[pronunce]

SENTENZA ha pronunciato la seguentenel giudizio per conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato sorto a seguito dell'ordinanza emessa dalla Corte di assise di Reggio Calabria il 16 novembre 1998, in un procedimento penale a carico dell'on. Amedeo Gennaro Matacena, promosso con ricorso della Camera dei deputati notificato il 20 giugno 2001, depositato in cancelleria il 3 luglio successivo ed iscritto al n. 20 del registro conflitti 2001. Visti gli atti di costituzione della Corte di assise di Reggio Calabria e del Senato della Repubblica; udito nell'udienza pubblica del 19 novembre 2002 il Giudice relatore Valerio Onida; uditi gli avvocati Massimo Luciani per la Camera dei deputati, Giovanni Pitruzzella per la Corte di assise di Reggio Calabria e Stefano Grassi per il Senato della Repubblica.. Ritenuto in fatto Considerato in diritto 1.- Con ricorso depositato il 14 dicembre 2000, la Camera dei deputati ha sollevato conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato nei confronti della Corte di assise di primo grado di Reggio Calabria, chiedendo alla Corte: a) di dichiarare che non spetta a quel Giudice stabilire che non costituisce impedimento assoluto alla partecipazione del deputato alle udienze penali, epperciò causa di giustificazione della sua assenza, il diritto-dovere di assolvere il mandato parlamentare attraverso la partecipazione a votazioni in assemblea; b) di annullare, per l'effetto, l'ordinanza 16 novembre 1998, con cui lo stesso Giudice aveva rigettato la richiesta della difesa dell'on. Matacena di giustificare l'assenza dell'imputato all'udienza in ragione dell'impedimento parlamentare (attestato da un telegramma del Presidente della Camera dei deputati), disponendo procedersi e dichiarando la contumacia dell'imputato. Nella menzionata ordinanza, la Corte d'assise faceva leva sul fatto che l'on. Matacena aveva giustificato la propria assenza “adducendo la concomitanza di lavori parlamentari", ma non aveva specificato se “parteciperà a detti lavori o se la sua presenza per eventuali votazioni o interpellazioni prenotate sia oggi indispensabile in Parlamento". La Camera dei deputati ritiene che sussistano i requisiti soggettivi ed oggettivi del conflitto. In particolare, essa esclude che il ricorso intenda censurare non già la carenza del potere del giudice, ma un semplice error in iudicando: ciò che è in contestazione è proprio la titolarità, in capo al giudice, del potere di negare che l'impegno in votazioni in assemblea sia valida causa di giustificazione dell'assenza, all'udienza penale, del parlamentare interessato. Sussisterebbe anche l'interesse a ricorrere della Camera, che si collega alle affermazioni dell'ordinanza impugnata, là dove si presuppone, erroneamente, che vi siano votazioni per le quali la presenza del parlamentare è indispensabile e votazioni per le quali tale presenza indispensabile non è. Nella specie, dai resoconti parlamentari risulterebbe che, nella giornata del 16 novembre 1998, la Camera dei deputati ha iniziato la propria seduta alle ore 12.05, con votazioni elettroniche, alle quali il deputato Matacena ha partecipato, in ordine ai disegni di legge n. 5267 (Misure di finanza pubblica per la stabilizzazione e lo sviluppo) e 5349 (Conversione in legge del decreto-legge n. 335 del 1998: lavoro straordinario). L'ordinanza impugnata avrebbe avuto come effetto quello di anteporre le esigenze processuali alla funzione parlamentare. In concreto, i valori collegati alla funzione parlamentare sono stati posti su un gradino inferiore rispetto a quelli attinenti alla funzione giurisdizionale. Di qui l'interesse della Camera ad ottenere una pronuncia della Corte che ristabilisca il corretto rapporto tra potere giudiziario e potere legislativo, in riferimento ai valori costituzionali che detti poteri rappresentano. Su questo interesse non inciderebbe il fatto che l'on. Matacena abbia preso parte alle votazioni fissate in concomitanza con l'udienza innanzi alla Corte di assise di Reggio Calabria, trattandosi di determinazione strettamente personale del deputato, che ha sacrificato il proprio diritto di difesa al diritto-dovere di partecipazione ai lavori parlamentari; determinazione estrinseca rispetto alla concreta lesività dell'atto impugnato e che non elimina l'oggettiva incertezza circa le condizioni alle quali gli impegni parlamentari giustificano l'allegazione di un impedimento. Nel merito, la ricorrente Camera dei deputati chiede che venga considerato, per i suoi componenti, impedimento assoluto a comparire in udienza, e quindi causa di giustificazione dell'assenza, non già la necessità di partecipare a qualsivoglia lavoro parlamentare, bensì soltanto quella di assolvere il mandato parlamentare attraverso la partecipazione a votazioni in assemblea. L'attività di votazione infatti non è delegabile ad altro parlamentare, e va esercitata personalmente. Né sarebbe possibile che il deputato chieda od ottenga lo spostamento della votazione, onde conservare la possibilità di partecipare, non essendovi possibilità di rimedio all'assenza. Diverso è invece il regime delle altre attività parlamentari. Ove infatti il deputato intenda partecipare ad una discussione, ovvero sia programmato un suo intervento su un determinato provvedimento, ma sia contemporaneamente convocato dal giudice penale per un procedimento nei propri confronti, egli può ben chiedere lo spostamento ad altra data dell'esame del provvedimento, e la prassi consolidata è nel senso che - ove possibile - il rinvio venga concesso. In primo luogo, il mancato riconoscimento giudiziale dell'assoluto impedimento a comparire all'udienza penale del deputato impegnato in una votazione assembleare, determinando un grave ostacolo alla partecipazione ad essa del deputato, comprimerebbe l'indipendenza e l'autonomia della Camera, violando gli artt. 64, 68 e 72 della Costituzione, i quali garantiscono quell'indipendenza e quell'autonomia sia sotto il profilo del potere della Camera di disciplinare con autonomo regolamento la propria organizzazione e il funzionamento dei propri lavori, con particolare riferimento alla funzione legislativa, sia per quanto attiene alla posizione di indipendenza dei singoli membri della Camera, riconosciuta dalla Costituzione quale strumento di garanzia dell'indipendenza e dell'autonomia dell'istituzione di appartenenza. L'atto impugnato porrebbe inoltre a rischio la funzionalità dell'Assemblea, compromettendo la formazione dei quorum strutturali e funzionali richiesti per la validità delle deliberazioni. La ricorrente denuncia, al riguardo, la violazione delle seguenti disposizioni della Costituzione: dell'art. 64, terzo comma, anche in riferimento agli artt. 64, primo comma, 73, secondo comma, 79, primo comma, 83, terzo comma, 90, secondo comma, 138, primo e terzo comma; nonché dell'art. 12 della legge costituzionale 11 marzo 1953, n. 1; dell'art. 3 della legge costituzionale 22 novembre 1967, n. 2; degli artt. 9, comma 3, e 10, comma 3, della legge costituzionale 16 gennaio 1989, n. 1.