[pronunce]

Quanto alla forma di decisione utilizzata per sollevare il conflitto da parte di un organo del potere giudiziario, le sezioni unite ritengono che essa sia l'ordinanza, poiché - essendo i suoi presupposti sorti nel corso del giudizio - presenterebbe i caratteri dell'incidentalità (al riguardo viene in particolare valorizzato il rinvio operato dall'art. 37, quinto comma, della legge 11 marzo del 1953, n. 87, recante «Norme sulla costituzione e sul funzionamento della Corte costituzionale» all'art. 23, secondo comma, della medesima legge). 3.- Con ordinanza n. 137 del 2015 la Corte costituzionale ha dichiarato ammissibile il conflitto, ai sensi dell'art. 37 della legge n. 87 del 1953, disponendo la notifica degli atti anche alla Camera dei deputati. 4.- Il Senato della Repubblica, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, con atto depositato il 1° settembre 2015, si è costituito in giudizio, chiedendo che il conflitto sia dichiarato inammissibile «e/o in subordine» infondato. 4.1.- Dopo aver richiamato i termini della controversia oggetto del ricorso straordinario per cassazione presentato dal proprio dipendente e la sentenza n. 120 del 2014 della Corte costituzionale, il Senato afferma che con il conflitto sollevato dalle sezioni unite sarebbero riproposti «in buona sostanza [...] i dubbi di legittimità costituzionale precedentemente denunciati sollevando la questione dichiarata inammissibile» con la stessa sentenza n. 120 del 2014, «opportunamente riformulati per censurare il carattere invasivo delle norme regolamentari rispetto al potere giurisdizionale della Cassazione». Secondo l'Avvocatura generale dello Stato, il conflitto sarebbe pertanto inammissibile, in quanto fondato su un'interpretazione errata della citata sentenza n. 120 del 2014, con specifico riferimento all'oggetto censurabile attraverso il conflitto tra poteri. Le sezioni unite, infatti, rivendicando l'esercizio della propria funzione giurisdizionale, avrebbero fatto improprio ricorso al conflitto di attribuzione fra poteri dello Stato: non si potrebbe in tale sede porre in discussione il potere normativo dell'organo costituzionale con cui sono istituiti gli organi di giustizia interna, ma solo il suo esatto dimensionamento, il suo corretto esercizio, la sua proporzionalità rispetto alle prerogative costituzionali di altri organi e la sua rispondenza al criterio del nesso funzionale, che, peraltro, ad avviso dell'Avvocatura, non potrebbe essere negato a fronte di mere controversie di lavoro dei dipendenti. La Corte di cassazione contesterebbe, invece, radicalmente il sistema di autodichia, «senza che risultino in alcun modo chiariti i termini specifici del "conflitto tra poteri" sulla cui ammissibilità e fondatezza [...] è chiamata ad esprimersi» la Corte costituzionale. Quest'ultima, con la sentenza n. 120 del 2014 - nella ricostruzione dell'Avvocatura generale dello Stato - avrebbe, invece, affermato che con il conflitto di attribuzione possono essere poste in discussione solo le modalità concrete di scorretto esercizio dell'autodichia, ma non le fonti normative istitutive di quel potere. Poiché l'atto introduttivo del conflitto «non esprime con correttezza l'oggetto del contendere e non consente perciò di valutare in modo esatto la fondatezza del conflitto proposto, che ripropone gli argomenti alla base della questione di legittimità già decisa», il conflitto dovrebbe essere dichiarato inammissibile, difettando di un requisito essenziale. 4.2.- Quanto al merito del conflitto di attribuzione, il Senato della Repubblica si sofferma innanzitutto sulla nozione di autonomia degli organi costituzionali, alla luce della peculiare posizione che essi rivestono nell'ordinamento e delle funzioni loro attribuite dalla Costituzione. Tale autonomia non solo comprenderebbe «l'autonomia normativa e la potestà di autorganizzazione», ma si estenderebbe anche «al momento applicativo delle fonti di autonomia», includerebbe «la scelta delle misure idonee ad assicurarne l'osservanza» e comporterebbe «la necessità di sottrarre a qualsiasi giurisdizione gli strumenti intesi a garantirne il rispetto». Ne conseguirebbe, in questa prospettiva, la preclusione di qualsiasi sindacato sulle fonti di autonomia dell'organo costituzionale, alla luce della stessa giurisprudenza costituzionale, secondo la quale gli organi costituzionali, essendo «posti al centro del sistema», non possono che vedersi riconosciuta una «indipendenza guarentigiata nei confronti di qualsiasi altro potere». Alla luce del «contributo della giurisprudenza costituzionale nella ricostruzione degli istituti in cui si sostanzia l'autonomia degli organi costituzionali», tale autonomia sarebbe assistita sia dalle prerogative espresse in Costituzione, sia da quelle che non hanno simile riconoscimento formale, ma che «comunque sono consolidate dal loro perpetuarsi per effetto di una "lunga tradizione" [...], o discendono da consuetudini [...], o conseguono all'ampio margine di apprezzamento della "peculiare autonomia normativa" [...], o sono ricavabili dalla posizione di autonomia e indipendenza dell'organo [...], o desumibili dalle "antiche tradizioni interpretative"». Dopo aver sottolineato che la Corte costituzionale avrebbe sempre riconosciuto e tutelato le prerogative dell'organo costituzionale funzionali a garantire quella stessa posizione di autonomia e indipendenza (sono citate le sentenze n. 1 del 2013 e n. 231 del 1975), che l'autonomia costituzionale dell'organo tende a coincidere con le prerogative dei suoi componenti (sentenze n. 290 del 2007 e n. 154 del 2004) e che le guarentigie devono essere considerate nel loro insieme, essendo funzionali a garantire l'autonomia dell'organo costituzionale (sentenze n. 1 del 2013 e n. 154 del 1985), l'Avvocatura generale dello Stato ritiene che, per la stessa Corte, «parte integrante di questa peculiare dimensione di autonomia è costituita dalle prerogative implicite dell'organo costituzionale». Conseguentemente, sebbene non vi sia un espresso riferimento in Costituzione, sarebbe opinione condivisa quella che fa discendere dall'art. 64, primo comma, Cost. la possibilità che la disciplina regolamentare preveda un procedimento di composizione delle liti fra dipendenti e amministrazione di appartenenza (a questo riguardo viene citata diffusamente la sentenza n. 66 del 1964), rispetto al fondamento dell'indipendenza delle Camere, che si ritroverebbe nell'attività politica e che si estrinsecherebbe nel «potere di auto-regolamento (c.d. autonomia)», comprensivo sia della potestà di autoamministrarsi, sia di quella di autogiudicarsi. L'infondatezza del conflitto emergerebbe da tali considerazioni di principio, oltre che dalla circostanza che, trovando il sistema di autodichia la sua fonte negli artt. 64 e 66 Cost., nelle consuetudini costituzionali e nella complessiva posizione dell'organo costituzionale e avendo tali fonti rango costituzionale, il conflitto «avrebbe potuto trovare spazio solo qualora la fonte normativa dell'autodichia si fosse collocata a livello di fonte primaria non costituzionale».