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Risulta pertanto fondamentale rinforzare le recinzioni già presenti sugli assi stradali che delimitano l'area infetta, così come costruire ex novo, ove possibile, barriere fisiche che mettano in sicurezza i confini della zona sottoposta a restrizione. Le recinzioni sono sicuramente lo strumento più efficace per procedere al contenimento dei cinghiali e per questo motivo sono stati destinati 10 milioni di euro, anche se siamo consapevoli che la conformazione orografica del territorio non renderà facile la collocazione delle stesse. Vi è quindi la concreta possibilità che il virus possa diffondersi tra i cinghiali in un'area molto più vasta, comprendente sia zone montuose particolarmente impervie, di difficile accessibilità e con un'elevata intensità di questa popolazione, che zone urbane in cui vivono cinghiali abituati alla vicinanza dell'uomo. Le recinzioni e le strutture temporanee amovibili dovranno essere realizzate dalle Regioni interessate in deroga alle disposizioni dei regolamenti edilizi e a quelle sulla valutazione di incidenza ambientale e, in presenza di vincoli paesaggistici, mediante procedura semplificata. Anche questo passaggio è fondamentale per contenere al massimo i tempi per la loro realizzazione: i tempi sono infatti il fattore cruciale. Uno degli obiettivi per i quali hanno lavorato le Commissioni è stato l'eradicazione della malattia, pur nella consapevolezza del fatto che si tratta di un traguardo arduo, che richiede serietà e metodo nell'approccio. Sarà necessaria una sinergia tra le diverse amministrazioni coinvolte e le parti interessate (compresi allevatori e cacciatori), procedendo con lo spopolamento dei cinghiali. In questo contesto la leadership e il coordinamento da parte delle Regioni e dei servizi veterinari pubblici sarà essenziale. L'altro obiettivo è stato quello della tutela della filiera suinicola e dell' export italiano, considerato che diversi Paesi, come Giappone e Cina, ma anche Taiwan, Thailandia, Messico, Perù, Ecuador, Filippine e Sudafrica, hanno da subito intrapreso una politica protezionistica e in questo senso hanno chiuso il proprio mercato indistintamente alle carni e a tutti i prodotti a base di carne suina. L'Associazione industriali delle carni e dei salumi (Assica) e l'Unione nazionale filiere agroalimentari carni e uova (UnaItalia) stimano, oltre ai danni direttamente patiti dagli allevatori nelle zone infette e nelle aree limitrofe, un danno esteso al settore carni e salumi di almeno 20 milioni di euro al mese solo per il mancato export . Si tratta quindi non di una caccia ai cinghiali, che comunque, se colpiti da malattia, non vivrebbero in ogni caso, ma della sopravvivenza di un intero settore agroalimentare fondamentale per la nostra economia e per centinaia di aziende e lavoratori che ci chiedono di fare in fretta. La Lega continuerà a lavorare per la tutela dell'attività di coloro che risiedono nella zona rossa e che in questo periodo dell'anno vedono precluse diverse attività lavorative, l'accesso ai parchi e varie attività legate al turismo e all'accoglienza, attualmente in grande difficoltà. In questo senso andava anche un emendamento che abbiamo presentato e che, purtroppo, non ha trovato margine di accoglimento. Questo è sicuramente un provvedimento di buon senso e, anche se arriveranno le critiche, perché questo è il Paese dove è più facile criticare a prescindere che costruire, a noi interessa intervenire e intervenire presto, perché non sia troppo tardi e i costi non diventino dieci volte tanto. La nostra risposta, onorevoli colleghi, deve necessariamente essere la più compatta e rapida possibile. (Applausi) . PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore De Carlo. Ne ha facoltà. DE CARLO (FdI) . Signor Presidente, onorevoli colleghi, il collega La Pietra prima ha fatto una fotografia per certi versi impietosa di come sia la gestione o la non gestione della fauna selvatica in questa Nazione. È una visione ancora pesantemente condizionata dall'ideologia, da una scarsissima conoscenza dell'equilibrio tra selvatico e domestico e, soprattutto, forse condizionata da una visione ormai troppo urbanizzata dell'Italia rurale. Se, fino a trenta anni fa, il 70 per cento della popolazione italiana viveva in area rurale e quindi conosceva i meccanismi e la vita della ruralità italiana, mentre solo il 30 per cento viveva in zone urbanizzate, ora stiamo andando verso una società nella quale, nel giro di pochissimi anni, la percentuale di fatto si rovescia. Avremo oltre il 70 per cento di persone che vivono nelle città e il 30 per cento nelle aree rurali. Tralascio in questa sede tutte le considerazioni relative a chi farà manutenzione e mantenimento di quelle aree rurali nel caso si spopolino. Su questo, io ritengo che siano altri gli strumenti con i quali dobbiamo intervenire e sui quali dobbiamo lavorare. Questo perché io non mi arrendo a questa visione urbanocentrica. Credo, invece, che la città sia funzionale nel momento in cui può poggiare su un retroterra rurale, che le consenta di sfamarsi e di avere comunque il controllo anche degli agenti atmosferici, così che questi non la condizionino, come accaduto con le piene di certi fiumi, anche in Veneto, rispetto alla sicurezza ambientale. Ma questa è un'altra partita. Io mi concentrerei, piuttosto, sulla visione anti rurale e anti agricola di una certa parte anche di questo Parlamento. Se qualcuno riesce a essere felice e contento di vedere mamma cinghiale che allatta i cinghialini in centro a Roma, io, invece, questo lo considero un fallimento, non solo delle politiche di contenimento del selvatico, ma anche delle politiche di gestione urbana, perché non è normale vedere un animale selvatico vivere in zona urbana. Quella è una stortura di questa Nazione, non un serio piano di contenimento della fauna selvatica, a beneficio non solo, come in questo caso, del suino allevato e quindi della possibilità di contrarre una malattia, che compare in Europa nel 2014: quindi, c'è stato qualche tempo per studiare meccanismi di contenimento. L'Unione europea finanzia un progetto di oltre 10 milioni di euro per la ricerca sui vaccini. Noi siamo velocissimi, giustamente, a trovare un vaccino per il Covid-19, ma latitiamo nel momento in cui dovremmo agire per contenere malattie che gravano sul PIL nazionale in maniera assolutamente pesante. Anzi, in questo momento addirittura la nostra filiera suinicola è pesantemente condizionata anche da qualche possibile speculazione al centro della filiera stessa, che porta gli agricoltori a vedersi riconosciuto un aumento di pochi centesimi ed altri contraenti, come i macelli, vedere aumentare le spese alla catena dei trasformatori e degli insaccatori di oltre il 28-40 per cento. Dobbiamo riuscire a dare stabilità in condizioni normali al reddito degli allevatori, pesantemente condizionato anche dall'aumento del costo del mangime. I dati del Consiglio per la ricerca in agricoltura e l'analisi dell'economia agraria (Crea) fotografano una situazione secondo la quale un'azienda su quattro dei settori suinicoli e cerealicoli non sarà in grado, nella prossima campagna, di acquistare i fattori produttivi per fare il ciclo produttivo. Ciò significa che sono a rischio 27.000 aziende.