[pronunce]

SENTENZA ha pronunciato la seguentenel giudizio di legittimità costituzionale dell'art. 5, secondo comma, del decreto-legge 30 ottobre 1984, n. 726 (Misure urgenti a sostegno e ad incremento di livelli occupazionali), convertito, con modificazioni, nella legge 19 dicembre 1984, n. 863, promosso con ordinanza del 24 agosto 2004 dalla Corte di cassazione sul ricorso proposto da Giuseppe Iannizzi contro Marco Motta, iscritta al n. 921 del registro ordinanze 2004 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 47, prima serie speciale, dell'anno 2004. Udito nella camera di consiglio del 22 giugno 2005 il Giudice relatore Franco Bile.. Ritenuto in fatto Considerato in diritto 1. – La Corte di cassazione, sezione lavoro, con ordinanza del 24 agosto 2004 ha sollevato, in relazione agli artt. 3 e 36 della Costituzione, questione incidentale di legittimità costituzionale dell'art. 5, secondo comma, del decreto-legge 30 ottobre 1984, n. 726 (Misure urgenti a sostegno e ad incremento di livelli occupazionali), convertito, con modificazioni, nella legge 19 dicembre 1984, n. 863, secondo cui il contratto di lavoro a tempo parziale deve stipularsi per iscritto con l'indicazione delle mansioni e la distribuzione dell'orario con riferimento al giorno, alla settimana, al mese e all'anno. L'ordinanza è stata resa in un giudizio promosso da un lavoratore, assunto oralmente a tempo parziale, per ottenere la dichiarazione di inefficacia del licenziamento che il datore di lavoro gli aveva intimato verbalmente, in violazione dell'art. 2 della legge 15 luglio 1966, n. 604, con le pronunce conseguenziali. L'adito Tribunale di Genova, riconosciuta l'esistenza di un rapporto di lavoro subordinato a tempo parziale, accoglieva il ricorso e tale decisione era confermata dalla Corte d'appello di Genova, che riteneva applicabile la disciplina dei licenziamenti individuali giacché il rapporto a tempo parziale, difettando della forma scritta ad substantiam, doveva ritenersi convertito in rapporto a tempo pieno con conseguente applicabilità del citato art. 2 della legge n. 604 del 1966. Contro tale sentenza il datore di lavoro proponeva ricorso per cassazione, deducendo la violazione dell'art. 5, secondo comma, del decreto-legge n. 726 del 1984, attualmente censurato, ed affermando in particolare che la sentenza impugnata si era posta in contrasto con il consolidato indirizzo della giurisprudenza di legittimità, secondo cui nei casi come quello in esame doveva escludersi la conversione del rapporto a tempo parziale in rapporto a tempo pieno e quindi anche l'applicabilità della regola sulla forma scritta del licenziamento. 2. – In diritto la Corte rimettente osserva che l'orientamento della giurisprudenza di legittimità, qualificato “diritto vivente”, da una parte ritiene la nullità del contratto di lavoro a tempo parziale stipulato verbalmente, giacché la forma scritta è requisito stabilito ad substantiam; e d'altra parte precisa che la mancanza di forma scritta non consente l'applicazione analogica della normativa sul contratto di lavoro a tempo determinato e quindi la conversione del rapporto a tempo parziale in rapporto a tempo pieno. La Corte osserva ancora che in riferimento al requisito della forma scritta ad substantiam la Corte costituzionale, con la sentenza n. 210 del 1992, ha sottolineato come sarebbe palesemente irrazionale che dalla violazione di una norma imperativa, regolante il contenuto del contratto di lavoro a tempo parziale e posta al fine di tutelare il lavoratore contro la pattuizione di clausole vessatorie, possa derivare la liberazione del datore di lavoro da ogni vincolo contrattuale. Ed ha parimenti ritenuto che un'interpretazione costituzionalmente orientata potrebbe consentire di evitare tale effetto paradossale, ipotizzando in particolare la possibilità della conversione del rapporto a tempo parziale in rapporto a tempo pieno. 3. – Peraltro, osserva la Corte rimettente, la giurisprudenza della Corte di cassazione – pur dopo la ricordata pronuncia n. 210 del 1992 – ha ribadito che il contratto di lavoro a tempo parziale stipulato verbalmente è affetto da nullità assoluta, essendo la forma scritta stabilita ad substantiam, senza che possa farsi applicazione analogica della normativa sul contratto di lavoro a tempo determinato e quindi senza che tale rapporto possa convertirsi in rapporto a tempo pieno. Nel caso di specie, ove si seguisse tale indirizzo e si escludesse la possibilità della conversione del rapporto, indicata dalla sentenza citata, si verificherebbe proprio quella “situazione paradossale” evidenziata dalla sentenza stessa, per cui la violazione di una norma imperativa posta a tutela del lavoratore nuocerebbe allo stesso anziché giovargli. Infatti la tutela del lavoratore si ridurrebbe al riconoscimento in suo favore delle retribuzioni proporzionate alle prestazioni in concreto eseguite (ex art. 2126 del codice civile), ma non sarebbe applicabile la disciplina limitativa del licenziamento individuale ed in particolare la regola per cui il licenziamento deve essere intimato in forma scritta a pena di inefficacia. Ne conseguirebbe la violazione delle norme costituzionali che sanciscono il principio di uguaglianza (art. 3 della Costituzione) e garantiscono al lavoratore una retribuzione sufficiente per un'esistenza libera e dignitosa (art. 36 Cost.). 4. – Né le parti in causa si sono costituite, né il Presidente del Consiglio dei ministri è intervenuto nel giudizio incidentale di legittimità costituzionale.1. – La Corte di cassazione ha sollevato, in relazione agli artt. 3 e 36 della Costituzione, la questione di legittimità costituzionale dell'art. 5, secondo comma, del decreto-legge 30 ottobre 1984, n. 726 (Misure urgenti a sostegno e ad incremento di livelli occupazionali), convertito, con modificazioni, nella legge 19 dicembre 1984, n. 863, nella parte in cui – nel regime precedente all'entrata in vigore del decreto legislativo 25 febbraio 2000, n. 61 – prescriveva che il contratto di lavoro a tempo parziale dovesse stipularsi per iscritto, onde il mancato rispetto di tale requisito di forma, previsto ad substatiam, comportava la nullità del contratto ed escludeva la sua conversione in contratto di lavoro a tempo pieno. La norma impugnata, secondo la Corte rimettente, frustrerebbe la funzione di tutela della disciplina del lavoro a tempo parziale, giacché il lavoratore, il cui contratto sia nullo per vizio di forma, si troverebbe <<in una posizione di netta inferiorità e alla mercé del datore di lavoro sia nel corso del rapporto per quanto attiene al profilo retributivo sia nella fase delicata [...] del licenziamento, dove l'esigenza di tutela è particolarmente necessaria>>.