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I suoi organi possono adeguare le procedure e l'organizzazione alle peculiarità del patrimonio culturale romano, un unicum mondiale che non merita di essere ingabbiato in modelli amministrativi rigidi e standardizzati. Lo statuto consente di regolare tutte le attività e costituisce una sorta di scudo normativo per difendere la Soprintendenza dalla bulimia normativa e dai ghiribizzi ministeriali che modificano a ritmi frenetici l'amministrazione dei beni culturali. L'autonomia pone fine anche al cosiddetto spoils system , una pratica devastante che ha mortificato le competenze professionali nel campo della tutela dei beni culturali. Il Soprintendente generale viene scelto a livello internazionale mediante un concorso selettivo gestito da soggetti di alta professionalità. Si tratta di una vera procedura comparativa, diversa dal metodo in vigore che consente al Ministro di scegliere i direttori dei musei all'interno di una rosa composta da una commissione. Nel disegno di legge che si presenta, all'organo politico spetta solo il formale potere di nomina, giacché la selezione è riservata alle competenze tecniche. Diversamente, ove si sovrappongano i due processi, si realizza uno spoils system camuffato da concorso. È un trucco che rafforza il potere politico a discapito dell'autonomia professionale. Occorre aggiungere che per garantire l'autonomia non bastano le norme, ma è necessario rafforzare il profilo culturale dell'istituzione. A tal fine, si propone di rilanciare l'attività di ricerca e di formazione degli operatori e dei dirigenti. L'autonomia si basa sull'autorevolezza del corpo professionale e sullo spirito del civil servant . I dipendenti devono essere formati dalla stessa struttura, sia attraverso l'attività di ricerca, sia per mezzo dello scambio professionale intergenerazionale. I dirigenti non devono essere soltanto dei capi, ma anche dei maestri per gli operatori più giovani. Solo in questo modo si accrescono la competenza e l'autorevolezza di un corpo professionale. Quando termina una storia si torna col pensiero all'inizio, non solo nelle vicende personali, ma persino nella vita istituzionale. All'inizio sono possibili tante strade, senonché prendendone una si scartano tutte le altre. Sono i sentieri interrotti che tornano di attualità quando la via principale ha mostrato un esito negativo. Nella politica dei beni culturali dei primi anni Novanta fu ignorata la proposta di Giulio Carlo Argan che intendeva ridurre la burocrazia ministeriale per rafforzare le competenze tecnico-scientifiche delle Soprintendenze. Ebbene, si intende percorrere quel prestigioso sentiero interrotto come indirizzo fondamentale del presente disegno di legge. L'impostazione adottata risulta in controtendenza rispetto alla politica dei beni culturali, non solo attuale, ma degli ultimi venti anni. Anche in questo campo è ormai evidente il fallimento della cosiddetta «seconda Repubblica». È una storia ancora da scrivere, anche se molti elementi sono stati messi a fuoco nel libro di Carlo Pavolini «Eredità storica e democrazia». Eppure la vicenda era cominciata molto bene, sopratutto per merito del ministro Veltroni. La cultura è diventata in un certo periodo una priorità dell'agenda di governo. Negli anni successivi, però, la priorità politica ha smarrito il progetto e si è tramutata nel comando politico, il quale ha finito per coartare le competenze tecniche e scientifiche della tutela. Lo schema normativo sulla Soprintendenza generale di Roma conclude una lunga riflessione scaturita dalla non positiva incidenza del decreto del Ministro dei beni e delle attività culturali e del turismo 12 gennaio 2017 (pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 58 del 10 marzo 2017), su tutela e gestione del patrimonio culturale e paesaggistico nella Capitale. Come già accennato, l'attuale assetto organizzativo disloca competenze e attribuzioni in molteplici strutture su un territorio che costituisce, in modo unitario, un continuum archeologico ed un ineguagliabile complesso di beni artistici e storici quale sintesi dell'evoluzione di Roma ab urbe condita fino ai giorni nostri. La pluralità di uffici e strutture nei quali il territorio è stato parcellizzato è sicuro viatico per una confusione di ruoli e di competenze, con implicazioni scoraggianti per la tutela e la gestione. Di tali preoccupazioni il proponente si è reso interprete in un intervento pubblico il 10 marzo 2017, nell'ambito di un seminario promosso in collaborazione con l'associazione «Ranuccio Bianchi Bandinelli». In quel contesto è maturata l'idea di utilizzare la nozione di Soprintendenza olistica reintrodotta nell'ordinamento nelle ultime tranches del già citato decreto. La Soprintendenza olistica, di per sé, replica l'esperienza infelice della Regione siciliana e si è rivelata infelice anche per le strutture ministeriali in sede applicativa, poiché l'intento perseguito si limita ad organizzare le diverse competenze relative ai beni culturali in strutture solo apparentemente unitarie: una specie di giustapposizione irrazionale di uffici nella prospettiva di una astratta e presunta semplificazione. Tutto questo senza tenere conto delle specificità e particolarità dei singoli territori di competenza delle Soprintendenze e della compresenza, in quell'ambito, di altre strutture (poli museali e musei autonomi) rispetto alle quali si è infranta l'unità della tutela che era vanto del nostro sistema. Ben diversa è la funzione (e la necessità) di una organizzazione unitaria quando il complesso di beni da tutelare e gestire si colloca, come è per Roma Capitale, in un contesto unico connotato da valori storici, artistici, archeologici e religiosi di eccezionale rilevanza e annoverato tra i siti UNESCO. Come è noto tale inserimento funge solo da presupposto per una specifica disciplina di tutela e gestione, secondo le scelte normative dello Stato di appartenenza. L'intento è di dare risposta anche a questa specifica natura del patrimonio culturale capitolino. Alla unicità fenomenica di Roma Capitale non può che corrispondere unicità del modello organizzativo per la tutela e la gestione di quel complesso culturale e paesaggistico. Il riferimento alla Soprintendenza olistica o unica va perciò ricondotto non tanto all'istituto delineato dal decreto del Ministro dei beni e delle attività culturali e del turismo, bensì a quello di competenza generale in funzione della specificità e specialità del patrimonio e del suo territorio. Anche se molto diversa per natura, ambito e funzioni può accostarsi alla presente proposta, per l'impegno a gestire una realtà culturale unitaria, l'idea fondante della «Stiftung Preußischer Kulturbesitz» (Fondazione del patrimonio culturale prussiano). La genesi del provvedimento non si riduce, tuttavia, a quella peculiare esigenza. Una equilibrata e serena disamina del testo di matrice ministeriale ne rivela quasi ictu oculi la concezione dirigista e centralista unita all'adesione ad un modello para mercantilistico, che assegna a musei e luoghi della cultura la missione di «fare cassa». In questa prospettiva si sono affidati i maggiori musei italiani a professionisti esterni in funzione della loro asserita capacità manageriale. I risultati, nonostante i roboanti annunci sull'aumento del numero dei visitatori e degli introiti, registrano un andamento solo proporzionale all'ingresso in Italia di un maggior numero di turisti.