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si parla di ridurre il numero dei parlamentari e molti colleghi si sono espressi a favore della riduzione del numero dei parlamentari e, in concreto, anche a favore della riduzione del numero dei senatori, ma la prima domanda a cui mi piacerebbe che avessimo risposto è: ma chi è, oggi, il senatore? Che cosa chiediamo, oggi, ad un senatore? Quali sono le sue responsabilità? Quali sono le aspettative che sono riposte nei suoi confronti da parte degli elettori, da parte del Paese? Ma anche, quali sono le aspettative che - chiamiamola così - la grande macchina istituzionale, che definisce non solo il Parlamento, ma il Parlamento, il Governo e tutto l'insieme delle sue funzioni, ha nei confronti del parlamentare e del senatore in particolare? Guardate, in questi anni, in cui sono stata in Parlamento, la sensazione che con maggiore dispiacere ho avuto modo di vivere anche nell'esperienza diretta è la riduzione progressiva del peso e del valore delle cose che si fanno. Non mi riferisco soltanto a cose già abbondantemente denunciate, come per esempio il ricorso frequente alla decretazione d'urgenza. Basterebbero, per questo, alcuni indici statistici che ci dicessero quanti disegni di legge di origine parlamentare sono stati approvati in questo mese e quanti invece sono stati i decreti-legge convertiti: vedremmo immediatamente come la decretazione non sia più una decretazione d'urgenza, ma sia uno strumento ordinario con cui, oggettivamente, il Governo fa mano rampante in campo altrui. Ma ci sono anche altre cose, forse meno apparenti, meno vistose, che definiscono ancora di più la sottovalutazione reale del ruolo del parlamentare. Penso, per esempio, a quello che è successo recentemente col decreto semplificazioni e - me lo si lasci dire - allo scempio che è passato anche alla Camera, dove tutto è rimasto intoccabile, rendendo vano di fatto il meccanismo del bicameralismo. Penso agli emendamenti tagliati d'emblée : prima, la sovrapproduzione degli emendamenti di marca squisitamente governativa e, poi, il taglio completo di questi emendamenti. Il tutto con una sensazione di sbandamento, che ancora una volta ci pone il problema: ma chi è il senatore? Quanto conta realmente il mio pensiero, la mia capacità di prendere delle decisioni, la mia capacità di influire sui processi? Penso, ad esempio, ad un intervento che ho svolto recentemente in quest'Aula, in cui ho messo una dietro l'altra - e le ho anche consegnate - tutte le interrogazioni, le mozioni e le interpellanze che non hanno mai avuto alcuna risposta. (Applausi dal Gruppo FI-BP) . Questo significa che, sostanzialmente, anche il cittadino qualunque sa bene che chiederci una cosa, alla luce dei suoi problemi, sperando in una risposta che sia un modo di influire sui processi decisionali, è una probabilità prossima allo zero. È questa la vera patologia del sistema: non si tratta tanto del ridurre il numero dei parlamentari, ma dell'averli ridotti all'impotenza. Ciò significa che è come tagliare un ramo secco. Ma non è così che si fa in democrazia: in democrazia una diagnosi corretta, onesta, davvero piena di rispetto per la verità democratica, ci porterebbe a dire: quanti errori sono stati fatti in questa progressiva svalutazione; quanto sale si è buttato sulle ferite e quanto sale si è buttato sul terreno perché non crescesse nulla, rendendo di fatto ben poco significativo il lavoro, facendo passare la voglia di presentare l'ennesima domanda, l'ennesimo quesito. Questa però è veramente la morte civile del Parlamento e costituisce un progressivo prosciugamento della libertà. Quello che noi vogliamo è esattamente il contrario, ossia rimettere al centro dell'attenzione e del dibattito il ruolo e il valore del senatore e del Senato. Noi romani siamo abituati a leggere, a tutti gli angoli delle strade, il famoso acronimo SPQR: Senatus populusque romanus . Per noi la sintesi del Senato con la popolazione è impressa in tutte le lapidi e segnali che definiscono la storia di una città, di un impero, di un Paese: il Senato e il popolo. Abbiamo veramente la forte sensazione che falcidiando il Senato, in realtà si stia tappando la bocca al popolo, se ne stia limitando la capacità di espressione e di porre i propri bisogni, le proprie esigenze e la propria ricchezza davanti alla costruzione di una democrazia rinnovata. È di questo che ha bisogno il Paese: guardare con occhi nuovi a una democrazia che preveda, ancora una volta, da quella che si chiamava Camera alta, la competenza sul piano culturale, storico, giuridico, economico e linguistico, ossia che preveda gente che sa di cosa parla e che parla di ciò che sa, con quell'appropriatezza di linguaggio che - ancora una volta - riflette l'antico lemma dei romani: Rem tene, verba sequentur (se conosci l'argomento, le parole verranno dietro). A volte abbiamo la sensazione che non ci sia la possibilità di esprimere la competenza specifica posseduta da tanti dei parlamentari presenti in quest'Aula, dove ci sono persone che vengono da una lunga storia politica e persone che vengono da una lunga storia professionale e è nel giusto mix tra competenza squisitamente politica e competenza specificatamente professionale che si costruiscono i disegni di legge che prendono forma in una Commissione e che si nutrono dei contributi della maggioranza e della minoranza. Sappiamo bene che quando un disegno di legge di iniziativa parlamentare entra in Commissione ne uscirà fortemente vivificato, arricchito e modificato dai contributi di tanti colleghi - della maggioranza e dell'opposizione - in uno scambio che nasce dalla condivisione di valori profondi e dall'idea che su quel tema non ci distinguiamo per appartenenza politica, ma ne rispondiamo per il ruolo di rappresentanti del popolo. Tutto questo si perderà, perché nella visione puramente autocratica del Governo che governa se stesso e risponde solo a se stesso delle proprie decisioni noi perderemo di vista che è nella divisione dei poteri che si costruisce la struttura profonda della democrazia. Non possiamo permettere queste ingerenze, né la riduzione del Parlamento, perché, giustamente, come è stato detto, la questione non sta nel numero di parlamentari, ma nel fatto che questa scelta risponde a una manovra elettorale e con essa si dice: signori, in settant'anni di Repubblica, un terzo dei senatori che si sono seduti in quelle Aule era del tutto inutile e, facendo i conti, pensate a quanto avreste risparmiato. Ma come si può dire una cosa di questo genere? Ma come si può postulare una inutilità che voi avete reso possibile? Questo Governo, infatti, in un solo anno di vita, ha dato una spinta enorme alla vanificazione del lavoro parlamentare: siete voi che avete reso inutile il ruolo del Senato. Ma noi ci aspettiamo che il Governo passi. Questo è il bello della democrazia: ci aspettiamo che vengano altri tempi e altri modelli, nell'ambito dei quali i senatori possano esprimere tutta la loro ricchezza, competenza e passione politica, in una sintesi tra maggioranza e opposizione che tenga conto, in un caso e nell'altro, di ciò che è bene per il Paese. (Applausi dal Gruppo FI-BP. Congratulazioni) . Sui lavori del Senato PRESIDENTE .