[pronunce]

1.9.- Alla luce della costante giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell'uomo, il principio di effettività è proprio, peraltro, anche della garanzia prevista dall'art. 8 CEDU, che vieta le indebite interferenze nella vita privata e nel domicilio, con conseguente ulteriore violazione dell'art. 117 Cost. Al riguardo, il rimettente richiama, oltre alla sentenza 27 settembre 2018, Brazzi contro Italia, già evocata in alcune delle precedenti ordinanze di rimessione, anche la più recente sentenza 16 febbraio 2021, Budak contro Turchia, che, nel caso di una perquisizione eseguita dalla polizia giudiziaria senza la presenza di due testimoni, prescritta nella specie dal codice di procedura penale turco, ha ritenuto la procedura illegale e violato l'art. 8 CEDU, non solo perché la perquisizione non era stata eseguita nelle forme e nei casi previsti dalla legge nazionale, ma anche perché i giudici nazionali avevano ignorato, non dando loro adeguata risposta, le doglianze dell'imputato, che aveva ricordato come, tanto la Costituzione, quanto il codice di procedura penale turco, vietassero di utilizzare le prove raccolte nel corso di perquisizioni illegali. 1.10.- Prendendo spunto da quest'ultima pronuncia, nelle ordinanze iscritte ai numeri 16 e 18 r. o. del 2022 il rimettente si interroga sulle conseguenze della convalida della perquisizione con provvedimento «inadeguato», perché privo - come nei casi oggetto dei giudizi a quibus - di congrua motivazione circa gli elementi legittimanti l'iniziativa della polizia giudiziaria. Rileva il giudice a quo che, sebbene l'art. 13 Cost. riconnetta la perdita di efficacia degli atti di polizia giudiziaria alla mancata convalida da parte dell'autorità giudiziaria entro un determinato termine, la reale causa dell'inefficacia risiederebbe nella circostanza che l'atto è stato compiuto dalle forze di polizia fuori dei casi in cui la legge lo consente, dato che è per tale ragione che la convalida difetterà. La convalida non svolgerebbe, quindi, una funzione «sanante» a discrezione dell'autorità giudiziaria, ma postulerebbe una concreta verifica in ordine alla ricorrenza dei presupposti per l'attività compiuta dalla polizia giudiziaria di propria iniziativa. La ratio della norma costituzionale sarebbe di conseguenza frustrata se, ad evitare la perdita di efficacia dell'atto illegale, fosse sufficiente un provvedimento di convalida del tutto immotivato in ordine alla situazione legittimante la perquisizione. Di tale avviso si sarebbe mostrata anche questa Corte con la sentenza n. 252 del 2020, nell'accogliere la questione di legittimità costituzionale - sollevata dallo stesso Tribunale rimettente - dell'art. 103 del d.P.R. n. 309 del 1990, censurato nella parte in cui consentiva al pubblico ministero di autorizzare verbalmente le perquisizioni finalizzate alla prevenzione e alla repressione del traffico illecito di stupefacenti, senza dover documentare successivamente le ragioni fondanti il provvedimento. Per altro verso, poi, sebbene le nullità dei provvedimenti del giudice per difetto di motivazione siano generalmente rilevabili solo su eccezione di parte, nell'ipotesi in esame una nullità solo relativa non garantirebbe adeguatamente i diritti fondamentali incisi. Le nullità relative debbono essere, infatti, eccepite entro tempi e con cadenze tali da richiedere alla parte una «notevole diligenza» e che si giustificherebbero solo con la natura «minore» di tali nullità, perché riguardanti violazioni di scarsa importanza. Ritenere che non possa essere rilevata d'ufficio la nullità, per difetto di motivazione del provvedimento con cui l'autorità giudiziaria «sani» un atto compiuto in violazione di un diritto fondamentale del cittadino, introdurrebbe, d'altro canto, un trattamento illogicamente deteriore rispetto a quello previsto per l'omessa citazione dell'imputato, che determina una nullità assoluta, pur incidendo sull'esercizio di un diritto, quale quello di difesa, del quale si è già sottolineata la natura «servente» rispetto alla tutela dei diritti fondamentali. Le esposte considerazioni inducono quindi il giudice a quo a dubitare, in riferimento agli artt. 2, 13, 14, 111, sesto comma, Cost., della legittimità costituzionale dell'art. 352 cod. proc. pen. , nella parte in cui non prevede che il decreto di convalida della perquisizione debba essere motivato; nonché dell'art. 125, comma 3, cod. proc. pen. , nella parte in cui non prevede che la nullità del decreto di convalida della perquisizione sia assoluta e rientri tra quelle considerate dall'art. 179, comma 2, cod. proc. pen. Con riguardo alle questioni aventi ad oggetto l'art. 352 cod. proc. pen. , il rimettente rileva che la necessità della motivazione del decreto di convalida è stata ritenuta da questa Corte con la citata sentenza n. 252 del 2020, ma solo nella parte motiva della pronuncia e non nel dispositivo: il che potrebbe «dar luogo in futuro ad incertezze applicative». 1.11.- L'ordinanza iscritta al n. 17 r. o. del 2022 si pone analoghi interrogativi con riguardo all'ipotesi in cui - come nel giudizio a quo - la convalida della perquisizione manchi, in particolare per il difetto dei relativi presupposti. Il rimettente perviene anche qui alla conclusione che ammettere che la polizia giudiziaria possa procedere a perquisizione fuori dei casi previsti dalla legge, sulla base di elementi vaghi e perciò non verificabili dall'autorità giudiziaria, con conseguente mancata convalida dell'atto, senza però che ne sortiscano effetti sui risultati della perquisizione, comporterebbe l'aggiramento delle cautele che la Costituzione ha previsto a garanzia dell'effettività del controllo sull'operato delle forze di polizia. Su tali premesse, il giudice a quo dubita della legittimità costituzionale, in riferimento agli artt. 2, 13 e 14 Cost., dell'art. 352 cod. proc. pen. , nella parte in cui non prevede che, nel caso in cui il pubblico ministero non convalidi la perquisizione nei termini di legge, tutti i risultati probatori della stessa divengano inutilizzabili, «anche in termini di "inutilizzabilità derivata"». 2.- È intervenuto in tutti i giudizi il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, il quale ha chiesto che le questioni siano dichiarate inammissibili. 2.1.- Con riguardo alle questioni sollevate dall'ordinanza iscritta al n. 16 r. o. del 2022, la difesa dell'interveniente rileva preliminarmente che l'ordinanza di rimessione omette di riportare il capo d'imputazione e di indicare la norma penale che si assume violata dagli imputati, il che già di per sé costituirebbe causa di inammissibilità. 2.2.- L'Avvocatura dello Stato osserva, poi, come il nucleo centrale delle questioni aventi ad oggetto l'art. 191 cod. proc. pen.