[pronunce]

Richiama, sul punto, il rimettente – come termine di paragone – la disciplina prevista per il procedimento “monitorio”, nell'ambito della quale la circostanza che il debitore ingiunto «paghi, dopo la notifica del titolo esecutivo, la somma portata dallo stesso» non per questo comporta che egli sia «impedito dall'opporre l'ingiunzione». Il rimettente sottolinea, inoltre, «la conseguenza illogica» derivante – a suo dire – dal sistema delineato dalle norme impugnate. Se in linea generale, infatti, l'alternatività prevista dal codice della strada tra il ricorso al prefetto (art. 203) e il ricorso all'autorità giudiziaria (art. 204-bis) non impedisce che il provvedimento adottato dal primo possa comunque essere sottoposto al sindacato dell'autorità giudiziaria, «nel caso di adempimento tempestivo della prestazione patrimoniale» mediante pagamento in misura ridotta, viceversa, «sono sic et simpliciter impediti» sia il ricorso al giudice che quello al prefetto. Sarebbe stato, dunque, «stravolto il previgente regime» (come delineato dalle sentenze di questa Corte n. 311 e n. 255 del 1994), il quale non solo consentiva la possibilità di adire tanto l'autorità prefettizia quanto quella giudiziaria, ma soprattutto escludeva che il ricorso a quest'ultima fosse «sottoposto ad alcuna condizione di procedibilità e/o inammissibilità». Le norme impugnate, per contro, farebbero prevalere «sul diritto costituzionalmente garantito di agire in giudizio una situazione di fatto», e cioè l'espletamento «di una prestazione patrimoniale» (il pagamento in misura ridotta) «che, se non eseguita, porterebbe a più pesanti conseguenze economiche». Il denunciato vizio di illegittimità costituzionale risulterebbe, poi, ancor più aggravato in un caso – qual è quello di specie – in cui «il soggetto attinto dalla sanzione nega di essere stato l'autore materiale della violazione», avendo provveduto al pagamento della sanzione in misura ridotta, in quanto risulta, ex art. 196 del codice della strada, «coobbligato solidale per la stessa», intendendo egli, però, egualmente proporre opposizione avverso il verbale di contestazione dell'infrazione per impedire che «gli vengano irrogate le sanzioni accessorie». In questa ipotesi, infatti, la preclusione all'esercizio del diritto di azione – nascente dall'avvenuta oblazione dell'illecito amministrativo – comporta che il coobbligato in solido divenga «per fictio iuris» responsabile della stessa «ad ogni fine», e dunque per l'applicazione «di sanzione amministrativa pecuniaria, sanzione accessoria e decremento di punti». 1.2.2.¾ Non minori dubbi, in ordine alla sua conformità alla Costituzione, circondano il comma 3 dell'art. 204-bis, «per la parte in cui prevede che “all'atto del deposito del ricorso, il ricorrente deve versare presso la cancelleria del giudice di pace, a pena di inammissibilità del ricorso, una somma pari alla metà del massimo edittale della sanzione inflitta dall'organo accertatore”». Esso, difatti, introduce un limite al diritto costituzionale di azione tutelato dall'art. 24 della Costituzione, che ricorda molto da vicino nella sua struttura e nelle sue finalità la cautio pro expensis già dichiarata incostituzionale con sentenza n. 67 del 1960. Tale disposizione, inoltre, «pare porsi in contrasto anche con l'art. 3 della Costituzione», palesando «come condizioni personali di ordine economico possano rendere se non impossibile certamente estremamente gravosa la tutela giurisdizionale» nei confronti della pubblica amministrazione. 1.3.¾ Su tali basi, quindi, il giudice a quo ha concluso – non senza previamente precisare come la rilevanza delle sollevate questioni di legittimità costituzionale discenda dal fatto che la controversia sottoposta al suo esame «non può essere conosciuta e decisa nel merito, per nessun suo profilo, se non previa eliminazione delle norme denunziate», atteso che «allo stato» le stesse «impongono al giudicante di dichiarare improponibile ed inammissibile il ricorso» – affinché questa Corte dichiari l'illegittimità costituzionale, per violazione degli artt. 3 e 24 della Costituzione, «degli artt. 204» (recte: 204-bis), «commi 1 e 3 e 126-bis, comma 2» del codice della strada, «nelle parti in cui dispongono la improponibilità e la inammissibilità della opposizione» al Giudice di pace.1. — Il Giudice di pace di Trani, con l'ordinanza indicata in epigrafe, ha sollevato una duplice questione di legittimità costituzionale – per contrasto con gli artt. 3 e 24 della Costituzione – degli artt. 126-bis, comma 2, e 204-bis, commi 1 e 3, del decreto legislativo 30 aprile 1992, n. 285 (Nuovo codice della strada), articoli rispettivamente introdotti, l'uno, dall'art. 7, comma 1, del decreto legislativo 15 gennaio 2002, n. 9 (Disposizioni integrative e correttive del nuovo codice della strada, a norma dell'articolo 1, comma 1, della legge 22 marzo 2001, n. 85), nel testo risultante all'esito della modifica apportata dall'art. 7, comma 3, lettera b), del decreto-legge 27 giugno 2003, n. 151 (Modifiche ed integrazioni al codice della strada), convertito, con modificazioni, nella legge 1° agosto 2003, n. 214, e, l'altro, dall'art. 4, comma 1-septies, del già menzionato decreto-legge n. 151 del 2003, convertito, con modificazioni, nella legge n. 214 del 2003. 2.— Il rimettente premette che, ai sensi delle disposizioni impugnate, l'esito del giudizio a quo – avente ad oggetto opposizione proposta avverso verbale di contestazione di infrazione stradale, ex art. 204-bis del codice della strada – dovrebbe consistere nella declaratoria, de plano, di improponibilità dell'azione esperita. Egli sottolinea, in primo luogo, come il ricorrente abbia «provveduto nel termine di legge, e prima del deposito del ricorso, al pagamento della sanzione amministrativa pecuniaria nella misura ridotta consentita, circostanza che si pone come causa ostativa, secondo la legge, non solo all'esame nel merito del ricorso ma alla sua stessa proponibilità». Così come, infatti, l'impugnato art. 126-bis, comma 2, stabilisce che la «contestazione si intende definita quando sia avvenuto il pagamento della sanzione pecuniaria», il successivo art. 204-bis, comma 1, sancisce simmetricamente che «il trasgressore o gli altri soggetti indicati nell'art. 196» del medesimo codice della strada (vale a dire i coobbligati per la sanzione pecuniaria) «possono proporre ricorso al giudice di pace competente» solo in quanto «non sia stato effettuato il pagamento in misura ridotta nei casi in cui è consentito».