[pronunce]

La trascrizione delle disposizioni patrimoniali dell'obbligato in pubblici registri non implicherebbe alcuna diretta comunicazione di tali atti alla polizia giudiziaria, e conferire rilievo alla mera possibilità per la polizia di conoscere i mutamenti patrimoniali equivarrebbe a tradire la ratio della norma, sacrificando l'obiettivo di porre la Guardia di Finanza nelle condizioni di esercitare un effettivo controllo sulle operazioni patrimoniali delle persone pericolose. La mera consultabilità dei pubblici registri sarebbe inidonea ad assicurare il controllo perseguito dalla norma, specie se si considera che l'art. 30 della legge n. 646 del 1982 contiene due distinti obblighi di comunicazione al nucleo di polizia tributaria, la cui omissione è sanzionata dal successivo art. 31. Il primo obbligo attiene alle variazioni nell'entità e nella composizione del patrimonio, concernenti elementi di valore non inferiore a 10.329,14 euro, da comunicare entro trenta giorni dal fatto, mentre il secondo riguarda le variazioni intervenute nell'anno precedente, da comunicare entro il 31 gennaio di ciascun anno, che raggiungano complessivamente nell'anno solare il valore sopraindicato. Inoltre, accogliendo la tesi del giudice rimettente, la finalità perseguita dalla norma incriminatrice, che sarebbe non solo di consentire all'amministrazione finanziaria di conoscere il dato sensibile con assoluta immediatezza, ma anche quella di rendere obbligatoria per la polizia tributaria una verifica altrimenti solo eventuale, «sarebbe evidentemente del tutto frustrata». La scelta di sanzionare l'omessa comunicazione delle operazioni patrimoniali in esame sarebbe espressione dell'ampia discrezionalità di cui gode il legislatore nell'identificare i beni giuridici da tutelare e le più opportune linee di strategia di repressione degli illeciti, discrezionalità esercitata nel caso in esame con scelte non irragionevoli e coerenti con lo scopo di salvaguardia dell'ordine pubblico perseguito dalla norma incriminatrice.1.- Con ordinanza del 15 luglio 2015 (r.o. n. 292 del 2015), il Giudice dell'udienza preliminare del Tribunale ordinario di Palermo, ha sollevato, in riferimento agli artt. 3, 13, primo comma, 25, secondo comma, e 27, terzo comma, della Costituzione, questioni di legittimità costituzionale dell'art. 31, comma 1, della legge 13 settembre 1982, n. 646 (Disposizioni in materia di misure di prevenzione di carattere patrimoniale ed integrazioni alle leggi 27 dicembre 1956, n. 1423, 10 febbraio 1962, n. 57 e 31 maggio 1965, n. 575. Istituzione di una commissione parlamentare sul fenomeno della mafia), «nella parte in cui si riferisce anche alle variazioni patrimoniali compiute con atti pubblici dei quali è prevista la trascrizione nei registri immobiliari e la registrazione a fini fiscali», e dell'art. 76, comma 7, del decreto legislativo 6 settembre 2011, n. 159 (Codice delle leggi antimafia e delle misure di prevenzione, nonché nuove disposizioni in materia di documentazione antimafia, a norma degli articoli 1 e 2 della legge 13 agosto 2010, n. 136), «nella parte in cui si riferisce anche alle variazioni patrimoniali compiute con atti pubblici dei quali è prevista la trascrizione nei registri immobiliari e la registrazione a fini fiscali». Ad avviso del giudice rimettente, la disciplina censurata violerebbe l'art. 3 Cost., determinando una «irragionevole disparità di trattamento in danno dei soggetti tenuti alla comunicazione ai sensi dell'art. 30 della legge 13 settembre 1982, n. 646». Sarebbe anche violato l'art. 13, primo comma, Cost., essendo previsto «un sacrificio del bene fondamentale della libertà personale in assenza di un'offesa ad altro bene giuridico». Inoltre la norma denunciata si porrebbe in contrasto con l'art. 25, secondo comma, Cost., configurando come reato, «per coloro che sono gravati da determinati precedenti giudiziari, fatti non offensivi di alcun bene che per la generalità dei soggetti non solo non costituiscono illecito ma sono anzi tutelati dall'ordinamento, finendo pertanto per punire la mera disubbidienza, in contrasto con la funzione propria della pena e con il distinto ruolo di essa rispetto a quello della misura di sicurezza». Infine sarebbe configurabile la violazione dell'art. 27, terzo comma, Cost., in quanto, «essendo la percezione dell'antigiuridicità del proprio comportamento presupposto della rieducazione del condannato, con la punizione di mere violazioni di doveri, non offensive di alcun bene, come avviene nei casi in questione, la previsione si pone in contrasto con la funzione rieducativa della pena». 2.- L'Avvocatura generale dello Stato ha eccepito l'inammissibilità delle questioni di legittimità costituzionale, dato che precedenti pronunce di questa Corte avrebbero scrutinato a più riprese, sia la norma precettiva (art. 30 della legge n. 646 del 1982), sia quella sanzionatoria (art. 31 della medesima legge), dichiarando la «manifesta infondatezza delle questioni, sul rilievo che le citate previsioni normative costituiscono esercizio, non manifestamente arbitrario o irragionevole, dell'ampia discrezionalità spettante al legislatore in tema di configurazione degli illeciti penali e di determinazione delle relative sanzioni». L'eccezione di inammissibilità è priva di fondamento. Infatti le precedenti pronunce di manifesta infondatezza, evocate dall'Avvocatura generale (ordinanze n. 362 e n. 143 del 2002, n. 442 del 2001), come anche quella più recente di inammissibilità (sentenza n. 81 del 2014), non comportano alcun effetto impeditivo nei confronti di successive censure, pure analoghe, relative alla stessa norma. Esiste una preclusione solo nel caso della riproposizione della stessa questione nel corso del medesimo giudizio (al riguardo, tra le altre, sentenze n. 113 del 2011, n. 477 del 2002, n. 225 del 1994 e n. 257 del 1991), e questo nel caso in esame non è avvenuto. 3.- Con un'altra eccezione l'Avvocatura generale dello Stato ha sostenuto che le questioni sollevate sono inammissibili perché, pur richiedendo la giurisprudenza della Corte di cassazione un'indagine sull'effettiva e consapevole volontà dell'imputato di omettere la prescritta comunicazione, il giudice a quo non avrebbe fornito «alcuna informazione» al riguardo. Anche questa eccezione è priva di fondamento.