[pronunce]

in ordine al secondo, né nel dispositivo, né nella motivazione dell'ordinanza della Corte di appello comparirebbero le richieste di non spettanza e di annullamento della delibera, limitandosi la ricorrente a chiedere alla Corte una pronuncia sul "corretto uso" del potere conferito alla Camera dall'art. 68 Cost. In ogni caso il conflitto dovrebbe essere dichiarato irricevibile anche per la mancanza, nel dispositivo dell'ordinanza della Corte d'appello di Milano, dell'ordine al cancelliere di notificare l'atto alla Camera, in quanto l'intera procedura seguita dal ricorrente dovrebbe corrispondere a quella stabilita per gli atti giudiziari, sicché la notifica dovrebbe trovare il suo fondamento in un ordine del giudice. 3. - Nel merito, la Camera dei deputati rileva che la giurisprudenza costituzionale avrebbe "optato [...] per una posizione intermedia tra quella di chi ritiene che la garanzia di cui all'art. 68, comma primo, della Costituzione copra solo gli atti parlamentari tipici [...] e quella di chi sostiene che da tale garanzia sia coperta tutta l'attività politica comunque svolta dai parlamentari [...]". A conferma di tale orientamento, la Camera richiama numerose sentenze, emesse dal 1993 sino alla sentenza n. 417 del 1999, con la quale la Corte, nel ribadire il nesso funzionale tra le opinioni espresse e l'esercizio delle funzioni parlamentari, ha fatto riferimento al "complessivo contesto parlamentare" in cui le opinioni sono state manifestate. La difesa della Camera prende poi atto del recente mutamento di indirizzo della Corte (vengono richiamate le sentenze nn. 10, 11, 56 e 58 del 2000), che, peraltro, non sarebbe ancora consolidato. In relazione ai fatti integranti il reato di oltraggio, la Camera, richiamandosi alla sentenza n. 417 del 1999, osserva che l'intera attività politica dei parlamentari della Lega Nord è "improntata all'affermazione dell'autonomia e dell'indipendenza di una parte del Paese dal governo centrale" come dimostrato anche dai numerosi interventi in sede parlamentare a sostegno della legittimità del termine "Padania"; in tale situazione non dovrebbe esservi dubbio che i parlamentari inquisiti "abbiano interpretato la perquisizione nella sede del partito come un attentato all'autonomia e all'indipendenza del partito stesso e del connesso gruppo parlamentare" e, di conseguenza, che le opinioni manifestate in quel contesto debbano collegarsi "ai numerosi interventi, svolti in sede parlamentare, per la rivendicazione dell'autonomia e dell'indipendenza dal potere centrale". La Camera resistente sostiene infine che anche il recente mutamento di indirizzo della Corte, secondo cui non sarebbe più sufficiente, ai fini della insindacabilità, la "corrispondenza tra le opinioni espresse e il contesto politico" ma sarebbe necessaria "una corrispondenza sostanziale tra le opinioni manifestate extra moenia e il contenuto di atti funzionali compiuti in Parlamento" non può certo riferirsi all'ipotesi di "opinioni manifestate in presenza di fatti nuovi e imprevedibili" quali sono appunto quelle rese durante una perquisizione, non essendo possibile pretendere una "formale "anticipazione" di tali opinioni in sede parlamentare". Per quanto concerne, poi, i fatti per i quali è stato ravvisato il reato di resistenza, premesso che un'opinione può essere manifestata con qualsiasi mezzo e non solo tramite forme verbali, e che quindi "la materialità di un atto o comportamento non impedisce la sua qualificabilità come opinione" la difesa della Camera rileva che "la resistenza [...] è un mezzo grazie al quale singoli o gruppi intendono proteggere innanzitutto beni che considerano [...] irrinunciabili". La resistenza sarebbe, in altri termini, "strumentale" alla tutela di beni "finali", quali l'autonomia e l'indipendenza del partito della Lega Nord, e pertanto non può essere valutata in modo diverso rispetto alle forme verbali impiegate, nello stesso contesto, per protestare contro la perquisizione, ritenuta illegittima violazione proprio di quella autonomia e di quella indipendenza. In una successiva memoria depositata in vista dell'udienza, la difesa della Camera insiste nelle conclusioni già rassegnate nell'atto di costituzione, rilevando altresì, quanto alla eccezione di irricevibilità, che l'utilizzazione della forma dell'ordinanza determinerebbe la violazione del principio di parità tra le parti: l'autorità giudiziaria diverrebbe, infatti, il solo soggetto "a poter aggirare" il disposto dell'art. 6 delle norme integrative del 16 marzo 1956, in base al quale "la parte deve depositare i propri documenti "in tante copie in carta libera quanti sono i componenti della Corte e le parti". Nel merito la difesa della Camera, richiamando ancora una volta la sentenza n. 417 del 1999, ribadisce che ciò che non può ritenersi coperto dalla garanzia costituzionale è la mera "attività politica" del deputato, estranea alla "politica parlamentare"; le opinioni connesse alla politica parlamentare dovrebbero invece godere della garanzia ex art. 68 Cost., a nulla rilevando la circostanza che vengano manifestate extra anziché infra moenia. Nel menzionare le successive sentenze che hanno richiesto una "corrispondenza sostanziale tra l'opinione manifestata all'esterno e quella manifestata in singoli atti tipici" la difesa della Camera richiama, a conferma della propria tesi interpretativa, le più recenti sentenze nn. 320 e 321 del 2000, dalle quali si ricaverebbe che la corrispondenza sostanziale tra l'atto parlamentare tipico e la dichiarazione extra moenia è solo una delle ipotesi di riconducibilità della dichiarazione alla funzione parlamentare, ancorché sia quella che si verifica "normalmente": tanto è vero che nel caso di specie non sarebbe neppure possibile richiedere una formale "anticipazione" in sede parlamentare delle opinioni espresse in occasione della perquisizione, attesa l'imprevedibilità dell'atto compiuto dalla polizia giudiziaria.1. - Il conflitto di attribuzione promosso dalla Corte di appello di Milano nei confronti della Camera dei deputati investe le deliberazioni con cui l'Assemblea, in data 16 marzo 1999, ha affermato l'insindacabilità - alla stregua dell'art. 68, primo comma, della Costituzione - dei fatti qualificati come reati di resistenza e di oltraggio a pubblico ufficiale, per i quali i deputati Roberto Maroni, Umberto Bossi, Davide Carlo Caparini, Piergiorgio Martinelli e Roberto Calderoli erano stati condannati dal pretore di Milano, mentre nei confronti del deputato Mario Borghezio, anch'egli condannato per entrambi i reati, la deliberazione di insindacabilità ha avuto per oggetto solo i fatti relativi all'imputazione di oltraggio. Con riferimento alle condotte qualificate come reato di oltraggio, la Corte di appello ricorrente contesta le argomentazioni del relatore della Giunta per le autorizzazioni a procedere, secondo cui il nesso funzionale tra le opinioni espresse e l'attività parlamentare andrebbe riferito alla battaglia politica dei parlamentari del Partito "Lega Nord" in favore dell'indipendenza della "Padania"; e osserva che tale nesso sarebbe ancora meno ravvisabile, come aveva ritenuto la stessa Giunta, in relazione ai fatti contestati come resistenza a pubblico ufficiale, che costituiscono espressione di una contrapposizione violenta ad un potere statuale. 2.