[pronunce]

Infatti, nel rammentare che la giurisprudenza costituzionale in materia ha ritenuto che «costituiscono opinioni espresse nell'esercizio della funzione parlamentare quelle manifestate durante il compimento di atti tipici della funzione, nonché quelle che, pur non essendo state manifestate in sede parlamentare, riproducano il contenuto sostanziale delle prime», il giudice ricorrente osserva che le dichiarazioni del senatore Castelli «sono state rese nel corso di una trasmissione televisiva e, quindi, al di fuori dell'esercizio di funzioni parlamentari», non risultando, però, «sostanzialmente riproduttive di un'opinione espressa in sede parlamentare» dallo stesso senatore. In conclusione, il GUP del Tribunale di Roma sostiene che la deliberazione di insindacabilità adottata dal Senato della Repubblica, proprio perché frutto di «un'erronea valutazione dei presupposti richiesti dall'art. 68 Cost.», interferisca illegittimamente «nelle attribuzioni dell'autorità giudiziaria». 2. - Il conflitto è stato dichiarato ammissibile con ordinanza n. 24 del 27 gennaio 2006. A seguito di essa, il GUP del Tribunale di Roma ha notificato il ricorso e l'ordinanza al Senato della Repubblica in data 21 febbraio 2006 e ha depositato tali atti, con la prova dell'avvenuta notificazione, il successivo 28 febbraio. 3. - Si è costituito in giudizio il Senato della Repubblica, chiedendo che il giudizio per conflitto di attribuzioni sia dichiarato improcedibile, ovvero che il ricorso sia dichiarato inammissibile, e, nel merito, che la Corte statuisca – accertato che i fatti per cui è in corso procedimento penale di fronte al Giudice dell'udienza preliminare del Tribunale di Roma concernono opinioni espresse da un parlamentare nell'esercizio delle sue funzioni, ai sensi dell'art. 68, primo comma, della Costituzione – che spetta al Senato della Repubblica dichiarare l'insindacabilità delle opinioni espresse dal senatore Roberto Castelli nei confronti del deputato Oliviero Diliberto. 4. - Successivamente il Senato della Repubblica ha depositato una memoria illustrativa. Il ricorso sarebbe inammissibile, perché il ricorrente non avrebbe preso in considerazione la coincidenza, nel senatore Castelli, della posizione di parlamentare e di ministro al momento delle dichiarazioni oggetto del procedimento penale. Ciò si risolverebbe in una lacunosa indicazione delle ragioni del conflitto, enunciate in modo generico ed astratto. Il ricorso si limiterebbe a sostenere in astratto l'insussistenza del nesso funzionale, ma non indicherebbe alcuna specifica ragione di diritto sul perché tale insussistenza sia in concreto evocabile anche nei confronti del parlamentare-ministro. Il ricorso sarebbe altresì infondato nel merito. In primo luogo, secondo la difesa del Senato, in relazione alle condotte (atti, comportamenti, dichiarazioni) di carattere politico tenute extra moenia dal ministro-parlamentare, parrebbe necessario che l'esistenza del “nesso funzionale” venisse valutata sulla base di criteri diversi da quelli sinora elaborati. L'art. 3 della legge 20 giugno 2003, n. 140 (Disposizioni per l'attuazione dell'articolo 68 della Costituzione nonché in materia di processi penali nei confronti delle alte cariche dello Stato) provvede ad elencare gli atti parlamentari tipici: la presentazione di disegni o proposte di legge, emendamenti, ordini del giorno, mozioni e risoluzioni, le interpellanze, le interrogazioni, gli interventi nelle Assemblee e negli altri organi delle Camere per qualsiasi espressione di voto comunque formulata e ogni altro atto parlamentare. Ora, un ministro non presenta interrogazioni, non svolge sindacato ispettivo, non interviene in Aula con dichiarazioni eventualmente polemiche, la cui proiezione esterna giustifica la insindacabilità. Residuano – è vero – atti come la presentazione di disegni di legge o di emendamenti: ma da questi ultimi, per la loro asetticità, sarebbe difficile che scaturisca l'occasione di una loro diffusione extra moenia, che induca poi alla ricerca dell'atto funzionale tipico. Si osserva che il parlamentare chiamato a ricoprire la carica di ministro si trova in una condizione parlamentare particolare, essendo ad esempio esentato dalla partecipazione all'attività delle commissioni parlamentari. Egli resta parlamentare, perciò soggetto all'applicazione dell'art. 68 della Costituzione; tuttavia, non è nelle condizioni di svolgere un'attività parlamentare piena, ed anzi molti atti tipici della funzione gli sono logicamente preclusi. Non si tratterebbe di un mero inconveniente di fatto, bensì di una condizione giuridicamente differenziata, che va considerata secondo ragionevolezza. La «salvezza» dell'applicazione dell'art. 68 della Costituzione deve essere reale e non meramente affermata in astratto. Ma tale «salvezza» può aversi solo se l'applicazione dei criteri relativi alla ricerca del nesso funzionale avviene con la necessaria elasticità e ragionevolezza, tenendo conto delle peculiarità della fattispecie. Nel caso all'esame del giudice confliggente, si ha a che fare – precisa la difesa del Senato – con una esternazione, avvenuta nel corso di una trasmissione televisiva. Ci si troverebbe di fronte ad una attività di critica e di denuncia espletata da un parlamentare. Ma poiché si tratta di un parlamentare che è anche ministro, quasi di necessità essa si verifica «fuori dal Parlamento». Inoltre, tale attività sarebbe certamente connessa alla funzione parlamentare, non solo perché la critica e la denuncia contenute nelle esternazioni censurate provengono da un soggetto che è anche parlamentare, ma soprattutto perché, non trattandosi di condotta funzionalmente legata all'attività ministeriale, essa si presenterebbe invece come particolare manifestazione di quell'unica possibile forma di attività politica che il parlamentare-ministro può svolgere, necessariamente fuori del Parlamento ed in forma atipica, cioè senza poterla tradurre negli atti formali in cui la funzione parlamentare tipicamente si estrinseca. In via gradata, la difesa del Senato ritiene che la coincidenza di funzioni ministeriali e parlamentari debba consentire l'individuazione del nesso funzionale anche attraverso il riferimento ad atti o attività che appartengono al ruolo politico-funzionale di un ministro. Poiché, nel caso del parlamentare-ministro che esterni polemicamente, non è possibile o è molto difficile riferirsi ad atti tipici della funzione parlamentare, in queste ipotesi sarebbe necessaria una «ragionevole elasticità» nella ricerca del nesso funzionale. Tale ragionevole elasticità dovrebbe indirizzarsi – si sostiene – a considerare il rilievo di alcune attività o dichiarazioni assunte in qualità di ministro, sulle quali il ministro-parlamentare deve poter richiamare, in dibattiti o in incontri politici, l'attenzione dell'opinione pubblica, nelle forme che gli risultano consentite e che ovviamente non possono coincidere, di fatto o di diritto, con quelle dell'attività parlamentare tipica. La ricerca del nesso funzionale dovrebbe qui giovarsi di tali atti o dichiarazioni, perché essi «tengono luogo» degli atti tipici, che nella particolare situazione del ministro-parlamentare non possono esserci.