[pronunce]

SENTENZA ha pronunciato la seguentenel giudizio di legittimità costituzionale dell'articolo 197-bis, commi 3 e 6 del codice di procedura penale, promosso con ordinanza del 17 novembre 2004 dal Tribunale di Fermo, nel procedimento penale a carico di C.P.P. ed altro, iscritta al n. 59 del registro ordinanze 2005 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 8, prima serie speciale, dell'anno 2005. Visto l'atto di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri; udito nella camera di consiglio dell'11 ottobre 2006 il Giudice relatore Giovanni Maria Flick.. Ritenuto in fatto Considerato in diritto 1. - Con l'ordinanza indicata in epigrafe, il Tribunale di Fermo ha dichiarato rilevante e non manifestamente infondata - in riferimento all'art. 3, primo comma, della Costituzione - la questione di legittimità costituzionale dell'art. 197-bis, commi 3 e 6, del codice di procedura penale, nella parte in cui, rispettivamente, prevedono l'obbligo di assistenza difensiva e l'applicazione della disposizione di cui all'art. 192, comma 3, cod. proc. pen. anche alle dichiarazioni rese dalle persone indicate al comma 1 dello stesso art. 197-bis, nei cui confronti sia stata pronunciata sentenza irrevocabile di assoluzione. Il giudice rimettente espone che, in relazione al fallimento di una società commerciale, il pubblico ministero aveva esercitato, nei confronti di tre soggetti, azione penale per il reato di bancarotta fraudolenta documentale; all'udienza preliminare, uno dei tre imputati aveva chiesto di essere giudicato con le forme del rito abbreviato, all'esito del quale era stato assolto per non aver commesso il fatto, con sentenza divenuta irrevocabile. In esito al rinvio a giudizio disposto per gli altri imputati, l'organo dell'accusa aveva indicato, nella lista testimoniale ai sensi dell'art. 468 cod. proc. pen. , l'originario coimputato assolto quale testimone assistito ex art. 197-bis cod. proc. pen. ed il Tribunale, all'udienza fissata per la sua escussione, sollevava d'ufficio la questione di legittimità costituzionale in oggetto. Il rimettente osserva, in punto di rilevanza, come dall'accoglimento della questione discenderebbe l'eliminazione dell'obbligo della nomina del difensore per il testimone, prescritto dal comma 3 dell'art. 197-bis cod. proc. pen. ; e come, per altro verso, le dichiarazioni accusatorie provenienti dallo stesso potrebbero essere idonee, se intrinsecamente credibili, a fondare l'affermazione di responsabilità anche in assenza di ulteriori elementi di prova che ne confermino l'attendibilità (art. 197-bis, comma 6, cod. proc. pen.), nella specie carenti almeno in relazione ad uno dei due imputati. Nel merito, il Tribunale richiama innanzitutto la pronuncia di questa Corte (ordinanza n. 256 del 2004) con la quale è stata dichiarata manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale dell'art. 197-bis, comma 6, cod. proc. pen. sollevata, in relazione all'art. 3 della Costituzione, con riferimento alle dichiarazioni rese, quale testimone assistito, da persona originariamente coimputata nel medesimo reato e nei cui confronti era stata pronunciata sentenza irrevocabile di applicazione della pena ex art. 444 cod. proc. pen. Il giudice a quo rammenta come nell'argomentazione di tale pronuncia questa Corte rilevasse, alla luce della normativa di attuazione del “giusto processo” (legge 1° marzo 2001, n. 63), che l'armoniosa coesistenza tra disciplina del diritto al silenzio ed obbligo di dichiarazione nel processo è stata normativamente realizzata con l'applicazione di un principio di graduazione: principio – espresso dalla diversificazione delle figure di dichiaranti nel processo, in ragione dei diversi “stati di relazione” rispetto ai fatti oggetto del procedimento - che, partendo da una condizione di assoluta indifferenza propria del teste ordinario, giunge fino alla forma del totale coinvolgimento propria del concorrente nel medesimo reato. Il rimettente evidenzia poi come, secondo la citata pronuncia, ai vari stati di relazione corrispondano, oltre che diverse figure soggettive di dichiaranti, anche diverse modalità di dichiarazione e diverse valenze probatorie del dichiarato. Proprio alla luce di tali principi teorici, ad avviso del Tribunale, l'odierno dubbio di legittimità costituzionale si palesa fondato: il fatto che sia intervenuta una sentenza di assoluzione piena “per non aver commesso il fatto”, nei confronti del soggetto già coimputato, è circostanza idonea ad eliminare qualsiasi “stato di relazione” di quel dichiarante rispetto ai fatti oggetto del procedimento; e poiché l'estraneità dell'imputato è stata accertata in modo irrevocabile, tale situazione «deve essere, almeno giuridicamente, assimilata alla situazione di indifferenza del teste ordinario». Stigmatizzata l'implicazione negativa del meccanismo normativo oggetto di censura - che assegna all'esercizio di una azione penale, risultata totalmente ingiusta, un «marchio indelebile» nei confronti di un soggetto - il Tribunale rimettente assume che la disciplina censurata, oltre a violare la ragionevolezza intrinseca, risulta in contrasto con il principio di eguaglianza. Infatti, tale disciplina parifica la posizione dell'imputato in procedimento connesso o di reato collegato, assolto con sentenza irrevocabile, a quella della persona dichiarante ai sensi dell'art. 210 cod. proc. pen. ; e, per converso, «la diversifica profondamente da quella del testimone ordinario», tanto sotto il profilo dell'obbligo di assistenza difensiva, quanto sotto quello della limitazione probatoria delle dichiarazioni. Ma, ad avviso del giudice a quo, se il dichiarante ai sensi dell'art. 210 cod. proc. pen. è fondatamente considerato suspectus - non avendo definito ancora la propria posizione, e risultando in stretta relazione con il reato per cui si procede – ciò non può valere per la persona giudicata innocente in via definitiva, che del tutto irragionevolmente si presume possa mentire, a dispetto della sentenza assolutoria irrevocabile. Il legislatore - conclude il rimettente - ha in tal modo sovrapposto e confuso «la sfera della limitata capacità testimoniale con quella dell'attendibilità in concreto, che attiene al principio del libero convincimento del giudice»: anche la persona offesa dal reato o i prossimi congiunti dell'imputato possono porre seri problemi di attendibilità e, nondimeno, rispetto a costoro non esiste alcuna capitis deminutio testimoniale, che invece persiste, irragionevolmente, rispetto all'assolto. 2. - Nel giudizio di costituzionalità ha spiegato intervento il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, per chiedere che la questione sia dichiarata infondata. La difesa erariale ha evidenziato come anche per il caso dell'assolto già coimputato residui – rispetto alla regiudicanda – «un margine di contiguità, atto a incidere sulla valenza probatoria della dichiarazione»: