[pronunce]

6.- Considerazioni analoghe a quelle ora svolte valgono ad escludere anche la denunciata violazione dell'art. 3 Cost. Questa Corte ha reiteratamente affermato che la giurisdizione penale del giudice di pace presenta caratteristiche peculiari, esprimendosi in un modulo processuale improntato a finalità di snellezza, semplificazione e rapidità, tali da renderlo non comparabile con il procedimento davanti al tribunale e da giustificare comunque sensibili deviazioni rispetto al modello ordinario (ex plurimis, sentenze n. 64 del 2009 e n. 298 del 2008; ordinanze n. 56 e n. 32 del 2010, n. 28 del 2007). Il ragionamento può estendersi, mutatis mutandis, alla norma oggi in esame, che ha carattere sostanziale. La simmetria tra la pena pecuniaria inflitta per reati di competenza del giudice di pace, non sospendibile, e quella inflitta per reati attribuiti alla competenza del tribunale, che può essere invece sospesa, è in effetti solo "formale". Il divieto censurato non può essere valutato isolatamente, senza tenere conto delle connotazioni complessive del "microcosmo punitivo" in cui si inserisce e da cui ripete la propria giustificazione, come questa Corte ha, del resto, già segnalato - sia pure nell'ambito di pronunce di manifesta inammissibilità per ragioni processuali - nelle due precedenti occasioni nelle quali le è stata sottoposta, in riferimento all'art. 3 Cost., la questione di legittimità costituzionale della norma oggi denunciata (ordinanze n. 370 del 2004 e n. 290 del 2003). I tratti d'assieme dell'apparato sanzionatorio dei reati di competenza del giudice di pace, composto da sanzioni con modesto tasso di afflittività e carenti di effetti desocializzanti, da un lato; le peculiari coordinate del procedimento all'esito del quale dette sanzioni sono applicate, volte a privilegiare soluzioni deflattive e conciliative, anziché repressive, dall'altro: sono questi gli elementi che - alla luce della funzione dianzi evidenziata, intesa a dar corpo alla seconda metà della direttiva del «diritto mite ma effettivo» - impediscono di scorgere nella preclusione denunciata un vulnus al principio di eguaglianza. La validità della conclusione non è inficiata dagli argomenti posti in campo dal giudice rimettente: e così, in particolare, dalla circostanza che il giudice di pace possa trovarsi ad infliggere pene pecuniarie più gravi, per specie o quantità, di quelle irrogate dal tribunale nei processi per determinati tipi di reato (quali le contravvenzioni punibili con sola ammenda); o che l'istituto dell'esclusione della procedibilità nei casi di particolare tenuità del fatto possa rimanere inoperante per carenza dei relativi presupposti, e segnatamente di quelli correlati all'interesse della persona offesa; o, ancora, che particolari cause di estinzione del reato o di non punibilità, collegate alla riparazione post factum, siano previste anche in rapporto a taluni reati di competenza del tribunale in forza di speciali disposizioni di legge, senza che ciò impedisca l'applicazione dell'istituto sospensivo. Quello che conta, ai presenti fini, non è la correlazione del divieto della sospensione condizionale con le singole componenti della costellazione punitiva, sostanziale e processuale, del giudice di pace, isolatamente considerate, quanto piuttosto il fatto che esso si inserisce in un sistema diversamente strutturato nel suo complesso: sistema con il quale, per quanto detto, la scelta legislativa di privilegiare l'effettività della pena - allorché alla sua irrogazione si pervenga - può essere ritenuta ragionevolmente coerente. In questa prospettiva, neppure giova il richiamo del rimettente agli effetti, in tesi, ingiustamente afflittivi che il divieto censurato sarebbe suscettibile di produrre, allorché la sospensione condizionale venga richiesta - come nel caso di specie - da persona che assume di non essere in grado di provvedere al pagamento della pena pecuniaria inflittale e che tema, perciò, di incorrere nella sua conversione per insolvibilità (art. 55 del d.lgs. n. 274 del 2000). Anche tale effetto negativo non può essere, infatti, ritenuto irragionevolmente discriminatorio, alla luce del sistema in cui si colloca. 7.- La questione va dichiarata, pertanto, non fondata in rapporto ad entrambi i parametri evocati.. per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE dichiara non fondata la questione di legittimità costituzionale dell'art. 60 del decreto legislativo 28 agosto 2000, n. 274 (Disposizioni sulla competenza penale del giudice di pace, a norma dell'articolo 14 della legge 24 novembre 1999, n. 468), sollevata, in riferimento agli artt. 3 e 76 della Costituzione, dal Tribunale di Grosseto con l'ordinanza indicata in epigrafe. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 10 marzo 2014. F.to: Gaetano SILVESTRI, Presidente Giuseppe FRIGO, Redattore Massimiliano BONI, Cancelliere Depositata in Cancelleria il 13 marzo 2014. Il Cancelliere F.to: Massimiliano BONI