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c'è un nesso stringente tra i morti che piangiamo quotidianamente, questa triste contabilità, e il fatto che si stanno imponendo un modello e un meccanismo per cui l'aleatorietà del rischio d'impresa - quel tratto caratteristico all'impresa capitalistica, così come l'abbiamo conosciuta - si scarica pari pari sui lavoratori e questo produce insicurezza, precarietà e un deterioramento delle condizioni delle lavoratrici e dei lavoratori. Questo sta avvenendo nel meccanismo del massimo ribasso, quando c'entra il pubblico, e anche in quello della catena di appalti e subappalti, in cui si perde di vista la titolarità delle responsabilità anche in relazione al tema della sicurezza sul lavoro. Non si capisce più chi è responsabile e i fenomeni del lavoro nero arrivano anche da quel tipo di condizione e di contesto. Per questo penso che si debba partire da questa riflessione più larga e organica, che riguarda anche i riders di cui dice di volersi occupare, anche se mi pare di registrare che questo suo cosiddetto decreto dignità stenti a decollare (il consiglio è di resistere alle tante sirene che si stanno mettendo in movimento in questo Paese). Non abbiamo ancora cognizione dei contorni di questo decreto-legge, ma esso vale per i riders e, ad esempio, per i lavoratori in un settore delicatissimo, perfino infiltrato dalla criminalità, come la logistica, e per i milioni di lavoratrici e lavoratori nei settori più disparati di questo Paese. Glielo dico, signor Ministro, cercando di darle un consiglio con il massimo rispetto: la smetta di sfarfalleggiare da un tema all'altro inseguendo la moda del momento. Per affrontare le questioni del lavoro, il lavoro bisogna conoscerlo. (Commenti dal Gruppo M5S). In questo Paese bisogna affrontare una volta per tutte il tema del lavoro nella sua organicità: basta inseguire iniziative che si consumano nello spazio di una conferenza stampa o in un live su Facebook, cosa di cui lei è maestro. Bisogna affrontare il lavoro nella sua complessità e nella sua drammaticità, perché la questione della sicurezza sul lavoro oggi in questo Paese è legata profondamente anche a quella della sua frantumazione. In conclusione, è dal 1955 che questo Paese non istituisce presso le più alte istituzioni dello Stato una Commissione d'inchiesta parlamentare sulla condizione dei lavoratori; era il 1955 e si trattava della II legislatura; stiamo parlando di una Commissione presieduta dall'onorevole Leopoldo Rubinacci. Da allora, ovviamente, il Paese è profondamente cambiato. Noi presenteremo una proposta di legge per l'istituzione di una Commissione d'inchiesta parlamentare, non per necessità accademiche - siamo pieni di studi che ci dicono che cosa è diventato il lavoro oggi - ma perché, signor Presidente, abbiamo bisogno di fare in modo che, persino trasversalmente alle forze politiche, ci si cali nella realtà del lavoro di questo Paese e di che cosa è diventato. Abbiamo bisogno che lo si capisca anche attraverso uno strumento come quello di una Commissione d'inchiesta che ha poteri paragonabili a quelli della magistratura, perché anche così si affrontano i temi della sicurezza sul lavoro. Se infatti non si deve morire di lavoro, come consiglierebbe la saggezza di una società moderna, visto che semmai dovremmo liberare le donne e gli uomini dal tempo di lavoro, di sicuro non si può morire sul lavoro. Una società che si dica civile non può permettersi questo. (Applausi dai Gruppi Misto-LeU e dei senatori Astorre e Rampi) . PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Nastri. Ne ha facoltà. NASTRI (FdI) . Signor Ministro, quante volte ognuno di noi ha letto o sentito dire: «È stata una disgrazia» oppure: «È successo l'imprevedibile» o, ancora, «Eppure per quarant'anni aveva svolto quella mansione senza mai un problema»? Ministro, questo modo di pensare ha fatto sì che tantissime vite siano state spezzate e oggi siamo qui ad ascoltare ancora una volta un bollettino di guerra. Guardate, nessuna speculazione politica su un argomento così importante e delicato; non voglio attribuire responsabilità a questo o a quel Governo; non mi interessa e non interessa a noi del Gruppo Fratelli d'Italia. Ciò che invece ci interessa maggiormente è la realizzazione di un vero ed efficiente piano di sicurezza sul lavoro che passi dalla formazione permanente alla responsabilizzazione delle aziende e dei lavoratori. Non è accettabile che nel 2018 sia ancora possibile morire schiacciati da un trattore o da un muletto, o all'interno di una cisterna o precipitando dal tetto di un capannone. Diciamo basta agli appalti al massimo ribasso, agli infiniti subappalti che di fatto si sostengono propinando condizioni di lavoro paragonabili allo schiavismo. Oggi sono stati citati numeri, gli ennesimi, che ci raccontano di una strage che non finisce mai. Chiediamo al Governo e a lei, signor Ministro, agevolazioni alle aziende per la formazione, per gli investimenti per la sicurezza: prevenire e formare deve essere conveniente e non produrre ulteriore burocrazia. Se ricordo bene, circa dieci anni fa fu approvato il testo unico in materia di salute e sicurezza nei luoghi di lavoro che attende ancora oggi la firma di circa venti decreti attuativi. Tra tutti, ad esempio, quello riguardante il sistema di qualificazione delle imprese e dei lavoratori autonomi, che è rimasto lettera morta per tutti quei settori ad alto tasso infortunistico, ovvero caratterizzati da forti complessità organizzative e da gravi fenomeni di concorrenza sleale. Questo complesso di norme inattuate produce una serie di effetti negativi: assenza di tutela per i lavoratori, profonde incertezze nella gestione della prevenzione da parte dei datori di lavoro. Sono 300 i morti al 14 giugno, cifra che sappiamo inesatta perché altre morti di lavoratori in nero, vittime del caporalato, spesso non vengono conteggiate. Sono state accertate al momento 617 morti sul lavoro nel 2017 (il 58 per cento fuori dall'azienda), a fronte delle 1.112 denunce arrivate. Se anche i 34 casi ancora in istruttoria risultassero tutti riconosciuti sul lavoro, si arriverebbe a 651 morti, con un calo del 2,8 per cento rispetto ai 670 del 2016 (che costituisce il minimo storico dal 1951). Lo si legge nella relazione annuale INAIL. Le denunce di infortunio sono state 641.000, in linea con il 2016, e ne sono state riconosciute sul lavoro 417.000, di cui il 19 per cento fuori dall'azienda. Gli infortuni sul lavoro hanno causato circa 11 milioni di giornate di inabilità con costo a carico dell'INAIL. La grande maggioranza delle morti accertate sul lavoro ha coinvolto italiani (514), mentre 33 hanno riguardato lavoratori provenienti da altri Paesi dell'Unione e 70 gli extracomunitari. Quasi la metà degli infortuni mortali accertati (287, il 46,5 per cento) ha riguardato persone con più di cinquant'anni. Tra questi, 55 morti hanno riguardato persone con più di sessantacinque anni. Purtroppo, nei primi cinque mesi del 2018 sono arrivate all'INAIL 389 denunce di infortunio mortale, con un aumento del 3,7 per cento rispetto allo stesso periodo del 2017 (14 casi in più).