[pronunce]

– Si è ritualmente costituita in giudizio, altresì, la Società Acquedotto Monferrato S.p. A., che ha concluso per la declaratoria di inammissibilità o di infondatezza della questione di legittimità costituzionale. Osserva la deducente che fra le parti è intercorsa una convenzione, stipulata in data 14 ottobre 1935, con la quale è stata pattiziamente regolata – al punto V – la competenza arbitrale per le controversie, che potessero insorgere fra le parti medesime, precisando quali controversie sarebbero state sottratte alla decisione degli arbitri e quali altre, invece, sarebbero state loro deferite. Siffatta regolazione convenzionale vale a conferire natura negoziale e pattizia all'arbitrato in questione, sicché, non versandosi, nel caso in esame, nell'ipotesi dell'arbitrato obbligatorio, la questione – a suo avviso – è irrilevante e infondata. Al riguardo, la deducente evidenzia che le parti, nella convenzione, non si sono limitate a un mero richiamo, puramente ripetitivo, della norma denunciata, ma, intendendo la previsione di legge come una norma dispositiva, hanno operato una libera opzione negoziale, scegliendo di rimettere al collegio arbitrale determinate controversie. A sostegno della sua tesi, la deducente richiama la giurisprudenza della Corte di cassazione, la quale, con riferimento al capitolato generale per le opere pubbliche e all'arbitrato obbligatorio in esso previsto, dichiarato incostituzionale dal giudice delle leggi con la sentenza n. 152 del 1996, ha costantemente ritenuto sussistente la competenza arbitrale relativamente ai rapporti, per i quali detto capitolato fosse stato richiamato dalle parti in termini non meramente riproduttivi, ma volontaristici (ciò in particolare per gli enti locali, non tenuti normativamente alla applicazione del medesimo capitolato). 4.– In prossimità dell'udienza, entrambe le parti costituite hanno presentato memorie a sostegno delle rispettive conclusioni. 4.1. – Il Consorzio dei Comuni per l'Acquedotto del Monferrato – richiamata la giurisprudenza di questa Corte in tema di arbitrato obbligatorio – sostiene che l'incostituzionalità della norma denunciata discenderebbe altresì da due suoi profili, implicitamente dedotti dall'ordinanza di rimessione, relativi, rispettivamente, alla sottrazione alle parti del potere di designare il terzo arbitro ed alla esclusione di ogni gravame nei confronti della pronuncia del collegio arbitrale. 4.2. – La Società Acquedotto Monferrato S.p. A. – ribadite le ragioni per le quali la questione di legittimità costituzionale sarebbe irrilevante – ne deduce, in subordine, l'infondatezza, in quanto la norma impugnata sarebbe suscettibile di interpretazione, costituzionalmente corretta, nel senso della facoltatività dell'arbitrato da essa previsto.1. – Il Tribunale amministrativo regionale per il Piemonte dubita della legittimità costituzionale, in riferimento agli articoli 24, comma primo, 25 comma primo e 102, comma primo, della Costituzione, dell'art. 13 del regio decreto-legge 28 agosto 1930, n. 1345 (Norme per la costruzione e l'esercizio dell'acquedotto del Monferrato), convertito nella legge 6 gennaio 1931, n. 80, in quanto prevede un arbitrato obbligatorio per la risoluzione delle controversie relative alla costruzione o all'esercizio dell'acquedotto del Monferrato e all'applicazione dello stesso decreto-legge. 2. – Preliminarmente, deve essere respinta l'eccezione di irrilevanza della questione proposta dalla Società Acquedotto Monferrato S.p. A. sulla base del rilievo che, nel caso di specie, l'arbitrato non troverebbe il suo fondamento nella legge, bensì nella convenzione, stipulata nel 1935, con la quale le parti avrebbero liberamente disposto – sottraendovi talune controversie – in ordine all'arbitrato, quale modo di risolvere le altre controversie che sarebbero potute insorgere tra di esse. È appena il caso di rilevare, in proposito, che la questione del fondamento – legislativo ovvero negoziale – dell'arbitrato può essere esaminata da questa Corte esclusivamente sotto il profilo dell'adeguatezza della motivazione dell'ordinanza di rimessione in punto di rilevanza della questione di legittimità costituzionale (sentenze n. 47 del 2003, n. 195 del 1999): e certamente non può dirsi implausibile ovvero contraddetta dagli atti la conclusione, cui perviene il giudice a quo, secondo la quale la clausola contenuta nella convenzione è meramente ricognitiva del vincolo imposto alle parti dalla legge. 3. – Passando al merito, la questione è fondata. 3.1. – Non è contestabile che la norma denunciata disciplina una ipotesi di arbitrato rituale: ciò che è reso evidente sia dall'uso di qualificazioni tipiche di tale istituto (in particolare, il ricorso al termine “giudicare” per designare il modo di formazione della “sentenza” resa dagli “arbitri”, “secondo le regole del diritto”) sia dal chiaro riferimento alla disciplina che l'allora vigente codice di procedura civile (del 1865) dedicava all'arbitrato rituale prevedendo la possibilità di proporre appello (art. 28) e, poi, ricorso per cassazione (art. 31) avverso la “sentenza” arbitrale. Altrettanto indubbio è che la formulazione della norma è tale da escludere, come osserva il rimettente, ogni possibilità, per entrambe le parti, di adire i giudici statuali per la risoluzione di qualsiasi controversia tra di esse potesse insorgere: e cioè prevede un arbitrato rituale obbligatorio, il cui lodo – emesso da un collegio di tre arbitri, uno dei quali «nominato dal Ministro per l'interno di concerto con quello per le finanze» – non è impugnabile per violazione delle norme di diritto che gli arbitri sono tenuti ad applicare. 3.2. – Questa Corte fin dalla sentenza n. 127 del 1977 (in realtà anche in precedenza; ma, nei casi allora sottopostile, aveva escluso che si fosse in presenza di un vero arbitrato obbligatorio: sentenze n. 62 del 1968 e n.50 del 1966 ), ha osservato che, poiché la Costituzione garantisce ad ogni soggetto il diritto di agire in giudizio per la tutela dei propri diritti ed interessi legittimi, «il fondamento di qualsiasi arbitrato è da rinvenirsi nella libera scelta delle parti: perché solo la scelta dei soggetti (intesa come uno dei possibili modi di disporre, anche in senso negativo, del diritto di cui all'art. 24, comma primo, Cost.) può derogare al precetto contenuto nell'art. 102, comma primo, Cost. […], sicché la “fonte” dell'arbitrato non può più ricercarsi e porsi in una legge ordinaria o, più generalmente, in una volontà autoritativa».