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Un altro importantissimo pilastro è costituito dall'ufficio del processo, che sarà veramente una grande innovazione, una misura strutturale. Non è semplicemente una squadra di supporto al giudice, ma proprio una rivoluzione nell'organizzazione, cioè la giurisdizione intesa come un pool che supporta il giudice con competenze innovative, non solo giuridiche; soprattutto se parliamo di processo civile, sarà sicuramente molto importante avere il supporto di esperti in economia, in scienze sociali, in organizzazione, che entrano nella squadra del giudice, intesa anche come sezione e come collegio. Noi sappiamo che è già stato varato dal Consiglio dei ministri un intervento immediato straordinario con 16.500 unità, per 8.100 dei quali già ora è stato indetto un bando, ma sono misure strutturali che devono cambiare nel senso proprio di un'organizzazione diversa e di un diverso modo di arrivare a un provvedimento. In Commissione si è poi lavorato molto sul processo di esecuzione, sulle aste giudiziarie, a tutela dei soggetti più deboli e più esposti, ma soprattutto della legalità, con l'introduzione della banca dati digitale. Al riguardo vorrei sottolineare che c'è un altro protagonista importante, cioè la tecnologia, la digitalizzazione, che è una linea portante del PNRR. Tale aspetto è fondamentale nel servizio giustizia, non semplicemente come strumento più moderno, bensì perché permette di organizzarsi in modo diverso. Al riguardo c'è ancora molta strada da fare, ma siccome le risorse maggiori e l'accesso a tali risorse insiste sul nodo della digitalizzazione, questo intervento ha senso. Ciò vale per gli appalti e quant'altro; gli strumenti moderni, avanzati, del presente e del futuro possono aiutare ad esercitare un migliore controllo di legalità, che deve cessare di essere visto, più o meno dichiaratamente, come un ostacolo, un imbrigliamento. C'è una strada per avere un buon controllo di legalità senza burocratizzarsi e riempiendo il percorso di inciampi. Questo ovviamente avviene se si ha la testa e vi si pone attenzione. Vi è infine la questione del tribunale di famiglia, su cui è intervenuta puntualmente e con stile teutonico la collega Unterberger, sinteticamente ma molto incisivamente. Anche in questo caso si pongono varie questioni. In primo luogo c'è stata una grande innovazione che, non a caso, essendo un argomento già molto discusso negli anni scorsi, ha riscosso una generale condivisione, sicuramente unanime da parte della Commissione, con il coinvolgimento sin dall'inizio anche dell'opposizione, che su questo punto ringrazio, ma anche fuori da queste Aule. Viene infatti finalmente istituito il tribunale della famiglia, che assume in sé anche il tribunale dei minori e che non rappresenta solo una semplificazione, ma qualcosa di molto di più, perché significa mettere in un comparto, che non soltanto è specializzato, ma ha una sua completezza, una materia che è necessariamente interdisciplinare, che ha bisogno di molte competenze e per cui deve cessare la divisione tra tribunale ordinario civile e tribunale dei minori. Qui c'erano delle discriminazioni tra figli nati nel matrimonio e figli nati fuori dal matrimonio, che dovevano assolutamente essere cancellate, ma non solo, perché c'era e c'è ancora una sovrapposizione di provvedimenti, a rischio di duplicazione. Inoltre, collegandomi agli argomenti che adesso tratterò molto brevemente, spesso si riscontra anche una minore incisività, a causa della moltiplicazione degli interventi. Vengo dunque all'ultima questione, che è stata un'importante sfida per la Commissione, perché riguarda il tema di come si affronta la tutela. Il diritto di famiglia deve essere fondamentalmente una tutela, perché quando lo Stato entra in questo tipo di rapporti, la questione diventa delicata. Sicuramente lo Stato deve entrare in punta di piedi, per quanto riguarda le relazioni personali, ma altrettanto sicuramente c'è un tema di tutela, adeguato anche al cambiamento della società, perché questo è il tema dei temi. C'è dunque una questione, che reputo molto importante e che è frutto del lavoro della Commissione giustizia, in collegamento molto stretto con la Commissione di inchiesta sul femminicidio e ogni forma di violenza di genere. Mi riferisco al fatto che la violenza familiare entra nell'attenzione del diritto di famiglia e nel processo che riguarda la famiglia. Sottolineo che esso entra «nell'attenzione» e non «nel processo». Purtroppo sappiamo - in questi ultimi giorni ci è stato ricordato tragicamente - che è proprio in quei momenti che si sviluppano ed esplodono le tensioni e le violenze e dunque riteniamo che la protezione e la tutela non possano essere delegate solo e completamente al processo penale. C'è infatti un momento delicato di rilevamento, di attenzione e di intervento. Questo è ciò che abbiamo fatto, come Commissione, discutendo molto, dando al giudice tutti gli strumenti per essere attento, per prendere immediatamente dei provvedimenti e per organizzare una serie di provvedimenti. Questo punto è contenuto in specifici articoli della delega: abbiamo soprattutto collegato esplicitamente e più volte la disciplina che ne scaturirà alla Convenzione di Istanbul, che è molto chiara su questo punto. Abbiamo infatti stabilito, come prevede la Convenzione di Istanbul, che non si possono fare tentativi di conciliazione o di mediazione in tutti i casi in cui c'è violenza, che bisogna fermarsi e che bisogna coordinarsi con tutti gli operatori di giustizia. Volendo poi essere conseguenziali con l'esigenza di mettere davvero il minore al centro - quello che ci guida e ci deve sempre guidare non è infatti la tensione tra i diritti dei due genitori, ma la necessità di mettere il minore al centro - abbiamo ad esempio stabilito che, in tutti i casi in cui il minore rifiuta di vedere uno o entrambi i genitori e in cui ci sono casi di violenza, il minore deve essere ascoltato direttamente dal giudice. Anche in questo caso, quindi, mettiamo la giurisdizione al centro e questa - si badi bene - è la scelta che si iscrive nella cultura delle garanzie di cui parliamo molto spesso, dimenticando però talvolta che cosa vuol dire, agitando questo termine senza associarvi dei complementi oggetto. La cultura delle garanzie è, appunto, mettere il momento dell'esercizio della giurisdizione al centro. È una fase molto delicata, nella quale intervengono, giustamente, molti consulenti e molti ausiliari e bisogna definire qual è l'intervento di questi ausiliari, che deve essere effettivamente un intervento di ausilio e non di delega di altre funzioni, proprio perché il giudice ha dei doveri e ha un certo tipo di formazione. La formazione specifica sulla violenza nelle relazioni familiari è assolutamente centrale all'interno di questo provvedimento. Inoltre, scriviamo che laddove si facciano valutazioni di un certo tipo, escludiamo esplicitamente tutte quelle teorie che non hanno un riconoscimento nei protocolli riconosciuti dalla comunità scientifica. Parallelamente, valorizziamo questo ausilio, iscrivendolo però in una guida, in garanzie. Credo quindi che la scelta giusta, che premia ciascuna impostazione - perché ovviamente non possiamo nascondere che ci siamo confrontati su questo partendo anche da impostazioni molto diverse - sia quella di stabilire criteri il più oggettivi possibile nell'esercizio di queste funzioni e di eliminare tutte quelle ambiguità dietro alle quali le garanzie impallidiscono.