[massime]

Parlamento - Intercettazioni "casuali" di conversazioni o comunicazioni di membri del Parlamento - Utilizzazione in procedimento penale nei confronti dello stesso parlamentare interessato subordinata all'autorizzazione della Camera di appartenenza - Denunciata violazione del principio di parità di trattamento davanti alla giurisdizione, del diritto di difesa del parlamentare e del principio di separazione dei poteri, nonché asserita esorbitanza rispetto alla ratio della garanzia di cui all'art. 68, comma terzo, Cost. - Insufficiente descrizione della fattispecie concreta e difetto di motivazione sulla rilevanza - Inammissibilità delle questioni.. Sono inammissibili, per insufficiente descrizione della fattispecie concreta e difetto di motivazione sulla rilevanza, le questioni di legittimità costituzionale dell'art. 6, commi 2, 3, 4, 5 e 6, della legge 20 giugno 2003, n. 140, impugnato, in riferimento agli artt. 3, primo comma, 24, secondo comma, 68, terzo comma, 102 e 104, primo comma, Cost., in quanto prevede l'obbligo per l'autorità giudiziaria di chiedere l'autorizzazione della Camera di appartenenza al fine di utilizzare le intercettazioni "casuali" di conversazioni o comunicazioni di membri del Parlamento, anche quando si tratti di utilizzazione nei confronti dello stesso parlamentare interessato. Premesso che le norme in esame contemplano l'autorizzazione successiva all'utilizzazione delle intercettazioni "casuali" o "fortuite" di conversazioni o comunicazioni di un membro del Parlamento, mentre l'art. 4 della legge n. 140 del 2003 disciplina l'autorizzazione preventiva all'esecuzione di intercettazioni nei confronti di un parlamentare individuato in anticipo quale destinatario dell'attività di captazione, avendo riguardo sia alle intercettazioni "dirette", relative a utenze o luoghi appartenenti al soggetto politico o nella sua disponibilità, sia alle intercettazioni "indirette", realizzate su utenze o in luoghi di soggetti diversi, che possono, comunque, presumersi frequentati dal parlamentare; i rimettenti affermano apoditticamente la natura "casuale" delle intercettazioni di cui si discute nei giudizi a quibus , facendola discendere dalla sola circostanza che l'attività di captazione è stata disposta su utenze in uso ad altri indagati. Tale indicazione risulta insufficiente, anche tenuto conto che in uno dei procedimenti principali l'intercettazione delle comunicazioni del parlamentare ha avuto luogo quando questi già figurava nel novero degli indagati. In siffatta evenienza, la qualificazione dell'intercettazione come "casuale" richiede una verifica particolarmente attenta, perché, sebbene la sentenza n. 390 del 2007 abbia escluso una presunzione assoluta del carattere "indiretto" dell'intercettazione (tale da far sorgere sempre l'esigenza dell'autorizzazione preventiva), basata sulla «elevata probabilità che le intercettazioni, disposte in un procedimento che riguarda (anche) il parlamentare, finiscano comunque per captarne le comunicazioni, ove pure il controllo venga materialmente effettuato su altri soggetti», nella fattispecie considerata, il sospetto dell'elusione della garanzia è più forte e l'ingresso del parlamentare - già raggiunto da indizi di reità - nell'area di ascolto evoca con maggiore immediatezza, nell'autorità giudiziaria, la prospettiva che la prosecuzione dell'attività di intercettazione su utenze altrui servirà (anche) a captare comunicazioni del membro del Parlamento, suscettibili di impiego a suo carico: ipotesi nella quale la captazione successiva di tali comunicazioni perde ogni "casualità", per divenire mirata. Gli odierni rimettenti hanno trascurato la necessità che, in sede di motivazione sulla rilevanza della questione, il giudice mostri di avere effettivamente valutato il complesso di elementi significativi al fine di affermare o escludere la "casualità" dell'intercettazione, come, ad esempio, i rapporti intercorrenti tra parlamentare e terzo sottoposto a intercettazione, il numero delle conversazioni intercorse tra il terzo e il parlamentare e l'arco di tempo durante il quale tale attività di captazione è avvenuta. Sul regime autorizzatorio delle intercettazioni "dirette", "indirette" e "casuali" di conversazioni o comunicazioni di un membro del Parlamento, v. la citata sentenza n. 390/2007, che ha dichiarato l'illegittimità costituzionale dell'art. 6, commi 2, 5 e 6, della legge n. 140 del 2003, nella parte in cui stabilisce che la disciplina ivi prevista si applichi anche nei casi in cui le intercettazioni debbano essere utilizzate nei confronti di soggetti diversi dal membro del Parlamento, le cui conversazioni o comunicazioni sono state intercettate. Nel senso che debbano intendersi "casuali" o "fortuite" quelle intercettazioni rispetto alle quali, «proprio per il carattere imprevisto dell'interlocuzione del parlamentare», «l'autorità giudiziaria non potrebbe, neanche volendo, munirsi preventivamente del placet della Camera di appartenenza», v. la citata sentenza n. 390/2007. Sull'insussistenza di una presunzione assoluta del carattere "indiretto" dell'intercettazione (tale da far sorgere sempre l'esigenza dell'autorizzazione preventiva), basata sulla «elevata probabilità che le intercettazioni, disposte in un procedimento che riguarda (anche) il parlamentare, finiscano comunque per captarne le comunicazioni, ove pure il controllo venga materialmente effettuato su altri soggetti», v. la citata sentenza n. 390/2007.