[pronunce]

che la ratio dell'intervento additivo della Corte costituzionale consiste – rileva il giudice a quo – nell'esigenza di garantire il minimo sacrificio possibile per la libertà personale del cittadino, senza che alcuno spazio possa «residuare in capo agli organi titolari del potere cautelare di scegliere il momento a partire dal quale possono essere fatti decorrere i termini custodiali in caso di pluralità di titoli e di fatti reato cui si riferiscono», onde salvaguardare «i valori di certezza e di durata minima della custodia cautelare», nonché nell'esigenza di assicurare «l'identico regime di garanzia» di cui all'art. 297, comma 3, cod. proc. pen. anche «in tutti i casi in cui, pur potendo i diversi provvedimenti coercitivi essere adottati in un unico contesto temporale, per qualsiasi causa l'autorità giudiziaria abbia invece prescelto momenti diversi per l'adozione delle singole ordinanze»; che – avverte ancora il rimettente –, secondo la Corte costituzionale, occorre dunque causare il minor sacrificio possibile alla libertà personale del cittadino, tutelata dall'art. 13 della Costituzione come diritto inviolabile, e predisporre conseguentemente strumenti idonei ad evitare che la decorrenza del termine iniziale della custodia cautelare possa dipendere per qualsiasi causa «da una imponderabile valutazione soggettiva degli organi titolari del potere cautelare»; che, nei casi in esame, gli imputati si vedrebbero applicare «la normativa aggiunta derivante dalla pronuncia della Corte costituzionale soltanto se i fatti non connessi» di cui sono accusati «fossero stati pendenti nell'ambito del medesimo procedimento»; che i valori di certezza e di durata minima della custodia cautelare devono essere salvaguardati, secondo il giudice a quo, anche nelle fattispecie oggetto dei giudizi principali, perché anche in tali casi si verte in un'ipotesi in cui l'interessato potrebbe essere esposto all'arbitrio, malevolo o negligente, del pubblico ministero nel far decorrere il termine iniziale della custodia cautelare per uno dei fatti di cui è accusato; che, prosegue il rimettente, tre sono le modalità in cui potrebbero essere trattati i diversi fatti non connessi sottoposti alla cognizione della medesima autorità giudiziaria – presso il medesimo pubblico ministero nello stesso procedimento; presso il medesimo pubblico ministero ma in procedimenti distinti; presso magistrati diversi della medesima procura della Repubblica – e la normativa in questione si applicherebbe soltanto alla prima di tali evenienze; che nelle altre due situazioni – una delle quali, la seconda, è quella che interessa – si manifesta pur sempre il pericolo di atteggiamenti inerti, per negligenza ovvero per malizioso artificio, del pubblico ministero, dal momento che questi potrebbe diluire nel tempo le richieste cautelari, opportunamente dilatandone la diacronica decorrenza iniziale; che l'esposizione a tale rischio implica il difetto sia del requisito dell'obiettività dei criteri per la determinazione del termine iniziale di decorrenza della seconda misura, sia della garanzia del minor sacrificio possibile per la libertà personale; che, pertanto, rispetto alla situazione di chi, del tutto casualmente, sia oggetto di indagine per due reati non connessi nell'àmbito del medesimo procedimento avanti ad un'unica autorità giudiziaria, la condizione di chi subisca indagini separate ab imis, pur da parte della stessa autorità giudiziaria, risulta deteriore, perché quest'ultimo non potrebbe fruire dell'istituto della retrodatazione, come conseguenza dell'assegnazione dei fatti non connessi a procedimenti diversi, la quale può avvenire anche sulla base di fattori che possono essere meramente casuali ed aleatori; che la diversità di trattamento – tra chi è indagato per più fatti non connessi nel medesimo procedimento e chi lo è in procedimenti distinti, pur avanti alla medesima autorità giudiziaria, quindi in situazioni sostanzialmente omogenee – appare irragionevole, allo stato della legislazione, poiché risultante in contrasto con il canone di cui all'art. 3 della Costituzione, per la ingiustificata pretermissione dei criteri di certezza ed obiettività nella applicazione dell'istituto in esame, e con quello del minimo sacrificio per la libertà personale, come richiede l'art. 13, quinto comma, della Costituzione; che, a seguito della sentenza della Corte costituzionale n. 408 del 2005, la norma censurata si ritiene applicabile soltanto al caso di diversi fatti non connessi trattati nel medesimo procedimento, mentre tale disciplina andrebbe estesa anche all'ipotesi di diversi fatti non connessi trattati nell'àmbito di procedimenti differenti, non riunibili o successivamente separati, ma pendenti presso la medesima autorità giudiziaria; che la questione, infine, sarebbe rilevante nel caso in esame, giacché la invocata pronuncia di illegittimità costituzionale introdurrebbe una regola che amplierebbe le ipotesi di applicabilità dell'istituto della retrodatazione, consentendo la scarcerazione dell'imputato per decorrenza dei termini di fase della custodia cautelare sofferta, in data anteriore all'ammissione dell'imputato al rito abbreviato. Considerato che, con due distinte ordinanze di contenuto sostanzialmente identico, rispettivamente in data 5 dicembre 2005 e 16 agosto 2006, il giudice per le indagini preliminari presso il Tribunale di Reggio Calabria dubita della legittimità costituzionale dell'art. 297, comma 3, del codice di procedura penale, nel testo risultante a seguito della sentenza n. 408 del 2005 di questa Corte, nella parte in cui non prevede che il divieto delle contestazioni a catena si applichi anche a fatti diversi non connessi, oggetto di indagine in procedimenti separati ma pendenti presso la stessa autorità giudiziaria, quando risulti che gli elementi per emettere la nuova ordinanza per il secondo fatto, commesso prima dell'emissione della prima ordinanza, fossero già desumibili dagli atti del relativo procedimento al momento della emissione della stessa ordinanza; che, ad avviso del giudice a quo, la norma censurata si porrebbe in contrasto con l'art. 3 Cost., sotto il profilo della lesione del principio di uguaglianza, perché anche in tal caso si verterebbe in un'ipotesi in cui l'indagato potrebbe essere esposto all'arbitrio – per malevolenza o negligenza – del pubblico ministero nel far decorrere il termine iniziale della custodia cautelare per uno dei fatti di cui è accusato, con la conseguenza che l'indagato non potrebbe fruire del divieto della contestazione a catena in conseguenza dell'assegnazione dei fatti non connessi a procedimenti diversi, che potrebbe avvenire anche sulla base di fattori meramente casuali ed aleatori; nonché con l'art. 13, quinto comma, della Costituzione, che esige sempre, in ogni situazione, il minimo sacrificio per la libertà personale; che, prospettando le due ordinanze la medesima questione, i due giudizi devono essere riuniti per essere decisi con un'unica pronuncia;