[pronunce]

che, a giustificazione del proprio intervento, le predette associazioni deducono di aver agito ai sensi dell'art. 28 della legge 20 maggio 1970, n. 300 (Norme a tutela della libertà e dignità dei lavoratori, della libertà sindacale e dell'attività sindacale nei luoghi di lavoro e norme sul collocamento), a seguito del licenziamento collettivo in tronco di tutti i 21 giornalisti componenti l'Ufficio stampa della Presidenza della Regione siciliana, tra cui F.G. e A.G., lamentando la condotta antisindacale tenuta dalla Regione che avrebbe violato l'art. 34 del CCNL dei giornalisti; che il giudice del lavoro, all'esito della fase sommaria, ha rigettato il ricorso in quanto ha ritenuto doversi escludere la natura subordinata del rapporto di lavoro e che avverso tale decisione l'Associazione siciliana della stampa e la Sezione Assostampa provinciale di Palermo hanno proposto opposizione, la quale è tuttora pendente avanti al giudice del lavoro; che le intervenienti sostengono che la decisione di quel giudizio sarebbe strettamente correlata con l'incidente di costituzionalità dal momento che dal riconoscimento della natura subordinata del rapporto di lavoro intercorso tra i giornalisti dell'Ufficio stampa e la Regione, discenderebbe la violazione dell'art. 34 del CCNL che ha dato origine al ricorso. Considerato che il Tribunale ordinario di Palermo, in funzione di giudice del lavoro, dubita, in riferimento agli artt. 3 e 97 della Costituzione, della legittimità costituzionale dell'art. 11, comma 3, della legge della Regione siciliana 6 luglio 1976, n. 79 (Provvedimenti intesi a favorire la più ampia informazione democratica sull'attività della Regione), nella parte in cui prevede che la nomina dei giornalisti preposti all'Ufficio stampa e documentazione presso la Presidenza della Regione siciliana avvenga prescindendo da qualsiasi procedura concorsuale o comunque selettiva, senza che ricorrano esigenze pubbliche che giustifichino tale scelta; che nel giudizio sono intervenute l'Associazione siciliana della stampa e la Sezione Assostampa provinciale di Palermo, le quali hanno chiesto il rigetto della questione di legittimità costituzionale sollevata dal Tribunale; che, preliminarmente, deve essere confermata l'ordinanza, che si riporta in calce, letta alla pubblica udienza dell'8 aprile 2014 che ha dichiarato inammissibile l'intervento in giudizio spiegato da tali associazioni, atteso che, secondo la costante giurisprudenza di questa Corte, l'intervento di soggetti estranei al giudizio principale è ammissibile solo laddove essi siano titolari di un interesse qualificato, immediatamente inerente al rapporto sostanziale dedotto in giudizio e non semplicemente regolato, al pari di ogni altro, dalla norma o dalle norme oggetto di censura (ex plurimis, sentenze n. 237, n. 231, n. 134, n. 116 e n. 85 del 2013; sentenze n. 272 e n. 223 del 2012; ordinanze n. 318 e n. 156 del 2013); che, infatti, le intervenienti non sono parti del giudizio da cui trae origine la questione di legittimità costituzionale in discussione, né risultano essere titolari di un interesse qualificato inerente in modo diretto al rapporto sostanziale in esso dedotto, di tal che esse sono investite soltanto da effetti riflessi della pronuncia di questa Corte sull'art. 11, comma 3, della legge reg. n. 79 del 1976; che la questione prospettata dal rimettente è manifestamente inammissibile sotto diversi profili; che l'art. 11 della legge reg. n. 79 del 1976 stabilisce, al comma 1, che ai giornalisti preposti all'Ufficio stampa e documentazione «si applica il trattamento normativo ed economico previsto dal contratto nazionale di lavoro per i giornalisti, in relazione alle qualifiche di equiparazione» e al comma 3 dispone che «Alla loro nomina si procede su domanda degli interessati comprovante i requisiti di cui all'art. 82 della legge regionale 23 marzo 1971, n. 7, e del precedente art. 10 della presente legge, con le procedure previste dalla legge regionale 20 aprile 1976, n. 35»; che il Tribunale di Palermo limita le proprie censure al solo comma 3 dell'art. 11 citato, omettendo tuttavia di motivare sulle ragioni per cui ritiene di dover applicare la disposizione censurata, ai fini della decisione del ricorso che ha ad oggetto la richiesta di applicazione della tutela reintegratoria prevista dall'art. 18 della legge 20 maggio 1970, n. 300 (Norme a tutela della libertà e dignità dei lavoratori, della libertà sindacale e dell'attività sindacale nei luoghi di lavoro e norme sul collocamento); che tale omissione si risolve in carente motivazione sulla rilevanza della questione; che un ulteriore profilo di inammissibilità discende dalla insufficiente descrizione della fattispecie oggetto del giudizio a quo, atteso che il rimettente non ha fornito nessuna indicazione in ordine alle modalità con cui si è atteggiato, in concreto, il rapporto di lavoro dei ricorrenti, non avendo specificato quali siano state le modalità di instaurazione dello stesso, né se fosse stato previsto o non un termine di durata, ovvero se questo fosse in qualche modo legato al mandato del Presidente della Regione; che il rimettente, inoltre, non ha specificato che cosa sia accaduto al rapporto in occasione della elezione dei diversi Presidenti succedutisi dal 1991 al 2012, e neppure quali fossero la tipologia e le caratteristiche delle prestazioni richieste ai giornalisti; che tali omissioni, precludendo a questa Corte di vagliare la effettiva applicabilità della disposizione censurata alla fattispecie oggetto del giudizio a quo, si risolvono in un difetto di motivazione sulla rilevanza; che, inoltre, il Tribunale, nel sollevare la questione di costituzionalità, muove dal presupposto per cui l'art. 11 della legge reg. n. 79 del 1976 configurerebbe il rapporto di lavoro tra i giornalisti nominati come addetti all'Ufficio stampa e la Regione siciliana in termini di lavoro subordinato, senza tuttavia prevedere che l'instaurazione di tale rapporto debba avvenire tramite pubblico concorso; che, nel motivare la rilevanza della questione, il rimettente afferma che l'applicazione della citata disposizione «comporterebbe la qualificazione del recesso intimato dall'Amministrazione regionale come licenziamento e la declaratoria di illegittimità del licenziamento in oggetto» con conseguente applicazione della tutela reintegratoria, mentre la dichiarazione di illegittimità costituzionale della norma «porterebbe ad una pronuncia all'evidenza di segno diametralmente opposto, essendo legittimo risolvere ad nutum un rapporto di collaborazione fiduciaria»;