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Cons ad aver trovato la strada giusta poiché sono state accolte le tesi da essa proposte secondo cui la tassa non ha ragione di esistere in quanto non c'è nessuna licenza o autorizzazione che l'amministrazione rilascia all'utente per poter utilizzare il proprio apparecchio con un contratto di abbonamento. Ovviamente non sono mancate anche le sentenze favorevoli all'esistenza di questo balzello. Per esempio, la commissione tributaria di Reggio Emilia, con sentenza n. 133/01/10 del 19 luglio 2010, ha affermato che è soggetto alla tassa «la licenza, o suo documento sostitutivo, ad esempio il titolo d'abbonamento, per l'impiego di apparecchiature terminali, per il servizio radiomobile pubblico terrestre di comunicazione». Secondo la citata sentenza l'abrogazione del citato articolo 318 sarebbe dovuta alle mutate tecnologie, ma ciò non influirebbe sulla vigenza dell'articolo 21 della tariffa, che non è stato abrogato e che continua ad applicarsi. E l'Agenzia delle entrate fa sapere che la tassa sulle concessioni governative è dovuta quando viene rilasciato all'utente un documento attestante la sua condizione di abbonato, in quanto il contratto di abbonamento rappresenta il titolo giuridico che consente all'utente di utilizzare il sistema di telefonia mobile. Inoltre -- anche tramite la risoluzione n. 9/E del 18 gennaio 2012 -- ha continuato a sostenere l'applicabilità della tassa in questione a carico di tutti gli utenti privati, comprese le amministrazioni pubbliche non statali, in quanto ha ribadito la vigenza del presupposto normativo per il suo pagamento, che non sarebbe stato intaccato dall'entrata in vigore del codice delle comunicazioni elettroniche. Come è facilmente intuibile, il quadro normativo è pertanto oggi molto confuso. Con la sentenza della Corte di cassazione, sezione tributaria, n. 23052 del 14 dicembre 2012, i giudici della Corte, con una mossa di tecnica giuridica ed in punto di cavillo, contravvenendo alle numerose sentenze delle diverse commissioni tributarie di merito, hanno risolto la querelle sancendo la legittimità della tassa di concessione governativa. I presupposti sui quali si basa la richiesta di soppressione della tassa di concessione governativa sono sostanzialmente due: il primo di natura sistematica e generale, ovvero la direttiva europea ha reso liberi i cittadini europei di comunicare, attività libera non soggetta appunto a concessione; il secondo di natura tecnica: il decreto legislativo 1º agosto 2003, n. 259, ha abrogato il fondamento normativo contenuto nell'articolo 318 del decreto del Presidente della Repubblica 23 marzo 1973, n. 156, presupposto oggettivo della tassa di concessione governativa sulla telefonia mobile. Dunque, la tassa non solo non ha ragion d'essere per ragioni tecniche essendo stato soppresso il fondamento normativo, ma anche e soprattutto per la nuova prospettiva di libertà della comunicazione con la quale ormai stride. La Corte, invece, ha ritenuto, sul primo presupposto, che la direttiva europea non abbia liberalizzato granché poiché le attività economiche sono comunque soggette alla supervisione dell'Autorità. Sul secondo che, sebbene l'abrogazione citata sia effettivamente avvenuta, il nuovo codice delle comunicazioni elettroniche ripropone all'articolo 160 (licenza di esercizio) il medesimo dettato normativo «Presso ogni singola stazione radioelettrica per la quale sia stata consegnata l'autorizzazione generale deve essere conservata l'apposita licenza rilasciata dal Ministero. Per le stazioni riceventi del servizio il titolo di abbonamento tiene luogo della licenza» di conseguenza, secondo la Corte «anche attualmente il proprietario di un apparecchio di telefonia mobile è autorizzato a farne uso in forza del proprio abbonamento e, nello stesso tempo, l'articolo 160 citato, riproducendo il contenuto dell'articolo 318 abrogato, ha modificato l'articolo 21 della tariffa nella parte in cui in precedenza richiamava l'articolo 318 stesso». In un mercato della telefonia liberalizzato e privatizzato una simile imposta non ha scopo di esistere in quanto illegittima e superata. La tassa di concessione governativa, introdotta inizialmente quando il cellulare era considerato un bene di lusso, adesso colpisce un bene divenuto di massa e penalizza soprattutto gli utenti con redditi medio-bassi ed i piccoli lavoratori autonomi. Continuare ad imporre tale tassa a carico di coloro che hanno deciso di utilizzare la formula dell'abbonamento, crea oltre al danno economico anche una disparità fiscale con chi utilizza invece le carte telefoniche prepagate, le quali non sono gravate da tale tributo. Il presente disegno di legge si pone, quindi, due finalità: quella di sopprimere definitivamente la tassa di concessione governativa, abrogando sia l'articolo 21 della tariffa del decreto del Presidente della Repubblica 26 ottobre 1972, n. 641, sia l'articolo 160 del citato codice di cui al decreto legislativo n. 259 del 2003, che ha riprodotto, secondo le motivazioni della sentenza della Corte di cassazione (n. 23052 del 14 dicembre 2012), il già soppresso presupposto normativo che era contenuto nell'articolo 318 del decreto del Presidente della Repubblica n. 156 del 1973 e quella di eliminare la disparità di trattamento tra le due tipologie di utenti, ovvero coloro che utilizzano il contratto di abbonamento e coloro che utilizzano invece la carta prepagata, generando per i primi un notevole risparmio siano essi privati o enti pubblici.. Art. 1. 1. L'articolo 21 della tariffa annessa al decreto del Presidente della Repubblica 26 ottobre 1972, n. 641, come da ultimo sostituita dalla tariffa di cui al decreto del Ministro delle finanze 28 dicembre 1995, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 303 del 30 dicembre 1995, concernente la tassa di concessione governativa per l'impiego di apparecchiature terminali per il servizio radiomobile pubblico terrestre di comunicazione, è abrogato. 2. L'articolo 160 del codice delle comunicazioni elettroniche di cui al decreto legislativo 1º agosto 2003, n. 259, è abrogato. 3. All'onere derivante dall'attuazione dei commi l e 2, si provvede mediante corrispondente riduzione dello stanziamento del fondo speciale di parte corrente iscritto, ai fini del bilancio triennale 2013-2015, nell'ambito del programma «Fondi di riserva e speciali» della missione «Fondi da ripartire» dello stato di previsione del Ministero dell'economia e delle finanze per l'anno 2013, allo scopo parzialmente utilizzando l'accantonamento relativo al Ministero dell'istruzione, dell'università e della ricerca. 4. Il Ministro dell'economia e delle finanze è autorizzate ad apportare, con propri decreti, le occorrenti variazioni di bilancio.