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A prescindere dai sospetti di incostituzionalità, l'autrice ha rilevato che la previsione di un limite massimo mortifica il criterio guida della valutazione equitativa ed è del tutto inadeguata a soddisfare le pretese riparatorie in assenza di un meccanismo di rivalutazione, capace di sottrarre la somma liquidabile alla spirale della svalutazione monetaria. Esigenze di contenimento della spesa pubblica stanno a fondamento della previsione in esame, che non ha corrispondenza nella disciplina della riparazione dell'errore giudiziario: questa asimmetria sembra potersi spiegare con la durata mediamente più breve della custodia cautelare ante iudicium rispetto alla detenzione seguita dal giudizio di revisione. E però, la funzione di riparazione, che deve costituire un intervento proporzionato alla singolarità del caso, non tollera un siffatto limite, neppure in riferimento ad una privazione della libertà che non si protragga per un lunghissimo tempo. Anche se si potesse dimostrare che la custodia cautelare di durata media non è idonea a modificare radicalmente la vita di un individuo fino al punto di imporre un intervento riparatorio di ampia portata, la previsione del tetto massimo di indennizzo sacrificherebbe comunque, in forza di una logica di uniformazione di trattamento, proprio quei casi che rappresentano la più dolorosa eccezione, raggiungendo il massimo di durata della custodia cautelare. Peraltro, la previsione di un limite massimo di indennizzo conduce ad escludere l'ammissibilità di forme di riparazione diverse dalla corresponsione di una somma di denaro, preferibili, in talune ipotesi, per una più efficace funzione ristoratrice dei pregiudizi morali e familiari. Queste forme, costituite ad esempio dalla costituzione di una rendita vitalizia e al ricovero di un istituto a spese dello Stato, che sarebbero ammissibili in forza del rinvio che la disciplina della riparazione per ingiusta detenzione fa a quella della riparazione dell'errore giudiziario, da non intendersi limitato alle disposizioni procedurali, trovano un insuperabile ostacolo nella fissazione di un tetto massimo dì indennizzo, che è del tutto incompatibile con l'assenza in esse di una rigida predeterminazione quantitativa della prestazione. In linea con queste considerazioni critiche si colloca anche E. Turco ( op. cit. , p. 110 e ss.), la quale ha aggiunto un rilievo fondato sulla comparazione con la disciplina della riparazione dell'errore giudiziario, che non conosce un limite massimo per la liquidazione della somma riparatoria e che tale limite dovrebbe patire se a fondamento della previsione per la riparazione per ingiusta detenzione ci fosse soltanto il giustificabile timore di un'eccessiva incidenza dell'istituto sul bilancio dello Stato. Ha ancora osservato che la differenza di trattamento non può essere spiegata in ragione della durata generalmente più breve della custodia cautelare rispetto alla detenzione seguita dal giudizio di revisione, perché la durata della custodia cautelare può, nelle ipotesi più gravi, risultare particolarmente lunga, potendosi protrarre, ai sensi dell'articolo 303, comma 4, lettera c) del codice di procedura penale, fino a sei anni. Non ha inoltre trascurato di porre in evidenza come la previsione di un tetto massimo mortifichi la funzione stessa della riparazione che, pur quando rimedia ad un ingiusto atto cautelare, mira al ristoro del pregiudizi personali e familiari subiti dall'interessato. Ha poi rilevato che, data la previsione del tetto massimo di indennizzo, il giudice non potrebbe mai adottare misure alternative (ricovero in un istituto a spese dello Stato o costituzione di una rendita vitalizia, pur previsti per la riparazione dell'errore giudiziario) alla corresponsione di una somma di denaro, più adeguate al ristoro di pregiudizi, morali e fisici, particolarmente duraturi e gravi nel caso, ad esempio, del soggetto che contragga durante la custodia cautelare carceraria l'AIDS o una patologia psicologica che necessita di un lungo intervento di un medico specialista. Ha infine evidenziato che il connotato equitativo della valutazione del giudice, implicando un prudente e globale apprezzamento di tutte le singole voci di danno emergenti in concreto, non può tollerare l'imposizione di sbarramenti pecuniari. 5. Condusioni Ciò è tanto vero anche e soprattutto considerando che la durata complessiva della custodia cautelare prevista dal codice attuale, può arrivare, come si è visto, per i reati più gravi, fino a sei anni. Pertanto una persona che avesse sofferto un così lungo periodo detentivo e che fosse poi stata prosciolta (caso non infrequente) potrebbe ricevere a titolo di equa riparazione la somma massima di euro 516.456,90, equivalente ad euro 235,82 per ognuno dei circa 2.190 giorni di carcere! Tale risulta, aritmeticamente, la valutazione stabilita dalla legge italiana per la sofferenza quotidiana patita da un innocente in carcere. Ma se gli articoli 314 e 315 del codice di procedura penale prevedono espressamente per chi sia stato prosciolto con sentenza irrevocabile e che precedentemente sia stato sottoposto a custodia cautelare un'equa riparazione per la sofferta ingiusta detenzione che non può comunque eccedere il vecchio miliardo di lire, il successivo articolo 643 del medesimo codice di rito prevede per chi sia stato prosciolto in sede di revisione il diritto ad una riparazione senza alcun tetto per l'errore giudiziario commisurata alla durata dell'eventuale espiazione della pena o internamento. Da ciò consegue che se uno abbia subito un periodo di detenzione di sei anni per un errore giudiziario può reclamare un indennizzo senza alcun limite mentre chi abbia trascorso il medesimo periodo di detenzione in sede di custodia cautelare può ottenere un indennizzo per ingiusta detenzione non eccedente, come si è visto, 516.456,90 euro. Diverso e ingiustificato trattamento indennitario per un identico periodo di detenzione. Ciò anche perché i parametri di riferimento per la liquidazione dell'indennizzo sono i medesimi in funzione di quanto prevede il terzo comma dell'articolo 315 del codice di procedura penale. Stando così le cose si propone di modificare il secondo comma del medesimo articolo superando il limite del vecchio miliardo di lire.. Art. 1. (Modifica all'articolo 315 del codice di procedura penale) 1. Il comma 2 dell'articolo 315 del codice di procedura penale è abrogato. Art. 2. (Copertura finanziaria) 1. Al maggior onere derivante dall'attuazione della presente legge, valutato in euro 30 milioni per l'anno 2013 e in euro 60 milioni a decorrere dall'anno 2014, si provvede mediante corrispondente incremento, con decreto del Ministro dell'economia e delle finanze, delle aliquote di base di cui all'allegato I al testo unico delle disposizioni legislative concernenti le imposte sulla produzione e sui consumi e relative sanzioni penali e amministrative di cui al decreto legislativo 26 ottobre 1995, n. 504, e successive modificazioni, per il calcolo dell'imposta sui tabacchi lavorati destinati alla vendita al pubblico nel territorio soggetto a monopolio.