[pronunce]

n. 4 del 2005) ha depositato memoria, in data 27 settembre 2005, l'Avvocatura generale dello Stato. Nella stessa, oltre a ribadirsi il contenuto della censura già formulata – avverso l'impugnata norma regionale – ai sensi dell'art. 117, terzo comma, della Costituzione, la difesa erariale precisa la portata delle doglianze avanzate, per sua stessa ammissione, «ad abundantiam», ex artt. 2, 3, 9 e 33 Cost. 3. — Con ricorso (reg. ric. n. 64 del 2005) notificato il 16 maggio 2005 e depositato presso la cancelleria della Corte il successivo giorno 24, il Presidente del Consiglio dei ministri ha proposto questione di legittimità costituzionale – in riferimento agli artt. 3 e 117, commi secondo, lettera l), e terzo, della Costituzione – dell'art. 1 della legge della Regione Umbria 23 febbraio 2005, n. 15 (Modalità per il conferimento di incarichi di struttura nelle Aziende sanitarie regionali). 3.1. — Il ricorrente deduce che con tale disposizione la Regione «ha inteso disciplinare le modalità per il conferimento di incarichi di struttura nelle Aziende sanitarie regionali», riservandoli «ai dirigenti sanitari in regime di rapporto esclusivo con il Servizio sanitario regionale», dettando «analoga norma» anche «per l'attribuzione a professori e ricercatori universitari degli incarichi di direzione di struttura semplice o complessa», nonché per l'attribuzione dei programmi di cui all'art. 5, comma 4, del d.lgs. n. 517 del 1999. La norma censurata – prosegue il ricorrente – stabilisce tanto che «i dirigenti con rapporto di lavoro non esclusivo, titolari di un incarico di struttura semplice o complessa», sono tenuti a comunicare al direttore generale delle ASL, entro novanta giorni dall'entrata in vigore della presente legge regionale, «la propria opzione in ordine al rapporto esclusivo» (prevedendo anche la decadenza automatica dal predetto incarico quale conseguenza, invece, della scelta in favore del «rapporto di lavoro non esclusivo»), quanto che la mancata comunicazione nel termine «comporta l'opzione per il rapporto non esclusivo». Reputa il Presidente del Consiglio dei ministri che siffatta disciplina sia, in primo luogo, «non del tutto in linea con il vigente assetto costituzionale delle competenze» legislative statali «in materia di tutela della salute», in quanto in contrasto con il «principio fondamentale» – desumibile dall'art. 2-septies, comma 1, del decreto-legge n. 81 del 2004, convertito, con modificazioni, nella legge n. 138 del 2004 – secondo cui i dirigenti sanitari «possono optare» anche «per il rapporto di lavoro non esclusivo», sicché, ai sensi di tale norma di legge statale, «la non esclusività del rapporto di lavoro non preclude la direzione di strutture semplici o complesse». La norma censurata, in secondo luogo, «interviene nella disciplina del rapporto di lavoro del dirigente sanitario, incidendo nella materia “ordinamento civile”», ponendosi in contrasto con l'art. 117, secondo comma, lettera l), della Costituzione, che riserva tale materia in via esclusiva alla potestà legislativa statale. Infine, il ricorrente deduce la violazione anche dell'art. 3 della Carta fondamentale, «sia sotto il profilo della irragionevolezza, sia sotto quello della disparità di trattamento». 3.2. — Si è costituita in giudizio la Regione Umbria deducendo l'infondatezza delle censure proposte. La Regione, nel premettere che la “tutela della salute” «costituisce materia di competenza concorrente delle regioni ad autonomia ordinaria ed attiene essenzialmente alle prestazioni di prevenzione e cura delle malattie che devono essere assicurate ai cittadini dal sistema delle strutture pubbliche e di quelle private convenzionate», evidenzia come il proprio intervento legislativo sia stato espletato «al fine di elevare, attraverso le norme per il conferimento degli incarichi di direzione, il livello di prestazione del bene fondamentale della salute dei cittadini umbri, migliorando l'efficienza del sistema sanitario regionale». Essa nega, quindi, che possa ipotizzarsi la violazione dell'art. 117, terzo comma, della Costituzione, in quanto la norma impugnata si sarebbe limitata a prevedere, esclusivamente, «che i dirigenti sanitari, incaricati della direzione di una struttura semplice o complessa, esercitino la loro attività professionale intra moenia», dando così attuazione proprio «ai principi ed ai criteri della legge dello Stato», e segnatamente a quello – desumibile dall'art. 15-quinquies, comma 3, del d.lgs. n. 502 del 1992 – che prescrive un «corretto ed equilibrato rapporto tra attività istituzionale e corrispondente attività libero professionale», imponendo che sia adeguatamente bilanciata l'esigenza della tutela della «libertà di svolgimento dell'attività libero professionale con quella della salvaguardia della efficienza del servizio». La Regione, inoltre, esclude che quello introdotto dall'art. 2-septies del decreto-legge n. 81 del 2004 (convertito, con modificazioni, nella legge n. 138 del 2004) possa essere considerato principio fondamentale della materia “tutela della salute”. In merito, invece, alla dedotta violazione della competenza esclusiva dello Stato in materia di “ordinamento civile”, la Regione rileva come la Corte abbia affermato – «proprio in relazione alla disciplina del pubblico impiego nell'ambito dell'organizzazione sanitaria» – che «dal riconoscimento dell'importanza costituzionale del lavoro non deriva l'impossibilità di prevedere condizioni e limiti per l'esercizio del relativo diritto, purché essi siano preordinati alla tutela di altri interessi e di altre esigenze sociali parimenti fatte oggetto, come nella fattispecie, di protezione costituzionale» (è richiamata la sentenza n. 147 del 2005, nonché le sentenze n. 390 del 1999 e n. 457 del 1993). Sul duplice presupposto, quindi, che nel caso in esame «la limitazione dell'attività libero professionale dei dirigenti sanitari non è affatto assoluta, ma ricondotta a quella intra moenia, e quindi non incide sostanzialmente sul rapporto di lavoro», ovvero che la stessa «appare connessa alla esigenza di assicurare e meglio garantire l'attività istituzionale del dirigente, con una presenza più attiva», la Regione esclude la fondatezza della censura di costituzionalità proposta ai sensi dell'art. 117, secondo comma, lettera l), della Costituzione. Infine, quanto alla dedotta violazione anche dell'art. 3 della Carta fondamentale, la Regione ribadisce che la norma impugnata «opera un equo bilanciamento tra le esigenze lavorative e quelle, fondamentali, di tutela della salute». 3.3.— In data 21 febbraio 2006, anche la Regione Umbria ha depositato presso la cancelleria della Corte una memoria, nella quale insiste per la reiezione del ricorso statale (reg. ric. n. 64 del 2005) avente ad oggetto la legge regionale n. 15 del 2005.