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Disposizioni riguardanti i partiti politici e i candidati alle elezioni politiche e amministrative. Onorevoli Senatori. -- Di fronte alle vicende di «Tangentopoli» a poco servì cullarsi in un moralismo «a buon mercato». Ancora oggi, invece, non è stata del tutto soddisfatta l'esigenza di affrontare il punto centrale della questione, così come fu proposto fin dalla XI legislatura con il disegno di legge atto Senato n. 443, presentato il 3 luglio 1992. L’ispirazione di fondo di quella proposta, infatti, era che non si potesse restare legati nostalgicamente ad una idea ottocentesca delle funzioni dei partiti politici continuando a riferirsi ad essi come ad associazioni private, nate dalla spontanea e libera iniziativa dei cittadini, non solo estranea alla vita dello Stato, ma in tendenziale opposizione ad esso, lungo il versante della società civile. Una logica del genere è sottesa alla attuale configurazione dei partiti come associazioni private non riconosciute, disciplinate dagli articoli 36 e seguenti del codice civile. Ma un atteggiamento realistico non può che considerare irreversibile il processo di istituzionalizzazione dei partiti. A seguito dell'inerzia del legislatore ed in presenza di innumerevoli episodi di malcostume politico ed amministrativo, ancora una volta ci si affida al ruolo cosiddetto «supplente» della magistratura mentre invece una trasparente democrazia occidentale dovrebbe puntare all'obiettivo di riforme concrete, fra le quali un vero e proprio statuto pubblico dei partiti. Del resto, si tratta di una «novità che sa di antico»: infatti, già Luigi Sturzo, nel 1958, presentò un disegno di legge recante «Disposizioni riguardanti i partiti politici e i candidati alle elezioni politiche ed amministrative» (atto Senato n. 124, III legislatura), il quale conserva tuttora una sconcertante attualità. Tale attualità è confermata non solo dalle più recenti vicende di corruzione, ma anche dal sostanziale fallimento dello spirito che aveva condotto alla approvazione della normativa cosiddetta sul finanziamento pubblico dei partiti nel 1974 (legge 2 maggio 1974, n. 195), che non aveva contribuito a ricondurre i partiti nell'alveo della legalità, tanto più che il finanziamento pubblico, malgrado la sua notevole entità in termini di costi complessivi, copriva solo una percentuale irrisoria delle spese effettive dei partiti (circa il 10 per cento). Pertanto continuavano nel 1992, e continuano nel 2015, ad essere diffusi finanziamenti indiretti, in gran parte occulti e illegali, che rappresentano l'altra faccia, quella economico-finanziaria, di quel «potere invisibile» di cui si è talora parlato. Per queste ragioni, non apparirà provocatoria la ennesima ripresentazione del testo del senatore Sturzo: ulteriore riproposizione che testimonia come, dopo oltre un cinquantennio, ancora sia aperta la questione dell'esagerato impiego di denaro, in qualsiasi modo acquisito, da parte dei partiti e di un buon numero di candidati. Il disegno di legge riproposto vuole altresì costituire un punto di partenza, che stimoli l'approvazione di una legislazione organica in materia. In tale nuovo contesto, troverebbero una sede opportuna i princìpi fondamentali del codice di autoregolamentazione dei partiti in materia di designazione dei candidati alle elezioni politiche e amministrative, approvato dalla Commissione di inchiesta sul fenomeno della mafia nella seduta del 23 gennaio 1991 (Doc. XXIII, n. 30, X legislatura) e recepito da qualche partito a livello statutario (e quindi con una rilevanza normativa limitata, puramente interna). Ma non basta. In questo versante riformatore si potrebbero inserire anche i contenuti già inclusi nel testo unificato approvato nella X legislatura dalla Commissione affari costituzionali della Camera, riguardante «Norme per la disciplina ed il contenimento delle spese per la campagna elettorale per le elezioni politiche» (atto Camera n. 4053-4307-5530-5995-6040-A). L'urgenza -- nel 1992 -- di intervenire legislativamente in questo settore era confermata altresì dal fatto che, ad esempio, anche in un'altra democrazia occidentale era stata introdotta una normativa particolarmente severa e dettagliata. Il riferimento era alla legge francese n. 88 del 1990, con la quale si era voluto perseguire tre obiettivi: garantire un finanziamento regolare dei partiti politici e dei candidati, contenere le spese per le campagne elettorali, introdurre una maggiore trasparenza finanziaria della situazione patrimoniale dei candidati e dei partiti politici. A riprova della permanente attualità della proposta di Luigi Sturzo sarà sufficiente valutare con attenzione i contenuti della relazione illustrativa, che di seguito si riproduce. Il senatore Sturzo così si esprimeva: «Il disegno di legge che ho l'onore di presentare è in rapporto al mio discorso fatto al Senato nel luglio scorso, con il quale accennavo all'esagerato impiego di denaro sia dei partiti che di buona parte dei candidati; si è avuta l'impressione nel Paese di una specie di fiera aperta per ottenere la rappresentanza parlamentare. Se si parla di moralizzare la vita pubblica, e il Governo ne ha preso l'impegno nel suo programma e nelle dichiarazioni fatte in Parlamento dal Presidente del Consiglio, il primo e il più importante provvedimento deve essere quello di togliere la grave accusa diretta ai partiti e ai candidati dell'uso indebito del denaro per la propaganda elettorale. Il problema è più largo di quel che non sia la spesa elettorale; noi abbiamo oramai una struttura partitica le cui spese aumentano di anno in anno in maniera tale da superare ogni immaginazione. Tali somme possono venire da fonti impure; non sono mai libere e spontanee offerte di soci e di simpatizzanti. Non sarò io a dire le vie segrete per il finanziamento dei partiti perché la mia esperienza personale, del 1919-1924 non ha nulla di simile con l'esperienza del 1945-1958. Che i finanziamenti siano dati da stranieri, da industriali italiani, ovvero, ancora peggio, da enti pubblici, senza iscrizione specifica nei registri di entrata e uscita, o derivino da percentuali in affari ben combinati (e non sempre puliti), è il segreto che ne rende sospetta la fonte, anche se non siano state violate le leggi morali e neppure quelle che regolano l'amministrazione pubblica. Il dubbio sui finanziamenti dei partiti si riverbera su quelli dei candidati; e con molta maggiore evidenza se si tratta di persone notoriamente di modesta fortuna, professionisti di provincia, giovani che ancora debbono trovare una sistemazione familiare conveniente, impiegati a meno di centomila lire mensili (di allora, ndr), e così di seguito. Alla fine delle elezioni abbiamo sentito notizie sbalorditive che fanno variare da dieci a duecento milioni (cifre notevolissime a quel tempo, ndr) le spese di campagna di singoli candidati. Naturalmente, la fantasia popolare e la maldicenza dei compagni di lista per le elezioni della Camera non hanno per confini che il risentimento di aver perduto la battaglia o quello personale di essere stato scavalcato nell'ordine nelle preferenze da concorrenti fino a ieri creduti cavalli bolsi.