[pronunce]

Bossi è sempre stato il «leader indiscusso» - per l'abolizione di detti reati, in quanto contrastanti con la libertà di pensiero e suscettibili di utilizzazioni strumentali da parte di una magistratura «politicizzata»: battaglia che ha trovato concreta eco nella legge di riforma 24 febbraio 2006, n. 85 (Modifiche al codice penale in materia di reati di opinione), della quale la Lega Nord è stata la principale promotrice. In tale cornice, le dichiarazioni in questione rientrerebbero, più specificamente, nell'ambito di operatività della garanzia accordata dall'art. 68, primo comma, Cost., in quanto avvinte da nesso funzionale con l'attività parlamentare tipica svolta dall'on. Bossi, nella quale sarebbe parimenti riscontrabile una chiara linea politica, volta, da un lato, a contestare aspramente la permanenza nell'ordinamento di reati di opinione di matrice autoritaria e, dunque, antidemocratici; dall'altro, ad accusare in modo altrettanto aspro la magistratura di aver «utilizzato» detti reati per fini meramente politici e, in particolare, per osteggiare l'azione della Lega Nord. A tale riguardo, la difesa della Camera evoca, in particolare, l'intervento effettuato nella seduta del 2 agosto 1995, nel corso del quale l'on. Bossi aveva affermato che «il Codice Rocco, cardine di tutti i processi celebrati dal tribunale speciale per la difesa dello Stato fascista, non è evidentemente lo strumento idoneo per uno Stato democratico»: ciò, in sostanziale assonanza con le successive dichiarazioni oggi in discussione, nelle quali si evidenzia come i reati di opinione siano anacronistici rispetto alla forma democratica dello Stato. Nel corso di altro intervento, effettuato nella seduta del 9 aprile 1997, l'on. Bossi - riferendosi all'allora Presidente del Consiglio, on. Prodi - aveva altresì affermato che «lo davano per uscito di mente con la sua magistratura intenta a sfogliare il codice Rocco», avendo riguardo alla propensione della magistratura ad avvalersi di figure criminose ormai obsolete per avversare l'azione politica della Lega Nord. Con ancora maggiore chiarezza, nella successiva seduta 11 aprile 1997, l'on. Bossi aveva, poi, dichiarato: «vedo la magistratura attaccare gli uomini della Lega, vedo tutte le cose che fate [...] Abbiamo magistrati che ricorrono ai reati di opinione, al Codice Rocco, contro i cittadini della Padania». Nella seduta del 28 aprile 2000, l'on. Bossi aveva osservato, infine, come l'azione del Governo fosse «erede della scelta ulivista di consegnare la Lega e il cambiamento incarnato in essa nelle mani della magistratura, del Codice Rocco, del nazionalismo efferato brandito proprio mentre la globalizzazione ha messo in crisi irreversibile lo Stato nazionale». Dall'insieme delle dichiarazioni ora ricordate emergerebbe, dunque, come il rapporto tra magistratura e politica sia stato l'argomento centrale all'interno del dibattito politico svolto dall'on. Bossi: valendo esemplarmente, sul punto, l'intervento effettuato nella seduta del 22 luglio 1998, con il quale egli aveva disapprovato l'operato di quei magistrati che sembravano più interessati alle vicende politiche che non alla gestione della giustizia, in sintonia con quanto riportato anche nelle interviste a «La Padania», oggetto del conflitto. Contrariamente a quanto sostenuto dalla Corte ricorrente, sussisterebbe, quindi, una sostanziale identità di contenuti - e, talora, anche di espressioni - tra le dichiarazioni extra moenia e le opinioni manifestate dall'on. Bossi in sede parlamentare. Quanto, poi, al legame temporale, la difesa della Camera rimarca come, alla luce della giurisprudenza costituzionale, l'esistenza del suddetto requisito debba essere riscontrata non su un metro puramente «quantitativo», ma sulla base di un criterio oggettivo, ancorato alla persistente attualità del tema oggetto delle dichiarazioni. Nella specie, la distanza temporale tra l'ultimo degli atti tipici citati (l'intervento parlamentare del 28 aprile 2000) e le interviste in contestazione (rilasciate il 24 e 25 maggio 2001) non sarebbe, già di per sé, più ampio di quello che, in altri casi, la Corte ha ritenuto non ostativo alla configurabilità del «nesso funzionale». Ma, soprattutto, esso troverebbe giustificazione nella sentenza di condanna di primo grado, intervenuta il 23 maggio 2001: l'interesse divulgativo del parlamentare, volto a denunciare l'uso politico che una parte della magistratura avrebbe fatto di figure di reato ormai «obsolete», nascerebbe proprio a seguito della sentenza che ha condannato l'on. Bossi per quel tipo di reati. Da ultimo, la difesa della Camera rileva che qualora, in contrasto con quanto da essa sostenuto, si ritenesse che la delibera impugnata attenga anche alle dichiarazioni riportate su quotidiani diversi da «La Padania», il ricorso risulterebbe infondato anche rispetto ad esse, per ragioni analoghe a quelle dianzi riassunte. 4.- La Camera dei deputati ha depositato due memorie illustrative, con le quali - oltre a ribadire e sviluppare le precedenti difese - ha eccepito l'inammissibilità del ricorso sotto l'ulteriore profilo dell'omessa valutazione, da parte del giudice ricorrente, della reale natura offensiva delle dichiarazioni delle quali si discute: valutazione da ritenere necessaria al fine di evitare che il conflitto di attribuzioni si traduca «in una mera vindicatio potestatis del tutto astratta e priva di qualsivoglia utilità e rilevanza ai fini della decisione del processo», nonché, al tempo stesso, quale strumento per ridurre il «volume» dei conflitti sottoposti al vaglio di questa Corte.1.- La Corte di cassazione, terza sezione civile, ha sollevato conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato nei confronti della Camera dei deputati, contestando che spettasse ad essa deliberare, nella seduta del 16 luglio 2008 (doc. IV-quater, n. 1), che i fatti, per i quali è in corso il procedimento civile per risarcimento dei danni promosso dalla dott.ssa Paola Braggion nei confronti del deputato Umberto Bossi, riguardano opinioni espresse da quest'ultimo nell'esercizio delle funzioni parlamentari, con conseguente loro insindacabilità ai sensi dell'art. 68, primo comma, della Costituzione. 2.- Deve essere preliminarmente ribadita l'ammissibilità del conflitto, sussistendone i presupposti soggettivi e oggettivi, come già ritenuto da questa Corte con l'ordinanza n. 332 del 2009. 3.- Al riguardo, va disattesa, altresì, l'eccezione di inammissibilità del conflitto per indeterminatezza e genericità del suo oggetto, formulata dalla difesa della Camera dei deputati. La Corte ricorrente - dopo aver rilevato come la delibera impugnata si presti, per tal verso, a interpretazioni contrastanti - ha, infatti, optato - motivandola - per una sua lettura in termini di ampia comprensività, alla stregua della quale l'affermazione di insindacabilità investirebbe l'intero complesso delle dichiarazioni per le quali l'on. Bossi è stato convenuto in giudizio.