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sottoposta a vincolo paesaggistico ex decreto ministeriale 14 ottobre 1977 e tutelata dal decreto legislativo n. 42 del 2004 e successive modifiche, la Soprintendenza archeologia, belle arti e paesaggio de L'Aquila, interpellata dal Gruppo d'intervento giuridico, ha dichiarato (con nota prot. n. 13612 del 7 settembre 2022) di non aver rilasciato alcuna autorizzazione o parere in favore del diradamento della pineta (si veda "terremarsicane.it" "salva la pineta di Villetta Barrea non c'è il parere favorevole della soprintendenza"), che del resto rientra nella zona speciale di conservazione "parco nazionale d'Abruzzo" (IT1100205) e nella zona di protezione speciale "parco nazionale d'Abruzzo, Lazio e Molise" ai sensi delle direttive n. 92/43/CEE e n. 09/147CE. Il taglio dei 3.400 esemplari di pino già martellati contrasta, del resto, con quanto previsto dall'art. 3 dello statuto del parco, dall'art. 11 della legge n. 394 del 1991 contenente il regolamento del parco allegato alla deliberazione n. 5 del 12 febbraio 2011 e dall'articolo 21, comma 7, della stessa legge, che alla lettera d) esclude esplicitamente i nuclei "di pino nero di Villetta Barrea così come individuati nel piano del parco"; l'abbattimento è un'iniziativa dannosa per l'ambiente, perché programma interventi in una fase di cambiamento climatico le cui conseguenze non sono prevedibili e la cui inutilità per la prevenzione e riduzione del rischio incendi è stata ampiamente dimostrata: nell'incontro pubblico tenutosi a Villetta Barrea il 22 luglio 2022, il professor Bartolomeo Schirone dell'università della Tuscia ha spiegato come l'asportazione di non meno del 30 per cento degli alberi non costituirebbe un'efficace protezione. L'abbattimento di una fascia di alberi larga 20 metri ai lati della strada sarebbe infatti efficace solo se accompagnato dalla rimozione costante di materiale infiammabile lungo i bordi strada, della quale non si fa menzione, però, nel piano. Inoltre, casi anche recentissimi di incendi diffusamente propagatisi in zone boschive sottoposte a trattamenti di diradamento e di decespugliamento preventivo hanno dimostrato la loro non efficacia, o perché il bosco si trova su versanti acclivi (come la pineta di Villetta Barrea), o perché il fuoco si propaga attraverso le faville trasportate dal vento e i tizzoni incendiari scagliati lontano. Senza considerare che la "rinnovazione" della foresta conseguente all'intervento di diradamento e decespugliamento favorirebbe la crescita di un "sottobosco", cioè uno strato di vegetazione bassa, altamente infiammabile, che paradossalmente aumenterebbe di molto il rischio di incendio; quanto previsto va ad alterare sia la fisionomia del bosco dal punto di vista paesaggistico, naturalistico, faunistico e vegetale sia l'identità dei luoghi dal punto di vista culturale, sociale ed economico, comportando 1) un danno erariale (per ogni albero tagliato il Comune introiterà 3,5 euro), 2) un danno ambientale (in base al decreto legislativo n. 152 del 2006, art. 300, commi 2 e 3) un danno emergente, che consiste nella diminuzione di valore causata al bene dall'evento lesivo, 4) un danno di natura patrimoniale ascrivibile alla mancata realizzazione di guadagni in conseguenza dell'evento lesivo, che si manifestano successivamente all'intervento improprio e non riguardano il sito danneggiato ma i soggetti che da quello traggono profitti di natura patrimoniale (in questo caso tutte le attività turistiche della zona, la cui ricaduta interessa anche i Comuni limitrofi), si chiede di sapere che cosa intendano fare i Ministri in indirizzo per scongiurare che la pineta Zappini di Villetta Barrea subisca l'abbattimento di 3.400 esemplari di pino nero in nome di una riduzione del rischio incendi meramente teorica, mentre il danno arrecato al paesaggio e all'ambiente sarebbe certo e irreversibile. Atto n. 4-07420 CORRADO Margherita ANGRISANI Luisa LANNUTTI GRANATO Bianca Laura Al Ministro della cultura Premesso che: come evidenziato in altri atti di sindacato ispettivo, la spregiudicatezza sembra agli interroganti essere la cifra distintiva, finora, della gestione della Direzione generale musei del Ministero della cultura da parte del professor Massimo Osanna, in carica dal 9 ottobre 2020 (prot. n. MiBACT 12822-A) dopo essere stato soprintendente di Pompei dal 4 gennaio 2016 al 4 gennaio 2019 e poi direttore di quel parco archeologico con autonomia speciale dal 13 giugno 2019 all'assunzione dell'incarico a Roma; tale spregiudicatezza non si manifesta nella forma classica e ben nota alle pubbliche amministrazioni, ovvero come speciale abilità nell'aggirare la normativa di settore e piegarla ai propri fini grazie alla perfetta padronanza della stessa, bensì con una variante mai registrata e descritta in precedenza, basata sulla piena quanto orgogliosa ignoranza (in senso tecnico) delle regole, presupposto dell'esercizio sistematico del proprio parere discrezionale, e sull'"immunità" garantita dall'avere raggiunto il vertice amministrativo grazie ad una selezione internazionale non concorsuale risolta mediante la scelta discrezionale e insindacabile del Ministro, che difendendola difende innanzi tutto se stesso; considerato che, ad opinione degli interroganti: nonostante abbia esaurito da due anni gli incarichi a Pompei, Massimo Osanna, guru della conversione della città vesuviana al sensazionalismo archeologico, continua a pubblicare sui suoi profili sui social network (specialmente su "Facebook" e "Instagram") immagini inedite delle attività di ricerca in corso e delle scoperte archeologiche che si verificano nel parco, oltre ad anticipare notizie non ancora ufficializzate, come già faceva quando era soprintendente e poi direttore del sito (dove gli è subentrato Gabriel Zuchtriegel), salvo archiviarne o cancellarne alcune dopo qualche tempo; la pubblicazione delle immagini e notizie sul patrimonio culturale nazionale e UNESCO di Pompei prima che esse siano diffuse dai canali ufficiali del parco e del Ministero pone molteplici questioni giuridiche. È lecito e opportuno interrogarsi quanto meno: 1) sulla legittimità dell'uso delle immagini ai sensi del "codice Urbani" (artt. 106-108), sulla potenziale violazione dei diritti d'autore e proprietà intellettuale, nonché sull'eventuale violazione degli obblighi del dirigente. Il fatto che tali questioni non siano state sollevate, finora, sembra purtroppo confermare il completo asservimento della macchina amministrativa e dei media al quattro volte designato Ministro della cultura; in tema di riproduzione e divulgazione di immagini di beni culturali, la discriminante tra ciò che è lecito divulgare liberamente e ciò che non lo è sta nel "fine di lucro". E non basta che questo manchi, occorre anche garantire, pubblicandole ( ex art. 2 della legge n. 2 del 2008) "a bassa risoluzione o degradate", l'impossibilità fattuale che un terzo possa servirsene per una riproduzione a fini commerciali.