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Partiamo dall'analisi di qualche numero: l'industria turistica oggi vale circa 70 miliardi (il 4 per cento del PIL), che salgono a oltre 170 e, quindi, al 10 per cento del PIL, se si considera tutto l'indotto. Stiamo parlando di circa 2,7 milioni di lavoratori impiegati nel settore, più di 30.000 alberghi e più di 130.000 strutture extra alberghiere, per un totale di circa 5 milioni di posti letto. Sono dei numeri già importanti, ma su essi dobbiamo costruire una strategia per i prossimi dieci anni, perché lì possiamo andare a creare altro valore aggiunto e possiamo aumentare il PIL del nostro Paese di altri due punti. Non è tanto; mi sto riferendo a una cifra che non può essere esagerata: stiamo parlando di circa 35 miliardi in più, che definisco un potenziale inespresso di questo comparto di industria italiana. Noi bistrattiamo il turismo una volta inserendolo all'interno del Mibact, poi portandolo all'interno del Ministero dell'agricoltura, non dando a questo comparto il peso rilevante che deve avere e, soprattutto, non definendo una strategia ad esso sottesa che non esiste da più di venti anni, nonostante il turismo sia una delle industrie più digitali. Quando Internet era agli albori - sto parlando di trent'anni fa - nessun comparto del PIL italiano comprese il potenziale dell'industria del digitale. L'unica industria che lo comprese fu proprio il turismo. Quindi, dobbiamo costruire su delle competenze che, per la verità, non sono ancora così diffuse sul nostro territorio. Apro una parentesi: chi frequentava negli anni della mia generazione l'istituto alberghiero? Nessuno lo frequentava perché era considerato un percorso formativo di serie B. Tutti volevano andare al liceo scientifico, classico o artistico, ma nessuno voleva frequentare quell'istituto. Oggi, invece, vediamo che questo tipo di formazione è molto richiesto. Ci sarebbe ancora molto da fare in termini di costruzione di nuove skill digitali e nuove professionalità digitali, che sono sempre più necessarie in questo ambito. Non ragioniamo su questo comparto cercando di spostarlo da un Ministero all'altro. Dobbiamo dare una volta per tutte - ne sento parlare veramente oramai da tanti colleghi e da troppi anni - il giusto valore a quel brand che si chiama made in Italy . Ieri o l'altro ieri il Ministro degli affari esteri in visita in Cina, in occasione di una fiera internazionale importante, ha detto che il turismo deve portare, come i vasi comunicanti - ha ragione - attenzione sul meglio del made in Italy , perché il turismo è un pezzo del made in Italy . Ha detto bene il Ministro degli affari esteri: il turismo è un pezzo del made in Italy . (Applausi del senatore Pietro Pisani) . Il made in Italy è il terzo brand più conosciuto al mondo - l'ho già detto tante volte - dopo Coca Cola e Visa e ha un potere in termini di heritage , di valori, tradizioni e capacità artigianali che ha fatto grande l'Italia e la piccola e media industria nel mondo. Ha sostenuto, anche nei periodi di maggiore crisi, le esportazioni italiane; e questo lo sappiamo, perché i dati della bilancia commerciale parlano molto chiaramente. È vero che dobbiamo anche sostenere il turismo domestico: è certamente importante, perché abbiamo in almeno 5.800 città italiane, che sono sotto i 5.000 abitanti, una vastità di patrimonio culturale e ambientale che piace anche ai nostri italiani e rappresenta lo slow living , il turismo più lento, che è quello che viene sempre più apprezzato; un turismo che non è - passatemi il termine - ingolfato, come quello che troviamo nelle grandi porte di ingresso italiane (Roma, Firenze, Milano, Venezia, Napoli e Torino); le città capoluogo, che certamente attraggono i flussi internazionali, che man mano aumenteranno e sono molto importanti, perché rappresentano le esportazioni per il nostro Paese. Sono le città dalle quali possiamo far sgocciolare i turisti - la teoria per gli anglofoni viene definita del trickle-down - e cioè consentire uno sgocciolamento di turisti dalle grandi città verso i borghi, che rappresentano un pezzo bello dell'ambiente italiano assolutamente da valorizzare. In quei 5.800 Comuni italiani che hanno meno di 5.000 abitanti c'è un patrimonio immobiliare importantissimo che viene definito struttura extralberghiera. Facciamo anche una riflessione sul risparmio italiano, che vale 10 trilioni, cifre incredibili: 4 trilioni sono in depositi e gestioni, che - come tutti sapete - rendono meno; 6 trilioni sono proprio in immobili. Una parte consistente di questi immobili privati è costituita da strutture cascinali o immobili di pregio, che vanno magari recuperati e resi funzionali all'attività ricettiva, e sono disseminati in una parte significativamente importante dei 5.800 Comuni di cui vi ho già detto. E proprio lì che possiamo valorizzare la filiera enogastronomica, perché in quei centri c'è il meglio dell'artigianalità che sanno esprimere i nostri agricoltori e viticoltori. Attraverso la combinazione di accoglienza e valorizzazione dell'enogastronomia diamo un impulso importante a un pezzo del made in Italy italiano, perché il made in Italy italiano - ripeto - non è solo questo, così come non è solo la cultura. Il Ministero posto all'interno del Mibac mi fa riflettere di nuovo, così come il fatto che nel sito del Mibac sia usata solo la lingua italiana. Dove vogliamo andare, signori, con un sito scritto solo in italiano? Dobbiamo veramente con coraggio fare un salto in avanti. Si può allora obiettare che c'è il braccio operativo che si chiama ENIT, ma il braccio operativo dell'ENIT non ha ancora definito - in non so bene in quanti anni - una strategia seria sul marketing e la comunicazione digitale. Sto parlando di tutta quella parte di promozione on line che si riferisce a quei due miliardi e mezzo di millennial , cioè a coloro che sono nati tra il 1980 e il 2000 e che nel 2025 rappresenteranno - sentite bene, signori - almeno il 50 per cento dei viaggiatori internazionali. Noi dobbiamo attirare queste categorie, perché oggi si viaggia con molti meno soldi rispetto a quelli che erano necessari per i viaggiatori della mia generazione. Ancora una riflessione, l'ultima, perché immagino di aver quasi esaurito il mio tempo. Perché l'Italia non pensa di costruire, osservando quello che sta succedendo all'interno degli alberghi organizzati sotto forma di catena, una sua piattaforma e un suo booking ? Sapete quanto valgono sul mercato le OTA europee (come Booking o Expedia, che sono le più importanti)? Valgono - non so se i dati sono aggiornati - 340 miliardi di euro. Pensate che cosa stiamo perdendo per non aver creduto nella costruzione di una piattaforma del meglio del made in Italy . È lì che bisognerebbe investire, mettendo veramente con coraggio delle risorse e senza fare dei carrozzoni; non ce ne vogliono tante di risorse in un Ministero di quel tipo. Devono essere tutte risorse smart , flessibili, giovani, che sappiano ibridare le competenze di chi ha quaranta, cinquanta anni, che non è così digitale, con chi invece ha quelle competenze.