[pronunce]

ORDINANZA ha pronunciato la seguentenel giudizio di legittimità costituzionale dell'articolo 7, comma 2, del decreto legislativo 31 ottobre 1990, n. 346 (Approvazione del testo unico delle disposizioni concernenti l'imposta sulle successioni e donazioni), promosso dalla Commissione tributaria provinciale di Milano nel procedimento vertente tra N.B. e l'Agenzia delle entrate, Ufficio di Milano 1, con ordinanza del 23 gennaio 2009, iscritta al n. 22 del registro ordinanze 2014 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 11, prima serie speciale, dell'anno 2014. Visto l'atto di costituzione di N.B., nonché l'atto di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri; udito nell'udienza pubblica del 27 maggio 2015 il Giudice relatore Giuliano Amato; uditi l'avvocato Gianni Marongiu per N.B. e l'avvocato dello Stato Paolo Gentili per il Presidente del Consiglio dei ministri. Ritenuto che, con ordinanza depositata il 23 gennaio 2009, la Commissione tributaria provinciale di Milano ha sollevato, in riferimento agli artt. 3 e 53 della Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell'art. 7, comma 2, del decreto legislativo 31 ottobre 1990, n. 346 (Approvazione del testo unico delle disposizioni concernenti l'imposta sulle successioni e donazioni), nel testo anteriore alle modifiche apportate dall'art. 69, comma 1, lettera c), della legge 21 novembre 2000, n. 342 (Misure in materia fiscale); che il giudice a quo, chiamato a decidere in ordine al ricorso proposto avverso l'avviso di liquidazione dell'imposta principale relativa ad una successione ereditaria regolata, ratione temporis, dall'art. 7 del d.lgs. n. 346 del 1990, ravvisa la violazione dell'art. 3 Cost. nella previsione - per gli eredi o legatari cosiddetti "indiretti", non legati da rapporto di coniugio o di parentela in linea retta con il defunto - del cumulo dell'imposta sull'asse globale (riferita all'intero patrimonio del de cuius) con l'imposta dovuta sulle singole quote (riferita al trasferimento di ricchezza conseguito dagli eredi o legatari); che, ad avviso del rimettente, tale compresenza di due imposte successorie a carico del medesimo contribuente determinerebbe - a fronte di un unico presupposto impositivo, rappresentato dall'incremento patrimoniale realizzato dall'erede - la duplicazione delle basi imponibili, l'una riferita al valore globale netto dell'asse ereditario (art. 7, comma 1), posta a carico di tutti gli eredi e legatari, e l'altra al valore dell'eredità o delle quote di essa (art. 7, comma 2), posta a carico solo di alcuni di essi; che tale modulazione dell'imposta violerebbe, inoltre, il principio di capacità contributiva di cui all'art. 53 Cost., perché il presupposto dell'imposta sul valore globale dell'asse ereditario, costituito dall'arricchimento che si determina a vantaggio del chiamato all'eredità, costituirebbe al tempo stesso ragione impositiva del tributo sulle singole quote ereditarie, con la conseguenza che un medesimo presupposto sarebbe alla base di due tassazioni distinte nei confronti dello stesso soggetto; che nel giudizio è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che la questione sia dichiarata inammissibile e comunque infondata; che, in via preliminare, la difesa dello Stato ha eccepito che la questione sarebbe inammissibile, poiché la prospettazione del rimettente si risolverebbe nella censura di una scelta rimessa alla discrezionalità del legislatore, il quale avrebbe potuto adottare anche modalità impositive diverse, ma di effetto economicamente equivalente (ad esempio, attraverso un'unica modalità di tassazione, con aliquote differenziate); che nel merito, l'Avvocatura generale dello Stato deduce l'infondatezza della stessa questione, rilevando l'erroneità del presupposto interpretativo da cui muove l'ordinanza, allorché considera come due tributi distinti, indebitamente cumulati, l'imposta sull'asse globale e l'imposta sulla quota; si tratterebbe, viceversa, dell'attuazione del principio di progressività attraverso due momenti applicativi successivi, uno reale sul complessivo asse ereditario (art. 7, comma 1) e uno personale, sul trasferimento (art. 7, comma 2); che, d'altra parte, l'applicazione dell'imposta, a titolo personale, sulla quota singolarmente trasferita all'erede, colpisce la specifica capacità contributiva da questi manifestata con l'atto di accettazione dell'eredità, ovvero con la mancata rinuncia ad essa; che nel giudizio dinanzi a questa Corte si è costituito N.B., affermando le ragioni a sostegno dell'illegittimità costituzionale della disposizione denunciata; che la difesa della parte privata ravvisa la violazione dell'art. 3 Cost. nella circostanza che, a fronte di un tributo unitario - fondato su di un unico presupposto impositivo, il trasferimento mortis causa - siano applicabili due basi imponibili, l'una riferita al valore globale netto dell'asse ereditario, l'altra al valore dell'eredità, delle quote di eredità o di legato, ma la seconda verrebbe posta a carico solo di alcuni soggetti; che l'irrazionalità della disciplina censurata consisterebbe proprio nella duplicazione delle basi imponibili, non essendo prevista la detraibilità del tributo pagato sull'asse globale nella quantificazione del prelievo sulle quote ereditarie, così da determinare la violazione sia dell'art. 3 Cost., sia dell'art. 53 Cost.; che, viceversa, ad avviso della parte privata, l'imposta dovrebbe essere commisurata all'arricchimento effettivo dell'erede, al netto - e non al lordo - della quota di imposta sul valore globale, in modo da evitare sia la tassazione di un arricchimento fittizio, sia l'attribuzione di carichi tributari diversi, a parità di incrementi patrimoniali, in proporzione del diverso ammontare dell'asse ereditario complessivo; che la violazione del principio della capacità contributiva viene, altresì, ravvisata nella circostanza che il prelievo nei confronti dell'erede viene commisurato ad un asse globale posseduto effettivamente solo dal de cuius, di tal che verrebbe sottoposto a tassazione un soggetto per una capacità contributiva non sua, ma di altri; che, inoltre, viene censurata l'irrazionalità della disposizione del primo comma del medesimo art. 7 del d.lgs. n. 346 del 1990, poiché - a parità di incremento patrimoniale conseguito dall'erede - lo stesso determinerebbe irragionevoli sperequazioni del carico tributario in funzione dell'entità del complessivo patrimonio lasciato dal de cuius: a parità di quota o di legato, infatti, gli eredi o legatari sarebbero trattati diversamente a seconda dell'entità complessiva dell'asse trasmesso in successione, essendo tale entità, e non quella della quota individuale o del legato, a determinare l'aliquota applicabile.