[pronunce]

Il giudice a quo ritiene che la sollevata questione di legittimità costituzionale sia rilevante, in quanto il suo eventuale accoglimento comporterebbe la possibilità di applicare, nella fattispecie in esame, la disciplina sulla prescrizione previgente, che consentirebbe di ritenere non prescritto alcuno dei fatti contestati, così da permettere una piena pronuncia di merito, anche in relazione alle domande avanzate dalla parte civile. Il rimettente osserva che non si incorrerebbe nel divieto di applicazione retroattiva di norme penali sfavorevoli al reo, dato che la normativa previgente era coeva ai fatti per cui si procede. 2.- Con atto depositato il 22 novembre 2016, è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che la questione venga dichiarata «inammissibile ovvero infondata». In primo luogo, l'interveniente ritiene che il giudice rimettente non abbia tentato una interpretazione adeguatrice volta ad escludere il lamentato contrasto con la norma comunitaria. In secondo luogo, l'Avvocatura generale dello Stato osserva che le scelte sul tempo necessario a prescrivere determinati reati rientrano nella sfera riservata alle valutazioni del legislatore e, pertanto, devono ritenersi sottratte al sindacato della Corte costituzionale, salvo il caso in cui siano manifestamente irragionevoli o sproporzionate. Inoltre, la difesa ritiene che una pronuncia della Corte costituzionale sarebbe preclusa da una costante giurisprudenza costituzionale (sono citate le sentenze n. 324 del 2008 e n. 394 del 2006, e l'ordinanza n. 65 del 2008), secondo cui il principio della riserva di legge, sancito dall'art. 25, secondo comma, Cost., inibisce pronunce che abbiano l'effetto di incidere in pejus sulla risposta punitiva o su aspetti inerenti la punibilità, tra i quali rientrano quelli riguardanti la disciplina sulla prescrizione e sui relativi atti interruttivi o sospensivi. 3.- Con atto depositato il 22 novembre 2016, si è costituito l'ente ecclesiastico «Curia Generale dei Padri Somaschi», citato come responsabile civile nel giudizio a quo. 3.1.- In primo luogo, la parte ritiene che la sollevata questione di legittimità costituzionale non sia rilevante nel giudizio a quo, in quanto una decisione quadro dell'Unione europea non potrebbe mai avere come effetto, di per sé e indipendentemente da una legge interna adottata per la sua attuazione, di determinare o aggravare la responsabilità penale di un imputato, secondo quanto costantemente affermato dalla giurisprudenza della Corte di giustizia UE (vengono citate le sentenze della Corte di giustizia dell'Unione europea 28 aprile 2011, in causa C-61/11 PPU, El Dridi; 16 giugno 2005, in causa C-105/03, Pupino; 3 maggio 2005, in cause C-387, 391, 403/02, Berlusconi e altri; 8 ottobre 1987, in causa 80/86, Kolpinghuis Nijmegen). Conseguentemente, secondo la parte, la pronuncia della Corte costituzionale non potrebbe mai incidere sulla posizione dell'attuale imputato. 3.2.- In secondo luogo, il responsabile civile contesta che la decisione quadro dell'Unione europea invocata dal rimettente imponga al legislatore nazionale di aumentare i termini di prescrizione per i reati sessuali nei confronti dei minori. Rimarca, inoltre, che anche la successiva direttiva 2011/93/UE - che sostituisce la citata decisione quadro del Consiglio - sul punto si limita a ribadire che «[l]a durata del congruo periodo di tempo di perseguibilità dovrebbe essere determinata conformemente al diritto nazionale» in modo tale che i reati in parola «possano essere perseguiti per un congruo periodo di tempo dopo che la vittima ha raggiunto la maggiore età, in misura proporzionata alla gravità del reato in questione». Solo il 1° ottobre 2012, con la legge di ratifica della Convenzione di Lanzarote, l'Italia ha raddoppiato il termine di prescrizione per alcuni delitti sessuali, con una disciplina non applicabile ai fatti in esame, in quanto successiva ai medesimi. Conseguentemente, ad avviso della parte, non si potrebbe fondatamente sostenere, come fa invece il giudice a quo, che la normativa europea sia chiara e che non sia necessario un rinvio pregiudiziale alla Corte di giustizia dell'Unione europea. 3.3.- Sarebbe poi inesatta l'affermazione, contenuta nell'ordinanza di rimessione, secondo cui il censurato art. 6 legge n. 251 del 2005 avrebbe mitigato il regime della prescrizione, ciò dipendendo dal giudizio sulla concessione all'imputato delle circostanze attenuanti generiche e dalla prevalenza da accordare eventualmente alle medesime. Il Tribunale rimettente avrebbe omesso qualsiasi considerazione sul punto e, quindi, la questione sarebbe inammissibile, giacché la rilevanza nel giudizio a quo sarebbe soltanto eventuale. 3.4.- Nel complesso, il regime prescrizionale introdotto dalla legge n. 251 del 2005 per i reati di sfruttamento sessuale dei minori non sarebbe affatto irragionevole e si adeguerebbe all'esigenza, indicata dalla normativa europea, di prevedere termini prescrizionali più lunghi, non derogabili in base al giudizio di bilanciamento delle circostanze, per i reati commessi quando la vittima non aveva ancora compiuto i dieci e i quattordici anni, proprio nella prospettiva di assicurare la loro perseguibilità dopo che la vittima abbia raggiunto la maggiore età, in perfetta aderenza con l'obiettivo indicato dalla decisione quadro citata dal rimettente. La disciplina impugnata sarebbe perciò del tutto ragionevole e tale da assicurare la perseguibilità dei reati sessuali contro i minori per un tempo ragionevole dopo che la vittima ha raggiunto la maggiore età (nel 2004). D'altra parte, si sottolinea che l'applicazione del termine ordinario di prescrizione costituisce la regola, mentre la previsione di un termine speciale rappresenterebbe la deroga, che dovrebbe essere giustificata dal legislatore in termini di ragionevolezza, mentre in nessun caso debbono farsi ricadere sull'imputato i ritardi dovuti a disfunzioni del sistema giudiziario, relativamente alle quali sussiste appunto il presidio della prescrizione, che attua l'art. 27, secondo comma, Cost. In conclusione, la parte ritiene che la questione sollevata sia inammissibile e infondata. 4.- Con atto depositato il 30 maggio 2017, la parte ha ribadito le considerazioni e le conclusioni di cui all'atto di costituzione. A sostegno delle precedenti considerazioni, la parte ha ricordato che, nella recente ordinanza n. 24 del 2017, la Corte costituzionale ha confermato la natura penale sostanziale dell'istituto della prescrizione, che è pertanto soggetta al principio di stretta legalità. 5.- Con ulteriore memoria depositata il 20 marzo 2018, la parte ha ribadito le precedenti conclusioni, aggiungendo ulteriori considerazioni.