[pronunce]

Secondo il ricorrente, la disposizione impugnata derogherebbe ai vigenti contratti collettivi nazionali che non prevedono siffatto obbligo generalizzato e avulso da specifiche e insopprimibili esigenze, ed, in tal modo, violerebbe l'art. 117, secondo comma, lettera l), Cost., nella materia dell'«ordinamento civile», sub specie di rapporti di diritto privato regolati contrattualmente. 1.4.- Il Presidente del Consiglio dei ministri riporta, da ultimo, l'art. 31, comma 1, lettera d), della legge regionale impugnata che prevede la promozione dell'utilizzazione dell'interporto di Jesi, con liberazione di spazi nell'area portuale di Ancona. Egli precisa che la disposizione, pur primariamente finalizzata ad incentivare l'interporto di Jesi, inciderebbe sulla destinazione ed organizzazione del porto di Ancona, al quale imporrebbe la liberazione di taluni spazi adibiti a centro di raccolta e smistamento delle merci e a retroporto, per «sviarli» verso l'interporto di Jesi. Secondo il Presidente del Consiglio, la disposizione impugnata attribuirebbe alla Regione Marche le azioni, anche amministrative, per ottenere detto «sviamento» e, di conseguenza, per incidere sulle competenze spettanti all'autorità portuale di Ancona, alla quale - ai sensi dell'art. 5 della legge dello Stato 28 gennaio 1994, n. 84 (Riordino della legislazione in materia portuale) - spetterebbe l'assunzione del piano regolatore regionale che individua la destinazione funzionale delle aree portuali. In tal modo, ad avviso del ricorrente, il citato art. 31, comma 1, lettera d), violerebbe l'art. 117, terzo comma, Cost., essendo in contrasto con i principi fondamentali sulle competenze delle autorità portuali fissati dallo Stato con la legge n. 84 del 1994, nella materia di legislazione concorrente relativa ai «porti». 2.- Con memoria depositata in data 14 febbraio 2012, si è costituita la Regione Marche, in persona del Presidente pro tempore, chiedendo che le questioni di legittimità costituzionale proposte con il suddetto ricorso siano dichiarate inammissibili o non fondate. 2.1.- In ordine alla questione di legittimità costituzionale concernente l'art. 22 della legge regionale n. 20 del 2011, la Regione Marche deduce, in primo luogo, la mancanza nell'atto introduttivo di alcuna doglianza in ordine all'art. 22, comma 2, con conseguente inammissibilità in parte qua del ricorso ovvero, in alternativa, con la necessità di delimitare la questione in riferimento esclusivamente all'art. 22, comma 1. In secondo luogo, la Regione Marche eccepisce la inammissibilità in parte qua della questione residua in relazione all'assunto contrasto con l'art. 117, secondo comma, lettera i), Cost., essendo inconferente l'indicato parametro ed essendo stata indicata nella relazione di accompagnamento alla delibera del Consiglio dei ministri la sola violazione dell'art. 117, secondo comma, lettera e), Cost. Nel merito, la Regione Marche deduce la infondatezza delle censure concernenti l'art. 22 (comma 1) della legge regionale n. 20 del 2011, che replicherebbero quelle già rivolte, con il ricorso n. 60 del 2011, all'art. 2, commi 4 e 5, della legge regionale n. 4 del 2011. In particolare, ad avviso della Regione, nessun contrasto sarebbe ravvisabile tra l'impugnato art. 22 e le disposizioni contenute negli artt. 73 e 83 del Codice dei contratti pubblici, in quanto la norma in questione sarebbe chiara nello stabilire che le stazioni appaltanti hanno la mera «possibilità» e non già l'«obbligo» - come era imposto dal testo originario dell'art. 2, comma 4, della legge regionale n. 4 del 2011 - «di prevedere una soglia minima di ammissibilità delle offerte relativamente all'elemento o agli elementi di valutazione connessi con la tutela della salute e della sicurezza nel cantiere». Il fatto che alla considerazione di tale possibilità debba essere data una priorità rispetto alla previsione di altre e diverse soglie di ammissibilità, nulla toglierebbe alla pienezza del potere di libera e incondizionata valutazione della stazione appaltante in sede di avvio delle procedure di aggiudicazione. 2.2.- In ordine alla censura concernente l'art. 26, comma 4, della legge regionale n. 20 del 2011, la Regione Marche eccepisce, in primo luogo, la inammissibilità per il carattere generico del ricorso. Al riguardo, ad avviso della stessa - benché la disposizione impugnata sia chiarissima nell'indicare che il legislatore regionale ha provveduto ad una «rideterminazione» dei fondi per il salario accessorio del personale di comparto e per la retribuzione di posizione e di risultato del personale dirigente dell'assemblea legislativa - il ricorrente avrebbe dato per scontato che si tratti di una variazione in aumento e, come tale, in grado di eludere gli effetti delle riduzioni imposte dalla legislazione statale, senza quantomeno indicare, nell'ambito della legislazione regionale previgente, il riferimento normativo atto a supportare la conclusione dell'avvenuto aumento dei fondi in questione. Nel merito, la Regione Marche deduce la infondatezza della censura concernente il citato art. 26, comma 4, in quanto con la disposizione impugnata il legislatore regionale avrebbe provveduto ad una sensibile riduzione, e non già ad un aumento, dei fondi in questione, rispetto alla precedente quantificazione contenuta nell'art. 12, comma 4, della legge Regione Marche 15 novembre 2010, n. 16 (Assestamento del bilancio 2010). A conferma di ciò, la Regione richiama la legge regionale 19 gennaio 2012, n. 1 (Modifiche alla legge regionale 31 ottobre 2011, n. 20 «Assestamento di bilancio 2011») che, modificando il testo dell'impugnato comma 4 dell'art. 26 della legge regionale n. 20 del 2011, ha aggiunto il chiarimento espresso che gli importi sono rideterminati «in riduzione rispetto all'importo stabilito dal comma 4 dell'articolo 12 della l.r. 16/ 2010». 2.3.- La Regione Marche deduce, altresì, la non fondatezza della questione di legittimità costituzionale dell'art. 27 della legge regionale n. 20 del 2011. La disposizione in questione - che aggiunge il comma 5-bis all'art. 10 della legge regionale n. 32 del 2001 - ha ad oggetto l'organizzazione dell'orario di lavoro del personale adibito alla struttura regionale di protezione civile. Tale struttura è posta, ai sensi dell'art. 9 della legge regionale n. 32 del 2001, alle dipendenze del Presidente della Giunta regionale e deve essere organizzata «in modo da garantire la piena operatività del personale, dei mezzi e delle attrezzature senza soluzione di continuità». Ad essa fanno capo tutti i servizi di protezione civile di competenza della Regione, tra i quali quelli delicati e permanenti svolti presso la Sala operativa unificata permanente (S.O.U.P.), il Centro assistenziale di pronto intervento (C.A.P.I.) e il Centro funzionale multirischi.