[resaula]

Chissà che questa emergenza - chiamiamola così - non ci insegni a rivedere alcuni dei nostri comportamenti un po' egocentrici e un po' egotici e a provare a controllare un po' di più, con empatia - che non va mai persa - ma con serietà, i comportamenti di una classe dirigente. In questo senso, vorrei sottolineare due aspetti specifici dei tanti di cui si potrebbe dire e dei tanti di cui si è detto in questa discussione. Il primo è che ci sono nella Regione da cui vengo, la Lombardia, delle Province particolarmente colpite, oggi sono sicuramente Lodi, Cremona, Pavia, Bergamo, ma domani potranno essere altre. In tutte quelle Province ci sono anzitutto persone che lavorano nelle strutture sanitarie ma anche persone che lavorano in aziende e altre realtà, ci sono i sindaci, gli amministratori locali, le mamme e i papà che si stanno organizzando per gestire i figli che non vanno a scuola, ci sono gli insegnanti: c'è un intero Paese che si sforza di comportarsi nel modo corretto senza sottovalutare e senza drammatizzare. Noi, come classe politica, dobbiamo essere all'altezza di quel Paese. Il secondo tema, che è oggetto di un ordine del giorno che ho voluto presentare, ha una connessione specifica con quanto voteremo tra poche ore. Quello presso il Senato rappresenta l'ultimo passaggio di un decreto-legge che autorizza il Governo ad adottare alcune misure necessarie e fondamentali, molte delle quali sono già in vigore da quasi due settimane, ad esempio nella mia Regione, ma anche in altre parti del Paese. Una di queste misure riguarda in particolare il mondo della cultura, i lavoratori dello spettacolo, i luoghi dell'aggregazione. A questi lavoratori e a queste lavoratrici abbiamo dovuto, da un giorno all'altro, chiudere il posto di lavoro. Quei lavoratori e quelle lavoratrici sono innanzitutto lavoratori e lavoratrici come tutti gli altri; lo devo dire perché a volte sembra che non sia così, sembra che siano persone che si divertono a fare il loro lavoro e che quindi se gli chiudiamo il luogo di lavoro da un giorno all'altro non succede niente e invece succedono dei drammi. Sono però anche lavoratori e lavoratrici che svolgono una funzione che è fondamentale per la Repubblica ed in particolare in momenti come questi, perché quegli strumenti culturali sono quelli che ci servono per rimanere comunità, per esserlo ancora di più, per affrontare le paure, le debolezze e le fragilità. A quei lavoratori e a quelle lavoratrici oggi, contestualmente alla scelta drammatica che stiamo facendo e che autorizziamo anche per i prossimi mesi, che magari riguarderà altre zone del Paese, di chiudere necessariamente il loro spazio di lavoro, dobbiamo dire che la Repubblica non li abbandonerà. C'è un film bellissimo che racconta la storia di quando, durante la Seconda guerra mondiale, un gruppo di soldati volontari decise, nel pieno dramma, della lotta contro la barbarie, di difendere i monumenti e le opere d'arte, perché ebbe l'intuizione che ci sarebbe stato un giorno, il giorno dopo, dopo, un giorno in cui la civiltà sarebbe potuta continuare perché c'erano e perché si erano salvati quei monumenti e quelle opere d'arte. Ebbene, oggi, nel pieno di una battaglia - perché tale è quella che dobbiamo condurre e che condurremo con serietà e rigore nelle prossime settimane - dobbiamo difendere i nostri cittadini, dare a ognuno di loro gli strumenti per difendersi, ma al contempo salvare e salvaguardare quell'universo culturale, quell'ecosistema delicato e a rischio che ci serve per ripartire e per ricostruire, per produrre, una volta sconfitto il contagio negativo di queste ore, quel contagio positivo che la cultura e l'arte ci distribuiscono. Per tale ragione, vorrei richiamare, anche in quest'Assemblea, anche in questo momento, l'insieme di queste due misure perché sono atteggiamenti che vanno insieme. Oggi chiediamo un sacrificio, e mentre lo chiediamo, siamo solidali e vicini a chi - lavoratore, imprenditore, libero professionista - ha deciso di dedicare la propria vita a costruire comunità, perché più si è comunità, più si esce da drammi come questo. (Applausi dal Gruppo PD. Congratulazioni) . PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Stabile. Ne ha facoltà. STABILE (FIBP-UDC) . Signor Presidente, l'epidemia in corso ha evidenziato a tutti noi la situazione (carenze e deficit , anche di tipo organizzativo) del nostro Servizio sanitario nazionale. Si tratta di un Servizio sanitario stressato da anni di tagli: abbiamo perso 37 miliardi di euro di finanziamenti in un decennio; abbiamo perso quantità importanti di personale. Adesso, in ritardo, affrontiamo il problema della carenza dei medici. Abbiamo tagliato negli anni un numero importante di posti letto, tanto che in questo momento ci troviamo con poco più di tre posti ogni mille abitanti; facendo un confronto con altri Paesi europei, con una sanità pubblica simile alla nostra, la Francia ne ha sei per mille abitanti, la Germania otto. Noi lo abbiamo fatto probabilmente in modo imprudente - almeno adesso si rivela tale - e affrettato, ispirandosi a un modello che vuole portare l'assistenza sul territorio, e abbiamo cominciato tagliando gli ospedali. Ebbene, adesso vediamo quanto gli ospedali siano ancora necessari, indispensabili, al nostro Servizio sanitario. Gli ospedali vanno già in crisi senza bisogno che arrivi il coronavirus; vanno in crisi tutti gli inverni con le epidemie influenzali. Ogni inverno - e qualche volta anche non d'inverno - si producono attese di ore, talvolta anche di giorni, nei reparti di pronto soccorso per il posto letto. Tutti gli inverni, i reparti, in particolare quelli di medicina, viaggiano con un tasso di occupazione che va oltre il 100 per cento. Ciò significa che il reperto non solo è costantemente pieno, ma segue anche pazienti in sovrannumero, collocati nel reparto o disseminati nell'intero ospedale. È dimostrato che con questi tassi di occupazione il rischio per i pazienti incrementa, così come incrementa il rischio di infezioni, le temibili infezioni ospedaliere. Con il taglio dei finanziamenti il sistema tende necessariamente al risparmio a ogni costo. Personalmente ho esperienza di questo sistema: ho fatto il medico ospedaliero per più di trent'anni e, soprattutto verso la fine dell'anno, quando ci si preoccupa per un bilancio che potrebbe finire in rosso, sapete qual è la disposizione che hanno i caposala? Gli si chiede di non fare scorta. Non avendo scorte, abbiamo visto cos'è accaduto nel caso di una richiesta ancora contenuta quale è stata inizialmente quella conseguente all'epidemia del coronavirus. I reparti non hanno avuto l'immediata disponibilità di presidi che, tutto sommato, andrebbero usati anche per l'epidemia influenzale, quali mascherine, camici a perdere, guanti, i dispositivi di protezione che normalmente vengono utilizzati. Nei nostri ospedali, in seguito all'epidemia di coronavirus, tali presidi sono arrivati, perché ordinati ad hoc , dopo diversi giorni, quindi con tutto il rischio che c'è stato di diffusione del contagio. È evidente che basta poco perché questo sistema, già pesantemente stressato dai tagli, vada in crisi;