[pronunce]

A fronte di ciò, il motivo addotto dall'imputato per il porto dello strumento all'interno di un'autovettura mentre si trovava fuori del centro abitato - ossia la sua utilizzazione per l'esercizio di attività agricola - «non avrebbe dovuto essere integralmente pretermesso», una volta appurato che si trattava di una roncola, e non di un machete come indicato nel capo di imputazione, e dunque di uno strumento abitualmente usato per il taglio di rami e arbusti. Come precisato dalla giurisprudenza di legittimità, essendo l'assenza di un giustificato motivo un elemento di tipicità del fatto, il giudice del merito è tenuto a compiere una esaustiva verifica al riguardo e a ritenere non integrato il fatto tipico ove sussista un dubbio sulla sua ricorrenza. Né, d'altro canto, la validità del motivo addotto a giustificazione richiederebbe l'esistenza di un rapporto di immediata contestualità temporale fra il porto dello strumento e il suo utilizzo. 2.2.- Nel merito, le questioni sarebbero in ogni caso non fondate. Insussistente si paleserebbe, anzitutto, la denunciata violazione dell'art. 3 Cost. L'art. 4, secondo comma, della legge n. 110 del 1975 avrebbe individuato in modo specifico, all'interno della categoria delle armi improprie, alcuni strumenti che, per le loro caratteristiche, si sono dimostrati particolarmente idonei a ledere, distinguendoli dalla generalità degli altri oggetti, non indicati in dettaglio, cui si riferisce la seconda parte del comma. Rispetto a questi ultimi, il requisito della chiara utilizzabilità per l'offesa alla persona in base alle circostanze di tempo e di luogo non rileverebbe, d'altronde, solo ai fini della punibilità, ma assurgerebbe anche a criterio di individuazione delle armi improprie: il che ha consentito a questa Corte di escludere, con la sentenza n. 79 del 1982, che la disposizione si ponga in contrasto con il principio di tassatività della fattispecie penale. La medesima sentenza ha dichiarato, altresì, non fondata una questione di legittimità costituzionale sollevata in riferimento all'art. 3 Cost., ponendo in evidenza che il giudice - dopo aver accertato che lo strumento "innominato" costituisca arma impropria ai sensi della norma censurata - deve non soltanto stabilire la rispondenza della condotta alla fattispecie sanzionata, ma anche valutare la sua gravità, ai fini dell'eventuale applicazione dell'attenuante prevista dal terzo comma dello stesso art. 4 della legge n. 110 del 1975 nei «casi di lieve entità»: il che escluderebbe il paventato rischio di disparità di trattamento di situazioni identiche o di trattamento più favorevole della situazione meno pericolosa. Quanto, poi, all'asserita violazione del principio di necessaria offensività del reato, l'Avvocatura dello Stato ricorda come questa Corte, con la sentenza n. 225 del 2008 - riferita al possesso ingiustificato di altra tipologia di oggetti, e cioè le chiavi alterate e i grimaldelli -, abbia chiarito che l'ampia discrezionalità che va riconosciuta al legislatore nella configurazione delle fattispecie criminose si estende anche alla scelta delle modalità di protezione penale dei singoli beni o interessi. Rientra in tale sfera di discrezionalità l'opzione per forme di tutela avanzata, che colpiscano l'aggressione ai valori protetti nello stadio della semplice esposizione a pericolo; nonché, correlativamente, l'individuazione della soglia di pericolosità alla quale riconnettere la risposta punitiva. Analogamente a quanto si è ritenuto per la fattispecie dianzi richiamata, anche quella di cui al secondo comma dell'art. 4 della legge n. 110 del 1975 risulterebbe pienamente coerente con il principio di offensività. La norma mira, infatti, a salvaguardare la pubblica incolumità e la sicurezza pubblica da situazioni di pericolo normativamente tipizzate, richiedendo, ai fini della punibilità, il concorso di due elementi: non solo, cioè, il possesso di strumenti idonei all'offesa, ma anche l'incapacità del soggetto di giustificare - e, amplius, l'impossibilità di desumere aliunde - l'attuale destinazione lecita degli strumenti. Nel caso degli strumenti "innominati" e «a destinazione "aspecifica"» si richiede, altresì, che essi, per le «circostanze di tempo e di luogo» in cui sono portati, siano «chiaramente utilizzabil[i]» per l'offesa alla persona: requisito necessario ai fini della verifica della concretezza e dell'attualità del pericolo per il bene protetto. Le medesime considerazioni varrebbero, altresì, ad escludere la dedotta violazione dell'art. 27, terzo comma, Cost.1.- Il Tribunale ordinario di Lagonegro, sezione penale, in composizione monocratica, dubita della legittimità costituzionale dell'art. 4, secondo comma, prima parte, della legge n. 110 del 1975 - che vieta, sotto comminatoria di sanzione penale, di portare, senza giustificato motivo, fuori della propria abitazione o delle appartenenze di essa, bastoni muniti di puntale acuminato, strumenti da punta o da taglio atti ad offendere, mazze, tubi, catene, fionde, bulloni e sfere metalliche - nella parte in cui non richiede, ai fini della punibilità del fatto, «la sussistenza di circostanze di tempo e luogo dimostrative del pericolo di offesa alla persona». Ad avviso del giudice a quo, la norma censurata violerebbe l'art. 3 Cost., in quanto generatrice di una irragionevole disparità di trattamento rispetto al porto degli strumenti "innominati" indicati nella seconda parte del medesimo comma («qualsiasi altro strumento non considerato espressamente come arma da punta o da taglio, chiaramente utilizzabile, per le circostanze di tempo e di luogo, per l'offesa alla persona»): categoria atta a ricomprendere oggetti (ad esempio, bastoni e martelli) dotati di capacità lesiva equivalente, o addirittura maggiore, rispetto a quella di taluni degli strumenti "nominati". Sarebbe leso, altresì, l'art. 25, secondo comma, Cost., per contrasto con il principio di necessaria offensività del reato, sia nella sua declinazione astratta (con riguardo, cioè, al momento di redazione della norma), sia nella sua declinazione concreta (con riferimento, cioè, alla fase di applicazione giudiziale): sotto il primo profilo, in quanto l'incriminazione sarebbe basata su una presunzione assoluta di pericolo per l'ordine pubblico non rispondente all'id quod plerumque accidit (non riscontrandosi regole di esperienza per cui il porto di oggetti dalla destinazione principale lecita, quali quelli considerati, sarebbe volto all'offesa alla persona, allorché l'agente non riesca a darne nell'immediatezza una giustificazione plausibile); sotto il secondo profilo, giacché la formulazione complessiva dell'art. 4, secondo comma, della legge n. 110 del 1975 impedirebbe al giudice di verificare la concreta idoneità della condotta a porre il bene giuridico protetto in una effettiva situazione di rischio.