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Disposizioni in materia di affido condiviso dei figli. Onorevoli Senatori. -- Sono trascorsi ormai più di otto anni dall’entrata in vigore della legge 8 febbraio 2006, n. 54 -- sul cosiddetto «affido condiviso» -- e l'esperienza giurisprudenziale fin qui maturata ha dimostrato, al di là di ogni ragionevole dubbio, come la norma sia stata disapplicata in quasi tutti i tribunali della Repubblica e la Magistratura abbia, in questi anni, fatto riferimento a prassi e stereotipi tipici dell'affido esclusivo. La sopracitata legge è riuscita ad affermare, soltanto nei princìpi, il diritto del minore a mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con entrambi i genitori e l'attività di monitoraggio delle sentenze effettuata dall'Osservatorio nazionale sul condiviso testimonia una totale assenza di omogeneità nei provvedimenti adottati, con decisioni apertamente contraddittorie non solo fra tribunali di diverse città, ma anche tra diversi giudici dello stesso tribunale. Una vasta area della Magistratura, infatti, abituata a considerare l'affidamento monogenitoriale come la forma da privilegiare, fatica ancora oggi ad applicare una norma che ha ribaltato la scala di priorità giudiziaria della separazione, indirizzandola verso modalità di affido che privilegino il principio di «bigenitorialità», considerato dal legislatore come più adatto a contenere i danni che i minori subiscono dalla separazione dei loro genitori. L'alternativa all'affidamento esclusivo, e cioè l'affidamento congiunto, pur essendo l'antenato del condiviso, era adottato solo in un numero limitato di casi, in presenza di bassa conflittualità. L'affidamento condiviso avrebbe dovuto risolvere tale limitato ricorso a forme di affidamento bigenitoriale perché, a differenza dell'affidamento congiunto, prevede anche l'esercizio separato della responsabilità genitoriale per le decisioni ordinarie, il che elimina ogni preoccupazione per i casi di elevata conflittualità. L'affidamento esclusivo con la nuova normativa sopra richiamata avrebbe dovuto trovare una collocazione puramente residuale, limitata ai casi in cui le modalità previste dal condiviso arrechino grave pregiudizio ai minori. Tuttavia, nei primi otto anni di vita della nuova normativa, si è assistito alla diffusione di sentenze in cui le nuove modalità di affidamento sono rimaste lettera morta. La forma più evidente di mancata applicazione della legge n. 54 del 2006 si intravede con chiarezza in quei provvedimenti in cui l'affidamento condiviso viene nominalmente concesso, salvo stabilire l'elezione di un genitore «domiciliatario prevalente» o «collocatario» (prassi di origine giurisprudenziale, non prevista dal legislatore) che, di fatto, svuota la nuova norma di ogni effetto, ristabilendo, da un'altra direzione, lo strumento dell'affidamento esclusivo anche laddove non sussistano motivi di pregiudizio per il minore. In siffatti provvedimenti, il modello dell'affidamento esclusivo si riproduce concretamente nella quantificazione dei tempi di «visita» o nella «facoltà», anziché nell'obbligo, dei contatti tra i figli ed il genitore «non collocatario», replicando in concreto il modello di genitore non affidatario riferibile al precedente impianto normativo. Tutto ciò è l'esatto contrario di quanto il legislatore si è proposto nel 2006, e cioè la sostituzione del modello monogenitoriale con quello bigenitoriale, e si contrappone ai risultati di autorevoli studi internazionali sui benefici che possono derivare per il minore dal coinvolgimento ampio di ambedue le figure genitoriali (Anna Sarkadi, Robert Kristiansson, Frank Oberklaid, Sven Bremberg « Fathers' involvement and children's developmental outcomes: a systematic review of longitudinal studies ». Acta Paediatrica 2008, 97 (2), 153-158 2008). Il primo comma dell'articolo 337- ter del codice civile, infatti, stabilisce che: «Il figlio minore ha il diritto di mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con ciascuno dei genitori», mentre il secondo comma dice che il giudice «... determina i tempi e le modalità della loro presenza presso ciascun genitore...». Come è evidente, la norma non recita affatto «... stabilisce presso quale dei genitori i figli vivranno», da ciò derivando l'assoluta arbitrarietà con cui gli operatori della Giustizia si sono affrettati a coniare il neologismo «domiciliazione prevalente», che introduce una misura creata ex-novo , non ricompresa nel dettato della legge. Il ricorso a tale prassi, inoltre, ha come conseguenza quella di favorire una cultura giudiziaria della separazione che preferisca la stabilità del domicilio del minore alla sua stabilità affettiva. È frequente, infatti, che nei tribunali italiani oggi, piuttosto che individuare competenze, abitudini e compiti di cura assunti in costanza di matrimonio, si preferisca argomentare le ragioni di un provvedimento mediante l'utilizzo di stereotipi («i bambini con la valigia sempre pronta» -- «i piccoli nomadi» -- «i cuccioli devono avere un unico nido», «i figli non sono pacchi postali») i quali non tengono conto dell'evoluzione socio-familiare degli ultimi decenni, dell'inserimento capillare dell'universo femminile nel mondo del lavoro e delle mutate abitudini di vita dei nostri figli, quotidianamente impegnati in attività extra-scolastiche, ludiche, sportive e culturali e, pertanto, al di fuori delle mura domestiche per gran parte della propria giornata. L'intensa attività di monitoraggio, che ha portato alla definizione di questo disegno di legge ha evidenziato come sia stata sostanzialmente disattesa la norma riguardante il mantenimento diretto dei figli, mediante il quale entrambi i genitori sono chiamati a fornire direttamente e personalmente i beni o i servizi di cui essi hanno bisogno. Tale strumento è fondamentale per assicurare ai minori continuità di cura anche nella separazione, nonché a dare loro la precisa sensazione di un concreto segnale di interesse. Il perseverare nel ricorso all'assegno, oltre ad attribuire un intrinseco disvalore al genitore che è obbligato a corrisponderlo, produce una mancata individuazione e ripartizione dei compiti di cura da parte del giudice, nonché la percezione di un ingiusto contributo che l'obbligato non dovrebbe all'altro genitore, ma ai figli. Il legislatore, al comma 1 dell'articolo 337- ter , ha sostituito al termine mantenimento, presente come diritto-dovere di entrambi i genitori nell'articolo 30 della Costituzione, quello di «cura», visibilmente più ampio, e al quarto comma ha lasciato all'assegno una funzione solo integrativa o perequativa, laddove recita: «Salvo accordi diversi liberamente sottoscritti dalle parti, ciascuno dei genitori provvede al mantenimento dei figli in misura proporzionale al proprio reddito; il giudice stabilisce, ove necessario, la corresponsione di un assegno periodico al fine di realizzare il principio di proporzionalità». L'enunciato della norma è chiaro: il mantenimento indiretto, mediante assegno, è un sistema residuale cui si ricorre solo quando esiste una considerevole sproporzione tra i redditi dei coniugi, tenuto conto delle risorse disponibili.