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Nell'attesa, se attesa ci sarà, chi ha accolto per primo la persona se ne occuperà comunque e farà quelle cose di gentile buon senso che tutti noi ci aspettiamo quando ci troviamo ad affrontare l’« uomo nero ». E ritornando ai colori pastello mettiamo sale di attesa che non sembrino quelle delle stazioni ferroviarie dei film del neorealismo, ma siano colorate, con sedie dignitose e piante fiorite, perché la buona accoglienza passa anche da queste piccole cose. 9. Sapere a chi rivolgersi, sempre Chi è entrato nel sistema della salute mentale si vede di solito assegnare un medico psichiatra che lo vedrà in ambulatorio, a volte un infermiere o un educatore che ne segue la vicenda a casa, altri operatori che lo accompagnano in luoghi diversi dove la malattia lo porterà, dal reparto ospedaliero a un centro diurno, da una casa protetta a un laboratorio per l'inserimento lavorativo. Può succedere che Giovanni si trovi a confrontarsi anche con dieci operatori che in momenti e luoghi diversi si occupano di lui, una cosa spesso buona perché dimostra che il sistema è ricco e offre cose diverse in luoghi diversi per bisogni momentaneamente diversi. Premessa di questo ragionamento è che per Giovanni è vitale avere nel tempo operatori di riferimento che non cambino a ogni stagione. Se costruire un rapporto di fiducia è la pietra angolare di ogni buona cura è chiaro che a ogni cambiamento di operatore bisogna ricominciare da capo a costruire reciproca fiducia. Quindi i cambiamenti sono « permessi » in poche e inevitabili situazioni: la pensione (evento peraltro sempre più raro), le gravidanze e i trasferimenti. E, infine, evenienza invece decisamente più frequente, la richiesta fatta da Giovanni di cambiare il medico. La richiesta di cambiare infermieri o educatori è molto più rara. La « libera » scelta del medico è garantita dalla legge, ma spesso è disattesa e questo non è certo positivo. Ascoltare Giovanni vuol dire confrontarsi con lui e capirne le ragioni, anche quando dice che vuole cambiare il medico e occorre farlo, piaccia o no. Su queste premesse occorre dare a Giovanni il massimo delle informazioni possibili perché lui, e con lui, la sua famiglia, sappia chi sono gli « operatori di riferimento ». Per i servizi di salute mentale appare tutto scontato, è scritto nella cartella clinica, magari nel sistema informativo se la ASL lo possiede e viene usato, ma Giovanni, uomo a volte confuso e spesso sofferente, non ha la mente fatta come una banca dati e allora bisogna dirglielo e ridirglielo a costo di sembrare ripetitivi, e non solo a Giovanni, ma anche alla sua famiglia che troppo spesso è ancora tenuta fuori dalle « sacre stanze » delle cure. 10. Abitare, lavoro, socialità. Ce ne occupiamo (anche) noi Vexatissima quaestio ! Ossia questione molto dibattuta e importante. Nella psichiatria italiana ci sono almeno due partiti su questa questione. Quelli che pensano che quando Giovanni ha problemi di casa, di lavoro e di socializzare nel tempo libero sono altri (o soprattutto altri) a doversene occupare. Quelli che pensano che i servizi di salute mentale devono fare una parte importante, che non possono chiamarsi fuori. Naturalmente entrambi i partiti sanno bene che per offrire un buon percorso di cura a Giovanni, per riportarlo a una qualità di vita almeno dignitosa quei tre campi, cioè casa, lavoro e socialità, sono essenziali. Il dibattito è altrove. I primi hanno un'idea della cura centrata su un approccio medico, i servizi di salute mentale sono servizi sanitari e devono occuparsi di cure mediche e la casa o il lavoro non sono cose mediche, quindi che se occupino altre agenzie. I secondi pensano che « curare » Giovanni comporti un approccio integrato, medico-psico-sociale, e che delegare in toto ad agenzie altre quei tre campi essenziali vuol dire curare solo a metà. Perché per quanto brave siano le agenzie esterne (laddove ci sono e sono efficienti) non si può abdicare nell'intervenire in queste tre aree vitali per Giovanni e per la sua famiglia. E non è un caso che parlando con familiari in tutta Italia, insieme ai vuoti di intervento nelle situazioni di crisi, l'altra grande lamentela riguarda proprio il lavoro e la casa. Come dire che i genitori hanno chiaro, per esperienza diretta, che insieme alle cure più « mediche » la « cura » di gran lunga più importante è il lavoro e subito dopo, laddove ci sono difficoltà di convivenza, una casa. La « 181 » su questa vexatissima quaestio è chiaramente schierata. I servizi di salute mentale sono in primissima linea su questi tre fronti. Ci sono anzitutto con operatori « dedicati » che se ne occupano specificatamente, cosa oggi tutt'altro che presente e scontata e già questo non è poco. Garantito questo, sul fronte del lavoro si impegnano « con » le agenzie esterne a cercare, anche in questi tempi di crisi, ogni possibile spazio per inserire Giovanni in luoghi dove il lavoro sia vero e presente. Usando le leggi nazionali che esistono, quelle regionali che anche di solito esistono, le clausole sociali dei grandi appalti o le cooperative. E poi usano la fantasia per trovare, anche dentro i servizi di salute mentale e con partner disponibili, nicchie di lavoro (e di mercato) a partire da chi sta peggio e quelle altre piste non può percorrerle. Per realizzare prodotti, belli e vendibili, che servano a fare reddito, anche se magari piccolo, e a far (ri)trovare abilità e competenze. Sul fronte della casa, l'impegno è quello di valorizzare le risorse di Giovanni e di puntare su soluzioni abitative che lo vedano il più possibile protagonista. Un esempio tra tutti. Oggi troppo spesso Giovanni è schiacciato tra comunità che lo ospitano per un tempo assolutamente irragionevole e l'essere « abbandonato » a esperienze di solitudine che non sa affrontare. Dove la si è sperimentata, funziona molto bene la convivenza tra due (o tre) Giovanni. Scatta la messa in comune delle risorse, il profumo di una maggiore libertà, la cintura di sicurezza di non essere soli e altro ancora. E oltre alle convivenze, gli affidi a famiglie disponibili, vi sono gli appartamenti a cosiddetta « bassissima protezione », gli esperimenti in alloggi da condividere con studenti universitari o rifugiati politici e altro ancora. Naturalmente questi dieci punti, e perciò questi dieci articoli, non esauriscono tutto quanto deve essere fatto per migliorare la qualità delle cure che i servizi di salute mentale italiani devono offrire. Garantiscono però, dal nostro punto di vista, un contributo importante per assicurare una base e una cornice solida e, al tempo stesso, ricca di spunti positivi e innovativi, su cui costruire pratiche di normale quotidianità prestazionale, fortemente condivise e radicate nelle nostre comunità. Una base che scommette sul positivo e che vuole introdurre, nelle logiche spesso asfittiche della tecnica legislativa formale, contributi di fantasia e di intelligenza, di scienza e di passione. Concludendo, preme rimarcare ancora una volta che lo spirito e la lettera di questo disegno di legge non sono fatti di dispute ideologiche o dell'aspettare sempre e solo dagli altri le soluzioni.