[pronunce]

Ne deriverebbe, altresì, l'assenza di contrasto con la normativa comunitaria richiamata, nella parte in cui afferma la necessità di autorizzazione preventiva per l'attività di smaltimento dei rifiuti, posto che la disposizione impugnata presupporrebbe tale sistema autorizzatorio e farebbe comunque salvo il sistema sanzionatorio previsto. In sostanza, la disposizione impugnata si limiterebbe a stabilire una regola di buon senso e di ragionevolezza, mirando ad impedire che debba essere obbligatoriamente disposta la rimozione di rifiuti, smaltiti in difformità dall'autorizzazione, da un impianto già di per sé autorizzato, per avviarli a un altro impianto autorizzato o eventualmente anche presso il medesimo impianto, previa integrazione della relativa autorizzazione. La movimentazione dei rifiuti in questione genererebbe, infatti, un impatto sull'ambiente e sulla salute pubblica decisamente maggiore di quello che deriverebbe dal mantenimento in situ dei rifiuti originariamente non autorizzati. 4.10.- Con riguardo all'art. 57, comma 5, della legge prov. Trento n. 18 del 2011, che introduce l'art. 86-ter nel decreto del Presidente della Giunta Provinciale n. 1-41/Legisl del 1987, la Provincia autonoma ha preliminarmente rilevato l'inammissibilità della censura con cui si lamenta il contrasto con l'art. 186, comma 5, del decreto legislativo n. 152 del 2006, in quanto tale previsione non sarebbe indicata nella deliberazione del Consiglio dei ministri. Nel merito, secondo la memoria, il ricorso sarebbe infondato, in quanto anche in questo caso si baserebbe su un equivoco interpretativo, visto che la disposizione impugnata sarebbe chiarissima nel subordinare la propria applicabilità al pieno rispetto della normativa statale e, di conseguenza, anche di quella comunitaria, della quale la prima costituisce attuazione. Nel comma 1 della disposizione impugnata il necessario rispetto della normativa statale è espressamente ribadito, precisandosi che la regolarizzazione potrà riguardare unicamente le gestioni di terre e rocce da scavo avvenute in difformità dalle direttive della Provincia emanate ai sensi delle norme provinciali: rappresentate dalle deliberazioni della Giunta provinciale 22 maggio 2009, n. 1227 (Linee guida e indicazioni operative per l'utilizzo di terre e rocce derivanti da operazioni di scavo) e 3 luglio 2009, n. 1666 (Ulteriori indicazioni integrative per l'utilizzo di terre e rocce da scavo provenienti da aree interessate da fenomeni naturali che abbiano determinato il superamento di una o più concentrazioni soglia di contaminazione). Allo stesso modo, è riaffermata la salvezza dell'apparato sanzionatorio previsto a livello statale. In memoria si è fatto inoltre presente che non sarebbe corretto affermare, come invece avviene nel ricorso, che la normativa nazionale e quella comunitaria qualificherebbero le terre e rocce da scavo necessariamente come rifiuti, essendo prevista, altresì, la possibilità di considerarle come «sottoprodotto» (ai sensi dell'art. 184-bis del decreto legislativo n. 152 del 2006). Questa interpretazione sarebbe ora ulteriormente confermata dal decreto ministeriale 10 agosto 2012, n. 161 (Regolamento recante la disciplina dell'utilizzazione delle terre e rocce da scavo), il cui art. 2, comma 1, stabilisce le condizioni e i criteri affinché i materiali da scavo siano considerati «sottoprodotti» e non «rifiuti». Anche nella normativa comunitaria sarebbe escluso, secondo la memoria, che le rocce e le terre da scavo costituiscano automaticamente e necessariamente un rifiuto: ai sensi dell'art. 3, punto 1, della direttiva 2008/98/CE, infatti, per rifiuto si intende qualsiasi sostanza od oggetto di cui il detentore si disfi o abbia l'intenzione o l'obbligo di disfarsi; il successivo art. 7, inoltre, chiarisce che l'inclusione di una sostanza nell'elenco non significa che esso sia un rifiuto in tutti i casi. 4.11.- Con riferimento all'art. 77 della legge prov. Trento n. 18 del 2011, che inserisce il comma 1-bis nell'art. 8-bis della legge della Provincia autonoma di Trento 31 agosto 1987, n. 18 (Istituzione dell'Istituto mocheno e dell'Istituto cimbro e norme per la salvaguardia e la valorizzazione della cultura delle popolazioni germanofone in provincia di Trento), la Provincia autonoma, dopo aver ricordato che i cimbri sono una piccola minoranza germanofona (poco più di mille abitanti) e che l'Istituto cimbro ha lo scopo di promuovere le conoscenze della cultura e delle tradizioni di tale minoranza, sostiene che la norma impugnata, che consente una deroga ai requisiti richiesti dalla legge provinciale per gli incarichi dirigenziali, serva a permettere che a capo di tale Istituto possa essere posta una persona che conosca la lingua cimbra e la cultura di tale popolazione. La questione sollevata sarebbe, ad ogni modo, inammissibile, in quanto difforme rispetto alla delibera governativa, sia nella parte in cui contesta la mancanza dei requisiti di capacità e di esperienza di cui all'art. 19, comma 6, del decreto legislativo n. 165 del 2001, sia nella parte in cui invoca il principio di ragionevolezza. Nel merito, in memoria si è sostenuta l'infondatezza di ambedue le censure. Riguardo a quella basata sull'art. 8, n. 1, dello statuto di autonomia del Trentino-Alto Adige/Südtirol, si è rilevato che il decreto legislativo n. 165 del 2001 non si applicherebbe alla Provincia autonoma di Trento, che sarebbe soggetta solo ai principi desumibili dall'art. 2 della legge n. 421 del 1992, i quali, ai sensi dell'art. 1, comma 3, del medesimo decreto legislativo, costituiscono norme fondamentali di riforma economico-sociale. In proposito, l'art. 2, comma 1, lettera f), della legge n. 421 del 1992 si limita a prescrivere la necessità di «prevedere criteri generali per la nomina dei dirigenti di più elevato livello, con la garanzia di specifiche obiettive capacità professionali». D'altro canto, il limite dei «principi generali dell'ordinamento» non sussisterebbe più, dato che la materia dell'«ordinamento degli uffici provinciali e del personale» rientrerebbe ora nell'art. 117, quarto comma, Cost. Neppure i «principi fondamentali dell'ordinamento statale» potrebbero essere invocati, in quanto inidonei a limitare la potestà provinciale in materia di personale, che è primaria e non concorrente. Inoltre, l'art. 28 del decreto legislativo n. 165 del 2001 non sarebbe pertinente, in quanto regolerebbe l'accesso alla qualifica di dirigente, e non il conferimento di un incarico dirigenziale.