[pronunce]

che anche il tribunale militare di Palermo solleva, in riferimento agli artt. 3, 24 e 111 Cost., questione di legittimità costituzionale dell'art. 513, comma 2, ultimo inciso, cod. proc. pen. , nella parte in cui consente l'acquisizione per contestazioni di dichiarazioni rese in precedenza da chi, sentito in dibattimento ai sensi dell'art. 210 cod. proc. pen. , si avvalga della facoltà di non rispondere. Reputa infatti il rimettente che la possibilità di acquisire verbali di dichiarazioni già rese da chi in dibattimento si sottrae all'esame, violi, ad un tempo, il nuovo art. 111 Cost., stante la tassatività dei casi nei quali la formazione della prova non ha luogo in contraddittorio, l'art. 24 Cost., giacché il diritto di difesa viene ad essere correlativamente menomato, nonché l'art. 3 della medesima Carta, in quanto si genera una disparità di trattamento rispetto alle ipotesi in cui le prove vengono ad essere correttamente formate ed acquisite; che analoghe censure sono prospettate anche dal tribunale di Trento, il quale solleva, per contrasto con l'art. 111 Cost., questione di legittimità costituzionale dell'art. 513 cod. proc. pen. , nella parte in cui prevede che, qualora il dichiarante rifiuti di rispondere su fatti concernenti la responsabilità di altri, già oggetto delle sueprecedenti dichiarazioni, in mancanza dell'accordo delle parti alla lettura si applica l'art. 500, commi 2-bis e 4, cod. proc. pen. Osserva al riguardo il giudice a quo che, tramite l'applicazione del meccanismo consentito dall'art. 513 cod.proc.pen, quale scaturito dalla sentenza n. 361 del 1998, i verbali di dichiarazioni rese nella fase delle indagini preliminari dal coimputato citato ex art. 210 cod. proc. pen. , vengono a trovare ingresso nel processo penale, così sottraendosi al contraddittorio, ora costituzionalmente presidiato; che non dissimili sono le censure svolte dal tribunale di Locri a sostegno della identica questione di legittimità costituzionale dell'art. 513, comma 2, cod. proc. pen. , sollevata per contrasto con l'art. 111 della Costituzione. Sottolinea, infatti, il rimettente che il meccanismo delle contestazioni, introdotto dalla sentenza n. 361 del 1998, la quale ha integrato anche l'art. 513, comma 2, del codice di rito, consentendo l'acquisizione al fascicolo per il dibattimento delle dichiarazioni rese da persone che si sono sottratte all'interrogatorio da parte dell'imputato o del suo difensore, vulneri il principio del contraddittorio nella formazione della prova, oltre che quello secondo il quale la colpevolezza dell'imputato non può essere provata sulla base di dichiarazioni rese da chi, per libera scelta, si è sempre volontariamente sottratto all'interrogatorio da parte dell'imputato o del suo difensore; che anche la Corte di appello di Venezia solleva questione di legittimità costituzionale dell'art. 513, comma 2, cod. proc. pen. , come interpretato da questa Corte nella sentenza n. 361 del 1998, nella parte in cui consente la formazione della prova in sede dibattimentale senza un effettivo contraddittorio fra le parti, deducendone il contrasto con l'art. 111, quarto comma, della Costituzione. A parere del rimettente, infatti, il comportamento di chi, dopo essersi avvalso della facoltà di non rispondere nel corso del dibattimento, si limiti a subire le contestazioni sulla base di quanto in precedenza dichiarato senza nulla rispondere, si risolve di fatto in una volontaria sottrazione all'interrogatorio da parte dell'imputato o del suo difensore, con la conseguenza che, non realizzandosi un effettivo contraddittorio, le dichiarazioni precedentemente rese non possono concorrere a formare prova alla luce del nuovo dettato costituzionale; che identiche, nella sostanza, sono pure le doglianze prospettate dal tribunale di Roma, il quale solleva, in riferimento all'art. 111, quarto comma, Cost., questione di legittimità costituzionale dell'art. 513, comma 2, cod. proc. pen. , come interpretato dalla sentenza n. 361 del 1998, nella parte in cui consente la utilizzazione, nei confronti degli imputati, delle dichiarazioni rese nelle indagini preliminari dalla persona esaminata ex art. 210 cod. proc. pen. , a seguito della contestazione effettuata ai sensi dell'art. 500, commi 2-bis e 4, cod. proc. pen. , qualora il dichiarante si sia avvalso della facoltà di non rispondere, indipendentemente dal verificarsi di uno dei casi previsti dall'art. 111, quinto comma, della Costituzione osserva il rimettente che tale ultima previsione costituzionale, affidando al legislatore ordinario il compito di regolare le ipotesi in cui è consentita la formazione della prova al di fuori del contraddittorio, ha limitato dette ipotesi ai casi del consenso dell'imputato, della accertata impossibilità di natura oggettiva e di provata condotta illecita. Ciò confermerebbe, dunque, che, in base al dettato costituzionale, in caso di rifiuto di rispondere da parte della persona da esaminare ex art. 210 cod. proc. pen. , non è consentita neanche de iure condendo una sia pur limitata possibilità di acquisizione e di utilizzazione delle dichiarazioni contra alios precedentemente rese in carenza di contraddittorio; che, infine, anche il tribunale di Nuoro solleva, in riferimento all'art. 111, secondo, terzo e quarto comma, Cost., questione di legittimità costituzionale dell'art. 513, comma 2, cod. proc. pen. , come integrato dalla sentenza costituzionale n. 361 del 1998, per rilievi del tutto analoghi a quelli svolti dagli altri rimettenti. Considerato che le ordinanze sollevano questioni del tutto analoghe o comunque fra loro intimamente connesse, sicché i relativi giudizi vanno riuniti per essere definiti con un'unica decisione; che, successivamente alla pronuncia degli atti di rimessione è intervenuta la legge 1° marzo 2001, n. 63 (Modifiche al codice penale e al codice di procedura penale in materia di formazione e di valutazione della prova in attuazione della legge costituzionale di riforma dell'art. 111 della Costituzione), la quale ha profondamente inciso sulla disciplina del diritto al silenzio e della formazione della prova in dibattimento, apportando, fra l'altro, sensibili modifiche alle disposizioni oggetto di impugnativa ed a varie norme ad esse direttamente collegate; che di conseguenza, essendo mutate le norme censurate ed il contesto complessivo della disciplina diriferimento, gli atti devono essere restituiti ai giudici rimettenti, perché verifichino se le questioni proposte siano tuttora rilevanti nei giudizi a quibus;