[pronunce]

che, posto l'anzidetto quadro normativo, il TAR esclude che all'art. 8, comma 10, della legge n. 370 del 1999 possa riconoscersi l'effetto di determinare la piena e totale equiparazione di status tra le due categorie, dei tecnici laureati dell'area medica e dei ricercatori, come vorrebbero i ricorrenti nel giudizio principale, e ciò per il dato letterale della norma; per l'esigenza inoltre, anche in rapporto al principio di buon andamento dell'amministrazione, di una chiara e precisa disposizione di «assimilazione», disposizione che non è stata adottata e che sarebbe comunque incongruente con l'intervento legislativo, di pochi mesi anteriore (legge 14 gennaio 1999, n. 4), che aveva previsto l'inquadramento del personale tecnico laureato nei ruoli di ricercatore attraverso procedure concorsuali riservate, onde un inquadramento ope legis quale quello che i ricorrenti prospettano si porrebbe quale elemento di irrazionalità e di discriminazioni all'interno di una medesima categoria, beneficiando alcuni e penalizzando altri; infine, per il previsto impegno nel senso dell'assenza di oneri di bilancio; che muovendo dalla suddetta lettura, che condurrebbe al rigetto dei ricorsi proposti, il giudice rimettente dubita della costituzionalità del citato art. 8, comma 10, poiché, in presenza del quadro legislativo complessivo sopra esposto e della sostanziale equiparazione di compiti tra le due categorie nell'ambito della medesima struttura organizzativa dell'università, la mancata piena identificazione di status e di trattamento giuridico ed economico appare al TAR in contrasto (a) con il principio di uguaglianza e di ragionevolezza (art. 3 della Costituzione), sia per l'ingiustificata differenziazione che tuttora sussiste tra i tecnici laureati e i ricercatori, nonostante la riferita progressiva assimilazione, sia per l'incoerenza del mancato collocamento dei primi in una posizione formale corrispondente alle funzioni effettivamente svolte e affidate dalla legge, e (b) con l'art. 97 della Costituzione, per la sperequazione consistente nell'addossare a una categoria di personale (i tecnici laureati) compiti spettanti in origine a un'altra categoria (i ricercatori) senza riconoscere la complessiva disciplina di status riservata a quest'ultima, ciò che non risponderebbe alle esigenze di buon funzionamento dell'amministrazione universitaria; che la rilevanza della questione, conclude il TAR, è nella necessità della pronuncia additiva richiesta quale unica possibile premessa giuridica del soddisfacimento delle pretese dei ricorrenti; che è intervenuto nel giudizio così promosso il Presidente del Consiglio dei ministri, tramite l'Avvocatura generale dello Stato, che (a) valorizzando il carattere eccezionale e come tale non estensibile della norma impugnata; (b) osservando che l'affidamento di funzioni mediche e assistenziali ai tecnici laureati non è influente ai fini del problema posto (perché l'esercizio della didattica non autorizza ex se un organico inserimento nella docenza universitaria, e inoltre perché l'esercizio delle funzioni assistenziali si collega alle attività già in precedenza svolte dai tecnici laureati medici nell'area specifica della medicina e chirurgia, cosicchè divengono ininfluenti, ai fini che interessano, l'iscrizione agli albi professionali o la disciplina dell'incompatibilità con l'attività extra-muraria); (c) infine rilevando che all'accoglimento della richiesta additiva del TAR così come prospettata osta la circostanza che essa si porrebbe in sostanza come una forma di inquadramento ope legis, senza alcun criterio selettivo idoneo ai fini delle determinazioni dell'amministrazione circa la distribuzione del personale docente nei diversi settori scientifico-disciplinari, ha concluso per una dichiarazione di infondatezza della questione; che si sono costituiti nel giudizio Maurizio Balducci, Francesco Giacomello, Giulio Sacchetti, Edoardo Valli, Francesco Russo, Filippo Milano, Placido Araco, Cristina De Marchis, Claudia Di Domenico, Maria Paola Canale, Claudio Manna, Raffaele Mancino, Andrea Corsi, Anna Neri e Marzia Lazzari, ricorrenti nel giudizio principale, i quali, facendo proprie le censure di disparità di trattamento e di contrasto con il principio di buon andamento dell'amministrazione dedotte dal TAR, hanno concluso per l'accoglimento della questione di costituzionalità; che hanno depositato atto di intervento in giudizio Rita Bella, Vito Sofia, Francesco Patti, Ignazio Vecchio, Alfio Antonio Grasso, Roberto Catanzaro, Giuseppe Trama, Pietro Caglià, Agata Sciacca, Vito Emanuele Catania, Salvatore Luca, Rosaria Sorace, Pietro Naso, Rosaria Furnari, Domenico Grasso, Calogero Rinzivillo, Tiziana Maria Di Prima, Ildebrando Patamia, Luigi Samperisi, Antonio Carbonaro, Salvatore Bellanca, Giuseppa Rosalia, Mario Trainiti, Maria Elisabetta Ferreri, Giovanni Cantarella, Liliana Ciotta, Salvatore Ferlito, Venera Giuseppa Ursino, Antonino Petralia, Maria Domenica Di Vita, Biagio Di Stefano e Maria Teresa Bruno, dipendenti dell'Università degli studi di Catania con la qualifica di funzionari tecnici e di collaboratori tecnici dell'area tecnico-scientifica e socio-sanitaria, laureati in medicina e chirurgia e in odontoiatria, i quali, sulla premessa di avere ottenuto dai competenti organi di giurisdizione amministrativa di primo grado pronunce di accoglimento dei ricorsi da essi proposti contro il rifiuto dell'amministrazione universitaria di riconoscere loro il pieno e integrale status di ricercatori, e attraverso considerazioni di ordine sistematico, hanno dedotto (a), in via principale, l'inammissibilità della questione sollevata dal TAR, nell'assunto - opposto a quello da cui muove il giudice a quo sollevando la questione - che alla piena equiparazione di status tra tecnici laureati e ricercatori si possa pervenire già in base alla normativa in vigore, senza necessità della richiesta pronuncia additiva, come appunto si è finora verificato nei giudizi che li riguardano e (b), subordinatamente, l'accoglimento della questione sollevata; che in prossimità dell'udienza l'Avvocatura dello Stato ha depositato una memoria oltre il termine stabilito dall'art. 10 delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale. Considerato, preliminarmente, che l'intervento da parte di terzi nel giudizio sulla legittimità costituzionale delle leggi e degli atti aventi forza di legge è regolato dal principio, più volte affermato da questa Corte, della necessaria corrispondenza tra le parti del giudizio incidentale di costituzionalità e quelle costituite nel giudizio principale (per tutte, ordinanza n. 183 del 2001), non rilevando l'eventuale partecipazione ad altri giudizi di identico o analogo oggetto; che inoltre questa Corte ha ammesso l'intervento di soggetti che non sono parti del giudizio principale ma alla condizione che esso sia basato su una situazione giuridica individualizzata, riconoscibile quando l'esito del giudizio di costituzionalità sia destinato a incidere direttamente su una posizione giuridica propria della parte intervenuta (tra molte, sentenza n. 333 del 2001; ordinanza n. 456 del 2000);