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Circa le modalità di conversione viene anzitutto tolto l'obbligo - previsto nel caso a decidere siano gli amministratori - di operare con arrotondamenti automatici, non essendovi qui l'esigenza d'evitare un potere discrezionale. Inoltre, si lascia libertà di scelta circa i modi in cui l'obiettivo di massime due cifre decimali va raggiunto: aumenti di capitale gratuiti, a pagamento o misti, raggruppamenti o frazionamenti di azioni o riduzioni di capitale. Nel solo caso di riduzione del capitale sociale si stabilisce che esso va attuato mediante accredito della riserva legale - così da mantenere inalterato l'ammontare del patrimonio netto - e che non può superare il 5% del capitale sociale medesimo. In tal caso, analogamente a quanto previsto per le riduzioni di capitale attuale dagli amministratori, non si applica il comma 3 dell'articolo 2445 del codice civile. Le riduzioni del capitale sociale che vengono a determinarsi ai sensi del presente articolo configurano una fattispecie diversa rispetto a quelle "canoniche" disciplinate dall'articolo 2445 del codice civile che tratta della riduzione del capitale esuberante. Un conto, infatti, è disciplinare riduzioni di capitale imposte o consentite (ma comunque entro il limite massimo del 5%) le quali, aumentando contestualmente la riserva legale, non modificano l'ammontare complessivo del patrimonio netto; tutt'altro conto è disciplinare quelle riduzioni del capitale sociale volontarie che comportano al tempo stesso una riduzione del patrimonio netto in quanto liberano i soci dall'obbligo dei versamenti ancora dovuti o procedono al rimborso del capitale ai soci. Ad ogni modo, al fine d'evitare ogni possibile dubbio interpretativo e facilitare la conversione si è stabilita espressamente la non applicazione del comma 3 dell'articolo 2445 del codice civile alle riduzioni di capitale attuate ai sensi del presente articolo. In questo contesto, i creditori sociali nel cui interesse è posto il richiamato comma 3 dell'articolo 2445 del codice civile risultano ugualmente tutelati. Al fine di agevolare le operazioni di conversione è consentita la movimentazione delle riserve, in contropartita del capitale sociale, come illustrata nei commi 2 e 4, nonché l'acquisto delle azioni proprie in deroga alle disposizioni di cui all'articolo 2357 del codice civile. Settimo comma. Il comma, considerata la necessità di ridurre gli oneri a carico delle società, stabilisce che l'obbligo all'annotazione sui titoli del mutato valore nominale non opera primo a quando non ricorrono altre ragioni di modifica e differisce al secondo esercizio successivo a quello nel quale la variazione è avvenuta l'obbligo di indicare negli atti e nella corrispondenza l'ammontare del capitale sociale, sempre che il capitale sia variato in applicazione dell'articolo 17. Ottavo comma. Il comma determina l'ammontare "legale" minimo del capitale sociale post conversione. Per le società per azioni è di centomila euro e per le società a responsabilità limitata è di diecimila euro. Al fine di fugare ogni possibile dubbio, la norma non fa che ribadire, per il caso della conversione in euro del capitale espresso in lire di società già esistenti, quanto l'articolo 4 stabilisce a proposito delle società di nuova costituzione che esprimeranno il capitale sociale in euro fin dalla costituzione. Nono comma. Prevede che le negoziazioni dei titoli azionari sono effettuate esprimendo i prezzi unitari in euro, con il numero di cifre decimali determinato dalle società di gestione del mercato, nel rispetto dell'autonomia dei mercati e degli operatori del settore. Decimo comma. Il comma estende alle società a responsabilità limitata le regole previste da alcuni dei commi precedenti per le società il cui capitale sociale è rappresentato da azioni. Anche per il capitale sociale delle società a responsabilità limitata - diversamente da quanto accade per le restanti forme societarie - si pongono problemi analoghi a quelli visti in precedenza, dato che il capitale stesso è rappresentato, com'è noto, da quote aventi un proprio valore unitario (cfr. i commi primo e terzo dell'articolo 2474 del codice civile). Articolo 18 (Criteri di rilevazione delle operazioni e di trattamento delle relative differenze cambio) Premessa. L'articolo dà attuazione all'articolo 9 della legge delega per le imprese in genere e tratta sia dei criteri di rilevazione delle operazioni in corso soggette al rischio di cambio "generato" da una delle valute aderenti all'euro, sia del trattamento delle relative differenze cambio. Conformemente alle indicazioni riportate nel documento di orientamento della Commissione Europea n. XV/7002/97 titolato: "Aspetti contabili dell'introduzione dell'euro", la disciplina è stata disegnata nell'ambito del vigente quadro normativo comunitario in materia di bilancio. Primo comma. L'articolo si applica ai bilanci d'impresa redatti a far tempo da quelli chiusi o in corso al 31 dicembre 1998 e, a differenza dell'articolo 16, non riguarda tutte le imprese ma solo quelle che corrono rischi di cambio in una delle valute aderenti all'euro. I bilanci chiusi al 31 dicembre 1998 vanno ancora redatti e pubblicati obbligatoriamente in lire, quelli chiusi a date successive comprese nel triennio 1 gennaio 1999-31 dicembre 2001 possono essere redatti e pubblicati in euro nel rispetto di quanto previsto all'articolo 16. Peraltro, quale che sia la moneta di conto utilizzata per redigere e pubblicare il bilancio, occorre disciplinare le operazioni in corso al 31 dicembre 1998 soggette al richiamato rischio di cambio. Secondo comma. Il comma detta i criteri di rilevazione delle operazioni in corso e stabilisce l'obbligo, limitatamente agli elementi monetari, di tradurli in lire adottando i tassi di conversione irrevocabilmente fissati e le regole previste dagli articoli 4 e 5 del Regolamento (CE) n. 1103/97 del 17 giugno 1997. Gli elementi monetari, definiti alla lettera q) dell'articolo 1, non possono essere quindi convertiti in lire adottando il cambio "storico". Nulla cambia rispetto a prima per quanto riguarda la conversione in moneta di conto delle operazioni in corso rappresentate da elementi non monetari, anche se rientranti nella contabilità plurimonetaria eventualmente tenuta. Terzo, quarto, quinto e sesto comma. Il comma 3 inizia a dettare le regole di trattamento delle differenze cambio rilevate in applicazione del comma 2 prevedendo che esse vanno per intero incluse nel conto economico. In alterativa, il comma 4 prevede che le imprese possono scegliere di applicare il trattamento previsto dal comma 5 o dal comma 6. Con distinto riferimento a ciascun elemento monetario, il comma 5 consente di ripartire la relativa differenza cambio in funzione della durata residua e della prevista evoluzione del capitale dell'elemento considerato (metodo analitico pro rata). Se l'elemento monetario viene incassato, pagato o ceduto, la differenza cambio residua va per intero inclusa nel conto economico nel quale l'incasso, il pagamento o la cessione avvengono. Il comma 6, a sua volta, consente di ripartire le differenze cambio in quote costanti nell'esercizio e nei tre successivi (metodo sintetico), anziché includerle per intero nel conto economico ai sensi del comma 3.