[pronunce]

Il parametro di cui all'art. 3 Cost. viene invocato dal giudice rimettente sotto il duplice aspetto dell'intrinseca irragionevolezza della norma impugnata e della violazione del principio di eguaglianza, con profili che involgono anche la violazione degli artt. 4, 35 e 51 Cost., in quanto la disparità di trattamento comporterebbe, altresì, la compressione del diritto al lavoro e alla elevazione professionale del lavoratore e contrasterebbe con la garanzia della parità nell'accesso ai pubblici uffici. Con riferimento al principio di uguaglianza, il giudice a quo ritiene che la norma riservi ai docenti immessi nei ruoli un trattamento deteriore rispetto a quello dei docenti che non lo siano e fondi tale diversità sulla base della "mera" circostanza della stipula di un contratto di lavoro a tempo indeterminato. Secondo il costante orientamento della giurisprudenza costituzionale, la violazione del principio di eguaglianza sussiste solo qualora situazioni sostanzialmente identiche siano disciplinate in modo ingiustificatamente diverso, ma non quando la diversità di disciplina corrisponda ad una diversità di situazioni, sempre con il limite generale dei principî di proporzionalità e ragionevolezza (ex plurimis, sentenze n. 79 del 2016 e n. 85 del 2013). Nel caso in esame, il giudice a quo pone a raffronto situazioni non omogenee e oggettivamente non comparabili. Il petitum del rimettente appare, infatti, volto ad annullare il differente trattamento riservato ai docenti di ruolo per effetto della cancellazione dalle graduatorie rispetto a quello riservato ai docenti non immessi in ruolo, che non subiscono analoga esclusione. Si vorrebbe, in definitiva, conservare la medesima disciplina che accompagna lo status dei docenti in attesa di ottenere una stabile occupazione anche in capo a coloro che la abbiano già ottenuta. Diversamente da quanto accadeva nella questione decisa da questa Corte con la sentenza n. 41 del 2011, richiamata dal rimettente, le fattispecie poste a raffronto nel caso ora in esame non sono, tuttavia, omogenee e la posizione dei docenti non di ruolo che rimangono inseriti nelle graduatorie non è, quindi, correttamente utilizzabile quale tertium comparationis a sostegno dell'asserita disparità di trattamento rispetto ai docenti ai quali si applica la disposizione censurata. Va infatti rilevato che, solo con riferimento alla posizione dei primi, l'obiettivo prioritario del legislatore è rappresentato dall'esigenza di assicurare il tempestivo assorbimento del precariato. In considerazione di tale preminente esigenza, non può essere ritenuta irragionevole la scelta legislativa di prevedere la cancellazione dalle graduatorie dei docenti immessi in ruolo. Tale scelta risponde, infatti, ad una logica organizzativa volta al bilanciamento delle esigenze di piena realizzazione della professionalità dei docenti di ruolo con quelle volte a consentire il più ampio accesso possibile ai ruoli dell'amministrazione. Tale obiettivo viene, quindi, realizzato riconoscendo ai soli docenti non di ruolo la possibilità di conservare l'inserimento in graduatorie relative a tutte le classi di concorso per le quali sia stata ottenuta l'abilitazione. Che solo i docenti non di ruolo siano inseriti in tali graduatorie è giustificato dalla finalità di tutela del diritto ad un'occupazione stabile, da riconoscersi con priorità in favore di chi ancora ne sia privo. Va, inoltre, rilevato che dalla considerazione complessiva del quadro normativo non emerge una compressione delle aspettative dei docenti di ruolo alla piena realizzazione professionale. Tali aspettative possono trovare soddisfazione attraverso forme e modalità diverse dalla conservazione dell'inserimento nelle graduatorie ad esaurimento. In particolare, va richiamato a questo riguardo l'istituto della mobilità professionale previsto dalla contrattazione collettiva nazionale, cui fa riferimento lo stesso rimettente. Tale disciplina riconosce ai docenti di ruolo - sia pure a determinate condizioni e secondo particolari modalità - la possibilità di rivolgersi verso incarichi per altre classi di concorso, per le quali gli stessi possiedano le necessarie abilitazioni. Da ultimo, si osserva che la legge 13 luglio 2015, n. 107 (Riforma del sistema nazionale di istruzione e formazione e delega per il riordino delle disposizioni legislative vigenti), all'art. 1, comma 79, prevede che il dirigente scolastico possa «utilizzare i docenti in classi di concorso diverse da quelle per le quali sono abilitati, purché posseggano titoli di studio validi per l'insegnamento della disciplina e percorsi formativi e competenze professionali coerenti con gli insegnamenti da impartire e purché non siano disponibili nell'ambito territoriale docenti abilitati in quelle classi di concorso». Alla luce di tali argomenti, deve quindi concludersi che la questione di legittimità costituzionale sollevata dal TAR per il Lazio è priva di fondamento.. per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE 1) dichiara inammissibile la questione di legittimità costituzionale dell'art. 1, comma 4-quinquies, del decreto-legge 25 settembre 2009, n. 134 (Disposizioni urgenti per garantire la continuità del servizio scolastico ed educativo per l'anno 2009-2010), convertito, con modificazioni, dall'art. 1, comma 1, della legge 24 novembre 2009, n. 167, sollevata, in riferimento all'art. 97 della Costituzione, dal Tribunale amministrativo regionale per il Lazio, con l'ordinanza indicata in epigrafe; 2) dichiara non fondata la questione di legittimità costituzionale dell'art. 1, comma 4-quinquies, del d.l. n. 134 del 2009, sollevata, in riferimento agli artt. 3, primo comma, 4, primo comma, 35 e 51 Cost., dal Tribunale amministrativo regionale per il Lazio, con l'ordinanza indicata in epigrafe. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 22 giugno 2016. F.to: Paolo GROSSI, Presidente Giuliano AMATO, Redattore Roberto MILANA, Cancelliere Depositata in Cancelleria il 20 luglio 2016. Il Direttore della Cancelleria F.to: Roberto MILANA