[pronunce]

a) l'art. 3 Cost., sia perché «appare irragionevole introdurre per alcune materie un ulteriore rito speciale ispirato ad un modello processuale completamente diverso da quelli vigenti e che si aggiunge ad essi, senza contestualmente prevedere l'istituzione di giudici specializzati, con evidenti ricadute negative sulla funzionalità del sistema», sia perché il nuovo rito, «rimettendo totalmente alle parti la predisposizione del thema decidendum e del thema probandum, impedisce l'intervento direzionale e correttivo del giudice che costituisce lo strumento per realizzare anche nel processo civile l'eguaglianza sostanziale di tutti i cittadini davanti alla legge»; b) l'art. 76 Cost. «perché appare palese […] la violazione per “eccesso di delega” dei principi e dei criteri direttivi contenuti nella norma delegante, interpretata secondo l'unica lettura costituzionalmente corretta, cioè facendo riferimento al modello del processo di cognizione davanti al tribunale previsto nel codice di procedura civile vigente»; c) l'art. 98 [recte: 97] Cost., «perché posto che non viene prevista alcuna sezione specializzata, appare in contrasto con il principio del buon andamento (applicabile anche agli uffici giudiziari) prevedere che lo stesso giudice sia chiamato ad applicare più riti, fondati su modelli completamente diversi l'uno dall'altro, a seconda delle materie»; d) l'art. 111, primo e secondo comma, Cost., perché il processo delineato dalle norme impugnate «prevede che tutta la prima fase si svolga senza che il giudice possa intervenire da subito onde garantire il “giusto processo” evitando inutili lungaggini e il compimento di atti nulli o viziati, lascia alle parti piena libertà di far scattare le preclusioni connesse all'istanza di fissazione di udienza»; «non prevede alcun termine massimo per garantire sin dall'inizio la ragionevole durata del processo […], in palese contrasto con il più recente orientamento in materia della Corte europea dei diritti dell'uomo»; che, nei giudizi promossi con r.o. numeri 422 e 439 del 2005, si sono costituite le parti attrici dei processi a quibus, e, in ciascun giudizio, è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, e tutti hanno concluso per l'inammissibilità o per l'infondatezza delle questioni. Considerato che le ordinanze di rimessione sollevano questioni in parte identiche, riguardanti, tutte, la delega legislativa per la riforma dei procedimenti in materia di diritto societario, per cui i relativi giudizi devono essere riuniti e decisi con unica pronuncia; che tutte le questioni sono manifestamente inammissibili; che il Tribunale di Napoli – censurando, in primo luogo, l'art. 12 della legge n. 366 del 2001 (e, «per derivazione», gli articoli da 2 a 17 del decreto legislativo n. 5 del 2003) – muove dalla premessa secondo cui il legislatore delegante non avrebbe «indicato con sufficiente determinazione i principi e criteri normativi che avrebbero dovuto guidare l'operato del legislatore delegato», con ciò lasciando libero quest'ultimo di creare un nuovo modello processuale, diverso dallo schema ordinario disciplinato dal codice di procedura civile; che il denunciato difetto di idonei criteri direttivi per il legittimo esercizio del potere legislativo delegato è ritenuto dal rimettente come «la prima opzione interpretativa, sia in ordine logico sia di scelta […], più consona allo spirito del complesso normativo costituito dalla legge delega e dal decreto legislativo»; che radicalmente contraria è, viceversa, l'interpretazione della medesima disposizione di delega posta dal rimettente a base della questione riguardante gli articoli da 2 a 17 del decreto legislativo n. 5 del 2003, sollevata «in via subordinata e per l'ipotesi in cui la Corte dovesse ritenere costituzionalmente legittimo l'art. 12 della legge n. 366/2001»; che, infatti, in questa diversa prospettiva il rimettente – il quale aveva in precedenza ritenuto non manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale della legge di delega per carenza dei principi e criteri direttivi richiesti dall'art. 76 Cost. – sostiene invece che il legislatore delegante avrebbe sufficientemente determinato principi e criteri direttivi, in quanto, con la specifica menzione del principio di «concentrazione del procedimento», si sarebbe riferito alle scansioni previste nel processo ordinario; onde il principio ispiratore della legge di delega avrebbe potuto essere attuato dal legislatore delegato esclusivamente con la riduzione dei termini previsti nel giudizio di cognizione ordinario per la fissazione di tali udienze e per il deposito di memorie e comparse difensive; che dunque – considerate le modalità con le quali le due questioni sono state prospettate – deve ritenersi che tra di esse non corra il dedotto nesso di subordinazione logico-giuridica della seconda alla prima, e che, invece, l'interpretazione “subordinata”, esposta dal rimettente a sostegno della legittimità della legge di delega (da esso compiutamente argomentata e quasi “suggerita” alla Corte), contraddica radicalmente la diversa lettura della medesima norma premessa alla questione “principale”; che in tal modo il rimettente – non solo non adempie l'obbligo di ricercare un'interpretazione costituzionalmente orientata di una delle norme impugnate – ma propone, nel medesimo contesto motivazionale, due opzioni ermeneutiche sostanzialmente alternative, così inammissibilmente demandando alla Corte la scelta fra di esse; che, da parte sua, il Tribunale di Brescia – mentre non censura la norma di delega, ravvisandovi un implicito riferimento al processo ordinario di cognizione previsto dal codice di procedura civile, e quindi una sufficiente determinazione di principi e criteri direttivi – impugna (come il Tribunale di Napoli nelle questioni “subordinate”) l'intero complesso normativo della legge delegata diretto a regolare il procedimento societario di primo grado davanti al tribunale in composizione collegiale (articoli da 2 a 17 del decreto legislativo n. 5 del 2003); che, tuttavia, le norme impugnate – da un lato – sono caratterizzate da ambiti di applicazione e da effetti del tutto eterogenei e – dall'altro – riguardano destinatari differenti: infatti gli articoli da 2 a 7 disciplinano l'attività preparatoria delle parti; gli articoli da 8 a 16 concernono la fase processuale davanti al giudice; e l'art. 17 riguarda le notificazioni e le comunicazioni da eseguire nel corso del procedimento; che la scelta di censurare le citate norme del decreto legislativo avrebbe dovuto essere supportata da una specifica motivazione, riferita sia all'effettiva rilevanza della questione sulla singola disposizione concretamente applicabile nel relativo giudizio a quo, sia alla non manifesta infondatezza di ogni dubbio proposto in riferimento a ciascuno dei parametri evocati;