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Diversamente, i « beni pubblici sociali » sono quei beni le cui utilità essenziali sono destinate a soddisfare bisogni corrispondenti a diritti civili e sociali della persona. L'importanza della loro utilità impone di garantirne la destinazione sociale; pertanto la circolazione tra soggetti non pubblici può avvenire solo mantenendo il vincolo di destinazione originario. Infine, rientrano nel novero dei beni pubblici i « beni pubblici fruttiferi », consistenti in una categoria residuale comprendente tutti i beni non classificabili nelle precedenti categorie di beni pubblici. Ricalcando l'impostazione prevista precedentemente per il patrimonio disponibile, si tratta dei beni che vengono gestiti dalle persone pubbliche con strumenti di diritto privato. La gestione uti privatus trova però una limitazione nel potere dispositivo, atteso che l'alienabilità è consentita solo quando siano dimostrati il venir meno della necessità dell'utilizzo pubblico dello specifico bene e l'impossibilità di continuarne il godimento in proprietà con criteri economici. Dall'analisi delle tre tipologie dei beni pubblici proposte emerge la centralità del vincolo di destinazione diversamente esplicitato – assoluto e inderogabile per i beni pubblici ad appartenenza necessaria; forte ed essenziale per i beni pubblici sociali; derogabile per i beni pubblici fruttiferi – ai fini del perseguimento della finalità del bene: un istituto già presente nel nostro ordinamento la cui nuova e rafforzata veste applicativa garantisce la tutela e la conservazione del bene effettivamente indirizzato alla soddisfazione dell'interesse pubblico. L'effettivo conseguimento e mantenimento delle prerogative pubbliche dei beni pubblici viene ulteriormente garantito ed esplicitato dal nuovo articolo 812- quater del codice civile, recante l'obbligo che tutte le utilizzazioni di beni pubblici da parte di un soggetto privato debbano comportare il pagamento di un corrispettivo rigorosamente proporzionale ai vantaggi che può trarne l'utilizzatore individuato attraverso il confronto fra più offerte, analisi nell'ambito della quale si dovrà tenere conto dell'impatto sociale e ambientale dell'utilizzazione; peraltro, proprio al fine di evitare patologiche deviazioni degli utilizzi privati di beni pubblici, viene sancito all'ultimo comma dell'articolo sia l'obbligo di assicurare un'adeguata manutenzione del bene sia di garantirne uno sviluppo idoneo anche in relazione al mutamento delle esigenze di servizio, con il duplice scopo di evitare, in tal modo, cristallizzazioni valutative al solo momento dell'analisi delle offerte dell'interesse pubblico e di garantire forme di controllo « virtuose », che si muovono dalla tutela del bene al miglioramento dello status del bene e della sua funzionalità. Infine, a chiusura del presente disegno di legge viene inserito l'articolo 812- quinquies del codice civile, ai sensi del quale sono definiti beni privati quelli che non rientrano nelle categorie indicate dalle norme precedenti e sono disciplinati dalle altre norme del codice civile. A conclusione di tale ragionamento, appare rilevante sottolineare come l'impostazione predetta trova il suo fondamento in una lettura evolutiva della Costituzione: la tutela della funzione sociale della proprietà così come il riconoscimento della salute come « diritto fondamentale » nonché la tutela dell'ambiente, del paesaggio e dei beni culturali nell'ambito dei princìpi di uguaglianza e della statuizione dei diritti fondamentali per tutti i cittadini, titolari della sovranità sancita primariamente dalla Costituzione – che trova un'applicazione forte del principio di sussidiarietà orizzontale, ai sensi dell'articolo 118, quarto comma, della Costituzione – non solo legittimano ma permettono di desumere l'esistenza delle categorie indicate quali enunciazioni dei diritti fondamentali, dei diritti sociali e dei princìpi di solidarietà e di uguaglianza. In tale scenario, dopo aver constatato l'assenza di una definizione legislativa del bene « ambiente » a fronte della copiosa produzione legislativa in materia, con il presente disegno di legge si è inteso colmare tale lacuna normativa. Infatti, la trasversalità dell'interesse ambientale e la sua nozione polisensa hanno suscitato un controverso dibattito sulla « materializzazione » dell'interesse ambientale e la sua individuazione o meno quale oggetto definitivo e delimitato. In tale contesto, la pluralità di significati e di livelli che può assumere il concetto di « ambiente » richiederebbe una sorta di mappa di riferimento, che sia in grado di orientare in via prioritaria la scomposizione di tale nozione e di consentirne una riaggregazione in una forma arricchita dal dialogo e dal confronto interdisciplinare e intermetodologico. Risulta opportuno preliminarmente chiarire che definire giuridicamente l'ambiente vuol dire, innanzitutto e principalmente, individuare l'oggetto delle regole poste dall'ordinamento a tutela dell'ambiente e la loro estensione materiale. Una definizione di ambiente non incide, in linea di massima, sulle modalità di protezione dell'ambiente, né sull'intensità di quest'ultima. Queste variabili della tutela ambientale sono infatti legate, per un verso, al rango – costituzionale o no – che l'ordinamento attribuisce all'interesse ambientale; per altro verso, dipendono dal trattamento che la legge riserva alla considerazione di tale interesse nell'approntare le regole che presiedono all'attività autoritativa delle pubbliche amministrazioni. Ciò deriva dalle caratteristiche stesse dell'interesse ambientale: emerso come interesse diffuso, successivamente assurto a interesse pubblico e generale, esso, postulando una situazione di doverosità, impegna in primo luogo l'amministrazione; le situazioni giuridiche soggettive attive relative all'ambiente riconosciute in capo ai singoli, infatti, si connotano per il loro carattere soprattutto strumentale o procedimentale (diritti di partecipazione e diritti di informazione). Come è stato sostenuto, la delimitazione della nozione giuridica di ambiente attiene al diritto positivo, la cui mancata attribuzione di un valore univoco alle indicazioni normative implica il sorgere di numerose problematiche. Avendo contezza della considerevole varietà di elementi che compongono l'ambiente e delle indefinite interrelazioni dalle quali possono derivare altre variabili, è sembrato opportuno definire l'ambiente, oggetto della tutela prevista nell'articolo 117, secondo comma, lettera s) , della Costituzione, quale sistema di relazioni tra i fattori antropici, naturalistici, chimico-fisici, climatici, paesaggistici, architettonici, culturali, agricoli ed economici. Nel fornire una definizione di ambiente, l'articolo 4 del presente disegno di legge non si preoccupa di stabilire in quale delle nuove categorie di beni siano da annoverare l'ambiente o i fattori che lo compongono. Significativa, in questa prospettiva, è la circostanza per la quale la definizione di « ambiente » non si riferisca ai beni, facenti parte del « sistema di relazioni », quanto, piuttosto, preferisca ricorrere al termine « fattori ». Del resto, un approdo certo al quale sono pervenuti i vari filoni dottrinari è che l'ambiente non può considerarsi un bene in senso stretto. Quelle opinioni eccessivamente « materialiste », che considerano « ambiente » solo ciò che rientra nella disponibilità dell'uomo, rilevano comunque che non tutte le cose che formano il sistema « ambiente » sono prese in considerazione dal diritto e quindi considerate beni;