[pronunce]

Ordinanza ha pronunciato la seguentenel giudizio di legittimità costituzionale dell'art. 604, comma 6, del codice di procedura penale, promosso, nell'ambito di un procedimento penale, dalla Corte di appello di Milano con ordinanza del 1 giugno 2001, iscritta al n. 814 del registro ordinanze 2001 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 41, 1ª serie speciale, dell'anno 2001. Visti l'atto di costituzione dell'imputato nel procedimento a quo nonché l'atto di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri. Udito nell'udienza pubblica del 4 giugno 2002 il giudice relatore Guido Neppi Modona; Uditi l'avvocato Corso Bovio per la parte privata e l'avvocato dello Stato Sergio Sabelli per il Presidente del Consiglio dei ministri. Ritenuto che con ordinanza del 1 giugno 2001 la Corte di appello di Milano ha sollevato, in riferimento agli artt. 3 e 24 della Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell'art. 604, comma 6, del codice di procedura penale, nella parte in cui non prevede che il giudice di appello, il quale riconosca l'erroneità della dichiarazione di improcedibilità pronunciata dal giudice di primo grado nella fase degli atti preliminari al dibattimento, debba rinviare gli atti al medesimo giudice per la celebrazione del relativo giudizio; che il rimettente espone le complesse vicende processuali che, a seguito della dichiarazione di fallimento nel 1979 di una società di capitali, avevano dato luogo a due distinti procedimenti penali per il reato di bancarotta fraudolenta, che si erano sviluppati prima sotto la vigenza del codice di procedura penale del 1930 e, successivamente, sotto quella dell'attuale codice di rito; che, in particolare, erano state inizialmente pronunciate due sentenze istruttorie di proscioglimento, una delle quali era stata appellata e poi confermata dalla Corte di appello di Milano; che il pubblico ministero aveva chiesto al giudice per le indagini preliminari ex art. 434 cod. proc. pen. , e ottenuto, la revoca di una delle due sentenze di proscioglimento emesse dal giudice istruttore, e aveva poi esercitato l'azione penale alla stregua del nuovo codice di rito; che nel corso delle successive vicende processuali il tribunale investito del giudizio, con sentenza emessa prima della dichiarazione di apertura del dibattimento, aveva dichiarato non doversi procedere per essersi formato il giudicato sulle altre sentenze di proscioglimento, non revocate, pronunciate sullo stesso fatto dal giudice istruttore e dalla Corte di appello; che, a seguito di appello e di successivo ricorso del pubblico ministero, la Corte di cassazione, con sentenza del 16 novembre 2000, aveva annullato con rinvio la sentenza con cui la Corte di appello di Milano aveva dichiarato l'improcedibilità dell'azione penale ai sensi dell'art. 434 cod. proc. pen. per mancata revoca integrale delle diverse sentenze istruttorie di proscioglimento; che secondo la Corte di cassazione l'improcedibilità dell'azione penale era stata dichiarata erroneamente, in quanto l'ordinanza di revoca del giudice per le indagini preliminari di Milano aveva implicitamente revocato tutte le sentenze di proscioglimento istruttorio (di primo e di secondo grado) relative a quella regiudicanda; che, tutto ciò premesso, la Corte di appello rimettente, investita del giudizio a seguito dell'annullamento con rinvio della Corte di cassazione, solleva la questione di legittimità costituzionale dell'art. 604, comma 6, cod. proc. pen. , nei termini sopra precisati; che il giudice a quo rileva che nel caso di specie deve appunto trovare applicazione l'art. 604, comma 6, cod. proc. pen. , in forza del quale il giudice di appello, che riconosca l'erroneità della dichiarazione di improcedibilità dell'azione penale pronunciata dal giudice di primo grado, deve decidere nel merito, previa rinnovazione del dibattimento, ove necessaria; che, ad avviso del rimettente, tale disciplina violerebbe il diritto di difesa, in quanto la fattispecie in esame si caratterizza per l'assenza del dibattimento nel primo grado di giudizio, non solo con riferimento alla decisione, ma anche al diritto della parte di avanzare in quella sede le conclusioni di merito utili alla propria difesa; che sarebbe prospettabile anche la lesione dell'art. 3 Cost., sotto il profilo della irragionevole disparità di trattamento tra imputati, a seconda che nei confronti degli stessi sia stata pronunciata una sentenza di improcedibilità adottata in fase predibattimentale ovvero analoga sentenza emessa al termine del dibattimento; che infatti l'imputato si troverebbe di fronte alla alternativa tra proporre l'eccezione di improcedibilità in limine al dibattimento, affrontando però il rischio che la decisione sia riformata in appello, con relativa perdita di un grado del processo di merito, e rinunziare a dedurla in limine subordinando la prospettazione di ogni questione pregiudiziale all'esame del merito; che nella fattispecie concreta, osserva ancora la Corte di appello, l'annullamento della sentenza di proscioglimento favorevole agli appellati ha determinato l'incongrua conseguenza della perdita della fase di merito del primo grado di giudizio; che, ad avviso del rimettente, i denunciati profili di incostituzionalità potrebbero essere eliminati solo prevedendo l'obbligo per il giudice di appello, qualora riconosca l'erroneità della dichiarazione di improcedibilità emessa in limine dal giudice di primo grado (o a ciò sia vincolato a seguito di sentenza della Corte di cassazione), di rinviare gli atti a quest'ultimo per la celebrazione del relativo giudizio; che nel giudizio si è costituito uno degli imputati nel procedimento a quo rappresentato e difeso dagli avvocati Oreste Dominioni e Corso Bovio, i quali hanno chiesto che la questione sia dichiarata fondata, richiamando le censure prospettate dal rimettente; che nel giudizio è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo invece che la questione sia dichiarata infondata; che a parere dell'Avvocatura la questione sarebbe simile a quella, sollevata in riferimento all'art. 24 Cost. e concernente un'analoga norma del codice del 1930 (art. 522, quarto comma), dichiarata infondata con la sentenza n. 41 del 1965; che, in particolare, la censura relativa alla lesione del diritto di difesa dimostrerebbe "troppo", coinvolgendo ogni ipotesi in cui il giudice debba pronunciare una sentenza di improcedibilità ex art. 129 cod. proc. pen. ;