[pronunce]

– Sotto diverso profilo, il giudice a quo ritiene che – in assenza di un espresso divieto o di una esplicita regolamentazione, da parte della legge ordinaria, delle riprese visive di comportamenti di tipo non comunicativo all'interno del domicilio – tale attività investigativa sarebbe esperibile anche ad iniziativa della polizia giudiziaria; con connessa utilizzabilità processuale dei relativi risultati: esito, quest'ultimo, che il rimettente intende rimuovere attraverso la sentenza additiva richiesta. Il rimettente non prende, però, affatto in esame – anche solo per escluderne, eventualmente, la praticabilità – la soluzione interpretativa esattamente opposta. Secondo quest'ultima, in mancanza di una norma che consenta e disciplini il compimento dell'attività in parola – soddisfacendo la doppia riserva, di legge (quanto ai «casi» e ai «modi») e di giurisdizione, cui l'art. 14, secondo comma, Cost. subordina l'eseguibilità di atti investigativi nel domicilio – l'attività stessa dovrebbe ritenersi radicalmente vietata, proprio perché lesiva dell'inviolabilità del domicilio, sancita dal primo comma dello stesso art. 14 Cost.; mentre i risultati delle riprese effettuate in violazione del divieto rimarrebbero inutilizzabili. Si tratta, in effetti, di una soluzione interpretativa già sostenuta da una parte della giurisprudenza di legittimità, tanto prima che dopo la sentenza di questa Corte n. 135 del 2002, citata dal giudice a quo; e che, successivamente all'ordinanza di rimessione, è stata altresì accolta dalle sezioni unite della Corte di cassazione (sentenza 26 marzo 2006-28 luglio 2006, n. 26795). Questa Corte ha già avuto modo di affermare, del resto, con particolare riferimento agli atti limitativi della libertà e segretezza delle comunicazioni, che le «attività compiute in dispregio dei fondamentali diritti del cittadino non possono essere assunte di per sé a giustificazione e fondamento di atti processuali a carico di chi quelle attività costituzionalmente illegittime abbia subito» (sentenza n. 34 del 1973; si veda anche la sentenza n. 81 del 1993; nonché, con riferimento al sequestro di scritti predisposti dall'imputato unicamente per facilitare la difesa nel corso dell'interrogatorio, la sentenza n. 229 del 1998). È evidente, d'altro lato, che l'adozione della diversa soluzione interpretativa dianzi indicata renderebbe il quesito di costituzionalità irrilevante nel giudizio a quo, giacché – ove le riprese visive di cui si discute, eseguite ad iniziativa della polizia giudiziaria, risultassero, in concreto, lesive dell'inviolabilità del domicilio – esse sarebbero già ora inutilizzabili, alla stregua di detta interpretazione. 3. – La questione va dichiarata pertanto inammissibile, perché il giudice a quo non ha fornito una descrizione sufficiente della fattispecie concreta; ed ha, altresì, omesso di verificare la praticabilità di una diversa interpretazione del quadro normativo, tale da superare i dubbi di costituzionalità o da renderli comunque irrilevanti nel caso di specie (a quest'ultimo riguardo, ex plurimis, sentenza n. 192 del 2007; ordinanza n. 409 del 2007). E ciò a prescindere da ogni rilievo circa la conferenza dei parametri di cui agli artt. 13, primo e secondo comma, e 15 Cost., pure evocati dal rimettente; nonché a prescindere da ogni considerazione in ordine al merito della questione. Rispetto a quest'ultimo, infatti, non potrebbe che valere quanto già affermato da questa Corte con la sentenza n. 135 del 2002: sentenza che il rimettente richiama, ma della quale non esamina l'argomento fondante, rappresentato dalla eterogeneità dei due diritti fondamentali posti a confronto – libertà e segretezza delle comunicazioni; inviolabilità del domicilio – e dalla conseguente impossibilità, per la Corte, di colmare il denunciato «vuoto normativo» tramite l'auspicata estensione della disciplina delle intercettazioni ambientali alle videoriprese domiciliari.. per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE dichiara l'inammissibilità della questione di legittimità costituzionale dell'art. 266, comma 2, del codice di procedura penale, sollevata, in riferimento agli artt. 13, primo e secondo comma, 14, primo e secondo comma, e 15 della Costituzione, dal Tribunale di Varese con l'ordinanza indicata in epigrafe. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 7 maggio 2008. F.to: Franco BILE, Presidente Giovanni Maria FLICK, Redattore Giuseppe DI PAOLA, Cancelliere Depositata in Cancelleria il 16 maggio 2008. Il Direttore della Cancelleria F.to: DI PAOLA