[pronunce]

ORDINANZA ha pronunciato la seguentenel giudizio di legittimità costituzionale dell'art. 34 del decreto legislativo 28 agosto 2000, n. 274 (Disposizioni sulla competenza penale del giudice di pace, a norma dell'articolo 14 della legge 24 novembre 1999, n. 468) e dell'art. 17, comma 1, lettera f), della legge 24 novembre 1999, n. 468 (Modifiche alla legge 21 novembre 1991, n. 374, recante istituzione del giudice di pace. Delega al Governo in materia di competenza penale del giudice di pace e modifica dell'articolo 593 del codice di procedura penale) promosso con ordinanza del 23 maggio 2002 dal Tribunale di Torino nel procedimento penale a carico di L.G. iscritta al n. 334 del registro ordinanze 2002 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 28, prima serie speciale, dell'anno 2002. Visto l'atto di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri; udito nella camera di consiglio del 4 dicembre 2002 il Giudice relatore Giovanni Maria Flick. Ritenuto che, con ordinanza emessa il 23 maggio 2002 nel corso di un processo penale nei confronti di persona imputata del reato di lesioni colpose aggravate dalla violazione di norme sulla disciplina della circolazione stradale (art. 590, primo e terzo comma, cod. pen.), il Tribunale di Torino ha sollevato questioni di legittimità costituzionale: a) dell'art. 34 del decreto legislativo 28 agosto 2000, n. 274 (Disposizioni sulla competenza penale del giudice di pace, a norma dell'articolo 14 della legge 24 novembre 1999, n. 468), che prevede, per i reati di competenza del giudice di pace, l'esclusione della procedibilità nei casi di particolare tenuità del fatto, per contrasto con l'art. 76 della Costituzione; b) dell'art. 17, comma 1, lettera f), della legge 24 novembre 1999, n. 468 (Modifiche alla legge 21 novembre 1991, n. 374, recante istituzione del giudice di pace. Delega al Governo in materia di competenza penale del giudice di pace e modifica dell'articolo 593 del codice di procedura penale) e dell'art. 34 del d.lgs. n. 274 del 2000, per contrasto con gli artt. 25, secondo comma, 101, secondo comma, e 112 della Costituzione (i riferimenti agli artt. 102 e 111 Cost., che figurano nel dispositivo dell'ordinanza di rimessione, debbono ritenersi frutto di mero errore materiale, a fronte dell'inequivoco tenore della motivazione); c) dell'art. 34, comma 3, del d.lgs. n. 274 del 2000, nella parte in cui prevede che la particolare tenuità del fatto può essere dichiarata solo se l'imputato e la persona offesa non si oppongono, per contrasto con l'art. 101, secondo comma, della Costituzione; d) degli artt. 17, comma 1, lettera f), della legge n. 468 del 1999 e 34, comma 1, del d.lgs. n. 274 del 2000, nella parte in cui attribuiscono rilievo, ai fini della dichiarazione della particolare tenuità del fatto, alle esigenze di lavoro, di studio, di famiglia e di salute dell'imputato, per contrasto con l'art. 3 della Costituzione; che il giudice a quo premette, in punto di fatto, che, alla luce delle risultanze dibattimentali, il reato di lesioni colpose oggetto di giudizio aveva causato un danno di particolare tenuità; che il fatto appariva, altresì, di natura «occasionale»; che il grado della colpa, ove la si ritenesse provata, risultava comunque minimo; che sussistevano, infine, esigenze di lavoro dell'imputato, suscettibili di venir pregiudicate dall'ulteriore corso del procedimento; che ricorrerebbero, pertanto — prosegue l'ordinanza di rimessione — tutte le condizioni per la pronuncia di una sentenza che dichiari di non doversi procedere per la «particolare tenuità del fatto», ai sensi dell'art. 34 del d.lgs. n. 274 del 2000: disposizione, questa, che, dettata per il procedimento penale davanti al giudice di pace, è applicabile, in forza dell'art. 63 del medesimo decreto legislativo, anche quando reati di competenza di detto giudice (quale quello oggetto del procedimento a quo) vengano giudicati da giudici diversi; che ad avviso del rimettente, tuttavia, il citato art. 34 violerebbe l'art. 76 Cost., risultando viziato da eccesso di delega in rapporto al criterio direttivo di cui all'art. 17, comma 1, lettera f), della legge n. 468 del 1999, che prevedeva — per i reati attribuiti alla competenza del giudice di pace — l'introduzione «di un meccanismo di definizione del procedimento nei casi di particolare tenuità del fatto e di occasionalità della condotta, quando l'ulteriore corso del procedimento può pregiudicare le esigenze di lavoro, di studio, di famiglia o di salute della persona sottoposta ad indagini o dell'imputato»; che, sulla base di tale criterio, il legislatore delegato avrebbe potuto infatti introdurre soltanto un rito semplificato, e non già un'ipotesi di rinuncia pura e semplice alla potestà punitiva dello Stato: e ciò sia per il significato assunto nell'uso comune e nella prassi giudiziaria dalla formula «definizione del procedimento»; sia per la considerazione, di ordine sistematico, che la legge di delegazione non prevedeva la possibilità di definire il processo davanti al giudice di pace tramite riti alternativi; che il giudice a quo dichiara, peraltro, di «non ignorare» che l'opinione prevalente è nel senso che il criterio direttivo in questione prefigurasse uno strumento deflattivo basato proprio sulla rinuncia alla potestà punitiva: prospettiva nella quale, tuttavia — risultando la delega legislativa, in ipotesi, correttamente attuata — non il solo art. 34 del d.lgs. n. 274 del 2000, ma anche l'art. 17, comma 1, lettera f) , della legge n. 468 del 1999, che ne costituisce la base, si esporrebbero ad ulteriori e distinte censure di costituzionalità; che le norme impugnate violerebbero, in particolare, i principi di stretta legalità, di soggezione del giudice soltanto alla legge e di obbligatorietà dell'esercizio dell'azione penale (artt. 25, secondo comma, 101, secondo comma, e 112 Cost.), in quanto demanderebbero al giudice di stabilire, caso per caso, se l'esercizio dell'azione penale, pur in presenza di un fatto tipico — come tale, «per definizione» lesivo dell'interesse tutelato — sia nondimeno «ingiustificato» rispetto a quest'ultimo, sulla base di indici — quali l'esiguità del danno o del pericolo, l'occasionalità del fatto ed il grado della colpevolezza — «meramente apparenti» ed «insuscettibili di … un'applicazione pratica che non sfoci nell'arbitrio»; che l'aspetto di più patente contrasto del nuovo istituto con l'impianto costituzionale risiederebbe, peraltro, nella previsione dell'ultimo comma dell'art. 34 del d.lgs.