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La riforma che viene proposta fa tesoro dell'esperienza accumulata nel corso degli ultimi anni e si basa sulle buone pratiche ormai consolidate a livello internazionale, che prevedono il controllo e il monitoraggio di ogni fase e aspetto delle attività di cooperazione internazionale, sia tramite il Parlamento, sia garantendo la più ampia trasparenza e la partecipazione diretta degli stessi soggetti che realizzano le attività di cooperazione e di quelli destinatari nei Paesi partner . La cooperazione allo sviluppo non deve produrre nuove forme di dipendenza: ogni intervento deve quindi in primo luogo promuovere le capacità e le risorse umane locali, garantendo, in un'ottica di partenariato, che le popolazioni destinatarie degli interventi siano messe in condizione di partecipare consapevolmente e in maniera responsabile e trasparente. Per questo sarà necessario ripensare gli stessi meccanismi fondanti della cooperazione, promuovendo pratiche di partenariato con i Paesi destinatari degli aiuti e le loro popolazioni e comunità locali, e di capacity building rispetto ai meccanismi di policy making multilaterale e bilaterale secondo una logica di pari dignità e di partecipazione alle decisioni e alle politiche in materia di cooperazione. Per rilanciare la cooperazione e dare nuovo impulso alle relazioni tra popoli e Stati sarà necessario poi valorizzare quelle nuove forze e quei nuovi soggetti che sono andati via via emergendo nello scenario globale, dall'associazionismo, al volontariato, alle amministrazioni e agli enti locali, ai grandi movimenti di solidarietà e di critica alle politiche neoliberiste, nati e consolidati nei Forum sociali mondiali e regionali, fino ad attività quali il servizio civile nazionale ed europeo, nonché i corpi civili di pace. Proprio per permettere alla molteplicità di soggetti che oggi fanno cooperazione di poter accedere ai programmi di finanziamento, il meccanismo attuale dell'idoneità per le organizzazioni non governative (ONG) sarà sostituito con un criterio di ammissibilità dei programmi, come avviene nelle istituzioni dell'Unione europea. La cooperazione costituisce una delle basi fondamentali della politica estera del nostro Paese nei confronti dei Paesi «delle periferie del pianeta», ispirata al fondamentale princìpio pacifista e internazionalista di cui all'articolo 11 della Costituzione. Trova spazio, in questo quadro, l'attribuzione a regioni ed enti locali di poteri di iniziativa e di attuazione nel campo della cooperazione decentrata, da condurre nel rispetto delle finalità della legge e degli indirizzi generali di politica estera approvati dal Parlamento e dal Governo. Tale conformità sarebbe garantita da un'apposita commissione paritetica destinata a garantire una gestione per quanto possibile coordinata e concordata degli interventi. Come rilevato, il coinvolgimento di tutti i soggetti interessati in Italia dovrà andare di pari passo con la collaborazione attiva da parte delle popolazioni dei Paesi partner . Oltre alle organizzazioni della società civile dei Paesi destinatari degli aiuti, andrà rafforzato il ruolo dei migranti, vero e proprio cordone ombelicale fra la nostra società e quelle dei Paesi di provenienza, nonché di forme innovative di finanziamento e di relazioni tra comunità quali il microcredito o il commercio equo e solidale. Il riordino delle politiche di cooperazione e solidarietà internazionali presuppone una guida politica unitaria e di rilevanza adeguata, che sappia assicurare la coerenza tra le varie politiche e azioni di cooperazione. Questa funzione può essere assolta da un Ministro per la cooperazione e la solidarietà internazionali. Compito del Ministro per la cooperazione e la solidarietà internazionali sarà quello di programmare e coordinare le attività di cooperazione internazionale che sarebbero poi attuate da un ente apposito, l'Agenzia per la cooperazione allo sviluppo, nelle cui direzione e gestione possano armonicamente ricomporsi le differenti e molteplici componenti, sia quelle provenienti dall'amministrazione pubblica dello Stato e delle autonomie territoriali, sia quelle di diretta espressione della società civile. In ultimo, il presente disegno di legge mira a realizzare un migliore coordinamento, pur mantenendo le specificità di ogni ambito, tra le politiche di cooperazione internazionale e quelle legate all'intervento in caso di emergenza umanitaria. Se da una parte è necessario mantenere l'indipendenza e la differenziazione tra i diversi tipi di intervento, dall'altra devono comunque essere considerati i legami tra gli interventi di emergenza in caso di crisi (o catastrofe umanitaria o ambientale) e le politiche di più lungo periodo legate alla cooperazione internazionale e all'APS. Il presente disegno di legge si basa sui punti fondamentali di seguito indicati. Per elementari esigenze di buona amministrazione si è ritenuto opportuno distinguere tre momenti fondamentali: l'indicazione delle linee politiche di fondo, con l'identificazione dei Paesi e dei settori prioritari; la programmazione e l'attuazione degli interventi ed il controllo degli effetti degli interventi. Il presente disegno di legge consta di sei capi e di trentotto articoli. Il capo I, denominato «Princìpi fondamentali e norme generali» ripropone, all'articolo 1, le finalità della politica di cooperazione allo sviluppo. Quindi, all'articolo 2, il disegno di legge si sofferma su quelli che devono essere e rimanere gli ambiti, rigorosamente definiti, della cooperazione, da non confondere con quelli di altre politiche, per i quali il nostro ordinamento giuridico predispone strumenti specifici. In questo senso, l'articolo 3 configura il quadro direttivo della politica di cooperazione, delineando una «triangolazione» fra Governo, Parlamento e un ente di nuova istituzione, l'Agenzia per la cooperazione allo sviluppo, dotato dei mezzi e delle professionalità necessari a gestire gli interventi. In particolare l'articolo 3 stabilisce che alla politica di cooperazione allo sviluppo sovraintende il Ministro per la cooperazione e la solidarietà internazionali, il quale propone al Consiglio dei ministri, per l'approvazione, un Piano strategico triennale della cooperazione allo sviluppo, contenente gli indirizzi e le finalità di tale politica. Il Piano viene aggiornato ogni anno e viene sottoposto all'approvazione da parte del Parlamento. L'articolo 4 prevede la definizione dei piani-Paese. L'articolo 5 prevede le attività di monitoraggio e di controllo sulle attività della cooperazione internazionale, fondamentali per garantire la piena trasparenza di tutte le operazioni. Gli articoli 6 e 8 sono dedicati, rispettivamente, ai soggetti beneficiari e agli esecutori dei progetti di cooperazione. L'articolo 7 definisce le competenze del Presidente del Consiglio dei ministri nel garantire unitarietà, coordinamento e coerenza delle politiche di cooperazione. Il Presidente del Consiglio dei ministri, a tale fine, delega il Ministro per la cooperazione e la solidarietà internazionali, che svolge funzioni di controllo, coordinamento, e rappresentanza del Paese nei vari consessi internazionali. Gli articoli 9 e 10 disegnano, rispettivamente, l'oggetto e le modalità attuative della politica di cooperazione. Sull'importanza di queste ultime, in particolare, non si insisterà mai abbastanza, dato il valore strategico che assumono i piani-Paese, nei quali inserire organicamente gli interventi. Una scommessa che finora gli organismi preposti alle attività di cooperazione sono riusciti a vincere troppo raramente.