[pronunce]

Il diritto penale potrebbe tutelare la dignità solo in senso soggettivo, e non oggettivo, non potendosi sottoporre a pena un comportamento solo perché considerato poco dignitoso dalla maggioranza della popolazione, ovvero in base alla "morale di Stato", a meno di voler far «rivivere il tramontato Stato etico d'infausta memoria». 9.- Hanno depositato memoria anche l'Associazione Rete per la Parità, l'Associazione Donne in quota, l'Associazione Coordinamento italiano della Lobby Europea delle Donne/Lef-Italia, l'Associazione Salute Donna, l'Associazione UDI (Unione Donne in Italia), l'Associazione Resistenza Femminista e l'Associazione IROKO ONLUS, eccependo l'inammissibilità delle questioni, in quanto intese a chiedere un intervento che rientra nella discrezionalità del legislatore, e sviluppando ulteriormente, nel merito, le critiche all'impianto argomentativo dell'ordinanza di rimessione formulate con l'atto di intervento. 10.- Con ordinanza pronunciata all'udienza pubblica del 5 marzo 2019 questa Corte ha dichiarato, peraltro, inammissibili gli interventi ad opponendum delle Associazioni ora indicate e quello dell'Associazione Differenza Donna Onlus.1.- La Corte d'appello di Bari dubita della legittimità costituzionale dell'art. 3, primo comma, numeri 4), prima parte, e 8), della legge 20 febbraio 1958, n. 75 (Abolizione della regolamentazione della prostituzione e lotta contro lo sfruttamento della prostituzione altrui), «nella parte in cui configura come illecito penale il reclutamento ed il favoreggiamento della prostituzione volontariamente e consapevolmente esercitata». La Corte rimettente muove dal rilievo che, nell'attuale contesto storico, la prostituzione non è un fenomeno unitario. Accanto alla prostituzione "coattiva" e a quella "per bisogno", vi sarebbe, infatti, una prostituzione per scelta totalmente libera e volontaria, la quale troverebbe espressione paradigmatica nella figura della escort (intendendosi per tale l'accompagnatrice retribuita, disponibile anche a prestazioni sessuali): figura ignota all'epoca dell'approvazione della legge n. 75 del 1958. Su tale premessa, la Corte pugliese assume che la scelta di offrire prestazioni sessuali verso corrispettivo costituirebbe una forma di estrinsecazione della libertà di autodeterminazione sessuale, garantita dall'art. 2 della Costituzione quale diritto inviolabile della persona umana. Tale libertà, di natura intrinsecamente "relazionale", risulterebbe compromessa da disposizioni che sanzionino penalmente attività di terzi che - senza incidere sull'autodeterminazione della persona che si prostituisce - si limitino a mettere in contatto quest'ultima con i clienti (come nel caso del reclutamento) o a rendere più comodo l'esercizio della sua attività (come nell'ipotesi del favoreggiamento). Risulterebbe con ciò violata anche la libertà di iniziativa economica privata, tutelata dall'art. 41 Cost., della quale il volontario esercizio della prostituzione costituirebbe pure espressione, in quanto attività normalmente professionale svolta a fine di profitto. Precludendo, con la minaccia della pena, forme di supporto all'iniziativa, quali quelle dell'intermediazione e dell'agevolazione, le norme denunciate priverebbero l'attività economica in questione della possibilità di svilupparsi al pari di ogni altra iniziativa imprenditoriale. Le norme censurate si porrebbero in contrasto, ancora, con il principio di necessaria offensività del reato, desumibile dagli artt. 13, 25, secondo comma, e 27 Cost. Secondo la giurisprudenza di legittimità più recente, infatti, il bene protetto dalle disposizioni penali della legge n. 75 del 1958 andrebbe identificato, non già nel valore "paternalistico" e anacronistico della morale pubblica e del buon costume, ma proprio nella libera autodeterminazione della persona che si prostituisce. In questa prospettiva, tuttavia, le condotte di reclutamento e di favoreggiamento della prostituzione liberamente esercitata risulterebbero del tutto inoffensive: il "reclutatore" e il "favoreggiatore" si limiterebbero, infatti, ad agevolare la realizzazione della scelta dell'interessata, producendo, così, un vantaggio e non un danno per lo stesso interesse tutelato. Una conclusiva questione investe la sola fattispecie del favoreggiamento, che la Corte rimettente denuncia come lesiva dei principi di tassatività e determinatezza dell'illecito penale, ricavabili dall'art. 25, secondo comma, Cost. La formula descrittiva della condotta incriminata - «chiunque, in qualsiasi modo, favorisca [...] la prostituzione altrui» - risulterebbe, infatti, totalmente generica, rimettendo al giudice il compito di individuare, nella infinita gamma dei comportamenti riconducibili alla fattispecie astratta, quelli lesivi dell'interesse protetto. I criteri elaborati dalla giurisprudenza allo scopo non sarebbero, d'altra parte, affatto valsi a colmare la carenza di precisione del precetto, ma avrebbero anzi generato ulteriori incertezze. Il discorso varrebbe, in modo particolare, per la distinzione giurisprudenziale tra favoreggiamento della prostituzione (punibile) e favoreggiamento della persona dedita alla prostituzione (non punibile): distinzione da ritenere concettualmente scorretta e che finirebbe per generare disparità di trattamento lesive del principio di eguaglianza (art. 3 Cost.). 2.- In via preliminare, va rilevato che non possono essere prese in esame le deduzioni svolte dalla parte costituita M. V., intese a dimostrare che anche la norma incriminatrice del reclutamento ai fini dell'esercizio della prostituzione, di cui all'art. 3, primo comma, numero 4), prima parte, della legge n. 75 del 1958, è carente sul piano della tassatività e della determinatezza. L'ordinanza di rimessione è, infatti, univoca nel limitare la censura di violazione dei principi di tassatività e determinatezza alla sola ipotesi del favoreggiamento, escludendo espressamente che analogo problema di costituzionalità si ponga in rapporto alla fattispecie del reclutamento (la cui descrizione normativa esigerebbe soltanto di "attualizzare" la nozione di «reclutamento», connessa storicamente alla volontà legislativa di eliminare lo sfruttamento della prostituzione esercitata nelle «case chiuse»). Vale, dunque, il principio, costantemente affermato da questa Corte, per cui l'oggetto del giudizio di legittimità costituzionale in via incidentale è limitato alle disposizioni e ai parametri indicati nelle ordinanze di rimessione: con la conseguenza che non possono essere presi in considerazione ulteriori questioni o profili di costituzionalità dedotti dalle parti, sia eccepiti, ma non fatti propri dal giudice a quo, sia volti ad ampliare o modificare successivamente il contenuto delle stesse ordinanze (ex plurimis, sentenze n. 194, n. 161, n. 12 e n. 4 del 2018 e n. 29 del 2017). 3.- L'Avvocatura generale dello Stato ha eccepito l'inammissibilità delle questioni sotto due distinti profili.