[pronunce]

Infine, viene ipotizzata anche la violazione degli artt. 24 e 113 Cost., giacché la norma denunciata, «non consentendo al proprietario del veicolo di fornire la prova di una causa di giustificazione e quindi di dimostrare una sua assoluta e perfetta buona fede ed esenzione da ogni colpa», lede il diritto difesa dello stesso. 1.2. — È intervenuto in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che la questione sia dichiarata inammissibile e comunque non fondata. Nel sottolineare l'ininfluenza della modificazione apportata al testo dell'art. 126-bis, comma 2, del codice della strada, non essendo il predetto art. 2, comma 164, lettera b), del d.l. n. 262 del 2006 applicabile, ratione temporis, alla fattispecie oggetto del giudizio principale, la difesa dello Stato evidenzia come la Corte costituzionale, proprio con la citata sentenza n. 27 del 2005, avrebbe indirettamente riconosciuto la legittimità costituzionale della censurata disposizione. La Corte, infatti, nel precisare che la sanzione di cui all'art. 180, comma 8, del codice della strada è destinata a trovare applicazione in ogni caso in cui il proprietario del veicolo ometta di comunicare i dati personali e della patente del conducente, ha fugato «il dubbio in ordine ad una ingiustificata disparità di trattamento realizzata tra i proprietari di veicoli, discriminati a seconda della loro natura di persone giuridiche o fisiche, ovvero, quanto a queste ultime, in base alla circostanza meramente accidentale che le stesse siano munite o meno di patente». Nel rammentare, poi, come la Corte abbia ritenuto manifestamente inammissibile – con l'ordinanza n. 244 del 2005 – la questione di legittimità della disciplina in contestazione, sollevata in relazione ad un supposto difetto di ragionevolezza, la difesa dello Stato evidenzia come il proprietario del veicolo, in quanto responsabile della circolazione dello stesso nei confronti delle pubbliche amministrazioni non meno che dei terzi, sia «tenuto sempre a conoscere l'identità dei soggetti ai quali ne affida la conduzione, onde dell'eventuale incapacità d'identificare detti soggetti necessariamente risponde, nei confronti delle une per le sanzioni e degli altri per i danni, a titolo di colpa per negligente osservanza del dovere di vigilare sull'affidamento in guisa da essere in grado di adempiere al dovere di comunicare l'identità del conducente» (è richiamata la sentenza della Corte di cassazione, sezione seconda civile, 12 giugno 2007, n. 13748). 2.— Il Giudice di pace di Ronciglione, a sua volta, ha sollevato – in riferimento all'art. 2 Cost. – questione di legittimità costituzionale del medesimo art. 126-bis, comma 2, del d.lgs. n. 285 del 1992. Ritenuta rilevante la questione sollevata, atteso che la norma suddetta «deve essere applicata al caso in esame, relativo ad opposizione a sanzione amministrativa per mancata comunicazione all'organo di polizia del nominativo del conducente di un veicolo», il rimettente ipotizza l'illegittimità costituzionale della stessa sotto un duplice profilo. Assume, in particolare, che la previsione del descritto obbligo di comunicazione appare lesiva dei diritti della personalità del conducente «e, in particolare, del suo diritto alla riservatezza, garantito dall'art. 2 della Costituzione». Inoltre, nell'ipotesi in cui autore dell'infrazione sia lo stesso proprietario del veicolo, la norma in esame, obbligandolo di fatto ad accusare se stesso, appare anche per altro verso in contrasto con il richiamato parametro costituzionale, «perché è diritto primario e inviolabile quello di non essere tenuto alla confessione di un illecito: “nemo tenetur se ipsum accusare”».1. — Il Giudice di pace di Cittadella ha sollevato – in riferimento agli articoli 3, 24 e 113 della Costituzione – questione di legittimità costituzionale del testo originario dell'articolo 126-bis, comma 2, del decreto legislativo 30 aprile 1992, n. 285 (Nuovo codice della strada), introdotto dall'art. 7, comma 1, del decreto legislativo 15 gennaio 2002, n. 9 (Disposizioni integrative e correttive del nuovo codice della strada, a norma dell'articolo 1, comma 1, della legge 22 marzo 2001, n. 85), come risultante all'esito della modifica apportata dall'art. 7, comma 3, lettera b), del decreto-legge 27 giugno 2003, n. 151 (Modifiche ed integrazioni al codice della strada), convertito, con modificazioni, dalla legge 1° agosto 2003, n. 214, «nella parte in cui assoggetta il proprietario del veicolo» – in caso di mancata comunicazione dei dati personali e della patente del conducente, non identificato al momento della commessa violazione – «alla sanzione contemplata dal comma 8 dell'art. 180» del medesimo codice della strada, senza prevedere «esimenti o cause di giustificazione accertate esistenti e fondate». Del pari, il Giudice di pace di Ronciglione ha sollevato – in riferimento all'art. 2 Cost. – questione di legittimità costituzionale del medesimo art. 126-bis, comma 2, censurando tale disposizione per il solo fatto di prevedere il descritto obbligo di comunicazione, indipendentemente, dunque, dalle condizioni in presenza delle quali risulta sanzionata la sua inosservanza (e, pertanto, sollevando una questione che è, sul piano logico, pregiudiziale rispetto a quella oggetto dell'altra ordinanza di rimessione). 2.— Preliminarmente, premessa la riunione dei due giudizi, atteso che la comunanza di oggetto ne giustifica l'unitaria trattazione ai fini di un'unica pronuncia, appare utile ricostruire, in sintesi, le vicende normative e giurisprudenziali che hanno interessato la norma in contestazione; ricostruzione vieppiù necessaria, posto che la disposizione in esame risulta censurata, dal primo dei due giudici rimettenti, nel suo testo originario (applicabile, ratione temporis, alla fattispecie oggetto del giudizio a quo, come dallo stesso giudice congruamente motivato). 3.— Il predetto art. 126-bis, comma 2, del codice della strada – introdotto dall'art. 7, comma 1, del d.lgs. n. 9 del 2002, nel testo risultante, a sua volta, all'esito della modifica apportata dall'art. 7, comma 3, lettera b), del d.l. n. 151 del 2003, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 214 del 2003 – presentava, come è noto, nella sua originaria formulazione, un contenuto molto diverso dall'attuale.