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Signor Presidente, onorevoli colleghi, purtroppo ci troviamo ancora una volta a dover contestare la costituzionalità dei provvedimenti che tendono a restringere, tramite il ricorso alla decretazione d'urgenza, i diritti costituzionalmente garantiti, in particolare quelli legati alla libertà individuale e personale di ciascuno dei cittadini italiani. Noi continuiamo a essere fermamente contrari all'idea che, attraverso lo strumento del decreto-legge, si possa ipotizzare di limitare diritti costituzionalmente garantiti. In particolare, il decreto-legge, il n. 2 del 2021, di fatto proroga fino al 30 aprile di quest'anno il termine entro il quale potranno essere adottate o reiterate le misure finalizzate alla prevenzione del contagio ai sensi dei due decreti emessi nella stessa identica direzione nel corso del 2020, e cioè il decreto-legge n. 19, che noi abbiamo fermamente contestato, e il decreto-legge n. 33, che ha parzialmente ridotto i difetti costituzionali contenuti nel primo, appunto il n. 19. Continuiamo a essere fermamente contrari all'idea che i cittadini italiani possano veder ridotta la possibilità di muoversi all'interno della propria città, della propria Provincia o della propria Regione esclusivamente con un provvedimento del Governo. Noi riteniamo che questo non sia possibile. Tra l'altro, aggiungo che il presidente del Consiglio dei ministri Giuseppe Conte, nell'ormai lontano 21 maggio 2020, ebbe a dichiarare, proprio in quest'Aula, che non ci possiamo permettere - recito le sue parole - di protrarre l'efficacia di misure limitative per un tempo indefinito. Un ordinamento liberale e democratico non può, infatti, tollerare una compressione dei diritti fondamentali, se non nella misura strettamente necessaria a difendere i beni primari della vita e della salute dei cittadini, in dipendenza di una minaccia grave e attuale. La permanenza di misure così severe sul piano delle limitazioni dei diritti fondamentali, oltre il tempo necessario a invertire la curva del contagio, sarebbe, dunque, irragionevole e incompatibile con i principi della nostra Costituzione. Benissimo, merita un applauso, perché la verità è esattamente questa. (Applausi) . Noi la pensiamo esattamente come affermato dallo stesso Conte il 21 maggio 2020. Ribadisco che non è ipotizzabile che il provvedimento di urgenza abbia misura così indefinita, perché, reiterando, di fatto, non abbiamo più alcuna possibilità di capire l'urgenza. Che un provvedimento d'urgenza possa avere una misura temporale senza limiti chiari e definiti non è ipotizzabile (la nostra Costituzione non lo consente). Se si parla di decretazione d'urgenza, infatti, si fa esclusivo riferimento a provvedimenti che devono avere una limitata azione nel tempo e una limitata efficacia nel tempo. Voi capite bene, però, che tutto questo non sta accadendo. (Applausi) . Aggiungo nel merito - come anche altri colleghi, e non solo del mio movimento politico, hanno affermato in questi giorni - che i provvedimenti di limitazione della libertà individuale - mi riferisco, per esempio, al cosiddetto decreto Natale - non hanno prodotto alcun giovamento in termini di contagio. Abbiamo potuto constatare che l'aver rinchiuso le persone nelle proprie abitazioni non ha impedito che il contagio continuasse a correre. Quindi, anche nel merito, non ha senso persistere con limitazioni di siffatta natura. Capisco ed è necessario che si vada avanti con un progetto nazionale di vaccinazione, con un piano che, nel più breve tempo possibile, possa permettere di vaccinare tutti, ma così non si può andare avanti. È il sistema che è sbagliato. Mi sono poi un po' stancato di riferire ogni volta che in questa Camera dobbiamo difendere le prerogative del Parlamento. (Applausi) . Non possiamo continuare a permetterci di violare regolarmente i principi costituzionalmente garantiti. Non mi stancherò mai di ricordarlo, e faccio bene a farlo qui. (Applausi) . Concludo, citando un aspetto che oggi non solo è attuale ma cambia anche completamente le carte in tavola. Ieri è accaduto un fatto non secondario, caro collega Alfredo Messina. Ieri - come lei sa - abbiamo assistito a un voto che non dà la misura di una maggioranza assoluta di senatori - dico bene? - poiché abbiamo constatato che quella che sorregge il Governo Conte è una maggioranza relativa in questa Camera. Ebbene, questo aspetto non è ininfluente rispetto al decreto-legge n. 2 del 2021 che stiamo esaminando ed è abbastanza semplice ipotizzarlo. Il ricorso alla decretazione d'urgenza da parte di un Governo in carica ha un senso se esistono maggioranze assolute nelle due Camere. (Applausi) . Siccome da ieri questo elemento non esiste più - in questa Camera la maggioranza è solo relativa - capite bene che il ricorso alla decretazione d'urgenza è a maggior ragione improprio, inadeguato e incostituzionale. (Applausi) . In casi come questi, non possono più essere emanati decreti-legge, ma i provvedimenti devono essere portati in quest'Aula per essere parlamentarizzati. (Applausi) . PRESIDENTE . Nel corso della discussione potrà prendere la parola un rappresentante per Gruppo, per non più di dieci minuti ciascuno. GARAVINI (IV-PSI) . Domando di parlare. PRESIDENTE. Ne ha facoltà. GARAVINI (IV-PSI) . Signor Presidente, il Senato è chiamato oggi a convertire l'ultimo decreto-legge emanato dal Governo per far fronte alla crisi sanitaria in atto. Il provvedimento si inscrive in una complessa sequenza di atti normativi, spesso di difficile comprensione da parte dei cittadini, data la loro sovrapposizione e la continua contraddizione tra i diversi testi pensati per affrontare l'epidemia. Il decreto-legge è stato emanato in simultanea rispetto all'ennesimo DPCM, una fonte giuridica perlopiù sconosciuta fino a pochi mesi fa e diventata oggi la pietra angolare della normazione nazionale; una forma subordinata, spesso assurta impropriamente al rango primario, per la disciplina di una materia così delicata quale è la libertà personale; una modalità di produzione normativa su cui, come Italia Viva, abbiamo già più volte espresso le nostre perplessità; perplessità che possiamo riassumere nel fatto che il Parlamento è stato chiamato, il più delle volte, a convertire in legge un decreto-legge che altro non faceva che riproporre a sua volta una fonte subordinata quale è il decreto del Presidente del Consiglio dei ministri. Sul punto rileviamo anzitutto una prima criticità: si continua a voler disciplinare questioni sensibili, quali la libertà personale, attraverso una fonte subordinata rispetto a ciò che la Costituzione diversamente prescrive, come materia sulla quale la riserva parlamentare legislativa dovrebbe invece essere assoluta. Inoltre, una siffatta produzione normativa, confusionaria sul piano della gerarchia delle fonti, comporta anche conseguenze problematiche sul piano del lavoro parlamentare, relegando il Parlamento a un ruolo ancillare rispetto a decisioni assunte in altre sedi.