[pronunce]

che, peraltro, ad avviso dello stesso giudice a quo, «le pensioni privilegiate dei militari di carriera, a differenza di quelle normali, presentano la peculiarità di non postulare un precedente rapporto contributivo, ma di servizio e si sostanziano nell'attribuzione di un indennizzo (a vita o una tantum), che è commisurato alla gravità della menomazione dell'integrità fisica subita a causa dell'incarico prestato», dovendo quindi reputarsi che «la malattia valutata come causa di servizio inerisce ad una attività ordinariamente svolta a vantaggio della pubblica Amministrazione e deve considerarsi come conseguenza […] di un'attività lecita». Sicché, prosegue il rimettente, tale è la «caratteristica peculiare delle pensioni per i militari di carriera […] in quanto le somme erogate dallo Stato a tale titolo non hanno natura reddituale di quiescenza, ma indennitaria»; che – si afferma ancora nell'ordinanza di rimessione – il «fondamento della natura indennitaria della pensione privilegiata» troverebbe plurime conferme nell'ordinamento e in tal senso si porrebbe del resto la consolidata distinzione tra «diritto all'indennizzo», riferibile ad una pretesa derivante da fatto lecito, e «diritto al risarcimento del danno», «correlato all'evento di un danno ingiusto». Dunque, pur rimanendo ferma la possibilità dell'interessato «di azionare l'ordinaria pretesa risarcitoria (ex art. 2043 cod. civ. in caso di danno illecito)», la disciplina di cui al d.P.R. n. 1092 del 1973 «opera su un piano diverso da quello in cui si colloca quella civilistica in tema di risarcimento del danno […] compreso il cosiddetto danno biologico»; che, sostiene sempre il rimettente, anche sul piano fiscale, l'art. 6 del d.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917 (Approvazione del testo unico delle imposte sui redditi) «prevede l'esclusione dall'IRPEF solo per quei “redditi” e quelle “indennità” percepite a seguito di invalidità o morte conseguite in sostituzione di redditi, dovuti a titolo di risarcimento dei danni ristorati per fatto “illecito”», mentre la «pensione privilegiata (non di quiescenza) che presuppone, viceversa […] un'invalidità permanente o la morte, determina l'erogazione di un'indennità ristoratrice per fatto “lecito”, è quindi assoggettabile ad IRPEF, in quanto reddito (ma solo ai fini fiscali) derivante da sostituzione di provento c.d. da “lavoro”»; che, peraltro, il giudice a quo asserisce di non dubitare del fatto che ai fini della «pensione privilegiata indennitaria non tabellare» si debba tener conto della gravità della malattia o lesione contratta a causa del servizio prestato, della retribuzione «rapportata sia alla differente qualifica funzionale o grado (per i militari), sia alla relativa anzianità di servizio del dipendente», ma, a suo avviso, «il periodo di servizio prestato rileva esclusivamente come fatto giuridico cui l'ordinamento riconduce effetti prescindendo dalla sua durata» e ciò a differenza dei «trattamenti di pensione normale ordinaria». Il trattamento normale di quiescenza non può dunque – prosegue il rimettente – essere «accomunato» alla pensione privilegiata, anche perché «il primo è ricompreso, in modo sistematico, nell'ambito del Titolo III del t.u. n. 1092/1973 , mentre il secondo nel Titolo IV e conseguentemente sono diversi i principi che regolano e disciplinano i due istituti»; che, sulla scorta di tali premesse, il rimettente, nel motivare sulla non manifesta infondatezza della sollevata questione, sostiene che «nel nostro sistema giuridico il risarcimento per fatto lecito è stato oggetto di pronuncia della Corte di cassazione» (Cass. civ. , sez. I, 8 ottobre 1992, n. 10979), la quale, «in materia di occupazione invertita», ha individuato in 10 anni i termini di prescrizione, assumendo a riferimento «quelli contemplati dagli artt. 934 e ss. cod. civ. , costitutivi, in capo al privato, di un diritto personale di credito soggetto alla prescrizione ordinaria decennale, non a quella quinquennale in materia di risarcimento del danno da fatto illecito»; che sarebbe, quindi, evidente – argomenta il giudice a quo – «la disparità di trattamento tra coloro che ottengono il ristoro indennizzatorio da fatto lecito (la cui prescrizione estintiva del diritto di credito spira con il raggiungimento del decimo anno) e coloro che fruiscono di pensione privilegiata (che ha anch'essa a fondamento una funzione di indennizzo derivante da fatto lecito) che vedrebbero prescritti i loro diritti di credito derivanti dagli emolumenti accessori (13ª mensilità e I.I.S.), come nel caso in giudizio, in cinque anni» in base al denunciato art. 2 del r.d.l. n. 295 del 1939, come modificato dall'art. 2 della legge n. 428 del 1985; che in definitiva, secondo il rimettente, «il legislatore richiamando il r.d.l. n. 295 del 1939 nell'ambito dell'art. 143 del t.u. n. 1092 del 1973 ha inteso sottoporre alla stessa disciplina tutti i trattamenti di pensione che trovano la loro genesi nello stesso testo unico, ma laddove si accomuni la pensione c.d. “normale” (con contenuto reddituale) con quella “privilegiata” (con contenuto indennizzatorio da fatto lecito), la norma determina, prevedendo un termine prescrizionale di cinque anni, una disparità di trattamento rispetto agli altri identici diritti per risarcimento per fatto lecito che si prescrivono in dieci anni (cfr. Cass. , Sez. I, 8 ottobre 1992 n. 10979, già citata)»; che, ad avviso del giudice a quo, la disposizione denunciata sarebbe quindi incostituzionale, in quanto non sussisterebbe «neppure una “ragionevole giustificazione” della diversità di disciplina circa il termine prescrizionale previsto per i ratei arretrati spettanti a fronte del riconoscimento di indennizzo scaturente da fatto lecito (dieci anni), rispetto agli omologhi arretrati derivanti da pensioni privilegiate dei militari di carriera (cinque anni)»; che, infine, in punto di rilevanza, il rimettente sostiene che la controversia pendente non possa essere definita indipendentemente dalla risoluzione della sollevata questione di legittimità costituzionale, «dal momento che il ricorso, in relazione al provvedimento impugnato, se accolto, dovrà tener conto di un diverso dies a quo da cui partire per il calcolo della maturazione della prescrizione estintiva, a seconda che la disposizione normativa suindicata sia o meno dichiarata incostituzionale»; che è intervenuto in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, concludendo per la declaratoria di inammissibilità della questione; che, secondo la difesa erariale, il rimettente dubiterebbe dell'art. 2 del r.d.l.