[pronunce]

che sanciva, anche per l'imputato contumace, la decorrenza del termine per impugnare solo dal giorno della notificazione dell'avviso di deposito della sentenza, con l'estratto del provvedimento; che, secondo l'Avvocatura generale dello Stato, la giurisprudenza costituzionale, pur se maturata nel vigore del precedente codice di rito, avrebbe già escluso - con riguardo ai differenti termini allora riconosciuti ad imputato e pubblico ministero per proporre impugnazione - qualsiasi violazione del principio di eguaglianza e dello stesso diritto di difesa, ritenendo che il pubblico ministero è organo di giustizia, preposto, nell'interesse generale alla difesa dell'ordinamento, alla persecuzione dei reati, sicché la diversa disciplina trova giustificazione razionale nella strutturazione stessa dell'organo di accusa, il quale, date le numerose incombenze, «ha evidentemente bisogno di un maggior termine di quanto non occorra all'imputato per decidere intorno al suo personale ed unico interesse» (così sentenza n. 136 del 1971); che tale principio, a giudizio dell'Avvocatura generale dello Stato, servirebbe a confermare la razionalità della previsione che impone di comunicare al solo procuratore generale presso la corte d'appello l'avviso di deposito della sentenza, con l'estratto del provvedimento, in quanto su tale organo incombe l'onere di deliberare in ordine all'impugnazione dei provvedimenti emessi in udienza da qualsiasi giudice della sua circoscrizione diverso dalla corte d'appello (art. 585, comma 2, lettera d), cod. proc. pen.). Considerato che il Tribunale ordinario di Prato ha sollevato, in riferimento agli artt. 3, 24 e 111 della Costituzione, questioni di legittimità costituzionale degli artt. 548, comma 3, e 585, comma 2, lettera d), del codice di procedura penale, nonché degli artt. 10, comma 5, e 11, comma 1, della legge 28 aprile 2014, n. 67 (Deleghe al Governo in materia di pene detentive non carcerarie e di riforma del sistema sanzionatorio. Disposizioni in materia di sospensione del procedimento con messa alla prova e nei confronti degli irreperibili); che l'oggetto delle questioni di legittimità costituzionale deve essere correttamente individuato negli artt. 548, comma 3, e 585, comma 2, lettera d), cod. proc. pen. , come modificati dagli artt. 10, comma 5, e 11, comma 1, della legge n. 67 del 2014, i quali ultimi si limitano, appunto, ad apportare le censurate modifiche alle indicate norme del codice di procedura penale; che il giudice a quo dubita, in particolare, della legittimità costituzionale dell'omessa previsione - per l'imputato dichiarato assente e a differenza di quanto previsto in passato per il contumace - della notifica dell'estratto della sentenza (recte: dell'avviso di deposito con l'estratto della sentenza), a fronte della comunicazione di tali atti contemplata, ora, solo in favore del procuratore generale presso la corte d'appello; che la rilevanza delle sollevate questioni di costituzionalità è motivata, dal giudice a quo, sulla base della circostanza che l'imputato è stato dichiarato assente nel giudizio principale, sicché non potrebbe beneficiare della notifica dell'estratto di sentenza (e dell'avviso di deposito); che, a giudizio del tribunale rimettente, per la perdurante previsione della comunicazione di tali atti al procuratore generale presso la corte d'appello, sarebbe violato il principio di eguaglianza di cui all'art. 3 Cost., in quanto solo sull'imputato dichiarato assente graverebbe l'obbligo di informarsi costantemente «onde non essere pregiudicato nei tempi dell'appello»; che, sempre secondo il giudice a quo, la possibilità per la procura generale presso la corte d'appello di «appellare prima dell'imputato» e l'onere gravante su quest'ultimo di informarsi integrerebbero una violazione del diritto di difesa; che, a parere del giudice rimettente, per effetto della previsione del novellato art. 585, comma 2, lettera d), cod. proc. pen. - secondo cui il termine per proporre impugnazione decorre dal momento della comunicazione dell'avviso di deposito, ma solo per il procuratore generale presso la corte d'appello - all'imputato dichiarato assente spetterebbe un termine «quasi sicuramente inferiore» a quello riconosciuto al procuratore generale presso la corte d'appello; che, in definitiva, il sistema delineato dalla legge n. 67 del 2014 determinerebbe, secondo il giudice a quo, una condizione di disparità fra le parti, rafforzando, in violazione dell'art. 111 Cost., il vantaggio della parte pubblica; che le questioni così sollevate sono manifestamente inammissibili, per plurime ragioni; che, in primo luogo, il giudice rimettente non chiarisce i motivi per i quali le norme censurate sarebbero applicabili nel giudizio a quo; che, infatti, tali norme, nel disciplinare adempimenti successivi alla pubblicazione della sentenza, rientrano nel sistema delle impugnazioni, mirando a rendere effettivo l'esercizio del relativo diritto; che spetta, dunque, al giudice dell'impugnazione valutare gli effetti - sull'esercizio del diritto di impugnare la sentenza (allo stato, peraltro, solo in ipotesi sfavorevole) - della mancata previsione della notifica, all'imputato dichiarato assente, dell'avviso di deposito della sentenza e del relativo estratto; che il tribunale rimettente, giudice di primo grado, non deve invece fare applicazione delle norme sospettate di incostituzionalità (ex plurimis, sentenze n. 76 e n. 36 del 2016; ordinanze n. 92 del 2016 e n. 264 del 2015), conseguendone la manifesta inammissibilità per difetto di rilevanza delle questioni di legittimità costituzionale sollevate; che, in secondo luogo, il tenore testuale dell'ordinanza di rimessione lascia ritenere che essa sia stata pronunciata in una fase processuale in cui la lettura del dispositivo in assenza dell'imputato risultava ancora una mera eventualità; che, infatti, fino a quando il giudice non abbia già dichiarato chiusa la discussione e si sia ritirato per deliberare, l'imputato può sempre comparire personalmente all'udienza, con conseguente revoca, anche d'ufficio, dell'ordinanza che abbia disposto di procedere in sua assenza, come espressamente prevede il comma 4 dell'art. 420-bis cod. proc. pen. , novellato dalla legge n. 67 del 2014; che, pertanto, le questioni di legittimità costituzionale sollevate appaiono meramente eventuali, e irrilevanti in quanto premature (ex multis, sentenza n. 60 del 2014; ordinanze n. 161 del 2015, n. 96 del 2014, n. 26 del 2012, n. 176 del 2011, n. 363 e n. 96 del 2010), poiché condizionate alla mancata comparizione in udienza, pur sempre ancora possibile, dell'imputato dichiarato assente; che, anche sotto questo profilo, le questioni di legittimità costituzionale sollevate devono essere dichiarate manifestamente inammissibili.