[pronunce]

Osterebbe a tanto, infatti, il criterio selettivo adottato dal legislatore ai successivi commi, dal 22 al 25, che estendono all'unione civile solo alcune norme sul divorzio, e non quelle censurate. In coerenza con le ricordate previsioni, rileva il rimettente, il legislatore «comanda» la notifica dell'atto di citazione, introduttivo del giudizio di rettificazione di attribuzione di sesso, solo al «coniuge» e non all'altra «parte dell'unione civile» (ex art. 31, comma 3, del d.lgs. n. 150 del 2011) , per un incombente che, rispondendo ad una mera litis denuntiatio, sarebbe diretto a provocare, all'interno del processo sullo status, l'eventuale manifestazione del consenso alla conversione del matrimonio in unione civile (art. 31, comma 4-bis, dello stesso d.lgs. n. 150 del 2011) , cui si correlano, poi, gli adempimenti dell'ufficiale dello stato civile sull'iscrizione nel relativo registro (art. 70-octies, comma 5, del d.P.R. n. 396 del 2000). 3.2.- La riconosciuta rilevanza della questione sulla conversione dell'unione civile in matrimonio nel giudizio di cui si tratta non verrebbe ad essere "affievolita" per il solo fatto che l'altro contraente non abbia manifestato il consenso ad unirsi in matrimonio con l'attore, essendo stato egli a tanto impedito dalle preclusioni imposte dal sistema vigente che, nella pendenza del giudizio di cui all'art. 31 del d.lgs. n. 150 del 2011, di contro a quanto previsto per la coppia coniugata, gli inibiscono di manifestare la volontà di contrarre matrimonio con l'attore. 3.3.- Il descritto quadro normativo osterebbe, dunque, ad avviso del giudice a quo, una volta accertati i presupposti per la pronuncia della rettificazione del sesso dell'attore, all'accoglimento della domanda volta a sentir ordinare all'ufficiale dello stato civile di procedere all'iscrizione del matrimonio tra A.A. D.S. e R. I.: donde la ritenuta rilevanza delle questioni di legittimità costituzionale sollevate. 4.- Quanto alla non manifesta infondatezza, il Collegio rimettente, premesso di dover vagliare il rispetto da parte del plesso normativo censurato degli evocati parametri congiuntamente considerati in ragione della loro intima connessione, muove dalla considerazione, con precipuo riguardo al primo di essi, l'art. 2 Cost., che la giurisprudenza costituzionale e quella di legittimità hanno inquadrato le convivenze more uxorio alla stregua di formazioni sociali, fonti non solo di doveri di natura morale e sociale, ma anche di rapporti giuridici vincolanti secondo il paradigma di cui all'art. 2 Cost. (sono citate, a titolo esemplificativo, le sentenze di questa Corte n. 213 del 2016, n. 140 del 2009, n. 394 del 2005, n. 404 del 1988, n. 237 del 1986, le ordinanze n. 192 del 2006 e n. 313 del 2000, e, con specifico riferimento alle unioni omosessuali, la sentenza n. 138 del 2010; nonché le sentenze della Corte di cassazione, sezione terza civile, 27 aprile 2017, n. 10377; sezione terza civile, 23 febbraio 2016, n. 3505; sezione prima civile, 25 gennaio 2016, n. 1266; sezione prima civile, 22 gennaio 2014, n. 1277; sezione seconda civile, 21 marzo 2013, n. 7214; sezione sesta civile-3, 29 maggio 2019, n. 14746). Vengono ancora riferite le affermazioni della Corte di cassazione sul riconoscimento, all'interno delle unioni omoaffettive, per un processo di costituzionalizzazione, di un nucleo comune di diritti e doveri di assistenza e solidarietà propri delle relazioni affettive di coppia, nonché sulla riconducibilità di tali relazioni nell'alveo delle formazioni sociali dirette allo sviluppo della personalità umana (si cita la sentenza della Corte di cassazione, sezione prima civile, 9 febbraio 2015, n. 2400). Viene pure richiamato, nella rimarcata necessità di preservare quel nucleo essenziale e di non retrocedere da tali contenuti "minimi", il quadro convenzionale, le cui norme, e in particolare gli artt. 8 e 14 CEDU, sono destinate a valere da parametro interposto, ex art. 117, primo comma, Cost. (sono citate le sentenze di questa Corte n. 348 e n. 349 del 2007, e quelle della Corte europea dei diritti dell'uomo 11 luglio 2002, Goodwin contro Regno Unito; 24 giugno 2010, Schalk e Kopf contro Austria; grande camera, 16 luglio 2014, Hämäläinen contro Finlandia, sulla vita familiare e la non discriminazione). 4.1.- Il rimettente denuncia quindi il vulnus, inaccettabile ed irragionevole, in quanto idoneo a metterne a «repentaglio la stessa sopravvivenza nelle more della transizione verso l'unione matrimoniale», recato alle coppie omosessuali dalla insussistenza, nella normativa vigente, di un meccanismo, come quello definito dall'art. 31, comma 4-bis, del d.lgs. n. 150 del 2011, volto a convertire, senza soluzione di continuità, l'unione in matrimonio, in caso di rettificazione anagrafica di sesso di uno dei suoi componenti. Nell'intervallo temporale che segue all'estinzione del vincolo per legge, il giudice a quo paventa eventi a fronte dei quali l'altro componente resterebbe privo di tutela, nella incapacità della normativa censurata di dare effettiva garanzia ai diritti nascenti da un rapporto ormai estinto. Da qui la dedotta non manifesta infondatezza della questione di legittimità costituzionale della normativa indicata per irragionevole disparità di trattamento, ex art. 3 Cost., riservata all'unione civile ove attraversata dal cambio di sesso di uno dei suoi componenti, rispetto a quella matrimoniale, quando attinta dalla medesima vicenda. 4.2.- L'esistenza per le due formazioni sociali di una differente disciplina quanto al momento costitutivo del vincolo non osterebbe poi all'adeguamento, nei termini indicati, della transizione da unione civile a matrimonio, sostenendo, anche ai sensi dell'art. 2 Cost., la relativa questione di legittimità costituzionale. La mancanza, quanto all'unione civile, del meccanismo delle pubblicazioni di cui all'art. 93 del codice civile che, con carattere preventivo, si frapporrebbe alla costituzione del vincolo matrimoniale, legittimando le persone interessate all'opposizione ex art. 102 e seguenti cod. civ. , o, ancora, l'omesso richiamo, tra i doveri gravanti sui componenti dell'unione civile, dell'obbligo di fedeltà (art. 1, comma 11, della legge n. 76 del 2016), «frutto di esasperato apriorismo ideologico», non varrebbero ad individuare differenze, ragionevolmente destinate a dare conto di una diversa disciplina.