[pronunce]

ORDINANZA ha pronunciato la seguentenel giudizio di legittimità costituzionale dell'art. 28, quarto comma, del decreto-legge 10 luglio 1982, n. 429 (Norme per la repressione della evasione in materia di imposte sui redditi e sul valore aggiunto e per agevolare la definizione delle pendenze in materia tributaria) convertito, con modificazioni, dalla legge 7 agosto 1982, n. 516, promosso con ordinanza del 6 marzo 1985 dalla Commissione tributaria di primo grado di Napoli, nella controversia vertente tra S.p.a. Commerciale Frattina ed altri e l'Ufficio provinciale IVA di Napoli iscritta al n. 2 del registro ordinanze 2005 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana n. 6, prima serie speciale, dell'anno 2005. Visto l'atto di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri; udito nella camera di consiglio del 28 settembre 2005 il Giudice relatore Franco Gallo. Ritenuto che nel corso di un giudizio, promosso da cinque contribuenti avverso il silenzio rifiuto dell'Ufficio provinciale IVA di Napoli, formatosi su altrettante domande di rimborso relative all'imposta sul valore aggiunto dell'anno 1981, la Commissione tributaria di primo grado di Napoli, con ordinanza del 6 marzo 1985, pervenuta a questa Corte solo il 5 gennaio 2005, ha sollevato, in riferimento agli artt. 3, primo comma, e 53, primo comma, della Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell'art. 28, quarto comma, del decreto-legge 10 luglio 1982, n. 429 (Norme per la repressione della evasione in materia di imposte sui redditi e sul valore aggiunto e per agevolare la definizione delle pendenze in materia tributaria), convertito, con modificazioni, dalla legge 7 agosto 1982, n. 516, «nella parte in cui prevede la non applicazione per l'anno 1981 ed eventualmente per i precedenti anni, della definizione automatica solo a carico di coloro che hanno presentato la dichiarazione 1981 a credito con richiesta di computazione del credito in detrazione nell'anno successivo e nella parte in cui tale definizione è ammessa qualora in sede di dichiarazione integrativa si rinunzi all'eventuale residuo credito che, in ogni caso deve superare lire 200.000 per periodo di imposta e, se inferiore, deve essere integrato fino alla predetta somma»; che la Commissione rimettente premette che i ricorrenti – dopo aver presentato la dichiarazione IVA per il 1981 chiusa a credito con opzione di computo in detrazione nell'anno successivo dell'intera eccedenza – avevano presentato dichiarazione integrativa, volta alla definizione automatica dell'IVA per gli anni dal 1977 al 1981 ai sensi dell'art. 28 del citato d.l. n. 429 del 1982, ed avevano contestualmente rinunciato, in base all'espresso disposto di tale norma, al residuo credito dell'IVA per l'anno 1981 portato in detrazione nel 1982, al netto dell'imposta integrativa dovuta per il condono; che gli stessi ricorrenti – prosegue la Commissione tributaria – avevano in seguito inutilmente richiesto al competente Ufficio IVA il rimborso dei crediti rinunciati, deducendo l'illegittimità costituzionale, in riferimento agli artt. 3 e 53 Cost., della suddetta norma di condono che impone la rinuncia quale condizione per l'accesso alla definizione automatica dell'imposta; che, quanto alla rilevanza della sollevata questione, il giudice rimettente afferma che «le domande proposte non possono essere accolte se non disapplicando il testuale e chiaro disposto dell'art. 28 sopra citato che condiziona la definizione automatica delle pendenze IVA per i contribuenti che abbiano fatto richiesta di computazione dell'intera eccedenza del credito di imposta in detrazione nell'anno successivo, come appunto hanno fatto i ricorrenti, alla rinuncia del loro credito; onde il pagamento delle somme rinunciate non può essere ritenuto spettante ove la remissione del debito operata in corrispettivo del richiesto beneficio fiscale non sia ritenuta priva di causa»; che, quanto alla non manifesta infondatezza, secondo lo stesso giudice a quo la disciplina di cui alla norma censurata, «attraverso la determinazione di una categoria» di contribuenti «classificata sulla base di un elemento del tutto casuale e privo comunque di significato», discriminerebbe irrazionalmente ed ingiustificatamente, nell'accesso alla definizione automatica, i contribuenti, che nella dichiarazione annuale del 1981 chiusa a credito hanno scelto di computare l'importo dell'intera eccedenza in detrazione nell'anno successivo, rispetto a quelli che nella dichiarazione medesima hanno invece optato per il rimborso dell'eccedenza detraibile, subordinando l'accesso alla predetta definizione dei primi all'«onere aggiuntivo», non imposto ai secondi, della rinuncia all'eventuale residuo credito risultante dalla determinazione dell'imposta integrativa; che è intervenuto in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, il quale ha concluso per la dichiarazione di infondatezza della questione; che, ad avviso della difesa erariale, il presupposto alla base della sollevata questione sarebbe erroneo, sia perché anche i contribuenti che avessero optato per il rimborso immediato dell'eccedenza detraibile e deciso di avvalersi del condono si troverebbero nella medesima situazione di perdita del loro credito, in ragione della natura «transattiva» della domanda di condono e dell'effetto di definizione automatica della dichiarazione integrativa, con conseguente estinzione del credito stesso; sia perché l'espresso riferimento della norma denunciata ai soli contribuenti che avessero optato per il riporto dell'intera eccedenza nel 1982 troverebbe giustificazione nel fatto che, con tale opzione, il credito stesso sarebbe entrato a far parte della dichiarazione successiva ai periodi d'imposta interessati dal condono; sicché, al fine di impedire la riscossione del credito dell'IVA relativo al 1981 nell'anno o negli anni successivi, il legislatore avrebbe previsto che il contribuente debba espressamente rinunciarvi. Considerato che la Commissione tributaria di primo grado di Napoli dubita, in riferimento agli artt. 3, primo comma, e 53, primo comma, della Costituzione, della legittimità dell'art. 28, quarto comma (rectius: quarto comma, primo e secondo periodo), del decreto-legge 10 luglio 1982, n. 429 (Norme per la repressione della evasione in materia di imposte sui redditi e sul valore aggiunto e per agevolare la definizione delle pendenze in materia tributaria), convertito, con modificazioni, dalla legge 7 agosto 1982, n. 516, «nella parte in cui prevede la non applicazione per l'anno 1981 ed eventualmente per i precedenti anni, della definizione automatica solo a carico di coloro che hanno presentato la dichiarazione 1981 a credito con richiesta di computazione del credito in detrazione nell'anno successivo e nella parte in cui tale definizione è ammessa qualora in sede di dichiarazione integrativa si rinunzi all'eventuale residuo credito che, in ogni caso deve superare lire 200.000 per periodo di imposta e, se inferiore, deve essere integrato fino alla predetta somma»;