[pronunce]

- "non prevede che il giudice, in casi estremi e con provvedimento specificatamente motivato, possa prescindere dalle tabelle per adeguare il compenso alla concreta attività svolta dal consulente". che, con memoria depositata il 6 marzo 2001, si sono congiuntamente costituiti i ricorrenti nel giudizio a quo nonché l'Ordine degli Ingegneri della provincia di Roma, interventore nel medesimo giudizio, chiedendo che la sollevata questione venga dichiarata fondata e ribadendo tali conclusioni con successiva memoria; che è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, il quale, argomentando più diffusamente con la memoria successivamente depositata, ha concluso per l'inammissibilità o comunque per l'infondatezza della questione medesima. Considerato, in via preliminare, che la costituzione dei ricorrenti nel giudizio a quo e, congiuntamente ad essi, dell'Ordine degli Ingegneri della provincia di Roma è inammissibile, in quanto effettuata oltre il termine perentorio di venti giorni dalla pubblicazione dell'ordinanza di rimessione nella Gazzetta Ufficiale fissato dagli artt. 25, secondo comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87, e 3 delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte; che, nel merito, quanto alla questione che investe l'art. 10 della legge 8 luglio 1980, n. 319, denunciato, in riferimento agli artt. 3 e 97 della Costituzione, "nella parte in cui non prevede che la misura degli onorari è automaticamente adeguata ogni tre anni, secondo i criteri previsti dalla stessa norma, a partire dall'ultimo decreto", va rammentato che, con la sentenza n. 41 del 1996, la Corte ha già ritenuto che l'inadeguatezza degli onorari non dipende da un difetto legislativo, bensì dall'inerzia delle autorità deputate a provvedere a siffatto adeguamento (peraltro, intervenuto, quanto agli onorari liquidati a vacazione, con decreto del Ministro di grazia e giustizia del 5 dicembre 1997); inerzia alla quale può ovviarsi, nella materia in esame, non con l'intervento del giudice delle leggi, ma con altri rimedi; che, pertanto, alla luce di siffatte considerazioni, non adducendo il rimettente ragioni tali da indurre ad un diverso avviso, la questione va dichiarata manifestamente infondata; che, relativamente al dedotto contrasto con gli artt. 3 e 97 della Costituzione dell'art. 2, primo e secondo comma, della stessa legge n. 319 del 1980, "nella parte in cui prevede che le tabelle per gli onorari fissi siano redatte con riferimento alle tariffe professionali "contemperate dalla natura pubblicistica dell'incarico" e non invece semplicemente "tenuto conto della natura pubblicistica dell'incarico"", la denuncia del giudice a quo nella sua genericità, si risolve, piuttosto, in una critica dell'esercizio della discrezionalità legislativa, senza che, peraltro, sia dato comprendere in quale modo l'auspicato intervento correttivo, consistente nel sostituire la locuzione della legge con quella proposta dal rimettente, possa valere a ripristinare la legittimità costituzionale asseritamente vulnerata; che, dunque, come prospettata, la questione deve essere dichiarata manifestamente inammissibile; che, quanto al dubbio di costituzionalità che, sempre in riferimento ai predetti parametri, investe il medesimo art. 2, primo e secondo comma, "nella parte in cui non prevede che, nella determinazione degli onorari, i criteri di liquidazione debbano essere rapportati ad ogni singola valutazione, che abbia caratteristiche autonome", va osservato che dall'ordinanza non si evince chiaramente quale sia il criterio seguito, nella specie, con il provvedimento oggetto di opposizione, non potendo, anzi, escludersi che esso sia stato quello della pluralità di liquidazioni degli onorari a fronte di una pluralità di valutazioni tra loro autonome, applicando l'unicità del compenso soltanto alle operazioni peritali puramente ripetitive, donde l'insufficiente motivazione in punto di rilevanza della questione; che, in ogni caso, il giudice a quo muove dal presupposto che il principio di corrispondenza tra unicità dell'incarico e unicità del compenso sia rigidamente affermato come diritto vivente, pur non disconoscendo egli stesso l'esistenza di altro orientamento, che ritiene possibile una pluralità di compensi in riferimento ad un accertamento avente ad oggetto una pluralità di beni con caratteristiche di autonomia, sì da non assolvere, conclusivamente, all'obbligo di scegliere, tra una pluralità di opzioni ermeneutiche possibili, la soluzione ritenuta conforme a Costituzione; che, dunque, per l'insieme delle considerazioni svolte, la questione va dichiarata manifestamente inammissibile; che, infine, relativamente alla censura che deduce il vulnus degli stessi anzidetti parametri da parte del medesimo art. 2, primo e secondo comma, " nella parte in cui non prevede che il giudice, in casi estremi e con provvedimento specificatamente motivato, possa prescindere dalle tabelle per adeguare il compenso alla concreta attività svolta dal consulente", deve osservarsi che la doglianza investe una materia rimessa alla discrezionalità legislativa, anche in ragione della pluralità di scelte cui essa si presta, mentre esula dai poteri di questa Corte contrastare, con una propria diversa valutazione, la scelta discrezionale del legislatore circa il mezzo più adatto per conseguire il fine, dovendosi arrestare questo tipo di scrutinio alla verifica che il mezzo prescelto non sia, come nel caso di specie, palesemente incongruo o inadeguato; che, pertanto, la questione va dichiarata manifestamente infondata. Visti gli artt. 26, secondo comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87, e 9, secondo comma, delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale.. . per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE Dichiara la manifesta infondatezza della questione di legittimità costituzionale dell'art. 10 della legge 8 luglio 1980, n. 319 (Compensi spettanti ai periti, ai consulenti tecnici, interpreti e traduttori per le operazioni eseguite a richiesta dell'autorità giudiziaria), sollevata, in riferimento agli artt. 3 e 97 della Costituzione, dal tribunale di Roma con l'ordinanza in epigrafe; Dichiara la manifesta inammissibilità delle questioni di legittimità costituzionale dell'art. 2, primo e secondo comma, della citata legge 8 luglio 1980, n. 319, sollevate, in riferimento agli artt. 3 e 97 della Costituzione, dal medesimo tribunale di Roma con l'ordinanza in epigrafe; Dichiara la manifesta infondatezza della questione di legittimità costituzionale dell'art. 2, primo e secondo comma, della citata legge 8 luglio 1980, n. 319, sollevata, in riferimento agli artt. 3 e 97 della Costituzione, dallo stesso tribunale di Roma con l'ordinanza in epigrafe. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 4 luglio 2001. Il Presidente: Ruperto Il redattore: Vari Il cancelliere: Di Paola Depositata in cancelleria il 6 luglio 2001. Il direttore della cancelleria: Di Paola