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In buona sostanza, quel 40 per cento scende al 32 per cento e quel 32 per cento è "lordo" perché, per l'interdipendenza economica fra Nord e Sud, ogni euro investito nel Mezzogiorno fa rimbalzare 41 centesimi al Nord (se investito al Nord ormai saturo, quell'euro "produce" solo 5 centesimi scarsi). Pertanto, il 32 per cento, tolto il 41 che va al Nord, diventa un 20 per cento scarso; si sta rivivendo, dunque, la stessa esperienza già vissuta in passato, quando furono trasferiti al Nord i soldi del piano Marshall (European recovery program, ERP), inviati dagli Stati Uniti per ricostruire l'Italia dopo la seconda guerra mondiale e destinati soprattutto al Sud, distrutto da due anni di battaglie (Napoli fu la seconda città europea più bombardata: 105 volte). In nome della "ricostruzione" (non di quel che era distrutto) la Lombardia prese da sola il doppio di tutte le regioni del Sud messe insieme; al Nord, complessivamente, andò l'87 per cento e solo il 13 per cento al Mezzogiorno. Si consideri che oggi le risorse del recovery fund sono circa 17 volte superiori a quelli dell'ERP; secondo l'indicazione dell'Europa, dunque, al Sud spetterebbe il 70 per cento dei fondi del recovery fund destinati al nostro Paese, ma nelle intenzioni del Governo italiano al Sud invece dovrebbe andare non più del 34 per cento, adesso aumentato al 40 per cento, con il rischio che in quel 40 per cento siano compresi i fondi nazionali per la coesione e quelli ordinari europei del 2021-2027, cioè quelli già assegnati, benché si tratti solo di anticipazioni, come ha chiarito il professor Giannola, presidente dello SVIMEZ. Il 40 per cento sono circa 80 miliardi di euro invece dei 145 previsti dai criteri europei (in base a popolazione, reddito, disoccupazione); il 40 per cento è più o meno la percentuale della popolazione meridionale, quindi si potrà dire che le proporzioni sono state rispettate, ma i criteri stabiliti dalla UE per l'assegnazione all'Italia di 209 miliardi di euro del recovery fund non riguardano solo la popolazione residente, includono anche il tasso di disoccupazione e il PIL pro capite . Nelle regioni del Sud, la disoccupazione registra una percentuale 3 volte superiore rispetto al Nord e il PIL pro capite è pari alla metà. È per questa ragione che la UE ha assegnato all'Italia ben 209 miliardi di euro (inizialmente gliene sarebbero spettati solo 90), con l'obiettivo di utilizzarli per ridurre il divario economico tra regioni della stessa penisola. Se così dovesse andare, si assisterebbe all'ennesima sottrazione di risorse dal Sud a favore del Nord: questa volta di 75 miliardi di euro, che si sommerebbero ai 61 miliardi sottratti al Sud ogni anno, come certificato da SVIMEZ ed EURISPES; tenuto conto che: l'interrogante ha presentato numerosi atti di sindacato ispettivo (4-02561, 4-03036, 4-02045, 4-03369, 4-03136, 4-03704, 4-04212, 4-05212, 3-02399) volti ad evidenziare come, in un modo o in un altro, tutti i fondi da destinare al Sud o vengono dimezzati o vengono dirottati altrove, per cui l'abisso che esiste tra Meridione e Settentrione e le numerose "ricette" utili a colmare lo storico divario, puntualmente, vengono messe da parte. Sembrerebbe quasi che le azioni politiche, più che a contrastare l'aumento delle disparità, siano orientate a favorirlo o assecondarlo; giova ricordare il fondamentale indirizzo politico impresso dal Governo tedesco, e poi mutuato dalla Commissione europea, che recupera il senso profondo dell'integrazione europea e cioè la considerazione che il benessere dei tedeschi dipende in misura decisiva da quello degli altri europei, per cui il recovery fund interviene in misura più intensa nei Paesi più deboli sotto il profilo dell'occupazione e più colpiti dalla pandemia, si chiede di sapere: come mai, nonostante l'Europa si sia adoperata a favore dell'Italia, assegnando ben 209 miliardi di euro con l'obiettivo di utilizzarli per ridurre il divario economico tra le regioni della penisola, non si voglia concedere la giusta percentuale al Sud, che corrisponde al 70 per cento e non al 40; se si intenda procedere all'adeguamento della percentuale nell'assegnazione dei fondi, evitando che nei conteggi finali siano sovrapposte e computate anche risorse di altri fondi, come per esempio quelle del REACT-EU, al fine di contribuire al benessere dell'intera Nazione, nel rispetto delle indicazioni dell'Unione europea. Compito del Governo deve essere colmare il divario economico, sociale e occupazionale tra Nord e Sud del Paese, un divario che con la pandemia è ulteriormente aumentato. Atto n. 4-05323 CIRIANI Al Ministro del lavoro e delle politiche sociali Premesso che: si apprende da note diffuse a mezzo stampa che nel 2019 il presidente della Regione Friuli-Venezia Giulia, Massimiliano Fedriga, scrisse una lettera al presidente dell'INPS Pasquale Tridico, lamentando la previsione di un declassamento della sede di Trieste da cluster 2 a 3 previsto nel corso del 2020, cosa effettivamente accaduta nonostante le rassicurazioni fornite in risposta alla lettera; nell'ambito del reclutamento operato mediante il concorso per consulenti di protezione sociale, completato nel luglio 2019, solo 20 assunzioni (lo 0,49 per cento del totale) sono state destinate alla regione: un numero gravemente insufficiente a sostituire il personale nel frattempo andato in quiescenza; risulta all'interrogante che tutte le sedi INPS hanno avuto, dal 2016 ad oggi, forti decrementi nella forza lavoro attiva, con le massime punte a Gorizia (con un calo del 27 per cento) e Trieste (24 per cento in meno), ma con decrementi significativi anche a Pordenone (18 per cento in meno) e Udine (12 per cento in meno); a tale già pesante situazione, si aggiungono le numerose richieste di quiescenza anticipata ("quota 100" ed "opzione donna"), incoraggiate dai ritmi di lavoro stressanti e dal dover subire le intemperanze di un'utenza fortemente esasperata dalle gravi problematiche innescate dall'esplosione pandemica, oltre alla frustrazione causata dalla farraginosità burocratica in tempi di grave difficoltà economica; non è trascurabile, inoltre, che le richieste di cassa integrazione nel 2020 sono esplose con l'avvento dell'emergenza COVID (aumento che supererebbe il 4.000 per cento rispetto al 2019), che i settori più presidiati versano in una condizione di forte crisi e che il trasferimento di personale e competenze ha completamente bloccato l'attività di altri settori; a questo si aggiunge una preoccupazione ancor più forte, in prospettiva, in vista di quanto potrà accadere nel momento in cui terminerà l'efficacia della previsione normativa che determina il blocco dei licenziamenti; lo scorso 20 febbraio 2020 sul medesimo argomento è stata presentata un'interrogazione della senatrice Rojc (4-02941) alla quale non è pervenuta risposta, mentre la situazione ha continuato ad aggravarsi;