[pronunce]

che il rilievo varrebbe a maggior ragione ove si discuta di attenuanti ad effetto speciale, quale quella dell'art. 73, comma 5, del d.P.R. n. 309 del 1990, rispetto alle quali lo stesso legislatore ha ritenuto, con valutazione generale ed astratta, particolarmente lieve la lesività del fatto, al punto di prevedere un pena di gran lunga più mite di quella comminata per il reato non attenuato; che il divieto di prevalenza delle attenuanti ad effetto speciale sulla recidiva reiterata comporterebbe altresì – con particolare riguardo all'attenuante anzidetta – una violazione del principio di proporzionalità della pena inflitta al fatto commesso, costituente «corollario» del principio di offensività del reato (desumibile dall'art. 25, secondo comma, Cost.) e del principio di ragionevolezza della pena (art. 3 Cost.); che il limite alla discrezionalità del giudice nella determinazione della pena, derivante dal divieto censurato, non è connesso, infatti, al grado e all'intensità dell'offesa che il fatto arreca al bene protetto, ma alle precedenti condanne che rendono configurabile la recidiva reiterata: donde il pericolo che venga punita prevalentemente la «colpevolezza per la condotta di vita» tenuta dal soggetto nel tempo che ha preceduto la commissione del reato; così da «riesumare», in sostanza, «la figura del tipo di autore»; che, con ordinanza emessa il 18 aprile 2007 (r.o. n. 656 del 2007), il Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Torino ha sollevato, in riferimento agli artt. 3, 25, secondo comma, 27, terzo comma, e 117, primo comma, Cost., questione di legittimità costituzionale dell'art. 69, quarto comma, cod. pen. , come modificato dall'art. 3 della legge n. 251 del 2005, nella parte in cui prevede il divieto della prevalenza della circostanza attenuante di cui all'art. 73, comma 5, del d.P.R. n. 309 del 1990 sulla circostanza aggravante della recidiva reiterata; che il giudice a quo premette di essere chiamato a giudicare, con rito abbreviato, una persona imputata, tra l'altro, del reato di cessione e detenzione illecite di sostanza stupefacente, con l'aggravante della recidiva reiterata; fatto commesso in concorso con altro soggetto, che aveva definito separatamente il procedimento a suo carico con “patteggiamento”; che – rilevato come il fatto oggetto di giudizio, per la modesta quantità dello stupefacente detenuto, debba qualificarsi di lieve entità ai fini dell'applicazione dell'attenuante di cui all'art. 73, comma 5, del d.P.R. n. 309 del 1990 – il rimettente deduce che, per effetto del divieto sancito dalla norma impugnata, dovrebbe essere irrogata all'imputato, solo perché recidivo reiterato, una pena di gran lunga più severa di quella inflitta al concorrente nel medesimo fatto, già separatamente giudicato: quest'ultimo, in quanto incensurato, aveva potuto fruire della diminuzione di pena prevista dal citato art. 73, comma 5; che, ad avviso del giudice a quo, la nuova formulazione dell'art. 69, quarto comma, cod. pen. si porrebbe in contrasto con i principi di offensività e materialità del reato, nonché di proporzionalità e ragionevolezza della pena, desumibili dagli artt. 3, 25, secondo comma, e 27, terzo comma, Cost.; che – introducendo un meccanismo che prefigura nei confronti dell'autore recidivo un trattamento sanzionatorio estremamente più severo di quello applicabile all'autore incensurato, malgrado gli stessi abbiano posto in essere la medesima condotta – il legislatore avrebbe infatti creato un sistema che «supervaluta le circostanze soggettive»: fino al punto di proporzionare le risposte sanzionatorie non in relazione all'offesa materiale causata, ma alle qualità dell'autore del reato; che, in pari tempo, il limite posto alla discrezionalità del giudice, nel valutare l'offensività in concreto del fatto commesso, genererebbe disparità di trattamento del tutto ingiustificate, compromettendo la funzione rieducativa della pena, la cui effettività discende dalla percezione della ragionevolezza e proporzionalità del trattamento sanzionatorio da parte del condannato; che la disposizione denunciata risulterebbe, da ultimo, incompatibile con l'art. 117, primo comma, Cost. – secondo il quale la potestà legislativa deve esplicarsi nel rispetto dei vincoli derivanti dall'ordinamento comunitario e dagli obblighi internazionali – ponendosi in contrasto con il principio di non discriminazione, sancito dall'art. 14 della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali; che detto principio impone, infatti, di assicurare un trattamento uguale – con riguardo al godimento dei diritti garantiti dalla Convenzione, tra cui rientra quello alla libertà personale – ai soggetti che si trovino in situazioni analoghe, ove non ricorra una giustificazione obiettiva e ragionevole di differenziazione: giustificazione da identificare – alla luce della giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell'uomo – nelle «esigenze che perseguono un fine legittimo all'interno di una società democratica e rispettano un rapporto ragionevole di proporzionalità tra il mezzo impiegato ed il fine proposto»; che, per contro, la scelta legislativa di attribuire preminente rilievo – ai fini della commisurazione della sanzione penale – non alla responsabilità per lo specifico fatto oggetto di giudizio, ma ad ulteriori condotte criminose estranee al processo, implicherebbe una discriminazione non giustificata da finalità legittimamente perseguibili all'interno di una società democratica, in quanto imperniate «sulla logica del “tipo di autore”»; che in tutti i giudizi di costituzionalità – fatta eccezione per quello relativo all'ordinanza r.o. n. 587 del 2007 – è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che le questioni siano dichiarate infondate. Considerato che le ordinanze di rimessione sollevano questioni identiche od analoghe, onde i relativi giudizi vanno riuniti per essere definiti con unica decisione; che questa Corte ha già scrutinato questioni di legittimità costituzionale in tutto simili a quelle odierne, dichiarandone l'inammissibilità per non avere i giudici rimettenti verificato la praticabilità di una soluzione interpretativa diversa da quella posta a base dei dubbi di costituzionalità ipotizzati, e tale da determinare il possibile superamento di detti dubbi, o da renderli comunque non rilevanti nei casi di specie (sentenza n. 192 del 2007; ordinanza n. 409 del 2007); che, anche nell'odierna occasione, le censure formulate dai giudici a quibus trovano, difatti, la loro premessa fondante nell'assunto per cui la norma denunciata avrebbe determinato una indebita limitazione del potere-dovere del giudice di adeguare la pena al caso concreto – adeguamento funzionale alla realizzazione dei principi di eguaglianza, di necessaria offensività del reato e della funzione rieducativa della pena – introducendo un «automatismo sanzionatorio», correlato ad una irrazionale presunzione iuris et de iure di pericolosità sociale del recidivo reiterato;