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e cioè la presenza di un sistema di apparati che si caratterizzano per essere strutture asservite alloro leader politico, partiti «personali» che nulla hanno in comune, in termini organizzativi e ideologici, con i partiti politici di un tempo. Oggi, dopo le numerose vicende che hanno e che stanno ancora accompagnando, in positivo e in negativo, la storia dei partiti politici nell'Italia repubblicana, occorre tornare ad affrontare il problema di una regolamentazione giuridica degli stessi in modo da restituire ad essi la funzione che è loro propria e che appare fondamentale in una democrazia pluralista: il raccordo fra i cittadini e le istituzioni. Si tratta di subordinare i partiti politici a regole certe e trasparenti, rendendo pubblici i loro statuti oltre che i loro bilanci e dando più potere ai loro iscritti ed elettori. In un sistema ormai profondamente in crisi, disciplinare giuridicamente i partiti politici oltre che al rilancio della funzione costituzionale e sociale degli stessi potrebbe anche contribuire alla stabilizzazione dell'assetto politico italiano. Si ricorda, incidentalmente, che la Commissione parlamentare per le riforme costituzionali del 1983, presieduta dal senatore Aldo Bozzi, aveva approvato un nuovo testo dell'articolo 49 della Costituzione così formulato: «Tutti i cittadini hanno diritto ad associarsi liberamente in partiti per concorrere con strutture e metodi democratici a determinare la politica nazionale. La legge disciplina il finanziamento dei partiti, con riguardo alle loro organizzazioni centrali e periferiche, e prevede le procedure atte ad assicurare la trasparenza ed il pubblico controllo del loro stato patrimoniale e delle loro fonti di finanziamento. La legge detta altresì disposizioni dirette a garantire la partecipazione degli iscritti a tutte le fasi di formazione della volontà politica dei partiti, compresa la designazione dei candidati alle elezioni, il rispetto delle norme statutarie, la tutela delle minoranze». Si trattava di una proposta valida e precisa, ma che non trovò -- al pari delle altre proposte di riforma formulate in quella sede -- nessun seguito; e nemmeno venne ripresa successivamente in sede parlamentare. Il cosiddetto «metodo democratico» costituisce oggi l'unico limite all'azione esterna dei partiti politici e può comportare la repressione dell'attività condotta con metodi antidemocratici. Tale metodo è anche un limite rispetto all'attività esterna e si riflette sull'organizzazione stessa dei partiti politici, in quanto funzionalmente collegata con l'attività esterna. Esso intende evitare che, sia per i mezzi adoperati, sia per le finalità perseguite, l'attività possa essere indirizzata in modo da compromettere o da attentare ai valori fondamentali di democrazia garantiti dalla Costituzione. Tuttavia, anche se l'espressione «con metodo democratico» è stata interpretata nel senso appena esposto, non sembra che questa norma obblighi i partiti politici ad adottare al loro interno una struttura democratica che garantisca a tutti gli associati una uguale partecipazione all'attività di partito. Il rispetto del metodo democratico comporta l'obbligatorietà del controllo sui partiti politici da parte dello Stato: il nostro ordinamento, in proposito, non prevede una legislazione organica e l'unica forma di controllo, peraltro indiretta, è costituita dal finanziamento pubblico. Premesso che sarebbe auspicabile un intervento di revisione del dettato costituzionale di cui all'articolo 138, non facile da realizzare ma nemmeno impossibile come dimostrano le recenti modifiche costituzionali sul voto degli italiani all'estero, sul giusto processo e sulla riforma regionale, una strada alternativa dovrebbe partire da una nuova interpretazione dell'articolo 49. Il cosiddetto «metodo democratico» andrebbe riferito ai soli rapporti tra i partiti politici nell'ambito di una competizione ispirata al pluralismo politico. Di qui, allora, la necessità di esplicitare nella norma costituzionale il «diritto dei partiti», quasi a voler ridare maggiore forza e dignità ai partiti politici costituzionalizzandoli, salvo poi riservare alla legge il compito di disciplinarli ulteriormente. Il presente disegno ai legge si inserisce proprio in questo ambito, là dove prevede che i partiti politici, al fine di usufruire dei rimborsi per le spese elettorali e di ogni altro beneficio normativo, debbano dotarsi di uno statuto approvato con atto pubblico, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale , recante l'indicazione degli organi del partito e della loro composizione, nonché le procedure e le forme di garanzia per le minoranze, i diritti e i doveri degli iscritti e le modalità di selezione dei candidati alle elezioni. L'obbligo di pubblicità degli statuti, cui è subordinato l'accesso ai finanziamenti pubblici, costituisce sicuramente un avanzamento rispetto all'arbitrio che ha sempre caratterizzato il diritto dei partiti politici, solo temperato da crescenti interventi giurisdizionali. Il presente disegno di legge è, in ultima analisi, il tentativo di dare una risposta organica all'esigenza di collocare il partito politico nel giusto ruolo nel nostro ordinamento costituzionale, definendone natura giuridica, regole di vita interna, procedure per la scelta dei candidati e trasparenza dei bilanci. Si tratta di una proposta che merita di essere attentamente discussa, specialmente tra i costituzionalisti, e che merita di essere degnamente presa in considerazione, specialmente tra quanti credono che sia giunta l'ora che si faccia (anche) in Italia una legge sui partiti politici.. Art. 1. (Definizione) 1. I partiti politici sono associazioni di uomini e di donne costituite al fine di concorrere a determinare la politica nazionale, regionale e locale, sulla base del più ampio metodo democratico e attraverso la partecipazione libera e continua dei cittadini alla vita pubblica. Art. 2. (Natura giuridica) 1. I partiti politici sono associazioni riconosciute dotate di personalità giuridica ai sensi dell'articolo 1 del regolamento di cui al decreto del Presidente della Repubblica 10 febbraio 2000, n. 361. 2. All'atto della costituzione del partito politico, i soci fondatori ne depositano il nome, il simbolo, lo statuto e il progetto. Art. 3. (Statuto) 1. Ogni partito politico è tenuto ad approvare il proprio statuto per atto pubblico entro un anno dalla data di entrata in vigore della presente legge. 2. Lo statuto e le sue eventuali modifiche sono pubblicati nella Gazzetta Ufficiale , rispettivamente, entro un mese dalla data di iscrizione del partito politico nel registro delle persone giuridiche, istituito ai sensi dell'articolo 1 del regolamento di cui al decreto del Presidente della Repubblica 10 febbraio 2000, n. 361, ed entro un mese dalla data di approvazione delle modifiche stesse. 3. Allo statuto del partito politico è allegato, anche in forma grafica, il simbolo, che con il nome costituisce elemento essenziale di riconoscimento del partito stesso. Art. 4. (Accesso alle forme di finanziamento pubblico) 1.