[pronunce]

Se così fosse, si configurerebbe un'alterazione in peggio per la Regione autonoma Trentino-Alto Adige/Südtirol, che sarebbe chiamata a contribuire al finanziamento parziale della sanità siciliana, in violazione dell'art. 3 della Cost. e dell'autonomia finanziaria e amministrativa della Regione autonoma Trentino-Alto Adige/Südtirol. La Provincia autonoma di Trento sospetta, altresì, l'illegittimità costituzionale dell'art. 48, commi 1 e 1-bis, del medesimo d.l. n. 201 del 2011, convertito, con modificazioni, dall'art. 1, comma 1, della legge n. 214 del 2011, in riferimento agli artt. 69, 79, 103, 104 e 107 dello statuto speciale, oltre che alle relative norme di attuazione (in particolare gli artt. 9, 10 e 10-bis del d.lgs. n. 268 del 1992) , e al principio di leale collaborazione. Ad avviso della ricorrente il comma 1, il quale, con una «clausola di finalizzazione», riserva il maggior gettito all'Erario, per un periodo di cinque anni, destinandolo alle esigenze prioritarie di raggiungimento degli obiettivi di finanza pubblica concordati in sede europea e demanda ad un decreto del Ministero dell'economia e delle finanze le modalità di individuazione del maggior gettito, risulterebbe in contrasto con l'art. 75 dello statuto del Trentino-Alto Adige/Südtirol, che garantisce alla Provincia ben precise compartecipazione a tutti i tributi erariali. Inoltre, tale disposizione non rispetterebbe due dei tre requisiti, stabiliti dall'art. 9 del d.lgs. n. 268 del 1992, necessari affinché il gettito derivante da maggiorazioni di aliquote o dall'istituzione di nuovi tributi possa essere riservato all'erario (sentenza n. 182 del 2010). Mancherebbero, infatti, nella specie: in primo luogo, la finalizzazione del maggior gettito a finalità diverse tanto dal raggiungimento degli obiettivi di riequilibrio della finanza pubblica quanto dalla copertura di spese derivanti dall'esercizio delle funzioni statali delegate alla Regione - ai sensi, rispettivamente, dell'art. 10, comma 6, e dell'art. 10-bis, comma 1, lettera b), del d.lgs. n. 268 del 1992 -, posto che le finalità individuate («raggiungimento degli obiettivi di finanza pubblica concordati in sede europea») coinciderebbero con il riequilibrio della finanza pubblica; e, in secondo luogo, la destinazione del maggior gettito alla copertura di nuove specifiche spese di carattere non continuativo che non rientrino nelle materie di competenza della Regione o delle Province autonome, visto che in questo caso, diversamente dall'art. 13-bis, comma 8, del d.l. n. 78 del 2009, convertito, con modificazioni, dall'art. 1, comma 1, della legge n. 102 del 2009, e scrutinato nella già citata sentenza n. 182 del 2010, ciò non accadrebbe. L'impugnato art. 48, comma 1, non potrebbe neppure trovare fondamento, sempre ad avviso della ricorrente, nell'art. 10 del d.lgs. n. 268 del 1992. Anzitutto perché tale disposizione risulterebbe inapplicabile una volta abrogato - dall'art. 2, comma 107, lettera a), della legge n. 191 del 2009, a decorrere dal 1° gennaio 2010 - l'art. 78 dello statuto speciale, cui tale disposizione dà attuazione. Anche qualora il suddetto art. 10 si ritenesse tuttora applicabile, limitatamente al suo comma 6, la norma impugnata risulterebbe non in linea con esso, posto che mentre in quest'ultimo si ribadisce il principio consensuale che regola i rapporti finanziari tra Stato e Regioni speciali e comunque e si fa riferimento ad «una quota del previsto incremento del gettito tributario», nella norma impugnata lo Stato riserverebbe unilateralmente all'erario tutte «le maggiori entrate» derivanti dal d.l. n. 201 del 2011. L'impugnato art. 48, comma 1, risulterebbe in contrasto altresì con l'art. 79 dello statuto speciale - come sostituito dalla lettera h) del comma 107 dell'art. 2 della legge n. 191 del 2009 -, già richiamato, che configurerebbe un sistema completo di concorso della Regione agli obiettivi di finanza pubblica, non derogabile se non con le modalità previste dallo statuto. Proprio in quanto configurerebbe una deroga agli artt. 75 e 79 dello statuto speciale e alle relative norme di attuazione, disposta con una fonte primaria "ordinaria" - ossia un decreto-legge convertito -, l'art. 48, comma 1, impugnato, violerebbe altresì, ad avviso della ricorrente, gli artt. 103, 104 e 107 dello statuto che, rispettivamente, disciplinano: il procedimento di revisione costituzionale per modificare lo statuto in via ordinaria; la modifica della disciplina finanziaria con legge statale, ma «su concorde richiesta del Governo e, per quanto di rispettiva competenza, della regione o delle due province»; la procedura per l'adozione delle norme di attuazione dello statuto. Una specifica censura è poi rivolta dalla ricorrente nei confronti del secondo periodo dell'art. 48, comma 1, che demanda ad un decreto del Ministro dell'economia e delle finanze le modalità di individuazione del maggiore gettito. Oltre ad essere affetta dai medesimi vizi che caratterizzerebbero il periodo precedente, la disposizione sarebbe in contrasto con il principio di leale collaborazione, in quanto, in una materia dominata dal principio consensuale, prevede un decreto ministeriale senza intesa con la Provincia autonoma di Trento. L'impugnato art. 48, comma 1-bis, reca la cosiddetta «clausola di salvaguardia», rinviando alle norme di attuazione degli statuti speciali di cui all'art. 27 della legge n. 42 del 2009 la definizione delle modalità di applicazione del decreto-legge e i suoi effetti finanziari per le Regioni a statuto speciale e le Province autonome di Trento e di Bolzano, stabilendo peraltro che restano ferme le disposizioni previste dagli artt. 13, 14 e 28, nonché quelle del medesimo art. 48 (comma 1). A parte la difficoltà di individuare un contenuto alle norme di attuazione ivi prefigurate, la ricorrente argomenta per l'illegittimità costituzionale anche di tale disposizione, in quanto non spetterebbe alla legge ordinaria disciplinare il contenuto delle norme di attuazione dello Statuto. 2.2.- Il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, ha depositato, in data 11 maggio 2012, e dunque fuori termine, una propria memoria, argomentando per l'infondatezza del ricorso e chiedendone il rigetto. 2.3.- In prossimità dell'udienza pubblica fissata per il 29 gennaio 2014, la Provincia autonoma di Trento ha depositato, in data 7 gennaio 2014, una memoria, nella quale reitera le censure rivolte agli artt. 28, comma 3, e 48 del d.l. n. 201 del 2011, convertito, con modificazioni, dall'art. 1, comma 1, della legge n. 214 del 2011.