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Dobbiamo dire che, invece di fare una scelta giusta, si è deciso di aggiungere un bruttissimo tassello al già inguardabile mosaico delle politiche per lo sviluppo, che la maggioranza ha portato avanti dal giugno 2018, quando si è insediata. Ci sono stati errori su tutti i fronti, nei tempi e nei modi, perché il provvedimento è stato approvato una prima volta in Consiglio dei ministri ad aprile e oggi è quasi la fine di giugno e ancora ne stiamo discutendo. Un iter così lungo per un decreto-legge, ovvero per un provvedimento che dovrebbe essere motivato dalla necessità e dall'urgenza e che riguarda una materia così delicata, come quella della crescita, che, come ho spiegato fino ad ora, davvero dovrebbe interessare tutti gli italiani, fa sorgere sospetti. Non si è poi sbagliato soltanto nei tempi, ma anche nei modi e nelle procedure. Quello che è accaduto, contro le prerogative del Senato della Repubblica, non lo possiamo liquidare come un'ordinaria mancanza di riguardo istituzionale per un ramo del Parlamento, perché per l'ennesima volta ci siamo trovati a dover fare valutazioni e a dover assumere decisioni su provvedimenti strategici, senza che fosse stato dato a questo ramo del Parlamento il tempo di farsi un'idea compiuta e di esaminare a fondo quanto ci veniva proposto. Pur non potendo scendere troppo nei dettagli in un intervento in discussione sulla questione di fiducia, ritengo sia tuttavia importante provare a far capire, con qualche esempio, cosa proprio non va nel provvedimento che ci viene proposto e che il Governo ha fatto oggetto di una grancassa propagandistica e di una retorica social spesso incomprensibile, data la modestia dei contenuti. Faccio soltanto tre esempi, il primo dei quali è quello che mi fa davvero più male, perché la crescita è davvero una grande questione nazionale e nel nostro Paese ci sono nodi che la frenano, da decenni. Tutti sappiamo che non è facile sciogliere completamente quei nodi, ma sappiamo anche che sarebbe estremamente necessario far vedere che si fanno passi nella direzione giusta. Prendiamo allora come esempio quello che è stato deciso di fare sul Piano industria 4.0, una delle misure più importanti, messa in campo nella legislatura in cui abbiamo governato. Prima si è demonizzata, si è detto che non serviva a niente e che era un insieme di regali alle aziende più grandi del Paese. Poi, dopo aver visto che la decisione di farla fuori, sostanzialmente, stava provocando non soltanto una rivolta, ma effetti economici estremamente pesanti, si è deciso, con il provvedimento in esame, di fare marcia indietro sul super-ammortamento. Apprezziamo la decisione di fare marcia indietro, ma non possiamo non dire, soprattutto in questo contesto, che la marcia indietro è troppo poco sincera e troppo poco decisa. Il ripristino degli incentivi è assolutamente parziale e, soprattutto, non si fa niente per quei due provvedimenti cruciali di industria 4.0, che avevano costituito uno dei vanti maggiori della nostra attività nella scorsa legislatura: il credito d'imposta per la formazione e il credito d'imposta per la ricerca e lo sviluppo. Se noi vogliamo finalmente cambiare la traiettoria della produttività in questo Paese, aumentare il potenziale di crescita e le chance della popolazione lavorativa e delle imprese, dovremmo preoccuparci della quantità di ricerca, sviluppo e formazione che riusciamo a garantire. Purtroppo non c'è stato alcun segnale da questo punto di vista. La scelta che invece fa più male, perché veramente rivela l'incapacità di avere una visione generale delle necessità di questo Paese sul piano dello sviluppo, è quella sul costo del lavoro. Il costo del lavoro, comunque lo si riduca, è quasi sempre una cosa giusta, c'è una probabilità su cento che si faccia una cosa sbagliata riducendo il costo del lavoro, eppure siete riusciti a infilarvi in quel caso su cento in cui anche la riduzione del costo del lavoro crea dei problemi. (Applausi dal Gruppo PD) . Infatti, si poteva ridurre la quantità di contributi previdenziali che le imprese sono chiamate a pagare per i loro lavoratori, si poteva agire sull'Irpef per aumentare il salario netto dei lavoratori stessi. Una cosa non si poteva fare: ridurre i premi assicurativi per gli infortuni sul lavoro, mettendo in apprensione il sistema della prevenzione e della repressione delle irregolarità per quanto riguarda la legislazione infortunistica sui luoghi di lavoro. (Applausi dal Gruppo PD) . Siete riusciti a fare anche questo e dovreste farvi delle domande. Quanto alla scelta su Alitalia, lasciatemi dire che invece di fare qualcosa di utile per una grande impresa di questo Paese che le restituisse competitività e le desse la prospettiva di un futuro sostenibile, si è deciso di fare l'ennesimo inchino a un dogma statalista e dirigista e soprattutto si è deciso per l'ennesima volta di buttare via denaro. Mi domando poi se questo sia un provvedimento o non sia soltanto un cumulo di scelte incoerenti, parziali, frammentarie, che non disegna una strategia ma solo una faticosissima e scomposta rincorsa verso consensi che purtroppo io credo siano in questo momento largamente superiori rispetto a quanto di utile state facendo per questo Paese. Penso che dovreste esaminare a fondo gli errori e le scelte sbagliate che ci sono in questa legge, ma sono sicuro che ancora una volta non sarà fatto e che si cercherà con il rumore della propaganda di coprire la miseria dei fatti. (Applausi dal Gruppo PD) . PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Conzatti. Ne ha facoltà. CONZATTI (FI-BP) . Signor Presidente, colleghi, rappresentante del Governo, ieri abbiamo parlato di questo atleta non particolarmente performante che è l'Italia. Abbiamo ricordato, per condividerli tra tutti, i dati che ci testimoniano come questa azione di Governo dell'ultimo anno non ci ha consegnato quella meraviglia, quel cambiamento positivo tanto proclamato nelle piazze, che ha già deluso moltissimi cittadini. Vogliamo ricordare che solo ieri l'ISTAT ha certificato che il deficit nel primo trimestre del 2019 è del 4,1 per cento: prendetelo come monito e da lì partiamo per dire che se è vero quello che prima ci ha raccontato il vice ministro Garavaglia, e cioè che la crescita si può fare solo attraverso le imprese che pensano al futuro, che ricercano, che creano lavoro, che danno lavoro, che esportano, e una pubblica amministrazione che fa quello che deve fare, cioè prendere i dati che ormai ha già tutti in forma telematica, metterli a sistema, compilare, semplificare la vita alle imprese, se è vero quello che ha detto, ovvero che le aziende non possono, in questo momento storico, avere un euro di costo in più, non si capisce cosa sia il salario minimo a nove euro, che uccide le imprese, sappiatelo. Non serve a niente un decreto crescita in cui sono investiti solo 400 milioni di euro se poi si uccide tutto il sistema Paese. Occorre fare una riflessione seria e la faremo nei prossimi giorni, ma non si possono uccidere in un colpo solo le aziende e la contrattazione collettiva. L'unica cosa intelligente che si può fare in questa fase sul salario minimo è fare quanto dice l'OCSE: al massimo sei-sette euro a livello europeo e quindi il salario minimo europeo, evitare il dumping salariale in Europa.