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Disposizioni per il contrasto della violenza di genere, anche perpetrata con l'abuso del processo. Onorevoli Senatori. -- A cinque anni dalla campagna per la ratifica della Convenzione del Consiglio d'Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica (fatta a Istanbul l'11 maggio 2011), il traguardo resta sconfortante. Non ci si poteva certo illudere che, con la doverosa ratifica ai sensi della legge 27 giugno 2013, n. 77, il problema della violenza sulle donne fosse risolto: è la carenza di mezzi delle strutture amministrative e di volontariato -- specie dopo che gli eventi-spia sono stati loro comunicati dalla parte in pericolo -- a far rimarcare con forza il fatto che il problema è anzitutto applicativo. L'integrità fisica o morale dei minorenni e dei soggetti deboli da tutelare è già oggetto di apposite procedure giudiziarie: l'istanza volta ad ottenere ordini di protezione contro gli abusi familiari, ai sensi dell'articolo 342- bis del codice civile; l'esposizione all'autorità di pubblica sicurezza dei fatti di stalking (di cui all'articolo 8 del decreto-legge 23 febbraio 2009, n. 11, convertito, con modificazioni, dalla legge 23 aprile 2009, n. 38, anche prima che sia proposta querela per il reato di cui all'articolo 612- bis del codice penale). Un ruolo, con questa procedura, deve essere attribuito anche ai servizi socio-assistenziali del territorio, nonché al sindaco eventualmente competente per la proposta di trattamento sanitario obbligatorio, ove ne ricorrano i presupposti. Anche il procedimento di prevenzione, previsto dal codice delle leggi antimafia e delle misure di prevenzione, di cui al decreto legislativo 6 settembre 2011, n. 159, potrebbe essere messo in campo, consentendo al questore di ammonire oralmente il soggetto autore della minaccia e di proporre le misure ivi previste (divieto di avvicinamento a luoghi determinati abitualmente frequentati dalla persona in pericolo ovvero obbligo di mantenere una determinata distanza da tali luoghi o dalla persona in pericolo; obbligo di non avvicinarsi a luoghi determinati abitualmente frequentati da prossimi congiunti della persona in pericolo o da persone con questa conviventi o comunque legate da relazione affettiva ovvero di mantenere una determinata distanza da tali luoghi o da tali persone; divieto di comunicare, attraverso qualsiasi mezzo, con le persone in pericolo). Si tratta di prescrizioni assistite da procedure di controllo mutuate sulla falsariga dell'articolo 275- bis , comma 1, del codice di procedura penale: si tratta del cosiddetto «braccialetto elettronico», di cui al decreto del Ministro dell'interno 2 febbraio 2001, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 38 del 15 febbraio 2001. Il prevenuto che, al fine di sottrarsi ai controlli prescritti, in qualsiasi modo altera il funzionamento dei mezzi elettronici o degli altri strumenti tecnici adottati nei suoi confronti, o comunque si sottrae fraudolentemente alla loro applicazione o al loro funzionamento, è sottoposto a custodia cautelare in carcere ed è punito con la reclusione da uno a tre anni. Ma perché tutto questo (previsto all'articolo 1 del disegno di legge) abbia un'efficacia, occorre soprattutto incidere sulla coscienza collettiva. La cultura va diffusa mediante un'attenta opera educativa e formativa, mentre il diritto dovrebbe intervenire nelle situazioni patologiche con il consueto meccanismo deterrente e con quello, non meno importante, di affiancamento e supporto. Per la patologia, occorre prevenirla con un'equiparazione della discriminazione di genere alle altre già positivamente sanzionate dalla cosiddetta «legge Mancino»: a ciò tende l'articolo 2 del disegno di legge. Quanto all'affiancamento, esso si consegue soprattutto non lasciando le vittime della violenza di genere abbandonate a sé stesse, dinanzi ad un finto agnosticismo nel quale spesso il sistema giustizia si rifugia per ignorare le situazioni in cui il carattere fittizio dello strumento processuale è evidente. Sull'abuso del diritto nel processo penale la dottrina si e già interrogata (cfr. Ferrua, II «giusto» processo tra modelli, regole e princìpi , in Dir. pen. proc. , 2004, p. 407), mentre la definizione di abuso del diritto è già entrata nell'ordinamento positivo: essa è contenuta (per l'elusione fiscale) dall'articolo 5, comma 1, lettera a) , della legge 11 marzo 2014, n. 23. Ad essa (ed all'articolo 41 del decreto-legge 21 giugno 2014, n. 90, recante misure per il contrasto all’abuso del processo, come modificato dalla Camera dei deputati nel contesto della sua conversione in legge) si ispirano le previsioni dell'articolo 3, con cui si risponde ad un'istanza più volte avanzata dalla società civile (v. Angioletta Massimino, « Sul reato di stalking giudiziario », pubblicato il 28 agosto 2017 dall'Avanti online ). Chi ha denaro può intentare cause contro il soggetto/oggetto delle proprie persecuzioni con motivazioni inventate, promuovendo azioni legali inutili, con spese a carico dello Stato, che nascondono altri interessi personali, sia che si tratti di vendette, o di accaparrarsi eredità non spettantigli, di lotte tra fratelli o tra coniugi, o altro ancora, con un unico scopo: dare fastidio, arrecare danno. In questo tipo di reato accade che lo stalker si descriva falsamente come vittima e presenti delle denunce contro la vera parte offesa, che è la sua vittima, accusandola dei più svariati reati nell'intento di arrecarle un danno psicologico, un danno di immagine e, tramite la denuncia, civile o penale, anche un danno giudiziario, sicuro di farla franca, tra l'altro, avendo l'appoggio dei giudici e dei loro collaboratori corrotti e ben pagati. Ciò è inaccettabile giuridicamente, eticamente e socialmente: la soluzione è quella di creare un'apposita aggravante del reato di calunnia perché prendendo in giro la legge per fini personali, attraverso lo « stalking giudiziario» si vuole solo soddisfare un interesse personale di persecuzione della vittima, con reiterate azioni riproposte nel tempo, civili o penali, dettate da odio, vendetta, rivalità, invidia, interessi economici, interessi ereditari, o per pura perversione mentale mirante a dare fastidio, ad arrecare danno a tutti i livelli, a molestare, al fine di modificare le abitudini e il tenore di vita della vittima, farle perdere il lavoro, la salute, portarla all'esaurimento psicofisico, nella speranza che magari la vittima muoia per malattia da stress psicofisico, o per esaurimento arrivi al suicidio. Tutto ciò viene realizzato attraverso la calunnia espressa nelle azioni giudiziarie esperite contro la vittima, essendo spesso l'unico mezzo rimasto al persecutore, non essendo più in condizioni di poter esercitare, per esempio, la violenza fisica, per allontanamento dalla vittima, o lo stalking vero e proprio.