[pronunce]

che vulnerato sarebbe anche, di riflesso, l'obbligo di motivazione dei provvedimenti giurisdizionali, posto che la motivazione "in quanto tale, deve essere coerente e priva di vizi logici e non può sopportare quindi regole che impongano di adottare invece contraddizioni"; che, infine, la disposizione impugnata si porrebbe in contrasto anche con gli artt. 27 e 112 Cost., in quanto, in riferimento alla previsione dettata dal comma 7 dell'art. 500 cod. proc. pen. "se l'azione penale è indisponibile e obbligatoria, anche la prova deve essere "indisponibile", nel senso che il potere dispositivo delle parti in ordine alla prova non può superare il limite oltre il quale la disponibilità della prova si risolva in disponibilità dell'azione ed oltre il quale la disponibilità della prova vada irragionevolmente ad incidere sul necessario accertamento dei fatti che costituisce fondamento del processo penale e della eventuale irrogazione della pena"; che nei giudizi è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, la quale ha concluso per l'infondatezza delle questioni proposte; che sono altresì intervenute le parti private e l'Unione delle Camere Penali Italiane (limitatamente alla questione sollevata con ordinanza r.o. n. 739 del 2001), chiedendo dichiararsi inammissibile per irrilevanza e, comunque, infondata la questione; che anche il Tribunale di Bologna (r.o. 871 del 2001) ha sollevato questione di legittimità costituzionale dell'art. 500, comma 2, cod. proc. pen. , nella parte in cui non prevede che le dichiarazioni lette per le contestazioni e valutate ai fini della credibilità del teste possano essere acquisite e valutate anche come prova dei fatti in esse affermati; che compromessi risulterebbero gli artt. 2, 3, 24, primo comma, e 111 Cost., in quanto la disciplina impugnata realizzerebbe una "costrizione che ostacola in via di principio ed irragionevole il processo di accertamento dei fatti storici e limita la libertà del giudice di valutare la prova secondo il proprio prudente apprezzamento", ponendosi in contrasto con i principi già affermati nella sentenza n. 255 del 1992, reputati ancora validi e non incompatibili con l'art. 111 della Costituzione, nel testo vigente; che nel giudizio sono intervenuti il Presidente del Consiglio dei ministri e la parte privata, chiedendo dichiararsi inammissibile e, comunque, non fondata la questione; che, infine, il Tribunale di Ascoli Piceno (r.o. 863 del 2001) ha sollevato questione di legittimità costituzionale dell'art. 500, comma 7, cod. proc. pen. , "nella parte in cui non prevede che le dichiarazioni lette per le contestazioni possano essere acquisite e valutate quale prova dei fatti"; che la norma impugnata si porrebbe in contrasto con l'art. 2 Cost., "in quanto di fatto ostativa al libero esercizio dei diritti fondamentali", e con l'art. 24 della medesima Carta, giacché limiterebbe, di fatto, "il diritto di azione, con regole che rendono estremamente difficile la dimostrazione in giudizio della penale responsabilità dell'imputato, con conseguenti pronunce assolutorie ... e conseguente frustrazione dei diritti delle vittime dei reati"; che violati sarebbero anche il principio di soggezione del giudice soltanto alla legge (art. 101, secondo comma, Cost.) e quello di legalità (art. 25 Cost.), nonché l'obbligo di motivazione di tutti i provvedimenti giurisdizionali (art. 111, sesto comma, Cost.), in quanto risulterebbe impossibile, per il giudice, "contemperare logicamente l'esclusione della credibilità del teste che renda in dibattimento dichiarazioni difformi rispetto a quanto dichiarato nelle indagini preliminari, con l'affermazione di una verità processuale sicuramente parziale", cosicché il giudice finirebbe per essere "costretto ad emanare una decisione conforme alle dichiarazioni ritenute false"; che nel giudizio è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo dichiararsi non fondata la questione ed è altresì intervenuta la parte privata, la quale ha concluso per l'inammissibilità o l'infondatezza del quesito di legittimità costituzionale; che con allegata ordinanza, letta in udienza, è stato dichiarato inammissibile l'intervento della Unione delle Camere Penali Italiane. Considerato che le ordinanze di rimessione sollevano questioni fra loro del tutto analoghe e che, pertanto, i relativi giudizi vanno riuniti per essere definiti con un'unica decisione; che, pur nella varietà delle sfumature argomentative, dei parametri evocati e dei profili coinvolti dalle singole questioni, il nucleo comune delle censure ruota attorno alla pretesa elusione del principio di non dispersione dei mezzi di prova, individuato da questa Corte nella sentenza n. 255 del 1992 e reputato dai remittenti ancora in linea con il vigente quadro costituzionale; alla violazione del principio di ragionevolezza, della garanzia giurisdizionale dei diritti e della obbligatorietà ed indisponibilità della azione penale; alla vanificazione, infine, dell'obbligo di motivazione e del principio di libero convincimento del giudice, in quanto gli sarebbe imposto, "... anche nel caso in cui sia motivatamente convinto della veridicità delle dichiarazioni oggetto di contestazione, di prescindere dalle stesse e di giungere così ad una decisione che contraddice il suo convincimento"; che la pregiudiziale eccezione di inammissibilità per irrilevanza, sollevata dalle parti private, non può trovare accoglimento, in quanto le doglianze dei giudici a quibus non mirano ad una caducatoria integrale della norma impugnata, ma ad una pronuncia additiva in parte qua, che consenta di utilizzare le dichiarazioni contestative non soltanto per valutare la credibilità del teste, ma direttamente come prove dei fatti in esse affermati; che, a proposito dei rilievi mossi dai giudici rimettenti, occorre preliminarmente rammentare come l'art. 111 della Costituzione abbia espressamente attribuito risalto costituzionale al principio del contraddittorio, anche nella prospettiva della impermeabilità del processo, quanto alla formazione della prova, rispetto al materiale raccolto in assenza della dialettica tra le parti; che, alla stregua di siffatta opzione, appare del tutto coerente la previsione di istituti che mirino a preservare la fase del dibattimento - nella quale assumono valore paradigmatico i principi della oralità e del contraddittorio - da contaminazioni probatorie fondate su atti unilateralmente raccolti nel corso delle indagini preliminari (vedi sentenza n. 32, in pari data);