[pronunce]

A fronte di ciò, le dichiarazioni rilasciate il 22 dicembre 1997 dal parlamentare al quotidiano «La Repubblica» rappresenterebbero, dunque, un classico caso di divulgazione alla stampa del contenuto di atti parlamentari tipici: atti costituiti non soltanto dall'interrogazione presentata il 2 ottobre 1996 sulla specifica questione del trattamento dei rifiuti prodotti nella città di Milano (oltre che da quelle, sul medesimo tema, presentate dallo stesso senatore il 6, 11 e 18 maggio 2000, cui era riferimento nella proposta della Giunta delle elezioni e delle immunità parlamentari), ma anche dalle acquisizioni risultanti, già nel novembre 1997, dai lavori della Commissione parlamentare d'inchiesta. La tesi del Tribunale ricorrente – il quale, nel riconoscere che la delibera di insindacabilità adottata in relazione al procedimento penale esplicava i suoi effetti anche in sede civile (e ciò in conformità all'avviso espresso nella seduta del 27 marzo 2002 dalla Giunta delle elezioni e delle immunità parlamentari, che aveva perciò escluso la necessità di rinnovarla), si era però discostato dalla pronuncia del giudice penale, sull'assunto che tra l'interrogazione parlamentare e la dichiarazione pubblicata non sarebbe riscontrabile una «sostanziale identità di contenuto», ma una mera «comunanza di argomento» – non sarebbe infatti condivisibile. In entrambi i casi, si tratterebbe della medesima vicenda (la gestione dell'emergenza rifiuti nella città di Milano), del comportamento tenuto dal medesimo soggetto (il Ganapini) e delle responsabilità anche penali in cui quest'ultimo potrebbe essere incorso a seguito di inchieste della magistratura. Né varrebbe addurre, in contrario, che nella dichiarazione resa alla stampa si evidenziano particolari di cui non vi è traccia nell'interrogazione – quale, in specie, l'avviso di garanzia proveniente dalla Procura di Lanciano – trattandosi di meri «elementi di contorno» rispetto al contenuto principale rinvenibile anche nell'atto tipico, che rispecchiano eventi apparentemente accaduti in un momento successivo all'interrogazione. Diversamente opinando, del resto, si perverrebbe al paradosso che il parlamentare – il quale intenda divulgare extra moenia le preoccupazioni già espresse in una interrogazione circa la correttezza del comportamento di un determinato soggetto – si troverebbe costretto a tacere gli accadimenti temporalmente successivi che vadano a rafforzare le preoccupazioni stesse: il che equivarrebbe a sostenere che la divulgazione dell'atto parlamentare tipico può avvenire solo attraverso la diffusione dei resoconti stenografici ufficiali, negando, con ciò, che l'attività dei membri delle Camere possa proiettarsi al di fuori delle aule parlamentari nell'interesse della libera dialettica politica. Ma anche nell'ipotesi in cui una simile ricostruzione non fosse accolta, risulterebbe comunque risolutiva, nel senso della insindacabilità della dichiarazione in questione, la considerazione che il riferimento di essa all'inchiesta abruzzese rappresenta una divulgazione delle risultanze ufficiali degli atti della Commissione parlamentare d'inchiesta sul ciclo dei rifiuti e sulle attività illecite ad esso connesse: atti dai quali sarebbe emersa – per quanto dianzi indicato – l'esistenza di indagini della magistratura abruzzese relative ad illeciti commessi nell'attività di smaltimento dei rifiuti provenienti anche da Milano, che è plausibile avessero interessato anche il Ganapini per le funzioni svolte nel periodo interessato. Tale fattispecie non potrebbe essere confusa con quella degli atti tipici compiuti sul medesimo tema da parlamentari diversi dal dichiarante, con la connessa questione della possibilità o meno, per quest'ultimo, di giovarsi di tali atti ai fini dell'insindacabilità delle proprie dichiarazioni extra moenia. Le risultanze degli atti di commissioni parlamentari d'inchiesta non costituirebbero infatti «opinioni» espresse da altri parlamentari, ma dati e notizie appartenenti alla conoscenza diffusa di tutti i membri del Parlamento e della stessa pubblica opinione: onde la loro divulgazione all'esterno risulterebbe coperta non solo dalla garanzia dell'insindacabilità, di cui all'art. 68, comma primo, Cost., ma anche dal principio di pubblicità degli atti parlamentari, sulla base dell'art. 64 Cost. e – ove ritenuti ancora in vigore – degli artt. 30 e 31 del regio editto sulla stampa 26 marzo 1848, n. 695. 4. – Nell'imminenza dell'udienza pubblica il Senato della Repubblica ha depositato memoria, insistendo affinché la Corte dichiari inammissibile o, in via subordinata, rigetti il ricorso. La difesa del Senato rimarca come, nella verifica dell'esistenza del nesso funzionale, occorra tener conto anche degli atti della Commissione di inchiesta istituita dal Comune di Milano il 19 febbraio 1996, esplicitamente richiamati nell'interrogazione parlamentare, i quali dovrebbero essere pertanto considerati parte integrante dell'interrogazione stessa: atti che – al pari di quelli della Commissione parlamentare – avevano peraltro avuto ampia eco nella pubblica opinione. La Commissione d'inchiesta era stata in effetti costituita allo scopo di verificare la realizzazione del piano predisposto dal Ganapini – all'epoca assessore all'ambiente e presidente-commissario dell'A.M.S.A. – al fine di fronteggiare lo stato di emergenza determinatosi nel capoluogo lombardo nello smaltimento dei rifiuti e, in particolare, «gli aspetti dei rapporti commerciali instaurati dall'A.M.S.A. nei confronti delle società a cui è stato affidato l'incarico del ritiro, smaltimento e trattamento» dei rifiuti solidi urbani. Dopo aver evidenziato come fosse il Ganapini ad autorizzare i dirigenti dell'A.M.S.A. a sottoscrivere i contratti, senza peraltro che vi fosse «alcun criterio selettivo tra più ditte, né alcuna trattativa», la relazione della Commissione concludeva affermando che l'intera attività contrattuale si era svolta «all'insegna della più assoluta leggerezza», con scarsa cura dei costi e con scelte per nulla severe nei confronti di imprese resesi precedentemente inadempienti, tanto da far supporre l'esistenza di una «volontà di coprire le società amiche». Di particolare rilievo risulterebbe poi la circostanza che, secondo la Commissione, «il ricorso a ditte esterne all'A.M.S.A.» si era dimostrato «ingiustificato», perché non ci si era «curati di verificare se le imprese potevano effettuare i conferimenti»; e che anche la maggiore fra tali imprese «avesse firmato il contratto con il Comune il 22 dicembre 1995 quando con delibera regionale […] l'uso delle discariche di cui disponeva in Veneto era stato vietato dalla Regione». Anche i contratti dell'A.M.S.A. che avevano dato origine all'inchiesta della Procura di Lanciano richiamata nell'intervista erano stati d'altra parte stipulati con le modalità aspramente criticate dalla Commissione. Il 20 febbraio 1996, infatti, il Ganapini, nella qualità di commissario-presidente dell'A.M.S.A., aveva autorizzato il direttore generale dell'azienda a sottoscrivere un contratto con un consorzio di imprese per il trasporto della «frazione secca» dei rifiuti solidi urbani in un impianto situato in S. Maria Imbaro (Chieti).