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Tra questi, per stare soltanto ai sistemi con voto di preferenza, vennero introdotti due meccanismi: una presenza nelle liste elettorali di una quota minima del 40 per cento del genere meno rappresentato e la possibilità di esprimere la doppia preferenza a candidati di un genere diverso, con la conseguenza, in caso di violazione, della nullità della seconda preferenza espressa. Senza entrare nel merito di un dibattito che il Parlamento affrontò pochi anni fa, voglio però ricordare il contesto nel quale maturava quella legge: da una parte ci sono le riforme costituzionali degli anni 2000, come la riforma dell'articolo 51 della Costituzione, approvata nel 2003, che dispone che i cittadini hanno il diritto di accedere in condizioni di eguaglianza alle assemblee elettive e prevede che la Repubblica promuova «con appositi provvedimenti le pari opportunità tra uomini e donne». C'è poi la riforma dell'articolo 117 della Costituzione, del 2001, per cui la normativa regionale deve intervenire per rimuovere tutti quegli ostacoli che impediscono «la piena parità degli uomini e delle donne» e promuovere «la parità di accesso tra donne e uomini» a tutte le cariche elettive. Infine c'è il già richiamato articolo 122 della Costituzione, che attribuisce alle Regioni il potere di legiferare in materia di sistema elettorale delle assemblee elettive regionali, riservando tuttavia allo Stato la determinazione dei princìpi fondamentali. Da questo rinnovato quadro costituzionale nascono poi le numerose leggi regionali, che in questi anni hanno introdotto disposizioni sulla composizione di genere delle liste e sulla cosiddetta doppia preferenza di genere. Tra queste ricordo solo la prima, adottata nel 2009 dalla Regione Campania, un modello poi seguito dalle altre Regioni. Su questa legge, la Corte costituzionale si espresse con la sentenza n. 4 del 2010, che la dichiarò in linea con i principi ispiratori degli articoli 51 e 117 della Costituzione, in quanto entrambi espressione del principio di uguaglianza sostanziale contenuto all'articolo 3. Possiamo dire che quella sentenza cambiò il corso della storia su questo fronte. Ho voluto ricordare brevemente il quadro normativo e la storia di questi ultimi anni, perché fanno capire quanto difficile sia oggi tollerare ancora ritardi, dilazioni o, peggio, ipocrisie sul principio delle pari opportunità per le cariche elettive, che ormai da tempo è parte fondante dell'ordinamento nazionale e dell'immagine condivisa della nostra democrazia. Ora, il decreto-legge che stiamo esaminando al primo articolo fissa un principio del quale vi chiedo di considerare la rilevanza e cioè che il mancato recepimento nella legislazione regionale dei princìpi ricordati in materia di sistemi elettorali costituisce uno dei presupposti per l'attivazione del potere sostitutivo del Governo nei confronti delle Regioni, ai sensi dell'articolo 120 della Costituzione, disciplinato da successiva legge di attuazione. Il secondo comma contiene disposizioni specifiche da applicare nella Regione Puglia in occasione delle elezioni del nuovo Consiglio regionale previsto per settembre 2020. In particolare, viene stabilito che, in mancanza di un autonomo adeguamento da parte dell'Assemblea regionale delle già citate disposizioni della legge n. 165 del 2004, se ne applichino due nuove, le quali - lo sottolineo - sono assunte per assicurare il pieno esercizio dei diritti politici dei cittadini pugliesi per garantire l'unità giuridica della Repubblica e il rispetto dei princìpi fondamentali della nostra Carta costituzionale sull'intero territorio nazionale. Le disposizioni di cui discutiamo sono le seguenti: la prima prevede che ciascun elettore potrà esprimere due voti di preferenza, una delle quali riservata necessariamente a un candidato di sesso diverso dall'altro; la seconda è che, nel caso in cui vengano espresse due preferenze per candidati del medesimo sesso, la seconda sarà annullata; infine, sempre all'articolo 1, per dare piena e veloce attuazione alle norme precedenti, la prefetta di Bari viene nominata commissario straordinario con il compito di provvedere agli adempimenti richiesti per l'attuazione del decreto-legge e di verificare insieme la compatibilità delle disposizioni regionali con le nuove introdotte appunto dal presente decreto-legge relative alla doppia preferenza; i restanti due articoli contengono clausole d'invarianza finanziaria e disposizioni per l'entrata in vigore del decreto-legge. È chiaro allora, colleghi, che l'ambito d'intervento del decreto-legge è stato prodotto dal mancato adeguamento del sistema elettorale della Regione Puglia ai principi già introdotti fin dalla legge n. 165 del 2004 in materia di parità d'accesso alle cariche elettive. Mi rendo pienamente conto della delicatezza dell'ambito dell'intervento, relativo al sistema elettorale di una Regione, nel quale sarebbe rischioso creare precedenti attraverso un utilizzo poco cauto del potere sostitutivo pure messo a disposizione dalla Costituzione. Mi rendo conto di tutto questo, ossia del profilo non solo di legittimità, ma anche di opportunità: eppure, colleghi senatori, credo di poter valutare obiettivamente il dato di realtà di quanto è successo nelle scorse settimane e dei limiti che quest'intervento legislativo rispetta. Dovrebbe essere chiaro a ciascuno di noi che i presupposti di fatto e di diritto ricadono nel solco di quanto imposto appunto dall'articolo 8 della legge n. 131 del 2003, che detta le norme attuative dell'articolo 120, secondo comma, della Costituzione, a partire dall'esigenza di assegnare all'ente coinvolto - in questo caso, la Regione Puglia - un termine congruo entro il quale adottare provvedimenti dovuti o necessari relativamente al mancato adempimento degli obblighi previsti. Le date sono gli atti formali che, in questo caso, valgono più di molte parole a dire che appunto quel criterio di congruità è stato pienamente rispettato: dopo tutti i richiami informali, la lettera del ministro Boccia, con l'invito ad adeguarsi, reca la data del 5 giugno; il giorno 25 dello stesso mese arriva l'informativa del ministro Boccia in Consiglio dei ministri, che segnala l'inadempienza; del 3 luglio è la nota ulteriore del presidente Conte, con l'invito a decidere con la massima urgenza; il 23 arriva la diffida formale con invito a provvedere entro il giorno 28, prospettando l'ipotesi di un decreto-legge; infine è del 31 luglio la partecipazione del Presidente della Regione al Consiglio dei ministri in rappresentanza della Puglia. La scansione delle date evidenzia come l'intervento del Governo sia stato reso necessario dalla prolungata inerzia del Consiglio regionale pugliese, cosa che semplicemente è nei fatti, ma soprattutto dimostra che sia stato concesso tempo all'Assemblea regionale per adeguarsi alla normativa nazionale e che sia stato congruo, soprattutto tenendo conto delle imminenti scadenze elettorali del 20 e 21 settembre prossimi. Un'ulteriore considerazione va fatta da ultimo in merito alla proporzionalità dell'intervento, condizione anche questa imposta dalla legge di attuazione dell'articolo 120 della Costituzione. La legge elettorale della Regione Puglia presenta un sistema proporzionale con preferenza: