[pronunce]

– Inquadrata in tale contesto normativo, la negazione a priori dell'autorizzazione all'accesso alle notizie sulla propria famiglia biologica per il solo fatto che il genitore abbia dichiarato di non voler essere nominato costituirebbe – ad avviso del rimettente – una violazione del diritto di ricerca delle proprie origini e dunque del diritto all'identità personale dell'adottato, mentre l'esigenza di tutelare in modo assoluto il diritto alla riservatezza della madre biologica dovrebbe rispondere soprattutto all'interesse pubblico di disincentivare il ricorso a metodi di interruzione della gravidanza o, nei casi peggiori, di evitare l'infanticidio ed era funzionale – tuttavia nel quadro culturale e sociale di qualche decennio fa, in cui un figlio illegittimo era considerato un'onta – a tutelare la madre da un passato da dimenticare perché disonorevole o doloroso. Questi interessi non sarebbero posti, però, in pericolo dal «semplice prevedere la possibilità di confermare, su istanza del figlio, la decisione presa molti anni prima in ordine alla scelta di rimanere nell'anonimato», posto che la madre potrebbe sempre ribadirla e dunque decidere di restare anonima. Si dovrebbe, dunque, concludere – secondo il rimettente – che la preclusione stabilita dalla norma impugnata non appaia giustificata dall'esigenza di tutelare un interesse prevalente. Lo confermerebbe il fatto che nella nostra società un figlio nato fuori dal matrimonio non è più concepito come un disonore, come dimostrerebbe la crescita continua delle famiglie di fatto, delle madri non coniugate e non conviventi, del ricorso ai metodi di inseminazione artificiale, ecc. D'altro canto, il superamento di quella preclusione, dal punto di vista della tutela della famiglia adottiva, non potrebbe comportare alcun pericolo in più rispetto a quelli cui non sia già tuttora esposta a seguito della possibilità concessa all'adottato dai nuovi commi 5 e 6. In definitiva, ad avviso del rimettente, nel riformare l'art. 28 della legge n. 184 del 1983 in ordine all'accesso alle informazioni circa le proprie origini da parte dell'adottato, il legislatore avrebbe recepito i suggerimenti pervenuti dalle scienze giuridiche, psicologiche e sociali e concernenti l'importanza del diritto dell'adottato alla conoscenza dei propri dati biologici quale esplicazione del diritto alla costruzione della propria identità personale, ma, del tutto irragionevolmente, proprio con la previsione del comma 7, avrebbe determinato il rischio di precludere nella maggior parte dei casi ciò che voleva consentire. In riferimento alla censura di violazione dell'art. 32 della Costituzione, il rimettente sostiene che la norma impugnata sarebbe lesiva del diritto alla salute ed all'integrità psico-fisica, dovendosi considerare che anteriormente ad essa la giurisprudenza minorile aveva ritenuto che, con la prudente mediazione ed il supporto operativo discreto ed oculato del servizio sociale, potesse «consentirsi all'adottato maggiorenne di riallacciare i rapporti con la propria famiglia di sangue, pur nutrendo il maggior affetto ed un profondo attaccamento per la famiglia adottiva, qualora il soddisfacimento di un desiderio siffatto, nutrito da assai lungo tempo ed esternato pacatamente ma insistentemente ai familiari adottivi, abbia ad eliminare il costante, grave travaglio psicologico ed esistenziale, fonte di inquietudini tormentose e di assai pericolose ansie, che affligge l'adottato, contribuendo così in maniera determinante al suo benessere psico-fisico; e ciò tanto più quando i congiunti di sangue e di affetto hanno manifestato al giudice un incondizionato consenso a che un sì rilevante desiderio dell'adottato venga esaudito». Circa il contrasto con l'art. 3 della Costituzione, sostiene il rimettente che la rigida preclusione di cui all'art. 28, comma 7, viola anche il principio di eguaglianza per disparità di trattamento, in quanto sottopone ad una diversa disciplina due soggetti che si trovano nella medesima condizione, quella di adottato, cioè l'adottato la cui madre non abbia dichiarato alcunché – riguardo al quale è richiesta solo l'autorizzazione del tribunale per i minorenni, che, peraltro, cessa d'essere necessaria nel caso di morte o irreperibilità dei genitori adottivi – e quello la cui madre abbia dichiarato di non voler essere nominata, senza tenere in alcuna considerazione l'eventualità che possa aver cambiato idea. Viceversa, l'art. 28, comma 7, avrebbe ritenuto prevalente su tutti gli interessi in conflitto quello del genitore biologico all'anonimato, in base alla dichiarazione fatta al momento della nascita dell'adottato, così attribuendo una valenza assoluta ed incontrovertibile alla scelta operata allora, senza farsi carico di verificare se essa conservi la sua validità nel tempo. Ma in tal modo la norma avrebbe sacrificato sempre e comunque l'interesse dell'adottato e ciò anche a fronte di gravi e comprovati motivi attinenti alla sua salute psico-fisica. 2.2. – Dopo avere riportato il testo dell'ordinanza del 21 febbraio 2002, innanzi riassunto, il rimettente, in relazione alla restituzione degli atti per jus superveniens disposta dall'ordinanza n. 184 del 2004 della Corte, richiama il testo dell'art. 28, comma 7, novellato dalla legge n. 149 del 2001 e quello novellato dall'art. 177, comma 2, del d.lgs. n. 196 del 2003 e, quindi, quello dell'art. 30, comma 1, del decreto del Presidente della Repubblica 3 novembre 2000, n. 396 (Regolamento per la revisione e la semplificazione dell'ordinamento dello stato civile, a norma dell'articolo 2, comma 12, della legge 15 maggio 1997, n. 127), richiamato dal nuovo testo dell'art. 28, comma 7, e disciplinante la dichiarazione di nascita, con espresso riferimento alla volontà della madre di non essere nominata. Osserva, quindi, che nel caso di specie risulterebbe che l'ostetrica incaricata dell'assistenza al parto da cui nacque l'istante G.E., nella dichiarazione raccolta dall'Ufficiale di stato civile, menzionò unicamente la presenza di una donna che non consente di essere nominata, che il 26 dicembre 1970 aveva partorito un bambino di sesso “mascolino” e che, come previsto dalla legge, lo stesso Ufficiale di stato civile ebbe ad imporre al bambino il nome. Poiché la dichiarazione della madre di non consentire di essere nominata, a suo tempo raccolta dall'ostetrica, impedisce tuttora l'accesso alle informazioni sulle origini anche in base al nuovo testo del comma 7 dell'art. 28, la questione, per come a suo tempo motivata in punto di non manifesta infondatezza, sarebbe rilevante anche in relazione a tale testo. 3. – È intervenuto in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, tramite l'Avvocatura generale dello Stato, che ha depositato memoria, nella quale – dopo avere richiamato lo svolgimento della vicenda conclusasi con la restituzione degli atti da parte dell'ordinanza n. 184 del 2004 – ha sostenuto l'inammissibilità ed in subordine l'infondatezza della questione.1.