[pronunce]

– Il Tribunale di Monza ha sollevato conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato nei confronti della Camera dei deputati, in relazione alla deliberazione adottata dall'Assemblea il 14 marzo 2002, con la quale è stato dichiarato che i fatti per i quali il deputato Cesare Previti è imputato del reato di diffamazione nei confronti della signora Stefania Ariosto, nel procedimento penale pendente innanzi al Tribunale di Monza, concernono opinioni espresse da un membro del Parlamento nell'esercizio delle sue funzioni e sono, pertanto, insindacabili ai sensi dell'art. 68, primo comma, della Costituzione. 2. – Preliminarmente, deve essere confermata l'ammissibilità del conflitto, sussistendone i presupposti soggettivi ed oggettivi, come già ritenuto da questa Corte nella ordinanza n. 180 del 2003. 3. – È infondata l'eccezione di irricevibilità del ricorso, sollevata dalla difesa della Camera, per l'assenza, nello stesso, di una compiuta descrizione dei fatti di causa e, in particolare, del contenuto delle dichiarazioni rese extra moenia dal parlamentare di cui si tratta, emergente non già dall'atto introduttivo del giudizio, ma solo da alcuni «fogli», ritenuti di incerta natura, pervenuti alla Camera dei deputati unitamente ad esso e all'ordinanza della Corte. È bensì vero che questa Corte ha recentemente affermato che va dichiarato inammissibile il conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato sollevato con ordinanza priva di ogni riferimento agli specifici fatti per cui si procede, senza che «a colmare la lacuna della mancata descrizione della fattispecie del giudizio penale possano soccorrere gli atti del procedimento penale irritualmente trasmessi dal ricorrente, in quanto è nel solo atto introduttivo e negli eventuali documenti ad esso allegati che devono essere rinvenuti gli elementi identificativi della causa petendi e del petitum, relativi al conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato» (v. ordinanza n. 129 del 2005). Tuttavia, nella specie, il richiamato principio non è applicabile, dal momento che ognuno di quei «fogli», debitamente siglato dal giudice procedente, fa parte integrante dell'atto introduttivo del giudizio per conflitto, come emerge dalla lettura dello stesso, che vi fa espressa menzione, segnalando che si tratta dei fogli che riportano i capi d'imputazione per i quali si procede, sicché è da ritenere l'autosufficienza di tale atto agli effetti della identificazione degli elementi del giudizio. 4. – Parimenti infondata è l'altra eccezione di inammissibilità ravvisata nell'adozione della forma dell'ordinanza, anziché del ricorso, per l'atto introduttivo. È, infatti, principio consolidato nella giurisprudenza costituzionale quello secondo cui, riguardo ai conflitti proposti da una autorità giudiziaria, non ha rilievo il fatto che l'atto introduttivo abbia, anziché la forma del ricorso, quella dell'ordinanza, qualora, al di là del nomen iuris, l'ordinanza, come nella specie, possieda i requisiti di sostanza necessari per un valido ricorso (sentenze n. 193 del 2005 e n. 298 del 2004). 5. – La difesa della Camera deduce altresì la mancanza dei requisiti prescritti per l'atto introduttivo con particolare riferimento alla omessa indicazione del petitum, nonché la mancata indicazione dei parametri costituzionali nei quali si radicherebbero le attribuzioni del ricorrente. L'eccezione di omessa precisazione del petitum va disattesa sulla base della costante giurisprudenza per la quale «va rigettata l'eccezione di inammissibilità del ricorso per conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato, per avere il ricorrente omesso di chiedere alla Corte una pronuncia di non spettanza alla Camera del potere in contestazione, cioè della deliberazione di insindacabilità delle opinioni espresse da un parlamentare. Infatti non vi è alcuna norma – costituzionale o ordinaria – che imponga di adottare forme obbligate per proporre un conflitto di attribuzione tra poteri, essendo prevalente la sostanza della pretesa che il ricorrente introduce nel giudizio davanti alla Corte» (sentenza n. 164 del 2005). Nè rileva che le censure non abbiano investito nella sua totalità la deliberazione di insindacabilità, ma si siano concentrate su alcuni profili della medesima (v., per analoghe affermazioni, sentenza n. 146 del 2005). Con riguardo alla mancata evocazione dei parametri costituzionali, l'eccezione deve essere respinta in quanto, nella specie, risulta chiara ed univoca la deduzione relativa alla menomazione delle attribuzioni funzionali. 6. – È infine infondata anche l'eccezione di irricevibilità dell'atto, per contrasto con il principio di parità tra le parti del giudizio, determinato dall'aggiramento, attraverso la forma dell'ordinanza data all'atto introduttivo, della disposizione dell'art. 6 delle norme integrative per i giudizi innanzi alla Corte costituzionale, a tenore del quale la parte deve depositare i propri documenti in tante copie in carta libera quanti sono i componenti della Corte e le parti. L'utilizzazione della forma dell'ordinanza non implica, di per sé, l'inosservanza delle prescrizioni di cui all'art. 6 delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale, e «l'asserita violazione del citato art. 6 non risulta che abbia in alcun modo pregiudicato, o reso meno agevole, l'attività difensiva della Camera resistente. Ciò è dimostrato dal carattere meramente astratto della denunciata violazione del principio di eguaglianza e del principio di parità fra le parti del giudizio: principio che non consente di addossare oneri squilibrati alle parti di un medesimo giudizio, ma che certamente è male invocato quando si sostiene che la difesa della Camera, se ricorrente, si sobbarca all'onere di produrre numerose copie del ricorso laddove l'autorità giudiziaria, quando è ricorrente, si sottrae a tale “difficoltà materiale”. La par condicio non ha nulla a che vedere con una fattispecie che richiederebbe, nell'auspicio della difesa della Camera, una applicazione (non tanto rigorosa, quanto) rigidamente letterale dell'art. 6 citato da parte della cancelleria della Corte nel sanzionare una irregolarità formale, pur se non idonea a pregiudicare in qualsiasi modo la controparte. » (sentenza n. 193 del 2005, cit.). 7. – Nel merito, il ricorso è fondato. Spetta a questa Corte valutare se le dichiarazioni rese dal parlamentare, di cui la Camera dei deputati ha dichiarato l'insindacabilità ai sensi dell'art. 68, primo comma, della Costituzione, siano legate da nesso funzionale con le attività svolte dallo stesso deputato nella sua qualità di membro della Camera, ed in particolare se esse siano «sostanzialmente riproduttive di una opinione espressa in sede parlamentare» (v., ex plurimis, sentenze n. 260 del 2006, n. 28 del 2005, n. 20 del 2000).