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Disposizioni in materia di soppressione dei vitalizi e nuova disciplina dei trattamenti pensionistici dei membri del Parlamento e dei consiglieri regionali. Onorevoli Senatori. -- Come noto, fino al 2012, i cosiddetti vitalizi degli eletti concessi al termine del mandato parlamentare, al conseguimento di alcuni requisiti di anzianità di permanenza nelle funzioni elettive, avevano la forma di una rendita vitalizia. Quanto alla soglia d'età per poterne beneficiare, questa è stata progressivamente elevata solamente da un decennio a questa parte. Con la riforma dei regolamenti interni delle Camere, dal 1º gennaio 2012 ovvero per gli eletti per la prima volta nel 2013, è stato introdotto il nuovo trattamento previdenziale dei parlamentari, basato sul sistema di calcolo contributivo già adottato per il personale dipendente della pubblica amministrazione ma differente rispetto a quello in vigore per i lavoratori dipendenti. Il diritto al trattamento pensionistico si matura al conseguimento di un duplice requisito, anagrafico e contributivo: l'ex parlamentare ha infatti diritto a ricevere la pensione a condizione di avere svolto il mandato parlamentare per almeno cinque anni e di aver compiuto 65 anni di età. Per ogni anno di mandato oltre il quinto, il requisito anagrafico è diminuito di un anno sino al minimo inderogabile di 60 anni. Pertanto, i parlamentari cessati dal mandato prima del 2012 continuano a percepire gli assegni vitalizi pre-riforma; conseguentemente, ai neo-deputati in carica alla data del 1º gennaio 2012, dunque eletti per la prima volta post riforma, viene applicato un sistema pro rata : la loro pensione risulta dalla somma della quota di assegno vitalizio definitivamente maturato, al 31 dicembre 2011, e della quota di pensione riferita agli anni di mandato parlamentare esercitato dal 2012 in poi. La pensione pro rata non può superare in nessun caso l'importo massimo previsto dal previgente regolamento per gli assegni vitalizi. Il presente disegno di legge, mediante l'introduzione del medesimo sistema previdenziale vigente per i lavoratori dipendenti, mira ad annullare le rendite vitalizie, considerate da tutti i cittadini ad eccezione dei percettori delle medesime inique, di modo tale che anche a questi ultimi, così come a tutti gli eletti, si applichi lo stesso sistema pensionistico. Pertanto, si interviene con legge ordinaria in un campo regolato dai regolamenti interni per il trattamento previdenziale dei parlamentari, approvati dai rispettivi Uffici di presidenza. Il trattamento previdenziale dei parlamentari viene equiparato a quello dei lavoratori dipendenti comportando anche per essi l'applicazione del limite dei sessantacinque anni per l'erogazione del trattamento previdenziale, eliminando la possibilità di diminuire tale limite per ogni anno di legislatura ulteriore rispetto ai cinque prescritti fino al massimo dei sessanta anni; inoltre, il nuovo sistema viene applicato anche ai trattamenti previdenziali in essere, compresi i vitalizi attualmente percepiti, che vengono definitivamente soppressi e ricalcolati secondo il nuovo sistema contributivo, il quale troverà applicazione anche per i consiglieri regionali. Con riferimento a questi ultimi, si prevede, quindi, che le regioni sia a statuto ordinario che a statuto speciale, unitamente alle province autonome di Trento e di Bolzano, si debbano adeguare a quanto previsto per i parlamentari nazionali, pena la decurtazione dei trasferimenti statali loro spettanti. L'articolo 1, in particolare, reca l'indicazione della finalità della legge -- sopprimere gli assegni vitalizi e ogni tipo di trattamento pensionistico dei parlamentari, comunque denominato, e introdurre un trattamento previdenziale esattamente allineato a quello vigente per i lavoratori dipendenti -- e del suo ambito di applicazione verso tutti gli eletti, tanto a quelli in carica alla data di entrata in vigore della legge, quanto a quelli eletti successivamente e quanto agli ex parlamentari. Si demanda inoltre agli Uffici di presidenza delle Camere la soppressione immediata di ogni forma di rimborso delle spese di viaggio e di trasporto per i parlamentari cessati dal mandato. L'articolo 2 reca una modifica alla legge n. 1261 del 1965 che disciplina l'indennità dei parlamentari in attuazione dell'articolo 69 della Costituzione. La disposizione costituzionale stabilisce il diritto per i parlamentari di ricevere un'indennità per lo svolgimento del mandato e demanda alla legge ordinaria la definizione del relativo importo. La legge ordinaria in questione, legge n. 1261 del 1965, pone un limite massimo all'indennità, pari a quella di presidente di sezione della Corte di cassazione, e affida agli Uffici di presidenza di stabilire in concreto l'importo dell'indennità entro tale limite. La modifica che si intende apportare alla legge suddetta consiste nella previsione circa un'indennità costituita da due voci: un'indennità mensile e un trattamento previdenziale da corrispondere a fine mandato con gli stessi criteri vigenti per i lavoratori dipendenti. In pratica, viene applicato il principio che definisce il trattamento previdenziale quale indennità differita, da corrispondere al raggiungimento dell'età pensionabile. L'articolo 3 estende il sistema contributivo individuato come sopra anche alle regioni e alle province autonome le quali, quindi, dovranno applicare le nuove disposizioni ai membri dei consigli regionali e delle province autonome, attraverso l'adozione di atti conseguenti entro sei mesi, pena la riduzione proporzionale dei trasferimenti statali a qualunque titolo loro spettanti. Gli articoli da 4 a 9 descrivono l'architettura del sistema previdenziale così come concepito dal presente disegno di legge. In primis , l'articolo 4 mantiene l'obbligatorietà da parte dei parlamentari del versamento dei contributi previdenziali, trattenuti d'ufficio sull'indennità. Per i parlamentari dipendenti dalle amministrazioni pubbliche, che scelgono di rinunciare all'indennità parlamentare e di mantenere il trattamento economico dell'amministrazione di appartenenza, viene mantenuta la possibilità di richiedere di versare comunque i contributi per ottenere la valutazione del mandato parlamentare a fini previdenziali. Per l'erogazione delle prestazioni è istituita presso l'Istituto nazionale della previdenza sociale (INPS) un'apposita gestione separata dei fondi destinati al trattamento previdenziale dei parlamentari. L'articolo 5 prevede, infatti, che sia istituita presso l'INPS una gestione separata dotata di autonomia finanziaria, contabile e di gestione, ove confluiscono le risorse destinate al trattamento previdenziale dei parlamentari. Tali risorse sono determinate al momento della redazione del bilancio di previsione della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica e sono parte della richiesta di dotazione al Ministero dell'economia e delle finanze per il funzionamento degli organi costituzionali. L'appostamento di queste risorse è operato in modo distinto nello stato di previsione del bilancio del Ministero dell'economia e delle finanze denominato «Gestione separata previdenza dei parlamentari presso l'INPS»; le risorse sono quindi trasferite al bilancio degli organi parlamentari e da questi trasferite all'INPS come una partita di giro. Conseguentemente il bilancio degli organi parlamentari è corrispondentemente ridotto. Con tale previsione si intende, conseguentemente, anche aumentare il grado di trasparenza del bilancio degli organi rappresentativi.