[pronunce]

4. - Con ordinanze in data 9, 10, 16 e 19 maggio 2000 (r.o. nn. 607, 465, 474 e 464 del 2000), il tribunale di Firenze ha sollevato, su richiesta del pubblico ministero, in riferimento agli artt. 3, 97 (parametro richiamato solo in r.o. n. 607 del 2000), 101 e 111 della Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell'art. 438 del codice di procedura penale, da solo e in combinato disposto con l'art. 223 del decreto legislativo 19 febbraio 1998, n. 51 recante "Norme in materia di istituzione del giudice unico di primo grado" (r.o. nn. 465 e 474 del 2000), "nella parte in cui non prevede il diritto del p.m. di intervenire sulla richiesta di rito abbreviato formulata dall'imputato, esprimendo consenso o dissenso motivato, e nella parte in cui non prevede autonomo potere del giudice di decidere sulla ammissibilità della richiesta". Premettono in fatto i rimettenti che gli imputati hanno chiesto il giudizio abbreviato ai sensi dell'art. 223 del decreto legislativo n. 51 del 1998, ma che, nella specie, appare applicabile la nuova formulazione dell'art. 438 cod. proc. pen. , in quanto, "trattandosi di norma a prevalente carattere processuale, essa è estensibile a tutti i procedimenti pendenti, e quindi anche all'attuale processo". L'art. 111 della Costituzione, rileva il giudice a quo, prevede che ogni processo si svolga nel contraddittorio delle parti e in condizioni di parità davanti ad un giudice terzo e imparziale; previsione che non può che riguardare qualsiasi fase processuale in quanto le disposizioni contenute nei "commi 4 e 5 regolano, più specificamente, l'applicazione del principio del contraddittorio alle sole fasi in cui viene assunta la prova". A tutte le parti deve quindi essere riconosciuto il "diritto ad interloquire" inteso non "come mera facoltà formale ad esprimersi" ma nel senso che ad esso possa conseguire efficacia giuridica; in caso contrario il diritto a contraddire e il principio della parità delle parti resterebbero privi di contenuti concreti, con conseguente violazione dell'art. 111 Cost. L'attuale impianto normativo priva invece "il pubblico ministero del diritto a contraddire le richieste dell'imputato in tema di giudizio abbreviato" e non attribuisce alcuna efficacia giuridica alle sue eventuali deduzioni. Secondo il giudice a quo al pubblico ministero dovrebbe essere data la possibilità di pronunciarsi sulla richiesta dell'imputato: in presenza di un dissenso motivato il processo dovrebbe proseguire con il rito ordinario, salva la possibilità per il giudice, a dibattimento concluso, di ritenere ingiustificato il dissenso e applicare all'imputato la riduzione di pena. In alternativa, secondo il rimettente, il giudice dovrebbe avere la possibilità di ammettere o respingere la richiesta di rito abbreviato. I principi della parità delle parti e del contraddittorio sarebbero altresì violati in quanto alla perdita da parte del pubblico ministero della facoltà di interloquire sulla scelta del rito non si accompagna né una disciplina del diritto alla prova, non essendo riconosciuto al pubblico ministero di chiedere integrazioni probatorie d'iniziativa, né "una modifica estensiva delle attuali limitazioni alla facoltà di impugnare". Inoltre, una normativa "che esclude il giudice dall'assolvimento di indefettibili compiti istituzionali che gli sono propri, violerebbe anche il principio della giurisdizione e quindi l'art. 101 della Costituzione". L'eliminazione dei presupposti per accedere al giudizio abbreviato avrebbe "trasformato" il diritto dell'imputato alla scelta del rito in un "singolare diritto soggettivo assoluto" al conseguimento automatico ed irragionevole del beneficio della riduzione di pena. La ratio del rito abbreviato, pur sempre rinvenibile nella abbreviazione dei tempi processuali in conseguenza del mancato svolgimento dell'istruttoria dibattimentale, e a fronte della quale il legislatore ha riconosciuto uno sconto di pena, non appare più sussistente nell'attuale normativa in cui il giudice ha comunque l'obbligo di applicare la diminuente, anche nell'ipotesi in cui, non potendo decidere allo stato degli atti, deve procedere ad una integrazione probatoria, venendo così "disattese le ragioni di speditezza e economia alla base dell'istituto". La situazione da ultimo delineata violerebbe, secondo il rimettente, l'art. 97 della Costituzione sotto il profilo dell'imparzialità e del buon andamento della pubblica amministrazione a causa della attribuzione agli imputati di vantaggi significativi e del tutto ingiustificati. Tali vantaggi, peraltro, riguarderebbero indifferentemente tutti gli imputati, senza alcuna distinzione tra coloro che hanno effettivamente contribuito alla riduzione dei tempi processuali e "coloro che invece hanno dato causa alla dilatazione degli stessi attraverso attività di integrazione probatoria resasi necessaria in base alle valutazioni del giudice" con conseguente violazione anche dell'art. 3 Cost. 4.1. - Nei giudizi instaurati con r.o. nn. 464, 465 e 474 del 2000, è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che la questione sia dichiarata non fondata e riportandosi alle argomentazioni svolte con l'atto di intervento depositato in relazione alla questione sollevata dal giudice per le indagini preliminari del tribunale di Roma (r.o. n. 279 del 2000).1. - Vengono sottoposte al giudizio di questa Corte numerose questioni di legittimità costituzionale relative a vari aspetti della nuova disciplina del giudizio abbreviato, quale risulta a seguito delle modifiche introdotte dalla legge 16 dicembre 1999, n. 479, sollevate dai Giudici dell'udienza preliminare dei Tribunali di Imperia (r.o. n. 405 del 2000), Bologna (r.o. n. 305 del 2000) e Roma (r.o. n. 279 del 2000), nonché dal Tribunale di Firenze (r.o. nn. 464, 465, 474 e 607 del 2000). I profili di illegittimità costituzionale denunciati dai rimettenti possono essere raggruppati nei termini di seguito sintetizzati. 1.1. - Tutti i rimettenti in sostanza lamentano che il giudice sia stato privato del potere di respingere la richiesta di giudizio abbreviato, previsto dall'abrogato art. 440 del codice di procedura penale nei casi in cui il giudice stesso ritenesse che il processo non poteva essere deciso allo stato degli atti. Sotto diverse angolazioni viene pertanto sollevata questione di legittimità costituzionale dell'art. 438 cod. proc. pen. , da solo e in combinato disposto con l'art. 223 del decreto legislativo 19 febbraio 1998, n. 51 (r.o. nn. 465 e 474 del 2000), nella parte in cui non prevede "un autonomo potere del giudice di decidere sulla ammissibilità della richiesta" (r.o. nn. 464, 465, 474 e 607 del 2000, nonché r.o. n. 405 del 2000)