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Modifiche alla legge 26 luglio 1975, n. 354, in materia di relazioni affettive tra i detenuti e i figli minorenni. Onorevoli Senatori. – Poter vivere la paternità e la maternità è un diritto, così come è un diritto per i bambini conservare i legami affettivi genitoriali, essenziali per la loro crescita e per il loro sviluppo. Il carcere aggiunge alla solitudine del detenuto la distruzione dei suoi legami familiari e la privazione dei rapporti che i genitori desiderano mantenere, abbracciando i figli e ascoltando la loro voce, e anche i figli soffrono per la perdita dei legami con i genitori. La genitorialità per i padri e le madri detenuti è normata da indicazioni su come devono essere preservate e protette le relazioni con i figli e con i familiari. La legge n. 354 del 1975, all'articolo 28, afferma che «Particolare cura è dedicata a mantenere, migliorare o ristabilire le relazioni dei detenuti e degli internati con le famiglie» e, all'articolo 45, ribadisce che «Il trattamento dei detenuti e degli internati è integrato da un'azione di assistenza alle loro famiglie. Tale azione è rivolta anche a conservare e migliorare le relazioni dei soggetti con i familiari e a rimuovere le difficoltà che possono ostacolarne il reinserimento sociale». Questa normativa appare oggi disattesa e quasi utopica, a fronte del personale sottodimensionato e dell'impossibilità di soddisfare le richieste di contatti con le famiglie. Per le detenute e per i detenuti stranieri ciò è ancora più difficile e possono trascorrere mesi o anni prima che essi riescano ad attivare contatti con le loro famiglie. Pur nella consapevolezza di queste molteplici difficoltà, è tuttavia necessario proporre nuove misure che possono meglio rispondere alle esigenze di rapporti con i familiari e al diritto alla genitorialità, sia da parte dei bambini sia da parte delle madri e dei padri che, ancorché colpevoli di reati, restano comunque genitori. Alla genitorialità in carcere è negato il riconoscimento di quelli che Erving Goffman definisce «diritti sottili», ossia quelli a rischio di invisibilità, come appunto i legami affettivi che coinvolgono i familiari e soprattutto i figli. L'associazione Eurochips (European committee for children of imprisoned parents) indica che il 30 per cento dei bambini figli di detenuti sviluppa comportamenti devianti per mancanza di interventi e risposte corretti. Eurochips afferma, inoltre, che la possibilità per i genitori detenuti di vedere con regolarità i figli e di mantenere rapporti significativi con loro riduce del 40 per cento il rischio di provvedimenti disciplinari in carcere. Come può mantenersi e consolidarsi la genitorialità se è difficile lo svolgimento del colloquio e se esso avviene in condizioni inidonee alla confidenza e alle manifestazioni di affetto? È questo un aspetto particolarmente urgente e drammatico. Il momento del colloquio è certo particolarmente significativo sul piano degli affetti e delle relazioni. A volte atteso per settimane o mesi, si svolge poi in ambienti che sono ben lontani da quei «locali interni senza mezzi divisori» o «spazi all'aperto a ciò destinati», previsti dall'articolo 37 del regolamento di cui al decreto del Presidente della Repubblica 30 giugno 2000, n. 230. È noto infatti che i colloqui avvengono generalmente in locali inidonei, in ambienti sovraffollati, caotici e promiscui, nella confusione di dialoghi spesso urlati, di pianti, nonché in presenza di altri detenuti e familiari, in situazioni in cui anche un abbraccio tra padri o madri e figli diventa difficile o imbarazzante per tutti. Il presente disegno di legge persegue la finalità di garantire la tutela della genitorialità e dell'affettività delle madri e dei padri detenuti, nonché di mantenere o di ristabilire le relazioni dei detenuti e degli internati con i figli, che si mantengono principalmente attraverso i colloqui. La responsabilità genitoriale, che non deve interrompersi durante la detenzione, viene dunque incentivata tramite gli incontri con i figli e mediante la messa a disposizione di spazi psico-pedagogici idonei realizzati all'interno degli istituti, quali aree di attesa per i colloqui (come ad esempio lo «spazio giallo», così denominato dall'associazione Bambini senza sbarre ONLUS, già realtà nell'esperienza pilota nei penitenziari di San Vittore e di Bollate). A tale fine l'articolo 1 disciplina i colloqui dei genitori detenuti con i figli minori, nonché le modalità di funzionamento dei citati spazi aventi finalità socio-educativa. Figura chiave di tale istituto è l'operatore psico-pedagogico, che svolge il compito di presa in carico della famiglia nonché di preparazione della stessa e del minore al colloquio con il detenuto. L'articolo 2 fissa i princìpi generali posti a tutela della genitorialità in carcere. Data la fondamentale importanza degli incontri fra genitori detenuti e figli, i colloqui (anche telefonici) con i minori dovranno essere concessi anche fuori dai limiti temporali stabiliti dal comma 8 dell'articolo 37 del regolamento di cui al decreto del Presidente della Repubblica n. 230 del 2000.. 1 (Colloqui con il minore) 1 All'articolo 18 della legge 26 luglio 1975, n. 354, sono apportate le seguenti modificazioni: a dopo il terzo comma sono inseriti i seguenti: «Al fine di tutelare la genitorialità e i rapporti con la famiglia, sono sempre garantiti i colloqui delle madri e dei padri detenuti o internati con i figli minori, salvo che in caso di maltrattamenti o abusi ovvero per comprovate ragioni a tutela dei minori stessi. Al fine di ridurre l'impatto del carcere sui minori figli di genitori detenuti o internati, sono realizzati, all'interno degli istituti, appositi spazi con finalità socio-educative, per facilitare l'attesa dell'incontro attraverso attività ludiche per i minori nonché prepararli al colloquio. In tali spazi è garantita la presenza quotidiana di almeno un educatore che: a) accompagna e prende in carico la famiglia, preparandola al colloquio con il detenuto o l'internato; b) prepara l'ambiente di gioco, prestando attenzione all'età e alle esigenze dei minori; c) organizza e coordina le attività ludiche; d) osserva le dinamiche comportamentali dei minori nonché le dinamiche tra minori e adulti e interviene nelle eventuali situazioni di disagio; e) agevola il dialogo, le relazioni e il confronto fra i genitori accompagnatori; f) fornisce risposte educative ai genitori e offre consulenze personalizzate; g) attiva un lavoro individuale con il genitore detenuto in una prospettiva di responsabilità genitoriale e di reinserimento sociale. I colloqui dei figli con madri e padri detenuti sono svolti in locali tali da rispettare la sensibilità dei minori e senza mezzi divisori o all'aperto, garantendo al minore la possibilità di trascorrere tempo ludico con il proprio genitore.