[pronunce]

mentre, ipotizzando la loro reviviscenza, difetterebbe la rilevanza, avendo il remittente omesso ogni comparazione tra vecchia e nuova disciplina. Inoltre, aggiunge l'Avvocatura – anticipando le ragioni dell'infondatezza – la vecchia normativa prevedeva un procedimento più lungo e complesso, attraverso il coinvolgimento di diversi organi, quali il deposito presso l'Ufficio del registro della somma non restituita, e la stessa devoluzione alla Cassa delle ammende dopo due anni. Secondo la difesa erariale la questione è infondata sotto tutti i profili denunciati, atteso che il legislatore delegato ha operato una semplificazione rispetto alla disciplina previgente e che non può farsi questione di ciò che ulteriormente sarebbe stato possibile fare sulla base della delega – nella prospettiva della maggiore semplificazione invocata dal remittente – venendo in rilievo profili di merito inerenti a scelte legislative non sindacabili. Inoltre, al di là della non pertinenza dell'art. 97 della Costituzione, afferma l'Avvocatura, non appare irragionevole la scelta di fissare, dopo il mancato ritiro della somma da parte dell'interessato, un termine ai fini della devoluzione alla Cassa delle ammende per dar modo all'interessato di fornire la prova del proprio diritto. 2. – Il Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Verona, con ordinanza dell'8 settembre 2003 (reg. ord. n. 1188 del 2003) , ha sollevato, in riferimento agli artt. 3, 76 e 97 della Costituzione, questione di legittimità costituzionale degli artt. 150, 151, 154 e 299 – quest'ultimo nella parte in cui abroga l'art. 264 del codice di procedura penale – del decreto legislativo 30 maggio 2002, n. 113 (Testo unico delle disposizioni legislative in materia di spese di giustizia), come riprodotti nel d.P.R. n. 115 del 2002, e inoltre, in via subordinata, dell'art. 7 della legge 8 marzo 1999, n. 50 (Delegificazione e testi unici di norme concernenti procedimenti amministrativi – legge di semplificazione 1998), come modificato dall'art. 1 della legge n. 340 del 2000, con riferimento all'art. 76 della Costituzione. In particolare, le suddette norme del testo unico sono censurate – in riferimento all'art. 76 della Costituzione – nella parte in cui disciplinano anche il «caso prima regolato dall'art. 264 del codice di procedura» per mancanza di una valida delega in tema di restituzione dei beni in sequestro, e inoltre, subordinatamente, nella parte in cui disciplinano in modo difforme anche il «caso prima regolato dall'art. 264 del codice di procedura» per contrarietà ai principî e criteri direttivi della legge di delegazione posti dalla lettera d), comma 2, dell'art. 7 citato, e, comunque – in riferimento all'art. 97, primo comma, anche in relazione all'art. 3 della Costituzione – nella parte in cui prevedono attività ripetitive e inutili con effetti di inefficienza sull'amministrazione della giustizia. La legge delega è censurata – in via ulteriormente subordinata – nella parte in cui non detta criteri e principî direttivi idonei a definire i tratti fondamentali e le scelte rilevanti con riferimento alle materie delegate. In punto di rilevanza, il remittente espone di aver disposto il 5 maggio 2003 la restituzione all'avente diritto della somma di circa € 185, residuata dopo il recupero delle spese di giustizia – già in sequestro conservativo penale in riferimento ad un processo conclusosi con sentenza passata in giudicato il 16 dicembre 1996 – e che, essendo decorsi inutilmente trenta giorni dalla comunicazione senza il ritiro da parte dell'avente diritto, deve emettere ordinanza ai sensi dell'art. 151 del testo unico, comunicandola allo stesso, ai fini dell'eventuale assegnazione della somma alla Cassa delle ammende. Sottolinea che la nuova disciplina è del tutto diversa rispetto a quella contenuta nel previgente art. 264 del codice di procedura penale; mentre il testo unico impone un provvedimento di restituzione ed un ulteriore provvedimento di “minaccia di incameramento”, nelle forme dell'ordinanza da comunicare all'avente diritto, prima – sempre secondo lo stesso giudice – in mancanza della richiesta di restituzione in un determinato lasso di tempo, esisteva un meccanismo semplificato di incameramento delle somme. Tutto ciò premesso, il giudice solleva d'ufficio le questioni di costituzionalità nei termini suddetti. In primo luogo richiama la sentenza n. 212 del 2003 di questa Corte, che ha dichiarato l'illegittimità di altre norme del testo unico per eccesso di delega, e si sofferma sul sistema delle fonti. Osserva il remittente che la fonte del potere legislativo esercitato nella specie dal Governo si rinviene nell'art. 7 della legge n. 50 del 1999, come modificato dall'art. 1 della legge n. 340 del 2000, che ha attribuito la delega al riordino delle norme legislative e regolamentari nelle materie ivi elencate, mediante testi unici comprendenti le disposizioni contenute in un decreto legislativo ed in un regolamento emanati ai sensi degli artt. 14 e 17, comma 2, della legge 23 agosto 1988, n. 400 sulla base di criteri e principî direttivi dettati dallo stesso articolo. La previsione di un decreto legislativo renderebbe evidente la natura non meramente compilativa dell'intervento di riordino normativo rimesso all'Esecutivo, fermo restando che la capacità di innovazione del sistema andrebbe riconosciuta solamente al suddetto decreto legislativo e non anche al successivo testo unico, avente funzione di mera raccolta delle disposizioni contenute nel decreto legislativo e nel regolamento. Nella specie, dunque, dovrebbe riconoscersi rango legislativo al solo decreto n. 113 del 2002, stante la natura meramente compilativa del successivo d.P.R. n. 115 del 2002, con la conseguenza che la conformità alla delega dovrebbe essere valutata rispetto al primo. Nel merito delle censure, il giudice sostiene, in via principale, la mancanza della delega a disciplinare la materia della restituzione dei beni in sequestro. Richiamate le fonti del potere delegato del Governo, ed in particolare l'art. 7 della legge n. 50 del 1999, che tra le materie individua le leggi annuali di semplificazione (comma 1, lettera b), con conseguente rinvio a quelle risultanti dall'allegato 1, numeri 9, 10 e 11, della stessa legge, si sofferma sul n. 9 relativo al “Procedimento di gestione e alienazione dei beni sequestrati e confiscati”, che richiama alcuni testi normativi. Escluso che la materia oggetto di devoluzione possa essere individuata sulla base del titolo e sottolineato, comunque, che lo stretto tenore letterale dello stesso – secondo l'unico criterio possibile – non comprende la materia della restituzione, il remittente sostiene che i predetti testi normativi sono tassativi e che, non casualmente, non richiamano le norme del codice di procedura, che non sono di rango procedimentale ma hanno natura sostanziale.