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misure volte a sottrarre alle organizzazioni criminali e terroristiche gli strumenti necessari alle loro attività, come l'accesso alle risorse finanziarie, alle armi, all'utilizzo di Internet e di documenti contraffatti, così come il miglioramento dei sistemi di scambio di informazioni tra autorità di contrasto, Polizia e magistratura penale, così come quelle di intelligence fra gli Stati membri. Infine, una seria lotta al riciclaggio e ai paradisi bancari e fiscali. Dispiace molto notare, signor Presidente del Consiglio, che quel decreto-legge che avete chiamato decreto Salvini (lo ricorda? Ha fatto le foto col cartello) e che vendete come decreto sicurezza otterrà esattamente l'effetto opposto. Del resto, è già una prassi per voi dare bei titoli a provvedimenti che non avranno effetti positivi sulla vita reale. Infine, sulle relazioni esterne dell'Unione, come non vedere che Stati Uniti e Russia si muovono nella stessa direzione? È casuale? Trump ha riesumato la pratica e la politica della destra neoconservatrice americana, quella più nazionalista, che durante il primo mandato di George Bush parlò apertamente di eurominaccia. Le tensioni politiche e commerciali alimentate da Trump nei confronti dell'Europa non possono che incontrare il favore di Mosca, incrociando così le mire storiche di affermazione e di una influenza russa sui Balcani e sugli Stati baltici. Per realizzare tutto ciò, occorre che l'Unione europea si scomponga e si dissolva ed è questo l'obiettivo comune a Trump e a Putin. Troppe dichiarazioni e azioni dei sostenitori del suo Governo esaltano entrambi e le loro politiche. Anche su questo il suo Governo ci appare su una strada sbagliata. Presidente Conte, ogni giorno qualche cittadina e cittadino in più si rende conto della pericolosa china di rabbia, frustrazione e razzismo che sta prendendo il nostro Paese. Auspichiamo, per convinzione politica, che lei non si lasci cullare dai sondaggi. Altri, prima di lei, hanno fatto lo stesso errore. Non sono riusciti a cogliere il malessere crescente e la storia li ha puniti. Non sarà sulle macerie che il vostro consenso potrà crescere. La invitiamo, quindi, a riflettere su questo mentre sarà in viaggio per rappresentare il nostro Paese al Consiglio europeo. (Applausi del senatore Errani). PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Garavini. Ne ha facoltà. GARAVINI (PD) . Signor Presidente, signor Presidente del Consiglio, onorevoli colleghi, l'Europa si trova di fronte ad uno dei cambiamenti più importanti della propria storia: l'uscita della Gran Bretagna dall'Unione europea. Una decisione dolorosa, che avrà ripercussioni profonde, non soltanto per la Gran Bretagna, ma per tutta l'Unione europea. La Gran Bretagna ricopre, infatti, un ruolo di primaria importanza per l'Europa da più punti di vista, ma soprattutto in ambito economico, con un volume d'affari di circa 650 miliardi di euro annui. Stessa cosa per l'Italia, per la quale la Gran Bretagna rappresenta il terzo Paese di esportazione, con circa 23 miliardi di entrate ogni anno. Un indotto importante. Cambiamenti tra i due Paesi possono avere anche ricadute occupazionali gravi. Pertanto, che in queste settimane, a poca distanza dalla deadline per la conclusione degli accordi, sarebbe importante un contributo fattivo, anche da parte italiana. Invece, in questa importante discussione sulla Brexit, la più rilevante degli ultimi sessant'anni in Europa, la voce italiana non c'è stata. Assente, non pervenuta. È il segno che, neanche a cinque mesi dal suo insediamento, presidente Conte, l'Italia in Europa è isolata e gode di pochissima credibilità. Nella discussione sulla Brexit il Governo giallo-verde sembra dimenticarsi anche degli oltre 700.000 italiani che vivono e lavorano nel Regno Unito e che sono interessati personalmente dalle ricadute post Brexit. Italiani destinati a sperimentare sulla propria pelle gli effetti della riuscita o meno dell'accordo tra Unione europea e Gran Bretagna. In questo processo è in ballo anche il loro futuro, la loro vita e quella dei loro cari, perché ne va del loro status di cittadini, di lavoratori, di studenti. Per noi del Partito Democratico è chiaro, è sempre stata la nostra linea politica. Va garantito il mantenimento di tutti i diritti conseguiti ai cittadini comunitari presenti nel Regno Unito, sia in ambito lavorativo che formativo, in campo sanitario, in ambito politico, nel settore universitario e della ricerca, nella vita quotidiana. Ma qual è la linea del suo Governo, presidente Conte? L'impressione è che, al di là delle rassicurazioni odierne, questi italiani le interessino ben poco. Al contrario, bisognerebbe garantire loro certezze, creando al contempo le condizioni per permettere un'uscita del Regno Unito dall'Europa il meno traumatica possibile. Un accordo potrà avere successo solo se va incontro a tutte le parti in causa. Al tempo stesso, è chiaro che non potranno essere concessi alla Gran Bretagna gli stessi privilegi di cui godeva prima. Dall'evolversi dei fatti delle ultime ore, sembra non si riesca a raggiungere un accordo, il che potrebbe creare conseguenze negative. Ciò nonostante, credo non sia il caso che l'Europa adesso ceda alle pressioni solo per il timore delle conseguenze, perché non è affatto chiaro come saranno i prossimi sviluppi della politica interna britannica, già molto turbolenta nelle ultime settimane; anzi, non è escluso che arrivino altri al Governo, con la possibilità di scenari politici del tutto nuovi e magari anche un esito diverso rispetto alla questione Brexit. Oggi, con il suo intervento, ha fatto capire che sulle politiche europee a lei e al suo Governo manca la bussola, perché fare promesse e sparare offese su Twitter, come sono soliti fare i suoi ministri, senza essere in grado di farsi ascoltare a Bruxelles nelle sedi che contano o senza presentarsi affatto - com'è successo ad esempio la settimana scorsa, e non era la prima volta - è proprio il contrario di una politica seria ed efficace; dunque è inevitabile poi tornare a casa a mani vuote. Questo è quanto sostanzialmente le è successo, signor Presidente, durante il suo primo Consiglio europeo sulle politiche migratorie. Ci ricordiamo troppo bene com'è andata: anche in quell'occasione, è venuto qua, ha promesso mari e monti e ci ha detto di voler portare a Bruxelles la politica del pugno duro e costringere l'Europa a farsi carico dei profughi sbarcati in Italia. Appena uscito dal Consiglio - solo poche ore dopo - però, nonostante si sia vantato in lungo e in largo, è stato smentito clamorosamente, perché non solo non ha conseguito risultati oggettivi, ma addirittura ha lasciato fare passi indietro madornali rispetto a quanto avevamo faticosamente conquistato con i nostri Governi: ha lasciato che venissero abolite le quote di ricollocamento obbligatorie nei diversi Paesi e che, al loro posto, s'introducesse un'inutile volontarietà dei singoli Stati, cioè una sonora sconfitta per l'Italia, che adesso si potrebbe sanare solo attraverso una modifica del Trattato di Dublino, nella forma a suo tempo indicata dai nostri Governi, ribadita dal voto del Parlamento europeo. Bisogna superare il concetto di Paese di primo arrivo: i migranti vanno ripartiti su tutti i Paesi europei. Questa è la nostra proposta, una soluzione che aiuterebbe di fatto l'Italia: