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Modifiche alla parte quarta del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, concernenti la gestione dei prodotti e dei rifiuti da essi originati secondo criteri di sostenibilità ambientale e di coesione sociale. Onorevoli Senatori. – La gestione dei rifiuti solidi urbani presenta ancora molte criticità nel nostro Paese sul versante ambientale, sociale ed economico; il fallimento del modello di gestione mediante discariche e recupero energetico «speculativo» si sta traducendo nel repentino esaurimento delle discariche, in costi insostenibili dell'energia (a minimo indice di ritorno energetico) e in elevati costi sanitari. La priorità sottesa a una strategia efficace in materia di rifiuti consiste nel ridurre i rifiuti a monte, ma poco si è fatto su questo fronte. Ridurre i rifiuti significa produrre meno e questa scelta coraggiosa, ma inevitabile per la sostenibilità, va contro le logiche di mercato e rischia di rimanere solo uno slogan se non si introducono obblighi e leve fiscali per spingere le industrie a non produrre imballaggi e beni inutili o poco durevoli. La seconda priorità è il riciclo dei rifiuti che non riusciamo a non produrre. La percentuale di raccolta differenziata non è un parametro sufficiente: spesso il singolo comune può cambiare il calcolo di questa percentuale attraverso l'assimilazione, ma soprattutto la percentuale di raccolta differenziata è un parametro quantitativo (ancor di più se non supportato da impiantistica e mercato adeguati) che non indica quanta materia prima sia effettivamente ottenuta dal riciclo della stessa (al netto degli scarti e del recupero energetico). Il mercato del riciclo, a differenza di quello del recupero energetico, non è adeguatamente sostenuto e liberalizzato da parte dello Stato. Come noto, fanalino di coda per quanto concerne la conformità alle indicazioni europee sulla gestione dei rifiuti sono il recupero energetico e lo smaltimento in discarica. Su quest'ultimo si è già detto tutto. L'Italia in molte regioni ha da sempre puntato all'interramento tal quale dei rifiuti indifferenziati. Un serio pretrattamento meccanico-biologico dell'indifferenziato può limitare drasticamente gli effetti negativi di una discarica, in termini sia quantitativi che qualitativi. Siamo convinti che finalizzare questo pretrattamento alla separazione e alla stabilizzazione dell'umido indifferenziato e al recupero di materia secca (metalli e plastiche in primis) da avviare al riciclo renda tollerabile il ricorso residuale alla discarica che sarà sempre meno frequente attraverso la corretta applicazione dei princìpi citati. In relazione al penultimo gradino delle gerarchie europee, ovvero il recupero energetico, sono necessarie alcune osservazioni. Al pari delle discariche riteniamo che gli inceneritori (generalmente chiamati termovalorizzatori, termoutilizzatori, eccetera) condizionino e pregiudichino le due nostre priorità (riciclo e riduzione). Tralasciando gli allarmanti effetti negativi sulla salute e sull'ambiente (principio di conservazione della massa: la combustione non elimina il rifiuto ma lo moltiplica in varie forme) degli inceneritori (compresi quelli di ultima generazione che, alzando le temperature, producono certamente meno diossina ma producono altri inquinanti sotto forma di nanoparticelle più piccole e di difficile gestione), vogliamo sottolineare il seguente aspetto: gli inceneritori hanno bisogno di grandi investimenti e per il rientro economico, incentivi o no, hanno bisogno di un quantitativo minimo e costante di rifiuti da bruciare per decenni condizionando tutto il ciclo dei rifiuti e hanno bisogno di rifiuti ad alto potere calorifico, spesso costituiti da materiale riciclabile come la plastica. L'incentivazione a produrre energia dai rifiuti sottrae quindi risorse al recupero di materia (attualmente non incentivato) e alla riduzione del rifiuto. Recuperare materia significa risparmiare più energia di quanta se ne produca bruciandola. Non ci sono materiali nel rifiuto urbano che devono essere necessariamente avviati a incenerimento; se i rifiuti non sono recuperabili si deve tentare di produrli diversamente. Al fine di sottolineare come il binomio energia-rifiuti sia una pericolosa fonte di distorsione e di speculazione possiamo citare l'esplosione di richieste di impianti a biogas così come avveniva anni fa per gli inceneritori. Caratteristica di questi impianti è quella di essere sovradimensionati. Questo aspetto significa che c'è una corsa al business di produzione di biogas attraverso impianti a digestione anaerobica a discapito dei più economici e modulari impianti aerobici. Tale sovradimensionamento porterà a mettere in ingresso non solo organico differenziato ma anche indifferenziato e altri fanghi inquinati visto che l'obiettivo è la produzione di energia e non certo la produzione di compost di qualità. I fanghi in uscita sono comunque un rifiuto potenzialmente inquinato di metalli pesanti. Il recupero energetico mediante digestione anaerobica al momento sta assumendo caratteristiche di speculazione incontrollata, con l'utilizzo di additivi chimici per velocizzare i processi di produzione del biogas e di cloruri per preservare l'impiantistica dai danni da ammoniaca che, mescolandosi alla componente organica, determinano l'emissione di diossine durante la combustione del biogas. Pertanto, tale produzione energetica dovrebbe essere decisamente residuale e oggetto di monitoraggio e ricerca, anche per gli elevatissimi costi di estrazione energetica (secondo la statunitense Energy information administration il costo per l'estrazione energetica da rifiuti è superiore di dieci volte a quella per l'estrazione dal sole mediante pannelli fotovoltaici classici). Il nostro Paese registra la presenza di modelli comunali decisamente virtuosi di gestione dei rifiuti, dove la raccolta differenziata ha superato il 90 per cento, sebbene queste esperienze fatichino ad imporsi, in parte per la presenza di attori patologici nella filiera quali aziende legate alle ecomafie e aziende che si dedicano alla speculazione in questo settore, spesso in relazione con amministrazioni pubbliche o con società partecipate, in parte per il parziale cambiamento culturale che, se da un lato ha consentito di ottenere importanti risultati nell'adesione alla raccolta differenziata, dall'altro resta ancorato a un modello consumistico di acquisto e di gestione dei beni, dagli alimenti ai pannolini, a un utilizzo di prodotti monouso o comunque di durata limitata (si segnalano, in particolare, lo spreco di enormi quantità di alimenti e la lentezza nell'adesione a modelli di autogestione del rifiuto umido, anche le compostiere domiciliari o condominiali sono sempre più efficienti e impedirebbero l'accumulo della principale fonte di percolato in discarica o fenomeni di fermentazione di difficile gestione con produzione incontrollata di batteri nel caso dell'accumulo in impianti industriali o di digestione anaerobica). Per affrontare puntualmente tutti gli aspetti citati è stata necessaria una revisione pressoché integrale e organica del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, nel tentativo di creare un codice ambientale del MoVimento 5 stelle.