[pronunce]

Tale soluzione interpretativa, tuttavia, non sarebbe praticabile nella ipotesi di sospensione del procedimento con messa alla prova, in difetto di una norma equivalente al comma 4-bis dell'art. 141 norme att. cod. proc. pen. Una tale disciplina si porrebbe in contrasto con gli artt. 24, secondo comma, e 3 Cost., in quanto la preclusione per l'imputato di accedere ad una modalità anticipata di definizione del procedimento sarebbe «indubbiamente lesiva del diritto di difesa nonché priva di razionale giustificazione», non essendo riconducibile ad una libera scelta dell'imputato o ad una inerzia al medesimo addebitabile. Le disposizioni censurate, in particolare, determinerebbero «una ingiustificata disparità di trattamento di situazioni identiche [...] giacché dipendente - piuttosto che da una scelta difensiva - dalla qualificazione giuridica del fatto di volta effettuata dal pubblico ministero»; ciò che comporterebbe «un vizio di irragionevolezza della disciplina impugnata, con ulteriore violazione dell'art. 3 Cost. poiché [...] ricollega alle scelte del pubblico ministero la facoltà dell'imputato di accedere ad un rito (o, meglio, ad un "meccanismo di definizione anticipata del procedimento") il cui esito positivo consentirebbe, addirittura, di estinguere il reato». 2.- È intervenuto in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che le questioni siano dichiarate inammissibili. Eccepisce, in via preliminare, l'Avvocatura generale dello Stato che il giudice a quo avrebbe insufficientemente motivato la rilevanza della questione, non avendo precisato perché il fatto debba ritenersi diversamente qualificato e non si tratti piuttosto di un fatto diverso rispetto a quello originariamente contestato. Nel contesto normativo successivo alla entrata in vigore della legge 16 maggio 2014, n. 79 (Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 20 marzo 2014, n. 36, recante disposizioni urgenti in materia di disciplina degli stupefacenti e sostanze psicotrope, prevenzione, cura e riabilitazione dei relativi stati di tossicodipendenza, di cui al decreto del Presidente della Repubblica 9 ottobre 1990, n. 309, nonché di impiego di medicinali meno onerosi da parte del Servizio sanitario nazionale), infatti, il fatto di lieve entità di cui all'art. 73, comma 5, del d.P.R. n. 309 del 1990 non costituirebbe più lo stesso reato previsto nella ipotesi "ordinaria" e non vi sarebbe più continuità sanzionatoria tra le due fattispecie. Il giudice rimettente, inoltre, non avrebbe considerato che, in caso di richiesta di sospensione del procedimento con messa alla prova dell'imputato, il giudice è tenuto a verificare la correttezza della qualificazione giuridica attribuita al fatto dall'accusa e può, ove la ritenga non corretta, modificarla, traendone i conseguenti effetti sul piano della ricorrenza o meno dei presupposti dell'istituto (è citata Corte di cassazione, sezione quarta penale, sentenza 20 ottobre 2015-3 febbraio 2016, n. 4527). A tal fine, conformemente a quanto ritenuto da questa Corte nella sentenza n. 91 del 2018, sarebbe consentito al giudice di prendere visione degli atti del fascicolo del pubblico ministero, restituendoli per l'ulteriore corso in caso di pronuncia negativa sulla concessione o sull'esito della messa alla prova. Il giudice rimettente, pertanto, non avrebbe compiuto un accurato esame delle opzioni interpretative rese possibili dal contesto normativo in cui si collocano le norme censurate. Una interpretazione costituzionalmente orientata delle disposizioni censurate sarebbe stata possibile alla luce della giurisprudenza di questa Corte sulla facoltà dell'imputato di chiedere il patteggiamento o il giudizio abbreviato dopo nuove contestazioni in fase dibattimentale, fondate su elementi già risultanti dagli atti di indagine al momento dell'esercizio dell'azione penale o collegate alle risultanze dell'istruzione dibattimentale, a norma degli artt. 516 e 517 cod. proc. pen. Tale elaborazione giurisprudenziale sarebbe, peraltro, alla base della recente sentenza n. 141 del 2018, con la quale questa Corte ha dichiarato costituzionalmente illegittimo, per violazione degli artt. 3 e 24 Cost., l'art. 517 cod. proc. pen. , nella parte in cui, in seguito alla nuova contestazione di una circostanza aggravante, non prevede la facoltà dell'imputato di richiedere al giudice del dibattimento la sospensione del procedimento con messa alla prova.1.- Con l'ordinanza indicata in epigrafe, il Giudice dell'udienza preliminare del Tribunale ordinario di Catania ha sollevato, in riferimento agli artt. 3 e 24, secondo comma, della Costituzione, questioni di legittimità costituzionale degli artt. 464-bis, comma 2, e 521, comma 1, del codice di procedura penale, nella parte in cui tali disposizioni «non prevedono la possibilità di disporre la sospensione del procedimento con messa alla prova ove, in esito al giudizio, il fatto di reato venga, su sollecitazione del medesimo imputato, diversamente qualificato dal giudice così da rientrare in uno di quelli contemplati dal primo comma dell'art. 168-bis» del codice penale. 2.- L'Avvocatura generale dello Stato eccepisce, anzitutto, l'inammissibilità delle questioni sotto il profilo dell'insufficiente motivazione della loro rilevanza. Nel caso di specie, non si tratterebbe in effetti di una diversa qualificazione, ai sensi dell'art. 521, comma 1, cod. proc. pen. , dello stesso fatto originariamente contestato dal pubblico ministero, bensì dell'emersione di un fatto diverso. L'eccezione è infondata. Dal mero confronto tra il capo di imputazione e la pur sintetica descrizione, contenuta nell'ordinanza di rimessione, delle risultanze istruttorie, non emerge infatti alcuna diversità tra i fatti storici di detenzione e cessione di marijuana e cocaina descritti nel decreto che dispone il giudizio, e quelli che l'imputato - sulla base degli atti di indagine - risulta effettivamente avere commesso; bensì - esclusivamente - una diversità nella qualificazione giuridica da parte del giudice rispetto a quella originariamente ipotizzata dal pubblico ministero, in ragione della modesta quantità delle sostanze stupefacenti detenute e cedute dall'imputato, con conseguente sussumibilità dei fatti contestati e accertati nella più favorevole fattispecie prevista dal comma 5 dell'art. 73 del d.P.R. 9 ottobre 1990, n. 309 (Testo unico delle leggi in materia di disciplina degli stupefacenti e sostanze psicotrope, prevenzione, cura e riabilitazione dei relativi stati di tossicodipendenza), anziché in quella più grave disciplinata dal comma 1. Tale situazione è per l'appunto disciplinata - come esattamente ritenuto dal giudice a quo - dall'art. 521, comma 1, cod. proc. pen. , pacificamente applicabile anche al giudizio abbreviato (Corte di cassazione, sezione sesta penale, sentenza 20 gennaio 1992, n. 477).