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Norme generali sul sistema educativo di istruzione statale. Onorevoli Senatori . – Il presente disegno di legge, che si compone di otto articoli, non vuole, in nessun modo, essere risolutivo dei tanti problemi e delle molteplici e complesse necessità del sistema della formazione e dell'istruzione. Il testo che si propone detta le norme generali inerenti alla scuola – ribaltando la logica che ha guidato, in almeno un ventennio, le politiche sull'istruzione – su alcune delle urgenze fondamentali della scuola e delle scuole italiane; aumentando consistentemente il « tempo scuola »; creando le condizioni per consentire ai docenti una didattica più attenta e vicina alle esigenze di formazione umana, culturale e civile; contribuendo a rimuovere, secondo il dettato costituzionale, alcune delle condizioni che limitano – in particolare in alcune aree del Paese – l'effettivo esercizio del diritto allo studio e alla formazione. In particolare, ci muove l'allarme per i dati sulla dispersione scolastica che caratterizzano il nostro Paese. Siamo fra i peggiori Paesi in Europa per « dispersi dalla scuola », le percentuali sono preoccupanti, in alcune regioni (Sicilia) e, all'interno di queste, in alcune città (Catania) il nostro Paese perde una ragazza o un ragazzo ogni quattro. Significa che queste persone non saranno in grado di gestire un progetto di vita autonomo, soventi vittime del lavoro nero e sottopagato quando non intercettati dalla malavita organizzata, né in grado di partecipare appieno alla vita democratica del nostro Paese per la quale il bagaglio culturale è condizione di autonomia personale. A pochi mesi dai cento anni dalla nascita di don Lorenzo Milani, la sua denuncia sul fatto che la scuola « cura i sani e respinge i malati » ha bisogno di trovare una risposta del sistema pubblico, forte e determinata. Il disegno di legge è, dunque, incentrato su tre interventi specifici, ma con una valenza generale e coerente con la missione che la Costituzione assegna alla scuola pubblica: riduzione del numero di alunni per classe; estensione del tempo pieno e del tempo prolungato in tutti gli ordini di scuola; previsione di interventi a favore degli enti locali che, per le condizioni del loro bilancio, non sono in grado di sostenere i servizi di mensa e di trasporto; creazione di « zone di educazione prioritaria e solidale (ZEP) » nelle aree più disagiate del Paese. Il sistema dell'istruzione e della formazione è stato oggetto di un processo di snaturamento rispetto alle finalità di liberazione ed emancipazione che la Costituzione gli assegna. Impoverito, precarizzato, burocratizzato e piegato alle logiche del mercato. Non si tratta di una questione settoriale, ma di uno snodo decisivo per il futuro delle giovani generazioni e della stessa democrazia; perché il modello di formazione è una pietra angolare del modello di società che si intende costruire, nelle relazioni sociali e intellettuali, nelle forme del lavoro e della vita, persino – visto l'impatto che, fin dall'infanzia, le tecnologie virtuali e digitali hanno sui processi di conoscenza e sull'universo emotivo – sul tipo di umanità che abiterà la Terra dai prossimi decenni. Il testo che si propone prevede, com'è evidente dall'entità degli interventi, una decisa inversione di tendenza sul piano finanziario, nel bilancio dello Stato, con investimenti consistenti; di essi deve farsi carico la fiscalità generale del Paese, la quale, a sua volta, deve divenire realmente progressiva e giusta. L'articolo 1 pone con chiarezza il problema reale delle classi numerose, nelle quali è oggettivamente impossibile produrre una didattica realmente attenta alle difficoltà degli alunni più fragili; fragilità che, d'altra parte, sono sempre più diffuse, sia sul piano umano, che su quello cognitivo e dell'attenzione, anche per l'impatto sempre più potente e pervasivo delle tecnologie digitali. Da questo punto di vista occorre ribaltare il quadro legislativo precedente, che – prigioniero della logica di austerity – prevedeva numeri minimi, invece che numeri massimi di alunni nelle classi. Particolare passaggio nefasto per il sovraffollamento delle classi è derivato dall'applicazione dell'articolo 64 del decreto-legge n. 112 del 2008, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 133 del 2008, a firma tra gli altri del Ministro dell'economia e delle finanze Tremonti, che ha incrementato di un punto, nel triennio 2009/2011, il rapporto alunni/docente per classe (dall'8,94 del 2008 al 9,94 del 2021); il decreto del Presidente della Repubblica n. 81 del 2009 ha poi reso esecutivo il piano di razionalizzazione previsto dal citato articolo 64. L'applicazione di tale normativa ha avuto come effetto immediato la perdita di ben 86.931 posti da insegnanti e l'incremento inevitabile del numero degli studenti per classe, fino al raggiungimento degli attuali inaccettabili livelli; detti provvedimenti legislativi si intendono dunque superati e cancellati dal presente disegno di legge. Le scuole secondarie di secondo grado possono oggi comporre classi di trenta studenti e arrivare a trentatré in applicazione della norma che ne prevede un incremento del 10 per cento; si continua, tra l'altro, a non tener conto di quanto previsto dal decreto del Presidente della Repubblica n. 81 del 2009 e dalla normativa vigente sulla prevenzione degli incendi, che stabilisce il rispetto di precisi parametri per consentire l'esodo in caso di emergenza. La riorganizzazione delle classi rende, ovviamente, indispensabile un corposo investimento – qualitativo e quantitativo – nell'edilizia scolastica. Ridurre il numero degli alunni in classe è, dunque, elemento decisivo sul quale intervenire, per garantire qualità della didattica, maggiore coinvolgimento e apprendimento da parte degli studenti, piena integrazione delle ragazze e dei ragazzi con disabilità. Non si tratta, dunque, di accorgimenti (che pure, come abbiamo più volte sostenuto, sarebbero stati necessari) legati a questa o ad altre emergenze. Una relazione didattica e formativa davvero attenta ai processi di crescita, alle difficoltà e al complesso della vita di bambine e bambini e di adolescenti con problematiche crescenti e complesse non è garantita solo da numeri più piccoli, ma è certamente da essi facilitata e incentivata, favorendo, così, interventi concreti e reali contro l'abbandono scolastico. È gravemente indicativo, a questo proposito, che l'ex Presidente del Consiglio dei ministri Mario Draghi, nel motivare il taglio all'istruzione (nell'ultimo Documento di economia e finanza), abbia fatto riferimento al calo demografico; acquisendo come dato di fatto, puramente economico, l'impossibilità di tante coppie giovani a fare figli e ignorando del tutto la possibilità di ripensare, con numeri ridotti nelle classi, la qualità e l'inclusività della didattica. Per quanto concerne gli articoli 2 e 3, occorre ricordare che il tempo pieno (TP), fin dalla sua nascita nel lontano 1970, ha contribuito a far vivere il diritto all'istruzione come uno dei diritti fondamentali di cittadinanza: dall'enunciazione del principio dell'obbligo scolastico all'impegno per il successo formativo.