[pronunce]

–– È intervenuto in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, che ha concluso per la non fondatezza della questione, preliminarmente osservando come la disciplina previgente, nel disporre che l'istanza di conversione potesse essere presentata «in qualsiasi momento anteriore alla vendita», avesse dato luogo a diverse discussioni interpretative che avevano trovato, infine, un punto di arrivo in quella giurisprudenza che individuava l'ultimo momento utile nell'aggiudicazione definitiva del bene. Interpretazione, questa, poco sollecita nei confronti della situazione dell'aggiudicatario alla cui posizione conferiva una connotazione di particolare precarietà, in quanto esposta al rischio della sospensione dell'emissione del provvedimento di trasferimento del bene proprio in ragione di quegli eventi processuali indicati dal Tribunale rimettente (rinvio dell'udienza di vendita, differimento della vendita a causa dell'asta andata deserta ecc.). Con la modifica in esame, dunque, si conferisce certezza e stabilità al momento temporale entro il quale il debitore può presentare l'istanza di conversione del pignoramento, identificandolo con il provvedimento attraverso il quale il giudice dell'esecuzione, sentite le parti, dispone la vendita o l'assegnazione, autorizzando altresì la liberazione delle cose pignorate. La disposizione risponde perciò pienamente, secondo l'interveniente, alla ratio del processo esecutivo di attuare, con celerità e certezza, la pretesa del creditore ed è, d'altra parte, bilanciata, dal punto di vista dell'interesse del debitore a presentare istanza di conversione del pignoramento, dall'ulteriore modifica introdotta dalla novella del codice di procedura civile sempre con riferimento all'art. 495 con cui, secondo la nuova formulazione del quarto comma, il termine per la rateizzazione delle somme versate dal debitore in sostituzione del bene pignorato è raddoppiato dai nove mesi di cui alla originaria formulazione agli attuali diciotto. Premesso che la Costituzione non impone un modello vincolante di processo, l'Avvocatura ricorda, con riferimento alla emanazione di norme transitorie volte a segnare il passaggio da un sistema processuale ad un altro, come sia stata più volte da questa Corte affermata la discrezionalità del legislatore, in ragione dei fini che intende perseguire, nel regolare il passaggio da una vecchia ad una nuova disciplina. Inoltre la doglianza, nei termini in cui è stata formulata dal remittente, potrebbe riguardare, secondo l'Avvocatura, tutte le norme di diritto transitorio che accompagnano il passaggio da un ordinamento processuale ad un altro, nella misura in cui dalle stesse discenda l'applicazione per un certo lasso di tempo di un regime processuale differenziato, allorché il legislatore – nell'ambito di un giudizio pendente alla data di entrata in vigore della nuova disciplina normativa – disponga che certe situazioni rimangono disciplinate dalle disposizioni previgenti ed altre possano già seguire la disciplina sopravvenuta. Con particolare riferimento alla parte della disposizione transitoria in esame che dispone l'ultrattività della disciplina anteriore alla novella (per la sola fase attinente alla vendita), la stessa si tradurrebbe in una sostanziale applicazione della regola generale secondo cui le disposizioni processuali rispondono al principio del tempus regit actum: disposta la vendita da parte del giudice prima dell'entrata in vigore della riforma in virtù del citato principio, non potrebbero che applicarsi le regole vigenti nel momento in cui la vendita è stata ordinata, l'effetto di tale decisione del giudice dell'esecuzione essendo quello di aprire una nuova e specifica fase del processo esecutivo (conformato in una serie di fasi, come sottolineato nella stessa ordinanza di rimessione). In particolare, con l'ordinanza che dispone la vendita, si apre una fase subprocedimentale che, in base al principio menzionato, non può che essere regolata dalle norme vigenti al momento in cui detta fase sia stata dichiarata aperta. La prospettata violazione dell'art. 24 Cost. sarebbe infine esclusa ove si consideri che tale precetto non impone affatto – come chiarito da questa Corte in molteplici occasioni – che il cittadino possa conseguire la tutela giurisdizionale sempre nello stesso modo e con i medesimi effetti, purché non vengano imposti oneri o prescritte modalità tali da rendere impossibile o estremamente difficile l'esercizio del diritto di difesa o lo svolgimento dell'attività processuale. Del resto, le garanzie proprie delle parti del giudizio di esecuzione non sarebbero comparabili con quelle proprie del giudizio di cognizione.1. –– Questa Corte è chiamata dal Tribunale di Roma, sezione delle esecuzioni immobiliari, a scrutinare, con riferimento agli artt. 3 e 24 della Costituzione, la legittimità costituzionale degli artt. 495 cod. proc. civ. e 2, comma 3-sexies, del decreto-legge 14 marzo 2005, n. 35, convertito con modificazioni, dalla legge 14 maggio 2005, n. 80, come sostituito dall'art. 1, comma 6, della legge 28 dicembre 2005, n. 263, e successivamente modificato dall'art. 39-quater del decreto-legge 30 dicembre 2005, n. 273, convertito, con modificazioni, dalla legge 23 febbraio 2006, n. 51. Secondo il remittente le suddette disposizioni sono illegittime anche per violazione «dei principi costituzionali impliciti della ragionevolezza delle statuizioni legislative e dell'affidamento del soggetto processuale all'azione secondo la legge processuale vigente, nella parte in cui le censurate disposizioni non fanno salvo il diritto del debitore a fare affidamento sulla posizione giuridica processualmente acquisita secondo cui egli poteva presentare domanda di conversione del pignoramento, e così recuperare l'immobile, fino al giorno dell'udienza in cui si teneva la vendita». Il remittente espone che davanti a lui pende un procedimento esecutivo immobiliare nel corso del quale, in data 12 maggio 2006, il notaio delegato ha proceduto alla vendita dell'immobile pignorato e alla aggiudicazione provvisoria e la debitrice esecutata ha presentato istanza di conversione del pignoramento; che il 15 maggio 2006 il giudice ha dichiarato l'inmamissibilità di tale istanza; che la debitrice ha impugnato il 16 maggio l'aggiudicazione provvisoria e il 18 maggio il provvedimento dichiarativo dell'inammissibilità dell'istanza di conversione del pignoramento. Nell'ordinanza di rimessione si premette che il testo originario dell'art. 495 cod. proc. civ. consentiva al debitore assoggettato ad esecuzione di presentare l'istanza di conversione del pignoramento «in qualsiasi momento anteriore alla vendita», e che tale espressione era stata costantemente interpretata nel senso che neppure l'aggiudicazione provvisoria avesse effetti preclusivi. Si premette, altresì, che, secondo le norme censurate, l'istanza di conversione può essere presentata fino a che non sia «disposta la vendita o l'aggiudicazione a norma degli artt. 530, 552 e 569 cod. proc. civ. » e che esse, entrate in vigore il 1° marzo 2006, per espressa disposizione si applicano alla procedure esecutive in corso, con la precisazione che: «quando, tuttavia, è già stata ordinata la vendita, la stessa ha luogo con l'osservanza delle norme precedentemente in vigore».