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Abrogazione del comma 565 dell'articolo 1 della legge 27 dicembre 2006, n. 296, e altre disposizioni in materia di determinazione del fabbisogno di personale degli enti del Servizio sanitario nazionale. Onorevoli Senatori . — La pandemia del Coronavirus ha evidenziato molti dei limiti del Servizio sanitario nazionale (SSN), ma ha dimostrato che le risorse umane sono l'elemento cardine del sistema, da cui dipende la qualità dei servizi erogati. Già prima dell'emergenza, il mutato contesto socio-epidemiologico, l'allungamento medio della durata della vita e il progressivo invecchiamento della popolazione hanno generato il costante incremento di situazioni di fragilità sanitaria e sociale, l'aumento della cronicità e la sempre più frequente insorgenza di multi-patologie sul singolo paziente, con la necessità di riorganizzazione dell'assistenza sanitaria attraverso modelli organizzativi integrati, attività di prevenzione e promozione della salute, percorsi di presa in carico della cronicità e medicina di iniziativa. Aumentando l'invecchiamento, aumenta la domanda di assistenza sanitaria. La popolazione italiana è una delle più vecchie al mondo: quasi il 20 per cento supera i 65 anni di età e, secondo i dati dell'Istituto nazionale di statistica (ISTAT), nel 2050 circa l'8 per cento degli italiani avrà più di 85 anni. Il sistema sanitario italiano, al momento, potrebbe non essere in grado di far fronte a questi cambiamenti. Se confrontiamo il dato italiano con quello degli altri Paesi europei, in Italia contiamo 4 medici per mille abitanti, rapporto leggermente superiore alla media europea, pari a 3,6 nel 2017. Bisogna però sottolineare come si tratti principalmente di medici anziani: oltre la metà ha più di 55 anni e risulta anche una carenza per alcune tipologie di specialisti (medicina d'urgenza, anestesia, rianimazione e terapia intensiva, medicina interna, pediatria e chirurgia generale in particolare, ma anche medici di medicina generale). Nei prossimi anni ci si aspetta dunque un forte turn over del personale. Invece, il numero degli infermieri è molto inferiore alla media europea, con 5,8 infermieri per mille abitanti in Italia contro gli 8,5 in media in Europa. Secondo i dati dell'ISTAT, i medici impiegati dal Servizio sanitario nazionale in Italia nel 2017 sono circa 110.000, ma nel 2009 erano 118.000. Un numero che negli ultimi anni è stato costantemente in calo: infatti, se tra il 2001 e il 2009 si evidenzia una crescita del 4,2 per cento, si registra una diminuzione del 5,4 per cento dal 2009 in poi. Tale riduzione è legata alle politiche di razionalizzazione della spesa realizzate negli ultimi dieci anni, che hanno determinato una significativa riduzione del numero di unità del personale sanitario. Nonostante gli sforzi profusi e come evidenziato anche durante l'emergenza da COVID, il sistema manifesta difficoltà nel reperire personale formato e specializzato in tempi adeguati rispetto ai bisogni emergenti. Tale criticità segnala la necessità di ripensare la normativa che regola la determinazione dei fabbisogni di personale e dei fabbisogni formativi dei professionisti del Servizio sanitario nazionale (specializzazioni e corsi di laurea triennali). Per il futuro, il ruolo del personale diventa centrale anche nel Piano sanitario di riforma e resilienza, in corso di predisposizione, che propone un modello di « sanità circolare » che, partendo dalle determinanti della salute, immagina un servizio sanitario costruito intorno alla persona e alla comunità, che mira alla riorganizzazione e al potenziamento dell'assistenza sanitaria territoriale, per realizzare un'effettiva integrazione socio-sanitaria e un'assistenza di prossimità, tempestiva e appropriata, in favore di tutte le persone e della comunità. Il punto di partenza dell'asse è la casa, da considerare come primo luogo di cura, nell'ambito della quale sviluppare la riorganizzazione dell'assistenza domiciliare con il supporto dell'innovazione tecnologica e digitale, passando poi all'implementazione delle case della comunità, alla riqualificazione delle residenze sanitarie assistenziali e alla realizzazione degli ospedali di comunità, a cui sarà attribuita una funzione intermedia tra l'assistenza domiciliare e il ricovero ospedaliero. Si valorizza l'integrazione ospedale-territorio, socio-sanitaria, interdisciplinare e multiprofessionale quale presupposto per l'effettiva presa in carico della persona (dalla persona sana alla multimorbilità e cronicità complessa e alla terminalità). Per esempio, una novità importante è stata la costituzione, con il cosiddetto « decreto rilancio » ovvero il decreto-legge 19 maggio 2020, n. 34, convertito, con modificazioni, dalla legge 17 luglio 2020, n. 77, della figura dell'infermiere di famiglia e comunità, che è un professionista responsabile dei processi infermieristici in ambito familiare e di comunità, con conoscenze e competenze specialistiche nelle cure primarie e nella sanità pubblica, una figura necessaria per fornire l'assistenza nei prossimi anni. È del tutto evidente che il Servizio sanitario nazionale ha significative carenze di personale in tutto il territorio nazionale e necessita di un ammodernamento degli strumenti di formazione e valorizzazione e dello sviluppo delle competenze professionali, con particolare riferimento al personale infermieristico, una delle categorie più sottodimensionate ma anche più strategiche del sistema sanitario, come emerso nella gestione dell'epidemia sia negli ospedali che nell'assistenza territoriale. Se consideriamo poi che, per far fronte alla pandemia, come riportato dalla Corte dei conti nella sua audizione sulla manovra finanziaria presso le Commissioni bilancio di Camera e Senato, sono stati assunti 36.335 nuovi addetti, di cui 7.650 medici, 16.570 infermieri e 12.115 altri operatori sanitari, la necessità di una riforma nel metodo delle assunzioni appare non più procrastinabile. La pandemia ha infatti determinato un'importante assunzione di personale. Rispetto al 2019 si sono registrate 52.252 unità in più tra pubblico e privato, per un totale che è arrivato 898.775. Nell'anno 2020 si evidenzia un'inversione del trend registrato negli ultimi anni, e il personale dipendente a tempo indeterminato del Servizio sanitario nazionale è tornato a crescere. Complessivamente si registra un aumento di 14.352 unità di personale, pari a +2,3 per cento rispetto all'anno precedente, di cui 6.007 unità a tempo determinato in più rispetto al 2019. Anche la Commissione europea, nella sua raccomandazione sul programma nazionale di riforma 2020 dell'Italia, pubblicata il 20 maggio 2020, indica che: « la risposta dei sistemi sanitari regionali alla crisi si è basata principalmente su una mobilitazione straordinaria, in particolare del personale sanitario e dei servizi sociali locali, che ha compensato i limiti dell'infrastruttura fisica, del numero di operatori sanitari e degli investimenti degli anni passati volti a migliorare le strutture e i servizi. [...] Oltre a migliorare i processi di governance e i piani di preparazione alle crisi, le politiche post COVID-19 dovrebbero puntare a colmare la carenza di investimenti pubblici nell'assistenza sanitaria. Nel medio-lungo termine lo sviluppo di un piano strategico di investimenti sarà fondamentale per migliorare la resilienza del sistema sanitario italiano e garantire continuità nella prestazione di servizi di assistenza accessibili.