[pronunce]

Ad avviso del giudice a quo la norma denunciata violerebbe, in tale lettura, sia l'art. 27, terzo comma, della Costituzione, in quanto subordinerebbe la finalità rieducativa, cui l'istituto della liberazione condizionale è ispirato, ad interessi civilistici di natura patrimoniale; sia l'art. 3 della Carta, in quanto introdurrebbe una ingiustificata disparità di trattamento fra i condannati che dispongono dei mezzi economici per adempiere le obbligazioni civili (i quali potrebbero essere considerati "ravveduti" sulla base dei soli risultati del trattamento penitenziario) ed i condannati che ne sono privi (ai quali si richiederebbe, di contro, in aggiunta alla dimostrazione dell'incapacità di adempiere dette obbligazioni, anche una fattiva "manifestazione di solidarietà" verso le persone offese). 2. - La questione non è fondata. Quanto alla prima delle due censure in cui essa si articola, giova rimarcare come la liberazione condizionale sia istituto che non solo "si inserisce decisamente nell'ambito della finalità rieducativa della pena" (v., da ultimo, sentenza n. 418 del 1998), ma che si pone, altresì, come momento tendenzialmente terminale del trattamento progressivo di "risocializzazione" del condannato a pena detentiva, promuovendone il pieno reinserimento nel tessuto sociale. Tale collocazione "terminale" dell'istituto si salda logicamente con il presupposto normativo, stabilito dall'art. 176, primo comma, cod. pen. , di un "ravvedimento", non meramente congetturale o probabile, ma "sicuro", ossia certamente avvenuto. In simile prospettiva, anche qualora si volesse attribuire al concetto di "rieducazione", evocato dall'art. 27, terzo comma, della Costituzione, un contenuto "minimale" e puramente "negativo" - limitandolo al solo rispetto della "legalità esteriore" e, cioè, all'acquisizione dell'attitudine a vivere senza commettere (nuovi) reati - resta il fatto che una prognosi sicuramente favorevole su tale versante non può prescindere dalla valutazione di comportamenti che rivelino la acquisita consapevolezza, da parte del reo, dei valori fondamentali della vita sociale. Trova collocazione in questa cornice l'assunto della giurisprudenza di legittimità - posto come immediato antecedente logico della soluzione interpretativa oggetto dell'odierno scrutinio di costituzionalità - in forza del quale il "sicuro ravvedimento", di cui all'art. 176 cod. pen. , non può essere identificato sic et simpliciter in una "normale buona condotta" - ossia nella mera astensione da violazioni delle norme penali e di disciplina penitenziaria nel corso dell'esecuzione della pena - ma postula comportamenti positivi, sintomatici dell'abbandono, anche per il futuro, delle scelte criminali. Ora, tra i valori fondamentali della vita in comune deve evidentemente annoverarsi - ed in posizione prioritaria - la solidarietà sociale, la quale richiede l'adempimento di doveri che l'art. 2 della Costituzione definisce inderogabili. E, d'altro canto, rispetto a chi si sia reso autore di un reato, un indice particolarmente significativo della acquisita consapevolezza di tale valore non può non essere rappresentato dall'atteggiamento assunto nei confronti della vittima del reato stesso. Sotto questo profilo, è dunque pienamente coerente con la finalità rieducativa, della quale la liberazione condizionale partecipa, la condizione normativa espressa dell'adempimento delle obbligazioni civili derivanti dal reato, salva la dimostrazione dell'impossibilità di provvedervi (art. 176, quarto comma, cod. pen.): condizione che, per diffuso convincimento, viene in effetti in rilievo, nell'economia dell'istituto - contrariamente a quanto sembra ritenere il tribunale rimettente - non solo e non tanto per la sua funzione oggettiva di reintegrazione patrimoniale, ma anche e soprattutto come indice "soggettivo" dell'intervenuto ravvedimento. Ma, al tempo stesso, risulta perfettamente in linea con la predetta finalità anche la lettura giurisprudenziale della norma che il giudice a quo contesta, concernente il caso di impossibilità di adempimento delle obbligazioni civili. La circostanza, infatti, che pure in simile evenienza il condannato dimostri solidarietà nei confronti della vittima, interessandosi delle sue condizioni e facendo quanto è possibile per lenire il danno provocatole, anziché assumere un atteggiamento di totale indifferenza, non può non avere - per le considerazioni svolte - un particolare peso nella verifica dei risultati del percorso rieducativo. Né ha pregio, in contrario, l'argomento che il giudice a quo ritiene di poter ricavare dall'istituto della remissione del debito per le spese del procedimento e di mantenimento, previsto dall'ordinamento penitenziario a favore dei condannati in disagiate condizioni economiche (art. 56 della legge 26 luglio 1975, n. 354). Ben diversa è, infatti, l'incidenza, sotto il profilo avuto di mira, del debito in parola rispetto a quello per i danni direttamente provocati al soggetto passivo del reato: né, d'altra parte, la soluzione interpretativa di cui si discute può essere considerata alla stregua di un "impedimento" o, comunque, di un "ostacolo normativo" sulla direttrice della risocializzazione del condannato non abbiente. Nell'enunciare il principio in questione, difatti, la Cassazione, per un verso, muove dalla premessa che l'impossibilità di adempiere le obbligazioni civili, cui ha riguardo l'art. 176, quarto comma, cod. pen. , deve essere intesa in senso non assoluto, ma relativo (non occorre, cioè, affinché essa resti integrata, un totale difetto di risorse economiche); e, per altro verso, ha cura di sottolineare come le manifestazioni di "interessamento" per le vittime ed i tentativi di lenire il nocumento loro causato - che il giudice deve "particolarmente valutare" nell'esprimersi sul "sicuro ravvedimento" - restino comunque confinati nei limiti delle concrete possibilità del reo (e, cioè, di quanto da lui realisticamente "esigibile"). 3. - Manifestamente priva di consistenza è la seconda censura, riferita all'art. 3 della Costituzione: giacché l'interpretazione giurisprudenziale avversata dal tribunale rimettente, lungi dal compromettere, assicura nella sostanza il rispetto del principio di uguaglianza. Quell'"indice del ravvedimento" che per il condannato che ne ha la capacità viene ricavato dall'effettivo ed integrale adempimento delle obbligazioni civili, per il condannato che non ha mezzi adeguati è tratto da alternative forme di interessamento per le sorti delle persone offese, le quali tengono luogo del concreto sacrificio economico richiesto al primo.. per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE Dichiara non fondata la questione di legittimità costituzionale dell'art. 176 del codice penale sollevata, in riferimento agli artt. 3 e 27, terzo comma, della Costituzione, dal tribunale di sorveglianza di Sassari con l'ordinanza in epigrafe. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 9 maggio 2001. Il Presidente: Ruperto Il redattore: Flick Il cancelliere: Di Paola Depositata in cancelleria il 17 maggio 2001. Il direttore della cancelleria: Di Paola