[pronunce]

ORDINANZA ha pronunciato la seguentenei giudizi di legittimità costituzionale dell'art. 545, commi terzo, quarto e ottavo, del codice di procedura civile, promossi dal Tribunale ordinario di Chieti e dal Tribunale ordinario di Trento, in funzione di giudici dell'esecuzione, con ordinanze del 14 e del 6 febbraio 2017, iscritte rispettivamente ai nn. 106 e 143 del registro ordinanze 2017 e pubblicate nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica nn. 34 e 42, prima serie speciale, dell'anno 2017. Visti gli atti di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri; udito nella camera di consiglio del 26 settembre 2018 il Giudice relatore Aldo Carosi. Ritenuto che il Tribunale ordinario di Chieti, in funzione di giudice dell'esecuzione, con ordinanza del 14 febbraio 2017, ha sollevato questioni di legittimità costituzionale dell'art. 545, terzo e quarto comma, del codice di procedura civile in riferimento agli artt. 3 e 36 della Costituzione, nella parte in cui non prevedono l'impignorabilità assoluta di quella parte della retribuzione necessaria a garantire al lavoratore i mezzi indispensabili alle sue esigenze di vita, nonché per la disparità di trattamento che si verrebbe a determinare tra il pignoramento della retribuzione effettuato alla fonte presso il datore di lavoro e quello effettuato sulle stesse somme confluite sul conto corrente anteriormente al pignoramento; che, secondo quanto riferito dal giudice a quo, le questioni sono sorte nell'ambito di una procedura esecutiva promossa da Banca Coopcredito scarl, ai danni di L. L., debitore della somma di euro 3.879,66, per compensi professionali, in seguito alla sua condanna a rifondere alla controparte le spese di giudizio come stabilito nella sentenza del Tribunale ordinario di Chieti n. 61 del 2013; che il terzo pignorato, datore di lavoro dell'esecutato, ha reso dichiarazione positiva del suo obbligo di corrispondere al medesimo uno stipendio mensile di euro 538,00 (al netto delle ritenute previste dalla legge); che il rimettente dubita della legittimità costituzionale dell'art. 545, terzo e quarto comma, cod. proc. civ. , nella parte in cui non prevedono l'impignorabilità assoluta di quella parte della retribuzione necessaria a garantire al lavoratore i mezzi indispensabili alle sue esigenze di vita e in relazione al diverso trattamento riservato al pignoramento di somme dovute a titolo di pensioni o di indennità che tengono luogo a pensioni, per effetto sia della sentenza n. 506 del 2002 di questa Corte, sia della sopravvenienza dell'art. 13, comma 1, lettera l), del decreto-legge 27 giugno 2015, n. 83 (Misure urgenti in materia fallimentare, civile e processuale civile e di organizzazione e funzionamento dell'amministrazione giudiziaria), convertito, con modificazioni, nella legge 6 agosto 2015, n. 132, il quale ha aggiunto, tra l'altro, all'art. 545 cod. proc. civ, un settimo comma, secondo il quale «[l]e somme da chiunque dovute a titolo di pensione, di indennità che tengono luogo di pensione o di altri assegni di quiescenza, non possono essere pignorate per un ammontare corrispondente alla misura massima mensile dell'assegno sociale, aumentato della metà. La parte eccedente tale ammontare è pignorabile nei limiti previsti dal terzo, quarto e quinto comma nonché dalle speciali disposizioni di legge»; che lo stesso giudice rimettente deduce anche la violazione del principio di eguaglianza, per la disparità di trattamento che si verrebbe a determinare tra il pignoramento della retribuzione effettuato alla fonte presso il datore di lavoro e quello effettuato sulle stesse somme confluite sul conto corrente anteriormente al pignoramento, come previsto dal medesimo art. 545, ottavo comma, primo periodo - parimenti introdotto dall'art. 13, comma 1, lettera l), del d.l. n. 83 del 2015, come convertito -, il quale dispone che «[l]e somme dovute a titolo di stipendio, salario, altre indennità relative al rapporto di lavoro o di impiego, comprese quelle dovute a causa di licenziamento, nonché a titolo di pensione, di indennità che tengono luogo di pensione, o di assegni di quiescenza, nel caso di accredito su conto bancario o postale intestato al debitore, possono essere pignorate, per l'importo eccedente il triplo dell'assegno sociale, quando l'accredito ha luogo in data anteriore al pignoramento»; che è intervenuto in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, sostenendo l'inammissibilità e, comunque, la non fondatezza delle questioni sollevate; che il Tribunale ordinario di Trento, in funzione di giudice dell'esecuzione, con ordinanza del 6 febbraio 2017 ha sollevato questioni di legittimità costituzionale dell'art. 545, quarto e ottavo comma, cod. proc. civ. , in riferimento agli artt. 1, 2, 3, 4 e 36 Cost., nella parte in cui non prevedono l'impignorabilità assoluta della retribuzione al di sotto del minimo vitale, nonché per la disparità di trattamento che si verrebbe a determinare tra il pignoramento della retribuzione effettuato alla fonte presso il datore di lavoro e quello effettuato sulle stesse somme confluite sul conto corrente successivamente al pignoramento; che, secondo quanto riferito dal giudice a quo, le questioni sono sorte nell'ambito di una procedura esecutiva promossa da M. M. nei confronti di L. P. con pignoramento presso terzi per un credito di euro 19.101,28; che il terzo pignorato, la G. G. snc, ha reso dichiarazione positiva del suo obbligo di corrispondere all'esecutato uno stipendio mensile di circa euro 900,00, al netto delle ritenute previste dalla legge; che, dovendo applicarsi il regime di pignorabilità degli stipendi e altri emolumenti riguardanti il rapporto di lavoro, ai sensi dell'art. 545, quarto comma, cod. proc. civ. , lo stipendio di L. P. sarebbe pignorabile fino a un quinto, per cui residuerebbero al debitore euro 720,00 da destinare alla sua sopravvivenza, non risultando agli atti che questi disponga di altre fonti di sostentamento; che, pertanto, secondo il giudice a quo, l'art. 545, quarto comma, cod. proc. civ. , nella parte in cui non prevede l'impignorabilità assoluta di quella parte della retribuzione necessaria a garantire al lavoratore i mezzi indispensabili alle sue primarie esigenze di vita e una retribuzione «in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé ed alla famiglia una esistenza libera e dignitosa», violerebbe gli artt. 1, 2, 3 e 36 Cost., con particolare riferimento alle esigenze di un reddito minimo che gli consenta di sostenere le spese necessarie al suo stesso sostentamento in vita e in condizioni adeguate a consentirgli la stessa produzione di un reddito; che, inoltre, secondo il Tribunale ordinario di Trento, l'introduzione del nuovo ottavo comma nell'art. 545 cod. proc. civ.