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Alla luce di queste ultime considerazioni appare opportuno ripristinare anzitutto idealmente il testo di legge in vigore prima delle recenti manipolazioni e con riferimento ad esso apportare le necessarie modifiche, in sostanza conservando di quegli interventi solo gli aggiornamenti terminologici e ordinamentali, come doveva essere. Ciò fatto, si intende non perdere l'occasione per effettuare anche quegli interventi dei quali nel tempo trascorso si sia manifestata l'utilità come è mostrato nel seguito, all'interno della rassegna del nuovo testo. Passando, dunque, a un'analisi puntuale dell'articolato, l'articolo 1 si coordina con il successivo articolo 6, lettera b) , modificando l'articolo 45 del codice civile, ai fini del riconoscimento del fatto che il minore, affidato a entrambi i genitori, è corretto che sia domiciliato (da domus) presso entrambi, ovvero che si senta «a casa» sia presso la madre che presso il padre. In effetti si tratta di una precisazione che avrebbe dovuto essere ultronea, se nell'applicazione il messaggio della legge n. 54 del 2006 fosse stato correttamente inteso e se ne fossero rispettate le prescrizioni: difatti nell'affidamento condiviso vero il figlio frequenta equilibratamente i due genitori e «vive» con entrambi. L'articolo 2 fornisce la necessaria definizione della responsabilità genitoriale, altrimenti priva degli aspetti che, ad esempio, consentono ai genitori di adottare misure correttive nei confronti dei figli; elimina l'inverosimile obbligo per la coppia che si forma di concordare la residenza abituale dei figli, proiettandosi verso il futuro. L'articolo 3 introduce l'articolo 316- ter che incrementa la tutela delle madri non coniugate, affermando che ad esse spetta dal padre un contributo alle spese di parto, nonché un mantenimento personale per i primi tre mesi dopo di esso, ove non in grado di provvedervi. La tutela è estesa anche ai casi di morte del nascituro. La ratio della disposizione -- che non contraddice l'attuale (e discutibile) assenza di obblighi interni a coppie non coniugate -- è da cercare nello stretto legame della madre con il figlio che sta nascendo o è appena nato, per cui va intesa essenzialmente come compresa tra i doveri del padre nei confronti del figlio. Con l'articolo 4 viene abrogato l'articolo 317- bis così come riformulato dal decreto legislativo n. 154 del 2013, e il rapporto del minore con gli ascendenti -- e i parenti, dimenticati dal decreto -- è ora tutelato dall'articolo 337- ter , primo comma. L'articolo 5 elimina dall'articolo 336- bis la possibilità che il giudice neghi di fatto il diritto di parola al minore, sulla base di una sua opinabile e anticipata valutazione dell'irrilevanza di ciò che volesse dirgli. La lettera a) dell'articolo 6 intende mettere fine alla non circoscritta tendenza, sopra accennata, a concedere l'affidamento condiviso svuotandolo al contempo dei suoi essenziali requisiti, come il diritto del minore ad un rapporto effettivamente equilibrato con entrambi i genitori, in modo che ciascuno di essi si impegni quanto l'altro nel fornirgli «cura» oltre che educazione e istruzione: condizioni che evidentemente non si realizzano se il figlio trascorre con uno di essi poco più di due fine-settimana al mese, o se in sentenza si omette di stabilire per entrambi equivalenti compiti di accudimento. E si faccia ben attenzione: si tratta di una pariteticità che non è affermata per i tempi, fiscalmente e rigidamente (sarebbe del resto assurdo pretendere lo stesso numero di pernottamenti avendo il doppio dei pomeriggi, e viceversa), ma invoca pari responsabilità e paritetica assunzione di concreti doveri. L'attenuazione «per quanto possibile» va intesa, ovviamente, come dovuta alla necessità di considerare quei casi in cui condizioni di salute, allattamento o particolari impegni lavorativi dei genitori rendano materialmente impossibile una gestione paritaria; ma ciò non toglie che ovunque realizzabile questa debba essere assicurata al figlio. Inoltre, si è inteso dare maggiore evidenza e più corretta collocazione al riferimento all'«interesse del minore». In realtà tutta la legge n. 54 del 2006 è mirata alla tutela di tale interesse; anzi, in un modo talmente pregnante da elevarne i contenuti principali a diritto. Il malvezzo interpretativo, che come visto ne è seguito, ha inteso legittimare la negazione di tali diritti, al di fuori delle previsioni dell'articolo allora numerato come 155- bis , in nome del suo «interesse», valutato dal giudice con potere discrezionale assoluto. Adesso il riferimento all'interesse del minore si colloca al primo comma, dove del resto stava prima della riforma del 2006, eliminando l'ambiguità derivante dalla collocazione al secondo comma. Viene, inoltre, risolto, come sopra accennato, il problema di come far valere il diritto dei minori ad avere contatti con i due ambiti parentali completi. La proposta si preoccupa di renderlo effettivo, ovviando al problema di una lettura dell'articolato che sembrava voler riservare ai minori la possibilità di tutelare tale rapporto a condizione di essere essi stessi ad attivarsi; cosa a dir poco problematica, visto che manca loro la capacità di agire, nonché le risorse economiche per farlo. Allo stesso modo pone rimedio all'infelice formulazione attuale dell'articolo 317- bis , che concede solo agli ascendenti la facoltà di attivarsi, oltre tutto rivolgendosi al giudice di una opinabile «residenza abituale» e facendo riferimento all'articolo 336 del codice civile e al tribunale per i minorenni, il che conferisce maggiore pesantezza alle loro iniziative. La lettera b) sostituisce interamente il secondo comma dell'articolo 155 del codice civile. I primi due periodi del comma così novellato esprimono più efficacemente la priorità dell'opzione bigenitoriale, quale mantenimento il più possibile inalterato delle condizioni antecedenti la separazione, e rende più evidenti e inderogabili i limitati ambiti di applicazione dell'affidamento esclusivo (articolo 337- quater) . Ciò avviene anche attraverso l'eliminazione del generico riferimento all'interesse del minore, del tutto fuori posto -- come già detto -- e fuorviante laddove una norma direttamente prescrittiva si propone di assicurare al figlio l'affidamento ad entrambi i genitori, visto come aspetto prioritario della realizzazione del suo diritto e del suo interesse («Per realizzare la finalità di cui al primo comma ...»). La modifica -- o meglio, il ripristino sul punto della vecchia formulazione del codice civile -- assume particolare rilievo, tanto da apparire indispensabile, ove si osservi che tale illogica collocazione dell'interesse del minore costituisce attualmente in giurisprudenza la prevalente giustificazione formale della non applicazione dell'affidamento condiviso a favore dell'esclusivo: ossia della mancata attuazione della riforma.