[pronunce]

Prevedendo un «trattamento deteriore» degli enti di area vasta rispetto agli altri comparti della pubblica amministrazione e apportando «tagli indiscriminati ed eccessivi alle risorse finanziarie a disposizione delle Amministrazioni locali», la norma impugnata determinerebbe una lesione delle «esigenze basilari dell'autonomia e del decentramento». Il comma 418 pregiudicherebbe «la programmazione di bilancio» degli enti locali, provocando «l'impossibilità per gli stessi di far fronte alle spese programmate, con grave pregiudizio dei bisogni primari della cittadinanza». In terzo luogo, la Regione lamenta la violazione degli artt. 117 e 119, primo, secondo, terzo e quarto comma, Cost. Il comma 418, mediante i «"tagli" sproporzionati e non ragionevoli» da esso previsti, priverebbe le province e le città metropolitane della loro «autonomia di spesa», incidendo «sull'equilibrio dei relativi bilanci» (art. 119, primo comma). Inoltre, imponendo agli enti di area vasta di versare allo Stato le risorse risparmiate, la norma impugnata eliminerebbe le «risorse autonome» e capovolgerebbe «i meccanismi di compartecipazione e di trasferimento di risorse dallo Stato alla periferia, in violazione dei commi secondo e terzo dell'art. 119 Cost.», poiché sarebbe «lo Stato a fruire di trasferimenti di risorse da parte degli enti territoriali [...], e non viceversa». La «diretta conseguenza» di ciò consisterebbe nel fatto che le province e le città metropolitane sarebbero «private delle risorse minime per assicurare il finanziamento integrale delle funzioni pubbliche loro attribuite, in violazione del quarto comma dell'art. 119 Cost.». In sostanza, la Costituzione non legittimerebbe «meccanismi di trasferimento di risorse economiche dal livello periferico a quello centrale», come è quello previsto dal comma 418; il legislatore statale «si sarebbe dovuto limitare alla previsione di adeguati "tagli"», senza prevedere l'obbligo degli enti di area vasta di versare i corrispondenti risparmi allo Stato. Inoltre, la Regione sottolinea che le risorse degli enti stessi vanno «a finanziare genericamente la spesa statale», in quanto il comma 418 non prescrive alcuna destinazione specifica (quale potrebbe essere l'incremento del fondo perequativo di cui all'art. 119, terzo comma, o delle «risorse aggiuntive» di cui all'art. 119, quinto comma, Cost.). La quarta questione fa riferimento all'esclusione - dalle misure introdotte dal comma 418 - delle province «in dissesto alla data del 15 ottobre 2014»: essa si tradurrebbe in una «discriminazione tra Regioni e tra enti territoriali con differenti gradi di sviluppo», in contrasto con l'art. 3 Cost., in relazione agli artt. 117 e 119 Cost. Secondo la Regione, il legislatore statale non avrebbe dovuto escludere le province in dissesto dall'applicazione del comma 418, ma avrebbe dovuto, se del caso, attivare le misure di cui all'art. 119, terzo e quinto comma, Cost. Viceversa, il comma 418 finirebbe «per accordare misure premiali proprio agli enti che hanno dato prova di cattiva gestione della cosa pubblica». Infine la Regione censura il comma 418 per violazione dell'art. 117, terzo e quarto comma, e dell'art. 119, primo comma, Cost., «sotto l'aspetto della non transitorietà della misura adottata», perché la riduzione della spesa corrente è imposta per il 2015, per il 2016 e «a decorrere dall'anno 2017». 2.1.- Il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, si è costituito nel giudizio di legittimità costituzionale con memoria depositata il 3 aprile 2015. In via preliminare, la difesa erariale segnala che l'art. 1, comma 418, della legge n. 190 del 2014 è stato modificato, subito dopo la notificazione del ricorso, dagli emendamenti apportati al decreto-legge 31 dicembre 2014, n. 192 (Proroga di termini previsti da disposizioni legislative), in sede di conversione, dalla legge 27 febbraio 2015, n. 11, ma che le modifiche non inciderebbero sulla materia del contendere. L'Avvocatura eccepisce poi l'inammissibilità delle censure fondate sugli artt. 2, 3 e 5 Cost., in quanto la Regione non avrebbe «sufficientemente motivato in ordine alla ridondanza delle lamentate violazioni sul riparto di competenze». Inammissibili per genericità sarebbero anche le questioni sollevate con riferimento all'art. 118 e all'art. 119 Cost. Con particolare riguardo a quest'ultimo parametro, la difesa erariale osserva che la Regione non adduce «elementi atti a dimostrare che gli enti locali, per effetto di tali interventi [riduzione delle risorse], non potranno assolvere in modo adeguato le proprie funzioni». Nel merito, il ricorso sarebbe infondato perché il legislatore statale avrebbe esercitato il proprio potere di coordinamento della finanza pubblica. La previsione della riduzione della spesa sarebbe legittima perché porrebbe un limite complessivo, «lasciando agli enti libertà di allocazione delle risorse fra i diversi e singoli ambiti e obiettivi di spesa». Il legislatore statale potrebbe legittimamente imporre agli enti locali vincoli alle politiche di bilancio, perché la finanza degli stessi è «"parte della finanza pubblica allargata"» (si richiama in tal senso la sentenza n. 79 del 2014). Le misure adottate sarebbero legittime in quanto introdotte «"per ragioni di coordinamento finanziario volte a salvaguardare [...] l'equilibrio unitario della finanza pubblica complessiva, in connessione con il perseguimento di obiettivi nazionali, condizionati anche da obblighi comunitari" (C. cost. sent. n. 237 del 2009)». Tali scopi non potrebbero che essere perseguiti «dal legislatore nazionale attraverso norme capaci d'imporsi all'intero sistema delle autonomie, senza eccezioni, e in base a parametri comuni, ugualmente non soggetti a deroghe, allo scopo di garantire la confrontabilità dei risultati in termini di risanamento della finanza pubblica» (viene richiamata la sentenza n. 175 del 2014). 2.2.- La Regione ha depositato una memoria integrativa il 12 aprile 2016. In essa la ricorrente si sofferma sulle modifiche apportate alla disposizione impugnata dal d.l. n. 192 del 2014, convertito dalla legge n. 11 del 2015, osservando che esse aggraverebbero i contenuti lesivi di essa in quanto, prevedendo che le riduzioni di spesa siano «ripartite nelle misure del 90 per cento fra gli enti appartenenti alle regioni a statuto ordinario e del restante 10 per cento fra gli enti della Regione siciliana e della Regione Sardegna» , il legislatore statale avrebbe «dimostrato di non tenere in minimo conto [...] la virtuosità del singolo ente (o, quanto meno, della Regione cui quest'ultimo afferisce [...])». Secondo la Regione, le questioni di costituzionalità dovrebbero «intendersi trasferite al nuovo testo di legge». La ricorrente replica poi alle eccezioni di inammissibilità sollevate dalla Presidenza del Consiglio e sviluppa le argomentazioni già svolte nel ricorso.