[pronunce]

– La Camera eccepisce, infine, l'immediata applicabilità della legge 20 giugno 2003, n. 140 (Disposizioni per l'attuazione dell'articolo 68 della Costituzione nonché in materia di processi penali nei confronti delle alte cariche dello Stato), entrata in vigore in pendenza di giudizio e costituente, secondo la Camera, «normativa di attuazione di disposizioni di rango costituzionale». L'art. 3, comma 1, di tale legge introdurrebbe «nuovi fattori di valutazione in ordine alla estensione della garanzia dell'insindacabilità», con conseguente necessità della restituzione degli atti al giudice ricorrente per una rivalutazione della perdurante sussistenza dei presupposti per l'elevazione del conflitto. L'eccezione è infondata. Questa Corte ha già chiarito che la sopravvenienza, nelle more del giudizio, del citato art. 3, comma 1, non comporta la necessità di una rivalutazione da parte del giudice ricorrente della effettiva sussistenza dei presupposti per l'elevazione del conflitto, perché la norma sopravvenuta, nonostante la più ampia formulazione lessicale, non innova rispetto all'art. 68, primo comma, della Costituzione, ma si limita a rendere esplicito il contenuto di tale disposizione (sentenze nn. 120 e 246 del 2004; ordinanza n. 136 del 2005). 3. – Nel merito il ricorso è fondato. Va qui ribadita la costante giurisprudenza di questa Corte, secondo cui, per l'esistenza di un nesso funzionale tra le dichiarazioni rese extra moenia da un parlamentare e l'espletamento delle sue funzioni di membro del Parlamento, è necessario che tali dichiarazioni possano essere identificate come espressione dell'esercizio di attività parlamentari (v., ex plurimis, sentenze numeri 164 e 28 del 2005, 298 e 120 del 2004, 521 e 79 del 2002, 321 del 2000). Indipendentemente dall'eventuale contenuto diffamatorio di tali dichiarazioni, il còmpito di questa Corte è limitato alla verifica se esse, ancorché rese al di fuori della sede istituzionale, siano collegate ad attività proprie del parlamentare; costituiscano cioè espressione della sua funzione o ne rappresentino il momento di divulgazione all'esterno (v., ex plurimis, sentenza n. 508 del 2002). Nel caso in esame, neppure nella delibera di insindacabilità e nella proposta della Giunta per le autorizzazioni a procedere è possibile rinvenire un riferimento ad atti tipici del parlamentare. In particolare, la proposta della Giunta, a cui rinvia la delibera di insindacabilità, contiene solo un generico richiamo al collegamento fra le dichiarazioni dell'on. Maroni e una non meglio precisata «vicenda di forte attualità politica» che lo aveva visto coinvolto nella sua precedente qualità di Ministro dell'interno. La difesa della Camera, senza citare né produrre alcun atto dell'on. Maroni, si è limitata a sostenere che le dichiarazioni oggetto del giudizio civile «vanno ricondotte […] ad un contesto che […] aveva riguardato il Napoli un ex agente del SISDE il cui nome era venuto alla ribalta della cronaca con riferimento alla cosiddetta inchiesta segreta sull'attuale senatore Antonio Di Pietro e al cosiddetto dossier Achille». In proposito, la Camera ha menzionato e prodotto solo i seguenti documenti: a) l'interpellanza n. 2/00281 in data 5 novembre 1996, presentatore on. Veltri; b) i resoconti del Comitato parlamentare per i servizi di informazione e sicurezza e per il segreto di Stato del 25 maggio 1995, del 15 gennaio 1997, del 21 gennaio 1997; c) l'interrogazione n. 4/08298 del 28 febbraio 1996, presentatore sen. Boso; d) l'interrogazione n. 4/15890 del 1° luglio 1993, presentatore on. Dosi; e) l'interpellanza n. 2/01182 del 3 dicembre 1993, presentatore on. Tassi; f) l'interpellanza n. 2/01232 del 13 gennaio 1994, presentatore on. Tassi; g) l'interrogazione n. 3/00911 del 3 novembre 1993, presentatore sen. Brutti; h) l'interrogazione n. 3/01571 del 2 novembre 1993, presentatore on. Crippa; i) l'interpellanza n. 2/00116 del 14 luglio 1994, presentatore on. Dorigo. Tuttavia, di tali atti, due non sono ascrivibili alla Camera dei deputati (doc. c, g); gli altri non hanno alcuna connessione con le dichiarazioni oggetto del giudizio civile, in quanto: non sono atti imputabili o indirizzati all'on. Maroni, neanche nella sua funzione di Ministro dell'interno; non contengono qualsivoglia apprezzamento critico a proposito del Napoli. Alcuni di essi (doc. a, d, e, f, h, i), tutt'al più, fanno generico riferimento al SISDE o a supposti illeciti commessi da suoi funzionari, fra i quali il Napoli non è menzionato. Dai resoconti sub b), risulta poi che il Napoli aveva partecipato ad audizioni di fronte al Comitato parlamentare per i servizi di informazione e sicurezza e per il segreto di Stato, su diversi aspetti dell'attività, dell'organizzazione e della gestione del SISDE e che, nel corso delle audizioni, c'erano stati interventi di componenti del Comitato stesso, tra cui alcuni appartenenti allo stesso partito dell'on. Maroni. Ad avviso della Camera, il fatto che l'on. Maroni non abbia direttamente partecipato alle attività del Comitato non escluderebbe la sussistenza di un collegamento tra le dichiarazioni oggetto del giudizio civile e l'attività parlamentare, perché le funzioni parlamentari dovrebbero essere considerate unitariamente e non con esclusivo riferimento all'attività di singoli componenti. La difesa della Camera prospetta cioè, in sostanza, la questione se un deputato possa giovarsi, ai fini della insindacabilità di sue dichiarazioni, dell'attività posta in essere da altri parlamentari. In ogni caso, la questione è del tutto irrilevante in questa sede, giacché i resoconti relativi a tali audizioni non riportano il contenuto degli interventi dei componenti del Comitato e, di conseguenza, non consentono di accertare se siano state rese dichiarazioni corrispondenti a quelle oggetto del giudizio risarcitorio (v. sentenze nn. 193 e 28 del 2005). Detti atti non sono pertanto idonei a giustificare l'insindacabilità. 4. – Deve quindi concludersi che la Camera dei deputati, nel deliberare l'insindacabilità delle dichiarazioni di cui si tratta, ha violato l'art. 68, primo comma, della Costituzione e ha leso in tal modo le attribuzioni dell'autorità giudiziaria ricorrente. La delibera di insindacabilità deve essere, pertanto, annullata.. per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE dichiara che non spetta alla Camera dei deputati deliberare che i fatti per i quali è in corso il procedimento civile promosso da Roberto Napoli nei confronti del deputato Roberto Maroni, di cui al ricorso in epigrafe, riguardano opinioni espresse da un membro del Parlamento nell'esercizio delle sue funzioni parlamentari ai sensi dell'art. 68, primo comma, della Costituzione;