[pronunce]

Prosegue il rimettente osservando, altresì, che l'esenzione de qua poteva giustificarsi nella vigenza dell'originario testo dell'art. 2135 del codice civile, ma, successivamente alla sua riformulazione, avvenuta per effetto dell'art. 1 del decreto legislativo 18 maggio 2001, n. 228 (Orientamento e modernizzazione del settore agricolo, a norma dell'articolo 7 della legge 5 marzo 2001, n. 57), l'affievolirsi del concreto collegamento fra l'attività d'impresa e lo sfruttamento del fondo, l'ampliamento del novero delle attività connesse e l'abbandono del criterio della loro riconducibilità all'esercizio normale della agricoltura, hanno reso ingiustificata la esenzione dell'imprenditore agricolo dalle procedure fallimentari. Nell'esaminare le modifiche apportate alla nozione di imprenditore agricolo il rimettente sottolinea - oltre alla avvenuta sostituzione della locuzione «bestiame» con quella di «animali» (significando essa che ad oggi ogni forma di allevamento rientra nella attività agricola) - che, attraverso l'uso dell'espressione «o possono utilizzare» - riferita al rapporto tra fondo agricolo e attività svolta - il legislatore ha inteso affermare che è possibile svolgere un'attività agricola anche senza l'effettiva utilizzazione del fondo, essendo, perciò, possibile che questo non eserciti più un ruolo produttivo, potendo «assurgere a mero strumento di conservazione delle piante». A seguito della intervenuta parificazione legislativa, rientrano, pertanto, nel paradigma dell'art. 2135 del codice civile non solo le ipotesi di coltura tradizionale ma anche quelle in cui la coltivazione è operata non sul terreno ma in soluzioni chimiche e nelle quali i fattori climatici sono condizionati dall'intervento umano. Allo stesso modo la possibile limitazione dell'opera dell'imprenditore agricolo ad una sola «fase necessaria del ciclo vegetale ed animale» consente l'attribuzione di tale qualifica anche a chi, secondo i precedenti schemi, agiva nell'ambito dell'impresa commerciale, limitandosi, ad esempio, ad attendere alla incubazione delle uova e, alla loro schiusa, alla vendita dei pulcini. 2.3.-- Aggiunge il rimettente che la non assoggettabilità alle procedure concorsuali dell'imprenditore agricolo apparirebbe ancor più irrazionale ove si tengano presenti le innovazioni normative introdotte nell'art. 2135 cod. civ. con riferimento allo svolgimento delle «attività connesse». Infatti queste, in passato, erano riconosciute come tali solo là dove sussistesse un vincolo soggettivo ed oggettivo con l'attività propriamente agricola, nel senso che le prime dovevano non solo essere compiute da chi svolgeva la seconda, ma anche essere legate al fondo da un rapporto di accessorietà e di strumentalità, mentre, attualmente, è considerato imprenditore agricolo anche chi «manipola, conserva, trasforma, commercializza o valorizza» prodotti che siano «prevalentemente» ottenuti dall'esercizio della attività agricola principale. Ritiene il rimettente che l'abbandono del criterio del «normale esercizio dell'agricoltura» e l'adozione di quello della «prevalenza», per l'«evanescenza» di quest'ultimo, renderà arduo il «concreto riscontro dell'attività agricola per connessione», potendosi considerare, ad esempio, agricola anche la attività di chi commerci, trasformi o conservi, unitamente a quelli da lui prodotti, anche frutti naturali provenienti da altri fondi non da lui coltivati. 2.4.-- Quanto alla rilevanza della questione, ad avviso del rimettente, non svolge alcun ruolo il fatto che l'art. 1 del decreto legislativo 29 marzo 2004, n. 99 (Disposizioni in materia di soggetti e attività, integrità aziendale e semplificazione amministrativa in agricoltura, a norma dell'articolo 1, comma 2, lettere d, f, g, l, ee, della legge 7 marzo 2003, n. 38), abbia previsto che le società di capitali sono considerate imprenditori agricoli professionali quando, oltre ad avere quale oggetto lo svolgimento della impresa agricola, almeno uno degli amministratori abbia la qualifica di imprenditore agricolo professionale. Siffatta disposizione, infatti, non avrebbe abrogato l'art. 2135 cod. civ. , ma avrebbe giustapposto alla categoria dell'imprenditore agricolo a titolo principale, quella, di nuova istituzione, di imprenditore agricolo professionale. 2.5.-- Conclude il Tribunale di Torre Annunziata osservando che, stante l'espressa equiparazione normativa operata dall'art. 2, comma 5, del decreto legislativo 18 maggio 2001, n. 226 (Orientamento e modernizzazione del settore della pesca e dell'acquacoltura a norma dell'articolo 7 della legge 5 marzo 2001, n. 57), è irrilevante che la Cera Fish s.r.l. sia un imprenditore ittico e non agricolo. 3.-- È intervenuto in giudizio, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, il Presidente del Consiglio dei ministri, chiedendo che la questione sia dichiarata inammissibile o manifestamente infondata. 3.1.-- Quanto alla inammissibilità, l'interveniente difesa rileva che il rimettente, che pur dà atto della circostanza che la società fallenda ha ceduto a terzi gran parte delle sue attività, non ha motivato, riguardo alla sussistenza dei requisiti per la dichiarazione di fallimento, né sulla rilevanza della cessazione della attività da parte della Cera Fish s.r.l. né sulla inefficacia degli atti dispositivi compiuti da questa dopo la notificazione della revoca del contributo. 3.2.-- Riguardo al merito, l'Avvocatura concorda col rimettente nell'affermare che il nuovo art. 2135 cod. civ. contiene una nozione di imprenditore agricolo più ampia della precedente, essendo state recepite sul piano giuridico le modifiche intervenute su quello tecnologico. L'impresa agricola non ha, infatti, più come suo obiettivo lo sfruttamento della naturale produttività della terra, ma si connota in senso «industriale». In tale mutata realtà economica, in cui possono darsi ipotesi di impresa agricola con struttura organizzativa anche più complessa dell'impresa commerciale, si pone la questione della conciliabilità coi principi costituzionali della esenzione dell'imprenditore agricolo dalle procedure concorsuali. Analoghe problematiche non sono sfuggite in passato all'attenzione del giudice delle leggi, il quale ha ritenuto non in contrasto con l'art. 3 Cost. la soggezione alle procedure concorsuali delle piccole società commerciali e non delle società artigiane, precisando, nell'occasione, che il diverso trattamento era frutto di una scelta discrezionale del legislatore, operata fra varie soluzioni possibili ed espressione di scelte attinenti alla generale politica economica e giudiziaria, precisando, altresì, che la disciplina della impresa artigiana costituisce un complesso di valutazioni e disposizioni legislative non riconducibili esclusivamente al tema della soggezione o meno alle procedure concorsuali. Ritiene l'Avvocatura che tali considerazioni siano pertinenti anche al caso presente, attesa la contiguità fra l'impresa artigiana e quella agricola;