[pronunce]

Tuttavia, tale ricostruzione sarebbe stata abbandonata già da Corte di cassazione, sezione lavoro, sentenza 14 agosto 2004, n. 15890, la quale avrebbe individuato la funzione dell'anticipazione in esame nel finanziamento alla cosiddetta autoimprenditorialità, in forza del rinvio, operato dal comma 12 del medesimo art. 7 della legge n. 223 del 1991, alle disposizioni in tema di disoccupazione (art. 77 del r.d.l. n. 1827 del 1935, come convertito, e art. 52 del r.d. n. 2270 del 1924), che prevedono la cessazione del sussidio quando l'assicurato «abbia trovato nuova occupazione»; di conseguenza, l'unica forma di percezione dell'indennità di mobilità compatibile con lo svolgimento di attività autonoma sarebbe quella della sua anticipazione. Nel medesimo solco si sarebbero inserite tutte le pronunce di legittimità successive, che avrebbero individuato la finalità perseguita dalla suddetta disposizione nella riduzione della pressione sul mercato del lavoro subordinato. Secondo il descritto indirizzo, che il rimettente considera ormai consolidato come diritto vivente, l'unica ipotesi di compatibilità tra lavoro autonomo e percezione rateale dell'indennità di mobilità sarebbe quella - diversa dal caso che ha dato origine al giudizio a quo - dello svolgimento dell'attività autonoma già da prima dell'iscrizione nelle liste di mobilità (ovviamente, nei soli casi in cui tale possibilità sia consentita dall'ordinamento al lavoratore dipendente): in tal senso, infatti, si sarebbe espressa, da ultimo, Corte di cassazione, sezione lavoro, sentenza 11 marzo 2020, n. 6943. È proprio su tale complessiva interpretazione della disposizione, assunta come diritto vivente, che il rimettente chiede a questa Corte un controllo di compatibilità con i parametri costituzionali evocati. 4.- In punto di rilevanza delle questioni sollevate, il giudice a quo espone che non è contestato tra le parti che G. S. abbia intrapreso un'attività di lavoro autonomo in seguito all'iscrizione nelle liste di mobilità, senza avere richiesto la liquidazione anticipata in un'unica soluzione dell'indennità residua, bensì continuando a ricevere quest'ultima mensilmente; sicché la domanda di restituzione dell'indebito avanzata dall'INPS dovrebbe essere accolta, proprio (e solo) in applicazione della disposizione censurata, nell'interpretazione fornita dall'illustrata giurisprudenza di legittimità. 5.- Sotto il profilo della non manifesta infondatezza, il rimettente ritiene che l'approdo ermeneutico a suo parere assurto a diritto vivente si ponga in contrasto con gli artt. 3, primo e secondo comma, e 41, primo comma, Cost. 5.1.- Sotto un primo profilo, la norma sarebbe «illogica e priva di ragionevolezza» e, come tale, lesiva dell'art. 3, primo comma, Cost. Per il rimettente, sarebbe «un non senso» postulare di potere ottenere legittimamente l'anticipazione di una somma alla quale non si avrebbe diritto laddove essa fosse corrisposta ratealmente: in tal modo, si farebbe dipendere la spettanza di una prestazione da un requisito - la richiesta di anticipazione - «del tutto neutro» rispetto agli elementi costitutivi del diritto (ossia la provenienza da un esubero rispetto al lavoro dipendente e l'intrapresa di un'attività autonoma). Né sarebbe decisivo, in senso contrario, sopravvalutare la natura di contributo finanziario che assumerebbe l'indennità solo se corrisposta in unica soluzione, giacché esistono, e sono molto diffuse, altre forme di finanziamento erogate periodicamente, sulla base dei bisogni e delle richieste del soggetto finanziato, quali «i finanziamenti su carta commerciale salvo buon fine», il factoring, l'apertura di credito oppure lo scoperto senza affidamento. Del resto, aggiunge il rimettente, la legge non prevede alcuna forma di controllo sull'effettivo utilizzo dell'indennità in parola, e neppure una rendicontazione puntuale o scadenze di spesa, sicché anche la somma ricevuta una tantum ben potrebbe essere «spesa un poco alla volta», secondo le necessità dell'accipiens e addirittura per finalità «diverse da quelle imprenditoriali», incluse quelle legate al sostentamento della famiglia. Ne risulterebbe confermato il carattere neutro «della tempistica dell'erogazione della somma», rispetto allo stesso scopo di finanziamento perseguito. 5.2.- L'art. 3, primo comma, Cost., sarebbe leso anche sotto il profilo dell'ingiustificata disparità di trattamento «di situazioni omogenee se non addirittura uguali». Rispetto a due lavoratori in esubero collocati in lista di mobilità ed entrambi «intraprendenti un'attività di tipo autonomo», l'incentivo all'autoimprenditorialità sarebbe erogato solo a colui che presenti domanda di anticipazione del trattamento, e non anche a chi, «per scelta o per dimenticanza», non adempia a tale onere, nonostante l'identica necessità di finanziare la propria attività. Del pari lesiva del principio di uguaglianza sarebbe l'ulteriore disparità di trattamento tra coloro i quali già prima dell'inserimento nelle liste di mobilità svolgevano attività autonoma unitamente a quella subordinata (ai quali l'indennità spetterebbe anche nella fruizione rateale durante la prosecuzione del lavoro autonomo) e coloro i quali, al contrario, iniziano a svolgere attività autonoma solo dopo l'inserimento nelle suddette liste (che dovrebbero, invece, sottostare all'irragionevole regola della necessaria richiesta di anticipazione della somma). 5.3.- In stretta connessione con le prime due censure, il rimettente rileva che l'interpretazione privilegiata dalla giurisprudenza di legittimità si porrebbe anche in contrasto con la «libertà di impresa» tutelata dall'art. 41, primo comma, Cost. Sarebbe introdotto, infatti, «un vincolo all'azione dell'imprenditore», senza che a ciò corrisponda «alcuna necessità o utilità sociale, né creandosi danni alla salute, all'ambiente, alla sicurezza, alla libertà o alla dignità umana». Neppure sarebbe possibile giustificare la norma censurata alla luce del terzo comma dell'art. 41 Cost., e, dunque, in «funzione antielusiva», posto che il legislatore non avrebbe previsto «barriere reddituali o patrimoniali di accesso o controlli ex post di sorta», lasciando, invece, la somma erogata «nella totale discrezionalità dell'imprenditore». 5.4.- Infine, sarebbe leso il principio di «eguaglianza sostanziale» fissato nell'art. 3, secondo comma, Cost. Nell'interpretazione plasmata dal diritto vivente, l'art. 7, comma 5, censurato porrebbe ingiustificati ostacoli «di ordine economico e sociale» al «pieno sviluppo della persona umana», in cui si sostanzierebbe «la possibilità di divenire lavoratori autonomi», impedendo, così, agli ex lavoratori dipendenti di partecipare «all'organizzazione economica del Paese». 6.- Sulla scorta di queste premesse, il Tribunale di Ravenna ha chiesto a questa Corte di dichiarare l'illegittimità costituzionale dell'art. 7, comma 5, della legge n. 223 del 1991 - ma anche, «ove ritenuto necessario», dell'art. 77 del r.d.l.