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Disposizioni per il contrasto alla discriminazione matrimoniale. Onorevoli Senatori. – Il diritto al matrimonio è uno dei diritti fondamentali di ogni persona. Tale è riconosciuto dalla Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo, adottata dall'Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 10 dicembre 1948, che all'articolo 16 recita: «Uomini e donne in età adatta hanno il diritto di sposarsi e di fondare una famiglia, senza alcuna limitazione di razza, cittadinanza o religione (....)». Una tale previsione non era per nulla scontata se pensiamo che limitazioni al diritto di matrimonio fondate sulla razza, la cittadinanza o la religione erano ben presenti in diversi paesi. Anche in Italia, il regio decreto-legge 17 novembre 1938, n. 1728, convertito dalla legge 5 gennaio 1939, n. 274, recante provvedimenti per la difesa della razza italiana, voluto dal governo fascista, aveva proibito il matrimonio del cittadino italiano di razza ariana con persona appartenente ad altra razza e subordinato il matrimonio del cittadino italiano con persona di nazionalità straniera al preventivo consenso del Ministero per l'interno. Anche successivamente alla Dichiarazione del 1948, d'altronde, forti limitazioni all'esercizio del diritto previsto dal citato articolo 16 rimasero in vigore in diverse parti del mondo. Valga per tutti l'esempio degli Stati Uniti d'America, dove l'ultimo divieto ai matrimoni interrazziali venne abrogato solo il 12 giugno 1967. Fu grazie alla lotta di una coraggiosa donna di colore come Mildred Jeter e del suo sposo Richard Loving che la Corte Suprema degli Stati Uniti d'America dichiarò contrarie alla Costituzione le leggi che in Virginia e in altri Stati americani vietavano i matrimoni misti, riconoscendo la legittimità del matrimonio contratto dai due giovani a Washington. Poco dopo la promulgazione della Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo, l'articolo 12 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali, approvata a Roma il 4 novembre 1950, ha disposto che uomini e donne in età adatta hanno il diritto di sposarsi e di fondare una famiglia. La Corte europea dei diritti umani ha stabilito, con la storica sentenza Schalk e Kopf c Austria del 24 giugno 2010, che tale diritto non debba essere limitato al matrimonio tra persone di sesso opposto. Il Parlamento europeo ha chiesto più volte agli Stati dell'Unione, a partire dalla risoluzione dell'8 febbraio 1994, di rimuovere «gli ostacoli frapposti al matrimonio di coppie omosessuali ovvero a un istituto giuridico equivalente, garantendo pienamente diritti e vantaggi del matrimonio e consentendo la registrazione delle unioni». L'articolo 9 della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea approvata a Nizza il 7 dicembre del 2000 afferma che «Il diritto di sposarsi e il diritto di costituire una famiglia sono garantiti secondo le leggi nazionali che ne disciplinano l'esercizio». La stessa Carta di Nizza, recepita all'interno del Trattato costituzionale europeo già approvato dal Parlamento italiano, afferma all'articolo 21 il contrasto ad ogni forma di discriminazione diretta o indiretta motivata da orientamento sessuale («tendenze sessuali» secondo l'impropria traduzione dell'inglese « sexual orientation » da parte dell'ufficio traduzioni dell'Unione europea). L'estensione del matrimonio civile alle coppie dello stesso sesso è stata introdotta da allora in sedici Paesi europei (Paesi Bassi, Belgio, Spagna, Norvegia, Svezia, Portogallo, Islanda, Danimarca, Francia, Gran Bretagna, Lussemburgo, Finlandia, Malta, Irlanda, Germania, Austria). La stessa misura è stata adottata in altre aree del mondo: Canada, Repubblica Sudafricana, Argentina, Uruguay, Nuova Zelanda, il distretto di Città del Messico, Stati Uniti d'America, Colombia, Australia. Altri Paesi estendono alle coppie omosessuali alcuni o tutti i diritti del matrimonio attraverso nuovi istituti giuridici analoghi al matrimonio: così in Svizzera, Repubblica Ceca, Andorra, Ungheria, Slovenia, Ecuador, Liechtenstein, Cipro, Croazia, Estonia, Grecia, Italia. In Europa sono pochissimi gli Stati (Repubblica di San Marino, Principato di Monaco, Città del Vaticano, più alcuni Stati ex sovietici) che non prevedono alcun riconoscimento giuridico delle coppie dello stesso sesso. Con la sentenza n. 138 del 2010 la Corte costituzionale ha dichiarato che all'unione omosessuale spetta il diritto fondamentale di vivere una condizione di coppia, ottenendone il riconoscimento giuridico con i connessi diritti e doveri, e che spetta al Parlamento individuare le forme di garanzia e di riconoscimento per le unioni suddette. La Consulta ha anche affermato che spetta al Parlamento stabilire se tale diritto vada riconosciuto come necessaria conseguenza dell'articolo 2 della Costituzione, laddove si afferma la promozione delle formazioni sociali ove si svolge la personalità del cittadino, o anche sulla base dell'articolo 29, come estensione del matrimonio civile anche alle coppie dello stesso sesso. La Corte costituzionale, infatti, ammette che il modello di famiglia cui la Costituzione fa riferimento non possa essere cristallizzato alla situazione del 1948 o essere riferito a un immobile diritto naturale. È fuor di dubbio, infatti, che i costituenti non avessero pensato all'ipotesi del matrimonio fra due persone dello stesso sesso, ma è altrettanto certo che la dottrina riconosce l'evoluzione della nozione sociale di famiglia e che la nostra Carta fondativa vada interpretata, soprattutto in relazione ai costumi sociali, secondo una lettura evolutiva. Di fatto la nostra Costituzione non definisce mai il genere dei coniugi ma si limita a riconoscere i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio. Sulla base di questi presupposti la Corte suprema di cassazione, con la sentenza n. 4184 del 2012, ha stabilito che anche le coppie dello stesso sesso sono «titolari del diritto alla vita familiare» con riferimento alla precedente sentenza della Corte costituzionale n. 138 del 2010 e recependo così quanto già sancito dalla Corte europea dei diritti umani. La Corte suprema di cassazione ha confermato che, secondo la sentenza della Corte costituzionale, il riconoscimento del diritto al matrimonio tra due persone dello stesso sesso e la sua garanzia «sono rimessi alla libera scelta del Parlamento». Negli ultimi anni anche la giurisprudenza delle più importanti Corti costituzionali straniere si è mossa rapidamente verso il riconoscimento della legittimità dell'apertura del matrimonio alle coppie dello stesso sesso, confermando le scelte compiute dai legislatori nazionali (Corte costituzionale belga, sentenza del 20 ottobre 2004, n 159; Corte suprema del Canada, sentenza del 19 dicembre 2004; Corte costituzionale portoghese, sentenza n. 359 del 2009; Corte costituzionale spagnola, sentenza n. 198/2012; Consiglio costituzionale francese, decisione del 18 ottobre 2013). Altre autorevoli Corti si sono spinte sino ad assumere che la restrizione del matrimonio alle sole coppie composte da uomo e donna sia del tutto illegittima, in quanto in violazione del principio di uguaglianza.