[pronunce]

si sarebbe imposto alla Sardegna, assieme alle altre autonomie speciali (ma non anche alle Regioni ordinarie), di farsi carico pro parte della spesa sanitaria della Regione siciliana. 6.1.2.- In contrasto con l'art. 3 Cost., sia sotto il profilo del principio d'eguaglianza, sia sotto il profilo del principio di ragionevolezza, e con l'art. 7 dello statuto della Sardegna, si porrebbero anche - sempre ad avviso della ricorrente - i commi 7 e 8 dell'impugnato art. 28. Essi dispongono una riduzione rispettivamente pari a 1.450 milioni di euro e di 415 milioni di euro, per il 2012 e per gli anni successivi, da un lato, del fondo sperimentale di riequilibrio e del fondo perequativo di cui agli artt. 2 e 13 del decreto legislativo 14 marzo 2011, n. 23 (Disposizioni in materia di federalismo fiscale municipale) e dei trasferimenti erariali dovuti ai Comuni della Regione siciliana e della Regione autonoma della Sardegna; dall'altro, del fondo sperimentale di riequilibrio e del fondo perequativo di cui agli artt. 21 e 23 del decreto legislativo 6 maggio 2011, n. 68 (Disposizioni in materia di autonomia di entrata delle regioni a statuto ordinario e delle province, nonché di determinazione dei costi e dei fabbisogni standard nel settore sanitario) e dei trasferimenti erariali dovuti alle Province della Regione siciliana e della Regione autonoma della Sardegna. La ricorrente sottolinea che in tal modo il legislatore statale avrebbe introdotto una misura che graverebbe soltanto sugli enti locali delle due Regioni, senza che tale limitazione sia legata a specifici elementi o a parametri obiettivi. Sarebbero dunque violati gli stessi parametri in relazione ai quali sono censurati gli artt. 13 e 14, comma 13-bis, del decreto-legge impugnato, e dunque gli artt. 3, 5, 117 e 119 Cost., nonché gli artt. 3, comma primo, lettera b), 7 e 8 dello statuto della Sardegna: in particolare, l'art. 3 Cost., sotto il profilo dei principi di eguaglianza e ragionevolezza, in relazione all'art. 7 dello statuto della Sardegna, che tutela l'autonomia finanziaria della Regione, pregiudicata anche dalla necessità per la stessa Regione autonoma di sovvenire agli enti locali depauperati dalla misura in questione. 6.1.3.- Una specifica censura è poi rivolta al comma 11-ter dell'impugnato art. 28, in cui si prevede che «[a]l fine di potenziare il coordinamento della finanza pubblica è avviata la ridefinizione delle regole del patto di stabilità interno», senza tenere conto, ad avviso della ricorrente, del principio dell'accordo con le Regioni e senza prevedere alcun contraddittorio con esse. Sarebbero in tal modo violati il principio di ragionevolezza di cui all'art. 3 Cost., il principio di leale collaborazione di cui all'art. 5 Cost. e all'intero Titolo V della parte seconda Cost., e in particolare gli artt. 117 e 119 Cost. e l'art. 7 dello statuto della Sardegna, tenuto conto anche della rilevanza del metodo dell'accordo, affermata altresì nella giurisprudenza costituzionale con la sentenza n. 82 del 2007. Gli art. 3 e 117 Cost., nonché gli artt. 3, comma primo, lettera b), e 7 dello statuto della Sardegna sarebbero altresì violati dalla norma in questione, giacché la declinazione per gli enti locali del patto di stabilità interno non potrebbe prescindere da un intervento regolativo delle Regioni e, specialmente, di quelle a statuto speciale, come riconosciuto dallo stesso legislatore statale mediante la cosiddetta territorializzazione del patto di stabilità prevista, tra l'altro, all'art. 1, comma 141, della legge 13 dicembre 2010, n. 220 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato - legge di stabilità 2011), nonché in analoghe disposizioni anteriori. 6.1.4.- La Regione dubita poi della legittimità costituzionale dell'art. 48 del d.l. n. 201 del 2011, convertito, con modificazioni, dall'art. 1, comma 1, della legge n. 214 del 2011, in riferimento agli artt. 7 e 8 dello statuto speciale e degli artt. 3, 117 e 119 Cost. Nel riservare allo Stato le maggiori entrate erariali derivanti dall'impugnato decreto-legge, infatti, l'art. 48, comma 1, acquisirebbe alla disponibilità dello Stato maggiori entrate che, almeno in notevole misura, dovrebbero essere di spettanza regionale, in violazione dei principi affermati, proprio con riferimento alla Regione autonoma Sardegna, dalla sentenza n. 198 del 1999. Ciò vale in particolare per le maggiori entrate derivanti da diverse misure, previste nel d.l. n. 201 del 2011, convertito, con modificazioni, dall'art. 1, comma 1, della legge n. 214 del 2011, per il contrasto dell'evasione fiscale: ad avviso della ricorrente, sarebbe paradossale che la Regione subisse la diminuzione di entrate cui avrebbe avuto diritto, se le somme dovute fossero state regolarmente versate. Inoltre, poiché l'attuale regime delle risorse della Regione è stato riconosciuto come insufficiente attraverso la richiamata revisione dell'art. 8 dello statuto, riservare allo Stato entrate che dovrebbero sopperire a tali insufficienze comporterebbe una violazione, oltre che della disposizione appena citata, dell'art. 7 dello statuto della Sardegna, degli artt. 117 e 119 Cost. e del principio di ragionevolezza, di cui all'art. 3 Cost. Inoltre, la censurata riserva sarebbe prevista per un periodo di tempo (cinque anni), ad avviso della ricorrente, "lunghissimo", né sarebbe previsto uno scopo specifico al quale destinare il sacrificio imposto alla Regione. La disposizione di cui all'art. 48, comma 1-bis, del decreto-legge impugnato non sarebbe idonea ad escludere i vizi di legittimità costituzionale ipotizzati, visto che rinvia a future determinazioni, da adottarsi ai sensi dell'art. 27 della legge n. 42 del 2009, solo le modalità di applicazione e gli effetti finanziari del decreto-legge, senza prevedere che la Regione possa fruire della quota di compartecipazione che le spetterebbe in applicazione delle norme statutarie. 6.2.- Con atto depositato in data 4 aprile 2012, si è costituito nel giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che il ricorso sia dichiarato inammissibile o infondato o, comunque, sia rigettato.