[pronunce]

1.5.- Quanto alla non manifesta infondatezza delle questioni, il giudice rimettente rileva che la riferita disparità di trattamento assumerebbe, nella specie, tratti nuovi e affatto particolari rispetto a quanto vagliato in passato, non dovendosi solo comparare genericamente diverse o simili prestazioni lavorative, e dunque svolgere una comparazione per categorie soggettive generali, ma dovendosi, invece, comparare specificamente, in concreto, la medesima, oggettiva, prestazione lavorativa, ossia quella di giudice tributario: la quale, malgrado siffatta identità oggettiva della prestazione, è diversamente remunerata dallo Stato secondo un criterio discretivo meramente soggettivo; cioè in base alla circostanza che sia prestata da un lavoratore privato ovvero da un lavoratore pubblico, che abbia una retribuzione principale pari o prossima al "tetto" indicato, il quale perciò, a differenza dell'altro, che pur svolge la medesima prestazione, di nulla, in pratica, verrebbe ad essere retribuito per quanto supera il "tetto". Si tratterebbe, conseguentemente, di un'evidente disparità di trattamento non di situazioni simili, ma della medesima situazione; e questo varrebbe per tutti i giudici tributari che siano pubblici dipendenti, purché toccati dal "tetto", rispetto a tutti i giudici tributari che non siano pubblici dipendenti, anche se altrimenti sarebbero stati toccati dal "tetto" medesimo. Questa conclusione non sarebbe "giustificata" da altro se non che il rapporto di lavoro "principale" è, da un lato, di lavoro privato, dall'altro, di lavoro pubblico. Ma nulla muterebbe con riferimento alle energie e risorse personali e ai tempi messi a disposizione ed utilizzati dai due lavoratori nello svolgere quel pur medesimo lavoro. 1.5.1.- Inoltre, ad avviso del giudice rimettente, ancor meno una tale discriminazione troverebbe giustificazione con riguardo ai doveri inderogabili di solidarietà economica e sociale di cui all'art. 2 Cost., posti a carico di tutti in relazione alle loro capacità - anche economiche ai sensi dell'art. 53 Cost. -, ma di cui nella fattispecie evidentemente si farebbe carico il solo dipendente pubblico, mentre il lavoratore privato ne sarebbe espressamente affrancato, anche se, quale cittadino, alla fine ne beneficia, quale che sia il suo livello di reddito. La discriminazione e la disparità si aggraverebbero alla luce del fatto che nessun riguardo le norme sospettate di illegittimità costituzionale porrebbero alla complessiva capacità reddituale da lavoro dei soggetti così diversamente trattati. 1.5.2.- Il Consiglio di Stato ritiene, altresì, che l'applicazione delle norme denunciate interferirebbe non con una prestazione lavorativa secondaria a remunerazione "fissa", ma con una prestazione la cui remunerazione è dalla legge prevista come variabile, in relazione alla quantità e al livello del lavoro effettuato, ai sensi dell'art. 13 del decreto legislativo 31 dicembre 1992, n. 545 (Ordinamento degli organi speciali di giurisdizione tributaria ed organizzazione degli uffici di collaborazione in attuazione della delega al Governo contenuta nell'art. 30 della legge 30 dicembre 1991, n. 413). L'incidenza del quadro normativo denunciato sul riconoscimento degli emolumenti per l'attività espletata di giudice tributario determinerebbe in sé una tendenziale, progressiva imposizione della gratuità della prestazione lavorativa effettuata in capo a chi è prossimo, o addirittura ha già raggiunto, il "tetto" retributivo suddetto. Questa situazione genererebbe un'ulteriore disparità di trattamento, interna alla categoria dei dipendenti pubblici che svolgono un siffatto servizio ulteriore: a seconda che siano o non siano prossimi al (o abbiano raggiunto il) "tetto". Dalle indicate comparazioni risulterebbe, pertanto, una gratuità tendenziale, paradossalmente tanto maggiore quanto maggiore sia l'impegno lavorativo, complessivo e settoriale, realmente esplicato dal lavoratore a beneficio dell'amministrazione pubblica. 1.5.3.- In base a queste premesse, le norme censurate sarebbero lesive sia del principio di ragionevolezza, sia del principio di eguaglianza. Il rimettente lamenta anche il vulnus al principio generale della giusta e - a parità di condizioni - pari retribuzione del lavoro di cui all'art. 36 Cost. Argomenta, sul punto, il Consiglio di Stato che si tratterebbe di principi oggi immanenti a ogni ordinamento civile, tanto da concretizzare - già sul piano internazionale - un riconosciuto diritto fondamentale dell'uomo. Infatti, il «diritto ad eguale retribuzione per eguale lavoro» sarebbe espressamente considerato un diritto dell'uomo dall'art. 23, secondo comma, della Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo. Si ricadrebbe perciò nella violazione non solo dell'art. 36 Cost., ma anche - e prima - del diritto dell'uomo a tale parità di retribuzione, riconosciuto al massimo livello internazionale: del che occorrerebbe tener conto alla luce dell'art. 10, primo comma, Cost., anche in combinato disposto con l'art. 2 Cost. 1.5.4.- Inoltre, una tale discriminatoria privazione della proporzionata retribuzione del lavoro andrebbe ponderata anche nel tempo, essendo ormai passati cinque anni dall'avvio del "taglio". Secondo il giudice a quo, la distinzione, specie se considerata in un così lungo lasso temporale, parrebbe superare il parametro di sostenibilità dell'eccezione e appalesarsi per quello che è, ossia un'effettiva discriminazione: il che sembrerebbe oltrepassare la soglia stabilita dalla sentenza n. 124 del 2017, che - riferendosi alla congiuntura economica - ha richiamato una «tutela sistemica, non frazionata, dei valori costituzionali», tale per cui «[i]l principio di proporzionalità della retribuzione alla quantità e alla qualità del lavoro svolto deve essere valutato [...] in un contesto peculiare». Il riferimento al «contesto particolare» indurrebbe a prospettare che il lungo tempo ormai trascorso sarebbe un indice del superamento di un tale limite. In forza di queste considerazioni, le norme denunciate violerebbero anche l'art. 36, primo comma, Cost., parametro che applica al lavoro il principio di proporzionalità, di generale imperatività e riferibile a tutti i rapporti di lavoro subordinato. Il principio prescinderebbe dalle preesistenti condizioni economiche soggettive del lavoratore e sarebbe ancorato all'oggettivo valore economico proprio del singolo lavoro prestato - nella specie, nel quantum stabilito dalle norme di legge sulla proporzionale remunerazione dei giudici tributari, quale che sia il loro rapporto di lavoro "principale", pubblico o privato, dipendente o autonomo. Sarebbe, dunque, collegato al mero fatto dell'effettiva prestazione personale mediante l'utilizzazione delle energie lavorative; e non soffrirebbe limitazioni o restrizioni - e soprattutto discriminazioni - per la circostanza dell'afferire a un secondo, volontario, lavoro, qual è il lavoro di giudice tributario. 1.5.5.- Ad avviso del giudice a quo, non rispetterebbe la comune logica assumere che la percezione del "tetto massimo" varrebbe ad assicurare l'adeguata retribuzione di tutte le attività lavorative effettivamente svolte, per quanto considerate e confuse in un coacervo contabile.