[pronunce]

ORDINANZA ha pronunciato la seguentenel giudizio di legittimità costituzionale dell'art. 131-bis del codice penale, promosso dal Giudice di pace di Lecce nel procedimento penale a carico di D. C., con ordinanza del 26 novembre 2020, iscritta al n. 17 del registro ordinanze 2021 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 8, prima serie speciale, dell'anno 2021. Visto l'atto di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri; udito nella camera di consiglio del 20 ottobre 2021 il Giudice relatore Giovanni Amoroso; deliberato nella camera di consiglio del 20 ottobre 2021. Ritenuto che con ordinanza del 26 novembre 2020, il Giudice di pace di Lecce ha sollevato, in riferimento agli artt. 2, 3, 24, 25, 27, 102 e 111 della Costituzione, questioni di legittimità costituzionale dell'art. 131-bis del codice penale, il quale prevede una generale causa di esclusione della punibilità per i reati al di sotto di una soglia massima di gravità, «nella parte in cui non lo rende applicabile anche nel procedimento dinanzi al giudice di pace»; che il rimettente riferisce di procedere nei confronti dell'imputato D. C., per i reati di cui agli artt. 81, 612 e 582 cod. pen. , in relazione ai quali la parte civile D. D. non ha inteso addivenire ad una conciliazione, opponendosi ad una eventuale assoluzione ai sensi dell'art. 34 del decreto legislativo 28 agosto 2000, n. 274 (Disposizioni sulla competenza penale del giudice di pace, a norma dell'articolo 14 della legge 24 novembre 1999, n. 468); che, in punto di rilevanza, dopo aver precisato che gli elementi di prova consentono di ritenere accertata la responsabilità dell'imputato in relazione ai reati di cui agli artt. 582 e 612 cod. pen. , il giudice a quo afferma che «se la norma non fosse sospetta di incostituzionalità, [l'imputato] dovrebbe essere dichiarato responsabile dei capi di imputazione [...], al contrario se avesse violato l'art. 612 c.p. secondo comma o se avesse commesso anche un altro reato grave, per esempio anche il furto dell'orologio della parte civile (di competenza del Tribunale) sarebbe potuto essere assolto ex art. 131-bis c.p. per particolare tenuità del fatto»; che, in relazione alla non manifesta infondatezza, il rimettente osserva che tanto secondo un orientamento giurisprudenziale, sia pure minoritario, quanto da parte della dottrina, si ravvisa una possibile «pacifica convivenza» tra l'art. 131-bis cod. pen. e l'art. 34 del d.lgs. n. 274 del 2000; che, quanto alla violazione degli artt. 25 e 27 Cost., il rimettente rileva che, secondo il consolidato orientamento della giurisprudenza di legittimità e costituzionale, il principio di proporzionalità della pena comporta che quest'ultima deve tendere alla rieducazione del condannato e non deve essere percepita come ingiusta o sproporzionata; che, nel bilanciamento costituzionale, si tratterebbe di valori prevalenti rispetto al carattere di specialità dell'art. 34 del d.lgs. n. 274 del 2000, frutto di una mera scelta di opportunità e di politica criminale che non può rivestire un rilievo costituzionale; che, ad avviso del giudice a quo, indubbia è la diversità dei due istituti, considerata la natura sostanziale di quello di cui all'art. 131-bis cod. pen. , che dà luogo a una causa di non punibilità, e la natura processuale della disposizione di cui all'art. 34 del d.lgs. n. 274 del 2000, che contiene una causa di non procedibilità; che, pertanto, i due istituti non sono sovrapponibili; che, in particolare, prosegue il rimettente, la norma codicistica svincola completamente la causa di non punibilità da valutazioni di tipo special-preventivo, concernenti gli effetti pregiudizievoli che possono derivare all'imputato dalla prosecuzione del processo; che il requisito più stringente della occasionalità del fatto, contenuto nell'art. 34 del d.lgs. n. 274 del 2000 , sarebbe sostituito, nell'art. 131-bis cod. pen. , da quello più elastico della non abitualità del comportamento; che, quanto agli effetti giuridici, la pronuncia di improcedibilità non è iscrivibile nel casellario giudiziario, non è idonea a formare alcun giudicato sull'illiceità penale della condotta e non è impugnabile dall'imputato, a differenza della sentenza che dichiara la non punibilità che presuppone l'accertamento di responsabilità; che entrambi gli istituti, poi, perseguirebbero un intento deflativo e sarebbero volti a dare piena attuazione ai principi costituzionali di extrema ratio e di proporzionalità della pena; che il rimettente, inoltre, rileva che la finalità eminentemente conciliativa del procedimento innanzi al giudice di pace andrebbe individuata in altri differenti istituti, come la remissione della querela, in caso di assenso da parte della parte offesa o in caso di reiterata assenza della parte civile o della parte offesa nel processo, o nella remissione tacita della querela, piuttosto che nella causa di improcedibilità di cui all'art. 34 del d.lgs. n. 274 del 2000; che il giudice a quo osserva ancora che la persona offesa, se manifesta l'interesse alla prosecuzione o se nella fase processuale esprime la propria opposizione, impedisce al giudice di pace di applicare l'istituto previsto dall'art. 34 del d.lgs. n 274 del 2000, ma non potrebbe, invece, paralizzare l'operatività dell'art. 131-bis cod. pen. ; che, la medesima persona offesa, «nell'eventuale concorrente veste di persona danneggiata, sarebbe comunque legittimata ad esercitare l'azione civile a carattere restitutorio o risarcitorio, ai sensi dell'articolo 651-bis c.p.p.»; che, ad avviso del rimettente, la tutela di un obiettivo privo di carattere costituzionale non può giustificare, nella prospettiva dell'art. 3 Cost., l'«emarginazione dal procedimento dinanzi al giudice di pace del congegno previsto dall'art. 131-bis c.p., la cui ratio ha invece un solido fondamento costituzionale»; che, dunque, potrebbe rilevarsi una pacifica convivenza dei due istituti nel microsistema del giudice di pace, alla luce della clausola di salvaguardia della disciplina speciale, posta dall'art. 16 cod. pen. , da suddividersi in due segmenti; che, in particolare, nel caso di specie tra la norma codicistica e quella extra-codicistica non si configurerebbe una relazione di genere e specie, non operando la seconda parte dell'art. 16 cod. pen. , bensì la prima parte del medesimo articolo; che, ad avviso del giudice a quo, ciascuna norma presenta oltre a un nucleo di elementi comuni, requisiti eterogenei sul piano della struttura della fattispecie, estranei all'altra, sicché è configurabile una relazione di interferenza che non precluderebbe l'applicazione dell'art. 131-bis cod. pen.