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Ma, al di là delle specifiche azioni, siamo convinti che solo con questi atti concreti, conseguenti anche alla modifica costituzionale, si possa rilanciare l'economia di questi territori e promuovere un equilibrato sviluppo. Questo, colleghi, non deve essere considerato un privilegio, ma l'unico rimedio per compensare le difficoltà di chi vive nelle isole, dove i costi di produzione sono molto più alti che nelle restanti parti d'Italia, a causa di una carenza di infrastrutture e dell'alto costo dei trasporti e dell'energia. Vedete, colleghi, questo disegno di legge che ho appena citato è poi confluito insieme ad altri in un disegno di legge approvato da questo ramo del Parlamento come legge quadro per lo sviluppo delle isole minori, lagunari e lacustri. Peccato, però, che non vi sia traccia delle agevolazioni fiscali. Nonostante questo, l'abbiamo approvato il 17 ottobre 2018 e l'abbiamo trasmesso alla Camera, dove è iniziata la discussione nelle Commissioni il 23 gennaio 2019; ma ad oggi sembra ancora tutto in alto mare, un po' come le nostre isole sono lì in mezzo al mare. Bene quindi la volontà di inserire questo principio in Costituzione, ma poi - ripeto - ci vuole la volontà politica di compiere le azioni conseguenti e ad oggi, purtroppo, non vediamo e non abbiamo visto effettivamente questa volontà politica. Concludo, Presidente, annunciando chiaramente il voto favorevole del Gruppo Fratelli d'Italia sul presente disegno di legge. Contemporaneamente voglio ricordare a me stesso e a voi, colleghi, che con questa approvazione non si deve pensare di aver concluso un percorso, ma anzi deve esserci la consapevolezza che essa rappresenta l'inizio di una lunga serie di atti per valorizzare quel patrimonio naturale, storico e identitario che caratterizza le nostre isole. (Applausi) . MARILOTTI (PD) . Domando di parlare per dichiarazione di voto. PRESIDENTE. Ne ha facoltà. MARILOTTI (PD) . Signora Presidente, gentili colleghe e colleghi, oggi discutiamo in Aula un provvedimento a lungo atteso da una parte considerevole di cittadini, quelli che vivono nelle grandi come nelle piccole isole del nostro Paese. Arriva in Senato come una proposta di legge di iniziativa popolare, che chiede il reinserimento nella Costituzione del principio di insularità, troppo frettolosamente abrogato con la riforma del Titolo V. Se teniamo conto che dal 1979 alla fine della scorsa legislatura sono state presentate 262 proposte di legge di iniziativa popolare, di cui solo tre sono diventate leggi, mentre ben 151, vale a dire il 60 per cento, non sono state nemmeno discusse, cioè 7,5 milioni di firme di cittadini sono state buttate al vento, dobbiamo riconoscere che si tratta di un fatto rilevante, che riscatta in parte la Camera alta, tante volte oggetto di critiche per la distanza dai cittadini. Questa volta, 120.000 firme di elettori firmatari della proposta hanno avuto ascolto e già questo fatto è di per sé rilevante. La Commissione affari costituzionali, che ringrazio per la sensibilità e la competenza, ha voluto recepire, in particolare nella persona del suo presidente, senatore Parrini, e del relatore, senatore Garruti, istanze molto sentite e lo ha fatto senza rinunciare - anzi esaltandolo - al proprio ruolo istituzionale. Si è tenuto conto dell'evoluzione del diritto comunitario, che vive sempre più in sinergia con la nostra Costituzione e con il nostro ordinamento. Già con il Trattato di Amsterdam del 1997 era stato meglio specificato questo principio di insularità, all'articolo 130 A, secondo comma, che recita: «In particolare la Comunità mira a ridurre il divario tra i livelli di sviluppo delle varie regioni ed il ritardo delle regioni meno favorite o insulari, comprese le zone rurali». Poiché per dieci anni nulla si era mosso nell'Unione europea, per implementare questa nuova disposizione si è sentito il bisogno di rafforzarla con il Trattato di Lisbona, firmato il 13 dicembre 2007, nel quale tra le regioni che presentano gravi e permanenti svantaggi naturali e demografici vengono citate quelle insulari, transfrontaliere e di montagna. Altri dieci anni, però, sono trascorsi invano. L'Unione europea, sempre pronta a intervenire per imporre severe prescrizioni in settori quali agricoltura e allevamento, che interessano Paesi forti, ha continuato a far finta di niente e a non riconoscere il diritto al riequilibrio nelle regioni che essa stessa definisce sfavorite. Da un lato, nei documenti ufficiali si declamano principi come questo: le politiche di concorrenza dell'Unione europea garantiscono che le imprese competano in modo leale e in condizioni di parità nel mercato interno europeo; dall'altro, l'Unione europea è fortemente matrigna e molto spesso fa delle disparità. Prendiamo il costo dei trasporti. Quello su ferro praticato nella Penisola italiana o nel Continente europeo ha un costo unitario a chilometro; quello su nave da e per la Sardegna ha un costo unitario assai maggiore e questo surplus va a maggiorare il costo finale, con conseguente riduzione del profitto. Altro che parità di condizioni! Lo stesso discorso vale per l'energia, che costa di più per i maggiori oneri di trasporto o per l'assenza di una rete, quella metaniera, notoriamente meno costosa. (Brusìo). Presidente, può dire ai colleghi disinteressati a questo importante argomento di cessare il brusìo? PRESIDENTE. Colleghi, cerchiamo di consentire a chi interviene di svolgere il proprio intervento e a chi desidera ascoltare di farlo. Prego, senatore Marilotti, prosegua. MARILOTTI (PD) . La ringrazio, Presidente. Per non parlare delle grandi infrastrutture, dell'Alta velocità e del sistema viario nel suo complesso, che nella Penisola hanno costi ammortizzati dalla continuità territoriale, che manca oggettivamente nelle realtà insulari. La Sardegna, con questo provvedimento, come ha ricordato anche il senatore Cucca, non si aspetta condizioni di favore, ma di riequilibrio. Gli imprenditori isolani non chiedono più soldi, ma condizioni quali ad esempio agevolazioni fiscali che consentano loro di stare nel mercato; vogliono competere alla pari e questo è un diritto sancito, oltre che dalla nostra Costituzione, anche dalle norme europee. Occorre dare esecutività, ad esempio, alla risoluzione del Parlamento europeo del 4 febbraio 2016 sull'insularità, che, al punto 4, recita: Il Parlamento europeo «chiede che la Commissione avvii uno studio/un'analisi approfondita sui costi supplementari che la condizione di insularità determina a livello dei sistemi di trasporto di persone e merci e dell'approvvigionamento energetico nonché in termini di accesso al mercato, in particolare per le piccole e medie imprese». Questa risoluzione per ora non ha avuto seguito, nonostante numerosi studi di enti pubblici e privati abbiano dimostrato i reali svantaggi derivanti dalla condizione di insularità. Mi rendo conto che il reinserimento del principio di insularità in Costituzione non risolva i problemi con un colpo di bacchetta magica.