[pronunce]

Nell'esercizio legittimo della propria discrezionalità, il legislatore avrebbe rimesso agli elettori, nei casi di reati meno gravi, «la valutazione prognostica in ordine alla capacità o meno della condotta penalmente sanzionata di incidere sul mandato elettivo», mentre, per le condanne più gravi, «la valutazione prognostica circa il rischio di inquinamento» sarebbe stata fatta, a monte, dal legislatore. La diversa gravità dei reati giustificherebbe «un diverso livello di "barriere di protezione" per gli organi elettivi». In relazione alla violazione dell'art. 48 Cost., l'Avvocatura eccepisce l'inammissibilità della relativa questione perché il giudice a quo avrebbe erroneamente invocato l'art. 48, quarto comma, Cost. invece dell'art. 48, secondo comma, Cost. Nel merito, la questione sarebbe comunque infondata perché, in caso di condanne per gravi reati, sarebbe ragionevole la scelta di applicare la misura cautelare della sospensione per preservare le istituzioni, a prescindere dal momento di conclusione del processo penale: ciò anche al fine di evitare che, a parità di condanna, sia il «mero fatto della tempistica» del processo penale a fare la differenza ai fini della prosecuzione del mandato. La scelta del legislatore non sarebbe obbligata ma neanche illegittima, perché risponderebbe a un'esigenza ragionevole. Quanto alla violazione del diritto di elettorato passivo (art. 51 Cost.), l'Avvocatura osserva che la norma censurata realizza un corretto equilibrio degli interessi in gioco, dato il carattere interinale della sospensione, coerente con il suo carattere cautelare e non sanzionatorio. 4.1.- Il 31 dicembre 2018 anche la parte costituita ha depositato una memoria integrativa. In essa osserva che l'art. 11, comma 1, lettera a), del d.lgs. n. 235 del 2012 non disciplinerebbe il caso della condanna precedente l'elezione, per cui l'applicazione della sospensione in tale ipotesi sarebbe frutto di un'interpretazione estensiva della disposizione censurata, che sarebbe preclusa nella materia dell'ineleggibilità, restando invece possibile la sua interpretazione conforme a Costituzione. La parte aggiunge, poi, che nel caso della condanna precedente l'elezione mancherebbero le esigenze cautelari, dato che la condanna sarebbe conosciuta dal corpo elettorale; infatti, nel caso di cui all'art. 11, comma 1, lettera b), la sospensione è prevista solo per la condanna successiva. Secondo la parte, non sarebbe giustificato il diverso trattamento previsto dalla lettera a). Ancora, la parte osserva che la norma censurata sarebbe incostituzionale in quanto imporrebbe una sospensione automatica, senza consentire alcuna valutazione delle circostanze del caso concreto. L'art. 11, comma 1, lettera a), sarebbe poi incostituzionale perché il legislatore, per aggirare la Costituzione, avrebbe «mascherato» l'incandidabilità sotto forma di sospensione, incorrendo in «eccesso di potere legislativo».1.- Il Tribunale ordinario di Lecce dubita della legittimità costituzionale dell'art. 11, comma 1, lettera a), del decreto legislativo 31 dicembre 2012, n. 235 (Testo unico delle disposizioni in materia di incandidabilità e di divieto di ricoprire cariche elettive e di Governo conseguenti a sentenze definitive di condanna per delitti non colposi, a norma dell'articolo 1, comma 63, della legge 6 novembre 2012, n. 190), in riferimento agli artt. 1, secondo comma, 2, 3, 48 e 51, primo comma, della Costituzione. La norma è censurata nella parte in cui non prevede che la sospensione dalla carica consegua solo alle sentenze non definitive di condanna pronunciate «dopo l'elezione o la nomina» («o, al più, "dopo la candidatura"»), come è previsto invece alla lettera b) del medesimo art. 11, comma 1, che assoggetta alla stessa misura «coloro che, con sentenza di primo grado, confermata in appello per la stessa imputazione, hanno riportato, dopo l'elezione o la nomina, una condanna ad una pena non inferiore a due anni di reclusione per un delitto non colposo». Secondo il rimettente, la norma censurata violerebbe gli artt. 1, secondo comma, 2, 3, 48 e 51, primo comma, Cost., in quanto: a) l'«intrinseca finalità» della sospensione sarebbe di «disciplinare [...] le situazioni che sopravvengono dopo l'elezione o la nomina», cosicché la norma censurata non avrebbe operato un ragionevole bilanciamento degli interessi costituzionali in gioco, poiché è nel caso di condanna successiva all'elezione che si porrebbe «concretamente e, comunque, in maggiore e più rilevante misura, il problema della "credibilità" dell'amministrazione»; b) sarebbe irragionevole la diversità di trattamento tra la fattispecie in esame e quella disciplinata dalla lettera b) dello stesso art. 11, comma 1, del d.lgs. n. 235 del 2012; c) «l'applicabilità della misura della sospensione a sentenze non definitive di condanna intervenute prima dell'elezione» falserebbe «la libera concorrenza elettorale dal lato passivo» e finirebbe «col pregiudicare la libera scelta del cittadino elettore dal lato attivo». 2.- In via preliminare, occorre soffermarsi sulle eccezioni di inammissibilità sollevate dall'Avvocatura generale dello Stato. L'Avvocatura generale eccepisce, in primo luogo, l'inammissibilità della questione in quanto il giudice «sollecita un intervento additivo che però non si configura a "rime obbligate"». L'eccezione non è fondata perché la norma da aggiungere per rimediare al vizio di costituzionalità, qualora si condividessero gli argomenti del giudice a quo, sarebbe una sola, cioè la limitazione della sospensione dalla carica ai casi di condanna non definitiva intervenuta dopo l'elezione o la nomina. Questa stessa limitazione dell'ambito temporale di applicazione della regola, del resto, è già contenuta nell'art. 11, comma 1, lettera b), del d.lgs. n. 235 del 2012, sicché, in caso di accoglimento, questa Corte non la introdurrebbe ex novo. L'Avvocatura eccepisce poi l'inammissibilità della questione sollevata in relazione all'art. 48 Cost. perché il giudice a quo avrebbe erroneamente invocato il quarto comma di tale articolo invece del secondo. Nemmeno tale eccezione è fondata. Il rimettente invoca in più punti (compreso il dispositivo) l'art. 48 Cost. nella sua interezza e illustra la lesione del diritto di voto in modo tale da rendere chiaro che le norme evocate come parametro sono quelle contenute nel primo e nel secondo comma dello stesso art. 48. Il riferimento operato all'art. 48, quarto comma, Cost. deve dunque considerarsi un mero spunto argomentativo. 2.1.-