[pronunce]

In punto di rilevanza, il rimettente evidenzia come, alla luce dei motivi d'impugnazione dell'Agenzia ricorrente, l'unica questione dibattuta tra le parti nei giudizi a quibus sia di mero diritto e attenga alla decorrenza del termine di prescrizione del diritto alla riscossione dell'imposta e delle sanzioni irrogate - anche queste ultime assoggettate al medesimo regime, atteso che l'art. 20, comma 1, del decreto legislativo 1997, n. 472 (Disposizioni generali in materia di sanzioni amministrative per le violazioni di norme tributarie, a norma dell'articolo 3, comma 133, della legge 23 dicembre 1996, n. 662), farebbe rinvio all'art. 57, comma 3, t.u. accise - onde la possibilità di definizione del giudizio nel merito, non essendo necessari ulteriori accertamenti di fatto, ai sensi dell'art. 384, secondo comma, del codice di procedura civile. Di qui la necessità di fare applicazione dell'art. 57, comma 3, secondo periodo, t.u. accise, il cui dato letterale e la cui ratio di presidio normativo avverso gli evasori totali dell'imposta indurrebbero a sconfessare l'interpretazione seguita dalla sentenza gravata - erroneamente riferita all'art. 15, comma 1, secondo periodo, t.u. accise, comunque testualmente identico, nella versione all'epoca vigente, alla disposizione censurata - la quale individua nel momento della scoperta dell'illecito omissivo, anziché il dies a quo di decorrenza della prescrizione, il termine di maturazione della stessa. 2.- In entrambi i giudizi, con atti di contenuto coincidente, è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, deducendo l'inammissibilità o, comunque, la non fondatezza delle questioni sollevate. Quanto al primo profilo, l'Avvocatura evidenzia come l'intervento manipolativo-additivo invocato dal rimettente non sia costituzionalmente obbligato e implichi scelte di spettanza del legislatore, in una materia rimessa alla sua discrezionalità, a cui questa Corte non potrebbe sostituirsi. Nel merito, le questioni sollevate sarebbero non fondate. Ad avviso del Presidente del Consiglio dei ministri, il regime della prescrizione dell'imposta troverebbe giustificazione nella particolare natura del bene oggetto d'imposizione, in cui, diversamente da quanto avverrebbe con gli altri prodotti sottoposti ad accisa, il momento della fabbricazione non sarebbe agevolmente distinguibile da quello di immissione in consumo, in quanto quest'ultimo sarebbe istantaneo, onde la rilevanza fiscale della sola fornitura. Di qui la giustificazione di un regime impositivo del tutto specifico, connotato dalla previsione di una serie di adempimenti volti a consentire all'amministrazione di censire i soggetti e vigilare sui consumi. Le attività di accertamento sarebbero dunque rimesse sostanzialmente al fabbricante, cui verrebbe demandata l'attuazione del tributo, mentre l'amministrazione si limiterebbe al riscontro di quanto realizzato, chiaramente nei limiti in cui essa sia messa nella condizione di svolgere il proprio controllo. In ragione di tali considerazioni, il regime della prescrizione ancorato alla scoperta del fatto, in caso di illecito omissivo, sarebbe tutt'altro che irragionevole, perché correlato al momento in cui l'immissione in consumo emerge altrimenti rispetto alla fisiologia normativa, e renderebbe disomogenee le fattispecie normative che si pretenderebbe di mettere a confronto. Ciò, peraltro, giustificherebbe anche il diverso regime prescrizionale previsto per i contribuenti che, seppur in maniera errata, adempiono agli obblighi imposti dalla legge e dunque non sono assolutamente sconosciuti all'amministrazione finanziaria. Inoltre, il rimettente, oltre a operare un'indebita commistione tra termini di decadenza e termini di prescrizione - distinzione che, con riguardo alle accise in generale, sarebbe stata introdotta soltanto con le modifiche apportate dal d.l. n. 193 del 2016 all'art. 15 t.u. accise - non terrebbe conto del fatto che, in riferimento all'energia elettrica, l'intervento invocato, da un lato, non potrebbe meglio soddisfare le pretese esigenze di certezza, considerata la mancanza di una condotta che lasci tracce oggettive e quindi sia idonea a circoscrivere meglio, rispetto alla scoperta dell'illecito, il tempo di esposizione alle pretese fiscali; dall'altro, esso non sarebbe coerente con l'esigenza di far decorrere il termine di prescrizione dal momento in cui il diritto può essere fatto valere, vale a dire quello in cui l'illecito omissivo, come quello commissivo, viene a oggettiva evidenza come fatto naturalistico. Un diverso approccio rischierebbe di generare disparità ingiustificate tra chi non si sottrae all'adempimento degli obblighi di denuncia e si sottopone ai controlli dell'amministrazione e chi, viceversa, dopo aver potuto operare a lungo occultamente senza oneri impositivi in un settore dove i controlli sarebbero oggettivamente inefficaci, possa rientrare nella legalità limitandosi ad affrontare il debito tributario e sanzionatorio sopravvissuto a un termine prescrizionale sicuramente limitato.1.- Con le ordinanze in epigrafe (reg. ord. n. 146 e n. 147 del 2020) , dal tenore sostanzialmente coincidente, la Corte di cassazione, sezione quinta civile, solleva, in riferimento agli artt. 3 e 24 della Costituzione, questioni di legittimità costituzionale dell'art. 57, comma 3, secondo periodo, del decreto legislativo 26 ottobre 1995, n. 504 (Testo unico delle disposizioni legislative concernenti le imposte sulla produzione e sui consumi e relative sanzioni penali e amministrative), nella parte in cui non prevede una data certa di inizio della decorrenza del termine di prescrizione delle obbligazioni tributarie e delle sanzioni correlate al loro inadempimento nel caso di comportamenti omissivi del contribuente. L'art. 57 del d.lgs. n. 504 del 1995 (d'ora in poi: t.u. accise) reca la disciplina della prescrizione dell'imposta erariale di consumo - secondo la denominazione originaria, precedente alla modifica operata dall'art. 1, comma 1, lettera m), del decreto legislativo 2 febbraio 2007, n. 26 (Attuazione della direttiva 2003/96/CE che ristruttura il quadro comunitario per la tassazione dei prodotti energetici e dell'elettricità), e rilevante ratione temporis - sull'energia elettrica, prevedendo, al comma 3, che «[i]l termine di prescrizione per il recupero dell'imposta è di cinque anni dalla data in cui è avvenuto il consumo. In caso di comportamenti omissivi la prescrizione opera dal momento della scoperta del fatto illecito».