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Nuovo testo unico sulla condizione soggettiva dei parlamentari e dei membri del Governo. Onorevoli Senatori. -- Come noto, a seguito della sentenza della Corte Costituzionale n. 1 del 13 gennaio 2014 e sotto impulso del nuovo segretario del Partito Democratico, Matteo Renzi, l'attenzione delle forze politiche si è concentrata sull'esigenza di approvare in tempi rapidi una nuova legge elettorale. Un nuovo testo normativo che tenga conto dei rilievi della Consulta, delle esigenze del bipolarismo e delle aspettative del Paese soprattutto in termini di governabilità. Allo stesso modo è maturata la consapevolezza che sarebbe riduttivo, se non inutilmente sfiancante, limitare gli approfondimenti tecnici e le stesse trattative tra le forze politiche solo al sistema elettorale, senza considerare la complessità dell'intera «materia elettorale». La stessa opinione pubblica si attende «altro», anche in considerazione del ribollire delle polemiche relative alla cosiddetta «antipolitica», che impongono alle forze politiche un correttivo di metodo. È dunque indispensabile accompagnare la legge elettorale con un nuovo testo organico, facilmente fruibile, sullo status del parlamentare. Infatti, allo stato si accavallano normative datate, incongruenti, problematicamente sovrapponibili, risalenti addirittura al 1953 (come nel caso della legge quadro sulle incompatibilità parlamentari, che si fa risalire addirittura a don Sturzo) o al 1957 (come nella fattispecie della normativa vigente sulle ineleggibilità). Una sovrapposizione di normative farraginose e un po’ vintage non priva di conseguenze: nelle maglie di disposizioni datate -- che non consentono di riferirsi ad assetti societari ed attività amministrative per come si sono evoluti nel frattempo -- è piuttosto semplice sostenere interpretazioni che consentono il cumulo degli incarichi e favoriscono il conflitto di interesse. Questo perché la formulazione letterale della legge non permette (e non potrebbe essere diversamente a più di cinquant'anni di distanza) di ricomprendervi determinati incarichi e certe attività, che pur non sarebbero compatibili con lo svolgimento di funzioni parlamentari e di governo, se si desse piena attuazione allo stesso articolo 67 della Costituzione. Inoltre, un po’ a casaccio, si sono sovrapposte in modo contraddittorio le discipline sulle ineleggibilità, sulle incompatibilità e, di recente, sulle incandidabilità. Riguardo alla legge sul conflitto di interesse dei membri del governo, quella elaborata nel 2004 dall'allora ministro del governo Berlusconi, Frattini, non ha avuto alcun effetto nei ben dieci anni successivi. Pertanto, pur nella fretta imposta dalla forte accelerazione impressa nell'esame della nuova legge elettorale, si sottopone all'attenzione del Senato il presente disegno di legge, che nella sostanza vuole rappresentare un testo unico organico sulla condizione del parlamentare, in gran parte compilativo, ma non solo, in quanto aggiornato ed opportunamente integrato, con disposizioni più rigorose soprattutto sui conflitti di interesse, sul cumulo di incarichi e sulla gestione fiduciaria dei beni, qualora necessario per preservare la «genuinità» dell'azione dei membri del governo. Sarà sufficiente, per comprendere il senso complessivo dell'iniziativa, soffermarsi su alcuni punti qualificanti. Ad esempio, nel 1953 quando fu varata la legge quadro sulle incompatibilità parlamentari, il sistema delle regioni a statuto ordinario non era ancora decollato, le autorità amministrative indipendenti non esistevano, né si era sviluppato sul territorio un ramificato sistema di enti locali e di società partecipate delle più variegate specie. Occorre quindi rendere più attuali quelle previsioni di incompatibilità, con un riferimento ad un concetto ampio di pubblica amministrazione, che rende incompatibile una carica con il mandato parlamentare. Ugualmente bisogna fare tesoro dell'esperienza della giurisprudenza parlamentare e introdurre ad esempio disposizioni che non rendano più facilmente eludibile l'incompatibilità in istituti di credito, ad esempio, mediante il meccanismo delle holding . Ancora. All'inizio di questa legislatura alcune forze politiche hanno richiamato l'attenzione sulla corretta interpretazione dell'articolo 10 del testo unico di cui al decreto del Presidente della Repubblica 30 marzo 1957, n. 361, riguardante la nota questione della ineleggibilità dei titolari di imprese vincolate allo Stato con appositi atti concessori o autorizzatori. In realtà è una problematica che si è posta sin dal 1994, quando Silvio Berlusconi fu eletto per la prima volta in Parlamento. Già allora alla Giunta delle elezioni della Camera la norma non sembrò pienamente applicabile nei confronti dell'interessato. Successivamente, dopo il 2005, la legislazione nazionale sulle frequenze radiotelevisive è stata modificata, per cui sotto il profilo del diritto amministrativo non può più farsi riferimento in senso stretto alla nozione di autorizzazione o di concessione. Emerge quindi significativamente, perché è una fattispecie concreta nota all'opinione pubblica, la necessità di un intervento di integrazione e di aggiornamento, che renda la prescrizione rispondente ai tempi e non facilmente eludibile mediante il meccanismo della «interposta persona», se ha ancora un senso cercare di evitare le situazioni di conflitto di interesse, poste alla base della stessa ratio delle doverose prescrizioni in termini di ineleggibilità e di incompatibilità. Anche la non antichissima legge 20 luglio 2004, n. 215, sul conflitto di interesse dei membri del Governo va integrata, essendo evidente la lacuna contenuta in quella legge approvata in un periodo particolare. La parte «monca» riguarda l'ipotesi di prevedere la gestione fiduciaria dei beni, qualora necessario, per un titolare di una funzione di governo che abbia o abbia avuto di recente interessi imprenditoriali di una tale rilevanza da profilarsi come ostativi allo svolgimento genuino ed imparziale di funzioni istituzionali. Non sembri, poi, un cedere alle mode del momento la proposta riguardante l'indennità parlamentare. Anzi, a ben guardare già più di vent'anni fa nei commentari costituzionali (ad esempio, il Commentario breve della Costituzione italiana , a cura di Crisafulli e di Paladin) la più avveduta dottrina aveva osservato che le deliberazioni degli Uffici di Presidenza delle due Camere recanti provvidenze economiche a favore dei parlamentari sostanzialmente avessero eluso l'articolo 69 della Costituzione, che prevede sì la non gratuità del mandato parlamentare, ma impone anche la riserva di legge per la relativa disciplina. Finora le Camere hanno dato un'interpretazione riduttiva, se non elusiva, del dettato costituzionale, ritenendo che solo l'emolumento denominato «indennità» dovesse essere disciplinato con legge, mentre qualsiasi altra provvidenza economica, rubricata sotto le più svariate denominazioni, potesse essere prevista da atto interno. Torniamo all'articolo 69 della Costituzione e stabiliamo che qualsiasi utilità economica riguardante i parlamentari debba essere prevista da norme di legge ordinaria, cui si legano automaticamente una serie di garanzie (promulgazione, controllo di costituzionalità, sottoponibilità a referendum abrogativo). Questi sono gli elementi più salienti del testo che naturalmente è suscettibile di ulteriori miglioramenti e aggiornamenti.