[pronunce]

ORDINANZA ha pronunciato la seguentenel giudizio di legittimità costituzionale degli artt. 69, quarto comma, e 81, quarto comma, del codice penale, come modificati dagli artt. 3 e 5, comma 1, della legge 5 dicembre 2005, n. 251 (Modifiche al codice penale e alla legge 26 luglio 1975, n. 354, in materia di attenuanti generiche, di recidiva, di giudizio di comparazione delle circostanze di reato per i recidivi, di usura e di prescrizione), promosso con ordinanza del 7 febbraio 2007 dal Tribunale di Cagliari nel procedimento penale a carico di L. R., iscritta al n. 487 del registro ordinanze 2007 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 26, prima serie speciale, dell'anno 2007. Visto l'atto di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri; udito nella camera di consiglio del 16 aprile 2008 il Giudice relatore Giovanni Maria Flick. Ritenuto che, con l'ordinanza indicata in epigrafe, il Tribunale di Cagliari ha sollevato, in riferimento agli artt. 3, 25, secondo comma, e 27, primo e terzo comma, della Costituzione, questioni di legittimità costituzionale: a) dell'art. 69, quarto comma, del codice penale, come sostituito dall'art. 3 della legge 5 dicembre 2005, n. 251 (Modifiche al codice penale e alla legge 26 luglio 1975, n. 354, in materia di attenuanti generiche, di recidiva, di giudizio di comparazione delle circostanze di reato per i recidivi, di usura e di prescrizione), nella parte in cui, nel disciplinare il concorso di circostanze eterogenee, vieta al giudice di ritenere le circostanze attenuanti prevalenti sull'aggravante della recidiva reiterata, di cui all'art. 99, quarto comma, cod. pen. ; b) dell'art. 81, quarto comma, cod. pen. , aggiunto dall'art. 5, comma 1, della medesima legge n. 251 del 2005, nella parte in cui prevede che, rispetto ai recidivi reiterati, l'aumento di pena per la continuazione non può essere inferiore ad un terzo della pena stabilita per il reato più grave; che il rimettente riferisce di essere chiamato a giudicare, nelle forme del rito abbreviato, una persona imputata dei reati di rapina cosiddetta impropria (art. 628, secondo comma, cod. pen.) e di lesioni personali aggravate (artt. 61, numero 2, 582 e 585 cod. pen.), con l'aggravante della recidiva reiterata, specifica e infraquinquennale; che dagli atti processuali emergeva, in particolare, che l'imputato – dopo essersi impossessato di un paio di occhiali, sottraendoli da un esercizio commerciale – al fine di evitare di essere fermato dalla persona offesa, e di procurarsi quindi l'impunità, aveva inferto a detta persona una spinta e le aveva stretto con forza le mani, procurandole un'abrasione giudicata guaribile in tre giorni; che, ad avviso del giudice a quo, tenuto conto delle particolarità del fatto e delle condizioni di vita dell'imputato, sarebbero ravvisabili le circostanze attenuanti di cui agli artt. 62, numero 4), e 62-bis cod. pen.: attenuanti che, peraltro, a fronte del divieto posto dall'art. 69, quarto comma, cod. pen. , come novellato dall'art. 3 della legge n. 251 del 2001, potrebbero essere dichiarate tutt'al più equivalenti all'aggravante della recidiva reiterata e non anche prevalenti su di essa, come invece richiederebbero le caratteristiche del caso concreto; che, ciò premesso, il rimettente ritiene che la previsione del citato art. 69, quarto comma, cod. pen. si ponga in contrasto con i principi di ragionevolezza e di eguaglianza: giacché, per un verso, imporrebbe di punire allo stesso modo fatti di diversa gravità concreta; e, per un altro verso, farebbe sì che vengano puniti in modo diverso fatti oggettivamente identici, a fronte del solo elemento differenziale rappresentato dalla qualità di recidivo reiterato dell'autore; che, con la norma censurata, il legislatore avrebbe introdotto, in sostanza, un «automatismo sanzionatorio» atto a determinare, in violazione dell'art. 3 Cost., una «omologazione» dei recidivi reiterati sulla base di una presunzione assoluta di pericolosità: presunzione che – prescindendo dalla natura dei delitti cui si riferiscono le precedenti condanne, dall'epoca della loro commissione e dalla identità della loro indole rispetto a quella del nuovo reato – non troverebbe fondamento nell'id quod plerumque accidit; che il suddetto «automatismo sanzionatorio», ancorato alla mera contestazione della recidiva reiterata ed alla presunzione di pericolosità ad essa collegata, violerebbe, altresì, l'art. 25, secondo comma, Cost., il quale sancisce un legame indissolubile tra la sanzione penale e la commissione di un «fatto»: impedendo, quindi, che si punisca la mera pericolosità sociale o l'«atteggiamento interiore» del reo; che, da ultimo, apparirebbero compromessi, per effetto del divieto denunciato, i principi posti dall'art. 27, primo e terzo comma, Cost.: principi che esigono l'individualizzazione della pena, giacché solo mediante l'adeguamento della risposta punitiva alle caratteristiche del singolo caso – adeguamento cui è preordinato il giudizio di comparazione tra le circostanze – sarebbe possibile assicurare un'effettiva eguaglianza di fronte alle pene, rendendo realmente «personale» la responsabilità penale e facendo sì che la pena assolva ad una funzione rieducativa; che, per contro, il novellato art. 69, quarto comma, cod. pen. – con l'escludere il giudizio di prevalenza delle attenuanti rispetto alla recidiva reiterata – impedirebbe il suddetto adeguamento, imponendo l'irrogazione di pene sproporzionate rispetto all'effettiva entità dei fatti e, conseguentemente, incapaci di assolvere una funzione rieducativa e di prevenzione, generale e speciale; che «analoghe considerazioni» potrebbero svolgersi – a parere del rimettente – anche in relazione al vincolo imposto dall'art. 81, quarto comma, cod. pen. , in forza del quale, per i recidivi reiterati, l'aumento della pena, nel caso di continuazione, non può essere inferiore ad un terzo della pena stabilita per il reato più grave; che, a fronte di tale previsione, nel caso di specie – anche determinando la pena base per il reato più grave (la rapina) nel minimo edittale – l'anzidetto aumento non potrebbe essere inferiore, quanto alla pena detentiva, ad otto mesi di reclusione: e ciò ad onta della limitata gravità dell'altro reato (lesioni personali, seppure aggravate, consistenti in un'abrasione giudicata guaribile in tre giorni); che nel giudizio di costituzionalità è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che le questioni siano dichiarate infondate.