[pronunce]

SENTENZA ha pronunciato la seguentenel giudizio di legittimità costituzionale dell'art. 30- bis del codice di procedura civile, in relazione agli articoli 11 del codice di procedura penale e 1 delle disposizioni di attuazione del codice di procedura penale, promosso con ordinanza emessa il 10 agosto 2001 dal tribunale di Bologna nel procedimento civile vertente tra Claudio Cressati e Caterina Brindisi, iscritta al n. 885 del registro ordinanze 2001 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 44, prima serie speciale, dell'anno 2001. Visto l'atto di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri; udito nella camera di consiglio del 5 giugno 2002 il Giudice relatore Franco Bile.. Ritenuto in fatto Considerato in diritto 1.- Con l'ordinanza in epigrafe, il Tribunale di Bologna, in funzione di giudice dell'esecuzione, ha sollevato questione di legittimità costituzionale dell'articolo 30-bis del codice di procedura civile, ritenendolo in contrasto con gli articoli 3, 24, 25, 97, 101 e 111 della Costituzione, nella parte in cui assoggetta l'esecuzione forzata, ed in particolare quella per obblighi di fare e non fare ex art. 612 cod. proc. civ. , promossa da o contro un magistrato, alla competenza di un giudice diverso da quello di cui all'art. 26 del codice di procedura civile. La questione è stata sollevata nel corso di due procedimenti riuniti introdotti separatamente, ai sensi dell'art. 612 cod. proc. civ. , rispettivamente dal coniuge separato di un magistrato in servizio presso il Tribunale di Gorizia (e, quindi, nell'ambito del distretto di Trieste), e dallo stesso magistrato, per ottenere la determinazione delle modalità di esecuzione di un provvedimento assunto dal Tribunale di Bologna, con ordinanza presidenziale emessa in sede di separazione dei coniugi, con la quale il coniuge del magistrato era stato autorizzato a separare, a proprie spese, un appartamento all'interno della villa costituente la casa coniugale, sita in provincia di Gorizia, per abitarvi dopo l'esecuzione dei lavori. Il coniuge del magistrato, dopo avere intimato con precetto &laquo;l'esecuzione spontanea&raquo; di tale disposizione, non avendo ottenuto l'assenso al suo ingresso nell'immobile per l'inizio dei lavori, aveva proposto ricorso ai sensi del citato art. 612 cod. proc. civ. ; dal suo canto, il magistrato aveva richiesto la determinazione delle modalità del prelievo forzoso delle “cose personali”, dal coniuge non rimosse spontaneamente in ottemperanza al precetto all'uopo intimatogli. All'udienza fissata per la trattazione dei due ricorsi, il rimettente, riuniti i procedimenti, prendeva atto che, come era del resto pacifico fra le parti, una di esse era - sia all'atto della proposizione del ricorso, sia in quel momento - magistrato in servizio presso il Tribunale di Gorizia. 1.2. - Il rimettente rileva che il legislatore, nell'introdurre l'art. 30-bis cod. proc. civ. , si riferisce alle “cause in cui sono comunque parti magistrati” ed usa una formulazione che induce a ritenere che anche il foro dell'esecuzione forzata sia soggetto alla regola di competenza di cui alla citata norma. 1.3.- Quanto alla non manifesta infondatezza della questione, il rimettente osserva che questa Corte ha ritenuto compatibile con gli artt. 3 e 25 Cost. la scelta di spostare il foro territoriale nel processo penale fuori del contesto operativo in cui esercita le funzioni il magistrato imputato o parte offesa (trattandosi di scelta funzionale alla garanzia del prestigio e dell'indipendenza della magistratura e motivata dal rischio di una qualche influenza sulla genuinità dell'accertamento dei fatti, che potrebbe scaturire dall'appartenenza del singolo all'ufficio), mentre &laquo;non incoerente&raquo; è stata considerata &laquo;l'omessa previsione di una regola omologa altresì per il processo civile&raquo; , per l'esistenza di differenze di fondo fra i due tipi di processo. Ricorda poi che, con la sentenza n. 51 del 1998, questa Corte ha escluso la necessità sul piano costituzionale di un'automatica estensione del foro dell'art. 11 del codice di procedura penale al processo civile e, nel contempo, ha rilevato che solo il legislatore, nell'esercizio della sua discrezionalità, può stabilire per quali controversie quell'estensione sia possibile senza sacrificare interessi e valori costituzionalmente rilevanti. In particolare rileva che con la sentenza citata questa Corte ha affermato: a) che la pluralità dei fori sussistente in genere nel processo civile rinvia ad una “molteplicità di interessi, riguardanti persone e cose, che vengono in considerazione relativamente alle varie liti”, e l'esigenza di imparzialità e terzietà del giudice si esprime secondo modalità attuative &laquo;non necessariamente identiche a quelle previste per il processo penale”, tenuto conto che nel processo civile la stessa “formazione del convincimento del giudice” appare orientata da un apprezzabile e determinante “impulso paritario delle parti”&raquo; ; b) che, di regola, nel processo civile, le esigenze di non condizionamento del giudice sono assolte con gli istituti dell'astensione e della ricusazione ex artt. 51 e 52 cod. proc. civ. e che il legislatore, quando ha ritenuto necessario il concorso di altre cautele, ha fissato una deroga alla competenza con apposita legge, come per i giudizi di responsabilità connessa ai danni recati dal magistrato nell'esercizio delle sue funzioni ai sensi della legge 13 aprile 1988, n. 117 (Risarcimento dei danni cagionati nell'esercizio delle funzioni giudiziarie e responsabilità civile dei magistrati). 1.4.- La norma censurata, viceversa, non permetterebbe, in via interpretativa, di rinvenire singole partizioni del processo civile nelle quali l'esigenza di radicare il processo presso il foro naturale codicistico sia prevalente rispetto a quella fissata, in via generale, dall'art. 30-bis ed a sua volta annulla, in un indistinguibile coacervo richiamante tutti i processi civili, di cognizione ordinaria e di esecuzione forzata, le differenze di necessario trattamento già cospicuamente rilevate da questa Corte costituzionale nel 1998. Correttamente, dunque, i procedimenti a quibus sarebbero stati radicati a Bologna. Né potrebbe ritenersi che il debitore esecutato non sia “parte”, riservandosi tale qualificazione solo ai giudizi incidentali di cognizione sull'esecuzione forzata, come le opposizioni esecutive e le controversie ex art. 512 cod. proc. civ. o di divisione ex artt. 599-601 cod. proc. civ. Infatti, se pure può convenirsi sulla attenuazione dello statuto della “parte” nell'esecuzione forzata, tale concetto è comunque evocato da una serie di norme, come l'art. 485, l'art. 495, gli artt. 530 e 569, l'art. 548 e lo stesso art. 612 cod. proc. civ. , onde l'art. 30-bis, quando si riferisce alle cause in cui è parte un magistrato, non può non considerare anche il processo esecutivo.