[pronunce]

Marche n. 37 del 2012, esse sarebbero anzitutto inammissibili. Quelle promosse in riferimento agli artt. 3 e 97 Cost. sarebbero inammissibili per l'assoluta genericità delle censure, atteso che il ricorrente si è limitato a dedurre, in termini meramente assertivi e apodittici, la violazione dei princípi di uguaglianza, di imparzialità e di buon andamento della pubblica amministrazione. Parimenti inammissibile per genericità sarebbe anche la questione promossa in riferimento all'art. 117, terzo comma, Cost. , in relazione alla materia «coordinamento della finanza pubblica», atteso che il ricorrente ha omesso di indicare la norma di legge statale che stabilisce il principio fondamentale di detta materia che sarebbe, nella specie, violato. Quanto all'inammissibilità della censura promossa in riferimento all'art. 81, quarto comma, Cost., la Regione Marche premette che tale disposizione costituzionale «non può essere scissa» da quella del terzo comma dello stesso art. 81 Cost. e che solo dal combinato disposto di dette due disposizioni è possibile ricavare «nel suo significato più corretto, il principio costituzionale» secondo cui se una legge comporta costi per la sua attuazione, tali oneri devono trovare adeguata copertura, alternativamente, o nella legge annuale di approvazione del bilancio preventivo, oppure - quando si tratti di spese nuove o maggiori rispetto a quelle che hanno trovato copertura nel bilancio approvato - «in altre fonti appositamente ed espressamente individuate». Tanto chiarito, la Regione resistente afferma che la questione proposta è ipotetica in quanto sarebbe stato onere del ricorrente dimostrare sia che la norma impugnata impone dei costi aggiuntivi per la sua attuazione sia che tali aggravi di spesa non trovano copertura nelle vigenti leggi regionali di approvazione del bilancio. Sotto tale secondo aspetto, la censura sarebbe anche generica atteso che lo stesso ricorrente si è limitato a lamentare che la norma impugnata non contempla «la previsione dei mezzi finanziari per far fronte alla spesa prevista», lasciando indimostrato il presupposto per l'applicazione dell'invocato art. 81, quarto comma, Cost., cioè che detta norma impugnata importi nuove o maggiori spese rispetto alle leggi di bilancio approvate. Nel merito, la Regione Marche afferma anzitutto che l'assoluta genericità delle questioni di legittimità promosse in riferimento agli artt. 3, 97 e 117, terzo comma, Cost., rende impossibile opporsi a ragioni di doglianza che dovrebbero essere addirittura da essa stessa «ipotizzate». Quanto alla questione promossa in riferimento all'art. 81, quarto comma, Cost., la resistente sottolinea che la norma impugnata si è limitata a prevedere, come risulta dal suo tenore letterale, la mera possibilità che personale di soggetti diversi dalle pubbliche amministrazioni partecipi alle attività formative della Scuola regionale di formazione della pubblica amministrazione, con il fine di consentire che soggetti privati interessati a dette attività - quali gestori di pubblici servizi, centri accreditati per lo svolgimento di servizi sanitari pubblici, associazioni di categoria, centri di educazione ambientale, ambiti territoriali locali, associazioni ambientaliste ed altri - possano fruire dei corsi già previsti dal programma e offerti al personale delle pubbliche amministrazioni. Che la norma impugnata non introduca nuovi oneri a carico della finanza pubblica sarebbe dunque chiaro - sempre ad avviso della Regione Marche - per le seguenti due ragioni: a) perché non è tale norma a disporre la partecipazione alle attività di formazione della Scuola di soggetti estranei alle pubbliche amministrazioni, limitandosi essa a consentire che tale partecipazione sia disposta, caso per caso, dalla Scuola stessa; b) perché detta partecipazione di soggetti ulteriori a corsi o attività che già vengono svolti per il personale delle pubbliche amministrazioni non è in grado di comportare nuovi o maggiori oneri per la spesa pubblica. 2.3.- La Regione Marche deduce, infine, l'infondatezza delle questioni di legittimità dell'art. 38, comma 2, della legge reg. Marche n. 37 del 2012, in quanto non sarebbe ravvisabile alcun contrasto tra la norma regionale impugnata e quella statale invocata quale parametro interposto. La parte resistente osserva anzitutto che con la norma impugnata il legislatore regionale ha stabilito che alcune somme derivanti dall'alienazione di beni immobili del Servizio sanitario regionale, da un lato, non costituiscono un debito verso l'amministrazione regionale, dall'altro, possono essere utilizzate dagli enti di detto Servizio sanitario regionale previa autorizzazione della Giunta regionale. La ratio di tale disposizione si comprenderebbe alla luce del comma 2 dell'art. 35 della legge reg. Marche n. 18 del 2009 il quale stabilisce, in via generale, che «Il ricavato dell'alienazione [dei beni immobili di cui al comma 1 dello stesso art. 35] è destinato alla copertura del fondo regionale per il finanziamento del servizio sanitario regionale e costituisce debito verso l'Amministrazione regionale». Tanto precisato in ordine alla portata della norma impugnata, la difesa della Regione Marche afferma che essa non presenta difformità rispetto alla legislazione statale, nell'àmbito della quale non è rinvenibile alcuna disposizione che imponga di configurare i proventi dell'alienazione di beni immobili degli enti del Servizio sanitario regionale quale debito verso l'amministrazione regionale o che imponga un generale divieto di utilizzazione di tali risorse. Nessun contrasto sarebbe in particolare ravvisabile tra la norma impugnata e l'art. 29, comma 1, lettera c), del d.lgs. n. 118 del 2011, che il ricorrente invoca quale parametro interposto. Infatti, premesso che detta norma statale individua «le modalità di rappresentazione» di alcune poste di bilancio «Al fine di soddisfare il principio generale di chiarezza e di rappresentazione veritiera e corretta, nonché di garantire l'omogeneità, la confrontabilità ed il consolidamento dei bilanci dei servizi sanitari regionali» (art. 29, comma 1), la Regione Marche, dopo averne riportato il contenuto, per la parte di esso che rileverebbe nel caso di specie - e cioè là dove la citata lettera c) dispone che «Nel caso di cessione di beni acquisiti tramite contributi in conto capitale con generazione di plusvalenza, la plusvalenza viene direttamente iscritta in una riserva del patrimonio netto, senza influenzare il risultato economico dell'esercizio. La quota di contributo residua resta iscritta nell'apposita voce di patrimonio netto ed è utilizzata, unitamente alla riserva derivante dalla plusvalenza, per sterilizzare l'ammortamento dei beni acquisiti con le disponibilità generate dalla dismissione» - afferma che l'esclusione delle somme indicate nella norma regionale impugnata dalla qualificazione quale debito verso l'amministrazione regionale e la possibilità, prevista dalla stessa norma, della loro utilizzazione previa autorizzazione della Giunta regionale non sarebbero in grado di incidere, neppure potenzialmente, sulla piena e sicura applicazione dell'art. 29, comma 1, lettera c), del d.lgs. n. 118 del 2011. 3.-