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i componenti dell’Ufficio di Presidenza, cui spetta l’adozione dei provvedimenti concernenti il personale, infatti, sono poi chiamati a giudicare sulle controversie aventi ad oggetto i medesimi atti amministrativi. La CEDU, dunque, risulta violata in ragione della carenza di imparzialità del giudice che in concreto era stato individuato dalle norme che avevano «portato a sottrarre al giudice ordinario ed amministrativo, per attribuirla ad un organo interno (sui cui requisiti di terzietà ed imparzialità ci sia permesso di dubitare), la cognizione di una serie di atti, potenzialmente lesivi di interessi legittimi o diritti soggettivi riconosciuti dall’ordinamento generale, la cui indeterminatezza comporta una preoccupante espansione dell’ambito oggettivo di insindacabilità degli interna corporis » . 1.4. La duplice alternativa La scelta della Corte europea è stata oggetto di critiche. Affermare che l’istituto dell’autodichia della Camera dei deputati non è in sé contrastante con la Convenzione europea (per la quale è «tribunale», ai sensi dell’articolo 6, paragrafo 1, non soltanto una giurisdizione di tipo classico, ma una qualunque autorità cui competa decidere -- sulla base di norme di diritto, con pienezza di giurisdizione e a conclusione di una procedura organizzata -- su una qualsiasi questione di sua competenza, adottando una decisione vincolante, non modificabile da un organo non giurisdizionale) è apparso alla dottrina frutto di un’indebita commistione di indipendenza e imparzialità, l’una riferita all’organo, l’altra alle persone fisiche, trascurando «il profilo della terzietà del giudice, della sua equidistanza da entrambe le parti in causa» . Si è anche osservato che «l’illustrato principio affermato dalla Corte europea non sembra però convincente perché, anche se esso è forse accettabile in via puramente astratta, non tiene in alcun conto l’ambito concreto nel quale operano i parlamentari. Ambito che è squisitamente politico e, in quanto tale, suscettibile di determinare situazioni e comportamenti non inquadrabili in rigidi meccanismi giuridici. In poche parole, chi può realisticamente escludere che, soprattutto a fronte di controversie potenzialmente implicanti pesanti conseguenze finanziarie per l’amministrazione in caso di sconfitta, tale situazione non determini, in tutta buona fede, un inevitabile condizionamento dei parlamentari giudicanti? E che dire, parlando di condizionamenti, della situazione ancor più delicata nella quale possono trovarsi al Senato i due dipendenti che fanno parte dell’organo di primo grado? In realtà, il condizionamento deriva da un dato oggettivo: l’appartenenza, sia pure a diverso titolo, dei soggetti giudicanti all’istituzione che adotta i provvedimenti suscettibili d’impugnazione da parte di dipendenti o di terzi. La sola possibilità che il condizionamento si possa realizzare esclude "di per sé" -- tanto per usare la stessa espressione alla quale è ricorsa la Corte europea -- l’indipendenza e l’imparzialità degli organi giudicanti. La conclusione sarebbe diversa se gli organi camerali di autodichia, pur rimanendo organi interni aventi giurisdizione esclusiva, fossero composti da soggetti, aventi gli stessi requisiti tecnici già richiesti dai regolamenti minori, che non facciano parte ad alcun titolo delle Camere e che con esse non abbiano, né possano in futuro avere, alcun rapporto professionale» . In ogni caso, sulla statuizione resa dalla sentenza Savino opera senza alcun dubbio il meccanismo di ingresso automatico nel nostro ordinamento degli obblighi convenzionali europei, sancito mercé le sentenze n.348 e n.349 del 2007 della Corte costituzionale. In esse si è rilevato che l’articolo 117, primo comma, della Costituzione, ed in particolare l’espressione «obblighi internazionali» in esso contenuta, si riferisce alle norme internazionali convenzionali anche diverse da quelle comprese nella previsione degli articoli 10 e 11 della Costituzione; la conseguenza è che il contrasto di una norma nazionale con una norma convenzionale, in particolare della CEDU, si traduce in una violazione dell’articolo 117, primo comma, della Costituzione. La Corte costituzionale ha, inoltre, precisato nelle predette pronunce che al giudice nazionale, in quanto giudice comune della Convenzione, spetta il compito di applicare le relative norme, nell’interpretazione offertane dalla Corte di Strasburgo, alla quale questa competenza è stata espressamente attribuita dagli Stati contraenti. Nel caso in cui si profili un contrasto tra una norma interna e una norma della Convenzione europea, il giudice nazionale comune deve, pertanto, procedere ad una interpretazione della prima conforme a quella convenzionale, fino a dove ciò sia consentito dal testo dell disposizioni a confronto e avvalendosi di tutti i normali strumenti di ermeneutica giuridica. Solo quando ritiene che non sia possibile comporre il contrasto in via interpretativa, il giudice comune deve sollevare la questione di costituzionalità, con riferimento al parametro dell’articolo 117, primo comma, della Costituzione, ovvero anche dell’articolo 10, primo comma, della Costituzione, ove si tratti di una norma convenzionale ricognitiva di una norma del diritto internazionale generalmente riconosciuta. La clausola del necessario rispetto dei vincoli derivanti dagli obblighi internazionali, dettata dall’articolo 117, primo comma, della Costituzone, attraverso un meccanismo di rinvio mobile del diritto interno alle norme internazionali pattizie di volta in volta rilevanti, impone infatti il controllo di costituzionalità, qualora il giudice comune ritenga lo strumento dell’interpretazione insufficiente ad eliminare il contrasto. Sollevata la questione di legittimità costituzionale, spetta alla Corte costituzionale il compito anzitutto di verificare che il contrasto sussista e che sia effettivamente insanabile attraverso un’interpretazione plausibile, anche sistematica, della norma interna rispetto alla norma convenzionale, nella lettura datane dalla Corte di Strasburgo. La Corte dovrà anche, ovviamente, verificare che il contrasto sia determinato da un tasso di tutela della norma nazionale inferiore a quello garantito dalla norma CEDU, dal momento che la diversa ipotesi è considerata espressamente compatibile dalla stessa Convenzione europea all’articolo 53. In caso di contrasto, salva la prevalenza dei principi supremi, dovrà essere dichiarata l’illegittimità costituzionale della disposizione interna per violazione dell’articolo 117, primo comma, della Costituzione, in relazione alla invocata norma della CEDU. Pertanto dal 2009 l’ordinamento giuridico italiano , sul punto della terzietà del giudice in autodichia, versa nella situazione delineata dalla Corte costituzionale quando affermò che «è precluso di sindacare l’interpretazione della Convenzione europea fornita dalla Corte di Strasburgo, cui tale funzione è stata attribuita dal nostro Paese senza apporre riserve» e che «l’apprezzamento della giurisprudenza europea consolidatasi sulla norma conferente va operato in modo da rispettare la sostanza di quella giurisprudenza, secondo un criterio già adottato dal giudice comune e dalla Corte europea» (Corte costituzionale, sentenza n.311 del 2009).