[pronunce]

che nel merito la difesa sostiene l'infondatezza della questione, rilevando che le attività svolte da soggetti aventi ruoli processuali diversi sotto il profilo istituzionale e funzionale, quali sono il pubblico ministero e il difensore, non possono avere una regolamentazione omogenea; che, in particolare, il pubblico ministero ha la specifica funzione di &laquo;dedurre la pretesa punitiva dello Stato chiedendo all'organo giurisdizionale di pronunciarsi in ordine ad una determinata imputazione&raquo; , mentre il difensore deve garantire la difesa tecnica di una parte privata e la sua attività è pertanto delimitata e vincolata dal mandato difensivo ricevuto, che gli impone di agire nell'esclusivo interesse del proprio assistito; che la diversità dei ruoli del pubblico ministero e del difensore non comporta però necessariamente che gli effetti processuali delle rispettive attività non possano essere eguali; che gli atti di investigazione del difensore non sarebbero affatto privi di affidabilità, in quanto la genuinità degli stessi è assicurata, sul terreno processuale, dalla regolamentazione delle modalità del loro compimento, nonché dalle disposizioni di diritto penale sostanziale che consentirebbero di sanzionare adeguatamente comportamenti scorretti del dichiarante o del difensore; che ad avviso della difesa non potrebbe neppure escludersi che il difensore, cui la legge attribuisce in linea generale la qualifica di esercente di un servizio di pubblica necessità, possa assumere, limitatamente alla attività di documentazione delle informazioni rilasciate a norma dell'art. 391-bis, comma 2, cod. proc. pen. , la qualità di pubblico ufficiale, con conseguente sottoposizione alle più gravi sanzioni previste per tale soggetto; che, in conclusione, la scelta del legislatore di uniformare gli effetti giuridici e probatori degli atti provenienti dalla accusa e dalla difesa non sarebbe per nulla incongrua, in quanto l'ordinamento appresta un sistema di tutela dell'affidabilità e genuinità del documento formato dal difensore, coerente con la funzione svolta dalla difesa; che nel giudizio ha proposto atto di intervento anche l'avv. Giuseppe Frigo, difensore di altra persona sottoposta alle indagini nei cui confronti è stata applicata la custodia cautelare nell'ambito del medesimo procedimento, sostenendo l'inammissibilità e comunque l'infondatezza della questione; che l'interveniente - premesso che l'istanza di revoca della custodia cautelare presentata da altro indagato sulla base dei risultati delle investigazioni difensive ha aperto &laquo;'uno spazio giurisdizionale' nell'ambito di quelli che, ai sensi dell'art. 299, comma 3, cod. proc . pen. , avrebbero consentito o consentirebbero anche in seguito di rivedere pure ex officio la posizione de libertate&raquo; del proprio assistito - sostiene, in via preliminare, l'inammissibilità della questione per insufficiente specificità dell'ordinanza di rimessione, e, nel merito, la sua infondatezza, rilevando che il diritto alla prova trova copertura costituzionale nell'art. 111 Cost.; che nel corso dell'udienza pubblica l'Avvocatura dello Stato e la parte privata hanno ribadito le argomentazioni esposte e le conclusioni sostenute negli atti in precedenza depositati, mentre il difensore dell'interveniente non è comparso. Considerato che va preliminarmente dichiarato inammissibile l'intervento nel presente giudizio costituzionale del soggetto privato interveniente che, pur essendo indagato e sottoposto alla misura della custodia cautelare in carcere nel medesimo procedimento penale, non è parte nel giudizio incidentale a quo; che, al riguardo, un mero interesse di fatto non è sufficiente a legittimare l'intervento, che deve basarsi &laquo;sulla configurabilità di una situazione individualizzata, riconoscibile solo quando l'esito del giudizio di costituzionalità sia destinato ad incidere direttamente su una posizione giuridica propria della parte intervenuta&raquo; (v. ordinanza allegata alla sentenza n. 248 del 1997, nonché, più di recente, sentenza n. 333 del 2001 e ordinanze n. 145 e n. 36 del 2002, n. 456 del 2000 e n. 129 del 1998); che nella specie l'interveniente vanta un interesse meramente eventuale e quanto mai generico rispetto al thema decidendum, non potendo certo invocare una identità di posizione soggettiva rispetto a quella della parte nel giudizio incidentale de libertate; che il rimettente dubita della legittimità costituzionale degli artt. 391-bis, 391-ter, 391-octies e 391-decies cod. proc. pen. , nella parte in cui tali norme prevedono la possibilità per il difensore di assumere dichiarazioni alle quali è attribuito il medesimo valore di quelle raccolte dal pubblico ministero, ma non prescrivono i medesimi &laquo;obblighi di garanzia a tutela della genuinità della prova&raquo; ; che tale sperequazione determinerebbe un inammissibile sbilanciamento del processo in favore della persona sottoposta alle indagini e si porrebbe in contrasto con gli artt. 2, 3 e 111 Cost., in quanto non risulterebbero garantiti i diritti fondamentali dell'uomo e della collettività lesi dall'attività delittuosa, non sarebbero imposti a carico della difesa i medesimi obblighi a tutela della genuinità della prova stabiliti per il pubblico ministero, sarebbe violato il principio della parità tra le parti; che, quanto alla rilevanza della questione, la difesa della parte privata ha preliminarmente eccepito che il giudice a quo, nel momento in cui ha emesso l'ordinanza di rimessione, aveva già esaurito il proprio potere decisorio ex art. 299 cod. proc. pen. , in quanto in precedenza, con ordinanza in data 25 luglio 2001, aveva respinto la richiesta della difesa di revoca della custodia cautelare in carcere, riservandosi di valutare la &laquo;permanenza&raquo; dei gravi indizi di colpevolezza alla luce delle indagini difensive prodotte dalla difesa ex art. 391-bis cod. proc. pen. ; che il sibillino riferimento che compare nell'ordinanza di rimessione allo scioglimento della &laquo;riserva formulata il 25 luglio 2001&raquo; ha trovato la sua spiegazione nella documentazione allegata dalla difesa all'atto di costituzione a sostegno dell'eccezione di inammissibilità, dalla quale emerge che nell'ordinanza del 25 luglio 2001 il giudice a quo, dopo avere respinto la richiesta di revoca della custodia cautelare in carcere, si è riservato di decidere sull'eccezione di legittimità costituzionale dell'art. 391-bis cod. proc. pen. sollevata dal pubblico ministero a seguito della produzione degli atti di indagine difensiva depositati a sostegno della medesima richiesta; che l'appello proposto dalla difesa a norma dell'art. 310 cod. proc. pen. avverso tale provvedimento è stato dichiarato inammissibile dal Tribunale di Napoli; che la Corte di cassazione, con sentenza n. 16 del 7 gennaio - 8 marzo 2002, ha annullato con rinvio l'ordinanza del Tribunale di Napoli, richiamando il consolidato principio giurisprudenziale secondo cui in materia di misure cautelari, quando viene denunciata la nullità di un provvedimento per carenza di motivazione, il giudice di appello deve decidere nel merito, sanandone i difetti e le mancanze;