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Modifiche all'articolo 33 della legge 12 dicembre 2016, n. 238, in materia di viti resistenti alle malattie fungine. Onorevoli Senatori . – La selezione di vitigni resistenti alle malattie fungine , ottenuti attraverso l'incrocio tra specie del genere Vitis , come quelli tra Vitis vinifera e altre specie del genere Vitis, ha ottenuto buoni risultati, portando all'iscrizione delle suddette varietà nel registro nazionale delle varietà di vite. In Europa la viticoltura occupa il 6 per cento della superficie agricola utilizzata, e impiega il 60 per cento dei fungicidi utilizzati in agricoltura. La progressiva riduzione delle quantità utilizzabili di rame per ettaro e, negli ultimi anni, la forte pressione della peronospora, stanno rendendo insostenibile, in alcune zone italiane, la coltivazione della vite con il metodo biologico. La forte pressione della peronospora in Italia nel 2023 ha portato alla perdita totale della produzione di vino in alcune aree: il Ministero dell'agricoltura, della sovranità alimentare e delle foreste ha certificato che la vendemmia del 2023 ha avuto una riduzione di 38,3 milioni di ettolitri, il 23,2 per cento in meno rispetto al 2022. Tra le motivazioni per la richiesta di poter inserire queste varietà nei disciplinari delle denominazioni, si ritiene interessante quella relativa al loro utilizzo in zone « difficili », con presenza di vigneti poco o per niente meccanizzabili, e anche in zone particolarmente sensibili dal punto di vista ambientale, quali vigneti confinanti con strade, ciclabili, parchi e abitazioni civili. In Italia sono presenti alcune zone viticole molto belle dal punto di vista paesaggistico, con presenza di terrazzamenti, muretti, pendii, ma difficilmente o per niente accessibili alle macchine, con evidenti problemi anche per la sicurezza dell'operatore nell'effettuare gli interventi agronomici richiesti (uso del trattore in pendio). Sicuramente i trattamenti fitosanitari sono le operazioni agronomiche più onerose per i viticoltori. Eliminare o ridurre drasticamente i trattamenti anticrittogamici contribuirebbe a salvaguardare la coltivazione della vite in questi ambienti unici. La presenza della vite nelle zone marginali ha permesso la gestione ottimale dei territori difficili e ha garantito un'altra funzione altrettanto importante, quella di procurare un reddito. Le difficoltà strutturali caratteristiche di questi territori (disagi, polverizzazione fondiaria, difficile agibilità dei terreni, basse produzioni, distanza dai centri di produzione e commercializzazione) ne impediscono la meccanizzazione. Aiutare questa viticoltura significa altresì garantire un presidio del territorio, nonché favorire il controllo delle acque, la prevenzione dell'erosione, la difesa dagli incendi, la valorizzazione ambientale e culturale, turistica, paesaggistica e della biodiversità, la creazione di ricchezza e di posti di lavoro. In queste situazioni appare interessante la scelta delle varietà viticole, tra quelle autoctone della zona, o dell'approccio agronomico, privilegiando tecniche di difesa o metodi di coltivazione in sintonia con l'ambiente. Va posto in questo contesto anche l'inserimento delle varietà resistenti ai patogeni, che possono favorire la coltivazione nelle zone difficili (evitando un frequente utilizzo dei trattamenti chimici) e nel contempo preservare queste zone dal punto di vista ambientale. Altro aspetto favorevole è la riduzione dei residui di prodotti chimici nelle uve, aspetto da non sottovalutare in quanto il concetto di qualità oggi tiene sempre più conto anche della salubrità del prodotto agricolo. Le attività di incrocio interspecifico effettuato in modo naturale attraverso l'impollinazione e la selezione tra varietà di Vitis vinifera con altre Vitis di origine americana o asiatica, dotate di geni di resistenza alle principali malattie fungine, hanno portato a risultati solo dopo decenni di lavoro. È importante evidenziare che l'incrocio delle diverse varietà di Vitis genera una nuova varietà, e non è un organismo transgenico (OGM). Oggi grazie ai continui reincroci, anche effettuati da istituti di ricerca italiani, le nuove varietà di vite resistenti alle malattie fungine possiedono dal 95 al 99 per cento di patrimonio genetico di Vitis vinifera e meno del 5 per cento di altre varietà di Vitis , e anche la qualità dei vini ormai ha raggiunto i massimi livelli riconosciuti nei concorsi enoici. Anche zone viticole, come la Champagne, hanno autorizzato la coltivazione di queste varietà e il loro uso per la produzione dell'omonimo spumante. I suddetti vitigni resistenti alle malattie fungine sono conosciuti in tutta Europa con il termine « PIWI », acronimo tedesco di PilzWiderstandsfähige che significa letteralmente « resistente al fungo ». L'associazione Piwi International promuove lo scambio di informazioni tra istituti di ricerca, coltivatori e produttori dei vini PIWI, in modo da consentire la diffusione delle varietà di vite resistenti ai funghi. Fondata nel 1999, la suddetta associazione conta oggi più di 550 membri provenienti da ventuno Paesi in Europa e in Nord America. Essa è presente anche in Italia con gruppi regionali nati da oltre dieci anni, e dal 2024 è operativa l'associazione PIWI Italia che coordina i vari gruppi. In Italia le varietà PIWI sono autorizzate alla coltivazione solo in Piemonte, Lombardia, Trentino-Alto Adige, Veneto, Friuli Venezia Giulia, Emilia-Romagna, Marche, Abruzzo, Lazio e Campania. Non è possibile avere un dato aggiornato della superficie coltivate con queste varietà. Le trentasei varietà di PIWI iscritte al registro nazionale delle varietà di viti, delle quali diciotto a bacca bianca e diciotto a bacca rossa, vengono innestate con una media annua, negli ultimi tre anni, di circa 3 milioni di innesti. La modifica delle norme per iscrivere nuove varietà al suddetto registro nazionale impedirà ancora, per due anni, l'iscrizione di nuovi genotipi. Solo nelle regioni Veneto, Friuli Venezia Giulia e Trentino-Alto Adige i consorzi di tutela hanno autorizzato l'introduzione delle suddette varietà di vite nei disciplinari di produzione dei vini a indicazione geografica protetta (IGP), mentre la normativa italiana attualmente non ne consente l'uso per la produzione di vini a denominazione di origine controllata (DOC), nonostante che nel 2022 sia stato tolto il vincolo normativo europeo. Nel 2014, in sede di conversione del decreto-legge 24 giugno 2014, n. 91, nella legge 11 agosto 2014, n. 116, è stato sostituito l'articolo 8 del decreto legislativo 8 aprile 2010, n. 61, ammettendo per i vini a indicazione geografica tipica (IGT) le varietà di vite provenienti da un incrocio, allineandosi così alla norma comunitaria (regolamento (CE) n. 1308/2013 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 17 dicembre 2013). A seguito di questa modifica, nel 2015 sono stati poi modificati i primi disciplinari IGT, inserendovi le varietà frutto da incroci tra Vitis vinifera e altre specie del genere Vitis . Per la provincia di Trento ricordiamo, per esempio, la IGT « Vigneti delle Dolomiti ».