[pronunce]

L'art. 2, comma 2, lettera b), non si porrebbe in contrasto con il principio dettato dall'art. 17, comma 95, della legge n. 127 del 1997, in quanto esso – diversamente da quanto ritenuto dall'Avvocatura – «non ha ad oggetto l'istituzione né di nuovi corsi universitari, né titoli di laurea, né di specializzazione» ma solo l'offerta di «percorsi di formazione “ulteriori” rispetto a quelli ordinari», senza oneri a carico dello Stato. Le censure riferite all'art. 2, comma 2, lettera d), sarebbero, poi, di difficile comprensione, considerato che gli «accordi di programma fra ministero, atenei e altri soggetti pubblici e privati» costituiscono – secondo la previsione della norma – strumento della programmazione regionale, che dunque non incide su tali accordi ma di essi tiene conto per uniformarvisi. L'art. 3, comma 4, da ultimo, non riguarderebbe su regole generali relative allo status dei docenti universitari e relative incompatibilità ma si limiterebbe ad individuare le condizioni soggettive per la composizione di un organo regionale, istituito e regolato da legge regionale. 3. – In prossimità dell'udienza pubblica, entrambe le parti hanno depositato memorie illustrative. L'Avvocatura dello Stato, richiamata la distinzione tra “principi fondamentali” e “norme generali sull'istruzione”, quale desumibile dalla giurisprudenza costituzionale, osserva innanzitutto – con riferimento alle difese della Regione – che l'art. 2, comma 2, lettera b), della legge regionale, prevedendo l'istituzione di scuole di eccellenza e di master, andrebbe ad incidere proprio su una disciplina generale, «in quanto l'ordinamento degli studi rientra tra le condizioni di uniformità in materia di istruzione universitaria». Quanto, poi, all'art. 3, comma 4, rileva che la disciplina delle incompatibilità attiene certamente allo status dei docenti universitari «ed è materia che, essendo relativa al rapporto di lavoro del personale statale, non può essere diversificata in ambito regionale». La Regione Campania, dal canto suo, ribadisce nella memoria le difese già svolte nell'atto di costituzione, insistendo per la declaratoria di inammissibilità o infondatezza della questione.1. – Il Presidente del Consiglio dei ministri ha sollevato questione di legittimità costituzionale, in via principale, degli artt. 2, comma 2, lettere b) e d), e 3, comma 4, della legge della Regione Campania 20 dicembre 2004, n. 13 (Promozione e valorizzazione delle università della Campania), lamentando la violazione dell'art. 117, comma sesto, della Costituzione, «in relazione all'art. 33, comma sesto, e all'art. 117, comma secondo, lettera n), della Costituzione». Le norme impugnate sarebbero lesive della competenza statale esclusiva in materia di università in quanto prevedono l'istituzione e il finanziamento di scuole di eccellenza e master (art. 2, comma 2, lettera b), contemplano accordi di programma tra ministero, atenei e altri soggetti pubblici e privati come strumenti della programmazione regionale (art. 2, comma 2, lettera d) e stabiliscono un'incompatibilità tra la partecipazione al comitato di indirizzo e programmazione e le funzioni di rettore, presidente di polo, preside di facoltà e qualsiasi altro incarico di direzione accademica (art. 3, comma 4). 2. – La questione di legittimità costituzionale dell'art. 2, comma 2, lettera b), è fondata nei termini di seguito precisati. Va premesso che la norma impugnata – in ragione tanto del suo tenore letterale quanto del suo inserimento in una legge espressamente finalizzata alla promozione e valorizzazione delle università della Campania – non può essere altrimenti interpretata se non nel senso che essa, nel quadro dello strumento di programmazione denominato programma triennale degli interventi, prevede (tra l'altro) l'istituzione da parte della Regione di nuovi corsi di studio universitario (scuole di eccellenza e master) e relativi titoli. La disposizione regionale interviene pertanto in un settore (della materia) dell'istruzione – quello della disciplina degli studi universitari – nel quale alle università è affidata, ai sensi dell'art. 33, ultimo comma, della Costituzione, la competenza a definire, nei limiti stabiliti dalle leggi dello Stato, i propri ordinamenti che ovviamente ricomprendono le scelte relative all'istituzione dei singoli corsi. Coerentemente con tale quadro costituzionale, l'art. 17, comma 95, della legge 15 maggio 1997, n. 127 (Misure urgenti per lo snellimento dell'attività amministrativa e dei procedimenti di decisione e di controllo), dispone che l'ordinamento degli studi dei corsi universitari sia disciplinato dagli atenei «in conformità a criteri generali definiti […] con uno o più decreti del Ministro dell'università e della ricerca scientifica e tecnologica», ai quali è tra l'altro demandata «la previsione di nuove tipologie di corsi e di titoli universitari». Il decreto ministeriale 22 ottobre 2004, n. 270, da ultimo emanato in attuazione della suddetta norma di legge, individua all'art. 3 i titoli e i corsi di studio universitari, disponendo (al comma 9) che «le università possono attivare, disciplinandoli nei regolamenti didattici di ateneo, corsi di perfezionamento scientifico e di alta formazione permanente e ricorrente, successivi al conseguimento della laurea o della laurea magistrale, alla conclusione dei quali sono rilasciati i master universitari di primo e di secondo livello». La norma impugnata, in quanto lesiva della competenza attribuita all'autonomia universitaria, va dunque dichiarata illegittima, nella parte in cui prevede l'istituzione di scuole di eccellenza e master, non ravvisandosi invece vizi di costituzionalità – peraltro nemmeno enunciati dal ricorrente – riguardo alla distinta previsione di finanziamento di siffatti corsi successivi alla laurea. Così come non possono certo ritenersi lesivi dell'autonomia universitaria gli accordi delle università con l'ente regionale finanziatore diretti all'attivazione dei corsi de quibus. 3. – La questione relativa all'art. 2, comma 2, lettera d), è infondata. La norma altro non esprime, infatti, se non l'impegno della Regione a recepire gli accordi di programma tra ministero, atenei e altri soggetti pubblici e privati nel proprio programma triennale di interventi finalizzati al raggiungimento degli scopi indicati all'art. 1 della legge. Ed è evidente come un siffatto impegno al rispetto dello strumento statale (accordo di programma) non possa comportare in quanto tale la denunciata violazione delle competenze statali. 4.– È priva di fondamento anche la questione di legittimità costituzionale dell'art. 3, comma 4. Il suddetto art. 3 dispone, al comma 1, che il comitato di indirizzo e programmazione, presieduto dall'assessore all'università e alla ricerca scientifica, «è composto da tre docenti universitari a tempo pieno, con esperienza di direzione e coordinamento maturata ai massimi livelli accademici».