[pronunce]

- La vigenza dell'art. 18 non è venuta meno a seguito dell'Accordo firmato a Roma il 18 febbraio 1984, recante modificazioni al Concordato del 1929, reso esecutivo in Italia con la legge n. 121 del 1985. È ben vero che questa Corte, nella sentenza n. 421 del 1993, ha affermato che l'Accordo "disciplina l'intera materia matrimoniale concordataria nei suoi aspetti sostanziali e processuali, e impedisce quindi di fare ricorso, per tale materia, a testi legislativi precedenti" (come la legge 27 maggio 1929, n.810, di esecuzione del Concordato del 1929). Siffatto discorso peraltro non può riguardare l'art. 18 della legge n. 847 del 1929, che non è la legge di esecuzione del Concordato, recando disposizioni per la sua applicazione in materia matrimoniale. E tali disposizioni ben possono ritenersi tuttora vigenti, nella parte in cui siano compatibili con il contenuto dell'Accordo. Orbene tale contenuto non consente di ravvisare, a proposito dell'art. 18, nessuna delle ipotesi di abrogazione di cui all'art. 15 disp. att. c.c. Di abrogazione espressa l'Accordo sicuramente non parla. E per la configurabilità di un'abrogazione tacita occorrerebbe che le disposizioni inserite nell'ordinamento con la legge n. 121 del 1985 contenessero una normativa incompatibile con quella dell'art. 18 o tale da risolversi in una nuova disciplina della intera materia. Non ricorre, peraltro, né l'uno né l'altro caso. Ed anzi l'art. 8, n. 2, comma 2, dell'Accordo - prevedendo che la corte di appello, adita per la dichiarazione di efficacia della sentenza ecclesiastica di nullità, possa dare provvedimenti economici provvisori, in funzione anticipatoria di una futura decisione di merito da emettersi da un non meglio individuato giudice competente - induce a ritenere che tale tutela di merito, in assenza di altre previsioni ed in attesa di un nuovo intervento del legislatore statale, sia proprio quella delineata fin dal 1929 dall'art. 18 della legge n. 847. 3.2 - La questione proposta dall'ordinanza n. 425 del 2000 è manifestamente inammissibile, in quanto - come esattamente eccepito dalla difesa del Presidente del Consiglio dei ministri - è stata sollevata senza alcuna indicazione in ordine all'oggetto della vicenda del giudizio a quo e, quindi, mancano gli elementi che permettano di apprezzarne la rilevanza ai fini della decisione. Né - in applicazione del consolidato principio di autosufficienza dell'ordinanza di rimessione - il vizio può essere sanato dall'allegazione che di tali elementi è stata fatta dalla parte costituita. 4. - Le ordinanze n. 359 del 2000 e n. 82 del 2001 differiscono solo sul piano formale, in quanto la prima pone la questione di legittimità costituzionale dell'art. 18 della legge n. 847 del 1929 (che per comune opinione estende oggi al matrimonio concordatario, dichiarato nullo in sede ecclesiastica, il regime delle conseguenze patrimoniali del matrimonio putativo, previsto dagli artt. 129 e 129-bis c.c.), mentre la seconda impugna direttamente tali articoli (implicitamente considerandoli applicabili in ragione del rinvio operato appunto dall'art. 18). Entrambe, del resto, chiedono a questa Corte una sentenza additiva che - in caso di dichiarazione di nullità del matrimonio concordatario, da cui sia nata una consolidata comunione di vita - ne sottragga gli effetti patrimoniali alla disciplina del matrimonio putativo, che non tutelerebbe sufficientemente il coniuge privo di redditi adeguati, e perciò lederebbe i principi costituzionali di eguaglianza e di laicità dello Stato, e li assoggetti ad una disciplina diversa, ad essi conforme. 5. - La difesa della parte costituita nel giudizio di cui all'ordinanza n. 359 del 2000 sostiene che la questione di legittimità costituzionale non sarebbe ammissibile, in quanto il rinvio alla disciplina del matrimonio putativo - contenuto nell'art. 18 della legge n. 847 del 1929 e sostanzialmente confermato dall'art. 8 dell'Accordo del 1984 - sarebbe costituzionalmente protetto e non consentirebbe di applicare in via analogica od estensiva alla fattispecie della delibazione di sentenza ecclesiastica di nullità "norme di altri istituti (come quello divorzista) e per legge ordinaria". L'eccezione è infondata. Già nel Concordato del 1929 non vi era alcuna norma che imponesse allo Stato di disciplinare le conseguenze del matrimonio concordatario dichiarato nullo dal tribunale ecclesiastico mediante l'applicazione dell'art. 116 c.c. del 1865. Ne consegue che l'art. 18 della legge n. 847 del 1929, nella parte in cui rinviava a quella norma, non poteva reputarsi espressione di impegno pattizio, e che, entrata in vigore la Costituzione, la relativa previsione, ormai riferibile alla disciplina del c.c. del 1942, è del tutto estranea all'art. 7 della Costituzione. Tale conclusione resta ferma anche dopo l'Accordo del 1984. Esso si limita infatti ad esprimere a livello pattizio non già l'impegno dello Stato a prevedere una disciplina delle conseguenze patrimoniali del matrimonio concordatario dichiarato nullo in sede ecclesiastica, ma solo la facoltà di disporre in tal senso, come rivela l'uso del verbo "potrà" e comunque nulla dice sul suo contenuto, affidato alla discrezionalità del legislatore statale. Perciò la norma che rinvia, per il matrimonio concordatario dichiarato nullo dal tribunale ecclesiastico, alla disciplina del matrimonio (civile) putativo può essere sottoposta al controllo di costituzionalità delle leggi ordinarie, senza alcuna limitazione. 6. - Nel merito, la questione non è fondata. Allo scopo di ottenere da questa Corte la sentenza additiva dal contenuto prima delineato - idoneo ad emendare la normativa impugnata dai lamentati profili di contrasto con il principio costituzionale di eguaglianza e con quello di laicità dello Stato - i rimettenti non sottopongono al sindacato di costituzionalità la disciplina generale degli effetti che nel diritto interno conseguono alla nullità del matrimonio civile, sotto il profilo della sua applicabilità al matrimonio concordatario dichiarato nullo dalla giurisdizione canonica con sentenza esecutiva nello Stato; in particolare, non chiedono alla Corte di verificare se ed in quale grado siffatta disciplina tuteli le situazioni caratterizzate dall'esistenza fra i coniugi di una consolidata comunione di vita, la cui dissoluzione arrechi pregiudizio al soggetto economicamente più debole. In realtà, l'esigenza di tutela di questo soggetto può porsi non soltanto nel caso di nullità del matrimonio concordatario, ma anche in quello di nullità del matrimonio celebrato ai sensi del c.c. (o eventualmente ai sensi di un ordinamento straniero, ove degli effetti di tale nullità si debba tener conto in Italia, in base al nostro diritto internazionale privato).