[pronunce]

innanzitutto, per difetto di rilevanza, in quanto il TAR non deve fare applicazione della normativa regionale censurata per decidere l'annullamento o meno della nota della Conferenza Stato- Regioni, essendo tale nota un atto a valenza generale, non vincolante per le Regioni, sul quale, pertanto, non possono interferire le leggi regionali successive; che, di conseguenza, l'annullamento di tale delibera non inciderebbe su di essa; che ugualmente insussistente sarebbe, poi, la parziale improcedibilità del ricorso paventata dal giudice rimettente, in quanto la citata legge regionale non è una legge-provvedimento, che viene a sostituirsi agli atti precedentemente emanati sottraendo gli stessi alla sindacabilità del giudice amministrativo, ma una legge-quadro che disciplina l'applicazione del criterio del prelievo in deroga ex art. 9 della direttiva 79/409/CEE, come desumibile, oltre che dal contenuto dei censurati commi dell'art. 4, anche da quello dei restanti articoli della legge n. 24 del 2008, tutti a carattere generale ed astratto; che la questione sarebbe ulteriormente inammissibile per difetto d'incidentalità, in quanto, affermatasi l'illegittimità della legge regionale, verrebbe meno l'interesse ad una pronuncia relativamente all'originaria impugnazione; che, infine, passando all'esame delle singole censure, primariamente inammissibile risulta la censura relativa all'art. 3 Cost., perché totalmente priva di motivazione in ordine alla non manifesta infondatezza; che, nel merito, infondate sarebbero tutte le censure proposte in riferimento agli altri parametri invocati; che non vi sarebbe violazione dell'art. 117, secondo comma, lettera s), Cost., in quanto non è ipotizzabile alcuna lesione della riserva statale in materia di tutela dell'ambiente e dell'ecosistema, stante la considerazione che il prelievo in deroga attiene alla tutela della fauna selvatica e quindi dell'ambiente, ma viene, altresì, ad incidere sull'agricoltura e sull'esercizio alla caccia, materie ambedue rientranti nella competenza legislativa delle Regioni; che neppure, per la Regione Lombardia, vi sarebbe violazione della indicata direttiva comunitaria, in quanto la stessa non prevede che il prelievo in deroga debba essere stabilito con provvedimento amministrativo, essendo, conseguentemente, possibile anche la sua determinazione con atto legislativo; che, ancora, riguardo alla censura relativa all'art. 137, terzo comma, Cost., la Regione ritiene la stessa ugualmente inammissibile e, comunque, infondata dato che il dictum della sentenza n. 250 del 2008 (come, del resto, evidenziato nella stessa ordinanza di rimessione), rispetto alla quale viene lamentata la violazione del giudicato costituzionale, è stata pronunciato «nella diversità degli atti in esame»; che, infine, ugualmente infondate sarebbero le eccezioni di merito relative all'obbligo di sentire l'INFS, avendo la Regione ottemperato a tale onere; che, in prossimità dell'udienza, la Regione Lombardia ha depositato una memoria nella quale chiede, in via preliminare - alla luce della intervenuta modifica legislativa dell'art. 4, commi 1 e 2, della legge regionale della Lombardia n. 24 del 2008, che ha ridotto l'entità del prelievo in deroga - di rimettere gli atti di causa al giudice a quo per una nuova valutazione della rilevanza e non manifesta infondatezza della questione sollevata; che, nella memoria, la difesa regionale ribadisce, in ogni caso, la richiesta di inammissibilità e, comunque, di infondatezza della questione di legittimità costituzionale delle disposizioni censurate, riportandosi a quanto dedotto ed eccepito nell'atto di costituzione; che si è, altresì, costituita in giudizio la Regione Veneto, deducendo l'infondatezza della questione; che la Regione, nel suo atto di costituzione, premette che le censure mosse dal rimettente alla legge reg. Veneto n. 13 del 2008 sarebbero sostanzialmente due: la prima, relativa al contrasto, in sé e per sé considerato, della legge-provvedimento con la Costituzione (in relazione alle sentenze n. 405 e n. 250 del 2008 della Corte costituzionale), la seconda, relativa all'illegittimità costituzionale della disciplina contenuta in tale legge-provvedimento (determinazione della misura delle «piccole quantità» cacciabili); che, con riguardo alla prima, l'attivazione della caccia in deroga con legge-provvedimento, e non con atto amministrativo, non impedirebbe, secondo la difesa regionale, il controllo sulla sua legittimità, ma lo sposterebbe semplicemente su di un piano diverso, e, precisamente, lo affiderebbe ad un ricorso promosso dallo Stato ex art. 127 Cost.; che, quanto alla seconda censura, la Regione, richiamando la giurisprudenza costituzionale che attribuisce alla potestà legislativa residuale delle Regioni la materia della caccia (sentenze n. 332 del 2006, n. 226 del 2003, n. 536 del 2002), osserva come non sia ragionevole concludere che, nell'ambito di tale potestà, rientri il potere di disciplinare tutti gli aspetti della caccia in deroga, eccetto la sua attivazione in un determinato arco temporale; che da tale premessa discenderebbe, per la Regione Veneto, l'infondatezza dell'asserita violazione dell'art. 9 della direttiva 9/409/CEE, in quanto detta disposizione non precisa in alcun modo le modalità del controllo; che la stessa giurisprudenza della Corte di giustizia UE (sentenza 8 giugno 2006, causa C-60/05, punto 41 del considerato in diritto; ed anche, sentenze 9 dicembre 2004, causa C-79/03, e 15 dicembre 2005, causa C-344/05) ha chiarito che gli Stati membri - per rispettare il diritto comunitario - devono garantire che non venga superato il limite delle «piccole quantità», «indipendentemente dal numero e dall'identità delle autorità incaricate di dare attuazione alla direttiva 79/409/CEE»; che ugualmente infondate, per il Veneto, sarebbero le censure mosse dal TAR in riferimento agli artt. 117, primo comma, e 3 Cost., relative al superamento del limite comunitario della «piccola quantità» cacciabile, individuato nella misura dell'1%, in quanto né la direttiva 79/409/CEE, né la giurisprudenza della Corte di giustizia UE, ivi compresa la sentenza 8 giugno 2006, causa C-60/05, prevederebbero espressamente tale limite; che, in via pregiudiziale, la resistente chiede il rinvio da parte della Corte costituzionale alla Corte di giustizia UE, ai sensi dell'art. 234 del trattato UE, della questione relativa all'interpretazione dell'art. 9, numero 1, lettera c), della direttiva 79/409/CEE, al fine di chiarire «qual è la portata vincolante delle percentuali (pari all'1%) individuate dal comitato ORNIS come espressive della "piccola quantità", e al fine di precisare come questi limiti devono concretamente essere applicati all'interno degli Stati membri»;