[pronunce]

che è intervenuto nel giudizio di costituzionalità il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, la quale ha eccepito, in via preliminare, l'inammissibilità della questione per difetto di rilevanza; che, al riguardo, la difesa erariale osserva come, alla luce della giurisprudenza di legittimità, la disposizione del comma 1-ter dell'art. 47-ter della legge n. 354 del 1975 – in forza della quale, quando potrebbe essere disposto il rinvio obbligatorio o facoltativo dell'esecuzione della pena ai sensi degli artt. 146 e 147 cod. pen. , il tribunale di sorveglianza, anche se la pena supera il limite di cui al comma 1 dello stesso art. 47-ter, può applicare la detenzione domiciliare – opera esclusivamente ove ricorrano i presupposti per il rinvio dell'esecuzione stabiliti dal codice penale: donde l'irrilevanza della questione nel caso concreto, in cui si discute di un condannato che versa bensì nelle condizioni di salute previste dall'art. 147, primo comma, numero 2, cod. pen. ai fini del rinvio facoltativo; ma che non può comunque beneficiare di quest'ultimo in virtù dell'ultimo comma dello stesso articolo, in quanto socialmente pericoloso; che, nel merito, ad avviso dell'Avvocatura dello Stato, la questione sarebbe comunque infondata: la scelta di limitare la facoltà di concedere provvisoriamente la detenzione domiciliare ai casi descritti dai commi 1 e 1-bis dell'art. 47-ter dell'ordinamento penitenziario – escludendola per la diversa ipotesi cui al comma 1-ter – rientrerebbe nella discrezionalità del legislatore, dato che l'ipotesi esclusa non concreterebbe un vero e proprio caso di espiazione della pena nella forma della detenzione domiciliare, ma una particolare modalità di differimento dell'esecuzione della pena (differimento con detenzione domiciliare). Considerato che il giudice rimettente dubita della legittimità costituzionale, in riferimento agli artt. 3, 27 e 32 Cost., dell'art. 47-ter, comma 1-quater, della legge n. 354 del 1975, nella parte in cui non consente al magistrato di sorveglianza di applicare in via provvisoria la misura della detenzione domiciliare – oltre che nei casi indicati dai commi 1 e 1-bis – anche in quello contemplato dal comma 1-ter dello stesso art. 47-ter, vale a dire quando potrebbe essere disposto il rinvio obbligatorio o facoltativo della esecuzione della pena ai sensi degli artt. 146 e 147 cod. pen. : ipotesi nella quale la predetta misura può essere adottata dal tribunale di sorveglianza anche se la pena che il condannato deve espiare supera il limite previsto dal citato comma 1 dell'art. 47-ter (quattro anni di reclusione, anche come residuo di maggior pena); che l'eccezione di inammissibilità della questione per difetto di rilevanza, sollevata dall'Avvocatura dello Stato, non è fondata; che appare infatti condivisibile l'assunto del giudice a quo, stando al quale il requisito cui il quarto comma dell'art. 147 cod. pen. subordina il rinvio facoltativo dell'esecuzione della pena (ipotesi che viene in considerazione nella specie) – ossia l'insussistenza del «concreto pericolo della commissione di delitti» – va valutato con riferimento al regime della cui applicazione si discute; che, in tale ottica, la circostanza che la pericolosità del condannato risulti – per affermazione dello stesso giudice rimettente – incompatibile, nel caso concreto, con la liberazione pura e semplice, non esclude che possa essere comunque disposta la misura della detenzione domiciliare ex art. 47-ter, comma 1-ter, della legge n. 354 del 1975, ove tale misura – per i suoi contenuti, i controlli che ad essa accedono ed il regime sanzionatorio che presidia l'inosservanza delle relative prescrizioni – appaia viceversa idonea ad arginare l'anzidetta pericolosità: in tal caso, difatti, rispetto all'applicazione della detenzione domiciliare, il «concreto pericolo di commissione di delitti» dovrebbe ritenersi assente; che, in effetti, l'introduzione – a seguito della novellazione dell'ordinamento penitenziario operata dalla legge n. 165 del 1998 – di una nuova ipotesi di detenzione domiciliare, concepita come alternativa rispetto al differimento dell'esecuzione della pena, si giustifica anche e soprattutto nella prospettiva di creare uno strumento intermedio e più duttile tra il mantenimento della detenzione in carcere e la piena liberazione del condannato (conseguente al rinvio): permettendo così di tener conto della eventuale pericolosità sociale residua di quest'ultimo e della connessa necessità di contemperamento delle istanze di tutela del condannato medesimo con quelle di salvaguardia della sicurezza pubblica; che, nel merito, peraltro, la scelta di riservare l'applicazione della misura de qua al solo giudice collegiale (il tribunale di sorveglianza, che comprende anche esperti non togati, ai sensi dell'art. 70 della legge n. 354 del 1975), escludendo “anticipazioni” in via urgente da parte del giudice monocratico (magistrato di sorveglianza) – scelta che evidentemente evoca le garanzie di maggior ponderazione assicurate dalla decisione del collegio – rientra nell'ambito dell'ampia discrezionalità spettante al legislatore nella disciplina degli istituti processuali: discrezionalità che – al di là di ogni possibile valutazione di merito, estranea al sindacato di costituzionalità – non può ritenersi esercitata, nel frangente, in modo manifestamente irrazionale ed arbitrario, anche in una cornice di sistema; che per quanto attiene, in particolare, alla coerenza interna della disciplina della detenzione domiciliare, appare difatti agevole rinvenire la ratio del differente trattamento dell'ipotesi di cui al comma 1-ter dell'art. 47-ter rispetto a quelle di cui ai commi 1 e 1-bis – per le quali l'applicazione provvisoria ad opera del magistrato di sorveglianza è viceversa ammessa – nella circostanza che la prima fattispecie prescinde, a differenza delle seconde, da ogni limite di pena; con conseguente idoneità ad operare anche in rapporto ad autori di reati di estrema gravità (ivi compreso l'ergastolano), che debbano ancora espiare l'intera pena loro inflitta o gran parte di essa; che sul piano, poi, della coerenza generale del sistema, la circostanza che, in base all'art. 684, comma 2, cod. proc. pen. , il magistrato di sorveglianza possa ordinare in via provvisoria il differimento dell'esecuzione della pena o la liberazione del condannato detenuto, allorché abbia fondato motivo di ritenere sussistenti i presupposti di cui agli artt. 146 e 147 cod. pen. , non si traduce – contrariamente a quanto mostra di ritenere il giudice a quo – in un elemento di contraddizione, tale da rendere assolutamente ingiustificabile la negazione al giudice monocratico – in presenza dei medesimi presupposti ed a parità di pena da espiare – del potere di applicare provvisoriamente la detenzione domiciliare, che pure può essere considerata un quid minus rispetto alla sottrazione “secca” all'esecuzione della pena;