[pronunce]

La mancanza di copertura nella legge delega della disposizione censurata risulterebbe altresì dal fatto che, venendo in gioco in tal caso un provvedimento amministrativo in senso proprio, il diritto soggettivo verrebbe degradato al rango di interesse legittimo e che, ciononostante, si affiderebbe al giudice ordinario una giurisdizione di annullamento sugli interessi legittimi del tutto innovativa, in chiara violazione dei limiti segnati nella delega stessa. Secondo il tribunale di Genova si tratterebbe non solo del difetto di delega legislativa, ma addirittura di un contrasto della norma impugnata con i criteri fissati nella legge di delegazione e richiamati in precedenza. La ratio dell'art. 11, comma 4, lettera g), della legge 15 marzo 1997, n. 59 sarebbe, invero, quella di attribuire al giudice ordinario solo le controversie in tema di diritti soggettivi, senza una vera cognizione sugli interessi legittimi; prova ne sia che gli atti amministrativi sono conosciuti solo in via incidentale e solo ai fini della eventuale disapplicazione di quelli illegittimi. Né la chiara distanza tra i limiti segnati dalla legge delega ed il contenuto innovatore dell'art. 18 del decreto legislativo n. 387 del 1998 - sempre secondo il giudice a quo - potrebbe essere colmata aderendo alla tesi secondo cui gli atti di conferimento e di revoca degli incarichi dirigenziali non hanno attitudine alla degradazione dei diritti soggettivi ad interessi legittimi. L'effetto di degradazione sarebbe espressione di un principio generale, che non risulta in questo caso affatto modificato dalla legge delega. I dubbi sulla legittimità costituzionale della norma, peraltro, sono accentuati, a parere del rimettente, dal rilievo che l'effetto della disapplicazione dell'atto non potrebbe mai risolversi nel radicale suo annullamento: la disapplicazione avrebbe come conseguenza o la mera rimozione degli effetti che un provvedimento produce nei confronti di un terzo o la caducazione degli effetti che discendono da una fattispecie complessa, di cui l'atto disapplicato è parte integrante. In nessun caso, comunque, questo schema potrebbe riproporsi quando al giudice si affida il potere di giudicare dell'impugnazione di un atto amministrativo (il conferimento dell'incarico o la sua revoca), con l'inevitabile conseguenza del suo eventuale annullamento, in contrasto col principio generale di cui all'art. 5 della legge 20 marzo 1865, n. 2248 (allegato E) (Legge sul contenzioso amministrativo). D'altronde sarebbe evidente, rispetto ad una revoca di incarico illegittima, la insufficienza di una mera disapplicazione come strumento di tutela; in sostanza, qui non si tratterebbe solo di disapplicare l'atto presupposto, per poter dare un assetto diverso al rapporto di gestione, dal momento che lo stesso atto amministrativo è assunto ad oggetto immediato del giudizio. La questione, deduce infine il tribunale, è rilevante, perché, se fondata, comporterebbe la dichiarazione di difetto di giurisdizione e l'attribuzione della controversia al tribunale amministrativo regionale. 2. - Avanti alla Corte è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, che, in primo luogo, ha chiesto che venga dichiarata inammissibile la questione di legittimità costituzionale, in quanto, ai sensi dell'art. 45, comma 17, del decreto legislativo n. 80 del 1998, le controversie in materia di pubblico impiego indicate all'art. 68 del decreto legislativo n. 29 del 1993 restano comprese nella giurisdizione del giudice amministrativo se relative a questioni attinenti al periodo del rapporto di lavoro anteriore al 30 giugno 1998. La controversia esaminata dal giudice a quo rientrerebbe, secondo l'interveniente, nell'ambito applicativo della norma transitoria, poiché concernerebbe una revoca di incarico dirigenziale conferito nel 1995 ed avente effetti decorrenti dal 9 giugno 1997. In breve, la giurisdizione apparterrebbe senz'altro al giudice amministrativo, senza necessità di applicare la norma censurata dal giudice rimettente. La questione sollevata, dunque, non sarebbe rilevante. La situazione dedotta nel giudizio principale, oltretutto, non sarebbe qualificata, proprio a causa della sua collocazione cronologica, dalla stipulazione del contratto individuale (e dalle connesse peculiari forme di tutela); sicché ne risulterebbe confermata la non pertinenza delle considerazioni svolte dal tribunale di Genova in ordine ad una disciplina predisposta per tutt'altra fattispecie. La questione di costituzionalità, inoltre, sarebbe inammissibile per una seconda ragione, dovuta al fatto che il rimettente avrebbe formulato censure in via ipotetica, senza esercitare alcuna opzione nell'ambito dell'alternativa prospettata sulla portata della norma denunziata: rispettivamente considerata nell'ordinanza sia come attributiva al giudice ordinario di una "giurisdizione esclusiva", sia come derogatoria del principio della degradazione di diritti soggettivi ad interessi per effetto di provvedimento autoritativo. Nel merito, poi, la questione sarebbe anche infondata. In primo luogo, la scelta del legislatore delegato sarebbe perfettamente compatibile con i limiti stabiliti in termini generali dalla delega, che avrebbe riservato congrui margini di discrezionalità al Governo. Più in particolare, l'art. 11, comma 4, della legge n. 59 del 1997 andrebbe letto nel suo complesso ed alla luce del rinvio fatto dalla lettera g) alla precedente lettera a), così ravvisando la chiara volontà di devolvere al giudice ordinario tutte le situazioni giustiziabili inerenti il rapporto di lavoro con la pubblica amministrazione, senza limiti derivanti dall'esistenza di atti amministrativi. L'atto di conferimento di un incarico dirigenziale, oggetto a sua volta di apposito contratto, rappresenterebbe una modalità di svolgimento del rapporto di lavoro ormai contrattualizzato. L'affidamento e la revoca dell'incarico, si osserva, sono eventi che non originano o risolvono un rapporto diverso da quello considerato dal legislatore, bensì determinano e fanno cessare obbligazioni particolari ad tempus sempre definite contrattualmente. Le controversie in oggetto, dunque, rientrerebbero senza distinzioni in quelle relative ai rapporti di lavoro, cui si riferirebbe senza alcuna esclusione la norma delegante. Il dipendente potrebbe sempre ottenere dal giudice ordinario (ivi compreso il caso di specie) tutte le misure necessarie a soddisfare la sua domanda di tutela, con esclusione della rilevanza della pregiudizialità amministrativa, riservata ai casi sporadici di impugnative proposte da terzi diversi dal dipendente. La cognizione del giudice ordinario verrebbe esercitata direttamente sul rapporto, in relazione a posizioni soggettive non più discriminabili secondo la nuova disciplina sostanziale, spettando al giudice di adottare tutti i provvedimenti di accertamento, costitutivi e di condanna richiesti dalla natura dei diritti tutelati. Questa opzione del legislatore, delegante e delegato, sarebbe oltretutto coerente con le finalità di concentrazione e semplificazione che ne hanno ispirato, in linea più generale, gli obiettivi di fondo.1.