[pronunce]

che ad avviso del rimettente tali criteri differenziali non sarebbero desumibili dal testo delle norme censurate, né sarebbe condivisibile l'indicazione in tal senso fornita dalla difesa erariale nel giudizio a quo, che ha fatto leva sulla posteriorità della normativa, regolante la Polizia di Stato, cui si pretende di parametrare l'omogeneità del trattamento stabilito dalle disposizioni impugnate: ciò in quanto l'esercizio della delega relativa alla Polizia penitenziaria è in realtà avvenuto (con d.lgs n. 146 del 2000) quando la delega relativa alla Polizia di Stato era già stata conferita (con la legge n. 78 del 2000), ancorché non esercitata (lo sarebbe stata, con successivo d.lgs. n. 334 del 2000); che alla luce di questa ricostruzione, il giudice a quo conclude nel senso di ritenere che si porrebbe «una questione di corretta e razionale attuazione della delega, in conformità alle intenzioni del legislatore nonché alle esigenze del settore, sottoposto a regolamentazione»; che di tale questione il rimettente afferma sia la rilevanza («con particolare riguardo alla disciplina transitoria, dettata dall'art. 28 del d.lgs. n. 146 del 2000, in correlazione al precedente art. 24»), sia la non manifesta infondatezza, in relazione agli artt. 3, 76 e 97 della Costituzione; che, in relazione al merito della censura, il giudice a quo sollecita un sindacato «della Suprema Corte in rapporto al principio di ragionevolezza» riconducibile agli articoli 3 e 97 della Costituzione, «dovendo coniugarsi in base al combinato disposto di tali articoli imparzialità e non arbitrarietà della disciplina adottata (Corte costituzionale, sentenza 12.6.1991, n. 277 cit. )» ; che tale sindacato, secondo il giudice a quo, dovrebbe verificare l'esistenza di «un vero e proprio vizio di eccesso di potere legislativo», avuto riguardo alla «ratio legis, assunta come parametro di riferimento della norma»; che con riferimento alla specifica questione dedotta, il rimettente afferma che la frequenza del ricorso allo strumento della delega legislativa «induce a ricercare detta ratio legis in modo non atomistico, ma nello spirito di un rinvio dinamico» (secondo il principio affermato dalla Corte nella sentenza n. 40 del 1994), di modo che sarebbe «difficile negare che la normativa, attualmente sottoposta all'esame del Collegio, non sia satisfattiva delle finalità indicate nella legge delega n. 266 del 1999»; che da ciò, ad avviso del rimettente, discenderebbe la fondatezza delle questioni sollevate, dal momento che «era nella facoltà del Governo, delegato ad effettuare il riordino dei ruoli sia della Polizia penitenziaria che della Polizia di Stato, operare il necessario coordinamento a livello di normazione delegata, affinché non si realizzasse nel medesimo periodo una ingiustificata disparità di trattamento fra categorie di personale, che il legislatore intendeva regolamentare in modo analogo»; che in entrambi i giudizi è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato dall'Avvocatura generale dello Stato, che ha eccepito, in via preliminare, la manifesta inammissibilità della questione, in quanto essa tenderebbe non già ad ottenere la «cessazione di efficacia della norma impugnata» ma «una pronuncia additiva tesa a riconoscere ai ricorrenti la qualifica superiore di commissario al termine del corso di formazione finalizzato, per legge, all'attribuzione di una qualifica inferiore (vicecommissario)»; che, ad avviso della difesa erariale, le censure, nel merito, sarebbero infondate dal momento che il presupposto interpretativo della equiparazione delle carriere potrebbe essere riferito, in base al dato testuale contenuto nella legge di delega [art. 12, comma 1, lettera b), della legge n. 266 del 1999], soltanto agli appartenenti al ruolo direttivo ordinario del Corpo di Polizia penitenziaria; che successivamente, peraltro, il legislatore delegato avrebbe equiparato il ruolo direttivo ordinario al ruolo direttivo speciale: ma solo per il primo il legislatore delegante avrebbe previsto che lo sviluppo di carriera sia analogo a quello dei corrispondenti ruoli della Polizia di Stato, sicché non potrebbe contestarsi la mancata estensione di tale rapporto di analogia anche al ruolo direttivo speciale della Polizia penitenziaria (cui appartengono i ricorrenti nel giudizio a quo); che l'Avvocatura dello Stato osserva che, comunque, il rapporto di analogia stabilito, fra le due carriere, dalla richiamata disposizione della legge delega, deve essere valutato sulla base della normativa della Polizia di Stato vigente al momento dell'emanazione di tale disposizione, e non anche in relazione a normative sopravvenute; che, infine, l'Avvocatura dello Stato sottolinea che il contenuto della delega non implicherebbe una «assoluta identità di disciplina» fra le carriere dei ruoli direttivi dei due Corpi, ma unicamente un «parallelismo fra i ruoli». Considerato che le ordinanze prospettano le medesime questioni, sicché i relativi giudizi devono essere riuniti e decisi con unico provvedimento; che le ordinanze di rimessione sono inficiate da carenze e contraddittorietà nella prospettazione delle censure; che, in particolare, risulta carente la descrizione della fattispecie oggetto dei giudizi a quibus, dal momento che dalle ordinanze di rimessione non si comprende con chiarezza quale sia l'oggetto di tali giudizi e, in particolare, in cosa si identifichi la pretesa sostanziale dei ricorrenti, nonché quale sia la loro specifica posizione rispetto alla vicenda – concorsuale, o di progressione in carriera, attuale o potenziale – dedotta; che da ciò discende l'impossibilità di vagliare l'effettiva applicabilità della norma censurata ai casi dedotti (sulla quale peraltro il rimettente non ha fornito alcuna plausibile motivazione), a prescindere dall'esame nel merito della opinabile argomentazione tendente a sollecitare la valutazione di una pretesa disparità di trattamento discendente, in tesi, non dalla normativa censurata, ma da un tertium comparationis ad essa successivo; che un ulteriore, e concorrente, motivo di inammissibilità delle questioni sollevate va ravvisato nel fatto che i ricorrenti nei due giudizi a quibus appartengono, per espressa affermazione del rimettente, al ruolo direttivo speciale di cui al comma 2 dell'art. 12 della legge n. 266 del 1999, laddove entrambe le ordinanze di rimessione indicano come norma interposta, in relazione alla asserita violazione dell'art. 76 Cost., l'art. 12, comma 1, lettera b), della legge n. 266 del 1999, relativa, invece, alla istituzione (ed alla disciplina della relativa carriera) del ruolo direttivo ordinario del Corpo di polizia penitenziaria; che, conseguentemente, anche sotto questo profilo le questioni sollevate sono manifestamente inammissibili, non potendo le norme censurate, anche se – in via meramente ipotetica – interessate da una eventuale modifica additiva quale quella sollecitata dal rimettente, trovare applicazione nei giudizi a quibus.