[pronunce]

Il giudice a quo ripercorre, in primo luogo, la giurisprudenza costituzionale sviluppatasi sulla tutela della proprietà privata alla luce dell'art. 42 Cost., con particolare riferimento alle garanzie che la assistono in caso di espropriazione. Muovendo dall'incompatibilità con il precetto costituzionale di vincoli espropriativi senza limiti di durata (sono richiamate le sentenze n. 575 del 1989 e n. 55 del 1968), evidenzia che i requisiti della temporaneità e della indennizzabilità (in caso di reiterazione del vincolo indefinita nel tempo) sono tra loro alternativi (sono citate anche le sentenze n. 82 del 1982 e n. 6 del 1966). Ricorda, quindi, che, proprio sulla scorta della giurisprudenza costituzionale, il legislatore, con l'art. 2 della legge 19 novembre 1968, n. 1187 (Modifiche ed integrazioni alla legge urbanistica 17 agosto 1942, n. 1150), ha stabilito la durata quinquennale del vincolo preordinato all'esproprio. Infine, il TAR Lombardia rammenta che, con la sentenza n. 179 del 1999, è stata dichiarata l'illegittimità costituzionale del combinato disposto degli artt. 7, numeri 2), 3) e 4), e 40 della legge 17 agosto 1942, n. 1150 (Legge urbanistica) e 2, primo comma, della legge n. 1187 del 1968, nella parte in cui consentiva all'amministrazione di reiterare i vincoli urbanistici scaduti, preordinati all'espropriazione o che comportassero l'inedificabilità, senza la previsione di indennizzo. Proprio nella sentenza da ultimo citata sarebbe stato escluso che il vincolo urbanistico possa essere reiterato senza che, alternativamente, si proceda o all'espropriazione (cui potrebbe equivalere un «serio inizio dell'attività preordinata all'espropriazione stessa mediante approvazione dei piani attuativi)» o alla corresponsione di un indennizzo. Nella ricostruzione del TAR Lombardia, il legislatore statale, in sede di adozione del testo unico delle espropriazioni approvato con d.P.R. n. 327 del 2001, si sarebbe appunto adeguato ai principi espressi dalla giurisprudenza costituzionale, prevedendo all'art. 9 la durata quinquennale del vincolo preordinato all'esproprio e la sua decadenza nel caso di mancata approvazione, nel termine, del provvedimento che dichiara la pubblica utilità dell'opera (e, quindi, di un atto che garantisce la partecipazione in chiave collaborativa al proprietario del bene). Evidenzia, ancora, il giudice a quo che la possibilità di reiterazione del vincolo è subordinata al rispetto di un procedimento condotto con la partecipazione dei proprietari interessati, concluso con un provvedimento motivato ed accompagnato dalla corresponsione di un indennizzo (art. 39 del medesimo d.P.R. n. 327 del 2001). Ciò premesso, secondo il TAR Lombardia, l'art. 9, comma 12, della legge reg. Lombardia n. 12 del 2005, non risulterebbe conforme a ciò che richiedono i parametri costituzionali evocati. In particolare, la Regione Lombardia, «disciplinando una nuova ipotesi di "attuazione" del vincolo espropriativo», avrebbe superato i limiti imposti alla sua competenza concorrente in materia, con l'introduzione di una nuova ipotesi in cui il vincolo preordinato all'esproprio si consolida, pur in mancanza di un «"serio inizio della procedura espropriativa"», condizione ritenuta invece essenziale dalla giurisprudenza costituzionale e la cui ricorrenza sarebbe stata individuata dal legislatore statale - esclusivamente al quale spetterebbe la relativa competenza - solo nella dichiarazione di pubblica utilità dell'opera. Il TAR Lombardia, inoltre, rileva che la disposizione censurata sarebbe in contrasto con l'art. 42 Cost., poiché consentirebbe l'esercizio del potere ablatorio «a tempo indeterminato», in ragione di un provvedimento, quale l'approvazione del piano triennale delle opere pubbliche, la cui adozione non garantisce la partecipazione procedimentale degli interessati e che può essere indefinitamente rinnovato, senza necessità né di motivazione, né di indennizzo. Osserva il rimettente, a tale ultimo proposito, che l'art. 21 del decreto legislativo 18 aprile 2016, n. 50 (Codice dei contratti pubblici) disciplina l'approvazione del piano triennale delle opere pubbliche, senza prevedere formalità che garantiscano la partecipazione al procedimento dei soggetti interessati dalla realizzazione delle opere in esso inserite. Tale atto, del resto, avrebbe una funzione «prettamente programmatica, strettamente connessa alla programmazione finanziaria e di bilancio» e una «natura organizzativa dell'attività dell'ente», allo scopo di individuare le opere da eseguirsi con priorità. L'inserimento dell'opera nel piano triennale delle opere pubbliche, inoltre, non potrebbe essere qualificato come un «serio inizio della procedura espropriativa», in quanto non offrirebbe alcuna garanzia circa il fatto che l'opera sia effettivamente realizzata, non comportando alcun impegno di spesa e non essendo previsto alcun termine entro il quale i lavori debbono essere conclusi. Ancora, sempre a giudizio del TAR Lombardia, attraverso gli aggiornamenti annuali del programma dei lavori pubblici sarebbe possibile riproporre la previsione di realizzazione della stessa opera pubblica senza limiti di tempo, «di fatto svuotando completamente di contenuto il diritto di proprietà e, così, espropriando il suo titolare, cui è preclusa ogni utilizzazione che non sia quella per la coltivazione agricola, pur in assenza di alcun indennizzo». 3.- Si è costituito in giudizio il Comune di Adro, chiedendo che le questioni siano dichiarate inammissibili o, comunque, non fondate. Il Comune di Adro, preliminarmente, osserva come dalla stessa ordinanza di rimessione emerga l'attivazione di un nuovo procedimento di variante allo strumento regolatore, proprio finalizzato a reiterare il vincolo preordinato all'esproprio, con conseguente irrilevanza delle questioni di legittimità costituzionale sollevate in relazione all'art. 12, comma 9, della legge reg. Lombardia n. 12 del 2005, che non dovrebbe essere applicato nel giudizio a quo. Il Comune di Adro evidenzia, ancora, che, in ordine alla prospettata lesione dell'art. 117 Cost., l'ordinanza di rimessione non indica in maniera precisa «quale comma e/o lettera sarebbero stati violati», con ciò impedendo di comprendere i limiti ed i termini della supposta violazione. Quanto al delineato contrasto con l'art. 42 Cost., il Comune di Adro osserva che l'art. 21 cod. contratti pubblici fissa «un termine certo e sicuro (tre anni)», decorso il quale il programma triennale delle opere pubbliche perde efficacia, sicché non avrebbe pregio la censura incentrata sull'assenza di un termine siffatto. Proprio l'inserimento di una determinata opera all'interno del programma triennale delle opere pubbliche manifesterebbe, di contro, «la chiara volontà dell'Amministrazione di realizzare, nel predetto arco temporale, l'opera pubblica», sicché privo di consistenza sarebbe anche il rilievo secondo cui l'approvazione del programma triennale non costituirebbe un serio inizio della procedura preordinata all'espropriazione.