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È questo il punto politico più rilevante della discussione odierna e della decisione che dobbiamo assumere, perché il Senato e quest'Assemblea sono chiamati a riaffermare che l'Italia è uno Stato di diritto in cui sono in vigore i principi di responsabilità e uguaglianza. Questo è il punto, signor Presidente. La maggioranza, negando l'autorizzazione a procedere, di fatto fa coincidere il preminente interesse pubblico con una ragione di Stato assoluta e fine a sé stessa. Questo è il punto, perché nella relazione di maggioranza non c'è comparazione tra i beni pubblici essenziali per individuare l'interesse pubblico preminente cui sacrificare il diritto della persona: si sacrifica un diritto di libertà senza un reale interesse pubblico preminente. Signor Presidente, avviandomi a concludere, per noi l'obbligo di salvare le vite umane in mare è un dovere che prevale e l'Italia ha aderito a convenzioni internazionali che regolano la materia. Il legislatore statale non può derogare a queste convenzioni internazionali, tantomeno un Ministro nell'esercizio delle sue funzioni può prescindere da queste norme. Inoltre, la pretesa del ministro Salvini di aver agito per difendere i confini italiani, come abbiamo letto, non ha alcun fondamento, perché questi 177 naufraghi che sono stati tenuti in ostaggio per sei giorni erano a bordo di una nave militare italiana, erano già dentro i confini della Patria, dentro i confini nazionali e non c'era alcun confine da difendere in questa fattispecie. Il principio costituzionale preminente nella vicenda della nave Diciotti è l' habeas corpus, la tutela della libertà personale sancita dalla nostra Costituzione, e la libertà personale di quelle 177 persone è stata compressa senza alcuna ragionevolezza, senza alcuna razionalità e senza alcuna proporzionalità. È sulla base di questi fatti che noi riteniamo che nell'azione del ministro Salvini non si possa ravvisare, né la tutela di un interesse dello Stato costituzionalmente rilevante, né il perseguimento di un preminente interesse pubblico. Nella vicenda della nave Diciotti le fattispecie e i presupposti della legge n. 1 del 1989 non sono ravvisabili nell'azione, nel comportamento e nelle decisioni assunte dal ministro Salvini; non ci sono quindi i presupposti per accordare al ministro l'immunità funzionale garantita dalla legge costituzionale. Sono questi i motivi per cui noi voteremo per concedere l'autorizzazione a procedere, consentendo al ministro Salvini di fare quello di cui, almeno a parole, non ha paura: difendersi nel processo, davanti ai giudici legittimati dalla legge italiana. (Applausi dal Gruppo PD) . PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Parrini. Ne ha facoltà. PARRINI (PD) . Signor Presidente, penso che ci troviamo di fronte ad una vicenda grave, per ragioni sia specifiche che generali. Per ragioni specifiche, perché questa vicenda nasce dalla decisione - a nostro avviso sciagurata - di giocare con i diritti umani di 177 persone indifese. Per ragioni generali, perché, agendo nel modo in cui ha agito il ministro dell'interno Salvini e in cui ha agito il Governo, si è arrecata una grande ferita ad alcuni principi ai quali non si dovrebbe mai derogare in una democrazia ben ordinata, ben funzionante e degna del proprio nome. Si è arrecata una ferita allo Stato di diritto, e questo non lo si dice mai abbastanza. Noi sentiamo la necessità, come Gruppo Partito Democratico, anche dando vita a una lunga serie di interventi come abbiamo fatto questa sera, di riaffermare con solennità il seguente principio: il perseguimento di un impegno elettorale non autorizza... (Brusio). PRESIDENTE . Senatore Castaldi e senatore Lorefice, capisco che a quest'ora non riteniate importantissimo ascoltare, ma se state in Aula siete costretti a farlo. Prego, senatore Parrini, prosegua pure. PARRINI (PD) . Dicevo che per noi diventa essenziale riaffermare il principio che il perseguimento di un impegno elettorale non autorizza nessuno, qualsiasi sia la carica che egli ricopre, a porsi al di sopra della legge. Intendiamo riaffermare il principio che chi vince le elezioni non acquista il diritto di violare le norme penali; chi vince le elezioni non acquista il diritto di dettarsi da solo le regole e non acquista il diritto di strafare. (Applausi dal Gruppo PD) . È quasi umiliante per noi dover ripetere nell'Aula del Senato queste cose, ma vediamo che c'è, da parte delle forze della maggioranza e da parte del Governo, un modo di procedere che sembra dimentico, ignaro, di una delle massime fondative della civiltà democratica occidentale. Diceva Immanuel Kant che il diritto non deve mai adeguarsi alla politica e che è la politica che, in ogni tempo, deve adeguarsi al diritto. Questo principio è finito nel dimenticatoio per una parte rilevante di quest'Assemblea, e non soltanto per la maggioranza e questo sentiamo la necessità di sottolinearlo con forza. Vediamo poi che non ci sono gli elementi per dire che sono rispettate la lettera e la sostanza della legge costituzionale n. 1 del 1989, che disciplina la figura giuridica del reato ministeriale. Dov'è l'interesse dello Stato costituzionalmente rilevante, che la condotta del ministro Salvini e del Governo avrebbero protetto? Dov'è l'interesse pubblico preminente? Non si vede. E non si vede, non perché è nascosto, ma perché non c'è. (Applausi dal Gruppo PD) . Credo che noi dobbiamo seriamente interrogarci su quello che è avvenuto e anche sul modo con cui si è cercato di giustificare l'operato del Ministro e del Governo. La legge n. 1 del 1989 prevede che si possa derogare a una norma dello Stato se, appunto, si persegue un interesse pubblico preminente o un interesse dello Stato costituzionalmente rilevante, ma prevede che si dimostri l'esistenza di interessi del genere, non che si proceda per autocertificazione. La cosa grave, e anche un po' ridicola, della discussione alla quale pezzi di maggioranza hanno dato vita è questa: si è affermato che questo tipo di interessi si possono autocertificare. Ma non esiste l'autocertificazione in questo ambito. Non c'è nessun motivo che porti a pensare che la volontà del ministro Salvini di attivare una rincorsa al consenso, tenendo in vita nel Paese una strategia della tensione che si basa sulla volontà di tenere sempre alto il livello della paura (perché la paura porta voti e giustifica ogni esagerazione), renda giustificabile il fare a pezzi principi e norme che sono poste a fondamento della nostra convivenza democratica. Anche l'assenza del Ministro stasera non è cosa alla quale noi ci rassegniamo con facilità. È un atto, politicamente parlando, sia di pavidità che di furbizia ma non di pavidità e non di furbizia abbiamo bisogno in queste Aule: avremmo bisogno di verità, di coraggio, di dibattito franco. Il Ministro, rendendosi irreperibile ai fini del nostro dibattito, viene meno anche a questo dovere e viola questo dovere, come ne ha violati molti altri. Mi sento poi in dovere di mettere in evidenza che l'episodio di cui stasera stiamo discutendo si aggiunge ad altri episodi e, tutti insieme, questi fatti configurano una visione della democrazia parlamentare presso le forze di maggioranza che ci allarma sempre di più.