[pronunce]

Ai fini della definizione delle materie spettanti alla competenza legislativa delle regioni a statuto speciale resta fermo il valore prescrittivo dei cataloghi di materie contenuti nei rispettivi statuti, salvo le modifiche in melius ai sensi dell'art. 10 della legge costituzionale n. 3 del 2001. Il che comporta che la competenza legislativa in materia di caccia spetti alla Regione Sardegna, in quanto competenza esclusiva attribuitale dall'art. 3, lettera i), dello statuto, e non già come competenza legislativa "generale" in base al quarto comma del nuovo art. 117 della Costituzione. Inoltre, secondo la parte resistente, la competenza legislativa esclusiva dello Stato, nelle materie di cui al secondo comma dell'art. 117 della Costituzione, assumerebbe nei confronti delle Regioni ad autonomia speciale un carattere necessariamente "residuale": se c'è un ambito di competenza materiale specifica attribuito dallo statuto speciale ad una Regione, in quello stesso ambito non può esserci competenza esclusiva dello Stato ai sensi del secondo comma dell'art. 117 della Costituzione, dovendo operare il criterio della specialità e prevalendo la disciplina statutaria. D'altra parte - sempre secondo la difesa della Sardegna - l'art. 10 della legge costituzionale n. 3 del 2001 non consentirebbe l'applicazione alla Regione ad autonomia speciale della disciplina del secondo comma dell'art. 117 della Costituzione che in tal caso, anziché ampliare l'autonomia regionale, la restringerebbe, "svuotando" di contenuti le materie attribuite alla Regione dallo statuto speciale. La Regione Sardegna contesta, inoltre, che la disposizione sul termine del periodo di caccia contenuta nel secondo comma dell'art. 18 della legge n. 157 del 1992, così strettamente inerente ad una modalità del prelievo venatorio, possa essere ricondotta all'ambito ed al livello di quella "tutela dell'ambiente" e dell'"ecosistema" assegnata dal secondo comma dell'art. 117 della Costituzione alla competenza esclusiva dello Stato. Peraltro, se anche fosse vero che, come sostiene nel ricorso la Presidenza del Consiglio, vi sia parziale sovrapposizione fra la materia "caccia" e la materia "tutela dell'ambiente e dell'ecosistema" da ciò non deriverebbe affatto che la legge impugnata invada la competenza statale, ma invece una riduzione della competenza dello Stato in materia di tutela dell'ambiente, nel senso che essa, in virtù del criterio della specialità, non potrebbe estendersi nella Regione Sardegna alla disciplina della caccia, né limitare la legislazione regionale in materia. La disposizione legislativa impugnata, infine, sarebbe, secondo la difesa della parte resistente, rispettosa delle esigenze di tutela della fauna esistente in Sardegna, dovendo essere riguardata nel complesso della disciplina legislativa della suddetta Regione in materia di caccia e considerata alla luce delle specificità della situazione climatico ambientale e, quindi, dei periodi dell'anno in cui si verificano i flussi migratori. 3. - Ha presentato atto di intervento fuori termine l'Associazione Italiana per il World Wide Fund for Nature. 4. - In prossimità dell'udienza ha depositato memoria la resistente Regione Sardegna, eccependo preliminarmente la inammissibilità del ricorso, in quanto la Presidenza del Consiglio non ha depositato integralmente il testo del verbale della riunione del Consiglio dei ministri del 28 marzo 2002 in cui si decise di impugnare la legge della Regione Sardegna n. 5 del 2002. Non è agli atti la relazione del Ministro per gli affari regionali che, a quanto si legge nel suddetto verbale, doveva essere allegata al medesimo, e dalla quale dovrebbe risultare determinato lo specifico oggetto dell'impugnativa. L'oggetto della impugnativa non risulta determinato in modo sufficiente dal suddetto verbale, nel quale si esprime solo la volontà di impugnare la legge regionale, per cui, come è dato arguire dalla sentenza n. 29 del 1996 di questa Corte, il ricorso dovrebbe ritenersi inammissibile. La Regione Sardegna contesta anche l'ammissibilità dell'intervento dell'Associazione italiana per il WWF, considerato che, secondo il costante insegnamento di questa Corte, espresso tra l'altro nella sentenza n. 382 del 1999, nei giudizi di legittimità costituzionale in via principale non è ammessa “la presenza di soggetti diversi dalla parte ricorrente e dal titolare della potestà legislativa il cui esercizio è oggetto di contestazione”. Nel merito la resistente ribadisce l'infondatezza del ricorso, sostenendo che essa sarebbe vieppiù dimostrata dalla più recente giurisprudenza di questa Corte che ha iniziato a chiarire il significato e la portata della competenza esclusiva che la lettera s) del secondo comma dell'art. 117 della Costituzione attribuisce alla legge statale in materia di “tutela dell'ambiente” e “dell'ecosistema”. In particolare, la sentenza n. 407 del 2002 ha escluso che la tutela dell'ambiente sia una “materia”, essendo invece l'ambiente da considerarsi come un “valore” costituzionalmente protetto che non esclude la titolarità in capo alle Regioni di competenze legislative su materie (governo del territorio, tutela della salute, ecc.) per le quali quel valore costituzionale assume rilievo e consente allo Stato di dettare, in funzione di esso, standards di tutela uniformi sull'intero territorio nazionale anche incidenti sulle competenze legislative regionali ex art. 117 della Costituzione. Dopo aver ribadito le ragioni per cui l'attribuzione alla legge statale della competenza di cui all'art. 117, secondo comma, lettera s), della Costituzione non potrebbe comportare sottrazione o riduzione della competenza esclusiva in materia di caccia spettante alla Regione Sardegna in base all'art. 3, lettera i), dello statuto speciale, la resistente rileva, in ipotesi subordinata, che se pure gli “standards minimi” a tutela dell'ambiente stabiliti dalla legge statale costituissero un limite nei confronti della suddetta competenza legislativa esclusiva regionale in materia di caccia, tale carattere non potrebbe essere riconosciuto al secondo comma dell'art. 18 della legge statale n. 157 del 1992, che pone il limite assoluto e inderogabile del 31 gennaio per l'esercizio venatorio. La stessa disciplina vigente in ambito comunitario e internazionale dimostrerebbe l'impossibilità di attribuire valore assoluto e inderogabile per l'intero territorio italiano alla data del 31 gennaio fissata per il termine della caccia dalla richiamata legge statale. In particolare, l'art. 7.4, della direttiva 79/409/CEE, concernente la conservazione degli uccelli selvatici, non stabilisce termini rigidi ed uniformi per i periodi di caccia autorizzata, ma impone agli Stati membri di provvedere “a che le specie soggette alla legislazione della caccia non vengano cacciate durante il periodo della riproduzione e durante il ritorno al luogo di nidificazione”. La disciplina comunitaria non escluderebbe, dunque, che i periodi di caccia delle specie migratorie siano disciplinate diversamente dai vari Stati membri e, all'interno di essi, dalle varie autorità regionali.