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È fondamentale invece che essi conoscano le modalità di apprendimento degli alunni e studenti disprassici e su di esse calibrino la loro azione didattica, avvalendosi di strategie alternative e di strumenti compensativi, tra cui i mezzi informatici o per esempio consentendo che il bambino o ragazzo disprassico svolga lavoro orale più che scritto. Le difficoltà del soggetto disprassico non terminano con l'uscita dalla scuola. La disprassia, per quanto possa compensarsi con adeguate strategie di supporto, persiste anche in età adulta: persistono difficoltà organizzative e difficoltà nelle relazioni sociali; scarsa capacità di pianificazione e di organizzazione; senso del tempo; problemi visuo-percettivi (guidare, giudicare le distanze e la profondità, parcheggiare l'auto) ; stancabilità (nei lavori manuali ad esempio) ; difficoltà nella gestione finanziaria; cura della persona; difficoltà nei lavori domestici e nella preparazione dei pasti. In Italia la disprassia in sé non è considerata disabilità. Secondo la prospettiva ICF ( International Classification of Functioning , 2010) la disabilità viene definita come la conseguenza o il risultato di una complessa relazione tra la condizione di salute di un individuo e i fattori personali e i fattori ambientali che rappresentano le circostanze in cui vive l'individuo. La classificazione ICF, detta anche classificazione dello stato di salute, fornisce una definizione di disabilità a contrario: l'individuo «sano» si identifica come «individuo in stato di benessere psicofisico» ribaltando, di fatto, la concezione di stato di salute. Il concetto di disabilità identifica così le difficoltà di funzionamento della persona sia a livello personale che nella partecipazione sociale. In questa classificazione i fattori biomedici e patologici non sono gli unici presi in considerazione, ma si considera anche l'interazione sociale: l'approccio, così, diventa multiprospettico: biologico, personale, sociale. La stessa terminologia usata è indice di questo cambiamento di prospettiva, in quanto ai termini di menomazione, disabilità ed handicap (ICIDH – International Classification of Impairments, Disabilities and Handicaps , 1980), che attestavano un approccio essenzialmente medicalista, si sostituiscono i termini di strutture corporee, attività e partecipazione. Di fatto lo standard diventa più complesso, in quanto si considerano anche i fattori sociali e non più solo quelli organici. Si riporta di seguito l'articolo 1 della Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità del 2006: «Per persone con disabilità si intendono coloro che presentano durature menomazioni fisiche, mentali, intellettive o sensoriali che, in interazione con barriere di diversa natura, possono ostacolare la loro piena ed effettiva partecipazione nella società su base di uguaglianza con gli altri». Ed ancora, la Corte costituzionale, con sentenza n. 80 del 2010 così statuisce: «I disabili non costituiscono un gruppo omogeneo. Vi sono, infatti, forme diverse di disabilità: alcune hanno carattere lieve ed altre gravi. Per ognuna di esse è necessario, pertanto, individuare meccanismi di rimozione degli ostacoli che tengano conto della tipologia di handicap da cui risulti essere affetta in concreto una persona». Orbene, le norme esistenti nel quadro normativo italiano disciplinano, in modo peraltro totalmente insufficiente, inadeguato e parziale, esclusivamente il settore scolastico, dimodoché, alla maggiore età o comunque all'ingresso nel mondo professionale, il soggetto disprassico non ha alcuna tutela. La disprassia, in sé, è una disabilità e dunque un disturbo del neurosviluppo che impatta, in modo straordinariamente significativo, sulle attività della vita quotidiana e sugli apprendimenti; pur coinvolgendo, come esposto, circa il 6 per cento della popolazione, troppo spesso la disprassia non viene riconosciuta. Ai genitori, preoccupati dal ritardo che il figlio presenta nello sviluppo, troppi educatori di scuola materna e pediatri rispondono che ogni bambino ha i suoi tempi e conviene aspettare. Si perdono così anni preziosi. Fondamentale, al contrario, è una diagnosi precoce. La disprassia, vera disabilità nascosta, è ignorata. Una volta identificata, in genere con ritardo, manca un numero sufficientemente adeguato di strutture d'intervento, i centri specializzati per la cura del disturbo sono pochissimi sul territorio nazionale e generalmente i tempi di attesa sono eccessivamente lunghi (spesso a pagamento). Anche i servizi territoriali di neuropsichiatria infantile (in Lombardia UONPIA – unità operative di neuropsichiatria dell'infanzia e dell'adolescenza) non hanno preparazione specifica e lavorano sotto organico. Talvolta la diagnosi è tardiva perché misconosciuta. Il bambino disprassico non è considerato abbastanza grave da meritare un intervento terapeutico. Di lui ci si ricorda solo quando il suo comportamento diventa evidentemente disturbato e danneggia gli altri bambini (tant'è che la disprassia in comorbilità con disturbi comportamentali – cioè quando ha un impatto sociale – è riconosciuta come disabilità ai fini applicativi della legge n. 104 del 1992. La preparazione dei pediatri di base, che per primi possono dare il «campanello d'allarme», sarebbe di importanza strategica ai fini di una diagnosi precoce. Ciò consentirebbe anche un risparmio delle risorse del Servizio sanitario nazionale in quanto pediatri informati focalizzerebbero subito la figura specialistica cui inviare il bambino in tenera età per procedere alla diagnosi precoce e alla conseguente attività di riabilitazione. L'inadeguatezza del sistema italiano è determinata dall'inesistenza di norme che disciplinino specificamente il disturbo e che lo riconoscano in sé come disabilità (ciò, a differenza di quanto accade nel sistema normativo inglese e francese, canadese e australiano); dalla mancanza di norme che impongano agli insegnanti, in presenza di diagnosi di disprassia, non solo l'adozione di piani didattici personalizzati ma che indichino quali strumenti compensativi e misure dispensative adottare, quale didattica. Inoltre, non esiste alcun coordinamento tra l’ équipe sanitaria (neuropsichiatria infantile-NPI, fisiatri, terapisti, riabilitatori), la scuola (dirigente scolastico, insegnanti, consiglio di classe) e la famiglia. A quest'ultimo riguardo, anzi, si segnala la grande difficoltà delle famiglie ad interagire con la scuola che si limita, nelle migliori delle ipotesi, a ricondurre gli alunni/studenti con disprassia nell'area BES (bisogni educativi speciali), trascurando in maniera significativa la disabilità prassica-spaziale. La disprassia è una disabilità nascosta (dr. Amanda Kirby, The hidden handicap , Souvenir Press , 2011), un disturbo poco conosciuto anche in ambito clinico e di qui la fatica delle famiglie a far comprendere le difficoltà dei propri figli agli insegnanti, agli allenatori sportivi, ai medici con cui si viene in contatto anche solo occasionalmente (ad esempio presso il pronto soccorso, nelle visite di controllo eccetera). In Italia, si ribadisce, la disprassia in sé non è riconosciuta come disabilità.