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È iscritta a parlare la senatrice De Petris. Ne ha facoltà. DE PETRIS (Misto-LeU) . Signor Presidente, colleghi, signor Ministro, lei sa che noi di Liberi e Uguali, quand'è stato promulgato il decreto-legge cosiddetto dignità, avevamo pensato che potesse essere l'inizio di un'inversione di rotta, da quello che è stato il mantra - che ci ha accompagnato negli ultimi anni - della flessibilità del lavoro, con norme per renderlo sempre più flessibile, perché solo grazie a questa flessibilità si sarebbe poi prodotta più occupazione: un mantra , un dogma, un paradigma di cultura del lavoro e di cultura economica che è stato alla base di molti provvedimenti che ha caratterizzato forse gli ultimi venti anni, anche a livello ideologico, e che è stato alla base del jobs act . L'idea era che per poter garantire una maggiore crescita e un maggiore sviluppo anche sul piano occupazionale fosse necessario, ancora una volta, intervenire per la destrutturazione del mercato del lavoro e per eliminare regole e norme considerate quasi un retaggio del secolo scorso. Ciò ha prodotto, come è noto, anche sul piano simbolico, l'eliminazione di quell'articolo 18 considerato quasi il tappo che doveva saltare per rendere più fruibile il sistema dei vari contratti di lavoro. Certamente non solo il jobs act , ma questo mantra, questo paradigma che ha condizionato le scelte neoliberiste degli ultimi anni, cosa hanno prodotto? Lo chiedo di nuovo a quest'Assemblea. Non ha certamente prodotto più posti di lavoro, ha solo prodotto tanta precarietà, solo e unicamente precarietà. Soprattutto - in questo caso ci sta usare la parola dignità - ha prodotto l'umiliazione dei lavoratori, ha tolto loro la dignità, rendendo il lavoro una merce come un'altra, anzi, anche meno. Un'idea assolutamente sbagliata dal nostro punto di vista, che certamente non ha prodotto una crescita economica, perché se si continua a pensare di poter crescere svalutando il lavoro non si produce sviluppo economico, tantomeno di qualità. Ministro Di Maio, noi avevamo pensato che questo provvedimento potesse rappresentare un'inversione di rotta. Ancora una volta siamo stati, forse, degli illusi ad aver pensato che il provvedimento in esame avrebbe potuto rappresentare l'inizio di un percorso che cominciava a mettere discussione questo mantra, questo paradigma. (Brusio) . Signor Presidente, con questo brusio non si riesce a parlare. PRESIDENTE. Colleghi, sono giornate un po' faticose, ma vi prego di osservare silenzio e rispetto per chi sta parlando. Prego, senatrice De Petris. DE PETRIS (Misto-LeU) . Stavo parlando dell'illusione di uscire dalla crisi manomettendo le regole del lavoro e lavorando solo e unicamente sulla svalutazione del lavoro, pensando di poter rendere il Paese più competitivo a livello internazionale solo e unicamente diminuendo il costo del lavoro e rendendolo più flessibile. Faccio una domanda a tutti. Siamo usciti dalla crisi e abbiamo ripreso un percorso economico con una prospettiva un minimo seria? Assolutamente no. Infatti, se si pensa di competere su questo piano, nel mondo - ahimè - c'è chi riesce a competere ancora di più, in termini di schiavitù. Per questo motivo, avevamo pensato che un decreto-legge che nel suo titolo contiene la parola «dignità» e che cominciava a intervenire sui contratti a tempo determinato potesse rappresentare un'inversione di tendenza. Mi rivolgo ora al Governo. Nel passaggio alla Camera dei deputati, anche con la presentazione sia in Commissione, che in Assemblea di alcuni nostri emendamenti (evidentemente un po' diversi dal coro, che abbiamo sentito anche in quest'Assemblea, a cominciare dalle note dell'INPS, con cui si sosteneva che la disoccupazione sarebbe aumentata), abbiamo cercato di fare quel passo in avanti che ritenevamo e riteniamo assolutamente necessario per iniziare a cambiare la rotta e produrre un'inversione di tendenza. Tuttavia, questi emendamenti non sono stati presi in considerazione. Vogliamo parlare dell'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori? Colleghi del MoVimento 5 Stelle, non voglio rinfacciarvi nulla, perché in quest'Aula abbiamo condiviso la battaglia contro il jobs act e l'eliminazione dell'articolo 18. Avevamo pensato che quel segnale dovesse arrivare per dare sostanza al decreto-legge dignità. Penso anche ai contratti e ad altre norme che abbiamo proposto per quanto riguarda l'inserimento delle causali, per esempio, per i contratti di durata inferiore ai dodici mesi. Che dire, poi, del ritorno dei voucher ? Come si fa a pensare che rimettere i voucher ed estenderli dai tre ai dieci giorni sia lotta contro la precarietà? È ancora una volta - riflettete su questo - è un salvacondotto per il lavoro nero, al contrario di quello che dicevano altri miei colleghi. Pensate all'agricoltura, nel cui ambito si può assumere addirittura per una giornata: ditemi voi perché si dovrebbero usare i voucher - tra l'altro estesi da tre a dieci giorni - se non per poter coprire il lavoro nero e tenerseli in tasca per quando arriva un'ispezione. Diciamo questo perché - torno a ripeterlo - non ci siamo rapportati a questo decreto-legge con le pregiudiziali dogmatiche e ideologiche di cui sopra, ma perché pensavamo che lavorando, modificandolo, si potesse veramente produrre un'inversione di tendenza, quell'inversione di tendenza che è necessaria per questo Paese. PRESIDENTE. La invito a concludere, senatrice. DE PETRIS (Misto-LeU) . Un'inversione necessaria per ridare dignità ai lavoratori e dare davvero sostanza a questa parola che non si può usare così. Non vogliamo chiudere questa vicenda. In questo decreto-legge, ancora una volta, ahimè, in linea con quel contratto di Governo non ben specificato sul punto, vi siete messi non in discontinuità, non a invertire la rotta, ma in continuità con quello che è stato il mantra che ha ucciso in questo Paese la dignità dei lavoratori. (Applausi dal Gruppo Misto-LeU) . PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Urso. Ne ha facoltà. URSO (FdI) . Signor Presidente, pensiamo che questo decreto-legge che lei, Ministro, con furbizia, ha chiamato dignità, sia in realtà un provvedimento che dovremmo più realisticamente chiamare disoccupazione e siamo preoccupati soprattutto del segnale che viene dato al mondo dell'impresa. Signor Ministro, molti osservatori sostengono che con questo decreto-legge lei abbia voluto rispondere da sinistra all'azione da destra, quella sì efficace, che il Ministro dell'interno ha sviluppato dando un segnale molto forte nei confronti dell'immigrazione clandestina, che, infatti, ormai sembra che non parta più dalla Libia verso l'Italia ma verso altre realtà. Questo segnale di sinistra, purtroppo, impone, in una logica pauperistica, più burocrazia, più limiti, più divieti, ed è fonte di maggiori conflitti e contenziosi, come dimostrano già i segnali negativi che vengono dal mondo dell'impresa e dell'occupazione. Avrà certamente letto, Ministro, il tweet di un precario bancario che ha perso il posto di lavoro come conseguenza del suo decreto-legge.