[pronunce]

SENTENZA ha pronunciato la seguentenel giudizio di legittimità costituzionale dell'art. 656, comma 9, lettera a), del codice di procedura penale, come modificato dall'art. 2, comma 1, lettera m), del decreto-legge 23 maggio 2008, n. 92 (Misure urgenti in materia di sicurezza pubblica), convertito, con modificazioni, dall'art. 1, comma 1, della legge 24 luglio 2008, n. 125, promosso dal Giudice dell'udienza preliminare del Tribunale ordinario di Napoli, con ordinanza del 5 settembre 2014, iscritta al n. 105 del registro ordinanze 2015 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 23, prima serie speciale, dell'anno 2015. Visto l'atto di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri; udito nella camera di consiglio del 6 aprile 2016 il Giudice relatore Giorgio Lattanzi.. Ritenuto in fatto Considerato in diritto 1.- Il Giudice dell'udienza preliminare del Tribunale ordinario di Napoli, con ordinanza del 5 settembre 2014 (r.o. n. 105 del 2015) , ha sollevato, in riferimento agli artt. 3 e 27, terzo comma, della Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell'art. 656, comma 9, lettera a), del codice di procedura penale, come modificato dall'art. 2, comma 1, lettera m), del decreto-legge 23 maggio 2008, n. 92 (Misure urgenti in materia di sicurezza pubblica), convertito, con modificazioni, dall'art. 1, comma 1, della legge 24 luglio 2008, n. 125, «nella parte in cui prevede "624-bis del codice penale"». Il giudice rimettente premette che, con sentenza del Giudice dell'udienza preliminare del Tribunale ordinario di Napoli dell'8 ottobre 2010, divenuta definitiva il 4 dicembre 2012, L.C. era stato condannato alla pena di un anno e quattro mesi di reclusione e di 400 euro di multa, per il delitto previsto dagli artt. 624-bis e 61, numero 5), del codice penale, perché «si impossessava mediante strappo della borsa di D.A., fatto questo aggravato dall'aver profittato di circostanze oggettive - ora tarda - tali da ostacolare la pubblica e privata difesa». Il Procuratore della Repubblica presso il Tribunale ordinario di Napoli - prosegue il giudice a quo - aveva emesso, il 5 agosto 2013, l'ordine di esecuzione a carico di L.C. per la pena residua di cinque mesi e due giorni di reclusione e, contestualmente, aveva chiesto al Giudice dell'udienza preliminare del medesimo Tribunale di sospenderlo, «dando una lettura costituzionalmente orientata dell'art. 656 co. 9 lett. a) del codice di procedura penale, come modificato dall'art. 2 lett. m) del decreto legge n. 92, convertito in legge 24 luglio 2008, n. 125» , ovvero di sollevare una questione di legittimità costituzionale. Secondo la prospettazione del giudice rimettente, l'istanza proposta dal pubblico ministero configura una richiesta di incidente di esecuzione in quanto riguarda l'efficacia in via transitoria del titolo esecutivo, e la richiesta sarebbe stata indirizzata correttamente perché il pubblico ministero non avrebbe, secondo la costante giurisprudenza costituzionale, la legittimazione a promuovere il giudizio di legittimità costituzionale. Il pubblico ministero sarebbe tenuto a sollecitare i poteri decisori del giudice competente a conoscere delle questioni relative al titolo esecutivo, che è appunto il giudice dell'esecuzione, ossia, nel caso di specie, il Giudice dell'udienza preliminare del Tribunale ordinario di Napoli. La questione sarebbe rilevante nel giudizio a quo, in quanto il pubblico ministero ha chiesto al giudice dell'esecuzione la sospensione dell'ordine di esecuzione, perciò dovrebbe trovare applicazione l'art. 656 cod. proc. pen. La questione sarebbe inoltre non manifestamente infondata con riferimento all'art. 3 Cost., perché la norma impugnata sarebbe in contrasto con i principi di ragionevolezza, uguaglianza e proporzionalità. Ricostruito il quadro normativo di riferimento, il giudice rimettente osserva che l'art. 656, comma 9, lettera a), cod. proc. pen. preclude la sospensione dell'esecuzione delle pene detentive inferiori ai tre anni nei confronti dei condannati per il delitto di furto con strappo e non anche nei confronti dei condannati per il delitto di rapina, dato che «la rapina semplice [...] non rientra tra i reati elencati nell'art. 4 bis L. 354/75», per i quali - in virtù di «una particolare capacità a delinquere» di chi li ha commessi presunta dal legislatore - non può essere disposta la sospensione dell'esecuzione. Ciò posto, secondo l'ordinanza di rimessione, «la paradossale scelta legislativa di prevedere una modalità esecutiva più gravosa per il condannato per il furto con strappo comporta che l'eventuale condotta ulteriore di minaccia o violenza rispetto a due fattispecie identiche consentirebbe a chi l'ha commessa di poter beneficiare, in fase di esecuzione, del decreto di sospensione dell'esecuzione, diversamente da colui che si sia limitato a commettere un'azione volta all'impossessamento, con violenza sulla cosa, e tuttavia priva di violenza o minaccia alla persona». L'irragionevolezza della norma censurata emergerebbe anche «dal fatto che è considerato pericoloso - e dunque meritevole della carcerazione - chi ha commesso un reato di modesta gravità ed ha riportato condanna ad una pena detentiva breve, a differenza del soggetto il quale si sia reso responsabile di un reato più grave e perciò sia stato condannato ad una pena detentiva elevata, tenuto conto che il limite di tre anni, previsto dall'art. 656, comma 5, cod. proc. pen. ai fini della sospensione dell'esecuzione trova applicazione anche con riguardo alle pene residue». La questione, conclude il giudice a quo, sarebbe non manifestamente infondata pure con riferimento all'art. 27, terzo comma, Cost., in quanto «[l]'applicazione rigida ed automatica della detenzione carceraria [...], senza possibilità di una valutazione da parte del Tribunale di Sorveglianza dell'idoneità ed opportunità di eventuali misure alternative alla detenzione, risulta in contrasto con la finalità rieducativa della pena». Peraltro, l'istituto della sospensione dell'esecuzione delle pene detentive brevi troverebbe giustificazione proprio nella finalità rieducativa della pena, essendo volto ad evitare l'impatto con la struttura carceraria, e si fonderebbe su una presunzione di scarsa pericolosità sociale basata sull'entità della pena irrogata. «[S]immetricamente, i divieti alla sospensione dell'esecuzione previsti dall'art. 656, comma 9, cod. proc. pen. , sono fondati sulla presunzione di pericolosità in relazione al titolo del reato, alla gravità della sanzione edittale o al particolare allarme sociale destato da talune condotte criminose, cui si affiancano condizioni d'accertata pericolosità».