[pronunce]

e ha chiesto di accogliere le questioni di legittimità costituzionale proposte dalla Corte di cassazione. 5.- È intervenuto in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, e ha chiesto di dichiarare inammissibili o comunque manifestamente infondate le questioni di legittimità costituzionale sollevate dalla Corte di cassazione. 5.1.- L'interveniente, in linea preliminare, ha eccepito sotto svariati profili l'inammissibilità delle questioni. 5.1.1.- In primo luogo, la Corte rimettente, nell'auspicare l'introduzione del diverso requisito del permesso di soggiorno e di lavoro per almeno un anno, non indicherebbe «l'unica soluzione legislativa costituzionalmente configurabile», in un ambito che resta pur sempre riservato alla discrezionalità del legislatore. 5.1.2.- Inoltre, sarebbe carente la motivazione sulla rilevanza. Il giudice a quo, infatti, avrebbe trascurato di approfondire la titolarità dei requisiti di reddito previsti per la fruizione dell'assegno di natalità. 5.1.3.- Infine, il rimettente non avrebbe analizzato la portata dell'art. 30, comma 2, del d.lgs. n. 286 del 1998 che, con riguardo al permesso di soggiorno per motivi familiari, esclude l'accesso alle prestazioni di assistenza sociale come l'assegno di natalità. 5.2.- Le questioni, nel merito, sarebbero manifestamente infondate. L'assegno di natalità non si prefiggerebbe di soddisfare i «bisogni primari e vitali della persona», le «condizioni minime di vita e di salute», ma di incentivare la natalità. Sarebbe ragionevole, pertanto, il requisito di una presenza regolare e non episodica sul territorio dello Stato, così come accade per l'assegno sociale (si richiama, a tale riguardo, la sentenza di questa Corte n. 50 del 2019). Né si ravviserebbe alcun contrasto con l'art. 31 Cost., che indica «una finalità di politica sociale», senza imporre, tuttavia, il riconoscimento della prestazione in esame. Inoltre, la scelta di attribuire l'assegno di natalità ai soli cittadini di Paesi terzi titolari di permesso di soggiorno UE per soggiornanti di lungo periodo sarebbe compatibile con il diritto dell'Unione europea, che, solo per i titolari di tale permesso, sancisce per l'accesso alle prestazioni di sicurezza sociale «una equiparazione tendenzialmente piena del cittadino di paesi terzi al cittadino dell'Unione». Né, infine, si potrebbe invocare, in senso contrario, la direttiva 2011/98/UE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 13 dicembre 2011, relativa a una procedura unica di domanda per il rilascio di un permesso unico. Essa, difatti, mira solo a istituire un permesso di lavoro allo scopo di consentire il primo ingresso di un cittadino di paese terzo in uno Stato membro dell'Unione e ammette, peraltro, la deroga al principio di parità di trattamento. 6.- In vista dell'udienza del 7 luglio 2020, l'INPS ha depositato memorie illustrative e ha insistito per l'accoglimento delle conclusioni già formulate. La difesa dell'INPS ha ripreso gli argomenti illustrati nell'atto di costituzione e ha affermato la legittimità del diverso trattamento riservato a chi non sia titolare del permesso di lungo soggiorno, anche alla luce del limite delle risorse disponibili e della disciplina europea che impone agli Stati membri la rigorosa osservanza dell'equilibrio di bilancio. 7.- In prossimità dell'udienza del 7 luglio 2020, hanno depositato memorie illustrative le parti resistenti nei giudizi di cui ai numeri 175, 178, 181, 182, 188 e 190 reg. ord. del 2019, per confermare le conclusioni già rassegnate e replicare ai rilievi dell'INPS e del Presidente del Consiglio dei ministri. 7.1.- Nel merito, le parti hanno ribadito che il requisito del radicamento non potrebbe escludere ogni rilievo delle condizioni di bisogno, così come avviene per effetto della disposizione censurata (si richiama la sentenza di questa Corte n. 44 del 2020). Peraltro, la carenza di un permesso di soggiorno UE per soggiornanti di lungo periodo non sarebbe sintomatica di una presenza episodica e irregolare. Nel caso dell'assegno di natalità, non si potrebbe neppure valorizzare il contributo pregresso alla vita collettiva che questa Corte ha individuato come la ratio della limitazione del riconoscimento dell'assegno sociale ai soli titolari di un permesso di lungo soggiorno. Il requisito della residenza in Italia «per l'intero periodo in cui il beneficio viene corrisposto» varrebbe poi a scongiurare il "turismo assistenziale" paventato dalla difesa dello Stato. 7.2.- Le parti contestano, altresì, la fondatezza delle eccezioni preliminari formulate nell'atto di intervento. La Corte rimettente si sarebbe limitata a prefigurare una soluzione conforme a un criterio generale già presente nel sistema e avrebbe poi motivato in maniera adeguata sulla rilevanza delle questioni. 7.3.- Le parti, in conclusione, evidenziano che una pronuncia di accoglimento avrebbe «modestissima incidenza sulle situazioni pregresse», in larga parte già definite, e potrebbe orientare l'attività del Parlamento e del Governo nell'elaborazione delle misure a sostegno della famiglia. Nel richiedere, per l'erogazione dell'assegno di natalità ai soli stranieri, il possesso di un reddito idoneo, la disposizione censurata si porrebbe in contrasto con la dichiarata finalità «di offrire misure di sostegno economico alla famiglia». 8.- Ha depositato memoria illustrativa anche la parte resistente nel giudizio di cui al n. 189 reg. ord. del 2019, per confermare le conclusioni già rassegnate. Il requisito reddituale, previsto per i soli cittadini di Paesi terzi, tradirebbe la funzione stessa dell'assegno di natalità, che rappresenterebbe una misura di sostegno economico alla famiglia. La disposizione censurata sarebbe irragionevole anche per il rilievo che attribuisce al pregresso soggiorno per cinque anni, presupposto che non dimostrerebbe di per sé un effettivo radicamento sul territorio nazionale. La disciplina dell'assegno di natalità sarebbe lesiva, inoltre, dell'art. 31 Cost., in quanto differenzierebbe l'applicazione di misure di sostegno dei figli e delle famiglie numerose in rapporto a fattori di nazionalità e di cittadinanza. L'introduzione di criteri selettivi «incongrui o irragionevoli» penalizzerebbe «i soli figli di stranieri extracomunitari».