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Era molto tempo che la cultura non veniva così mortificata in una legge di bilancio. Non è stata stanziata alcuna risorsa aggiuntiva, eccetto quelle per una parte delle assunzioni al Ministero, che comunque colmano vuoti e non incrementano la dotazione organica. Inoltre, i pochi interventi previsti sono stati coperti attingendo a risorse precedentemente stanziate. Sono stati ridotti gli stanziamenti per il cinema, i musei, le librerie e l'editoria e decurtato il plafond destinato alla card per i diciottenni. Si tratta soltanto di interventi microsettoriali, senza alcun disegno di insieme e per il futuro. Questo dobbiamo purtroppo registrare. Questo Governo, dunque, ha preso una strada assai diversa dal precedente ed è in questo quadro che si inserisce il provvedimento in esame. Quello in discussione è un decreto di scarsa portata che, in qualche modo, cerca di aggiustare alcune questioni non più rimandabili. Purtroppo saremo costretti ad affrontare nei prossimi mesi i veri problemi di una riforma complessiva dell'organizzazione del Ministero per i beni e le attività culturali, che sembra volta più a smontare, che non ad adeguare e consolidare l'attuale sistema. Per questo motivo, mi sembra importante delineare il quadro all'interno del quale ci muoviamo e al cui interno si inserisce il provvedimento in esame. Con queste misure si danno risposte all'emergenza immediata, ma non si avvia una riforma complessiva. In tal senso, se non possiamo non essere d'accordo con il tentativo di ridurre il numero dei precari, riteniamo che il problema non sia affrontato pienamente, a differenza degli obiettivi preannunciati. Forse, non riuscendo a sciogliere nodi più complessi ed intricati, si è deciso di affrontare questioni meno rilevanti restituendo, in questo senso, l'immagine di un Governo che non è veramente interessato a promuovere investimenti decisivi sulla cultura. Il tema ora è capire se, come promesso, il Governo avrà davvero la capacità e il tempo - nel prossimo futuro - di avviare un percorso che porterà a una situazione più definita e più stabile perché questo decreto non lo fa. Per quanto riguarda il personale delle fondazioni lirico-sinfoniche, mi pare che non si sia riusciti a dare pienamente corso alla volontà di creare un sistema virtuoso di gestione del personale dipendente. Sia chiaro che questa misura si è resa necessaria a seguito della sentenza della Corte di giustizia dell'Unione europea del 25 ottobre 2018. Inoltre, la mancata applicazione di un periodo transitorio, oltre la scadenza dei quarantotto mesi di contratti a termine, rischia di aumentare la precarietà di molti lavoratori del settore anziché risolverla. Temo soltanto che una parte dei teatri riuscirà a stabilizzare, altri non ce la faranno, come è stato segnalato del resto dagli interventi precedenti della collega Rojc e del collega D'Arienzo. La tagliola dei quarantotto mesi è stata inserita ed è evidente che creerà d'ora in poi una serie di problemi. Si rischia infatti di avere lavoratori ancora più precari perché rischiano di trovare lavoro passando ogni quattro anni da un teatro all'altro, senza mai magari maturare una possibilità di stabilizzazione. Si stabilizzeranno solo pochi lavoratori, e tra questi, per esempio, i corpi di ballo, che sono i più deboli, continueranno ad essere costituiti da precari. Ma anche nelle orchestre e fra i tecnici si rischia di coprire solo una parte dei posti disponibili. Così come esiste una fetta di precarietà anche tra gli amministrativi. Per questo, anche se riteniamo ovviamente utile questo primo intervento, crediamo sia necessario un investimento più consistente per strutturare un vero piano di stabilizzazioni, prevedendo - contestualmente - finanziamenti certi e duraturi per i teatri lirici. Sull'articolo 1 abbiamo presentato alcuni emendamenti che avevano l'obiettivo di estendere la disciplina prevista anche ai teatri di tradizione e ai soggetti finanziati dal Fondo unico per lo spettacolo che utilizzano il contratto collettivo nazionale delle fondazioni lirico-sinfoniche in virtù della loro peculiarità e di una visione più ampia dei soggetti interessati. Come gli altri, però, questi emendamenti non sono stati approvati. Di queste scelte non possiamo che rammaricarci sinceramente perché le misure - seppure necessarie - sono state davvero minimali. Forse con una maggiore collaborazione si poteva fare di più. Per quanto riguarda l'audiovisivo, il provvedimento è quasi un pannicello caldo, un'opportunità mancata. Anche qui manca una visione strategica e di ampio respiro. Mancano gli investimenti e quel pensiero di fondo che dovrebbe animare una riforma del settore. Non sono state affrontate tutte le novità che riguardano le nuove forme di produzione, i canali di trasmissione, le nuove competenze tecniche e artistiche che animano il settore. Questo aspetto avrebbe meritato ben altra attenzione. Si tratta - ripeto - di misure anche positive, ma estremamente settoriali e inserite in un'ottica di immediatezza priva di grande spessore. L'industria dello spettacolo, del cinema e dell'audiovisivo dovrebbe essere considerata non in un'ottica residuale, ma come un elemento fondamentale per lo sviluppo del Paese sia dal punto di vista economico, sia dal punto di vista culturale e democratico, perché l'investimento in questi ambiti permette al Paese di crescere e ai cittadini di esercitare una vera cittadinanza attiva e consapevole. La valenza formativa e riflessiva del cinema, per esempio, è ancora sottostimata, nonostante i film facciano ormai parte a pieno titolo degli strumenti formativi, in quanto prodotto culturale significativo già dal Novecento. Anche l'intervento sul tema della pirateria è un'occasione persa, introdotto all'ultimo minuto, in maniera confusa. Come senatori del Gruppo Partito Democratico abbiamo dunque provato con i nostri emendamenti a rendere il testo più incisivo, ma spesso i nostri interventi non sono stati accolti. Purtroppo l'esame in Commissione è stato sbrigativo e quindi, lo dico con amarezza, siamo in presenza di un provvedimento limitato e carente. Certo, sono tempi difficili per la cultura, con conseguenze negative per tutta la società, perché la cultura è la risorsa delle risorse ed è impensabile, quasi un paradosso che in un Paese come il nostro si debbano compromettere proprio gli elementi che dovrebbero costituire una ricchezza per il nostro futuro e che invece vengono impoveriti per l'assenza di un reale investimento sulle politiche culturali. (Applausi dal Gruppo PD. Congratulazioni) . PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Malpezzi. Ne ha facoltà. MALPEZZI (PD) . Signor Presidente, un po' di rammarico c'è, le dico la verità, perché in una Commissione che sta dimostrando di provare a lavorare insieme nel tentativo di non porsi in maniera necessariamente oppositiva, ma costruttiva, con una relatrice che anche in questo caso ha provato a raccogliere una serie di istanze, anche se poi non è riuscita ad accogliere quelle che per noi erano istanze fondamentali, rimane il rammarico per una domanda a cui non riusciamo a dare una risposta: c'è un titolo per questo decreto-legge?