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nel momento attuale credo che il "barattolo della marmellata" debba essere tenuto lontano dalle mani dei diretti interessati. Per ragioni logistiche va bene dove sta; forse se stesse in Svizzera o in Austria saremmo più tranquilli (meglio in Svizzera). Ricordiamo però che di base non dovrebbe esserci un'ostruzione al rimpatrio; considerato tutto quanto, io credo che l'oro stia bene dove sta. (Applausi dal Gruppo Misto-LeU) . PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Comincini. Ne ha facoltà. COMINCINI (PD) . Signor Presidente, la questione che stiamo affrontando nelle mozioni in esame è delicata ed importante, ha a che fare con risorse ingenti, ha riflessi significativi sulla reputazione del nostro Paese sui mercati finanziari e potrebbe avere conseguenze sul mercato di un bene rifugio come l'oro. Presidenza del vice presidente ROSSOMANDO (ore 17,33) ( Segue COMINCINI). Potrebbe mutare la condizione di indipendenza di primarie istituzioni finanziarie come la Banca d'Italia e la Banca centrale europea. Una seria ed attenta valutazione dei testi in discussione non può non partire dalla fotografia della situazione esistente e dalle conseguenze di scelte che possono andare ad incidere sullo status quo; lasciatemi allora precisare quanto segue. «Anche dopo il superamento del gold standard, le banche centrali hanno continuato a possedere riserve auree. Con il Trattato di Maastricht, per volontà degli Stati contraenti, sono state trasferite in maniera esclusiva all'Unione europea le competenze sovrane in materia di politica monetaria». Per tale ragione «la detenzione e la gestione delle riserve valutarie, fra cui quelle auree, rientra ora fra i compiti fondamentali dell'eurosistema, composto dalla BCE e dalle banche centrali nazionali degli Stati dell'area dell'euro. Le riserve auree nella disponibilità delle banche centrali nazionali possono essere utilizzate, oltre che per interventi sul mercato dei cambi, anche per adempiere agli impegni nei confronti di organismi finanziari internazionali o per espletare il servizio di debito in valuta del Tesoro. Non sembra possibile inoltre, che le riserve auree possano essere rivendicate dai partecipanti al capitale di Banca d'Italia, i cui diritti patrimoniali, come noto, sono limitati al valore del capitale e agli utili netti annuali. Le banche centrali nazionali debbono poter esercitare i loro poteri di detenzione e gestione delle riserve in piena indipendenza; le autorità nazionali, legislative e di Governo, sono tenute al rispetto dell'indipendenza della BCE e delle banche centrali nazionali, ai sensi dei trattati europei sottoscritti dagli Stati contraenti. Sotto il profilo dell'indipendenza istituzionale, le banche centrali nazionali, non possono essere destinatarie di prescrizioni vincolanti per quanto attiene allo svolgimento dei propri compiti istituzionali nelle materie di competenza del loro sistema, anche con specifico riguardo alle riserve valutarie». In base alla normativa vigente, quindi, gli Stati «devono, altresì, rispettare l'indipendenza finanziaria delle banche centrali, assicurando che esse abbiano sufficienti risorse finanziarie per svolgere i propri compiti. Gli Stati membri hanno deciso, infine, di vincolarsi al rispetto del divieto di finanziamento monetario (…). Esso impedisce alle banche centrali nazionali, a tutela del perseguimento dell'obiettivo di stabilità dei prezzi e del mantenimento della disciplina fiscale, di erogare credito allo Stato e agli altri enti pubblici, incluso il finanziamento degli obblighi al settore pubblico nei confronti dei terzi». Le affermazioni fatte sopra non sono mie; sono in verità una citazione - e sono virgolettate, come si evincerà dal testo scritto di questo intervento, che consegnerò all'Ufficio Resoconti - e si tratta di parole affermate in quest'Aula il 21 febbraio di questo anno, in risposta all'interrogazione 3-00622 , niente meno che dal presidente del Consiglio dei ministri, professor Giuseppe Conte. Le chiare e impegnative affermazioni del Premier credo che non solo non abbiano bisogno di ulteriori chiose, ma anche - in virtù dell'articolo 95 della nostra Costituzione, che afferma che «il Presidente del Consiglio dei ministri dirige la politica generale del Governo», mantenendo «l'unità di indirizzo politico» - sono già esaustive per l'intera maggioranza parlamentare che regge l'Esecutivo. Chi in quest'Aula o fuori di essa pensasse di poter utilizzare questo tesoretto - la terza riserva in valore assoluto fra tutti gli Stati del mondo, dopo quella di Stati Uniti e Germania, e la quarta se consideriamo anche le riserve auree del Fondo monetario internazionale - non ha forse chiaro che tipo di conseguenze si genererebbero. Infatti, al netto delle affermazioni inequivocabili del premier Conte che ho sopra citato, se anche per ipotesi fosse possibile toccare la riserva aurea conservata dalla Banca d'Italia, avremmo a che fare con operazioni dalla scarsa incidenza. Se si volesse mai procedere ad un utilizzo delle risorse derivante dalla vendita delle riserve auree per finanziare la spesa corrente, il gettito derivante dalla valorizzazione delle riserve sarebbe meramente eccezionale e si esaurirebbe nel momento in cui fosse venduto l'ultimo grammo d'oro. Qualora si volesse vendere tutta la riserva aurea o gran parte di essa per gli ordinari, noti e ovvi meccanismi del mercato il valore dell'oro si deprezzerebbe rapidamente. Una eventuale scelta così sciagurata produrrebbe inoltre reazioni sui mercati finanziari: uno Stato che si mette a vendere le riserve auree quale segnale manderebbe ai mercati finanziari? Un segnale pessimo, cari colleghi, che contribuirebbe a far ulteriormente perdere fiducia in un Paese come l'Italia, caratterizzato da un debito pubblico ingente. E un segnale siffatto si tradurrebbe in una maggiore onerosità del nostro debito pubblico, facendo lievitare lo spread e quindi aumentare il costo per remunerare il debito, depauperando le risorse disponibili per finanziare le spese correnti dello Stato. Infine, un eventuale utilizzo delle riserve auree per abbattere il debito pubblico, al netto delle conseguenze sopra espresse, avrebbe un impatto limitato, poiché, dai conti che si possono agilmente fare sulla consistenza delle riserve auree stesse e sulla loro valorizzazione, appare evidente che l'incidenza sul debito pubblico sarebbe di meno di quattro punti percentuali, su un monte debito che proprio oggi Istat ci dice essere cresciuto nel 2018 al 132,1 per cento del PIL, in aumento di un punto percentuale rispetto all'anno precedente e dopo tre anni di costante diminuzione. Signor Presidente, colleghi, se in quest'Aula la maggioranza che regge l'Esecutivo non è allora in grado di produrre atti che diano al nostro Paese una politica economica degna di un Paese come il nostro, e considerando che la prudente gestione delle riserve auree rappresenta un obiettivo cui ogni Governo deve tendere per tutelare al meglio il Paese (per le ragioni peraltro ben illustrate nell'intervento del senatore Misiani), ritengo che si debba ribadire, sia da parte del Parlamento che dell'Esecutivo - che qui non vedo più - la piena autonomia della Banca d'Italia nella detenzione e nella gestione delle riserve auree. Sono davanti agli occhi di tutti i dati che l'OCSE ha diffuso in questi giorni: