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In conclusione, nel manifestare la mia preoccupazione, nutro la speranza che si lasci ancora aperto il dibattito alla Camera dei deputati e si possa trovare una correzione alla preoccupante conseguenza che tale provvedimento, se approvato in modo definitivo dal Governo prima e dalla maggioranza poi, sarà foriero di conseguenze non positive per il sistema energetico nazionale e per i territori delle autonomie speciali alpine. (Applausi) . PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Giannuzzi. Ne ha facoltà. GIANNUZZI (CAL-Alt-PC-IdV) . Signor Presidente, onorevoli colleghi, rappresentanti del Governo, nel dare inizio a questa mia riflessione sulla legge che purtroppo, per quanto mi riguarda, ci avviamo ad approvare in Assemblea, è importante prima di tutto ricordare a chi ci ascolta cos'è la legge sulla concorrenza e perché ogni anno ne abbiamo una. Per dirla in breve, i trattati europei ci impongono - letteralmente - di promuovere lo sviluppo della concorrenza come meccanismo economico preferenziale e questo ci impone regolari revisioni normative, per conformarci all'idealità di tale meccanismo. Tutto prende le mosse dall'articolo 3 del Trattato sull'Unione europea (TUE), che contiene i principi su cui è fondata l'Unione degli Stati membri. In esso viene detto testualmente che l'Unione si adopera per lo sviluppo sostenibile dell'Europa, basato su un'economia sociale di mercato fortemente competitiva. Quindi possiamo dire, senza tema di smentita, di essere dentro un'unione geopolitica a matrice ideologica fortemente liberista che, se si è convinti liberisti, chiaramente va bene così. Non va altrettanto bene se si parte dalla convinzione, o anche dalla vaga sensazione, che il liberismo sia malattia mortale di ogni umanesimo, con la sua ipocrita invocazione alla libertà economica per tutti, che si risolve, per sua intrinseca natura, nella tirannia economica dei già forti sui già deboli. Tornando al disegno di legge sulla concorrenza, in ragione di questa impostazione ideologica che ci viene dai Trattati europei, ogni anno siamo tenuti a produrre una legge perlopiù come questa, contenente una serie di deleghe al Governo per modificare o innovare norme che vengono di volta in volta considerate ostacoli al più libero dispiegarsi del mercato. Sorvolando sulla sconsideratezza di aver sottoscritto trattati di questo tipo, perché parlarne ora sarebbe esercizio inutile, la domanda che invece è utile a mio avviso porci oggi per i nostri scopi è un'altra ed è questa: siamo perciò costretti a diventare liberisti e a declinare obbligatoriamente norme che consegnano il nostro intero parco di beni e servizi totalmente al mercato, dando per perse e superate come cosa ormai obsoleta le tutele di Stato, le quali, checché se ne dica, sono ben iscritte nella nostra Costituzione, come sappiamo in questa Assemblea? La risposta è no e lo dico da vice presidente della Commissione politiche dell'Unione europea, dove ogni giorno siamo messi di fronte alla possibilità di far valere, pur nelle maglie dei trattati, le nostre specificità nazionali o più semplicemente la nostra insindacabile volontà di non adeguarci a norme o principi che consideriamo dannosi per il nostro sistema-Paese. La risposta è no, lo ripeto. Ma l'Italia sembra afflitta da un pericoloso collaborazionismo quando si tratta di far piacere a chiunque tranne che a sé stessa. (Applausi) . Andiamo a vedere, infatti, che cosa ci chiedeva l'Europa in questo frangente e che cosa contiene invece questa legge. L'articolo 17 del regolamento europeo 241 del 2021, che cito perché è l'atto di riferimento per l'elaborazione del famigerato PNRR, di cui questa legge a sua volta è un corollario, prevede che i piani per la ripresa e la resilienza ammissibili al finanziamento a titolo del dispositivo comprendono misure che possono anche includere regimi pubblici finalizzati a incentivare gli investimenti privati, quindi - come è normale che sia, in realtà - l'Europa indica una possibilità certamente gradita alle sue politiche, ma sempre una mera possibilità. Ora andiamo a vedere cosa è stato invece inserito nel disegno di legge sulla concorrenza, sotto il cappello della ragione di Stato. Mi soffermerò per brevità sugli articoli 8 e 16, che sono però rappresentativi dello spirito dell'intera legge. Per capire in breve la sostanza dell'articolo 8, che titola «Delega al Governo in materia di servizi pubblici locali», è interessante leggere cosa ne dice il Consiglio dei ministri stesso nel proprio comunicato del novembre del 2021, data in cui il disegno di legge è stato approvato. Viene detto: «Si introducono norme finalizzate a ridefinire la disciplina dei servizi pubblici locali, al fine di rafforzare la qualità e l'efficienza e razionalizzare il ricorso da parte degli enti locali allo strumento delle società in house , anche attraverso la previsione dell'obbligo di dimostrare da parte degli enti medesimi le ragioni del mancato ricorso al mercato». Ergo , il Comune ha l'onere di dimostrare che mantenere i servizi locali pubblici sia migliore e se non lo fa o non convince, ha l'obbligo a darli in gestione a società private. Orribile l'ipocrisia verbale di questo passaggio. Il Governo la chiama razionalizzazione degli enti locali, ma di fatto è un atto di scoraggiamento per gli enti pubblici a ricorrere alle società in house , caricandoli dell'onere della prova o indicando loro la direzione obbligata alla gestione privata di tutti i servizi. Dunque eravamo obbligati a questo dall'Europa? Evidentemente no, l'abbiamo detto poco fa e quindi possiamo anche qui dedurne - senza tema di smentita - che l'attuale Governo sia portatore di una sua propria convinzione che privato sia più bello. In una parola, questo è un Governo di forte impostazione liberista, la qual cosa, come detto, va bene se si è liberisti, ma se non lo si è, è bene prenderne coscienza in quest'Aula, perché in questa sede in molti abbiamo ricevuto un mandato politico, che forse è lontano da questa impronta e al quale forse dobbiamo saper tornare per migliore ispirazione. (Applausi) . L'articolo 8, infatti, non dovrebbe apparire indigesto solo a coscienze non apertamente liberiste, ma dovrebbe far tremare di indignazione anche quanti, per esempio, si sono spesi e dicono tuttora di spendersi per l'acqua pubblica, sulla quale questa legge, in barba al referendum del 2011 - è bene saperlo - mette con questo articolo una pietra tombale. Ma questa legge, più in generale, non dovrebbe risultare indecente solo ai non liberisti, dovrebbe piuttosto provocare indignazione nell'intero Arco costituzionale, che tanto ha tuonato negli ultimi anni della pandemia a voci unificate a favore della sanità pubblica per il suo potenziamento, per il ripristino della sua eccellenza. All'articolo 16, dedicato all'accreditamento e convenzionamento delle strutture sanitarie private, l'unica preoccupazione del Governo sembra essere quella di garantire il più liberamente e velocemente possibile l'accredito delle strutture sanitarie private presso la Regione e lo fa eliminando l'istituto dell'accreditamento temporaneo in attesa dei controlli, sostituendolo con una forma di accreditamento tout court senza cautele.