[pronunce]

che la citata previsione, di conseguenza, introdurrebbe una irrazionale disciplina della prescrizione per i reati di competenza del giudice di pace, perché i più gravi (sanzionabili anche con le pene «paradetentive») si estinguerebbero in tre anni, mentre gli altri, meno rilevanti, si estinguerebbero nei termini più ampi di cui al primo comma del citato art. 157 cod. pen. ; che il Tribunale di Parma, con ordinanza del 19 settembre 2007 (r.o. n. 31 del 2008), ha sollevato – in riferimento all'art. 3 Cost. – questione di legittimità costituzionale dell'art. 157, quinto comma, cod. pen. , come sostituito dall'art. 6 della legge n. 251 del 2005, nella parte in cui prevede un termine prescrizionale di tre anni quando per il reato la legge stabilisce pene diverse da quella detentiva e da quella pecuniaria; che il rimettente – nel procedimento di appello a carico di persona condannata per i reati di ingiuria (art. 594 cod. pen . ), minaccia (art. 612 cod. pen.) e lesioni personali (art. 582 cod. pen.) – riferisce di come la difesa dell'imputato abbia sollevato questione di legittimità costituzionale del quinto comma dell'art. 157 cod. pen. , nella parte in cui non prevede un termine triennale di prescrizione anche per i reati che, rimessi alla competenza del giudice di pace, siano punibili con la sola pena pecuniaria; che in effetti, secondo il giudice a quo, il trattamento differenziato per la prescrizione, nell'ambito dei reati affidati alla competenza del giudice di pace, comporterebbe una violazione dell'art. 3 Cost.; che proprio il caso di specie darebbe evidente dimostrazione dell'assunto, posto che per il più grave tra i reati in contestazione, dato l'univoco disposto del quinto comma dell'art. 157 cod. pen. , si sarebbe già determinata l'estinzione per prescrizione, e che le fattispecie meno gravi, in quanto punite con le sole pene pecuniarie, sarebbero tuttora perseguibili, non essendo maturato il termine ordinario di cui al primo comma dello stesso art. 157 cod. pen. ; che il paradosso sarebbe ancora più marcato in altre situazioni, come quella del reato di ingiuria, che sarebbe suscettibile di prescrizione più rapida nella forma aggravata che in quella semplice; che peraltro – osserva il giudice a quo – l'aporia dovrebbe essere risolta nel senso esattamente opposto a quello invocato nell'eccezione prospettata dalla difesa, e cioè eliminando il trattamento di maggior favore per i reati puniti con sanzione diversa da quella detentiva e da quella pecuniaria; che la contraria soluzione, infatti, determinerebbe ulteriori disarmonie, rendendo prescrittibili i delitti di competenza del giudice di pace più velocemente di quanto non sia per le contravvenzioni conosciute dal giudice ordinario, e ciò sebbene le contravvenzioni costituiscano, «per definizione», reati meno gravi dei delitti; che il Giudice di pace di Palermo, con ordinanza del 7 novembre 2007 (r.o. n. 44 del 2008) , ha sollevato, in riferimento all'art. 3 Cost., questione di legittimità costituzionale dell'art. 157, primo e quinto comma, cod. pen. – come sostituito dall'art. 6 della legge n. 251 del 2005, e «con riferimento» all'art. 58 del d.lgs. n. 274 del 2000 – nella parte in cui non dispone che il termine triennale di prescrizione previsto per i reati puniti con pena diversa da quella detentiva e da quella pecuniaria si applichi, inoltre, a tutti gli ulteriori reati di competenza del giudice di pace; che il rimettente procede per un reato di lesioni personali (art. 582, secondo comma, cod. pen.), commesso il 22 luglio 2003, per il quale ritiene possano irrogarsi le sanzioni della permanenza domiciliare o del lavoro di pubblica utilità, «con l'applicabilità del termine prescrizionale di anni tre»; che peraltro lo stesso rimettente, richiamando l'art. 58 del d.lgs. n. 274 del 2000 , ove è disposta la parificazione delle cosiddette sanzioni paradetentive alle pene detentive della specie corrispondente a quella originaria, assume che i reati punibili con la permanenza domiciliare od il lavoro di pubblica utilità si prescriverebbero nei termini indicati al primo comma dell'art. 157 cod. pen. , cioè sei anni per i delitti e quattro anni per le contravvenzioni; che, nel prosieguo dell'ordinanza, il giudice a quo ribadisce che la legge stabilirebbe termini di prescrizione differenziati per i reati di competenza del giudice di pace, a seconda che siano punibili con la sola pena pecuniaria o con pene diverse, e che, per il reato in contestazione, il termine sarebbe pari a tre anni, salva l'eventuale proroga a seguito di interruzione della decorrenza; che pertanto sarebbe rilevante, oltre che non manifestamente infondata, una questione di legittimità sollevata al fine di indurre una «estensione» del termine triennale di prescrizione a tutti i reati di competenza del giudice di pace; che il Tribunale di Pavia, con ordinanza del 6 novembre 2007 (r.o. n. 92 del 2008), ha sollevato – in riferimento all'art. 3 Cost. – questione di legittimità costituzionale dell'art. 157, quinto comma, cod. pen. , come sostituito dall'art. 6 della legge n. 251 del 2005, nella parte in cui prevede un termine prescrizionale di tre anni quando per il reato la legge stabilisce pene diverse da quella detentiva e da quella pecuniaria; che il rimettente procede quale giudice di appello nei confronti di persone condannate per un reato continuato di «lesioni e ingiurie», commesso il 30 maggio 2003; che il giudice a quo, rilevata a seguito di eccezione difensiva l'intervenuta scadenza del termine triennale di prescrizione posto dal quinto comma dell'art. 157 cod. pen. , esprime il dubbio che tale ultima norma attui una scelta legislativa irrazionale; che non potrebbe negarsi, in particolare, la pertinenza ai reati di competenza del giudice di pace – quando punibili con le sanzioni della permanenza domiciliare e del lavoro di pubblica utilità – del riferimento legislativo alle pene diverse da quelle detentive e pecuniarie; che la disposizione censurata, dunque, indurrebbe il paradosso di un termine prescrizionale più breve di quello ordinario proprio per i reati che, in ragione della pena comminata, devono considerarsi più gravi all'interno del genus circoscritto dalla competenza del giudice onorario; che la disposizione censurata sarebbe irrazionale – a parere del giudice a quo – anche in ragione del fatto che detta una disciplina derogatoria in base ad un trattamento sanzionatorio la cui applicazione è rimessa alla discrezionalità del giudice, «cosicché la commisurazione del termine […] viene fatta dipendere non da una pena astrattamente prevista e quindi di certa applicazione ma dalla mera possibilità eventuale di irrogazione di una sanzione paradetentiva»;