[pronunce]

La funzione giurisdizionale sarebbe vulnerata non solo dagli interventi sul giudicato, ma anche per effetto di una «legge intenzionalmente diretta ad incidere su concrete fattispecie sub iudice» (sentenza n. 397 del 1994; sono citate, nel medesimo contesto, anche le sentenze n. 22 del 2009, n. 413 del 2008, n. 352 del 2006, n. 374 del 2000, n. 183 del 1987). Nel caso di specie la legge sarebbe stata piegata, in modo intenzionale, ad una funzione di sostanziale revoca dei provvedimenti di sequestro specificamente assunti nei confronti dell'Ilva, quasi che il legislatore possa atteggiarsi a giudice di grado superiore (e possa agire dunque, sul caso concreto, lasciando inalterata la base normativa sulla quale si fondano i provvedimenti «revocati»). La «facoltà d'uso» della cosa sottoposta a sequestro sarebbe logicamente concepibile solo quale effetto d'una specifica valutazione giudiziale del singolo caso, mentre, riguardo agli impianti dell'Ilva, è stata imposta a livello legislativo. Analogamente, la commercializzazione dei prodotti in sequestro, autorizzata con legge, varrebbe a vanificare ogni utilità «conservativa» della cautela in vista della confisca. Per i profili indicati, la disciplina censurata risulterebbe lesiva del principio di separazione tra i poteri (artt. 102, «101/104», 107 e 111 Cost.), ed in contrasto con il dovere costituzionale di repressione dei reati, con violazione degli artt. 25, 27 e 112 Cost. Gli stessi parametri sarebbero vulnerati anche con riguardo alla impossibilità di prevenire e reprimere reati futuri, sganciati dalle prescrizioni dell'AIA, inevitabilmente connessi alla prosecuzione dell'attività produttiva. L'autorizzazione legislativa a condurre lo stabilimento per 36 mesi equivarrebbe ad una «sospensione della effettività della tutela giurisdizionale dei beni, costituzionalmente rilevanti, lesi dai reati», con l'implicita violazione del primo comma dell'art. 24 Cost., visto che le istanze private di tutela del diritto fondamentale alla salute non potrebbero trovare alcuna rispondenza in provvedimenti giudiziari. 1.4.2.- Con riguardo alla disposizione di cui al comma 2 dell'art. 3 del d.l. n. 207 del 2012, il rimettente prospetta l'ulteriore violazione dell'art. 113 Cost. Infatti la norma, stabilendo che l'AIA rilasciata all'Ilva nell'ottobre del 2012 integra il provvedimento di riesame previsto dal comma 1 dell'art. 1, ha sostituito la legge ad un provvedimento amministrativo, nei confronti del quale sarebbe stata ammissibile l'ordinaria tutela giurisdizionale, secondo quanto garantisce, appunto, l'art. 113 Cost. In questa situazione, per altro verso, si determinerebbe una ingiustificata discriminazione tra gli impianti per i quali il provvedimento deve essere assunto in sede amministrativa e gli stabilimenti dell'Ilva. 1.4.3.- Tornando a trattare, in generale, degli artt. 1 e 3 del decreto-legge, il giudice a quo riprende le censure prospettate dal pubblico ministero relativamente a plurime violazioni dell'art. 3 Cost. A parità di emissioni inquinanti, le aziende qualificate di «interesse strategico nazionale», secondo criteri oltretutto generici, godrebbero di una legittimazione a proseguire l'attività, a differenza di aziende che non abbiano ottenuto la medesima qualificazione. La discriminazione si riprodurrebbe tra le vittime delle attività illecite, con l'ulteriore effetto, per quelle interessate dalle emissioni dell'azienda legittimata a proseguire l'attività, di una compressione del diritto di agire in giudizio per la tutela del proprio interesse (art. 24 Cost.). Il principio di uguaglianza sarebbe violato, nello specifico, anche dal comma 3 dell'art. 3, riguardo alla possibilità di commercializzare il prodotto dell'attività illecita, che non varrebbe per aziende diverse il cui prodotto fosse sottoposto a sequestro. Nella parte relativa alle merci realizzate prima dell'entrata in vigore del decreto-legge, tra l'altro, la disposizione che vanifica il sequestro in atto sarebbe applicabile alla sola società Ilva, introducendo un ulteriore e specifico fattore di ingiustificata discriminazione. 1.4.4.- La disciplina censurata, secondo il rimettente, realizzerebbe anche una violazione del principio personalistico e del principio «solidaristico-sociale». La Costituzione mette in primo piano i diritti fondamentali della persona umana, sottratta nella sua dignità e nella sua condizione di parità giuridica ad ogni possibile strumentalizzazione, anche se finalizzata all'affermazione di interessi costituzionalmente apprezzabili (artt. 2 e 3 Cost.). Tra i diritti fondamentali della persona v'è senz'altro quello alla salute (art. 32 Cost.), che nella sua dimensione sociale esprime un diritto alla salubrità dell'ambiente (artt. 2, 9 e 32 Cost.; è citata la sentenza della Corte costituzionale n. 365 del 1993). Per altro verso, in attuazione del principio «solidaristico-sociale», l'iniziativa economica privata non può svolgersi in modo dannoso per la sicurezza delle persone (art. 41 Cost.). Al fine dichiarato di salvaguardare i livelli occupazionali - interesse che, secondo il rimettente, deve essere perseguito nei limiti imposti dall'esigenza di garantire i diritti inviolabili sopra indicati - il d.l. n. 207 del 2012 avrebbe determinato la completa soccombenza del diritto alla salute ed all'ambiente salubre. Infatti, per quanto il preambolo del provvedimento si riferisca all'esigenza di rimuovere immediatamente «le condizioni di criticità esistenti» in punto di sicurezza degli impianti, gli artt. 1 e 3 non condizionano affatto la ripresa della produzione alla realizzazione effettiva degli interventi necessari allo scopo, stabilendo anzi, esplicitamente, che le prescrizioni dell'AIA riesaminata vengano adempiute nel corso di 36 mesi. Dunque - secondo il rimettente - la produzione sarebbe ripresa nelle identiche condizioni in cui aveva dovuto essere interrotta per l'illecito danno recato all'ambiente, alle cose ed alle persone. Né potrebbe riconoscersi una qualche efficacia alla previsione sanzionatoria di cui al comma 3 dell'art. 1, che riguarda la mancata osservanza delle prescrizioni impartite in sede di riesame dell'AIA, visto che la tempistica per l'adempimento sarebbe del tutto assente. Nel contempo, la legge avrebbe paralizzato ogni nuovo intervento cautelare dell'autorità giudiziaria. Le prescrizioni censurate, secondo il giudice a quo, svelerebbero l'intento del Governo e del Parlamento di consentire "comunque" che la produzione dell'Ilva prosegua per tre anni, quali che siano gli effetti sull'ambiente. Ulteriori indicazioni circa la ratio legis si rinverrebbero nell'omessa previsione di garanzie finanziarie a carico della società, per gli interventi di risanamento e per il pagamento dell'eventuale sanzione pecuniaria. Il rimettente si chiede se il diritto alla salute sia realmente suscettibile di un bilanciamento e, in caso di risposta affermativa, quale sia il criterio utile ad individuare una soglia di ragionevolezza, sotto il profilo qualitativo e quantitativo.