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È un fatto gravissimo per il quale oggi, giustamente, il Senato si impegna a fare tutto ciò che è possibile al fine di ottenere la liberazione di questo giovane, come quella di tanti altri perseguitati, in Egitto e nel mondo. Parlando di Patrick Zaki, si riapre - come altri colleghi hanno ricordato - una ferita mai rimarginata, che è quella di Giulio Regeni, torturato e assassinato cinque anni fa, per il quale ancora l'Italia e il mondo libero intero attendono giustizia e giustamente condannano i depistaggi, l'ostruzionismo, l'omertà delle autorità egiziane. Tuttavia, colleghi, credo che una riflessione in più la dobbiamo fare e ringrazio il Governo per averlo sottolineato. Ci dobbiamo cioè chiedere se davvero il modo migliore per aiutare Patrick e ottenere l'obiettivo principale, prioritario e assoluto che tutti ci dobbiamo proporre, e cioè la sua liberazione e la restituzione della libertà non soltanto personale, ma anche di manifestare le sue idee e le sue opinioni, sia proporre e conferirgli la cittadinanza italiana. La Vice Ministra lo ha sottolineato ed io la ringrazio. L'articolo 9 della legge n. 91 del 1992 in materia di cittadinanza è molto chiara e dice che l'Italia può concedere la cittadinanza italiana a uno straniero in due soli precisi casi: qualora lo straniero abbia svolto eminenti servizi a favore dell'Italia, oppure quando ricorra un eccezionale interesse dello Stato. L'esempio che mi viene in mente è quello dei due ragazzi, Adam e Ramy, che nel 2019 riuscirono a sventare con grande coraggio il dirottamento di un bus, salvando la vita probabilmente a decine e decine di loro coetanei. In quel caso, certamente c'erano i presupposti per conferire la cittadinanza a quei due giovani, e noi, come Fratelli d'Italia, sostenemmo che fosse giusto farlo, anche quando altri sollevavano dubbi e perplessità. Ebbene, mi chiedo se in questo momento in cui Patrick è ancora detenuto in Egitto, sia utile conferirgli la cittadinanza italiana e se non sia un atto di provocazione nei confronti dell'Egitto che potrebbe avere l'effetto di irrigidire le autorità egiziane anziché di favorirne la liberazione. Lo Stato egiziano, leggendo la nostra legge, si potrebbe chiedere quali sono gli eminenti servizi che Patrick ha svolto a favore dello Stato italiano. Potremmo addirittura ottenere il paradossale risultato di confermare l'Egitto e l'autorità giudiziaria egiziana nei loro sospetti. Questo è il rischio che corriamo. La strada giusta - a nostro parere - era un'altra e lo voglio dire chiaramente: era quella indicata nella mozione, poi purtroppo ritirata, cui avremmo dato un voto favorevole, a firma dei senatori Montevecchi, Licheri ed altri. La strada giusta è perseguire la via diplomatica in ogni sede opportuna. La via giusta è stata, come è stata, quella di mobilitare il Parlamento europeo, di chiedere ed ottenere l'intervento delle Nazioni Unite, di appellarsi - come si dice nella mozione purtroppo ritirata - alla Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura del 1984. È un lavoro certamente più difficile, che dà meno spazio sui media , forse meno adatto a procurare consenso facile, ma certamente - a nostro avviso - molto più utile all'obiettivo di liberare questo ragazzo. Desidero qui ringraziare sinceramente il Governo per la comunicazione che oggi ci ha fatto, perché è precisa, puntuale e responsabile, che tiene davvero conto del contesto, non propagandistica, ma volta all'unico obiettivo utile che vogliamo realizzare. Ringrazio il Governo per l'impegno che ha sempre profuso a difesa di Patrick Zaki; per l'impegno che ha sempre profuso per ottenere la verità e la giustizia per gli assassini di Giulio Regeni. Ringrazio, a nome di Fratelli d'Italia, le nostre rappresentanze diplomatiche a Il Cairo, che hanno tenuto sempre alta l'attenzione sulle fasi processuali che hanno riguardato i continui rinvii della liberazione di Patrick e le continue conferme della detenzione preventiva, che in realtà è una vera e propria pena, molto grave, e non c'è nulla di preventivo in questo. Voglio anche ricordare, però, che purtroppo l'Egitto non è l'unico Paese al mondo in cui vengono calpestati i diritti umani, civili e politici. È giusto battersi per Patrick, ma è giusto battersi anche per tutti gli altri milioni di casi nel mondo di persone nelle stesse condizioni di Patrick. Non avrebbe senso concedere una cittadinanza quando nelle stesse condizioni si trovano milioni di persone. Pensiamo a quello che succede a Hong Kong, in Myanmar, in Cina. Pensiamo, cari colleghi, a quello che succede a Cuba, perché fra poco voteremo una mozione encomiastica su Cuba, nella quale non c'è una sola riga dove si condanna la violazione dei diritti umani, civili e politici in quel Paese, Vergogna! (Applausi) . Cari colleghi, queste sono le ragioni per cui noi, a malincuore, ci vediamo purtroppo costretti ad astenerci sull'ordine del giorno presentato unitariamente dalle forze politiche di maggioranza. (Applausi) . ALFIERI (PD) . Domando di parlare per dichiarazione di voto. PRESIDENTE. Ne ha facoltà. ALFIERI (PD) . Signor Presidente, rappresentanti del Governo, colleghe e colleghi, penso che si debba partire con un giusto ringraziamento a chi ha voluto promuovere l'ordine del giorno in esame, con un lavoro di confronto all'interno delle forze di maggioranza, a dimostrazione che questo forse è anche il primo atto, al di là di quanto fatto dal Governo, espresso da un'Aula parlamentare su un tema diventato simbolico. Non stiamo parlando, infatti, solo della vicenda umana, già drammatica, di Zaki e della sua famiglia: stiamo parlando di un tema che ha assunto evidentemente un valore simbolico, che va oltre i confini dell'Egitto, oltre i confini del nostro Paese ed è diventato un caso europeo e mondiale. Quando parli di Zaki parli delle centinaia di migliaia di persone i cui diritti umani, non solo in Egitto, ma in molti Paesi, non vengono rispettati. Parli dei casi di violazione, di uso della forza esagerato, di vera e propria tortura e di maltrattamenti. Ed è chiaro che, come per tutti i casi simbolici, tutto questo ha delle conseguenze non sono, ma difficili da affrontare. I casi simbolici diventano infatti occasione di dibattito mediatico, di raccolta di firme, di appelli e fortunatamente anche di mobilitazione e di un'opinione pubblica viva nei Paesi europei. E così è stato per Zaki. Ma il contraltare è che il caso diventa simbolico anche per quei Paesi che invece non rispettano i diritti umani e tendono a irrigidirsi, evidentemente, davanti a casi di questo genere. Quindi, per la diplomazia e per i Governi è davvero complicato conciliare quei due principi che si scontrano spesso nella politica internazionale: la battaglia per i diritti civili e i diritti umani - una battaglia universale - e, dall'altra parte, il principio di sovranità che tende a chiudere i confini e a non rispettare quei diritti umani. Ci troviamo in una situazione davvero complicata e difficile come Governo che crede in quei diritti, crede nella tutela dei diritti umani, si batte e fa un lavoro straordinario.