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I soci, che si distinguevano in effettivi, benemeriti ed onorari, dovevano portare «un distintivo per farsi conoscere e rispettare dai conduttori genti municipali e dalla forza pubblica, onde aver diritto di ammonire i trasgressori e mano forte contro di essi a denunziare alle rispettive autorità i trasgressori punibili con: multe, sequestri dei veicoli, arresto personale». Non deve stupire che fosse proprio Garibaldi a fondare la prima associazione per la protezione degli animali. Egli fu un uomo pervaso da forti e nobili ideali di giustizie e libertà che lo portarono a combattere contro la schiavitù, per l’abolizione della pena di morte e successivamente anche per la pace e la fratellanza fra tutte le nazioni del mondo. Per certi aspetti può apparire strano e contraddittorio considerare Garibaldi come un pacifista. Un uomo che aveva combattuto in mezzo mondo non può certo definirsi un cultore della pace e della non violenza. Così come appare contraddittorio il fatto che Garibaldi fosse anche un accanito cacciatore: «Talvolta abbatteva diverse centinaia d’uccelli al giorno e i magnati del posto gli organizzavano cacce al cinghiale». Ma il punto nodale non è considerare Garibaldi per quello che è stato ma per quello che è diventato. Ognuno di noi può compiere un passo verso il cambiamento ed è chiaro che compiere questo passo in età avanzata è certamente più difficile che compierlo in giovane età. Ma Garibaldi amava le sfide, tutte le sfide, e non c’è sfida più grande di quella che riguarda il nostro modo di vedere le cose e di guardare nel profondo della propria anima. Garibaldi fece questo passo e lo fece nella giusta direzione, quello dell’amore e del rispetto per la vita di tutte le creature, fino ad arrivare a pensare che gli animali e le piante «avessero un’anima cui non si dovesse nuocere». Negli anni Trenta del secolo scorso, Piero Martinetti, filosofo e professore di filosofia teoretica e morale, negli scritti «La psiche degli animali» e «Pietà verso gli animali», ha sostenuto che gli animali, così come gli esseri umani, possiedono intelletto e coscienza, quindi l’etica non deve limitarsi alla regolazione dei rapporti infraumani, ma deve estendersi a ricercare il benessere e la felicità anche per tutte quelle forme di vita senzienti, cioè provviste di un sistema nervoso, che come l’uomo sono in grado di provare gioia e dolore. Nella relazione sulla psiche degli animali Martinetti tra l’altro affronta il problema dello scandalo morale suscitato dall’indifferenza delle grandi religioni positive occidentali di fronte all’inaudita sofferenza degli animali provocata dagli uomini: «gli animali hanno una forma dell’intelligenza e della ragione, sono esseri affini a noi, possiamo leggere nei loro occhi l’unità profonda che ad essi ci lega». Nel 1952 Aldo Capitini fondò la Società vegetariana italiana. Egli affermava: «Non sono lontano dal pensare che gli uomini arriveranno veramente a non uccidersi tra di loro, quando arriveranno a non uccidere più gli animali». Anche il filosofo del diritto Norberto Bobbio, in un saggio pubblicato nel 1994, parlò dell’estensione del principio di uguaglianza agli animali: «Mai come nella nostra epoca sono state messe in discussione le tre fonti principali di disuguaglianza: la classe, la razza ed il sesso. La graduale parificazione delle donne agli uomini, prima nella piccola società familiare e poi nella più grande società civile e politica è uno dei segni più certi dell’inarrestabile cammino del genere umano verso l’eguaglianza. E che dire del nuovo atteggiamento verso gli animali? Dibattiti sempre più frequenti ed estesi, riguardanti la liceità della caccia, i limiti della vivisezione, la protezione di specie animali diventate sempre più rare, il vegetarianesimo, che cosa rappresentano se non avvisaglie di una possibile estensione del principio di eguaglianza al di là addirittura dei confini del genere umano, un’estensione fondata sulla consapevolezza che gli animali sono eguali a noi uomini, per lo meno nella capacità di soffrire? Si capisce che per cogliere il senso di questo grandioso movimento storico occorre alzare la testa dalle schermaglie quotidiane e guardare più in alto e più lontano». Levando lo sguardo oltre i nostri confini incontriamo la Dichiarazione universale dei diritti dell’animale, proclamata il 15 ottobre 1978 presso la sede dell’UNESCO a Parigi e redatta da personalità appartenenti al mondo scientifico, giuridico e filosofico e dalle principali associazioni mondiali di protezione animale. Tale Dichiarazione costituisce una presa di posizione etica riguardo ai rapporti presenti e futuri tra la specie umana e le altre specie. All’alba del XXI secolo essa propone infatti all’uomo le norme di un’etica che dovrebbe essere fermamente e chiaramente espressa nel mondo attuale, già così turbato, minacciato di distruzione e nel quale violenza e crudeltà esplodono in ogni istante. L’affermazione dell’articolo 1: «Tutti gli animali nascono uguali davanti alla vita e hanno gli stessi diritti all’esistenza» non esprime un’eguaglianza di fatto tra le specie, ma un’eguaglianza di diritti, non nega cioè le evidenti differenze di forme e di capacità esistenti tra gli animali, ma afferma il diritto alla vita di tutte le specie nel quadro dell’equilibrio naturale. L’uomo, nel corso del tempo, ha stabilito un codice di diritti relativi alla propria specie; ma, nei confronti dell’universo, non dispone di alcun particolare diritto. L’uomo è, in effetti, una delle specie animali terrestri, e una delle più recenti comparse sulla terra. La vita non appartiene alla specie umana, l’uomo non è né il creatore né il detentore; la vita appartiene tanto all’insetto che al pesce, tanto al mammifero che all’uccello. L’uomo ha invece creato nel mondo vivente una gerarchia arbitraria che non esiste in natura, tenendo conto solamente della propria utilità. Questa gerarchia antropocentrica ha condotto allo specismo, che consiste nell’adottare un atteggiamento differente secondo le specie, nel distruggerne alcun proteggendone altre, nel dichiarare che certe specie sono «utili», altre «nocive», o «crudeli». Per causa dello specismo alcuni proteggono il cane e il gatto, mentre non si preoccupano degli animali da allevamento imprigionati nelle stalle o degli animali selvatici segregati negli zoo, oppure proteggono le aquile e perseguitano le talpe. Per specismo si è riservata «l’intelligenza» all’uomo e si è concesso «l’istinto» all’animale. Lo specismo ha anche indotto l’uomo a ritenere che l’animale non soffrisse come lui, per poterlo usare e sfruttare. Secondo i princìpi della Dichiarazione universale dei diritti degli animali, l’uomo ha il dovere, per il bene di tutta la comunità biologica alla quale appartiene e dalla quale dipende, di rispettare la vita animale in tutte le sue forme.