[pronunce]

ORDINANZA ha pronunciato la seguentenel giudizio di legittimità costituzionale dell'articolo 297, comma 3, del codice di procedura penale, promosso con ordinanza del 21 agosto 2001 dal Tribunale di Napoli, VIII sezione penale, in funzione di giudice del riesame e quale giudice di rinvio, iscritta al n. 152 del registro ordinanze 2002 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica, prima serie speciale, dell'anno 2002. Visto l'atto di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri; udito nella camera di consiglio del 9 ottobre 2002 e del 26 marzo 2003 il Giudice relatore Carlo Mezzanotte. Ritenuto che con ordinanza in data 21 agosto 2001, il Tribunale di Napoli, VIII sezione penale - chiamato a decidere, in funzione di giudice del riesame e quale giudice di rinvio, sull'appello avverso un'ordinanza del giudice per le indagini preliminari, con la quale era stata rigettata l'istanza di dichiarazione di inefficacia della misura cautelare della custodia in carcere disposta nei confronti di un imputato, ha sollevato, in riferimento all'articolo 13, quinto comma, della Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell'art. 297, comma 3, del codice di procedura penale, nella parte in cui non prevede che la disposizione in esso contenuta «si applichi anche a fatti diversi, in connessione non qualificata ai sensi dell'art. 12, comma 1, lettere b) e c), cod. proc. pen. , oggetto di ordinanze emesse in tempi diversi, sempre che di essi si accerti in modo incontestabile la sussistenza, a disposizione dell'autorità giudiziaria, di idonei indizi di colpevolezza già al momento dell'emissione del primo provvedimento cautelare»; che il remittente riferisce di avere pronunciato, in data 10 ottobre 2000, ordinanza con la quale, in accoglimento del gravame proposto dall'imputato, aveva dichiarato l'inefficacia della misura custodiale sul presupposto che tale misura, disposta per associazione camorristica e concorso in omicidio, era intervenuta successivamente ad altra, applicata per un diverso delitto di omicidio, in relazione al quale il pubblico ministero era in possesso degli elementi sufficienti alla contestazione dei fatti già prima dell'emissione della precedente ordinanza cautelare, e che non fosse necessaria, ai fini dell'applicabilità dell'art. 297, comma 3, cod. proc. pen. , la sussistenza del nesso teleologico di cui all'art. 12, comma 1, lettere b) e c), limitatamente ai reati commessi per eseguire gli altri, richiamando il prevalente indirizzo della giurisprudenza di legittimità; che, riferisce ancora il remittente, l'ordinanza del 10 ottobre 2000 era stata annullata con sentenza in data 2 febbraio 2001 dalla Corte di cassazione, sezione quinta penale, con rinvio allo stesso Tribunale di Napoli per nuovo esame; che nella citata sentenza, ricorda il remittente, la Corte di cassazione aveva affermato il principio secondo il quale il divieto delle contestazioni a catena opera allorquando sia stata disposta con più ordinanze la medesima misura cautelare per fatti diversi commessi anteriormente alla emissione della prima ordinanza, sempre che in relazione a tali fatti sussista connessione ai sensi dell'art. 12, comma 1, lettere b) e c), cod. proc. pen. , limitatamente ai casi di reati commessi per eseguire gli altri e sempre che si tratti di fatti desumibili dagli atti del procedimento prima del rinvio a giudizio disposto per il fatto con il quale sussiste connessione; che, prosegue il giudice a quo, la Corte di cassazione aveva altresì riscontrato difetto di motivazione per avere il Tribunale omesso di indicare sulla base di quali concreti elementi era stato raggiunto il convincimento che l'attività di intercettazione fosse tale da integrare la sussistenza di elementi indizianti gravi, precisi e concordanti in ordine ai fatti tutti oggetto della seconda ordinanza di custodia cautelare, ivi compresa la individuazione dei partecipi ad un clan camorristico; che, quanto al difetto di motivazione, il remittente, dopo ampia esposizione, conclude nel senso che deve ritenersi accertato, in punto di fatto, che tutti gli elementi posti a fondamento della richiesta di applicazione della misura cautelare in ordine ai reati oggetto della seconda ordinanza (quella in data 16 febbraio 2000) fossero già in possesso del pubblico ministero all'atto dell'adozione della prima ordinanza cautelare; che, quanto al punto di diritto enunciato dalla Corte di cassazione, il remittente rileva che, nell'affermare, nell'ordinanza annullata, il principio opposto, si era uniformato alla consolidata giurisprudenza di legittimità, in base alla quale la disciplina di cui all'art. 297, comma 3, cod. proc. pen. è applicabile anche a fatti diversi, in connessione non qualificata ai sensi dell'art. 12, comma 1, lettere b) e c), dello stesso codice, sempre che di essi si accerti in modo incontestabile la sussistenza, a disposizione dell'autorità giudiziaria, di idonei indizi di colpevolezza già al momento dell'emissione del primo provvedimento cautelare; che, osserva ancora il giudice a quo, il tenore letterale dell'originaria formulazione dell'art. 297, comma 3, cod. proc. pen. ("se nei confronti di un imputato sono emesse più ordinanze che dispongono la medesima misura per uno stesso fatto, benché diversamente circostanziato o qualificato, i termini decorrono dal giorno in cui è stata eseguita o notificata la prima ordinanza […]”) non aveva impedito alla giurisprudenza, una volta identificato il contenuto della norma nel divieto delle cosiddette contestazioni a catena, di estenderne la portata anche all'ipotesi di più ordinanze concernenti fatti diversi anteriormente commessi, legati o meno dal vincolo della connessione, dal momento che la colpevole inerzia dell'autorità giudiziaria nella contestazione dei fatti oggetto della seconda ordinanza non poteva incidere negativamente sul diritto dell'imputato di ottenere la liberazione allo scadere del termine di custodia fissato dalla legge; che nell'ordinanza di rimessione si rileva che l'applicazione del principio di diritto enunciato dalla sentenza rescindente della Corte di cassazione (che limita ai soli casi di reati legati dal vincolo di connessione qualificata l'applicabilità della disciplina dell'art. 297, comma 3, cod. proc. pen. , pur nell'ipotesi che anche per essi l'autorità giudiziaria disponesse degli elementi necessari e sufficienti per procedere alla contestazione già prima dell'emissione del primo provvedimento restrittivo), impone al giudice di rinvio, obbligato a rispettarlo, un'interpretazione della disposizione in contrasto con l'art. 13 della Costituzione, in quanto lascerebbe il pubblico ministero, già in possesso degli elementi sufficienti alla contestazione di reati non legati da connessione qualificata con quello oggetto della prima ordinanza, arbitro di procrastinare la contestazione, così prolungando a sua discrezione il termine di custodia, certo ed invalicabile, stabilito dalla legge;