[pronunce]

Premesso che di tendenziale "omogeneizzazione" può parlarsi solo con riguardo alla disciplina sostanziale (art. 11, comma 4, lettera a, legge 15 marzo 1997, n. 59), laddove per quella processuale la citata legge delega si limitava a prevedere la devoluzione delle controversie al giudice ordinario (art. 11, comma 4, lettera g), è evidente che - come questa Corte ha più volte statuito (da ultimo, con sentenza n. 82 del 2003) - non può parlarsi di una totale identità di situazioni che renderebbe irrazionale ogni diversità di disciplina processuale. Le peculiarità del contratto collettivo nel pubblico impiego, sulle quali ampiamente il rimettente indugia - "efficace erga omnes", "funzionale all'interesse pubblico di cui all'art. 97 Cost.", inderogabile sia in pejus che in melius, oggetto di diretto sindacato da parte della Corte di cassazione per violazione o falsa applicazione (art. 63, comma 5, del d.lgs. n. 165 del 2001) - rendono evidente l'impossibilità di ritenere a priori irrazionali le peculiarità della disciplina del processo in cui quel contratto collettivo - ben diverso da quelli cosiddetti di diritto privato - deve essere applicato. Quelle peculiarità sarebbero, pertanto, sindacabili da questa Corte non già in sé e per ciò solo che segnano differenziazioni di disciplina, ma solo se irragionevoli; il che, con la censura in esame, non è in alcun modo dedotto. 4.- L'art. 64, comma 1, del d.lgs. n. 165 del 2001 viene censurato, in riferimento all'art. 24 Cost., perché "la sua macchinosità", con l'arresto del processo per 120 giorni, lo renderebbe incompatibile con la tutela cautelare. Anche tale censura è destituita di fondamento. La tesi secondo la quale al giudice, in quanto vincolato ad investire della questione interpretativa l'ARAN, sarebbe inibito di valutare - se richiesto di una misura cautelare - il fumus boni juris appare non solo intesa ad ignorare il dovere del giudice di interpretare le norme in senso, finché possibile, conforme alla Costituzione, ma anche palesemente errata, atteso che la natura sommaria della valutazione è ben compatibile con una (anteriore, coeva o successiva) rimessione della questione interpretativa all'ARAN ai fini della (successiva) decisione di merito; senza dire che il vigente art. 412-bis del codice di procedura civile (introdotto dal medesimo provvedimento - d.lgs. 31 marzo 1998, n. 80 - trasfuso nel d.lgs. n. 165 del 2001) prospetta un'ipotesi in cui un istituto di generale applicazione in ogni controversia di lavoro (il tentativo obbligatorio di conciliazione) si arresta in presenza di un'istanza cautelare, prevalendo - sulle altre perseguite dal legislatore - le esigenze proprie della tutela cautelare. 5.- Altrettanto infondato è il dubbio di costituzionalità sollevato, in riferimento all'art. 76 Cost., per avere il legislatore delegato - autorizzato ad introdurre «misure organizzative e processuali anche di carattere generale atte a prevenire disfunzioni dovute al sovraccarico del contenzioso» (art. 11, comma 4, lettera g), legge n. 59 del 1997) - «innovato la disciplina del processo civile, introducendo, come si è visto, un'ipotesi di arresto, sia pure temporaneo, del processo stesso». Analogo dubbio - che merita, pertanto, di essere esaminato congiuntamente - solleva il rimettente con riguardo alla norma (art. 64, comma 3) che impone al giudice, ove non intervenga l'accordo tra l'ARAN e le organizzazioni sindacali, di «emettere una sentenza non definitiva su un determinato profilo della controversia, privandolo di ogni valutazione discrezionale sull'opportunità di rinviare ogni decisione al definitivo», laddove - in assenza di una specifica prescrizione della legge delega - andrebbe «restituita al giudice ogni valutazione discrezionale in merito all'opportunità di emettere allo stato una sentenza non definitiva, o di rinviare ogni decisione a seguito dell'ulteriore trattazione del processo». Questa Corte ha costantemente affermato che il giudizio di conformità della norma delegata alla norma delegante si esplica attraverso il confronto tra gli esiti di due processi ermeneutici paralleli, tenendo conto delle finalità che, attraverso i principi ed i criteri enunciati, la legge delega si prefigge con il complessivo contesto delle norme da essa poste e tenendo altresì conto che le norme delegate vanno interpretate nel significato compatibile con quei principi e criteri (sentenze n. 425 del 2000; n. 15 del 1999), in quanto «la delega legislativa non fa venir meno ogni discrezionalità del legislatore delegato, che risulta più o meno ampia a seconda del grado di specificità dei principi e criteri fissati nella legge delega» (ordinanza n. 490 del 2000); sicché, «per valutare di volta in volta se il legislatore delegato abbia ecceduto tali - più o meno ampi - margini di discrezionalità, occorre individuare la ratio della delega, per verificare se la norma delegata sia ad essa rispondente» (sentenza n. 163 del 2000). Alla luce di questi principi vanno considerate le "innovazioni processuali" attraverso le quali il legislatore delegato ha realizzato le «misure organizzative e processuali anche di carattere generale atte a prevenire disfunzioni dovute al sovraccarico del contenzioso», affidategli dalla legge delega: disfunzioni temute quale effetto, da un lato, della devoluzione del contenzioso non più ad un ristretto numero di giudici di legittimità (TAR) bensì ad un elevato numero di giudici di merito (Tribunali) e, dall'altro lato, quale conseguente effetto delle possibili, divergenti interpretazioni del contratto collettivo. Proprio la peculiare natura - quale sopra (n. 3) si è illustrata - del contratto collettivo disciplinato dal d.lgs. n. 165 del 2001 rende evidente l'esigenza, avvertita dal legislatore delegante anche per i riflessi sui valori protetti dall'art. 97 Cost., di meccanismi idonei ad evitare il rischio di una "polverizzazione" delle decisioni che, nel concreto, avrebbe vanificato la perseguita uniformità dell'applicazione del contratto collettivo; meccanismi di natura preventiva che, attesa la rilevanza fondamentale delle esigenze considerate dalla legge delega, il legislatore delegato ben poteva (ed anzi era tenuto ad) individuare. Invero, questa Corte ha statuito che la disposizione di cui all'art. 76 Cost. «non osta all'emanazione di norme che rappresentino un coerente sviluppo e, se del caso, anche un completamento delle scelte espresse dal legislatore delegante; va escluso, infatti, che le funzioni del legislatore delegato siano limitate ad una mera "scansione linguistica" delle previsioni dettate dal delegante, essendo consentito al primo di valutare le situazioni giuridiche da regolamentare e di effettuare le conseguenti scelte, nella fisiologica attività di "riempimento" che lega i due livelli normativi, rispettivamente, della legge di delegazione e di quella delegata» (così, sentenza n. 308 del 2002; conformi: