[pronunce]

Non è, tuttavia, sufficiente considerare la natura dei singoli episodi accertati, occorrendo valutare anche il momento genetico dell'associazione, ossia il suo programma di partenza, nonché le potenzialità dell'organizzazione, avuto riguardo ai quantitativi di sostanze che il gruppo può procurarsi. Può darsi, dunque, che l'associazione sia finalizzata alla commissione di fatti di cessione di stupefacenti che, singolarmente considerati, rientrerebbero nel perimetro dell'art. 73, comma 5, e che tuttavia la stessa non sia riconducibile all'ipotesi di cui all'art. 74, comma 6, in quanto l'attività di spaccio complessivamente svolta non presenta, per la molteplicità degli episodi e la loro reiterazione nel tempo, nonché per la consistenza dell'organizzazione predisposta, i tratti della «lieve entità». 1.4.- Ma se la qualificazione della fattispecie associativa "a monte" - a norma dei commi 1 e 2 dell'art. 74, ovvero del comma 6 - si modella sulle caratteristiche del programma criminoso "a valle" - sia pure con le specificazioni ora indicate - verrebbero a riproporsi, ad avviso del rimettente, le medesime criticità, in punto di ragionevolezza del trattamento sanzionatorio, già denunciate nell'ordinanza del 17 marzo 2017 della Corte d'appello di Trieste e riscontrate da questa Corte con la sentenza n. 40 del 2019. Nella citata ordinanza si osservava, infatti, che, mentre la linea di demarcazione "naturalistica" fra le fattispecie "ordinaria" e "lieve" del delitto di cui all'art. 73 t.u. stupefacenti è talvolta non netta (come nei casi di condotte concernenti quantitativi di sostanza non particolarmente cospicui, ma neppure minimi, o connotate da modalità esecutive espressive di una certa, ma non rilevante pericolosità), il "confine sanzionatorio" tra l'una e l'altra incriminazione risultava, invece, estremamente - e irragionevolmente - distante (essendovi, all'epoca, un divario di ben quattro anni di pena detentiva fra il minimo edittale dell'una e il massimo dell'altra). Il che induceva spesso i giudici a forzature interpretative, tese a rimediare a tale ingiustificato dislivello mediante l'ampliamento dell'ambito applicativo dell'ipotesi "lieve". Il tema si riproporrebbe in relazione alla fattispecie associativa oggi in esame. Potrebbero darsi, allo stesso modo, casi nei quali l'associazione per il narcotraffico, pur non essendo inquadrabile nella fattispecie di minore gravità di cui all'art. 74, comma 6, alla luce dei criteri in precedenza indicati, presenta però, in concreto, una pericolosità sociale contenuta, o, comunque sia, prossima a quella delle associazioni sussumibili in tale fattispecie. Rispetto a simili casi, che si collocano in una "zona grigia" al confine tra le due ipotesi di reato, non sarebbe giustificabile un intervallo sanzionatorio di cinque anni fra la pena massima prevista dall'art. 416, secondo comma, cod. pen. per la partecipazione "semplice" ad una associazione "lieve" (cinque anni di reclusione) e la pena minima stabilita dall'art. 74, comma 2, t.u. stupefacenti per la partecipazione "semplice" a una associazione "ordinaria" (dieci anni); e addirittura di tredici anni, quale quello che intercorre fra il massimo edittale della partecipazione "qualificata" all'associazione "lieve" (sette anni) e il minimo previsto per il soggetto "apicale" di una associazione "ordinaria" (venti anni). Si tratterebbe di uno iato palesemente sproporzionato, ove si consideri che il minimo edittale del fatto di non lieve entità è pari esattamente al doppio del massimo edittale del fatto lieve, quanto all'ipotesi di cui al comma 2 dell'art. 74, e addirittura a poco meno del triplo, quanto a quella del comma 1. Varrebbe, dunque, anche in questo caso, l'affermazione della sentenza di questa Corte n. 40 del 2019, secondo cui «[l]'ampiezza del divario sanzionatorio condiziona inevitabilmente la valutazione complessiva che il giudice di merito deve compiere al fine di accertare la lieve entità del fatto [...], con il rischio di dar luogo a sperequazioni punitive, in eccesso o in difetto, oltre che a irragionevoli difformità applicative in un numero rilevante di condotte». 1.5.- D'altra parte - prosegue il giudice a quo - se è vero che i requisiti della fattispecie di cui all'art. 74 t.u. stupefacenti sono quelli previsti, in generale, per il reato associativo - ossia la presenza di uno stabile accordo fra almeno tre persone, un programma criminoso indeterminato quanto al numero dei reati da realizzare e una organizzazione, di uomini e di mezzi, dotata di un minimo di stabilità - proprio quest'ultimo elemento farebbe sì che nell'unico "contenitore" della disposizione richiamata rientrino sodalizi dalle caratteristiche assai disparate, con ben diverso grado di pericolosità per i beni giuridici tutelati. Al riguardo, il rimettente ricorda come questa Corte, con la sentenza n. 231 del 2011, abbia dichiarato l'illegittimità costituzionale dell'art. 275, comma 3, secondo periodo, del codice di procedura penale, nella formulazione all'epoca vigente, nella parte in cui prevedeva una presunzione assoluta di adeguatezza della custodia cautelare in carcere in rapporto alla fattispecie di cui all'art. 74 t.u. stupefacenti, parificandola a quella prevista dall'art. 416-bis cod. pen. In tale pronuncia, si è posta in evidenza proprio la natura "aperta" della figura criminosa in questione, che la rendeva nettamente eterogenea rispetto al sodalizio di stampo mafioso, al contrario ben connotato sul piano criminologico e sociologico. L'art. 74 t.u. stupefacenti delinea, infatti, una forma speciale del delitto di associazione per delinquere, qualificata unicamente dalla natura dei reati-fine, e non da specifiche caratteristiche del sodalizio, prestandosi, con ciò, a qualificare penalmente «fatti e situazioni in concreto i più diversi ed eterogenei: da un sodalizio transnazionale, forte di una articolata organizzazione, di ingenti risorse finanziarie e rigidamente strutturato, al piccolo gruppo, talora persino ristretto ad un ambito familiare [...] operante in un'area limitata e con i più modesti e semplici mezzi». Verrebbe a profilarsi, per questo verso, una ulteriore ragione di illegittimità costituzionale per violazione degli artt. 3 e 27 Cost., con riguardo ai principi di proporzionalità, colpevolezza e necessaria finalizzazione rieducativa della pena.