[pronunce]

Si dà quindi conto della successiva normativa avente ad oggetto il canone per il servizio pubblico radiotelevisivo, quanto a misura, competenza e procedimento per la sua variazione, destinazione dei proventi, riscossione. Infine, in ordine alla censura relativa alla assenta onerosità del procedimento da seguire per sottrarsi al pagamento del canone, la RAI ne eccepisce la inammissibilità, non essendo la norma denunciata applicabile in un giudizio di opposizione come è quello principale; nel merito, osserva come appartenga alla discrezionalità del legislatore l'identificazione delle modalità da seguire per dimostrare la non assoggettabilità ad un obbligo tributario, ove si sia precedentemente manifestato il necessario indice di capacità contributiva. Tali modalità, poi, non sono in concreto così onerose da rendere impossibile per il contribuente detta dimostrazione. 3. - Nel giudizio è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, che ha concluso per l'infondatezza della questione. Dopo aver premesso che il canone di abbonamento alla televisione è - secondo la giurisprudenza di legittimità, ma anche secondo l'orientamento di questa Corte (sentenza n. 81 del 1963 e poi sentenza n. 535 del 1988) - un tributo (imposta) il cui presupposto è "ancorato all'attitudine o all'adattabilità di un apparecchio alla ricezione di qualsiasi emittente radiofonica o televisiva, italiana o straniera, pubblica o privata", la difesa erariale osserva che, per quel che attiene alle modalità di disdetta dall'abbonamento, previste dall'art. 10 del r.d.l. n. 246 del 1938, esse sono dirette ad evitare la facile evasione del tributo, e che, tuttavia, non viene evocato come parametro nell'ordinanza l'art. 53 Cost. Rileva poi che, essendo l'imposizione tributaria svincolata da qualunque rapporto di corrispettività, anche rispetto alla fruizione del servizio pubblico, sarebbe infondato ogni dubbio di irragionevolezza degli artt. 15 e 16 della legge n. 103 del 1975. Neppure sarebbero, perciò, pertinenti gli argomenti del giudice a quo che pongono a raffronto la concessionaria del servizio pubblico e le emittenti private, adombrando una posizione di dominanza assunta dalla prima, essendo dovuto il canone perché si è in grado di ricevere trasmissioni televisive dell'una e delle altre, nonché delle emittenti straniere. La capacità contributiva sussisterebbe, secondo l'ordinanza n. 219 del 1989 di questa Corte, anche se zone d'ombra di fatto impedissero la ricezione. Considerato che l'individuazione del presupposto dell'imposizione è nel possesso dell'apparecchio atto a ricevere, e non nel "dominio dell'etere" da parte dello Stato, non sarebbero pertinenti i rilievi del giudice a quo in ordine alla diversità dei mezzi attraverso i quali si possono ricevere le trasmissioni televisive, ivi compresa la via Internet, atteso che l'imposta in discorso deve essere pagata allo Stato, e non al concessionario del servizio, e che le norme sospettate di illegittimità costituzionale presentano carattere di generalità, essendo applicabili a tutti coloro che detengono un apparecchio atto a ricevere trasmissioni televisive, da emittenti pubbliche o private, nazionali o estere. 4. - In prossimità dell'udienza pubblica ha depositato memoria la RAI Radiotelevisione italiana S.p.a. , insistendo nelle domande già proposte. Dopo aver illustrato le ragioni a sostegno dell'ammissibilità del suo intervento, la RAI si sofferma sui motivi della inammissibilità della questione sollevata (carenza di motivazione sulla rilevanza, mancata compiuta descrizione della fattispecie, contraddittorietà e perplessità dell'ordinanza). Nel merito, rilevato il tenore confuso dell'atto introduttivo del presente giudizio, richiama la natura del canone di abbonamento, concludendo per l'infondatezza della questione. Inammissibile, poi, sarebbe il dubbio di disparità di trattamento fra la concessionaria del servizio pubblico e le altre emittenti, in quanto non si controverte sulle norme relative alla ripartizione dei proventi del canone; oltretutto, le situazioni non sarebbero confrontabili, atteso che solo sulla RAI grava l'obbligo di assicurare il servizio pubblico, il quale ha funzione di riequilibrio nel contesto di un sistema fondato sul doppio pilastro del pluralismo esterno e del pluralismo interno. Infine, sarebbe inesistente la questione relativa alle modalità di disdetta del canone, di cui all'art. 10 del r.d.l. n. 246 del 1938, essendo menzionata la disposizione, non applicabile nel giudizio a quo, solo nell'incipit dell'ordinanza, cui non segue alcuna motivazione. Tale questione, in ogni caso, sarebbe infondata, considerata la non onerosità delle formalità prescritte dalla norma. 5. - Con ordinanza allegata, letta in udienza, l'intervento della RAI-Radiotelevisione Italiana S.p.a. è stato dichiarato ammissibile.1. - Il Tribunale di Milano solleva questione di legittimità costituzionale, in riferimento agli articoli 2, 3, 9 e 21 della Costituzione, degli articoli 1, 10 e 25 del regio decreto legge 21 febbraio 1938, n. 246 (Disciplina degli abbonamenti alle radioaudizioni), convertito dalla legge 4 giugno 1938, n. 880, "e successive integrazioni e modificazioni", nonché degli articoli 15 e 16 della legge 14 aprile 1975, n. 103 (Nuove norme in materia di diffusione radiofonica e televisiva), "e norme ivi citate". Il r.d.l. n. 246 del 1938 contiene la disciplina, tuttora in vigore, del canone di abbonamento alle radioaudizioni e alla televisione. In particolare, l'art. 1, primo comma, del decreto detta la norma fondamentale in materia, secondo cui "chiunque detenga uno o più apparecchi atti o adattabili alla ricezione delle radioaudizioni è obbligato al pagamento del canone di abbonamento". L'art. 10 detta le condizioni e le procedure attraverso le quali chi non intenda o non possa più usufruire delle radioaudizioni circolari pur continuando a detenere l'apparecchio, ovvero intenda cedere l'apparecchio, può ottenere di essere dispensato dal pagamento del canone. L'art. 25 disciplina la riscossione e il versamento dei canoni e delle relative sopratasse e pene pecuniarie. Le tre disposizioni impugnate sono vigenti nel loro testo originario, non avendo subito alcuna modificazione o integrazione. A sua volta, l'art. 15 della legge n. 103 del 1975 stabilisce fra l'altro che "il fabbisogno finanziario per una efficiente ed economica gestione dei servizi di cui all'articolo 1" - vale a dire il servizio pubblico di "diffusione circolare di programmi radiofonici via etere o, su scala nazionale, via filo e di programmi televisivi via etere, o, su scala nazionale, via cavo e con qualsiasi altro mezzo" - "è coperto con i canoni di abbonamento alle radioaudizioni ed alla televisione di cui al r.d.l. 21 febbraio 1938, n. 246", nonché con i proventi della pubblicità e con altre entrate (primo comma);