[pronunce]

ORDINANZA ha pronunciato la seguentenel giudizio di legittimità costituzionale dell'art. 3, comma 2, del decreto-legge 11 giugno 1998, n. 180 (Misure urgenti per la prevenzione del rischio idrogeologico ed a favore delle zone colpite da disastri franosi nella regione Campania), convertito, con modificazioni, dalla legge 3 agosto 1998, n. 267; dell'art. 8, comma 1, lettera d), del decreto legislativo 20 settembre 1999, n. 354 (Disposizioni per la definitiva chiusura del programma di ricostruzione di cui al titolo VIII della legge 14 maggio 1981, n. 219, e successive modificazioni, a norma dell'articolo 42, comma 6, della legge 17 maggio 1999, n. 144), e dell'art. 1, comma 2-quater, del decreto-legge 7 febbraio 2003, n. 15 (Misure urgenti per il finanziamento di interventi nei territori colpiti da calamità naturali e per l'attuazione delle disposizioni di cui all'articolo 13, comma 1, della legge 1° agosto 2002, n. 166. Disposizioni urgenti per il superamento di situazioni di emergenza ambientale), convertito, con modificazioni, dalla legge 8 aprile 2003, n. 62, promosso dal Collegio arbitrale di Napoli nel procedimento arbitrale vertente tra il Consorzio CPR2 e la Curia arcivescovile di Napoli con ordinanza del 22 luglio 2008, iscritta al n. 406 del registro ordinanze 2008 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 53, prima seria speciale, dell'anno 2008. Visti l'atto di costituzione del Consorzio CPR2 nonché l'atto di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri; udito nell'udienza pubblica del 21 aprile 2009 il Giudice relatore Paolo Grossi; uditi gli avvocati Vincenzo Spagnuolo Vigorita, Massimo Luciani e Domenico Di Falco per il Consorzio CPR2 e l'avvocato dello Stato Giacomo Aiello per il Presidente del Consiglio dei ministri. Ritenuto che il Collegio arbitrale di Napoli, costituito per l'arbitrato tra il Consorzio CPR2 e la locale Curia arcivescovile, con ordinanza del 22 luglio 2008, ha sollevato – in riferimento agli articoli 3, 5, 24, 25, 41, 42, 97, 117, primo comma, e 120 della Costituzione – questioni di legittimità costituzionale: a) dell'art. 3, comma 2, del decreto-legge 11 giugno 1998, n. 180 (Misure urgenti per la prevenzione del rischio idrogeologico ed a favore delle zone colpite da disastri franosi nella regione Campania), convertito, con modificazioni, dalla legge 3 agosto 1998, n. 267; b) dell'art. 8, lettera d) [recte: comma 1, lettera d)], del decreto legislativo 20 settembre 1999, n. 354 (Disposizioni per la definitiva chiusura del programma di ricostruzione di cui al titolo VIII della legge 14 maggio 1981, n. 219, e successive modificazioni, a norma dell'articolo 42, comma 6, della legge 17 maggio 1999, n. 144); c) dell'art. 1, comma 2-quater, del decreto-legge 7 febbraio 2003, n. 15 (Misure urgenti per il finanziamento di interventi nei territori colpiti da calamità naturali e per l'attuazione delle disposizioni di cui all'articolo 13, comma 1, della legge 1° agosto 2002, n. 166. Disposizioni urgenti per il superamento di situazioni di emergenza ambientale), convertito, con modificazioni, dalla legge 8 aprile 2003, n. 62; che tali norme sono censurate nella parte in cui escludono che le controversie relative all'esecuzione di opere pubbliche comprese in programmi di ricostruzione di territori colpiti da calamità naturali possano essere devolute a collegi arbitrali; che il Collegio arbitrale – costituitosi in data 25 maggio 2006, e chiamato a pronunciarsi in merito ai profili patrimoniali derivanti dal mancato collaudo di opere realizzate nel quadro del programma straordinario di edilizia residenziale di Napoli di cui al citato titolo VIII della legge n. 219 del 1981 –, rilevata la necessità di valutare la procedibilità dell'arbitrato, ricorda di avere già sollevato altra questione di legittimità costituzionale del menzionato divieto di devoluzione ad arbitri delle controversie de quibus, definita da questa Corte con l'ordinanza n. 29 del 2008 di restituzione degli atti per mutamento del quadro normativo, conseguito alla intervenuta approvazione della legge 24 dicembre 2007, n. 244 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato - legge finanziaria 2008), la quale all'art. 3, commi da 19 a 22, ha introdotto il divieto del giudizio arbitrale per tutte le controversie scaturenti da appalti pubblici; che, affermata l'inapplicabilità ratione temporis della nuova disciplina al giudizio in corso, il rimettente assume la perdurante rilevanza della questione nel giudizio a quo, laddove, peraltro, lo ius superveniens non introduce, a suo dire, elementi atti a modificare le valutazioni svolte nella precedente ordinanza di rimessione; che il Collegio – pur a conoscenza che questa Corte si è espressa nel senso della non fondatezza di questioni in parte analoghe a quelle odierne (sentenza n. 376 del 2001 ed ordinanze n. 11 e n. 122 del 2003) – sostiene che le disposizioni censurate violerebbero, in primo luogo, l'art. 3 Cost., poiché individuano irragionevolmente una disciplina speciale per le controversie riguardanti contratti pubblici aventi ad oggetto la realizzazione di interventi originati da calamità naturali, le quali, all'interno della materia delle opere pubbliche, non si differenzierebbero dalle altre sotto il profilo della compatibilità con la ratio sottesa alla disciplina generale dell'arbitrato; che, sempre con riguardo all'art. 3 Cost. (in riferimento anche agli artt. 5 e 120 Cost.), il rimettente ritiene che le norme denunciate attribuiscano un regime normativo differenziato ad appalti oggettivamente e soggettivamente identici, determinando in tal modo una discriminazione di tipo territoriale non solo rispetto al più ampio ambito comunitario – ove sono consentite deroghe alla disciplina generale degli appalti solo per particolari oggetti o determinati soggetti aggiudicatori, senza alcun «privilegio» di tipo territoriale – ma anche in ambito nazionale, ove le imprese operanti nei luoghi colpiti da calamità naturali, anche per lavori connessi a finalità di sviluppo (e non certo di ricostruzione), «si trovano a subire un trattamento ingiustificatamente differenziato rispetto a quelle operanti in altre zone del paese, per di più in un sistema che considera giudice naturale della esecuzione degli appalti il giudice onorario»;