[pronunce]

che la società convenuta nel giudizio a quo osserva, in particolare, che la delegificazione operata dall'art. 1 della legge n. 270 del 1988 mirava a realizzare l'unificazione a livello nazionale della disciplina contrattuale dei rapporti di lavoro degli autoferrotranviari (in modo da superare le notevoli disparità esistenti tra le aziende di trasporto) ed a stabilire una nuova gerarchia delle fonti, in cui la contrattazione nazionale non fosse più derogabile in sede aziendale: sicché la disciplina delle qualifiche del personale addetto ai pubblici servizi di trasporto fu rimessa alla contrattazione nazionale di categoria, alla quale soltanto venne riconosciuta la possibilità di derogare alle disposizioni contenute nel regolamento allegato al r.d. n. 148 del 1931, ferma l'inefficacia di tutti i regolamenti e i contratti aziendali e/o individuali al momento in vigore; che, in definitiva, la delegificazione disposta con la legge n. 270 del 1988 non avrebbe ridotto, ma consolidato la omogeneità normativa del trattamento degli autoferrotranvieri e nel contempo lo avrebbe ulteriormente diversificato da quello degli altri lavoratori con i quali si è soliti abbinarlo; che l'affermazione secondo la quale la specialità del rapporto di lavoro degli autoferrotranviari sarebbe ormai circoscritta alla materia disciplinare è smentita, a tacer d'altro, dal mantenimento in vita dell'intero impianto del r.d. n. 148 del 1931 (derogabile solo ad opera della contrattazione collettiva e di fatto derogata entro ambiti assai ristretti), sicché essa investe anche il patto di prova, lo ius variandi, il sistema di promozioni, l'esonero dal servizio e l'orario di lavoro; che, nella sua memoria, l'attore nel giudizio a quo ribadisce che, in un contesto ordinamentale già profondamente mutato, a seguito dell'attrazione dell'intero settore del pubblico impiego nonché del rapporto di lavoro dei dipendenti delle Ferrovie dello Stato nell'ambito della giurisdizione del giudice ordinario, sono intervenute delle novità normative – quali il decreto legislativo n. 422 del 1997 che, relativamente al trasporto pubblico locale ha sostituito il regime delle concessioni con quello dei contratti di servizi; il d.lgs. n. 80 del 1998 che, riscrivendo e ampliando la sfera della giurisdizione del giudice amministrativo relativamente ai pubblici servizi, non menziona affatto le controversie originate dall'esercizio del potere disciplinare nel rapporto di lavoro degli autoferrotranvieri; il d.lgs. n. 112 del 1998, che ha soppresso le funzioni amministrative statali in materia di nomina dei consigli di disciplina – con le quali il legislatore ha in pratica posto termine al sistema delineato nell'art. 58 del r.d. n. 148 del 1931, come ricostruito dal giudice delle leggi nella sentenza n. 240 del 1984: in particolare, venuto meno il Consiglio di disciplina, è venuta meno ogni possibilità di funzionamento di quel sistema, dovendosi per contro far luogo all'applicazione dell'art. 7 della legge n. 300 del 1970, operativo per l'intero settore del rapporto di lavoro subordinato; che, in un contesto in cui il datore di lavoro è un mero contraente e non più un concessionario di pubblico servizio (in quanto tale sostituto della pubblica amministrazione, rispetto ai terzi) e in cui, conseguentemente, non è possibile continuare a sostenere la natura di atti amministrativi dei relativi provvedimenti, non può immaginarsi la perdurante vigenza di una giurisdizione ormai priva del suo principale presupposto; che sarebbero pertanto maturi i tempi per un intervento chiarificatore della Corte che, pur nel rigetto dell'eccezione di incostituzionalità, affermi la giurisdizione del giudice del lavoro per tutti i provvedimenti disciplinari assunti nei confronti degli autoferrotranvieri. Considerato in diritto che il Tribunale di Milano dubita, in riferimento agli articoli 3 e 24 della Costituzione, della legittimità costituzionale dell'art. 58, allegato A del regio decreto 8 gennaio 1931, n. 148 (Coordinamento delle norme sulla disciplina giuridica dei rapporti di lavoro con quelle sul trattamento giuridico-economico del personale delle ferrovie, tranvie e linee di navigazione interna in regime di concessione), «in relazione alla successiva normativa richiamata in motivazione», nella parte in cui riserva al giudice amministrativo la cognizione delle controversie relative agli addebiti disciplinari degli autoferrotranvieri; che il giudice rimettente auspica che questa Corte riveda, in considerazione dell'evoluzione del quadro normativo di riferimento che avrebbe intaccato il carattere unitario ed omogeneo della disciplina del rapporto di lavoro degli autoferrotranvieri, il giudizio, già più volte formulato, sulla infondatezza della questione sollevata; che in proposito occorre osservare che, proprio in presenza del medesimo quadro normativo sul quale fa leva il rimettente, questa Corte ha rilevato che la permanente «specialità, sia pure residuale» del rapporto di lavoro degli autoferrotranvieri fa sì che «la scelta discrezionale del legislatore di non intervenire (modificandola) sulla speciale regolamentazione delle sanzioni disciplinari dei dipendenti delle aziende (in mano pubblica o privata) di trasporto non è censurabile sul piano costituzionale, non essendo manifestamente irragionevole o palesemente arbitraria, né potendo configurarsi un obbligo, per lo stesso legislatore, di procedere ad una contemporanea revisione dell'intero riparto della giurisdizione, anche per i settori particolari caratterizzati da specialità di rapporti, di esigenze e di disciplina», e ciò anche perché, come ripetutamente statuito da questa Corte, «non si può affermare, in linea di principio, che dinanzi al giudice amministrativo sia offerta una tutela meno vantaggiosa o appagante di quella che si avrebbe davanti al giudice ordinario» (ordinanza n. 439 del 2002, che richiama, tra le altre, l'ordinanza n. 161 del 2002); che questa Corte non può che ribadire la pronuncia di manifesta infondatezza della questione, non potendo certo costituire ragione di ripensamento la circostanza che il rimettente, dopo aver premesso di condividere «la valutazione in ordine all'attuale permanenza della giurisdizione amministrativa in base alle previsioni dell'art. 58, anche a fronte delle modificazioni legislative intervenute in materia», successivamente (e contraddittoriamente) osservi – «letto anche, a fini valutativi il parere espresso in sede consultiva dal Consiglio di Stato» – che «la mancata espressa devoluzione delle controversie disciplinari degli autoferrotranvieri al giudice ordinario del lavoro non deve essere letta come specifica scelta del legislatore di mantenere la giurisdizione amministrativa, bensì come mero silenzio normativo»; che tale perplessa ed oscura argomentazione non vale a rendere condivisibile l'affermazione secondo la quale «il silenzio e/o l'omissione del legislatore ordinario sarebbe emendabile e rimediabile dal giudice costituzionale … anche con pronuncia di tipo additivo», potendo essa, al più, deporre per l'assenza di consistenza costituzionale di una questione sostanzialmente prospettata come meramente interpretativa (circa l'abrogazione implicita della norma censurata).. .