[pronunce]

che inoltre, poiché l'elezione dei membri del Parlamento risulta essere non già una conseguenza diretta dell'espressione di voto ma una scelta delle segreterie dei partiti, per il giudicante «sorge il fondato dubbio» che la legge oggetto della cognizione nel giudizio a quo, varata da un Parlamento di cui risulta dubbia la legalità ovvero la legittimità costituzionale della sua investitura, possa ritenersi prescrittiva; che, infine, il giudice a quo ritiene le questioni rilevanti perché, se accolte, comporterebbero l'assoluzione del prevenuto; che è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, concludendo per la manifesta inammissibilità delle questioni, per insufficiente descrizione della fattispecie, per mancanza di motivazione sulla rilevanza e sulla non manifesta infondatezza, per l'evocazione non pertinente dei parametri costituzionali che si assumono violati e per l'omessa verifica della possibilità di una interpretazione costituzionalmente orientata della normativa censurata; che la difesa dello Stato sottolinea inoltre la incongruenza della prospettazione per la quale l'illegittimità costituzionale della legge elettorale del 2005 determinerebbe l'illegittimità delle norme approvate dal Parlamento costituitosi a seguito del relativo suffragio elettorale; che - nel corso di altro procedimento penale, a carico di un cittadino extracomunitario imputato del reato previsto e punito dall'art. 14, comma 5-quater, in relazione al comma 5-bis del d.lgs. n. 286 del 1998 - il medesimo Giudice di pace di Borgo San Dalmazzo (con premesse ed argomentazioni pressoché coincidenti a quelle poste a fondamento della precedente questione incidentale) ha sollevato, con ordinanza emessa l'8 ottobre 2013 e con riferimento agli stessi parametri, questioni di legittimità costituzionale degli artt. 4, comma 2, 59, comma 1, 83, comma 1, numero 5), e comma 2, del d.P.R. n. 361 del 1957, nel testo risultante dalla legge n. 270 del 2005; degli artt. 14, comma 1, e 17, commi 2 e 4, del d.lgs. n. 533 del 1993, nel testo risultante dalla legge n. 270 del 2005; nonché dell'art. 14, commi 5-quater e 5-bis, del d.lgs. n. 286 del 1998, già inseriti dall'art. 13, comma 1, lettera b), della legge 30 luglio 2002, n. 189 (Modifica alla normativa in materia di immigrazione e di asilo), e sostituiti rispettivamente dai numeri 6) e 4) della lettera d) del comma 1 dell'art. 3 del decreto-legge 23 giugno 2011, n. 89 (Disposizioni urgenti per il completamento dell'attuazione della direttiva 2004/38/CE sulla libera circolazione dei cittadini comunitari e per il recepimento della direttiva 2008/115/CE sul rimpatrio dei cittadini di Paesi terzi irregolari), convertito, con modificazioni, dall'art. 1, comma 1, della legge 2 agosto 2011, n. 129. Considerato che, in entrambi i giudizi, il Giudice di pace di Borgo San Dalmazzo censura gli artt. 4, comma 2, 59, comma 1, 83, comma 1, numero 5), e comma 2, del decreto del Presidente della Repubblica 30 marzo 1957, n. 361 (Approvazione del testo unico delle leggi recanti norme per la elezione della Camera dei deputati), nel testo risultante dalla legge 21 dicembre 2005, n. 270 (Modifiche alle norme per l'elezione della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica); e gli artt. 14, comma 1, e 17, commi 2 e 4, del decreto legislativo 20 dicembre 1993, n. 533 (Testo unico delle leggi recanti norme per l'elezione del Senato della Repubblica), nel testo risultante dalla citata legge n. 270 del 2005, in quanto norme per l'elezione dei componenti della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica che non permettono al cittadino di esprimere la preferenza per i singoli candidati, ma lasciano allo stesso la sola possibilità di ratificare la scelta dei candidati già decisa dai partiti, attraverso un gioco di procedure nella formazione delle liste elettorali, determinando, in tal modo, unilateralmente la scelta dei candidati, i quali, pertanto, vengono ad assumere la qualifica e il ruolo di nominati e non già di eletti; che, conseguentemente, il rimettente censura altresì, nel primo giudizio, l'art. 10-bis del decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286 (Testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell'immigrazione e norme sulla condizione dello straniero), così come inserito dall'art. 1, comma 16, lettera a), della legge 15 luglio 2009, n. 94 (Disposizioni in materia di sicurezza pubblica); e, nel secondo giudizio, l'art. 14, commi 5-quater e 5-bis, dello stesso d.lgs. n. 286 del 1998, già inseriti dall'art. 13, comma 1, lettera b), della legge 30 luglio 2002, n. 189 (Modifica alla normativa in materia di immigrazione e di asilo), e sostituiti rispettivamente dai numeri 6) e 4) della lettera d) del comma 1 dell'art. 3 del decreto-legge 23 giugno 2011, n. 89 (Disposizioni urgenti per il completamento dell'attuazione della direttiva 2004/38/CE sulla libera circolazione dei cittadini comunitari e per il recepimento della direttiva 2008/115/CE sul rimpatrio dei cittadini di Paesi terzi irregolari), convertito, con modificazioni, dall'art. 1, comma 1, della legge 2 agosto 2011, n. 129, in quanto norme, oggetto della cognizione nei giudizi a quibus, approvate da un Parlamento di cui risulta dubbia la legalità ovvero la legittimità costituzionale della sua investitura; che, secondo il rimettente, le norme impugnate si porrebbero in contrasto con gli artt. 1, secondo comma, 3, 48, secondo comma, 49, 56, primo comma, 58, primo comma, e 67 della Costituzione, nonché con l'art. 3 del Protocollo addizionale alla Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali firmata a Roma il 4 novembre 1950; che, in considerazione della identità delle sollevate questioni, i giudizi vanno riuniti per essere decisi con un'unica pronuncia; che - anche a prescindere dalla circostanza che, dopo la proposizione degli odierni giudizi, tutte le impugnate disposizioni dei testi unici delle leggi elettorali di Camera e Senato sono state dichiarate incostituzionali da questa Corte con la sentenza n. 1 del 2014;