[pronunce]

che, tuttavia, sempre in linea preliminare, va rilevato che l'ordinanza di rimessione presenta carenze in punto di descrizione della fattispecie e di esatta identificazione della fattispecie normativa censurata, tali da precludere lo scrutinio nel merito della questione; che il giudice a quo ha contestato l'automatismo del diniego di regolarizzazione conseguente alla condanna irrogata per uno dei reati previsti dagli articoli 380 e 381 cod. proc. pen. , ai quali rinvia l'art. 1-ter, comma 13, lettera c), senza tuttavia precisare, come sarebbe stato necessario, quale di dette disposizioni rilevi nella fattispecie oggetto del giudizio principale e, a fortiori, a quale delle molteplici ipotesi dalle stesse previste siano riferibili le censure; che il TAR ha, infatti, dedotto soltanto che il ricorrente nel giudizio principale ha riportato condanna «per il reato di cui agli artt. 624 e 625 c.p.» ed ha omesso di specificare con la dovuta precisione le aggravanti contestate al ricorrente (riportando con la necessaria esattezza l'ipotesi di reato oggetto della sentenza di applicazione della pena), indicazione questa imprescindibile al fine di stabilire la riconducibilità del reato all'art. 380, comma 2, lettera e), ovvero all'art. 381, comma 2, lettera g), cod. proc. pen. , con la conseguenza che la fattispecie normativa rilevante nel processo principale ed oggetto di censura da parte del giudice a quo non risulta puntualmente individuata; che siffatta omissione è di pregnante rilievo anche perché il rimettente, dolendosi dell'automatismo del diniego dell'istanza di regolarizzazione nel caso di sentenza di condanna irrogata per reati di differente rilevanza penale, alcuni dei quali, a suo avviso, sono «di rilevante gravità» e «generano allarme sociale», ha dimostrato di non voler affatto contestare la previsione da parte del citato art. 1-ter, comma 13, lettera c), di detto automatismo per tutti i reati elencati negli articoli 380 e 381 cod. proc. pen. e, pertanto, avrebbe dovuto indicare con l'indispensabile precisione per quale di essi (rilevante nel giudizio principale) lo abbia censurato; che, peraltro, a tale lacuna questa Corte non può porre rimedio né mediante un'identificazione meramente congetturale (operata cioè sulla scorta dei soli elementi di fatto genericamente indicati dal rimettente) dell'ipotesi di reato per la quale vi è stata condanna, né mediante l'esame degli atti processuali, non consentita in questa sede in ossequio al principio di autosufficienza dell'ordinanza di rimessione (da ultimo, ordinanza n. 260 del 2011); che, pertanto, indipendentemente da ogni ulteriore valutazione in ordine all'ambiguità del petitum, connotato da profili di scarsa chiarezza ed indeterminatezza in ordine al contenuto dell'addizione richiesta, la questione deve essere dichiarata manifestamente inammissibile. Visti gli artt. 26, secondo comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87, e 9, comma 2, delle norme integrative per i giudizi avanti alla Corte costituzionale.. per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE dichiara la manifesta inammissibilità della questione di legittimità costituzionale dell'articolo 1-ter, comma 13, lettera c), del decreto-legge 1° luglio 2009, n. 78 (Provvedimenti anticrisi, nonché proroga di termini), convertito dalla legge 3 agosto 2009, n. 102, sollevata, in riferimento all'articolo 3 della Costituzione, dal Tribunale amministrativo regionale per il Friuli Venezia-Giulia, con l'ordinanza indicata in epigrafe. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 9 novembre 2011. F.to: Alfonso QUARANTA, Presidente Giuseppe TESAURO, Redattore Gabriella MELATTI, Cancelliere Depositata in Cancelleria l'11 novembre 2011. Il Direttore della Cancelleria F.to: MELATTI