[pronunce]

Dall'altro lato, la giurisprudenza sarebbe in grado di elaborare criteri di ragguaglio al fine di determinare la pena applicabile ai «reati satellite» puniti con pene di specie o genere diverso da quella del reato principale, come è già avvenuto per le ipotesi di continuazione tra delitti e contravvenzioni o tra delitti puniti con sola pena detentiva e delitti puniti con sola pena pecuniaria. La questione risulterebbe altresì rilevante nel processo a quo, giacché il pubblico ministero ha tratto a giudizio davanti al rimettente due persone, contestando ad una di esse due reati uniti dal vincolo della continuazione: il primo (delitto di lesioni, con malattia di durata superiore ai venti giorni) di competenza del tribunale; l'altro (delitto di minaccia semplice) di competenza del giudice di pace. Situazione, questa, nella quale il giudice a quo si troverebbe costretto, alla stregua della disciplina vigente, a dichiarare anche ex officio la propria incompetenza in ordine al secondo reato. 1.2. – Si è costituito nel giudizio di costituzionalità M. R., imputato e persona offesa nel processo a quo, il quale ha svolto argomenti adesivi alle prospettazioni del giudice rimettente, chiedendo l'accoglimento delle questioni di costituzionalità sollevate. Nell'udienza pubblica la parte privata ha ricordato che la scelta normativa censurata, relativa al trattamento differente, ai fini della connessione, tra procedimenti per reati in concorso formale e procedimenti per reati in continuazione, è stata compiuta in sede di elaborazione della legge delegata (e in attuazione della direttiva espressa dall'art. 17, comma 1, lettera i), della legge di delegazione 24 novembre 1999 n. 468), dopo che in un primo tempo per entrambe le fattispecie era stata esclusa l'operatività della connessione, così riconoscendo la necessità di un identico trattamento. La stessa parte privata ha chiesto, inoltre, che la Corte, ai sensi dell'art. 27 della legge 11 marzo 1953, n. 87, dichiari in via consequenziale l'illegittimità costituzionale della disposizione combinata degli artt. 6, 7 e 9 del d.lgs. n. 274 del 2000, nella parte in cui non consente la riunione dei processi, pendenti nella stessa fase, davanti al giudice superiore, nel caso di reati commessi da più persone in danno reciproco le une delle altre, allorché taluno dei reati sia di competenza del giudice di pace; nonché dell'art. 4 del medesimo decreto legislativo, nella parte in cui attribuisce al giudice di pace una limitata competenza per i reati di lesioni personali dolose e colpose (artt. 582 e 590 cod. pen.) , basata su elemento incerto, quale la durata della malattia, anziché lasciare per intero la cognizione di tali reati al tribunale. Ad avviso della parte privata, infatti, le disposizioni ora indicate – rilevanti in rapporto alla vicenda oggetto del giudizio a quo – sarebbero anch'esse idonee a provocare ingiustificate moltiplicazioni di procedimenti, lesive dei parametri costituzionali evocati. 1.3. – È intervenuto nel giudizio di costituzionalità il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che le questioni siano dichiarate non fondate. In via preliminare, la difesa erariale eccepisce l'inammissibilità, per difetto di rilevanza, della questione di legittimità costituzionale dell'art. 7 del d.lgs. n. 274 del 2000, che regola le ipotesi di connessione dei procedimenti davanti al giudice di pace. Tale disposizione non verrebbe invero in considerazione nel giudizio a quo, in cui si discute della connessione tra procedimenti di competenza di giudici diversi (tribunale e giudice di pace). Quanto, poi, alla questione relativa all'art. 6 del d.lgs. n. 274 del 2000, l'Avvocatura generale dello Stato osserva come la disciplina dettata dalla norma impugnata rifletta la volontà del legislatore di attribuire al giudice di pace la cognizione di una categoria di reati di minore rilevanza sociale, al fine di decongestionare i carichi di lavoro dei giudici superiori. In tale prospettiva, si è ritenuto di dare rilievo alla connessione, comportante la competenza del giudice superiore, nella sola ipotesi del concorso formale, caratterizzata dall'unicità dell'azione o dell'omissione, per l'impossibilità di demandare a giudici diversi la cognizione del medesimo fatto riconducibile a plurimi paradigmi punitivi. Per contro, nel caso del concorso materiale, in cui le condotte e gli eventi criminosi restano distinti, pur in presenza del vincolo della continuazione, si è preferito evitare che la competenza del giudice di pace, stabilita per taluna delle fattispecie, possa venir meno in conseguenza della connessione. Tale scelta non sarebbe irragionevole, giacché, per un verso, risulterebbe conforme al principio del giudice naturale, stabilito dall'art. 25, primo comma, Cost.; e, per altro verso, sarebbe frutto di valutazioni discrezionali del legislatore in ordine alla distribuzione dei carichi giudiziari, ai fini di una più efficiente amministrazione della giustizia. Infondata sarebbe, poi, la denuncia di violazione del principio di eguaglianza, essendo del tutto diverse, sia sotto il profilo sostanziale che sotto quello processuale, le due ipotesi del concorso formale e materiale, poste a confronto dal giudice a quo. Né sussisterebbe alcuna lesione dell'art. 24 Cost., poiché la pendenza di più processi per reati diversi dinanzi a giudici distinti non limita in nessun modo il diritto di difesa, che è egualmente garantito in entrambe le sedi. Analogamente, non potrebbe ritenersi violato l'art. 97 Cost., giacché l'attribuzione di determinati reati di minore gravità al giudice di pace è finalizzata proprio ad accrescere la celerità e l'efficienza dell'amministrazione della giustizia. Quanto, infine, alla censura di violazione dell'art. 111 Cost., la stessa sarebbe inammissibile, risultando fondata su valutazioni soggettive del giudice a quo in ordine alla ragionevolezza delle scelte operate dal legislatore in tema di competenza. 2.1. – Con ordinanza emessa il 19 ottobre 2006, nell'ambito di un processo penale nei confronti di persona imputata dei delitti di lesioni volontarie, minaccia, danneggiamento e di altro reato, il Tribunale di Velletri, sezione distaccata di Albano Laziale, ha sollevato, in riferimento agli artt. 3 e 111, secondo comma, Cost., questione di legittimità costituzionale dell'art. 6, comma 1, del d.lgs. n. 274 del 2000, nella parte in cui esclude che si abbia connessione tra procedimenti di competenza del giudice di pace e procedimenti di competenza di altro giudice quando una persona è imputata di più reati commessi con più azioni od omissioni esecutive di un medesimo disegno criminoso.