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Istituzione e regolamentazione della figura professionale del mediatore familiare. Onorevoli Senatori. -- Oggi più che mai c'è bisogno di una diversa cultura nell'affrontare le indispensabili innovazioni nel welfare . Innovazioni che non passano necessariamente da un aumento di spesa, né necessariamente si risolvono nei diversi pesi del rapporto pubblico-privato. Un esempio da proporre è la diffusione della cultura della mediazione nella soluzione dei conflitti in presenza di minori, quella che viene chiamata mediazione familiare. La società civile, che molto spesso anticipa la politica su temi così sensibili, ha visto nascere fin dagli anni ’80 numerose associazioni le quali, raccogliendo anche differenti professionalità quali avvocati, psicologi, medici, educatori, assistenti sociali e pedagogisti, operano al fine di assistere le famiglie, ed in particolare i minori, nel loro rapporto con i genitori nelle situazioni di conflittualità del nucleo familiare. In questo modo è andata affermandosi nella prassi quotidiana la figura del mediatore familiare e, mutuando anche dalle esperienze francesi, si sono formate figure di alta qualificazione professionale, sconosciute nel nostro panorama formativo e delle professioni. Da allora diverse leggi ne hanno fatto cenno. Per prima, la legge 28 agosto 1997, n. 285, ne parla come sperimentazione da sostenere da parte dei comuni nel caso di «difficoltà relazionali» genitori-figli o tra genitori. Fino ad arrivare alla legge 8 febbraio 2006, n. 54, con l'introduzione dell'affido condiviso in caso di separazione e divorzio, alla previsione della mediazione prima della decisione definitiva del magistrato. Ma in nessuna legge si definisce la mediazione né il profilo professionale né il percorso formativo. Come sottolineato anche dalla Corte costituzionale nella sentenza resa il 15 aprile 2010, n. 131, manca una legislazione nazionale che introduca la figura professionale del mediatore familiare e stabilisca i requisiti per l'esercizio dell'attività di mediatore. Il vuoto legislativo non può essere colmato in via esclusiva da interventi legislativi delle regioni rientrando la materia nell'ambito della legislazione concorrente di cui all'articolo 117, terzo comma, della Costituzione. Nell'assenza di una legislazione nazionale che definisca compiti e caratteristiche della mediazione familiare sono fiorite scuole e corsi di diverso tipo, alcuni assai rigorosi, altri meno. La preoccupazione di veder ridursi la mediazione a pratica burocratica o di farla gestire da professionisti di diverso livello di preparazione, ci ha portato a proporre un disegno di legge che riconosce e regolamenta la figura professionale del mediatore familiare e la sua formazione. Il testo assume un punto di vista, quello della mediazione come pratica non «riparatoria» ma «promozionale», che scommette sulla capacità delle persone di gestire il conflitto; la mediazione quindi non può essere imposta, ma scelta. L'obiettivo è quello di sostenere la piena funzione genitoriale e soprattutto tutelare l'interesse superiore del minore in tutte le situazioni di conflittualità, nella piena consapevolezza di come la trasformazione, in corso da anni, della famiglia e della genitorialità richieda a volte sostegno e aiuto alle persone anche fuori dalle aule giudiziarie. Il presente disegno di legge propone l'istituzione della figura professionale del mediatore familiare quale soggetto in grado di assistere i componenti di un nucleo familiare in tutte le situazioni di conflittualità che coinvolgono minori. Ad oggi il legislatore italiano è intervenuto in più occasioni sia attraverso strumenti di ratifica di convenzioni internazionali, quali la legge 20 marzo 2003, n. 77, relativa alla Convenzione di Strasburgo sull'esercizio dei diritti dei fanciulli, sia con la legge 28 agosto 1997, n. 285, per la promozione di diritti e di opportunità per l'infanzia e l'adolescenza e, da ultimo, con la legge 8 febbraio 2006, n. 54, meglio nota come «legge sull'affido condiviso». La citata legge n. 285 del 1997 all'articolo 4, comma 1, lettera i) , fa per la prima volta esplicito riferimento ai servizi di mediazione familiare e di consulenza per le famiglie e i minori nei casi di «difficoltà relazionali»; il nuovo articolo 155- sexies , secondo comma, del codice civile, introdotto dalla legge sull'affido condiviso, stabilisce che il giudice possa rinviare i provvedimenti relativi all'affidamento dei figli al fine di consentire ai genitori di tentare, con la cooperazione di esperti, una «mediazione». Nessuna delle suddette disposizioni, tuttavia, specifica alcunché riguardo alla figura di colui o colei che dovrebbe svolgere tale compito né disciplina in alcun modo l'azione di mediazione familiare. La mancanza di una disciplina strutturata comporta il rischio che la mediazione familiare possa diffondersi nel nostro Paese in maniera improvvisata e non sostenuta da regole precise e universalmente riconosciute. In assenza di una disciplina organica, infatti, aumentano le probabilità di pervenire alla semplice riconversione di approcci e competenze provenienti o dall'ambito degli operatori giuridici o da quello degli psicoterapeuti. Questo in assenza di regole chiare sulla deontologia, sulla correttezza metodologica, sulle procedure e sui rapporti professionali. Il presente disegno di legge intende colmare proprio tale vuoto normativo, anche alla luce delle numerose sollecitazioni contenute in vari atti a livello europeo. Per esempio -- pur riferendosi non espressamente alla mediazione in ambito familiare ma più in generale a quella in campo civile e commerciale -- la direttiva 2008/52/CE, del Parlamento europeo e del Consiglio, del 21 maggio 2008, fornisce una prima completa definizione giuridica della mediazione e disciplina il ricorso a tale pratica da parte dei giudici. Riferimenti alla mediazione si trovano anche all'esterno della legislazione comunitaria dell’Unione europea; basti pensare alla raccomandazione del Comitato dei ministri del Consiglio d'Europa n. R (98)1 del 21 gennaio 1998 e alla raccomandazione 1639 (2003) del 25 novembre 2003 dell'Assemblea parlamentare del Consiglio d'Europa le quali indicano la mediazione familiare quale metodo appropriato per la risoluzione dei conflitti familiari. In termini di cultura giuridica, la mediazione familiare viene ad inserirsi nel filone dell'autotutela di tipo extra-giudiziario e in quella che in campo internazionale e a livello europeo è ormai nota come Alternative Dispute Resolution (ADR, vedi la citata direttiva 2008/52/CE). Da tenere presente infine che il 17 novembre 2010, il Comitato dei ministri del Consiglio d'Europa ha adottato nuove linee guida sulla giustizia a misura di bambino, in cui è precisato che tutti i professionisti coinvolti nel funzionamento dell'universo della giustizia che siano a contatto con i bambini devono avere una formazione avanzata interdisciplinare per consentire loro di agire in modo adeguato. Notiamo infine come gli esperti coinvolti nella stesura delle linee guida, hanno posto l'accento sul valore di una risoluzione extragiudiziale dei conflitti, attraverso la mediazione, le misure diverse e la giustizia riparatoria.