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Va premiato ogni percorso che punti a criteri di maggiore produttività, di cui rendere partecipe anche il lavoratore. Ma bisogna, altresì, ricordare che la crescita di contratti a tempo determinato degli ultimi anni si è avuta nonostante fossero vigenti i premi e gli sgravi contributivi per le assunzioni a tempo indeterminato e nonostante fosse stata rivista nel 2014 la disciplina degli indennizzi dei licenziamenti, incluso l'articolo 18 dello statuto dei lavoratori. Questo significa che i nostri imprenditori hanno adottato lo strumento che ritenevano più utile alle esigenze delle proprie imprese e non quello più conveniente. Il contratto maggiormente utilizzato negli ultimi anni è stato quello a tempo determinato, perché si adattava meglio alla crescita dimensionale delle nostre aziende e alle prospettive di crescita della nostra economia. Va ricordato che soprattutto le piccolissime, piccole e medie imprese sono quelle che hanno aumentato il numero dei propri dipendenti di una percentuale a due cifre. Una percentuale di quasi otto-dieci volte la percentuale della crescita del nostro PIL (15/1,5). Non va dimenticato, inoltre, che il rapporto tra contratti a tempo indeterminato rispetto a quello dei contratti a tempo determinato rimane di cinque a uno. Ovvero che ogni sei contratti di lavoro, cinque sono senza scadenza e uno è a termine. E se l'intenzione era quella di dare dignità ai lavoratori, dopo questo decreto si rischia, al contrario di creare situazioni di maggiore incertezza e di maggiore fragilità. E nella fragilità si rischia facilmente di cadere in situazioni in cui la dignità viene meno. A ricordarcelo, purtroppo, c'è il costante aumento dei numeri della povertà assoluta, che ha raggiunto i 5 milioni di italiani e quelli della povertà relativa che ne colpisce altri 9 milioni, per un totale di oltre 14 milioni di individui che non riescono a garantirsi tutti i beni di cui avrebbero necessità. Anche il ricorso alle prestazioni occasionali, che è stato semplificato, diventerà un semplice allungamento della durata delle prestazioni (che possono essere svolte fino a dieci giorni, rispetto ai tre precedenti). Mentre al contempo si introducono nuovi obblighi al prestatore d'opera e non all'utilizzatore. Positivo è l'ampliamento per l'utilizzo delle prestazioni occasionali alle strutture ricettive alberghiere nel settore del turismo. Ma negativo il fatto che si siano lasciati fuori le imprese della ristorazione e i bar, soprattutto quelli che somministrano anche gli alimenti, creando, di fatto, delle situazioni di iniquità e di sleale concorrenza tra operatori in settori molto simili. Va detto, inoltre, che l'Italia sta imboccando un ciclo economico di riduzione della crescita - che si è stabilizzata su valori percentuali pari alla metà dei migliori in Europa - e quindi inserire norme che facciano lievitare il costo del lavoro, anche attraverso meccanismi di penalizzazione, non costituisce un elemento positivo. A questo punto non è difficile credere che proprio la "decrescita felice" sia alla base della filosoia che guida le scelte di politica economica di questo Esecutivo. I Contenuti Il decreto-legge, che inizialmente prevedeva quindici articoli, è stato modificato dall'esame della Camera dei deputati, che ha portato a ventisei articoli il testo ora esaminato dal Senato. Va rilevato che l'esame dell'altro ramo del Parlamento ha parzialmente modificato l'impianto totalmente illiberale e meramente sanzionatorio del decreto-legge. Il contenuto del decreto-legge, nel testo modificato, continua a registrare però un contenuto sostanzialmente punitivo nei confronti delle imprese, che va ricordato, sono i soggetti che creano il lavoro. E, ora, il testo al nostro esame, quindi, si articola in sei Capi e ventisei articoli. Il Capo I, contiene: misure per il contrasto al precariato. In questo Capo, che prevede sei articoli, vengono peggiorate in modo sostanziale diverse disposizioni in materia di lavoro, adottate, non solo nell'ultima legislatura, ma da un percorso innovatore della legislazione lavoristica a partire dalla introduzione della cosiddetta Legge Biagi nel 2003. Articolo 1 (Modifiche alla disciplina del contratto di lavoro a tempo determinato). Innanzitutto va quindi ricordato che il contratto a termine non è regolamentato dalla disciplina del cosiddetto jobs act , ma è normato dal cosiddetto decreto Poletti. E va precisato subito che il decreto-legge in esame interviene su un tema, quello del lavoro a tempo determinato, che non registra un abuso rispetto al tempo indeterminato. Come già rilevato, il tempo determinato rappresenta in Italia circa il 15 per cento delle tipologie contrattuali. Il nostro Paese registra il più alto numero di lavoratori dipendenti assunti a tempo indeterminato, con una cifra inferiore in Europa alla sola Germania. Non esiste quindi un'emergenza precarietà. In molti casi i contratti a termine sfociano, come è naturale, in contratti a tempo indeterminato. Cosi come non esiste un'equazione secondo la quale se si proibisce di assumere secondo una determinata tipologia contrattuale, allora l'assunzione avviene a tempo indeterminato. Oltretutto è da dimostrare per quale ragione una assunzione a tempo indeterminato sia virtuosa e quella a tempo determinato non lo sia. Per varie ragioni la stabilità del posto di lavoro è ovviamente percepita dal lavoratore come un elemento di tranquillità e sicurezza per sé stesso e per la propria famiglia. Ci rendiamo tutti conto - ne sono consapevoli in particolare coloro che si occupano di assunzioni, in quanto imprenditori o capi azienda - che è interesse stesso dell'azienda "fidelizzare" il dipendente bravo. Al contempo siamo consci che ogni impresa necessità di determinate figure per coprire specifiche necessità che sono a volte ulteriori e temporanee, rispetto al normale organigramma che è costituito, di norma, da personale a tempo indeterminato. Per quanto riguarda le stime della Relazione Tecnica, che facevano riferimento ai dai INPS, anche le successive verifiche hanno confermato che, per effetto delle disposizioni in esame, ci sarà una perdita di circa 8.000 posti di lavoro, che durerà almeno dieci anni, i cui oneri sono quantificati a regime in quasi 54 milioni di euro di minori entrate contributive lorde. Non c'erano quindi "manine", che scrivevano contro il Governo, ma una puntuale analisi che ha subito diverse verifiche di quantificazione. Quindi, tentare di imporre per legge una tipologia di assunzione rispetto ad un'altra produrrà il risultato di non avere alcuna assunzione. Prima di caricarsi di nuovo personale, un'azienda farà ulteriori valutazioni che certamente non produrranno un aumento di assunzioni rispetto alla previdente disciplina. Articolo 1- bis (Esonero contributivo per favorire l'occupazione giovanile). L'articolo 1- bis è stato aggiunto durante l'esame delle Commissioni finanze e lavoro della Camera. La norma prevede la proroga della riduzione dei contributi previdenziali per gli assunti a tempo indeterminato al di sotto dei trentacinque anni di età, anche per il 2019 e il 2020, che non abbiano avuto precedenti contratti di lavoro. Questa è una disposizione che certamente favorisce il datore di lavoro orientandolo verso assunzioni a tempo indeterminato, ma ovviamente solo nel caso in cui la sua azienda abbia specifiche esigenze legate a una crescita dimensionale almeno di media durata.