[pronunce]

1.2.- In punto di rilevanza delle questioni, il Collegio afferma che riguardo alle modalità con cui si è realizzato il reato e alle conseguenze che da questo sono in concreto derivate, da valutarsi in rapporto all'entità della lesione arrecata ai beni, la condotta posta in essere da A. C. appare soddisfare i criteri indicati dalla disposizione di cui all'art. 311 cod. pen. Stante la volontà di applicare la diminuente in parola, per il rimettente è decisiva la valutazione della legittimità costituzionale della previsione del divieto di prevalenza della circostanza attenuante del fatto di lieve entità, di cui all'art. 311 cod. pen. , là dove la sussistenza dei presupposti della recidiva reiterata è ormai coperta dal giudicato. Sotto tale profilo, il rimettente evidenzia che il divieto di cui all'art. 69, quarto comma, cod. pen. , nella versione vigente a seguito della entrata in vigore della legge n. 251 del 2005, è applicabile alla fattispecie in quanto il delitto è stato commesso il 2 giugno 2006, dopo quindi l'entrata in vigore della legge che tale divieto ha introdotto. Sarebbe, dunque, evidente la rilevanza delle questioni in quanto, se fosse dichiarata la illegittimità costituzionale della norma censurata, opererebbe l'ordinaria disciplina del concorso di circostanze attenuanti e aggravanti, prevista dai primi tre commi dell'art. 69 cod. pen. e, in particolare, potrebbe ritenersi per A. C. - al quale, peraltro, sono già state riconosciute le attenuanti generiche ex art. 62-bis cod. pen. - la prevalenza delle circostanze attenuanti, segnatamente quella di cui all'art. 311 cod. pen. , con conseguenze decisive in punto di trattamento sanzionatorio (non necessariamente la pena dell'ergastolo, ma quella prevista dall'art. 65 cod. pen. , ossia la reclusione da venti a ventiquattro anni, come pena base). Da tale premessa discenderebbe che il reato più grave fra quelli di cui l'odierno imputato è stato ritenuto responsabile (in continuazione con quelli di associazione con finalità di terrorismo, fabbricazione, detenzione e porto d'armi ed esplosivi a fini di terrorismo, attentato per finalità terroristiche e istigazione a delinquere), non sarebbe più punito con l'ergastolo, ma con una pena di durata compresa tra venti e ventiquattro anni di reclusione (art. 65 cod. pen.). Ad avviso del rimettente, nel caso di specie, il giudizio di bilanciamento tra circostanze dovrebbe risolversi riconoscendo la prevalenza della circostanza attenuante in questione (art. 311 cod. pen.) rispetto alla recidiva reiterata, con l'effetto di poter irrogare all'imputato una pena complessiva proporzionata alla effettiva portata lesiva delle condotte di cui si è reso responsabile. Dalla soluzione delle questioni di legittimità costituzionale dipenderebbe, dunque, la determinazione della pena, alla luce della diversa qualificazione del fatto, come espressamente richiesto dalla Corte di cassazione con la pronuncia di annullamento che ha demandato tale valutazione al giudice di rinvio. 1.3.- In punto di non manifesta infondatezza, il rimettente passa in rassegna i principi affermati da questa Corte nelle numerose pronunce che hanno dichiarato l'illegittimità costituzionale parziale dell'art. 69, quarto comma, cod. pen. , che puntualmente riporta (a partire dalla sentenza n. 251 del 2012 fino a quella più recente, sentenza n. 143 del 2021). Il giudice a quo rileva che tratto comune della quasi totalità di tali pronunce è il ricorrere di circostanze attenuanti che, rendendo manifesto l'intento del legislatore di calibrare il trattamento sanzionatorio rispetto alla concreta portata offensiva di determinate condotte, in ossequio ai principi di uguaglianza, offensività e proporzionalità della risposta sanzionatoria penale in ottica rieducativa, ha portato la Corte a privilegiare questo profilo rispetto a quelli della colpevolezza e della pericolosità propri della recidiva reiterata. Anche quando la questione di legittimità costituzionale è stata affrontata con riguardo a profili di più marcata valenza soggettiva (con riferimento agli artt. 89 e 116 cod. pen.), questa Corte ha dato particolare rilievo alla funzione di necessario riequilibrio del trattamento sanzionatorio che alle circostanze deve essere riconosciuta. Inoltre, nell'ordinanza di rimessione si evidenzia come questa Corte, pur ritenendo costituzionalmente legittime le deroghe al regime ordinario del bilanciamento tra circostanze, in quanto rientranti nell'ambito delle scelte discrezionali del legislatore, avrebbe precisato che tali scelte non possono, comunque, trasmodare nella manifesta irragionevolezza, né determinare un'alterazione degli equilibri che la Carta costituzionale ha fissato con riferimento alla determinazione della pena giusta. Date queste premesse di carattere generale, il rimettente afferma che anche nella fattispecie in esame debbono valere gli stessi canoni ermeneutici. Ad avviso del rimettente, la circostanza di cui all'art. 311 cod. pen. opera quando, per la natura, la specie, i mezzi, le modalità o le circostanze dell'azione, ovvero per la particolare tenuità del danno o del pericolo, il fatto risulti di lieve entità. Più specificamente, l'art. 311 cod. pen. , in maniera esattamente identica ad altre circostanze attenuanti già considerate da questa Corte nelle sentenze sopra richiamate, sarebbe dunque norma che impone all'interprete una valutazione su aspetti marcatamente connotati in senso oggettivo, che valorizza massimamente lo scrutinio di elementi riguardanti la potenzialità lesiva della condotta dell'agente e che, in ultima analisi, impone un vaglio dell'attitudine di questa a incidere più o meno significativamente sul bene tutelato dalla norma incriminatrice. Ciò, ad avviso del giudice a quo, sarebbe tanto più vero là dove si consideri la specifica situazione di fatto che viene in rilievo nel caso concreto, vale a dire l'applicazione di questa circostanza attenuante al delitto previsto dall'art. 285 cod. pen. Quest'ultimo reato è attualmente sanzionato con la più afflittiva delle pene detentive oggi contemplate dall'ordinamento, l'ergastolo, ma, prima dell'entrata in vigore del decreto legislativo luogotenenziale 10 agosto 1944, n. 224 (Abolizione della pena di morte nel Codice penale), che l'ha abolita, era punito con la pena di morte. La necessità di calibrare il trattamento sanzionatorio, in concreto applicabile al responsabile di tale delitto all'effettiva portata offensiva della sua condotta, risulta di estrema importanza, venendo in rilievo una pluralità di esigenze tutte ugualmente fondamentali. Il rimettente pone in evidenza l'estrema severità del trattamento sanzionatorio previsto dalla norma incriminatrice, come già sottolineato, improntato al criterio della massima gravità imposta dalla legge, che, come pena principale - e non come ipotesi aggravata - si riscontra nel codice penale italiano soltanto in sei fattispecie, sanzionate dal codice penale appunto con la pena fissa dell'ergastolo: