[pronunce]

che non varrebbe richiamare la responsabilità disciplinare dell'ufficiale giudiziario in caso di omissione dell'adempimento che gli compete, e neppure l'eventuale obbligazione risarcitoria, trattandosi di sanzioni operanti su piani diversi e, comunque, non rilevanti per la parte interessata; che anche tale disparità di conseguenze sarebbe sintomatica dell'irragionevolezza della disposizione; che la norma censurata si porrebbe anche in contrasto con l'art. 24 Cost., perché in un processo nel quale, al fine di agevolare l'accesso alla giustizia tributaria, specialmente nelle controversie di valore inferiore a cinque milioni, è prevista una notevole agilità di forme, mal si inserirebbe l'onere ulteriore di depositare una copia dell'atto di appello presso la segreteria della Commissione tributaria provinciale e soprattutto l'inammissibilità dell'impugnazione per l'inosservanza di tale onere, con conseguente maggiore onerosità del ricorso alla giustizia tributaria; che la Commissione tributaria regionale dell'Umbria, con ordinanza depositata il 13 luglio 2009 (r.o. n. 312 del 2010), emessa in controversia relativa a fattispecie analoga a quella sopra esposta, ha sollevato questione di legittimità costituzionale del medesimo art. 53, comma 2, d.lgs. n. 546 del 1992, come modificato dall'art. 3-bis, comma 7, d.l. n. 203 del 2005, convertito, con modificazioni, dall'art. 1, comma 1, della legge n. 248 del 2005, limitatamente all'inciso «a pena d'inammissibilità», in riferimento agli artt. 3 e 24 Cost., adducendo argomentazioni identiche a quelle esposte nella prima ordinanza; che la Commissione tributaria regionale della Toscana - Sezione staccata di Livorno - con ordinanza depositata il 6 ottobre 2009 (r.o. n. 350 del 2010), ha sollevato, in riferimento agli artt. 3 e 24 Cost., questione di legittimità costituzionale della norma già censurata dalle ordinanze precedenti; che, come la rimettente riferisce, una società ha impugnato un avviso di accertamento della dogana di Livorno, relativo ad un'importazione dalla Tunisia di capi di abbigliamento, ad essa notificato in quanto il certificato EUR 1, che accompagnava la merce, era privo della sottoscrizione dell'esportatore, attestante l'origine dei prodotti; che la Commissione provinciale di Livorno ha respinto il ricorso; che la società ha proposto appello, ma l'ufficio ha eccepito l'inammissibilità del gravame per il mancato deposito della copia dell'atto di appello presso la segreteria della Commissione tributaria provinciale, ai sensi dell'art. 53, comma 2, d.lgs. n. 546 del 1992, in quanto la notifica dell'impugnazione non è stata effettuata a mezzo di ufficiale giudiziario; che, ad avviso della Commissione tributaria regionale, la norma da ultimo citata farebbe sorgere dubbi di legittimità costituzionale, meritevoli di essere sottoposti all'esame di questa Corte; che la rilevanza della questione sarebbe evidente, perché, se la norma censurata fosse legittima, il gravame andrebbe dichiarato inammissibile; che il contrasto di detta norma con il diritto di difesa, di cui all'art. 24 Cost., sussisterebbe, in quanto l'esigenza d'informare il giudice di primo grado dell'appello proposto, al fine di evitare che possa essere dichiarato erroneamente il passaggio in giudicato della sentenza impugnata, sarebbe soddisfatta dall'obbligo della segreteria del giudice del gravame di richiedere la trasmissione del fascicolo processuale con la copia autentica della sentenza di primo grado; che, inoltre, l'effetto preclusivo dell'impugnazione, fissato con l'inammissibilità, sarebbe irragionevole per un'attività estranea al giudizio di appello; che, ancora, qualora la notifica avvenga a mezzo posta, verrebbe ad essere sanzionato con l'inammissibilità un adempimento che deve essere posto in essere dall'agente postale, onde sarebbe punita una inadempienza da parte di un soggetto diverso dall'appellante; che, infine, sussisterebbe disparità di trattamento, in riferimento all'art. 3 Cost., perché l'analogo obbligo, posto a carico dell'ufficiale giudiziario dall'art. 123 disp. att. cod. proc. civ. , non sarebbe sanzionato in alcun modo; che del pari irragionevole, e quindi in contrasto con gli artt. 3 e 24 Cost., sarebbe la mancanza di un termine perentorio entro cui effettuare un'attività dalla cui mancanza scaturisce un effetto paralizzante come l'inammissibilità; che la tesi, sostenuta in altra controversia dall'Avvocatura dello Stato, secondo cui una lettura costituzionalmente orientata condurrebbe a leggere la sanzione come improcedibilità, consentendo quindi il deposito dell'atto di appello fino all'esito del giudizio, non potrebbe essere condivisa; che, infatti, la tesi suddetta verrebbe a porsi in contrasto con il dettato letterale della norma e, peraltro, resterebbe inspiegabile la necessità d'introdurre un motivo d'improcedibilità sanabile fino al termine del giudizio, mentre lo scopo di simile previsione (rendere edotto il giudice di primo grado del mancato passaggio in giudicato della sua sentenza) sarebbe già stato raggiunto con l'acquisizione degli atti del giudizio di primo grado; che, alla stregua delle considerazioni esposte, non si potrebbe prescindere da una valutazione di non manifesta infondatezza della questione; che il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, ha spiegato intervento nel giudizio di legittimità costituzionale promosso dalla Commissione tributaria regionale della Toscana (Sezione staccata di Livorno), chiedendo che la questione sia dichiarata manifestamente infondata; che, al riguardo, la difesa dello Stato richiama una pronuncia di questa Corte (ordinanza n. 43 del 2010), relativa a fattispecie analoga e recante declaratoria di manifesta infondatezza, i cui argomenti richiama e trascrive. Considerato che le tre ordinanze di rimessione indicate in epigrafe sollevano questioni identiche o analoghe, onde i relativi giudizi vanno riuniti per essere definiti con unica decisione; che i giudici a quibus dubitano, in riferimento agli artt. 3 e 24 della Costituzione, della legittimità costituzionale dell'articolo 53, comma 2, del decreto legislativo 31 dicembre 1992, n. 546 (Disposizioni sul processo tributario in attuazione della delega al Governo contenuta nell'articolo 30 della legge 30 dicembre 1991, n. 413), come modificato dall'articolo 3-bis, comma 7, del decreto-legge 30 settembre 2005, n. 203 (Misure di contrasto all'evasione fiscale e disposizioni urgenti in materia tributaria e finanziaria), convertito, con modificazioni, dall'art. 1, comma 1, della legge 2 dicembre 2005, n. 248, limitatamente all'inciso «a pena d'inammissibilità»; che, ad avviso della Commissione tributaria regionale dell'Umbria, la disposizione censurata: