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lo Stato italiano, infatti, ha recepito la direttiva europea 82/76/CEE, che ha introdotto l'obbligo per gli Stati membri di quantificare, con propria legge, l'entità della retribuzione per gli specializzandi entro la fine del 1982, nel 1993, prevedendo solamente a partire da quell'anno una borsa di studio annuale per i dottorandi delle scuole di specializzazione, non riconoscendo così lo stesso trattamento per i medici che si erano specializzati tra il 1982 e il 1992; la giurisprudenza in materia è vastissima e variegata: plurime sono state le pronunce dei giudici aditi nei diversi gradi di giudizio, che hanno espresso orientamenti di volta in volta differenti tra loro; tra le più recenti, vi è da segnalare la pronuncia della Corte di cassazione del 2019 che ha rigettato il ricorso di 35 medici i quali, circa 13 anni fa, avevano adito il tribunale del lavoro contestando il pagamento delle prestazioni sotto forma di mero rimborso spese. La Corte, in questo caso, ha confermato il giudizio che era stato espresso già in appello, definendo il regime del medico specializzando non inquadrabile nel contesto del lavoro autonomo, configurandosi invece come una "particolare ipotesi di contratto formazione-lavoro oggetto di una specifica disciplina", e riservando conseguentemente alle singole manovre economiche di governo la decisione circa l'aspetto economico degli specializzandi; tale decisione si pone in contrasto, tra l'altro, con l'orientamento espresso nel 2018 da una sentenza della Corte di giustizia dell'Unione europea, nella quale viene riconosciuto in capo agli specializzandi il diritto alla giusta remunerazione per la durata dei corsi di formazione specialistica, a partire da quelli iniziati nel 1982, ed in capo allo Stato l'obbligo di remunerazione sancito nella direttiva a partire proprio dal 1982; considerato che: secondo le stime delle associazioni impegnate nel settore, i rimborsi complessivamente versati dallo Stato a seguito di cause vinte dai ricorrenti medici ammonterebbero ad oggi a più di 500 milioni di euro e, solo nel 2018, lo Stato avrebbe effettuato rimborsi per la cifra di 48 milioni di euro a favore di più di 1.500 medici; le stime parlano, inoltre, di 56.000 medici coinvolti nelle cause in corso, per un rischio di esborso pubblico pari a circa 10 miliardi di euro; negli ultimi anni non sono mancate iniziative parlamentari per dirimere la questione, essendo stati presentati sia disegni di legge sia, da ultimo, emendamenti alla legge di bilancio per il 2020 (legge n. 160 del 2019) finalizzati proprio ad assicurare un indennizzo monetario per i medici che non hanno ricevuto alcun compenso per l'attività di specializzazione nel periodo indicato, si chiede di sapere: quali orientamenti il Ministro in indirizzo intenda esprimere in riferimento alla questione; se non ritenga opportuno adottare misure concrete finalizzate a porre fine a questa contesa pluriennale, che investe decine di migliaia di medici e che comporta una grave incertezza normativa. Atto n. 3-01344 NISINI Ai Ministri dello sviluppo economico e del lavoro e delle politiche sociali Premesso che la Whirlpool corporation è un'azienda multinazionale statunitense leader mondiale nella produzione di elettrodomestici con 5 stabilimenti presenti nel nostro Paese; considerato che: già nel 2013 l'azienda chiuse lo stabilimento di Trento, lasciando senza lavoro 500 dipendenti diretti e altri 150 dell'indotto; da 8 anni i lavoratori italiani dell'azienda hanno dovuto convivere con gli ammortizzatori sociali, fino ad accettare, loro malgrado, il contratto di solidarietà con una riduzione oraria del turno di lavoro fino al 50 per cento, così da andare incontro alle esigenze dell'azienda, che giudica alcuni siti produttivi, come quello di Napoli, non sostenibili per gli elevati costi di produzione, tra i quali il costo del lavoro; secondo l'azienda lo stabilimento di Napoli sarebbe in perdita per circa 20 milioni di euro all'anno e a fronte di ciò l'azienda aveva comunicato alle parti sociali la volontà di cedere lo stabilimento, generando proteste e scioperi dei sindacati, crisi conclusasi il 25 ottobre 2018 con l'intervento di mediazione del Ministero dello sviluppo economico, che si era sostanziata in un accordo firmato tra le parti; il piano industriale 2019-2021 prevedeva investimenti sui siti italiani per circa 250 milioni di euro, 17 dei quali destinati al sito di Napoli, ed il trasferimento della produzione delle lavatrici e lavasciugatrici da incasso di alta gamma dalla Polonia; nonostante gli impegni sottoscritti però, in un incontro del 31 maggio 2019 tenutosi a Roma tra azienda e sindacati, è emersa nuovamente la volontà dell'azienda di procedere con la "riconversione" dello stabilimento di Napoli. Ne è derivata l'apertura di un nuovo tavolo al Ministero che si è concluso con la richiesta di revoca dei finanziamenti concessi a Whirlpool nel corso di questi anni, qualora la multinazionale non avesse mantenuto gli impegni sottoscritti nel 2018. A fine mese, il 25 giugno, Governo e sindacati hanno ottenuto dall'azienda che non vi fossero nessuna chiusura e nessun disimpegno e che fosse assicurata la piena occupazione dei lavoratori; a fine luglio l'azienda ha ipotizzato la prosecuzione del confronto sugli investimenti nei prodotti di alta gamma, lo spostamento in Italia di alcune produzioni realizzate all'estero e l'individuazione di una nuova mission per il sito di Napoli, attraverso la realizzazione di un nuovo prodotto. Ipotesi che hanno spinto il Ministro del lavoro e delle politiche sociali pro tempore Luigi Di Maio ad annunciare la presentazione di un decreto che avrebbe permesso a Whirlpool di accedere a una decontribuzione nei successivi 15 mesi, con sgravi fiscali sugli oneri relativi ai contratti di solidarietà, mettendo a disposizione 10 milioni di euro per il 2019 e 6,9 milioni per il 2020. Nonostante ciò, l'azienda ha continuato a ribadire come la riconversione sia l'unica soluzione per lo stabilimento di Napoli; a settembre 2019 l'azienda ha annunciato di voler cedere il ramo di azienda di Napoli alla società svizzera PSR, produttrice di container refrigeranti, proposta che ha scatenato nuovamente le proteste dei sindacati che hanno proclamato due settimane di mobilitazione in tutti gli stabilimenti; da quel momento in poi, non sono stati fatti significativi passi avanti nella trattativa tra istituzioni, parti sociali ed azienda, nonostante lo spostamento del tavolo di crisi a palazzo Chigi e l'intervento diretto del Presidente del Consiglio dei ministri Conte; l'ultimo atto della vicenda ha riguardato lo spostamento temporale al 31 ottobre 2020 della chiusura dello stabilimento di Napoli, inizialmente previsto per il 31 marzo; attualmente lavorano nel sito di Napoli circa 450 persone, mentre lo stabilimento di Siena conta 350 lavoratori, ai quali scadrà il contratto di solidarietà il prossimo mese di aprile 2020, si chiede di sapere: come i Ministri in indirizzo intendano salvaguardare il sito produttivo di Napoli e l'occupazione dei lavoratori; quali siano gli esiti dei rapporti trimestrali di monitoraggio del piano industriale previsti dagli accordi sottoscritti tra Ministero dello sviluppo economico e azienda;