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Fra gli interventi messi in atto in ambito europeo si annovera, anche, l'accordo raggiunto tra la Commissione europea e i principali intermediari di servizi internet ( Facebook, Twitter, Microsoft, Youtube e, successivamente, Instagram, Google+, Snapchat e Dailymotion ), con il quale è stato elaborato un codice di condotta finalizzato a contrastare l'incitamento all'odio online . Con la firma del codice le piattaforme informatiche si sono impegnate, anche mediante apposita formazione del proprio personale, ad elaborare procedure interne, chiare ed efficienti, che permettano di esaminare la maggior parte delle richieste di rimozione di contenuti che incitano all'odio (entro 24 ore), procedendo, se ne ricorrono i presupposti, a cancellare tali contenuti o a renderli inaccessibili. Con la sottoscrizione dell'accordo de quo , le aziende informatiche e la Commissione europea si sono altresì prefissate l'obiettivo di elaborare e promuovere programmi educativi che incoraggino il lecito pensiero critico, anche mediante l'adozione di linee guida indirizzate alla comunità degli utenti della rete, che precisino il divieto di ogni forma di istigazione all'odio e alla violenza. Tuttavia, dai risultati del primo monitoraggio del 2016, condotto da dodici organismi indipendenti con sede in vari Stati membri dell'Unione, è emerso che a fronte di oltre 600 segnalazioni, solo nel 28,2 per cento dei casi il contenuto illecito è stato rimosso. La percentuale di rimozione, all'esito della seconda rilevazione compiuta e pubblicata nel giugno 2017, è aumentata di circa il 30 per cento rispetto all'anno precedente, tuttavia, dalla stessa, è emerso che soltanto alcune delle piattaforme digitali hanno sviluppato un sistema di procedure tempestive, chiare ed efficienti per la segnalazione e, quindi, per la conseguenziale rimozione dei contenuti illeciti. Il trend del 2017 è sostanzialmente analogo a quello del terzo monitoraggio (gennaio 2018), ove si registra ancora un aumento dei casi di rimozione, ma anche una profonda diversità tra i sistemi di rimozione adottati dalle singole società digitali, diversità che, come è facilmente intuibile, non assicura una tutela effettiva ed omogenea degli utenti. A fronte di siffatti risultati, non certamente soddisfacenti, in data 1° marzo 2018, la Commissione europea ha adottato la raccomandazione UE 2018/334, contenente una serie di misure operative per contrastare efficacemente i contenuti illegali online : « to effectively tackle illegal content online ». Porgendo uno sguardo al contesto nazionale, merita di essere menzionata la Carta italiana dei diritti in internet , che costituisce uno strumento indispensabile per dare fondamento costituzionale a princìpi e diritti nella dimensione sovranazionale cybernetica , sempre nell'ottica di trovare un difficile (ma essenziale) equilibrio fra la necessità di salvaguardare la libertà di manifestazione del pensiero e la dignità umana dall'incitamento all'odio, alla discriminazione e alla violenza. Tuttavia, senza voler togliere pregio agli interventi sopra menzionati, i dati statistici compiuti negli ultimi anni dimostrano l'aumento esponenziale del fenomeno dell’ hate speech online . Vox – Osservatorio italiano sui diritti, in collaborazione con alcune università del territorio nazionale, ha recentemente presentato la quarta edizione della Mappa dell'intolleranza, dalla quale emergono dati in continua crescita rispetto alle precedenti edizioni. La rilevazione, che ha esaminato il periodo marzo–maggio 2019, mette in evidenza i bersagli più colpiti dagli haters , ossia i migranti, gli ebrei, i musulmani, le donne, gli omosessuali, i diversamente abili. Spicca nella classifica dell'intolleranza la combinazione migranti/musulmani/ebrei. L'odio contro i migranti registra un più 15,1 per cento rispetto allo scorso anno e sul totale dei tweet che hanno ad oggetto i migranti, quelli di odio sono ben il 66,7 per cento. L'intolleranza contro gli ebrei, di fatto quasi inesistente fino al 2018, quest'anno registra un più 6,4 per cento (76,1 per cento sul totale dei tweet sugli ebrei). Cresce del più 6,9 per cento anche l'intolleranza contro i musulmani. Dati alla mano, circa il 60 per cento dei tweet ha al centro migranti, ebrei e musulmani e, tra questi, il totale dei tweet di odio è altissimo. Si badi che l'anno scorso tale percentuale si attestava intorno al 36,92 per cento. Tra i soggetti più colpiti anche le donne. Donne comuni, sportive, donne dello spettacolo o che rivestono un ruolo istituzionale, continuamente oggetto di messaggi carichi di odio. Tra i tweet analizzati nel predetto periodo, in relazione al genere femminile, per un totale di 55.347 tweet , il 27 per cento risulta essere carico di odio e di discriminazione. Il trend è in aumento rispetto all'anno 2018 (più 1,7 per cento). Seguono nella mappa dell'intolleranza i disabili (tra i tweet analizzati, per un totale di 23.499, quelli negativi rilevati sono stati ben 16.676) e, da ultimo, gli omosessuali (5 per cento dei tweet complessivamente analizzati). Il linguaggio d'odio, in particolare quello razziale, perversa non solo nel web , ma anche nelle piazze, in occasioni di manifestazioni pubbliche, ovvero negli stadi durante gli eventi sportivi. Si tratta, a ben vedere, di contesti tali che, analogamente al web , sono destinati ad ampliare in modo esponenziale la portata offensiva del fenomeno e che, quindi, non possono essere trascurati ai fini che qui interessano. L’ hate speech ha diverse facce, ognuna delle quali va conosciuta ed affrontata, mettendo in campo interventi di politica legislativa a difesa delle categorie più colpite dai predicatori di odio. Interventi che, alla stregua di quanto già previsto in altri settori di disciplina, debbono coinvolgere anche i gestori dei siti internet e dei social media , stante la constatata inadeguatezza di una strategia di contrasto al fenomeno fondata esclusivamente sull'autoregolamentazione. La questione, a ben vedere, si inserisce nell'ambito del più ampio dibattito che ha interessato, nell'ultimo ventennio, la dottrina e la giurisprudenza, circa la possibilità di configurare una responsabilità dell’ internet provider per i fatti commessi online attraverso il suo server oppure mediante gli accessi alla rete che egli concede agli utenti. Si tratta di una tema alquanto complesso ed eterogeneo, da esaminarsi alla stregua del contesto normativo vigente, caratterizzato dall'assenza di disposizioni che configurino un generale obbligo per il provider di impedimento dei reati degli utenti. Ed invero, l'articolo 17 del decreto legislativo 9 aprile 2003, n. 70, attuativo della direttiva europea 2000/31/CE dell'8 giugno 2000 sul commercio elettronico, ha espressamente escluso l'esistenza di un obbligo generale di sorveglianza da parte del provider sui contenuti caricati dagli utenti, nonché l'onere per lo stesso di ricercare fatti o circostanze sintomatici di attività illecite.