[pronunce]

n. 23 del 2011 prevede l'intesa, sancita in sede di Conferenza Stato-città ed autonomie locali, e che anche il fondo di riequilibrio di cui all'art. 21 del d.lgs. n. 68 del 2011 prevede il «previo accordo». Le riduzioni dei fondi, previste dalla norma impugnata, invece, ad avviso della ricorrente coinvolgerebbero la Conferenza Stato-città ed autonomie locali solo in un momento successivo, in quello, cioè, delle riduzioni da imputare a ciascuna Provincia. La norma, inoltre, con la generica espressione, «tenendo conto delle analisi della spesa effettuate [...] dalla Conferenza Stato-città ed autonomie locali [...] e recepite con decreto del Ministero dell'Interno», decreto, comunque, emanato entro il 15 ottobre 2012, darebbe luogo ad un intervento sostitutivo dello Stato, al di fuori dai casi previsti dall'art. 8 della legge n. 131 del 2003, e attraverso un mero decreto ministeriale. 3.1.- La ricorrente, dopo aver riportato il contenuto precettivo della disposizione di cui all'art. 16, comma 8, del d.l. citato rileva che essa, intervenendo in materia di dotazione organica degli enti locali, si porrebbe in contrasto con gli artt. 5, 97, 117, secondo comma, lettera p), quarto e sesto comma, con gli artt. 118 e 119 Cost. ed, ancora, con il principio di leale collaborazione. In particolare, essa osserva che la prevista intesa con la Conferenza Stato-città ed autonomie locali si riferirebbe ad una fase meramente esecutiva di disposizioni di dettaglio in cui sono già precisati, in modo vincolante, gli stringenti parametri di virtuosità per la determinazione delle dotazioni organiche degli enti locali. Inoltre, la disposizione, adottando il criterio prioritario del rapporto tra dipendenti e popolazione residente, prescinderebbe dalle funzioni e penalizzerebbe i Comuni più piccoli, al di là di ogni diversa considerazione sulla efficienza e «virtuosità». Sarebbe, pertanto, compromessa l'autonomia regionale e sarebbe leso il principio del più ampio decentramento amministrativo (art. 5 Cost.) e del buon andamento dell'amministrazione (art. 97 Cost.). 4.- Con atto depositato in data 23 novembre 2013, è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che le questioni di legittimità costituzionale siano dichiarate inammissibili o non fondate. Al riguardo, la difesa statale ritiene che le disposizioni contenute nell'art. 16 del d.l. citato siano finalizzate a disciplinare il concorso degli enti territoriali, ai fini della tutela dell'unità economica della Repubblica, alla realizzazione degli obiettivi di finanza pubblica e, inoltre, osserva come le stesse siano qualificate dallo stesso legislatore quali principi fondamentali di coordinamento della finanza pubblica, ai sensi degli artt. 117, terzo comma, e 119, secondo comma, Cost. In tale ambito, il comma 7 dell'art. 16 del d.l. citato dispone la riduzione sia del fondo sperimentale di riequilibrio, sia del fondo perequativo e prevede che le riduzioni da imputare a ciascuna Provincia siano determinate dalla Conferenza Stato-città ed autonomie locali, tenendo conto anche delle analisi delle spese effettuate dal commissario straordinario di cui all'art. 2 del decreto-legge 7 maggio 2012, n. 52 (Disposizioni urgenti per la razionalizzazione della spesa pubblica), convertito, con modificazioni, dall'art. 1, comma 1, della legge 6 luglio 2012, n. 94. Ove la Conferenza non deliberi, le riduzioni saranno operate in proporzione alle spese sostenute per consumi intermedi da ciascun ente. La norma, dunque, ad avviso della difesa dello Stato, è norma eccezionale, finalizzata a fronteggiare una situazione economica di emergenza. Essa si colloca, come le precedenti misure, in un complesso percorso di risanamento della finanza pubblica cui sono chiamati a concorrere tutti i livelli di governo e, quindi, anche gli enti locali, non esistendo alcuna disposizione costituzionale che li esenti da tale partecipazione. L'Avvocatura prosegue osservando come l'urgenza di arginare l'espansione del deficit pubblico, coerentemente con gli impegni assunti dallo Stato in sede europea, si rifletta inevitabilmente sulla finanza locale sulla base di una valutazione comparativa delle esigenze generali che sono riservate al legislatore statale. Nel contesto economico-finanziario attuale, caratterizzato dalla eccezionalità della situazione economica internazionale, la misura del concorso al risanamento imposto alle autonomie territoriali non solo appare ragionevole, ma sicuramente necessaria e, come tale, non rappresenta un vulnus diretto e concreto alla finanza degli enti locali piemontesi. La difesa dello Stato osserva, inoltre, come la disposizione censurata preveda, in ogni caso, il pieno coinvolgimento degli enti territoriali per la determinazione delle modalità di raggiungimento degli obiettivi indicati dal legislatore statale, atteso che le riduzioni da imputare a ciascuna Provincia sono determinate dalla Conferenza Stato-città ed autonomie locali. La circostanza secondo cui, in caso di mancato accordo in sede di Conferenza, le riduzioni sono effettuate con decreto del Ministro dell'economia e delle finanze «in proporzione alle spese sostenute per consumi intermedi desunti dal SIOPE», non sarebbe lesiva delle prerogative degli enti, giacché la norma introduce una modalità di determinazione delle riduzioni, tramite decreto ministeriale, solo in via eventuale e, comunque, subordinata alla mancata conclusione dell'accordo tra le varie autonomie. L'intervento sostitutivo del Governo sarebbe, dunque, dettato oltre che dalla mancata conclusione dell'accordo, anche dall'urgenza imposta dalla situazione emergenziale che non consente di procrastinare a tempo indeterminato le interlocuzioni tra gli enti. Secondo l'Avvocatura, inoltre, il ricorso in esame sarebbe anche inammissibile; a tal riguardo è richiamata la sentenza n. 246 del 2012. Quanto all'art. 16, comma 8, del d.l. citato, la difesa dello Stato rileva come detta disposizione, fermi restando i vincoli concernenti l'assunzione di personale già predisposti dalla legislazione previgente, preveda che il Presidente del Consiglio dei ministri con proprio decreto, emanato di intesa con la Conferenza Stato-città ed autonomie locali, stabilisca i parametri di virtuosità per la determinazione delle dotazioni organiche degli enti locali, tenendo prioritariamente conto del rapporto tra dipendenti e popolazione residente. Al riguardo, rileva come nel ricorso sia affermato che il criterio del rapporto tra popolazione residente e dipendenti penalizzi i piccoli Comuni, così ledendo i principi di cui agli artt. 5 e 97 Cost. Ad avviso dell'Avvocatura l'estrema sinteticità del rilievo mosso alla disposizione impugnata ne determinerebbe la genericità e, quindi, comporterebbe l'inammissibilità della questione di legittimità costituzionale.