[resaula]

Sarebbe quindi necessario fare un discorso molto lungo sui servizi sociali, sul loro ruolo nel territorio, sul Tribunale per i minorenni, che ha agito e continua ad agire con una logica fascista, nel senso che non si prevede alcun contraddittorio anche a fronte di decisioni traumatiche nelle quali non vi è nessun coinvolgimento di chi si vede portare via i bambini. Stiamo parlando di migliaia di casi. Sono ancora sotto choc perché il 3 dicembre dello scorso anno si è conclusa, come sapete, con un'assoluzione piena la vicenda di due genitori di Modena ai quali nel 1998 hanno portato via i bambini e che sono stati assolti nel 2015; purtroppo nel frattempo uno dei due è morto d'infarto, i quattro bambini non li hanno più visti, mentre il quinto, che ha dieci anni, sta in Francia da dieci anni con la madre, che nel frattempo ha avuto un altro bambino e non poteva portarlo in Italia perché le sarebbe stato sottratto. Chiaramente è un mondo pieno di dolore e di contraddizioni. È opportuna una riflessione sul ruolo dei servizi sociali, su quando, per il bene del bambino, è giusto che lo stesso venga sottratto alla famiglia e quando invece si può esagerare da questo punto di vista. So che nei tribunali per i minorenni e nei servizi sociali c'è una corrente di pensiero - e ho visto interviste che lo confermano - per cui se i genitori siano colpevoli o innocenti o comunque in una situazione di difficoltà non interessa assolutamente perché si deve pensare soltanto al bambino. Mi sembra una posizione assolutamente estremista, perché il bambino ha un padre, una madre, una famiglia, e nel contesto di questi difficili equilibri bisogna tener conto di tutti questi fattori, compreso il diritto della famiglia naturale in difficoltà a non vedersi sottratto il bambino o, una volta superate le difficoltà, a non vedersi opporre il ragionamento per cui non può più vedere il bambino perché per anni è stato affidato a un'altra coppia, e quindi, pur non avendo fatto niente di male, non può riavere il bambino. È un paradosso ma è così: se in Italia un bambino viene rapito e dopo qualche anno viene ritrovato, viene ridato alla famiglia; se invece un bambino viene sottratto dai servizi sociali e dopo anni e anni la famiglia cui è stato sottratto risulta innocente rispetto a delle accuse o supera le sue difficoltà, il bambino non le viene più ridato, secondo il principio che ormai è stato affidato a un'altra famiglia, quindi sarebbe un trauma ritornare con il papà e la mamma di origine. Arrivo alla conclusione citando una questione che mi sta a cuore come persona che ama il Parlamento. Credo sia ora di smetterla di dire che il Parlamento è sempre indietro, che il Parlamento non capisce e non si adegua, che sono i magistrati a stabilire le regole (stamattina ha anche sentito la citazione delle due donne affidatarie). Non è mica vero. Il Parlamento opera, approfondisce, fa le leggi: quella sulle adozioni la approvammo dieci anni fa con la collega Serafini e fu una legge che uscì da un confronto parlamentare con tutte le associazioni familiari. Anche la riforma che stiamo varando adesso discende da un confronto, che certamente si conclude attraverso la conferma dei due istituti fondamentali (affido da una parte e adozione dall'altra) e vuole risolvere alcune situazioni di difficoltà imbarazzanti; ad esempio, quando un bambino può essere adottato e vi è già una coppia affidataria che ha le condizioni per adottarlo, effettivamente la legge sottolinea che è meglio che stia con quest'ultima piuttosto che avere un altro trauma. Il testo opera quindi all'interno del perfezionamento di un sistema che però rimane inalterato nei suoi aspetti fondamentali. È una scelta del Parlamento, poi se la società civile o qualche magistrato la pensa diversamente e tenta di scardinare gli istituti dell'adozione o dell'affido così come sono stati designati, è democraticamente accettabile. Non si può però ritenere che il Parlamento sia fatto solo di sprovveduti e che tutti i colleghi, senatori e deputati, che si affannano attorno a queste materie, quando licenzieranno il presente disegno di legge non avranno capito quello che staranno facendo o comunque per definizione sono sempre in ritardo rispetto a non si sa cosa. In ultimo, anche rivolgendomi ai colleghi di Forza Italia che sono intervenuti, se questa miniriforma funzionerà o no è molto difficile dirlo, perché purtroppo calare norme di legge nelle migliaia di fattispecie, una diversa dall'altra, con cui ci troviamo a confrontarci è molto difficile, perché arriva sempre il caso limite in cui viene sottolineato il diritto della famiglia d'origine che verrebbe conculcato o quello in cui viene invece conculcato il diritto degli affidatari, rispetto al quale l'opinione pubblica ritiene che in quel caso non si capisce perché la legge non lo possa permettere. È sempre il dramma di quando si legifera in situazioni generali. Vi sono poi altri aspetti che ho colto negli interventi svolti, come quello dell'elevazione del limite di età degli adottanti, citato dal collega. Effettivamente, in un mondo nel quale si va in pensione più tardi e la vita media aumenta, mi sembra fattibile prendere in esame un aggiornamento dell'età fino alla quale le persone possono adottare. Del resto, la scienza medica oggi consente alle donne di avere figli ad un'età che è al limite, se non oltre l'età massima per adottare, quindi si possono introdurre miglioramenti in tal senso. Vedremo gli emendamenti presentati e i miglioramenti che ne possono derivare, però mi sembra che il Parlamento stia facendo un buon lavoro sul tema, certamente cercando un equilibrio (in una delle materie più difficoltose in cui trovarlo) nell'interesse dei bambini, delle coppie affidatarie e anche dei genitori della famiglia di origine. PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Donno. Ne ha facoltà. DONNO (M5S) . Signor Presidente, «incapacità genitoriale», «disagio economico», «patologie psichiche», «situazioni di conflittualità»: sono queste le voci che hanno maggiore incidenza nelle pratiche di affido. Secondo l'ultimo rapporto in materia, sono stati più di 28.000 i bambini e i ragazzi fino a diciassette anni accolti da famiglie affidatarie e da comunità residenziali perché fuori dalle famiglie di origine. Le Regioni maggiormente interessate dalle pratiche dell'affido sono agli estremi dello Stivale, in barba allo stereotipo del benestante Nord e del disgraziato Sud. La Liguria e la Sicilia, infatti, sono le Regioni in cui è più alto il tasso di bambini e di adolescenti fuori dalla famiglia di origine, vale a dire più di 3,5 per ogni 1.000 abitanti. Si tratta per lo più di ragazzi con un'età compresa nella fascia che va dagli undici ai quattordici anni. I piccoli ed i piccolissimi, dunque, sono quasi un'eccezione rispetto alle altre classi di età e se qualcuno pensa che stiamo trattando di un fenomeno legato all'immigrazione, sbaglia di grosso. Solo 17 bambini affidati su 100 sono stranieri e l'esposizione al rischio povertà colpisce tutti, o meglio, sta colpendo tutti, senza distinzioni di sorta. Le diverse realtà dell'affido rivelano la fotografia di uno Stato deficitario sotto tanti aspetti, troppi, a partire da adeguati sostegni alla genitorialità.