[pronunce]

il principio pluralistico riconosciuto dall'art. 2 - essendo la lingua un elemento di identità individuale e collettiva di importanza basilare - e il principio di eguaglianza riconosciuto dall'art. 3 della Costituzione, il quale, nel primo comma, stabilisce la pari dignità sociale e l'eguaglianza di fronte alla legge di tutti i cittadini, senza distinzione di lingua e, nel secondo comma, prescrive l'adozione di norme che valgano anche positivamente per rimuovere le situazioni di fatto da cui possano derivare conseguenze discriminatorie» (sentenze n. 159 del 2009 e n. 15 del 1996). Non a caso, sia prima che dopo la legge n. 482 del 1999, sono state adottate apposite leggi regionali di sostegno dei diversi patrimoni linguistici e culturali delle Regioni, attraverso la costituzione o il sostegno di strutture organizzative a ciò congeniali e per il tramite di variegate forme di finanziamento. La stessa legge regionale di cui fa parte la disposizione oggetto dell'odierno scrutinio, adottata in esplicita «attuazione dell'art. 9 della Costituzione e in armonia con i princìpi internazionali di rispetto delle diversità culturali e linguistiche» (art. 1 della legge reg. n. 5 del 2010) , esprime la medesima portata finalistica, mirando a promuovere la vitalità del patrimonio dialettale senza contraddire l'evocata disciplina statale. D'altra parte, di recente questa Corte ha affermato che se una legge regionale non può procedere «a individuare come meritevole di tutela una lingua non riconosciuta come tale dal legislatore statale con la legge generale della materia», tuttavia non sono contrastanti con la Costituzione disposizioni legislative regionali che, in relazione ad una lingua minoritaria, si inquadrino «nello specifico contesto della tutela dell'"originale patrimonio culturale e linguistico regionale" e delle sue espressioni considerate più significative» (sentenza n. 170 del 2010). Anche la legge reg. n. 5 del 2010 dispone, pertanto, in ambiti riferibili all'art. 9 Cost. Né la disposizione impugnata, attribuendo alla Regione la facoltà di sostenere gli enti locali e i soggetti pubblici e privati, che operano "nei settori della cultura, dello sport, dell' economia e del sociale per l'utilizzo di cartellonistica, anche stradale, nei dialetti di cui all'articolo 2», incide sulla toponomastica, cui si riferisce l'invocato art. 10 della legge n. 482 del 1999. Invero, palesemente il legislatore regionale non ha inteso interferire con la determinazione dei nomi dei luoghi che si realizza attraverso l'apposizione dei segnali stradali di localizzazione territoriale. Al contrario, la denunciata disposizione mira genericamente ad incentivare il ricorso ai dialetti nella "cartellonistica", vale a dire in quell'insieme di rappresentazioni destinate a diffondere altre informazioni negli ambiti a cui si riferisce la disposizione. A conforto di tale interpretazione soccorre la previsione, non impugnata, del comma 1 dello stesso art. 8, il quale invece contempla espressamente interventi regionali di sostegno economico ai Comuni in materia di toponomastica. Così definito l'ambito di operatività della denunciata previsione, si rivela inconferente l'evocazione dell'art. 18 della legge n. 482 del 1992. 4. - Non è neppure fondata la questione di legittimità costituzionale sollevata in riferimento all'art. 117, secondo comma, lettera h), Cost. Sostiene il ricorrente che, prevedendo l'uso esclusivo dei «dialetti per i cartelli relativi alla segnaletica stradale», l'impugnata disposizione avrebbe leso la competenza esclusiva del legislatore statale in materia di circolazione stradale. Peraltro, correttamente intesa, la disposizione in oggetto non si riferisce alla segnaletica stradale (art. 38 del d.lgs. n. 285 del 1992), né la "cartellonistica" ivi prevista può essere assimilata ad un «segnale di localizzazione territoriale del confine del comune», come recita l'evocato art. 37, comma 2-bis, del d.lgs. n. 285 del 1992. Ciò non preclude, in ogni caso, che, ove la "cartellonistica" si rivelasse in concreto tale da ingenerare confusione con la segnaletica stradale o da renderne difficile la comprensione o ridurne la visibilità o l'efficacia, o comunque ponesse in pericolo la sicurezza della circolazione, si applichino le norme sanzionatorie previste in materia (art. 23 del d.lgs. n. 285 del 1992).. per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE dichiara inammissibile la questione di legittimità costituzionale dell'art. 8, comma 2, della legge della Regione Friuli-Venezia Giulia 17 febbraio 2010, n. 5 (Valorizzazione dei dialetti di origine veneta parlati nella Regione Friuli-Venezia Giulia), sollevata, con riferimento all'art. 3, secondo comma, della Costituzione, dal Presidente del Consiglio dei ministri con il ricorso in epigrafe; dichiara non fondate le questioni di legittimità costituzionale dello stesso art. 8, comma 2, sollevate, con riferimento agli artt. 6 e 117, secondo comma, lettera h), della Costituzione, dal Presidente del Consiglio dei ministri col medesimo ricorso. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 7 marzo 2011. F.to: Ugo DE SIERVO, Presidente e Redattore Gabriella MELATTI, Cancelliere Depositata in Cancelleria l'11 marzo 2011. Il Cancelliere F.to: MELATTI