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Qualora lo statuto non sia ritenuto conforme alle disposizioni, la Commissione invita il partito ad apportarvi le modifiche necessarie e, qualora le modifiche apportate non siano conformi alla legge, può negare, con provvedimento motivato, l'iscrizione al registro. I partiti sono poi progressivamente sottoposti dal legislatore a controlli assai più penetranti di quelli previsti nei confronti dei meri enti non riconosciuti, anche se tali controlli non sono ancora equiparabili a quelli previsti dal nostro ordinamento giuridico per gli enti dotati di personalità giuridica. Nel capo I del disegno di legge (articoli da 1 a 5) si propone di rafforzare questo percorso. L'articolato intende favorire, per chi vuole percorrere questa strada, la promozione di partiti che si dotino di statuti in cui gli obiettivi siano chiari e maggiormente dettagliati rispetto a quanto già previsto, che promuovano una partecipazione interna democratica reale e non fittizie e che abbiano trasparenti meccanismi di selezione dei propri rappresentanti nelle istituzioni. Nel merito, l'articolo 1 delinea le finalità del disegno di legge e le funzioni attribuite ai partiti e ai movimenti politici. Ad essi sono affidati l'indirizzo politico e la promozione della partecipazione attiva dei cittadini alla vita politica della Repubblica attraverso l'organizzazione sociale della rappresentanza politica, la formulazione dei programmi di governo e la presentazione di proprie liste di candidati alle elezioni delle istituzioni rappresentative nazionali, locali ed europee. L'articolo 2 stabilisce che i partiti, per ragioni di trasparenza e democraticità, debbano dotarsi di uno statuto redatto nella forma dell'atto pubblico che rispetti alcuni requisiti minimi. Tale previsione, seppure già presente nell'articolo 3 del citato decreto-legge n. 149 del 2012, viene qui adeguatamente rafforzata. Lo statuto dei partiti deve contenere i principi politici ai quali il partito ispira la propria azione, nonché le forme di garanzia del loro rispetto da parte degli organi rappresentativi ed esecutivi del partito; il numero, la composizione e le attribuzioni degli organi rappresentativi ed esecutivi a livello nazionale e territoriale, le loro competenze, le modalità della loro elezione e la loro durata. Esso deve prevedere, inoltre, le modalità di iscrizione al partito, i diritti e i doveri degli iscritti, le modalità con le quali gli iscritti partecipano alle votazioni, le procedure democratiche richieste per l'approvazione degli atti che impegnano il partito e l'indicazione dei casi e delle modalità di partecipazione degli iscritti anche attraverso referendum o altre forme di consultazione. Infine, esso deve prevedere la cadenza delle assemblee congressuali nazionali o generali, le garanzie con le quali è assicurata la partecipazione delle minoranze, ove presenti, negli organi collegiali non esecutivi, le procedure rafforzate per le modifiche dello statuto, le modalità per assicurare negli organi collegiali la presenza paritaria di donne e di uomini e, soprattutto, un codice etico che contenga l'insieme dei principi di riferimento dei comportamenti individuali e collettivi e le modalità di selezione democratica delle candidature nelle istituzioni nazionali ed europee. Allo scopo di incentivare nei partiti la pratica del metodo democratico di cui all'articolo 49 della Costituzione anche per la selezione dei candidati alle elezioni delle istituzioni rappresentative, gli articoli 3 e 4 disciplinano la facoltà dei partiti e dei movimenti politici di chiedere l'indizione di elezioni primarie trasparenti tra gli iscritti e di indire assemblee generali rappresentative degli iscritti, finalizzate alla selezione delle candidature. L'articolo 5, infine, disciplina le modalità di registrazione dei partiti. Il legale rappresentante del partito politico è tenuto a trasmettere copia autentica dello statuto alla Commissione di garanzia degli statuti e per la trasparenza e il controllo dei rendiconti dei partiti politici di cui all'articolo 4 del decreto-legge 28 dicembre 2013, n. 149, convertito, con modificazioni, dalla legge 21 febbraio 2014, n. 13, che, verificata la presenza nello statuto degli elementi indicati all'articolo 2, procede all'iscrizione del partito nel registro nazionale, da essa tenuto, dei partiti politici riconosciuti dalla legge. Il secondo grande tema affrontato dal disegno di legge riguarda il finanziamento pubblico dei partiti e dei movimenti politici. Forme di finanziamento della politica insieme ad adeguate forme di pubblicità amministrativa figurano, con caratteristiche diverse, pressoché in tutti i Paesi democratici. I principali Paesi che non le prevedono vivono situazioni politico-istituzionali molto lontane dalla democrazia parlamentare rappresentativa prevista dalla Costituzione italiana. È comunque evidente che la completa esclusione di forme di finanziamento pubblico può facilmente determinare come prima conseguenza che i finanziamenti privati, e il relativo condizionamento, avranno un peso determinante nella competizione elettorale. Questo per non parlare dei rischi di corruzione politica, sempre presenti in tutte le società occidentali. La recente totale abolizione di qualsiasi forma di finanziamento pubblico dei partiti, disposta dall'articolo 1 del citato decreto-legge n. 149 del 2013, rappresenta un percorso poco usuale nei sistemi democratici e di fatto assente in gran parte del mondo occidentale. Vale la pena ricordare le principali ragioni storiche e democratiche che motivano l'introduzione del finanziamento pubblico dei partiti e dei movimenti politici e che sono state approfondite con grande ampiezza di argomenti nel corso dei lavori dell'Assemblea Costituente. La prima ragione discende dalla necessità di garantire l'aggregazione politica e l'accesso alla competizione elettorale anche alle formazioni politiche meno abbienti. La partecipazione politica di coloro che non dispongono di patrimoni privati più o meno ingenti assicura ai sistemi democratici una competizione più equa, con un più alto livello di indipendenza della politica dai poteri forti dell'economia e della finanza. La seconda ragione discende dal fatto che ogni aggregazione politica comporta «costi non evitabili» legati all'organizzazione interna, allo studio e allo sviluppo delle politiche, alla diffusione delle idee, alla libera e ampia partecipazione alle competizioni elettorali. Privare i partiti e i movimenti politici delle risorse minime necessarie alla loro funzionalità significa, quindi, da un lato impoverire la rappresentanza attiva di vaste aree della società, e dall'altro, favorire l'affermazione di partiti o movimenti sostenuti finanziariamente solo da interessi economici non politici. Non è un caso che diverse forme di finanziamento pubblico della politica esistano in ogni democrazia, in quanto esse rappresentano l'effettiva e concreta garanzia che ogni cittadino possa «concorrere a determinare la politica nazionale» in condizioni di parità. Nel nostro Paese, pertanto, l'eliminazione assoluta e totale di qualsiasi forma di finanziamento pubblico, sia pure motivata da ben precise ragioni storiche e dovuta ai numerosi episodi di cattivo uso dei finanziamenti fatti emergere dalla magistratura, non appare più giustificata da ragioni forti. Al contrario, nel bilanciamento tra costi e benefici, i rischi dell'assenza di qualsiasi forma di finanziamento appaiono di molto superiori alle preoccupazioni che ne possono derivare: