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Signor Presidente, per valutare il tema in questione dobbiamo interrogarci innanzitutto su che cos'è la Banca d'Italia - sul punto peraltro sono già intervenuti i colleghi che mi hanno preceduto - e su qual è stato, anche in breve, il percorso che ha portato alla Banca d'Italia, cioè dal 1893 quando la Banca romana trovò una tipografia molto efficiente e si dovettero disporre le fusioni, al 1928, quando per la prima volta entrò la quota pubblica nelle banche di emissione, fino al 1936, che è l'anno base della legge bancaria di questo Stato che portò alla costituzione della Banca d'Italia. Ricordo che la Banca d'Italia nel 1936 aveva come soci enti morali (sostanzialmente le Casse di risparmio), istituti di diritto pubblico (Istituto bancario San Paolo, Monte dei Paschi di Siena), le tre banche nazionali che praticamente erano state acquisite dall'IRI costituitasi cinque anni prima (Credito italiano, Banca commerciale, Banca di Roma), INA (Istituto nazionale delle assicurazioni), tutti soggetti pubblici, per cui era proprietà pubblica. La Banca d'Italia nel 1936, al momento della costituzione, era un soggetto totalmente pubblico e tale è rimasto fino all'inizio degli anni Novanta, con le privatizzazioni. Allora - permettetemi di dire forse stranamente - il Governo fascista non volle per scelta individuare nel Ministero del tesoro il soggetto proprietario, quello quindi che avrebbe dovuto detenere le riserve auree; non volle farlo perché, come risulta dagli atti, voleva rappresentare tutto il territorio italiano e perché doveva essere elemento di garanzia anche rispetto al Ministero del tesoro; il titolare era tuttavia lo Stato, ed è ancora oggi lo Stato. Io ho condiviso la considerazione che questo fosse evidente con Banca d'Italia al 100 per cento pubblica, e quindi con un sistema, con un direttorio, con una governance totalmente pubblici. Negli anni Novanta è successo che questi soci pubblici sono diventati soggetti privati: sono stati privatizzati i soci di Banca d'Italia per cui oggi ci troviamo di fronte ad un ibrido giuridico, con una società - chiamiamola così - che ha dei soci tutti privati i quali però non possono comandare, perché comanda il pubblico: infatti la governance è il cosiddetto direttorio, per cui gli indirizzi li dà naturalmente lo Stato italiano. Questa anomalia si manifesta - come risulta anche dai media negli ultimi due giorni - con la determinazione dell'utile lordo in 8,9 miliardi e dell'utile netto in 6,4: allo Stato italiano, quindi al Governo, per piacere del ministro dell'economia Tria, naturalmente 5,7 miliardi di dividendo, mentre 2,3 ai soci, che una volta erano pubblici e oggi sono privati. Per la verità è stato presentato alla Camera dei deputati un disegno di legge da parte del Gruppo Fratelli d'Italia che prevede di ritornare al principio del 1936: su questo si può aprire una discussione. Io credo che in questo momento storico ed economico, se la nazionalizzazione si perseguisse espropriando ai valori originari, si creerebbe il default del sistema bancario: qualcuno potrebbe dire, per alcuni soci, un maggior default. Se invece si deve riacquisire a valori di 7,5 miliardi, lo considero abbastanza inutile in questo momento. Il tema, comunque, può essere affrontato, anzi va affrontato, ma con cautela, anche perché comunque, come è stato detto in più interventi, la Banca d'Italia è pubblica e la nostra mozione cita tutta una serie di norme approvate dal Parlamento italiano che lo dichiarano: il decreto-legge 30 novembre 2013, n. 133, recante disposizioni urgenti concernenti l'IMU, che cita la Banca d'Italia come istituto di diritto pubblico, come banca centrale della Repubblica italiana; il decreto del Presidente della Repubblica 31 marzo 1988, n. 148, recante approvazione del testo unico delle norme di legge in materia valutaria, che allo stesso modo cita la Banca d'Italia come soggetto pubblico. Banca d'Italia è lo Stato italiano e quindi automaticamente, nell'equilibrio dei poteri, è uno dei poteri nell'ambito della nostra democrazia. Come tale, deve avere autonomia, indipendenza e naturalmente indipendenza anche rispetto agli impegni dei trattati con l'Unione europea. Certamente deve avere delle regole precise e naturalmente queste devono essere chiare e trasparenti, perché l'autonomia della banca centrale, colleghi, è essenziale. In un regime di moneta convenzionale, da quando non c'è più la possibilità del cambio della carta moneta in oro, la credibilità della moneta è garantita dall'indipendenza dal potere politico. Altrimenti, cambia il Governo e la moneta perde credibilità. Noi possiamo chiedere chiarezza e trasparenza, ma con cautela e con delicatezza nel maneggiare questi temi. È per questa ragione che il direttorio è indipendente, il Governo è un'altra cosa e il Parlamento un'altra ancora: è l'equilibrio dei poteri della Repubblica. L'oro - è già stato fatto un excursus negli interventi che hanno preceduto il mio - è cresciuto molto dal 1946 in avanti, a seguito dei saldi positivi della nostra bilancia commerciale. Vorrei ricordare che con gli accordi di Bretton Woods - ecco perché ci sono le riserve negli Stati Uniti - si spostava la bandierina da una cassa all'altra di lingotti d'oro, spostando la bandierina verso l'Italia, fortunatamente, e questo ci ha portati ad avere 2.452 tonnellate di oro, addirittura con dei lingotti che, come ho letto ultimamente, hanno il simbolo nazista ed altri che hanno la falce e martello, quindi possono anche avere un valore superiore per gli storici rispetto a chi si occupa di moneta. Il tema è stato già trattato: è garanzia, è sicurezza, è accordo ed è oggetto di leggi dello Stato e di trattati con l'Unione europea. Rappresenta il merito di credito della Repubblica. Noi non possiamo utilizzare il nostro oro, che peraltro come è stato detto ha un'entità minima, del 4 per cento, rispetto al debito pubblico, per consumarlo una tantum per tirare a campare per un anno, perché il valore di questi 90 miliardi di riserva è un valore molto superiore nel dare fiducia ai risparmiatori, nel dare fiducia verso il nostro Paese. Per questo riteniamo che discutere di chi sia l'oro sia sterile: l'oro è di Banca d'Italia perché Banca d'Italia è parte della Repubblica. Può essere nuovamente chiarito e ribadito, si possono approvare una o tante norme bandiera per affermare nuovamente che quell'oro è dell'Italia, della Repubblica italiana e, nell'equilibrio dei poteri della democrazia, di un soggetto che rappresenta l'Italia: la Banca d'Italia. (Applausi dal Gruppo FI-BP. Congratulazioni) . PRESIDENTE . Dichiaro aperta la discussione. È iscritta a parlare la senatrice Rauti. Ne ha facoltà. RAUTI (FdI) . Signor Presidente, come abbiamo ascoltato, la questione della proprietà delle riserve auree viene da lontano, e da ciò che abbiamo ascoltato si evince che si trascina da tempo, irrisolta.