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Attribuire al modello patriarcale, che in Italia non esiste più da decenni, la principale o addirittura esclusiva causa della violenza sulle donne mi pare davvero troppo riduttivo e rischia di sottovalutare, se non di ignorare, altri fattori scatenanti, ben più attuali e insidiosi, che originano più dalla perdita di ogni modello di riferimento valoriale, indotta dal nichilismo e dal relativismo di questa modernità, che da una cultura patriarcale ormai scomparsa e superata; o peggio ancora significa concentrare tutta l'attenzione sul modello patriarcale, come fosse un capro espiatorio, e ignorare l'influenza negativa di tradizioni e credenze religiose extraeuropee che assegnano alla donna un ruolo - queste sì - antropologicamente, direi quasi biologicamente, inferiore e che producono - queste sì - sessismo e maschilismo come esito necessario. Vorrà pur dire qualcosa, colleghi - ad esempio - se il 42 per cento delle violenze sessuali registrate in Italia è commesso da stranieri, che - come è noto - sono appena il 10 per cento della popolazione, soprattutto di origine nordafricana; o se il 33 per cento dei maltrattamenti in famiglia, o addirittura il 71 per cento dei reati di induzione e sfruttamento della prostituzione sono ancora una volta commessi da stranieri. Magari su questi dati un supplemento di riflessione da parte della Commissione sarebbe stato utile, a mio e nostro parere. Concludo con un'ultima osservazione critica: nella relazione si legge, a pagina 24, che tra i fattori che faciliterebbero i comportamenti violenti ci sarebbe - cito testualmente - «la visione statica e rigida delle identità di genere maschili e femminili». Ritengo questa affermazione non solo infondata, ma anche fuorviante e frutto di una forzatura ideologica che in questa relazione francamente stona. Il rispetto e la valorizzazione dell'identità maschile e femminile sono, al contrario - a nostro avviso - il presupposto più solido su cui si costruisce la reciproca accettazione delle naturali differenze tra i due sessi, da intendersi come occasione di reciproco arricchimento attraverso la complementarietà, ovviamente sulla base della assoluta parità di diritti e di doveri. Al contrario, è dalla pretesa di ignorare le differenze e rendere tutto fluido, omogeneo, neutro e omologabile, che si apre la strada alla mancanza di rispetto per l'altro e a ogni forma di violenza. In ogni caso, anche in presenza di questi elementi discutibili, per fortuna marginali, condividiamo nella sostanza interamente la relazione e, quindi, esprimeremo un voto favorevole su di essa. (Applausi) . DE PETRIS (Misto-LeU-Eco) . Domando di parlare per dichiarazione di voto. PRESIDENTE. Ne ha facoltà. DE PETRIS (Misto-LeU-Eco) . Signor Presidente, non posso che complimentarmi con la Commissione parlamentare di inchiesta sul femminicidio, nonché su ogni forma di violenza di genere, ringraziandola per il lavoro che ha svolto e che continua a svolgere non soltanto nel caso della relazione in esame. Ringrazio particolarmente le due relatrici, senatrici Maiorino e Conzatti, per il lavoro accurato. Ringrazio la Presidente, ricordando la presentazione della scorsa settimana della relazione sulla vittimizzazione delle donne che subiscono violenza, che ha rappresentato un contributo veramente notevole. In questa legislatura si stanno compiendo dei grandi passi in avanti. Il merito va al grande lavoro compiuto all'interno della Commissione e ovviamente anche al fatto che nel Governo - e di questo ringrazio la Ministra - si è utilizzato pienamente tale lavoro, facendo tanti passi in avanti per aggredire - uso una parola violenta - un fenomeno che purtroppo nel nostro Paese - come qualcuno ha già detto - continua a essere una scia di sangue da cui non riusciamo fino in fondo a liberarci. Dobbiamo avere la capacità di esaminarlo bene e di mettere in campo tutti gli strumenti possibili perché si rischia di identificarlo come un elemento quasi strutturale. Mi rivolgo al collega che criticava le affermazioni della relazione. Tale fenomeno è strettamente connesso invece a una impostazione culturale ancora purtroppo di tipo patriarcale e maschilista nel nostro Paese. È comodo pensare che questa scia di sangue, la violenza contro le donne, possa essere un fenomeno che noi abbiamo importato da altre culture. È un alibi che non ci porta a guardare dentro di noi, nella nostra società, nell'ambito dei nostri modelli culturali e familiari, che evidentemente, nonostante il grande lavoro che si sta facendo, continuano ad essere abbastanza presenti. Dico qui alcune cose che per me sono il cuore del problema. Noi dobbiamo compiere un grande lavoro e per questo sono importanti i dibattiti, le relazioni, le inchieste e qualsiasi cosa noi possiamo mettere in atto. Bisogna anzitutto continuare imperterriti in una grande battaglia culturale e politica, volta al cambiamento di questi modelli. La scuola è l'elemento centrale; nel momento stesso in cui si educa, si riesce a mettere in campo un'idea di educazione sentimentale del rapporto con gli altri, del rapporto tra i sessi, e lo si fa sin da piccoli. È un elemento che conosciamo bene e che la Commissione ha sempre sottolineato. Arriviamo alla relazione e alle indicazioni precise che essa ci dà, muovendosi chiaramente nel solco delle famose quattro P della Convenzione di Istanbul. Occuparsi degli uomini autori di violenza significa intervenire per provare a prevenire - può essere anche un modo per prevenire - e soprattutto per mettere in campo degli strumenti per impedire le cosiddette recidive, perché non è solo una questione di educazione. Significa anche individuare, grazie ai centri, in un lavoro che si può fare in modo più articolato e complesso, i primi segnali, che vengono sempre e costantemente sottovalutati. Spesso, infatti, nei rapporti sentimentali, nei rapporti d'amore o di relazione, si scambia il primo segno di violenza o di possesso quasi come un segno di amore e non si sanno cogliere le possibili radici di comportamenti molto più violenti. Pertanto, il ruolo dei centri è quello non solo di intervenire quando chi ha già compiuto la violenza è stato individuato, ma anche di riuscire a individuare i primi segni e prevenire la violenza. L'idea dei centri specializzati, di mettere in campo degli strumenti e delle risorse - come abbiamo fatto già nelle due precedenti leggi di bilancio - e di questo ringrazio le senatrici Conzatti e Maiorino che si sono occupate particolarmente della questione - non è - come a volte ho sentito dire - un modo in cui, mentre ci sono i femminicidi e ci sono donne vittime di violenza, noi ci occupiamo dei maltrattanti e degli autori di violenza. Si inserisce invece all'interno della strategia di lotta senza quartiere, di prevenzione e di intervento, per impedire recidive. Io lo considero uno degli elementi strutturali all'interno della strategia complessiva, richiamando la Convenzione di Istanbul e le quattro P. E non è un caso che sia anche all'interno del piano strategico messo a punto dal Governo stesso. È chiaro che siamo all'inizio di questo approccio e non è semplice. Serve una rivoluzione culturale. Dobbiamo fare in modo che questi centri possano crescere. I centri specializzati cui rivolgersi oggi sono molto pochi - per questo chiedevo prima i dati alle senatrici Conzatti e Maiorino - ma presentano già dei buoni risultati. Sono centri ridotti nel numero, e forse nel personale e, in particolare, nella localizzazione: