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Introduzione dell'educazione alle differenze di genere nelle attività didattiche delle scuole del sistema nazionale di istruzione e nelle università. Onorevoli Senatori. – La cronaca quotidiana dei rapporti conflittuali, e finanche violenti, che spesso connotano le relazioni di genere, anche tra i più giovani, impone di riconsiderare i percorsi formativi offerti dalla scuola, nell'ottica di promuovere il superamento degli stereotipi di genere, educando le nuove generazioni, lungo tutte le fasi del loro apprendimento scolastico, al rispetto della differenza di genere. Tra gli obiettivi nazionali dell'insegnamento nella scuola italiana è divenuto, pertanto, indifferibile porre espressamente, come elemento portante e costante, sia la promozione del rispetto delle identità di genere sia il superamento di stereotipi sessisti. Il che, peraltro, risponde all'esigenza di dare puntuale attuazione ai princìpi costituzionali di pari dignità e non discriminazione di cui agli articoli 3, 4, 29, 37 e 51 della Costituzione. Con la direttiva del Presidente del Consiglio dei ministri 27 marzo 1997, pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 116 del 21 maggio 1997, era stata a suo tempo individuata, tra gli obiettivi prioritari destinati a promuovere le pari opportunità tra uomini e donne «la formazione a una cultura della differenza di genere». In quella occasione si era anche individuato, tra le azioni immediate dell'obiettivo, l'aggiornamento dei materiali didattici, oggetto dell'apposito progetto Pari opportunità nei libri di testo (POLITE), promosso dal Dipartimento per le pari opportunità della Presidenza del Consiglio dei ministri tra il 1999 e il 2001 nell'ambito del Quarto programma di azione a medio termine per la parità di opportunità tra le donne e gli uomini (1996- 2000), volto a garantire che i nuovi libri di testo e i materiali didattici fossero realizzati in modo da favorire lo sviluppo dell'identità di genere e da rimuovere gli stereotipi presenti in tali strumenti di formazione. Nei provvedimenti normativi di ambito scolastico adottati negli anni successivi, tuttavia, neppure questo iniziale progetto di rivisitazione del materiale didattico e formativo è stato effettivamente raccolto e regolato, anche a causa dei processi di riforma intervenuti nella scuola, spesso contraddittori, che hanno sottratto spazio nel dibattito pubblico alle questioni di genere. Si è così verificato un processo di dispersione delle buone prassi, invece che la loro ottimizzazione, con il conseguente ritorno ad attività e strumenti didattici che si auspicava fossero ormai superati. Eppure molte sono state le sperimentazioni attuate, nel quadro dell'autonomia delle istituzioni scolastiche, per il superamento di stereotipi sessisti e l'avvio di buone pratiche educative di genere, i cui risultati sarebbe auspicabile venissero tra loro collegati e organizzati in un'apposita rete destinata allo scambio e alla condivisione dei percorsi seguiti e dei risultati conseguiti. Restituire centralità all'educazione alle differenze di genere nei processi educativi significa, dunque, riprendere le fila di un discorso che si è snodato in questi anni e che vede nel patto di corresponsabilità educativa tra scuola e famiglie dei discenti un suo punto di forza, decostruendo criticamente le forme irrigidite e stereotipate attraverso cui le identità di genere sono culturalmente e socialmente plasmate, stimolando al contempo l'auto-apprendimento della e nella complessità. Il radicale processo riformatore che ha riguardato il nostro sistema di istruzione ha, in realtà, cercato di rispondere alle istanze di una società pluralista, multietnica e sempre più diversificata al suo interno, ponendo al centro della sua azione lo sviluppo della «persona» come un'identità consapevole e aperta all'interno dei princìpi della Costituzione e della tradizione culturale europea, per realizzare una scuola intesa come luogo in cui «nella diversità e nelle differenze si condivide l'unico obiettivo che è la crescita della persona». Pur in questo rinnovato contesto, tuttavia, le differenze di genere risultano, allo stato, sul fronte normativo, come diluite, essendo assimilate alle altre differenze (è il caso, ad esempio, dell'articolo 16 del decreto-legge n. 104 del 2013, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 128 del 2013) e nel linguaggio del legislatore è tuttora il genere maschile a includere quello femminile. Nell'introduzione alle indicazioni per il curricolo per la scuola dell'infanzia e per il primo ciclo d'istruzione, per esempio, si legge in nota: «Nel testo si troveranno sempre termini quali: bambini, adolescenti, alunni, allievi, studenti [...]. Si sollecita il lettore a considerare tale scelta semplicemente una semplificazione di scrittura, mentre nell'azione educativa bisogna considerare la persona nelle sue peculiarità e specificità, anche di genere». È da ritenere, al contrario, che un uso del linguaggio sensibile alle differenze di genere non sia mero artificio e che una riflessione sul suo uso nella stesura degli atti normativi e amministrativi sia indifferibile affinché si affermino modelli educativi e di comportamento in grado di mettere in comunicazione e in rapporto tra loro tutte le differenze, e in primis quella tra uomini e donne. Va ricordato, inoltre, che il riconoscimento del linguaggio come strumento di azione politica all'interno del processo ormai da tempo avviato per la realizzazione della «parità di fatto, cioè a dire l'uguaglianza delle possibilità di ciascun individuo di entrambi i sessi di realizzarsi appieno in ogni campo», è stato anch'esso testimoniato dalla già citata direttiva del Presidente del Consiglio dei ministri 27 marzo 1997, che si poneva tra gli obiettivi prioritari destinati a promuovere le pari opportunità tra uomini e donne «la formazione a una cultura della differenza di genere». Nonostante questo proposito, il materiale scolastico continua a perpetuare i tradizionali stereotipi sessisti. È necessario, al contrario, che ogni ciclo scolastico e ciascuna disciplina siano consapevolmente orientati all'apprendimento di una cultura di relazioni tra individui liberi, consapevoli dei ruoli di ciascuno nel rispetto delle differenze, anche di genere, condizione questa certamente pregiudiziale sia a una cultura della non violenza, sia al superamento della prevaricazione, intesa come modalità di affermazione di singoli e di gruppi sociali. L'attivazione di percorsi educativi nuovi in ambito scolastico (destinata, evidentemente, a produrre effetti significativi nel lungo periodo) oltre a formare bambini e ragazzi nelle scuole di ogni ordine e grado, costituisce, altresì, stimolo alla progressiva trasformazione dei comportamenti delle loro famiglie. I discenti, infatti, trasferiscono, a loro volta, in ambito familiare i loro nuovi «saperi», ingenerando, anche per questa via, percorsi virtuosi di pedagogia sociale, destinati a contrastare un sistema comunicativo e mediatico tuttora dichiaratamente sessista. Particolare attenzione è necessario, poi, rivolgere alla trasformazione della famiglia tradizionale e al progressivo diffondersi della famiglia atomizzata one-to-one, in cui la figura genitoriale è costituita prevalentemente dalla madre, con tutto il carico che questo comporta in termini psicologici, sociali ed economici.