[pronunce]

, come sostituito dall'art. 40 della legge n. 124 del 2007, la conferma del segreto di Stato da parte del Presidente del Consiglio dei ministri non impedisce al pubblico ministero di indagare sui fatti di reato cui si riferisce la notitia criminis in suo possesso, e di esercitare, se del caso, l'azione penale, ma inibisce all'autorità giudiziaria soltanto l'acquisizione e l'utilizzazione, anche indiretta, degli elementi di conoscenza coperti dal segreto. L'apposizione del segreto su una o più fonti di prova non è, dunque, incompatibile, in linea di principio, con la possibilità di procedere all'accertamento del fatto di reato sulla base di elementi autonomi. È solo la mancanza di questi ultimi, unitamente all'essenzialità delle fonti di prova sottoposte a segreto, a imporre al giudice la dichiarazione di non doversi procedere per l'esistenza del segreto di Stato, ai sensi dell'art. 202, comma 3, cod. proc. pen. In questa prospettiva, l'eventualità che l'opposizione e la conferma del segreto vengano, in linea di fatto, a precludere al giudice l'accertamento di taluno dei reati sottoposti alla sua cognizione, lungi dal giustificare la doglianza di lesione della sfera di attribuzioni riservata al potere giudiziario, costituirebbe una evenienza assolutamente fisiologica, come attesta proprio la previsione legislativa della declaratoria di non doversi procedere ora ricordata. 3.3.- Privo di fondamento risulterebbe anche l'assunto del ricorrente secondo il quale la segretazione dell'esistenza e delle modalità dei finanziamenti relativi alla sede di via Nazionale, precludendo l'accesso alle informazioni relative alla destinazione dei fondi gestiti dal Servizio, contrasterebbe con la necessità che anche i servizi di sicurezza rispettino i principi costituzionali in materia di impiego delle risorse pubbliche. Il Giudice perugino non avrebbe tenuto adeguato conto, infatti, della speciale disciplina dettata dall'art. 29 della legge n. 124 del 2007 - pure da lui richiamato - riguardo al controllo sulla gestione dei fondi assegnati ai servizi, in correlazione all'assoluta peculiarità delle funzioni che essi sono chiamati a svolgere. Detto controllo sarebbe congegnato in modo da non precludere la verifica della rispondenza della gestione alle finalità istituzionali, articolandosi in un controllo successivo sulla legittimità e regolarità della gestione stessa, mediante l'esame del bilancio consuntivo da parte di un ufficio della Corte dei conti distaccato presso il Dipartimento delle informazioni per la sicurezza (DIS), e in un controllo preventivo sugli atti di gestione delle spese ordinarie, da parte di un ufficio - parimenti distaccato presso il DIS - facente capo all'Ufficio bilancio e ragioneria della Presidenza del Consiglio dei ministri (art. 29, comma 3, lettere c e d, della legge n. 124 del 2007). Il riserbo sulle relative informazioni risulterebbe assicurato dal vincolo del segreto, cui i componenti dei predetti uffici distaccati sono espressamente tenuti (art. 29, comma 3, lettera e). La lettera f) del citato art. 29 attribuisce, inoltre, in via esclusiva ai responsabili dei servizi la competenza ad adottare gli atti di gestione delle spese riservate, con obbligo di rendiconto trimestrale e di relazione finale annuale al Presidente del Consiglio dei ministri, prefigurando, così, un controllo di tipo esclusivamente politico su dette spese; mentre la lettera g) impone la trasmissione al Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica (COPASIR) del consuntivo della gestione finanziaria delle spese ordinarie, nonché la presentazione a tale organo parlamentare di un'informativa semestrale sulle singole linee essenziali della gestione finanziaria delle spese riservate. In tale quadro, non sarebbe, dunque, affatto anomala la segretazione dell'esistenza e delle modalità dei finanziamenti di una singola struttura del Servizio. 3.4.- Non significativa sarebbe, per altro verso, la circostanza - su cui il ricorrente pone l'accento - che, nel caso di specie, gli interna corporis del SISMI non vengano in considerazione con riferimento ai rapporti tra l'intelligence italiana e quella di altri Stati, diversamente che nella fattispecie esaminata dalla sentenza n. 106 del 2009. La conferma del segreto di Stato, ritenuta legittima da tale sentenza, è stata, infatti, giustificata non soltanto con la necessità di preservare la credibilità del Servizio italiano nell'ambito dei rapporti internazionali, ma anche, e più in generale, con l'esigenza - intrinseca alla qualità stessa del Servizio - di porre le proprie modalità organizzative e operative al riparo dagli ovvi ed esiziali rischi di una indistinta conoscibilità. 3.5.- Destinato all'insuccesso sarebbe, altresì, il tentativo del ricorrente di far emergere una discontinuità tra la giurisprudenza di questa Corte antecedente alla legge n. 124 del 2007 e la sentenza n. 106 del 2009, con riguardo ai limiti di sindacabilità degli atti di conferma del segreto di Stato. Detta sentenza avrebbe ribadito, in realtà, senza riserve il consolidato principio per cui le modalità di esercizio del potere di individuazione delle notizie destinate a rimanere segrete nel supremo interesse alla sicurezza dello Stato, spettante al Presidente del Consiglio dei ministri, sono soggette a un sindacato esclusivamente parlamentare, stante la natura eminentemente politica delle sottostanti valutazioni e la spettanza al solo Parlamento del controllo nel merito delle più alte e gravi decisioni dell'Esecutivo. Tale principio - in precedenza riflesso nella disciplina dettata dall'art. 16 della legge n. 801 del 1977 - sarebbe stato, d'altra parte, pienamente confermato dalla legge n. 124 del 2007, nel regolare in modo più articolato il controllo esercitato dal COPASIR sulla politica informativa per la sicurezza dello Stato (art. 31). 3.6.- Neppure potrebbe accedersi, infine, alla tesi del Giudice perugino, secondo la quale l'atto di conferma del segreto resterebbe comunque sindacabile, sotto il profilo dell'adeguatezza della motivazione, dalla Corte costituzionale in sede di conflitto di attribuzione, quanto meno al fine di verificare «il rispetto dei limiti che inquadrano in un ambito costituzionalmente definito ed accettabile l'avvenuta opposizione/conferma del segreto». Tale motivo di ricorso sarebbe inammissibile per genericità, stante la «palese [...] inconsistenza» del parametro costituzionale alla cui stregua la Corte dovrebbe esercitare il suo ipotetico sindacato. La tesi del ricorrente risulterebbe, in ogni caso, manifestamente infondata. L'art. 28 della legge 11 marzo 1953, n. 87 (Norme sulla costituzione e sul funzionamento della Corte costituzionale), con disposizione di chiara valenza sistematica, impone infatti alla Corte, nei giudizi di legittimità costituzionale delle leggi e degli atti aventi forza di legge, di astenersi da ogni valutazione di tipo politico e da ogni sindacato sull'uso del potere discrezionale del Parlamento.