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Modifiche agli articoli 604- bis e 604- ter del codice penale e ulteriori misure volte alla prevenzione e al contrasto del linguaggio d'odio. Onorevoli Senatori . – Il principio della libertà di espressione, diritto fondamentale ed inalienabile dell'uomo, consacrato all'articolo 21 della nostra Costituzione, costituisce il pilastro dei moderni ordinamenti democratici. L'articolo 19 della Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo del 1948 recita: « Ogni individuo ha diritto alla libertà di opinione e di espressione incluso il diritto di non essere molestato per la propria opinione e quello di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere ». Dello stesso tenore l'articolo 10 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo (CEDU): « Ogni individuo ha diritto alla libertà di espressione. Tale diritto include la libertà di opinione e la libertà di ricevere o di comunicare informazioni o idee senza che vi possa essere ingerenza da parte delle autorità pubbliche e senza limiti di frontiera. La libertà dei media e il loro pluralismo sono rispettati ». Trattasi, in ogni caso, di una libertà che deve necessariamente bilanciarsi con il rispetto di beni ed interessi primari, parimenti protetti e garantiti dalle moderne Carte costituzionali, in particolare con il rispetto della dignità umana. Nell'ottica di tale bilanciamento il linguaggio espressivo, al pari di qualsiasi altra azione umana, deve essere necessariamente limitato nel momento in cui eccede e stravolge le finalità sociali e giuridiche poste alla base del riconoscimento della libertà medesima. Nell'ambito di tali premesse, si vuole e si deve inquadrare il fenomeno dell’ hate speech, inteso comunemente come discorso finalizzato ad incitare o promuovere odio, violenza e intolleranza attraverso epiteti che denotano disprezzo nei confronti di individui o gruppi, in ragione della loro connotazione razziale, etnica, religiosa, di genere, ovvero per il loro orientamento sessuale o per la loro condizione personale. Più nel dettaglio, a mente della raccomandazione di politica generale n. 15 della European Commission against Racism and Intolerance (ECRI), adottata in data 8 dicembre 2015, pubblicata il successivo 21 marzo 2016, rientra nel concetto di hate speech : « il fatto di fomentare, promuovere o incoraggiare, sotto qualsiasi forma, la denigrazione, l'odio o la diffamazione nei confronti di una persona o di un gruppo, nonché il fatto di sottoporre a soprusi, insulti, stereotipi negativi, stigmatizzazione o minacce una persona o un gruppo e la giustificazione di tutte queste forme o espressioni di odio testé citate, sulla base della “razza”, del colore della pelle, dell'ascendenza, dell'origine nazionale o etnica, dell'età, dell’ handicap , della lingua, della religione o delle convinzioni, del sesso, del genere, dell'identità di genere, dell'orientamento sessuale e di altre caratteristiche o stato personale ». Il discorso d'odio, malgrado non sia espressamente richiamato nelle Carte e nei Trattati sui diritti umani, deve essere ricondotto al principio di uguaglianza di cui all'articolo 3 della Costituzione italiana, oltreché al divieto di discriminazione, sancito dall'articolo 7 della Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo del 1948 e dalla Convenzione ONU sull'eliminazione di tutte le forme di discriminazione razziale, adottata il 21 dicembre del 1965, ratificata in Italia ai sensi della legge 13 ottobre 1975, n. 654, la quale impone agli Stati membri di introdurre leggi che vietino i discorsi incitanti all'odio, nonché, sempre al livello internazionale, dal Patto internazionale per i diritti civili e politici, firmato a New York nel 1966, il quale, all'articolo 20, paragrafo 2, impone di vietare per legge « qualsiasi appello all'odio nazionale, razziale o religioso che costituisca incitamento alla discriminazione, all'ostilità o alla violenza ». In ambito europeo, il primario riferimento al divieto di discriminazione è rinvenibile all'articolo 14 della CEDU, a mente del quale: « Il godimento dei diritti e delle libertà riconosciuti nella presente Convenzione deve essere assicurato senza nessuna discriminazione, in particolare quelle fondate sul sesso, la razza, il colore, la lingua, la religione, le opinioni politiche o quelle di altro genere, l'origine nazionale o sociale, l'appartenenza a una minoranza nazionale, la ricchezza, la nascita od ogni altra condizione », nonché all'articolo 21 della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea (CDFUE). Si tratta, ad ogni buon conto, di un fenomeno di drammatica attualità, tutt'altro che nuovo, il quale investe ogni ambito, ivi compresa la politica e lo sport. Sono, infatti, all'ordine del giorno gli episodi di insulti e di cori razzisti che, come un vero e proprio virus, infettano le piazze e gli stadi di tutta Italia. Non vi è dubbio, tuttavia, che negli ultimi anni la diffusione della propaganda d'odio sia stata alimentata ed esasperata, in particolare, dalla diffusione di internet e dei social network . La velocità istantanea di diffusione dei messaggi, l'attitudine di detti strumenti a raggiungere milioni di destinatari, la capacità del contenuto offensivo di sopravvivere per un lungo arco di tempo oltre la sua immissione, l'apparente anonimato della comunicazione, la mancanza di un contatto fisico diretto con la vittima costituiscono, indubbiamente, tutti caratteri idonei a potenziare l'offensività del discorso d'odio. Un'aggressione verbale che nasce virtuale, ma che finisce con il divenire reale, generando una vera e propria ostilità verso l'altro, prodromica alla commissione di veri e propri crimini d'odio. La portata allarmante di un siffatto scenario sociologico, come anche rilevato dalle recenti vicende di cronaca, impone un tempestivo intervento legislativo, in ossequio al Protocollo addizionale alla Convenzione di Budapest sulla criminalità informatica, aperto alla firma a Strasburgo il 28 gennaio 2003, relativo all'incriminazione dei comportamenti di natura razzista e xenofoba diffusi tramite l'utilizzo di sistemi informatici. Tale intervento si pone, altresì, in linea con la decisione-quadro 2008/913/GAI del Consiglio, del 28 novembre 2008, sulla lotta contro talune forme ed espressioni di razzismo e xenofobia mediante il diritto penale, da leggere, sempre ai fini dell'azione normativa in parola, in combinato con la risoluzione del Parlamento europeo del 14 marzo 2013, con la quale si è evidenziata l'esigenza di revisionare la citata decisione del 2008, includendo ulteriori categorie potenzialmente vulnerabili e, quindi, meritevoli di tutela. In ambito europeo, sino ad oggi, sono stati diversi gli interventi attuati al fine di contenere e contrastare il dilagare del fenomeno; da ultimo, l'avvio nel 2015 di un internet forum che ha riunito i Ministri degli interni degli Stati membri dell'Unione europea, nonché i rappresentanti dei principali fornitori dei servizi via internet , del Parlamento europeo e di Europol e il Coordinatore europeo per la lotta al terrorismo.