[pronunce]

beneficio, peraltro, indubbiamente compensato, «sul piano sinallagmatico», dalla rinuncia al giudizio e all'appello; che qualora pure, infine, si volesse ravvisare nel patteggiamento una qualche componente premiale, l'esclusione dei recidivi reiterati rimarrebbe ugualmente irragionevole, giacché l'unico parametro sanzionatorio della pericolosità sociale previsto dall'ordinamento giuridico è l'entità della pena, sulla quale soltanto incidono le circostanze, qual è la recidiva: circostanze che, d'altro canto, debbono essere «sempre ancorate ad un giudizio sul fatto in concreto», e non «ad un giudizio astratto sulla persona», tanto che al giudice è concessa la facoltà di escludere la recidiva stessa. Considerato che le ordinanze di rimessione sollevano questioni identiche od analoghe, sicché i relativi giudizi vanno riuniti per essere definiti con unica pronuncia; che il Giudice dell'udienza preliminare del Tribunale di Bari dubita, anzitutto, della conformità agli artt. 3, 97 e 111 Cost. della disposizione transitoria di cui all'art. 5, commi 1 e 2, della legge n. 134 del 2003, nella parte in cui consente all'imputato di richiedere un termine, non inferiore a quarantacinque giorni, per valutare l'opportunità di formulare la richiesta di applicazione della pena alla luce della nuova disciplina introdotta dalla citata legge, con decorrenza dalla prima udienza utile successiva all'entrata in vigore della novella, anziché dalla stessa data della sua entrata in vigore; che per quanto attiene al preteso contrasto con gli artt. 3 e 111 Cost., questa Corte ha già avuto modo di affermare che la scelta sottesa alla norma censurata costituisce espressione dell'ampia discrezionalità di cui il legislatore gode nel regolare gli effetti, nei processi in corso, di nuovi istituti processuali o delle modificazioni apportate ad istituti già esistenti: discrezionalità il cui esercizio non è suscettibile di sindacato sul piano della legittimità costituzionale, col solo limite della manifesta irragionevolezza delle soluzioni adottate; che lo spatium deliberandi accordato all'imputato dalla disposizione impugnata – ad onta della sua «inusitata ampiezza» – non può, per contro, ritenersi manifestamente irrazionale, né incompatibile con il principio della ragionevole durata del processo, dovendo quest'ultimo principio essere contemperato con la tutela di altri diritti costituzionalmente garantiti, ad iniziare dal diritto di difesa, il quale trova nella richiesta di applicazione della pena da parte dell'imputato una delle sue modalità di esercizio (sentenza n. 219 del 2004; ordinanze n. 91 del 2005 e n. 420 del 2004); che per quanto concerne, poi, il dedotto vulnus dell'art. 97 Cost., è costante, nella giurisprudenza di questa Corte, l'affermazione in forza della quale il principio del buon andamento si riferisce agli organi dell'amministrazione della giustizia unicamente per i profili concernenti l'ordinamento degli uffici giudiziari ed il loro funzionamento sotto l'aspetto amministrativo; mentre esso non riguarda l'esercizio della funzione giurisdizionale nel suo complesso ed i provvedimenti che ne costituiscono espressione (ex plurimis, sentenze n. 174 del 2005 e n. 5 del 2004; ordinanze n. 44 del 2006 e n. 94 del 2004); che entrambi i giudici rimettenti sottopongono, in secondo luogo, a scrutinio di costituzionalità, con riferimento all'art. 3 Cost., il regime delle esclusioni dall'applicazione della pena su richiesta delle parti, prefigurato dall'art. 444, comma 1-bis, cod. proc. pen. (aggiunto dall'art. 1 della legge n. 134 del 2003) per l'ipotesi in cui la pena concordata superi due anni di pena detentiva, soli o congiunti a pena pecuniaria (cosiddetto patteggiamento “allargato”); che il Giudice dell'udienza preliminare del Tribunale di Bari censura, in particolare, le preclusioni di ordine oggettivo, ritenendo irrazionale e foriera di ingiustificate disparità di trattamento l'esclusione degli imputati di reati la cui pena edittale non sarebbe di per sé ostativa all'accesso al rito semplificato, quale, in specie, il delitto di cui all'art. 416-bis del codice penale (associazione di tipo mafioso); mentre il Giudice dell'udienza preliminare del Tribunale di Asti ravvisa una compromissione del parametro evocato nelle preclusioni di ordine soggettivo, con riguardo segnatamente all'esclusione dei recidivi reiterati; che in ordine a quest'ultima la Corte si è peraltro già specificamente espressa, negando la configurabilità del vulnus denunciato (ordinanza n. 421 del 2004); che, in proposito, si è rilevato come – alla stregua di quanto precedentemente affermato dalla Corte stessa, in sede di esame di una questione di legittimità costituzionale volta a censurare l'eccessiva ampiezza dell'area di operatività del nuovo patteggiamento “allargato” (sentenza n. 219 del 2004) – «le cautele adottate dal legislatore nel prevedere le ipotesi di esclusione oggettiva e soggettiva in relazione alla gravità dei reati ed ai casi di pericolosità qualificata», unitamente all'esclusione «di importanti effetti premiali», nel caso di pena concordata ultrabiennale, rappresentino soluzioni di “riequilibrio” – certamente riconducibile alla discrezionalità del legislatore – della scelta di dilatare il perimetro della “giustizia negoziata”, connotando tale scelta, nel suo complesso, come non manifestamente irrazionale; che, d'altra parte, la condizione del soggetto recidivo è posta normalmente dal legislatore a base di un trattamento differenziato e meno favorevole, rispetto alla posizione del soggetto incensurato: costituendo in particolare la recidiva reiterata – considerata sintomatica di una pericolosità soggettiva più intensa rispetto alle altre forme di recidiva – elemento impeditivo dell'applicazione di numerosi istituti (amnistia e indulto, salvo che la legge disponga altrimenti; oblazione discrezionale ; sospensione condizionale della pena; estinzione delle pene della reclusione e della multa per decorso del tempo; nonché – attualmente – comparazione delle circostanze); che, pertanto, risulta coerente con le finalità perseguite in via generale dall'ordinamento penale che il legislatore – nell'estendere la sfera applicativa del rito alternativo – abbia previsto specifiche «esclusioni soggettive nei confronti di coloro che, da un lato, hanno dimostrato un rilevante grado di capacità a delinquere e, dall'altro, sono imputati di reati che – ove si tenga conto della determinazione della pena in concreto e della speciale diminuente di un terzo per effetto del patteggiamento – rivestono non trascurabile gravità, tanto da comportare l'applicazione di una pena detentiva superiore a due e sino a cinque anni»; che analoghe considerazioni valgono a rendere palese l'infondatezza del dubbio di costituzionalità relativo alle preclusioni oggettive; che quanto, infatti, all'assunto del giudice rimettente, secondo cui l'esclusione dal patteggiamento “allargato” del delitto previsto dall'art. 416-bis cod. pen.