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Per esempio, è certo che il francese sia linguisticamente più evoluto dell'italiano. Le cosiddette «lingue imperiali» sono quelle che hanno registrato una maggiore evoluzione, a conferma del fatto che l'italiano è una lingua relativamente giovane. Questa è una peculiarità della penisola italica che le proposte di legge costituzionale di modifica all'articolo 12 della Costituzione, in materia di riconoscimento dell'italiano quale lingua ufficiale della Repubblica, ricorrentemente poste all'attenzione del Parlamento, vogliono cancellare. Alla fine del Risorgimento, con lo Stato unitario, c'è stata l'imposizione: la lingua che era usata per una libera scelta dettata dalla necessità è stata codificata e imposta quale lingua ufficiale della penisola. La comunità scientifica e i proponenti del presente progetto di legge rifiutano la distinzione pseudo-linguistica fra lingue e dialetti, che suddivide i diversi idiomi in due gruppi in base alla loro posizione politica. Dando pari dignità ad entrambi, la suddivisione è tra lingue, la cui diversità e specificità rispetto all'italiano sono state già riconosciute sia a livello internazionale che dallo Stato italiano, e dialetti, che ancora oggi sono totalmente negati e discriminati da parte dello Stato centralista, ma che a livello regionale e anche da parte di studi internazionali sono riconosciuti come lingue, cioè come sistemi linguistici ben distinti dall'italiano. In pratica, tutti i cosiddetti «dialetti italiani» sono lingue distinte e non dialetti dell'italiano. È un dato di fatto che i dialetti contribuiscono alla crescita della lingua italiana. Un esempio abbastanza recente è che i giovani, per dire che una ragazza è piuttosto bruttina la chiamano «squinzia», che non è altro che una parola dialettale: si trova sia nel milanese che nel bolognese. Sono molte le parole ormai accettate da quello che chiamiamo l'italiano e che non provengono dal toscano, ma dai dialetti del nord e del sud. Prendiamo una serie di parole toscane come «lucignolo, concio, guide, rena, guazza»: nessuna di queste si trova nell'italiano comune. A loro si sono preferite espressioni che appartengono ad altri dialetti come, rispettivamente, «stoppino, letame, redini, sabbia, rugiada». Anche la Toscana ha i suoi dialetti, e il toscano non si identifica totalmente con la lingua italiana. Fatta eccezione per il toscano e per il romanesco, i cosiddetti «dialetti italiani» sono lingue che si sono sviluppate in modo autonomo e diverso rispetto al fiorentino che ha costituito la base per l'italiano: il piemontese e il napoletano, per esempio, non meno che il sardo e il friulano che oggi per lo Stato italiano hanno un rango superiore, essendo stati riconosciuti con la legge 15 dicembre 1999, n. 482. Nella realtà politica italiana, l'uso spregiudicato delle arbitrarie definizioni di lingua e di dialetto è servito finora ad aggirare la Costituzione, che all'articolo 6 recita «La Repubblica tutela con apposite norme le minoranze linguistiche». La citata legge 15 dicembre 1999, n. 482, costituisce un passo importante per le lingue riconosciute e prevede l'introduzione del bilinguismo nelle istituzioni e nel sistema educativo, anche se discrimina profondamente le altre lingue regionali, purtroppo escluse dal provvedimento. Dal testo originale è stato stralciato un articolo che prevedeva il futuro allargamento delle lingue riconosciute, concedendo la potestà legislativa in materia alle regioni e non più allo Stato. Il Parlamento in quel frangente ha ancora una volta adottato il principio della ragion di Stato, per cui è la maggioranza a disporre a proprio piacimento dei diritti delle minoranze. Per negare i diritti delle minoranze, pur riconosciuti dalla Costituzione, è ancora sufficiente per la maggioranza negare l'esistenza di queste: in pratica basta continuare a definire le lingue minoritarie come dialetti. In un quadro più ampio e attuale, quale quello europeo, l'entrata in vigore della legge n. 482 del 1999 ci ha consentito di sottoscrivere, il 27 giugno 2000, la Carta europea delle lingue regionali o minoritarie (già approvata dal Consiglio d'Europa nel maggio 1992) e di aderire alla Convenzione quadro per la protezione delle minoranze nazionali, fatta a Strasburgo il 1º febbraio 1995, sempre nell'ambito del Consiglio d'Europa, la cui ratifica è avvenuta con la legge 28 agosto 1997, n. 302. La Convenzione impegna i Paesi aderenti a non discriminare l'utilizzo delle lingue minoritarie e a riconoscere il diritto a tale uso da parte delle minoranze in tutti gli ambiti, compreso quello dell'istruzione e dei rapporti con la pubblica amministrazione. La normativa italiana vigente riassume, in definitiva, i settori di applicazione della Convenzione-quadro. Più precisamente, contiene norme per la tutela delle lingue storicamente ritenute minoritarie, ossia quelle delle popolazioni albanesi, catalane, germaniche, greche, slovene e croate e di quelle parlanti il francese, il franco-provenzale, il friulano, il ladino, l'occitano e il sardo. In un primo tempo diversi progetti di legge prevedevano la valorizzazione dell'etnia rom e sinti. Il Parlamento non ha ritenuto che sussistessero le condizioni per il riconoscimento, in quanto mancava un riferimento di questa cultura a un territorio specifico. Seguendo le proprie tradizioni, infatti, le comunità zingare non sono stanziali, ma prevalentemente nomadi. L'orientamento prevalso in Parlamento è stato di conservare il patrimonio storico-artistico-culturale estendendo la tutela della citata legge n. 482 del 1999 alle lingue, di diversa derivazione, presenti in Italia da epoche remote e confermando che la residenza in un determinato territorio è precondizione per la rivendicazione del diritto al riconoscimento di minoranza linguistica. Negli ultimi decenni c'è stata una evoluzione della giurisprudenza costituzionale. Fino all'entrata in vigore del decreto del Presidente della Repubblica n. 616 del 1977, la potestà legislativa in materia di tutela delle minoranze linguistiche era di esclusivo appannaggio dello Stato; analogo l'orientamento della Corte costituzionale (sentenza n. 32 del 1960), in base al quale la disciplina delle minoranze alloglotte, in quanto riconducibile ai supremi interessi dell'unità e dell'invisibilità dell'ordinamento repubblicano, doveva ritenersi attribuita esclusivamente alla competenza legislativa statale. Con l'emanazione del decreto del Presidente della Repubblica n. 616 del 1977 le regioni hanno potuto legiferare in questo campo, sia pure indirettamente, fondandosi sui poteri riconosciuti in materia di beni culturali e di attività di promozione culturale ed educativa. Parallelamente alla potestà legislativa regionale nell'ambito delle materie riservate dall'articolo 117 della Costituzione e dalle disposizioni degli statuti speciali è emerso un mutamento dell'indirizzo giurisprudenziale, con rilevanti pronunce della Corte costituzionale (n. 28 del 1982, n. 289 del 1987 e n. 768 del 1988). Sulla carta geografica della nostra penisola si può tracciare una linea ideale che va da La Spezia a Rimini.