[pronunce]

ORDINANZA ha pronunciato la seguentenel giudizio di legittimità costituzionale dell'art. 360 del codice di procedura penale, promosso dalla Corte d'assise d'appello di Roma nel procedimento penale a carico di L.P., con ordinanza del 25 giugno 2015, iscritta al n. 245 del registro ordinanze 2015 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 47, prima serie speciale, dell'anno 2015. Visto l'atto di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri; udito nella camera di consiglio del 23 marzo 2016 il Giudice relatore Giorgio Lattanzi. Ritenuto che, con ordinanza del 25 giugno 2015 (r.o. n. 245 del 2015), la Corte d'assise d'appello di Roma ha sollevato, in riferimento agli artt. 24 e 111 della Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell'art. 360 del codice di procedura penale, «ove non prevede che le garanzie difensive approntate da detta norma riguardano le attività di individuazione e prelievo dei reperti utili per la ricerca del DNA»; che il giudice rimettente premette di essere investito del giudizio di rinvio conseguente alla sentenza della Corte di cassazione del 4 novembre 2014, che aveva annullato la sentenza della Prima Corte d'assise d'appello di Roma del 21 maggio 2013, accogliendo l'impugnazione del Procuratore generale relativa alla derubricazione in concorso anomalo, ai sensi dell'art. 116 del codice penale, dell'originaria contestazione di omicidio volontario; che, in particolare, il giudice di legittimità, nel rinviare «per nuova valutazione sul punto» il processo alla Corte d'assise d'appello, aveva ritenuto utilizzabili, diversamente dal giudice di appello, gli accertamenti tecnici «disposti dalla Procura della Repubblica per la individuazione di tracce del DNA sui prelievi che i CC, previa ispezione disposta dalla stessa Procura sui luoghi teatro del delitto, avevano effettuato il 5 novembre 2012»; che la difesa aveva «sollevato», tra l'altro, in riferimento agli artt. 3, 24 e 111 Cost., questione di legittimità costituzionale dell'art. 360 cod. proc. pen. «nella formulazione codificata dalla giurisprudenza di legittimità», che limitava l'applicazione delle garanzie difensive previste dalla predetta norma «alle sole "valutazioni di laboratorio" su tracce genetiche escludendo dalle garanzie medesime la pregressa fase, "irripetibile" di raccolta ed asportazione delle tracce genetiche»; che, in punto di rilevanza, il giudice rimettente osserva che, poiché non vi era contestazione sul fatto che l'imputato, il 5 maggio 2012, all'atto del prelievo delle tracce genetiche, rivestisse la qualità di indagato di reato anche se formalmente non ancora iscritto nel registro ex art. 335 cod. proc. pen. , l'eventuale accoglimento della questione invaliderebbe due dei principali elementi di prova sulla base dei quali il primo giudice era pervenuto all'affermazione della penale responsabilità del medesimo per l'omicidio volontario ascrittogli, vale a dire «la presenza di tracce del sangue della vittima nell'appartamento della nonna» del citato imputato (ove questi dimorava in quei giorni) e «la commistione di materiale biologico della vittima e dell'imputato sulle scale che portavano dal piano ove era collocato l'appartamento» della persona offesa «a quello ove si trovava l'appartamento della nonna»; che la distinzione operata nel processo dal giudice di legittimità tra "rilievi" ed "accertamenti", e sulla base della quale solo rispetto a questi ultimi rileverebbe il requisito dell'irripetibilità, sarebbe conforme a un consolidato orientamento giurisprudenziale; che la difesa dubita della legittimità costituzionale di tale distinzione laddove essa sia ritenuta applicabile anche ai prelievi di materiale biologico e osserva che le operazioni di asporto e raccolta di tracce di materiale genetico non potrebbero essere qualificate come mere attività esecutive, perché gli esperti incaricati di tali attività sarebbero tenuti al rispetto di severi protocolli cautelari, «quali la delimitazione dei percorsi di accesso e di camminamento, l'uso di tute "ad hoc", il cambiamento di strumenti e dotazione in corso d'opera, il filmaggio delle operazioni»; che, nella prospettazione della difesa, il diritto dell'indagato ad interloquire, tramite il suo difensore, sulla valutazione del materiale genetico raccolto dovrebbe potersi esercitare anche in relazione alla fase di asporto e prelievo delle tracce, circa il rispetto dei protocolli adottati per evitare contaminazioni e alterazioni, altrimenti verrebbero violati l'art. 3 Cost. ed inoltre il diritto di difesa e il principio del giusto processo; che il giudice rimettente ha condiviso la prospettazione della difesa, ritenendo che le attività di asporto e prelievo di tracce di materiale biologico attinenti alla ricerca del DNA non siano «omologabili» ad altre più tradizionali operazioni di repertazione; che è intervenuto in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che la questione sia dichiarata inammissibile e comunque non fondata; che secondo la difesa dello Stato la questione sarebbe inammissibile perché il giudice a quo, nel giudizio di rinvio, dovrebbe uniformarsi al principio di diritto espresso dalla Corte di cassazione, che avrebbe condiviso l'interpretazione della citata giurisprudenza, essendosi, sul punto, formato anche il giudicato interno; che inoltre l'ordinanza «adduce solo, ma non allega» le circostanze sulla base delle quali si dovrebbe ritenere rilevante la questione; che, in particolare, secondo l'Avvocatura generale dello Stato: «a) non è allegata, né riportata in ordinanza, l'imputazione, talché non è possibile cogliere gli aspetti fattuali della vicenda sostanziale, tra i quali la condotta materiale contestata all'imputato; b) non è chiarito in ordinanza per quali motivi il Giudice di primo grado ha delibato una colpevolezza diretta dell'imputato, mentre il giudice di appello, la cui decisione è stata cassata con rinvio, ha ritenuto trattarsi di concorso cd. anomalo; c) né viene chiarito in ordinanza, in quale misura l'accertamento tecnico sul D.N.A. abbia influito su tale decisione e quale, dunque, ne sia la rilevanza». Considerato che, con ordinanza del 25 giugno 2015 (r.o. n. 245 del 2015), la Corte d'assise d'appello di Roma in un giudizio di rinvio ha sollevato, in riferimento agli artt. 24 e 111 della Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell'art. 360 del codice di procedura penale, «ove non prevede che le garanzie difensive approntate da detta norma riguardano le attività di individuazione e prelievo dei reperti utili per la ricerca del DNA»;