[pronunce]

ORDINANZA ha pronunciato la seguentenei giudizi di legittimità costituzionale dell'art. 275, comma 3, del codice di procedura penale, promossi dal Tribunale di Napoli, sezione per il riesame, con tre ordinanze dell'11 luglio 2006, rispettivamente iscritte ai nn. 174, 175 e 176 del registro ordinanze 2007 e pubblicate nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 14, prima serie speciale, dell'anno 2007. Visto l'atto di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri; udito nella camera di consiglio del 25 febbraio 2009 il Giudice relatore Giuseppe Frigo. Ritenuto che con tre ordinanze, di analogo tenore, tutte depositate l'11 luglio 2006 (r.o. n. 174, n. 175 e n. 176 del 2007), il Tribunale di Napoli, sezione per il riesame, ha sollevato, in riferimento agli artt. 3, 13, secondo comma, e 27, primo comma, della Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell'art. 275, comma 3, del codice di procedura penale, nella parte in cui – secondo l'interpretazione in assunto offertane dalla Corte di cassazione, vincolante per il rimettente in quanto giudice del rinvio – prevede che «la presunzione della sussistenza delle esigenze cautelari e della possibilità di salvaguardarle esclusivamente con la custodia cautelare in carcere», operante in presenza di gravi indizi di colpevolezza per il delitto di associazione di stampo mafioso, «possa venire meno soltanto con la prova dell'avvenuto scioglimento dell'associazione, ovvero dell'avvenuto recesso dalla stessa dell'indagato»; che, in ciascuna delle ordinanze, il giudice a quo riferisce che, in sede di appello avverso un'ordinanza del Giudice per le indagini preliminari, il Tribunale di Napoli aveva revocato la misura cautelare della custodia in carcere applicata ad una persona indagata per il delitto di cui all'art. 416-bis del codice penale, «quale imprenditore addetto alla commercializzazione e distribuzione», in uno Stato estero, «di prodotti con marchi contraffatti»; che – aderendo all'indirizzo giurisprudenziale secondo cui, ai fini del superamento della presunzione di sussistenza delle esigenze cautelari posta dall'art. 275, comma 3, cod. proc. pen. , non è necessaria la dimostrazione «di una vera e propria rescissione del vincolo associativo» – il Tribunale aveva valorizzato, in senso favorevole all'appellante, elementi quali il «decorso del tempo», il «ruolo marginale», la «quasi incensuratezza» o il buon comportamento processuale dell'interessato, nonché l'avvenuto sequestro preventivo di tutte le aziende di cui si servivano i coindagati, che avrebbe impedito la reiterazione della condotta criminosa; che, in accoglimento del ricorso del pubblico ministero, la Corte di cassazione aveva annullato con rinvio il provvedimento di revoca, enunciando – secondo il rimettente – nei casi di cui alle ordinanze r.o. n. 174 e n. 175 del 2007, il principio di diritto in forza del quale, affinché venga meno la presunzione in discorso, è necessaria l'acquisizione di «elementi concreti, atti a far presumere un avvenuto scioglimento del clan camorristico, oppure un avvenuto recesso dallo stesso dell'attuale indagato»; e, nel caso di cui all'ordinanza r.o. n. 176 del 2007, il principio per cui, ai medesimi fini, occorre «la dimostrazione che l'associato ha rescisso i suoi vincoli con l'associazione criminosa, ovvero che sia positivamente accertata la impossibilità per l'indagato di svolgere ancora, in concreto, una attività conforme al proprio ruolo all'interno della organizzazione mafiosa»; che, tanto premesso, il rimettente osserva che, per costante giurisprudenza costituzionale, è consentito al giudice del rinvio sollevare questioni di costituzionalità aventi ad oggetto l'interpretazione della norma, quale risultante dal principio di diritto enunciato dalla Corte di cassazione, stante la vincolatività di quest'ultimo nell'ambito del giudizio rescissorio ai sensi dell'art. 627, comma 3, cod. proc. pen. ; che, in punto di rilevanza, il giudice a quo assume che, ove non sollevasse la questione, si troverebbe costretto, adeguandosi al principio di diritto, a rigettare l'appello: e ciò in quanto non vi sarebbero «in atti» elementi concreti da cui desumere l'avvenuto scioglimento dell'associazione, il recesso dalla stessa dell'interessato o l'impossibilità, per quest'ultimo, di continuare a svolgere un'attività conforme al proprio ruolo nell'ambito del sodalizio; ma vi sarebbe soltanto la prova che il ruolo dell'appellante «è stato caratterizzato da assoluta specificità e da esclusivo rilievo soggettivo, che rendono impossibile l'ulteriore attività criminosa»; che quanto, poi, alla non manifesta infondatezza, il rimettente ritiene che la regula iuris indicata dalla Corte di cassazione violi l'art. 3 Cost. in rapporto, anzitutto, al principio di ragionevolezza: una interpretazione così rigida della norma finirebbe, difatti, «con lo snaturare la volontà del legislatore», il quale, nel circoscrivere la presunzione ai delitti di criminalità organizzata di stampo mafioso, avrebbe inteso, bensì, riconoscere a tali illeciti un elevato «coefficiente di pericolosità», ma non anche privare il giudice del merito del potere-dovere di accertare la sussistenza o meno delle esigenze cautelari; che l'art. 3 Cost. risulterebbe leso anche con riferimento al principio di eguaglianza, avuto riguardo al fatto che, nel medesimo procedimento che vede coinvolto l'appellante, altri coimputati hanno ottenuto la revoca della misura cautelare in applicazione del meno rigido indirizzo interpretativo già fatto proprio dal Tribunale rimettente: indirizzo che, rispetto a detti coimputati, è stato condiviso dalla Corte di cassazione in sede di decisione sui ricorsi proposti dal pubblico ministero; che l'interpretazione censurata, generando incertezze circa l'applicazione di una norma «decisiva» per il mantenimento o meno della custodia cautelare in carcere, vulnererebbe, inoltre, l'art. 13, secondo comma, Cost., in forza del quale la restrizione della libertà personale è ammessa «nei soli casi e modi previsti dalla legge»: legge che dovrebbe essere necessariamente certa ed uguale per tutti i cittadini; che, da ultimo, l'interpretazione denunciata – postulando una «prova impossibile a fornirsi» – renderebbe, di fatto, non revocabile la misura cautelare, equiparando così la posizione del giudicabile a quella del condannato e trasformando la misura stessa in una vera e propria anticipazione della pena, in violazione dell'art. 27, primo comma, Cost.; che nel giudizio di costituzionalità relativo all'ordinanza r.o. n. 174 del 2007 è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che la questione sia dichiarata infondata.