[pronunce]

- Con riguardo all'art. 117, primo comma, Cost., in relazione all'art. 6, primo comma, della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali, ratificata e resa esecutiva in Italia con legge 5 agosto 1955, n. 848, la Corte rimettente deduce che le disposizioni censurate, dettate da motivi di opportunità economica, realizzerebbero un'intromissione del potere legislativo nell'amministrazione della giustizia, volta ad influire sulla decisione di una singola controversia o su un gruppo di esse, non giustificata da ragioni "imperative" di interesse generale, né da esigenze parificatrici in rapporti di lavoro pubblico, né dall'incerta interpretazione o da imperfezioni tecniche delle norme di diritto comune in tema di risarcimento del danno subìto dal lavoratore, come costantemente interpretate dalla giurisprudenza lavoristica. 2. - Con memoria depositata il 3 maggio 2011 si è costituita la società Poste Italiane, ricorrente nel giudizio principale, chiedendo la dichiarazione di manifesta inammissibilità ovvero di non fondatezza delle questioni di legittimità costituzionale sollevate dalla Corte di cassazione. 2.1. - In punto d'inammissibilità, la parte privata evidenzia il difetto di rilevanza delle questioni in esame, in quanto poste in via puramente ipotetica ed in relazione a norme destinate a trovare applicazione solo nell'àmbito del giudizio rescissorio avanti alla competente Corte d'appello. 2.2. - Nel merito, all'asserito contrasto delle norme censurate con i princìpi di ragionevolezza e di effettività del rimedio giurisdizionale, espressi negli artt. 3, secondo comma, 24 e 111 Cost., nonché con il diritto al lavoro di cui all'art. 4 Cost., la predetta società obietta che il legislatore, in un ragionevole bilanciamento ex ante degli interessi delle parti, per un verso, ha incentrato la garanzia del contraente debole sulla conversione del rapporto, per altro verso, ha rimodulato la concorrente tutela risarcitoria secondo un criterio equilibrato e ragionevole, già sperimentato per il caso di tutela obbligatoria del posto di lavoro. Quanto all'asserita violazione dell'art. 117, primo comma Cost., la società Poste Italiane eccepisce, in primis, l'inammissibilità della questione, poiché non sollevata rispetto al comma 7 dell'art. 32 della legge n. 183 del 2010, ed argomenta per la sua infondatezza in base alla giurisprudenza della Corte di Strasburgo sull'art. 6 CEDU, che non vieta in assoluto qualunque ingerenza del legislatore, ma stigmatizza l'alterazione della "parità delle armi" nei giudizi in corso solo quando lo Stato utilizzi il potere legislativo per volgere a suo favore l'esito di una controversia di cui esso sia parte. Mentre la riforma in oggetto sarebbe di carattere generale, e dunque non già diretta ad interferire sulla decisione di specifiche controversie, ma a parificare il trattamento di situazioni eguali a prescindere dalla data di introduzione del giudizio. 3. - Con memoria depositata il 28 aprile 2011 si è costituito il signor C. C. , lavoratore resistente nel giudizio principale, chiedendo l'accoglimento delle questioni in esame. Ritenutane la rilevanza alla luce delle puntuali allegazioni del giudice a quo, sottolinea l'irragionevolezza delle disposizioni di legge censurate, per la contraddizione logica e giuridica tra il mantenimento della conversione del rapporto a tempo indeterminato e l'esclusione della disciplina risarcitoria di diritto comune, di applicazione direttamente conseguente alla prima. Evidenzia, inoltre, la violazione dei limiti di compatibilità costituzionale dello scostamento della disciplina dell'illecito civile dai princìpi del diritto comune, in contrasto con gli artt. 3, 4, 24, 111 e 117 Cost., e l'inidoneità del rimedio apprestato dalla norma censurata, con un'indennità modellata su quella di cui all'art. 8 della legge n. 604 del 1966, ad offrire adeguata tutela ad una generalità di lavoratori versanti in situazioni anche molto diverse tra loro. 4. - Con atto depositato il 3 maggio 2010 è intervenuto nel giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, instando per la dichiarazione di manifesta inammissibilità e/o non fondatezza delle questioni. 4.1. - In via preliminare, la difesa dello Stato: a) evidenzia che l'oggetto del presente giudizio di legittimità costituzionale non sarebbe costituito in alcun modo dalla disposizione di cui al comma 7 dell'art. 32 della legge n. 183 del 2010 e ne deduce l'inconferenza delle questioni di diritto intertemporale e di applicabilità ratione temporis delle disposizioni di cui ai commi 5 e 6 dell'articolo succitato; b) eccepisce la manifesta inammissibilità delle proposte questioni di legittimità (in riferimento a tutti i dedotti parametri di costituzionalità) per difetto del requisito della rilevanza in relazione al giudizio a quo. Ciò, in quanto il giudice rimettente avrebbe affermato apoditticamente la violazione delle invocate disposizioni costituzionali determinata dall'applicazione dei criteri di quantificazione di cui ai commi 5 e 6 del medesimo art. 32, senza suffragare in alcun modo le proprie deduzioni con valutazioni relative alle peculiarità del caso di specie. 4.2. - Inoltre, a sostegno della non fondatezza delle questioni sollevate, la difesa dello Stato pone in risalto come i limiti dell'indennità predeterminati dal legislatore tengano conto - a suo avviso, in un equilibrato bilanciamento degli interessi - del vantaggio per il lavoratore derivante dal mantenimento della regola di conversione del rapporto, immune da decadenze di sorta, e della intollerabile incertezza sull'ammontare del risarcimento registratasi nella prassi. Sarebbe parimenti infondata, per le medesime ragioni, la denuncia della lesione dell'art. 4 Cost., in quanto guida programmatica per il legislatore, ma non tale da condizionarlo nelle scelte "tecniche". Quanto poi alla censura riferita all'art. 117 Cost., il richiamo all'art. 6 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo non sarebbe pertinente all'ipotesi in esame, trattandosi di contenziosi tra privati cittadini ed aziende private. Né la citata norma della CEDU potrebbe essere interpretata nel senso dell'impossibilità per il legislatore nazionale di disporre norme con efficacia retroattiva. Peraltro, la condivisa applicabilità delle norme censurate, innovative in via generale ed astratta della disciplina del contratto a termine, sia ai giudizi in corso, che a quelli in divenire, sarebbe valsa a superare le criticità rilevate dalla Corte costituzionale in ordine al previgente art. 4-bis del decreto legislativo 6 settembre 2001, n. 368 (Attuazione della direttiva 1999/70/CE relativa all'accordo quadro sul lavoro a tempo determinato concluso dall'UNICE, dal CEEP e dal CES), avuto riguardo alla discriminazione di situazioni da esso realizzata in base alla circostanza, del tutto accidentale, della data di pendenza della lite (sentenza n. 214 del 2009). 5.