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Modifica dell'articolo 52 del codice penale recante nuove disposizioni in materia di diritto di difesa. Onorevoli Senatori. – Il presente disegno di legge interviene sulla disciplina della legittima difesa, con l'obiettivo di modificare in profondità l'impianto normativo attuale e, prima ancora, le premesse culturali e sistematiche sul quale esso poggia. La scelta metodologica a favore di un radicale cambio di prospettiva riprende l'approccio già prescelto, a suo tempo, dalla commissione Nordio. Come noto, la commissione, e in particolare il suo presidente, muoveva dal presupposto che il sistema delle scriminanti in generale e l'istituto della legittima difesa in particolare risentano fortemente dell'impronta autoritaria e idealista che caratterizza, almeno sul tema, il codice Rocco (il codice penale). Più in particolare, nella logica del legislatore del 1930, lo Stato in virtù del monopolio sull'uso della forza vieta al cittadino qualunque forma di autotutela, configurandone come reato l'esercizio nelle sue diverse manifestazioni; solo in casi eccezionali, ne tollera un contenuto esercizio, confinato tra i canoni angusti, e incerti, dell'attualità del pericolo, dell'ingiustizia dell'offesa e della proporzione della reazione. Solo ove il rispetto di tali canoni sia accertato, l'azione compiuta da chi si difende perde la sua (altrimenti inevitabile) antigiuridicità. Questa impostazione, però, non è compatibile con l'assiologia di uno Stato liberale, quale è, o dovrebbe essere, il nostro. Nella prospettiva liberale, infatti, lo Stato nasce – per riprendere una ben nota immagine – da un pactum unionis e da un pactum subiectionis dei cittadini, che accettano di limitare la propria libertà, in cambio della tutela dei propri diritti inalienabili (la vita, la libertà, la proprietà). Questa devoluzione, tuttavia, non è incondizionata e irreversibile, e non può essere intesa come una cambiale in bianco: ove lo Stato sia inadempiente rispetto agli obblighi assunti in via pattizia, il cittadino vede riespandersi le proprie prerogative e riacquista il diritto di autotutelare la propria sfera personale, nella misura a ciò necessaria. Come efficacemente osservato da Nordio, se si guarda al tema della legittima difesa con gli occhiali dello Stato di diritto liberale (gli unici ad oggi adottabili, per fortuna), «l'intero procedere dialettico cambia registro, in funzione dei diversi postulati assiologici. Non più i limiti imposti dallo Stato all'individuo, ma quelli imposti dal cittadino allo Stato. Non più il quesito iniziale: "fin dove l'aggredito può reagire?". Ma quello simmetrico: "fin dove lo Stato può sanzionare?". Per essere ancora più chiari: che diritto ha lo Stato di punire la reazione a un crimine che Lui, Stato, non è riuscito a impedire?». Il diritto di difesa non è altro che la reazione a un crimine. Chiarite le premesse di metodo e la prospettiva culturale in cui la proposta si muove e venendo ai contenuti, l'articolato opera su due versanti: la trasformazione della legittima difesa da scriminante a vero e proprio diritto, cioè il diritto di difesa; l'obbligo per lo Stato di tenere indenne da tutte le spese del procedimento penale il soggetto indagato o imputato per eccesso di legittima difesa (recte : di esercizio del diritto di difesa), ove venga riconosciuto infine l'esercizio del diritto secondo i canoni prescritti dalla legge. Dalla legittima difesa al diritto di difesa Con l'articolo 1, si interviene sull'articolo 52 del codice penale, sancendo il passaggio dal riconoscimento della scriminante della legittima difesa all'espressa garanzia del diritto di difesa. Viene conservato un «recinto essenziale» all'esercizio dell'autotutela, al fine di evitare quelle che da più parti sono state additate come derive da Far West , vale a dire: 1) il requisito dell'attualità del pericolo; 2) il requisito della non manifesta sproporzione fra offesa e reazione. Rispetto al testo vigente e all'interpretazione giurisprudenziale, viene profondamente rimeditato il requisito della proporzione fra offesa e reazione, il quale si rimodula in senso favorevole all'aggredito e si circoscrive quanto all'ambito di applicazione. Sotto questo profilo, occorre distinguere due piani. In via generale, infatti, la difesa è legittima purché non si dimostri che la reazione è stata manifestamente sproporzionata rispetto all'offesa: l'aggredito potrà essere punito solo nei casi di conclamata esorbitanza dai limiti ragionevoli dell'autotutela. La modifica in questione non è altro che l'applicazione del ben noto brocardo latino « adgreditus non habet staderam in manu» : la vittima, data la situazione in cui viene a trovarsi, non ha una bilancia per potere giudicare razionalmente quale sia la reazione «proporzionata al millesimo» all'offesa ricevuta, e dunque la difesa potrà ritenersi eccessiva solo in caso di esorbitanza manifesta. Ancor più profondo è l'intervento per quanto riguarda poi il particolare aspetto dell'esercizio del diritto di difesa nel domicilio e nei luoghi assimilati: in questa specifica fattispecie, innegabilmente la più delicata, il limite della proporzione viene eliminato tout court e viene introdotta la presunzione di esercizio del diritto di difesa. È di immediata evidenza, peraltro, come da tale modifica deriverà un fortissimo calo di iscrizioni nel registro degli indagati, poiché potrà verificarsi già prima facie la sussistenza del diritto di difesa. Fermi questi vincoli, la modifica qui proposta è densa di conseguenze. Anzitutto, possiede una sicura pregnanza dal punto di vista della prospettiva culturale, fortemente liberale e assai innovativa rispetto alle altre proposte attualmente in auge nel dibattito politico: tutte quante, infatti, nonostante le diverse declinazioni, non si emancipano dalla prospettiva paternalistica qui criticata. In secondo luogo, è fortemente rivoluzionaria nell'impianto, specialmente sul versante della difesa nel domicilio e nei luoghi assimilati. Per questa fattispecie sensibile, si è partiti dalla premessa che si tratta dell'esercizio di un diritto e se ne sono sviluppate tutte le conseguenze: la sussistenza del diritto di difesa esclude in radice la configurabilità del fatto come reato (laddove la logica della scriminante attualmente accolta agisce ex post , scriminando, e dunque quasi «perdonando», un fatto altrimenti considerato antigiuridico) e viene posto in capo all'accusa l'onere di provare l'assenza delle condizioni per il suo esercizio. La particolare attenzione all'onere della prova funge da correttivo rispetto ad alcuni orientamenti restrittivi seguiti sul punto dalla giurisprudenza, ad avviso dei quali «quando la configurabilità di cause di giustificazione sia stata allegata dall'imputato, è necessario procedere ad un'indagine sulla probabilità della sussistenza di tali esimenti: la presenza di un principio di prova o di una prova incompleta porterà all'assoluzione, mentre l'assoluta mancanza di prove al riguardo, o la esistenza della prova contraria, comporterà la condanna.