[pronunce]

SENTENZA ha pronunciato la seguentenel giudizio di legittimità costituzionale dell'art. 153 del codice di procedura penale, promosso dal Giudice dell'udienza preliminare del Tribunale ordinario di Messina nel procedimento penale a carico di A. G. e altri, con ordinanza del 28 novembre 2018, iscritta al n. 145 del registro ordinanze 2021 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 40, prima serie speciale, dell'anno 2021. Visto l'atto di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri; udito nella camera di consiglio del 23 marzo 2022 il Giudice relatore Francesco Viganò; deliberato nella camera di consiglio del 23 marzo 2022.. Ritenuto in fatto Considerato in diritto 1.- Con ordinanza del 28 novembre 2018, iscritta al n. 145 del r.o. 2021, il Giudice dell'udienza preliminare del Tribunale ordinario di Messina ha censurato - d'ufficio e in riferimento agli artt. 3, 24, secondo comma, e 111 della Costituzione - l'art. 153 del codice di procedura penale, nella parte in cui non consente alle parti o ai difensori di eseguire le notificazioni al pubblico ministero mediante posta elettronica certificata (PEC). 1.1.- Il rimettente deve delibare un'eccezione di nullità della richiesta di rinvio a giudizio di M.M. T., sollevata dalla difesa di quest'ultimo in ragione dell'omesso espletamento dell'interrogatorio dell'indagato, ai sensi dell'art. 415-bis, comma 3, cod. proc. pen. Il giudice a quo riferisce che il difensore dell'indagato aveva trasmesso via PEC la richiesta di interrogatorio al pubblico ministero, dopo che quest'ultimo aveva notificato l'avviso di conclusione delle indagini tramite PEC, come consentito dagli artt. 157, comma 8-bis, e 148, comma 2-bis, cod. proc. pen. Il thema decidendum atterrebbe dunque alla verifica della regolarità della notifica via PEC della richiesta di interrogatorio da parte del difensore al pubblico ministero. 1.2.- Quanto alla non manifesta infondatezza delle questioni, il rimettente osserva che l'esigenza di rimodulazione di «alcune forme e procedure» del codice di rito, onde conseguirne l'adattamento alle «più moderne possibilità fornite dalla tecnologia», in coerenza con il principio costituzionale della ragionevole durata del processo, «non [potrebbe] non involgere la fase procedimentale». Questa Corte, pronunciandosi in tema di notifiche nel procedimento fallimentare, avrebbe poi posto l'accento sulla necessità di «rigida attuazione, anche nella fase delle modalità tecniche, del diritto di difesa e della stessa parità delle parti». Nel caso di specie, a fronte della possibilità, offerta al pubblico ministero dagli artt. 157 e 148 cod. proc. pen. , di notificare i propri atti via PEC all'indagato, non vi sarebbe alcuna ragione che giustifichi l'esclusione dalla medesima possibilità, «specie a fronte di termini cogenti», al difensore dell'indagato, il quale dispone di PEC e avrebbe la possibilità di «avere un destinatario certo della notifica». E invero, «a fronte di due atti collegati, avviso di conclusione indagini e richiesta di interrogatorio, e [di] due notifiche di identica tipologia», «vanificare il diritto all'interrogatorio dell'indagato per omesso deposito in cancelleria della richiesta, ed invio della richiesta con PEC», sarebbe lesivo dell'«uguaglianza processuale delle parti» e del diritto di difesa, oltre che contrastante «con l'intero impianto di informatizzazione determinato dal principio costituzionale della giusta durata del processo». 2.- È intervenuto in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che le questioni siano dichiarate inammissibili o, in subordine, non fondate. 2.1.- Il giudice a quo non avrebbe verificato la tempestività della richiesta di interrogatorio avanzata dal difensore dell'indagato via PEC, il che impedirebbe di vagliare la rilevanza delle questioni sollevate. Ai fini dell'accertamento della dedotta nullità della richiesta di rinvio a giudizio, risulterebbe infatti preliminare valutare se la richiesta di interrogatorio sia stata formulata entro il termine di cui all'art. 415-bis, comma 3, cod. proc. pen. Di qui l'inammissibilità delle questioni. 2.2.- Le questioni sarebbero altresì inammissibili per omesso esperimento del tentativo di interpretazione conforme della disposizione censurata. L'ordinanza di rimessione non si confronterebbe con il principio - enunciato dalla giurisprudenza di legittimità in relazione a istanze e memorie presentate con modalità non conformi a quelle prescritte dall'art. 127 cod. proc. pen. - secondo cui, pur essendo precluso alle parti private l'uso dei mezzi tecnici di cui all'art. 418-ter (recte: 148, comma 2-bis) cod. proc. pen. , l'irregolare notificazione di un atto via PEC non ne determina l'assoluta irricevibilità, né l'inesistenza, ma pone soltanto a carico di colui che ha adoperato il mezzo tecnico non consentito l'onere di appurare che l'atto sia pervenuto nella sfera di conoscenza del destinatario (sono citate Corte di cassazione, sezione seconda penale, sentenza 16 maggio 2017, n. 31314; sezione prima penale, sentenza 16 novembre 2017-17 gennaio 2018, n. 1904). Tale principio sarebbe estensibile, per identità di ratio, alle notificazioni di atti diretti al pubblico ministero; sicché il rimettente avrebbe dovuto verificare la possibilità di interpretare la disposizione censurata nel senso dell'efficacia della richiesta di interrogatorio dell'indagato, pur irregolarmente trasmessa via PEC, che fosse stata tempestivamente portata a conoscenza del pubblico ministero. 2.3.- Le questioni sarebbero comunque infondate. 2.3.1.- Non sarebbe ravvisabile alcun irragionevole esercizio della discrezionalità del legislatore, in quanto il differente regime di notificazione degli atti del difensore dell'indagato e del pubblico ministero sarebbe giustificato dal ruolo di «parte pubblica» di quest'ultimo, che peraltro, alla data di promovimento dell'incidente di costituzionalità, non sarebbe stato nemmeno titolare di un domicilio digitale. Del resto, anche gli atti e i provvedimenti del giudice dovrebbero essere comunicati al pubblico ministero mediante consegna di copia in segreteria, ex art. 153, comma 2, cod. proc. pen. , potendosi utilizzare «mezzi tecnici idonei» solo ove ricorrano le specifiche condizioni indicate dall'art. 64 delle Norme di attuazione, di coordinamento e transitorie del codice di procedura penale; il che ulteriormente dimostrerebbe la non fondatezza della censura relativa alla violazione dell'art. 3 Cost. 2.3.2.- Sarebbe poi da escludere la prospettata lesione del principio della parità processuale delle parti, poiché quest'ultimo postula esclusivamente la necessità di garantire «l'eguale diritto alla prova e la formazione della stes[s]a nel contraddittorio delle parti» e non il riconoscimento alle parti stesse di identici poteri e strumenti di azione (è citata l'ordinanza n. 286 del 2003 di questa Corte).