[pronunce]

che, dunque -- a differenza di quanto aveva stabilito a suo tempo l'art. 41, primo comma, della legge 24 novembre 1981, n. 689, per le ipotesi di depenalizzazione ivi previste, condizionando la trasmissione degli atti all'autorità amministrativa al fatto che il giudice stesso non dovesse pronunciare decreto di archiviazione o sentenza di proscioglimento -- il legislatore delegato del 1999 ha escluso che in capo al giudice dei processi pendenti rimanga il potere-dovere di valutare la condotta contestata sotto il profilo della sua sussistenza e della sua corrispondenza alla fattispecie della norma incriminatrice, sia pure al solo fine di una eventuale sentenza di proscioglimento nel merito; che, pertanto, il giudice a quo non è più chiamato ad applicare la norma che prevede la condotta costituente illecito, un tempo penale e ora amministrativo, ma semplicemente a verificare che la violazione contestata non è prevista come reato ed è quindi sottratta alla giurisdizione del giudice penale, e a trasmettere gli atti (salvo che il reato risultasse già estinto alla data di entrata in vigore del d.lgs. n. 507 del 1999) alla competente autorità amministrativa, alla quale soltanto spetta, ora, fare applicazione della norma che prevede l'illecito e stabilisce la sanzione: onde anche le eventuali questioni di legittimità costituzionale di tale norma, o di norme che ne condizionano l'applicazione, potranno essere rilevanti solo nei giudizi instaurati davanti al giudice civile a seguito della eventuale applicazione della sanzione amministrativa; che la determinazione di trasmettere gli atti all'autorità amministrativa non costituisce a sua volta applicazione, nemmeno parziale, della norma (gia) incriminatrice, ma solo applicazione vincolata (e per questo assoggettata ad un breve termine: art. 102, comma 1, cit. ) della statuizione legislativa che ha abrogato detta norma incriminatrice, sostituendola con la previsione dell'illecito amministrativo e della relativa sanzione; che la questione è dunque manifestamente inammissibile per difetto di rilevanza. Visti gli artt. 26, secondo comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87, e 9, secondo comma, delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale.. . per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE Dichiara la manifesta inammissibilità della questione di legittimità costituzionale dell'art. 1, primo e terzo comma, del regio decreto-legge 27 novembre 1933, n. 1578 (Ordinamento delle professioni di avvocato e procuratore), convertito dalla legge 22 gennaio 1934, n. 36, sollevata, in riferimento agli articoli 33, quinto comma, e 3 della Costituzione, dal Pretore di Venezia con l'ordinanza in epigrafe. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 3 dicembre 2001. Il Presidente: Ruperto Il redattore: Onida Il cancelliere: Di Paola Depositata in cancelleria il 21 dicembre 2001. Il direttore della cancelleria: Di Paola