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Delega al Governo per la riforma dell'ordinamento bancario attraverso la separazione delle attività bancarie commerciali da quelle speculative. Onorevoli Senatori. -- Con il presente disegno di legge si dispone la delega al Governo per la riforma dell'ordinamento bancario attraverso la separazione delle attività bancarie commerciali da quelle speculative. Ciò, al fine di tutelare le attività finanziarie di deposito e di credito inerenti l'economia reale e differenziarle da quelle legate all'investimento e alla speculazione sui mercati finanziari nazionali e internazionali, anche mediante modifica, integrazione e coordinamento della disciplina vigente di cui al decreto legislativo 1º settembre 1993, n. 385 -- testo unico delle leggi in materia bancaria e creditizia. È in atto una grave crisi economica a livello globale che ha minato e sta minando, oltre ai salari delle famiglie, la base produttiva di innumerevoli attività imprenditoriali ed industriali del nostro paese. Assistiamo al collasso delle imprese e delle famiglie, alla revoca dei crediti, al diniego da parte degli istituti di credito nella concessione di nuovi crediti, ad un aumento vertiginoso delle procedure concorsuali e a disastrosi tagli occupazionali. Si tratta di una crisi che ha un carattere strutturale e trova la sua radice nelle disfunzioni del sistema bancario -- finanziario e nel suo contrastato rapporto con la cosiddetta economia reale. Gli organi di vigilanza nazionali e internazionali ed i mercati finanziari hanno contribuito a generare la crisi principalmente attraverso la creazione di un eccesso di rischio ed a prolungarla attraverso l'assorbimento di fondi pubblici destinati ai salvataggi bancari che avrebbero potuto avere una diversa e più efficace destinazione. Il funzionamento del sistema bancario, con le sue pericolose ripercussioni sulla economia reale, rappresenta uno dei più seri problemi strutturali che il capitalismo contemporaneo si trova oggi a fronteggiare. Con l'ondata di fusioni e di acquisizioni rese possibili dalla deregolamentazione, gli istituiti bancari sono diventati grandi a tal punto che il loro fallimento viene considerato come una eventualità tanto disastrosa da utilizzare i soldi dei contribuenti per evitarlo. Non sono le banche di piccole e medie dimensioni, i piccoli istituti operativi che raccolgono risparmi privati delle famiglie e danno credito principalmente alle attività economiche del territorio ad avere creato la crisi, bensì i grandi gruppi bancari che hanno abdicato alla funzione di sostegno all’economia per dedicarsi alla finanza speculativa, alimentata da banche di investimento internazionali, e consentita nel recente passato da alcune zone di ombra di applicazione delle norme prudenziali. I problemi nel sistema bancario e creditizio, sono nati proprio quando le banche hanno smesso di fare le banche ed hanno cominciato a fare i « traders ». Per questo motivo bisogna ritornare al più presto alla netta separazione tra banche commerciali e banche d'investimento: le prime devono tornare a raccogliere il denaro dei risparmiatori a favore del credito alle piccole imprese ed investire i risparmi depositati dai correntisti a servizio dell’economia reale remunerando i depositi e concedendo i prestiti; le seconde faranno le loro scommesse e le loro speculazioni ma senza rischiare a scapito dei correntisti. Dopo lo scoppio della questione riguardante il Monte dei Paschi, il tema della separazione tra funzioni commerciali e quelle di investimento di una banca è tornata prepotentemente di attualità. Anche la Bce si è fatta carico del problema, tanto da decidere di accelerare sulla strada di una chiarificazione che sembra ormai ineludibile, con l’evidente obiettivo di evitare che i salvataggi riguardanti il sistema bancario vadano a riverberarsi sui contribuenti e di fare in modo che le banche non possano usare i depositi dei risparmiatori nell'espletamento di operazioni che comportino rischi. Va ricordato che il tema non è discusso solo nel vecchio continente, ma anche al di là dell'oceano, tanto che Sandy Weill, fautore dell'abrogazione della legge Glass-Steagall, che prevedeva la separazione bancaria, alcuni mesi fa non ha avuto eccessive remore ad ammettere lo sbaglio compiuto tanto da auspicare il ritorno ad una separazione netta e completa tra le banche d'affari e quelle commerciali. La separazione delle attività bancarie, disposta negli Stati Uniti dalla famosa Glass-Steagall Act varata sotto la presidenza Usa di Franklin Delano Roosevelt nel 1933, che pose fine agli eccessi finanziari all'origine della Grande Depressione, è servita a contenere gli eccessi della finanza e l'azzardo morale dei banchieri, la cui avidità e sete di guadagno ha causato la crisi più grave, più acuta e generalizzata della grande depressione del 1929, con l'economia ancora non globalizzata. L'abrogazione del principio di Glass-Steagall, avvenuta su pressione delle banche di affari sull'amministrazione Clinton, è stata la principale causa dei dissesti e dei disastri finanziari, che anche in Italia hanno mietuto vittime tra famiglie ed imprese. Da quando è esplosa la bolla dei derivati -- strumenti iper-speculativi completamente slegati dagli investimenti produttivi, dirottando risorse dall'economia reale ad un vera e propria bisca mondiale -- il rischio del fallimento delle banche ha portato i Governi e le banche centrali ad una serie di salvataggi a spese della collettività. Con la legge del 1933, voluta dal presidente degli Stati Uniti Franklin Delano Roosevelt, si sanciva la netta divisione tra le banche dedicate al credito alle famiglie, da un lato, e le banche che giocano in borsa con i soldi degli investitori, dall'altro. La separazione serviva ad evitare che il fallimento dell'intermediario comportasse altresì il fallimento della banca tradizionale, impedendo di fatto che l'economia reale fosse esposta direttamente al pericolo di eventi negativi prettamente finanziari. Tra le prime misure per fronteggiare la crisi finanziaria del 1929 vi fu l'introduzione di una netta separazione tra attività bancaria tradizionale e attività bancaria di investimento. Le due attività non potevano essere esercitate dallo stesso intermediario: lo scopo era quello di evitare che il fallimento della parte speculativa (attività d'affari) trascinasse al default anche quella tradizionale «commerciale» dove vi erano i depositi e i crediti destinati alle attività economiche reali (mutui per l'edilizia, finanziamenti per le aziende produttive...). La legge fu abrogata in USA nel 1999 e applicata all'intero sistema finanziario trans-nazionale. Un effetto: nel 2007 la bancarotta del mercato dei mutui subprime creò una crisi di liquidità che si trasmise al sistema creditizio reale, creando ciò che abbiamo sott'occhio tuttora. All'indomani dello scoppio della bolla finanziaria statunitense nel periodo 2008-2010, a livello mondiale si è cercato di studiare nuove formule di architettura delle banche e di convergere sulla salvaguardia dei risparmiatori, cioè coloro che compongono la base su cui i traders hanno transitato senza l'obbligo del rispetto di alcuna norma specifica del mercato finanziario. Gli Stati Uniti corsero ai ripari sottoscrivendo il Dodd-Frank Act, nel quale venne inserita la Volcker Rule, sezione specifica pensata col fine di evitare che le banche, che svolgono anche attività di tipo commerciale, utilizzino i depositi dei propri clienti per fare trading sui mercati finanziari attraverso operazioni rischiose.