[pronunce]

che il principio di tassatività, caratterizzato dalla stessa ragione ispiratrice del principio di legalità, tende a salvaguardare il cittadino contro eventuali abusi, ponendolo in condizione di discernere senza ambiguità tra l'area del lecito e quella dell'illecito, laddove l'art. 186 del codice della strada «è norma né chiara, né precisa: non è dato rinvenirvi una scelta nitida di incriminazione da parte del legislatore, poiché la condotta ivi descritta (...) sembra abbracciare condotte del tutto eterogenee». Considerato che il Tribunale di Trento, con ordinanza del 15 giugno 2011 (r.o. n. 227 del 2011), ha sollevato questione di legittimità costituzionale, in riferimento agli articoli 3, 25, secondo comma, 27, terzo comma, e 117, primo comma, della Costituzione, dell'articolo 186, comma 2, in «combinato disposto» con l'articolo 47 del decreto legislativo 30 aprile 1992, n. 285 (Nuovo codice della strada), perché «prevede il ricorso allo strumento penale per sanzionare la guida in stato di ebbrezza di chi conduca qualunque tipo [di] veicolo, compreso il velocipede, e non lo utilizzi invece limitatamente alla guida di veicoli a motore (dotati di un potenziale di rischio altamente più elevato), o comunque non prevede sanzioni differenziate tra veicoli a motore e non a motore, proporzionate al tipo di rischio immesso nella circolazione»; che il rimettente ritiene «preferibile» un'interpretazione «restrittiva» della norma incriminatrice, tale da escludere la possibilità di integrazione del reato nel caso di conduzione di «veicoli che, per natura, non sono in grado di immettere nella circolazione stradale un grado di rischio equivalente e paragonabile a quello dei veicoli a motore»; che, nella stessa prospettiva interpretativa, il rimettente sottolinea come il vocabolo intorno al quale è costruita normativamente la fattispecie incriminatrice - «guida» - si connoti «per essere comunemente applicato in tema di automezzi, vale a dire di autoveicoli», il che farebbe pensare che la norma censurata non possa essere applicata indiscriminatamente a tutti i veicoli elencati dall'art. 47 del codice della strada; che, ad avviso del rimettente, per un verso la natura della sospensione della patente di guida e della confisca renderebbe palese che «il legislatore ha creato questa disposizione di legge avendo preso a riferimento i soli veicoli a motore, la cui complessità quanto a conduzione e il cui potenziale lesivo ne impongono l'utilizzo ai soli soggetti muniti di apposita licenza» e, per altro verso, le «correlazioni sistematiche tra il comma 2 dell'art. 186 e i commi successivi» chiarirebbero «come il legislatore abbia inteso riferirsi esclusivamente ai veicoli a motore»; che, sempre nella prospettiva delineata dal tribunale rimettente, il rischio connesso alla guida di veicoli non a motore in condizione di alterazione psicofisica sarebbe inferiore al rischio creato dalla circolazione, in analoghe condizioni, di veicoli a motore, il che offrirebbe ulteriore conforto all'interpretazione «restrittiva» della norma incriminatrice ritenuta «preferibile»; che, al di là di qualsiasi considerazione sull'interpretazione «restrittiva» della norma censurata, privilegiata dal rimettente (interpretazione in contrasto con l'orientamento espresso dalla Corte di cassazione in varie pronunce, tra le quali, ad esempio, Cass. , sez. IV, 14 novembre 2007, n. 3454/08), è da rilevare che essa risulta in palese contrasto con il presupposto delle censure formulate in riferimento agli artt. 3 e 27, terzo comma, Cost.; che, infatti, il rimettente, da un lato, propende per un'interpretazione della norma censurata tale da escludere dalla sfera applicativa del reato di guida in stato di ebbrezza la condotta del conducente di un velocipede, mentre, dall'altro, censura la norma stessa in quanto «prevede il ricorso allo strumento penale per sanzionare la guida in stato di ebbrezza di chi conduca qualunque tipo [di] veicolo, compreso il velocipede, e non lo utilizzi invece limitatamente alla guida di veicoli a motore (dotati di un potenziale di rischio altamente più elevato), o comunque non prevede sanzioni differenziate tra veicoli a motore e non a motore, proporzionate al tipo di rischio immesso nella circolazione»; che le censure indicate sono dunque prospettate «in antitesi con la premessa interpretativa svolta dal rimettente» (ordinanza n. 127 del 2009), il che determina la manifesta inammissibilità della questione, in quanto formulata in modo contraddittorio; che alla stessa conclusione deve giungersi con riguardo alle censure relative alla ipotizzata violazione del «principio di sufficiente determinatezza della legge penale» (artt. 25, secondo comma, e 117, primo comma, Cost., in relazione all'art. 7 della CEDU); che per costante giurisprudenza di questa Corte al fine di «verificare il rispetto del principio di tassatività o di determinatezza della norma penale occorre non già valutare isolatamente il singolo elemento descrittivo dell'illecito, bensì collegarlo con gli altri elementi costitutivi della fattispecie e con la disciplina in cui questa s'inserisce» (così, ex plurimis, la sentenza n. 282 del 2010); che il rimettente, da una parte, lamenta la violazione del principio di determinatezza della fattispecie incriminatrice, mentre dall'altra, contraddittoriamente, fa leva su alcuni canoni interpretativi, di carattere letterale e sistematico, che lo conducono ad accogliere la già indicata interpretazione «restrittiva» della norma incriminatrice; che, dunque, anche con riferimento alle censure relative agli artt. 25, secondo comma, e 117, primo comma, Cost., la questione è formulata in modo contraddittorio e deve essere dichiarata manifestamente inammissibile; che, inoltre, le censure relative agli artt. 25, secondo comma, e 117, primo comma, Cost., sono formulate «in modo generico e apodittico» (ordinanza n. 126 del 2011), in quanto il rimettente si limita ad affermare che la norma censurata non sarebbe né chiara, né precisa e che non sarebbe rinvenibile «una scelta nitida di incriminazione da parte del legislatore, poiché la condotta ivi descritta (...) sembra abbracciare condotte del tutto eterogenee»; che, pertanto, anche da questo punto di vista la questione è manifestamente inammissibile. Visti gli artt. 26, secondo comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87, e 9, comma 2, delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale.. per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE dichiara la manifesta inammissibilità della questione di legittimità costituzionale dell'articolo 186, comma 2, in «combinato disposto» con l'articolo 47 del decreto legislativo 30 aprile 1992, n. 285 (Nuovo codice della strada), sollevata, in riferimento agli articoli 3, 25, secondo comma, 27, terzo comma, e 117, primo comma, della Costituzione, dal Tribunale di Trento, con l'ordinanza indicata in epigrafe.