[pronunce]

- La difesa della Camera dei deputati eccepisce anzitutto che il conflitto sarebbe inammissibile, poiché sollevato con “ordinanza”, anziché con “ricorso”, come stabilito dall'art. 26 delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale, ed in quanto mancherebbero i requisiti di un valido atto introduttivo del giudizio. In particolare, a suo avviso, esso «non soddisfa l'esigenza fondamentale di definizione delle specifiche attribuzioni dell'autorità giudiziaria asseritamente lese, né - certamente - delle relative norme costituzionali di attribuzione», in quanto si limita a sostenere genericamente la lesione «di una non meglio identificata “sfera di attribuzione costituzionalmente garantita”», indicando quale parametro costituzionale soltanto l'art. 68 della Costituzione, che fonda il potere delle Camere di deliberare l'insindacabilità, non l'attribuzione dell'autorità giudiziaria asseritamene lesa. 4.2. - Nel merito, secondo la resistente, la questione sollevata con il conflitto richiederebbe di accertare se le opinioni espresse all'interno della Camera dei deputati da un parlamentare ad un altro parlamentare siano in quanto tali insindacabili ex art. 68 della Costituzione, concernendo peraltro fatti oggetto di atti di sindacato ispettivo - puntualmente indicati - i quali assumerebbero importanza non tanto allo scopo di sottolinearne la corrispondenza tra dichiarazione e contenuto degli atti stessi, bensì al fine di dimostrarne la « valenza “politico-parlamentare”», in quanto rese nel corso di una conversazione politica tra due rappresentanti degli schieramenti politici di maggioranza e di minoranza, relativa a vicende oggetto di interrogazioni ed interpellanze e, perciò, riconducibile ad un contesto parlamentare. Ad avviso della Camera dei deputati, la giurisprudenza costituzionale ha affermato l'insindacabilità delle sole dichiarazioni avvinte da un “nesso funzionale” con l'attività parlamentare; tuttavia, poiché la funzione parlamentare è “libera nel fine” e la tutela dell'autonomia delle istituzioni parlamentari è fondata sulla “libertà della rappresentanza politica”, la funzione parlamentare non potrebbe risolversi soltanto nei cc.dd. “atti tipici”, ma dovrebbe comprendere anche quelli presupposti e consequenziali, così da far ritenere insindacabili tutte le opinioni rese in un “contesto parlamentare”, ancor più in quanto la comunicazione politica si sviluppa in un ambito comunicativo costituito soprattutto dalla partecipazione di ogni parlamentare alle funzioni ed ai lavori delle Camere, tra l'altro, anche «nei colloqui politici - più o meno “confidenziali” - che in Parlamento potrà avere anche con colleghi di altri gruppi di diverso orientamento politico». Secondo la resistente, il rigore dell'orientamento più recente della giurisprudenza costituzionale nell'identificare la ricorrenza del “nesso di funzione” deriverebbe dalla progressiva estensione “spaziale” attribuita all'insindacabilità delle opinioni, che però riguarda il caso di quelle rese extra moenia. In riferimento alle opinioni rese intra moenia - come nel caso in esame - la libertà di espressione sarebbe, invece, illimitata, rinvenendo l'ampiezza della guarentigia ulteriore conforto nei principi di autonomia regolamentare delle Camere, per quanto attiene al loro ordinamento interno ed alla disciplina delle attività dei parlamentari (art. 64, primo comma, della Costituzione), e nella immunità della sede delle Camere e nei poteri di polizia interna previsti dai regolamenti parlamentari (Regolamento della Camera dei deputati, artt. 58 ss; Regolamento del Senato della Repubblica, artt. 66 ss), i quali indurrebbero a ritenere che l'accertamento in ordine al “nesso di funzione” possa essere meno rigoroso, qualora le opinioni siano state espresse intra moenia. Ad avviso della Camera dei deputati, le opinioni scambiate tra parlamentari all'interno del Parlamento dovrebbero, quindi, ritenersi insindacabili, dato che «elemento essenziale del parlamentarismo è appunto la discussione» e gli stessi atti parlamentari tipici non nascono da una solitaria riflessione, bensì sono alimentati dal confronto costante. L'insindacabilità non riguarderebbe soltanto le dichiarazioni rese nell'Aula, ma anche quelle espresse negli altri ambienti della Camera dei deputati, quali il “Transatlantico” e la buvette, che sono ad essa contigui e costituiscono luoghi in cui i parlamentari si incontrano e dialogano e per i quali le norme regolamentari stabiliscono, sotto molteplici profili, un regime giuridico analogo a quello concernente l'Aula. 5. - All'udienza pubblica la Camera dei deputati ha insistito per l'accoglimento delle conclusioni rassegnate nelle difese scritte.1. - Il conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato ha ad oggetto la deliberazione con la quale la Camera dei deputati, nella seduta del 15 luglio 1998, ha dichiarato che i fatti, per i quali è in corso innanzi al Tribunale di Roma, XIII sezione civile, un giudizio per risarcimento danni nei confronti del deputato Fabio Mussi, riguardano opinioni espresse nell'esercizio delle funzioni parlamentari e sono conseguentemente insindacabili, ai sensi dell'art. 68, primo comma, della Costituzione. Secondo il Tribunale ricorrente, la delibera impugnata lederebbe la propria sfera di attribuzioni, costituzionalmente garantite, poiché non potrebbero essere ritenute insindacabili dichiarazioni rese nel corso di un colloquio privato, del tutto sganciato da qualsiasi atto di esercizio di funzioni parlamentari. Né il fatto che tali dichiarazioni siano avvenute all'interno dell'edificio della Camera dei deputati potrebbe essere sufficiente a fare ritenere sussistente, nella fattispecie in esame, il "nesso di funzione". 2. - Preliminarmente va rigettata l'eccezione di inammissibilità del conflitto sollevata dalla difesa della Camera dei deputati sotto il profilo della carenza nell'atto introduttivo dei requisiti di forma e di contenuto prescritti. Va infatti osservato che, quanto alla forma dell'atto, non sono state prospettate argomentazioni nuove, tali comunque da indurre la Corte ad un riesame della sua consolidata giurisprudenza sul punto (cfr. da ultimo sentenza n. 51 del 2002). Quanto, poi, all'asserita carente indicazione delle "ragioni del conflitto" e delle "norme costituzionali che regolano il conflitto", va rilevato che dall'atto stesso si ricava una sufficiente esposizione dei "fatti" -come ammette la stessa parte resistente- quali presupposti di applicabilità dell'art. 68, primo comma, della Costituzione, che, secondo questa Corte (cfr. sentenza n. 137 del 2001), è norma destinata a definire e limitare le rispettive sfere della prerogativa parlamentare e della giurisdizione, per cui ogni illegittima estensione dell'una o dell'altra costituisce, di per sé stessa, la "materia" di un conflitto per indebita interferenza nelle altrui attribuzioni costituzionali. 3. - Nel merito il ricorso è fondato.