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Le elezioni dei senatori in ogni Regione si svolgeranno dopo le elezioni dei rispettivi Consigli regionali, tra il sessantesimo e il novantesimo giorno successivo alla proclamazione dei consiglieri eletti. Il collegio di elezione è disegnato dal secondo comma dell'articolo 57 come un collegio elettorale ristretto, a rilevanza territoriale, per garantire un costante collegamento tra le politiche locali e nazionali: in ogni Regione i senatori saranno eletti da un «collegio di elettori formato dal presidente e dai consiglieri della medesima, da cinque componenti designati, tra i propri membri, dalla Giunta regionale, nonché da un numero di sindaci e consiglieri comunali della Regione, pari a quello dei consiglieri regionali, designato dal Consiglio delle autonomie locali o, in mancanza, da analogo organo di raccordo individuato nello Statuto». Le modifiche all'articolo 58 della Costituzione in materia di requisiti per l'eleggibilità a senatore propongono invece una limitazione dell'elettorato passivo. Nessun nominato, nessun cooptato: risulteranno eleggibili a senatori soltanto coloro che hanno un comprovato legame con il territorio e con la società civile, ovvero «...i cittadini che hanno compiuto il trentacinquesimo anno di età ed esercitano, nella Regione di elezione, le funzioni di consigliere regionale, membro della Giunta regionale, sindaco o consigliere comunale», nonché da «esponenti delle autonomie funzionali e sociali, operanti nella Regione di elezione». Ai senatori che rappresentano direttamente i territori e che nei territori ricoprono incarichi di governo o di rappresentanza sono dunque affiancati cittadini che rivestono un ruolo fondante dello Stato inteso come collettività: ad esempio, secondo il modello elettorale transitorio di cui all'articolo 45 del disegno di legge, i rettori di Università; i presidenti di ordini o collegi delle professioni intellettuali; i presidenti di Camera di commercio; i segretari generali, a livello regionale e nazionale, o analoga funzione di associazione sindacale aderente ai protocolli d'intesa sulla rappresentanza e la rappresentatività sindacale; i presidenti di Fondazione bancaria; i dirigenti di istituzione scolastica; i membri della Consulta nazionale del volontariato; i legali rappresentanti, a livello regionale o nazionale, di organizzazione aderente al Forum permanente del Terzo Settore; i soci dell'Accademia Nazionale dei Lincei. Questa integrazione nella composizione caratterizza il Senato come istituzione realmente rappresentativa delle collettività territoriali nelle proprie formazioni sociali richiamate dall'articolo 2 della nostra Carta costituzionale, nel segno di un cambiamento di cui il Paese ha profondo bisogno: l'abbattimento della barriera, artificiosa ma costruita in un lungo periodo di non scelte, di rinvii e di risposte facili, tra «civile» e «politico». Una presenza, questa degli esponenti delle autonomie funzionali e sociali, che non vuole essere una concessione corporativa: tali soggetti infatti non possiedono l'elettorato passivo in quanto rappresentanti delle proprie organizzazioni di provenienza (alle quali non si riconosce alcun ruolo nella scelta dei senatori, in quanto vengono escluse dall'elettorato attivo), ma in quanto portatori di esperienze individuali che vengono così valorizzate nella sede massima della rappresentanza nazionale. Non da ultimo tale scelta risponde anche all'esigenza funzionale di garantire un certo numero, ancorché minoritario, di senatori senza incarichi specifici nei Comuni e nelle Regioni per consentire la piena e costante operatività di tutte le istituzioni. E ad una ratio sostanzialmente analoga si lega l'introduzione di una specifica incompatibilità, all'articolo 63 della Costituzione, tra chi esercita «...le funzioni di presidente o membro della Giunta di Regione o di Provincia autonoma, nonché i sindaci dei comuni con popolazione superiore ai duecentocinquantamila abitanti» e la carica di componente dell'Ufficio di Presidenza del Senato e di Presidente di organi parlamentari, per garantirne l'autonomia e l'indipendenza. Sarà compito di una specifica legge elettorale -- approvata da entrambe le Camere -- garantire un'adeguata rappresentatività di tutte le autonomie, prevedendo che ciascuna lista di candidati sia composta «per un terzo da consiglieri e membri della Giunta regionali, per un terzo da sindaci e consiglieri comunali, per un terzo da rappresentanti delle autonomie funzionali e sociali», secondo un modello che potrebbe basarsi su quello proposto dalle disposizioni transitorie del presente disegno di legge. Ai senatori eletti in secondo grado si aggiungono poi un numero di senatori di nomina e di diritto -- per un totale di 36 -- che integrano la composizione del Senato valorizzando il collegamento tra le politiche adottate dalle autonomie territoriali e sociali esponenzialmente più rilevanti e le funzioni di controllo che sono attribuite alla Camera Alta. All'articolo 59 della Costituzione sono fatti salvi i senatori a vita e si aggiungono quali senatori di diritto i Presidenti delle Giunte regionali e delle Province autonome di Trento e di Bolzano nonché un numero di senatori nominati per sette anni dal Presidente della Repubblica tra i cittadini che, alla luce della loro esperienza civile e professionale e per l'impegno mostrato nell'adempimento degli inderogabili doveri di solidarietà politica, economica e sociale, siano rappresentativi delle organizzazioni e delle formazioni che compongono la società italiana e concorrono al suo progresso materiale e spirituale. Le personalità così individuate introdurrebbero i mondi del sapere dentro l'Istituzione creando sinergia e collaborazione, proprio laddove tende a prevalere la diffidenza reciproca. In tal modo, non si intacca il criterio democratico, ma lo si arricchisce in modo permanente, strutturato e trasparente: il Senato diventerebbe il luogo dove si realizza l'incontro tra la cultura, il sapere, la competenza e il governo dei territori aperti all'Europa, tra la dimensione pratica e la conoscenza, presupposto irrinunciabile di ogni scelta consapevole, responsabile, lungimirante. Coerentemente con l'obiettivo di riduzione dei costi della politica, si introduce una modifica dell'articolo 69 della Costituzione che elimina il rischio della cosiddetta doppia indennità per chi ricopre cariche elettive di rilevanza costituzionale. Nessuno dei senatori elettivi riceverà infatti un'indennità parlamentare a carico dello Stato, in quanto l'indennità di funzione sarà stabilita ed erogata direttamente dalla Regione di elezione ed equivalente -- in applicazione del divieto di cumulo -- a quella di consigliere regionale. Di conseguenza, dalle attuali 945 indennità parlamentari corrisposte, si giungerà verosimilmente ad una riduzione di quasi il cinquanta per cento.