[pronunce]

Una simile presunzione iuris et de iure dovrebbe considerarsi illegittima, secondo la giurisprudenza di questa Corte richiamata dal rimettente, ogniqualvolta sia agevole formulare ipotesi di accadimenti reali contrari alla generalizzazione posta a base della presunzione stessa (sono citate le sentenze n. 185 del 2015, n. 232 e n. 213 del 2013, n. 182 e n. 164 del 2011, n. 265 e n. 139 del 2010). «Elevato» sarebbe, dunque, il rischio che, nel procedimento disciplinare notarile, il giudice della disciplina si trovi costretto a infliggere una sanzione di entità eccessiva, e non ragionevole in rapporto al concreto disvalore della condotta. La disciplina censurata, in definitiva, contrasterebbe con l'art. 3 Cost. «sia sotto il profilo della violazione del principio di eguaglianza per il fatto di assimilare situazioni che - di volta in volta - possono avere un disvalore molto diverso l'una dall'altra, sia sotto il profilo della violazione del principio di ragionevolezza, impedendo al giudice disciplinare l'adeguamento della sanzione alla gravità in concreto dell'illecito commesso». 1.3.2.- Ad avviso del giudice a quo, la disposizione censurata confliggerebbe, altresì, con l'art. 24 Cost., «per il fatto di precludere all'incolpato la possibilità di chiedere al giudice di apprezzare la sua condotta in concreto e di pervenire all'irrogazione della sanzione più adeguata al caso». 1.4.- Le questioni prospettate sarebbero infine rilevanti, avendo la Corte d'appello rifiutato di considerare la possibilità di riconoscere al notaio incolpato le circostanze attenuanti generiche, sul presupposto che le stesse non avrebbero potuto in ogni caso escludere l'irrogazione della destituzione, quale sanzione prevista inderogabilmente dalla legge. 2.- È intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che le questioni prospettate siano dichiarate inammissibili o, in subordine, infondate. Eccepisce l'Avvocatura generale che il giudice a quo si sarebbe sottratto al dovere di sperimentare un'interpretazione costituzionalmente orientata della disposizione censurata. Ritiene infatti l'Avvocatura generale che l'art. 144 della legge n. 89 del 1913 preveda «in via generale e senza alcuna esclusione di tipo soggettivo od oggettivo - riferita cioè al tipo di illecito commesso -, la possibilità di "convertire" e sostituire la sanzione disciplinare più grave astrattamente prevista e l'infrazione accertata» in presenza di una serie di circostanze suscettibili di attenuare la gravità dell'infrazione commessa, ponendo così in condizioni l'autorità disciplinare di adeguare la sanzione in funzione dell'effettiva gravità del fatto accertato, con esclusione di ogni automatismo sanzionatorio. La disciplina prevista dall'art. 144 si applicherebbe, dunque, anche nel caso previsto dal secondo comma dell'art. 147 della legge n. 89 del 1913, in questa sede censurato; di talché la sanzione della destituzione, prevista per l'ipotesi in cui il notaio sia già stato condannato per due volte alla sanzione della sospensione del decennio anteriore in relazione agli illeciti disciplinari previsti dal primo comma, resterebbe applicabile nella sola ipotesi in cui non siano ravvisabili nel caso concreto le circostanze attenuanti di cui all'art. 144. La correttezza di tale interpretazione sarebbe, d'altra parte, «confermata dalla considerazione che sarebbe assolutamente illogico e veramente irragionevole ritenere che il legislatore del 2006, nel riformare organicamente il sistema disciplinare e sanzionatorio notarile, abbia volutamente ignorato i principi chiaramente affermati in materia [da questa Corte] sin dal 1990 (sent. n. 40/1990) riproducendo nelle nuove norme quell'automatismo espulsivo che già più di 15 anni prima era stato dichiarato contrario a Costituzione». Tali considerazioni renderebbero le questioni prospettate inammissibili e, comunque, infondate. 3.- Si è costituita in giudizio la parte privata B. B., concludendo per l'accoglimento delle questioni di legittimità costituzionale prospettate. Rilevato come, a suo giudizio, nel caso concreto sussistessero le circostanze attenuanti ai sensi dell'art. 144 della legge n. 89 del 1913, contrariamente a quanto ritenuto dalla CO.RE.DI. , la parte privata sottolinea come la Corte d'appello non abbia ritenuto di esaminare la relativa doglianza difensiva proprio in ragione dell'inapplicabilità dell'art. 144 alla peculiare ipotesi di recidiva prevista dalla disposizione censurata. Dal che la rilevanza delle questioni prospettate. Nel merito, le questioni sarebbero fondate, sulla base dei medesimi argomenti sviluppati nell'ordinanza di rimessione. In particolare, la parte privata sottolinea come le ragioni, che la menzionata sentenza n. 40 del 1990 di questa Corte aveva posto a base della declaratoria di illegittimità costituzionale dell'automatismo sanzionatorio allora censurato, valgano a maggior ragione rispetto alla disposizione in esame, dal momento che l'automatismo scrutinato nella sentenza n. 40 del 1990 era pur sempre connesso alla sopravvenienza di una condanna in sede penale, che non è invece necessaria a integrare gli illeciti disciplinari di cui all'art. 147, i quali abbracciano condotte di disvalore assai diverso l'una dall'altra. 4.- Si è costituito in giudizio anche il Consiglio notarile di Milano, controricorrente nel giudizio a quo, chiedendo invece che le questioni siano dichiarate infondate. Sottolineata la gravità delle condotte per le quali B. B. era stata sanzionata con la sospensione, il Consiglio notarile di Milano rileva come la delibazione compiuta dal giudice disciplinare in forza della disposizione censurata non sia «espressione di un acritico automatismo di giudizio», bensì costituisca «la conclusione di un procedimento analitico disciplinare che tiene conto della gravità della condotta e dei precedenti esistenti», profilandosi come «conseguenza adeguata e proporzionata a comportamenti pregressi contenuti nell'ambito temporale di 10 anni, particolarmente gravi e antitetici alla correttezza e alle qualità professionali». La sanzione della destituzione non sarebbe, d'altronde, definitiva, ben potendo il notaio, di regola, chiedere di essere riabilitato una volta decorsi tre anni dalla destituzione. Infine, il Consiglio notarile di Milano richiama la sentenza n. 234 del 2014, con la quale questa Corte ha ritenuto infondata una questione di legittimità costituzionale di altra disposizione della legge n. 89 del 1913, che escludeva la possibilità di riabilitazione in favore del notaio condannato per alcuni gravi reati, sottolineando in particolare come tale conseguenza automatica fosse pur sempre subordinata a un «motivato apprezzamento dell'organo disciplinare, censurabile in sede giurisdizionale e circoscritto a peculiari condotte».