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Franco Corleone ha curato la pubblicazione di un racconto sulla prima Guerra mondiale di un italo-americano, Silvio Villa, intitolato « Un episodio di guerra », sulla esperienza di un amico ritrovato al fronte e che venne ucciso per essersi rifiutato di compiere una azione suicida per i suoi soldati. Nell'introduzione « Eroi e disobbedienti » Corleone racconta la vicenda di Aldo Rosselli, morto sul Pal Piccolo, montagna strategica e aspramente contesa, situata proprio di fronte al Monte Cellon, nel marzo 1916. Era il fratello maggiore di Carlo e Nello Rosselli, gli antifascisti trucidati nel 1937 da ignobili sicari in Francia. Lo sforzo dunque è quello di tenere insieme la memoria di un interventista mazziniano e quella di montanari e contadini mandati al fronte del tutto inconsapevoli. Nei tre anni di guerra furono coinvolti più di cinque milioni di soldati , a cui vanno aggiunti 200.000 ufficiali. Circa il 6 per cento fu oggetto di denuncia ai tribunali militari, pari a 870.000 soggetti, di cui ben 470.000 erano emigrati che non risposero alla chiamata alle armi (Alberto Tarchiani nel 1915 lamentava che negli Stati Uniti solo 65.000 uomini su 400.000 avessero risposto alla chiamata alle armi). Il 60 per cento delle denunce si tradusse in condanne la cui espiazione venne rimandata a dopo la guerra. Infine, 4.000 furono le condanne a morte comminate dai tribunali (quasi 3. 000 in contumacia) di cui 730 eseguite e 311 non eseguite. Almeno 300 furono le fucilazioni sul campo e le decimazioni. Questi numeri impressionanti testimoniano la straordinarietà della prima Guerra mondiale con un ruolo delle masse assolutamente inedito. La classe dirigente non era in grado di comprendere tale trasformazione e soprattutto non si assunse il compito di motivare i soldati e di spiegare loro le ragioni della guerra. Chi faceva davvero la guerra assisteva a ingiustizie e privilegi. Il Governo e il Comando militare scelsero invece la strada della repressione preventiva con l'emanazione del bando del 28 luglio 1915 di Luigi Cadorna e successivamente delle punizioni dure e insensate fondate su altre circolari. A proposito di Cadorna, della disfatta del 24 ottobre 1917, e del suo bollettino contro i soldati, è opportuno ricordare l'intervento nella seduta segreta della Camera dei deputati del 14 dicembre dell'onorevole Michele Gortani, eletto nel collegio di Tolmezzo. Si tratta di una puntuale requisitoria in ventun interrogativi che sono riportati integralmente nel volume di Diego Carpenedo che è stato senatore della Carnia ed è ora promotore della campagna per ristabilire verità e giustizia per i fatti del 1916 sul Cellon. In particolare Gortani incolpava il Governo di aver sacrificato durante due anni di guerra il miglior fiore della gioventù italiana per l'ostinazione di voler compiere offensive per le quali mancavano i mezzi, di pretendere che i reticolati si dovessero infrangere con i petti umani. Insisteva a chiedere ragione della copertura offerta a innumerevoli errori tattici e strategici, dalla sottovalutazione dei consigli di Cesare Battisti in Trentino nel 1915 alla mancata creazione di una flotta aerea, dall'insuccesso sanguinoso dell'Ortigara all'abbandono del Cadore e della Carnia, munitissime e preziose per la difesa e utili per la riscossa. Questo può servire ad aprire una riflessione sulla giustizia militare come vera giustizia di classe, contro la certezza del diritto e senza un reale diritto della difesa. Nel fondamentale volume « Plotone di esecuzione », uscito nel 1968, un anno dopo la pubblicazione della relazione ufficiale su Caporetto, si parla di 166 sentenze con una scelta su circa 100.000. Ebbene la quasi totalità riguarda la truppa, i soldati politicizzati, socialisti o anarchici, pacifisti, i disperati, i diseredati, i contadini del sud spesso analfabeti: « diserzioni, ammutinamenti, discorsi e corrispondenze disfattiste, casi di autolesionismo, ribellioni di vario tipo, atti di codardia in faccia o in presenza del nemico (su questa elegante questione di diritto si decise spesso la vita di un uomo) ». Tale specificità emerge anche dalla raccolta di lettere di combattenti selezionate da Adolfo Omodeo che Piero Pieri definisce « straordinariamente importante per la storia dell'animo con cui fu combattuta la grande guerra, per la documentazione di quanto, consciamente o no, fossero permeate del migliore spirito mazziniano le migliaia di ufficiali di complemento, eletta espressione della media e piccola borghesia italiana che, credenti per la prima cosa nella religione del dovere, avevano guidato nell'aspra lotta il popolo italiano, condividendone sacrifici e speranze ». Chiosa Forcella: « Non si discute l'entusiasmo, il valore, lo spirito di sacrificio e la “religione del dovere” che le migliaia di ufficiali di complemento, espressione della piccola e media borghesia, dimostrarono nel corso della guerra. Sta però il fatto che le lettere dei caduti raccolte dall'Omodeo e i valori che esse testimoniano costituiscono soltanto la testimonianza dell'animo con cui gli ufficiali di complemento combatterono la loro guerra. Non dicono nulla, o quasi, sull'animo con cui la combatterono i soldati. La storia che ci raccontano i documenti di quest'ultimi è sensibilmente diversa da quella che raccontano i loro comandanti ». Tanti giganti della letteratura si sono confrontati con la realtà e la follia della prima Guerra mondiale e con lo sfondamento di Caporetto, da Gadda a Hemingway che intitolò il suo capolavoro con un titolo evocativo « Addio alle armi » e che nella sua prefazione si riferisce al « continuo, prepotente, mortifero e sciatto crimine della guerra ». E come non citare Giuseppe Ungaretti che stampò proprio a Udine il mitico « Il Porto sepolto » in ottanta copie nel 1916? Quello della prima Guerra mondiale fu periodo caratterizzato dalla presenza di istanze diverse, come messo in luce dallo storico Mario Isnenghi, e da grandi contraddizioni. È utile riportare una frase di Renato Serra, acuto critico letterario morto sul Podgora nel 1915 e che ebbe una testimonianza di intenso rispetto da parte di Antonio Gramsci sul « Grido del Popolo » del 20 novembre 1915: « Ma ora non possiamo aspettarci più nulla da Renato Serra: la guerra l'ha maciullato, la guerra della quale egli aveva scritto con parole così pure, con concetti così ricchi di visioni nuove e di sensazioni nuove. Una nuova umanità vibrava in lui; era l'uomo nuovo dei nostri tempi, che tanto ancora avrebbe potuto dirci ed insegnarci. Ma la sua luce s'è spenta e noi non vediamo ancora chi per noi potrà sostituirla. Laggiù in città si parla forse ancora di partiti, di tendenze opposte; di gente che non va d'accordo; di gente che avrebbe paura, che si rifiuterebbe, che verrebbe a malincuore. Può esserci anche qualche cosa di vero, finché si resta per quelle strade, fra quelle case. Ma io vivo in un altro luogo. In quell'Italia che mi è sembrata sorda e vuota quando la guardavo soltanto;