[pronunce]

che risulterebbero lesi, inoltre, i principi del «giusto processo» enunciati dall'art. 111 Cost., giacché la procedura censurata renderebbe puramente eventuale la partecipazione dell'imputato al processo, impedendogli di articolare un'effettiva e tempestiva difesa e di farlo in condizioni di parità con l'accusa; che la subordinazione dell'esercizio delle facoltà difensive dell'imputato alla valutazione del questore – organo amministrativo e non giurisdizionale – prefigurata dall'art. 17 del d.lgs. n. 286 del 1998 lederebbe, altresì, l'art. 104 Cost., che qualifica la magistratura come «ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere»: e ciò in quanto tale subordinazione impedirebbe al giudice la diretta esplicazione di attività volte all'acquisizione di prove, quali l'accompagnamento coattivo dell'imputato o l'esercizio dei poteri di cui all'art. 507 cod. proc. pen. (che presuppongono l'esaurimento delle acquisizioni probatorie proposte dalle parti), sottraendogli altresì il compito di valutare la sussistenza di valide ragioni per assicurare la presenza dell'imputato medesimo nel processo a fini di difesa; che non sarebbe possibile, d'altra parte, una interpretazione “costituzionalmente orientata” delle norme impugnate, a fronte della quale il giudice possa consentire all'imputato di trattenersi nel territorio dello Stato per il tempo necessario alla trattazione del processo; che una simile interpretazione rimarrebbe infatti preclusa dall'art. 13 del d.lgs. n. 286 del 1998, come novellato dalla legge n. 189 del 2002, che – relativamente al caso dello straniero sottoposto a procedimento penale, il quale non si trovi in stato di custodia cautelare – stabilisce che il giudice può negare il nulla osta all'espulsione «solo in presenza di inderogabili esigenze processuali valutate in relazione all'accertamento della responsabilità di eventuali concorrenti nel reato o di imputati in procedimenti per reati connessi, e all'interesse della persona offesa»: con la conseguenza che, nell'ipotesi in questione, il giudice – che l'art. 111 Cost. vuole «terzo e imparziale» – potrebbe assicurare la presenza dell'imputato nel processo solo per garantire le esigenze dell'accusa pubblica o privata; e non, invece, per assicurare l'esercizio del diritto alla difesa e l'effettivo contraddittorio fra le parti; che, secondo l'ordinanza del Tribunale di Roma r.o. n. 133 del 2003, le norme censurate violerebbero anche l'art. 11 Cost., in quanto non rispondenti ai principi affermati dall'art. 6 della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali, che stabilisce la presunzione di non colpevolezza della persona accusata ed il diritto di questa di disporre del tempo e delle condizioni necessari per la preparazione della difesa; che nei giudizi di costituzionalità promossi dal Tribunale di Roma è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, il quale ha chiesto che le questioni siano dichiarate non fondate; che, con l'ordinanza in epigrafe, il Tribunale di Termini Imerese ha sollevato questione di legittimità costituzionale, in riferimento agli artt. 3, 10, 13 (parametro evocato solo in motivazione), 24 e 111 della Costituzione, dell'art. 13, comma 2, lettere a) e b), del decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286, come modificato dalla legge 30 luglio 2002, n. 189, nella parte in cui prevede l'automatico rilascio, da parte del giudice, del nulla osta all'esecuzione dell'espulsione, mediante accompagnamento immediato alla frontiera, dello straniero sottoposto a procedimento penale; che il giudice a quo premette di essere investito del procedimento penale nei confronti di uno straniero di nazionalità iugoslava, appartenente ad una minoranza etnica perseguitata nel luogo di origine (come attesterebbe l'avvenuta concessione dell'asilo politico al padre), tratto in arresto per il reato di ingiustificato trattenimento nel territorio dello Stato, di cui all'art. 14, comma 5-ter, del d.lgs. n. 286 del 1998, e presentato quindi ad esso giudice per il rito direttissimo «obbligatorio», previsto dal comma 5-quinquies del medesimo articolo; che – convalidato l'arresto e nell'impossibilità di disporre una misura coercitiva, stante la natura contravvenzionale della fattispecie criminosa – il rimettente dovrebbe rilasciare il nulla osta all'espulsione dell'imputato, a norma dell'art. 13, commi 3 e 3-bis, del d.lgs. n. 286 del 1998; che, ad avviso del giudice a quo, l'automatismo nel rilascio del nulla osta all'espulsione – prefigurato dalla disciplina richiamata – impedendo irrazionalmente al giudice una valutazione comparativa degli interessi coinvolti (gestione efficace dei flussi di immigrazione clandestina, da un lato ; diritto di difesa e partecipazione dello straniero al processo, dall'altro lato), risulterebbe lesivo di plurimi precetti costituzionali; che sarebbe violato, anzitutto, l'art. 10 Cost., segnatamente ove l'espulsione immediata comporti il rientro dello straniero in uno Stato nel quale gli sia impedito l'esercizio delle libertà democratiche, garantite dalla Costituzione; che risulterebbero altresì compromessi il diritto di difesa (art. 24 Cost.) ed i principi del «giusto processo»: e ciò con particolare riguardo al diritto dell'imputato di essere informato nel più breve tempo possibile della natura e dei motivi dell'accusa elevata a suo carico; a quello di disporre del tempo e delle condizioni necessari per preparare la sua difesa; a quello di essere interrogato o rendere dichiarazioni al giudice; al diritto di interrogare o far interrogare le persone che rendono dichiarazioni a suo carico, e di acquisire ogni mezzo di prova a suo favore (art. 111 Cost.); che tali diritti non potrebbero ritenersi, infatti, adeguatamente tutelati dalla facoltà di rientro nel territorio dello Stato per l'esercizio del diritto di difesa, previa autorizzazione del questore, accordata allo straniero dall'art. 17 del d.lgs. n. 286 del 1998: dovendo ritenersi estremamente improbabile che soggetti arrestati per il reato di cui all'art. 14, comma 5-ter, del d.lgs. n. 286 del 1998, vengano a trovarsi – una volta espulsi – nelle condizioni economiche e materiali per affrontare i gravosi oneri che il temporaneo rientro in Italia comporta; senza che a ciò possa sopperire efficacemente il difensore, molto spesso nominato d'ufficio; che la previsione dell'art. 17 si porrebbe, d'altra parte, in apparente contraddizione con quella dell'art. 13, comma 13, del d.lgs. n. 286 del 1998, secondo cui «lo straniero espulso non può rientrare nel territorio dello Stato senza una speciale autorizzazione del Ministro dell'interno»: