[pronunce]

che, per quel che riguarda l'ipotizzato contrasto con l'art. 38, primo comma, della Costituzione, il giudice remittente rileva che, come affermato da questa Corte nella sentenza n. 23 del 1991, l'istituto disciplinato dalla norma impugnata - che presenta connotati sia di tipo assistenzialistico sia di tipo compensativo del contributo dato dal beneficiario «alla formazione del patrimonio di ciascuno e di quello comune ad entrambi» i coniugi - è espressione del principio, assolutamente pacifico in giurisprudenza, secondo cui per effetto della separazione non viene meno la solidarietà economica che lega i coniugi durante il matrimonio; che il Tribunale di Trani - dando conto della giurisprudenza di questa Corte secondo cui le questioni sollevate in relazione ad un certo indirizzo ermeneutico emerso in giurisprudenza in ordine al significato di una norma sono ammissibili nel caso in cui, assunto tale indirizzo come diritto vivente, se ne chieda la verifica della conformità alla Costituzione e sono viceversa inammissibili se risultino surrettiziamente rivolte ad ottenere dal Giudice delle leggi una revisione della contestata interpretazione - sostiene che la presente questione rientra nella prima delle suddette ipotesi in quanto l'interpretazione censurata, oltre ad essere quella maggiormente aderente al dettato normativo, è stata seguita dalla Corte di cassazione nelle «uniche due decisioni» emesse sull'argomento (le quali, per la parte che qui interessa, non sono tra loro contrastanti) ed è stata adottata anche dalla giurisprudenza di merito, parte della quale è giunta addirittura ad affermare che il diritto in questione sorgerebbe solo dopo la sentenza di divorzio; che il remittente afferma, infine, che dalle premesse in fatto sopra riportate si desume la rilevanza della sollevata questione; che, nel corso di altro giudizio relativo alla dichiarazione della cessazione degli effetti civili di un matrimonio concordatario, il Tribunale di Orvieto, dopo aver emesso la sentenza di divorzio ed aver attribuito alla ex moglie l'assegno divorzile, dovendo ancora pronunciarsi sulla domanda da questa avanzata in merito alla assegnazione di una quota dell'indennità di fine rapporto riscossa dall'ex marito nel maggio 1999 (e quindi prima della proposizione della domanda di cessazione degli effetti civili del matrimonio, presentata nel dicembre 2000), ha in pari data sollevato, in riferimento agli artt. 3 e 31 della Costituzione, questione di legittimità costituzionale del citato art. 12-bis, nella parte in cui, secondo l'interpretazione della Corte di cassazione (sentenze n. 5533 del 1999 - recte: n. 5553 del 1999 - nonché n. 3294 del 1997 e n. 7249 del 1995), prevede che il diritto in esso contemplato sia riconoscibile solo quando - a differenza di quanto accaduto nella specie - la corresponsione dell'indennità di fine rapporto avvenga dopo la sentenza che ha pronunciato la cessazione degli effetti civili del matrimonio; che, dopo aver precisato che nelle richiamate decisioni la diversità di disciplina tra le due ipotesi considerate viene giustificata sul rilievo che per il periodo precedente alla suddetta sentenza opera il principio della piena disponibilità delle attribuzioni patrimoniali da parte del coniuge che riscuote il trattamento di fine rapporto, il giudice remittente sostiene che la violazione del principio di eguaglianza deriverebbe dal fatto che la norma così interpretata verrebbe a far dipendere il diritto in oggetto da una circostanza - l'antecedenza della dichiarazione di cessazione degli effetti civili del matrimonio rispetto alla corresponsione dell'indennità di fine rapporto - che è indipendente dalla volontà del soggetto cui il diritto potrebbe essere attribuito e sulla quale questi non può in alcun modo influire; che, d'altra parte, la decisività attribuita alla suddetta circostanza porrebbe la norma anche in contrasto con l'art. 31 della Costituzione, in quanto essa non agevolerebbe l'adempimento dei compiti relativi alla famiglia; che in entrambi i giudizi è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo, con atti di contenuto analogo, una dichiarazione di manifesta inammissibilità o di manifesta infondatezza della questione. Considerato che i giudizi promossi dal Tribunale di Trani e dal Tribunale di Orvieto riguardano sostanzialmente la medesima questione di legittimità costituzionale e, pertanto, possono essere riuniti; che entrambi i giudici remittenti dubitano della legittimità costituzionale dell'art. 12-bis, primo comma, della legge 1° dicembre 1970, n. 898 (Disciplina dei casi di scioglimento del matrimonio), introdotto dall'art. 16 della legge 6 marzo 1987, n. 74 (Nuove norme sulla disciplina dei casi di scioglimento del matrimonio), nella parte in cui, secondo l'orientamento giurisprudenziale assolutamente prevalente assunto come «diritto vivente», prevede il diritto del coniuge non passato a nuove nozze e titolare di assegno divorzile ad una quota del trattamento di fine rapporto percepito dall'altro coniuge solo qualora detto trattamento non sia maturato prima della proposizione della domanda introduttiva del giudizio di divorzio; che la qualificazione del suddetto orientamento giurisprudenziale come «diritto vivente» non appare arbitraria in quanto esso, come sottolineato dai remittenti e, più diffusamente dal Tribunale di Trani, non trova riscontro, come sostiene l'Avvocatura dello Stato, nella sola sentenza della Corte di cassazione n. 5553 del 1999 - che si è specificamente occupata del problema in oggetto - ma anche in altre pronunce della Corte di legittimità non in contraddizione con quella citata, nonché in una copiosa giurisprudenza di merito; che, pertanto, non può essere accolta l'eccezione dell'Avvocatura dello Stato secondo la quale, non avendo l'indirizzo ermeneutico in contestazione i predetti connotati, la questione proposta sarebbe puramente interpretativa e, per tale motivo, manifestamente inammissibile; che la separazione personale costituisce una fase del rapporto coniugale che può protrarsi nel tempo senza mai approdare allo scioglimento del matrimonio (o alla cessazione dei suoi effetti civili) ed è reversibile (v. sentenza n. 23 del 1991 e ordinanza n. 491 del 2000); che lo scioglimento del matrimonio ha, pertanto, caratteristiche ed esigenze di regolamentazione diverse da quelle che informano la disciplina dei rapporti patrimoniali tra coniugi durante la fase della separazione personale; che, d'altra parte, l'istituto di cui all'art. 12-bis della legge n. 898 del 1970 - introdotto dalla riforma del 1987 per fornire un ulteriore riconoscimento «al contributo personale ed economico dato dall'ex coniuge alla formazione del patrimonio di ciascuno e di quello comune» ad entrambi i coniugi, nell'intento di attribuire maggiore protezione al coniuge economicamente più debole (v. sentenza n. 23 del 1991) - per come è stato strutturato presuppone, per la determinazione sia dell'an che del quantum debeatur, la configurabilità del credito già al momento della percezione della indennità di fine rapporto da parte del coniuge obbligato;