[pronunce]

confligge anche con l'art. 3 Cost., poiché la norma censurata è fonte di un'irragionevole disparità di trattamento con gli assicurati presso gli enti previdenziali privati costituiti ai sensi del decreto legislativo 10 febbraio 1996, n. 103 (Attuazione della delega conferita dall'art. 2, comma 25, della legge 8 agosto 1995, n. 335, in materia di tutela previdenziale obbligatoria dei soggetti che svolgono attività autonoma di libera professione), i quali, in virtù del successivo comma 6 dello stesso art. 4, ottengono la liquidazione del trattamento pensionistico sulla base del sistema di calcolo vigente nell'ordinamento degli enti medesimi. In ordine alla rilevanza della questione di legittimità costituzionale, il giudice a quo afferma che, se la quota a carico della Cassa nazionale di previdenza ed assistenza in favore dei ragionieri e periti commerciali fosse determinata secondo i criteri stabiliti nel Regolamento di esecuzione della Cassa stessa, all'assicurato sarebbe attribuito un importo superiore rispetto a quello liquidatogli in applicazione dei criteri stabiliti nella norma censurata. 2. - Nel giudizio di costituzionalità si è costituito A.A., il quale chiede che la questione sia accolta. La parte privata sostiene che l'art. 4, comma 3, del d.lgs. n. 42 del 2006 vìola l'art. 76 Cost., per gli stessi motivi indicati nell'ordinanza di rimessione. Aggiunge che la norma censurata contrasta anche con l'art. 3 Cost., poiché introduce una disciplina disparitaria, da un lato, rispetto alle altre normative in materia di totalizzazione e, in particolare, rispetto a quella prevista dal comma 6 dello stesso art. 4 del d.lgs. n. 42 del 2006 (che, per la determinazione della misura del trattamento a carico degli enti previdenziali privati costituiti ai sensi del d.lgs. n. 103 del 1996, fa rinvio al sistema di calcolo vigente nei rispettivi ordinamenti) e, dall'altro, rispetto al principio di settore enucleato, in materia di totalizzazione dei periodi assicurativi, dalla sentenza n. 61 del 1999 di questa Corte e relativo al mantenimento delle regole di calcolo proprie di ciascuna gestione previdenziale. A conferma dell'esistenza di un generale principio di salvaguardia delle quote pensionistiche maturate presso le varie gestioni previdenziali, da calcolarsi secondo le regole applicabili a ciascuna di esse, la parte privata menziona la sentenza della Corte di cassazione 6 maggio 2009, n. 10396, che ha ritenuto l'illegittimità dell'art. 3 del decreto del Ministro del lavoro 2 maggio 1996, n. 282 (Regolamento recante la disciplina dell'assetto organizzativo e funzionale della gestione e del rapporto assicurativo di cui all'art. 2, comma 32, della legge 8 agosto 1995, n. 335), anche nella parte in cui non prevedeva, ai fini della determinazione dell'importo della pensione, il ricorso ai criteri di cui all'art. 16 della legge 2 agosto 1990, n. 233 (Riforma dei trattamenti pensionistici dei lavoratori autonomi), norma che rinvia ai criteri vigenti presso le differenti gestioni. 3. - Nel giudizio di costituzionalità si è costituita anche l'Associazione Cassa nazionale di previdenza ed assistenza in favore dei ragionieri e periti commerciali che chiede che le questioni siano dichiarate inammissibili e comunque infondate. Le questioni sarebbero inammissibili, in primo luogo, perché il giudice a quo non avrebbe indicato la ragione per la quale il giudizio principale non potrebbe essere definito senza applicare la norma censurata. In secondo luogo, la Cassa deduce che in primo grado le questioni di legittimità costituzionale erano state dichiarate non rilevanti dal Tribunale. La Corte d'appello avrebbe avuto l'onere di motivare sul punto, al fine di spiegare per quale motivo la rilevanza delle questioni, negata dal giudice di primo grado, fosse invece sussistente. Un terzo motivo di inammissibilità delle questioni risiederebbe, ad avviso della Cassa, nel fatto che esse sono state sollevate nel corso di un giudizio instaurato al solo scopo di sollecitare l'intervento di questa Corte. Infine, specificamente inammissibile sarebbe la censura formulata in riferimento all'art. 3 Cost., perché la remittente non avrebbe motivato sulla ragione per la quale una, anziché l'altra, delle discipline poste a raffronto sia assunta (non ad oggetto della questione, ma) quale tertium comparationis. Nel merito, la Cassa contesta che l'art. 4, comma 3, del d.lgs. n. 42 del 2006 sia censurabile per eccesso di delega. Infatti, in virtù dell'ampia formulazione dell'art. 1, comma 1, lettera d), della legge n. 243 del 2004, il legislatore delegato era facoltizzato a dettare una disciplina organica della totalizzazione che doveva necessariamente coniugare le esigenze di tutela dei diritti previdenziali dei singoli con quelle di sostenibilità delle gestioni previdenziali. Ne consegue che l'opzione in favore del sistema di calcolo contributivo costituisce un ragionevole punto di equilibrio fra tutte le esigenze in gioco. Al riguardo, la Cassa deduce che già da tempo l'ordinamento previdenziale è orientato decisamente nel senso della preferenza per il sistema contributivo, onde il legislatore delegato non avrebbe fatto altro che applicare un principio generalissimo dell'ordinamento. Né, ad avviso della Cassa, si potrebbe pervenire a diversa conclusione facendo leva sul rinvio alle regole di calcolo proprie dei singoli enti previdenziali contenuto nell'art. 1, comma 2, lettera o), della legge n. 243 del 2004. Infatti, tra le fonti legittimate a definire quelle regole di calcolo rientra anche il decreto legislativo emanato in esecuzione della stessa legge n. 243 del 2004. Quanto alla pretesa violazione del principio di eguaglianza, la Cassa richiama la giurisprudenza di questa Corte che esclude la possibilità di porre a confronto tra loro i vari sistemi previdenziali. 4. - Nel giudizio di costituzionalità è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, il quale chiede che la questione sia dichiarata inammissibile o infondata. La difesa dello Stato sostiene che non sussiste alcuna violazione dell'art. 76 Cost., perché quando, come nel caso di specie, la delega legislativa ha ad oggetto il riassetto e il riordino di norme preesistenti, tali finalità giustificano un adeguamento della disciplina al nuovo quadro normativo complessivo risultante dal sovrapporsi nel tempo di disposizioni emanate in vista di situazioni diverse. La questione sollevata in riferimento all'art. 3 Cost. sarebbe invece inammissibile per omessa motivazione sulla rilevanza e comunque infondata perché il d.lgs. n. 42 del 2006 non ha previsto una disciplina differente per i diversi enti previdenziali, bensì regolato in maniera uniforme le modalità di computo della prestazione in caso di totalizzazione dei periodi assicurativi. 5.