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È proprio ciò che abbiamo fatto in questi mesi, all'interno e al fianco dell'Europa, con la quale siamo riusciti ad approvare misure importanti e unitarie: l'accoglienza in tutta Europa degli oltre 6 milioni di rifugiati ucraini, prevedendo anche la loro integrazione educativa e lavorativa; lo stanziamento di risorse ad hoc per far fronte all'emergenza nella stessa Ucraina; la previsione di sei pacchetti di sanzioni contro la Russia con misure capaci di mettere in ginocchio punti nevralgici della Federazione Russa. Sono tutte decisioni fortemente volute dall'Italia e spesso proposte proprio da noi. Tra l'altro, siamo l'unico Paese in Europa ad aver stilato una bozza di accordo per un piano di pace. Ecco perché qui non si tratta di rinfocolare il conflitto attraverso l'invio di armi, ma di sostenere la resistenza di un popolo che cerca di difendersi. Anche la generazione dei nostri nonni ha subito l'orrore della guerra, dunque sappiamo che cosa significa e ci sentiamo in dovere di difendere chi oggi è vittima della guerra. L'Italia, al pari dell'Europa, lavora per la stabilità; non a caso, siamo stati proprio noi il primo Paese ad esprimersi a favore dell'accoglimento della candidatura di adesione all'Unione europea da parte dell'Ucraina, della Moldova e della Georgia, perché siamo convinti che l'Europa sia la casa di chi crede nella democrazia e nei diritti. L'opportuno accoglimento della loro candidatura adesso deve sortire un'accelerazione nel processo di adesione dei Balcani occidentali, che aspettano già da troppi anni. Insomma, le sfide che abbiamo davanti sono molteplici. Ci stiamo confrontando, ad esempio, con un'impennata dei costi di petrolio e gas, che ci devono spingere a fissare un tetto dei prezzi a livello europeo, a diversificare l'approvvigionamento energetico e a sviluppare la produzione di fonti rinnovabili e pulite. È anche necessario insistere su un'altra delicata questione da lei sollevata, signor Presidente: lo sblocco delle esportazioni di cereali dall'Ucraina, nel tentativo di scongiurare una crisi alimentare che avrebbe contraccolpi drammatici, soprattutto in Africa. Ci troviamo insomma nella situazione di dover assumere decisioni impegnative che rendono ancora più urgente la necessità di prevedere riforme importanti negli assetti e nelle regole dell'Europa. Anche qui, in merito alla revisione del Patto di stabilità e crescita, lei, signor Presidente, nella sua proposta di un'Agenzia europea del debito, ha fatto proposte concrete e molto promettenti. In conclusione, signor Presidente, siamo di fronte a passaggi storici, che solo una politica visionaria può riuscire a concretizzare. Ecco perché siamo fieri che ad interpretare questa politica a Bruxelles, a nome dell'Italia, ci sia lei, presidente Draghi. (Applausi) . CIRIANI (FdI) . Domando di parlare per dichiarazione di voto. PRESIDENTE. Ne ha facoltà. CIRIANI (FdI) . Signor Presidente, presidente Draghi, colleghi, finalmente il Governo, dopo settimane di attese, rinvii e sollecitazioni, anche da parte nostra, riferisce al Parlamento e al Senato su questioni cruciali e vitali per il nostro Paese, per la nostra economia, per la nostra sicurezza e anche per il prestigio internazionale dell'Italia. Dovrebbe farlo in forza di un mandato forte, chiaro e unitario, ma è evidente che non è e non sarà così. Abbiamo letto la risoluzione della maggioranza, che è arrivata proprio agli ultimi minuti: ci sembra il solito "temino", fragile fragile, fatto per accontentare tutti e non scontentare nessuno. Le dirò anche un'altra impressione che ho avuto, Presidente: nei venti minuti della sua relazione, mi è sembrato più preoccupato di non dire piuttosto che di dire, di sfumare, di evitare e di non scontentare nessuno. Lo capisco, perché la sua maggioranza è davvero difficile da tenere insieme: è una maggioranza assolutamente caotica. Il problema, però, e la domanda che noi ci poniamo per conto degli italiani è: qual è la politica estera del Governo italiano? Ce n'è una soltanto o ce ne sono tante quanti sono i partiti che la sostengono? Abbiamo anche visto, come tutti gli italiani, le immagini televisive del suo viaggio a Kiev e rispetto a questo sorgono almeno due considerazioni. La prima è che il viaggio che lei ha compiuto insieme ai leader di Francia e Germania avviene con tre mesi di ritardo rispetto a quello analogo che hanno fatto i leader conservatori di Polonia, Repubblica Ceca, Slovenia e Inghilterra, quasi a voler mandare un messaggio all'Ucraina: vediamo quello che succede e poi mettiamo i piedi in terra di Ucraina. Non è stato un bel messaggio, secondo noi. La seconda questione, Presidente, è che, mentre scorrevano sui televisori nelle case degli italiani le immagini sue e degli altri leader europei che visitavano Kiev e i sobborghi della capitale, i luoghi dell'orrore, la sua maggioranza continuava a far volare gli stracci, come avviene da settimane e come avvenuto fino a qualche minuto prima che lei entrasse in questo emiciclo. Ho qui con me solo una piccola parte delle decine di articoli, interventi e interviste che pezzi della maggioranza hanno rilasciato contro altri pezzi della maggioranza o che pezzi della maggioranza hanno rilasciato contro il Governo. Davvero non è un grande spettacolo, nel quale si è distinto - ahimè - un ex Presidente del Consiglio, sul quale non voglio dilungarmi, perché non ho tempo e perché non voglio infierire, per carità di Patria. È successa anche un'altra cosa. Il suo Ministro degli affari esteri è stato messo sotto processo e sfiduciato dal suo stesso partito, che è il primo partito della sua maggioranza; questo è avvenuto perché il Ministro degli affari esteri ha condiviso la politica estera del Presidente del Consiglio. Nessuno qui dentro, ma soprattutto fuori da quest'Aula e fuori dai confini nazionali, tra quelli che ci guardano, può non considerare quanto avvenuto estremamente grave per la reputazione del nostro Paese. Io le voglio dire, Presidente, da convinto oppositore del suo Governo, che l'Italia non merita una politica estera fatta di furbizie, di ambiguità e di divisioni, soprattutto in un momento in cui c'è una guerra a 700 chilometri dal confine di Trieste. È la politica estera - lei me lo insegna, Presidente - che qualifica e definisce un Governo, soprattutto agli occhi delle cancellerie internazionali. La sua maggioranza però litiga anche sulla politica estera; anzi, vorrei dire che litiga soprattutto sulla politica estera. Non si può, non è possibile ascoltare gente che dice: «noi siamo con la NATO, ma siamo contro le armi; siamo assolutamente filoatlantici, ma siamo contro le spese militari; siamo al fianco del popolo ucraino, però contro le sanzioni; siamo al fianco dell'eroico popolo ucraino, ma non riconosciamo al popolo ucraino il diritto di difendere se stesso, la propria libertà, le proprie città. Presidente, tutte le persone di buon senso, tutte le persone che hanno un briciolo di umanità, non possono che sperare e lavorare per la pace o perlomeno per un cessate il fuoco. Me lo perdonerete però lei e i colleghi, perché non voglio sembrare pedante o borioso: