[pronunce]

ORDINANZA ha pronunciato la seguentenel giudizio di legittimità costituzionale dell'art. 350 del codice di procedura civile, promosso con ordinanza del 26 settembre 2006 dalla Corte d'appello di Venezia nel procedimento civile vertente tra Udilla Povegliano, vedova Dal Col Colladon ed altra, da un lato, e la Unicredit Banca S.p. A., la CreditRas Vita S.p. A. e Nardone Massimo dall'altro, iscritta al n. 208 del registro ordinanze 2007 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 15, prima serie speciale, dell'anno 2007. Visto l'atto di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri; udito nella camera di consiglio del 10 ottobre 2007 il Giudice relatore Luigi Mazzella. Ritenuto che, con ordinanza depositata il 26 settembre 2006, la Corte di appello di Venezia ha sollevato, in riferimento agli artt. 3 e 111 della Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell'art. 350 del codice di procedura civile, nella parte in cui non ammette nel giudizio di appello la delega al giudice monocratico dell'assunzione di prove al di fuori della circoscrizione del tribunale ove ha sede la corte di Appello; che, riferisce la Corte rimettente, con altra, precedente ordinanza essa aveva ammesso consulenza tecnica d'ufficio, nonché interrogatorio formale e prove per testimoni, da assumersi nella circoscrizione dei Tribunali di Bologna, Milano, Pordenone e Treviso, a seconda del luogo di residenza di soggetti da sentire, delegando a tal fine i tribunali territorialmente competenti ai sensi dell'art. 203, cod. proc. civ. ; che, riferisce sempre la rimettente, con istanza di revoca di tale ordinanza, una delle parti in giudizio aveva eccepito, tra l'altro, la nullità del provvedimento di delega, affermando che la corte di appello dovrebbe operare sempre collegialmente, ai sensi dell'art. 350 cod. proc. civ. , e che tale nullità, derivando da un vizio relativo alla costituzione del giudice, doveva considerarsi assoluta e rilevabile d'ufficio; che, con nota depositata il 31 marzo 2006, un'altra parte del medesimo giudizio si era riservata di far valere in séguito le stesse nullità; che pertanto, secondo la Corte rimettente, la questione sollevata deve ritenersi rilevante, giacché il proseguimento del processo sarebbe sempre sottoposto alla «mina vagante della nullità con rinvio da pronunciarsi anche in Cassazione»; che, in punto di non manifesta infondatezza, la Corte rimettente osserva che, con la riforma dell'art. 350 cod. proc. civ. , il legislatore ha optato per un regime di integrale collegialità dell'appello, per cui sussisterebbe nel nostro vigente ordinamento una incompatibilità fra giudizio di appello e potere di delega, e ciò sia per ragioni «verticali», connesse al rapporto «gerarchico» tra giudice di appello e giudice di grado inferiore, il quale non potrebbe essere investito della stessa funzione esercitata dal giudice della corte di appello, sia per ragioni «funzionali», non essendo sostituibile un collegio di appello con un giudice monocratico; che, prosegue la Corte di Venezia, costituirebbe ormai diritto vivente l'interpretazione consolidata della Cassazione, secondo cui la violazione dell'art. 350 cod. proc. civ. non si traduce automaticamente in un vizio di costituzione del giudice ai sensi dell'art. 158 cod. proc. civ. e non comporta nullità alcuna, quando l'attività svolta dal giudice monocratico, su delega del giudice d'appello, abbia rilievo meramente ordinatorio, mentre sussiste la nullità se il giudice delegato svolge attività istruttoria che implica funzioni valutative (vengono richiamate le sentenze della Corte di Cassazione 7 febbraio 2001, n. 1731, 19 settembre 2003, n. 13894, 24 agosto 2004, n. 16720); che, pertanto, secondo il giudice a quo alla stregua di tale interpretazione, l'istanza di revoca della predetta ordinanza di delega dovrebbe essere accolta, e si dovrebbe concludere nel senso che la delega per assumere testimoni o parti residenti può essere disposta solo se gli stessi vengano assunti da un collegio, in quanto il giudice delegato che interroga le parti o i testi svolge funzioni, se non decisorie, certamente valutative (basti pensare alla risoluzione degli incidenti relativi alla prova: art. 205 cod. proc. civ.); che analogamente funzioni valutative vengono svolte nella delega della consulenza tecnica d'ufficio (basti pensare alle questioni sorte durante le indagini del consulente: art. 92 disposizioni di attuazione cod. proc. civ.); che, tuttavia, la Corte rimettente afferma che una interpretazione siffatta – squisitamente formalistica – sarebbe in contrasto con l'art. 3, Cost., «sotto il profilo della irragionevolezza delle conclusioni», nonché con il principio del giusto processo di cui all'art. 111 della Costituzione; che, al riguardo, il giudice a quo afferma che, se per un verso l'attribuzione delle competenze rientra nella sfera delle scelte discrezionali del legislatore, il quale nella sua ampia discrezionalità non è tenuto ad uniformare i diversi riti, per altro verso dette scelte devono essere esercitate sulla base di criteri non irragionevoli (è richiamata la sentenza della Corte costituzionale n. 240 del 2000); che, in particolare, la norma sarebbe del tutto irragionevole, prevedendo che se il teste risiede a Milano debba essere sentito dal collegio veneto, mentre se abita a Vienna ben può essere sentito, per conto della stessa corte, da un ufficio monocratico; che in tal modo, secondo il rimettente, verrebbe a crearsi una illegittima disparità di trattamento fra situazioni omogenee, una discrasia nel sistema, non essendovi una logica ratio per affermare che il teste in Italia deve essere sentito sempre collegialmente e all'estero possa essere sentito anche da un giudice monocratico; che, secondo la Corte rimettente, una simile interpretazione, meramente formalistica, comportando una riduzione della produttività dei giudici, contribuirebbe in concreto ad allungare i tempi della giustizia, in violazione del principio costituzionale di cui all'art. 111, secondo comma, Cost.; che il principio di collegialità della trattazione dell'appello, se inteso come riferito anche alla raccolta di prove al di fuori della circoscrizione, si porrebbe altresì in contrasto con il diritto dei testimoni e delle parti di essere sentiti nel tribunale (edificio) nella cui circoscrizione essi risiedono, come sarebbe confermato dall'art. 203, primo comma, cod. proc. civ. , ove è previsto che sia eventualmente il giudice a trasferirsi; dall'art. 255, secondo comma, dello stesso codice, ove è previsto che, se il teste si trova nell'impossibilità di presentarsi, è il giudice a trasferirsi; dall'art 232, secondo comma, cod. proc. civ. , ove è previsto che il giudice riconosca alla parte il diritto ad essere sentito fuori della sede giudiziaria;