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Modifiche al testo unico di cui al decreto legislativo 26 marzo 2001, n. 151, concernenti il sostegno alla maternità e l'introduzione del congedo di paternità obbligatorio. Onorevoli Senatori . – In Italia, l'impatto della genitorialità sulla partecipazione al mercato del lavoro è fortemente ancorata al genere, a causa soprattutto dello sbilanciamento nella ripartizione del carico di lavoro domestico e di cura della famiglia e dei figli, ancora squilibrata a sfavore delle donne. L'Organizzazione internazionale del lavoro (OIL) sottolinea che la maternità continua a penalizzare le donne, sia in termini di accesso al lavoro, sia in termini di salario, perché la pressione sociale costringe le donne a essere le principali responsabili della cura domestica. I dati forniti dal Parlamento europeo dimostrano che le donne (sebbene le laureate superino i laureati) restano sottorappresentate nel mercato del lavoro: il 30 per cento non solo lavora part-time, ma è anche maggiormente propenso ad affrontare interruzioni di carriera per dedicarsi alle responsabilità familiari e, non a caso, la percentuale delle donne che lasciano il lavoro tende a salire con l'aumentare del numero dei figli. Se confrontati con quelli relativi al resto d'Europa, i dati sull'occupazione femminile in Italia sono ancora più preoccupanti: stando ai dati pubblicati dall'Istituto nazionale di statistica (ISTAT), nel secondo trimestre 2020, il tasso di occupazione delle donne ammonta al 48,4 per cento, contro il 66,6 per cento degli uomini, e il divario di genere è più marcato rispetto alla media dell'Unione europea (72,1 per cento contro 61,7 per cento) e agli altri grandi paesi europei. Questi dati tengono conto anche degli effetti dell'emergenza sanitaria da COVID-19, che ha esercitato un forte impatto sull'organizzazione familiare, con significativi riflessi sui carichi di cura e sugli equilibri di convivenza familiare. L'Italia è penultima in Europa, davanti solo alla Grecia e, nel caso delle madri, la situazione peggiora: l'11,1 per cento delle donne con almeno un figlio non ha mai lavorato, un dato che è quasi tre volte la media europea, pari al 3,7 per cento, e che, insieme all'interruzione lavorativa, riguarda quasi esclusivamente il sesso femminile. La presenza di figli ha dunque un effetto non trascurabile sulla partecipazione delle donne al mercato del lavoro, specie quando i figli sono in età prescolare, e la situazione peggiora nel Mezzogiorno, dove lavora solo il 34,1 per cento delle donne tra i 25 e i 49 anni con figli piccoli, contro il 60,8 per cento del Centro e il 64,3 per cento del Nord. Questi risultati sono la conseguenza di forti discriminazioni nel mondo del lavoro, di squilibri nei carichi familiari tra madri e padri, spesso legati a vecchi stereotipi culturali, e delle scarse possibilità di conciliare gli impegni domestici con il lavoro, soprattutto a causa dell'insufficienza di investimenti in servizi per la prima infanzia e in politiche per la conciliazione. Il basso tasso di occupazione femminile, in generale, e delle donne con figli piccoli, in particolare, potrebbe subire un incremento se venissero introdotte misure volte a migliorare la conciliazione vita-lavoro e la divisione del lavoro di cura tra uomo e donna. A tal fine, strumenti legislativi come il congedo di paternità e il congedo parentale sono fondamentali, in quanto facilitano il recupero delle donne, sviluppano l'attitudine alla cura dei padri, migliorando la relazione con i figli anche nei primi mesi di vita e contribuiscono a incrementare l'occupazione femminile, aumentando il benessere dell'intera famiglia. Inoltre, il congedo parentale, se utilizzato dai padri, può aiutare anche a ridurre i fenomeni di discriminazione di genere nel mercato del lavoro. Tuttavia, è necessario che il periodo di congedo sia anche ben retribuito. In Italia, alle lavoratrici e ai lavoratori è dovuta un'indennità pari solo al 30 per cento della retribuzione media giornaliera, per un periodo massimo complessivo tra i genitori di sei mesi e fino al sesto anno di vita del bambino. Per i periodi di congedo parentale ulteriori, quindi oltre il sesto anno del minore, il congedo parentale è retribuito nella stessa misura fino all'ottavo anno di vita del bambino, mentre dall'ottavo al dodicesimo anno di vita del figlio, anche se fruibile, il congedo non è più retribuito. Eppure, le esperienze negli Stati europei dimostrano che il livello di retribuzione durante il congedo parentale costituisce uno dei fattori principali che ne influenzano l'esercizio, soprattutto da parte degli uomini. Nel caso in cui, infatti, il congedo sia facoltativo e consenta ai genitori di decidere chi dei due debba usufruirne, generalmente è utilizzato da chi ha un'entrata economica più bassa, vale a dire dalle donne (le donne europee guadagnano in media il 16 per cento in meno rispetto ai colleghi uomini). Al contrario, laddove il congedo è riconosciuto come diritto individuale (non trasferibile) ed è relativamente ben retribuito, l'uso che ne fanno i padri è maggiore. Tale dato trova riscontro nei paesi del Nord Europa, come Danimarca, Finlandia, Norvegia e Svezia, le cui legislazioni prevedono un congedo parentale pensato come diritto individuale del singolo genitore e livelli di retribuzione che arrivano, nel caso della Norvegia, fino al 100 per cento del salario percepito. Nell'ambito dell'Unione europea, dall'esame dei diversi interventi di carattere politico-programmatico e anche normativo, che si sono succeduti nel corso del tempo, emerge che il buon equilibrio tra attività professionale e familiare è considerato fondamentale per ridurre i divari occupazionali tra donne e uomini e per migliorare la qualità dell'ambiente di lavoro, contribuendo contestualmente ad affrontare il problema dei cambiamenti demografici. Per raggiungere tali obiettivi, l'Unione europea ha più volte incitato gli Stati membri a interventi incisivi, finalizzati a combattere antichi stereotipi culturali legati alla differenza di genere e a incoraggiare gli uomini ad assumersi le proprie responsabilità all'interno della sfera familiare e domestica. Tra gli strumenti considerati fondamentali per l'affermazione di nuove relazioni di genere, rientra la promozione dei congedi parentali (e di paternità), il cui vantaggio complessivo è quello di contribuire a ridurre, comparativamente ad altre misure di conciliazione, il divario di genere e di promuovere un più significativo sviluppo sociale. In particolare, l'istituto del congedo parentale viene introdotto per la prima volta dalla direttiva 96/34/CE del Consiglio del 3 giugno 1996, che ha previsto un periodo minimo di congedo parentale di tre mesi (da attribuirsi in forma non trasferibile) per la nascita o l'adozione di un bambino, fino a un'età non superiore agli otto anni.