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Al danno si aggiungeva la beffa, perché gli stipendi per gli autisti professionisti in Italia sono tra i più bassi. Non si arriva nemmeno a 30.000 euro lordi, a fronte di quanto si guadagna in altre nazioni europee. Il costo della formazione chiaramente penalizza oltremodo i lavoratori italiani. Andava garantito, quindi, un supporto economico proprio per avviarli al mondo del lavoro. Si parla dell'introduzione dei giovani al mondo del lavoro, della grande questione lavorativa e poi lo Stato si gira dall'altra parte. Continueremo a ripeterlo: secondo noi, in Italia costa troppo prendere una patente di guida per diventare autista. Ci vuole troppo tempo. In Italia il corso di studi arriva a sette mesi, mentre nel Regno Unito è di due mesi. Nell'Est europeo con un paio di mesi si consegue il titolo che consente di introdurre i giovani al mondo del lavoro in questo comparto. Il Governo pensa di aver risolto la questione con il bonus patente. Abbiamo chiesto di allargare la platea di coloro che potevano usufruire di questa possibilità anche ad altre categorie di autisti e ad altre tipologie di autotrasportatori, ma l'emendamento è stato clamorosamente rigettato. È chiaro pertanto che sono qui ad esprimere, a nome di tutto il Gruppo Fratelli d'Italia, il nostro disappunto e la nostra delusione, una critica purtroppo dura, con i pochi mezzi di cui disponiamo, per l'insensibilità di fronte a un piccolo emendamento che avrebbe salvato migliaia di posti di lavoro e consentito a migliaia di giovani di essere in linea con quanto accade nel resto d'Europa. Rispetto a questa drammatica carenza di autisti, ci siamo sentiti rispondere ancora una volta no. Vi siete chiesti qual è la conseguenza? Le aziende italiane continueranno ad assumere autisti che vengono dall'Est europeo, perché lì la patente si prende in quattro e quattr'otto, con un costo irrisorio. Non è più accettabile tutto questo; l'abbiamo denunciato, ci siamo battuti, abbiamo provato, anche con le armi della diplomazia, a far riflettere questo Governo. Il risultato è quello che sto dicendo: siete rimasti sordi a questa esigenza della Nazione (non è un'esigenza nostra). Sono qui appunto - e ho concluso - a rappresentare tutto il mio sdegno e la mia delusione. (Applausi) . PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Malan. Ne ha facoltà. MALAN (FdI) . La ringrazio, signor Presidente, di aver acconsentito allo spostamento del mio intervento e passo al contenuto. Siamo di fronte a cose mai viste. Ne abbiamo viste parecchie, specialmente negli ultimi anni, ma qui siamo veramente oltre ogni limite. Lunedì 20 dicembre non erano ancora iniziate le votazioni nella Commissione bilancio del Senato, che è la prima delle due Camere a esaminare questo provvedimento. Non si era mai visto nulla di simile, nemmeno con i Governi Conte, che pure avevano compresso i tempi e cambiato le carte all'ultimo momento, con una finta lettura, che era stata però decente e presentabile; nel Governo Conte 2 fu presentato all'ultimo momento un emendamento che cambiava tutto (il 2,4 diventava il 2,04), tutti coloro che erano all'opposizione si lamentarono di quel Governo e anche nell'ambito delle stesse maggioranze ci fu chi ammise che non era questo il sistema. Bene, qui abbiamo superato di gran lunga tutti i peggiori record , anche degli ultimi anni. Ricordo che, fino a non molti anni fa, solo il fatto di porre la fiducia sulla legge finanziaria era visto come una cosa estremamente discutibile, come un atto criticabile, perché comprime la possibilità del Parlamento di esprimersi. Ma qui altro che compressa! Siamo partiti malissimo, in ritardo di ventuno giorni rispetto a quanto previsto da una legge dello Stato. Lo Stato chiede ai cittadini di rispettare le proprie leggi, con multe e supermulte; se prendi una multa a torto, di fatto molto spesso non hai modo di difenderti. Bene, lo Stato, nel momento più importante dell'anno dal punto di vista finanziario, ma anche dell'intera linea politica del Governo, non rispetta la legge. La legge dice che il disegno di legge di bilancio deve essere presentato alle Camere entro il 20 ottobre, ma lo Stato lo presenta allegramente l'11 novembre, peraltro giorni e giorni dopo aver detto di averlo deciso. Persino il Consiglio dei ministri, che è un organismo giustamente non pubblico (non sono pubbliche le riunioni del Consiglio dei ministri, non le si possono vedere o ascoltare e non ci sono verbali, come è giusto e opportuno), in realtà ha approvato qualcosa che poi è stato modificato in qualche ufficio, in qualche androne, in qualche sottoscala, magari fuori dal Parlamento, dando prima ascolto alle esigenze di qualche potente ben fuori dalle istituzioni. Se questo è accaduto in Consiglio dei ministri, figuriamoci in Parlamento. Il Parlamento è stato proprio ignorato e ha avuto il privilegio di cominciare le votazioni - anche se in realtà tutto era già stato stabilito prima - lunedì sera, cioè due giorni fa, passando le nottate. Mi chiedo come si possa fare un lavoro serio in questo modo. Nella sostanza, il disegno di legge di bilancio denuncia tutti i problemi di una maggioranza estremamente variegata e diversa come linee, come esigenze, dunque si fanno compromessi che, nella migliore delle ipotesi, sono mezze misure, ma a volte sono mancate misure. I miei colleghi del Gruppo Fratelli d'Italia hanno illustrato una serie di proposte che sono state presentate e che non hanno trovato risposta: in qualche caso non hanno ricevuto un no per una motivazione precisa; anzi, nella maggior parte dei casi, come quello testé illustrato dal collega Ruspandini sulla questione del costo delle patenti, semplicemente le proposte sono state ignorate. Quelle proposte, però, non sono fatti personali di questo o di quel senatore, di questo o di quel Gruppo; sono i problemi dell'Italia. Per questo esiste un Parlamento, e non c'è solo nel nostro Paese, ma anche negli altri. Serve un Parlamento perché, davanti a tutti, ci siano dei voti, dei sì e dei no, e possibilmente, quando il Governo dice no, dovrebbe anche spiegarlo. Fino a pochi anni fa i relatori non facevano solo i lettori dei pareri del Governo, favorevole o contrario - per quello non ci sarebbe bisogno di un relatore - ma spesso davano anche spiegazioni, pensate un po', specialmente dei pareri contrari perché se un emendamento viene accolto chi lo presenta lo sa da sé il motivo. Ebbene, in questo caso non abbiamo nulla di tutto questo. Dov'è il potere se non è nel Parlamento? In certi potentati che stanno fuori dal Parlamento: nella migliore delle ipotesi, di gran lunga la migliore, in trattative tra i partiti; in altri casi risiede in potentati che non hanno nulla a che fare con il consenso popolare, ma a volte godono di un forte potere che esercitano in vari modi. Per esempio, il Ministero dell'economia e delle finanze, con i suoi autorevoli rappresentanti nella Commissione, ha dovuto dire una serie di no - questo è ovvio - a tante proposte che, come è normale per un disegno di legge di bilancio, chiedevano l'impiego di denaro. Quindi, no perché è oneroso; no perché costa 100.000 euro; no perché costa 5 milioni di euro; no perché costa 100 milioni di euro.