[pronunce]

Conclude che l'esigenza di completezza della tutela «è destinata a soccombere "di fronte alla limitatezza delle disponibilità finanziarie che è possibile destinare nel quadro di una programmazione generale degli interventi di carattere assistenziale" (cfr. Corte cost. 248/11, Corte cost. 111/05)». 7.- L'INPS ha depositato memorie fuori termine.1.- Con l'ordinanza in epigrafe - emessa nel corso del giudizio di cui si è riferito nel Ritenuto in fatto - la Corte d'appello di Torino, sezione lavoro, ha sollevato duplice questione di legittimità costituzionale: a) dell'art. 12, primo comma, della legge 30 marzo 1971, n. 118 (Conversione in legge del decreto-legge 30 gennaio 1971, n. 5, e nuove norme in favore dei mutilati ed invalidi civili), «nella parte in cui attribuisce al soggetto totalmente inabile, affetto da gravissima disabilità e privo di ogni residua capacità lavorativa, una pensione di inabilità [...] insufficiente a garantire il soddisfacimento delle minime esigenze vitali, in relazione agli artt. 3, 38, comma 1, 10, comma 1, e 117, comma 1, Cost.»; b) dell'art. 38, comma 4, della legge 28 dicembre 2001, n. 448, recante «Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (legge finanziaria 2002)», «nella parte in cui subordina il diritto degli invalidi civili totali, affetti da gravissima disabilità e privi di ogni residua capacità lavorativa, all'incremento previsto dal comma 1 al raggiungimento del requisito anagrafico del 60° anno di età, in relazione agli artt. 3 e 38, comma 1, Cost.». 2.- Pregiudiziale al vaglio di legittimità costituzionale delle disposizioni così censurate è l'esame delle plurime eccezioni di inammissibilità delle correlative questioni, formulate dall'Avvocatura generale dello Stato e (la prima di esse anche) dalla difesa dell'INPS. 2.1.- Eccepisce in primo luogo, infatti, l'Avvocatura dello Stato che quanto richiesto dalla rimettente a questa Corte - e cioè di «intervenire a modificare la misura della pensione di inabilità ovvero ad eliminare il requisito anagrafico per l'applicazione delle maggiorazioni previste dall'art. 38, comma 4, della L. 448/01» - «esorbiti dal mero controllo di conformità alla Costituzione, invadendo il campo delle scelte e della discrezionalità del legislatore». E, sulla stessa linea, sostiene la difesa dell'INPS, che «entrambe le questioni tendono ad ottenere una risposta che rientra nella sfera propria del legislatore». 2.1.1.- Questa eccezione - in quanto rivolta alla prospettazione stessa delle questioni, per sostenerne (in via pregiudiziale appunto) l'ostatività ex se ad una delibazione delle formulate censure - è, in tali termini, non fondata. La Corte rimettente non contesta, infatti, la discrezionalità del legislatore nell'individuazione delle misure necessarie - e, in questo caso, nell'importo della pensione - a tutela dei disabili. Denuncia, invece, con riguardo al disposto del primo comma dell'art. 12 della legge n. 118 del 1971, che l'importo pensionistico ivi previsto, per la sua inadeguatezza ad assicurare al disabile anche il «minimo vitale», vada al di là del limite delle garanzie, essenziali e insopprimibili, dovute a tale categoria di soggetti: limite non valicabile dal legislatore. E, sotto tale profilo, chiede di sindacare la citata disposizione, alla luce anche di maggiori importi di (a suo avviso) omogenee forme di sussidio, indicati come «grandezze predate» agli effetti dell'intervento richiesto a questa Corte. Ciò che dunque esclude l'inammissibilità, prima facie, della questione. Allo stesso modo, per quanto attiene all'art. 38 della legge n. 448 del 2001, la rimettente non revoca in dubbio la pertinenza di tale disposizione all'area della discrezionalità legislativa, ma dell'esercizio di tale discrezionalità chiede un controllo, nella prospettiva di una asserita manifesta irragionevolezza della scelta normativa che ne è conseguita. 2.2.- La sola Avvocatura dello Stato contesta, poi, ancora, l'ammissibilità delle questioni sollevate, sotto il duplice profilo dell'asserito carattere "ancipite" ed "incerto" del suo petitum. Sostiene, infatti, che il Collegio a quo abbia posto due questioni di legittimità costituzionale, aventi ad oggetto «disposizioni eterogenee», in termini di irrisolta alternatività e senza chiarire il verso - meramente ablativo o manipolativo - dell'intervento richiesto a questa Corte sulle disposizioni censurate. Neppure tali ulteriori eccezioni sono suscettibili di accoglimento. 2.2.1.- Per costante indirizzo di questa Corte, «l'alternatività del petitum che rende ancipite, e pertanto inammissibile, la questione di legittimità costituzionale è quella che non può essere sciolta per via interpretativa, e che si configura, quindi, come un'alternatività irrisolta» (da ultimo sentenze n. 75 e n. 58 del 2020; ordinanza n. 104 del 2020). Nel caso in esame, la motivazione complessiva dell'ordinanza di rimessione - pur non recando una formale e testuale qualificazione delle due questioni sollevate, rispettivamente, come "principale" (la prima) e "subordinata" (la seconda) - fa, comunque, emergere, con chiara evidenza, il nesso sequenziale che ne caratterizza la prospettazione, nel senso che la questione relativa all'art. 38, comma 4, della legge. n. 448 del 2001 è logicamente subordinata al rigetto di quella sollevata, in via prioritaria, con riguardo all'art. 12, primo comma, della legge n. 118 del 1971. Il che, appunto, esclude l'asserito carattere ancipite del petitum. 2.2.2.- Neppure è ravvisabile l'eccepita incertezza in ordine all'intervento richiesto dalla Corte torinese. Infatti, dagli argomenti utilizzati dall'ordinanza si evince chiaramente che, sia per l'art. 12 della legge n. 118 del 1971, sia per l'art. 38 della legge n. 448 del 2001, il giudice a quo non invoca la pura cancellazione di dette norme dall'ordinamento, bensì la loro modificazione, rispettivamente, nel senso dell'aumento dell'importo riconosciuto a titolo di pensione di inabilità ovvero nel senso di eliminare il requisito anagrafico per l'applicazione del cosiddetto "incremento al milione" ai soggetti totalmente invalidi. 3.- Con la questione proposta in via principale il Collegio a quo dubita, come detto, della legittimità costituzionale della disposizione di cui al primo comma dell'art. 12 della legge n. 118 del 1971, nella parte in cui attribuisce al soggetto totalmente inabile, affetto da gravissima disabilità e privo di ogni residua capacità lavorativa, una pensione di inabilità di importo pari, nell'anno 2018, ad euro 282,55, nell'anno 2019, ad euro 285,66 e, nell'anno 2020, ad euro 286,81.