[pronunce]

con la conseguenza che iniziative transattive private finirebbero per prevalere su un interesse pubblico comunque tutelato dall'ordinamento tramite il citato art. 2621 cod. civ. Per quel che concerne, poi, l'art. 24, primo comma, Cost., il precetto costituzionale risulterebbe violato in quanto i soggetti legittimati alla proposizione della querela — soci e creditori — si troverebbero nella pratica impossibilità di esercitare il relativo diritto, non disponendo di strumenti conoscitivi adeguati al fine di verificare la sussistenza della falsità integratrice del reato. 2. — Il Tribunale di Melfi dubita della legittimità costituzionale, in riferimento all'art. 3 Cost., dell'art. 1 del decreto legislativo 11 aprile 2002, n. 61, e dell'art. 11 della legge delega 3 ottobre 2001, n. 366, nella parte in cui hanno modificato il termine di prescrizione del reato di false comunicazioni sociali previsto dalle norme vigenti anteriormente alla riforma. Più in particolare, il rimettente lamenta che l'originario termine di prescrizione del delitto di cui al previgente art. 2621, numero 1), cod. civ. — pari a dieci anni, prolungabili fino ad un massimo di quindici in presenza di atti interruttivi — risulti ora ridotto, per il reato di cui all'art. 2621 cod. civ. — in base alle disposizioni generali degli artt. 157 e 160 cod. pen. , trattandosi di contravvenzione punita con la pena dell'arresto — a soli tre anni, prolungabili al massimo fino a quattro e mezzo. La questione di costituzionalità, ad avviso del giudice a quo, sarebbe ammissibile alla luce della più recente giurisprudenza di questa Corte in tema di sindacato sulle norme penali di favore e di rispetto dei principi di uguaglianza e di ragionevolezza, in quanto concerne esclusivamente il termine di prescrizione e non anche l'entità della pena; fermo restando il principio di irretroattività in malam partem, che nella specie verrebbe comunque rispettato, essendo il fatto oggetto di giudizio anteriore alla norma modificativa. Ciò premesso, il rimettente assume che il nuovo termine di prescrizione, per la sua eccessiva brevità, impedirebbe sistematicamente e «fisiologicamente» — a fronte delle rilevanti difficoltà di accertamento della fattispecie criminosa e della sua attribuzione alla cognizione del giudice collegiale (ex art. 33-bis, comma 1, lettera d, cod. proc. pen.), con correlata necessità di celebrazione dell'udienza preliminare — di definire il processo prima che sopravvenga l'estinzione del reato. Situazione, questa, che implicherebbe, per un verso, una irrazionale contraddizione della stessa scelta legislativa di sottoporre a pena le false comunicazioni sociali, assicurandone di fatto l'impunità; per un altro verso, una altrettanto irragionevole disparità di trattamento del reato di cui all'art. 2621 cod. civ. rispetto al complesso degli altri fatti cui il legislatore ha attribuito rilievo penale, stabilendo però un termine di prescrizione che non esclude la possibilità di definire il processo in tempo utile; e, per un altro verso ancora, una irragionevole equiparazione del medesimo reato a tutte le altre contravvenzioni punite con l'arresto, pur in presenza di elementi differenziali — quali, appunto, le difficoltà di accertamento e la cognizione collegiale — che dilatano la durata del processo. Al riguardo, il giudice a quo evoca come tertium comparationis la disposizione di cui all'art. 9 del decreto-legge 10 luglio 1982, n. 429, convertito, con modificazioni, in legge 7 agosto 1982, n. 516, che stabiliva per determinate contravvenzioni in materia tributaria — caratterizzate, in tesi, da difficoltà di accertamento analoghe a quelle del reato di cui all'art. 2621 cod. civ. — termini di prescrizione più lunghi di quelli ordinari: e ciò proprio nella prospettiva di evitare una sistematica estinzione del reato prima della pronuncia definitiva. Tale ratio troverebbe conferma nella successiva riforma della materia attuata dal d.lgs. 10 marzo 2000, n. 74, con la quale il legislatore, nel riformulare le fattispecie contravvenzionali tributarie non abrogate, le ha trasformate in delitti, eliminando correlativamente la deroga all'art. 157 cod. pen. , in quanto il più ampio termine di prescrizione — conseguente alla nuova qualificazione — risultava già di per sé idoneo a soddisfare l'esigenza dianzi indicata. 3. — La nuova disciplina delle false comunicazioni sociali è sottoposta altresì a scrutinio di costituzionalità dal Tribunale di Milano, con specifico ed esclusivo riguardo ai previsti limiti di “significatività” penale della falsa od omessa informazione: limiti correlati tanto al requisito dell'alterazione sensibile della rappresentazione della situazione economica, patrimoniale e finanziaria della società o del gruppo al quale essa appartiene; quanto alla fissazione di specifiche «soglie quantitative» di rilevanza del fatto. Il Tribunale rimettente muove dalla premessa che i quesiti di costituzionalità sollevati — tendenti alla rimozione dei predetti limiti — debbano considerarsi ammissibili alla luce della giurisprudenza di questa Corte, secondo cui è possibile sottoporre a sindacato di costituzionalità, anche in malam partem, le «norme penali di favore», ossia le norme che abbiano l'effetto di escludere o attenuare la responsabilità penale in favore dell'agente; e ciò perché l'invalidazione di tali disposizioni non determina la configurazione di nuove fattispecie penali, ma si limita a ricondurre alle norme penali comuni casi che la disposizione impugnata, in ipotesi, abbia loro arbitrariamente sottratto. Tale sarebbe, appunto, l'effetto della caducazione delle limitazioni censurate, la quale — senza creare alcuna nuova norma penale — varrebbe soltanto a riportare le falsità rimaste al di sotto delle soglie di rilevanza nell'ambito della «norma generale» di cui allo stesso art. 2621 cod. civ.: incidendo quindi, in tale ottica, sulla formula di proscioglimento che il Tribunale rimettente dovrebbe adottare nel caso di specie (dichiarazione dell'intervenuta prescrizione, anziché proscioglimento perché il fatto non è più previsto dalla legge come reato, stante la mancata contestazione del superamento delle soglie da parte del pubblico ministero). Su tale premessa, il giudice a quo impugna quindi, in primo luogo, per contrasto con l'art. 76 Cost., l'art. 11, comma 1, lettera a), numero 1), della legge 3 ottobre 2001, n. 366, nella parte in cui — nel dettare i principi e criteri direttivi della riforma della disciplina penale delle società commerciali, oggetto di delega legislativa al Governo — prescrive di precisare, quanto alla nuova formulazione del reato di false comunicazioni sociali, «che le informazioni false od omesse devono essere rilevanti e tali da alterare sensibilmente la rappresentazione della situazione economica, patrimoniale e finanziaria della società o del gruppo al quale essa appartiene, anche attraverso la previsione di soglie quantitative»; nonché nella parte in cui prescrive, agli stessi fini, di «prevedere idonei parametri per i casi di valutazioni estimative».