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A ciò deve aggiungersi l'irrigidimento del nesso tra lavoro e soggiorno, ad esempio con riguardo alla perdita del permesso di soggiorno in caso di venir meno del lavoro, solo parzialmente temperata da alcuni interventi normativi nel corso degli anni: simile rigido intreccio, associato alla situazione di crisi economica e di contrazione del mercato del lavoro soprattutto nel 2010, ha determinato la crescita esponenziale del numero di stranieri irregolarmente soggiornanti, alimentando proprio la « narrazione » securitaria, in un corto circuito paradossale interrotto sporadicamente da interventi di sanatoria, resi necessari proprio dall'insostenibilità della situazione prodotta da un modello rivelatosi, nella sostanza, il primo generatore di irregolarità. La sostanziale assenza di canali di ingresso legali nel nostro territorio – e questa è la terza conseguenza – ha avuto un ulteriore effetto paradossale, pure questo destinato ad alimentare la rappresentazione distorta del fenomeno migratorio, e consistente nel sovraccarico dei dispositivi di protezione internazionale. In un quadro complesso di fattori – che includono anche le mutate condizioni geo-politiche, l'intensificarsi periodico di conflitti etnico-civili in Africa e Asia, il cambiamento climatico e il conseguente impoverimento della popolazione – anche l'assenza di corridoi di ingresso regolare in Italia ha infatti alimentato, ad esempio, gli arrivi attraverso rotte irregolari con gli enormi rischi umanitari – e l'inaccettabile carico di morte e dolore – ai quali non sarà mai possibile rassegnarsi né abituarsi. Per altro verso, nel corso degli anni la richiesta di protezione – nelle sue diverse forme (internazionale, sussidiaria, umanitaria, speciale, pure queste progressivamente circoscritte e ridotte nella loro operatività nel tempo) – ha spesso rappresentato, assieme alle sanatorie, l'unico strumento di regolarizzazione delle condizioni di soggiorno di chi fosse già presente nel nostro territorio ma privo di un valido titolo per soggiornarvi. Ciò ha avuto l'effetto di sovraccaricare istituti e apparati destinati a far fronte a tutt'altro tipo di numeri e rispondenti a una ratio ben diversa da quella di gestire la presenza di stranieri irregolari sul territorio; e ancora una volta, la risposta del legislatore – nelle diverse fasi storiche – è stata quella di provare ad arginare il fenomeno in chiave repressiva, restringendo le maglie della protezione internazionale e rendendo più difficoltoso l'accesso alla giurisdizione per impugnare i dinieghi. In questa prospettiva devono essere letti interventi apparentemente distanti tra loro come il superamento della protezione umanitaria, lo smantellamento dei sistemi di accoglienza diffusa a partire dal 2018 fino ad arrivare all'inasprimento delle condizioni e dei tempi di detenzione amministrativa in frontiera (e non solo), a tacere delle politiche di criminalizzazione dei soggetti che – come le organizzazioni non governative – hanno tentato di porre rimedio a naufragi e stragi sulle rotte della disperazione. Ancora insufficiente, in questo quadro, l'intervento dell'ordinamento dell'Unione europea, il quale è stato dedicato esclusivamente alla disciplina dell'accesso alle diverse forme di protezione internazionale e alla conseguente disciplina dei rimpatri. A tacere dei complessi e non sempre soddisfacenti aspetti tecnici della disciplina di fonte europea, si pensi soprattutto alla declinazione del principio della solidarietà tra gli Stati, rimasto sempre e finora ancorato al principio di assunzione di responsabilità sulla persona migrante da parte del paese di primo ingresso e dalla tendenziale e ricorrente resistenza degli Stati membri non frontalieri a farsi carico di quote di migranti, a prescindere dallo Stato di primo ingresso. Questa infatti, in sintesi estrema, l'ispirazione del sistema avviato con la firma della Convenzione di Dublino del 1990 e attuato nell'ordinamento dell'Unione europea con una serie di regolamenti (fino al regolamento (UE) n. 604/2013 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 26 giugno 2013, cosiddetto « regolamento Dublino III ») e direttive (come la direttiva 2013/32/UE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 26 giugno 2013, cosiddetta « direttiva procedure » e la direttiva 2011/95/UE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 13 dicembre 2011, cosiddetta « direttiva qualifiche ». Il quadro sin qui descritto – e, in modo particolare, la sostanziale assenza di canali legali di ingresso unitamente alla materiale impossibilità di regolarizzare le condizioni di soggiorno di chi sia già sul nostro territorio – non è grave soltanto per il cambio di prospettiva che reca in sé, con riguardo allo spostamento di fuoco dal lavoro alla sicurezza. Il venir meno della consapevolezza del senso stesso del nesso tra soggiorno e lavoro ha infatti inciso in profondità sulle condizioni di vita degli stranieri in Italia, rendendole sistematicamente più precarie e – conseguentemente – vulnerabili ed esposte a pratiche di grave sfruttamento del lavoro. Lo dimostra, paradigmaticamente, la condizione bracciantile in molte campagne del nostro paese, come confermato da ultimo dalla tragica morte di Satnam Singh, ultimo di una serie di braccianti costretti a lavorare in condizioni al limite dello schiavismo. In casi come questo, infatti, l'esistenza di prassi gravemente lesive della libertà e della dignità del lavoratore – come il cosiddetto caporalato – viene alimentata e rafforzata dalla strutturale precarietà in cui versano le vite di coloro che offrono la propria forza lavoro nei campi. Una precarietà che è tanto più ingiusta, proprio perché il lavoratore straniero è continuamente messo di fronte al dilemma della perdita del soggiorno regolare – conseguente all'abbandono del posto di lavoro – e, soprattutto, perché in moltissimi casi o il bracciante è uno straniero in condizione di soggiorno irregolare o è tenuto sotto scacco dalle vicende burocratiche della regolarizzazione del soggiorno. Le rigidità del sistema, per come sin qui esposte, rendono insomma il lavoratore straniero – in moltissimi casi e non solo in ambito bracciantile – non solo precario e vulnerabile, ma ricattabile, con una palese e intollerabile violazione dello stesso articolo 4 della Costituzione. Irrigidimento dei dispositivi di ingresso e soggiorno, sistematica generazione di irregolarità, sovraccarico del sistema di protezione internazionale e adozione di una prospettiva esclusivamente securitaria concorrono quindi a definire un modello di regolazione dei flussi migratori che pare ormai del tutto inadeguato a fare fronte a un fenomeno non occasionale, ma sistemico. La pressione migratoria è infatti destinata a rimanere elevata a lungo, specialmente lungo le coste del Mediterraneo per le questioni geopolitiche legate al continente africano e per i fattori demografici, sociali e climatici che accompagnano e determinano la pressione migratoria. L'immigrazione è, contemporaneamente, la più formidabile forza di cambiamento delle società avanzate, ma anche la più formidabile fonte di paura. Tale paura non è però inevitabile: è compito della politica e della legislazione guidare e governare i processi di trasformazione con strumenti adeguati, capaci di tenere assieme solidarietà, integrazione e sicurezza.