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, ovvero il "Patto globale per una migrazione sicura, ordinata e regolare", viene presentato come la più ampia iniziativa strategica di revisione dei flussi migratori e della loro gestione, nata sulla spinta della Dichiarazione di New York, sottoscritta in sede ONU il 5 agosto 2016, e ne traccia gli obiettivi fondamentali; il Global compact è finanziato da contributi volontari dei governi a UN Trust Fund, e attualmente i donatori sono: Brasile, Cile, Cina, Colombia, Danimarca, Finlandia, Francia, Germania, Italia, Norvegia, Olanda, Regno Unito, Repubblica di Corea, Spagna, Svezia, Svizzera, Turchia; il 10 e 11 dicembre 2018 i Governi del mondo saranno chiamati a firmare il Global compact per una migrazione "sicura, ordinata e regolare" e quello per i rifugiati che mirano, tramite un approccio multilaterale, a creare un mondo dai confini aperti; il Global compact , nella sostanza, è un'iniziativa volontaria di adesione a un insieme di principi giuridici e nasce dalla volontà di promuovere flussi continui, utilizzando motivazioni, sia economiche, sia demografiche; esso inoltre crea obblighi crescenti verso gli Stati in ordine ai servizi da fornire agli immigrati, anche a prescindere dal loro status di rifugiato, impedendo di perseguire penalmente chi fornisce assistenza indebita all'immigrazione; appare evidente, quindi, come il Global compact non sia altro che l'ennesimo tassello di un progetto volto ad annientare i confini, le culture ed in particolare le sovranità nazionali in tema di immigrazione; contro questo approccio immigrazionista numerosi Stati si sono già schierati a favore della sovranità nazionale; Stati Uniti, Ungheria, Australia e Austria hanno già dichiarato di non voler firmare il Global compact sulle migrazioni; a queste nazioni si è aggiunta di recente anche la Repubblica Ceca; secondo l'Esecutivo di Praga, infatti, il testo "non stabilisce una netta differenza tra migrazione legale e illegale"; la soverchia valenza ideologica e politica del Global compact è evidente laddove, nei paragrafi 7, 8 e 9, l'immigrazione viene apoditticamente definita come un fattore in grado aumentare il benessere del Paese ospitante; l'inaccettabile compromissione della sovranità nazionale in tema di immigrazione è evidente laddove viene sottratta agli Stati nazionali la gestione delle politiche migratorie; allo stesso modo è inaccettabile, per chi voglia difendere la sovranità nazionale nella gestione dei flussi migratori, che l'assistenza, qualora ideologicamente definita umanitaria, non possa mai essere considerata illegale; in ogni caso la sottoscrizione del complesso reticolato di impegni del Global compact , anche laddove genericamente formulati, è tale da comportare un'inaccettabile cessione di sovranità sul tema migratorio; è inaccettabile che le migrazioni siano gestite da organismi sovranazionali senza alcun controllo democratico dei cittadini dei singoli Stati; oltremodo non può essere condivisa l'impostazione prettamente ideologica del Global compact che sancisce di fatto una sorta di "diritto a migrare"; l'Italia patirebbe il prezzo più caro di questa impostazione ideologica sul tema delle migrazioni, per la sua posizione al centro del Mediterraneo, che la configura fatalmente come gigantesco "molo naturale" per le rotte che provengono dall'Africa; l'Italia è, oltre tutto, uno dei confini meridionali dell'Unione europea e, in senso lato, del mondo occidentale, e possiamo, quindi, considerare l'Italia la "porta di accesso" alla civiltà occidentale, al suo stile di vita, ai suoi diritti e ai suoi doveri; affermare il principio che chiunque possa venire liberamente nella nostra Nazione, quindi in Europa, comporterebbe una vera e propria mutazione genetica della dimensione funzionale del confine (il limes degli antichi romani) inteso non solo come linea di demarcazione dell'ambito territoriale nel quale si esercita la sovranità di uno Stato, ma anche come linea di demarcazione tra due civiltà diverse, con i rispettivi tratti caratteristici e le necessarie differenze, impegna il Governo: 1) a non sottoscrivere il Global compact on migrations alla Conferenza di Marrakech del 10 e 11 dicembre 2018; 2) a promuovere, nella Conferenza, un approccio integrato delle politiche dell'immigrazione, dell'asilo, della gestione delle frontiere esterne e del contrasto alla criminalità organizzata transnazionale, volto a difendere i confini, l'identità e i valori delle nazioni d'Europa e della Civiltà occidentale; 3) a non partecipare al Trust fund che finanzia il Global compact. Interrogazioni Atto n. 3-00385 ROJC Al Ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca Premesso che: le scuole materne di insegnamento sloveno nella provincia di Trieste sono state istituite a seguito del memorandum d'intesa stipulato a Londra nel 1954, rimarcato dal trattato tra l'Italia e l'allora Repubblica di Jugoslavia e ratificato a Osimo il 10 novembre 1975; la legge di tutela della minoranza linguistica slovena, la n. 38 del 2001, ha successivamente confermato le misure di tutela già adottate, favorendo la loro promozione e l'ampliamento con misure e finanziamenti dedicati, attraverso specifici capitoli della legge di stabilità; recentemente il Comune di Trieste ha proposto, ed è in via di approvazione, un regolamento per le scuole materne che andrebbe a ledere il livello di garanzie e funzionamento delle strutture dedicate ai bambini della comunità slovena; nel regolamento attuale è infatti prevista, a norma di legge, la perfetta conoscenza della lingua slovena per il personale educativo ausiliario; nella proposta di modifica del regolamento sembrerebbe invece emergere la volontà di dequalificare lo status delle attuali scuole materne slovene di Trieste, sminuendone il ruolo di strutture autonome e ramificate sul territorio di insediamento della comunità slovena e quindi rivolte all'educazione dei bambini della comunità stessa, con personale di lingua slovena abilitato al proprio ruolo; tenuto conto che già in passato sono stati segnalati forti disagi derivanti dalla ripetuta pratica di sostituire nelle scuole materne cittadine in lingua slovena il personale docente ed ausiliario, in caso di assenza dei titolari, con personale che non conosce la lingua slovena, provocando gravi ripercussioni sulla didattica e con palese violazione del diritto della minoranza slovena all'istruzione pubblica nella lingua materna; lo stesso Comitato istituzionale paritetico si è pronunciato su tale disagio, considerato che tutte le disposizioni di legge in materia di istruzione hanno come nucleo fondante delle scuole pubbliche la lingua di insegnamento slovena quale unico veicolo dell'azione didattica; risulta pertanto all'interrogante che, se viene meno tale elemento essenziale, il servizio reso rimane snaturato della sua funzione originaria, si chiede di sapere: quali iniziative il Ministro in indirizzo intenda urgentemente assumere affinché i bambini delle scuole materne di insegnamento in lingua slovena della provincia di Trieste, a prescindere dall'adozione di qualsiasi regolamento comunale, abbiano la certezza che avranno sempre e solo a disposizione personale idoneo al proprio ruolo;