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L’articolo 6, comma 1, lettera a) , del decreto legislativo n. 208 del 2011 di recepimento della direttiva, infatti, ha erroneamente previsto che le procedure di aggiudicazione degli appalti nei settori della difesa e della sicurezza non si applichino ai contratti affidati nel quadro di accordi internazionali dei quali siano parti anche solo due o più Stati membri, laddove l’analoga previsione della direttiva (articolo 12, lettera a) ) limita tale esclusione ai soli casi in cui gli accordi siano conclusi con la partecipazione di almeno uno Stato terzo. Essendo evidente, pertanto, che l’attuale formulazione dell’articolo 6 del decreto legislativo n. 208 del 2011 estende arbitrariamente l’ambito di applicazione delle esclusioni recate dalla direttiva, in aperta violazione della medesima, nonché dei principi generali in materia di appalti pubblici vigenti nell’ordinamento UE, è stato concluso con la Commissione europea un accordo formale per riallineare la disposizione in parola al testo della direttiva ed evitare il sicuro avvio di una procedura di infrazione. L’inserimento di tale norma nel presente disegno di legge si giustifica ai sensi dell’articolo 30, comma 3, lettera a) , della legge n. 234 del 2012 (disposizioni modificative o abrogative di disposizioni statali vigenti in contrasto con gli obblighi derivanti dall’appartenenza dell’Italia all’Unione europea). L’articolo 8 modifica la disciplina in materia di accesso ai posti di lavoro presso le pubbliche amministrazioni per i familiari di cittadini dell’Unione, per i soggiornanti di lungo periodo e i titolari dello status di rifugiato o di protezione sussidiaria, al fine di porre rimedio ai profili di non conformità della disciplina italiana sollevati dalla Commissione europea nell’ambito dei casi EU Pilot 1769/11/JUST e 2368/11/HOME con riferimento alle violazioni delle direttive 2004/38/CE, 2003/109/CE e 2004/83/CE. Nell’ambito di detti casi, le Autorità italiane hanno sostenuto la piena compatibilità dell’ordinamento interno col diritto dell’Unione europea; tuttavia le argomentazioni proposte sono state ritenute dalla Commissione europea non soddisfacenti ai fini del superamento dei rilievi mossi. I casi in oggetto sono pertanto prossimi al passaggio a procedura d’infrazione ai sensi dell’articolo 258 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea. Nell’ambito del caso EU Pilot 1769/11/JUST, la Commissione europea ha rilevato la non conformità dell’articolo 38, comma 1, del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, alla direttiva 2004/38/CE relativa al diritto dei cittadini dell’Unione e dei loro familiari di circolare e di soggiornare liberamente nel territorio degli Stati membri, nella parte in cui non prevede la possibilità di accedere ai posti di lavoro presso le pubbliche amministrazioni italiane per i cittadini di Stati terzi che siano familiari di cittadino dell’Unione europea. La Commissione ha infatti ricordato che con l’entrata in vigore della direttiva 2004/38/CE anche i familiari di un cittadino dell’Unione che abbiano la cittadinanza di un Paese terzo hanno diritto di accedere a un’attività economica subordinata (articolo 23 della direttiva). Ad essi si estendono i diritti goduti dai cittadini di uno Stato membro, a condizioni di parità con i cittadini nazionali (articolo 24). Di conseguenza i cittadini di uno Stato terzo che siano familiari di un cittadino dell’Unione e che siano titolari del permesso di soggiorno o del diritto di soggiorno hanno lo stesso diritto dei lavoratori migranti dell’Unione di accedere ai posti alle dipendenze della amministrazioni pubbliche dello Stato membro ospitante. Ai sensi dell’articolo 45, paragrafo 4, del TFUE, come interpretato dalla Corte di giustizia, gli Stati membri hanno il diritto di riservare ai cittadini nazionali solo quegli impieghi presso la pubblica amministrazione che implicano, in modo diretto o indiretto, la partecipazione all’esercizio dei pubblici poteri e alle mansioni che hanno ad oggetto la tutela degli interessi generali dello Stato o delle altre autorità pubbliche. Tali criteri vanno valutati caso per caso, in relazione alla natura dei compiti e delle responsabilità richieste dal posto. Tutti i posti presso le pubbliche amministrazioni che non soddisfano tali criteri devono pertanto essere resi disponibili per i cittadini dell’Unione e quindi anche per i cittadini di Stati terzi loro familiari e titolari del diritto di soggiorno. Alla luce di ciò, il comma 1, lettera a) , dell’articolo 8 del presente disegno di legge modifica l’articolo 38, comma 1, del decreto legislativo n. 165 del 2001 al fine di garantire l’accesso ai posti di lavoro presso le amministrazioni pubbliche che non implicano esercizio diretto o indiretto di pubblici poteri, ovvero non attengono alla tutela dell’interesse nazionale, non solo ai cittadini delll’Unione ma anche ai «loro familiari non aventi la cittadinanza di uno Stato membro che siano titolari del diritto di soggiorno o del diritto di soggiorno permanente». Inoltre, nell’ambito del caso EU Pilot 2368/11/HOME, la Commissione ha lamentato la non compatibilità dell’ordinamento nazionale alla direttiva 2003/109/CE, relativa allo status dei cittadini di paesi terzi che siano soggiornanti di lungo periodo, nella misura in cui quest’ultimo non riconosce al cittadino di uno Stato terzo, che sia soggiornante di lungo periodo, lo stesso diritto di accedere al pubblico impiego previsto per i cittadini nazionali e i cittadini di uno Stato membro dell’Unione. La Commissione europea ha altresì richiamato le Autorità italiane ad una corretta applicazione del diritto dell’Unione europea, al fine di garantire ai beneficiari di protezione sussidiaria l’esercizio del diritto all’accesso al pubblico impiego senza discriminazioni. È opportuno ricordare che, con riferimento ai cittadini di Stati terzi che siano soggiornanti di lungo periodo, a norma dell’articolo 11 della direttiva 2003/109/CE, gli stessi devono godere dello stesso trattamento previsto per i cittadini nazionali per quanto riguarda l’esercizio di un’attività lavorativa subordinata, purché questa non implichi nemmeno in via occasionale la partecipazione all’esercizio di pubblici poteri, nonché le condizioni di assunzione e lavoro, ivi comprese quelle di licenziamento e di retribuzione. Il citato articolo 11, al paragrafo 3, lettera a) , prevede una deroga al diritto alla parità di trattamento, stabilendo che gli Stati membri «possono fissare limitazioni all’accesso al lavoro subordinato o autonomo nei casi in cui la legislazione nazionale o la normativa comunitaria in vigore riservino dette attività ai cittadini dello Stato in questione, dell’UE o del SEE». Da tali disposizioni consegue che al soggiornante di lungo periodo deve essere garantito lo stesso accesso al pubblico impiego riconosciuto ai cittadini dello Stato interessato, salvo nel caso di: -- attività che implichino la partecipazione all’esercizio di pubblici poteri, anche in via occasionale; --