[pronunce]

La norma oggetto di censura, nel predeterminare in misura fissa la durata delle pene accessorie, non terrebbe conto del fatto che tali pene accessorie conseguono a comportamenti di gravità assolutamente diversa, essendo profondamente differenziate le varie condotte sussunte nella norma incriminatrice - bancarotta distrattiva, dissipativa, documentale, preferenziale - difformi fra loro sul piano oggettivo e che consentono al giudice di determinare la pena principale in un ampio ambito che va da tre a dieci anni di reclusione, riconoscendosi in tal modo implicitamente che la fattispecie astratta trova applicazione rispetto a condotte di gravità molto diversa tra loro. Lo spettro sanzionatorio sarebbe ancora più ampio, posto che le pene accessorie predeterminate nella durata trovano applicazione indifferentemente tanto nelle ipotesi aggravate che in quelle attenuate contemplate dall'art. 219 del r.d. n. 267 del 1942. Secondo la Corte rimettente, infine, una pena accessoria di tale durata - «e che può prolungarsi ben oltre la durata della pena principale» - non sarebbe conforme alle esigenze di rieducazione e reinserimento sociale del condannato anche quale membro economicamente attivo della società, considerato che non gli è consentito di svolgere alcuna attività imprenditoriale di produzione di beni o servizi ovvero commerciale, anche come imprenditore individuale. Tale pena accessoria, pertanto, comprimerebbe significativamente, «nell'ambito del solo lavoro dipendente e non dirigenziale», le attitudini lavorative del condannato, per un tempo che potrebbe essere persino superiore di dieci volte la durata della pena principale inflitta. 2.-- È intervenuto nel presente giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, concludendo per l'infondatezza della questione. Secondo la difesa statale, lo stesso giudice a quo avrebbe dato atto dell'esistenza di un indirizzo giurisprudenziale secondo il quale l'art. 216, ultimo comma, del r.d. n. 267 del 1942 - lungi dall'aver stabilito la durata delle pene accessorie nella misura fissa ed inderogabile di dieci anni - ha solo individuato la misura massima delle stesse, lasciando al giudice la commisurazione della durata in concreto di tali pene accessorie, in applicazione dell'art. 133 cod. pen. (Corte di cassazione, sezione quinta penale, 31 marzo 2010, n. 23720). L'Avvocatura dello Stato prende atto che il rimettente afferma di non poter seguire tale indirizzo, a ciò ostando l'inderogabilità della previsione normativa, significativamente diversa, anche sul piano letterale, da quella dell'art. 217, ultimo comma, della legge fallimentare. Osserva, al riguardo, che l'opzione interpretativa autorevolmente avallata dalla più recente giurisprudenza della Suprema Corte trova il suo fondamento nella consapevolezza dell'incostituzionalità della disposizione in questione, ove interpretata in senso angustamente letterale, e della conseguente esigenza di darne una lettura costituzionalmente orientata. Sulla base di queste argomentazioni l'Avvocatura dello Stato chiede che la questione sia dichiarata infondata. 3.-- Con ordinanza del 21 aprile del 2011 la Corte di cassazione ha sollevato - in riferimento agli artt. 3, 27, terzo comma, e 111 della Costituzione - questione di legittimità costituzionale dell'art. 216, ultimo comma, del r.d. n. 267 del 1942, nella parte in cui prevede che, per ogni ipotesi di condanna per i fatti di bancarotta previsti nei commi precedenti del medesimo articolo, si applichino le pene accessorie dell'inabilitazione all'esercizio di un'impresa commerciale e dell'incapacità ad esercitare uffici direttivi presso qualsiasi impresa per la durata di dieci anni. La Corte rimettente premette, in fatto, di dover giudicare sul ricorso avverso una sentenza di applicazione della pena su richiesta delle parti emessa dal Giudice per le indagini preliminari presso il Tribunale di Caltanissetta nei confronti di alcuni imputati, a vario titolo, di fatti di bancarotta fraudolenta. Tra i motivi di impugnazione, prosegue la rimettente, vi è quello relativo all'applicazione delle sanzioni accessorie - non dedotte nell'accordo pattizio - in misura fissa, anziché pari alla durata della pena principale. Su questo motivo di ricorso, il Collegio dà atto di non poter decidere allo stato degli atti, ravvisando un contrasto di pronunce sul punto anche all'interno della stessa sezione della Corte di cassazione. Il contrasto attiene all'interpretazione dell'art. 216, ultimo comma, del r.d. n. 267 del 1942 e, segnatamente, alla durata della sanzione dell'inabilitazione ivi prevista. L'orientamento seguito pressoché costantemente dalla Corte in tema di bancarotta fraudolenta (rilevabile sin dalla sentenza della sezione V del 16 ottobre 1973, n. 126018) è nel senso che la pena accessoria dell'inabilitazione all'esercizio di imprese commerciali ed alla incapacità di esercitare uffici direttivi presso qualsiasi impresa, sia fissata inderogabilmente nella misura di dieci anni. Pertanto, non trattandosi di pena indeterminata, la sua durata si sottrae alla disciplina disposta dall'art. 37 cod. pen. Tuttavia, a fronte di siffatta lettura, recenti sentenze (Corte di cassazione, sezione V penale, 10 marzo 2010, n. 9672 ; sezione V penale, 31 marzo 2010, n. 23720) hanno ritenuto che la fissità della sanzione accessoria contrasti con «il "volto costituzionale" dell'illecito penale», e che il sistema normativo debba lasciare, comunque, adeguati spazi alla discrezionalità del giudice, al fine di permettere l'adeguamento della risposta punitiva alle singole fattispecie concrete: in tal senso sarebbe illegittima una previsione che lasci il giudice privo di sufficienti margini di adattamento del trattamento sanzionatorio alle peculiarità della singola ipotesi concreta. La Corte rimettente precisa che questo secondo indirizzo ermeneutico è ispirato da importanti pronunce della Corte costituzionale (ordinanze nn. 91 e 4 del 2008, n. 50 del 1980) nelle quali si è detto che: «In linea di principio [...] previsioni sanzionatorie rigide non appaiono in armonia con il "volto costituzionale" del sistema penale; ed il dubbio di illegittimità costituzionale potrà essere, caso per caso, superato a condizione che, per la natura dell'illecito sanzionatorio e per la misura della sanzione prevista, quest'ultima appaia ragionevolmente "proporzionata" rispetto all'intera gamma di comportamenti riconducibili allo specifico tipo di reato». A parere della Corte di cassazione, la sottrazione del giudizio ai consueti criteri dettati dagli artt. 132 e 133 cod. pen. urta con le previsioni costituzionali degli artt. 3 e 27 Cost. Venendo alla motivazione sulla rilevanza e sulla non manifesta infondatezza, la rimettente precisa, in primo luogo, che l'interpretazione costituzionalmente orientata si scontra con il dato testuale dell'art. 216, ultimo comma, del r.d. n. 267 del 1942 e che spetta alla Corte costituzionale l'eventuale affermazione di illegittimità della previsione legislativa.