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A prescindere dal fatto che aspetti economici e relazionali sono spesso strettamente intrecciati (v. sopra) basti pensare che in un vero affidamento condiviso si dovrebbe mantenere il figlio per capitoli di spesa attribuiti all'uno e all'altro genitore. E allora si comprende facilmente come il figlio possa avere preferenze da esprimere sulla gestione delle sue necessità, ad esempio, sulla base delle precedenti abitudini e possa legittimamente desiderare di comunicarle. In definitiva, quindi, appare preferibile che si lasci che sia il minore stesso a decidere se vuole essere sentito o no, sull'esempio francese: « Dans toute procédure le concernant, le mineur capable de discernement peut, sans préjudice des dispositions prévoyant son intervention ou son consentement, être entendu par le juge ou, lorsque son intérêt le commande, par la personne désignée par le juge à cet effet. Cette audition est de droit lorsque le mineur en fait la demande. Lorsque le mineur refuse d'être entendu, le juge apprécie le bien-fondé de ce refus ». ( Art. 388, Code civil : «In tutti i procedimenti che lo riguardano il minore capace di discernimento può, senza pregiudizio delle disposizioni che prevedono il suo consenso o il suo intervento, essere ascoltato dal giudice, o nel caso che ciò corrisponda al suo interesse, dalla persona nominata dal giudice a tale scopo. L'ascolto è obbligatorio ove il minore ne faccia richiesta. Se il minore rifiuta di essere sentito il giudice valuta la fondatezza del suo rifiuto»). La conclusione alla quale porta questa complessa analisi è in definitiva l'ostinata persistenza di un favor del sistema legale a vantaggio di modelli sostanzialmente monogenitoriali, del quale restano da capire le ragioni. Ebbene, queste sembrano risiedere essenzialmente in una non corretta comprensione della ratio della riforma del 2006, che riposa in una personale lettura del concetto di «interesse del minore». In pratica, si tende a contrapporre e sostituire al concetto di bigenitorialità, privilegiato dal legislatore quale elemento fondante di tale interesse e garante della «stabilità affettiva», il concetto di «stabilità fisica», che attribuisce la medesima funzione all'unicità della collocazione abitativa, e così facendo si giustificano gli esigui tempi di contatto stabiliti per il genitore «esterno». Rammentiamo cosa scriveva la più antica associazione italiana di avvocati familiaristi prima della riforma del 2006: «L'affidamento esclusivo, regola preferenziale dell'attuale legislazione, offre al minore la stabilità di vita e di riferimenti necessari ad evitare lo smarrimento: il minore deve cioè sapere non solo quale è il genitore cui deve quotidianamente fare riferimento, ma anche che quel genitore ha l'autorità di assumere decisioni per lui, pena una pericolosissima deriva di deresponsabilizzazione». E oggi nulla è cambiato, l'idea è sempre la stessa, anche se realizzata contra legem , anziché nella sua osservanza. Una tesi, però, ampiamente e convincentemente contestata in dottrina. Si veda, ad esempio, la posizione di P. Casula, presidente del tribunale di Rimini (relazione presentata ad Ancona il 4 dicembre 2006 presso il Corso di perfezionamento in Diritto di Famiglia): «In sostanza l'interesse del minore rileva unicamente nell'ambito della regola di bigenitorialità e quindi non esiste un interesse del minore tout court puro e semplice: l'interesse del minore è la bigenitorialità, questo dice il nostro legislatore, questo è l'interesse del minore, nell'ambito di questo codificato e giuridicamente cogente principio legislativo di definizione dell'interesse del minore». E stessi concetti esprimono Ceniccola e Sarracino (in L'affidamento condiviso, Halley Editrice, 2007, p. 49). Brillanti anticipazioni di quello che il Regno Unito ha recentemente consacrato con il Children and Families Act (22 aprile 2014) laddove afferma che il tribunale, nell'assumere decisioni che debbano rispettare l'interesse del minore è tenuto ad assumere (salvo prova contraria) che questo sia tanto meglio realizzato quanto più si incrementi il coinvolgimento di entrambi i genitori nella sua educazione e cura (sezione 11). La presente proposta ha pertanto fatto sua questa lettura dell'interesse del minore, collocandola al primo comma dell'articolo 337- ter . E ciò non riguarda solo il Regno Unito. Restando nel panorama internazionale, l'attuale applicazione dei principi della bigenitorialità, così parziale e disomogenea, pone l'Italia in serio imbarazzo di fronte alla tendenza che si manifesta con sempre maggiore evidenza negli altri Paesi del mondo occidentale, nei quali questi vengono affermati con crescente vigore e incisività. Tralasciando, ex pluris , i noti esempi dei Paesi scandinavi, si pensi al caso del Belgio dove, analogamente, è stato introdotto e privilegiato l'affidamento paritetico: legge 18 luglio 2006, basata sulla doppia residenza ( «À défaut d'accord, en cas d'autorité parentale conjointe, le tribunal examine prioritairement, à la demande d'un des parents au moins, la possibilité de fixer l'hébergement de l'enfant de manière égalitaire entre ses parents.» Art. 374 comma 2 Cod. Civ.). Allo stesso modo procede la Francia che, dopo avere previsto la possibilità di residenza alternata paritetica con la n. 2002-305 del 4 marzo 2002, ha approvato a livello di Senato (17 settembre 2013) una ancora più stringente formulazione, all'interno della legge sulle pari opportunità: «À défaut d'accord, en cas d'autorité parentale conjointe, le juge examine prioritairement, à la demande d'un des parents au moins, la possibilité de fixer l'hébergement de l'enfant de manière égalitaire entre ses parents. En cas de désaccord entre les parents, le juge entend le parent qui n'est pas favorable au mode de résidence de l'enfant en alternance au domicile de chacun de ses parents, exposant les motifs de son désaccord au regard de l'intérêt de l'enfant. La préférence est donnée à la résidence en alternance paritaire. La décision de rejet de ce mode de résidence doit être dûment exposée et motivée.» (articolo 373-2-9, comma 2 c.c ). Ovvero: «... il giudice considera prioritariamente, su richiesta di almeno uno dei genitori, la possibilità di stabilire la collocazione dei figli in maniera paritetica presso i genitori. In caso di disaccordo tra di essi ascolta il genitore contrario alla residenza alternata, che presenta i motivi della sua contrarietà con riferimento all'interesse del minore. La preferenza è accordata al regime alternato paritetico. La scelta di rifiutare tale modalità deve essere adeguatamente esposta e motivata. » A prescindere dall'essere o meno entrate in vigore, queste regole, per il fatto stesso di essere state pensate e discusse a tale livello, attestano un orientamento culturale profondamente diverso e distante da quanto praticato in Italia. Né diversamente si esprime la letteratura scientifica. Se, da una parte, nessuno studio longitudinale dimostra la pericolosità di un vero doppio affidamento, esistono invece evidenze di segno contrario. Della amplissima documentazione ci limitiamo a segnalare, W. V. Fabricius, Listening to Children of Divorce, in Family Relations , 2003, 52, 385-396;