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I rinnovi contrattuali del biennio ’62-’63 segnano in Italia il culmine della ripresa delle lotte operaie negli anni del « miracolo economico » e siglano una riduzione dell'orario settimanale a quarantaquattro ore in quasi tutte le categorie. Successivamente, con l'espansione degli anni sessanta e le lotte dei lavoratori, fra il ’67 e il ’70 vengono riconosciuti quasi in tutta Europa il sabato festivo, un aumento delle ferie retribuite e le quaranta ore. Il monte lavorativo annuo passa da 2.400 a 1.800 ore pro capite . In seguito, le cose cominciano a cambiare: la tristemente nota « marcia dei quarantamila » quadri e impiegati FIAT del 14 ottobre 1980 segna la frattura dell'unità fra i salariati del ceto medio e gli operai, in sciopero da trentacinque giorni contro la messa in cassa integrazione di 24.000 unità. Per tutti gli anni ottanta e novanta gli orari contrattuali rimangono stabili (nel « Pacchetto Treu » del 1997 l'orario è fissato a quaranta ore settimanali), tuttavia si avvia un processo regressivo. Aumentano gli orari di fatto, i tempi di lavoro si intensificano, molte attività vengono esternalizzate; finché si avvia una riorganizzazione complessiva degli orari, con la famosa « flessibilità »: i turni si diversificano ed estendono, si diffondono lavoro festivo e notturno, le imprese cominciano a gestire unilateralmente l'orario individuale. La storia dei diritti dei lavoratori in Italia diventa una parabola discendente. Dal culmine raggiunto con lo Statuto dei lavoratori si è andati man mano perdendo diritti. L'Italia da decenni insegue il miraggio della flessibilità che ha portato ad una quasi stagnazione dell'economia. Legge Biagi, interventi sull'Irap, cancellazione dell'articolo 18, per citare alcune misure. Fino al culmine rappresentato dal Jobs Act che precarizza il lavoro. Il bello è che lo ha fatto un Governo che si diceva di sinistra. Ecco dunque che arriviamo alla situazione attuale: in Italia (come e più che altrove) corrono in parallelo la parabola della riduzione dei salari, invocata per aumentare la competitività, e quella dell'aumento degli orari. Inoltre, con l'innalzamento dell'età pensionabile, si accrescono le ore lavorate nell'arco della vita. Aumenta anche l'intensità delle prestazioni richieste nella stessa unità di tempo. L'innovazione tecnologica nei processi produttivi riduce il tempo di lavoro necessario per unità di prodotto, ma non determina il calo dell'orario individuale: ne conseguono solo esuberi di personale, quindi un aumento della disoccupazione. Per dare un lavoro ai disoccupati basterebbe ridurre di poco l'orario di lavoro degli occupati. Noi lavoriamo in media 400 ore in più dei tedeschi e loro producono molto di più di noi. Dipende dalla tipologia dei nostri datori di lavoro e dalla poca innovazione anche culturale e dei mezzi di produzione. Ridurre l'orario di lavoro almeno del 10 per cento potrebbe eliminare in parte le ingiustizie. In anni recenti si è addirittura giunti a incentivare gli straordinari (nel 2008 il decreto-legge n. 93 li ha detassati ad aliquota fissa del 10 per cento) o a firmare accordi che prevedevano aumenti dell'orario, alimentando in piena crisi occupazionale un'ulteriore concentrazione del lavoro nelle mani di pochi. Nel nostro Paese c'è chi lavora troppo e chi lavora troppo poco. In un contesto di estrema frammentazione del potere d'intervento dei lavoratori sulle condizioni di lavoro, si acuiscono fenomeni di sfruttamento intensivo, con il ricorso a straordinari e la diffusione del cottimo in comparti produttivi in espansione, come l'esempio della logistica e della grande distribuzione dimostrano. Inoltre, l'iniqua distribuzione del lavoro assume caratteristiche generazionali: la quota dei « NEET » quindici-trentaquattro anni in Italia è la più alta d'Europa, superiore anche a quella della Grecia, circa quattro volte superiore a quella della Svezia, mentre i lavoratori anziani sono l'unica categoria in costante crescita occupazionale. Oggi in Italia continuiamo a lavorare mediamente quaranta ore a settimana e abbiamo 6 milioni di disoccupati fra cui 2 milioni di giovani. Lavoriamo 1.800 ore l'anno pro capite , mentre in Germania sono circa 1.371. Se lavorassimo trentasei ore a settimana 3 milioni di disoccupati potrebbero avere un posto di lavoro. Negli ultimi anni, il contenimento del costo del lavoro ha avuto l'effetto di ridurre gli investimenti e accentuare il ricorso a lavoro precario e poco qualificato, anziché rilanciare l'economia nazionale. Risultato: aumento del lavoro « povero », abbassamento dei salari, segmentazione del mercato del lavoro, sacche di sfruttamento intensivo e alto tasso di disoccupazione. Con il Jobs Act , la decontribuzione a pioggia alle imprese ha vaporizzato i soldi pubblici senza cambiare modello. Si richiedono dunque interventi legislativi volti a disincentivare il ricorso a straordinari, inasprendo il carico fiscale per le imprese e allo stesso tempo favorendo assetti di contrattazione dell'orario di lavoro, che rispondano al bisogno di flessibilità dei lavoratori e delle lavoratrici, anziché a quello delle imprese. Un discorso analogo va fatto rispetto al ruolo esercitato dai grandi oligopoli dell'economia delle piattaforme. Da Amazon, ad Airbnb ad Uber, l'uso dell'innovazione tecnologica nel campo dell'economia digitale non è materia che può restare neutra per il dibattito politico. Una riduzione generalizzata dell'orario di lavoro a parità di salario favorirebbe invece un aumento dell'occupazione in alcuni comparti produttivi, con un impatto positivo sui salari più ampio. Ecco quindi che tornare a ridurre gli orari e redistribuire il lavoro sarebbero buone idee, per molteplici ragioni: a) perché esiste una correlazione tra diminuzione dell'orario di lavoro e aumento della qualità del lavoro e della produttività, in particolar modo quando la diminuzione di orario è giornaliera e consente di lavorare meno ore ogni giorno, eliminando le ore in cui si è maggiormente stanchi e quindi meno produttivi; b) perché c'è un rapporto chiaro fra orari ridotti e tassi di occupazione più elevati. Gli occupati italiani lavorano più di quelli tedeschi, eppure un tasso di occupazione come quello tedesco comporterebbe in Italia sei milioni di lavoratori in più. A quanto risulta da vari studi, il lavoro reso disponibile dalla riduzione degli orari si tradurrebbe per almeno il 50 per cento in nuova occupazione; c) perché la riduzione dell'orario di lavoro e l'aumento dell'occupazione sono entrambi fattori che comporterebbero una riduzione dello stress lavoro-correlato, a oggi la causa del 50-60 per cento delle giornate lavorative perse per malattia secondo l'Agenzia europea per la sicurezza e la salute sul lavoro; d) perché avrebbe un impatto positivo sull'esistenza individuale e sociale delle persone, liberando tempo ed energie per la vita privata, la partecipazione sociale e le relazioni; e) perché potrebbe implicare una maggiore partecipazione dei lavoratori alle decisioni dell'impresa, affidando alla contrattazione collettiva uno spazio di iniziativa nell'organizzazione del lavoro a partire dal controllo sui tempi;