[pronunce]

- La Regione Toscana, con memoria depositata in prossimità della camera di consiglio del 24 marzo 2004, fissata per la trattazione delle istanze di sospensione, contesta le ragioni addotte a fondamento della richiesta avanzata dallo Stato in relazione alla legge regionale n. 55 del 2003, ed in particolare la circostanza secondo la quale il mancato introito “da condono” costringerebbe lo Stato a reperire altrove le risorse finanziarie perdute. Innanzi tutto, secondo la resistente, la legge impugnata non interferirebbe con le disposizioni concernenti l'estinzione dei reati urbanistici ed edilizi conseguenti all'istanza di condono ed al pagamento delle relative somme; in secondo luogo, sarebbe rilevante il fatto che in Toscana è in vigore una compiuta disciplina edilizia che consente anche la regolarizzazione di violazioni che non incidano sostanzialmente sull'assetto del territorio: circostanza, quest'ultima, che congiuntamente ad un efficace sistema di controlli avrebbe consentito un “ordinato sviluppo edilizio”. Peraltro - osserva la Regione - l'esistenza di tale normativa regionale renderebbe inapplicabile, in virtù del comma 2 dell'art. 32 del decreto-legge impugnato, la disciplina statale sul condono, esplicitamente dettata “nelle more” dell'attuazione, da parte delle Regioni, del d.P.R. n. 380 del 2001. Inoltre, le motivazioni addotte dall'Avvocatura dello Stato a fondamento della propria istanza cautelare confermerebbero “la totale incostituzionalità del condono introdotto dal legislatore statale”, dal momento che la finalità puramente “finanziaria” dell'intervento - emergente proprio dalle argomentazioni dell'Avvocatura - si porrebbe in netto contrasto con i principi della giurisprudenza costituzionale in materia (sono richiamate, sul punto, le sentenze n. 369 del 1988 e n. 416 del 1995), che ha ritenuto il condono uno strumento eccezionale ed irripetibile, giustificato, nelle precedenti circostanze, solo quale “punto di partenza di una nuova legalità” dopo “decenni di abusivismo di massa”. La Regione Friuli-Venezia Giulia e la Regione Emilia-Romagna, a loro volta, concludono chiedendo il rigetto delle istanze di sospensione formulate dal ricorrente, argomentando soprattutto sulla evidente mancanza dell'irreparabile pregiudizio che dovrebbe derivare, nelle more del giudizio, dalla applicazione delle leggi regionali impugnate. Anche la Regione Marche, a sostegno della infondatezza della istanza cautelare, sottolinea l'assenza di qualunque pregiudizio irreparabile derivante allo Stato dalla legge impugnata e, al contempo, l'assenza di una qualunque utilità concreta nell'eventuale decisione di sospensione da parte di questa Corte. 7. - Nell'imminenza della camera di consiglio del 24 marzo 2004 per la trattazione delle istanze di sospensione presentate nei confronti delle leggi delle Regioni Friuli-Venezia Giulia, Toscana e Marche, l'Avvocatura dello Stato ha presentato atto di rinunzia alla immediata decisione circa le istanze di sospensione presentate, auspicando contestualmente la adesione delle Regioni alla “richiesta di differimento” dell'esame delle istanze cautelari concernenti l'art. 32 del d.l. n. 269 del 2003, dalle medesime Regioni impugnato. Preso atto di tale rinuncia, con le ordinanze n. 117, n. 118 e n. 119 del 2004, questa Corte ha disposto il rinvio dell'esame di tali istanze unitamente al merito. 8. - La Regione Friuli-Venezia Giulia, nelle sue difese, mira a chiarire il contenuto ed il significato della propria legge n. 22 del 2003, evidenziando come essa farebbe esplicitamente salva l'oblazione penale prevista dal legislatore statale e come anzi disciplinerebbe esplicitamente il procedimento amministrativo volto a consentirla. Quanto alla presunta violazione della competenza statale in materia penale, la Regione richiama la sentenza di questa Corte n. 418 del 1995, sottolineando di non aver disposto la assoluta inapplicabilità della normativa sul condono, ma di essersi limitata a escludere la sanatoria edilizia ai soli fini amministrativi, nel massimo rispetto delle scelte dello Stato nel campo penale. L'eventuale effetto di “scoraggiamento” della presentazione di domande di condono, derivante in concreto dalla normativa regionale oggetto del giudizio, non costituirebbe un vizio di legittimità costituzionale della legge regionale, poiché quest'ultima non inciderebbe comunque sull'ambito giuridico della sanatoria penale ma solo sulla sua applicazione pratica. In relazione alla pretesa violazione dell'autonomia finanziaria statale e della competenza in materia di “coordinamento della finanza pubblica” invocata dal ricorrente, la resistente sottolinea che i proventi dell'oblazione penale sono espressamente fatti salvi dalla legge regionale impugnata, e che, in ogni caso, la circostanza secondo la quale il loro ammontare potrebbe attestarsi su livelli inferiori rispetto alle aspettative dello Stato non potrebbe costituire autonomo vizio di legittimità costituzionale. In definitiva, secondo la Regione resistente, sarebbero del tutto erronei i parametri invocati nel ricorso: il patto di stabilità, perché si tratterebbe di un vincolo complessivo che potrebbe essere rispettato in molti modi; l'art. 81 Cost., in quanto gli incerti e futuri proventi delle oblazioni pagate in relazione ad illeciti verificatisi nel territorio della Regione Friuli-Venezia Giulia non potrebbero correttamente essere già destinati alla copertura di spese pubbliche; la competenza in materia di coordinamento della finanza pubblica, poiché le norme statali sulla sanatoria amministrativa degli illeciti edilizi non potrebbero in alcun modo qualificarsi come esercizio della medesima. Infine, del tutto insussistente sarebbe da ritenere, secondo la difesa regionale, la pretesa violazione del principio di unità della Repubblica e correlativamente degli artt. 127 e 134 Cost.: ciò in quanto la “reazione” alla legge statale o la modulazione dei suoi effetti applicativi nel territorio regionale non comprometterebbero affatto la giurisdizione costituzionale e comunque non potrebbero costituire vizi in sé, ma solo in ragione dei loro specifici contenuti scrutinati alla luce dei parametri costituzionali sulla competenza. 9. - La difesa della Regione Marche muove dalla premessa di aver esercitato, con la legge n. 29 del 2003, la propria competenza legislativa in materia di edilizia e di governo del territorio, e che, pertanto, proprio come previsto dal comma 2 dell'art. 32 del d.l. n. 269 del 2003, avrebbe legittimamente chiarito l'inapplicabilità della normativa statale sul condono amministrativo degli illeciti edilizi, facendo invece salva la disciplina dell'oblazione penale. Del tutto priva di fondamento sarebbe dunque la pretesa violazione della competenza legislativa statale in materia penale, anche in considerazione della giurisprudenza costituzionale secondo cui “alle Regioni non è precluso concorrere a precisare, secundum legem, presupposti d'applicazione di norme penali statali” (sentenza n. 487 del 1989).