[pronunce]

La maggiore severità, rispetto all'ordinario, della valutazione della volontà colpevole si giustificherebbe peraltro agevolmente – ad avviso dell'Avvocatura – con la particolare rilevanza del bene tutelato dalla norma, ricollegabile alla previsione di protezione dell'infanzia e della gioventù da parte della Repubblica, di cui all'art. 22 (recte: 31, secondo comma) Cost. Né avrebbe pregio l'assunto del giudice a quo, secondo cui l'esigenza di tutela in parola potrebbe essere soddisfatta senza sacrificare il principio di colpevolezza: giacché, per un verso, il principio di colpevolezza non verrebbe nella specie sacrificato, ma, semmai, solo attenuato; e, per un altro verso, il legislatore ben potrebbe, in ogni caso, sacrificare – «per fondate ragioni» – un determinato valore costituzionale a vantaggio di altro valore di pari rango: prospettiva nella quale la notazione del giudice a quo si risolverebbe non in una censura di costituzionalità, ma in una mera critica all'apprezzamento discrezionale del legislatore. Neppure, da ultimo, coglierebbe nel segno l'argomentazione con la quale il rimettente tenta di corroborare il proprio assunto: e, cioè, che la legge n. 269 del 1998, contro lo sfruttamento della prostituzione, della pornografia e del turismo sessuale in danno dei minori, non reca alcuna norma omologa a quella denunciata. I reati in materia di pedofilia, introdotti da tale legge, realizzerebbero, infatti, una tutela anticipata della libertà sessuale dei minori, punendo comportamenti diversi e «prodromici» rispetto a quelli incriminati dagli artt. 609-bis, 609-ter, 609-quater e 609-octies cod. pen.: onde sarebbe comprensibile che, rispetto a lesioni «meno immediate» del suddetto valore, i profili attinenti all'elemento psicologico del reato vengano regolati dal legislatore in modo meno severo (ancorché, poi, i fatti – per il particolare allarme sociale e la riprovazione che destano – siano puniti, a volte, con pena edittale più elevata). 3. – Si è costituito, altresì, T. P., imputato nel giudizio a quo, il quale – riportandosi integralmente alla memoria difensiva con la quale era stata sollevata l'eccezione di legittimità costituzionale recepita dal giudice rimettente – ha concluso per l'accoglimento della questione. Nella predetta memoria, riprodotta nell'atto di costituzione, la difesa della parte privata aveva preliminarmente evidenziato, in punto di rilevanza, gli elementi di fatto – in assunto univoci – dai quali si desumerebbe che l'imputato, a seguito di induzione in errore ad opera della stessa persona offesa, aveva ritenuto di compiere atti sessuali con soggetto ultraquattordicenne consenziente, nella certezza che il fatto fosse penalmente irrilevante. Su tale premessa, la difesa aveva quindi prospettato la possibilità di interpretare la previsione di inescusabilità, contenuta nell'art. 609-sexies cod. pen. , come riferita – conformemente al suo tenore testuale – esclusivamente alla mera ignoranza dell'età dell'offeso, e non pure all'errore (il quale rimarrebbe pertanto regolato dalla norma generale dell'art. 47 cod. pen. ): soluzione che rifletterebbe l'asserita maggiore «riprovevolezza» dell'ignoranza rispetto all'errore, in quanto indice – diversamente da questo – «di assoluta indifferenza verso i valori tutelati dall'ordinamento». Nel caso di mancata adesione a tale tesi, la difesa aveva rilevato come le decisioni di questa Corte, che avevano respinto le questioni di costituzionalità relative al previgente art. 539 cod. pen. , dovessero considerarsi superate alla luce del successivo mutamento della giurisprudenza costituzionale, avutosi con la sentenza n. 364 del 1988. Quest'ultima ha infatti affermato che l'art. 27, primo comma, Cost. non si limita a sancire il divieto della responsabilità per fatto altrui, ma attribuisce dignità costituzionale al principio di colpevolezza, intesa come «rimproverabilità» dell'autore del fatto: «rimproverabilità» che presuppone che tutti gli elementi significativi della fattispecie tipica siano coperti quantomeno dalla colpa. Tale condizione dovrebbe ritenersi, quindi, senz'altro richiesta in rapporto all'età della vittima del reato di atti sessuali con minorenne, trattandosi di elemento che – lungi dal restare estraneo all'offesa – concentra «l'intera dimensione lesiva del fatto», determinando la punibilità di una condotta altrimenti lecita. Né, d'altro canto, sarebbe consentito al legislatore privilegiare – rispetto a «dogmi di rango costituzionale», quale appunto il principio di colpevolezza – «impulsi di politica criminale», collegati alla pur accentuata riprovazione sociale del fenomeno della pedofilia.1. – Il Giudice dell'udienza preliminare del Tribunale di Modena dubita, in riferimento all'art. 27, primo e terzo comma, della Costituzione, della legittimità costituzionale dell'art. 609-sexies del codice penale – inserito dall'art. 7 della legge 15 febbraio 1996, n. 66 (Norme contro la violenza sessuale) – il quale stabilisce che «quando i delitti previsti negli articoli 609-bis, 609-ter, 609-quater e 609-octies sono commessi in danno di persona minore degli anni quattordici, nonché nel caso del delitto di cui all'articolo 609-quinquies, il colpevole non può invocare, a propria scusa, l'ignoranza dell'età della persona offesa». Il rimettente rileva come la norma denunciata introduca – in deroga ai principi generali in materia di dolo – una sorta di presunzione iuris et de iure di conoscenza dell'età della persona offesa da parte dell'agente, impedendo conseguentemente a quest'ultimo di provare l'incolpevole ignoranza di detta età o l'erroneo convincimento di una età superiore. Tale presunzione si porrebbe in irrimediabile contrasto con il principio di personalità della responsabilità penale, sancito dall'art. 27, primo comma, Cost. Quest'ultimo – secondo quanto chiarito dalle sentenze n. 364 e n. 1085 del 1988 di questa Corte – non si limita a vietare la responsabilità per fatto altrui, ma esige, altresì, un collegamento psichico – almeno nella forma della colpa – tra l'agente e il «nucleo significativo o fondante della fattispecie», nel quale si risolve il disvalore del fatto incriminato, giustificando così la funzione rieducativa della pena che ne consegue. Con riguardo ai reati che offendono la libertà sessuale dei minori – e segnatamente a quello di cui all'art. 609-quater cod. pen. , oggetto del giudizio a quo, che punisce il compimento di atti sessuali con un minore degli anni quattordici – sarebbe di conseguenza indubbio che, ai fini del rispetto del parametro costituzionale evocato, l'età della persona offesa debba risultare riferibile soggettivamente all'autore del fatto, «quanto meno sotto il profilo della rappresentazione»: trattandosi di elemento che incentra il disvalore dell'incriminazione, segnando il confine tra i fatti delittuosi e i rapporti sessuali leciti tra soggetti consenzienti.