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Si tratta di una crisi che viene da lontano, che abbiamo e che ho seguito da Ministro. Persino al tempo in cui c'era il gruppo «amici della Siria», partecipando a due riunioni, mi sono detta che, se quelli erano gli amici della Siria, era inutile cercare nemici, perché stavano esattamente nella stessa stanza. Sulla questione degli armamenti, su cui è già intervenuto un altro collega, sarebbe utile capire se abbiamo interrotto le commesse in corso o se stiamo solo pensando di interrompere le prossime: sarebbe, oltretutto, un dato di chiarezza. Vorrei aggiungere due osservazioni a quanto affermato dal collega Casini. Gli Stati e i Governi europei in questa crisi, come in altre peraltro, sono stati spettatori simpatici o antipatici, ma comunque brontolanti, quando la Turchia ha iniziato l'operazione, dopo un via libera evidente di Trump, che però oggi ci ha ripensato e singolarmente, senza averlo concordato con nessuno, ha dichiarato sanzioni alla Siria e non so cos'altro ancora. Siamo stati osservatori mugugnanti, perché ci mancano forse la volontà politica, ma certamente gli strumenti di una politica estera e di difesa comune. Abbiamo quindi osservato. Abbiamo osservato un pochino più positivamente il blitz contro Al-Baghdadi, con grande spolvero: tuttavia, mugugnanti o gaudenti, sempre osservatori siamo, ed è questo il tema che va affrontato nell'immediato. Anche perché i signori curdi cacciati dalle loro terre, secondo voi, dove vanno? Certo, nell'urgenza andranno nelle terre controllate di Assad, ma non è lì il loro futuro, non è pensabile ovviamente. Ci stiamo quindi preparando o, quando cominceranno ad arrivare da noi, faremo finta di non averci pensato? Non sto parlando dei foreign fighters o dei fighters , di cui ha parlato il collega Romani nel suo intervento, che condivido. Chi li custodisce più questi 6.000 o 10.000 fighters jihadisti in terra turco-siriana? Non so più dove vadano a raggrupparsi, ma è chiaro che l'uccisione di Al-Baghadi forse ha messo fine all'illusione dello Stato islamico, ma non al jihadismo, al terrorismo e alle loro radici, che sono sunnite, tanto per essere chiari (tutto il mondo sunnita è spaccato in varie milizie, con alleanze molto instabili, perché non si sa mai bene con chi siano alleati). Penso pure che questa crisi rischi di travolgere il Libano, che, già di suo, come sa, ospita più di un milione di rifugiati e la cui crisi, a seguito delle recenti dimissioni del Governo Hariri, rischia veramente di esplodere. In conclusione, se poi veniamo più vicini a noi, sulla Libia mi arrendo, perché ne abbiamo viste di ogni genere, colgo l'occasione per dirle che, in ogni caso, pensare - come mi pare stiate facendo - di continuare la politica di Salvini senza di lui, con il blocco delle ONG, non è una grande idea, né segna una grande discontinuità. (Applausi dei senatori De Falco e Nugnes). Alcuni passi si possono fare: l'Italia cerchi di rientrare in quel gruppo. Abbiamo sempre la tendenza a star fuori, come con l'Iran, per qualche oscuro motivo, ma la politica estera non è così: bisogna stare con la schiena dritta. Quando una casa brucia, intanto bisogna spegnere l'incendio: vediamo almeno se ci si riesce, ma le conseguenze sono gravi; prepariamoci a un esodo di rifugiati, non dobbiamo scoprirlo quando arriveranno. Prepariamoci anche a capire chi custodisce adesso i jihadisti che erano sotto custodia curda. Chi sta facendo questo lavoro? Chi lo deve fare? La comunità internazionale, comunque venga chiamata, neanche questo riesce a fare? Spostandoci verso aree più vicine a noi, tutto il Mediterraneo è in fiamme ed è difficile, se non quasi impossibile, trovare un processo politico per una Nazione se le altre non sono coinvolte, perché le potenze regionali oltre a noi contano. Il succo fondamentale è che se gli Stati europei continuano a fare gli spettatori, più o meno mugugnanti, e a dare magari lezioni di diritti umani o di non so cosa, saremo irrilevanti, come già siamo adesso. Non credo che ci sia una soluzione italiana a questo dramma, quindi non le addebito niente: certo però dovremmo fare quello che ci spetta; cerchiamo, ad esempio, di non dimenticare la Libia, perché di questi tempi l'emergenza è la Siria. Non è così: se dilagherà - perché queste cose sono contagiose - evidentemente ne subiremo tutte le conseguenze, come ci tocca da spettatori. (Applausi dal Gruppo Misto e del senatore Casini ) . PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Comincini. Ne ha facoltà. COMINCINI (IV-PSI) . Signor Presidente, signor Ministro, onorevoli membri del Governo, colleghi senatori, la discussione che ci apprestiamo ad affrontare oggi tocca temi e questioni che solo apparentemente possono sembrare distanti dal nostro Paese e che, invece, sono estremamente prossimi all'Italia per vicinanza geografica e politica. Abbiamo allora abbiamo il dovere di dirlo con forza, prima di ogni altra cosa: siamo con il popolo curdo (Applausi dal Gruppo IV-PSI e della senatrice Nugnes) , con le sue donne e i suoi uomini, che hanno resistito, a costo del sacrificio della propria vita, all'avanzata di Daesh, di quell'ISIS di cui, solo a pronunciarne il nome, l'Occidente intero si spaventa. È un popolo, quello curdo, che ha difeso Kobane e riconquistato la città di Raqqa, capitale siriana di Daesh, con il sacrificio di tanti uomini e con il coraggio di tante donne, diventate simbolo di quella straordinaria e valorosa battaglia. Anche dal punto di vista del messaggio culturale, attraverso la valorizzazione del ruolo delle donne, conseguenza di una società matriarcale, i curdi hanno saputo segnare il campo in una regione non certo nota per questo genere di attenzioni. Si tratta di una prossimità, dunque, che ci obbliga a intervenire con tutti gli strumenti di cui dispongono le istituzioni che ciascuno di noi qui oggi rappresenta. La pace in Siria, la stabilità geopolitica di quell'area e la vita delle persone che la popolano devono restare per noi tutti una priorità e un obiettivo da perseguire, innanzitutto chiedendo all'Europa un impegno concreto e uno sforzo maggiore nell'assumersi la responsabilità di farsi carico di politiche di pace, in un'area dove guerra e violenza stanno portando ulteriori distruzione, morte e dolore, che si aggiungono alle condizioni drammatiche frutto del conflitto contro Daesh. In questo contesto, l'Italia ha l'obbligo di giocare, soprattutto in Europa, un ruolo fondamentale, affinché si ribadisca con più coraggio la necessità di una politica estera comune europea, che faccia sentire nel quadro internazionale tutto il peso delle proprie scelte. Oggi l'Europa appare ancora troppo debole e incapace di rappresentare un soggetto unico e, in quanto tale, determinante. È assente nel ruolo di mediatore che invece dovrebbe giocare. L'Italia, anche per questo e alla luce del peso che ha, ha il dovere di fare la sua parte.