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Delega al Governo per la separazione tra banche commerciali e di investimento. Onorevoli Senatori. -- Il tema delle crisi bancarie è solo uno degli aspetti della finanziarizzazione sempre più spinta dell'economia, della crisi globale, di quella che alcuni hanno battezzata come la «stagnazione secolare». Esiste in merito -- come è noto -- un’ampia letteratura mainstream e non, anche italiana. E diverse proposte, anche radicali da fonti insospettabili come il FMI, quale il «Piano di Chicago rivisitato» degli economisti Jaromir Benes e Michael Kumhof. Il primo «Piano di Chicago» di Henry Simons negli anni Trenta portò alla famosa legge « Glass-Steagall Act » che separò le banche commerciali da quelle di investimento, finché con la presidenza Clinton negli anni Novanta tale separazione fu abolita. Fu Bill Clinton nel 1999, come ultimo atto formale prima di lasciare la Casa Bianca, a promulgare la legge Gramm-Leach-Bliley Act con cui abrogò le disposizioni della legge Glass-Steagall. L'abrogazione ha permesso la costituzione di gruppi bancari che al loro interno hanno consentito di esercitare sia l'attività bancaria tradizionale sia l'attività di banca d'investimento e assicurativa. In Italia siamo riusciti addirittura ad anticipare con il testo unico bancario del 1993 che ha, di fatto, rimesso in piedi una pericolosa commistione fra banche commerciali e banche d'affari, abolendo la legge bancaria del 1936 con cui fu introdotto in Italia lo standard americano della legge Glass-Steagall. Oggi la finanza privata crea oltre il 90 per cento della moneta circolante. Come è noto agli economisti, contrariamente al senso comune, la stragrande maggioranza del denaro in circolo viene creato dal nulla -- perché lo Stato glielo consente -- dalle banche private nel momento in cui concedono prestiti, accreditando l'ammontare sul deposito del richiedente. «Il nostro sistema finanziario è palesemente instabile (Martin Wolf -- Financial Times -- 24 Aprile 2014) perché lo Stato prima gli ha concesso di creare quasi tutto il denaro che circola nell'economia, poi si è visto costretto a sostenerlo nello svolgimento di tale funzione. Questo è un buco gigantesco nel cuore delle nostre economie di mercato». Si potrebbe aggiungere (Luciano Gallino) che oltre ai trilioni di dollari, sterline ed euro creati dal nulla dalle banche sotto forma di depositi, circolano nel mondo, al di fuori delle piattaforme regolamentate, centinaia di trilioni di derivati dalle innumeri denominazioni (ABCP, ABS, CDO, CLO, CDS, MBS), pure essi creati dalle banche private. Una banca dovrebbe, secondo il citato «Piano di Chicago», disporre sempre del 100 per cento di riserve per ogni soldo che ha in deposito e che presta a qualcuno, il che porrebbe definitivamente fine al suo potere di creare denaro dal nulla. Un piano rivisitato di recente da ricercatori del FMI, i quali arrivano a concludere che esso potrebbe funzionare bene anche oggi. Jaromir Benes e Michael Kumhof, economisti del FMI, hanno simulato un modello per l'economia statunitense, il cosiddetto «Piano di Chicago rivisitato», e hanno trovato, che la sua adozione aumenterebbe il Pil del 10 per cento, porterebbe l'inflazione vicina allo zero senza rischi di deflazione, ridurrebbe i cicli economici, azzererebbe i rischi di «corsa agli sportelli» (e quindi la necessità di garanzie statali, che incentivano le banche ad assumere troppi rischi), e farebbe calare debiti pubblici e privati. Agli oppositori, i quali temono che in questo modo rischierebbe di sparire il credito alle imprese, l'autore ricorda che le banche finanziano l'investimento produttivo in misura pari appena al 10 per cento dei loro prestiti. Una riforma finanziaria che in qualche modo riduca drasticamente il potere delle banche private di creare denaro è la maggiore riforma politica di cui i Governi europei dovrebbero occuparsi per salvare l'Unione e i propri stessi Paesi. Al confronto le riforme bancarie di cui si parla nella Commissione (il rapporto Liikanen), nell'Ecofin (l'Unione Bancaria), in alcuni parlamenti (Regno Unito, Francia, Germania), sono acqua fresca. Soltanto una forte riduzione del potere «creativo» delle banche può fare uscire i Governi europei dal ruolo subalterno al potere finanziario che attualmente svolgono. A otto anni dall'inizio della crisi i Governi mondiali si sono limitati a raccomandare, esaminare e riflettere in tema di riforma del sistema finanziario. Sul tavolo di Bruxelles è arrivato il 2 di ottobre del 2012 il rapporto elaborato da un gruppo di esperti guidati da Erkki Liikanen (presidente della banca centrale della Finlandia). Il mandato era stato affidato dalla stessa Commissione nel novembre 2011 per valutare l'opportunità di riforme strutturali del sistema bancario europeo alla luce dell'acceso dibattito già sviluppatosi anche negli USA e nel Regno Unito (si pensi alla Volcker rule , al Dodd-Frank Act e al report della Independent Commission on Banking o «Vickers Report»). Il rapporto Liikanen si pone qui come una terza via tra la ricetta statunitense e quella inglese rivedendo l'architettura delle banche attraverso cinque raccomandazioni principali: 1) la separazione legale dalle attività della banca del trading proprietario e di altre attività di trading significative sopra una certa soglia; 2) la necessità che le banche disegnino e mantengano in funzione realistici ed efficaci piani di resolution (interventi per la gestione delle crisi e la riorganizzazione degli asset bancari), come proposto dalla direttiva sulla risoluzione e sul risanamento delle banche elaborata dalla Commissione europea (Brr); 3) il rapporto sostiene con decisione l'uso di strumenti di bail-in . Le banche dovrebbero costruire un ammontare di debito che può confluire nel bail-in sufficientemente largo e chiaramente definito. Questo debito dovrebbe essere detenuto al di fuori del sistema bancario e aumenterebbe la capacità complessiva di assorbimento delle perdite, diminuirebbe gli incentivi a prendere rischi, aumenterebbe la trasparenza e la percezione del rischio (come viene prezzato); 4) l'applicazione di maggiori pesi per il rischio nella determinazione del capitale minimo e modelli interni di trattamento dei rischi più coerenti tra le banche europee; 5) è necessario aumentare le riforme esistenti sulla corporate governance con misure specifiche in tema di: rafforzamento del board e del management ; promuovere la funzione di risk management ; tenere sotto stretto controllo i compensi del management e dei dipendenti delle banche; aumentare la disclosure sui rischi; rafforzare i poteri sanzionatori. Ben poco del rapporto è stato poi effettivamente raccolto dagli organismi europei. Anzi ora si punta al « Capitak market union », un’ulteriore liberalizzazione di tale mercato. In data 30 settembre 2015 la Commissione europea ha pubblicato il Piano d'azione sul Capital Market Union (Unione dei mercati dei capitali). L' Action Plan prende le mosse dalla constatazione che, negli ultimi decenni, i mercati europei sono stati radicalmente trasformati a causa della innovazione finanziaria, della crisi economica, della globalizzazione, dell'introduzione della moneta unica, della risposta normativa e di mercato, fattori rispetto ai quali alcuni si sono mostrati fragili e, in mancanza di garanzia, hanno trasmesso gli shock e contribuito alla formazione di rischi sistemici.