[pronunce]

ORDINANZA ha pronunciato la seguentenel giudizio di legittimità costituzionale dell'art. 20 del d.P.R. 15 luglio 1988, n. 574 (Norme di attuazione dello statuto speciale per la regione Trentino-Alto Adige in materia di uso della lingua tedesca e della lingua ladina nei rapporti dei cittadini con la pubblica amministrazione e nei procedimenti giudiziari), come sostituito dall'art. 8 del decreto legislativo 29 maggio 2001, n. 283 (Norme di attuazione dello Statuto speciale della regione Trentino-Alto Adige concernenti modifiche e integrazioni al decreto del Presidente della Repubblica 15 luglio 1988, n. 574, in materia di processo penale e di processo civile, nonché in materia di sedi notarili, e in materia di redazione in doppia lingua delle etichette e degli stampati illustrativi dei farmaci), promosso con ordinanza emessa il 12 novembre 2001 dal Tribunale di Bolzano nel procedimento civile vertente tra Sabine Matzneller e Josef Niederstatter, iscritta al n. 61 del registro ordinanze 2002 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 7, prima serie speciale, dell'anno 2002. Visti gli atti di intervento della Provincia autonoma di Bolzano e del Presidente del Consiglio dei ministri; udito nella camera di consiglio del 5 giugno 2002 il Giudice relatore Gustavo Zagrebelsky. Ritenuto che con ordinanza del 12 novembre 2001 il Tribunale di Bolzano, in composizione monocratica e in funzione di giudice del lavoro, ha sollevato, in riferimento agli artt. 3, 97 e 111, secondo comma, della Costituzione e (solo in motivazione) all'art. 100, quarto comma, del d.P.R. 31 agosto 1972, n. 670 (Approvazione del testo unico delle leggi costituzionali concernenti lo statuto speciale per il Trentino-Alto Adige), questione di legittimità costituzionale dell'art. 20 del d.P.R. 15 luglio 1988, n. 574 (Norme di attuazione dello statuto speciale per la regione Trentino-Alto Adige in materia di uso della lingua tedesca e della lingua ladina nei rapporti dei cittadini con la pubblica amministrazione e nei procedimenti giudiziari), come sostituito dall'art. 8 del decreto legislativo 29 maggio 2001, n. 283 (Norme di attuazione dello Statuto speciale della regione Trentino-Alto Adige concernenti modifiche e integrazioni al decreto del Presidente della Repubblica 15 luglio 1988, n. 574, in materia di processo penale e di processo civile, nonché in materia di sedi notarili, e in materia di redazione in doppia lingua delle etichette e degli stampati illustrativi dei farmaci), «nella parte in cui non consente alle parti del processo “bilingue” di rinunciare alla stesura nelle due lingue dei verbali nonché delle sentenze e degli altri provvedimenti del giudice»; che nel giudizio di merito la ricorrente ha formulato il proprio atto introduttivo in lingua tedesca, mentre la controparte si è costituita con comparsa redatta in lingua italiana, con la conseguenza che, essendosi instaurato il processo «bilingue», a norma dell'art. 20, comma 2, del d.P.R. n. 574 del 1988, i verbali (art. 20, comma 8) e i provvedimenti del giudice, compresa la sentenza (art. 20, comma 13), devono essere redatti contestualmente nelle due lingue; che all'udienza del 5 ottobre 2001 la ricorrente ha dichiarato di rinunciare all'«uso contestuale, da parte dell'ufficio, nelle verbalizzazioni e nella stesura dei provvedimenti, compresa la sentenza, anche della lingua tedesca», acconsentendo in tal modo alla redazione dei predetti atti nella sola lingua italiana; che tuttavia, prosegue il rimettente, l'art. 20 del d.P.R. n. 574 del 1988 non riconosce alle parti di un processo «divenuto bilingue» la facoltà di rinuncia alla stesura nelle due lingue degli atti e dei verbali, nei termini anzidetti, limitandosi esso a prevedere (a) che l'attore può aderire alla [diversa] lingua scelta dalle altre parti, se ad esse comune, determinando così la prosecuzione del processo solamente in tale lingua (comma 3) e (b) che le parti possono rinunciare alla traduzione nella lingua da esse prescelta «degli atti già in precedenza formati, degli atti di parte, delle consulenze tecniche» (commi 7 e 12), nonché dei verbali delle prove testimoniali, per i quali la legge prevede la previa verbalizzazione nella lingua prescelta dal testimone e la successiva traduzione degli stessi a cura e spese dell'ufficio (comma 11); che al giudice a quo l'anzidetta disciplina appare in contrasto con i parametri costituzionali indicati in quanto, pur a fronte dell'espressa rinuncia di una delle parti, la necessità di un uso contestuale delle due lingue per i verbali e per i provvedimenti del giudice si tradurrebbe «in un inutile aggravamento della procedura, in contrasto non solo con i principi, di perlomeno indiretta rilevanza anche costituzionale, dell'economia processuale e della congruità delle forme allo scopo», ma altresì con il principio di ragionevolezza (art. 3 della Costituzione), con «l'esigenza di contenere la durata del processo entro termini ragionevoli» (art. 111, secondo comma, della Costituzione) - «a meno di non volere ritenere a priori “ragionevole” una più lunga durata del processo bilingue» -, nonché, «perlomeno per quanto riguarda la stesura dei verbali, che incombe sul personale di cancelleria», con il principio di buon andamento dell'amministrazione (art. 97 della Costituzione); che, in particolare, il rimettente ritiene irrazionale consentire alle parti di rinunciare alla traduzione dei verbali delle prove testimoniali (comma 11), o addirittura di porre in essere un atto integralmente abdicativo quale l'adesione alla lingua della controparte [comma 3, lettere a) e b)], escludendo invece la possibilità di un'analoga rinuncia rispetto a tutti gli altri verbali del processo nonché ai provvedimenti del giudice, dubitando che, anche di fronte a una espressa rinuncia della parte, «il “bilinguismo” imposto all'”ufficio” (giudice/cancelliere) nella formazione dei propri atti» risponda a un interesse pubblicistico maggiormente pregnante di quello sotteso al diritto (rinunciabile) alla traduzione degli atti di parte e dei verbali delle testimonianze; che un ulteriore profilo di contrasto con l'art. 111, secondo comma, della Costituzione, sarebbe dato, al di là del singolo procedimento, dall'«effetto aggregato» di un generale rallentamento dei processi, per l'uso delle «necessariamente limitate risorse degli uffici giudiziari» in adempimenti che appaiono superflui, non essendo tra l'altro demandabile a interpreti e traduttori la stesura di atti (verbali, sentenze e altri provvedimenti) la cui redazione contestuale nelle due lingue «fa carico a giudice e cancelliere»;