[pronunce]

Ai sensi del comma 9 del censurato art. 28, il riparto tra i Comuni della riduzione in questione avviene in proporzione all'imposta municipale propria (IMU), istituita dall'art. 13 del d.l. n. 201 del 2011, impugnato. Il successivo comma 10 stabilisce che il riparto tra le Province della relativa riduzione avvenga «proporzionalmente». Ad avviso della Regione siciliana, sarebbe violato il principio di leale collaborazione, in quanto gli importi delle descritte riduzioni non sarebbero stati previamente quantificati, né si sarebbe tenuto conto delle peculiari condizioni economiche della Regione siciliana e degli enti locali del suo territorio. 5.- Procedendo all'esame delle singole censure, occorre anzitutto esaminare quella rivolta dalla Regione siciliana nei confronti dell'intero testo degli artt. 28 e. 48 del d.l. n. 201 del 2011, convertito, con modificazioni, dall'art. 1, comma 1, della legge n. 214 del 2011 - oltre che degli artt. 13 e 14 del medesimo atto normativo, i quali sono però oggetto di separato giudizio. Nei termini in cui è formulata, la doglianza è inammissibile. Questa Corte ha già più volte chiarito che il ricorso in via principale deve identificare esattamente la questione nei suoi termini normativi, indicando le norme costituzionali e ordinarie, la definizione del cui rapporto di compatibilità o incompatibilità costituisce l'oggetto della questione e che, inoltre, deve contenere una argomentazione di merito a sostegno della richiesta declaratoria di illegittimità costituzionale, giacché l'esigenza di una adeguata motivazione a supporto della impugnativa si pone in termini perfino più pregnanti nei giudizi diretti rispetto a quelli incidentali (ex plurimis, sentenza n. 259 del 2014). La censura ora in esame è generica, perché rivolta indiscriminatamente contro l'intero contenuto normativo di entrambi questi articoli, i quali sono composti da una pluralità di proposizioni normative e solo in parte riguardano la Regione siciliana. 6.- La Regione siciliana ha impugnato, altresì, l'art. 28, comma 3, ultimo periodo, del d.l. n. 201 del 2011, convertito, con modificazioni, dall'art. 1, comma 1, della legge n. 214 del 2011, in quanto esso disporrebbe una rideterminazione del fondo sanitario nazionale, tale da ridurre sino ad annullarla la contribuzione statale alla spesa sanitaria della ricorrente. La censura è inammissibile, per un duplice ordine di motivi. Anzitutto, più volte questa Corte ha chiarito che non è possibile considerare in modo atomistico singole disposizioni incidenti su entrate tributarie delle Regioni, senza valutare nel suo complesso la manovra fiscale entro la quale esse trovano collocazione, ben potendosi verificare che, per effetto di plurime disposizioni, contenute nella stessa legge oggetto di impugnazione principale, o in altre leggi dirette a governare la medesima manovra, il gettito complessivo destinato alla finanza regionale non subisca riduzioni (ex plurimis, sentenza n. 26 del 2014). Nel caso, la ricorrente trascura che lo stesso art. 28, pur richiamando le Regioni speciali e le Province autonome a un maggiore concorso agli obiettivi nazionali di finanza pubblica, prevede altresì, al comma 2, che anche a questi enti si applichi l'aumento dell'aliquota di base dell'addizionale IRPEF disposta dal comma 1, incrementandone le entrate. Inoltre, nel lamentare la riduzione dei finanziamenti alla propria spesa sanitaria, la ricorrente trascura che l'ultimo periodo del comma 3 si limita a presupporre la «rideterminazione del fondo sanitario nazionale per effetto del comma 2», cui fa riferimento allo scopo di ridurre in pari misura il concorso dovuto dalla Regione autonoma a norma dei periodi precedenti dello stesso comma 3. Non si comprende, dunque, dove risieda la lesività della disposizione impugnata. La censura è dunque inammissibile per insufficienza della motivazione e incompleta ricostruzione del quadro normativo (ex plurimis, sentenza n. 165 del 2014). 7.- Comune ad entrambi i ricorsi è un gruppo di censure che hanno ad oggetto l'art. 28, comma 3, i cui contenuti possono essere sintetizzati come segue. A decorrere dal 2012 - e quindi per ciascun anno a partire da questo - è dovuto un concorso agli obiettivi nazionali di finanza pubblica da parte delle Regioni a statuto speciale e delle Province autonome, specificato nella sua dimensione quantitativa. Il concorso è assicurato con le procedure previste dall'art. 27 della legge n. 42 del 2009 e, quindi, secondo criteri e modalità stabiliti da norme di attuazione dei rispettivi statuti. Tuttavia, fino all'emanazione delle suddette norme di attuazione l'importo dovuto è accantonato, proporzionalmente alla media degli impegni finali registrata per ciascuna autonomia nel triennio 2007-2009, a valere sulle quote di compartecipazione ai tributi erariali. Il predetto accantonamento perdura fino al completamento delle procedure di cui al richiamato art. 27 della legge n. 42 del 2009. 7.1.- Per una corretta comprensione della normativa impugnata, occorre ricordare che il d.l. n. 201 del 2011 è stato adottato in applicazione del comma 6 dell'art. 10-bis della legge di contabilità e finanza pubblica (legge 31 dicembre 2009, n. 196), come introdotto dall'art. 2, comma 3, della legge 7 aprile 2011, n. 39 (Modifiche alla legge 31 dicembre 2009, n. 196, conseguenti alle nuove regole adottate dall'Unione europea in materia di coordinamento delle politiche economiche degli Stati membri). Esso è il primo provvedimento che, pur successivo alla legge di stabilità, può qualificarsi come a essa collegato, in quanto reca gli interventi correttivi necessari per garantire l'equilibrio della manovra (sentenza n. 6 del 2015). Infatti, il Governo, nella Relazione al Parlamento presentata il 4 dicembre 2011, rilevava la gravità della congiuntura economica e riteneva indispensabile una manovra ulteriore, correttiva rispetto a quella di cui alla legge 12 novembre 2011, n. 183 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato - Legge di stabilità 2012), comprensiva anche di interventi sulla finanza degli enti territoriali, anche al fine di rispettare gli impegni assunti in seno all'Unione europea. Tali specifiche contingenze si riflettono anche nel titolo e nel preambolo del decreto-legge, oltre che nel suo contenuto e nel collegamento procedurale con la legge di stabilità. 7.2.- Venendo, poi, più specificamente all'art. 28, di cui fa parte l'impugnato comma 3, è bene dare conto anche delle previsioni di cui ai commi 1 e 2, il cui contenuto concorre ad una corretta comprensione della manovra nel suo insieme. Infatti, il comma 1 dispone un incremento da 0,9 a 1,23 per cento dell'aliquota base dell'addizionale regionale all'IRPEF, a decorrere dall'anno di imposta 2011: quindi, anche con riguardo all'anno solare nel cui ultimo mese il decreto-legge è stato emanato.