[pronunce]

degli artt. 23 e 24 della legge 24 marzo 1958, n. 195 (Norme sulla costituzione e sul funzionamento del Consiglio superiore della Magistratura), «nella parte in cui dette disposizioni non comprendono, ai fini dell'elettorato attivo e passivo per l'elezione dei componenti del Consiglio Superiore della Magistratura, anche i magistrati onorari» confermati; che, quanto al requisito soggettivo richiesto ai fini dell'ammissibilità del conflitto, esso emergerebbe «dalla circostanza che l'odierna giudice di pace fa parte della giurisdizione di primo grado (artt. l e 4 dell'ordinamento giudiziario)», tanto che il ricorso sarebbe «diretto ad impegnare l'intero organo giudiziario»; che la «situazione soggettiva» della ricorrente, del resto, sarebbe già stata «sottoposta alla delibazione incidentale della Corte di giustizia nella causa pregiudiziale C-658/18, UX contro Governo della Repubblica italiana, definita dalla sentenza del 16 luglio 2020», pronunciata in esito ad un rinvio pregiudiziale operato dal Giudice di pace di Bologna nell'ambito di un procedimento per decreto ingiuntivo richiesto ed ottenuto proprio dalla ricorrente, per il pagamento di una somma - corrispondente alla retribuzione mensile, al netto dei contributi fiscali e previdenziali, spettante ad un magistrato professionale avente pari anzianità di servizio - a titolo di risarcimento dei danni subiti per il mancato riconoscimento di un periodo di ferie retribuite; che la ricorrente illustra ampiamente la motivazione con la quale la Corte di giustizia dell'Unione europea, nella sentenza 16 luglio 2020, in causa C-658/18, UX, ha stabilito che l'art. 267 del Trattato sul funzionamento dell'Unione europea (TFUE), come modificato dall'art. 2 del Trattato di Lisbona del 13 dicembre 2007 e ratificato dalla legge 2 agosto 2008, n. 130, deve essere interpretato nel senso che il giudice di pace italiano rientra nella nozione di «giurisdizione di uno degli Stati membri» e che, considerate le modalità di organizzazione del lavoro dei giudici di pace, questi ultimi «svolgono le loro funzioni nell'ambito di un rapporto giuridico di subordinazione sul piano amministrativo, che non incide sulla loro indipendenza nella funzione giudicante, circostanza che spetta al giudice del rinvio verificare»; che, di conseguenza, secondo la citata pronuncia della Corte di giustizia UE, la figura del giudice di pace deve essere ricondotta alla nozione di «lavoratore a tempo determinato» e, perciò, differenze di trattamento, rispetto al magistrato professionale, non possono essere giustificate dalla sola temporaneità dell'incarico, ma unicamente «dalle diverse qualifiche richieste e dalla natura delle mansioni di cui detti magistrati devono assumere la responsabilità», mantenendo rilievo la circostanza che per i soli magistrati ordinari la nomina debba avvenire per concorso, a norma dell'art. 106, primo comma, Cost., e che a questi l'ordinamento riservi le controversie di maggiore complessità o da trattare negli organi di grado superiore; che, sempre ai fini dell'ammissibilità del conflitto e quanto al requisito oggettivo, la ricorrente sostiene l'attualità e la concretezza della «lesione e menomazione della giurisdizione della giudice di pace», nonché dell'indipendenza e inamovibilità del medesimo magistrato onorario, aggiungendo che la Commissione europea, il 15 luglio 2021, ha notificato all'Italia una lettera di messa in mora (di cui vengono evidenziati i passaggi essenziali), con contestuale avvio di una procedura di infrazione, prospettando il contrasto della disciplina nazionale sui magistrati onorari con le norme europee sul diritto del lavoro, per il mancato riconoscimento di alcune "condizioni di impiego" da queste ultime previste e valevoli, invece, per i magistrati professionali, quali: indennità per gravidanza, malattia e infortunio; iscrizione alla gestione separata presso l'Istituto nazionale della previdenza sociale (INPS); modalità retributive e differenze di trattamento economico; ferie annuali retribuite; rimborso delle spese legali per procedimenti disciplinari; che sarebbe incomprensibile la ragione per la quale la ricorrente - «già vincitrice del concorso pubblico previsto dalla legge n. 374/91 per l'accesso all'Ufficio del Giudice di pace» e già soggetta a numerose procedure di conferma quadriennale (l'ultima delle quali sino al 31 maggio 2024) - dovrebbe sottoporsi ad una nuova valutazione, peraltro affidata - con previsione che sarebbe stata stigmatizzata dallo stesso Consiglio superiore della magistratura, in occasione del parere espresso sull'emendamento governativo alla legge di bilancio per il 2022 dal quale è originata l'approvazione delle disposizioni oggetto del presente conflitto - ad una commissione non nominata dall'organo di governo autonomo della magistratura, a differenza di quanto accade per il concorso di accesso alla magistratura ordinaria; che, quanto al merito, la ricorrente richiama la sentenza n. 267 del 2020, nella quale questa Corte avrebbe preso atto dei principi espressi dalla più volte citata sentenza della Corte di giustizia UE del 16 luglio 2020, per poi riconoscere anche al giudice di pace - in ragione dell'identità della funzione del giudicare e della sua primaria importanza nel quadro costituzionale - il diritto al rimborso spettante ai dipendenti statali per le spese legali sostenute nei giudizi di responsabilità, quando questi siano stati promossi per fatti di servizio e si siano conclusi con accertamento negativo della responsabilità; che da ciò la ricorrente trae argomenti per sostenere la contrarietà rispetto ai plurimi parametri costituzionali evocati - «e, quindi, la violazione dell'indipendenza e dell'inamovibilità della magistratura di pace ricorrente» - delle disposizioni impugnate, le quali, a suo giudizio, delineerebbero «un'inammissibile figura ibrida di magistrato che svolge in via esclusiva [...] le stesse funzioni giurisdizionali del magistrato ordinario» e che, ciononostante, verrebbe retribuito «come assistente amministrativo» e dovrebbe anche rinunciare, con la presentazione della domanda di conferma, «ai diritti economici, normativi e previdenziali maturati in ragione dell'attività lavorativa svolta come magistrato onorario», nonostante questi diritti «siano stati accertati e riconosciuti nei confronti della giudice di pace ricorrente addirittura dalla Corte di giustizia nella sentenza UX e siano stati ribaditi nella loro vigenza dalla Commissione europea nella lettera di messa in mora del 15 luglio 2021»; che, espone ancora la ricorrente, le diposizioni oggetto di conflitto, lasciando immodificato l'art. 21 del d.lgs. n. 116 del 2017 e, quindi, gli istituti della decadenza, della dispensa e della revoca dell'incarico onorario, senza le garanzie proprie del procedimento disciplinare, lederebbero la garanzia di inamovibilità spettante ai magistrati onorari;