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Disposizioni in materia di prevenzione e di cura dei disturbi del comportamento alimentare. Onorevoli Senatori. – I disturbi alimentari, nelle varie espressioni che li caratterizzano, rappresentano la patologia più diffusa nella società occidentale dell'ultimo ventennio. Secondo i dati del sondaggio nazionale del Ministero della salute per gli anni 2019-2023, attualmente in Italia più di 3 milioni di persone soffrono di disturbi della nutrizione e dell'alimentazione, di cui il 96 per cento sono donne e il 4 per cento uomini. Un numero però sottostimato, che non arriva a fornire la reale consistenza del fenomeno, perché sappiamo che molte donne e molti uomini vivono questa condizione senza aver mai attivato un percorso di cura. Il presente disegno di legge nasce dall'esigenza di stanziare ogni anno risorse economiche certe per contrastare i disturbi del comportamento alimentare. I disturbi del comportamento alimentare sono manifestazioni e patologie differenti, tutte accomunate da una grande sofferenza psicofisica e da un rapporto conflittuale e faticoso con il cibo, che è ovviamente la spia di dinamiche psicologiche estremamente complesse. Se non trattati in tempo e con metodi adeguati, i disturbi del comportamento alimentare possono diventare una condizione permanente e compromettere seriamente la salute di tutti gli organi e apparati del corpo (cardiovascolare, gastrointestinale, endocrino, ematologico, scheletrico, sistema nervoso centrale, dermatologico e così via) e, nei casi gravi, portare alla morte. Attualmente questi disturbi rappresentano un importante problema di salute pubblica, visto che per l'anoressia e per la bulimia, negli ultimi decenni, c'è stato un progressivo abbassamento dell'età di insorgenza, tanto che sono sempre più frequenti diagnosi in età preadolescenziale e nell'infanzia. In particolare, nel 2019 i casi di disturbi alimentari (anoressia, bulimia e abbuffate compulsive – binge eating) intercettati sono stati 680.569, aumentati a 879.560 nel 2020, a 1.230.468 nel 2021 e a 1.450.567 nel 2022. Anche i dati regionali del Registro nominativo cause di morte (Rencam) sono purtroppo molto alti. Il dato del Rencam del 2022 rileva complessivamente 3.158 decessi con diagnosi correlate ai disturbi dell'alimentazione e della nutrizione, con una variabilità più alta nelle regioni dove sono scarse o addirittura assenti le strutture di cura e con una età media di trentacinque anni, che significa che una alta percentuale di questo numero ha una età inferiore a venticinque anni. I dati suddetti sono sottostimati e incompleti, visto che molte persone oggi non arrivano alla presa in carico e alle cure necessarie a causa di una grave carenza di strutture presenti sul territorio nazionale. Si tratta di un'« epidemia nascosta » che si fronteggia con una rete di cura del Servizio sanitario nazionale che invece retrocede, a fronte del galoppante aumento dei casi. Dopo l'emergenza epidemiologica da Covid-19, 38 strutture specializzate non sono state mai riaperte. Nel 2019 tali strutture erano 164, nella rilevazione dell'Istituto superiore di sanità; nel 2022 esse erano ridotte a 126 strutture sparse su tutto il territorio nazionale, di cui molte erogavano un servizio « parziale ». Di queste, 63 centri sono al Nord (20 in Emilia-Romagna), 23 al Centro Italia e 40 tra il Sud e le isole. Tra le 126 strutture, 112 sono pubbliche (appartenenti al Servizio sanitario nazionale – SSN) e 14 appartenenti al settore del privato accreditato. In ogni caso solo il 48 per cento del totale dei centri ha dichiarato di prendere in carico i minori fino a 14 anni, mentre la fascia pediatrica della popolazione, in costante aumento di casi, vede solo pochissimi reparti dedicati in tutta Italia. Questa mancanza di presa in carico immediata genera casi gravi già dalla preadolescenza. Secondo il numero verde nazionale « Sos disturbi alimentari » nei suoi 12 anni di attività le richieste di aiuto sono aumentate, dapprima progressivamente e poi vertiginosamente nell'ultimo anno. Sono oltre 3 milioni i pazienti in cura (3.678.362 per l'esattezza, di cui 1,4 milioni di nuovi casi solo nel 2022). La metà soffre di anoressia, il 20,2 per cento di obesità, il 19,9 per cento di bulimia nervosa e l'1,9 per cento di disturbo evitante-restrittivo dell'assunzione di cibo (Arfid), l'ultimo disturbo inserito nelle tabelle sanitarie (dieci anni fa). Sempre al suddetto numero verde tra gennaio e maggio 2023 sono arrivate 817 richieste di soccorso: più del doppio rispetto allo stesso periodo del 2022. Negli anni, è stato accertato che sono in maggioranza le donne (87 per cento) a utilizzare il numero verde nazionale « Sos disturbi alimentari ». Il 51 per cento delle persone che si rivolge al servizio di consulenza gratuita e anonima della Presidenza del Consiglio dei ministri non aveva mai richiesto aiuto in precedenza. Per molti è il primo difficile passo, l'unico sollievo dalla solitudine della propria condizione di sofferenza. Il 47 per cento delle chiamate arriva da parte dei genitori, il 44 per cento dagli interessati. Nel 9 per cento dei casi sono amici e partner a cercare conforto e a richiedere il primo accesso virtuale all'offerta di cura. La scarsa presenza di centri specializzati e la loro non omogenea collocazione sul territorio nazionale non permette una reale, adeguata e tempestiva presa in carico di questi giovani e delle loro famiglie. La mancanza di strutture adeguate fa sì che molto spesso le famiglie vengano lasciate sole ad affrontare le prime fasi di questo dramma, innescando di fatto un peregrinare in cerca di luoghi di cura per l'Italia e solo successivamente, quando la situazione il più delle volte è ormai compromessa si arriva ad una presa in carico della persona e del suo nucleo familiare. Attualmente i posti letto a disposizione per gli eventuali ricoveri sono nel complesso in Italia, tenendo conto degli ospedali, delle comunità e dei centri diurni, solo circa 900 e di questi l'85 per cento è collocato al Nord Italia e, di certo, non può rispondere ai bisogni di cura di circa tre milioni e mezzo di italiani affetti da anoressia, bulimia e dipendenze da cibo. Si tratta di un numero infinitesimale rispetto ai reali bisogni effettivi e, molte volte, vista la giovane età delle persone coinvolte e in relazione alla gravità del quadro clinico si ricorre al ricovero presso i reparti di pediatria e medicina generale e purtroppo ormai sempre più spesso ai reparti di psichiatria. La metà delle regioni non ha una rete completa di assistenza, che dovrebbe prevedere quattro livelli: ambulatori specializzati nei disturbi alimentari, che assorbono il 60 per cento della richiesta, servizi semiresidenziali (centri diurni dove le persone possono fare i propri pasti), servizi residenziali extraospedalieri h24 che dovrebbero garantire una presa in carico della persona dai 3 ai 5 mesi, e infine i servizi ospedalieri che prevedono il ricovero salvavita per chi rifiuta le cure, e la nutrizione artificiale.