[pronunce]

Sentenza ha pronunciato la seguentenel giudizio di legittimità costituzionale dell'art. 2 della legge 25 luglio 1988, n. 334 (Ratifica ed esecuzione della Convenzione sul trasferimento delle persone condannate, adottata a Strasburgo il 21 marzo 1983) promosso con ordinanza emessa il 24 novembre 2000 dal tribunale di sorveglianza di Roma sull'istanza promossa da S. B., iscritta al n. 860 del registro ordinanze 2000 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 3, 1a serie speciale, dell'anno 2001. Visti l'atto di costituzione di S. B. nonché l'atto di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri; Udito nell'udienza pubblica del 6 marzo 2001 il giudice relatore Gustavo Zagrebelsky; Uditi l'avvocato Grazia Volo per S. B. e l'avvocato dello Stato Ignazio F. Caramazza per il Presidente del Consiglio dei ministri.. Ritenuto in fatto Considerato in diritto 1. - Il tribunale di sorveglianza di Roma, con ordinanza del 24 novembre 2000, ha sollevato, in riferimento agli artt. 2, 3, primo comma, 25, secondo comma, 27, terzo comma, e 32, primo comma, della Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell'art. 2 della legge 25 luglio 1988, n. 334 (Ratifica ed esecuzione della Convenzione sul trasferimento delle persone condannate, adottata a Strasburgo il 21 marzo 1983), nella parte in cui, nel dare piena ed intera esecuzione alla Convenzione di cui al titolo, consente - ad avviso dello stesso rimettente - che gli accordi tra lo Stato di condanna e lo Stato di esecuzione, previsti dall'art. 3, paragrafo 1, lettera f), della medesima Convenzione, possano derogare all'applicazione dell'art. 147, primo comma, numero 2), del codice penale, che prevede il rinvio facoltativo dell'esecuzione della pena in presenza di condizioni di grave infermità fisica del condannato. Nel procedimento di sorveglianza, il tribunale rimettente è chiamato a decidere su una istanza di rinvio (obbligatorio: art. 146 cod. pen.) dell'esecuzione della pena - o, in subordine, di applicazione della detenzione domiciliare (art. 47-ter, comma 1-ter, della legge di ordinamento penitenziario 26 luglio 1975, n. 354) - formulata, per ragioni di grave infermità fisica, da persona in espiazione di pena in carcere. L'istanza, precisa il rimettente, è stata disattesa in via provvisoria dal magistrato di sorveglianza, che non ha ritenuto sussistente l'estremo del "grave pregiudizio" del condannato, a norma dell'art. 684, comma 2, del codice di procedura penale, in attesa della decisione collegiale del tribunale. 1.1. - Ai fini della questione, il giudice a quo espone tre premesse in punto di fatto. La prima concerne la vicenda giuridica della richiedente. La persona detenuta - riferisce il tribunale - sta espiando in Italia le pene inflitte: a) con una sentenza del 15 febbraio 1984 della Corte distrettuale Federale per il Distretto meridionale di New York (condanna a quaranta anni di reclusione e 50.000 dollari statunitensi di multa), e b) con una sentenza del 19 aprile 1984 della Corte distrettuale Federale per il Distretto orientale di New York (tre anni di reclusione). Dette condanne sono state riconosciute ai fini del trasferimento dell'interessata in Italia, in base alla legge 3 luglio 1989, n. 257 (Disposizioni per l'attuazione di convenzioni internazionali aventi ad oggetto l'esecuzione delle sentenze penali), dalla Corte d'appello di Roma, con sentenza del 9 luglio 1999. Questa sentenza costituisce il titolo dell'esecuzione in Italia delle condanne emesse dalla giurisdizione statunitense, per la pena residua la cui conclusione è prevista in data 29 luglio 2008, alle condizioni stabilite nell'accordo concluso tra i Governi degli Stati Uniti d'America e dell'Italia e accettate dall'interessata all'atto della prestazione del consenso al trasferimento. 1.2. - La seconda premessa concerne le condizioni di salute della detenuta, che, già operata per un tumore nel 1988, durante la detenzione presso stabilimenti statunitensi, ha sviluppato una nuova e diversa forma tumorale, per la quale è stata sottoposta in Italia a verifiche in struttura sanitaria esterna (in base all'art. 11, secondo comma, della legge n. 354 del 1975) e quindi a un intervento chirurgico; a seguito della patologia, del tipo di intervento eseguito e dei fattori di rischio, le - esaurienti, precisa il tribunale - consulenze mediche espletate indicano ora la necessità di un trattamento radiante, per un ciclo di sei settimane (con cadenza quotidiana da lunedì a venerdì) e di un successivo trattamento chemioterapico di sei cicli per la durata di sei mesi. 1.3. - La terza premessa attiene alla impraticabilità delle terapie complementari sopra dette nell'ambito delle strutture penitenziarie e in regime di detenzione, secondo quanto risulta da una nota ufficiale in data 9 novembre 2000 del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, che informa che la radioterapia non è eseguibile nei centri diagnostici terapeutici dell'amministrazione penitenziaria, mentre la chemioterapia sarebbe eseguibile solo presso un centro che, allo stato, per circostanze di fatto, è però inagibile. Né - prosegue sul punto il tribunale - potrebbe nella specie farsi ricorso alla possibilità di ricoveri, più o meno prolungati, presso ospedali o luoghi di cura civili, su autorizzazione del magistrato di sorveglianza e in costanza dello stato di detenzione, in applicazione del citato art. 11 della legge n. 354 del 1975; tale possibilità, "in astratto sussistente", deve, ad avviso del rimettente, essere "problematicamente rapportata alla continuità temporale e [alla] complessiva durata del trattamento, nonché ai noti suoi [del trattamento sanitario] riflessi collaterali", incidenti sul carattere afflittivo della pena, fino al limite di un aggravio inutile e vessatorio. Dunque, conclude in fatto il tribunale, si delinea - per la serietà della patologia e la sua recidivanza, per il tipo di terapia, e anche per i profili psicologici, così pregnanti nelle malattie tumorali - una condizione di incompatibilità tra lo stato di salute della persona interessata e la detenzione in ambiente carcerario, incompatibilità che troverebbe il suo più adeguato strumento di risoluzione nell'applicazione del rinvio (facoltativo) dell'esecuzione della pena, a norma dell'art. 147, primo comma, numero 2), cod. pen; un istituto, precisa il tribunale, che appare maggiormente congruente al caso, rispetto alla richiesta di applicazione del rinvio obbligatorio dell'esecuzione di pena (art. 146), che postula una irreversibilità e una terminalità della malattia che qui non sussistono. 1.4. - Ma l'art. 147, primo comma, numero 2), cod. pen. non è applicabile al caso in esame, in conseguenza del peculiare regime giuridico che regola l'esecuzione in Italia delle pene irrogate nei confronti dell'interessata.