[pronunce]

3.2.- Ciò premesso, le parti costituite illustrano le ragioni a sostegno dell'illegittimità costituzionale delle censurate disposizioni del d.lgs. n. 5 del 2017. 3.2.1.- Si evidenzia che l'istituto dell'unione civile, pur essendo modellato sulla disciplina del matrimonio, se ne discosterebbe sotto molteplici profili. Sarebbe infatti differente la disciplina relativa alla filiazione, all'adozione e agli obblighi derivanti dal vincolo. Particolarmente innovativa sarebbe poi la disciplina relativa al cognome comune. Ad avviso delle parti costituite, l'art. 4, comma 2, del d.P.C.m. n. 144 del 2016, esplicitando il contenuto di queste novità legislative, avrebbe dettato la disciplina delle conseguenze anagrafiche della scelta operata dalle parti unite civilmente, in quanto costitutiva della loro nuova identità personale. La scelta del cognome comune rappresenterebbe l'esercizio di un diritto soggettivo, previsto dalla legge n. 76 del 2016. In quanto espressione di un diritto fondamentale, incidente sulla stessa identità personale, oltre che sulla vita familiare, esso sarebbe incoercibile e non potrebbe essere negato dall'ufficiale dello stato civile, se non per ragioni espressamente ammesse dalla legge. Viceversa, il d.lgs. n. 5 del 2017 ed il successivo decreto del Ministro dell'interno 27 febbraio 2017, nell'omologare la disciplina del cognome comune dell'unione civile a quella prevista dall'art. 143-bis cod. civ. per il cognome coniugale avrebbe stravolto il significato normativo dell'art. 1, comma 10, della legge n. 76 del 2016, condiviso dallo stesso Governo nel d.P.C.m. n. 144 del 2016. A conferma di tale interpretazione, si osserva che se la legge n. 76 del 2016 avesse voluto consentire a una delle parti dell'unione civile il mero utilizzo del cognome dell'altra, senza alcuna incidenza anagrafica, non ci sarebbe stata ragione di prevedere l'ulteriore diritto di manifestare, con un'apposita dichiarazione, la volontà di mantenere anche il proprio cognome anagrafico. Il citato comma 10 dispone, infatti, che la parte può mantenere anche il proprio cognome, anteponendolo o posponendolo a quello acquisito. Ad avviso delle parti costituite, ciò sarebbe indicativo del fatto che, in caso contrario, la parte perde il cognome originario e assume solo quello comune. 3.2.2.- Ad avviso delle parti, il d.lgs. n. 5 del 2017 , anziché costituire attuazione dell'art. l, comma 10, della legge n. 76 del 2016, introdurrebbe una disciplina contrastante con esso, in violazione dell'art. 76 Cost. Il comma 28 dell'art. 1 della legge n. 76 del 2016, infatti, conferisce la delega facendo «salve le disposizioni di cui alla presente legge». Viceversa, le norme censurate, lungi dal far salvo il comma 10, ne determinerebbero lo svuotamento e la sostanziale abrogazione. Esse impedirebbero a questa disposizione di esprimere tutti i suoi precetti normativi e determinerebbero la lesione di diritti soggettivi riconosciuti sia alle parti unite civilmente nella vigenza del d.P.C.m. n. 144 del 2016, sia a quelle che intendano, in futuro, unirsi civilmente. La disciplina del d.lgs. n. 5 del 2017 non sarebbe, quindi, coerente con il limite posto dalla delega, né potrebbe ritenersi espressiva di adeguamento e riassetto legislativo. 3.3.- Le disposizioni censurate si porrebbero, inoltre, in contrasto con gli artt. 2, 3, 11, 22 e 117, primo comma, Cost., quest'ultimo in riferimento agli artt. 1 e 7 della CDFUE e all'art. 8 della CEDU. Invero, la cancellazione retroattiva del «cognome comune» già assunto da una delle parti dell'unione civile, lederebbe la dignità della persona e il suo diritto inviolabile al nome e alla identità, protetto dall'art. 2 Cost., nonché il diritto al rispetto alla vita privata e familiare. Si fa rilevare che la Corte di Strasburgo ha garantito il diritto fondamentale alla vita familiare alle coppie omosessuali (sentenza 24 giugno 2010, Schalk e Kopf contro Austria) e che la giurisprudenza costituzionale ha riconosciuto il diritto fondamentale delle stesse coppie ad essere riconosciute e tutelate ai sensi dell'art. 2 Cost. (sentenza n. 138 del 2010). Con l'attribuzione della valenza anagrafica del cognome comune, la legge n. 76 del 2016 avrebbe inteso conferire all'unione civile visibilità sociale e caratterizzazione anche sotto il profilo familiare. La modifica del cognome, disposta dalle disposizioni censurate, frustrerebbe questa manifestazione della vita familiare, in violazione dell'art. 2 Cost. e dell'art. 117, primo comma, Cost., quest'ultimo in riferimento agli artt. l e 7 della CDFUE e all'art. 8 della CEDU. Né sussisterebbe alcuna delle ragioni, previste dallo stesso art. 8 della CEDU, che possa giustificare tale ingerenza del legislatore. 3.4.- In particolare, con riferimento alla dedotta violazione dell'art. 76 Cost., le parti fanno rilevare che l'art. 1, comma 28, della legge n. 76 del 2016 esprimerebbe un principio di intangibilità, da parte del legislatore delegato, delle disposizioni contenute nella legge delega. Tale principio sarebbe violato dal legislatore delegato attraverso l'adozione di disposizioni abrogative, che avrebbero l'effetto di stravolgere l'assetto normativo delineato dal legislatore delegante, facendo degradare il cognome comune dell'unione civile da cognome anagrafico a mero cognome d'uso. Ad avviso delle parti, l'esclusione della valenza anagrafica del cognome comune non costituirebbe affatto un'opzione interpretativa di uno tra i diversi significati possibili della disposizione, ma sarebbe una soluzione contra legem: in tal modo, si finirebbe per attribuire all'art. 1, comma 10, della legge n. 76 del 2016 un'accezione priva di senso, in luogo dell'unico significato possibile dotato di senso (in particolare circa la natura anagrafica del cognome). In quanto frutto di un ripensamento del legislatore delegato, le disposizioni correttive introdotte dal d.lgs. n. 5 del 2017 sarebbero illegittime. 3.5.- D'altra parte, l'art. 8 del d.lgs. n. 5 del 2017, nel prevedere la modificazione retroattiva delle risultanze anagrafiche, sarebbe lesivo anche del diritto al nome e alla sua conservazione (art. 22 Cost.), quale prima e più immediata manifestazione del diritto all'identità personale e del diritto alla dignità personale (art. 2 Cost. e art. 1 della CDFUE). Infatti, le coppie unite civilmente, che abbiano assunto un cognome comune nell'intervallo di tempo intercorrente tra l'entrata in vigore della legge n. 76 del 2016 e l'entrata in vigore del d.lgs. n. 5 del 2017, sarebbero titolari di un diritto fondamentale alla conservazione di tale cognome, ormai divenuto elemento costitutivo della loro identità personale. Pertanto, sarebbe illegittima la disposizione in esame che, con efficacia retroattiva, incide sul cognome legittimamente assunto.