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– il comma 12 dell'articolo 15 della legge n. 257 del 1992, introdotto dall'articolo 1, comma 1, lettera f) , del presente disegno di legge, stabilisce, coerentemente con quanto sottolineato, che sia punito con la medesima pena chiunque, avendo nell'esercizio di un pubblico servizio, di una pubblica funzione o di una professione sanitaria prestato il suo ufficio, funzione, assistenza od opera in caso di mesotelioma, omette di riferirne senza ritardo ai COR del ReNaM. Sotto questo profilo, occorre segnalare che, tra le modifiche apportate dalla direttiva (UE) 2017/2398 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 12 dicembre 2017, alla direttiva 2004/37/CE, relativa alla protezione dei lavoratori contro i rischi derivanti da un'esposizione ad agenti cancerogeni o mutageni durante il lavoro, fa spicco quella prevista dall'articolo 1, paragrafo 2, lettera b) , che così sostituisce l'originario articolo 14, paragrafo 8: « Tutti i casi di cancro che, in conformità delle leggi o delle prassi nazionali, risultino essere stati causati dall'esposizione ad agenti cancerogeni o mutageni durante l'attività lavorativa, devono essere notificati all'autorità responsabile. Gli Stati membri tengono conto delle informazioni di cui al presente paragrafo nelle loro relazioni presentate alla Commissione ai sensi dell'articolo 17- bis della direttiva 89/391/CEE ». Siffatta norma, pur non ripresa nel decreto legislativo n. 44 del 2020, esprime una scelta strategica di fondo, volta a potenziare l'applicazione concreta della disciplina in tema di esposizione lavorativa ad agenti cancerogeni. Non a caso, la direttiva (UE) 2017/2398, all'articolo 1 paragrafo 2, lettera b) , si è preoccupata di sostituire l'originario articolo 14, paragrafo 8, disponendo che « gli Stati membri tengono conto delle informazioni di cui al presente paragrafo », e dunque delle informazioni relative a « tutti i casi di cancro » causati dall'esposizione ad agenti cancerogeni o mutageni durante l'attività lavorativa e notificati all'autorità responsabile « nelle loro relazioni presentate alla Commissione ai sensi dell'articolo 17- bis della direttiva 89/391/CEE ». Relazioni di grande spessore preventivo, visto che forniscono « una valutazione dei vari aspetti relativi all'attuazione pratica delle varie direttive nonché, ove appropriati e disponibili, dati disaggregati per genere » e che, sulla loro falsariga, « la Commissione effettua una valutazione complessiva dell'attuazione delle direttive in questione per quanto riguarda la loro rilevanza, delle ricerche e delle nuove conoscenze scientifiche verificatisi nei diversi ambiti ». Tanto che « la Commissione informa il Parlamento europeo, il Consiglio, il Comitato economico e sociale europeo e il comitato consultivo per la sicurezza e la salute sul luogo di lavoro dei risultati di tale valutazione e, se del caso, di tutte le iniziative volte a migliorare il funzionamento del quadro normativo ». Dove è agevole cogliere la valenza preventiva attribuita dalla direttiva (UE) 2017/2398 alla comunicazione all'autorità dei casi di cancro causati dall'esposizione ad agenti cancerogeni o mutageni durante l'attività lavorativa. Coerentemente, la citata direttiva (UE) 2017/2398, nell'ottavo considerando, reputa « necessario che gli Stati membri raccolgano dati appropriati e coerenti presso i datori di lavoro per garantire la sicurezza dei lavoratori e assicurare loro un'assistenza adeguata ». E spiega: « Gli Stati membri sono tenuti a fornire informazioni alla Commissione ai fini delle sue relazioni sull'attuazione della direttiva 2004/37/CE. La Commissione sostiene già le migliori prassi in materia di raccolta dei dati negli Stati membri e dovrebbe proporre, se del caso, ulteriori miglioramenti di tale raccolta in applicazione della direttiva 2004/37/CE ». D'altra parte, si reputa necessario disporre l'ammissione delle vittime dell'amianto e dei loro familiari al patrocinio a spese dello Stato. Il comma 13 dell'articolo 15 della legge n. 257 del 1992 interviene poi sui disastri ambientali. I processi penali celebrati in questi ultimissimi anni hanno aperto gli occhi. Non possiamo e non dobbiamo interessarci soltanto dei luoghi di lavoro. Dobbiamo occuparci anche degli ambienti di vita. Dobbiamo tutelare anche la sicurezza e la salute dei cittadini. Un processo come quello dell'Eternit ha fatto capire che i rischi ambientali non possono essere confinati dentro le mura delle fabbriche, ma possono espandersi in danno dell'intera comunità. Sino ad assumere le dimensioni del disastro ambientale: e, cioè, di un disastro che – a differenza di un evento come l'improvvisa piena del torrente Raganello a Civita di Castrovillari (sentenza della Corte di cassazione n. 17129 del 5 giugno 2020) o l'esondazione del Rio Fereggiano a Genova (sentenza della Corte di cassazione n. 22214 del 22 maggio 2019) – può prolungarsi nel tempo per anni e anni. In passato, nell'ipotesi di disastro ambientale, erano disponibili due basilari articoli del codice penale: il 434 in caso di dolo e il 449 in caso di colpa. Illuminante fu, in particolare, la sentenza della Corte di cassazione n. 4675 del 6 febbraio 2007, in cui la Sezione IV prese in considerazione il « disastro interno allo stabilimento del petrolchimico con riferimento alla situazione ambientale creatasi all'interno della struttura che aveva provocato i decessi e le lesioni » e il « disastro esterno riferito alla situazione di inquinamento ambientale dei siti su cui insiste il petrolchimico, di quelli prossimi nonché delle falde acquifere, delle acque lagunari e dell'atmosfera ». E osservò: « È sufficiente leggere l'articolo 449 codice penale (la cui rubrica è significativamente formulata come “delitti colposi di danno”) – laddove così descrive la condotta tipica: “chiunque cagiona per colpa un incendio, o un altro disastro preveduto...” – per rendersi conto che, perché possa ritenersi integrata questa fattispecie di reato, occorre che il disastro si verifichi. Condivisibile appare dunque il percorso argomentativo nella parte in cui sottolinea la differenza con l'ipotesi dolosa nella quale, per il disposto del primo comma dell'articolo 434, la soglia per integrare il reato è anticipata al momento in cui sorge il pericolo per la pubblica incolumità (salvo che possa ritenersi integrata la fattispecie prevista dal secondo comma quando il disastro in concreto si verifichi). Meno convincente appare invece che, per potersi configurare l'ipotesi del disastro innominato, previsto dall'articolo 434 codice penale, sia necessario il verificarsi di un “macroevento” se con questa definizione si intende fare riferimento ad eventi analoghi a quelli che la sentenza impugnata richiama come esempi significativi del macroevento (“sia un incendio che devasta quanto incontra, sia il naufragio di una nave, la caduta di un aeromobile, il deragliamento di un treno, il crollo di un edificio, o quant'altro abbia appunto queste caratteristiche che i casi tipici individuati dal legislatore fanno cogliere”).