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Al fine di ottimizzare e rafforzare i poteri di indagine ed enforcement della Consob, anche allo scopo di consentire alla medesima autorità di acquisire la tempestiva conoscenza di comportamenti illeciti, l’articolo 34, attraverso la riformulazione dell’articolo 4- quater del TUF, è finalizzato ad estendere a tutte le aree di vigilanza della Consob i più penetranti poteri di indagine previsti dalla disciplina sugli abusi di mercato (articolo 187- octies del TUF), con la facoltà, quindi, di esercitarli nei confronti di chiunque possa essere informato su fatti oggetto di specifici procedimenti di vigilanza di competenza della stessa Consob e non soltanto nei confronti dei soggetti vigilati. In particolare, l’esercizio di tali poteri si sostanzia nella possibilità, tra l’altro, di richiedere notizie, dati o documenti, procedere ad audizione personale, ispezione, avvalersi della collaborazione delle pubbliche amministrazioni ovvero, previa autorizzazione del procuratore della Repubblica, procedere al sequestro dei beni suscettibili di confisca o a perquisizioni (nei modi disciplinati dalle disposizioni finanziarie vigenti) nonché chiedere l’acquisizione di dati relativi al traffico telefonico. Si tratta, in sostanza, di poteri di indagine già riconosciuti dalla legislazione vigente ma che, per effetto della stratificazione degli interventi di novazione legislativi succedutisi dopo il recepimento della direttiva 2003/6/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 28 gennaio 2003, (cosiddetta direttiva « market abuse ») e dei conseguenti atti normativi di recepimento, sono risultati limitati solo ad un settore tra quelli oggetto di vigilanza dei mercati finanziari. Peraltro, non si comprende per quale ragione tali più penetranti poteri, essenziali per contrastare fenomeni pericolosi per la trasparenza e la correttezza dei mercati finanziari, non possano far parte dell’ordinario e comune patrimonio di strumenti a disposizione della medesima autorità di vigilanza preposta alla tutela dei medesimi valori costituzionali. Con la conseguenza sovente riscontrata che, anche nei confronti dei medesimi soggetti vigilati, la differente qualificazione dell’iniziativa di vigilanza possa determinare, nel prosieguo delle iniziative assunte, conseguenze significativamente diverse, in termini di tutela dei risparmiatori e del mercato, con conseguente rischio di indebolimento della stesa azione di vigilanza. Altro aspetto essenziale per rafforzare i presidi a tutela del pubblico risparmio e dei risparmiatori, così stimolando i fattori di sviluppo connessi, attiene al potenziamento di importanti presidi a tutela della trasparenza in occasione di operazioni a maggior rischio per gli interessi dei risparmiatori. In questo contesto, in particolare, la disciplina legislativa in materia di operazioni con parti correlate, e quindi delle operazioni in potenziale conflitto d'interessi, a legislazione vigente non ha attribuito alla Consob alcuno specifico potere sanzionatorio nei confronti degli amministratori delle società quotate per la violazione della relativa disciplina. Ne consegue che, in caso di violazione delle regole di correttezza procedurale e sostanziale adottate dalle società ai sensi del relativo regolamento adottato dalla Consob – fermi i poteri sanzionatori per la violazione degli obblighi di trasparenza previsti in attuazione dell’articolo 114 del TUF – la Consob può attivare poteri sanzionatori solo nei confronti dei componenti degli organi di controllo delle società quotate, per violazioni del dovere di vigilanza sull’applicazione della legge previsto dall’articolo 149, comma 1, del TUF. Il quadro delineato affievolisce notevolmente l’efficacia dell’ enforcement sulla regolamentazione che non appare sufficientemente esteso e dissuasivo. Pertanto, per rendere effettivo e dissuasivo l’apparato normativo così previsto, la disposizione di cui all’articolo 192- quater introduce una specifica sanzione amministrativa pecuniaria nei confronti degli amministratori delle società quotate per le gravi violazioni della disciplina in materia di operazioni con parti correlate dagli stessi commesse in adempimento dei loro doveri che possano arrecare danno alla società, ai soci o al mercato. L’articolo 35 introduce la possibilità per l’Agenzia del demanio di avvalersi, attraverso apposita convenzione a titolo gratuito, del supporto tecnico-specialistico della Difesa Servizi s.p.a., ai fini della alienazione, gestione ed amministrazione dei beni di proprietà dello Stato già individuati dal Ministero della difesa che, in quanto non suscettibili di conferimento ai fondi comuni di investimento immobiliare previsti dal comma 8- quater dell’articolo 33 e dall’articolo 33- bis del decreto-legge 6 luglio 2011, n. 98, non rientrano nella propria disponibilità. L’articolo 36 ha lo scopo di facilitare la raccolta presso il pubblico di erogazioni liberali, anche di modico valore, da destinare a interventi di tutela dei beni culturali o paesaggistici. Attualmente, questa finalità può essere perseguita solo mediante versamento delle somme in conto entrata dello Stato e la loro successiva riassegnazione allo stato di previsione della spesa del Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo. È, tuttavia, da rilevare come, nel caso delle donazioni di scopo per interventi di tutela del patrimonio culturale, il rispetto delle suddette rigorose regole contabili presenta diverse rilevanti criticità. In primo luogo, il meccanismo procedurale descritto determina il decorso di un notevole lasso di tempo tra il momento del versamento del contributo da parte del privato finanziatore e quello della disponibilità delle somme da parte dell’istituto destinatario. In secondo luogo, esso causa un notevole aggravio amministrativo, poiché comporta il coinvolgimento di numerose articolazioni centrali e periferiche del Ministero e della Ragioneria generale dello Stato e, inoltre, implica la necessità di individuare, per ogni singolo versamento, in base alla relativa causale, l’istituto cui la somma deve essere riaccreditata. Infine – e soprattutto – la procedura non è, di fatto, percorribile per le donazioni di modico valore. Ciò in quanto non è ipotizzabile che il privato cittadino che intenda versare un importo modesto possa recarsi presso la Sezione di tesoreria provinciale dello Stato per provvedervi. La conseguenza di ciò è – da un lato – un notevole aggravio amministrativo, che è di per sé causa di costi per la pubblica amministrazione e – dall’altra – la sostanziale impossibilità, per i beni in consegna allo Stato (e con la sola eccezione di quelli in consegna agli istituti del Ministero dotati di autonomia speciale) di sollecitare presso il pubblico, come avviene in altri Paesi, iniziative di raccolta di contributi anche modesti, da destinare a interventi specifici e resi noti a priori . Ne deriva, quindi, anche un minore introito per lo Stato, ossia la rinuncia a potenziali fonti di entrata. L’attuale previsione normativa dell’obbligatorio ricorso al complesso meccanismo della riassegnazione viene normalmente giustificata sulla base della ritenuta necessità di non derogare al principio di unicità del bilancio dello Stato, in ragione del quale sono, in linea di principio, vietate le gestioni contabili fuori bilancio.