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Disposizioni per favorire il reinserimento dei lavoratori espulsi precocemente dal mondo del lavoro e per il sostegno ai disoccupati di lunga durata, non più ricollocabili, prossimi alla pensione in ragione dell'età e del monte contributi versati. Onorevoli Senatori. -- Troppo giovani per la pensione, troppo anziani per il lavoro: potrebbe essere questa, in sintesi, la situazione paradossale in cui si trovano centinaia di migliaia di lavoratori nel nostro Paese. Il presente disegno di legge si pone l'obiettivo di offrire a questi soggetti, espulsi ancora giovani dal mondo del lavoro, una possibilità di reinserimento, o laddove ciò appaia ragionevolmente irrealizzabile, l'opportunità di poter tornare a contare su di un reddito certo attraverso l'approdo alla pensione. Dalla metà degli anni '90, ogni anno sono stati e sono tutt'ora migliaia i lavoratori precocemente espulsi dal lavoro (fra i quarantacinque ed i sessantacinque anni), per i quali le possibilità di ricollocazione si rivelano praticamente nulle ed ai quali, in ragione dei ripetuti interventi in materia previdenziale, anche il diritto alla pensione si è andato man mano allontanando nel tempo. I dati statistici disponibili indicano che solo una ristretta minoranza di questi lavoratori possiede qualche reale possibilità di ritrovare un'occupazione. Per queste persone appare quindi necessario ed urgente prevedere interventi mirati sia per quanto riguarda il sostegno al loro reinserimento nel circuito del mercato del lavoro ovvero al fine di offrire loro un sostegno al reddito concreto e dignitoso. Nel corso della XIV Legislatura, la 11ª Commissione (Lavoro e previdenza sociale) del Senato della Repubblica ha svolto un'indagine conoscitiva sulla condizioni dei lavoratori anziani in Italia. Nel documento conclusivo, approvato il 6 luglio 2005 (Doc. XVII, n. 21), si legge: «In complesso si può affermare che, per quanto riguarda le politiche di invecchiamento attivo, in Italia solo negli anni '90 il rapporto tra invecchiamento e lavoro ha iniziato a configurarsi come uno specifico problema, bisognoso di interventi che andassero oltre la rimodulazione dell'età pensionabile e dei requisiti di accesso al trattamento di anzianità (oggetto, dal 1992 in avanti, di continue revisioni). Le misure poste in essere, peraltro, sono state caratterizzate per l'attenzione prevalente rivolta al profilo previdenziale, mentre minore attenzione è stata rivolta alle misure per attivare o riattivare i lavoratori appartenenti alle fasce di età più elevate. Lo stesso sistema di incentivazioni economiche è stato rivolto quasi esclusivamente ai lavoratori, mentre non altrettanto è stato fatto per stimolare l'interesse delle imprese a mantenere in attività personale esperto, capace ed affidabile, anche se più costoso dei dipendenti più giovani». Occorre ricordare poi che, secondo le stime effettuate dalla Commissione europea, entro il 2030 in Europa ci saranno 110 milioni di ultrasessantacinquenni e la popolazione in età attiva sarà di circa 280 milioni rispetto agli attuali 303 milioni. Tutto ciò avrà un impatto diretto sulla capacità di sostenere la crescita economica a lungo termine. Negli anni successivi alla pubblicazione della Relazione della suddetta Commissione di indagine, il fenomeno dell'espulsione prematura dall'attività lavorativa è cresciuto in modo rapido e con caratteristiche preoccupanti e, visto anche l'aumento dell'aspettativa media di vita, è necessario ricercare una soluzione in una prospettiva a medio e a lungo termine, considerato che l'età a rischio di allontanamento dalle aziende --- in particolare per le professioni di tipo medio-alto --- è andata ulteriormente abbassandosi fino ad attestarsi attorno alla soglia dei quaranta anni. Nel frattempo, occorre riflettere e agire anche sulla condizione di quelle migliaia di ex-lavoratori che si trovano privati di qualsiasi forma di reddito, dovendo attendere anni per raggiungere il diritto alla pensione. Siamo peraltro coscienti che il problema della disoccupazione in età matura è oggi un aspetto inquietante in tutto il mondo occidentale. È dagli inizi del nuovo millennio che si susseguono ricerche e studi che analizzano questo particolare e preoccupante fenomeno (si cita, tra gli altri lo studio prodotto nel 2002 dall'Istituto per lo sviluppo della formazione professionale dei lavoratori, ISFOL, dal titolo «Prolungamento della vita attiva e politiche del lavoro», che fornisce dati ed analisi approfondite sulla gravità di questo fenomeno in Europa e in Italia e dal quale si ricava che un terzo dei disoccupati, nell'Unione europea, sono cittadini in età matura. Ma se ci riferiamo al più recente Rapporto sul lavoro pubblicato dal CNEL nel novembre del 2012 troviamo conferma del dato già noto che attesta attorno ai 3 milioni di unità il numero dei disoccupati «scoraggiati» presenti nel nostro Paese. Disoccupati che non cercano più lavoro in quanto certi di non avere più alcuna possibilità concreta di trovarlo. È più che probabile che in questa sfortunata categoria rientrino molti over 40-50-60 che si sono arresi dopo mesi ed anni spesi ad inviare centinaia di curricula senza mai ricevere una sola risposta. Siamo quindi di fronte ad un fenomeno, che riguarda non solo il nostro Paese e che non è riconducibile solo a motivazioni legate al costo del lavoro o alla flessibilità. Un fattore determinante, all'origine di questo trend , va infatti ricercato nella diversa organizzazione delle attività produttive, indotta da un crescente livello di automazione, che porta a sminuire il valore dell'esperienza lavorativa e dei criteri di responsabilizzazione delle risorse; né va, infine, dimenticata l'applicazione, acritica, di teorie dell'organizzazione del lavoro (young-in, old-out) , a suo tempo importate in occidente dai modelli di sviluppo industriale del Far East e degli Stati Uniti d'America. Teorie che, da qualche anno, sono state messe in discussione in varie parti del mondo ma che, nel corso della loro applicazione, hanno lasciato sul terreno centinaia di migliaia di lavoratori molti dei quali, causa l'assenza pluriennale dal mondo del lavoro, risultano oggi difficilmente reinseribili. In Italia, questa categoria di lavoratori si trova ulteriormente penalizzata a causa di una diffusa pratica discriminatoria che consiste nel fissare barriere anagrafiche nella stragrande maggioranza delle offerte di lavoro. Ricerche e studi universitari hanno in più occasioni dimostrato che oltre il 60 per cento delle offerte di lavoro contengono limiti di età in spregio e del dettato costituzionale e delle vigenti leggi antidiscriminazione. Ci troviamo quindi di fronte ad un problema di natura generazionale, in quanto per i lavoratori ultra-quarantacinquenni le prospettive di occupazione sono estremamente ridotte e a ben poco sono serviti gli incentivi fiscali e contributivi che sono stati introdotti negli anni, sia a livello centrale che periferico, a sostegno della ricollocazione dei soggetti deboli. Questo disegno di legge intende proporre delle soluzioni «a ventaglio», che consentano il rientro di queste persone nel mondo del lavoro, attraverso una serie di possibilità: -- incentivi per le assunzioni secondo criteri differenti ed innovativi rispetto al passato; -- programmi di accompagnamento nella ricerca di una ricollocazione coerente con la professionalità e le competenze maturate, supportati, laddove necessario, da specifici percorsi formativi;