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a) nel corpo della nuova norma non c'è alcun riferimento ai cosiddetti «vincoli europei». La sovranità di bilancio è dunque totalmente nazionale, una forma di esercizio costituzionale della responsabilità esclusiva delle Camere; b) soprattutto, un conto è limitare per il futuro la crescita ulteriore del deficit e del debito pubblico italiani, come si fa nel «nuovo» articolo 81, dove proprio per questo si prevede l’«equilibrio di bilancio»; un conto è, invece, il corso forzoso imposto dall'Europa per la riduzione dello stock storico del nostro debito pubblico, come invece si vuole con il cosiddetto « fiscal compact ». Il fiscal compact è stato come tale battezzato e formalizzato nel corso del 2012. Prima non era affatto così. L'idea originaria di una disciplina europea dei bilanci nazionali, un'idea su cui si iniziò a discutere in Europa nel biennio 2009-2010, era basata sulla doppia formula, della «responsabilità» sopra, ma anche della «solidarietà» sotto: non l'una senza l'altra. Per essere chiari, l'idea politica che allora si stava sviluppando in Europa era questa: se la nuova geopolitica del mondo portata dalla globalizzazione e poi drammatizzata dalla crisi poneva termine all'età dell'oro dell'Europa, impedendole di fare più deficit e debiti pubblici che prodotti interni lordi, e comunque apriva per l'Europa la sfida che veniva da un nuovo mondo articolato nel confronto e nella competizione non più tra Stati-nazione ma tra blocchi continentali, allora l'Europa non aveva altra scelta se non quella di prenderne atto, avviando un processo di reazione e di riorganizzazione. E dunque non solo meno deficit e debiti pubblici, ma anche più unità e armonizzazione su scala europea nella disciplina dei bilanci pubblici e, proprio in questa logica strategica, più compattezza continentale. Per converso dovevano però esserci anche più intelligenza politica nella formulazione e nell'applicazione dei parametri europei e più solidarietà. Alla base, dal lato dell'Italia, c'erano allora tre obiettivi essenziali: 1) calcolare le percentuali di riduzione del debito pubblico italiano non solo in base al valore assoluto del nostro debito pubblico, e dunque in modo non rigidamente matematico, ma calcolarle anche in considerazione di altri fattori rilevanti. In particolare si trattava di fattori favorevoli all'Italia, quali la ricchezza patrimoniale (gli italiani, rispetto a tanti altri, hanno molto patrimonio e pochi debiti), la riforma delle pensioni (quella italiana considerata in Europa ottima già nel 2010), l'andamento dell’ export (in crescita allora in Italia quasi più che altrove) e altro. Va notato a questo proposito che, dopo una lunga e non facile opposizione, questa richiesta fu alla fine accettata (e, se del caso, dovrebbe oggi essere difesa con forza, in sede di eventuale – si spera di no – applicazione del fiscal compact) ; 2) subordinare la sottoscrizione del relativo trattato all'avvio degli « eurobond », nella forma compatibile con i vigenti trattati (si veda a questo proposito, a titolo indicativo: Junker-Tremonti, « E-bonds would end crisis », The Financial Times , 5 dicembre 2010). È possibile credere nell'euro, se non si crede negli « eurobond »? 3) In ogni caso, anche come strumento negoziale, si chiedeva di calcolare il contributo di ogni Paese al nuovo fondo di salvataggio europeo (ESM) non in base alla percentuale nazionale di partecipazione al capitale della Banca centrale europea (per l'Italia pari circa al 18 per cento), ma in percentuale rispetto all'effettivo grado di esposizione al rischio estero di ciascun sistema bancario-finanziario nazionale (per l'Italia questo era circa pari al 5 per cento). Il successivo Governo Monti, generato, come nel Cinquecento, dalla «chiamata dello straniero», ha invece scelto di regredire rispetto a questa linea. Ovvero, come si dice, ha ceduto... con fermezza! È così che ora e per il futuro, sostanzialmente a partire dall'anno in corso, e per ironia della storia proprio per espressa volontà nostra, ci troviamo obbligati non solo a pagare il conto delle perdite bancarie degli altri, ma anche a operare per venti anni, ogni anno, violenti (e recessivi) tagli della spesa pubblica. Tagli che pur in ipotesi di una crescita economica continua, anche se unita a un discreto e pure continuo livello di inflazione monetaria, pari, in ipotesi, a un 3 per cento di crescita complessiva, sarebbero comunque necessari fin da oggi e per grandi numeri, da operare con continue manovre di finanza pubblica, prima per portare e poi per tenere allo «zero» assoluto il nostro squilibrio di bilancio (si ricordi che attualmente siamo intorno al 3 per cento), dovendo dunque negli anni a venire vincere la naturale e storica tendenza alla crescita della nostra spesa pubblica. A partire dagli andamenti demografici avversi e perciò a partire dagli automatismi incrementali impliciti nei diritti attualmente universali all'assistenza e alla salute, passando poi, per esempio, alle crescenti esigenze della sicurezza per arrivare, infine, al federalismo fiscalmente irresponsabile delle regioni e delle nuove «mega-province» ovvero delle «aree vaste». E, si faccia attenzione, notare tutto questo non è apologia della spesa pubblica e difesa dell'ancora viva «cultura parlamentare» del deficit , ma è piuttosto responsabile realismo. Tutto questo è, in particolare, realistica comprensione dell'intensità politica, prima ancora che economica, dei problemi che si stanno addensando sul nostro Paese. Minimizzare tutto questo in base a calcoli «scientifici», illudere e illudersi è tutto fuorché prudente, anche nella prospettiva interna ed esterna del (ri)sentimento verso l'Europa. Per come nel corso del 2012 è stato geometricamente configurato, il fiscal compact viene infatti ad essere lo strumento permanente di dominio dell'Europa sull'Italia: essere costretti, e per beffa costretti da noi stessi, a fare qualcosa che molto difficilmente possiamo fare; dovere per questo e senza speranza e per gli anni futuri subire ogni possibile forma di condizionamento, di riduzione e, infine, anche di azzeramento della nostra sovranità nazionale. Nel «nuovo» articolo 81, lo si ribadisce, si prescrive l'equilibrio di bilancio per il futuro, ma non si prescrive affatto la riduzione forzosa e forsennata del debito pubblico accumulato in precedenza. Purtroppo, la relativa legge di attuazione, la legge 24 dicembre 2012, n. 243, è radicalmente uscita da questo schema, incorporando e persino rafforzando le nuove politiche di bilancio a matrice europea basate, nella logica del fiscal compact , sull'idea del corso forzoso alla riduzione dello stock storico del nostro debito pubblico. È proprio in questi termini che, nel corso del 2012, sulla scia del princìpio generale di «desovranizzazione» contenuto nell'articolo 117, primo comma, il fiscal compact è entrato non solo nel nostro ordinamento, per effetto della ratifica del cosiddetto «Trattato Monti», ma è entrato anche nella meccanica di attuazione della Costituzione. È per questo che qui si propone l'adeguamento della legge n. 243 del 2012 in modo che essa sia solo l'attuazione del «nuovo» articolo 81, per com'è scritto, e non altro.