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Delega al Governo per la definizione di un testo unico denominato Statuto dei lavori. Onorevoli Senatori. -- Le straordinarie trasformazioni tecnologiche e organizzative in atto nelle economie e nelle società rispetto agli assetti produttivi che hanno caratterizzato il secolo trascorso impongono una regolazione del lavoro semplice e naturale, libera da quegli schemi ideologici che hanno cronicamente atrofizzato l'occupazione e la remunerazione del lavoro in Italia. In particolare, i caratteri di velocità e di imprevedibilità della rivoluzione digitale inducono a ridimensionare la fonte legislativa, di per sé rigida e faticosamente adattabile ai cambiamenti continui, per privilegiare la duttile fonte contrattuale. Già oggi, d'altronde, il passaggio dai modelli produttivi verticali a quelli orizzontali determina una prestazione lavorativa che non si realizza più come mera esecuzione di ordini gerarchicamente impartiti ma si distingue dal passato per i crescenti spazi di autonomia e di responsabilità del lavoratore. Tendono così a confondersi lavoro dipendente e indipendente mentre si rivela obsoleto il tradizionale impianto delle tutele in quanto viziato da formalismo giuridico tutto e solo difensivo. Perfino la primaria prevenzione dei pericoli per la salute e sicurezza dei lavoratori, cui è dedicato un parallelo disegno di legge, non si può più affidare a meri adempimenti formali disposti da leggi invasive tarate sulla grande fabbrica fordista. Il 14 febbraio 2002, Marco Biagi depositava in un computer del Ministero del lavoro un agile progetto di «Statuto dei lavori», a pochi giorni dalla sua uccisione per mano delle Brigate Rosse, con l'obiettivo di produrre a regime un testo unico di poche norme riferite a diritti universali e inderogabili, rinviando la definizione delle correlate tutele alla flessibile contrattazione collettiva o individuale, ove certificata. Marco Biagi era profondamente convinto che maggiori e migliori posti di lavoro non si creano per decreto. Le leggi possono semmai contribuire a creare un contesto favorevole per la competitività delle imprese e sostenere la loro naturale propensione ad assumere e investire in modo stabile sulle persone. Ma possono anche determinare un effetto contrario, comprimendo le potenzialità del sistema produttivo e le istanze di inclusione soprattutto là dove non siano capaci di interpretare e governare gli imponenti mutamenti intervenuti nella società e nel lavoro. Il centralismo regolatorio riflette ancora, del resto, gli assetti di produzione verticali, propri della vecchia economia. Dominati dalla grande fabbrica industriale. Con modelli di organizzazione del lavoro standardizzati e rigidi. Con un perimetro aziendale ben definito quanto a struttura, composizione della manodopera, localizzazione territoriale. Al lavoro stabile e per una intera carriera si contrappongono oggi sempre più frequenti transizioni occupazionali e professionali che richiedono tutele più adeguate e diversificate e un rinnovato protagonismo di liberi e responsabili corpi intermedi come degli stessi lavoratori e imprenditori nel naturale dialogo interno alla singola impresa. I mutamenti del mondo del lavoro implicano l'insorgere di esigenze che spiazzano un sistema di tutele ingessato -- perché fatto di molte norme rigide quanto poco adattabili alla mutevole realtà del lavoro -- suggerendo l'introduzione di assetti regolatori maggiormente duttili e responsabilizzati nell'ambito di una cornice di diritti universali. Il Jobs act ha poi ulteriormente irrigidito la distinzione tra subordinazione e autonomia della prestazione lavorativa nel momento in cui le nuove tecnologie trasformano con progressione geometrica il lavoro in termini che richiedono attente verifiche dello specifico contesto per qualificarlo. Altri interventi regolatori e fiscali si sono aggiunti al tradizionale quadro regolatorio. È giunto quindi il tempo di produrre quel testo unico auspicato da Marco Biagi e di realizzare con esso l'intuizione di quella parte del sindacato che sosteneva con coraggio e lungimiranza, rispetto al dibattito che ha poi portato alla codificazione dello statuto dei lavoratori del 1970, che «il contratto è il mio Statuto». E questo approccio significa il passaggio dal rigido centralismo che pretende la definizione di soluzioni uniformi alla libera, responsabile e duttile regolazione nei luoghi, in modo che le tutele siano effettive ed il lavoro produttivo. In questa prospettiva culturale e valoriale deve essere letto l'articolo 8 del decreto-legge n. 138 del 2011, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 148 del 2011. Una norma ancora poco attuata, perché vittima dello stesso clima di odio e massimalismo che colpì la legge Biagi, e che tuttavia, nel valorizzare un quadro regolatorio sussidiario del lavoro e relazioni industriali di prossimità, ha introdotto la strumentazione complementare per lo Statuto dei lavori. Il nostro ordinamento dispone quindi da ben cinque anni di una disciplina simile a quella che ha recentemente determinato aspri conflitti sociali nella vicina Francia. Sino ad ora essa è stata utilizzata in sordina dalle parti sociali con finalità prevalentemente difensive. I grandi cambiamenti in corso ne consigliano ora l'estensione in termini di parziale deroga anche al salario definito dai contratti collettivi nazionali e di ampliamento del campo di applicazione agli accordi individuali certificati. Ne dovrebbero derivare intese con finalità espansive ovvero utili ad accompagnare la crescita qualitativa e dimensionale delle imprese. In coerenza con questa norma fondamentale si ripropone quindi il potenziamento degli istituti della certificazione e dell'arbitrato per un adeguato sostegno alla libera determinazione negli accordi individuali e per una tempestiva risoluzione sussidiaria di ogni conflitto secondo equità. Il progetto si sostanzia, molto semplicemente e in coerenza con il pluralismo dei modi di lavorare, in una ampia delega alla contrattazione tra le parti, vuoi a livello collettivo e di prossimità vuoi anche a livello individuale mediante la valorizzazione delle sedi di certificazione attivate ai sensi della legge Biagi. Viene fatto salvo, per tutti i lavoratori e non solo per i dipendenti, un nucleo fondamentale di diritti basici applicabile a tutti i rapporti di lavoro a prescindere dalla natura pubblica o privata del datore di lavoro e dalla qualificazione del contratto come autonomo, subordinato, associativo o atipico. Si introducono diritti per l'occupabilità con particolare riferimento alla formazione, riconoscendo il valore culturale e formativo del lavoro e l'impresa come comunità e non come sede di sfruttamento dell'uomo su altri uomini. Testo unico, articolo 8 sulla contrattazione di prossimità, certificazione e arbitrato costituiscono gli strumenti di un nuovo diritto del lavoro a misura di ciascuna persona, di tutte le persone. L'articolo 1, comma 1, del presente disegno di legge ripropone dunque, aggiornandolo, il progetto di un testo unico denominato «Statuto dei lavori» quale strumento di semplificazione e unificazione del nostro diritto del lavoro. Si tratta di una delega da esercitarsi entro sei mesi dall'entrata in vigore della presente legge per la redazione di un testo unico in materia di disciplina delle tipologie contrattuali in cui sia dedotta attività lavorativa.