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tutte le vittime sarebbero state contattate da sedicenti promotori finanziari che chiedevano di investire somme in piattaforme finanziarie britanniche, promettendo guadagni facili su titoli di investimento definiti sicuri. Poi, però, gli investitori hanno iniziato a dire che, visto che i fondi si trovavano nel Regno Unito, a causa della Brexit per sbloccare il denaro bisognava pagare delle penali. Così costoro si sono tenuti i soldi in ostaggio e se ne sono fatti mandare altri; sempre secondo ADUSBEF, una persona ha visto uscire 30.000 euro dal proprio conto, spariti in conti correnti di paradisi fiscali. Un operaio pesarese avrebbe perso 30.000 euro e c'è chi è arrivato a perderne 80.000; a quanto risulta all'interrogante, circolano in rete finti messaggi da parte di banche famose che chiedono di cambiare le credenziali. O a volte arrivano ai malcapitati finte e-mail di istituti bancari. È un modo, in entrambi i casi, per accedere ai conti correnti, si chiede di sapere: se i Ministri in indirizzo siano a conoscenza di questi fatti; se il Ministro dell'economia e delle finanze stia cercando, tramite la Banca d'Italia, di spingere gli istituti di credito a rafforzare le loro difese dagli attacchi informatici; se il Ministro dell'interno abbia potenziato i corpi di polizia che si occupano di truffe informatiche e, più in generale, di reati commessi sul web . Atto n. 4-04837 PRESUTTO PUGLIA CROATTI CORRADO VANIN TRENTACOSTE MONTEVECCHI MAUTONE ANGRISANI VACCARO CASTELLONE GAUDIANO RICCIARDI MORONESE GIANNUZZI Al Ministro per i beni e le attività culturali e per il turismo Premesso che: l'ex stabilimento industriale Corradini costituisce testimonianza di una storia industriale risalente ai primi decenni dell'800, quando, con la realizzazione della prima linea ferroviaria italiana, la Napoli-Portici, si sviluppò, progressivamente e in parallelo, una sequenza di fabbriche lungo la linea di costa che, insieme ad altri stabilimenti nelle aree retrostanti, fecero dei quartieri orientali di Napoli e del confinante comune di San Giovanni a Teduccio (allora ente autonomo, oggi quartiere di Napoli) una rilevante zona industriale che ha contribuito allo sviluppo della capitale del Sud Italia; all'ex stabilimento in quanto testimonianza di "archeologia industriale", è stato riconosciuto l'interesse storico-architettonico e su di esso è stato apposto il vincolo ai sensi della legge n. 1089 del 1939 con decreto 27 febbraio 1990 del Ministero per i beni culturali e ambientali; l'immobile è stato acquistato dal Comune di Napoli in esecuzione della delibera di Giunta comunale n. 1947 dell'11 giugno 1999 ed è stato oggetto di numerose interrogazioni parlamentari in merito alla sua tutela e conservazione; il master plan del porto di Napoli, elaborato dall'Autorità di sistema portuale e assentito dal comitato di gestione con la delibera n. 7 del 19 febbraio 2018, ha sancito la demolizione dell'intero complesso immobiliare previo annullamento (art. 128 del decreto legislativo n. 42 del 2004, codice dei beni culturali) del provvedimento di tutela diretta; tuttavia, in attesa dell'eventuale rinnovo della procedura di valutazione in merito alla proroga del vincolo, sono rimasti in capo alla proprietà tutti gli obblighi di sicurezza e conservazione previsti dalla normativa vigente (art. 54); a riprova di ciò, la Soprintendenza con nota del 13 febbraio 2019 (prot. n. 1892) , ha affermato che: "considerato che l'edificio è di proprietà di codesto Ente (Comune di Napoli) e sottolineando come il Codice nel normare gli obblighi conservativi prescriva che i proprietari di beni culturali hanno l'obbligo e sono tenuti a garantire la sicurezza e la conservazione di quelli di loro appartenenza, si chiede di intervenire con la massima sollecitudine affinché tale testimonianza della storia industriale di Napoli possa essere messa prima di ogni altro in sicurezza e successivamente recuperato alla collettività"; nella nota del 29 marzo 2019 (prot. n. 4271) scritta dal responsabile architettonico di zona della Soprintendenza di Napoli, l'architetto Tobia di Ronza, e inviata alla Direzione generale archeologia belle arti e paesaggio, servizio iii tutela del patrimonio storico, artistico e architettonico e all'ufficio di gabinetto del Ministro, si legge: "Con comunicazione prot. PG/2019/196662 del 28.02.2019(...) l'Ufficio preposto del Comune di Napoli, nel sottolineare che l'immobile rientra tra quelli inseriti nel programma di dismissione, chiede al proprio Servizio PRM Patrimonio di attuare gli interventi necessari alla messa in sicurezza dell'edificio"; si evince come la Soprintendenza, seppure messa al corrente delle gravi condizioni del bene, non abbia ritenuto suo dovere, come stabilito dagli artt. 32 e 33 del codice, imporre al Comune di Napoli tempi certi e modalità di intervento affinché il Comune non venisse meno ai suoi obblighi; si evince altresì che il Comune, contrariamente a quanto stabilito dal codice, ha inserito il bene nel proprio programma di dismissione; all'interno del complesso sono presenti coperture in amianto e, a dicembre 2020, finalmente, sono ripresi gli interventi di rimozione. A darne notizia è stato l'assessore comunale per l'ambiente, Raffaele Del Giudice, come riportato da "Il Mattino", cronaca di Napoli, in data 18 dicembre 2020: "L'area interessata dalle attività di rimozione amianto è 18 mila metri quadrati (...) L'intervento prevede la messa in sicurezza dal pericolo di intrusioni mediante il ripristino della recinzione per poi procedere alla rimozione dell'amianto"; l'articolo riporta inoltre che il progetto definitivo per la rimozione dell'amianto dallo stabilimento è stato approvato dal Comune nel 2013. I lavori sono stati oggetto di aggiudicazione l'anno successivo per 849.000 euro e hanno avuto inizio nel 2015. Sono stati tuttavia sospesi 6 mesi dopo per "la necessità di apportare modifiche ed aggiunte al progetto" considerate le "prescrizioni impartite dalla ASL competente"; una perizia suppletiva di variante è stata approvata nel dicembre 2016 prevedendo una maggiore spesa di 680.000 euro, con un importo totale di 1.529.000 euro. Nel 2019 l'amministrazione comunale ha preso atto della cessione del ramo di azienda effettuata dall'impresa aggiudicataria dei lavori a un'altra società e ciò ha comportato ulteriori ritardi; nelle more dei complicati iter decisionali, diverse coperture dell'ex Corradini sono crollate per l'usura. Nel frattempo nessun intervento è stato messo in atto per la messa in sicurezza dell'ex complesso metallurgico, tanto che si sono verificati altri due crolli, il 21 gennaio 2019 e il 29 ottobre 2020;