[ddlpres]

La mediazione familiare fa ingresso nel nostro ordinamento con la legge n. 285 del 1997 contenente «Disposizioni per la promozione di diritti e di opportunità per l'infanzia e l'adolescenza» nel cui ambito è stato previsto all'articolo 3, comma 1, lettera a) , che la «realizzazione di servizi di preparazione e di sostegno alla relazione genitori-figli, di contrasto della povertà e della violenza, nonché di misure alternative al ricovero dei minori in istituti educativo-assistenziali» possono essere perseguite, in particolare attraverso «servizi di mediazione familiare» (articolo 4, comma 1, lettera i) ). La legge n. 285 del 1997, all'articolo 4, comma 1, riconosce i servizi di mediazione familiare e di consulenza per le famiglie e per i minori come servizi di sostegno e superamento delle difficoltà relazionali e all'articolo 6 prevede lo sviluppo di servizi volti a promuovere e a valorizzare la partecipazione dei minori a livello propositivo, decisionale e gestionale in esperienze aggregative, nonché occasioni di riflessione sui temi rilevanti per la convivenza civile e lo sviluppo delle capacità di socializzazione e di inserimento nella scuola, nella vita aggregativa e familiare. A «centri di mediazione familiare» fa riferimento anche la Legge n. 154 del 2001 in materia di ordini di protezione contro gli abusi familiari, che ha inserito nel codice civile gli articoli 342- bis e 342- ter , ed ha introdotto gli articoli 736- bis del codice di procedura civile e 282- bis del codice di procedura penale, con lo scopo di fornire una tutela celere e adeguata ad interrompere il ciclo delle violenze intrafamiliari, lasciando aperta comunque la possibilità e la prospettiva di un recupero di positivo recupero, laddove possibile, della relazione familiare vulnerata, prevedendo l'intervento di un centro di mediazione familiare. Va precisato tuttavia che, mentre l'ordine di protezione può essere imposto in via coercitiva, tramite l'ausilio della forza pubblica, la partecipazione al percorso di mediazione familiare non solo non può essere imposta in via coercitiva, ma è produttiva di effetti solo se fondata su volontarietà e libero consenso. Dunque, nell'ambito degli ordini di protezione il ricorso alla mediazione familiare è previsto come eventuale, rimesso all'apprezzamento del giudice e con finalità riparativa e compositiva di uno status turbato. Alla mediazione familiare rinvia timidamente anche la successiva legge n. 54 del 2006 in materia di rapporti genitori-figli nell'ambito delle cause di separazione e divorzio, che ha introdotto il cosiddetto «affido condiviso» unitamente all'esercizio condiviso della responsabilità genitoriale. L'articolo 155- sexies del codice civile, introdotto dalla legge n. 54 del 2006 (recante «Disposizioni in materia di separazione dei genitori e affidamento condiviso dei figli»), al secondo comma recita testualmente: «Qualora ne ravvisi l'opportunità, il giudice, sentite le parti e ottenuto il loro consenso, può rinviare l'adozione dei provvedimenti di cui all'articolo 155 per consentire che i coniugi, avvalendosi di esperti, tentino una mediazione per raggiungere un accordo, con particolare riferimento alla tutela dell'interesse morale e materiale dei figli». Nulla è disposto in merito a chi siano tali esperti ed in ordine alle modalità con le quali si possa accedere alle prestazioni dei medesimi nel corso del procedimento giudiziario e per coinvolgere il mediatore familiare nel corso del giudizio si attuano prassi differenziate che generano solo confusione circa la specificità dell'intervento mediativo nell'ambito del processo di separazione e di divorzio. In ultimo, la legge n. 162 del 2014, che ha convertito in legge, con modificazioni, il decreto-legge n. 132 del 2014, recante «misure urgenti di degiurisdizionalizzazione ed altri interventi per la definizione dell'arretrato in materia di processo civile», e che introduce la così detta «negoziazione assistita», pur facendo espresso richiamo alla mediazione familiare, non disciplina la materia, né illustra chi siano i professionisti mediatori familiari. La materia quindi, oggi più che mai, necessita di una regolamentazione dettagliata che faccia chiarezza, tenendo conto anche del parere degli esperti in mediazione e dell'esperienza ultradecennale maturata dai mediatori familiari. Se il legislatore, a tutt'oggi, non ha regolamentato tale materia né parlato esplicitamente di mediazione familiare (ma semplicisticamente di esperti), deve ora assumersi la responsabilità, e nell'immediato, di dare voce ad una pratica significativa in Italia che ha permesso a tante famiglie di ri-trovarsi e ri-progettarsi. Il legislatore oggi deve rispondere all'urgenza sociale di dover rendere sostenibile un più efficace sistema di servizi a favore della famiglia, dell'infanzia e dell'adolescenza, attraverso: -- percorsi di responsabilizzazione e negoziazione consapevole (mediazione familiare) che consentano di ridurne il confitto tra le parti e raggiungere accordi/intese durature nel tempo, perché condivisi; -- il riconoscimento e la valorizzazione di tutti i professionisti mediatori familiari appositamente formati che erogano, presso enti pubblici e privati, un qualificato servizio alla famiglia; -- azioni finalizzate alla riduzione dei tempi necessari alla gestione e risoluzione del conflitto in ambito familiare, abbattendo i costi sociali ed economici della separazione e del divorzio per le parti, per lo Stato e gli altri enti pubblici. La mediazione familiare, tra l'altro, spostando l'obiettivo dalla mera «risoluzione» del conflitto familiare alla «gestione» dello stesso, consente alle parti in conflitto di: -- essere protagoniste del ripristino di un dialogo ed una relazione collaborativa, con l'ausilio del mediatore familiare; -- di riappropriarsi della propria capacità decisionale e negoziale, su un piano di assoluta parità, al fine di raggiungere un accordo contenente scelte condivise inerenti alla riorganizzazione della propria quotidianità, con particolare riguardo alle questioni educative ed alla gestione del rapporto con i figli; -- di sperimentare l'efficacia e la tenuta degli accordi presi, in quanto il percorso si considera concluso quando essi riconoscono le soluzioni individuate come soddisfacenti, riescono a rispettarle e sono in grado di individuarne altre autonomamente. È oltremodo evidente che tale intervento possa e debba essere valorizzato come preziosa risorsa per la famiglia e per la società tutta, come strumento di prevenzione di abusi e di violenze, contribuendo, in tal modo, a ridurre in modo significativo i rischi della degenerazione del conflitto che possono arrivare nei casi più estremi (come si legge nei casi di cronaca), fino all'uccisione del partner o dei figli per pura vendetta sull'altro genitore. Solo riconoscendo alla mediazione familiare la dignità che si è costruita e conquistata attraverso una pratica ultradecennale a favore della tutela della continuità del legame e delle relazioni familiari rispettose dei bisogni di adulti e minori, sarà possibile restituire dignità al dolore di tanti adulti e minori vittime del conflitto.