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Tra le forme patologiche trattate con farmaci contenenti queste sostanze ci sono la sclerosi multipla, i dolori cronici (oncologici e non solo), l'epilessia, nausea e vomito derivanti da chemioterapia, ma anche di disturbi legati all'Aids; la regolamentazione dei preparati a base di cannabis è definita a livello nazionale dal decreto ministeriale 9 novembre 2015, ma l'applicazione del decreto è competenza dei singoli sistemi sanitari regionali, e quindi delle singole Regioni. In questo scenario, si sono create inizialmente delle disparità tra pazienti in regioni diverse che, fortunatamente, negli ultimi anni si sono ridotte. Ciò nonostante, persistono delle difficoltà, tra cui quella delle lungaggini burocratiche, visto che si tratta comunque di sostanze stupefacenti, e, soprattutto, la difficoltà relativa all'approvvigionamento; considerato che: il fabbisogno italiano di cannabis terapeutica per l'anno in corso (insieme a San Marino e Città del Vaticano) previsto dall'INCB (International narcotics control board), ente che vigila sulle convenzioni internazionali sugli stupefacenti, era di 3 tonnellate, in aumento del 50 per cento sull'anno precedente, oltre il doppio di quanto previsto nel 2018. Le stime però dicono che probabilmente a fine anno si farà fatica a raggiungere i 1.000 chili di cannabis dispensata effettivamente. Già a marzo 2021 erano 16 le regioni che riscontravano forti problemi di approvvigionamento, come documentato dagli stessi pazienti sul sito "monitorcannabis". I gruppi specializzati sono pieni di messaggi disperati di malati che non trovano la tipologia prevista dal piano terapeutico e rischiano di interrompere la terapia. Un problema irrisolto che persiste oramai dal 2017, nonostante gli impegni e le norme di legge; attualmente l'approvvigionamento di cannabis medica nel nostro Paese avviene attraverso due canali principali: l'importazione dall'Olanda e la produzione presso lo stabilimento chimico farmaceutico militare. In Italia a produrre la cannabis a scopo terapeutico è proprio lo stabilimento chimico-farmaceutico militare di Firenze, che però, secondo i dati ufficiali del Ministero della difesa, produce circa 60 chilogrammi all'anno (dato riferito al 2017). E già nel 2020, nonostante fosse stato stimato un quintale, invece si rilevava che tale quantitativo non fosse mai stato raggiunto; pur avendo avuto finanziamenti e autorizzazioni per arrivare a produrre fino a 500 chilogrammi all'anno, la produzione dello stabilimento di Firenze è "al palo". I dati ufficiali dal sito del Ministero della salute sono sconfortanti: nel 2017 avrebbe prodotto e distribuito circa 60 chili, nel 2017 e 2018 in media circa 150. Ma nella quantità distribuita c'è anche la cannabis importata con il bando straordinario del 2019, vinto dalla società canadese "Aurora"; quindi l'effettiva produzione nazionale si fermerebbe a soli 60 chili nel 2018 e 140 nel 2019: nemmeno il 5 per cento del fabbisogno teorico del 2021; lo stabilimento chimico-farmaceutico produce cannabis terapeutica ad un costo di 5,93 euro più IVA al grammo. La ditta canadese che ha vinto l'ultimo bando la consegnerà a 1,60 euro più IVA. Ciò perché in Canada si producono più di 100 tonnellate all'anno, il che consente di abbassare enormemente i prezzi. È evidente perciò che oggi converrebbe importarla tutta; rilevato che: la cannabis non è tutta uguale. Se ne manca un determinato tipo, i pazienti che ne hanno bisogno si ritrovano privi dei medicinali. Ciclicamente manca la materia prima, e quest'anno, per esempio, la penuria di approvvigionamento ha riguardato maggiormente la varietà Fm2 (prodotta dallo stabilimento farmaceutico militare di Firenze) o bediol (nome della medesima varietà importata dall'Olanda); le problematiche che si innescano in casi analoghi sono diverse: in primis ai medici tocca redigere i nuovi piani terapeutici, che già vuol dire perdere tempo prezioso, considerando la lunga attesa di pazienti che spesso sono costretti a girare di farmacia in farmacia alla ricerca disperata di qualcuno che tratti i preparati galenici: essendo a base di sostanze stupefacenti, essi non possono neanche essere pubblicizzati. Va considerato inoltre che, nella fattispecie, la specialità bediol e quella Fm2, pur essendo titolati con analoghe percentuali di THC, sono considerati diversi e per poter essere dispensati necessitano di prescrizioni magistrali differenti. Bisogna ricalibrare le dosi, a volte rifare interi piani terapeutici. Questo significa spesso tornare dallo specialista, con un aggravio di tempo e di costi per i malati; il decreto fiscale del 2017 apre già all'autorizzazione ad altri soggetti, pubblici o privati, a coltivare e produrre cannabis terapeutica. Ne gioverebbero i pazienti in primis , ma anche tutto il Paese che così potrebbe disporre di un prodotto di qualità a costi inferiori rispetto a quello importato, si chiede di sapere: se non si intenda rivedere i quantitativi massimi circolanti al di là di singoli interventi dei farmacisti e se si non intenda monitorare l'effettiva quantità prodotta nonché autorizzare un aumento, corrispondente al reale fabbisogno, della quantità di cannabis che può essere prodotta dallo stabilimento chimico farmaceutico militare di Firenze, considerato anche il costante aumento di pazienti cronici che hanno necessità di ricorrere alle cure non convenzionali; se il Ministro in indirizzo non ritenga opportuno intervenire per semplificare l'importazione di cannabinoidi per sopperire alle necessità di migliaia di malati, per promuovere la formazione e informazione degli operatori e, infine, per includere i cannabinoidi terapeutici nei livelli essenziali di assistenza al fine di renderli rimborsabili in modo uniforme in tutta Italia. Atto n. 4-05824 DI MICCO GRANATO CORRADO GIANNUZZI ANGRISANI Ai Ministri della salute e delle politiche agricole alimentari e forestali Premesso che: la legge 27 dicembre 2002, n. 292, recante "Interventi urgenti per la tutela della bufala mediterranea italiana", recita: "La bufala mediterranea italiana è da considerare patrimonio zootecnico nazionale, le cui caratteristiche genetiche sono da tutelare dall'immissione incontrollata di capi esteri per salvaguardare le peculiari caratteristiche di tale razza; tale patrimonio deve essere tutelato altresì da tutte le patologie infettive ed infestive, mediante piani regionali di profilassi appositamente dedicati alla prevenzione ed eradicazione delle malattie a carattere diffusivo, a salvaguardia delle produzioni di filiera e del consumatore"; il comparto bufalino casertano rappresenta il 60 per cento dell'allevamento in Italia. La produzione di mozzarella ha un impatto notevole sul PIL della provincia casertana e presenta un trend in forte crescita su tutti i mercati nazionali ed internazionali; il medesimo comparto, nell'insieme di zootecnici, allevatori ed imprenditori del settore, vive una fortissima difficoltà per l'imperversare della brucellosi, i cui tassi di infezione e propagazione sono preoccupanti soprattutto nei comuni di Casal di Principe, Villa di Briano, Frignano, San Marcellino e Aversa, Cancello Arnone, Castel Volturno, Grazzanise e Santa Maria La Fossa;