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Bisognava, infatti, superare tutte le problematiche connesse alle interpretazioni giurisprudenziali di quel richiamo al metodo mafioso nella promessa, che non ne facevano più uno strumento di contrasto davvero efficiente ed equilibrato. Cosa si vuole punire, in poche parole? L'accordo tra un politico e appartenente alle mafie che si basa su un do ut des , uno scambio: io ti porto i voti, tu in cambio farai per me alcune cose vantaggiose. Limitarsi allo scambio di denaro non bastava, e per questo è stato utile inserire, nella precedente legislatura, le altre utilità oltre al denaro, e questa è stata una cosa certamente positiva. È evidente, infatti, che fosse piuttosto asfittica una norma che immagina un politico offrire solo soldi a chi gli porta i voti, ma ancora di più un mafioso accontentarsi soltanto di una controprestazione in denaro che esaurisse il rapporto mafia-politica. Ebbene, le inchieste che occupano le pagine dei nostri quotidiani da molti anni raccontano di promesse - ahimè spesso mantenute - di appalti pubblici, di forniture, di concessioni, di posti di lavoro. Da questo punto di vista considero quindi importante avere ulteriormente esteso l'oggetto della controprestazione di chi ricopre un incarico politico alla generica disponibilità a soddisfare gli interessi o le esigenze dell'associazione mafiosa in modo da ricomprendere anche comportamenti non espressamente elencati. Nel testo licenziato dal Senato in prima lettura era sanzionato il conseguimento della promessa del sostegno elettorale da parte di soggetti dei quali, a colui che contratta, sia nota l'appartenenza ad associazioni criminali di stampo mafioso. In questo senso la proposta di oggi è migliorativa perché a mio avviso ha eliminato quella notorietà necessaria: lascia alla magistratura il compito di chiarire quando l'interlocutore del politico possa definirsi appartenente all'associazione mafiosa, permettendo così un raggio più ampio di repressione, comprendendo anche la possibilità che il mafioso sia stato non solo condannato con sentenza di primo grado o passata in giudicato, ma anche sottoposto eventualmente a misure di prevenzione personale e patrimoniale che sappiamo possono essere irrogate senza che vi sia una condanna. Esigere nel politico, come era stata finora interpretata la norma, la consapevolezza che il procacciamento di voti sia avvenuto con modalità mafiose avrebbe continuato a rendere difficile, se non diabolica, la prova dell'illecito. Sotto il profilo sanzionatorio, poi, si inasprisce la pena, che passa dalla reclusione da sei a dodici anni a quella da dieci a quindici, e con la stessa pena è punita la condotta del soggetto che promette, direttamente o a mezzo di intermediari, di procacciare i voti. Anche questo inciso, positivamente introdotto alla Camera (non era presente nel testo del Senato), dà atto della possibilità che intervengano faccendieri e intermediari in questo rapporto tra mafia e politica. Viene prevista poi un'aggravante di evento: se infatti chi ha concluso l'accordo con il mafioso viene eletto, la pena prevista per lo scambio elettorale politico-mafioso è aumentata della metà. Pur condividendo pienamente la gravità del reato sotto il profilo del grave turbamento della sicurezza democratica del Paese, ritengo - e l'ho già detto precedentemente, quando il disegno di legge è passato in quest'Aula del Senato - che tale aumento secco della metà, non producendo comunque alcun effetto deterrente, purtroppo, non sarebbe coerente con il principio di proporzionalità di tutto il sistema sanzionatorio. Sono d'accordo con chi ha avanzato questa precisazione. Al riguardo ho segnalato più volte durante l'esame in Senato, anche presentando degli emendamenti, che sarebbe stato a mio avviso più opportuno un riferimento all'aumento di pena previsto dalle aggravanti comuni, ovvero fino a un terzo. Ciò avrebbe lasciato al giudice una più ampia discrezionalità in sede applicativa che, a mio parere, è sempre utile mantenere. D'altro canto - e su questo aspetto forse sarebbe necessaria e opportuna una più attenta riflessione sistemica - l'aggravante, come formulata nel testo oggi in discussione, potrebbe comportare pene più elevate nei confronti del patto elettorale politico-mafioso rispetto sia al concorso esterno in associazione mafiosa sia alla partecipazione all'associazione sia addirittura alle pene previste per i capi dell'organizzazione, il che, come ho detto, mi pare una sproporzione non giustificata. Concludo dicendo che è fondamentale e più che condivisa l'irrogazione della pena accessoria dell'interdizione perpetua dai pubblici uffici in caso di condanna per il reato in questione: chi si è macchiato di simili delitti non è degno di partecipare alla gestione della cosa pubblica. Care colleghe e cari colleghi, c'è ancora molto da fare se si considera il dato del reiterato scioglimento di molti Comuni per infiltrazione mafiosa, realtà che è difficile eliminare nonostante il ricorso a successive competizioni elettorali locali. È nostro dovere sostenere il contrasto alla criminalità organizzata in ogni sua forma, approfondirne le evoluzioni, adeguare l'impianto legislativo alle rapide trasformazioni delle organizzazioni, fornire alla magistratura ogni strumento utile e alle forze di polizia personale e mezzi per fare al meglio il proprio lavoro. È nostro dovere contrastare i traffici, gli affari che arricchiscono le mafie, impedire in genere ogni forma di illecito arricchimento, di riciclaggio, di elusione di responsabilità per chiunque delinqua; bisogna farlo. Bisogna farlo con buone leggi e comportamenti virtuosi, mai sottovalutando l'impatto drammatico che la cultura dell'illegalità ha sulla nostra comunità. (Applausi dal Gruppo Misto-LeU) . PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Cirinnà. Ne ha facoltà. CIRINNA' (PD) . Signor Presidente, colleghi, il disegno di legge in esame, sul quale abbiamo sentito tanti interventi, peggiora di fatto un ottimo testo: un nostro testo, che era stato approvato nella scorsa legislatura, un testo noto come riforma dell'articolo 416- ter del codice penale, che aveva già avuto una buona applicazione ed era già all'ordine del giorno dei lavori di tutte le procure antimafia. Ribadisco questo in un'Assemblea distratta e silenziosa, perché negli interventi precedenti un collega del MoVimento 5 Stelle ha ritenuto di rimproverare il Partito Democratico di distrazione: mai e poi mai il Partito Democratico è stato distratto sui temi della mafia, tant'è che la riforma dell'articolo 416- ter del codice penale è frutto del nostro lavoro e dell'azione del nostro Governo nella scorsa legislatura. Distratti contro il crimine mai! (Applausi dal Gruppo PD) . Il punto vero è la nuova formulazione che avete messo in campo, una nuova formulazione pericolosa: c'è il rischio che torni la confusione, che aumenti l'incertezza interpretativa, con la conseguenza che diventerà sempre più complicato individuare e punire i responsabili di questo reato. Non ve lo sta dicendo una collega o un Gruppo del Senato, ma ve lo hanno ribadito e ripetuto in svariate audizioni molti procuratori della Repubblica, compreso il procuratore nazionale antimafia. Sarà più difficile individuare e punire i responsabili di questo reato e vi spiego perché. Mi riferisco, soprattutto, alla modifica del primo comma dell'articolo 416- ter .