[pronunce]

ORDINANZA ha pronunciato la seguentenel giudizio di legittimità costituzionale dell'art. 669 del codice di procedura penale, promosso dal Tribunale di Palermo, sezione distaccata di Monreale, nel procedimento penale a carico di L.S., con ordinanza del 12 settembre 2007, iscritta al n. 853 del registro ordinanze 2007 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 5, prima serie speciale, dell'anno 2008. Visto l'atto di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri; udito nella camera di consiglio del 1° aprile 2009 il Giudice relatore Giuseppe Frigo. Ritenuto che, con ordinanza del 12 settembre 2007, il Tribunale di Palermo, sezione distaccata di Monreale, ha sollevato, in riferimento all'art. 3 della Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell'art. 669 del codice di procedura penale, nella parte in cui «non prevede che il giudice dell'esecuzione possa concedere la sospensione condizionale della pena in relazione a una sentenza nella quale l'applicazione di tale beneficio sia stata negata […] esclusivamente a causa dell'esistenza di una precedente sentenza di condanna poi revocata per violazione del divieto del bis in idem»; che il rimettente riferisce di essere investito di una istanza formulata ai sensi dell'art. 669 cod. proc. pen. , avente ad oggetto, da un lato, la revoca della sentenza emessa il 19 ottobre 2004 dalla quinta sezione penale del Tribunale di Palermo in composizione monocratica (divenuta irrevocabile il 13 gennaio 2005), e, dall'altro, l'esecuzione della sentenza emessa il 21 ottobre 2004 dalla sezione distaccata di Monreale del medesimo Tribunale (integralmente confermata dalla Corte d'appello di Palermo, con sentenza divenuta irrevocabile il 1° aprile 2006), con richiesta di contestuale concessione all'interessato, «in riforma della sentenza di appello», del beneficio della sospensione condizionale della pena; che con la prima delle due sentenze, l'istante era stato condannato alla pena, condizionalmente sospesa, di mesi tre di reclusione ed euro 200 di multa, per la ricettazione di un contrassegno e di un certificato di assicurazione per la responsabilità civile automobilistica, frutto di contraffazione; che con la seconda sentenza, la medesima persona era stata condannata, per i reati, unificati dal vincolo della continuazione, di ricettazione e di falsità in scrittura privata, alla pena – non sospesa – di mesi quattro di reclusione ed euro 350 di multa, di cui mesi tre di reclusione e l'intera pena pecuniaria riferiti alla ricettazione, quale reato più grave; che, nell'occasione, l'interessato era stato accusato di aver acquistato o comunque ricevuto, a fine di profitto, un contrassegno e un certificato di assicurazione, compendio del delitto di appropriazione indebita di cosa smarrita; che, alla luce della motivazione delle due sentenze, appariva indubitabile che esse concernevano – quanto alla ricettazione – un identico fatto, discutendosi, in entrambi i casi, dello stesso documento di provenienza delittuosa: identità che non veniva meno per la diversità del contestato reato presupposto; che, dunque, l'interessato era stato condannato due volte per il medesimo fatto, considerato, nella seconda sentenza, quale episodio di un reato continuato: ipotesi, quest'ultima, prevista e regolata dall'art. 669, comma 6, cod. proc. pen. ; che, ai sensi del comma 1 del citato art. 669, in tal caso va revocata la condanna più grave e ordinata l'esecuzione di quella meno grave, individuata sulla base dei criteri indicati nei commi 3 e 4 dello stesso articolo, a meno che l'interessato – considerato dal legislatore il miglior giudice dei propri interessi – eserciti la facoltà, espressamente attribuitagli dal comma 2, di indicare la sentenza che deve essere eseguita; che, nella specie, l'interessato si era avvalso di tale facoltà, chiedendo che venisse eseguita la sentenza emessa il 21 ottobre 2004 dalla sezione distaccata di Monreale del Tribunale di Palermo, che pure risultava «in astratto» più grave dell'altra, sia perché, a parità di pena detentiva, aveva irrogato una multa maggiore; sia perché non aveva concesso la sospensione condizionale della pena; che, non essendo – secondo il rimettente – tale scelta sindacabile dal giudice, e dovendosi, quindi, revocare la prima sentenza e ordinare l'esecuzione della seconda, andrebbe esaminata l'istanza di concessione del beneficio di cui all'art. 163 cod. pen. ; che il diniego in sede cognitiva della sospensione condizionale, motivato solo dalla sentenza di secondo grado, risultava basato sull'unico rilievo che l'imputato aveva goduto già due volte del beneficio; che, tuttavia, come emergeva dal certificato del casellario giudiziale, la seconda delle due precedenti condanne a pena sospesa, considerate ostative, era costituita dalla revocanda sentenza emessa il 19 ottobre 2004 dalla quinta sezione del Tribunale di Palermo: sicché, in pratica, la sospensione condizionale della pena, disposta da quest'ultima sentenza in relazione alla ricettazione dianzi descritta, aveva impedito la concessione del beneficio con riferimento al medesimo fatto; che, tanto premesso, il rimettente osserva che, in base al «diritto vivente», la sospensione condizionale della pena può essere concessa in sede esecutiva solo ove ciò sia espressamente o implicitamente previsto dalla legge, come accade – rispettivamente – nell'art. 671, comma 3 (in caso di applicazione, da parte del giudice dell'esecuzione, della disciplina del concorso formale o del reato continuato) e nell'art. 673, comma 1, cod. proc. pen. (in caso di revoca della sentenza per abolizione del reato); che, nel risolvere il contrasto di giurisprudenza manifestatosi in rapporto a quest'ultima ipotesi, le sezioni unite della Corte di cassazione (viene citata la sentenza 20 dicembre 2005, n. 4687) hanno infatti affermato che la concessione della sospensione condizionale, nell'ipotesi di revoca della condanna per abolitio criminis, è resa possibile esclusivamente dalla previsione, contenuta nell'art. 673, comma 1, cod. proc. pen. , in forza della quale il giudice dell'esecuzione adotta tutti «i provvedimenti conseguenti» alla revoca stessa: previsione da collegare al principio di cui all'art. 2, secondo comma, cod. pen. , in tema di cessazione degli effetti penali della condanna, tra i quali rientra quello impeditivo di una ulteriore concessione della sospensione condizionale della pena; che, nella citata sentenza, le sezioni unite della Corte di cassazione hanno, di contro, espressamente escluso che a siffatta conclusione possa pervenirsi sulla base di una applicazione analogica dell'art. 671, comma 3, cod. proc. pen. , sia pure «in nome dell'interpretazione secundum Constitutionem»;