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Norme per la consultazione e la partecipazione in materia di localizzazione e realizzazione di infrastrutture e opere pubbliche. Onorevoli Senatori. -- Quando parliamo di politiche infrastrutturali in Italia, l'origine e lo sviluppo di situazioni di elevata conflittualità costituiscono un fenomeno ormai fisiologico: dove c'è un'opera (potenziale) c'è contestazione. È pur vero che l'opposizione agli investimenti infrastrutturali è un fenomeno ormai endemico non solo in Italia e che le opere non arrivano a conclusione non solo ed esclusivamente a causa delle contestazioni. Tuttavia, in Italia il fenomeno oppositivo ha assunto negli ultimi anni caratteri estremamente accentuati e si pone sempre più quale una delle cause principali del nostro ritardo infrastrutturale. Sotto il primo punto di vista, è paradossale che queste difficoltà si manifestino non solo verso le più tradizionali industrie inquinanti, ma anche per quelle che in teoria dovrebbero essere le industrie verdi e sostenibili del futuro. Alcuni recenti dati forniti dal Nimby Forum ci dicono che il 62,7 per cento delle opere contestate appartiene al comparto elettrico e che il fronte di opposizione più caldo è rappresentato dagli impianti di produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili: tra le opere più controverse si annoverano le centrali a biomasse (108 impianti), le centrali idroelettriche (32) e i parchi eolici (32). Siamo insomma davanti ad una pretesa di immutabilità del sistema che è una delle cause dello stallo nella realizzazione di progetti, siano essi impianti o infrastrutture, regolarmente approvati dalle istituzioni competenti ma spesso mai realizzati perché bloccati dai cittadini che non li accettano in quanto percepiti come frutto di decisioni «calate dall'alto» nonostante siano state assunte da rappresentanze democraticamente elette. È da qui che occorre ripartire se davvero si vuole colmare il gap infrastrutturale che secondo i più accreditati osservatori affligge il nostro Paese e rimettere così in moto la nostra economia, creando occupazione e ristabilendo un nuovo clima di fiducia fra cittadini e amministratori. Si tratta di chiudere un'epoca per aprirne un'altra, attraverso la presa d'atto che il modello (asettico e tecnocratico) delle procedure autorizzative previste dalla normativa vigente (conferenza dei servizi, valutazione di impatto ambientale (VIA), autorizzazione integrata ambientale), è divenuto, da solo, insufficiente a dare garanzie sulla fattibilità concreta di un progetto. Quel modello riesce oggi (e non sempre) a garantire la legittimità di un iter e di una decisione finale, ma non anche l'effettiva completa realizzazione del progetto approvato. L'esperienza applicativa dimostra infatti che l'effettiva ultimazione di un'opera dipende sempre più spesso dalla sua «accettazione» da parte delle popolazioni locali e dei portatori di interessi diffusi, un consenso che a sua volta è in funzione della possibilità che viene loro data di essere coinvolti e resi partecipi. E solo se coinvolgimento e partecipazione vengono garantiti fin dall'inizio, attraverso idonee forme di consultazione, tutte le aspettative (delle istituzioni, delle comunità locali, ma anche dello stesso privato proponente) si potranno commisurare a ciò che, in una data situazione, risulta realizzabile per davvero perché «accettato» e, come tale, non resta esposto, a posteriori , a conflitti tra livelli di governo, tra amministrazioni e popolazioni direttamente toccate dalle opere da realizzare. Ultimata la consultazione, infatti, il proponente potrà, in modo più consapevole rispetto alle conseguenze prevedibili di ciascuna opzione, decidere se insistere sull'idea originaria (consapevole però delle criticità che ne potranno derivare), oppure conformare il progetto alla versione «accettata», oppure infine desistere, ove le modifiche necessarie per renderlo «accettato» finirebbero per stravolgerlo. In funzione di ciò, il presente disegno di legge, ispirandosi a modelli già attuati da oltre dieci anni in Europa (Francia, anzitutto, ma anche Regno Unito) e tenendo conto anche della legislazione regionale nell'ambito del nostro Paese (Emilia--Romagna e Toscana), tende ad introdurre nell'ordinamento italiano lo strumento del débat public . Il dibattito pubblico è senza dubbio un dispositivo innovativo che riconosce negli attori non solo preferenze in conflitto, ma anche diverse logiche di azione ipotizzando che, qualora esse siano riconosciute e fatte interagire, si possa aprire la strada a processi di progettazione più inclusivi e meno conflittuali rispetto ai processi decisionali classici. Si regge su di un equilibrio che può apparire paradossale: offre uno spazio totale di discussione in cui la commissione che lo gestisce non ha alcun potere decisionale sul suo oggetto, ma gode, per la durata limitata del suo mandato, di una libertà di azione estremamente ampia nella sua conduzione. Nondimeno, il dibattito riesce a fare sintesi tra i territori e i proponenti l'opera, che vogliono conoscere in anticipo dove e come si può realizzare. È chiaro che il luogo ideale dove costruire questa sintesi non è durante il procedimento amministrativo ma nella fase precedente, dove il dibattito pubblico può creare una rappresentazione anticipata di quello che avverrà dopo. Allo stesso modo, l'esito del dibattito non può né deve essere la decisione, ma l'obiettivo della politica pubblica deve essere quello di avere chiaro il quadro. In altre parole, è uno strumento teso a favorire un confronto anticipato, rispetto alla sede propria dei procedimenti autorizzativi di competenza delle singole amministrazioni, fra chi intenda realizzare su un dato territorio infrastrutture o opere pubbliche di significativo impatto ambientale, economico o sociale, e i potenziali controinteressati ( in primis , popolazioni locali e portatori di interessi diffusi). Tale confronto si attua, conformemente alle esperienze straniere e alla soluzione convergentemente indicata anche da alcuni dei più accreditati think tank italiani (Astrid, Italia decide), sotto la conduzione neutrale di un soggetto pubblico indipendente che assicuri a tutti i partecipanti eguali possibilità di espressione del proprio punto di vista, nonché l'ordinato e regolare svolgimento della procedura. Naturalmente, non tutti gli interventi destinati a realizzarsi sul territorio scontano in egual misura prevedibili difficoltà di accettazione da parte delle popolazioni locali. Per questo, il presente disegno di legge, sulla scorta dell'esperienza francese, rende obbligatorio indire un dibattito pubblico solo per le grandi opere (quelle di cui alla legge obiettivo, quelle assoggettate a VIA obbligatoria, più altre contraddistinte da certe caratteristiche di ordine dimensionale), così come per quegli interventi che -- pur senza essere vere e proprie «grandi opere» nel senso attribuibile a questa espressione agli effetti dei decreti legislativi n. 163 del 2006 e n. 152 del 2006 -- comportano egualmente un forte impatto sociale, economico o ambientale (si pensi alle discariche e ai termovalorizzatori, per citare solo due casi). Del resto, in questa stessa direzione si muove anche la legislazione regionale più recente (è il caso della Toscana, legge regionale n. 46 del 2013).