[pronunce]

A questo si aggiungerebbe l'assoluta abnormità ed irragionevolezza di operare un sindacato ex ante tra le circostanze aggravanti, ritenendo solo quelle speciali o ad effetto speciale idonee ad influire sulla determinazione del permanere della pretesa punitiva dello Stato. L'incoerenza intrinseca della disciplina sarebbe evidenziata, secondo il rimettente, dall'attuale equiparazione dei termini prescrizionali per situazioni dalla capacità lesiva ben diversa come il peculato di una somma insignificante (reato attenuato), quello di una somma significativa (reato non circostanziato) ed infine quello di una somma di particolare entità (reato aggravato). Con riferimento al caso di peculato aggravato sarebbe «ragionevole ipotizzare una maggiore difficoltà e o complicatezza del processo (nonché della fase delle indagini preliminari) tale da giustificare un tempo più lungo a prescrivere, collegata alla maggior gravità del fatto-reato per cui si procede». 3.4. – Il rimettente ritiene contrario al principio di ragionevolezza anche l'art. 6, comma 5, della legge n. 251 del 2005, che disciplina i termini massimi di prescrizione nel caso di atti interruttivi. Il legislatore, sostituendo il criterio oggettivo da sempre previsto nel nostro ordinamento con un criterio meramente soggettivo, quale quello della recidiva, avrebbe ideato un meccanismo del tutto irrazionale, con una diversificazione del tutto arbitraria di situazioni identiche, non esistendo «principi costituzionali che giustifichino una scelta operata sulla base di meri criteri soggettivi senza essere ancorata a criteri di ordine oggettivo». Tanto più dal momento che si potrebbe determinare una grave situazione di incertezza nel caso in cui la recidiva – nella maggior parte dei casi a contestazione facoltativa – non venga effettivamente contestata. Inoltre, l'eliminazione dell'estensione dell'effetto interruttivo del corso della prescrizione riguardante un dato reato a tutti i reati connessi sarebbe «irrazionale nonché irragionevole perché i criteri in base ai quali determinare il permanere dell'interesse al perseguimento dei reati non possono non far riferimento al fatto inteso come costellazione di condotte di cui spesso il medesimo fatto-reato in esame ne rappresenta solo una parte». 3.5. – Un'ulteriore censura di incostituzionalità è rivolta all'art. 6, comma 2, della legge n. 251 del 2005 nella parte in cui esclude che, nel caso di reato continuato, il termine prescrizionale decorra dal momento della cessata continuazione. Ad avviso del giudice a quo, la natura stessa del reato continuato, così come previsto dal secondo comma dell'art. 81 cod. pen. , impone di considerare come facenti parte di un unico reato più azioni esecutive di un medesimo disegno criminoso che, anche in tempi differenti, violino la stessa o diverse disposizioni di legge. Pertanto, non sembra logico, né tanto meno coerente, che la disciplina che regola la decorrenza dei termini prescrizionali possa dettare regole che ignorino l'esistenza del reato continuato. Con la paradossale conseguenza «che, ai fini della consumazione, il reato continuato farebbe riferimento al momento della consumazione dell'ultimo reato; per contro, per la prescrizione si applicherebbe la disciplina prevista per il concorso formale di reati». Il rimettente richiama anche la giurisprudenza costituzionale secondo la quale il reato continuato non è un istituto ispirato al favor rei, volto a mitigare l'eccessiva severità del concorso materiale di reati, bensì una autonoma figura di reato che trova la sua ratio nell'unicità del disegno criminoso (sentenze n. 108 del 1973 e n. 217 del 1972). Se il vincolo che rende unite le differenti condotte è l'unicità del disegno criminoso, come ha precisato la Corte costituzionale (sentenza n. 254 del 1985), e, per tale ragione, il legislatore ha deciso di punire non ogni singolo fatto-reato commesso ma il solo reato continuato nella sua unità, appare necessario ricollegare la decorrenza della prescrizione al cessare della continuazione, in quanto la più recente manifestazione dell'unicità del disegno criminoso mantiene fermo o addirittura acuisce l'allarme sociale su cui si basa la pretesa punitiva dello Stato. Da tali argomentazioni emergerebbe l'irragionevolezza della scelta del legislatore di non indicare la cessazione della continuazione come dies a quo per il decorrere del termine di prescrizione del reato continuato. 3.6. – Il rimettente riprende la censura dell'art. 6, comma 1, osservando, anche mediante una tabella comparativa dei tempi di prescrizione di alcuni reati, che, in linea generale, il legislatore avrebbe variato i termini senza assicurare congruenza rispetto alla gravità dei vari fatti criminosi, elevando arbitrariamente gli stessi termini solo per i reati di cui agli artt. 449 e 589 cod. pen. , e riducendoli in modo altrettanto arbitrario per condotte di gravità assimilabile. 3.7. – Il giudice a quo evidenzia che la disciplina transitoria dettata dall'art. 10, comma 3, della legge n. 251 del 2005 non pone alcun rimedio ai vizi di incostituzionalità da lui evidenziati e, anzi, che è essa stessa incostituzionale «in quanto correlata a tutti gli altri profili di incostituzionalità». 3.8. – Infine, il rimettente, pur dichiarando di condividere la giurisprudenza costituzionale e di legittimità secondo la quale la prescrizione è un istituto di carattere sostanziale e non processuale, ritiene che vi siano dei casi in cui la Corte costituzionale possa pronunciare sentenze che producano indirettamente effetti in malam partem. Egli afferma che «occorre, nell'ambito degli istituti di diritto sostanziale, scindere le norme incriminatici dagli altri istituti che, pur rientrando sempre nell'ambito del diritto sostanziale, se ne differenziano tuttavia in maniera essenziale, non prevedendo un particolare tipo di sanzione. In tale ottica, nel mentre non è certamente possibile pronunciare una sentenza in malam partem con riferimento alle norme incriminatrici, a una diversa conclusione si deve pervenire relativamente alle altre norme di diritto sostanziale contenute nel codice penale. In tal caso infatti ove la Corte Costituzionale dovesse accogliere le questioni sollevate, con il ritorno in vita delle norme previgenti, non si attuerebbe certamente un danno nei confronti degli indagati, posto che gli stessi si troverebbero a dover rispondere sempre delle medesime norme incriminatici contestate, che non sarebbero certamente state nel frattempo per nulla modificate». 3.9. – Con atti depositati il 23 febbraio 2007 si sono costituite in giudizio, a mezzo di procuratori speciali, rispettivamente la S.p.r.l. Prima Idep (già Prima s.r.l.), la S.a. Investissements Dynamiques et prudents (IDEP), la S.a. Société Générale de Sucreries, in liquidazione; il Patronato Piccoli Azionisti Industria Zuccheri (PAIZ).