[pronunce]

In ogni caso, secondo la giurisprudenza costituzionale, nell'ambito della potestà legislativa concorrente lo Stato potrebbe solo prevedere «l'assegnazione di una funzione amministrativa agli enti locali in generale, non ad un preciso livello istituzionale […]. Del resto, la competenza della legge regionale ad assegnare le funzioni ai diversi livelli locali risulta chiaramente dall'art. 118, secondo comma, Cost.». La Regione ritiene poi che l'impugnazione dell'art. 16, commi 1 e 6, della legge regionale sarebbe inammissibile dal momento che avverso di essi non è svolta alcuna censura. Infondata, invece, sarebbe la censura avente ad oggetto l'art. 16, comma 7. L'art. 117, sesto comma, della Costituzione nelle materia di competenza concorrente e residuale attribuisce alla Regione la potestà regolamentare e dunque non varrebbe nei suoi confronti il divieto, che grava invece su chi non sia titolare di tale competenza, di dettare norme regolamentari suppletive. D'altra parte, agli enti locali non sarebbe «garantita una potestà regolamentare esclusiva in determinate materie», ma soltanto «un certo margine di autonomia normativa in relazione alle funzioni» ad essi attribuite. L'art. 16, commi 6 e 7, della legge regionale n. 26 del 2004 rispetterebbe e valorizzerebbe tale autonomia degli enti locali limitando il valore dei regolamenti regionali al periodo anteriore all'entrata in vigore dei regolamenti locali. La disposizione contenuta nell'art. 20, comma 1, della legge regionale, censurata nella parte in cui disciplina la messa fuori uso degli impianti di generazione di energia elettrica di potenza nominale superiore a 10 MVA, sarebbe del tutto conforme alla normativa statale di cui all'art. 1-quinquies del decreto-legge n. 239 del 2003, salva la precisazione, in essa contenuta, di quale sia l'«amministrazione competente» cui tale disposizione si riferisce. La censura, secondo la difesa regionale, sarebbe infondata in quanto frutto di un'equivoca interpretazione della disposizione impugnata, la quale non disciplinerebbe direttamente la materia della messa fuori servizio degli impianti, richiamando invece la normativa statale. Ad analoga conclusione perviene la Regione con riguardo alla censura relativa all'art. 21, della legge regionale, il quale prevede la stipulazione di intese tra la Regione e lo Stato «per l'integrazione ed il coordinamento tra la politica energetica regionale e nazionale». Tali intese costituirebbero un possibile modo di coordinare le competenze statali e regionali, ma la loro previsione da parte della disposizione regionale non inciderebbe sulla organizzazione statale né regolerebbe le funzioni statali. Neppure sarebbe violato l'art. 1 del decreto-legge n. 7 del 2002 dal momento che l'art. 21 non escluderebbe affatto la possibilità di stipulare intese diverse rispetto a quelle da esso previste. La censura avente ad oggetto l'art. 22, comma 4, della legge regionale n. 26 del 2004 – il quale prevede che «la Regione promuove intese con l'Autorità per l'energia elettrica ed il gas al fine di definire le modalità organizzative e procedimentali volte a coordinare le attività di rispettiva competenza» – sarebbe innanzitutto inammissibile perché oscura. Nel merito, sarebbe infondata dal momento che la disposizione regionale non disciplinerebbe l'organizzazione e le funzioni dell'Autorità, ma si limiterebbe ad attuare il principio di leale collaborazione. Anche l'Avvocatura dello Stato ha depositato una memoria nella quale ribadisce le censure svolte nel ricorso. Osserva il ricorrente che la legge regionale n. 26 del 2004 si rivolgerebbe al sistema energetico regionale presupponendone «la separabilità dal sistema nazionale, tanto da poter essere disciplinato in modo autonomo da una legge regionale». Ma sarebbe, tuttavia, necessario verificare che gli interventi su scala regionale siano compatibili con l'unitarietà della rete e con i possibili interventi delle altre Regioni. Sostiene, inoltre, che la Regione per poter intervenire «in sovrapposizione» sulla materia «trasversale» dell'ambiente, dovrebbe indicare «su quale materia, attribuita alla sua legislazione, intenda intervenire». Tenuto conto della formulazione dell'art. 1 della legge regionale impugnata, tale materia dovrebbe ravvisarsi in quella del territorio, di tal che la legge regionale avrebbe potuto disciplinare solo interventi concernenti le strutture necessarie alla rete, non le sue caratteristiche funzionali che non avrebbero alcun impatto sul territorio. Il ricorrente afferma di non contestare, invece, che la Regione possa disciplinare interventi per assicurare un equilibrio tra l'uso dell'energia nel territorio regionale e l'energia prodotta in tale ambito. Con specifico riguardo all'art. 3, comma 1, lettera c), l'Avvocatura oltre a contestare che la disposizione attenga alla tutela dell'ambiente, sottratta alla potestà legislativa regionale, osserva che laddove si ritenesse che l'obiettivo di riduzione delle emissioni inquinanti rientri nella materia della tutela della salute, la Regione si sarebbe dovuta attenere ai principi fondamentali posti dall'art. 69, del d.lgs. n. 112 del 1998 che conserva allo Stato il potere di determinare i valori limite e gli standard. La Regione ben potrebbe elevarli, ma solo nell'ambito del proprio territorio. Poiché l'art. 1 non contiene tale «limitazione o condizione a tutela degli interessi che si spingono al di là del suo territorio», esso sarebbe incostituzionale. L'Avvocatura, poi, ribadisce, le censure prospettate in relazione alla elencazione delle fonti di energia rinnovabili contenuta nell'art. 1, comma 5, sostenendo che la Regione non avrebbe avuto la potestà di individuarle a sua volta e neppure di aggiungerne di diverse rispetto a quelle contenute nella direttiva comunitaria e nella normativa statale. Per quanto attiene agli indirizzi fissati dalla Giunta regionale ai sensi dell'art. 2, comma 3, e richiamati dal comma 1, lettera k), essi sarebbero rivolti alla tutela di interessi regionali senza alcun raccordo con quelli delle altre Regioni e dell'intero Paese e presupporrebbero una configurazione della rete regionale come separabile da quella nazionale. Evidente sarebbe, pertanto, il pregiudizio che la funzionalità di quest'ultima risentirebbe dalla disciplina regionale, la quale non si sarebbe attenuta ai principi fondamentali della materia. L'art. 2, comma 1, lettera o) della legge regionale, discostandosi dalla previsione di cui all'art. 14 del d.lgs. n. 164 del 2000, il quale affida agli enti locali l'attività di indirizzo, vigilanza e programmazione e controllo delle attività di distribuzione , oltre a contrastare con un principio fondamentale, contrasterebbe con il principio di sussidiarietà di cui sarebbe espressione la disposizione statale, violando «indirettamente» l'art. 118 della Costituzione.