[pronunce]

onde ne risulterebbe una disciplina ambigua, a fronte della quale lo straniero, che abbia chiesto al questore l'autorizzazione al rientro per l'esercizio del diritto di difesa, rischierebbe di trovarsi esposto ad una nuova e più grave sanzione per non aver ottenuto anche quella del Ministro; che i dubbi di legittimità costituzionale sarebbero accresciuti dal disposto dell'art. 13, comma 3-quater, del d.lgs. n. 286 del 1998, in forza del quale, nei casi di cui ai commi 3, 3-bis e 3-ter, il giudice, acquisita la prova dell'avvenuta espulsione, se non è stato ancora emesso il provvedimento che dispone il giudizio, pronuncia sentenza di non luogo a procedere; che, bloccando l'esercizio dell'azione penale qualora l'espulsione sia stata effettivamente eseguita, la norma impedirebbe infatti allo straniero di accedere ad un «giusto processo» riguardo ai fatti contestatigli: con violazione non soltanto degli artt. 24 e 111 Cost., ma anche dell'art. 3 Cost. in relazione agli artt. 5, comma 4, e 6 della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali, nonché dell'art. 13 Cost., prevedendosi un caso di restrizione della libertà personale (arresto obbligatorio) che non trova il suo naturale sbocco nel vaglio giurisdizionale; che sarebbe censurabile, sul piano del rispetto dei principi di uguaglianza e di difesa, anche la scelta legislativa di imporre, per il reato in questione, un anomalo rito direttissimo: impedendo così, da un lato, al pubblico ministero di esercitare l'azione penale secondo i criteri ordinari e, in particolare, in base alla regola di cui all'art. 449 cod. proc. pen. , che configura come facoltativa la diretta presentazione dell'imputato in stato di arresto davanti al giudice del dibattimento (e ciò segnatamente ove le circostanze concrete possano far ritenere giustificata la permanenza sul territorio dello Stato dello straniero arrestato); e ostacolando, dall'altro lato, l'esercizio del diritto di difesa dell'imputato, anche tramite lo svolgimento di indagini difensive tese al reperimento di prove di cause giustificative di detta permanenza; che nel giudizio di costituzionalità è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, il quale ha chiesto che la questione sia dichiarata inammissibile o comunque infondata; che con l'ordinanza in epigrafe, emessa nel corso di un procedimento penale nei confronti di uno straniero imputato del reato di cui all'art. 14, comma 5-ter, del decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286, il Tribunale di Firenze ha sollevato, in riferimento agli artt. 10, 13 (parametro indicato solo in motivazione), 24, 101 e 111 della Costituzione, questione di legittimità costituzionale del combinato disposto dell'art. 558 del codice di procedura penale e degli artt. 13 e 14 del decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286, come modificati dalla legge 30 luglio 2002, n. 189, nella parte in cui impediscono, rispetto alla maggior parte dei reati commessi da stranieri espulsi – e comunque rispetto al reato di cui al comma 5-ter dell'art. 14 – che i giudizi direttissimi instaurati davanti al giudice monocratico nei confronti di detti soggetti si concludano con una decisione di merito; che l'ordinanza premette che – convalidato l'arresto dell'imputato – si dovrebbe procedere nei suoi confronti con giudizio direttissimo, in virtù del combinato disposto degli artt. 558 cod. proc. pen. e 14, comma 5-quinquies, del d.lgs. n. 286 del 1998; che, alla luce di una serie di norme introdotte dalla novella del 2002, tale giudizio sarebbe peraltro destinato ineluttabilmente a sfociare in una pronuncia non di merito; che, essendo stata rigettata la richiesta del pubblico ministero di applicazione della custodia cautelare in carcere, dovrebbe essere infatti rilasciato, a norma dell'art. 13, commi 3 e 3-bis, del d.lgs. n. 286 del 1998, il nulla osta all'esecuzione dell'espulsione dello straniero; che solo l'applicazione della predetta misura cautelare viene infatti configurata come impedimento assoluto all'espulsione, mentre negli altri casi la discrezionalità accordata al giudice è minima: potendo egli negare il nulla osta solo «in presenza di inderogabili esigenze processuali valutate in relazione all'accertamento della responsabilità di eventuali concorrenti nel reato o imputati in procedimenti connessi, e all'interesse della persona offesa»; ovvero se si tratta dei reati previsti dall'art. 407, comma 2, lettera a), cod. proc. pen.; che nella maggior parte dei casi, pertanto – e comunque riguardo al reato oggetto del giudizio a quo, rispetto al quale le predette esigenze appaiono difficilmente configurabili – l'attuazione dell'espulsione (che, quale provvedimento amministrativo, costituisce lo stesso presupposto del reato) non potrebbe essere impedita dal giudice e risulterebbe, dunque, praticamente certa; che in forza del comma 3-quater dell'art. 13, d'altro canto, il giudice, «se non è stato ancora emesso il provvedimento che dispone il giudizio» – come avverrebbe inevitabilmente nel caso di giudizio direttissimo monocratico, che non conosce tale provvedimento, essendo ben diverse la forma e la natura della presentazione dell'arrestato all'udienza da parte del pubblico ministero, di cui all'art. 558 cod. proc. pen. – «acquisita la prova dell'avvenuta espulsione … pronuncia sentenza di non luogo a procedere»; che ne deriverebbe, quindi, che, rispetto alla maggioranza dei reati commessi da immigrati espulsi, e comunque per il reato oggetto del giudizio a quo, i giudizi direttissimi davanti al giudice monocratico sarebbero destinati a concludersi obbligatoriamente con una sentenza di improcedibilità per effetto della mera «circostanza estrinseca» dell'avvenuta espulsione: condizione, questa, che si realizzerebbe peraltro automaticamente, ad esempio, a seguito della richiesta di termini a difesa; che, in tal modo, lo straniero verrebbe peraltro privato del diritto di difesa e del diritto di accesso ad un «giusto processo» quanto ai fatti contestati, in violazione degli artt. 24 e 111 Cost., nonché dell'art. 10, secondo comma, Cost., in riferimento agli artt. 5 e 6 della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali; che sarebbe inoltre violato l'art. 13 Cost., configurandosi un caso di restrizione della libertà personale – arresto obbligatorio – che non trova il suo naturale sbocco nel vaglio giurisdizionale sul merito dell'accusa;