[ddlpres]

Disposizioni concernenti il cognome da assegnare ai figli. Onorevoli Senatori. -- In Italia la legge ancora non riconosce espressamente alla donna la possibilità di offrire il cognome ai propri figli; tale questione, che si trascina già dal 1979, ha generato diverse proposte parlamentari senza, però, pervenire all'approvazione definitiva. La situazione, come è noto, è ormai oggetto di censura anche da parte della Corte europea dei diritti umani. In tutti questi anni, comitati, organismi giuridici, sia nazionali che internazionali, si sono fatti carico di sollecitare lo Stato italiano affinché provvedesse in via definitiva ad eliminare la discriminazione che ancora esiste nei confronti della donna, tutto ciò invano. La consuetudine di assegnare al figlio il cognome paterno risale è un retaggio culturale che ci trasciniamo da millenni, ovvero quando alla donna non era riconosciuta la capacità giuridica, non era ad ella concesso né di partecipare ai procedimenti decisionali, né di esercitare arti e professioni, né tanto meno di non poter fare testamento. Nel nostro Paese, purtroppo, siamo ancora legati a queste obsolete tradizioni e non si può più accettare che il Parlamento continui la sua astensione, nel formulare una legge specifica a riguardo, che porti la donna e l'uomo a raggiungere una vera uguaglianza in materia di diritto di famiglia. Come è ben noto a tutti, l'ordinamento italiano prevede che il figlio debba acquisire necessariamente il cognome paterno in quanto è impedito ai genitori di poter concordare l'adozione di una soluzione diversa. Ciò è il risultato di una prassi giuridica che da tempo provoca sempre più perplessità che vengono sollevate da più parti. La radicale assenza di norme circa l'attribuzione del cognome, infatti, impone di ricercare la soluzione nelle disposizioni dedicate agli altri tipi di filiazione contemplati dal nostro ordinamento. Le disposizioni più prossime all'ipotesi in esame risultano in effetti essere l'articolo 262, primo comma, del codice civile -- che attribuisce il cognome paterno al figlio naturale riconosciuto contemporaneamente da entrambi i genitori -- e l'articolo 33 del regolamento di cui al decreto del Presidente della Repubblica 3 novembre 2000, n. 396, che dispone in senso analogo per quanto concerne il figlio legittimato per effetto del matrimonio tra i propri genitori. Tale questione è stata più volte affrontata, anche, dalla Corte di cassazione, in ultimo dalla I sezione civile, la quale con la pronuncia del 22 settembre 2008, n. 23934, ha rivolto un nuovo monito al Parlamento rimasto inerte rispetto alla questione in esame. Giova precisare che, in quella circostanza, la Corte di cassazione ha ritenuto opportuno rimettere la questione al Primo Presidente della Suprema Corte affinché, una volta per tutte, valuti la possibilità di assegnarla alle Sezioni unite, o di ritrasmettere gli atti alla Corte costituzionale, demandandole una nuova diagnosi di conformità rispetto alle norme fondamentali. Oggi, difatti, il riconoscimento del diritto di libertà di entrambi i coniugi di assegnare un cognome anziché un altro ha trovato nuova linfa in numerose norme di diritto internazionale e europeo e ciò, in virtù della riforma dell'articolo 117 della Costituzione, che richiede alle norme del nostro ordinamento di doversi conformare ai princìpi sanciti dal diritto internazionale e europeo. L'intervento del legislatore, oggi più che mai, è auspicato. Di certo, deve escludersi la possibilità di potere affermare la sussistenza di una competenza europea in materia di diritto di famiglia, auspicando un intervento sostitutivo. Ed invero, sebbene il legislatore europeo, abbia cercato di incidere con profondità nel settore familiare, pur tuttavia la competenza nella disciplina del nome è rimasta nazionale. All'uopo si ricordano i provvedimenti a tutela della protezione della fondamentale libertà di circolazione di ciascun cittadino europeo nel territorio dell'Unione, che ha imposto la garanzia dell'altrettanto fondamentale diritto all'unità del nucleo familiare nello Stato di residenza. In questa direzione si è spiegata anche la giurisprudenza della Corte del Lussemburgo, che ha, infatti, riconosciuto espressamente, ai singoli Stati membri, la potestà normativa esclusiva in materia d'attribuzione del cognome, salvo censurare gli effetti pregiudizievoli sotto il profilo del godimento di diritti e libertà, insiti nella cittadinanza dell'Unione, dovuti alla prevalenza di un ordinamento sull'altro, in presenza di concreti requisiti di transnazionalità. Invero, la rilevanza del principio di non discriminazione in base al sesso nella determinazione del cognome familiare è stata sancita a chiare lettere anche dall'interpretazione congiunta degli articoli 8 e 14 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo (CEDU) operata dalla Corte europea dei diritti umani. La contrarietà dell'attuale disciplina italiana è sottolineata anche dall'evidente contrasto sia con l'articolo 16, lettera g) della Convenzione sull'eliminazione di ogni forma di discriminazione nei confronti della donna, adottata a New York il 18 dicembre 1979 e ratificata ai sensi della legge 14 marzo 1985, n. 132, sia con gli articoli 3 e 24, comma 4 del Patto internazionale sui diritti civili e politici. La prima delle menzionate disposizioni, infatti, impone a tutti gli Stati contraenti l'adozione di misure adeguate per garantire alla moglie gli stessi diritti del marito, con particolare riferimento alla scelta del cognome. Anche il Patto internazionale sui diritti civili e politici, seppur senza menzionare espressamente la tematica afferente alla scelta del cognome familiare, impone la parità di diritti e responsabilità tra coniugi per tutta la durata della vita matrimoniale. Forse è opportuno porre in evidenza che l'esecuzione dei due accordi internazionali, avutasi per effetto rispettivamente della legge 14 marzo 1985, n. 132 e della legge 25 ottobre 1977, n. 881, attribuisce ad entrambi la qualità di parametro mediato di costituzionalità, secondo il disposto dell'articolo 117, primo comma, della Costituzione. E così, se si ritiene che l'attribuzione del cognome paterno al figlio legittimo sia dovuta all'applicazione analogica o estensiva dell'articolo 262, primo comma, del codice civile, dedicato all'ipotesi di riconoscimento simultaneo del figlio naturale (o di altra norma di legge ordinaria), nei confronti di tale o tali disposizioni potrebbe configurarsi una questione di legittimità costituzionale, per violazione dell'articolo 117, primo comma, della Costituzione, in relazione agli articoli 8 e 14 CEDU. A tal riguardo si segnalano due pronunce della Corte costituzionale che, in data 24 ottobre 2007 (n. 348 e n. 349) rilevano che, in virtù dell'articolo 117, primo comma, della Costituzione, le norme internazionali di natura pattizia vigenti per l'Italia hanno valore di norme interposte nella valutazione di costituzionalità delle disposizioni di legge ordinaria. Ne deriva che la conformità alla Costituzione delle leggi ordinarie deve essere esclusa se il loro contenuto risulti incompatibile con gli accordi internazionali esecutivi.