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Signor Presidente, senatori, rappresentanti del Governo, a distanza di pochissimo tempo dai decreti cura Italia e liquidità, è intervenuto il Governo per fronteggiare l'emergenza Covid sul comparto giustizia, con precise disposizioni che, pur cercando di rinnovare in qualche modo i contenuti, in alcune parti si sovrappongono alle disposizioni dei decreti citati, ormai convertiti in legge, e in altre introducendo nuove disposizioni in materia di riforma delle intercettazioni, di ordinamento penitenziario, di svolgimento delle attività giudiziarie nel periodo di emergenza, in materia di contact tracing , per dotare il nostro ordinamento di una sorta di sistema di allerta dei contatti dei soggetti con individui risultati positivi al virus. Il provvedimento di cui discutiamo per la conversione in legge, pur constando di soli otto articoli, in realtà comprende disposizioni che interessano il settore giustizia e che avrebbero avuto bisogno di un tempo diverso per le materie trattate e i contenuti complessi da esaminare. Si interviene sulla nuova disciplina delle intercettazioni, di cui alla riforma Bonafede, per differirne, in questo momento causa l'emergenza epidemiologica, l'entrata in vigore. Ma sarebbe stato opportuno - e mi auguro lo si possa fare non appena ripresa la graduale normalità della vita e del lavoro - riflettere non solo sulla necessità di adeguare le strutture degli uffici giudiziari, con tutto quello che comporta, ma anche sull'impossibilità oggettiva di realizzare una riforma complicata come quella sulle intercettazioni, per cambiare tutto senza in realtà intervenire nei modi e nei tempi dovuti in un sistema quanto mai complesso come quello giudiziario. Il decreto-legge interviene anche sull'ordinamento penitenziario per cercare di attutire le aspre polemiche, politiche e non, collegate alle discusse scarcerazioni avvenute nei giorni scorsi e connesse solo indirettamente all'emergenza coronavirus, di esponenti autorevoli di associazioni di stampo mafioso sottoposti al regime detentivo speciale di cui all'articolo 41- bis . È prevista l'integrazione della disciplina procedurale delle disposizioni di cui agli articoli 30- bis e 47- ter dell'ordinamento penitenziario, con una specie di parificazione - almeno sotto il profilo della modalità di concessione del beneficio - dei cosiddetti permessi di necessità ai permessi premio, operando una significativa unificazione del regime di tutti i permessi - che siano di necessità o premiali - con un intervento dell'autorità competente che deve pronunciarsi sulla loro concessione e dovendo tener conto, anche per i permessi di necessità, delle indicazioni provenienti dal procuratore distrettuale e dal procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo. Il decreto-legge in esame si occupa anche dell'attività giudiziaria nel periodo di emergenza, introducendo misure significative della trattazione sui procedimenti civili e penali in tale periodo, innovando anche alcune disposizioni introdotte dai cosiddetti decreto cura Italia e decreto liquidità. Forse l'articolo 3 - proprio questo articolo che interviene a gamba tesa in tema di misure di contenimento del virus nel sistema giudiziario nazionale - avrebbe avuto bisogno, nella formulazione, di una maggiore attenzione. Senza alcuna critica, ma come avvocato quale sono, penso sia utile, anche per un agire politico condiviso, che quando si dispone sulle modalità operative e lavorative di ampie e ben rappresentate anche in Parlamento categorie professionali, seppure in clima di emergenza, sia opportuno ascoltare soprattutto i professionisti del settore. E dico ascoltare nel senso di intendere e recepire le istanze legittime. Mi soffermo poi brevemente, a solo titolo informativo per indicare qualcosa di contenuto di questo decreto-legge, sulla specifica dell'articolo 3, che tra i procedimenti a trattazione obbligatoria da celebrarsi durante la fase di sospensione d'ufficio dell'attività giurisdizionale fa rientrare, per quanto riguarda quelli con soggetti cautelati, solo quelli per cui, nel periodo di sospensione o nei sei mesi successivi, scadano i termini di cui all'articolo 304, comma 6, del codice di procedura penale (i cosiddetti termini finali di fase o termini finali complessivi, più noti come massimo dei massimi). Per quanto riguarda, invece, la celebrazione delle udienze da remoto e delle relative camere di consiglio, il decreto-legge, al fine di salvaguardare il necessario principio di oralità del processo penale, è intervenuto in senso più restrittivo - in questo caso forse ascoltando le voci degli operatori del diritto - per non smaterializzare completamente il processo, rischiando la lesione dei principi costituzionali, in particolare del diritto di difesa e del contraddittorio, e introducendo così un espresso limite alla celebrazione da remoto delle udienze penali, prevedendosi che è rimessa a un accordo delle parti la celebrazione da remoto delle udienze penali in cui dovranno essere esaminati test, parti, consulenti tecnici e periti e di quelle in cui dovrà procedersi alla discussione finale dei procedimenti. In mancanza, tali udienze non potranno che essere trattate in aula, oppure rinviate a una data successiva. Pur tuttavia, è da apprezzare che la norma intervenga per favorire una implementazione del processo penale telematico da inquadrare, però, nell'ottica di una riforma di sistema e che costituisce, quindi, seppur nascente dall'emergenza, una visione innovativa e auspicabile di una vera informatizzazione del processo. Infine, viene introdotto nel testo del provvedimento un inedito sistema di allerta Covid-19, con uno stanziamento di 1,5 milioni di euro proprio in materia di prevenzione dei contagi da coronavirus. Questa è una tra le previsioni più importanti dell'atto in esame, mediante la quale il Governo ha finalmente dettato, proprio in punto di applicazione di tracciamento, una base normativa chiara finalizzata ad allertare le persone che siano entrate in stretto contatto con soggetti positivi al Covid-19. È previsto, infatti, all'articolo 6, che, al solo fine di allertare le persone che siano entrate in contatto diretto con soggetti risultati positivi e tutelarne la salute, attraverso le previste misure di profilassi nell'ambito delle misure di sanità pubblica legate all'emergenza Covid-19, presso il Ministero della salute - ricordiamo che è il titolare del trattamento - sia istituita una piattaforma unica nazionale per la gestione del sistema di allerta dei soggetti che, a tal fine, hanno installato, su base volontaria, un'apposita applicazione sui dispositivi di telefonia mobile. Quindi, da un lato, si sancisce un divieto generale di trattamento dei dati personali raccolti con l'applicazione di tracciamento per finalità diverse da quella di avvisare le persone di essere entrate in contatto con un malato; dall'altro lato, si stabilisce, però, che è consentito, comunque, utilizzare siffatte informazioni per soli fini di sanità pubblica, profilassi, statistici o di ricerca scientifica, introducendo così una serie di eccezioni, seppur ridotta, ma abbastanza rigorosa. Dato positivo della norma pare essere, però, che le autorità di contrasto non possano richiedere la trasmissione dei dati personali raccolti dalle applicazioni di tracciamento al fine di reprimere i reati di qualsiasi genere. Ciò dovrebbe servire a eliminare i dubbi verso il timore di un utilizzo arbitrario e ingiustificato delle applicazioni di tracciamento anti Covid-19 per motivi di contrasto alla criminalità, pur non essendo, però, questo fatto, obiettivamente, del tutto scontato.