[pronunce]

, in seguito al gravame proposto dall'imputato avverso la sentenza di primo grado che lo aveva ritenuto colpevole di appropriazione indebita aggravata e continuata, condannandolo al risarcimento del danno in favore della parte civile, aveva dichiarato l'avvenuta prescrizione del reato, confermando nel contempo la condanna risarcitoria, sul rilievo che la condotta dell'imputato integrava i fatti di appropriazione indebita di cui era stato accusato, che questi fatti erano stati commessi con dolo e che da essi era derivato un danno alla vittima. Il rimettente rileva come la Corte EDU abbia ritenuto violato dal giudice sammarinese il secondo aspetto della presunzione di innocenza, avendo egli emesso un provvedimento che rifletteva una indebita opinione di colpevolezza, e quindi una oggettiva imputazione di responsabilità penale, non ostante questa non fosse stata accertata in ragione della declaratoria di prescrizione del reato. 1.4.- Tanto evidenziato, il giudice a quo osserva come, in base al riferito consolidato orientamento del giudice della nomofilachia, anche nell'applicazione dell'art. 578 cod. proc. pen. non potrebbe prescindersi dalla formulazione di un implicito giudizio di colpevolezza, al fine di confermare la condanna risarcitoria. Questo consolidato orientamento, costituendo "diritto vivente", osterebbe, infatti, alla possibilità che il giudice del merito acceda ad una interpretazione convenzionalmente conforme della norma censurata. Con riguardo all'ordinamento dell'Unione europea, il rimettente cita decisioni della Corte di giustizia in cui - movendo dal presupposto che il diritto alla presunzione di innocenza riconosciuto dall'art. 48 CDFUE, in quanto corrispondente a quello garantito dall'art. 6, paragrafo 2, CEDU, ha significato e portata identici a quello conferito dalla norma convenzionale (art. 52 CDFUE) - sarebbe stato affermato il principio generale per cui, in assenza di indicazioni precise nella direttiva 2016/343/UE e nella giurisprudenza relativa al citato art. 48, ai fini dell'interpretazione del contenuto della direttiva medesima, occorrerebbe ispirarsi alla giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell'uomo. Questo criterio dovrebbe essere seguito segnatamente nell'interpretazione dell'art. 4, paragrafo 1, della direttiva, a mente del quale gli Stati membri sono tenuti ad adottare le misure necessarie per garantire che, fino a quando la colpevolezza di un indagato o di un imputato non sia stata legalmente provata, le dichiarazioni pubbliche rilasciate da autorità pubbliche e le decisioni giudiziarie diverse da quelle sulla colpevolezza, non presentino la persona come colpevole. Anche l'ordinamento dell'Unione europea, dunque, riconoscerebbe il secondo aspetto del diritto alla presunzione di innocenza con la medesima portata di quello garantito dall'ordinamento convenzionale, talché l'art. 578 cod. proc. pen. - dando luogo, nel suo necessitato snodo applicativo, reso ineludibile dall'indirizzo esegetico consolidatosi nel diritto vivente giurisprudenziale, a decisioni giudiziarie, emesse in grado di appello, che, nel confermare le statuizioni civili contenute nella sentenza di primo grado, presentano l'imputato come colpevole, sebbene la sua responsabilità penale sia stata esclusa dal proscioglimento in rito - sarebbe in evidente contrasto, anche sotto questo profilo, con l'art. 117, primo comma, nonché con l'art. 11 Cost. La violazione del diritto dell'Unione europea - osserva ulteriormente il rimettente - se, da un lato, consentirebbe al giudice comune di disapplicare le norme interne in contrasto con quelle comunitarie direttamente efficaci, dall'altro lato, vertendosi in materia di diritti fondamentali tutelati anche dall'ordinamento interno, legittimerebbe altresì lo stesso giudice a sollevare la questione di costituzionalità (vengono citate le sentenze di questa Corte n. 63 e n. 20 del 2019, e n. 269 del 2017). La predetta violazione, inoltre, sarebbe rilevante indipendentemente dalla dimensione transnazionale della materia penale oggetto del procedimento, avendo la Corte di giustizia chiarito che le direttive emanate ai sensi dell'art. 82, paragrafo 2, TFUE, si applicano a qualunque procedimento penale (viene citata: Corte di giustizia dell'Unione europea, sentenza 13 giugno 2019, in causa C-646/17), il che comporterebbe, ai sensi dell'art. 51 CDFUE, anche l'applicabilità dell'art. 48 della stessa Carta (viene citata: Corte di giustizia UE, sentenza 26 febbraio 2013, in causa C-617/10). 2.- Nei giudizi incidentali si sono costituiti P.P. N. (imputato appellante nel processo sospeso in seguito all'emissione dell'ordinanza del 6 novembre 2000), nonché A. B. e V. C. (imputati appellanti nel processo sospeso in seguito all'emissione dell'ordinanza dell'11 dicembre 2020) i quali, nel ribadire le allegazioni in fatto contenute nell'ordinanza di rimessione, hanno altresì aderito alle deduzioni in diritto, chiedendo l'accoglimento della questione. 3.- Con distinti atti di intervento (depositati in data 9 e 30 marzo 2021), è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, che, in relazione ad entrambe le ordinanze di rimessione, ha chiesto dichiararsi le questioni non fondate. L'interveniente deduce che la norma censurata, ove applicata secondo l'indirizzo prevalso nella giurisprudenza della Corte di cassazione, non contrasti affatto con il principio della presunzione di innocenza, come declinato nell'ordinamento convenzionale e in quello eurounitario, giacché il predetto indirizzo giurisprudenziale richiederebbe non già l'accertamento della colpevolezza dell'imputato, ma esclusivamente la valutazione del fatto posto a fondamento del giudizio di responsabilità civile, di cui si chiederebbe la conferma in presenza di una sopravvenuta causa di estinzione del reato.