[pronunce]

– Si è costituito nel giudizio di fronte alla Corte costituzionale l'appellante nel giudizio a quo, la cui difesa, richiamati ampiamente i contenuti della ordinanza di rimessione, osserva che la irragionevolezza della disparità esistente fra il trattamento del personale delle tre Armi e quello appartenente all'Arma dei carabinieri e al Corpo della Guardia di Finanza non si giustifica in forza dei peculiari compiti attribuiti a queste ultime – risultando, semmai, più evidente proprio per le funzioni di repressione degli illeciti e di polizia militare ad esse assegnati – né in ragione del diverso inquadramento economico e stipendiale che possa derivare dai distinti compiti svolti dalle singole Forze Armate. Osserva la parte privata che la conseguenza della disposizione censurata è la valutazione più benevola e garantista dell'illecito disciplinare commesso dal militare che svolge funzioni di polizia volte alla repressione degli illeciti, rispetto a quello, di pari gravità, commesso dal militare che tali funzioni non svolge. 3. – È intervenuto nel giudizio, rappresentato e difeso dalla Avvocatura generale dello Stato, il Presidente del Consiglio dei ministri, chiedendo che la questione sia dichiarata inammissibile o, comunque, infondata. Il rimettente, infatti, non avrebbe adeguatamente esposto i fatti di causa, in particolare in ordine alla eventuale “particolare gravità” dell'illecito commesso, sicché non sarebbe chiara l'effettiva rilevanza della questione nel giudizio a quo. Ulteriore motivo di inammissibilità deriverebbe dal fatto che il rimettente ha omesso di considerare come la giurisprudenza, ivi compreso il giudice che in prime cure ha esaminato la fattispecie a quo, si sia costantemente e ripetutamente espressa nel senso che la norma impugnata sarebbe applicabile anche ai militari facenti parte della Arma dei carabinieri e del Corpo della Guardia di Finanza. Essendo, pertanto, la disposizione censurata suscettibile di un'interpretazione che ne escluda la incostituzionalità, la relativa questione sarebbe inammissibile. 3.1. – In subordine, la difesa pubblica sostiene la infondatezza della questione. Premesso, infatti, che il censurato art. 75 della legge n. 599 del 1954 trova applicazione nei confronti di qualunque militare, non v'è dubbio che la diversità di disciplina applicabile ai dipendenti civili dello Stato trovi la sua ratio nella peculiare, oggettiva, diversità di status esistente fra le due categorie, civile e militare, interessate. Ma, aggiunge l'Avvocatura, la questione sarebbe infondata anche ove si volesse ritenere che il citato art. 75 della legge n. 599 del 1954 fosse applicabile solo ai militari di Esercito, Marina e Aeronautica; infatti la possibilità pel Ministro di discostarsi in pejus rispetto al divisamento del Consiglio di disciplina, invece che porsi in contrasto coi principi di uguaglianza e di buona amministrazione, ne costituisce applicazione. Deve, infatti, considerarsi che le tre predette Armi costituiscono un organismo più articolato e disomogeneo rispetto ai corpi di polizia ad ordinamento militare; in tal senso, posto che «sia le istanze sanzionatorie» che i criteri di loro valutazione possono variare fra l'una e l'altra, il potere di reformatio in pejus attribuito al Ministro consente l'armonizzazione ed omogeneizzazione dei criteri sanzionatori che, diversamente, data la segmentazione delle Forze Armate, potrebbe mancare. La difesa pubblica prosegue osservando che erra il rimettente là dove attribuisce una specifica competenza tecnica alla Commissione di disciplina: questa è infatti un organo costituito ad hoc senza che sia garantita una particolare qualificazione o specializzazione dei suoi componenti. Diversamente da quanto sostenuto dal rimettente, la sede ove si opera la valutazione tecnica dell'illecito disciplinare è quella ministeriale, sicché risponde a un criterio di buona amministrazione attribuire agli organi ministeriali, dotati di dirigenti in possesso di «specializzazioni post-universitarie in diritto disciplinare militare», la funzione di raccordo e necessario adeguamento delle sanzioni ai criteri generali che presiedono l'azione disciplinare. Osserva, da ultimo, la Avvocatura che comunque il potere di reformatio in pejus è attribuito al Ministro solo in casi di particolare gravità – non costituendo un ordinario potere di revisione delle deliberazioni assunte dalla Commissione di disciplina – che dovranno essere adeguatamente evidenziati e motivati. In questo modo, conclude la difesa erariale, è altresì possibile accedere ad una lettura costituzionalmente orientata della norma tale da escludere, data l'inconfigurabilità di un potere di reformatio in pejus meramente discrezionale, che il suo esercizio sia fonte di disuguaglianza.1. – La IV sezione del Consiglio di Stato ha sollevato, con riferimento agli artt. 3 e 97 della Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell'art. 75 della legge 31 luglio 1954, n. 599 (Stato dei sottufficiali dell'Esercito, della Marina e dell'Aeronautica), nella parte in cui prevede la possibilità per l'organo competente alla adozione delle sanzioni disciplinari di stato di discostarsi dal giudizio della Commissione di disciplina non solo in senso più favorevole all'incolpato ma, sia pure soltanto in casi di particolare gravità, anche a sfavore di questo. 1.1. – Il rimettente, in particolare, dubita della legittimità costituzionale della indicata disposizione in quanto essa determinerebbe un'ingiustificata disparità di trattamento in danno dei sottufficiali – nonché dei volontari di truppa in servizio permanente, per effetto della estensione a costoro, operata dall'art. 30, comma 2, del decreto legislativo 12 maggio 1995, n. 196 (Attuazione dell'art. 3 della legge 6 marzo 1992, n. 216, in materia di riordino dei ruoli, modifica delle norme di reclutamento, stato ed avanzamento del personale non direttivo delle Forze armate), della disciplina dettata dalla legge n. 599 del 1954 – rispetto alla analoga normativa, sempre in tema di procedimento disciplinare, applicabile al personale civile dello Stato, contenuta nell'art. 114, quinto comma, del d.P.R. 10 gennaio 1957, n. 3 (Testo unico delle disposizioni concernenti lo statuto degli impiegati civili dello Stato), ai sottufficiali e militari di truppa dell'Arma dei carabinieri, contenuta nell'art. 42, quarto comma, della legge 18 ottobre 1961, n. 1168 (Norme sullo stato giuridico dei vicebrigadieri e dei militari di truppa dell'Arma dei carabinieri), ai sottufficiali e militari di truppa del Corpo della Guardia di finanza, contenuta nell'art. 46, terzo comma, della legge 3 agosto 1961, n. 833 (Stato giuridico dei vicebrigadieri e dei militari di truppa della Guardia di finanza), la quale prevede che il giudizio della Commissione di disciplina possa essere disatteso dall'organo che infligge concretamente la sanzione disciplinare solo in senso più favorevole all'incolpato. 1.2.