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In particolare, con la lettera a) , l'«impresa sociale» cessa di essere una qualifica che enti con certe caratteristiche possono acquisire, e diventa una attribuzione legale tipica, nel senso che tutti gli enti che presentano le caratteristiche indicate sono per legge imprese sociali. Non più dunque una qualifica opzionale, che si può scegliere di non acquisire e da cui ci si può sottrarre, bensì una qualifica legislativa che si applica ed impone a tutti gli enti considerati nell'ambito della definizione legislativa. La modifica proposta è particolarmente rilevante perché trasforma molti degli oneri di cui al decreto legislativo n. 155 del 2006, come ad esempio quello di redigere il bilancio, in obblighi cui sono tenuti tutti gli enti «imprese sociali». Si sopperisce in tal modo alle lacune del libro primo del codice civile nel disciplinare lo svolgimento di impresa da parte degli enti non societari. D'altra parte, a cospetto di questi obblighi, il decreto legislativo n. 155 del 2006 riformato secondo le linee di questo disegno di legge dovrà prevedere vantaggi fiscali (e vantaggi d'altro tipo potranno essere riconosciuti alle imprese sociali su altri fronti e da altre normative, ad es. quelle in materia di contratti pubblici). Questa modifica è centrale nell'assetto del decreto e comporta una serie di modifiche conseguenti, come si avrà modo di sottolineare in seguito. La lettera b) reca modifiche di coordinamento necessarie alla luce della mutata natura della qualifica di impresa sociale e si aggiungono ulteriori attività che l'esperienza degli ultimi anni suggerisce vengano considerate di utilità sociale e possano vedere impegnata l'imprenditoria sociale nelle sue varie espressioni. Inoltre, si rende flessibile ed adattabile al mutare delle condizioni del mercato del lavoro la definizione di lavoratore svantaggiato. La lettera c) , oltre a disposizioni di coordinamento, prevede che l'impresa sociale possa destinare una quota degli utili e degli avanzi di gestione ad aumento gratuito del capitale sociale sottoscritto e versato, nei limiti delle variazioni dell'indice nazionale generale annuo dei prezzi al consumo per le famiglie di operai e di impiegati, calcolate dall'Istituto nazionale di statistica (ISTAT) per il periodo corrispondente a quello dell'esercizio sociale in cui gli utili e gli avanzi di gestione sono stati prodotti. Ammettendo questa rivalutazione secondo quanto già consentito alle società cooperative dall'articolo 7, comma 1, della legge n. 59 del 1992, si compie un primo passo verso la difesa e la valorizzazione degli investimenti nelle imprese sociali, in maniera compatibile con lo scopo non lucrativo che le anima. Per valorizzare e dunque incentivare l'investimento nelle imprese sociali, oltre alla rivalutazione di quote ed azioni, questa disposizione ammette una limitata distribuzione di utili sotto forma di dividendi sul capitale. Al fine di proteggere gli obiettivi istituzionali dell'impresa sociale e la sua caratterizzazione non profit , questa possibilità incontra due limiti: da un lato, non si può utilizzare per questa forma di allocazione più del 50 per cento di utili ed avanzi di gestione; dall'altro, il capitale può essere remunerato entro un tetto massimo, che è il medesimo previsto per le cooperative a mutualità prevalente, e quindi per le cooperative sociali, dall'articolo 2514 del codice civile. La lettera d) sopprime il comma 2 dell'articolo 8 del decreto legislativo n. 155 del 2006. Si tratta di una formula legislativa infelice, che avrebbe potuto dare l'impressione errata per cui enti for profit ed enti pubblici soci di impresa sociale non possano concorrere all'elezione di esponenti delle cariche sociali. La disposizione faceva, infatti, riferimento a membri «nominati» non già «eletti». Al fine di evitare dubbi di questo tipo si propone l'eliminazione della disposizione, che quanto ai suoi obiettivi (invero, questi ben chiari) era peraltro inutile in ragione del vincolo di cui al comma 1 del medesimo articolo 8 e soprattutto dell'articolo 4, commi 1 e 3 (divieto di direzione e controllo, che include la nomina della maggioranza degli amministratori, posto in capo ad enti lucrativi ed enti pubblici). A seguito dell'abrogazione del comma, risulterà chiaro, senza che ulteriori fraintendimenti possano crearsi mediante una diversa formulazione del comma di cui si propone l'abrogazione, che i componenti degli organi sociali di un'impresa sociale possono riflettere le diverse componenti della base sociale, inclusi enti for profit ed enti pubblici, specie se le modalità di voto tengono conto delle diverse categorie di soci o associati (ad esempio voto per liste). La lettera e) conferma l'obbligo per l'impresa sociale di redigere il bilancio sociale, ma lascia alla stessa libertà di scegliere come redigerlo. D'altra parte la nuova norma prevede un ruolo del Ministero competente nel favorire la diffusione di modelli elaborati con esponenti del mondo delle imprese sociali e tenendo conto di dimensioni ed attività dell'impresa sociale. Le imprese sociali, soprattutto quelle più piccole, vengono favorite in quanto non devono affrontare i costi di redazioni derivanti da un modello ministeriale valido per tutti. La lettera f) rende possibile il trasferimento di eventuali patrimoni residui, in sede di liquidazione dell'impresa sociale, ad altre imprese sociali. La lettera g) , infine, prevede una serie di norme di coordinamento. La prima prevede che le imprese sociali siano considerate ONLUS di diritto, potendo così accedere automaticamente al relativo trattamento tributario. La seconda prevede che la democraticità dell'impresa sociale in forma di società cooperativa, nonché le altre caratteristiche normative di questo soggetto, rendono superflua una verifica in concreto della redazione del bilancio sociale e del coinvolgimento così come attualmente richiesto per la loro qualifica come imprese sociali. Come già rilevato, uno degli obiettivi principali di questo decreto, oltre a favorire l'impresa sociale attraverso un processo di semplificazione delle norme e l'estensione ad essa del trattamento fiscale delle ONLUS, è sottoporre tutti gli enti che esercitano un'impresa sociale alla disciplina del decreto legislativo n. 155 del 2006, anche al fine di sopperire alle attuali lacune del diritto degli enti non societari e di realizzare una concorrenza più equa tra soggetti che redigono bilanci, che sono vigilati e la cui attività è ampiamente regolata, come le cooperative sociali, e soggetti che invece svolgono attività d'impresa nell'assenza di un quadro giuridico completo, chiaro e coerente (come associazioni e fondazioni). Tutto ciò nell'interesse degli utenti, ma anche delle amministrazioni pubbliche che esternalizzano servizi alla persona e alla collettività. Questo giustifica il passaggio da una qualifica opzionale ad una qualifica imposta, e la conseguente trasformazione degli oneri previsti nel decreto legislativo n. 155 del 2006 in veri e propri obblighi. Ne scaturisce la necessità di una norma transitoria che fissi un termine congruo agli enti già esistenti per conformarsi ai nuovi precetti. Ciò a cui serve, appunto, il nuovo comma 4- bis dell'articolo 17..