[pronunce]

ORDINANZA ha pronunciato la seguentenei giudizi di legittimità costituzionale dell'art. 126-bis del decreto legislativo 30 aprile 1992, n. 285 (Nuovo codice della strada) – introdotto dall'art. 7 del decreto legislativo 15 gennaio 2002, n. 9 (Disposizioni integrative e correttive del nuovo codice della strada, a norma dell'articolo 1, comma 1, della legge 22 marzo 2001, n. 85), come modificato dal decreto-legge 27 giugno 2003, n. 151 (Modifiche ed integrazioni al codice della strada), convertito, con modificazioni, dalla legge 1° agosto 2003, n. 214 – e dell'art. 172, commi 1 e 8, dello stesso decreto legislativo n. 285 del 1992, come modificato dall'art. 3, comma 12, del citato decreto-legge n. 151 del 2003, promossi con ordinanze del 19 dicembre 2006 dal Giudice di pace di Rieti nel procedimento civile vertente tra D'Onofrio Roberto e il Prefetto di Rieti e del 5 febbraio 2007 dal Giudice di pace di Assisi nel procedimento civile vertente tra Piombini Stefania e l'Ufficio territoriale del Governo di Perugia, iscritte ai nn. 458 e 717 del registro ordinanze 2007 e pubblicate nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica nn. 25 e 41, prima serie speciale, dell'anno 2007. Visti gli atti di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri; udito nella camera di consiglio del 30 gennaio 2008 il Giudice relatore Alfio Finocchiaro. Ritenuto che, nel corso di giudizio di opposizione a verbale della Regione Carabinieri Lazio, elevato il 3 luglio 2005, per violazione dell'artt. 126-bis del decreto legislativo 30 aprile 1992, n. 285 (Nuovo codice della strada) – introdotto dall'art. 7 del decreto legislativo 15 gennaio 2002, n. 9 (Disposizioni integrative e correttive del nuovo codice della strada, a norma dell'articolo 1, comma 1, della legge 22 marzo 2001, n. 85), come modificato dal decreto-legge 27 giugno 2003, n. 151 (Modifiche ed integrazioni al codice della strada), convertito, con modificazioni, dalla legge 1° agosto 2003, n. 214 – e dell'art. 172, commi 1 e 8, dello stesso decreto legislativo n. 285 del 1992, come modificato dall'art. 3, comma 12, del citato decreto-legge n. 151 del 2003, per mancato uso della cintura di sicurezza, promosso da D'Onofrio Roberto – in cui l'opponente eccepiva, oltre alla mancata indicazione a verbale del luogo del rilevamento, all'inesistenza della via indicata, all'assenza del ricorrente nella stessa via, al disinserimento della cintura nell'approssimarsi alla fermata, anche l'incostituzionalità degli artt. 172 e 126-bis del codice della strada – il Giudice di pace di Rieti (reg. ord. n. 458/07) ha sollevato questione di legittimità costituzionale degli stessi artt. 126-bis e 172, commi 1 e 8, di detto codice, per violazione degli artt. 3 e 24 della Costituzione; che il giudice a quo espone le difese dell'opponente dirette a censurare il sistema della legge, che non istituisce una proporzionale graduazione della sanzione accessoria della decurtazione dei punti-patente, in relazione ai diversificati momenti e situazioni concrete della circolazione del veicolo e quindi della condotta di guida, in contrasto con il principio di uguaglianza; che la sanzione fissa, prevista dalla normativa indicata – rileva il giudice a quo – è in contrasto con il principio proprio della materia delle sanzioni amministrative pecuniarie, regolata dalla legge n. 689 del 1981, che stabilisce, in linea generale, una commisurazione tra minimo e massimo nell'applicazione delle sanzioni, nell'intento di adattare e personalizzare, per quanto possibile, la sanzione al caso concreto, e perseguire così lo scopo della adeguatezza della sanzione stessa, che deve risultare eticamente giusta ed evitare comportamenti devianti nel trasgressore; che, si rileva ancora nella ordinanza di rimessione, il meccanismo di graduazione è, d'altra parte, previsto nella medesima norma sospettata, nella parte in cui commina la pena pecuniaria, applicabile in una misura ricompresa tra un minimo ed un massimo; che, a parere del Giudice di pace rimettente, la questione sollevata dall'istante-ricorrente soddisfa sia il criterio della rilevanza, «essendo il problema sollevato riscontrabile in molte parti del codice della strada, soprattutto nella normativa decurtatoria dei punti-patente», sia il criterio della non manifesta infondatezza, «visto che tutta la materia sanzionatoria amministrativa è permeata dal criterio di proporzionalità tra fatto colposo e sanzione e di adeguatezza della sanzione, nonché da quell'altro, strettamente correlato al primo, di graduazione dell'intensità dell'effetto deterrente, indotto dalla sanzione, sui comportamenti futuri»; che tali principi, che sono a fondamento del sistema sanzionatorio penalistico, sono richiamati indirettamente dalla stessa Carta costituzionale laddove (art. 27, terzo comma) prevede che «la pena deve tendere alla rieducazione del condannato» e quindi – secondo il rimettente – «non deve essere sentita come estranea e neppure quale frutto di un'imposizione astratta ed arbitraria dell'Autorità e perciò stesso rifiutata o foriera di rifiuto e di iniziative di sottrazione, pur nel rispetto della garanzia insita nel sistema processuale»; che nel giudizio innanzi alla Corte è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo dichiararsi l'inammissibilità o comunque l'infondatezza della questione, in quanto già dichiarata manifestamente infondata con l'ordinanza n. 169 del 2006 della Corte costituzionale, alla stregua della considerazione che rientra nella discrezionalità del legislatore sia l'individuazione delle condotte punibili, sia la scelta e la quantificazione delle relative sanzioni, con la conseguenza che tale discrezionalità può essere oggetto di censura, in sede di scrutinio di costituzionalità, soltanto ove il suo esercizio ne rappresenti un uso distorto o arbitrario, così da confliggere in modo manifesto con il canone della ragionevolezza che, nella specie, non risulta violato;