[pronunce]

Il collegio rimettente ritiene che a «conclusioni non dissimili» debba pervenirsi anche nel caso delle informative antimafia, per le quali pure dovrebbe affermarsi la «necessità che l'ordinamento appresti forme anche indennitarie di ristoro delle posizioni di coloro che subiscono incolpevolmente una compressione temporanea dei propri diritti di iniziativa economica e di proprietà privata per effetto della legittima attività di prevenzione della pubblica amministrazione, una volta accertata, nelle competenti sedi penali, la loro completa estraneità ai fatti che, a suo tempo, giustificarono l'adozione dei provvedimenti interdittivi». In secondo luogo, la disciplina impugnata sarebbe in contrasto con gli artt. 2 e 3 Cost., in ragione del danno che essa arrecherebbe all'impresa e, di conseguenza, ai posti di lavoro che quest'ultima garantisce ai dipendenti, i quali «sono a loro volta del tutto estranei alla vicenda del datore di lavoro e dunque risentono in maniera del tutto incolpevole delle conseguenze dirette dell'attività della pubblica autorità». In terzo luogo, il giudice a quo rileva una violazione dell'art. 97 Cost., dal momento che «una volta che l'imprenditore dimostra in giudizio la propria estraneità ai fatti contestatigli, avendo però definitivamente perso occasioni di lavoro e di produzione, si produrrà evidentemente disaffezione e caduta di fiducia del privato e dell'opinione pubblica nei confronti delle istituzioni e dell'autorità». Secondo il collegio rimettente, infine, la disciplina impugnata violerebbe l'art. 3 Cost. Per un verso, vi sarebbe una «manifesta disparità di trattamento» fra la situazione dell'imprenditore destinatario dell'informativa antimafia sulla base di presupposti rivelatisi successivamente inesistenti, la cui libertà di iniziativa economica può essere temporaneamente limitata senza indennizzo, e quella, individuata quale tertium comparationis, del titolare di diritto di proprietà su cui gravano vincoli sostanzialmente espropriativi. Per altro verso, la normativa censurata lederebbe il principio di ragionevolezza, sotto il profilo della «congruità dei mezzi (misure interdittive e perdita definitiva delle opportunità aziendali) rispetto ai fini (tutela della pubblica amministrazione e delle imprese dai tentativi di infiltrazioni mafiose)». 1.4. - È intervenuto in giudizio il Presidente del Consiglio dei Ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che la questione di legittimità costituzionale sia dichiarata inammissibile e, comunque, manifestamente infondata. Ad avviso della difesa erariale, non sarebbe innanzitutto corretta l'individuazione delle norme censurate «poiché non discende certamente dalle stesse la (asserita) impossibilità di liquidare un indennizzo a favore dell'impresa», con la conseguenza che la caducazione delle disposizioni impugnate non comporterebbe in alcun modo il diritto all'indennizzo. Né potrebbe ritenersi consentita la pronuncia additiva richiesta dal giudice rimettente, atteso che rimane aperta una astratta molteplicità di scelte, relative ai casi in cui l'indennizzo può essere corrisposto e alla misura dello stesso, la cui valutazione non può che essere rimessa alla prudente scelta del legislatore. Nel merito, la difesa erariale sostiene che il regime dettato dalla normativa censurata appare «un ragionevole contemperamento tra esigenze di tutela di posizioni giuridiche in gioco, la libertà dell'imprenditore da un lato e, dall'altro, la tutela dell'interesse della collettività a che comportamenti caratterizzati da particolare disvalore siano non solo oggetto di repressione, ma anche e soprattutto di prevenzione». Secondo l'Avvocatura generale dello Stato, infatti, «la circostanza che un operatore economico incolpevole venga sottoposto ad accertamenti per reati associativi di stampo mafioso e che, durante tale periodo, gli vengano interdette determinate attività economiche, è conforme allo spirito e alla lettera dell'art. 41 della Costituzione, che tutela la libertà di iniziativa economica»: da un lato, tale previsione costituzionale tutela anche la posizione degli altri imprenditori concorrenti alla gara; dall'altro lato, essa comunque subordina la libertà di iniziativa economica alle esigenze di sicurezza della collettività. Non può dirsi violato, ad avviso dell'Avvocatura generale dello Stato, l'art. 97 Cost., poiché l'esclusione del contraente dalla gara pubblica in presenza di indici di infiltrazione mafiosa è posta anzi a tutela del buon andamento, in quanto atto funzionale alla miglior scelta del contraente. Né vi sarebbe l'asserita lesione dell'art 2 Cost., «richiamato solo genericamente e senza concreti riferimenti ai profili di contrasto». Neppure, infine, sarebbe violato l'art. 3 Cost., con riguardo all'ipotizzata discriminazione con i proprietari espropriati che beneficiano dell'indennizzo, in quanto, nella fattispecie considerata, «non solo la norma costituzionale non prevede alcun indennizzo, ma [...] è piuttosto propriamente conforme a Costituzione l'esistenza di situazioni (ben diverse da quelle cui l'ordinanza fa riferimento) nelle quali, in presenza di interessi contrastanti tutti parimenti provvisti di tutela costituzionale, taluno possa essere recessivo, senza dare di per sé diritto ad un automatico ristoro».1.