[pronunce]

ORDINANZA ha pronunciato la seguentenel giudizio di legittimità costituzionale degli artt. 460, comma 5, del codice di procedura penale e 136 del decreto legislativo 28 luglio 1989, n. 271 (Norme di attuazione, coordinamento e transitorie del codice di procedura penale), promosso con ordinanza dell'11 settembre 2002 dal Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Grosseto nel procedimento di esecuzione nei confronti di A. B., iscritta al n. 341 del registro ordinanze 2005 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 28, prima serie speciale, dell'anno 2005. Udito nella camera di consiglio del 7 novembre 2007 il Giudice relatore Giovanni Maria Flick. Ritenuto che, con l'ordinanza indicata in epigrafe, il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Grosseto ha sollevato, in riferimento all'art. 3 della Costituzione, questione di legittimità costituzionale degli artt. 460, comma 5, del codice di procedura penale e 136 del d.lgs. 28 luglio 1989, n. 271 (Norme di attuazione, coordinamento e transitorie del codice di procedura penale), «nella parte in cui non prevedono, quale limite all'effetto estintivo del decreto penale non opposto, l'essersi volontariamente sottratto all'esecuzione della pena inflitta con il provvedimento di condanna»; che il giudice a quo ha premesso di essere chiamato a delibare – quale giudice dell'esecuzione penale – la richiesta del pubblico ministero finalizzata, in applicazione dell'art. 460, comma 5, cod. proc. pen. , alla declaratoria di estinzione di un decreto penale di condanna, già esecutivo, con il quale era stato irrogata una condanna alla pena della multa: ciò dopo che il magistrato di sorveglianza - cui, in origine, erano stato trasmessi gli atti per la conversione della pena, dopo l'accertamento della impossibilità di esazione della pena pecuniaria - aveva restituito gli atti all'ufficio del pubblico ministero, poiché riteneva che si fosse verificata, quale effetto della citata norma censurata, l'estinzione del reato, non risultando altre condanne a carico del medesimo soggetto; che il rimettente evidenzia la ratio e le origini della disposizione del comma 5 dell'art. 460 cod. proc. pen. , rammentando come essa - introdotta nel codice di rito attraverso l'art. 37, comma 2, della legge 16 dicembre 1999, n. 479 - tendesse ad incentivare il ricorso al rito speciale, attraverso l'ulteriore profilo premiale rappresentato, appunto, dall'estinzione del reato: con conseguente cessazione di tutti gli effetti penali e possibilità di accedere successivamente al beneficio della sospensione condizionale della pena, se – nel termine di cinque anni per i delitti, o di due anni per le contravvenzioni – l'imputato non avesse commesso altro delitto o altra contravvenzione della stessa indole; che, secondo il giudice a quo, tale effetto appare modellato – al pari di tutti gli altri meccanismi di incentivazione del rito (tra i quali, l' impossibilità di richiedere e di applicare, con l'emissione del provvedimento di condanna, le pene accessorie; la limitazione della confisca alle sole ipotesi dell'art. 240, secondo comma, del codice penale; l'esenzione dalle spese processuali) – sugli identici benefici previsti per la sentenza di applicazione della pena su richiesta delle parti, così come si evince, per il beneficio dell'estinzione del reato, dal disposto dell'art. 445, comma 2, del codice di rito penale; che, a parere del giudice a quo, quindi, «gli effetti del decreto penale di condanna sono praticamente sovrapponibili a quelli del c.d. “patteggiamento” elencati nell'art. 445 c.p.p.»; e, in particolare, la disciplina dell'art. 460, comma 5, «appare modellata» su quella, peraltro preesistente, dell'art. 445, comma 2, cod. proc. pen. , in tema di sentenza di “patteggiamento”; che tuttavia – argomenta ancora il rimettente – proprio questa totale conformità di disciplina suscita il dubbio della legittimità costituzionale dell'art. 460, comma 5, cod. proc. pen. : invero, mentre la corrispondente disciplina dell'applicazione della pena su richiesta delle parti risulta integrata e bilanciata dalla previsione dell'art. 136 disp. att. cod. proc. pen. - a norma del quale l'effetto estintivo dell'art. 445, comma 2, cod. proc. pen. non si produce se la persona nei cui confronti la pena è stata applicata si sottrae volontariamente alla sua esecuzione, così sanzionando, attraverso la perdita di uno dei benefici del rito, l'inottemperanza al decisum giudiziale - analoga norma non è prevista per il procedimento per decreto; con la paradossale conseguenza che, nonostante il mancato pagamento della pena pecuniaria inflitta con il decreto penale di condanna, il condannato potrà continuare a beneficiare – sussistendone le condizioni di legge – dell'effetto estintivo previsto dall'art. 460, comma 5, cod. proc. pen. ; che la mancata estensione del limite all'effetto estintivo – di cui all'art. 136 disp. att. cod. proc. pen. – al procedimento per decreto penale, a parere del rimettente, violerebbe sotto un duplice profilo l'art. 3 della Costituzione: difettando, per un verso, di ragionevole giustificazione; e disciplinando, per altro verso, in maniera diversa situazioni sostanzialmente assimilabili; che, sotto quest'ultimo profilo, il giudice a quo rileva come l'effetto estintivo del reato – nell'ipotesi di volontaria sottrazione all'esecuzione – venga a dipendere dal tipo di rito applicato; e, inoltre, come contrasti con il principio di eguaglianza la circostanza che il condannato, il quale ha puntualmente ottemperato al provvedimento di condanna, pagando la pena pecuniaria, possa beneficiare – al ricorrere dei presupposti di cui all'art. 460, comma 5, cod. proc. pen. – dell'effetto estintivo del reato al pari di colui che, viceversa, «elude volontariamente il provvedimento di condanna», evitando anche la conversione della pena pecuniaria e così «ottenendo un doppio vantaggio»; che un ulteriore profilo di irragionevolezza è da ravvisarsi, a parere del rimettente, nella circostanza che - nonostante l'emissione del decreto penale di condanna presupponga un accertamento espresso della responsabilità dell'imputato, a differenza dell'accertamento solo implicito che connota la sentenza emessa in esito al “patteggiamento” - l'effetto dell'estinzione del reato si realizza, nel primo caso e non nel secondo, anche nei confronti del condannato che si sia volontariamente sottratto all'esecuzione, per effetto del solo decorso del tempo e della “buona condotta”.