[pronunce]

SENTENZA ha pronunciato la seguentenel giudizio di legittimità costituzionale dell'art. 41-bis, commi 2 e 2-quater, della legge 26 luglio 1975, n. 354 (Norme sull'ordinamento penitenziario e sulla esecuzione delle misure privative e limitative della libertà), come modificato dall'art. 2, comma 25, lettera f), della legge 15 luglio 2009, n. 94 (Disposizioni in materia di sicurezza pubblica), promosso dalla Corte di cassazione, sezione prima penale, nel procedimento relativo a S. N., con ordinanza del 2 novembre 2020, iscritta al n. 12 del registro ordinanze 2021 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 6, prima serie speciale, dell'anno 2021. Visti l'atto di costituzione di S. N., nonché l'atto d'intervento del Presidente del Consiglio dei ministri; udito nell'udienza pubblica del 21 settembre 2021 il Giudice relatore Nicolò Zanon; uditi gli avvocati Piera Farina e Valerio Vianello Accorretti per S. N. e l'avvocato dello Stato Maurizio Greco per il Presidente del Consiglio dei ministri; deliberato nella camera di consiglio del 21 settembre 2021.. Ritenuto in fatto Considerato in diritto 1.- Con ordinanza del 2 novembre 2020 (r.o. n. 12 del 2021), la Corte di cassazione, sezione prima penale, ha sollevato questioni di legittimità costituzionale dell'art. 41-bis, commi 2 e 2-quater, della legge 26 luglio 1975, n. 354 (Norme sull'ordinamento penitenziario e sulla esecuzione delle misure privative e limitative della libertà), come modificato dall'art. 2, comma 25, lettera f), della legge 15 luglio 2009, n. 94 (Disposizioni in materia di sicurezza pubblica), in riferimento agli artt. 3, 25, 27, 111 e 117, primo comma, della Costituzione, quest'ultimo in relazione all'art. 7 della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali (CEDU), firmata a Roma il 4 novembre 1950, ratificata e resa esecutiva con legge 4 agosto 1955, n. 848, e all'art. 4 del Protocollo n. 7 alla stessa CEDU, adottato a Strasburgo il 22 novembre 1984, ratificato e reso esecutivo con la legge 9 aprile 1990, n. 98, nella parte in cui consentono la sospensione delle normali regole di trattamento per gli internati in esecuzione di misure di sicurezza, con applicazione obbligatoria, nei loro confronti, delle misure di restrizione e controllo indicate nel citato comma 2-quater dello stesso art. 41-bis. 1.1.- Nell'ampia premessa in fatto del proprio provvedimento, la Corte di cassazione ricostruisce la sequenza delle misure cautelari e dei provvedimenti di esecuzione adottati, nel corso di quasi due decenni, a carico del ricorrente. Ricorda in particolare come quest'ultimo, dichiarato delinquente abituale (art. 103 del codice penale), sia stato assoggettato alla misura di sicurezza della casa di lavoro, per la durata prevista di due anni, con provvedimento del Magistrato di sorveglianza di Milano, deliberato il 25 ottobre 2013 ed eseguito a far tempo dal 6 gennaio 2016. La misura è stata in seguito due volte prorogata, per complessivi tre anni, dal Magistrato di sorveglianza di Udine (ordinanze del 26 ottobre 2017 e del 20 novembre 2019), con termine finale di conseguenza fissato al 6 gennaio 2021 (data successiva a quella dell'ordinanza di rimessione). Nel frattempo l'interessato, a partire già dal 31 luglio 2010, era stato assoggettato al regime differenziato di cui all'art. 41-bis ordin. penit. , prorogato, da ultimo, con un decreto del Ministro della giustizia in data 24 luglio 2018. Tale ultimo provvedimento è stato impugnato innanzi al Tribunale di sorveglianza di Roma, sostenendosi, tra l'altro, che la disciplina del citato art. 41-bis sarebbe costituzionalmente illegittima nella parte in cui risulta applicabile anche alle persone internate per l'esecuzione di una misura di sicurezza. Con ordinanza del 12 dicembre 2019, il Tribunale di sorveglianza di Roma ha respinto il reclamo, dando conto dei fatti che avrebbero giustificato un giudizio di grave e perdurante pericolosità criminale dell'interessato. Sulla questione di legittimità costituzionale, il Tribunale - secondo la sintesi proposta nella odierna ordinanza di rimessione - avrebbe negato l'asserita equiparazione tra pena e misura di sicurezza, quale portato del regime speciale di cui all'art. 41-bis ordin. penit. , osservando come l'interessato abbia sempre ottenuto incarichi lavorativi nell'ambito della struttura penitenziaria di riferimento. 1.2.- Segnala la Corte rimettente che, con i motivi posti a sostegno dell'impugnazione di legittimità, il ricorrente ha nuovamente sostenuto che l'art. 41-bis ordin. penit. , posto in relazione agli artt. 208 e 216 cod. pen. , violerebbe gli artt. 3, 27, terzo comma, e 117, primo comma, Cost., quest'ultimo in relazione all'art. 3 CEDU. Escludendo o fortemente limitando il perseguimento degli obiettivi trattamentali tipici della misura di sicurezza detentiva, la disciplina censurata darebbe luogo ad un trattamento sostanzialmente punitivo. Tra l'altro, la preclusione di accesso alle licenze specificamente regolate dall'art. 53 ordin. penit. discriminerebbe ingiustamente gli internati soggetti alla disciplina dell'art. 41-bis rispetto agli altri internati, ed impedirebbe di conseguire eventuali valutazioni positive del magistrato sull'efficacia risocializzante della misura di sicurezza. Vi sarebbe dunque l'applicazione di una sanzione nell'assenza di un corrispondente titolo di condanna, dopo l'estinzione della pena legalmente prevista ed inflitta per il reato commesso, con modalità esecutive prive di valenza rieducativa, e con durata indeterminata. 1.3.- Posta l'ampia premessa della quale si è detto, la Corte di cassazione considera rilevanti, e non manifestamente infondate, le questioni di seguito indicate. 1.3.1.- In via preliminare, la rimettente osserva che i motivi di ricorso proposti dall'interessato, ammissibili solo nella prospettiva della violazione di legge, non potrebbero essere accolti. Il provvedimento impugnato sarebbe infatti corredato, riguardo alla pericolosità dell'instante, da una motivazione completa e coerente, sviluppata in piena autonomia rispetto a quella contenuta nel decreto ministeriale di proroga del trattamento differenziale. Per questa ragione, secondo la Corte di cassazione, assumono rilevanza decisiva le questioni di legittimità costituzionale sollevate: le sole che potrebbero determinare, per il caso di accoglimento, un provvedimento favorevole al ricorrente.