[pronunce]

Sotto il profilo della violazione dell'art. 117 Cost., in relazione all'art. 6 CEDU, il rimettente osserva come il «perno logico» del diritto dell'imputato alla partecipazione al processo, così come interpretato dalla Corte di Strasburgo, stia non tanto nell'informazione circa accertamenti o indagini di polizia giudiziaria in corso, quanto piuttosto nella possibilità la più concreta ed effettiva possibile, di avere cognizione del momento e del luogo del processo, ossia del vaglio giurisdizionale della specifica accusa formulata dinanzi ad un giudice terzo e imparziale. Il rimettente ritiene, quindi, che solo la cognizione effettiva di luogo, giorno e ora del processo permetta di inferire, dalla successiva assenza fisica, una rinuncia implicita a comparire ai fini di un legittimo prosieguo (sono richiamate le seguenti pronunce della Corte EDU: decisione del 22 maggio 2007, Böheim c. Italia; sentenza del 12 dicembre 2006, Battisti c. Francia; decisione del 23 novembre 2006, Zaratin c. Italia; decisione del 14 settembre 2006, Booker c. Italia; decisione dell'8 settembre 2005, Ivanciuc c. Romania e sentenza del 5 dicembre 2002, Craxi c. Italia). Sotto il profilo della violazione degli artt. 21 e 111 Cost., il giudice a quo osserva, poi, come proprio dalla giurisprudenza di Strasburgo sia possibile trarre la considerazione secondo cui le informazioni fornite in sede di invito a eleggere domicilio sarebbero praticamente nulle in punto di «accusa penale e coordinate spazio-temporali», risolvendosi nella mera indicazione dell'articolo di legge violato «o poco più». L'informazione fornita risulterebbe ben lontana dall'integrare la debita informazione di cui alla giurisprudenza della CEDU, idonea a legittimare l'inferenza di una volontaria rinuncia a comparire (sono indicate, sotto tale profilo, la sentenza del 18 maggio 2004, Somogyi c. Italia, e la sentenza del 12 ottobre 1992, T. c. Italia). Il rimettente pone, poi, in rilievo come, una volta eletto domicilio presso il difensore di ufficio, l'indagato/imputato assuma l'obbligo di informare l'autorità giudiziaria circa i mutamenti del domicilio stesso nonché l'onere di monitorare l'andamento del procedimento o del processo e, ciò che più rileva, di informarsi circa l'«accusa specifica elevata a proprio carico nelle sue processuali coordinate spazio-temporali». Ciò posto, il giudice a quo afferma che se è possibile appellarsi ad un principio di responsabilità ai fini di ritenere la validità di molti atti processuali notificati presso il domicilio eletto, non sembra, invece, che la medesima conclusione possa ritenersi valida con riferimento all'atto fondamentale del processo penale qual è l'atto introduttivo del processo. Il contenuto normativo dell'art. 161 cod. proc. pen. , ad avviso del rimettente, sarebbe «materia tecnica» per addetti ai lavori e non facilmente intellegibile dalla maggioranza degli imputati, spesso stranieri, che ignorano il reale significato di quella disposizione, soprattutto con riferimento alla particolare implicazione processuale secondo cui, una volta eletto domicilio, nessun avviso personale verrà mai più dato. Infatti, prima di poter affermare che l'imputato abbia rinunciato per facta concludentia ad uno dei diritti di cui all'art. 6 CEDU, deve essere stabilito che egli potesse ragionevolmente prevedere le conseguenze della propria condotta (sono evocate la sentenza del 18 febbraio 2010, Zaichenko c. Russia; la sentenza dell'11 dicembre 2008, Panovits c. Cipro; la sentenza del 27 marzo 2007, Talat Tunc c. Turchia e la sentenza del 9 settembre 2003, Jones c. Regno Unito). Ad avviso del giudice a quo così non è nel caso in esame poiché, ragionando alla stregua «dell'indagato "medio"», sarebbe ragionevole attendersi una vocatio in ius personale, «specie quando ciò avviene a distanza di anni, come purtroppo è regola nel panorama italiano». Dopo aver riportato il testo degli artt. 111 Cost., 6 CEDU e 14 del Patto internazionale sui diritti civili e politici, il rimettente osserva come il «significato risultante da tali disposizioni» sia univoco nel delineare non un tenue diritto di informarsi, ma un più pregnante diritto all'informazione ex art. 21 Cost., «evidente presupposto necessario del diritto di difesa ex art. 24 Cost.». A ciò sarebbe speculare il correlativo obbligo, in capo allo Stato, di informare in modo adeguato ed effettivo, così da garantire i diritti protetti dall'art. 6 della CEDU (sul punto è richiamata la sentenza del 13 maggio 1980, Artico c. Italia). Il rimettente, poi, pur non ignorando che la Corte di Strasburgo ha affermato che l'art. 6 CEDU non impone forme particolari circa le modalità con cui l'imputato debba essere informato in ordine alla natura e alla causa delle accuse (sono, a tal fine, evocate la sentenza dell'11 dicembre 2007, Drassich c. Italia; la sentenza del 1° marzo 2001, Dallos c. Ungheria e la sentenza del 25 marzo 1999, Pelissier e Sassi c. Francia), sostiene che tale affermazione debba essere riguardata alla luce di quanto parimenti statuito dalla medesima Corte secondo cui l'informazione sull'accusa costituisce atto giuridico di importanza tale da dover rispondere a condizioni di forma e di sostanza idonee a garantire un esercizio effettivo dei diritti dell'imputato, sicché deve essere esclusa una conoscenza vaga e indiretta degli addebiti (sono richiamate, a tal fine, la sentenza del 1° marzo 2006, Sejdovic c. Italia; la sentenza del 18 maggio 2004, Somogyi c. Italia; la sentenza del 12 ottobre 1992, T. c. Italia). Il giudice a quo dà atto di ulteriori decisioni della Corte EDU secondo cui è ben possibile che l'avviso di udienza sia notificato soltanto al difensore e non anche personalmente all'imputato, ponendo in rilievo come in tale ipotesi la medesima Corte richiede che occorre prestare una particolare diligenza nel valutare se il ricorrente abbia volontariamente rinunciato a comparire (è richiamata la sentenza del 9 settembre 2004, Yavuz c. Austria). Ciò puntualizzato, il giudice a quo osserva che, nella fattispecie in esame, l'inserirsi della notifica dell'avviso di udienza presso il domicilio eletto in un contesto di difesa ufficiosa, priva di quel più forte vincolo insito nella difesa fiduciaria, «aumenta esponenzialmente il livello di criticità costituzionale e convenzionale insito in un'elezione di domicilio effettuata presso un Difensore sconosciuto, e sovente da parte di persone con competenze linguistiche limitate».