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in data 14 febbraio 2017 è stata inviata al Ministero una comunicazione inerente allo stato dell'arte dei punti nascita di Cavalese e Cles, in risposta alla quale il CPNn, in data 7 marzo 2017, ha poi confermato l'operatività di quello di Cles ed elaborato il parere sospensivo della deroga per il punto nascita di Cavalese, sia per motivi strutturali che di personale; rilevato, inoltre, che: nell'interlocuzione tra Provincia autonoma di Trento e Ministero, veniva specificato che la deroga prevedeva, per quanto riguarda il personale, la guardia attiva per tutte le figure professionali richieste (anestesisti, ginecologi, pediatri), e che il ricorso a consulenti (detti gettonisti) poteva avvenire soltanto in una prima fase ed in via eccezionale, mentre a regime andava garantita la presenza di personale stabile e dipendente; la Provincia ha provveduto a realizzare le infrastrutture richieste per garantire gli standard di sicurezza delle sale operatorie presso l'ospedale di Cavalese, ed il CPNn ha provveduto a confermare la possibilità di riapertura, avvenuta il 1° dicembre 2018; dal marzo 2020, con la diffusione del COVID-19, i punti nascita di Cles e Cavalese hanno vissuto diversi momenti di chiusura, l'ultimo è avvenuto per entrambi dal 13 gennaio 2022 al 28 febbraio 2022; l'ospedale di Cles e quello di Cavalese in questi anni hanno dovuto ricorrere costantemente in maniera diffusa a ginecologi consulenti, e l'azienda sanitaria non è riuscita a garantire continuità e stabilità alle équipe mediche. In questo momento l'operatività del punto nascita di Cavalese è garantita dalla presenza di almeno 3 consulenti ginecologi, provenienti da altre regioni italiane, pagati oltre 700 euro netti a turno, si chiede di sapere: se il Ministro in indirizzo sia a conoscenza dei fatti esposti; quali verifiche siano state svolte in merito al rispetto dei requisiti previsti nei provvedimenti di deroga concessi dal Ministero; quali iniziative, per quanto di competenza, intenda porre in essere al fine di monitorare la corretta gestione dei punti nascita in deroga nazionali e garantire le procedure di massima sicurezza per donne e nascituri. Atto n. 4-07037 Lannutti Angrisani Luisa Abate Rosa Silvana Granato Bianca Laura Giannuzzi Silvana Ai Ministri della transizione ecologica e dello sviluppo economico Premesso che, per quanto risulta agli interroganti: nel bel mezzo del periodo con i maggiori picchi di calore, cioè le prime settimane di agosto 2021, si ricordano le immagini terrificanti degli incendi dell'estate, con temperature che hanno raggiunto livelli realmente preoccupanti, con inondazioni devastanti in Cina e nord Europa e la sensazione, generalizzata, di assistere a uno sconvolgimento profondo del clima, l'IPCC ha emesso il suo report periodico sullo stato dei cambiamenti climatici ed è stato un'altra volta un resoconto molto grave, che non lascia margini di azione: senza una drastica riduzione delle emissioni di anidride carbonica, aveva sostenuto il panel dell'ONU sul clima, non si riuscirà a mantenere l'aumento della temperatura al di sotto di due gradi, cioè la condizione necessaria per limitare i danni, già evidenti oggi, determinati dagli stravolgimenti climatici; il Ministero della transizione ecologica ha dunque il compito fondamentale di mettere in seria difficoltà quella élite che rappresenta la maggiore responsabile del contributo italiano ai cambiamenti climatici. Queste aziende dovrebbero cambiare radicalmente il proprio modello produttivo per rallentare la nostra produzione di gas climalteranti; il 16 maggio 2022 su RAI3 è andata in onda la trasmissione "Report" che ha citato i dati raccolti in esclusiva dall'associazione "ReCommon", in cui "risulta che nelle settimane precedenti alla presentazione del Recovery Plan, il ministero della Transizione ecologica ha spalancato le porte alle due industrie fossili. ENI e SNAM sono le aziende che hanno ottenuto più incontri con il ministro Cingolani, almeno 10 incontri in meno due mesi, a fronte di quattro incontri in cinque mesi durante il mandato del precedente ministro dell'Ambiente". Non solo. Report ha ricordato come lo scorso anno la pressione dell'industria fossile sull'attuale "governo è stata così forte che la Commissione Europea ha costretto l'Italia a correggere la bozza su idrogeno blu e gas". La Commissione europea ha infatti imposto che i piani di ripresa post pandemici non finanziassero energie fossili. Il Ministero ad aprile 2021 aveva invece presentato un piano cercando di finanziare l'idrogeno blu, prodotto da ENI tramite carbon capture and storage (CCS), cioè tramite produzione, cattura e stoccaggio di gas fossile. La Commissione se n'è accorta e ha bocciato quella parte di richiesta di finanziamento, facendo diminuire di 2,4 miliardi di euro i fondi a disposizione dell'Italia; secondo quanto contenuto nell'analisi della strategia di decarbonizzazione di ENI al 2050 (pubblicata dall'autorevole associazione francese "Reclaim Finance", in collaborazione con ReCommon e Greenpeace Italia), i piani del "Cane a sei zampe" non sono in linea con quanto richiesto dagli scenari a impatto zero dell'IPCC e dell'Agenzia internazionale dell'energia per limitare l'aumento della temperatura media globale entro 1,5 gradi Celsius ed evitare gli effetti peggiori dei cambiamenti climatici. ENI infatti nel breve termine continuerà ad aumentare la propria produzione di petrolio e gas fossile, che sarà superiore di circa l'8 per cento rispetto ai livelli del 2016, e "consumerà" entro 2030 il 71 per cento del budget di carbonio che le è stato assegnato dai modelli scientifici. Inoltre, nel 2035, l'intensità carbonica delle sue attività sarà superiore del 21 per cento rispetto a quanto consentito; per Greenpeace Italia e ReCommon "ENI continua a fare greenwashing e nasconde l'aumento delle sue emissioni con soluzioni fasulle come la cattura e lo stoccaggio di CO2, che fino ad ora non ha mai funzionato, oppure schemi di offsetting forestale che, seppur attivi da decenni, non hanno protetto le foreste che continuano a degradarsi (...) L'ultima perla che abbiamo ascoltato è la bufala della fusione nucleare, spacciata come disponibile nel prossimo decennio, a dispetto delle affermazioni degli esperti del settore che non la ritengono praticabile prima del 2060; considerato che: nel servizio di Report si fa presente che per ridurre la dipendenza energetica da Mosca, sopravvenuta dopo la crisi Ucraina-Russia, l'attuale Governo ha finora "portati a casa accordi con paesi a democrazia limitata o con vere e proprie dittature, accordi di cui non conosciamo i dettagli: non sappiamo quanto pagheremo il metano e nemmeno quali società lo esporteranno in Italia". Si parla di prodotti non certo green . Eppure, sottolinea la trasmissione, una soluzione "a chilometro zero" molto più sostenibile dal punto di vista economico e democratico ci sarebbe: "Gli imprenditori italiani e stranieri sono disposti a investire nel nostro paese 80 miliardi di euro in tre anni per costruire nuovi impianti di rinnovabili, che consentirebbero in poco tempo di rimpiazzare metà del gas russo. Ma dal governo non è arrivata nessuna risposta";