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Gli appartenenti ai popoli indigeni hanno sì il diritto alla propria cultura, ma non possono in nessun caso essere costretti alla tradizionale vita tribale. L'articolo 8 garantisce loro la possibilità di scegliere il proprio modo di vita. Sotto molti aspetti la Convenzione ILO C 169 è troppo generica e lascia molti spazi all'interpretazione. Ciò dipende anche dal fatto che il trattato deve valere per tutti i popoli indigeni, le cui condizioni effettive sono anche molto diverse. Agli Stati che non intendono applicare con serietà la Convenzione si presentano pertanto molte scappatoie per eluderne le disposizioni. Un altro punto critico è il fatto che ai popoli indigeni è sì riconosciuto il diritto ad essere consultati nei processi decisionali che li riguardano, ma non quello ad una competenza di codecisione attiva o ad un diritto di veto. Le istanze statali non indigene hanno sempre l'ultima parola; gli indigeni, cioè, dipendono ancora dalla buona volontà dei governi. Anche se il trattato sottolinea che le decisioni vanno prese «di comune accordo», si configura qui una posizione giuridica piuttosto debole. Nel 1993 anche la Germania ha rifiutato la ratifica della Convenzione ILO C 169, affermando che sul territorio tedesco non vivono popoli indigeni e sostenendo che l'oggetto del trattato non la riguarda. Identica posizione ha assunto l'Italia nel Consiglio europeo del giugno 2000. In Germania, in risposta a successive interrogazioni, tale brusco rifiuto è stato in parte mitigato: secondo questa posizione, per il diritto internazionale non si potrebbe escludere un'adesione della Germania alla Convenzione, ma ciò «non avrebbe senso». Inoltre, negli ultimi anni vi sono state delle campagne realizzate da parte di organizzazioni non governative e la visita della Commissione ONU per i diritti umani. La più recente ratifica è quella della Repubblica Centroafricana dell'agosto 2010. In realtà l'adesione di numerosi Stati, soprattutto se economicamente potenti, sarebbe invece importante. Ciò risulta chiaramente considerando la duplice intenzione del trattato, destinato in primo luogo a regolare i rapporti tra Stati e popoli indigeni; ma anche a contribuire alla creazione di un elenco di norme di validità universale. Un altro argomento a favore dell'adesione di Stati senza popoli indigeni è la possibilità di un controllo reciproco tra Stati. Secondo l'articolo 22 dello Statuto ILO, infatti, gli Stati aderenti alle Convenzioni possono elevare reclami all'ILO. Sebbene non sia usuale, questo tipo di sanzione permette comunque di avvalersene per presentare petizioni ed esercitare pressioni di natura politica. Inoltre le organizzazioni non governative avrebbero la possibilità di pubblicare con regolarità rapporti sullo stato di applicazione della Convenzione. Finalmente, dopo ventidue anni di attesa, di lunghi dibattiti e di intense negoziazioni, l'ONU ha approvato la Dichiarazione dei diritti dei popoli indigeni nella seduta dell'Assemblea generale del 13 settembre 2007 con una maggioranza schiacciante: 143 Paesi a favore e 11 astenuti. Purtroppo, grandi Paesi come Australia, Nuova Zelanda, Canada e Stati Uniti d'America (Paesi che hanno all'interno dei propri confini antiche popolazioni tribali che da sempre sono vittime, per motivi economici e commerciali, di violazioni dei diritti fondamentali) hanno votato contro l'approvazione della Dichiarazione che già in passato avevano fortemente osteggiato. Il voto del 13 settembre 2007 passerà alla storia: oggi nel mondo vivono circa 300 milioni di persone appartenenti ai popoli indigeni, di cui 150 milioni ancora organizzate in tribù. Le vite di questi individui sono fortemente legate alle risorse primarie delle foreste e dei territori dove vivono, per cui il rispetto, da parte dei Paesi industrializzati, del loro habitat è fondamentale. La Dichiarazione si compone di 44 articoli, riconosce innanzitutto che la diversità culturale, linguistica ed etnica è una ricchezza da salvare. Riconosce i diritti dei popoli indigeni alla proprietà della loro terra e a vivere come desiderano. Afferma che gli indigeni non possono essere sfrattati dai loro territori senza il loro consenso, che hanno il diritto alla spiritualità, nonché ad esercitare le pratiche economiche, politiche, sociali e artistiche. I popoli indigeni hanno diritto ad avere una propria legge e un'autonoma organizzazione sociale e politica, nonché autonome rappresentanze. Il documento afferma, inoltre, la parallela esistenza dei diritti ancestrali legati alle pratiche tribali accanto ai diritti acquisiti dal contesto sociale del Paese dove i popoli indigeni vivono. Un testo magnifico, anche se alcuni Stati sottoscrittori hanno chiesto cambiamenti riduttivi della portata innovativa della Dichiarazione, ma che comunque rappresenta un grandissimo risultato che si spera sia rispettato nei prossimi anni. Per quanto la Convenzione ILO C 169 rimanga l'unico strumento cogente che ha un carattere di vincolatività nei confronti degli Stati contraenti, le Dichiarazioni dell'Assemblea generale dell'ONU nel tempo hanno la capacità di entrare a far parte del diritto internazionale generale. Quindi, accanto alla gioia per un grande risultato ottenuto, non si deve abbassare la guardia illudendosi che questo sia sufficiente, ma rimane irrinunciabile e ormai non più procrastinabile la ratifica della Convenzione ILO C 169 da parte dell'Italia.. Art. 1. 1. Il Presidente della Repubblica è autorizzato a ratificare la Convenzione dell'Organizzazione internazionale del lavoro C 169 su popoli indigeni e tribali, fatta a Ginevra il 27 giugno 1989. Art. 2. 1. Piena ed intera esecuzione è data alla Convenzione di cui all'articolo 1 a decorrere dalla data della sua entrata in vigore, in conformità a quanto disposto dall'articolo 38 della Convenzione stessa. Art. 3. 1. All'onere derivante dall'attuazione della presente legge, valutato in 50.000 euro per l'anno 2013, si provvede mediante corrispondente riduzione dello stanziamento iscritto, ai fini del bilancio triennale 2013-2015, nell'ambito del fondo speciale di parte corrente dello stato di previsione del Ministero dell'economia e delle finanze per l'anno 2013, allo scopo parzialmente utilizzando l'accantonamento relativo al medesimo Ministero. 2. Il Ministro dell'economia e delle finanze è autorizzato ad apportare, con propri decreti, le occorrenti variazioni di bilancio. Art. 4. 1. La presente legge entra in vigore il giorno successivo a quello della sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale.