[pronunce]

Ciò, dunque, spiega la ragione per la quale le Sezioni unite della Corte di cassazione, nella pronuncia che si è dianzi richiamata, all’esito di una diffusa analisi delle mutazioni subite dall’istituto del patteggiamento, siano pervenute alla conclusione di ritenere che, pur non potendosi affermare che quei mutamenti abbiano condotto ad un «processo di vera e propria identificazione tra i due tipi di pronuncia», gli stessi stanno comunque «univocamente a significare che il regime della equiparazione, ora codificato alla stregua della normativa complementare più volte menzionata, non consente di rifuggire dall’applicazione di tutte le conseguenze penali della sentenza di condanna che non siano categoricamente escluse». Spetta dunque al legislatore, in questa prospettiva, prescegliere, nei confini che contraddistinguono il normale esercizio della discrezionalità legislativa, quali siano gli effetti che – in deroga al principio “di sistema” che parifica le due sentenze – diversificano, fra loro, la sentenza di condanna pronunciata all’esito del patteggiamento rispetto alla condanna pronunciata all’esito del giudizio ordinario. Una logica, dunque, del tutto antitetica rispetto a quella presupposta dal Collegio rimettente, il quale, invece, muove dalla erronea tesi di ritenere che gli effetti del patteggiamento debbano “ontologicamente” differenziarsi da quelli della sentenza ordinaria, salvo le deroghe – espressamente previste – che “assimilino” le conseguenze derivanti dai due tipi di pronunce. 3. – In tale quadro di riferimento, pertanto, le scelte adottate dal legislatore sul versante dei rapporti fra giurisdizioni, non possono affatto reputarsi, per ciò che qui rileva, manifestamente irragionevoli o prive di una qualsiasi causa giustificatrice. Se da un lato, infatti, con l’avvento del nuovo codice di rito è tramontato il principio della prevalenza della giurisdizione penale, a tutto vantaggio della autonomia dei procedimenti e delle giurisdizioni e della rigorosa limitazione delle questioni pregiudiziali, è altrettanto vero che una “ricomposizione” di sistema doveva essere prefigurata proprio sul versante dei rapporti tra il giudicato penale e le diverse (ma interferenti) sfere di giurisdizione civile, amministrativa o disciplinare davanti alle pubbliche autorità. Ciò ad evitare, evidentemente, da un lato, conflitti e contrasti tra giudicati; e, dall’altro, la perdita di acquisizioni processuali, che avrebbe negativamente inciso sulla economia dei giudizi. In questa prospettiva, vanno dunque colte le ragioni per le quali le modifiche apportate, in parte qua, all’art. 653 cod. proc. pen. , lungi dal discostarsi da quel quadro d’assieme, ne rappresentano, a ben guardare, il naturale sviluppo. Mutata, infatti, la configurazione originaria del patteggiamento come rito circoscritto alle vicende di criminalità “minore”, ed assunta una dimensione più “matura”, anche per ciò che attiene allo spazio delibativo riservato al giudice e, conseguentemente, alla relativa “base fattuale” – basti pensare ai nuovi e più ampi poteri in tema di confisca ed a quelli previsti in tema di cosiddetto “patteggiamento allargato” –, ben si potevano prefigurare corrispondenti ampliamenti anche sul versante degli effetti “esterni” del giudicato scaturente dal rito speciale, se riferiti al giudizio disciplinare davanti alle pubbliche autorità, per lo specifico risalto degli interessi coinvolti. D’altra parte, la ratio posta a fondamento della legge n. 97 del 2001, è nota ed è stata rimarcata anche da questa Corte. Nell’osservare, infatti, che «con le novità introdotte dalla legge n. 97 del 2001, sia la sentenza penale irrevocabile di condanna, sia la sentenza di applicazione della pena su richiesta sono destinate ad esplicare effetti nel giudizio disciplinare», si è rilevato che, in tal modo, il legislatore ha inteso assicurare «non solo una sostanziale coerenza tra sentenza penale ed esito del procedimento amministrativo, ma, soprattutto, una linea di maggiore rigore per garantire il corretto svolgimento dell’azione amministrativa» (v. sentenza n. 186 del 2004). Un rigore, d’altronde, espressamente evocato nei lavori preparatori della citata legge n. 97 del 2001, al punto che lo stesso relatore della iniziativa legislativa non mancò di sottolineare come la opzione prescelta, «pur incidendo negativamente sulla portata deflattiva del contenzioso penale dell’istituto del patteggiamento, (aveva) il sicuro e positivo effetto di impedire che soggetti la cui credibilità è minata dall’applicazione della pena patteggiata, (potessero) continuare a rivestire responsabilità nelle amministrazioni pubbliche». A fronte di tali obiettivi, destinati a preservare valori di indiscutibile risalto, la disciplina impugnata si presenta del tutto coerente, giacché, da un lato, eliminando qualsiasi riferimento alla sentenza “pronunciata in seguito a dibattimento” – che compariva nel testo originario dell’art. 653 cod. proc. pen. –, ha parificato fra loro tutti i giudicati penali derivanti da qualsiasi tipo di sentenza: sia essa pronunciata a seguito di patteggiamento, o a seguito di giudizio abbreviato, sia essa pronunciata all’esito del dibattimento; dall’altro, ha accomunato, agli stessi fini, i vari giudicati, vuoi di condanna, vuoi di assoluzione. In sostanza, tanto nella ipotesi in cui il diritto al contraddittorio sia stato integralmente esercitato – attraverso la scelta del giudizio ordinario –, quanto nella eventualità in cui l’imputato abbia invece liberamente scelto di rinunciarvi (secondo quanto espressamente prevede l’art. 111, quinto comma, Cost.), attraverso la opzione per il giudizio abbreviato o il patteggiamento, le conseguenze che si producono, rispetto al giudizio disciplinare, saranno le stesse, proprio perché la “fonte pregiudicante” è stata del tutto ragionevolmente configurata in termini simmetrici, sia per ciò che attiene al “tipo” (sentenza pronunciata in sede di giudizio dibattimentale ovvero all’esito dei ricordati procedimenti alternativi), sia per quanto concerne il relativo epilogo (di assoluzione o di condanna). Va infatti sottolineato, a quest’ultimo riguardo, che, ove il giudice, chiamato a delibare la richiesta di patteggiamento, pronunci sentenza di assoluzione a norma dell’art. 129 cod. proc. pen. , tale statuizione – a differenza di quanto scaturiva dal “vecchio” testo dell’art. 653 cod. proc. pen. – ha effetto di giudicato in sede disciplinare, «quanto all’accertamento che il fatto non sussiste o non costituisce illecito penale o che l’imputato non lo ha commesso». Il che, evidentemente, vale comunque a “controbilanciare”, sul versante degli “interessi” del patteggiante, la tesi della palese irragionevolezza denunciata nella ordinanza di rimessione. 4. – Non può ritenersi fondato neppure il secondo profilo di irragionevolezza denunciato nella ordinanza di rimessione.