[resaula]

Ci vantiamo di non aver sprecato un minuto del nostro tempo nell'ostruzionismo, ma di aver cercato, con forza, con impegno, con determinazione, di migliorare il decreto-legge al nostro esame. Un provvedimento che, come avrò modo di dire più tardi quando farò un'analisi in sede di dichiarazione di voto, non ci soddisfa. Vorrei, però, in questo contesto di discussione generale soffermarmi su un tema che certamente non è fiscale, visto che, come detto, quello che esaminiamo oggi è un decreto omnibus , ma che avrebbe potuto almeno dare le «stellette» a questo decreto-legge. Mi riferisco cioè al tema del credito, che purtroppo è stato una delle tante caratteristiche negative della scorsa legislatura e che ha visto il Partito Democratico protagonista della dissoluzione del sistema bancario italiano. Mi aspettavo che tale tema venisse affrontato, da parte di chi si definisce maggioranza del cambiamento, con una vera voglia di ridare fiato al credito nazionale, quel credito nazionale che - lo ripeto - è ormai sparito dalla nostra Patria e oggi è controllato, come un cavallo di Troia, dalla finanza internazionale. Solo un gruppo è rimasto a rappresentare la italianità del credito: il credito cooperativo, quelle casse rurali che noi tutti, nelle nostre periferie, nelle nostre vallate, abbiamo sempre visto come una risorsa della mutualità, nella territorialità, nella capacità di rispondere davvero ai problemi e alle esigenze degli artigiani, dei contadini e delle piccole imprese. Ebbene, la maggioranza del cambiamento, con il proprio atteggiamento, non ha fatto altro che dare continuità alla politica di dissoluzione attuata dal Partito Democratico, da Padoan e da Renzi. Fratelli d'Italia si è impegnata cercando di proporre degli emendamenti e cercando di fare proprie anche le posizioni della Lega, che inizialmente erano volte a dare un segnale di discontinuità; purtroppo però alla fine abbiamo visto il blocco, abbiamo visto che forse dei poteri più forti hanno convinto anche gli alleati della Lega a fare un passo indietro. Pertanto, colleghi, oggi il credito cooperativo è tale e quale a quello predisposto dalla riforma Padoan: non è più mutualistico e cooperativo, ma di fatto controllato da una società per azioni. Abbiamo quindi sostituito la mutualità con la speculazione e abbiamo messo il nostro credito cooperativo nelle condizioni di essere scalato dall'alta finanza, perché sapete benissimo che una società per azioni può essere scalata. Quest'estate, nel corso dell'esame del decreto milleproroghe, Fratelli d'Italia ha chiesto al ministro Tria di innalzare dal 51 al 60 per cento la quota di capitale minimo delle casse rurali nelle holding ed è stata l'unica concessione fatta alla mutualità; tuttavia, nonostante questo, anche con il 40 per cento si può governare una holding, un gruppo, soprattutto quando il 60 per cento è in mano a 80-100 piccole casse rurali. Di fatto, vi è un grande grande rischio di scalata della holding delle casse rurali, quindi oserei dire che purtroppo ho la certezza che nei prossimi due o tre anni il nostro credito cooperativo non sarà più patrimonio della nostra Nazione. Ricordo peraltro, per chi non lo sapesse, che le holding, queste capogruppo, hanno poteri di nomina e di revoca sugli amministratori e di indirizzo gestionale. Pertanto non è più l'assemblea dei soci delle casse rurali a poter intervenire sul credito, ma su quanto dovranno e potranno accordare ai propri risparmiatori e alle imprese interverrà la capogruppo, con la logica di una società per azioni, magari controllata anche da strumenti finanziari stranieri. In sostanza, il cavallo di Troia rappresentato dal sistema bancario, che oggi è per lo più in mano ai nostri cugini francesi, si sta allargando - lo dico e lo ripeto con forza - anche a quella che è l'unica banca rimasta veramente italiana. Voglio concludere questo mio intervento ricordando peraltro che ci sono dei gravi profili di incostituzionalità che sono stati ignorati, e voglio quindi sperare che i prossimi mesi possano comunque portare a questo Parlamento la volontà di porre rimedio in qualche modo a questo disastro che coinvolge il credito nazionale; lo chiedo, prima ancora che da senatore, da esponente politico, da professionista, da cittadino, da socio delle casse rurali. (Applausi dal Gruppo FdI) . PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Presutto. Ne ha facoltà. PRESUTTO (M5S) . Signor Presidente, colleghi senatori e colleghe senatrici, il provvedimento che siamo oggi chiamati a votare rappresenta un passaggio preliminare e importante per la prossima legge di bilancio. Siamo di fronte, e abbiamo il dovere di gestire, uno spropositato numero di ruoli iscritti e non incassati, che rappresentano un enorme fardello per lo stato patrimoniale e per gli equilibri finanziari della Nazione. Un fardello che affligge l'Italia ormai da decenni e che ha contribuito non poco a ingenerare la grave situazione finanziaria cui oggi siamo chiamati, con non poche difficoltà, a fare fronte, visto che finora i risultati degli interventi legislativi precedenti si sono dimostrati del tutto inadeguati. È infatti noto come le mancate riscossioni pesino sul bilancio dello Stato e come tali pesi influenzino in maniera determinante le scelte del Parlamento e le politiche legislative che esso si propone di perseguire. Tra le mancate entrate del bilancio dello Stato, infatti, oltre ai ruoli iscritti e non incassati, si deve considerare anche l'enorme valore rappresentato dal sommerso economico che, secondo l'ultimo rapporto ISTAT, ammonta a circa 210 miliardi di euro, cioè più o meno il 13 per cento del nostro PIL. Parliamo, poi, di una evasione fiscale che, stando ai dati fomiti dal MEF lo scorso ottobre, ci costa circa 110 miliardi di euro. A ciò si aggiungono gli sconcertanti dati dell'ultimo rendiconto di gestione, appena approvato, che, come sottolineato anche dalla Corte dei conti, evidenziano residui attivi per un valore di circa 204 miliardi dì euro; dato, questo, che mette ancora di più in risalto, come se ce ne fosse bisogno, le criticità a cui accennavo prima e che diventa ancora più drammatico se si considera che al netto delle presunzioni e apprezzamenti prudenziali esso ammonta a circa 900 miliardi di euro, soltanto per la voce crediti accertati non riscossi dallo Stato e approvati dal Parlamento nell'ultimo rendiconto di gestione. Tali dati confermano la perdurante difficoltà dello Stato a stabilire un rapporto positivo con i contribuenti, un rapporto che si riveli in grado di invogliare e facilitare quest'ultimi a versare le imposte dovute, anziché alimentare una crescente conflittualità su un tema di vitale importanza per la sopravvivenza stessa del Paese (parliamo dell'equilibrio finanziario dello Stato). Sono dati che ad oggi fanno tremare le vene ai polsi e da cui dobbiamo ripartire, consapevolmente, per adottare tutte quelle misure legislative che sono indispensabili, e sempre più urgenti, per migliorare la situazione economica, finanziaria e patrimoniale dello Stato, così da renderlo immune rispetto a qualsivoglia speculazione finanziaria. È solo così che si potrà liberare l'Italia e gli italiani dallo spauracchio dello spread . Lo spread infatti può spaventare soltanto uno Stato che ha una situazione finanziaria precaria: