[pronunce]

Ciò, peraltro, non equivarrebbe ad ammettere la condonabilità dell'opera in ogni altro caso, poiché l'art. 2, comma 1, lettera b), della legge regionale n. 23 del 2004 esclude comunque la sanatoria, quando essa non abbia conseguito il parere favorevole dell'autorità preposta alla tutela del vincolo nei casi e nei limiti di cui all'art. 32 della legge n. 47 del 1985, oppure quando non sia stata accordata la disponibilità di concessione onerosa dell'area di proprietà dello Stato o degli enti pubblici territoriali. Risolutiva sarebbe, in tal senso, la sentenza n. 49 del 2006 di questa Corte, che avrebbe escluso l'illegittimità costituzionale di disposizione analoga a quella oggi impugnata, ovvero dell'art. 3, comma 1, della legge della Regione Lombardia n. 31 del 2004: a seguito di tale sentenza, anche la giurisprudenza amministrativa, a parere della difesa regionale, avrebbe circoscritto il divieto di sanatoria in area vincolata alla sola ricorrenza di un vincolo di inedificabilità assoluta, purché anteriore alla realizzazione dell'opera. Venendo poi alla censura relativa all'art. 117, secondo comma, lettera s), della Costituzione, la Regione Marche contesta che la disciplina del condono edilizio abbia attinenza con la competenza esclusiva dello Stato in materia di tutela dell'ambiente: in ogni caso, la disposizione censurata “non ha come presupposto (tanto meno come risultato) il fine di ampliare la portata della sanabilità degli abusi edilizi nelle aree sottoposte a vincolo, ma non fa altro che attenersi” a quanto già disposto dalla normativa statale in materia: tale previsione sarebbe poi corrispondente a quanto stabilito da altre normative regionali. 4. – In prossimità dell'udienza pubblica, la Regione Marche ha depositato memoria, chiedendo che il ricorso sia dichiarato in parte inammissibile ed in parte infondato. La Regione prende atto che con la sentenza n. 54 del 2009 e con l'ordinanza n. 150 del 2009 questa Corte avrebbe riconosciuto che la normativa regionale non ha il “potere di vanificare” i vincoli presidiati dall'art. 32, comma 27, lettera d), del decreto-legge n. 269 del 2003, quand'anche non comportanti inedificabilità assoluta. Ciò, a parere della difesa regionale, non può peraltro comportare l'illegittimità costituzionale della norma impugnata con riferimento ai vincoli tutelati dall'art. 33 della legge n. 47 del 1985, poiché essi non sarebbero oggetto di ricorso. Se, invece, si ritenesse che la censura investe anche tale parte della disposizione impugnata, essa sarebbe in ogni caso del tutto carente di motivazione e dovrebbe ritenersi pertanto inammissibile. La Regione aggiunge che la norma impugnata deve comunque ritenersi, quanto ai vincoli di cui all'art. 33 della legge n. 47 del 1985, del tutto conforme alla disciplina statale, giacché essi, in forza di quest'ultima, già rileverebbero solo se implicanti inedificabilità assoluta. Venendo alle censure svolte dal ricorrente con riguardo ai vincoli di cui all'art. 32, comma 27, lettera d), del decreto-legge n. 269 del 2003, la Regione eccepisce anzitutto l'inammissibilità della doglianza basata sull'art. 117, primo e secondo comma, lettera l), della Costituzione, per una duplice ragione. Anzitutto, tali parametri non sarebbero indicati nella relazione del Ministro per i rapporti con le Regioni, cui rinvia la delibera governativa che ha autorizzato la proposizione del ricorso. In secondo luogo, il ricorso avrebbe omesso ogni motivazione in ordine alle ragioni per cui l'art. 117, primo comma, Cost. debba ritenersi violato e avrebbe altresì omesso di indicare quale titolo di competenza statale, tra quelli individuati dall'art. 117, secondo comma, lettera l), Cost. sia posto a fondamento della censura e per quali motivi. Parimenti inammissibile dovrebbe ritenersi la censura basata sulla violazione di “norme statali di principio”, giacché il ricorrente non provvede a precisare a quale materia di propria competenza tali norme dovrebbero venire ascritte. Infine, quanto alla censura fondata sull'art. 117, secondo comma, lettera s), della Costituzione, la Regione Marche ritiene, sulla base sia della relazione ministeriale sopra richiamata, sia del ricorso, che essa debba ritenersi circoscritta alla competenza esclusiva statale in materia di “beni culturali e paesaggistici”, questi ultimi da individuarsi sulla base dell'art. 134 del d.lgs. 22 gennaio 2004, n. 42 (Codice dei beni culturali e del paesaggio, ai sensi dell'art. 10 della legge 6 luglio 2002, n. 137), con esclusione della più ampia competenza in materia di tutela dell'ambiente. Ne conseguirebbe che un'eventuale dichiarazione di illegittimità costituzionale della norma impugnata potrebbe riguardare i soli vincoli concernenti i beni paesistici, con esclusione, invece, dei vincoli relativi agli interessi idrogeologici e delle falde acquifere, nonché ai parchi e alle aree protette. Né sarebbe consentita una dichiarazione di illegittimità costituzionale in via consequenziale con riguardo a questi ultimi, poiché “una volta che la norma legislativa impugnata sia stata dichiarata incostituzionale per violazione di un determinato parametro (…) non è in alcun modo possibile l'applicazione della illegittimità consequenziale a norme che si pongono in contrasto con parametri diversi”.1. – Il Presidente del Consiglio dei ministri ha sollevato questione di legittimità costituzionale della legge della Regione Marche 27 maggio 2008, n. 11 (Interpretazione autentica dell'articolo 2 della legge regionale 29 ottobre 2004, n. 23 “Norme sulla sanatoria degli abusi edilizi”), in riferimento agli artt. 117, primo comma e secondo comma, lettere l) e s), della Costituzione, nonché alla violazione di “norme statali di principio”. La legge impugnata si compone di una sola disposizione, recante “interpretazione autentica” dell'art. 2, comma 1, lettera a), della legge della Regione Marche 29 ottobre 2004, n. 23, con la quale la Regione ha esercitato la propria potestà legislativa in relazione alla disciplina del c.d. condono edilizio previsto dall'art. 32 del decreto-legge 30 settembre 2003, n. 269, convertito, con modificazioni, dalla legge 24 novembre 2003, n. 326, ed a seguito della sentenza n. 196 del 2004 di questa Corte. La disposizione impugnata stabilisce che l'art. 2, comma 1, lettera a), della legge regionale n. 23 del 2004 deve essere interpretato nel senso che i vincoli di cui all'art. 33 della legge n. 47 del 1985 ed all'art. 32, comma 27, lettera d), del decreto-legge n. 269 del 2003 impediscono la sanatoria delle opere abusive solo qualora comportino inedificabilità assoluta e siano imposti prima delle esecuzione delle opere. 2.