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l'agricoltura italiana, infatti, produce emissioni di CO2 equivalenti a circa 30 milioni di tonnellate l'anno, contro 77 milioni della Francia e oltre 60 milioni della Germania. Per un chilogrammo di carne si emette un quinto di CO2 di quanto avviene negli Stati Uniti o in Asia; inoltre l'uso di antibiotici è inferiore del 42 per cento e dei pesticidi del 35 cento; l'USDA, il Dipartimento dell'agricoltura degli Stati Uniti, ha valutato che, a seguito dell'aumento degli oneri che scaturirebbero dall'attuazione delle politiche del "Green Deal" a carico del sistema produttivo, la produzione agricola europea potrebbe crollare di oltre il 10 per cento, generando un'instabilità a livello mondiale; la preoccupazione di molti è che di tale indebolimento potrebbero in primo luogo avvantaggiarsene le multinazionali del cibo, che da tempo stanno investendo su modelli alimentari basati su cibi ultra processati e sintetici, sponsorizzati come alternativa sostenibile alla produzione di alimenti ottenuti da tecniche di agricoltura tradizionale; l'Italia è caratterizzata da un patrimonio di biodiversità tra i più significativi in ambito europeo, che è necessario preservare, anche attraverso il rafforzando e la valorizzazione del forte legame esistente tra l'agricoltura, il territorio e l'ambiente, il quale determina l'unicità delle produzioni agroalimentari italiane, si chiede di sapere se il Ministro in indirizzo voglia riconoscere all'agricoltura tradizionale un ruolo di assoluta centralità nelle politiche di attuazione del "Green Deal" europeo, quale modello di riferimento delle strategie europee a supporto della conservazione della biodiversità e della salvaguardia del territorio e dell'ambiente. Atto n. 3-02790 LOMUTI TRENTACOSTE FEDE CROATTI RICCIARDI TURCO FENU Al Presidente del Consiglio dei ministri e al Ministro dell'economia e delle finanze Premesso che: come evidenziato nel Next Generation EU (NGEU), la ripresa dovrà essere necessariamente inclusiva e all'insegna della coesione sociale e della convergenza territoriale per evitare che l'attuale crisi aumenti le disuguaglianze sotto tutti i punti di vista: tra persone, tra generazioni, tra territori. Alcune caratteristiche peculiari del Mezzogiorno, delle differenziate conseguenze della prima serie di chiusure (specie a marzo-aprile 2020) e dell'evoluzione dei divari territoriali in Italia nel periodo successivo al 2008, inducono a sostenere che, in assenza di appropriati interventi di politica economica, il divario tra Nord e Sud sia destinato a crescere ulteriormente; una serie di indicatori di reazione alla crisi, suggeriscono che la maggiore resilienza è al Centro-Nord rispetto al sud Italia. In particolare, una maggiore percentuale di imprese del Nord e del Centro (più del 40 per cento), rispetto al Sud (35 per cento) ha ripreso l'attività dal 4 maggio 2020, mentre è più elevata al Sud la percentuale di imprese che hanno cessato l'attività o che non prevedono di riprenderla entro la fine dell'anno corrente (3,8 per cento contro valori intorno al 2 per cento nel Nord); esiste un fondato timore che gli effetti di lungo periodo della crisi saranno più profondi e duraturi nelle Regioni meridionali. Infatti, le recenti previsioni SVIMEZ (contenute nel rapporto 2020) indicano una ripresa economica, già nel 2021, decisamente più marcata nel Centro-Nord rispetto al Mezzogiorno (più 4,5 per cento contro più 1,2 per cento) e se si guarda alla precedente crisi del 2008, l'evoluzione del divario Nord-Sud in termini di PIL pro capite , rivela che nei momenti di recessione, le aree più arretrate sono anche le meno resilienti. Oltre a tale considerazione, si evidenziano due fattori di debolezza che giocano a sfavore della ripresa del Mezzogiorno: il primo, è la percentuale di lavoratori irregolari (18 per cento al Sud contro circa il 10 per cento al Nord); il secondo, è il digital divide (la quota di imprese con un livello di digitalizzazione basso o molto basso supera l'80 per cento nel sud d'Italia); in risposta all'eccezionalità della crisi pandemica, il Governo ha stanziato misure eccezionali a sostegno di imprese e lavoratori, ma tali interventi hanno raggiunto principalmente i lavoratori regolari. Si attende, dunque, un incremento della povertà al Sud dove la percentuale di famiglie in povertà relativa aveva già superato la soglia del 20 per cento nel 2019, il doppio rispetto alla media nazionale; la crisi attuale, inoltre, dovrebbe accelerare l'adozione da parte di imprese di modelli organizzativi che sfruttano le tecnologie digitali e le imprese del Mezzogiorno potrebbero non essere pronte a cogliere questa opportunità: la digitalizzazione, quindi, rappresenta la leva essenziale e determinante per far sì che l'attuale opportunità offerta dalle nuove tecnologie sia un'occasione per garantire una crescita di medio-lungo termine, che restringa i divari territoriali. Dalle infrastrutture agli incentivi, agli investimenti in tecnologie digitali da parte delle imprese, con un'attenzione particolare alle aree meno sviluppate, le simulazioni realizzate dalla SVIMEZ nel suo ultimo rapporto 2020 sull'economia del Mezzogiorno, mettono in evidenza come una ripartizione delle risorse del NGEU in base al trend storico (22,5 per cento del totale nazionale) non sarà sufficiente a restringere i divari territoriali in termini di crescita, sia di breve che di lungo periodo (si avrà convergenza territoriale nell'ipotesi del 34 per cento e ancor di più in quella del 50 per cento delle risorse destinate al Mezzogiorno); l'impulso agli investimenti nelle nuove tecnologie deve necessariamente essere accompagnato anche da misure che incentivino gli investimenti delle imprese in formazione, altrimenti la forbice Nord-Sud potrebbe allargarsi inesorabilmente, con il rischio di disperdere sforzi e risorse economiche; considerato che: il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) mira alla riduzione delle disuguaglianze generazionali, di genere e territoriali. Riguardo al terzo obiettivo, il Governo ha dichiarato la volontà di investire non meno del 40 per cento delle risorse del PNRR al Sud, pari a circa 83 miliardi (pag. 37 del PNRR). Tuttavia, esaminando il Piano nel dettaglio, sono allocati al Mezzogiorno solo 35 miliardi, mentre, la restante parte verrà ripartita attraverso bandi; riguardo alle somme destinate al Sud per il riequilibrio territoriale, è stato rilevato che una precisa quantificazione dell'investimento al Mezzogiorno è contenuto in 33 delle 157 misure del PNRR e in 5 del Fondo Complementare (FC). Tali misure vengono quantificate in 22 miliardi e 209,27 milioni di euro: quindi nei documenti ufficiali risulta che le somme destinate al Mezzogiorno sono poco più di un quarto di quanto inizialmente dichiarato (cioè più del 40 per cento); esistono ulteriori somme da allocare al Sud in altre 22 misure del PNRR e in altre 6 del Fondo complementare, il cui ammontare, però, arriva solo a 13 miliardi di euro e 126 milioni di euro;