[pronunce]

che è consolidato l'orientamento della giurisprudenza di questa Corte secondo cui in tema di conformazione degli istituti processuali il legislatore gode di ampia discrezionalità, con il solo limite della irragionevolezza delle scelte compiute (ex multis: sentenze n. 229 e n. 50 del 2010; n. 221 del 2008; ordinanza n. 134 del 2009); che il legislatore, attraverso la disposizione censurata e quella di cui all'art. 442, comma 2, cod. proc. pen, invocata quale tertium comparationis, ha disciplinato in modo differente situazioni processuali eterogenee, quali sono il rito del giudizio abbreviato e l'istituto della acquisizione della prova su accordo delle parti; che, con specifico riferimento alla differenza di disciplina tra i due istituti, questa Corte, con l'ordinanza n. 182 del 2001, ha già affermato che «non sussiste la violazione del principio di eguaglianza di cui all'art. 3 della Costituzione, per irragionevole disparità di disciplina del meccanismo processuale oggetto della censura rispetto ai presupposti di accesso ed agli effetti della disciplina del rito abbreviato; che, infatti, i due istituti processuali posti a raffronto - rito abbreviato ed accordo sulla prova - risultano assolutamente disomogenei e non assimilabili, posto che gli accordi che possono intervenire tra le parti in ordine alla formazione del fascicolo per il dibattimento non escludono affatto il diritto di ciascuna di esse ad articolare pienamente i rispettivi mezzi di prova, secondo l'ordinario, ampio potere loro assegnato per la fase dibattimentale; ciò a differenza di quanto avviene per il rito abbreviato, la cui peculiarità consiste proprio nel fatto di essere un modello alternativo al dibattimento che - oltre a fondarsi sull'intero materiale raccolto nel corso delle indagini, a prescindere da qualsiasi meccanismo di tipo pattizio - consente una limitata acquisizione di elementi integrativi, che lo configurano quale rito a "prova contratta"»; che, dunque, nel caso in esame, va ribadito come non sia riscontrabile la lamentata disparità di trattamento tra la disciplina di cui all'art. 493, comma 3, cod. proc. pen. e quella prevista per il giudizio abbreviato, con riferimento all'assenza, nel primo caso, della riduzione di un terzo della pena, trattandosi di due istituti disomogenei e non assimilabili; che, peraltro, questa Corte ha più volte affermato la differenza tra il rito abbreviato ed il rito ordinario (nel cui ambito trova applicazione l'istituto di cui all'art. 493, comma 3, cod. proc. pen.), evidenziando che il richiamo al diverso regime previsto per il giudizio abbreviato è da ritenersi improprio al fine di fondare su di esso un pertinente termine di raffronto, in quanto la natura di procedimento speciale, che lo caratterizza, lo rende disomogeneo rispetto al rito ordinario e, quindi, non comparabile (ex multis: sentenza n.184 del 2009, ordinanze n. 125 del 2005 e n. 326 del 2001); che, del pari, non è riscontrabile la violazione, peraltro evocata in termini del tutto generici, degli artt. 24 e 111 della Costituzione; che, infatti, dalla disposizione censurata non deriva alcuna "compressione" dell'esercizio del diritto di difesa, dal momento che l'assenza di previsione della riduzione di pena, non impedisce che l'imputato possa esercitare detto diritto con pienezza di garanzie nel corso del dibattimento; che, infine, la disposizione in esame non è lesiva delle regole del giusto processo, né del principio della ragionevole durata del processo, dal momento che il rilievo per cui l'assenza della riduzione della pena non indurrebbe il difensore e/o l'imputato a prestare il consenso affinché gli atti del fascicolo del pubblico ministero confluiscano in quello del dibattimento, così determinando una maggiore durata del processo, è un mero accadimento di fatto, ricollegato ad una scelta processuale, che non comporta, per ciò solo, una durata non ragionevole del processo. Visti gli artt. 26, secondo comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87, e 9, comma 2, delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale.. per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE dichiara la manifesta infondatezza della questione di legittimità costituzionale dell'articolo 493, comma 3, del codice di procedura penale, sollevata, in riferimento agli articoli 3, 24, secondo comma, e 111 della Costituzione, dal Tribunale di Como, sezione distaccata di Menaggio, con l'ordinanza indicata in epigrafe. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 18 ottobre 2011. F.to: Alfonso QUARANTA, Presidente Alessandro CRISCUOLO, Redattore Gabriella MELATTI, Cancelliere Depositata in Cancelleria il 4 novembre 2011. Il Direttore della Cancelleria F.to: MELATTI