[pronunce]

7) la moralità pubblica e il buon costume; 8) la persona; 9) il patrimonio»; nonché «ogni altra violazione della legge penale commessa dall'appartenente alle Forze armate in luogo militare o a causa del servizio militare, in offesa del servizio militare o dell'amministrazione militare o di altro militare o di appartenente alla popolazione civile che si trova nei territori di operazioni all'estero»; e infine «ogni altra violazione della legge penale prevista quale delitto in materia di controllo delle armi, munizioni ed esplosivi e di produzione, uso e traffico illecito di sostanze stupefacenti o psicotrope, commessa dall'appartenente alle Forze armate in luogo militare»; che, come si evincerebbe dai lavori preparatori della citata legge n. 6 del 2002, il legislatore avrebbe inteso «evitare ogni incertezza o sovrapposizione dell'autorità giudiziaria competente, che sarebbe invece derivata dall'applicazione della lacunosa normativa in tema di reato militare, così razionalizzando il riparto di giurisdizione tra il giudice ordinario e quello speciale»; che la collocazione sistematica nel codice penale militare di guerra della nozione «materiale» di reato militare, contenuta nell'art. 47 cod. pen. mil. guerra, parrebbe non poter in alcun modo influire sul concetto di reato militare per il tempo di pace, dato che tra il codice militare di pace e quello di guerra intercorrerebbe, secondo il rimettente, un rapporto di complementarità, stabilito dall'art. 19 cod. pen. mil. pace («le disposizioni di questo codice si applicano anche alle materie regolate dalla legge penale militare di guerra e da altre leggi penali militari, in quanto non sia da esse stabilito altrimenti») e dall'art. 47, primo comma, cod. pen. mil. guerra («nei casi non preveduti da questo codice, si applicano le disposizioni del codice penale militare di pace, concernenti i reati militari in particolare»); che d'altra parte, l'art. 9 cod. pen. mil. guerra, come sostituito dall'art. 2, lettera a), legge n. 6 del 2002, prevedendo l'assoggettamento alla legge penale di guerra, «ancorché in tempo di pace», dei corpi di spedizione all'estero per operazioni militari armate, rende applicabile in tali situazioni la nozione di reato militare delineata dall'art. 47 cod. pen. mil. guerra; che il novellato art. 47 cod. pen. mil. guerra, infatti, proprio in virtù dell'art. 9 cod. pen. mil. guerra, avrebbe in realtà esteso anche la giurisdizione penale militare per il tempo di pace; che per tali ragioni l'art. 9 del decreto-legge n. 421 del 2001, convertito, con modificazioni, nella legge n. 6 del 2002, prevedeva che al personale impegnato nell'operazione «Enduring Freedom» non si applicassero né le disposizioni processuali di guerra, né quelle proprie dell'ordinamento giudiziario militare di guerra; che, pertanto, in tempo di pace, secondo la normativa richiamata, si registrerebbero due diverse nozioni di reato militare le quali, seppure applicabili a situazioni diverse, riguardano fattispecie comunque assegnate alla giurisdizione di un tribunale militare previsto dall'ordinamento giudiziario di pace, da esercitare secondo le comuni regole del codice di procedura penale; che a fronte della nuova nozione di reato militare introdotta nell'art. 47 cod. pen. mil. guerra, dunque, se il fatto in esame fosse stato commesso pur sempre in tempo di pace, ma all'estero e da militari appartenenti ad un corpo di spedizione per operazioni militari armate, esso sarebbe rientrato nella giurisdizione militare anche qualora fosse giuridicamente qualificato come peculato d'uso o abuso d'ufficio e non si manifesterebbero le irrazionalità che, ripetutamente evidenziate dalla Corte costituzionale, inducono il giudice a quo a sollevare questione di legittimità costituzionale; che, pertanto, la norma censurata sarebbe in contrasto con l'art. 3 della Costituzione per difetto di ragionevolezza perché, risultando applicabile anche in tempo di pace, determinerebbe una ingiustificata disparità di trattamento nel giudizio tra i fatti commessi in tempo di pace sul territorio nazionale e i fatti commessi, sempre in tempo di pace, nell'ambito operazioni militari armate all'estero; che detta disparità di trattamento si riverbererebbe anche sul principio di ragionevole durata del processo sancito dall'art. 111 della Costituzione, poiché il rimettente, anziché potersi esprimere nel merito dopo avere qualificato il fatto in modo giuridicamente diverso, dovrebbe a suo dire trasmettere gli atti processuali alla competente Procura della Repubblica ordinaria, così facendo regredire il processo alla fase iniziale delle indagini preliminari, nonostante il reato ravvisato sia di minor gravità e leda il medesimo bene giuridico tutelato dal reato di peculato militare; che, con sentenza n. 298 del 1995, questa Corte, chiamata a pronunciarsi in relazione all'art. 37 cod. pen. mil. pace, avrebbe ribadito la propria giurisprudenza in materia, affermando che «nello scegliere il tipo di illecito, militare o comune, il legislatore resta […] libero, purché osservi il canone della ragionevolezza», e che spetta al legislatore sia la creazione di nuove figure di reato sia la sottrazione di alcune fattispecie alla disciplina comune per ricondurle in una disciplina speciale che tuteli più congruamente gli interessi coinvolti»; che oggi, secondo il Tribunale rimettente, sarebbe ravvisabile un termine di comparazione normativa nella nozione di reato militare introdotta dalla legge n. 6 del 2002, con la quale il legislatore ha individuato il discrimine tra le due giurisdizioni nell'abuso dei poteri o nella violazione dei doveri inerenti allo stato di militare, ovvero nella qualità militare del luogo in cui è stato commesso il fatto; che, secondo l'opinione del giudice rimettente, il mutato assetto normativo consentirebbe di assoggettare al vaglio di ragionevolezza la scelta del legislatore di non estendere la nuova nozione di reato militare anche ai fatti commessi in tempo di pace sul territorio nazionale; che nel giudizio di costituzionalità è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, con il patrocinio dell'Avvocatura generale dello Stato, sostenendo l'inammissibilità della questione, in riferimento all'art. 3, Cost. e la sua manifesta infondatezza in riferimento all'art. 111 Cost.; che, secondo l'Avvocatura, il giudizio di irragionevolezza della norma formulato dal rimettente sarebbe fondato sull'erroneo presupposto che le modifiche apportate dalla legge n. 6 del 2002 all'art. 47 cod. pen. mil. guerra comportino l'automatica applicazione della disposizione di tale codice ai corpi di spedizione all'estero per operazioni militari, ancorché in tempo di pace: quando, invece, in tutte le leggi di finanziamento delle missioni internazionali successive al decreto-legge n. 421 del 2001 il regime applicabile al personale in missione è stato individuato senza automatismi, risultando, in fatto, l'applicazione del codice penale militare di guerra limitata – nel periodo compreso tra il 2001 e il 2006 – al solo personale impiegato nei teatri operativi dell'Afghanistan e dell'Iraq;