[pronunce]

ORDINANZA ha pronunciato la seguentenei giudizi di legittimità costituzionale degli artt. 456 e 552, comma 1, lettera f), del codice di procedura penale, promossi dal Tribunale ordinario di Bergamo e dal Tribunale ordinario di Bari, con ordinanze del 21 dicembre e del 3 aprile 2017, iscritte rispettivamente ai nn. 60 e 73 del registro ordinanze 2018 e pubblicate nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica nn. 16 e 20, prima serie speciale, dell'anno 2018. Visti gli atti di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri; udito nella camera di consiglio del 20 febbraio 2019 il Giudice relatore Francesco Viganò. Ritenuto che il Tribunale ordinario di Bergamo, con ordinanza del 21 dicembre 2017, pervenuta a questa Corte il 27 marzo 2018 (r. o. n. 60 del 2018), ha sollevato, in riferimento all'art. 24 della Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell'art. 456 del codice di procedura penale, nella parte in cui non prevede che il decreto di giudizio immediato debba contenere l'avviso della facoltà dell'imputato di chiedere la sospensione del processo con messa alla prova, con la forma e i termini di cui all'art. 458 cod. proc. pen. ; che il giudice rimettente premette di essere chiamato a pronunciarsi sulla colpevolezza di un soggetto «imputato, tra l'altro, del reato di cui all'art. 5 decreto legislativo 74/2000 [...], che prevede una pena massima non superiore a quattro anni, che in astratto legittima l'ammissione alla sospensione del processo con messa alla prova», a seguito dell'emissione da parte del giudice per le indagini preliminari di un decreto di giudizio immediato privo dell'avviso della facoltà dell'imputato di chiedere la sospensione del procedimento con messa alla prova; che, su istanza formulata dalla difesa dell'imputato prima dell'apertura del dibattimento, il giudice a quo ha ritenuto rilevante e non manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale dell'art. 456 cod. proc. pen. come sopra formulata; che la rilevanza della questione risiederebbe, secondo il rimettente, nel fatto che l'eventuale accoglimento della stessa determinerebbe la nullità del decreto di giudizio immediato, con la conseguente restituzione degli atti al giudice per le indagini preliminari per l'emissione di un nuovo decreto di giudizio immediato, corredato dell'avviso relativo alla facoltà per l'imputato di chiedere la sospensione del procedimento con messa alla prova; che, quanto alla non manifesta infondatezza della questione, il rimettente osserva che l'istituto della sospensione del processo con messa alla prova introdotto dalla legge 28 aprile 2014, n. 67 (Deleghe al Governo in materia di pene detentive non carcerarie e di riforma del sistema sanzionatorio. Disposizioni in materia di sospensione del procedimento con messa alla prova e nei confronti degli irreperibili), costituisca «a tutti gli effetti un nuovo rito alternativo», anche alla luce di quanto statuito da questa Corte nella sentenza n. 240 del 2015; che il rimettente osserva, altresì, che l'art. 456 cod. proc. pen. prescrive - a pena di nullità - che il decreto di giudizio immediato contenga l'avviso per l'imputato di potersi avvalere dei riti alternativi del giudizio abbreviato e dell'applicazione della pena su richiesta delle parti, senza tuttavia fare menzione alcuna della facoltà di chiedere la sospensione con messa alla prova; che, a parere del giudice a quo, l'obbligo di avvisare l'imputato della facoltà di chiedere riti alternativi sarebbe strettamente connesso all'esercizio del diritto di difesa, tanto che, proprio con riguardo al nuovo istituto della sospensione del procedimento con messa alla prova, questa Corte ha dichiarato l'illegittimità costituzionale dell'art. 460, comma 1, lettera e), cod. proc. pen. , nella parte in cui non prevede che il decreto penale di condanna contenga l'avviso della facoltà dell'imputato di chiedere, mediante l'opposizione, la sospensione del procedimento con messa alla prova, proprio in quanto l'omissione dell'avviso può «determinare un pregiudizio irreparabile» al diritto di difesa di cui all'art. 24, secondo comma, Cost., essendo «nel procedimento per decreto il termine entro il quale chiedere la messa alla prova [...] anticipato rispetto al giudizio» (sentenza n. 201 del 2016); che, ad avviso del rimettente, le medesime ragioni dovrebbero condurre alla dichiarazione di illegittimità costituzionale dell'art. 456 cod. proc. pen. , dal momento che, ai sensi del combinato disposto degli artt. 464-bis, comma 2, e 458, comma 1, cod. proc. pen. , la richiesta di riti alternativi deve essere formulata, a pena di decadenza, entro un termine anticipato rispetto al giudizio, e in particolare entro quindici giorni dalla data di notificazione del decreto di giudizio immediato; che è intervenuto nel giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, concludendo per l'infondatezza della questione, in quanto sarebbe possibile dare alla disposizione censurata un'interpretazione costituzionalmente conforme, sì da imporre, a pena di nullità, che il decreto di giudizio immediato debba contenere l'avviso all'imputato della facoltà di chiedere la sospensione del procedimento con messa alla prova entro il termine e con le forme di cui all'art. 458 cod. proc. pen. ; che il Tribunale ordinario di Bari, con ordinanza del 3 aprile 2017, pervenuta a questa Corte il 24 aprile 2018 (r. o. n. 73 del 2018), ha sollevato, in riferimento agli articoli 3, 24, secondo comma, e 111 Cost., questioni di legittimità costituzionale dell'art. 552, comma 1, lettera f), cod. proc. pen. , nella parte in cui non prevede l'avviso che, qualora ne ricorrano i presupposti, l'imputato, fino alla dichiarazione di apertura del dibattimento di primo grado, può formulare la richiesta di sospensione del procedimento con messa alla prova, ai sensi degli artt. 168-bis e seguenti del codice penale e 464-bis e seguenti cod. proc. pen. ; che il rimettente espone di essere chiamato a giudicare sulla responsabilità penale di tre soggetti imputati del delitto di cui all'art. 648 cod. pen. , rinviati a giudizio con decreto di citazione diretta, nel quale non era contenuto alcun avviso circa la possibilità di chiedere la sospensione del procedimento con messa alla prova; che, a parere del rimettente, l'avviso all'imputato della facoltà di chiedere riti alternativi costituirebbe una garanzia essenziale per il godimento del diritto di difesa, come comprovato dalla sanzione della nullità, ex art. 178, comma 1, lettera e) (recte: lettera c), cod. proc. pen.