[pronunce]

che analogo raffronto varrebbe anche con riferimento alla disciplina dettata in tema di «detenzione domiciliare del condannato», considerato che gli artt. 47-ter, 47-quater e 47-quinquies dell'ordinamento penitenziario non richiederebbero, per l'autorizzazione allo svolgimento di una attività lavorativa esterna, le condizioni prescritte dall'art. 284 comma 3, cod. proc. pen. ; che, peraltro, la prospettata analogia di situazioni, da cui discende l'intera gamma delle doglianze, si rivela palesemente erronea: e ciò, non soltanto sul piano più generale della assimilabilità di status fra loro eterogenei, quali sono quelli che contraddistinguono, da un lato, la condizione dell'imputato sottoposto ad una misura cautelare personale, e, dall'altro, quella del condannato in fase di esecuzione della pena; ma anche sul versante, più specifico, dei provvedimenti destinati ad incidere sulle rispettive sfere di coercizione, in vista della possibilità di svolgere una attività lavorativa; che, quanto al primo aspetto, è infatti agevole rilevare come la funzione rieducativa - cui è necessariamente informata l'intera fase esecutiva e sulla cui falsariga sono quindi plasmati gli istituti previsti dall'ordinamento penitenziario - si rivela non soltanto eccentrica, ma addirittura contraddittoria rispetto alle connotazioni che tipizzano l'intera gamma delle misure cautelari; queste ultime - presupponendo la temporaneità e le garanzie postulate dall'art. 13 Cost. - evidentemente sono volte a presidiare esclusivamente i pericula libertatis previsti dalla legge: con esclusione, quindi, di qualsiasi finalità di “rieducazione” che, per gli imputati, equivarrebbe ad una palese elusione del principio di presunzione di non colpevolezza; che, in effetti, questa Corte ha affermato (v. sentenza n. 173 del 1997, citata) non già - come assume il rimettente - che “la finalità rieducativa è assegnata dalla Costituzione a ogni pena e, dunque, anche alle misure cautelari”; bensì che tale finalità è assegnata, accanto ad ogni pena, “anche alle misure alternative previste in seno all'ordinamento penitenziario”; che, di conseguenza, ben si giustifica la previsione dell'art. 15 dell'ordinamento penitenziario, secondo cui il lavoro é una componente essenziale del trattamento rieducativo, al punto - come rammenta lo stesso giudice a quo - da essere configurato come “obbligatorio per i condannati”, in base all'art. 20 dello stesso ordinamento; non senza rammentare, peraltro, come per il detenuto in carcere l'intero complesso delle misure che lo riguardano vale a distinguere nettamente la condizione di chi vi è sottoposto, rispetto alla posizione che caratterizza l'imputato agli arresti domiciliari; che le considerazioni che precedono - in ordine alla eterogeneità e non comparabilità, sotto questo profilo, delle condizioni concernenti rispettivamente l'esecuzione della pena e le misure cautelari personali - valgono altresì con riferimento all'istituto della detenzione domiciliare: quest'ultima infatti è una misura alternativa che presuppone l'esecuzione della pena e che assume, per di più, connotazioni del tutto peculiari nel panorama di tali misure, avuto riguardo ai profili polifunzionali che la caratterizzano e che consentono, in sé, di distinguerla dall'apparentemente “simile” istituto degli arresti domiciliari (v. sentenza n. 165 del 1996); non senza sottolineare, peraltro, come lo stesso art. 47-ter dell'ordinamento penitenziario richiami espressamente (al comma 4) proprio l'art. 284 cod. proc. pen. , per determinare le “modalità” secondo le quali la detenzione domiciliare deve essere eseguita; che, infine, la differenza fra la condizione dell'imputato sottoposto a custodia cautelare in carcere e quella dell'imputato agli arresti domiciliari rende ragione del fatto - peraltro non evocato dal rimettente - che la disciplina dell'art. 21 dell'ordinamento penitenziario sia applicabile al primo e non invece al secondo; che rientra nella sfera della discrezionalità legislativa bilanciare l'esercizio di diritti fondamentali, come il diritto al lavoro, con la specifica natura e funzione delle singole misure di cautela personale: con l'ovvio limite rappresentato dal rispetto del principio di ragionevolezza, che nella specie - venendo in discorso una misura coercitiva equiparata, in tutto e per tutto, alla custodia cautelare in carcere - non può ritenersi esser stato in alcun modo vulnerato; che, di conseguenza, la questione proposta deve essere dichiarata manifestamente infondata. Visti gli artt. 26, secondo comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87, e 9, secondo comma, delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale.. . per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE dichiara la manifesta infondatezza della questione di legittimità costituzionale dell'art. 284, comma 3, del codice di procedura penale, sollevata, in riferimento agli artt. 1, 2, 3, 4, 13, secondo comma, 27, terzo comma, e 35 della Costituzione, dal Tribunale di Napoli con l'ordinanza in epigrafe. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 6 dicembre 2002. F.to: Riccardo CHIEPPA, Presidente Giovanni Maria FLICK, Redattore Giuseppe DI PAOLA, Cancelliere Depositata in Cancelleria il 18 dicembre 2002. Il Direttore della Cancelleria F.to: DI PAOLA