[pronunce]

, una «seconda eccezione», sul presupposto che la norma darebbe luogo ad una prescrizione in termini particolarmente brevi per i più gravi tra i reati rimessi alla competenza del giudice di pace, a fronte della previsione di termini più elevati, nel primo comma dello stesso art. 157 cod. pen. , per i reati puniti con la sola pena pecuniaria; che il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, è intervenuto nel giudizio con atto depositato il 9 gennaio 2007, chiedendo che la questione proposta sia dichiarata «inammissibile e infondata»; che infatti tale questione – individuata nella sola censura concernente la durata diversificata del termine prescrizionale per i reati di competenza del giudice di pace – sarebbe irrilevante nel caso di specie, «posto che il giudizio potrebbe sfociare in una decisione di merito favorevole agli imputati»; che, in ogni caso, si tratterebbe di questione infondata, per le ragioni già illustrate dalla stessa Avvocatura dello Stato mediante gli atti di intervento prodotti nei giudizi fin qui richiamati; che il Tribunale di Cremona in composizione monocratica, con ordinanza del 7 novembre 2006 (r.o. n. 281 del 2007), ha sollevato – in riferimento all'art. 3 Cost. – questione di legittimità costituzionale dell'art. 157, quinto comma, cod. pen. , come sostituito dall'art. 6 della legge n. 251 del 2005, nella parte in cui prevede un termine prescrizionale di tre anni quando per il reato la legge stabilisce pene diverse da quella detentiva e da quella pecuniaria; che il rimettente procede in ordine a fatti di minaccia (art. 612 cod. pen.) e di ingiuria (art. 594 cod. pen.), per i quali, trattandosi di reati puniti con sanzione «paradetentiva», dovrebbe applicarsi il termine triennale di prescrizione fissato al quinto comma dell'art. 157 cod. pen. , nella specie già scaduto; che secondo il Tribunale tale effetto estintivo, tipico dei più gravi tra i reati attribuiti alla competenza del giudice di pace, sarebbe frutto di una grave incongruenza del sistema, posto che per i reati meno gravi, puniti con la sola pena pecuniaria, sarebbe applicabile il più lungo termine prescrizionale indicato al primo comma dell'art. 157 cod. pen. ; che, dunque, la disciplina censurata contrasterebbe con l'art. 3 Cost., come già ritenuto dalla Corte di cassazione con l'ordinanza 31 agosto 2006, n. 29786; che il rimettente osserva, in punto di rilevanza, che i delitti per i quali procede sarebbero estinti ove fosse applicata la disciplina vigente, e che tale evento non avrebbe luogo se, invece, trovassero applicazione i termini previsti per i reati sanzionati con pena pecuniaria e pure rimessi alla cognizione del giudice di pace; che il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, è intervenuto nel giudizio con atto depositato il 15 maggio 2007, chiedendo che la questione proposta sia dichiarata «inammissibile e infondata», per le ragioni già illustrate mediante gli atti di intervento prodotti nei giudizi fin qui richiamati; che il Tribunale di Treviso, sezione distaccata di Montebelluna, con ordinanza del 5 giugno 2006 (r.o. n. 359 del 2007), ha sollevato – in riferimento all'art. 3 Cost. – questione di legittimità costituzionale dell'art. 157, quinto comma, cod. pen. , come sostituito dall'art. 6 della legge n. 251 del 2005, nella parte in cui non dispone che il termine triennale di prescrizione previsto per i reati puniti con pena diversa da quella detentiva e da quella pecuniaria si applichi, inoltre, a tutti gli ulteriori reati di competenza del giudice di pace; che si procede, nel giudizio a quo, per fatti di minaccia (art. 612 cod. pen.) , invasione di terreni o edifici (art. 633 cod. pen.), lesione personale (art. 582 cod. pen.) e ingiuria (art. 594 cod. pen.), attribuiti alla competenza del giudice di pace e sanzionabili, di conseguenza, con le pene previste dall'art. 52 del d.lgs. n. 274 del 2000; che il rimettente osserva come, per i delitti punibili con le sanzioni della permanenza domiciliare o del lavoro di pubblica utilità, debba applicarsi il nuovo e ristretto termine prescrizionale previsto dal quinto comma dell'art. 157 cod. pen. , il quale stabilisce che la prescrizione matura in tre anni «quando per il reato la legge stabilisce pene diverse da quella detentiva e da quella pecuniaria»; che infatti, se tale espressione non fosse riferita alle sanzioni «paradetentive» irrogabili dal giudice di pace, la norma che la contiene «risulterebbe inapplicabile, in quanto priva di qualsivoglia concreto riferimento»; che l'applicabilità della disciplina in questione non sarebbe esclusa dalla possibilità che, nel caso concreto, venga irrogata una pena pecuniaria in alternativa alla sanzione «diversa», poiché tale ultima sanzione è comunque compresa nella previsione edittale, ed a questa si riferisce la norma censurata; che, secondo il Tribunale, la disciplina della prescrizione per i reati di competenza del giudice di pace sarebbe «platealmente irragionevole»; che infatti, per i reati puniti unicamente con la sanzione pecuniaria, il termine è pari a quattro anni o addirittura a sei (a seconda che si tratti di contravvenzioni o delitti), mentre gli illeciti più gravi, per i quali è applicabile anche (o solo) una sanzione coercitiva della libertà personale (ancorché non detentiva), sono suscettibili di estinzione nell'arco di un triennio; che un tale assetto contrasterebbe con l'aspettativa di un «oblio sociale dell'illecito» più o meno tempestivo a seconda della portata dell'offesa, e comunque con il criterio di un più marcato interesse punitivo per i fatti di maggior gravità; che la denunciata irrazionalità risulterebbe particolarmente evidente considerando sequenze criminose di progressione nell'offesa ad un medesimo bene: la prescrizione dei reati di minaccia o di percosse (fatti punibili, a norma degli artt. 612 e 581 cod. pen. , con la sola pena pecuniaria) matura in sei anni, e tuttavia, se l'azione si sviluppa fino a provocare lesioni personali lievi (punibili, a norma dell'art. 582 cod. pen. , anche con la permanenza domiciliare o il lavoro sostitutivo), il termine per l'estinzione del reato scende a tre anni: che l'aporia dovrebbe essere eliminata, secondo il giudice a quo, estendendo a tutti i reati di competenza del giudice di pace la regola dettata dal quinto comma dell'art. 157 cod. pen. , posto che la soluzione d'un allineamento del termine sui valori più lunghi sarebbe preclusa dal divieto di manipolazione in malam partem della disciplina, e considerata, per altro verso, la congruenza d'una prescrizione particolarmente sollecita con quel sistema di «diritto mite» che segnerebbe la giurisdizione penale di pace;