[pronunce]

Ad avviso della Regione, in base alla giurisprudenza costituzionale (sono citate le sentenze n. 401 del 2007 e n. 282 del 2002), andrebbe escluso che ogni disciplina tesa a regolare e vincolare l’opera di dipendenti pubblici, rientri per ciò stesso nella materia dell’ordinamento civile, riservata allo Stato. La competenza esclusiva statale in detta materia, infatti, potrebbe essere legittimamente invocata qualora siano in gioco profili che attengono alla regolamentazione civilistica di aspetti afferenti al vincolo negoziale, tali perciò da richiedere necessariamente un trattamento uniforme sul territorio nazionale. La norma impugnata, inoltre, si caratterizzerebbe «per un grado di dettaglio tale da non poter certo essere qualificata quale “principio fondamentale”» di coordinamento della finanza pubblica. La Regione, dunque, «rivendica un proprio spazio di autonoma scelta in materia di determinazione della percentuale di incentivo» prevista a favore dei soggetti di cui all’art. 92, comma 5, del Codice dei contratti pubblici. La seconda memoria si riferisce al giudizio promosso con il primo ricorso, per la parte riguardante l’art. 61. La Regione, in primo luogo, si sofferma sul comma 9, riconoscendo che tale disposizione «intercetta» la disciplina del rapporto di lavoro dei dipendenti pubblici, ma ritenendo che «ciò non sembra possa bastare ad escludere una competenza regionale sul punto». In particolare, ad avviso della ricorrente, l’Avvocatura generale dello Stato non avrebbe spiegato per quale ragione «la disciplina – rectius, più nello specifico, la determinazione – di specifiche e particolarissime voci di compenso, che – sembra opportuno ricordare – sono del tutto aggiuntive rispetto al corrispettivo base spettante al dipendente pubblico, non possa esser rimessa alle singole Regioni, sulla base di un’autonoma valutazione di costi-benefici, esigenze-risorse-obiettivi». Il comma 9, perciò, altro non sarebbe che una disposizione in materia di coordinamento della finanza pubblica, e dunque illegittima perché di dettaglio e non qualificabile come principio fondamentale. La Regione, in secondo luogo, prende in esame il comma 14, lamentandone la illegittimità in quanto la norma, nel fissare vincoli puntuali relativi a singole voci di spesa dei bilanci delle Regioni e degli enti locali, si imporrebbe alle Regioni senza lasciare ad esse alcun margine di alternativa. La ricorrente, in terzo luogo, si sofferma sui commi 19, 20, lettera b), e 21 dell’art. 61, rispondendo alle argomentazioni dedotte dall’Avvocatura generale dello Stato al riguardo. Le norme impugnate, ad avviso della Regione, anche se sorrette da finalità di contenimento della spesa pubblica, si muovono nell’ambito materiale concorrente della «tutela della salute» e, dato «il loro grado di dettaglio e l’efficacia autoapplicativa che le contraddistingue», non possono essere qualificate come principi fondamentali. 6. – La Provincia autonoma di Trento ha impugnato i commi 14 e 15, primo periodo, dell’art. 61, per violazione dei seguenti parametri costituzionali: artt. 8, comma 1, numero 1), 9, comma 1, numero 10), 16 e da 69 a 86 (Titolo VI) del d.P.R. n. 670 del 1972 (Approvazione del testo unico delle leggi costituzionali concernenti lo Statuto speciale per il Trentino-Alto Adige); art. 2 del d.lgs. n. 266 del 1992 (Norme di attuazione dello statuto speciale per il Trentino-Alto Adige concernenti il rapporto tra atti legislativi statali e leggi regionali e provinciali, nonché la potestà statale di indirizzo e coordinamento); art. 117, terzo comma, e 119 Cost., come estesi alle autonomie speciali dall’art. 10 della legge costituzionale 18 ottobre 2001, n. 3 (Modifiche al titolo V della parte seconda della Costituzione). 6.1. – Premette la ricorrente di avere impugnato le disposizioni censurate a titolo cautelativo, per l’ipotesi cioè in cui il comma 15 dell’art. 61, il quale esclude l’applicabilità alle province autonome dei commi 1, 2, 5 e 6 dello stesso articolo, lasciando però «fermo quanto previsto dal comma 14», dovesse intendersi nel senso che quest’ultimo comma si riferisca invece anche alle province autonome. In tal caso, l’applicazione alle province autonome della prevista riduzione dei compensi dei direttori generali, dei direttori sanitari e dei direttori amministrativi, nonché dei componenti dei collegi sindacali delle strutture sanitarie, risulterebbe, ad avviso della ricorrente, costituzionalmente illegittima. Verrebbe lesa, in primo luogo, la competenza provinciale a disciplinare l’organizzazione delle strutture sanitarie, prevista dagli artt. 8, comma 1, numero 1), e 9, comma 1, numero 10), dello Statuto, che attribuiscono alla provincia, rispettivamente, potestà legislativa esclusiva in tema di «ordinamento degli uffici provinciali e del personale ad essi addetto» e potestà legislativa concorrente in materia di «igiene e sanità, ivi compresa l’assistenza sanitaria e ospedaliera». In particolare, secondo la ricorrente, la diretta applicazione alle province autonome della disposizione statale censurata, relativa alla riduzione dei compensi dei vertici amministrativi delle strutture sanitarie, violerebbe l’art. 2 del d.lgs. n. 266 del 1992, in base al quale la legislazione provinciale «deve essere adeguata ai principi e norme costituenti limiti indicati dagli artt. 4 e 5 dello statuto speciale e recati da atto legislativo dello Stato entro i sei mesi successivi alla pubblicazione dell’atto medesimo nella Gazzetta Ufficiale o nel più ampio termine da esso stabilito», restando «nel frattempo applicabili le disposizioni legislative regionali e provinciali preesistenti». La Provincia autonoma di Trento, in secondo luogo, osserva che essa provvede al finanziamento della spesa sanitaria nel proprio territorio senza alcun apporto a carico del bilancio dello Stato. In tali circostanze, secondo la ricorrente sarebbe «irragionevolmente e immotivatamente lesiva dell’autonomia provinciale l’imposizione di precisi limiti di spesa da parte dello Stato in un ambito nel quale la Provincia non dipende dalle risorse del bilancio statale». Infine, la ricorrente rileva che la limitazione contenuta nel comma 14 risulterebbe in ogni caso illegittima, anche ove alla Provincia dovessero applicarsi le stesse regole che riguardano il rapporto fra lo Stato e le Regioni a statuto ordinario. Tale limitazione, infatti, non avendo carattere transitorio, colpendo una minuta voce di spesa e non lasciando margine di scelta per il conseguimento dell’obiettivo di risparmio, non potrebbe qualificarsi come principio di coordinamento della finanza pubblica e, in base ad un costante orientamento della giurisprudenza costituzionale, risulterebbe pertanto in contrasto con gli artt. 117, terzo comma, e 119 Cost. 6.2. – Si è costituito in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall’Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che la questione sia dichiarata non fondata.