[pronunce]

Considerato che il rimettente, sul presupposto della assoluta inconciliabilità fra funzione di difensore e ufficio di testimone, chiede a questa Corte di estendere le ipotesi di incompatibilità alla testimonianza previste dall'art. 197, comma 1, lettera d), del codice di procedura penale, così da comprendervi anche quella del difensore che venga citato in veste di testimone nel medesimo procedimento, ovvero di introdurre un generale dovere di astensione del difensore e correlativamente il potere del giudice di rilevare l'incompatibilità alla difesa secondo le modalità previste dall'art. 106, commi 2 e 3, cod. proc. pen; che, per ciò che concerne la denunciata disparità di trattamento rispetto alla disciplina prevista per il pubblico ministero, con sentenza n. 215 del 1997 questa Corte ha dichiarato infondata analoga questione di legittimità costituzionale relativa all'art. 197, comma 1, lettera d), cod. proc. pen. , rilevando che la situazione di assoluta inconciliabilità tra le funzioni di giudice e di pubblico ministero e l'ufficio di testimone non è comparabile con la posizione del difensore, connotata piuttosto da una sorta di incompatibilità tra ruolo della difesa e ufficio di testimone; che, quanto agli ulteriori profili evocati dal rimettente, nella medesima decisione la Corte ha precisato che "il problema dei rapporti tra il ruolo del difensore e l'ufficio di testimone non si presta ad essere disciplinato in termini assoluti ed astratti all'interno del codice" ma trova la sua naturale collocazione nella sfera delle regole deontologiche, alle quali, per la loro stessa struttura e funzione, spetta di individuare, a seconda delle varie concrete situazioni, in quali casi il munus difensivo non possa conciliarsi con l'ufficio di testimone; che tale impostazione non è contraddetta dalla nuova causa di incompatibilità con l'ufficio di testimone introdotta dall'art. 3 della legge 7 dicembre 2000, n. 397, nell'art. 197, comma 1, lettera d), cod. proc. pen. , posto che l'incompatibilità è limitata all'ipotesi in cui il difensore abbia svolto attività di investigazione difensiva; che l'incongruità del tertium comparationis indicato dal giudice a quo e la naturale collocazione dei rapporti tra la funzione del difensore e l'ufficio del testimone nella sfera delle regole deontologiche rendono dunque privo di consistenza il denunciato contrasto dell'art. 197, comma 1, lettera d), cod. proc. pen. con gli artt. 3, 24 e 111 Cost; che, a fronte di queste considerazioni, anche la richiesta del rimettente di introdurre, mediante un intervento sull'art. 13 del regio decreto-legge n. 1578 del 1933, "un presidio normativo" che delinei "in via prescrittiva modi e forme" per la risoluzione del rapporto tra il difensore e il suo assistito ove il primo venga citato come testimone, appare priva di ogni fondamento; che, del resto, lo stesso rimedio previsto dall'art. 106, commi 2 e 3, cod. proc. pen. per rimuovere situazioni di incompatibilità alla difesa di più imputati, espressamente richiamato dal rimettente, secondo la giurisprudenza di legittimità non opera in via astratta e automatica, ma è attivabile solo quando il contrasto di interessi fra coimputati sia effettivo e reale, tale che il difensore comune si vedrebbe costretto a prospettare tesi difensive logicamente inconciliabili; che le questioni vanno pertanto dichiarate manifestamente infondate. Visti gli artt. 26, secondo comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87, e 9, secondo comma, delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale.. . per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE Dichiara la manifesta infondatezza delle questioni di legittimità costituzionale degli artt. 197, comma 1, lettera d), del codice di procedura penale e 13 del regio decreto-legge 27 novembre 1933, n. 1578 (Ordinamento delle professioni di avvocato e procuratore), convertito con modificazioni nella legge 22 gennaio 1934, n. 36, sollevate, in riferimento agli artt. 3, 24 e 111 della Costituzione, dal Tribunale di Cassino, con l'ordinanza in epigrafe. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 3 dicembre 2001. Il Presidente: Vari Il redattore: Neppi Il cancelliere: Di Paola Depositata in Cancelleria il 21 dicembre 2001. Il direttore della cancelleria: Di Paola