[pronunce]

n. 288 del 2003, ai sensi del quale il suddetto organo è composto da cinque membri, «di cui due designati dalla Regione, uno designato dal Ministro dell'economia e delle finanze, uno dal Ministro della salute e uno dall'organismo di rappresentanza delle autonomie locali». 4. – È, da ultimo, impugnato l'art. 23 della stessa legge regionale, che modifica l'art. 2, primo comma, della l.r. n. 28 del 2003, e aggiunge il seguente comma: «Al fine di contribuire alla riduzione dell'inquinamento atmosferico derivante dal traffico veicolare, i veicoli appartenenti alle categorie internazionali M1 e N1 alimentati a metano e GPL o azionati con motore elettrico, sono esentati dal pagamento della tassa automobilistica regionale dal 1° gennaio 2005». Il ricorrente ne denuncia l'incompatibilità con l'art. 17, comma 5, lettere a) e b), della legge 27 dicembre 1997, n. 449 (Misure per la stabilizzazione della finanza pubblica), che, diversamente da quanto stabilito a livello regionale, dispone la riduzione di un quarto dell'importo del tributo per i predetti veicoli. Per i veicoli con motore elettrico, la normativa statale violata dall'impugnata disposizione è l'art. 20 del d.P.R. 5 febbraio 1953, n. 39, che prevede l'esenzione quinquennale per autoveicoli elettrici per il periodo di cinque anni a decorrere dalla data del collaudo. Ciò determinerebbe la violazione dell'art. 117, secondo comma, lettera e), Cost., in materia di sistema tributario. Al riguardo, la Corte costituzionale avrebbe statuito che la suddetta tassa non può considerarsi un “tributo proprio” ex art. 119, secondo comma, Cost., trattandosi invece di tributo istituito con legge statale ascrivibile alla materia, di competenza esclusiva dello Stato, di cui all'art. 117, secondo comma, lettera e), Cost., nel cui ambito la Regione può legiferare soltanto nei limiti e secondo le misure stabilite dalla legge statale. 5. – Con memoria depositata il 27 marzo 2006, si è costituita in giudizio la Regione Campania. 5.1. – Per quanto riguarda l'impugnazione dell'art. 4, comma 3, la Regione resistente rileva che detta previsione non introdurrebbe nulla di innovativo rispetto al sistema di governo regionale configurato dalla legge costituzionale n. 1 del 1999. La riforma costituzionale avrebbe introdotto, sino alla adozione dei nuovi statuti regionali, «una precisa forma di governo che ha profondamente inciso l'impianto precedente. In tale contesto, determinate competenze dell'organo di governo sono del tutto conseguenti ed anzi costituiscono il minimo a fronte delle rilevanti responsabilità politiche ad esso imputate». Peraltro la resistente afferma che la censurata disposizione prevede che la contestata funzione della Giunta sia svolta «nell'ambito dell'indirizzo politico programmatico determinato dal Consiglio regionale». In tal modo non si apporterebbe alcuna modifica all'assetto istituzionale prefigurato dalla Costituzione: «indirizzo del Consiglio, gestione politica (sulla base del primo) appartenente all'organo giuntale, e gestione amministrativa dei dirigenti di settore». 5.2. – Al fine di confutare i rilievi d'incostituzionalità prospettati in relazione all'art. 7, commi 1, 2, 3 e 4, la parte resistente ricostruisce, in via preliminare, il quadro legislativo di riferimento esistente dopo la sentenza n. 270 del 2005 di questa Corte. La legge n. 3 del 2003 reca, all'art. 42, una delega «per la trasformazione degli istituti di ricovero e cura a carattere scientifico in fondazioni». Fra i princìpi a tal fine enunciati, la lettera p) vincola il Governo a «prevedere che istituti di ricovero e cura a carattere scientifico di diritto pubblico, non trasformati ai sensi della lettera a), adeguino la propria organizzazione e il proprio funzionamento ai princìpi, in quanto applicabili di cui alle lettere d), e), h), e n), nonché al principio di separazione fra funzioni di cui alla lettera b), garantendo che l'organo di indirizzo sia composto da soggetti designati per metà dal Ministro della salute e per l'altra metà dal Presidente della Regione, scelti sulla base di requisiti di professionalità e di onorabilità, periodicamente verificati, e dal presidente dell'Istituto, nominato dal Ministro della salute, e che le funzioni di gestione siano attribuite ad un direttore generale nominato dal consiglio di amministrazione, assicurando comunque l'autonomia del direttore scientifico, nominato dal Ministro della salute, sentito il Presidente della Regione interessata». In attuazione di questa delega il d.lgs. 16 ottobre 2003, n. 288, ha, tra l'altro, imposto nomine ministeriali nella composizione degli organi di gestione (art. 3) e degli organi di controllo (art. 4). L'art. 5 ha demandato ad una intesa in sede di Conferenza permanente Stato-Regioni l'organizzazione ed il funzionamento degli IRCCS non trasformati in fondazioni. In questo quadro è stato stipulato l'accordo del 1° luglio 2004 sulla organizzazione, gestione e funzionamento degli istituti di ricovero e cura a carattere scientifico non trasformati in fondazioni. La Regione sottolinea al riguardo che tale intesa consta sia di disposizioni meramente riproduttive di vincoli già stabiliti a livello legislativo, sia di disposizioni frutto «del libero confronto negoziale fra Stato e Regioni». Dalla premessa dell'intesa si evince che il fondamento normativo di alcune delle clausole ivi contenute sarebbe costituito proprio dall'art. 42, comma 1, lettera p), della citata legge n. 3 del 2003. In particolare, alla stregua di tale previsione, l'art. 2 dell'intesa stabilisce che l'organo di indirizzo degli IRCCS non trasformati deve essere composto da soggetti designati per metà dal Ministro della salute e per metà dal Presidente della Regione. La stessa intesa, poi, all'art. 4, prevede la nomina di un collegio sindacale, nel rispetto di quanto stabilito dall'art. 4 del d.lgs. n. 288 del 2003. Peraltro, con la successiva sentenza n. 270 del 2005, la Corte costituzionale ha riconosciuto una ampia competenza legislativa regionale relativamente all'ordinamento di questi enti pubblici regionali, ed ha affermato che pertanto in questo ambito la Costituzione vigente «non legittima ulteriormente una presenza obbligatoria per legge di rappresentanti ministeriali in ordinari organi di gestione di enti pubblici che non appartengono più all'area degli enti statali, né consente di giustificare in alcun modo, in particolare sotto il profilo della competenza a dettare i princìpi fondamentali, che il legislatore statale determini quali siano le istituzioni pubbliche che possano designare la maggioranza del consiglio di amministrazione delle fondazioni». Per effetto di tali considerazioni, la Corte ha – tra l'altro – dichiarato la parziale incostituzionalità di numerose disposizioni, fra cui l'art. 42, comma 1, lettere b), e p), della legge n. 3 del 2003;