[pronunce]

, nella categoria dei prestatori di lavoro subordinato, nel cui ambito, peraltro, egli si caratterizza per alcune significative diversità rispetto alle altre figure dei quadri, impiegati ed operai. Tale rilievo è così evidente che lo stesso legislatore, nel dettare la normativa sui licenziamenti individuali, ha espressamente escluso che al dirigente si applichino le norme della legge 15 luglio 1966, n. 604, relative alla giusta causa ed al giustificato motivo di licenziamento (v. art. 10 della legge ora citata); esclusione della cui legittimità costituzionale questa Corte si è già occupata, pervenendo sempre a pronunce di rigetto delle relative questioni (v. sentenze n. 309 del 1992 e n. 121 del 1972, nonché ordinanza n. 404 del 1992). Sotto quest'aspetto, quindi, è corretto il richiamo fatto dal tribunale di Milano al costante orientamento giurisprudenziale, anche recentemente ribadito, in base al quale il licenziamento del dirigente non è da considerarsi alla stregua di quello degli altri lavoratori subordinati, pur non potendo rientrare nell'area della completa discrezionalità dell'imprenditore. Tuttavia il rimettente non perviene alla corretta conclusione in ordine alla possibilità di ricomprendere nel privilegio generale di cui all'art. 2751-bis cod. civ. anche le somme spettanti al dirigente a titolo di indennità supplementare per licenziamento ingiustificato. Il fatto che le norme escludano tale figura di lavoratore subordinato dal regime generale dei licenziamenti, non comporta automaticamente che siffatta diversità sia estensibile anche ad altri settori del sistema, ove manchi un'espressa previsione in tal senso. Appare arbitrario, in altre parole, ritenere - come fa il giudice a quo - che il credito del dirigente per licenziamento ingiustificato non possa rientrare in alcuna delle ipotesi previste dalla norma impugnata. È ben vero che le cause di privilegio previste dalla legge sono tassative, ma nel caso specifico non si tratta di creare in via interpretativa una nuova figura di privilegio, perché l'ampiezza della formula usata dal legislatore ("tutte le indennità dovute per effetto della cessazione del rapporto di lavoro") è tale da non essere di ostacolo - tanto più in assenza di un contrario diritto vivente - ad una lettura che ricomprenda in simile ipotesi anche il credito del dirigente per indennità supplementare conseguente ad ingiustificato licenziamento. Riferire l'espressione normativa ora richiamata non - come dice la legge - a "tutte le indennità" conseguenti alla cessazione del rapporto di lavoro, ma, secondo il rimettente, solo a quelle "con carattere di normalità", si risolverebbe in un'indebita restrizione, che potrebbe condurre, peraltro, a trattamenti differenziati di situazioni sostanzialmente coincidenti e richiedenti, perciò, una ratio legis comune. Ne consegue, dunque, l'infondatezza della prospettata questione.. per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE Dichiara non fondata la questione di legittimità costituzionale dell'art. 2751-bis; numero 1), del codice civile, sollevata, in riferimento all'art. 3 della Costituzione, dal tribunale di Milano, in composizione monocratica, con l'ordinanza di cui in epigrafe. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 4 luglio 2001. Il Presidente: Ruperto Il redattore: Santosuosso Il cancelliere: Di Paola Depositata in cancelleria il 6 luglio 2001. Il direttore della cancelleria: Di Paola