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Vale la pena di soffermarsi su questo punto della relazione Galloni, in quanto da tale impostazione sono derivati, nella fase del dibattito parlamentare, la reiezione di alcuni fondamentali emendamenti e, in quella di applicazione della legge, le distorsioni e gli abusi successivamente emersi. Da un lato l'onorevole Galloni sosteneva che «il finanziamento pubblico dei partiti nasce da una valutazione di opportunità circa l'attuale capacità dei partiti a far fronte ai loro compiti istituzionali con mezzi di autofinanziamento di cui essi dispongono. L'insufficienza delle fonti lecite di finanziamento comporta per i partiti la necessità del ricorso alle fonti illecite, ricorso che deve essere assolutamente evitato se si vuole salvare l'integrità del sistema democratico, indipendentemente dal fatto se i finanziamenti definiti illeciti, isolatamente considerati, configurino o meno gli estremi dell'illecito penale amministrativo... Il finanziamento illecito viola il principio costituzionale contenuto nell'articolo 49 perché altera il libero concorso dei cittadini a determinare la politica nazionale... Nella misura in cui i gruppi di pressione pubblica o privata, e non i soli cittadini iscritti, divengono in qualche modo determinanti, o comunque concorrono a determinare le scelte dei partiti sulla politica nazionale, le istituzioni democratiche nel loro complesso vengono aggredite e scosse dalle fondamenta... L'intervento dello Stato a questo punto diventa necessario ed urgente per la salvezza di sé stesso, delle istituzioni democratiche nate dalla Resistenza, per la sopravvivenza della prima Repubblica». Dall'altro egli negava, in polemica con le posizioni sostenute dagli onorevoli Bozzi, Bandiera e Battaglia, che, una volta entrati nell'ordine di idee di disciplinare il finanziamento dei partiti, ne derivasse la necessità di una regolamentazione interna dei partiti ex articolo 49. «Mi pare emerga in tutta evidenza, -- affermava infatti Galloni -- la ragione della pretesa ambiguità o -- a meglio dire -- della ambivalenza del partito, geloso da un lato della sua autonomia privata, fuori da ogni condizionamento di organi pubblici, e impegnato, dall'altro, a svolgere una funzione quant'altri mai pubblica, sino ad apparire quasi paradossalmente una struttura che si propone di condizionare lo Stato e pretende di non esserne in nessuna misura condizionata. Per questo non sono mancati coloro i quali -- a cominciare dallo stesso senatore Sturzo -- hanno ritenuto che per sanare questa apparente incongruenza si dovesse disporre una disciplina interna all'organizzazione del partito ed hanno ritenuto che questa disciplina discendesse dagli stessi princìpi costituzionali. Si è parlato così di una legge sulla registrazione dei partiti o di riconoscimento della loro personalità giuridica e si è sostenuto che la funzione costituzionale che essi sono chiamati a svolgere giustifica il sacrificio, almeno parziale, della loro autonomia. Il relatore ritiene di non poter condividere questa opinione. La Costituzione, quando ha previsto che una libera struttura associativa potesse assumere personalità giuridica ed essere soggetta alla registrazione e al controllo pubblico della sua organizzazione, lo ha detto espressamente... L'articolo 49 prevede, invece, un solo tipo di partito, quello non registrato ed avente libera natura associativa. Non può il legislatore ordinario, senza violare la Costituzione, configurare un secondo tipo di partito, quello registrato o controllato, che dalla Costituzione non è previsto...». «L'articolo 49 stabilisce, quindi, la completa autonomia dei partiti rispetto allo Stato, fissa un principio non derogabile dal legislatore ordinario secondo cui la struttura e la vita interna del partito sono regolate solo dalle sue norme e cioè dalla sua esclusiva potestà di darsi un ordinamento». Proprio il rifiuto di affrontare il problema complessivo della posizione giuridica dei partiti avrebbe vincolato anche la soluzione del problema dei controlli sulla gestione dei contributi statali e sui bilanci dei partiti. Non era certo possibile evitarli, trattandosi di finanziamenti a carico del bilancio dello Stato, né ciò sarebbe stato politicamente giustificabile, volendosi dare al provvedimento proprio un significato di moralizzazione. Affidarli alla Corte dei conti avrebbe, però, comportato una violazione dell'autonomia dei partiti. Fu scelta così la strada di inserire il finanziamento dei partiti tra le spese delle Camere, in modo che l'autonomia contabile del Parlamento rappresentasse un riparo rispetto a qualsiasi forma di accertamento sui bilanci dei partiti stessi. Nel corso del dibattito, l'onorevole Bozzi, criticando il rapporto «triangolare» Presidenti delle Camere -- gruppi -- partiti, aveva sottolineato che il «controllo da parte del Presidente della Camera... tutto è meno che controllo... Il Presidente della Camera controlla soltanto la rispondenza del bilancio del partito allo schema di bilancio che è annesso a questa proposta di legge -- non so i revisori dei conti che cosa debbano fare -- non può chiedere nessuna pezza d'appoggio, non può chiedere niente a dimostrazione della veridicità di quelle impostazioni di bilancio». E in sede di replica lo stesso Galloni, difendendo la scelta fatta dalla Commissione, aveva dovuto ammettere che: «Non volendo e non potendo in questa sede dare una definizione giuridica del partito politico, è possibile riconoscere, ai fini del finanziamento, il partito politico solo attraverso il suo collegamento con gli organi parlamentari, e quindi di conseguenza con il Parlamento... Se si dà questa interpretazione diventa allora logico il rapporto triangolare...». L'atteggiamento del relatore non era casuale. Esso rifletteva le preoccupazioni dei due maggiori partiti di governo e di opposizione, la DC e il PCI (da cui non si discostava neppure il MSI), interessati a garantirsi il finanziamento pubblico, ma, per opposti motivi, contrari ad un troppo penetrante sistema di controlli sulla vita interna dei partiti. Da un lato il PCI, sulla base delle vecchie preoccupazioni già espresse alla Costituente, temeva che da forme di controllo sui partiti, che avrebbero potuto discendere da una piena attuazione dell'articolo 49, derivassero ingerenze, da parte di organi legati all'esecutivo, sulle forze di opposizione. Dall'altro il gruppo dirigente democristiano paventava che forme di controllo interno imposte ai partiti potessero tradursi in uno strumento a favore delle correnti minoritarie. La conferma di quanto sopra affermato sta nel voto con cui l'Assemblea di Montecitorio si espresse su un emendamento degli onorevoli Carlo Donat Cattin e Guido Bodrato, che prevedeva che i contributi finanziari fossero ripartiti tra gli uffici centrali e gli organi locali del partito «sulla base di criteri stabiliti dal partito stesso con apposito regolamento, approvato nelle forme e nei modi statutariamente previsti per le modificazioni dello statuto del partito». L'onorevole Donat Cattin, illustrando detto emendamento, aveva ricordato che «L'articolo 49 configura i partiti come strumento di partecipazione politica dei cittadini (iscritti), in quanto attraverso i partiti essi sono chiamati "a concorrere a determinare la politica nazionale".