[pronunce]

che, in primo luogo, egli censura l'art. 275, commi 4 e 4-bis, cod. proc. pen. , per violazione dell'art. 117 Cost., in relazione agli artt. 3, commi 1 e 2, 4 e 6, comma 2, della Convenzione sui diritti del fanciullo, nella parte in cui non prevede il divieto della custodia cautelare in carcere dell'imputato che sia genitore di prole minorenne, quando dal suo stato di detenzione, in relazione anche al luogo di esecuzione ed alle difficoltà che ciò comporta all'esercizio del diritto di visita ed al mantenimento delle relazioni familiari, possa derivare un rilevante nocumento alla salute, all'incolumità o all'equilibrato sviluppo del minore; che il rimettente censura il solo comma 4 dell'art. 275 cod. proc. pen. anche per violazione dell'art. 3 Cost., in quanto prevederebbe un'irragionevole disparità di trattamento tra situazioni asseritamente uguali, vietando l'applicazione della misura cautelare in carcere nei confronti del padre di minore di anni sei in caso di impossibilità a prestare dette cure da parte della madre, e non anche nel caso in cui la salute del minore e il suo equilibrato sviluppo siano direttamente pregiudicate dalla custodia cautelare in carcere del genitore o dalle modalità di esecuzione della custodia carceraria in luogo non vicino a quello di residenza della sua famiglia; che, in subordine rispetto a tali questioni, il giudice a quo promuove questione di legittimità costituzionale anche dell'art. 299, comma 4-ter, cod. proc. pen. , sempre per violazione dell'art. 117 Cost., in relazione agli artt. 3, commi 1 e 2, 4 e 6, comma 2, della Convenzione sui diritti del fanciullo, nella parte in cui tale disposizione, che disciplina gli accertamenti che il giudice può disporre sull'imputato, non prevede che il giudice possa disporre accertamenti peritali anche sul minore, al fine di valutare gli effetti che la detenzione del genitore può produrre sulla sua salute, sulla sua incolumità e sul suo equilibrato sviluppo; che, in ulteriore subordine, il rimettente chiede a questa Corte di dichiarare l'illegittimità costituzionale dell'art. 276, comma 1-ter, cod. proc. pen. , sempre per violazione dell'art. 117 Cost., in relazione agli artt. 3, commi 1 e 2, 4 e 6, comma 2, della Convenzione sui diritti del fanciullo, in quanto tale disposizione impone la revoca della misura degli arresti domiciliari e impedisce - come nel caso al suo esame - che tale ultima misura possa essere nuovamente concessa, anche nell'ipotesi in cui essa sia stata violata da un soggetto la cui prole sarebbe danneggiata dalla detenzione carceraria del genitore; che, inoltre, il rimettente, «in subordine», solleva anche questione di legittimità costituzionale dell'art. 42, comma 1, della legge n. 354 del 1975, per asserita violazione dell'art. 117 Cost., in relazione agli artt. 3, commi 1 e 2, 4 e 6, comma 2, della Convenzione sui diritti del fanciullo, in quanto tale disposizione non include, tra le esigenze di giustizia che legittimano il potere di disporre il trasferimento dell'imputato, quelle relative alla risoluzione di rilevanti problemi alla salute, all'incolumità o all'equilibrato sviluppo del figlio minorenne dell'imputato detenuto, derivanti dalla sua detenzione in luogo non vicino a quello di residenza della sua famiglia; che, per asserita violazione dei medesimi parametri, il giudice a quo censura anche il comma 2 dell'art. 42 della legge n. 354 del 1975, in quanto consentirebbe il trasferimento dell'imputato in luoghi di detenzione non prossimi a quelli di residenza della famiglia, allorché vi sia presenza di figli minori; che, a prescindere dai profili problematici relativi a ciascuna questione di legittimità costituzionale, singolarmente considerata, le censure risultano tutte manifestamente inammissibili per l'assorbente ragione che il giudice a quo non delimita correttamente il thema decidendum sottoposto a questa Corte; che, infatti, il rimettente individua due distinti rimedi alla condizione di disagio della figlia minore del soggetto detenuto (dalla quale deriverebbe la lesione degli evocati parametri costituzionali): da un lato, la concessione al padre degli arresti domiciliari, perseguita attraverso la rimessione di plurime questioni di legittimità costituzionale relative a disposizioni del codice di procedura penale; dall'altro, il trasferimento del padre in un carcere vicino al nucleo familiare, da ottenere attraverso la dichiarazione di illegittimità costituzionale di norme dell'ordinamento penitenziario; che la irrisolta scelta tra i due diversi rimedi è percepibile già nella formulazione delle questioni relative all'art. 275, commi 4 e 4-bis, cod. proc. pen. , dei quali il rimettente chiede la dichiarazione di illegittimità costituzionale nelle parti in cui non prevedono il divieto della custodia cautelare in carcere dell'imputato genitore di prole minorenne, quando dal suo stato di detenzione, «in relazione anche al luogo di [...] esecuzione», «non vicino a quello di residenza della sua famiglia», possa derivare un rilevante nocumento alla salute e all'equilibrato sviluppo del fanciullo; che, infatti, il luogo di esecuzione della detenzione carceraria è aspetto disciplinato dalle norme di ordinamento penitenziario, e non da quelle del codice di procedura penale; che il rimettente solleva, dunque, due gruppi di questioni di legittimità costituzionale relativi a disposizioni del tutto diverse, in vista dell'ottenimento di risultati eterogenei; che, inoltre, tali due gruppi risultano non già in rapporto di subordinazione logica, ma affiancati in una condizione di alternatività non risolta (ordinanza n. 4 del 2016, ma anche, ex plurimis, sentenze n. 22 del 2016 e n. 248 del 2014; ordinanze n. 46 e n. 18 del 2016, n. 207 e n. 41 del 2015); che, infatti, mentre tra le varie questioni sollevate, in via gradata, sulle disposizioni del codice di procedura penale è predicabile un rapporto di subordinazione logica, tale rapporto non sussiste tra queste ultime e quelle riferite alle norme di ordinamento penitenziario; che, in definitiva, il giudice a quo, non delimitando il thema decidendum sottoposto a questa Corte, attribuisce impropriamente ad essa la scelta dell'oggetto del giudizio di legittimità costituzionale. Visti gli artt. 26, secondo comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87, e 9, comma 1, delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale.. .