[pronunce]

che un meccanismo siffatto produrrebbe effetti paradossali, come il diverso trattamento riservato a chi minacci o percuota una persona (termine prescrizionale di sei anni) ed a chi, invece, abbia provocato lesioni lievi, reato per il quale l'estinzione interverrebbe in appena tre anni; che la norma censurata, quindi, determinerebbe una lesione del principio di ragionevolezza e, comunque, un trattamento deteriore non giustificato per coloro i quali, proprio in forza della ratio della nuova disciplina della prescrizione, dovrebbero avvantaggiarsi del trattamento più mite, così violando l'art. 3 Cost. che l'aderenza della disciplina ai principi costituzionali, secondo il giudice a quo, potrebbe essere ripristinata mediante una parificazione dei termini prescrizionali per i reati attribuiti alla competenza del giudice di pace, in particolare estendendo a tutti la previsione del quinto comma dell'art. 157 cod. pen. ; che, nella specie, la questione sarebbe rilevante in quanto il più grave tra i reati contestati agli imputati (quello di lesioni) sarebbe già prescritto, mentre il procedimento dovrebbe proseguire, salva appunto l'eventuale declaratoria di illegittimità della norma censurata, per l'accertamento degli ulteriori delitti in contestazione; che il Giudice di pace di Foggia, con ordinanza del 12 luglio 2007 (r.o. n. 788 del 2007) , ha sollevato – in riferimento all'art. 3 Cost. – questione di legittimità costituzionale dell'art. 157, quinto comma, cod. pen. , come sostituito dall'art. 6 della legge n. 251 del 2005, nella parte in cui prevede un termine prescrizionale di tre anni quando per il reato la legge stabilisce pene diverse da quella detentiva e da quella pecuniaria; che si procede, nel giudizio a quo, riguardo a persone accusate dei delitti di minaccia (art. 612 cod. pen.) e lesioni personali semplici (art. 582 cod. pen.), commessi il 29 luglio 2003; che, secondo quanto riferito dal rimettente, la difesa degli imputati avrebbe invocato una declaratoria di prescrizione per i reati indicati, essendo trascorso il termine triennale fissato nel testo novellato del quinto comma dell'art. 157 cod. pen. , e al tempo stesso avrebbe prospettato una questione di legittimità della norma citata, «laddove prevede un termine di tre anni per la prescrizione dei reati per i quali la legge stabilisce pene diverse da quella detentiva e da quella pecuniaria»; che il giudice a quo – ritenuta l'effettiva applicabilità del quinto comma dell'art. 157 cod. pen. al caso di specie – osserva che la norma in questione avrebbe dato vita ad un sistema incoerente, segnato da un termine prescrizionale più breve per i reati di maggior gravità tra quelli attribuiti alla competenza del giudice di pace, e da un termine più lungo per i fatti di gravità più contenuta, in quanto punibili con la sola sanzione pecuniaria; che si verserebbe, alla luce della stessa giurisprudenza costituzionale (è citata la sentenza n. 89 del 1996), in una situazione di intrinseca irrazionalità della disciplina, posto che l'aporia introdotta nel sistema non sarebbe giustificabile alla luce di alcun valore od esigenza riconducibili alla ratio dell'intervento di riforma in materia di prescrizione; che il rimettente aggiunge come la norma censurata fissi un termine di prescrizione breve ancorandolo alla previsione di un trattamento sanzionatorio (quello incentrato sulle sanzioni «paradetentive») che il giudice può discrezionalmente non applicare; che lo stesso rimettente, nel contempo, esclude che il riferimento normativo alle pene non detentive né pecuniarie sia pertinente alla permanenza domiciliare ed al lavoro socialmente utile, perché dette sanzioni non sarebbero mai applicabili in via esclusiva e non varrebbero, di conseguenza, ad identificare specifici reati; che il Giudice di pace di Napoli Barra, con ordinanza dell'8 maggio 2007 (r.o. n. 791 del 2007), ha sollevato – in riferimento all'art. 3 Cost. – questione di legittimità costituzionale dell'art. 157, primo comma, cod. pen. , come sostituito dall'art. 6 della legge n. 251 del 2005, nella parte in cui assoggetta ai più lunghi termini di prescrizione in esso previsti, anziché ad un termine triennale, i reati di competenza del giudice di pace puniti con la sola pena pecuniaria; che nel giudizio a quo si procede nei confronti di persona accusata dei reati di ingiuria (art. 594 cod. pen.) e minaccia (art. 612 cod. pen.); che il rimettente osserva come la previsione contenuta nel quinto comma dell'art. 157 cod. pen. , ove è stabilito un termine triennale per la prescrizione, debba intendersi riferita ai reati di competenza del giudice di pace, puniti con le sanzioni della permanenza domiciliare e del lavoro socialmente utile; che infatti, sempre a parere del rimettente, la soluzione contraria – per quanto suggerita dal disposto dell'art. 58 del d.lgs. n. 274 del 2000, che equipara le sanzioni «paradetentive», per ogni effetto giuridico, alla pena detentiva originariamente prevista dalle singole previsioni incriminatrici – priverebbe la norma censurata di un qualunque oggetto; che il giudice a quo, in base a tali premesse, evidenzia l'irrazionalità del sistema, ove i reati dalla gravità più contenuta si prescriverebbero nel termine ordinario, mentre quelli di significato più rilevante si estinguerebbero in un tempo assai più breve; che tale irrazionalità potrebbe essere eliminata dalla Corte costituzionale, senza invadere l'ambito della discrezionalità legislativa, mediante una pronuncia che riduca al valore più basso, per tutti i reati di competenza del giudice di pace, la durata del termine prescrizionale; che, in punto di rilevanza della questione, il rimettente osserva che i reati contestati nel giudizio principale, punibili con la sola pena pecuniaria, potrebbero considerarsi già prescritti solo in caso di applicazione del termine triennale; che il Tribunale di Napoli, con ordinanza dell'11 gennaio 2007 (r.o. n. 816 del 2007), ha sollevato – in riferimento all'art. 3 Cost. – questione di legittimità costituzionale dell'art. 157, quinto comma, cod. pen. , come sostituito dall'art. 6 della legge n. 251 del 2005; che il rimettente, con riferimento ad una eccezione difensiva non meglio specificata, condivide l'opinione che la norma censurata, riducendo «inspiegabilmente» a tre anni il termine prescrizionale per i reati puniti con le cosiddette pene paradententive, darebbe luogo ad un contrasto con l'art. 3 Cost.; che il Giudice di pace di Torino, con ordinanza del 12 luglio 2007 (r.o. n. 826 del 2007) , ha sollevato – in riferimento all'art. 3 Cost. – questione di legittimità costituzionale dell'art. 157, quinto comma, cod. pen.