[pronunce]

che si è costituita nel giudizio davanti a questa Corte la parte privata, ricorrente nel giudizio a quo, la quale dichiara di essere a conoscenza della sentenza n. 144 del 2005 con cui è stata dichiarata l'illegittimità costituzionale dell'art. 3, comma 3, del decreto-legge n. 12 del 2002 e, tuttavia, afferma di «insistere sulla questione della ragionevolezza in ordine alla quantificazione della sanzione» determinata dalla norma censurata; che la Commissione tributaria provinciale di Pesaro, con ordinanza del 1° marzo 2005, ha sollevato questioni di legittimità costituzionale dell'art. 3, comma 3 del decreto-legge n. 12 del 2002, in relazione agli artt. 3 e 24 della Costituzione; che il rimettente premette di essere chiamato a decidere su un ricorso proposto avverso l'avviso di accertamento emesso – ai sensi dell'art. 3 citato – dall'Agenzia delle entrate di Urbino a seguito dell'accertamento dell'impiego di tre lavoratori dipendenti non iscritti nelle scritture contabili obbligatorie; che la Commissione tributaria ritiene non manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale prospettata dal contribuente, sostenendo che l'art. 3, comma 3, del decreto-legge n. 12 del 2002, nella parte in cui determina le modalità di quantificazione della sanzione per l'utilizzo di lavoro irregolare, contrasterebbe con il principio di uguaglianza; che, infatti, tale disposizione creerebbe una evidente disparità di trattamento tra datori di lavoro che si avvalgono di lavoratori irregolari per lo stesso periodo di tempo, a seconda che l'accertamento della violazione avvenga all'inizio ovvero alla fine dell'anno; che, in tal modo, la sanzione non sarebbe commisurata alla effettiva durata del comportamento antigiuridico e dunque alla gravità del fatto, ma sarebbe rimessa ad un fatto discrezionale dell'organo ispettivo, in violazione del principio di proporzionalità della pena rispetto alla entità della violazione commessa; che l'art. 3, comma 3, del decreto-legge n. 12 del 2002 violerebbe, inoltre, l'art. 24 Cost., in quanto porrebbe una presunzione assoluta in ordine al momento di inizio del rapporto irregolare, escludendo ogni possibilità, per l'interessato, di provare il contrario; che, ad avviso del rimettente, la questione sarebbe rilevante dal momento che all'accertamento della violazione, avvenuta il 23 ottobre 2000, sarebbe conseguita l'applicazione della sanzione «a far tempo da ben dieci mesi prima»; che è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, la quale ha chiesto che la questione venga dichiarata inammissibile dal momento che essa sarebbe già stata accolta da questa Corte con la sentenza n. 144 del 2005. Considerato che tutti i rimettenti dubitano della legittimità costituzionale dell'art. 3, comma 3, del decreto-legge 22 febbraio 2002, n. 12 (Disposizioni urgenti per il completamento delle operazioni di emersione di attività detenute all'estero e di lavoro irregolare), convertito in legge dall'art. 1 della legge 23 aprile 2002, n. 73, in relazione all'art. 3 della Costituzione; che le Commissioni tributarie provinciali di Como e di Pesaro censurano la medesima disposizione anche in relazione all'art. 24 Cost.; che, successivamente alle ordinanze di rimessione, questa Corte, con sentenza n. 144 del 2005, ha dichiarato l'illegittimità costituzionale della disposizione censurata «nella parte in cui non ammette la possibilità di provare che il rapporto di lavoro irregolare ha avuto inizio successivamente al primo gennaio dell'anno in cui è stata constatata la violazione», affermando che il meccanismo di determinazione della sanzione, previsto dall'art. 3, comma 3, del decreto-legge n. 12 del 2002 si risolve in una presunzione assoluta che «determina la lesione del diritto di difesa garantito dall'art. 24 della Costituzione, dal momento che preclude all'interessato ogni possibilità di provare circostanze che attengono alla propria effettiva condotta e che pertanto sono in grado di incidere sulla entità della sanzione che dovrà essergli irrogata»; che questa Corte, nella citata pronuncia, ha altresì affermato che la disposizione censurata determina «la irragionevole equiparazione, ai fini del trattamento sanzionatorio, di situazioni tra loro diseguali, quali quelle che fanno capo a soggetti che utilizzano lavoratori irregolari da momenti diversi e per i quali la constatazione della violazione sia in ipotesi avvenuta nella medesima data»; che, conseguentemente, deve essere disposta la restituzione degli atti ai giudici rimettenti, affinché valutino, a seguito della citata pronuncia di questa Corte, la persistente rilevanza nei rispettivi giudizi delle questioni di legittimità costituzionale sollevate. Visti gli artt. 26, secondo comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87, e 9, comma 2, delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale.. . per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE riuniti i giudizi, ordina la restituzione degli atti alla Commissione tributaria provinciale di Como, alla Commissione tributaria provinciale di Bergamo e alla Commissione tributaria provinciale di Pesaro. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 6 marzo 2006. F.to: Franco BILE, Presidente Ugo DE SIERVO, Redattore Giuseppe DI PAOLA, Cancelliere Depositata in Cancelleria il 10 marzo 2006. Il Direttore della Cancelleria F.to: DI PAOLA