[pronunce]

In sostanza, il testo unico del 1986 avrebbe inteso "inserire a sistema" le disposizioni della legge del 1977 ed avrebbe utilizzato, nel denunciato art. 14, comma 4, "l'espressione "reddito complessivo netto , verosimilmente non per errore tecnico ... ma avendo presente la anzidetta parola "utili "; con ciò, sarebbe "indimostrata e superficiale" l'opinione del rimettente, e cioè che la modifica apportata dal decreto-legge n. 90 del 1990 "avrebbe ripristinato la disciplina in vigore anteriormente al Testo unico". Osserva, ancora, la difesa erariale che il menzionato art. 14, comma 4, sarebbe "tutt'altro che irrazionale", atteso che - "per il congiunto operare del testo novellato del comma 4 e delle norme in tema di riporto delle perdite" - il contribuente può, ora, trasformare la perdita pregressa in credito d'imposta, con possibilità, dunque, di rimborso, ottenendo "un risultato ... non voluto dalla pur generosa legge del 1977 e comunque estraneo alla disciplina del riporto delle perdite". Nell'evidenziare, poi, che, a seguito delle modifiche di cui agli artt. 26, comma 3, e 27, comma 1, del decreto-legge n. 69 del 1989 (convertito, con modificazioni, nella legge n. 154 del 1989), le norme contenute negli artt. 8, comma 3, e 102 del testo unico consentono di computare le perdite di un periodo di imposta a diminuzione dei redditi conseguiti nei cinque periodi successivi, per l'intero importo che trova capienza nel reddito complessivo di ciascuno di essi, la memoria sostiene che "la segnalata nozione di capienza sia poco coerente con la valorizzazione di perdite pregresse per produrre, tramite il credito d'imposta per i dividendi, una dichiarazione a credito e quindi una pretesa di rimborso". Donde l'insussistenza della ipotizzata violazione dell'art. 76 della Costituzione. 4. - Nell'imminenza dell'udienza hanno depositato memorie illustrative sia la MECFIN S.p.a. , sia il Presidente del Consiglio dei ministri. 4.1. - La MECFIN S.p.a. osserva che a fronte delle distorsioni create dalla disposizione denunciata - distorsioni superate con l'art. 1, comma 1, lettera c), del decreto-legge n. 90 del 1990, soltanto dal periodo di imposta 1989 - non è dato invocare quell'orientamento della giurisprudenza costituzionale che vede nel fluire del tempo un "idoneo elemento di differenziazione delle situazioni soggettive". Orientamento inidoneo non soltanto a "giustificare le discriminazioni originate ... all'interno del solo periodo di imposta 1988", ma ad escludere, in un'ottica diacronica, il giudizio di irrazionalità manifesta dell'art. 14, comma 4; giudizio cui è, in ogni caso, soggetta la discrezionalità del legislatore "nel valutare la diversità o l'identità delle situazioni sostanziali in relazione al fattore tempo". Secondo la parte privata lo stesso legislatore avrebbe dato dimostrazione "ex ore suo" dell'irragionevolezza della disciplina stabilita per l'anno di imposta 1988, ripristinando, per il successivo periodo, "tal quale la disciplina in vigore sino al 31 dicembre 1987". Ad avviso della MECFIN S.p.a. , l'innovazione contenuta nell'art. 14, comma 4, del d.P.R. n. 917 del 1986 si pone in palese contrasto con la ratio dell'introduzione dell'istituto del credito d'imposta sui dividendi, in quanto attraverso la preclusione del computo di tale credito in aumento del reddito di periodo, impedisce di fatto il raggiungimento dell'obiettivo dell'elisione della doppia imposizione dei dividendi societari. Sicché, se può reputarsi discrezionale la scelta del legislatore di concedere o meno il credito d'imposta, "non altrettanto discrezionale - una volta operata tale scelta di fondo - è l'opzione in merito alla qualificazione di tale credito quale componente positiva della base imponibile del socio al pari del dividendo", atteso che solo tale assimilazione consente di pervenire al predetto obiettivo. Quanto, poi, al prospettato contrasto con l'art. 76 della Costituzione, la memoria sostiene che la disposizione denunciata esula dall'ambito della delega, posto che, in base all'art. 1 della legge n. 68 del 1984, il legislatore poteva apportare, tanto alle norme delegate quanto a quelle delle leggi ordinarie, solo "le modificazioni necessarie per attuarne il coordinamento sistematico secondo principi unitari e per prevenire l'evasione fiscale". Osserva, infine, la parte costituita che la pronuncia di incostituzionalità potrebbe essere evitata se la disposizione denunciata fosse interpretata nel senso di prevedere l'imputazione del credito di imposta sui dividendi al reddito complessivo prima della compensazione di quest'ultimo con le perdite pregresse; interpretazione, questa, che sarebbe consentita, tra l'altro, anche da una lettura sistematica dello stesso testo unico. 4.2. - L'intervenuto Presidente del Consiglio dei ministri, nell'evidenziare, anzitutto, che il mod. 760 per il periodo di imposta 1988 "è perfettamente conforme non soltanto alla disposizione" denunciata, "ma anche al previgente art. 2 della legge 16 dicembre 1977, n. 904", ritiene che il "nucleo della questione" sia da ravvisare "nella rilevanza fiscale riconosciuta dalla legge alle perdite di esercizi precedenti". A tal riguardo - dopo aver escluso che le disposizioni di cui agli artt. 8, comma 3, e 102, comma 1, del testo unico prevedano che "le perdite pregresse diano luogo ad erogazioni da parte del fisco, ad una sorta di imposta sullo Stato a favore delle imprese in perdita" - si osserva che, tramite "un minuscolo emendamento (soppressione della parola "netto") alla disciplina del credito di imposta, si è voluto, nel 1990, aprire la strada alla imposta al contrario". Un emendamento "contrastante, oltre che con la razionalità del sistema, anche con il principio di eguaglianza", essendo favorite solo le imprese che "presentano forti (e non altrimenti recuperabili) perdite di esercizi precedenti" e che "ricavano dividendi da partecipazioni (quindi soprattutto le società finanziarie)"; un emendamento, dunque, "irrazionale", al quale "si vorrebbe persino imprimere ... una retroattività espressamente esclusa dall'art. 14, comma 3, del decreto-legge 27 aprile 1990, n. 90".1. - Con l'ordinanza in epigrafe, la Corte di cassazione solleva questione di legittimità costituzionale dell'art. 14, comma 4, del decreto del Presidente della Repubblica 22 dicembre 1986, n. 917 (Approvazione del testo unico delle imposte sui redditi), "nella sua formulazione originaria, rimasta in vigore per il solo 1988", secondo la quale "ai fini della determinazione dell'imposta l'ammontare del credito di imposta è computato in aumento del reddito complessivo netto". 2. - Ad avviso del giudice a quo, la disposizione colliderebbe con: