[pronunce]

In via subordinata, gli intervenienti ritengono che la questione non sia fondata. Premesso che l'art. 24 del d.P.R. n. 43 del 1988 è stato abrogato dall'articolo 68 del decreto legislativo 13 aprile 1999, n. 112 (Riordino del servizio nazionale della riscossione, in attuazione della delega prevista dalla legge 28 settembre 1998, n. 337), e che l'art. 12 di tale ultimo decreto ha posto il limite temporale di un anno, prorogabile per un altro anno, alla durata dell'incarico del commissario governativo, l'Avvocatura osserva che, in forza dell'art. 26, comma 1, del d.P.R. n. 43 del 1988, era in facoltà dell'Amministrazione disporre l'esonero del commissario dall'obbligo del non riscosso come riscosso (obbligo ora abrogato dall'art. 2 del d.lgs. 22 febbraio 1999, n. 37, recante “Riordino della disciplina della riscossione mediante ruolo, a norma dell'art. 1, comma 1, lettere a e c, della legge 28 settembre 1998, n. 337”). Inoltre, prosegue l'Avvocatura, l'art. 25 del d.P.R. n. 43 del 1988 prevede che al commissario spettino il rimborso delle spese e le commissioni e i compensi “di norma entro i limiti determinati per il precedente concessionario”, ciò che porterebbe ad escludere che il primo sia privo, come invece argomentato dal giudice a quo, dei diritti spettanti al secondo. Infine, concludono gli intervenienti, sarebbe erroneo ritenere che il potere di nomina del commissario sia carente di limiti temporali, poiché dall'art. 24, comma 1, e dall'art. 26 del d.P.R. n. 43 del 1988 si evincerebbe il carattere “temporaneo” dell'incarico: mentre non sarebbero rilevanti ipotetici profili attinenti alla legittimità del provvedimento di nomina, che in concreto non fossero coerenti con la “coessenziale temporaneità postulata dalla norma”. 3. - Si sono costituiti in giudizio i signori Emilio Giannelli e Alberto Ranucci, imputati nel processo a quo, con distinte, identiche memorie, concludendo per l'accoglimento della questione. Osservano le parti private che l'incarico conferito alla Monte Paschi Serit s.p.a. si è protratto per oltre cinque anni, ingenerando pesanti perdite a carico della banca per la “mancata e reiterata corresponsione di compensi e rimborsi”. A fronte di ciò, il commissario, anche allo scopo di osservare le regole di “sana e prudente gestione” cui è tenuto ai sensi dell'art. 5 del d.lgs. 1° settembre 1993, n. 385 (Testo unico delle leggi in materia bancaria e creditizia), ha inviato “atto formale di preavviso di sei mesi della sospensione del servizio per inadempimento dell'ente regionale”, ponendo nel contempo a disposizione dell'ente pubblico “il personale e le strutture aziendali così da scongiurare l'interruzione del servizio”, e da permetterne la prosecuzione. Difatti, proseguono le parti private, le disposizioni normative concernenti il commissario governativo delegato provvisoriamente alla riscossione danno luogo ad un “sistema normativo di natura eccezionale” che, comportando una “deroga al principio della libera iniziativa economica”, non può tollerarsi se non entro rigidi limiti cronologici, imposti dal principio di ragionevolezza. Nel caso di specie, al contrario, “la discriminazione introdotta si (sarebbe) perpetuata troppo a lungo e (avrebbe) sconfinato oltre il ragionevole esercizio della discrezionalità legislativa”, finendo per imporre ad un soggetto che agisce in forma di impresa “di svolgere potenzialmente all'infinito un'attività di natura e di contenuto economico in forma antieconomica”. Ciò avrebbe determinato un vizio di “eccesso di potere legislativo”, desumibile dalle “figure sintomatiche della contraddittorietà, della illogicità del provvedimento e della ingiustizia manifesta”, cui la giurisprudenza costituzionale si sarebbe spesso richiamata. Il legislatore avrebbe così dato luogo “al paradosso di una provvisorietà non provvisoria, potenzialmente sine die ed a totale arbitrio della Pubblica Autorità”, tanto più grave, in quanto il commissario governativo provvisoriamente delegato alla riscossione “è tenuto ad esercitare la delega in forma di impresa”, ma nello stesso tempo sarebbe “sottoposto alla vessazione e costrizione di una gestione aziendale svincolata dalle esigenze di economicità dell'attività imprenditoriale, e, anzi, in antitesi ad esse”. Inoltre, questa Corte avrebbe altresì censurato, secondo una linea di ragionamento che le parti private ritengono estensibile al caso di specie, situazioni normative perpetuatesi oltre ogni ragionevole limite: assumerebbero rilievo, in tal senso, le sentenze n. 826 del 1988 e n. 438 del 1990 in tema di emittenza radio televisiva e la sentenza n. 360 del 1996 in tema di decretazione d'urgenza, nonchè il principio, “costantemente ribadito” in materia di limitazioni alla libertà e all'eguaglianza imposte ai soggetti economici privati, “in virtù del quale il legislatore, quando consenta l'acquisizione di posizioni di supremazia nel campo, deve prevedere nel contempo strumenti atti ad evitare comportamenti arbitrari”. In subordine, le parti private invocano “una sentenza interpretativa ovvero, in via alternativa, additiva”, per effetto della quale risulti consentito al commissario, in caso di diseconomicità del servizio, protratta nel tempo a causa delle inadempienze dell'Amministrazione nel corrispondere i rimborsi e i compensi dovuti, e della mancata revoca della delega data a titolo provvisorio, di recedere, ovvero di sollevare eccezione di inadempimento, sospendendo la prestazione ai sensi dell'art. 1460 del codice civile. 4. - Si è costituito in giudizio un terzo imputato nel processo a quo, il signor Vittorio Mazzoni della Stella, concludendo per l'accoglimento della questione. La parte privata fa proprie e ribadisce le considerazioni svolte dal giudice a quo nell'ordinanza di remissione. Le norme impugnate, in particolare, in violazione degli articoli 3, 41 e 47, primo e secondo comma, della Costituzione, frustrerebbero le esigenze di rilievo costituzionale attinenti al funzionamento delle società e alla conservazione del capitale sociale, nonché alla tutela del risparmio e dell'accesso del risparmio popolare all'investimento azionario nei grandi complessi produttivi del Paese. 5. - Si è costituito in giudizio il prof. Giovanni Grottanelli de' Santi, anch'egli imputato nel processo a quo, chiedendo l'accoglimento della questione. In punto di rilevanza, osserva la parte privata che il reato contestato agli imputati nel processo principale richiede che l'agente rivesta la qualifica soggettiva di incaricato di pubblico servizio. Le norme censurate determinerebbero l'assunzione di siffatta qualifica da parte degli imputati, rendendosi perciò applicabili nel giudizio a quo, ed in definitiva rilevanti, secondo i criteri enunciati da questa Corte.