[pronunce]

n. 286 del 1998, come sostituito dall'art. 1 della legge n. 271 del 2004, nella parte in cui prevede la pena della reclusione da uno a quattro anni per lo straniero che, senza giustificato motivo, si trattenga nel territorio dello Stato in violazione dell'ordine impartitogli dal questore a norma del precedente comma 5-bis; che il rimettente – il quale procede in tutti i giudizi a quibus, sia pure con riti diversi, nei confronti di persone accusate del reato di indebito trattenimento – dubita che i limiti edittali della pena, cui necessariamente dovrebbe far riferimento in caso di accoglimento della richiesta di patteggiamento o di condanna degli imputati, siano stati fissati in armonia con i precetti costituzionali; che le questioni sono argomentate, in punto di non manifesta infondatezza, mediante esplicito e testuale richiamo al provvedimento deliberato dallo stesso Tribunale di Trieste in data 1° aprile 2005 (r.o. n. 436 del 2005), la cui motivazione è già stata illustrata; che il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, è intervenuto in ciascuno dei tre giudizi, con atti depositati rispettivamente il 28 marzo 2006 (r.o. n. 64 del 2006) ed il 26 settembre 2006 (r.o. nn. 286 e 288 del 2006); che l'Avvocatura dello Stato riproduce, negli atti indicati, i rilievi già svolti con l'atto di intervento per il giudizio concernente la citata ordinanza r.o. n. 436 del 2005, sollecitando anche nei casi di specie una dichiarazione di infondatezza delle questioni sollevate; che il Tribunale di Verona in composizione monocratica, con tre ordinanze di tenore sostanzialmente analogo, deliberate rispettivamente il 14 ottobre 2005 (r.o. n. 127 del 2006) ed il 31 ottobre 2005 (r.o. nn. 66 e 67 del 2006), ha sollevato – in riferimento agli artt. 3 e 27, terzo comma, della Costituzione – questione di legittimità costituzionale dell'art. 14, comma 5-ter, del d.lgs. n. 286 del 1998, come sostituito dall'art. 1 della legge n. 271 del 2004, nella parte in cui prevede la pena della reclusione da uno a quattro anni – anziché una pena equiparabile a quella prevista dagli artt. 650 cod. pen. , 157 t.u.l.p.s. , 2 della legge n. 1423 del 1956 – per lo straniero che, senza giustificato motivo, si trattenga nel territorio dello Stato in violazione dell'ordine impartitogli dal questore a norma del precedente comma 5-bis; che il rimettente – il quale procede con rito abbreviato, in tutti i giudizi a quibus, nei confronti di persone accusate del reato di indebito trattenimento – rileva, nella prospettiva d'una eventuale deliberazione di condanna, che la norma censurata sarebbe illegittima nella parte concernente i valori edittali della pena; che il Tribunale prospetta, in primo luogo, una ingiustificata disparità di trattamento tra la fattispecie in questione ed analoghe ipotesi di inosservanza dei provvedimenti amministrativi adottati per ragioni di ordine pubblico, che sono punite a titolo di contravvenzione e con sanzioni assai più lievi, richiamando, in questo senso, le previsioni di cui all'art. 650 cod. pen. ed all'art. 2 della legge n. 1423 del 1956, nonché la fattispecie delineata all'art. 157 t.u.l.p.s. , che sanziona la contravvenzione al foglio di via obbligatorio; che le differenze sul piano sanzionatorio, a parere del rimettente, non potrebbero giustificarsi in base alla natura necessariamente dolosa della condotta concernente lo straniero, poiché nei fatti sarebbero sempre dolose anche le condotte contravvenzionali punibili a norma delle disposizioni citate; che la norma censurata prevede una pena assimilabile a quella altrove comminata per violazioni da ritenersi, secondo il Tribunale, molto più gravi, perché riferibili a soggetti dalla pericolosità marcata e giudizialmente accertata, come nel caso dell'art. 9, secondo comma, della legge n. 1423 del 1956, ove si sanziona con la reclusione da uno a cinque anni l'inosservanza degli obblighi e delle prescrizioni inerenti alla sorveglianza speciale con l'obbligo o il divieto di soggiorno; che il rimettente connette un'ulteriore violazione del principio di uguaglianza alla natura di «reato ostacolo» della fattispecie in considerazione, la quale sarebbe mirata essenzialmente a prevenire la commissione di futuri reati da parte dell'immigrato irregolare, e però risulta punita con una pena molto più severa di quella in genere comminata per gli illeciti che si vorrebbero impedire; che l'entità sproporzionata della sanzione, infine, varrebbe ad escluderne l'efficacia rieducativa, poiché questa presuppone che l'interessato possa recepire la pena inflittagli quale «giusta» reazione al fatto illecito realizzato; che il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, è intervenuto in ciascuno dei giudizi, con atti depositati rispettivamente il 23 maggio 2006 (r.o. n. 127 del 2006) ed il 4 aprile 2006 (r.o. nn. 66 e 67 del 2006), chiedendo che le questioni sollevate siano dichiarate infondate; che la difesa erariale rileva come il legislatore, con la novella del 2004, avrebbe distinto ragionevolmente, esercitando la propria discrezionalità, tra varie ipotesi di inottemperanza all'ordine del questore, osservando che le fattispecie evocate quali tertia comparationis potrebbero essere comparate con la residua ipotesi contravvenzionale in materia di immigrazione (l'inottemperanza dello straniero espulso per non aver rinnovato la richiesta del permesso di soggiorno), ma non con la figura delittuosa in discussione, la quale coinvolge interessi specificamente concernenti le politiche contro l'immigrazione clandestina e comunque riguarda persone entrate o trattenutesi clandestinamente nel territorio dello Stato; che sarebbe del tutto infondato, per le ragioni appena indicate, l'assunto che la condotta in esame non esprima una concreta pericolosità del responsabile, e non possa dunque essere punita con una pena analoga a quella prevista per le violazioni concernenti le misure di prevenzione; che infine, sempre a parere dell'Avvocatura generale, l'assunto di una proporzione invertita tra le pene previste per il «reato ostacolo» e quelle concernenti i delitti da prevenire sarebbe apodittico e palesemente privo di fondamento;