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Istituzione dei Corpi civili di pace. Onorevoli Senatori. -- La necessità e l'urgenza di una legge sui Corpi civili di pace vengono evidenziate dall'approvazione della legge n. 147 del 27 dicembre 2013 (legge di stabilità 2014), precisamente dal comma 253 dell’articolo 1 che prevede un finanziamento di 3 milioni di euro per ciascuno dei tre anni per dare vita a progetti di Corpi civili di pace che coinvolga almeno 500 operatori. La legge di stabilità fa riferimento alla lettera c) del comma 1 dell'articolo 1 della legge n. 64 del 2001 e per la realizzazione di questo intervento si riconduce lo stanziamento a quanto previsto dall'articolo 12 del decreto legislativo n. 77 del 5 aprile del 2002 (Disciplina del Servizio civile nazionale a norma dell'articolo 2 della legge 6 marzo 2001, n. 64). Attualmente, esperienze analoghe a quelle dei Corpi civili di pace vengono svolte nell'ambito della legge istitutiva del servizio civile, la già citata n. 64 del 2001 e precisamente all'articolo 9 (servizio civile all'estero). Dal 2001 ad oggi sono oltre 3.300 i volontari in servizio civile che hanno svolto il servizio all'estero, grazie a progetti realizzati da varie organizzazioni come l'Associazione Papa Giovanni XXIII, la Caritas italiana, la Focsiv (Federazione organismi cristiani servizio internazionale volontario). È attiva, al riguardo, una piattaforma delle organizzazioni e dei progetti denominata «antenne di pace» che svolge un ruolo di coordinamento, di raccolta e di informazione rispetto agli interventi. Le esperienze di presenza di operatori di pace, volontari, attivisti dei diritti umani, obiettori di coscienza nelle aree di conflitto o in attività di prevenzione e di peace building hanno una storia antica che ha visto impegnati decine di migliaia di persone nel dopoguerra in tanti teatri di guerra, di tensione internazionale o di crisi economica sociale ed ambientale: dall'America Latina (Brasile, Argentina, Guatemala, Colombia, ecc.) e dal Centro America (Nicaragua, Salvador, ecc.) negli anni '60, al Medio Oriente (in Israele, Palestina, Iraq, ecc.) negli anni '80, dai territori della ex Jugoslavia (Bosnia Erzegovina, Kosovo, Serbia e Croazia, ecc.) negli anni '90, a molti Paesi africani negli anni '80 e '90: dal Congo al Ruanda, dal Burundi al Mali. Queste esperienze hanno dato vita a campagne, organizzazioni, reti e coordinamenti con lo scopo di promuovere la presenza di attivisti e volontari nelle aree di conflitto, nonché hanno avuto il merito di sistematizzare le metodologie operative e la programmazione degli interventi. Nello specifico, numerose sono le azioni di interposizione diretta non violenta e di mediazione, come quella dei «Volontari di pace in Medioriente» nel 1990 e 1991, o più specificatamente in forma di marce per la pace, come Mir Sada a Sarajevo nel 1992 e nel 1993, a Pristina nel '98, dove era già stata aperta un'Ambasciata di Pace, in Congo nel 2000, per non dimenticare le azioni fatte in Palestina con Time for Peace prima e Action for Peace poi e le azioni di diplomazia parallela portate avanti dalla Comunità di S. Egidio. È questo un bagaglio di competenze e conoscenze che va riconosciuto e valorizzato e da cui i Corpi civili di pace dovrebbero partire, in quanto permettono proprio di garantire quella sostenibilità, in termini di appartenenza locale e di durata di lungo termine dei processi di costruzione della pace, che è origine e punto di arrivo di un approccio di prevenzione e trasformazione non violenta dei conflitti. A livello istituzionale va ricordata l'approvazione in Italia, nel 1992, della legge n. 180 che prevede lo stanziamento di fondi per consentire all'Italia la partecipazione a iniziative di pace ed umanitarie in sede internazionale. Inoltre il governo italiano aveva già accolto come raccomandazione, il 14 aprile del 1998, un ordine del giorno in Assemblea, a prima firma dell'onorevole Paissan, che auspicava l'impegno del nostro Paese alla realizzazione di Corpi civili di pace. In quell’ordine del giorno si rileva: «... l'invio di contingenti civili di volontari in funzione umanitaria oltre a dare un aiuto concreto, assume un valore simbolico positivo e può contribuire a creare le condizioni più idonee al dialogo e alla gestione pacifica del conflitto». Sempre nel 1998 viene approvata la legge n. 230, di riordino della materia dell'obiezione di coscienza e del servizio civile, in cui all'articolo 8, comma 2, lettera e) , si prevede di realizzare «forme di ricerca e di sperimentazione di difesa civile non armata e non violenta». A tal fine, l'appena nato Ufficio per il servizio civile nazionale istituisce il comitato consultivo per la difesa civile non armata e non violenta. La legge n. 64 del 2001 costituisce poi un ulteriore passo in avanti con la previsione all'articolo 9 di svolgere il servizio civile all'estero. Va altresì ricordato che presso il Ministero degli affari esteri ha istituito nel 2007 (fino al 2008) un Tavolo permanente per gli interventi civili di pace. Nel 1995, il Parlamento europeo inserisce nel cosiddetto «rapporto Bourlanges-Martin» la proposta di istituzione di un Corpo civile di pace europeo, aperto alla partecipazione dei cittadini: «un primo passo per contribuire alla prevenzione dei conflitti potrebbe consistere nella creazione di un Corpo civile europeo della pace (che comprenda gli obiettori di coscienza) assicurando la formazione di controllori, mediatori e specialisti in materia di soluzione dei conflitti». Ancora, sempre il Parlamento europeo -- grazie al lavoro di sollecitazione e di iniziativa promosso dall'onorevole Alex Langer nei primi anni '90 -- con una apposita raccomandazione del 10 febbraio del 1999 ha invitato i governi europei a realizzare un Corpo di pace europeo capace di intervenire con strumenti civili e di pace nelle aree di conflitto. Nel 1999 viene approvata una nuova raccomandazione del Parlamento europeo in cui viene proposta l'istituzione del Corpo di pace civile europeo (CPCE) ed uno studio preliminare di fattibilità dello stesso ad opera del Consiglio dei ministri europeo all'interno della politica estera e di sicurezza comune (PESC). Si raccomandava inoltre di attivare una struttura minima e flessibile, al solo fine di censire e mobilitare sia le risorse delle organizzazioni non governative (ONG), sia quelle messe a disposizione degli Stati, e di concorrere, eventualmente, al loro coordinamento. Il Parlamento indica come esempi concreti delle attività del CPCE intese a creare la pace: