[pronunce]

che ripropone, pertanto, sul punto, le considerazioni svolte nei già promossi conflitti di attribuzione; che, così, il Presidente del Consiglio dei ministri torna, in primo luogo, a sottolineare come l'istituto del segreto di Stato, malgrado si ponga come eccezione al principio tipico delle «democrazie avanzate» secondo cui «il governo della cosa pubblica ha per regola la trasparenza», risulta, nondimeno, giustificato – secondo la giurisprudenza costituzionale – dalla necessità di garantire «la salus rei publicae» (è richiamata la sentenza n. 86 del 1977); che, inoltre, in quanto espressione «di una discrezionalità puramente politica», l'atto di apposizione del segreto non può che spettare al Presidente del Consiglio dei ministri «quale responsabile della “suprema” attività politica (art. 95 Cost.)»; ovviamente, l'esercizio di tale potere – si sottolinea nel ricorso – non è sottratto a qualsiasi limite, giacché, da un lato, esso soggiace «all'istituzionale controllo del Parlamento (art. 94 Cost.), dinnanzi al quale il Governo (ed il suo Capo) è responsabile politicamente», e, dall'altro, non può avvenire «in contraddizione con il valore da proteggere», vale a dire «l'integrità dello Stato democratico», ciò che comporta la «non segretabilità dei fatti eversivi dell'ordine costituzionale»; che a questi principi si è attenuta la stessa disciplina legislativa come risultante, dapprima, dalla legge 24 ottobre 1977, n. 801 (Istituzione e ordinamento dei servizi per le informazioni e la sicurezza e disciplina del segreto di Stato), nonché, di seguito, dalla legge 3 agosto 2007, n. 124 (Sistema di informazione per la sicurezza della Repubblica e nuova disciplina del segreto), disciplina che confermerebbe come «il livello “supremo” dei valori tutelabili con il presidio del segreto di Stato» implichi «la resistenza di tale presidio anche rispetto ad altri valori, funzioni ed interessi, pur tutelati dalla Costituzione, quali il valore della giustizia e la funzione giurisdizionale»; che, invero, si sottolinea sempre nel presente ricorso, entrambi i menzionati testi legislativi stabiliscono, non casualmente, che, nell'ipotesi di rituale apposizione del segreto di Stato, sebbene le notizie coperte da segreto «siano essenziali per la definizione del processo penale, detto processo non può che concludersi che con sentenza di non luogo a procedere o di non doversi procedere»; che l'apposizione del segreto fungerebbe, dunque, da «sbarramento al potere giurisdizionale stesso» (sono citate le sentenze della Corte costituzionale n. 110 del 1998 e n. 86 del 1977); che tanto premesso in termini generali, si evidenzia che, nel caso in esame, il Presidente del Consiglio dei ministri avrebbe «a due riprese affermato e confermato l'esistenza di un segreto di Stato», precisando, la prima volta, «che il segreto copriva i rapporti del SISMi con i Servizi stranieri», nonché, la seconda, che esso investiva «tutti gli atti, documenti e informative relativi alle pratiche delle c.d. renditions»; che promossi dal Presidente del Consiglio dei ministri i due ricorsi già illustrati (ric. n. 2 e 3 del 2007) , la scelta del giudice monocratico del Tribunale ordinario di Milano di «procedere oltre nel dibattimento senza attendere l'esito del giudizio sul conflitto di attribuzione» già incardinato lederebbe, «di per sé», le attribuzioni costituzionali del ricorrente «in quanto il principio di leale collaborazione sembrerebbe imporre al giudice del dibattimento il dovere di attendere l'esito del conflitto prima di utilizzare fonti di prova potenzialmente inutilizzabili perché coperte da segreto di Stato»; che, d'altra parte, in senso contrario, non potrebbe addursi – come, invece, avrebbe fatto il giudice monocratico, nella prima delle sue ordinanze – quella che il ricorrente definisce come una «motivazione di matrice esclusivamente processualpenalistica» (giacché basata unicamente sugli artt. 47 e 479 cod. proc. pen.) enunciata a sostegno della revoca del provvedimento di sospensione in precedenza adottato; che il contegno del giudicante milanese nemmeno potrebbe essere giustificato attraverso il «richiamo al valore costituzionalmente garantito della ragionevole durata del processo», posto che la tutela del segreto di Stato – come emergerebbe dalla giurisprudenza costituzionale (sono citate, nuovamente, le sentenze n. 110 del 1998 e n. 86 del 1977) – costituisce un «interesse essenziale», dotato di «assoluta preminenza su ogni altro», in quanto concernente «l'esistenza stessa dello Stato»; che irrilevante, infine, sarebbe anche «la ventilata possibilità di una soluzione concordata», essendo difficile ritenere – secondo il ricorrente – che essa valga «da sola a depotenziare il processo costituzionale pregiudicante»; che per quanto concerne poi, in particolare, l'ordinanza del 14 maggio 2008, la scelta del giudicante di ammettere l'assunzione della prova testimoniale richiesta dal pubblico ministero, secondo le modalità dal medesimo indicate, si presenterebbe lesiva delle attribuzioni costituzionali del ricorrente, in quanto nella specie non sussisterebbe, a dire del Presidente del Consiglio dei ministri, idonea garanzia per la salvaguardia del segreto di Stato, segreto da ritenersi sicuramente apposto sulle circostanze oggetto della deposizione; che la scelta compiuta dal giudicante di ammettere l'escussione dei testi su tutte le circostanze indicate dal rappresentante dell'accusa, salvo riservarsi – ma solo nel corso dell'esame – l'esclusione di quelle domande che dovessero risultare «tese a ricostruire la tela dei più ampi rapporti CIA/SISMi» (consentendo, invece, quelle relative «a specifici rapporti tra soggetti appartenenti a detti organismi se ed in quanto volte ad individuare “ambiti di responsabilità personali collegati alla dinamica dei fatti di causa”, in quanto per i gravi reati per i quali si procede “non era e non è prevista alcuna immunità”»), equivarrebbe a sancire – si legge ancora nel ricorso – un principio non in linea con gli enunciati della giurisprudenza costituzionale in tema di segreto di Stato; che, difatti, l'ordinanza del 14 maggio 2008 finirebbe per affermare – secondo il Presidente del Consiglio dei ministri – che «il segreto di Stato non può mai coprire una fonte di prova nell'accertamento di un reato», principio che «è esattamente l'opposto» di quello enunciato dalla legge (art. 202 cod. proc. pen.) e ribadito dalla giurisprudenza costituzionale (sono citate le sentenze nn. 410 e 110 del 1998 e la sentenza n. 86 del 1977);