[resaula]

se non mettiamo in campo quel sistema di protezione, dalla presa in carico della vittima a tutto ciò che viene dopo, con tutta l'incertezza che consegue alla decisione di denunciare finalmente e definitivamente l'aguzzino, anche la repressione perde notevolmente la propria efficacia. Fatemi dire qui - lo dico ai colleghi che ne sono membri - che la Commissione d'inchiesta sul femminicidio non è un elemento estraneo alla dinamica del Parlamento tutto: anzi, tutto il Parlamento dovrebbe sentire la responsabilità di osservare con molta attenzione ciò che fa la Commissione e quindi di evitare quello che è stato fatto nel corso degli anni, non per insipienza o responsabilità specifiche, ma perché c'è un meccanismo farraginoso da superare. A proposito di protezione e presa in carico, facciamo in modo - e credo che ci siano le condizioni perché questo accada - che, a fronte dei finanziamenti - che, per fortuna, esistono - per i centri antiviolenza, il ritardo con cui vengono erogati non renda poco efficace tale investimento, perché manca l'elemento della programmabilità e della programmazione delle attività e dei lavori per enti così importanti. I centri antiviolenza rappresentano infatti un terminale fondamentale per raccogliere quest'istanza e questo disagio, che vorrei definire sociale, e prendere in carico le vittime di violenza. Infine, veniamo alla prevenzione, che ritengo sia il tema centrale alla base delle nostre discussioni e quindi anche delle nostre eventuali ulteriori iniziative legislative. C'è poco da fare, l'hanno ricordato le colleghe che mi hanno preceduto: dobbiamo metterci in testa - e lo dico innanzi tutto ai colleghi uomini - che questo mondo è ancora troppo al maschile nelle sue declinazioni, che vuol dire nel lavoro, nelle pieghe della società, nel dibattito e nel discorso pubblico. Se non invertiamo questa rotta e ci mettiamo in testa che questa declinazione va completamente ribaltata, le nostre rimarranno parole al vento. La mia impressione - lo dico con una certa preoccupazione - è che quelle che vengono definite le più grandi democrazie del mondo, cioè quei Paesi che dovrebbero fare un po' da apripista sul terreno del rispetto dei diritti delle persone, nella fase storica che attraversiamo sembra, ahimè, che stiano facendo passi indietro significativi. Penso, ad esempio, a proposito di responsabilità della politica, a quanto il discorso pubblico, a partire da quello dei leader dei più grandi Paesi, sia informato di questo elemento machista e a quanto ci sia di questa declinazione al maschile nel linguaggio, nei comportamenti e, quindi, anche nella possibilità di disegnare una società che evidentemente non può essere quella in cui viviamo e che deve essere cambiata. Ciò ha un impatto enorme. Non bastano - lo dico così - una pubblicità progresso in più o una campagna di sensibilizzazione, che pure abbiamo il dovere di fare. C'è bisogno di ricostruire dalle radici e le radici, naturalmente, attengono anzitutto alla sfera della formazione e dell'educazione delle persone. I momenti forse più belli che abbiamo avuto il piacere di vivere con i colleghi commissari sono stati quelli in cui abbiamo avuto la possibilità di un contatto con gli studenti nelle scuole. La scuola, la scuola pubblica anzitutto, è un grande antidoto a quest'idea del mondo che non ci piace. Permettetemi di immaginare una cosa che mi piacerebbe che accadesse entro la fine di questa legislatura, anche con uno spirito trasversale alle forze politiche. Si parla tanto di sostenibilità ambientale (che è uno dei temi centrali, pena la non sopravvivenza della specie umana) e, quindi, di impatto delle politiche in termini di sostenibilità. Ebbene, mi piacerebbe molto che immaginassimo la costruzione di un indice di impatto di genere (non perché siamo dei contabili, ma sto parlando di una cosa molto reale) per tutti i provvedimenti che adottiamo. (Applausi delle senatrici Conzatti e Maiorino) . Infatti, ogni legge che scriviamo e adottiamo (noi siamo legislatori e questo facciamo di mestiere in questo momento) ha un impatto diretto o indiretto proprio sui rapporti di equilibrio tra il mondo delle donne e quello degli uomini, se mi è permesso usare quest'espressione. Misurare quest'impatto può pertanto avere un valore non solo simbolico, ma materiale per ridisegnare una società che non ci piace perché anche così, anche da questo, si misura il tasso di civiltà di un Paese. (Applausi dai Gruppi Misto-LeU, PD, IV-P.S.I. e Aut (SVP-PATT, UV) e della senatrice Maiorino) . GINETTI (IV-PSI) . Domando di parlare per dichiarazione di voto. PRESIDENTE. Ne ha facoltà. GINETTI (IV-PSI) . Signor Presidente, anche io voglio unirmi al ringraziamento alla presidente della Commissione sul femminicidio, senatrice Valeria Valente. La Commissione ha iniziato la sua attività giusto un anno fa, ereditando peraltro un importante lavoro svolto dalla prima Commissione di inchiesta, istituita nella XVII legislatura, durante la quale abbiamo ratificato l'importante Convenzione di Istanbul, con cui la violenza contro le donne è stata finalmente qualificata come una violazione dei diritti umani. Abbiamo poi introdotto nuove norme, punitive, repressive e a tutela degli orfani di femminicidio e, poi, nell'estate scorsa, con il codice rosso abbiamo introdotto disposizioni per l'accelerazione dei tempi di intervento della magistratura dalla notizia di reato, nonché nuove fattispecie quali il revenge porn , il matrimonio forzato e le lesioni permanenti al viso. La Commissione della XVII legislatura ci aveva già consegnato delle evidenze. La violenza si esprime in modo e forme diverse, intaccando però l'identità e l'esistenza delle donne tra violenze psicologiche, forme di persecuzione, controllo, intimidazione e ricatti anche economici. È possibile intravedere aspetti comuni a tali violenze: la trasversalità della classe sociale e il silenzio che spesso le circonda. Nel confermare come in oltre il 75 dei casi le donne muoiono nell'ambito familiare per mano di coniugi, conviventi, fidanzati o ex, tutti noi legislatori, accanto a un'opinione pubblica sempre più attenta al fenomeno, ci siamo sentiti chiamati in causa per indagare ulteriormente con il lavoro della Commissione di fronte a dati incontrovertibili. Mentre negli ultimi anni il numero dei reati contro la persona è in diminuzione, così come il numero degli omicidi, non diminuisce, anzi aumenta, il numero dei femminicidi, ovvero le uccisioni di donne per mano di uomini: sei donne sono state uccise solo nella scorsa settimana. Da qui la difficoltà a inserire il femminicidio in un contesto o nelle politiche di sicurezza, spingendoci piuttosto a riflettere sul fronte della prevenzione, per la costruzione di modelli culturali basati sulla parità di genere e per il superamento degli stereotipi sociali. La prevenzione è basata sul riconoscimento tempestivo delle situazioni di rischio e sul successivo e tempestivo intervento di messa in sicurezza della donna e dei figli dalle violenze e maltrattamenti, che spesso, purtroppo, si acuiscono proprio nel momento della denuncia e nella fase della separazione e dell'allontanamento.