[pronunce]

Il giudice a quo ritiene, inoltre, che la normativa censurata comporterebbe una «disuguaglianza di trattamento tra l'adottato maggiorenne e il figlio sottoposto al regime di scelta dei cognomi, esercitato, in sua vece, dai genitori». Secondo la Corte d'appello, tale disparità di trattamento non sarebbe «giustificata dalla diversità degli istituti», mentre il sopra menzionato «principio di libertà di scelta» sarebbe applicabile tanto al contesto della filiazione, nel matrimonio, al di fuori di esso e nell'adozione piena, quanto nell'adozione del maggiorenne, dove, a maggior ragione, il principio dovrebbe considerare la specificità della situazione «di un maggiorenne, capace e in grado di compiere le proprie scelte e [di] esercitare pienamente i propri diritti». 5.3.- Il rimettente sostiene, infine, che le ragioni originariamente alla base della vigente formulazione dell'art. 299, primo comma, cod. civ. abbiano «perso la loro forza in virtù, sia della modifica della funzione dell'istituto dell'adozione del maggiorenne [...] sia del nuovo modo di interpretare il cognome e il rapporto genitori figli». Pertanto, la norma censurata apparirebbe oggi «priva di razionale giustificazione, violando l'art. 3 della Costituzione». 6.- La Corte d'appello di Salerno esclude, infine, che la norma censurata sia suscettibile di interpretazione conforme a Costituzione, poiché il testo esprimerebbe, «oggettivamente, un dato lessicale indiscutibile». 7.- Il Presidente del Consiglio dei ministri non è intervenuto nel giudizio.1.- Con ordinanza iscritta al n. 130 del registro ordinanze 2022, la Corte d'appello di Salerno, sezione civile, ha sollevato questioni di legittimità costituzionale dell'art. 299, primo comma, cod. civ. , nella parte in cui preclude all'adottando maggiore d'età la possibilità di anteporre il suo originario cognome a quello dell'adottante, per violazione degli artt. 2, 3 e 117, primo comma, Cost., quest'ultimo in relazione agli artt. 8 e 14 CEDU, nonché all'art. 7 CDFUE. 2.- Il rimettente ritiene che la disposizione censurata si ponga in contrasto con gli artt. 2 e 3 Cost., sotto il profilo della lesione del diritto all'identità personale e della intrinseca irragionevolezza. L'«originario cognome» dell'adottando maggiorenne sarebbe un «segno distintivo [...] radicato nel contesto sociale», in cui la persona «si trova a vivere», sicché la «anteposizione del cognome dell'adottante a quello proprio dell'adottato, nel caso del maggiorenne [sarebbe] priva di razionale giustificazione» e sarebbe «un'ingiusta lesione» del «diritto "ad essere sé stessi"». L'intrinseca irragionevolezza emergerebbe specie considerando la trasformazione della funzione dell'istituto dell'adozione del maggiorenne «da tutela della stirpe e del patrimonio dell'adottante, al riconoscimento giuridico di una relazione sociale, affettiva ed identitaria, nonché di una storia personale, di adottante e adottando». Inoltre, il giudice a quo sostiene che l'art. 299, primo comma, cod. civ. vìoli l'art. 3 Cost., sotto il profilo della irragionevole disparità di trattamento rispetto alla disciplina che regola l'attribuzione del cognome ai figli nati nel matrimonio o fuori da esso, nonché ai figli adottivi, secondo il regime dell'adozione piena. Da ultimo, postula che vi sia un contrasto anche con l'art. 117, primo comma, Cost., in relazione agli artt. 8 e 14 CEDU, nonché all'art. 7 CDFUE. 3.- Innanzitutto, va dichiarata d'ufficio l'inammissibilità di quest'ultima questione. In disparte quello che appare un lapsus calami del giudice a quo, che ha individuato, nel dispositivo dell'ordinanza, il parametro costituzionale violato, insieme agli artt. 2 e 3 Cost., nell'art. 13 Cost., anziché nell'art. 117, primo comma, Cost., la questione così identificata va comunque dichiarata inammissibile. Essa risulta, infatti, priva di qualsivoglia autonoma argomentazione. Il giudice a quo, nell'enunciare - nel corpo della motivazione - le questioni su cui si appuntano i suoi dubbi di legittimità costituzionale, e prima di illustrare, in riferimento all'art. 2 Cost., gli argomenti attinenti alla violazione del diritto all'identità personale, si limita ad asserire in maniera apodittica il contrasto anche con l'art. 117, primo comma, Cost., in relazione agli artt. 8 e 14 CEDU, nonché all'art. 7 CDFUE, senza circostanziare e motivare in alcun modo le ragioni di tale violazione. Per giurisprudenza costante di questa Corte deve ritenersi «inammissibile la questione di legittimità costituzionale posta senza un'adeguata ed autonoma illustrazione, da parte del giudice rimettente, delle ragioni per le quali la normativa censurata integrerebbe una violazione del parametro evocato» (sentenza n. 252 del 2021 e, da ultimo, sentenze n. 2 del 2023, n. 263, n. 256, n. 253 e n. 128 del 2022). 4.- Nel merito, questa Corte esamina, in via prioritaria, le censure sollevate in riferimento all'art. 2 Cost., per violazione del diritto all'identità personale, e all'art. 3 Cost., per intrinseca irragionevolezza. L'unitaria questione, concernente l'irragionevole compressione del diritto inviolabile all'identità personale, è fondata. 5.- In via preliminare, occorre brevemente rievocare, tramite l'evoluzione della giurisprudenza di questa Corte, alcuni tratti del diritto al nome, quale segno distintivo dell'identità personale. 5.1.- Il «cognome, insieme con il prenome, rappresenta» - si legge nella sentenza n. 131 del 2022 - «il nucleo dell'identità giuridica e sociale della persona: le conferisce identificabilità, nei rapporti di diritto pubblico, come di diritto privato, e incarna la rappresentazione sintetica della personalità individuale, che nel tempo si arricchisce progressivamente di significati». Tale affermazione affonda le proprie radici in una giurisprudenza costituzionale risalente e costante, secondo la quale il nome è «"autonomo segno distintivo della [...] identità personale" (sentenza n. 297 del 1996), nonché "tratto essenziale della [...] personalità" (sentenza n. 268 del 2002; nello stesso senso, sentenza n. 120 del 2001)» (sentenza n. 286 del 2016), «riconosciuto come un "bene oggetto di autonomo diritto dall'art. 2 Cost." [e, dunque, come] "diritto fondamentale della persona umana" (sentenze n. 13 del 1994, n. 297 del 1996 e, da ultimo, sentenza n. 120 del 2001)» (sentenza n. 268 del 2002). 5.2.- La correlazione fra il diritto al nome (composto dal prenome e dal cognome) e la tutela dell'identità personale si sviluppa secondo una duplice direttrice.