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Ma temo che tutte quelle misure rimangano sulla carta. Sa cosa direbbero gli imprenditori? Direbbero: come cala lei, signor Ministro, a terra queste misure? È la domanda che gli operatori, quelli concreti, e gli imprenditori - appartengo a questa categoria - porrebbero a lei come Ministro. Nell'autunno del 2018 i climatologi hanno dichiarato che, per raggiungere gli obiettivi ambiziosissimi del Trattato di Parigi del 2015, dovremmo dimezzare l'uso dei combustibili fossili entro il 2030 e addirittura azzerarli entro il 2050. Questo per evitare che il riscaldamento globale del Pianeta salga di altri tre gradi entro la fine del secolo, provocando un danno che è stato quantificato dagli esperti - riporto quello che leggo su certe riviste - in 550.000 miliardi di dollari, ossia un danno che sarebbe molto, molto più grave di quello che è stato quantificato nel 2015 dal direttore della Bank of England in 20.000 miliardi, nell'ipotesi in cui bloccassimo le risorse di gas, di petrolio e di carbone. La prima domanda che a me viene - la pongo proprio a lei, signor Ministro, in qualità di componente del Governo - è la seguente: in un mondo che è dominato da Trump, da Bolsonaro, da Putin, dalle aziende petrolifere, dai grandi fondi di investimento, dalle grandi banche e dalle grandi compagnie di assicurazione, come si possono raggiungere gli obiettivi così ambiziosi indicati nel Trattato di Parigi? Io temo che sia estremamente complicato. È arrivato il momento in cui - secondo me - la politica dovrebbe dettare l'agenda alla finanza. È arrivato altresì il momento in cui il cambiamento climatico, di cui tutti noi ci riempiamo la bocca, deve essere necessariamente accompagnato da altri due tipi di cambiamento, che devono avere un profilo mondiale e planetario. L'ambiente è infatti un problema non solo dell'Italia e non solo dell'Europa, ma mondiale; quindi dovremmo anche affrontare i cambiamenti culturali e politici. È per questo che dico che la politica dovrebbe tornare a essere protagonista - non so quanto lo sia la politica italiana, ho dei seri dubbi - proprio per dettare l'agenda alla finanza. Un dato: nei tre anni successivi alla firma del Trattato di Parigi, il cui obiettivo era proprio quello di incoraggiare il mondo ad allontanarsi dai combustibili fossili, i prestiti delle più grandi banche, così come le assicurazioni - come lei sa, signor Ministro, devono per forza rilasciare le polizze per le grandi opere, e mi riferisco non solo agli oleodotti, ma anche alle opere estreme - sono aumentati in una maniera incredibile verso questo settore. La conclusione che io traggo è che tutto il comparto finanziario abbia una responsabilità enorme in termini di crisi climatica, pur conoscendo tutte le conseguenze della crisi. Prima le ho fornito un dato che è stato riferito dal Governatore della Banca d'Inghilterra. Analogamente, se lei fa un'analisi sulle compagnie di assicurazione, noterà che queste, fin dagli anni Settanta, avevano valutato i rischi connessi al clima, al punto che ritenevano che fosse estremamente rischioso andare ad assicurare dei territori, perché le polizze non sarebbero state sufficienti a coprire il rischio derivante dalle crisi climatiche. Un'altra riflessione: mi chiedo se - chiaramente dobbiamo andare per forza sul fronte internazionale - se ci sia qualche possibilità che la Chase, una delle più grandi banche al mondo, smetta di finanziare i combustibili fossili. Forse questo, signor Ministro, è praticamente impossibile, perché questa banca è diventata un colosso mondiale sotto la guida di Rockefeller, colui che ha creato la sua prima fortuna petrolifera statunitense fondando la Standard Oil Company. Dico questo semplicemente per porre in termini molto concreti un problema che ha così tante relazioni che io temo - ripeto - che quello che è stato scritto in questo provvedimento sul clima sia da ritenere come qualcosa scritto sulla carta ma estremamente difficile da attuare. In Europa ci sono dei casi virtuosi di banche: Crédit Agricole ha dichiarato che non avrebbe più fatto affari con aziende che espandono la loro attività nel settore del carbone e subito dopo delle banche giapponesi e di Singapore hanno seguito questo messaggio. Mi chiedo, allora, qual è il messaggio che la politica italiana dà alle più grandi banche del nostro Paese, come Intesa o Unicredit. Non lo so, perché non ho visto nulla in tal senso. Ministro, per molti cittadini è difficile abbandonare in maniera veloce i combustibili fossili, perché magari manca il tratto ferroviario che consente loro di poter andare a lavorare e, quindi, devono usare la macchina. E anche la politica delle micro-tasse, adottata in maniera coercitiva per affrontare da un punto di vista culturale il cambio di paradigma, che vede l'ambiente come elemento centrale, non so se sia la strada giusta. Se però si desse un segnale forte alle banche, credo che per i cittadini sarebbe molto più semplice cambiare e spostare il conto corrente magari verso gli istituti di credito più piccoli, quelli dei territori, che non investono certamente nelle aziende petrolifere. Un altro segnale importante chiaramente non può non arrivare dai grandi fondi di investimento. A me viene in mente BlackRock, che è la più grande società di investimento nel mondo. E lo dico per far capire che la portata di questo fenomeno non può essere nazionale, ma è internazionale. Si pensi che BlackRock, se fosse uno Stato, sarebbe il terzo più grande dopo gli Stati Uniti e la Cina. Quindi, basterebbe un messaggio di BlackRock agli azionisti, a quel mondo di persone che investono di investire nelle energie non fossili ma rinnovabili. In questo senso, non ho visto nulla di tutto ciò, nonostante l'amministratore delegato di BlackRock abbia partecipato a quel round table mondiale dove 150 aziende hanno detto che bisogna andare sempre più verso un equilibrio ecosostenibile e verso aziende etiche. Sa, però, cosa ha fatto l'amministratore delegato di quella società? Ha mandato a tutte le imprese una lettera in cui ha detto che il mondo delle aziende deve pensare non solo ai profitti dei propri azionisti, ma anche al benessere del Pianeta, e l'ambiente è sicuramente un tema centrale. Peccato, però, che poi continui a investire nelle aziende petrolifere. Colleghi, Ministro, dobbiamo renderci conto con obiettività di quanto sta succedendo anche al di fuori del nostro Paese. Se noi dirottassimo le nostre risorse verso le energie rinnovabili, probabilmente i quattro quinti della popolazione mondiale che stanno in Paesi che oggi devono pagare per importare le energie fossili sarebbero molto più contenti e se ne gioverebbero anche le economie. Si potrebbe elevare il valore della manifattura e di tutte le industrie ad alta intensità. Che cosa succederebbe, però, Ministro, in Paesi come l'Iran, l'Iraq, l'Arabia, la Russia, il Canada o l'Australia? Qualche dubbio lo avrei sulla loro sostenibilità economico-finanziaria che inevitabilmente vedrebbero abbassato il rating dei loro titoli di Stato. Quanto lei ha indicato nel provvedimento in esame penso rimarrà sulla carta e non sarà un insieme di azioni che concretamente aiuterà a raggiungere quegli obiettivi ambiziosi dei quali dobbiamo essere responsabili nei confronti delle future generazioni. (Applausi dal Gruppo FI-BP) . PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Vallardi. Ne ha facoltà.