[pronunce]

che il rimettente, inoltre, reputa che la fase dibattimentale «per effetto di apparente e fallace rappresentazione della flagranza di reato, risulta incomprensibilmente espropriata della funzione di accertare con la rapidità, connaturata al rito direttissimo, fatti che, in realtà, possono comportare defatiganti istruzioni dibattimentali»; che egli, pur non ignorando che il controllo della convalida dell'arresto è demandato alla Corte di cassazione, ai sensi dell'art. 391, comma 4, cod. proc. pen. , osserva come il mancato esperimento del relativo ricorso, che può verificarsi per molteplici motivi, non equivalga a dare all'arresto stesso il suggello della legalità; che, ad avviso del giudice a quo, inoltre, la norma censurata viola anche l'art. 111 Cost., in quanto, non consentendo al giudice del dibattimento di sindacare incidenter tantum la convalida già effettuata dal giudice per le indagini preliminari, al fine di stabilire se il giudizio direttissimo sia da ritenere ritualmente e correttamente instaurato, impedirebbe la celebrazione di un processo equo; che la questione è manifestamente infondata; che identica questione è già stata dichiarata non fondata da questa Corte con sentenza n. 229 del 2010; che nella pronunzia citata questa Corte ha ribadito il principio secondo cui, in tema di disciplina del processo e di conformazione degli istituti processuali, il legislatore dispone di un'ampia discrezionalità con il solo limite della manifesta irragionevolezza delle scelte compiute (ex plurimis: sentenze n. 50 del 2010, n. 221 del 2008 e n. 379 del 2005; ordinanze n. 134 del 2009 e n. 67 del 2007); che, in particolare, con riferimento alla disposizione censurata, la Corte ha escluso che essa sia frutto di una scelta (manifestamente) irragionevole del legislatore, «in quanto la differente disciplina, predisposta in relazione alle fattispecie indicate, si inserisce, in modo coerente, nel sistema processuale e, inoltre, trova adeguata tutela nella possibilità di esperire il ricorso per cassazione previsto dall'art. 391, comma 4, cod. proc. pen.»; che questa Corte, inoltre, ha posto in evidenza come la convalida dell'arresto in flagranza, operato dalla polizia giudiziaria, sia oggetto di un autonomo procedimento disciplinato dall'art. 391 cod. proc. pen. , il quale, stante l'esplicito rinvio contenuto nell'art. 449, comma 1, cod. proc. pen. , è applicabile, se compatibile, anche al giudizio di convalida innanzi al giudice del rito direttissimo; che, sempre nella citata pronunzia, la Corte ha precisato che la normativa in esame ha il fine di verificare, nel contraddittorio delle parti ed alla presenza di un giudice terzo, se la privazione della libertà personale dell'arrestato sia avvenuta nel rispetto dei presupposti di legge, sicché il controllo della legittimità dell'arresto, a seconda della situazione processuale, è riservato allo stesso giudice del dibattimento o al giudice per le indagini preliminari; che, pertanto, se si versa nell'ipotesi in cui l'imputato, arrestato in flagranza di reato, è presentato direttamente al giudice che celebrerà il dibattimento nelle forme del rito speciale, il controllo sulla legittimità dell'arresto è a lui riservato; mentre, se il pubblico ministero decide di procedere al giudizio direttissimo, presentando l'imputato non oltre il trentesimo giorno dall'arresto, la legittimità di questo deve essere stata già valutata da un giudice, nella specie dal giudice per le indagini preliminari (ciò in quanto, ai sensi dell'art. 390 cod. proc. pen. , la richiesta di convalida dell'arresto deve intervenire entro le quarantotto ore dallo stesso e il giudice per le indagini preliminari deve fissare l'udienza al più presto e, comunque, entro le quarantotto successive); che, dunque, in quest'ultimo caso il sindacato del giudice del dibattimento è limitato a verificare la sussistenza dei presupposti di ammissibilità del rito speciale, il rispetto dei termini di presentazione e l'intervenuta convalida dell'arresto, sicché soltanto nell'ipotesi in cui il giudice del dibattimento è anche quello chiamato alla convalida dell'arresto, la mancata convalida determina la trasmissione degli atti al pubblico ministero, essendo venuto meno uno dei presupposti di ammissibilità del rito; che nella sentenza n. 229 del 2010 la Corte ha affermato, inoltre, come «la scelta del legislatore, di demandare al rimedio impugnatorio del ricorso per cassazione il sindacato sul merito dell'ordinanza di convalida dell'arresto, sia in armonia con il quadro normativo sopra tratteggiato e con l'art. 111, settimo comma, Cost. nella parte in cui prevede che avverso i provvedimenti sulla libertà personale è sempre ammesso il ricorso per cassazione»; che, con riferimento all'asserita violazione dell'art. 24 Cost., la Corte ha precisato che l'assetto processuale predisposto dall'art. 449 cod. proc. pen. non comporta la violazione del diritto di difesa dell'imputato, non potendo tale lesione consistere nella privazione del diritto per quest'ultimo «di vedere accertata la propria responsabilità con regolari indagini e, occorrendo, con il vaglio dell'udienza preliminare, che, quindi, gli sarebbe arbitrariamente sottratta»; che, al riguardo, la Corte richiama la sentenza n. 164 del 1983 nella quale, seppure con riferimento al giudizio direttissimo disciplinato dal codice di rito del 1930, si è affermato il principio per cui «la mancanza della fase istruttoria, che caratterizza il giudizio direttissimo nel suo complesso, sia esso tipico o atipico, facoltativo o obbligatorio, non confligge con il diritto di difesa, atteso che non sussiste un interesse dell'imputato, costituzionalmente protetto, a che il riconoscimento della sua innocenza avvenga in una fase anteriore al dibattimento»; che, sempre con riferimento alla violazione dell'art. 24 Cost., nella sentenza n. 229 del 2010 la Corte richiama anche la sentenza n. 172 del 1972, in cui si è statuito che «il fatto che il diritto di difesa è garantito dall'art. 24, secondo comma, della Costituzione "in ogni stato" del procedimento non significa che la Costituzione imponga che il procedimento conosca necessariamente «più stati», ma solo che, quando più fasi processuali siano stabilite dalla legge, non ve ne sia alcuna nella quale la difesa sia preclusa»; che, dunque, come affermato da questa Corte nella citata recente pronunzia, detti principi ben si attagliano anche al vigente sistema processuale, sicché è possibile trarre una regola di carattere generale, applicabile all'attuale giudizio direttissimo, caratterizzato dall'assenza delle fase delle indagini preliminari;