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Disciplina delle modalità di sottoscrizione della lettera di dimissioni volontarie e della lettera di risoluzione consensuale del rapporto di lavoro. Onorevoli Senatori. -- Il consorzio universitario Almalaurea ha evidenziato che le studentesse italiane si diplomano e si laureano più degli uomini e con voti migliori ma a tali risultati non consegue un equivalente riconoscimento in termini di occupazione, di qualifiche professionali e di retribuzioni. Il tasso di disoccupazione delle laureate supera del 50 per cento quello dei laureati maschi. Questi ultimi, inoltre, possono contare in percentuale maggiore su contratti di lavoro stabili e su retribuzioni che, mediamente, superano del 25 per cento quelle delle colleghe. Più in generale la presenza femminile si concentra nelle qualifiche più basse. A queste sconfortanti cifre si aggiunge il fallimento dell'obiettivo stabilito dal Trattato di Lisbona che fissava la soglia di occupazione femminile al 60 per cento entro il 2010. L'Italia si attesta al 47,2 per cento 13 punti percentuali al di sotto del limite prefissato e di 12 punti inferiore alla media europea. Ci troviamo al 96º posto al mondo per la partecipazione femminile alla vita economica e all'88º per la presenza nel lavoro. In Italia, inoltre, secondo una rilevazione del centro studi di Confindustria, c'è la fecondità più bassa d'Europa, dal 2010 gli anziani con più di sessantacinque anni di età hanno superato i giovani da zero a diciannove anni. Ciò è dovuto anche all'incapacità di integrare l'occupazione femminile con la maternità. Si pensi ai benefici che potrebbero essere tratti dalla piena valorizzazione delle donne nel mercato del lavoro. Se il nostro Paese nutre l'ambizione di giocare un ruolo non secondario nello scacchiere economico internazionale deve cominciare a sfruttare compiutamente le tante risorse, finora sottoutilizzate, a sua disposizione. Purtroppo una parte dell'apparato produttivo italiano è convinta di poter sopravvivere puntando non sulla formazione, sullo sviluppo professionale e sull'innovazione, ma sui ricavi garantiti dal basso costo del lavoro. Nel corso della XVI legislatura la proponente, all'epoca deputata, ha operato per conoscere più a fondo le dinamiche relative al fenomeno delle cosiddette «dimissioni in bianco». Il Ministro del lavoro e delle politiche sociali del Governo Berlusconi, rispondendo in data 31 marzo 2010 a un'interrogazione presso la Commissione Lavoro della Camera dei deputati, rendeva noti i dati concernenti il numero delle donne che si dimettono volontariamente nel primo anno di vita del bambino: sono state quasi 18.000 nel solo 2009. Si tratta di dati che ci hanno fatto riflettere e interrogare soprattutto sulla effettiva volontarietà delle dimissioni. Quante delle 18.000 lavoratrici dimessesi nel 2009 sono state costrette a firmare, contemporaneamente al contratto di assunzione, una lettera di dimissioni, su foglio bianco e senza data, da utilizzare nel caso in cui fossero rimaste incinte? Il fenomeno delle «dimissioni in bianco» è diffuso soprattutto nel mondo delle piccole imprese, dove possono concentrarsi fenomeni distorsivi del mercato del lavoro attraverso un uso spregiudicato e fuori controllo della manodopera a basso costo e dove l'azione dei sindacati è meno presente. In molti casi, la lettera di «dimissioni in bianco» è utilizzata anche nei confronti di altre fasce di lavoratori «deboli», immigrati e precari, i quali, pur di ottenere un posto di lavoro sono disposti a sottostare a condizioni vessatorie e illegali. Far firmare una lettera di «dimissioni in bianco» significa avere la possibilità di «liberarsi» in qualsiasi momento della lavoratrice o del lavoratore «scomodo». Scomodità provocata anche dalla malattia o dall'infortunio e comunque in tutti casi in cui il lavoratore diventa troppo costoso in termini fiscali e previdenziali. Per sanare questa situazione, durante il Governo Prodi è stata approvata una proposta di legge d'iniziativa parlamentare, divenuta poi la legge n. 188 del 2007, con la quale si obbligava il lavoratore o la lavoratrice che avesse voluto presentare una lettera di dimissioni a utilizzare un modulo informatico, dotato di caratteristiche di anticontraffazione e di antifalsificazione e di una numerazione alfanumerica progressiva e di limitata durata temporale, grazie al quale impedire l'abuso delle «dimissioni in bianco». Gli effetti di tale normativa, che alla Camera dei deputati era stata votata quasi all'unanimità e al Senato della Repubblica con il voto favorevole di una parte dell'opposizione, non hanno potuto dispiegarsi a causa della fine anticipata della legislatura e dell'avvento del Governo Berlusconi, che ha provveduto immediatamente ad abrogarla. Esponenti del Governo Berlusconi avevano giustificato tale decisione sostenendo che le procedure previste dalla legge n. 188 del 2007 rappresentavano un appesantimento burocratico e non garantivano la soluzione del problema. La proponente, invece, ritiene esser venuta meno una misura di tutela delle lavoratrici e dei lavoratori più indifesi ed è convinta che le eventuali imperfezioni della normativa non fossero imputabili al testo di legge bensì a una non impeccabile applicazione dei decreti attuativi a esso collegati. Per queste ragioni i1 20 aprile 2010 presentava una proposta di legge presso la Camera dei deputati, sottoscritta da oltre 40 deputati del Pd, che riproponeva il testo della legge n. 188 del 2007, con una sostanziale modifica: l'estensione dell'applicazione della normativa anche ai casi di risoluzione consensuale del rapporto di lavoro. Tale soluzione permetteva, ad avviso della proponente, di evitare abusi in tutte le forme di recesso dal contratto di lavoro. La proposta di legge aveva iniziato il suo iter parlamentare nel febbraio 2012, in un contesto politico profondamente mutato a seguito della caduta del governo di centro destra e dell'insediamento del governo Monti. Il nuovo Ministro del lavoro e delle politiche sociali, Elsa Fornero, si era mostrata sensibile all'argomento e disponibile a intervenire affinché fossero approntati strumenti legislativi utili a combattere la piaga delle «dimissioni in bianco». La strada scelta dal Ministro, infine, è stata quella di inserire all'interno del provvedimento di riforma del mercato del lavoro una serie di disposizioni volte ad affrontare il problema. Il provvedimento assunto è basato sull'inasprimento e sull'allargamento dei controlli ma il meccanismo proposto per prevenire l'abuso, a parere della proponente, è farraginoso, insufficiente e aggirabile. Interrogazioni successive a quella citata in precedenza hanno evidenziato un aggravamento del dato relativo al fenomeno. La crisi in atto, la più profonda dal dopoguerra, determina un tasso di disoccupazione femminile e giovanile molto preoccupante, in crescita soprattutto nel Sud del Paese. C'è la necessità di reagire in un quadro di garanzie dei diritti e affermazione della legalità per consentire al Paese di ricominciare a crescere in modo armonico e solidale. Per queste ragioni si propone un testo di legge che, mantenendo la parte relativa ai controlli e al monitoraggio, inserisce una modalità di sottoscrizione delle lettere in oggetto utilizzando moduli con validità temporale definita e un codice di identificazione che ne impedisca la manomissione.