[pronunce]

La difesa erariale osserva che erroneamente il giudice a quo ritiene che il decreto che dispone la liquidazione coatta amministrativa abbia comportato la cessazione dell'impresa, effetto che invece si realizzerebbe con la disgregazione del complesso aziendale e, quindi, solo all'esito della procedura di liquidazione coatta amministrativa, con la cancellazione della società dal registro delle imprese (artt. 213, ultimo comma, della legge fallimentare e 92, comma 6, del t.u. delle leggi in materia bancaria e creditizia). Da ciò deriverebbe, per l'Avvocatura generale dello Stato, da un lato, che non v'è alcuna esigenza di fissare, per la dichiarazione dello stato di insolvenza, un termine di decadenza annuale decorrente dalla data di sottoposizione a liquidazione coatta amministrativa; dall'altro, che nella specie – in cui sarebbe pacifica la mancata cancellazione della società dal registro delle imprese – non è rilevante la diversa e non sollevata questione circa la mancata previsione legislativa di un limite temporale per la dichiarazione dello stato di insolvenza successivamente alla cancellazione dal registro delle imprese. 5. – Con memorie tempestivamente depositate nell'imminenza della pubblica udienza, il Maggiolini e la banca in liquidazione coatta ribadiscono le proprie posizioni. 5.1. – In particolare, il Maggiolini insiste nella richiesta di declaratoria della illegittimità costituzionale delle norme denunciate, illustrando ulteriormente le già prospettante argomentazioni ed osservando che l'interpretazione prospettata dalla difesa avversaria circa la decorrenza del termine di prescrizione quinquennale per l'esercizio delle azioni revocatorie dalla data del provvedimento di sottoposizione a liquidazione coatta amministrativa, benché sostenuta da parte della giurisprudenza di merito, non sarebbe conciliabile con il principio di cui all'art. 2935 cod.civ. , tenuto conto che altro è il momento di decorrenza del periodo di sospetto, ai sensi dell'art. 678 della legge fallimentare, ed altro è il momento di decorrenza del suddetto termine prescrizionale. 5.2. – La banca di credito cooperativo in liquidazione coatta chiede la declaratoria di inammissibilità o di infondatezza della sollevata questione di illegittimità costituzionale, deducendo, tra l'altro: a) che il termine massimo di un anno per la dichiarazione di fallimento dell'impresa collettiva, indicato dal rimettente – tramite il richiamo della sentenza della Corte costituzionale n. 319 del 2000 – quale tertium comparationis, decorre dalla cancellazione dell'impresa collettiva dal registro delle imprese, con la conseguenza che, nella specie, il termine non sarebbe ancora decorso, posto che, nella liquidazione coatta amministrativa, la società viene cancellata dal registro delle imprese solo all'esito della procedura; b) che, ai fini della fissazione di un termine per la declaratoria dello stato di insolvenza, un dies a quo riferito alla data di effettiva cessazione dell'attività imprenditoriale, anziché alla data della cancellazione della società dal registro delle imprese, non soddisferebbe le esigenze di certezza e definitività invocate dal rimettente e poste a base della giurisprudenza della Corte costituzionale in materia; c) che la procedura di liquidazione coatta amministrativa è concorsuale anche in assenza della dichiarazione di insolvenza (in considerazione dello spossessamento del soggetto sottoposto alla procedura, degli effetti preclusivi delle azioni individuali dei creditori, degli effetti per i creditori e sui rapporti giuridici pendenti, dell'applicazione delle regole del concorso attraverso la formazione dello stato passivo) e, pertanto, la sopravvenuta declaratoria dello stato di insolvenza non può essere assimilata alla declaratoria di fallimento.1. – Il Tribunale di Cosenza, con sentenza n. 992 del 2001, ha dichiarato lo stato di insolvenza di una banca di credito cooperativo già sottoposta a procedura di liquidazione coatta amministrativa. Nel corso dell'opposizione avverso tale sentenza, il medesimo Tribunale ha sollevato – in riferimento all'art. 3 della Costituzione – questione di legittimità costituzionale del «combinato disposto» degli artt. 82, comma 2, del decreto legislativo 1° settembre 1993, n. 385 (Testo unico delle leggi in materia bancaria e creditizia) e 202 del regio decreto 16 marzo 1942, n. 267 (Disciplina del fallimento, del concordato preventivo, dell'amministrazione controllata e della liquidazione coatta amministrativa), nella parte in cui consente che la dichiarazione giudiziale dello stato d'insolvenza successiva al decreto di sottoposizione a liquidazione coatta amministrativa di una banca sia pronunciata dopo un anno dalla data di emissione del decreto. Quanto alla rilevanza della questione, il giudice a quo precisa che, nella specie, la sentenza dichiarativa dello stato di insolvenza della banca era stata pronunciata oltre un anno dopo l'emissione del decreto di sottoposizione a liquidazione coatta amministrativa. Ne deriva, per il Tribunale, la rilevanza della questione, perché, in caso di dichiarazione dell'illegittimità costituzionale delle norme denunciate, ne conseguirebbe la tardività della sentenza di accertamento dello stato di insolvenza e l'accoglimento dell'opposizione proposta. Quanto alla non manifesta infondatezza della questione, il Tribunale afferma che la normativa denunciata vìola i princìpi di ragionevolezza e di eguaglianza di cui all'art. 3 della Costituzione, perché, consentendo senza limiti di tempo la dichiarazione giudiziale dello stato di insolvenza di una impresa già posta in liquidazione coatta amministrativa : a) contrasterebbe con l'esigenza di salvaguardare il generale principio di certezza delle situazioni giuridiche garantito, per l'analoga ipotesi di fallimento, dagli artt. 10, 11 e 147 della legge fallimentare, quali risultano a séguito delle sentenze della Corte costituzionale n. 66 del 1999 e n. 319 del 2000; b) protrarrebbe indefinitamente, a differenza del regime previsto dalla legge per la procedura fallimentare, il termine iniziale di decorrenza della prescrizione quinquennale delle azioni di revocatoria fallimentare, posto che tale termine iniziale si identifica con la data della pronuncia della sentenza dichiarativa dello stato di insolvenza; c) renderebbe possibile una anomala divaricazione temporale tra il momento di realizzazione della condotta materiale dei reati lato sensu di bancarotta ed il momento consumativo di essi, considerato che quest'ultimo è costituito dalla data della pronuncia della sentenza dichiarativa dello stato di insolvenza, emessa all'esito di un procedimento la cui attivazione è rimessa all'arbitrio dei soggetti legittimati a richiedere l'accertamento dello stato d'insolvenza. 2. – La questione non è fondata. Occorre preliminarmente ribadire che il thema decidendum è circoscritto alla questione sollevata dall'ordinanza del giudice rimettente, il quale censura le norme denunciate nella parte in cui consentono che la dichiarazione giudiziale dello stato d'insolvenza della banca sia pronunciata dopo un anno dalla data di emissione del decreto con il quale questa è stata sottoposta a liquidazione coatta amministrativa. Non possono, perciò, essere esaminate le diverse e non consequenziali questioni prospettate da una delle parti costituite nel presente giudizio.