[pronunce]

mentre, al contrario, nel caso degli atenei "virtuosi" al meno favorevole trattamento per ciò che concerne il perfezionamento delle procedure pregresse, fa «da contraltare» un trattamento oggettivamente di maggior favore per ciò che concerne i vincoli assunzionali (per i quali è posto un limite numerico e non un divieto assoluto). Il giudice a quo rileva come l'impossibilità di individuare una sorta di "simmetria" tra le due richiamate disposizioni renda difficile operare un giudizio di legittimità sulla complessiva scelta legislativa sotto il profilo del rispetto del principio di eguaglianza e parità di trattamento (a meno di entrare nel merito delle scelte rimesse all'interpositio legislatoris). Esso ritiene, tuttavia, che il concreto assetto disciplinare risultante dal combinato operare delle disposizioni censurate possa palesare evidenti profili di irragionevolezza, in considerazione degli effetti concreti che quell'assetto è in grado di determinare. Al riguardo, osserva che, anche a volere considerare l'oggettivo carattere di maggior rigore che caratterizza la disciplina in esame per ciò che riguarda i divieti generali di assunzione a carico degli atenei "non virtuosi", l'effetto pratico prodotto dalla norma è quello di consentire a tale tipologia di atenei un rilevante numero di assunzioni di ricercatori (viene richiamata l'ipotesi in cui, alla data di entrata in vigore del d.l. n. 180 del 2008, la singola università avesse in corso di svolgimento numerose procedure concorsuali). Il collegio pone in evidenza come, in definitiva, il complessivo assetto della disciplina dettato dal citato comma 1, sarebbe tale da consentire che, nei fatti, l'eccezione (possibilità di assumere i ricercatori vincitori dei concorsi in precedenza espletati) travalichi del tutto la regola (divieto generalizzato di nuove assunzioni), sino a renderla nei fatti inoperante. Diversamente, i limiti e vincoli assunzionali, complessivamente imposti agli atenei "virtuosi", non presenterebbero alcuna possibile deroga o eccezione, neanche per l'ipotesi in cui - come nel caso in esame - la singola assunzione non potrebbe comunque produrre alcun aggravio di spesa per l'ateneo. Il Consiglio di Stato ritiene, sotto tale aspetto, che il combinato operare delle due richiamate disposizioni sia irragionevole anche per un diverso profilo, da esaminarsi sotto l'angolo visuale del generale obiettivo di contenimento della spesa di cui al d.l. n. 180 del 2008. Al riguardo, il giudice a quo sottolinea che, mentre nel caso degli atenei "non virtuosi" il limite "fisiologico" all'espansione della spesa per nuove assunzioni è rappresentato dall'assenza di oneri aggiuntivi a carico della finanza pubblica, ossia, nei fatti, dall'invarianza degli oneri per il personale registrati nel corso dell'anno precedente, al contrario, nel caso degli atenei "virtuosi" il medesimo limite "fisiologico" all'espansione della spesa per nuove assunzioni è posto ad un livello di gran lunga inferiore, ossia nella richiamata misura del cinquanta per cento della spesa per il personale cessato dal servizio nel corso dell'anno precedente. Pertanto, il rimettente dubita della legittimità costituzionale del combinato disposto delle disposizioni richiamate, sotto il profilo della manifesta irragionevolezza, in quanto: 1) la scelta normativa risulterebbe maggiormente penalizzante nei confronti degli enti che abbiano tenuto comportamenti "virtuosi" (e maggiormente compatibili con il perseguimento degli obiettivi di contenimento di spesa fissati), rispetto agli enti che abbiano operato in senso contrastante rispetto a tali obiettivi; 2) il risultato concreto della richiamata scelta legislativa sarebbe nel senso di consentire ai soli soggetti meno virtuosi di disporre di deroghe tali da vanificare la tenuta concreta del principio di contenimento della spesa cui il complessivo intervento normativo mirava. Peraltro, il collegio ritiene che non si potrebbe pervenire a conclusioni diverse rispetto a quelle delineate neanche qualora si considerasse che le deroghe consentite dal comma 1 del citato art. 1, in favore degli atenei "non virtuosi", riguardino la sola assunzione di ricercatori universitari, mentre nel caso in esame si fa questione dell'assunzione di un professore ordinario. In proposito, il rimettente osserva che, se si riguarda alla questione sotto il più generale angolo visuale della coerenza e ragionevolezza del complessivo disegno normativo delineato nel 2008, ciò che viene in rilievo è la possibilità, in sé, di potere fruire di eccezioni ai divieti e ai limiti alle nuove assunzioni e non la circostanza puntuale relativa alla tipologia di assunzioni oggetto della deroga legale. Anche sotto tale aspetto, il collegio sottolinea che è censurata non la disparità di trattamento tra le ipotesi disciplinate al comma 1 e quelle disciplinate al comma 3 del richiamato art. 1 (censura resa complicata dal carattere eterogeneo delle previsioni in questione e dalla difficoltà di individuare un effettivo tertium comparationis nell'ambito di un giudizio di eguaglianza), quanto, piuttosto, il carattere complessivamente irragionevole ed ingiustificato della scelta normativa operata nel corso dell'anno 2008. Ad avviso del Consiglio di Stato, impostati in tal modo i termini concettuali della questione, non sembrerebbe ostare al giudizio di non manifesta infondatezza la circostanza per cui il comma 1 del citato art. 1 non consente deroghe per il caso di assunzioni di professori ordinari (ossia, per ipotesi assimilabili a quella all'origine dei fatti di causa). Il rimettente ritiene, altresì, non manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale del combinato disposto dei commi 1 e 3 dell'art. 1 del d.l. n. 180 del 2008, poi convertito, in riferimento all'art. 33 Cost., in materia di limiti e vincoli all'autonomia universitaria. Al riguardo, osserva che, se, per un verso, il legislatore può imporre legittimamente vincoli e limiti al pieno esercizio di tale autonomia, laddove siffatta imposizione risulti finalizzata al perseguimento di interessi e finalità di rilievo costituzionale (come, nel caso di specie, il perseguimento di imprescindibili obiettivi di sostenibilità del bilancio), per altro verso, l'imposizione di tali vincoli potrebbe risultare costituzionalmente illegittima laddove - per le medesime ragioni sopra esposte - essa non rinvenga un'effettiva giustificazione nel perseguimento dei richiamati obiettivi di carattere economico e finanziario. Infine, il collegio censura il combinato disposto dei commi 1 e 3 del citato art. 1, in riferimento all'art. 97 Cost. sotto il profilo del buon andamento e dell'imparzialità nella disciplina e nella gestione dell'amministrazione pubblica.