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usano il militarismo, l'aggressione e i legami economici per manovrare le relazioni internazionali e si criticano a vicenda per lo stesso comportamento. Gli Stati Uniti criticano giustamente la Russia di essere un'autocrazia, ma non hanno remore a rovesciare Governi democraticamente eletti se solo questi minacciano i loro interessi. Costruiscono e impongono basi militari; si impegnano in guerre; impongono ai propri alleati spese militari miliardarie, il 2 per cento del PIL, mentre tanti cittadini statunitensi - ma non solo - sono senza assistenza sanitaria, alloggi e sussistenza alimentare. L'Ucraina è solo una pedina in questo gioco, ma il braccio di ferro anacronistico tra Russia e Stati Uniti pone l'Europa stessa, e l'Italia innanzitutto, nel mezzo come una pedina del Patto atlantico e mi sembra che questo non le sfugga, Ministro. A chi giova questa guerra, se non agli Stati Uniti per rafforzare la propria forza politica e militare e soppiantare la Russia nella fornitura di gas all'Europa con le proprie costosissime forniture di gas liquido? Le continue incursioni e pressioni degli Stati Uniti presso i Paesi dell'ex Unione Sovietica per un ingresso nella NATO negli ultimi decenni - diciamocelo - sono state un supporto sistematico alle violazioni degli accordi di Minsk e di quelle rassicurazioni che l'America e l'Occidente fecero all'indomani della caduta del Muro di Berlino alla Russia. Di cosa si è trattato, signor Ministro, se non di sistematiche provocazioni che non potevano che portare alla situazione che viviamo qui e oggi, e ciò senza alcuna utilità per l'Europa, come lei riconosce? Già in un articolo del 1997 sul «The New York Times», il diplomatico USA Kennan prefigurava lo scenario che si sta delineando oggi, con la crisi ucraina, come un errore fatale: un allargamento a Est dell'Alleanza atlantica fino ai confini della Russia si trasformerà - diceva - nel più grosso errore della politica americana dalla fine della guerra fredda; un errore grave e inutile, data la debolezza politica della Russia, e soprattutto controproducente per noi europei - e questo non le sfugge, signor Ministro - da tutti i punti di vista. La NATO dovrebbe essere sciolta: dopo ottant'anni non è più plausibile e si dovrebbero costruire alleanze non militarizzate e non divisive per la pace e la cooperazione, con la solidarietà internazionale come principio guida, obiettivo della Carta delle Nazioni Unite. L'atlantismo e l'allineamento alla NATO oggi ci pongono nella veste subordinata e non più tollerabile di colonie militari e culturali; il che nuoce a un'unione dei Paesi europei e alla loro economia sociale oltre ogni misura e ci impedisce di costruire l'unione dei popoli europei che vorremmo. Oggi sarebbe necessario che l'Italia chiedesse, insieme agli altri Paesi europei, di assumere l'impegno di dire no all'allargamento della NATO. So che è una scelta difficile, ma questa sarebbe una vera scelta di pace. (Applausi) . PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Nencini. Ne ha facoltà. NENCINI (IV-PSI) . Signora Presidente, ministro Di Maio, onorevoli colleghi, è arrivato il momento di chiedersi se la profezia di un grande scrittore cecoslovacco, Milan Kundera, sia ancora attuale. Kundera sosteneva che la guerra in Europa fosse diventata antropologicamente impossibile, perché ormai la rottura fra Francia e Germania era stata completamente sanata. Quello era il focolaio delle grandi guerre europee per secoli. Sanata quella ferita, però, la crisi si è spalancata nel suo opposto, a specchio, e ha visto sempre - ripeto, sempre - come protagonista la Russia di Putin: la Cecenia, la Crimea, la Georgia, il sostegno dato nella crisi che si è aperta tra Armenia e Azerbaigian pochissimi mesi fa. Signor Ministro, è preoccupante che lei abbia confermato - e l'ha fatto correttamente con una precisione cristallina e con chiarissime parole - che il conflitto in corso è una scheggia che può colpire a largo raggio. Sappiamo, cioè, che è una scheggia che può colpire dal punto di vista sia degli equilibri geostrategici, sia da quello economico, soprattutto nel cuore dell'Europa. È una situazione, se seguo le sue parole e il corso del suo ragionamento, non del tutto dissimile - il che non vuol dire che le conseguenze siano le stesse - a quella vissuta in Europa nel 1938: una profonda lesione del diritto internazionale; in secondo luogo, il riconoscimento - allora un po' di più - delle regioni separatiste, che avevano una vocazione nazionalista di un certo tipo; in terzo luogo, l'invasione, che allora fu piena, mentre oggi è un'invasione controllata. La differenza rispetto ad allora è che la Germania era una grande potenza economica e industriale, mentre la Russia è una potenza militare, ma è un nano economico. Non è una differenza da poco. È anche tempo, però, di interpretare se quella Crimea, quella Cecenia, quella Georgia, quella Armenia e Azerbaijan nascondano qualcosa di diverso, e cioè se nascondano obiettivi di lungo periodo, essendo quello attuale di breve o di immediato periodo, e quindi un'idea che il vertice putiniano russo persegue con una certa tendenza e una certa costanza: allontanare la NATO dai suoi confini - ed è un fatto - allontanare le democrazie parlamentari dai suoi confini - ed è un altro fatto - e ragionare, come molti precedenti nei secoli passati, tornando a un'idea della grande Russia. Nel tempo, l'idea della grande Russia aveva tre obiettivi, che si sono variamente modificati e che oggi possiamo riassumere così: allontanare la NATO dai confini; contenere la pressione islamica da Sud (che esiste); controllare e vigilare sul rapporto e sulla politica di potenza della Cina ai confini orientali della Russia. Oggi la Russia presidia in modo particolare il fronte che ci riguarda, con mezzi militari, ma soprattutto con una strategia economica che ci coinvolge direttamente. Il rischio per l'Occidente è quello di una tenaglia russo-cinese - lei non l'ha evocata, ma è un rischio che abbiamo di fronte - che potrebbe ridisegnare lo scenario geopolitico, con danni notevoli per gli interessi americani e naturalmente anche per gli interessi europei e occidentali. Sappiamo benissimo che le politiche di difesa vengono determinate dalla politica estera, e non viceversa. È sulla base della politica estera che si stabilisce quali debbano essere le politiche di difesa. Lo dico perché chi si trova ad affrontare questa fase deve fare completamente a meno delle Nazioni Unite, le quali ormai sono diventate un organismo non commentabile, con parole apprezzabili e aggettivi giustificabili all'interno di un'Aula del Senato della Repubblica. Ma proprio per questo e anche per questo l'Unione europea deve stabilire che cos'è. Dalle mie parti si dice: o carne o pesce. Non è vero, infatti, che le politiche attuate con il PNRR e con i grandi investimenti abbiano stabilito un destino sicuro. Il destino sicuro potrebbe essere quello che questo Gruppo (Italia Viva-PSI) da tempo sostiene anche in Assemblea, e cioè creare un unico ministro delle finanze, un'unica politica della difesa e un'unica politica estera.