[pronunce]

La ragione della modifica sarebbe da individuare nell'esigenza di “esonerare” da ogni adempimento la maggioranza dei genitori partendo dalla premessa che, verosimilmente, nelle zone di insediamento linguistico la maggior parte di essi vorrà scegliere l'insegnamento opzionale, lasciando a coloro che non lo desiderino l'onere di segnalare la circostanza. La nuova disposizione sarebbe pienamente legittimata dalla potestà concorrente regionale in materia di istruzione e più specificamente anche dall'art. 1, comma 2, del d.lgs. n. 223 del 2002, a mente del quale «la Regione provvede con proprie disposizioni legislative all'esercizio di funzioni di coordinamento dei compiti attribuiti alle istituzioni scolastiche autonome in attuazione della disciplina prevista dall'art. 4 della legge, in materia di uso della lingua della minoranza nella scuola materna e in materia di insegnamento della lingua della minoranza nelle scuole elementari e secondarie di primo grado». Pertanto il richiamo ai principi dell'autonomia scolastica e di eguaglianza non sarebbe pertinente, così come non lo sarebbe l'invocato art. 4, comma 2, della legge n. 482 del 1999, che si occupa delle modalità di insegnamento e non di quelle afferenti alla scelta rimessa ai genitori. 2.5. – In ordine alla doglianza relativa all'art. 14, commi 2 e 3, della legge regionale n. 29 del 2007, la Regione Friuli-Venezia Giulia reputa opportuno chiarire che l'espressione «apprendimento veicolare integrato delle lingue» riflette l'obiettivo di insegnare la lingua non “in astratto” e come vuota struttura linguistica, ma in concreto, “veicolando” con essa determinati contenuti. In questo senso, dunque, la lingua friulana dovrebbe essere insegnata “veicolando” al tempo stesso altri contenuti didattici, in modo tale che lo studente apprenda contemporaneamente la lingua e la materia insegnata con la lingua stessa. Questa opzione, per la difesa regionale, «non rappresenta né una stravaganza del legislatore regionale né una sua scelta autonoma», trovando il suo fondamento già nella legge statale. L'art. 4, comma 1, della legge n. 482 del 1999 stabilisce, infatti, che «nelle scuole materne dei Comuni di cui all'art. 3, l'educazione linguistica prevede, accanto all'uso della lingua italiana, anche l'uso della lingua della minoranza per lo svolgimento delle attività educative», e che «nelle scuole elementari e nelle scuole secondarie di primo grado è previsto l'uso anche della lingua della minoranza come strumento di insegnamento». Dunque, non vi sarebbe alcuna compressione dell'autonomia scolastica limitandosi, la disposizione in esame, ad indicare un «modello di riferimento» identico a quello della legge statale. Peraltro, l'indicazione di un modello di riferimento sarebbe legittimata sia dalla potestà legislativa concorrente in materia di istruzione che dal già citato art. 1, comma 2, del d.lgs. n. 223 del 2002, restando, invece, ferma l'autonomia delle scuole per la scelta del metodo didattico. Quanto al comma 2 dell'art. 14, esso si limiterebbe a fissare una durata minima per l'insegnamento del friulano, restando alle scuole la possibilità di definire in dettaglio «i tempi e le metodologie» dell'insegnamento, come risulta dall'art. 4 della legge n. 482 del 1999. 2.6. – La censura avente per oggetto l'art. 18, comma 4, sarebbe, ad avviso della resistente, infondata per le ragioni già esposte in relazione agli articoli 6, comma 2, e 8, commi 1 e 3. In primo luogo, l'art. 4 della legge n. 482 del 1999 tutelerebbe un diritto con riferimento ad un certo ambito, senza tuttavia esprimere una portata limitativa della possibilità che la legge regionale possa assicurare una maggiore tutela, oltre quell'ambito territoriale, sin dove non comprima gli altrui diritti. Inoltre, lo stesso art. 4 non può considerarsi specificazione dell'art. 6 Cost., «dal quale non risulta affatto un principio inderogabile di territorialità nella tutela delle minoranze linguistiche (nel senso di obbligatoriamente limitarla alla zona di insediamento)». Ciò a maggiore ragione – conclude la difesa regionale – in quanto la contestata disposizione prevede «un mero supporto regionale» (verosimilmente, finanziario) ad un'attività di insegnamento opzionale decisa autonomamente dalle scuole, in relazione alle richieste dei genitori, in perfetta coerenza con l'autonomia scolastica. 3. – In prossimità dell'udienza pubblica, la Regione Friuli-Venezia Giulia ha depositato una memoria integrando le considerazioni già svolte nell'atto di costituzione con esclusivo riferimento alla censura relativa all'art. 11, comma 5, in tema di toponomastica. Al fine di dimostrare l'infondatezza della doglianza, la difesa regionale richiama l'art. 19 della legge della Provincia autonoma di Trento 19 giugno 2008, n. 6 (Norme di tutela e promozione delle minoranze linguistiche locali), il quale, al comma 3, prevede che «il repertorio dei toponimi […] comprende per le singole località la denominazione in lingua minoritaria e la corrispondente denominazione in lingua diversa da quella di minoranza della quale si renda opportuno il mantenimento in quanto diffusamente conosciuta a livello nazionale o internazionale». Il successivo comma 5 – prosegue la resistente – dispone che gli enti di cui al comma 1, «adeguano la toponomastica di loro competenza ai contenuti del relativo repertorio». Il comma 6, dal canto suo, stabilisce che «fatte salve le denominazioni dei Comuni, le indicazioni e le segnalazioni relative a località e toponimi di minoranza sono di regola espresse nella sola denominazione ladina, mòchena o cimbra. Possono essere redatte anche nel corrispondente nome italiano, se questo è registrato nel rispettivo repertorio dei toponimi, con pari dignità grafica». Le discipline adottate nella Provincia autonoma di Bolzano, nella Regione Valle d'Aosta e nel comprensorio ladino della Val di Fassa nella Provincia autonoma di Trento dimostrerebbero – conclude la resistente – che, in materia di toponomastica, sia possibile seguire indifferentemente il criterio del bilinguismo ovvero del monolinguismo.1. – Il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, ha sollevato questione di legittimità costituzionale degli articoli 6, comma 2, 8, commi 1 e 3, 9, comma 3, 11, comma 5, 12, comma 3, 14, commi 2 e 3, e 18, comma 4, della legge della Regione Friuli-Venezia Giulia 18 dicembre 2007 n. 29 (Norme per la tutela, valorizzazione e promozione della lingua friulana), in riferimento agli articoli 3, 6, 117, terzo comma, della Costituzione, all'art. 10 della legge costituzionale 18 ottobre 2001, n. 3 (Modifiche al titolo V della parte seconda della Costituzione), ed agli articoli 3 e 6, n. 1), della legge costituzionale 31 gennaio 1963, n. 1 (Statuto speciale della Regione Friuli-Venezia Giulia).