[pronunce]

Sentito il parere del pubblico ministero, che concludeva per l'accoglimento del ricorso, la controversia veniva portata al collegio per la decisione ed infine decisa con sentenza depositata l'8 maggio 2005, con cui il Tribunale per i minorenni dichiarava farsi luogo all'adozione del minore B. N. da parte di P. A., ritenuta la di lui legittimazione, anche se vedovo e non più coniuge, quale coniuge superstite della madre del bambino, visto che la morte della donna non aveva fatto cessare tutti gli effetti che la legge riconosce al matrimonio in quanto espressamente tutelati, appunto, oltre la morte stessa, quali quelli in materia di successione e filiazione, nonché di adozione, laddove questa, ad esempio, è consentita dall'art. 25 della legge n. 184 del 1983, al coniuge supersite quando l'altro sia morto durante l'affidamento preadottivo, con conseguente inserimento dell'adottato in una famiglia costituita non più da due, ma da un solo soggetto. Il Tribunale riteneva inoltre non ostativa all'adozione speciale di cui all'art. 44, comma 1, lettera b), della legge n. 184 del 1983, la mancanza di assenso da parte del B., padre legittimo del minore, in quanto, se anche egli non era decaduto dalla potestà sul figlio, tuttavia, non avendola di fatto esercitata, venendo meno al dovere di responsabilità che l'istituto richiede, non poteva essere ritenuto il genitore esercente la potestà, essendo stata ex art. 155 del codice civile solo la madre, fino alla morte, a curarsi del figlio, mentre egli pur dopo la morte della moglie divorziata, non aveva mai, appunto, esercitato in concreto quei poteri, doveri e oneri che integrano l'esercizio della potestà genitoriale. La decisione veniva appellata dal B.N. che chiedeva che fosse respinta la domanda del P. e fosse disposta l'immediata restituzione a lui del minore, previa revoca del provvedimento cautelare di affido temporaneo del 10 settembre 2004, lamentando, in rito, non essere stato integrato il contraddittorio nei confronti del minore stesso, quale parte necessaria, e, nel merito, che il P., quale vedovo e quindi non più coniuge della defunta N. D., madre dell'adottando, non era legittimato ad agire, non potendosi la norma anteporre in via cronologica od ostativa, siccome erroneamente aveva fatto il Tribunale per i minorenni, trattandosi di norma speciale. Interveniva in causa il Procuratore generale, il quale concludeva per la conferma della prima pronuncia, avuto riguardo alla ratio dell'adozione speciale di cui alla legge n. 184 del 1983, volta all'inserimento del minore nel contesto familiare adeguato anche a prescindere, quindi, dalla sopravvenuta morte di uno dei coniugi adottanti, mentre non rilevava il rifiuto del B., quale genitore senz'altro non esercente la potestà e fermo, infine, il concreto interesse del minore alla chiesta adozione, sia per la volontà da lui espressa, sia per la convivenza anche con gli altri fratelli. Ciò posto, la Corte d'appello non ritiene di poter accogliere la opzione interpretativa adottata dal Tribunale, osservando che essa è impedita dalla formulazione letterale della normativa in questione, di cui sottolinea la inidoneità a tutelare l'interesse del minore, che ha primario rilievo costituzionale. Il Collegio rimettente richiama altresì l'art. 3 della Convenzione di New York 20 novembre 1989, resa esecutiva con legge 27 maggio 1991, n. 176, nonché la giurisprudenza costituzionale che attribuisce rilievo preminente a detto interesse, al quale tutti gli altri restano subordinati (sentenza 13 maggio 1998, n. 166). La Corte si fa carico delle risultanze processuali dalle quali emergerebbe come il reclamo del padre del minore tenda a soddisfare solo un suo personale interesse egocentrico, ma gli riconosce, sulla base della normativa attuale, la possibilità di invocare a suo favore il disposto dell'art. 46 della legge n. 184 del 1983. Né, secondo il Collegio rimettente, la questione potrebbe risolversi con l'apertura di un procedimento a carico del B. per condotta pregiudizievole nei confronti del figlio ai sensi dell'art. 333 del codice civile, non potendosi intendere per tale l'uso del diritto a proprio favore. In tale situazione, secondo la Corte d'appello, l'interesse del minore potrebbe essere salvaguardato solo attraverso una pronuncia di illegittimità costituzionale dell'art. 44, comma 1, lettera b), della legge n. 184 del 1983, in riferimento all'art. 3 della Costituzione, apparendo non ragionevole che il successivo art. 47 riconosca la possibilità dell'adozione non legittimante anche nell'ipotesi in cui uno dei coniugi deceda durante l'iter, e non abbia invece come analoga finalità preminente l'interesse del minore all'inserimento nel contesto familiare a lui adeguato, quando il coniuge-genitore sia deceduto prima dell'inizio dell'iter, ancor più quando questo coniuge-genitore aveva già manifestato in vita di voler seguire tale iter. Ulteriormente irragionevole appare al Collegio rimettente il limite legislativo, ove si consideri che anche nell'art. 25 della stessa legge n. 184 del 1983 si rimarca la prevalenza dell'interesse del minore, acconsentendo che si arrivi all'adozione quando si verifica la morte del genitore dell'adottando durante il periodo di affidamento preadottivo. E l'irrazionalità di tali diverse previsioni, per casi che si presentano analoghi, si evincerebbe vieppiù ove si consideri che in entrambe le situazioni si verifica l'ipotesi di un'adozione assunta da un soggetto singolo (appunto il vedovo), e non da una coppia genitoriale, il che dimostra ulteriormente che dovrebbe sempre e comunque prevalere l'interesse del minore. Nella richiesta di declaratoria di illegittimità costituzionale viene coinvolto poi l'art. 46, secondo comma, della legge n. 184 del 1983, per contrasto con l'art. 2 della Costituzione, ove si proclama la tutela della personalità dell'individuo, e con l'art. 31, secondo comma, Cost., che garantisce protezione ai minori. La norma censurata appare alla Corte rimettente incoerente col sistema che privilegia la protezione dell'interesse del minore, ancorandosi invece all'istituto della potestà genitoriale per ritenere in via presuntiva che è sempre interesse del minore tornare col padre legittimo, anche quando costui se ne sia costantemente disinteressato. 2. – Nel giudizio innanzi alla Corte si è costituito B.L., in proprio e quale unico genitore esercente la potestà sul figlio N., concludendo per la inammissibilità per irrilevanza o per la infondatezza della questione sollevata, che, a suo avviso, è unica, in quanto la impugnazione della norma dell'art. 46, secondo comma, della legge n. 184 del 1983, anche se annunciata nella ordinanza, sarebbe, di fatto, mancata. In ogni caso, la questione, o le questioni, sarebbe(ro) inammissibile(i) perché il giudizio principale si sarebbe dovuto decidere indipendentemente dalla stessa, per la mancata notificazione del ricorso al minore interessato.