[pronunce]

ORDINANZA ha pronunciato la seguentenel giudizio di legittimità costituzionale degli artt. 3, 8, 8-bis e 9-bis della legge 15 dicembre 1990, n. 386 (Nuova disciplina sanzionatoria degli assegni bancari), nel combinato disposto con gli artt. 1829 del codice civile, 32 e 50 del regio decreto 21 dicembre 1933, n. 1736 (Disposizioni sull'assegno bancario, sull'assegno circolare e su alcuni titoli speciali dell'Istituto di emissione, del Banco di Napoli e del Banco di Sicilia), promosso dal Giudice di pace di Acireale nel procedimento vertente tra M.L. e Poste Italiane spa, con ordinanza del 21 gennaio 2010, iscritta al n. 70 del registro ordinanze 2014 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 21, prima serie speciale, dell'anno 2014. Visto l'atto di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri; udito nella camera di consiglio del 25 febbraio 2015 il Giudice relatore Giuliano Amato. Ritenuto che, con ordinanza depositata il 21 gennaio 2010, il Giudice di pace di Acireale ha sollevato, in riferimento agli artt. 2, 3, 24, 25 e 41 della Costituzione, questione di legittimità costituzionale degli artt. 3, 8, 8-bis e 9-bis della legge 15 dicembre 1990, n. 386 (Nuova disciplina sanzionatoria degli assegni bancari), come modificati dal decreto legislativo 30 dicembre 1999, n. 507 (Depenalizzazione dei reati minori e riforma del sistema sanzionatorio, ai sensi dell'articolo 1 della legge 25 giugno 1999, n. 205), nel combinato disposto con gli artt. 1829 del codice civile, 32 e 50 del regio decreto 21 dicembre 1933, n. 1736 (Disposizioni sull'assegno bancario, sull'assegno circolare e su alcuni titoli speciali dell'Istituto di emissione, del Banco di Napoli e del Banco di Sicilia), nella parte in cui prevedono che, in caso di mancato pagamento di un assegno bancario per difetto di provvista, la banca comunichi l'avvio delle procedure di revoca dell'autorizzazione ad emettere assegni e di segnalazione alla centrale di allarme interbancaria («CAI»), anche laddove il traente abbia provveduto al pagamento del titolo di credito ed il beneficiario non abbia avviato alcuna iniziativa per il recupero del credito; che il Giudice di pace premette di essere chiamato a decidere in ordine alla domanda, proposta da un correntista della società convenuta, Poste Italiane spa, al fine di ottenere l'accertamento della responsabilità della stessa convenuta, in particolare per avere avviato le procedure di revoca dell'autorizzazione ad emettere assegni e di segnalazione presso la CAI, previste per l'emissione di assegni senza provvista, ancorché nel caso in esame l'istituto di credito fosse a conoscenza della circostanza che l'assegno postale emesso dall'attore era stato interamente pagato al beneficiario; che il rimettente, ravvisando molteplici profili di illegittimità nella condotta posta in essere dalla società convenuta, evidenzia che le disposizioni censurate - come modificate dagli artt. da 28 a 36 del d.lgs. n. 507 del 1999 - determinerebbero la violazione dell'art. 3 Cost., attesa la manifesta disparità di trattamento tra i soggetti che, emesso un titolo in assenza di provvista, non adempiono agli obblighi previsti dall'art. 3 della legge n. 386 del 1990 e non comunicano tali adempimenti all'istituto segnalante; e coloro che, emesso un titolo senza provvista, pur avendo adempiuto nel termine a tali obblighi, tuttavia non comunicano, ovvero comunicano in ritardo, gli adempimenti all'istituto di credito; che viene inoltre denunciato un ingiustificato trattamento di favore per le banche e gli altri istituti di credito, i quali, attraverso l'intimazione di ulteriori sanzioni, interverrebbero in rapporti obbligatori ai quali sono estranei, assumendo un ruolo di autorità di vigilanza che non sarebbe loro riconosciuto da alcuna norma; che il Giudice di pace ritiene che ricorra altresì la violazione dell'art. 24 Cost., per la lesione del diritto alla tutela giurisdizionale subita da coloro che hanno tentato di opporsi in un giudizio contro la descritta prassi operativa posta in essere dalle banche; che sarebbe inoltre ravvisabile la violazione dell'art. 25 Cost., in quanto l'applicazione delle disposizioni impugnate determinerebbe una carenza di tutela del cittadino e del consumatore che, di fatto, si troverebbe punito in via preventiva ed in assenza di una normativa che lo preveda; che il giudice a quo denuncia, infine, la violazione dell'art. 41 Cost., poiché la condotta posta in essere dalle banche sarebbe tale da scoraggiare l'accesso al credito e l'iniziativa economica privata; che il giudice rimettente sottopone quindi alla valutazione della Corte un principio di diritto, volto a stabilire se l'interpretazione degli artt. 3, 8, 8-bis e 9-bis della legge n. 386 del 1990, consenta di ritenere legittima la condotta della banca che, anche nell'ipotesi in cui il titolo sia stato pagato, trattenga dal conto corrente del debitore commissioni e oneri accessori ; minacci il debitore dell'avvio della segnalazione alla CAI e, in seguito, non avverta il debitore che la procedura di cui all'art. 9-bis è stata interrotta; che nel giudizio è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che la questione sia dichiarata inammissibile e comunque infondata; che la difesa statale evidenzia, in primo luogo, che il giudice a quo richiederebbe una pronuncia non già sulla compatibilità delle norme di legge censurate con i parametri costituzionali, ma sulla corretta interpretazione della predetta legge, così utilizzando impropriamente il giudizio di legittimità costituzionale, che non è volto a fornire avalli alle interpretazioni dei giudici comuni; è a questi ultimi, infatti, che spetta la scelta, tra più interpretazioni possibili, di quella conforme a Costituzione; che, in secondo luogo, l'inammissibilità della questione discenderebbe dal fatto che non viene censurata una norma, bensì una prassi applicativa, la quale porrebbe l'iniziativa per il pagamento della clausola penale, per l'emissione di assegni privi di provvista, in capo all'istituto di credito, anziché al creditore; che l'Avvocatura generale dello Stato rileva, inoltre, il difetto di motivazione in ordine alla rilevanza della questione; nel caso in esame, infatti, sarebbe possibile un'interpretazione idonea a risolvere la controversia, senza applicazione delle norme sospettate di incostituzionalità;