[pronunce]

Un tentativo di "rivitalizzare" l'esegesi in discorso è stato operato, a distanza di un decennio, da alcune sentenze della sesta sezione penale della Corte di cassazione, facendo leva sull'assunto che la nozione penalmente rilevante di «coltivazione» dovesse ritenersi evocativa della sola coltivazione «in senso tecnico-agrario», o «imprenditoriale»: con la conseguenza che la coltivazione cosiddetta "domestica" (effettuata, cioè, tramite messa a dimora delle piante in vasi presso l'abitazione dell'agente, come nei casi oggetto dei giudizi a quibus) sarebbe ricaduta tra le fattispecie di «detenzione», sanzionate in via amministrativa dalla norma denunciata, ove finalizzate al consumo personale (per tutte, Corte di cassazione, sezione sesta, sentenza 18 gennaio-10 maggio 2007, n. 17983). Tale ricostruzione non ha trovato, tuttavia, l'avallo delle sezioni unite, le quali, con due sentenze "gemelle" del 2008, hanno confermato la validità dell'indirizzo tradizionale. Rilevato come l'ipotizzata esegesi restrittiva della nozione penalmente rilevante di «coltivazione» non trovi conforto - come si sosteneva - nella disciplina delle autorizzazioni all'esercizio di tale attività, recata dagli artt. 26 e seguenti del d.P.R. n. 309 del 1990, il supremo organo della nomofilachia ha ribadito il principio per cui «costituisce condotta penalmente rilevante qualsiasi attività non autorizzata di coltivazione di piante dalle quali sono estraibili sostanze stupefacenti, anche quando sia realizzata per la destinazione del prodotto ad uso personale» (Corte di cassazione, sezioni unite, sentenze 24 aprile-10 luglio 2008, n. 28605 e n. 28606). La giurisprudenza di legittimità successiva si è uniformata a tale indicazione: onde non appare contestabile che il presupposto interpretativo che fonda l'odierno quesito di costituzionalità debba effettivamente qualificarsi, allo stato, come "diritto vivente". 6.- In parallelo all'accennata vicenda interpretativa, questa Corte è stata reiteratamente chiamata, dal canto suo, a verificare se il trattamento diversificato delle condotte "neutre" - e, segnatamente, la mancata previsione dell'irrilevanza penale della coltivazione finalizzata all'"autoconsumo" - fosse fonte di vulnera costituzionali. La risposta è stata, peraltro, negativa. Nel vigore della legge n. 685 del 1975, la Corte ha, in particolare, escluso che il mancato assoggettamento della coltivazione alla medesima disciplina stabilita per la detenzione di modiche quantità di stupefacente per uso personale potesse ritenersi contrastante con i principi di eguaglianza e di ragionevolezza (art. 3 Cost.). Ciò, in quanto la condotta in discussione presentava un più accentuato disvalore rispetto alla seconda, trattandosi di «comportamento idoneo ad accrescere il quantitativo di stupefacenti presenti sul territorio nazionale», e maggiormente pericoloso anche dell'importazione, «non essendo valutabile a priori il quantitativo di droga potenzialmente ricavabile» (ordinanza n. 231 del 1982, confermata dalle ordinanze n. 136 del 1987, n. 308 del 1985, n. 260 e n. 258 del 1984, n. 189 e n. 91 del 1983). Ad analoga conclusione la Corte è pervenuta in rapporto alla disposizione dell'art. 75 del d.P.R. n. 309 del 1990, quale risultante all'esito del referendum abrogativo, censurata nella parte in cui non omologava, sotto l'aspetto considerato, la coltivazione alle fattispecie della detenzione, dell'acquisto e dell'importazione. Al riguardo, si è rilevato come la condotta in questione non fosse, in realtà, comparabile con quelle addotte come tertia comparationis. La detenzione, l'acquisto e l'importazione di sostanze stupefacenti per uso personale si collegavano, infatti, immediatamente e direttamente all'uso stesso, e ciò rendeva non irragionevole un atteggiamento meno rigoroso nei confronti di chi aveva già operato una scelta che - ancorché valutata sempre in termini di illiceità - l'ordinamento non intendeva contrastare con lo strumento più rigido della sanzione penale. La coltivazione si collocava invece all'esterno dell'«area contigua al consumo»: il che giustificava «un possibile atteggiamento di maggior rigore, rientrando nella discrezionalità del legislatore anche la scelta di non agevolare comportamenti propedeutici all'approvvigionamento di sostanze stupefacenti per uso personale». La più accentuata pericolosità della condotta di coltivazione derivava, peraltro - oltre che dalla minore affidabilità della prognosi circa la destinazione all'uso personale, conseguente all'impossibilità di determinare con sufficiente certezza la quantità di sostanza stupefacente ricavabile dalle piante coltivate - anche dal fatto che, come già rilevato nel precedente contesto normativo, «l'attività produttiva è destinata ad accrescere indiscriminatamente i quantitativi coltivabili e quindi ha una maggiore potenzialità diffusiva delle sostanze stupefacenti estraibili» (sentenza n. 360 del 1995, confermata, in parte qua, dalla sentenza n. 296 del 1996 e dalle ordinanze n. 414 e n. 150 del 1996). Pronunciando su questione concernente la norma incriminatrice di cui all'art. 73 del d.P.R. n. 309 del 1990, questa Corte ha escluso, altresì, che la sottoposizione a pena della coltivazione, indipendentemente dalla destinazione del prodotto, collidesse con il principio di necessaria offensività del reato. Si è, infatti, osservato che la fattispecie criminosa considerata, nella sua configurazione astratta, poggiava su una presunzione di pericolo non irragionevole, inerendo a condotta «idonea ad attentare al bene della salute dei singoli per il solo fatto di arricchire la provvista esistente di materia prima e quindi di creare potenzialmente più occasioni di spaccio di droga»: e ciò tanto più a fronte della rilevata attitudine dell'attività produttiva ad incrementare in modo indefinito i quantitativi coltivabili. Quanto, poi, all'offensività della singola condotta in concreto accertata, la sua eventuale carenza non radicava alcuna questione di costituzionalità, ma implicava «soltanto un giudizio di merito devoluto al giudice ordinario», all'esito del quale la punibilità poteva essere esclusa (sentenza n. 360 del 1995). 7.- Con le odierne ordinanze di rimessione, la Corte d'appello di Brescia torna a denunciare, sulla scorta di argomenti in buona parte nuovi, la violazione di entrambi gli anzidetti parametri. La violazione dell'art. 3 Cost. viene dedotta sotto un profilo particolare e specifico: