[pronunce]

definisce il possibile esito della liberazione condizionale, ovverosia l'estinzione della pena, che si produce una volta decorso un determinato periodo di tempo senza che siano intervenute cause di revoca della misura. Per la generalità dei condannati la disposizione richiede che sia decorso «tutto il tempo della pena inflitta», mentre per il condannato all'ergastolo è necessario che trascorrano «cinque anni dalla data del provvedimento di liberazione condizionale». Quanto al regime cui è sottoposta la persona ammessa alla liberazione condizionale, rileva quanto previsto dall'art. 230 cod. pen. , disposizione che indica i casi nei quali «deve essere ordinata la libertà vigilata» (così, testualmente, la rubrica), tra i quali il primo comma, numero 2), annovera proprio l'ipotesi del soggetto ammesso alla liberazione condizionale. Dunque, la lettura a sistema delle disposizioni portate all'attenzione di questa Corte comporta che il detenuto ammesso alla liberazione condizionale va soggetto a libertà vigilata (art. 230, primo comma, numero 2, cod. pen.) e che tale status - di liberato condizionalmente sottoposto a vigilanza - perdura, quando si tratti di condannato alla pena dell'ergastolo, per cinque anni (art. 177, secondo comma, cod. pen.). 5.- La decisione delle odierne questioni richiede che questa Corte chiarisca la natura della libertà vigilata, quale si rivela nelle fattispecie come quella in esame, cioè quando applicata al condannato ammesso alla liberazione condizionale. Se, infatti, la libertà vigilata si presenta ordinariamente come misura di sicurezza a tutti gli effetti, più controversa è la sua natura laddove essa risulti disposta ai sensi dell'art. 230, primo comma, numero 2), cod. pen. In generale, le misure di sicurezza trovano la loro «peculiare ragion d'essere» nella «funzione di contenimento della pericolosità sociale [del soggetto]» (sentenza n. 22 del 2022), con la conseguenza che esse operano se e quando l'autore del fatto la esprime in concreto, «sia nel momento dell'applicazione della misura, sia nel momento della sua esecuzione» (sentenza n. 197 del 2021). D'altra parte, sulla scorta di pronunce di questa Corte (in particolare, sentenze n. 249 del 1983 e n. 139 del 1982), il legislatore è intervenuto, da un lato, ad abrogare l'art. 204 cod. pen. - disposizione che ammetteva, in questa materia, ipotesi di «[p]ericolosità sociale presunta» (art. 31, primo comma, della legge 10 ottobre 1986, n. 663, recante «Modifiche alla legge sull'ordinamento penitenziario e sulla esecuzione delle misure provative e limitative della libertà») - dall'altro, a statuire, coerentemente, che tutte le misure di sicurezza sono ordinate previo accertamento in concreto della condizione di pericolosità sociale (art. 31, secondo comma). Si ritiene comunemente che queste modifiche abbiano condizionato l'interpretazione dello stesso art. 230 cod. pen. , rendendo non più obbligata, nei casi che l'articolo indica, l'applicazione della libertà vigilata, se non quando il giudice abbia in concreto valutato come socialmente pericoloso il soggetto interessato. Da questa lettura, tuttavia, resta esclusa, come assume lo stesso rimettente, la fattispecie qui rilevante, cioè quella del condannato ammesso alla liberazione condizionale, per la semplice ragione che costui non solo non è socialmente pericoloso ma ne è stato al contrario ritenuto il "sicuro ravvedimento": in questa ipotesi, la libertà vigilata continua ad operare ex lege, sia pur mediata da un provvedimento del magistrato di sorveglianza che ne stabilisce le concrete modalità esecutive (Cass. , sent. n. 343 del 1991). 6.- Il giudice rimettente muove da una peculiare ricostruzione della natura dell'istituto in esame, non del tutto condivisa, peraltro, dalla parte costituita in giudizio e avversata dall'interveniente Avvocatura dello Stato. L'ordinanza di rimessione riconosce che alla libertà vigilata prevista ai sensi dell'art. 230, primo comma, numero 2), cod. pen. è assegnata una funzione diversa rispetto a quella propria delle misure di sicurezza, e assume trattarsi di una «sanzione a tutti gli effetti, che in ogni caso consegue alla commissione di un reato (quello che ha dato origine alla condanna oggetto di liberazione condizionale)». Affermando che quella in esame sarebbe «misura aggiuntiva alla liberazione condizionale», sostiene, d'altra parte, che non avrebbe, per vero, importanza configurarla quale «sanzione penale (autonoma)» o quale «misura di sicurezza», in quanto, avendo carattere afflittivo come tutte le «sanzioni lato sensu penali», soggiacerebbe al necessario rispetto dei principi di proporzionalità, finalità rieducativa e individualizzazione del trattamento sanzionatorio: esattamente ciò che le due disposizioni censurate, a suo avviso, negherebbero. In definitiva, non si sarebbe in presenza di una misura di sicurezza vera e propria e, in ogni caso, a risultare decisiva sarebbe la circostanza che si tratti di una misura comunque afflittiva, che si aggiunge alla liberazione condizionale, e che deve dunque essere soggetta al regime di ogni altra sanzione penale. A differenza del rimettente, la parte assume invece con nettezza che la libertà vigilata sia una misura di sicurezza, sicché la relativa disciplina dovrebbe «leggersi in accordo, e non in contrasto, con l'art. 202, comma l, c.p.», cioè con la disposizione ai cui sensi le misure di sicurezza possono essere applicate soltanto alle persone socialmente pericolose. Sull'assunto che il giudice a quo abbia però escluso la percorribilità di questa interpretazione, stante dunque l'applicazione ex lege della misura, ne deriverebbe il necessario accoglimento delle questioni sollevate. D'altro canto, sottolinea ancora la parte, la libertà vigilata presenterebbe in ogni caso valenza «penale ed afflittiva», dovendosi perciò conformare ai principi costituzionali in materia penale. Muovendo da una ricostruzione della giurisprudenza costituzionale, l'Avvocatura dello Stato, per parte sua, approda ad una conclusione del tutto diversa, che la conduce a sostenere la non fondatezza delle questioni. Sottolinea, cioè, la «inscindibilità del binomio liberazione condizionale-libertà vigilata», e insiste particolarmente sulla «essenziale natura di modalità esecutiva della pena che è propria della liberazione condizionale». Richiamando la sentenza n. 282 del 1989 di questa Corte, afferma che la liberazione condizionale «sostitu[isce] al rapporto esecutivo della pena carceraria il rapporto esecutivo della libertà vigilata di cui all'art. 230, n. 2, c.p.». Per parte loro, infine, discutono la natura dell'istituto in esame anche le opinioni presentate dall'Associazione italiana dei professori di diritto penale e dall'Unione camere penali italiane, in qualità di amici curiae. Muovendo dall'assunto che la libertà vigilata, pur presentando irrisolti profili di ambiguità, esibisca indubitabilmente connotato afflittivo e penale, con argomentazioni diversamente articolate ne traggono la comune conclusione che la misura sarebbe irragionevolmente fondata su una presunzione assoluta di pericolosità sociale;