[ddlpres]

Istituzione del voucher universale per i servizi alla persona e alla famiglia. Onorevoli Senatori. -- Il presente disegno di legge si propone di: favorire la costruzione di un sistema di servizi alla persona e alla famiglia più efficiente, di qualità e con costi sostenibili, che faciliti la conciliazione fra vita privata e attività professionale al fine di contribuire alla crescita dell'occupazione femminile; rendere sostenibile un moderno e più equo sistema di welfare a favore dell'infanzia e delle persone non autosufficienti, basato sui princìpi della sussidiarietà, attraverso la responsabilizzazione, il coinvolgimento e la valorizzazione di tutti i soggetti pubblici e privati del settore sociale e delle imprese al fine di mobilitare risorse aggiuntive a quelle pubbliche; promuovere la crescita dell'occupazione regolare e migliori condizioni di lavoro nel comparto degli household services , considerato dalla Commissione europea con il più elevato potenziale di aumento dell'occupazione e del valore aggiunto, anche a causa dell'invecchiamento della popolazione e alla maggiore domanda dei servizi di cura dell'infanzia da parte delle lavoratrici e dei lavoratori; far emergere il lavoro nero così diffuso fra i collaboratori domestici e gli assistenti personali, soprattutto quelli immigrati, anche per consentire il recupero di risorse aggiuntive da destinare ai servizi attraverso il maggior gettito contributivo determinato dall'aumento dell'occupazione regolare nel comparto dei senrizi alla persona; adottare un sistema universale e standardizzato di voucher per il pagamento dei servizi alla persona da parte delle famiglie, delle imprese e delle amministrazioni pubbliche che sia flessibile, facile da utilizzare e che sia stato già sperimentato con risultati positivi in altri paesi. L'insoddisfacente livello di occupazione femminile, soprattutto nel Mezzogiorno, costituisce uno degli elementi di criticità del mercato del lavoro italiano, che lo pone, anche sotto questo aspetto, notevolmente al di sotto della media raggiunta dai Paesi dell'Unione europea. Infatti, in Italia meno della metà delle donne lavora (47 per cento), in Francia il 60 per cento e in Germania quasi 7 donne su 10 hanno un'occupazione. Il 47 per cento delle donne italiane è inattivo più che in Croazia (45 per cento) -- il 28 per cento in Germania e il 22 per cento in Svezia. In molte regioni del Sud d'Italia come la Campania addirittura il 70 per cento delle donne sta a casa, non lavora, ma neppure cerca un'occupazione, valore non molto distante da quello che si registra in Marocco. È una condizione sociale ed economica insostenibile che quasi cinque donne su dieci non abbiano una retribuzione regolare da lavoro. Le cause della bassa partecipazione delle donne al mercato del lavoro sono molte, tuttavia, incidono in modo e con intensità diversi sul fenomeno. Il primo filone di cause è strettamente legato al dualismo territoriale del mercato del lavoro dal momento che i tassi di occupazione delle regioni centro-settentrionali sono sostanzialmente allineati a quelli europei mentre il divario di quelli delle regioni meridionali dall'Europa è altissimo, per una buona parte a causa dalla presenza di un enorme bacino di forze di lavoro potenziali. Un secondo filone di cause ha per titolo principale la maggiore difficoltà delle donne italiane di conciliare la professione con la vita privata. Questo conflitto tra lavoro e famiglia è a sua volta determinato da un mix molto diversificato di criticità nel territorio, dall'inadeguatezza dei servizi di cura per l'infanzia, per gli adulti e per gli anziani non autosufficienti, al costo dei servizi sostitutivi del lavoro domestico normalmente in capo alle donne, che spesso rende non conveniente lavorare, dalla scarsa diffusione della flessibilità nei posti di lavoro, ai costi della maternità che non sempre sono sostenibili sia dall'impresa che dalla lavoratrice e all'eccessivo peso del lavoro familiare sulle donne. Più di 650.000 madri che si prendono regolarmente cura di figli minori di 15 anni, di adulti malati, disabili o di anziani, che sono inattive oppure occupate part-time a causa dell'inadeguatezza dei servizi di cura per l'infanzia e per le persone non autosufficienti, dichiarano che la maggiore inadeguatezza dei servizi è il loro costo e solo al secondo posto collocano l'insufficiente diffusione dei servizi nel territorio. Di conseguenza, è possibile affermare che il principale motivo che spinge una quota significativa di madri italiane a non lavorare è razionale: quando il costo dei servizi sostitutivi del lavoro domestico e di cura dei bambini è superiore al salario atteso, non è conveniente lavorare. Le donne che si aspettano di guadagnare uno stipendio più alto delle spese che dovrebbero sostenere per i servizi sostitutivi del lavoro domestico e di cura dei familiari sono potenzialmente più propense a lavorare, viceversa alle donne meno istruite e con minori qualifiche professionali, che hanno un'aspettativa salariale più bassa, non conviene lavorare dal momento che il costo dei servizi sostitutivi è più alto del salario che possono guadagnare. Occorre osservare che quasi due terzi delle madri che potrebbero rientrare nel mercato del lavoro, pari circa 334.000 unità, hanno figli di età tra i 3 e i 14 anni e quindi avrebbero bisogno di servizi diversi dagli asili nido, come il tempo pieno della scuola, spesso non previsto nelle regioni del Mezzogiorno, le ludoteche, i servizi di accompagnamento dei figli ed altro, servizi questi ultimi che sono meno costosi degli asili nido. Nel Mezzogiorno, alla carenza obiettiva dei servizi per l'infanzia e per le persone non autosufficienti, si aggiunge una minore ricchezza delle famiglie che spesso non consente di far fronte al costo dei servizi sostitutivi. La crisi economica ha ulteriormente aggravato la difficoltà di conciliare il lavoro con la necessità per le famiglie di sostenere il welfare informale che grava sui bilanci familiari mediamente con una spesa che raggiunge i 667 euro al mese. Da una recente indagine del Censis emerge che complessivamente la spesa che le famiglie sostengono per colf e badanti «incide per il 29,5 per cento sul reddito famigliare: non stupisce, di conseguenza, che già oggi, in piena recessione la maggioranza (56,4 per cento) non riesca più a farvi fronte e sia corsa ai ripari: il 48,2 per cento ha ridotto dei consumi, pur di mantenere il collaboratore; il 20,2 per cento ha intaccato i propri risparmi; addirittura il 2,8 per cento delle famiglie si è dovuta indebitare» . L'irrinunciabilità del servizio sta peraltro portando alcune famiglie a considerare l'ipotesi che un membro della stessa possa rinunciare al lavoro per «prendere il posto» del collaboratore. È prioritario, di conseguenza, ridurre il costo dei servizi di cura per l'infanzia e per le persone non autosufficienti attraverso agevolazioni fiscali e soprattutto misure più ampie come il voucher universale per i servizi alle persone utilizzato in Francia ( Chèque emploi service universel -- CESU), nel Regno Unito (Childcare Vouchers), in Belgio ( TitreNervices pour les services et emplois de proximité ), ma anche in molte regioni italiane.