[pronunce]

SENTENZA ha pronunciato la seguentenel giudizio di legittimità costituzionale degli artt. 9, comma 2, della legge 7 febbraio 1990, n. 19 (Modifiche in tema di circostanze, sospensione condizionale della pena e destituzione dei pubblici dipendenti) e 31 del regio decreto legislativo 31 maggio 1946, n. 411 (recte: 511) (Guarentigie della magistratura), promosso con ordinanza del 12 luglio 2002 dalla Sezione disciplinare del Consiglio superiore della magistratura, iscritta al n. 396 del registro ordinanze 2002 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 37, prima serie speciale, dell'anno 2002. Visto l'atto di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri; udito nella camera di consiglio del 9 aprile 2003 il Giudice relatore Valerio Onida.. Ritenuto in fatto Considerato in diritto 1.- Con ordinanza pronunciata il 12 luglio 2002 e pervenuta a questa Corte il 6 agosto 2002, la Sezione disciplinare del Consiglio superiore della magistratura ha sollevato questione incidentale di legittimità costituzionale degli articoli 9, comma 2, della legge 7 febbraio 1990, n. 19 (Modifiche in tema di circostanze, sospensione condizionale della pena e destituzione dei pubblici dipendenti) e 31 del regio decreto legislativo del 31 maggio 1946, n. 411 (recte: 511) (Guarentigie della magistratura), in relazione all'art. 3 della Costituzione, nella parte in cui tali disposizioni non prevedono un termine di durata massima della misura cautelare della sospensione dalle funzioni e dallo stipendio del magistrato ordinario, sottoposto a procedimento penale (art. 31, terzo comma, del r.d.lgs. n. 511 del 1946). Espone il remittente di doversi pronunciare, in un procedimento disciplinare, sull'istanza di revoca della misura cautelare sopra indicata, proposta da un magistrato ordinario. Premette la Sezione disciplinare che tale magistrato, destinatario di ordinanza applicativa della misura cautelare della custodia in carcere in relazione al delitto di partecipazione ad associazione a delinquere di stampo camorristico (art. 416-bis cod. pen. , commi primo, terzo, quarto e quinto), fu sospeso dalle funzioni dalla stessa Sezione remittente con collocamento fuori dal ruolo organico della magistratura e con attribuzione di assegno alimentare, in applicazione dell'art. 31, primo comma, del r.d.lgs. n. 511 del 1946, che prevede, in caso di “ordine di cattura", la sospensione “di diritto" del magistrato. A seguito di annullamento in sede giurisdizionale dell'ordinanza che aveva disposto la misura della custodia in carcere (stante la ritenuta insussistenza di esigenze cautelari), la Sezione disciplinare revocò il provvedimento sospensivo, ricollocando nel ruolo il magistrato. Successivamente questi fu rinviato a giudizio innanzi al Tribunale di Salerno, in relazione all'imputazione originariamente formulata e al delitto di corruzione. La Sezione disciplinare adottò, quindi, su conforme richiesta del Ministro della giustizia, nuovo provvedimento di sospensione, ai sensi dell'art. 31, terzo comma, del r.d.lgs. n. 511 del 1946, rigettando poi un'istanza di revoca di tale misura. Il provvedimento cautelare fu annullato con rinvio dalla Corte di cassazione a Sezioni unite, che, superando il proprio precedente orientamento, ritenne necessario che la Sezione disciplinare valutasse non la gravità in astratto dell'imputazione, ma la consistenza e la serietà dei fatti contestati nel procedimento penale, sia pure nei limiti di una mera delibazione allo stato degli atti. La Sezione disciplinare, sulla base dei predetti presupposti, sospese nuovamente il magistrato dalle funzioni ai sensi dell'art. 31, terzo comma, del r.d.lgs. n. 511 del 1946; il ricorso avverso tale provvedimento fu rigettato dalle Sezioni unite. Successivamente il magistrato fu giudicato colpevole in primo grado dal Tribunale di Salerno dei reati ascrittigli e condannato alla pena di anni 6 di reclusione, con interdizione perpetua dai pubblici uffici. Il 3 gennaio 2002 il magistrato, premesso che l'efficacia della misura cautelare di sospensione dalle funzioni si era protratta oltre il periodo quinquennale previsto dall'art. 9, secondo comma, della legge n. 19 del 1990 (che impone, in relazione al pubblico dipendente, la revoca di diritto della misura assunta “a causa del procedimento penale", ove compiutosi tale termine), ha chiesto di essere reintegrato nelle funzioni. La Sezione disciplinare ha rigettato tale ultima istanza, osservando in primo luogo che la misura cautelare era stata disposta, in applicazione del principio di diritto enunciato dalle Sezioni unite, a seguito di una ponderata valutazione del fumus di commissione del delitto, ciò che, in armonia con la giurisprudenza costituzionale (sentenze n. 447 del 1995, n. 206 del 1999 e n. 454 del 2000), consentirebbe di sottrarla ad un prefissato termine di decadenza; in secondo luogo, che, quand'anche si fosse ritenuto applicabile al magistrato ordinario l'art. 9 della legge n. 19 del 1990, tuttavia l'art. 4 della legge 27 marzo 2001, n. 97 (Norme sul rapporto tra procedimento penale e procedimento disciplinare ed effetti del giudicato penale nei confronti dei dipendenti delle amministrazioni pubbliche) avrebbe dovuto condurre alla reiezione della domanda. Tale disposizione, infatti, stabiliva, al tempo in cui la Sezione disciplinare si è pronunciata, che la sospensione del pubblico dipendente dal servizio, seguita di diritto alla condanna, anche non definitiva, per il delitto, tra gli altri, di cui all'art. 319 cod. pen. , perdesse efficacia “decorso un periodo di tempo pari a quello di prescrizione del reato". In seguito, ricorda la Sezione remittente, è sopraggiunta la sentenza n. 145 del 2002 di questa Corte, che ha dichiarato l'illegittimità costituzionale dell'art. 4 della legge n. 97 del 2001, nella parte in cui disponeva che la sospensione perdesse efficacia decorso un periodo di tempo pari a quello di prescrizione del reato, ed ha individuato nel termine di cinque anni di cui all'art. 9 della legge n.19 del 1990 l'espressione di «una vera e propria clausola di garanzia, avente portata generale e dunque comprensiva, in difetto di diversa disciplina legislativa, di ogni e qualsiasi ipotesi di “sospensione cautelare dal servizio a causa del procedimento penale", sia facoltativa che obbligatoria». Alla luce di tale pronuncia, il magistrato ha reiterato la propria istanza di revoca della misura cautelare di natura disciplinare per decorrenza del termine, originando così il procedimento a quo.