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Modifiche agli articoli 81, 97, 117 e 119 della Costituzione, concernenti l'equilibrio di bilancio, al fine di salvaguardare i diritti fondamentali della persona. Onorevoli Senatori . – In seguito alla pandemia da COVID-19, il Massachusetts institute of technology ha elaborato uno studio sull'impatto che il virus avrà sull'economia mondiale e sui singoli Paesi. Il prodotto interno lordo (PIL) mondiale quest'anno si ridurrà del 4,8 per cento, il PIL dell'Unione europea dell'8,9 per cento e quello dell'Italia del 12,4 per cento: un'ecatombe che potrebbe portare alla devastazione del tessuto economico e sociale del nostro Paese. La situazione economica che si prospetta è così grave da aver spinto, eccezionalmente, il governo italiano, insieme a quelli di Belgio, Francia, Grecia, Irlanda, Lussemburgo, Portogallo, Slovenia e Spagna, a scrivere una lettera accorata al presidente del Consiglio europeo, Charles Michel. « La pandemia del Coronavirus è uno shock senza precedenti », si legge nella lettera. « Le misure straordinarie che stiamo adottando per contenere il virus hanno ricadute negative sulle nostre economie. Abbiamo pertanto bisogno di intraprendere azioni straordinarie che limitino i danni economici e ci preparino a compiere i passi successivi. Gli Stati membri dovranno fare la loro parte e garantire che il minor numero possibile di persone perda il proprio lavoro a causa della temporanea chiusura di interi settori dell'economia, che il minor numero di imprese fallisca, che la liquidità continui a giungere all'economia e che le banche continuino a concedere prestiti nonostante i ritardi nei pagamenti e l'aumento della rischiosità. Tutto questo richiede risorse senza precedenti e un approccio regolamentare che protegga il lavoro e la stabilità finanziaria ». Approccio regolamentare che, teoricamente, la nostra attuale Carta costituzionale consentirebbe (articolo 81, secondo comma: « Il ricorso all'indebitamento è consentito solo al fine di considerare gli effetti del ciclo economico e, previa autorizzazione delle Camere adottata a maggioranza assoluta dei rispettivi componenti, al verificarsi di eventi eccezionali »), ma solo per quest'anno. Nel 2021, nel 2022 e per alcuni anni a seguire sarà difficile giustificare il continuo ricorso all'indebitamento massiccio dello Stato, visto che gli « eventi eccezionali » menzionati dalla Costituzione ci augureremmo non debbano più accadere. A quel punto la nostra Costituzione rappresenterebbe quindi un serio ostacolo per la ripresa economica. Ma c'è di più. L'affermazione del pareggio di bilancio in Costituzione (introdotto con la legge costituzionale 20 aprile 2012, n. 1) rappresenta una rottura con la storia del costituzionalismo pluralista e democratico del nostro Paese. Come si può pensare di escludere dalla Carta ogni opzione diversa da quella neoliberista? Ha scritto Gaetano Azzariti, professore di diritto costituzionale dell'Università di Roma « La Sapienza »: « Chi ha introdotto il pareggio di bilancio in Costituzione è stato accecato dall'ideologia, tendendo a limitare, in ogni caso, la spesa pubblica, dimenticando che è dovere della Repubblica riconoscere e garantire i diritti inviolabili. Il pareggio di bilancio è frutto di questa visione ». Il costituzionalismo che si è affermato nel dopoguerra è definito « democratico e pluralista ». « Pluralista », ha aggiunto Azzariti, « non è una qualificazione generica, indica un carattere preciso che deve essere rispettato nella fissazione dei princìpi in Costituzione. Essi non possono imporre un'unica ideologia, né liberista, né comunista, né socialdemocratica. La nostra Carta, infatti, è il frutto di una sintesi tra le culture liberale, comunista e cattolica, e ha retto per ben settant'anni. È per questo che i nostri costituenti hanno assegnato al Parlamento la scelta del tipo di politica economica e sociale da attuare. Con la modifica dell'articolo 81 si è rotto tale schema: il liberismo entra ufficialmente in Costituzione, come unica ideologia, come pensiero unico. Si impone una specifica politica economica a scapito di ogni altra ». La crisi finanziaria del 2008 e quella successiva dei debiti sovrani del 2011 avevano messo in ginocchio l'economia e la società italiana. Milioni di disoccupati in più, migliaia di aziende costrette a chiudere, perdita della capacità reale di acquisto per una parte consistente degli italiani. Dinnanzi a questa rotta dell'economia, che pure aveva evidenti e importanti ragioni sovranazionali, la modifica del testo della nostra Costituzione volta ad assicurare un astratto equilibrio e a limitare in concreto il ricorso all'indebitamento fu una soluzione di natura puramente ideologica, facendo apparire le particolari politiche di stampo neoliberista e di rigore come le uniche costituzionalmente compatibili. Ma ciò che più appare grave è che i vincoli costituzionalmente imposti all'azione dei pubblici poteri e i limiti alle finanze pubbliche non hanno tenuto in nessun conto la necessità di assicurare i diritti fondamentali delle persone. Sono questi valori costituzionalmente incomprimibili, declinati nel testo della nostra Costituzione come diritti « inviolabili », che la Repubblica deve in ogni caso riconoscere e garantire ( ex articolo 2 della Costituzione). In più, la politica del pareggio di bilancio si è rilevata fallimentare. Non solo non ha assicurato alcun vantaggio all'economia reale, ma la stessa norma costituzionale è sempre stata derogata. Mai applicata direttamente, ha prodotto solo perversi effetti collaterali. Pensare che il taglio nei deficit pubblici possa essere compensato dall'aumento di altre componenti della domanda aggregata è una pia illusione. È stata l'analisi delle cause profonde della crisi a essere sbagliata: essa è stata fatta risalire alla « crisi dei debiti sovrani », mentre i debiti sovrani sono peggiorati a seguito della crisi e non viceversa. Neppure vincoli europei possono legittimare la scelta compiuta nel 2012. L'Unione europea ha prodotto una serie di documenti (Trattati, regolamenti, raccomandazioni, lettere), tutti indirizzati a perseguire la politica del « rigore », cui vanno aggiunte le sollecitazioni rivolte ai singoli Stati affinché adottassero normative restrittive delle spese e limitative dei diritti (soprattutto quelli sociali), oltre a vincoli che sono stati introdotti direttamente nella normativa europea o in quella collaterale: Patto euro plus, Six pack , Fiscal compact , Two pack . Nessuno di questi atti ha imposto una modifica costituzionale ai Paesi soggetti alla normativa europea. Lo stesso Fiscal compact (al quale, in base alla retorica dominante, si imputa la scelta di modificare la Costituzione introducendo il principio di pareggio di bilancio) ha obbligato sì a introdurre princìpi di equilibrio dei conti « tramite disposizioni vincolanti e di natura permanente », ma con una semplice indicazione di « preferenza » per il livello costituzionale (articolo 3, comma 2). La scelta di costituzionalizzare il principio del pareggio di bilancio è ricaduta pienamente nella responsabilità politica del Parlamento italiano. Una scelta che ha reso immodificabili le politiche del rigore anche nell'ipotesi di un ravvedimento a livello europeo.