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«Per il riparto delle quote di finanziamento dei partiti si provvede sulla base delle circoscrizioni elettorali per la Camera dei deputati, in proporzione ai voti ottenuti nelle ultime elezioni politiche generali e con esclusione dei partiti o delle liste che non abbiano raggiunto l'1 per cento dei votanti»; -- all'articolo 3, secondo comma: «Per il riparto dei versamenti destinati alle organizzazioni professionali di categoria si provvede sulla base dei risultati delle votazioni che avranno luogo nella ultima domenica di aprile immediatamente precedente la festività del 1º maggio, su base provinciale, con riparto delle quote proporzionali ai voti ottenuti dalle singole liste delle varie categorie, e con esclusione delle liste che non abbiano raggiunto, sempre su base provinciale, almeno il 5 per cento dei votanti»; -- all'articolo 7: «La riscossione delle quote di cui alla presente legge avrà luogo con i normali ruoli di ricchezza mobile sia per le quote di categoria professionale sia per la quota fissa annua di lire 1.000». Ben più organica era la proposta presentata dagli onorevoli Bertoldi, Salvatore e altri 13 deputati socialisti, che introduceva un finanziamento pubblico per i partiti, ma contemporaneamente riconosceva la personalità giuridica di diritto privato degli stessi e stabiliva le modalità in base alle quali i partiti dovevano organizzarsi per la riscossione dei contributi, nonché individuava i finanziamenti e i contributi vietati. Per sommi capi essa prevedeva, all'articolo 1, che i partiti politici, che abbiano partecipato alla elezione per la Camera dei deputati, hanno diritto ad un contributo statale annuo a condizione che siano rappresentati alla Camera stessa da un gruppo parlamentare composto da almeno cinque deputati. Il contributo dello Stato sarà pari all'importo ottenuto moltiplicando per mille il numero degli elettori iscritti nelle liste elettorali per l'elezione alla Camera dei deputati e sarà diviso tra i partiti, per il 20 per cento in parti uguali, e per il restante 80 per cento in proporzione ai voti validi ottenuti da ciascun partito nelle elezioni stesse. L'articolo 5 stabiliva che: «I partiti che intendono ottenere i contributi previsti dalla presente legge devono indicare nel loro statuto gli organi i cui titolari sono abilitati a riscuotere; a questi è conferita, inoltre, la rappresentanza legale del partito. All'atto dell'erogazione del contributo, al partito è comunque riconosciuta la personalità giuridica di diritto privato». L'articolo 13 vietava ai partiti e alle organizzazioni di partito di «ricevere o comunque accettare finanziamenti o contributi sotto qualsiasi forma, diretta o indiretta: a) da parte di enti pubblici statali, regionali, provinciali o locali; b) da parte di enti economici statali o parastatali; c) da parte di società a partecipazione statale. Nelle società in cui la partecipazione statale è di minoranza, i rappresentanti del capitale pubblico sono tenuti ad opporsi alla corresponsione ai partiti di sovvenzioni o contributi sotto qualsiasi forma; d) da parte di società private se i finanziamenti o le contribuzioni non sono stati deliberati dall'organo sociale competente e non sono iscritti nel bilancio e non siano vietati dalle leggi vigenti; e) da qualsiasi ramo della pubblica amministrazione statale, regionale e locale; f) dai servizi segreti statali». L'articolo 14 puniva le violazioni di detti divieti con una multa fino a lire 10 milioni e con la reclusione fino ad un anno. A parte la diversa compiutezza e rilevanza dei due testi, sia la proposta Greggi che quella Bertoldi anticipavano un'esigenza: quella del finanziamento pubblico dei partiti che già serpeggiava nel dibattito politico e si sarebbe riproposta con forza nel corso della VI legislatura. A metà degli anni '70, fu infatti evidente come i costi dell'attività politica continuamente crescenti, che non venivano coperti dalle ordinarie contribuzioni degli iscritti, avessero contribuito allo svilupparsi di un sistema occulto di finanziamento dei partiti. L'obiettivo di una moralizzazione della vita pubblica, lo stesso che in una logica diversa (in quella cioè del contenimento delle spese elettorali, della regolazione dei partiti e della trasparenza dei loro bilanci) era stato alla base del disegno di legge del senatore Sturzo sedici anni prima, fu invocato per giustificare l'intervento finanziario dello Stato a favore dei partiti. E, oltre al progetto di legge ripresentato dall'onorevole Bertoldi, fu depositata alla Camera, il 20 marzo 1974, la proposta degli onorevoli Piccoli, Mariotti, Cariglia, Reale Oronzo: «Contributo dello Stato al finanziamento dei partiti politici» divenuta poi, con alcune marginali modifiche, la legge 2 maggio 1974, n. 195. In un punto sostanziale la proposta Piccoli si distingueva da quella Bertoldi: nel mancato riconoscimento giuridico dei partiti. Per dirla con l'icastica forma usata da Giuseppe Spagnolo nel suo studio sui reati di illegale finanziamento dei partiti politici, «da un regolamento dell'attività dei partiti senza finanziamento pubblico (il progetto Sturzo) si era passati, con il progetto Bertoldi, ad un finanziamento con regolamentazione, per approdare infine, con il progetto Piccoli, ad un finanziamento senza regolamentazione». E in questa prospettiva venne egualmente invocato a giustificazione l'articolo 49 della Costituzione. Nell'ampia relazione dell'onorevole Galloni, che illustrava il testo del progetto per l'aula di Montecitorio, si legge infatti: «La proposta di legge Piccoli, tenuta presente come testo base dalla Commissione, ha raccolto il vasto movimento di opinione che ha dibattuto, in sede culturale e politica, il tema dell'attuazione dell'articolo 49 della Costituzione e, per conseguenza, quello del rilievo che ha il partito politico all'interno del nostro ordinamento, della sua natura giuridica, della sua funzione politico-costituzionale e dell'ammissibilità del suo finanziamento pubblico... L'articolo 49 della Costituzione ha riconosciuto la posizione e la funzione del partito quale strumento offerto ai cittadini per realizzare fini politici e di interesse generale al grado più elevato di dignità costituzionale: l'esercizio della sovranità popolare e, in concreto, la determinazione della politica nazionale; ma nello stesso tempo non ha subordinato l'esistenza dei partiti ad alcun condizionamento o limite ideologico interno, programmatico o strutturale e pertanto non ha modificato il carattere del partito che è, e continua ad essere, al pari delle associazioni previste dall'articolo 18, espressione di autonomia privata. Questo vuol dire che il partito -- ancorché dotato di una funzione pubblica -- è previsto, nel nostro sistema costituzionale, con la struttura propria di un ordinamento giuridico privato. Il suo carattere istituzionale -- se a questi ci vogliamo riferire -- è dotato di una istituzionalità cosiddetta esterna; e cioè, come qualunque associazione, non ha altri limiti che i limiti esterni che sono costituiti dalla legge civile comune e dai divieti posti dalla legge penale. L'unico limite specifico esterno posto al partito -- oltre a quelli comuni a tutte le associazioni private -- è quello previsto dalla XII disposizione transitoria e finale della Costituzione che vieta la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista».