[pronunce]

con gli artt. 112 (r.o. nn. 167, 447, 649 e 851 del 2000), 113 e 97 della Costituzione (r.o. n. 167 del 2000), in quanto la censurata disciplina del diritto al silenzio vanifica l'attuazione di principi costituzionali di paririlevanza, quali l'indefettibilità della giurisdizione, l'obbligatorietà dell'esercizio dell'azione penale, l'inderogabile funzione conoscitiva del processo, il libero convincimento del giudice (r.o. n. 447 e 649 e 851), condizionando l'esercizio della giurisdizione "nel suo estrinsecarsi e nel suo buon andamento" (r.o. n. 167) alla facoltà di non rispondere del soggetto da esaminare, pur in assenza di reali esigenze di salvaguardia di suoi interessi costituzionalmente protetti, trattandosi di soggetto già giudicato (r.o. n. 167) o a tutela del quale comunque soccorrono le norme che lo garantiscono da autoincriminazioni, ex artt. 63 e 198 cod. proc. pen. (r.o. n. 447, 649 e 851); con l'art. 3 Cost., per la irragionevole diversità di disciplina della acquisizione e utilizzazione delle dichiarazioni eteroaccusatorie a seconda che provengano da un testimone o da uno dei soggetti di cui all'art. 210 cod. proc. pen. (r.o. n. 167), e perché, per effetto di un'opzione affatto arbitraria del dichiarante, si possonoformare giudicati contrastanti nei confronti di posizioni processuali del tutto simili (r.o. nn. 649 e 851 del 2000); che il tribunale di Nocera Inferiore con ordinanza emessa il 14 giugno 2000 (r.o. n. 721 del 2000) solleva, in riferimento agli artt. 3 e 111 Cost., analoga questione di legittimità costituzionale dell'art. 210 cod. proc. pen. , censurando tuttavia tale disposizione non solo nella parte in cui garantisce il diritto al silenzio dell'imputato in procedimento connesso che abbia già reso dichiarazioni nella fase delle indagini, ma anche nella parte in cui "non prevede che il rifiuto dell'esame, quanto alle dichiarazioni eteroaccusatorie, sia penalmente sanzionato, al pari del rifiuto opposto dal testimone"; che il predetto tribunale - premesso che nel corso del dibattimento, il 7 aprile 2000, erano state acquisite senza il consenso dei difensori, con "il sistema delle contestazioni previsto dall'art. 513 c.p.p., come modificato dalla sentenza della Corte costituzionale n. 361/1998", le dichiarazioni rese nella fase investigativa da imputati in procedimento connesso, già giudicati con rito abbreviato, che avevano rifiutato di sottoporsi all'esame dibattimentale - rileva che tale acquisizione è da ritenere "erronea, alla luce delle disposizioni introdotte con legge n. 35 del 25 febbraio 2000, che ha convertito con modificazioni il d.l. n. 2 del 7 gennaio 2000, attuativodell'art. 2, legge costituzionale 23 novembre 1999, n. 2", con la conseguenza che le "dichiarazioni illegittimamente acquisite" sarebbero inutilizzabili ai fini della decisione; che l'art. 210 cod. proc. pen. , garantendo il diritto al silenzio all'imputato in procedimento connesso che abbia già reso dichiarazioni erga alios, sarebbe quindi in contrasto: con l'art. 111 della Costituzione in quanto, imponendo tale norma il metodo dialettico ai fini dell'accertamento della verità materiale e "rendendo esplicita la scelta secondo cui il contraddittorio tra le parti è da considerarsi come il solo metodo probatorio idoneo ad eruendam veritatem", non sono compatibili con la scelta operata dal costituente "regole che limitino la pienezza e l'effettività del contraddittorio, non giustificate daprincipi a loro volta di rango o pari valore costituzionale"; con l'art. 3 Cost., in quanto è irragionevole "la indiscriminata tutela del diritto al silenzio di colui che, avendo già reso dichiarazioni nel processo che lo riguarda, ha anche subito, grazie al meccanismo previsto dall'art. 513, una compressione del proprio diritto di difesa, diritto che non può essere dunque invocato per garantirne il silenzio nel procedimento connesso"; che nei giudizi relativi alle questioni iscritte nel r.o. nn. 167, 721 e 851 del 2000 è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che le questioni siano dichiarate infondate, facendo particolare riferimento ai principi di cui all'art. 24 Cost. Considerato che identica è la sostanza delle questioni, che concernono tutte il diritto al silenzio riconosciuto alle persone imputate o giudicate in un procedimento connesso che abbiano in precedenza reso dichiarazionieteroaccusatorie, per cui deve essere disposta la riunione dei relativi giudizi; che successivamente alle ordinanze di rimessione è intervenuta la legge 1° marzo 2001, n. 63 (Modifiche al codice penale e al codice di procedura penale in materia di formazione e di valutazione della prova in attuazione della legge costituzionale di riforma dell'art. 111 della Costituzione), che ha profondamente inciso sulla disciplina del diritto al silenzio e della formazione della prova in dibattimento, in particolare modificando gli artt. 64, 197 e 210 cod. proc. pen. e inserendo l'art. 197-bis cod. proc. pen. , che individua le ipotesi in cui lepersone imputate o giudicate in un procedimento connesso o per reato collegato assumono l'ufficio di testimone; che di conseguenza, essendo mutati la norma censurata e il contesto complessivo della disciplina diriferimento, gli atti devono essere restituiti ai giudici rimettenti, perché verifichino se le questioni siano tuttora rilevanti nei giudizi a quibus.. . per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE Riuniti i giudizi; Ordina la restituzione degli atti al tribunale di Crotone, al tribunale di Milano, al tribunale di Foggia e altribunale di Nocera Inferiore. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 5 luglio 2001. Il Presidente: Ruperto Il redattore: Neppi Modona Il cancelliere: Di Paola Depositata in cancelleria il 17 luglio 2001. Il direttore della cancelleria: Di Paola