[pronunce]

Il giudice a quo avrebbe basato, infatti, i suoi dubbi essenzialmente sulla circostanza che il contenuto della registrazione effettuata dalla persona offesa non possa essere riscontrato in dibattimento acquisendo la testimonianza di quest’ultima, perché deceduta. Ciò dimostrerebbe che il problema che il giudice deve risolvere è, in realtà, un problema di valutazione, e non già di ammissibilità della prova, come tale rimesso al suo libero convincimento. La registrazione della conversazione ad opera di uno degli interlocutori costituirebbe, in ogni caso, atto libero e lecito, che non inciderebbe sulla segretezza delle comunicazioni, né sul diritto di difesa. La registrazione, anche se «ideata» come mezzo di indagine dalla polizia giudiziaria, può essere effettuata solo con il consenso del partecipante: onde l’iniziativa dell’organo investigativo non muterebbe la natura dell’atto, che resterebbe una documentazione della conversazione della quale si dovrà valutare la credibilità. Infondata sarebbe anche la censura di contrarietà alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Le pronunce della Corte europea indicate dal rimettente riguarderebbero, infatti, ordinamenti processuali diversi dal nostro, nel quale l’operato della polizia giudiziaria è sottoposto al costante controllo del pubblico ministero, tenuto ad acquisire pure le prove a discarico dell’indagato. La formazione di documenti anche «atipici» presenterebbe, quindi, nel nostro ordinamento, un tasso di garanzia superiore a quello presente nei casi esaminati dalla Corte europea: sicché, pur in assenza di un atto autorizzativo dell’autorità giudiziaria, il sistema desumibile dall’art. 234 cod. proc. pen. non potrebbe essere assoggettato alle medesime censure. 2.2. – Con successiva memoria, presentata nell’imminenza dell’udienza pubblica, l’Avvocatura dello Stato – oltre a ribadire e sviluppare le precedenti deduzioni difensive – ha altresì eccepito l’inammissibilità della questione per difetto di motivazione sulla rilevanza. La difesa erariale osserva come il rimettente abbia espressamente affermato che, nel giudizio principale, è incerto se la persona offesa tenesse presso di sé l’apparecchio di registrazione, ovvero dei microfoni collegati ad un apparecchio di registrazione utilizzato dagli agenti di polizia giudiziaria, appostati nelle vicinanze. Tale circostanza non sarebbe affatto irrilevante ai fini dell’utilizzabilità del documento, nel caso di adesione all’orientamento delle sezioni unite sottoposto a scrutinio di costituzionalità. Mentre, infatti, l’utilizzabilità risulterebbe indubbia nel primo caso, nel secondo essa potrebbe essere viceversa esclusa, avendo la Corte di cassazione riconosciuto che, ove la polizia giudiziaria, grazie al materiale fornito al partecipante alla conversazione, possa procedere ad un ascolto diretto, si realizza una vera e propria intercettazione ambientale non autorizzata. 3. – Si è costituito, altresì, S.A., imputato nel processo a quo, chiedendo l’accoglimento della questione. Nel ritenere pienamente condivisibili gli argomenti addotti nell’ordinanza di rimessione, la parte privata osserva che qualificare come documento, liberamente acquisibile, la registrazione effettuata dal cosiddetto «agente segreto attrezzato per il suono», laddove questo si identifichi nel privato interlocutore che agisce come «longa manus» della polizia giudiziaria, significherebbe aggirare la rigorosa disciplina delle intercettazioni, deprivandola del necessario intervento del giudice. In questo senso – ricorda la parte privata – si è espressa la stessa Corte di cassazione, la quale ha ritenuto – sia pure con indirizzo poi non sempre ribadito – che ne risulterebbe compromesso anche il diritto di difesa del soggetto imputato o indagato, il quale veda registrate dichiarazioni a sé sfavorevoli.1. – Il Tribunale di Lecce solleva questione di legittimità costituzionale, in riferimento agli artt. 2, 15, 24 e 117, primo comma, della Costituzione, degli «artt. 234 e 266 e seguenti» del codice di procedura penale, nella parte in cui – secondo l’interpretazione accolta della Corte di cassazione, qualificata come «diritto vivente» – includono tra i documenti, anziché tra le intercettazioni di conversazioni o comunicazioni, sottraendole così alla disciplina stabilita per queste ultime o comunque non subordinandole ad un provvedimento motivato dell’autorità giudiziaria, le registrazioni di conversazioni (telefoniche o tra presenti) effettuate da uno degli interlocutori o dei soggetti ammessi ad assistervi, all’insaputa degli altri, d’intesa con la polizia giudiziaria ed eventualmente con strumenti da essa forniti, e comunque nell’ambito «di un procedimento penale già avviato». Ad avviso del giudice a quo, il «diritto vivente» fatto oggetto di censura violerebbe l’art. 15 Cost., giacché la predetta registrazione si tradurrebbe in un atto di indagine volto alla captazione occulta (rispetto al soggetto ignaro) di una conversazione da parte della polizia giudiziaria, senza le garanzie previste per la limitazione della libertà e segretezza delle comunicazioni. Sarebbe violato, altresì, l’art. 24 Cost., in quanto la mancanza di un provvedimento autorizzativo motivato dell’autorità giudiziaria – costituente il livello minimo delle garanzie prefigurate dall’art. 15 Cost. – comprometterebbe il diritto di difesa del soggetto ignaro, che solo grazie alla motivazione del suddetto provvedimento potrebbe verificare la correttezza dell’operato della polizia giudiziaria, anche per quel che attiene al «momento esecutivo». Ove pure l’attività in questione fosse reputata estranea all’area di tutela dell’art. 15 Cost., essa lederebbe comunque il diritto alla riservatezza, riconducibile alla sfera di protezione dell’art. 2 Cost.: sicché, anche in tale prospettiva, l’operazione esigerebbe almeno un provvedimento motivato dell’autorità giudiziaria che la autorizzi, determinandone i limiti, gli scopi e le modalità esecutive. Risulterebbe leso, infine, l’art. 117, primo comma, Cost., stante la contrarietà dell’esegesi giurisprudenziale censurata all’art. 8 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, come interpretato dalla Corte europea dei diritti dell’uomo. Secondo tale Corte, infatti, la registrazione di una conversazione, effettuata da uno degli interlocutori utilizzando strumenti messi a disposizione dalle autorità investigative e nel contesto di un’indagine ufficiale, configura una interferenza nella vita privata, rilevante ai fini dell’art. 8 della Convenzione. Di conseguenza, essa è ammissibile solo nei casi previsti dalla legge e, cioè, da una disposizione «prevedibile», che indichi in modo chiaro in quali circostanze e a quali condizioni la pubblica autorità può porre in essere misure di sorveglianza segrete: requisiti, questi, non soddisfatti dall’interpretazione della Corte di cassazione sottoposta a scrutinio. 2. – In via preliminare, va osservato che, nel sollevare la questione di costituzionalità, il giudice a quo coinvolge formalmente nello scrutinio – oltre all’art. 234 cod. proc. pen.