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3) garantire la declinazione di alcuni degli aspetti più importanti del princìpio « cosa, dove, come, quando e perché » per garantire uniformità di prestazioni e di diritti ai cittadini italiani; 4) garantire il massimo coinvolgimento possibile degli utenti dei servizi di salute mentale e dei familiari nei percorsi di cura, valorizzandone al meglio il sapere esperienziale; 5) garantire nelle prestazioni un'attenzione continua ai processi di miglioramento della qualità. Come risulta chiaro dalla presente relazione e dall'articolato, quello che soprattutto si vuole è portare « aria nuova e fresca » in un dibattito che da troppi anni ha prodotto quasi solo conflitti ideologici. Nel presente disegno di legge si pensa alla salute mentale come a un mondo ricco di risorse positive che può contribuire a rilanciare una dimensione di comunità, dove abbiano particolare diritto di cittadinanza alcune parole chiave, adeguate per la salute mentale, ma anche capaci di dare il loro piccolo ma importante contributo per rilanciare un'Italia che sa guardare al futuro in modo positivo e sorridente. Questo disegno di legge nasce dalla collaborazione con il movimento « Le Parole ritrovate » e dal suo motto « fare assieme » che vede il più possibile l'impegno condiviso di utenti, familiari, operatori e cittadini. Ciascuno con le sue difficoltà, ma ciascuno anche con le sue risorse e con il suo sapere; impegnati non tanto a combattere contro qualcosa o qualcuno, ma a costruire una casa comune, aperta e colorata, dove ciascuno trova il suo posto e contribuisce a migliorare quello del vicino. Menti e cuori che si intrecciano, si scambiano esperienze e saperi e diventano reciprocamente compagni di strada, di scuola e di vita. Vi era un tempo in cui cambiare il mondo era doveroso, semplice e possibile: quando l'Europa era un continente ancora tutto da scoprire e fuori dai nostri confini e l'euro non era ancora nato per accompagnare le nostre inquietudini di ( ex ) ricchi orfani di speranze e di futuro. In quella stagione entusiasmante abbiamo chiuso i manicomi, emblemi di morte civile. Abbiamo dichiarato a noi stessi e al mondo che « Giovanni », che rappresenta una persona con un disturbo psichico importante, doveva ritrovare nella sua comunità dignità e futuro. In Italia oggi sono almeno 500.000 le persone che soffrono di malattie mentali importanti. Sommiamo a esse 2 milioni di familiari e ci avviciniamo ai 3 milioni di persone che tutti i giorni devono confrontarsi con il dramma della malattia mentale « grave ». Una battaglia tra le più pesanti che può capitare nella vita di una famiglia. Un « 11 settembre », come ci ricorda ogni tanto qualche genitore. L'impensabile irrompe nel quotidiano. Un figlio, un fratello, un nipote che fino al giorno prima camminava sereno al nostro fianco è diventato un altro: straziato dal convincimento di essere al centro della peggiore delle congiure, inseguito da voci che lo maltrattano, incapace di guardare alle piccole cose quotidiane se non per vedervi la fine del mondo. Chi ha incontrato la malattia e ne ha fatto esperienza impara che, se da un lato c'è la speranza della guarigione, e molti, almeno i due terzi, guariscono, dall'altro c'è l'incubo della « brutta bestia » che finisce prima o poi per ritornare, per incollarsi alla tua schiena, per stravolgere il tuo quotidiano come mai avresti immaginato, lasciandoti troppo spesso senza fiato e senza speranza. Perché non capisci cosa ti è successo e non capisci cosa ti aspetta ancora. Ti guardi intorno e non trovi consolazione, non vedi futuro. Capisci che la tua famiglia, per quanto fino al giorno prima magari forte e unita, ha « perso la bussola » e va alla deriva in un mare sconosciuto. Paradossalmente, ma non troppo, il manicomio una sua risposta la dava. Cancellava Giovanni e con il tempo consegnava ai parenti una sorta di oblio nebbioso, come quello che accompagna il migrante in terre lontane da cui si intuisce non esserci biglietto di ritorno. La rivoluzione della legge 180 ha cancellato l'obbrobrio del manicomio facendo più che bene e ha riportato migliaia di Giovanni a vivere nel proprio paese, nella propria famiglia, facendo più che bene. Ma ci ha lasciato un impegno, un impegno di quelli che vanno onorati nonostante ogni difficoltà: l'impegno di accompagnare Giovanni e la sua famiglia attraverso la malattia mettendoci scienza, coscienza e passione, per assicurare a Giovanni e alla sua famiglia la migliore delle vite possibili. Perché tutte le volte che dalla malattia non si può, o non si riesce, a guarire si può sempre comunque garantire una qualità di vita almeno decorosa, presenza e calore, vicinanza concreta nei momenti della crisi più buia, sostegno tangibile per (ri)avvicinarsi al lavoro, alla gente e alla vita. Quando abbiamo chiuso i manicomi davamo per scontato, senza chiedercelo molto, che questo sarebbe successo sempre e dovunque, che tutti i nostri « matti » avrebbero avuto certezza di buone cure e così le loro famiglie, che avrebbero avuto sostegno e aiuto. Abbiamo almeno in parte, e almeno alcuni di noi, scambiato la prima tappa di un lungo cammino con la conclusione del viaggio. Chiudendo i manicomi abbiamo avviato una sfida di cui (forse) non eravamo fino in fondo consapevoli. Una sfida sacrosanta e su cui nessun dubbio ci deve cogliere. Ma una sfida che dobbiamo, per amore della verità, riconoscere di avere finora, almeno in molte parti di Italia, più perso che vinto o pareggiato, se vogliamo farci qualche sconto. Una sfida che ritroviamo tutte le volte che Giovanni o un suo familiare arriva ai servizi di salute mentale a gridare la sua disperazione. L'Italia è uno strano Paese, capace di fare cose straordinarie e altrettanto capace di non meritare la sufficienza di fronte a doveri elementari. E così Giovanni trova tutto e il contrario di tutto quando arriva in un servizio di salute mentale: cure tra le migliori al mondo, incuria e ignavia delle peggiori. Questo è il motivo tanto semplice quanto radicale per cui gli dobbiamo una nuova legge. Gli dobbiamo quell'equità di cure che lo deve accompagnare da Bolzano a Trapani, da Lecce ad Aosta. Oggi non è così. Eppure oggi curare la follia è possibile e spesso è possibile guarirla e, se non guarirla, almeno ammorbidirne e ammortizzarne i percorsi e gli esiti. E se si può fare dobbiamo farlo, in tutto il Paese. Noi pensiamo, e per fortuna non siamo i soli, che occorre « aiutare » le realtà in ritardo. Aiutare con l'esempio, con la buona pubblicità, con il « passaparola » e anche con una legge. Una legge che sarà rivoluzionaria come la legge 180, ma che dovrà costringere gli ignavi a onorare l'impegno assunto trentacinque anni fa. Per capire cosa vuole produrre questo disegno di legge diamo voce e spazio anzitutto a dieci tra le azioni più importanti (e di facile presentazione) che dobbiamo garantire a Giovanni e alla sua famiglia, che oggi latitano ancora in troppe parti d'Italia e che sono tra le cose che maggiormente vogliamo garantire. È un compito facile anche perché l'abbiamo costruito insieme agli amici del movimento « Le parole ritrovate » che in tanti hanno girato l'Italia della salute mentale in questi ultimi dieci anni.