[pronunce]

, per contrasto con gli artt. 3, 13, primo comma, e 27, secondo comma Cost., «nella parte in cui estende al delitto di omicidio volontario la presunzione assoluta di adeguatezza della sola custodia cautelare in carcere»; che il giudice a quo riferisce di essere chiamato a pronunciarsi sul ricorso per cassazione avverso un provvedimento del Tribunale di Trieste, in funzione di giudice distrettuale del riesame, che ha confermato un'ordinanza di custodia cautelare in carcere del Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Pordenone, emessa nei confronti di una persona indagata per il delitto di omicidio premeditato e aggravato dalla crudeltà (artt. 575 e 577 cod. pen.); che, tra i motivi dedotti dal ricorrente, vi è la censura di mancata valutazione, da parte del Tribunale del riesame, dell'istanza difensiva di applicazione degli arresti domiciliari, in luogo della misura carceraria: censura formulata sul presupposto che, alla luce di una interpretazione «costituzionalmente orientata», la presunzione di adeguatezza della sola custodia cautelare in carcere, stabilita dall'art. 275, comma 3, cod. proc. pen. , dovrebbe ritenersi di carattere «relativo» anche in rapporto al delitto di omicidio volontario, in applicazione dei principi affermati da questa Corte con la sentenza n. 265 del 2010; che, in subordine, il ricorrente eccepisce l'illegittimità costituzionale della norma, in parte qua; che, ad avviso della Corte rimettente, l'univoco dettato letterale della norma denunciata impedirebbe di accedere all'interpretazione "adeguatrice" prospettata in via principale dal ricorrente, donde la necessità di prendere in esame l'eccezione di illegittimità costituzionale sollevata in via subordinata; che la questione sarebbe in effetti rilevante, giacché, ove venisse escluso il carattere assoluto della presunzione di adeguatezza della sola misura carceraria anche per il delitto di omicidio volontario, il provvedimento impugnato non si sottrarrebbe alla censura di omesso esame della richiesta di applicazione degli arresti domiciliari, formulata dal ricorrente evocando l'incidenza limitativa sul grado delle esigenze cautelari della costituzione dell'indagato, della sua confessione e della condotta di collaborazione successiva al reato; che, quanto alla non manifesta infondatezza, la Corte rimettente svolge considerazioni in larga parte analoghe a quelle del Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Brescia, reputando, del pari, che gli argomenti posti a base della citata sentenza n. 265 del 2010 valgano anche in rapporto al delitto di omicidio; che, in particolare, la norma censurata si porrebbe in contrasto sia con il principio di uguaglianza, sancito dall'art. 3 Cost., per l'irragionevole equiparazione dei procedimenti relativi al delitto di omicidio a quelli concernenti i delitti di mafia, nonché per l'irrazionale assoggettamento a un medesimo regime cautelare delle diverse ipotesi concrete riconducibili al paradigma punitivo considerato; sia con il principio di inviolabilità della libertà personale, enunciato dall'art. 13, primo comma, Cost., in quanto comporterebbe il sacrificio di detto bene primario sulla base di una valutazione predeterminata che non tiene conto delle peculiarità dei casi concreti; sia, infine, con la presunzione di non colpevolezza, espressa dall'art. 27, secondo comma, Cost., in quanto attribuirebbe alla misura cautelare tratti funzionali tipici della pena. Considerato che le ordinanze di rimessione sollevano questioni sostanzialmente identiche, onde i relativi giudizi vanno riuniti per essere definiti con unica decisione; che i giudici rimettenti dubitano, in riferimento agli artt. 3, 13, primo comma, e 27, secondo comma, della Costituzione, della legittimità costituzionale dell'art. 275, comma 3, del codice di procedura penale, come modificato dall'art. 2 del decreto-legge 23 febbraio 2009, n. 11 (Misure urgenti in materia di sicurezza pubblica e di contrasto alla violenza sessuale, nonché in tema di atti persecutori), convertito, con modificazioni, dalla legge 23 aprile 2009, n. 38, nella parte in cui non consente di applicare misure cautelari meno afflittive della custodia in carcere nei confronti della persona raggiunta da gravi indizi di colpevolezza in ordine al delitto di cui all'art. 575 del codice penale; che, al di là della formulazione del petitum, i giudici a quibus chiedono, nella sostanza, di estendere al delitto di omicidio volontario la declaratoria di illegittimità costituzionale della norma censurata già pronunciata da questa Corte con la sentenza n. 265 del 2010, in riferimento a taluni delitti a sfondo sessuale: sentenza con la quale la presunzione assoluta di adeguatezza della sola custodia in carcere a soddisfare le esigenze cautelari relative a tali delitti, sancita dal novellato art. 275, comma 3, cod. proc. pen. , è stata trasformata in presunzione solo relativa, superabile in presenza di elementi specifici che dimostrino l'idoneità allo scopo di altre misure; che, successivamente all'ordinanza di rimessione, questa Corte è già intervenuta nei sensi auspicati dai rimettenti con la sentenza n. 164 del 2011, dichiarando l'illegittimità costituzionale della norma censurata, nella parte in cui - nel prevedere che, quando sussistono gravi indizi di colpevolezza in ordine al delitto di cui all'art. 575 cod. pen. , è applicata la custodia cautelare in carcere, salvo che siano acquisiti elementi dai quali risulti che non sussistono esigenze cautelari - non fa salva, altresì, l'ipotesi in cui siano acquisiti elementi specifici, in relazione al caso concreto, dai quali risulti che le esigenze cautelari possono essere soddisfatte con altre misure; che, dunque, la questione va dichiarata manifestamente inammissibile per sopravvenuta mancanza di oggetto, giacché, a seguito della sentenza da ultimo citata, la norma censurata dai giudici a quibus - ossia quella che impedisce, per il delitto di omicidio volontario, di applicare misure diverse e meno afflittive della custodia carceraria, in presenza di specifici elementi che ne rivelino l'idoneità a soddisfare le esigenze cautelari - è già stata rimossa dall'ordinamento con efficacia ex tunc (ex plurimis, sentenza n. 80 del 2011 e ordinanza n. 306 del 2010, nonché ordinanza n. 225 del 2011, avente a oggetto identica questione di legittimità costituzionale dell'art. 275, comma 3, cod. proc. pen.). Visti gli artt. 26, secondo comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87, e 9, comma 2, delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale..