[pronunce]

Il giudice a quo si sarebbe, inoltre, limitato ad evocare i principi costituzionali che assume violati dalla norma censurata, senza fornire alcuna motivazione al riguardo. Sotto diverso profilo, l'individuazione della norma censurata risulterebbe «del tutto errata», posto che, secondo la stessa prospettazione del giudice a quo, l'art. 671 cod. proc. pen. regola una ipotesi - l'applicazione in sede esecutiva della disciplina del concorso formale e del reato continuato - affatto diversa da quella di cui si discute nel procedimento principale. Da ultimo, il rimettente avrebbe invocato una pronuncia additiva che implica una soluzione non costituzionalmente obbligata. Le questioni sollevate mirano, infatti, ad introdurre una disciplina del reato permanente nella fase esecutiva: materia che rientrerebbe nella discrezionalità esclusiva del legislatore, con la conseguenza che l'intervento auspicato eccederebbe i poteri della Corte costituzionale.1.- Il Tribunale ordinario di Chieti, sezione distaccata di Ortona, dubita della legittimità costituzionale dell'art. 671 del codice di procedura penale, «nella parte in cui non prevede, in caso di pluralità di condanne intervenute per il medesimo reato permanente in relazione a distinte frazioni della condotta, il potere del [giudice dell'esecuzione] di rideterminare una pena unica, in applicazione degli artt. 132 e 133 c.p., che tenga conto dell'intero fatto storico accertato nelle plurime sentenze irrevocabili, e di assumere le determinazioni conseguenti in tema di concessione o revoca della sospensione condizionale, ai sensi degli artt. 163 e 164 c.p.». Ad avviso del rimettente, la norma censurata violerebbe gli artt. 3 e 24 della Costituzione, lasciando privo di tutela giurisdizionale l'interesse del reo ad una valutazione unitaria delle condotte oggetto delle plurime sentenze di condanna, la quale, da un lato, eviti il cumulo delle pene irrogate in relazione a un unico reato e, dall'altro, commisuri la sanzione all'effettiva e complessiva offesa arrecata con tutte le condotte oggetto dei singoli giudizi. La pluralità di condanne per distinte frazioni del medesimo reato permanente - suscettibile di determinare anche la revoca della sospensione condizionale della pena eventualmente concessa con le prime di esse - deriverebbe, infatti, da circostanze occasionali e indipendenti dalle scelte del reo. In assenza del potere del giudice dell'esecuzione di rideterminare unitariamente la pena e di rivalutare la sussistenza dei presupposti per la fruizione della sospensione condizionale, il condannato si troverebbe quindi sottoposto ad un trattamento sanzionatorio irrazionale, deteriore anche rispetto a quello previsto dallo stesso art. 671 cod. proc. pen. per le ipotesi - non meno gravi - del soggetto giudicato in modo separato per plurimi reati avvinti dal concorso formale o dalla continuazione. 2.- Il Presidente del Consiglio dei ministri ha eccepito l'inammissibilità delle questioni sotto plurimi profili. Nessuna delle eccezioni è, tuttavia, fondata. Contrariamente a quanto assume l'Avvocatura generale dello Stato, il giudice a quo ha descritto in modo adeguato la vicenda concreta sottoposta al suo esame, riferendo che il soggetto istante nel giudizio principale ha riportato tre sentenze definitive di condanna per fatti suscettibili di essere configurati come porzioni di un unico reato permanente: donde la rilevanza della invocata declaratoria di illegittimità costituzionale. L'Avvocatura generale dello Stato eccepisce, in secondo luogo, il difetto di rilevanza delle questioni, nella parte in cui mirano ad attribuire al giudice dell'esecuzione il potere di assumere determinazioni in ordine alla concessione o alla revoca della sospensione condizionale della pena, posto che, nel caso di specie - per affermazione dello stesso rimettente - il condannato istante non ha fruito di alcun beneficio, in quanto gravato da precedenti penali ostativi. A prescindere da ogni altro possibile rilievo, va tuttavia osservato che, se il giudice dell'esecuzione venisse abilitato da questa Corte a rideterminare la pena del reato permanente, in conformità a quanto richiesto anzitutto dal rimettente, il potere di provvedere sulla sospensione condizionale discenderebbe automaticamente dall'innesto della pronuncia additiva sul tessuto dell'art. 671 cod. proc. pen. , che al comma 3 prevede tale potere: prospettiva nella quale la porzione del petitum considerata si presenta, non già inammissibile per difetto di rilevanza nel caso concreto, quanto piuttosto superflua, perché volta ad esplicitare un effetto comunque sia conseguente all'accoglimento della richiesta primaria del giudice a quo. Insussistente si rivela, altresì, l'eccepito difetto di motivazione sulla non manifesta infondatezza. Il rimettente ha denunciato, in effetti, cumulativamente la violazione degli artt. 3 e 24 Cost., senza svolgere argomentazioni distinte a sostegno della denuncia in rapporto a ciascuno dei due parametri. Peraltro, dalla motivazione dell'ordinanza di rimessione risultano agevolmente ricavabili le ragioni dei vulnera costituzionali ventilati. Quanto all'art. 3 Cost., il rimettente ha posto in evidenza, per un verso, come il (presunto) cumulo delle pene conseguente alle plurime condanne per il medesimo reato permanente, dipendente da fattori puramente causali, porrebbe il condannato in posizione irragionevolmente deteriore rispetto a quella dell'autore di un identico fatto giudicato unitariamente; per altro verso, come il trattamento riservato alla fattispecie in esame risulti meno favorevole anche rispetto a quello dell'autore di più reati avvinti dal concorso formale o dalla continuazione, il quale può fruire, comunque sia, di un cumulo giuridico (anziché materiale) delle pene, in forza della norma denunciata. Quanto all'art. 24 Cost., la sua violazione risulta collegata dal giudice a quo al «vuoto di tutela giurisdizionale» dell'interesse del condannato ad ottenere una valutazione unitaria delle condotte oggetto delle plurime sentenze di condanna. L'Avvocatura generale dello Stato eccepisce, ancora, l'errata individuazione della norma censurata (aberratio ictus), posto che - secondo la stessa prospettazione del giudice a quo - l'art. 671 cod. proc. pen. regola ipotesi (il concorso formale di reati e la continuazione) diverse da quella oggetto del giudizio principale. Il rimettente giustifica, tuttavia, la "scelta" della norma attinta con il rilievo che - pur trattandosi, a suo avviso, di disposizione non applicabile al caso in questione - essa risponde «alla medesima ratio della pronuncia additiva invocata». E, in effetti, la disciplina recata dall'art. 671 cod. proc. pen. è certamente la "più prossima", per obiettivi e struttura, a quella che il rimettente reputa costituzionalmente necessario introdurre rispetto al reato permanente, mirando anch'essa ad una rideterminazione unitaria della pena allorché contingenti vicende processuali abbiano impedito di applicare gli istituti del concorso formale e del reato continuato in sede cognitiva: il che giustifica la sua sottoposizione a scrutinio sotto il profilo considerato (per analoga fattispecie, sentenza n. 113 del 2011).