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Delega al Governo per l'istituzione dell'Ufficio per il processo attraverso la contestuale riforma organica della magistratura onoraria, e altre disposizioni sull'ufficio del giudice di pace. Onorevoli Senatori. -- La giustizia italiana versa in una crisi che da molti è definita strutturale. I plurimi interventi legislativi che si sono susseguiti in anni recenti hanno inciso su aspetti marginali dei processi civile e penale senza intaccare i dilemmi dell'arretrato e della durata dei procedimenti. In attesa di una riforma davvero incisiva, attinente agli aspetti profondi del malessere giudiziale -- come per esempio la scarsezza delle risorse per retribuire il personale amministrativo e il regime della prescrizione dei reati -- appare necessario intervenire sulla materia dei giudici di pace e sulla giustizia onoraria, che può dare un significativo contributo a sottrarre carichi di lavoro alla giurisdizione professionale. Il presente progetto di legge delega è mirato a regolare in modo organico la tematica in questa area e a identificare il ruolo dei giudici onorari nell'ambito della programmazione delle attività giudiziarie, che ha la propria sede nell'ufficio del processo. Esso è altresì volto ad ampliare le competenze dei giudici di pace e a prevedere i percorsi di reclutamento e di formazione dei magistrati onorari. La proposta s'inserisce peraltro nel solco di un percorso già avviato con i decreti legge nn. 69 del 2013 e 90 del 2014. Più nel dettaglio, l'obiettivo è l'istituzione dell'ufficio per il processo, quale modello organizzativo dell'esercizio del potere giurisdizionale, in funzione del rispetto effettivo del principio costituzionale dell'autonomia, indipendenza e imparzialità della magistratura, e dell'efficacia ed efficienza del servizio giustizia. L'obiettivo è raggiunto attraverso: -- il riordino del ruolo e delle funzioni della magistratura onoraria (con riferimento alle attuali figure dei giudici di pace, dei giudici onorari di tribunale e dei vice procuratori onorari); -- la previsione del regime transitorio per i giudici di pace, i giudici onorari di tribunale e i vice procuratori onorari attualmente in servizio. Non sfugge l'introduzione dell'ufficio per il processo presso il tribunale e la corte d'appello prevista dal decreto-legge 24 giugno 2014, n. 90. Il disegno di legge, però, intenzionalmente reca delega al Governo per l'«istituzione» (e non la «riforma»), dell'ufficio per il processo, in quanto la citata norma si limita a operare un cambiamento di nomenclatura, senza che nulla cambi, senza creare, cioè, una struttura organizzativa di moderna e razionale concezione in linea con gli standard europei. Si potrebbe dire che è stata già affissa l'insegna, ma manca perfino l'impalcatura. L'articolo 50 introducente l'ufficio per il processo, infatti, prevede che la costituzione della nuova struttura avvenga «mediante l'impiego del personale di cancelleria e di coloro che svolgono il tirocinio formativo». Ne «fanno altresì parte» i giudici onorari (denominati «ausiliari» presso la corte d'appello, e «onorari di tribunale» presso il tribunale). Quanto al personale di cancelleria, la previsione non ha potere incisivo. Quanto ai tirocinanti, pur riconoscendo la positività dell'esperimento che in alcuni tribunali ha visto la loro collaborazione in affiancamento ai magistrati professionali, è innegabile che dotarli come personale snatura la funzione di formazione teorico-pratica dei giovani, che, come tale, deve essere utile al tirocinante e non certo all'amministrazione della giustizia (senza contare il turnover dei soggetti interessati). Quanto ai giudici onorari, in particolare ai giudici onorari di tribunale, il legislatore, in modo imbarazzato, stabilisce che essi ne fanno «altresì» parte, essendo consapevole che, invece, costituiscono ormai vera e propria forza lavoro dei tribunali, impiegata in modo precario, senza nessuna delle garanzie costituzionali a salvaguardia del lavoratore, con l'aggravante speciale della violazione del principio dell'autonomia e indipendenza della magistratura. Per essi, vale a dire, lo snaturamento delle funzioni (onorarie, come meglio si dirà nel prossimo paragrafo), è già avvenuto. Se venisse rispettata la funzione originaria dei tirocinanti e dei giudici onorari, dunque, l'ufficio per il processo, così come previsto, finirebbe per essere un non-luogo di aggregazione di soggetti ontologicamente impegnati in esso in modo residuale, gli uni, in quanto dediti all'attività lavorativa fonte del loro reddito, gli altri, in quanto dediti alla preparazione degli esami del percorso che li deve ancora avviare all'attività professionale. L'unico personale destinato a operare in modo permanente in questo non-luogo, sarebbe quello di cancelleria, gettato inevitabilmente nel caos, con l'aggravio della funzione di smistamento seriale di fascicoli gestiti a distanza. Il legislatore era così poco convinto, che, infatti, nell'ufficio per il processo non ha previsto nemmeno uno spazio per il magistrato professionale. A voler far funzionare questo ufficio per il processo (rimasto senza titolare, come si è detto), bisognerebbe necessariamente forzare sia la natura formativa del tirocinio sia quella onoraria del servizio prestato dai magistrati non professionali. Si estenderebbe, così, ai tirocinanti, il rischio già concretizzato dall'esperienza applicativa della legge Carotti, che ha trasformato, di fatto, i magistrati onorari in magistrati precari a basso onorario, privi dei requisiti necessari ad assicurare autonomia, imparzialità e indipendenza (anche apparente), in aperta violazione della Raccomandazione n. 12/2010 del Comitato dei Ministri agli stati membri sui giudici, dei diritti dell'uomo (CEDU) e dell'ordinamento italiano, e con conseguente esposizione dell'Italia a continui rischi di infrazioni e contenziosi (paradossalmente promossi dagli stessi soggetti chiamati per smaltirli). Rispettare la natura non lavorativa della funzione del tirocinio e del servizio onorario, comporta, invece, l'obbligo di un impiego incidentale di tirocinanti e magistrati onorari, che, di conseguenza, non possono costituire la chiave di volta per risolvere l'annosa questione italiana della lentezza dei processi. D'altra parte è improcrastinabile la necessità di far uscire l'Italia dall'attuale impasse , fonte di incontrollabile spesa pubblica legata sia ai risarcimenti derivanti dall'applicazione della cosiddetta «Legge Pinto» sia alle condanne in sede internazionale per violazione del principio di ragionevole durata del processo. Est modus in rebus. Una sola è la soluzione, davvero la chiave di volta, per soddisfare sia la necessità di rispettare la natura delle cose, i principi di civiltà giuridica e il lavoro, sia la necessità di centrare gli obiettivi di efficienza richiesti dai cittadini, dagli operatori economici e giuridici e dagli investitori, e imposti dall'Unione europea: l'attuazione di un modello di ufficio per il processo forte e denso di contenuti.