[pronunce]

Né varrebbero in senso contrario gli argomenti con i quali la stessa Corte costituzionale ha ritenuto illegittima la normativa «di favore» in materia di reati elettorali (sentenza n. 394 del 2006): nella citata pronuncia si trova affermato che, per potersi qualificare una norma come «di favore», deve trattarsi di norma di privilegio in senso proprio, la quale sottrae una certa classe di soggetti o di condotte all'ambito di applicazione di altra norma maggiormente comprensiva, e si trovi in rapporto di compresenza con quest'ultima. La norma censurata dall'odierno rimettente, viceversa, non presenterebbe i caratteri indicati, trattandosi di previsione che al più, secondo la teorizzazione contenuta nella stessa sentenza n. 394 del 2006, «delimita l'area di intervento di una norma incriminatrice», con la quale si esprime una valutazione legislativa in termini di meritevolezza ovvero di "bisogno di pena", cui la Corte non potrebbe sovrapporre una diversa strategia di criminalizzazione. 6.2. - Un ulteriore profilo di inammissibilità delle questioni sarebbe collegato alla applicabilità, alle condotte contestate, della disposizione contenuta all'art. 48, terzo comma, del r.d. n. 1775 del 1933. L'argomento, sul quale il rimettente non avrebbe preso posizione nonostante le sollecitazioni provenienti dalle parti, è già stato esposto nella memoria di costituzione e sintetizzato al paragrafo 4.1. 6.3. - La difesa assume inoltre che la norma che sanziona il delitto di furto non potrebbe comunque trovare applicazione nel caso in esame, stante la natura dell'opera eseguita. L'applicazione del richiamato art. 48, pure se non intesa come limite al divieto di derivazione senza provvedimento concessorio, determinerebbe una "disponibilità materiale" in capo al soggetto esecutore dell'opera pubblica, qualificabile come detenzione, tale da escludere a priori la configurabilità del furto. Tutt'al più si potrebbe ipotizzare l'applicabilità delle diverse fattispecie dell'appropriazione indebita, sanzionata dall'art. 646 cod. pen. , ovvero della deviazione di acque e modificazione dello stato dei luoghi, punita dall'art. 632 cod. pen. , dovendosi peraltro considerare, quanto alla prima fattispecie, che mancherebbe comunque la querela, e, riguardo alla seconda fattispecie, che essa ricorre solo in presenza della «totale sottrazione dell'acque dalla sua naturale destinazione, in modo permanente o anche solo saltuario» (è richiamata la sentenza della Corte di cassazione n. 48057 del 2009). Risulterebbe pertanto erronea la individuazione della norma penale che verrebbe a «riespandere» il proprio campo di applicazione, ove la previsione dell'illecito amministrativo fosse dichiarata illegittima costituzionalmente. 6.4. - Nel merito, la stessa difesa evidenzia l'infondatezza della questione. Richiamati i profili di censura prospettati dal rimettente, si osserva che oggetto di tutela della norma censurata non è la risorsa in sé, quanto la funzione amministrativa che garantisce il contemperamento di diversi interessi. Non vi sarebbe dunque una "intangibilità" assoluta della risorsa idrica, e l'intero sistema dei «servizi idrici», per quanto fondato sul riconoscimento delle acque come risorsa da proteggere, è finalizzato a disciplinare «non l'acqua ma gli usi della stessa». L'articolato modello organizzativo presuppone che la capacità di disporre delle acque pubbliche non è libera ma, appunto, amministrata e dunque controllata. In tal senso, la tutela del profilo quantitativo delle risorse idriche risulta più appropriata di quella penale, che può invece risultare tecnicamente necessaria nell'ambito della tutela qualitativa, ove occorre evitare il deterioramento potenzialmente irreversibile della risorsa e della salute, quali effetti dell'inquinamento. La difesa richiama la Circolare della Presidenza del Consiglio dei Ministri dedicata ai «Criteri orientativi per la scelta tra sanzioni penali e sanzioni amministrative» (Circ. P.C.M. 19.12.1983), nella quale sono indicati i principi di proporzionalità e sussidiarietà ai quali deve ispirarsi il legislatore, tanto più nei casi in cui oggetto di tutela sia una funzione amministrativa di gestione. Quanto alla censura di disparità di trattamento di condotte diverse, egualmente aggressive del medesimo bene giuridico, la stessa sarebbe manifestamente infondata per due ordini di ragioni. In primo luogo, il rimettente muoverebbe da un erroneo presupposto, vale a dire che il legislatore avrebbe distinto tra le diverse motivazioni che sorreggono la condotta vietata, mentre in realtà la distinzione esiste tra "ambiti oggettivi di attività": da un lato le attività strumentali all'uso domestico, per le quali non è necessaria autorizzazione, e dall'altro le attività non strumentali a tale uso. Tra queste ultime nessuna distinzione può essere fatta: sono tutte vietate, a prescindere dal fine di lucro, se consistono in derivazione o utilizzazione di acqua in assenza di provvedimento autorizzativo dell'autorità competente. E del resto, come correttamente posto in evidenza dalla giurisprudenza della Corte di cassazione, la sanzione amministrativa tutela anch'essa gli interessi patrimoniali dello Stato, con la conseguenza che la norma censurata e la fattispecie che punisce il furto si trovano sicuramente in rapporto di specialità. In conclusione, si richiama l'attenzione sulla diversità intercorrente tra la situazione oggetto del procedimento principale, di realizzazione di un'opera di interesse pubblico, e altri casi di uso della risorsa idrica a fini di lucro al di fuori di tale contesto. L'eventuale differente trattamento sanzionatorio non sarebbe irragionevole. 7. - In data 15 giugno 2010 ha depositato memoria R.A., imputato nel procedimento a quo, già costituito nel giudizio incidentale. La difesa dell'imputato richiama i termini della questione e quindi argomenta sui possibili profili di inammissibilità. 7.1. - In primo luogo, si assume l'erronea individuazione della norma oggetto, in quanto l'esclusione della sanzione penale non sarebbe conseguenza diretta della disposizione che ha introdotto l'illecito amministrativo, ma discenderebbe dall'applicazione delle regole che disciplinano il concorso apparente di norme, e in particolare dall'art. 9 della legge n. 689 del 1981, che il rimettente non ha censurato. Sarebbe inoltre incompleta la motivazione in punto di rilevanza della questione, in quanto lo stesso rimettente dà per scontato che qualora non vi fosse la sanzione amministrativa, troverebbe applicazione la disposizione che punisce il furto. È quindi richiamato l'art. 48 del r.d. n. 1775 del 1933, a sostegno della mancanza di antigiuridicità delle condotte contestate, con argomenti sostanzialmente coincidenti con quelli già sintetizzati al paragrafo 4.1, cui si rinvia. 7.2. - Nel merito, le questioni risulterebbero infondate.