[pronunce]

Infatti, il principio della esclusività della caccia è volto a favorire il radicamento del cacciatore sul territorio e ad attirare la sua attenzione sulla necessità di preservare l'equilibrio faunistico, quindi esso mira ad evitare che l'intero territorio agro-silvo-pastorale sia esposto all'esercizio indiscriminato dell'attività venatoria in tutte le forme consentite e a prevenire il rischio di mettere in crisi la consistenza della popolazione della fauna selvatica. Il TRGA rimettente non ritiene di condividere quanto sostenuto dalla Provincia autonoma di Trento nel giudizio a quo, secondo cui l'esistenza della riserva naturale, valorizzando il legame tra il cacciatore ed il territorio, per cui sono associati alla riserva i soli cacciatori residenti nel Comune in cui ricade la riserva, escluderebbe a priori il rischio di un esercizio indiscriminato dell'attività venatoria e rileva come la sentenza n. 278 del 2012 di questa Corte abbia definito i rapporti tra potestà legislativa provinciale in materia di caccia e potestà legislativa statale in materia di tutela ambientale, nel senso che, quando esse interagiscono per naturale sovrapposizione degli ambiti di competenza, la legislazione statale prevale, poiché l'ambiente inerisce ad un interesse pubblico di valore costituzionale primario, di cui deve essere garantito uno standard di tutela uniforme. 5.- Tale assetto non avrebbe potuto essere alterato dall'art. 1 del d.lgs. n. 239 del 2016, di modifica del d.P.R. n. 279 del 1974 di attuazione dello statuto speciale, perché le norme di attuazione dello statuto speciale che, essendo subordinate alla Costituzione, sono sottoponibili a giudizio di costituzionalità, non possono integrare le norme statutarie, oltre il limite di corrispondenza alle finalità di attuazione dello statuto stesso, senza il rispetto del procedimento di revisione di cui all'art. 103 dello statuto. Pertanto, la norma di attuazione statutaria dovrebbe essere dichiarata illegittima poiché non si sarebbe limitata a porre un precetto attuativo del riparto di competenze legislative di cui al combinato disposto dell'art. 117, secondo comma, lettera s), Cost. e dell'art. 8, primo comma, dello statuto speciale, ma avrebbe violato tale riparto, disponendo su materia non regolata dalla Provincia e spettante allo Stato e prescrivendo un livello di tutela ambientale meno rigoroso di quello previsto dalla normativa nazionale, non integrando il principio della caccia di specializzazione un criterio di tutela residuale, recessivo nel caso di regime riservistico. 6.- Si è costituita in giudizio la Provincia autonoma di Trento, eccependo l'inammissibilità della questione per irrilevanza e difetto di incidentalità, poiché l'unico motivo di ricorso avverso le prescrizioni tecniche sarebbe costituito dalla contestazione delle disposizioni di rango legislativo, mentre l'atto amministrativo prevederebbe solo l'esclusione della caccia in forma vagante, per due settimane a settembre, per quattro specie di uccelli (art. 1, lettera g) e, in determinati periodi, per il tordo sassello (art. 4.4). Pertanto, anche in caso di accoglimento della questione di costituzionalità, tali prescrizioni non subirebbero modifiche. 7.- Quale ulteriore motivo di inammissibilità la difesa della Provincia autonoma ha eccepito l'inidoneità dei parametri costituzionali evocati, poiché il TRGA di Trento assume il contrasto delle norme impugnate con l'art. 117, secondo comma, lettera s), Cost., mentre tale disposizione si limita ad attribuire allo Stato la competenza ad adottare le prescrizioni in materia ambientale sicché è il d.lgs. n. 239 del 2016, oggetto di censura, che ne costituirebbe legittimo esercizio. Con riferimento ai parametri statutari la difesa della resistente ritiene «estraneo all'oggetto della controversia» il richiamo all'art. 103 dello statuto, che disciplina la procedura di modifica dello statuto stesso, e all'art. 8 del medesimo statuto, che attribuisce alle Province autonome la competenza primaria in materia di caccia. 8.- Nel merito la difesa della Provincia autonoma osserva che la tutela del nucleo minimo di salvaguardia della fauna selvatica di competenza dello Stato può essere garantita tenendo conto delle caratteristiche differenziate della caccia in determinate aeree. Con specifico riferimento al regime riservistico esso trova le sue origini nelle "riserve comunali" e avrebbe il pregio di mantenere un legame tra il cacciatore e il suo territorio, poiché in base ad esso possono accedere alla riserva solo i cacciatori aventi specifiche caratteristiche, prima fra tutte quella di avere la residenza nel Comune nel cui territorio si trova la riserva. Tale regime, vigente in tutta Italia fino alla legge 2 agosto 1967, n. 799 (Modifiche al testo unico delle norme per la protezione della selvaggina e per l'esercizio della caccia, approvato con regio decreto 5 giugno 1939, n. 1016, e successive modifiche) - che lo ha abolito in favore del regime di caccia programmata - si basa sul legame del cacciatore al territorio e sul fatto che rientra nell'interesse di costui, in quanto radicato nella riserva, preservarne gli equilibri faunistici, così da rendere superfluo ricorrere allo strumento di contenimento costituito dall'opzione per una forma specifica di caccia. Il d.lgs. n. 239 del 2016 troverebbe ragione e fondamento proprio in tale regime e l'efficacia del sistema trentino sarebbe certificata dalla relazione dell'ex Istituto nazionale per la fauna selvatica (INFS), poi confluito nell'Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (ISPRA), e dalla relazione tecnica della stessa Provincia autonoma, entrambe allegate alla memoria di costituzione, che dimostrerebbero che la consistenza della popolazione faunistica sul territorio trentino è prossima ai limiti naturali di compatibilità con l'ambiente. 9.- Con successiva memoria del 12 novembre 2019, la Provincia autonoma di Trento ha ribadito i propri argomenti e segnatamente il difetto di incidentalità e di rilevanza della questione; nel merito, la difesa della resistente ha ribadito che il giudice a quo avrebbe trasportato, sulla norma di attuazione dello statuto provinciale, le censure che avrebbe potuto rivolgere alla legislazione provinciale, di eccedenza dai limiti della legislazione nazionale al cui rispetto essa sarebbe tenuta, trasformando la legge n. 157 del 1992 in una sorta di "Costituzione" della caccia, a cui parametrare la restante legislazione statale.