[pronunce]

L'attività conoscitiva che la norma censurata attribuisce alle Regioni si affianca a quella, di identica natura, prevista dal precedente art. 118 (che assegna alle Regioni il compito di attuare appositi programmi di rilevamento dei dati utili a descrivere le caratteristiche del bacino idrografico, a valutare l'impatto antropico esercitato sul medesimo e di quelli necessari all'analisi economica dell'utilizzo delle acque). Essa è strettamente funzionale all'elaborazione dei piani di tutela delle acque previsti dal successivo art. 121 che le Regioni debbono adottare e che debbono contenere, tra l'altro, anche i risultati di tali attività conoscitive. Ora, vertendosi in materia di tutela dell'ambiente, lo Stato è legittimato a fissare i criteri che le Regioni debbono osservare nella predisposizione dei programmi in questione, appunto perché i dati acquisiti grazie alle attività conoscitive sono decisivi per l'individuazione e la predisposizione degli strumenti di tutela dei corpi idrici. Non è contestabile che la specificazione delle caratteristiche da monitorare attenga direttamente alla tutela dell'ambiente, poiché la scelta di un aspetto piuttosto che di un altro influisce direttamente nella definizione del tipo e del grado della tutela del segmento dell'ecosistema rappresentato dalle acque. Anzi, la stessa attività di monitoraggio costituisce in sé e per sé una misura di tutela dell'ambiente. Si aggiunga che una disposizione analoga a quella oggetto della presente questione era già contenuta nell'art. 43 del decreto legislativo 11 maggio 1999, n. 152 (Disposizioni sulla tutela delle acque dall'inquinamento e recepimento della direttiva 91/271/CEE concernente il trattamento delle acque reflue urbane e della direttiva 91/676/CEE relativa alla protezione delle acque dall'inquinamento provocato dai nitrati provenienti da fonti agricole), ora abrogato dall'art. 175 del d.lgs. n. 152 del 2006, che, al comma 1, stabiliva che «Le Regioni elaborano programmi per la conoscenza e la verifica dello stato qualitativo e quantitativo delle acque superficiali e sotterranee all'interno di ciascun bacino idrografico» ed al comma 2 aggiungeva che «I programmi di cui al comma 1 sono adottati in conformità alle indicazioni di cui all'allegato 1 e resi operativi entro il 31 dicembre 2000». E l'allegato 1 al d.lgs. n. 152 del 1999 era altrettanto analitico dell'allegato 1 al d.lgs. n. 152 del 2006. 7. – L'art. 121, comma 2, del d.lgs. n. 152 del 2006 è impugnato dalle Regioni Piemonte, Emilia-Romagna, Liguria e Puglia, nella parte in cui dispone che il piano di tutela delle acque adottato dalla Regione sia sottoposto al Ministero dell'ambiente «per le verifiche di competenza». 7.1. – La Regione Piemonte deduce la lesione degli artt. 3, 5, 76, 97, 114, 117, 118, 119, 120 Cost., con «violazione dei princìpi di leale collaborazione, ragionevolezza, adeguatezza, differenziazione, sussidiarietà, buon andamento della p.a. anche sotto l'aspetto della violazione di princìpi e norme del diritto comunitario e di convenzioni internazionali», perché la norma censurata subordina le potestà regionali di pianificazione e programmazione alla supervisione ed al controllo di organismi statali «in contrasto con l'assetto costituzionale e con il quadro complessivo delle rispettive attribuzioni amministrative scaturite dal d.lgs. n. 112 del 1998». La questione è inammissibile, perché nella motivazione del ricorso sul punto (peraltro stringatissima, riducendosi alle espressioni riportate fra virgolette) non è specificato quale, tra i numerosissimi parametri costituzionali genericamente invocati, sarebbe leso dalla norma censurata. 7.2. – Le Regioni Emilia-Romagna, Liguria e Puglia denunciano la violazione dell'art. 76 della Costituzione. In particolare, le Regioni Emilia-Romagna e Liguria affermano che l'art. 121, comma 2, del d.lgs. n. 152 del 2006 esorbiterebbe dai limiti della legge di delega n. 308 del 2004, la quale imponeva di valorizzare e non di restringere il ruolo delle Regioni, mentre la norma impugnata modifica in senso sfavorevole alle Regioni il quadro delle competenze amministrative esistente prima della riforma, perché il previgente (ed ora abrogato) art. 44 del d.lgs. n. 152 del 1999 non prevedeva che il piano deliberato dalle Regioni soggiacesse a controllo ministeriale. Rispetto al medesimo parametro costituzionale, la Regione Puglia sostiene che l'art. 121, comma 2, sottoponendo le potestà di pianificazione e programmazione (spettanti in via esclusiva alle Regioni) alla verifica ed al controllo del Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e delle Autorità di bacino, sopprimendo gli organi già esistenti e arbitrariamente creandone di nuovi, contrasterebbe con la legge di delega che imponeva di rispettare le attribuzioni delle Regioni e degli enti locali e il ruolo da essi assunto in materia ambientale e di perseguire l'obiettivo della semplificazione amministrativa ed organizzativa e la piena operatività degli organi amministrativi già esistenti. La questione non è fondata. Con sentenza n. 225 del 2009 questa Corte ha già affermato che la legge n. 308 del 2004 consentiva al Governo di emanare norme innovative. Inoltre, i criteri indicati in apertura dall'art. 1, comma 8, della legge di delega [a) princìpi e norme comunitarie, b) art. 117 Cost., c) legge n. 59 del 1997 e conseguente d.lgs. n. 112 del 1998, d) principio di sussidiarietà] debbono essere valutati e coordinati alla luce degli ulteriori criteri espressi dalla medesima legge, nel senso che il legislatore delegato era abilitato ad apportare modifiche coerenti con uno dei princìpi direttivi indicati nelle lettere progressive che compongono i commi 8 e 9 dell'art. 1. Pertanto non è sufficiente, al fine di ritenere illegittima una disposizione del d.lgs. n. 152 del 2006, la mera deduzione dell'effetto riduttivo di attribuzioni regionali. A tal fine sono necessarie, invece, la puntuale indicazione, caso per caso, delle funzioni che sarebbero state riallocate a livello centrale e la dimostrazione che lo spostamento di competenze non sia coerente con alcun principio direttivo indicato nei commi 8 e 9 dello stesso art. 1 della legge di delega, primi tra tutti quelli del rispetto dei princìpi e delle norme comunitarie e dell'art. 117 della Costituzione. Rispetto alla previsione contenuta nell'art. 1, comma 8, lettera m), della legge di delega n. 308 del 2004, va detto che, se essa richiedeva al legislatore delegato – com'era, peraltro, del tutto ovvio – la «riaffermazione del ruolo delle Regioni», ciò doveva però sempre intendersi «ai sensi dell'art. 117 della Costituzione». La disposizione, quindi, nulla aggiunge alle prerogative regionali già desumibili da quel precetto costituzionale.