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anche la tutela delle persone più fragili sia per le condizioni di salute fisiche sia per quelle mentali è gravemente compromessa; si ricordi che la detenzione nei CPR è subordinata ad un certificato di idoneità al trattenimento che deve essere prodotto da ASL o azienda ospedaliera a seguito di visita medica per accertare la presenza di patologie infettive o pericolose per la comunità, stati psichiatrici, patologie acute o regressive e che è incompatibile con la detenzione la condizione di salute di chi, a causa della permanenza nei centri, rischia l'aggravamento di condizioni patologiche pregresse o insorte durante la permanenza stessa. L'incompatibilità deve essere valutata all'ingresso ed essere soggetta a verifiche, sia periodiche sia su richiesta della persona migrante o del personale del centro; nonostante queste norme, nella visita ispettiva è stata riscontrata la presenza di molte persone che non dovrebbero essere detenute nel centro, appunto per ragioni di salute, oltre che perché aventi diritto a presentare domanda di asilo o di protezione umanitaria; a quanto sostenuto da alcuni infermieri, inoltre, sembrerebbe che durante l'ultimo anno siano passate per il centro persone con gravi criticità, quali diabetici o con gravi problemi psichici che, come detto, non avrebbero dovuto essere costretti a permanere in un ambiente potenzialmente dannoso; le disposizioni normative italiane prevedono tra l'altro il diritto alla presentazione della domanda di protezione internazionale in capo a chi si trovi in frontiera o all'interno del territorio nazionale e, all'esame della domanda, il diritto ad un'effettiva informazione in merito alla facoltà di proporre tale istanza, il diritto a nominare un legale di fiducia, il diritto del cittadino straniero a non essere privato della libertà se non con provvedimento motivato, nelle sole ipotesi prescritte dalla normativa e previa convalida giurisdizionale del provvedimento (come peraltro imposto dall'art. 13 della Costituzione), l'obbligo di un esame caso per caso della posizione dei migranti i quali si trovino in frontiera o nel territorio nazionale, ed il divieto di espulsioni o respingimenti collettivi; dalle dichiarazioni di molte persone presenti nel CPR, invece, sembra che non siano state consentite, o che non abbiano avuto risposta, molte domande di asilo o di protezione internazionale, con la conseguenza di un possibile ritorno forzato in patria, a rischio anche della vita delle persone espulse dal nostro Paese; si deve anche far osservare che non risulta garantita la possibilità per le persone trattenute di mantenere contatti telefonici con i familiari che non possano raggiungere la struttura, nonostante ciò sia espressamente previsto dalle circolari del Ministero dell'interno del 20 marzo e del 1° aprile 2020, che, appunto, dispongono tra l'altro per le persone trattenute che, fermo restando il divieto di possedere un cellulare, siano approntati i mezzi necessari per consentire un contatto telefonico con i congiunti. Si tratta di una condizione di inaccettabile isolamento e privazione che lede la dignità delle persone; molti dei quesiti posti dall'interrogante durante la visita non hanno avuto risposta soddisfacente o completa, mentre è stata riscontrata una documentazione carente per quel che riguarda i trattamenti subiti da molte persone presenti nel CPR, oltre che per i motivi della presenza di alcuni di loro; su quanto sopra esposto, l'interrogante ha presentato una relazione completa che ha inviato alle autorità amministrative competenti per illustrare la situazione e chiedere provvedimenti rapidi per risolvere le criticità rilevate, si chiede di sapere: se al Ministro in indirizzo consti la situazione critica del centro di Ponte Galeria e in caso positivo quali iniziative di sua competenza intenda intraprendere per evitare che una situazione siffatta permanga ancora, garantendo il rispetto dei diritti e della dignità umana delle persone trattenute; quali iniziative di sua competenza intenda intraprendere per consentire che chi si trovi trattenuto illegalmente nel centro sia posto in libertà in tempi rapidi; inoltre, quali iniziative di sua competenza intenda intraprendere per garantire che non si eseguano respingimenti collettivi e per impedire che si proceda al rimpatrio per quelle persone che, pur non avendo eventualmente titolo a restare in Italia, corrano gravi rischi per la propria incolumità fisica una volta che fossero costretti a tornare in patria. Atto n. 4-05387 SIRI ZULIANI CANDURA MONTANI PELLEGRINI Emanuele DORIA PIANASSO BAGNAI LUNESU PISANI Pietro LUCIDI FERRERO RICCARDI ALESSANDRINI Al Ministro della salute Premesso che: ad oggi si stima che in Italia i decessi a causa di coronavirus siano 120.256. Se si guardano i dati in rapporto alla popolazione il nostro Paese risulta uno dei più colpiti al mondo. Ci si chiede, allora, se le statistiche italiane conteggino morti che in realtà non siano deceduti "per" coronavirus ma "con" coronavirus, presentando pregresse e prevalenti patologie; in un documento del 4 agosto 2020 l'Organizzazione mondiale della sanità definisce un decesso per coronavirus come un decesso derivante da una malattia clinicamente compatibile in un caso di COVID-19 probabile o confermato, a meno che non esista una chiara causa alternativa di morte che non possa essere correlata alla malattia da COVID-19 (per esempio un trauma, un incidente). Per parlare di decesso da COVID non deve esserci inoltre un periodo di completa guarigione tra la malattia e la morte; l'infezione da COVID-19 può presentarsi anche contestualmente ad altre malattie o condizioni che di fatto provocano direttamente la morte, in questi casi il COVID-19, non facendo parte della catena causale che porta direttamente al decesso, nella scheda di morte non dovrebbe essere indicato come causa della morte, bensì solo tra le condizioni che aumentato il rischio o la gravità della causa iniziale. Tale considerazione vale a maggior ragione nell'ipotesi in cui il soggetto sia positivo ma asintomatico; riportare correttamente l'infezione da COVID-19 sulla scheda di morte è fondamentale per conoscere quanti individui siano effettivamente deceduti a causa del coronavirus. Tuttavia, scegliere tra più sequenze causali alternative e indipendenti che abbiano come esito il decesso non è sempre semplice e immediato. Nel caso del COVID-19 la situazione è ulteriormente complicata poiché l'Istituto superiore di sanità, nel suo ultimo "rapporto ad interim su definizione, certificazione e classificazione delle cause di morte Covid-19", n. 49 dell'8 giugno 2020, ha adottato dei criteri per misurare e riportare i decessi causati da COVID-19, prevedendo che perfino in caso di mero sospetto di coronavirus, cioè in assenza di tampone o test sierologico o altra procedura diagnostica per immagini che confermi in modo affidabile l'infezione, il COVID-19 debba essere comunque indicato come causa iniziale di morte, qualora vi sia un quadro clinico e strumentale suggestivo di COVID e sia assente una chiara causa di decesso diversa; ragioni di carattere epidemiologico e di salute pubblica hanno permesso, dunque, di indicare il COVID-19 come la causa iniziale di morte anche nel caso di un mero sospetto non confermato, e di identificare così il coronavirus come la causa iniziale di decesso anche in presenza di altre e indipendenti catene causali letali;