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Rispetto alla popolazione residente, il personale dipendente del SSN è pari a 99,7 per 10.000 residenti: il tasso varia da un minimo di 66,7 nel Lazio a un massimo di 169,1 in Valle d'Aosta. Per i medici il tasso è pari a 16,7 per 10.000 residenti (minimo 12,2 nel Lazio, massimo 25,5 in Sardegna). Per il personale infermieristico si contano 41,9 infermieri ogni 10.000 residenti (31,1 in Campania, 60,9 nella PA di Bolzano). Secondo la Ragioneria dello Stato tra il 2009 e il 2017 sono venute meno oltre 46.000 unità di personale dipendente: oltre 8.000 medici e più di 13.000 infermieri. In base all'ultimo Annuario statistico del Ministero della salute disponibile, nel 2017 il Servizio sanitario nazionale disponeva di circa 191.000 posti letto per degenza ordinaria: solo 3,6 posti letto ogni 1.000 abitanti. Nel 2010 erano 245.000. Anche su questo versante si registrano significative differenze tra le varie regioni: si passa dai 2 posti letto ogni 1.000 abitanti in Calabria, con 3859 unità, ai 3,5 in Liguria, con 5.484 unità. La Lombardia conta quasi 30.000 posti letto, la Sicilia 11.698. Tali significative discrasie territoriali si sono riverberate su una notevole differenza della qualità delle prestazioni erogate che, a sua volta, ha comportato una forte frammentazione del sistema sanitario e una ingiustificata disparità di fruizione del servizio stesso. Ne è derivata una forte crescita dei ricoveri fuori regione e, cosa ancor più grave, una contrazione del diritto alla salute. Gli elevati costi delle prestazioni e le lunghe liste d'attesa hanno costretto milioni di italiani a rinunciare alle cure. La Corte costituzionale ha affermato più volte che non è ammissibile che il bilanciamento tra il diritto alla salute e il princìpio di regolarità dei conti pubblici di cui all'articolo 81 della Costituzione porti a un pregiudizio del « nucleo essenziale » del diritto alla salute, ossia delle prerogative fondamentali di cui non si può, in nessun caso, essere privati, pena la violazione del dettato costituzionale (per tutte, si veda la sentenza della Corte costituzionale n. 354 del 2008). Significativo sul punto un passaggio molto chiaro: « le esigenze della finanza pubblica non possono assumere, nel bilanciamento del legislatore, un peso talmente preponderante da comprimere il nucleo irriducibile del diritto alla salute protetto dalla Costituzione come ambito inviolabile della dignità umana. Ed è certamente a quest'ambito che appartiene il diritto dei cittadini in disagiate condizioni economiche, o indigenti secondo la terminologia dell'articolo 32 della Costituzione, a che siano assicurate loro cure gratuite » (Corte costituzionale, sentenza n. 309 del 1999). L'analisi sulle difficoltà di accesso alle cure, inoltre, non può non tenere conto del processo di progressivo invecchiamento della popolazione in atto nel nostro Paese, atteso che presentiamo il più alto tasso di longevità d'Europa e il secondo nel mondo, dopo il Giappone. Tale processo si accompagna, invero, a un aumento della domanda di salute e a un maggiore impiego di risorse sul versante del trattamento delle cronicità. Molta parte delle criticità emerse derivano anche dall'asimmetria tra la responsabilità della spesa – in capo alle regioni – e quella della raccolta del finanziamento – in larghissima parte proveniente dalla fiscalità generale. Questa asimmetria, infatti, è stata alla base della proliferazione di sacche di inefficienze e sprechi, casi di cattiva gestione e, ancor peggio, di infiltrazioni criminali e corruttela. È chiaro allora già sulla base dei dati sin qui esposti che molteplici e consistenti sono le minacce alla tenuta della sostenibilità del nostro Servizio sanitario nazionale, ma anche e soprattutto alla capacità di offrire un sistema di erogazione delle cure che sia rispondente ai princìpi di universalità, uguaglianza e gratuità come nelle intenzioni dei Costituenti e del legislatore del 1978. La preoccupante fotografia del nostro sistema sanitario si tinge di drammaticità in questo momento in cui il nostro Servizio sanitario si sta trovando ad affrontare un'inedita emergenza sanitaria causata dalla violenta diffusione del nuovo coronavirus Covid-19, che l'Organizzazione mondiale della sanità ha definito come « pandemia ». Si è posto un crescente allarme in relazione alla capacità del nostro SSN di reggere il peso di un così improvviso, straordinario e non preventivato afflusso, soprattutto in relazione alla carenza di unità di personale sanitario e all'adeguatezza dei presidi, degli strumenti e dei posti letti dei reparti di terapia intensiva, in quanto necessari per la presa in carico e il trattamento dei casi più gravi di pazienti che hanno contratto la malattia da Covid-19). All'esplodere dell'epidemia, infatti, i reparti direttamente collegati all'area dell'emergenza disponevano di circa 5.000 posti letto di terapia intensiva (8,42 per 100.000 abitanti). Secondo l'Organizzazione mondiale della sanità questo numero è il frutto di una drastica riduzione operata negli anni dal 1997 al 2015, durante i quali il nostro Paese ha progressivamente dimezzato i posti letto per i casi acuti e la terapia intensiva, passati da 575 ogni 100.000 abitanti ai 275 attuali. Un calo del 51 per cento che ci porta in fondo alla classifica europea. Anche in questo caso rimarchevoli sono le differenze territoriali (Campania 506, Sardegna 123, Toscana 447, Lombardia 900, Calabria 141, eccetera). Per fare fronte all'emergenza scaturita dalla repentina diffusione del Covid-19, si è intrapresa una poderosa azione di potenziamento, che ha interessato in particolare il personale medico e infermieristico, nonché il numero di posti letto nei reparti di terapia intensiva, pneumologia e malattie infettive. Gli sforzi intrapresi per far fronte all'eccezionalità del momento, però, non possono di certo esaurire l'ineludibile spinta riformatrice. Adesso si impone al legislatore una seria riflessione che parta dal presupposto che le misure emergenziali siano affiancate da una improcastinabile revisione del Servizio sanitario nazionale. Tale revisione non può, stante le criticità qui brevemente delineate, che prendere avvio da una modifica costituzionale che riporti la competenza in materia di tutela della salute in capo esclusivo allo Stato. Si ritiene, infatti, che solo in questo modo potrà tornarsi a garantire la sostenibilità del Servizio sanitario nazionale, ma anche – ed è ciò che più conta – una migliore equità nell'erogazione delle prestazioni. Con una regia nazionale il servizio pubblico sanitario potrà maggiormente rispondere ai princìpi di universalità, di uguaglianza e di globalità degli interventi in osservanza e ottemperanza del dettato costituzionale. Pertanto, e alla luce delle considerazioni sin qui svolte, il presente disegno di legge è volto ad apportare una significativa modifica all'articolo 117 della Costituzione, con l'obiettivo di attribuire alla legge statale un ruolo più ampio, restringendo, per contro, l'area della legislazione concorrente. In particolare, per quanto riguarda la tutela della salute, si prevede che spetti alla legge dello Stato non più stabilire i « princìpi fondamentali », bensì porre la disciplina funzionale.