[pronunce]

che «l'oggettività giuridica del reato di usura ed in concreto la situazione di fatto vissuta dalla vittima» non sarebbero «assimilabili a quelle proprie dei reati presi in esame dal comma 3 dell'art. 649»; che in seguito alla riformulazione avvenuta con la legge n. 108 del 1996 il reato di usura non tutelerebbe più la libertà morale della persona, dato che lo stato di bisogno altrui non è più un elemento costitutivo della fattispecie ma un'aggravante, mentre la qualificazione dell'interesse usurario è basata su un dato oggettivo; che ciò legittimerebbe la convinzione che le situazioni poste a confronto dal rimettente non siano omogenee, con conseguente esclusione della lamentata violazione del principio di ragionevolezza. Considerato che il Tribunale di Alessandria ha sollevato, in riferimento all'articolo 3 della Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell'articolo 649, terzo comma, del codice penale, nella parte in cui non annovera, tra le fattispecie escluse dalla operatività della causa di non punibilità, il delitto di usura previsto dall'art. 644 cod. pen. ; che, secondo il rimettente, la mancata inclusione del delitto di usura tra quelli esclusi dall'ambito di applicazione della causa di non punibilità per fatti commessi a danno di congiunti si appalesa «irragionevole, perché l'art. 649 c.p. tratta in modo diverso reati che sottendono, invece, situazioni uguali ed in forza delle quali si giustifica l'eccezione»; che non è implausibile e si sottrae quindi al sindacato della Corte il presupposto, pure controverso, dal quale muove il giudice rimettente che lo scioglimento degli effetti civili del matrimonio non fa venire meno il rapporto di affinità tra i congiunti dei coniugi divorziati; che la questione sollevata è diretta ad ottenere l'introduzione di una nuova ipotesi di esclusione della causa di non punibilità prevista dall'art. 649 cod. pen. , con un effetto peggiorativo del trattamento penale nel caso di commissione di un delitto di usura a danno di congiunti; che, come ha più volte rilevato questa Corte, la possibilità di una dichiarazione di illegittimità costituzionale in materia penale con effetti in malam partem incontra un limite nel principio della riserva di legge, che governa tale materia in forza dell'art. 25, secondo comma, Cost.; che perciò non sono ammissibili pronunce con effetti in malam partem che derivino dall'introduzione di nuove norme penali o dalla manipolazione di quelle esistenti (sentenza n. 394 del 2006), perché il principio sancito dall'art. 25, secondo comma, Cost. demanda in via esclusiva al legislatore la scelta dei fatti da sottoporre a pena e delle sanzioni loro applicabili, impedendo alla Corte di creare nuove fattispecie criminose o estendere quelle esistenti a casi non previsti, ovvero anche di incidere in peius sulla risposta punitiva o su aspetti comunque inerenti alla punibilità (ex plurimis, sentenza n. 394 del 2006; ordinanze n. 204, n. 66 e n. 5 del 2009); che, pertanto, essendo diretta ad ottenere una pronuncia additiva in malam partem, la questione sollevata dal Tribunale di Alessandria è manifestamente inammissibile. Visti gli artt. 26, secondo comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87, e 9, comma 2, delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale.. per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE dichiara la manifesta inammissibilità della questione di legittimità costituzionale dell'articolo 649, terzo comma, del codice penale, sollevata, in riferimento all'articolo 3 della Costituzione, dal Tribunale di Alessandria, con l'ordinanza indicata in epigrafe. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 5 dicembre 2012. F.to: Alfonso QUARANTA, Presidente Giorgio LATTANZI, Redattore Gabriella MELATTI, Cancelliere Depositata in Cancelleria il 12 dicembre 2012. Il Direttore della Cancelleria F.to: Gabriella MELATTI