[pronunce]

ORDINANZA ha pronunciato la seguentenei giudizi di legittimità costituzionale dell'articolo 297, comma 3, del codice di procedura penale, come modificato dall'articolo 12 della legge 8 agosto 1995, n. 332 (Modifiche al codice di procedura penale in tema di semplificazione dei procedimenti, di misure cautelari e di diritto di difesa), promossi con due ordinanze dell'11 e del 16 ottobre del 2002 dal Tribunale di Torino, iscritte rispettivamente al n. 555 e al n. 577 del registro ordinanze 2002 e pubblicate nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 1 e n. 3, prima serie speciale, dell'anno 2003. Visti gli atti di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri; udito nella camera di consiglio del 9 aprile 2003 il Giudice relatore Carlo Mezzanotte. Ritenuto che, con ordinanza in data 11 ottobre 2002, il Tribunale di Torino, chiamato a decidere sull'appello presentato da un imputato avverso l'ordinanza con la quale il Giudice per le indagini preliminari presso il medesimo tribunale aveva respinto la richiesta di declaratoria di inefficacia della misura cautelare in atto per decorrenza dei termini massimi di custodia cautelare, ha sollevato, in riferimento all'articolo 13, ultimo comma, della Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell'art. 297, comma 3, del codice di procedura penale [come modificato dall'art. 12 della legge 8 agosto 1995, n. 332 (Modifiche al codice di procedura penale in tema di semplificazione dei procedimenti, di misure cautelari e di diritto di difesa)], “nella parte in cui, per l'ipotesi di una pluralità di ordinanze restrittive per fatti diversi, è prevista la decorrenza del termine massimo della custodia cautelare, per tutti i reati in rapporto di connessione qualificata, a far tempo dalla data della contestazione più remota, esclusivamente nei casi in cui la sussistenza dei gravi indizi di colpevolezza in ordine ai fatti di successiva contestazione non risultasse dagli atti all'epoca del primo provvedimento; o nella parte, almeno, in cui viene richiesta, ai fini della diversificazione dei termini di decorrenza, la verifica positiva di tempestività delle nuove contestazioni cautelari anche fuori dei casi in cui sia intervenuto provvedimento che dispone il giudizio relativamente ai fatti oggetto di più remota contestazione”; che il remittente premette in fatto che l'ordinanza della quale è stata chiesta la dichiarazione di inefficacia è stata emessa in data 26 giugno 2002 in relazione al reato di cui agli artt. 110 del codice penale e 74 del d.P.R. 9 ottobre 1990, n. 309 (Testo unico delle leggi in materia di disciplina degli stupefacenti e sostanze psicotrope, prevenzione, cura e riabilitazione dei relativi stati di tossicodipendenza), e che nei confronti del medesimo indagato era stata disposta, in relazione al reato di rapina, altra misura cautelare in data 27 novembre 1999; che la richiesta di dichiarazione di inefficacia della misura cautelare, osserva il giudice a quo, era motivata sulla base del rilievo che tutti gli elementi posti a fondamento della stessa erano noti al pubblico ministero sin da prima della celebrazione del giudizio per il reato di rapina, per il quale l'imputato aveva riportato condanna, ed era stata respinta dal GIP perché gli indizi del concorso esterno nell'associazione a delinquere finalizzata al commercio internazionale di sostanza stupefacente erano emersi solo successivamente all'arresto in flagranza per il reato di rapina, sicché, prima di quel momento, l'autorità giudiziaria non era in grado di formulare a carico dell'imputato l'ipotesi di reato poi contestata con il provvedimento restrittivo del 26 giugno 2002; che in proposito il tribunale, tenuto conto del fatto che gli indizi relativi al secondo reato si desumevano dalle intercettazioni di conversazioni effettuate prima della emissione della ordinanza cautelare del 1999, ma trascritte successivamente e in ogni caso prima del rinvio a giudizio per il reato di rapina, sostiene che, poiché i fatti contestati con l'ordinanza cautelare del 2002 erano già desumibili dagli atti prima del rinvio a giudizio, dovrebbe trovare applicazione “la prima parte dell'art. 297, comma 3, cod. proc. pen. ”, che prevede, in tale ipotesi, la retrodatazione del termine iniziale di decorrenza dei termini di durata massima della misura cautelare al giorno in cui è stata eseguita o notificata la prima ordinanza, con la conseguenza che, nel caso di specie, i termini sarebbero già decorsi, dovendosi computare il termine dalla data del 27 novembre 1999; che ciò precisato in fatto, il remittente rileva che l'art. 297, comma 3, cod. proc. pen. , nella sua formulazione attuale, oltre a prevedere che la retrodatazione dei termini di custodia cautelare si ha non soltanto nei casi di ordinanze relative allo stesso fatto, benché diversamente circostanziato o qualificato, ma anche nel caso di fatti diversi, quando sussista connessione ai sensi dell'art. 12, lettere b) e c), limitatamente ai casi di reati commessi per eseguire gli altri, purché i fatti diversi siano stati commessi anteriormente alla emissione della prima ordinanza, stabilisce altresì che la disposizione stessa non si applica quando i fatti diversi non erano desumibili dagli atti prima del rinvio a giudizio per i reati rispetto ai quali sussiste il prescritto rapporto di connessione; che il giudice a quo ricorda che questa Corte, con sentenza n. 89 del 1996, ha dichiarato non fondata la questione di legittimità costituzionale dell'art. 297, comma 3, cod. proc. pen. , nella parte in cui prevede il medesimo regime della decorrenza della seconda misura sia nell'ipotesi di artificioso ritardo della nuova contestazione cautelare, sia nel caso in cui il successivo provvedimento sia stato tempestivo in relazione al momento in cui il fatto è stato accertato; che, ad avviso del remittente, dalla motivazione della sentenza della Corte costituzionale emergerebbe che il nuovo testo dell'art. 297, comma 3, cod. proc. pen. mostra l'intendimento del legislatore di stabilire - anche nel caso di distinte ordinanze relative a fatti diversi, limitatamente alle situazioni di connessione qualificata ivi indicate - la regola della comune decorrenza dalla prima ordinanza dei termini di durata delle misure applicate, e ciò senza attribuire alcun peso alla circostanza che, a quell'epoca, tali fatti fossero già noti al pubblico ministero in tutti i loro elementi rilevanti a livello cautelare ovvero gli fossero sconosciuti;