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Mi riferisco al concetto di Occidente e di cultura occidentale, ben più ampio dei limiti geografici dell'Europa di ogni tempo perché, banalizzando, accomuna da sempre tutti i Paesi affacciati o comunque protesi verso il Mediterraneo - quelli della Constitutio antoniniana del 212, se vogliamo -, nonché tutti gli individui che si riconoscono nel prodotto della cultura classica digerita e rigurgitata meravigliosamente altra dalle viscere millenarie del cristianesimo e dell'islam. (Applausi dal Gruppo M5S) . PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Ginetti. Ne ha facoltà. GINETTI (IV-PSI) . Signor Presidente, ci troviamo oggi a ratificare la Convenzione di Faro, firmata nel 2005 per sottolineare il valore del patrimonio culturale per le società. In realtà è un disegno di legge che era stato sottoposto al Senato già nella scorsa legislatura e che, grazie anche al presidente Marcucci, era arrivato ad approvazione nella Commissione di competenza. Non è poi approdato in Assemblea a causa della fine anticipata della legislatura. È un provvedimento che auspicavamo fosse condiviso e quindi ricevesse la massima convergenza di tutte le forze politiche, proprio per l'importanza che può rivestire in ambito europeo. È un accordo già ratificato da oltre 17 Paesi; l'Italia lo ha firmato già nel 2013. Ci sembra pertanto assolutamente necessario procedere alla ratifica affinché divenga esecutivo. La Convenzione di Faro intende promuovere una comprensione più ampia del patrimonio culturale e, soprattutto, del suo rapporto con le comunità; favorisce la partecipazione dei cittadini come elemento imprescindibile per accrescere in Europa la consapevolezza del valore del patrimonio culturale e del suo contributo al benessere e alla qualità della vita attraverso il principio della valorizzazione partecipativa, attraverso la condivisione tra istituzioni pubbliche, privati, associazioni e volontariato. È questo il senso di una convenzione che mi sembra proprio voglia avversare una parte di quest'Aula, in particolare centrodestra e Lega, proprio perché si tratta di un accordo che trasforma le diversità in ricchezza, l'identità, la storia, la cultura di ogni singola comunità come fonte ed elemento di reciproca conoscenza e di avvicinamento. La diversità come elemento di unione e non di divisione. Credo che questo sia da sottolineare. È una differenza netta tra come centrodestra e centrosinistra possono interpretare il patrimonio culturale, che - va sottolineato - per noi è elemento di dialogo. Per questo riteniamo che debba essere reso accessibile a tutti e la Convenzione, come già sottolineato, oltre ad offrire vincoli rispetto ad azioni di tutela, salvaguardia e recupero del patrimonio culturale, ha un approccio molto innovativo perché addirittura istituisce un diritto al patrimonio culturale; un diritto inteso come diritto della persona e dell'uomo; un diritto sia a partecipare, quindi a contribuire ed arricchire le comunità locali, quindi a produrre cultura, sia ad accedere alla conoscenza e al patrimonio culturale. A questo diritto corrisponde una grande responsabilità da parte delle istituzioni pubbliche, che è quella di istituire risorse, ma è anche quella di adottare politiche concrete per rendere accessibile e conoscibile l'immenso patrimonio del nostro Paese anche attraverso un'adeguata educazione scolastica e un'adeguata formazione professionale. I nostri territori e le comunità locali sono ricche di immense realtà, rappresentate dai borghi e da musei. Abbiamo una ricchezza che non è custodita soltanto nelle grandi città d'arte, ma anche da quelle realtà rurali diffuse che continuano, giorno per giorno, a salvaguardarla e a custodirla. Il nostro Paese è custode di ben 54 luoghi riconosciuti come siti UNESCO, di valore universale; anzi, ha il numero più alto nel mondo di siti UNESCO. Per questo abbiamo una grande responsabilità, che la Convenzione riconosce come contributo del patrimonio culturale allo sviluppo dell'essere umano e della società. Ma a questo corrisponde, anche per i territori e per i Governi di tutti i livelli istituzionali, una responsabilità ulteriore, che è quella di arricchire i processi decisionali, le politiche e le pianificazioni dell'uso del territorio, includendo gli impatti sul patrimonio culturale, cioè nella valutazione del rischio che scelte di governo locale possono produrre sul patrimonio culturale. Si tratta di un approccio molto innovativo che potremmo definire proprio di uso sostenibile del patrimonio culturale. La Convenzione lo invoca, ma riconosce anche pienamente il potenziale di un patrimonio culturale che può essere veicolo e vettore di sviluppo economico durevole e che pertanto va implementato e tutelato anche con la creazione di contenuti digitali nella società dell'informazione. La Convenzione è fondamentale perché obbliga le parti a creare un contesto giuridico, oltre che finanziario, utile ad attuare questi obblighi e questa previsione. Quindi vincola tutti i livelli di autorità pubbliche, ma anche i proprietari privati e le associazioni, a convergere su questo obiettivo. In conclusione, Presidente, la Convenzione di Faro impegna le parti ad adottare misure volte a favorire un accesso al patrimonio culturale e a una partecipazione democratica di ogni singolo, riconoscendo l'importanza del patrimonio culturale per la crescita della società. Riconoscere e difendere il valore attribuito da ogni comunità al patrimonio culturale in cui si identifica significa pertanto rafforzare il legame di appartenenza, di coesione, ma anche di condivisione reciproca. Significa rafforzare la consapevolezza del patrimonio valoriale di cui i beni culturali si fanno vettori, così come della congiunzione e del dialogo tra le diverse identità, ma anche tra passato, presente e futuro, in una ricchissima e bellissima Europa dei popoli. (Applausi dal Gruppo PD) . PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Verducci. Ne ha facoltà. *VERDUCCI (PD) . Signor Presidente, la Convenzione del Consiglio d'Europa, che noi finalmente approviamo, ha una portata enorme dal punto di vista simbolico e politico per la forza dei contenuti ed è capace di rovesciare un modello di sviluppo sbagliato e di mettere invece al centro dei processi di trasformazione la cultura come patrimonio collettivo e condiviso di riconoscimento reciproco, come diritto primario dell'uomo. La cultura intesa in senso ripensato e rivoluzionato, come fattore di insieme che racchiude il portato del vissuto storico e antropologico delle nostre comunità; la cultura che promuove creatività, industrie e distretti creativi, e dunque autonomia, indipendenza di pensiero, spazi autoriali, pluralismo e inclusione. Cultura che costruisce cittadinanza e democrazia e che è uno strumento indispensabile in un tempo come il nostro, in cui va governato l'impatto enorme dell'incessante rivoluzione tecnologica e digitale, che porta con sé - lo vediamo - il rischio non di un'apertura, ma di una chiusura ulteriore e di una restrizione sempre più dura e oligopolistica del mercato, a danno di chi è fuori dai cartelli delle grandi major del digitale. E qui sta il tema urgente del riconoscimento del diritto d'autore, del recepimento della direttiva europea, del riconoscimento e del sostegno alle produzioni indipendenti.