[pronunce]

SENTENZA ha pronunciato la seguentenel giudizio di legittimità costituzionale dell'art. 6, comma 1, della legge 30 luglio 1990, n. 217 (istituzione del patrocinio a spese dello Stato per i non abbienti), come modificato dall'art. 6, comma 1, della legge 29 marzo 2001, n. 134 (Modifiche alla legge 30 luglio 1990, n. 217, recante istituzione del patrocinio a spese dello Stato per i non abbienti) promosso con ordinanza del 19 luglio 2002 dal Tribunale di sorveglianza di Palermo nel procedimento di sorveglianza nei confronti di Vincenzo Sacco, iscritta al n. 531 del registro ordinanze 2002 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 48, prima serie speciale, dell'anno 2002. Visto l'atto di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri; Udito nella camera di consiglio del 9 aprile 2003 il Giudice relatore Alfio Finocchiaro.. Ritenuto in fatto Considerato in diritto 1. - Con ordinanza in data 19 luglio 2002, il Tribunale di sorveglianza di Palermo ha sollevato, in riferimento all'articolo 3, comma 1, della Costituzione sotto il profilo del difetto di ragionevolezza, questione di legittimità costituzionale dell'art. 6, comma 1, della legge 30 luglio 1990, n. 217 (Istituzione del patrocinio a spese dello Stato per i non abbienti), come modificato dall'art. 6, comma 1, della legge 29 marzo 2001, n. 134 (Modifiche alla legge 30 luglio 1990, n. 217, recante istituzione del patrocinio a spese dello Stato per i non abbienti), nella parte in cui sanziona con la nullità assoluta ed insanabile la mancata decisione, da parte del giudice adito, sull'istanza di ammissione al patrocinio a spese dello Stato entro i dieci giorni dalla sua presentazione fuori udienza. 1.1. - Il giudice a quo premette di essere stato investito, ai sensi dell'art. 666, comma 7, c.p.p., dell'istanza di sospensione dell'esecutività della propria ordinanza, con la quale aveva dichiarato non estinta la pena residua (tre mesi di reclusione) a seguito dell'esito negativo dell'affidamento in prova al servizio sociale. Aggiunge che tale ordinanza è stata impugnata dallo stesso condannato con ricorso per cassazione, nel quale è stata denunciata la violazione del principio del ne bis in idem e la nullità assoluta del procedimento, non avendo il Tribunale di sorveglianza deciso nel termine di dieci giorni dal deposito della richiesta di ammissione al patrocinio a spese dello Stato. 1.2. - A sostegno della rilevanza della questione proposta, il rimettente - precisato che in ordine alla violazione del ne bis in idem non ritiene sussistente il fumus al fine dell'accoglimento della richiesta sospensione dell'esecutività dell'ordinanza - si sofferma sul secondo motivo di ricorso per cassazione. Poiché - sostiene il giudice a quo - la decisione in ordine alla sospensione dell'esecutività dell'ordinanza impugnata per cassazione si fonda sul fumus di accoglibilità della stessa e sul periculum in mora e dato che, se l'inosservanza del termine per la decisione sull'istanza di ammissione al patrocinio a spese dello Stato non fosse sanzionata con la nullità dall'art. 6, comma 1, della legge n. 217 del 1990, non vi sarebbe spazio per ritenere accoglibile il ricorso per cassazione e di conseguenza non vi sarebbero i presupposti per concedere la sospensione, la questione di costituzionalità prospettata è rilevante. Ancora più evidente è la rilevanza, aggiunge, se si considera il periculum in mora, visto che, in mancanza della sospensione del provvedimento impugnato, il condannato - nelle more del procedimento dinanzi alla Corte di Cassazione - verrebbe con ogni probabilità chiamato ad espiare la pena detentiva non estinta. 1.3. - In ordine alla non manifesta infondatezza, il rimettente sostiene che la norma impugnata contrasta con il canone della ragionevolezza, sancito dall'art. 3 della Costituzione, sotto due profili. In primo luogo rileva che nell'impianto del codice di procedura penale la sanzione della nullità assoluta ed insanabile colpisce quelle difformità dell'atto o del rapporto processuale talmente gravi da incidere in modo consistente ed irreparabile sulla struttura del rapporto processuale o sui diritti delle parti, richiamando, quali norme di comparazione, le nullità previste dall'art. 179, comma 1, c.p.p., che si riferiscono ad ipotesi che rappresentano gravi lesioni di diritti costituzionalmente garantiti (art. 24 e 112 della Cost.), nonché, tra le nullità previste espressamente dalla legge, ai sensi dell'art. 179, comma 2, c.p.p., l'art. 604, comma 1, c.p.p., dove le ipotesi di nullità sono causate da gravi violazioni del diritto di difesa, e l'art. 525 c.p.p., dove la nullità è collegata alla violazione di un principio fondamentale del processo penale. Invece, sottolinea il giudice a quo, la mancata decisione nel termine di dieci giorni, non lede la struttura fondamentale del processo né i diritti della parte, non risultando negata o limitata in alcun modo la difesa, né impedita l'assistenza del difensore o il compimento di atti del procedimento. Né può dirsi che la nullità sia posta a tutela dell'interesse del difensore alla retribuzione perché - anche a volerlo considerare costituzionalmente rilevante - l'ammissione ha comunque effetto dalla data dell'istanza. L'irragionevolezza della disciplina, secondo il giudice, emerge anche dal fatto che, essendo prevista la nullità per un “non atto” - per non aver provveduto anziché per aver mal provveduto - l'art. 185 c.p.p., che stabilisce gli effetti della dichiarazione di nullità, potrà essere applicato solo analogicamente, con la conseguenza che, non essendo la nullità accompagnata dall'espressa indicazione degli atti su cui si riversa, può produrre effetti non sempre riconducibili chiaramente ai principi fondamentali del processo. Infatti, se la nullità non si intende limitata al solo procedimento incidentale relativo all'ammissione al patrocinio, potrebbe estendersi ad ogni attività processuale successiva alla scadenza del termine, con conseguente rinnovazione di ogni atto, se possibile, mentre invece basterebbe prevedere che l'interessato riproponga l'istanza con efficacia retroattiva al momento della prima presentazione. Pertanto, conclude il giudice, la norma impugnata, equiparando - rispetto alla sanzione della nullità - quella che, al più, è un'irregolarità del processo ad ipotesi comportanti ben più gravi anomalie, e, quindi, situazioni assolutamente diverse tra loro, viola l'art. 3 della Costituzione che preclude al legislatore le arbitrarie assimilazioni tra situazioni diverse, oltre che arbitrarie discriminazioni tra situazioni identiche. 2. - È intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che la questione sia dichiarata inammissibile e, comunque, infondata. 2.1.