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La previsione di illeciti penali in materia di caccia presenta diversi inconvenienti, relativi in particolare al sovraccarico di lavoro per gli uffici giudiziari penali e alla sproporzionata criminalizzazione di molte condotte. Per giunta le sanzioni penali in questione difficilmente possono essere applicate in concreto, con la conseguenza che ciò determina una scarsa effettività dell'intero sistema. La previsione di un sistema sanzionatorio penale, secondo i più moderni studi giuridici e sociologici, deve costituire l' extrema ratio cui l'ordinamento ricorre solo ove tutti gli altri strumenti giuridici si rivelino inidonei a perseguire un'efficace tutela. Laddove, viceversa, altri strumenti si rivelino idonei a garantire l'intento perseguito dal legislatore con la previsione di un divieto o di un obbligo, è preferibile utilizzare proprio questi altri strumenti: infatti essi permettono di raggiungere il risultato voluto con l'impiego di mezzi minori (principio di proporzionalità). Nel caso in esame il ricorso al sistema sanzionatorio amministrativo può garantire le finalità volute con la previsione degli obblighi o dei divieti, senza necessità di ricorrere al sistema sanzionatorio penale, che comporta rilevanti effetti «collaterali», non essenziali ai fini del raggiungimento dello scopo perseguito dalla norma, tanto per la collettività (si veda il paragrafo 3.1. ) che per il singolo (si veda il paragrafo 3.2.). 3.1. Il sovraccarico di lavoro per gli uffici giudiziari. Sebbene le fattispecie esaminate siano punite in modo piuttosto mite (la pena detentiva massima prevista per la fattispecie più grave è l'arresto per un anno, ma spesso la sanzione è solo pecuniaria), l'irrogazione della sanzione richiede comunque un procedimento penale, con la connessa possibilità di una molteplicità di gradi di giudizio prima che si giunga all'applicazione della pena. Questo comporta non solo costi a carico della collettività e del presunto trasgressore, ma anche un'inefficienza complessiva del sistema giustizia, intasato da procedimenti penali per fatti di scarsa rilevanza. 3.2. Lo stigma criminale per soggetti estranei ad un habitus criminale. Questa considerazione è pienamente condivisa dalla Corte costituzionale, secondo la quale lo strumento della sanzione penale non soltanto non costituisce l'unico strumento a presidio dell'effettiva imposizione di obblighi e doveri, ma anzi rappresenta l' extrema ratio , da riservare alle ipotesi in cui non siano efficaci altri controlli o responsabilità amministrative (Corte costituzionale 26 luglio 1996, n. 317, e, nello stesso senso, Corte costituzionale 28 dicembre 1998, n. 447, e 30 dicembre 1998, n. 456). Non si tratta di un ragionamento riferibile a fattispecie isolate, ma di un vero e proprio principio che ha ispirato tutte le leggi di depenalizzazione avutesi sinora: in particolare la prima depenalizzazione della legge 3 maggio 1967, n. 317, poi (fra le tante) la legge 24 dicembre 1975, n. 706, quindi la depenalizzazione «epocale» della legge 24 novembre 1981, n. 689, e il decreto legislativo 30 dicembre 1999, n. 507. La trasformazione degli illeciti penali in illeciti amministrativi non si risolve in una rinuncia a tutelare gli interessi protetti dalla fatti specie (originariamente) penale, ma nella riduzione al minimo necessario dei costi sociali connessi alla (persistente) tutela dell'interesse protetto. A questo proposito si rammenti che, come è noto, l'applicazione di una sanzione penale presuppone l'apertura di un complesso procedimento giurisdizionale a carico di una persona, la quale -- quand'anche non dovesse risultare colpevole della condotta di cui è accusata in esito al processo -- è soggetta ad un giudizio sociale particolarmente squalificante (cosiddetto «stigma criminale») che risulta assolutamente ingiustificato in rapporto a condotte come quelle in esame: si finisce, in altre parole, per creare intorno alla persona del cacciatore un «alone» criminale, che comporta notevoli conseguenze negative sul piano sociale ed economico, senza che questo effetto «collaterale» risulti essenziale al fine di tutelare i beni protetti dalle fattispecie sanzionate. Si noti che a risultati sostanzialmente analoghi si perviene anche nell'ipotesi in cui l'imputato sia effettivamente responsabile della violazione, in quanto un giudizio sociale così squalificante è spesso sproporzionato rispetto a condotte lesive poco significative. In proposito un autorevolissimo contributo scientifico ha posto in evidenza che «la sanzione penale comporta uno stigma etico-sociale che attraverso il giudizio di colpevolezza coinvolge direttamente la persona del reo: a differenza della sanzione amministrativa la pena criminale è una sanzione "squalificante", traducendosi nella creazione di uno status del condannato, fortemente afflittivo della personalità umana, con più o meno marcata rifrazione dell'immagine sociale del reo» (si veda Carlo Enrico Paliero -- Aldo Travi, La sanzione amministrativa. Profili sistematici , Milano, 1988, 22). Il procedimento sanzionatorio amministrativo non comporta questo tipo di problemi e ad esso non si riconnette alcun giudizio sociale particolarmente squalificante per l'autore della violazione, con la conseguenza che è possibile punire i responsabili di violazioni riducendo al minimo indispensabile gli effetti «collaterali». 3.3. Le difficoltà nell'applicazione della sanzione penale (in particolare la pena detentiva) Il ricorso al sistema sanzionatorio penale risulta ancora più ingiustificato ove si consideri che -- pur a fronte degli effetti «collaterali» (non strettamente necessari) che la collettività e il singolo devono sopportare in ragione dello svolgimento di un processo penale -- di fatto spesso non si giunge all'applicazione delle sanzioni penali (in particolare della pena detentiva). L'applicazione di una sanzione penale presuppone infatti la dimostrazione della colpevolezza dell'autore della violazione, senza alcuna presunzione di colpevolezza, neppure per le contravvenzioni (si veda Cassazione penale, sezione III, 15 aprile 1997, n. 4511): tutto ciò impone alla pubblica accusa un difficile lavoro di prova della sussistenza dell'elemento psicologico (quantomeno sub specie di colpa). Spesso però fornire questo tipo di prove è molto difficile, con la conseguenza che non si giunge concretamente all'applicazione della sanzione penale. Al di là di quest'ultimo aspetto legato al funzionamento degli uffici giudiziari o comunque alla difficoltà di accertare nel caso concreto la sussistenza della colpa, è a ben vedere la stessa legge n. 157 del 1992 che prevede una serie di istituti in forza dei quali le sanzioni penali previste in materia di caccia ben difficilmente possono essere applicate. In primo luogo, per tutti i reati in materia di caccia è possibile la sospensione condizionale della pena (articolo 163 del codice penale), poiché la pena massima prevista è l'arresto per un anno;