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Particolare è però il caso del fallimento, per cui il secondo comma dell'articolo 47 della legge fallimentare n. 267 del 1942 stabilisce che la casa di proprietà del fallito «non può essere distratta da tale uso fino alla liquidazione delle attività», intendendo che questa possa essere finalizzata al pagamento dei creditori, seppur quale ultimo cespite. Come sopra accennato, in Italia sono sempre di più i casi di imprese in fallimento ed il paradosso è che in molti casi queste stesse imprese risultano essere a credito nei confronti dello Stato a seguito di prestazioni di beni e servizi: sono quasi centomila quelle che tra il 2009 e il 2016 hanno dichiarato fallimento, ma il dato ancor più allarmante riguarda il fatto che una su quattro di queste è stata costretta alla bancarotta a causa dei crediti non pagati dallo Stato. Tale situazione è stata certificata anche da recente studio di Confimprenditori che ha confermato che una delle cause dei fallimenti delle imprese è l'impossibilità di riscuotere i crediti vantati verso la pubblica amministrazione. Questo perché, nonostante i ritardi nei pagamenti, le imprese devono continuare a pagare le tasse e ovviamente i propri dipendenti. Ancora, una ricerca dell'Associazione artigiani e piccole imprese-CGIA di Mestre stima che i fornitori dello Stato vantano crediti per 46 miliardi di euro: si tratta dei dati elaborati nel 2016 che dipingono una situazione inaccettabile. E ancora più allarmante è che la CGIA di Mestre dichiari che l'ammontare del debito commerciale dello Stato verso le imprese sia addirittura superiore ai dati sopra riportati. Nonostante l'introduzione dell'obbligo di fatturazione elettronica ancora oggi non sono chiari i dati relativi ai debiti della pubblica amministrazione e i 56,2 miliardi di euro stanziati tra il 2013 e il 2014 non sono stati sufficienti ad estinguere il debito dello Stato verso le imprese fornitrici. Il disegno di legge in oggetto, che interviene sull'articolo 47 del regio decreto 16 marzo 1942, n. 267 (legge fallimentare), sancisce che il giudice dell'esecuzione, su istanza del fallito, debba procedere all'accertamento della conseguenzialità del fallimento dall'esistenza di consistenti crediti vantati nei confronti della pubblica amministrazione non riscossi a causa del mancato o tardivo pagamento di quest'ultima. Il giudice, accertata tale fattispecie, deve dunque disporre, ex articolo 624 del codice di procedura civile, la sospensione delle procedure esecutive eventualmente predisposte sulla casa di abitazione dell'imprenditore dichiarato fallito e della sua famiglia. Sebbene infatti il fallimento sia l'istituto giuridico attraverso il quale si tutela l'interesse dei creditori ad essere soddisfatti, è pur vero che l'ordinamento debba trovare una contemperazione con il diritto del fallito a mantenere almeno la proprietà della prima casa, disponendo l'improcedibilità dell'esproprio, qualora sia dimostrato che proprio a causa dello Stato questo non sia stato messo in condizione di onorare i propri debiti.. 1 1 All'articolo 47 del regio decreto 16 marzo 1942, n. 267, il secondo comma è sostituito dai seguenti: «La casa di proprietà del fallito, nei limiti in cui è necessaria all'abitazione di lui e della sua famiglia, non può essere distratta da tale uso fino alla liquidazione delle attività né può essere oggetto di procedure esecutive qualora si accerti giudizialmente che il fallimento sia stato causato dal tardivo o mancato pagamento di ingenti crediti contabilizzati da parte degli enti pubblici di cui al comma 2 dell'articolo 1 del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165. Il giudice dell'esecuzione, su istanza del fallito, procede all'accertamento della sussistenza del nesso di causalità tra il fallimento e l'esistenza di una posizione debitoria del fallito nei confronti degli enti pubblici di cui al secondo comma e dispone la sospensione della procedura di esproprio dell'immobile, ai sensi dell'articolo 624 del codice di procedura civile».