[pronunce]

c) lo svolgimento, in via esclusiva, della suddetta attività non commerciale indicata dall’art. 4 non integra l’esercizio di un’impresa e, pertanto, chi la svolge – contrariamente a quanto ritenuto dal giudice a quo – non è soggetto passivo dell’IVA ai sensi del parimenti non censurato art. 17 del d.P.R. n. 633 del 1972 e, di conseguenza, non è legittimato né a detrarre l’IVA sugli acquisti né a richiederne il rimborso all’erario; che, a fronte di tali disposizioni, la Commissione tributaria regionale avrebbe dovuto indicare le ragioni di fatto o di diritto per le quali la ULSS parte del giudizio principale deve, a suo avviso, considerarsi un soggetto passivo dell’IVA, sia pure operante in regime di esenzione dall’imposta (in forza del citato art. 10, primo comma, numero 19, del d.P.R. n. 633 del 1972), e non, invece, un soggetto escluso dall’applicazione della medesima imposta in quanto non esercente un’attività di impresa (in forza dei menzionati artt. 1, 4 e 17 dello stesso d.P.R. n. 633 del 1972); che, del resto, il rimettente avrebbe dovuto avvertire in modo particolarmente intenso l’esigenza di indicare tali ragioni, sia perché egli stesso muove dal presupposto che solo il soggetto passivo dell’IVA è legittimato a richiedere il rimborso di tale imposta, sia perché, prima del deposito dell’ordinanza di rimessione, la Corte di cassazione aveva depositato una sentenza con la quale, in una fattispecie identica a quella del giudizio principale, aveva ribadito il difetto di legittimazione della ULSS a chiedere il rimborso dell’IVA pagata in via di rivalsa sugli acquisti di beni e servizi utilizzati per la sua attività sanitaria, in quanto priva della qualità di soggetto passivo dell’imposta ed equiparabile ad un consumatore finale (sentenza n. 28177 del 2008, depositata il 26 novembre 2008); che la rilevata omissione motivazionale si risolve nella carenza di motivazione sulla rilevanza delle sollevate questioni, perché il rimettente non ha chiarito le ragioni per le quali egli debba fare applicazione della disposizione censurata in relazione all’art. 10, primo comma, numero 19, del d.P.R. n. 633 del 1972 e non, invece, del citato art. 4, comma quinto, secondo periodo, dello stesso d.P.R.; che tale motivo di manifesta inammissibilità assorbe quello derivante dal fatto che il dubbio prospettato dal rimettente, riguardante la compatibilità della denunciata norma nazionale con disposizioni di direttive comunitarie ad effetto diretto, deve essere risolto (eventualmente con l’ausilio della Corte di giustizia, in forza dell’art. 234 del Trattato CE) in via prioritaria – rispetto all’incidente di costituzionalità – dallo stesso giudice comune (ex plurimis: sentenze n. 415 e n. 102 del 2008, n. 284 del 2007; ordinanza n. 454 del 2006). Visti gli artt. 26, secondo comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87, e 9, commi 1 e 2, delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale.. . per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE dichiara la manifesta inammissibilità delle questioni di legittimità costituzionale del primo periodo del comma 2 dell’art. 19 del d.P.R. 26 ottobre 1972, n. 633 (Istituzione e disciplina dell’imposta sul valore aggiunto), quale sostituito dal comma 1 dell’art. 2 del d.lgs. 2 settembre 1997, n. 313 (Norme in materia di imposta sul valore aggiunto), sollevate, in riferimento agli artt. 3, 53, 76, 77 e 117, primo comma, della Costituzione, dalla Commissione tributaria regionale del Veneto con l’ordinanza indicata in epigrafe. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 25 gennaio 2010. F.to: Francesco AMIRANTE, Presidente Franco GALLO, Redattore Giuseppe DI PAOLA, Cancelliere Depositata in Cancelleria il 28 gennaio 2010. Il Direttore della Cancelleria F.to: DI PAOLA