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La descrizione della realtà nel suo complesso, al di fuori di stereotipi e pregiudizi, è il primo passo per un profondo cambiamento culturale della società e per il raggiungimento di una reale parità. Esiste un modo molto semplice per riconoscere il sessismo linguistico, da utilizzare anche in altri contesti e con altri codici di comunicazione visiva come la fotografia, chiamato « regola dell'inversione ». Consiste nell'invertire tutti i riferimenti sessuali: un termine maschile si cambierà al femminile, e viceversa. Per esempio, se compare l'immagine di una donna in una campagna pubblicitaria, immagineremo la stessa campagna pubblicitaria rappresentata da un uomo, e viceversa. Se questa inversione ci sembra strana, sicuramente siamo di fronte ad un esempio di sessismo. Allo stesso modo, se il cambiamento di un termine cambia il significato contestuale e compromette il contenuto, siamo di fronte ad un caso di sessismo linguistico e abbiamo il dovere di correggerlo. Anche il linguaggio amministrativo in Italia andrebbe aggiornato per renderlo paritario. Espressioni come « i diritti dell'uomo » andrebbero riformulate in « i diritti della persona » e così via. In Italia il primo studio organico sul sessismo linguistico si deve ad Alma Sabatini (1922-1988), militante radicale e attivista femminista che curò delle linee guida, rivolte alle scuole e all'editoria scolastica, contenute nelle « Raccomandazioni per un uso non sessista della lingua italiana », estratte da « Il sessismo nella lingua italiana ». Nello studio si evidenzia, in particolare, la prevalenza del genere maschile usato in italiano anche con doppia valenza per indicare il femminile (il cosiddetto maschile neutro) e si sottolinea il mancato uso di termini istituzionali declinati al femminile. Per quanto riguarda gli esempi negli altri Paesi europei si ricordano i seguenti: in Francia la circolare del Primo ministro dell'8 marzo 1998 ha richiamato i Ministri a « ricorrere ad appellativi femminili per i nomi di mestiere, di funzione, di grado e di titolo »; nel 1993 il Governo svizzero ha deciso che l'Amministrazione utilizzi una lingua « non sessista »; in Austria un accordo del 2001 ha impegnato i Ministri a un impiego della lingua sensibile ai generi; in Germania, conformemente alla legge federale sull'uguaglianza fra le donne e gli uomini (5 dicembre 2001), esiste l'obbligo di attenzione a un linguaggio sensibile ai generi nella legislazione e nella corrispondenza ufficiale; in Spagna la legge costituzionale 3/2007 per la parità effettiva tra gli uomini e le donne prevede, al titolo II sulle politiche pubbliche per la parità, tra i criteri generali di attuazione dei poteri pubblici, « l'adozione di un linguaggio non sessista nell'ambito amministrativo e la promozione dello stesso nella totalità dei rapporti sociali, culturali ed artistici ». Il presente disegno di legge è volto a fornire una risposta concreta alla lotta contro le discriminazioni di genere, perpetrate sotto forma di utilizzo di immagini che trasmettono, non solo esplicitamente, ma anche in maniera allusiva, simbolica, camuffata, subdola e subliminale, messaggi che suggeriscono, incitano o non combattono il ricorso alla violenza esplicita o velata, alla discriminazione, alla sottovalutazione, alla ridicolizzazione, all'offesa delle donne. L'obiettivo che si intende realizzare è il superamento e la rimozione degli stereotipi sessisti veicolati da messaggi pubblicitari che offendono e sviliscono le donne. Gli stereotipi di genere consolidano ruoli di genere limitati e restringono il margine di manovra e le opportunità di vita di donne e ragazze, ma anche di uomini e ragazzi. Dal momento che tali messaggi sono onnipresenti nella vita di ciascuno (in televisione, sui giornali, nei film, su internet ), essi divengono la regola cui è prevista, e richiesta, l'adesione da parte di ogni singolo membro della società. Alle criticità e carenze dell'attuale impianto normativo in materia di pubblicità discriminatoria intende ovviare il presente disegno di legge, inserendo, tra le altre cose, il divieto di pubblicità discriminatoria nel codice delle pari opportunità tra uomo e donna, al quale si apportano, pertanto, le necessarie modifiche, e affidando all'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni l'esercizio delle attribuzioni previste dalle nuove norme, attese le specifiche competenze e funzioni ad essa attribuite fin dalla sua istituzione, nonché le ulteriori funzioni che ha progressivamente assunto, in particolare nella repressione della pubblicità ritenuta lesiva della tutela dei minori diffusa con qualsiasi mezzo. Il disegno di legge si compone di dodici articoli. L'articolo 1 reca le finalità. L'articolo 2 contiene le definizioni. L'articolo 3 introduce, come detto in precedenza, il divieto di pubblicità discriminatoria nel codice delle pari opportunità di cui al decreto legislativo n. 198 del 2006. L'articolo 4 attribuisce le attività di controllo e monitoraggio relativi all'attuazione delle disposizioni di cui alla presente legge, nonché la titolarità del relativo procedimento istruttorio e sanzionatorio per la violazione delle medesime disposizioni, all'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni (AGCOM). In particolare si prevede che la commissione per i servizi e i prodotti dell'AGCOM verifichi il rispetto nel settore radiotelevisivo delle norme in materia di contrasto alla discriminazione di genere, anche tenendo conto dei codici di autoregolamentazione relativi al rapporto tra televisione e rappresentazione della figura femminile, del codice di autodisciplina della comunicazione commerciale dell'Istituto dell'autodisciplina pubblicitaria (IAP), nonché degli indirizzi della Commissione parlamentare per l'indirizzo generale e la vigilanza dei servizi radiotelevisivi. L'articolo 5 disciplina il divieto di affissione di pubblicità sessista o discriminatoria e il relativo sistema sanzionatorio ad opera dei comuni. Agli articoli 6 e 7 si dispone che le amministrazioni pubbliche di cui al decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, « in ogni disposizione normativa, vigente o in corso di adozione, sono tenute a concordare il titolo funzionale, accademico, professionale, istituzionale od onorifico, con il sesso della persona alla quale lo stesso è attribuito », tenuto conto che al linguaggio viene riconosciuto un ruolo fondamentale nella costruzione sociale della realtà e, quindi, anche dell'identità di genere maschile e femminile. È infatti necessario che sia usato in modo non « sessista » e non privilegi più, come da secoli accade, il genere maschile. L'articolo 8 reca misure di contrasto al sessismo nelle aziende radiotelevisive o telematiche pubbliche. L'articolo 9, a sua volta, contiene disposizioni di contrasto al sessismo nelle aziende radiotelevisive private. L'articolo 10 dispone in materia di codici di autoregolamentazione di contrasto al sessismo di cui è necessario che si doti l'Ordine dei giornalisti. L'articolo 11 prevede l'istituzione di un Tavolo tecnico presso il Dipartimento per le pari opportunità della Presidenza del Consiglio dei ministri per l'elaborazione di codici di coregolamentazione di contrasto al sessismo sulla stampa e sulle piattaforme digitali, tenuto conto dell'impatto di queste ultime sulle nuove generazioni.