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Modifiche al decreto legislativo 7 settembre 2012, n. 155, recante nuova organizzazione dei tribunali ordinari e degli uffici del pubblico ministero. Onorevoli Senatori. – Il presente disegno di legge apporta modifiche al decreto legislativo 7 settembre 2012, n. 155, recante nuova organizzazione dei tribunali ordinari e degli uffici del pubblico ministero, il quale, unitamente al decreto legislativo 7 settembre 2012, n. 156, ha riformato le circoscrizioni giudiziarie italiane, in attuazione della delega conferita con la legge 14 settembre 2011 n. 148. La riforma del 2012 infatti ha operato la soppressione di diverse sedi di tribunale e delle relative procure della Repubblica in tutto il territorio nazionale. La regione Veneto ha visto coinvolte, in particolare, le sedi di Bassano del Grappa, Cittadella, Este, Adria, Castelfranco Veneto, Conegliano, Montebelluna, Chioggia, Dolo, Portogruaro, San Donà di Piave, Pieve di Cadore, Legnago, Soave e Schio. Già dal momento della sua entrata in vigore, la riforma ha però subito pesanti critiche per i risvolti pratici che comportavano la chiusura di importanti presidi di giustizia e del relativo apparato amministrativo. Per tali ragioni, nel 2013 alcune regioni quali l'Abruzzo (promotore), il Piemonte, le Marche, la Puglia, il Friuli Venezia Giulia, la Campania, la Liguria, la Basilicata e la Calabria hanno promosso un referendum abrogativo per la parziale soppressione dei decreti legislativi n. 155 e n. 156 del 2012. La Corte costituzionale, con sentenza n. 12 del 29 gennaio 2014 e a seguire con sentenza n. 5 del 27 gennaio 2015, tuttavia dichiarò l'inammissibilità delle richieste referendarie, in sintesi sia perché « l'abrogazione, a seguito dell'eventuale accoglimento della proposta referendaria, di una disposizione abrogativa è [...] inidonea a rendere nuovamente operanti norme che, in virtù di quest'ultima, sono già state espunte dall'ordinamento » sia per mancanza del requisito della necessaria omogeneità, atteso che i quesiti riguardavano la legge delega e l'intero testo dei due decreti legislativi attuativi, ovvero il n. 155 e il n. 156 del 2012. Ciò in quanto, se da un lato « è vero che un nesso lega i tre testi legislativi sopramenzionati tutti volti a comporre il nuovo disegno dell'organizzazione giudiziaria, nelle sue varie articolazioni, al fine di semplificarlo e di alleggerirne i costi », d'altro lato l'intervento del legislatore si sostanziava in un'architettura complessa a fronte della quale, « poiché la riforma è sottoposta all'abrogazione popolare come un aggregato indivisibile, l'elettore si troverebbe a dover esprimere un voto bloccato su una pluralità di atti e di disposizioni diverse, con conseguente compressione della propria libertà di scelta ». In concreto, l'eventuale accoglimento e conseguente abrogazione della legge delega e dei due decreti, relativi alla riorganizzazione della magistratura ordinaria e degli uffici del giudice di pace, da un lato non avrebbe consentito una compiuta espressione della reale volontà dell'elettore e dall'altro avrebbe determinato un vuoto normativo non colmabile in via interpretativa, con conseguente probabile paralisi della funzione giurisdizionale. Nonostante l'esito non favorevole dell'iniziativa referendaria, rimangono in tutta la loro evidenza le criticità sollevate dalle regioni che si traducono ora nel ricorso all'istituto di cui all'articolo 121 della Costituzione, con la presentazione di proposte di legge statale di iniziativa regionale. La concentrazione dell'attività giurisdizionale presso i capoluoghi di provincia e la conseguente soppressione delle sedi decentrate ha infatti reso più gravoso l'accesso alla giustizia anche a causa, molto spesso, della conformazione ed estensione territoriale. Si aggiunga che l'attuata riforma, che ha come presupposto il contenimento della spesa pubblica e una migliore organizzazione territoriale degli uffici, non ha prodotto né una minore spesa, né una migliore resa soprattutto in termini di accelerazione dei procedimenti giudiziari. Tra gli impatti più importanti vi è quello patito dal tribunale di Vicenza che si è visto costretto ad assorbire sia la propria sezione distaccata di Schio (che serviva circa 200.000 abitanti) sia tutti gli uffici del giudice di pace della provincia, sia il tribunale bassanese, raggiungendo il numero di 860.000 abitanti per tribunale rispetto a quello medio previsto di 300.000. Oggi infatti i tempi di attesa per una causa di primo grado sfiorano i nove anni, contro i sette del 2010 e contro i due dell'ormai ex tribunale del Grappa. Comprensibile quindi il forte contraccolpo derivato da tali chiusure che hanno danneggiato un'area, quella del distretto produttivo della pedemontana veneta, tra le più rilevanti dal punto di vista industriale. Si stima infatti che in tale territorio insistano circa 50.000 imprese che contribuiscono a produrre il 10,6 per cento della ricchezza del Veneto con un valore aggiunto di circa 14 miliardi di euro. Da qui la proposta di ripristinare un servizio evidentemente essenziale per i cittadini che ha portato ad una mobilitazione collettiva e la contestuale creazione di un Comitato con il preciso obiettivo della rinascita di questo plesso giudiziario. A fianco dei promotori si sono posti diversi amministratori locali: prova ne è l'indizione da parte del comune di Bassano del Grappa di diversi incontri territoriali (15 giugno 2021, 24 marzo 2023, 5 maggio 2023). Ad oggi già 68 sindaci, unitamente ai rispettivi consigli comunali, hanno aderito a tale iniziativa approvando provvedimenti ad hoc per manifestare il proprio indirizzo. Comuni questi che rappresentano un totale di 497.259 abitanti suddivisi nelle province di Vicenza, Treviso e Padova. Non solo, vi sarebbero anche dei benefici dal punto di vista ambientale ed economico a seguito dell'apertura di un tribunale bassanese. Basti pensare che ciò garantirebbe il riutilizzo di una struttura in disuso come l'edificio denominato Cittadella della Giustizia, un'opera di 11.000 metri quadri, già ultimata e collaudata per un costo complessivo per le casse dello Stato di circa euro 2.000.000, destinata a servire circa 75 comuni e oltre 500.000 abitanti, appartenenti attualmente ai fori di Vicenza, Padova e Treviso, e che troverebbero una più vicina allocazione nell'area pedemontana, nel rispetto dell'articolo 5 della Costituzione ovvero nel più ampio decentramento amministrativo dei servizi che dipendono dallo Stato. Un tribunale, quello della Pedemontana, favorito da una ramificata linea di infrastrutture, ferroviarie e stradali, quale la superstrada Pedemontana Veneta, di nuova realizzazione, che permettono un rapido accesso al territorio del comune di Bassano del Grappa anche ai soggetti fuori provincia.