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Modifiche all'articolo 12 del decreto-legge 31 maggio 2010, n.78, convertito, con modificazioni, dalla legge 30 luglio 2010, n.122, e successive modificazioni, al fine di sospendere fino al 31 dicembre 2022 l'adeguamento dell'età pensionabile agli incrementi della speranza di vita. Onorevoli Senatori. -- Le riforme pensionistiche che si sono succedute a partire dagli anni Novanta del secolo scorso hanno prodotto una riduzione della spesa pensionistica che consente di affermare che essa non desta preoccupazione per il bilancio dello Stato: 1) da un lato, secondo la Ragioneria generale dello Stato, gli interventi approvati a partire dal 2004 hanno prodotto una riduzione cumulata dell'impatto della spesa pensionistica sul PIL pari a circa il 60 per cento del PIL al 2050 (vedasi il Rapporto n. 15 sulle tendenze di medio e lungo periodo del sistema pensionistico e socio-sanitario, aggiornato al 2014). Se si considera la sola riforma Fornero, essa ha generato una riduzione della spesa rispetto al PIL che si protrae per circa 30 anni. Oggi la spesa pensionistica impatta sul PIL per circa il 16 per cento e secondo le previsioni andrà scendendo fino al 14,6 per cento intorno al 2060; 2) dall'altro lato, la sostenibilità finanziaria della spesa pensionistica è stata messa in sicurezza da almeno quindici anni, essendo essa in attivo se si sottrae la parte destinata a fini assistenziali (che è a carico dello Stato, ma figura nel bilancio INPS) e non previdenziali e la quota relativa alle tasse (IRE) che ritornano o rimangono nelle casse dello Stato. Con tali sottrazioni il saldo contabile per il 2013 è stato positivo di circa 1,3 punti percentuali sul PIL (circa 21 miliardi), ma negli anni precedenti ha anche superato il 2 per cento. Il risultato raggiunto dalle riforme previdenziali non è positivo, tuttavia, dal momento che tutte esse hanno inciso sul sistema di calcolo della pensione e sull'innalzamento dell'età pensionabile. Con la conseguenza che l'effetto immediato di risparmio prodotto dall'innalzamento dell'età pensionabile è in contrasto con gli effetti negativi che esse hanno avuto sul PIL, ad esempio per la sua incidenza sulla produttività e sull'innovazione, che sono anche legate all'età anagrafica. Tuttavia, le riforme pensionistiche che si sono succedute, in particolare l'ultima, hanno sempre avuto l'obiettivo di sottrarre risorse al sistema previdenziale per sostenere il bilancio dello Stato, all'interno di una visione economica, politica e sociale, secondo cui la riduzione della media degli importi delle pensioni e l'innalzamento dell'età pensionistica favorirebbe la crescita del PIL e aumenterebbe l'equità a vantaggio delle giovani generazioni. Attualmente il rapporto tra pensione media e salario medio è pari al 45 per cento, ma è previsto che scenda a circa il 33 per cento nel 2036. L'esperienza di questi ultimi venticinque anni (ovvero dall'inizio delle riforme degli anni Novanta) dimostra che tale impostazione è sbagliata perché la situazione della crescita non è migliorata, né quella delle giovani generazioni. La conclusione dovrebbe essere che la scelta di continuare a far ricadere sulla popolazione anziana il peso dell'invecchiamento demografico, anziché sull'intera popolazione, è ideologica e fondamentalmente sbagliata dal punto di vista etico, del patto tra generazioni e della credibilità del sistema nel tempo. Sarebbe dunque necessario abolire in toto la controriforma Fornero. Nell'immediato, con il nostro disegno di legge, vogliamo affrontare un aspetto importante ossia l'adeguamento automatico dell'età pensionabile all'incremento delle aspettative di vita. E questo perché la «Riforma» Fornero, il decreto-legge n. 78 del 2010, prevede all'articolo 12, comma 12- bis , che tale adeguamento debba avvenire a cadenza triennale con decreto direttoriale del Ministero dell'economia e delle finanze di concerto con il Ministero del lavoro e delle politiche sociali, da emanare almeno dodici mesi prima della data di decorrenza di ogni aggiornamento, cioè nel nostro caso entro il 31 dicembre 2017. La mancata emanazione del predetto decreto direttoriale, peraltro, comporta responsabilità erariale. En passant , occorre sottolineare come appaia assai bizzarro che la responsabilità di tale decreto non sia politica e dunque non faccia capo al Ministro stesso. È iniziata, già rilevata dall'ISTAT, una brusca inversione di tendenza della prospettiva di sopravvivenza della popolazione italiana. Ciò è drammatico non solo in sé, ma anche in quanto è il risultato della riduzione delle prestazioni del Servizio sanitario nazionale e dell'assistenza agli anziani, come ipotizzato da numerosi ricercatori ed esperti socio-economici. È da rilevare che una riduzione della prospettiva di vita di una popolazione è un evento doloroso che storicamente ricorre in coincidenza di guerre o crisi sociali, politiche ed economiche di proporzioni e durata gigantesca. Un esempio per tutti, in tempi recenti: il crollo di quasi venti anni della prospettiva di vita della popolazione russa maschile nel periodo compreso, all'incirca, tra il 1980 e il 2000 – in seguito parzialmente recuperato – conseguente ai processi di disfacimento dell'URSS. La cosa più paradossale è che, pur di fronte a questa drammatica ed avvilente riduzione della prospettiva di vita della nostra popolazione, prosegue l'aumento dell'età pensionabile. La previsione (decreto-legge n. 78 del 2010, articolo 12, comma 12- ter ) che «lo stesso aggiornamento non viene effettuato nel caso di diminuzione della predetta speranza di vita» non è – a nostro avviso – una bizzarria. Si può facilmente intuire che i legislatori – su mandato della BCE e dei creditori europei – sin da allora preconizzassero che la curva di incremento della prospettiva di vita della popolazione italiana avrebbe subito un'inversione negli anni successivi. La questione più grave dell'aumento dell'età pensionabile – oltre al fatto di togliere il diritto al meritato riposo alle persone anziane, sottraendo anche alle famiglie il loro aiuto, ad esempio, nella cura dei nipoti – è il rischio catastrofico di essere espulsi dal lavoro ancor prima del raggiungimento dell'età della pensione. Molti posti di lavoro, infatti, oggi sono in bilico e le aziende fanno e faranno di tutto per liberarsi proprio dei lavoratori anziani, in quanto meno in salute e meno forti fisicamente, con maggiore probabilità di essere tecnicamente obsolescenti e in genere meglio pagati. Inoltre, tutto ciò penalizza nella ricerca di un'occupazione le nuove generazioni come dimostrano i dati ISTAT in materia. D'altronde, in materia di età pensionabile abbiamo di gran lunga superato la media europea e quella di tutti i Paesi dell'OCSE. L'Italia, infatti, ha l'età di accesso alla pensione più alta d'Europa: 66 anni e 7 mesi per gli uomini e per le donne del settore pubblico e privato. Mediamente nei Paesi dell’Unione europea gli uomini vanno in pensione a 64 anni e 4 mesi, le donne a 63 anni e 4 mesi: gli italiani e le italiane vanno, dunque, in pensione due anni dopo rispetto agli altri cittadini europei.