[pronunce]

Queste disposizioni, se, da un lato, prevedono la possibilità di un atto ispettivo «"a sorpresa"», proprio al fine di evitare l'alterazione delle tracce del reato, dall'altro, statuirebbero che «le analisi sulle tracce "salvate" dall'alterazione» devono essere «compiute in contraddittorio», data l'irripetibilità delle operazioni di ricerca e repertazione in questione, alle quali dovrebbe estendersi l'intero regime di garanzia previsto dall'art. 360 cod. proc. pen. Pertanto l'inosservanza del diritto dell'indagato di «intervenire, secondo le procedure previste dal disposto dell'art. 360 cpp, nell'attività tecnico-scientifica di ricerca ed asportazione delle tracce di materiale biologico» contrasterebbe non solo con il diritto di difesa «tutelato dall'art. 25 [recte: 24] della Costituzione», ma anche con il «principio ispiratore del giusto processo» consacrato nell'art. 111 Cost., secondo il quale la prova deve formarsi nel contraddittorio delle parti. 2.- È intervenuto in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, e ha chiesto che «la questione» sia dichiarata inammissibile o comunque infondata. L'Avvocatura generale rileva che il collegio rimettente non ha chiarito le circostanze sulla base delle quali ritiene rilevanti le questioni dedotte. In particolare, non sarebbero stati riportati nell'ordinanza i motivi posti a sostegno della decisione di primo grado, né quelli che avevano indotto il giudice di appello a qualificare il fatto in termini di concorso cosiddetto anomalo, una volta ritenuti inutilizzabili gli esiti dell'esame del DNA sui reperti. Inoltre l'avviso all'indagato non sarebbe stato dovuto perché questo al momento dell'ispezione non era ancora stato iscritto nel registro delle notizie di reato e comunque non risulterebbe l'esistenza di elementi che avrebbero imposto tale iscrizione. Nel merito, l'Avvocatura generale osserva che l'attività di prelievo dei campioni di tracce biologiche, da utilizzare per l'estrazione del DNA e la individuazione della mappatura genetica, rappresenterebbe, nella maggior parte dei casi, operazione «routinaria» svolta dalla polizia giudiziaria, la quale opererebbe secondo protocolli scientifici standardizzati. Inoltre non sarebbe dimostrato che nel caso in esame si trattava di prelievi particolarmente complessi, non rientranti nell'attività ordinaria svolta dall'organo scientifico di polizia giudiziaria. 3.- Si è costituito in giudizio l'imputato del processo principale, chiedendo che le questioni siano dichiarate fondate. La parte privata sostiene che sussiste la rilevanza delle questioni, in quanto, in base alla sentenza di annullamento della Corte di cassazione, il giudice di rinvio deve «procedere a nuova integrale valutazione degli elementi di prova, inclusa quella genetica erroneamente non utilizzata», al fine di ritenere o meno configurabile «la diminuente» di cui all'art. 116 cod. pen. Con i «nuovi» accertamenti tecnici disposti dal pubblico ministero ed eseguiti il 5 maggio 2010, non solo erano state riacquisite le tracce già prelevate il 16 aprile, ma si era anche proceduto all'acquisizione di nuove tracce, e non sarebbe logicamente concepibile alcuna «assimilazione di disciplina tra atto ispettivo a sorpresa e attività di prelievo/asportazione di materiale biologico, con cancellazione della traccia stessa dal luogo di ritrovamento, e con conseguente irripetibilità radicale dell'atto». Le attività di asporto e raccolta di tracce richiederebbero il rispetto di regole tecniche e di protocolli cautelari, volti a eliminare o perlomeno a minimizzare i rischi di contaminazione o di manipolazione.1.- La Corte d'assise d'appello di Roma, con ordinanza del 25 ottobre 2016, ha sollevato, in riferimento agli artt. 24 e 111 della Costituzione, questioni di legittimità costituzionale dell'art. 360 del codice di procedura penale, «ove non prevede che le garanzie difensive previste da detta norma riguardano anche le attività di individuazione e prelievo di reperti utili per la ricerca del DNA». Ad avviso del giudice rimettente, la disciplina censurata violerebbe non solo il diritto di difesa, «tutelato dall'art. 25 [recte: 24] della Costituzione», ma anche il «principio ispiratore del giusto processo», consacrato nell'art. 111 Cost., secondo cui la prova deve formarsi nel contraddittorio tra le parti. 2.- L'Avvocatura generale dello Stato ha eccepito l'inammissibilità delle questioni, perchè l'ordinanza di rimessione non avrebbe esplicitato le ragioni che le rendono rilevanti. In particolare, non sarebbero stati riportati nell'ordinanza i motivi posti a sostegno della decisione di primo grado, né quelli che avevano indotto il giudice di appello a qualificare il fatto in termini di concorso cosiddetto anomalo, una volta ritenuta l'inutilizzabilità degli esiti dell'esame del DNA sui reperti. Inoltre, l'avviso all'indagato non sarebbe stato dovuto perché questo al momento dell'ispezione non era ancora stato iscritto nel registro delle notizie di reato e comunque non risulterebbe l'esistenza di elementi che avrebbero imposto tale iscrizione. L'eccezione di inammissibilità è priva di fondamento. Il giudice rimettente, dopo aver indicato in modo puntuale i capi di imputazione contestati all'imputato e fornito un'ampia descrizione delle vicende processuali, ha indicato le ragioni che fanno apparire rilevanti le questioni proposte. In particolare, ha precisato che la Corte d'assise d'appello, a base della derubricazione dell'originaria imputazione di omicidio volontario in concorso anomalo, ai sensi dell'art. 116 del codice penale, aveva posto «la nullità (con conseguente inutilizzabilità ai fini della decisione) degli atti di ispezione e prelievo eseguiti il 5 maggio 2010 e delle successive analisi che avevano accertato la presenza del DNA della vittima in una traccia di sangue nell'appartamento abitato dall'imputato il giorno del delitto [...] nonché la presenza congiunta del DNA della vittima e di quello dell'imputato nelle tracce di sangue rinvenute sul parapetto della scala che portava dall'appartamento della vittima a quello abitato in quei giorni» dall'imputato. Poi il giudice rimettente ha sottolineato che la Corte di cassazione ha annullato la decisione della corte di merito, sul punto relativo alla derubricazione, perché ha ritenuto che erroneamente dagli elementi di prova oggetto di valutazione da parte dei giudici di appello erano stati espunti i risultati dell'attività dei carabinieri del Reparto investigazioni scientifiche (R.I.S.) relativa alle tracce ematiche repertate il 5 maggio 2010. Alla stregua di tali considerazioni non era necessario indicare gli ulteriori «motivi posti a sostegno» delle decisioni di primo e di secondo grado, essendo stata chiarita la decisiva incidenza dell'accertamento tecnico sul DNA, conseguente alle attività di prelievo delle tracce ematiche effettuate dal R.I.S. il 5 maggio 2010, sul giudizio di penale responsabilità, e dunque la rilevanza delle questioni.