[pronunce]

SENTENZA ha pronunciato la seguentenel giudizio di legittimità costituzionale dell'art. 145, comma 62, della legge 23 dicembre 2000, n. 388 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato), promosso con ricorso della Regione Veneto notificato il 26 gennaio 2001, depositato in Cancelleria il 2 febbraio successivo ed iscritto al n. 13 del registro ricorsi 2001. Visto l'atto di costituzione del Presidente del Consiglio dei ministri; udito nell'udienza pubblica del 19 novembre 2002 il Giudice relatore Annibale Marini; uditi gli avvocati Romano Morra ed Andrea Manzi per la Regione Veneto e l'avvocato dello Stato Giorgio D'Amato per il Presidente del Consiglio dei ministri.. Ritenuto in fatto Considerato in diritto 1.- Con ricorso notificato il 26 gennaio 2001, depositato in Cancelleria il 2 febbraio successivo, la Regione Veneto ha impugnato l'art. 145, comma 62, della legge 23 dicembre 2000, n. 388 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato), in quanto ritenuto contrastante con gli artt. 3, 5, 81, 97, 117, 118 e 119 della Costituzione nonché con il principio di leale collaborazione tra Stato e Regioni. La norma impugnata dispone che «ai fini dell'applicazione dell'art. 29 della legge 13 maggio 1999, n. 133, il tasso effettivo globale medio per le medesime operazioni di cui al comma 1 del citato articolo 29 è da intendersi come il tasso effettivo globale medio dei mutui all'edilizia in corso di ammortamento». Ad avviso della Regione ricorrente, detta norma, solo apparentemente interpretativa, avrebbe in realtà surrettiziamente innalzato il tasso di riferimento, costituente il limite oltre il quale - ai sensi del citato art. 29 della legge 13 maggio 1999, n. 133 (Disposizioni in materia di perequazione, razionalizzazione e federalismo fiscale) - è attivabile la procedura di rinegoziazione dei mutui agevolati. Le Regioni ne risulterebbero danneggiate sotto un duplice profilo: perché verrebbe in tal modo ridotto il numero dei mutui suscettibili di rinegoziazione e perché, comunque, il tasso rinegoziato sarebbe, in base alla norma impugnata, considerevolmente più alto di quello derivante dall'applicazione del testo originario del citato art. 29. Norma, quest'ultima, che - ricorda la Regione ricorrente - sarebbe stata introdotta nell'ordinamento al fine di ricondurre ad equità, a seguito della repentina discesa dei tassi di interesse, i contratti di mutuo agevolato stipulati prima dell'entrata in vigore della legge n. 108 del 1996 in tema di usura, in considerazione del fatto che, per il pagamento degli interessi su tali mutui, vengono impiegate ingenti risorse pubbliche, oggi a carico delle Regioni. Ne risulterebbe, in definitiva, lesa l'autonomia, anche finanziaria, delle Regioni, costituzionalmente garantita dagli artt. 3, 5, 97, 117, 118 e 119 della Costituzione. Sotto un diverso aspetto la stessa norma si porrebbe poi in contrasto anche con il principio di ragionevolezza, incidendo su situazioni giuridiche già cristallizzate per effetto delle domande di rinegoziazione presentate prima della sua entrata in vigore. In una memoria depositata nell'imminenza dell'udienza pubblica la Regione Veneto rileva che, successivamente alla proposizione del ricorso, il TAR Lazio, con numero 18 sentenze dell'8 luglio 2002, ha respinto i ricorsi proposti da numerosi istituti di credito per l'annullamento del d.m. n. 110 del 2000, attuativo dell'art. 29 della legge n. 133 del 1999. In tali sentenze si afferma espressamente che il suddetto art. 29 avrebbe attribuito agli enti concedenti i contributi ed ai beneficiari di tali contributi un diritto potestativo in grado di determinare, unilateralmente, la sostituzione del tasso di interesse contrattuale con quello indicato dalla norma stessa. Risulterebbe pertanto confermata la tesi della stessa ricorrente, secondo la quale la norma impugnata avrebbe retroattivamente modificato, in senso sfavorevole alle Regioni, i contratti di mutuo agevolato già unilateralmente modificati, quanto al tasso di interesse, per effetto delle richieste di rinegoziazione tempestivamente presentate dalle Regioni stesse. L'irragionevolezza della norma emergerebbe del resto con tutta evidenza - ad avviso sempre della Regione Veneto - nel confronto con la disciplina introdotta dal coevo decreto-legge 29 dicembre 2000, n. 394 (Interpretazione autentica della L. 7 marzo 1996, n. 108, recante disposizioni in materia di usura), convertito nella legge 28 febbraio 2001, n. 24, emanato al fine di ricondurre ad equità i contratti di mutuo (ordinari) divenuti eccessivamente onerosi per effetto della eccezionale caduta dei tassi di interesse verificatasi nel biennio 1998-1999. Tale normativa - emendata dalla Corte costituzionale in senso più favorevole ai mutuatari, con la sentenza n. 29 del 2002 - ha infatti ridotto il tasso dei mutui in essere per l'acquisto o la costruzione della prima casa all'8%, escludendo però espressamente i mutui agevolati, che risulterebbero quindi irrazionalmente soggetti ad una disciplina meno favorevole rispetto ai mutui non agevolati, in quanto il tasso derivante dall'applicazione della norma impugnata, in riferimento allo stesso periodo, si aggirerebbe intorno al 12%. 2.- Si è costituito in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, concludendo per l'inammissibilità o l'infondatezza del ricorso. Ricorda innanzitutto l'Avvocatura come la ratio dell'art. 29 della legge n. 133 del 1999 fosse quella di ricondurre ad un equilibrio sostanziale rapporti di mutuo di lunga durata, a tasso fisso, ormai al di fuori dei parametri di mercato in ragione dell'eccezionale caduta dei tassi di interesse avvenuta in Europa ed in Italia nel biennio 1998-1999. Il decreto ministeriale di attuazione previsto dalla stessa norma, emanato in data 24 marzo 2000, trovò tuttavia una ferma opposizione da parte del sistema bancario, da cui ebbe origine un esteso contenzioso, di fatto impeditivo di qualsiasi ridefinizione dei tassi. Al fine di superare le reazioni del sistema bancario e tenere conto di alcune delle esigenze prospettate, il legislatore avrebbe dunque proceduto, con la norma impugnata, a definire il tasso effettivo globale medio per le operazioni di cui si tratta in modo diverso rispetto a quanto inizialmente previsto, assumendo a base non già i nuovi rapporti di mutuo accesi nel periodo di riferimento, bensì tutti quelli in corso di ammortamento.