[pronunce]

D'altro canto, se è vero che, nell'assegnazione della competenza, il legislatore privilegia generalmente il criterio del locus commissi delicti, onde soddisfare esigenze di economia processuale, di più agevole esercizio del diritto di difesa e di più pronta raccolta delle prove, ciò non escluderebbe che sia costituzionalmente legittima qualsiasi deroga a tale criterio, ove finalizzata - come nella specie - alla salvaguardia di interessi ritenuti, non irragionevolmente, meritevoli di tutela. 3.- Si è costituito altresì G. V., imputato nel giudizio a quo, chiedendo che la questione sia dichiarata inammissibile. La difesa della parte privata, dopo avere ricordato le motivazioni dell'eccezione di incompetenza per territorio formulata nel giudizio principale, sottolinea come il giudice rimettente, nel sollevare la questione, abbia ritenuto di non poter aderire all'orientamento giurisprudenziale nettamente preponderante e conforme a Costituzione, ritenendo preferibile la contraria interpretazione delle norme censurate offerta da due isolate sentenze della Corte di cassazione: interpretazione della quale ha poi contestato la compatibilità con gli artt. 3 e 25 Cost. L'omessa considerazione dell'esistenza di un indirizzo alternativo conforme a Costituzione sarebbe, già di per sé, motivo di inammissibilità della questione. Peraltro, essendo detto indirizzo quello largamente maggioritario, la questione finirebbe per assumere una finalità meramente interpretativa: il rimettente chiederebbe, in sostanza, alla Corte costituzionale un avallo alla propria scelta di disattendere tale orientamento, in favore di una interpretazione minoritaria da lui stesso ritenuta costituzionalmente illegittima. Ciò, in contrasto con il principio, più volte affermato dalla Corte, in forza del quale «le leggi non si dichiarano costituzionalmente illegittime perché è possibile darne interpretazioni incostituzionali (e qualche giudice ritenga di darne) ma perché è impossibile darne interpretazioni costituzionali». 4.- Si è costituito anche K. R., altro imputato nel giudizio a quo, il quale ha chiesto che la questione venga dichiarata infondata, essendo possibile una interpretazione costituzionalmente orientata delle norme denunciate, peraltro adottata dalla dominante giurisprudenza di legittimità. 5.- Si è costituito, infine, M. F. - anch'egli imputato nel giudizio principale - il quale, dopo aver ripercorso in termini adesivi le argomentazioni del rimettente, ha chiesto che la questione sia dichiarata fondata.1.- Il Tribunale di Lecce dubita della legittimità costituzionale della disposizione combinata degli articoli 12, comma 1, lettera c), e 16 del codice di procedura penale, nella parte in cui - alla stregua dell'interpretazione accolta dal giudice rimettente - attribuirebbe, nel caso di connessione teleologica, la competenza per tutti i reati connessi e per tutti gli imputati al giudice del luogo di commissione del reato più grave, anche quando di quest'ultimo non siano chiamati a rispondere tutti gli imputati del reato meno grave. Ad avviso del giudice a quo, tale regime normativo contrasterebbe con il precetto posto a tutela del giudice naturale precostituito per legge (art. 25 della Costituzione), sotto un duplice profilo. Da un lato, le norme censurate renderebbero rilevante, ai fini della determinazione della competenza, il generale «contesto» in cui il fatto di reato è maturato, comprensivo del nesso di strumentalità che lo lega ad altri reati: con ciò derogando, senza adeguata ragione giustificativa - non ravvisabile nella mera esigenza di speditezza dei processi - alla regola costituzionale, in assunto desumibile dal predicato di «naturale», per cui il giudice competente deve identificarsi in quello del luogo in cui è stato commesso il fatto. Dall'altro lato, le medesime disposizioni comprometterebbero anche l'esigenza della precostituzione per legge del giudice, consentendo al pubblico ministero di incidere sulla competenza tramite la strumentale contestazione dell'aggravante prevista dall'art. 61, numero 2), del codice penale. La normativa denunciata violerebbe, inoltre, l'art. 3 Cost., sottoponendo la connessione teleologica ad un trattamento ingiustificatamente differenziato rispetto a quello riservato all'ipotesi affine della continuazione, la quale, in forza della lettera b) dell'art. 12, comma 1, cod. proc. pen. , produce spostamenti di competenza per connessione solo quando i reati esecutivi di un medesimo disegno criminoso siano contestati alla stessa persona. 2.- La questione è inammissibile. Alla radice del dubbio di legittimità costituzionale prospettato dal Tribunale leccese vi è il problema interpretativo generato dal vigente testo della lettera c) dell'art. 12, comma 1, cod. proc. pen. , concernente le condizioni di operatività dell'ipotesi di connessione di procedimenti ivi delineata. Giova al riguardo ricordare come, nella sua versione originaria, la norma in esame stabilisse che vi è connessione di procedimenti «se una persona è imputata di più reati, quando gli uni sono stati commessi per eseguire od occultare altri» (cosiddetta connessione teleologica). La formula d'esordio («se una persona») non lasciava dubbi sul fatto che il nesso teleologico fosse idoneo a determinare spostamenti della competenza per materia o per territorio, nei termini delineati dagli artt. 15 e 16 cod. proc. pen. , solo con riguardo a reati ascrivibili alla stessa o alle stesse persone. La disposizione è stata, peraltro, oggetto di due successive modifiche. La prima è conseguita al decreto-legge 20 novembre 1991, n. 367 (Coordinamento delle indagini nei procedimenti per reati di criminalità organizzata), convertito, con modificazioni, nella legge 20 gennaio 1992, n. 8. L'art. 1 di tale decreto, per un verso, ha soppresso l'esplicito riferimento all'identità dell'autore dei fatti in connessione, sostituendolo con una locuzione impersonale («se dei reati per cui si procede»); per altro verso, ha ampliato i legami tra reati rilevanti, aggiungendovi la cosiddetta connessione occasionale (reati commessi in occasione di altri) e ulteriori profili finalistici (la finalità di conseguimento, anche per «altri», del profitto, del prezzo, del prodotto o dell'impunità rispetto ad altri reati). A distanza di un decennio, è intervenuta la legge 1° marzo 2001, n. 63 (Modifiche al codice penale e al codice di procedura penale in materia di formazione e valutazione della prova in attuazione della legge costituzionale di riforma dell'articolo 111 della Costituzione), il cui art. 1 ha espunto, in senso regressivo, il riferimento alla connessione occasionale e ai profili finalistici introdotti nel 1991, senza tuttavia ripristinare la formula evocativa dell'esigenza che i reati siano stati realizzati dalla stessa persona. La norma stabilisce, pertanto, attualmente che vi è connessione «se dei reati per cui si procede gli uni sono stati commessi per eseguire o per occultare gli altri». In sostanza, per quanto qui rileva, a partire dal 1991 la legge non richiede più, almeno a livello testuale, che l'autore del reato-mezzo corrisponda a quello del reato-fine.