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Il provvedimento indica una strada in cui il carcere è l' extrema ratio , che non rinuncia a punire chi commette reati e a garantire giustizia alle vittime e che non dà immunità ad alcuno, applicando semplicemente la Costituzione. Questa strada guarda alla pena secondo la funzione che le viene attribuita dalla Costituzione e - ripeto - vede nel carcere davvero l' extrema ratio . Questa è per noi la strada da seguire, che è certamente più difficile di quella semplice che vorrebbe risolvere tutto con il carcere, magari buttando via le chiavi. Non è questa la strada che abbiamo scelto, non è la nostra. La nostra strada è quella che chiede e ottiene giustizia, applica le pene in modo ragionevole, puntando a ridurre la recidività, che il carcere produce in maniera tanto significativa, e ad aumentare la sicurezza della società italiana. Questo non significa in alcun modo dare impunità a nessuno. È davvero strumentale sostenere che la legge delega riduce la lotta contro i reati più gravi. Si è discusso, non è vero che il Parlamento non ha lavorato; si è discusso e lavorato molto in Parlamento su questo aspetto e oggi è una falsità dire che in questo Paese non si fa la lotta alla mafia e al terrorismo. Questi reati restano priorità e il fatto stesso che ad essi non si applichino le norme che prevedono l'improcedibilità la dice lunga su quanto sia importante per questo Paese la lotta alle mafie. Verificheremo giustamente nei prossimi anni il funzionamento e l'efficacia della riforma. Credo si sia fatto un ottimo lavoro e si sia trovata una sintesi importante, forse impensabile solo qualche mese fa, su una materia come questa. Anche sul penale come sul civile siamo in grado di predisporre una riforma avendo gli strumenti per farla. Noi oggi siamo in grado di pensare di poter garantire più giustizia dando più garanzie agli imputati e tutelando maggiormente le vittime; una giustizia che guarda alle persone e le mette al centro. Non sono le polemiche o le contrapposizioni spesso propagandistiche che risolveranno i problemi della giustizia in Italia, ma la responsabilità che ci dobbiamo assumere tutti insieme, mettendo al centro i cittadini, e il provvedimento di cui stiamo discutendo va in questa direzione. (Applausi) . PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Grasso. Ne ha facoltà. GRASSO (Misto-LeU-Eco) . Signor Presidente, Sottosegretari, colleghi, la pandemia, responsabile di migliaia di morti e di una crisi economica senza precedenti, ha drammaticamente messo in luce che oltre alla giustizia civile anche l'attuale architettura del sistema penale è inefficiente e produce effetti dirompenti sull'economia del nostro Paese prima ancora che sulla fiducia dei cittadini nei confronti delle Istituzioni. Ci sono circa due milioni e mezzo di processi penali pendenti che sono di fatto un macigno che impedisce al sistema di funzionare. Va da sé che bisogna mettere in campo uno sforzo senza precedenti per assorbire quell'arretrato e contestualmente predisporre riforme capaci di evitare nuovi accumuli. Il recovery fund rappresenta un'occasione unica per poter finanziare una ristrutturazione complessiva del sistema della giustizia, per renderla efficiente e moderna. Finalmente si iniziano a coniugare riforme puntuali dei codici con digitalizzazione, miglioramento delle infrastrutture, riorganizzazione degli uffici e accrescimento delle competenze dell'amministrazione. Le modifiche che ci accingiamo a votare contengono certamente molti punti da cui partire per migliorare il nostro sistema penale. Abbiamo finalmente disponibili le risorse per investimenti attesi da anni, volti ad ammodernare anche sotto il profilo tecnologico, la lenta macchina della giustizia, a partire dalla diffusione dello strumento telematico fino alla digitalizzazione delle notificazioni. In proposito però bisogna tenere bene in mente che nessuna procedura digitale è in grado di funzionare da sola. Quindi bisognerà assicurarsi che si incrementi il personale con le competenze necessarie. Va ribadito che, a differenza degli emendamenti, le sentenze non possono essere scritte a migliaia con l'uso degli algoritmi. Quindi sarebbe opportuno implementare il numero dei magistrati e del personale amministrativo ben oltre l'attuale organico. Nella sua opera «La scienza della legislazione» Gaetano Filangieri diceva che il compito della procedura penale è quello di togliere quanto si possa all'innocente ogni spavento, al reo ogni speranza ed ai giudici ogni arbitrio. A mio avviso il processo penale italiano presenta dei vizi di fondo che risalgono alla pur meritoria riforma del 1989, aggravati dalle modifiche parziali che negli anni sono state frutto di successivi interventi legislativi. Infatti, nell'attuale sistema processuale continuano a convivere i principi di fondo di un modello processuale di matrice accusatoria e quelli che, invece, rappresentano semplicemente il retaggio di un sistema inquisitorio, nel quale la prova veniva formata nel chiuso della stanza di un giudice istruttore e manteneva la propria dignità anche al dibattimento. Nella riforma del 1989 non si è tolto nulla del sistema inquisitorio garantito, previsto dalla carta costituzionale, come ad esempio la motivazione, la prescrizione, l'appello nel merito, il controllo della motivazione in Cassazione e così via, e si è aggiunto il sistema accusatorio puro, del tipo di Perry Mason, di ispirazione anglosassone, ma senza importare alcune caratteristiche peculiari di quel processo, come per esempio il verdetto popolare senza motivazione, la mancanza di un secondo giudizio di merito, il grand jury, anche se oggi sostituito da un incidente probatorio di rara attuazione. Il pubblico ministero, divenuto esclusivo titolare, deve svolgere le indagini secondo due ottiche diverse: il rito abbreviato, sulla cui scelta da parte dell'imputato non può assolutamente influire, che richiede la completezza della prova, e il dibattimento, dove invece la prova si deve formare ex novo, senza possibilità di utilizzazione di tutto ciò che si è fatto prima. Ritengo pertanto che alla fine il processo penale italiano si possa definire un ibrido e nel contempo non possa che essere uno dei più lenti, ma anche dei più garantiti del mondo. L'espansione della giustizia negoziata, il patteggiamento allargato come strumento per ridurre drasticamente i dibattimenti mi trova d'accordo, ma desta forti perplessità la passata scelta legislativa di ampliare l'area di applicazione del patteggiamento senza neppure chiedere una dichiarazione di colpevolezza, come nel modello statunitense, anzi sottoponendo poi la relativa sentenza, che è frutto di un accordo, ad un mezzo di impugnazione straordinario qual è la revisione, il che è un controsenso. Ritengo che ci debba essere motivo di riflessione anche circa la mitizzazione del principio del contraddittorio. È vero che è un principio base del nostro ordinamento, però sarebbe necessario rafforzare il potere valutativo del giudice come arbitro delle regole del contraddittorio ed anche delle sue eccezioni, per contribuire al recupero di celerità ed efficienza del processo, evitando testimonianze interminabili senza però comprimere naturalmente le garanzie della difesa. Ciò, ad esempio, prevedendo che il giudice possa disporre che sia data lettura di atti redatti dalla polizia giudiziaria o da altri pubblici ufficiali, come le interminabili informative, e naturalmente lasciando poi la facoltà, a fine lettura, di rivolgere domande a chiarimento ai testimoni.