[pronunce]

SENTENZA ha pronunciato la seguentenel giudizio per conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato sorto a seguito della delibera del 3 novembre 1998 della Camera dei deputati relativa alla insindacabilità delle opinioni espresse dall'on. Vittorio Sgarbi nei confronti dell'on. Massimo D'Alema, promosso con ricorso del Tribunale di Roma - V sezione stralcio, notificato il 5 gennaio 2001, depositato in cancelleria l'8 successivo e iscritto al n. 1 del registro conflitti 2001. Visto l'atto di costituzione della Camera dei deputati; udito nell'udienza pubblica del 12 marzo 2002 il Giudice relatore Gustavo Zagrebelsky; udito l'avvocato Sergio Panunzio per la Camera dei deputati.. Ritenuto in fatto Considerato in diritto 1. - Con ricorso del 23 giugno-3 luglio 2000, depositato presso la Corte costituzionale il successivo 31 luglio, formulato nell'ambito di un procedimento civile per risarcimento del danno da dichiarazioni diffamatorie promosso dal deputato Massimo D'Alema nei confronti del deputato Vittorio Sgarbi, il Tribunale di Roma - V sezione stralcio ha sollevato conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato nei confronti della Camera dei deputati in relazione alla delibera dell'Assemblea del 3 novembre 1998 (Doc. IV-ter, n. 49/A), secondo la quale le dichiarazioni per le quali è pendente il procedimento civile concernono opinioni espresse dal membro del Parlamento nell'esercizio delle sue funzioni, con conseguente insindacabilità, a norma dell'art. 68, primo comma, della Costituzione. Come riferisce il ricorso, l'attore nel procedimento civile lamenta che il deputato convenuto, nel corso della trasmissione televisiva «Sgarbi quotidiani», irradiata in data 4 maggio 1993 dalla rete televisiva Canale 5, avrebbe pronunciato nei suoi confronti frasi lesive dell'onore e della reputazione, affermando in particolare: «Un altro pentito, comunque persona indagata, ha detto di aver versato tangenti al secondo del Partito comunista, del PDS, Massimo D'Alema. Allora cominciamo a stare attenti che questi che urlano hanno fatto esattamente lo stesso di quelli contro cui stanno urlando». Ciò premesso, il Tribunale, ricostruiti la finalità e il contenuto della prerogativa dell'insindacabilità, richiama la giurisprudenza della Corte (in particolare le sentenze n. 10 e n. 11 del 2000), per affermare che l'art. 68, primo comma, della Costituzione non si estende a tutti i comportamenti di chi sia membro delle Camere, ma solo a quelli funzionali all'esercizio delle attribuzioni proprie del potere legislativo. Il discrimine tra i giudizi e le critiche che anche il parlamentare manifesta nel più esteso ambito dell'attività politica - per i quali non vale l'immunità - e le opinioni coperte da tale garanzia sarebbe costituito, prosegue il ricorrente, dall'inerenza delle opinioni all'esercizio delle funzioni parlamentari, non potendosi comunque ricondurre alla funzione parlamentare l'intera attività politica svolta dal membro del Parlamento. Nel normale svolgimento della vita democratica e del dibattito politico, le opinioni che il parlamentare esprime fuori dai compiti e dalle attività propri delle assemblee - prosegue il ricorrente - rappresentano esercizio della libertà di espressione comune a tutti i cittadini: a esse, dunque, non potrebbe estendersi, senza snaturarla, una immunità che la Costituzione ha voluto, in deroga al generale principio di legalità e giustiziabilità dei diritti, riservare alle opinioni espresse nell'esercizio delle funzioni parlamentari. Nel caso di specie, le affermazioni del deputato Sgarbi sarebbero state rese, ad avviso del Tribunale ricorrente, «da persona che, pur essendo rivestita di incarichi di rappresentanza popolare, non aveva nella veste indicata alcuna funzione politico-parlamentare» e non potrebbero quindi essere ricomprese nell'ambito di applicazione dell'art. 68, primo comma, della Costituzione. Il ricorrente chiede pertanto che la menzionata delibera della Camera, in quanto non conforme all'ordinamento costituzionale, sia annullata. 2. - Il conflitto è stato dichiarato ammissibile con ordinanza n. 498 del 2000 di questa Corte. 3. - Nel giudizio così instaurato si è costituita la Camera dei deputati. Nell'atto di costituzione si deduce in primo luogo l'inammissibilità del ricorso «per difetto di notificazione, rilevabile d'ufficio dalla Corte», riservando ad una successiva memoria un più approfondito esame di questo profilo. Nel merito del conflitto la Camera deduce l'infondatezza del ricorso (a) alla luce del particolare «contesto parlamentare» in cui sarebbero maturate le dichiarazioni rese dal deputato Sgarbi e (b) in considerazione del nesso funzionale che collegherebbe le medesime dichiarazioni alle funzioni parlamentari. La difesa della Camera sottolinea innanzitutto come le affermazioni del parlamentare, rese nel corso della trasmissione televisiva «Sgarbi quotidiani» del 4 maggio 1993, traessero spunto dalla circostanza che pochi giorni prima l'on. Craxi era stato fatto oggetto di invettive e lanci di monetine all'esterno dell'albergo presso il quale alloggiava. Muovendo da tale episodio di cronaca, il deputato Sgarbi - al di là degli «eccessi verbali connessi alla forma polemica e paradossale» adottata nel corso della trasmissione - si sarebbe limitato a rammentare che anche esponenti del PCI, e poi del PDS, erano stati coinvolti nelle inchieste giudiziarie in corso, riferendo specificamente di alcuni episodi di corruzione e affermando inoltre, a tale proposito, come un pentito avesse accusato il deputato D'Alema di aver ricevuto tangenti; affermazioni, queste ultime, che ad avviso della difesa della Camera si sarebbero inserite nel più ampio contesto di «una complessiva riflessione sulle indagini giudiziarie e sui fenomeni di corruzione e di malcostume politico che, in quegli anni, segnavano il dibattito politico e parlamentare». Ciò premesso, la difesa della Camera reputa necessario enucleare con esattezza l'oggetto delle dichiarazioni rese dal deputato Sgarbi nel corso della già citata trasmissione, non al fine di accertarne l'eventuale contenuto offensivo e diffamatorio - verifica, quest'ultima, di competenza del giudice ordinario - , ma per coglierne il nesso funzionale rispetto a numerosi atti di esercizio della funzione parlamentare, specie di sindacato ispettivo, cui anche l'on. Sgarbi aveva partecipato. Tale oggetto non dovrebbe individuarsi, prosegue la Camera, negli addebiti di corruzione che, rivolti da un pentito alla persona dell'on. D'Alema, il deputato Sgarbi si era limitato a riportare nel corso del proprio monologo, con una affermazione de relato che non postulava alcun giudizio di valore circa la verità sostanziale di tali dichiarazioni; esso andrebbe invece individuato, sempre a giudizio della Camera, nella più ampia e complessiva riflessione sulle indagini giudiziarie e sui fenomeni di corruzione «che avevano coinvolto, in quegli anni, esponenti di numerosi partiti politici, compreso il PCI e poi il PDS;