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Modifiche al codice penale concernenti il cosiddetto «concorso esterno in associazione mafiosa». Onorevoli Senatori. -- L'articolo 416- bis del codice penale punisce, come è noto, chi fa parte di un'associazione di tipo mafioso, anche straniera, ma non si occupa di coloro che, pur non essendo membri a pieno titolo dell'organizzazione malavitosa, ne favoriscono o ne agevolano le attività dall'esterno senza entrare stabilmente nel sodalizio criminale. Pur in mancanza di espresse indicazioni normative in tal senso, la giurisprudenza ha ritenuto di applicare anche al reato associativo di cui all'articolo 416- bis del codice penale l'istituto del concorso di persone previsto dall'articolo 110 del medesimo codice, sanzionando anche la condotta di chi, pur non facendo parte a pieno titolo dell'associazione mafiosa e non essendo dunque «stabilmente incardinato» in essa, le fornisca un apporto tale da favorirne l'attività. Superando le posizioni assunte da parte della dottrina e della precedente giurisprudenza, anche di legittimità, secondo le quali non era logicamente ammissibile il ricorso all'istituto del concorso di persone nei reati associativi, la Corte di cassazione ha così introdotto e legittimato l'ipotesi di «concorso esterno in associazione mafiosa», attraverso molteplici decisioni, assunte anche a sezioni unite. Pur ritenendo apprezzabili gli sforzi della Corte suprema nel definire i presupposti di una simile responsabilità, le numerose decisioni intervenute sul tema evidenziano una serie di problemi irrisolti connessi alla mancata tipizzazione della fattispecie ed alla mancata previsione di un trattamento sanzionatorio adeguato alle condotte considerate. L'importanza assunta dalla questione nell'attualità giudiziaria degli ultimi vent'anni ha reso insomma ancor più evidente la scarsa chiarezza legislativa che caratterizza un tema davvero cruciale sul piano della politica criminale. Al riguardo, appare opportuno rilevare come la necessità di intervenire sulla fattispecie del concorso esterno sia stata riconosciuta nel corso della XVI legislatura anche dall'Esecutivo. Il Governo si era impegnato, infatti, con l'approvazione dell'ordine del giorno G1 nel corso dell'esame, presso l'Assemblea del Senato, in data 3 agosto 2010, del disegno di legge n. 2226, recante il piano antimafia nonché delega al Governo in materia di normativa antimafia, fra l'altro, «a sostenere la discussione e la approvazione entro il 3 novembre 2010 delle proposte di legge già presentate al Parlamento in materia dei reati di associazione di stampo mafioso, concorso esterno in associazione mafiosa, autoriciclaggio e scambio elettorale politico mafioso». Di qui l'esigenza di ricordare ai colleghi senatori come il contenuto dell'ordine del giorno citato sia stato materia di discussione in relazione ai disegni di legge n. 2494 e connessi in materia di sicurezza pubblica, all'esame delle Commissioni riunite 1ª e 2ª nel corso della XVI legislatura. Nel corso degli anni, la giurisprudenza ha comunque fornito diverse definizioni di tale sostegno «esterno», arrivando a svolgere nei fatti una vera e propria funzione paralegislativa, di integrazione della norma penale. In tal senso era stato inizialmente qualificato come concorrente esterno colui il quale sia chiamato a intervenire in momenti di emergenza o di fibrillazione della vita associativa e al quale sia affidato il compito di «colmare» temporanei vuoti in un determinato «ruolo», ovvero di porre in essere condotte che, per quanto episodiche, consentano all'associazione di «mantenersi in vita», anche solo in un determinato settore, onde poter perseguire i propri scopi. Superata tale impostazione iniziale, che relegava la rilevanza del concorso esterno alla «patologia» dell'associazione, l'istituto ha poi assunto una rilevanza molto più ampia, sino a ricomprendere qualsiasi possibile contributo alla vita associativa. In tale prospettiva, è stata ad esempio ipotizzata una responsabilità per concorso esterno in associazione mafiosa in capo ad avvocati o commercialisti che rendano i propri servigi all'associazione criminosa, a magistrati chiamati ad influire su determinate vicende processuali, a politici che stringano accordi con soggetti appartenenti all'associazione, a medici che li abbiano avuti in cura, e finanche a sacerdoti che abbiano prestato loro assistenza spirituale o, addirittura, a semplici vittime di episodi estorsivi che non si siano ribellati all'associazione. Per ciascuna ipotesi, la Corte suprema ha avuto modo di stabilire con la dovuta precisione le condizioni oggettive e soggettive che sorreggono una simile imputazione, supplendo alla carenza di precise indicazioni normative ed evitando i pericolosi sconfinamenti ravvisabili in alcune decisioni di merito. Se la valutazione della funzione nomofilattica svolta dalla Cassazione sull'argomento non può non essere largamente positiva, l'attuale assetto normativo non può certo ritenersi soddisfacente (tanto da aver indotto le più recenti commissioni di riforma del codice penale a precisi interventi in materia) anche perché il crescente sviluppo di importanti attività economiche, di per sé assolutamente lecite ma svolte dalla criminalità organizzata attraverso i proventi dei delitti precedentemente commessi, conferisce alla problematica un ambito di applicazione sempre più esteso. Il primo motivo di insoddisfazione attiene come si è detto alla mancanza di una espressa incriminazione delle condotte agevolatrici ed alla conseguente incertezza interpretativa nell'applicazione dell'articolo 416- bis del codice penale. Per ridurre i margini di discrezionalità nel considerare o meno determinate condotte penalmente rilevanti, si ritiene dunque di valorizzare i più recenti approdi del dibattito giurisprudenziale, incriminando qualsiasi condotta che agevoli la sopravvivenza, il consolidamento o l'espansione dell'associazione. A dispetto di talune iniziali oscillazioni, la Corte di cassazione sembra infatti giunta, almeno sul piano teorico, a una definizione sufficientemente condivisa del contributo esterno penalmente rilevante, attraverso la quale si identifica il concorrente eventuale nel reato associativo in colui che contribuisce all'attività dell'associazione senza far parte della stessa, offrendo un «rapporto staccato, avulso, indipendente dalla stabilità dell'organizzazione», senza alcun animus partecipativo ma con la piena consapevolezza che la sua azione «contribuisce all'ulteriore realizzazione degli scopi». In questo modo è stata di fatto «creata» una nuova figura di reato, non prevista da alcuna norma di legge, quella del «concorso esterno in associazione mafiosa», che si pone in contrasto con il principio di tassatività della norma penale e che rende dunque necessaria un’assunzione di responsabilità da parte del Parlamento, volta a recepire le indicazioni giurisprudenziali e a conferire loro un valore normativo. Ciò premesso, non può certo sfuggire l'inevitabile tensione tra i principi fondamentali dell'ordinamento penalistico e il ricorso giurisprudenziale al concorso eventuale nei delitti associativi.