[pronunce]

L'unico elemento riportato dalla ricorrente, ma senza che sia messo in relazione con le norme regionali impugnate, sarebbe l'articolo 4, lettera g), del decreto legislativo 31 marzo, 1998, n. 114 (Riforma della disciplina relativa al settore del commercio, a norma dell'art. 4, comma 4, della legge 15 marzo 1997, n. 59), il quale definisce i centri commerciali. Ritiene, inoltre, la Regione che il termine "parco commerciale" «rientr[i] ormai da tempo nel linguaggio comune non soltanto del settore commerciale, ma anche della giurisprudenza civile ed amministrativa» e che «[l]a differenza principale rispetto al centro commerciale, in ogni caso, rest[i] l'unitarietà o meno della costruzione in cui sono inseriti gli esercizi commerciali». L'inclusione di tale tipologia di esercizio commerciale nell'applicazione delle disposizioni in materia di commercio in sede fissa «non rappresenta altro», secondo la Regione resistente, «che un'ulteriore tutela rivolta agli operatori commerciali ed agli stessi cittadini» e interviene nel rispetto delle finalità perseguite dalla Regione stessa in attuazione dei principi comunitari e delle leggi statali in materia di tutela della concorrenza. La censura sarebbe comunque manifestamente infondata , non essendo il contenuto delle disposizioni censurate idoneo a incidere, sotto un qualunque aspetto, sulla tutela della concorrenza. 2.1.2.- Con riferimento alla censura avanzata nei confronti dell'art. 13 della legge regionale n. 29 del 2014 per violazione dell'art. 117, secondo comma, lettera e), Cost., la difesa regionale ritiene l'inammissibilità della questione per due ordini di motivi: 1) il ricorrente sostiene l'introduzione, ad opera della disposizione regionale, di limitazioni all'esercizio dell'attività commerciale vietate dalla normativa statale, semplicemente richiamando l'art. 31, comma 2, del d.l. n. 201 del 2011 , ma senza indicare il contenuto di tali limitazioni, né quali aspetti della censurata disposizione regionale vi contrasterebbero; 2) il riferimento all'autorizzazione richiesta dalla disposizione regionale ai fini dell'apertura dei parchi commerciali, del trasferimento di sede, dell'ampliamento e della modifica del settore merceologico non è sostenuto da alcuna spiegazione circa la sua configurabilità quale limitazione illegittimamente posta. A tal proposito la Regione, richiamando la sentenza n. 165 del 2014, afferma che «la mera previsione da parte di una legge regionale di un'autorizzazione a carico delle strutture di vendita [...] non viola in sé e per sé la normativa statale in materia di "tutela della concorrenza", rendendosi pertanto necessaria, al fine di lamentare la suddetta violazione nel giudizio di legittimità costituzionale, una compiuta esplicazione delle ragioni specifiche che la sorreggono». La censura sarebbe, secondo la difesa regionale, comunque manifestamente infondata, in quanto l'art. 31, comma 2, del d.l. n. 201 del 2011, nonché l'art. 10 della direttiva comunitaria di cui l'atto governativo è attuazione, non vietano di per sé la previsione di un regime autorizzatorio: l'art. 31, comma 2, nel prevedere la libertà di apertura degli esercizi commerciali, «costituisce un principio generale, come tale suscettibile di subire deroghe», purché esse rientrino all'interno dei confini tracciati dalla stessa disposizione; e l'art. 10, imponendo dei limiti nella determinazione dei criteri di rilascio dell'autorizzazione, muove dall'assunto della loro ammissibilità. Ciò che, dunque, potrebbe essere in contrasto con le disposizioni invocate come parametro non è la previsione del regime autorizzatorio in sé, ma la previsione di procedure per il rilascio dell'autorizzazione che rendano più gravoso l'avvio di una attività commerciale. Nulla, però, dispone in merito la censurata disposizione regionale. 2.1.3.- Secondo la Regione resistente, è altresì manifestamente inammissibile la questione sollevata sull'art. 13 della legge regionale n. 29 del 2014 per violazione dell'art. 117, primo comma, Cost., essendo essa formulata in modo assolutamente generico e apodittico, senza che siano indicate le ragioni della pretesa violazione, né le specifiche norme della direttiva comunitaria che si presumono violate. 2.2.- Con riferimento alla censura mossa nei confronti degli artt. 11 e 17, comma 1, della legge regionale n. 29 del 2014, per violazione dell'art. 117, primo comma, Cost., la difesa regionale ne argomenta la manifesta inammissibilità e, comunque, la manifesta infondatezza. In via preliminare, la difesa regionale osserva che le formulazioni introdotte dalle disposizioni censurate sostituiscono formulazioni del tutto analoghe già contenute nella legge regionale precedente, e che l'integrazione dei soggetti collettivi da consultare permette un adeguamento delle disposizioni censurate, da questo punto di vista, all'art. 2, comma 1, della stessa legge regionale, articolo non sottoposto all'odierno giudizio di costituzionalità. La difesa regionale osserva, inoltre, che il ricorrente si è limitato, nella prospettazione della questione, a riportare i testi delle due norme regionali e l'art. 14 della direttiva comunitaria, invocato quale parametro interposto, affermandone apoditticamente il contrasto. La mancata argomentazione sulla riconducibilità delle organizzazioni richiamate dalle norme impugnate alla nozione, adottata dalla direttiva europea, di «operatori concorrenti» il cui coinvolgimento è vietato, rende la questione manifestamente infondata. 3.- Con memoria integrativa depositata il 31 dicembre 2015, la Regione Marche chiede che sia dichiarata la cessazione della materia del contendere, essendo stata approvata, nelle more del giudizio, la legge regionale 13 aprile 2015, n. 16 (Disposizioni di aggiornamento della legislazione regionale. Modifiche alla legge regionale 30 dicembre 2014, n. 36 "Disposizioni per la formazione del bilancio annuale 2015 e pluriennale 2015/2017 della Regione. Legge finanziaria 2015" e alla legge regionale 30 dicembre 2014, n. 37 "Bilancio di previsione per l'anno 2015 ed adozione del bilancio pluriennale per il triennio 2015/2017"), il cui art. 7 ha modificato le disposizioni censurate in senso satisfattivo della pretesa avanzata con il ricorso. In particolare, tale articolo ha abrogato, al comma 5, lettere c), d) ed e), esplicitamente gli artt. 7, comma 1, 8, comma 4, e 13 della legge regionale n. 29 del 2014; e ai commi 2 e 3, tacitamente, gli artt. 11 e 17, comma 1, nella parte in cui sostituiscono alla consultazione dei soggetti collettivi il mero confronto con i medesimi. 3.1.- La difesa regionale insiste comunque per l'inammissibilità e la manifesta infondatezza delle censure di incostituzionalità, richiamando integralmente le argomentazioni già dedotte in sede di costituzione, e integrandole sotto due profili.