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il presidio ospedaliero di Cefalù è inserito nella rete ospedaliera della Regione, in fase di approvazione, quale DEA di I livello ed è dotato di servizi sanitari complessi ed articolati che garantiscono un'offerta sanitaria ampia e completa; il presidio di Cefalù, per la propria collocazione geografica, serve un bacino di utenza molto ampio, provinciale ed extra provinciale; l'importanza turistica della località e l'aumento dei flussi turistici, oramai costanti per tutto l'anno, hanno conseguenze sull'offerta sanitaria del presidio e sui suoi flussi di attività; in base alle caratteristiche geografiche e morfologiche del territorio di riferimento, l'ospedale di Cefalù, trovandosi in posizione baricentrica tra le province di Palermo e Messina, rimane un riferimento territoriale per i comuni delle zone montane delle Madonie e dei Nebrodi, anche alla luce dei tempi di percorrenza determinati dalle precarie condizioni della viabilità interna; nella detta seduta n. 60 del 16 ottobre 2018, nel corso della quale sono stati depositati i dati relativi alla fondazione Giglio di Cefalù riguardanti l'attività del servizio di cardiologia, i rappresentanti della conferenza dei sindaci del distretto sanitario n. 33 ( Cefalù, Pollina, Lascari, Gratteri, Campofelice di Roccella, San Mauro Castelverde, Collesano, Isnello e Castelbuono) e dei Comuni di Pettineo, Mistretta, Santo Stefano di Camastra, Tusa, Castel di Lucio, Motta d'Affermo e Reitano hanno rappresentato la preoccupazione del territorio in ordine alla garanzia del riconoscimento come centro hub del medesimo servizio di cardiologia, si chiede di sapere quali interventi il Ministro in indirizzo ritenga di promuovere, al fine di garantire il riconoscimento come centro hub della fondazione istituto G. Giglio di Cefalù, tenuto conto dei dati e dell'attività riguardanti l'unità operativa complessa di cardiologia e delle esigenze della popolazione locale, in ragione delle particolari condizioni oro-geografiche del territorio. Atto n. 4-00778 AGOSTINELLI Al Ministro delle politiche agricole alimentari, forestali e del turismo Premesso che: le aste al doppio ribasso sono un escamotage adottato dalle grandi aziende di distribuzione per mantenere i listini dei prezzi al livello più basso possibile; il distributore che ha bisogno di un prodotto contatta un gruppo di fornitori chiedendo a ciascuno qual è il prezzo di vendita: tra i prezzi proposti viene scelto il più basso che sarà la base per una seconda asta on line . I concorrenti che non rilanciano vengono esclusi e vince chi sarà in grado di offrire il prezzo minore. L'asta dura circa mezz'ora. Ad asta chiusa c'è la possibilità di rilanciare, proponendo il proprio ultimo prezzo, alla cieca. Chi vince si impegna a non divulgare i dettagli dell'offerta finale; sono aste molto opache: le aziende che partecipano non conoscono quanti e quali sono i loro concorrenti, non vedono chi è che sta spingendo verso il basso. Non c'è nessuna verifica della qualità. Conta solo il prezzo; sovente le grandi catene di distribuzione usano agenzie e centrali d'acquisto estere per evitare di essere individuate. Tra i produttori si apre, così, una competizione spietata, con effetti devastanti per le imprese che puntano sulla qualità del prodotto e che non abbassano i costi di produzione attraverso la riduzione dei costi del lavoro e lo sfruttamento dei lavoratori; il vantaggio per i consumatori è quasi sempre nullo, perché gran parte del risparmio ottenuto dal distributore non incide sul prezzo finale e di rado si risolve in un risparmio anche per il consumatore. L'asta al doppio ribasso è molto utilizzata dai discount come "Eurospin" che, come raccontato in un'inchiesta del settimanale "l'Internazionale", proprio grazie ad un'asta al doppio ribasso è riuscito a procurarsi 20 milioni di bottiglie da 700 grammi di passata di pomodoro all'irrisorio prezzo di 31,5 centesimi l'una, finendo sotto osservazione di alcune sigle sindacali: le aste al ribasso sulla passata sono, infatti, lo sbocco naturale del pomodoro raccolto dai braccianti, pagati pochissimo e sfruttati dal sistema del caporalato; questa modalità di vendita risulta particolarmente insidiosa per quelle eccellenze alimentari italiane che sono il risultato di pratiche produttive rigidamente disciplinate dai consorzi di tutela e che ne assicurano l'elevata qualità; non a caso, a guidare la rivolta contro le aste al doppio ribasso sono ora proprio i consorzi di tutela; a favorire il ricorso alle aste al doppio ribasso nella filiera agroalimentare è anche la sempre più crescente asimmetria contrattuale tra piccoli produttori, sempre più in concorrenza tra loro, ed i giganti della grande distribuzione, sempre più propensi a stringere alleanze; a non scoraggiare i fornitori dal partecipare alle aste al doppio ribasso è anche un aspetto finanziario: come evidenziato da Giovanni Guarneri di confcooperative FedAgriPesca, "se una catena di supermercati molto grande organizza l'asta per coprire le forniture di molti mesi a un prezzo basso, un produttore si trova facilmente a non avere alternativa. Perché rinunciare a certi fatturati può significare anche perdere le linee di credito che le banche hanno legato a quei ricavi"; considerato che: attualmente presso il Parlamento europeo è in esame la proposta di direttiva in materia di pratiche commerciali sleali nei rapporti tra imprese nella filiera alimentare (COM/(2018) 173) presentata in data 12 aprile 2018 dal commissario europeo per l'agricoltura e lo sviluppo rurale, Phil Hogan; a parere dell'interrogante le aste al doppio ribasso andrebbero inserite in tale proposta di direttiva nell'ambito della nozione di "pratica sleale", al fine di vietare tali modalità di acquisto non trasparenti, che danneggiano i produttori e loro cooperative, si chiede di sapere se il Ministro in indirizzo intenda adottare iniziative, sia nazionali che nelle competenti sedi europee, al fine di vietare le aste al doppio ribasso quali pratiche sleali che non garantiscono la trasparenza nella filiera agroalimentare. Atto n. 4-00779 TOSATO Ai Ministri della salute e della difesa Premesso che: è noto il caso dei militari deceduti dopo aver lavorato per anni nel ventre del monte Venda, nel padovano, ovvero all'interno della base Nato creata nelle viscere di quelle rocce, destinate a nascondere le sale operative del primo Roc (Regional operation center) attivo tra il 1958 il 1998, anno di chiusura con il tramonto della guerra fredda; i militari che lavoravano in quella sede, a seguito dell'esposizione al gas naturale radon, si sono ammalati di tumore; in Italia vi è stata, per la prima volta, una sentenza che ha riconosciuto il nesso causale tra l'esposizione al gas e il tumore al polmone: è stato cioè acclarato che i militari hanno contratto il tumore al polmone in seguito all'esposizione da gas radon sul posto di lavoro; il radon è considerato la seconda causa di tumore al polmone dopo il fumo: è un prodotto di decadimento radioattivo della catena dell'uranio, un gas nobile prodotto dalla disintegrazione radioattiva di radio contenuto nelle rocce;