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Allo stato dei fatti però tale emendamento - non solo mio perché ha la voce, il volto e l'anima di tantissimi sindaci calabresi - è stato stravolto totalmente e privato della parte in cui si prevedeva un diretto coinvolgimento dei sindaci nella filiera di comando della struttura commissariale della sanità. Mi sono a lungo speso perché tale previsione venisse inserita nella parte normativa, convinto che le amministrazioni locali siano le sole a conoscere i reali servizi sanitari sui territori e, quindi, in grado di contribuire a una concreta risoluzione delle tante questioni aperte nella sanità calabrese. Purtroppo questa norma è stata inopinatamente stralciata e ciò dovrebbe preoccupare l'intera delegazione dei senatori calabresi, quantomeno di coloro che appartengono al centrosinistra e alla maggioranza di Governo. Sono questi i temi in cui si misura la qualità dei gruppi dirigenti, di chi nutre l'ambizione di governare la Calabria e di chi ha veramente a cuore il destino della Regione. «I calabresi vogliono essere parlati», scriveva Corrado Alvaro, e ascoltati. In questo momento non è né parlata, né ascoltata; lo dico con grande sofferenza, soprattutto guardando al dibattito che sta prendendo piede in Calabria in vista delle elezioni regionali, con un confronto completamente sganciato dalla realtà, privo di contenuti e finalizzato solo all'autoconservazione. Il passato ci insegna che una classe politica conservatrice, preoccupata di difendere lo status quo, è capace solo di scrivere le pagine più brutte della nostra storia regionale e nazionale. Il futuro ci sollecita a lanciare un segnale di grande maturità e coerenza, dando dimostrazione di avere nel cuore e nella mente solo ed esclusivamente il bene e la crescita della nostra Nazione, di cui fa parte anche la Calabria, una terra dalla storia millenaria, che coincide con quella dell'umanità, dove si respira l'anima di una civiltà che vive in una cultura che è storia, Magna Grecia, Italia. Una Regione che è già in ginocchio economicamente e socialmente di suo, rischia così di ricevere il colpo finale con un decreto vacuo e vuoto che non riesce a garantire il diritto costituzionale alla salute, ai livelli di assistenza, di prevenzione e di cura pari alle altre Regioni, a colmare il profondo divario tra Sud e Nord, a ripianare i debiti esistenti, a contemplare risorse per investimenti in capitale umano e tecnologia. Pertanto, proprio per tutelare fino in fondo i diritti dei calabresi, sono mio malgrado costretto a votare no al cosiddetto decreto Calabria. Se votassi il testo del decreto, così come è stato modificato nei lavori parlamentari alla Camera, tradirei me stesso, la mia gente, le mie radici, la mia storia, i miei ideali: quegli ideali che ho scelto di servire da quando avevo quattordici anni, mettendoci non solo la faccia, ma anche il cuore e agendo per il bene nell'esclusivo interesse della collettività. Il provvedimento al nostro esame doveva rappresentare una svolta per la sanità in Calabria; in realtà si tratta di una norma anemica, che non cura i mali prodotti dalla gestione nefasta dei governi regionali prima e, a partire dal 2010, del commissariamento calabrese, di un'amministrazione inconcludente, parolaia, superficiale e senza bussola dello Stato italiano. Il decreto-legge doveva esaltare il ruolo dei sindaci, e invece li umilia, mandandoli contemporaneamente in prima linea a mani nude. In più l'attuale pandemia ha aumentato a dismisura il peso di chi ha l'onore e l'onere di indossare la fascia tricolore, riservata non ai parlamentari, non ai Ministri, non al Presidente del Consiglio, ma solo ai primi cittadini delle nostre martoriate comunità. In questo decreto-legge non viene valorizzata la funzione fondamentale dei rappresentanti veri e autentici del territorio, come avevo chiesto a gran voce in rappresentanza di tutti i sindaci calabresi. Anzi, viene tolto anche quello che il decreto legislativo n. 502 del 1992 e le successive modifiche avevano previsto. Un esempio per tutti: viene di fatto svuotato il parere preventivo nella nomina dei direttori generali che la Conferenza dei sindaci doveva esprimere. Il decreto-legge non prevede in maniera puntuale e precisa i requisiti specifici, attinenti al settore, che deve possedere il commissario regionale; non individua i titoli che devono avere i componenti della sua catena di comando; si muove sulla linea sottile dell'incostituzionalità, perché incide profondamente sui delicati equilibri che tengono insieme lo Stato e il regionalismo. Quello in esame è un decreto-legge che rappresenta uno sfondamento dei poteri istituzionali in capo al rappresentante della collettività calabrese, cioè al Presidente della Regione; uno sfondamento costituzionale che proviene da chi si è battuto senza ragione contro la riforma costituzionale, in virtù dei presunti valori che prima difendeva legittimamente e oggi vuole tradire in maniera strisciante e silenziosa. È vero che la situazione sanitaria è emergenziale in Calabria; lo Stato però da più di dieci anni governa e amministra tale realtà e non può immaginare di scaricare sulla Calabria, sia politicamente, ma soprattutto economicamente, i disastri finanziari. Nel decreto-legge in esame c'è in verità un tentativo di intervento economico, ma è timido e insufficiente. Lo Stato deve addossarsi tutto e per intero il disavanzo degli ultimi dieci anni, perché è il frutto della gestione dello Stato stesso, attraverso i suoi commissari. (Applausi) . Con il provvedimento in discussione si vuole governare per sempre la Calabria attraverso la sanità; di fatto, si stabilisce un principio che anche la moderna civiltà giuridica avanzata aborre: il fine pena mai. Vale a dire, il fine commissariamento in Calabria mai. Sono cresciuto alla scuola di quella politica, che parte dal basso ed è fatta con dignità, coerenza e trasparenza, in una piccola sezione del Partito Socialista, in piazza, per la gente e tra la gente. Per questo dico no. È questo il modo di essere e di fare politica a cui ho sempre creduto, ispirandomi a una donna tenace e coraggiosa, un grande esempio di passione e disinteressato impegno civile, culturale e sociale per la sua terra in difesa dei diritti dei cittadini, in particolare delle fasce più deboli delle popolazioni: l'unica donna in Italia, su 625 presidenti delle unità sanitarie locali (USL), a ricoprire negli anni Ottanta il ruolo di presidente di una USL della Calabria; una donna che nei suoi otto anni di attività nella sanità ha lavorato tanto per garantire servizi adeguati alla tutela della salute e rispondenti alle richieste. Allora quella donna ci è riuscita, a differenza di oggi, quando il diritto alla salute viene garantito con tagli e chiusure di strutture ospedaliere, che paradossalmente peggiorano l'efficienza sanitaria e aumentano il deficit pubblico. Quella straordinaria donna è una calabrese, Marianna Presta, mia madre, interprete autentica dei veri valori e dei più alti ideali della tradizione socialista (Applausi) , che incarna nella propria storia la politica autentica, quella che mette al centro la persona e l'amore per la polis ; quella è la politica in cui mi riconosco e a cui sono fiero di appartenere, con cui ho sempre operato e con cui sto svolgendo la mia attività di parlamentare e con cui amministro da sindaco.