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Come che sia, è certo che l’approccio di normazione positiva prevale sulla lettura consuetudinaria (sia pur di rango costituzionale), se è vero che la sentenza n.1030 dell’11 febbraio 2006 del TAR del Lazio aveva rilevato l’assenza presso il Senato di uno specifico potere di autodichia per gli atti concernenti le procedure d’appalto proprio perché il regolamento generale di quest’organo al momento dell’emanazione della sentenza non contemplava una norma di tenore analogo rispetto all’articolo 12, comma 3, lettera f ), del regolamento generale della Camera. Questa è la conferma che -- quale che sia la lettura delle singole norme addotte a fondamento normativo dell’autodichia dei due rami del Parlamento -- per il contenzioso sugli atti dell’Amministrazione nei confronti dei dipendenti e dei terzi le giurisdizioni nazionali si vanno orientando verso la ricerca di una norma positiva. Il fatto che essa sia rinvenuta nei regolamenti parlamentari ancora non dice nulla sul fatto che essa debba essere posta solo dai regolamenti: anzi, il fatto che, in loro assenza, si rifluisse nelle regole ordinarie della giurisdizione esterna è illuminante sulla natura non necessitata della normazione parlamentare. La Corte di Strasburgo, con la sentenza n.14 del 2009 (d’ora innanzi, per brevità, «sentenza Savino»), è intervenuta su ambedue i corni di questo problema. Essa, da un lato, ha affrotato il problema della legalità in rapporto all’attività degli organi costituzionali (nella specie, le Camere del Parlamento); dall’altro lato, ha ascritto valore giurisdizionale agli organi parlamentari di giurisdizione interna ed alle loro pronunce, affermando che: a) la Convenzione «non obbliga gli Stati e le loro istituzioni a conformarsi ad un dato ordinamento giudiziario»; b) la Convenzione con il termine «tribunale», presente nell’articolo 6, paragrafo 1, non intende necessariamente una giurisdizione di tipo classico, integrata nelle strutture giudiziarie ordinarie del Paese; c) la scelta del «legislatore italiano di preservare l’autonomia e l’indipendenza del Parlamento riconoscendogli l’immunità dinanzi alle giurisdizioni ordinarie non potrebbe costituire di per sé una questione in contestazione dinanzi alla Corte». Il modus procedendi della citata sentenza n.14 del 2009 della Corte di Strasburgo getta un fascio di luce anche sulle gravi eccentricità del sistema di autodichia, rispetto al modello del giudice naturale precostituito per legge di cui all’articolo 25 della Costituzione. Parlando di «legislatore» la Corte europea sconfessa definitivamente la tesi secondo cui il sistema dell’autodichia si regge su consuetudini di rango costituzionale. Essa prende meramente atto dell’interpretazione data dalle giurisdizioni nazionali in ordine al rispetto del principio di legalità, invitando però a non perdere di vista il fatto che «l’autonomia normativa del Parlamento italiano persegue il fine di preservare il potere legislativo da ogni ingerenza esterna, compresa quella da parte dell’esecutivo». Viene dunque confermata l’evoluzione, già riscontrata nella più recente giurisprudenza civile della Corte di cassazione, le cui sezioni unite sono passate dal diniego di natura giurisdizionale degli organi di autodichia (si veda in questo senso la sentenza n.16267 del 19 novembre 2002) , al riconoscimento (nella sentenza n.11019 del 10 giugno 2004) che l’articolo 111, secondo comma, della Costituzione non estromette dall’area della giurisdizione l’autodichia, ma si limita ad ammetterne «alcune aree di esenzione o di delimitazione del sindacato di legittimità proprio della Cassazione». A fronte di questi due contrapposti indirizzi della Cassazione, la scelta di abbracciare la tesi della natura giurisdizionale dell’autodichia è, infatti, determinante per evitare l’inadempimento della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali (CEDU), che all’articolo 6, paragrafo 1, prescrive: «Ogni persona ha diritto a che la sua causa sia esaminata equamente, pubblicamente ed entro un termine ragionevole da un tribunale indipendente e imparziale, costituito per legge, il quale sia chiamato a pronunciarsi (...) sulle controversie sui suoi diritti e doveri di carattere civile (...)». I medesimi princìpi sono stati inoltre inseriti dalla legge costituzionale 23 novembre 1999, n.2, nell’articolo 111 della Costituzione, secondo il quale: «La giurisdizione si attua mediante il giusto processo regolato dalla legge. Ogni processo si svolge nel contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità, davanti a giudice terzo e imparziale». Nonostante la solenne affermazione di questi princìpi nella Carta costituzionale, la Corte di cassazione, nelle sentenze n.317 del 27 maggio 1999 e n.16267 del 19 novembre 2002, aveva sostenuto che le decisioni della giurisdizione domestica delle Camere non sono ricorribili per cassazione perché non di natura giurisdizionale, in quanto difettano del connotato della terzietà dell’organo che le ha disposte. Quel che è peggio è che, occupandosi del proprio regolamento che regola la propria giurisdizione domestica, la stessa Corte costituzionale aveva escluso che l’organo decidente fosse legittimato a sollevare questioni di costituzionalità innanzi alla Corte medesima, negando in tal modo la natura giurisdizionale dello stesso anche solo come giudice a quo (Corte cost. decisioni nn.1 e 2 del 2003 e nn.13 e 16 del 2004). La decisione della Corte europea dei diritti dell’uomo, separando la questione della natura giurisdizionale degli organi interni delle Camere -- che nella sentenza Savino non viene messa in dubbio -- dal problema della loro terzietà, ha così potuto affrontare il problema dell’imparzialità e dell’indipendenza di tali organi parlamentari di giurisdizione domestica. Nella specie, la Corte europea dei diritti dell’uomo ha affermato che la disciplina dei regolamenti parlamentari minori è sufficiente a garatirne la precostituzione per legge, considerato che si tratta di fonti agevolmente accessibili dagli interessati, formulate in modo da garantire la prevedibilità del comportamento delle autorità statali con piena soddisfazione dell’esigenza di una «base legale» richiesta dalla norma convenzionale. Il giudice europeo ha accolto, invece, le censure dei ricorrenti in riferimento all’assenza di indipendenza e di imparzialità degli organi giurisdizionali della Camera, tanto più in un contesto, quale quello delle democrazie contemporanee, nel quale anche l’apparenza di indipendenza del giudice riveste importanza. In particolare la Corte di Strasburgo ha dichiarato la violazione della imparzialità cosiddetta oggettiva della Sezione giurisdizionale dell’Ufficio di Presidenza, organo di appello nel contenzioso parlamentare, ritenendo che la sua composizione determinasse un’inammissibile commistione in capo agli stessi soggetti tra l’esercizio di funzioni amministrative e l’esercizio di funzioni giurisdizionali: