[pronunce]

siano appellabili anche per i casi che, se ricorrenti per sentenze pronunciate in appello o in unico grado, renderebbero ammissibile la revocazione in base all'art. 395 c.p.c.»; che l'intervenuta Avvocatura generale dello Stato ha preliminarmente eccepito il difetto di rilevanza (ovvero la carente motivazione sulla rilevanza) della questione, per non avere il rimettente analizzato la possibilità di ritenere ammissibile la doglianza proposta nel giudizio a quo come motivo di appello sotto il profilo della violazione dei princìpi regolatori della materia; che siffatta eccezione risulta fondata; che, in termini generali, va rilevato che (come sottolineato dallo stesso rimettente) la norma censurata, in comune anche alle altre disposizioni del citato decreto legislativo n. 40 del 2006, in coerenza ai criteri dettati nella delega di cui all'art. 1 della legge 14 maggio 2005, n. 80 (Conversione in legge, con modificazioni, del D.L. 14 marzo 2005, n. 35, recante disposizioni urgenti nell'ambito del Piano di azione per lo sviluppo economico, sociale e territoriale. Deleghe al Governo per la modifica del codice di procedura civile in materia di processo di cassazione e di arbitrato nonché per la riforma organica della disciplina delle procedure concorsuali), ha come obiettivo espresso largamente condiviso ed auspicato dalla stessa Corte di cassazione, quello di recuperarne la dimensione nomofilattica della propria attività, allora «schiacciata da un carico di ricorsi eccessivo», la cui rivitalizzazione richiedeva appunto una riduzione del novero delle sentenze non appellabili, quindi immediatamente ricorribili per cassazione (sentenza n. 98 del 2008); che, in relazione a ciò, questa Corte ha sottolineato che «lo scopo di disciplinare il processo di legittimità in funzione nomofilattica, alla luce del significato assunto da tale espressione, di rafforzamento di detta funzione, costituisce [...] una direttiva ermeneutica che deve presiedere all'interpretazione del contenuto della delega e che rende chiara la facoltà del legislatore delegato di ridurre i casi di immediata ricorribilità per cassazione delle sentenze, mediante l'introduzione dell'appello quale "filtro"» (sentenza n. 98 del 2008); che, pertanto, in un tale contesto normativo, tendenzialmente teso a depurare il sistema dalle ipotesi di ricorso immediato in Cassazione (quali quelle avverso le sentenze del giudice di pace pronunziate secondo equità, come previsto dal previgente disposto del terzo comma dell'art. 339 cod. proc. civ.), la prevista appellabilità, seppur limitata a taluni motivi, di tali pronunce costituisce il mezzo attraverso il quale il legislatore ha attribuito al giudice dell'appello la soluzione dei vizi (attinenti alla violazione delle norme sul procedimento, di norme costituzionali o comunitarie ovvero dei princìpi regolatori della materia) della sentenza del giudice di pace pronunciata secondo equità; che, ciò premesso, va rilevato che, in punto di rilevanza della questione (se da un lato l'ordinanza di rimessione si dilunga assai dettagliatamente nell'analisi, sia della asserita natura di vizio revocatorio dell'errore percettivo in cui sarebbe incorso il giudice di pace nell'esame delle prove testimoniali, sia della dedotta portata decisiva di tale errore nel giudizio di primo grado ed in quello di appello, ove rappresentabile come motivo di impugnazione), il giudice a quo, quanto poi alla concreta incidenza della eventuale pronuncia di incostituzionalità della norma censurata nella definizione del giudizio principale, dà per scontato che - se «in un appello senza la limitazione dell'art. 339 c.p.c., le doglianze in parola sarebbero state certamente esaminabili», ponendosi in un contesto di «logica di libera esaminabilità nell'appello tradizionale a motivi aperti (anche) di motivi corrispondenti a quelli a base del rimedio revocatorio» - viceversa oggi tali profili «non sono esaminabili [...], nell'ambito dell'appello a motivi limitati introdotto, in detta disposizione, dal d.lgs. n. 40 del 2006», «atteso che i vizi [corrispondenti a quelli che danno accesso alla revocazione] non rientrano in uno dei motivi di appello ammissibili (violazione di norme costituzionali, comunitarie o procedimentali)»; che siffatta argomentazione pecca di apoditticità, giacché la non altrimenti motivata esclusione della qualificabilità del vizio dedotto in appello come violazione di norme sul procedimento ovvero di norme costituzionali o comunitarie, o di princìpi regolatori della materia, non appare idonea a sottrarre il rimettente dal dovere di sperimentare la possibilità (anche, e soprattutto, alla luce della sopra evidenziata ratio che permea la riforma del 2006 e della conseguente "direttiva ermeneutica" che da essa scaturisce, nonché dalla considerazione che il giudizio di equità non è e non può essere un giudizio extra-giuridico, ma deve trovare i suoi limiti in quel medesimo ordinamento nel quale trovano il loro significato la nozione di diritto soggettivo e la relativa garanzia di tutela giurisdizionale, come affermato dalla sentenza n. 206 del 2004) di dare alla norma impugnata un significato diverso, tale da renderla compatibile con gli evocati parametri costituzionali (ordinanza n. 102 del 2012), in ossequio al principio secondo cui una disposizione di legge può essere dichiarata costituzionalmente illegittima solo quando non sia possibile attribuirle un significato che la renda conforme a Costituzione (ordinanza n. 212 del 2011); che, invero, in ragione dello specifico contenuto del formulato petitum (diretto, in ultima analisi, ad estendere il numero dei motivi di appellabilità limitata delle sentenze pronunciate secondo equità dal giudice di pace, aggiungendo espressamente a quelli già previsti anche quei casi che altrimenti renderebbero ammissibile la revocazione in base all'art. 395 cod. proc. civ.), il rimettente avrebbe dovuto farsi carico di tentare (non già di ottenere, in modo improprio, un avallo interpretativo da parte di questa Corte, bensì) di individuare una diversa possibile interpretazione della norma censurata idonea a superare i dubbi di costituzionalità; che, al contrario, il rimettente ha omesso di verificare in positivo se il vizio della sentenza di primo grado (che egli ritiene configurare un errore di fatto revocatorio) possa essere esaminato (anche eventualmente attraverso un adattamento dei motivi di ricorso) nell'àmbito dei motivi che consentono l'appello delle sentenze del giudice di pace pronunciate secondo equità, che, pur limitato al controllo di vizi specifici, è comunque caratterizzato dalla sua essenza di mezzo a critica libera derivante dall'effetto devolutivo pieno della materia esaminata in primo grado; che, in particolare, il rimettente non spiega perché i vizi contemplati dall'art. 395 cod. proc. civ. - una volta considerati nel loro contenuto, siccome tutti afferenti a vizi dell'attività del giudice e, perciò, a norme del processo che questo ha seguito - non possano essere considerati riconducibili alla nozione di vizi del procedimento, allorquando siano deducibili contro la sentenza equitativa del giudice di pace;