[pronunce]

I cittadini del quartiere di Bianae, storicamente discendenti e appartenenti a famiglie radicate nel Comune di Tresnuraghes, pur essendo anagraficamente residenti nel Comune di Magomadas, hanno da sempre ricevuto tutti i servizi primari dal Comune di Tresnuraghes, subendo, per ciò, notevoli disagi. La loro legittima aspettativa di «dipendere» da un solo Comune, e, in particolare, da quello di Tresnuraghes, emergerebbe dalla petizione presentata «fin dal 31 dicembre 1991 e così, ciclicamente, fino a quando i due Comuni - Tresnuraghes e Magomadas - hanno promosso congiuntamente un procedimento formale di accoglimento delle loro istanze». Ricorda ancora la difesa regionale che le deliberazioni degli organi consiliari comunali sono state adottate all'unanimità dei presenti. Anche il Consiglio regionale avrebbe approvato all'unanimità la legge ora all'esame della Corte costituzionale. Da ciò si evincerebbe «che l'iter procedurale della ridefinizione dei confini è stato avviato esclusivamente per la richiesta presentata in maniera diretta proprio dalla popolazione residente nel quartiere "Bianae", rendendo superflua qualsiasi ulteriore consultazione». Del resto - osserva la difesa regionale - la legge reg. Sardegna n. 58 del 1986 distinguerebbe due distinte ipotesi, rispettivamente regolate nel Titolo I e nel Titolo II: l'«Istituzione e modifica delle circoscrizioni e delle denominazioni dei Comuni», da un lato, e la «Determinazione e definizione dei confini comunali», dall'altro. Solo nel primo caso è espressamente previsto che il procedimento comprenda la consultazione popolare, e solo a tale ipotesi farebbe riferimento l'art. 22 della medesima legge regionale quando stabilisce che «[l]a consultazione popolare, quando vi si debba procedere, ha luogo». Osserva, infine, la difesa regionale che dalla relazione allegata alla legge impugnata emergerebbe «quella situazione di incertezza» presupposto dell'intervento normativo regionale e, in particolare, la circostanza che sia per il quartiere di Bianae, sia per la località di Nosiola, risulterebbero abitazioni «a cavallo dei due Comuni» interessati alla parziale rideterminazione dei loro confini. 2.2.- Eccepisce, quindi, la difesa regionale che il ricorso sarebbe inammissibile per plurime ragioni. In primo luogo, il ricorrente, pur riconoscendo che alla Regione autonoma della Sardegna spetta una potestà legislativa esclusiva in materia, avrebbe «del tutto contraddittoriamente» promosso il ricorso «a tutela di norme statutarie e di una competenza legislativa che afferma non essere propria», e, inoltre, richiamando disposizioni costituzionali riferite alle Regioni a statuto ordinario. Per tali ragioni le censure prospettate si presenterebbero come implausibili. In secondo luogo - secondo la difesa regionale - il ricorso sarebbe inammissibile per carenza di interesse e, in particolare, per «mancata indicazione dell'interesse che il ricorrente intende tutelare a mezzo della questione di costituzionalità sollevata». Le questioni di legittimità costituzionale promosse dal Presidente del Consiglio dei ministri sarebbero altresì inammissibili, in quanto non sorrette da adeguata motivazione. Il ricorrente si limiterebbe ad evocare la lesione degli artt. 3 e 45 dello statuto speciale e dell'art. 133, secondo comma, Cost. Con riferimento ai parametri statutari, non sarebbero esposte le ragioni per le quali la disposizione regionale impugnata pregiudicherebbe gli interessi delle piccole comunità locali interessate della legge regionale impugnata, né sul più generale interesse pubblico posto «a garanzia della partecipazione popolare ad un procedimento destinato ad incidere significativamente sulla vita quotidiana dei cittadini interessati». Anche con riferimento all'asserita lesione dell'art. 133, secondo comma, Cost., la censura sarebbe generica, in quanto il ricorrente non solo non avrebbe individuato «l'oggetto della questione proposta», ma non avrebbe motivato in modo chiaro ed adeguato in ordine alle specifiche ragioni che determinerebbero la violazione dei parametri che assume lesi. Le censure sarebbero infine inammissibili perché ipotetiche. Il ricorrente non avrebbe chiarito per quale ragione le comunità interessate sarebbero pregiudicate dalla modificazione dei confini. 2.3.- Nel merito, la difesa della Regione autonoma della Sardegna contesta l'interpretazione data alla legge reg. Sardegna n. 58 del 1986 dall'Avvocatura generale dello Stato, secondo la quale il Titolo II di tale legge non escluderebbe l'applicazione della consultazione popolare prevista dal successivo art. 22. A tale fine, la resistente osserva che - spettando alla Regione autonoma della Sardegna la potestà legislativa esclusiva in materia di ordinamento degli enti locali e delle relative circoscrizioni (ai sensi dell'art. 3, lettera b, dello statuto speciale) - il legislatore regionale sarebbe obbligato dall'art. 45 dello statuto a prevedere una forma di consultazione popolare solo nell'ipotesi di istituzione di nuovo Comune e di conseguente modifica delle relative circoscrizioni e denominazioni in esito alla predetta nuova istituzione, non anche quando - come nel caso in esame - la Regione si limiti a rideterminare parzialmente i confini di una modesta porzione di territorio tra due Comuni, in esito alla volontà espressa dai rispettivi Consigli comunali. La non fondatezza delle questioni di legittimità costituzionale promosse dal Presidente del Consiglio dei ministri emergerebbe, dunque, già alla luce dell'iter procedurale seguito dalla Regione autonoma della Sardegna. La più volte menzionata legge reg. Sardegna n. 58 del 1986 regola, infatti, due distinte procedure, l'una, disciplinata nel Titolo I, applicabile in caso di modifica delle circoscrizioni comunali a causa dell'istituzione di nuovo Comune, in cui è previsto il ricorso alla consultazione popolare, l'altra, contenuta nel Titolo II, relativa alla sola modifica delle circoscrizioni comunali, in cui non si fa menzione alla consultazione popolare. Sottolinea la difesa regionale come anche per il mutamento di denominazione del Comune sarebbe data la possibilità - dall'art. 14 della legge reg. Sardegna n. 58 del 1986 - di non dar corso alla consultazione popolare. In conclusione, la difesa regionale sostiene che, «dalla lettura coordinata della citata legge 58/1986 e della lett. b) dell'art. 3 dello Statuto», emergerebbe che la Regione autonoma della Sardegna non sia tenuta a promuovere la consultazione popolare al di fuori delle ipotesi di modifica di circoscrizioni e di denominazioni che fanno seguito all'istituzione di nuovo Comune. Alla luce di tale ricostruzione, la sentenza della Corte costituzionale n. 214 del 2010 - menzionata dal ricorrente - risulterebbe non conferente, in quanto relativa a una Regione a statuto ordinario. Pertinente al caso in esame sarebbe, invece, la sentenza n. 230 del 2001, con cui la Corte ha affermato la sussistenza di una competenza legislativa di rango primario in capo alle Regioni a statuto speciale in merito al procedimento di istituzione di nuove Province.