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Non disponevamo - come tutti gli altri Governi in Europa e nel mondo - degli anticorpi per prevenire una pandemia, che è nata local e che è via via diventata global , in maniera simmetrica in tutti i continenti, ma anche e soprattutto con tempi e modalità che impattano ancora negativamente sui dati macroeconomici. Parlando dell'Italia, un Paese a forte vocazione di export , questo rappresenta un'ulteriore insidia alle dinamiche della crescita. Basterebbero, dunque, pochi numeri: i 2.500 miliardi di euro di debito consolidati nel maggio di quest'anno significano che l'Italia sta affrontando una fase molto delicata. Si può ascoltare di tutto, ma siccome non vogliamo partecipare al festival delle banalità, dobbiamo ricordarci che questi numeri ci indicano innanzi tutto che il nostro Paese è tra quelli in Europa che ha utilizzato il maggior tasso di indebitamento, anche rispetto agli altri Paesi europei, per affrontare la pandemia, per proteggere il lavoro e per garantire all'impresa e alle famiglie la liquidità necessaria, per non impedire un futuro migliore alle nostre imprese e alle nostre famiglie. Se prendiamo i dati - se non vi fidate delle relazioni tecniche, neanche di quelle del governatore della Banca d'Italia - ci accorgiamo che l'entità e la percentuale di indebitamento netto che l'Italia ha proposto con le misure per contrastare la pandemia è tra le più alte, insieme alla Germania, di tutta l'Unione europea. Presidente e colleghi, penso che questi dati non consentano di negare che ci troviamo in una situazione di emergenza e di grande difficoltà. Voglio partire da qui perché dobbiamo tener conto che quando usiamo delle parole pesanti che sono macigno alla credibilità delle istituzioni non svolgiamo una funzione utile agli interessi nazionali. Lo dico con grande franchezza: non sono d'accordo quando ci si accusa di incrinare la democrazia o minacciare che siamo in presenza di una contrapposizione con le regole fondamentali della democrazia. Non credo neanche che sia utile per nessuno definire questo Parlamento «invisibile» perché il Parlamento è il luogo fondamentale dell'attività legislativa e, dunque, è preziosissimo per garantire tutti gli interventi necessari per attraversare la crisi. Noi abbiamo fatto una proposta perché dentro questa emergenza è naturale che i sessanta giorni di tempo per convertire i decreti-legge non siano compatibili con tre letture. Lo abbiamo già visto; è successo in passato, quando non eravamo in emergenze e, a maggior ragione, la decretazione oggi è ancora più compatibile con le caratteristiche dell'emergenza che la Costituzione richiama. Noi abbiamo avanzato una proposta molto semplice, lo dico ai colleghi e approfitto della presenza del Governo. Abbiamo posto solo una condizione di fronte a provvedimenti ampi e complessi: spacchettare da subito il provvedimento costruendo un'intesa politica e dividere gli argomenti e i temi tra le due Camere perché solo così si possono rispettare i sessanta giorni che la Costituzione attribuisce. Credo che - lo dobbiamo dire - l'emergenza abbia reso compatibile ancora di più la decretazione d'urgenza e che provvedimenti così complessi - ci auguriamo l'ultimo per entità, ma probabilmente non l'ultimo per complessità - richiedano una forte condivisione politica. Colleghi, non è compatibile dividere il Parlamento tra chi lavora e chi no, tra chi conosce il mondo del lavoro e chi no, tra chi porta qui istanze legittime e individuali di disperazione e problematiche che esistono nella popolazione e chi no. Penso a chi come noi ogni giorno vive nella sua quotidianità il rapporto con il mondo del lavoro, con la sofferenza di chi il lavoro lo perde, a chi come noi ogni giorno vive la complessità di realizzare investimenti da parte di coloro che vogliono produrre lavoro, chi, insomma, viene dalla radice del lavoro e del rapporto tra lavoro, impresa e capitale. Insomma, è inaccettabile l'accusa che ci avete rivolto ed è anche poco dignitoso da parte di chi intende difendere il mondo del lavoro portare qui esemplificazioni e letture senza tener conto del contesto complessivo nel quale il mondo e il Paese si sta muovendo per attraversare questa pandemia. Rivendico questa differenza. Probabilmente siamo diversi innanzitutto per questa ragione: noi crediamo che il distanziamento fisico, che è stato necessario per attraversare la pandemia, non debba diventare un distanziamento permanente delle dinamiche sociali. Abbiamo bisogno di ripristinare comunità; noi non mettiamo in contrapposizione la necessaria attività di assistenza, di aiuto e di protezione della popolazione che abbiamo compiuto. Il reddito di emergenza e anche probabilmente un reddito di cittadinanza più orientato a offrire un'opportunità formativa per l'inserimento sono strumenti fondamentali per prevenire conflitto sociale e costruire comunità. Non c'è nessuno spazio per attrarre nuovi investimenti senza garantire coesione. Quando usiamo le parole, credo dunque sia molto importante dirci tra noi che le scelte che abbiamo compiuto prima nel cura Italia, poi nel decreto-legge liquidità e poi oggi con il decreto rilancio, proprio per garantire un'universalità nella protezione degli ammortizzatori sociali a tutti (cosa mai fatta prima d'ora), costituiscono un intervento che segna l'identità di questo Governo e le modalità con le quali l'Esecutivo ha inteso attraversare la crisi e affrontare la pandemia. ( Applausi ). Siamo consapevoli che ci possono essere stati e ci saranno ritardi, che vanno corretti e migliorati, ma basta anche in questo caso un numero. Le ore di cassa integrazione del mese di aprile sono state pari all'intera annualità del 2008, quando la crisi finanziaria che si innestò determinò una complessa crisi economica (le ore di cassa integrazione di un mese sono cioè pari alle ore di cassa integrazione di dodici mesi). I ritardi non sono giustificabili, ma ad essi, peraltro, il decreto rilancio tende anche a dare una risposta. Abbiamo, infatti, corretto alcune distorsioni che c'erano, soprattutto sulla cassa integrazione in deroga tra Stato e Regioni, ricollocandole ovviamente nel perimetro appropriato dell'INPS cercando di velocizzare ulteriormente le procedure. Insomma, un conto è denunciare il limite della temporalità dell'erogazione, un altro è mettere in discussione strumenti o accusare questo Governo di incapacità nel dare risposte universali, che invece ha dato proprio al mondo del lavoro. Perché per noi il lavoro, prima di tutto, non è una parola; è un'identità, sulla quale questo Governo ha inteso attraversare la pandemia e superare la crisi. Dico con grande franchezza che queste azioni, che sono state importanti e che anche il decreto rilancio ha inserito, sono finalizzate a salvaguardare una questione ancora più grande e più importante. La liquidità delle imprese, infatti, e anche le modalità con le quali noi stiamo attraversando questa crisi generano, insieme agli interventi per le famiglie, una risposta adeguata al nostro Paese, un'identità precisa relativamente a come attraversare la crisi. È per questo che non vogliamo sottovalutare il percorso che è stato costruito. Colleghi, mentre in questa fase le opposizioni, anche ieri, ci hanno parlato di sussidi come di un'attività sbagliata, noi crediamo invece che assistenza, coesione sociale e comunità siano indispensabili per promuovere nuovo sviluppo.