[pronunce]

ORDINANZA ha pronunciato la seguentenel giudizio di legittimità costituzionale degli artt. 391-bis, 391-ter, 391-octies e 391-decies del codice di procedura penale, promosso, nell'ambito di un procedimento penale, dal Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Napoli con ordinanza del 1° agosto 2001, iscritta al n. 27 del registro ordinanze 2002 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 5, prima serie speciale, dell'anno 2002. Visti l'atto di costituzione della persona sottoposta a misura cautelare nel procedimento incidentale a quo, nonché gli atti di intervento di altra persona sottoposta a misura cautelare nel medesimo procedimento penale e del Presidente del Consiglio dei ministri; udito nell'udienza pubblica del 7 maggio 2002 il Giudice relatore Guido Neppi Modona; uditi gli avvocati Franco Coppi e Massimo Biffa per la parte costituita e l'avvocato dello Stato Paolo di Tarsia di Belmonte per il Presidente del Consiglio dei Ministri. Ritenuto che con ordinanza in data 1° agosto 2001 il Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Napoli ha sollevato, in riferimento agli artt. 2, 3 e 111 della Costituzione, questione di legittimità costituzionale degli artt. 391-bis, 391-ter, 391-octies e 391-decies del codice di procedura penale, &laquo;nella parte in cui prevedono la possibilità per i difensori delle parti private di assumere dichiarazioni e conferiscono alle stesse la medesima valenza di quelle assunte dalla accusa, ma non prescrivono in capo ai difensori i medesimi obblighi di garanzia a tutela della genuinità della prova stessa&raquo;; che il giudice a quo - premesso di essere investito della decisione su di una richiesta di revoca della custodia cautelare in carcere presentata dalla difesa di persona sottoposta alle indagini per i delitti di cui agli artt. 416-bis e 513 del codice penale - precisa, quanto alla rilevanza della questione, che i verbali delle dichiarazioni rese da coindagati o da persone informate dei fatti assunte ai sensi delle disposizioni censurate, prodotti a corredo dell'istanza di revoca, smentirebbero in modo sostanziale l'assunto accusatorio; che il rimettente, rilevato che le norme censurate conferiscono alle dichiarazioni raccolte dai difensori la medesima valenza probatoria di quelle assunte dal pubblico ministero, sostiene, nel merito, che tale equiparazione potrebbe ritenersi giustificata solo se gli atti assunti dal pubblico ministero e dalla difesa fossero &laquo;il risultato di attività regolamentate in modo omogeneo, il cui svolgersi sia egualmente assistito da obblighi, sanzioni, forme che siano in grado di garantire in modo eguale la genuinità e affidabilità dell'atto&raquo; ; che, in mancanza di tale simmetria, il processo risulta inammissibilmente sbilanciato in favore della persona sottoposta alle indagini, in quanto il pubblico ministero è un pubblico ufficiale, ha l'obbligo di assoluta imparzialità e deve redigere i verbali con completezza e fedeltà, essendo chiamato a rispondere, in caso di volontaria inosservanza di tali obblighi, del reato di cui all'art. 323 cod. pen. o comunque, in caso di non corrispondenza del verbale alle dichiarazioni rese, del reato di cui all'art. 476 cod. pen. , mentre analoga disciplina non sarebbe prevista per le investigazioni difensive; che inoltre, mentre il pubblico ministero deve mettere a disposizione del giudice tutti gli atti d'indagine compiuti, l'art. 391-octies cod. proc. pen. prevede che il difensore ha la facoltà, ma non il dovere, di esibire al giudice i risultati della sua attività, &laquo;trattandosi di una scelta dettata dalla necessità di tutelare al meglio interessi di natura squisitamente privatistica come quelli del suo assistito&raquo;; che la disciplina censurata si porrebbe quindi in contrasto: con l'art. 2 Cost., in quanto, sbilanciando il processo penale in favore dell'indagato, &laquo;riverbera i suoi effetti sul diritto-dovere dello Stato di garantire, anche attraverso il processo penale, i diritti inviolabili e fondamentali dell'uomo e della collettività lesi dall'attività delittuosa&raquo; ; con l'art. 3 Cost., perché non prevede a carico del difensore i &laquo;medesimi obblighi di garanzia e di tutela della genuinità della prova&raquo; stabiliti per il pubblico ministero; con l'art. 111 Cost., e cioè con il principio del giusto processo, che si fonda sulla parità dei diritti e dei doveri tra le parti processuali; che nel giudizio è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che la questione venga dichiarata infondata, in quanto le norme sottoposte a scrutinio di legittimità costituzionale sarebbero frutto della discrezionalità del legislatore, che in modo non irragionevole ha ritenuto di rafforzare l'effettività del diritto di difesa in tutte le fasi del procedimento penale, in linea con un modello processuale in cui le parti sono poste su un piano di parità; che nel giudizio si è costituita la persona sottoposta a misura cautelare nel procedimento incidentale a quo, rappresentata e difesa dagli avv. Franco Coppi e Massimo Biffa, chiedendo che la questione venga dichiarata inammissibile e comunque infondata; che in via preliminare la difesa espone, quanto alla rilevanza della questione, che il giudice chiamato a decidere sulla richiesta di revoca dell'ordinanza di custodia cautelare ha emesso due distinti provvedimenti: il 25 luglio 2001 ha respinto la richiesta, rigettando le eccezioni della difesa di carattere procedurale e riservandosi di valutare la permanenza dei gravi indizi di colpevolezza alla luce della documentazione delle investigazioni difensive prodotta nella medesima richiesta di revoca; il 1° agosto 2001, a scioglimento della anzidetta riserva, ha sollevato la questione di legittimità costituzionale, sospendendo il giudizio e trasmettendo gli atti a questa Corte; che ad avviso della difesa il primo provvedimento, benché incompleto, ha definito compiutamente la fase incidentale ex art. 299 cod. proc. pen. , in quanto in materia de libertate non sono ammissibili decisioni parziali; che infatti il provvedimento di rigetto è autonomamente impugnabile ex art. 310 cod. proc. pen. e il giudice d'appello deve intervenire per valutare il materiale prodotto dalla difesa e sanare il difetto di motivazione; che tale conclusione risulta avvalorata dal fatto che nel procedimento a quo contro l'ordinanza di rigetto della richiesta di revoca è stato effettivamente proposto appello, dichiarato inammissibile dal tribunale sul presupposto che la decisione non fosse autonomamente impugnabile, e che successivamente, a seguito di ricorso per cassazione, la Suprema Corte ha annullato con rinvio la decisione del tribunale; che pertanto l'ordinanza del 1° agosto 2001, con la quale è stata sollevata questione di legittimità costituzionale, sarebbe tardiva e la questione inammissibile per difetto assoluto di rilevanza;