[pronunce]

n. 274 del 2000, in forza della quale la particolare tenuità del fatto non può essere dichiarata — dopo l'esercizio dell'azione penale — se l'imputato o la persona offesa si oppongono: condizione negativa, questa, rilevante nel giudizio a quo a fronte della presenza di un'«agguerrita parte civile» che, sebbene non espressamente interpellata al riguardo, avrebbe manifestato, presentando conclusioni finali scritte, una implicita, ma comunque inequivoca opposizione a che l'azione penale «sfoci nel nulla»; che l'anzidetta previsione violerebbe segnatamente l'art. 101, secondo comma, Cost., in quanto sottrarrebbe il giudice all'imperio della sola legge, subordinando il contenuto della sua decisione alla volontà di una parte processuale: giacché, quando pure il giudice si convincesse dell'irrilevanza penale del fatto sottoposto al suo giudizio, egli si troverebbe impedito a dichiararla, e tenuto invece a condannare l'imputato, solo perché la persona offesa dal reato «vuole così» (la facoltà di opposizione dell'imputato risulterebbe, per converso, secondo il rimettente, «meno ingiustificata», in relazione al suo interesse ad ottenere l'accertamento della insussistenza del fatto in luogo di una mera declaratoria di improcedibilità); che un ulteriore e conclusivo profilo di incostituzionalità della disciplina dell'istituto andrebbe ravvisato nell'incidenza che, in virtù dell'art. 34, comma 1, del d.lgs. n. 274 del 2000 e della norma di delega da esso attuata , assumono le esigenze di lavoro, di studio, di famiglia e di salute dell'imputato; che tale requisito risulterebbe infatti lesivo del principio di uguaglianza, facendo dipendere l'applicazione della sanzione penale dalla circostanza — del tutto «casuale» e priva di significato sul piano della valutazione della rilevanza penale del fatto — che l'imputato svolga o meno un'attività lavorativa o di studio, ovvero abbia un carico di famiglia o soffra di una qualche patologia; che nel giudizio di costituzionalità è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, il quale ha chiesto che la questione sia dichiarata inammissibile o infondata. Considerato che il giudice a quo sottopone a scrutinio di costituzionalità la disciplina dell'istituto dell'esclusione della procedibilità per «particolare tenuità del fatto», dettata dall'art. 34 del d.lgs. 28 agosto 2000, n. 274 sulla base dell'art. 17, comma 1, lettera f), della legge di delegazione 24 novembre 1999, n. 468, in termini che appaiono intrinsecamente contraddittori; che per un verso, difatti, il rimettente, muovendo dalla premessa in fatto dell'applicabilità dell'istituto in parola nel giudizio principale, solleva due questioni — quelle concernenti l'eccesso di delega e l'insufficiente determinatezza dei presupposti — volte ad espungere l'istituto stesso dall'ordinamento; che subito dopo, tuttavia — deducendo che l'applicazione dell'istituto nel processo a quo risulterebbe in realtà impedita dall'opposizione della persona offesa (circostanza, questa, atta a rendere irrilevanti i primi due quesiti) — il rimettente solleva altre due questioni intese, viceversa, a dilatarne l'ambito, tramite la rimozione di altrettante condizioni di operatività: quella negativa della mancata opposizione dell'imputato e della parte offesa, e quella positiva del pregiudizio alle esigenze di lavoro, di studio, di famiglia o di salute dell'imputato (quesito, quest'ultimo, peraltro anch'esso irrilevante nel giudizio a quo, in quanto inerente ad un requisito che lo stesso rimettente ritiene sussistente nel caso di specie); che in tal modo — denunciando, cioè, l'incostituzionalità dell'istituto dapprima per contrarietà alla delega legislativa e per eccessiva genericità dei presupposti, e poi, invece, in rapporto alla previsione di condizioni che ne limitano la sfera applicativa — il giudice a quo auspica due diversi interventi correttivi, l'uno in palese contraddizione con l'altro: donde la manifesta inammissibilità delle questioni (cfr., ex plurimis, ordinanze n. 67 del 2001; n. 7 e n. 435 del 2000). Visti gli artt. 26, secondo comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87, e 9, secondo comma, delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale.. . per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE dichiara la manifesta inammissibilità delle questioni di legittimità costituzionale dell'art. 34 del decreto legislativo 28 agosto 2000, n. 274 (Disposizioni sulla competenza penale del giudice di pace, a norma dell'articolo 14 della legge 24 novembre 1999, n. 468) e dell'art. 17, comma 1, lettera f), della legge 24 novembre 1999, n. 468 (Modifiche alla legge 21 novembre 1991, n. 374, recante istituzione del giudice di pace. Delega al Governo in materia di competenza penale del giudice di pace e modifica dell'articolo 593 del codice di procedura penale), sollevate, in riferimento agli artt. 3, 25, secondo comma, 76, 101, secondo comma, e 112 della Costituzione, dal Tribunale di Torino con l'ordinanza in epigrafe. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 16 gennaio 2003. F.to: Riccardo CHIEPPA, Presidente Giovanni Maria FLICK, Redattore Giuseppe DI PAOLA, Cancelliere Depositata in Cancelleria il 4 febbraio 2003. Il Direttore della Cancelleria F.to: DI PAOLA