[resaula]

Cioè una chiamata discrezionale di aziende invitate a fornire preventivi e offerte. La procedura si e? poi conclusa con una scelta altrettanto discrezionale del contraente, ovvero il commissario Arcuri; a partire dall'11 marzo 2020 il Dipartimento della protezione civile, con l'aiuto del Ministero degli affari esteri e della cooperazione internazionale, ha stilato una lista di società che si rendono disponibili a trattare con l'Italia sulle mascherine e le forniture mediche. Dopo due mesi l'albo dei potenziali fornitori della Farnesina era lungo una trentina di pagine. Un elenco che permetteva al commissario Arcuri di non incappare in società improvvisate o in speculatori e, soprattutto, di non ricorre a importatori e mediatori che avrebbero inciso sul prezzo finale. Elenco che, però, è stato ignorato dal commissario; considerato che, sempre per quanto risulta: secondo quanto ha ricostruito il settimanale "L'Espresso", il Dipartimento della protezione civile aveva inizialmente stipulato un accordo con la Byd Auto Industry Company, un'azienda statale cinese di automobili convertita alla fabbricazione di mascherine chirurgiche. L'accordo prevedeva 100 milioni di pezzi, 0,29 euro l'uno, per un totale di 29,8 milioni di euro. Arcuri avrebbe deciso di puntare su altri fornitori, come Luokai Trade, 450 milioni di mascherine (0,49 l'una) per 220 milioni di euro, o come la Wenhzou Moon-Ray, 10 milioni di mascherine (0,55 l'una). Per entrambe, si e? saputo dopo l'apertura di un'inchiesta giudiziaria, sono state pagate provvigioni per decine di milioni di euro. Si e? scoperto che a far da tramite per la fornitura era scesa in campo una sorta di eterogenea compagnia di giro guidata dal giornalista Mario Benotti. La torta da spartire era gigantesca: 72 milioni di provvigioni. La procura di Roma ha aperto un'inchiesta ipotizzando i reati di traffico di influenze, perché Benotti, sfruttando la sua personale conoscenza di Arcuri, si sarebbe fatto retribuire dalle controparti cinesi e senza che il commissario lo sapesse, in modo "occulto e non giustificato"; inoltre, come amministratore delegato di Invitalia, nella primavera 2020 Arcuri ha dato via libera ai finanziamenti per la riconversione o all'ampliamento di 129 aziende che producono dispositivi antivirus. Gli stessi dispositivi che poi il medesimo Arcuri, questa volta nella veste di commissario per l'emergenza, si è trovato a comprare per conto del Governo; un grande gruppo come Gvs, specializzato in sistemi filtranti destinati al settore automobilistico e medicale, ad aprile del 2020 avrebbe incassato soldi pubblici (circa 500.000 euro) erogati da Invitalia. Il prestito senza interessi serviva per ampliare gli stabilimenti con nuovi macchinari per fabbricare mascherine FFP3. Poche settimane dopo Arcuri, questa volta come commissario all'emergenza COVID, avrebbe stipulato con Gvs quattro contratti per la fornitura di quelle stesse mascherine FFP3 di cui Invitalia aveva in parte finanziato la produzione. Poco tempo dopo la Gvs della famiglia Scagliarini si è quotata in Borsa e ha fatto il pieno di capitali. In sette mesi la quotazione delle azioni e? più che raddoppiata. Gli azionisti venditori avrebbero incassato quasi 500 milioni di euro, mentre all'azienda sono andati circa 80 milioni. I prestiti di Invitalia, quindi, sono serviti a sostenere una società che non ne aveva bisogno, perché di li? a poco avrebbe raccolto denaro in abbondanza sui mercati finanziari. Inoltre, in base a una clausola del contratto di finanziamento, legata ai tempi dell'entrata in funzione delle nuove linee produttive, Gvs potrà ottenere anche uno "sconto del 100 per cento in conto capitale". Insomma, il prestito potrebbe trasformarsi in un sussidio a fondo perduto: un regalo, si chiede di sapere: se il Governo sia a conoscenza di quanto riportato; se il Ministro dello sviluppo economico intenda utilizzare la lista dei fornitori redatta dal Dipartimento della protezione civile insieme al Ministero degli affari esteri; se il Ministro della salute vorrà iniziare a imporre l'acquisto di materiale sanitario per l'emergenza sulla base di bandi e, soprattutto, cercando di ottenere i prezzi migliori e senza mediatori; se lo stesso Ministro abbia deciso di aprire un'inchiesta sulle forniture mediche gestite dal commissario Arcuri. Atto n. 4-05167 PIROVANO Ai Ministri dello sviluppo economico e dell'economia e delle finanze Premesso che: nel marzo 2020, in piena emergenza da COVID-19, molte imprese italiane hanno subito drammatici contraccolpi in termini di blocco delle attività produttive e disdetta degli ordini di fornitura; in questo scenario, l'Agenzia nazionale per l'attrazione degli investimenti (Invitalia), guidata da Domenico Arcuri, nella sua qualità congiunta di amministratore delegato e commissario straordinario per l'emergenza, decise di assegnare finanziamenti a fondo perduto del valore di 50 milioni di euro a 130 aziende, 80 delle quali si riconvertirono, tempestivamente, per la produzione di mascherine. Tanto, sulla base di disposizioni contenute all'interno del decreto "cura Italia", che, tuttavia, aveva enunciato prescrizioni particolarmente stringenti, ovvero, che le riconversioni dovevano, verosimilmente, avvenire entro 15 giorni dall'ottenimento del finanziamento; ebbene, anche sulla base di questi presupposti, tali da non garantire la certezza del sostegno da parte dello Stato, molte aziende decisero, con proprie risorse, di riconvertire la produzione. Il tutto, a fronte di ingenti investimenti di capitale, sia in termini di acquisto delle certificazioni necessarie, sia di materiali, che di macchinari specifici, nonché mediante il reperimento del capitale umano; nel frattempo, molte aziende, anche in via autonoma, conclusero contratti per tali forniture, con l'obiettivo di soddisfare l'imminente richiesta nazionale; senonché, il mercato iniziò ad essere inondato di presidi medici d'importazione a bassissimo costo, impedendo, di fatto, anche una concorrenza sul prezzo posta di fatto l'insostenibilità economica delle singole produzioni. Nella specie, i contratti venivano inizialmente conclusi ad un costo di 0,11 euro al pezzo, e al contempo, subivano una controproposta estera al ribasso, che si attestava incredibilmente attorno agli 0,07/0,04 euro, rendendo così impossibile competere; i contratti di fornitura in essere e per conto della struttura commissariale iniziarono a non essere più pagati; la merce finì per restare ferma nei magazzini, il personale relegato in cassa integrazione, con evidente ed inesorabile danno nei confronti del tessuto imprenditoriale; eppure, grandi e noti gruppi industriali, come FCA e Luxottica, riuscirono nell'intento di rispondere alla "chiamata" immettendo nel mercato nazionale prodotti non conformi o di importazione; il tutto appare davvero surreale ed insostenibile.