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Inoltre, purtroppo questa incapacità progettuale del Paese si traduce anche nel fatto che i nostri enti locali, in parte sguarniti di personale formato, hanno riciclato diversi progetti vecchi cercando di riproporli attraverso il Piano, ma essi non possono assolutamente rispondere ai suoi obiettivi complessivi. Per questo, noi della componente L'alternativa c'è, attraverso la proposta di risoluzione n. 2 chiediamo che si investa e siano individuate poche linee d'intervento nelle sei missioni che sono state definite all'interno del Piano. Chiediamo che si riveda la soluzione di spendere l'intera somma (i 191 miliardi) e che ci si ridimensioni sulla somma dei 68 miliardi che possono essere erogati a fondo perduto, privilegiando soprattutto le infrastrutture e l'intermodalità del Sud Italia che sono quelle che, purtroppo, possono veramente rilanciare lo sviluppo del Paese. (Applausi) . PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Valente. Ne ha facoltà. VALENTE (PD) . Signor Presidente, onorevoli colleghi, l'occasione offerta dal recovery plan a noi del Partito Democratico è sempre sembrata - senza concessioni alla retorica - una sfida straordinaria da cogliere. Certo, una sfida ambiziosa - ce lo dobbiamo dire - sicuramente non semplice, men che meno scontata. Voglio partire da una considerazione: oggi l'Istat certifica che il livello di benessere nel nostro Paese è distribuito sempre meno equamente. In questa pandemia ci siamo entrati con forti disuguaglianze tra i livelli di inclusione e quelli di esclusione, l'abbiamo poi attraversata con differenze pesanti tra chi è stato più garantito e chi meno; ne usciamo sicuramente con quei divari che si sono allargati e approfonditi. Lo abbiamo detto, allora, più volte: non è più soltanto una questione di giustizia sociale; si tratta di precondizioni necessarie per noi per immaginare crescita e sviluppo del nostro Paese. Non c'è ripartenza senza recuperare i divari che oggi impediscono un accesso equo al Servizio sanitario nazionale, ai troppi giovani di laurearsi nei tempi e poi essere assorbiti nel tessuto produttivo, al Sud, ma non solo. E poi le donne, giovani e meno giovani, che, come abbiamo detto tante volte - fino davvero a stancarci - sono la vera risorsa, anche dal punto di vista della crescita, rimasta oggi poco valorizzata e riconosciuta. Per questo è senz'altro un bene che donne, giovani e Sud siano stati scelti come i tre assi trasversali del Piano. Non siano adesso, però, il modo per disperdere queste risorse, proprio perché, al contrario, invece ne devono rappresentare quell'approccio multidimensionale che di questo piano rappresenta, appunto, il valore aggiunto. È fondamentale soprattutto in quelle aree - penso al Mezzogiorno, alle aree interne - dove, insomma, c'è più bisogno di coesione sociale e sostenibilità, dove va rafforzata l'offerta e la qualità di tutte le infrastrutture sociali, a cominciare ovviamente degli asili nido, ma non solo quelli, che rappresenta un investimento per l'occupazione femminile, certo, ma anche per il percorso scolastico dei nostri stessi bambini. Oggi la forbice del divario di genere sul mercato del lavoro continua ad allargarsi. Le cause sono le più diverse. Prime tra queste, quelle settoriali, quelle proprio legate alla pandemia perché servizi privati come commercio e turismo sono servizi a composizione prevalentemente femminile. E, allora, qui nessuna esitazione; lo ha detto il piano Colao, noi lo ribadiamo: bisogna investire pesantemente in quei settori a elevata presenza femminile, che tra l'altro saranno i primi a ripartire sicuramente, una volta terminata la pandemia. Ma non c'è solo questo. Molte donne hanno lasciato il lavoro perché i modelli sociali di riferimento ancora non consentono compatibilità tra vita privata e lavoro. Questo non è un effetto solo della pandemia. Se oggi si sacrifica il posto di lavoro pur di far fronte alle chiusure di scuole, servizi educativi, servizio a domicilio, il problema non è solo delle donne; è anche degli uomini, e sta nell'assenza di una condivisione degli oneri di cura tra uomo e donna, nel fatto che i percorsi di carriera delle donne sono più discontinui, precari e vulnerabili. Per far fronte a questo non bastano gli incentivi, men che meno se a pioggia. Serve una legge importante sulla parità salariale; serve soprattutto un piano per l'occupazione femminile di lunga durata e qualificata; serve un investimento senza precedenti in infrastrutture sociali, ma serve ancora e più di tutto - lo ribadiamo - la valutazione dell'impatto e dell'efficacia delle politiche adottate. Per questo è necessario un osservatorio destinato allo scopo. O rompiamo questa spirale perversa oppure tutta l'Italia si ritroverà più debole sul lato dei diritti e ancora più povera sul lato della crescita; le due cose per noi non possono essere disgiunte. L'aumento dell'occupazione femminile - ricordiamolo sempre - avrebbe benefici enormi sul PIL, ma ne avrebbe anche per noi soprattutto sull'autonomia sociale e relazionale di tutte quelle donne che, anche per questo, oggi sono esposte a molestie, maltrattamenti, violenza in casa e sul luogo di lavoro. Autonomia e libertà sono gli unici, veri, efficaci antidoti alla violenza, ce lo dobbiamo ricordare sempre. Ma se il recovery plan è un'occasione unica, oltre ai soldi servono le riforme, quelle strutturali, insieme alla capacità di gestire progetti nella fase esecutiva ma anche in quella di regolazione. Siamo nel mezzo di due trasformazioni che la pandemia ha accelerato e che qui mi limito ad accennare: transizione ecologica e digitale. Entrambe stanno cambiando modelli sociali di condivisioni e di lavoro, nonché sistemi di produzione e protezione. Non illudiamoci che basti evocare il cambiamento per vederlo realizzato o per vedere superato un modello di sviluppo che oggettivamente ha mostrato tutti i suoi limiti. La sostenibilità è centrale, ma questo non significa che sia destinata ad affermarsi. Non è affatto scontato che le trasformazioni siano di per sé eque, inclusive e democratiche. Per questo, soprattutto sul lavoro e sul welfare servono in questo momento una visione e una strategia per il futuro che non si limitino ai prossimi anni (quelli fino al 2026, per intenderci), ma progettino i prossimi decenni su sanità territoriale, scuole e servizi. La ferita aperta dal Covid è davvero la più profonda. Dunque, ripartiamo da welfare universalistico e diritto alla formazione costante e di qualità. Serve poi un ampio investimento sulle capacità dei lavoratori, non tornando indietro sulle misure di sostegno alla povertà, ma riformando ammortizzatori sociali e innovando gli strumenti e le politiche attive. Si è parlato poco - o meno del dovuto - delle risorse destinate alle periferie, alla rigenerazione urbana e all' housing sociale. Si tratta di un altro settore in cui transizione ecologica e inclusione si intrecciano, ma per farlo adeguatamente è necessario che le risorse si compattino e rispondano a un'unica regia. Infine, riprendo una cosa che ha ricordato il ministro Franco. Il Piano è uno strumento straordinario che deve funzionare accanto agli strumenti ordinari già previsti, tra cui fondi strutturali e fondi di coesione.