[pronunce]

determinerebbe un'ingiustificata disparità di trattamento delle retribuzioni, a seconda che siano pignorati i crediti retributivi (ai sensi dell'art. 545, quarto comma, cod. proc. civ.) o, invece, le somme relative una volta che le medesime siano confluite nel conto corrente bancario o postale, e tanto in ragione del combinato disposto dei commi settimo e ottavo dell'art. 545 cod. proc. civ. , che limiterebbe la base di calcolo del quinto alla differenza tra quanto percepito e il minimo vitale stabilito dal settimo comma del medesimo articolo; che, prosegue il rimettente, tale ingiustificata disparità si avvertirebbe ancor più per le retribuzioni di importo meno elevato, come quella percepita dall'esecutato (pari a circa euro 900,00), tenuto conto che l'art. 12 del decreto-legge 6 dicembre 2011, n. 201 (Disposizioni urgenti per la crescita, l'equità e il consolidamento dei conti pubblici), convertito, con modificazioni, nella legge 22 dicembre 2011, n. 214, impone che siano corrisposti con il versamento in conto corrente bancario o postale solo gli stipendi superiori a euro 1.000,00, sicché soltanto qualora il loro pagamento avvenga con tali modalità il lavoratore potrebbe approfittare del trattamento maggiormente favorevole riservato appunto alle somme versate in conto corrente; che, pertanto, il giudice a quo dubita della legittimità costituzionale dell'art. 545, ottavo comma, cod. proc. civ. , nella parte in cui non prevede che gli stessi limiti posti alla pignorabilità delle somme versate in conto corrente (per effetto del pagamento pro rata di retribuzioni o di pensioni), contemporaneamente o successivamente al pignoramento, debbano valere anche per il pignoramento dei crediti retributivi presso il datore di lavoro, per i quali invece restano vigenti le limitazioni di cui all'art. 545, quarto comma, cod. proc. civ. ; che anche in questo giudizio ha spiegato intervento il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, deducendo l'inammissibilità e, comunque, l'infondatezza delle questioni sollevate. Considerato che il Tribunale ordinario di Chieti, in funzione di giudice dell'esecuzione, ha sollevato questioni di legittimità costituzionale dell'art. 545, terzo e quarto comma, del codice di procedura civile, in riferimento agli artt. 3 e 36 della Costituzione, nella parte in cui non prevedono l'impignorabilità assoluta di quella parte della retribuzione necessaria a garantire al lavoratore i mezzi indispensabili alle sue esigenze di vita, nonché per la disparità di trattamento che si verrebbe a determinare tra il pignoramento della retribuzione effettuato alla fonte presso il datore di lavoro e quello effettuato sulle stesse somme confluite sul conto corrente anteriormente al pignoramento; che, secondo il rimettente, sussisterebbe una disparità di trattamento in relazione al diverso regime riservato al pignoramento di somme dovute a titolo di pensioni o di indennità che tengono luogo a pensioni, per effetto sia della sentenza n. 506 del 2002 di questa Corte, sia della sopravvenienza dell'art. 13, comma 1, lettera l), del decreto-legge 27 giugno 2015, n. 83 (Misure urgenti in materia fallimentare, civile e processuale civile e di organizzazione e funzionamento dell'amministrazione giudiziaria), convertito, con modificazioni, nella legge 6 agosto 2015, n. 132, il quale ha aggiunto, tra l'altro, all'art. 545 cod. proc. civ un settimo comma, secondo il quale «[l]e somme da chiunque dovute a titolo di pensione, di indennità che tengono luogo di pensione o di altri assegni di quiescenza, non possono essere pignorate per un ammontare corrispondente alla misura massima mensile dell'assegno sociale, aumentato della metà. La parte eccedente tale ammontare è pignorabile nei limiti previsti dal terzo, quarto e quinto comma nonché dalle speciali disposizioni di legge»; che lo stesso rimettente deduce anche la violazione del principio di eguaglianza, per la disparità di trattamento che si verrebbe a determinare tra il pignoramento della retribuzione effettuato alla fonte presso il datore di lavoro e quello effettuato sulle stesse somme confluite sul conto corrente bancario o postale anteriormente al pignoramento come previsto dal medesimo art. 545, ottavo comma, primo periodo - parimenti introdotto dall'art. 13, comma 1, lettera l), del d.l. n. 83 del 2015 - il quale dispone che «[l]e somme dovute a titolo di stipendio, salario, altre indennità relative al rapporto di lavoro o di impiego, comprese quelle dovute a causa di licenziamento, nonché a titolo di pensione, di indennità che tengono luogo di pensione, o di assegni di quiescenza, nel caso di accredito su conto bancario o postale intestato al debitore, possono essere pignorate, per l'importo eccedente il triplo dell'assegno sociale, quando l'accredito ha luogo in data anteriore al pignoramento»; che il Tribunale ordinario di Trento, in funzione di giudice dell'esecuzione, ha sollevato questione di legittimità costituzionale dell'art. 545, quarto e ottavo comma, cod. proc. civ. , in riferimento agli artt. 1, 2, 3, 4 e 36 Cost., nella parte in cui non prevedono l'impignorabilità assoluta della retribuzione al di sotto del minimo vitale, nonché per la disparità di trattamento che si verrebbe a determinare tra il pignoramento della retribuzione effettuato alla fonte presso il datore di lavoro e quello effettuato sulle stesse somme confluite sul conto corrente successivamente al pignoramento; che, pertanto, secondo il giudice a quo, l'art. 545, quarto comma, cod. proc. civ. , nella parte in cui non prevede l'impignorabilità assoluta di quella parte della retribuzione necessaria a garantire al lavoratore i mezzi indispensabili alle sue primarie esigenze di vita e una retribuzione «in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé ed alla famiglia una esistenza libera e dignitosa», violerebbe gli artt. 1, 2, 3, 4 e 36 Cost., con particolare riferimento alle esigenze di un reddito minimo che gli consenta di sostenere le spese minime necessarie al suo stesso sostentamento in vita e in condizioni adeguate a consentirgli la stessa produzione di un reddito; che, inoltre, secondo il Tribunale ordinario di Trento, l'introduzione del nuovo ottavo comma nell'art. 545 cod. proc. civ. determinerebbe un'ingiustificata disparità di trattamento delle retribuzioni, a seconda che siano pignorati i crediti retributivi (ai sensi dell'art. 545, quarto comma, cod. proc. civ.) o invece le somme relative, una volta che le medesime siano confluite in conto corrente bancario o postale, e tanto in ragione del combinato disposto dei commi settimo e ottavo dell'art. 545 cod. proc. civ. , che limiterebbe la base di calcolo del quinto alla differenza tra quanto percepito e il minimo vitale stabilito dal settimo comma del medesimo articolo;