[pronunce]

Per costante giurisprudenza di questa Corte, nei giudizi di legittimità costituzionale instaurati in via principale non possono avere rilievo istituti come quelli dell'inammissibilità del ricorso per acquiescenza o per il carattere confermativo del provvedimento impugnato (sentenze n. 382 del 1999, n. 224 del 1994, n. 49 del 1987, n. 36 del 1982, n. 50 del 1959 e n. 44 del 1957). Quando dunque, nell'esercizio della propria potestà legislativa, la ricorrente attui o si conformi alle disposizioni oggetto di impugnativa nel ricorso in via principale, non può senz'altro ritenersi cessata la materia del contendere, dovendo piuttosto verificarsi, ai fini della permanenza dell'interesse al ricorso, se dalla eventuale dichiarazione di illegittimità costituzionale dell'atto impugnato consegua la reintegrazione dell'ordine costituzionale delle competenze asseritamente violato. Nella specie, pur avendo dato attuazione, con legge, al d.lgs. oggetto di impugnativa, la Regione Lombardia conserva un interesse al ricorso, anche se non per il fatto dedotto dalla difesa regionale che tale legge sarebbe stata approvata per evitare l'intervento sostitutivo statale previsto dall'art. 4, comma 5, della legge di delega n. 59 del 1997. L'intervento sostitutivo, disposto con d.lgs. 6 ottobre 1998, n. 379, precede infatti la legge regionale attuativa. È invece risolutivo il rilievo che permane nella ricorrente l'interesse ad una declaratoria di illegittimità costituzionale, che, rimuovendo la disposizione di fonte statale compressiva dell'autonomia regionale, reintegri la Regione nella sua potestà legislativa e consenta ad essa di esercitarla, eventualmente, anche per modificare la legge regionale già approvata. 3. - Nel merito, la prima questione concerne l'art. 4, primo comma, lettere b), c) e d), del quale si denuncia il contrasto con gli artt. 115 e 123 della Costituzione e con i principi affermati dalla Corte costituzionale in materia di autonomia organizzativa delle regioni. Le tre menzionate disposizioni, che danno corpo ad alcuni dei principi ai quali il d.lgs. n. 469 vincola l'esercizio della potestà legislativa della Regione, demandano alla legge regionale la costituzione di strutture operanti nel campo delle politiche del lavoro. L'art. 4, comma 1, lettera b), definisce la commissione regionale permanente tripartita quale sede concertativa di progettazione, proposta, valutazione e verifica rispetto alle linee programmatiche e alle politiche del lavoro di competenza regionale e dispone che la composizione di tale organo debba prevedere la presenza del rappresentante istituzionale della Regione nell'organismo indicato nella successiva lettera c) del medesimo articolo, delle parti sociali, sulla base della rappresentatività determinata secondo i criteri previsti dall'ordinamento, rispettando la pariteticità delle posizioni delle parti sociali stesse, e infine del consigliere di parità nominato ai sensi della l. 10 aprile 1991, n. 125. L'art. 4, comma 1, lettera c), prevede che la legge regionale debba costituire un organismo "finalizzato a rendere effettiva, sul territorio, l'integrazione fra i servizi all'impiego, le politiche attive del lavoro e le politiche formative, composto da rappresentanti istituzionali della regione, delle province e degli enti locali". L'art. 4, comma 1, lettera d), vincola la legge regionale a disporre l'affidamento delle funzioni di assistenza tecnica e di monitoraggio, nelle materie delle politiche attive del lavoro, ad un ente regionale, dotato di personalità giuridica, con autonomia patrimoniale e contabile, e affida ad esso il compito di collaborare al raggiungimento della integrazione tra servizi per l'impiego, le politiche attive del lavoro e le politiche formative e di garantire, tra l'altro, il collegamento con il sistema informativo del lavoro di cui all'art. 11. La Regione ricorrente assume che tali previsioni dettino una disciplina così analitica dell'organizzazione e delle modalità di esercizio delle funzioni e dei compiti ad essa conferiti da comprimere oltre il limite costituzionalmente consentito la propria autonomia organizzativa. 3.1. - La questione è fondata. Decisiva, per l'inquadramento sistematico delle censurate disposizioni, è la formulazione del primo comma dell'art. 4, là dove si prevede che l'organizzazione amministrativa e le modalità di esercizio delle funzioni e dei compiti conferiti ai sensi del citato decreto n. 469 sono disciplinate con legge regionale "anche al fine di assicurare l'integrazione tra i servizi per l'impiego, le politiche attive del lavoro e le politiche formative". Da tale formulazione si evince che una delle finalità del conferimento di funzioni e compiti disposto dal d.lgs. censurato è quella di superare la dissociazione che si è registrata in passato tra le funzioni relative al collocamento - di spettanza statale - e le funzioni in materia di formazione lavoro - di competenza regionale - e di accrescere così l'efficienza del mercato del lavoro. Tale obiettivo, enunciato in via generale nell'incipit dell'art. 4, è ribadito in ciascuna delle disposizioni impugnate. È nuovamente esplicitato nella lettera b), che indica la commissione regionale permanente tripartita "quale sede concertativa di progettazione, proposta, valutazione e verifica rispetto alle linee programmatiche e alle politiche del lavoro di competenza regionale"; nella lettera c), che pone all'organismo istituzionale, del quale prevede la creazione, l'obiettivo di "rendere effettiva, sul territorio, l'integrazione tra i servizi all'impiego, le politiche attive del lavoro e le politiche formative"; nella lettera d), con la quale si dispone l'affidamento delle funzioni di assistenza tecnica nel campo delle politiche attive del lavoro ad una struttura regionale "avente il compito di collaborare al raggiungimento dell'integrazione di cui al comma 1", vale a dire alla integrazione tra i servizi per l'impiego, le politiche attive del lavoro e le politiche formative. Il legislatore statale affida dunque alla legislazione regionale il compito di favorire l'integrazione tra funzioni delegate dallo Stato (quelle relative al collocamento e alle politiche attive del lavoro) e attribuzioni costituzionalmente spettanti alle regioni ex art. 117, primo comma, della Costituzione, quali sono le funzioni ed i compiti in materia di formazione professionale. La direzione finalistica in tal modo impressa all'esercizio della potestà legislativa regionale, con il coinvolgimento di competenze proprie, postula che sia conservata alle regioni quella discrezionalità organizzativa che deve essere ad esse riconosciuta nelle materie e per le funzioni di cui all'art. 117, primo comma, della Costituzione. Non può essere infatti consentito, in tali materie, ridurre l'ambito della scelta politica del legislatore regionale ad una attività di pura esecuzione di una disciplina statale di dettaglio.