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Norme per valorizzare, in continuità con la legge 13 maggio 1978, n. 180, la partecipazione attiva di utenti, familiari, operatori e cittadini nei servizi di salute mentale e per promuovere equità di cure nel territorio nazionale. Onorevoli Senatori . – Il presente disegno di legge riprende un'analoga iniziativa legislativa presentata alla Camera nella XVII legislatura con primo firmatario Ezio Primo Casati e da numerosi altri deputati. La legge 13 maggio1978, n. 180, ha introdotto in Italia una « rivoluzione » nel campo della salute mentale perché: 1) ha disposto la chiusura dei manicomi; 2) ha sancito che di norma i trattamenti per malattia mentale sono volontari, limitandone l'obbligatorietà a poche e definite situazioni; 3) ha statuito che « gli interventi di prevenzione, cura e riabilitazione relativi alle malattie mentali sono attuati di norma dai servizi e presìdi extraospedalieri ». Dal 1978 ad oggi i primi princìpi rivoluzionari della legge 180 sono entrati nelle pratiche quotidiane della salute mentale italiana. Il primo e più importante, quello della chiusura dei manicomi, è ormai consegnato alla storia. Il secondo, sui trattamenti sanitari obbligatori, fa ancora oggi molto discutere, secondo noi impropriamente, o, comunque, in maniera eccessiva. Il terzo, sulla territorializzazione dell'assistenza psichiatrica, non ha trovato nella legislazione ordinaria e soprattutto nelle pratiche quotidiane un percorso e un radicamento applicativo adeguati. Di fatto a tutt'oggi « gli interventi di prevenzione, cura e riabilitazione relativi alle malattie mentali attuati di norma dai servizi e presìdi extraospedalieri » difettano di una cornice di princìpi generali chiari, forti e condivisi per orientarne l'operatività e non sono sufficientemente definiti sotto il profilo del « chi fa che cosa, dove e quando ». L'unico atto legislativo, dal 1978 ad oggi, che si è occupato di normare i princìpi della legge 180 è stato il progetto obiettivo « Tutela salute mentale 1998-2000 », di cui al decreto del Presidente della Repubblica 10 novembre 1999, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 274 del 22 novembre 1999. Un testo sicuramente condivisibile, ma privo per sua propria natura della « forza » giuridica necessaria e ormai ampiamente datato. La maggioranza delle regioni ha emanato leggi, ma evidentemente senza un respiro nazionale e tra loro del tutto scollegate. Inoltre è purtroppo sempre mancata a livello ministeriale o di enti collegati una rete che, a maggior ragione in assenza di un impianto legislativo « forte », tenesse insieme il variegato e diversificato mondo della salute mentale italiana cercando di fornire dati, buone pratiche, obiettivi, linee di lavoro e indirizzi condivisi. Da ormai più di trenta anni nel Paese si continua a litigare sulla legge 180, tra chi la considera una legge sbagliata e perciò da cambiare e soprattutto responsabile di tutto quanto non funziona nella gestione della salute mentale italiana e chi la considera un'icona immodificabile. Basta leggerla per capire che la legge 180 (e la sue disposizioni riprese dalla legge n. 833 del 1978, istitutiva del Servizio sanitario nazionale) non è nata per disegnare le cose da fare nel quotidiano della salute mentale. La legge 180 era e resta fissata a quei tre princìpi che abbiamo richiamato all'inizio. Riempire di contenuti quella rivoluzione spettava e spetta ad altri provvedimenti legislativi e ad un'infinità di atti coerenti e conseguenti affidati alla buona volontà di molti uomini operanti nelle aziende sanitarie locali, nelle amministrazioni, nella politica locale e nella comunità tutta, nonché al ruolo attivo dei tanti utenti e familiari in carico ai dipartimenti di salute mentale italiani cui troppo poco in questi trenta anni è stato riconosciuto in tema di ruolo e di protagonismo. Quindi litigare sulla questione « legge 180 sì o legge 180 no » appare inutile e fuorviante. La legge 180 è un atto di grande valore etico e politico a cui dobbiamo la chiusura di luoghi dove centinaia di migliaia di cittadini italiani malati di mente hanno subìto la violenza della reclusione in assenza di ogni cura degna di questo nome. Abbiamo perso tempo prezioso, sprecato sul brutto altare di dispute ideologiche e di cattivi princìpi, che avremmo dovuto dedicare a tradurre, in fatti coerenti e conseguenti, il terzo principio contenuto nella legge 180, quello del « chi fa che cosa, dove e quando », per garantire a tutti i cittadini italiani, in tutti i loro luoghi di vita, cure appropriate. A partire dal dato vero, ma non sufficiente, che in alcune aree del Paese lo spirito e i princìpi della legge 180 sono compiutamente realizzati e dal dato altrettanto vero che in molte parti del Paese la qualità dell'assistenza psichiatrica lascia a desiderare non poco. Ancora prima avremmo potuto e dovuto individuare alcuni pochi princìpi generali, e che in quanto tali sarebbero dovuti rimanere di competenza del legislatore nazionale, in grado di animare l'operatività quotidiana dei servizi di salute mentale con un respiro che trascendesse la mera indicazione di singoli comportamenti virtuosi, ma che riuscisse a tracciare la cornice di un sistema di buona salute mentale che facesse del pensare positivo, del « fare assieme » tra utenti, familiari, operatori e cittadini, dell'incontro tra saperi, della guarigione sempre possibile e del miglioramento continuo della qualità prestazionale i suoi riferimenti portanti. Quello che appare quindi doveroso è « dare a Cesare quel che è di Cesare », di consegnare alla storia i meriti della legge 180 e di preoccuparsi di rendere realmente operativa quella territorializzazione dei servizi che essa, per la sua natura di legge quadro e di indirizzo generale, non prevedeva. Perché nessuno oggi vuole seriamente riaprire i vecchi manicomi e nessuno contesta che gli interventi di prevenzione, cura e riabilitazione debbano essere attuati nel territorio. Rimane sospesa la questione sui trattamenti sanitari obbligatori (TSO), che è ancora parte del dibattito attuale sulla legge 180, ma che può verosimilmente trovare una sua composizione in un quadro complessivo di più ampio e meditato respiro. Negli ultimi venti anni sono stati presentati alle Camere numerosi progetti di legge volti a modificare la legge 180, ma sono stati tutti in larga misura, e in molti casi in via esclusiva, concentrati sull'obiettivo di prolungare nel tempo i TSO. Sicuramente riteniamo si possa discutere di TSO, anche se non è un nostro obiettivo, ma non pensiamo in alcun modo che questo rappresenti il tema centrale della discussione, né che da sue proroghe ad infinitum possano emergere le soluzioni ai mali della salute mentale italiana. Una legge che voglia garantire equità e appropriatezza di trattamenti a tutti i cittadini italiani dovrebbe porsi, a nostro avviso, cinque obiettivi fondamentali: 1) essere in continuità con lo spirito e con i princìpi che hanno animato la legge 180 e riprendere i contenuti di base del citato progetto obiettivo « Tutela salute mentale 1998-2000 »; 2) definire alcuni princìpi generali che sono oggi ineludibili per dare « gambe robuste » ad una buona salute mentale di comunità, quale quella attesa da più di trent'anni in tutto il Paese;