[pronunce]

SENTENZA ha pronunciato la seguentenel giudizio di legittimità costituzionale degli artt. 5, 23, 25 e 67 della legge 23 dicembre 2000, n. 388, recante “Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (legge finanziaria 2001)” promosso con ricorso della Regione Siciliana, notificato il 27 gennaio 2001, depositato in cancelleria il 31 successivo ed iscritto al n. 12 del registro ricorsi 2001. Visto l'atto di costituzione del Presidente del Consiglio dei ministri; udito nell'udienza pubblica del 19 novembre 2002 il Giudice relatore Paolo Maddalena; uditi gli avvocati Michele Arcadipane e Giovanni Carapezza Figlia per la Regione Siciliana e l'avvocato dello Stato Giancarlo Mandò per il Presidente del Consiglio dei ministri.. Ritenuto in fatto Considerato in diritto 1. - La Regione Siciliana, con ricorso n. 12 del 2001, notificato il 27 gennaio 2001 e depositato il successivo 31 gennaio, ha sollevato questione di legittimità costituzionale degli artt. 5, 23, 25 e 67 della legge 23 dicembre 2000, n. 388, recante “Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (legge finanziaria 2001)”, in relazione all'art. 36 dello statuto speciale della Regione Siciliana (r.d.lgs. 15 maggio 1946, n. 455, convertito in legge costituzionale 26 febbraio 1948, n. 2) , all'art. 2 del d.P.R. 26 luglio 1965, n. 1074 (Norme di attuazione dello Statuto della Regione siciliana in materia finanziaria), e agli artt. 3 e 81, quarto comma, della Costituzione. 1.1. - La Regione ricorrente censura, in primo luogo, l'art. 5 (Emersione di basi imponibili e riduzione del carico tributario sui redditi di impresa), della legge n. 388 del 2000, in virtù del quale le “maggiori entrate” - determinate con decreto del Ministro delle finanze da adottare entro il 31 marzo 2002 (art. 5, comma 2) - “che risulteranno dall'aumento delle basi imponibili dei tributi erariali … per effetto dell'applicazione delle disposizioni per favorire l'emersione, di cui all'art. 116 della stessa legge, sono destinate ad un fondo istituito presso lo stato di previsione del Ministero del tesoro, del bilancio e della programmazione economica, finalizzato, con appositi provvedimenti, alla riduzione dell'imposta sul reddito delle persone giuridiche e dell'imposta sul reddito delle persone fisiche gravanti sul reddito d'impresa”. La riduzione è effettuata con priorità temporale nelle aree e nei territori di cui all'art. 10, comma 7, della legge medesima. Tale disposizione sarebbe lesiva del principio di autonomia finanziaria della Regione Siciliana previsto dallo statuto e dalle correlate norme di attuazione in materia finanziaria, le quali - a parte i casi di “nuove entrate tributarie, il cui gettito sia destinato con apposite leggi alla copertura di oneri diretti a soddisfare particolari finalità contingenti e continuative dello Stato specificate nelle leggi medesime” - prevedono che spettano alla Regione Siciliana, oltre le entrate dalla stessa deliberate, tutte le entrate tributarie erariali riscosse nell'ambito del suo territorio, dirette o indirette, comunque denominate. Nella specie, ad avviso della Regione, il citato art. 5 della legge n. 388 del 2000 non rientra nella deroga sopra richiamata, in quanto non configura né un'imposta di nuova istituzione né un'entrata derivante da un aumento di aliquota di un'imposta preesistente, ma detta una specifica disciplina nel presupposto di una emersione di basi imponibili, le quali, qualora tutti i contribuenti avessero correttamente adempiuto gli obblighi tributari sugli stessi gravanti, avrebbero già costituito presupposto di imposte di spettanza regionale; pertanto, il riservare allo Stato il conseguente gettito, destinandolo ad una generalizzata riduzione dell'IRPEG e dell'IRPEF, determinerebbe un pregiudizio economico per la Regione, poiché, con la disposizione censurata, verrebbe, nella sostanza, introdotta una sostituzione di un'imposta spettante alla Regione medesima con una nuova fattispecie tributaria assegnata viceversa allo Stato. Ulteriore profilo di illegittimità della norma deriverebbe dalla preventivata destinazione delle maggiori entrate alla futura riduzione dell'IRPEG e dell'IRPEF sui redditi di impresa, con conseguente percezione da parte della Regione stessa di un minor gettito, in riferimento a tributi statutariamente di propria competenza. 1.2. - Sempre in riferimento ai menzionati parametri, la Regione ricorrente impugna gli artt. 23 (Riduzioni dell'accisa per alcuni impieghi agevolati) e 25 (Agevolazioni sul gasolio per autotrazione impiegato dagli autotrasportatori) della legge n. 388 del 2000, nella parte in cui prevedono, a favore di determinate categorie di contribuenti, agevolazioni mediante crediti di imposta o rimborsi, da utilizzare in compensazione, ai sensi dell'art. 17 del decreto legislativo 9 luglio 1997, n. 241 (Norme di semplificazione degli adempimenti dei contribuenti in sede di dichiarazione dei redditi e dell'imposta sul valore aggiunto, nonché di modernizzazione del sistema di gestione delle dichiarazioni). La censura regionale si incentra sul rilievo che il sistema della compensazione verrebbe ad incidere, per quanto attiene ai tributi erariali riscossi nell'ambito della Regione Siciliana, su risorse di pertinenza della Regione medesima e configurerebbe, quindi, una lesione della sua autonomia finanziaria. Sussisterebbe, inoltre, ad avviso della Regione, una violazione del principio costituzionale di uguaglianza (art. 3 Cost.), dal momento che la disposizione in questione, in difetto di una esplicita previsione di restituzione alla Regione di un ammontare identico alle minori entrate affluite all'erario regionale per effetto delle compensazioni operate dai contribuenti, come avvenuto in precedenti occasioni (restituzione del contributo straordinario per l'Europa), determinerebbe nella specie una discriminazione arbitraria e ingiusta. 1.3. - Da ultimo, la Regione Siciliana impugna l'art. 67 (Compartecipazione al gettito IRPEF per i comuni per l'anno 2002) della legge n. 388 del 2000, che rimette alle Regioni a statuto speciale l'attuazione del principio di compartecipazione dei comuni ad una quota del gettito IRPEF territorialmente imputabile in forza del domicilio fiscale dei contribuenti, sostenendo che ciò configurerebbe, a carico della Regione, un onere nuovo, in precedenza sostenuto dallo Stato e determinerebbe uno squilibrio dei conti pubblici regionali in dispregio dell'art. 81, quarto comma, della Costituzione, che impone il principio generale dell'obbligo di copertura delle nuove e maggiori spese. 2. - Il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, ha chiesto che il ricorso venga respinto in quanto infondato. 2.1.