[pronunce]

18 dicembre 1997, n. 472 (Disposizioni generali in materia di sanzioni amministrative per le violazioni di norme tributarie, a norma dell'articolo 3, comma 133, della legge 23 dicembre 1996, n. 662), nonché dall'art. 7, comma 1, del decreto-legge 30 settembre 2003, n. 269 (Disposizioni urgenti per favorire lo sviluppo e per la correzione dell'andamento dei conti pubblici), convertito, con modificazioni, dall'art. 1, comma 1, della legge 24 novembre 2003, n. 326; che, in particolare, dette disposizioni prevedono, rispettivamente, che: a) «la sanzione è riferibile alla persona fisica che ha commesso o concorso a commettere la violazione»; b) «Nelle violazioni punite con sanzioni amministrative ciascuno risponde della propria azione od omissione, cosciente e volontaria, sia essa dolosa o colposa», c) «Nei casi in cui una violazione che abbia inciso sulla determinazione o sul pagamento del tributo è commessa dal dipendente o dal rappresentante legale o negoziale di una persona fisica nell'adempimento del suo ufficio o del suo mandato ovvero dal dipendente o dal rappresentante o dall'amministratore, anche di fatto, di società, associazione od ente, con o senza personalità giuridica, nell'esercizio delle sue funzioni o incombenze, la persona fisica, la società, l'associazione o l'ente nell'interesse dei quali ha agito l'autore della violazione sono obbligati solidalmente al pagamento di una somma pari alla sanzione irrogata, salvo il diritto di regresso secondo le disposizioni vigenti»; d) «Le sanzioni amministrative relative al rapporto fiscale proprio di società o enti con personalità giuridica sono esclusivamente a carico della persona giuridica»; che, omettendo del tutto di considerare il suddetto quadro normativo, il rimettente si è limitato ad interpretare estensivamente la disposizione censurata facendo derivare da essa la responsabilità del “soggetto pubblicizzato” anche per il pagamento della menzionata sanzione pecuniaria e non – come testualmente previsto da detta disposizione – per il solo pagamento dell'imposta; che tale lacuna argomentativa, risolvendosi in un difetto di motivazione sulla rilevanza, comporta la manifesta inammissibilità della questione in parte qua; che, quanto alla sanzione per il ritardato pagamento dell'imposta, il giudice a quo erroneamente assume che essa trova applicazione, nei confronti del “soggetto pubblicizzato”, non per fatto proprio, ma per fatto commesso dal soggetto passivo d'imposta; che, al contrario, detta sanzione – prevista dall'art. 13 del d.lgs. 18 dicembre 1997, n. 471 (Riforma delle sanzioni tributarie non penali in materia di imposte dirette, di imposta sul valore aggiunto e di riscossione dei tributi, a norma dell'articolo 3, comma 133, lettera q, della legge 23 dicembre 1996, n. 662) – punisce il ritardato pagamento del soggetto tenuto al versamento del tributo e, quindi, anche dell'obbligato in solido a tale pagamento, il quale risponde, pertanto, per fatto proprio e non per fatto altrui; che la questione relativa a tale sanzione si risolve, dunque, nella mera denuncia di illegittimità della norma che prevede che il “soggetto pubblicizzato” è anch'esso obbligato al pagamento dell'imposta e, pertanto, si identifica con le questioni già dichiarate manifestamente infondate, per le ragioni di cui sopra; che, quanto agli interessi di mora, il giudice a quo erroneamente assume che essi siano una “sanzione” e che trovino applicazione, nei confronti del “soggetto pubblicizzato”, per fatto commesso dal soggetto passivo d'imposta; che, invece, l'art. 23, comma 4, del d.lgs. n. 507 del 1993, applicabile ratione temporis alla fattispecie oggetto del giudizio principale, distingue espressamente tra sanzioni e interessi di mora e prevede che questi ultimi, i quali hanno natura essenzialmente risarcitoria, sono dovuti in caso di ritardo nel pagamento dell'imposta da parte del soggetto obbligato, senza che la disposizione differenzi, nell'àmbito dei soggetti obbligati, tra la posizione del debitore principale d'imposta e quella dell'obbligato solidale; che, pertanto, anche tale questione è manifestamente infondata.. . per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE 1) dichiara, per la parte precisata in motivazione, la manifesta inammissibilità della questione di legittimità costituzionale dell'art. 6, comma 2, del decreto legislativo 15 novembre 1993, n. 507 (Revisione ed armonizzazione dell'imposta comunale sulla pubblicità e del diritto sulle pubbliche affissioni, della tassa per l'occupazione di spazi ed aree pubbliche dei comuni e delle province nonché della tassa per lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani a norma dell'articolo 4 della legge 23 ottobre 1992, n. 421, concernente il riordino della finanza territoriale), sollevata, in riferimento congiunto agli artt. 3 e 27 della Costituzione, dalla Commissione tributaria provinciale di Piacenza, con l'ordinanza indicata in epigrafe; 2) dichiara, per la parte precisata in motivazione, la manifesta infondatezza della questione di legittimità costituzionale dell'art. 6, comma 2, del d.lgs. n. 507 del 1993, sollevata, in riferimento congiunto agli artt. 3 e 27 della Costituzione , dalla Commissione tributaria provinciale di Piacenza, con l'ordinanza indicata in epigrafe; 3) dichiara la manifesta infondatezza delle questioni di legittimità costituzionale dell'art. 6, comma 2, del d.lgs. n. 507 del 1993, sollevate, in riferimento agli artt. 3, 24, 53, 76 e 111 Cost., dalla Commissione tributaria provinciale di Piacenza, con l'ordinanza indicata in epigrafe. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 9 giugno 2008. F.to: Franco BILE, Presidente Franco GALLO, Redattore Gabriella MELATTI, Cancelliere Depositata in Cancelleria il 13 giugno 2008. Il Cancelliere F.to: MELATTI