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gli abusi, di cui la « correntocrazia » e l'uso politico della giustizia sono alla base, ledono in primo luogo il potere giudiziario, il quale si legittima e giustifica – come detto – in base alla sua autorevolezza, competenza, terzietà e imparzialità. Più in generale, non è compatibile con il principio di separazione dei poteri, il principio democratico e il principio di sovranità popolare, già richiamati, che la giurisdizione si faccia strumento per perseguire indirizzi politici particolari e autonomi, per interferire con il circuito democratico-rappresentativo e condizionare l'esercizio delle attribuzioni da parte degli organi costituzionali, peraltro secondo logiche ricattatorie e oscure. Con specifico riguardo alla disciplina del CSM, l'esigenza da soddisfare è quella di ridimensionare le distorsioni patologiche legate al peso preponderante assunto dalle correnti, non solo nel momento per così dire « genetico », cioè in sede di individuazione dei candidati destinati a concorrere per 1'elezione, ma anche successivamente, nel quotidiano esercizio da parte dell'organo delle proprie attribuzioni costituzionali. Non è inutile rammentare come, già in sede di Assemblea costituente, massimo fosse stato lo sforzo di trovare un punto di equilibrio fra i due principali, e contrapposti, rischi sottesi alle regole di composizione dell'organo. È noto che, da un lato, si agitava il timore che le ragioni « esterne » della politica si infiltrassero nelle dinamiche del Consiglio superiore, tramite un potere di nomina eventualmente troppo ampio affidato alle istituzioni del circuito democratico-rappresentativo, a cominciare dal Parlamento. È altrettanto noto, però, che un timore speculare fosse quello di creare uno « Stato nello Stato », una « casta chiusa e intangibile » (on. Preti), « separata e irresponsabile » (on. Dominedò), un « mandarinato » (on. Persico), un organo del tutto separato dagli apparati amministrativi dello Stato e sottratto al controllo dell'organo di rappresentanza popolare, dei mezzi d'informazione e della pubblica opinione (on. Cappi). La stessa designazione al vertice del Presidente della Repubblica rispondeva all'obiettivo di impedire che il Consiglio superiore diventasse « un corpo chiuso e ribelle », una specie di « cometa che possa uscire per conto suo dall'orbita costituzionale » (on. Calamandrei). La disciplina congegnata dal Costituente, se sotto molti profili ha assicurato un'egregia composizione degli interessi in campo, non ha impedito che, nelle sue maglie ampie, rimesse alla legislazione attuativa e alle concrete dinamiche della prassi, si prefigurasse un terzo rischio, che, per certi versi, è un ibrido fra i due paventati dai Costituenti: vale a dire, la politicizzazione interna alla magistratura stessa. Una questione di prima grandezza, che oggi è emersa davanti all'opinione pubblica come una vera e propria patologia democratica, ma il problema giustizia è più vasto e complesso: l'Italia registra, infatti, oltre mille casi all'anno di innocenti finiti in carcere che vengono risarciti, ed è solo la punta dell'iceberg, perché in realtà sono almeno il doppio. Questo significa che l'aver coscienza di non aver commesso alcun atto contrario alla legge non esclude affatto l'ipotesi che un cittadino possa trovarsi nella posizione dell'accusato. Dunque la questione della scelta sia delle persone chiamate a giudicarci, sia di quelle cui viene attribuito il potere di metterci sotto accusa riguarda la libertà di tutti. Ed è molto importante per ciascuno di noi che i magistrati svolgano le loro funzioni in condizione di assoluta indipendenza e serenità, senza essere condizionati da circostanze esterne, cioè senza avere riguardo alla fede religiosa, o alla posizione sociale, o all'appartenenza politica. È nell'interesse generale che chi rappresenta la pubblica accusa nel processo penale e i poteri di svolgere la funzione di giudice non subisca il benché minimo condizionamento, nemmeno psicologico, dal magistrato che svolge la funzione della pubblica accusa. Proprio in questo sta l'indipendenza del magistrato. Ebbene, dopo gli ultimi avvenimenti è più che lecito, quindi, porsi la domanda se il sistema attuale di organizzazione della giustizia, anziché garantire l'indipendenza dei magistrati, crei invece un contesto ambientale dove tale indipendenza o si affievolisce o, addirittura, scompare del tutto. Il riferimento inevitabile è al ruolo del Consiglio superiore della magistratura, organo di rilevanza costituzionale, che con i poteri di nomina-trasferimento e disciplinare, stabilisce chi e dove comanda tra i magistrati. Per la stessa credibilità della giustizia è doveroso fare chiarezza su quanto recentemente affermato dal dottor Palamara, per anni presidente dell'ANM, che getta una lunga ombra sul principio dell'obbligatorietà dell'azione penale, descrivendolo come un usbergo dietro il quale si nasconde in realtà il massimo della discrezionalità dei pubblici ministeri. Una fìctio iuris, insomma, che consente alle procure di decidere se, come e chi indagare, quali indizi considerare e quali no, quali intercettazioni utilizzare e quando accendere o spegnere i trojan . Con un corollario che non è certo un dettaglio: l'assoluta prevalenza della magistratura inquirente nella gestione dell'ANM e dello stesso CSM, l'organo di autogoverno che controlla le carriere di tutti i magistrati, anche di quelli giudicanti, potendo così condizionare – questo almeno si evince da un'intervista di Palamara a Il Riformista – anche l'esito di certe sentenze. Se a questo si aggiunge la più volte affermata necessità di una « supplenza » della magistratura nei confronti della politica, oltre alle circostanze ormai storicizzate di inchieste finite poi nel nulla ma che hanno determinato conseguenze politiche irreparabili, con le dimissioni di Governi di ogni colore politico, ci sono tutti gli elementi per il varo di una Commissione d'inchiesta parlamentare che possa far luce sui rapporti intercorsi tra magistratura e politica negli ultimi trent'anni. Un'esigenza certificata anche da un autorevole esponente della sinistra come Luciano Violante, ex magistrato ed ex presidente della Camera, il quale in un'intervista del 23 dicembre 2009 disse testualmente: « L'indipendenza dei magistrati dai poteri esterni è cresciuta sino a toccare livelli sconosciuti a qualsiasi altro Paese. Sull'altro versante, la politica e l'amministrazione hanno perso tutti gli scudi che preservavano l'una e l'altra dall'attivismo giudiziario. E i pubblici ministeri fanno notizia perché sono in grado di incidere sul consenso che costituisce il fondamento della democrazia ». Oggi più che mai, dunque, l'Italia non può permettersi e non può tollerare che dubbi di tale portata continuino ad aleggiare sulla vita politica e sulle istituzioni. Occorre comprendere in profondità quanto è accaduto per evitare che si ripeta, anche se con nuovi protagonisti. È necessario quindi consentire al Parlamento, centro della sovranità del popolo, di indagare in ossequio del dovere di trasparenza e lealtà verso il popolo italiano.