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Modifica all'articolo 111 della Costituzione in materia di riconoscimento della funzione dell'avvocato e di tutela dell'indipendenza del suo esercizio. Onorevoli Senatori. – All'indomani della tragedia del fascismo, Piero Calamandrei, avvocato e giurista, autore della « Relazione sul potere giudiziario e sulla suprema Corte costituzionale » presentata all'Assemblea costituente, nella quale erano illustrati i capisaldi della nuova concezione dell'ordinamento giurisdizionale con riferimento ai valori di indipendenza e autonomia della magistratura, nella prefazione alla seconda edizione del suo « Elogio dei giudici scritto da un avvocato » osservava che: « In realtà l'avvocatura risponde a un interesse essenzialmente pubblico altrettanto importante quanto quello cui risponde la magistratura: giudici e avvocati sono ugualmente organi della giustizia, sono servitori ugualmente fedeli dello Stato, che affida loro due momenti inseparabili della stessa funzione. Qualsiasi perfezionamento delle leggi processuali rimarrebbe lettera morta, là dove, tra i giudici e gli avvocati, non fosse sentita, come legge fondamentale della fisiologia giudiziaria, la inesorabile complementarità, ritmica come il doppio battito del cuore, delle loro funzioni ». In sintesi, affermava che gli avvocati e i magistrati erano uniti nella condivisione della missione di giustizia. Ripercorrendo la storia giudiziaria del nostro Paese, tale condivisione è rinvenibile anche nel periodo buio delle leggi razziali, quando una minoranza di magistrati coraggiosi diede testimonianza di voler conservare i capisaldi di una civiltà giuridica plurisecolare, non consentendo che fosse travolta dall'ingiustizia ammantata di formale legalità, e altrettanto valorosi e appassionati avvocati antifascisti fornirono un importante contributo alla strenua difesa dei princìpi dello Stato di diritto, correndo il rischio di ritorsioni e anche della privazione della libertà personale. È questa la ricostruzione storica raccolta nel volume « Razza e inGiustizia. Gli avvocati e i magistrati al tempo delle leggi antiebraiche », a cura di Antonella Meniconi e Marcello Pezzetti, frutto del lavoro di rappresentanti dell'avvocatura e della magistratura e dei loro organi di governo, nonché di storici, accademici e testimoni diretti della tragedia delle discriminazioni razziali. Il titolo IV della parte seconda della Costituzione è intitolato « La Magistratura » e non contiene riferimenti espliciti alla figura dell'avvocato difensore. Il ruolo tecnico e l'alta considerazione dell'attività forense si rinvengono, però, in modo implicito, nell'articolo 24 della stessa Costituzione, che sancisce il diritto alla difesa. Anche se non citato espressamente, l'avvocato è dunque uno strumento essenziale per attuare e rendere effettivi i diritti inviolabili indicati dalla Costituzione: la garanzia del diritto alla difesa prevede, inevitabilmente, la presenza dell'avvocato quale strumento insostituibile per la sua piena attuazione. Non c'è effettiva difesa senza l'attività e l'assistenza qualificata dell'avvocato. In base al citato articolo 24, infatti, « Tutti possono agire in giudizio per la tutela dei propri diritti e interessi legittimi. La difesa è diritto inviolabile in ogni stato e grado del procedimento ». Sul punto si è anche sviluppata una specifica giurisprudenza costituzionale la quale, in merito alla possibilità di rifiutare la difesa tecnica d'ufficio, ha riaffermato non solo l'inviolabilità del diritto alla difesa, ma anche la sua irrinunciabilità (sentenza n. 125 del 1979). Tale sentenza è stata resa nel periodo buio del terrorismo in Italia, durante il quale alcuni imputati in processi per terrorismo rifiutavano, per motivi politici, « il processo » e la giustizia dello Stato, sfidandola a procedere senza difesa e mettendo in crisi il meccanismo del processo stesso. Ricordiamo il sacrificio dell'avvocato Fulvio Croce, presidente dell'ordine degli avvocati di Torino, incaricato di garantire la difesa d'ufficio ai brigatisti che, nonostante le minacce di morte, accettò l'incarico per consentire l'esercizio del diritto di difesa tecnica degli imputati quali cittadini cui non può sottrarsi la difesa nel processo penale, neanche per loro volontà. Il 28 aprile 1977 l'avvocato Fulvio Croce morì ucciso da un commando di terroristi per onorare il dovere di difendere. La garanzia del diritto di difesa è poi integrata dal principio del giusto processo, incentrato sui canoni della parità tra le parti e del contraddittorio, di cui all'articolo 111 della Costituzione, come riformulato dalla legge costituzionale n. 2 del 1999, che sancisce, al secondo comma, che « Ogni processo si svolge nel contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità, davanti a giudice terzo e imparziale » e, al quarto comma, che « Il processo penale è regolato dal principio del contraddittorio nella formazione della prova ». La garanzia di un giusto processo si materializza, quindi, grazie alla previsione di una sostanziale parità tra le parti, cioè tra accusa e difesa, e alla possibilità di contestazione incrociata di elementi di prova presentati dinanzi a un giudice terzo e imparziale. La professione forense, inoltre, per espressa volontà della Costituzione, è presente nei supremi organi giurisdizionali e di garanzia e partecipa, dunque, all'amministrazione della giustizia. È presente nel Consiglio superiore della magistratura (CSM), per il quale l'articolo 104, quarto comma, prevede che gli avvocati, dopo quindici anni di esercizio, sono eleggibili come membri laici al Consiglio; è presente nella Corte di cassazione, laddove l'articolo 106, terzo comma, stabilisce che possono essere nominati all'ufficio di consiglieri di cassazione gli avvocati con quindici anni di esercizio iscritti negli albi speciali per le giurisdizioni superiori; è presente, infine, nella Corte costituzionale in virtù dell'articolo 135, secondo comma, che prevede che possono essere eletti giudici costituzionali gli avvocati dopo venti anni di esercizio. Nella Costituzione, quindi, così come nel sistema sovranazionale di tutela dei diritti (articolo 6 della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali, firmata a Roma il 4 novembre 1950, resa esecutiva dalla legge 4 agosto 1955, n. 848, e articolo 47 della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea), c'è una profonda considerazione dell'essenzialità e dell'irrinunciabilità dell'opera dell'avvocato per la difesa delle libertà e delle garanzie e, in definitiva, per il buon funzionamento del sistema della giustizia. Emerge, in altri termini, la consapevolezza che la professione dell'avvocato, pur nel rispetto della sua natura privata e libera, assume un indubbio valore pubblicistico. Ed è proprio questa sua funzione pubblica, da cui discende una precisa responsabilità sociale e giuridica, che proietta l'avvocatura, al pari della magistratura, tra i soggetti a pieno titolo della giurisdizione.