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Disposizioni in materia di trattamenti economici accessori collegati al costo della vita. Onorevoli Senatori . – Dopo un decennio nel quale il costo della vita è rimasto sostanzialmente inalterato, a motivo di un tasso di inflazione prossimo allo zero se non addirittura negativo, e più in generale dopo anni nei quali i tassi di inflazione sono sempre stati relativamente contenuti, la tendenza si è invertita e l'Italia – così come tutta l'Europa del resto – è stata investita da una fase inflattiva che ha visto schizzare rapidamente i tassi molto in alto. Secondo i dati ISTAT, mentre nel corso del 2021 l'inflazione era pari all'1,9 per cento, pienamente in linea con il dato ritenuto ottimale dalla teoria economica più accreditata, nonché con il mandato della Banca centrale europea, nel 2022 il tasso è schizzato sino all'8,1 per cento, in conseguenza della ripresa delle attività economiche dopo l'emergenza pandemica e, in particolare, dell'incremento dei costi energetici dovuti principalmente alla forte domanda di gas naturale sui mercati internazionali. Nel corso del 2023 il tasso di inflazione è destinato a calare, ma non sino al punto di rientrare entro un livello che si potrebbe definire fisiologico: secondo le stime contenute nella Nota di aggiornamento al documento di economia e finanza, presentata dal Governo il 29 settembre 2023, dopo un picco raggiunto nella fase invernale – con un tasso pari al 7 per cento – il dato si è assestato ad agosto attorno al 5 per cento, in modo analogo a quanto si registra per l'intera area dell'Euro, il cui dato ad agosto è pari al 6,2 per cento. Il progressivo calo dei prezzi dell'energia sembra quindi porre i presupposti per un allineamento dei tassi di inflazione verso livelli fisiologici: la stessa BCE stima che nel 2025 il tasso di inflazione scenderà ad un livello grosso modo in linea con l'obiettivo del 2 per cento, come previsto dai Trattati. Purtuttavia, la fiammata inflattiva c'è stata e ha causato un incremento dei prezzi al consumo che mette sempre più in difficoltà le famiglie e i ceti a reddito fisso, particolarmente colpiti da una dinamica che vede erodere il loro potere d'acquisto. Emerge quindi la necessità di adottare interventi per adeguare le retribuzioni dei lavoratori dipendenti, i quali sono nella stragrande maggioranza dei casi definiti attraverso la contrattazione collettiva. Va osservato, a tal proposito, che il potere d'acquisto delle famiglie è legato non soltanto alle retribuzioni, ma anche ai costi da sostenere per le necessità quotidiane: dalle abitazioni (mutui o affitti) alla spesa alimentare, dai trasporti alle attività ricreative. Costi che sono decisamente più elevati per le famiglie che vivono in contesti dove – per l'appunto – il costo della vita è mediamente maggiore: si pensi, in particolare, al settore immobiliare, considerando l'elevata percentuale di cittadini che risiede in abitazioni di proprietà. Uno studio realizzato dal Corriere della Sera evidenzia come il costo effettivo degli appartamenti sia in continua crescita, soprattutto nelle aree metropolitane; trent'anni fa, per comprare una casa da 80 metri quadrati a Milano era necessario investire l'equivalente di 14,9 annualità, mentre oggi sono necessarie 15 annualità. Più in generale, la media delle maggiori città italiane – decisamente inferiore rispetto all'esempio meneghino – è salita dalle 9,5 annualità del 1993 alle attuali 9,6, con dati più o meno elevati da città a città: a Roma servono 12,5 annualità, a Torino solo 6,9, a Napoli 7,9, a Bologna 9,4, a Firenze 10,8, a Palermo 4,9. Adeguare le retribuzioni delle famiglie che sono esposte ad un costo della vita particolarmente elevato è quindi indispensabile per tutelare il potere d'acquisto di milioni di italiani che vivono in queste realtà, come ha osservato di recente anche la Ministra del lavoro e delle politiche sociali Marina Elvira Calderone. Nel corso di un'intervista rilasciata alla stampa nel settembre 2023, in particolare, la ministra ha affrontato il tema del costo della vita sempre crescente e della necessità di intervenire attraverso un adeguamento dei trattamenti retributivi con l'obiettivo di controbilanciare la perdita di potere d'acquisto delle famiglie conseguente all'inflazione. Auspicando un confronto con le parti sociali, la ministra Calderone ha affermato che, fermo restando il diritto alla parità retributiva, che non può e non deve essere messo in discussione, è certamente possibile ipotizzare degli adeguamenti al rialzo dei livelli retributivi parametrando il tutto alle diverse aree territoriali e ai diversi contesti aziendali, agendo attraverso la contrattazione territoriale di secondo livello e la contrattazione aziendale. Nelle medesime settimane, anche l'avvocato giuslavorista Francesco Rotondi, consigliere del Consiglio nazionale dell'economia e del lavoro (CNEL), ha evidenziato che il tema dei salari deve essere affrontato prevalentemente attraverso lo strumento della contrattazione collettiva, il più idoneo non solo a prevedere un adeguamento delle retribuzioni al mutato costo della vita ma anche a rintracciare le differenze tra le diverse aree territoriali del Paese al fine di definire livelli retributivi parametrati al costo della vita di territori e settori. Da ultimo, il professor Pietro Ichino, noto giuslavorista, in una recentissima intervista al quotidiano La Stampa si è pronunciato in favore di una modulazione delle retribuzioni tenendo conto del potere d'acquisto effettivo della moneta, utilizzando a tal fine un coefficiente del costo della vita calcolato dall'ISTAT. Obiettivo del presente disegno di legge, alla luce delle considerazioni svolte, è di favorire un adeguamento dei contratti di lavoro dei lavoratori del settore pubblico e del settore privato al fine non soltanto di rendere le retribuzioni maggiormente aderenti al mutato costo della vita, ma anche di permettere a coloro i quali lavorano e risiedono nelle aree territoriali più care di avvantaggiarsi di un adeguamento più cospicuo. Ciò non significa che le attività professionali svolte nei grossi centri debbano essere retribuite in modo diverso rispetto alle altre. Il diritto alla parità retributiva di tutti i lavoratori, sancito da diversi strumenti internazionali ed europei, non è in discussione. Si tratta solamente di differenziare, entro limiti fisiologici, salari e retribuzioni alla luce del costo della vita delle singole aree territoriali nelle quali si svolgono le attività lavorative, in modo da tutelare il potere d'acquisto delle famiglie e consentire altresì una piena occupazione, favorendo l'incontro tra domanda e offerta in un mercato del lavoro che nelle aree interne assume logiche e dimensioni nettamente diverse rispetto a quello delle aree metropolitane. Il presente disegno di legge si compone di sei articoli.