[pronunce]

Con riguardo alla contestazione di eccesso di delega, per non essersi il legislatore delegato limitato a riordinare la precedente imposta, stabilendone invece una nuova caratterizzata da nuovi soggetti passivi, l'Avvocatura osserva che l'originaria disciplina sull'imposta unica ha subíto una fondamentale modifica, nel momento in cui l'art. 3, comma 229, della legge n. 549 del 1995 ha previsto la concedibilità a privati dell'organizzazione e dell'esercizio delle scommesse, in modo da scalfire il monopolio statale delle scommesse: modifica di cui il decreto delegato non poteva non tener conto. Inoltre, soggetto passivo dell'imposta resta il CONI, cui si affiancano i concessionari, ove l'attività venga svolta in concessione. Con riferimento all'asserita indeterminatezza della legge delega, la difesa erariale rileva che il decreto ministeriale non fissa l'aliquota – essendo il decreto legislativo delegato a fissarla nella misura del 20,20 per cento – ma disciplina unicamente la quota di prelievo: il decreto ministeriale non integra la legge delega, ma il decreto delegato, che a sua volta fa riferimento alle quote di prelievo lasciandone la determinazione a una fonte secondaria. Con riguardo al preteso mancato rispetto del principio di capacità contributiva, ad avviso dell'Avvocatura generale non si può parlare di doppia imposizione, in quanto la quota di prelievo non può essere qualificata come prestazione patrimoniale imposta, discendendo da un rapporto contrattuale che ricade nell'àmbito dell'autonomia privata del concessionario. L'attività di raccolta delle scommesse è totalmente libera e non essenziale ai bisogni della vita. Oltre al fatto che, nella specie, la base imponibile dell'imposta non è il reddito del concessionario, considerato globalmente, ma l'ammontare delle somme giocate per ciascuna scommessa. 4. – Nell'imminenza dell'udienza pubblica, la Giada Bet s.r.l. ha depositato memoria, con la quale insiste per l'accoglimento della questione proposta. La parte deduce che nelle more sono intervenute modifiche legislative, che hanno semplicemente cambiato le aliquote da applicare al prelievo, ai fini del calcolo dell'imposta unica sulle scommesse, con la conseguente non necessità di restituzione degli atti al giudice rimettente, non essendo comunque tali norme applicabili alla controversia. Con riferimento al merito, la società deduce che l'aliquota effettiva dell'imposta unica sulle scommesse è il risultato di una moltiplicazione di fattori, di cui uno (cioè il coefficiente desunto dalla quota di prelievo in concreto applicata) non è determinato da un atto avente forza di legge, ma da un decreto del Ministro delle finanze, che è atto amministrativo discrezionale, senza che la legge abbia fornito la benché minima indicazione dei criteri cui attenersi. Pur essendo la riserva di legge da intendere in senso relativo, non può tuttavia mancare – si rileva nella memoria – una base legislativa che indichi i criteri idonei a delimitare la discrezionalità dell'ente impositore nell'esercizio del potere impositivo. Il rinvio ad una fonte secondaria per la determinazione quantitativa delle prestazioni è ammissibile, a condizione che la legge prescriva i princípi e i criteri direttivi e che la fonte secondaria intervenga per ragioni di competenza tecnica. Sono di conseguenza incostituzionali le norme che non siano idonee ad assicurare che la determinazione amministrativa delle prestazioni non si trasformi in arbitrio (sono richiamate le sentenze della Corte costituzionale n. 48 del 1961, n. 70 del 1960, n. 26 del 1959). Nella determinazione delle quote di prelievo cui applicare l'aliquota per la determinazione dell'imposta unica, invece, nessun criterio vige al fine di guidare e limitare la discrezionalità amministrativa. Neppure si può pretendere, come fa l'Avvocatura dello Stato, di desumere i princípi direttivi dalla legge delega, in particolare dall'art. 1, comma 1, lettera o), e comma 2, lettera d), sia perché si tratta di indicazioni rivolte al legislatore delegato (e non atte a contenere la discrezionalità amministrativa, alla quale si deve sostanzialmente la fissazione delle quote di prelievo), sia perché né il mantenimento complessivo del gettito né la possibilità di stabilire aliquote differenziate sono all'evidenza criteri utili al fine di stabilire l'entità della quota di prelievo, che è l'unico elemento che rileva ai fini del rispetto della riserva di legge. Criteri direttivi non sono neppure desumibili dalla norma che stabilisce le quote di prelievo (art. 3, comma 231, della legge n. 549 del 1995), che si limita a indicare il CONI come beneficiario e ad individuare le modalità di utilizzazione del gettito: sotto il primo profilo, la giurisprudenza costituzionale pretende che tale indicazione sia integrata da altri criteri (si richiamano le sentenze n. 112 del 1975 e n. 55 del 1963); sotto il secondo, gli obiettivi indicati dalla norma, relativi al finanziamento delle attività sportive, non assumono rilievo costituzionale, non valgono a limitare la discrezionalità a tutela del privato soggetto alla prestazione patrimoniale, e sono criteri che funzionano “a valle” dell'imposizione, e non già, come dovrebbe essere, “a monte” di essa. Non esiste collegamento tra l'applicazione dell'imposta e le finalità che il CONI deve perseguire, affluendo la prima al bilancio dello Stato, e non del CONI. Il fabbisogno finanziario dell'ente opererebbe come limite soltanto globale, insufficiente a garantire i contribuenti delle singole imposte (sono citate le sentenze n. 2 del 1962 e 182 del 1994), occorrendo che il quantum sia correlato alla prestazione ricevuta dal privato (sentenza n. 127 del 1988). I criteri atti a orientare la discrezionalità dell'amministrazione non possono certo cogliersi – si prosegue nella memoria – nello stesso decreto ministeriale che è espressione della discrezionalità: ma anche a voler esaminare il d.m. 15 febbraio 1999, questo dà solo parzialmente conto delle determinazioni adottate dall'autorità amministrativa in piena libertà, senza incontrare limiti in fonti superiori, senza spiegare, ad esempio, la ragione per la quale la quota di prelievo passa dal 30 per cento (come stabilito dal precedente d.m. 22 giugno 1998, che è il primo atto determinativo delle quote di prelievo), al 38 per cento, rimanendo immutate le generiche premesse dei due decreti: la propensione degli scommettitori alle scommesse, peraltro, non poteva essere conosciuta dall'amministrazione, essendo trascorso, dal precedente decreto ministeriale del 1998, un lasso di tempo inapprezzabile; la rimodulazione dei prelievi in proporzione al crescere delle difficoltà delle scommesse è una garanzia per il solo CONI, non per il concessionario delle scommesse; l'espletamento dei compiti istituzionali del CONI e l'esigenza di gettito erariale non delimita la discrezionalità, e non garantisce la sopravvivenza dei concessionari del servizio di raccolta scommesse, arrivando a giustificare paradossalmente aumenti illimitati delle quote di prelievo, con contestuale azzeramento delle capacità di previsione economica dei concessionari, in lesione dell'affidamento e delle scelte imprenditoriali.