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Norme a tutela della famiglia in caso di separazione e divorzio. Onorevoli Senatori. – Nel 2013 la Corte europea dei diritti dell'uomo ha condannato, per la prima volta, l'Italia per non avere predisposto un sistema giuridico e amministrativo adeguato a tutelare il diritto inviolabile del genitore, nel caso in esame un padre separato, di esercitare il naturale rapporto familiare col figlio. La Corte ha espresso la sentenza in quanto «non assicura i diritti dei padri separati», facendo riferimento sia alla disparità di trattamento per quanto riguarda l'affidamento dei figli e la possibilità dei padri di passare del tempo con loro, sia all'aspetto economico. L'articolo 8 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo, come chiarito poi dalla Corte in una sentenza del 2016, ha lo scopo di «premunire l'individuo contro le ingerenze arbitrarie dei pubblici poteri», garantendo il rispetto della vita familiare, inclusiva altresì del rispetto delle relazioni reciproche tra individui, tra cui le relazioni tra genitore non convivente e figli. Da tale articolo derivano, quindi, obblighi positivi tesi a garantire il rispetto effettivo della vita privata o familiare, e, specificatamente, tali obblighi positivi non si limitano a controllare che il bambino possa incontrare il suo genitore o avere contatti con lui ma includono l'insieme delle misure preparatorie che permettono di raggiungere questo risultato. In particolare per essere adeguate, «le misure deputate a riavvicinare il genitore con suo figlio devono essere attuate rapidamente, perché il trascorrere del tempo può avere delle conseguenze irrimediabili sulle relazioni tra il fanciullo e quello dei genitori che non vive con lui». Sotto l'aspetto prettamente economico, i dati relativi a «separazioni e divorzi in Italia» pubblicati dall'Istat mostrano come nella quasi totalità dei casi (94,1 per cento) sia il padre a versare gli assegni di mantenimento: gli assegni di mantenimento solo per i figli vengono corrisposti nel 33,9 per cento delle separazioni, gli assegni al coniuge con quelli ai figli sono il 10,5 per cento, mentre raddoppia (21,3 per cento) nelle separazioni con figli minori, l'assegno solo per il coniuge è del 10,1 per cento. Inoltre, la sentenza della Corte di cassazione che ha stabilito che anche il figlio che abbia raggiunto la maggiore età e che sia laureato abbia diritto ad ottenere l'assegno di mantenimento finché non trovi un'occupazione adeguata alla sua condizione sociale, ma solo a patto che si attivi per trovare lavoro nei «limiti temporali in cui le aspirazioni abbiano una ragionevole possibilità di essere realizzate», ha posto le premesse per un ulteriore aggravio economico a danno dei genitori separati. Un'inchiesta di qualche anno fa ha rivelato che quasi il 20 per cento dei padri separati versa un mantenimento per i figli non più minorenni, e il 6 per cento addirittura versa un mantenimento a figli di età superiore ai trent'anni. All'obbligo di corrispondere un assegno di mantenimento, per la maggior parte dei padri si somma la perdita della casa di abitazione: dai dati si evince, infatti, che in caso di divorzio «la casa segue i figli», nel senso che la casa di proprietà condivisa nella quasi totalità dei casi viene assegnata alla madre, con il padre sfrattato da un giorno all'altro. È per questo motivo che si sentono storie di padri che vivono in auto o in motel di infima categoria per riuscire a rientrare nelle spese con il solo stipendio perché, nonostante il fatto che la madre non vanta alcun titolo di proprietà sull'immobile, il giudice non potrà espropriare il bene per darlo all'altro coniuge. Dai dati Istat si evince che nel 60 per cento delle separazioni la casa è stata assegnata alla moglie, un dato in aumento laddove si considerino i casi di madri con almeno un figlio minorenne. In questo quadro risultano allarmanti anche i dati della Caritas italiana sulla povertà, che dimostrano come dopo la rottura dei rapporti coniugali, siano numerosi i papà che chiedono aiuto dichiarando di non riuscire a provvedere all'acquisto dei beni di prima necessità. Come conseguenza della separazione non aumenta solo il ricorso ai servizi socio-assistenziali del territorio ma anche la crescita di disturbi psicosomatici e, soprattutto, la separazione incide negativamente nel rapporto padri-figli. Gli elementi che rendono particolarmente insoddisfatti i padri nel rapporto con i figli sono: la frequenza di incontro, gli spazi di vita e i luoghi di incontro, il tempo da dedicare alla relazione, la possibilità di partecipare a momenti importanti quali compleanni, ricorrenze, feste. Le difficoltà economiche incontrate a seguito della separazione dipendono, in larga parte, dalla grave situazione sul fronte dell'occupazione e, come detto, dalle criticità sul piano della sistemazione abitativa, per quanto attiene alla difficoltà di sostenere le spese sia per l'alloggio di per sé, sia per il grado di affaticamento rispetto agli oneri di spesa fissi, quali mutuo, affitto, pagamento delle utenze di luce, gas. Nella prassi giurisprudenziale instauratasi negli ultimi decenni il depauperamento della parte obbligata al versamento dell'assegno di mantenimento è stato, purtroppo, aggravato dall'applicazione del parametro del tenore di vita, il cui mantenimento tale assegno doveva, appunto, garantire. Questo ha determinato sovente un aumento dell'importo dovuto che non teneva conto delle mutate condizioni oggettive del soggetto chiamato a corrisponderlo, prima tra tutte la quasi sistematica perdita della casa di abitazione, oltre a condannare di fatto la medesima parte al mantenimento a vita. Nel maggio 2017, tuttavia, con la sentenza n. 11504, la Corte di cassazione ha ribaltato tale interpretazione, di fatto archiviando il concetto di «tenore di vita» e stabilendo che il nuovo parametro che dovrà essere valutato dai giudici per ottenere un assegno divorzile dovrà basarsi «sulla valutazione dell'indipendenza o dell'autosufficienza economica dell’ ex coniuge» che avanza richiesta dell'assegno. In base alle indicazione della Corte il matrimonio cessa di essere una sistemazione a vita ed un'assicurazione previdenziale, poiché sposarsi, come scritto nella sentenza, è un «atto di libertà e auto responsabilità», e se il matrimonio non funziona e si torna ad essere single, non è dovuta alcuna «rendita di posizione». Ciò anche in considerazione del fatto che la previsione di un obbligo di versare un assegno «può tradursi in un ostacolo alla costituzione di una nuova famiglia» , e tale statuizione costituisce palese violazione del diritto a rifarsi una vita riconosciuto dalla Corte di Strasburgo e dalla Carta fondante dell'Unione Europea. Nel caso che stava esaminando, proprio relativa alla richiesta di un assegno divorzile, già negata dalla Corte d'appello, la Corte di cassazione ha statuito che a far perdere il diritto all'assegno alla ex moglie non era solo il fatto che si presumeva che ella avesse redditi adeguati, bensì la circostanza che i tempi ormai sono mutati e appare necessario «superare la concezione patrimonialistica del matrimonio inteso come “sistemazione definitiva”».