[pronunce]

E ciò, in particolare, in ragione della natura e dei presupposti della misura in questione, la quale presupporrebbe un «giudizio sulla personalità morale» del destinatario, che deve essere riconducibile a una delle categorie di persone indicate nell'art. 1 cod. antimafia. La misura in questione, come osservato dal Consiglio di Stato (sezione terza, sentenza 22 aprile 2022, n. 3108), sarebbe in effetti, già «sul piano della sua tipizzazione normativa, fortemente caratterizzata in termini penalistici». Inoltre, essa inciderebbe sulla pari dignità dell'individuo, precludendogli di fatto l'esercizio dei suoi diritti civili, sociali e politici; comprometterebbe la sua libertà morale, potendo altresì incidere sulla sua vita familiare e privata; e comporterebbe comunque una sua significativa degradazione giuridica, separandolo «dal resto della collettività per il tramite dell'irrogazione nei suoi confronti di un trattamento innegabilmente deteriore», come emergerebbe dal divieto, stabilito a suo carico, di rendere l'ufficio di testimone, di interprete ovvero di perito o consulente in giudizio. Il contenuto della misura - comportante al tempo stesso un facere (il ritorno nel comune di residenza) e un non facere (l'obbligo di non fare rientro nel territorio di un determinato comune) - sarebbe, inoltre, sostanzialmente sovrapponibile alla misura di sicurezza del divieto di soggiorno di cui all'art. 233 del codice penale, nonché alla misura cautelare del divieto di dimora prevista dall'art. 283 cod. proc. pen. - misure entrambe affidate alla competenza del giudice, le quali si sostanzierebbero, esse pure, nel divieto di recarsi e dimorare in una data porzione del territorio dello Stato. Comune sarebbe, inoltre, il presupposto dell'applicazione di tali misure, rappresentato dalla pericolosità sociale del loro destinatario. Inoltre, il foglio di via obbligatorio sortirebbe effetti incapacitanti in larga parte sovrapponibili a quelli della misura della sorveglianza speciale di pubblica sicurezza, pure affidata alla competenza del tribunale, «allorquando essa non è caratterizzata da prescrizioni particolarmente stringenti - ad esempio, dall'obbligo di soggiorno in un determinato Comune - e, al contempo, è accompagnata dal divieto di soggiorno in un Comune». La violazione di entrambe le misure costituirebbe, d'altronde, reato ai sensi, rispettivamente, degli artt. 76, comma 3, e 75, comma 2, cod. antimafia. Da tali premesse deriverebbe la contrarietà dell'attuale disciplina della misura all'art. 13 Cost., dal momento che essa «dovrebbe essere disposta dall'Autorità giudiziaria e non dall'Autorità di pubblica sicurezza»; nonché all'art. 3 Cost., risultando «irragionevole che una misura comportante un assoggettamento della persona all'altrui potere quale il foglio di via obbligatorio sia disposta [dall]'Autorità di pubblica sicurezza sebbene misure comportanti un analogo assoggettamento siano disposte dall'Autorità giudiziaria». Il giudice a quo rammenta infine la sentenza n. 2 del 2023, con la quale questa Corte ha ritenuto contrario all'art. 15 Cost. il potere del questore di vietare il possesso o l'uso di telefoni cellulari al destinatario della misura dell'avviso orale. I principi sottesi a tale pronuncia condurrebbero, nel caso ora all'esame, alla conclusione che, ove si ritenga che il foglio di via sia una misura limitativa della libertà personale ai sensi dell'art. 13 Cost., essa non possa essere adottata in prima battuta dall'autorità amministrativa, così confinandosi il controllo giurisdizionale a una mera eventualità successiva, rimessa all'iniziativa della persona interessata. 1.3.- Quanto al petitum, le questioni prospettate sarebbero, secondo il rimettente, assimilabili a quella su cui questa Corte si è pronunciata con la sentenza n. 11 del 1956, in cui è stata dichiarata l'illegittimità costituzionale dell'intera disciplina dell'ammonizione. Analogamente, occorrerebbe ora dichiarare l'illegittimità costituzionale tout court dell'art. 2 cod. antimafia. In via subordinata, il giudice a quo auspica una declaratoria di illegittimità costituzionale di tale disposizione, per contrasto con il solo art. 3 Cost., nella parte in cui non prevede che anche al foglio di via si applichi la disciplina sulla convalida del cosiddetto "DASPO sportivo" di cui all'art. 6, commi 2-bis, 3 e 4, della legge n. 401 del 1989, cui rinviava l'art. 10, comma 4, del decreto-legge 20 febbraio 2017, n. 14 (Disposizioni urgenti in materia di sicurezza delle città), convertito, con modificazioni, nella legge 18 aprile 2017, n. 48, nel testo vigente all'epoca del deposito dell'ordinanza di rimessione. Secondo il rimettente, il foglio di via sarebbe misura strutturalmente analoga al "DASPO urbano", ed anzi più gravosa rispetto ad esso. Tuttavia - quanto meno nelle ipotesi previste dall'art. 10, comma 3, del d.l. n. 14 del 2017, caratterizzate tra l'altro dalla durata ultrannuale delle prescrizioni - il "DASPO urbano" prevedeva una convalida da parte del GIP. Dal che la sussistenza, a parere del rimettente, di una irragionevole disparità di trattamento tra le due misure, cui potrebbe essere posto rimedio, da parte di questa Corte, attraverso l'estensione al foglio di via del procedimento di convalida già previsto per il "DASPO urbano" di cui al menzionato art. 10, comma 3, del d.l. n. 14 del 2017, procedimento che costituirebbe soluzione costituzionalmente adeguata per ovviare al vulnus denunciato. In «estremo subordine», il rimettente ritiene costituzionalmente illegittimo, al metro - ancora - del solo art. 3 Cost., che il procedimento di convalida già previsto per il "DASPO urbano" non sia esteso anche al foglio di via in tutte le ipotesi in cui quest'ultimo abbia durata (almeno) annuale. 1.4.- In conclusione, il giudice a quo osserva che, secondo quanto emergerebbe dalla prassi, il foglio di via sarebbe spesso disposto in relazione a condotte rispetto alle quali non potrebbe legittimarsi la «rilevantissima degradazione giuridica» e il «pesante stigma morale» conseguenti all'applicazione della misura: emblematico, in tal senso, l'uso del foglio di via con riferimento all'attività di prostituzione, attestato dalla giurisprudenza di legittimità (è citata Corte di cassazione, sezione prima penale, sentenza 20 febbraio-26 aprile 2019, n. 17616). In altre ipotesi, la misura in questione potrebbe «sortire un apprezzabile chilling effect in relazione all'esercizio di diritti costituzionalmente garantiti come, ad esempio, il diritto di sciopero», come emergerebbe da prassi già stigmatizzate dalla giurisprudenza amministrativa (sono citate Consiglio di Stato, sezione terza, sentenze 6 novembre 2019, n. 7575 e n. 3108 del 2022;