[pronunce]

5.- Quanto alla non manifesta infondatezza, la Corte di cassazione precisa, in premessa, che l'espropriazione costituisce un istituto 'trasversale', «servente e strumentale ad ogni interesse pubblico cui risulti funzionale l'acquisizione di un bene, come tale oggetto di disciplina dello Stato e delle Regioni nelle materie in cui tali enti hanno potestà legislativa». Tra queste, rilevano principalmente l'urbanistica ed il governo del territorio, che si aggiungerebbero, nel caso di specie, alla materia - anch'essa concorrente - dell'istruzione. 5.1.- A parere del giudice a quo, le norme che disciplinano, a livello nazionale, la determinazione dell'indennità di espropriazione costituiscono principi fondamentali della materia del governo del territorio e le Regioni a statuto ordinario devono esercitare la potestà legislativa concorrente nel rispetto di tali principi. In particolare, il legislatore nazionale individua, quale principale criterio per determinare la destinazione urbanistica del terreno espropriato su cui commisurare l'indennità, quello dell'edificabilità legale (art. 37, comma 3, del d.P.R. n. 327 del 2001). Quest'ultima, a sua volta, dipende da come l'area venga classificata dagli strumenti urbanistici, in vigore al momento della vicenda ablativa; inoltre, è condizionata «dai vincoli di qualsiasi natura non aventi natura espropriativa [e non deve risentire de]gli effetti del vincolo preordinato all'esproprio e [di] quelli connessi alla realizzazione dell'opera pubblica» (artt. 32, comma 1, e 37, commi 3 e 4, del d.P.R. n. 327 del 2001). Tali principi risulterebbero derogati, in contrasto con l'art. 117, terzo comma, Cost., dalla disposizione regionale impugnata che, ai soli fini della determinazione dell'indennità di espropriazione, estenderebbe la nozione di edificabilità legale oltre l'ambito consentito dal legislatore nazionale e per il solo fatto che l'area di pertinenza del fondo ricada all'interno del perimetro del territorio urbanizzato, quale individuato da uno strumento di mera programmazione generale (il PSC). 5.2.- L'art. 20, comma 1, della legge reg. Emilia-Romagna n. 37 del 2002 contrasterebbe, inoltre, secondo il rimettente, anche con l'art. 3, primo comma, Cost. sotto due distinti profili. In primo luogo, l'indiscriminata attribuzione del carattere di edificabilità legale comporterebbe «una irragionevole quantificazione "al rialzo" della indennità medesima all'interno dei confini della Regione Emilia-Romagna rispetto al restante territorio nazionale, ogni qualvolta i terreni medesimi siano privi di effettiva vocazione edificatoria». Si determinerebbe così un vulnus al principio di eguaglianza formale e allo statuto unitario della proprietà, inficiato relativamente ad «un aspetto rilevante quale quello attinente [al]la nozione di "giusta indennità" ex art. 834 cod. civ.». Sotto questo profilo, l'art. 3, primo comma, Cost. si coordinerebbe con l'art. 117, terzo comma, Cost., rappresentando - la disciplina sull'indennità di espropriazione - un limite imposto dal diritto privato alle materie di legislazione concorrente, vòlto ad impedire al legislatore regionale di incidere sugli assetti dominicali interessati dall'intervento autoritativo. In secondo luogo, il principio di eguaglianza formale sembrerebbe violato anche nella prospettiva dell'ingiustificata equiparazione di situazioni giuridiche diverse: la norma regionale assicurerebbe, infatti, il medesimo ristoro economico ai proprietari di immobili aventi diversa destinazione urbanistica, e perciò diverso valore di mercato, solo perché ricompresi nel perimetro del territorio urbanizzato individuato dal PSC. Tale assimilazione risulterebbe «in sé irrazionale, in quanto si po[rrebbe] in contrasto con il citato principio di eguaglianza nella sua declinazione "in negativo"». 5.3.- Il giudice rimettente ritiene, dunque, che la Corte d'appello di Bologna abbia errato nell'attribuire al PSC natura di mero strumento di delimitazione dell'ambito territoriale all'interno del quale le amministrazioni locali possono riconoscere, a mezzo degli strumenti di pianificazione urbanistica generale, la facoltà di edificare. I contenuti letterali e l'interpretazione sistematica suggerirebbero, infatti, che la disposizione individui direttamente il criterio di quantificazione dell'indennità di esproprio, in modo incompatibile con i principi fondamentali dettati dalla legislazione nazionale e, di riflesso, con il vigente assetto costituzionale. 6.- È intervenuta nel giudizio la Regione Emilia-Romagna, che ha chiesto di dichiarare l'inammissibilità o, comunque, la non fondatezza delle questioni. 6.1.- Secondo la difesa regionale, «nel caso in esame la destinazione dell'area era la risultante di un vincolo a carattere espropriativo c.d. "lenticolare"», che, pertanto, non andava considerato, in base alle disposizioni del d.P.R. n. 327 del 2001, ai fini della determinazione dell'indennità di esproprio, dovendosi fare riferimento alla destinazione nel PRG precedente alla variante del 2008. Il giudice a quo, viceversa, avrebbe omesso un'interpretazione della norma integrata con le disposizioni statali sulla determinazione dell'indennità di esproprio. Pertanto - conclude la difesa - poiché «la ricomprensione dell'area nel territorio urbanizzato individuato dal PSC [...] non è null'altro, esattamente, che un'operazione e un effetto successivo e conseguente all'apposizione del vincolo e all'intendimento della Provincia di Reggio Emilia di realizzare nell'area in questione una scuola pubblica», l'applicazione dell'art. 32, comma 1, del d.P.R. n. 327 del 2001 avrebbe evidenziato il carattere ininfluente - nella valutazione della determinazione dell'indennità di esproprio - dell'inserimento dell'area all'interno della zona urbanizzata. Da ciò, la difesa regionale deduce, inoltre, che l'art. 20, comma 1, della legge reg. Emilia-Romagna n. 37 del 2002 non produca gli effetti irragionevoli e costituzionalmente illegittimi ravvisati dal giudice rimettente e chiede, pertanto, che le questioni siano dichiarate non fondate. Prima ancora, la difesa regionale considera inammissibili le questioni di legittimità costituzionale, perché la Corte di cassazione avrebbe potuto tentare un'interpretazione adeguatrice della disposizione. Dal momento che la ratio della legge reg. Emilia-Romagna n. 37 del 2002 non sarebbe stata quella di approvare una autonoma disciplina regionale in materia di espropriazione per pubblica utilità, bensì quella di «armonizzare la disciplina prevista dal decreto del Presidente della Repubblica 8 giugno 2001, n. 327 [...] con la legislazione regionale in materia di pianificazione territoriale ed urbanistica», in coerenza con le disposizioni contenute nel Titolo V della parte II della Costituzione (art. 1 della legge reg. Emilia-Romagna n. 37 del 2002) , la previsione impugnata avrebbe potuto essere interpretata in maniera integrata con gli artt. 32 e 37 del d.P.R. n. 327 del 2001. A conferma di tale lettura, la difesa regionale segnala l'art. 33 della legge reg.