[pronunce]

che, dunque, per il rimettente rendere possibile il ricongiungimento di un genitore ultrasessantacinquenne al figlio o alla figlia regolarmente residente in Italia solo quando altri figli o figlie residenti all'estero siano ammalati così gravemente da essere “impossibilitati” ad offrire un sostegno al genitore e non invece quando gli stessi si trovino, per ragioni oggettive ma non tipizzate in modo pregiudiziale, nella difficoltà concreta di fornire al genitore il sostegno personale necessario, non costituisce scelta legislativa rispettosa del principio di uguaglianza, del diritto all'unità familiare e del diritto fondamentale degli anziani ad una vita dignitosa ed indipendente; che la discriminazione tra “documentati gravi motivi di salute” che determinino una “impossibilità” di assistenza dei genitori ed altre ragioni ugualmente concrete ed obiettive (come difficoltà di relazione tra il genitore ed i figli rimasti nello Stato estero, a qualsiasi ragione esse siano dovute) che possano impedire ad un figlio o ad una figlia vivente sul territorio di altro Stato di fornire al proprio genitore il necessario sostegno personale sarebbe irragionevole e priva di giustificazione; che l'aiuto dei figli ai genitori anziani in simili casi non dovrebbe essere circoscritto al sostegno economico dall'Italia all'estero attraverso le rimesse, ma dovrebbe concretarsi, per la piena esplicazione dell'unità della famiglia dei cittadini extracomunitari residenti in Italia, anche nell'accoglimento e nell'ospitalità. Considerato che questa Corte, con la sentenza n. 224 del 2005, ha già dichiarato infondata la medesima questione di legittimità costituzionale dell'art. 29, comma 1, lettera c), del decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286 (Testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell'immigrazione e norme sulla condizione dello straniero), in riferimento agli artt. 2, 3, 29 e 10 della Costituzione; che in tale decisione la Corte ha affermato che «l'inviolabilità del diritto all'unità familiare è certamente invocabile e deve ricevere la più ampia tutela con riferimento alla famiglia nucleare, eventualmente in formazione e, quindi, in relazione al ricongiungimento dello straniero con il coniuge e con i figli minori», sottolineando che il principio contenuto nell'art. 29 Cost. non ha una estensione così ampia da ricomprendere anche le ipotesi di ricongiungimento di figli maggiorenni e genitori, in quanto «nel rapporto tra figli maggiorenni, ormai allontanatisi dal nucleo di origine, e genitori l'unità familiare perde la caratteristica di diritto inviolabile costituzionalmente garantito, e contestualmente si aprono margini che consentono al legislatore di bilanciare “l'interesse all'affetto” con altri interessi di rilievo»; che nella citata sentenza la Corte ha anche affermato che «il legislatore può legittimamente porre dei limiti all'accesso degli stranieri nel territorio nazionale, effettuando un “corretto bilanciamento dei valori in gioco”, poiché sussiste in materia un'ampia discrezionalità legislativa limitata solo dal vincolo che le scelte non risultino manifestamente irragionevoli», il che non è dato ravvisare nella «scelta del legislatore del 2002 di limitare il ricongiungimento alle ipotesi in cui vi sia una effettiva e grave situazione di bisogno di quei familiari che non possono in alcun modo soddisfare autonomamente le proprie esigenze primarie di vita, non avendo nemmeno altri figli nel paese di origine in grado di sostentarli»; che il predetto principio è stato ritenuto da questa Corte applicabile anche in materia di diritto al ricongiungimento familiare essendo anzi in tal caso «ancora più ampia la discrezionalità del legislatore, in quanto il concetto di solidarietà non implica necessariamente quello di convivenza, essendo ben possibile adempiere il relativo obbligo mediante modalità diverse dalla convivenza»; che pertanto, conclusivamente, «il diritto al godimento della vita familiare va garantito senza condizioni a favore dei coniugi e dei nuclei familiari con figli minori, mentre negli altri casi esso può anche subire restrizioni, purché nei limiti della ragionevolezza»; che l'applicazione di tali princìpi comporta che la scelta del legislatore non può ritenersi lesiva né dell'art. 29, né dell'art. 3 della Costituzione, dato che tale ultimo parametro può ritenersi riferito agli stranieri soltanto laddove si deduca che la violazione del principio di uguaglianza e ragionevolezza involga diritti fondamentali e inviolabili dell'uomo (sentenza n. 120 del 1967), ciò che è da escludere con riguardo al rapporto con i figli maggiorenni; che in tema di ingresso in Italia di cittadini stranieri il principio del bilanciamento tra il diritto dello Stato a regolamentare l'ingresso in Italia e il diritto degli stranieri all'unità familiare, che rispetto al primo è di pari dignità e rango, è stato affermato anche in altra pronuncia di questa Corte (sentenza n. 232 del 2001); che, quanto alle norme internazionali citate dal rimettente quale ulteriore parametro, in relazione all'art. 29 della Costituzione, occorre considerare che l'art. 8 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo non assume il valore di norma parametro (cfr. in tal senso la sentenza n. 15 del 1982) e che le seconde, tratte dalla Costituzione europea, non sono ad oggi ancora entrate in vigore; che, non risultando evocati profili diversi o aspetti ulteriori rispetto a quelli già valutati da questa Corte con la pronuncia richiamata, la questione deve essere dichiarata manifestamente infondata. Visti gli artt. 26, secondo comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87 e 9, secondo comma, delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale.. . per questi motivi la corte costituzionale riuniti i giudizi, dichiara la manifesta infondatezza della questione di legittimità costituzionale dell'art. 29, comma 1, lettera c), del decreto legislativo 25 luglio 1998 n. 286, (Testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell'immigrazione e norme sulla condizione dello straniero) sollevata, in riferimento agli artt. 3 e 29 della Costituzione, letti alla luce dell'art. 6 della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali, resa esecutiva con la legge 4 agosto 1955, n. 848 e degli artt. II-85 e II-93 della Costituzione per l'Europa, resa esecutiva con la legge 7 aprile 2005 n. 57, dal Tribunale di Genova, in composizione monocratica, con le due ordinanze in epigrafe. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 14 dicembre 2005. F.to: Annibale MARINI, Presidente Luigi MAZZELLA, Redattore Giuseppe DI PAOLA, Cancelliere Depositata in Cancelleria il 23 dicembre 2005. Il Direttore della Cancelleria F.to: DI PAOLA