[ddlpres]

Ma il riconoscimento della personalità giuridica dei partiti, quando sussista una struttura democratica interna e l'affermazione teorica e pratica che si vuol concorrere a determinare la politica del Paese attraverso il metodo della libertà, può essere un mezzo per dare effettivamente la possibilità di un riconoscimento giuridico di cui domani il legislatore si potrà valere». L'onorevole Mortati aveva presentato a sua volta un emendamento che recitava: «Tutti i cittadini hanno diritto di raggrupparsi liberamente in partiti ordinati in forma democratica, allo scopo di assicurare, con la organica espressione delle varie correnti della pubblica opinione ed il concorso di esse alla determinazione della politica nazionale, il regolare funzionamento delle istituzioni rappresentative. La legge può stabilire che ai partiti in possesso dei requisiti da essa fissati, ed accertati dalla Corte costituzionale, siano conferiti propri poteri in ordine alle elezioni o ad altre funzioni di pubblico interesse. Può inoltre essere imposto, con norme di carattere generale, che siano resi pubblici i bilanci dei partiti». Ma pure in Assemblea questo tipo di impostazione si scontrò con l'opposizione del PCI. Affermò l'onorevole Giolitti in sede di discussione generale: «A proposito di questo articolo 47, noi crediamo che sarebbe prematuro oggi andare oltre questa semplice formulazione del riconoscimento specifico del diritto di associazione dei partiti politici, anche per la considerazione che, nella ancora instabile situazione politica nel nostro Paese e negli instabili rapporti di forza tra i partiti, noi pensiamo che una formulazione più avanzata, come quella che si trova nell'emendamento dell'onorevole Mortati, possa determinare uno svantaggio a danno dei partiti di minoranza, fornendo l'occasione di abusi da parte dei partiti più forti». In sede di discussione degli emendamenti, l'onorevole Mortati aveva ritirato il suo, sostituendolo con un altro, formulato d'accordo con l'onorevole Ruggero, che prevedeva: «Tutti i cittadini hanno diritto di riunirsi liberamente in partiti che si uniformino al metodo democratico nell'organizzazione interna e nell'azione diretta alla determinazione della politica nazionale». Proprio per venire incontro alla «preoccupazione che mediante la richiesta di una organizzazione interna democratica si possa limitare la libertà di formazione dei partiti, a cagione dei necessari accertamenti che essa esige», Mortati sosteneva che: «Questi accertamenti non dovrebbero consistere in altro che nel deposito degli statuti e, per quanto riguarda il giudizio della conformità di questi statuti al metodo democratico, bisognerà organizzare delle garanzie tali da avere la sicurezza che si possa impedire la sopraffazione da parte dei partiti dominanti a danno delle minoranze. Io avevo proposto l'intervento della Corte costituzionale. Si potrebbe anche pensare a organismi formati dalle rappresentanze degli stessi partiti esistenti in condizione di pariteticità». Anche rispetto alla nuova formulazione non vennero meno le opposizioni, per il timore che un riferimento all'ordinamento interno dei partiti consentisse alla maggioranza parlamentare, attraverso il governo o la Corte costituzionale, di intervenire arbitrariamente nella vita interna dei partiti di minoranza (interventi degli onorevoli Laconi e Codignola). Lo stesso relatore Umberto Merlin, che in Sottocommissione aveva presentato un articolo ben più incisivo, come abbiamo prima ricordato, dovette difendere il testo della Commissione, osservando che: «Per la prima volta in una carta statutaria entrano i partiti con una propria fisionomia, e quindi con la possibilità domani che a questi partiti si affidino dei compiti costituzionali... la Commissione di fronte alla realtà dei partiti ha creduto che convenga riconoscerla, possibilmente disciplinarla e domani anche fissare i compiti costituzionali che a questi partiti saranno concessi. Però la Commissione non ha voluto eccedere in questo suo riconoscimento, non ha voluto andare al di là di quelle che possono essere per il momento le concessioni da fare, non ha voluto cioè entrare a controllare la vita interna dei partiti... Bisognerebbe chiederne gli statuti, conoscere l'organizzazione, chiedere anche i bilanci dei partiti e conoscere i mezzi finanziari di cui essi dispongono. Ora, è possibile tutto questo? Quale pericolo presentano tali possibilità, e poi chi eserciterebbe questo controllo? La questione è molto delicata, io esorto l'Assemblea, per il desiderio del meglio, a non provocare il peggio, sollevando ostilità che indubbiamente una proposta di questo genere susciterebbe... Osservo che ognuno di questi articoli esigerà una legge particolare. In quella sede potremo, eventualmente, discutere di tutto quello che sta a cuore dei colleghi su questo punto, ma oggi no». E l'Assemblea votò l'articolo nel testo proposto dalla Commissione: «Tutti i cittadini hanno diritto di riunirsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale». Testo che, sostituito il verbo «riunirsi» con quello «associarsi» da parte del comitato di redazione, divenne l'articolo 49 della Costituzione. * * * Non vi è dubbio che sulle decisioni dell'Assemblea costituente influì il clima politico di quei mesi: la rottura intervenuta tra i partiti che avevano dato vita al Comitato di liberazione nazionale (CNL), l'uscita del PCI e del PSI dal governo, l'inizio della guerra fredda: tutti fattori che concorsero ad alimentare la diffidenza della sinistra rispetto all'ipotesi di adottare norme che consentissero di attuare un controllo sulla vita dei partiti, paventato quale possibile strumento per mettere fuori legge il PCI, come aveva esplicitamente affermato Concetto Marchesi alla I Sottocommissione. A ciò si aggiunga il fatto che non era chiaro come avrebbero funzionato i nuovi istituti di garanzia costituzionale: non a caso Laconi, nella dichiarazione di voto sugli emendamenti, aveva giudicato inadeguata la tutela della Corte costituzionale, considerata espressione della maggioranza, al pari del governo, e quindi possibile strumento per indebite intromissioni nella vita dei partiti di minoranza. E a dimostrazione che tali preoccupazioni non fossero strumentali, ispirate cioè solo all'esigenza di tutelare il sistema del «centralismo democratico», su cui si fondava l'assetto interno del PCI, ma rispondessero a un reale timore di interventi repressivi possibili in quegli anni, i comunisti avrebbero in seguito portato l'esempio della Repubblica federale tedesca, ove l'introduzione nella legge fondamentale del 1949 della norma che affidava alla Corte costituzionale federale la possibilità di dichiarare incostituzionali i partiti «che per i loro fini e/o per il comportamento dei loro aderenti mirino a intaccare o rovesciare il libero ordinamento democratico oppure a minacciare l'esistenza della Repubblica Federale Tedesca», consentì di porre fuori legge il partito comunista. Senza voler entrare in una valutazione di merito dei motivi che determinarono allora gli atteggiamenti delle diverse forze politiche, che anzi abbiamo cercato di storicizzare, quello che appare certo è che la formulazione adottata dal Costituente si tradusse in una norma di mero principio, priva di ogni contenuto precettivo.