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Disposizioni per il contrasto dell'obsolescenza programmata dei beni di consumo. Onorevoli Senatori . – Finalmente la politica istituzionale è stata messa con le spalle al muro da ampi movimenti di protesta, specie giovanili, di fronte all'emergenza ambientale provocata dal riscaldamento globale causato dalle attività umane. Tale emergenza va affrontata da più lati con una serie di misure che devono costituire un vero e proprio pacchetto per la transizione ecologica del nostro sistema produttivo e delle modalità con cui consumiamo. La regolamentazione del tempo dell'uso di quello che acquistiamo potrebbe essere un concreto e solido alleato per combattere il riscaldamento globale prodotto dalle attività umane riducendo le materie prime utilizzate, diminuendo la quantità di energia necessaria, l'emissione di gas serra, riducendo i costi per le famiglie ed il pericolo di delocalizzazione dei posti di lavoro che troverebbero nelle attività di riparazione un valido sbocco occupazionale. Combattere l'obsolescenza programmata diventa dunque un aspetto indifferibile di ogni politica volta a salvare il clima ed anche per concretizzare, insieme a disposizioni sul « fine vita » degli oggetti, il progetto dell'economia circolare. Occorre, dunque, allungare la garanzia obbligatoria che le aziende produttrici devono dare all'acquirente. Infatti, durante questo periodo i consumatori tendono, mediamente, a riportare per riparazioni l'80 per cento dei beni comprati mentre la percentuale si riduce anche al 40 per cento, nel caso di apparecchi elettrici ed elettronici, dopo la fine della garanzia perché si ritiene più conveniente il nuovo acquisto (studio degli « Amis de la terre » – settembre 2016 – www.amisdelaterre.org). Ma, non appena termina la garanzia, il tasso di riparazione si dimezza – scendendo al 40 per cento per gli apparecchi elettrici ed elettronici. A torto o a ragione, il proprietario ritiene più pratico o meno oneroso acquistare un nuovo tostapane o un nuovo computer. È dunque possibile prolungare la vita degli oggetti cambiando il diritto: più dura la garanzia, più le merci vengono riparate e la loro longevità aumenta. Insieme al ritmo del loro rinnovo vengono rallentati lo sfruttamento delle risorse naturali e i flussi di energia necessari per la loro produzione. La deduzione è che più si allunga la vita e meno si consuma e meno impatti si hanno sul pianeta. La garanzia sembra una cosa da nulla. Eppure è una leva potente per la trasformazione economica e dunque politica. Sarebbe la fine della civiltà dell'usa e getta, pilastro della società dei consumi. Entreremmo in un altro mondo con garanzie a dieci anni. Razmig Keucheyan, sociologo e autore del saggio Les besoins artificiels. Comment sortir du consumérisme (La Découverte, Parigi 2019) scrive che l'opposizione industriale sarebbe dura, « meno merci immesse sul mercato significa, a parità delle altre condizioni, meno profitti. Certo, la riparazione potrebbe diventare un settore vantaggioso [...]. Ma si tratta di ripensare da cima a fondo il modello produttivo vigente ». Si tratta di affrontare tutti gli ostacoli che alzeranno a partire dalle solite scuse che alla fine pagano i consumatori, dai costi superiori alla mancata libertà di scegliere nuovi prodotti, che tarderanno ad arrivare perché si rallenta l'innovazione. Tutte argomentazioni strumentali che servono per coprire i profitti. Ma non è certo una cosa semplice da realizzare perché implica che deve cambiare il modello di produzione e il consumismo deve fare passi indietro. Un prodotto deve essere riparabile (non può essere un monoblocco, ma i componenti devono essere separati e sostituibili), non può più essere creato con l'obsolescenza programmata, perché devono essere disponibili i pezzi di ricambio, perché devono tornare ad esserci i riparatori. E poi « la professione di riparatore indipendente presenta una particolarità: non si può delocalizzare. Quando lo smartphone si guasta, viene mandato talvolta all'altro capo del mondo e poi rispedito. [...]. Al contrario, l'intervento di un riparatore indipendente mobilita un essere umano presente sul posto in carne e ossa. Contrariamente a quanto sostengono gli industriali, cioè che l'estensione della garanzia sia una minaccia per l'occupazione aumentando i costi di fabbricazione e distribuzione, più garanzia significherebbe più riparazioni, e dunque più lavoro ». C'è un altro aspetto importante da sottolineare a proposito dell'allungamento della garanzia: la rilocalizzazione della produzione, « senza la quale la transizione ecologica, non ha alcuna chance di riuscita. In effetti, i prodotti di base a basso costo provenienti dall'altro capo del mondo, oltretutto con notevoli emissioni di gas serra nel trasporto, difficilmente potrebbero soddisfare le esigenze di una garanzia decennale. Lo si dimentica spesso, la globalizzazione mercantile ha come corollario un degrado della qualità dei beni, e l'assenza di garanzia per molti di essi. Se gli industriali dovessero garantire i loro prodotti per dieci anni, dovrebbero obbligare i loro fornitori, numerosi e geograficamente dispersi, a procurare loro componenti di qualità ». Per tutti questi motivi riteniamo utile riproporre una proposta di legge presentata a suo tempo dai deputati di « Sinistra, Ecologia, Libertà » nella XVII legislatura (il 10 settembre del 2013 – atto Camera n. 1563) a prima firma del deputato Lacquaniti, nella speranza che ora i tempi siano maturi per affrontare da parte del decisore politico questa tema così importante e difficile. Recenti studi, infatti, confermano come l'obsolescenza programmata comporta evidenti problemi a livello commerciale, nonché un enorme danno economico a carico dei cittadini e dell'intera collettività. I costi legati all'obsolescenza programmata, stimati in parecchi miliardi di euro nell'arco di un anno, potrebbero essere reinvestiti nelle attività legate alla riparazione e al reimpiego dei beni, programmando e incentivando, ad esempio, l'apertura di nuove attività dedicate alla manutenzione e al ripristino. Una strada che, quindi, la politica dovrebbe perseguire è proprio quella dell'apertura e del sostegno di scuole tecniche rivolte alla formazione di nuovi artigiani dediti alle riparazioni. Volendo inquadrare il fenomeno dell'obsolescenza programmata sotto il profilo storico e normativo, anche facendo riferimento alle esperienze già maturate al livello europeo, si può ricordare che il 23 dicembre 1924 venne stipulato a Ginevra l'accordo Phoebus , il primo cartello mondiale avente come scopo il controllo della produzione e della vendita delle lampadine ad incandescenza. Tale accordo, che coinvolgeva le più importanti case produttrici di lampadine ad incandescenza, prevedeva, tra l'altro, di ridurre la vita delle lampadine dalle oltre 2.500 ore (garantite prima dell'accordo) a sole 1.000 ore. Phoebus , di fatto, è stato dunque l'atto di nascita dell'obsolescenza deliberatamente programmata per gli oggetti d'uso comune. Nel 1933, nel pieno della crisi economica mondiale, l'immobiliarista americano Bernard London, nel suo primo capitolo del libro The New Prosperity , dal titolo: « Ending the Depression Through Planned Obsolescence » arrivò a teorizzare l'obsolescenza obbligatoria per ogni bene di consumo.