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Ancora più indicativo, a tal proposito, quanto avviene nello Stato brasiliano del Rio Grande Do Sul, nella città di Serafina Correa, ove la comunità locale da diversi anni tutela la parlata veneta avendo decretato la stessa, anche se per un limitato periodo nel corso dell'anno, come lingua ufficiale della località. Un idioma vivo, quindi, e che ancor oggi ha la doppia funzione di essere un elemento di aggregazione per i discendenti dei nostri emigranti e, allo stesso tempo, di essere un veicolo di trasmissione di valori, identità e cultura di una zona d'Italia esternamente dai propri confini. La motivazione per cui ancor oggi, seppur a distanza di moltissimi anni dal termine del fenomeno migratorio, la parlata veneta è ancora utilizzata frequentemente in terre così lontane, così come nella stessa regione Veneto, è indissolubilmente legata alla sua antica origine; origine, del resto, comprovata più volte e a più riprese, da eminenti storici e da autorevoli pubblicazioni. L'UNESCO, non a caso, riconosce da tempo la lingua veneta inserendola nel suo « Red Book of Endangered Languages » dell'eminente linguista Tapani Salminen dell'università di Helsinki; il volume pubblicato dal Summer Institute of Linguistics , « Ethnologue, Languages of the World », a sua volta, riconosce inconfutabilmente lo status di «lingua» alla parlata veneta, troppo spesso erroneamente definita come «dialetto». Le radici di questa attestazione, non a caso, sono ben profonde nella storia e nel territorio veneti: testi in volgare che presentano chiare affinità con il Veneto sono rintracciabili già a partire dal XIII secolo. Una parlata, certo, che si è evoluta, nel corso dei secoli e che successivamente ha poi conosciuto una rapida diffusione, grazie ai commerci internazionali avvenuti durante la Repubblica Serenissima. Ed è proprio l'ampia commercializzazione, architrave dell'economia veneziana, che ha permesso a questo idioma di acquisire un insieme di vocaboli e di suoni derivanti anche dal mondo slavo e orientale che, nel corso dei secoli, si sono fusi, trasformati ed evoluti, per arrivare poi a un'armoniosa parlata utilizzata da un grande autore di opere teatrali come Carlo Goldoni. Ad avallare ciò, un esempio, tra i tanti e su tutti, è certamente rappresentato dall'origine etimologica del termine «ciao». Questa parola, infatti, oltre a essere la parola italiana più conosciuta al mondo, è la diretta derivazione della veneziana «s-ciao», prima ancora «s-ciavo» (schiavo), prima parola dell'espressione veneta «Sciavo suo, sior!» «servo suo, signore» e che veniva utilizzata dalle genti di questo territorio nel momento del saluto. Esattamente come noi oggi usiamo il più sintetico termine «ciao». Una ricchezza semantica incredibile, dall'enorme valore storico e culturale non solo per il Veneto e per i veneti, ma per tutta l'Italia e che, se non debitamente protetta e valorizzata, rischia, inesorabilmente, di esser perduta. Non a caso, sia a livello locale, sia all'estero, come abbiamo visto, diverse iniziative sono state adottate, nel corso degli anni e da parte di diversi enti locali, per la promozione e la valorizzazione della parlata veneta. Alcuni comuni veneti, ad esempio, hanno adottato l'utilizzo della toponomastica locale nelle segnalazioni stradali; altri hanno deliberato di poter dibattere, in sede di consiglio comunale, sia in italiano che in veneto, indistintamente. Il principale impulso, in questo senso, è però venuto dalla regione Veneto la quale, su impegno richiesto del consiglio provinciale di Vicenza, ha provveduto a emanare la legge regionale 13 aprile 2007, n. 8, definendo il veneto e le parlate storiche delle terre venete senza ombra di dubbio come lingua e non come dialetto, attivandosi, al contempo, per la sua salvaguardia e per la sua tutela. Ma nonostante il meritorio impegno della regione Veneto appare evidente, cosi come avvenuto in altri contesti nazionali europei, che la salvaguardia di una parlata locale passi inesorabilmente da un intervento del Governo centrale. Nella Spagna nel 2010, infatti, il recupero e la tutela della lingua basca e catalana, ad esempio, è stato reso possibile grazie alla sinergia tra le entità territoriali, promotrici delle iniziative, e il Governo spagnolo, che ha riconosciuto la valenza degli idiomi. Governo che, riconoscendo il valore storico e sociale delle parlate regionali, ben interpreta e canalizza le diverse forze territoriali. Una pluralità che significa rispetto per le comunità locali e ricchezza culturale per il Paese intero. Per le ragioni esposte appare evidente come sia pressoché indispensabile che anche il Governo italiano debba necessariamente impegnarsi al fine di tutelare adeguatamente la lingua veneta. A questo scopo, e con questa finalità, il presente disegno di legge chiede che la lingua veneta sia riconosciuta, parimenti ad altre parlate locali, quale lingua minoritaria dello Stato italiano, dando così seguito a quel percorso legislativo iniziato dalla regione Veneto e scongiurando il pericolo che il patrimonio di questa lingua, ancora vivo e presente oggigiorno, vada irrimediabilmente perduto.. Art. 1. 1. All'articolo 2 della legge 15 dicembre 1999, n. 482, è aggiunto, in fine, il seguente comma: «1- bis . La Repubblica tutela, altresì, le parlate locali riconosciute con legge dalle rispettive regioni». Art. 2. 1. La presente legge entra in vigore il giorno successivo a quello della sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale .