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L’ottavo comma prevede tale seconda riunione come automatica nel caso di voto di sfiducia su una questione o mozione (sia essa di fiducia o di sfiducia). La prevede anche nel caso di presentazione del Governo in seguito alla sua formazione, ma posticipandola al pronunciamento di entrambe le Camere separatamente, e vincolandola solo al caso in cui una di esse abbia negato la fiducia. Anche nel caso in cui il Governo abbia posta la questione di fiducia su un progetto di legge in discussione in un ramo del Parlamento, e questo l'abbia respinta, l'appello automatico e necessario sarà solo nella sede comune e, quindi, sempre senza alcun legame con la funzione legislativa che le Camere esercitano separatamente. Pertanto, separando il corso dell' iter legislativo dalla sussistenza del vincolo fiduciario, se ne ottiene un Governo che non costringe le Camere ad approvare i suoi progetti di legge; ma ne viene fuori anche un Governo che non può più dimettersi appena li veda respinti con la motivazione della sfiducia pronunciata, essendo l'attivazione delle Camere riunite una procedura obbligatoria. Se infatti si consideri che, come è presumibile aspettarsi, l'intervento delle Camere riunite confermerebbe la fiducia assai più di frequente di quanto non la negherebbe (salvo dissidi fondamentali ed insanabili esplosi all'interno della maggioranza di governo ), il Governo sarebbe di fatto inchiodato a tutta la sua responsabilità di governare ed amministrare; attività da cui potrebbe emergere anche un autonomo profilo politico. Ciò costituirebbe il massimo della separazione possibile congiunto con il massimo della stabilizzazione possibile, entro il governo parlamentare. A differenza dell'esempio statunitense (in cui l'indirizzo di governo e l'indirizzo legislativo costituiscono essi stessi due separati indirizzi politici), e diversamente dall'esempio norvegese (dove l'indirizzo legislativo non è separato dall'indirizzo politico parlamentare, essendo espressi entrambi dal Parlamento riunito), in Italia, determinandosi a Camere separate l'indirizzo legislativo, ed esprimendosi invece a Camere riunite l'indirizzo politico parlamentare, non vi sarebbe stretta e necessaria coincidenza tra quest'ultimo e la legislazione. Per tale ragione, ipotizzando una comparazione che non fu, o almeno che non fu manifestata, Tosato avrebbe potuto sostenere che tale istituto poteva funzionare anche meglio che in Norvegia. Anche se in tal modo verrebbe a mancare l'arma di ricatto delle dimissioni, esercitato del Governo sulla legislazione (che può indirettamente spingere il Capo dello Stato ad uno scioglimento anticipato), rimarrebbe comunque in piedi la possibilità per il Parlamento di sostituire un ministero la cui autonomia di indirizzo si spingesse troppo oltre i confini tracciati dal rapporto fiduciario. Siamo, quindi, ad una rilettura della categoria di indirizzo politico: stante la possibile compresenza di due diversi indirizzi politici, l'affermazione della prevalenza di quello parlamentare sarebbe sempre nella piena disponibilità del Parlamento (cioè delle forze politiche in Parlamento). Sarebbe il Parlamento libero di valutare: 1. se sanzionare, ed in che misura, la divergenza tra il suo indirizzo legislativo e l'indirizzo esecutivo del Governo; ovvero 2. se considerare tale divergenza tollerabile, nel caso che già il suo indirizzo politico sia -- su punti specifici -- differente dalla legislazione via via prodotta (e magari così aderendo all'indirizzo politico governativo); ovvero 3. se sanzionare, ed in che misura, la divergenza tra l'indirizzo politico parlamentare (non coincidente con quello legislativo) e l'indirizzo politico governativo. E non sarebbe certo lecito osservare che così si obbligano il Governo ed i suoi ministri a rimanere in carica con un Parlamento ostile politicamente, perché tale obiezione meriterebbe tutte queste risposte: 1. la fiducia del Parlamento è comunque confermata e sancita; 2. la legislazione non è materia precipua del Governo; 3. perché non si è tentati di fare analoga osservazione quando si considerino gli esecutivi statunitensi, elvetici, francesi (in coabitazione), e tutti i frequenti esecutivi di minoranza delle mature democrazie nord-europee? Tutti quegli esecutivi governano pur non determinando la legislazione. Riprendendo l'articolato proposto dal punto di vista del rapporto di fiducia, la vecchia e la nuova procedura si integrerebbero a vicenda nella seguente maniera. Nel caso di formazione di un Governo (anche in seguito a nuove elezioni), si potrebbero avere le seguenti varianti: a) esso riceve la fiducia da entrambe le Camere separatamente (secondo il terzo comma dell'articolo 94 della Costituzione); ovvero b) la fiducia viene negata da entrambe le Camere ( nulla quaestio , il Governo non nasce, secondo i commi primo e secondo dell'articolo 94 della Costituzione, integrati con l’ottavo comma, secondo periodo, che introduce la votazione necessaria di una Camera anche quando l'altra ha già negato la fiducia); ovvero c) la fiducia è negata da una Camera ed accordata dall'altra; l'ultima parola spetta al Parlamento in seduta comune. Nel corso poi della normale vita istituzionale del Governo, funzionerebbero in prima battuta i commi secondo e sesto dell'articolo 94 della Costituzione, per cui potrebbe essere presentata in una Camera una mozione motivata di sfiducia (firmata da un decimo dei componenti di essa), discussa e votata nei tempi e nei modi prescritti. Se fosse approvata, invece della crisi, si avrebbe automaticamente, il terzo giorno successivo al voto di sfiducia, la seduta del Parlamento a Camere riunite (secondo l’ottavo comma, primo periodo). Ed in quella sede sarebbe detta sempre l'ultima parola sulle sorti del Governo. Stessa cosa succederebbe se una Camera negasse l'approvazione di una mozione o questione di fiducia. Quindi, depositarie del vincolo fiduciario resterebbero sempre entrambe le Camere separatamente, nella misura in cui entrambe potrebbero approvare per prime una mozione di sfiducia (ovvero respingere una mozione o questione di fiducia) nella vecchia maniera; dopo di che si attiverebbe la nuova procedura; ma con la significativa differenza che nessuna delle due Camere sarebbe l'arbitra sola e decisiva (come è ora) della permanenza in vita del Governo in carica o della legittimazione di un Governo appena formato. Solo nel caso di presentazione alle Camere di un Governo neoformato, e solo nella iniziale fase di investitura, si avrebbe la necessità del voto separato delle due Camere, non valendo la presunzione di fiducia. Una chiosa finale merita il nono comma. Intanto va da sé che una questione di fiducia prevarrebbe su eventuali precedenti mozioni ancora da discutere (anche nell'altra Camera), e che il Governo non potrebbe mai vedersi votata la stessa questione nelle due Camere. Stabilita quindi una procedura così gravida di conseguenze (per il fatto che alla Camera che arrivi per seconda si preclude la possibilità di pronunciarsi autonomamente, se non nel caso della presentazione del Governo appena formatosi), è assai delicato stabilire come procedere quando siano compresenti più mozioni di fiducia/sfiducia nei due rami del Parlamento, per evitare attriti tra di essi. E la residuale decisione a maggioranza nella riunione tra i due Presidenti ed i corrispondenti Vicepresidenti, serve proprio a fornire un criterio risolutivo efficiente e collegiale.