[pronunce]

Il giudice rimettente ricorda, inoltre, che la predetta sentenza n. 773 del 1988 ha definito, nel senso della infondatezza, una questione di legittimità costituzionale riferita all'articolo 26 dell'allora vigente codice di procedura penale, il quale precludeva l'azione di responsabilità amministrativa nei confronti del pubblico dipendente, in presenza del giudicato penale che avesse provveduto alla liquidazione del danno in favore della pubblica amministrazione costituitasi parte civile. A tale riguardo, il rimettente rammenta che nell'ordinanza di rimessione la Corte dei conti aveva prospettato un contrasto tra il richiamato articolo 26 e l'articolo 489, comma 2, del medesimo previgente codice di procedura penale, a termini del quale, in caso di costituzione di parte civile, il giudice penale decideva sulla liquidazione dei danni «salvo che sia stabilita la competenza di un altro giudice» (norma oggi riprodotta dall'articolo 538, comma 2, del vigente codice di procedura penale) e sostiene che, nel dichiarare non fondata tale questione, la Corte costituzionale ha «fatto puntuale applicazione dell'indirizzo consolidatosi a partire dalla sentenza n. 110 del 1970, ritenendo che le norme sopraindicate valessero a fondare la giurisdizione del giudice ordinario e che, di contro, in difetto di interpositio legislatoris, non potesse valere ad escludere quella giurisdizione (rectius a “toglierla” al giudice ordinario per attribuirla a quello contabile) “la generica previsione di cui all'art. 52 del T.U. n. 1214 del 1934 delle leggi sulla Corte dei Conti, che non contiene alcuna espressa disposizione in materia di danno derivante da reato né alcuna esplicita deroga alla generale competenza spettante in materia al giudice penale in caso di costituzione di parte civile”». 2.7. - La rimettente Sezione giurisdizionale per la Lombardia della Corte dei conti riferisce, poi, l'indirizzo giurisprudenziale delle sezioni unite della Corte di cassazione «alla stregua del quale, con riguardo all'esplicazione della giurisdizione della Corte dei Conti in materia di responsabilità contabile, il ricorso alle sezioni unite della suprema Corte, che sia rivolto a denunciare, come ragione preclusiva dell'affermazione di detta responsabilità, la circostanza che la Pubblica Amministrazione, costituendosi parte civile in sede penale, abbia chiesto ed ottenuto sentenza definitiva di condanna al risarcimento dei danni per il medesimo fatto, deve essere dichiarato inammissibile». Tale questione, specifica il giudice rimettente, nell'ottica della Cassazione, non atterrebbe alla sussistenza delle giurisdizione del giudice contabile, ma alla proponibilità dinanzi ad esso dell'azione di responsabilità e, quindi, si tradurrebbe «nella deduzione di un errore in iudicando, esorbitante dalle previsioni degli articoli 111 della Costituzione e 362 c.p.c. (Cass. , sez. un., 23 novembre 1999, n. 822; Cass. , sez. un. , ord. 21 maggio 1991, n. 369), giacché la giurisdizione penale e quella civile risarcitoria, da un lato, e la giurisdizione amministrativa-contabile, dall'altro, sono reciprocamente indipendenti nei profili istituzionali, anche quando investono un medesimo fatto materiale, dal momento che l'interferenza può avvenire tra i giudizi ma non tra le giurisdizioni (Cass. 3 febbraio 1989, n. 664)». Più specificamente, in quest'ottica, l'impossibilità di proporre l'azione di responsabilità esercitabile innanzi alla Corte dei conti per fatti dannosi in conseguenza dell'esercizio, in altra sede, di analoga azione esercitata dalla pubblica amministrazione, sulla quale si sia formato il giudicato, non rileva in termini di riparto della giurisdizione, bensì in termini di limiti alla proponibilità della domanda risarcitoria erariale e, quindi, concerne la eventuale violazione dei limiti interni della giurisdizione stessa. Il giudice rimettente richiama, sempre come espressiva di questo indirizzo interpretativo, pure la ordinanza 8 marzo 2005, n. 4957 delle sezioni unite, la quale espressamente afferma che non può essere seguita la tesi secondo la quale la violazione del principio del ne bis in idem potrebbe essere evitata solo ammettendo l'esistenza di una giurisdizione alternativa, «in quanto finisce con il trasformare una questione di merito di conoscibilità della domanda in una questione di giurisdizione». Secondo il rimettente tale indirizzo interpretativo si fonda dichiaratamente (viene richiamata la sentenza delle sezioni unite 24 ottobre 2005, n. 20476) ed essenzialmente su una “lettura” erronea della sentenza n. 773 del 1988, affatto distorsiva del principio della interpositio legislatoris. Sostiene, al riguardo, il rimettente che, se tale intervento del legislatore è necessario, come sarebbe desumibile dalla giurisprudenza costituzionale, al fine di attribuire al giudice contabile una materia sino a quel momento devoluta ad un giudice diverso, una volta operata tale interpositio, dovrebbe escludersi la concorrenza delle giurisdizioni né sarebbe possibile, come invece opina la Corte di cassazione, risolvere la questione sotto il profilo della mera proponibilità o improponibilità della domanda della Procura contabile, una volta che la amministrazione, costituendosi parte civile, abbia ottenuto sentenza definitiva di condanna al risarcimento dei danni per il medesimo fatto. 2.8. - Il giudice rimettente aggiunge, poi, che la sentenza n. 773 del 1988 della Corte costituzionale è stata adottata con riferimento ad un quadro normativo profondamente differente da quello attuale, essendo, successivamente, stato approvato il “nuovo” codice di procedura penale. Ad opinione del rimettente, tre argomenti varrebbero a dimostrare che sia, «ormai», venuta meno la possibilità per la pubblica amministrazione di costituirsi parte civile nel processo penale e, quindi, la concorrenza tra le giurisdizioni che la contestata giurisprudenza della Corte di cassazione presuppone. Specificamente, comproverebbero tale tesi: a) la mancata riproduzione nel vigente codice del rito penale, dell'articolo 26 del codice precedente (ovvero la disposizione che è stata oggetto della sentenza n. 773 del 1988 e che espressamente fondava la competenza del giudice penale sui danni conseguenti da reato, in caso di costituzione di parte civile della amministrazione pubblica danneggiata), a fronte della «conferma» dell'articolo 489 (ora riprodotto dall'articolo 538, comma 2, del nuovo codice); b) la introduzione ex novo dell'articolo 129, comma 3, delle norme di attuazione, di coordinamento e transitorie del codice di procedura penale, approvate con decreto legislativo 28 luglio 1989, n. 271, per il quale quando esercita l'azione penale per un reato che ha cagionato un danno per l'erario, il pubblico ministero informa il procuratore generale presso la Corte dei conti, dando notizia dell'imputazione);