[pronunce]

SENTENZA ha pronunciato la seguentenel giudizio di legittimità costituzionale dell'art. 516 del codice di procedura penale, promosso dalla Corte d'appello di Lecce nel procedimento penale a carico di P.M. ed altro con ordinanza del 13 novembre 2013, iscritta al n. 5 del registro ordinanze 2014 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 7, prima serie speciale, dell'anno 2014. Visto l'atto di costituzione di P.M.; udito nell'udienza pubblica del 4 novembre 2014 il Giudice relatore Giuseppe Frigo; udito l'avvocato Ladislao Massari per P.M.. Ritenuto in fatto Considerato in diritto 1.- Con ordinanza del 13 novembre 2013, la Corte d'appello di Lecce ha sollevato, in riferimento agli artt. 3 e 24, secondo comma, della Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell'art. 516 del codice di procedura penale, nella parte in cui non prevede la facoltà dell'imputato di chiedere al giudice del dibattimento il giudizio abbreviato relativamente al fatto diverso contestato in dibattimento, quando la nuova contestazione concerne un fatto che non risultava dagli atti di indagine al momento dell'esercizio dell'azione penale. La Corte rimettente, investita dell'appello avverso una sentenza del Tribunale di Brindisi, riferisce che i due imputati appellanti erano stati tratti originariamente a giudizio per rispondere di tentata estorsione aggravata continuata, in concorso tra loro e di altro coimputato. Nel corso del giudizio di primo grado, il pubblico ministero aveva modificato l'imputazione ai sensi dell'art. 516 cod. proc. pen. , contestando - limitatamente ad una delle condotte intimidatorie per le quali si procedeva - la forma consumata, anziché quella tentata del delitto di estorsione: ciò, sulla base delle dichiarazioni rese in dibattimento dal coimputato, stando alle quali l'offeso avrebbe nell'occasione ceduto alle pressioni, versando agli imputati una somma di denaro. A seguito della modifica, lo stesso pubblico ministero aveva chiesto l'ammissione di una nuova prova, rappresentata dall'esame di un collaboratore di giustizia, mentre i difensori avevano chiesto ed ottenuto la concessione di un termine a difesa. Alla successiva udienza, i difensori di tutti gli imputati avevano chiesto che il processo fosse definito con giudizio abbreviato ai sensi dell'art. 516 cod. proc. pen. , interpretato alla luce della «lettura combinata» delle sentenze della Corte costituzionale n. 333 del 2009 e n. 237 del 2012. In subordine, ove tale interpretazione non fosse ritenuta praticabile, avevano eccepito l'illegittimità costituzionale del citato articolo per contrasto con gli artt. 3 e 24 Cost. Tanto la richiesta di rito alternativo che l'eccezione di illegittimità costituzionale erano state disattese dal Tribunale, che aveva quindi condannato il primo degli attuali appellanti alla pena di cinque anni di reclusione ed euro 2.500 di multa, ritenendolo responsabile di uno solo degli episodi di estorsione tentata; il secondo alla pena di sette anni e sei mesi di reclusione ed euro 3.000 di multa, dichiarandolo colpevole di tutti i fatti oggetto di giudizio, compreso quello di estorsione consumata. Nel giudizio di appello, i difensori degli imputati avevano riproposto l'eccezione. Ciò premesso, la Corte leccese rileva che la fattispecie oggetto del giudizio a quo resta estranea alle dichiarazioni di illegittimità costituzionale di cui alle citate sentenze n. 333 del 2009 e n. 237 del 2012, concernenti la preclusione all'accesso al giudizio abbreviato nel caso di nuove contestazioni dibattimentali. La prima delle due decisioni attiene, infatti, alle sole contestazioni cosiddette "tardive" o "patologiche" - relative, cioè, a fatti che già risultavano dagli atti di indagine al momento dell'esercizio dell'azione penale - mentre nella specie si discute di una modifica dell'imputazione "fisiologica", legata alle nuove risultanze dell'istruzione dibattimentale. La sentenza n. 237 del 2012 si riferisce, a sua volta, alla sola contestazione suppletiva "fisiologica" di un reato concorrente ai sensi dell'art. 517 cod. proc. pen. , mentre nella specie si è di fronte alla contestazione "fisiologica" di un fatto diverso, ai sensi dell'art. 516 cod. proc. pen. La Corte rimettente ritiene conseguentemente di dover sollevare questione di legittimità costituzionale di quest'ultima disposizione, nella parte in cui non consente all'imputato di chiedere al giudice del dibattimento il giudizio abbreviato, relativamente al fatto diverso contestato in dibattimento, quando la nuova contestazione concerna un fatto non risultante dagli atti di indagine al momento dell'esercizio dell'azione penale. Ad avviso del giudice a quo, gli argomenti posti a base della citata sentenza n. 237 del 2012 - sinteticamente ripercorsi nell'ordinanza di rimessione - varrebbero anche in rapporto alla contestazione dibattimentale "fisiologica" di un fatto diverso: e ciò tanto più quando - come nella specie - quest'ultimo presenti «connotati materiali difformi da quelli descritti nella contestazione originaria», tali da rendere necessaria «una puntualizzazione nella ricostruzione degli elementi essenziali del reato». Anche in questa ipotesi, come in quella della contestazione suppletiva del reato concorrente, l'imputato verrebbe a trovarsi in posizione diversa e deteriore, quanto alla facoltà di accesso al rito alternativo e alla fruizione della correlata diminuzione di pena, rispetto a chi fosse chiamato a rispondere della stessa imputazione fin dall'inizio. Da un lato, infatti, sarebbe evidente come, ai fini di una ponderata scelta riguardo all'accesso al giudizio abbreviato, non sia indifferente la contestazione di una fattispecie di reato consumata, anziché tentata. Dall'altro lato, non si potrebbe pretendere che l'imputato valuti la convenienza di detta scelta tenendo conto anche della possibilità che, a seguito del dibattimento, l'accusa originaria venga diversamente descritta. Sarebbe, dunque, fonte di ingiustificata disparità di trattamento e di compromissione delle facoltà difensive la circostanza che, a fronte di tutte le altre forme di esercizio dell'azione penale, l'imputato possa liberamente optare, senza condizioni, per il giudizio abbreviato, mentre analoga facoltà non gli sia riconosciuta nel caso di nuove contestazioni, se non nelle limitate ipotesi oggetto delle sentenze n. 333 del 2009 e n. 237 del 2012. L'art. 3 Cost. sarebbe violato anche perché, a fronte della nuova contestazione di cui si discute, l'imputato potrebbe fruire dei vantaggi connessi ad alcuni riti speciali - quali il patteggiamento e l'oblazione, sulla base della normativa risultante dalle sentenze n. 265 del 1994 e n. 530 del 1995 della Corte costituzionale - vedendosi invece inibito l'accesso al giudizio abbreviato.