[pronunce]

Dato che il legislatore dispone di un'ampia potestà discrezionale nella conformazione degli istituti processuali, la finalità dell'intervento riformatore rimarrebbe estranea al sindacato di legittimità costituzionale, non potendo il giudizio di costituzionalità comportare un esame sul merito o sull'opportunità delle norme censurate né una riformulazione della ponderazione degli interessi che il legislatore ha compiuto nell'esercizio della sua insindacabile discrezionalità. Si sostiene nella memoria che il meccanismo introdotto dal legislatore non preclude al giudice d'appello, valutata la necessaria sussistenza dei presupposti processuali e temporali, margini di discrezionalità in ordine all'adeguatezza della somma offerta in pagamento. Tale meccanismo risponde all'esigenza di una immediata ed effettiva esecuzione della condanna, che costituisce uno dei nodi critici della giustizia contabile. Il soddisfacimento di questa esigenza emergerebbe chiaramente dall'art. 1, comma 233, ove si dispone che il giudizio d'appello deve ritenersi definito solo a condizione dell'effettivo versamento della somma stabilita. Il pagamento realizza quindi un duplice obiettivo: quello di soddisfare l'esigenza di economia processuale, evitando ulteriori fasi del giudizio contabile; e, soprattutto, quello di far acquisire tempestivamente all'ente danneggiato il proprio credito, dando una efficace risposta alla problematica connessa all'esecuzione delle sentenze di condanna che da tempo affligge il processo erariale. Le parti private escludono che la responsabilità amministrativa abbia una funzione prevalentemente compensativa o sanzionatoria ed affermano, a sostegno della ragionevolezza della scelta legislativa, che una condanna mite applicata con prontezza ha una efficacia di prevenzione indubbiamente superiore ad una condanna più grave ma applicata a distanza di tempo ed incerta in relazione alla sua effettiva esecuzione. Inammissibile ed infondata sarebbe la censura in riferimento all'art. 97 della Costituzione, dal momento che il principio di buon andamento ed imparzialità dell'amministrazione riguarda gli organi di amministrazione della giustizia soltanto rispetto al funzionamento del relativo ordinamento amministrativo. Si sostiene inoltre che il legislatore non avrebbe previsto l'applicazione delle norme in esame anche nel corso del giudizio di primo grado per la ragione, eminentemente pratica, che mancherebbe in questa fase l'accertamento giudiziale dell'entità dei danni subiti dall'amministrazione. Secondo le parti private, le difficoltà connesse all'esecuzione delle sentenze di condanna per danno erariale (confermate dai dati statistici di pubblico dominio), con l'effettivo incasso del risarcimento dovuto da parte dell'amministrazione danneggiata, dimostrerebbero che l'applicazione dell'istituto in esame non condurrebbe ad una minore entrata rispetto all'importo indicato in sentenza. Né meriterebbe accoglimento, infine, la censura per presunta violazione dell'art. 103, secondo comma, della Costituzione, giacchè l'applicazione dell'istituto della definizione agevolata in appello presuppone la giurisdizione contabile ed è pur sempre subordinata alla valutazione della Sezione di appello, chiamata a deliberare sui presupposti applicativi e sull'entità della somma da versare. Ad avviso delle parti private, la questione sarebbe in ogni caso inammissibile, perché il giudice rimettente non avrebbe esperito alcun tentativo di individuare una interpretazione adeguatrice della norme denunciate. Il legislatore, infatti, ha introdotto una sorta di patteggiamento contabile, disciplinandone i presupposti processuali e temporali e lasciando all'organo decidente un margine di discrezionalità in ordine alla valutazione dell'adeguatezza della somma offerta in pagamento. Non si comprenderebbe per quale ragione il giudice a quo ritenga che sia stata sottratta all'organo decidente la valutazione sul comportamento dell'agente, laddove, secondo le previsioni normative censurate, esso è chiamato a valutare l'adeguatezza della somma offerta in pagamento e, in relazione a quest'ultimo aspetto, il comportamento dell'agente e tutte le circostanze a tal fine rilevanti. Irrilevante sarebbe la censura di irragionevolezza delle disposizioni denunciate, in considerazione della loro applicabilità solo in appello e esclusivamente nel caso di gravame proposto dal soggetto condannato in primo grado, atteso che, nella specie, la richiesta di definire il giudizio mediante il versamento di una percentuale del danno è stata avanzata in una situazione esattamente corrispondente al paradigma normativo. Né sarebbe configurabile il denunciato contrasto con l'art. 24 Cost., dal momento che il pubblico ministero contabile non avrebbe comunque alcun titolo per rigettare la richiesta di definizione anticipata del giudizio, dovendosi limitare, invece, ad esporre in camera di consiglio le eventuali ragioni per le quali ritiene l'importo offerto incongruo in relazione al pregiudizio patrimoniale subito dall'amministrazione. 3.2. - In prossimità dell'udienza, le parti private hanno depositato una memoria illustrativa. Il principale obiettivo perseguito dal legislatore con l'introduzione del cosiddetto condono erariale – si sostiene – sarebbe quello di garantire ad ogni amministrazione pubblica l'effettivo e sollecito recupero di una congrua parte del danno subito. L'istituto in esame sostituisce alle spese e alle lungaggini connesse all'esecuzione delle sentenze di condanna della magistratura contabile l'adempimento spontaneo del condannato. Sarebbe così giustificata la previsione di un effetto premiale, analogamente a quanto accade in materia penale con il patteggiamento e con il rito abbreviato, tanto più che le percentuali di effettiva riscossione dei risarcimenti imposti dalla Corte dei conti sono sostanzialmente irrisorie. Inoltre, il beneficio introdotto dalle norme denunciate non sarebbe applicabile nei casi di dolo e di frode, ossia proprio nei casi nei quali è più avvertita l'esigenza sanzionatoria.1. - Le questioni sollevate dalla Corte dei conti, Sezione giurisdizionale d'appello per la Regione Siciliana, investono le norme sulla definizione in appello dei giudizi di responsabilità amministrativa dinanzi alla Corte dei conti, introdotte dall'art. 1, commi 231, 232 e 233, della legge 23 dicembre 2005, n. 266 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato – legge finanziaria 2006). Le norme impugnate prevedono: – che «Con riferimento alle sentenze di primo grado pronunciate nei giudizi di responsabilità dinanzi alla Corte dei conti per fatti commessi antecedentemente alla data di entrata in vigore della presente legge, i soggetti nei cui confronti sia stata pronunciata sentenza di condanna possono chiedere alla competente sezione di appello, in sede di impugnazione, che il procedimento venga definito mediante il pagamento di una somma non inferiore al 10 per cento e non superiore al 20 per cento del danno quantificato nella sentenza» (comma 231); – che «La sezione di appello, con decreto in camera di consiglio, sentito il procuratore competente, delibera in merito alla richiesta e, in caso di accoglimento, determina la somma dovuta in misura non superiore al 30 per cento del danno quantificato nella sentenza di primo grado, stabilendo il termine per il versamento» (comma 232);