[pronunce]

che parte dei rimettenti ravvisa una violazione del principio di uguaglianza, anzitutto, nel fatto che illeciti di natura identica siano puniti in misura differente a seconda che l'agente, al momento del reato, si trovasse o non regolarmente nel territorio dello Stato (r.o. n. 103, n. 133, n. 134 e n. 251 del 2009); che tutti i giudici a quibus, sul presupposto che la previsione censurata si riferisce ad un comportamento antecedente al reato che non integra (necessariamente) un illecito penale, giudicano indebita l'analogia di trattamento istituita tra lo straniero in condizione di soggiorno irregolare ed il recidivo od il latitante; che sarebbe ingiustificata, inoltre, la parificazione del trattamento riservato allo straniero a quello previsto per soggetti che abbiano abusato della propria funzione o qualità personale (art. 61, numeri 9 e 11, cod. pen.) , o siano già stati individuati come persone pericolose mediante un provvedimento giudiziale (art. 61, numero 6, art. 576, primo comma, numeri 3 e 4, art. 628, terzo comma, numero 3, art. 629, secondo comma, cod. pen.; art. 7 della legge 31 maggio 1965, n. 575, recante «Disposizioni contro la mafia»); che sarebbe affetta da intrinseca irragionevolezza una presunzione di maggior pericolosità collegata alla mera assenza di un titolo di legittimo soggiorno nel territorio dello Stato, senza alcuna distinzione tra le varie possibili infrazioni alla legge sull'immigrazione (r.o. n. 80, n. 133 e n. 134 del 2009) ; che, inoltre, parte dei rimettenti considera violato l'art. 3 Cost. anche in ragione dell'intrinseca irragionevolezza di una presunzione di maggior pericolosità collegata alla mera mancanza di un titolo di legittimo soggiorno nel territorio dello Stato, senza alcuna necessaria correlazione tra la condizione del reo e la gravità del reato (r.o. n. 103 e n. 251 del 2009); che il solo Tribunale di Trieste prospetta una violazione concorrente dell'art. 13 Cost., poiché il diritto alla libertà personale, inviolabile e come tale riferibile in pari misura al cittadino ed allo straniero, sarebbe sacrificato senza alcun ragionevole bilanciamento con la tutela di beni di analogo rango costituzionale; che, secondo parte dei rimettenti, la disposizione censurata violerebbe anche gli artt. 25, secondo comma, e 27, primo comma, Cost., per il difetto di pertinenza del maggior trattamento punitivo al fatto di reato, e per l'esclusiva inerenza della maggiorazione di pena ad uno status personale del reo, con elusione del principio di offensività e secondo la logica del «diritto penale d'autore» (r.o. n. 103, n. 133, n. 134 e n. 251 del 2009); che la previsione aggravante, secondo i Tribunali di Livorno e Agrigento, si porrebbe in conflitto con l'art. 27, primo comma, Cost., per la rottura del rapporto di proporzionalità tra la pena ed il grado della responsabilità personalmente riferibile al reo, e per il trasferimento della logica punitiva dalla colpevolezza al tipo d'autore; che tutti i rimettenti, infine, ritengono la previsione censurata incompatibile col precetto fissato nel terzo comma dell'art. 27 Cost., in quanto l'eccedenza della sanzione rispetto al fatto escluderebbe la finalizzazione rieducativa della pena (r.o. n. 103, n. 133, n. 134 e n. 251 del 2009), anche per la percezione del condannato in merito ad una sproporzione per eccesso tra la sua colpa e la conseguente punizione (r.o. n. 80 del 2009) ; che, data la comunanza del relativo oggetto, i giudizi possono essere riuniti al fine di una trattazione unitaria delle questioni; che la questione sollevata dal Tribunale di Livorno deve ritenersi manifestamente inammissibile, per l'assoluta carenza di motivazione in ordine ad una condizione essenziale di rilevanza della questione medesima; che l'ordinanza di rimessione non illustra, infatti, la ragione per la quale una circostanza aggravante fondata sulla «illegalità» del soggiorno dovrebbe applicarsi anche per reati che consistono, come quello contestato nel giudizio principale, proprio in violazioni della disciplina della immigrazione, posto che, secondo quanto stabilito nella prima parte dell'art. 61 cod. pen. , le circostanze comuni aggravano il reato solo «quando non ne sono elementi costitutivi o circostanze aggravanti speciali» (ordinanza n. 277 del 2009); che vanno disattese, invece, le eccezioni di inammissibilità che l'Avvocatura generale dello Stato, fondandosi sul medesimo argomento, ha prospettato riguardo alle questioni sollevate dai Tribunali di Agrigento e Trieste, posto che l'aggravante non è stata contestata, nei giudizi a quibus, per reati concernenti la disciplina dell'immigrazione; che piuttosto, in riferimento alle questioni citate da ultimo, gli atti devono essere restituiti ai rimettenti perché possano procedere ad una nuova valutazione circa la rilevanza e la non manifesta infondatezza delle questioni medesime; che deve rilevarsi, a tale proposito, come siano intervenute, in epoca successiva alle ordinanze di rimessione, modifiche normative tali da incidere, in via diretta o mediata, sulla disciplina introdotta dalla disposizione censurata; che una delle questioni, in particolare, è stata sollevata prima che la norma censurata fosse modificata dalla legge di conversione del decreto-legge che l'ha introdotta (legge n. 125 del 2008), così che attualmente aggrava il reato «l'avere il colpevole commesso il fatto mentre si trova illegalmente sul territorio nazionale» (r.o. n. 103 del 2009); che in epoca successiva a tutte le ordinanze di rimessione - con l'art. 1, comma 1, della legge 15 luglio 2009, n. 94 (Disposizioni in materia di sicurezza pubblica) - è stato previsto che «la disposizione di cui all'art. 61, numero 11-bis), del codice penale si intende riferita ai cittadini di Paesi non appartenenti all'Unione europea e agli apolidi»; che inoltre - in un quadro segnato da molteplici disposizioni concernenti la disciplina, penale ed extrapenale, del fenomeno dell'immigrazione - il legislatore ha introdotto nell'ordinamento la nuova fattispecie criminosa di «ingresso e soggiorno illegale nel territorio dello Stato» (art. 10-bis del decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286, recante «Testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell'immigrazione e norme sulla condizione dello straniero», introdotto dall'art. 1, comma 16, della citata legge n. 94 del 2009); che la nuova disposizione incriminatrice sanziona, con la pena dell'ammenda, lo straniero che fa ingresso o si trattiene nel territorio dello Stato in violazione delle disposizioni contenute nello stesso d.lgs. n. 286 del 1998 o nell'art. 1 della legge 28 maggio 2007, n. 68 (Disciplina dei soggiorni di breve durata degli stranieri per visite, affari, turismo e studio);