[pronunce]

SENTENZA ha pronunciato la seguentenel giudizio di legittimità costituzionale dell'art. 30-bis del codice di procedura civile, introdotto dall'art. 9 della legge 2 dicembre 1998, n. 420 (Disposizioni per i procedimenti riguardanti i magistrati), promosso con ordinanza del 17 dicembre 2001 emessa dal Tribunale di Torino nel procedimento civile vertente tra Francesco Fassio e Cinzia Piasentin ed altri, iscritta al n. 305 del registro ordinanze 2002 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 26, prima serie speciale, dell'anno 2002. Visto l'atto di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri; udito nella camera di consiglio del 9 aprile 2003 il Giudice relatore Franco Bile.. Ritenuto in fatto Considerato in diritto 1. - Con ordinanza del 17 dicembre 2001, il Tribunale di Torino - nel corso di un giudizio ex artt. 447-bis e 8 del codice di procedura civile, promosso da un magistrato del distretto di Torino, per ottenere il pagamento di canoni di locazione e spese condominiali nei confronti di un conduttore e dei suoi garanti - ha sollevato questione di legittimità costituzionale dell'art. 30-bis del codice di procedura civile [introdotto dall'art. 9 della legge 2 dicembre 1998, n. 420 (Disposizioni per i procedimenti riguardanti i magistrati)], &laquo;nella parte in cui non prevede che solamente le cause in cui sono comunque parti magistrati “in conseguenza di procedimenti in cui un magistrato assume la qualità di persona sottoposta ad indagini, di imputato ovvero di persona offesa o danneggiata dal reato”, che secondo le norme del presente capo [cioè del Capo I del Titolo I del Libro I del codice di procedura civile] sarebbero attribuite alla competenza di un ufficio giudiziario compreso nel distretto di corte d'appello in cui il magistrato esercita le proprie funzioni, sono di competenza del giudice, ugualmente competente, che ha sede nel capoluogo del distretto di corte d'appello determinato ai sensi dell'art. 11 del codice di procedura penale&raquo;. 1.1. - Il rimettente ritiene che il legislatore - il quale pure, con una scelta ragionevole, avrebbe voluto introdurre il criterio di competenza ex art. 11 cod. proc. pen. nei soli procedimenti civili conseguenti a reati in cui fosse imputato o parte lesa un magistrato - sarebbe, invece, andato ben oltre, estendendo quel criterio a &laquo;quasi tutte le cause civili […] in cui è parte un magistrato&raquo;. Così configurata, la norma determinerebbe un'irragionevole disparità di trattamento in violazione dell'art. 3 della Costituzione, &laquo;uno stravolgimento del principio del giudice naturale dell'art. 25 Cost. e un fattivo impedimento del diritto di azione e di difesa e alla formazione della prova (art. 24 Cost.)&raquo;, in quanto le competenze civili &laquo;sono molto articolate e non derivano semplicemente, come per la procedura penale, dal criterio del commesso reato&raquo;. 1.2. - Ciò premesso, il rimettente, pur dando atto che il presupposto della norma censurata è che il rapporto di colleganza tra il magistrato parte del giudizio e quello del distretto in cui il primo presta le sue funzioni indurrebbe a dubitare dell'imparzialità del giudice, sostiene che sarebbe difficile pensare che le controparti possano ritenersi maggiormente tutelate dall'attribuzione della controversia ad un collega del giudice operante in altro distretto. La norma sarebbe, dunque, irragionevole laddove &laquo;assume la terzietà del giudice che opera in un distretto a qualche decina di chilometri, ma […] nel contempo priva le parti del diritto di esercitare le facoltà loro attribuite in tema di competenza&raquo; , tenuto conto del carattere dispositivo del processo civile. Essa renderebbe, inoltre, più difficile ed oneroso il diritto di difesa a carico della controparte del magistrato, atteso che detta parte (come del resto lo stesso giudice adito) può non essere a conoscenza che il contraddittore è un magistrato e nella migliore delle ipotesi lo potrebbe apprendere solo a giudizio instaurato, con la conseguenza che, anche nel caso che non intenda formulare alcuna eccezione, dovrebbe sopportare i costi e l'aumento dei tempi del processo, derivanti dalla successiva declaratoria di incompetenza. 1.3. - Gli esposti rilievi, secondo il rimettente, non conforterebbero l'esigenza di garantire il prestigio, la credibilità e l'indipendenza dell'ordine giudiziario, che - come emerge dalla sua relazione - si prefiggeva il Ministro della Giustizia, proponendo il disegno di legge, poi sfociato nella legge n. 420 del 1998. L'esigenza di massima trasparenza della funzione giudicante nelle cause civili non andrebbe, infatti, ricercata nel foro del capoluogo di distretto confinante, ma si realizzerebbe con le norme sull'astensione e ricusazione ex artt. 51 e seguenti del codice di procedura civile. Conclusivamente, il rimettente rileva che l'art. 9 della legge n. 420 del 1998 avrebbe dovuto limitare l'estensione del criterio di competenza ex art. 11 cod. proc. pen. ai soli casi di azioni di risarcimento del danno conseguente a reato ed afferma la rilevanza della questione, in quanto solo se la stessa fosse ritenuta fondata potrebbe ritenersi competente sulla controversia. 2. - È intervenuto in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, tramite l'Avvocatura generale dello Stato, che ha depositato memoria, nella quale ha sostenuto che la questione sarebbe infondata. Il rimettente muoverebbe da un'inesatta considerazione dei parametri costituzionali evocati - dai quali non sarebbe possibile inferire un vincolo del legislatore a limitare la portata della norma censurata nel senso da lui voluto - nonché da &laquo;considerazioni di carattere astratto e generale (attinenti a varie regole di competenza territoriale) del tutto avulse dalla concretezza della fattispecie&raquo;. In ordine alla censura ex art. 25 Cost. il rimettente equivocherebbe sulla nozione di precostituzione del giudice, che sarebbe rispettata ove l'organo giudicante sia istituito dalla legge sulla base di criteri generali fissati in anticipo e non in vista di singole controversie. In riferimento al parametro dell'art. 24, le considerazioni del rimettente sarebbero &laquo;generiche, non pertinenti allo specifico della fattispecie e ad un'effettiva compromissione della tutela (e della funzione) giurisdizionale&raquo;, dovendosi tener conto che il legislatore, ferma l'osservanza del criterio di ragionevolezza, non sarebbe costituzionalmente vincolato all'adozione di un certo elemento di collegamento fra giudice ed elementi di causa. La questione, comunque, sarebbe inammissibile, risolvendosi in non consentite valutazioni su apprezzamenti rimessi alle scelte del legislatore nell'attuare l'esigenza di garantire il prestigio, la credibilità e l'indipendenza dell'ordine giudiziario e la trasparenza della relativa funzione.1.