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Modifica alla tabella A allegata al decreto del Presidente della Repubblica 26 ottobre 1972, n. 633, per la riduzione dell'aliquota dell'imposta sul valore aggiunto relativa ai prodotti di prima necessità per l'infanzia. Onorevoli Senatori. – Il presente disegno di legge prende spunto da alcuni dati allarmanti. La popolazione italiana ha una natalità tra le più basse del mondo, da ormai quasi una generazione. Come conseguenza, l'Italia va accumulando un imponente «debito» demografico, un debito facilmente misurabile e comparabile. Secondo i dati pubblicati dall'Istituto nazionale di statistica (ISTAT) nell'Annuario statistico 2017, nel 2016 è continuato il calo delle nascite. I nati vivi, che nel 2015 erano 485.780, nel 2016 passano a 473.438 e il quoziente di natalità, uniforme sul territorio, scende a 7,8 nati per mille abitanti. Non solo. Nel corso degli anni, il continuo aumento della sopravvivenza nelle età più avanzate e il costante calo della fecondità hanno reso l'Italia uno dei Paesi più vecchi al mondo: l'indice di vecchiaia, dato dal rapporto tra la popolazione di 65 anni di età e oltre e quella con meno di 15 anni di età, risulta essere pari al 1° gennaio 2017 al 165,3 per cento, ancora in crescita rispetto all'anno precedente (161,4 per cento). Le conseguenze sulla struttura sociale, sui meccanismi di solidarietà intergenerazionale e sul sistema del welfare sono notevoli e si accentueranno nei prossimi decenni. Con queste tendenze come potranno sopravvivere l'economia e la società italiana? Le ragioni della denatalità sono di varia natura. Non avere figli può essere una libera scelta della coppia oppure una conseguenza della diminuzione della fecondità. In più, si è affermata la tendenza a rinviare il momento procreativo, il che riduce inevitabilmente il numero dei figli. Ma la denatalità in molti casi può anche essere frutto di povertà, soprattutto per quanto riguarda la decisione di avere un secondo o un terzo figlio. Stando ai dati, il calo complessivo della natalità e dovuto infatti proprio alla fortissima riduzione dei figli successivi al primo. A livello internazionale, sempre secondo i dati pubblicati dall’ ISTAT, l'Italia si trova al sesto posto per fecondità più bassa nell'Unione europea (28 Paesi membri). II tasso di fecondità totale (TFT), indicatore sintetico della fecondità, nel 2015 scende ancora, rispetto all'anno precedente, passando da 1,37 a 1,35 figli in media per donna. In Europa, solo la Francia, con 1,96 figli in media per donna, rimane il Paese più prolifico. Fino a qualche anno fa, solo alcune nazioni dell'Est europeo (Repubblica Ceca, Polonia e Ungheria) presentavano un valore medio dei figli inferiore all'1,32 italiano , valore che solo nel 2007 è leggermente salito, attestandosi la stima del numero dei figli per donna a 1,35. Si trattava del risultato di un trend positivo iniziato nel 1995, anno in cui l'Italia toccò il suo minimo storico con un valore del tasso di fecondità totale di 1,19 figli per donna. Sebbene l'andamento più recente del numero medio di figli (tasso di fecondità totale) sembra essere in linea con la tendenza alla ripresa della fecondità che ha caratterizzato l'Italia negli ultimi anni (l'incremento più marcato si e riscontrato tra il 2007 e il 2008, dove l'indicatore e passato da 1,37 a 1,42 figli in media per donna), la stima al 2009 vede l'indicatore attestarsi su 1,41 e la stima relativa al 2012 su 1,42. Per il terzo anno consecutivo, non si riscontrano variazioni di rilievo della fecondità nazionale. II tradizionale differenziale nel tasso di fecondità totale - che fino agli anni Ottanta vedeva le regioni del Mezzogiorno fungere da sostegno alla fecondità con valori superiori alla media nazionale - oggi mette in luce una realtà in cui sono le regioni del Nord quelle in cui si fanno in media più figli. Rispetto al 1995, il tasso di fecondità totale è aumentato nelle regioni del Nord del 40 per cento circa, mentre nel Mezzogiorno si è ridotto del 4 per cento circa nello stesso intervallo temporale. Se nel periodo gennaio-agosto 2007 confortava la tendenza positiva registrata nel 2006, con un incremento di 4.698 unità rispetto allo stesso periodo del 2006 (369.411 iscrizioni totali all'anagrafe), il bilancio demografico dell'ISTAT per quanto riguarda il 2011 indicava una tendenza chiara: dati alla mano, nel 2011 ci sono stati 15.000 iscritti in meno all'anagrafe rispetto a1 2010, nel cui corso sono nati complessivamente 561.944 bambini (6.913 in meno, pari all'1,2 per cento, rispetto all'anno precedente). Una tendenza, quella della diminuzione delle nascite, che è continua ormai dal 2008. Se l'Italia, nel contesto europeo, si colloca tra i Paesi a più bassa fecondità, l'Irlanda assume una posizione di eccezione, visto che è l'unico Paese che presenta valori pari alla soglia in grado di garantire il ricambio generazionale. Nella parte alta della graduatoria del tasso di fecondità totale si trovano, inoltre, la Francia e i Paesi scandinavi, noti nel panorama europeo per le politiche a sostegno della maternità e della famiglia grazie ad un articolato sistema di prestazioni familiari che vanno da quelle generali di mantenimento a quelle di accoglienza legate alla prima infanzia. Sulla base dei dati forniti dalla Banca d'Italia, sebbene il reddito medio delle famiglie italiane rilevato dall'indagine sul 2016, a prezzi costanti e corretto per confrontare tra loro nuclei familiari di diversa composizione, sia cresciuto del 3,5 per cento (rispetto a quello rilevato dalla precedente indagine sul 2014), esso è rimasto tuttavia ancora inferiore dell'11 per cento rispetto al picco raggiunto nel 2006. La crescita è stata sospinta dall'aumento sia dai redditi unitari da lavoro dipendente sia del numero di percettori. In tutte le principali classi di reddito è cresciuta la quota di nuclei familiari che nel corso del 2016 sono riusciti a risparmiare. È altresì contestualmente aumentata la disuguaglianza nella distribuzione dei redditi, tornata in prossimità dei livelli prevalenti alla fine degli anni Novanta del secolo scorso. È aumentata anche la quota di individui a rischio di povertà, cioè di coloro che dispongono di un reddito equivalente inferiore al 60 per cento di quello mediano. L'incidenza di questa condizione, che interessa per lo più le famiglie giovani del Mezzogiorno o dei nati all'estero, è salita al 23 per cento, un livello molto elevato. Di fronte ad un aumento generalizzato del livello dei prezzi e delle tariffe, le famiglie hanno fatto ricorso, negli ultimi anni, sempre più al credito al consumo per riuscire ad arrivare a fine mese, anche per quanta riguarda gli acquisti di media entità. Alla luce di quanta riportato e al fine di porre in essere politiche concrete di sostegno, occorre mettere in campo tutte quelle misure utili a ridare potere d'acquisto ai redditi delle famiglie e a sanare la disastrosa situazione che ha portato ad un forte ricorso all'indebitamento.