[pronunce]

che la difesa erariale – nel premettere che su questioni analoghe alla presente questa Corte si è già pronunciata nel senso dell'infondatezza (sentenza n. 325 del 2008) – rileva come il testo della norma sospettata di incostituzionalità porti «inequivocabilmente» a ritenere «che essa sia rivolta direttamente ed esclusivamente ai datori di lavoro e non ai lavoratori», datori di lavoro i quali «non possono che essere quelli privati», e che da ciò discenderebbe l'irrilevanza della questione; che, inoltre, secondo l'Avvocatura, la questione proposta risulterebbe parimenti irrilevante in ragione della circostanza che la sospensione dei contributi sarebbe relativa solo al versamento delle ritenute, le quali, indipendentemente dall'effettuazione di tale adempimento, dovrebbero comunque essere effettuate sulle retribuzioni dei lavoratori dipendenti; che tale irrilevanza risulterebbe ulteriormente dimostrata dalla circostanza che, ove fosse riconosciuta a favore dei lavoratori la sospensione del versamento, la stessa avrebbe ad oggetto solo il periodo novembre 2002–marzo 2004 e, pertanto, alla data odierna, la sospensione dovrebbe comunque ritenersi cessata; che, inoltre, quanto all'asserita violazione degli artt. 2 e 3 della Costituzione, connessa alla denunciata disparità di trattamento tra lavoratori pubblici e privati, la difesa erariale sostiene che il confronto sarebbe stato condotto rispetto a situazioni del tutto disomogenee, poichè la pubblica amministrazione non avrebbe fini lucrativi e la prestazione di lavoro si svolgerebbe secondo regole e parametri sui quali sarebbero ininfluenti gli avversi fenomeni naturali e le condizioni ambientali eccezionali, mentre, al contrario, il datore di lavoro privato, che opera in un determinato territorio, sarebbe significativamente esposto a tutti quegli accadimenti che incidono sulla dimensione organizzativa dell'impresa e sulla sua possibilità di un esercizio caratterizzato da molteplici fattori di tipo economico; che da tali considerazioni discenderebbe, altresì, secondo l'Avvocatura dello Stato, oltre alla disomogeneità delle posizioni poste a confronto, anche l'assoluta ragionevolezza della scelta legislativa volta a limitare il beneficio ai soli datori di lavoro privati che, a differenza della pubblica amministrazione, non sempre disporrebbero di una capacità organizzativa e di risorse idonee a consentire di fronteggiare in modo adeguato le situazioni di emergenza originate da eventi calamitosi; che, in sostanza, secondo la difesa erariale, la sospensione dell'obbligo contributivo, particolarmente gravoso per i datori di lavoro, può essere letta come un mezzo per liberare risorse da sfruttare per la produzione di beni e servizi, in modo da non alterare pesantemente il flusso di creazione di ricchezza a livello regionale, e dunque il prodotto interno lordo relativo a quel territorio; che, peraltro – osserva ancora la difesa pubblica – se questa viene ad essere la ratio posta alla base della scelta legislativa, verrebbe ad avere rilievo marginale l'effetto che la stessa avrebbe determinato in favore dei soli lavoratori privati, considerato, tra l'altro, che la quota di contribuzione dagli stessi dovuta (e normalmente prelevata dal datore di lavoro nella sua qualità di sostituto) è modesta e la maggior retribuzione è comunque fiscalizzata; che secondo l'Avvocatura dello Stato sarebbero poi inammissibili le censure relative alla violazione degli artt. 4, 32, 35 e 36 della Costituzione per inconferenza dei parametri invocati, così come ugualmente inconferente sarebbe la censura relativa alla pretesa violazione degli artt. 24, 101, 102 e 104 della Costituzione, poichè la norma impugnata «attiene al piano sostanziale della disciplina dei rapporti […] e non a quello processuale della tutela dei diritti»; che, infine, per l'Avvocatura, manifestamente infondate risulterebbero le censure relative agli artt. 77, comma secondo, e 97 della Costituzione, dato che esse sarebbero destituite di ogni fondamento; che si sono costituiti nel procedimento i soggetti ricorrenti nell'ambito del giudizio principale, i quali, con ampie argomentazioni, hanno aderito alle censure di legittimità costituzionale prospettate dal giudice a quo, sostenendo sia l'irragionevolezza della previsione censurata, sia la violazione del principio dell'affidamento e del divieto di discriminazione, sia la natura sostanzialmente innovativa della stessa e, conseguentemente, negandone la natura interpretativa; che, in prossimità dell'esame in camera di consiglio, la difesa delle parti private ha presentato memoria con cui ha ribadito quanto sostenuto nell'atto di costituzione, in ordine alla violazione del principio di separazione dei poteri dello Stato e di violazione dell'art. 97 della Costituzione; che, in particolare, sotto questo profilo, le parti private ritengono che la norma sospettata di illegittimità costituzionale avrebbe determinato, di fatto, l'esercizio da parte del potere legislativo anche della potestà amministrativa, in quanto la norma di legge avrebbe determinato la modifica di un atto amministrativo; che, nella stessa memoria, la difesa delle parti private si è poi soffermata sulla violazione del principio di affidamento e sulla irragionevolezza della norma censurata, richiamando, al riguardo, sia la giurisprudenza della Corte costituzionale che della Corte di cassazione, nonché quella del Consiglio di giustizia amministrativa per la Regione Siciliana; che, in ordine al principio dell'affidamento, la memoria richiama altresì l'ordinamento comunitario e la Convenzione dei diritti dell'uomo, soffermandosi, in particolare, sulla sentenza Scordino (Grande Chambre, 29 marzo 2006); che, infine, la parte privata ritiene che la norma denunciata potrebbe eventualmente superare il vaglio di costituzionalità ove interpretata secondo Costituzione, cioè considerandola non retroattiva e, conseguentemente, non applicabile nella fattispecie oggetto del giudizio a quo; che, con successiva ordinanza del 4 marzo 2008 (r.o. n. 54 del 2009), analoga questione di legittimità costituzionale della medesima norma è stata sollevata dallo stesso TAR di Catania, nel corso di altro giudizio, in riferimento agli artt. 2, 3, 4, 32, 35, 36 e 97 della Costituzione; che la fattispecie oggetto del giudizio a quo riguarda l'accertamento del diritto di U. R., in ruolo presso la Guardia di Finanza, alla corresponsione delle somme derivanti dall'applicazione del beneficio delle ritenute previdenziali ed assistenziali e l'immediata restituzione di quelle già trattenute sullo stipendio del 2002, ai sensi dell'art. 4 del d.l. n. 245 del 2002 e dell'art. 5 dell'o.P.C.m. n. 3254 del 2002;