[pronunce]

La questione non sarebbe manifestamente infondata anche con riferimento all'art. 27 Cost., perché la possibilità di sospendere l'esecuzione «funge da necessario complemento all[a] previsione delle misure alternative alla detenzione carceraria, scongiurando l'effetto desocializzante e criminogeno correlato al "passaggio diretto in carcere" del reo nei casi in cui lo stesso avrebbe avuto diritto (previa valutazione nel merito rimessa al Tribunale di Sorveglianza) alla misura alternativa». 2.- È intervenuto in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, e ha eccepito l'inammissibilità della questione di legittimità costituzionale «in ragione della sua irrilevanza, dal momento che la norma denunciata, essendo stata espunta dall'ordinamento giuridico, non è più applicabile nel giudizio a quo avente ad oggetto esclusivamente il diritto del condannato ad ottenere la sospensione dell'esecuzione». L'eventuale interesse del condannato ad una pronuncia di illegittimità costituzionale della norma censurata «varrebbe, tutt'al più, a legittimare il giudice civile eventualmente richiesto da parte del condannato della somministrazione di una tutela per l'ingiusta detenzione subita [...] in forza dell'esecuzione non sospesa per effetto della passata vigenza della norma in questione ad adire la Corte costituzionale». La questione sarebbe «inammissibile anche con riferimento alla censura di irragionevolezza della sottostante scelta legislativa, fondata sull'art. 3 della Costituzione in ragione della diversità delle fattispecie per le quali è prevista la possibilità di sospendere l'esecuzione rispetto a quelle contemplate dalla norma censurata». Infine, con riferimento all'art. 27 Cost., la questione sarebbe infondata, perché la preclusione dell'accesso del condannato a una misura alternativa alla detenzione non è sufficiente a far ritenere incostituzionale la norma censurata.1.- Il Giudice dell'udienza preliminare del Tribunale ordinario di Firenze, in funzione di giudice dell'esecuzione, con ordinanza del 14 ottobre 2015, dubita, in riferimento agli artt. 3 e 27 della Costituzione, della legittimità costituzionale dell'art. 656, comma 9, lettera a), del codice di procedura penale, come modificato dall'art. 2, comma 1, lettera m), del decreto-legge 23 maggio 2008, n. 92 (Misure urgenti in materia di sicurezza pubblica), convertito, con modificazioni, dalla legge 24 luglio 2008, n. 125, nella parte in cui stabilisce che la sospensione dell'esecuzione, anche qualora la pena detentiva non sia superiore a tre anni, non può essere disposta nei confronti dei condannati per il delitto di cui all'art. 624 del codice penale, quando ricorrono due o più circostanze tra quelle indicate dall'art. 625 dello stesso codice. L'Avvocatura generale dello Stato ha eccepito l'inammissibilità della questione «in ragione della sua irrilevanza, dal momento che la norma denunciata, essendo stata espunta dall'ordinamento giuridico, non è più applicabile nel giudizio a quo avente ad oggetto esclusivamente il diritto del condannato ad ottenere la sospensione dell'esecuzione». 2.- L'eccezione è fondata. L'art. 656 cod. proc. pen. prevede due distinti provvedimenti, l'ordine di esecuzione, con il quale il pubblico ministero «dispone la carcerazione» del condannato non detenuto, e il decreto di sospensione, con il quale, sussistendo le condizioni previste dall'art. 656, comma 5, cod. proc. pen. , lo stesso organo sospende l'esecuzione per consentire, ancor prima del suo inizio, al condannato di chiedere (e al tribunale di sorveglianza eventualmente di applicare) una misura alternativa alla detenzione. L'esecuzione in questione riguarda una persona condannata per furto aggravato da due circostanze previste dall'art. 625 cod. pen. , e all'epoca questa fattispecie criminosa, che rientrava nell'ambito dell'art. 656, comma 9, lettera a), cod. proc. pen. , non consentiva la sospensione dell'esecuzione. È per questa ragione che il pubblico ministero, dopo aver emesso l'ordine di esecuzione, non aveva disposto la sospensione, e il condannato per ottenerla si era rivolto al giudice dell'esecuzione. Questo, a sua volta, per rimuovere l'ostacolo normativo, aveva sollevato la questione di legittimità costituzionale. Successivamente, il decreto-legge 1° luglio 2013, n. 78 (Disposizioni urgenti in materia di esecuzione della pena), convertito, con modificazioni, dalla legge 9 agosto 2013, n. 94, ha escluso il delitto di furto aggravato da due o più circostanze tra quelle indicate dall'art. 625 cod. pen. dall'elenco dei reati per i quali l'esecuzione della condanna non può essere sospesa. Oggi perciò la preclusione non esiste più. Ciò nonostante, il giudice rimettente ritiene che, per la decisione dell'incidente di esecuzione di cui è stato investito, dovrebbe continuare a fare applicazione della norma in vigore al momento dell'emissione del provvedimento del pubblico ministero, sulla cui legittimità egli perciò sarebbe tuttora chiamato a pronunciarsi. A sostegno della sua tesi, il giudice rimettente richiama una giurisprudenza di questa Corte secondo cui «"la legittimità dell'atto deve essere esaminata, in virtù del principio tempus regit actum, con riguardo alla situazione di fatto e di diritto esistente al momento della sua adozione" (sentenze n. 78 del 2013, n. 177 del 2012, n. 321 del 2011, n. 209 del 2010, n. 391 del 2008, n. 509 del 2000)». Questa giurisprudenza - aggiunge il rimettente - attiene alla materia amministrativa, ma si deve ritenere rilevante anche in materia penale. Il riferimento alla giurisprudenza di questa Corte in materia amministrativa è però incongruo, perché riguarda il caso in cui il giudizio amministrativo concerne un provvedimento di cui si contesta la legittimità, ed è quindi il provvedimento, e correlativamente la sua legittimità al momento dell'adozione, a formare oggetto della cognizione del giudice. Il procedimento di esecuzione invece concerne direttamente l'esistenza, la validità, l'efficacia e il contenuto del titolo, del quale il giudice, sulla base delle richieste che gli vengono rivolte, deve regolare l'esecuzione, e rispetto alla sua decisione la cognizione dell'eventuale provvedimento costituisce un mero antecedente logico. Nel procedimento a quo il giudice dell'esecuzione era ed è ancora chiamato a decidere se al condannato spetti o meno la sospensione dell'esecuzione e questa decisione non può che essere emessa con riferimento alla situazione di fatto e di diritto esistente al momento della pronuncia. Perciò la norma che il giudice è chiamato ad applicare non è quella in vigore al momento in cui il pubblico ministero ha emesso l'ordine di esecuzione, ma quella in vigore al momento della decisione; norma che non prevede più tra i reati ostativi alla sospensione il furto aggravato da due o più circostanze tra quelle indicate dall'art. 625 cod. pen.