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Ne deriva che gli strumenti del sindacato giurisdizionale sulle decisioni degli organi della giustizia sportiva non possono che ricondursi alla pienezza di quelli del giudice ordinario, ben più penetranti e completi rispetto ai mezzi di accertamento utilizzati dal giudice amministrativo, il quale giudica esclusivamente sulla base di documenti e non può svolgere alcuna verifica se non quella affidata, per singoli atti o per tutto il processo, al consulente tecnico (articolo 19 del codice del processo amministrativo). L'attuale disciplina (articoli 2 e 3 del decreto-legge 19 agosto 2003, n. 220, convertito, con modificazioni, dalla legge 17 ottobre 2003, n. 280) prevede che le controversie aventi ad oggetto sanzioni disciplinari, diverse da quelle tecniche, inflitte ad atleti, tesserati, associazioni e società sportive, ove coinvolgano situazioni di diritto soggettivo (o di interesse legittimo) siano adeguatamente tutelabili dinanzi al giudice amministrativo sia pure attraverso la sola tutela risarcitoria (vedi da ultimo: Consiglio di Stato, sezione VI, sentenza n. 302 del 24 gennaio 2012). Questa scelta legislativa (dichiarata non contraria alla Costituzione dalla Corte costituzionale con sentenza n. 49 del 2011, che, peraltro non è vincolante per il Parlamento) appare doppiamente censurabile. Anzitutto non si comprendono le ragioni per le quali l'attuale disciplina deroga al normale riparto di giurisdizione secondo cui, in presenza di provvedimenti che violano diritti soggettivi, le impugnazioni sono devolute al giudice ordinario. E, nella specie, le decisioni di condanna incidono direttamente: a) sul diritto soggettivo del tesserato al mantenimento del rapporto di lavoro, che può essere risolto unilateralmente dalla società di appartenenza in caso di squalifica (articolo 11, numero 1, lettera e) , dell'accordo collettivo 2012-2015 tra FIGC, Lega nazionale professionisti e Associazione italiana calciatori); b) sul diritto soggettivo del tesserato alla tutela della sua integrità morale e della sua immagine di leale professionista, entrambe gravemente compromesse dalla squalifica. Del tutto insufficiente è poi il solo rimedio, in caso di accoglimento del ricorso da parte del giudice amministrativo, del risarcimento del danno. Ed invero, senza la cancellazione definitiva della condanna e senza la piena reintegrazione del suo profilo morale e professionale che ne deriverebbe, quale risarcimento economico del danno cagionato da una sentenza ingiusta potrebbe mai ricompensare colui che, con la squalifica, era stato additato al disprezzo della pubblica opinione, e non solo di quella sportiva? Le considerazioni sin qui svolte stanno alla base del presente disegno di legge con il quale si propone la riforma -- a costo zero -- del sistema di impugnazioni delle decisioni della giustizia sportiva, imperniata sulla giurisdizione del tribunale del lavoro, il più idoneo a giudicare in subiecta materia : una scelta correlata agli effetti dirimenti delle sanzioni disciplinari sui rapporti di lavoro degli atleti professionisti. Al riguardo si indicano le seguenti innovazioni: 1) a norma dell'articolo 102, secondo comma, della Costituzione, viene istituita, nell'ambito della sezione lavoro del tribunale di Roma, una sezione specializzata nella cognizione delle impugnazioni contro le decisioni delle Corti sportive e denominata «Tribunale dello sport». Essa è composta da magistrati della stessa sezione, che continuano a farne parte, oltre che da giudici onorari esperti in diritto sportivo nominati dal Consiglio superiore della magistratura in base alla disciplina vigente; 2) i relativi procedimenti seguono il rito del processo del lavoro e sono improntati alla massima celerità (venti giorni per il primo grado e quindici per l'appello) in considerazione delle particolari esigenze delle attività sportive e segnatamente del regolare svolgimento dei campionati di calcio; 3) i motivi di ricorso sono connaturati alla specificità delle decisioni delle Corti sportive, i cui procedimenti utilizzano sistemi probatori e parametri di giudizio assimilabili a quelli processuali ordinari; 4) disposizioni particolari regolano, nel quadro del processo del lavoro, il giudizio di primo grado e dell'appello, unica impugnazione consentita. Con le significative innovazioni che vengono qui presentate i proponenti ritengono che -- ferma l'autonomia degli organi della giustizia sportiva -- i due gradi giurisdizionali della giustizia dello sport, innervata da giudici specializzati e fondata sul rigore degli accertamenti e sulla approfondita valutazione delle prove, possano conseguire soddisfacenti risultati sul piano dell'affermazione della verità.. Art. 1. (Impugnazione delle decisioni degli organi di giustizia delle Federazioni sportive) 1. Le decisioni degli organi di giustizia di ultimo grado delle Federazioni sportive affiliate al Comitato olimpico nazionale italiano (CONI), relative agli illeciti e alle sanzioni previsti dai rispettivi codici di giustizia sportiva, sono impugnabili con ricorso dinanzi alla sezione specializzata per le controversie in materia di lavoro, istituita presso il tribunale di Roma ai sensi dell'articolo 102, secondo comma, della Costituzione, di seguito denominata «Tribunale dello sport». 2. Il Tribunale dello sport ha sede in Roma presso il CONI, che provvede alle necessarie dotazioni di personale ausiliario e di attrezzature. 3. Al Tribunale dello sport sono addetti un presidente, un vice presidente vicario e tre giudici designati tra i magistrati appartenenti alla sezione lavoro del tribunale di Roma, che continuano a far parte della predetta sezione, nonché tre giudici onorari di tribunale nominati dal Consiglio superiore della magistratura tra avvocati e docenti universitari esperti in diritto sportivo. 4. Il Tribunale dello sport giudica secondo le norme per le controversie in materia di lavoro di cui agli articoli 409 e seguenti del codice di procedura civile, in quanto applicabili; tutti i termini ivi previsti sono ridotti a tre giorni e le udienze non possono essere rinviate oltre le successive 48 ore. 5. Nella prima udienza il giudice assegna alle parti i tempi della discussione finale. 6. La Federazione sportiva interessata deve costituirsi in giudizio almeno tre giorni prima dell'udienza con le modalità di cui all'articolo 416 del codice di procedura civile. 7. È ammessa la costituzione in giudizio della società sportiva di appartenenza del tesserato nonché della rappresentanza sindacale della categoria alla quale il tesserato medesimo appartiene. Art. 2. (Motivi di ricorso) 1. Il ricorso di cui all'articolo 1, comma 1, può essere proposto per uno o più dei seguenti motivi: a) violazione di norme di diritto comune o di norme regolamentari della Federazione sportiva o dello statuto e dei regolamenti del CONI; b) violazione del diritto di difesa nella raccolta di atti rilevanti del procedimento; c) violazione della garanzia del contraddittorio fra le parti in condizioni di parità, con particolare riguardo alla omessa formazione della prova per testi nella discussione dinanzi all'organo di giustizia sportiva giudicante; d) erronea valutazione dei fatti e delle prove; e) erronea applicazione delle norme sul rito premiale conseguente alla illogica o non corretta valutazione delle testimonianze e delle altre prove raccolte nelle indagini preliminari; f) erroneità o contraddittorietà della motivazione su punti essenziali; g) erronea applicazione delle sanzioni. Art. 3.