[pronunce]

Inoltre, quanto al fondamento di tale applicabilità nell'art. 10, l. 10 febbraio 1953, n. 62, richiamato espressamente dalla norma impugnata, in generale, ne sottolineano l'inidoneità perché relativo al rapporto di incompatibilità tra legge statale e legge regionale da valutare in concreto (Regione Emilia Romagna), ed in particolare l'erroneità rispetto alle province autonome, per le quali l'adeguamento è specificamente disciplinato da norme di attuazione statutaria (art. 2, d. lgs. 16 marzo 1992, n. 266), che prevedono uno specifico giudizio di costituzionalità. A tal fine richiamano analogo rilievo fatto dalla Corte dei conti (Ufficio controllo sugli atti del Governo - rilievo n. 2 del 2000) e contestano il contrario avviso espresso dal Consiglio di Stato (parere n. 123 del 21 settembre 1999) e dall'Autorità per la vigilanza sui lavori pubblici (parere del 17 marzo 1999). La Provincia di Bolzano, infine, sostiene che il regolamento impugnato è privo di base legale perché, ai sensi dell'art. 2, comma 2, l. n. 109 del 1994, come interpretato dalla sent. n. 482 del 1995, le regioni e le province non sono comprese tra i destinatari del regolamento. Quanto all'applicazione, in via permanente, del medesimo regolamento ai lavori pubblici di interesse regionale e provinciale finanziati in misura prevalente con fondi provenienti dallo Stato, ai lavori realizzati nell'ambito di funzioni delegate, nonché a materie non oggetto di potestà legislativa a norma dell'art. 117 della Costituzione, le ricorrenti - ribadito in generale che tali previsioni presuppongono l'applicazione di tutte le disposizione della legge e non solo dei principi desumibili dalle stesse - con conseguente violazione dei principi costituzionali in materia di esercizio del potere regolamentare e vizio di legalità dello stesso regolamento, si soffermano partitamente sulle tre ipotesi. Sottolineano che l'eventuale esistenza di flussi finanziari ad hoc, separati dall'ordinaria finanza regionale, non influisce sulla natura dei lavori e sulla competenza delle regole da rispettare per il loro svolgimento, contrariamente a quanto sostiene il Consiglio di Stato (parere cit.), e secondo quanto sostenuto anche dalla Corte dei conti (rilievo cit.) e da quanto emerge per le Province autonome dalle norme statutarie (art. 5, l. 30 novembre 1989, n. 386). Per i lavori realizzati nell'ambito di funzioni delegate - messa in evidenza l'ambiguità della definizione che appare riferirsi sia ai lavori nelle materie oggetto di delega, sia ai lavori che spetterebbero allo Stato e verrebbero delegati - le ricorrenti ne deducono l'illegittimità poiché inciderebbe sul riparto di competenze tra lavori di interesse statale e di interesse regionale e provinciale basato sulla dimensione dei lavori e non sulle materie, quale risulta dal d.lgs. 31 marzo 1998, n. 112 e, per le province, dalle disposizioni di attuazione statutarie (artt. 19 e 19 bis, d.P.R. 22 marzo 1974, n. 381). Per i lavori realizzati nelle materie non oggetto di potestà legislativa a norma dell'art. 117 della Costituzione, evidenziata l'erroneità del riferimento alle province autonome, si sostiene l'illegittimità della previsione se riferita ai lavori pubblici nelle materie escluse dalla legislazione concorrente per le stesse ragioni sopradette. Se, invece, la norma intendesse riferirsi alla diretta applicabilità di norme regolamentari che disciplinerebbero aspetti sottratti all'ambito dei lavori pubblici regionali e provinciali, da un lato tale norma sarebbe illegittima perché con regolamento porrebbe un principio che discende dal riparto delle competenze, dall'altro sarebbe inammissibile che un regolamento pretendesse di definire i confini della materia di competenza provinciale. Quanto, infine, all'obbligo imposto a regioni e province di istituire elenchi di collaudatori, di curarne la tenuta mediante apposite commissioni - disciplinando i requisiti e le modalità di iscrizione e la stessa organizzazione interna degli elenchi - le ricorrenti sottolineano la natura organizzatoria e non di principio della disposizione, come tale invasiva delle rispettive competenze, già esercitate, nel caso, dalla Provincia di Bolzano (art. 19, legge. prov. n. 6 del 1998). 4. In tutti i giudizi si è costituito il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che i ricorsi siano dichiarati inammissibili o comunque respinti, con riserva di esprimere articolate osservazioni e difese. 5. Nei ricorsi per conflitto di attribuzione avverso il d.P.R. n. 34 del 2000, tutte le ricorrenti hanno depositato memorie in prossimità dell'udienza. 5.1. La Provincia di Trento si ricollega innanzitutto ad argomentazioni già svolte nel ricorso introduttivo. Ribadisce che la sentenza n. 482 del 1995 si è espressamente occupata del regolamento di qualificazione, previsto dall'art. 8 della l. n. 109 del 1994, sia affermando in generale che i regolamenti non sono legittimati a disciplinare materie di competenza regionale, sia negando l'applicabilità alle regioni dei commi 2 e 8 dello stesso articolo. Aggiunge la stessa Provincia che la competenza provinciale in materia di qualificazione delle imprese non altera la concorrenza "dal momento che non si tratta di imporre requisiti diversi a imprese che operano poi sugli stessi mercati (e che sarebbero avvantaggiate in caso di requisiti meno stringenti), visto che gli esecutori di lavori in Provincia di Trento devono avere tutti gli stessi requisiti" e che la materia non è quella della concorrenza ma quella della qualità delle opere pubbliche, soggetta alle norme fondamentali della legge quadro e agli obblighi comunitari. Infine, controdeducendo rispetto alla tesi dell'Avvocatura secondo cui l'art. 93, comma 1, lett. f) del d.lgs. n. 112/1998 - che riserva allo Stato la regolamentazione del sistema di qualificazione - varrebbe anche per gli enti ad autonomia differenziata sulla base di un'interpretazione congiunta con l'art. 10 dello stesso d.lgs. , la Provincia sostiene che l'art. 10 cit. stabilisce solo che se le "Regioni speciali rimangono indietro in relazione ad alcuna delle funzioni conferite", "tali funzioni devono essere ad esse trasferite, ferme restando quelle già di loro competenza in base alle norme statutarie e di attuazione". Concludendo, sostiene che le argomentazioni del ricorso hanno trovato conferma nella sentenza della Corte n. 376 del 2002, che ha dichiarato infondata la questione di costituzionalità dell'art. 20, l. n. 59 del 1997, come modificato dalla l. n. 340 del 2000, solo in quanto la norma impugnata poteva e doveva essere interpretata nel senso che i regolamenti di delegificazione non possono prevalere su preesistenti leggi regionali ma solo su preesistenti leggi statali; laddove il regolamento impugnato pretende di prevalere sulle leggi provinciali vigenti in materia.