[pronunce]

Al riguardo, la difesa statale evidenzia una contraddizione nelle argomentazioni svolte dal Tribunale amministrativo, in quanto quest'ultimo, per un verso, ha dichiarato che il ricorrente nel giudizio principale non aveva interesse a proporre la censura inerente alla contrazione dei tempi delle elezioni, trattandosi di un magistrato non candidato, ma, per altro verso, ha ravvisato l'interesse dello stesso magistrato a dedurre un vizio di invalidità derivata dalla asserita incostituzionalità della norma censurata. La motivazione in punto di rilevanza sarebbe pertanto insufficiente e contraddittoria. 3.2.2. - La carenza di interesse del ricorrente nel giudizio a quo emergerebbe poi dalla considerazione che non si tratta di un magistrato candidato alle elezioni per il rinnovo del Consiglio di presidenza; di conseguenza, l'eventuale declaratoria di illegittimità costituzionale non potrebbe riverberare effetti positivi sulla sua posizione giuridica sostanziale, permanendo in capo al consigliere ricorrente «solo un generico interesse di fatto, non azionabile processualmente». La questione prospettata sarebbe dunque manifestamente inammissibile per difetto di rilevanza, potendo il giudizio a quo essere definito indipendentemente dalla sua risoluzione. In particolare, secondo l'Avvocatura generale, il ricorso nel giudizio principale sarebbe stato proposto «in via del tutto strumentale per accedere all'esame incidentale della legittimità costituzionale della norma sulla composizione "togata" del Consiglio di presidenza». 3.2.3. - Da ultimo, la difesa statale si sofferma su un profilo di inammissibilità che discenderebbe dalla stessa articolazione della questione di legittimità costituzionale. Il quesito formulato dal rimettente, infatti, non sarebbe tanto finalizzato ad una verifica della legittimità costituzionale della norma censurata, quanto, piuttosto, «a richiedere un "adeguamento" della norma stessa», cui la Corte dovrebbe pervenire con una pronuncia creativa di una disposizione affatto originale. L'Avvocatura generale evidenzia come il giudice a quo non abbia indicato con precisione «la puntuale "addizione" che consentirebbe un intervento salvifico della norma», limitandosi «a suggerire, attraverso la locuzione avverbiale "quanto meno", solo un limite numerico». Siffatta proposizione della questione, peraltro, si porrebbe in netto contrasto con la giurisprudenza costituzionale che ha ritenuto inammissibili i tentativi dei giudici a quibus di ottenere una manipolazione della norma in senso integrativo. In definitiva, il Tribunale amministrativo regionale solleciterebbe la Corte costituzionale a compiere un'inammissibile opera adeguatrice, sostituendosi al legislatore. 3.3. - Quanto alla non manifesta infondatezza della questione, la difesa statale ritiene che l'articolato percorso logico-giuridico del giudice a quo non possa essere condiviso, in quanto contraddittorio. 3.3.1. - L'Avvocatura generale, dopo aver sottolineato la differenza tra il concetto di autonomia e quello di indipendenza della magistratura - il primo, relativo «alla magistratura intesa nel suo aspetto organizzatorio», il secondo attinente «più che all'ordine nel suo complesso, alla posizione del singolo magistrato, colto nel momento di esercizio della funzione giurisdizionale» - sottolinea come autonomia e indipendenza siano «astretti da un legame strumentale», per cui senza la garanzia strutturale espressa dall'autonomia non sarebbe realizzabile l'indipendenza del giudice. In particolare, la difesa statale contesta l'affermazione del rimettente secondo cui la "prevalenza" dei componenti togati elettivi rispetto a quelli laici sarebbe, puramente e semplicemente, sinonimo di garanzia di indipendenza della magistratura dagli altri poteri dello Stato. A tal fine, sono richiamati i lavori dell'Assemblea Costituente per evidenziare come, in quella sede, fosse emersa l'esigenza di assicurare l'equilibrio tra le due componenti, piuttosto che la mera prevalenza della componente togata elettiva. L'Avvocatura generale ritiene che la violazione dell'art. 108, secondo comma, Cost. possa ravvisarsi solo in presenza di «aspetti di irrazionalità», non riscontrabili nella norma oggetto dell'odierno giudizio di legittimità costituzionale. L'affermazione del rimettente - secondo cui la presenza di una componente laica di numero pari a quella togata elettiva, in seno al Consiglio di presidenza, non assicurerebbe la piena autonomia della magistratura contabile - non potrebbe giustificarsi né sulla base della sentenza n. 87 del 2009 né in virtù del parere del Consiglio di Stato 1° aprile 2009, n. 954. In particolare, il giudice a quo avrebbe estrapolato e decontestualizzato il riconoscimento della necessità di assicurare «i principi costituzionali comuni», contenuto nella citata sentenza n. 87 del 2009, trasferendo siffatta affermazione in un settore radicalmente diverso, come quello della composizione numerica degli organi di autogoverno. Un'analoga operazione sarebbe avvenuta con riferimento al richiamato parere del Consiglio di Stato. La difesa statale rinviene il fondamento della ricostruzione operata dal rimettente nell'«esplicito collegamento deduttivo simbiotico» che unirebbe l'art. 104 e l'art. 108 Cost. e che sarebbe individuato nella «necessaria ricerca e affermazione di "principi costituzionali comuni" ai vari ordini di magistrature». A tal proposito, l'Avvocatura generale richiama la giurisprudenza della Corte costituzionale relativa alla «non "unicità" tra i diversi "ordini" magistratuali e le rispettive strutture di autogoverno». Dall'esame di alcune pronunzie emergerebbe non solo la distinzione del piano dell'autonomia da quello dell'indipendenza, ma anche «la non necessità (costituzionalmente imposta) di un'unica organizzazione comune tra i vari organi di autogoverno». 3.3.2. - L'Avvocatura generale contesta, poi, le affermazioni del rimettente secondo cui la norma censurata sarebbe viziata sotto il profilo dell'irrazionalità e dell'irragionevolezza; in particolare, la difesa statale evidenzia come il giudice a quo non abbia sufficientemente precisato quali profili della norma in esame siano affetti dai vizi sopra richiamati, né quale sia il tertium comparationis. La prospettazione del rimettente non terrebbe conto, peraltro, della circostanza che due dei tre membri di diritto (Procuratore generale e Presidente aggiunto) sono "eletti", sia pure in maniera indiretta, dalla stessa base elettorale, poiché la loro nomina - ancorché discendente da un provvedimento formale dell'Autorità politica - è il risultato di una designazione che proviene dal Consiglio di presidenza. Quanto al Presidente, l'Avvocatura rileva come, in base alla legge 21 luglio 2000, n. 202 (Disposizioni in materia di nomina del Presidente della Corte dei conti), esso sia designato dall'Autorità politica, sentito l'avviso del Consiglio di presidenza, e comunque siano previste norme idonee ad assicurarne l'indipendenza di fronte al Governo.