[pronunce]

ORDINANZA ha pronunciato la seguentenel giudizio di legittimità costituzionale dell'art. 47-quinquies, comma 7, della legge 26 luglio 1975, n. 354 (Norme sull'ordinamento penitenziario e sull'esecuzione delle misure privative e limitative della libertà), promosso dal Tribunale di sorveglianza di Bari con ordinanza del 28 ottobre 2008, iscritta al n. 14 del registro ordinanze 2009 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 5, prima serie speciale, dell'anno 2009. Visto l'atto di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri; udito nella camera di consiglio del 10 giugno 2009 il Giudice relatore Gaetano Silvestri. Ritenuto che il Tribunale di sorveglianza di Bari ha sollevato, in riferimento agli artt. 2, 3, 30, primo comma, e 31, secondo comma, della Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell'art. 47-quinquies, comma 7, della legge 26 luglio 1975, n. 354 (Norme sull'ordinamento penitenziario e sull'esecuzione delle misure privative e limitative della libertà), nella parte in cui prevede che la misura alternativa della detenzione domiciliare speciale possa essere concessa al padre di prole infradecenne – qualora la madre sia impossibilitata a prendersene cura – soltanto se «non vi è modo di affidare la prole ad altri che al padre» medesimo; che il rimettente è chiamato a decidere sull'istanza di concessione della detenzione domiciliare «ai sensi dell'art. 47-quinquies legge n. 354/75 oppure ai sensi degli artt. 146 n. 3 c.p. – 147 nn. 1 e 2 c.p. – 47-ter, comma 1-ter legge n. 354/75», formulata da un detenuto ristretto in carcere dal 23 gennaio 2007, in espiazione della pena della reclusione di anni dodici, mesi due e giorni ventidue, quantificata dal provvedimento di cumulo emesso in data 9 gennaio 2007 dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Larino; che, secondo quanto riferito dal giudice a quo, l'esecuzione della pena avrà termine il 30 novembre 2015, essendo state operate riduzioni pari ad anni tre di reclusione, in applicazione della legge 31 luglio 2006, n. 241 (Concessione di indulto), ed a giorni centotrentacinque a titolo di liberazione anticipata; che la condizione personale e familiare del detenuto istante è delineata dal rimettente attraverso il richiamo alla documentazione in atti, dalla quale emerge che le numerose condanne riportate dall'interessato si riferiscono a fatti commessi fino all'anno 2000, e che non risultano pendenze ulteriori; che – aggiunge il rimettente, il quale sul punto richiama il contenuto di un rapporto redatto dai Carabinieri del comune di residenza del detenuto – prima dell'inizio della carcerazione il predetto non lavorava, manteneva una condotta riprovevole e nel 2007 si era reso latitante, rifugiandosi in Germania e in Romania (circostanza, quest'ultima, che, secondo lo stesso rimettente, sarebbe «smentita per tabulas, in quanto dalla posizione giuridica risulta che l'istante ha iniziato la carcerazione in data 23 gennaio 2007»); che, ancora, il giudice a quo richiama gli esiti dell'osservazione condotta dagli operatori dell'istituto penitenziario, secondo cui l'istante «manifesta una personalità connotata da rigidità, conformismo, tratti di superficialità alternati, però, a momenti di riflessione e di consapevolezza, sicché è necessario verificare se tale riflessione proseguirà in futuro consentendogli di rafforzare quella riconsiderazione critica già avviata e tuttora in atto»; che inoltre, quanto alla situazione familiare, il rimettente riferisce che l'istante, prima di essere ristretto in carcere, conviveva con una donna di nazionalità romena e con il figlio avuto da costei, e che attualmente la stessa presta assistenza continuativa ad un anziano, alloggiando in una stanza attigua all'abitazione dell'assistito, assieme al figlio di cinque anni, che vive con lei e che accudisce da sola; che i genitori della donna risiedono in Romania, mentre «le uniche persone in grado di prendersi cura del piccolo» sono i genitori del detenuto, i quali però «sono anziani e ogni giorno si recano in campagna per svolgervi lavori agricoli»; che infine, dalla certificazione medica redatta in data 25 settembre 2008, risulta che la donna «è affetta da grave sindrome depressiva con attacchi di panico e di astenia grave, con calo di peso considerevole» e «necessita di assistenza psichiatrica e psicologica»; che su tali premesse il Tribunale rimettente solleva questione di legittimità costituzionale della norma di cui all'art. 47-quinquies, comma 7, della legge n. 354 del 1975, sul rilievo che il carattere “residuale” che connota l'affidamento dei minori infradecenni al padre detenuto contrasti con numerosi principi costituzionali; che sarebbe violato in primo luogo l'art. 2 Cost., nell'accezione solidaristica e del rispetto del primato della persona, che deve informare anche l'attuazione della pretesa punitiva dello Stato e, con essa, l'accesso alle misure alternative alla detenzione; che, al riguardo, il giudice a quo richiama l'esito degli studi specialistici secondo cui «occorre prestare la massima attenzione alla stabilità relazionale della triade madre-padre-figlio, perché tale stabilità è all'origine del senso di sicurezza del figlio in tenera età e […] perché un adulto fonda gran parte dei suoi sentimenti di legittimità proprio sull'esperienza della vicinanza affettiva del padre»; che, prosegue il rimettente, in tal senso si è espressa in data 26 ottobre 2006 anche la Corte europea dei diritti dell'uomo (ricorso n. 23848/04, Wallová e Walla c. Repubblica Ceca), la quale ha affermato – relativamente ad un caso di allontanamento dei figli minori dai genitori per motivi d'indigenza e povertà materiale – che l'assenza dei genitori o di uno solo di essi determina profondi traumi e scompensi nei figli, e che pertanto la decisione di separare questi ultimi dai genitori «deve sempre assicurare il rispetto della disposizione dell'art. 8 della Convenzione Europea, secondo cui lo Stato ha il dovere – fra l'altro – di conservare, agevolare e rinsaldare le relazioni fra genitori e figli»; che, al contrario, la norma oggetto di censura, oltre a privilegiare il rapporto tra madre e figlio minore, pospone la figura paterna ad altri soggetti, in ipotesi anche estranei alla cerchia parentale, e in questo modo sacrifica sia il diritto del minore a godere dell'assistenza e dell'affetto paterni, sia quello del padre a svolgere la funzione genitoriale; che risulterebbe violato l'art. 3, primo comma, Cost., in quanto la norma in esame riserva un «trattamento largamente e irragionevolmente preferenziale alla madre rispetto al padre, discriminando […] quest'ultimo nell'accesso alla detenzione domiciliare c.d. “speciale”», disconoscendo l'importanza del contributo paterno allo sviluppo armonico della personalità dei minori;