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Secondo il provvedimento di chiusura indagini, Bazoli, in qualità di presidente dell'Associazione banca lombarda e piemontese, sarebbe accusato di far parte "della cabina di regia" che "decideva le nomine degli organi della banca e delle sue partecipate in condivisione con quelle decise dalla 'commissione Zanetti'", in riferimento a Emilio Zanetti (anch'egli rinviato a giudizio), ex presidente dell'associazione "Amici di Ubi". Il patto "occulto", secondo quanto emerge nell'avviso di conclusione delle indagini, sarebbe "funzionale a garantire" ai soci storici bresciani e bergamaschi "il controllo del governo" di Ubi, consentendo, secondo la tesi accusatoria, di prendere le decisioni cruciali fuori dall'istituto; tra le persone che dovranno affrontare il processo anche il presidente del consiglio di sorveglianza (cds) Andrea Moltrasio, il vicepresidente vicario del cds Mario Cera e Francesca Bazoli, componente del consiglio di sorveglianza di Ubi e figlia del grande vecchio della finanza, Giovanni Bazoli. Oltre a loro, sono stati rinviati a giudizio gli uomini dei due presunti "fronti" all'intero di Ubi, ovvero i bergamaschi: l'avvocato Giuseppe Calvi (ex vice presidente vicario del cds), il commercialista Italo Lucchini (ex cdg), il notaio Armando Santus (vice presidente cds), Mario Mazzoleni (ex cds), Carlo Garavaglia (ex cds), Federico Manzoni (ex cds) e i bresciani: Franco Polotti (ex presidente cdg), Enrico Minelli (ex cds), Flavio Pizzini (vice presidente cdg), Pierpaolo Camadini (cds). Per il capo di imputazione relativo alla illecita influenza sull'assemblea, il processo riguarderà ancora Zanetti, Bazoli, Italo Folonari, Victor Massiah, Andrea Moltrasio, Ettore Medda e Marco Mandelli (entrambi direttori responsabili in Ubi) Giuseppe Sciarrotta e Guido Marchesi (referenti a livello nazionale della gestione libro soci di Ubi), Gemma Maria Baglioni (responsabile raccolta deleghe), Enrico Invernizzi (referente operazioni assembleari), Antonella Bardoni (ex direttrice Confiab), Angelo Ondei (ex presidente Confiab) e i componenti della cdo bergamasca Rossano Breno, Matteo Brivio, Ettore Ongis, Stefano Lorenzi, Giovanni d'Aloia, si chiede di sapere: quali siano le ragioni che avrebbero indotto il Ministro in indirizzo ad attuare quella che all'interrogante parrebbe una forma di protezione dei banchieri italiani dagli effetti delle diffuse critiche che sono seguite alle crisi di Mps, Veneto Banca, Banca Popolare di Vicenza, CariChieti, Cariferrara, Banca Etruria, Banca Marche, vicende che hanno ridotto sul lastrico 500.000 famiglie; se si ritenga che i comportamenti descritti, in merito ai requisiti di correttezza imposti dalla citata direttiva europea ed invocati dal presidente della BCE, Mario Draghi, non costituiscano un censurabile vulnus ed una premialità di vantaggio, nonché un incentivo ai banchieri a continuare nelle deplorevoli pratiche che danneggiano il pubblico risparmio, con pregiudizio per famiglie e piccole e medie imprese. Atto n. 4-00121 LANNUTTI Ai Ministri dello sviluppo economico e dell'economia e delle finanze Premesso che: nonostante la direttiva europea 2006/112/CE imponga che l'Iva (imposta sul valore aggiunto) non possa essere applicata sulle componenti di prezzo imposte autoritativamente da enti pubblici o da enti privati su delega pubblica, rendendo così illegittimo il prelievo sulle accise presenti nelle bollette di luce e gas, che non possono costituire base imponibile Iva, le società erogatrici di gas o energia continuano ad applicare l'Iva anche sulle accise dovute allo Stato (calcolate sulle forniture di gas o energia); tale meccanismo tributario, discutibile in base alla legge nazionale, dichiarato illecito da alcune sentenze, appare erroneo per l'ordinamento europeo, ha indotto alcuni giudici di pace ad emettere sentenze di condanna contro tale illecita prassi (luglio 2015, giudice di pace di Venezia contro Enel su ricorso di un cittadino del Veneto, che ha ingiunto ad Enel di rimborsare al consumatore circa 103 euro per l'Iva applicata in bolletta sulle accise, affermando la presenza illegittima dell'imposta applicata su un'altra tassa; maggio 2016, sempre il giudice di pace di Venezia ha condannato Eni divisione Gas & Power e GDF Suez Energie a rimborsare un utente per lo stesso principio: un tributo non può gravare su un altro analogo, senza un'espressa statuizione legislativa); il giudice ha richiamato il principio stabilito dalla Corte di cassazione a sezioni unite nella sentenza n. 3671/97, secondo il quale, salvo deroga esplicita, un'imposta non costituisce mai base imponibile per un'altra, rendendo così illecita l'Iva applicata su tutte le voci che compaiono in bolletta (quindi sull'importo totale), ma esclusivamente sui servizi di vendita e sui servizi di rete, per tutte le bollette di luce e gas in cui siano presenti accise o addizionali regionali; i consumatori possono richiedere la restituzione dell'Iva pagata in eccedenza a società erogatrici di gas o energia sulla base della regola dell'"ingiustificato arricchimento" (art. 2041 del codice civile) ovvero, in subordine, del risarcimento del danno (art. 2043 del codice civile), entro il termine di prescrizione di 10 anni (quindi per tutte le bollette pagate dall'anno 2008), con una media annua su un consumo medio di 1.000 euro, di circa 150 euro (quindi 1.500 euro per il decennio); l'Enel, a seguito della sentenza del 2015, ha affermato che "l'applicazione delle accise e dell'Iva e il relativo pagamento, sono a carico del venditore della commodity che ha poi il diritto di richiederne il pagamento ai consumatori finali". Enel o all'azienda venditrice, scansando l'onere, effettua un prelievo sulle bollette di luce e gas sui clienti finali addossando loro l'onere di dimostrarne l'illegittimità, nonostante una sentenza pilota che ha decretato l'illegittimità dell'applicazione dell'Iva su una tassa risalente al 2012, quando il giudice di pace di Venezia, in applicazione della sentenza n. 238 del 2009 della Corte costituzionale, ha condannato l'azienda responsabile dei servizi ambientali in Veneto a restituire agli utenti l'Iva indebitamente applicata sulla Ta. Ri e sulla Tia, le tariffe di igiene ambientale; una sentenza della Corte di cassazione del marzo 2016 ha stabilito che l'Iva al 10 per cento non può essere applicata sulla Ta. Ri, a pena di duplicazione di imposizione fiscale, e che la competenza è del giudice ordinario, non di quello tributario;