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Molto è stato detto e scritto sul fatto che il PNRR rappresenti un'occasione unica per avviare il rilancio del Mezzogiorno e per la ripresa del processo di convergenza con le aree più sviluppate del Paese. Lo abbiamo rappresentato con forza nei documenti parlamentari e in tutte le iniziative politiche che abbiamo portato avanti in questi mesi. Anche oggi, nella Commissione che mi onoro di presiedere, nel nostro parere abbiamo voluto metterlo bene in evidenza. Abbiamo avuto anche ripetute interlocuzioni con i ministri Provenzano, prima, e Carfagna, poi, affinché le risorse del PNRR affluissero nella misura di almeno il 40 per cento alle Regioni del Mezzogiorno. Molti progetti del Piano avevano una destinazione territoriale specifica, ma molti altri erano a gestione di amministrazioni centrali, quindi con il rischio di perdere una parte delle risorse. In tal senso c'erano stati alcuni allarmi lanciati dagli organi di stampa che lamentavano una perdita di fondi per le Regioni meridionali. Ecco perché sono soddisfatto della previsione contenuta nel decreto-legge, per cui le amministrazioni centrali titolari di interventi previsti nel PNRR dovranno assicurare il vincolo di destinazione del 40 per cento delle risorse allocabili territorialmente alle Regioni del Mezzogiorno attraverso bandi che prevedano, però, delle clausole, come bene si è impegnata la ministra Carfagna anche in quest'Aula rispondendo a una mia interrogazione. Si tratta di una specificazione doverosa che permetterà a tutte le amministrazioni di operare al meglio per la riduzione di quei divari territoriali che l'Europa ci chiede da troppo tempo di rimuovere, di sanare. Non è conforme ad essa, ad esempio, prevedere un punteggio maggiorato per gli enti che possono offrire un cofinanziamento alle risorse del PNRR. Questo significherebbe infatti che i Comuni del Mezzogiorno sarebbero in parte tagliati fuori dai bandi, visto che sono in situazioni di dissesto e pre-dissesto, e non per responsabilità degli amministratori locali, o almeno non sempre. I divari, così, anziché diminuire, rischiano di aumentare, anzi, aumenterebbero sicuramente. La norma di legge contenuta nel decreto-legge che oggi discutiamo eliminerà questo rischio perché i bandi dovranno vincolare il 40 per cento delle risorse disponibili alle Regioni del Mezzogiorno. Si tratta di una precisazione importante e decisiva che abbiamo molto apprezzato. Il secondo punto su cui mi soffermo velocemente - e mi avvio alla conclusione - è il ruolo del Parlamento. Abbiamo già contribuito, durante l'esame delle linee guida e del progetto di Piano nazionale di ripresa e resilienza, supportando l'azione del Governo nella fase di predisposizione dei documenti, evidenziando criticità e spesso suggerendo proposte e temi che io credo abbiano di molto modificato l'impianto che poi abbiamo inviato a Bruxelles e che Bruxelles ha apprezzato. Ora dobbiamo cambiare schema e porci nella condizione di chi dovrà garantire l'effettiva realizzazione dei tanti progetti e delle tante riforme che il PNRR ci assegna come Paese. Le norme approvate alla Camera sul monitoraggio da parte del Parlamento, che forse - lo dico con grande onestà intellettuale - avremmo voluto anche un po' più incisive e che forse dovremo immaginare di completare in corso d'opera, dovranno servire a far sì che tra soggetti attuatori, Governo e Camere si sviluppi una dialettica proficua, nel generale interesse del Paese al completamento dei progetti concordati con le istituzioni europee e all'ottenimento delle relative risorse. L'attuazione del PNRR è una sfida per tutti noi e dovremo essere pronti, anche come Parlamento, a continuare a dare il nostro contributo. È una sfida che non possiamo fallire. Non possiamo fallire nella riduzione delle differenze di genere, generazionali e territoriali. È una sfida che dobbiamo interpretare con tutte le migliori energie e risorse. È una sfida che per il Mezzogiorno vale doppio. È finito il tempo in cui si poteva immaginare di scaricare sugli amministratori locali del Mezzogiorno la responsabilità delle divergenze, delle differenze, dei differenti standard nei servizi infrastrutturali che noi viviamo in quel territorio. Dobbiamo affrontarla insieme, perché i diritti universali e le infrastrutture non sono un tema nelle mani e nelle prerogative degli amministratori locali, ma abbiamo bisogno che se ne faccia carico uno Stato democratico e civile. È questo un tema prezioso su cui io non demorderò; condurrò una battaglia insieme a tanti altri colleghi, ma mi sembra che le indicazioni contenute in questo decreto-legge ci aiutino a coltivare la speranza di poter raggiungere un piccolo sogno e di conquistare qualche spazio di civiltà anche nel Mezzogiorno d'Italia. (Applausi) . PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Moronese. Ne ha facoltà. MORONESE (Misto) . Signor Presidente, colleghi, cittadini, è con profonda amarezza che intervengo sulla conversione in legge del decreto-legge 31 maggio 2021, n. 77, constatando che su un provvedimento così strategico per il Paese la centralità del Parlamento è stata nuovamente calpestata. Il disegno di legge è stato assegnato ieri alle Commissioni del Senato e oggi arriva in Assemblea; nessuna possibilità di presentare emendamenti in Commissione in sede referente, nessuna discussione, neanche il tempo di poter leggere il testo approvato dalla Camera dei deputati. Questo decreto-legge sembra, da una parte, una palese dichiarazione di guerra all'ambiente e, dall'altra, un regalo ai lobbisti e ai criminali ambientali, cui arriva il messaggio che del nostro territorio possono fare quello che vogliono, senza limiti e senza controlli e con i migliori omaggi del Governo Draghi. Questo provvedimento smantella gran parte del minuzioso lavoro svolto per la protezione dell'ambiente e per la salute dei cittadini e mina irreversibilmente i principi che mi hanno sempre guidata nel mio lavoro e nell'esercizio della carica di Presidente della Commissione ambiente. Non potrei, con il tempo che ho a disposizione, elencare tutte le norme scellerate contenute in questo provvedimento, ma almeno alcune di esse devo spiegarle, non tanto a voi che vi apprestate a breve a votare favorevolmente, quanto ai cittadini, che devono sapere chi sono i responsabili dei disastri che da qui a minimo trent'anni si verificheranno. Vi suggerirei, pertanto, di avere la decenza di non fare dichiarazioni di solidarietà nei confronti del popolo sardo, emiliano, campano e di tutte quelle popolazioni che devono subire i danni dei disastri ambientali, naturali e criminali. Cerchiamo allora di approfondire qualche articolo. Per effetto delle abrogazioni previste all'articolo 18, comma 1, lettera a) , punto 2, viene cancellato il principio secondo cui l'individuazione delle aree per la realizzazione delle opere, degli impianti e delle infrastrutture previste nel PNRR e nel PNIEC deve avvenire nel rispetto delle esigenze di mitigazione degli effetti dei cambiamenti climatici, di tutela del patrimonio culturale e del paesaggio, delle aree agricole e forestali, della qualità dell'aria, dei corpi idrici e del suolo. Quindi mi chiedo e vi chiedo: