[pronunce]

Con l'ordinanza indicata in epigrafe la Corte d'appello di Firenze ha sollevato questione di legittimità costituzionale dell'art. 13, comma 1-quater, del decreto del Presidente della Repubblica 30 maggio 2002, n. 115 (Testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di spese di giustizia - Testo A), introdotto dall'art. 1, comma 17, della legge 24 dicembre 2012, n. 228 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato - Legge di stabilità 2013), in riferimento agli artt. 3 e 53 della Costituzione. La disposizione censurata prevede che «[q]uando l'impugnazione, anche incidentale, è respinta integralmente o è dichiarata inammissibile o improcedibile, la parte che l'ha proposta è tenuta a versare un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per la stessa impugnazione, principale o incidentale, a norma del comma 1-bis. Il giudice dà atto nel provvedimento della sussistenza dei presupposti di cui al periodo precedente e l'obbligo di pagamento sorge al momento del deposito dello stesso». Il rimettente sostiene che tale previsione, applicabile anche nel caso in cui l'appello sia dichiarato improcedibile ai sensi dell'art. 348, secondo comma, del codice di procedura civile per mancata comparizione dell'appellante alla prima udienza ed a quella successiva di cui gli sia stata data comunicazione, realizzerebbe un'ingiustificata disparità di trattamento - in violazione dell'art. 3 Cost. - rispetto all'ipotesi di cancellazione della causa dal ruolo e conseguente estinzione del processo ai sensi degli artt. 181 e 309 cod. proc. civ. Poiché la disposizione censurata avrebbe natura tributaria, ad avviso del rimettente risulterebbe violato anche l'art. 53 Cost. 2.- Sotto il profilo della rilevanza, il giudice a quo riferisce che, a fronte della mancata comparizione della parte appellante alla prima udienza ed a quella successiva di cui le è stata data comunicazione, dovrebbe dichiarare l'appello improcedibile ai sensi dell'art. 348, secondo comma, cod. proc. civ. e - in ragione di tale declaratoria -dovrebbe altresì rilevare la sussistenza di uno dei presupposti previsti per il versamento dell'ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per la stessa impugnazione, così come prescritto dalla norma censurata. Quest'ultima troverebbe applicazione nella fattispecie ratione temporis, atteso che: a) l'art. 1, comma 18, della legge n. 228 del 2012 ne prevede l'applicabilità ai procedimenti iniziati a partire dal 31 gennaio 2013; b) la giurisprudenza di legittimità è costante nel dare rilievo al momento della pendenza del giudizio d'impugnazione per stabilire l'operatività della norma (Corte di cassazione, sesta sezione civile, sentenza 10 luglio 2015, n. 14515, nonché Corte di cassazione, sezioni unite civili, sentenza 18 febbraio 2014, n. 3774); c) dall'intestazione dell'ordinanza di rimessione risulta chiaramente che il giudizio in cui essa è stata adottata risale al 2014. Di qui l'infondatezza dell'eccezione di difetto di motivazione sulla rilevanza sollevata dall'Avvocatura generale dello Stato. 3.- Preliminarmente deve essere dichiarata inammissibile la questione di legittimità costituzionale dell'art. 13, comma 1-quater, del d.P.R. n. 115 del 2002 in riferimento all'art. 53 Cost. Il rimettente omette di illustrare compiutamente i motivi per cui la disposizione violerebbe il parametro indicato: «[q]uando il provvedimento introduttivo risulta carente in ordine alle ragioni di contrasto tra la norma censurata ed i parametri costituzionali evocati, la giurisprudenza costituzionale è costante nel senso che la relativa questione debba considerarsi inammissibile» (ex plurimis, sentenza n. 223 del 2015). 4.- La questione di legittimità costituzionale dell'art. 13, comma 1-quater, del d.P.R. n. 115 del 2002 in riferimento all'art. 3 Cost. non è fondata. 4.1.- Le situazioni messe a confronto dal rimettente non sono omogenee. La disposizione censurata correla l'aggravio del contributo unificato all'integrale reiezione dell'impugnazione o alla sua declaratoria di inammissibilità o di improcedibilità. L'art. 348, secondo comma, cod. proc. civ. prevede un'ipotesi di improcedibilità dell'appello, comminandola nel caso in cui l'appellante costituito ometta di comparire alla prima udienza ed a quella successiva, ritualmente comunicata. L'art. 181 cod. proc. civ. - richiamato dall'art. 309 cod. proc. civ. per le udienze successive alla prima ed applicabile nei giudizi di secondo grado in ragione del rinvio operato dall'art. 359 cod. proc. civ. - stabilisce che, se nessuna delle parti compare alla prima udienza, il giudice ne fissi una successiva a seguito della quale, se di nuovo nessuna delle parti compare, ordina la cancellazione della causa dal ruolo e dichiara l'estinzione del processo. Non può essere condiviso l'assunto del rimettente secondo cui la norma impugnata discriminerebbe ingiustificatamente le due richiamate fattispecie, sanzionando la prima con il raddoppio del contributo unificato e lasciandone esente la seconda. Nonostante il dato comune rappresentato dalla mancata comparizione, cui si correla sia l'improcedibilità di cui all'art. 348, secondo comma, cod. proc. civ. , sia la cancellazione della causa dal ruolo e l'estinzione del processo ai sensi degli artt. 181 e 309 cod. proc. civ. , le due fattispecie non sono infatti equiparabili sotto il profilo dedotto dal rimettente. Anzitutto, va sottolineato come il regime del raddoppio del contributo unificato accomuni tutti i casi di esito negativo dell'appello, essendo previsto per le ipotesi del rigetto integrale o della definizione in rito sfavorevole all'appellante. In tale categoria rientra l'improcedibilità comminata dall'art. 348, secondo comma, cod. proc. civ. , ma non l'ipotesi di cancellazione della causa dal ruolo ed estinzione del processo. In secondo luogo, come evidenziato dalla giurisprudenza di legittimità (Corte di cassazione, sesta sezione civile, ordinanza 2 luglio 2015, n. 13636, e sentenza 15 settembre 2014, n. 19464), la norma censurata risponde alla ratio, evidente nei casi di reiezione in rito, di scoraggiare le impugnazioni dilatorie o pretestuose. Tale ratio non è ravvisabile nella fattispecie di cui all'art. 181 cod. proc. civ.