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180.000 lavoratori, padri e madri di famiglia, giovani e purtroppo anche meno giovani, costretti a sopravvivere, non a vivere. Negli ultimi cinque anni le succitate misure sono state non un accompagnatore sociale sufficiente al rilancio, ma veri e propri avvisi di sfratto. Al nuovo Governo e soprattutto al nuovo Ministro del lavoro e delle politiche sociali chiediamo di individuare - con chiarezza, se ne è capace - un sistema di aiuti che dovranno rappresentare non un mero assistenzialismo, ma occasioni di rinascita per aziende in crisi. Deve essere chiaro che, se questo intervento è finalizzato a realizzare una sorta di anticipo del reddito di cittadinanza, noi non siamo assolutamente d'accordo. (Applausi dal Gruppo FI-BP) . Sono già troppe le metamorfosi della promessa elettorale che ha garantito al MoVimento 5 Stelle il voto in massa del Mezzogiorno. Si è partiti dal reddito universale per tutti i cittadini, passando per l'idea - non meno mostruosamente costosa - dello pseudo sussidio ai soli disoccupati, fino ad arrivare a una nuova giravolta che prevede l'obbligo, per i richiedenti il sussidio, di fornire almeno otto ore di lavoro gratuito agli enti locali. Il reddito di cittadinanza è un'invenzione elettorale furbesca che funziona solo una volta. (Applausi dal Gruppo FI-BP) . Il reddito si produce lavorando. Se il lavoro non c'è, il compito del Governo è porre le basi per crearlo. Distribuire soldi a pioggia è assistenzialismo e produce solo altra disoccupazione. L'Italia ha bisogno di una politica industriale forte per conservare e accrescere il potenziale del suo sistema produttivo e di un Esecutivo che punti sugli investimenti pubblici per stimolare e attrarre investimenti privati, interni e internazionali. Tutto questo, purtroppo, non esiste nel programma di Governo, né nei primi provvedimenti da esso emanati. Noi non potremo mai chiedere a questo Governo di sviluppare una politica industriale come quella realizzata dal Governo Berlusconi, che ha garantito miliardi in termini di redditività, con il sostegno ai consumi e alla produzione grazie agli incentivi all'innovazione, all'energia e alla green economy . Tuttavia, possiamo magari chiedere - anzi, pretendere - serietà e di passare dalle parole ai fatti, perché, da italiani prima ancora che da esponenti di un movimento politico, riteniamo che sia necessario dare concretezza e risposte. Signor Presidente, mi avvio a concludere. Fino a oggi abbiamo visto tanta confusione in questo Governo che, solo poche ore fa, ha gettato nuove ombre sul mondo dell'impresa e del lavoro con il cosiddetto decreto dignità: per decreto-legge non si creano posti di lavoro, ma con un decreto- legge i posti di lavoro si possono distruggere. (Applausi dal Gruppo FI-BP) . Ad ogni modo, con la responsabilità che da sempre appartiene al mio movimento politico, non ci schiereremo contro il futuro di migliaia di famiglie che già hanno provato l'esperienza terribile di rimanere senza stipendio. (Applausi dal Gruppo FI-BP. Congratulazioni) . PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Bogo Deledda. Ne ha facoltà. BOGO DELEDDA (M5S) . Signor Presidente, onorevoli colleghi, rappresentanti del Governo, non entrerò nel merito degli aspetti tecnico-giuridici del provvedimento in esame, già ampiamente illustrati dal relatore. Mi limiterò a svolgere alcune osservazioni sul crescendo di fallimenti, instabilità e regressione di tipo non solo socio‑economico, ma anche antropologico e culturale che una certa politica industriale ha prodotto in Sardegna. Il paesaggio industriale realizzato nell'isola a partire dagli anni Sessanta evidenzia limiti e una visione di sviluppo dei territori miope - per essere benevoli - più simile a una sorta di colonialismo industriale, che talvolta è divenuto terreno fertile per imprenditori scorretti e rapaci. Sarebbero questi ultimi mai venuti se non avessero avuto miniere di denaro pubblico a disposizione? (Brusio) . PRESIDENTE. Colleghi, vi prego di consentire il corretto e sereno svolgimento della seduta. Prego, senatrice Bogo Deledda. BOGO DELEDDA (M5S) . La ringrazio, Presidente. I politici e gli amministratori di turno potrebbero oggi lealmente affermare di aver fatto il bene della Sardegna? Oppure hanno fatto attività autoreferenziale? Qual è stato in definitiva l'obiettivo raggiunto a fronte delle ingenti risorse pubbliche impegnate e nell'evidenza di una criticità occupazionale persistente e purtroppo del documentato degrado ambientale che si è originato? Oggi siamo qui a discutere un provvedimento di emergenza. Tale emergenza, però, non è occasionale ed estemporanea, ma è incorporata nel tessuto sociale della Sardegna da decenni. Ebbene, come sarda interessata a che la mia terra contribuisca fattivamente al benessere e alla crescita dell'intera Nazione, respingo - ripeto, respingo - ogni impostazione basata ancora sul gigantismo industriale sardo, totalmente alieno alle caratteristiche geografiche e infrastrutturali nostrane. Ancora qualche giorno fa, nell'altro ramo del Parlamento, qualcuno definiva bucoliche le vie produttive dell'agricoltura e del turismo. Piuttosto, rilevando il fatto che le aree industriali in questione coincidono con i più estesi siti d'interesse nazionale (SIN) d'Italia, aree contaminate che necessitano di immediata bonifica del suolo, del sottosuolo e delle acque, c'è poco di bucolico nella cartolina patinata della Sardegna che piace a chi non la conosce sul serio. La Sardegna è al primo posto per quanto riguarda l'estensione delle aree inquinate da trattare: ben 445.000 ettari di contro i 315.000 della Campania, che si colloca al secondo posto. È questo che dico come sarda. Come parlamentare esponente del MoVimento 5 Stelle, respingo al mittente le critiche di opacità, fumosità, ambiguità e addirittura vacuità del nostro programma industriale. Le scelte di sviluppo sono sempre a tempo. Oggi noi attuiamo delle strategie che dobbiamo essere in grado di modificare rapidamente, in sintonia rispetto a quello che accade nel mondo e in Italia siamo drammaticamente in ritardo rispetto alla sburocratizzazione, all'interoperabilità, all'alleggerimento delle imposizioni fiscali sulle imprese e rispetto al sistema di protezione e riqualificazione dei lavoratori, oggi sempre più esposti a minacce crescenti di precarizzazione e di isolamento sociale. Nel programma di Governo ci sono misure ed elementi attuativi chiari. Il reddito di cittadinanza, tanto criticato, se non addirittura irriso, è una misura proattiva che accompagna il lavoratore in un percorso di adeguamento rispetto al mercato del lavoro che cambia rapidamente. Esso è uno strumento attivo, di adattamento rispetto al ciclo economico; è una difesa contro l'illusoria teoria, tradottasi in quindici anni di progressive e drastiche riduzioni delle tutele lavorative, in base alla quale maggiore flessibilità avrebbe creato più occupazione. Questo è un passaggio fondamentale.