[pronunce]

Quanto agli invocati principî di trasparenza, tempestività e divieto di discriminazioni contenuti nella direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio 7 marzo 2002 n. 2002/21/CE (che istituisce un quadro normativo comune per le reti ed i servizi di comunicazione elettronica – direttiva quadro), lo Stato – ad avviso della ricorrente – avrebbe dovuto limitarsi a ribadirne l'obbligatorietà affidandone alla legislazione regionale l'ulteriore sviluppo, ai sensi dell'art. 117, quinto comma, Cost. La Regione contesta poi che la normativa denunciata possa ascriversi a materie riservate allo Stato dall'art. 117, secondo comma, Cost. Non sarebbe riconducibile, infatti, alla tutela della concorrenza, perché le norme impugnate non prevederebbero interventi promozionali per favorire lo sviluppo del mercato e misure di salvaguardia dei principî antitrust (sentenze n. 272 e n. 14 del 2004), ma si limiterebbero a stabilire un procedimento amministrativo accelerato per l'installazione degli impianti. Neppure sarebbe invocabile la competenza esclusiva statale di cui alla lettera m) del secondo comma dell'art. 117 Cost., giacché le disposizioni denunciate non avrebbero ad oggetto «la fissazione di un livello minimo di soddisfacimento di diritti civili o sociali» (sentenze n. 88 del 2003 e n. 282 del 2002), ma soltanto la disciplina di una procedura accelerata per l'installazione degli impianti. Né, tanto meno, si argomenta ancora nella memoria, potrebbe valere il richiamo alla materia della tutela dell'ambiente, solo marginalmente implicata dalle norme impugnate. In ogni caso, la legge statale non potrebbe esautorare del tutto la competenza legislativa regionale che venga esercitata nel rispetto degli standard fissati a livello nazionale per la tutela dell'ambiente. Infondata sarebbe altresì la tesi per cui le disposizioni impugnate conterrebbero soltanto principî fondamentali. Esse – e in particolare gli artt. 86, 87 e l'allegato n. 13 – detterebbero invece una disciplina minuziosa, autoapplicativa, direttamente operativa nei confronti dei privati interessati. Peraltro, l'incostituzionalità dell'art. 86, che assimila, ad ogni effetto, le infrastrutture di reti pubbliche di proprietà dei privati alle opere di urbanizzazione primaria, sarebbe ancor più evidente alla luce della giurisprudenza amministrativa in materia, secondo la quale siffatta assimilazione determinerebbe la compatibilità degli impianti con qualunque destinazione urbanistica del territorio comunale, ottenendosi così il medesimo risultato previsto dall'art. 3 del d.lgs. n. 198 del 2002, dichiarato incostituzionale con la sentenza n. 303 del 2003. 4.2.¾ La Regione Marche contesta in primo luogo l'ammissibilità degli atti di intervento e, nel merito, osserva che la finalità di realizzare una rete uniforme, proteggendo la salute dei cittadini dagli effetti dell'inquinamento elettromagnetico, non potrebbe giustificare la disciplina dettagliata e autoapplicativa posta dallo Stato, in quanto gli obiettivi di tutela dall'inquinamento atterrebbero alla materia di competenza concorrente della tutela della salute. Ciò sarebbe stato riconosciuto dalla stessa legge n. 36 del 2001, che attribuiva alle Regioni la competenza a definire le modalità per il rilascio delle autorizzazioni alla installazione degli impianti, nonché dalle sentenze di questa Corte n. 331 e n. 307 del 2003. L'esigenza di una disciplina unitaria, prosegue la difesa regionale, non potrebbe trovare giustificazione nella direttiva quadro 2002/21/CE, che non altererebbe la disciplina delle competenze interne, ma si limiterebbe a porre obblighi che gravano in pari grado sulla legge statale come sulla legge regionale. Nemmeno potrebbe essere invocata, come titolo di competenza statale, la tutela della concorrenza, perché nessuna violazione della par condicio degli imprenditori interessati al settore potrebbe derivare dall'obbligo di rispettare, nel territorio regionale, le discipline regionali in tema di edilizia, governo del territorio e tutela della salute. 4.3.¾ Il Presidente del Consiglio dei ministri, ribaditi e ulteriormente sviluppati gli argomenti già svolti nell'atto di costituzione, aggiunge che la disciplina delle reti non può essere segmentata secondo le esigenze locali, ma deve essere ispirata a criteri uniformi a livello nazionale, giacché è posta a presidio di valori costituzionali fondamentali quali la libertà e segretezza delle comunicazioni, la libertà di iniziativa economica, la tutela della concorrenza. In riferimento alla impugnazione dell'art. 86, si contesta che l'assimilazione delle infrastrutture di reti di comunicazione alle opere di urbanizzazione primaria costituisca una disciplina di dettaglio invasiva della competenza regionale e si sostiene che si tratterebbe invece della «definizione generale da attribuire a determinate opere secondo un modello unitario che consenta lo sviluppo delle reti a mezzo di metodologie uniformi». Quanto alle doglianze relative all'art. 87, comma 1, la norma si limiterebbe a riconoscere ai Comuni il potere di installazione, ma non precluderebbe l'esercizio da parte della Regione di ulteriori poteri di disciplina, peraltro già esercitati da alcune Regioni. Con specifico riguardo al modello della conferenza di servizi, l'Avvocatura osserva che il ruolo delle Regioni sarebbe sacrificato solo nell'ipotesi di intervento del Consiglio dei ministri necessario per risolvere un dissenso qualificato e che la stessa difesa regionale non considererebbe possibile avocare tale funzione all'ente regionale. Pure da respingere sarebbero le censure di illegittimità per violazione della regola di riparto della potestà regolamentare; le disposizioni impugnate non avrebbero infatti alcun effetto modificatorio sui regolamenti vigenti, né sarebbe possibile attribuire carattere regolamentare a disposizioni inserite nella legge in ragione del loro contenuto. Rispetto all'art. 86, comma 8, si osserva comunque che la finalità di realizzare un unico archivio telematico nazionale giustifica la previsione di un modello di istanza configurato secondo uno schema tipizzato. 4.4.¾ Gli intervenienti T.I.M. – Telecom Italia Mobile s.p.a., Vodafone Omnitel N.V., Wind Telecomunicazioni s.p.a. e Codacons, insistono preliminarmente per l'ammissibilità degli interventi. 5.¾ All'udienza del 26 ottobre 2004, sentite le parti, è stata adottata l'ordinanza collegiale in pari data, con la quale i predetti interventi sono stati dichiarati inammissibili. 6.¾ Nell'imminenza dell'udienza pubblica del 24 maggio 2005 la Regione Toscana ha depositato una memoria con la quale ha replicato alle argomentazioni difensive svolte dalla difesa erariale.