[pronunce]

che «gli eredi (che durante la esistenza in vita del soggetto potrebbero assumere nel procedimento, al più, la veste di terzi) si vengono, dunque, a trovare in una posizione processuale del tutto peculiare, poiché essi si debbono difendere "come se" fossero il de cuius, non essendo sufficiente ad escludere il provvedimento ablatorio la dimostrazione degli elementi di fatto che costituiscono le normali difese dei terzi interessati, che possono dimostrare che il bene si trova nella loro piena disponibilità e non in quella del proposto, o che lo hanno acquistato in buona fede. Gli eredi, in questo caso, non sono considerati terzi, ma i diretti destinatari del procedimento di prevenzione patrimoniale che, però, va a colpire i beni da essi ricevuti in ragione della loro precedente appartenenza ad un soggetto non più in vita»; che, ad avviso del rimettente, gli eredi non potrebbero difendersi dimostrando che il bene è nella loro disponibilità e non già in quella indiretta del proposto, né potrebbero provare la buona fede dell'acquisto: «possono solo dimostrare la non riconducibilità del bene alle attività delittuose del de cuius, prova che - dunque - concerne fatti e circostanze che riguardano una persona diversa da loro stessi ed in relazione ai quali essi subiscono gli effetti»; che con atto depositato il 3 maggio 2012 è intervenuto nel giudizio di costituzionalità il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, che ha chiesto che la questione sia dichiarata inammissibile o, comunque, infondata alla luce della sentenza n. 21 del 2012 della Corte costituzionale. Considerato che il Tribunale di Agrigento dubita, in riferimento agli articoli 24, primo e secondo comma, e 111 della Costituzione, della legittimità costituzionale dell'articolo 2-bis, comma 6-bis, della legge 31 maggio 1965, n. 575 (Disposizioni contro le organizzazioni criminali di tipo mafioso, anche straniere), «nella parte in cui consente di attivare la procedura di prevenzione patrimoniale nei confronti di un soggetto deceduto prima della formulazione della richiesta», e dell'articolo 2-ter, comma 11, della medesima legge n. 575 del 1965; che ad avviso del giudice a quo nel caso di procedimento instaurato nei confronti degli eredi di un soggetto deceduto «non è fisicamente possibile la partecipazione diretta del soggetto al procedimento», né, alla luce della giurisprudenza della Corte di Strasburgo sul processo contumaciale, i principi del giusto processo e, in particolare, il diritto al contraddittorio, possono ritenersi rispettati «dalla partecipazione al giudizio di un eventuale difensore del de cuius»; che l'instaurazione del procedimento di applicazione della misura patrimoniale nei confronti degli eredi implicherebbe «necessariamente una valutazione dei profili di pericolosità sociale ed illecita origine dei beni che non si riferiscono ai soggetti chiamati ad intervenire nel procedimento, bensì ad un soggetto che è deceduto e, dunque, che non può più intervenirvi», sicché, in violazione del diritto di difesa e del principio del contraddittorio, «il giudizio viene formulato con riferimento ad una persona che non può parteciparvi ed i suoi effetti vengono a prodursi su soggetti che, a loro volta, sono sì chiamati a partecipare al procedimento, ma sono totalmente estranei a qualunque valutazione che li riguardi»; che gli eredi si troverebbero in «una posizione processuale del tutto peculiare, poiché essi si debbono difendere "come se" fossero il de cuius, non essendo sufficiente ad escludere il provvedimento ablatorio la dimostrazione degli elementi di fatto che costituiscono le normali difese dei terzi interessati, che possono dimostrare che il bene si trova nella loro piena disponibilità e non in quella del proposto, o che lo hanno acquistato in buona fede»; che, in via preliminare, deve rilevarsi l'inammissibilità dell'intervento del Presidente del Consiglio dei ministri; che infatti l'ordinanza di rimessione è stata pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 14, prima serie speciale, del 4 aprile 2012 e l'atto di intervento è stato depositato il 3 maggio 2012, oltre il termine stabilito dall'art. 4, comma 4, delle Norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale, al quale la giurisprudenza di questa Corte riconosce natura perentoria (ex plurimis, sentenza n. 81 del 2012); che, sempre in via preliminare, deve rilevarsi che successivamente alla deliberazione dell'ordinanza di rimessione (21 giugno 2011, mentre il deposito è intervenuto il 29 settembre 2011), è stato emanato il decreto legislativo 6 settembre 2011, n. 159 (Codice delle leggi antimafia e delle misure di prevenzione, nonché nuove disposizioni in materia di documentazione antimafia, a norma degli articoli 1 e 2 della legge 13 agosto 2010, n. 136), che ha abrogato la legge n. 575 del 1965 (art. 120, comma 1, lettera b) e all'art. 18 - inserito nel Titolo II (Le misure di prevenzione patrimoniali) del Libro I (Le misure di prevenzione) - riproduce, con alcune variazioni lessicali, le disposizioni censurate; che, a norma dell'art. 117, comma 1, del citato d.lgs. n. 159 del 2011, la nuova normativa non trova applicazione nel caso in esame, perché al momento della sua entrata in vigore era «già stata formulata proposta di applicazione della misura di prevenzione»; che il riferimento contenuto nell'ordinanza di rimessione alla violazione dell'art. 24, primo comma, Cost. non è accompagnato da alcuna motivazione sulla relativa questione e che perciò questa è manifestamente inammissibile; che la censura relativa all'art. 2-bis, comma 6-bis, della legge n. 575 del 1965, «nella parte in cui consente di attivare la procedura di prevenzione patrimoniale nei confronti di un soggetto deceduto prima della formulazione della richiesta» (secondo la specificazione contenuta nel dispositivo) è manifestamente infondata; che, nell'esaminare un'analoga questione sollevata dal Tribunale di Santa Maria Capua Vetere, relativa al solo art. 2-ter, comma 11, della legge n. 575 del 1965, questa Corte nella sentenza n. 21 del 2012 ha rilevato che nel procedimento in esame parti sono i «successori a titolo universale o particolare» del «soggetto nei confronti del quale [la confisca] potrebbe essere disposta», e non quest'ultimo, sicché sono «del tutto prive di fondamento le argomentazioni volte a riferire le ipotizzate violazioni del diritto di difesa e del principio del contraddittorio al soggetto deceduto e non ai suoi successori, senza dire dell'erroneità dell'attribuzione ad una persona defunta della titolarità di una posizione processuale propria»;