[pronunce]

nessuno garantirebbe, infatti, che il piano economico-finanziario alla base dell'offerta, in equilibrio alla data di scadenza prevista nel contratto, continui a esserlo anche per il periodo successivo (neppure contemplato nel piano stesso), allorché resterebbero invariati costi per il gestore (in termini di corrispettivo da versare al Comune), mentre diminuirebbe la redditività della gestione, limitata all'ordinaria amministrazione. Pertanto, la disposizione censurata non inciderebbe su rapporti contrattuali nel ragionevole perseguimento di un interesse pubblico meritevole di tutela, ma, alterando il significato della norma interpretata, produrrebbe uno squilibro incontrollato nei rapporti tra concedente e concessionario. 2.5.- Da ultimo, sussisterebbe una violazione anche del principio del buon andamento e dell'imparzialità della pubblica amministrazione ex art. 97 Cost. Se le amministrazioni comunali avessero il diritto di continuare a pretendere sine die lo stesso canone previsto dalle concessioni scadute, infatti, esse perderebbero qualunque interesse a svolgere rapidamente le procedure di gara, in tutti i casi nei quali il corrispettivo massimo che potrebbero ottenere fosse inferiore rispetto a quello derivante dal contratto scaduto. Nel caso specifico, il canone preteso dai Comuni in forza del contratto scaduto sarebbe significativamente superiore al canone massimo ottenibile successivamente alla gara ai sensi del contratto-tipo approvato con il d.m. 5 febbraio 2013. La norma in questione, quindi, paradossalmente incentiverebbe i Comuni a ritardare le gare, a fortiori in considerazione del fatto che sarebbero state cancellate le sanzioni in prima battuta previste in caso di superamento dei termini per le gare medesime, di cui all'art. 4, comma 5, del decreto-legge 21 giugno 2013, n. 69 (Disposizioni urgenti per il rilancio dell'economia), convertito, con modificazioni, in legge 9 agosto 2013, n. 98, successivamente abrogato. 3.- Con atto depositato il 4 agosto 2020 si sono costituiti in giudizio i Comuni di Figline e Incisa Valdarno, di Cavriglia e di Montevarchi, chiedendo che le questioni di legittimità costituzionale siano dichiarate inammissibili e comunque non fondate. 3.1.- I Comuni costituiti premettono che, con concessione del 17 settembre 2002, avevano affidato a Coingas spa, a cui è successivamente subentrata Centria srl, la gestione del servizio pubblico di distribuzione del gas. L'art 18 del contratto di concessione stabilisce che, alla scadenza dell'affidamento, su richiesta dell'affidante, l'esercente è comunque tenuto a proseguire la gestione del servizio alle medesime condizioni, fino a che l'affidante stesso non sia in grado di provvedervi direttamente o a mezzo di altra impresa e comunque per un periodo non superiore a un anno. Dopo la scadenza, il rapporto è continuato in forza del comma 7 dell'art. 14 del d.lgs. n. 164 del 2000, ma la gara non è stata bandita, non essendo stati individuati gli ambiti territoriali minimi ai sensi dell'art. 46-bis, comma 2, del decreto-legge 1° ottobre 2007, n. 159 (Interventi urgenti in materia economico-finanziaria, per lo sviluppo e l'equità sociale), convertito, con modificazioni, in legge 29 novembre 2007, n. 222. Con l'accordo del 14 novembre 2014 Comuni e Centria srl hanno così disciplinato i reciproci rapporti nella fase intercorrente tra la scadenza della concessione e il nuovo affidamento, prevedendo la prosecuzione della gestione per cinque anni alle medesime obbligazioni e garanzie indicate nella concessione originaria. Successivamente il concessionario sarebbe rimasto inadempiente all'obbligo di pagare la quota variabile del canone per il 2016 e l'intero corrispettivo per il 2017, non fornendo altresì i dati per il calcolo della quota variabile del canone relativo al 2017 e al 2018. 3.2.- Le questioni di legittimità costituzionale sarebbero, in via preliminare, inammissibili. 3.2.1.- In primo luogo, nel giudizio a quo non si discuterebbe dell'obbligo di Centria srl di continuare la gestione del servizio dopo la scadenza della concessione, non avendo il concessionario contestato tale obbligo, mentre l'unica pretesa azionata in giudizio sarebbe quella di non dover corrispondere il canone previsto nel contratto. La soluzione delle questioni, pertanto, non inciderebbe sull'esito del giudizio a quo, ma metterebbe a disposizione della società concessionaria un bene della vita (la liberazione dal rapporto concessorio) che la controparte non avrebbe domandato. Da qui l'inammissibilità delle questioni per difetto di rilevanza. 3.2.2.- In secondo luogo, le questioni sarebbero inammissibili per inesatta individuazione della norma censurata. Se la norma d'interpretazione autentica recata dal comma 453 dell'art. l della legge n. 232 del 2016 venisse eliminata dall'ordinamento, infatti, rimarrebbe vigente l'art. 14, comma 7, del d.lgs. n. 164 del 2000 e, quindi, il concessionario dovrebbe comunque continuare ad assicurare la gestione del servizio pubblico e a corrispondere il canone previsto nel contratto. 3.2.3.- Le questioni sarebbero inammissibili anche per difetto di motivazione. Il Collegio arbitrale, infatti, si sarebbe limitato a richiamare i condivisibili principi espressi dalla giurisprudenza costituzionale in punto di ragionevolezza della norma, certezza del diritto e tutela del legittimo affidamento, ma avrebbe argomentato in modo generico e astratto la loro asserita violazione da parte della disposizione censurata. L'ordinanza di rimessione, infatti, non conterrebbe alcun concreto riferimento alle asserite conseguenze negative che Centria srl subirebbe a causa dell'adempimento dell'obbligo di pagare il corrispettivo previsto nel contratto scaduto, anche durante il periodo di gestione ope legis, e mancherebbe qualsiasi valutazione in ordine alla convenienza per la società concessionaria, sotto il profilo economico e finanziario, di continuare la gestione alle stesse condizioni. 3.3.- Le questioni sarebbero, in ogni caso, non fondate. 3.3.1.- L'art. 14, comma 7, del d.lgs. n. 164 del 2000 è in vigore dal 21 giugno 2000. Quando i Comuni hanno sottoscritto il contratto del 2002 con il concessionario, quest'ultimo sarebbe stato, quindi, pienamente consapevole di essere tenuto a proseguire nella gestione del servizio dopo la scadenza del rapporto, fino al subentro del nuovo concessionario. Un essenziale servizio pubblico, qual è quello della distribuzione del gas, d'altronde, non potrebbe essere interrotto; la previsione normativa in questione, pertanto, tutelerebbe l'interesse della collettività e non pregiudicherebbe quello del concessionario. L'art. l, comma 453, della legge n. 232 del 2016 sarebbe così una vera norma di interpretazione autentica, limitandosi a confermare che la portata generale dell'art. 14, comma 7, del d.lgs. n. 164 del 2000 comprende l'obbligo di pagamento del canone di concessione previsto dal contratto.