[pronunce]

ORDINANZA ha pronunciato la seguentenel giudizio di legittimità costituzionale dell'art. 12-quinquies, comma 1, del decreto-legge 8 giugno 1992, n. 306 (Modifiche urgenti al nuovo codice di procedura penale e provvedimenti di contrasto alla criminalità mafiosa), convertito, con modificazioni, dalla legge 7 agosto 1992, n. 356, promosso con ordinanza del 13 gennaio 2006 dalla Corte di appello di Palermo nel procedimento penale a carico di B. L. P. ed altri, iscritta al n. 154 del registro ordinanze 2006 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 22, prima serie speciale, dell'anno 2006. Visto l'atto di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri; udito nella camera di consiglio dell'11 giugno 2008 il Giudice relatore Paolo Maria Napolitano. Ritenuto che la Corte d'appello di Palermo, con ordinanza del 13 gennaio 2006, ha sollevato questione di legittimità costituzionale «dell'art. 12-quinquies, comma 1, della legge 7 agosto 1992 n. 356» (recte: dell'art. 12-quinquies del decreto-legge 8 giugno 1992, n. 306, recante «Modifiche urgenti al nuovo codice di procedura penale e provvedimenti di contrasto alla criminalità mafiosa», convertito, con modificazioni, dalla legge n. 356 del 1992), in riferimento agli artt. 2, 3, 24, 25, 27, 35 e 111 della Costituzione; che il rimettente premette che nel procedimento penale a carico di B. L. P. ed altri, la difesa di alcuni degli imputati ha chiesto di sollevare questione di legittimità costituzionale dell'art. 12-quinquies, comma 1, della legge 7 agosto 1992 n. 356; che la difesa degli imputati, sempre secondo quanto riferisce il rimettente, ha affermato che i dubbi sulla compatibilità dell'art. 12-quinquies con numerosi principi costituzionali, emersi nel corso dei lavori parlamentari di conversione del decreto-legge n. 306 del 1992, hanno trovato riscontro nella sentenza della Corte costituzionale n. 48 del 1994, con la quale si era posta in evidenza «la confusa interferenza operata dal legislatore tra la norma incriminatrice ed il diverso istituto delle misure di prevenzione a carattere patrimoniale, con particolare riferimento sia all'identità della qualifica soggettiva rivestita dal proposto per l'applicazione di una misura di prevenzione ed il soggetto imputato del reato di cui all'articolo citato, sia alla identità delle situazioni costituenti elemento di sospetto in un caso e condotta della norma incriminatrice nell'altro»; che, proseguendo nell'illustrare la tesi della difesa degli imputati, il rimettente osserva che le argomentazioni della sentenza n. 48 del 1994 della Corte costituzionale, formulate con riferimento al comma 2 dell'art. 12-quinquies, possono essere applicate anche al comma 1 il quale, pertanto, presenta gli stessi vizi di costituzionalità: in particolare, laddove si ribadisce che il costituente ha inteso separare nettamente le posizioni processuali dell'imputato da quelle del condannato, in quanto anche nella fattispecie in esame basterebbe una semplice notitia criminis, pur se priva di fondamento, a determinare la sussistenza della qualità di indagato che renderebbe punibile quella condotta, con evidenti gravi conseguenze discriminatorie; che, inoltre, la difesa degli imputati ha «evidenziato conseguenze rilevanti in relazione al diritto di difesa (art. 24 Cost.) e di giusto processo (art. 111 Cost.), con particolare riferimento alla violazione del principio relativo alla ripartizione dell'onere della prova, non potendosi spostare sull'imputato il compito di fornire la prova di una capacità patrimoniale atta a giustificare il possesso dei beni senza violare il citato principio costituzionale»; che la difesa degli imputati ritiene altresì estendibili i rilievi citati anche in riferimento alla posizione dei soggetti cui fittiziamente sarebbe intestata la proprietà dei beni, con conseguenziale violazione del principio di tassatività, posto che la mancata indicazione dell'elemento psicologico che deve sorreggere la condotta del cosiddetto extraneus potrebbe sottendere una forma di responsabilità oggettiva, palesemente contraria al principio della personalità della responsabilità penale; che la Corte rimettente ritiene l'eccezione di incostituzionalità sollevata dalla difesa rilevante ai fini del giudizio e meritevole del vaglio della Corte costituzionale essendo non palesemente infondata e sostenuta dal decisivo riferimento alla sentenza della Corte cost. n. 48 del 1994; che è intervenuto in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, che ha chiesto alla Corte costituzionale di dichiarare la questione inammissibile o infondata; che, a parere dell'Avvocatura dello Stato – la quale afferma che «si può supporre, ma, appunto, solo supporre, che ad uno o più imputati di quel giudizio sia contestato il delitto di cui al comma 1 dell'art. 12-quinquies d. l. 306/92 conv. L. 356/92» – la questione è inammissibile, in quanto nell'ordinanza di rimessione manca del tutto la descrizione della fattispecie, oltre che la motivazione in ordine alla rilevanza nel giudizio a quo; che, sempre secondo l'Avvocatura generale, solo per taluni dei parametri costituzionali evocati (artt. 24, 27 e 111 Cost.) sono evidenziate le ragioni del sospettato contrasto con la norma censurata e, comunque, nel merito la questione sarebbe infondata in quanto il giudice rimettente parte dal presupposto, del tutto erroneo, che le questioni esaminate dalla Corte con la sentenza n. 48 del 1994, siano perfettamente sovrapponibili a quelle che possono sollevarsi con riferimento al comma 1 dell'art. 12-quinquies, mentre le due fattispecie presentano caratteri radicalmente difformi; che, in particolare, il comma 2 dell'art. 12-quinquies, dichiarato incostituzionale, puniva la disponibilità di beni di valore sproporzionato al reddito o all'attività economica svolta, ove di tale disponibilità non venisse giustificata la legittima provenienza da parte di coloro nei cui confronti «pendesse procedimento penale» per determinati reati o fosse in corso di applicazione una misura di prevenzione personale o si procedesse per l'applicazione di questa, mentre il comma 1 punisce l'attribuzione fittizia ad altri di denaro o altre utilità, al fine di eludere le disposizioni di legge in materia di misure di prevenzione patrimoniali o di contrabbando o di agevolare la commissione di uno dei delitti di cui agli artt. 648, 648-bis e 648-ter del codice penale;