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Questo è il confine che divide i due grandi gruppi dei dialetti italiani: quelli settentrionali da quelli centro-meridionali e toscani; questi ultimi vanno poi considerati a parte. I dialetti settentrionali hanno caratteristiche per cui vengono chiamati anche gallo-italici. È verificabile dal fatto che di solito le parole finiscono in consonante. A Bologna si dirà «bon» per dire «buono», ma si dirà «bona» per «buona», vale a dire la «a» è la vocale che rimane mentre le altre, come la «o», cadono se sono in posizione finale. Questa è una costante di tutti i dialetti settentrionali, tranne che nel Veneto, dove c'è un'impostazione diversa che deriva dal fatto che in quella regione la popolazione in origine non era gallica, ma venetica. Nei dialetti dell'Italia settentrionale le vocali finali delle parole cadono tranne quando c'è la «a», nel veneto invece possono rimanere anche altre vocali. Facciamo degli esempi: «avaro» in veneto si dice «crudo, peloso, strento, stitico», invece negli altri dialetti settentrionali è difficile trovare una vocale finale a meno che non si tratti, come in Emilia-Romagna, del caso di «tiré» che però è il participio passato di un verbo, ovvero di «tirare». Insomma, «avaro» in veneto resterà «avaro» mentre a Bologna sarà «aver» o «avar». Un altro elemento tipico delle lingue dei popoli settentrionali è che le consonanti doppie diventano semplici. Nel veneto, è noto, invece di «matto» si dice «mato». Nei dialetti in cui manca la vocale finale, si dirà «mat». Inoltre, per confermare gli indizi dell'origine gallica dei dialetti settentrionali, c'è qualcuno che sostiene che la «u» lombarda sarebbe una «u» gallica (su questo punto non tutti gli studiosi sono d'accordo). È un discorso controverso, come la presunta origine della «c» intervocalica aspirata nel toscano che, come ricordato, costituisce un caso a parte nei dialetti dell'Italia centro-meridionale. Concludendo la panoramica sui dialetti dell'Italia settentrionale, va aggiunto che essi sono molto più vari di quelli centro-meridionali, nonostante l'area di diffusione dei primi sia più ristretta di quella dei secondi. Ciò dipende dalla maggiore varietà della storia dell'Italia settentrionale. Basti pensare quanto abbia significato il fatto che Torino, Milano, Bergamo, Venezia e Padova, come tante altre città, abbiano avuto vicende politiche e sociali completamente autonome. La storia di queste autonomie, di interi territori e comunità che passavano dagli uni agli altri, le molte guerre e le alleanze, gli scambi commerciali e la crescita economica hanno prodotto un'evoluzione di quei dialetti diversa da quella del resto della penisola. Riassumendo, procedendo da ovest a est e da nord a sud, in Italia si hanno i dialetti gallo-romanzi (occitani e francoprovenzali), i dialetti gallo-italici (piemontese, lombardo, ligure, emiliano, romagnolo), veneti, ladini, friulani, toscani, centro-meridionali (umbro, marchigiano, abruzzese, molisano, pugliese, campano, lucano, salentino, calabrese, siciliano) e il sardo. Ogni dialetto ha le sue caratteristiche. Insomma, i vari dialetti non costituiscono un'unica linea retta, ma sono come tanti segmenti, ciascuno dei quali succede all'altro. Fra i grandi gruppi di dialetti, quelli dell'Italia settentrionale e quelli centro-meridionali, non esiste nessun elemento in comune. Ad esempio, in Emilia la «a» accentata diventa «e», per cui si dice «peder» invece di «pader» e «meder» invece di «mader»; questa è una costante che, ad un certo punto, si interrompe: entriamo in un'altra zona con altre caratteristiche. Ecco, è finito un segmento dialettale e ne comincia un altro. I dialetti che utilizzando la nomenclatura politica potrebbero assurgere al grado di lingua sono: il veneto, il piemontese, l'emiliano-romagnolo, il lombardo, il ligure, il siciliano, il napoletano e le altre lingue meridionali. La lingua veneta, parlata nella regione Veneto, è tra quelle maggiormente discriminate da parte dallo Stato italiano, che erroneamente la classifica come un dialetto dell'italiano. Secondo una ricerca dell'ISTAT del 1998, il 52 per cento dei veneti parla principalmente la lingua regionale, che per mille anni fu la lingua ufficiale della Serenissima Repubblica di Venezia. Nel marzo 1995, la giunta regionale del Veneto ha pubblicato un «Manuale della Grafia Veneta Unitaria». Diverse amministrazioni comunali del Veneto hanno adottato il bilinguismo veneto-italiano nei propri atti. Una variante della lingua Veneta, il «Talian», parlato da centinaia di migliaia di discendenti di immigrati veneti in Brasile, è stata decretata, per una settimana, lingua ufficiale in Serafina Correa, Stato del Rio Grande do Sol in Brasile. La lingua veneta è classificata lingua nettamente distinta dall'italiano in diversi studi internazionali, come lo studio promosso dall'UNESCO « Red Book of Endangered Languages » (1993-1996) del professor Tapani Salminen dell'università di Helsinki (che è anche membro della Commissione dell'UNESCO che si occupa di lingue regionali e minoritarie) e la tredicesima edizione di « Ethnologue, Languages of the World », pubblicato negli Stati Uniti d'America dal Summer Institute of Linguistics di Dallas. Il veneto costituisce uno degli esempi più eclatanti della discriminazione delle lingue sulla base della loro supposta inferiorità: la lingua madre di diverse importanti personalità del passato, come l'esploratore Marco Polo o lo scrittore Carlo Goldoni, non era certo l'italiano. La lingua piemontese, in particolare, è stata definita da illustri glottologi una lingua autonoma di «transizione», dal gallo-romanzo all'italo-romanzo, che ha caratteristiche tipologiche che lo differenziano fortemente dall'italiano. Il primo documento storico ritrovato in lingua piemontese risale al XII secolo ed è il « Sermon Subalpengh », un documento di carattere religioso che si scaglia contro episodi di corruzione nelle gerarchie della Chiesa cattolica. Studi come quello promosso dall'Unesco (Red Book of Endangered Languages) del professor Salminen, Ethnologue e lo studio promosso dall'Istituto linguistico scozzese dell'Isola di Sky Sabhal Mor Outaig, classificano il piemontese come una lingua vera e propria, separata dall'italiano. Sul piano culturale, il Piemonte e la sua lingua e cultura da anni partecipano regolarmente, attraverso associazioni culturali, al Festival interceltico di Loriant. La sua codificazione grammaticale risale ai primi del 1700; ancora oggi esiste una casa editrice in lingua piemontese. Si tratta di una lingua ricca di letteratura secolare che ha toccato tutti i generi, dai testi giuridici ai saggi di linguistica, dispone di una vasta produzione letteraria e pubblicistica (epica, lirica, narrativa, saggistica, diritto, prosa giornalistica, ricerca scientifica, teatro tragico e comico) e di una propria « koiné » diffusa sul territorio.