[pronunce]

Nel caso di specie, ad esempio, la non particolare pericolosità dell'arma e le condizioni soggettive dell'imputato - «soggetto con difficili esperienze di vita pregresse, privo di occasioni di lecita attività lavorativa, e che non si ritiene meritevole di una "pena esemplare" in relazione a tale reato» - avrebbero giustificato, ad avviso del Tribunale rimettente, «una sanzione ben minore del massimo edittale imposto dalla norma della cui illegittimità si dubita».1.- Il Tribunale ordinario di Macerata dubita, in riferimento agli artt. 3 e 27, terzo comma, della Costituzione, della legittimità costituzionale dell'art. 81, quarto comma, del codice penale, aggiunto dall'art. 5 della legge 5 dicembre 2005, n. 251 (Modifiche al codice penale e alla legge 26 luglio 1975, n. 354, in materia di attenuanti generiche, di recidiva, di giudizio di comparazione delle circostanze di reato per i recidivi, di usura e di prescrizione), con particolare riguardo ai «casi nei quali la pena per il reato satellite debba determinarsi inderogabilmente nel massimo edittale». Ad avviso del Tribunale rimettente, la norma censurata si pone in contrasto con l'art. 3 Cost. in quanto, se l'imputato non è recidivo reiterato, l'aumento di pena per il cosiddetto reato satellite è libero, mentre, se lo è, «l'obbligo di aumento non inferiore ad un terzo della pena per il reato base [...] può comportare un aumento obbligato della pena relativa al reato satellite di entità tale da non trovare possibile giustificazione nella mera veste soggettiva dell'imputato (recidivo reiterato)». Ciò darebbe luogo, in casi come quello di specie, a «una pena estremamente rigorosa, pari al massimo della pena edittale prevista per il reato satellite», nonostante si tratti di «un fatto oggettivamente di per sé non connotato da particolare gravità». L'art. 3 Cost. sarebbe anche violato, sia per la parificazione di situazioni fattuali tra loro differenti, in quanto l'applicazione dell'aumento di pena imposto dall'art. 81, quarto comma, cod. pen. , «comportando l'obbligatoria irrogazione del massimo della pena previst[a] per il reato satellite, può impedire ogni differenziazione sanzionatoria tra le possibili condotte sussumibili sub art. 4 l. 110/75», sia per la «diversa quantificazione proporzionale della pena tra reato base e reato satellite». La norma censurata sarebbe inoltre in contrasto con l'art. 3 Cost., «per irragionevole differenza del trattamento sanzionatorio rispetto alla ipotesi dei medesimi reati non in continuazione». Infine la questione di legittimità costituzionale dell'art. 81, quarto comma, cod. pen. sarebbe non manifestamente infondata anche con riferimento all'art. 27, terzo comma, Cost. «sotto il profilo della assenza di ogni possibilità di modulare la pena in relazione alla necessaria funzione rieducativa della stessa». 2.- La questione è inammissibile per una duplice ragione. 2.1.- In primo luogo è insufficiente la descrizione della fattispecie. Nel sollevare la questione, il giudice rimettente, dopo avere premesso di essere investito, in sede dibattimentale, del procedimento penale a carico di P.R., imputato dei reati di cui agli artt. 628, commi primo e terzo, numero 1), cod. pen. e 4 della legge 18 aprile 1975, n. 110 (Norme integrative della disciplina vigente per il controllo delle armi, delle munizioni e degli esplosivi), ha osservato che, «in caso di affermazione di penale responsabilità dell'imputato per i reati allo stesso ascritti», dovebbe trovare applicazione l'art. 81, quarto comma, cod. pen. , sia perché «[l]a contestualità delle condotte e la finalizzazione del porto del taglierino alla commissione della rapina imporrebbero [...] l'applicazione della disciplina del reato continuato tra tale reato e quello di rapina», sia perché «la serie di gravissimi e specifici precedenti dell'imputato, la ammessa consumazione di altra rapina in data 19 agosto 2009 [...] e la gravità del fatto per il quale si procede [...] sono elementi che appaiono tali da poter imporre l'applicazione della contestata recidiva». Il Tribunale rimettente però non dice se la recidiva reiterata era stata applicata con una precedente sentenza, anteriore alla commissione dei reati per i quali si procede, o se l'applicazione sarebbe avvenuta per la prima volta nel giudizio a quo, e la precisazione era necessaria perché, secondo la prevalente giurisprudenza di legittimità (Corte di cassazione, prima sezione penale, 26 marzo 2013, n. 18773; terza sezione penale, 28 settembre 2011, n. 431/2012; prima sezione penale, 1° luglio 2010, n. 31735; prima sezione penale, 2 luglio 2009, n. 32625), è solo nel primo caso che trova applicazione l'art. 81, quarto comma, cod. pen. Era stata inizialmente questa stessa Corte a rilevare che la «consecutio temporum delle voci verbali impiegate ("reati ... commessi da soggetti ai quali sia stata applicata la recidiva prevista dall'articolo 99, quarto comma")» poteva logicamente far riferire la norma impugnata «al caso in cui l'imputato sia stato ritenuto recidivo reiterato con una precedente sentenza definitiva». All'epoca tuttavia la Corte aveva considerato «non implausibile» anche il diverso orientamento del giudice rimettente, che aveva mostrato implicitamente di considerare la norma in questione applicabile «al caso in cui l'imputato venga dichiarato recidivo reiterato in rapporto agli stessi reati uniti dal vincolo della continuazione» (ordinanza n. 193 del 2008). La successiva giurisprudenza della Corte di cassazione, tenendo conto della «assoluta eccezionalità della disposizione in esame», aveva ritenuto di dover «seguire l'interpretazione restrittiva in qualche modo suggerita dallo stesso Giudice delle leggi traendo spunto dalla costruzione lessicale della formula normativa», e aveva escluso l'applicabilità dell'art. 81, quarto comma, cod. pen. , se «non risulta[va] che l'imputato era stato già ritenuto recidivo all'epoca della commissione dei reati» oggetto del giudizio (Corte di cassazione, prima sezione penale, 2 luglio 2009, n. 32625). Ciò posto, la questione sul momento di applicazione della recidiva reiterata non può essere elusa, sicché il Tribunale rimettente avrebbe dovuto precisare se nel caso in questione l'applicazione era avvenuta con una precedente sentenza anteriore alla commissione dei reati per i quali si procede. Ove ciò non fosse avvenuto e tuttavia avesse ritenuto ugualmente applicabile la norma impugnata, dovendo egli stesso applicare la recidiva reiterata, il Tribunale avrebbe avuto l'onere di dare una plausibile spiegazione della sua diversa interpretazione di tale norma. La mancanza delle necessarie indicazioni impedisce a questa Corte di verificare la rilevanza della questione, che è pertanto inammissibile (ex multis, ordinanze n. 16 del 2014 e n. 295 del 2013). 2.2.- In secondo luogo la questione è inammissibile perché muove da un erroneo presupposto interpretativo.