[pronunce]

Ed invero, è quest'ultima ad affermare espressamente «che solo un suo provvedimento di sequestro avrebbe potuto soddisfare le esigenze di giustizia», atteso che, unicamente grazie ad esso, essa «avrebbe potuto “effettuare rilevamenti e accertamenti”» indispensabili alle indagini. In tal modo, però, la ricorrente «svolge argomenti e, nel merito, formula domande che avrebbero senso solo in un conflitto da vindicatio potestatis». 7.2. — In via di subordine, per quanto attiene al merito del ricorso, la Camera dei deputati ha concluso per il rigetto dello stesso sulla base dei seguenti rilievi. Si evidenzia, in primo luogo, come gli atti compiuti dalle Commissioni parlamentari d'inchiesta siano «perfettamente utilizzabili dall'Autorità giudiziaria», e ciò in conseguenza del pieno «parallelismo tra i poteri e le limitazioni» che le prime come la seconda incontrano nell'esercizio delle rispettive funzioni (è citata, in proposito, la sentenza n. 231 del 1975). Nella specie, poi, la Commissione parlamentare d'inchiesta «non solo non ha opposto ostacoli» alla trasmissione delle risultanze dell'indagine peritale espletata, «ma ha messo a disposizione della ricorrente la stessa vettura sulla quale gli accertamenti erano stati eseguiti», senza che, dunque, si rendesse necessario gravare il veicolo di un provvedimento di sequestro «per compiere tutti i rilievi e gli accertamenti supplementari ritenuti utili dalla stessa ricorrente». A tal fine, infatti, sarebbe stata sufficiente – secondo la Camera dei deputati – la semplice «messa a disposizione» del bene, atto idoneo a “conservare” in capo alla ricorrente «i propri poteri giurisdizionali» (è citata la sentenza n. 149 del 2007), e dunque a salvaguardare le «attribuzioni costituzionali in campo». Né, d'altra parte, a conclusioni diverse potrebbe pervenirsi – contrariamente a quanto assume la ricorrente – attraverso l'evocazione del principio di leale collaborazione, giacché, assecondando l'impostazione del ricorso, si finirebbe con il conferire a tale principio un contenuto costituzionalmente vincolato, laddove, invece, il suo funzionamento dipende da «scelte che il legislatore può operare fra diversi modelli in astratto possibili», purché dirette a conseguire un «equilibrio razionale e misurato» tra «le istanze dello Stato di diritto, che tendono ad esaltare i valori connessi all'esercizio della giurisdizione», e «la salvaguardia di ambiti di autonomia sottratti al diritto comune, che valgono a conservare alla rappresentanza politica un suo indefettibile spazio di libertà» (è citata, sul punto, la sentenza n. 149 del 2007; sono richiamate anche le sentenze n. 451 del 2005, n. 263 del 2003, n. 225 del 2001). Del resto, se l'esistenza di «svariate misure di raccordo o di coordinamento paritario», finalizzate a dare concreta attuazione al principio di leale collaborazione, è stata affermata in termini generali dalla giurisprudenza costituzionale (è citata la sentenza n. 214 del 1998), quando, addirittura, manchino – come nella specie – delle regole da integrare, «la flessibilità dei modelli di leale collaborazione è ancora più evidente e necessaria», non potendo la Corte costituzionale – sottolinea la Camera dei deputati – introdurre «in via interpretativa un complesso di regole procedurali del tutto nuovo». A tale esito, per contro, si perverrebbe nel caso in esame, giacché l'accoglimento delle domande della ricorrente finirebbe con l'imporre «una ed una sola forma di leale collaborazione» e ciò, appunto, «in assoluta carenza di regole che dettino anche semplicemente un quadro di riferimento». Pertanto, contrariamente a quanto ipotizzato dalla ricorrente Procura della Repubblica presso il Tribunale, deve escludersi che, nel caso di specie, «il principio di leale collaborazione potesse essere osservato solo con la rinuncia della Commissione a procedere “autonomamente”, ben potendo essere seguite – invece – altre strade, esse pure capaci di salvaguardare le prerogative di entrambi i poteri a confronto». Del resto, anche in quello che la Camera dei deputati indica come il leading case in materia (la sentenza n. 231 del 1975), si è riconosciuta l'ammissibilità di «accertamenti svolti o direttamente disposti dalla Commissione», ovvero di «atti da questa formati o direttamente disposti ai propri fini e secondo i propri metodi di lavoro». Diversamente opinando, e dunque imponendo alla Camera (e per essa alla Commissione d'inchiesta) «di declinare il principio di leale collaborazione tra poteri dello Stato non già nei termini dell'informazione e della trasmissione o messa a disposizione di atti, documenti e beni», bensì «in quelli della congiunta esecuzione degli eventuali accertamenti», si finirebbe con il confondere tale principio «con l'interferenza in corso d'opera di un potere sull'altro». 8.- La Camera dei deputati ha depositato il 16 gennaio 2008 un'ulteriore memoria difensiva, e ciò sul presupposto che la sentenza n. 241 del 2007 «non precluda alle parti la produzione di scritti difensivi nell'imminenza dell'udienza», ai sensi di quanto previsto dagli artt. 10 e 26, comma 4, delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale. Ciò premesso, la Camera rammenta di aver formulato eccezione di improcedibilità del conflitto per sopravvenuta carenza di interesse , e ciò in ragione del fatto che la ricorrente Procura della Repubblica risultava aver formulato una richiesta di archiviazione del procedimento finalizzato all'individuazione dei mandanti dell'omicidio della Alpi e del Hrovatin. Orbene, le argomentazioni addotte a sostegno di tale eccezione – prosegue la Camera – debbono essere confermate, sebbene risulti da notizie di stampa che il Giudice per le indagini preliminari abbia «respinto la richiesta di archiviazione, concedendo sei mesi per lo svolgimento di ulteriori accertamenti». Difatti, nei giudizi per conflitto di attribuzione «l'interesse alla pronuncia sul conflitto si può desumere solo ed unicamente dagli atti e dai comportamenti delle parti del conflitto stesso». Rilevante, invece, è la circostanza – sempre ad avviso della Camera dei deputati – che il G.i.p. romano sia stato indotto ad assumere la propria decisione sulla base degli elementi raccolti – all'esito dell'indagine tecnica espletata dal dr. Luzi – dalla Commissione parlamentare d'inchiesta. In tal modo il G.i.p. avrebbe, infatti, confermato quanto affermato dalla Camera – a sostegno della richiesta di rigetto del ricorso – in ordine alla piena utilizzabilità, nel procedimento penale, degli atti posti in essere dalla Commissione stessa. All'udienza del 29 gennaio 2008 le parti hanno ribadito le rispettive conclusioni. In particolare, la ricorrente Procura della Repubblica ha chiesto che sia disposta l'acquisizione del provvedimento adottato dal G.i.p. , a norma dell'art. 409, comma 4, del codice di procedura penale, ed ha chiesto, altresì, la secretazione del documento limitatamente a taluni punti.