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Ripresa della discussione del disegno di legge n. Doc 1018 PRESIDENTE . Dichiaro aperta la discussione generale. È iscritta a parlare la senatrice Campagna. Ne ha facoltà. CAMPAGNA (M5S) . Signor Presidente, colleghi, rappresentanti del Governo, bene, ci siamo quasi. Con il decreto-legge in discussione stiamo per compiere un'operazione di redistribuzione della ricchezza senza precedenti nella storia della Repubblica italiana. L'idea di un reddito minimo per le fasce più deboli della popolazione ha rappresentato la proposta politica principale del MoVimento 5 Stelle fin dalla sua nascita dieci anni fa. Lo sanno bene le migliaia di attivisti che in questi anni hanno dato l'anima con i banchetti informativi per raccontare il sogno di chi ci ha creduto fin dall'inizio, dedicandovi parte della sua vita e che oggi siamo certi sarebbe orgoglioso del risultato raggiunto; un sogno che finalmente si realizza anche grazie a chi ha fatto da cassa di risonanza con la potenza della comicità e a chi per primo sei anni fa ha presentato il disegno di legge in Parlamento. Mentre noi parlavamo di modelli diversi con cui immaginavamo società nuove e più giuste, la cosiddetta sinistra continuava a evocare nuovi posti di lavoro, anche a costo di abbandonare ogni idea di un modello di sviluppo etico, di fatto consegnando le nuove generazioni alle speculazioni spietate del mercato globale. Dicevano che si trattava di chiacchiere e propaganda, che era una misura irrealizzabile, che mancavano le coperture. Propaganda, cari colleghi, è fingere di non vedere che la crisi è di portata mondiale e che la globalizzazione ha fallito, che la società si aspetta una via nuova che, se non sarà mediata dalla politica, produrrà nuove diseguaglianze e nuovi conflitti tra chi ha e chi non ha. Basta guardare l'andamento della povertà assoluta in Italia tra il 2005 e il 2017, anno in cui il numero di persone in povertà assoluta ha sfondato quota 5 milioni. Praticamente, nell'arco di dodici anni il loro numero è più che triplicato. C'è da chiedersi dove fossero allora i sindacati e la sinistra e soprattutto cosa hanno fatto i vecchi Governi per gli ultimi. Evidentemente niente, perché possiamo disquisire su tutto, ma i numeri sono incontrovertibili. In tale contesto di profonda crisi economica e sociale non possiamo più limitarci ad analizzare la situazione denunciandone gli effetti criminali e ingiusti. Diventa necessario passare all'azione, ponendo attenzione ai drammatici segnali che provengono dai conflitti del mondo reale. Abbiamo il dovere di guardare dritto in faccia le disuguaglianze e di intervenire per porre rimedio ai disastri causati da scelte sbagliate. Le opposizioni continuino pure nella patetica battaglia contro la nostra riforma, lanciando raccolte firme per l'abolizione del reddito di cittadinanza, marcando così sempre di più le distanze tra classi sociali. Ma come possiamo girarci dall'altra parte davanti agli anziani e ai pensionati che vanno a rovistare nei cassonetti della spazzatura e vengono anche colti a rubare al supermercato perché non ce la fanno ad arrivare a fine mese? Queste non sono leggende metropolitane, ma è la realtà, quella che forse molti non vedono perché sta principalmente nelle periferie. Il reddito di cittadinanza è l'unica misura di contrasto alla povertà e all'esclusione sociale, che mira a favorire il diritto al lavoro attraverso politiche volte al sostegno economico e all'inserimento nel mondo del lavoro dei soggetti a rischio di emarginazione. Scopo di questa misura è dunque garantire a tutti il pieno godimento dei diritti di cittadinanza e di socialità. Entro nel vivo del dibattito rispondendo alle critiche principali che sono state mosse fin dall'inizio a questa iniziativa e che sono spinte più da motivazioni politiche che da ragioni oggettive, come - per esempio - la narrazione per cui una misura di sostegno al reddito, che assicura una somma di 780 euro, possa scoraggiare la ricerca di lavori a basso salario. In sostanza, in un Paese fondato anche sull'articolo 36 della Costituzione, che sancisce il diritto di ogni lavoratore a una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un'esistenza libera e dignitosa, non ci si preoccupa minimamente dell'esistenza di lavori a tempo pieno da poche centinaia di euro al mese, lavori da fame, ma ci si preoccupa piuttosto della compensazione del reddito di quanti vivono sotto la soglia di povertà, che invece spingerà al rialzo i salari e le condizioni lavorative. La lotta dei disoccupati francesi - per esempio - ha avuto tra le sue parole d'ordine la richiesta non solo di un'occupazione, ma anche e soprattutto di un reddito. Il bisogno di un reddito, in quanto cittadini appartenenti a una comunità, e la possibilità di essere inseriti nel mondo del lavoro sono le richieste principali che stanno alla base delle vertenze conflittuali che incendiano l'attuale scena europea. Che dire poi della convinzione diffusa che il reddito di cittadinanza alimenterà truffe e lavoro in nero, poiché una buona parte degli italiani sarebbe costituita da disonesti che sicuramente riusciranno ad aggirare i requisiti di accesso al beneficio? Ma coloro che sono stati definiti i fannulloni del divano dove dovrebbero trovare il tempo per oziare, oppure per lavorare in nero, viste le ore che li vedranno impegnati nella formazione, nei lavori di pubblica utilità, ma anche nella ricerca del lavoro? Stigmatizziamo ancora una volta, se ce ne fosse bisogno, queste condotte illecite e rassicuriamo sulle rigorose misure di controllo che sono previste dall'articolo 7 del provvedimento, tanto nei confronti di coloro che tenteranno di accedere in modo fraudolento alla misura prevedendo, oltre a ipotesi di riduzioni e di decadenza dal beneficio, addirittura la comminazione di sanzioni penali, quanto nei confronti degli operatori dei patronati e dei centri per l'impiego che si adopereranno per informare i cittadini e non per suggerire come aggirare il sistema, se non vorranno rischiare anche loro di incorrere in sanzioni disciplinari e contabili. Quindi, se la paura che alcuni potrebbero beneficiare indebitamente del reddito porta alla convinzione che è meglio lasciare tutto per come è - e quindi le cose per come stanno - allora tanto vale che aboliamo tutte le altre misure di sostegno al reddito: aboliamo l'indennità di invalidità e pure gli ammortizzatori sociali. Ma se crediamo ancora nel senso politico della parola welfare , allora dobbiamo impegnarci per concretizzare un provvedimento necessario e urgente, che sicuramente è perfettibile, ma che va inevitabilmente nella direzione di una società più giusta, coesa, ma soprattutto più equa. (Applausi dal Gruppo M5S) . PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore De Vecchis. Ne ha facoltà. DE VECCHIS (L-SP-PSd'Az) . Presidente, sono emozionato, e la mia è quell'emozione costruttiva di chi si sente partecipe di un grande evento. Questi due provvedimenti cambieranno il tessuto sociale della nostra Nazione e ciò mi emoziona, come ha emozionato la senatrice Campagna. Con il reddito di cittadinanza adotteremo uno strumento per il contrasto alla povertà: