorre alla surrogazione in Stati dove essa è consentita e si pongono dei deterrenti, oltre a stabilire il diritto dei nati alla conoscenza delle proprie origini e alla tracciabilità dei genitori biologici per motivi medici. Anche il nostro Paese è stato investito dal dibattito internazionale in corso sulla surrogazione di maternità, cioè sulla forma più moderna della tratta di donne e di bambini, che purtroppo ci riguarda direttamente: dalle aule dei tribunali nazionali e internazionali, ma anche da trasmissioni televisive di intrattenimento e da pubblicistica popolare con vastissima diffusione, emergono sempre più frequentemente storie di connazionali anche famosi che hanno avuto bambini utilizzando questa pratica, eludendo impunemente i divieti italiani. Quando si parla di «utero in affitto» si parla di contratti privati, riconosciuti dagli Stati dove questa pratica è lecita o comunque tollerata, con cui una donna, la cosiddetta madre surrogata, si impegna a cedere il proprio figlio appena nato a terze persone, che possono essere single o coppie, etero od omosessuali. Il neonato solitamente non è figlio genetico della donna che lo ha portato in grembo e lo ha partorito, ma è stato concepito mediante gli ovociti di una seconda donna, la cosiddetta donatrice di ovociti. In genere la madre legale è una terza donna, diversa dalle prime due. Se i committenti sono due uomini, o uno solo, il bambino non avrà alcuna figura materna nella sua vita, neppure la madre legale. È quindi una pratica in cui si stabilisce, ancora prima del suo concepimento, che un bambino non crescerà con la donna – che senza dubbio esiste – che lo ha messo al mondo, cioè con la madre, ma con altre persone che ne hanno programmato la nascita. Per la prima volta nella storia dell'umanità abbiamo una frammentazione della figura materna in due contributi biologici – una madre genetica e una madre gestazionale – che spariscono dalla vita del bambino quando nessuna delle due è la madre legale. Da zero madri (se i committenti sono uno o due maschi) fino a tre madri possibili, quindi, accanto a un padre biologico che non sempre coincide con quello legale; in molti Stati, infatti, non è richiesto alcun legame genetico fra genitori committenti e nascituro. Se consideriamo che, in presenza di un marito o di un compagno della madre surrogata, c'è bisogno anche del suo consenso perché la donna porti avanti la gravidanza per «conto terzi» (tradizionalmente i coniugi delle donne che partoriscono sono per legge i padri presunti dei nati, ma è ovvio che, in un percorso di surrogazione di maternità, questo caso è da escludere), gli adulti coinvolti nel concepimento del nato da surrogazione possono essere da tre fino a sei, a seconda delle combinazioni biologiche e delle leggi dei vari Stati a cui appartengono i committenti, la madre surrogata e le cliniche dove avvengono concepimento e parto. Riassumendo: madre genetica, madre gestazionale, madre legale, padre genetico, padre legale e marito della madre gestazionale. Le combinazioni variano ulteriormente quando i committenti sono coppie omosessuali o single . È impossibile costruire un percorso di surrogazione di maternità senza un contratto che regoli dettagliatamente e spesso in modo vessatorio i rapporti fra tutte le parti, con il necessario corrispettivo economico e le penali previste. La regolazione articolata è dovuta al fatto che la madre surrogata porta nel grembo un bambino che non è il suo e che deve consegnare alla nascita ai committenti i quali, considerando quel bambino come proprio fin dal concepimento, possono obbligare la gestante a seguire comportamenti e stili di vita ben determinati, considerandola responsabile della salute e del benessere del nascituro. Il carattere economico del contratto è connaturato a un percorso di surrogazione: per quale altro motivo una donna dovrebbe affrontare una gravidanza e un parto e cedere il neonato a terzi? Pagamenti espliciti o rubricati come «rimborsi», ma senza che vi siano spese documentate. In sostanza, anche laddove si parla di gratuità della surrogazione, è facile capire che si tratta di veri e propri compensi mascherati da rimborsi. C'è poi da considerare il parallelo mercato di gameti: gli ovociti femminili sono «merce rara», e quindi costosa, e fanno parte di un commercio internazionale fiorente, con evidenti connotazioni razziste. Il DNA del nascituro sarà ereditato da chi fornisce i gameti che, quindi, devono appartenere a persone di aspetto gradevole, giovani, possibilmente con buon livello intellettivo e preferibilmente di pelle bianca. Tutte caratteristiche che si possono scegliere da appositi cataloghi nelle biobanche di gameti. Mentre per le madri surrogate l'aspetto fisico non conta e tanto meno quello intellettivo: l'importante è che siano in buona salute, sufficiente a portare avanti una gravidanza e ad affrontare il parto. Per questo si scelgono solitamente donne di Paesi terzi, a prescindere dall'aspetto, in condizioni economiche disagiate e poco consapevoli dei propri diritti, spesso illetterate, a cui si possono imporre condizioni «capestro». In Italia la donazione di gameti è volontaria e gratuita e non esistono biobanche che ne fanno commercio, diretto o indiretto. Poiché spesso si ricorre all'importazione di gameti da altri Stati, con il presente disegno di legge si vuole rendere minimo il rischio di commercializzazione, limitando l’ import a istituti di cellule e tessuti di tipo no profit , evitando quindi di alimentare anche indirettamente un mercato intollerabile. Possiamo quindi affermare che la surrogazione di maternità è una delle forme più spietate di mercificazione del corpo umano, che ripropone in termini medicalmente assistiti l'antica tratta dei neonati, sottratti a donne in stato di schiavitù o di sudditanza e, comunque, in stato di grave disagio economico. Solo donne in queste condizioni sono disposte ad abbandonare per sempre i figli appena partoriti; solo donne in queste condizioni sono disposte a portare avanti una gravidanza comportandosi secondo quanto stabilito dai committenti, seguendo rigorosamente le indicazioni sugli stili di vita e sui controlli medici specificati nel contratto, compreso l'aborto in caso di accertate malformazioni del feto, o l'aborto selettivo se si sviluppa una gravidanza gemellare non voluta, con un numero di bambini superiore a quello pattuito. In una gravidanza non è solo l'utero della donna a essere coinvolto, ma la persona nella sua interezza e non è possibile ammettere che una donna e il suo bambino possano essere oggetto di scambio, dopo secoli dall'abolizione del mercato degli schiavi, il luogo in cui pratiche come queste erano comuni. Attualmente una donna incinta che contratti la cessione del bambino a terzi, una volta nato, commette reato.