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Ci sono poi altri problemi antichi, che si intrecciano con il vissuto di questo momento e che riguardano il mondo della scuola e della salute. Ho una tabella che riguarda il posizionamento dell'Italia in Europa. Ebbene, con 480 ore settimanalmente dedicate all'insegnamento dell'educazione motoria e fisica nelle scuole europee, l'Italia si colloca all'ultimo posto in Europa. Badate bene che non è soltanto il dato dell'ultimo posto che fa riflettere, ma il conteggio delle ore: a malapena un terzo (1.500 ore) nella classifica delle Nazioni più evolute sotto il profilo sportivo a livello scolastico. È un dato clamoroso, che ci deve far riflettere, alla pari di un altro dato importantissimo, sul quale è assolutamente necessario richiamare l'attenzione delle istituzioni, quello della sedentarietà. L'Italia occupa il quarto posto in classifica, che è veramente deprimente e mortificante per il nostro modo di concepire lo sport. Sappiamo tra l'altro che la sedentarietà è una delle cause principali di malattie (l'OMS la colloca infatti al secondo posto), quindi è un problema grave, che riguarda tutte le fasce della popolazione e non solo i giovani. Eppure, c'era stato uno spiraglio, soprattutto per gli aspetti legati al mondo dell'istruzione e della sanità: all'interno della riforma che ha cambiato il mondo dello sport era stato inserito un passaggio importante, concernente la possibilità di dare libero sfogo a queste due funzioni importanti, che sono alla base dei cambiamenti del modo di concepire il mondo dello sport in Italia; mi riferisco all'inserimento, all'interno del consiglio di amministrazione di Sport e Salute SpA, di un componente in rappresentanza del Ministero dello sport e di uno in rappresentanza del Ministero della salute. Proprio in questi giorni è passata in Commissione la nomina di questi due esponenti. Questi due Ministeri, che avrebbero potuto darci indicazioni importanti per quanto riguarda lo sviluppo dello sport in questa direzione, si sono limitati a una fredda e asettica nomina. Ci sono quindi tanti problemi che riguardano il mondo dello sport. Vorrei citarne tanti altri, ma il tempo mi costringe ad andare più velocemente. Mi riferisco, ad esempio, alla necessità culturale di cambiare impostazione per quanto riguarda la concezione del mondo dello sport. In Italia si considera lo sport soltanto un modo attraverso il quale raggiungere obiettivi tecnici e in termini di competitività, mentre lo dobbiamo considerare - lo abbiamo detto in tutte le salse in quest'Aula e in tante altre sedi - anche per migliorare la salute dei nostri concittadini. Questi sono aspetti sui quali richiamo l'attenzione di tutto il Parlamento, affinché, come ho già detto all'inizio dell'intervento, il provvedimento in esame possa essere considerato la base per iniziare veramente un percorso nuovo all'interno del mondo dello sport. Se così non dovesse essere, noi di Fratelli d'Italia, pur manifestando totale disponibilità, partendo dal voto favorevole su questo provvedimento, continueremo a fare i grilli parlanti. (Applausi dal Gruppo FdI) . RAMPI (PD) . Domando di parlare per dichiarazione di voto. PRESIDENTE. Ne ha facoltà. RAMPI (PD) . Signor Presidente, onorevoli colleghi, credo che il passaggio di questa mattina sia veramente importante. Vi arriviamo grazie alla fatica, alla tenacia e alla tensione positiva di tante persone presenti in quest'Aula e in quella della Camera dei deputati, nonché di tante altre che, fuori di qui, impegnate in politica o nell'associazionismo sportivo, hanno creduto all'utilità di sancire un diritto che, lungo questo cammino (manca ancora un pezzo al traguardo finale), diventa esigibile e che quindi può comportare - poi - una conseguenza nelle politiche pubbliche per garantire a tutti quel diritto allo sport che vuol dire sviluppo di una cultura della pratica sportiva e anche qualità della propria salute. Non a caso, il diritto allo sport si va a collocare in Costituzione, anche fisicamente, lì, in mezzo tra il diritto all'istruzione e il diritto alla salute, costruendo un ponte tra un aspetto della cultura, che a volte trascuriamo (perché non consideriamo pienamente lo sport una pratica culturale), e - al tempo stesso - una pratica fisica che è sempre più fondamentale per la qualità della vita delle persone in un mondo in cui lo sport naturale del lavoro, che una volta apparteneva alla tradizione fisica delle persone (il lavoro nei campi e nelle fabbriche), è stato sostituito da un lavoro sempre più sedentario e intellettuale. Va quindi recuperata la fisicità anche in un altro modo, esattamente come, dal punto di vista antropologico, nasce lo sport. Gli antropologi dicono che nasce come sublimazione della guerra. In questo tempo abbiamo allora bisogno di pensare che si possa davvero trovare una strada diversa per scaricare le naturali competizioni e tensioni, forse un po' troppo maschili, che appartengono all'uomo, trovando una strada diversa, che è educazione a competere senza schiacciare l'altro e a imparare che la tenacia di cui parlavo all'inizio è una componente fondamentale della vita, senza la quale non si arriva da nessuna parte, ma è anche coralità e rispetto dell'avversario. È l'idea che, un minuto dopo la vittoria, non c'è qualcuno che ha prevalso e qualcuno che è sconfitto, ma si riparte insieme, anche perché nessun traguardo dello sport è mai definitivo. È anche una grande educazione a saper perdere, che è una cosa fondamentale della vita. In un bellissimo manifesto di una grafica italiana, che sta spopolando, si legge: «A volte si vince, a volte si impara». A me piace molto. Il concetto è proprio questo: quando non si riesce a prevalere è perché ci si può mettere in discussione rispetto agli elementi che non hanno dato la possibilità di raggiungere quel traguardo. Questo è un grande insegnamento dello sport. Quando pensiamo allo sport, non pensiamo alla Serie A, anche se questi sono mesi un po' particolari (Monza ha raggiunto qualche risultato importante e ne siamo particolarmente soddisfatti). Non pensiamo neanche ai grandi campioni, anche se, quando il mio Gruppo mi ha fatto l'onore di chiedermi di fare questa dichiarazione di voto, non ho potuto non pensare a Gianni Bugno: tutti noi abbiamo un mito e il mio mito è lui, che ci ha insegnato esattamente questi valori, nello sport e poi nella vita di tutti i giorni. (Applausi) . Noi pensiamo soprattutto alle piccole associazioni sportive e alle ragazze e ai ragazzi che in tutta Italia si attivano per stare bene innanzitutto loro stessi. Questo traguardo riguarda tutta la vita, non riguarda solo i giovani; è un traguardo che supera l'approccio generazionale e che supera anche l'approccio di genere, perché fortunatamente abbiamo sdoganato l'idea che non esistono più sport maschili e femminili, ma tutti gli sport sono possibili per tutti. Tutto ciò è contenuto in questo passo, in questo piccolo passo, e in questa tappa fondamentale (per tornare ad esempio al ciclismo, che sicuramente insegna proprio questo) per arrivare a un traguardo che siamo in grado di raggiungere. Lo raggiungeranno - io spero molto presto - i colleghi della Camera dei deputati e intanto dobbiamo raggiungerlo noi questa mattina. Dobbiamo farlo nella maniera più unitaria possibile: ci siamo ascoltati, abbiamo ragionato e abbiamo trovato un punto di caduta comune. È chiaro che toccare la nostra Costituzione è un fatto importante, come abbiamo già detto in questa legislatura.