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D'altra parte la già citata sentenza della Corte Costituzionale 198/1986 aveva già chiarito che, con riferimento proprio all'articolo 44 della legge 184/83, “l'esigenza di adeguata considerazione di legami di fatto instauratisi trova nella nuova normativa un riconoscimento tanto penetrante, da indurre il legislatore a derogare, in alcuni casi, al requisito generale dell'esistenza o persistenza di un rapporto di convivenza o di coniugio tra gli affidatari” ». Riguardo il fatto poi che l'articolo 44, comma 1, lettera d) , non discrimina tra coppie conviventi eterosessuali o omosessuali, la sentenza chiarisce che « una lettura in senso diverso sarebbe, peraltro, contraria alla ratio legis , al dato costituzionale nonché ai princìpi di cui alla Convenzione europea sui diritti umani e le libertà fondamentali (“CEDU”), di cui l'Italia è parte ». In primis , una lettura della norma in senso discriminatorio sarebbe contraria alla ratio legis . L'intenzione del legislatore è quella di consentire, nei casi di cui all'articolo 44, la realizzazione del preminente interesse del minore. Ferma restando la valutazione della fattispecie concreta, cui il tribunale per i minorenni è tenuto ex articolo 57 della legge 184/83, non può presumersi che l'interesse del minore non possa realizzarsi nell'ambito di un nucleo familiare costituito da una coppia di soggetti del medesimo sesso. (...) In secondo luogo, una lettura dell'articolo 44, comma 1, lettera d) che, contrariamente al dato letterale della norma, pretendesse di discriminare coppie composte da persone appartenenti allo stesso sesso si porrebbe in conflitto con il dato costituzionale. A tal proposito, giova richiamare la sentenza della Corte costituzionale n. 138/2010 in cui la Corte, pur non riconoscendo l'estensione della disciplina del matrimonio alle coppie composte da persone appartenenti allo stesso sesso come una modifica costituzionalmente obbligata e quindi operabile attraverso una sentenza addittiva, allo stesso tempo afferma che « per formazione sociale deve intendersi ogni forma di comunità, semplice o complessa, idonea a consentire e favorire il libero sviluppo della persona nella vita di relazione, nel contesto di una valorizzazione del modello pluralistico. In tale nozione è da annoverare anche l'unione composta da persone dello stesso sesso, intesa come stabile convivenza tra due persone dello stesso sesso, cui spetta il diritto fondamentale di vivere liberamente una condizione di coppia, ottenendone – nei tempi, nei modi e nei limiti stabiliti dalla legge – il riconoscimento giuridico con i connessi diritti e doveri ». La sentenza afferma poi ciò che ha trovato conferma nella successiva giurisprudenza, ovvero che l'articolo 44, comma 1, lettera d), costituisce « l'apposito strumento, configurandosi come una “porta aperta” sui cambiamenti che la nostra società ci propone con una continuità ed una velocità cui il legislatore fatica a tenere dietro, ma cui il giudice minorile non può restare indifferente, se in ogni suo provvedimento deve, effettivamente, garantire l'interesse superiore del minore ». Il medesimo indirizzo è stato ripreso e confermato dalla Corte d'appello di Milano che con la sentenza del 16 ottobre 2015 ha riconosciuto la trascrizione in Italia dell'adozione piena e legittimante effettuata in Spagna da una coppia di donne. In particolare, sostiene la Corte: « In tale contesto normativo di riferimento, così come interpretato dai giudici italiani e dai giudici sovranazionali, non vi è alcuna ragione di ritenere in linea generale contrario all'ordine pubblico un provvedimento straniero che abbia statuito un rapporto di adozione piena tra una persona non coniugata e il figlio riconosciuto del partner, anche dello stesso sesso, una volta valutato in concreto che il riconoscimento dell'adozione, e quindi il riconoscimento di tutti i diritti e i doveri scaturenti da tale rapporto, corrispondono all'interesse superiore del minore al mantenimento della vita familiare costruita con ambedue le figure genitoriali e al mantenimento delle positive relazioni affettive ed educative che con loro si sono consolidate, in forza della protratta convivenza con ambedue e del provvedimento di adozione ». In merito alla sentenza citata, vale la pena sottolineare che la trascrizione di un provvedimento straniero di adozione non dà luogo a una fattispecie rientrante nell'articolo 44, comma 1, lettera d) , ma un caso di adozione piena e legittimante. Nella sentenza di cui si parla, che non individua un « caso particolare » di adozione, ma riconosce la trascrizione di un provvedimento straniero di adozione, viene quindi per la prima volta garantita una adozione piena alla convivente della madre del minore. Successivamente, il tribunale per i minorenni di Roma ha disposto, con la sentenza del 22 ottobre 2015, n. 4580, l'adozione del minore da parte della convivente della madre biologica. Nella sentenza si legge che « (...) quello che occorre valutare in via prioritaria è l'interesse del minore, considerando soprattutto le situazioni caratterizzate dalla preesistenza di legami affettivi tra i soggetti dell'instaurando rapporto adottivo; la famiglia deve, infatti, possedere i caratteri dell'adeguatezza, da individuarsi però in concreto sulla base dell'interesse del minore (...). In primis , una lettura della norma in senso discriminatorio sarebbe contraria alla ratio legis . L'intenzione del legislatore è quella di consentire, nei casi di cui all'articolo 44, la realizzazione del preminente interesse del minore. (...) In secondo luogo, una lettura dell'articolo 44, comma 1, lettera d), che, contrariamente al dato letterale della norma, pretendesse di discriminare coppie omosessuali si porrebbe in conflitto con il dato costituzionale. (...) In terzo luogo, una lettura dell'articolo 44, comma 1, lettera d) ,che escludesse dalla possibilità di ricorrere all'istituto dell'adozione in casi particolari coppie di fatto omosessuali a motivo di tale orientamento sessuale si porrebbe in contrasto con gli artt. 14 e 8 della CEDU ». Ed ancora. Il tribunale per i minorenni di Roma, con la sentenza del 30 dicembre 2015, ha ammesso un'« adozione incrociata », riconoscendo la possibilità a due donne conviventi di adottare reciprocamente il figlio dell'altra. Appurata l'esistenza tra le due donne di un comune progetto di genitorialità e verificato il benessere delle bambine e la stabilità del nucleo familiare, il tribunale ha riconosciuto che era nell'interesse delle minori vedersi garantita la continuità affettiva e la stabilità dei rapporti familiari, assicurando, inoltre, la loro identità personale attraverso l'aggiunta del cognome della mamma sociale a quello della mamma biologica (così si legge nella pronuncia: « Nel caso di specie non si tratta, infatti, di concedere un diritto ex novo , creando una situazione prima inesistente, ma di garantire la copertura giuridica di una situazione di fatto già esistente da molti anni, nell'esclusivo interesse di due minori che sono state amorevolmente allevate dalle due donne, nelle quali riconoscono entrambe le loro “mamme”, ovvero i riferimenti affettivi primari) ».