[pronunce]

che il denunciato art. 28 del d.l. n. 429 del 1982 disciplina i presupposti e le condizioni della definizione automatica dell'imposta sul valore aggiunto per gli anni dal 1977 al 1981 nell'ipotesi – oggetto del presente giudizio – in cui non siano stati notificati avvisi di accertamento e stabilisce che l'imposta integrativa sia determinata aumentando quella risultante dovuta in base a ciascuna dichiarazione originaria annuale di un importo pari alla somma del 2 per cento (o del 4 per cento per i contribuenti minori) dell'imposta relativa alle operazioni imponibili effettuate in ogni periodo di imposta e del 2 (o del 4) per cento dell'imposta detraibile nel medesimo periodo (secondo comma, prima e seconda proposizione); che, in particolare, relativamente al periodo d'imposta 1981 chiuso a credito, la norma censurata subordina, attraverso il combinato disposto del primo e secondo periodo del quarto comma di detto articolo 28, l'accesso alla definizione automatica dei contribuenti che hanno optato per il computo in detrazione nell'anno 1982 dell'intera eccedenza alla condizione che gli stessi rinuncino all'eventuale residuo credito risultante dalla differenza tra l'importo del credito indicato nella dichiarazione annuale e l'ammontare dell'integrazione relativa a tutti i periodi d'imposta definiti; che tale condizione non è prevista per l'ipotesi in cui la definizione automatica è chiesta dai contribuenti che hanno optato per il rimborso della predetta eccedenza, ai sensi dell'art. 30, secondo comma, del d.P.R. 26 ottobre 1972, n. 633 (Istituzione e disciplina dell'imposta sul valore aggiunto), nel testo vigente nel 1981; che, secondo la Commissione rimettente, tale differenziata disciplina discriminerebbe in modo «del tutto casuale e privo [...] di significato» i contribuenti che nella dichiarazione annuale del 1981 chiusa a credito hanno scelto di computare in detrazione nell'anno successivo l'importo dell'intera eccedenza, rispetto a quelli che nella dichiarazione medesima hanno invece optato per il rimborso, e ciò ancorché ambedue le categorie di contribuenti abbiano l'identica posizione di creditori verso l'erario; che la questione è manifestamente infondata, perché, contrariamente a quanto ritenuto dal giudice a quo, la denunciata disparità di trattamento trova giustificazione nella diversità delle situazioni poste a raffronto dal rimettente, avuto riguardo alle differenti modalità di realizzazione del credito del contribuente ed alla loro diversa influenza sul perseguimento delle finalità proprie del condono c. d. “tombale” di cui al citato art. 28 del d. l. n. 429 del 1982; che, nel caso di opzione per il rimborso del credito dell'IVA relativo al 1981, il legislatore, nella sua discrezionalità, ha scelto di non subordinare il condono alla rinuncia del credito e di tener fermo il potere di accertamento, e ciò in ragione sia della non implausibile previsione della minor frequenza di tale tipo di opzione (di regola meno favorevole al contribuente, perché comportante un non immediato soddisfacimento del credito), sia del fatto che l'esercizio del suddetto potere si inserisce, anche nell'ipotesi di intervenuto condono, nell'àmbito di un distinto procedimento promosso ad iniziativa del contribuente (art. 38-bis del d.P.R. n. 633 del 1972, nel testo all'epoca vigente) ed è pertanto necessariamente funzionale al riconoscimento od al diniego del richiesto rimborso (il potere di accertamento è riconosciuto dalla Corte di Cassazione con le sentenze n. 6429 del 1996 e n. 9646 del 1994, proprio con riguardo a fattispecie di rimborso regolate dalla disposizione censurata, ed è stato ribadito da questa Corte con l'ordinanza n. 340 del 2005, con riferimento alla particolare ipotesi di richiesta di rimborso di un credito derivante da operazioni inesistenti, in relazione al condono di cui all'art. 9 della legge 27 dicembre 2002, n. 289, recante «Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato. Legge finanziaria 2003»); che invece, nel caso di opzione per il computo nell'anno 1982 dell'intera eccedenza, lo stesso legislatore del condono ha ritenuto di escludere in radice l'esercizio del potere di accertare la sussistenza del credito portato in detrazione, e ciò perché, a differenza dell'ipotesi di richiesta di rimborso, tale esercizio avrebbe riguardato la correttezza dell'immediata estinzione satisfattiva del credito medesimo, conseguente all'operare del peculiare meccanismo automatico della compensazione, ed avrebbe richiesto, quindi, una onerosa e più diffusa attività di controllo; che tale attività avrebbe frustrato la finalità, propria del condono “tombale” in esame, di definizione semplificata, spedita e globale delle pendenze tributarie (in tal senso, sulle finalità dei condoni fiscali, v., ex plurimis, le sentenze n. 33 del 1981, n. 172 del 1986 e n. 321 del 1995; nonché le ordinanze n. 361 del 1992 e n. 550 del 2000); che, pertanto, non è irragionevole né arbitrario che il legislatore, intendendo prioritariamente perseguire questa finalità, abbia preferito in quest'ultimo caso condizionare l'accesso al condono alla rinunzia al credito dell'IVA del 1981, piuttosto che riconoscere il credito stesso previa puntuale verifica della sua sussistenza o, addirittura, senza alcuna verifica; che, infine, l'evocazione dell'art. 53, primo comma, Cost. è palesemente non pertinente, perché tale parametro concerne la disciplina sostanziale dei tributi, mentre la denunciata normativa sul condono riguarda la disciplina della definizione delle pendenze tributarie (v., ex plurimis, la sentenza n. 172 del 1986, già citata). Visti gli artt. 26, secondo comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87, e 9, comma 2, delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale.. . per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE dichiara la manifesta infondatezza della questione di legittimità costituzionale dell'art. 28, quarto comma, primo e secondo periodo, del decreto-legge 10 luglio 1982, n. 429 (Norme per la repressione della evasione in materia di imposte sui redditi e sul valore aggiunto e per agevolare la definizione delle pendenze in materia tributaria), convertito, con modificazioni, dalla legge 7 agosto 1982, n. 516, sollevata, in riferimento agli artt. 3, primo comma, e 53, primo comma, della Costituzione, dalla Commissione tributaria di primo grado di Napoli con l'ordinanza in epigrafe. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 12 ottobre 2005. F.to: Piero Alberto CAPOTOSTI, Presidente Franco GALLO, Redattore Giuseppe DI PAOLA, Cancelliere Depositata in Cancelleria il 25 ottobre 2005. Il Direttore della Cancelleria F.to: DI PAOLA