[pronunce]

Il rimettente afferma, poi, che la fase dibattimentale «per effetto di apparente e fallace rappresentazione della flagranza di reato, risulta incomprensibilmente espropriata della funzione di accertare, con la rapidità connaturata al rito direttissimo, fatti che, in realtà possono comportare defatiganti istruzioni dibattimentali». A tal proposito, il giudice a quo pone in evidenza che la recente innovazione legislativa, introdotta con il decreto-legge 23 maggio 2008, n. 92 (Misure urgenti in materia di sicurezza pubblica) convertito, con modificazioni, dall'art. 1, comma 1, della legge 24 luglio 2008 n. 125, che ha reso obbligatoria tale forma di giudizio, «con le ricadute che ciò comporta in termini di carico di lavoro, non pare possa relegare il tribunale a spettatore inerte di flagranze inesistenti». Il rimettente non ignora, poi, che il controllo sulla legittimità della convalida dell'arresto è demandato alla Corte di cassazione ai sensi dell'art. 391, comma 4, cod. proc. pen. , ma osserva come il mancato esperimento del relativo ricorso, che può verificarsi per molteplici motivi, non equivalga a dare all'arresto stesso il suggello della legalità. Ad avviso del giudicante, inoltre, la norma censurata viola l'art. 111 Cost., in quanto non consente al giudice del dibattimento di sindacare incidenter tantum la convalida già effettuata dal giudice per le indagini preliminari, al fine di stabilire se il giudizio direttissimo sia stato ritualmente instaurato; in tal modo sarebbe impedita la celebrazione di un processo equo. In punto di rilevanza il giudice a quo pone in evidenza che il giudizio in corso deve proseguire, nonostante sussista il dedotto vulnus difensivo perché, in linea con il consolidato orientamento della giurisprudenza di legittimità, non sussiste una causa di nullità della citazione per direttissima, essendo la stessa «blindata da una formale intervenuta convalida, ancorché non motivata, dell'arresto in flagranza di reato». 2. - La questione non è fondata. L'art. 449, comma 4, cod. proc. pen. dispone che il pubblico ministero, quando l'arresto in flagranza è stato già convalidato, procede a giudizio direttissimo presentando l'imputato in udienza non oltre il trentesimo giorno dall'arresto stesso, salvo che ciò pregiudichi gravemente le indagini. La norma non prevede la possibilità di restituire gli atti al pubblico ministero perché proceda nelle forme ordinarie, nell'ipotesi in cui il giudice del rito direttissimo ritenga inesistente lo stato di flagranza e/o di quasi flagranza, già oggetto di valutazione da parte del giudice per le indagini preliminari. La restituzione degli atti all'organo inquirente, in caso di arresto non convalidato è, invece, prevista in relazione alla fattispecie disciplinata dai commi 1 e 2 della disposizione censurata; nell'ipotesi, cioè, in cui una persona sia stata arrestata in flagranza di reato ed il pubblico ministero l'abbia presentata direttamente in stato di arresto davanti al giudice del dibattimento, per la convalida e il contestuale giudizio direttissimo, entro quarantotto ore dall'arresto. Ciò premesso, si deve osservare che, secondo la costante giurisprudenza di questa Corte, in tema di disciplina del processo e di conformazione degli istituti processuali il legislatore dispone di un'ampia discrezionalità con il solo limite della manifesta irragionevolezza delle scelte compiute (ex plurimis: sentenze n. 50 del 2010, n. 221 del 2008 e n. 379 del 2005; ordinanze n. 134 del 2009 e n. 67 del 2007). Nel caso in esame deve escludersi che la disposizione censurata sia frutto di una scelta (manifestamente) irragionevole del legislatore, in quanto la differente disciplina, predisposta in relazione alle fattispecie indicate, si inserisce, in modo coerente, nel sistema processuale e, inoltre, trova adeguata tutela nella possibilità di esperire il ricorso per cassazione previsto dall'art. 391, comma 4, cod. proc. pen. La convalida dell'arresto in flagranza operato dalla polizia giudiziaria è oggetto di un autonomo procedimento disciplinato dall'art. 391 cod. proc. pen. , applicabile, in quanto compatibile, anche al giudizio di convalida innanzi al giudice del rito direttissimo, stante il rinvio esplicito operato dall'art. 449, comma 1, cod. proc. pen. Tale normativa è diretta a verificare, nel contraddittorio delle parti e alla presenza di un giudice terzo, se la privazione della libertà dell'arrestato sia avvenuta nel rispetto dei presupposti di legge. Il controllo sulla legittimità dell'arresto, quindi, a seconda della situazione processuale, è riservato allo stesso giudice del dibattimento o al giudice per le indagini preliminari. In tal senso si spiega la diversità di regime processuale prevista dall'art. 449 cod. proc. pen. Nel primo caso, versandosi nell'ipotesi in cui l'imputato, arrestato nella flagranza di reato, è presentato direttamente al giudice che celebrerà il dibattimento nelle forme del rito direttissimo, il controllo sulla legittimità dell'arresto è riservato al medesimo giudice. Se, invece, il pubblico ministero procede al giudizio direttissimo, presentando l'imputato in udienza non oltre il trentesimo giorno dall'arresto, la legittimità di questo deve già essere stata valutata da un giudice, nella specie dal giudice per le indagini preliminari. Ai sensi dell'art. 390 cod. proc. pen. , infatti, l'organo inquirente deve richiedere al detto giudice la convalida entro quarantotto ore dall'arresto e quest'ultimo deve fissare l'udienza al più presto e, comunque, entro le quarantotto ore successive. In tal caso il sindacato del giudice del dibattimento è limitato alla verifica della sussistenza dei presupposti di ammissibilità del rito speciale: il rispetto dei termini di presentazione dell'imputato e l'intervenuta convalida dell'arresto. Da quanto esposto, discende che, soltanto nell'ipotesi in cui il giudice del dibattimento è anche il giudice chiamato a convalidare l'arresto, la mancata convalida determina la trasmissione degli atti al pubblico ministero, essendo venuto meno uno dei presupposti di ammissibilità del rito (ad eccezione del caso in cui, nonostante la mancata convalida, il pubblico ministero e l'imputato consentano che si proceda con rito direttissimo). Contrariamente a quanto ritenuto dal rimettente, dunque, deve escludersi che la procedura predisposta dall'art. 449, comma 4, cod. proc. pen. presenti una «evidente anomalia», dovendosi, piuttosto, ritenere che la scelta del legislatore, di demandare al rimedio impugnatorio del ricorso per cassazione il sindacato sul merito dell'ordinanza di convalida dell'arresto, sia in armonia con il quadro normativo sopra tratteggiato e con l'art. 111, settimo comma, Cost. nella parte in cui prevede che avverso i provvedimenti sulla libertà personale è sempre ammesso il ricorso per cassazione.