[pronunce]

SENTENZA ha pronunciato la seguentenel giudizio di legittimità costituzionale degli artt. 441 e 441-bis del codice di procedura penale promosso dal Giudice dell'udienza preliminare del Tribunale di Lecce nel procedimento penale a carico di F. P. ed altro con ordinanza del 10 luglio 2009, iscritta al n. 264 del registro ordinanze 2009 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 42, prima serie speciale, dell'anno 2009. Visto l'atto di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri; udito nella camera di consiglio del 24 marzo 2010 il Giudice relatore Giuseppe Frigo.. Ritenuto in fatto Considerato in diritto 1. - Con ordinanza del 10 luglio 2009, il Giudice dell'udienza preliminare del Tribunale di Lecce ha sollevato, in riferimento agli artt. 3, 24, 97, 111 e 112 della Costituzione, questione di legittimità costituzionale degli artt. 441 e 441-bis del codice di procedura penale, nella parte in cui non prevedono che, nel giudizio abbreviato, il pubblico ministero possa effettuare contestazioni suppletive, nei casi di cui all'art. 12, comma 1, lettera b), del medesimo codice, «anche in assenza di integrazioni probatorie disposte dal giudice e sulla base di fatti e circostanze già in atti e noti all'imputato». Il giudice a quo - chiamato a svolgere, nelle forme del giudizio abbreviato, un processo penale nei confronti di trentuno persone, imputate del delitto di associazione avente per scopo il traffico illecito di sostanze stupefacenti e di altri reati - riferisce che il pubblico ministero aveva contestato in udienza a due degli imputati un ulteriore reato in materia di stupefacenti, legato dal vincolo della continuazione a quelli per cui si procede e, dunque, connesso a norma dell'art. 12, comma 1, lettera b), cod. proc. pen. I difensori avevano eccepito l'«irritualità» di tale contestazione suppletiva, ostandovi la disposizione combinata degli artt. 441 e 441-bis cod. proc. pen. , in forza dei quali, nel giudizio abbreviato, la modifica dell'imputazione è ammessa solo ove sia stata disposta e attuata un'integrazione probatoria su richiesta di parte o d'ufficio. Nel dubbio, tuttavia, circa la legittimità costituzionale di tale preclusione, il giudice rimettente - dopo avere disposto la separazione del processo relativo al reato oggetto di contestazione suppletiva, al fine di «impedire la scadenza dei termini di custodia cautelare per gli altri imputati» - ha sollevato l'odierna questione. Al riguardo, egli rileva come le sezioni unite della Corte di cassazione, con la sentenza 28 ottobre 1998-11 marzo 1999, n. 4, abbiano affermato che, nel giudizio ordinario, il pubblico ministero può procedere alla contestazione suppletiva di un reato concorrente o di una circostanza aggravante, non soltanto a fronte di nuove risultanze dibattimentali, ma anche sulla base di elementi già acquisiti nella fase delle indagini preliminari. Se da un lato, infatti, la contestazione suppletiva rappresenta una eventualità «fisiologica» in un sistema processuale ispirato alla centralità del dibattimento, che è sede naturale della rappresentazione e della elaborazione probatoria (dalla quale possono sorgere esigenze di modifica dell'imputazione); dall'altro lato, tuttavia, una interpretazione letterale della locuzione «nel corso», presente nell'art. 517 cod. proc. pen. (così come nell'art. 423 con riguardo all'udienza preliminare), si risolverebbe - secondo il rimettente - in «un formalismo esasperato ed ingiustificato», non essendo ravvisabile, neppure nell'ipotesi di nuova contestazione basata su elementi acquisiti nel corso delle indagini preliminari, alcuna violazione del diritto di difesa dell'imputato, messo comunque nelle condizioni di conoscere gli atti raccolti dalla pubblica accusa. A fronte di ciò, sarebbe dunque «comprensibile» l'emergere di una giurisprudenza di legittimità che, fornendo una certa interpretazione dell'art. 441-bis cod. proc. pen. , ha ritenuto che, anche nel giudizio abbreviato, una volta disposta una integrazione probatoria, le contestazioni suppletive siano possibili non soltanto se derivanti dalle nuove prove assunte, ma anche quando trovino fondamento in «fatti e circostanze già in atti» (sono citate, in particolare, le sentenze della Corte di cassazione, sezione II, 9 giugno 2005-22 giugno 2005, n. 23466, e sezione V, 27 novembre 2008-18 febbraio 2009, n. 7047): e ciò - stando alla prima delle pronunce ora ricordate - persino laddove l'integrazione probatoria, disposta dal giudice, non abbia avuto concretamente luogo (nella specie, per sopravvenuto decesso del testimone da escutere). Secondo le medesime sentenze, inoltre, allorché le nuove contestazioni si basino su dati precedentemente acquisiti, l'imputato non potrebbe neppure chiedere che il procedimento prosegua nelle forme ordinarie, giacché la facoltà di rinuncia al giudizio abbreviato gli sarebbe accordata dall'art. 441-bis cod. proc. pen. unicamente a fronte di contestazioni scaturenti dalle integrazioni probatorie. La ratio della richiamata disposizione si coglierebbe, in effetti, agevolmente: la scelta del giudizio abbreviato non potrebbe rimanere vincolante ove emergano fatti non conosciuti o conoscibili dall'imputato, mentre tale esigenza non si manifesterebbe quando la contestazione suppletiva derivi da una semplice rivalutazione di dati probatori già in atti e, dunque, noti all'imputato al momento della scelta del rito. A seguito delle riforme degli anni 1999-2000, d'altronde, il giudizio abbreviato - ormai svincolato dai presupposti del consenso del pubblico ministero e della definibilità del processo allo stato degli atti - non sarebbe più, come in origine, un giudizio «cristallizzato», ma avrebbe assunto opposte caratteristiche di "fluidità", tanto sul versante probatorio che su quello dell'imputazione. L'imputato che opti per il rito alternativo sa, infatti, che potrebbe essere comunque disposta dal giudice un'integrazione probatoria, che abiliterebbe il pubblico ministero ad operare contestazioni suppletive. In tale cornice, risulterebbe, tuttavia, inspiegabile l'inapplicabilità, sancita dall'art. 441, comma 1, cod. proc. pen. , della disciplina sulla modifica dell'imputazione recata dall'art. 423 cod. proc. pen. , fuori dei casi di integrazione probatoria indicati nell'art. 441-bis. Se, alla stregua delle sentenze citate, persino in presenza di un'integrazione probatoria, disposta ma «priva di seguito», è possibile una contestazione suppletiva basata solo sulla rivalutazione di elementi già acquisiti, purché conosciuti dall'imputato, non si comprenderebbe perché la medesima contestazione non sia ammessa anche quando una integrazione probatoria non venga «formalmente disposta» dal giudice.