[pronunce]

Ha osservato, al riguardo, che l'art. 2 del decreto-legge 8 agosto 1994, n. 507 (Misure urgenti in materia di dighe), convertito, con modificazioni, nella legge 21 ottobre 1994, n. 584, disciplina in modo dettagliato il procedimento di approvazione dei progetti e del controllo sulla costruzione e l'esercizio delle dighe, stabilendo in particolare, al comma 2-bis, che le Regioni vi facciano opportuno riferimento nell'adottare il regolamento inerente agli impianti di loro competenza. Quest'ultima previsione sarebbe espressiva di un principio fondamentale della materia «governo del territorio», dal quale la norma impugnata si discosta, con conseguente violazione dell'art. 117, terzo comma, Cost. 1.4.- Il quarto motivo di ricorso concerne l'art. 4 della legge regionale impugnata. Ad avviso del ricorrente, tale ultima disposizione, rubricata «Presentazione del progetto di fattibilità tecnica ed economica», recherebbe «una disciplina procedimentale che risulta non coerente con le previsioni statali in materia di VIA di cui al decreto legislativo n. 152 del 2006». 1.4.1.- Sul punto, l'Avvocatura generale ha premesso che la disciplina del procedimento di valutazione di impatto ambientale (VIA) e/o di valutazione ambientale strategica (VAS) «deve intendersi riservata allo Stato quale titolare della competenza a fissare livelli di tutela uniforme sull'intero territorio nazionale, ferma restando la competenza delle Regioni alla cura di interessi funzionalmente collegati con quelli propriamente ambientali», e che «le norme attinenti alle verifiche in ambito VAS e VIA rientrano nella materia della tutela dell'ambiente, con conseguente idoneità a fungere da parametro interposto, ovvero da standard minimo o punto di equilibrio di certo non derogabile dal legislatore regionale». Ha quindi osservato che i progetti in questione potrebbero ricadere nella previsione di cui all'Allegato III, lettera t), alla Parte seconda del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152 (Norme in materia ambientale), che prevede la sottoposizione a VIA di competenza regionale dei progetti concernenti «[d]ighe ed altri impianti destinati a trattenere, regolare o accumulare le acque in modo durevole, ai fini non energetici di altezza superiore a 10 m e/o di capacità superiore a 100.000 m3, con esclusione delle opere di confinamento fisico finalizzate alla messa in sicurezza dei siti inquinati»; in alternativa, potrebbe trattarsi di opere rientranti nella previsione di cui al punto 2 dell'Allegato II alla Parte seconda del medesimo decreto, relative all'installazione di «centrali per la produzione dell'energia idroelettrica con potenza di concessione superiore a 30 MW», queste ultime assoggettate a VIA di competenza statale. Nel primo caso, peraltro, il procedimento di VIA di competenza regionale andrebbe regolato dall'art. 27-bis cod. ambiente e perciò, a seguito «della novella recata dalla legge n. 104 del 2017», inserito nel più ampio procedimento finalizzato all'adozione del "Provvedimento autorizzatorio unico regionale", scaturente da una conferenza di servizi che comprende tanto la VIA quanto tutti gli altri titoli abilitativi necessitati dal progetto. Tale articolo, tuttavia, non viene menzionato dalla disposizione impugnata. 1.4.2.- Secondo il ricorrente, inoltre, la disposizione impugnata non avrebbe previsto la verifica di assoggettabilità a VIA del progetto, ai sensi dell'art. 19 cod. ambiente, quantunque tale ultima disposizione sia applicabile anche all'ipotesi di specie, concernente la modifica di una derivazione d'acqua. Dal mancato rispetto della normativa richiamata, costituente «standard minimo inderogabile» in materia ambientale, deriverebbe la violazione dell'art. 117, secondo comma, lettera s), Cost., nonché, come effetto ulteriore, un pregiudizio alla «razionalizzazione delle procedure di valutazione di impatto ambientale» e perciò all'efficienza dell'azione amministrativa, in violazione dell'art. 97 Cost. 1.5.- Il quinto motivo di ricorso ha ad oggetto gli artt. 4, 5 e 9 della legge regionale impugnata. L'art. 4, dopo aver previsto, come più sopra ricordato, che il procedimento prenda avvio con la presentazione del progetto di fattibilità, dispone che su quest'ultimo «[l]a struttura della Giunta regionale territorialmente competente esprim[a], entro sessanta giorni dalla richiesta, un preventivo parere di ammissibilità dell'opera, previa acquisizione delle necessarie valutazioni tecniche». Il successivo art. 5, rubricato «Approvazione del progetto esecutivo e autorizzazione», dispone poi che, una volta ritenuta l'ammissibilità dell'opera ai sensi dell'art. 4, la Giunta regionale, tramite la struttura tecnica competente in materia di difesa del suolo, provveda, su domanda, ad autorizzare la costruzione dell'opera approvando il progetto, ivi compresa la parte inerente al ripristino dello stato dei luoghi a fine esercizio. Tale approvazione, secondo quanto disposto dal comma 3, «non esime il richiedente dall'acquisizione di altre autorizzazioni o nullaosta, comunque denominati, previsti da ulteriori disposizioni di legge». L'art. 9, infine, estende la medesima disciplina anche al procedimento relativo alla «cessazione dell'utilizzo delle opere a seguito di rinuncia, decadenza o revoca della concessione della derivazione d'acqua», con conseguente obbligo, in capo al proprietario o al gestore, «di eseguire, a proprie spese e con le prescritte cautele, i lavori per la demolizione delle opere e il ripristino dello stato dei luoghi, ovvero di eseguire gli interventi necessari per assicurare la messa in sicurezza delle opere». Secondo il Presidente del Consiglio dei ministri, una siffatta complessiva disciplina del procedimento autorizzatorio «invert[irebbe] il principio di necessaria priorità temporale dell'autorizzazione paesaggistica rispetto al titolo legittimante l'intervento urbanistico edilizio, stabilito dal legislatore statale al comma 4 dell'art. 146 del Codice di settore, in base al quale l'autorizzazione paesaggistica "costituisce atto autonomo e presupposto" per il valido ed efficace rilascio del titolo edilizio». In particolare, da tale ultima disposizione, così come dall'art. 22, comma 6, del decreto del Presidente della Repubblica 6 giugno 2001, n. 380, recante «Testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia edilizia (Testo A)», dovrebbe ricavarsi «un "rapporto di necessaria presupposizione" tra l'autorizzazione paesaggistica e il titolo legittimante l'intervento», il quale non può avere contenuti che non risultino già previsti e disciplinati nell'autorizzazione paesistica (è richiamata, in proposito, la sentenza di questa Corte n. 210 del 2016). La mancata, espressa previsione di priorità temporale dell'autorizzazione paesistica rispetto all'approvazione del progetto comporterebbe violazione dell'art. 117, secondo comma, lettera s), Cost., sotto il profilo della tutela del paesaggio, nonché violazione della normativa statale di principio nella materia «governo del territorio». 1.6.- Un'ulteriore censura ha ad oggetto l'art. 5, comma 3, della legge regionale impugnata.