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In questo senso, il ritardo del Ministero della salute nel validare i benedetti test rapidi, test che nel giro di un minuto danno una risposta - ancorché insufficiente e con una notevole dose di dubbio - è grave e colpevole perché non mettere questi strumenti a disposizione delle Regioni, della Protezione civile, dei medici di medicina generale, della sanità del territorio significa impedire che ci sia uno screening della popolazione laddove ci accingiamo a riaprire. Spiegatemi come fa il turno delle acciaierie di Terni - io sono umbro - che sarà più o meno di un centinaio di persone, ad essere analizzato nel momento in cui entra a lavorare! C'è una collega di Terni alla quale do il benvenuto e auguro buon lavoro. Come faremo a fare il tampone a 150 persone che entrano nel giro di dieci minuti se non mettiamo a disposizione uno strumento che già esiste? Oggi questo strumento c'è; ha una latenza, ha un'indecisione di risposta solo nell'eccesso di positività, ma il negativo è certo. E l'eccesso di positività lo mettiamo in quarantena e gli facciamo il tampone. Non si può tardare ancora. Colleghi, è la terza volta che intervengo per esprimere questo concetto: qualcuno dovrà rispondere di questa situazione. Non si può ancora tardare a validare i benedetti o maledetti test rapidi, perché senza questo strumento non si riparte, e se si riparte, dopo una settimana dovremo richiudere, e allora sarà come la ricaduta dell'influenza, che è sempre una polmonite. Rispetto a tutto ciò, come facciamo a non avere qui il Ministro o il Vice Ministro della salute? Con chi parliamo? Personalmente, sono oltremodo preoccupato, anche perché in un'altra vicenda paradossale abbiamo bloccato tutta la sanità nazionale in attesa della "botta" del Covid; botta che è arrivata in tre, quattro Regioni e che in tutto il resto del territorio nazionale non c'è. Lo ripeto, sono umbro e in Umbria questa emergenza non c'è, come non c'è in Basilicata e neanche nel Lazio. Abbiamo ospedali con fior di professionisti che stanno con le mani in mano: dobbiamo metterli in cassa integrazione? Forse dovremmo metterci noi stessi, colleghi. Che stiamo a fare qui? Non serviamo. Ci sono le task force ; quindi, mettiamoci anche noi in cassa integrazione. Mettiamoci i medici che sono negli ospedali inutilizzati. Dobbiamo ripartire con l'attività programmata, colleghi, che è rimasta bloccata per due mesi. Abbiamo un deficit di trattamento di prestazioni e un deficit di diagnosi che per smaltirlo ci porteremo dietro per anni perché oggi ci sono patologie gravissime che non sono ferme, camminano. Oggi la chirurgia di importanti ospedali sta a meno 80 per cento; gli accessi al pronto soccorso sono a meno 80-75 per cento. Dobbiamo ripartire con l'attività programmata; la sanità va organizzata. Questa organizzazione non c'è; è un rimpallo quotidiano tra Regioni e Ministero. Ma, di fronte a tutto ciò, evidentemente noi a giorni dovremo smaltire i danni gravi di tutta questa situazione. Io raccomando innanzitutto di assumersi le proprie responsabilità, ma non davanti ai cittadini in televisione; il Governo della Nazione non è un "Grande fratello". Raccomando di assumersi le proprie responsabilità nei luoghi delle istituzioni, come è evidente che debba essere e come costituzionalmente è previsto che debba essere. Ognuno deve esercitare a pieno titolo la propria delega. La delega della sanità oggi è centrale; oggi in Commissione sanità ci siamo confrontati sulla necessità di intervenire in sede di proposta, per tentare di mettere mano a tutta una serie di problematiche che stanno dentro l'universo mondo della sanità, vecchie e nuove, aggravate dall'emergenza, che non vengono affatto affrontate. C'è un rimpallo continuo di responsabilità fra le Regioni e il Governo. Chiudo raccomandando evidentemente un passo diverso. Aspettiamo il prossimo decreto-legge, quello di aprile, che sarà emanato a maggio; benissimo, purché venga emanato. In quel decreto-legge ci dovranno essere le risorse per mettere a disposizione delle Regioni i test rapidi, che nel giro di cinque minuti dicono qual è la situazione epidemiologica del soggetto indagato. Senza questi test andiamo a sbattere, andiamo al disastro. (Applausi dal Gruppo FdI) . PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice De Petris. Ne ha facoltà. DE PETRIS (Misto-LeU) . Signor Presidente, oggi abbiamo ascoltato, con molta attenzione tutti gli interventi, sia di maggioranza che di opposizione. Alcuni suggerimenti, alcune prese di posizione e alcune proposte sono sicuramente all'attenzione e alla riflessione di tutti noi. Penso all'ultimo intervento, in cui è stata posta la questione di come riprendere l'attività normale nella sanità e di come affrontare in sicurezza tutti i controlli e tutte le altre attività sanitarie che in questo momento si sono fermate, ma che sono certamente alla nostra attenzione e quella del Ministro della salute. Vorrei dire alcune cose. Ci dobbiamo assolutamente rendere conto - ma da alcuni altri interventi sembra che non ce ne siamo resi conto pienamente - di come noi oggi abbiamo dovuto e di come il Governo ha dovuto elaborare il DEF. Pensate che ci troviamo in una situazione normale? Non è questo un DEF in emergenza? Io credo che questa doveva essere non solo la prima preoccupazione, ma anche il primo elemento su cui insieme avremmo dovuto mettere in campo tutte le energie e ogni forma di collaborazione. Ovviamente poi ognuno ha le sue idee, per carità, ma non possiamo non renderci conto che evidentemente ci troviamo di fronte non a un DEF in tempi di pace, ma a una sorta di DEF in tempi di guerra. Non è un caso che la straordinarietà di quanto dobbiamo affrontare si riscontra nei numeri, nella realtà che il DEF ci consegna e nell'aumento del debito. Ma cosa pensavamo? Pensavamo davvero che un Paese che aveva già le sue difficoltà per quanto riguarda l'indebitamento arrivasse oggi all'appuntamento con il DEF come se niente fosse? Noi abbiamo fatto già una manovra e un primo scostamento di 20 miliardi, su cui abbiamo appoggiato le prime misure. Il Ministro dell'economia - che è qui e che saluto - sa perfettamente quanto noi, come maggioranza, abbiamo detto: non solo bisogna fare presto, ma bisogna anche fare in modo che una serie di altre situazioni siano coperte, perché ci rendiamo perfettamente conto che lo tsunami che ci ha travolto sta producendo a livello sociale delle difficoltà enormi. Viviamo nel Paese, siamo a contatto con tutte le persone e ce ne rendiamo conto; lo sappiamo perfettamente. Con il cura Italia e con la prima manovra di scostamento abbiamo messo in campo una serie di misure. Questa è stata la prima risposta all'emergenza davanti a una situazione - lo sapete perfettamente - che non dico ci abbia colto tutti di sorpresa, ma che certamente non abbiamo potuto affrontare con tranquillità dovendo intervenire immediatamente in emergenza. In alcune Regioni c'è stato un impatto molto più forte e anche lì le risposte sono state diverse. Non è che tutta la colpa sta da una parte, nel Governo centralista che ha fatto delle scelte, mentre, dall'altra parte, tutte le cose sono andate bene. Non è una questione politica: lo voglio dire in modo molto chiaro. Non è una questione politica e non c'è stato un attacco soltanto ad alcune Regioni: