[pronunce]

- Quanto si è finora osservato conduce a ritenere infondata la questione anche sotto il profilo, pure prospettato dai giudici a quibus, dell'affermata violazione dei principi di eguaglianza e ragionevolezza, in riferimento alle differenze fra la disciplina impugnata e quella riservata dal legislatore alla ricusazione nell'ambito del processo penale, in cui la decisione, quando sia ricusato un giudice della Corte di appello, è rimessa ad un'altra sezione della stessa corte. Già si è detto come siano costituzionalmente ammissibili diverse scelte, purché rispettose del principio di imparzialità, circa la competenza ed il procedimento per la decisione sulla ricusazione. Il fatto che nell'ambito del processo penale - in cui sono sistematicamente in gioco beni costituzionalmente più "sensibili", e maggiore può essere la preoccupazione di attestare in modo più evidentemente visibile l'imparzialità dei giudicanti - il legislatore abbia ritenuto di demandare la decisione ad una sezione diversa della stessa corte non significa che, per ciò solo, possa ritenersi irragionevole la diversa disciplina del codice di procedura civile. A diversi processi possono corrispondere, in base a scelte discrezionali del legislatore, discipline differenziate anche degli stessi istituti, purché non siano lesi principi costituzionali, come quello di imparzialità, che debbono reggere tutti i giudizi (cfr. sentenza n. 31 del 1998; ordinanze n. 326 del 1999 e n. 465 del 2000). Il principio costituzionale di eguaglianza non comporta il divieto di regolamentazioni diverse dei diversi tipi di processo: anche "le soluzioni per garantire un giusto processo non devono seguire linee direttive necessariamente identiche per i due tipi di processo" (sentenza n. 387 del 1999; e cfr. pure sentenze n. 326 del 1997 e n. 51 del 1998). Ancor meno può valere il riferimento, come tertium comparationis, alla disciplina che l'art. 30-bis del codice di procedura civile dedica alla competenza per le cause in cui siano parti magistrati. Infatti, come si è detto, il giudizio incidentale sulla ricusazione non può assimilarsi ad un processo in cui siano parti da un lato il ricusante, dall'altro il magistrato ricusato, il quale viene bensì "udito" (art. 53, secondo comma, cod. proc. civ.), al fine di raccoglierne le prospettazioni sulle circostanze, che lo riguardano, addotte dal ricorrente, ma non acquista qualità di parte nel procedimento, né quindi è chiamato a tutelare in giudizio una sua posizione soggettiva protetta. Non può dunque assumersi come irragionevole la diversa disciplina che il codice riserva alla competenza a giudicare su cause nelle quali un magistrato dello stesso distretto sia parte, e rispettivamente alla competenza a decidere sulla ricusazione di un giudice dello stesso collegio. 6. - La questione, sollevata dalla Corte di appello di Perugia, circa la legittimità costituzionale della previsione dell'art. 53, secondo comma, del codice di procedura civile, ai cui sensi il collegio decide sulla ricusazione "con ordinanza non impugnabile", è inammissibile, in quanto priva del requisito della rilevanza. La soluzione del dubbio avanzato non è infatti in alcun modo necessaria ai fini del giudizio incidentale sulla ricusazione demandato al collegio remittente, ma assumerebbe rilevanza solo nell'eventuale giudizio di impugnazione che venisse promosso, e la cui ammissibilità sarebbe condizionata alla eventuale dichiarazione di illegittimità costituzionale della norma impugnata, nella parte in cui esclude l'impugnazione (cfr. sentenza n. 336 del 1995; ordinanze n. 13 del 1990 e n. 337 del 1994). 7. - È invece ammissibile la questione, anch'essa proposta dalla Corte di appello di Perugia, concernente l'art. 54, terzo comma, del codice di procedura civile, ai cui sensi l'ordinanza, che dichiara inammissibile o rigetta la ricusazione, "condanna la parte o il difensore che l'ha proposta a una pena pecuniaria non superiore a lire ventimila". La rilevanza della questione può ritenersi attuale, in quanto la Corte di appello procedente è chiamata ad emettere una pronuncia che, nel caso di dichiarazione di inammissibilità o di rigetto della ricusazione, dovrebbe necessariamente contenere la condanna alla pena pecuniaria, condanna che non potrebbe essere oggetto di una pronuncia autonoma e successiva. Né potrebbe richiedersi che il giudice a quo, nel sollevare la questione pregiudiziale rispetto alla pronunzia che è chiamato a rendere, debba anticipare il proprio convincimento circa il merito della ricusazione e la sussistenza delle eventuali condizioni che potrebbero condurre ad escludere l'applicazione della pena pecuniaria, poiché tale convincimento, correttamente, può trovare espressione solo nella pronuncia sulla ricusazione, che d'altra parte, se di contenuto negativo, non potrebbe, in base alla norma vigente, non applicare la sanzione. 8. - La questione, così ritenuta ammissibile, è fondata. La norma impugnata consente, contrariamente a quanto dedotto dalla Corte remittente, una eventuale graduazione dell'importo della pena pecuniaria, sia pure nei limiti della modesta somma massima stabilita, dovendo la pena stessa essere "non superiore" (ma potendo essere, invece, inferiore) a detta somma. Ma ciò che il giudice non potrebbe mai fare è omettere la condanna. Tale rigido automatismo sanzionatorio non consente di derogarvi nemmeno nel caso - che non si può a priori escludere - in cui la ragione della inammissibilità o della infondatezza della ricusazione non fosse percepibile dal ricusante all'atto della presentazione del ricorso. Deve dunque valere, qui, la stessa ratio decidendi che ha condotto la Corte, nella sentenza n. 186 del 2000, a dichiarare l'illegittimità costituzionale dell'art. 616 del codice di procedura penale nella parte in cui non prevedeva che la Corte di cassazione possa non pronunciare la condanna in favore della cassa delle ammende, nell'ipotesi del ricorso dichiarato inammissibile, a carico della parte privata che non versasse in colpa nella determinazione della causa di inammissibilità. Infatti, pur non essendo la previsione di una sanzione pecuniaria, collegata alla reiezione del ricorso e intesa a scoraggiare l'abuso o l'uso temerario o puramente dilatorio del potere, di per sé in contrasto con l'assolutezza del diritto alla tutela giudiziaria, garantito dall'art. 24 della Costituzione (cfr. sentenza n. 69 del 1964) - di cui il potere della parte di proporre la ricusazione, a tutela del proprio diritto ad un giudizio imparziale, costituisce esplicazione -, l'accedere della condanna sempre e necessariamente alla reiezione del ricorso, indipendentemente dalle circostanze del caso concreto, apprezzabili dal giudice, comporta una irragionevole compressione di tale diritto, in contrasto con il principio di eguaglianza. Si viene infatti a trattare allo stesso modo, sotto il profilo dell'applicazione della sanzione, la posizione di chi ha proposto la ricusazione ragionevolmente fidando nella sua ammissibilità e nella sussistenza delle ragioni su cui essa si fondava, e quella del ricorrente che non versi in tale situazione (cfr.