[pronunce]

Il procedimento regolato dalle disposizioni censurate è, per l'appunto, caratterizzato dal "recupero" di tali garanzie nella fase eventuale di opposizione al provvedimento pronunciato senza formalità dal giudice, introdotta dalla parte che vi abbia interesse; fase di opposizione che si svolge con le modalità ordinariamente previste per il procedimento di sorveglianza, a loro volta modellate su quelle dell'incidente di esecuzione di cui all'art. 666 cod. proc. pen. , le quali prevedono - tra l'altro - la partecipazione necessaria all'udienza camerale del difensore e del pubblico ministero, la facoltà per l'interessato di chiedere di essere sentito, la possibilità per il giudice di acquisire - anche su istanza di parte - ogni documento o informazione ritenuti necessari, di assumere prove in udienza nel contraddittorio tra le parti, nonché - per effetto della sentenza n. 97 del 2015 di questa Corte - la facoltà per il condannato di chiedere che l'udienza venga celebrata in forma pubblica. D'altra parte, l'anticipazione di una provvisoria decisione ad opera del giudice in assenza di contraddittorio - già suggerita nella relazione della Commissione mista poc'anzi menzionata (supra, punto 4.2.) e poi accolta con qualche modifica dal d.l. n. 146 del 2013, come convertito - ha, nell'ottica del legislatore, semplicemente lo scopo di consentire una rapida definizione di procedimenti in cui non sono necessari, di regola, accertamenti complessi. Laddove il giudice definisca già in questa prima fase il procedimento in senso favorevole al condannato, la modalità semplificata prevista dalle disposizioni censurate assicurerà in definitiva una tutela più tempestiva degli interessi del condannato stesso, il quale - tanto in materia di riabilitazione, quanto rispetto alla valutazione dell'esito positivo dell'affidamento in prova - potrà così veder riconosciuto in tempi più rapidi l'esito positivo del proprio percorso rieducativo, con conseguente venir meno delle limitazioni alla propria sfera giuridica discendenti dalla precedente condanna. L'eventuale provvedimento negativo del giudice nella fase de plano, d'altra parte, non determina di per sé alcuna conseguenza pregiudizievole per il condannato, dal momento che la giurisprudenza di legittimità considera tale provvedimento non eseguibile sino alla scadenza infruttuosa del termine per l'opposizione, ovvero sino alla sua conferma nell'udienza ex art. 666 cod. proc. pen. conseguente all'opposizione stessa (supra, punto 4.3.). Il che appare di particolare rilievo rispetto ai provvedimenti di esito negativo dell'affidamento in prova, nei quali il tribunale di sorveglianza deve rideterminare il quantum di pena ancora da espiare, tenuto conto della durata delle limitazioni patite dal condannato e della sua condotta durante il periodo trascorso in affidamento (Corte di cassazione, sezioni unite penali, sentenza 27 febbraio 2002, n. 10530; nonché, recentemente, sezione prima penale, sentenza 23 ottobre 2019-13 gennaio 2020, n. 934). Dal punto di vista, poi, del pubblico ministero, la possibilità di un "recupero" successivo del contraddittorio e la non eseguibilità immediata del provvedimento assunto de plano escludono qualsiasi pregiudizio agli interessi pubblici di cui egli è portatore, a fronte della possibilità di interloquire sulle prove e sulle valutazioni del giudice garantita dalla facoltà di presentare opposizione contro il provvedimento del giudice favorevole al condannato. 5.2.2.- Né pare a questa Corte, contrariamente a quanto argomentato nell'ordinanza di rimessione, che il procedimento semplificato previsto dalle disposizioni censurate non consenta un'adeguata valutazione, da parte del giudice, delle istanze di riabilitazione, ovvero dell'esito dell'affidamento in prova. Il tribunale infatti - in riferimento alla richiesta di riabilitazione - ha sempre la possibilità di acquisire ex officio la documentazione che ritenga necessaria ai sensi dell'art. 683, comma 2, cod. proc. pen. ; e - con riguardo alla valutazione sull'esito dell'affidamento in prova - dispone di tutto il materiale informativo fornitogli dall'UEPE a conclusione del percorso compiuto dall'interessato. D'altra parte, il rimedio alla specifica doglianza del giudice a quo, secondo cui il tribunale non potrebbe valutare l'avvenuto recupero sociale del condannato senza avere un contatto diretto con quest'ultimo, non potrebbe di per sé essere assicurato dalla regola della necessaria celebrazione dell'udienza in camera di consiglio ai sensi dell'art. 666 cod. proc. pen. , nei termini auspicati dallo stesso rimettente, giacché anche nell'ambito di tale procedimento la partecipazione del condannato è rimessa alla sua volontà, ex art. 666, comma 4, cod. proc. pen. 5.2.3.- Quanto, infine, al pregiudizio agli interessi del «Popolo sovrano» che discenderebbe dalla disciplina censurata, a far da sfondo alla doglianza del rimettente sembra essere l'idea secondo cui la pubblicità delle udienze rappresenterebbe un requisito coessenziale allo stesso paradigma costituzionale dell'amministrazione della giustizia penale. Se così fosse, tuttavia, lo stesso procedimento ordinario ex art. 666 cod. proc. pen. - che tornerebbe a divenire, secondo gli auspici del rimettente, la modalità ordinaria di trattazione delle richieste di riabilitazione e della valutazione dell'esito della messa alla prova - risulterebbe esso stesso costituzionalmente illegittimo, perché svolto normalmente in camera di consiglio, a meno che l'interessato non abbia fatto richiesta di trattazione nella forma dell'udienza pubblica in forza della sentenza n. 97 del 2015 di questa Corte. In realtà, come questa Corte ha più volte affermato, la pubblicità delle udienze è sì «connaturata ad un ordinamento democratico fondato sulla sovranità popolare», ma non ha valore assoluto, potendo il legislatore introdurre deroghe al principio di pubblicità in presenza di particolari ragioni giustificative, purché obiettive e razionali (sentenze n. 263 del 2017 e ivi ulteriori riferimenti, nonché - da ultimo - sentenza n. 73 del 2022). E, rispetto a un procedimento come quello di cui all'art. 666 cod. proc. pen. , il punto di equilibrio già raggiunto da questa Corte, con la menzionata sentenza n. 97 del 2015, è appunto rappresentato dalla possibilità per l'interessato di chiedere egli stesso lo svolgimento del procedimento nelle forme dell'udienza pubblica, nulla ostando - altrimenti - a che esso possa svolgersi con le forme semplificate proprie di tutti i procedimenti camerali, contemplati peraltro in numerose ipotesi dal codice di procedura penale, anche ai fini della definizione del giudizio di cognizione. Tale possibilità è conservata anche dalla disciplina in questa sede censurata, ben potendo l'interessato proporre opposizione al provvedimento assunto de plano dal giudice, con contestuale richiesta che il procedimento sia trattato nelle forme dell'udienza pubblica ai sensi dell'art. 666, comma 3, cod. proc. pen. , come modificato proprio dalla sentenza n. 97 del 2015. Ciò che è di per sé sufficiente a garantire la conformità della disciplina ai parametri costituzionali e convenzionali in materia di giusto processo.