[pronunce]

che, dalle deduzioni delle parti e dalle acquisizioni documentali effettuate in vista ed in occasione dell'udienza del 23 gennaio 2001, è emerso che l'atto impugnato è tuttora efficace, pur essendosi avviato, ma non essendo ancora giunto in prossimità della conclusione, un procedimento tendente all'adozione di un nuovo decreto destinato a sostituirlo, mentre la Regione ha confermato il proprio interesse alla definizione nel merito del presente giudizio; che, con separata ordinanza in pari data, questa Corte provvede sulla istanza, avanzata dalla ricorrente, di sospensione dell'esecuzione dell'atto impugnato. Considerato che il decreto impugnato, tuttora efficace ed operante, è diretto a dare attuazione, a partire dal 1° gennaio 1997, a numerose disposizioni che riservano all'erario statale le nuove entrate derivanti dai provvedimenti legislativi in cui esse sono contenute, e per lo più demandano a decreti ministeriali la definizione delle modalità per la loro attuazione; che alcune fra dette disposizioni (art. 2, comma 154, e art. 3, comma 216, della legge 23 dicembre 1996, n. 662; art. 7 del decreto legge 31 dicembre 1996, n. 669) sono state dichiarate, con la sentenza n. 98 del 2000, costituzionalmente illegittime, per violazione dell'art. 36 dello statuto speciale per la Regione Siciliana e delle relative norme di attuazione di cui all'art. 2, primo comma, del d.P.R. 26 luglio 1965, n. 1074, nella parte in cui, nel prevedere la definizione delle modalità di attuazione delle riserve di entrate all'erario statale mediante decreti ministeriali, non contemplavano la partecipazione della Regione Siciliana al relativo procedimento; che sostanzialmente identiche sono le clausole di riserva allo Stato delle entrate, genericamente indicate, derivanti dagli altri provvedimenti legislativi cui si è data, sotto questo profilo, attuazione con il decreto impugnato; che dette clausole sono accompagnate - tranne che nel caso dell'art. 18, comma 7, del d.l. 22 maggio 1993, n. 155, che tace in proposito - dalla previsione di un decreto ministeriale per la definizione delle modalità della loro attuazione, senza però che sia contemplata alcuna partecipazione della Regione Siciliana al relativo procedimento, come invece ritenuto necessario, anche in riferimento al principio di leale cooperazione fra Stato e Regione, dalla sentenza di questa Corte n. 98 del 2000 (e cfr. anche, nello stesso senso, sentenze n. 347 e n. 348 del 2000); che il medesimo problema, concernente la mancata previsione di una partecipazione della Regione al procedimento, si pone nei riguardi del citato art. 18, comma 7, del d.l. n. 155 del 1993, in quanto anche in questo caso l'attuazione della clausola di riserva di entrate allo Stato sembra richiedere l'adozione, ancorché non prevista espressamente, di provvedimenti amministrativi (infatti il decreto in questa sede impugnato è volto anche all'attuazione di detto art. 18, comma 7, del d.l. n. 155 del 1993), e comunque si pongono le stesse esigenze di una attuazione alla quale non resti estranea la Regione; che, in definitiva, tutte le disposizioni legislative cui si è inteso dare attuazione con il decreto impugnato sono, o già dichiarate costituzionalmente illegittime, ovvero sospette di esserlo per il medesimo motivo, concernente la mancanza di partecipazione della Regione al procedimento volto alla loro attuazione; che tale vizio, riguardando le stesse basi legali del procedimento di formazione del decreto ministeriale, incide radicalmente sulla legittimità del decreto medesimo, e in specie sulla sua idoneità a ledere attribuzioni costituzionalmente garantite della Regione Siciliana, comportando, ove accertato, "la necessità del rinnovo del procedimento di attuazione" (sentenza n. 347 del 2000); che pertanto questa Corte non può esimersi, ai fini della decisione del conflitto di attribuzione, che investe il contenuto del decreto impugnato, dal prospettarsi e risolvere pregiudizialmente il problema della legittimità del procedimento di formazione del medesimo, in relazione alla legittimità costituzionale delle disposizioni legislative che tale procedimento disciplinano in modo esplicito, o che comunque omettono, in ipotesi, di configurare un procedimento conforme alle esigenze costituzionali attinenti al rapporto tra lo Stato e la Regione; che, nella presente fattispecie, l'accertamento incidentale della legittimità costituzionale delle ricordate disposizioni non è precluso dal fatto che la Regione ricorrente non le abbia a suo tempo impugnate, o non le abbia impugnate sotto questo profilo, con ricorso in via diretta; che, infatti, nel presente giudizio la Regione lamenta una asserita lesione di proprie attribuzioni costituzionalmente garantite, derivante dal contenuto del decreto impugnato - che si assume avere determinato la indebita sottrazione alla Regione di entrate ad essa spettanti, attraverso una cattiva applicazione delle disposizioni legislative che riservano entrate all'erario statale - e l'accennato vizio di procedimento, che deriverebbe dalla illegittimità costituzionale, sotto questo profilo, delle medesime disposizioni, riguarda il modo in cui si è giunti a determinare detto contenuto: così che, se fosse stata prevista la partecipazione regionale al procedimento, questa avrebbe consentito un confronto preventivo sui sollevati problemi di applicazione delle leggi, potendo in ipotesi condurre alla composizione dei dissensi, ovvero a motivate determinazioni da parte degli organi competenti, suscettibili di successivo controllo in sede giurisdizionale; che, d'altra parte, secondo quanto ha ritenuto questa Corte, la portata del tutto generica delle clausole legislative di riserva di entrate allo Stato (per di più accompagnata, talora, da una esplicita clausola di salvaguardia concernente l'applicazione di esse "in quanto non in contrasto" con le norme statutarie e di attuazione relative alle Regioni a statuto speciale: cfr. art. 47, terzo periodo, del d.l. n. 41 del 1995, nonché art. 3, comma 243, della legge n. 549 del 1995, e su di esso la sentenza n. 430 del 1996) non lascia spazio ad una definizione degli stessi problemi, attinenti alla individuazione delle entrate riservate e ai criteri della loro determinazione e quantificazione, in sede di giudizio di legittimità costituzionale delle leggi contenenti dette clausole, mentre, "ove (...), in sede applicativa, sorgesse controversia circa il carattere di "nuova entrata tributaria attribuibile a questo o a quel gettito, sarà in quella sede, e con gli strumenti ad essa appropriati - ivi compreso, se del caso, il conflitto di attribuzioni - che la Regione potrà difendere la propria autonomia finanziaria da eventuali illegittime lesioni" (sentenza n. 98 del 2000; e cfr. anche sentenze n. 347 e n. 348 del 2000, nonché sentenze n. 430 e n. 429 del 1996, concernenti rispettivamente la infondatezza della questione di legittimità costituzionale di una clausola di riserva di entrate all'erario statale, e l'accoglimento del ricorso per conflitto di attribuzione promosso in riferimento all'attuazione, per un determinato aspetto, della stessa clausola);