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Istituzione di una Commissione parlamentare sul fenomeno dei femmicidi e dei femminicidi. Onorevoli Senatori. -- Oggi sembra quasi una banalità ripetere i dati dell’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) risalenti al 2002: la prima causa di uccisione nel mondo delle donne tra i 16 e i 44 anni è l’omicidio da parte di persone conosciute, in particolare da parte di partner ed ex partner . Siamo giunti così al rapporto dell’OMS del 2013, il più grande studio mai fatto sugli abusi fisici e sessuali subiti dalle donne in tutte le regioni del pianeta (141 ricerche effettuate in 81 Paesi), secondo cui la violenza contro le donne costituisce una questione strutturale globale: il 35 per cento delle donne subisce nel corso della vita qualche forma di violenza. Se il dato ci appare oggi evidente, solo negli anni Novanta non era così e, quando alcune criminologhe, studiando gli omicidi volontari di uomini e donne, poterono verificare la specificità degli omicidi di donne che, a differenza degli omicidi maschili, commessi da sconosciuti nell’ambito di episodi di criminalità, venivano invece commessi in maniera quasi assoluta da coniugi, familiari e persone conosciute, decisero di «nominare» questa triste realtà. Fu una scelta politica: la categoria criminologica del « femicide » (femmicidio) evidenziava che il reato di omicidio volontario, colpiva le donne in maniera specifica nell’ambito familiare, spesso con motivazioni che poggiavano su una cultura discriminatoria, che viene definita patriarcale, e attraversa tutti i Paesi del mondo. Nominare questa specificità ha consentito di rendere visibile il fenomeno, studiarlo, potenziare l’efficacia delle risposte punitive. Il termine «femmicidio» (femicide) è stato diffuso con questo significato per la prima volta da Diana Russell che, nel 1992, nel libro Femicide: The Politics of woman killing , attraverso l’utilizzo di questa nuova categoria criminologica, ha «nominato» la causa principale degli omicidi nei confronti delle donne: una violenza estrema da parte dell’uomo contro la donna «perché donna». La teoria di Diana Russell, secondo cui «il concetto di femmicidio si estende aldilà della definizione giuridica di assassinio e include quelle situazioni in cui la morte della donna rappresenta l’esito/la conseguenza di atteggiamenti o pratiche sociali misogine» è oggi universalmente nota e utilizzata da numerose scienziate per analizzare le varie forme di femmicidio. Questo neologismo, successivamente, è stato ripreso dalle sociologhe, antropologhe e criminologhe messicane che, a partire dalla denuncia della natura misogina delle barbare mutilazioni e uccisioni di donne i cui corpi sono stati rinvenuti nei pressi di Ciudad Juarez, verificando come molto spesso questi fatti fossero possibili per via di una inefficace risposta delle istituzioni al fenomeno della violenza maschile sulle donne, hanno coniato la categoria sociologica del «femminicidio» per descrivere ogni forma di discriminazione e violenza rivolta contro la donna perché donna. Se secondo la criminologa statunitense, «tutte le società patriarcali hanno usato - e continuano a usare - il femminicidio come forma di punizione e controllo sociale sulle donne», similmente l’antropologa e deputata messicana Marcela Lagarde, considerata la teorica del femminicidio, sostiene che «la cultura in mille modi rafforza la concezione per cui la violenza maschile sulle donne è un qualcosa di naturale, attraverso una proiezione permanente di immagini, dossier , spiegazioni che legittimano la violenza» tale per cui uno dei punti chiave del femminicidio è l’essere di fronte ad una «violenza illegale ma legittima». Il femminicidio, nell’analisi di Marcela Lagarde e delle numerose altre scienziate che hanno compiuto nel mondo studi su questo tema, è un problema strutturale, che va aldilà degli omicidi delle donne, riguarda tutte le forme di discriminazione e violenza di genere, che sono in grado di annullare la donna nella sua identità e libertà non soltanto fisicamente, ma anche nella dimensione psicologica, nella socialità, nella partecipazione alla vita pubblica. Usando le parole di Lagarde, infatti, femminicidio è «la forma estrema di violenza di genere contro le donne, prodotto della violazione dei suoi diritti umani in ambito pubblico e privato, attraverso varie condotte misogine - maltrattamenti, violenza fisica, psicologica, sessuale, educativa, sul lavoro, economica, patrimoniale, familiare, comunitaria, istituzionale - che comportano l’impunità delle condotte poste in essere tanto a livello sociale quanto dallo Stato e che, ponendo la donna in una posizione indifesa e di rischio, possono culminare con l’uccisione o il tentativo di uccisione della donna stessa, o in altre forme di morte violenta di donne e bambine: suicidi, incidenti, morti o sofferenze fisiche e psichiche comunque evitabili, dovute all’insicurezza, al disinteresse delle istituzioni e alla esclusione dallo sviluppo e dalla democrazia». In questo senso, l’utilizzo del termine femminicidio assolve alla funzione di individuare una «responsabilità sociale» nel perdurare, ancora oggi, di una situazione di diffusa subordinazione sociale delle donne, che le rende soggetti discriminabili, violabili, uccidibili. Il neologismo di cui si tratta è salito alla ribalta delle cronache internazionali sulla scia del film Bordertown , in cui si racconta dei fatti di Ciudad Juarez, città al confine tra Messico e Stati Uniti, dove dal 1992 più di 4.500 giovani donne sono scomparse e più di 650 stuprate, torturate e poi uccise ed abbandonate ai margini del deserto, il tutto nel disinteresse delle istituzioni, con complicità tra politica e forze dell’ordine corrotte e criminalità organizzata, ed attraverso la possibilità di insabbiamento delle indagini, esacerbata dalla cultura machista dominante, riflessa anche in un sistema legislativo esplicitamente discriminatorio nei confronti delle donne, attraverso disposizioni contenute nel codice penale dello Stato di Chihuahua che, ad esempio, attenuavano o escludevano la responsabilità per determinate forme di violenza commesse in danno delle donne (come, ad esempio, la non punibilità dello stupro commesso in danno della coniuge o della concubina). La storia è iniziata quando le donne messicane, grazie alla loro attività di denuncia della responsabilità istituzionale per il perdurare di questi crimini, per tutte le violazioni dei diritti umani delle donne che continuavano a restare impunite, hanno sostenuto l’elezione di Marcela Lagarde al Parlamento: Lagarde si è quindi spesa in prima persona per la creazione di appositi organismi istituzionali di indagine dislocati in tutti gli Stati federati e coordinati a livello federale. Nel 2003 promosse l’istituzione, presso il Senato, della «Commissione speciale per le indagini sui casi di uccisioni di donne a Ciudad Juarez», e nel 2004, alla Camera, della «Commissione speciale sul femminicidio», che stabilì accordi di collaborazione con i Governi degli Stati federati, i tribunali, le commissioni indipendenti per i diritti umani, le università, le organizzazioni della società civile, al fine di effettuare indagini in maniera trasparente sulla violenza femminicida e fornire informazioni attendibili ai cittadini.