[pronunce]

Aggiunge il giudice a quo che il decreto di espulsione del 16 agosto 2001 era stato adottato in quanto il ricorrente era entrato nel territorio dello Stato sottraendosi ai controlli di frontiera – in tal modo violando gli artt. 4, comma 1, e 13, comma 2, lettera a) del decreto legislativo n. 286 del 1998 – ed a causa del pericolo di fuga, non essendo risultata l'esistenza di rapporti lavorativi o familiari tali da garantire che l'ordine di abbandonare il territorio nazionale venisse spontaneamente rispettato dal destinatario. Ciò posto in punto di fatto, il remittente rammenta che una questione identica a quella attuale è già stata sollevata precedentemente e dichiarata manifestamente inammissibile da questa Corte con ordinanza n. 126 del 2005; tuttavia la disposizione censurata appare al TAR della Lombardia in contrasto con gli invocati parametri costituzionali. Prima di tutto, il giudice a quo ravvisa un contrasto tra l'art. 1, comma 8, lettera a), del d.l. n. 195 del 2002 ed il principio di ragionevolezza, poiché l'esistenza di un provvedimento di espulsione eseguito mediante accompagnamento coattivo alla frontiera a mezzo di forza pubblica non sarebbe, di per sé, idonea a discriminare le diverse posizioni degli stranieri. Infatti, pur ammettendo il TAR che, nel testo originario dell'art. 13, commi 4 e 5, del d.lgs. n. 286 del 1998, l'espulsione mediante accompagnamento alla frontiera costituiva un'eccezione – mentre è divenuta la regola dopo la modifica introdotta dall'art. 12, comma 1, della legge 30 luglio 2002, n. 189 – tuttavia anche in quel sistema i casi di espulsione con accompagnamento non costituivano una categoria omogenea, essendovi ricomprese situazioni fra loro molto diverse. A tale misura erano assoggettati tanto gli stranieri oggettivamente pericolosi (espulsi per motivi di sicurezza dello Stato o per l'abituale dedizione al traffico di stupefacenti) quanto quelli che si trovavano nella condizione del ricorrente e che venivano accompagnati alla frontiera soltanto perché esistevano fondate ragioni per ritenere che il destinatario si sarebbe sottratto al provvedimento di espulsione. Rileva, pertanto, il remittente che vietare la legalizzazione del lavoratore extracomunitario per il semplice fatto che questi è stato accompagnato alla frontiera per le ragioni appena richiamate appare una conseguenza del tutto sproporzionata; e che tale forma di espulsione non sia, di per sé, indice di effettiva pericolosità è reso evidente, secondo il TAR, dal fatto che con la legge n. 189 del 2002 il suddetto meccanismo, come già osservato, è divenuto di generale applicazione. D'altra parte, la generalizzazione della procedura di accompagnamento coattivo alla frontiera trova un bilanciamento nel sistema di garanzie che l'art. 13, comma 5-bis, del d.lgs. n. 286 del 1998 appronta nei confronti del provvedimento di espulsione, sistema creato su impulso delle due sentenze di questa Corte n. 105 del 2001 e n. 222 del 2004. Ritiene, invece, il remittente che la disposizione censurata, dovendosi applicare con riguardo a provvedimenti di espulsione eseguiti con accompagnamento alla frontiera nel vigore della precedente disciplina, sia irragionevolmente lesiva del diritto di difesa, da un lato considerando ostativi «provvedimenti rispetto ai quali i destinatari non avevano all'epoca alcuna possibilità di difendersi efficacemente», dall'altro estendendo «retroattivamente gli effetti negativi di questi stessi provvedimenti, rendendo palese solo a posteriori un ulteriore (e più consistente) interesse all'impugnazione». Altro rilievo svolto dal giudice a quo, infine, è quello di una presunta irrazionalità della norma in questione conseguente all'artificiosa separazione della decisione sulla legalizzazione rispetto all'esame dei presupposti. Ogni provvedimento di espulsione, ivi compresi quelli emessi per effettive ragioni di pericolosità degli stranieri, si fonda in parte sui comportamenti precedenti del destinatario ed in parte sulla ragionevole previsione di futuri disagi per la collettività; la norma censurata, invece, rende immutabili per il futuro le decisioni a suo tempo assunte in occasione dell'assunzione del provvedimento di espulsione, senza consentire alcuna valutazione degli elementi sopravvenuti che potrebbero essere indice di un positivo rapporto tra lo straniero e la nostra collettività nazionale. Il TAR, quindi, chiede che la norma in oggetto venga dichiarata costituzionalmente illegittima nella parte in cui vieta la possibilità di accogliere la domanda di legalizzazione del lavoratore straniero extracomunitario, destinatario di un provvedimento di espulsione da eseguire mediante accompagnamento coattivo alla frontiera. 3. –– Con tre ordinanze di identico contenuto – emesse nel corso di altrettanti giudizi proposti per l'annullamento dei provvedimenti con cui erano state respinte le domande di regolarizzazione di tre lavoratori extracomunitari destinatari di un decreto di espulsione da eseguire mediante accompagnamento coattivo alla frontiera – anche il Tribunale regionale di giustizia amministrativa del Trentino-Alto Adige, sede di Trento, ha sollevato questione di legittimità costituzionale, in riferimento agli artt. 3, primo comma, e 35, primo comma, Cost., dell'art. 1, comma 8, lettera a), del d.l. n. 195 del 2002, convertito con modifiche dalla legge n. 222 del 2002 (r.o. nn. 466, 562 e 563 del 2005). Diverse sono, peraltro, le vicende in fatto dei tre giudizi a quibus: nel primo, lo straniero era stato espulso con accompagnamento alla frontiera a seguito di decreto del Prefetto di Crotone del 21 marzo 2001, in quanto era entrato in Italia sottraendosi ai controlli di frontiera; nel secondo, lo straniero, già destinatario di un decreto di espulsione in data 5 maggio 1997, era stato effettivamente accompagnato alla frontiera il successivo 23 maggio; nel terzo, infine, lo straniero risultava espulso con accompagnamento alla frontiera, in forza di un decreto del 4 febbraio 1999 emesso dal Prefetto di Matera, in quanto rintracciato privo di permesso di soggiorno ed in precedenza già colpito da altro decreto di espulsione del 2 novembre 1998, rispetto al quale era inadempiente. Due delle tre ordinanze costituiscono la riproposizione di altrettante questioni, già sollevate nei medesimi giudizi e dichiarate inammissibili da questa Corte con ordinanza n. 126 del 2005. Precisa in punto di fatto il TRGA che il rigetto dell'istanza di regolarizzazione è stato determinato, in tutti i casi, dal semplice accertamento che i lavoratori interessati avevano subito in precedenza un provvedimento di espulsione mediante accompagnamento alla frontiera, il che darebbe conto della rilevanza della presente questione.