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Disposizioni concernenti l'istituzione delle zone franche montane in Sicilia. Onorevoli Senatori . – Si ripropone di seguito la relazione predisposta dalla III Commissione legislativa, Attività produttive, dell'Assemblea regionale siciliana, al fine della discussione da parte della medesima Assemblea della proposta di disegno di legge. « La proposta legislativa che si sottopone all'esame dell'Aula è una prima risposta allo spopolamento delle zone montane siciliane. Si tratta di una disegno di legge voto da inserire all'interno di provvedimenti statutariamente previsti per il complessivo miglioramento della qualità della vita di popolazioni che da anni subiscono una grave emarginazione economica. Si cerca in tal modo di arrestare l'esodo delle attività imprenditoriali che non hanno più trovato un contesto ambientale favorevole prevedendo misure agevolative per attrarre nuovi insediamenti produttivi nei territori montani. L'obiettivo di tale provvedimento è il ritorno alle assunzioni nelle attività d'impresa, indispensabili al mantenimento di quella forza lavoro che al momento trova sbocco solamente nella emigrazione. Come è noto questa piaga sociale è anche conseguenza della sistematica sottrazione di risorse finanziarie che lo Stato ha effettuato in danno della Sicilia. Per contestualizzare questa proposta legislativa è utile riferirsi alle profonde considerazioni contenute nella “Relazione sulla situazione economica della Regione siciliana 2015”, di cui si riportano gli spunti più significativi: La distribuzione regionale della spesa pubblica nel periodo 2000-2014 “Nell'area centro-settentrionale sia la quota di spesa corrente che quella in conto capitale superano in tutto il periodo (ad eccezione del dato di spesa in conto capitale del 2012) la quota della popolazione residente. Situazione specularmente opposta si riscontra nel Mezzogiorno che risulta molto penalizzato soprattutto per la componente corrente, che costituisce la parte rilevante della spesa e che evidenzia la forbice più ampia, nonostante il recupero realizzato fino al 2008. La spesa pubblica corrente dovrebbe in teoria essere distribuita tenendo conto delle caratteristiche individuali dei cittadini (età, condizione personale, socio-economica), al fine di rendere effettivo il godimento dei diritti di cittadinanza relativi alla salute, all'istruzione, all'assistenza sociale (articoli 32, 34 e 38 Costituzionali). Considerato che la condizione socio-economica dei residenti meridionali è mediamente peggiore, la spesa pubblica pro capite nel Mezzogiorno dovrebbe assumere valori almeno uguali a quelli delle regioni centro-settentrionali. Invece, il confronto tra il peso demografico delle regioni italiane e la quota di spesa pubblica corrente ad esse di fatto attribuita evidenzia vistose disparità tra i territori. Le regioni collocate lungo la bisettrice ricevono un ammontare di risorse esattamente proporzionale alla popolazione residente, mentre quelle collocate al di sopra (sotto) fruiscono, rispetto alla popolazione residente, di una spesa corrente più alta (bassa). Dai due grafici, relativi rispettivamente alle regioni piccole e grandi, emerge che nel periodo 2000-2014 la spesa pubblica corrente si è distribuita tra le regioni favorendo, più o meno marcatamente, la maggior parte di quelle centrosettentrionali, a danno di quelle meridionali. Il Mezzogiorno ha ricevuto una quota di spesa pubblica corrente (29,2 per cento) inferiore di 6 punti percentuali al proprio peso demografico (35,2 per cento), subendo uno svantaggio del 17 per cento. In particolare le regioni a statuto speciale del Sud, al contrario di quelle del Nord, non risultano destinatarie di quote di spesa superiori alle quote di popolazione, ma mentre per la Sardegna lo scarto percentuale è in valore assoluto molto ridotto (– 4,7 per cento), per la Sicilia risulta decisamente più elevato (– 15,0 per cento). Le regioni che presentano un maggior svantaggio sono la Campania e la Puglia. Esaminando il dettaglio per settore di intervento, emerge che nell'area meridionale le quote di spesa che superano significativamente il peso demografico sono attinenti ai servizi idrici e agli interventi ambientali e sul territorio. Gli svantaggi più marcati invece si rilevano, oltre che per i servizi generali, per gli interventi sulle reti, per le politiche sociali e la sanità, che rappresentano i settori che hanno un maggior peso nell'area centro-settentrionale. Nel confronto regionale quote di spesa relativa particolarmente elevate per il settore della conoscenza e della cultura si registrano nelle due province autonome di Trento e Bolzano, per il settore della sanità in Valle d'Aosta, Lombardia e nelle due province, che mostrano i vantaggi più elevati anche nei servizi idrici con Molise, Calabria e Sardegna. In questo quadro la Sicilia presenta un profilo settoriale della spesa in linea con quello del Mezzogiorno con svantaggi più marcati nella spesa per gli interventi sulle reti e per le politiche sociali, oltre che per i servizi generali, la mobilità e la sanità, mentre la spesa per i servizi idrici risulta molto più che proporzionale all'incidenza della popolazione. Le regioni che nel periodo della crisi hanno sperimentato una diminuzione dell'indicatore sono alcune regioni del Centro Nord, come la Liguria, la provincia di Trento, la Lombardia, l'Emilia Romagna, la Toscana e l'Umbria, che presentano sia prima che dopo valori positivi, ovvero quote di spesa superiori al peso demografico. Mentre tra le regioni con valori negativi dell'indicatore, tutte le regioni meridionali mostrano un aumento del valore nel periodo della crisi con l'unica eccezione della Sicilia, il cui indicatore passa da – 14,5 per cento a – 15,5 per cento evidenziando un ulteriore calo della quota di spesa corrente in rapporto agli abitanti dell'Isola”. Si ritiene utile inoltre evidenziare che nel DEFR 2017/2019 è riportato analiticamente l'importo dovuto dallo Stato alla Sicilia solamente per l'IRPEF dal 2003 al 2014: si tratta di 30 miliardi 538 milioni di euro. Recentemente anche la Confindustria ( Check-up Mezzogiorno, Confindustria e SRM, luglio 2019) ha confermato che il Sud soffre per l'ingente ed ingiustificata spesa pubblica delle regioni del centro nord. Infatti rispetto ai 18.954 euro annui pro capite dei residenti del centro nord, si contrappongono i 14.050 di euro degli abitanti a sud di Roma. Su un quotidiano isolano (Giornale di Sicilia) è stato quantificato che alla Sicilia ogni anno, in conseguenza di questo favore finanziario concesso ad alcune regioni italiane, sono sottratti 25 miliardi di euro di spesa pubblica ogni anno. Questa proposta di legge pertanto non può essere considerata una iniziativa di favore ma al contrario il primo avvio di una serie di iniziative legislative rispondenti alla corretta applicazione dello Statuto siciliano ed alla corretta applicazione dei complessivi rapporti con lo Stato nell'ambito della cornice normativa rappresentata dagli articoli 36 e 37 dello Statuto. In questo quadro il disegno di legge reperisce la copertura finanziaria attingendo alle risorse del fondo per gli interventi strutturali di politica economica di cui all'articolo 10, comma 5 del decreto-legge 29 novembre 2004, n. 282, convertito con modificazioni dalla legge 27 dicembre 2004, n. 307.