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Per evitare l'elusione della misura patrimoniale, si è resa esplicita l'irrilevanza di una eventuale intestazione fittizia: ai fini della confisca, i beni che l'autore del reato abbia intestato fittiziamente a terzi, o comunque possieda per interposta persona fisica o giuridica, sono considerati come a lui appartenenti (comma 6). In linea con l'orientamento che si sta sviluppando a livello internazionale, e per evidenti esigenze di garanzia, si stabilisce che la confisca non debba pregiudicare i diritti di terzi in buona fede (comma 7). Data la delicatezza della materia si è stabilito (comma 8) che la regolamentazione prevista dal codice penale in materia di confisca dovrà rappresentare il quadro generale di riferimento, la cui efficacia sarà estesa, salvo espressa deroga legislativa, a tutti i casi di confisca penale disciplinati da norme particolari (resteranno in ogni caso operanti le disposizioni poste a garanzia dei terzi estranei al reato). Responsabilità degli enti La commissione Pisapia è stata, fin dall'inizio dei propri lavori, concorde nel ritenere che la responsabilità degli enti dovesse essere inserita nel codice penale. Infatti, con l'entrata in vigore del decreto legislativo 8 giugno 2001, n. 231 (disciplina della responsabilità amministrativa delle persone giuridiche, delle società e delle associazioni anche prive di personalità giuridica), l'inedita forma di responsabilità degli enti è entrata a tutti gli effetti a far parte del nostro ordinamento penale. Pur in presenza di dubbi sulla compatibilità di una responsabilità penale o parapenale dell'ente a fronte del principio di «personalità» consacrato dall'articolo 27 della Costituzione, l'Italia non poteva sottrarsi alla direttiva prevista dall'articolo 2 della Convenzione OCSE sulla corruzione, sottoscritta a Parigi nel dicembre 1997, che prevede la diretta responsabilità degli enti collettivi per i reati consumati nel loro interesse o collegati a tali enti da un rapporto funzionale. Già da tempo, del resto, anche nel nostro paese si era sviluppata una autorevole opinione della dottrina favorevole a prevedere forme di responsabilità per le persone giuridiche, anche al fine di contrastare più efficacemente il sempre più diffuso fenomeno della criminalità d'impresa. Invero, come è stato autorevolmente affermato, si è venuta creando una «realtà che si esprime e agisce attraverso i propri rappresentanti persone fisiche; nell'ambito di un rapporto di immedesimazione organica e non già di alterità». In questo contesto, l'inserimento della normativa sulla responsabilità degli enti nel codice penale, pur non condivisa da tutti, si pone anche quale elemento di garanzia, non potendo la relativa disciplina discostarsi da alcuni princìpi fondanti previsti dalla parte generale del codice. La commissione Pisapia aveva iniziato ad elaborare alcune specifiche direttive di delega. Poiché però, nel corso dei lavori, era stata istituita presso il Ministero altra commissione con il compito, tra l'altro, di proporre modifiche al decreto legislativo 8 giugno 2001, n. 231, fu deciso di limitarsi a indicare, sul tema, alcuni punti ritenuti qualificanti. Peraltro, ad avviso della commissione Pisapia, la responsabilità per reato di enti e persone giuridiche -- che si è ritenuto di non dover più definire «amministrativa» -- è assolutamente indispensabile per la coerenza preventiva del sistema, specie alla luce della quantità di reati compiuti non già nell'interesse specifico della persona fisica che opera nell'ambito di un soggetto giuridico, bensì nell'interesse dei soci o degli associati. Solo attraverso una specifica penalizzazione che colpisca anche i soggetti giuridici -- nei casi, evidentemente, in cui il reato risulti compiuto nel loro interesse e non sia dimostrata una credibile attivazione rivolta al suo impedimento -- e, dunque, solo evitando che soci ed associati possano obiettivamente beneficiare dei vantaggi di un reato compiuto nell'interesse dell'ente o della associazione, sarà possibile attivare una dinamica preventiva realistica, stimolando l'interesse e la disponibilità all'autocontrollo da parte dei soggetti giuridici. Nell'ambito del processo penale potranno, quindi, sulla base dei princìpi di delega predisposti dalla Commissione (articolo 56), essere chiamati a rispondere gli enti, le società, le associazioni (anche non riconosciute) e gli enti pubblici nei limiti in cui esercitano attività economica. Inizialmente si era prevista l'esclusione della responsabilità -- oltre che per lo Stato, le regioni, altri enti pubblici territoriali e le Autorità indipendenti -- anche per «gli enti di piccola dimensione»: sia perché, in caso di reato commesso nell'interesse di enti di piccole dimensioni, normalmente la responsabilità penale è attribuita direttamente a chi ha una posizione apicale, sia per evitare il rischio di un sempre maggiore ingolfamento dei tribunali. A seguito di alcuni rilievi emersi nel corso del Seminario di Siracusa, la Commissione ha ritenuto di limitare tale esclusione agli enti di piccola dimensione che non abbiano personalità giuridica. Alla normativa sulla responsabilità degli enti, che sarà prevista anche in caso di reati in materia di sicurezza del lavoro e di reati ambientali, si applicheranno, in quanto compatibili, tutte le disposizioni del codice penale, ivi comprese quelle che prevedono misure di attenuazione o esclusione delle sanzioni in caso di condotte riparatorie.. Art. 1. (Delega al Governo) 1. Il Governo è delegato ad adottare, entro dodici mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge, uno o più decreti legislativi contenenti il nuovo testo del Libro I del codice penale. 2. Entro sessanta giorni dalla scadenza del termine di cui al comma 1, il Governo trasmette alle Camere gli schemi dei decreti legislativi per l’espressione del parere delle competenti Commissioni parlamentari. Ciascuna Commissione esprime il proprio parere entro quaranta giorni dalla data di assegnazione degli schemi dei decreti legislativi. Decorso inutilmente tale termine, i decreti legislativi possono essere comunque emanati. 3. Nell’esercizio della delega di cui al comma 1, il Governo si attiene ai princìpi e criteri direttivi indicati nell’articolo 2 e nell’allegato della presente legge. 4. Il Governo, nell’esercizio della delega, procede altresì all’abrogazione esplicita di tutta la normativa incompatibile con le disposizioni introdotte nei decreti legislativi. 5. Entro due anni dalla data di entrata in vigore di ciascuno dei decreti legislativi di cui al comma 1, nel rispetto dei princìpi e criteri direttivi stabiliti dalla presente legge, il Governo può adottare disposizioni integrative o correttive dei medesimi decreti legislativi. Art. 2. (Princìpi di codificazione) 1. Il nuovo testo del Libro I del codice penale, adottato nell’esercizio della delega di cui all’articolo 1, si conforma ai princìpi e ai valori della Costituzione, si adegua ai princìpi dell’Unione europea e alle convenzioni internazionali ratificate dall’Italia e si pone come testo centrale e punto di riferimento dell’intero ordinamento penale. 2. Nell’esercizio della delega di cui alla presente legge il Governo si attiene ai seguenti princìpi di codificazione: