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recentemente il programma di Raidue "Night Tabloid", con un puntuale reportage firmato da Filippo Barone, ha portato all'attenzione del grande pubblico le modalità con le quali la Francia, unico Paese al mondo, riesca ancora a gestire la moneta delle sue ex colonie, nonostante sia trascorso oltre mezzo secolo dalla loro indipendenza. Una sorta di postcolonialismo incentrato su un controllo economico che impedisce alle economie locali di crescere e svilupparsi; l'area delle ex colonie comprende 14 Stati dell'area subsahariana e del centro Africa, con una popolazione di oltre 160 milioni di abitanti: Camerun, Ciad, Gabon, Guinea equatoriale, Repubblica Centrafricana, Repubblica del Congo, Benin, Burkina Faso, Costa d'Avorio, Guinea Bissau, Mali, Niger, Senegal e Togo; nei mesi scorsi tale situazione è stata denunciata, tra gli altri, anche da Mohamed Konare, originario della Costa d'Avorio, che ha fondato un movimento politico con l'intento di denunciare i metodi francesi volti a depredare le ex colonie africane; la moneta con la quale Parigi attua il proprio dominio economico-monetario è il franco CFA (Comunità finanziaria africana). La moneta è battuta dal Tesoro francese e si basa su accordi che prevedono: la libera circolazione dei capitali dai Paesi CFA alla Francia e viceversa, un tasso di cambio fisso all'euro (e prima alla divisa francese), la piena convertibilità del franco CFA garantita dal Tesoro francese, il Fondo comune di riserva di moneta estera a cui partecipano tutti i Paesi CFA come contropartita per la garanzia della convertibilità da CFA a euro e, infine, la partecipazione delle autorità francesi alle politiche monetarie della BCEAO e BEAC; il vincolo principale del franco CFA consiste nell'obbligo per i 14 Paesi di depositare il 50 per cento delle loro riserve monetarie presso il Tesoro francese. In sostanza, quando uno di questi Paesi esporta verso un Paese diverso dalla Francia ha l'obbligo di trasferire il 50 per cento di quanto incassato presso la Banca di Francia. Su tale sistema il controllo francese è capillare vista la presenza di rappresentanti francesi, con diritto di veto, nei consigli di amministrazione e in quelli di sorveglianza delle istituzioni finanziarie delle 14 ex colonie; grazie a questo sistema, la Francia ha potuto disporre di un'enorme mole di risorse (alcune stime parlano di circa 500 miliardi di dollari all'anno) investite in titoli del debito pubblico francese, grazie ai quali ha potuto finanziare per decenni un'ingente spesa pubblica; oltre a quanto esposto, conviene ricordare che tra i numerosi vincoli imposti dagli accordi sulla moneta esiste anche il "primo diritto" per la Francia di acquisire ogni tipologia di risorsa naturale scoperta nelle sue ex colonie (uranio, oro, petrolio, caffè, gas). Solo con un mancato interesse francese questi Paesi sono autorizzati a individuare un diverso compratore; ovviamente, oltre al danno monetario, questo meccanismo è una delle principali cause delle migrazioni economiche dai 14 Paesi ex coloniali. La diffusa povertà di questi popoli, depauperati dal neocolonialismo francese, origina le ondate migratorie verso l'Europa con una Francia che, da un lato, ci guadagna ogni volta che questi migranti spediscono soldi in patria, e dall'altro si erge a moralizzatrice nei confronti di Paesi, come ad esempio l'Italia, che provano a regolare e gestire flussi migratori incontrollati, si chiede di sapere se i Ministri in indirizzo siano a conoscenza dei fatti esposti e quali iniziative intendano assumere nelle competenti sedi europee, affinché venga meno la forma di sfruttamento nei confronti delle ex colonie africane, anche attraverso una revisione dei protocolli aggiuntivi ai trattati UE, che consentono alla Francia di stampare il franco CFA sotto l'esclusivo controllo della Banca centrale francese. Atto n. 3-00429 AGOSTINELLI Ai Ministri delle infrastrutture e dei trasporti e delle politiche agricole alimentari, forestali e del turismo Premesso che: l'articolo 1 del decreto 20 maggio 2015 emanato dal Ministro delle infrastrutture e dei trasporti di concerto con il Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali, recante "Revisione generale periodica delle macchine agricole ed operatrici, ai sensi degli articoli 111 e 114 del decreto legislativo 30 aprile 1992, n. 285", al comma 1 prescrive la revisione generale, con periodicità quinquennale, delle macchine agricole, di cui all'art. 57 del decreto legislativo 30 aprile 1992, n. 285 (trattori agricoli così come definiti nella direttiva n. 2003/37/CE del 26 maggio 2003, macchine agricole operatrici semoventi, rimorchi agricoli); dall'emanazione del predetto decreto sono passati più di tre anni e, tra meno di due mesi, scadrà il termine per la seconda tranche di controlli, riguardante i trattori immatricolati dal 1974 al 1990. Nonostante la revisione sia obbligatoria, non è stato ancora adottato il relativo decreto attuativo (che deve stabilire nel dettaglio chi se ne occupa, che cosa controlla e come); come ha sottolineato Roberto Guidotti di Cai (Confederazione agromeccanici e agricoltori italiani), "i primi a farne le spese sono le imprese agricole e agromeccaniche, che hanno da un lato l'obbligo di portare il veicolo a revisione, pena sanzione, e dall'altro però non hanno la possibilità di farlo" ("terraevita.edagricole", dell'8 novembre 2018); in caso di veicoli non a norma, oltre all'irrogazione di sanzioni, gli organi di Polizia stradale possono decidere il ritiro della carta di circolazione. Sicché, una volta decorso il termine per effettuare la revisione, considerato che in Italia il numero dei trattori immatricolati da oltre 30 anni ammonta a 680.000 unità (dati dell'Unione nazionale commercianti macchine agricole, Unacma), il numero dei veicoli sanzionabili o passibili di ritiro della carta di circolazione è particolarmente consistente; in assenza di un decreto attuativo, profili di criticità si pongono anche con riguardo alla possibilità di assicurare i trattori non sottoposti a revisione e, quindi, non autorizzati alla circolazione. Ma anche ove il decreto attuativo fosse già in vigore, il rispetto del termine prestabilito, per tutti i trattori immatricolati, sarebbe comunque impossibile, mancando, al momento, un numero adeguato di officine certificate rispetto all'enorme mole di mezzi da controllare; per i suddetti motivi, il segretario generale dell'Unione nazionale commercianti macchine agricole, Gianni Di Nardo, ha evidenziato che "Unacma si sta da anni impegnando per ampliare il numero di punti in cui eseguire la revisione attraverso la creazione di una rete di officine meccaniche certificate (Unacma Roc) e i lavori sono a buon punto".