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Non può più ignorarsi, pertanto, anche in sede legislativa, il nesso che esiste come innumerevoli studi ormai dimostrano tra questo tipo di falsata percezione della famiglia e dei sui componenti e il fatto, ad esempio, che nella pubblicità le figure maschili destinate a manifestare valenza «positiva» godano, generalmente, di caratteristiche forti e dominanti, mentre risulta solitamente ancillare il ruolo assegnato ai bambini e alle donne, gli uni e le altre «mummificati» in modelli ripetitivi quanto banali. Si sta facendo largo, poi, un ennesimo modello costrittivo, che ripropone una visione stereotipata della donna e dell'organizzazione della vita familiare, ma sotto l'apparenza di una riconsiderazione e attualizzazione dei ruoli femminili. All'identificazione della donna con l'angelo del focolare domestico si va infatti sostituendo una sua nuova rappresentazione che ha finanche del grottesco: donne perennemente affannate, impegnate in attività lavorative o professionali sul fronte pubblico, ma, nel privato, sempre destinate a occuparsi di faccende domestiche e della famiglia in perfetta solitudine, esattamente come nella visione patriarcale tradizionale, con figli mai coinvolti nell'assunzione di compiti di collaborazione familiare e sempre senza alcun tipo di condivisione con il partner. Si legittima, così, un'inaccettabile rappresentazione del lavoro della donna al di fuori delle mura domestiche, non già come diritto acquisito e come frutto di impegno e realizzazione personali, bensì come spazio di libertà sostanzialmente concesso dalla famiglia e, in una certa misura, ad essa sottratto. Un ennesimo stereotipo, dunque, che finisce con il dettare quali siano i comportamenti, le aspirazioni e i ruoli che la società si aspetta, rispettivamente dagli uomini e dalle donne, attribuendo addirittura differente valenza alle medesime caratteristiche, qualità e pulsioni a seconda del genere del soggetto che le manifesti. Non è raro, infatti, ad esempio, che autorevolezza e spirito di competizione, considerati come positive connotazioni di un uomo, diventino motivo di biasimo e discriminazione se a darne prova sia una donna, o siano, al più, favorevolmente considerati ma solo qualificandoli come possesso di attributi maschili, dei quali le donne, si può starne certi, non sentono affatto la privazione. Ed è allarmante, al riguardo, che molte donne italiane, da indagini statistiche svolte in materia, sembra tendano a empatizzare con questo ennesimo stereotipo di tuttofare iperattivo, multitasking, ritenendolo, magari, prova e rappresentazione dell'emancipazione femminile. Il che, decisamente, non solo non risponde alle reali aspirazioni emancipative delle donne, ma ne ostacola decisamente il pieno ed effettivo realizzarsi. Secondo la classifica stesa nel 2013 dal Global Gender Gap Report, l'Italia, tra il 2012 e il 2013, è avanzata di solo 9 posti, passando dal numero 80 al numero 71. Nonostante si sia registrato un qualche miglioramento nella complessiva condizione della donna nel nostro Paese, dunque, la posizione che l'Italia occupa in questa significativa classifica globale continua a rivelare carenze e arretratezza nella soluzione del gender gap. Il dato denuncia la persistenza di fattori ostativi che non permettono alle donne «a prescindere e al di là delle congiunture e contingenze di carattere economico generale» le medesime opportunità garantite agli uomini, in termini di autodeterminazione e di scelte di vita, opportunità che si misurano guardando a occupazione femminile, remunerazioni, sviluppi di carriera, accesso ai ruoli politici e di vertice, tuttora differenziati rispetto ai colleghi uomini. Nel quadro sommariamente tracciato si impone l'adozione di provvedimenti normativi ulteriori e innovativi che, oltre a rimuovere, nella pubblicità, ogni disparità di trattamento connessa al genere e messaggi offensivi della dignità delle donne, oltre a tutelare i minori nel delicato percorso della loro formazione, siano, altresì, destinati a incidere direttamente sulla produzione pubblicitaria, laddove essa risulti indurre comportamenti sociali e propone modelli di riferimento stereotipati, sessisti e discriminatori. Provvedimenti tesi, perciò, a riaffermare, nella varietà dei ruoli dei due sessi e nella tutela e cura dei processi formativi dei minori, princìpi di eguaglianza e di piena dignità di ciascun individuo. Lo Stato italiano, peraltro, non ha ancora assunto provvedimenti applicativi delle risoluzioni del Parlamento europeo in materia di discriminazione femminile nella pubblicità. Con la risoluzione A4-0258/97, del 16 settembre 1997, sulla discriminazione della donna nella pubblicità, il Parlamento europeo, constatato che la legislazione degli Stati membri e dell'Unione europea per contrastare rappresentazioni degradanti della donna nei mezzi di comunicazione risultava del tutto insufficiente, propose una serie di misure legislative incentrate sulla pornografia nei mezzi d'informazione e sul turismo sessuale. Già in questo primo intervento si indicava come necessaria l'adozione di un apposito codice di condotta nella materia e si affermavano princìpi secondo cui «lo sfruttamento ingiustificato del corpo femminile a fini commerciali può offendere in modo particolarmente grave la dignità della donna», condannando la diffusione nelle comunicazioni commerciali di immagini femminili che sminuissero la dignità della donna o la sua parità nei confronti del sesso maschile; invitando gli Stati membri a prese di posizione forti contro gli stereotipi sessisti nei contenuti, nelle immagini e nel linguaggio della pubblicità; sollecitando il settore pubblicitario a rinunciare a ridurre la donna a mero oggetto sessuale dell'uomo, attraverso espedienti tecnici e raffigurazioni volti a esaltare la sola bellezza fisica e la disponibilità sessuale. Compito degli Stati membri, pertanto, era dare «attuazione ai patti e alle convenzioni internazionali in materia, nonché al principio della non discriminazione, a livello legislativo così come a livello pratico». Con la successiva risoluzione 2008/2038 (INI), del 3 settembre 2008, sull'impatto del marketing e della pubblicità e sulla parità tra donne e uomini, è stata posta l'attenzione sul processo di socializzazione che, attraverso la scuola, la famiglia e l'ambiente socio-culturale, genera identità e valori, convinzioni e atteggiamenti che conferiscono all'individuo un posto e una funzione nella società in cui cresce, per sottolineare come l'identificazione costituisce un concetto chiave di comprensione dei meccanismi di questo processo ed evidenziando come la pubblicità, laddove veicoli messaggi pubblicitari discriminatori e degradanti basati sul genere e sugli stereotipi di genere sotto qualunque forma, costituisca un grave ostacolo al realizzarsi di una società moderna e paritaria. Il complesso di norme che, nel nostro ordinamento, riguarda il settore della pubblicità, anche con riferimento alla tutela dei minori e alla salvaguardia dei princìpi di dignità della persona nonché al superamento di stereotipi sessisti e discriminatori, ha radici prevalentemente internazionali ed europee e si sviluppa in due distinti impianti normativi.