[pronunce]

che, sempre a giudizio della difesa statale, «è palese che la sentenza della Corte si riferisce esclusivamente alla fattispecie di cui al secondo comma che presentava quella commistione fra diritto penale sostanziale e diritto delle misure di prevenzione che faceva sì che una medesima condotta potesse dar luogo, indifferentemente, all'applicazione di una misura di tipo preventivo o di una pena detentiva», mentre il delitto di cui al comma 1 può essere realizzato – indifferentemente – tanto da chi riveste la qualità di indagato quanto da chi non la riveste ed è onere del pubblico ministero provare – in ogni suo elemento costitutivo – una fattispecie (intestazione fittizia diretta ad eludere norme o ad agevolare la commissione dei predetti reati) che ha un suo proprio e preciso disvalore giuridico e sociale. Considerato che la Corte d'appello di Palermo con ordinanza del 13 gennaio 2006 ha sollevato questione di legittimità costituzionale dell'art. 12-quinquies, comma 1, del decreto-legge 8 giugno 1992, n. 306 (Modifiche urgenti al nuovo codice di procedura penale e provvedimenti di contrasto alla criminalità mafiosa), convertito, con modificazioni, dalla legge 7 agosto 1992 n. 356 in riferimento agli artt. 2, 3, 24, 25, 27, 35 e 111 della Costituzione; che al rimettente «appaiono rilevanti ai fini del giudizio e meritevoli dell'autorevole vaglio della Corte Costituzionale» le argomentazioni con le quali la difesa degli imputati nel processo a quo sostiene che la norma censurata, nel disciplinare la fattispecie incriminatrice del «trasferimento fraudolento di valori», violerebbe, in particolare, l'art. 27, secondo comma, della Costituzione, perché punisce una determinata condotta in quanto posta in essere da soggetti che si qualificano per il solo fatto di rivestire una condizione processuale quale quella dell'indagato o dell'imputato, del tutto inidonea ad assegnare al soggetto attivo connotazioni di intrinseco disvalore, in violazione del principio per cui questo apprezzamento è riservato esclusivamente alla sentenza irrevocabile di condanna, e perché, con riferimento alla posizione dei soggetti cui fittiziamente è intestata la proprietà dei beni, la mancata indicazione dell'elemento psicologico che deve sorreggere la condotta potrebbe sottendere una forma di responsabilità oggettiva, palesemente contraria al principio della personalità della responsabilità penale; che la norma denunciata, infine, contrasterebbe anche con gli artt. 24 e 111 della Costituzione, perché trasferirebbe sull'imputato il compito di fornire la prova di una capacità patrimoniale atta a giustificare il possesso dei beni con un'inammissibile inversione dell'onere della prova; che la questione è manifestamente inammissibile; che l'ordinanza non contiene alcuna motivazione in ordine alla rilevanza e alla non manifesta infondatezza della questione di legittimità costituzionale, e difetta anche della descrizione della fattispecie oggetto del giudizio a quo, neppure esattamente identificata nei suoi requisiti minimi; che non può valere a colmare tali lacune il semplice rinvio alle motivazioni della richiesta di sollevare questione di costituzionalità fatta dalla difesa dell'imputato, giacché il giudice deve rendere esplicite le ragioni che lo portano a dubitare della costituzionalità della norma con una motivazione autosufficiente (ex plurimis ordinanza n. 312 del 2005); che, inoltre, la Corte rimettente muove dalla premessa interpretativa secondo la quale il comma 1 dell'art. 12-quinquies del decreto-legge n. 306 del 1992 presenterebbe gli stessi profili di incostituzionalità affermati dalla Corte con la sentenza n. 48 del 1994 in riferimento al comma 2 dello stesso articolo; che il rimettente non tiene conto di quella giurisprudenza di legittimità che ha avuto modo di delineare la fattispecie di reato del trasferimento di valori in termini tali da soddisfare il petitum dell'odierna questione, in quanto è stato evidenziato che la posizione di indagato o imputato non è elemento caratterizzante la rilevanza penale della condotta, venendo solo a definire l'ambito temporale di operatività del divieto, così da ritenere che la portata incriminatrice della norma si estende anche nei confronti di chi non è sottoposto ad alcuna misura di prevenzione ma può prevedere che sia imminente una tale evenienza (Corte di cassazione, sezione prima penale, sentenza 2 marzo 2004, n. 19537) ; che anche la premessa interpretativa dell'inversione dell'onere della prova non trova riscontro nella giurisprudenza di legittimità secondo la quale spetta alla pubblica accusa provare, sia nei confronti di colui che si rende fittiziamente titolare di beni, sia nei confronti di chi opera la fittizia attribuzione, tutti gli elementi costitutivi del reato, vale a dire il carattere fittizio di tale attribuzione e il dolo specifico di elusione delle misure di prevenzione o di contrabbando ovvero di agevolazione della commissione di uno dei delitti di cui agli articoli 648, 648-bis e 648-ter del codice penale; che, infine, la Corte rimettente si è limitata ad aderire alla prospettazione della difesa non tenendo conto, anche al fine di confutarla, dell'elaborazione giurisprudenziale in materia, sulla base della quale la Corte di cassazione ha, invece, affermato la manifesta infondatezza di un'identica richiesta di sollevare questione di costituzionalità dell'art. 12-quinquies, comma 1, del decreto-legge n. 306 del 1992 (Corte di cassazione, sezione quinta penale, sentenza 25 settembre 2007, n. 39992). Visti gli artt. 26, secondo comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87, e 9, comma 2, delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale.. . per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE dichiara la manifesta inammissibilità della questione di legittimità costituzionale dell'art. 12-quinquies, comma 1, del decreto-legge 8 giugno 1992, n. 306 (Modifiche urgenti al nuovo codice di procedura penale e provvedimenti di contrasto alla criminalità mafiosa), convertito, con modificazioni, dalla legge 7 agosto 1992, n. 356, sollevata, in riferimento agli artt. 2, 3, 24, 25, 27, 35 e 111 della Costituzione, dalla Corte d'appello di Palermo con l'ordinanza indicata in epigrafe. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 25 giugno 2008. F.to: Franco BILE, Presidente Paolo Maria NAPOLITANO, Redattore Maria Rosaria FRUSCELLA, Cancelliere Depositata in Cancelleria il 4 luglio 2008. Il Cancelliere F.to: FRUSCELLA