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Per quanto riguarda il minore è apparso necessario, nei limiti della sua capacità di discernimento e del grado di maturità, attribuire l'autonomia di compiere le scelte che riguardano la sua esistenza, attraverso una concreta partecipazione nei giudizi in cui è direttamente coinvolto. Negli ultimi anni, infatti, sono state numerose le dichiarazioni internazionali che hanno suggerito alla dottrina ed alla giurisprudenza l'elaborazione nel nostro Paese del principio del riconoscimento del minore quale soggetto di diritto a pieno titolo. Il disegno di legge delega realizza, in concreto, questi princìpi assicurando -- attraverso la specifica previsione del principio del contraddittorio, della rappresentanza processuale delle parti, anche se minori o incapaci, dell'adeguata informazione e dell'ascolto, anche mediato, del minore che ha compiuto anni dodici, o di età inferiore, valutata la sua capacità di discernimento -- il recepimento di un indirizzo ormai consolidato della legislazione internazionale. Il preminente interesse del minore sottende alla regolamentazione della disciplina del rito nei procedimenti riguardanti la famiglia. La Convenzione sui diritti del fanciullo dell'ONU del 20 novembre 1989, ratificata ai sensi della legge 27 maggio 1991, n. 176, all'articolo 3, sancisce espressamente che in tutte le azioni riguardanti bambini, se avviate da istituzioni di assistenza sociale, private e pubbliche, tribunali, autorità amministrative, corpi legislativi, i maggiori interessi del bambino devono costituire oggetto di primaria importanza, e a questo principio, entrato a far parte a pieno titolo del nostro sistema giuridico, ha fatto sempre più spesso riferimento sia la giurisprudenza ordinaria, di merito e di legittimità, sia la giurisprudenza costituzionale. Per tale ragione, si è ritenuto che gli operatori del diritto, deputati a risolvere le controversie in materia di famiglia e minori, debbano avere una competenza specifica e, soprattutto, una visione di insieme. Pertanto, l'istituzione di sezioni specializzate realizza l'esigenza di uno specifico «diritto processuale familiare», consentendo l'eliminazione di alcune importanti discrasie nelle prassi processuali dei vari tribunali e assicurando maggiore uniformità nelle decisioni. L'intervento regolatorio si propone, inoltre, di razionalizzare e unificare i vari modelli processuali che attualmente vengono utilizzati nelle controversie in materia di famiglia, minori e incapaci, frutto di una legislazione che negli ultimi decenni ha manifestato uno sviluppo non sempre organico. L'ampio ricorso al modello del procedimento camerale, caratterizzato da una disciplina del tutto generica e lacunosa, è stato ritenuto incompatibile con l'esigenza di garantire i diritti fondamentali della persona, come dimostrano peraltro le prassi interpretative assai diverse spesso perseguite sia dai tribunali ordinari che dai vari tribunali per i minorenni nell'applicazione del predetto procedimento. La riforma mira, dunque, a realizzare una semplificazione ed una razionalizzazione dei riti processuali, mediante il riordino e l'unificazione dei procedimenti contenziosi e di quelli che incidono sullo stato e sulla capacità della persona. Viene prevista, in particolare, una razionalizzazione dei procedimenti in materia di separazione e divorzio e di quelli relativi all'affidamento e al mantenimento dei figli di genitori non uniti in matrimonio, in modo che siano disciplinati in modo uniforme. Si prevede, poi, che avverso i provvedimenti a contenuto decisionale, che non siano provvisori, pronunciati dalla sezione specializzata del tribunale in composizione collegiale, sia dato reclamo alla medesima sezione, in composizione collegiale, e che avverso i medesimi provvedimenti pronunciati dalla sezione specializzata del tribunale in composizione collegiale sia dato appello dinanzi alla competente sezione specializzata della corte d'appello. Si prevede, inoltre, l'applicazione ai procedimenti, anche se in camera di consiglio, in cui sono prevalenti caratteri di semplificazione della trattazione o dell'istruzione della causa, o in cui sono prevalenti esigenze di celerità della definizione, del procedimento sommario di cognizione di cui al libro IV, titolo I, capo III- bis , del codice di procedura civile (articolo 3, comma 1, lettera i) ), restando tuttavia esclusa per tali procedimenti la possibilità di conversione nel rito ordinario, in ideale continuità con l'intervento di semplificazione dei riti già varato con il decreto legislativo 1° settembre 2011, n. 150. La finalità di semplificazione della riforma si realizza anche attraverso la disciplina dell'adozione dei provvedimenti di urgenza, mediante l'applicazione della disciplina di cui alla sezione II del capo III del titolo I del libro IV del codice di procedura civile, in quanto compatibile (articolo 3, comma 1, lettera l) ). L'adozione del modello del rito cautelare uniforme consentirà, in particolare, di contemperare l'esigenza di poter adottare provvedimenti di carattere estremamente urgente con la garanzia del principio fondamentale del contraddittorio, consentendo l'adozione di provvedimenti immediati ma imponendone la conferma nel contraddittorio tra le parti entro un brevissimo periodo di tempo, a pena di inefficacia. L'importanza dell'intervento normativo va esaminata sulla base della legislazione internazionale a cui si ispira. Dispersa tra codici e leggi speciali, tra leggi specifiche riguardanti soggetti in età evolutiva e leggi relative solo ad adulti in cui sono inserite anche norme riguardanti i minori, la disciplina di tutela e promozione dei diritti del minore è apparsa spesso contraddittoria ed incoerente. La comunità internazionale da tempo ha evidenziato che il soggetto in formazione ha dei diritti che gli ordinamenti interni devono non solo riconoscere ma anche garantire e promuovere. Già nel 1990 la Conferenza dell'Aja di diritto internazionale privato aveva promosso una convenzione per regolare la tutela dei minori e numerose convenzioni, recepite nel nostro ordinamento attraverso gli strumenti della ratifica e dell'esecutività, sono state stipulate, sin dagli anni ‘20, per disciplinare il lavoro dei fanciulli, per stroncare il triste fenomeno della tratta delle donne e dei fanciulli, per regolare le competenze delle autorità e le leggi applicabili per la protezione dei minori, per disciplinare alcuni istituti di diritto familiare e in materia di alimenti e obblighi alimentari; per disciplinare il rimpatrio dei minori. In particolare, si è già fatto riferimento alla Convenzione sui diritti del fanciullo, approvata in sede ONU il 20 novembre 1989. Essa non solo delinea in modo organico e sufficientemente completo uno statuto dei diritti del minore ma consente anche, attraverso la legge di ratifica, che i princìpi e le norme della Convenzione vengano a far parte integrante del diritto interno e diventino pertanto pienamente operanti anche nei vari Paesi. La Convenzione sui diritti del fanciullo, pur muovendosi dalla tradizionale considerazione del minore quale persona che « by reason of his physical and mental immaturity, needs special safeguards and care, including appropriate legal protection, before as well as afler birth », attribuisce al minore una progressiva autonomia nell'esercizio di un catalogo completo di diritti umani. Oltre a porsi come strumento omnicomprensivo di tutela dei diritti del fanciullo, essa afferma alcuni princìpi generali che dovrebbero guidare gli Stati nella interpretazione e nella attuazione di tutti i diritti riconosciuti.