[pronunce]

In base alla costante giurisprudenza costituzionale, non vi sono pertanto ostacoli alla sua riproposizione (sentenze n. 38 del 2009, n. 287 del 2001 e n. 176 del 2000; ordinanza n. 369 del 2000). 3.- La disposizione censurata - art. 29, comma 5, della legge n. 81 del 1993 - presidia con la sanzione penale della multa il precetto stabilito dal successivo comma 6, che vieta «a tutte le pubbliche amministrazioni di svolgere attività di propaganda di qualsiasi genere, ancorché inerente alla loro attività istituzionale, nei trenta giorni antecedenti l'inizio della campagna elettorale e per tutta la durata della stessa». Il giudice rimettente ricorda che analoga disposizione era contenuta nell'art. 5 della legge 10 dicembre 1993, n. 515 (Disciplina delle campagne elettorali per l'elezione alla Camera dei deputati e al Senato della Repubblica), il quale vietava a tutte le pubbliche amministrazioni di svolgere attività di propaganda di qualsiasi genere, ancorché inerente alla loro attività istituzionale, nei trenta giorni antecedenti l'inizio della campagna elettorale e per la durata della stessa, ad eccezione delle attività di comunicazione istituzionale indispensabili per l'efficace assolvimento delle funzioni proprie delle amministrazioni pubbliche. Tale divieto - rivolto, come risulta dall'art. 20 della legge n. 515 del 1993, alle condotte poste in essere in tutte le campagne elettorali, tranne in quelle amministrative in ambito locale (regolate, appunto, dalla disposizione censurata) - era assistito, sottolinea il giudice rimettente, da una sanzione di carattere amministrativo e non penale. Il giudice a quo mette, inoltre, in evidenza che la successiva legge n. 28 del 2000, abrogando, con l'art. 13, l'appena ricordato art. 5 della legge n. 515 del 1993, avrebbe introdotto una disciplina asseritamente sovrapponibile a quest'ultima, e a quella contenuta nel vigente art. 29, comma 6, della legge n. 81 del 1993. L'art. 9, comma 1, della legge n. 28 del 2000, invero, prevede che «[d]alla data di convocazione dei comizi elettorali e fino alla chiusura delle operazioni di voto è fatto divieto a tutte le amministrazioni pubbliche di svolgere attività di comunicazione ad eccezione di quelle effettuate in forma impersonale ed indispensabili per l'efficace assolvimento delle proprie funzioni». Muovendo dal presupposto interpretativo secondo il quale il divieto appena menzionato non sarebbe assistito da alcuna sanzione, il giudice a quo ne trae il convincimento che due condotte identiche sarebbero, attualmente, l'una penalmente punita - con disposizione di carattere speciale e, perciò, applicabile alla fattispecie da cui origina la questione - e l'altra, invece, non sanzionata in alcun modo, con conseguente irragionevole disparità di trattamento, in violazione dell'art. 3 Cost. Censura perciò l'art. 29, comma 5, della legge n. 81 del 1993, in relazione al successivo comma 6, per violazione dell'art. 3 Cost., assumendo come tertium comparationis l'art. 9, comma 1, della legge n. 28 del 2000. 4.- La questione, così posta, non è fondata. 4.1.- Nell'ambito dell'ampia discrezionalità concessa al legislatore nell'individuazione delle condotte punibili e nella configurazione del relativo trattamento sanzionatorio, è ben vero che la costante giurisprudenza di questa Corte afferma che le scelte legislative sono sindacabili ove trasmodino nella manifesta irragionevolezza o nell'arbitrio, «come avviene a fronte di sperequazioni sanzionatorie tra fattispecie omogenee non sorrette da alcuna ragionevole giustificazione» (ex multis, sentenze n. 68 del 2012, n. 161 del 2009 e n. 324 del 2008). Diversamente da quanto accadeva nelle questioni decise da questa Corte con le sentenze n. 287 del 2001 e n. 52 del 1996, richiamate dal rimettente, le fattispecie poste a raffronto nel caso ora in esame non sono, tuttavia, omogenee e l'art. 9, comma 1, della legge n. 28 del 2000 non è, quindi, correttamente utilizzabile quale tertium comparationis a sostegno dell'asserita disparità di trattamento. Tale ultima disposizione è inserita nel contesto di un'organica disciplina della comunicazione politica, dettata per i periodi di campagna elettorale relativi ad ogni tipo di consultazione ed elezione, e fa divieto alle amministrazioni pubbliche di «svolgere attività di comunicazione» durante tali periodi. Il riferimento alle "pubbliche amministrazioni" deve essere inteso come un rinvio agli enti e agli organi, non già ai singoli soggetti titolari di cariche pubbliche, anche se le condotte e i comportamenti vietati alle amministrazioni non possono che essere realizzati da questi ultimi. Ratio della disposizione è, infatti, evitare che le pubbliche amministrazioni forniscano, attraverso modalità comunicative e contenuti informativi non neutrali, «una rappresentazione suggestiva, a fini elettorali, dell'amministrazione e dei suoi organi titolari» (sentenza n. 502 del 2000). L'art. 9, comma 1, della legge n. 28 del 2000 non intende, perciò, impedire in assoluto le attività di comunicazione: le consente, purché siano effettuate in forma impersonale e risultino indispensabili per l'efficace assolvimento delle funzioni attribuite alle amministrazioni pubbliche, alla luce della necessaria informazione dei cittadini e degli obblighi di trasparenza gravanti sulle amministrazioni stesse. Il divieto contenuto nel citato art. 9, comma 1, della legge n. 28 del 2000, in sostanza, mira ad evitare che la comunicazione istituzionale delle amministrazioni venga piegata ad obiettivi elettorali, promuovendo l'immagine dell'ente, dei suoi componenti o di determinati attori politici, in violazione degli obblighi di neutralità politica degli apparati amministrativi (art. 97 Cost.), della necessaria parità di condizione tra i candidati alle elezioni e della libertà di voto degli elettori (art. 48 Cost.). Va, inoltre, sottolineato, diversamente da quanto asserisce il giudice a quo, che tale divieto non resta privo di sanzioni, poiché, nel sistema desumibile dalla legge n. 28 del 2000, la fattispecie di cui all'art. 9, comma 1, è soggetta al controllo e al potere sanzionatorio amministrativo dell'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, in base all'art. 10, comma 8, della stessa legge n. 28 del 2000, come del resto risulta dall'attività in concreto svolta dall'Autorità garante. La tipologia di sanzioni irrogabili dall'Autorità (che consistono nell'ordine di trasmettere o pubblicare messaggi recanti l'indicazione della violazione commessa, ovvero rettifiche della comunicazione effettuata) conferma, d'altra parte, che destinatarie del divieto sono direttamente le amministrazioni pubbliche e non personalmente i soggetti che ne esercitano le funzioni.