[pronunce]

In questa seconda ipotesi, lo stesso giudice «non può emettere pronuncia che obblighi la gestione commissariale, o tanto meno l'ente locale, ad eseguire la sentenza né può, di conseguenza, procedere alla nomina di un commissario ad acta». Nel caso di specie, osserva il rimettente, a fronte di un giudicato che ha determinato l'indennità di espropriazione spettante agli appellanti, il giudice di primo grado non avrebbe dovuto procedere, come invece ha fatto, all'accoglimento del ricorso, imponendo all'Amministrazione condannata un obbligo di fare non satisfattorio della posizione giuridica dei ricorrenti. Lo stesso rimettente precisa di avere riconosciuto, nella sentenza parziale, sia il diritto degli appellanti ad ottenere lo svincolo delle somme relative all'indennità provvisoria di espropriazione, giacenti presso il Ministero dell'economia e delle finanze - costituendo tali somme «un debito già assolto», anche se antecedente al 28 aprile 2008, e dunque «estraneo alla tematica del riparto tra Comune e gestione commissariale» -, sia il diritto ad ottenere da Roma Capitale le somme liquidate a titolo di spese legali dalla sentenza oggetto di ottemperanza, trattandosi di obbligazione sorta al momento del deposito della sentenza, e quindi in epoca successiva al 28 aprile 2008. Il Consiglio di Stato ha ritenuto di non poter pervenire alle medesime conclusioni, cioè alla condanna di Roma Capitale all'ottemperanza, con riguardo alla statuizione principale contenuta nella sentenza della Corte d'appello di Roma, di liquidazione della somma dovuta a titolo di indennità di espropriazione, con i relativi interessi legali, sul rilievo che «in questo caso, appare del tutto evidente che il diritto di credito (e la corrispondente obbligazione di Roma Capitale) è sorto ben prima del 28 aprile 2008, assumendo - a fronte di ciò - la sentenza esclusivamente valore accertativo della sussistenza ed entità del diritto di credito (già esistente), con conseguente condanna dell'amministrazione al pagamento della somma accertata». L'obbligazione corrispondente al credito così accertato, in applicazione degli artt. 78 del d.l. n. 112 del 2008 e 4, comma 8-bis, del d.l. n. 2 del 2010, rientrerebbe nella gestione commissariale, con la conseguenza che il giudizio di ottemperanza, in parte qua, dovrebbe essere dichiarato impromovibile. Tuttavia, il Consiglio di Stato dubita della compatibilità costituzionale delle disposizioni indicate e solleva le relative questioni, evidenziando che il giudizio principale potrebbe concludersi con pronuncia di merito soltanto ove le norme censurate fossero dichiarate costituzionalmente illegittime. 1.4.- Le questioni, prospettate in riferimento a numerosi parametri, possono essere sintetizzate per nuclei tematici. 1.4.1.- Il primo blocco di censure muove dalla ricognizione della giurisprudenza costituzionale in tema di norme interpretative, e fa riferimento all'art. 4, comma 8-bis, del d.l. n. 2 del 2010, che è intervenuto sulla disciplina configurata dall'art. 78 del d.l. n. 112 del 2008. Dopo avere premesso che, «indipendentemente dalla natura innovativa con efficacia retroattiva (come sostenuto dagli appellanti) ovvero di interpretazione autentica, del citato art. 4, comma 8-bis», il problema da affrontare riguarda i limiti che la portata retroattiva della disposizione incontra alla luce del principio di ragionevolezza, il rimettente segnala le pronunce della Corte costituzionale a proposito della qualificazione delle norme come interpretative (sentenze n. 155 del 1990 e n. 233 del 1988). È esaminata in particolare la sentenza n. 291 del 2003, nella quale la Corte costituzionale ha precisato che «il legislatore può porre norme che retroattivamente precisino il significato di altre norme preesistenti, ovvero impongano una delle possibili varianti di senso del testo originario, purché compatibile con il tenore letterale di esso (sentenze n. 421 del 1995, n. 376 del 1995, n. 15 del 1995, n. 397 del 1994)». In tali casi, aggiunge il rimettente, il problema da affrontare riguarda non tanto la natura della legge, quanto piuttosto i limiti che la sua portata retroattiva incontra, alla luce del principio di ragionevolezza (sono richiamate le sentenze n. 525 del 2000 e n. 299 del 1999). Su questa premessa, il rimettente censura le disposizioni contenute nell'art. 78, comma 6, primo periodo, del d.l. n. 112 del 2008 e nell'art. 4, comma 8-bis, ultimo periodo, del d.l. n. 2 del 2010, in riferimento agli artt. 3, 97, primo comma, 114, 118 e 119 Cost., rilevando come, per effetto di tali previsioni, sia impedita la «puntuale e temporalmente definita ricognizione dello stato debitorio propriamente inteso, da assegnare alla gestione commissariale». In particolare, la disposizione contenuta nell'art. 4, comma 8-bis, del d.l. n. 2 del 2010, anziché introdurre un criterio per la definizione della massa debitoria, agirebbe esclusivamente ex post, attribuendo alla gestione commissariale le obbligazioni sorte prima del 28 aprile 2008, «ma nel momento in cui sopravviene l'accertamento con sentenza». Si tratterebbe, dunque, non di un criterio di ricognizione attuale del debito, bensì di un criterio successivo di imputazione dello stesso, oltretutto in deroga alla disciplina sul dissesto degli enti locali contenuta nell'art. 254 del d.lgs. n. 267 del 2000, che prevede la pubblicazione di un avviso ai creditori, ai fini della insinuazione dei crediti e, quindi, della ricognizione della massa passiva. Tale criterio non consentirebbe di raggiungere la certezza del presupposto (l'indebitamento) che ha determinato l'introduzione della disciplina eccezionale, donde l'irragionevolezza della norma censurata ed il contrasto della stessa con il principio di buon andamento della pubblica amministrazione. L'incertezza sulla consistenza dell'indebitamento si rifletterebbe sulla «indeterminatezza temporale della gestione commissariale», così evidenziandosi un ulteriore profilo di irragionevolezza della normativa censurata, che avrebbe prodotto «una non giustificabile deroga e compressione (temporalmente non definite) all'autonomia dell'ente locale, come precisata a garantita dagli artt. 114, 118 e 119 Cost.». 1.4.2.- Con un secondo gruppo di censure, è prospettato il contrasto tra le norme oggetto e gli artt. 2, 3, 24, 103, 113 e 117, primo comma, Cost., con l'interposizione, in riferimento a quest'ultimo parametro, degli artt. 6, comma 1, e 13 della Convenzione EDU.