[pronunce]

La preclusione assoluta, in definitiva, non si giustificherebbe né per le caratteristiche eterogenee delle condotte cui si riferisce, né in base ad una pretesa inefficienza trattamentale della misura preclusa. 2.- L'Avvocatura generale dello Stato, intervenuta in giudizio in rappresentanza del Presidente del Consiglio dei ministri, formula preliminarmente due eccezioni di inammissibilità. 2.1- Assume, in primo luogo, che la Corte rimettente non avrebbe sperimentato una soluzione interpretativa conforme a Costituzione, utile a consentire che, per i reati di cui all'art. 4-bis ordin. penit. , la detenzione domiciliare venga applicata alle stesse condizioni che legittimano, per le varie fasce di reati , la concessione di altri benefici penitenziari, in applicazione dello stesso art. 4-bis. L'eccezione non è fondata. Il giudice a quo ha condiviso l'orientamento dominante (da ultimo, Corte di Cassazione, sezione prima penale, sentenza 27 aprile 2011, n. 20145), secondo cui la disposizione censurata non recepisce, mediante il richiamo ai delitti dell'art. 4-bis ordin. penit. , la disciplina derogatoria contenuta in tale disposizione quanto al divieto di accesso ai cosiddetti benefici penitenziari, ma solo il suo elenco di reati, per i quali introduce un trattamento differenziale. Nel caso di specie, del resto, il giudice rimettente si è fatto carico della verifica circa la possibilità di fornire un'interpretazione conforme, dando conto delle ragioni per cui tale verifica si è conclusa con esito negativo. E in ripetute e recenti occasioni questa Corte ha chiarito che, laddove il rimettente abbia considerato la possibilità di una interpretazione idonea a eliminare il dubbio di legittimità costituzionale, e l'abbia motivatamente scartata, la valutazione sulla correttezza o meno dell'opzione ermeneutica prescelta riguarda non già l'ammissibilità della questione sollevata, bensì il merito di essa (ex multis, sentenze n. 241 e n.189 del 2019; sentenza n. 135 del 2018). 2.2.- In secondo luogo, eccepisce l'Avvocatura generale dello Stato che il rimettente non avrebbe considerato che, nel caso di specie, la pena da eseguire (con le «connesse conseguenziali modalità di espiazione») discende da una sentenza di applicazione di pena su richiesta delle parti (art. 444 del codice di procedura penale), dunque da un accordo del quale era stata partecipe anche la persona ricorrente. Nemmeno tale eccezione è fondata. L'Avvocatura generale dello Stato sembra presupporre che la persona interessata avrebbe concordato (e quindi "voluto") la pena anche quanto al profilo dell'inapplicabilità, in fase esecutiva, della detenzione domiciliare di cui al comma 1-bis dell'art. 47-ter ordin. penit. , e da tale presupposto ricava l'inammissibilità delle censure sollevate. Anche ad ammettere che un tale presupposto sia plausibile, non ne deriverebbe l'inammissibilità delle censure di legittimità costituzionale, che il rimettente riferisce al contenuto della disposizione, a prescindere da qualunque "volontà negoziale" dei destinatari di essa. Giova, comunque, precisare che l'accordo tra le parti, nel rito speciale di cosiddetto patteggiamento, investe solo l'applicazione delle pene principali, restando evidentemente sottratte al patto le vicende del titolo esecutivo poi scaturito dalla sentenza, ed a maggior ragione le misure previste dall'ordinamento penitenziario per favorire il percorso di risocializzazione, che dipendono dal concreto andamento della fase esecutiva e prescindono completamente da ogni logica negoziale. 3.- Nel merito, le questioni non sono fondate. 3.1.- I dubbi di compatibilità costituzionale sollevati dalla Corte di cassazione muovono essenzialmente, in primo luogo, dall'assunto che la disposizione censurata conterrebbe una presunzione assoluta di pericolosità. È quindi richiamata, a sostegno dell'illegittimità costituzionale, la giurisprudenza di questa Corte che afferma l'irragionevolezza di una tale presunzione (nonché la violazione anche dell'art. 27, primo e terzo comma, Cost., nel caso di presunzioni operanti sul campo dell'esecuzione penale) tutte le volte in cui sia agevole formulare ipotesi di accadimenti contrari alla generalizzazione posta a base della presunzione stessa. Questo primo argomento non coglie tuttavia nel segno, in quanto solo in parte conferente alla disciplina censurata. La preclusione indicata dal rimettente si fonda bensì su una logica presuntiva (quella che tipicamente utilizza il titolo del reato commesso quale misuratore in astratto della pericolosità del condannato), ma trova fondamento concomitante in elementi che discendono dalla necessaria valutazione giudiziale del caso concreto. Il soggetto che patisce la preclusione, cioè l'impossibilità di accedere alla detenzione domiciliare, non è infatti individuato su base presuntiva assoluta, solo in ragione del titolo del reato commesso. Innanzi tutto, quando la pena detentiva irrogata o applicata deve eseguirsi con trattamento intramurario, anche se la sua entità avrebbe in astratto consentito un provvedimento di sospensione condizionale (salvo si tratti, come nel caso di specie, di pena che costituisca il residuo di una sanzione eccedente i limiti fissati nell'art. 163 codice penale), ciò significa che non vi è stata una prognosi favorevole sui futuri comportamenti dell'interessato, oppure che si è in presenza di precedenti ostativi e, dunque, di una recidiva. Inoltre, e soprattutto, il soggetto cui l'accesso alla detenzione domiciliare è precluso dalla disposizione censurata sconta un presupposto negativo implicito nella disciplina in questione, e cioè il fatto di non trovarsi neppure nelle condizioni utili per essere affidato in prova ai servizi sociali ai sensi dell'art. 47 ordin. penit. Una situazione, quest'ultima, che non dipende dall'entità delle soglie di pena (quelle compatibili con l'affidamento sono più elevate di quelle indicate all'art. 47-ter ordin. penit.), ma necessariamente consegue (come nel caso di specie) alla valutazione giudiziale, effettuata in concreto, che ha concluso per l'impossibilità di contenere il rischio della commissione di nuovi reati, anche ricorrendo alle puntuali e tipiche prescrizioni della misura dell'affidamento. In definitiva, il soggetto interessato dalla preclusione censurata non è solo l'autore di un determinato reato ma, in ciascun caso concreto, è persona dalla pericolosità non contenibile attraverso i presìdi tipici della misura di cui all'art. 47 ordin. penit. 3.2.- Il secondo argomento al quale il giudice a quo ricorre per sostenere la fondatezza delle questioni sollevate consiste in una asserita contraddittorietà della disciplina censurata, tenuto conto del tessuto normativo in cui si inserisce. Da un lato infatti la legge (ed in particolare l'art. 4-bis, comma 2, ordin. penit.), per i reati di cui alla cosiddetta "seconda fascia", consente al condannato, quando manchino elementi che indicano l'attualità di suoi collegamenti con la criminalità organizzata, di accedere ai permessi premio, al lavoro esterno, alla semilibertà, alla liberazione anticipata, oltreché alla stessa misura extramuraria dell'affidamento in prova.