[pronunce]

ORDINANZA ha pronunciato la seguentenei giudizi di legittimità costituzionale dell'art. 576 del codice di procedura penale, come modificato dall'art. 6 della legge 20 febbraio 2006, n. 46 (Modifiche al codice di procedura penale, in materia di inappellabilità delle sentenze di proscioglimento), promossi con ordinanze del 7 aprile 2006 dalla Corte d'appello di Bologna e del 10 luglio 2006 dalla Corte d'appello di Firenze nei procedimenti penali a carico di S.S. e di L.M., iscritte al n. 417 del registro ordinanze 2006 ed al n. 72 del registro ordinanze 2007 e pubblicate nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 43, prima serie speciale, dell'anno 2006 e n. 10, prima serie speciale, dell'anno 2007. Visto l'atto di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri; udito nella camera di consiglio del 21 novembre 2007 il Giudice relatore Giovanni Maria Flick. Ritenuto che, con l'ordinanza indicata in epigrafe, la Corte di appello di Firenze ha sollevato, in riferimento agli artt. 3 e 111, secondo comma, della Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell'art. 576 del codice di procedura penale, come modificato dall'art. 6 della legge 20 febbraio 2006, n. 46 (Modifiche al codice di procedura penale, in materia di inappellabilità delle sentenze di proscioglimento), nella parte in cui – avendo espunto dal testo della previsione codicistica l'inciso «con il mezzo previsto per il pubblico ministero» – avrebbe svincolato il potere di impugnazione della parte civile da quello del pubblico ministero, privando la parte stessa, in forza del principio di tassatività dei mezzi di impugnazione, della facoltà di appello sia contro le sentenze di condanna, sia contro le sentenze di assoluzione, anche nei casi in cui tale facoltà sarebbe concessa al pubblico ministero dal nuovo testo dell'art. 593 dello stesso codice: e ciò in considerazione del fatto che tale ultima norma, nello stabilire i casi in cui è possibile proporre appello, continua a fare riferimento, come in passato, soltanto all'imputato ed al pubblico ministero; che a parere della Corte rimettente – chiamata a giudicare in sede di rinvio sull'appello proposto dalla parte civile avverso la sentenza di proscioglimento pronunciata dal Tribunale di Firenze, in un procedimento per lesioni aggravate - risulterebbero violati gli artt. 3 e 111, secondo comma, Cost., in quanto le condizioni di parità, in cui ogni processo deve svolgersi, si riferiscono anche alle impugnazioni esperibili: sicché, la contestata novella legislativa, nel rimodulare i poteri di impugnativa nei sensi indicati, avrebbe generato una «disparità tra le parti del giudizio civile riparatorio inserito nel processo penale, in quanto alla parte civile non sono consentiti gli stessi tre gradi di giudizio che sono consentiti all'imputato – obbligato civilmente»; che tale disparità – prosegue la Corte rimettente – risulterebbe ancor più eclatante in quanto, operando il nuovo regime anche per le situazioni processuali antecedenti all'entrata in vigore della legge n. 46 del 2006, alla parte civile verrebbe sottratto, con effetto retroattivo, «ogni diritto di impugnazione, compreso il ricorso per cassazione che è mezzo di impugnazione generalmente ammesso nel nostro ordinamento contro le sentenze di merito»; che nel giudizio è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che la questione sia dichiarata inammissibile; che, a tal proposito, la difesa erariale sottolinea come identica questione sia stata già dichiarata inammissibile da questa Corte con ordinanza n. 32 del 2007, nella quale si è sottolineato come risulti sul punto non ancora formatosi un “diritto vivente”, tanto che la questione è stata rimessa alle Sezioni unite della Corte di Cassazione; che, pertanto, il giudice a quo si sarebbe sottratto al compito di verificare la praticabilità di diverse soluzioni interpretative – pure già emerse in sede di legittimità – atte a superare il dubbio di costituzionalità; con la conseguenza di rendere la questione inammissibile, alla luce della costante giurisprudenza di questa Corte; che analoga questione è stata sollevata, in riferimento agli artt. 3, 24 e 111 della Costituzione, dalla Corte di appello di Bologna, la quale ugualmente rileva che il novellato testo dell'art. 576 del codice di rito – facendo venire meno il richiamo al potere di impugnazione del pubblico ministero – ha di fatto annullato ogni potere di appello della parte civile, considerato che l'art. 568, comma 1, cod. proc. pen. stabilisce il principio di tassatività dei mezzi di impugnazione e che nessuna altra norma prevede per la parte civile il diritto di proporre appello; residuando, dunque, per tale parte, la sola possibilità di impugnare la sentenza di primo grado con ricorso per cassazione, secondo la generale previsione dell'art. 568, comma 2, cod. proc. pen. ; che, a parere della Corte rimettente, a differenza delle peculiarità che contraddistinguono la posizione ed i poteri del pubblico ministero – idonee a giustificare, ad avviso del giudice a quo, il regime limitativo delle impugnazioni, previsto dalla novella – per la parte civile la posizione è simmetrica a quella dell'imputato, posto che ad entrambi debbono essere assicurate le stesse garanzie che sono loro riconosciute nel processo civile; che, oltre al principio di uguaglianza, sarebbe dunque violato anche l'art. 111 Cost., giacché, «fino a quando resterà concesso a chi è stato danneggiato da un reato di esercitare l'azione civile nel processo penale, costui non potrà essere discriminato in maniera irragionevole rispetto al danneggiante: se a quest'ultimo si fornisce uno strumento di doglianza nel merito nei confronti della decisione del primo giudice, lo stesso strumento, nel caso di soccombenza, non può essere sottratto alla parte civile, pena la lesione della par condicio processuale»; che inoltre, a parere della Corte rimettente, risulterebbe compromesso anche l'art. 24 della Carta fondamentale, «atteso che l'inviolabilità del diritto di azione e difesa» risulterebbe lesa dalla previsione di un secondo grado di giudizio «in cui l'imputato potrà svolgere le proprie doglianze, mentre alla parte civile ciò è precluso». Considerato che le ordinanze di rimessione sollevano questioni identiche e, pertanto, i relativi giudizi vanno riuniti per essere definiti con un'unica decisione;