[pronunce]

che con la riforma legislativa sarebbe venuto meno non già il requisito della pericolosità sociale, che è pur sempre elemento costitutivo dell'applicazione di tutte le misure di prevenzione, comprese quelle patrimoniali, bensì quello della «attualità della pericolosità sociale» e non vi sarebbe più «la necessità di attivare (sempre) il procedimento per l'applicazione della misura personale, anche quando esso ha il solo scopo di consentire la applicazione di quella patrimoniale, come nei casi (...) contemplati dai commi 7 e 8 dell'art. 2-ter L. 575/1965»; che tale disciplina determinerebbe «una lesione del diritto di difesa, posto che il giudice della prevenzione è chiamato a formulare un giudizio di pericolosità sociale nei confronti di una persona che non è più in vita e, dunque, non può intervenire nel procedimento ed instaurare il contraddittorio sulla propria qualificazione soggettiva o sulla provenienza dei propri beni»; che la questione, oltre che rilevante, sarebbe non manifestamente infondata, in quanto da varie pronunce della Corte costituzionale emergerebbe «la necessità che il sistema della prevenzione, pienamente legittimo, si basi sull'accertamento di fatti specifici, individuati con sufficiente grado di determinatezza dal legislatore, tali da consentire al giudice di formulare su basi obiettive il giudizio prognostico sui comportamenti del soggetto e di valutarne in tal modo la pericolosità sociale, sempre nel rispetto delle garanzie giurisdizionali e del principio del contraddittorio»; che anche sul tema dei rapporti tra le misure di prevenzione personali e patrimoniali il rimettente richiama alcune decisioni della giurisprudenza costituzionale e di quella di legittimità (tra le quali, in particolare, la sentenza delle sezioni unite della Corte di cassazione n. 18 del 3 luglio 1996), sottolineando che sia l'ipotesi del decesso intervenuto prima della definitività della confisca, sia le ipotesi dell'assenza, dimora o residenza all'estero del proposto «non prescindono dalla verifica della pericolosità sociale, quanto dalla possibilità della sua concreta applicazione» e che pure nelle ipotesi in cui la misura patrimoniale non è applicata contemporaneamente a quella personale, è richiesto l'accertamento, nel contraddittorio delle parti, dei presupposti per l'applicazione delle misure sia personali che patrimoniali; che «in tutti questi casi il proposto è messo in condizione di conoscere l'esistenza del procedimento di prevenzione a suo carico, è comunque assistito da un difensore (di sua fiducia o d'ufficio), può scegliere se e con quali mezzi intervenire e, da ultimo, anche optare per un rito (udienza pubblica) invece che un altro (camera di consiglio)»; che nel quadro descritto si inserirebbero le modifiche introdotte dal legislatore del 2008 e del 2009 con il comma 6-bis dell'art. 2-bis e con il comma 11 dell'art. 2-ter della legge n. 575 del 1965; che un'interpretazione sistematica e costituzionalmente orientata della prima disposizione «induce a ritenere non che si debba prescindere dalla verifica della pericolosità sociale del proposto, ma che si possano applicare le misure patrimoniali anche in caso di pericolosità sociale non più attuale, ovvero in caso di completa esecuzione della misura personale», ferma restando «la necessità di verificare se il soggetto sia o sia stato socialmente pericoloso» ai sensi della legge n. 575 del 1965, verifica, questa, che «non può che intervenire nel contraddittorio delle parti», in applicazione dei princìpi del "giusto processo" sanciti dall'art. 111 Cost.; che sotto il profilo del rispetto del diritto al contraddittorio la disciplina di cui all'art. 2-bis, comma 6-bis (nella parte relativa alla possibilità di instaurare il procedimento nei confronti degli eredi) e 2-ter, comma 11, della legge n. 575 del 1965 sarebbe in contrasto con l'art. 111 Cost., in quanto l'instaurazione del procedimento di applicazione della misura patrimoniale nei confronti degli eredi, «implica, necessariamente una valutazione dei profili di pericolosità sociale ed illecita origine dei beni che non si riferiscono ai soggetti chiamati ad intervenire nel procedimento, bensì ad un soggetto che è deceduto e, dunque, che non può più intervenirvi»; che, ad avviso del giudice a quo, la possibilità di assicurare la partecipazione personale al procedimento di prevenzione avrebbe un valore fondamentale incidendo sui diritti della persona (e, in primo luogo, sul diritto di difesa) e sulla stessa legittimità della procedura, essendo la necessità del contraddittorio cristallizzata nell'art. 111 Cost., a norma del quale in ogni procedimento deve essere assicurata «la possibilità di partecipazione dello stesso soggetto destinatario del giudizio», laddove, nel caso del procedimento nei confronti degli eredi, «il giudizio viene formulato con riferimento ad una persona che non può parteciparvi ed i suoi effetti vengono a prodursi su soggetti che, a loro volta, sono sì chiamati a partecipare al procedimento, ma sono totalmente estranei a qualunque valutazione che li riguardi»; che il rimettente, richiamati i diritti riconosciuti a qualsiasi persona sottoposta a processo dall'art. 6 della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali (ratificata e resa esecutiva con la legge 4 agosto 1955, n. 848) e alcune decisioni della Corte europea dei diritti dell'uomo sulla partecipazione personale al processo, nonché la sentenza delle sezioni unite della Corte di cassazione n. 13426 del 25 marzo 2010, in tema di inutilizzabilità, nel giudizio di prevenzione, delle intercettazioni dichiarate inutilizzabili nel giudizio penale di cognizione e la sentenza n. 93 del 2010 della Corte costituzionale, osserva che nel procedimento instaurato nei confronti degli eredi della persona deceduta il diritto al contraddittorio «appare pretermesso, posto che non è fisicamente possibile la partecipazione diretta del soggetto al procedimento, né può ritenersi tale principio rispettato dalla partecipazione al giudizio di un eventuale difensore del de cuius» alla luce della giurisprudenza della Corte di Strasburgo sul processo contumaciale; che nella situazione considerata «nessun contraddittorio vi è mai stato con riferimento agli accertamenti patrimoniali ed il giudizio in ordine alla sussistenza degli elementi alla base della confisca (disponibilità, sproporzione, provenienza dei beni) viene a svolgersi in base ad elementi raccolti dopo la morte del soggetto e senza che a costui sia mai stato possibile conoscere tali elementi e svolgere le proprie difese sui fatti dimostrati dall'accusa», con violazione dell'art. 24 e dell'art. 111, primo comma, Cost.; che i principi costituzionali indicati non sarebbero adeguatamente rispettati con riguardo agli eredi, chiamati a partecipare al procedimento in una posizione del tutto analoga a quella del de cuius e ad esplicare le proprie difese non in ordine agli elementi di giudizio che li riguardano, ma su fatti e circostanze concernenti un'altra persona;