[pronunce]

L'art. 8, comma 3, della legge provinciale n. 10 del 1991 si differenzia dalle disposizioni legislative dichiarate costituzionalmente illegittime dalle sentenze n. 181 del 2011 e n. 187 del 2014. In queste pronunce, è stato censurato il carattere astratto del criterio di determinazione dell'indennità, corrispondente ad un «valore agricolo medio» definito ogni anno in base a due elementi: la zona agraria e il tipo di coltura. L'automaticità e l'astrattezza del meccanismo di quantificazione previsto da quelle norme conducevano a determinare un'indennità che non teneva conto delle caratteristiche specifiche del terreno e che, dunque, poteva essere priva di un ragionevole legame con il valore di mercato. La norma contestata dalla Corte d'appello di Trento prevede, invece, un'indennità che «consiste nel giusto prezzo» da individuare «entro i valori minimi e massimi» stabiliti dalla commissione provinciale estimatrice. L'espressione «giusto prezzo» trova i propri precedenti nel «giusto prezzo» previsto all'art. 39 della legge 25 giugno 1865, n. 2359 (Espropriazioni per causa di utilità pubblica) e nella «giusta indennità» di cui all'art. 834 del codice civile, ed evoca l'idea di un corrispettivo commisurato al valore effettivo del bene espropriato; dunque, essa conferisce all'organo competente alla determinazione dell'indennità un margine di apprezzamento, che va esercitato avendo come riferimento le caratteristiche effettive del bene espropriando. Lo stesso criterio del «giusto prezzo», già presente nell'art. 12 della legge della Provincia autonoma di Bolzano 20 agosto 1972, n. 15 (Legge di riforma dell'edilizia abitativa), del resto, fu attuato in sede amministrativa con la deliberazione della Giunta provinciale 12 agosto 1975, n. 4074, che indicava valori assai articolati a seconda delle distinte qualità dei terreni, al fine di arrivare alla determinazione del «prezzo agricolo di mercato». Anche al di là del significato intrinseco dell'espressione «giusto prezzo» - e della stessa necessità di una sua interpretazione conforme ai principi sanciti da questa Corte e dalla Corte europea dei diritti dell'uomo (sentenze di questa Corte n. 181 del 2011 e n. 355 del 1985 e della Corte di cassazione, sezione prima civile, 6 settembre 2004, n. 17958, e 1° luglio 2004, n. 12033), sui quali si tornerà in seguito - il riferimento alle caratteristiche effettive del bene nella quantificazione dell'indennità si desume con chiarezza dall'analisi sistematica della legge provinciale n. 10 del 1991, e segnatamente dai suoi artt. 7-bis e 11. L'art. 7-bis (nel testo vigente a seguito della legge provinciale n. 4 del 2008, applicabile nel giudizio a quo) prevede che, «[s]alvi gli specifici criteri previsti dalla legge, l'indennità di espropriazione è determinata sulla base delle caratteristiche del bene al momento dell'emanazione del decreto di cui all'articolo 5 [...]». Il comma 4 dell'art. 11 della legge provinciale n. 10 del 1991, a sua volta, stabilisce che «[l]a commissione provinciale, entro il 31 dicembre di ogni anno, provvede per l'anno successivo alla ripartizione del territorio provinciale in zone agricole omogenee, ed alla determinazione dei valori agricoli minimi e massimi per ciascuna coltura in relazione alle singole zone agrarie, seguendo i criteri stabiliti dalla Giunta provinciale con proprio regolamento» (che, al momento, non è stato adottato). Così come, dunque, in base al citato art. 7-bis la considerazione delle caratteristiche effettive dello specifico terreno da espropriare si impone all'organo competente a determinare l'indennità, allo stesso modo le possibili diverse caratteristiche delle aree devono essere considerate dalla commissione provinciale estimatrice prevista al citato art. 11, nel momento in cui individua i «valori agricoli minimi e massimi» entro i quali l'indennità stessa dovrà essere determinata. Infatti, poiché i valori agricoli variano tra un minimo e un massimo per aree situate nella stessa zona e oggetto della stessa coltura, ciò significa che la commissione dovrà dare rilievo a elementi diversi dal tipo di coltura, cioè alle altre caratteristiche del terreno. Essendo poi, l'organo amministrativo competente, tenuto a determinare l'indennità sulla base dei valori fissati dalla commissione, il modo in cui tali valori sono strutturati (quale risulta sulla base del citato art. 11, comma 4) concorre a dimostrare la differenza tra il criterio utilizzato dalla disposizione oggetto del presente giudizio rispetto a quello contenuto nelle disposizioni richiamate dal giudice a quo e censurate dalle sentenze n. 181 del 2011 e n. 187 del 2014, e segnatamente il fatto che la prima, a differenza delle seconde, impone di tenere conto delle concrete e differenziate caratteristiche dello specifico bene espropriando. Alla luce di queste considerazioni, si può ritenere che l'art. 8, comma 3, della legge provinciale n. 10 del 1991, là dove stabilisce che «[l]'indennità d'espropriazione per le aree non edificabili consiste nel giusto prezzo da attribuire [...] all'area [...] secondo il tipo di coltura in atto al momento dell'emanazione del decreto di cui all'articolo 5», sia formulato in modo impreciso, giacché, in realtà, dalla lettura sistematica della normativa in cui la disposizione si inserisce emerge che il «tipo di coltura» è solo uno dei caratteri del terreno che devono essere presi in considerazione nella determinazione dell'indennità e che ad esso se ne devono ritenere aggiunti altri, che incidono specificamente sul valore intrinseco del bene, quali, ad esempio, la sua specifica posizione o la sua esposizione. 4.- Quanto fin qui esposto dimostra l'infondatezza dell'assunto posto a base dell'ordinanza di rimessione (la corrispondenza tra l'art. 8, comma 3, della legge provinciale n. 10 del 1991 e le disposizioni legislative dichiarate costituzionalmente illegittime dalle sentenze n. 181 del 2011 e n. 187 del 2014) e delle conseguenze che ne vengono tratte (che la norma censurata prescriva un criterio automatico e astratto di determinazione dell'indennità di esproprio delle aree non edificabili), e conduce a negare la difformità tra il criterio di determinazione dell'indennità utilizzato dal citato art. 8, comma 3, e i parametri costituzionali invocati dal giudice rimettente.