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Divieto di allevamento, cattura e uccisione di animali per la produzione di pellicce. Onorevoli Senatori. – Negli ultimi anni è sempre più marcato il dualismo cui sono oggetto gli animali nella nostra società. Da un lato vi sono sempre più attenzione e limitazione di attività ingeneranti sofferenza, dall'altro persiste una forma di sfruttamento finanche arrivando alla loro uccisione, per il soddisfacimento delle più svariate esigenze. In forza dell'evoluzione dei costumi sociali e dei princìpi dell'Unione europea in materia, le attività che comportano l'uccisione ed il maltrattamento di animali devono essere riviste dal legislatore nazionale. In questo quadro, l'attenzione si volge in primis all'attività di uccisione per appropriarsi della loro pelliccia, indubbiamente la più crudele e immotivata. La pelliccia non ha alcuna utilità, non è un prodotto funzionale a scaldare e riparare dal freddo tanto è vero che oggi è prevalentemente commercializzata in forma di guarnizioni a decorazione di capi di abbigliamento e accessori di ogni genere, dalle borse alle calzature. Le pellicce animali provengono per l'85 per cento dalle «fabbriche allevamento» (veri e propri allevamenti intensivi) e per la restante percentuale dalla cattura in natura (nei casi consentiti dalla legislazione nazionale). Negli allevamenti, gli animali sono costretti a sopravvivere quasi immobilizzati, confinati in minuscole gabbie interamente costruite in rete metallica (anche nella pavimentazione su cui sono costretti a stare). Gli animali intrappolati, invece, subiscono il tenore della cattura e l'atroce dolore che li tormenterà sino al momento dell'abbattimento, spesso altrettanto cruento. È cosa nota (documentata da letteratura scientifica) che ogni animale, seppur nato in cattività, necessita di soddisfare le proprie esigenze etologiche. Gli animali rinchiusi negli allevamenti per la produzione di pellicce manifestano comportamenti anormali come l'eccessiva paura, l'infanticidio, le autolesioni da morsicature, stereotipie comportamentali come saltare per diverse ore senza tregua all'interno della gabbia, leccare, graffiare, mordere e scavare la gabbia o inseguire la propria coda in circolo. In Italia l'allevamento di animali per la produzione di pellicce non è mai stato un'attività di particolare rilevanza economica e negli ultimi 40 anni ha registrato un continuo ed inesorabile trend negativo: nel 1988 erano attivi 170 allevamenti con circa 500.000 animali; nel 2003 si sono ridotti a 50, con circa 200.000 animali; nel 2018 sono circa una ventina con una produzione di 100-150.000 animali e dislocati tra Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna. La specie allevata in Italia è il visone. L'allevamento di volpi per la produzione di pellicce non è infatti più praticato dalla fine degli anni Ottanta, mentre l'ultimo allevamento di cincillà ha cessato l'attività nel 2012. Molti Paesi hanno già vietato l'allevamento di animali per la produzione di pellicce, direttamente o per il tramite di forti restrizioni che hanno poi condotto alla naturale dismissione di questa attività: già dal 2000 la Gran Bretagna ha bandito gli allevamenti in quanto ritenuti crudeli; l'Olanda ha vietato l'allevamento delle volpi e dei cincillà (dal 1995) e il 18 dicembre 2012 ha approvato il divieto di allevamento di tutti gli animali per la principale finalità di utilizzare la loro pelliccia (divieto che sarà effettivo dal 2024); a vietare questi allevamenti anche Austria (dal 2004), Belgio (dal 2014 nelle due regioni della Vallonia e di Bruxelles), Danimarca (dal 2009 limitatamente alle volpi, con bando vigente a partire dal 2024), Irlanda del Nord e Scozia (dal 2003), Croazia (dal 2007, con bando vigente dal 2017), Ungheria (dal 2011 per volpi e visoni), Bosnia ed Erzegovina (2009, con bando vigente dal 2018), Serbia (dal 2019), Slovenia (dal 2013), Repubblica di Macedonia (dal 2014), Repubblica Ceca (dal 2019) e più recentemente persino la Norvegia (con effettiva entrata in vigore dal 2024). La Spagna ha vietato l'avvio di nuovi allevamenti di visone in quanto classificato specie aliena invasiva (dal 2015), così come ha fatto anche il Giappone (2006). Svizzera, Svezia e Bulgaria hanno adottato forti restrizioni a tale attività, migliorando gli standard abitativi degli animali «da pelliccia», così come già avvenuto in Germania dal 2011 con l'entrata in vigore (nel 2016) di nuovi standard strutturali e gestionali che hanno comportato sostanziali modifiche degli allevamenti di visoni, come la disponibilità di vasche d'acqua di 3 metri quadrati e della libertà di accesso a più ampi bacini d'acqua, inducendo alla progressiva dismissione di queste attività. È indubbio che l'Italia non possa essere da meno, anche considerato il primato in ambito europeo nell'approvazione della legge n. 189 del 2004 ove, all'articolo 2, è stato disposto il divieto di commercio di pellicce di cani e gatti, con ben cinque anni di anticipo rispetto all'entrata in vigore del bando europeo; come è stato per ciò che concerne la messa al bando dei prodotti derivanti dalla caccia commerciale delle foche. Numerose sono le argomentazioni affinché si arrivi il prima possibile ad un divieto nazionale di tale tipologia di allevamento: – scientifiche, essendo già stati pubblicati numerosi studi attestanti l'incompatibilità della stabulazione delle specie «da pelliccia» con il rispetto dei minimi parametri di benessere animale; – ambientali, poiché l'attività di allevamento (in particolare del visone), oltre a tutto il processo di concia e trasformazione del prodotto pelliccia, ha un significativo impatto sull'ambiente e sul clima; – sociali, grazie a valori sempre più diffusi e radicati nella società occidentale, essendo la maggioranza degli italiani e degli europei più volte espressasi in favore del bando di questa forma di allevamento. Inoltre si segnala come anche il mondo della moda, in quanto interprete della cultura e del cambiamento sociale, vede molte note aziende (italiane e non) rinunciare all'uso di pellicce animali, schierandosi pubblicamente contro tale forma di sfruttamento attraverso le politiche « fur-free » di responsabilità sociale: – politiche, aumentando i Paesi in cui è vietato allevare animali allo scopo di produrre pellicce; – legali, con riferimento all'articolo 544- bis del codice penale, essendo venuto meno il requisito della necessità (la pelliccia animale è infatti oggi facilmente sostituibile con tecnofibre, artificiali o sintetiche, appositamente ingegnerizzate e di alta qualità), con l'evidente conseguenza che l'uccisione di animali per tale finalità andrebbe a costituire una condotta delittuosa e perseguibile a norma del nostro codice penale; – economiche, perché questo allevamento è una componente irrilevante nella zootecnia italiana e non ha alcun reale indotto nell'economia locale o nazionale; – etiche, in quanto la pratica di sfruttare un animale per poi privarlo della vita allo scopo di utilizzare la sua pelliccia lede i diritti dell'animale stesso e costituisce una condotta immorale soprattutto in una società come quella attuale in cui il valore etico del rispetto per gli animali, risulta essere sempre più diffuso e radicato.