[pronunce]

Considerato che le ordinanze di rimessione sollevano identiche questioni, onde i relativi giudizi vanno riuniti per essere definiti con unica decisione; che il Tribunale di Napoli dubita, in riferimento agli artt. 3, 13, secondo comma, e 27, primo comma, della Costituzione, della legittimità costituzionale dell'art. 275, comma 3, del codice di procedura penale, nella parte in cui – secondo l'interpretazione in assunto offerta dalla Corte di cassazione, vincolante per il rimettente in quanto giudice del rinvio – prevede che la presunzione di sussistenza delle esigenze cautelari, nei confronti di chi sia raggiunto da gravi indizi di colpevolezza per il delitto di associazione di stampo mafioso, «possa venire meno soltanto con la prova dell'avvenuto scioglimento dell'associazione, ovvero dell'avvenuto recesso dalla stessa dell'indagato»; che, successivamente alle ordinanze di rimessione, la norma denunciata è stata modificata dall'art. 2, comma 1, lettera a), del decreto-legge 23 febbraio 2009, n. 11 (Misure urgenti in materia di sicurezza pubblica e di contrasto alla violenza sessuale, nonché in tema di atti persecutori), convertito, con modificazioni, dalla legge 23 aprile 2009, n. 38: tale modifica risulta tuttavia ininfluente sull'odierno giudizio di costituzionalità, essendo rimasta ferma – per effetto del rinvio della norma novellata all'art. 51, comma 3-bis, cod. proc. pen. – l'applicabilità della presunzione censurata in rapporto al delitto di cui all'art. 416-bis del codice penale; che, per costante giurisprudenza di questa Corte, il giudice del rinvio è legittimato a sollevare dubbi di costituzionalità concernenti l'interpretazione della norma, quale risultante dal principio di diritto enunciato dalla Corte di cassazione: e ciò in quanto – essendo vincolato al rispetto di tale principio – egli non ha altro mezzo per contestare la regula iuris di cui è chiamato a fare applicazione che quello di sollevare l'incidente di costituzionalità (ex plurimis, sentenze n. 305 del 2008, n. 78 del 2007 e n. 314 del 1996); che, nella specie, tuttavia, l'annullamento con rinvio è stato disposto dalla Corte di cassazione per vizi di motivazione dei provvedimenti impugnati, senza che risulti affatto enunciato un principio di diritto di tenore corrispondente all'interpretazione che forma oggetto del quesito di costituzionalità; che, per consolidata giurisprudenza di legittimità, la Corte di cassazione risolve una questione di diritto anche quando giudica sull'inadempimento dell'obbligo di motivazione: ma, in tal caso, il vincolo è meno stringente, in quanto il giudice del rinvio, pur essendo tenuto a giustificare il proprio convincimento secondo lo schema implicitamente o esplicitamente enunciato nella sentenza di annullamento, resta libero di pervenire, sulla scorta di argomentazioni diverse da quelle censurate o integrando quelle svolte, allo stesso risultato decisorio della pronuncia impugnata; che, ciò premesso, in riferimento ai casi oggetto delle ordinanze di rimessione r.o. n. 174 e n. 175 del 2007, il Giudice di legittimità – con le sentenze n. 1572 e n. 1573 del 20 ottobre 2005 – si è limitato soltanto a rilevare come gli argomenti sulla cui base il Tribunale di Napoli aveva ritenuto vinta la presunzione di pericolosità dell'indagato fossero affetti «da evidenti illogicità e carenze motivazionali»; che la Corte di cassazione ha accennato, bensì, al fatto che nei provvedimenti impugnati non risultavano indicati elementi concreti, atti a far desumere l'avvenuto scioglimento del «clan camorristico» o il recesso dallo stesso dell'indagato: ma ciò al solo fine di evidenziare come, in assenza di tali elementi, non fosse conforme a canoni logici ritenere che l'avvenuto sequestro delle aziende utilizzate dal sodalizio scongiurasse automaticamente il rischio di reiterazione dell'attività criminosa, non potendosi escludere l'allestimento di fabbriche analoghe da parte degli affiliati; che, in aggiunta a ciò, la Corte di legittimità ha anche rilevato come nelle ordinanze censurate non si rinvenisse «alcuna motivazione sulla cessazione di pericoli concreti di inquinamenti probatori, o di fuga, ad opera del partecipe di un'organizzazione illecita dotata di mezzi finanziari e strutturali non indifferenti, anche a livello internazionale»; che per quanto attiene, invece, alla terza ordinanza di rimessione (r.o. n. 176 del 2007) , la Corte di cassazione, nell'annullare con rinvio il provvedimento impugnato per manifesta illogicità della motivazione (sentenza n. 3660 del 27 ottobre 2005), ha enunciato effettivamente il principio di diritto per cui la presunzione in discorso «può essere vinta solo a fronte di dimostrazione che l'associato ha rescisso i suoi vincoli con l'associazione criminosa […] ovvero che sia positivamente accertata la impossibilità per l'indagato di svolgere ancora, in concreto, una attività conforme al suo ruolo all'interno dell'organizzazione mafiosa»; che, nel sollevare la questione di costituzionalità, il Tribunale di Napoli amputa, tuttavia, tale regula iuris della sua seconda parte, col risultato di alterarne il senso: la Corte di legittimità non ha affermato, difatti – come assume il rimettente – che la presunzione può «venir meno solo con la prova dell'avvenuto scioglimento dell'associazione, ovvero dell'avvenuto recesso dell'indagato», ma ha stabilito, invece, che essa cade anche quando venga acclarata l'impossibilità, per quest'ultimo, di svolgere ulteriormente una attività conforme al proprio ruolo nel sodalizio; che tale travisamento si riverbera anche sulla congruità della motivazione in ordine alla rilevanza della questione: il rimettente assume, difatti, che la questione sarebbe rilevante in quanto, alla luce del principio di diritto, egli dovrebbe rigettare l'appello cautelare, non essendovi in atti la prova delle circostanze che, secondo il Giudice di legittimità, consentirebbero di ritenere superata la presunzione, ma «soltanto la prova che il ruolo svolto» dall'interessato «è stato caratterizzato da assoluta specificità e da esclusivo rilievo soggettivo, che rendono impossibile l'ulteriore attività criminosa»; che appare evidente, tuttavia, come la situazione ora indicata sia pienamente riconducibile a quella cui ha fatto riferimento la sentenza di annullamento con rinvio, nella parte del principio di diritto resecata in sede di formulazione del petitum; che, in conclusione, anche in questo caso il rimettente identifica in modo inesatto la regula iuris indicata dalla Corte di cassazione: mentre, in rapporto al principio di diritto effettivamente stabilito, la questione risulterebbe irrilevante, giacché, ove vi fosse realmente la prova dianzi indicata, essa varrebbe senz'altro, alla luce del dictum del Giudice di legittimità, a vincere la presunzione in parola (salvo l'obbligo di una puntuale e adeguata motivazione sul punto); che le questioni vanno dichiarate, pertanto, manifestamente inammissibili.