[ddlpres]

Modifiche al codice di procedura penale e alle norme di attuazione, di coordinamento e transitorie del medesimo codice, di cui al decreto legislativo 28 luglio 1989, n. 271, in materia di revisione del processo a seguito di sentenza della Corte europea dei diritti dell'uomo. Onorevoli Senatori. – Il presente disegno di legge si prefigge l'obiettivo di introdurre l'istituto della revisione della sentenza, quale straordinario mezzo di impugnazione, da esperire allorquando una pronuncia della Corte europea dei diritti dell'uomo abbia constatato l'iniquità del processo celebrato in Italia, per la violazione di taluna delle disposizioni di cui all'articolo 6, paragrafo 3, della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali (CEDU), ratificata ai sensi della legge 4 agosto 1955, n. 848. L'intervento normativo appare necessario, posto che il sistema processuale italiano non prevede specifici meccanismi in grado di porre rimedio alle violazioni delle disposizioni di cui all'articolo 6, paragrafo 3, della CEDU. Il testo proposto riprende, con alcune modifiche, quello del disegno di legge presentato dal Governo Prodi nel settembre del 2007 (atto Senato n. 1797, XV legislatura). L'intervento normativo riflette, anzitutto, l'evoluzione giurisprudenziale in ordine alla efficacia vincolante delle sentenze pronunciate dalla Corte di Strasburgo (articolo 46 della CEDU «Forza vincolante ed esecuzione delle sentenze»), essendosi affermata progressivamente la tesi secondo la quale, per gli Stati convenuti, la sentenza di condanna della Corte di Strasburgo pone l'obbligo di adottare sia le misure di carattere generale necessarie volte a prevenire ulteriori casi, sia quelle di natura individuale a carattere ripristinatorio. L'evoluzione giurisprudenziale ha risentito, ovviamente, delle modifiche normative che si sono succedute nel tempo, a livello internazionale, con i consequenziali riflessi interni. I prodromi del cambiamento di rotta si rinvengono, anzitutto, nell'adozione del Protocollo n. 11 di modifica dell'articolo 46 della CEDU, firmato a Strasburgo l'11 maggio 1994 e ratificato dall'Italia ai sensi della legge 28 agosto 1997, n. 296. E ciò perché fu rafforzato, con il citato articolo 46, l'obbligo giuridico degli Stati contraenti di conformarsi alle sentenze definitive della Corte nelle controversie di cui erano parti, sotto il controllo del Comitato dei Ministri. Peraltro, il Comitato dei Ministri europeo è intervenuto, in maniera sempre più ricorrente, nei confronti degli Stati contraenti e, in particolare, nei confronti di quello italiano, essendo quest'ultimo rimasto del tutto inerte – benché destinatario di pronunce di condanna da parte della Corte – nell'adozione di adeguati strumenti legislativi generali di ripristino della legalità processuale violata. E, invero, già dal gennaio 2000, il Comitato dei Ministri, con la raccomandazione, R1200012, indirizzata a tutti gli Stati contraenti, sollecitava il riesame o la riapertura di casi nazionali oggetto delle censure della Corte europea, attribuendosi il potere di verifica del modo, pur del tutto discrezionale, in cui lo Stato destinatario della pronuncia di condanna aveva ritenuto di adempiere, sia con misure individuali, al fine di fare cessare la violazione, sia attraverso misure generali volte a prevenire future situazioni illecite similari. Più in particolare, l'Italia già era stata posta sotto osservazione per la «vicenda Dorigo», in relazione alla quale la Commissione europea, con un rapporto del 9 settembre 1998 – fatto proprio dal Comitato dei Ministri con la risoluzione ResDH(99)258, adottato nella sua 666ª seduta il 15 aprile 1999, secondo la procedura prevista dal previgente articolo 32 – aveva dichiarato la non equità del processo in relazione all'articolo 6, paragrafo 3, lettera d) , della CEDU, attesa l'utilizzazione, ai sensi dell'articolo 513 del codice di procedura penale, di dichiarazioni etero-accusatorie senza alcun contraddittorio processuale. Peraltro, con tre ulteriori risoluzioni interinali (ResDH(2002)30 del 19 febbraio 2002, ResDH(2004)13, del 10 febbraio 2004, e ResDH(2005)85, del 12 dicembre 2005), il Comitato dei Ministri aveva constatato come, fino a quel momento, non fosse stato adottato alcuno strumento tecnico per la riapertura del processo a carico del signor Paolo Dorigo, sicché la violazione accertata permaneva con i suoi effetti pregiudizievoli. Lo «stato di osservazione» si è risolto in una mera interlocuzione, solo in ragione dei lavori legislativi allora in corso volti a garantire il rispetto della decisione (si trattava, al tempo, dei disegni di legge di iniziativa parlamentare atti Camera nn. 1447 e 1992, oggetto di esame congiunto nel corso dell'anno 2003 e, successivamente, atto Senato n. 2441, già approvato dalla Camera dei deputati e in discussione al Senato della Repubblica nell'anno 2004, recante «Modifiche al codice di procedura penale in materia di revisione a seguito di sentenze della Corte europea dei diritti dell'uomo»). Altra tappa decisiva è rappresentata dall'approvazione del Protocollo n. 14 alla CEDU (entrato in vigore il 1º giugno 2010), firmato a Strasburgo il 13 maggio 2004 e ratificato dall'Italia ai sensi della legge 15 dicembre 2005, n. 280. Attraverso tale strumento, si è provveduto ad emendare l'articolo 46 della CEDU, attribuendo più incisivi poteri di controllo e di impulso al Comitato dei Ministri: tale organo, sia pur a maggioranza qualificata dei due terzi, può investire la Corte della mancata esecuzione di una sentenza da parte dello Stato convenuto, provocandone una pronuncia prodromica ad eventuali sanzioni successive decise dal Comitato stesso (articolo 46, paragrafi 4 e 5, della citata Convenzione). L'Italia ha recepito senza alcuna riserva tale Protocollo con la citata legge n. 280 del 2005 [articolo 2: «Piena ed intera esecuzione è data al Protocollo di cui all'articolo 1 (...)»], entrata in vigore il 6 gennaio 2006, contemporaneamente ad altro significativo intervento legislativo, rappresentato dalla legge 9 gennaio 2006, n. 12, con la quale, aggiungendo la lettera a-bis ) del comma 3 dell'articolo 5 della legge 23 agosto 1988, n. 400, è stato attribuito alla Presidenza del Consiglio dei ministri l'onere di promuovere «gli adempimenti di competenza governativa conseguenti alle pronunce della Corte europea dei diritti dell'uomo emanate nei confronti dello Stato italiano», anche a mezzo delle opportune comunicazioni istituzionali al fine di sollecitare le iniziative parlamentari sul punto.