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Signor Presidente, onorevoli colleghi, oggi è una giornata molto importante perché torna in Aula il provvedimento che riguarda l'inserimento del principio di insularità nella Costituzione e vede quindi impegnati in prima linea quei parlamentari siciliani e sardi che l'insularità l'hanno sempre vissuta ed anche subita. Se, da una parte, l'insularità e la sua lontananza dal continente - come usiamo dire noi - è stata a mio avviso un'occasione per la Sardegna per essere un laboratorio della genetica che ha selezionato genomi che hanno regalato alla nostra terra l'epiteto di terra dei centenari, riconosciuta in tutto il mondo, dall'altra parte oggi tale condizione di insularità viene vissuta come uno svantaggio ed una palla al piede allo sviluppo economico della società sarda. Basta anche leggere i giornali di oggi, che danno risalto alla problematica dei trasporti marittimi ed aerei determinata dall'incertezza dei vettori impegnati in una continuità territoriale sui generis , che nulla ha a che fare con quella delle altre regioni europee, nonché dai rincari delle tariffe troppo alte sia per i passeggeri che per le merci: fattore, questo, determinante per limitare ed impedire la crescita tanto attesa. Esistono delle chiare responsabilità che vanno ricercate in un atteggiamento matrigno da parte dello Stato italiano e delle istituzioni europee, che continuano a calpestare i diritti di un popolo, nonché la sua autonomia speciale come Regione, a differenza di molte altre, anche italiane. Oggi non vuole essere il momento delle recriminazioni, ma quello della presa di coscienza e della lotta per il riconoscimento dei diritti inalienabili. Per completezza cito solo due punti ancora irrisolti che devono rappresentare i nostri cavalli di battaglia per le prossime lotte politiche e che consentiranno alle nostre isole di poter competere ad armi pari con le altre regioni d'Europa: l'inserimento della Sardegna e della Sicilia nell'elenco delle regioni europee disagiate e il riconoscimento per la Sardegna della minoranza linguistica, ovvero la lingua sarda, parlata da più di un milione di italiani e con essa della rappresentanza parlamentare di default , come avviene per altre realtà come la Val d'Aosta o il Trentino-Alto Adige, non succubi del solo sbarramento del 3 per cento. All'atto della costituzione della Comunità economica europea, nello scrivere i Trattati, chi ci ha preceduto ha ben pensato di tutelare le Regioni che, per ragioni geografiche di insularità, potessero essere disagiate rispetto a quelle continentali e per le quali vi fossero deroghe sia per gli aiuti di Stato che per le regole dei trasporti marittimi ed aerei, consentendo una certa deregulation . Peccato che, mentre per tanti Stati europei si sia provveduto ad elencare le regioni che potremmo definire disagiate (le Azzorre per il Portogallo, la Corsica ed anche i territori d'Oltremare per la Francia, le Baleari e le Canarie per la Spagna, le isole Faroe per la Danimarca), l'Italia non ha indicato nessuna regione. Pertanto, noi in Sardegna, ad esempio, viviamo quello stato di svantaggio perenne rispetto alla nostra vicina Corsica, che si traduce in una minore capacità produttiva e di benessere sociale, e che spinge i nostri conterranei a ricercarlo emigrando. L'ascesa politica del presidente Draghi ci ha illuso che il suo prestigio internazionale potesse essere messo al servizio della nostra causa, ma forse, rappresentando col nostro 1.600.000 abitanti le dimensioni di due grossi quartieri romani, non rappresentiamo una massa critica sufficiente e degna di rispetto. Oggi vuole però essere un giorno benaugurale che ci consenta di aggiungere un nuovo tassello per migliorare la nostra Costituzione e cercare di renderla più equa e solidale. Convintamente sosterremo questo provvedimento. Grazie e Fortza Paris . (Applausi) . PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Trentacoste. Ne ha facoltà. TRENTACOSTE (M5S) . Signor Presidente, la Sicilia e la Sardegna, come le isole minori, scontano un grave divario socio-economico rispetto al resto d'Italia, l'Italia continentale. I principali indicatori restituiscono, infatti, un quadro allarmante per la presenza di forti squilibri occupazionali, un'elevata quota di popolazione a rischio povertà, maggiori costi per i trasporti, una grave sperequazione infrastrutturale e una generale condizione di arretratezza delle strutture produttive, almeno per le isole maggiori. Non a caso, il testo originario della Costituzione contemplava, al terzo comma dell'articolo 119, un puntuale riferimento all'insularità. Le isole, percepite come realtà svantaggiate dal punto di vista geografico, erano infatti destinatarie di specifici contributi da parte dello Stato centrale. Signor Presidente, oggi poniamo rimedio ad una svista occorsa nel 2001, con la riforma del Titolo V, non sempre felice, quando ci si dimenticò di quei cittadini italiani costretti a una disparità sociale derivante dal territorio in cui vivono. Con questo disegno di legge costituzionale di iniziativa popolare, promosso nel 2018, si corregge tale disuguaglianza, assicurando agli abitanti di quei territori il sostegno della Repubblica e riconoscendo le peculiarità delle isole al fine di promuovere le misure necessarie a ridurre gli svantaggi derivanti da tale limite geografico. L'obiettivo di questa modifica, però, non è la semplice rivendicazione economica, quanto piuttosto la definizione di una specifica finalizzazione delle risorse per garantire la rimozione delle cause di tale svantaggio. Come detto, l'Italia dopo la Brexit è divenuto il primo Paese europeo per numero di cittadini insulari, con oltre 6,6 milioni di abitanti, il 12 per cento circa della popolazione italiana sugli oltre 17 milioni di insulari europei. In virtù di un dato così sostanziale, è necessario porre la condizione di insularità tra le priorità politiche pubbliche. Questo è quanto emerge dal rapporto definitivo sulla «Stima dei costi dell'insularità per la Sicilia», pubblicato nel 2021 dall'assessorato all'economia della Regione siciliana e trasmesso al Ministro per gli affari regionali e le autonomie, che stima una perdita di PIL di circa 6 miliardi di euro l'anno, con un aggravio pro capite che varia tra i 600 e i 2.000 euro: cifre non indifferenti per un abitante siciliano, specie per alcune categorie di lavoratori, come gli agricoltori o gli artigiani, costretti ad affrontare ogni giorno spese maggiori rispetto al concorrente di altre Regioni, dal costo per il trasporto delle merci al caro delle materie prime necessarie alla produzione. La discontinuità territoriale determina una vera e propria tassa occulta per i cittadini e le imprese siciliane, così come quelle sarde, quantificata in circa 6 miliardi annui. Le caratteristiche geografiche, economiche, demografiche e sociali specifiche penalizzano le Regioni insulari per una serie di fattori, quali un mercato locale limitato e difficoltà a realizzare economia di scala, relazioni tra i distretti industriali poco sviluppati, deficit infrastrutturale e di offerta locale di servizi per le imprese.