[pronunce]

che è intervenuto in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che la questione sia dichiarata infondata; che, ad avviso dell'Avvocatura, la scelta di assicurare al testimone assistito le garanzie e gli obblighi del normale testimone appare coerente con l'impianto complessivo della legge n. 63 del 2001, malgrado dette garanzie possano far dubitare della idoneità di tale disciplina ai fini della effettiva tutela del soggetto nei cui confronti essa è stabilita. Considerato che il Tribunale di Milano dubita della legittimità costituzionale dell'art. 210, comma 6, cod. proc. pen. nella parte in cui prevede che, in caso di reati commessi da più persone in danno reciproco le une delle altre in unità di tempo e di luogo, non può essere obbligato a deporre su fatti che concernono la propria responsabilità in ordine al reato per cui si è proceduto nei suoi confronti il soggetto che, avendo ricevuto l'avviso di cui all'art. 64, comma 3, lettera c), cod. proc. pen. e non essendosi avvalso della facoltà di non rispondere, ha assunto la qualità di testimone assistito; che ad avviso del rimettente la garanzia - riconosciuta dall'art. 210, comma 6, cod. proc. pen. grazie al richiamo operato all'art. 197-bis cod. proc. pen. - di non essere obbligato a deporre su fatti che concernono la propria responsabilità si porrebbe in contrasto, nel caso di reati commessi dal testimone assistito e dall'imputato in danno reciproco l'uno dell'altro, con l'interesse pubblico all'accertamento dei fatti penalmente rilevanti (artt. 3 e 25, secondo comma, Cost.), con l'attuazione della giurisdizione mediante il giusto processo (art. 111, primo comma, Cost.), con il principio del contraddittorio (art. 111, quarto comma, prima parte, Cost.), con il principio del razionale e motivato convincimento del giudice (artt. 3, 101, secondo comma, 111, sesto comma, Cost.), con il diritto dell'imputato a confrontarsi con il suo accusatore e ad ottenere l'acquisizione di ogni elemento di prova a suo favore (art. 111, terzo comma, Cost.); che, in sostanza, il giudice a quo ritiene che nella specifica situazione sottoposta al suo esame il testimone assistito sia sufficientemente garantito dal rischio di autoincriminazione grazie al divieto generale, previsto dall'art. 197-bis, comma 5, cod. proc. pen. , di qualsiasi forma di utilizzazione contra se delle dichiarazioni rese , e che l'ulteriore garanzia, prevista dal comma 4, ultima parte, del medesimo articolo, di non essere obbligato a deporre su fatti concernenti la propria responsabilità in ordine al reato per cui si procede o si è proceduto nei suoi confronti, non ha ragion d'essere ove prevista a favore di un soggetto che, dopo aver ricevuto l'avviso di cui all'art. 64, comma 3, lettera c), cod. proc. pen. , ha volontariamente assunto l'ufficio di testimone; che il principio nemo tenetur se detegere assicurato mediante la garanzia che nessuno può essere obbligato a deporre su fatti dai quali potrebbe emergere una sua responsabilità penale, dovrebbe dunque operare, secondo quanto disposto dall'art. 198, comma 2, cod. proc. pen. , solo in favore del soggetto che assume obbligatoriamente l'ufficio di testimone; che, nel dare attuazione con la legge n. 63 del 2001 alla riforma dell'art. 111 Cost., il legislatore ha ridotto la sfera del diritto al silenzio dell'imputato chiamato a rendere dichiarazioni sul fatto altrui, istituendo la nuova figura del testimone assistito; che, coerentemente con tale scelta, il legislatore, al fine di evitare che l'imputato di reato connesso o collegato che abbia assunto la qualità di testimone assistito si trovi costretto a rendere dichiarazioni autoincriminanti, ha esteso a tale soggetto il doppio livello di garanzie previsto per il testimone ordinario dagli artt. 198, comma 2, e 63 cod. proc. pen. , riconoscendogli da un lato, in via preventiva, la facoltà di non rispondere alle domande sui fatti dai quali potrebbe emergere una sua responsabilità penale in ordine al reato per cui si procede o si è proceduto nei suoi confronti (art. 197-bis, comma 4, cod. proc. pen.), e stabilendo, dall'altro, il divieto generale di qualsiasi utilizzazione delle dichiarazioni che potrebbero risolversi a posteriori in suo danno (art. 197-bis, comma 5, cod. proc. pen.); che il principio nemo tenetur se detegere è un corollario essenziale dell'inviolabilità del diritto di difesa, destinato a prevalere anche ove dovesse in concreto comportare l'impossibilità di acquisire una prova nella peculiare situazione di reati commessi da più persone in danno reciproco le une delle altre; che la questione deve pertanto essere dichiarata manifestamente infondata con riferimento a tutti i parametri presi in considerazione. Visti gli artt. 26, secondo comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87, e 9, secondo comma, delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale.. . per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE Dichiara la manifesta infondatezza della questione di legittimità costituzionale dell'art. 210, comma 6, del codice di procedura penale, sollevata, in riferimento agli artt. 3, 24, secondo comma, 25, secondo comma, 101, secondo comma, 111, commi primo, terzo, quarto, prima parte, e sesto, della Costituzione, dal Tribunale di Milano, con l'ordinanza in epigrafe. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 19 giugno 2002. Il Presidente: Ruperto Il redattore: Neppi Modona Il cancelliere: Di Paola Depositata in cancelleria il 26 giugno 2002. Il direttore della cancelleria: Di Paola