[pronunce]

2.2.3.- Peraltro, sin dagli anni Settanta, il legislatore regionale avrebbe apprestato una tutela efficace del paesaggio, e in particolare di quello costiero dell'isola, con appositi divieti di edificazione, più rigorosi di quelli introdotti dalla normativa statale. 2.3.- Alla luce di tali rilievi, nessuno dei motivi di ricorso sarebbe fondato. 2.3.1.- Quanto al primo di essi, la Regione autonoma Sardegna disporrebbe di «una competenza esclusiva per la predisposizione ed approvazione del piano paesistico», con l'esclusione dei soli beni assoggettati alla pianificazione congiunta obbligatoria. Anche questa Corte, con la sentenza n. 308 del 2013, avrebbe riconosciuto la legittimazione della Regione a intervenire sui beni non assoggettati all'obbligo di pianificazione condivisa, in quanto individuati in base al vecchio testo dell'art. 134 del d.lgs. n. 42 del 2004, nella versione antecedente alle modificazioni introdotte dal d.lgs. n. 63 del 2008, e privi delle caratteristiche che il legislatore statale oggi riconnette all'obbligo di pianificazione congiunta. La Regione autonoma Sardegna - al di fuori della pianificazione condivisa - avrebbe individuato i beni paesaggistici in base all'art. 134 del d.lgs. n. 42 del 2004, nella formulazione ratione temporis applicabile, e dunque ben potrebbe - senza ricorrere alla pianificazione congiunta - modificare la disciplina in esame. Le questioni non sarebbero fondate anche perché solo la fascia costiera è definita come bene paesaggistico. I beni identitari non sarebbero individuati dal piano paesaggistico regionale, che non menzionerebbe le zone agricole e reputerebbe meri assetti insediativi l'edificato urbano diffuso e l'edificato in zona agricola. 2.3.2.- Neppure il secondo motivo di ricorso meriterebbe di essere accolto. La disposizione impugnata si sarebbe limitata a precisare il significato originario delle previsioni che attribuiscono alla Regione autonoma Sardegna il potere di dettare la disciplina dei beni sottratti all'obbligo di pianificazione congiunta. Non sarebbe precluso alla Regione, «nell'esercizio della propria competenza legislativa primaria», incidere sulla disciplina dei beni estranei all'ambito applicativo della copianificazione. La fascia costiera tutelata dal piano paesaggistico si estenderebbe fino a quattro o cinque chilometri dal mare e non coinciderebbe con il primo tratto di trecento metri dal mare tutelato dal d.lgs. n. 42 del 2004. Quanto ai beni identitari, alle zone agricole, all'edificato in zona agricola e all'edificato urbano diffuso, non sarebbero beni paesaggistici e la Regione autonoma Sardegna avrebbe titolo per modificare la relativa disciplina. L'assetto delineato dal legislatore regionale sarebbe comunque ragionevole, anche perché finalizzato a consentire la realizzazione di un'infrastruttura di interesse pubblico, come avrebbe riconosciuto lo stesso Consiglio dei ministri con la delibera del 29 luglio 2020, che ha superato il dissenso espresso dal Ministero per i beni e le attività culturali. Da questo punto di vista, la questione sarebbe inammissibile per carenza di interesse. Ad ogni modo, nella soluzione del contenzioso dinanzi al giudice amministrativo non verrebbe in rilievo la previsione impugnata, ma la successiva delibera del Consiglio dei ministri. Non vi sarebbe, dunque, alcuna arbitraria ingerenza nelle funzioni giurisdizionali. L'interesse pubblico alla realizzazione dell'opera configurerebbe un motivo imperativo idoneo a giustificare l'intervento del legislatore regionale, peraltro prevedibile e tutt'altro che lesivo di un affidamento consolidato. 2.3.3.- La parte resistente, infine, contesta la fondatezza anche del terzo motivo di ricorso. Quanto al protocollo di intesa del 19 febbraio 2007, invocato dal ricorrente, sarebbe stato sottoscritto nel vigore di una diversa disciplina, integralmente sostituita dal d.lgs. n. 63 del 2008, e non sarebbe stato preceduto dalla necessaria approvazione della Giunta regionale. Tale atto, lungi dal sancire «un vincolo assoluto alla copianificazione generale», si risolverebbe in «una mera dichiarazione di intenti» e si limiterebbe a prefigurare una collaborazione degli organi ministeriali, senza rappresentare una norma fondamentale di riforma economico-sociale idonea a vincolare l'autonomia speciale. 3.- In prossimità dell'udienza, hanno depositato una memoria illustrativa sia la parte ricorrente sia quella resistente. 3.1.- Il Presidente del Consiglio dei ministri ha insistito per l'accoglimento delle conclusioni già rassegnate. 3.1.1.- Non sarebbero fondate le eccezioni preliminari formulate dalla Regione resistente. Quanto alla potestà legislativa primaria nella materia edilizia e urbanistica e nella materia paesaggistica, rivendicata dalla Regione autonoma Sardegna, si tratterebbe di un profilo attinente al merito delle questioni promosse. Attinenti al merito sarebbero anche le argomentazioni circa la correttezza dell'interpretazione prescelta dal legislatore regionale. Sarebbe poi innegabile l'interesse all'impugnazione, che scaturisce dalla mera pubblicazione di una legge regionale che il ricorrente ritenga lesiva del riparto delle competenze. Né la parte ricorrente avrebbe l'onere di dimostrare l'effettivo pregiudizio che deriva dalla dedotta violazione. Le censure investirebbero anche i commi 2 e 3, in quanto «strettamente consequenziali» alle previsioni del comma 1, delle quali rappresenterebbero «diretta applicazione». 3.1.2.- Nel merito, le difese svolte dalla parte resistente non coglierebbero nel segno. L'art. 6 del d.P.R. n. 480 del 1975 attribuirebbe alla Regione autonoma Sardegna la sola potestà in materia di «redazione e approvazione del piano paesaggistico». La Regione sarebbe comunque vincolata al rispetto delle norme statali di grande riforma economico-sociale, come quelle che sanciscono l'obbligo di pianificazione congiunta. Le disposizioni impugnate, nel disattendere le previsioni del piano paesaggistico, determinerebbero «l'abbassamento dei livelli di tutela del paesaggio» e si esporrebbero, pertanto, alle censure di contrasto con i parametri costituzionali evocati. La Regione, dopo aver ampliato la tutela di beni come la fascia costiera, protetta ben oltre i trecento metri previsti dal legislatore statale, non potrebbe diminuire «il livello di tutela precedentemente attribuito» (si richiama la sentenza di questa Corte n. 141 del 2021). Né rileva che la Regione autonoma Sardegna abbia previsto, per le fasce costiere, un regime più rigoroso di quello delineato dal legislatore statale, in quanto tale circostanza non varrebbe a contraddire la dedotta invasione della competenza legislativa statale. La sentenza n. 308 del 2013, richiamata dalla parte resistente, non riguarderebbe la diversa questione dell'ampiezza dell'obbligo di pianificazione congiunta, nell'ipotesi di beni paesaggistici individuati e dunque assoggettati a un vincolo che non potrebbe essere rimosso.