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Il dover dedicare alla procedura connessa alla chiamata diretta una larga fetta del tempo a disposizione produce inevitabilmente un effetto di compressione sulle altre procedure collegate all'apertura dell'anno scolastico che, di conseguenza, finiscono con l'essere gestite in modo sommario o, peggio, posposte nel tempo, invadendo pesantemente il mese di settembre. L'esempio eclatante è rappresentato dai calendari per l'attribuzione delle supplenze sui posti disponibili a livello provinciale e di istituto. (Applausi dal Gruppo L-SP-PSd'Az) . In quinto luogo, le percentuali di chiamata diretta nei due anni in cui si è utilizzata tale procedura (2016 e 2017) sono talmente basse da esplicitare chiaramente quanto poco fosse gradita al mondo della scuola. In sesto luogo, non a caso, già in relazione all'anno scolastico 2018/2019, si è raggiunto l'accordo con i sindacati del comparto per non applicarla, al fine di rendere più razionali e spedite le operazioni relative all'apertura dell'anno scolastico e in previsione di una profonda revisione normativa in materia. Per tutti questi motivi, dichiaro il voto favorevole della Lega al provvedimento di soppressione definitiva della chiamata diretta dei docenti. (Applausi dai Gruppi L-SP-PSd'Az e M5S) . CANGINI (FI-BP) . Domando di parlare per dichiarazione di voto. PRESIDENTE. Ne ha facoltà. CANGINI (FI-BP) . Signor Presidente, membri del Governo, colleghi senatori, fornisco alcuni dati per capire di cosa si parla quando si affronta il tema della scuola. Secondo il rapporto Invalsi 2019, uno studente che pure arriva al diploma su tre dimostra una conoscenza insufficiente della lingua italiana; per quanto riguarda la matematica, la percentuale sale a quasi il 50 per cento. Naturalmente, questo si accompagna con le note differenze tra Nord e Sud riguardo all'offerta formativa. I dati Eurostat ci dicono che il 14,5 per cento degli studenti non completa il proprio ciclo di studi, quindi il fenomeno dell'abbandono scolastico è in Italia più grave che altrove in Europa. I nostri insegnanti sono mediamente sottopagati rispetto alla media europea. Decine di migliaia di cattedre sono ancora vacanti e, quindi, anche quest'anno scolastico comincerà per i nostri figli e nipoti all'insegna dell'incertezza, quest'anno peggiore degli anni precedenti, perché alla normale inefficienza del sistema si sommano gli effetti di quota 100 e dei pensionamenti anticipati. Non sapere che insegnanti avranno i nostri figli e nipoti non è un buon modo per avviarli verso il futuro. Dico un'ovvietà, ma credo che dalla qualità e dal livello dell'istruzione di una nazione dipendano la qualità e il livello del proprio futuro, persino in un'epoca cialtrona e qualunquista come quella nella quale viviamo. Credo non si possa negare che, per il tipo di vita che tutti quanti noi siamo costretti a fare, gli insegnanti siano gli adulti che i nostri figli e nipoti frequentano di più nell'arco della giornata e il loro valore non è solo in quello che eventualmente riescono a trasmettere ai nostri figli e nipoti, ma rappresentano, di per sé, un modello con cui confrontarsi, in positivo o negativo. Questo è un sistema che può essere corretto e migliorato, partendo da un principio, che a noi di Forza Italia pare banale. Così come i medici, gli avvocati, i giornalisti o i politici non sono tutti uguali, neanche gli insegnanti lo sono; non tutti sanno quello che devono trasmettere in egual misura e non tutti sanno trasmettere quello che sanno agli studenti in egual misura. C'è una metafora di un noto poeta irlandese un po' retorica, ma bella a mio avviso: «La scuola non è riempire un secchio, ma accendere un incendio». Infatti, si tratta non solo di trasferire nozioni su nozioni affinché vengano immagazzinate nella mente dei nostri giovani, ma anche di accedere in loro quella scintilla che muove un interesse, possibilmente una passione per quello che studiano. Questo, a nostro avviso, non è possibile se non si comincerà finalmente a introdurre nel mondo della scuola un criterio che esiste in tutti gli altri ambiti professionali, tranne che tra i ranghi della magistratura: la meritocrazia. Vale a dire accettare il fatto che non tutti sono uguali e che non tutti dovrebbero avere lo stesso destino professionale, la stessa carriera, lo stesso stipendio. L'unico criterio che governa le carriere del corpo docente è quello dell'anzianità. Questo impedisce o quantomeno complica la speranza di alzare il livello e accendere quell'incendio che Yeats indicava come obiettivo della scuola. La riforma di cui parliamo, peraltro, è stata già abrogata da un accordo sindacale, quindi noi stiamo formalizzando una cosa che è già nella realtà, perché lo scorso giugno il Ministero sottoscrisse con i sindacati il superamento della chiamata diretta, che poi si definisce chiamata per competenza e competenza è una parola, per quanto desueta in questa fase storica, da non trascurare. La riforma del Governo Renzi, come tante riforme di quel Governo, partiva da un principio giusto; poi lo realizzava male, probabilmente malissimo, ma rinnegare quel principio non è un buon modo per rendere un servizio alla nostra collettività. È vero che il merito individuale, la responsabilità individuale, quegli elementi che rappresentano lo spirito del capitalismo appartengono poco alla nostra biografia nazionale e al nostro carattere nazionale - c'è chi dice perché non abbiamo avuto la riforma protestante, c'è chi dice perché abbiamo avuto tante dominazioni straniere, ma è un dato di fatto con cui facciamo bene a fare i conti - ma questo non è un buon motivo per rinunciare completamente ad applicarli e a coltivarli in noi. Con la approvazione di questo provvedimento voi dimostrate due cose gravi, che connotano la maggioranza che sostiene questo Governo e i partiti che fanno parte di questa maggioranza: la prima, che balza agli occhi, è che un partito, che per tutta la propria esistenza politica, fino a poco tempo fa, come Lega Nord, ha fatto dell'autonomia, della distinzione tra territori, del decentramento l'elemento cardine della propria identità, con un Ministro dell'istruzione leghista rinnega questo principio e torna a centralizzare il sistema della scuola. È una vostra scelta, è un segno dei tempi che cambiano, ma non mi pare il modo migliore per rendere stabile e forte il nostro sistema scolastico. L'altra, riguarda tutto il Governo: c'è stato annunciato come Governo del cambiamento, un cambiamento non c'è, c'è una restaurazione. Voi perdete l'occasione per prendere quei buoni principi mal realizzati dal Governo Renzi e rilanciarli, dandogli nuova vita. Tornate indietro e lo fate con la solita, vecchia, antiquata logica delle politiche scolastiche, che non sono rivolte agli studenti, servono e vengono pensate unicamente per sedare le potenziali rivolte del corpo docente. Credo che abbia ragione il presidente dell'Associazione nazionale presidi, Antonello Giovannelli, che nei giorni scorsi, commentando questa vostra controriforma ha detto che questa abrogazione potrebbe anche far comodo ai presidi, ai dirigenti scolastici, che in fondo avrebbero un obbligo in meno.