[pronunce]

Da ultimo il Tribunale di Treviso riporta alcuni principi che sarebbero stati affermati da questa Corte nella sentenza n. 276 del 2000 in merito alla utilità del tentativo di conciliazione ed osserva che "l'istituto della conciliazione, sebbene trascurato da troppo tempo da una prassi che tuttora non sembra aver colto la sua importanza, può costituire il fondamento su cui far sorgere un processo civile che sia in grado di dare le risposte che la società chiede, a patto che non ci sia disparità di trattamento quanto alla tutela offerta dall'ordinamento tra chi sceglie la conciliazione e chi preferisce aspettare la sentenza". Il remittente conclude affermando che, per quel che riguarda la rilevanza, essa risulta ictu oculi dal fatto che la norma impugnata regola la fattispecie dedotta in giudizio. 2. - Nel giudizio davanti alla Corte è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, che ha concluso chiedendo che la questione sia dichiarata inammissibile. La difesa erariale osserva che, mostrando il remittente di dissentire dall'interpretazione giurisprudenziale assunta a presupposto della sollevata questione di legittimità costituzionale, egli, ritenendosi vincolato alla suddetta interpretazione che non condivide, ha "rinunziato ad esercitare l'opzione ermeneutica di sua competenza e ha obliterato il canone fondamentale che vuole privilegiata, se ritenuta possibile, una interpretazione conforme a Costituzione". D'altra parte, qualora si volessero considerare le indicazioni fornite dal remittente non come elementi di una possibile diversa interpretazione della norma impugnata, ma come prospettazioni di una auspicata ridefinizione di questa, la questione sarebbe comunque inammissibile sotto il profilo che il quesito sottoposto all'esame di questa Corte "impingerebbe in scelte riservate al legislatore - non arbitrarie né altrimenti violative di canoni costituzionali - tra quelle astrattamente configurabili in ordine alla disciplina delle procedure esecutive e alla strutturazione del sistema di tutela per l'adempimento coattivo degli obblighi di fare o non fare (accertamento giudiziale sulla loro coercibilità preventiva rispetto alla formazione del titolo esecutivo ovvero successiva in sede di opposizione all'esecuzione)".1. - Il giudice dell'esecuzione del Tribunale di Treviso dubita della legittimità costituzionale dell'art. 612 del codice di procedura civile, in riferimento agli artt. 3, 10, 24, 111 e 113 Cost., in quanto esclude che il verbale di conciliazione possa costituire titolo esecutivo efficace ai fini dell'esecuzione degli obblighi di fare o non fare. 2. - La questione non è fondata ai sensi delle considerazioni che seguono. Si osserva anzitutto che il giudice remittente non ha fornito una propria interpretazione della norma censurata, ma ha richiamato il diritto vivente, costituito da alcune sentenze della Corte di cassazione, a suo avviso sostanzialmente vincolanti per gli altri interpreti. A ben vedere, però, l'asserito diritto vivente si sostanzia in poche pronunce del giudice di legittimità, delle quali quelle più recenti (Cass. , n. 10713 del 1994; Cass. , n. 258 del 1997) fanno propri in modo acritico principi enunciati in sentenze risalenti a circa mezzo secolo (Cass. , n. 3637 del 1954; Cass. , n. 1531 del 1955). Il primo argomento, di carattere letterale, viene dedotto dall'incipit della norma censurata, il quale recita: "chi intende ottenere l'esecuzione forzata di una sentenza di condanna per violazione di un obbligo di fare o di non fare". La disposizione, facendo riferimento espressamente soltanto all'esecuzione di una sentenza, escluderebbe la possibilità di esperire l'esecuzione di obblighi di fare o di non fare sulla base di titoli esecutivi diversi dalle sentenze ed in particolare del verbale di conciliazione. L'argomento, come del resto rileva lo stesso remittente, è debole, tanto che la norma viene generalmente intesa come idonea a disciplinare l'esecuzione non soltanto delle sentenze, ma anche di altri provvedimenti che di queste non hanno forma e contenuto, quali, ad esempio, le ordinanze emesse in sede di procedimenti per denuncia di nuova opera o di danno temuto, nonché, secondo un indirizzo giurisprudenziale, dei provvedimenti concernenti l'affidamento dei minori (Cass., n. 292 del 1979; Cass. , n. 5374 del 1980). 3. - Parimenti non inoppugnabili sono le ragioni di ordine sistematico che vengono portate per giustificare l'interpretazione fornita. A suo sostegno viene addotto anzitutto il divieto di procedere alla distruzione della cosa fabbricata in violazione dell'obbligo di non fare qualora ciò sia di pregiudizio all'economia nazionale (art. 2933, secondo comma, cod. civ.). In secondo luogo, si prospetta l'ipotesi che l'obbligo abbia ad oggetto una prestazione infungibile. Nell'un caso e nell'altro, secondo coloro che propugnano l'opinione in esame, sarebbe necessaria la valutazione da parte del giudice. A tali argomentazioni si può replicare che l'art. 183, primo comma, cod. proc. civ. , stabilisce che alla conciliazione si può pervenire se la natura della causa lo consente. È quindi non illogico ritenere che nelle situazioni prospettate pregiudizio all'economia nazionale derivante dalla distruzione dell'opera, infungibilità della prestazione sia la stessa conciliazione ad essere impedita. 4. - L'interpretazione diversa da quella del giudice a quo è rafforzata da una pluralità di convergenti riflessioni. La conciliazione è da sempre inquadrata tra gli strumenti predisposti ad finiendas lites. Qualora si escludesse l'efficacia esecutiva del verbale di conciliazione avente ad oggetto gli obblighi di cui all'art. 612 cod. proc. civ. , si costringerebbe la parte a ripercorrere la strada di un processo di cognizione, così negando il valore di accelerazione della definizione della controversia che costituisce la principale caratteristica della conciliazione. Ma è proprio a siffatta caratteristica che si deve il favore accordato alla conciliazione dagli interventi legislativi più recenti. A riguardo vanno ricordate le modifiche apportate agli artt. 183 e 185 cod. proc. civ. con gli artt. 17 e 89 della legge 26 novembre 1990, n. 353, ed in particolare le disposizioni che prevedono la possibilità di rinnovare il tentativo di conciliazione in qualunque momento dell'istruzione. Ad attestare il favore che gli interventi legislativi più recenti accordano alla conciliazione possono anche essere menzionate le norme che la disciplinano in alcuni procedimenti speciali quali quelli davanti al giudice di pace (artt. 320 e 322 cod. proc. civ.), al giudice onorario aggiunto (legge 22 luglio 1997, n. 276, art. 13), nonché, di particolare rilievo, le norme che regolano il tentativo di conciliazione in materia di lavoro (legge 11 maggio 1990, n.108, art. 5, comma 1; decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, art. 65). Ritiene questa Corte che l'art. 612, primo comma, cod. proc. civ.