[ddlpres]

L’articolo 7 della direttiva stabilisce che «l’organizzatore e/o il venditore parte del contratto danno prove sufficienti di disporre di garanzie per assicurare, in caso di insolvenza o di fallimento, il rimborso dei fondi depositati e il rimpatrio del consumatore». La disposizione lascia ampia libertà agli Stati membri nella scelta delle misure da adottare per assicurare la copertura per intero dei rischi derivanti dall’insolvenza o dal fallimento dell’organizzatore del viaggio. Il sistema italiano ha dato attuazione agli obblighi imposti dall’articolo 7 della direttiva con l’istituzione del Fondo nazionale di garanzia, previsto dall’articolo 51, comma 1, del decreto legislativo 23 maggio 2011, n. 79, il quale stabilisce che «Presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri ... opera il fondo nazionale di garanzia, per consentire, in caso di insolvenza o di fallimento del venditore o dell’organizzatore, il rimborso del prezzo versato ed il rimpatrio del consumatore nel caso di viaggi all’estero, nonché per fornire una immediata disponibilità economica in caso di rientro forzato di turisti da Paesi extracomunitari in occasione di emergenze, imputabili o meno al comportamento dell’organizzatore». Il Fondo nazionale di garanzia per il consumatore di pacchetto turistico consente, pertanto, in caso di insolvenza e/o fallimento dell’organizzatore o venditore di rimborsare il prezzo versato ed il rimpatrio del consumatore nel caso di viaggi all’estero, nonché di fornire un’immediata disponibilità economica, in caso di rientro forzato da Paesi extracomunitari in occasioni di emergenze, imputabili o meno al comportamento dell’organizzatore. Il Fondo nazionale di garanzia, gestito dal Dipartimento per gli affari regionali, il turismo e lo sport della Presidenza del Consiglio dei ministri, non dispone di alcuna dotazione a carico del bilancio dello Stato. Il relativo capitolo di bilancio (cap. 863) è riportato «per memoria» all’inizio di ogni esercizio finanziario e viene annualmente alimentato, a norma del comma 2 del predetto articolo 51 del decreto legislativo n. 79 del 2011, esclusivamente da una quota pari al 2 per cento dell’ammontare del premio delle polizze di assicurazione obbligatoria per la responsabilità civile verso il consumatore, di cui all’articolo 50, per il risarcimento dei danni di cui agli articoli 44, 45 e 47 del medesimo decreto legislativo. Queste somme vengono versate a cura delle compagnie di assicurazione su un apposito capitolo del Ministero dell’economia e delle finanze per essere poi riassegnate, previa richiesta del Dipartimento per gli affari regionali, il turismo e lo sport, con decreto del Ministro dell’economia e delle finanze, al citato capitolo 863. Il Fondo può contare quindi esclusivamente sulle somme che di volta in volta vengono riassegnate dal Ministero dell’economia e delle finanze, la cui media può stimarsi intorno ai 200.000/250.000 euro annui, affluenti ad intervalli di tempo non regolari e nemmeno prevedibili, tenuto conto della complessa e lunga procedura che deve seguirsi per le suddette riassegnazioni. Le ordinarie risorse finanziarie disponibili con l’attuale sistema di alimentazione del Fondo non hanno potuto, pertanto, far fronte al notevole incremento delle istanze di rimborso causate, nel 2009, dal fallimento di due importanti tour operator italiani (Todomondo, Viaggi del Ventaglio). Nell’ambito della procedura d’infrazione 2012/4094, la Commissione europea, nell’evidenziare l’incapacità del sistema italiano nel rispondere ed evadere le domande di rimborso degli acquirenti di pacchetti turistici dall’anno 2009, ha pertanto invitato le Autorità italiane ad adottare misure urgenti e decisive per rispettare gli obblighi imposti dalla direttiva 90/314/CEE. Ad avviso della Commissione, infatti, il Fondo nazionale come attualmente previsto dall’articolo 51 del decreto legislativo n. 79 del 2011 non è in grado di fornire una garanzia effettiva di rimborso per tutti gli importi versati e per il rimpatrio dei consumatori lasciati a terra. In particolare, l’alimentazione del Fondo, limitata al solo 2 per cento dell’ammontare del premio delle polizze di assicurazione obbligatoria della responsabilità civile degli organizzatori e dei venditori di pacchetti turistici, si è dimostrata insufficiente a garantire il rispetto dell’obbligo di cui all’articolo 7 della direttiva. Alla luce degli addebiti mossi dalla Commissione europea, l’articolo 5 in esame dispone pertanto l’aumento dal 2 per cento al 4 per cento della quota dell’ammontare del premio delle polizze di assicurazione obbligatoria come fonte di alimentazione del Fondo, anche al fine di stipulare dei contratti assicurativi che possano coprire l’eventuale differenza economica tra la disponibilità finanziaria del pertinente capitolo 863 del bilancio della Presidenza del Consiglio dei ministri e l’effettivo importo da rimborsare. L’articolo 6 adegua la normativa nazionale a quella dell’Unione europea e supera le contestazioni mosse all’Italia nell’ambito del caso EU Pilot 1753/11/MARK, in particolare per quanto concerne la norma che impone la presenza di almeno un avvocato italiano nelle società tra avvocati. La Commissione europea ha, infatti, avviato una richiesta di informazioni in merito all’articolo 35, comma 1, del decreto legislativo 2 febbraio 2001, n. 96, il quale prevede che gli avvocati stabiliti, provenienti da altri Stati membri, possono essere soci di una società tra avvocati solo se almeno uno dei soci sia in possesso del titolo nazionale di avvocato. Tale previsione è stata ritenuta dalla Commissione contraria al diritto dell’Unione europea, in quanto impedisce agli avvocati di altri Stati membri, che desiderino stabilirsi in Italia utilizzando il loro titolo professionale di origine in conformità con la direttiva 98/5/CE, di costituire società tra professionisti che non annoverino tra i loro soci almeno un avvocato italiano. Il citato caso EU Pilot è stato chiuso negativamente dal competente servizio della Commissione, che ha proposto l’avvio di una procedura di infrazione, ai sensi dell’articolo 258 del TFUE. Occorre, pertanto, sopprimere, al comma 1 della norma sopra citata, la parte che impone la presenza del socio avvocato italiano nella società tra avvocati; conseguentemente, al comma 2, che concerne l’obbligo dell’avvocato stabilito di esercitare l’attività giudiziale d’intesa con un avvocato italiano -- obbligo previsto, per tre anni, per tutti gli avvocati comunitari «stabiliti», al fine di diventare avvocati «integrati» e poter, quindi, esercitare la professione alle stesse condizioni e secondo le stesse modalità previste per l’avvocato italiano -- è necessario eliminare il riferimento alla qualità di socio dell’avvocato italiano. L’articolo 7 mira a prevenire l’avvio di una procedura di infrazione per erroneo recepimento della direttiva 2009/81/CE, relativa al coordinamento delle procedure per l’aggiudicazione di taluni appalti di lavori, di forniture e di servizi nei settori della difesa e della sicurezza da parte delle amministrazioni aggiudicatrici o degli enti aggiudicatori.