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I Presidenti di Camera e Senato avevano chiesto a ogni Commissione, nella fase più calda dell'emergenza, di continuare a lavorare e di interrogarsi, per quanto di competenza, sulle eventuali conseguenze e studiare le possibili azioni che si sarebbero potute intraprendere in Parlamento per venire incontro alle esigenze del Paese. Ebbene, come Commissione bicamerale sugli ecoreati non ci siamo sottratti. Il quadro che ci è apparso dagli interventi è stato chiaro ed evidente, depurato - permettetemi il termine - dalle ideologie e da impostazioni anacronistiche e antistoriche. È evidente e lapalissiano - è stato detto per la sanità e per l'inquinamento - che il quadro di partenza condizioni poi tutto il resto. E qual è il quadro di partenza che occorre ribadire ancora una volta? Sentirete questo fino allo sfinimento. È un quadro che denota una normativa non ancora completamente al passo con i tempi e un'impiantistica carente e presente in maniera disomogenea. In questo quadro, anche la comunicazione che c'è stata non ha aiutato, e ciò è emerso dai resoconti stenografici delle audizioni anche della parte privata, oltre che di quella pubblica. Pensate che, nonostante le infinite conferenze stampa, le infinite dichiarazioni e gli infiniti esempi del Presidente del Consiglio, mai una volta sono stati ricordati gli operatori; mai una volta è stato fatto l'esempio della gestione del ciclo dei rifiuti come di un servizio essenziale per evitare che un eventuale blocco potesse comportare il determinarsi di un'emergenza nell'emergenza. Per settimane, in alcuni casi per mesi, nonostante più volte il Presidente del Consiglio ci abbia ricordato che il 31 gennaio sia stato approvato lo stato d'emergenza, ancora a marzo le associazioni di categoria chiedevano chiarimenti e risposte. Cosa è arrivato a distanza di settimane o addirittura di mesi? Sono arrivate delle linee guida. Di fronte a domande specifiche rivolte tanto al Ministro della salute che a quello dell'ambiente, balbettando ci è stato detto che effettivamente non sono state assunte iniziative da fonte primaria, ma tardivamente sono state approvate delle linee guida, in rapporto ovviamente con ISPRA e con l'Istituto superiore di sanità. Questo cosa ha determinato? Emerge chiaramente dalla relazione che i singoli Comuni e le singole Regioni, obbligatoriamente e necessariamente per rispondere all'emergenza, hanno assunto scelte e dato risposte. Qui per caso c'è la risposta della Regione Lombardia che specifica l'inquadramento dell'attività di gestione dei rifiuti nell'ambito dell'emergenza - ma potrei prendere anche l'esempio delle altre diciannove Regioni o delle Province autonome - prima che una risposta arrivasse in maniera definitiva, con l'indicazione ad esempio dei codici Ateco degli impianti quali attività indispensabili. Ci si poteva muovere sicuramente prima. È ottimo prendere atto, anche per l'emergenza attuale e per il futuro, al punto 2 della proposta di risoluzione che è stata elaborata e nella quale ci riconosciamo pienamente, dell'esigenza di contemperare gli sconti previsti per le attività chiuse, così come fatto - ad esempio - da ARERA il 5 maggio. Ma allo stesso tempo è necessario fare in modo che quei costi di gestione, che comunque ci sono stati, non gravino - da un lato - sui Comuni e indirettamente sui cittadini e - dall'altro - sul sistema impiantistico. Il fatto che siano stati prodotti meno rifiuti non deve trarre in inganno, intanto perché ne è cambiata la tipologia. Immaginate come sono stati dovuti trattare tutti i rifiuti di chi era in quarantena o di chi era risultato positivo, con regole completamente differenti, e considerate il fatto che le aziende hanno dovuto comunque sostenere i costi fissi di gestione del parco veicolare, delle assicurazioni e del personale. Allora, è giusto dire che chi è stato chiuso non deve pagare, ma è altrettanto giusto che quel costo non si scarichi - come ha denunciato anche il presidente dell'ANCI Decaro - sui Comuni o sulle aziende. Ben venga dunque il punto 2 della proposta di risoluzione, che non era stato ancora richiamato nei precedenti interventi. Ben venga anche che si richiami il Governo sulla necessità di dare risposte sull' end of waste , sul ciclo dei rifiuti e sull'impiantistica, ma poi bisogna essere conseguenti. Mi permetta il collega Ferrazzi: è vero che su tre delle quattro direttive europee che abbiamo recepito - mi riferisco in particolare all'Atto Senato 169, che recepiva le direttive nn. 851 e 852 relative agli imballaggi e alla produzione di rifiuti - non ci sia stato nessun voto contrario. Responsabilmente, infatti, abbiamo guardato a quello che c'era di buono, ma abbiamo anche segnalato quello che si sarebbe potuto fare e non si è fatto. Faccio un unico esempio: non si può chiedere di avere delle risposte, ridurre la produzione di rifiuti, aumentare il riciclo e poi imporre - chiedo un minimo di attenzione, perché è un passaggio importante, e mi rivolgo anche al Governo, perché fa ancora in tempo a correggere lo schema di decreto legislativo - gli standard minimi solo per gli impianti che preparano il rifiuto al riciclo. Vogliamo dire una volta per tutte che ogni impianto rifiuti deve avere degli standard minimi per evitare quelle truffe legalizzate che spesso succedono in varie parti d'Italia e che sono oggetto anche delle indagini della Commissione bicamerale d'inchiesta? Ci sono degli impianti all'interno dei quali i rifiuti girano per finta solo per giustificare che, essendo scarti di processo, possono andare in discarica; cosa che non potrebbero fare se fossero rifiuti tal quale. Prendo ad esempio il TMB Salario a Roma, e si tratta di dati pubblici: non esiste che ci siano impianti che lavorano con uno scarto superiore al 60 per cento. È una vergogna! (Applausi) . Allora, se approviamo una risoluzione, bisogna essere coerenti: inseriamo nel primo provvedimento utile che ogni impianto abbia degli standard minimi e che, se questi ultimi non vengono rispettati, l'impianto deve chiudere. Non basta completare la rete impiantistica, che non è presente in tutto il territorio nazionale, ma serve che quegli impianti funzionino sul serio e non sulla carta. Anche questo significa ridurre gli spazi per la criminalità, per il malaffare, per chi vuole speculare sui rifiuti. Prendiamo anche atto positivamente del fatto che la relazione riconosca la necessità di provvedere a garantire una quantità sufficiente dei nostri impianti di lavorazione. È infatti vero - e noi di questo prendiamo atto - che, poiché ci appoggiamo moltissimo all'estero per alcune tipologie di rifiuti, non si è creata un'emergenza. Ma ciò non è accaduto, perché poi i confini sono stati riaperti. Diversamente, quelle 200.000 tonnellate, che casualmente sono state quelle prodotte e quelle trattabili, non sarebbero bastate. Allora una buona volta diamo una risposta. Una cosa è certa: l'unica emergenza legata attualmente al Covid per questo settore - a parte quella democratica che purtroppo rimane sempre - è l'assenza di un piano di gestione delle emergenze. Noi speriamo che possa finalmente essere approvato affinché, alla prossima occasione in cui il nostro Paese si troverà in difficoltà, si possa rispondere in maniera tale che questa emergenza non sia dimenticata, ma costituisca il punto di partenza per gestire ancora meglio la prossima, che speriamo non ci sia o sia il più lontano possibile.