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Piano nazionale per l'autonomia e la libertà delle nuove generazioni. Delega al Governo per l'unificazione delle aliquote contributive e l'incremento della copertura previdenziale a favore dei giovani lavoratori. Onorevoli Senatori. -- La condizione giovanile è il principale indicatore del potenziale di sviluppo di un Paese. Una società strutturalmente incapace di orientare le sue risorse all'investimento nel futuro, che al contrario conserva e difende un sistema economico e sociale chiuso, fondato sulla rendita e sulla protezione degli «inclusi», è una società condannata al declino. Sotto questo profilo, l'Italia è diventata il Paese ad economia industriale avanzata a più alto tasso di iniquità generazionale, con un indice di svantaggio giovanile addirittura crescente negli ultimi anni. A dimostrarlo sono tutti gli indicatori socio-economici: da quelli relativi alla qualità e accessibilità del sistema di istruzione e formazione, agli indici di apertura del mercato del lavoro e delle professioni; dal livello delle retribuzioni di primo ingresso, al grado di copertura pensionistica attesa fino alle condizioni di accesso alla casa e al risparmio. Su ciascuno di questi fattori, la crisi economica in corso -- la più grave degli ultimi venticinque anni -- ha inciso pesantemente, ma con intensità selettiva, approfondendo il solco generazionale e rendendo manifeste le singole criticità. Tra queste vi è, in primo luogo, la struttura del mercato del lavoro: un'anomalia che non trova riscontro -- per ampiezza e cronicità del fenomeno -- in altre economie industriali mature. La proliferazione nel nostro ordinamento delle fattispecie legali di prestazione lavorativa (l'Istituto centrale di statistica (ISTAT) ne censiva addirittura 48 dopo l'approvazione della legge 14 febbraio 2003, n. 30), unita ai profondi mutamenti imposti al sistema produttivo dalle innovazioni tecnologiche e dai processi di internazionalizzazione, lungi dal favorire -- secondo le intenzioni dei riformatori -- il dinamismo e l'efficienza del mercato del lavoro, ne ha approfondito la frammentazione e l'iniquità. Alla progressiva erosione dell'ambito del lavoro stabile tradizionale, che ormai raggiunge solo una quota residuale dei nuovi occupati, ha corrisposto la creazione di un mercato del lavoro parallelo, strutturalmente precarizzato e sottratto al sistema legale di protezione, nel quale oggi rischiano di rimanere confinate intere generazioni di lavoratori, in prevalenza giovani e donne. A rendere insostenibile il costo -- sul piano economico e sociale -- di questa condizione di apartheid è in primo luogo la sua drammatica iniquità generazionale: in assenza di adeguati interventi di riforma, a rimanere definitivamente «catturati» nella trappola della precarietà sarebbero soprattutto i lavoratori più giovani, quelli entrati nel mercato del lavoro negli ultimi dieci-quindici anni. Una quantità crescente di lavoratori sta infatti invecchiando all'interno di schemi contrattuali che, se nelle intenzioni dei loro proponenti dovevano funzionare come strumenti inclusivi, di incentivazione e accompagnamento verso il lavoro stabile e regolare, si sono trasformati -- anche a causa di concorrenti fattori di crisi del sistema produttivo nazionale -- in recinti e barriere invalicabili, percepiti e sofferti dalle persone come un'esclusione dalla «cittadella fortificata» in cui i diritti e le tutele dei lavoratori hanno piena cittadinanza. A connotare per altro verso questa platea di lavoratori a «cittadinanza dimezzata», configurando un'ulteriore discriminazione di fatto, è la prevalenza di donne: giovani e meno giovani, rimaste confinate nella precarietà fin dall'inizio delle loro carriere o consegnate ad essa dalla difficoltà di rientro nel mercato del lavoro dopo la maternità. Per queste donne si ripropongono oggi, ad altro titolo, le stesse condizioni e prospettive esistenziali contro le quali si erano mobilitate nei decenni scorsi le loro madri e nonne, con la differenza che le barriere formali di allora si sono trasformate in condizionamenti informali e sfuggenti, spesso più difficili da contrastare e perfino da riconoscere. Non è un caso, in definitiva, che il prezzo più alto della crisi economica sia stato pagato dai lavoratori giovani, in particolare da quelli con contratti di lavoro temporanei e atipici. Oltre il 60 per cento dei posti di lavoro persi negli ultimi due anni è riconducibile a lavoratori dipendenti a termine e collaboratori a progetto. Nella fascia di età 18-29 anni, in particolare, la perdita di occupati ha raggiunto nel solo 2009 le 300.000 unità, corrispondenti addirittura al 79 per cento della flessione complessiva. Il risultato di questo processo è un balzo del tasso di disoccupazione giovanile al livello record del 29 per cento a fine 2010: più del triplo del tasso di disoccupazione generale nazionale, pari all'8,6 per cento, e ben al di sopra del tasso medio di disoccupazione giovanile nei Paesi dell'Eurozona, pari al 20 per cento circa (dati destagionalizzati dicembre 2010 -- ISTAT). Né sorprende, in questo contesto, che il percorso verso l'autonomia finanziaria e l'emancipazione dalle famiglie di origine si sia ormai allungato fino alle soglie dei quarant'anni. Secondo l'ultimo Rapporto ISTAT, i giovani di età compresa tra i 18 e i 34 anni che vivono in famiglia hanno ormai raggiunto circa il 30 per cento del totale. Ma soprattutto, dal 1983 ad oggi, sono triplicati i giovani fra i 30 e i 34 anni che per necessità economica vivono con i genitori, a testimonianza di una perdita di autonomia e di fiducia senza precedenti nelle altre generazioni. È dunque la famiglia -- oggi più che mai -- il principale (e spesso l'unico) «ammortizzatore sociale» per un'intera generazione di giovani lavoratori, che può ancora contare sul cuscinetto di risorse assicurato dal risparmio familiare e dalle vecchie pensioni dei padri liquidate secondo il metodo retributivo. Un cuscinetto di sicurezza destinato tuttavia a consumarsi molto rapidamente, come fa supporre l'ultimo rapporto ISTAT sulla condizione delle famiglie («Distribuzione del reddito e condizioni di vita in Italia -- ISTAT, dicembre 2010»). Gli indicatori di disagio economico segnalano infatti una crescente sofferenza delle famiglie con figli anche nel far fronte alle spese ordinarie (il 53 per cento delle famiglie con almeno un figlio denuncia difficoltà nel sostenere il carico della casa) e, specularmente, una drammatica contrazione dei margini per il risparmio familiare e l'accumulazione a favore dei figli. Inoltre la mutata struttura del mercato del lavoro sta facendo venir meno anche un altro tradizionale veicolo di trasferimento familiare di risorse tra le generazioni. L'indennità di buonuscita o trattamento di fine rapporto, che un tempo si percepiva solo in coincidenza della pensione e che veniva tipicamente impiegato nell'acquisto della casa per i figli, si sta oggi trasformando, di fatto, in un ammortizzatore a copertura delle cadute di reddito conseguenti alla perdita del lavoro. L'elevata successione di rapporti di lavoro nell'arco della vita professionale, spesso intervallata da periodi di inattività, sta infatti mutando la natura economica e la funzione sociale di tale istituto, sottraendo ulteriori risorse al circuito del trasferimento intergenerazionale.