[pronunce]

1.1.- I parametri evocati a tutela della prestazione pensionistica sarebbero vulnerati in quanto il legislatore, nel disporre la riduzione stipendiale, «non [avrebbe] valutato [i conseguenti] effetti [...] sul trattamento di quiescenza del personale che, in quanto proveniente da altri settori del pubblico impiego, aveva un diverso e più elevato trattamento economico». Della contestata perdita economica il giudice a quo dà conto, evidenziando che la legislazione previdenziale applicabile alla fattispecie individua la retribuzione pensionabile sulla scorta di quella dell'anno di cessazione dell'attività lavorativa e dunque, nella specie, in quella ridotta ex lege. In particolare, l'importo della pensione è la somma di una «quota A» - computata in relazione alla retribuzione spettante all'atto di collocamento a riposo (artt. 13, comma 1, lettera a, del d.lgs. n. 503 del 1992 e 43 del d.P.R. n. 1092 del 1973) - e di una «quota B» - calcolata sulla base delle retribuzioni delle ultime dieci annualità di servizio (artt. 7, comma 2, e 13, comma 1, lettera b, del d.lgs. n. 503 del 1992). 2.- Preliminarmente, deve essere delimitato l'ampio petitum formulato dall'ordinanza di remissione. Il giudice a quo chiede l'addizione alla disposizione censurata di una norma che consenta, ai fini del calcolo pensionistico, l'esclusione delle retribuzioni ridotte se ulteriori rispetto a quelle necessarie per la maturazione dell'anzianità contributiva o, in alternativa, di una norma che stabilisca un "qualsivoglia" meccanismo di tutela del trattamento pensionistico dei docenti in parola. La rilevata ambiguità della domanda non rende, tuttavia, inammissibili le questioni sollevate poiché superabile in via interpretativa (tra le tante, sentenze n. 152, n. 75 e n. 58 del 2020). Infatti, il riferimento in più passaggi motivazionali dell'ordinanza di rimessione al principio di neutralizzazione, con richiamo ai precedenti di questa Corte che tale principio hanno affermato, induce a circoscrivere l'intervento additivo richiesto alla sola prima parte della domanda formulata. 3.- Sempre in via preliminare, devono essere esaminate le eccezioni di inammissibilità delle questioni per difetto di rilevanza, spiegate, sotto diversi profili, dal Presidente del Consiglio dei ministri e dall'INPS. 3.1.- Secondo l'interveniente l'irrilevanza deriverebbe dal fatto che la disposizione censurata si limita a disciplinare lo status giuridico ed economico dei docenti provenienti dalla SSEF senza nulla disporre sul calcolo del loro trattamento pensionistico, piuttosto regolato dalle norme previdenziali dettate in via generale per i dipendenti pubblici. L'eccezione non è fondata. Vero è che il censurato art. 21, comma 4, del d.l. n. 90 del 2014, come convertito, si limita a introdurre un deteriore trattamento stipendiale e che, ai fini della soluzione del giudizio pensionistico, è necessario applicare tale norma retributiva in uno con quelle previdenziali che disciplinano il calcolo della pensione per i lavoratori statali. Tuttavia, la mancata espressa inclusione nel petitum di disposizioni anch'esse applicabili non si risolve in un vizio dell'ordinanza di rimessione, in quanto la sua motivazione consente a questa Corte di individuare il contesto normativo effettivamente investito dalle censure formulate (tra le tante, sentenze n. 142 e n. 12 del 2023; n. 224 del 2020 e n. 14 del 2019). Il giudice a quo espone, infatti, che il trattamento pensionistico deteriore spettante al docente è effetto della congiunta applicazione della previsione retributiva e di quelle previdenziali applicabili alla fattispecie (artt. 7, comma 2, 13, comma 1, lettere a e b, del d.lgs. n. 503 del 1992, e 43 del d.P.R. n. 1092 del 1973). 3.2.- Anche l'eccezione di difetto di rilevanza sollevata dall'INPS è priva di fondamento. Secondo l'istituto previdenziale la falcidia pensionistica subita dal professore non dipenderebbe dalla norma censurata, ma dalla circostanza fattuale che l'amministrazione datrice di lavoro non aveva acconsentito al prepensionamento nel 2015 e, dunque, nell'annualità con retribuzione piena. Al riguardo, è agevole osservare che è proprio dall'applicazione della disciplina denunciata che deriva la contestata riduzione della prestazione: le norme previdenziali censurate impongono l'individuazione della retribuzione pensionabile in relazione allo stipendio dell'anno di cessazione dal servizio - nella specie ridotto dalla contestata norma retributiva - a prescindere dalle ragioni fattuali per cui l'attività lavorativa sia cessata a quella data. 4.- Le questioni sollevate sono, tuttavia, inammissibili per altri profili. L'ordinanza di rimessione presenta, infatti, una insufficiente motivazione tanto sulla rilevanza, in ragione della lacunosa ricostruzione della fattispecie e del quadro normativo in cui questa si inserisce, quanto sulla non manifesta infondatezza, per mancata illustrazione delle ragioni di contrasto con i parametri evocati. 5.- Per comprendere l'inadeguatezza della ricostruzione offerta dal giudice a quo, è necessario un breve inquadramento degli istituti previdenziali su cui è fondata la pretesa del ricorrente nel giudizio principale e, dunque, del principio di neutralizzazione e del prepensionamento del personale dell'amministrazione in soprannumero, limitatamente agli aspetti interessati dalle questioni. 5.1.- Questa Corte più volte, in relazione a specifiche fattispecie previdenziali soggette al sistema retributivo, ha affermato il principio di neutralizzazione, a mente del quale la contribuzione successiva alla maturazione del diritto alla pensione può incrementarne la misura e non ridurre quella già maturata, con la conseguenza che l'eventuale "contribuzione aggiuntiva dannosa" (sia essa obbligatoria, volontaria o figurativa) va esclusa dal calcolo della pensione (ex plurimis sentenze n. 224 del 2022, n. 173 del 2018 e n. 82 del 2017). La regola della immodificabilità in peius della prestazione pensionistica oramai acquisita è, in particolare, correzione della rigida applicazione del calcolo pensionistico con il sistema retributivo in virtù dei princìpi di ragionevolezza, di proporzionalità tra il trattamento pensionistico e la quantità e la qualità del lavoro prestato durante il servizio attivo (art. 36 Cost.), e di adeguatezza del trattamento pensionistico (art. 38, secondo comma, Cost.). Il legislatore ogniqualvolta individui la retribuzione pensionabile sulla base delle ultime retribuzioni, lo fa per favorire il lavoratore, presumendo che nell'ultimo periodo di vita lavorativa questi raggiunga livelli retributivi maggiori, sicché è irragionevole che, per effetto di un intervenuto decremento retributivo, quel meccanismo di calcolo porti ad un risultato antitetico al suo fine, ossia alla riduzione della pensione potenzialmente già maturata (in particolare, sentenze n. 82 del 2017 e n. 264 del 1994). Infatti, «a maggior lavoro e a maggior apporto contributivo [non può] corrispond[ere] una riduzione della pensione» acquisita per effetto della precedente contribuzione (ancora sentenza n. 264 del 1994).