[resaula]

Lo si sarebbe potuto capire a inizio marzo, si sarebbe potuto fare un intervento deciso che probabilmente avrebbe risparmiato di disperdere attraverso mille rivoli inefficaci quello scostamento che tanto poi alla fine dovrà essere quello che avevamo chiesto noi, perché con meno di 100 miliardi non è che ce la caviamo (Applausi) . Oggi sono in modalità pacata amareggiata e non alla ricerca di applausi, però bisognerà pure che cominciamo a guardarci negli occhi e a dirci cosa vogliamo fare di questo Paese. Facendo subito questo scostamento si sarebbero potute fare alcune manovre incisive sul fronte delle qualità che non si sono volute fare spesso per motivi assolutamente ideologici o, peggio ancora, che si sono fatte dopo perché prima non si potevano fare perché le aveva chieste la Lega, quindi ancora una volta per motivi ideologici. Gli esempi sono tantissimi. Io penso intanto che il ragionamento sull'anno bianco fiscale lo si sarebbe dovuto fare, e lo si sarebbe potuto fare, se si fosse capito che in circostanze come queste si poteva tranquillamente pensare anche a un deficit del 10-12 per cento - ripeto, in quelle circostanze - perché, come vi dissi all'epoca e come vi ripeto adesso, nel balletto assolutamente assurdo, ridicolo, controproducente e fallimentare delle regole europee del semestre europeo, se ti aprono la gabbia devi approfittarne, perché l'anno dopo quello che conta è se stai scendendo. Quindi c'è un ovvio incentivo a fare immediatamente un forte scostamento. Infatti, se tu parti dal 14 per cento - dico una cifra assolutamente a caso - e l'anno dopo sei al 13,5 per cento ed hai dei negoziatori un minimo attrezzati culturalmente - e qui non so se nel degrado generale noi ancora li abbiamo, forse sì - questo ti viene fatto passare. Ma se tu fai il 3 per cento e l'anno dopo fai il 3,5 per cento, a quel punto ti stangano. Questo perché la meravigliosa costruzione europea, che qui a tanti sembra e tanti se la fanno sembrare imprescindibile e salvifica, è semplicemente una ricetta per il disastro, perché è un cumulo di regole procicliche, cioè di regole che quando stai male ti fanno stare peggio. Si sarebbe potuto fare quello e si sarebbe anche potuto, sul tema della liquidità, agire nel senso di provvedimenti di buon senso, portando subito a un milione il limite per la compensazione. Noi l'avevamo chiesto nel decreto-legge cura Italia, ma la risposta del sottosegretario Misiani è stata: «costa!» (non nel senso del ministro Costa, ma nel senso che ha un costo). Dopodiché, a giugno ce lo ripropongono nel decreto-legge aprile. Nel frattempo, gli imprenditori hanno vissuto in un clima di incertezza. Il tema della fiducia nei riguardi dei nostri elettori tocca anche un altro punto, che è quello delle riforme. A proposito di questa retorica delle riforme, dell'essere costretti da qualcun altro a fare qualcosa che in teoria noi non vogliamo fare: voi gli italiani li dovete lasciare in pace (Applausi) , li dovete far vivere. Non c'è bisogno di riforme adesso, ma c'è bisogno di liquidità. E i provvedimenti per fornirgliela alla fine sono quelli che vi avevamo chiesto noi all'inizio. E anche l'approccio, alla fine, è quello che vi avevamo chiesto noi all'inizio. Allora, per favore, se vogliamo veramente uscirne, cominciamo a cooperare sul serio. Altrimenti l'opposizione dovrà fare l'opposizione. Vi ricordo sommessamente che i numeri per lo scostamento non li avete, e a un certo punto noi vorremmo anche accettare il costo politico di avere la vostra propaganda a reti unificate che dirà che siamo distruttivi, e ricondurre - e qui concludo - tutto entro l'alveo di una normale dialettica democratica. Un Governo, indipendentemente dalle circostanze, propone delle politiche e poi, se hai i numeri per attuarle, le attua; se non ce li ha, se ne va a casa. (Applausi). Quindi o si comincia da ora su un passo diverso, si accetta il buon senso della Lega, gli si dà dignità nel dibattito e lo si valorizza, oppure si va a casa. (Applausi). PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Rauti. Ne ha facoltà. RAUTI (FdI) . Signor Presidente, un altro provvedimento e un altro voto di fiducia. Ma facciamo un passo indietro: a metà marzo abbiamo avuto il decreto-legge cura Italia, che si è rivelato purtroppo non una cura, ma un piccolo rimedio, un cerotto. La richiesta del voto di fiducia da parte del Governo sul provvedimento cura Italia ha rotto in quel momento il sentimento di unità nazionale che si stava vivendo nell'emergenza provocata dal Covid, ed ha anche interrotto il dialogo, allora aperto, tra maggioranza e opposizioni. Poi è arrivato il decreto-legge liquidità, annunciato - ricordiamolo - in conferenza stampa molto prima di esistere, e con un grande, eccessivo spazio dedicato a denigrare le opposizioni in diretta televisiva. Si era annunciata una potenza di fuoco che poi si è rivelata purtroppo un accendino, ma soprattutto ha deluso, perché aveva creato aspettative di una liquidità immediata nei conti correnti e nelle tasche degli italiani. Così non è stato e anche quel provvedimento è passato con un voto di fiducia. Ora il decreto rilancio (che doveva essere il decreto aprile - quello di Pasqua - ed è poi stato ribattezzato rilancio), arriva con estremo ritardo a metà luglio e ci state chiedendo un altro voto di fiducia. Nel contempo avanza (è stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale ) il decreto semplificazione ed è facile prevedere che più o meno a Ferragosto ci chiederete un altro voto di fiducia. Questo Governo, ogni giorno e con ogni atto, si sta sempre più caratterizzando come autoreferenziale e autoritario e va avanti a colpi di decreti del Presidente del Consiglio dei ministri. Ne abbiamo discussi e subiti tantissimi: atti amministrativi che, con i loro effetti e ricadute, hanno travalicato l'ambito amministrativo e sono risultati abusivi, salvo poi chiedere all'Assemblea di essere condonati. Quindi: decreti del Presidente del Consiglio dei ministri; voti di fiducia; annunci roboanti e avveniristici, nel senso di futuribili; promesse senza riscontro; Stati generali convocati e conclusi senza un programma (che arriverà forse a settembre) ; entità misteriose, come le innumerevoli task force ; titoli dei provvedimenti a effetto, un po' da cartellone e suggestione cinematografica. Poi, però, ci sono la realtà della Nazione e la vita quotidiana delle famiglie, dei lavoratori e delle imprese. Il Governo non dimostra comune buon senso e percezione della realtà. Ha un suo storytelling che racconta un Paese che non esiste, che è in emergenza non domani, ma ieri; una Nazione in cui la cassa integrazione non arriva, le banche non concedono alle imprese i crediti agevolati e il sistema INPS va in tilt esattamente quando serviva; un Paese in cui gli imprenditori sono spinti più a chiudere, che a riaprire;