[pronunce]

che nel giudizio di costituzionalità è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, concludendo perché la questione sia dichiarata manifestamente infondata: e ciò sul rilievo della peculiarità del rito monitorio e, segnatamente, sulla scorta della considerazione che il giudizio immediato conseguente all'opposizione - non fondato sui presupposti di cui all'art. 453, comma 1, cod. proc. pen. - rappresenta una soluzione individuata dal legislatore, nell'ambito di una ragionevole discrezionalità, per ripristinare il contraddittorio processuale nell'ipotesi di contestazione del fondamento del decreto da parte del suo destinatario. Considerato che il Tribunale di Fermo dubita della compatibilità costituzionale, in riferimento agli artt. 3, 24, secondo comma, e 111, secondo e terzo comma, della Costituzione, del disposto dell'art. 461, comma 3, del codice di procedura penale, nella parte in cui non prevede la facoltà dell'imputato, opponente a decreto penale di condanna, di chiedere al giudice, in alternativa ai riti speciali, il giudizio ordinario e, dunque - ove si proceda per reato in relazione al quale non è prevista la citazione diretta - di ottenere la fissazione dell'udienza preliminare; che il rimettente estende tale dubbio, in relazione ai medesimi parametri costituzionali, anche alla disposizione di cui all'art. 464, comma 1, cod. proc. pen. , nella parte in cui non prevede che, se l'opponente a decreto penale ha chiesto il giudizio ordinario o comunque non ha formulato richiesta di riti speciali, il giudice fissi l'udienza preliminare; che il nucleo delle doglianze formulate dal giudice rimettente si fonda, peraltro, sulla non condivisibile premessa che il giudizio introdotto a seguito dell'opposizione dell'imputato debba essere - necessariamente ed integralmente - “rispristinatorio” della situazione processuale in cui l'imputato versava prima dell'emissione del decreto penale di condanna: e ciò perchè tale effetto - unico idoneo a garantire, ad avviso del giudice a quo, la compatibilità costituzionale del procedimento speciale - discenderebbe, come affermato da questa Corte, dalla natura del decreto quale «decisione “preliminare”, destinata ad essere posta nel nulla nel caso di opposizione» ed a svolgere, in tal caso, la mera funzione di informazione dei motivi dell'accusa (v. ordinanza n. 8 del 2003); che, in realtà, la peculiarità del procedimento per decreto si manifesta, del tutto ragionevolmente, anche nelle modalità di introduzione della fase processuale e di investitura della regiudicanda in capo al giudice del dibattimento, proprio perché - come recita la stessa rubrica di una delle norme oggetto di censura, ossia l'art. 464 cod. proc. pen. - si tratta di giudizio pur sempre “conseguente all'opposizione”: sicchè l'introduzione del rito, improntato a presupposti e cadenze diversi ab origine da quelli del modulo processuale ordinario, non può che confermare - anche in ordine alle concrete modalità di instaurazione del giudizio - la specificità propria del procedimento monitorio, configurato quale rito a contraddittorio eventuale e differito, che, una volta instaurato con l'opposizione, assicura nel dibattimento l'integrale attuazione delle garanzie dell'imputato; che, peraltro, la conferma di tale tratto caratteristico è nella costante qualificazione, da parte della giurisprudenza di legittimità, dell'atto di opposizione quale rimedio impugnatorio, destinato ad impedire che il decreto penale di condanna divenga irrevocabile (art. 648, comma 3, cod. proc. pen.); che pertanto - benché il decreto penale di condanna si configuri come una sorta di decisione “preliminare” destinata, in caso di opposizione, ad essere sostituita da una pronuncia resa all'esito del dibattimento - la proposizione dell'opposizione non è idonea ad elidere in toto le peculiarità che contraddistinguono presupposti, finalità e modulazione del rito monitorio e che lo differenziano sensibilmente rispetto al procedimento ordinario: risultando così erronea la piena assimilazione - posta a base dell'argomentazione del rimettente - tra la posizione dell'imputato che, destinatario di un decreto penale di condanna, abbia proposto opposizione e quella dell'imputato nei cui confronti si procede nelle forme ordinarie; che solo nella prima di tali eventualità, infatti, viene in essere una delibazione giurisdizionale compiuta dal giudice richiesto del provvedimento, la quale si concreta in una penetrante valutazione, in rito e nel merito, di tutti i presupposti che condizionano la adottabilità del decreto (vale a dire: verifica del rispetto delle condizioni formali della richiesta e del relativo termine; affermazione di responsabilità; verifica dell'adeguatezza della pena); che, dunque, se l'opposizione vale certamente a garantire il contraddittorio pretermesso nella fase monitoria - evitando che si determini la conseguenza processuale della irrevocabilità del decreto penale - essa non è idonea, tuttavia, ad eliminare in toto, per tale atto, il suo valore terminativo di una fase processuale ritualmente conclusasi con una statuizione giurisdizionale: così evidenziandosi la piena ragionevolezza del mancato innesto dell'udienza preliminare nella fase successiva all'opposizione, pena l'indebita perequazione tra il “già giudicato” con decreto di condanna e colui nei cui confronti sia stata soltanto esercitata l'azione penale; che proprio la evidenziata non comparabilità tra le situazioni appena richiamate rende prive di fondamento le censure prospettate dal rimettente: e ciò sia sotto il profilo della denunciata disparità di trattamento tra imputati e della conseguente violazione del principio di eguaglianza; sia sotto quello della ipotizzata lesione del principio del contraddittorio tra le parti in condizione di parità, non potendosi riconoscere all'opponente, per le ragioni evidenziate, un “diritto alla progressione ordinaria del procedimento”, con udienza preliminare e senza l'imposizione del giudizio immediato; sia, infine, sotto il profilo dell'ipotizzata lesione del diritto di difesa, posto che la specialità di instaurazione del giudizio - lungi dall'incidere, in ragione della mancata previsione dell'udienza preliminare, sulla piena fruibilità delle garanzie in capo all'imputato, pienamente espanse nella successiva fase dibattimentale - risulta ragionevolmente coerente con la specialità del rito monitorio; che pertanto la questione deve essere dichiarata manifestamente infondata. Visti gli artt. 26, secondo comma, della legge 11 marzo 1953, n. 8, e 9, comma 2, delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale.. . per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE dichiara la manifesta infondatezza della questione di legittimità costituzionale dell'art. 461, comma 3, e dell'art. 464, comma 1, del codice di procedura penale, sollevata, in riferimento agli artt. 3, 24, secondo comma, e 111, secondo e terzo comma, della Costituzione, dal Tribunale di Fermo con l'ordinanza in epigrafe. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, l'11 luglio 2007. F.to: