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Nel metodo, è un vulnus istituzionale che costituisce un pericoloso precedente. Nel merito, il provvedimento modifica le modalità di rinnovo e consente una pluralità di rinnovi. Fino a questo momento, secondo la legge istitutiva, i vertici dei Servizi sono nominati con un mandato di un massimo di quattro anni rinnovabile una sola volta; nella storia, cioè nella prassi di questa Repubblica, fino agli anni del Governo Renzi, tutti i Presidenti del Consiglio hanno dato un mandato pieno di quattro anni mai rinnovato, perché sono sufficienti e tutti li hanno ritenuti tali; si era optato per un mandato pieno di quattro anni, mai rinnovato. Renzi cambia la prassi, di fatto mantiene il tetto dei quattro anni e stabilisce un mandato di due, poi rinnovato di altri due; fino ad oggi, dunque, abbiamo sempre avuto un mandato di quattro anni, anche quando è stata utilizzata la possibilità del rinnovo (due più due). Con il provvedimento in esame, invece, si stabilisce che nella seconda fase ci possono essere innumerevoli rinnovi; succede quindi che il Presidente del Consiglio, che sui Servizi ha già i poteri straordinari di indirizzo, di nomina e di revoca, può anche fare nomine di sei mesi o di sei giorni e può rinnovarli ogni sei giorni o ogni sei mesi, in tal modo violando un principio costituzionale tale per cui qualunque mandato nella pubblica amministrazione dev'essere dato con un tempo congruo per essere esercitato in autonomia e responsabilità. Questo tempo congruo non c'è e potrebbe accadere il caso che, essendo rinnovabile innumerevoli volte, può essere rinnovato sei mesi, poi altri sei e ancora altrettanti, trasformando di fatto i direttori dell'Agenzia in attendenti della Presidenza del Consiglio, danneggiando l'equilibrio dei poteri. Stiamo parlando del potere sui servizi segreti, cioè coloro che agiscono con garanzie funzionali per garantire le istituzioni, la democrazia, la libertà, la sovranità e la sicurezza nazionale. In questo campo, ogni parola è importante e ogni norma è decisiva. Il metodo è ancora più importante del merito. In questo caso, ci sono un vulnus istituzionale sul metodo, ma anche una ferita nel merito, perché in questo modo trasformiamo in precari i direttori dei Servizi, che dipendono soltanto da figure che rispondono al Presidente del Consiglio. È un equilibrio di poteri che la legge aveva ben definito: non può essere stravolto con un decreto-legge, nella notte, all'insaputa del Parlamento e con un doppio voto di fiducia, che non ci consente di deliberare nel merito. Lo dico non come rappresentante di Fratelli d'Italia, ma in quanto membro del Senato e della democrazia italiana: non possiamo concederlo a nessuno, nemmeno a questo Governo. (Applausi). PARENTE (IV-PSI) . Domando di parlare per dichiarazione di voto. PRESIDENTE. Ne ha facoltà. PARENTE (IV-PSI) . Signor Presidente, colleghi, rappresentanti del Governo, discutiamo stamane della conversione in legge del decreto-legge n. 83 del luglio 2020, che consta di soli tre articoli e un allegato. Si tratta essenzialmente, come sappiamo tutti, dell'estensione fino al 15 ottobre dello stato di emergenza deliberato dal Governo il 31 gennaio in seguito all'epidemia da Coronavirus, quindi della proroga dell'efficacia delle disposizioni dei decreti-legge precedenti, soprattutto i decreti-legge nn. 19 e 33 del 2020. Di questo stiamo parlando e tale è la cornice d'intervento. Le suddette normative hanno disciplinato l'applicazione delle misure per contrastare l'epidemia: il decreto-legge n. 19 del 2020 era molto incentrato sul contrasto e sulle limitazioni; il decreto-legge n. 33 ha proseguito con un graduale allentamento delle misure di contenimento, in rapporto all'evolversi della situazione epidemiologica. In più, alla Camera, quello in esame è stato arricchito da una norma di coordinamento tra i citati decreti-legge, anche per misurare e meglio calibrare, in ragione dell'evoluzione epidemiologica territoriale, il rapporto tra lo Stato e le Regioni. Quindi, ci stiamo muovendo in una cornice normativa di rango primario. Sappiamo tutti che Italia Viva è stata tra le prime forze politiche di maggioranza ad aver sollecitato un maggiore protagonismo del Parlamento a prendere decisioni con normative di rango primario, e questo sta avvenendo. Ricordo a tutti che il 28 luglio il presidente del Consiglio Conte, venendo in Senato, ha esplicitamente detto che i successivi decreti del Presidente del Consiglio dei ministri sarebbero stati emanati soltanto in base ai principi di adeguatezza, proporzionalità e precauzione. Quel giorno abbiamo votato una risoluzione tale per cui bisogna definire con norma primaria le eventuali misure di limitazione delle libertà fondamentali e le misure di contrasto all'epidemia, per superare i rilievi di costituzionalità, devono essere non solo limitate nel tempo, ma anche proporzionate all'andamento dell'epidemia. A me pare che in questo quadro ci stiamo muovendo. Ricordo soltanto alcune delle norme che proroghiamo: le assunzioni degli specializzandi, l'aumento dei posti in terapia intensiva e delle unità speciali di continuità assistenziale (USCA), il reclutamento dei medici di medicina generale, iniziative di solidarietà in favore dei familiari dei medici, la facilitazione per l'acquisto dei dispositivi di protezione, nonché misure straordinarie per la produzione di mascherine. A proposito di questo, vorrei dire che dobbiamo anche riflettere su quanto sta avvenendo nel sistema Italia, e qualche volta anche parlare di questioni positive. Ebbene, nell'ambito della produzione delle mascherine sta avvenendo una riconversione molto importante quanto ai macchinari: grandi gruppi industriali italiani stanno producendo macchinari per fabbricare mascherine, che - lo ricordo - in Occidente non si producevano più. Questo è un dato estremamente positivo, perché il sistema Italia, già prima di questa pandemia, quando mai nessuno pensava di dover produrre macchinari per realizzare mascherine, era leader nel mondo per la produzione di macchinari. Queste sono realtà molto importanti di cui tutti, come Italia, dovremmo essere orgogliosi. Vi è una questione che mi sta particolarmente a cuore, ma l'hanno sollevata anche molti colleghi dell'opposizione: ci stiamo impegnando nel prossimo decreto-legge a prorogare quell'articolo 26 del cura Italia che equiparava al ricovero ospedaliero l'assenza dal lavoro dei lavoratori con disabilità grave, immunodepressi, con patologie oncologiche o che necessitano di terapie salvavita, che sono molto esposti al contagio, o meglio alle conseguenze gravissime che potrebbero avere, se contagiati. Questa norma è scaduta il 31 luglio: cercheremo, nel prossimo provvedimento di conversione del decreto-legge agosto, di prorogarla; magari, laddove non sia possibile, vorremmo prevedere per i lavoratori fragili l'applicazione di forme di lavoro agile o altre tutele, ma dobbiamo farlo. Purtroppo non siamo ancora in gestione ordinaria, perché il mondo è in condizioni straordinarie e solo mantenendo alta la guardia e restando in un'emergenza controllata potremo evitare di ricadere di nuovo in condizioni di estrema urgenza.