[pronunce]

Risulterebbe violato, infine, l'art. 111 Cost., sia «nella parte in cui prevede il diritto dell'imputato di allegare prove della propria innocenza» (nella specie, mediante l'atto di opposizione); sia nella parte in cui - enunciando il principio della ragionevole durata del processo - esclude che l'imputato possa essere costretto a richiedere il giudizio al fine di conseguire un'assoluzione che già emerge come esito evidente dagli atti. La questione sarebbe, altresì, rilevante nel giudizio a quo, apparendo incontestabile l'interesse degli imputati ad essere prosciolti, anziché per estinzione del reato in conseguenza dell'oblazione, con formula ampiamente liberatoria ai sensi dell'art. 129 cod. proc. pen. 2.- È intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, il quale ha chiesto che la questione sia dichiarata inammissibile, per difetto di rilevanza e perché fondata su un erroneo presupposto interpretativo, o comunque infondata. La difesa dello Stato osserva che le sezioni unite della Corte di cassazione, nella sentenza citata del rimettente, hanno affermato che il giudice per le indagini preliminari, investito della richiesta di giudizio immediato da parte dell'opponente a decreto penale, non può adottare de plano una sentenza di proscioglimento ai sensi dell'art. 129 cod. proc. pen. , in quanto «l'esigenza di immediatezza nella declaratoria di una causa di non punibilità deve pur sempre trovare attuazione nelle forme ordinarie e nel rispetto del contraddittorio e dei diritti delle parti». Nell'ambito del procedimento monitorio, la facoltà del giudice per le indagini preliminari di pronunciare sentenza di proscioglimento a norma dell'art. 129 cod. proc. pen. è prevista dall'art. 459, comma 3, cod. proc. pen. : disposizione che - come rilevato dalle sezioni unite - rappresenta una «eccezione al sistema, giustificata dalla particolare tipologia del rito che governa il procedimento per decreto, contrassegnato dall'assenza di contraddittorio». Per converso - sempre secondo quanto affermato dalle sezioni unite - dopo che il decreto di condanna sia stato emesso, il giudice per le indagini preliminari è spogliato di poteri decisori sul merito dell'azione penale, incombendo su di esso, ove sia stata presentata opposizione, esclusivamente poteri-doveri di propulsione processuale, vincolati nei contenuti. Tale lettura del sistema apparirebbe del tutto ragionevole e pienamente rispettosa del principio del contraddittorio e dei diritti di difesa delle parti. Essa terrebbe conto della natura dell'atto di opposizione, il quale, per opinione generale, si configura come gravame puro, traducendosi in una mera richiesta di giudizio nel contraddittorio, secondo le peculiarità dei vari riti previsti dalla legge processuale in relazione all'opzione esercitata. Le stesse sezioni unite, peraltro, hanno espressamente indicato come eccezione - rispetto alla regola che assegna al giudice per le indagini preliminari, dopo la presentazione dell'opposizione, solo poteri di impulso processuale - l'ipotesi della «decisione sulla eventuale domanda di oblazione», alla luce di quanto previsto dalla norma censurata. Il necessario rispetto del principio del favor rei, imporrebbe, in effetti, al giudice investito della domanda di oblazione un «giudizio» allo stato degli atti, se pure adeguato all'economia e alla natura del procedimento monitorio: con la conseguenza che - contrariamente a quanto sostenuto dal rimettente - prima di pronunciarsi sull'oblazione, il giudice sarebbe tenuto a verificare, secondo il canone prefigurato dall'art. 129 cod. proc. pen. , che non vi siano evidenze probatorie che impongano una pronuncia di proscioglimento più favorevole all'imputato. Del resto, nel procedimento di oblazione, disciplinato dall'art. 141 disp. att. cod. proc. pen. , le scansioni costituite dalla verifica dei presupposti per l'ammissione all'oblazione, dalla fissazione della somma da versare e dalla concessione di un termine per il pagamento, offrirebbero al giudice ampie possibilità per valutare se esistano le condizioni per una pronuncia nel merito più vantaggiosa per l'imputato, rispetto alla dichiarazione di estinzione del reato conseguente al versamento della somma.1.- Il Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Tivoli dubita della legittimità costituzionale dell'art. 464, comma 2, del codice di procedura penale, nella parte in cui, «secondo il diritto vivente», non consentirebbe al giudice di pronunciare sentenza di proscioglimento ai sensi dell'art. 129 cod. proc. pen. allorché, contestualmente all'opposizione a decreto penale di condanna, l'imputato abbia presentato domanda di oblazione. In tale lettura, la norma censurata violerebbe l'art. 3 Cost., determinando una irragionevole disparità di trattamento dell'imputato nella fase che precede e in quella che segue l'emissione del decreto di condanna. L'art. 459, comma 3, cod. proc. pen. prevede, infatti, che il giudice possa prosciogliere l'imputato ai sensi dell'art. 129 cod. proc. pen. in sede di decisione sulla richiesta di emissione del decreto di condanna presentata dal pubblico ministero. Di contro, una volta emesso il decreto, il giudice - ove sia proposta opposizione con contestuale domanda di oblazione - si troverebbe vincolato ad "imporre" all'imputato il pagamento di una somma di denaro a tale titolo, anche quando dalle deduzioni contenute nell'atto di opposizione emerga in modo evidente la sua innocenza. Sarebbe violato, altresì, l'art. 24 Cost., in quanto la possibilità, per l'imputato, di fruire del proscioglimento immediato nella fase anteriore all'emissione del decreto penale di condanna, ai sensi dell'art. 459, comma 3, cod. proc. pen. , verrebbe a dipendere dalla completezza o meno delle indagini svolte dal pubblico ministero sino a quel momento, senza che rilevino i successivi apporti probatori della difesa. La norma censurata violerebbe, ancora, l'art. 27 Cost., ledendo il diritto dell'imputato a conseguire in ogni stato e grado del giudizio l'assoluzione dall'accusa mossagli, allorché emerga univocamente l'insussistenza della sua responsabilità penale. Risulterebbe violato, infine, l'art. 111 Cost., sia «nella parte in cui prevede il diritto dell'imputato di allegare prove della propria innocenza» (nella specie, mediante l'atto di opposizione); sia nella parte in cui - enunciando il principio della ragionevole durata del processo - esclude che l'imputato possa essere costretto a richiedere, e quindi ad attendere, il giudizio al fine di conseguire un'assoluzione che appare già scontata sulla base degli atti. 2.- In via preliminare, va rilevato che l'eccezione di inammissibilità formulata dall'Avvocatura dello Stato, tesa a far valere l'inesattezza della premessa ermeneutica da cui muove il rimettente (ritenuta foriera anche di un difetto di rilevanza), attiene, in realtà, al merito della questione. 3.- Nel merito, la questione non è fondata. L'art. 129 cod. proc. pen.