[pronunce]

La deducente osserva infine che le difficoltà derivanti all'ingiunto dall'onere di costituirsi innanzi ad un giudice diverso da quello territorialmente competente non sono dissimili da quelle che deve affrontare qualsiasi convenuto in un giudizio a cognizione ordinaria, ed anzi il primo conseguirebbe, rispetto a quest'ultimo, l'ulteriore risultato per cui con la pronuncia di incompetenza viene ad essere revocato il decreto pronunciato dal giudice incompetente.1. – Il Tribunale di Genova dubita, in riferimento agli articoli 24 e 111, comma secondo della Costituzione, della legittimità costituzionale dell'art. 637, primo comma, cod. proc. civ. , «nella parte in cui – secondo il consolidato orientamento della Corte di cassazione – esclude la rilevabilità d'ufficio dell'incompetenza per territorio oltre i casi dell'art. 28 cod. proc. civ. » nella fase senza contraddittorio del procedimento per decreto ingiuntivo. Il giudice rimettente, dopo aver rilevato che l'art. 637, comma primo, cod. proc. civ. «nel suo letterale tenore, non esclude per vero la rilevabilità d'ufficio dell'incompetenza per territorio “semplice”, nei casi diversi dall'art. 28 cod. proc. civ.», osserva che, tuttavia, esiste «un consolidato insegnamento giurisprudenziale, risalente già alla sentenza n. 400 della Cassazione resa nel 1969, secondo cui spetta soltanto all'ingiunto sottoporre l'eccezione di incompetenza per territorio derogabile, con il successivo atto di opposizione, indicando nel contempo il giudice ritenuto competente». Ricordato, poi, che questa Corte «si è già espressa al riguardo, ritenendo non fondata la questione di costituzionalità dell'art. 637 cod. proc. civ. , per la non rilevabilità d'ufficio dell'incompetenza per territorio, sollevata in riferimento all'art. 25 della Costituzione» (ordinanza n. 218 del 1996), il rimettente sostiene che «la nuova formulazione dell'art. 111, comma secondo, della legge fondamentale introdotta dalla legge costituzionale n. 2 del 1999, da leggersi unitamente al precedente art. 24, abbia significativamente spostato i termini della questione»: in sostanza, l'essere divenuto «il contraddittorio […] valore fondante costituzionale del processo» implicherebbe che, laddove la legge (come nel procedimento monitorio) legittimamente prevede un «deficit di contraddittorio», questo debba essere «controbilanciato da poteri officiosi, che non possono essere solo quelli del rito ordinario in punto di verifica della competenza per territorio, ma che devono essere necessariamente più penetranti». 2.- La questione non è fondata nei sensi di seguito precisati. 2.1.- Esponendo le ragioni per le quali ritiene non manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale, il giudice rimettente osserva che non persuade «il parallelismo con il contenzioso ordinario, su cui […] riposa il consolidato orientamento di legittimità […] perché nel procedimento monitorio una sagace (e strumentale) scelta del giudice adito ha effetti ben più penalizzanti, rispetto all'effettivo esercizio del diritto di difesa del destinatario del provvedimento, di quanto non accada nel rito ordinario». Questa Corte ha ripetutamente affermato - e tale affermazione merita, in sé, di essere qui ribadita - che la possibilità che il creditore scelga, per agire in monitorio, una sede disagiata per l'ingiunto facendo «affidamento» – così l'ordinanza di rimessione – «sul fatto che la controparte, preoccupata dalla lievitazione dei costi processuali indotta dalla “difesa fuori campo”, preferisca piuttosto rinunciare all'opposizione», dà luogo ad «inconvenienti fattuali e abusi applicativi, che […] non incidono, proprio in quanto tali, sulla legittimità della norma denunciata» (ordinanza n. 218 e, sulla sua scia, ordinanze n. 320 e n. 394 del 1996); sicché non è sotto questo profilo che può contestarsi il “parallelismo con il rito ordinario”, dal momento che anche quest'ultimo consente all'attore di adire un giudice incompetente confidando che il convenuto opti per la contumacia a fronte dei costi da sopportare per difendersi in una sede disagiata (ipotesi considerata da questa Corte quando ha dichiarato non fondata la questione di legittimità costituzionale della norma che, anche nel caso di contumacia del convenuto, esclude la rilevabilità d'ufficio dell'incompetenza territoriale derogabile: sentenza n. 251 del 1986). Ed è con riferimento a questa ipotesi - e non certamente in assoluto (cfr. la citata sentenza n. 251 del 1986) - che questa Corte ha escluso (con le ordinanze citate sopra) che la garanzia del giudice naturale precostituito per legge (art. 25 Cost.) abbia attinenza con la questione (allora) sollevata relativamente all'art. 637 cod. proc. civ. In realtà, come osserva anche il rimettente, il «parallelismo con il rito ordinario» è improponibile se si considerano gli effetti che discendono ex lege dal mancato esercizio del diritto di difesa, conseguente al doverlo praticare in una sede disagiata: mentre il convenuto con il rito ordinario, che resti contumace, si vede preclusa soltanto l'eccezione di incompetenza ma non subisce alcuna automatica conseguenza pregiudizievole quanto al merito - equivalendo la contumacia ad integrale contestazione dei fatti costitutivi del diritto azionato dall'attore -, l'ingiunto che non proponga tempestiva opposizione è irreparabilmente pregiudicato nel merito dalla irretrattabilità dell'efficacia esecutiva - originaria ex art. 642 cod. proc. civ. , ovvero acquisita ex art. 647 cod. proc. civ. - del decreto ingiuntivo. L'«inconveniente fattuale», che subisce il convenuto con il rito ordinario, è di ben altro rilievo per l'ingiunto, il quale è costretto - se vuole evitare la definitiva soccombenza nel merito - a proporre opposizione davanti al giudice funzionalmente competente, arbitrariamente scelto dall'attore in monitorio. Da ciò discende che la situazione dell'ingiunto è assimilabile, più che a quella del convenuto nel rito ordinario, a quella del convenuto straniero davanti al giudice italiano che sia privo di giurisdizione: situazione, quest'ultima, disciplinata (sia dall'abrogato art. 37, comma secondo, cod. proc. civ. , sia dal vigente art. 11 della legge 31 maggio 1995, n. 218) nel senso che, in caso di contumacia, il difetto di giurisdizione è rilevabile d'ufficio. Se in entrambi i casi - dell'ingiunto e del convenuto straniero - sussiste la medesima esigenza (della rilevabilità ex officio, al fine) di non imporre una onerosa costituzione in giudizio solo per far valere la violazione di norme attinenti all'individuazione del giudice (atteso il pregiudizio che, altrimenti, ne deriverebbe), sotto altro profilo la situazione dell'ingiunto è assimilabile a quella di chi è destinatario di un'istanza cautelare: e dalla disciplina del procedimento cautelare uniforme in punto di incompetenza del giudice adito ante causam (art. 669-septies, cod. proc.