[pronunce]

111] della Costituzione - questioni di legittimità costituzionale dell'art. 459, comma 1-bis, del codice di procedura penale, introdotto dall'art. 1, comma 53, della legge 23 giugno 2017, n. 103 (Modifiche al codice penale, al codice di procedura penale e all'ordinamento penitenziario), nella parte in cui prevede che il giudice, nel determinare l'ammontare della pena pecuniaria da irrogare in sostituzione di una pena detentiva, debba tener conto della condizione economica complessiva dell'imputato e del suo nucleo familiare, e che il valore giornaliero di ragguaglio sia non inferiore ad euro 75 e non superiore a tre volte detto ammontare per ogni giorno di pena detentiva. 2.- Con due ordinanze del 20 settembre 2017, iscritte al n. 168 e al n. 184 del registro ordinanze 2018, il GIP del Tribunale ordinario di Macerata ha censurato la medesima disposizione, in parte qua, in riferimento agli artt. 3 e 27 Cost. 3.- Stante la larghissima sovrapponibilità delle questioni prospettate, deve preliminarmente essere disposta la riunione dei giudizi. 4.- In relazione all'ordinanza di cui al r. o. n. 88 del 2018, l'Avvocatura generale dello Stato ha eccepito l'inammissibilità delle questioni per insufficiente ed erronea motivazione in ordine alla rilevanza. In particolare, il rimettente non si troverebbe nell'alternativa obbligata tra accogliere la richiesta di pena del pubblico ministero, oppure restituire a quest'ultimo gli atti perché proceda con diverso rito, essendo prospettabili anche altri esiti del procedimento per decreto penale (proscioglimento dell'imputato ai sensi dell'art. 129 cod. proc. pen. , valutazione di inammissibilità del rito o di incongruità della pena), rispetto ai quali il giudice a quo non avrebbe argomentato la rilevanza delle questioni. La carente descrizione del caso concreto impedirebbe poi di comprendere perché, nel caso di specie, la pena da irrogare risulti incongrua. L'eccezione è infondata. Il rimettente espone anzitutto che dalla decisione sulle questioni di costituzionalità proposte dipende la possibilità di «definire il procedimento mediante l'emissione di decreto penale di condanna come richiesto dal pubblico ministero, ovvero l'obbligo di rigettare la richiesta rimettendo gli atti al pubblico ministero affinché proceda con altro rito». È evidente che la prospettazione di tale alternativa sottenda la ritenuta impossibilità, per il giudice a quo, di addivenire al proscioglimento dell'imputato ex art. 129 cod. proc. pen. , o di restituire gli atti al pubblico ministero per difetto dei presupposti di ammissibilità del rito, nonché una valutazione almeno implicita di congruità della pena detentiva richiesta dal pubblico ministero, appuntandosi poi le censure del rimettente sulla asserita illegittimità costituzionale del tasso di conversione della pena detentiva medesima introdotto dalla disposizione censurata. D'altra parte, l'illustrazione della vicenda processuale del giudizio a quo risulta sufficiente a consentire la verifica della rilevanza delle questioni sollevate. Pur descrivendo il capo d'imputazione attraverso il mero richiamo alla disposizione dell'art. 116, commi 15 e 17, del decreto legislativo 30 aprile 1992, n. 285 (Nuovo codice della strada), il giudice a quo puntualmente dà conto dell'ammontare della pena detentiva e della pena pecuniaria determinate dal pubblico ministero e del tasso di conversione della pena detentiva utilizzato dalla pubblica accusa (75 euro per ciascuna giornata di pena detentiva). Ciò consente a questa Corte di valutare il grado di divergenza del trattamento sanzionatorio risultante dall'applicazione del comma 1-bis dell'art. 459 cod. proc. pen. , rispetto a quello derivante in base all'ordinario parametro di ragguaglio previsto dall'art. 135 del codice penale. Ed è proprio tale verifica che il rimettente intende sollecitare, censurando non tanto l'incongruità in assoluto della pena da irrogare, quanto l'irragionevole mitezza di tale trattamento sanzionatorio, rispetto a quello applicabile nell'ambito del rito ordinario o degli altri riti speciali. 5.- Non inficia l'ammissibilità delle questioni sollevate la circostanza che le ordinanze di rimessione, nel censurare l'applicabilità al procedimento per decreto di un trattamento sanzionatorio più mite (conversione della pena detentiva in pena pecuniaria secondo il tasso giornaliero di 75-225 euro) rispetto a quello conseguibile nell'ambito del rito ordinario e degli altri riti speciali (ove viene applicato il tasso di conversione "fisso" di euro 250 pro die), in effetti sollecitino una pronuncia ripristinatoria di un regime sanzionatorio di maggior rigore per l'imputato. Come recentemente rammentato da questa Corte (sentenze n. 37 del 2019, n. 236 e n. 143 del 2018), l'inammissibilità di questioni di legittimità costituzionale con potenziali effetti in malam partem - perché miranti a conseguire il ripristino nell'ordinamento di norme incriminatrici abrogate (ex plurimis, sentenze n. 330 del 1996 e n. 71 del 1983; ordinanze n. 413 del 2008, n. 175 del 2001 e n. 355 del 1997), la creazione di nuove norme penali o l'estensione del loro ambito applicativo a casi non previsti (o non più previsti) dal legislatore (ex multis, sentenze n. 161 del 2004 e n. 49 del 2002; ordinanze n. 65 del 2008 e n. 164 del 2007), o, ancora, l'aggravamento delle conseguenze sanzionatorie o della complessiva disciplina del reato (ex multis, ordinanze n. 285 del 2012, n. 204 del 2009, n. 66 e n. 5 del 2009) - non può essere considerata come principio assoluto. In particolare, il sindacato di questa Corte è stato ammesso laddove il legislatore introduca norme penali di favore, che sottraggano irragionevolmente un determinato sottoinsieme di condotte alla regola della generale rilevanza penale di una più ampia classe di condotte, stabilita da una disposizione incriminatrice vigente, ovvero prevedano per detto sottoinsieme - altrettanto irragionevolmente - un trattamento sanzionatorio più favorevole (sentenza n. 394 del 2006). In tal caso, «l'effetto in malam partem non discende dall'introduzione di nuove norme o dalla manipolazione di norme esistenti da parte della Corte, la quale si limita a rimuovere la disposizione giudicata lesiva dei parametri costituzionali; esso rappresenta, invece, una conseguenza dell'automatica riespansione della norma generale o comune, dettata dallo stesso legislatore, al caso già oggetto di una incostituzionale disciplina derogatoria» (sentenza n. 394 del 2006). Poiché il comma 1-bis dell'art. 459 cod. proc. pen.