[pronunce]

SENTENZA ha pronunciato la seguentenel giudizio di legittimità costituzionale dell'art. 299, primo comma, del codice civile, promosso dalla Corte d'appello di Salerno, sezione civile, nel procedimento promosso da C. P. e altra, con ordinanza del 12 maggio 2022, iscritta al n. 130 del registro ordinanze 2022 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 45, prima serie speciale, dell'anno 2022. Udita nella camera di consiglio del 10 maggio 2023 la Giudice relatrice Emanuela Navarretta; deliberato nella camera di consiglio del 10 maggio 2023.. Ritenuto in fatto Considerato in diritto 1.- Con ordinanza del 12 maggio 2022, iscritta al n. 130 del registro ordinanze 2022, la Corte d'appello di Salerno, sezione civile, ha sollevato questioni di legittimità costituzionale dell'art. 299, primo comma, del codice civile, nella parte in cui preclude all'adottando maggiore d'età la possibilità di anteporre il suo originario cognome a quello dell'adottante, per violazione degli artt. 2, 3 e 117, primo comma, della Costituzione, quest'ultimo in relazione agli artt. 8 e 14 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo, nonché all'art. 7 della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea. 2.- In punto di fatto, il rimettente riferisce che C. P. si era rivolta al Tribunale ordinario di Nocera inferiore chiedendo che venisse pronunciata l'adozione della maggiorenne P. C. Il giudice adito, assunto il consenso dell'adottanda e rilevato che i genitori della stessa avevano espresso il loro assenso, accoglieva la domanda. Di seguito - come riporta la Corte d'appello di Salerno - l'adottante proponeva reclamo, ai sensi dell'art. 313, secondo comma, cod. civ. , in quanto la sentenza di adozione non aveva accolto la richiesta - avanzata con la domanda introduttiva del giudizio - di posporre il cognome dell'adottante a quello dell'adottanda, e aveva erroneamente sostenuto, nella motivazione, che l'adottante avesse dei figli. Nel giudizio di reclamo, espone ancora il giudice rimettente, si era costituita l'adottanda, dichiarando «di non opporsi alle richieste della reclamante». 3.- Così compendiate le premesse in fatto, la Corte d'appello di Salerno rileva come solo dalla dichiarazione di illegittimità costituzionale della norma censurata possa derivare «il buon esito del gravame». 4.- A tal fine ripercorre l'evoluzione del quadro normativo e giurisprudenziale concernente l'istituto dell'adozione del maggiore d'età. 4.1.- Nello specifico, il rimettente si sofferma sul progressivo allontanamento dell'istituto da una finalità di natura meramente patrimoniale, che avrebbe favorito una valorizzazione del «riconoscimento di un rapporto umano di tipo familiare», perseguendo un «fine lecito e tutelabile, ai sensi degli articoli 2, 31 e 32 della Costituzione». In tale nuova prospettiva, l'aspetto patrimoniale non sarebbe più presupposto dell'istituto, ma mera conseguenza degli «obblighi di solidarietà che sono a carico del genitore adottivo anche del maggiorenne». Conformemente a tale mutamento della ratio ispiratrice, a parere del giudice a quo, il legislatore avrebbe inteso «modificare la normativa di riferimento», e in particolare l'art. 299 cod. civ. , mediante la legge 4 maggio 1983, n. 184 (Diritto del minore ad una famiglia), che ha disposto l'anteposizione del cognome dell'adottante a quello dell'adottato. Scopo di tale modifica sarebbe stato quello di «rendere pubblicamente palese il rapporto», sicché con l'anteposizione del cognome dell'adottante a quello dell'adottato sarebbe risultato «pubblico e certo il nuovo stato dell'adottato». 4.2.- La Corte d'appello di Salerno prosegue poi precisando che, a fronte della citata evoluzione, una serie di nuove previsioni normative avrebbero, tuttavia, sottratto al «cognome [...] il suo carattere indicativo della stirpe familiare», per valorizzare la sua connessione con l'identità personale. Il rimettente segnala, quindi, che con riferimento all'art. 299 cod. civ. questa Corte, nella sentenza n. 120 del 2001, ha ritenuto che «la precedenza del cognome dell'adottante non appare irrazionale, così come non può costituire violazione del diritto all'identità personale il fatto che il cognome adottivo preceda o segua quello originario. La lesione di tale identità è ravvisabile nella soppressione del segno distintivo, non certo nella sua collocazione dopo il cognome dell'adottante». Nondimeno, la Corte d'appello di Salerno si sofferma sui successivi sviluppi della giurisprudenza costituzionale, che avrebbero posto «sotto una luce nuova il diritto all'identità personale e il diritto al nome». In particolare, dopo aver riportato ampi stralci della sentenza n. 286 del 2016, conclude che «il diritto al nome [sarebbe] indissolubilmente collegato al diritto all'identità personale e che la protezione di esso sostanzi e determini realizzazione di quest'ultima». Aggiunge, inoltre, che la normativa vigente e la giurisprudenza di questa Corte - nello specifico si riferisce alla sentenza n. 131 del 2022 - avrebbero valorizzato, «in materia di cognome», «il principio della libertà di scelta e [avrebbero] cancellato il dogma dell'immodificabilità dell'ordine prestabilito e dell'automatica predeterminazione» del cognome. Ciò premesso, il giudice a quo ritiene che, a «distanza di più di venti anni» dalla citata pronuncia n. 120 del 2001, e «tenendo conto delle più recenti sentenze, si ravvisano i presupposti perché la questione debba essere riesaminata». 5.- Sulla base degli sviluppi normativi e giurisprudenziali appena richiamati, la Corte d'appello rimettente argomenta la non manifesta infondatezza, in riferimento agli artt. 2, 3 e 117, primo comma, Cost., quest'ultimo in relazione agli artt. 8 e 14 CEDU, nonché all'art. 7 CDFUE. 5.1.- Innanzitutto, il rimettente sostiene che oggi «il diritto al nome sia indissolubilmente collegato al diritto all'identità personale» e che il fondamento di tali diritti vada individuato nell'art. 2 Cost. (in tal senso è richiamata la sentenza n. 13 del 1994). Rileva inoltre come, nel caso di specie, il rigetto dell'istanza di «applicare un diverso regime di collocazione dei cognomi» riguardi una persona di 39 anni che, nel corso della sua vita, ha «avuto modo di stratificare il senso della propria identità nella consapevolezza personale e nei rapporti sociali»: ad avviso del rimettente, l'ineludibile anteposizione del cognome dell'adottante determinerebbe una violazione del diritto all'identità personale e si porrebbe in contrasto con «il principio della libertà di scelta», valorizzato dalla più recente giurisprudenza costituzionale. 5.2.-