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La scuola a tempo pieno ha avuto il compito di assolvere al ruolo di scuola della comunità, luogo pedagogico « totale » e si è presentata quindi non solo come modello organizzativo coeso e integrato ma anche come un'istituzione educativa innovativa, aperta a nuove modalità educative e, allo stesso tempo, attenta a garantire la qualità delle strutture, dei servizi, dei laboratori. Il messaggio pedagogico, dalla legge istitutiva del TP, è stato sempre chiaro: un rapporto più coraggioso con la comunità, con la cultura del territorio per mantenere una grande capacità di accoglienza, accettazione delle diversità ed identità e per proiettare, in un orizzonte più vasto, la forza della conoscenza e dell'istruzione. Fu la riforma Moratti ad allentare la necessità dei rientri, portando il tempo scuola a trenta ore settimanali e distinguendo tra curricolo obbligatorio di ventisette ore e curricolo facoltativo di tre ore. Successivamente, con la riforma Gelmini, il monte ore delle classi di scuola primaria a tempo normale si attestò definitivamente sulle ventisette ore settimanali. Anche per effetto dei forti tagli al personale docente e al personale amministrativo, tecnico e ausiliario (ATA) – a seguito dell'abrogazione dell'articolo 129 del testo unico di cui al decreto legislativo n. 297 del 1994 (ex articolo 7 della legge n. 148 del 1990) e della caduta dell'obbligo di ripartire le attività didattiche in orario antimeridiano e pomeridiano – molte scuole si sono trovate in notevole difficoltà nel gestire le attività a discapito degli stessi rientri pomeridiani. Qualsiasi proposta di estensione e rilancio del tempo pieno, quale investimento sociale e strutturale nel lungo periodo, non può prescindere da un necessario ripensamento complessivo degli spazi dell'educare e dalla realizzazione progressiva di mense in tutti gli edifici scolastici. Va quindi prevista un'articolazione delle proposte didattiche in luoghi idonei: biblioteche e angoli di lettura, laboratori espressivi e creativi, palestre e spazi per il movimento e il teatro, aule da dedicare alla pittura, alla musica, ad attività creative multimediali. Il presente disegno di legge prevede non solo l'estensione del TP nelle scuole primarie, ma anche del tempo prolungato negli istituti di istruzione secondaria di primo e secondo grado. Ciò perché è sempre più urgente un aumento reale del tempo-scuola, in quanto è sempre maggiore il bisogno di non lasciare soli bambini e adolescenti con le loro difficoltà, tanto di carattere sociale, quanto di natura formativa; si chiarisce, nel comma 2 dell'articolo 2, che la progettazione delle attività pomeridiane – per quanto possa avvalersi, in parte, di contributi esterni – deve comunque essere definita dai collegi dei docenti e dai consigli di classe, in armonia col progetto formativo della scuola e col contributo di tutte le sue componenti. In sintesi, per aspirare all'uguaglianza delle opportunità formative, riteniamo, dunque, fondamentale per la scuola primaria il ripristino di quel tempo pieno che portò l'esperienza a livelli di eccellenza ammirati in tutta Europa: co-presenze e co-progettazione, attività innovative, continuità con la scuola di base dai tre ai sei anni. Si tratta, inoltre, di attivare l'estensione generalizzata del tempo scuola, per far fronte alle povertà educative, anche nella scuola secondaria di primo grado, così come nella scuola secondaria di secondo grado; estendendo, tra l'altro, l'obbligo scolastico a diciotto anni. L'articolo 3 ribadisce l'urgenza di garantire l'accesso all'asilo nido e alla scuola dell'infanzia (fascia da zero a sei anni) a tutte le bambine e a tutti i bambini dell'intero territorio nazionale, superando ogni forma di discriminazione sociale e territoriale; in considerazione del fatto che il processo formativo, inteso nel suo senso più ampio, è fondamentale fin dai primissimi anni della crescita. D'altronde la precocità dei processi di decondizionamento culturale e di socializzazione sono fondamentali anche per combattere la dispersione scolastica. Contemporaneamente, ferma restando l'autonomia di scelta dei genitori, un'azione di promozione in tal senso da parte degli enti locali è fondamentale per scongiurare il mancato accesso all'asilo nido o alla scuola dell'infanzia che, spesso, in presenza di un'offerta sul territorio, è dettato anche dalle condizioni socio-economiche e dai modelli culturali. Gli articoli 4, 5 e 6 si riferiscono all'istituzione delle « zone di educazione prioritaria e solidale (ZEP) », un modello attivo in Francia da molti anni. In un contesto in cui solo il 19 per cento degli studenti riesce a ottenere un titolo di studi superiore a quello dei propri genitori e in cui, in generale, il proprio ambiente d'origine pesa ancora come una sentenza inappellabile fin dalla nascita, ci sembra innanzitutto prioritario intervenire, in questo disegno di legge, con degli articoli ad hoc per contrastare la piaga della povertà educativa e dell'abbandono scolastico nelle periferie, nelle aree interne e montane e, in generale, nelle realtà più sofferenti. In molti territori o aree urbane, ma anche in alcune tipologie di scuola, i livelli di dispersione scolastica e di abbandono sono, infatti, di gran lunga superiori a quelli della media europea e del resto del Paese; ciò non fa altro che certificare le differenze territoriali e le diseguaglianze sociali; e il continuo richiamo al merito, in una simile situazione – in cui gli studenti partono da condizioni sociali profondamente diverse – si palesa come un inganno puramente ideologico. A fronte di questa grave stortura, che contraddice palesemente il dettato costituzionale, il presente disegno di legge si propone di contrastare alla radice il sistema scolastico attuale che è profondamente selettivo, in quanto, ad oggi, di fatto, le maggiori risorse vengono indirizzate alle scuole meno problematiche. Infatti la maggior parte dei finanziamenti – attraverso i programmi operativi nazionali (PON) – è destinata alle scuole con organico più stabile e con una maggiore progettualità interna, in quanto in esse si deve far fronte a minori esigenze ed emergenze, disattendendo anche precise previsioni contrattuali relative al Comparto scuola, sottoscritte dall'Agenzia per la rappresentanza negoziale delle pubbliche amministrazioni (ARAN) e da tutte le organizzazioni sindacali. Con il presente disegno di legge si vuole invertire la rotta, ispirandosi al modello francese delle ZEP – le z ones d'éducation prioritaire – che, invece, dagli anni Ottanta del secolo scorso, ha teso a contrastare le diseguaglianze scolastiche attraverso dette zone, rivolte, appunto, alle aree più svantaggiate.