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Al riguardo, è utile richiamare alcuni princìpi recentemente espressi dal tribunale per i minorenni di Milano con sentenza n. 6028/2020, in un caso in cui veniva in rilievo la domanda presentata dal figlio, nato da parto anonimo, di conoscere le proprie origini, quando la madre era oramai deceduta e dunque non avrebbe potuto esprimere o negare il consenso legislativamente richiesto. Sul punto, la Suprema Corte ha osservato che l'evento « morte » non possa comportare de plano il riconoscimento del diritto del figlio a conoscere l'identità della madre biologica deceduta, dovendosi fornire protezione alla « identità sociale costruita in vita da quest'ultima, in relazione al nucleo familiare e/o relazionale eventualmente costituito dopo aver esercitato il diritto all'anonimato » (sentenza della Corte di cassazione, n. 22838/2016). Nello stesso senso, il tribunale per i minorenni di Milano ha ritenuto che l'interesse della madre all'anonimato non si affievolisca, né scompaia con la morte, posto che « rivelare l'identità della donna dopo la sua morte equivarrebbe ad annullare l'identità e l'immagine costruita dalla stessa durante tutto l'arco della sua vita, nelle relazioni interpersonali con coloro che le sopravvivono, privandola irrimediabilmente della possibilità di dar loro spiegazioni » (tribunale dei minorenni Milano, sentenza n. 6028/2020). È evidente, infatti, che « la rivelazione dell'identità della madre biologica potrebbe comportare sia con riferimento all'immagine, che alla reputazione e ad altri beni di primario rilievo costituzionale di eventuali terzi interessati (discendenti o familiari) e che non sembri possibile scongiurare il verificarsi di tali danni quando la madre non sia più in vita, in quanto la rivelazione può comportare traumi anche irreparabili e rompere equilibri delicatissimi su cui non solo i singoli, ma anche le loro famiglie, costruiscono la propria vita » ( ibidem ). Ulteriore decisione degna di nota è costituita dalla sentenza n. 8459/2020, con cui la Suprema Corte ha esaminato il ricorso proposto da un padre al fine di ottenere il risarcimento dei danni subiti per non avere potuto godere dello status di padre durante i molti anni nei quali la madre gli aveva nascosto il concepimento. Secondo i supremi giudici, « l'omessa informazione dell'avvenuto concepimento, da parte della donna, consapevole della paternità, pure in assenza di una specifica prescrizione normativa impositiva di tale obbligo di condotta ... può allora tradursi in una condotta non de iure ... in quanto in astratto suscettibile di determinare un pregiudizio all'interesse del padre naturale ad affermare la propria identità genitoriale, qualificabile come danno ingiusto... » (sentenza della Corte di cassazione, n. 8459/2020). Com'è noto, vi sono delle fattispecie nelle quali la ponderazione tra gli interessi in gioco viene già effettuata a monte dalla legge: si pensi al caso della maternità surrogata, che, come ha osservato la Corte costituzionale, « offende in modo intollerabile la dignità della donna e mina nel profondo le relazioni umane » (Corte costituzionale, n. 272/2017), o al divieto di disconoscimento a seguito di fecondazione eterologa (previsto dall'articolo 9 della legge n. 40/2004). Ve ne sono delle altre in cui, invece, la soluzione non è univoca, come, ad esempio, nel giudizio di rimozione di uno status già riconosciuto. A quest'ultimo proposito, si è detto che, con la sentenza n. 127 del 2020, il giudice delle leggi ha ribadito l'illegittimità di ogni automatismo, individuando i parametri chiamati a fondare il giudizio di bilanciamento. Infatti, a differenza delle ipotesi in cui il legame di filiazione non sia ancora giuridicamente riconosciuto, dove è certamente possibile operare ricorrendo a categorie generali e astratte, quali ad esempio la violazione del principio dell'ordine pubblico nel caso della maternità surrogata (cfr. ad esempio sentenza della Corte di cassazione, Sezioni unite, n. 12193/2019), quando il legame di filiazione sussiste già da molti anni appare indispensabile operare un giudizio concreto. Alla luce di tali considerazioni, poiché non è possibile fornire una lettura costituzionalmente orientata dell'articolo 270, primo comma, del codice civile, secondo cui « l'azione per ottenere che sia dichiarata giudizialmente la paternità o la maternità è imprescrittibile riguardo al figlio », si ritiene indispensabile – nel rispetto e in attuazione degli articoli 2, 29 e 30 della Costituzione e realizzando un giusto contemperamento tra il diritto all'identità personale di chi domanda il riconoscimento e il diritto alla protezione dell'identità sociale e dell'integrità degli affetti familiari di colui che subisce la domanda – modificare il testo della norma, introducendo un termine di decadenza (sia pur lungo) per l'esercizio dell'azione, dopo il quale il rapporto di filiazione possa stabilirsi soltanto per effetto del riconoscimento volontario da parte del genitore. Deve preferirsi il termine di decadenza, piuttosto che quello di prescrizione, per evitare che possano essere invocate ragioni di sospensione o interruzione del termine, tali da pregiudicare che la certezza degli status sia conseguita in un tempo predeterminato in modo certo. Tale innovazione legislativa appare funzionale, altresì, a scongiurare iniziative giudiziarie meramente speculative e strumentali, volte soltanto a beneficiare di aspettative ereditarie nei confronti del presunto genitore, senza alcuna effettiva costituzione di un rapporto affettivo e sostanzialmente familiare, tenuto conto che il diritto soggettivo, assoluto e personalissimo, all'identità sociale (articolo 2 della Costituzione) è funzionale all'affermazione della singolarità e dell'unicità di ciascun essere umano, costituendo il fulcro di una costellazione di valori costituzionali, dalla dignità dell'individuo ai diritti della personalità, tra loro inestricabilmente connessi. Il presente disegno di legge prevede pertanto di sostituire l'attuale testo del primo comma dell'articolo 270 del codice civile disponendo che l'azione per ottenere la dichiarazione giudiziale della paternità o della maternità debba essere proposta dal figlio nel termine di decadenza di vent'anni dal raggiungimento della maggiore età.. 1 1 Il primo comma dell'articolo 270 del codice civile è sostituito dal seguente: « L'azione per ottenere che sia dichiarata giudizialmente la paternità o la maternità deve essere proposta dal figlio nel termine di decadenza di vent'anni dal raggiungimento della maggiore età ».