[pronunce]

4.- L'Avvocatura generale dello Stato solleva plurime eccezioni d'inammissibilità con riferimento alle questioni indicate. 4.1.- Con la prima, l'inammissibilità è addebitata alla genericità della prospettazione e all'insufficiente indicazione delle ragioni di contrasto tra norma censurata e parametri costituzionali invocati. Tale eccezione non è fondata, con specifico riferimento alla questione posta per violazione del primo comma dell'art. 3 Cost. Sia pure in sintesi, il rimettente individua parametro costituzionale in ipotesi violato e tertium comparationis, identificando quest'ultimo nella situazione del soggetto che commette un reato contro il patrimonio e, non essendo legato da rapporti di parentela con la vittima, non può beneficiare della non punibilità prevista dalla norma censurata. Una siffatta identificazione del tertium non è generica né palesemente arbitraria, giacché, attraverso la sua evocazione, è chiamata in causa la stessa ragionevolezza dell'eccezione alla punibilità apprestata dall'art. 649, primo comma, cod. pen. È vero, come sostiene l'Avvocatura generale dello Stato, che l'ordinanza di rimessione si alimenta, sul punto, solo di qualche cenno al mutamento dei rapporti socio-familiari, senza ulteriori argomentazioni di rilievo costituzionale, che consentano di apprezzare l'asserita irragionevolezza manifesta del trattamento differenziale, il quale dovrebbe essere valutato, in ogni caso, alla luce della particolare posizione che l'art. 29 Cost. assicura alla famiglia fondata sul matrimonio. Il mutato contesto sociale e culturale costituisce, tuttavia, il profilo essenziale e puntuale delle censure prospettate, che non implausibilmente interrogano l'effettiva necessità della disciplina derogatoria denunciata (e dunque la attuale sua ragionevolezza), quale presidio efficace dell'istituzione familiare. Secondo il giudice a quo, il regime penale dei delitti contro il patrimonio in ambito familiare deve essere apprezzato, oggi, alla luce delle trasformazioni che hanno interessato la famiglia ed i rapporti tra i suoi componenti. In definitiva, è posto con precisione il tema della perdurante attualità di una risalente ratio legis, della sua adeguatezza a reggere ragionevolmente, nel particolare settore dei delitti contro il patrimonio, l'assetto penalistico dei rapporti endofamiliari. La circostanza che l'ordinanza esibisca, sul punto, carenze argomentative - poiché neppure specifica quali profili di novità della disciplina normativa e della realtà sociale dei rapporti interni alla famiglia contrasterebbero con la norma censurata - può certo essere oggetto di rilievi. Ma essi riguarderebbero semmai il merito della questione sollevata, non la sua ammissibilità. Non si tratta, in effetti, di carenze tali da rendere oscuro od impreciso il senso della censura proposta dal Tribunale, e tali dunque da giustificare una pronuncia in limine, che la giurisprudenza di questa Corte àncora alla estrema genericità della prospettazione, all'omessa indicazione dei parametri di riferimento, o all'assente o insufficiente motivazione in ordine alle ragioni per cui la disposizione censurata ne comporterebbe la violazione (di recente, ex multis, sentenze n. 178, n. 126, n. 120, n. 113, n. 100, n. 70 e n. 52 del 2015). 4.2.- Risulta evidente, piuttosto, l'inammissibilità delle questioni sollevate con riferimento alla pretesa violazione, da parte della norma censurata, degli artt. 3, secondo comma, e 24 Cost. È palese, in proposito, il carattere generico ed apodittico della prospettazione del rimettente, che non consente di comprendere, da un lato, in che senso i familiari vittime del reato siano necessariamente da considerare «soggetti deboli» e, dall'altro, perché mai la compressione della tutela penale debba tradursi nella generalizzata eliminazione, in capo alle persone offese, di qualunque altra possibilità di usufruire della tutela giurisdizionale, in asserita violazione del diritto di difesa. Il rimettente, a tale ultimo proposito, non ha neppure indicato se ritenga (in contrasto, tra l'altro, con la costante giurisprudenza di questa Corte: ex multis, da ultimo, sentenza n. 23 del 2015) che il diritto di azione debba essere sempre garantito in sede penale o se piuttosto ritenga preclusa, per la persona offesa dal reato, finanche la tutela civile del diritto patrimoniale violato dal comportamento del congiunto. Quando il provvedimento introduttivo risulta carente in ordine alle ragioni di contrasto tra la norma censurata ed i parametri costituzionali evocati, la giurisprudenza costituzionale è costante nel senso che la relativa questione deve considerarsi inammissibile (ex multis, oltre alle decisioni già citate, sentenza n. 326 del 2008, ordinanze n. 16 del 2014 e n. 175 del 2009). 4.3.- L'Avvocatura generale dello Stato sostiene che la questione sollevata sarebbe inammissibile anche perché mirata ad ottenere una pronuncia d'incostituzionalità, in materia penale, con effetti in malam partem. A seguito di un'eventuale sentenza d'accoglimento, in effetti, il coniuge che tenesse una condotta come quella ascritta all'imputato nel giudizio principale diverrebbe soggetto al comune trattamento previsto per la commissione del reato di truffa aggravata. Richiamando una recente pronuncia, resa su questione di legittimità costituzionale relativa proprio all'art. 649 cod. pen. (ordinanza n. 285 del 2012), la difesa erariale afferma, in particolare, che la dedotta inammissibilità discenderebbe dal principio sancito all'art. 25, secondo comma, Cost.: il quale demanda in via esclusiva al legislatore la scelta dei fatti da sottoporre a pena e delle sanzioni loro applicabili, impedendo a questa Corte di creare nuove fattispecie criminose o di estendere quelle esistenti a casi non previsti, ovvero anche di incidere in peius sulla risposta punitiva o su aspetti comunque inerenti alla punibilità. Tale eccezione non è fondata. L'art. 649, primo comma, cod. pen. sancisce una causa di non punibilità, e introduce una deroga riguardo all'applicazione generalizzata delle previsioni incriminatrici comprese nel Titolo XIII del Libro II del codice penale. Per tale sua funzione, la norma rientra senza dubbio nell'ambito delle cosiddette «norme penali di favore», cioè delle disposizioni che sottraggono determinati gruppi di soggetti o di condotte alla sfera applicativa di norme comuni, accordando loro un trattamento più benevolo. Nel caso di specie, si tratta di una disposizione che sottrae l'autore del reato, commesso in danno di congiunti, all'applicazione delle diverse fattispecie criminose, già sopra richiamate.