[pronunce]

Per un verso, infatti, si deve osservare che il dedotto difetto di ragionevolezza discenderebbe, ad avviso del giudice a quo, dalla intrinseca contraddittorietà della norma censurata e che l'asserita disparità di trattamento deriverebbe dalla equiparazione tra fatti in assunto eterogenei ma contemplati dalla medesima disposizione: sotto entrambi i profili, dunque, la violazione dell'art. 3 Cost. emergerebbe da un confronto relazionale tutto interno all'art. 33, comma 1, della legge n. 1096 del 1971, sicché non è necessario fare ricorso a un tertium a essa esterno. Per altro verso, va rilevato che il rimettente si limita a chiedere una pronuncia caducatoria parziale, avente a oggetto il solo limite minimo della cornice edittale, all'esito della quale rimarrebbe comunque applicabile la sanzione, rinvenibile nell'ambito del perimetro segnato dalla stessa disposizione denunciata, in misura esclusivamente proporzionale: l'eventuale accoglimento delle questioni non produrrebbe quindi una lacuna normativa e non richiederebbe , di conseguenza, un intervento sostitutivo di questa Corte in ordine alla quantificazione del trattamento sanzionatorio. 4.- Nel merito, le questioni non sono fondate. 5.- La norma posta all'attenzione di questa Corte è contenuta nella legge n. 1096 del 1971, che reca la disciplina dell'attività sementiera e regola «la produzione a scopo di vendita e la vendita» stessa di prodotti sementieri, per tali intendendosi «le sementi, i tuberi, i bulbi, i rizomi e simili destinati alla riproduzione ed alla moltiplicazione naturale delle piante» (art. 1, primo e secondo comma). Come si evince dall'esame dei lavori preparatori (e in particolare dalla relazione illustrativa al disegno di legge di iniziativa governativa, V legislatura, Atto Senato n. 784), la legge ha la finalità di fornire «agli operatori ed ai coltivatori le necessarie garanzie sul valore genetico delle sementi e dei materiali di moltiplicazione», nonché di introdurre una «disciplina dei controlli e delle certificazioni concernenti le sementi ammesse in commercio». Ciò sul presupposto che «[l]e sementi rappresentano un mezzo tecnico fondamentale per la produzione agricola ed interessano perciò, oltre i singoli che le utilizzano, anche la collettività nazionale, in quanto dal loro valore genetico e biologico dipende prevalentemente la più o meno qualificata produzione e quindi il rendimento unitario delle coltivazioni»; sicché una carente disciplina legislativa avrebbe determinato «anche sensibili difficolta` negli scambi internazionali, con inevitabile deprezzamento della [...] produzione sementiera e conseguenze commerciali ed economiche che non possono sottovalutarsi». In questa cornice si colloca, all'interno del Capo XI, rubricato «Vigilanza e sanzioni», l'art. 33, comma 1, che, nella formulazione originaria, prevedeva l'irrogazione di una multa stabilita nella misura proporzionale di lire 20.000 per ogni quintale o frazione di quintale di prodotti sementieri, ma comunque non inferiore a lire 100.000. Successivamente, con l'art. 3, comma 2, lettera c), della legge n. 4 del 2011, il legislatore ha sensibilmente incrementato tali importi, in ciò mosso, non solo dall'evidente esigenza di parametrarli all'attualità e dall'obiettivo, espresso nell'incipit della disposizione e già desumibile dalla testé menzionata relazione illustrativa, «di valorizzare le produzioni di qualità italiane», ma anche dalla ulteriore necessità, parimenti manifestata nell'esordio della norma che reca la novella, di «rafforzare l'azione di repressione delle frodi alimentari». La disposizione è censurata, come dianzi detto, nella parte in cui stabilisce il limite minimo edittale di euro 4.000,00. 6.- La violazione dell'art. 3 Cost. è stata prospettata, in particolare, sotto due profili. 6.1.- Sotto quello della irragionevolezza intrinseca, la lesione dell'evocato parametro costituzionale deriverebbe dalla contraddittorietà interna alla norma: la previsione di un minimo edittale disancorato dal peso dei prodotti oggetto della violazione tradirebbe, infatti, la finalità, secondo il rimettente perseguita dalla norma stessa, di modulare la gravità della condotta, e quindi della risposta sanzionatoria, in misura esclusivamente proporzionale. 6.1.1.- Il giudice a quo muove, tuttavia, da un postulato erroneo. La tesi del rimettente si fonda, in sostanza, sull'assunto secondo cui lo scopo dell'art. 33, comma 1, della legge n. 1096 del 1971 sarebbe quello di graduare la reazione dell'ordinamento unicamente in relazione alle quantità dei prodotti sementieri oggetto delle condotte illecite. La norma sarebbe, in altri termini, finalizzata soltanto a «calcolar[e] matematicamente su base quantitativa» la gravità della violazione e, quindi, l'entità della risposta sanzionatoria, sicché non sarebbe poi coerente prevedere un limite minimo. Tale finalità viene però desunta dalla arbitraria scomposizione della disposizione censurata e dalla valorizzazione, in chiave interpretativa, di una sola delle porzioni normative da essa espresse: quella in cui è previsto che la sanzione consiste nel pagamento di una somma stabilita «in misura proporzionale di euro 40,00 per ogni quintale o frazione di quintale di prodotti sementieri». Una esegesi non atomistica della norma, in quanto basata sulla considerazione della sua ratio complessiva, conduce invece a un diverso risultato. Dopo aver dettato il descritto criterio proporzionale, l'art. 33, comma 1, della legge n. 1096 del 1971 prosegue difatti precisando che l'importo della sanzione deve essere «comunque [...] non inferiore a euro 4.000». La norma è dunque strutturata in modo da prevedere una sanzione proporzionale che non può, tuttavia, essere inferiore a un limite minimo. È pertanto evidente che essa considera le condotte di commercializzazione vietate come connotate in se stesse da un disvalore intrinseco grave, tale, come si vedrà, da meritare in ogni caso («comunque») - a prescindere quindi dalla quantità di prodotti sementieri che ne costituiscono l'oggetto - una sanzione di importo minimo. Tale struttura sanzionatoria era del resto propria anche della versione antecedente alla novella recata dall'art. 3, comma 2, lettera c), della legge n. 4 del 2011: la norma, infatti, se da un canto determinava la sanzione pecuniaria in misura proporzionale, dall'altro stabiliva che questa non potesse in ogni caso scendere al di sotto di un limite minimo. Con la disposizione denunciata, la lesività degli illeciti sanzionati è stata dunque valutata, contrariamente all'assunto del rimettente, non soltanto in misura proporzionale alla quantità dei prodotti commercializzati, ma altresì alla stregua del disvalore proprio delle condotte, al quale è stato ricollegato il minimo della sanzione irrogabile. Milita, d'altro canto, in favore di tale conclusione anche la modesta entità dell'importo (euro 40,00 per quintale) fissato per il calcolo proporzionale: