[pronunce]

a) «Non sono ammesse [...] le opposizioni regolate dall'art. 615 del codice di procedura civile, fatta eccezione per quelle concernenti la pignorabilità dei beni» (art. 57, comma 1, lettera a); b) «Il giudice dell'esecuzione non può sospendere il processo esecutivo, salvo che ricorrano gravi motivi e vi sia fondato pericolo di grave ed irreparabile danno» (art. 60); che, in particolare, il giudice a quo - chiamato a decidere in via cautelare sulla sospensione di un'esecuzione esattoriale - censura il suddetto combinato disposto «nella parte in cui, nel dichiarare inammissibili le opposizioni all'esecuzione ex art. 615 c.p.c. , impedisce, pur in presenza di un danno grave ed irreparabile e di gravi motivi, la concessione della sospensione dell'esecuzione»; che, secondo il rimettente, tale norma, vietando nei suddetti limiti la proponibilità dell'opposizione all'esecuzione esattoriale e, quindi, impedendo la sospensione dell'esecuzione nel caso in cui ricorra il divieto dell'opposizione, víola: a) l'art. 3 Cost., in quanto introduce un «ingiustificabile ed irragionevole privilegio a favore del concessionario per le entrate tributarie», senza che costituiscano adeguato correttivo a tale privilegio né l'eventuale esercizio del potere amministrativo di autotutela da parte dell'amministrazione finanziaria, ai sensi dell'art. 39 del suddetto decreto, né la possibilità per l'esecutato di proporre nei confronti dell'agente della riscossione una successiva azione risarcitoria, ai sensi dell'art. 59 del medesimo decreto; b) il primo comma dell'art. 24 Cost., in quanto esclude una effettiva tutela giurisdizionale dei diritti del contribuente, senza che ciò possa trovare giustificazione nell'esigenza di riscuotere con speditezza le imposte non pagate; che la questione - dal rimettente espressamente ristretta al caso delle opposizioni alle esecuzioni esattoriali promosse per crediti tributari - è manifestamente inammissibile per insufficiente motivazione sulla non manifesta infondatezza; che il giudice a quo muove dai seguenti due presupposti, tra loro legati da un nesso di consequenzialità logica: 1) in base al primo, l'amministrazione finanziaria non ha notificato al contribuente gli atti impositivi che costituiscono i titoli posti a fondamento dell'esecuzione esattoriale; 2) in base al secondo, tale mancata notificazione non ha consentito al contribuente di impugnare i suddetti atti impositivi, cosí che il divieto di proporre opposizione all'esecuzione, stabilito dalle disposizioni censurate, si traduce in una irragionevole violazione del diritto di difesa dello stesso contribuente, quale debitore esecutato; che il primo di tali presupposti sarebbe dimostrato, per il rimettente, dal fatto che l'inottemperanza dell'agente della riscossione all'ordine di depositare in giudizio la copia delle cartelle poste a fondamento dell'esecuzione ha impedito sia di individuare il contenuto delle cartelle stesse sia di riferire a queste le «relate di notificazione» prodotte dall'agente e, quindi, non ha consentito al giudice di valutare se il contribuente abbia avuto l'effettiva possibilità di impugnare davanti alle commissioni tributarie le cartelle per le quali si procede esecutivamente; che tale assunto del giudice a quo non è adeguatamente motivato, perché: a) una volta riconosciuta dal rimettente la regolarità del procedimento notificatorio a mezzo posta, il deposito della copia della cartelle da lui ordinato può contribuire all'individuazione della pretesa tributaria, ma certamente non è idoneo a dimostrare la correlazione tra dette cartelle e le «relate di notificazione» prodotte in giudizio; b) comunque, il contenuto delle cartelle è pienamente individuabile, in base agli estratti del ruolo (artt. 12 e 25 del d.P.R. n. 602 del 1973) già prodotti nel giudizio principale, come risulta dagli atti; c) il rimettente, inoltre, non ha preso in considerazione le intimazioni di pagamento prodotte nel giudizio principale - denominate anche «avvisi di mora» nelle difese dell'agente della riscossione prospettate in quel giudizio -, le quali fanno esplicito riferimento al mancato pagamento delle sopra menzionate cartelle, sono state regolarmente notificate al contribuente a mezzo della posta e, al pari delle cartelle di pagamento, erano autonomamente impugnabili davanti al giudice tributario; che, perciò, il rimettente non indica le ragioni per le quali ritiene che - nonostante quanto sopra evidenziato - non siano state notificate al contribuente né le cartelle né le successive intimazioni di pagamento; che la possibilità di impugnare davanti al giudice tributario tali atti impositivi farebbe venir meno il presupposto da cui muove il rimettente nel prospettare le sue censure, e cioè che il contribuente non ha avuto in concreto la possibilità di richiedere a detto giudice di sospendere, in via cautelare, l'efficacia degli atti e che, quindi, l'opposizione all'esecuzione esattoriale è l'unico strumento a disposizione del debitore per contestare il diritto dell'amministrazione finanziaria a procedere esecutivamente; che, dunque, le sopra indicate carenze argomentative in ordine alla mancata notificazione degli atti impositivi si risolvono in una evidente insufficienza di motivazione sulla non manifesta infondatezza della questione. Visti gli artt. 26, secondo comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87, e 9, comma 2, delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale.. per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE dichiara la manifesta inammissibilità della questione di legittimità costituzionale «del combinato disposto» degli artt. 57, comma 1, lettera a), e 60 del decreto del Presidente della Repubblica 29 settembre 1973, n. 602 (Disposizioni sulla riscossione delle imposte sul reddito), come sostituiti dall'art. 16 del decreto legislativo 26 febbraio 1999, n. 46 (Riordino della disciplina della riscossione mediante ruolo, a norma dell'articolo 1 della legge 28 settembre 1998, n. 337), sollevata dal Giudice dell'esecuzione del Tribunale di Venezia, sezione di Mestre, in riferimento agli artt. 3 e 24, primo comma, della Costituzione, con l'ordinanza indicata in epigrafe. Cosí deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 4 aprile 2011. F.to: Ugo DE SIERVO, Presidente Franco GALLO, Redattore Gabriella MELATTI, Cancelliere Depositata in Cancelleria il 13 aprile 2011. Il Direttore della Cancelleria F.to: MELATTI