[pronunce]

in senso difforme, il ricorrente – visti gli artt. 68 e 134 Cost. e 37 legge costituzionale 11 marzo 1953, n. 87 – chiede alla Corte di dichiarare che non spettava alla Camera dei deputati deliberare che le opinioni espresse dall'onorevole Vittorio Sgarbi in data 26 giugno 1998 nel corso della trasmissione televisiva “Sgarbi quotidiani”, in relazione ai quali è pendente procedimento penale per il delitto di diffamazione aggravata in danno del sostituto procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Milano dott. Piercamillo Davigo, concernono opinioni espresse dall'on. Sgarbi nell'esercizio delle sue funzioni, disponendo l'annullamento della delibera relativa, adottata il 17 marzo 2004 dalla Camera dei deputati, per violazione dell'art. 68 della Costituzione. 2.- Il presente conflitto è stato dichiarato ammissibile con ordinanza n. 105 del 2005. 3.- Si è costituita in giudizio la Camera dei deputati, per chiedere che il presente conflitto sia dichiarato inammissibile e, comunque, non fondato. 3.1.- In via preliminare , difatti, essa eccepisce che «il ricorso è da ritenersi inammissibile e comunque improcedibile, in quanto non risultano riportate in modo congruo ed adeguato le frasi che dovrebbero costituire oggetto del conflitto», ciò che renderebbe carente, secondo costante giurisprudenza costituzionale, la «prospettazione del thema decidendum» (sono citate, oltre alle sentenze n. 79 del 2005, n. 87 del 2002 e n. 274 del 2001, anche le ordinanze n. 129 del 2005, n. 264 del 2000, n. 318 del 1999). 3.1.1.- In particolare, la difesa della Camera dei deputati evidenzia che alcune delle dichiarazioni oggetto del procedimento penale pendente innanzi alla ricorrente autorità giudiziaria, e segnatamente quelle riguardanti la condotta che il dott. Davigo avrebbe tenuto in danno dell'on. Taormina, non formerebbero oggetto di puntuale indicazione nell'atto che ha dato origine al presente conflitto, giacché le stesse sarebbero state «sostituite dalla libera e soggettiva rielaborazione da parte del giudice ricorrente», tanto che non sarebbe «dato neppure comprendere se siano state rese dall'on. Sgarbi oppure dall'ospite della trasmissione» (e cioè il predetto on. Taormina). «Tale personale e soggettiva rielaborazione» – prosegue la Camera dei deputati – non risulterebbe idonea «a prospettare correttamente i termini della controversia», con conseguente violazione dell'art. 26 delle norme integrative per i giudizi davanti la Corte costituzionale. Difatti, diversamente opinando, la Corte si ritroverebbe a dover valutare la sussistenza di un nesso funzionale, «non già tra le dichiarazioni extra moenia e quelle intra moenia del parlamentare, ma tra queste ultime e quelle immaginate dal Giudice ricorrente», con conseguente lesione, oltretutto, del principio del contraddittorio, «tanto più rilevante quando, come nel presente giudizio, si controverta in materia di attribuzioni spettanti ai poteri dello Stato». La Camera dei deputati, inoltre, sottolinea come l'esito della declaratoria di inammissibilità del ricorso sembrerebbe imporsi anche alla luce di una «recente decisione di inammissibilità» adottata dalla Corte costituzionale. Difatti, con la sentenza n. 79 del 2005 è stata censurata la scelta operata della ricorrente autorità giudiziaria – in un giudizio per conflitto – di sostituire, alla puntuale indicazione delle dichiarazioni rese extra moenia proprio dall'odierno dichiarante, una loro «libera rielaborazione», e ciò sul presupposto che in tal modo si determina «un'impropria sovrapposizione tra l'oggettiva rilevanza delle opinioni espresse dal deputato Sgarbi e l'interpretazione soggettiva che ne è stata data, che interferisce con l'accertamento del nesso funzionale tra le frasi pronunciate nel corso della trasmissione televisiva e gli eventuali atti parlamentari tipici di cui le frasi stesse potrebbero essere la divulgazione esterna». Né, d'altra parte, in senso contrario alla eccepita inammissibilità del ricorso, potrebbe addursi la circostanza che «la denunziata insufficienza non si riverbererebbe comunque sugli altri punti relativi alla descrizione del fatto», giacché, in ragione della «sostanziale unitarietà del contesto argomentativo» di tutte le dichiarazioni per le quali è giudizio (confermata anche dal fatto che le stesse hanno formato oggetto di una medesima delibera di insindacabilità), «la parziale riproduzione delle frasi incriminate non può non comportare, al pari della loro completa rielaborazione o totale omissione, l'inammissibilità dell'intero ricorso» (sono citate, a sostegno di tale conclusione, le sentenze della Corte costituzionale n. 206 del 2002 e n. 363 del 2001, nonché l'ordinanza n. 264 del 2000). 3.1.2.- Sempre in punto ammissibilità, la difesa della Camera dei deputati eccepisce anche che dal ricorso non risulterebbe affatto chiaro «quale sia – e, prima ancora, se vi sia – la rilevanza della “copertina” del programma televisivo condotto dal parlamentare», visto che in relazione ad essa, non solo il ricorrente parrebbe avere omesso di formulare censure, ma sembrerebbe persino ipotizzare che la stessa non sia «neppure riconducibile al parlamentare, quanto piuttosto all'altro autore della trasmissione, coimputato nel giudizio a quo». 3.2.- Nel merito la Camera dei deputati reputa il ricorso non fondato. 3.2.1.- Sottolinea, difatti, che le dichiarazioni oggetto di giudizio si presentano divulgative di attività parlamentari dell'on. Sgarbi, giacché «una parte preponderante di siffatta attività» risulta essersi incentrata «proprio sul tema della corretta amministrazione della giustizia e delle sue (ritenute) disfunzioni ed anomalie», nonché, segnatamente, sull'operato dei magistrati degli uffici giudiziari milanesi, ed in particolare «dei sostituti procuratori (tra cui il menzionato dott. Davigo)». Deporrebbero in tal senso numerosi atti ispettivi, dei quali il predetto deputato risulta firmatario o cofirmatario (ed esattamente: le interrogazioni a risposta orale n. 3/01254 del 20 luglio 1993, n. 3/00190 del 1° agosto 1994, n. 3/00853 del 9 gennaio 1996 e n. 3/02476 dell'8 giugno 1998), nonché la proposta di legge n. 2296, presentata alla Camera dei Deputati in data 24 settembre 1996 (XIII legislatura), ed infine gli interventi alla sedute della Camera dei deputati del 18 e 25 giugno 1998. Rileverebbe, in particolare, l'interrogazione n. 3/00190, con la quale il suddetto parlamentare – osserva la difesa della Camera dei deputati – «censurava l'utilizzo, a suo giudizio arbitrario, di membri della Guardia di Finanza nella conduzione delle inchieste, da parte dei componenti del “pool Mani pulite”».