[pronunce]

La scelta del legislatore di prevedere una speciale disciplina per l'incidente probatorio reso accessibile anche al di fuori delle ipotesi generalmente previste (art. 392, comma 1-bis cod. proc. pen.) quando tra gli interessati all'assunzione della prova vi siano minori infrasedicenni, e si proceda per taluno dei reati di cui alla legge n. 66 del 1996 o alla legge n. 269 del 1998, è evidentemente collegata alla valutazione secondo cui, nei procedimenti per reati sessuali, si pongono specifiche esigenze sia di assicurazione della genuinità della prova, sia, soprattutto, di protezione del minore infrasedicenne rispetto alle possibili lesioni alla sua personalità derivanti dalle modalità del suo intervento nel procedimento. Tale ratio differenziatrice fra i reati sessuali (nel cui ambito l'assenza, nel testo originario dell'art. 398, comma 5-bis cod. proc. pen. , del riferimento al reato di corruzione di minorenne ha condotto alla pronuncia additiva di questa Corte contenuta nella sentenza n. 262 del 1998) e gli altri reati non appare ingiustificata. Il reato di maltrattamenti in famiglia o verso fanciulli non presenta caratteristiche di tale assimilabilità, rispetto ai reati sessuali, da imporre in modo automatico l'estensione della medesima ratio: esso non coinvolge infatti, in quanto tale e necessariamente, la sfera sessuale, rispetto alla quale si pongono le particolari esigenze di riserbo e di protezione dell'intimità personale che hanno ispirato la scelta compiuta dal legislatore con l'art. 398, comma 5-bis. 3. - Ciò non esclude che anche nei procedimenti per altri reati, non previsti da quest'ultima norma, e così per il delitto di cui si discute, possano sussistere esigenze di protezione della personalità dei minori interessati all'assunzione della prova, quanto alle modalità di quest'ultima. Ma tali esigenze trovano riscontro in altre norme dell'ordinamento processuale. In primo luogo soccorre l'art. 498, comma 4, del codice di rito, ai cui sensi l'esame testimoniale del minore è condotto, non già dalle parti, secondo la regola generale, bensì, su domande e contestazioni proposte dalle parti, dal giudicante, il quale può avvalersi dell'ausilio di un familiare del minore o di un esperto in psicologia infantile, salvo che si ritenga che l'esame diretto non possa nuocere alla serenità del teste. Ancora, il giudice può sempre disporre che l'esame dei minorenni avvenga a porte chiuse (art. 472, comma 4, cod. proc. pen.); e delle generalità e dell'immagine dei testimoni minorenni è vietata la pubblicazione, fino a quando non sono divenuti maggiorenni, salva l'autorizzazione del tribunale per i minorenni, data nell'interesse esclusivo del minore, o il consenso di questi, ma solo se ha compiuto sedici anni (art. 114, comma 6, cod. proc. pen.). Ma c'è di più. La legge n. 269 del 1998 (art. 13, comma 6) ha introdotto nell'art. 498 del codice di procedura penale, che disciplina le modalità dell'esame testimoniale nel dibattimento, il comma 4-bis ai sensi del quale "si applicano, se una parte lo richiede ovvero se il presidente lo ritiene necessario, le modalità di cui all'articolo 398, comma 5-bis", cioè appunto le modalità di cui alla norma qui impugnata. Ora, benché tale nuova regola sia stata introdotta nel contesto della disciplina dei reati concernenti la prostituzione minorile e la pornografia minorile, sta di fatto che la disposizione che la contiene riguarda le modalità dell'esame testimoniale nel dibattimento, prescindendo dall'ipotesi di reato per cui si procede: a differenza del successivo comma 4-ter introdotto con lo stesso art. 13, comma 6, della legge n. 269 del 1998, che esplicitamente si riferisce ai casi in cui si procede per uno dei reati sessuali indicati, il comma 4-bis non reca alcuna limitazione in ordine ai reati. Ora, come ricorda lo stesso giudice remittente, l'art. 401, comma 5, del codice di procedura penale, relativo alle modalità di svolgimento dell'udienza per l'incidente probatorio, dispone che "le prove sono assunte con le forme stabilite per il dibattimento". Pertanto, se il nuovo comma 4-bis dell'art. 498 si applica, nel dibattimento, indipendentemente dal titolo di reato per il quale si procede, e se esso è applicabile, in forza dell'art. 401, comma 5, anche all'incidente probatorio, ne risulta che, in forza del doppio richiamo accennato, anche nel caso di incidente probatorio nell'ambito di un procedimento per reato diverso da quelli sessuali (e così per il reatosottoposto al giudice a quo), le modalità particolari di assunzione della testimonianza del minore infrasedicenne, previste dall'art. 398, comma 5-bis possono trovare applicazione: che è proprio quanto il remittente vorrebbeottenere attraverso la dichiarazione di illegittimità costituzionale della norma denunciata. Né potrebbe opporsi che le condizioni poste dall'art. 498, comma 4-bis (richiesta di una delle parti o necessità ritenuta dal giudicante), sono diverse da quelle cui è subordinata l'applicazione dell'art. 398, comma 5-bis nell'incidente probatorio relativo ai reati sessuali (necessità o opportunità in relazione alle esigenze del minore); e che parzialmente diverso è, nei due casi, l'oggetto della disciplina (esame dei testimoni, nell'art. 498; assunzione della prova cui siano interessate persone minori di sedici anni, nell'art. 398). Infatti, le eventuali esigenze - delle quali si è concretamente fatto carico il remittente nel giudizio a quo - di speciale protezione del minore infrasedicenne chiamato a testimoniare potrebbero comunque essere prese in considerazione anche in base all'art. 498, comma 4-bis attraverso la valutazione della "necessità" del ricorso alle particolari modalità, operata dal giudicante in applicazione di tale ultima disposizione.. per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE Dichiara non fondata la questione di legittimità costituzionale dell'art. 398, comma 5-bis del codice di procedura penale (Provvedimenti sulla richiesta di incidente probatorio), sollevata, in riferimento all'art. 3 della Costituzione, dal giudice per le indagini preliminari del tribunale di Modena con l'ordinanza in epigrafe. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 7 maggio 2001. Il Presidente: Ruperto Il redattore: Onida Il cancelliere: Di Paola Depositata in cancelleria il 9 maggio 2001. Il direttore della cancelleria: Di Paola