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Tuttavia quest'organo, che patisce da tempo una strutturale carenza di organico, è in primo luogo gravato di una serie di funzioni (in particolare, la decisione sulla concessione delle misure alternative), che ne ostacolano la piena disponibilità e la possibilità di verificare in maniera approfondita e costante le condizioni di detenzione dei soggetti reclusi negli istituti penitenziari. In secondo luogo, la realtà carceraria dimostra una effettiva riluttanza dei detenuti a ricorrere al magistrato di sorveglianza quale organo garante dei loro diritti ed interessi legittimi, limitandosi prevalentemente a rivolgere allo stesso istanza unicamente per la futura concessione di permessi premio o di misure alternative alla detenzione. Questa riluttanza dei detenuti ad adire il magistrato di sorveglianza è certamente dovuta anche alla scarsa frequentazione degli istituti di pena da parte del magistrato, a sua volta ricondotta da alcuni all'idea che «una frequentazione assidua della prigione influenzerebbe il giudice, privandolo della necessaria imparzialità» (tesi riferita da A. Colombo, «Dietro le sbarre più fitte», in Il Manifesto , 7 giugno 1992, p. 5). Ma tale inidoneità della magistratura di sorveglianza a garantire efficacemente i diritti e gli interessi legittimi dei detenuti è soprattutto riconducibile alle condizioni eccessivamente restrittive che legittimano, ai sensi delle norme sull'ordinamento penitenziario, l'attivazione di un procedimento giurisdizionale tale da condurre all'emanazione di provvedimenti decisori dotati della cogenza necessaria ad imporsi all'amministrazione penitenziaria. Si tratta, come noto, della questione esaminata dalla Corte costituzionale nella citata sentenza n. 26 del 1999, con la quale è stata dichiarata l'illegittimità degli articoli 35 e 69 della legge 26 luglio 1975, n. 354, nella parte in cui tali disposizioni non prevedono una tutela giurisdizionale nei confronti degli atti dell'amministrazione penitenziaria lesivi dei diritti del detenuto, ma soltanto in relazione alle materie del lavoro e della disciplina, tassativamente indicate dal comma 6 dell'articolo 69 della legge medesima. Il presente disegno di legge interviene innanzitutto a colmare questo vuoto di tutela denunciato dalla Corte costituzionale, riscrivendo quindi la norma censurata in conformità con quanto statuito dalla Consulta. Ma non solo. Al fine di prevedere un efficace sistema di garanzia per la salvaguardia dei diritti dei detenuti, degli internati, dei soggetti trattenuti e di coloro che sono sottoposti a trattamento sanitario obbligatorio (t.s.o.) il presente disegno di legge istituisce il Garante dei diritti delle persone private della libertà personale, organo autonomo, esterno ed indipendente rispetto all'amministrazione penitenziaria ma anche alla magistratura di sorveglianza, con l'incarico di vigilare affinché l'esecuzione delle misure restrittive della libertà personale sia conforme alle disposizioni ed ai princìpi sanciti dalla Costituzione, dalle convenzioni internazionali sui diritti umani ratificate dall'Italia, dalle leggi dello Stato e dai regolamenti. La presenza assidua di un soggetto terzo appare infatti idonea a garantire in maniera efficace la preservazione dei delicati equilibri sui quali si basa il rapporto, spesso teso, tra i soggetti sottoposti a misure restrittive della libertà personale, da un lato e, dall'altro, amministrazione penitenziaria e Forze dell'ordine, sia in carcere, che nei centri di permanenza temporanea ed assistenza, che nelle camere di sicurezza presso commissariati e caserme. Il Garante dei diritti delle persone private della libertà personale è titolare di ampi poteri ispettivi, che gli consentono di verificare che le condizioni di esecuzione delle suddette misure siano conformi alle prescrizioni normative a tutela della dignità e dei diritti umani, suggerendo in tal modo le modifiche ritenute opportune per migliorare lo stato delle strutture detentive ed invitando -- anche con attività di persuasione, seguita se del caso dall'attivazione di un procedimento disciplinare -- i responsabili delle condotte illecite alla pronta ottemperanza a quanto richiesto dal Garante dei diritti medesimo. L'articolo 5 del presente disegno di legge sancisce il diritto di tutti i detenuti, o dei soggetti comunque sottoposti a misure restrittive della libertà personale o anche a t.s.o. , di rivolgersi al Garante dei diritti senza vincoli di forma. Parallelamente, gli articoli 35 e 69 della citata legge n. 354 del 1975, come modificati dall'articolo 16 del presente disegno di legge, sanciscono l'obbligo dell'acquisizione del parere del Garante dei diritti da parte del magistrato di sorveglianza tenuto a decidere in ordine ai reclami proposti da detenuti ed internati avverso atti dell'amministrazione penitenziaria lesivi dei loro diritti. È quindi evidente come l'attività di monitoraggio e valutazione delle condizioni di detenzione, da parte del Garante dei diritti, non sostituisca né comprima in alcun modo le funzioni ed i poteri del magistrato di sorveglianza. Al contrario quest'ultimo potrà avvalersi della proficua attività del Garante dei diritti, della sua competenza specifica, derivante dalla formazione culturale diversa da quella propria della magistratura, nonché dall'approfondita conoscenza della realtà carceraria da parte del Garante dei diritti, resa possibile anche dalla sua assidua e costante presenza nelle strutture di detenzione. Con una novella alla stessa legge sull'ordinamento penitenziario, si disciplina peraltro un procedimento ad hoc attivabile su ricorso da parte del Garante dei diritti. Il Garante dei diritti esplica quindi una funzione complementare e parallela a quella della magistratura di sorveglianza, realmente idonea garantire la salvaguardia dei diritti delle persone private della libertà personale, nella prospettiva peraltro di un miglioramento complessivo delle condizioni delle strutture di detenzione e di un'attenuazione delle tensioni spesso presenti al loro interno e suscettibili di determinare reazioni non sempre ponderate da parte dell'amministrazione penitenziaria, certamente gravata da un ruolo di estrema difficoltà. La sua attività di costante monitoraggio e frequentazione delle strutture di detenzione, le sue funzioni raccomandatorie e di moral suasion, il suo potere solo indirettamente sanzionatorio (limitato alla possibilità di richiedere, nei casi più gravi, l'attivazione di un procedimento disciplinare nei confronti dell'autore di condotte lesive dei diritti dei soggetti privati della libertà personale) rendono il Garante dei diritti l'organo maggiormente idoneo alla garanzia dell'effettiva salvaguardia dei diritti delle persone soggette a misure restrittive della libertà. Le sue funzioni di mediazione -- caratteristiche dell'organo dell' ombudsman -- rappresentano il necessario complemento alla tutela giurisdizionale dei diritti dei detenuti, consentendo così di adeguare l'ordinamento italiano alle prescrizioni di fonti internazionali ma, ancor prima, ai princìpi fondamentali dello Stato di diritto.