[pronunce]

che, a fondamento dei denunciati dubbi di costituzionalità, il rimettente pone le conseguenze (asseritamente limitative dei rispettivi poteri processuali delle diverse parti in causa) che deriverebbero dalla interpretazione della norma impugnata, accolta anche dalla Corte di cassazione (nella sentenza n. 4771 del 1999), secondo cui il terzo può ben intervenire dopo il termine di costituzione del convenuto e proporre le sue domande, ma – ove si siano verificate le preclusioni probatorie – non può provare i fatti posti a fondamento di esse; che siffatta premessa ermeneutica – in sé non implausibile, seppure nel contesto di un ancora non risolto dibattito giurisprudenziale e dottrinario in materia – non solo trascura la costante affermazione dell'ampia discrezionalità spettante al legislatore nella conformazione degli istituti processuali, col solo limite della non irrazionale predisposizione degli strumenti di tutela della parte (da ultimo, sentenza n. 180 del 2004 e ordinanza n. 265 del 2004), ma non tiene in debito conto il costante orientamento di questa Corte, secondo cui il simultaneus processus non è oggetto di garanzia costituzionale, trattandosi di mero espediente processuale finalizzato (ove possibile) all'economia dei giudizi ed alla prevenzione del pericolo di giudicati contraddittori (ordinanze n. 124 del 2005, n. 90 del 2002 e n. 398 del 2000); sicché la sua inattuabilità non lede né il diritto di azione né quello di difesa, se la pretesa sostanziale del soggetto interessato possa essere fatta valere nella competente, pur se distinta, sede giudiziaria con pienezza di contraddittorio e di difesa (sentenze n. 451 del 1997 e n. 295 del 1995); che, viceversa, il sistema delle preclusioni nel giudizio civile (che costituisce cardine e tratto fondante della riforma del 1990) si configura come regola funzionale alla concreta attuazione del principio costituzionale della ragionevole durata del processo, che ha trovato espressa e puntuale affermazione nella sopravvenuta nuova formulazione dell'art. 111 della Costituzione; che, con riferimento alla prima questione, tali considerazioni consentono di superare le censure riferite alla dedotta violazione dell'art. 24 Cost., giacché il terzo che ritenga che da un giudizio inter alios possano derivare pregiudizi alla propria posizione sostanziale ha, in alternativa all'intervento, la piena facoltà di proporre un autonomo giudizio, oltre che di avvalersi (ove ne sussistano le condizioni) anche dei rimedi di cui agli artt. 274, 344 e 404 cod. proc. civ. evocati dallo stesso rimettente; che, in questo contesto, gli eventuali condizionamenti di ordine temporale alla proposizione dell'intervento (cfr. art. 419 cod. proc. civ.) ovvero le preclusioni all'apporto probatorio a sostegno della relativa domanda, si rivelano strumenti certamente razionali utilizzabili dal legislatore, nella sua discrezionalità, per conseguire l'obiettivo di un ordinato svolgimento del giudizio, fermo che la scelta del secondo tipo di strumento lascia integra la volontaria e consapevole accettazione, da parte dell'interventore, delle limitazioni derivanti dallo specifico stato di avanzamento del giudizio; che – riguardo all'asserita lesione dell'art. 111 Cost. – l'applicazione senza eccezioni del sistema delle preclusioni, lungi dal causare lesione all'evocato principio della parità delle parti (rispetto al quale la tutela della regolarità del contraddittorio è funzionalmente servente), ne costituisce coerente attuazione, proprio al fine di evitare che il terzo possa trarre vantaggio dalla scelta di intervenire tardivamente; che infine – circa la dedotta irragionevolezza della norma impugnata rispetto ai rimedi approntati dagli artt. 274, 344 e 404 cod. proc. civ. , che non precludono al terzo il diritto di proporre (autonomamente, anche in appello, o con opposizione di terzo, e senza limitazione del diritto alla prova) la medesima domanda che potrebbe proporre con l'atto di intervento in primo grado – è sufficiente ribadire che siffatti rimedi non si sostituiscono ma si aggiungono alla facoltà del terzo di tutelare il diritto in via ordinaria e rilevare che la radicale eterogeneità di presupposti e di effetti di essi (strutturalmente diversi tra loro e rispetto all'intervento volontario) rende non irragionevole la differenziazione delle relative discipline; che, pertanto, la prima questione è manifestamente infondata; che, quanto alla seconda e terza questione – anche a prescindere dalla portata fortemente creativa e di sistema delle pronunce richieste a questa Corte, per porre rimedio alle asserite limitazioni che le parti originarie del processo subirebbero in ragione dell'intervento tardivo, non potendo proporre domande ed eccezioni conseguenti alla domanda svolta dal terzo, né precisare o modificare eccezioni o conclusioni già spiegate – l'irrisolta formulazione alternativa (e non già subordinata) delle due diverse auspicate soluzioni ad identici dubbi di costituzionalità, riguardanti la medesima norma, si pone quale insuperabile profilo di manifesta inammissibilità delle questioni stesse.. . per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE dichiara la manifesta infondatezza della questione di legittimità costituzionale dell'art. 268, secondo comma, del codice di procedura civile, «nella parte in cui non consente alle parti [tutte], in caso di intervento di terzo principale o litisconsortile, successivo allo scadere dei termini di cui all'articolo 184, cod. proc. civ. , di depositare documenti e indicare nuovi mezzi di prova rispetto alla domanda formulata con l'atto di intervento», sollevata, in riferimento agli artt. 3, 24 e 111 della Costituzione, dal Tribunale di Lodi, con l'ordinanza in epigrafe; dichiara la manifesta inammissibilità della questione di legittimità costituzionale dell'art. 268, secondo comma, del codice di procedura civile, «nella parte in cui in caso di intervento volontario principale o litisconsortile non attribuisce al giudice il potere dovere di fissare – con il rispetto del termine di cui all'art. 163-bis, cod. proc. civ. – una nuova udienza, non meno di venti giorni prima della quale le parti originarie potranno depositare memoria e di disporre che sia notificato a queste ultime il provvedimento di fissazione», ovvero «nella parte in cui non prevede che, ferme per le parti le preclusioni ricollegate alla prima udienza di trattazione, il termine eventuale di cui all'ultimo comma dell'art. 183 è fissato dal giudice istruttore nella udienza di comparizione del terzo, e i termini di cui all'art. 184 decorrono con riferimento alla udienza successiva a quella di comparizione», sollevata, in riferimento ai predetti parametri, dal medesimo Tribunale, con la stessa ordinanza. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 23 maggio 2005. F.to: Piero Alberto CAPOTOSTI, Presidente Franco BILE, Redattore Giuseppe DI PAOLA, Cancelliere Depositata in Cancelleria il 31 maggio 2005. Il Direttore della Cancelleria F.to: DI PAOLA