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Penso allora che su un tema di questa portata l'obbligo per tutti noi sia rifuggire da banalità. Credo che ci sia anche però un nostro obbligo a rivendicare la responsabilità della politica di difendere una chiara gerarchia di valori. In questa gerarchia penso che indiscutibilmente il primo posto vada al diritto alla vita, all'obbligo di rispondere al grido di aiuto soprattutto di chi viene e di chi è disperso in mare, di chi fugge da situazioni di difficoltà inaccettabili, che mettono a rischio la propria vita. Ecco perché è inaccettabile l'atteggiamento di chi trasforma le Organizzazioni non governative, che prestano attività di soccorso in mare, nei responsabili di tragedie, come se le ONG fossero i protagonisti al soldo di non so quale finanziatore. Non è accettabile perché è un dato falso, come dimostrano anche i procedimenti giudiziari avviati e finiti senza condanna. Perciò ai miei occhi non è in discussione la discontinuità di questo decreto rispetto ai precedenti decreti sicurezza. Con questo provvedimento semplicemente si riporta pienamente l'Italia dentro il binario del diritto e del dettato costituzionale. Lo si fa ripristinando il diritto all'iscrizione anagrafica per i richiedenti asilo ed eliminando così quei rischi per la sicurezza derivanti dalla privazione di qualsiasi identità, qualsiasi diritto e qualsiasi dovere. Lo si fa modificando la procedura di esame prioritario accelerato delle domande di riconoscimento della protezione internazionale, che significa di fatto subire una contrazione significativa del diritto di difesa. Aggiungo anche che aver escluso le vittime di tratta da questa procedura accelerata significa dare una tutela minima a donne che vivono già in una condizione davvero di estrema disperazione. E allora ripariamo allo strappo consumato sul piano dell'accoglienza prevedendo che tutta una serie di permessi di soggiorno, tra cui quelli per gravi patologie, consentano poi di lavorare. Viene esteso il divieto di rimpatrio, con un'attenzione specifica ai soggetti più vulnerabili, anche in base all'orientamento sessuale. Si prevede inoltre un permesso speciale nei confronti di colui per il quale vale il divieto di espulsione ed è senza protezione internazionale; è il modo per evitare che lo straniero privo di forme di protezione codificate resti in una zona grigia senza un titolo legittimo di soggiorno. Si riduce il tempo per l'ottenimento della cittadinanza e si elimina il termine attuale del decreto flussi. È inserito l'obbligo per i prefetti di sentire i sindaci prima di aprire nuovi centri di accoglienza e si continua nell'azione di tutela e integrazione dei minori stranieri non accompagnati. Voglio dire che sono tutte norme giustificate dall'idea, che mi pare abbastanza ragionevole, che è meglio conoscere piuttosto che chiudere gli occhi, è meglio riconoscere una posizione piuttosto che gettare in una zona d'ombra, è meglio integrare piuttosto che escludere ed emarginare. Questa è la differenza più visibile rispetto al recente passato. Anziché provare inutilmente a chiudere il nostro Paese di fronte a un fenomeno epocale, noi proviamo con questo provvedimento a rimetterlo nelle condizioni migliori per gestire un fenomeno complesso, attraverso un sistema di accoglienza diffusa e inclusione sociale, evitando concentrazioni di persone e di interessi, puntando invece sulla distribuzione sul territorio di richiedenti asilo e beneficiari di protezione. Anziché rendere invisibili le persone che arrivano dobbiamo favorire percorsi di formazione e integrazione e incentivare che si partecipi ad essi con impegno. Ho detto ovviamente che questo è solo un primo passo; altri ne dovremo fare. Come ho detto poi all'inizio, questo non è il successo di una parte, anche se una parte ovviamente ha condotto con più coerenza, determinazione e convinzione questa battaglia. Oggi con questo provvedimento si afferma l'idea di un Paese che non crede che distinguendo gli ultimi da altri ultimi, come pure ho sentito nella discussione in questi ultimi giorni in Commissione, ne proteggiamo meglio alcuni, che non è mettendo ultimi contro altri ultimi che si mette in sicurezza un sistema Paese oppure semplicemente le certezze di chi è più fortunato o garantito. Oggi con questo provvedimento, a mio avviso, a vincere non sono solo valori di umanità, solidarietà, rispetto e dignità per tutti, ma è anche l'idea che solo attraverso tutele, opportunità e diritti sacrosanti riconosciuti a tutti, solo attraverso un'effettiva riduzione di divari, disuguaglianze e marginalità sociali e quindi solo attraverso integrazione, partecipazione e riconoscimento a tutti di pari dignità si costruiscono sistemi e comunità più forti, più competitive, più sane, ma soprattutto comunità più sicure per tutti. (Applausi) . PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare la relatrice, senatrice Evangelista. I relatori sono due, uno della 1 a Commissione e uno della 2 a Commissione, anche se sarebbe corretto, Commissione per Commissione, far parlare il relatore e il relatore di minoranza. Però, siccome preferite quest'ordine, diamo la parola alla senatrice Evangelista. EVANGELISTA, relatrice . Signor Presidente, per me non ci sarebbe stato alcun problema, ovviamente. Per quanto riguarda la parte relativa alla Commissione giustizia, il testo di legge che oggi siamo chiamati ad approvare, all'articolo 6, consente l'applicazione dell'istituto dell'arresto in flagranza differita anche con riguardo ai reati commessi in occasione o a causa del trattenimento in uno dei centri di permanenza per il rimpatrio o delle strutture di primo soccorso e accoglienza. L'articolo prevede che, per i medesimi delitti indicati nel comma 7- bis , si proceda sempre con giudizio direttissimo, salvo che siano necessarie speciali indagini. L'articolo 7, intervenendo sull'articolo 131- bis del codice penale, limita il campo di applicazione della preclusione all'applicazione della causa di non punibilità per la particolare tenuità del fatto nelle ipotesi di resistenza, violenza, minaccia e oltraggio a pubblico ufficiale. La modifica è volta a circoscrivere la preclusione ai reati commessi non più nei confronti di un pubblico ufficiale, ma nei confronti di un ufficiale o agente di pubblica sicurezza o di un ufficiale o agente di polizia giudiziaria nell'esercizio delle sue funzioni. Contestualmente, la disposizione preclude sempre l'applicazione della tenuità del fatto alle ipotesi di oltraggio a magistrato in udienza. L'articolo 8 invece interviene sull'articolo 391- bis del codice penale allo scopo di inasprire il regime sanzionatorio per chiunque agevoli nelle comunicazioni con l'esterno il detenuto sottoposto alle restrizioni di cui all'articolo 41- bis della legge sull'ordinamento penitenziario. La pena base diventa la reclusione da due a sei anni in luogo della reclusione da uno a quattro. La pena per la fattispecie aggravata diventa la reclusione da tre a sette anni in luogo della reclusione da due a cinque anni. È inoltre estesa l'applicabilità delle medesime pene anche al detenuto che, sottoposto alle restrizioni di cui all'articolo 41- bis , comunica con altri in violazione delle prescrizioni imposte.