[pronunce]

SENTENZA ha pronunciato la seguentenel giudizio di legittimità costituzionale dell'art. 314 del codice di procedura penale, promosso con ordinanza del 29 ottobre 2002 dalla Corte d'appello di Palermo, iscritta al n. 56 del registro ordinanze 2003 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 9, prima serie speciale, dell'anno 2003. Udito nella camera di consiglio del 12 maggio 2004 il Giudice relatore Carlo Mezzanotte.. Ritenuto in fatto Considerato in diritto La Corte d'appello di Palermo, chiamata a decidere sulla domanda con la quale una persona - tratta in arresto in forza di ordinanza di custodia cautelare in carcere per reati in tema di stupefacenti, emessa dal Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Palermo il 14 gennaio 1998, e poi prosciolta da quegli stessi reati con sentenza irrevocabile emessa dal Tribunale di Palermo il 7 ottobre 1999, con la quale era stato dichiarato non doversi procedere nei suoi confronti per ostacolo di precedente giudicato - aveva chiesto il riconoscimento della equa riparazione per l'ingiusta detenzione sofferta dal 14 gennaio 1998 all'8 ottobre 1999, ha sollevato, in riferimento agli artt. 2, 3, 13 e 76 della Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell'art. 314 del codice di procedura penale, nella parte in cui non consente il riconoscimento di un'equa riparazione anche a chi abbia subito un periodo di custodia cautelare per un fatto dal quale sia stato poi prosciolto ai sensi dell'art. 649 cod. proc. pen. La Corte premette che l'art. 314, comma 1, cod. proc. pen. stabilisce che chi è stato prosciolto con sentenza irrevocabile perché il fatto non sussiste, per non aver commesso il fatto, perché il fatto non costituisce reato o non è previsto dalla legge come reato, ha diritto ad un'equa riparazione per la custodia cautelare subita qualora non vi abbia dato o concorso a darvi causa per dolo o colpa grave. Ai sensi del comma 2, poi, lo stesso diritto spetta al prosciolto per qualsiasi causa o al condannato che nel corso del processo sia stato sottoposto a custodia cautelare, quando con decisione irrevocabile sia accertato che il provvedimento che ha disposto la misura è stato emesso o mantenuto senza che sussistessero le condizioni di applicabilità previste dagli artt. 273 e 280 cod. proc. pen. Le medesime disposizioni si applicano anche, in forza del comma 3, alle persone nei cui confronti sia pronunciato provvedimento di archiviazione ovvero emessa sentenza di non luogo a procedere. Questi essendo i presupposti per il riconoscimento del diritto all'equa riparazione, il giudice a quo rileva che l'ipotesi sottoposta al suo esame non rientra in alcuna di quelle previste dal citato art. 314. Non nella previsione del primo comma, giacché tale disposizione presuppone che il soggetto sottoposto a custodia cautelare sia stato liberato dall'accusa nel merito, con una delle formule espressamente indicate; e neanche in quella del secondo comma, ancorché essa si riferisca al “prosciolto per qualsiasi causa”, in quanto in tale caso occorre pur sempre una decisione irrevocabile che accerti l'illegittimità della custodia cautelare sofferta per difetto di una o più delle condizioni stabilite dagli artt. 273 e 280 cod. proc. pen. , decisione che nella specie non sussiste. Risulterebbe dunque evidente, ad avviso del remittente, la ingiustificata disparità di trattamento tra chi abbia subito custodia cautelare e sia stato poi prosciolto con una delle formule di cui al primo comma, e chi invece abbia subito un provvedimento restrittivo per un reato in ordine al quale sia stato in precedenza giudicato e abbia addirittura già scontato la pena detentiva inflitta con una precedente sentenza di condanna. Né, osserva il giudice a quo, la fattispecie potrebbe essere ricondotta nella previsione dell'art. 314 cod. proc. pen. , quale risultante a seguito della sentenza n. 310 del 1996 di questa Corte, che ne ha dichiarato la illegittimità costituzionale nella parte in cui non prevede il diritto all'equa riparazione anche per la detenzione ingiustamente patita a causa di erroneo ordine di esecuzione, in quanto la privazione della libertà personale non è avvenuta in base ad un ordine di esecuzione erroneo, per essere stato adottato sull'errata premessa che la sentenza di condanna fosse diventata definitiva, ma in base ad un'ordinanza di custodia cautelare divenuta illegittima solo ex post, per effetto della sentenza irrevocabile di proscioglimento emessa perchè per lo stesso fatto l'imputato era già stato giudicato con sentenza di condanna divenuta irrevocabile. La medesima disposizione, ad avviso del remittente, contrasterebbe anche con gli artt. 2, 13 e 76 Cost. Sotto quest'ultimo profilo, perché, come è già stato rilevato nella citata sentenza n. 310 del 1996, l'art. 2 della legge di delegazione 16 febbraio 1987, n. 81 (Delega legislativa al Governo della Repubblica per l'emanazione del nuovo codice di procedura penale), nel prevedere che il nuovo codice si sarebbe dovuto adeguare alle norme delle convenzioni internazionali ratificate dall'Italia, imponeva di evitare ogni discriminazione tra le due situazioni delineate, in quanto la Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali, ratificata e resa esecutiva con legge 4 agosto 1955, n. 848, stabilisce, all'art. 5, il diritto alla riparazione in favore della vittima di arresto o di detenzioni ingiuste, senza distinzioni di sorta. Quanto al contrasto con gli artt. 2 e 13 Cost., la Corte d'appello rileva che l'istituto dell'equa riparazione costituisce espressione del principio solidaristico che ispira l'intera Costituzione, con la conseguenza che la limitazione del suo ambito di applicabilità comporterebbe anche un'illegittima compressione di quel principio, lasciando inoltre priva di ristoro una violazione della libertà personale, che l'art. 13 vuole inviolabile. Né, prosegue il remittente, potrebbe ritenersi che l'art. 314 cod. proc. pen. sia applicabile nel caso di specie in forza di un'interpretazione analogica, non sussistendo tra le ipotesi in esame la eadem ratio, nell'un caso vertendosi in ipotesi di accertata innocenza, nell'altro di responsabilità penale per la quale sussiste un impedimento a procedere per effetto della preclusione processuale di cui all'art. 649 cod. proc. pen. E neanche potrebbe trovare applicazione l'istituto della riparazione dell'errore giudiziario, di cui all'art. 643 cod. proc. pen. , mancando, nella specie, un giudizio di revisione.