[pronunce]

ORDINANZA ha pronunciato la seguentenel giudizio di legittimità costituzionale dell'art. 210 del codice di procedura penale, promosso dal Tribunale di Verbania nel procedimento penale a carico di P.V. ed altra con ordinanza del 6 giugno 2008, iscritta al n. 402 del registro ordinanze 2008 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 52, prima serie speciale, dell'anno 2008. Visto l' atto di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri; udito nella camera di consiglio del 7 ottobre 2009 il Giudice relatore Giuseppe Frigo. Ritenuto che, con ordinanza emessa il 6 giugno 2008, il Tribunale di Verbania, in composizione monocratica, ha sollevato, in riferimento agli artt. 3 e 111 della Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell'art. 210 del codice di procedura penale, «nella parte in cui non consente al giudice del dibattimento di decidere le forme in cui assumere il dichiarante»; che – secondo quanto viene riferito nell'ordinanza di rimessione – il giudice a quo procede, in sede dibattimentale, nei confronti di due agenti di pubblica sicurezza, imputati del reato di lesioni personali gravi ed aggravate ai sensi dell'art. 61, numero 9), del codice penale, conseguenti alle percosse inferte ad un arrestato; che, dopo l'escussione dei testi a carico – le cui deposizioni avrebbero avvalorato l'ipotesi accusatoria – e l'esame degli imputati, dovrebbe procedersi all'audizione, quali testi della difesa, di alcuni agenti di pubblica sicurezza, colleghi degli imputati; che il rimettente osserva, peraltro, come sia «pacifica», alla luce delle risultanze processuali, la presenza di detti agenti «nei sotterranei della Questura» al momento del fatto: circostanza che – secondo il giudice a quo – avrebbe imposto al pubblico ministero di iscriverli nel registro delle notizie di reato e di sottoporli ad indagini in procedimenti connessi o collegati, aventi ad oggetto le ipotesi alternative di concorso morale o materiale nel delitto per cui si procede, omessa denuncia di reato (art. 361 cod. pen.), omissione di atti d'ufficio o lesioni colpose; che la mancata attivazione in tali sensi dell'organo dell'accusa avrebbe fatto sì che detti soggetti fossero addotti dalla difesa come testimoni: donde la rilevanza della questione; che, quanto alla non manifesta infondatezza, il giudice a quo deduce che, per costante giurisprudenza, in assenza di una pregressa iscrizione della persona da esaminare nel registro di cui all'art. 335 cod. proc. pen. , non è consentito al giudice del dibattimento stabilire che la stessa debba essere sentita nelle forme dell'art. 210 cod. proc. pen. (che regola l'esame di persona imputata in un procedimento connesso o di un reato collegato); che il conseguente dubbio di legittimità costituzionale non potrebbe essere, d'altro canto, superato dall'applicazione dell'art. 63 cod. proc. pen. ; che tale disposizione prevede, al comma 1 – in ossequio al principio nemo tenetur se detegere – che, ove una persona, sentita come testimone (in dibattimento) o come persona informata sui fatti (nelle indagini preliminari) renda dichiarazioni da cui emergano indizi di reità a suo carico, l'autorità interrogante debba sospendere l'esame e proseguirlo in «forme assistite», sancendo, altresì, l'inutilizzabilità delle dichiarazioni rese dall'esaminato contra se; che il successivo comma 2 regola, per contro, l'ipotesi «patologica» in cui l'autorità esamini senza le garanzie difensive una persona che, sin dall'inizio, avrebbe dovuto essere sentita in qualità di imputato o di persona sottoposta alle indagini: ipotesi nella quale viene sancita l'inutilizzabilità erga omnes delle dichiarazioni rese, quale «deterrente contro la prassi […] di ignorare indizi di reità a carico dell'escusso per avere dichiarazioni negoziate o compiacenti»; che il rimettente ricorda, altresì, come sia controverso in giurisprudenza se – ai fini della sanzione di inutilizzabilità prevista dal citato comma 2 dell'art. 63 cod. proc. pen. – occorra, oltre al «dato sostanziale», anche quello «formale» dell'avvenuta iscrizione (anche successiva) del dichiarante nel registro delle notizie di reato; che, in ogni caso, la norma si limiterebbe a sanzionare a posteriori una violazione, ma non permetterebbe al giudice di stabilire, «ex ante», le forme in cui assumere il dichiarante, in modo «da garantire comunque il diritto all'assunzione di una prova legalmente idonea»; che da ciò deriverebbe la lesione dei principi del «giusto processo» (art. 111 Cost.), sotto un triplice profilo; che risulterebbe compromessa, anzitutto, la terzietà del giudice, giacché quest'ultimo si troverebbe vincolato, nell'espletamento della propria funzione, «dal comportamento patologico di una parte»: il giudice sarebbe infatti costretto, «contrariamente a quel che ritiene», a violare sia il principio nemo tenetur se detegere che quello della incapacità a testimoniare, facendo «giurare un dichiarante che, per la sua valutazione, non dovrebbe giurare»; che verrebbe lesa, altresì, la parità delle parti, in quanto la disciplina censurata attribuirebbe al pubblico ministero, nella fase dibattimentale, un potere non riconosciuto, invece, alla difesa ed il cui uso patologico quest'ultima non potrebbe comunque contrastare; che sarebbe violato, ancora, il diritto dell'imputato a far interrogare le persone a sua difesa: tale diritto sarebbe garantito, difatti, solo formalmente dal «meccanismo» censurato, a fronte del quale il giudice sarebbe costretto al rispetto di «qualifiche formali» della persona da esaminare derivanti «dal comportamento patologico della parte pubblica», salvo poi a dover dichiarare l'inutilizzabilità delle dichiarazioni rese al momento della decisione; che la norma denunciata si porrebbe, da ultimo, in contrasto con l'art. 3 Cost., per difetto di ragionevolezza; che, secondo quanto affermato dalle sezioni unite della Corte di cassazione (viene citata la sentenza 29 novembre 2007-14 febbraio 2008, n. 7208), il coimputato che venga sentito come testimone, anziché nelle forme dell'art. 210 cod. proc. pen. , non è punibile per la falsa testimonianza, ai sensi dell'art. 384, secondo comma, cod. pen. , indipendentemente dalla ragione per cui ha dichiarato il falso; che da ciò si desumerebbe non soltanto che, ove il giudice dichiari inutilizzabile la testimonianza, il riconoscimento ex post della qualità di coimputato comporta la non punibilità per la falsa testimonianza del dichiarante, ma anche «che la qualità di teste debba essere assunta esclusivamente da chi comunque ha l'obbligo di dire la verità»; che sarebbe pertanto irragionevole che non spetti al giudice che sovraintende alla formazione della prova stabilire, nell'esercizio del suo potere di direzione del dibattimento, in quale veste assumere il dichiarante: