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ho cominciato a pensare che il monocameralismo potesse non essere così male, se paragonato all'alternativa, così come la stiamo vivendo. Certo è, però, che l'esperienza di questo mese di dicembre mi ha portato a ricredermi ulteriormente. Alla domanda se una singola Camera avrebbe potuto sopportare peso di due provvedimenti ponderosi come la legge di bilancio e il decreto recovery la risposta temo sia no. (Applausi) . Il fatto è che la prassi di legiferare prevalentemente per decreti omnibus , una prassi verso cui si tendeva a vele spiegate già prima dell'emergenza, ma che l'emergenza ha consolidato, determina di fatto l'egemonia della 5 a Commissione e la marginalizzazione delle altre Commissioni di merito, schiacciate su un ruolo puramente consultivo. In questo modo, però, fatta salva la facoltà di ogni collega di intervenire nei lavori di qualsiasi Commissione, si determina una sterilizzazione delle migliori competenze tematiche che questo Parlamento esprime, che non sempre riescono a essere coinvolte nell'esame di provvedimenti, cui potrebbero apportare un contributo significativo. La discussione in Aula, quindi, fatalmente assume la dimensione dello sfogatoio, in cui i colleghi delle Commissioni di merito, estromessi per cause di forza maggiore dall'analisi del provvedimento in Commissione, apportano un contributo che fatalmente si declina nelle forme del rammarico e della critica. Una soluzione va trovata, forse altrove, e trovarla è urgente. Non dobbiamo dimenticare che, per volontà sovrana degli elettori - che in modo, a mio avviso, paradossale si sono rivelati particolarmente ansiosi di ridurre i propri rappresentanti e quindi il proprio potere di rappresentanza, un po' come l'uomo che per castigare la propria consorte si sottopose alla stessa dolorosa operazione dell'Attis di Catullo (Applausi) - fra, al più, quindici mesi le Camere ripartiranno a ranghi ridotti e onestamente non so come potranno reggere l'eventuale protrarsi di una simile grandinata di decreti. C'è, poi, un altro problema di metodo, al tempo stesso più specifico, perché attiene alla materia europea, e più generale, che è quello di ricondurre a equilibrio, con onestà intellettuale, la narrazione sull'Europa. Lo scollamento fra Costituzione formale e materiale si combina in modo perverso con un altro scollamento, quello fra Europa narrata ed Europa reale, che, nella misura in cui genera aspettative eccessive, rischia di rivelarsi un boomerang per chi non lo contrasti, portando nel dibattito una voce di buon senso. Lo abbiamo già visto succedere con il meccanismo europeo di stabilità (MES). Ricorderete quando lo scorso anno questo fondo veniva acclamato come la soluzione decisiva, l'unica per finanziare il costo sanitario della pandemia; pareva che non ci fosse alternativa. Poi, invece, ne siamo venuti fuori - o, meglio, ne stiamo venendo fuori - senza attingere in modo improprio a un fondo nato per altre motivazioni. Aveva quindi ragione chi, come la Lega, esortava a non focalizzare tutto il dibattito e tutta l'attenzione su un unico strumento: problemi complessi non possono avere un'unica soluzione. (Applausi) . Questo vale per l'economia, ma vale anche per la sanità, come i fatti stanno dimostrando. Cito il Partito Popolare Europeo, che quattro giorni fa su Twitter ci ricordava quanto qui, come Gruppo Lega, stiamo dicendo da aprile ed è consegnato agli atti di questo ramo del Parlamento, ossia che la vaccinazione non può essere l'unica risposta nella lotta al Covid-19, ma occorrono terapie. (Applausi) . Quindi, la notizia è che la Lega non è ancora entrata nel PPE, ma per fortuna il PPE è entrato nel buon senso della Lega. (Applausi) . Ma, soprattutto, dove non c'è alternativa e non c'è politica, c'è la tecnica e dobbiamo interpellarci sulla tecnica, perché è quella stessa tecnica che ha consigliato per tanto, troppo tempo (e forse ancora oggi continua a consigliare, fra un canto di Natale stonato e l'altro), risposte semplici ma fallimentari, come l'austerità e altre più attinenti ai tempi che viviamo. Continuiamo a non ritenere molto opportuno presentare il recovery plan come l'unica soluzione, forse neanche come la soluzione decisiva alla crisi economica scaturita dalla pandemia. Si tratta naturalmente di uno strumento da sfruttare, visto che c'è, ma con piena consapevolezza non solo delle sue opportunità, ma anche dei suoi limiti; questa consapevolezza in Europa esiste. Continuiamo a essere perplessi sulla scelta fatta dal nostro Paese, con pochissimi altri e non fra i Paesi leader , di accedere allo strumento dei prestiti. La funzione dei prestiti è anticipare spese che non si hanno i mezzi finanziari per sostenere, ma in tutta evidenza - lo riconoscono anche i documenti della Unione europea, come le in-depth analysis sul Piano di ripresa e resilienza, pubblicate dalla Commissione - le tempistiche ridotte del recovery mettono di fronte tutti i Paesi, non solo l'Italia, a un trade-off particolarmente insidioso, quello fra non assorbire tutte le risorse del recovery o farne un uso improprio, con sprechi e malversazioni, nel tentativo di spenderle comunque. Il decreto-legge all'esame incide con intelligenza su questi aspetti. Tuttavia vorrei qui valorizzare l'esigenza espressa dal collega Stefano di evolvere verso una visione programmatica di lungo periodo (lui ha parlato di vent'anni), sottolineando il dato che questa aspirazione, assolutamente legittima e motivata, non può però essere risolta, banalmente, da uno strumento che ha un orizzonte temporale di sei anni. (Applausi) . Quindi, resta il punto che in questa fase il problema per il nostro Paese non è reperire mezzi finanziari, perché l'affidabilità internazionale di questo Governo ci tutela a sufficienza; il problema è spenderli e non è detto che la soluzione a questo problema possa arrivare per decreto-legge. Faccio un semplice esempio: ci sono voluti cinque mesi per trovare una governance alla principale stazione appaltante del Paese, l'ANAS, dopo l'infausto esordio di agosto che ricorderete. Questi sono problemi che oggettivamente incidono anche sulla capacità di spendere. Molto di quanto c'è da fare per sostenere la crescita del Paese, quindi, non dipende dagli altri e dalla loro supposta generosità, se tale è; dipende da noi, dalla nostra capacità di attivare finalmente un dialogo costruttivo e privo di pregiudizi tra la classe politica e la classe dirigente, che alcuni chiamano la classe tecnica del Paese. Un decreto-legge non può risolvere questo problema - che è culturale - ma può essere un'occasione per porlo, come ho fatto in questo intervento, sperando di non aver abusato del vostro tempo. (Applausi) . PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Cioffi. Ne ha facoltà. CIOFFI (M5S) . Signor Presidente, stiamo discutendo del PNRR e di come spendere queste risorse importanti. Ricordiamo il grande lavoro fatto dal precedente Governo e dal presidente Conte, che lottò per 90 ore consecutive per riuscire ad arrivare a questo risultato. Non possiamo dimenticarci quello che è stato. Anche con questo provvedimento, che stiamo analizzando, ci troviamo di fronte al fatto, ancora una volta, che il Senato non può intervenire realisticamente.