[pronunce]

ORDINANZA ha pronunciato la seguentenel giudizio di legittimità costituzionale dell'art. 1, comma 218, della legge 23 dicembre 2005, n. 266 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato - legge finanziaria 2006), promosso con ordinanza del 4 aprile 2006 dal Tribunale di Venezia, iscritta al n. 842 del registro ordinanze del 2007 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 4, prima serie speciale, dell'anno 2008. Visti l'atto di costituzione di I. S., nonché l'atto di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri; udito nella camera di consiglio del 21 maggio 2008 il Giudice relatore Alfonso Quaranta. Ritenuto che il Tribunale di Venezia, in funzione di giudice del lavoro, con ordinanza depositata il 4 aprile 2006, pervenuta alla Corte costituzionale - con la prova delle notificazioni prescritte nell'art. 23 della legge 11 marzo 1953, n. 87 - il 27 dicembre 2007 e pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 4, prima serie speciale, dell'anno 2008, ha sollevato questione di legittimità costituzionale dell' art. 1, comma 218, della legge 23 dicembre 2005, n. 266 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato - legge finanziaria 2006), in riferimento agli articoli 3, 101, 102 e 104 della Costituzione; che la disposizione è ritenuta lesiva dei parametri costituzionali sopra richiamati, in quanto interpreta l'art. 8, comma 2, della legge 3 maggio 1999, n. 124 (Disposizioni urgenti in materia di personale scolastico), nel senso che il personale degli enti locali trasferito nei ruoli del personale amministrativo, tecnico ed ausiliario (ATA) statale è inquadrato, nelle qualifiche funzionali e nei profili professionali dei corrispondenti ruoli statali, sulla base del trattamento economico complessivo in godimento all'atto del trasferimento; che l'ordinanza di rimessione è stata emessa nel giudizio vertente tra la signora I. S. e il Ministero dell'istruzione, dell'università e della ricerca, avente ad oggetto il limitato riconoscimento da parte dell'amministrazione, all'atto dell'inquadramento, dell'anzianità di servizio maturata alle dipendenze dell'ente locale; che il giudice a quo premette alla formulazione delle censure la ricostruzione del quadro normativo; che il rimettente ricorda, in particolare, come in attuazione della previsione contenuta nella legge n. 124 del 1999, con il decreto del Ministro della pubblica istruzione 23 luglio 1999 (Trasferimento del personale ATA dagli enti locali allo Stato, ai sensi dell'art. 8 della legge 3 maggio 1999, n. 124), veniva disposto l'effettivo trasferimento del personale ATA, demandando ad un successivo decreto ministeriale la definizione dei criteri di inquadramento nell'àmbito del comparto scuola, finalizzati all'allineamento degli istituti retributivi del personale in questione a quelli del comparto medesimo, con riferimento alla retribuzione stipendiale, ai trattamenti accessori e al riconoscimento ai fini giuridici ed economici; che, con il successivo decreto del Ministero della pubblica istruzione 5 aprile 2001 (Recepimento dell'accordo ARAN – Rappresentanti delle organizzazioni e confederazioni sindacali in data 20 luglio 2000, sui criteri di inquadramento del personale già dipendente degli enti locali e transitato nel comparto scuola), veniva attribuita al personale ATA, così trasferito, la posizione stipendiale d'importo pari o immediatamente inferiore al trattamento annuo in godimento al 31 dicembre 1999, costituito da stipendio e retribuzione individuale di anzianità; che tanto premesso, il Tribunale di Venezia, in punto di rilevanza, deduce che, laddove si ritenesse costituzionalmente illegittima la norma censurata, la domanda della ricorrente troverebbe accoglimento; che, a sostegno della prospettata illegittimità costituzionale, il rimettente afferma, in primo luogo, che la norma in questione avrebbe carattere innovativo e non interpretativo, introducendo «un nuovo regolamento della fattispecie diverso da quello previsto dal chiaro tenore dell'art. 8, comma 2, della legge n. 124 del 1999»; che sussisterebbe, pertanto, la lesione dei princípi di uguaglianza e di ragionevolezza di cui all'art. 3 della Costituzione, in ragione della disparità di trattamento tra soggetti che, in base alla norma precedente, godevano uniformemente (secondo un orientamento costante della Corte di cassazione) del trattamento favorevole e soggetti che, nella stessa situazione di fatto, sono destinati, in base alla nuova norma, ad un trattamento deteriore; che, ad avviso del giudice a quo, l'irragionevolezza della norma sarebbe tanto più evidente in ragione del fatto che tutto il contenzioso, sia quello già definito alla data di entrata in vigore della legge n. 266 del 2005, che quello ancora pendente, si riferisce ad una vicenda già completamente esaurita; che l'effetto retroattivo e peggiorativo della norma in esame rileverebbe, d'altro canto, anche sul piano del legittimo affidamento, con conseguente ulteriore violazione dei princípi della ragionevolezza e dell'uguaglianza di cui all'art. 3 Cost.; che un ulteriore profilo di illegittimità costituzionale è, infine, ravvisato nella lesione degli artt. 101, 102 e 104 Cost., dal momento che la norma, in quanto diretta ad incidere su fattispecie sub iudice, finirebbe per invadere gli àmbiti riservati al potere giudiziario; che si è costituita la ricorrente del giudizio a quo, depositando memoria con la quale, contestando le argomentazioni contenute nella sentenza della Corte costituzionale n. 234 del 2007, deduce, inoltre, la lesione degli artt. 24, 97, e 111 Cost. ad opera della norma denunciata; che la parte privata prospetta, altresì, il contrasto di quest'ultima anche con la direttiva n. 77/187/CEE del 14 febbraio 1977 (Direttiva del Consiglio concernente il ravvicinamento delle legislazioni degli Stati membri relative al mantenimento dei diritti dei lavoratori in caso di trasferimenti di imprese, di stabilimenti o di parti di imprese o di stabilimenti), nonché con i princípi comunitari della certezza del diritto e della “parità delle armi” nel processo, ai sensi dell'art. 6 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali; che la parte privata ha, quindi, chiesto, in subordine rispetto alla declaratoria di illegittimità costituzionale, di rimettere alla Corte di giustizia CE, ai sensi dell'art. 234 del Trattato CE, alcune questioni pregiudiziali in ordine alla interpretazione della suddetta direttiva n. 77/187/CEE, nonché al citato art. 6 della CEDU; che è intervenuto nel giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, che, nel richiamare la sentenza n. 234 del 2007, ha chiesto dichiararsi inammissibile e comunque non fondata la questione;