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Norme generali in materia di autorità amministrative indipendenti. Onorevoli Senatori. -- I processi di liberalizzazione di numerosi mercati e il conseguente ritrarsi dello Stato dalla gestione diretta dell'economia impongono allo Stato di svolgere un ruolo di arbitro imparziale e non più di diretto gestore. Per questa ragione, ormai da più di venti anni si sono sviluppate in Italia le autorità indipendenti, cui vengono affidati la regolamentazione tecnica e l'aggiudicazione di diritti individuati dalla legge in specifici settori o su specifiche materie. Le autorità indipendenti si rivelano un presidio fondamentale alla correttezza e all'imparzialità dell'azione amministrativa in settori liberalizzati o in settori in cui si richiedono conoscenze tecniche sofisticate. Inoltre, l'istituzione di autorità indipendenti dovrebbe isolare l'azione amministrativa dalle influenze e, al limite, dagli arbitri della politica, cui viene sostanzialmente sottratto il potere di incidere direttamente su determinate materie. Peraltro, proprio queste caratteristiche fanno sorgere problemi di ordine esattamente speculare: l'istituzione di un'autorità indipendente dalla politica e dal resto della pubblica amministrazione, infatti, mette in tensione le consolidate categorie costituzionali e il generale principio della tripartizione dei poteri. Al proliferare incontrollato di autorità indipendenti, infatti, potrebbe corrispondere la debolezza della politica o la sfiducia nella sua azione. Pertanto, proprio per attribuire alle autorità indipendenti un ruolo più forte e autonomo, è necessario precisare con regole trasparenti il legame tra esse e il circuito democratico/parlamentare. Questa esigenza deve essere contemperata con il generale obiettivo di garantire la reale «indipendenza» delle autorità, vale a dire di evitare il doppio «rischio di cattura»: da parte del ceto politico e da parte delle imprese regolate. Per realizzare questi obiettivi, si rende necessaria una legge che, senza toccare le competenze attuali delle diverse autorità, ne armonizzi i meccanismi di nomina, lo status dei componenti e le norme sui rapporti con il Parlamento. Il disegno di legge si compone di 11 articoli. L'articolo l del disegno di legge individua le finalità e l'oggetto della legge. Lo scopo principale della riforma è di garantire «l'indipendenza di giudizio e di valutazione» delle autorità, senza disconnetterle completamente dal circuito democratico-parlamentare. Per realizzare questo scopo, l'oggetto della legge è circoscritto: essa affronta e armonizza le regole organizzative delle autorità, i rapporti col Parlamento e delle autorità tra di loro e i presupposti delle decisioni. L'ambito di applicazione della legge è individuato all'articolo 2: sono comprese tutte le autorità indipendenti, sul piano amministrativo e funzionale, dagli apparati ministeriali, cui la legge delega funzioni di regolazione o vigilanza, ma viene esclusa la Banca d'Italia, in ragione delle sue peculiarità storiche, organizzative e funzionali. In primo luogo, la legge armonizza le regole sulla nomina dei membri delle autorità, la loro durata in carica e status giuridico. Sinora, le diverse leggi istitutive delle autorità si sono mosse in ordine sparso, creando uno scenario alquanto confuso, in cui -- per ragioni non sempre chiare -- i componenti delle diverse autorità sono nominati secondo regole disparate, cosi come disparate sono le norme sul loro status . Le regole su nomina, revoca, incompatibilità e limiti all'attività dei componenti delle autorità rappresentano il punto di equilibrio tra diverse esigenze: da un lato, i componenti delle autorità non dovrebbero essere condizionati, nella loro attività, da esigenze o interessi contingenti, provenienti dal ceto politico o dagli stessi soggetti regolati; d'altro canto, però, le autorità indipendenti non possono essere completamente avulse dal circuito «democratico parlamentare», pena un inaccettabile vulnus al funzionamento della democrazia. Quest'ultima esigenza è particolarmente pressante qualora l'autorità assume compiti di regolazione o ha poteri amministrativi «discrezionali», e non solo poteri di «aggiudicazione» di diritti individuati dalla legge. A tal fine, l'articolo 3 individua un meccanismo di nomina uniforme per tutte le autorità. I membri delle autorità sono nominati con decreto del Presidente della Repubblica, su proposta del Presidente del Consiglio dei ministri, d'intesa con i Ministri competenti, previa delibera del Consiglio dei ministri. In tale maniera, i membri delle autorità sono legati al circuito democratico/parlamentare, attraverso una scelta del Governo in carica, che se ne assume la responsabilità politica. Al fine, però, di evitare che la scelta sia opaca e, soprattutto, che i componenti dell'autorità siano persone «fedeli» al Governo in carica e alla maggioranza che lo sostiene, il disegno di legge, secondo il modello già adottato per le autorità di regolazione dei servizi di pubblica utilità (legge n. 481 del 1995), coinvolge il Parlamento nella scelta: il nominativo proposto al Presidente della Repubblica deve ottenere il voto favorevole della Commissione parlamentare competente, con una maggioranza rafforzata che impone di coinvolgere nel voto positivo anche le minoranze parlamentari. Inoltre, al fine di evitare opacità nell'indicazione dei nominativi alle Commissioni competenti, il disegno di legge propone di selezionare i candidati attraverso una procedura trasparente, che imponga a chiunque ambisca a svolgere la funzione di commissario di un'autorità indipendente di candidarsi in maniera trasparente. Questo criterio serve essenzialmente a «democratizzare» le scelte degli organi apicali dell'amministrazione, anche quelle colorate da forti connotazioni politiche come quelle dei componenti di autorità: anche le personalità più note e di qualità indiscussa dovranno «uscire allo scoperto» (articolo 3, commi 2 e 3). Infine, i componenti delle autorità devono possedere requisiti di moralità e professionalità e, soprattutto, non possono avere ricoperto cariche elettive nell'anno precedente alla nomina, oppure essere stati membri di altre autorità o avere ricoperto incarichi amministrativi o di controllo nelle imprese vigilate (articolo 3, comma 4). Questi divieti dovrebbero evitare che le medesime persone «circolino» senza soluzione di continuità dalla politica alle autorità alle imprese vigilate. I meccanismi per impedire i rischi di cattura da parte di soggetti privati sui quali l'attività dell'autorità può incidere riguardano essenzialmente due questioni: le attività svolte nel corso della carica e le attività compiute dopo la fine di essa. L'esigenza di evitare rischi di cattura del regolatore, comunque, deve essere bilanciata con l'obiettivo di selezionare persone di grande competenza. Pertanto non si possono imporre limiti eccessivamente rigidi, i quali finirebbero col disincentivare proprio i «migliori» (che troveranno senza dubbio altre possibilità sul mercato) e di incentivare ad accettare la carica persone che intendono utilizzarla per ricavarne vantaggi d'altro genere (visibilità politica).