[pronunce]

Il consulente - sempre secondo la ricostruzione operata dalle sezioni unite - potrebbe rendersi, tuttavia, responsabile del delitto di falsa testimonianza o di false informazioni al pubblico ministero solo allorché riferisca su dati oggettivi: non quando sia chiamato a formulare valutazioni tecnico-scientifiche, ossia giudizi, i quali - in quanto espressivi di opinioni personali - non potrebbero essere qualificati in termini di verità o di falsità. In siffatta evenienza, l'unico reato configurabile, nell'ipotesi di subornazione del consulente, sarebbe quello di istigazione alla corruzione propria, di cui al censurato art. 322, primo comma, cod. pen. : figura criminosa rispetto alla quale il delitto di intralcio alla giustizia si porrebbe in rapporto di specialità. Il consulente tecnico del pubblico ministero assumerebbe, infatti, nell'espletamento dei suoi compiti, la qualità di pubblico ufficiale o di incaricato di pubblico servizio, richiesta dalla norma denunciata, la quale dovrebbe ritenersi, d'altra parte, applicabile anche in rapporto alla corruzione in atti giudiziari (art. 319-ter cod. pen.). Emergerebbero, peraltro, in questo modo, i profili di illegittimità costituzionale denunciati (profili in considerazione dei quali la sesta sezione della Corte di cassazione, nel rimettere la questione alle sezioni unite, aveva ritenuto, per converso, di dover scartare l'ipotesi dell'applicabilità dell'art. 322, primo comma, cod. pen.). In sostanza, nella prospettiva della Corte rimettente, il mancato adeguamento del sistema dei delitti contro l'amministrazione della giustizia rispetto alla figura del consulente tecnico del pubblico ministero avrebbe determinato non già un deficit di tutela penale, ma, tutt'al contrario, un "eccesso di protezione". Stante, infatti, la maggiore asprezza della pena comminata dalla norma censurata rispetto a quella prevista dall'art. 377, primo comma, in riferimento all'art. 373 cod. pen. , l'offerta corruttiva indirizzata all'ausiliario tecnico del pubblico ministero finirebbe per essere trattata in modo irragionevolmente più severo rispetto all'analoga offerta rivolta al perito nominato dal giudice penale, ovvero al consulente tecnico del giudice civile, ad esso equiparato (art. 64, primo comma, cod. proc. civ.). Altrettanto irragionevole sarebbe, inoltre, lo scarto sanzionatorio riscontrabile a seconda che la condotta subornatrice miri ad alterare i risultati di una consulenza "descrittiva" o "valutativa". 4.- Ciò precisato, la questione è inammissibile. Il Collegio rimettente fonda, infatti, la motivazione in ordine alla rilevanza della questione sull'assunto per cui l'indagine tecnica affidata nel caso di specie al consulente del pubblico ministero - riferire se l'addestramento del copilota, deceduto assieme al pilota in un incidente aereo, potesse considerarsi idoneo - sarebbe «di tipo squisitamente valutativo». Tale circostanza impedirebbe, alla luce di quanto dianzi evidenziato, di sussumere l'offerta di denaro per cui si procede nel paradigma dell'intralcio alla giustizia, con il risultato di rendere operante la censurata norma incriminatrice dell'istigazione alla corruzione. L'assunto non può essere condiviso. In effetti, per poter stabilire se l'addestramento di un pilota di aereo sia «idoneo» occorre anche, e prima di tutto, accertare un dato oggettivo: e, cioè, quale addestramento l'interessato abbia in concreto ricevuto. Il che presuppone l'individuazione e la verifica della concreta effettuazione di un complesso di attività di apprendimento, teoriche e pratiche, riconducibili alla nozione di «addestramento». Nella stessa prospettiva delle sezioni unite, dunque, il consulente tecnico del pubblico ministero si sarebbe bene potuto rendere responsabile, nel caso di specie - alla luce di quanto riferito nell'ordinanza di rimessione - dei reati di falsa testimonianza e di false informazioni al pubblico ministero fornendo dichiarazioni mendaci sugli aspetti dianzi evidenziati, con conseguente rilevanza penale della condotta subornatrice sub specie di intralcio alla giustizia. 5.- Al tempo stesso, è doveroso, peraltro, evidenziare come la pronuncia richiesta a questa Corte dal Collegio rimettente non garantirebbe comunque il ripristino del principio di eguaglianza, che si deduce violato, ma darebbe anzi luogo ad un assetto non in linea con le coordinate generali del sistema. Denunciando la violazione dell'art. 3 Cost., le sezioni unite chiedono, infatti, nella sostanza, che la subornazione del consulente del pubblico ministero venga equiparata, quoad poenam, alla subornazione del perito, sul presupposto che si tratti di «situazioni del tutto analoghe». Al riguardo, occorre tuttavia considerare come le false informazioni al pubblico ministero (art. 371-bis cod. pen.) siano punite con pena sensibilmente inferiore a quella della falsa testimonianza (art. 372 cod. pen. ): rispettivamente, reclusione fino a quattro anni (stessa pena prevista dall'art. 371-ter cod. pen. per le false informazioni al difensore), contro reclusione da due a sei anni. Lo scarto si ripercuote puntualmente sul regime sanzionatorio della subornazione, che ricalca quello delle norme incriminatrici richiamate, con riduzione dalla metà a due terzi (art. 377, primo comma, cod. pen.): rispetto alle persone portatrici di "informazioni non tecniche" il legislatore considera, quindi, notevolmente meno grave l'offerta di denaro fatta a favore di chi deve rendere dichiarazioni al pubblico ministero, rispetto all'analoga offerta effettuata nei confronti di chi deve rendere dichiarazioni al giudice. Ciò risponde pienamente alla logica del processo accusatorio: l'organo dell'accusa è una parte e gli elementi dallo stesso raccolti fuori del contraddittorio non assumono, di norma, la dignità di prove, diversamente da quanto avviene per le dichiarazioni rese davanti al giudice, le quali hanno, dunque, un maggior "valore intrinseco". La stessa logica imporrebbe, dunque, che la subornazione del consulente tecnico del pubblico ministero fosse punita con pena non già eguale - come chiedono le sezioni unite - ma anch'essa inferiore a quella comminata per la subornazione del perito, ausiliario del giudice. Equiparare le due ipotesi significherebbe, in effetti, rievocare una impostazione di tipo inquisitorio, alla stregua della quale il "sapere tecnico" acquisito dall'organo dell'accusa nel corso dell'attività di indagine varrebbe tanto quanto il "sapere tecnico" acquisito dal giudice in dibattimento. Si aggiunga che, sviluppando con rigore la linea interpretativa adottata dalle sezioni unite, si perverrebbe ad un ulteriore risultato contrastante con i principi di eguaglianza e di ragionevolezza, non attinto né dalle censure, né dal petitum. Nell'ipotesi ordinaria, in cui l'indagine tecnica affidata all'ausiliario del pubblico ministero postuli tanto il riscontro di dati oggettivi che l'espressione di valutazioni - ipotesi che, per quanto detto, appare ricorrere nel caso oggetto del giudizio a quo - il soggetto che offre o promette denaro o altra utilità al consulente per influire sulla sua attività dovrebbe rispondere, non già di uno solo, ma di due reati, in concorso formale tra loro: