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Norme in materia di reclutamento, diritti e stato giuridico dei ricercatori universitari e dei dottori di ricerca. Onorevoli Senatori. – L'università e la ricerca sono un motore fondamentale di crescita e di sviluppo di un Paese, di formazione e costruzione continua di capitale umano, di saperi e conoscenze, materiali e immateriali. La ricerca universitaria è un settore strategico per migliorare le condizioni delle comunità locali e della società globale. In questo hanno concorso nei secoli, e continuano a concorrere oggi, l'accademia e la ricerca italiana, mantenendo elevati nel tempo la qualità, i contributi e il livello dei risultati apportati dagli scienziati italiani nel contesto della ricerca scientifica europea e mondiale. I numeri dicono con chiarezza che quantità e qualità della produzione scientifica italiana si collocano nelle primissime posizioni nel mondo, dando lustro al Paese e svolgendo le funzioni di un volano indispensabile per la competitività in ogni settore. Nei prossimi anni, le grandi economie del pianeta, a partire dalla Cina, dall'India, moltiplicheranno le risorse investite in conoscenza, ricerca e sviluppo, allargando enormemente l'accesso di fasce di popolazione finora escluse all'istruzione e alla formazione di terzo e quarto livello. Per essere all'altezza delle nuove sfide il nostro Paese non può rimanere indietro; al contrario, deve fare dell'innovazione l'asse portante di tutti i settori economici, sociali, culturali, tecnologici. La crescita dell'Italia passerà necessariamente attraverso nuovi e massicci investimenti nel capitale costituito da giovani, studiosi, innovatori, che nelle università dovranno trovare un legame strategico, uno snodo centrale e di dialogo tra il mondo della ricerca e la società che la circonda, fatta di imprese, territori, pubbliche amministrazioni, che insieme possono concorrere a uno sviluppo solido e governato. Tuttavia, come noto e come più volte rilevato anche in autorevoli pubblicazioni internazionali, la ricerca italiana soffre da almeno un decennio dell'assenza di politiche di visione. Formiamo un bacino di ricercatori di alto livello, che il sistema sottodimensionato non riesce ad assorbire nei ruoli pubblici, a causa soprattutto dei vincoli di bilancio e dell'assenza di un piano di reclutamento programmato, stabile e certo. La rapida evoluzione socio-economica fa già immaginare, per la prossima decade, un enorme cambiamento nel mondo del lavoro, che necessiterà di figure professionali altamente qualificate e che dovranno essere formate. Tale esigenza deve spingere il legislatore ad arrestare l'emorragia verso l'estero di tanti, troppi giovani ricercatori, che in Italia non trovano una prospettiva alla propria carriera né validi accessi ai fondi. Sono notizie di questi giorni le statistiche di AlmaLaurea che confermano purtroppo questo trend della « fuga dei cervelli ». Solo nell'ultimo triennio 2016-2018 si è tentata una inversione di rotta, attraverso l'adozione di politiche specifiche e investimenti rinnovati volti a recuperare un divario iniziato con la legge 30 dicembre 2010, n. 240, e con i drastici tagli di finanziamento al comparto adottati congiuntamente alla riforma. L'intervento, infatti, di piani straordinari a valere su fondi aggiuntivi sia ordinari sia europei per favorire l'assunzione a vari livelli dei ricercatori è stata una prima – anche se ancora insufficiente – risposta. Ma resta la distanza tra le percentuali dei ricercatori sulla popolazione attiva fra Italia e altri Paesi europei, una distanza che appare incolmabile. La stessa età media della docenza universitaria, purtroppo, non fa che confermare questa inerzia del sistema della ricerca italiana. Nonostante gli sforzi di questi anni, la spesa per l'istruzione terziaria per studente in Italia in rapporto al PIL è assolutamente troppo bassa rispetto alla media OCSE, ovvero lo 0,96 per cento contro l'1,55, come si evince dagli stessi dati OCSE pubblicati nel rapporto Education at a Glance 2017 . Il numero di docenti universitari, invece, rispetto al valore massimo raggiunto nel 2008 – così come si desume dal Rapporto biennale dell'ANVUR sullo stato del sistema universitario e della ricerca del 2018 – ha registrato un calo ininterrotto, a causa del pensionamento di ampie coorti di docenti e dei limiti posti al turn over . Questo meccanismo ha fatto sì che le uscite per pensionamento o altri motivi di cessazione abbiano superato di gran lunga gli ingressi nel sistema: rispettivamente 22.284 e 7.981, con, al suo interno, 14.133 passaggi di ruolo. Questa flessione ha conseguentemente innalzato il numero di studenti per docenti, che nel 2017 è stato pari a 31, fra i più alti dell'area OCSE. Parallelamente, si è innalzata l'età media dei docenti, nonostante il temporaneo ringiovanimento dei professori associati nel triennio 2013-2015: gli ordinari al di sotto dei quarant'anni corrispondono allo 0,2 per cento del totale, mentre la metà ha più di sessant'anni. L'obiettivo del presente disegno di legge è rivolto ai giovani che investono la propria vita e il proprio percorso lavorativo nella ricerca universitaria, ed è quello di offrire loro prospettive di carriera in tempi certi, regolate e lineari, interrompendo il sistema di sfruttamento nel quale finiscono, semplificando il groviglio contrattuale esistente, per rimettere l'Università italiana nelle condizioni di crescere, di offrire opportunità di studio ai migliori ricercatori e di apportare sviluppo all'intera comunità. Soprattutto di farlo secondo scadenze certe e garantite. A nove anni dall'approvazione della legge 30 dicembre 2010, n. 240, è urgente e non rinviabile intervenire sulle cause che hanno portato a una così netta contrazione delle figure di ricerca e docenza nelle università, in particolar modo sugli ostacoli che sono stati disseminati nelle fasi di accesso. Infatti, gli interventi della legge n. 240 del 2010, in primis abolendo il ruolo di ricercatore a tempo indeterminato, hanno trasformato la docenza universitaria in una carriera in due fasce e non più in tre, caricando sulle nuove figure a tempo determinato introdotte tutto il peso di questa trasformazione, allungando il periodo di precariato in modo insostenibile, sia per i giovani aspiranti a entrare nel sistema sia per il sistema universitario stesso. Per l'appunto, tra le innovazioni introdotte vi è stata l'istituzione del ricercatore a tempo determinato, nelle due tipologie del ricercatore junior a tempo determinato (cosiddetto « RTDa », con contratti di durata triennale prorogabili per soli due anni e per una sola volta) e del ricercatore senior a tempo determinato (cosiddetto « RTDb », con contratti triennali riservati a titolari di abilitazione scientifica nazionale, limitatamente ai quali l'università può valutare la chiamata nel ruolo di professore associato). Le figura del ricercatore di tipo a) non trova, tuttavia, significative corrispondenze in altri ordinamenti universitari comparabili con quello italiano, laddove è diffusa invece la preoccupazione di assicurare stabilità agli studiosi che intendano impegnarsi nell'attività di ricerca e di docenza universitaria al fine di garantire, da un lato la continuità dell'offerta formativa, dall'altro lato maggiore serenità nell'esercizio della professione.