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Modifiche agli articoli 88 e 92 della Costituzione. Onorevoli Senatori. -- La riforma della parte II della Costituzione, giunta ormai alle letture conclusive da parte delle Camere, non affronta, come sappiamo, la revisione degli articoli riguardanti direttamente la forma di governo. Certamente il superamento del bicameralismo paritario e il nuovo sistema elettorale, basato sul premio di maggioranza e sullo svolgimento eventuale di un ballottaggio, hanno una forte incidenza sulla forma di governo; ma la mancata revisione costituzionale su questo aspetto lascia ancora inattuato l'ormai mitico ordine del giorno Perassi con il quale l'Assemblea Costituente scelse, nel mese di settembre 1946, la forma di governo parlamentare chiedendo però nel contempo «dispositivi costituzionali idonei a tutelare le esigenze di stabilità dell'azione di governo e ad evitare le degenerazioni del parlamentarismo» (come è noto, l'ordine del giorno non ebbe seguito a causa dello scoppio della «guerra fredda» che spinse i padri costituenti, nel timore del «18 aprile dell'altro», a scegliere un sistema di «governo debole» che impedisse a ciascuno schieramento sia di vincere fino in fondo sia di essere del tutto tagliato fuori dal governo). Di conseguenza, anche dopo l'approvazione della riforma costituzionale, il Presidente del Consiglio, pur vedendo accresciute le sue responsabilità sia rispetto alle attese create nell'opinione pubblica in forza della sua accresciuta legittimazione politica, sia in relazione alla sua partecipazione al Consiglio europeo, continuerà a rimanere privo di poteri fondamentali quali la possibilità di procedere alla revoca dei ministri e di proporre credibilmente il ritorno anticipato alle urne, soprattutto in chiave deterrente rispetto ai fattori di instabilità della maggioranza (come invece è previsto nelle maggiori democrazie rette da una forma di governo parlamentare razionalizzata come Regno Unito, Germania, Spagna). Sappiamo che la mancanza di questi poteri fondamentali (nonché degli strumenti normativi di natura regolamentare che consentono al governo di svolgere la funzione di «Comitato direttivo della maggioranza»), hanno determinato una cronica debolezza e instabilità dei governi, non solo quelli della prima fase della Repubblica (caratterizzati, non a caso, da una vita media di nove mesi), ma anche di quelli degli ultimi venti anni, nonostante la forte legittimazione politica derivante dal nuovo sistema elettorale maggioritario, con l'ulteriore conseguenza negativa di determinare una grave scissione tra potere e responsabilità, in contrasto con il principio non scritto del costituzionalismo liberale secondo il quale essi devono invece sempre andare di conserva. Il presente disegno di legge costituzionale intende colmare questa grave lacuna al fine di assicurare la stabilità dell'esecutivo e quindi, potenzialmente, governi di legislatura. Infatti, anche la scelta operata dalla riforma elettorale di attribuire il premio di maggioranza alla lista, escludendo la possibilità di costituire coalizioni di più liste, non pone affatto al riparo da possibili «degenerazioni del parlamentarismo» (va considerato che la differenza tra i seggi assicurati dal premio e la maggioranza assoluta è di soli 25 unità e che il fatto che siano stati eletti nella stessa lista non rappresenta una garanzia sufficiente ad arginare tali eventualità). Non a caso le indicazioni espresse a larga maggioranza nella Relazione finale della Commissione per le riforme istituita dal Governo Letta prevedevano di riformare anche gli articoli della Costituzione relativi alla forma di governo e, in questo contesto, di attribuire il premio di maggioranza alla coalizione di liste o alla lista vincente al primo turno o nel ballottaggio. Le modifiche proposte con il presente disegno di legge riguardano gli articoli 88 e 92 della Costituzione e sono ispirate al criterio del minimo intervento necessario per conseguire gli obiettivi enunciati. Per quanto riguarda la modifica dell'articolo 92 della Costituzione, si propone di sostituire il secondo comma prevedendo che il Presidente della Repubblica, sulla base dell'esito della elezione della Camera dei deputati, nomini il Presidente del Consiglio dei ministri e, su proposta di questo, nomini e revochi i ministri. La previsione della nomina del Presidente del Consiglio «sulla base dell'esito della elezione della Camera dei deputati» non è legata, evidentemente, ad alcun tipo particolare di sistema elettorale; certamente rappresenta un vincolo al rispetto della sovranità popolare, comunque con margini di flessibilità necessari in un sistema parlamentare, anche con la forma di governo «primo-ministeriale» insita nella riforma del sistema elettorale appena approvata; un sistema capace «di far emergere da una sola consultazione degli elettori la maggioranza parlamentare e l'indicazione del Presidente del Consiglio, in modo da incorporare la scelta del leader nella scelta della maggioranza» (come recita la Relazione finale della Commissione per le riforme istituita dal Governo Letta). Con tale sistema elettorale, se la nomina immediatamente successiva allo svolgimento delle elezioni appare una scelta di fatto obbligata (come lo sono già state, del resto, quelle avvenute a seguito di tutte le elezioni svoltesi dal 1994 al 2008), non altrettanto può dirsi in caso di una crisi governativa che intervenga nel seguito della legislatura. In tali casi, spetterà al Presidente della Repubblica, qualora la crisi governativa sia irreversibile, compiere questa delicata valutazione nominando un nuovo Presidente del Consiglio «sulla base dell'esito della elezione della Camera dei deputati», ovvero indicendo, in alternativa, le elezioni della nuova Camera dei deputati. Per quanto riguarda la modifica dell'articolo 88 della Costituzione, riguardante lo scioglimento della Camera dei deputati, si propone di inserire un comma, dopo il primo, prevedendo che il Presidente del Consiglio, previa deliberazione del Consiglio medesimo, possa richiedere al Presidente della Repubblica, di sciogliere la Camera dei deputati. Per comprendere appieno la portata di questa modifica costituzionale volta ad introdurre il potere di proposta dello scioglimento da parte del Presidente del Consiglio è forse opportuno un minimo di ricostruzione storica sull'interpretazione del potere di scioglimento delle Camere prima e dopo il 1953. Esso è infatti un anno di svolta nella lettura degli equilibri istituzionali disegnati dalla Carta del 1948, non solo per la vicenda della cosiddetta «legge truffa» (con la mancata attivazione del premio di maggioranza), ma anche per il «caso rivelatore», legato a quella stessa vicenda, del primo scioglimento anticipato del Senato (infatti il testo originario della Costituzione del 1948 prevedeva una durata asimmetrica dei due rami del Parlamento, cinque anni per la Camera, sei per il Senato). Ebbene, nel 1953, al momento del primo scioglimento anticipato del Senato, tutti gli ambienti politici e la stampa dell'epoca (v. la ricerca pubblicata nel Volume edito da Il Mulino «Come chiudere la transizione») ritenevano che il potere di proposta dello scioglimento fosse prerogativa del Presidente del Consiglio. Per l'esattezza, lo scioglimento era considerato un atto sostanzialmente governativo o, al più, un «atto complesso» o «duumvirale» in cui le volontà del Presidente del Consiglio e del Presidente della Repubblica pesassero sostanzialmente in modo uguale.