[pronunce]

e ne ha tratto la conclusione che ogni separazione dell'azione civile dall'ambito del processo penale non può essere considerata una menomazione o una esclusione del diritto alla tutela giurisdizionale, perché la scelta della configurazione di quest'ultima, in vista delle esigenze proprie del processo penale, è affidata al legislatore (v., ex plurimis, sentenza n. 98 del 1996 e ordinanza n. 124 del 1999, nonché, sul favor separationis tra azione civile e azione penale, sentenza n. 75 del 2001). Dunque, v'è quanto basta per concludere che imputato e parte civile esprimono – al lume della giurisprudenza costituzionale – due entità soggettive fortemente diversificate: non soltanto sul piano del differente risalto degli interessi coinvolti; quanto – e soprattutto – per l'impossibilità di configurare in capo ad essi, nello specifico contesto del processo penale, un paradigma di par condicio valido, sempre e comunque, come regola generale su cui conformare i relativi diritti e poteri processuali. Questa Corte, d'altra parte, ha costantemente avuto modo di affermare che le differenze di “trattamento processuale” tra le parti sono legittime, sempre che abbiano una loro ragionevole base all'interno del sistema processuale. Se ciò vale per le parti “necessarie” del processo, a fortiori è possibile tracciare un ragionevole discrimen in riferimento alle parti eventuali: specie nelle ipotesi in cui – come nel caso della parte civile nel processo penale – sia assicurato un diretto ed incondizionato ristoro dei propri diritti attraverso l'azione sempre esercitabile in sede propria. 4. – Per altro verso, le peculiarità che caratterizzano l'istituto della rimessione, traggono a loro volta alimento dallo specifico (e anch'esso peculiare) risalto assegnato dalla stessa Carta costituzionale al processo penale ed ai valori, molteplici e tutti di rango primario, in esso coinvolti. Se, infatti, le esigenze di serenità ed imparzialità - che devono accompagnare la celebrazione del processo “turbato” dalle gravi situazioni locali - ben possono giustificarne lo “spostamento” dalla sede “fisiologica”, un siffatto epilogo deve confrontarsi con la garanzia apprestata dall'art. 25, primo comma, della Costituzione e, prima ancora, dall'art. 71 dello Statuto albertino: parametri, questi, non a caso insistentemente evocati dalle relazioni che hanno accompagnato le varie codificazioni post-unitarie in tema di rimessione. Proprio su questo delicato crinale si misura, ancora una volta, la specificità del giudizio penale rispetto a tutti gli altri giudizi. È ben vero, infatti - come la giurisprudenza di questa Corte ha in più occasioni sottolineato - che la locuzione “giudice naturale” «non ha nell'art. 25 [Cost.] un significato proprio e distinto, e deriva per forza di tradizione da norme analoghe di precedenti Costituzioni, nulla in realtà aggiungendo al concetto di “giudice precostituito per legge”» (v., ad es., sentenza n. 88 del 1962 e ordinanza n. 100 del 1984); ma deve riconoscersi che il predicato della “naturalità” assume nel processo penale un carattere del tutto particolare, in ragione della “fisiologica” allocazione di quel processo nel locus commissi delicti. Qualsiasi istituto processuale, quindi, che producesse – come la rimessione – l'effetto di “distrarre” il processo dalla sua sede, inciderebbe su un valore di elevato e specifico risalto per il processo penale; giacché la celebrazione di quel processo in “quel” luogo, risponde ad esigenze di indubbio rilievo, fra le quali, non ultima, va annoverata anche quella – più che tradizionale – per la quale il diritto e la giustizia devono riaffermarsi proprio nel luogo in cui sono stati violati. Perché l'imputato possa ragionevolmente subire lo spostamento del processo dal suo “giudice naturale”, deve essere il “suo” processo (vale a dire quello penale) ad essere turbato da gravi situazioni locali. Quindi, solo i protagonisti necessari sono logicamente abilitati ad attivare il relativo ed eccezionale meccanismo di scrutinio, e non altri, che possono assumere soltanto la veste di cointeressati o controinteressati rispetto alle posizioni assunte dall'imputato e dal pubblico ministero. D'altra parte, ove così non fosse, l'imputato convenuto in sede propria avrebbe la garanzia del suo giudice civile “naturale”, senza possibilità per l'attore (parte offesa o danneggiato dal reato) di far “rimuovere” la causa da quella sede giudiziaria; invece, nella ipotesi, in cui l'imputato assuma la veste di “convenuto” in sede penale, a seguito della costituzione di parte civile della medesima parte offesa, esso potrebbe subire la rimessione del processo su domanda della stessa parte. Una disparità in peius, fatta dipendere dalla scelta unilaterale del danneggiato, il quale – giova ripeterlo – ben può tenersi indenne rispetto alla gravità della situazione locale, sviluppando la propria azione in sede civile. Ne deriva, quale corollario conclusivo, che, nella ponderazione dei valori coinvolti, la scelta del legislatore di consentire soltanto all'imputato ed al pubblico ministero di formulare la richiesta di rimessione del processo, non può ritenersi scelta discriminatoria.. per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE dichiara non fondata la questione di legittimità costituzionale dell'art. 45, comma 1, del codice di procedura penale, sollevata, in riferimento agli artt. 3, 24, secondo comma, e 111, secondo comma, della Costituzione, dalla Corte di cassazione con l'ordinanza indicata in epigrafe. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 5 aprile 2006. F.to: Annibale MARINI, Presidente Giovanni Maria FLICK, Redattore Giuseppe DI PAOLA, Cancelliere Depositata in Cancelleria il 21 aprile 2006. Il Direttore della Cancelleria F.to: DI PAOLA