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La differenza, come dicevo, nasce su un altro aspetto, di cui non ho sentito traccia negli interventi di coloro che mi hanno preceduta, ovvero se la tutela di questo patrimonio debba restare prevalentemente nazionale o debba rientrare nella competenza di questa sorta di comitato di tutela e di supervisione e se in questo comitato possano esserci incursioni di persone che possono dettare legge a casa nostra decidendo cosa è bello e cosa non lo è, cosa va custodito e cosa no. Alcuni amici e colleghi hanno fatto riferimento ad un esempio di cui si è parlato recentemente, ovvero i crocifissi nelle aule. Ebbene, basta farsi un giro all'interno di Palazzo Madama, uscire da questa sala e guardare gli arazzi che raffigurano la Natività o la storia dell'arcangelo Raffaele (sulla cima del Palazzo di Montecitorio c'è una croce), per capire che è impossibile depauperare il nostro patrimonio dei suoi simboli e della sua ricchezza, che ci parla delle nostre radici cristiane. (Appalusi del senatore Rufa). Insisto, però, nel dire che il punto vero per il quale noi ci asterremo dal voto è chi debba tutelare questo patrimonio. Non si può espropriare un Paese della responsabilità della tutela del proprio patrimonio. Come abbiamo visto, proprio in questi giorni si discute se «L'Uomo Vitruviano» potrà spostarsi o dovrà rimanere in Italia perché opera d'arte troppo fragile e troppo bella per essere consegnata anche semplicemente all'operazione di spostamento. Credo che noi oggi dovremmo in realtà inglobare in questa nostra cultura anche tutta la tecnologia che ci consente di riprodurre queste opere d'arte e di ricrearle in installazioni che permettono di fruire di un'opera d'arte dovunque essa sia, lasciandola anche dove si trova, ma rendendola godibile per tutti, in un godimento che è dato non solo dalla contemplazione dell'occhio, ma anche da un'osservazione che ci rimanda a tutti i valori che quell'opera d'arte trasmette. Noi insisteremo sul fatto che oggi vadano aggiornate queste metodologie di interazione tra i diversi musei e tra le diverse sedi che hanno la cultura, l'esperienza e anche quel diritto di appartenenza per poterlo fare. Come giustamente si dice in questo Trattato, chiunque, anche il più "piccolo" dei cittadini, è responsabile del patrimonio culturale del suo Paese. Questa sorta di diritto-dovere, che si legge proprio nella relazione, in un certo senso democratizza l'arte. Quindi, tutti gli italiani sono responsabili di questo, ma proprio perché tutti gli italiani sono nello stesso tempo protagonisti della contemplazione e della tutela, ciò va mantenuto in uno stile, in una cultura e in una capacità di prendere decisioni. Pensate proprio all'inserimento di un'opera d'arte nel suo contesto. Un esempio tipico è il famoso monumento che sta in piazza del Campidoglio, di cui l'antica tradizione dice che, quando tutto l'oro che lo ricopre si sarà consumato, verrà meno la città di Roma. Pensate come è stato custodito questo monumento e spostato - lì ce n'è una copia molto bella - nei Musei capitolini. Queste decisioni appartengono davvero a un Paese, che in qualche modo si fa garante non solo dell'opera d'arte, ma anche della sua contestualizzazione o in questa sorta di comitato di tutela qualcuno potrebbe rivendicare domani posizioni totalmente diverse? Non è possibile. Noi dobbiamo garantire che ogni Paese possa mantenere il proprio patrimonio e possa renderlo fruibile ad altri, ma la responsabilità di questa operazione deve rimanere in capo al Paese perché la sua anima è proprio nella relazione tra l'opera d'arte e il suo contesto, perché la bellezza tra natura e cultura fa la grandezza di un popolo e di un Paese. È in questa direzione che noi vogliamo continuare a valorizzare le grandi e le piccole opere d'arte. Vogliamo continuare a valorizzare il patrimonio strutturale di un Paese. In un film che ho visto recentemente si diceva come la distruzione delle opere d'arte intenzionalmente perseguita da Hitler - ci sono diverse vicende che lo confermano - tendeva, in realtà, a distruggere nell'opera d'arte l'anima di quel popolo, per lasciarlo senza radici. Noi queste radici le vogliamo, perché appartengono alla nostra storia e ne siamo responsabili per il futuro. Pertanto, in una potente forma di staffetta vogliamo consegnarle alle prossime generazioni. (Applausi dal Gruppo FI-BP) . PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Trentacoste. Ne ha facoltà. TRENTACOSTE (M5S) . Signor Presidente, la ratifica della Convenzione di Faro rappresenta un importante momento per riflettere con attenzione sul ruolo che il nostro Paese vuole definire per il rispetto delle proprie eredità culturali. Mi preme, innanzitutto, per dovere di chiarezza, sottolineare come la Convenzione parli di eredità culturale, traduzione corretta dell'inglese di cultural heritage. È un concetto diverso da non confondere con quello di patrimonio culturale. La differenza è proprio nel ruolo dell'individuo per il quale il patrimonio è solo uno dei possibili mezzi per raggiungere, attraverso la definizione dell'eredità culturale, una piena consapevolezza della propria personalità e, in definitiva, il proprio ruolo storico e i comuni valori umani che uniscono i cittadini di ogni Nazione europea. È del nostro periodo storico un autentico appello a dar vita a un nuovo umanesimo. La Convenzione di Faro, nel perseguire una relazione più stretta tra i Paesi membri dell'Unione europea, attraverso la salvaguardia e la promozione di princìpi fondati sul rispetto dei diritti dell'uomo - sono frequenti, infatti, i richiami alla Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo - sposta l'attenzione dall'oggetto, costituito dal patrimonio, all'individuo, con l'obiettivo di usare l'eredità culturale per collocarlo in un contesto di altri individui che condividono esperienze, valori, sentimenti e cultura. La Convenzione di Faro ha già svolto una funzione storica nel favorire le azioni di tutela dell'eredità culturale in Paesi con una legislazione meno aggiornata della nostra. Anche se l'Italia, il cui ruolo nella cultura mondiale è fuori discussione, tutela se stessa e le proprie tradizioni fin dal Rinascimento, passando poi per strumenti normativi come l'editto del cardinal Pacca del 1820, la legge di tutela nazionale n. 1089 del 1939 e il testo unico, poi confluito nel codice dei beni culturali del 2004, ancora oggi vigente. Chi ritiene che la Convenzione di Faro sia per l'Italia un nuovo strumento di tutela, o che semplicemente abbia a che fare con la tutela, non ne ha probabilmente compreso il vero spirito. La Convenzione di Faro rappresenta, invece, per noi la possibilità di armonizzare un settore, quello della cultura, nel quale diversi attori nel corso degli anni hanno parimenti dato seguito ai mandati costituzionali e legislativi della valorizzazione e della fruizione della nostra eredità culturale. Ben sei volte, nel testo della Convenzione, ricorre il richiamo ad uno sviluppo economico sostenibile, come obiettivo dello sviluppo di pratiche di protezione delle eredità culturali. Ma come può lo sviluppo economico essere sostenibile senza mettere al centro il ruolo dell'individuo umano inserito nella propria comunità?