[pronunce]

L'art. 5 prevede che possono essere finanziati progetti che garantiscano un servizio di telefonia continuativo per tutto l'anno con copertura non inferiore alle dieci ore giornaliere e senza utilizzo di risponditori automatici e descrive lo standard minimo del servizio in questione. L'art. 6 riguarda i criteri per l'individuazione dei progetti da finanziare e “autorizza” le Regioni e le Province autonome a stabilire tali criteri “con propri provvedimenti emanati nel rispetto delle norme degli statuti di autonomia”, “al fine di assicurare l'omogeneità qualitativa dei servizi sul territorio nazionale”. L'art. 7 si riferisce alle modalità di concessione e di erogazione dei finanziamenti, disponendo che le stesse siano stabilite dalle Regioni e dalle Province autonome con propri provvedimenti. L'art. 8 dispone che le Regioni e le Province autonome trasmettano all'amministrazione statale competente relazioni sui criteri utilizzati, sull'elenco dei progetti ammessi al finanziamento, sullo stato di attuazione e sull'efficacia degli interventi. L'invasività della norma risiederebbe sia nel fatto che l'obbligo di trasmissione non può essere stabilito da un regolamento, sia nel fatto che tale obbligo non realizzerebbe una semplice collaborazione informativa, ma sarebbe strumentale all'esercizio di un potere di direzione da parte dello Stato, come dimostrerebbe la previsione della revoca del finanziamento in caso di mancata trasmissione delle relazioni. L'art. 9 disciplina la valutazione d'impatto degli interventi, attribuendone “abnormemente” la competenza allo Stato. L'art. 10 prevede la revoca dei finanziamenti “alle Regioni” – senza menzionare espressamente nel primo periodo del primo comma le Province autonome – in tre distinte ipotesi: a) mancata trasmissione delle relazioni di cui all'art. 9; b) segnalazione negativa da parte delle Regioni e delle Province autonome sulle realizzazioni progettuali; c) mancato impegno contabile delle quote di competenza in favore dei soggetti destinatari di cui all'art. 3 entro il 30 giugno 2002. La censura si appunta in particolare sull'ipotesi sub b), poiché essa si riferisce a finanziamenti già erogati ai beneficiari finali che sarebbero revocati “a prescindere dalla circostanza di averne potuto ottenere la restituzione” in concreto. 2.5. ¾ La Provincia autonoma di Trento, in via subordinata, prospetta l'illegittimità degli artt. 1, 3, 4, 5, 6, 7, 9, e 10 del decreto ministeriale n. 70 del 2002, in relazione all'art. 117, sesto comma, della Costituzione, come modificato dalla legge costituzionale 18 ottobre 2001, n. 3 (Riforma del Titolo V della Parte seconda della Costituzione), esteso alle autonomie speciali dall'art. 10 della medesima legge costituzionale, nella parte in cui prevede forme di autonomia più ampie di quelle statutarie. Si sostiene che, trattandosi di una materia di competenza regionale, lo Stato non potrebbe definire con regolamento modalità e criteri per la erogazione di contributi a carattere assistenziale. 2.6. ¾ La ricorrente deduce inoltre che la legge costituzionale n. 3 del 2001 abrogherebbe, per sopravvenuta incompatibilità, le disposizioni anteriori, le quali, come l'art. 80, comma 14, della legge n. 388 del 2000, prevedono poteri regolamentari dello Stato in materie regionali. Nel ricorso si evidenzia poi come “alla stessa conclusione si dovrebbe arrivare ove si ragionasse in termini di sopravvenuta illegittimità costituzionale delle disposizioni che prevedevano poteri regolamentari, anziché di loro abrogazione” e pertanto viene addotta, in subordine, la sopravvenuta illegittimità costituzionale dell'art. 80, comma 14, della legge n. 388 del 2000, in quanto esso prevede poteri regolamentari statali in contrasto con la nuova disciplina costituzionale. 3. ¾ Si è costituito in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che sia dichiarata l'inammissibilità o comunque l'infondatezza del ricorso. 3.1. ¾ La difesa erariale premette che la ricorrente non ha impugnato l'art. 80, comma 14, della legge n. 388 del 2000, ai sensi del quale è stato emesso il regolamento impugnato, e prospetta, pertanto, la seguente alternativa: “o il regolamento si è attenuto alla disciplina legislativa, ed allora il ricorso è inammissibile perché la Provincia avrebbe dovuto impugnare la legge; o, nel darvi esecuzione, non vi si è attenuto, ma in questo caso sarebbe viziato da illegittimità da far valere davanti al giudice amministrativo” e non davanti al giudice costituzionale. 3.2. ¾ Nel merito, il resistente sostiene, anzitutto, che il decreto impugnato, norma strumentale all'attuazione dell'art. 80, comma 14, della legge n. 388 del 2000, avrebbe ad oggetto il procedimento di erogazione di un fondo statale, sicché esso rientrerebbe nella esclusiva competenza dello Stato, ed inoltre pone in risalto che la questione sottoposta alla Corte sia quella di stabilire se i fini specifici dei finanziamenti vincolino o non vincolino la Provincia autonoma. Al riguardo si sottolinea che il conflitto, relativo all'attribuzione di fondi statali per uno scopo determinato, sia da risolvere alla luce dell'art. 12, comma 1, del decreto legislativo n. 268 del 1992, il quale dichiara, in tale ipotesi, non applicabile l'art. 4, comma 3, del decreto legislativo 16 marzo 1992, n. 266 (Norme di attuazione dello statuto speciale per il Trentino-Alto Adige concernenti il rapporto tra atti legislativi statali e leggi regionali e provinciali nonché la potestà statale di indirizzo e coordinamento), con la conseguenza che la disposizione di cui all'art. 80, comma 14, della legge n. 388 del 2000 sarebbe vincolante per la Provincia autonoma. 3.3. ¾ Quanto alle censure sulle singole disposizioni impugnate, l'Avvocatura rileva sostanzialmente che la Provincia non contesta la ripartizione delle erogazioni finanziarie, ma solo i vincoli apposti al loro utilizzo dalla normativa statale, con ciò pretendendo in modo arbitrario di disporre liberamente di somme assegnate dallo Stato per scopi determinati. 3.4. ¾ La stessa difesa erariale sostiene, infine, che tanto la legge quanto il regolamento di attuazione avrebbero ad oggetto la determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali (art. 117, secondo comma, lettera m), della Costituzione), osservando che tale competenza esclusiva dello Stato sarebbe esercitabile seppure fosse incompatibile con la normativa statutaria delle Regioni e Province a statuto speciale, in quanto dovrebbe ritenersi prevalente la successiva legge di revisione costituzionale n. 3 del 2001, anche al fine di garantire il valore unitario degli interessi connessi alle materie elencate nel secondo comma dell'art. 117 della Costituzione.