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Disciplina generale sulla cooperazione internazionale per lo sviluppo. Onorevoli Senatori. -- Dall'approvazione della legge 26 febbraio 1987, n. 49, ad oggi la realtà della cooperazione allo sviluppo è profondamente mutata, a livello di attori, di interlocutori, di Paesi partner : cambiare passo è divenuta ormai una esigenza imprescindibile, così come adattare lo strumento normativo ad una visione della cooperazione quale investimento strategico nell'interesse del Sistema Italia, cioè quale strumento di promozione della pace e dello sviluppo internazionale. La legge n. 49 del 1987, di seguito: «legge 49/1987» all'epoca in cui fu approvata conteneva elementi di grande novità, ma il mondo in cui è stata pensata non esiste più. Nei fora internazionali non si parla più di Paesi donatori e Paesi beneficiari ma di Paesi partner ; sono cambiate le relazioni economiche e politiche fra Nord e Sud del mondo ed è mutato il peso relativo di ciascun Paese nell'economia mondiale. Oltre a ciò, il quadro internazionale e il dibattito relativo al concetto di «promozione dello sviluppo» si sono arricchiti di nuove iniziative (si pensi alla discussione sui Millennium development goals , agli obiettivi di Rio oppure all' Agenda for change europea). Gli interventi hanno ormai assunto un carattere «olistico» o integrato (sviluppo economico, ambiente sostenibile, empowerment umano, rule of law e good governance ). Se il contesto internazionale è mutato, anche gli strumenti della cooperazione hanno subito delle radicali modifiche. Negli anni in cui fu concepita la legge 49/1987, fare cooperazione significava concentrare le attività principalmente attorno a piccole iniziative e a piccoli progetti realizzati, prevalentemente con risorse a dono, concesse a organizzazioni di volontariato, le quali, proprio sui contributi pubblici, fondavano la loro azione. Oggi le organizzazioni non governative, professionalizzate e transnazionali, in partnership con altri soggetti, sono capaci di raccogliere presso i privati la maggior parte dei finanziamenti, ricorrendo anche ai fondi delle banche regionali di sviluppo e delle organizzazioni internazionali e promuovendo progetti complessi con finalità di tutela ambientale, institution building o empowerment economico. Nuovi soggetti hanno progressivamente acquisito ruoli di crescente importanza nell'aiuto allo sviluppo: in primo luogo attori pubblici, quali gli enti locali, le regioni, le università o tutto il mondo della cooperazione decentrata, ma anche enti privati, come le fondazioni bancarie e filantropiche o le aziende che si ispirano ai concetti della corporate social responsability. Negli anni, si sono persino evolute le forme di collaborazione tra soggetti pubblici così come si sono progressivamente affinati gli strumenti finanziari a sostegno dei progetti di sviluppo: partenariati pubblico-privato; interventi di budget support a finanziamento di interi settori dell'attività pubblica di un Paese partner ; cooperazione delegata dell'Unione europea; forme di integrazione di risorse finanziarie diverse come nel caso del cosiddetto blending e del matching sul credito d'aiuto. Proprio la percezione del cambiamento sopra descritto ha spinto il Parlamento a tentare più volte una riforma organica della cooperazione negli anni passati. Durante l'ultima legislatura, era stato approvato dalla Commissione esteri del Senato un testo condiviso, gran parte della cui impostazione, che aveva raccolto un consenso già largo e bipartisan , è adesso recuperata dal presente disegno di legge. I pilastri della riforma che si propone sono tre. In primo luogo, la promozione della coerenza delle politiche e del coordinamento delle stesse attraverso l'istituzione di un Comitato interministeriale per la cooperazione allo sviluppo (CICS). Il CICS assume un ruolo chiave volto ad assicurare quella coerenza delle politiche internazionali dell'Italia che, secondo le migliori prassi internazionali, risolva ogni contraddizione tra le finalità perseguite dalla cooperazione e quelle azioni di governo che pure hanno un impatto internazionale (dall'ambiente alle politiche di immigrazione, dalla politica commerciale a quella culturale) ma che non si caratterizzano tecnicamente quale cooperazione allo sviluppo. Il CICS assumerà un ruolo di definizione strategica, coordinamento, verifica e monitoraggio della cooperazione italiana. Un ruolo da svolgere in rapporto con il Parlamento, chiamato a dare il proprio indirizzo politico e a discutere il Documento di programmazione del CICS, e con la Conferenza nazionale, forum di condivisione e partecipazione organica della società civile e degli altri stakeholder della cooperazione. Importante, al fine della coerenza delle politiche, è anche la previsione di un nuovo allegato sulle risorse finanziarie per la cooperazione allo sviluppo, un documento che accompagnerà la legge di bilancio dando evidenza contabile a tutte le risorse assegnate, Ministero per Ministero, alle attività di cooperazione. Si otterrà, in tal modo, la massima trasparenza sul quadro d'intervento complessivo, si agevolerà il controllo parlamentare e la rendicontazione in sede Ocse Dac , si incentiverà il rispetto del percorso di riallineamento dell'aiuto pubblico allo sviluppo (APS) italiano agli standard internazionali, secondo quanto previsto negli ultimi documenti di economia e finanza. Il secondo pilastro è rappresentato dal ruolo del Ministero degli affari esteri, che assume non a caso la denominazione di Ministero degli esteri e della cooperazione internazionale (MAECI), e che resta attore centrale, ma non esclusivo, dell'azione di cooperazione. Viene prevista la possibilità per il Ministro degli affari esteri di conferire la delega in materia di cooperazione allo sviluppo ad un vice ministro; viene ribadita l'azione di preparazione, istruttoria e orientamento delle scelte di politica internazionale propria del Ministero degli affari esteri; viene rafforzata la posizione di interlocuzione nei confronti delle altre amministrazioni centrali, delle regioni e degli enti locali. La Farnesina è di fatto l'amministrazione che rende il «sistema di cooperazione italiano», aperto alla paritaria partecipazione di tanti soggetti, parte della politica estera italiana, principio già proprio della legge 49/1987 e oggi riproposto all'articolo 1 del presente disegno di legge di riforma. Il MAECI concentrerà le proprie prerogative sulla dimensione strategica e politica dell'azione di cooperazione liberandosi degli aspetti gestionali e operativi che verranno affidati, ed è questo il terzo grande pilastro, all'Agenzia della cooperazione allo sviluppo. Con la scelta dell'Agenzia ci si propone di riallineare il modello italiano a quello largamente prevalente in Europa e fra i Paesi Ocse Dac . Solo in Norvegia, Olanda e in Canada la cooperazione rientra nelle competenze esclusive del Ministero degli affari esteri senza forme di « implementing agencies », mentre in Gran Bretagna, Germania, Stati Uniti, Francia, Spagna, Svezia, Austria, Belgio, Giappone, Portogallo c'è un ente di gestione che affianca in varia misura il Ministero degli affari esteri o quello specifico della cooperazione. La presenza dell'Agenzia, nella riforma, punta a valorizzare la massima professionalità all'interno della fase di gestione e implementazione dei progetti.