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Vuol dire contrastare le grandi ingerenze di una delle attuali potenze globali e territoriali nel Continente, con tutti i pericoli strategici che derivano da un'eccessiva penetrazione di tale potenza nei nostri confini meridionali. Vuol dire, infine, occuparsi della sicurezza: un'Africa più forte è un deterrente allo sviluppo del terrorismo jihadista, che si nutre di povertà e illusioni. Là l'Italia deve svolgere un ruolo primario e ricordare ai partner europei l'importanza dei confini meridionali e del rapporto con il Continente africano e costruire una leadership interna all'Unione europea, basata sulla nostra rete diplomatica che tutto il mondo ci invidia. Infine, un breve cenno va al tema del lavoro, sul quale credo che in sede europea serva arrivare a una strategia complessiva, che possa bilanciare la tutela dei lavoratori con le esigenze del mercato del lavoro e dello sviluppo economico. Per questo sarà fondamentale avviare un percorso per ridurre sensibilmente il dumping fiscale del nostro Paese e dei Paesi membri; contrastare la delocalizzazione incentrata sul solo costo del lavoro; incentivare la ricerca e lo sviluppo delle imprese; generare occupazione e innalzare il livello di competitività dell'Unione rispetto a competitor globali. In conclusione, signor Presidente, mi aspetto che l'atto finale della Conferenza sia un punto di partenza per arrivare a un atto di coraggio degli Stati membri e delle istituzioni europee per una risposta che possa colmare l'immobilismo che si è registrato in Europa negli ultimi anni e che forse prima la pandemia e ora la guerra in corso stanno risvegliando. PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Airola. Ne ha facoltà. AIROLA (M5S) . Signor Presidente, per molti analisti, storici, esperti di geopolitica, economisti, un'Europa unita, un'Europa federale o gli Stati Uniti d'Europa - come spesso si immaginano - sono un'impresa quasi impossibile, se non irrealizzabile. Questo continente, così diviso geograficamente da grandi fiumi, catene montuose, mare, ha addensato, all'interno di questi confini naturali, popoli anche diversi tra loro in grandi comunità più o meno omogenee culturalmente e linguisticamente nel corso dei secoli. La storia, i nazionalismi, le guerre, i traumi subiti dai popoli europei hanno ulteriormente scavato il solco divisivo tra le Nazioni e ulteriormente recintato le attuali Nazioni europee. Una sorta di unione monetaria, una politica scriteriata fatta di parametri finanziari algidi, numeri e austerity hanno concorso ad aumentare il sospetto e l'isolamento costruendo ulteriori muri - reali o meno - tra un Nord virtuoso e un Sud economicamente inaffidabile, un Est frammentato, conteso, marginalizzato, un Ovest isolato, con reciproche diffidenze; un Mar Mediterraneo, luogo di scambi millenari e di scambi di frontiera tra Europa e resto del mondo, ha reso uno stretto tratto di mare tra Francia e Inghilterra un oceano insuperabile. Non si può cambiare questa realtà fino a quando non si cambia punto di vista. E la grande consultazione popolare europea sul futuro dell'Europa si è mossa da presupposti finalmente nuovi e corretti: non più un'Europa concepita esclusivamente come insieme di Stati, Nazioni e Governi avversi a cedere sovranità, ma un'Europa dei popoli, che parte dai popoli per ricostituirsi unità. Se già esiste un'unione dei popoli europei è quella di milioni di cittadini, giovani e meno giovani, che nel corso degli ultimi trent'anni hanno viaggiato attraverso l'Europa; amato, parlato, lavorato, studiato, partecipato a progetti di ricerca comuni nella condivisione e contaminazione interculturale tra i cittadini di questa grande civiltà europea. Sono loro a cancellare i confini; sono loro a convivere, vicini, valorizzando le preziose differenze e i tratti comuni. Non potrà esistere un'Unione europea calata dall'alto, tantomeno in mezzo a pulsioni e forze centrifughe geopolitiche e potenze internazionali che mirano a dividere l'Europa o a controllarla piuttosto che a unirla. Questo perché un'Europa unita sarebbe un competitor internazionale imponente e potente; perché il nostro PIL può essere comparabile a quello dell'Asia e del Nord America. Questo mondo straziato da guerre e divisioni si cambia non con gli interessi delle multinazionali e dei Governi, ma con obiettivi comuni dei popoli che vogliono pace e prosperità. Con una vera visione politica interna ed estera comune potremo allora ambire a una vera difesa comune europea. (Applausi). Signor Presidente, i popoli riescono a essere uniti e convivere molto più delle Nazioni - ahimè - ed è giusto ripartire da lì, da noi cittadini italiani ed europei, così come il MoVimento 5 Stelle si è sempre posto nei riguardi degli altri popoli europei. Lasciamoci alle spalle, colleghi, la parte di noi piegata e schiacciata dalla storia. Lasciamo volare quella della libertà e della condivisione comune che sempre la nostra storia ci racconta. Abbiamo passato millenni insieme. I confini non delle nostre identità ma delle nostre Nazioni dovranno lasciare il posto a una vera unione popolare europea e politica, economica e internazionale. Questi tempi così bui e tragici rendono urgente una presa di coscienza. Oggi, come mai prima d'ora, è vitale superare le divisioni e camminare da soli senza che qualcuno ci tenga per mano, e questo solo un'Europa dei popoli può farlo, prima che sia troppo tardi. (Applausi) . PRESIDENTE . Dichiaro chiusa la discussione. Comunico che è stato presentato l'ordine del giorno G1, a firma dei senatori Castellone, Tosato, Bernini, De Petris, Malpezzi, Faraone, Unterberger, Alfieri e Taverna, il cui testo è in distribuzione. Chiedo conferma ai presentatori che le mozioni nn. 473 (testo 2) e 481 si intendono conseguentemente ritirate. Vedo cenni di assenso. Ha facoltà di intervenire il rappresentante del Governo, al quale chiedo anche di esprimere il parere sulla mozione n. 480 e sull'ordine del giorno G1. DELLA VEDOVA, sottosegretario di Stato per gli affari esteri e la cooperazione internazionale . Signor Presidente, ringrazio i senatori per la discussione di questa mattina, per aver accompagnato i lavori della Conferenza sul futuro dell'Europa e per aver deciso nella fase finale di aprire la discussione e presentare le risoluzioni. Penso che questo esercizio sperimentale sia chiaramente criticabile; ho ascoltato infatti le critiche sulla partecipazione. Partiamo però da un punto fermo: è stato un esercizio inedito di partecipazione anche fuori dalle istituzioni, all'interno del Parlamento europeo e della Conferenza. Io ho partecipato ai panel , in cui la discussione è stata aperta a membri del Governo, dei Parlamenti nazionali, del Parlamento europeo e cittadini. Da questo punto di vista, rivolgendomi ai colleghi che sono stati più critici, posso dire che, seppur non è stato perfetto, per chi ha partecipato è stato un esercizio inedito, ma molto positivo. Almeno questa è l'impressione che io ne ho tratto.