[pronunce]

che, sotto il profilo della non manifesta infondatezza della questione, il giudice a quo ricorda che la direttiva 28 giugno 1999 n. 1999/70/CE (Direttiva del Consiglio relativa all'accordo quadro CES, UNICE e CEEP sul lavoro a tempo determinato), dopo aver imposto (clausola 1) la creazione di un sistema di norme finalizzate a prevenire gli abusi derivanti dalla successione di contratti o rapporti di lavoro a tempo determinato, dispone (clausola 5) che gli Stati membri, per prevenire tali abusi, dovranno introdurre, in assenza di norme equivalenti, una o più misure che prevedano ragioni obiettive per la giustificazione del rinnovo dei suddetti contratti o rapporti, ovvero la durata massima totale dei contratti o rapporti di lavoro a tempo determinato successivi, ovvero il numero dei rinnovi dei suddetti contratti o rapporti; che, in virtù del primato del diritto dell'Unione europea rispetto ai singoli diritti nazionali, il giudice deve disapplicare la norma interna che sia in contrasto con quella del diritto dell'Unione europea ove questa sia direttamente applicabile; diversamente, la disciplina da applicare rimane quella interna, salvo il rinvio alla Corte costituzionale per illegittimità della norma interna, rispetto alla quale quella sovranazionale assume il rango di parametro interposto; che la Corte di giustizia dell'UE, dopo aver spiegato che la menzionata direttiva si applica anche ai contratti e rapporti di lavoro a tempo determinato conclusi dalle pubbliche amministrazioni, ha pure ribadito, in più sentenze, che la citata clausola 5, punto 1), dell'accordo quadro non è sufficientemente precisa e non può, quindi, essere direttamente invocata davanti ad un giudice nazionale (sentenza 15 aprile 2008, in causa C-268/06, Impact, e sentenza 23 aprile 2009, in cause da C-378/07 a C-380/07, Angelidaki); che pertanto, ad avviso del Tribunale rimettente, si deve valutare se la normativa italiana sia in grado di soddisfare almeno uno dei requisiti di cui alla clausola 5 sopra riportata; che è palese, al riguardo, che nell'ordinamento interno non vi sono né misure che prevedano la durata massima totale dei rapporti di lavoro a tempo determinato successivi, né indicazioni sul numero dei rinnovi di tali rapporti da considerare ammissibile; che occorre stabilire, perciò, se sussistano almeno le condizioni di cui al punto 1), lettera a), della clausola 5 della citata direttiva, secondo cui devono esistere «ragioni obiettive per la giustificazione del rinnovo dei suddetti contratti o rapporti»; che la Corte di giustizia, interpretando tale dettato normativo, ha ritenuto che la nozione di «ragioni obiettive» vada riferita a circostanze precise e concrete che distinguono una determinata attività; circostanze che possono risultare dalla particolare natura delle funzioni svolte con simili contratti o, eventualmente, dal «perseguimento di una legittima finalità di politica sociale di uno Stato membro», mentre non soddisferebbe tale condizione una normativa nazionale che si limitasse ad autorizzare, in astratto, una successione di contratti di lavoro a tempo determinato; che alla luce di tale interpretazione, il giudice a quo rileva che le esigenze didattiche delle istituzioni scolastiche, almeno in riferimento al cosiddetto organico di diritto, ben potrebbero essere soddisfatte, piuttosto che tramite il rinnovo di contratti a tempo determinato, attraverso l'ampliamento delle dotazioni organiche e la conseguente assunzione di personale a tempo indeterminato; che tali ulteriori assunzioni determinerebbero un aggravio della spesa pubblica, soprattutto in relazione al rischio del cosiddetto sovradimensionamento dell'organico che potrebbe crearsi a seguito di un calo demografico o di una diminuzione del numero degli iscritti; ma si tratta di stabilire se l'interesse - certamente esistente e da tutelare - al contenimento della spesa pubblica possa tradursi anche in quella legittima «finalità di politica sociale» che la Corte di giustizia ha individuato come ragione giustificatrice della ripetizione di contratti di lavoro a tempo determinato; che il Tribunale di Trento aggiunge che la precisazione introdotta dalla Corte di giustizia - secondo cui l'utilizzo di una successione di contratti a tempo determinato deve essere supportato dall'esistenza di una finalità di politica sociale - fa ritenere che tra quelle finalità «non sia annoverabile l'interesse, pur di carattere generale, al controllo e al contenimento della spesa pubblica»; che pertanto - a parere del remittente - emerge un «evidente contrasto tra la disciplina del reclutamento del personale scolastico a tempo determinato ed il diritto dell'Unione europea, in particolare in ordine alla clausola 5, punto 1, dell'accordo quadro» più volte citato; che non sarebbe possibile procedere ad un'interpretazione della norma interna che sia conforme al diritto dell'Unione europea e, poiché la normativa comunitaria non è dotata di efficacia diretta, è necessario sollevare la questione di legittimità costituzionale, perché in caso di accoglimento della medesima si potrebbe riconoscere, secondo quanto auspicato dai lavoratori ricorrenti, la nullità delle clausole di apposizione del termine finale ai contratti di lavoro stipulati dai docenti della Provincia autonoma di Trento; che il Tribunale, quindi, propone questione di legittimità costituzionale dell'art. 4, comma 1, della legge n. 124 del 1999 e dell'art. 93, commi 1 e 2, della legge prov. Trento n. 5 del 2006 «nella parte in cui consentono la copertura delle cattedre e dei posti di insegnamento, che risultino effettivamente vacanti e disponibili entro la data del 31 dicembre e che rimangano prevedibilmente tali per l'intero anno scolastico, mediante il conferimento di supplenze annuali, in attesa dell'espletamento delle procedure concorsuali per l'assunzione di personale docente di ruolo, così da determinare l'utilizzo di una successione di contratti o rapporti di lavoro a tempo determinato per il perseguimento, da parte dell'Amministrazione datrice, di uno scopo (il contenimento della spesa pubblica) non riconducibile ad una "finalità di politica sociale di uno Stato membro", secondo l'accezione desumibile dalla giurisprudenza della Corte di giustizia»; che nei giudizi rubricati ai nn. 283 e 284 del 2011 e 31, 32 e 130 del 2012 è intervenuta la Provincia autonoma di Trento, chiedendo che le questioni vengano dichiarate inammissibili ovvero infondate; che nelle memorie, di contenuto identico fra loro, depositate all'approssimarsi dell'udienza di discussione, la Provincia autonoma, dopo aver ricordato che la norma provinciale sottoposta al giudizio della Corte è di contenuto almeno parzialmente diverso rispetto all'art. 4 della legge n. 124 del 1999, dichiara di concordare con il Tribunale di Trento in ordine all'impossibilità di procedere alla diretta applicazione della direttiva del Consiglio n. 1999/70/CE; che la questione sarebbe da ritenere inammissibile, fra l'altro, per difetto di rilevanza e per errata individuazione delle norme ostative all'accoglimento della domanda principale;