[pronunce]

che lo stesso giudice rimettente ricorda come la fattispecie concreta concerna lavoratori dipendenti da una società a responsabilità limitata, passati senza soluzione di continuità alle dipendenze di una società per azioni, con le medesime mansioni e le medesime strutture aziendali, per lo svolgimento della medesima attività d'impresa, dato che la prima società aveva cessato ogni attività di fatto ceduta alla seconda; che la questione così proposta è manifestamente inammissibile per insufficiente motivazione sulla rilevanza, avendo il giudice rimettente omesso di verificare se la concreta vicenda societaria dedotta in giudizio non fosse piuttosto inquadrabile nella fattispecie della mera trasformazione della società o in quella del trasferimento d'azienda, nessuna delle quali comporta soluzione di continuità nell'anzianità aziendale dei lavoratori dipendenti; che il giudice rimettente neppure ha tenuto conto che - secondo l'art. 2112 del codice civile, anche nel testo recentemente novellato dall'art. 32 del decreto legislativo 10 settembre 2003, n. 276 - per trasferimento d'azienda si intende qualsiasi operazione che comporti il mutamento nella titolarità di un'attività economica organizzata, con o senza scopo di lucro, al fine della produzione o dello scambio di beni o di servizi, preesistente al trasferimento e che conserva nel trasferimento la propria identità, a prescindere dalla tipologia negoziale o dal provvedimento sulla base dei quali il trasferimento è attuato (anche in seguito a cessione contrattuale o fusione, secondo l'art. 32 cit.); che comunque - seppur l'art. 4, comma 11, del decreto-legge 1° ottobre 1996, n. 510, convertito in legge 28 novembre 1996, n. 608, invocato dal giudice rimettente come tertium comparationis, ammetta il cumulo di distinti periodi di attività lavorativa, stabilendo che i requisiti per l'indennità di mobilità &laquo;si considerano acquisiti dai lavoratori con riferimento al lavoro prestato con passaggio diretto presso le imprese dello stesso settore di attività che presentino assetti proprietari sostanzialmente coincidenti, ovvero risultino in rapporto di collegamento o di controllo anche consortili&raquo; - tale disposizione riguarda, come eccezionale e transitoria previsione a carattere derogatorio rispetto alla regola posta dall'art. 16, comma 1, della legge n. 223 del 1991, soltanto i lavoratori licenziati nel periodo dal 1° gennaio 1992 al 31 dicembre 1994 sicché è in ogni caso inidonea a valere come termine di comparazione della normativa impugnata; che, quanto all'altra disposizione censurata (art. 8, comma 4-bis, della medesima legge n. 223 del 1991), la questione è manifestamente inammissibile perché tale disposizione riguarda l'inapplicabilità dei benefici di cui ai precedenti quattro commi, relativi al collocamento dei lavoratori in mobilità, e non già alle condizioni per la fruizione dell'indennità di mobilità, oggetto del giudizio a quo, onde essa non deve essere affatto applicata dal giudice rimettente; che pertanto entrambe le questioni di costituzionalità sono manifestamente inammissibili.. . per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE riuniti i giudizi, dichiara la manifesta inammissibilità delle questioni di legittimità costituzionale degli artt. 16, comma 1, e 8, comma 4-bis, della legge 23 luglio 1991, n. 223 (Norme in materia di cassa integrazione, mobilità, trattamenti di disoccupazione, attuazione di direttive della Comunità europea, avviamento al lavoro ed altre disposizioni in materia di mercato del lavoro) sollevate, in riferimento agli artt. 2, 3, e 38 della Costituzione, dal Tribunale di Chieti con le ordinanze indicate in epigrafe. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 10 dicembre 2003. F.to: Riccardo CHIEPPA, Presidente Franco BILE, Redattore Giuseppe DI PAOLA, Cancelliere Depositata in Cancelleria il 19 dicembre 2003. Il Direttore della Cancelleria F.to: DI PAOLA