[pronunce]

n. 270 del 1999 e quella prevista dal decreto-legge n. 347 del 2003 non sarebbero fattispecie identiche, rilevando che esso «si scontra con l'inequivoco tenore letterale delle disposizioni poste a raffronto, che non consentono di distinguere fra un risanamento “ex legge Prodi-bis” ed un risanamento “ex legge Parmalat”», come è reso evidente, in particolare, dall'art. 1, comma 1, del decreto-legge n. 347 del 2003, a tenore del quale «le disposizioni del presente decreto si applicano alle imprese soggette alle disposizioni sul fallimento in stato di insolvenza che intendono avvalersi della procedura di ristrutturazione economica e finanziaria di cui all'articolo 27, comma 2, lettera b), del decreto legislativo 8 luglio 1999, n. 270». Tale norma dimostra che è proprio la stessa “legge Parmalat” «ad avere fin dalla sua prima formulazione qualificato ed assimilato la procedura di ristrutturazione da essa stessa disposta come null'altro che una species di quella procedura» di cui al d.lgs. n. 270 del 1999. Nemmeno è sostenibile, a suo avviso, che vi sarebbe diversità fra le due procedure, allorché il «programma di ristrutturazione» ex decreto-legge n. 347 del 2003 sia realizzato mediante il concordato previsto dall'art. 4-bis dello stesso decreto-legge. Rileva nuovamente, a tale proposito, che la facoltà di esperire le azioni revocatorie era stata prevista già nel testo originario del decreto-legge n. 347 del 2003, ancor prima, quindi, che venisse aggiunta, ben più tardi, la previsione di una proposta di concordato. Si può, dunque, a suo avviso, affermare che «la distinzione fra risanamento oggettivo e soggettivo (a seconda della presenza o meno del concordato) rappresenta null'altro che una escogitazione a posteriori». Osserva, inoltre, che il concordato con assuntore non è affatto una innovativa peculiarità della “legge Parmalat”, ma era già espressamente previsto dagli artt. 74, comma 1, lettera c), e 78 del d.lgs. n. 270 del 1999, sicché la presenza di un concordato «rappresenta un elemento del tutto neutro al fine della qualificazione dell'indirizzo della procedura di amministrazione straordinaria». Sostiene, poi, che non è ammissibile alcuna analogia rispetto al concordato previsto in sede fallimentare dall'art. 124, secondo comma, della legge fallimentare: in detta sede l'esperibilità delle azioni revocatorie «non dipende certo dalla previsione di un concordato, ma dal fatto che il fallimento è, tipicamente, una procedura liquidatoria». 4.2.3.- La deducente, infine, confuta la tesi, secondo cui la ratio del divieto delle revocatorie di cui all'art. 49 del d.lgs. n. 270 del 1999 starebbe nel fatto che con la procedura prevista da tale decreto legislativo l'imprenditore insolvente resterebbe a capo dell'impresa, di talché gli effetti vantaggiosi delle revocatorie sarebbero sempre a suo favore. Essa sostiene che non è vero che la ristrutturazione di cui alla “legge Prodi-bis” consenta all'imprenditore insolvente di restare nella titolarità e nella gestione dell'azienda, poiché simile affermazione non solo non risponde alla realtà, ma è smentita dalla circostanza che anche nell'ambito della ristrutturazione di cui al d.lgs. n. 270 del 1999 è perfettamente ammissibile un concordato per assunzione, «che appunto fisiologicamente comporta lo “spossessamento” del “vecchio” imprenditore insolvente». Osserva, poi, che la ratio del divieto delle revocatorie nelle procedure di ristrutturazione consiste «nell'evitare che la stessa impresa, che resta in vita nella sua oggettiva consistenza e funzionalità, indipendentemente da qualche modifica dei singoli soci, tale e quale a prima, prosegua la propria attività godendo di un vantaggio che è precluso a tutte le sue concorrenti». Da questo punto di vista, appare, a suo avviso, inconferente l'analogia con la cessione all'assuntore dell'azienda nell'ambito del concordato fallimentare: «in questo caso, infatti, la revocatoria è consentita non certo perché l'assuntore si sostituisce al “vecchio” imprenditore insolvente, bensì perché, ovviamente, siamo nell'ambito di una procedura tipicamente liquidatoria (il concordato fallimentare) che persegue l'obiettivo del pagamento dei creditori in concorso, essendo ad essa estranea qualsiasi finalità di risanamento dell'impresa». La ristrutturazione della Parmalat «non ha nulla da spartire col concordato fallimentare con assunzione», posto che in essa, «a differenza che nel concordato fallimentare, manca qualsiasi ripartizione dell'attivo a favore dei creditori». Il concordato della procedura in questione «non prevede, infatti, alcun pagamento da eseguirsi da parte dell'assuntore», ma una sorta di datio in solutum, attribuendosi ai creditori azioni ordinarie dell'assuntore, ossia della “nuova” Parmalat s.p.a., la quale, «in realtà, dal punto di vista oggettivo, è identica alla “vecchia”». 4.3.- Banca Monte dei Paschi di Siena s.p.a. e Banca Toscana s.p.a. contestano anch'esse la fondatezza della distinzione fra risanamento “oggettivo” (ossia “dell'impresa”) e risanamento “soggettivo” (ossia a beneficio dell'imprenditore insolvente), essendo chiaro che l'art. 6 del decreto-legge n. 347 del 2003 prevede l'esperibilità delle azioni revocatorie in ogni caso. 4.3.1.- Tale disposizione è costituzionalmente illegittima, innanzitutto, perché determina «una ingiustificata disparità di trattamento fra fattispecie analoghe»: da un lato, essa «crea un ingiustificato privilegio per l'impresa che si trova in amministrazione straordinaria» ai sensi del medesimo decreto-legge, con finalità di risanamento (l'unica finalità che legittima l'accesso alla procedura), rispetto alle imprese sottoposte all'amministrazione straordinaria disciplinata dal d.lgs. n. 270 del 1999; dall'altro lato, «produce un ingiustificato trattamento deteriore per i terzi che abbiano avuto rapporti contrattuali» con la prima impresa rispetto a coloro che hanno avuto rapporti con le seconde. L'art. 49 del d.lgs. n. 270 del 1999, infatti, consente l'esercizio delle azioni revocatorie «soltanto se è stata autorizzata l'esecuzione di un programma di cessione dei complessi aziendali» e, dunque, solo ove l'amministrazione straordinaria abbia finalità liquidatoria, e non conservativa. Tale differenza di trattamento è irragionevole, atteso che la circostanza che in amministrazione straordinaria si trovino “grandi” imprese (con almeno duecento dipendenti) ovvero “grandissime” imprese (con almeno cinquecento dipendenti) «è del tutto ininfluente circa la funzione demandata all'azione revocatoria, che mai può essere diretta a facilitare – attraverso la deroga alle regole generali – un sostanziale arricchimento dell'impresa che ne beneficia». 4.3.2.- Né la differenza di disciplina può essere giustificata dal requisito del «vantaggio per i creditori» previsto dalla norma impugnata: