[resaula]

La terza, la più probabile, è che siamo di fronte all'incapacità più assoluta di questi presunti esperti e comitati tecnici, che, non avendo idea di come gestire l'emergenza e giustificare i loro lauti compensi, non hanno saputo fare altro che chiudere tutti in casa e devastare l'economia degli italiani. Concludo. Oggi, con questo decreto e con questi provvedimenti a pioggia assistenziali e senza alcuna visione del futuro, distruggiamo le casse pubbliche per avvantaggiare i soliti noti. Stiamo ipotecando il futuro dei nostri ragazzi. Ai cittadini normali, come al solito, arriverà forse solo un po' di elemosina. Non ci sono parole. Siamo insomma di fronte ad una vera e propria... (Il microfono si disattiva automaticamente) . Il mio voto sarà ovviamente "no" alla fiducia. PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Pinotti. Ne ha facoltà. PINOTTI (PD) . Signor Presidente, la dichiarazione dell'Organizzazione mondiale della sanità sullo stato di emergenza è del 30 gennaio 2020. Il giorno dopo, il 31 gennaio, il Consiglio dei ministri ha dichiarato in Italia lo stato di emergenza. Dopo quello, sono stati assunti numerosi provvedimenti e molte ordinanze di protezione civile; si è fatto ricorso a molti decreti del Presidente del Consiglio dei ministri; ci sono state ordinanze del Ministro della salute ed anche ordinanze delle Regioni e degli enti locali. Si è discusso molto qui in Senato, ma anche alla Camera, rispetto alla scelta degli strumenti. Ma noi non dobbiamo dimenticare - per questo sono partita dal ricordare che in quel momento è stata dichiarata un'emergenza - che non ci aspettavamo un'emergenza così virulenta e così rapida nella diffusione, quindi è stato necessario assumere, anche rispetto a quel periodo, dei provvedimenti che vanno inseriti nel quadro di un'emergenza veramente inaspettata anche per l'entità di quel momento. Stiamo entrando adesso in un'altra fase, dal punto di vista della mobilità, per le riaperture di esercizi economici e commerciali. È importante che in questa fase, anche dal punto di vista del rapporto Governo-Parlamento, ci sia una rinormalizzazione degli strumenti. È stata approvata in questo senso anche una mozione alla Camera, che indica che è importante privilegiare il decreto-legge, uno strumento che viene utilizzato da ora. Rispetto a questo, si è anche previsto, con un emendamento proposto dal Partito Democratico, che in caso dovesse malauguratamente - speriamo di no - riacutizzarsi la situazione, quindi riavere comunque una situazione di emergenza, ci possa comunque essere un'informativa del Governo, come viene fatto ad esempio prima dei Consigli europei, che indichi quali saranno le scelte prima di assumere dei provvedimenti che hanno un impatto così importante sulla vita delle persone. Il decreto-legge n. 19 che stiamo analizzando in realtà fa ordine di tutta una serie di provvedimenti precedenti e porta, rispetto al decreto principale che riordina il decreto-legge n. 6 di quest'anno, anche una serie di novità. Ad esempio, si individua il 31 luglio come fine dello stato di emergenza; viene data la possibilità di rimodulare questa data sulla base dell'andamento epidemiologico; i provvedimenti comunque vengono reiterati ogni trenta giorni; ci si richiama alla adeguatezza e proporzionalità dei provvedimenti che devono essere assunti. Il decreto-legge in discussione risponde quindi alla necessità di un intervento uniformatore per inserire in un atto di rango primario i singoli provvedimenti emergenziali attuativi per fronteggiare il Covid-19: una cornice giuridica per sistematizzare numerosi provvedimenti. Detto questo e approvando i contenuti di questo decreto-legge, mi permetto di utilizzare i minuti a mia disposizione per fare alcune considerazioni su che cosa ci ha insegnato la gestione di questa emergenza: intanto, sicuramente il valore del Servizio sanitario nazionale (legge n. 833 del 1978). Mai come in questo momento abbiamo visto l'importanza dell'esistenza di questo Servizio e la sua forza. Molti interventi lo hanno raccontato: c'è stata una capacità di reazione, oltre che una dedizione da parte del mondo complessivo della sanità, che ha suscitato l'ammirazione di tutti, gli applausi dai balconi e l'ammirazione di tutti noi. In tempi rapidissimi negli ospedali si sono approntati dei reparti Covid; si sono sistematizzati percorsi di sicurezza; ci sono stati ospedali in cui era difficile avere il ricambio del personale, quindi alcune persone hanno fatto turni assolutamente massacranti. Abbiamo avuto un esempio da ricordare e da non dimenticare. Soprattutto, ricordiamoci del valore del Servizio sanitario nazionale e del valore delle risorse che dobbiamo investire in questo Servizio. C'è poi da fare una riflessione anche per quello che riguarda il rapporto Stato-Regioni. Non c'è dubbio che, in più di un momento, questo rapporto è stato o confuso o a volte anche conflittuale; non ce lo possiamo permettere mai, ma soprattutto non ce lo possiamo permettere in casi di emergenza. Quindi a tale riguardo c'è qualcosa che dobbiamo mettere a punto anche noi come legislatori rispetto a questo funzionamento. Insieme alla valorizzazione che tutti noi abbiamo fatto del Servizio sanitario nazionale, abbiamo riscoperto anche quello che ci ricorda l'articolo 32 della Costituzione. Il diritto alla salute non è infatti solo il diritto di un singolo ad ottenere le migliori prestazioni, ma in realtà si esercita per rinforzare la comunità ed è quello che abbiamo vissuto con questa emergenza. Ebbene, sappiamo che nell'articolo 117 della Costituzione, per quanto riguarda le materie concorrenti, c'è una serie di riferimenti e sappiamo che sono stati inseriti i livelli essenziali di assistenza (LEA). Sappiamo però anche che non è importante solo stabilire questi livelli, ma anche andarli a controllare, perché se la salute è un bene di tutti, un bene universale, come ricorda la nostra Costituzione, come Stato abbiamo la responsabilità non di accentrare la gestione della sanità, che sarebbe sbagliato, ma di verificare che il diritto alla salute sia vissuto allo stesso modo in tutte le parti del nostro Paese. Un'altra attenzione che abbiamo prestato è stata quella alla medicina territoriale e di prevenzione. Per molti anni ci siamo concentrati sulle eccellenze, sulla grande chirurgia, sulle sperimentazioni più avanguardistiche e forse l'attenzione anche mediatica è stata molto maggiore su questi settori. È importante avere le eccellenze, ma con questa pandemia abbiamo scoperto che le debolezze si sono mostrate soprattutto laddove la medicina territoriale e di prevenzione aveva lasciato il campo, perché è una medicina molto meno "spettacolare". È difficile strapparsi i pazienti da una Regione all'altra grazie ad una medicina territoriale o di prevenzione che funziona. Eppure questa pandemia ci insegna che invece quello è un livello fondamentale, su cui dobbiamo investire e che dobbiamo curare di più, anche coinvolgendo maggiormente i medici di medicina generale, che devono essere assolutamente parte - forse rafforzando anche la convenzione - di questo lavoro pubblico, che dobbiamo fare per la salute collettiva. Speriamo di lasciarci alle spalle questa epidemia prima possibile, ma non è detto che non ci possano essere nuove e diverse epidemie in futuro e almeno dobbiamo essere preparati. Quindi dobbiamo avere una cultura della gestione delle crisi e dobbiamo avere dei piani emergenziali, per eventuali nuove epidemie, che speriamo non ci siano mai, ma che potrebbero esserci.