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Istituzione dei certificati di compensazione fiscale in forma dematerializzata. Onorevoli Senatori . – Negli ultimi decenni il processo di erosione della sovranità statuale ha subìto una sempre maggiore accelerazione. Tale processo ha determinato pesanti limitazioni agli spazi di manovra dei governi, soprattutto sulle scelte di politica economica, condizionando pesantemente l'azione dei poteri dello Stato legittimati democraticamente dagli strumenti della sovranità popolare. Si è trattato di un processo di graduale subordinazione della sfera politica rispetto alla sfera economico-finanziaria; in altre paro1e un processo di subordinazione della democrazia e della giustizia sociale rispetto al dogma dell'austerità (austerity), che ha sollevato un serio problema di democrazia sostanziale. In questo contesto, il presente disegno di legge ha tra i suoi obiettivi quello di riampliare gli spazi di manovra del Governo della Repubblica, soprattutto a partire dalle capacità decisionali in tema di politica economica, attraverso l'introduzione dei certificati di compensazione fiscale (CCF), un potente strumento capace di disinnescare alcune incombenti minacce finanziarie e, al tempo stesso, di superare la stringente dicotomia « euro sì euro no ». Durante la XVIII legislatura la mozione 1-00013 a prima firma Baldelli, approvata il 28 maggio 2019, ha raccolto il consenso unanime e trasversale di tutte le forze politiche della Camera dei deputati. Nello specifico, la mozione ha riconosciuto le basi e la necessità di un intervento in merito, impegnando il Governo ad ampliare le fattispecie ammesse alla compensazione tra crediti e debiti della pubblica amministrazione, anche attraverso titoli riconducibili alla più ampia categoria dei certificati di compensazione fiscale. I CCF sono definibili come una « moneta fiscale »: una moneta complementare, priva di corso legale, basata su sconti fiscali differiti, relativi a imposte non ancora maturate. I CCF sarebbero in grado di creare la liquidità di cui il sistema economico è stato privato in anni di politiche di austerity . Tale misura permetterebbe al Governo di riprendere il totale controllo della sua politica fiscale senza infrangere le regole della zona euro. Dunque, si potrebbero coniugare i vantaggi di una più ampia capacità di manovra del Governo in termini di politica fiscale, senza tuttavia pregiudicare l'esistenza dell'euro (che resterebbe l'unica moneta legale), né la permanenza dell'Italia nell'Eurosistema. I CCF si presenterebbero come vere e proprie obbligazioni trasferibili e negoziabili emesse dallo Stato, che i portatori potrebbero utilizzare per ottenere rimborsi fiscali a distanza di due anni dalla loro emissione. Tali obbligazioni sarebbero portatrici di un valore immediato, dal momento che incorporerebbero titolarità certe, ossia ottenere risparmi fiscali futuri. Potrebbero inoltre essere immediatamente scambiate con euro nel mercato finanziario o utilizzate (parallelamente all'euro) per acquistare beni e servizi. I CCF sarebbero assegnati a titolo gratuito a determinate categorie di persone e imprese o specifici settori di investimento, di volta in volta individuati dal Governo secondo il criterio del superiore interesse pubblico. A titolo di esempio, potrebbero essere assegnati per integrare il reddito dei lavoratori dipendenti, per finanziare investimenti pubblici e programmi di spesa sociale, per ridurre le imposte delle imprese sul lavoro. Queste allocazioni aumenterebbero la domanda interna e, nell'emulare una svalutazione del tasso di cambio, migliorerebbero la competitività delle imprese attraverso una riduzione del costo del lavoro. Di conseguenza, il divario fra la produzione potenziale e quella reale italiana – ovvero la differenza tra il PIL potenziale e quello effettivo – si chiuderebbe senza incidere sulla bilancia dei pagamenti dello Stato. Sulla base di ipotesi prudenziali, è stato calcolato che la crescita del PIL dell'Italia nel biennio genererebbe entrate fiscali aggiuntive sufficienti a compensare i rimborsi fiscali. Le proiezioni mostrano che tali picchi si attesterebbero intorno ai 100 miliardi di euro l'anno, rispetto al totale delle entrate pubbliche dell'Italia di oltre 800 miliardi di euro. Pertanto, il rapporto di copertura (ossia il rapporto tra le entrate lorde del Governo e i rimborsi fiscali in scadenza ogni anno) sarebbe sufficientemente ampio da tener conto di eventuali carenze dovute a future recessioni. I CCF permetterebbero di realizzare la cosiddetta golden rule , cioè lo scomputo degli investimenti nel calcolo del deficit . Si tratta di una proposta in linea con ciò che ha sostenuto il Ministro dell'economia e delle finanze Roberto Gualtieri sullo scomputo degli investimenti verdi dal deficit per un « Green New Deal ». Inoltre, la misura dei CCF risulta in perfetta conformità con le regole europee. Secondo i criteri di contabilizzazione redatti da Eurostat in Eurostat Guidance Note. Treatment of Deferred Tax Assets (DTAs) and recording of Tax Credits related to DTAs in ESA2010 , le obbligazioni dei CCF non costituiscono debito, in quanto l'emittente non ha alcun obbligo di rimborsarle in contanti. Inoltre, in quanto non payable tax assets (attività fiscali non pagabili), di cui esistono già molti esempi, esse non vengono registrate nel bilancio dello Stato fino a quando non sono utilizzate per i rimborsi fiscali, cioè due anni dopo l'emissione, ovvero una volta recuperati la produzione e le entrate fiscali. Così strutturati, i CCF non costituiscono debito perché non comportano pagamenti futuri da parte dello Stato che li emette, come invece avviene nel caso dei titoli di debito. Di conseguenza, i CCF non implicano obblighi finanziari in capo al bilancio pubblico. Per questa ragione i CCF non vanno iscritti in bilancio se non quando sono utilizzati come sconti fiscali (ovvero due anni dopo la loro emissione). In sostanza, si tratta di uno strumento pienamente in linea con le regole in vigore. Al pari del Sardex , i CCF potrebbero circolare molto fluidamente in presenza di un circuito commerciale a livello nazionale al quale sarebbero chiamate ad aderire le grandi imprese pubbliche (ad esempio Eni, Enel, Ferrovie dello Stato, Poste ecc.), oltre alle imprese di settori che innescano importanti scambi come l'edilizia. Sarebbe il modo di creare un ampio sistema di accettazione degli sconti fiscali che, prima di arrivare a scadenza, potrebbero funzionare come un mezzo di pagamento complementare all'euro su base volontaria. L'espressione « su base volontaria » non è casuale, anzi, è molto sostanziale e definisce la sostenibilità giuridica della proposta, senza la necessità di rotture costituzionali o giuridiche, neanche su scala europea. Un aspetto che differenzia i CCF rispetto ad altre misure simili ma costituenti debito è il differimento nell'uso: se non ci fosse il differimento i titoli verrebbero contabilizzati immediatamente nel deficit corrente, in quanto determinanti una minore entrata di euro nell'anno di emissione. Ciò non accade nel caso dei CCF: essendo sconti fiscali a scadenza di due anni avranno un impatto posticipato sul bilancio pubblico. In altri termini, il differimento garantisce la circolazione dei titoli nel periodo che intercorre tra l'emissione e la scadenza e, quindi, la possibilità di far funzionare i titoli fiscali come mezzo di pagamento complementare all'euro per un periodo di due anni.