[pronunce]

che, infine, secondo il rimettente, l'art. 26, comma 3, ultimo periodo, si porrebbe in contrasto con l'art. 3 Cost., in quanto, prevedendo l'estinzione del giudizio solo per le controversie in corso alla data di entrata in vigore della legge, produrrebbe una disparità di trattamento tra i soggetti ricorrenti nelle controversie relative al trattamento economico dei collaboratori esperti linguistici «in base al mero dato temporale della definizione del processo prima o dopo l'entrata in vigore di tale legge», e in quanto perseguirebbe una finalità ultronea rispetto alla volontà del legislatore di fornire una interpretazione autentica dell'art. 1, comma 1, del decreto-legge n. 2 del 2004 e, comunque, determinerebbe un utilizzo improprio dell'istituto processuale dell'estinzione, violando, così, il principio di ragionevolezza; che, con atto depositato presso la cancelleria di questa Corte il 4 ottobre 2011, è intervenuto in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, deducendo l'irrilevanza della questione e l'infondatezza delle censure sollevate; che, in punto di rilevanza, la difesa dello Stato sostiene che, avendo l'art. 26, comma 3, della legge n. 240 del 2010 dato piena soddisfazione alle pretese vantate dagli ex lettori di madrelingua straniera, «l'ordinanza avrebbe dovuto essere supportata quantomeno dalla prospettazione (...) che in caso di accoglimento della questione di costituzionalità potrebbe pervenirsi ad una statuizione diversa e più favorevole per [la] parte istante»; che, secondo l'Avvocatura generale dello Stato, la norma impugnata non contrasterebbe con l'art. 24 Cost. in quanto, «essendo l'obiettivo perseguito dai ricorrenti attraverso lo strumento processuale, soddisfatto da quanto disposto dal medesimo articolo 26, comma 3, della legge n. 240 del 2010, per evidenti ragioni di economia processuale, i giudizi pendenti all'entrata in vigore della norma non hanno più ragione d'essere»; che, ad avviso della difesa dello Stato, sarebbero parimenti non fondate le censure riguardanti gli artt. 111 e 117 Cost., in relazione all'art. 6 della CEDU, in quanto «l'avvenuto riconoscimento del bene della vita esclude che l'estinzione del giudizio si traduca in un illegittimo utilizzo della parte pubblica di strumenti di risoluzione delle controversie preclusi al privato», e che neppure sarebbe leso il principio di ragionevole durata dei processi, in quanto la disciplina impugnata risponderebbe, al contrario, «al principio di economia processuale, che impone l'estinzione di quei processi che non abbiano più ragion d'essere, onde evitare un inutile dispendio di risorse pubbliche e al fine di garantire una deflazione del contenzioso, assicurando in tal modo il buon andamento della P.A. di cui all'art. 97 Cost., in particolare dell'amministrazione della giustizia»; che, infine, la difesa dello Stato ritiene che la dedotta disparità di trattamento tra ricorrenti, a seconda che i giudizi in materia si siano conclusi prima o dopo l'entrata in vigore della legge n. 240 del 2010, non sussisterebbe, in quanto, benché solo nel primo caso i ricorrenti abbiano ottenuto una sentenza di merito, «ciò che rileva è che la pretesa economica vantata sia soddisfatta in entrambi i casi, anche se con strumenti diversi». Considerato che, con ordinanza pervenuta presso la cancelleria di questa Corte il 22 luglio 2011 (reg. ord. n. 184 del 2011) , il Tribunale ordinario di Torino - sezione lavoro, ha sollevato questione di legittimità costituzionale dell'art. 26, comma 3, ultimo periodo, della legge 30 dicembre 2010, n. 240 (Norme in materia di organizzazione delle università, di personale accademico e reclutamento, nonché delega al Governo per incentivare la qualità e l'efficienza del sistema universitario), ai sensi del quale «Sono estinti i giudizi in materia, in corso alla data di entrata in vigore della presente legge», per violazione degli artt. 3, 24 e 111, nonché dell'art. 117, primo comma, Cost., in relazione all'art. 6 della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali; che la difesa dello Stato deduce l'inammissibilità della questione, in quanto sostiene che, avendo l'art. 26, comma 3, della legge n. 240 del 2010 dato piena soddisfazione alle pretese vantate dagli ex lettori di madrelingua straniera, i ricorrenti non potrebbero trarre da una eventuale pronuncia di merito alcuna utilità ulteriore rispetto a quella riconosciuta dalla disposizione in esame e, quindi, che «l'ordinanza avrebbe dovuto essere supportata quantomeno dalla prospettazione (...) che in caso di accoglimento della questione di costituzionalità potrebbe pervenirsi ad una statuizione diversa e più favorevole per [la] parte istante»; che, ai fini del giudizio di ammissibilità, si deve rilevare l'assenza, nell'ordinanza di rimessione, di una motivazione in ordine alla rilevanza, sotto i profili di seguito indicati; che, innanzi tutto, il giudice rimettente si limita ad asserire che «la novella legislativa è senz'altro applicabile ai giudizi in corso e la controversia de quo dovrebbe essere necessariamente decisa (o meglio dovrebbe essere immediatamente estinta) sulla base dell'art. 26, comma 3», senza motivare in merito alla applicabilità di tale disposizione a un giudizio che interessa, in veste di resistente, l'Università degli studi di Torino, non inclusa tra le università elencate nell'art. 1, comma 1, del decreto-legge 14 gennaio 2004, n. 2 (Disposizioni urgenti relative al trattamento economico dei collaboratori linguistici presso talune Università ed in materia di titoli equipollenti), convertito, con modificazioni, dalla legge 5 marzo 2004, n. 63, che l'art. 26, comma 3, della legge n. 240 del 2010 espressamente richiama;