[pronunce]

che è intervenuto nel giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, il quale ha concluso, anzitutto, per la declaratoria d'inammissibilità, sul rilievo che la questione di legittimità é stata proposta all'esito di un procedimento d'urgenza, definito, però, proprio con la concessione della richiesta misura cautelare in disapplicazione della norma sospettata in contrasto con i parametri costituzionali, e ciò in violazione del principio costituzionale della soggezione dei giudici alla legge e con l'invasione delle attribuzioni della Corte costituzionale; che, ancora preliminarmente in punto d'inammissibilità della questione, la difesa dello Stato obietta che il Tribunale di Napoli «ha sollevato immediatamente la questione di legittimità costituzionale a codesta Consulta, nonostante avesse potuto accertare solo in via sommaria i fatti di causa», e rileva la singolarità di ritenere causa indipendente dalla volontà dell'interessato l'essere stato sottoposto alla misura coercitiva della custodia cautelare in carcere; che, comunque, la questione sarebbe non rilevante ed infondata, poiché le caratteristiche dei lavori socialmente utili concretamente assegnati al ricorrente non consentirebbero di qualificarli in termini di lavoro subordinato; che, peraltro, non vi sarebbe la denunciata violazione dei parametri costituzionali evocati neppure se venisse in rilievo un rapporto di lavoro subordinato, collegato ma distinto da quello associativo, attesa la conformità della norma censurata alla disciplina generale del socio lavoratore di una cooperativa di produzione e lavoro. Considerato che il Tribunale di Napoli, in funzione di giudice del lavoro, dubita della legittimità costituzionale dell'art. 12, comma 3, del decreto-legge 4 settembre 1987, n. 366 (Proroga del trattamento straordinario di integrazione salariale dei lavoratori dipendenti dalla GEPI, disciplina del reimpiego di dipendenti licenziati da imprese meridionali, misure per la soppressione di capacità produttive di fonderie di ghisa e di acciaio, norme per il finanziamento di lavori socialmente utili nell'area napoletana e per la manutenzione e salvaguardia del territorio e del patrimonio artistico e monumentale della città di Palermo, nonché interventi a favore dei lavoratori dipendenti da datori di lavoro privati operanti nelle province di Sondrio e di Bolzano interessate dagli eventi alluvionali del luglio 1987), convertito in legge, con modificazioni, dalla legge 3 novembre 1987, n. 452, nella parte in cui dispone che «In ogni caso, l'assenza dal lavoro per un periodo superiore a quindici giorni anche non consecutivi, comporta l'esclusione dalla società, nonché l'impossibilità di far parte di essa o di altra cooperativa interessata ai medesimi programmi di lavoro. Tale disposizione non si applica esclusivamente in caso di assenza per motivi di salute comprovati da apposito certificato rilasciato da medico del Servizio sanitario nazionale [...]»; che, ad avviso del rimettente, la disposizione denunciata contrasterebbe con gli artt. 3, 4 e 35 Cost., escludendo che il socio lavoratore destinatario di detta norma, malgrado i caratteri in comune con il lavoratore subordinato, possa giustificare la sua assenza superiore a quindici giorni con ragioni oggettive diverse dal suo stato di salute e indipendenti dalla sua volontà e rendendo, altresì, possibile una irragionevole disparità di trattamento rispetto al socio lavoratore di qualunque altra cooperativa, che invece potrebbe farlo rimettendosi alla valutazione discrezionale del datore di lavoro; che l'eccezione d'inammissibilità proposta in via preliminare dall'Avvocatura generale dello Stato - sul presupposto che il Tribunale di Napoli, avendo adottato senza riserve il provvedimento richiesto con il ricorso ex art. 700 c.p.c. dal socio lavoratore, non avrebbe potuto chiudere il procedimento d'urgenza con l'ordinanza di rimessione della questione di legittimità della norma già disapplicata nella medesima sede cautelare - è fondata e merita accoglimento; che, infatti, in base alla ricostruzione del giudice a quo, il ricorso principale conterrebbe una domanda cautelare (di reintegra al lavoro ed iscrizione nel libro soci) ed una domanda di merito (di risarcimento danni); che rispetto alla domanda cautelare proposta ante causam, la questione di legittimità costituzionale dell'art. 12, comma 3, del decreto-legge n. 366 del 1987 è inammissibile per manifesta irrilevanza, in quanto lo stesso giudice a quo evidenzia di avere definito il procedimento cautelare con l'accoglimento dell'istanza di reintegrazione nel posto di lavoro proposta dal socio di lavoro ex art. 700 c.p.c. ; che questa Corte ha, infatti, costantemente affermato che «sono inammissibili le questioni sollevate in sede di giudizio cautelare dopo l'accoglimento della relativa istanza da parte del giudice, e ciò per l'avvenuto esaurimento di ogni sua potestà in quella sede, con conseguente irrilevanza della questione ai fini di quel procedimento» (sentenze n. 30 del 1995, n. 151 del 2009 e n. 61 del 2008); che, nel caso di specie, il giudice del lavoro di Napoli, disponendo a chiusura della fase cautelare la reintegra al lavoro del socio di cooperativa, ha esaurito la potestas iudicandi, sicché la sorte dell'ordinanza di reintegra, dopo la definizione del procedimento d'urgenza, non può dipendere dall'esito del giudizio di legittimità costituzionale; donde l'ininfluenza della sospensione ex art. 23 della legge 11 marzo 1953, n. 87 (Norme sulla costituzione e sul funzionamento della Corte costituzionale) sul processo cautelare e l'irrilevanza della questione ai fini della decisione sullo stesso; che la questione è del pari manifestamente irrilevante, in quanto prematuramente sollevata, rispetto alla domanda con cui sarebbe stato intrapreso, con il medesimo ricorso, il giudizio di merito di risarcimento danni che il Tribunale di Napoli, onde investirne immediatamente la Corte, ha sospeso in limine, senza neppure emettere il decreto di fissazione dell'udienza di discussione; che, infatti, l'inizio del processo del lavoro non può essere ricollegato, né a tutti gli effetti, né in via definitiva, alla fase dell'editio ationis (contrassegnata dal deposito del ricorso), perché si realizza solamente con il perfezionamento della vocatio in ius (integrata dalla rituale notificazione del ricorso-decreto), come risulta anche dall'interpretazione della giurisprudenza di legittimità (Corte di cassazione, sezioni unite civili, sentenza n. 20604 del 2008); che il giudice rimettente ha sollevato la questione di legittimità costituzionale dell'art. 12, comma 3, del decreto-legge n. 366 del 1987 prima di fissare l'udienza di discussione, quando il ricorrente non poteva ancora effettuare validamente la notificazione alla controparte dell'atto introduttivo del giudizio di merito (ritualmente accompagnata, secondo le regole del rito del lavoro di cui all'art. 415 c.p.c., dal pedissequo decreto di fissazione d'udienza);