[pronunce]

che, inoltre, la Procura contabile richiama la giurisprudenza costituzionale successiva al 1996 secondo cui il giudice, «nell'esercizio delle sue competenze, [deve tenere] conto non solo delle esigenze della attività di propria pertinenza, ma anche degli interessi, costituzionalmente tutelati, di altri poteri, che vengano in considerazione ai fini dell'applicazione delle regole comuni» (sentenza n. 225 del 2001); che tale principio sarebbe la trasposizione, in chiave processuale, del principio di leale collaborazione tra poteri dello Stato che impone ad ognuno di essi, nell'esercizio delle proprie funzioni, l'adozione delle cautele necessarie a non pregiudicare, inutilmente ed arbitrariamente, le prerogative costituzionali di altro potere dello Stato (sono citate le sentenze n. 26 del 2008, n. 149 del 2007 e n. 403 del 1994); che, dunque, è possibile che una pronuncia dell'autorità giudiziaria, in ragione del suo specifico contenuto o della sua motivazione, sia lesiva delle attribuzioni costituzionali del [pubblico ministero contabile], e come tale sia suscettibile di dar luogo ad un conflitto costituzionale (è citata la sentenza n. 263 del 2003); che, nel merito, la ricorrente ritiene prioritario partire dalla considerazione che l'indipendenza assicurata dalla Carta costituzionale al pubblico ministero della Corte dei conti non è fine a sé stessa, ma è tesa ad assicurare la correttezza del suo operato, liberandolo da impropri condizionamenti interni ed esterni a vantaggio dell'intera collettività; che la ricorrente richiama la sentenza della Corte costituzionale sull'istituto del legittimo impedimento dove, con argomentazioni di carattere generale, estensibili ad ogni potere dello Stato, si è chiarito come il giudice, «nell'esercizio delle sue competenze, [debba tenere] conto non solo delle esigenze della attività di propria pertinenza, ma anche degli interessi, costituzionalmente tutelati, di altri poteri, che vengano in considerazione ai fini dell'applicazione delle regole comuni» (sentenza n. 248 del 2011); che, secondo la Procura contabile ricorrente, il modo in cui il giudice del Tribunale di Trento ha applicato le norme comuni in materia di fatto illecito per diffamazione a mezzo stampa e di onere della prova (artt. 2043 e 2697 del codice civile, 595 e 51 del codice penale), ha prodotto - in ragione delle sopra censurate affermazioni contenute nella sentenza n. 248 del 2011 - un paradossale effetto sanzionatorio a carico del magistrato del pubblico ministero per il solo ed esclusivo fatto di avere svolto le proprie funzioni; che il Tribunale di Trento, senza pretendere dai convenuti l'assolvimento dell'onere di provare rigorosamente la verità dei fatti affermati, ha avallato un "giudizio di accanimento" formulato dal giornalista nei confronti del Sostituto procuratore generale sulla sola base del dato, in sé neutro, del numero di vertenze condotte dal magistrato inquirente nei confronti del Comune di Bolzano (che secondo il quotidiano convenuto erano cinque), omettendo completamente di considerare l'obbligatorietà dell'azione di responsabilità, che, per quanto non costituzionalizzata, è comunque imposta dalla legge; che, in particolare, a dimostrazione dell'omissione di ogni doveroso approfondimento diretto ad appurare l'obbligatorietà dell'avvio dell'azione da parte del pubblico ministero contabile, la Procura ricorrente evidenzia come il giudice abbia completamente trascurato di valutare - sia nella parte in fatto che in diritto - come l'invito a dedurre, oggetto di censura da parte dell'editorialista, fosse in realtà originato da un esposto penale dei Revisori dei conti del Comune di Bolzano, debitamente prodotto agli atti del giudizio civile in allegato alla memoria di parte attrice, unitamente alla nota di trasmissione della locale Procura della Repubblica e al provvedimento di archiviazione penale; che, pertanto, le statuizioni contenute in sentenza non si limiterebbero a motivare un giudizio di non fondatezza della domanda risarcitoria avanzata dall'attore, ma lederebbero un bene - l'indipendenza del pubblico ministero contabile - avente rilevanza costituzionale; che la lesione sarebbe immediata e diretta laddove l'attore, pubblico ministero contabile, viene sanzionato per il solo fatto di avere esercitato le proprie funzioni, peraltro doverose, senza che il Tribunale si senta in dovere di appurare le circostanze del caso concreto che hanno prodotto l'avvio delle indagini; che si produrrebbe l'ulteriore effetto di condizionare pro futuro l'esercizio delle funzioni inquirenti, affermando l'esistenza di un limite oltre il quale la condotta del magistrato contabile deve essere considerata antidoverosa; che, sulla base di queste argomentazioni, la Procura ricorrente ritiene che la sentenza sopra citata debba essere annullata in quanto lesiva delle proprie attribuzioni costituzionali. Considerato che, in questa fase del giudizio, a norma dell'art. 37, terzo e quarto comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87, la Corte costituzionale è chiamata a deliberare, senza contraddittorio, circa l'esistenza o meno della «materia di un conflitto la cui risoluzione spetti alla sua competenza»; che, sotto il profilo soggettivo, la giurisprudenza costituzionale è costante nel riconoscere ai singoli organi giurisdizionali la legittimazione ad assumere la qualità di parte nei conflitti di attribuzione, in quanto, in posizione di piena indipendenza garantita dalla Costituzione, competenti a dichiarare definitivamente, nell'esercizio delle relative funzioni, la volontà del potere cui appartengono, ma solo limitatamente all'esercizio dell'attività giurisdizionale assistita da garanzia costituzionale (ordinanze n. 338 del 2007, n. 340 e n. 244 del 1999, n. 87 del 1978); che, in altri termini, il carattere diffuso, che connota gli organi giurisdizionali in ordine alla competenza a dichiarare definitivamente la volontà del potere dello Stato cui appartengono, secondo quanto richiesto dall'art. 37, primo comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87, viene in rilievo solo con riferimento al concreto esercizio delle funzioni giurisdizionali (ordinanza n. 22 del 2000); che la Procura ricorrente rivendica la sua legittimazione solo in quanto organo astrattamente titolare del potere giurisdizionale ma al di fuori dell'esercizio concreto delle funzioni ad essa assegnate; che la motivazione della sentenza del Tribunale civile di Trento sulla natura non diffamatoria dell'affermazione fatta dal giornalista di «accanimento della Procura nei confronti del Comune di Trento» non interferisce in alcun modo con l'esercizio della funzione giurisdizionale in relazione a singoli provvedimenti da adottare; che, pertanto, manca nella fattispecie in esame la legittimazione della ricorrente a proporre il conflitto, non essendo titolare in concreto di un potere giurisdizionale il cui esercizio possa dipendere dall'annullamento dell'atto impugnato; che il ricorso è inammissibile anche per carenza del requisito oggettivo;