[pronunce]

ORDINANZA ha pronunciato la seguentenei giudizi di legittimità costituzionale dell'art. 428 del codice di procedura penale, come sostituito dall'art. 4 della legge 20 febbraio 2006, n. 46 (Modifiche al codice di procedura penale, in materia di inappellabilità delle sentenze di proscioglimento), e degli artt. 4 e 10 della stessa legge, promossi con ordinanze del 6 aprile 2006 dalla Corte militare d'appello di Napoli, del 6 e del 19 aprile 2006 dalla Corte d'appello di Roma e del 17 marzo 2006 dalla Corte militare d'appello di Napoli, rispettivamente iscritte ai nn. 424, 453, 531 e 552 del registro ordinanze 2006 e pubblicate nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica nn. 43, 44, 48 e 49, prima serie speciale, dell'anno 2006. Udito nella camera di consiglio del 2 aprile 2008 il Giudice relatore Giovanni Maria Flick. Ritenuto che con due ordinanze di identico contenuto, rispettivamente del 6 aprile e del 17 marzo 2006 (r.o. nn. 424 e 552 del 2006), la Corte militare d'appello di Napoli ha sollevato, in riferimento agli artt. 3, 111 e 112 della Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell'art. 428 codice di procedura penale, come sostituito dall'art. 4 della legge 20 febbraio 2006, n. 46, «nella parte in cui non prevede, per il pubblico ministero, la possibilità di appellare le sentenze di non luogo a procedere», nonché dell'art. 10, commi 1 e 2, della medesima legge; che la Corte rimettente – chiamata in entrambi i giudizi a delibare l'ammissibilità dell'appello proposto dall'organo della pubblica accusa avverso sentenze di non luogo a procedere pronunciate dal Giudice per le indagini preliminari, in funzione di Giudice dell'udienza preliminare, presso il Tribunale militare, rispettivamente, di Bari e di Napoli – rileva che, ai sensi dell'art. 10 della legge n. 46 del 2006, gli appelli dovrebbero essere dichiarati inammissibili, in quanto anteriori alla data di entrata in vigore della legge; che tuttavia la nuova disciplina dei limiti oggettivi alla impugnabilità delle sentenze di proscioglimento, introdotta dalla legge n. 46 del 2006, si porrebbe in contrasto con diversi parametri costituzionali; che, secondo la Corte rimettente, sarebbe violato l'art. 3 Cost., sia sotto il profilo della lesione del principio di ragionevolezza, impedendosi «al rappresentante della pubblica accusa di dare, nell'ambito della sequenza processuale, concreta attuazione al principio dell'obbligatorietà dell'azione penale»; sia sotto quello della violazione del principio di eguaglianza, in relazione al potere riconosciuto invece alla parte civile di impugnare le sentenze di proscioglimento; che sarebbe, inoltre, violato il secondo comma dell'art. 111 Cost., per l'evidente lesione che la disciplina censurata determinerebbe ai principi della parità fra le parti nel processo e della ragionevole durata del processo; che la lesione del primo principio originerebbe dalla considerazione che la garanzia della parità tra le parti dovrebbe estendersi a tutti gli strumenti funzionali al raggiungimento degli scopi che il processo deve garantire e che, per l'organo dell'accusa, ineriscono alla completa attuazione della pretesa punitiva; che, quanto alla lesione della ragionevole durata del processo, il sistema derivante dalle norme censurate - prevedendo la natura esclusivamente rescindente del giudizio per cassazione in esito al ricorso del pubblico ministero ed, in caso di accoglimento, la regressione del processo al primo grado - comporterebbe, ad avviso della Corte rimettente, una evidente dilatazione dei tempi del processo, non sorretta da alcuna giustificazione; che le norme denunciate risulterebbero, altresì, in contrasto con l'art. 112 Cost., poiché il potere di impugnazione dell'organo dell'accusa costituirebbe «una delle espressioni» del principio dell'obbligatorietà dell'azione penale ; che, infine, la Corte rimettente evidenzia «l'irragionevolezza interna» del regime transitorio disciplinato nell'art. 10 della legge n. 46 del 2006 in relazione alla particolare situazione del pubblico ministero il cui appello va dichiarato inammissibile anche quando abbia già chiesto ed ottenuto, in tale fase, «l'ammissione di nuove prove decisive, circostanza che nel nuovo assetto consentirebbe di coltivare l'impugnazione di merito avverso le sentenze di proscioglimento»; che la Corte rimettente ritiene che le considerazioni esposte valgano «a maggior ragione» in relazione ai limiti all'appello della sentenza di non luogo a procedere; che, infatti, la sentenza di non luogo a procedere, adottata al termine dell'udienza preliminare, non è assimilabile ad una decisione di merito; con la conseguenza che, con l'eliminazione dell'appello del pubblico ministero, «viene escluso in radice non tanto un secondo giudizio di merito, quanto la possibilità di pervenire all'unico giudizio di merito davanti al giudice della cognizione»; che con due ordinanze, di identico contenuto, rispettivamente emesse in data 6 aprile e 19 aprile 2006 (r.o. nn. 453 e 531 del 2006), la Corte d'appello di Roma ha sollevato, in riferimento agli artt. 3 e 111 Cost., analoga questione di legittimità costituzionale, censurando l'art. 4 (modificativo dell'art. 428 cod. proc. pen.) e l'art. «11» (recte: 10) della legge 20 febbraio 2006, n. 46, nella parte in cui sanciscono, per il pubblico ministero, l'inappellabilità «anche per i procedimenti in corso» delle sentenze di non luogo a procedere; che la Corte rimettente - premesso di essere chiamata a celebrare due diversi giudizi di appello a seguito di impugnazione del pubblico ministero avverso altrettante sentenze, rese dal Giudice delle indagini preliminari, in funzione di Giudice per l'udienza preliminare presso il Tribunale di Roma, di non luogo a procedere per diverse ragioni (difetto di querela; insussistenza del fatto ; difetto di condizione di procedibilità, per essere stato il reato commesso all'estero) - ritiene che, entrata in vigore nelle more dei giudizi la legge n. 46 del 2006, gli appelli dovrebbero essere dichiarati inammissibili ai sensi dell'art. «11» (recte: 10) di essa; che, tuttavia, la Corte rimettente dubita della legittimità costituzionale della disciplina censurata in riferimento, innanzitutto, al principio della durata ragionevole del processo di cui all'art. 111, secondo comma, ultima parte, Cost., in quanto, in esito al nuovo meccanismo processuale, potrebbe verificarsi – a seguito dell'annullamento da parte della Corte di cassazione – una regressione del procedimento alla fase dell'udienza preliminare; con inevitabile dilatazione dei tempi di definizione del processo e con conseguente aggravio di lavoro per l'organo di legittimità, data l'estensione della sua competenza “sul merito”;