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ogni anno di servizio, per essere considerato valido ai fini dell'accesso al concorso, avrebbe dovuto essere stato prestato per almeno 180 giorni, anche frazionatamente; sarebbero stati considerati validi i servizi prestati, indifferentemente, nelle scuole statali, private paritarie e nei percorsi di istruzione e formazione professionale. I tre anni di servizio non sarebbero stati richiesti agli aspiranti in possesso del titolo di dottore di ricerca; il triennio di dottorato, dunque, sarebbe stato equiparato al requisito del triennio di servizio, consentendo l'accesso anche a persone senza servizio (cioè senza aver mai insegnato) e insegnanti già di ruolo, ma in altro grado di istruzione anch'esse senza servizio nella secondaria, personale non precario quindi, ma precluso alle migliaia di veri docenti precari che già lavoravano nella scuola da uno o due anni; considerato che questo avrebbe significato l'ingresso in seconda fascia di un massiccio numero di personale scolastico senza servizio a scapito dei precari, che a breve avrebbero raggiunto i tre anni e che per effetto di queste norme, non avrebbero più avuto la possibilità di fare supplenze passando dal precariato alla disoccupazione, si chiede di sapere se vi sia allo studio un provvedimento, e in quali termini, per dare risposte certe anche alle migliaia di docenti precari che purtroppo ad oggi non raggiungono i 180 giorni nei 3 anni, anche se in possesso di più giorni di quelli richiesti ma non nell'arco temporale dei 3 anni. Atto n. 3-01185 BERNINI MALAN SACCONE GALLONE CANGINI MOLES GIRO ALDERISI MALLEGNI LONARDO BERARDI Al Ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca Premesso che: in data 11 giugno 2019, presso il Ministero dell'istruzione, dell'università e della ricerca, il Ministro ha incontrato i rappresentanti delle organizzazioni sindacali rappresentative per il comparto istruzione e ricerca, al fine di individuare le modalità attuative degli impegni assunti dal Presidente del Consiglio dei ministri e dal Ministro stesso, con l'intesa del 24 aprile 2019, con particolare riferimento a quanto previsto al paragrafo "2. Stabilità nel rapporto di lavoro"; in tale occasione si era stipulata un'intesa tra le parti in materia di reclutamento e abilitazione del personale docente, nella quale erano inclusi anche i docenti precari che insegnano nelle scuole paritarie, circa 2.200 istituti; in data 1° ottobre 2019 si è stipulata una nuova intesa tra Ministero e organizzazioni sindacali, secondo la quale i docenti precari delle scuole paritarie risultano invece essere esclusi dal partecipare alle procedure per l'abilitazione del personale docente; la disciplina vigente (legge n. 62 del 2000) obbliga le scuole paritarie ad utilizzare docenti abilitati, ma ad oggi non sono stati avviati percorsi che permettano ai giovani laureati di conseguire l'abilitazione all'insegnamento nella scuola secondaria, si chiede di sapere: se e per quale motivo nella nuova intesa i docenti precari delle scuole paritarie siano stati esclusi dal conseguire l'abilitazione all'insegnamento; se il Ministro in indirizzo non ritenga opportuno attivare al più presto i percorsi abilitanti ordinari e approvare le regole dei percorsi riservati, prevedendo l'accesso alle medesime anche ai docenti che lavorano nelle 2.200 scuole secondarie paritarie. Atto n. 3-01186 CIRINNA' MIRABELLI VALENTE BOLDRINI DE PETRIS FEDELI IORI MODENA Al Ministro della giustizia Premesso che : il 14 ottobre 2019 gli organi di stampa hanno dato ampio risalto alla vicenda denunciata da Laura Massaro, ed in particolare alla decisione con la quale il Tribunale per i minorenni di Roma ha disposto l'affido del figlio della stessa Massaro, minore, al padre, del quale il minore ha paura e che non frequenta da oltre sei anni, riconoscendo alla madre il diritto di vederlo solo ogni quindici giorni; a quanto si apprende, la decisione del Tribunale per i minorenni di Roma si fonda sul presunto riscontro di una situazione di alienazione parentale del minore nei confronti del padre; considerato che: la cosiddetta sindrome di alienazione parentale (PAS) non è riconosciuta dalla comunità scientifica, né è menzionata come disturbo, attualmente, nell'ultima edizione del Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM-5); la Suprema Corte di cassazione, nella sentenza n. 13274 del 16 maggio 2019, ha escluso che una perizia attestante la scientificamente infondata alienazione parentale possa costituire l'esclusivo fondamento della decisione di affidare il minore al genitore asseritamente alienato, di consentire una relazione tra il minore e il suddetto genitore, o addirittura della decisione, ancor più grave, di collocare il minore presso una struttura, per sottrarlo all'ambiente genitoriale ritenuto alienante e di fronte all'avversione del minore alla collocazione presso il genitore asseritamente alienato; in particolare, la Corte afferma che "qualora la consulenza tecnica presenti devianze dalla scienza medica ufficiale come avviene nell'ipotesi in cui sia formulata la diagnosi di sussistenza della PAS, non essendovi certezze nell'ambito scientifico al riguardo il Giudice del merito, ricorrendo alle proprie cognizioni scientifiche (Cass. n. 11440/1997) oppure avvalendosi di idonei esperti, è comunque tenuto a verificarne il fondamento (Cass. 1652/2012; Cass. 17324/2005)"; pertanto, ciò che il giudice deve provare non è già la sussistenza della PAS, destituita di ogni scientifico fondamento, bensì l'effettivo situazione di disagio sofferta dal minore in conseguenza dei comportamenti dei genitori; nonostante ciò, presunte diagnosi di alienazione parentale continuano ad essere poste a fondamento esclusivo di decisioni idonee ad incidere profondamente sulla serenità dei minori, e dunque sulla tutela del loro migliore interesse che, per costante orientamento della giurisprudenza, delle convenzioni internazionali per la tutela dei diritti del fanciullo, e dello stesso diritto interno, deve orientare come criterio esclusivo ogni decisione che riguardi il minore; per questo, ogni decisione che riguardi il minore non può mai fondarsi su premesse acritiche e dogmatiche, tanto più se fondate su assunti sconfessati dalla stessa comunità scientifica, ma deve piuttosto basarsi sull'osservazione serena ed imparziale delle concrete condizioni di vita ed esperienza del minore, avendo come unico orizzonte la tutela del suo miglior interesse, a prescindere da ogni precomprensione di tipo ideologico, il persistere di tali decisioni lascia minori e genitori in una condizione di inaccettabile vulnerabilità e incertezza e non assicura la coerenza degli orientamenti della giurisprudenza minorile rispetto alle più avanzate acquisizioni della scienza medica e psicologica; si chiede di sapere: quali iniziative intenda intraprendere il Ministro in indirizzo a fronte di tali orientamenti della giurisprudenza minorile, fermo restando il dovuto rispetto verso l'autonomia e l'indipendenza della Magistratura;