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Dal lato di querela, risulta che in quest'Aula, in data 2 ottobre 2015, all'esito di una contestazione rivolta dalla senatrice Barbara Lezzi al Presidente del Senato, l'allora senatore Vincenzo D'Anna avrebbe espresso disapprovazione per le parole della senatrice compiendo un gesto di estrema sconcezza di carattere sessuale. Ad avviso della querelante, senatrice Lezzi, la citata condotta rappresenterebbe l'antecedente logico di successive condotte diffamatorie ai suoi danni, poste in essere dall'ex senatore D'Anna mediante rilascio di interviste in varie trasmissioni televisive, nel corso delle quali, al fine di giustificare il proprio gesto, quest'ultimo pronunciava espressioni lesive della sua onorabilità. Tali interviste venivano poi condivise sul profilo personale Facebook dell'ex senatore D'Anna. In merito al primo fatto, va chiarito che l'episodio avvenuto in Aula costituisce una violazione perseguibile dalla Presidenza del Senato attraversi i poteri disciplinari spettanti alla stessa. Per tale condotta, infatti, il Presidente del Senato allora in carica comunicò che il Consiglio di Presidenza aveva ravvisato che la deplorevole condotta volgare posta in essere in tale occasione avesse turbato l'ordine dei lavori, comminando al senatore D'Anna la sanzione dell'interdizione a partecipare ai lavori del Senato per cinque giorni di seduta. Come emerge dallo stesso Resoconto stenografico, il Presidente precisò espressamente che le sanzioni erano comminate ai sensi dell'articolo 67 del Regolamento del Senato chiarendo, senza ombra di dubbio, la rilevanza regolamentare e la chiara antigiuridicità dei comportamenti. Dalla lettura dell'ordinanza si desume inoltre che il giudice penale non ha chiesto una valutazione sulla sindacabilità delle condotte tenute in Aula dall'allora senatore D'Anna, e del resto nemmeno avrebbe potuto, visto che tale condotta avrebbe dovuto essere ascritta alla fattispecie di ingiuria, reato depenalizzato, e quindi inidonea ad attivare la procedura di cui all'articolo 68 della Costituzione, quantomeno ove azionata dal giudice penale in un procedimento per diffamazione. Va peraltro sottolineato che lo stesso giudice per le indagini preliminari nell'ordinanza precisa che «la descritta condotta contestata al senatore D'Anna rappresenta, ad avviso della querelante, (...) l'antecedente logico di successive condotte diffamatorie (...) poste in essere dall'indagato mediante il rilascio di interviste». Appare chiaro che la fattispecie diffamatoria va riferita quindi alle interviste e non certamente alle condotte avvenute in Aula, che ne costituiscono un mero antecedente logico. Nel caso di specie, quindi, le uniche condotte per le quali sussiste la richiesta del giudice penale sono quelle avvenute extra moenia e in particolare quelle poste in essere nel corso delle citate interviste televisive. La giurisprudenza costante della Corte costituzionale ritiene che le dichiarazioni rese extra moenia da un parlamentare siano coperte dalla prerogativa dell'insindacabilità, ai sensi dell'articolo 68 della Costituzione, a condizione che sia ravvisabile un nesso funzionale con l'esercizio del mandato parlamentare, basato sui due seguenti requisiti: il primo consiste in una corrispondenza sostanziale di contenuto tra opinioni espresse all'esterno e opinioni espresse nelle Aule parlamentari; il secondo requisito riguarda la sussistenza di un «legame temporale» fra l'attività parlamentare e la simmetrica attività esterna, in modo tale che quest'ultima assuma una sorta di ruolo divulgativo rispetto alla prima. Vi è poi un terzo requisito «implicito», che costituisce il portato logico dei primi due, ossia l'attinenza delle opinioni espresse a funzioni parlamentari. Non può infatti ravvisarsi nesso funzionale ove le opinioni espresse extra moenia riproducano comportamenti tenuti nelle Aule non connessi alle funzioni parlamentari. La stessa legge n. 140 del 2003 parla di critica e denuncia politica, connessa alle funzioni di parlamentare espletate anche fuori del Parlamento. Nel caso di specie, tra l'atto di estrema sconcezza, mimato in Aula dall'ex senatore D'Anna nel corso della seduta di Assemblea del 2 ottobre 2015, e le espressioni usate nei confronti della senatrice Lezzi nelle successive interviste televisive rilasciate e condivise su Facebook tra il 6 e il 16 ottobre 2015 non può esservi nesso funzionale in quanto manca il requisito dell'esercizio delle funzioni parlamentari. Si osserva a tal proposito che la Corte costituzionale nella sentenza n. 59 del 2018 chiarisce che «La prerogativa parlamentare di cui all'articolo 68, primo comma, della Costituzione, infatti, non può essere estesa «sino a ricomprendere gli insulti - di cui è comunque discutibile la qualificazione come opinioni - solo perché collegati con le «battaglie» condotte da esponenti parlamentari»» e pertanto le successive affermazioni di dileggio, riferite alla senatrice Lezzi, non possono in alcun modo essere ricondotte all'esercizio del diritto di critica del parlamentare». Per tali motivi, la Giunta propone all'Assemblea di deliberare che le dichiarazioni extra moenia rese dal signor Vincenzo D'Anna, senatore all'epoca dei fatti, non costituiscono opinioni espresse da un membro del Parlamento nell'esercizio delle sue funzioni e non ricadono pertanto nell'ipotesi di cui al primo comma dell'articolo 68 della Costituzione. PRESIDENTE . Poiché non vi sono iscritti a parlare in discussione, passiamo alla votazione della proposta della Giunta delle elezioni e delle immunità parlamentari. BALBONI (FdI) . Domando di parlare per dichiarazione di voto. PRESIDENTE. Ne ha facoltà. BALBONI (FdI) . Signor Presidente, colleghi, il relatore ha giustamente sottolineato come oggetto della querela non sia e non possa essere il gesto, volgare e deplorevole, che il senatore D'Anna ha rivolto all'indirizzo della collega Lezzi in quest'Aula. Non può esserlo, in primo luogo, perché l'atto è stato sanzionato in Aula dalla Presidenza e quindi si verterebbe in una sorta di bis in idem e, in secondo luogo, perché comunque l'ingiuria è stata nel frattempo depenalizzata e quindi non è più atto oggetto del codice penale. Il relatore ha tuttavia omesso, a mio giudizio, di riferire all'Assemblea un dato che è emerso nel corso della discussione in Giunta e che invece è estremamente importante, ossia il fatto che il contrasto tra il senatore D'Anna e la collega Lezzi fosse causato da una diversa interpretazione e da diverse posizioni assunte nei confronti di un disegno di legge che stava particolarmente a cuore alla senatrice Lezzi, sul quale il collega D'Anna aveva opinioni opposte. C'è agli atti della Giunta una lettera del Presidente della Commissione giustizia della scorsa legislatura e anche alcuni colleghi, membri della Commissione giustizia nella scorsa legislatura e attualmente membri della Giunta, hanno riferito in Giunta che più volte il senatore D'Anna, non in Aula ma in Commissione giustizia, ha rivolto critiche anche pesanti e disdicevoli, ma comunque nell'esercizio delle sue funzioni, all'indirizzo della senatrice Lezzi, sostanzialmente le stesse critiche che sono state poi riportati negli atti oggetto di querela.