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la Guardia di finanza, nella figura del vertice e poi il capo dipartimento del MEF fiscalità. Tutte e quattro queste figure ci hanno detto che la fatturazione elettronica è un'infrastruttura che concorre alla riuscita del nostro sistema tributario. Noi, nei 26 articoli del decreto-legge denominato decreto-legge fiscale, abbiamo trovato tutto salvo che la scommessa per far funzionare di più la fatturazione elettronica. Abbiamo trovato invece indebolimenti, annacquamenti e tentativi di sviare la capacità di insediamento e potenziamento della fatturazione elettronica. Questo perché c'è un'idea guida del decreto‑legge fiscale, che è quella di concepire questo provvedimento come una specie di paniere, di contenitore che deve soddisfare segmenti di portatori di interessi egoistici. Cito un caso che mi aiuta molto e, se fossi in un tribunale, vincerei la causa: quanto si è fatto sulle sigarette elettroniche. A fronte dell'intervento della giustizia costituzionale, che dice che quella tassazione è giusta, che va esatta, pretesa, introitata e messa nel circuito degli investimenti, il legislatore organizza uno sconto, una donazione, un'amicalità eccessiva; altro che compliance ! Amicalità, gelatinosità che toglie 187 milioni di euro. Nel 1991 un Presidente della Repubblica molto desideroso di dire come stavano le cose, rivolgendosi a un Ministro di allora, commentando una "cortesia", che venne rubricata come tale, fatta da quel Ministro al Gruppo Olivetti, disse almeno che il partito del Ministro avrebbe potuto almeno farsi pagare la campagna elettorale. La donazione che si è fatta sulle sigarette elettroniche, a mio avviso, è bene che diventi oggetto di un convegno, di un dottorato, di un corso di laurea per capire come non si fa il decreto-legge fiscale, come non si costruisce la regola fiscale nei confronti di chi deve e ha obbligatorietà tributaria. Ma occorre parlare anche dell'articolo 9, forse frutto della manina. Questo è l'unico decreto-legge che è stato partorito due volte, una volta quarantadue giorni fa e un'altra volta trentasette giorni fa, in due sedute del Consiglio dei ministri. (Applausi dal Gruppo PD). Tant'è che il professore di diritto pubblico Giuseppe Marazzita, figlio dell'avvocato Nino Marazzita che si batte per i cittadini consumatori, in un corso di laurea dedicato al diritto pubblico, sostiene che è un'originalità propria di questa stagione deliberativa, ministeriale, politica, un decreto-legge che vede due volte la luce. Perché vi è stata una doppia deliberazione? Qual era il tema che faceva la differenza tra prima e seconda stesura? L'articolo 9, quello della istanza dichiarazione integrativa speciale, che consentiva un condono indigeribile anche a vigenza del contratto di Governo. Quel condono di cui all'articolo 9, infatti, era il grimaldello che ha crepato il contratto di Governo, perché nei fatti poi è stato tolto, cancellato, rimpicciolito, immiserito, reso compatibile con la veduta di tutta la coalizione. Ma qual era l'originalità di quell'articolo 9, che non c'è più, ma che noi dobbiamo tenere a mente, come una stigmate di ciò che non si deve fare più? Si determinava la flat tax per l'evasore. La flat tax , che è un grande capitolo del contratto di Governo, di questa riuscita di cui siete stati capaci sul piano elettorale, solo per gli evasori, compare in ragione della manina e scompare perché scompare la manina; la flat tax , con l'aliquota al 20 per cento solo per questi fortunati. Ma perché? Qual è la visione del rapporto tra cittadini e Stato, tra contribuente e diritto-dovere, obbligatorietà? È su questo che abbiamo lavorato in Commissione. In Commissione non siamo stati elementi di arredamento o di conflitto: abbiamo cercato, uno per uno, di cucire le gambe a un diritto tributario che non può essere invalidato. C'è una norma riguardante il decreto-legge in esame che è stata molto presa di mira anche dalla Corte dei conti, laddove la Corte richiama che il perfezionamento contrattuale tra contribuente e ordinamento tributario non si può realizzare con il pagamento della prima rata. La prima rata, che perfeziona il contratto tra contribuente e ordinamento tributario, fa saltare tutto il seguito degli adempimenti. Non a caso la rottamazione -bis ha conosciuto una sorta di liquefazione, perché le parole «da luglio a seguire» hanno fatto capire che ci sarebbe stata una rottamazione- ter . C'è un grande studioso di diritto tributario in Italia che merita di essere ascoltato in modo approfondito e di cui dobbiamo tener conto; avremmo bisogno di mettere la fotografia del professore Franco Gallo nella Commissione finanze e tesoro della nostra realtà Senato. Franco Gallo dice che non si può scherzare col diritto tributario; le parole fanno male, disorientano e in qualche modo destabilizzano. Cosa si è creato a luglio? Circolando la voce che ci sarebbe stata la sanatoria, il giubileo fiscale, la gente ha smesso di pagare e sono mancate le entrate. Se mancano le entrate, il sistema Paese non ce la fa ad essere Paese, Stato e Nazione. Altro che convegni sulla sovranità, sul nazionalismo e sul di più che deve fare il sistema Paese. Mettiamoci d'accordo allora; il decreto-legge fiscale provvede alla provvista e poi la legge di bilancio alloca. Questo provvedimento è una specie di arca dove c'è tutto: autostrade, autorità portuali, il super soggetto digitale, tutte le questioni che stanno in una sbrandellata agenda, come se il Governo finisse domani mattina. Quando si mettono tanti temi in unico provvedimento? Quando c'è sfiducia o quando si ritiene che il mondo intero stia per finire. Rifacciamo allora un decreto-legge all'altezza, portiamo rispetto ai nomi, agli istituti e alle regole. Spero che il Senato ci aiuti oggi a procedere in questa direzione. (Applausi dal Gruppo PD) . PRESIDENTE . Comunico che sono state presentate alcune questioni pregiudiziali. Ha chiesto di intervenire la senatrice De Petris per illustrare la questione pregiudiziale QP1 (testo 2). Ne ha facoltà. DE PETRIS (Misto-LeU) . Signor Presidente, abbiamo scelto di presentare la questione pregiudiziale di costituzionalità perché non possiamo rassegnarci al fatto che ormai sia prassi assolutamente consolidata il ricorso allo strumento del decreto-legge anche quando non ricorrono gli estremi ai sensi dell'articolo 77 della Costituzione; ciò è palese nel provvedimento al nostro esame. Non vogliamo rassegnarci perché non è assolutamente possibile continuare ad accettare quasi supinamente una riforma ormai di fatto della nostra Costituzione. È evidente infatti che il ricorso continuo e costante alla decretazione d'urgenza, che certamente non è propria soltanto dell'attuale Governo, ma è prassi consolidata almeno degli ultimi vent'anni nel Paese, stia producendo una stortura su cui si continua a far finta di niente. Si continua a parlarne nei convegni o nelle audizioni da parte di costituzionalisti ogniqualvolta qualche maggioranza di Governo presenti una bozza di riforma costituzionale, ma poi tutto continua nello stesso modo.