[pronunce]

SENTENZA ha pronunciato la seguentenel giudizio di legittimità costituzionale del combinato disposto dell'art. 4, comma 2, della legge 11 maggio 1990, n. 108 (Disciplina dei licenziamenti individuali), dell'art. 6 del decreto-legge 22 dicembre 1981, n. 791 (Disposizioni in materia previdenziale), convertito in legge 26 febbraio 1982, n. 54, dell'art. 6, comma 1, della legge 29 dicembre 1990, n. 407 (Disposizioni diverse per l'attuazione della manovra di finanza pubblica 1991-1993), modificato dall'art. 1, comma 2, del decreto legislativo 30 dicembre 1992, n. 503 (Norme per il riordinamento del sistema previdenziale dei lavoratori privati e pubblici, a norma dell'art. 3 della legge 23 ottobre 1992, n. 421), a seguito dell'entrata in vigore dell'art. 1, comma 1, dello stesso decreto legislativo n. 503 del 1992, come modificato dall'art. 11, comma 1, della legge 23 dicembre 1994, n. 724 (Misure di razionalizzazione della finanza pubblica), promosso con ordinanza emessa il 19 giugno 2001 dal Tribunale di Roma nel procedimento civile tra Esercizi Grandi Alberghi contro Campana Anna, iscritta al n. 804 del registro ordinanze 2001 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 41, prima serie speciale, dell'anno 2001. Visto l'atto di costituzione di Campana Anna; udito nell'udienza pubblica del 9 aprile 2002 il Giudice relatore Francesco Amirante; udito l'avvocato Sante Assennato per Campana Anna.. Ritenuto in fatto Considerato in diritto 1. — Nel corso del giudizio relativo all'impugnazione del licenziamento intimato il 30 giugno 1997 per raggiunti limiti di età ad una lavoratrice che in quella data aveva compiuto il sessantesimo anno e non aveva presentato alcuna istanza di prosecuzione del rapporto, il Tribunale di Roma, con ordinanza in data 19 giugno 2001, ha sollevato, in riferimento agli artt. 3 e 37, primo comma, della Costituzione, questione di legittimità costituzionale del «combinato disposto degli artt. 4, comma 2, della legge 11 maggio 1990, n. 108, 6 del d.l. 22 dicembre 1981, n. 791, convertito in legge 26 febbraio 1982, n. 54, 6, comma 1, della legge 29 dicembre 1990, n. 407, modificato dall'art. 1, comma 2, del d.lgs. 30 dicembre 1992, n. 503, a seguito dell'entrata in vigore dell'art. 1, comma 1, del d.lgs. 30 dicembre 1992, n. 503, come modificato dall'art. 11, comma 1, della legge 23 dicembre 1994, n. 724, disposizioni che conservano efficacia in via transitoria secondo quanto stabilito dall'art. 1, comma 23, della legge 8 agosto 1995, n. 335». Il Tribunale remittente, dopo aver precisato che il giudice di primo grado aveva accolto il ricorso disponendo la reintegrazione della lavoratrice nel posto di lavoro sul principale rilievo che, essendo all'epoca stabilito per gli uomini il limite di età di sessantatre anni, lo stesso limite doveva valere anche per la lavoratrice ricorrente senza bisogno di alcun adempimento ulteriore, ricorda che questa Corte, con la sentenza n. 498 del 1988, ha dichiarato costituzionalmente illegittimo, per violazione dei parametri attualmente invocati, l'art. 4 della legge 9 dicembre 1977, n. 903, nella parte in cui subordinava il diritto delle lavoratrici in possesso dei requisiti per la pensione di vecchiaia a proseguire il loro rapporto di lavoro fino agli stessi limiti di età previsti per gli uomini da disposizioni legislative, regolamentari o contrattuali, all'esercizio di una opzione in tal senso da comunicare al datore di lavoro non oltre la data di maturazione dei predetti requisiti. È stato, così, ribadito il principio, già affermato nella sentenza n. 137 del 1986, secondo cui l'età lavorativa deve essere uguale per i lavoratori di entrambi i sessi, fermo restando il diritto della donna di conseguire la pensione di vecchiaia ad un'età inferiore a quella stabilita per l'uomo, per poter soddisfare le proprie particolari esigenze. In ossequio a tale principio il legislatore ha, quindi, stabilito, con l'art. 4 della legge n. 108 del 1990 attualmente impugnato, che il datore di lavoro riacquista la facoltà di recedere ad nutum dal rapporto di lavoro nei confronti dei lavoratori ultrasessantenni - sia uomini che donne - in possesso dei requisiti pensionistici «sempre che non abbiano optato per la prosecuzione del rapporto di lavoro ai sensi dell'articolo 6 del d.l. 22 dicembre 1981, n. 791, convertito con modificazioni dalla legge 26 febbraio 1982, n. 54». La suddetta disposizione ha, quindi, attribuito ai lavoratori di entrambi i sessi le medesime garanzie di stabilità del rapporto di lavoro ed ha previsto per tutti il medesimo onere di opzione. Con la normativa sopravvenuta -impugnata in combinazione con la anzidetta disposizione- la situazione è, però, via via mutata così che le lavoratrici si sono nuovamente venute a trovare in una condizione svantaggiata non dissimile da quella che la citata sentenza n. 498 del 1988 ha considerato costituzionalmente illegittima. Tale processo ha avuto le seguenti tappe: a) l'art. 6 della legge n. 407 del 1990 che ha esteso la facoltà di opzione fino al compimento del sessantaduesimo anno di età anche a coloro che abbiano raggiunto l'anzianità contributiva massima; b) l'art. 1, comma 2, del d.lgs. n. 503 del 1992, che, in concomitanza con la modifica dei limiti di pensionabilità fissati da una tabella allegata allo stesso decreto legislativo, ha ulteriormente elevato il suddetto limite di sessantadue anni a sessantacinque anni; c) l'art. 11 della legge n. 724 del 1994 che ha sostituito la menzionata tabella con un'altra analoga ribadendo, con una diversa cadenza temporale, la previsione, rispettivamente per i lavoratori dipendenti di sesso maschile e femminile, di una diversa età pensionabile, gradualmente stabilita per il quinquennio 1995-2000, in età comprese per gli uomini tra i sessanta e i sessantacinque anni e per le donne tra i cinquantacinque e i sessanta anni e quindi determinando per il giugno 1997 (epoca alla quale si riferiscono i fatti di causa) in sessantatre anni l'età lavorativa degli uomini e in cinquantotto anni quella delle donne.