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Il lavoratore domestico, rispetto ad un passato non tanto remoto, può fare affidamento alle tutele e alle garanzie proprie di ciascuna categoria, anche con il supporto delle azioni sindacali. Oggi incide mediamente tra il 10 ed il 30 per cento sulle finanze familiari; in casi estremi – anziano con pensione sociale – può arrivare ad incidere fino al 100 per cento comportando un impoverimento economico e sociale. Secondo recenti dati ISTAT, la povertà assoluta coinvolge in Italia il 6,1 per cento delle famiglie residenti (4.598.000 individui) e il 10,4 per cento è relativamente povero (2.678.000). Le risorse (stipendi, pensioni, risparmi, eccetera) su cui fare affidamento non sono infinite e gli aiuti istituzionali nel settore dei servizi alla famiglia sembrano latitare: sono difficili da richiedere, lenti da riscuotere e non coprono neanche la metà delle spese. Per contenere i costi di assistenza, le famiglie provano a tagliare le spese familiari e personali, agendo su due fronti principali per il nostro settore: da un lato cercano di contenere la spesa privata per costi di natura socio-assistenziale. Dall'altro assistiamo in modo decisamente inaspettato al taglio della spesa privata per la sanità. Nel 2013, la spesa sanitaria privata ha registrato un -5,7 per cento (scendendo a 26,9 miliardi di euro), il valore pro capite si è ridotto da 491 a 458 euro all'anno, e le famiglie italiane hanno rinunciato complessivamente a 6,9 milioni di prestazioni mediche private. A questo si aggiungono i dati ISTAT secondo cui sono ben 316.402 i nuclei familiari impoveritisi per spese sanitarie sostenute privatamente. Non è difficile immaginare come una famiglia, nel pieno della sua dignità, possa arrivare a tagliare la spesa per la propria salute, avanti alla necessità di rispondere ad un bisogno più diretto e concreto come l'assistenza ad un proprio caro. Ma l'indigenza, condivisa sia dal datore di lavoro che dal lavoratore, può indurre a non regolarizzare il lavoratore domestico. Dalla privazione di beni per la propria salute, al risparmio economico sul lavoro domestico (lavoro nero e lavoro grigio), il passo è breve. Non dimentichiamo che in Italia la famiglia ha un ruolo rilevante in ambito sociale, economico e produttivo. Le sue funzioni non vengono però riconosciute a tutti i livelli. Serve un cambiamento decisivo degli atteggiamenti dello Stato perché le famiglie si trovano oggi, per l'ennesima volta, a supplire alle carenze dello Stato, assistendo a casa bambini o anziani, bisognosi di cura. Lo Stato deve investire sul welfare familiare per consentire alle famiglie di allontanarsi da una posizione di rassegnazione e dalla condizione di deprivazione che sta intaccando anche gli emolumenti del nucleo familiare stesso. I datori di lavoro domestico sono a loro volta lavoratori aventi diritto a tredicesima, TFR e retribuzione mensile. La tredicesima è una gratifica introdotta per garantire ai lavoratori, in un particolare periodo, disponibilità economica. Sempre più spesso le famiglie si privano di questa mensilità aggiuntiva per versare la tredicesima al proprio lavoratore domestico. Allo stesso modo il TFR, una delle voci della cosiddetta previdenza obbligatoria con lo scopo di risparmiare per affrontare la vita senza il lavoro, viene impiegato per retribuire i lavoratori domestici, che a loro volta ne hanno diritto. La figura del datore di lavoro domestico è una figura atipica che, in quanto tale, non può essere trattata alla stregua di un imprenditore qualunque, giacché non trae profitto dalle ore di lavoro svolte dai propri lavoratori, ma eroga uno stipendio per supplire ad un inadempimento dello Stato. Le istituzioni dovrebbero intraprendere, oltre che una politica di defiscalizzazione del lavoro domestico, un sistema di incentivi fiscali. Volendo assumere una prospettiva più ampia sulla famiglia, notiamo che i nostri datori di lavoro domestico, nel pieno delle loro funzioni, ricoprono contemporaneamente anche il ruolo di lavoratori presso aziende pubbliche o private. Considerato che per le aziende, non per la famiglia, il lucro è l'obiettivo finale dell'attività, sarebbe quindi opportuno individuare politiche di defiscalizzazione aziendale, volte al sostegno del lavoro domestico. Potrebbe pertanto risultare interessante per le aziende offrire l'opportunità di erogare benefit esentasse ai propri dipendenti, che sono datori di lavoro domestico, al fine di poter sostenere almeno il costo della retribuzione mensile della badante assunta per aver cura di un familiare. L'iniziativa, oltre a portare benefici fiscali alle aziende, come già accade per il benefit « asilo nido » fruibile dai dipendenti, potrebbe rappresentare un sostegno al reddito dei datori di lavoro domestico arginando le privazioni personali, oltre a favorire l'emersione del lavoro nero. Numero dei lavoratori domestici: secondo la ricerca « Il valore del lavoro domestico » condotta dall'Associazione nazionale famiglie datori di lavoro domestico (D OMINA), in collaborazione con la Fondazione Leone Moressa, che incrocia i dati dell'associazione con quelli di INPS e ISTAT, a fine 2017 i lavoratori domestici regolarmente assunti dalle famiglie italiane sono circa 865.000, con una lieve prevalenza di colf (54,4 per cento) rispetto alle badanti (45,6 per cento). Negli ultimi anni, tuttavia, le colf registrano un lieve calo mentre le badanti continuano ad aumentare. Le badanti si concentrano nelle regioni del Centro-Nord, mentre le colf sono in prevalenza in Lombardia e Lazio. Il numero complessivo dei lavoratori domestici in Italia è di circa 2 milioni (con una componente irregolare vicina al 60 per cento). Le donne sono in netta maggioranza (88,3 per cento) rispetto agli uomini. L'età media del lavoratore domestico è 48 anni e nella maggioranza dei casi è assunto da meno di un anno. Nazionalità lavoratori domestici: per quanto riguarda la nazionalità, gli stranieri rappresentano il 73,1 per cento del totale, anche se negli ultimi anni sono aumentati gli italiani. La componente più significativa è quella dell'Est Europa (43,8 per cento del totale). Nelle regioni del Sud, probabilmente per le minori possibilità di lavoro, la componente italiana è maggiore e questo si riflette anche su un'età anagrafica del lavoratore che risulta leggermente più bassa. Spesa annua delle famiglie italiane di datori di lavoro domestico: complessivamente, nel 2017 le famiglie italiane hanno speso 6,9 miliardi di euro per la retribuzione dei lavoratori domestici (stipendio, contributi, TFR). Mediamente, ogni lavoratore domestico ha percepito circa 6.500 euro annui, evidentemente variabili a seconda delle ore lavorate e del tipo di servizio. La mansione più frequente per il lavoratore domestico è quella di collaboratore generico (29 per cento). Oltre uno su cinque lavora anche come assistente a persone non autosufficienti. Un numero significativo però svolge entrambi i compiti: assistenza alle persone e pulizie della casa. Queste tre mansioni raccolgono circa il 70 per cento di tutti i lavoratori domestici. Scenari futuri: osservando gli scenari demografici ISTAT, possiamo ipotizzare che nel 2050 aumenterà significativamente il fabbisogno di lavoratori domestici, in particolare babysitter e badanti: