[pronunce]

La previsione (contenuta nel comma 1 della norma impugnata), quale condizione dell'azione, che essa deve tradursi in «un vantaggio per i creditori» è pleonastica e non permette di escludere l'irragionevolezza della norma, in quanto l'interesse dei creditori costituisce l'unico ed esclusivo bene giuridico alla cui tutela detta azione è preordinata. 1.1.4.- Secondo il rimettente, ad escludere la fondatezza della questione non giova sostenere che l'azione in esame è incompatibile con la ristrutturazione ex art. 27, comma 2, lettera b), del d.lgs. n. 270 del 1999 e con la finalità di prosecuzione e risanamento dell'impresa, nel caso in cui del risanamento benefici l'imprenditore insolvente, mentre è compatibile con la cessione dell'attività d'impresa, anche mediante patto di concordato, ad un soggetto terzo (l'assuntore o una diversa società). Il Tribunale non condivide questa configurazione, osservando che la norma impugnata prevede in linea generale la proponibilità dell'azione revocatoria anche qualora sia stato autorizzato il programma di ristrutturazione, indipendentemente dalla circostanza che questo sia realizzato secondo le modalità ordinarie (art. 4 del decreto-legge n. 347 del 2003), ovvero mediante concordato, che costituisce uno degli strumenti del programma di ristrutturazione (art. 4-bis, comma 1, del decreto-legge citato). L'ordinanza di rimessione conclude nel senso che «le censure di illegittimità si incentrano sulla disciplina generale della procedura» disciplinata dal decreto-legge n. 347 del 2003, «nell'ambito della quale l'epilogo naturale del processo di risanamento è costituito dal ritorno dell'imprenditore all'ordinaria operatività industriale, a conclusione del programma di ristrutturazione con qualunque modalità attuato (artt. 4 e 4-bis), ivi compreso il concordato con assunzione, che costituisce un'ipotesi del tutto eventuale e residuale di conclusione del programma di ristrutturazione dell'impresa, cui il legislatore assegna la sola valenza di determinare l'immediata chiusura della procedura rispetto alla fisiologica durata ed al suo naturale espletamento». 1.1.5.- In ordine alle censure riferite all'art. 41 Cost., il Tribunale osserva che il risanamento agevolato da misure di sostegno finanziario non può considerarsi un vero e proprio risanamento in senso economico e giuridico, in quanto, a suo avviso, risanamento significa recuperata capacità dell'impresa di conseguire ricavi superiori ai costi sostenuti e quindi di produrre ricchezza sì da adempiere nuovamente con regolarità le proprie obbligazioni. Il risanamento dell'impresa mediante l'esperimento dell'azione revocatoria fallimentare costituisce un ingiustificato privilegio per l'impresa ammessa alla procedura e realizza un effetto distorsivo della concorrenza, in quanto le permette di restare sul mercato, sfruttando risorse finanziarie precluse ai concorrenti. Questo effetto è correlato alla continuazione dell'impresa, dato che nelle procedure liquidatorie il ricavato dell'azione revocatoria è esclusivamente destinato al soddisfacimento dei creditori, mentre nel caso in esame questa azione comporta una forma di finanziamento forzoso a favore dell'impresa insolvente ed a carico dei terzi, già censurata dai giudici nazionali e dai giudici europei in riferimento alle norme recate dalla legge n. 95 del 1979. Secondo il rimettente, la previsione dell'azione revocatoria costituisce fattore di distorsione della libera concorrenza tra imprese e si pone in contrasto con l'art. 41 Cost., che tutela la libertà di concorrenza, garantendo quella di iniziativa economica. D'altronde, conclude il Tribunale, l'irragionevolezza e l'illegittimità di una disciplina che determina una discriminazione tra imprese in concorrenza è stata affermata dalla Corte costituzionale con la sentenza n. 443 del 1997, che ha dichiarato l'illegittimità costituzionale dell'art. 30 della legge 4 luglio 1967, n. 580, nella parte in cui vietava alle imprese con stabilimento in Italia di utilizzare nella produzione e nella commercializzazione di paste alimentari ingredienti legittimamente impiegati, in base al diritto comunitario, nel territorio della Comunità europea. 1.2.- Nel giudizio innanzi alla Corte è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, che ha eccepito l'inammissibilità e, comunque, l'infondatezza della questione. La difesa erariale premette che l'introduzione nell'ordinamento delle procedure disciplinate dal d.lgs. n. 270 del 1999 e dal decreto-legge n. 347 del 2003 è stata giustificata dalla considerazione che il fallimento non può essere l'unica soluzione alla crisi dell'impresa e dall'esigenza di permettere la ricollocazione sul mercato del relativo complesso aziendale. La procedura disciplinata dal decreto-legge n. 347 del 2003 stabilisce, quindi, che il commissario straordinario può proporre un programma di ristrutturazione economica e finanziaria fondato su di un piano di risanamento, ovvero può predisporre un programma di cessione dei beni aziendali; nel primo caso è possibile prevedere che i creditori siano soddisfatti mediante un concordato che realizza il trasferimento delle attività ad un nuovo soggetto giuridico, che può divenire titolare delle azioni revocatorie proposte dal commissario straordinario. La mancata approvazione dei programmi proposti dal commissario straordinario, ovvero l'insuccesso degli stessi, comporta la conversione della procedura in fallimento. Nella fattispecie oggetto del giudizio principale, è stato approvato il programma di ristrutturazione che prevede il soddisfacimento dei creditori mediante un concordato. Secondo l'interveniente, fine ultimo della procedura è quello di garantire la conservazione delle strutture produttive e la parità di trattamento tra i creditori e, quindi, la norma impugnata si inscrive coerentemente nell'ordinamento, subordinando l'esperibilità dell'azione revocatoria al conseguimento di un vantaggio concreto da parte dei creditori. La finalità della revocatoria è quella di far rientrare nel patrimonio beni che non avrebbero dovuto uscirne e sia la ristrutturazione che la cessione dei beni costituiscono rimedi preordinati a fronteggiare il dissesto dell'impresa, che, tra l'altro, produce anche l'effetto di determinare, in presenza di determinati presupposti, l'inopponibilità alla massa di una serie di atti. Ad avviso dell'Avvocatura, l'ordinanza sarebbe carente sul punto della motivazione della rilevanza della questione, in quanto manca la valutazione degli effetti della azione in relazione alla posizione dei creditori concorsuali, nonché delle conseguenze della eventuale sentenza di illegittimità costituzionale sulla posizione giuridica della banca convenuta nel giudizio. 1.2.1.- Nel merito, secondo la difesa erariale la questione, da ritenersi rilevante limitatamente alla fattispecie della realizzazione del programma di ristrutturazione mediante concordato, è infondata.