[pronunce]

, sia giustificabile in base all'estraneità della detenzione domiciliare al circuito rieducativo e trattamentale. La detenzione domiciliare realizzerebbe infatti una modalità meno afflittiva di esecuzione della pena (sono richiamate le sentenze n. 165 del 1996, n. 532 del 2002 e n. 350 del 2003), e, dopo la riforma realizzata con la legge 27 maggio 1998, n. 165 (Modifiche all'articolo 656 del codice di procedura penale ed alla legge 26 luglio 1975, n. 354, e successive modificazioni) - cui si deve l'introduzione, nel corpo dell'art. 47-ter ordin. penit. , del censurato comma 1-bis - parteciperebbe alla ordinaria finalità rieducativa e di reinserimento sociale della pena, non essendo più tale beneficio limitato alla protezione dei "soggetti deboli" prima previsti come destinatari esclusivi della misura, ma essendo applicabile in tutti i casi di condanna a pena non superiore a due anni (anche se residuo di maggior pena), salva la valutazione di idoneità ad evitare il pericolo di recidiva (è citata la sentenza n. 422 del 1999). Dalle pronunce n. 239 del 2014 e n. 173 del 1997 della Corte costituzionale si trarrebbe conferma che la detenzione domiciliare - pur indubbiamente caratterizzata da finalità umanitarie e assistenziali - è partecipe a pieno titolo della finalità di rieducazione e reinserimento sociale del condannato, costituente l'obiettivo comune di tutte le misure alternative alla detenzione, come dimostrerebbero sia il requisito negativo di fruibilità, rappresentato dalla insussistenza del pericolo di commissione di ulteriori delitti, sia la disciplina delle modalità di svolgimento della misura e delle ipotesi di revoca. La misura sarebbe inoltre assistita da prescrizioni a contenuto risocializzante, alla cui formulazione ed al cui controllo concorrerebbero gli Uffici di esecuzione penale esterna previsti dall'art. 72 ordin. penit. Alla luce della funzione (anche) rieducativa e risocializzante della detenzione domiciliare, risulterebbe irragionevole precludere ai condannati per i reati di cui all'art. 4-bis ordin. penit. (e, comunque, ai condannati per rapina aggravata) l'accesso alla particolare forma di detenzione domiciliare prevista dall'art. 47-ter, comma 1-bis, ordin. penit. , per le pene detentive inferiori a due anni di reclusione, senza attribuire alcun rilievo alla concreta pericolosità del soggetto, desumibile dalla sua condotta o dalla sussistenza di collegamenti con la criminalità organizzata, così violando altresì i principi della personalità e finalità rieducativa della pena e il principio della progressività trattamentale. 1.5.4.- Con specifico riguardo a quest'ultimo principio, la Corte di cassazione evidenzia infine che il condannato per uno dei delitti elencati dall'art. 4-bis ordin. penit. può essere ammesso all'affidamento in prova al servizio sociale di cui all'art. 47 ordin. penit. , ove sussistano le condizioni enunciate in tale norma, mentre non potrebbe mai fruire della detenzione domiciliare prevista dal citato art. 47-ter, comma 1-bis, nonostante quest'ultima misura abbia carattere maggiormente contenitivo e risulti dunque più idonea, semmai, a fronteggiarne la residua pericolosità sociale. Il rimettente riconosce che la Corte costituzionale, nella sentenza n. 338 del 2008, ha ritenuto l'affidamento in prova misura non omogenea rispetto alla semilibertà, ed ha escluso per tale ragione l'irrazionalità della scelta legislativa di parificare, ai fini della concessione dell'affidamento in prova, la posizione dei condannati per i reati di cui all'art. 4-bis ordin. penit. e quella dei condannati per altri reati, e nel contempo differenziare, riguardo alle stesse categorie, i presupposti per l'accesso al beneficio della semilibertà, che può essere concesso ai condannati per i reati di cui al citato art. 4-bis dopo un periodo di espiazione di pena più lungo rispetto a quello previsto per la generalità dei condannati. Tale percorso argomentativo non potrebbe tuttavia essere riproposto per la fattispecie della detenzione domiciliare, poiché, in quest'ultimo caso, i condannati per i reati di cui all'art. 4-bis ordin. penit. sono totalmente esclusi dalla possibilità di fruire dell'istituto previsto dall'art. 47-ter, comma 1-bis, ordin. penit. , ossia di una misura che forma «parte integrante [...] di un ordinamento penitenziario partecipe dei valori della risocializzazione». Una così marcata diversificazione tra i requisiti di ammissione all'affidamento in prova e alla detenzione domiciliare eccederebbe i margini della pur ampia discrezionalità di cui gode il legislatore nella conformazione degli istituti di diritto penitenziario e sembrerebbe contraria all'imperativo di risocializzazione del condannato, da attuarsi, secondo la sentenza della Corte costituzionale n. 149 del 2018, «attraverso la previsione da parte del legislatore - e la concreta concessione da parte del giudice - di benefici che gradualmente e prudentemente attenuino, in risposta al percorso di cambiamento già avviato, il giusto rigore della sanzione inflitta per il reato commesso, favorendo il progressivo reinserimento del condannato nella società». 1.6.- L'insieme di tali considerazioni induce dunque il rimettente a dubitare della conformità agli artt. 3, primo comma, e 27, primo e terzo comma, Cost., del divieto assoluto di fruizione della detenzione domiciliare di cui all'art. 47-ter, comma 1-bis, ordin. penit. , previsto da quest'ultima disposizione a carico dei condannati per uno dei reati di cui all'art. 4-bis della medesima legge. 2.- È intervenuto in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che le questioni di legittimità costituzionale siano dichiarate inammissibili o infondate. 2.1.- Sotto il primo profilo, l'interveniente afferma che la preclusione alla concessione della detenzione domiciliare in favore di M. M. deriverebbe unicamente dall'orientamento giurisprudenziale, richiamato dalla Corte di cassazione, secondo cui la mera condanna per uno dei reati di cui all'art. 4-bis ordin. penit. risulta ostativa alla concessione del beneficio, senza che rilevino le ulteriori condizioni previste nella disposizione appena citata. E poiché la Corte rimettente, adottando un'interpretazione costituzionalmente orientata, avrebbe potuto determinarsi diversamente, la questione sollevata dovrebbe considerarsi inammissibile. Le questioni sarebbero altresì inammissibili, in quanto «la pena (e le connesse conseguenziali modalità di espiazione) derivano da un accordo accusa/difesa cristallizzatosi nella presa d'atto del Giudice che ha emesso il provvedimento [...] divenuto irrevocabile». 2.2.- Le questioni sarebbero, in ogni caso, infondate.