[pronunce]

- quanto all'asserita violazione dell'art. 3 Cost. (unitamente all'art. 24 Cost.), occorrerebbe tenere conto della particolare natura della pubblica amministrazione e degli interessi di cui è portatrice, nonché delle garanzie di cui la legge avrebbe circondato l'esercizio del potere ablatorio ex post conferito dalla norma censurata, quali la necessità di un formale atto amministrativo fondato sulla valutazione degli «interessi in conflitto», da compiere con particolare rigore e da esibire nella motivazione dell'atto; il carattere non retroattivo dell'acquisizione; il riconoscimento del ristoro dei danni; l'eccezionalità della procedura, esperibile solo nell'impossibilità di ricorrere ad una procedura espropriativa ordinaria; - quanto all'asserita violazione dell'art. 42 Cost., l'acquisizione avverrebbe in forza di un provvedimento previsto e disciplinato (anche nel contenuto) direttamente dalla legge e privo di efficacia retroattiva, previa rigorosa valutazione degli interessi in conflitto manifestata nella motivazione dell'atto, in caso di preminenza delle ragioni di interesse pubblico che la legge vuole espressamente rivestite del carattere dell'"eccezionalità" ed in mancanza di ragionevoli alternative; - in relazione alla censura per violazione dell'art. 117, primo comma, Cost. - per contrasto con le norme interposte costituite dall'art. 1 del Primo Protocollo addizionale alla CEDU e dall'art. 6 della CEDU - il Comune di Porto Cesareo sostiene il rispetto dei «principi rivenienti dalla giurisprudenza di Strasburgo richiamata nell'ordinanza» di rimessione; - in riferimento alla violazione dell'art. 3 Cost., sotto il profilo dell'intrinseca irrazionalità della determinazione dell'indennizzo, si sostiene che la determinazione del quantum operata dal legislatore andrebbe letta in stretta connessione con gli interessi pubblici di cui è portatrice la pubblica amministrazione, fermo restando che la misura prevista dalla legge sarebbe da considerare come indubbiamente caratterizzata da serietà. 2.4.- Nel giudizio è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, sostenendo l'infondatezza della sollevata questione di legittimità costituzionale, e prospettando, in via preliminare, l'inammissibilità della stessa. 2.4.1.- Secondo l'Avvocatura generale, in punto di ammissibilità, il riparto di giurisdizione in materia è disciplinato dall'art. 133 del codice del processo amministrativo (d.lgs. n. 104 del 2010), la cui lettera f) attribuisce alla giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo tutte le controversie aventi ad oggetto gli atti e i provvedimenti delle pubbliche amministrazioni in materia urbanistica e edilizia, tranne quelle riguardanti la determinazione e la corresponsione delle indennità in conseguenza dell'adozione di atti di natura espropriativa. Ne consegue che solo ove l'indennizzo previsto dall'art. 42-bis fosse qualificabile come "indennità" potrebbe ipotizzarsi la traslatio iudicii prospettata dal giudice rimettente, in caso di superamento dei dubbi di legittimità costituzionale sollevati. Secondo la difesa erariale, invece, al di là del termine utilizzato dalla norma (in stretta connessione con il sostantivo utilizzato dal terzo comma dell'art. 42 Cost.), la ricostruzione sistematica dell'istituto porterebbe a concludere per la configurabilità di una obbligazione di matrice risarcitoria. Infatti, il presupposto dell'emanazione dell'atto ablatorio da parte della pubblica amministrazione sarebbe costituito dal pregresso cattivo uso dell'ordinario potere espropriativo, con conseguente giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo, indipendentemente dalla fondatezza o meno della sollevata questione di legittimità costituzionale della norma, che difetterebbe, dunque, di rilevanza nell'ambito del regolamento di giurisdizione azionato nel giudizio a quo. 2.4.1.2.- Ulteriore profilo di inammissibilità sarebbe rinvenibile nella scarna descrizione della fattispecie concreta da cui ha avuto origine la proposizione del regolamento di giurisdizione, non avendo specificato il giudice a quo se la vicenda abbia avuto origine da una ipotesi di occupazione "usurpativa" o di occupazione "acquisitiva", in dipendenza della mancanza, o meno, della dichiarazione di pubblica utilità. Solo nel primo caso, secondo la costante giurisprudenza di legittimità (richiamata nella stessa ordinanza di rimessione), il privato avrebbe diritto alla restituzione del bene. 2.4.2.- Quanto al merito, secondo la difesa erariale, il legislatore del 2011, con l'introduzione dell'art. 42-bis (e non di un nuovo art. 43) nell'ambito del T.U. sulle espropriazioni, avrebbe inteso assicurare un diverso bilanciamento degli interessi che si contrappongono in caso di occupazione senza titolo - quello della pubblica amministrazione a conservare l'opera pubblica e quello del privato ad un ristoro per l'illegittimità subita - inserendo nell'ordinamento un istituto affine, ma non identico, a quello disciplinato dall'art. 43, dichiarato incostituzionale. Gli elementi di discontinuità, che consentirebbero di ritenere superati i profili di contrasto con i principi enunciati dalla Corte di Strasburgo (mai pronunciatasi espressamente sulla compatibilità dell'art. 43 con le previsioni della CEDU), si coglierebbero nei seguenti aspetti: - quanto agli effetti dell'acquisto della proprietà del bene da parte della pubblica amministrazione, esso avviene ex nunc, solo al momento dell'emanazione dell'atto di esproprio, sicché risulterebbe sconfessata dal legislatore l'interpretazione giurisprudenziale del precedente art. 43, che estendeva in via retroattiva l'acquisto della proprietà del bene, anche in presenza di un giudicato che avesse già disposto la restituzione del bene al privato; - il legislatore avrebbe previsto uno specifico obbligo motivazionale in capo alla pubblica amministrazione procedente, che dovrebbe rendere note le ragioni di eccezionale interesse pubblico che la spingono ad adottare una procedura che si presenterebbe come extrema ratio dell'agire amministrativo. Ciò sarebbe dimostrato dal fatto che nella motivazione dell'atto non risulterebbe sufficiente la mera indicazione della corrispondenza dell'opera all'interesse pubblico, ma si dovrebbe dare conto della mancanza di possibili alternative all'ablazione del bene e dell'impossibilità di restituirlo; - nel computo dell'indennizzo viene fatto rientrare non solo il danno patrimoniale, ma anche quello non patrimoniale, forfetariamente liquidato nella misura del 10 per cento del valore venale del bene (che costituisce un surplus rispetto alla somma che sarebbe spettata nella vigenza della precedente disciplina), sottoponendo il passaggio del diritto di proprietà alla condizione sospensiva del pagamento delle somme dovute, da effettuare entro 30 giorni dal provvedimento di acquisizione;