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Disposizioni in materia di lavoro, partecipazione dei lavoratori alla gestione delle imprese, tutela della maternità e disciplina previdenziale, nonché delega al Governo per la separazione contabile dei trattamenti di previdenza e delle erogazioni di natura assistenziale. Onorevoli Senatori. -- I dati pubblicati dall'Istituto nazionale di statistica (ISTAT) e tutti gli altri indicatori confermano che non siamo ancora usciti dalla crisi; in particolare, per quel che riguarda la disoccupazione, il 29 agosto scorso l'ISTAT ha reso noto che nel luglio 2014 si è raggiunta la percentuale del 12,6 per cento di disoccupati, facendo registrare un ulteriore aumento dello 0,3 per cento rispetto al mese precedente. Inoltre -- ed è un dato ancor più preoccupante --, «Il tasso di disoccupazione dei 15-24enni, ovvero la quota dei disoccupati sul totale di quelli occupati o in cerca, è pari al 42,9 per cento, in diminuzione di 0,8 punti percentuali rispetto al mese precedente ma in aumento di 2,9 punti nel confronto tendenziale»; ciò accade mentre le imprese continuano a chiudere o ad essere in difficoltà. Non si può negare che questa situazione sia dovuta anche alla mancanza di una politica industriale e di investimenti pubblici e privati in grado di rilanciare la qualità, l'innovazione e la ricerca in settori strategici per la ripresa economica. Appare ormai evidente che le riforme del mercato del lavoro e delle pensioni, attuate durante il Governo Monti, non hanno prodotto risultati positivi, penalizzando, anzi, i lavoratori e i pensionati, allungando l'età per la pensione, colpendo in particolare le donne, aumentando, inoltre, i contributi minimi necessari per l'accesso al pensionamento. A questi effetti penalizzanti per i lavoratori si è aggiunto quello dell'indebolimento evidente dei contratti nazionali. Il dramma dei cosiddetti «esodati», che avevano sottoscritto accordi di incentivo per l'uscita dal mondo del lavoro e si sono trovati senza pensione e senza reddito da lavoro, è sotto gli occhi di tutti e ha avuto come conseguenza anche quella di impedire a quasi 800.000 giovani di entrare in un mercato del lavoro di fatto bloccato. È evidente, quindi, la necessità di un intervento legislativo forte, volto a porre rimedio, per quanto possibile, alla situazione sopra illustrata sinteticamente. Il presente disegno di legge intende assicurare una soluzione strutturale per gli esodati, riconoscendo, inoltre, dignità al lavoro delle donne e alle pensioni future dei giovani lavoratori precari. Inoltre, essa scommette su una flessibilità utile sia per creare lavoro che per scegliere il momento per l'uscita dallo stesso, ripristinando la centralità del contratto nazionale dentro un nuovo modello contrattuale in grado di aumentare la produttività. In particolare, l'articolo 1 dispone l'accesso alla pensione con le vecchie regole per tutti i cosiddetti «esodati» che abbiano sottoscritto accordi entro il 31 dicembre 2011. L'articolo 2 istituisce un Fondo a favore dei giovani lavoratori precari per la copertura figurativa dei vuoti contributivi, causati dalle disposizioni di cui all'articolo 24 del decreto-legge 6 dicembre 2011, n. 201, convertito, con modificazioni, dalla legge 22 dicembre 2011, n. 214, che hanno consegnato questa categoria di lavoratori al passaggio al regime contributivo in assenza di misure compensative, prefigurando un futuro contraddistinto da importi di pensione assai ridotti rispetto al regime previgente. Come copertura di questo Fondo si utilizzano il limite alle cosiddette «pensioni d'oro», di importo superiore a 5.000 euro mensili, e analoghe misure introdotte dagli organi competenti, da applicare ai vitalizi dei parlamentari e dei consiglieri regionali. Gli articoli 3 e 4 introducono misure immediatamente utilizzabili per la creazione di nuovo lavoro. L'articolo 5 dispone il ripristino della normativa prevista dalla legge 17 ottobre 2007, n. 188, in materia di contrasto del fenomeno delle cosiddette «dimissioni in bianco», con la conseguente abrogazione delle disposizioni contenute nella riforma del mercato del lavoro nota sotto il nome di «legge Fornero». L'articolo 6 istituisce un'indennità universale di maternità per tutte le donne, indipendentemente dalla loro situazione lavorativa, con previsione della relativa contribuzione figurativa. Il comma 2 precisa che i contributi figurativi, nel caso di donne inattive, possono trasformarsi in pensione solo se collegati con altre forme di contribuzione versate nell'arco della vita lavorativa. Accanto a questa misura, il comma 3 istituisce un sistema di crediti di cura a fini pensionistici, sul modello di quanto già accade in diversi ordinamenti europei -- sia in Germania sia in altri Stati dell'Unione europea -- allo scopo di attenuare gli effetti prodotti sulle donne dall'improvviso aumento dell'età pensionabile. Inoltre, l'articolo 6, comma 3, alla lettera b) , interviene in favore dei lavoratori a tempo parziale, penalizzati dal passaggio al sistema contributivo (sul modello di quanto accade per esempio in Germania). L'articolo 7 restituisce ai lavoratori e alle lavoratrici il diritto di scegliere quando andare in pensione, nell'ambito di un intervallo compreso tra 60 e 70 anni di età (fatto salvo il limite di trentacinque anni di contributi versati) con penalità decrescenti tra i 60 e i 65 anni e con un incentivo crescente fino al settantesimo anno. Vengono naturalmente salvaguardati i lavoratori addetti a mansioni usuranti, per quel che riguarda l'accesso anticipato al pensionamento. L'articolo 8 prevede la rivalutazione automatica delle pensioni di importo fino a quattro volte il trattamento minimo. L'articolo 9 ripristina il Fondo per la non autosufficienza che ha subìto un costante definanziamento nel corso degli ultimi anni, fino ad essere completamente azzerato con la legge di stabilità del 2013, con la conseguenza di una fortissima riduzione della spesa sociale ai livelli decentrati di governo a fronte di crescenti situazioni di povertà e disagio diffuso aggravate dalla crisi economica. Il medesimo articolo dispone il rifinanziamento del Fondo attraverso il ripristino della dotazione prevista dalla legge 24 dicembre n. 244, ossia 800 milioni di euro. L'articolo 10 abroga i commi 1, 2 e 2- bis dell’articolo 8 del decreto-legge 13 agosto 2011, n. 138, convertito, con modificazioni, dalla legge 14 settembre 2011, n. 148, restituendo così centralità al contratto nazionale, con una semplificazione che riunisce in quattro grandi aree contrattuali gli attuali centosessanta contratti collettivi nazionali di lavoro (CCNL), la gran parte dei quali provvisti di centinaia di deroghe, ripristinando nel contempo il dettato dell'articolo 18 dello statuto dei lavoratori modificato dalla riforma Fornero. Inoltre, il presente disegno di legge intende fornire al Governo, mediante il confronto con le parti sociali, gli strumenti per sollevare in sede europea il tema di un contratto di lavoro europeo che renda omogenei i livelli minimi retributivi, contrattuali e dei diritti per tutti i lavoratori che operano nel perimetro largo dell'Unione europea.