[pronunce]

che la presunzione sarebbe priva di logica, in quanto «[u]na condotta naturalisticamente obliterabile sul piano penale per il mediocre danno che crea diventerebbe il suo contrario, sol perché agìta da soggetto abituale»; che l'irragionevolezza delle norme censurate sarebbe ancor più evidente alla luce della giurisprudenza costituzionale in tema di recidiva reiterata; che l'art. 1, comma 1, lettera m), della legge n. 67 del 2014, laddove attribuisce ad uno status soggettivo del reo la capacità di discriminare l'accesso all'istituto della non punibilità per la particolare tenuità del fatto, potrebbe altresì essere ritenuto in contrasto con l'art. 25, secondo comma, Cost., che, con il suo espresso richiamo al «"fatto commesso"», attribuisce rilievo fondamentale all'azione delittuosa per il suo obiettivo disvalore e non solo in quanto «manifestazione sintomatologica di pericolosità sociale»; che infine non sarebbe manifestamente infondata anche una questione di legittimità costituzionale della norma in questione, in riferimento all'art. 27 Cost. e al principio di proporzionalità, «poiché appare evidente che la punizione che discende da un fatto oggettivamente privo di offensività apprezzabile espone il condannato ad una pena sproporzionata ex se alla gravità del reato commesso»; che «in via subordinata», come ha precisato nell'ordinanza di rimessione, il Tribunale rimettente, in riferimento all'art. 76 Cost., ha sollevato una questione di legittimità costituzionale dell'art. 131-bis, quarto comma, cod. pen. ; che secondo il Tribunale, poiché la legge delega ha fatto riferimento alle «condotte sanzionate [...] "con pena detentiva non superiore nel massimo a cinque anni"», senza indicare alcun criterio di calcolo, il legislatore delegato avrebbe dovuto fare ricorso «agli ordinari canoni di cui all'art. 4 e 278 c.p.p. [e] alle norme che regolano in via ordinaria il giudizio di bilanciamento tra circostanze, di cui all'art. 69 c.p.»; che invece il legislatore delegato, senza averne il potere, ha «creato un peculiare criterio che, preso nel suo insieme, non trova alcun modello corrispettivo nel sistema penale sostanziale e processuale», negando rilevanza a qualsiasi circostanza attenuante; che la questione sarebbe rilevante, perché in caso di accoglimento il Tribunale potrebbe «accedere all'impiego dei criteri di individuazione della pena di cui all'art. 278 c.p.p., [...] bilanciando la circostanza attenuante comune di cui all'art. 62.4 c.p. in regime di prevalenza sulle contestate aggravanti, ricondurre la pena edittale al di sotto dei cinque anni di reclusione e così applicare la causa di esclusione della punibilità»; che infine, «[i]n via aggiuntiva ed in termini indipendenti, seppur collegati», il giudice a quo, in riferimento agli artt. 3, 25 e 27 Cost., ha sollevato questioni di legittimità costituzionale dell'art. 131-bis, quarto comma, cod. pen. , «nella parte in cui, dopo le parole "non si tiene conto delle circostanze", non è scritto "fatta eccezione della circostanza attenuante prevista dall'art. 62, n. 4 del codice penale e delle altre circostanze attenuanti"»; che la scelta del legislatore delegato di non attribuire rilevanza alle circostanze attenuanti comuni e, in particolare, a quella prevista dall'art. 62, numero 4), cod. pen . sarebbe in contrasto con l'art. 3 Cost., rendendo impossibile «discernere tra autore di una condotta connotata da maggiore pericolosità esecutiva (violenza sulle cose, minorata difesa o altro) e fatti del tutto bagatellari, ma aggravati in termini idonei ad essere bilanciati»; che «[l]'interdizione a valorizzare, in qualsiasi modo, l'elemento circostanziale che più di ogni altro riconduce al modesto impatto patrimoniale il danno da reato» sarebbe poi in contrasto con l'art. 25, secondo comma, Cost. e «la sproporzione della sanzione che deriva dalla impossibilità di considerare la diminuente di cui si dice» determinerebbe una violazione dell'art. 27, terzo comma, Cost.; che le questioni sarebbero rilevanti perché mediante il bilanciamento tra le circostanze speciali contestate e l'art. 62, numero 4), cod. pen. l'imputata potrebbe beneficiare della causa di non punibilità prevista dall'art. 131-bis cod. pen. ; che è intervenuto in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, e ha chiesto che le questioni siano dichiarate inammissibili; che, ad avviso dell'Avvocatura dello Stato, il giudice rimettente sarebbe incorso in una aberratio ictus, avendo erroneamente individuato la norma che esclude la punibilità del fatto in presenza di un comportamento abituale; che le questioni sarebbero inammissibili, anche perché l'ordinanza di rimessione non chiarisce se «il petitum [...] sia costituito da una pronuncia caducatoria della norma censurata oppure da una pronuncia additiva»; che nel giudizio di legittimità costituzionale si è costituita G. F., imputata nel giudizio a quo, che ha chiesto la declaratoria di illegittimità costituzionale delle norme censurate. Considerato che, ad avviso del Presidente del Consiglio dei ministri, le questioni sollevate dal Tribunale ordinario di Padova sarebbero inammissibili perché il giudice rimettente sarebbe incorso in una aberratio ictus; che infatti non sarebbe possibile definire il giudizio a quo con una pronuncia di non punibilità per la particolare tenuità del fatto, «a ciò ostando la contestazione all'imputato della recidiva specifica infraquinquennale», che farebbe escludere il requisito della non abitualità della condotta; che l'eccezione è infondata; che in primo luogo il Tribunale rimettente ha censurato l'art. 1, comma 1, lettera m), della legge 28 aprile 2014, n. 67 (Deleghe al Governo in materia di pene detentive non carcerarie e di riforma del sistema sanzionatorio. Disposizioni in materia di sospensione del procedimento con messa alla prova e nei confronti degli irreperibili), «nella parte in cui è scritto "e la non abitualità del comportamento" e, per effetto derivato, [l]'art. 131 bis c.p., comma 1, con riferimento alle parole "e il comportamento risulta abituale", e comma 3 (nella sua interezza)»; che, contrariamente a quanto dedotto dall'Avvocatura dello Stato, si tratta proprio delle norme della legge delega e del codice penale che subordinano l'esclusione della punibilità per la particolare tenuità del fatto al requisito della non abitualità del comportamento, comprendendo nella "abitualità" anche la recidiva specifica e reiterata, contestata nel caso in esame; che, secondo la difesa dello Stato, le questioni sarebbero altresì inammissibili perché l'ordinanza di rimessione non chiarisce se «il petitum [...] sia costituito da una pronuncia caducatoria della norma censurata oppure da una pronuncia additiva»; che anche questa eccezione è infondata;