[pronunce]

Per l'Avvocatura, la domanda avanzata nel giudizio a quo sarebbe «diretta unicamente a massimizzare il trattamento pensionistico» e, ove accolta, non soltanto intaccherebbe le scelte di politica economica operate dal legislatore per garantire il rispetto dei principi di stabilità e sostenibilità della finanza pubblica, ma consentirebbe - a suo parere inammissibilmente - di operare la «scelta del sistema pensionistico più conveniente, in un dato momento storico». L'interveniente reputa non conferente il richiamo alla sentenza n. 224 del 2022 di questa Corte, dal momento che l'interessato, invocando la neutralizzazione dei contributi da riscatto del corso di studi universitari, mirerebbe non tanto a elidere gli effetti deteriori della contribuzione aggiuntiva (quella, cioè, eccedente la contribuzione necessaria all'accesso al trattamento pensionistico prescelto), quanto piuttosto a ottenere l'applicabilità di un diverso regime pensionistico (quello misto) in luogo di quello (interamente retributivo) originariamente prescelto, una volta che quest'ultimo sia divenuto meno conveniente per effetto della novella del 2014. Ritiene l'interveniente, tuttavia, che solo il legislatore potrebbe disporre, nell'ambito della sua discrezionalità e nei limiti della ragionevolezza (che nella specie, sarebbe stata rispettata), il regime pensionistico applicabile alle diverse fattispecie. 8.- Con memorie depositate in vista dell'udienza, la parte privata e l'INPS hanno ulteriormente illustrato gli argomenti addotti nei rispettivi atti di costituzione.1.- Il Tribunale di Roma, in funzione di giudice del lavoro, dubita della legittimità costituzionale, in riferimento agli artt. 3 e 38 Cost., «del combinato disposto» degli artt. 1, comma 13, della legge n. 335 del 1995 e 1, comma 707, della legge n. 190 del 2014, nella parte in cui essi non prevedono «il diritto del pensionato alla neutralizzazione del periodo oggetto di riscatto del corso di studi universitari, allorché i 18 anni di contribuzione al 31.12.1995, con conseguente liquidazione del trattamento pensionistico con il sistema retributivo, siano stati raggiunti solo per effetto del suddetto riscatto e dall'applicazione del sistema retributivo in luogo del sistema misto, che avrebbe appunto operato in assenza del riscatto, derivi un depauperamento del trattamento pensionistico». 2.- Nel giudizio principale è avanzata domanda volta a "neutralizzare" - ossia a considerare come non versate ai fini del computo del trattamento pensionistico - le somme corrisposte dal ricorrente per il riscatto del periodo di studi universitari, con conseguente riliquidazione della pensione percepita dal medesimo. Quest'ultimo, nel 1996, ha operato il riscatto allo scopo di acquisire - alla data del 31 dicembre 1995 - diciotto anni di anzianità contributiva, così garantendosi, secondo quanto previsto dall'art. 1, comma 13, della legge n. 335 del 1995, il computo del proprio trattamento pensionistico con il metodo retributivo. La domanda di pensione risulta presentata in data 13 settembre 2019, grazie alla previsione dell'art. 14 del d.l. n. 4 del 2019, come convertito, che ha consentito, per il solo triennio 2019-2021, di anticipare il pensionamento «al raggiungimento di un'età anagrafica di almeno 62 anni e di un'anzianità contributiva minima di 38 anni» (cosiddetta "pensione quota 100"). Nell'accogliere la domanda, l'INPS, in forza della modifica che l'art. 1, comma 707, della legge n. 190 del 2014 ha apportato all'art. 24, comma 2, del d.l. n. 201 del 2011, come convertito, ha liquidato la pensione anticipata (per un importo di euro 9.220,94 mensili) con il sistema interamente retributivo, escludendo quindi il computo contributivo anche per il periodo successivo al 1° gennaio 2012. Il ricorrente nel giudizio principale evidenzia che, se non avesse operato il riscatto e, di conseguenza, avesse trovato applicazione il sistema "misto" di calcolo della pensione previsto dall'art. 1, comma 12, della legge n. 335 del 1995 - retributivo per l'anzianità (a quel punto, inferiore ai diciotto anni) maturata fino al 31 dicembre 1995, e contributivo per quella successiva -, l'importo finale del rateo sarebbe stato migliore (per la precisione, non inferiore alla somma di euro 11.427,94). Di qui, la pretesa a ottenere la riliquidazione del trattamento pensionistico, previa neutralizzazione del periodo assicurativo oggetto di riscatto, ininfluente ai fini dell'accesso alla "pensione quota 100" e rivelatosi "nocivo" ai fini del calcolo dell'importo spettante. 3.- In punto di rilevanza delle questioni sollevate, il Tribunale di Roma scarta la possibilità di una interpretazione costituzionalmente orientata, ritenendo che solo l'accoglimento delle questioni sollevate, per effetto della neutralizzazione della contribuzione da riscatto, potrebbe consentire l'applicazione, ai fini del ricalcolo del trattamento, del sistema "misto" previsto dall'art. 1, comma 12, della legge n. 335 del 1995. 4.- Sotto il profilo della non manifesta infondatezza, essendo incontestato tra le parti in causa che proprio (e solo) la contribuzione versata per il riscatto abbia comportato per il ricorrente un depauperamento del trattamento pensionistico rispetto a quello che sarebbe stato altrimenti calcolato con il sistema misto ex lege n. 335 del 1995, il rimettente invoca l'applicazione del principio di neutralizzazione. Si tratterebbe, infatti, di una contribuzione aggiuntiva al perfezionamento del requisito minimo contributivo, che potrebbe valere solo a incrementare la prestazione pensionistica e non a compromettere il livello già maturato, dovendo in tal caso essere esclusa dal computo della base pensionabile. La neutralizzazione si imporrebbe anche al fine di non contraddire la funzione stessa del riscatto, consistente, a parere del rimettente, nell'incrementare il trattamento pensionistico, a fronte di «un consistente onere economico». Sarebbe altrimenti irragionevole che, per effetto del riscatto «e finanche del pagamento di un onere economico», si determinasse una diminuzione del quantum di pensione altrimenti spettante. 5.- Prima di affrontare il merito delle censure, deve essere precisamente definito il thema decidendum. 5.1.- In primo luogo, occorre evidenziare che il rimettente censura - oltre all'art. 1, comma 13, della legge n. 335 del 1995 - anche l'art. 1, comma 707, della legge n. 190 del 2014, che ha aggiunto un ultimo periodo all'art. 24, comma 2, del d.l. n. 201 del 2011, come convertito. Vi è da ritenere, tuttavia, che il reale oggetto delle doglianze abbia a che fare proprio con l'ultimo periodo dell'appena citato art. 24, comma 2, tanto più che il giudice a quo non auspica una pronuncia ablativa dell'art. 1, comma 707, quanto piuttosto una pronuncia "additiva" rispetto alla previsione di legge introdotta dalla disposizione censurata.