[pronunce]

d) dell'art. 1, comma 5, del d.l. 28 agosto 1995, n. 361, convertito, con modificazioni, in legge 27 ottobre 1995 n. 437; e) dell'art. 1, del d.l. 10 maggio 1996, n. 254, convertito, con modificazioni, in legge 11 luglio 1996, n. 365; f) dell'art. 12, comma 3, del d.l. 31 dicembre 1996, n. 669, convertito, con modificazioni, in legge 28 febbraio 1997, n. 30; g) dell'art. 39, comma 17, della legge 27 dicembre 1997, n. 449, nella parte in cui tali disposizioni hanno successivamente prorogato l'entrata in vigore dell'art. 57, comma 2, del d.lgs. n. 29 del 1993; h) dell'art. 56 del d.lgs. n. 29 del 1993, nel testo introdotto dall'art. 25 del d.lgs. n. 80 del 1998, nella parte in cui, al comma 6, dispone che, sino all'attuazione della nuova disciplina degli ordinamenti professionali prevista dai contratti collettivi e con la decorrenza da questi stabilita, in nessun caso lo svolgimento di mansioni superiori rispetto alla qualifica di appartenenza può comportare il diritto a differenze retributive del lavoratore. Secondo il remittente, il «diritto vivente» avrebbe individuato nell'articolo 33 del d.P.R. n. 3 del 1957 la disposizione che disciplinava, fino all'entrata in vigore del d.lgs. n. 29 del 1993, lo svolgimento da parte del pubblico dipendente di mansioni superiori a quelle della qualifica attribuitagli, interpretandolo nel senso che esso, nell'ipotesi suindicata, vietava di corrispondere al lavoratore differenze retributive. Ad avviso del TAR remittente, l'art. 33 citato, nell'interpretazione suddetta e dalla quale non si potrebbe prescindere, nonostante il diverso indirizzo manifestato da questa Corte, viola l'art. 36 della Costituzione. Inoltre contrastano con tale parametro anche tutte le altre norme sopracitate, che hanno differito nel tempo l'entrata in vigore dell'articolo 57, comma 2, del d.lgs. n. 29 del 1993, il quale aveva introdotto il diverso principio del diritto alle differenze retributive, nonché l'art. 56 dello stesso decreto legislativo nel testo introdotto dall'art. 25 del d.lgs n. 80 del 1998, il cui comma 6 disponeva, prima della modifica introdotta dall'art. 15 del d.lgs. 29 ottobre 1998, n. 387, che, sino all'attuazione della nuova disciplina degli ordinamenti professionali prevista dai contratti collettivi e con la decorrenza da questi stabilita, in nessun caso lo svolgimento di mansioni superiori rispetto alla qualifica di appartenenza avrebbe potuto comportare il diritto del lavoratore a differenze retributive. 2.— Le questioni vanno esaminate secondo la tripartizione logica sottesa alla prospettazione. 2.1. La questione di legittimità costituzionale dell'articolo 33 del d.P.R. 10 gennaio 1957, n. 3 non è ammissibile. Anzitutto, il giudice remittente si è limitato ad affermare che secondo il diritto vivente, dal quale egli asserisce di non poter prescindere, a pena di una più che probabile riforma in appello della decisione che se ne discostasse, la disposizione applicabile alla controversia è l'art. 33 in quanto reca al di là della sua letterale formulazione, il divieto della retribuibilità delle mansioni superiori svolte dal pubblico dipendente. Il TAR del Veneto, in tal modo, non ha adempiuto l'obbligo che gli incombeva di esprimere con congrua motivazione la propria opinione sul contenuto della norma che intendeva censurare, né ha optato per l'adozione di una interpretazione diversa da quella seguita dall'indirizzo giurisprudenziale ritenuto prevalente. In secondo luogo è la stessa motivazione sulla esistenza e definizione del “diritto vivente” nel caso in esame a risultare non convincente. Il remittente lo identifica in alcune recenti pronunce del Consiglio di Stato e, più in particolare, in quattro pronunce dell'Adunanza plenaria (n. 22 del 1999, nn. 10, 11 e 12 del 2000), omettendo di rilevare che soltanto la prima decisione fa espresso riferimento all'art. 33 in questione, mentre le altre si limitano ad affermare - senza alcuno specifico riferimento normativo - che quello della non retribuibilità delle mansioni superiori svolte dal pubblico dipendente è principio consolidato nella giurisprudenza amministrativa. L'omessa considerazione di tale differenza non è irrilevante qualora si osservi, da un lato, che un diverso orientamento giurisprudenziale, benché minoritario, individuava nell'art. 31, anziché nell'art. 33, del d.P.R. n. 3 del 1957 la disposizione regolatrice dello svolgimento di mansioni superiori nell'ambito della pubblica amministrazione, pervenendo a risultati difformi in ordine alla relativa retribuibilità; dall'altro lato, che questa Corte, con provvedimenti emessi successivamente alle decisioni del massimo organo di giustizia amministrativa (ordinanze n. 349 del 2001 e n. 100 del 2002), ribadendo il proprio orientamento espresso con atti più risalenti (ordinanze n. 289 e n. 347 del 1996), aveva affermato che dall'art. 33 in questione nulla si poteva argomentare sul caso eccezionale di destinazione del dipendente pubblico a mansioni superiori. 3.1. Parimenti inammissibile è la questione di legittimità costituzionale avente ad oggetto le disposizioni suindicate, dirette a differire l'entrata in vigore dell'art. 57, comma 2, del d.lgs. n. 29 del 1993 e successive modificazioni che, secondo il TAR del Veneto, ha introdotto nell'ordinamento l'obbligo delle pubbliche amministrazioni di corrispondere ai propri dipendenti le differenze retributive in caso di svolgimento di mansioni superiori. La motivazione del remittente sulla rilevanza di tale questione si fonda sul presupposto che fino all'emanazione del d.lgs. n. 29 del 1993, secondo un consolidato indirizzo giurisprudenziale, vigesse il divieto sancito dall'art. 33 del d.P.R. n. 3 del 1957 di corrispondere differenze retributive al pubblico dipendente che avesse svolto mansioni superiori, nonché sull'affermazione che l'art. 57 del citato d.lgs. n. 29 del 1993 aveva introdotto al contrario l'obbligo di corrispondere le differenze suddette; da qui l'illegittimità di tutte quelle norme che, procrastinando l'entrata in vigore dell'art. 57, avevano conservato efficacia all'art. 33 del d.P.R. n. 3 del 1957 e ritardato in tal modo la riconduzione a legittimità del sistema. Sia il presupposto che la successiva affermazione sono assiomi e non il frutto di una dimostrazione. Mentre dell'art. 33 e del divieto che esso conterrebbe si è già detto, sull'art. 57 del d.lgs. n. 29 del 1993 occorre osservare che tale norma, anche nel testo successivamente modificato dal d.lgs.