[pronunce]

nn. 556, 563 del 2000), nonché la situazione dell'imputato in procedimento connesso prosciolto con sentenza irrevocabile, per il quale non vige l'incompatibilità con l'ufficio di testimone, rispetto a quella dell'imputato in procedimento connesso condannato con sentenza irrevocabile, per il quale invece quella incompatibilità sussiste, nonostante si tratti di situazioni del tutto equivalenti dal punto di vista del concreto pregiudizio processuale che il dichiarante potrebbe subire nel caso renda dichiarazioni autoindizianti (r.o. nn. 483, 556, 659 del 2000); , e perché - costituendo la disciplina dei rapporti tra "obbligo di testimoniare" e "diritto al silenzio" uno "snodo fondamentale del sistema processuale penale, che impone sempre un ragionevole e meditato bilanciamento di contrapposti valori" - la tutela incondizionata di uno solo degli interessi in gioco, col conseguente sacrificio degli interessi contrapposti, incide sulla "tenuta complessiva del sistema" determinandone l'intrinseca irragionevolezza (r.o. nn. 563, 556, 659 del 2000); che sarebbero quindi violati gli artt. 24, secondo comma, e 111, terzo comma, Cost., nei quali trovariconoscimento costituzionale il diritto di difesa dell'imputato nel processo in cui il dichiarante è chiamato arendere l'esame, con specifico riferimento alla facoltà "di interrogare o di fare interrogare le persone che rendono dichiarazioni a suo carico" e dunque alla garanzia del contraddittorio come esplicazione del diritto di difesa dell'imputato (r.o. nn. 563, 659 del 2000, nonché r.o. nn. 483, 556, 797 del 2000, ma solo in riferimento all'art. 111 Cost.); che sarebbe anche, e soprattutto, violato l'art. 111, quarto comma, prima parte, Cost., che riconosce il principio (oggettivo) del contraddittorio nella formazione della prova quale metodo privilegiato di accertamento della verità e che impone "una revisione dei confini tra il diritto alla formazione in contraddittorio della prova, ed il diritto al silenzio del dichiarante erga alios"; che il riconoscimento della facoltà di non rispondere svuoterebbe di effettività tale principio(r.o. nn. 483, 556, 563, 797 del 2000; nella ordinanza n. 68 del 2001 censura analoga è svolta in riferimento all'art. 3 Cost.), consentendo a un soggetto estraneo al processo di condizionare in senso restrittivo, in base a una scelta del tutto insindacabile, l'ambito conoscitivo offerto al contraddittorio, che invece "postula che laselezione dei dati rilevanti per il giudizio sia la più ampia possibile, in funzione di garanzia contro una selettività arbitraria determinata da un'indagine a senso unico" e "svolge la funzione di massimizzare non semplicemente le possibilità di controllo critico ma anche le stesse informazioni utili ai fini della decisione a disposizione delgiudice" (r.o. n. 659 del 2000); che la disciplina censurata sarebbe, inoltre, in contrasto: con gli artt. 25, secondo comma, e 111, primo comma, Cost., in quanto incide sulla funzione conoscitiva del processo penale che è strumento, non disponibile dalle parti, finalizzato all'accertamento dei fatti reato e delle relative responsabilità e quindi a una giusta decisione (r.o. nn. 556 e 659 del 2000; censure sostanzialmente analoghe sono svolte nella ordinanza n. 68 del 2001 per violazione del principio di ragionevolezza e, quindi, in riferimento all'art. 3 Cost.); con l'art. 2 Cost., in quanto la libertà sostanzialmente accordata al dichiarante di difendersi anche accusando falsamente altri, ovvero di sottrarsi nel dibattimento al confronto dialettico con l'accusato nonostante le rilevanti conseguenze prodotte sul piano investigativo, cautelare e processuale, dalle dichiarazioni accusatorie rese nella fase predibattimentale, confligge con i più elementari doveri di solidarietà sociale (r.o. nn. 563, 659 del 2000); con l'art. 97 Cost., in quanto le disposizioni che regolano i rapporti tra "obbligo di testimoniare" e "diritto al silenzio" finiscono per incidere sul buon andamento e sull'imparzialità della amministrazione giudiziaria (r.o. n. 659 del 2000) ; con l'art. 101, secondo comma, Cost., in quanto la disciplina censurata comporta l'irragionevole einaccettabile sacrificio del principio del libero convincimento, desumibile dalla soggezione del giudice soltanto alla legge (r.o. nn. 556, 659, 797 del 2000); , con l'art. 112 Cost., incidendo tale disciplina sulla indefettibilità della giurisdizione e sulla obbligatorietà dell'azione penale (r.o. nn. 483, 556, 563, 659 del 2000 e 68 del 2001); che nei giudizi è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, che ha chiesto che le questioni siano dichiarate infondate facendo riferimento, inparticolare, ai principi di cui all'art. 24 della Costituzione e, nelle memorie successivamente depositate, alla legge 1o marzo 2001, n. 63, che, medio tempore, ha modificato le disposizioni censurate; che nel giudizio relativo alla questione iscritta al n. 483 del r.o. del 2000 si è costituito l'imputato inprocedimento connesso, in relazione al cui "diritto al silenzio" è sollevata la questione, rappresentato e difeso dall'avv. Piero Longo, chiedendo che la questione sia dichiarata inammissibile o, in subordine, infondata. Considerato che identica è la sostanza delle questioni, concernenti tutte il diritto al silenzio riconosciuto alle persone che hanno in precedenza reso dichiarazioni eteroaccusatorie imputate in un procedimento connesso e già giudicate; che, nonostante sia formalmente indirizzata al solo art. 197 cod. proc. pen. , la questione sollevata con l'ordinanza n. 556 del 2000 è sostanzialmente uguale a quelle che investono il combinato disposto degli artt. 197 e 210 cod. proc. pen. , in quanto il tribunale di Milano ritiene che l'art. 197 cod. proc. pen. , stabilendo "il discrimine fra la figura dell'imputato e quella di testimone", contempli "categorie di soggetti nei confronti dei quali non pare possa riconoscersi il diritto al silenzio"; che deve pertanto essere disposta la riunione dei relativi giudizi; che successivamente alle ordinanze di rimessione è intervenuta la legge 1° marzo 2001, n. 63 (Modifiche al codice penale e al codice di procedura penale in materia di formazione e di valutazione della prova in attuazione della legge costituzionale di riforma dell'art. 111 della Costituzione), che ha profondamente inciso sulla disciplina del diritto al silenzio e della formazione della prova in dibattimento, modificando, tra l'altro, gli artt. 64, 197 e 210 cod. proc. pen. e inserendo l'art. 197-bis cod. proc. pen. , che individua e regola le ipotesi in cui le persone imputate o giudicate in un procedimento connesso o per reato collegato assumono l'ufficio ditestimone;