[pronunce]

n. 6 del 2010, che ha introdotto il comma 1-bis all'art. 9 della legge prov. Bolzano n. 14 del 1987, la difesa provinciale osserva come tale previsione e l'art. 18 della legge n. 157 del 1992, in combinato disposto con l'art. 7 della medesima legge, operino su piani differenti. La disposizione provinciale impugnata, infatti, avrebbe lo scopo di consentire l'abbattimento, per motivi biologici e igienico-sanitari, ovvero per prevenire danni alle colture agricole-forestali e al patrimonio ittico, delle specie animali indicate all'art. 4, commi 1 e 2, della legge provinciale n. 14 del 1987, là dove le disposizioni statali richiamate disciplinano il calendario venatorio. Né potrebbe ritenersi, a parere della stessa difesa, che la legge n. 157 del 1992 costituisca, in rapporto all'art. 33 della legge provinciale n. 6 del 2010, norma fondamentale di riforma economico-sociale, finalizzata ad individuare il nucleo minimo di tutela della fauna selvatica. La censura formulata dallo Stato avrebbe avuto ragion d'essere qualora fosse stato attribuito all'assessore provinciale competente in materia di caccia il compito di ridefinire il calendario venatorio, giacché in tal caso l'individuazione delle specie cacciabili e dei periodi di attività venatoria avrebbero intaccato il richiamato nucleo minimo di tutela, nei termini stigmatizzati dalla Corte costituzionale nella sentenza n. 233 del 2010, richiamata dal ricorrente. Ma così non sarebbe, dal momento che la ratio dell'art. 33, comma 3, della legge prov. n. 6 del 2010 risiede nella necessità di consentire l'abbattimento di capi di specie protette quando ricorrano le peculiari e contingenti situazioni sopra enucleate. In sintesi, mentre la legge n. 157 del 1992 disciplina l'attività venatoria nel suo svolgersi ordinario, il campo di applicazione della disposizione impugnata è affatto particolare. La difesa provinciale evidenzia inoltre come nessuna delle specie di mammiferi cacciabili ai sensi dell'art. 4, comma 1, della legge provinciale n. 14 del 1987 sia compresa negli allegati II e IV alla direttiva 92/43/CEE, mentre l'allegato III alla stessa direttiva, pure richiamato dal ricorrente, ha ad oggetto i criteri di selezione dei siti di potenziale importanza comunitaria e designati quali zone speciali di conservazione, e perciò presenta un ambito applicativo non sovrapponibile a quello della disposizione provinciale censurata. Sotto diverso profilo l'allegato II alla citata direttiva 92/43/CEE prevede una particolare tutela dell'habitat di specie animali in pericolo, vulnerabili, rare o endemiche, allo scopo di scongiurarne la rarefazione o l'estinzione. Diversamente, l'art. 4, comma 2, della legge provinciale n. 14 del 1987 si limita a prevedere la possibilità di un intervento mirato di controllo, per evitare che l'aumento eccessivo di alcune specie possa pregiudicare l'equilibrio ecologico o l'agricoltura, la silvicoltura, la piscicoltura, la consistenza della fauna selvatica o la sicurezza pubblica, ovvero per motivi di sanità. Infine, osserva la difesa della Provincia di Bolzano, l'allegato IV alla direttiva 92/43/CEE estende il novero delle specie di cui all'allegato II e introduce, a peculiare tutela delle stesse, accanto al divieto di uccisione e cattura, anche il divieto di disturbo, nonché di deterioramento o distruzione delle aree di ripopolamento e riposo. Ciò dimostrerebbe che le specie animali destinatarie di tale rafforzata tutela sono quelle rare ed in pericolo, prive come tali di impatto sulla produzione agricola, forestale o ittica, e perciò non assoggettabili al regime dell'abbattimento selettivo previsto dalla disposizione provinciale impugnata. 3. - In data 14 marzo 2011 la Provincia autonoma di Bolzano ha depositato memoria integrativa con la quale insiste nelle conclusioni già rassegnate nell'atto di costituzione in giudizio, argomentando ulteriormente in riferimento alla inammissibilità ed alla non fondatezza delle questioni promosse con il ricorso statale. 3.1. - La difesa provinciale ribadisce l'eccezione di inammissibilità, per genericità ed indeterminatezza, delle censure relative all'art. 4 della legge provinciale n. 6 del 2010, ed evidenzia come, secondo la giurisprudenza costituzionale consolidata, nei ricorsi in via principale il ricorrente debba illustrare adeguatamente le ragioni per le quali le disposizioni impugnate violano i parametri evocati, e spiegare in quale misura le violazioni ridondino sulle proprie attribuzioni costituzionali. L'onere motivazionale si porrebbe, in questa tipologia di giudizi, «in termini anche più pregnanti che in quello in via incidentale», con la conseguenza che la mancata specificazione delle argomentazioni è causa di inammissibilità della questione. 3.2. - Nel merito, in ogni caso, tutte le censure prospettate dallo Stato sarebbero infondate posto che, nelle materie di competenza legislativa primaria della «caccia e pesca» e della «alpicoltura e parchi per la protezione della flora e della fauna», la Provincia autonoma non sarebbe sottoposta ai limiti fissati dall'art. 117, secondo comma, lettera s), Cost. e quindi al rispetto delle norme statali che fissano "standard minimi ed uniformi di tutela" in materia di ambiente. Invero, le disposizioni introdotte dalla legge costituzionale n. 3 del 2001 sono applicabili, alla Provincia autonoma resistente, solo in quanto prevedano forme più ampie di autonomia di quelle già riconosciute, con la conseguenza che lo Stato non potrebbe invocare le competenze derivanti dal citato art. 117, secondo comma, lettera s), Cost. e la normativa statale di riferimento (legge n. 157 del 1992 e d.P.R. n. 357 del 1997) come "limiti" delle competenze legislative della Provincia autonoma di Bolzano. Secondo la difesa provinciale, inoltre, lo Stato non potrebbe pretendere il rispetto della normativa richiamata in quanto attuativa della disciplina comunitaria, dal momento che, ai sensi del d.P.R. n. 526 del 1987, spetta alla Provincia autonoma di Bolzano, nelle materie di propria competenza, dare attuazione alle direttive comunitarie (sono richiamate le sentenze n. 425 del 1999 e n. 378 del 2007). Infine, anche a voler seguire la tesi del ricorrente sull'applicabilità degli standard minimi ed uniformi di tutela fissati dalla legislazione statale, le doglianze prospettate risulterebbero infondate, in quanto le disposizioni provinciali impugnate, anche là dove dettano una disciplina difforme da quella statale, risulterebbero comunque rispettose degli obiettivi di tutela minima previsti dalle direttive e dalla normativa statale di attuazione.