[pronunce]

Bolzano n. 10 del 1991, come sostituito dall'art. 38, comma 7-bis (recte: comma 7) della legge prov. Bolzano n. 4 del 2008, in riferimento agli artt. 3, 42, terzo comma, e 117, primo comma, Cost. La rimettente ravvisa la violazione dell'art. 117, primo comma, Cost., per contrasto con le norme internazionali convenzionali ed, in particolare, con l'art. 1 del primo protocollo addizionale della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali (CEDU), firmata a Roma il 4 novembre 1950, ratificata e resa esecutiva dalla legge 4 agosto 1955, n. 848, nell'interpretazione datane dalla Corte di Strasburgo, secondo cui una misura che costituisce un'ingerenza nel diritto al rispetto dei beni di una persona fisica o giuridica deve realizzare "un giusto equilibrio" tra le esigenze di interesse generale della comunità ed il principio della salvaguardia dei diritti e delle libertà fondamentali. Secondo la Corte di Strasburgo, la necessità di assicurare siffatto "equilibrio" concerne tutto il contenuto dell'art. 1 del primo protocollo addizionale: infatti, la disposizione relativa alla impossibilità di privare qualcuno della sua proprietà, se non per causa di pubblica utilità e nelle condizioni previste dalla legge e dai principi generali di diritto internazionale, dovrebbe essere letta alla luce del principio del diritto di ognuno al rispetto dei beni di sua proprietà (Corte EDU, sezione prima, sentenza 9 marzo 2006, n. 10162 Eko-EldaAvee contro Grecia). Al fine di stabilire se le misure adottate da uno Stato nell'interesse generale garantiscano un giusto equilibrio e non riversino sul proprietario un peso sproporzionato, occorrerebbe prendere in considerazione le modalità di indennizzo previste dalle leggi interne. La rimettente evidenzia che secondo la giurisprudenza della Corte di Strasburgo: 1) senza il versamento di una somma ragionevole in rapporto al valore del bene, la privazione della proprietà che si realizza attraverso l'espropriazione costituisce normalmente un'ingerenza eccessiva con violazione dell'art. 1 del primo protocollo addizionale; 2) in caso di espropriazione isolata di un terreno, soltanto un indennizzo integrale può essere considerato ragionevole, mentre la mancanza di un indennizzo integrale, ai sensi dell'art. 1 del primo protocollo addizionale, può giustificarsi soltanto in presenza di obiettivi legittimi di pubblica utilità che perseguono misure di riforma economica o di giustizia sociale (Corte EDU, sezione prima, sentenze n. 10162 del 2006 e 29 luglio 2004, n. 36913, Scordino contro Italia). La Corte di cassazione, in definitiva, ritiene che la norma censurata si ponga in contrasto con l'art. 117, primo comma, Cost., per violazione dell'art. 1 del primo protocollo addizionale nell'interpretazione datane dalla Corte EDU, in quanto prevede un criterio di determinazione dell'indennità di esproprio dei suoli non edificabili astratto e predeterminato - qual è quello del valore tra un minimo e un massimo attribuito all'area quale terreno agricolo, considerato libero da vincoli di contratti agrari e secondo il tipo di coltura in atto al momento dell'emanazione del decreto di espropriazione o di asservimento - del tutto svincolato dalla considerazione dell'effettivo valore di mercato dei suoli medesimi, senza assicurare, dunque, il versamento all'avente diritto di un indennizzo integrale o quantomeno "ragionevole". Per le medesime ragioni, ad avviso della Corte di cassazione, la norma censurata violerebbe anche l'art. 42, terzo comma, Cost., come interpretato costantemente dalla Corte costituzionale (sentenza n. 5 del 1980), nel senso che, pur non essendo il legislatore tenuto ad individuare un unico criterio di determinazione dell'indennità valido per ogni fattispecie espropriativa o ad assicurare l'integrale riparazione della perdita subita dal proprietario espropriato, l'indennità medesima non potrebbe essere meramente simbolica o irrisoria, ma dovrebbe rappresentare un serio ristoro. La rimettente ricorda che la Corte costituzionale, nella sentenza n. 181 del 2011 - con la quale è stata dichiarata l'illegittimità costituzionale dell'art. 5-bis, comma 4, del d.l. n. 333 del 1992, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 359 del 1992, in combinato disposto con gli artt. 15, primo comma, secondo periodo, e 16, quinto e sesto comma, della legge 22 ottobre 1971, n. 865 (Programmi e coordinamento dell'edilizia residenziale pubblica; norme sull'espropriazione per pubblica utilità; modifiche ed integrazioni alla legge 17 agosto 1942, n. 1150; alla legge 18 aprile 1962, n. 167; alla legge 29 settembre 1964, n. 847; ed autorizzazione di spesa per interventi straordinari nel settore dell'edilizia residenziale, agevolata e convenzionata) - ha affermato che «l'art. 1 del primo protocollo della CEDU, nelle sue proposizioni, si riferisce con previsione chiaramente generale ai beni, senza operare distinzioni in ragione della qualitas rei»; che, come posto in luce nella sentenza n. 348 del 2007, «sia la giurisprudenza della Corte costituzionale italiana sia quella della Corte europea concordano nel ritenere che il punto di riferimento per determinare l'indennità di espropriazione deve essere il valore di mercato (o venale) del bene ablato»; che «tale punto di riferimento non può variare secondo la natura del bene, perché in tal modo verrebbe meno l'ancoraggio al dato della realtà postulato come necessario per pervenire alla determinazione di una giusta indennità». La Corte di cassazione ritiene che la norma censurata si ponga in contrasto, altresì, con l'art. 3 Cost., in quanto il primo comma del medesimo art. 8, fatte salve le ipotesi di espropriazione finalizzate all'attuazione di interventi di riforma economico-sociale o di edilizia residenziale agevolata, prevede l'indennità di espropriazione per i suoli edificabili situati nel territorio della Provincia autonoma di Bolzano in misura corrispondente al valore di mercato del bene. Pertanto, ad avviso della rimettente, l'adozione del diverso criterio astratto e predeterminato dettato dal terzo comma dell'art. 8 per i suoli agricoli e per i suoli non edificabili, creerebbe una ingiustificata disparità di trattamento tra proprietari, non ravvisandosi alcuna plausibile ragione in base alla quale il diritto a percepire un indennizzo commisurato al valore venale dell'area ablata non debba essere riconosciuto anche a coloro che possiedono un terreno senza vocazione edilizia. 2.- Con memoria depositata in data 20 dicembre 2012 si è costituita in giudizio Coldereiser srl, eccependo il difetto di concreta rilevanza delle sollevate questioni di legittimità costituzionale.