[pronunce]

La Corte veneta, inoltre, sostiene che il trasferimento del giudizio dinanzi al giudice civile avrebbe un effetto vantaggioso per la parte civile, considerando la piena utilizzabilità in sede civile del materiale probatorio acquisito nel processo penale. 2.- Con atto depositato il 2 ottobre 2018, è intervenuto in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che le questioni siano dichiarate inammissibili o comunque infondate. In punto di ammissibilità, l'Avvocatura generale rileva che il giudice a quo ha invocato una pronuncia manipolativa indicando una soluzione non costituzionalmente obbligata in una materia, quella degli istituti processuali, riservata alla discrezionalità del legislatore. Inoltre, la Corte rimettente non avrebbe considerato che il giudizio civile ha carattere accessorio rispetto a quello penale e che la deroga al principio generale di separazione e autonomia dei giudizi prevista dall'art. 576 cod. proc. pen. si giustifica alla luce degli effetti preclusivi che, ai sensi dell'art. 652 cod. proc. pen. , la sentenza penale irrevocabile spiega nel giudizio civile e dell'esigenza del giudice di secondo grado di valutare, sia pure ai soli effetti civili, la sussistenza degli elementi di colpevolezza enunciati nel capo di imputazione. Pone, poi, in rilievo che l'auspicato trasferimento dell'azione risarcitoria al giudice civile incrementerebbe il carico pendente dinanzi ai tribunali civili, il cui impegno non è meno oneroso rispetto a quello delle corti penali, riproponendo, almeno sotto questo profilo, il problema in termini pressoché equivalenti. 3.- Con memoria depositata il 13 marzo 2019, il Presidente del Consiglio dei ministri ha sviluppato le proprie difese, richiamando gli orientamenti della giurisprudenza costituzionale in tema di discrezionalità della scelta di sistema operata dal legislatore nella definizione del rapporto tra azione penale e azione civile, nonché in tema di inammissibilità delle questioni volte a ottenere pronunce manipolative con petitum non costituzionalmente obbligato.1.- Con ordinanza del 9 gennaio 2018, la Corte d'appello di Venezia ha sollevato questioni di legittimità costituzionale dell'art. 576 del codice di procedura penale, «nella parte in cui prevede che la parte civile possa proporre al giudice penale anziché al giudice civile impugnazione ai soli effetti della responsabilità civile contro la sentenza di proscioglimento pronunciata nel giudizio». Il giudice rimettente sospetta la violazione dell'art. 3 della Costituzione «perché l'attuale attribuzione altera significativamente, con palese assenza di razionale giustificazione, lo svolgimento della essenziale propria e naturale funzione del giudice penale dell'impugnazione per la deliberazione nel merito sul contenuto della pretesa punitiva pubblica». Inoltre, sarebbe violato anche l'art. 111, secondo comma, Cost., nonché i «principi costituzionali di efficienza ed efficacia della giurisdizione», perché la cognizione «su meri interessi civili, per la quale vi è già sede autonoma adeguata efficace e propria», aggravando il lavoro del giudice penale d'appello, già impegnato nella definizione di un elevatissimo numero di processi, dà luogo a un'irragionevole protrazione della loro durata. 2.- L'Avvocatura generale dello Stato ha eccepito l'inammissibilità delle questioni di legittimità costituzionale per aver il rimettente richiesto una pronuncia manipolativa indicando una soluzione non costituzionalmente obbligata in una materia, quale quella degli istituti processuali, riservata alla discrezionalità del legislatore. L'eccezione non è fondata. Deve ribadirsi che «l'ordinanza di rimessione delle questioni di legittimità costituzionale non necessariamente deve concludersi con un dispositivo recante altresì un petitum, essendo sufficiente che dal tenore complessivo della motivazione emerga con chiarezza il contenuto ed il verso delle censure» (sentenza n. 175 del 2018). Ciò anche con riferimento alla materia processuale, essendosi ritenuta sufficientemente determinata nel suo verso una censura diretta a eliminare l'interferenza del codice di autoregolamentazione delle astensioni dalle udienze degli avvocati nella disciplina della libertà personale (sentenza n. 180 del 2018). Nella fattispecie, la Corte d'appello, investita con impugnazione della sola parte civile avverso la sentenza di assoluzione dell'imputato per insussistenza del fatto, si duole, nella sostanza, dell'attribuzione, sempre e solo alla giurisdizione penale, della cognizione dell'impugnazione proposta dalla parte civile ai sensi della disposizione censurata (art. 576 cod. proc. pen.); attribuzione ritenuta irragionevole e ingiustificata, allorché, in una situazione in cui la vicenda penale in senso stretto si è esaurita con una pronuncia, non impugnata dal pubblico ministero, pienamente favorevole all'imputato, impone al giudice penale di esaminare i soli profili civilistici della pretesa restitutoria o risarcitoria della parte civile, che invece meglio potrebbero essere valutati da un giudice civile. In tale situazione, l'esercizio della giurisdizione penale - secondo la Corte rimettente - dovrebbe essere esclusa, in termini di inammissibilità dell'impugnazione ex art. 576 cod. proc. pen. , o comunque ridimensionata a favore dell'ipotizzato riconoscimento della facoltà di impugnazione della parte civile innanzi al giudice civile. È, quindi, ben chiaro il verso delle censure, che sono, pertanto, pienamente ammissibili. 3.- Nel merito, le questioni non sono fondate nei termini che seguono. 4.- Va innanzi tutto ribadito che nel processo penale l'azione civile «assume carattere accessorio e subordinato rispetto all'azione penale, sicché è destinata a subire tutte le conseguenze e gli adattamenti derivanti dalla funzione e dalla struttura del processo penale, cioè dalle esigenze, di interesse pubblico, connesse all'accertamento dei reati e alla rapida definizione dei processi» (ex plurimis, sentenza n. 12 del 2016); l'assetto generale del nuovo processo penale è ispirato all'idea della separazione dei giudizi, penale e civile, essendo prevalente, nel disegno del codice, l'esigenza di speditezza e di sollecita definizione del processo penale, rispetto all'interesse del soggetto danneggiato di esperire la propria azione nel processo medesimo. Sicché «l'idea di fondo sottesa alla nuova codificazione [...] è che la costituzione di parte civile non dovesse essere comunque "incoraggiata"» (sentenza n. 12 del 2016). Tale connotazione di separatezza e accessorietà dell'azione civile secondo la sede, civile o penale, in cui è proposta, emerge dal complessivo sistema normativo che ne regola l'esercizio. Innanzi tutto, il giudizio avente a oggetto le restituzioni o il risarcimento del danno, ove promosso nella sua sede propria, quella civile, prosegue autonomamente malgrado la contemporanea pendenza del processo penale (art. 75, comma 2, cod. proc. pen.), mentre la sospensione rappresenta l'eccezione, che opera nei limitati casi previsti dall'art. 75, comma 3, cod. proc. pen.