[pronunce]

n. 8 del 2016 si sarebbe risolto nella violazione, in sostanza, del criterio direttivo volto a imporre tale depenalizzazione, così violando l'art. 76 Cost. 3.2.- Ove questa Corte non ritenesse di accogliere la questione così prospettata in via principale, il rimettente solleva, in via subordinata, questione di legittimità costituzionale dell'art. 1, comma 1, del d.lgs. n. 7 del 2016. Precisa al riguardo che, «benché la materia della depenalizzazione del reato ex art. 10-bis d.lgs. 286/1998 sia più affine al contenuto del d.lgs. 8/2016 (il d.lgs. 7/2016 si occupa invece di abrogare talune norme incriminatrici e di prevedere per i fatti ivi già previsti delle sanzioni pecuniarie civili), si reputa più corretto individuare il provvedimento da censurare nel d.lgs. 7/2016 ed in particolare nel relativo articolo 1, che ha previsto l'abrogazione di alcune norme incriminatrici». Questa disposizione, evidenzia il giudice a quo, nell'abrogare diverse norme incriminatrici recate dal codice penale, non prevede alcunché con riguardo al reato di cui all'art. 10-bis del d.lgs. n. 286 del 1998, che, invece, l'art. 2, comma 3, lettera b), della legge n. 67 del 2014 ha specificamente delegato il Governo ad abrogare e trasformare in illecito amministrativo . Di qui la dedotta violazione dell'art. 76 Cost. anche ad opera del citato art. 1, comma 1, del d.lgs. n. 7 del 2016. 3.2.1.- Nell'ipotesi in cui venisse accolta tale questione, il rimettente sollecita, infine, questa Corte a dichiarare, in via consequenziale, l'illegittimità costituzionale anche dello stesso art. 10-bis, comma 1, del d.lgs. n. 286 del 1998, «nella parte in cui prevede la pena dell'ammenda da 5.000 a 10.000 euro anziché la sanzione amministrativa da 5.000 a 10.000 euro». 4.- È intervenuto in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che le questioni sollevate siano dichiarate non fondate. 4.1.- In merito alla censura che investe l'art. 1, comma 4, del d.lgs. n. 8 del 2016, la difesa statale premette che sarebbe «del tutto fisiologica» un'attività «normativa di completamento e sviluppo delle scelte del delegante» (è citata la sentenza n. 212 del 2018 di questa Corte), per la cui attuazione il Governo fruirebbe dunque di «un margine di discrezionalità», tanto più in presenza di principi e criteri direttivi dal significato oggettivamente incerto. Quindi, sottolinea innanzitutto che, nonostante la mancata inclusione dell'immigrazione tra le materie sottratte alla depenalizzazione ai sensi dell'art. 2, comma 2, lettera a), della legge n. 67 del 2014, questa norma annovera tuttavia, tra tali materie escluse, quella della «sicurezza pubblica», rispetto alla quale i reati di cui al d.lgs. n. 286 del 1998 presenterebbero una «indubbia connessione». Inoltre, evidenzia che il legislatore delegante avrebbe sì previsto - però con una norma interposta diversa da quella evocata in relazione alla questione in esame - la depenalizzazione del reato di cui all'art. 10-bis del d.lgs. n. 286 del 1998, ma «non certo di tutti i reati contemplati dal predetto corpus normativo»: di qui la legittimità costituzionale della scelta adottata dal Governo con la disposizione sospettata in via principale. 4.2.- A giudizio dell'Avvocatura generale, anche la questione, sollevata in via subordinata, avente a oggetto l'art. 1, comma 1, del d.lgs. n. 7 del 2016 sarebbe priva di pregio. Il Governo, infatti, avrebbe soltanto omesso in parte di esercitare la delega conferitagli, ciò che potrebbe sì determinare la sua responsabilità politica verso il Parlamento, «ma non una violazione dell'art. 76 Cost., a meno che il mancato parziale esercizio della delega stessa non comporti uno stravolgimento della legge di delegazione» (è citata la sentenza n. 223 del 2019 di questa Corte). Stravolgimento che, d'altra parte, non sarebbe ravvisabile nella specie, poiché l'omessa attuazione della delega riguarderebbe «un particolare punto, che comunque è del tutto autonomo rispetto alle altre ipotesi di depenalizzazione previste», come affermato nel parere espresso dalle «Commissioni parlamentari, chiamate a pronunciarsi proprio sui decreti legislativi nn. 7 e 8 del 2016». Tale parere costituirebbe quindi un «elemento che, come in generale i lavori preparatori, può contribuire alla corretta esegesi della» legge delega, sicché «proprio dalla mancata censura in sede parlamentare questa Corte ha già potuto argomentare come non si fosse in presenza di una violazione della legge» stessa (è citata la sentenza n. 127 del 2017 di questa Corte).1.- Con ordinanza del 17 luglio 2023 (reg. ord. n. 125 del 2023) , il Tribunale di Firenze, sezione prima penale, in via principale dubita, in riferimento all'art. 76 Cost., della legittimità costituzionale dell'art. 1, comma 4, del d.lgs. n. 8 del 2016, nella parte in cui stabilisce che il precedente comma 1 non si applichi ai reati di cui al d.lgs. n. 286 del 1998, e, in via subordinata, dell'art. 1, comma 1, del d.lgs. n. 7 del 2016, «nella parte in cui non prevede l'abrogazione, trasformandolo in illecito amministrativo», del reato di ingresso e soggiorno illegale nel territorio dello Stato di cui all'art. 10-bis del citato d.lgs. n. 286 del 1998. 2.- L'art. 1, comma 4, del d.lgs. n. 8 del 2016, denunciato quindi in via principale, esclude dalla depenalizzazione disposta dal comma 1 - secondo cui «[n]on costituiscono reato e sono soggette alla sanzione amministrativa del pagamento di una somma di denaro tutte le violazioni» punite con la sola pena della multa o dell'ammenda -, tra l'altro, i reati contemplati dal d.lgs. n. 286 del 1998. Ad avviso del rimettente, questa disposizione violerebbe l'art. 76 Cost. perché si porrebbe in contrasto con l'art. 2, comma 2, lettera a), della legge n. 67 del 2014, che ha conferito al Governo la delega a trasformare in illeciti amministrativi i reati puniti con sola pena pecuniaria e non ha annoverato tra le materie eccettuate da tale depenalizzazione quella dell'immigrazione: il reato previsto dall'art. 10-bis del d.lgs. n. 286 del 1998 (ingresso e soggiorno illegale nel territorio dello Stato), sottoposto alla sua cognizione e punito con la pena dell'ammenda, avrebbe dovuto, pertanto, essere depenalizzato in forza del criterio direttivo dettato dalla norma interposta evocata.