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Quanto alla rimodulazione degli obblighi, si è provveduto a puntualizzare e ad estendere i titolari degli obblighi di comunicazione in origine troppo restrittivamente previsti a carico dei « proprietari degli immobili » e delle « imprese che utilizzano amianto, direttamente o indirettamente, nei processi produttivi ». D'altra parte, a fronte della pressante esigenza di intensificare le operazioni di bonifica dell'amianto in tutto il territorio del Paese, si è ritenuto di valorizzare il ruolo degli organi di vigilanza sia nella valutazione del rischio derivante dalla presenza di amianto negli edifici, sia nell'imposizione delle misure a tale scopo necessarie mediante apposita disposizione. Altrettanto indispensabile è dotare gli obblighi così rimodulati di un regime sanzionatorio realmente in grado di sollecitare l'adempimento secondo le modalità specificate nel successivo paragrafo 3. È doveroso, per altro verso, prendere atto che le misure pur più avanzate non raggiungono l'obiettivo preso di mira se rimangono scritte sulla carta. Basilare è l'esigenza di arricchire gli organici, curare le professionalità, garantire il coordinamento dei servizi di vigilanza in materia di salute e sicurezza nei luoghi di lavoro e, specificamente, nel delicato settore dell'amianto. Oggi i risultati sono purtroppo questi: – che in assenza di una regia unitaria, le imprese, o magari la medesima impresa con più sedi situate in zone diverse del Paese, ricevono prescrizioni differenti e magari contrastanti dalle rispettive ASL territorialmente competenti; – che singoli ispettori preferiscano controllare luoghi di lavoro meno impegnativi di un cantiere o di una fabbrica; – che ispettori non adeguatamente formati considerino pericoloso un agente lavorativo che non lo è, costringendo l'impresa ad investire risorse anche ingenti in misure non necessarie; – che ispettori frettolosi ricorrano a soluzioni dirompenti come la chiusura di un'azienda invece di accompagnarla nell'opera di messa in sicurezza con salvaguardia dell'attività produttiva. Ultimamente, la Corte di cassazione penale con la sentenza n. 17810 del 10 giugno 2020 ha posto in luce le ripercussioni negative prodotte da azioni ispettive non sufficientemente approfondite. Condannato per l'inosservanza dell'articolo 256, comma 4, del decreto legislativo 9 aprile 2008, n. 81, (concernente il piano di lavoro da predisporre prima dell'inizio di lavori di demolizione o di rimozione dell'amianto o di materiali contenenti amianto da edifici, strutture, apparecchi e impianti, nonché dai mezzi di trasporto), un datore di lavoro lamenta la violazione dell'articolo 256, commi 4 e 5, del citato decreto legislativo n. 81 del 2008, e degli articoli 6, comma 3, e 12, comma 2, della legge 27 marzo 1992, n. 257, in particolare per la mancata applicazione del decreto del Ministro della sanità 6 settembre 1994, pubblicato nel supplemento ordinario n. 129 alla Gazzetta Ufficiale n. 220 del 20 settembre 1994, in quanto « le disposizioni prevedono le misure di sicurezza quando l'intervento è effettuato su amianto friabile e non anche quando si interviene su un tetto (coperture di cemento-amianto) », e « per i soli interventi su amianto friabile è prevista un'area di decontaminazione per il personale », là dove « la decontaminazione non risulta prevista per gli interventi su materiali compatti, non friabili ». Inoltre, eccepisce che « l'intervento della ditta dell'imputato si inseriva in un cantiere con la presenza di più imprese operanti per diversi lavori », e che « nessun accertamento risulta compiuto sull'effettiva presenza di amianto nei materiali rinvenuti nell'area del cantiere », né « risulta certo se i materiali in oggetto fossero residui dei lavori effettuati dalla ditta dell'imputato o se di altri lavori precedenti effettuati da altre ditte ». Aggiunge che « la pulizia effettuata dall'imputato dopo i rilievi non sta certo a significare l'accettazione (acquiescenza) della responsabilità », poiché « la norma dell'articolo 248 del citato decreto legislativo n. 81 del 2008 disciplina solo la fase antecedente l'inizio dei lavori, non tutte le fasi di rimozione dell'amianto, e, quindi, la presenza di amianto nella zona dell'intervento doveva essere dimostrata dall'accusa, senza alcuna inversione dell'onere della prova ». La Sezione III della citata Corte ritiene che « la sentenza impugnata non motiva adeguatamente sulla sussistenza dei presupposti oggettivi e soggettivi dei reati in contestazione ». Con riguardo alla « procedura di decontaminazione nel piano di lavoro », osserva che « la sentenza non analizza il tema della natura dell'amianto in oggetto (se friabile o no), in relazione ai diversi obblighi normativi nelle due ipotesi ». Quanto alla « omessa pulizia finale dell'area », rileva che « la sentenza omette di accertare in fatto se l'area del cantiere in oggetto fosse rimasta non pulita per responsabilità dell'imputato e se i materiali rinvenuti fossero o no contaminati da amianto, in relazione alla contemporanea presenza nel cantiere di diversi lavori anche da parte di altre ditte ». In attesa di riforme di grande respiro in materia, sarebbe proficuo introdurre in questa sede meccanismi destinati ad incentivare il coordinamento e la formazione degli ispettori sul fronte dell'esposizione lavorativa all'amianto. Si propone, pertanto, di inserire, con la lettera b) del comma 1, nell'articolo 9 della legge n. 257 del 1992, un comma 8 volto ad attribuire in materia un compito di coordinamento al Comitato per l'indirizzo e la valutazione delle politiche attive e per il coordinamento nazionale delle attività di vigilanza in materia di salute e sicurezza sul lavoro, istituito presso il Ministero della salute di cui all'articolo 5 del decreto legislativo 9 aprile 2008, n. 81. La f) del comma 1 dell'articolo 1 modifica l'articolo 15 della legge n. 257 del 1992 alla luce di una evidente esigenza di irrobustimento della risposta sanzionatoria dinnanzi alle diffuse e radicate carenze applicative. Fa spicco, in proposito, la palese inadeguatezza dell'apparato sanzionatorio allestito dalla predetta legge a salvaguardia del divieto pur centrale statuito nell'articolo 2, comma 1, della legge medesima (« sono vietate l'estrazione, l'importazione, l'esportazione, la commercializzazione e la produzione di amianto, di prodotti di amianto o di prodotti contenenti amianto »). Basti pensare che, per l'inosservanza di tale divieto, l'articolo 15, comma 2, della medesima legge n. 257 del 1992, si limita a contemplare l'ammenda, configurando per giunta siffatta inosservanza come una mera contravvenzione. Di qui sorge la necessità di operare una radicale trasformazione della fattispecie criminosa sotto un duplice profilo: da mera contravvenzione a delitto punibile anche a titolo di colpa, dalla pena dell'ammenda alla pena della reclusione e della multa.