[pronunce]

Le medesime erogazioni continuano a considerarsi detraibili ai sensi del citato articolo 15, comma 1-bis, ovvero ai sensi del presente articolo, anche quando i relativi versamenti sono effettuati, anche in forma di donazione, dai candidati e dagli eletti alle cariche pubbliche in conformità a previsioni regolamentari o statutarie deliberate dai partiti o movimenti politici beneficiari delle erogazioni medesime». Secondo il rimettente, nella parte in cui consente ai membri del Parlamento di detrarre dall'imposta lorda sui redditi un importo pari al 19 per cento delle erogazioni in denaro effettuate in favore di partiti e movimenti politici per importi compresi tra 51,65 e 103.291,38 euro, anche quando tali erogazioni siano prive di carattere realmente e pienamente liberale, la disposizione violerebbe l'art. 67 Cost. 3.1.- In punto di rilevanza, una volta rigettate le eccezioni preliminari di nullità sollevate dal contribuente - in accoglimento delle difese spiegate dall'amministrazione finanziaria - il giudice rimettente evidenzia come il giudizio a quo non possa essere definito indipendentemente dalla soluzione della questione sollevata, in quanto, proprio applicando la disposizione censurata, il ricorso proposto da S. D. dovrebbe essere accolto. Il rimettente condivide la tesi dell'amministrazione finanziaria, che disconosce la natura di "erogazioni liberali" dei versamenti in denaro effettuati dal ricorrente, nel 2008, in favore del partito politico e durante lo svolgimento del suo mandato parlamentare. Rileva, infatti, come sia incontestata la stipula di «un contratto di donazione mediante il quale [il contribuente] ha assunto [...] l'obbligo di donare al partito politico [...] una somma di denaro per complessivi &#8364; 145.000,00, da versarsi in rate mensili consecutive» nel periodo corrispondente alla durata del mandato parlamentare, in caso di avvenuta elezione. Richiamando la disciplina sulla donazione (artt. 769, 771 e 772 del codice civile), il rimettente esclude la natura liberale di tale atto e, dunque, l'applicabilità dell'art. 15, comma 1-bis, del decreto del Presidente della Repubblica 22 dicembre 1986, n. 917, recante «Approvazione del testo unico delle imposte sui redditi» (di seguito: TUIR), il quale, nella versione applicabile ratione temporis, ammetteva la detrazione di erogazioni liberali per importi compresi tra centomila lire e duecento milioni di lire. In primo luogo, osserva il giudice a quo, l'art. 771, primo comma, cod. civ. prevede la nullità della donazione avente ad oggetto beni futuri, quali appunto dovrebbero considerarsi, «con verosimile plausibilità», le somme da versare in rate mensili costanti nell'arco di cinque anni (e quindi non presenti nel patrimonio del donante all'epoca della stipulazione del contratto). Inoltre, a parere del rimettente, sebbene l'art. 772 cod. civ. consenta la donazione di "prestazioni periodiche", tale disposizione potrebbe riguardare «solamente le prestazioni alimentari e di soccorso». Infine, e decisivamente, per il rimettente - che cita, a supporto, giurisprudenza di legittimità - lo spirito di liberalità, che «costituisce un elemento essenziale della causa del contratto di donazione», ai sensi dell'art. 769 cod. civ. , «consiste nella coscienza (da parte del donante) di compiere (in favore del donatario) un'attribuzione patrimoniale nullo iure cogente, vale a dire nella consapevolezza di attribuire ad altri un vantaggio patrimoniale senza esservi in alcun modo costrett[o]»: ciò che mancherebbe nel caso di specie. L'elargizione verso il partito politico avrebbe trovato fondamento, piuttosto, «nelle relazioni scaturenti dall'adesione del D. ai programmi ed agli obiettivi» del partito, nonché nella condizione del primo di candidato designato per le imminenti elezioni politiche del 13-14 aprile 2008 e, quindi, di (possibile) futuro parlamentare in rappresentanza del partito medesimo. Da ciò, il giudice a quo desume che il contratto stipulato «era diretto a realizzare uno scopo diametralmente opposto a quello, essenziale alla causa della donazione, dell'attribuzione di un vantaggio patrimoniale per spirito di liberalità». A parere del giudice a quo, pur dovendosi ritenere che i versamenti di cui si tratta non siano stati effettuati per spirito di liberalità, la disposizione oggetto di scrutinio, «ponendosi in evidente rapporto di specialità» con l'art. 15, comma 1-bis, del TUIR, lungi dal richiedere l'accertamento della natura liberale delle erogazioni, consentirebbe in ogni caso, a partire dall'anno di imposta 2007, la detraibilità dei versamenti in denaro eseguiti dai candidati e dagli eletti alle cariche pubbliche in conformità a previsioni regolamentari o statutarie deliberate dai partiti o movimenti politici beneficiari delle erogazioni medesime. Il rimettente non condivide, dunque, quanto rilevato dall'Agenzia delle entrate, secondo cui anche la disposizione censurata richiederebbe «il carattere di liberalità dell'erogazione (in favore del partito politico)». Se così fosse, argomenta il giudice a quo, «la norma si presenterebbe del tutto superflua, limitandosi a ribadire il contenuto precettivo» del citato art. 15, comma 1-bis, in evidente contrasto con la volontà del legislatore, il quale invece - come si evincerebbe «chiaramente sia dalla manca[ta] apposizione al sostantivo "erogazioni" dell'aggettivo "liberali", sia dalla locuzione "devono comunque considerarsi detraibili"» e «dalla precisazione "anche in forma di donazione" contenuta nel secondo periodo della stessa norma» - avrebbe inteso estendere la sfera di applicazione (in origine limitata alle "erogazioni liberali") dell'art. 15, comma 1-bis, del TUIR. 3.2.- In punto di non manifesta infondatezza, il rimettente ricorda che l'art. 67 Cost. - secondo cui «[o]gni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato» - persegue, secondo la giurisprudenza costituzionale (sono citate le sentenze n. 125 del 1977 e n. 14 del 1964) - la finalità di «garantire l'assoluta indipendenza dei membri del Parlamento» da qualsiasi influenza, pur se proveniente dai partiti politici di appartenenza, suscettibile «di compromettere l'esercizio della funzione equilibratrice, di composizione e sintesi degli interessi sezionali nel modo che meglio si adegui all'interesse generale». La disposizione censurata, consentendo la detraibilità dall'imposta sui redditi delle erogazioni eseguite anche in assenza dello spirito di liberalità, presupporrebbe, o comunque favorirebbe, «mediante l'attribuzione di vantaggi di natura fiscale, l'instaurazione di rapporti giuridici di credito tra i partiti politici e i membri del Parlamento», come, in effetti, sarebbe accaduto nella vicenda oggetto del giudizio a quo. Tale conseguenza, tuttavia, sarebbe «fonte di possibili condizionamenti dell'indipendenza del parlamentare nell'espletamento delle sue funzioni», in violazione proprio del divieto di mandato imperativo di cui al parametro costituzionale evocato: