[ddlpres]

Introduzione dell'articolo 706- bis del codice di procedura civile e altre disposizioni in materia di mediazione familiare. Onorevoli Senatori. – La fine di una convivenza e la separazione dei coniugi rappresentano un momento di forte sofferenza per tutti i soggetti coinvolti ed in particolare per i figli minorenni, spesso contesi dai padri e dalle madri in un clima di rabbia e frustrazione. I dati dell'Istituto nazionale di statistica (ISTAT) pubblicati il 12 novembre 2015 e riferiti all'anno 2014 indicano che in metà delle separazioni e in un terzo dei divorzi è coinvolto un figlio minorenne. Nello specifico, il 52,8 per cento delle separazioni e il 32,6 per cento dei divorzi riguardano matrimoni con almeno un figlio di età inferiore a diciotto anni e di questi oltre la metà ha meno di undici anni. Benché venga meno il legame di coppia, gli adulti coinvolti rimangono genitori e hanno un obbligo non solo naturale e morale, ma anche giuridico, di garantire la soddisfazione dei bisogni dei loro figli minorenni e soprattutto di preservarli dalle ricadute della conflittualità genitoriale sulla loro esistenza. Questo tipo di sofferenza può essere attenuata al meglio, per tutti, tramite la cogenitorialità e la condivisione delle decisioni più importanti. Anche a seguito della conclusione delle procedure giudiziali, difficilmente la situazione presenta miglioramenti. È frequente infatti l'assenza di comunicazione fra i genitori e dunque la conseguente mancanza di un progetto educativo condiviso e di una reciproca collaborazione nella soddisfazione delle esigenze affettive e materiali dei più piccoli, senza considerare i casi limite, purtroppo frequenti, in cui i figli diventano uno strumento per esercitare una sorta di vendetta sull'altro genitore. La mediazione familiare nasce e si sviluppa negli Stati Uniti d'America negli anni ’80 e viene introdotta e diffusa in Europa a partire dagli anni ’90. Già da anni, anche nel nostro Paese, la mediazione familiare, forte del proprio carattere multidisciplinare, psicologico, sociale e giuridico, si propone come attività di sostegno alla famiglia e alla coppia, nell'interesse dei figli minori, nei momenti di crisi della relazione personale dei genitori. La diffusione e l'utilizzo dell'istituto della mediazione quale strumento di elevato valore sociale è un'esigenza ratificata da tutti gli Stati europei, al fine di tutelare le relazioni familiari tenendo in prevalente considerazione l'interesse superiore del fanciullo e la genitorialità condivisa e responsabile. La Convenzione europea sull'esercizio dei diritti dei fanciulli, adottata dal Consiglio d'Europa a Strasburgo il 25 gennaio 1996 e ratificata dall'Italia ai sensi della legge n. 77 del 2003, promuove il ricorso alla mediazione e ad ogni altro metodo di soluzione dei conflitti atto a raggiungere un accordo, al fine di prevenire e di risolvere le controversie, in maniera tale che i minori siano coinvolti il meno possibile nei procedimenti giudiziari. La raccomandazione n. R(98)1 del 21 gennaio 1998 del Comitato dei ministri del Consiglio d'Europa invita gli Stati membri a introdurre, promuovere e rinforzare la mediazione familiare, al fine di migliorare la comunicazione tra le parti, ridurre il conflitto, creare rapporti amichevoli, dare continuità alle relazioni fra genitori e figli e ridurre i tempi della separazione e del divorzio. Il mediatore non dovrà porsi come figura di conciliazione dei conflitti di coppia, ma dovrà avere come obiettivo l'interesse superiore dei figli, incoraggiando i genitori a concentrarsi sui bisogni di questi, ricordando le loro responsabilità. La Convenzione sulle relazioni personali che riguardano i fanciulli, fatta a Strasburgo il 15 maggio 2003, all'articolo 7 esorta le autorità giudiziarie nazionali ad adottare tutte le misure appropriate per incoraggiare i genitori e le altre persone che hanno legami familiari con i figli minorenni a raggiungere accordi amichevoli, in particolare facendo ricorso alla mediazione familiare e ad altri metodi di risoluzione delle controversie. La raccomandazione del Consiglio d'Europa n. 1639 (2003) del 25 novembre 2003 definisce la mediazione familiare come un procedimento di costruzione e di gestione della vita tra i membri di una famiglia alla presenza di un terzo mediatore, indipendente e imparziale, avente l'obiettivo di giungere a una conclusione accettabile per i due soggetti superando la carenza di comunicazione fra le parti. In Italia siamo però ancora lontani dall'esperienza di altri Paesi europei. In Norvegia, ad esempio, fin dal 1° gennaio 1993 è in vigore la legge sulla mediazione obbligatoria tramite dieci incontri per le coppie, sposate o conviventi, che intendono separarsi e che hanno figli minori di sedici anni. Il proposito della legge norvegese è quello di porsi in relazione alla responsabilità parentale, al fine di aiutare a trovare la via migliore e condivisa per la crescita dei figli. Il codice di procedura civile francese prevede che il giudice possa designare una terza persona che ascolti i coniugi e faciliti lo scambio dei loro differenti punti di vista, per consentire una presa di coscienza del ruolo familiare di ogni partner e la gestione dei problemi comuni agli stessi. Stante la necessità di personale esperto e preparato a gestire conflitti relazionali, la normativa francese prevede percorsi formativi e profili deontologici da rispettare, muovendosi nell'ottica della professionalizzazione del ruolo di mediatore familiare. Il Regno Unito agevola e incentiva il ricorso alla mediazione familiare, non solo come alternativa al procedimento giudiziario, ma anche come supporto all'interno dello stesso attraverso una legislazione favorevole, con lo scopo di arginare le conseguenze negative sui figli della separazione. Dal 6 aprile 2011 tutte le coppie, prima di portare in tribunale la propria causa di divorzio, sono tenute a partecipare a una sessione di mediazione familiare. La mediazione familiare costituisce dunque un mezzo per la riorganizzazione delle relazioni familiari in vista o in seguito alla separazione o alla rottura di una convivenza. Il mediatore, come terzo neutrale e con una formazione specifica, nella garanzia del segreto professionale e in autonomia dall'ambito giudiziario, si adopera affinché i genitori elaborino in prima persona un programma di separazione, soddisfacente per loro e per i figli, in cui possano esercitare la comune responsabilità genitoriale. La mediazione familiare è pertanto un percorso in cui il mediatore accompagna la coppia, dal quale rimangono esterne le cause della rottura familiare, per consentire alle parti di scindere il ruolo di compagno o coniuge dal ruolo genitoriale, trovando quindi delle modalità e degli accordi affinché questo ruolo sia esercitato nel miglior modo possibile. I vantaggi sono chiaramente molteplici: gli accordi fra i genitori divengono più equi e condivisi e dunque più rispettati nel tempo, diminuisce la litigiosità, migliorano le capacità comunicative, la responsabilizzazione genitoriale e la capacità di riconoscere i bisogni dei figli che oltretutto beneficiano di un clima più sereno e sono meno esposti alla sofferenza derivante dalla rottura del rapporto familiare.