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Ratifica ed esecuzione del Protocollo n. 12 alla Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali, fatto a Roma il 4 novembre 2000. Onorevoli Senatori. -- L'articolo 1 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo sancisce che: «Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza». Il fondamentale principio di uguaglianza e non discriminazione è un elemento cardine del diritto internazionale umanitario. È stato riconosciuto tale da molteplici strumenti del diritto internazionale, tra questi rilevano in particolare l'articolo 7 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo e l'articolo 26 della Convenzione internazionale sui diritti civili e politici. In merito non può non essere menzionato l'articolo 14 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali («CEDU», ratificata ai sensi della legge 4 agosto 1955, n. 848), la cui portata, tuttavia, se paragonata a quella di altri strumenti internazionali per la protezione dei diritti umani, risulta essere piuttosto limitata. Ciò in virtù del fatto che il disposto dell'articolo 14, a differenza delle previsioni di altre norme internazionali, non proibisce la discriminazione in quanto tale, ma, al contrario, proibisce la discriminazione in relazione al godimento di quelle libertà e di quei diritti sanciti dalla Convenzione stessa. È opportuno precisare che, nonostante sia presente una lista di ragioni per cui possa verificarsi una violazione del principio di non discriminazione, essa non è stata mai interpretata come esaustiva. Infatti, pur essendo richiamati i fattori più comuni di discriminazione, la Corte di Strasburgo si è avvalsa dell'articolo 14 (in relazione ad altri articoli CEDU) per condannare violazioni del principio in esame anche sulla base di motivi non affermati esplicitamente. Oltretutto, dal momento che la Convenzione europea è stata definita come «strumento vivente» è probabile che, con il passare del tempo, altri fattori di discriminazione acquistino rilevanza e ricadano a loro volta nella tutela offerta dall'articolo 14. È opportuno precisare, tuttavia, che l'applicazione dell'articolo 14 non presuppone la violazione di una disposizione contenuta nella CEDU, permettendo così l'individuazione di un certo, seppur debole, grado di autonomia. Tuttavia, come si evince anche dall'esame di un consistente numero di sentenze della Corte europea dei diritti dell'uomo, il divieto di discriminazione della CEDU non è assoluto, i suoi effetti si manifestano unicamente in combinato alle altre disposizioni contenute nel testo o rispetto ai diritti che, pur non essendo affermati in modo esplicito nella CEDU, trovano in esse la loro base giuridica. Nella sentenza Kosteski contro l'ex-Repubblica iugoslava di Macedonia del 13 aprile 2006, ad esempio, la Corte ha affermato quanto segue: « Article 14 of the Convention complements the other substantive provisions of the Convention and the Protocols. It may be applied in an autonomous manner as a breach of Article 14 does not presuppose a breach of those other provisions although, since it has no independent existence, it can only come into play where the alleged discrimination falls within the scope of the rights and freedoms safeguarded by the other substantive provisions ». Nonostante la Corte, nell'esame dei casi sottoposti a suo giudizio, abbia dato un'interpretazione non restrittiva delle disposizioni convenzionali, resta evidente il già menzionato limite che caratterizza il principio di non discriminazione nel modo in cui è enunciato nell'articolo 14. Del resto, per i diritti non elencati dalla CEDU o dai suoi Protocolli o per le fattispecie che non possono essere ricomprese nelle sue disposizioni, la tutela della CEDU in alcuni ambiti risulta particolarmente carente. Per questo motivo il Consiglio d'Europa, nella convinzione di rafforzare le previsioni della CEDU, ha elaborato il Protocollo n. 12. Esso è stato aperto alla firma degli Stati membri il 4 novembre 2000 ma, nonostante sia entrato in vigore il primo di aprile 2005, ad oggi è stato ratificato ed è entrato in vigore solamente in diciassette Paesi su quarantasette. Come afferma l' Explanatory Report relativo al Protocollo n. 12, l'idea di adottare un Protocollo per migliorare la tutela dei principi di eguaglianza e di non discriminazione risale agli anni Sessanta. Il processo di rafforzamento inizialmente venne portato avanti in maniera separata e su specifiche tematiche dallo Steering Committee for Equality between Women and Men (CDEG) e dall' European Commission against Racism and Intolerance (ECRI). Nel corso dei lavori portati avanti dalla CDEG emerse chiaramente come, nell'ambito degli strumenti previsti al tempo dal Consiglio d'Europa, non esistesse ancora alcun tipo di riconoscimento giuridico dell'eguaglianza tra uomo e donna quale diritto fondamentale a sé stante, la consapevolezza di tale mancanza ha pertanto spinto la CDEG a lavorare alacremente per l'inclusione del principio fondamentale dell'uguaglianza tra uomo e donna in seno alla CEDU. Solo negli ultimi anni, grazie agli sforzi compiuti per realizzare condizioni di parità tra i sessi e per combattere il fenomeno del razzismo, è divenuto chiaro quanto importante fosse rivedere l'impostazione dell'articolo 14 al fine di ampliarne l'ambito di applicazione. Ciononostante, è stato deciso di non estendere la lista di motivi già presenti nell'articolo originale per evitare che la nuova disposizione potesse essere interpretata in modo non corretto. Infatti, l'inserimento di un nuovo discrimination ground avrebbe potuto far pensare che solo rispetto alle ragioni esplicitamente espresse si potesse far valere la violazione del principio di discriminazione. L'articolo 1 del Protocollo si pone piuttosto l'obiettivo di ampliare l'applicazione di tale principio al godimento di qualsiasi diritto riconosciuto per legge negli Stati contraenti la CEDU. Inoltre, nel momento in cui il Protocollo entrasse in vigore, ogni autorità pubblica nazionale avrebbe il dovere di attivare le proprie funzioni senza discriminazione alcuna. Come è stato ben precisato nell' Explenatory Report , le disposizioni contenute nell'articolo 1 non intendono in alcun modo far sorgere obblighi positivi in seno agli Stati contraenti, ma si limitano a ribadire loro un dovere negativo. Laddove, però, esistano delle lacune nella legislazione nazionale che rendano alcuni gruppi o persone maggiormente vulnerabili a trattamenti discriminatori è possibile far valere sugli Stati contraenti l'obbligo di agire per porre in essere adeguati strumenti di tutela. Porre fine all'inadempimento dell'Italia, ratificando tale imprescindibile documento, appare pertanto doveroso.. 1 (Autorizzazione alla ratifica) 1 Il Presidente della Repubblica è autorizzato a ratificare il Protocollo n. 12 alla Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali, fatto a Roma il 4 novembre 2000. 2 (Ordine di esecuzione) 1 Piena ed intera esecuzione è data al Protocollo di cui all'articolo 1 a decorrere dalla data della sua entrata in vigore ai sensi dell'articolo 5 del medesimo Protocollo. 3 (Entrata in vigore) 1 La presente legge entra in vigore il giorno successivo a quello della sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale.