[pronunce]

e la disposizione di cui al quinto comma dell'art. 73 del d.P.R. n. 309 del 1990; che, in materia di stupefacenti, il legislatore avrebbe fatto ricorso a una tecnica normativa peculiare, in quanto mentre in alcuni casi (ad esempio con riguardo ai delitti di lesioni, di furto, di truffa e di rapina) «la legge prevede la pena per le ipotesi meno gravi (e più frequenti nella prassi) e aggiunge una serie di circostanze aggravanti per le ipotesi di maggiore allarme sociale», in altri (come per l'art. 73, comma 5, del d.P.R. n. 309 del 1990) «la legge fissa la pena base per le ipotesi più gravi e prevede poi circostanze attenuanti per adeguare la sanzione ai casi più lievi e frequenti»; che, in questi ultimi casi, «il divieto di prevalenza delle attenuanti sulla recidiva reiterata produce conseguenze sanzionatorie devastanti, perché finisce con l'equiparare quoad poenam casi oggettivamente lievi a casi di particolare allarme sociale», sicché mentre all'autore di molteplici furti sarebbe applicabile, in caso di riconoscimento di circostanze attenuanti equivalenti a circostanze aggravanti, una pena edittale minima sempre pari a sei mesi di reclusione, il piccolo spacciatore, in caso di riconoscimento della recidiva reiterata, vedrebbe elevata la pena edittale minima da uno a sei anni di reclusione; che la possibilità di escludere discrezionalmente la recidiva non sarebbe sempre praticabile e, in particolare, non lo sarebbe nel giudizio a quo; che, secondo l'insegnamento della giurisprudenza costituzionale confermato dalla dottrina e dalla giurisprudenza comune, per escludere la recidiva occorre valorizzare «la natura e il tempo di commissione dei precedenti»; che le condanne già riportate dall'imputato attengono a quattro violazioni della disciplina degli stupefacenti in un arco temporale compreso tra il 2000 e il 2007, sicché natura e tempo di commissione dei reati indicherebbero che il reato sub iudice è «espressione della medesima "devianza" già denotata in occasione dei precedenti reati, ed è perciò sicura manifestazione di maggior colpevolezza e pericolosità dell'imputato»; che, pertanto, non sarebbe possibile escludere la recidiva reiterata, mentre il reato commesso dall'imputato resterebbe una modesta violazione sussumibile nel quinto comma dell'art. 73 del d.P.R. n. 309 del 1990 e non sarebbe conforme ai principi costituzionali che «il riconoscimento della recidiva reiterata imponga al giudice di trascurare integralmente questo dato di realtà»; che la norma censurata sarebbe in contrasto con il principio di uguaglianza perché «conduce, in determinati casi, ad applicare pene identiche a violazioni di rilievo penale enormemente diverso»; che il recidivo reiterato implicato nel grande traffico di stupefacenti (art. 73, comma 1, del d.P.R. n. 309 del 1990) al quale siano riconosciute le circostanze attenuanti generiche verrebbe punito con la stessa pena prevista per il recidivo reiterato autore di uno «spaccio di strada» di infime quantità al quale siano riconosciute le circostanze attenuanti generiche e quella prevista dal quinto comma dell'art. 73: «l'enorme differenza oggettiva, naturalistica, criminologica delle due condotte viene completamente obliterata in virtù di una esclusiva considerazione dei precedenti penali del loro autore»; che sussisterebbe, inoltre, la violazione dell'art. 25, secondo comma, Cost., che, con il suo espresso richiamo al «fatto commesso», riconosce rilievo fondamentale all'azione delittuosa per il suo obiettivo disvalore e non solo in quanto manifestazione sintomatologica di pericolosità sociale; la costituzionalizzazione del principio di offensività implicherebbe «la necessità di un trattamento penale differenziato per fatti diversi, senza che la considerazione della mera pericolosità dell'agente possa legittimamente avere rilievo esclusivo»; che verrebbe in rilievo, infine, attraverso l'art. 27, secondo (recte: terzo) comma, Cost., il principio di proporzionalità della pena (nelle sue due funzioni retributiva e rieducativa), perché «una pena sproporzionata alla gravità del reato commesso da un lato non può correttamente assolvere alla funzione di ristabilimento della legalità violata, dall'altro non potrà mai essere sentita dal condannato come rieducatrice: essa gli apparirà solo come brutale e irragionevole vendetta dello stato, suscitatrice di ulteriori istinti antisociali»; che, ad avviso del rimettente, sarebbe un dato autoevidente che l'inflizione di sei anni di reclusione per la cessione di una singola modesta dose di sostanza stupefacente, chiunque ne sia l'autore, non possa essere considerata una risposta sanzionatoria proporzionata, come l'esperienza quotidiana delle aule di giustizia conferma; che, osserva ancora il giudice a quo, la pena edittale minima per il piccolo spaccio del recidivo reiterato è più grave di quella prevista, ad esempio, per la partecipazione ad associazioni terroristiche o mafiose (artt. 270-bis e 416-bis cod. pen.), per la concussione (art. 317 cod. pen.), per le lesioni dolose con pericolo di vita della vittima (art. 583, primo comma, cod. pen.), per la rapina aggravata e l'estorsione (artt. 628 e 629 cod. pen.), per la violenza sessuale (art. 609-bis cod. pen.) e per l'introduzione illegale di armi da guerra nel territorio dello Stato (art. 1, legge 2 ottobre 1967, n. 895); che il giudice rimettente chiede, dunque, una declaratoria di illegittimità costituzionale dell'art. 69, quarto comma, cod. pen. nella parte in cui esclude che «le circostanze attenuanti (tutte) possano essere dichiarate prevalenti sulla riconosciuta recidiva reiterata»; che, in via subordinata, il rimettente chiede che sia dichiarata l'illegittimità costituzionale dell'art. 69, quarto comma, cod. pen. nella parte in cui esclude che la circostanza attenuante di cui all'art. 73, comma 5, del d.P.R. n. 309 del 1990 possa essere dichiarata prevalente sulla recidiva reiterata; che è intervenuto nel giudizio di legittimità costituzionale il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che la questione sia dichiarata inammissibile o, comunque, non fondata; che emergerebbe, in primo luogo, «il difetto di rilevanza delle questioni di costituzionalità poste dal giudice remittente»; che la questione di legittimità costituzionale dell'art. 69, quarto comma, cod. pen. nella parte in cui esclude che tutte le circostanze attenuanti possano essere dichiarate prevalenti sulla riconosciuta recidiva reiterata sarebbe palesemente inammissibile, in quanto «non è minimamente motivata in punto di rilevanza ed è sollevata dal giudice a quo soltanto nella parte dispositiva dell'ordinanza di remissione»; che in ordine alla questione di legittimità costituzionale dell'art. 69, quarto comma, cod. pen.