[ddlpres]

Norme sul riconoscimento giuridico e il finanziamento dei partiti, i loro bilanci e le campagne elettorali. Onorevoli Senatori. -- I problemi di una corretta definizione del ruolo dei partiti politici nel nostro ordinamento, delle garanzie da dare agli associati per quanto riguarda il rispetto della democrazia interna, della trasparenza delle risorse finanziarie di cui i partiti stessi dispongono, nascono da lontano, anche se non hanno trovato che parziali risposte da parte del legislatore. Già nel dibattito alla Costituente emerse l'esigenza, per avviare il superamento di una democrazia elitaria quale poteva essere definita quella dell'Italia prefascista e realizzare una democrazia basata sull'effettiva sovranità popolare, di disciplinare la posizione giuridica dei partiti nell'ordinamento costituzionale quale strumento per la partecipazione politica dei cittadini. Alla I Sottocommissione, incaricata di elaborare i princìpi generali della Costituzione e la parte relativa ai diritti e ai doveri dei cittadini, furono presentate, nella seduta del 19 novembre 1946, due ipotesi di articolato relative ai partiti politici. La prima, formulata dagli onorevoli Umberto Merlin e Pietro Mancini, prevedeva: «I cittadini hanno diritto di organizzarsi in partiti politici che si formino con metodo democratico e rispettino la dignità e la personalità umana, secondo i princìpi di libertà ed uguaglianza. Le norme per tale organizzazione saranno dettate con legge particolare». La seconda, avanzata dall'onorevole Lelio Basso, constava di due articoli che recitavano: 1) «Tutti i cittadini hanno diritto di organizzarsi liberamente e democraticamente in partito politico, allo scopo di concorrere alla determinazione della politica del Paese». 2) «Ai partiti politici che nelle votazioni pubbliche abbiano raccolto non meno di cinquecentomila voti, sono riconosciute, fino a nuove votazioni, attribuzioni di carattere costituzionale a norma di questa Costituzione, delle leggi elettorali e sulla stampa e di altre leggi». Si trattava -- come appare del tutto evidente -- di testi che avevano ben diversa pregnanza rispetto a quello che sarebbe poi diventato l'articolo 49 della Costituzione, poiché affermavano in modo esplicito il principio del riconoscimento giuridico dei partiti politici e della attribuzione agli stessi di compiti di carattere costituzionale. Ma gli onorevoli Marchesi e Togliatti dichiararono di non potere accettare l'articolo nella formulazione degli onorevoli Merlin e Mancini in quanto: «Ogni limitazione posta al principio della libertà costituisce un pericolo e anche un governo con basi democratiche potrebbe, servendosi dell'articolo in esame, mettere senz'altro il partito comunista fuori legge», mentre «... vertendo la discussione sull'argomento più delicato dell'organizzazione dello Stato democratico, non si deve formulare un articolo che possa fornire pretesto a misure anti-democratiche prestandosi ad interpretazioni diverse». Essi dichiararono, invece, di accettare il primo articolo presentato dall'onorevole Basso, integrato con una norma che proibisse la riorganizzazione del partito fascista, e, dopo un ampio dibattito cui parteciparono gli onorevoli La Pira, Caristia, Dossetti, Cevolotto, Tupini e Aldo Moro, si giunse a formulare per l'Assemblea il seguente testo: «Tutti i cittadini hanno diritto di organizzarsi liberamente in partiti politici allo scopo di concorrere democraticamente a determinare la politica del Paese. È proibita la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del partito fascista». Per quanto riguarda il secondo articolo proposto dall'onorevole Basso, esso venne discusso nella seduta della I Sottocommissione del 20 novembre 1946 senza giungere a una definizione precisa, per la difficoltà di individuare le funzioni da assegnare ai partiti e a quali condizioni. Ci si limitò ad approvare un ordine del giorno dell'onorevole Dossetti che affermava: «La prima Sottocommissione ritiene necessario che la Costituzione affermi il principio del riconoscimento giuridico dei partiti politici e dell'attribuzione ad essi di compiti costituzionali. Rinvia ad un esame comune con la seconda Sottocommissione la determinazione delle condizioni e delle modalità». Le due Sottocommissioni non tennero peraltro alcuna riunione comune e all'Assemblea fu presentato un testo dell'articolo 47, che rispondeva alla sola riformulazione del primo articolo dell'onorevole Basso approvata nella seduta della Sottocommissione del 19 novembre. Ma il dibattito si riaprì in Assemblea. In particolare, in sede di discussione generale, nella seduta del 20 maggio 1947, l'onorevole Sullo, rilevato che: «Ci sono coloro che ritengono che i partiti debbano essere concepiti in forma adatta ad una democrazia organica, con una personalità giuridicamente riconosciuta, se mai con funzioni di rilevanza costituzionale, e d'altra parte ci sono coloro i quali vogliono conservare ai partiti soltanto il carattere di comitati di persone private senza nessuna rilevanza costituzionale e giuridica», aggiunse: «A me pare che l'articolo 47, così come formulato, non faccia che cercare di trovare, ma non trovi, una strada media fra quello che è il misconoscimento effettivo dei partiti sul piano giuridico e quello che può essere il riconoscimento dei partiti sul medesimo piano. Noi non sappiamo quello che potrà accadere domani. Domani i partiti potranno avere funzioni molto più larghe, che potranno essere date dalla legge; ... non dobbiamo lasciarci chiusa la porta per attribuire ad essi determinate funzioni che possono anche non essere strettamente costituzionali ma sono di un certo valore sul piano sociale. Pertanto, ho presentato un emendamento in cui si dice che ai partiti è riconosciuta la personalità giuridica quando concorrono determinate condizioni». E ricordò che: «Nel '45 la Commissione per la Costituzione in Francia aveva proposto delle condizioni che dovevano essersi verificate nel caso che si dovesse concedere ai partiti una personalità giuridica. Erano quattro: 1) salvaguardare la loro pluralità; 2) garantire l'adesione alla dichiarazione dei diritti; 3) assicurare il carattere democratico dell'ordinamento interno; 4) permettere il controllo delle spese e delle risorse. Indubbiamente, il principio della pluralità è affermato già costituzionalmente in questo nostro articolo. Ma il secondo e il terzo principio, cioè quello della garanzia della adesione alle dichiarazioni dei diritti e del carattere democratico dell'ordinamento interno, sono indubbiamente princìpi necessari a verificarsi perché un partito abbia un riconoscimento giuridico. Per quel che riguarda il controllo delle spese sarebbe in teoria da attuarsi, ma di fatto è molto lontana la possibilità pratica di realizzarlo, perché altrimenti apriremmo una via pericolosa all'ingerenza del potere esecutivo, del potere legislativo o della magistratura nella vita interna del partito, cosicché in uno Stato che adottasse un sindacato di tal genere si potrebbe non permettere affatto che i partiti possano vivere. Mentre in linea teorica il quarto punto dovrebbe essere il più importante, di fatto è il meno attuabile.