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Per tale impianto, dopo oltre trent'anni di incompiuta, inefficiente gestione, prima pubblica, poi privata, affidata a soggetti prima italiani e poi stranieri, non si è riusciti a dare soluzioni tecnologiche ed economiche valide per soddisfare le primarie ed essenziali esigenze di corretta funzionalità e le necessarie e indispensabili attese di salvaguardia dell'ambiente e della salute pubblica. E, tra tutte, la tutela del lavoro. Ciò è dovuto all'eccessiva dimensione e capacità produttiva dell'impianto, all'obsolescenza degli stessi impianti, alla forte concorrenza internazionale, alla qualità e all'elevato costo di produzione, come dimostrano le perdite di importanti commesse, tra cui quelle nel settore dell'automobile. La crisi dello stabilimento siderurgico di Taranto non è di origine giudiziaria, risalente a quando, nove anni fa, la magistratura sequestrò gli impianti e perseguì penalmente proprietari e dirigenti. Quella fabbrica, Presidente, venne definita fonte di malattia e morte per chi ci lavora e per chi abita nelle vicinanze! (Applausi) . È invece una crisi strutturale, dovuta all'obsolescenza degli impianti, all'assenza di investimenti in ammodernamento tecnologico e di processo, di manutenzioni straordinarie e persino ordinarie; a piani ambientali e di messa a norma redatti e mai - mai! - realizzati, sempre prorogati, l'ultimo dei quali avrebbe dovuto essere ultimato nel 2015 ed è stato ora spostato al 2023, traguardo che non sarà, per l'ennesima volta, raggiunto. Se nel 2020 ArcelorMittal a Taranto ha prodotto e venduto poco più di tre milioni di tonnellate, Presidente, non è perché l'autorità giudiziaria ha impedito di produrre e vendere di più, ma perché l'acciaio prodotto oggi a Taranto non ha mercato, come dimostra, d'altronde, l'avvio della cassa integrazione per crisi di mercato promossa dalla stessa società nel luglio del 2019, quando l'attuale pandemia era relegata al mondo dei brutti sogni. Sullo stabilimento siderurgico di Taranto, quindi, servono scelte coraggiose, all'avanguardia, sostenibili, come avvenuto in altre parti del Paese, garantendo immediati e ingenti investimenti in grado di riconvertire radicalmente i processi produttivi e di rimettere la fabbrica sul mercato, ma con nuove prospettive industriali ed economiche. Per fare questo è necessario abbandonare il ciclo integrale a carbone, non più sostenibile, orientando la produzione a forno elettrico, sperimentando nuovi processi produttivi innovativi, come quello presente nell'accordo stipulato con Invitalia, che è a forno elettrico, ampliando l'attività di lavorazione, anche favorendo filiere produttive post produzione di acciaio, e prevedendo, nel periodo di transizione, un accordo di programma finalizzato a gestire le linee produttive destinate alla chiusura, alla riconversione e alla riqualificazione e reimpiego delle unità lavorative in esubero. Allo stesso tempo è necessario garantire la città, ancora agli ultimi posti per qualità della vita, sia sulla tutela ambientale, sia su quella della salute. Su quest'ultimo profilo ribadisco con forza in questa sede che la valutazione del danno sanitario contenuta nel decreto Balduzzi-Clini del 2013, oggi ancora in vigore, è un'arma spuntata, superata, inefficace e fuori contesto. Tale decreto, emesso dopo il sequestro penale e la pubblicazione dei dati aggiornati dello studio "Sentieri", fa dipendere la valutazione del danno sanitario dalla circostanza in cui i valori per ciascuno degli inquinanti cancerogeni emessi dalla fabbrica superano i limiti stabiliti dalla legge. (Applausi) . Si tratta di un paradosso inaccettabile dopo otto anni. Presidente, chiedo pertanto formalmente di voler sollecitare le Commissioni competenti ad accelerare l' iter di discussione di una proposta sul tema, a mia prima firma, che prevede la valutazione integrata del danno ambientale a prescindere dal superamento dei valori limite previsti dalla legge. Si tratta di introdurre la valutazione integrata di impatto ambientale e sanitario in modo da poterla contemplare nel prossimo piano ambientale. In un contesto più generale è opportuno confermare l'orientamento del Governo Conte II di partecipazione dello Stato nel settore, salvaguardare la riconversione green e la diversificazione produttiva dell'impianto ex Ilva di Taranto che contempli soprattutto orizzonti mai sperimentati. La recente mancanza di continuità e decisioni da parte dell'attuale Governo sta provocando incertezze, ritardi, rischi di incidenti in fabbrica, tensioni tra i lavoratori e, persino, licenziamenti di lavoratori per un semplice post su Facebook. Presidente, le possibili decisioni su tale impianto dipendono da un ricorso per la chiusura dell'area a caldo al Consiglio di Stato, che verrà discusso il prossimo 13 maggio, dal rischio di confisca legato al processo «Ambiente svenduto» e da una sentenza di condanna dell'Italia emessa dalla Corte europea dei diritti dell'uomo del 2019 per la mancanza di misure a tutela. Presidente, abolire l'immunità penale è stato un atto di civiltà di uno Stato che si è appropriato del suo ruolo di tutela dei lavoratori e dei cittadini e di rispetto di quanti hanno perso anche la vita all'interno di quell'impianto. (Applausi) . Su altri aspetti della sentenza l'Italia corre il rischio di incorrere in procedure di infrazione. Presidente, Taranto ha il diritto di non essere più prigioniera dell'impianto siderurgico e non si possono accettare ancora scelte emergenziali. Presidente, l'ordine del giorno in esame, con la richiesta di reintrodurre lo scudo penale, offende la civiltà di un Paese e di tutti coloro che hanno conquistato quei diritti con la vita. Il MoVimento 5 Stelle, pertanto, esprimerà con forza il suo voto contrario. (Applausi) . Presidente, chiedo l'autorizzazione a consegnare il mio intervento. PRESIDENTE. Ne prendo atto. La Presidenza la autorizza in tal senso. Diamo il bentornato alla senatrice Segre, che salutiamo. LEZZI (Misto) . Domando di parlare per dichiarazione di voto in dissenso dal mio Gruppo. PRESIDENTE. Ne prendo atto e le do la parola. LEZZI (Misto) . Signor Presidente, esprimo voto in dissenso rispetto all'ordine del giorno presentato. Ho ascoltato attentamente gli interventi soprattutto di Forza Italia e Fratelli d'Italia, che sono indignati più per il fatto che la Ferilli vuole difendere da una multinazionale che tratta con arroganza il nostro Paese che non per il lavoro e la dignità di una persona. (Applausi) . Nell'ordine del giorno si fa riferimento al mantenimento della partnership con ArcelorMittal, facendo finta che due anni fa ArcelorMittal non sia arrivata alle minacce di chiudere gli altiforni solo perché avevamo eseguito una sentenza della Corte costituzionale che dice che, qualora si rispetti l'autorizzazione integrata ambientale (AIA), non è necessaria alcuna immunità penale. A quel punto, quando due procure si sono mosse, Milano e Taranto, si è scoperto che ArcelorMittal aveva già svuotato i magazzini, per 500 milioni di euro di soldi degli italiani. Ricordiamo che quella fabbrica è presa in affitto da ArcelorMittal, che dovrebbe seguire la legge e trattare con rispetto la città che la ospita.