[pronunce]

Ci si deve chiedere invece, più specificamente, se possa ritenersi rispettosa del principio di ragionevolezza una normativa speciale che consenta, quale alternativa al licenziamento per motivi disciplinari, di destinare il dipendente a mansioni inferiori. Al quesito va data risposta affermativa, dovendo il licenziamento essere considerato come un'extrema ratio. A seguito della riscrittura, operata dall'art. 3, comma 1, del decreto legislativo 15 giugno 2015, n. 81 (Disciplina organica dei contratti di lavoro e revisione della normativa in tema di mansioni, a norma dell'articolo 1, comma 7, della legge 10 dicembre 2014, n. 183), l'art. 2103 del codice civile consente attualmente, in via generale, a determinate condizioni, il demansionamento, anche "unilaterale", del dipendente per ragioni connesse alle mutevoli esigenze dell'organizzazione dell'impresa. Ma già prima della novella - allor quando la norma, nel testo introdotto dall'art. 13 della legge n. 300 del 1970 e vigente alla data di applicazione della sanzione di cui si discute nel giudizio a quo, stabiliva in modo perentorio che «[i]l prestatore di lavoro deve essere adibito alle mansioni per le quali è stato assunto o a quelle corrispondenti alla categoria superiore che abbia successivamente acquisito ovvero a mansioni equivalenti alle ultime effettivamente svolte», dichiarando nullo ogni patto contrario - la giurisprudenza di legittimità aveva ammesso la possibilità di adibire il lavoratore, con il suo consenso, a mansioni inferiori quale alternativa al licenziamento per giustificato motivo oggettivo (ex plurimis, Corte di cassazione, sezione lavoro, sentenze 1° luglio 2014, n. 14944, 22 agosto 2006, n. 18269 e 7 febbraio 2005, n. 2375). Ciò, in ossequio alla logica del "male minore": la tutela della professionalità del lavoratore cede di fronte all'esigenza di salvaguardia di un bene più prezioso, quale il mantenimento dell'occupazione (Corte di cassazione, sezione lavoro, sentenze 8 marzo 2016, n. 4509 e 23 ottobre 2013, n. 24037). In quest'ottica, si è ritenuto che in caso di licenziamento per giustificato motivo oggettivo a causa della soppressione del posto cui era addetto il lavoratore, il datore di lavoro abbia l'onere di provare, non solo che al momento del licenziamento non sussistesse alcuna posizione di lavoro analoga a quella soppressa, ma anche di aver prospettato al dipendente la possibilità di un reimpiego in mansioni inferiori rientranti nel suo bagaglio professionale (ex plurimis, Corte di cassazione, sezione lavoro, sentenze 19 novembre 2015, n. 23698, 23 ottobre 2013, n. 24037 e 13 agosto 2008, n. 21579). Alla medesima logica rispondono, d'altro canto, anche alcune disposizioni speciali, che prevedono espressamente, in particolari casi, l'assegnazione, anche unilaterale, del lavoratore a mansioni inferiori nell'ottica di evitarne il licenziamento: ad esempio, quanto ai lavoratori divenuti inabili allo svolgimento delle proprie mansioni in conseguenza di infortunio o di malattia, i quali non possono essere licenziati ove sia possibile adibirli ad altre mansioni, anche inferiori (art. 4, comma 4, legge 12 marzo 1999, n. 68, recante «Norme per il diritto al lavoro dei disabili»), ovvero ai lavoratori esuberanti nelle procedure di licenziamento collettivo, il cui licenziamento può essere evitato attraverso un accordo collettivo che permetta loro di essere adibiti a mansioni anche inferiori alle precedenti (art. 4, comma 11, della legge 23 luglio 1991, n. 223, recante «Norme in materia di cassa integrazione, mobilità, trattamenti di disoccupazione, attuazione di direttive della Comunità europea, avviamento al lavoro ed altre disposizioni in materia di mercato del lavoro»). Ciò posto, non vi è ragione per la quale la logica che vale in rapporto al licenziamento per giustificato motivo oggettivo non possa valere anche per il licenziamento per motivi disciplinari. Non coglierebbe nel segno l'obiezione, per cui la prevista possibilità di sostituire la sanzione disciplinare espulsiva con la retrocessione implicherebbe, comunque sia, una disparità di trattamento degli autoferrotranvieri rispetto al complesso degli altri lavoratori subordinati: disparità di trattamento che andrebbe pur sempre giustificata. Vale, infatti, in proposito il rilievo che si tratterebbe, per quanto detto, di una disparità di trattamento in melius, anziché in peius, come si opina nell'ordinanza di rimessione 9.- Nelle considerazioni che precedono è insita anche l'infondatezza delle questioni sollevate in riferimento agli artt. 1, 2, 4 e 35 Cost. Le norme censurate non possono ritenersi contrarie, in parte qua, ai parametri evocati, proprio perché permettono al dipendente di conservare, comunque sia, il posto di lavoro, nonostante la grave mancanza disciplinare. Per quanto attiene, invece, alla denunciata violazione dell'art. 36 Cost., l'infondatezza della censura si connette al più radicale rilievo che il diritto a una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del lavoro svolto non è, in ogni caso, compromesso dalla sanzione della retrocessione. L'autoferrotranviere retrocesso fruisce, infatti, della retribuzione contrattualmente prevista per la qualifica di destinazione e garantita a tutti gli appartenenti ad essa: retribuzione la cui adeguatezza non è in discussione. 10.- Alla luce dei rilievi svolti, le questioni vanno dichiarate, dunque, inammissibili per difetto di rilevanza nella parte in cui censurano la previsione della retrocessione quale sanzione "diretta" per determinati illeciti disciplinari (art. 37, primo comma, numero 5, in relazione all'art. 44, primo comma, dell'Allegato A al r.d. n. 148 del 1931), e non fondate nella parte in cui censurano la prevista possibilità di applicare la retrocessione quale sanzione "sostitutiva" della destituzione (art. 37, primo comma, numero 5, in relazione agli artt. 44, commi secondo, terzo, quarto e quinto, e 55, comma secondo, del medesimo Allegato).. per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE 1) dichiara inammissibili le questioni di legittimità costituzionale dell'art. 37, primo comma, numero 5), in relazione all'art. 44, primo comma, dell'Allegato A al regio decreto 8 gennaio 1931, n. 148 (Coordinamento delle norme sulla disciplina giuridica dei rapporti collettivi del lavoro con quelle sul trattamento giuridico-economico del personale delle ferrovie, tranvie e linee di navigazione interna in regime di concessione), sollevate, in riferimento agli artt. l, 2, 3, 4, 35 e 36 della Costituzione, dalla Corte di cassazione, sezione lavoro, con l'ordinanza indicata in epigrafe; 2) dichiara non fondate, nei sensi di cui in motivazione, le questioni di legittimità costituzionale dell'art. 37, primo comma, numero 5), in relazione agli artt. 44, commi secondo, terzo, quarto e quinto, e 55, comma secondo, dell'Allegato A al r.d.