[pronunce]

Se, invece, per condotta ausiliatrice causale si intende quella che incide sul processo di formazione della volontà della escort, si ricade nella distinta ipotesi dell'induzione alla prostituzione, autonomamente punita dalla legge n. 75 del 1958. Al fine di circoscrivere le condotte di agevolazione capaci di offendere il bene protetto non potrebbe farsi neppure ricorso all'«abusata» distinzione tra «favoreggiamento della prostituzione» e «favoreggiamento della prostituta», configurando come condotta agevolativa causale solo il primo. Tale distinzione si risolverebbe, infatti, in una forzatura concettuale, posto che ogni condotta di favoreggiamento può essere riguardata sia dal punto soggettivo, come aiuto alla prostituta, sia da quello oggettivo, come aiuto alla prostituzione. Per giunta, la distinzione in parola non corrisponderebbe neppure a quella tra agevolazione causale e non: favorire una prostituta ben potrebbe tradursi, infatti, in un ausilio causale (come nel caso della prostituta che abbia accettato un incontro sessuale in zona non servita da mezzi pubblici, solo perché il cliente si è offerto di riaccompagnarla presso «la postazione di lavoro»), così come un aiuto non causale potrebbe essere idoneo a favorire la prostituzione (come nel caso del terzo che riabiliti l'utenza telefonica cellulare della prostituta, rendendola rintracciabile dai clienti). 1.5.- Tali ultime considerazioni inducono la Corte rimettente a prospettare - limitatamente alla fattispecie del favoreggiamento della prostituzione - anche la violazione del principio di legalità enunciato dall'art. 25, secondo comma, Cost., nelle declinazioni della tassatività e della determinatezza. Il problema non si porrebbe in rapporto alla fattispecie del reclutamento, in quanto la formulazione della relativa norma incriminatrice esigerebbe soltanto di "attualizzare" la nozione di «reclutamento», connessa storicamente alla volontà legislativa di eliminare lo sfruttamento della prostituzione esercitata nelle «case chiuse». Per converso, la configurazione del favoreggiamento della prostituzione come reato a forma libera («chiunque in qualsiasi modo favorisca [...] la prostituzione altrui»), senza che sia in alcun modo definita la nozione di favoreggiamento, diversamente da quanto è avvenuto per i reati di favoreggiamento personale e reale (artt. 378 e 379 cod. pen.) - scelta motivata dall'intento di garantire il più ampio spazio di tutela al bene protetto - produrrebbe la paradossale conseguenza di rendere necessaria una selezione delle condotte penalmente rilevanti non in ragione della loro conformità alla fattispecie astratta, ma in rapporto alla loro concreta capacità di offendere l'interesse protetto. Il che equivarrebbe al riconoscimento dell'inadeguatezza costituzionale della costruzione della fattispecie. Tale inadeguatezza si apprezzerebbe con riguardo non tanto alla formula normativa «favorisca [...] la prostituzione altrui», quanto piuttosto al «raddoppio d'indeterminatezza» di tale generica previsione conseguente all'utilizzazione dell'espressione «in qualsiasi modo», a fronte della quale «la sanzione penale pare davvero non conoscere limiti al suo spazio operativo». Infruttuoso, per quanto detto, sarebbe il tentativo di superare il difetto di determinatezza della fattispecie a mezzo della distinzione, concettualmente scorretta, tra ausilio alla prostituzione e ausilio alla prostituta. Ove tale opzione interpretativa fosse recepita, si produrrebbe, peraltro, una «ancor più inaccettabile» violazione del principio di uguaglianza, di cui all'art. 3 Cost., poiché condotte «di pacifica idoneità ausiliativa» verrebbero arbitrariamente sottratte alla sanzione penale, diversamente da altre di pari efficacia. 2.- È intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che le questioni siano dichiarate inammissibili o infondate. Ad avviso dell'interveniente, il giudice a quo avrebbe sollevato le questioni al solo scopo di ottenere un avallo interpretativo. La Corte rimettente non avrebbe, in particolare, esperito il doveroso tentativo di fornire un'interpretazione costituzionalmente orientata della norma censurata, verificando se gli stessi argomenti utilizzati per sollevare la questione possano essere "specularmente" utilizzati per escludere dall'area di incidenza del precetto talune fattispecie concrete. Nel merito, le questioni sarebbero, in ogni caso, infondate. L'ordinanza di rimessione risulterebbe, infatti, inficiata da un errore di prospettiva, quanto all'individuazione del bene giuridico protetto, che il giudice rimettente riferisce all'intera legge n. 75 del 1958. Dall'esame della giurisprudenza di legittimità emergerebbe come, in realtà, la ratio di tutela delle previsioni in questione resti complessa, non esaurendosi nella sola protezione della libertà di determinazione della persona nella sfera sessuale, e come alle diverse fattispecie contemplate dalla citata legge, e dal suo art. 3 in particolare, siano sottesi beni giuridici non esattamente sovrapponibili. Il giudice a quo non avrebbe considerato, in specie, che il citato art. 3, nell'incriminare le cosiddette condotte parallele alla prostituzione, ha inteso proteggere la "dignità obiettiva" della persona che si prostituisce, rinvenendo in ciò la sua «ratio primaria». La stessa sentenza della Corte di cassazione n. 49643 del 2015, richiamata dal rimettente, ha ritenuto, d'altro canto, manifestamente infondate le questioni di legittimità costituzionale dell'art. 3, primo comma, numero 8), della legge n. 75 del 1958, in riferimento agli artt. 2, 13, 19, 21, 25 e 27 Cost., escludendo che il concetto di «agevolazione», nel quale si risolve la condotta di favoreggiamento della prostituzione, violi i principi di legalità, determinatezza e offensività, come pure che la disposizione incriminatrice contrasti con il principio di laicità dello Stato. 3.- Si è costituito G. T., imputato nel giudizio a quo, instando per l'accoglimento delle questioni. 3.1.- La parte osserva come, alla luce della più recente giurisprudenza di legittimità, sia indubbio che il bene giuridico tutelato dalle disposizioni della legge n. 75 del 1958 vada identificato - conformemente a quanto assume la Corte rimettente - nella libertà di autodeterminazione sessuale, libertà ascrivibile al novero dei diritti fondamentali della persona umana, in forza dell'art. 2 Cost. Dovrebbe considerarsi, quindi, penalmente rilevante qualsiasi condotta che leda tale diritto, inducendo la donna a disporre in maniera non volontaria della propria sessualità. Come ripetutamente affermato dalla Corte di cassazione, la donna che decida liberamente e spontaneamente di offrire prestazioni sessuali a pagamento opera una scelta legittima, stante la piena liceità giuridica della prostituzione. Nell'odierno contesto sociale, ben lontano da quello in cui è maturata la legge n. 75 del 1958, si assisterebbe non di rado all'effettuazione di libere scelte in tale direzione, dando luogo al fenomeno delle escort.