[pronunce]

l'art. 76 della Costituzione, non trovando, quale norma "innovativa rispetto al passato", giustificazione alcuna, espressa o tacita, nella volontà del legislatore delegante, e non inquadrandosi "neanche nei principi generali contenuti nel sistema costruito fino al 31 dicembre 1987", tanto da "stravolgere un meccanismo studiato per risolvere al meglio il problema del credito di imposta vantato da chi ha già subito una ritenuta"; l'art. 3 della Costituzione, avendo creato, per il fatto stesso di essere rimasta in vigore per il solo anno 1988, "una ingiustificata disparità di trattamento a danno dei contribuenti che in quell'anno avevano crediti d'imposta da compensare". 3. - In via preliminare questa Corte deve meglio precisare il thema decidendum prospettato dall'ordinanza di rinvio. A tal proposito, va osservato che il dubbio di costituzionalità sollevato dal rimettente investe direttamente l'art. 14, comma 4, del d.P.R. n. 917 del 1986, nella sua originaria formulazione, ma, tuttavia, tale disposizione si rende applicabile alla fattispecie controversa nel giudizio a quo, solo in virtù del rinvio ad essa operato dall'art. 92 dello stesso d.P.R., la quale norma richiama, appunto, ai fini dell'imposta sul reddito delle persone giuridiche, la disciplina del credito d'imposta dettata dal citato art. 14 per i percettori di redditi soggetti all'I.R.P.E.F. La questione di legittimità costituzionale va, pertanto, riferita non solo alla norma oggetto di rinvio, direttamente impugnata, ma anche, in combinato disposto con la prima, alla disposizione dell'art. 92 del d.P.R. n. 917 del 1986; integrazione, questa, che si rende possibile alla Corte giacché, proprio dal complessivo tenore dell'atto di promovimento dell'incidente di costituzionalità, i termini della proposta questione risultano con sufficiente chiarezza nel senso ora indicato. 4. - Onde meglio valutare, nella sua portata, la questione sollevata dal rimettente, va rammentato che l'art. 14, comma 4, del d.P.R. n. 917 del 1986 ha il suo antecedente nell'art. 1 della legge 16 dicembre 1977, n. 904, che, al fine di evitare la doppia imposizione sugli utili distribuiti dalle società commerciali, introdusse il credito di imposta in favore dei percettori dei dividendi. Istituto, questo, che ha formato oggetto, poi, di ulteriori interventi ad opera della legge 25 novembre 1983, n. 649, e del decreto legislativo 18 dicembre 1997, n. 467, al fine di eliminare taluni inconvenienti applicativi e di realizzare la corrispondenza fra credito attribuito ai soci percettori dei dividendi ed imposta assolta dai soggetti erogatori degli stessi. Per altro verso, il provvedimento con il quale fu introdotto il credito d'imposta, e cioè la legge n. 904 del 1977, considerando che detto credito si atteggiava come un'entrata in favore del percettore, dispose (art. 2) che esso fosse "computato, in aggiunta agli utili, nella determinazione del reddito imponibile del socio". Sull'argomento, il legislatore è, poi, tornato con l'art. 14, comma 4, del d.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917, prevedendo, "ai fini della determinazione dell'imposta", il computo del credito "in aumento del reddito complessivo netto" e, successivamente ancora, con l'art. 1 del decreto-legge 27 aprile 1990, n. 90, convertito, con modificazioni, nella legge n. 165 del 1990, che, modificando la formula del menzionato art. 14, comma 4, del d.P.R. n. 917 del 1986, ha espunto da essa l'aggettivo "netto". 5. - Tale essendo, in breve sintesi, la normativa che, nel tempo, è venuta a riguardare l'istituto del credito d'imposta, è da osservare che la questione sollevata dal rimettente concerne la relativa disciplina non tanto in sé, ma in quanto destinata a combinarsi con quella del riporto delle perdite degli esercizi precedenti. Il problema segnalato dal giudice a quo attiene, infatti, all'ipotesi in cui la società che percepisce il dividendo intenda, in sede di dichiarazione annuale dei redditi, far valere il credito d'imposta nell'ambito delle disposizioni che consentono di compensare il risultato positivo di un esercizio con le perdite degli esercizi precedenti. Quanto a queste ultime giova ricordare che l'art. 17 del d.P.R. 29 settembre 1973, n. 598 - in vigore all'epoca dell'emanazione del predetto d.P.R. n. 917 del 1986 ed analogo, nel suo tenore, a risalenti disposizioni (art. 25 della legge n. 1 del 1956 e art. 112 del d.P.R. n. 645 del 1958) - consentiva di portare "la perdita di un periodo di imposta ... in diminuzione del reddito dei periodi di imposta" successivi, sia pure nei limiti del quinquennio. Tale disposizione, recepita nell'art. 102 del d.P.R. n. 917 del 1986, è stata poi modificata dall'art. 27, comma 1, del decreto-legge 2 marzo 1989, n. 69 (convertito, con modificazioni, nella legge 27 aprile 1989, n. 154), che, invece, ha stabilito che la perdita può "essere computata in diminuzione del reddito complessivo dei periodi di imposta successivi, ma non oltre il quinto, per l'intero importo che trova capienza nel reddito complessivo di ciascuno di essi". Nel contesto della disciplina di cui sopra, il giudice a quo lamenta che la norma censurata - immutando il criterio desumibile dalla precedente legislazione e, al tempo stesso, riconfermato dall'art. 1 del decreto-legge n. 90 del 1990, imponga di aggiungere l'ammontare del credito di imposta al reddito complessivo netto (art. 89 del d.P.R. n. 917 del 1986), e cioè al reddito già depurato delle perdite pregresse, con l'effetto di non consentire la compensazione di queste ultime, oltre che con il reddito complessivo di impresa (art. 95 del d.P.R. n. 917 del 1986), anche con l'ammontare dell'entrata corrispondente al credito predetto, che resta perciò assoggettato a tassazione. Donde la asserita illegittimità del menzionato art. 14, comma 4, del d.P.R. n. 917 del 1986, per un verso, sotto il profilo dell'eccesso di delega e, per altro verso, sotto il profilo della disparità di trattamento. 6. - Le censure non sono fondate. In tema di leggi delegate questa Corte ha ripetutamente affermato che la determinazione dei principi e criteri direttivi, a mente dell'art. 76 della Costituzione, se vale a circoscrivere il campo della delega, sì da evitare che essa venga esercitata in modo divergente dalle finalità che l'hanno determinata, non osta, invece, all'emanazione di norme che rappresentino un coerente sviluppo e, se del caso, anche un completamento delle scelte espresse dal legislatore (sentenze n. 198 del 1998 e n. 117 del 1997).