[pronunce]

In particolare, esse determinerebbero la violazione dell'art. 3, primo comma, Cost., vulnerando «il principio di uguaglianza (e di proporzionalità) […] sia con riferimento all'uguaglianza tra enti che in relazione all'uguaglianza tra comunità territoriali (ed in definitiva tra le persone che le istituzioni di tale comunità rappresentano)»: ciò in quanto «l'istituzione rappresentativa della comunità regionale del Friuli-Venezia Giulia “partecipa” al peso della riduzione delle imposte dirette in misura ben più rilevante del resto della comunità nazionale» e, sebbene i cittadini della Regione «come tutti gli altri paghino l'aumento delle imposte indirette rivolto a riequilibrare il bilancio statale», tuttavia un siffatto aumento di entrata non si tradurrebbe affatto «in un corrispondente aumento della capacità di spesa della Regione». Sarebbero, inoltre, in contrasto con gli artt. 49 – unitamente alle altre «disposizioni del Titolo IV» – e 63 della legge costituzionale 31 gennaio 1963, n. 1 (Statuto speciale della Regione Friuli-Venezia Giulia), nonché con il principio di leale collaborazione. Sebbene, infatti, «non si è qui di fronte ad una formale modificazione delle disposizioni statutarie», non potrebbe, tuttavia, revocarsi in dubbio – secondo la Regione – «che l'effetto della riforma equivale in tutto e per tutto ad una riduzione della quota di partecipazione», così alterandosi il «rapporto tra finanza statale e finanza regionale quale fissato dall'art. 49 dello Statuto». Alterazione, questa, che sarebbe stata provocata senza l'attivazione di qualsivoglia «procedura di consultazione» (prevista, nondimeno, dall'art. 63 dello statuto), la quale, peraltro, si sarebbe utilmente prestata a rendere edotto il legislatore «delle gravi conseguenze che le decisioni assunte avrebbero prodotto, in assenza di adeguati correttivi». Infine, sarebbe violato il «principio di corrispondenza tra entrate e funzioni», implicito nel sistema statutario ed espresso dall'art. 119, quarto comma, Cost., giacché «la dimensione quantitativa delle entrate regionali era stata predisposta in correlazione con l'ampiezza delle funzioni proprie della stessa Regione», laddove un rilevante «taglio» delle risorse determinerebbe invece uno squilibrio tra queste e le funzioni, «mettendo a repentaglio per la Regione la possibilità di assicurare l'erogazione delle prestazioni nei livelli essenziali prescritti dalla normativa statale». Di qui, la richiesta della Regione ricorrente non già di «una declaratoria di illegittimità costituzionale delle riduzioni delle imposte dirette, ma una declaratoria di illegittimità nella parte in cui la normativa che le dispone non provvede a riequilibrare le entrate regionali, come avviene invece per quelle statali». 3. ¾ In via preliminare, va dichiarata inammissibile la questione relativa al comma 348 dell'art. 1 della legge n. 311 del 2004. Decisiva, al riguardo, è la circostanza della omessa indicazione, nella deliberazione della Giunta regionale che ha deciso di denunciare la legge n. 311 del 2004, proprio del comma 348, giacché, come ritenuto da questa Corte in più di un'occasione (ex plurimis, sentenza n. 425 del 2004), non può darsi ingresso all'impugnazione di disposizioni non individuate nella deliberazione che autorizza la proposizione del ricorso. 3.1. ¾ Deve escludersi, inoltre, che il jus superveniens che ha nuovamente interessato l'art. 11, commi 4-quater e 4-quinquies, del d.lgs. n. 446 del 1997 avrebbe determinato una sopravvenuta carenza di interesse da parte della Regione ad una pronuncia di merito sul comma 347 dell'art. 1 della legge n. 311 del 2004, il quale, a sua volta, aveva già modificato il citato art. 11. Si tratta infatti delle modificazioni recate dal decreto-legge 14 marzo 2005, n. 35 (Disposizioni urgenti nell'ambito del Piano di azione per lo sviluppo economico, sociale e territoriale), convertito, con modificazioni, nella legge 14 maggio 2005, n. 80, il cui tenore non è tale da soddisfare le pretese della ricorrente, giacché l'intervento modificativo ha, per un verso, comportato un ampliamento del periodo di imposta nel corso del quale è possibile operare la deduzione prevista dal comma 4-quater, e, per altro verso, ha incrementato l'importo di detta deduzione nelle sole aree ammissibili alla deroga prevista dall'art. 87, paragrafo 3, lettera a), del Trattato che istituisce la Comunità europea. 4. ¾ Nel merito, la questione non è fondata. Occorre muovere dall'assunto attorno a cui ruotano tutti i profili di censura, i quali, pur evocando con varie argomentazioni la violazione di parametri diversi, sono tra loro essenzialmente avvinti da un unico e comune motivo di doglianza e cioè dal rilievo che le norme oggetto di denuncia abbiano alterato il rapporto tra finanza statale e finanza regionale, con conseguente lesione dell'autonomia regionale – garantita dagli artt. 49 e seguenti dello statuto speciale di cui alla legge costituzionale n. 1 del 1963 – quanto alla capacità di finanziare i propri compiti. In tal senso, del resto, è da apprezzarsi anche la dedotta violazione dell'art. 3, primo comma, Cost.; censura che non assume autonomo rilievo rispetto alle altre e che si palesa ammissibile proprio perché la prospettazione che la sorregge intende far valere un vulnus alla sfera di competenza della Regione in ambito finanziario. La tesi che sostanzia le censure della ricorrente è, in sintesi, quella per cui il legislatore statale, nell'esercizio della sua potestà esclusiva in materia tributaria, in forza dell'art. 117, secondo comma, lettera e), Cost., avrebbe dovuto contemplare, a fronte di misure, quali quelle dettate dalle disposizioni denunciate, che riducono il gettito fiscale derivante da imposte dirette (IRAP ed IRE), anche misure compensative in favore della Regione che su quel gettito fa affidamento per finanziare la realizzazione dei propri compiti. Un siffatto intervento correttivo si sarebbe reso ancor più necessario in ragione del fatto che la stessa legge n. 311 del 2004 ha ritenuto di compensare la diminuzione delle predette entrate fiscali attraverso l'aumento del gettito di numerose imposte indirette, di ciò beneficiando, però, soltanto lo Stato. È alla luce di tale premessa che, peraltro, va letto il petitum sottoposto a questa Corte, avente ad oggetto la dichiarazione di illegittimità costituzionale delle norme denunciate proprio a causa della mancata previsione, diversamente da quanto disposto in favore dello Stato, di un riequilibrio della finanza regionale. 4.1. ¾ Si tratta, però, di una tesi che non può essere condivisa, come questa Corte ha già avuto modo di affermare (v. sentenza n. 431 del 2004).