[pronunce]

- Si pone, quindi, il problema se l'impugnazione, tramite ricorso per conflitto fra enti, di un atto che conferma, riproduce o attua il contenuto di un precedente atto sia preclusa dalla mancata valida impugnazione dell'atto originario. Al problema deve essere data soluzione positiva, nel senso della sussistenza di una tale preclusione. La giurisprudenza di questa Corte afferma infatti, fin dalle sue prime pronunce, che il conflitto di attribuzione è ammissibile allorché la lesione della competenza derivi immediatamente e direttamente dall'atto impugnato ed è, invece, inammissibile qualora l'atto impugnato «ripeta identicamente il contenuto o [...] costituisca una mera e necessaria esecuzione» di un altro atto «che ne costituisca il precedente logico e giuridico» (sentenze n. 472 del 1975, n. 32 del 1958 e n. 18 del 1956). In altri termini, in relazione ad atti meramente confermativi o consequenziali, il «conflitto difetterebbe degli essenziali requisiti dell'originarietà e dell'attualità, dovendosi in tali ipotesi riconoscere che [...] il ricorso rivolto alla prospettazione del conflitto [...] avrebbe dovuto essere avanzato a proposito dell'atto che lo aveva causato, [...] entro il relativo termine» (sentenza n. 206 del 1975). In particolare, questa Corte ha ripetutamente sottolineato «l'inammissibilità dei ricorsi per conflitto di attribuzione proposti contro atti meramente consequenziali (confermativi, riproduttivi, esplicativi, esecutivi, etc.) rispetto ad atti anteriori, non impugnati, con i quali era già stata esercitata la competenza contestata (v., ad esempio, sentenze n. 63 del 1965, n. 94 e n. 112 del 1972, n. 28 del 1979). In tali ipotesi, infatti, si verifica una decadenza dall'esercizio dell'azione, che, a differenza delle posizioni sostanziali, è pur sempre disponibile, per il fatto che in siffatta evenienza, attraverso l'impugnazione dell'atto meramente consequenziale, si tenta, in modo surrettizio, di contestare giudizialmente l'atto di cui quello impugnato è mera conseguenza e per il quale è già inutilmente spirato il termine» di sessanta giorni stabilito dal secondo comma dell'art. 39 della legge 11 marzo 1953, n. 87, entro il quale il ricorso doveva essere proposto (sentenza n. 525 del 1990; in senso analogo, sentenza n. 84 del 1976). Tale orientamento deve qui essere confermato. Infatti, la decadenza fissata dall'art. 39 della legge n. 87 del 1953 non ha nulla a che vedere con la disponibilità della competenza costituzionale, perché ha per oggetto l'esercizio dell'azione diretta alla proposizione del conflitto, «azione che, a differenza delle posizioni sostanziali, è pur sempre disponibile» (sentenza n. 525 del 1990). Ne consegue l'impossibilità di mettere in discussione il riparto delle competenze costituzionali, impugnando atti meramente confermativi o consequenziali rispetto ad altri per i quali sia già inutilmente spirato il termine di proponibilità del ricorso. Non potrebbe osservarsi al riguardo che il conflitto deve essere in ogni caso ammesso, in quanto la sua mancata proposizione entro il termine decadenziale di sessanta giorni, fissato dall'art. 39 della legge n. 87 del 1953, si risolverebbe altrimenti in un non consentito atto di disposizione dell'attribuzione costituzionale da parte dell'ente. In questo senso hanno argomentato alcune non recenti pronunce di questa Corte (sentenze n. 171 del 1971, n. 3 del 1964, n. 58 del 1959, n. 77 del 1958, n. 44 del 1957), cui fanno mero richiamo le sentenze n. 95 del 2003 e n. 389 del 1995, sul rilievo che oggetto del conflitto non è tanto la legittimità dell'atto che l'ha generato, quanto la lesione delle attribuzioni costituzionali dell'ente; attribuzioni che non sono disponibili, perché discendono direttamente da norme costituzionali, con la conseguenza che ad esse non può applicarsi l'istituto dell'acquiescenza. Tale interpretazione non può peraltro essere condivisa. In primo luogo, va rilevato che, benché l'oggetto del conflitto sia la lesione delle attribuzioni costituzionali dell'ente, all'accertamento di tale lesione si può pervenire solo attraverso la tempestiva impugnazione dell'atto che si assume l'abbia prodotta. Infatti, l'indicato art. 39 individua, quale condizione necessaria per promuovere il conflitto, l'impugnazione dell'atto, precisando che «Il ricorso per regolamento di competenza deve indicare come sorge il conflitto di attribuzione e specificare l'atto dal quale sarebbe stata invasa la sfera di competenza, nonché le disposizioni della Costituzione e delle leggi costituzionali che si ritengono violate». In secondo luogo, va osservato che la Corte - nelle citate sentenze n. 95 del 2003, n. 389 del 1995, n. 58 del 1993 e n. 278 del 1991 - fa rientrare nella nozione di acquiescenza anche il caso in cui l'ente titolare della competenza costituzionale non impugni l'atto che lede tale competenza nel termine decadenziale di sessanta giorni; considera, cioè, il mancato rispetto di tale termine quale atto di disposizione della competenza da parte dell'ente. Questa interpretazione conduce, però, alla conseguenza di attribuire all'ente un'assoluta discrezionalità nel decidere quale atto impugnare nell'àmbito di una successione di atti di contenuto analogo parimenti lesivi di una stessa competenza costituzionale, conseguenza che è vietata dallo stesso art. 39 della legge n. 87 del 1953, il quale - come appena visto - allo scopo di garantire la certezza dell'assetto delle competenze costituzionali, stabilisce il momento a partire dal quale tale assetto non può piú essere contestato mediante lo strumento del conflitto. Appare, perciò, evidente che detta decadenza dalla proposizione del conflitto costituisce un'ipotesi del tutto diversa da quella dell'acquiescenza ad atti di disposizione della competenza costituzionale - vietata invece dall'ordinamento - quali sono quelli di rinuncia (espressa o per comportamenti concludenti) ad impugnare l'atto lesivo manifestata prima della scadenza del termine decadenziale. 3.5. - Ne deriva, in conclusione, che nei conflitti fra enti la mancata impugnazione di un atto preclude l'impugnazione di atti che rispetto a questo siano meramente confermativi, riproduttivi o esecutivi. Pertanto, nel caso in esame, deve essere dichiarata l'inammissibilità dei ricorsi n. 1, n. 7 e n. 14 del 2009, perché gli atti impugnati hanno un contenuto che conferma quello della nota del Ministero dei trasporti, Dipartimento trasporti terrestri, personale, affari generali e pianificazione generale dei trasporti, 14 febbraio 2008, n. 0014656 - Dip. 4, non validamente impugnata. 4. - Quanto al conflitto r. confl. enti n. 13 del 2009, proposto dallo Stato nei confronti della Regione, va preliminarmente rilevato che esso ha per oggetto: