[pronunce]

ORDINANZA ha pronunciato la seguentenei giudizi di legittimità costituzionale dell'art. 268, comma 3, del codice di procedura penale, promossi con ordinanze del 20 febbraio, del 18 aprile e del 15 maggio 2003 dal Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Reggio Calabria, rispettivamente iscritte ai nn. 339, 471 e 550 del registro ordinanze 2003 e pubblicate nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica nn. 24, 28 e 33, prima serie speciale, dell'anno 2003. Visti gli atti di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri; udito nella camera di consiglio del 7 aprile 2004 il Giudice relatore Giovanni Maria Flick. Ritenuto che con le tre ordinanze in epigrafe il Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Reggio Calabria ha sollevato — in riferimento al solo art. 97 della Costituzione, quanto all'ordinanza r.o. n. 339 del 2003; ed in riferimento anche all'art. 15, secondo comma, della Costituzione, quanto alle ordinanze r.o. n. 471 e n. 550 del 2003 — questione di legittimità costituzionale dell'art. 268, comma 3, del codice di procedura penale, nella parte in cui non prevede che il giudice — in sede di convalida del decreto del pubblico ministero che dispone le intercettazioni in via d'urgenza, ovvero di prima proroga dell'autorizzazione già data — possa verificare la conformità ai requisiti legali, indicati nella stessa norma, del provvedimento del pubblico ministero che dispone l'esecuzione delle operazioni mediante impianti esterni alla procura della Repubblica; che il giudice a quo premette, in punto di fatto, che nell'ambito di un procedimento penale per traffico di sostanze stupefacenti, nel corso del quale erano state avviate anche attività di ricerca di un latitante, il pubblico ministero aveva disposto con decreto, in via d'urgenza, alcune intercettazioni telefoniche, stabilendo che le stesse venissero eseguite mediante apparecchiature esterne alla procura della Repubblica; che il pubblico ministero aveva quindi chiesto la convalida del decreto, ai sensi dell'art. 267, comma 2, cod. proc. pen. ; che, ad avviso del giudice a quo, i risultati delle intercettazioni oggetto di convalida sarebbero inutilizzabili ai sensi degli artt. 268, comma 3, e 271, comma 1, cod. proc. pen. , per difetto di adeguata motivazione del provvedimento del pubblico ministero che ne aveva autorizzato l'esecuzione mediante impianti extra moenia; che in un caso, infatti, il pubblico ministero avrebbe omesso del tutto di dar conto dell'esistenza delle «eccezionali ragioni di urgenza» in presenza delle quali soltanto è possibile, in base alla norma impugnata, avvalersi di impianti diversi da quelli installati nella procura della Repubblica (ordinanza r.o. n. 339 del 2003); mentre negli altri due casi la motivazione sul punto risulterebbe «meramente apparente», perché «generica e non esauriente» (ordinanze r.o. n. 471 e n. 550 del 2003); che — sempre ad avviso del rimettente — non potrebbe, d'altronde, essere seguito l'orientamento della giurisprudenza di legittimità che ammette la possibilità di una integrazione a posteriori della motivazione del provvedimento in parola; che tale soluzione potrebbe valere, difatti, solo con riferimento al requisito della insufficienza o inidoneità degli impianti installati presso la procura della Repubblica — in quanto «circostanza di mero fatto» — ma non anche con riferimento al requisito dell'eccezionale urgenza, che si risolve in una situazione «suscettiva di un qualche apprezzamento discrezionale»: profilo sotto il quale la soluzione interpretativa avversata contrasterebbe con l'esigenza che tale apprezzamento formi oggetto di un provvedimento preventivo, suscettibile di controllo, così da evitare possibili abusi connessi ad interventi 'riparatori' postumi di pregresse irregolarità; che, su tali premesse, il giudice dubita quindi della legittimità costituzionale dell'art. 268, comma 3, cod. proc. pen. , nella parte in cui non prevede un immediato controllo, da parte del giudice, circa la congruità della motivazione del provvedimento del pubblico ministero che dispone il compimento delle operazioni mediante impianti esterni; che, allo stato, difatti, il sindacato del giudice — chiamato ad autorizzare le intercettazioni o a convalidare il provvedimento del pubblico ministero che le dispone in via d'urgenza — atterrebbe unicamente alla sussistenza dei presupposti che legittimano le intercettazioni, e non anche alle modalità di esecuzione delle operazioni; che tale «vuoto normativo» contrasterebbe tuttavia con l'art. 97 Cost., in quanto si risolverebbe a danno del «buon governo» dell'amministrazione della giustizia, consentendo la prosecuzione di un'attività di indagine — spesso lunga e dispendiosa, oltre che foriera di decisivi apporti probatori — i cui risultati sarebbero destinati ad essere dichiarati successivamente inutilizzabili dal giudice chiamato a valutarli a fini cautelari o di merito; che, secondo le ordinanze r.o. n. 471 e n. 550 del 2003, sarebbe altresì compromesso l'art. 15, secondo comma, Cost., che impone al legislatore di adottare un sistema di garanzie per la limitazione della libertà e segretezza delle comunicazioni; che, infatti, a fronte della previsione di un adeguato controllo giurisdizionale sull'effettuazione delle intercettazioni, mancherebbe un rimedio parimenti adeguato in rapporto alle violazioni inerenti alle modalità di esecuzione: giacché per tutto il tempo intercorrente tra l'inizio delle operazioni e la verifica dell'utilizzabilità dei relativi risultati non sarebbe riconosciuta all'interessato alcuna possibilità di ricondurre — indirettamente, tramite il controllo giurisdizionale — le attività in corso nell'alveo della legalità; che tale assetto normativo non si giustificherebbe in alcun modo, stante l'identità della sanzione di inutilizzabilità prevista dall'art. 271, comma 1, cod. proc. pen. per la violazione tanto dell'art. 267 che dell'art. 268, comma 3, cod. proc. pen.: e ciò a dimostrazione della «pari dignità garantista» sia dei requisiti di legittimità dei provvedimenti che dispongono le intercettazioni, sia di quelli inerenti alle loro modalità esecutive; che — onde evitare il denunciato vulnus dei parametri costituzionali — sarebbe necessario dunque prefigurare un intervento del giudice, immediatamente successivo o più prossimo possibile al provvedimento del pubblico ministero in tema di modalità esecutive: intervento che andrebbe collocato, in tale ottica, o al momento della convalida del decreto che dispone le intercettazioni in via d'urgenza; ovvero — nel caso di intercettazioni preventivamente autorizzate dal giudice — al momento della prima proroga del relativo termine di durata; che nel giudizio di costituzionalità è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, il quale ha chiesto che la questione sia dichiarata inammissibile o infondata.