[pronunce]

Sarebbe stato, allora, onere del giudice a quo dimostrare in modo concreto e specifico, al metro dell'art. 3 Cost., la manifesta irragionevolezza della scelta, operata dal legislatore, di non estendere tale principio alle nuove più miti sanzioni introdotte con il d.lgs. n. 72 del 2015. L'inosservanza di tale onere renderebbe la questione anche inammissibile, per difetto di motivazione. 2.3.- Inammissibile sarebbe, infine, la questione relativa al possibile contrasto con l'art. 49, paragrafo 1, della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea (CDFUE), proclamata a Nizza il 7 dicembre 2000 e adattata a Strasburgo il 12 dicembre 2007, contrasto che avrebbe potuto semmai formare oggetto di rinvio pregiudiziale alla Corte di giustizia UE. Nel merito, tale questione sarebbe comunque infondata, dal momento che anche alla stregua del diritto dell'Unione, come interpretato dalla Corte di Lussemburgo, le sanzioni in esame, introdotte in adempimento di obblighi comunitari, conserverebbero valore amministrativo e non penale. In ogni caso, secondo i principi affermati nella giurisprudenza della Corte di giustizia UE, l'apparato sanzionatorio amministrativo per gli abusi di mercato dovrebbe pur sempre essere caratterizzato da adeguatezza, dissuasività, effettività e proporzionalità. Conseguentemente, il principio della retroattività della lex mitior sancito dall'art. 49, paragrafo 1, CDFUE non potrebbe comunque «condurre a soluzioni che siano tali da privare di effetto utile le norme dell'Unione applicate nei procedimenti che vengono in considerazione; o a soluzioni manifestamente sproporzionate (per eccesso o per difetto) rispetto agli interessi che le norme dell'Unione applicate in quei procedimenti mirano a tutelare». Di talché, ad avviso dell'Avvocatura generale dello Stato, «in linea di principio, l'articolo 49 CDFUE non osta alla previsione della irretroattività della lex mitior in materia di sanzioni amministrative quando ciò sia necessario [ad] assicurare una risposta effettiva, proporzionata e dissuasiva per le violazioni di rilevanti interessi dell'Unione»; e ciò in quanto il principio di cui all'art. 49 della Carta sarebbe «indubbiamente riservato alle sole sanzioni qualificabili come penali». 3.- Si è costituita la CONSOB, deducendo l'inammissibilità e, comunque, l'infondatezza delle questioni di legittimità prospettate dalla Corte di appello di Milano. 3.1.- La prima questione di legittimità costituzionale sarebbe, sotto più profili, inammissibile, in quanto formulata in termini dubitativi e perplessi, tanto da determinare ambiguità ed indeterminatezza del petitum. Inconferente nella specie si rivelerebbe, in effetti, il censurato art. 6, comma 2, del d.lgs. n. 72 del 2015 che, contrariamente a quanto opinato dalla Corte rimettente, non recherebbe alcuna disposizione in materia sanzionatoria, non modificando - in particolare - il trattamento sanzionatorio per gli abusi di mercato. La norma denunciata non si porrebbe comunque in contrasto con alcun criterio di delega, limitandosi a prevedere - in conformità ai principi generali vigenti in materia di illeciti amministrativi, e al principio generale posto dall'art. 11 delle Preleggi - l'efficacia soltanto per il futuro della nuova disciplina, che il legislatore avrebbe oltre tutto ragionevolmente posposto all'entrata in vigore della disciplina regolamentare di attuazione da parte della CONSOB e della Banca d'Italia. La questione sarebbe, infine, inammissibile anche per «carenza assoluta di motivazione sulla rilevanza». 3.2.- Quanto alla seconda questione di legittimità costituzionale sollevata dal Collegio rimettente, essa sarebbe inammissibile e, comunque, infondata. 3.2.1.- Anzitutto, si tratterebbe di questione irrilevante ai fini della decisione. L'art. 6, comma 2, del d.lgs. n. 72 del 2015 non sarebbe, infatti, una norma che regola il quantum sanzionatorio, ma solo una disposizione transitoria che, tenuto conto della necessità di interventi attuativi di matrice secondaria, ha differito l'entrata in vigore della novella fino al momento dell'emanazione degli stessi. L'irretroattività - e, dunque, l'inapplicabilità al caso di specie - della regola della "dequintuplicazione" delle sanzioni amministrative pecuniarie, stabilita dall'art. 6, comma 3, del d.lgs. n. 72 del 2015, non dipenderebbe dalla disposizione censurata, bensì da principi generali, che non abbisognano di espressa specificazione normativa e che derivano dall'art. 11 delle Preleggi e dall'art. 1 della legge n. 689 del 1981. 3.2.2.- Nel merito, la questione sarebbe comunque infondata, dal momento che - come ripetutamente affermato dalla giurisprudenza di legittimità e da quella amministrativa, nonché dalla giurisprudenza della stessa Sezione di Corte d'appello rimettente - non sarebbe ravvisabile, in tema di sanzioni amministrative, un vincolo di natura costituzionale che comporti, in modo generalizzato, la retroattività delle disposizioni più favorevoli entrate in vigore successivamente alla commissione del fatto. Né un tale vincolo potrebbe dedursi dalla giurisprudenza della Corte EDU, la cui qualificazione in termini "punitivi" di taluni illeciti in materia di abusi di mercato resterebbe pur sempre circoscritta ai casi specifici di volta in volta esaminati, e sarebbe in ogni caso da intendere - come precisato dalla giurisprudenza di legittimità (Corte di cassazione, sezione seconda civile, sentenza 5 ottobre 2015, n. 19865) - ai soli fini della garanzia del processo equo di cui all'art. 6 CEDU, senza potersi estendere automaticamente al principio del favor rei. L'infondatezza della questione discenderebbe, inoltre, dall'inesistenza di idonei tertia comparationis atti a dimostrare l'illegittimità della mancata estensione del principio del favor rei alla disciplina dell'illecito amministrativo di cui è causa, quelli menzionati dal rimettente essendo costituiti da norme esse stesse derogatorie rispetto ai principi generali, e del tutto disomogenee rispetto a quella di cui è causa: come tali, dunque, inidonee a supportare la tesi di un esercizio «palesemente irragionevole» della discrezionalità legislativa nel determinare se stabilire o meno l'applicazione retroattiva delle modifiche sanzionatorie più favorevoli in materia di illeciti amministrativi. 4.- Si è costituito, altresì, l'opponente G. P., a parere del quale l'art. 6, comma 3, del d.lgs. n. 72 del 2015 costituirebbe una disposizione transitoria speciale derogatoria alla regola generale di cui all'art. 1 della legge n. 689 del 1981. Conseguentemente, G. P. ha chiesto, in via alternativa, alla Corte costituzionale: