[pronunce]

In proposito ricorda, tra l'altro, che alla stregua dell'art. 1 della legge 5 gennaio 1994, n. 36 - attuata dal d.P.R. 18 febbraio 1999, n. 238 (artt. 1 e 2) - “tutte le acque … sono pubbliche e costituiscono una risorsa che è salvaguardata ed utilizzata secondo criteri di solidarietà”, e che la gestione del demanio idrico spetta alle Regioni ed agli enti locali. Tali norme, costituenti principi fondamentali ai sensi dell'art. 117 della Costituzione, avrebbero universalizzato il rilievo pubblicistico delle funzioni svolte dai privati in materia di bonifiche, sicché tutti i consorzi operanti nell'ambito delle acque, anche relativamente “minori”, non avrebbero “alcun titolo di detenzione e trattamento di tali acque che non sia esattamente l'appartenenza al sistema pubblico/privato delle bonifiche”. 5.- Nel giudizio introdotto con r.o. n. 615 del 2003, in prossimità dell'udienza ha depositato memoria la Società del Canale Comune di Parma, concludendo per la fondatezza della questione. La parte privata, che fa, tra l'altro, presente - anche ai fini dei limiti che l'efficacia ex tunc della pronuncia di incostituzionalità potrebbe incontrare negli effetti che la norma abbia irrevocabilmente prodotto - che un provvedimento cautelare ha sospeso la soppressione dell'ente ed il passaggio di proprietà dei beni, anzitutto contesta la inammissibilità della questione, eccepita dalla Regione resistente, per avere il giudice a quo rigettato con sentenza uno dei due motivi di gravame - basato sulla applicabilità della norma denunciata ai soli consorzi di diritto amministrativo e non anche a quelli, come la ricorrente, privi di veste pubblicistica -, applicando così la norma poi impugnata. Respingendo il primo motivo, infatti, il TAR si sarebbe limitato a dare della norma una interpretazione letterale e sistematica. Ricorda poi come essa Società, costituita otto secoli fa dagli agricoltori per regolare l'uso delle acque derivate dal torrente Parma, ed il relativo riparto delle spese, abbia natura associativa, ed abbia diritto a vedersi mantenuta in vita ai sensi degli artt. 2 e 18 della Costituzione. Essa, nell'ambito della tutela di un'attività produttiva agricola, cura in particolare l'irrigazione dell'erba - di cui viene così permessa la ricrescita ed una pluralità di “sfalci” - essenziale per l'allevamento delle mucche da latte destinato alla produzione del formaggio parmigiano reggiano, erba che “tipizza” tale formaggio. L'attività di presa e distribuzione dell'acqua è integralmente finanziata dagli associati, ed è escluso ogni costo o contributo pubblico. La sua rete strumentale ha un valore di oltre 800.000 euro, che secondo la legge il Consorzio di Bonifica di Parma dovrebbe prendere in carico, realizzando una espropriazione gratuita senza indennizzo alcuno, senza evidenziate ragioni di pubblica utilità, atteso che i beni resterebbero destinati ad irrigare proprio e soltanto i fondi degli aderenti alla società. 6.- Hanno altresì depositato memorie di identico contenuto il Consorzio irriguo del Canale di Felino (r.o. n. 613 del 2003) , la Società del Canale di Torrechiara e S. Michele di Tiorre (r.o. n. 616 del 2003) e la Società della Canaletta de' Rossi (r.o. n. 617 del 2003), le quali parti, insistendo nelle conclusioni rassegnate, hanno soprattutto illustrato la violazione del limite del diritto privato posto alla competenza legislativa regionale. 7.- Ha depositato memoria la Società degli Utenti delle acque del Canale Naviglio Taro (r.o. n. 618 del 2003), che nell'insistere per l'accoglimento della questione ha, tra l'altro, contestato la fondatezza dell'eccezione di inammissibilità sollevata dalla Regione per avere il giudice amministrativo rigettato con sentenza uno dei motivi di impugnazione, facendo così applicazione della norma poi denunciata. Osserva in proposito che, a differenza del precedente richiamato (l'ordinanza di questa Corte n. 346 del 2001), nel quale il giudice, accogliendo un motivo, aveva annullato l'atto in forza della legge regionale che, poi, ultroneamente aveva impugnato, nel caso di specie l'esame, ed il rigetto, del motivo aveva condotto ad affermare che l'art. 4 della legge regionale n. 16 del 1987 impediva l'annullamento dell'atto. E proprio in virtù di tale constatazione il TAR aveva ritenuto rilevante e proponibile la questione.1.- Il Tribunale amministrativo regionale per l'Emilia-Romagna, con otto ordinanze di analogo tenore, pronunciate nel corso di altrettanti giudizi promossi da alcuni consorzi irrigui o società qualificate come consorzi irrigui di fatto, avverso provvedimenti che ne disponevano la soppressione, ha sollevato, in riferimento agli articoli 2, 3, 18, 41, 42, 43 e 117 della Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell'art. 4 della legge della Regione Emilia-Romagna 23 aprile 1987, n. 16 (Disposizioni integrative della legge regionale 2 agosto 1984, n. 42 “Nuove norme in materia di enti di bonifica - Delega di funzioni amministrative”). La disposizione impugnata prevede che “sono soppressi i consorzi idraulici, di difesa, di scolo e di irrigazione nonché ogni altra forma di gestione non consortile di opere o sistemi di scolo ed irrigui, che ricadono nei comprensori delimitati ai sensi del secondo comma del precedente articolo 3 [id est dei comprensori di bonifica]” (comma 1). Con il provvedimento di soppressione, deliberato dal Consiglio regionale su proposta della Giunta (comma 2), il Consiglio “definisce la successione nei rapporti giuridici ed amministrativi fra gli organismi soppressi e i consorzi di bonifica che subentrano nell'esercizio dei compiti e delle funzioni” (comma 3). Analoga questione era stata già sollevata dal medesimo TAR con un gruppo di ordinanze emesse il 6 aprile 2000, in riferimento agli articoli 2, 18, 42, 43 e 117 della Costituzione. A seguito della restituzione degli atti al giudice a quo, disposta da questa Corte con l'ordinanza n. 13 del 2002 per un nuovo esame della questione, alla luce della sopraggiunta entrata in vigore del nuovo testo dell'art. 117 della Costituzione, risultante dall'art. 3 della legge costituzionale 18 ottobre 2001, n. 3, il TAR ora ripropone la questione medesima, aggiungendo ai parametri già in precedenza evocati gli articoli 3 e 41 della Costituzione, e ritenendo che, per quanto riguarda l'art. 117 della Costituzione, debba farsi tuttora riferimento al testo costituzionale anteriore alla riforma del 2001, in quanto i giudizi a quibus hanno per oggetto l'impugnazione di provvedimenti emanati nel vigore di quel testo, e tendono, in base alla domanda dei ricorrenti, all'annullamento degli stessi.