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Non si vede perché mai questa estensione non preveda i reati uniti dal vincolo della continuazione in quanto commessi nell'esecuzione di un medesimo disegno criminoso (articolo 81 capoverso del codice penale). Il comma 1- bis .1 prevede che i condannati per peculato, corruzione, concussione e altri delitti monosoggettivi (come la prostituzione minorile, la tratta di persone ecc.) possano ottenere i benefici anche se non hanno collaborato con la giustizia. Il problema è che i requisiti per ottenerli sono identici a quelli previsti per i non collaboranti condannati per delitti elencati nel comma 1- bis (come per es. associazione di tipo mafioso, terrorismo, ecc.) cioé i cosiddetti reati ostativi di prima fascia. Che senso ha creare due categorie di reati se poi sia i requisiti per richiederli che la procedura per valutare la concessione sono le stesse? Se uno di questi condannati vuole ottenere i benefici deve dimostrare l'adempimento delle obbligazioni conseguenti alla condanna e deve allegare elementi che consentano di escludere l'attualità di collegamenti, anche indiretti o tramite terzi, con il contesto nel quale il reato è stato commesso. Non è chiaro, per questo tipo di reati (monosoggettivi), che cosa si intenda con "contesto nel quale il reato è stato commesso" poiché manca un'associazione criminale di appartenenza. Dunque con cosa e tramite chi l'istante dovrebbe avere un collegamento? Che cosa deve allegare colui che ha commesso un reato (per es. di peculato, concussione, prostituzione minorile o tratta di persone) per dimostrare l'insussistenza dell'attualità dei collegamenti con il "contesto" in cui, tanti anni prima, è stato commesso il reato? Per non richiedere prove impossibili agli istanti e non mettere in difficoltà i giudici di sorveglianza occorre eliminare il riferimento al "contesto". Semmai si potrebbe specificare che si fa riferimento ai casi in cui i reati monosoggettivi elencati nel comma 1- bis .1 sono stati realizzati per il tramite di un'associazione a delinquere. In questo caso, e solo in questo caso, si potrebbe fare riferimento al contesto nel quale è stato commesso il reato con riferimento alla perdurante operatività dell'associazione criminale di eventuale appartenenza. Trattandosi dunque di fattispecie che non hanno nulla a che vedere con la criminalità organizzata, per questi reati la procedura più corretta sarebbe quella di creare un iter diverso nell'acquisizione di pareri e informazioni da quello dei reati di prima fascia, ma non per questo meno rigorosa. Infatti ciò che si deve accertare è che non vi sia più la pericolosità sociale del condannato ed escludere così i rischi connessi al suo reinserimento nella società. Gli elementi da acquisire dovrebbero quindi essere tali da poter definire questo tipo diverso di accertamento. In questo comma, così come nel comma 1- bis , viene poi previsto che il giudice "accerta" la sussistenza di iniziative a favore delle vittime sia nelle forme risarcitorie che in quelle della giustizia riparativa. Sarebbe opportuno puntualizzare che il giudice oltre ad accettarla ne debba tenere conto ai fini delle sue valutazioni per la concessione dei benefici. Per quanto riguarda il comma 1- bis .2 di nuova introduzione e ai problemi di coordinamento formale con il successivo comma 1- ter , si richiama ai rilievi critici effettuati in premessa. Se la volontà è quella di distinguere i reati in due fasce per creare procedure di accertamento differenti a seconda del tipo di reato commesso, allora l'unica distinzione possibile è quella di distinguere i reati monosoggettivi da quelli associativi. Pertanto si potrebbe riscrivere il comma 1- bis .1, accorpandolo con i reati monosoggettivi previsti nel comma 1- ter , come per esempio l'omicidio, la rapina o l'estorsione; si potrebbe prevedere che, per questi reati, i benefici possano essere concessi purché i condannati dimostrino l'adempimento delle obbligazioni conseguenti alla sentenza o l'assoluta impossibilità di tale adempimento e purché non vi siano elementi tali da far ritenere l'esistenza di collegamenti con la criminalità organizzata, terroristica o eversiva e sia fornita la prova dell'assenza dell'attuale pericolosità sociale del condannato e dei rischi connessi al suo reinserimento sociale. Tutto questo restituirebbe ordine all'articolo 4- bis dell'ordinamento penitenziario, che attualmente non c'è perché, nel tempo, il catalogo di reati si è infoltito e perché il lavoro parlamentare di riforma, fatto alla Camera, ha risentito delle diverse posizioni sul tema facendo poi un enorme confusione in fase di stesura del testo finale. Si badi bene alla distinzione, sottile ma di grande importanza, che c'è tra l'escludere l'attualità dei collegamenti, la cui esistenza si presume sempre nei reati associativi di tipo mafioso e l'acquisizione di elementi tali da far ritenere l'esistenza, rectius sussistenza, di collegamenti. In questo secondo caso, infatti, trattandosi di reati monosoggettivi, occorre dimostrarne l'esistenza e non l'attualità. Questa differenza è dirimente per poter costruire due procedure per due fasce di reati a seconda dei reati commessi e le conseguenti informazioni da acquisire. Il comma 2 disciplina le informazioni e i pareri che il giudice deve acquisire prima di decidere. Che senso ha richiedere, sia nei casi di reati associativi che monosoggettivi, gli stessi pareri oltre che gli stessi elementi da acquisire? Se la scelta di politica giudiziaria è quella di creare una disciplina unica per tutti i reati dell'articolo 4- bis , allora tanto valeva non dividerli in tutti questi commi. La procedura più corretta sarebbe quella di diversificare le informazioni da acquisire a seconda della categoria di reati: prima e seconda fascia. La disciplina prevista dal comma 2 dovrebbe essere riservata ai reati di cui al comma 1- bis (associativi) con i pareri del pubblico ministero presso il giudice che ha emesso la sentenza o - se si tratta di condanne per i delitti indicati all'articolo 51, commi 3- bis , 3- ter e 3- quater del codice di procedura penale - del pubblico ministero presso il tribunale del capoluogo del distretto ove è stata pronunciata la sentenza nonché del Procuratore nazionale antimafia. È importante inoltre mantenere la possibilità che la Direzione nazionale antimafia (DNA) e il Comitato nazionale per l'ordine e la sicurezza pubblica possano comunicare, anche di propria iniziativa, elementi utili circa l'attualità di collegamenti con la criminalità organizzata, terroristica o eversiva, o il pericolo di un loro ripristino. Solo in questo caso ha senso, visto l'onere di allegazione in capo al condannato per tali reati, la facoltà da parte del predetto di fornire prova contraria. Andrebbe poi creata un'altra procedura di decisione per i reati monosoggettivi, con organi diversi da cui acquisire informazioni vista la diversa tipologia di reati commessi. Sarebbe sufficiente, per escludere la pericolosità del condannato e valutare i rischi connessi al suo reinserimento sociale, che il magistrato di sorveglianza o il tribunale di sorveglianza acquisisca una relazione dal direttore dell'istituto penitenziario dove il condannato è detenuto e acquisisca dettagliate informazioni dal questore.