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Abbiamo sentito parlare di cura Italia, di decreto liquidità, di decreto rilancio, il tutto condito da quello che Conte ha voluto mettere in campo rilanciando - questa volta il termine va usato - le famose parole «potenza di fuoco». Abbiamo ascoltato addirittura il Presidente del Consiglio che parlava di potenza di fuoco con la quale sarebbero stati risolti i problemi delle imprese e dei cittadini italiani. Mentre io sto parlando, mentre noi parliamo, centinaia di aziende in Italia ancora non hanno preso i soldi e centinaia, migliaia di lavoratori - quelli più deboli, quelli delle piccole aziende - ancora non prendono la cassa integrazione. Ecco la potenza di fuoco del Governo Conte. Tutto questo non bastava, però. Non bastava perché abbiamo continuato con le parole roboanti. Adesso ci accingiamo a votare, tramite l'ennesimo ricorso alla fiducia, quella che il presidente Conte ha definito la madre di tutte le riforme: il decreto semplificazioni di oggi dovrebbe essere, secondo Conte e secondo questa maggioranza, la madre di tutte le riforme. Certo che la parola ci sta tutta, una parola evocativa, una parola magica, perché ogni cittadino italiano, ogni impresa ha dovuto duellare con la burocrazia in Italia, ha dovuto subire lungaggini e ha dovuto battersi per potersi vedere riconosciuti i diritti più elementari a causa della burocrazia. (Brusìo) . Presidente, le chiederei, se si può, di chiedere di osservare un po' di silenzio. PRESIDENTE. Colleghi, per cortesia, non si riesce a sentire nulla. C'è un brusio troppo diffuso. RUSPANDINI (FdI) . Quindi, al netto del nome, i contenuti sono quelli che abbiamo visto, cioè un provvedimento che interviene in maniera disorganica e disarticolata in diversi ambiti e che assume i connotati di un decreto omnibus , una summa nella quale si trova tutto e il contrario di tutto, dalla disciplina sui contratti pubblici al diritto di voto per gli italiani all'estero, passando per l'abuso d'ufficio, all'identità digitale, i porti, i viadotti, le università, l'Alitalia, la valutazione sull'impatto ambientale; materia quest'ultima che mi è molto cara perché, con grande delusione, ho visto bocciare i miei emendamenti sui siti di interesse nazionale, relativamente alle decine di migliaia di aziende che stanno delocalizzando perché in Italia non è possibile, per chi ricade nei SIN, spostare nemmeno un cancello. Con le associazioni di categoria, con le associazioni ambientaliste e con i Comuni avevamo predisposto alcuni emendamenti di grandissima prudenza, di grande serietà e di buon senso che sono stati bocciati, sacrificati sull'altare di una semplificazione che non semplifica nulla. Per questo sono costretto a dire, a nome del Gruppo Fratelli d'Italia, che l'unica semplificazione che avete fatto e che avete ottenuto è quella delle procedure parlamentari, perché state mortificando la nostra azione politica, la nostra rappresentanza e questo Parlamento con il ricorso alle task force e all'ennesima fiducia. Per questo annunciamo il voto contrario del Gruppo Fratelli d'Italia. RENZI (IV-PSI) . Domando di parlare per dichiarazione di voto. PRESIDENTE. Ne ha facoltà. RENZI (IV-PSI) . Signor Presidente, signori Ministri, onorevoli colleghi, oggi, per Italia Viva è un giorno di festa. Aver portato all'attenzione di questa maggioranza e poi di questo Parlamento quello che abbiamo definito il piano shock e che oggi assume la denominazione di decreto semplificazioni è un risultato politico importante. Nel momento in cui diciamo che sbloccare i cantieri serve a far ripartire l'Italia, diamo atto al Governo di essere stato di parola. Un osservatore dei tempi che stiamo vivendo che io ammiro molto, che si chiama Massimo Recalcati, sostiene che c'è un tabù nel dibattito politico di oggi. È il tabù della gratitudine. È come se esprimere gratitudine fosse un qualcosa di talmente fuori moda, démodé , inconsueto, da suonare strano. Io qui, oggi, voglio esprimere gratitudine verso il Presidente del Consiglio, verso i membri del Governo, verso la maggioranza, verso tutto l'arco parlamentare, perché oggi si fa chiarezza su un punto che noi di Italia Viva avevamo posto. Quando, lo ricorderete, perché la maggioranza lo ha osservato e l'opposizione ci ha attaccato, noi abbiamo posto un tema di distanza e di dissidio, anche nei confronti della maggioranza, in un determinato momento nella primavera del 2020, molti osservatori hanno detto: chissà cosa chiederanno quelli di Italia Viva, quanti posti, quanti Sottosegretari, quanti Ministeri. Ebbene, i posti sono sempre quelli di prima. Noi non abbiamo chiesto posti, ma abbiamo chiesto l'assunzione della responsabilità politica di dire che questo Paese riparte dalle infrastrutture e dai cantieri, non dai sussidi e dall'assistenzialismo. Il Presidente del Consiglio, su questo, è stato di parola, perché il decreto semplificazioni è la risposta alle nostre richieste. È sufficiente? Lo vedremo. Non è l'atto che noi sognavamo, ma riconosciamo che in quell'atto c'è molto di quanto chiedevamo. E riconosciamo che questo è stato possibile per uno sforzo da parte di tutti, ma anche perché dobbiamo imparare dalla storia del nostro Paese. La storia del nostro Paese è una storia nella quale, se guardiamo gli ultimi anni, gli episodi di maggiore successo sono quelli che hanno visto la presenza, come il decreto semplificazioni prevede, di commissari e di procedure semplificate. Astrattamente, questo è discutibile. In un Paese normale, le cose funzionerebbero a prescindere dalle strutture commissariali. Ma chi fa politica affronta la realtà, non il proprio pregiudizio ideologico. Se oggi Pompei non fa più notizia per i crolli, ma fa notizia perché le persone sono tornate a riscoprirne la bellezza, è perché si è scelta una procedura commissariale affidandola, qualche anno fa, a un importante generale dell'Arma dei carabinieri. Se l'Expo ha permesso a Milano di tornare ad essere una capitale europea, è stato grazie a quelle strutture commissariali che hanno permesso la realizzazione di un evento che, nella primavera del 2014, sembrava impossibile. Allo stesso modo, il ponte di Genova oggi sta lì a dimostrare che l'Italia sa fare le cose per bene se vuole. Accanto a questo, però, signor Presidente, abbiamo il dovere della franchezza. Ci sono delle pagine, anche adesso, di brutta politica. C'è il ponte di Genova che, con il dolore dei caduti e con la capacità degli operai, è ripartito, ma c'è anche un ponte, a pochi chilometri di distanza, al confine tra Liguria e Toscana, il ponte di Albiano Magra, che è caduto, si è accartocciato su se stesso sei mesi fa e che è ancora lì nelle stesse identiche condizioni. Nel momento in cui io dico bravo e ringrazio per aver sbloccato il piano shock , io dico anche al Governo che si deve fare molto di più. Non è, infatti, pensabile che quell'episodio, che non ha fatto notizia semplicemente perché, fortunatamente, in pieno lockdown non ci stava passando praticamente nessuno, sia un episodio di serie B. Ci sono tanti ponti, come quello nel Comune di Aulla, che sono ancora bloccati.