[pronunce]

che «solo una situazione più tranquillizzante sotto il profilo dell'ordine pubblico e della lotta alla criminalità organizzata ha consentito attualmente una opzione diversa rispetto a quella adottata dal legislatore del 1992», ma questo dato storicamente contingente non può giustificare la disparità di trattamento introdotta con la norma censurata, che non trova ragione neppure nella diversità dei reati presi in considerazione, atteso che «non vi è alcun dato obiettivo su cui fondare una presunta maggiore pericolosità degli autori dei delitti già compresi nel testo dell'art. 4-bis» rispetto ai soggetti condannati per i nuovi reati inseriti nel 2002, puniti con pene addirittura più severe degli altri; che è intervenuto in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che la questione sia dichiarata inammissibile per difetto di rilevanza o, comunque, infondata; che, ad avviso dell'Avvocatura, la questione di legittimità costituzionale riguarda una norma della quale il rimettente non è chiamato a fare applicazione nel giudizio a quo, perché il caso al suo esame si riferisce a un condannato per sequestro di persona a scopo di estorsione, delitto non interessato dalle modifiche introdotte dalla nuova normativa; che, nel merito, il rimettente non avrebbe fornito una adeguata motivazione in ordine all'asserito carattere peggiorativo della disciplina introdotta con la legge n. 279 del 2002, in quanto la limitazione dell'efficacia temporale di cui all'art. 4, comma 1, è prevista anche per i delitti commessi con finalità d'eversione dell'ordine democratico, già presenti nel testo precedente, e in realtà la nuova disciplina presenta «elementi migliorativi per gli interessati» (come, per esempio, l'ampliamento della così detta collaborazione irrilevante e l'attenuazione della rigidità della prova della cessazione dei collegamenti con le organizzazioni criminali); che, infine, l'Avvocatura osserva che il Tribunale di sorveglianza di Sassari aveva già censurato, in riferimento all'art. 25 Cost., l'applicabilità della disciplina più restrittiva introdotta dal decreto-legge n. 306 del 1992 ai reati commessi prima dell'entrata in vigore di tale decreto e che la Corte con la sentenza n. 273 del 2001 e con l'ordinanza n. 280 del 2001 ha escluso l'illegittimità dell'art. 4-bis dell'ordinamento penitenziario; che si è costituita in giudizio la parte privata, sottolineando, in particolare, come l'art. 1 della legge n. 279 del 2002 abbia sostituito integralmente il comma 1 dell'art. 4-bis dell'ordinamento penitenziario e come tale sostituzione, ai sensi dell'art. 15 delle disposizioni sulla legge in generale, abbia lo stesso valore di una abrogazione, con la conseguenza che la nuova disciplina potrebbe esplicare i suoi effetti solo a decorrere dal giorno della sua entrata in vigore; che in questa prospettiva l'art. 4, comma 1, sarebbe addirittura «superfluo, proprio (sulla base della) considerazione che tutte le norme restrittive non possono che essere applicabili ai condannati per reati commessi successivamente alla data del 24 dicembre 2002»; che la parte privata osserva inoltre che il legislatore, modificando con l'art. 1 la disciplina contenuta nell'art. 4-bis, «non ha voluto certo stravolgerne la sua concezione originaria, ma ha decisamente voluto aggiustarne il contenuto, uniformandolo all'esigenza trattamentale della pena»: al riguardo i lavori parlamentari dimostrerebbero soprattutto la volontà del legislatore di recepire i principi espressi dalla Corte costituzionale, «senza operare alcuna differenziazione tra coloro che subirono una sentenza di condanna prima dell'originario varo delle norme restrittive e coloro che invece la subirono dopo»; che nell'ambito di altro procedimento il Tribunale di sorveglianza di Sassari ha sollevato, su eccezione della difesa, identica questione di legittimità costituzionale (r.o. n. 783 del 2003); che in fatto il rimettente premette di essere investito di una richiesta di affidamento in prova al servizio sociale e di ammissione alla semilibertà formulata da un detenuto condannato alla pena complessiva di trenta anni e cinque mesi di reclusione per sequestro di persona a scopo di estorsione, furto aggravato, detenzione e porto abusivo di armi, con decorrenza dal febbraio 1980; che allo stato attuale della normativa la richiesta dovrebbe essere dichiarata inammissibile per mancanza del requisito della collaborazione, sebbene sussistano tutte le altre condizioni imposte dalla legge; che nel merito il rimettente svolge argomentazioni in tutto analoghe a quelle contenute nella precedente ordinanza; che è intervenuto in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo, con atto di intervento identico a quello depositato in relazione all'ordinanza n. 506 del r. o. del 2003, che la questione sia dichiarata inammissibile per difetto di rilevanza o, comunque, infondata. Considerato che il Tribunale di sorveglianza di Sassari ha sollevato in due distinti procedimenti questione di legittimità costituzionale dell'art. 4, comma 1, della legge 23 dicembre 2002, n. 279 (Modifica degli articoli 4-bis e 41-bis della legge 26 luglio 1975, n. 354, in materia di trattamento penitenziario), in riferimento all'art. 3 della Costituzione; che, avendo le due ordinanze sollevato la medesima questione con argomentazioni in tutto analoghe, deve essere disposta la riunione dei relativi giudizi; che l'art. 1 della legge in esame ha sostituito il comma 1 dell'art. 4-bis dell'ordinamento penitenziario, tra l'altro inserendo nel novero dei reati per i quali opera il divieto di concessione delle misure alternative in assenza del requisito della collaborazione con la giustizia i delitti di cui agli artt. 600, 601 e 602 del codice penale, nonché i delitti commessi per finalità di terrorismo, anche internazionale, o di eversione dell'ordine democratico mediante il compimento di atti di violenza; che la norma censurata stabilisce che le disposizioni dell'art. 1 non si applicano alle persone detenute per i nuovi reati ostativi commessi precedentemente alla data di entrata in vigore della legge, prevedendo quindi per tali reati l'irretroattività del divieto di concessione delle misure alternative in mancanza di collaborazione con la giustizia; che in entrambi i giudizi il rimettente - investito, rispettivamente, del reclamo avverso un decreto di rigetto della richiesta di permesso premio (r.o. n. 506 del 2003) e della richiesta di affidamento in prova al servizio sociale e di ammissione alla semilibertà (r.o. n. 783 del 2003) ,