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Gli esperti dell'infanzia sono ormai tutti d'accordo sull'assunto che un bambino possa vivere in condizioni di felicità solo quando vengono soddisfatti i suoi bisogni emozionali primari, tra cui appunto la stabilità affettiva, intesa come continuità nel tempo. Naturalmente, questa stabilità affettiva vale ancora di più nelle situazioni di disgregazione familiare e di ricostruzione di nuovi nuclei familiari. Nella continuità affettiva c'è anche un altro passaggio importante, come diceva il senatore Uras: nella continuità affettiva assume valore di dignità la famiglia affidataria, finora considerata un soggetto non così fondamentale. Assume dignità proprio perché spetta ad essa un diritto di precedenza rispetto all'adozione. Ma assume anche un altro ruolo - e lo sottolineo - all'articolo 3 del testo a prima firma della senatrice Puglisi, laddove si riconosce alle famiglie affidatarie e all'associazione delle famiglie affidatarie un ruolo straordinario di sostegno nello svolgimento dell'attività tesa a favorire il buon andamento degli affidi. Si tratta cioè di costruire una rete delle famiglie affidatarie, affinché queste garantiscano il loro sostegno e possano collaborare con i servizi sociali (come dice l'articolo 3), svolgendo un'attività di sensibilizzazione e di formazione ed offrendo alle famiglie affidatarie stesse (che vivono esperienze particolarmente faticose) quel sostegno educativo e psicologico di cui c'è bisogno. Le famiglie affidatarie sono oggi i soggetti da proteggere. La revisione delle norme dovrà tener conto di ciò: tali famiglie devono essere sostenute e non abbandonate (sto pensando ai due anni). Non è soltanto una questione di norme, ma anche di servizi sul territorio. Devono essere sostenute perché oggi i minori sono sempre più difficili da accogliere; essi infatti portano con sé drammi vissuti davvero con grande fatica, ai quali troppo spesso le famiglie devono rispondere da sole. Se l'obiettivo che ci diamo con questa legge - mi avvio a concludere - è quello di difendere e garantire al minore il diritto alla continuità affettiva, la prima cosa da garantire è evitare che ci sia un fallimento nell'affido, così come nell'adozione. Questo lo si può fare appunto sostenendo le famiglie ed evitando quelle fratture. Nella relazione al disegno di legge - lo ricordava anche la relatrice nel suo intervento - c'è scritto che oggi abbiamo il 60 per cento degli affidati che rimane più anni nelle famiglie (talvolta quattro, cinque o anche più). Ma c'è un altro dato di cui dobbiamo tener conto: la stragrande maggioranza dei minori, oltre il 60 per cento, non viene affidata alle famiglie, ma alle comunità. Non voglio di certo creare un nesso automatico, ma c'è un elemento importante. Se le famiglie, non solo per la crisi economica ma per mille motivazioni, fossero sostenute adeguatamente (anche quelle affidatarie che vivono questa fatica), crescerebbe quella cultura sociale e quell'attenzione finalizzata a far sì che anziché collocare i bambini in istituto si mandassero in famiglia. Infatti, per quanto le comunità possano essere ottime sono comunque altro dal clima e dal calore familiare. Non c'è quel progetto di vita di chi, in qualche modo, è inserito in un percorso di affido familiare e poi di adozione. L'altro aspetto interessante è la necessità di sottolineare ancora di più l'esigenza del sostegno nei territori. Mi riferisco quindi alle politiche sociali, al sostegno educativo alle famiglie, perché la gran parte dei minori in istituto non sono i bambini piccoli ma agli adolescenti, i ragazzi più grandi, quelli più difficili, quelli che quando raggiungeranno i diciott'anni vivranno sulla loro pelle la drammaticità di essere davvero persone, se non proprio disadattate che porteranno comunque con sé il fatto di non essere state soggetti aventi diritto ad una cura familiare. Questo dato deve impegnare il Parlamento e il Governo a ragionare su tale aspetto che indica in qualche modo un fallimento, un'insufficienza della legge sull'adozione. Occorre che soprattutto le Regioni ragionino nei termini di un percorso - da attivare anche all'interno della Conferenza Stato-Regioni - a ciò finalizzato, perché le Regioni devono normare e rendere esigibili interventi atti a garantire il diritto di ogni minore a crescere in una famiglia, e gli enti gestori e quindi i Comuni, singoli ed associati, devono adottare gli atti conseguenti affinché ciò sia possibile. Il diritto del minore ad avere una famiglia, e insisto sulla grande innovazione rappresentata dal valore della continuità affettiva come elemento che entra in modo molto chiaro nel nostro ordinamento giuridico, è un elemento fondamentale. Pertanto, affinché non resti solo e soltanto norma occorre che intorno all'accoglienza del minore e della famiglia affidataria, ma anche di quelle adottanti, vi sia una rete sociale, culturale ed educativa capace di aiutare queste famiglie non solo a non fallire la loro missione, ma anche a costituire dei buoni esempi, perché le buone prassi sono di per sé capaci di motivare tante altre famiglie che magari vorrebbero farlo ma che invece di misurarsi con il sostegno si misurano con i fallimenti che talvolta vengono raccontati perché rappresentano la realtà. Ringrazio davvero i presentatori del disegno di legge e la Commissione e invito veramente a non fare polemica sui bambini e a non utilizzare questa bella pagina di politica e di scelta parlamentare per fare polemica politica e banalizzare. Questo argomento non si banalizza perché è davvero un elemento di grande innovazione. (Applausi dai Gruppi PD, M5S e Misto-SEL) . PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Giovanardi. Ne ha facoltà. GIOVANARDI (AP (NCD-UDC)) . Signor Presidente, questo dibattito conferma che quando si tratta del mondo del bisogno, del disagio, del dolore, di situazioni familiari difficili trovare una misura legislativa per confrontarsi con i soggetti coinvolti è davvero complesso. Parliamo infatti di situazioni che - ahimè, in negativo - sfociano in bambini affidati a terze persone; bambini che - lo ricordo ancora una volta - non possono essere adottati perché in Italia si continua a fare confusione sul tema delle adozioni: ogni giorno si grida allo scandalo perché i bambini devono rimanere in istituti a causa dei molti limiti posti alle adozioni, ma in realtà, com'è noto, non ci sono bambini da adottare, né in Italia, né nel mondo e ci sono invece tantissimi bambini in una situazione di difficoltà per i quali è necessario provvedere con l'istituto dell'affido, che non è e non può essere l'adozione. Il primo aspetto che rilevo con soddisfazione è che nei lavori della Commissione - e spero dell'Aula - non si è rotto il principio fondamentale che sottostà a due istituti che hanno finalità assolutamente diverse e che devono rimanere tali: l'adottato diventa a tutti gli effetti figlio di una determinata coppia; l'affidato è un bambino che può godere della generosità di una coppia e che - nella speranza che si risolvano i problemi e le difficoltà che i genitori possono aver incontrato per tutta una serie di ragioni - dovrebbe poter tornare poi alla famiglia di origine.