[pronunce]

che, in particolare, il giudice a quo osserva come, secondo la nuova normativa, la prescrizione decennale del diritto alla ripetizione di ogni singolo addebito illegittimo decorra dal giorno dell'annotazione di tale addebito, anche quando si tratti di addebito intra-fido, ciò in contrasto con quanto affermato dalle sezioni unite della Corte di cassazione, nella sentenza n. 24418 del 2010; che il rimettente sottolinea, al riguardo, come, prima dell'entrata in vigore dell'art. 2, comma 61, secondo l'orientamento maggioritario della giurisprudenza di merito, la prescrizione del diritto alla ripetizione dell'indebito decorreva dalla chiusura del conto corrente, mentre, secondo l'orientamento minoritario, la prescrizione decorreva dai singoli addebiti; che, in punto di non manifesta infondatezza, il Tribunale censura l'art. 2, comma 61, in riferimento agli artt. 3, primo comma, 24, primo comma, 111, commi primo e secondo, Cost.; che, in ordine all'assunta violazione dell'art. 3, primo comma, Cost., il rimettente rileva come la norma in esame imponga irragionevolmente una interpretazione che, soprattutto a seguito dell'intervento delle sezioni unite della Corte di cassazione, non poteva essere più considerata tra le possibili varianti interpretative dell'art. 2935 cod. civ. ; che, ad avviso del giudice a quo, la norma in questione si presenterebbe priva del requisito della ragionevolezza, in quanto violerebbe il principio di certezza delle situazioni giuridiche, intervenendo su un sistema normativo nel quale non vi erano più problemi interpretativi in ordine alla determinazione della data di decorrenza della prescrizione per la ripetizione delle somme illegittimamente addebitate sui conti correnti bancari, imponendo una soluzione già assolutamente minoritaria e superata dall'intervento delle sezioni unite; che, in particolare, la norma censurata, prevedendo la decorrenza della prescrizione dalla data dell'annotazione, che di per sé non costituisce un "pagamento" indebito - poiché gli addebiti in conto corrente effettuati intra-fido non costituiscono "pagamento" - introdurrebbe una irragionevole deroga al principio generale della decorrenza della prescrizione dal momento in cui il diritto può essere fatto valere, ponendosi ingiustificatamente in contrasto con il contesto normativo preesistente; che, ad avviso del rimettente, ciò comporterebbe anche una lesione dell'affidamento dei consociati sulla decorrenza del termine di prescrizione dell'azione di ripetizione dell'indebito dalla data di chiusura del conto e/o dal versamento "solutorio", nonché una ingiustificata disparità di trattamento tra i titolari di diritti di credito nei confronti delle banche per la ripetizione delle somme illegittimamente addebitate su conto corrente e gli altri titolari di diritti di credito per la ripetizione di somme indebitamente corrisposte; che, in ordine alla assunta violazione dell'art. 24 Cost., il rimettente ritiene che il primo periodo della norma censurata individuerebbe la decorrenza della prescrizione stessa in un atto che è al di fuori della sfera conoscitiva del creditore, ledendo il diritto di difesa e di azione in giudizio di quest'ultimo; che anche il secondo periodo della norma censurata, letto nel senso di una irripetibilità dei versamenti indebiti già effettuati dal correntista alla data della entrata in vigore della normativa in esame, introdurrebbe, ad avviso del rimettente, un divieto di ripetizione giudiziale e stragiudiziale delle somme già indebitamente corrisposte dal cliente in violazione del principio di tutela delle situazioni giuridiche soggettive e del principio della necessaria causalità degli arricchimenti e degli spostamenti patrimoniali; che, infine, il rimettente assume la violazione dell'art. 111, commi primo e secondo, Cost., e, quindi, del diritto ad un «giusto processo», in quanto il secondo periodo della norma censurata interverrebbe sui giudizi in corso, paralizzando l'azione di ripetizione dell'indebito, e determinerebbe una ingiustificata disparità di trattamento tra le parti del giudizio, trattandosi di normativa di assoluto favore per le banche rispetto al cliente, con eliminazione di qualsiasi possibilità di ripetizione delle somme indebitamente versate fino all'entrata in vigore della legge di conversione n. 10 del 2011; che, con atto depositato in data 2 marzo 2012, il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dalla Avvocatura generale dello Stato, è intervenuto in giudizio, chiedendo che la questione di legittimità costituzionale sia dichiarata inammissibile o infondata; che, in primo luogo, la difesa erariale deduce la inammissibilità della questione per carenza di motivazione sulla rilevanza, non avendo il rimettente indicato la causale della pretesa restitutoria né quale fosse il dies a quo di decorrenza del termine di prescrizione alla luce dei principi enunciati dalla Corte di cassazione a sezioni unite, che la norma avrebbe modificato; che, inoltre, la questione di legittimità costituzionale, avente ad oggetto il secondo periodo della norma censurata, sarebbe inammissibile in quanto fondata su argomentazioni non conferenti rispetto al parametro invocato (art. 111 Cost.); che, nel merito, il Presidente del Consiglio dei ministri svolge in sostanza le medesime argomentazioni sulla non fondatezza della questione di cui all'atto di intervento del 3 gennaio 2012 relativa al giudizio r.o. n. 259 del 2011, cui si fa rinvio; che il Tribunale ordinario di Siracusa, con ordinanza del 7 ottobre 2011 (r.o. n. 24 del 2012), ha sollevato, in riferimento agli articoli 3, 24, commi primo e secondo, 102, primo comma, 111, commi primo e secondo, 117, primo comma, Cost., questione di legittimità costituzionale dell'art. 2, comma 61, secondo periodo, del d.l. n. 225 del 2010, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 10 del 2011, comma aggiunto dalla legge di conversione; che il rimettente premette di essere investito dell'opposizione, ai sensi dell'art. 645 del codice di procedura civile, proposta avverso un decreto ingiuntivo emesso in favore della Banca Antoniana Popolare Veneta, del quale è chiesta la revoca e, in via riconvenzionale, l'accertamento della violazione della legge 7 marzo 1996, n. 108 (Disposizioni in materia di usura) e della nullità della clausola negoziale, di cui all'art 1283 cod. civ. , del contratto di conto corrente bancario intrattenuto con l'istituto bancario, con la condanna di quest'ultimo alla restituzione delle somme indebitamente percepite; che, come il giudice a quo aggiunge, nel costituirsi in giudizio la banca convenuta ha chiesto il rigetto delle domande, ma nelle more è intervenuta la normativa censurata; che, in punto di rilevanza, il rimettente osserva come il censurato art. 2, comma 61, secondo periodo, prescindendo dalla proposizione di un'eccezione di prescrizione - non sollevata nel giudizio a quo - elida in radice, nei rapporti di conto corrente bancario, il diritto di azione ai sensi dell'art. 2033 cod. civ.