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da adesso in poi, però tutti i giorni devono impegnarsi a farlo gli uomini, certamente quelli maltrattanti, ma anche i non maltrattanti e i non violenti, che devono aiutare quelli violenti a cambiare radicalmente le loro parole, il loro comportamento e il loro modo di stare nella società che vogliamo costruire. (Applausi) . RAUTI (FdI) . Domando di parlare per dichiarazione di voto. PRESIDENTE. Ne ha facoltà. RAUTI (FdI) . Signor Presidente, signori del Governo, onorevoli colleghi, sono passati ventuno anni dalla prima Giornata mondiale contro la violenza sulle donne del 25 novembre e, dall'inizio della legislatura, questa è la terza che celebriamo. Voglio sottolineare che abbiamo sempre fatto qualcosa e che in tutte e tre le occasioni siamo sempre riusciti a farlo insieme, come la materia merita, chiede e pretende. Anche quest'anno, derogando alle regole che ci siamo dati, abbiamo giustamente inserito il disegno di legge in discussione in coincidenza con questa giornata. Questo disegno di legge è il figlio e il frutto condiviso del lavoro della Commissione di inchiesta sul femminicidio e su ogni forma di violenza di genere, poi approvato in 1 a e in 5 a Commissione. Torniamo alle origini: voglio sottolineare il fatto che sia un lavoro condiviso, devo dire anche con qualche fatica e, a volte, qualche contrapposizione, superando talvolta le differenze di visione tra noi. Non casualmente compaio come seconda firmataria, dopo la collega Valente (credo che questo sia un fatto simbolico), anche perché facevo parte del gruppo che si dedicava al lavoro sulle statistiche e dalle prime riunioni della Commissione abbiamo sottolineato proprio ciò che il titolo del disegno di legge recita, ovvero «Disposizioni in materia di statistiche in tema di violenza di genere». Noi, cari colleghi, abbiamo aggredito così un nodo antico e annoso, ovvero l'assenza dei dati e di banche dati che potessero dialogare tra loro a livello nazionale, ma anche europeo. La raccolta dei dati non è una mania della matematica, ma l'esigenza di una dimensione quali-quantitativa per restituire analisi statistiche reali, utili ed efficaci. È questo il senso del nostro disegno di legge. Penso di poter dire che tutti abbiamo inteso elaborare criteri di rilevazione omogenei e (secondo elemento) vincolanti, tra i quali la cadenza triennale delle ricerche di campionatura dell'Istat e la cadenza biennale delle indagini sui centri antiviolenza e le case rifugio e ancora la relazione tra vittima e autore della violenza. Tutto questo perché? Abbiamo il dovere di far emergere un sommerso, quello della violenza. Sappiamo quanti di questi atti di violenza scivolino e si nascondano nelle lesioni, nelle percosse, nelle minacce e nella violenza privata, quando invece hanno un nome: violenza sulle donne e di genere. Non ci possiamo fermare alla constatazione della classica punta dell' iceberg . È per questo, cari colleghi, che abbiamo chiesto dati di livello sanitario e giudiziario, quindi disaggregati e ragionati, a livello interministeriale, che riguardano anche i casi di denunce per violenza subita, ma anche di femminicidio, ovvero quegli omicidi di donne in ragione del loro essere donna. Insomma, l'obiettivo che ci siamo dati e che oggi in qualche modo raggiungiamo - o, comunque, il percorso che abbiamo - è un sistema informativo sulle violenze di genere, per mettere a punto politiche di prevenzione e di contrasto, proprio per non fermarci a quella punta dell' iceberg e far emergere lo spazio invisibile e maledetto delle violenze domestiche o che si annidano e si nascondono dietro le relazioni sentimentali private o, comunque, dietro legami sentimentali in atto o interrotti. Potrei continuare con tecnicismi, chiamando in causa la letteratura scientifica o gli atti del Senato, che invito a leggere. No: vorrei che questa discussione fosse appassionata e più partecipata di quanto, peraltro, non trapeli dalle presenze in Aula. Voglio dire, senza rivendicazioni, che i componenti del Gruppo parlamentare Fratelli d'Italia, alla Camera e al Senato, oggi indossano una mascherina segnata dal colore rosso. Il rosso è il colore del sangue, che si lega purtroppo agli atti di violenza, ma è anche lo stesso delle azioni che mettiamo in campo tutti, in termini di prevenzione e di contrasto, dalle panchine alle scarpe rosse. Insomma, è un colore che indossiamo anche in questa giornata non per vuote celebrazioni, ma per ricordare tutte le vittime di violenza nel mondo e per richiamare l'attenzione sulle tristi statistiche. In Italia e nei Paesi europei, infatti, la media è l'uccisione di una donna ogni tre giorni. Sono già 91 quest'anno le vittime e sono state 96 le donne uccise nel 2019. È anche per tale ragione che oggi abbiamo deciso di indossare questa mascherina, come campagna di sensibilizzazione, richiamando anche quello che è successo durante il lockdown e contestualizzandolo. Non sfuggirà a nessuno, infatti, che la situazione di pandemia che stiamo vivendo ci deve spingere a riflettere maggiormente sulla ricaduta sul mondo femminile, anche in termini di crisi economica, di tenuta, di coesione sociale e di condizione occupazionale. Mezzo milione di donne ha perso il lavoro in questi ultimi mesi e per questo pensiamo che proprio le famiglie, insieme alle donne, stiano pagando il prezzo esistenziale più alto alla pandemia. Occorre dunque un'attenzione politica e istituzionale di tutti, che non si esaurisca nelle celebrazioni di oggi, ma si concretizzi in un sistema organico di misure straordinarie e di tutela e in un piano di strumenti economici e ristori, nonché nell'applicazione integrale delle norme penali previste per rendere giustizia alle vittime e punire gli autori dei reati. Per tutti noi si tratta quindi di una battaglia politica quotidiana, ma anche culturale, contro ogni arretramento che favorisce e fomenta tutte le forme di violenza sulle donne, senza se e senza ma, com'è stato detto; aggiungo: senza copyright politici da parte di nessuno. È una questione sociale che riguarda tutti, non un fatto privato, e non è appannaggio di nessuno. Per questo il nostro pensiero va oggi a tutte quelle donne che durante il lockdown - che ha visto un aumento del 73 per cento delle richieste di aiuto - hanno dovuto vivere prigioniere dei loro aguzzini, intercettate dalle app e dalle chat perché non si potevano recare dove avrebbero potuto essere accolte o rendere denuncia. Annunciando dunque il voto convintamente favorevole del partito che rappresento, voglio concludere invitando tutti a fare uno sforzo: non lasciamo mai le donne sole, né lasciamo mai loro l'onere della prova della violenza subita. Purtroppo, diciamocelo, quello di cui stiamo parlando è un mondo che attraversa il mondo, le geografie, le latitudini, le religioni, i ceti e le credenze. È un flagello sociale e una pandemia nella pandemia, che, come tale va guardata e percepita, senza girarsi mai dall'altra parte. I dati ci dicono infatti che ognuno di noi conosce almeno un caso di violenza: se non lo vediamo, vuol dire che abbiamo chiuso gli occhi e abbiamo girato le spalle, e questo ci rende complici. Dobbiamo tutti assumere la questione come un'emergenza sociale, collettiva e condivisa, non come un fatto privato da scaricare sulle spalle delle vittime. (Applausi) . LAFORGIA (Misto-LeU) .