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Mentre la Corte di cassazione, in cinquanta anni di esercizio della funzione nomofilattica, era ferma nell'impostazione volta ad ammettere la sola risarcibilità della lesione del diritto soggettivo (da far valere davanti al giudice ordinario), la Corte costituzionale suggeriva espressamente al legislatore (ordinanza 8 maggio 1998, n. 165) un intervento nel senso del riconoscimento della risarcibilità degli interessi legittimi. Dopo che il legislatore del 1998 aveva riconosciuto (decreto legislativo 31 marzo 1998, n. 80, articolo 35) nelle materie dei servizi pubblici, dell'edilizia e dell'urbanistica, la possibilità per il giudice amministrativo di determinare anche le modalità attraverso le quali la pubblica amministrazione dovesse eliminare le conseguenze dannose della sua azione, la vera svolta avviene ad opera della giurisprudenza, con le sentenze delle Sezioni unite della Cassazione nn. 500 e 501 del 1999. Nella sentenza n. 500, la Corte di cassazione ammette che era stata la sua stessa giurisprudenza a consentire l'ampliamento dell'area di risarcibilità del danno ingiusto, «mascherando» negli anni «da diritto soggettivo situazioni che non avevano tale consistenza, come il preteso diritto all'integrità del patrimonio, le aspettative e le situazioni possessorie». Con le citate sentenze, la Cassazione «va oltre», ammettendo la possibilità per il giudice ordinario, nelle materie non comprese nella giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo, di stabilire il risarcimento del danno da lesione di interesse legittimo conoscendo, incidenter tantum, della legittimità dell'atto amministrativo. È un colpo decisivo anche al principio della competenza basata sulla distinzione tra diritti soggettivi ed interessi legittimi. La questione del risarcimento del danno derivante dalla lesione dell'interesse legittimo è poi definita in maniera rivoluzionaria dal legislatore del 2000. Con la legge 21 luglio 2000, n. 205 (articolo 7, successivamente abrogato dal decreto legislativo 2 luglio 2010, n. 104), è stato riscritto 1'articolo 35, comma 4, del citato decreto legislativo n. 80 del 1998, stabilendo che «il tribunale amministrativo regionale, nell'ambito della sua giurisdizione, conosce anche di tutte le questioni relative all'eventuale risarcimento del danno, anche attraverso la reintegrazione in forma specifica, e agli altri diritti patrimoniali consequenziali». Si consente, quindi, al giudice amministrativo di stabilire, nell'ambito della sua giurisdizione di legittimità, anche il risarcimento del danno derivante dalla lesione degli interessi legittimi e dei diritti soggettivi ad opera della pubblica amministrazione. Da ultimo, è importante richiamare le sentenze n. 204 del 2004 e n. 191 del 2006, con le quali la Corte costituzionale ha rimarcato che il potere riconosciuto al giudice amministrativo di disporre, anche attraverso la reintegrazione in forma specifica, il risarcimento del danno ingiusto non costituisce una nuova materia attribuita alla sua giurisdizione, ma uno strumento di tutela ulteriore da utilizzare per rendere giustizia al cittadino nei confronti della pubblica amministrazione, potere che affonda le sue radici direttamente nell'articolo 24 della Costituzione, laddove tale disposizione esige che la tutela giurisdizionale sia effettiva e resa in tempi ragionevoli. Nell'ambito di questo processo innovatore, il chiaro orientamento perseguito dal legislatore è stato, quindi, quello di dare al giudice amministrativo una piena competenza giurisdizionale, a prescindere dalla situazione soggettiva tutelata e senza i limiti di carattere istruttorio e di carattere decisorio che nel sistema tradizionale sono propri del giudizio amministrativo. A tale fine, il legislatore ha dovuto utilizzare l'istituto della giurisdizione esclusiva in quanto previsto all'articolo 103 della Costituzione, «in particolari materie indicate dalla legge», come eccezione all'ordinario sistema di riparto fondato sulla distinzione tra i diritti e gli interessi legittimi. Ma è evidente che l'obiettivo che si vuole perseguire è quello di avviare l'ordinamento italiano verso un sistema di tutela nelle materie amministrative fondato non più sulla distinzione tra situazioni soggettive ma sul carattere oggettivo, appunto, delle materie delle quali si discute (o dei tipi di controversie). E su questa direzione il nuovo testo della parte seconda della Costituzione presentato dalla Commissione bicamerale per le riforme costituzionali (legge costituzionale n. 1 del 1997) prevedeva alcune modifiche costituzionali intese ad affidare ai giudici amministrativi la giurisdizione «sulla base di materie omogenee indicate dalla legge, riguardanti l'esercizio di pubblici poteri» (articolo 119). Quel testo, come si sa, non è mai passato al voto delle Camere, per ragioni tuttavia che prescindono del tutto dal merito delle questioni qui trattate. E, nel frattempo, è entrata in vigore la citata legge n. 205 del 2000, che esprime una decisa volontà del Parlamento nel senso indicato. Si rende perciò necessario riprendere la modifica degli articoli della Costituzione che disciplinano il riparto delle giurisdizioni. Le norme costituzionali che devono essere modificate a tale fine sono il primo comma dell'articolo 103 e il primo comma dell'articolo 113. Infatti, la prima norma attribuisce in via esclusiva ai giudici amministrativi la tutela nei confronti della pubblica amministrazione degli interessi legittimi e, solo «in particolari materie indicate dalla legge», anche dei diritti soggettivi (giurisdizione esclusiva); mentre la seconda norma rispecchia nella sua lettera l'impostazione dualistica del sistema fondato sulla tutela rispettivamente dei diritti e degli interessi legittimi, affidate ai due ordini giurisdizionali. La dizione del primo comma dell'articolo 113, laddove fa riferimento alla tutela dei diritti, oltre che a quella degli interessi legittimi, «contro gli atti della pubblica amministrazione», rispecchia il carattere tipico del sistema italiano di giustizia amministrativa risalente alla legge n. 2248 del 1865 (Allegato E), nel quale, appunto, la tutela giudiziaria dei diritti è affermata, almeno in principio, anche nei confronti degli atti (i «provvedimenti del potere esecutivo») che negli altri ordinamenti dell'area afferiscono alla competenza del contenzioso amministrativo. Viceversa, l'articolo 24 della Costituzione, che sancisce al primo comma che «tutti possono agire in giudizio per la tutela dei propri diritti e interessi legittimi», deve restare fermo, come quello che stabilisce il principio generale della pienezza della tutela giurisdizionale di ogni situazione soggettiva lesa, nei confronti di qualsiasi soggetto dell'ordinamento e quindi anche della pubblica amministrazione. Infatti, in questa norma, la dizione «diritti e interessi legittimi» ha il significato di ogni situazione soggettiva (intesa come interesse del soggetto meritevole di tutela da parte dell'ordinamento); mentre il riferimento agli interessi legittimi, di per sé, costituisce nel lessico corrente, riferimento alle controversie con la pubblica amministrazione.