[pronunce]

1.3.2.- In punto di non manifesta infondatezza, la Corte di cassazione esordisce affermando che, con l'entrata in vigore della Costituzione e con la progressiva affermazione dei suoi contenuti, sarebbe sfumata la distinzione funzionale, in origine netta, tra pena e misura di sicurezza. Per la prima, la funzione rieducativa ormai sovrasterebbe quelle di retribuzione e prevenzione speciale (è citata la sentenza di questa Corte n. 149 del 2018). Quanto alla seconda, la funzione di prevenzione speciale non passerebbe tanto dall'effetto restrittivo della misura, quanto (o anche) dalla sua valenza rieducativa, poiché l'obiettivo di riduzione della pericolosità sarebbe perseguito mediante una compiuta risocializzazione dell'interessato (sono citate le sentenze di questa Corte, n. 19 del 1974, n. 168 del 1972 e n. 68 del 1967). Sanzioni penali e misure di sicurezza presenterebbero così una comune funzione di prevenzione, attuata per mezzo della rieducazione (sentenza n. 291 del 2013). Tanto che - osserva la rimettente - la legge di ordinamento penitenziario riferisce anche agli internati le garanzie fondamentali stabilite per le persone private della libertà (art. 1), ed estende nei loro confronti la procedura di osservazione e individualizzazione del trattamento su cui è imperniata la funzione rieducativa della misura restrittiva (art. 13). Una simmetria, quest'ultima, ribadita anche nel regolamento accessorio alla disciplina dell'ordinamento penitenziario (art. 1, comma 2, del d.P.R. 30 giugno 2000, n. 230, concernente «Regolamento recante norme sull'ordinamento penitenziario e sulle misure privative e limitative della libertà»). La progressiva (parziale) omologazione delle funzioni non esclude per altro - sempre secondo la Corte di cassazione - che la finalizzazione rieducativa sia dominante per le misure di sicurezza, che non potrebbero, invece, svolgere una funzione retributiva. Se dunque, nella loro esecuzione, sono molte le analogie tra pene detentive da un lato, e misure di sicurezza detentive dall'altro, restano comunque significative differenze. Non a caso il legislatore ha previsto che le seconde vengano eseguite in istituti (o sezioni di istituti) diversi da quelli per l'esecuzione delle sanzioni penali (artt. 62 e 64 ordin. penit.); e non a caso il trattamento per gli internati s'incentra soprattutto su di una misura loro riservata, la cosiddetta licenza di fine esperimento (art. 53 ordin. penit.), ed anche la disciplina delle misure alternative comuni a condannati ed internati si segnala per qualche significativa differenza (è citato il comma 2 dell'art. 50 ordin. penit. , che esonera gli internati dalla necessità che una certa quota di pena venga eseguita prima del possibile accesso alla semilibertà). 1.3.3.- L'applicazione del regime differenziato ex art. 41-bis - secondo la rimettente - annulla o comprime intollerabilmente la possibilità di fruizione del trattamento generalmente riservato agli internati. In primo luogo, la giurisprudenza di legittimità avrebbe chiarito che l'applicazione delle restrizioni indicate al comma 2-quater della citata disposizione - resa obbligatoria dopo la modifica attuata ex art. 2, comma 25, lettera f), della legge n. 94 del 2009 - riguarda anche gli internati. Ciò sulla base di argomenti che la Corte rimettente riassume e richiama adesivamente. In particolare, non potrebbe giustificare seri dubbi il fatto che il comma 2-quater si riferisca in esordio ai soli «detenuti», senza specifica menzione degli «internati». Tale menzione è infatti presente nella successiva descrizione di alcune delle misure restrittive applicabili presso le strutture di cui al comma 2 dell'art. 41-bis, cui d'altronde sono destinati, sempre per disposizione testuale, anche gli internati. Dunque, posto che le misure di rigore, comprese alcune di quelle regolate dal comma 2-quater, potrebbero essere adottate anche nell'esecuzione delle misure di sicurezza detentive, non resterebbe che concludere per la piena applicazione agli internati della disciplina differenziale, anche per conseguire il risultato, altrimenti non assicurato, della piena applicazione del principio di legalità (con corrispondente eliminazione della discrezionalità amministrativa nella scelta delle restrizioni: è citata la sentenza di questa Corte n. 190 del 2010). Da questa lettura conseguirebbe che, nei casi di applicazione dell'art. 41-bis ordin. penit. , il trattamento delle persone assoggettate a misura di sicurezza sarebbe identico a quello riservato ai condannati, sia riguardo al regime della vita intramuraria, sia con riferimento alla fruizione di benefici e trattamenti risocializzanti. Proprio una siffatta equiparazione costituirebbe ragione essenziale di illegittimità costituzionale della disciplina censurata. Ricorda il giudice a quo che la Corte europea dei diritti dell'uomo, trattando di una misura di sicurezza regolata dall'ordinamento tedesco in termini simili a quelli che caratterizzano le misure nazionali, avrebbe già stabilito che si tratta di una vera e propria pena, cui vanno riferite le garanzie previste dall'art. 7 CEDU (sentenza 17 dicembre 2009, M. contro Germania). Al tempo stesso, la Corte di Strasburgo avrebbe stigmatizzato l'assenza di contenuti specifici nel trattamento degli internati. Di qui l'assunto che le norme censurate, proprio in ragione del loro effetto di parificazione tra regime della pena e regime della misura di sicurezza, contrasterebbero con gli artt. 3 e 25 Cost., nonché con l'art. 117, primo comma, Cost. in relazione all'art. 7 CEDU. 1.3.4.- Un ulteriore profilo di censura emerge, secondo la Corte di cassazione, considerando i diversi effetti che l'applicazione del regime differenziato produce sul condannato e sull'internato con riguardo alla durata della "pena" (tale dovendosi considerare in entrambi i casi la restrizione di libertà). Infatti, il trattamento regolato dall'art. 41-bis ordin. penit. incide sulla qualità del regime esecutivo concernente il detenuto ristretto in esecuzione della pena, ma non sulla relativa durata, che è quella stabilita dal giudice della cognizione in proporzione alla gravità del fatto, e salve oltretutto le diminuzioni connesse al beneficio della liberazione anticipata. L'internato, invece, non può valersi - nel periodico riesame della propria pericolosità (art. 208 cod. pen.) - delle valutazioni eventualmente positive connesse agli specifici istituti trattamentali, e vede così consolidarsi le premesse per un prolungamento a tempo indeterminato della propria condizione restrittiva. È vero - riconosce la rimettente - che il legislatore ha introdotto limiti massimi di durata dell'applicazione delle misure di sicurezza personali (art. 1, comma 1-quater, del decreto-legge 31 marzo 2014, n. 52, recante «Disposizioni urgenti in materia di superamento degli ospedali psichiatrici giudiziari», convertito, con modificazioni, nella legge 30 maggio 2014, n. 81). Nondimeno, si tratta di limiti molto ampi, in quanto corrispondenti al massimo edittale della pena detentiva stabilita per il più grave tra i reati commessi.