[pronunce]

Il giudice a quo muove dalla premessa interpretativa che l'art. 603, comma 3-bis, cod. proc. pen. imponga la rinnovazione dell'istruzione dibattimentale anche nel caso di appello del pubblico ministero contro una sentenza di proscioglimento per motivi attinenti alla valutazione della prova dichiarativa resa in esito a un giudizio abbreviato. Come rileva il giudice a quo, tale premessa interpretativa non è, invero, univocamente imposta dalla lettera della disposizione censurata, che di per sé lascerebbe spazio anche a diverse interpretazioni. Tuttavia, la premessa interpretativa da cui muove il giudice a quo non solo non è implausibile (il che basterebbe ai fini dell'ammissibilità della questione: sentenze n. 51 del 2015 e n. 10 del 2009), ma corrisponde altresì all'interpretazione che della disposizione è stata fornita - sia pure in via di obiter - da una recente sentenza delle Sezioni unite (supra, punto 2.6. ) , nella quale è stato ribadito un principio già enunciato dalle stesse Sezioni unite anteriormente all'entrata in vigore della disposizione censurata (supra, punto 2.4. ). Le questioni ora prospettate devono, dunque, essere vagliate in relazione alla disposizione censurata secondo l'interpretazione fornitane dalla giurisprudenza delle Sezioni unite, interpretazione che deve - allo stato - essere considerata da questa Corte quale diritto vivente. 3.2.- Le questioni sono, d'altra parte, rilevanti nel giudizio a quo, nel quale deve essere decisa l'impugnazione del pubblico ministero avverso una sentenza di assoluzione per motivi attinenti alla prova dichiarativa resa nell'ambito di un giudizio abbreviato, e nel cui ambito dunque sarebbe necessario - in forza della disposizione censurata, così come interpretata dal diritto vivente - disporre la rinnovazione dell'istruzione dibattimentale, mediante l'escussione della persona offesa; ciò che non accadrebbe, invece, laddove venisse accolta la questione di legittimità costituzionale prospettata. 4.- Nel merito, tuttavia, le questioni prospettate non sono fondate. 4.1.- Nessun contrasto può, anzitutto, essere ravvisato tra la disposizione impugnata e il principio della ragionevole durata del processo sancito dall'art. 111, secondo comma, Cost.; principio che il giudice a quo assume essere frustrato dalla necessità di un'attività istruttoria nel contesto di un rito che, perseguendo finalità acceleratorie dei tempi del contenzioso penale, prevede - con il consenso dell'imputato - una decisione resa «allo stato degli atti». Questa Corte ha, infatti, più volte affermato che il principio della ragionevole durata del processo va contemperato con il complesso delle altre garanzie costituzionali, sicché il suo sacrificio non è sindacabile, ove sia frutto di scelte non prive di una valida ratio giustificativa (ex plurimis, sentenza n. 159 del 2014, ordinanze n. 332 e n. 318 del 2008). Da ciò deriva che al principio della ragionevole durata del processo «possono arrecare un vulnus solamente norme procedurali che comportino una dilatazione dei tempi del processo non sorretta da alcuna logica esigenza (sentenza n. 148 del 2005)» (sentenza n. 23 del 2015; nello stesso senso, ex multis, sentenze n. 12 del 2016, n. 63 e n. 56 del 2009, n. 26 del 2007). Ora, la rinnovazione dell'istruttoria dibattimentale imposta dalla disposizione censurata, così come interpretata dal diritto vivente, determina sì una dilatazione dei tempi di trattazione del giudizio di appello, ma non può certo essere ritenuta sfornita di alcuna ratio giustificativa. Come si è poc'anzi dettagliatamente riferito, la giurisprudenza del massimo organo di nomofilachia ha chiarito che la necessità di un contatto diretto del giudice con i testimoni - ritenuto il «metodo di assunzione della prova epistemologicamente più affidabile» - è imposta, anche nell'ambito di un giudizio che nasce come meramente "cartolare", dall'esigenza di far cadere l'«implicito dubbio ragionevole determinato dall'avvenuta adozione di decisioni contrastanti» (Cass. , sez. un., n. 18620 del 2017); dubbio che secondo le Sezioni unite è possibile superare soltanto attraverso la «forza persuasiva superiore» della motivazione del giudice d'appello, fondata per l'appunto sull'ascolto diretto delle testimonianze decisive (Cass. , sez. un., n. 14800 del 2018). Tale puntuale motivazione, della quale questa Corte - che non è chiamata a fornire una propria interpretazione della disposizione censurata, ma unicamente a verificare la compatibilità dell'interpretazione fornitane dal diritto vivente con le superiori norme costituzionali - non può che prendere atto, fornisce idonea ragione giustificativa della dilatazione dei tempi processuali determinata dalla disposizione medesima, ritenuta dalle Sezioni unite della Corte di cassazione necessaria a una piena tutela dell'interesse primario dell'imputato a non essere ingiustamente condannato. Tale interesse, come rilevato dall'Avvocatura generale dello Stato, è del resto - secondo la prospettiva interpretativa accolta dalle Sezioni unite - direttamente connesso tanto all'essenza del principio del "giusto processo" sotteso all'intero art. 111 Cost., quanto alla presunzione di innocenza proclamata dall'art. 27, secondo comma, Cost.; e, nella prospettiva dell'imputato, è certamente poziore rispetto al suo stesso diritto a una sollecita definizione della propria vicenda processuale, fondato per l'appunto sull'art. 111, secondo comma, ultima proposizione, Cost. e sull'art. 6, paragrafo 1, CEDU. 4.2.- Nessun contrasto sussiste poi tra la disposizione censurata e l'art. 111, quinto comma, Cost., a tenore del quale «la legge regola i casi in cui la formazione della prova non avviene in contraddittorio, per consenso dell'imputato o per accertata impossibilità di natura oggettiva o per effetto di provata condotta illecita». Assume il giudice a quo che la rinuncia a difendersi provando, espressa dall'imputato mediante la richiesta di essere giudicato nelle forme del rito abbreviato, non potrebbe ritenersi limitata al solo primo grado di giudizio, attesa l'ampiezza della formulazione della previsione costituzionale in parola. Tale rinuncia - regolata dalla disciplina legislativa del giudizio abbreviato ai sensi dell'art. 111, quinto comma, Cost. - dovrebbe a suo avviso necessariamente valere per l'intera vicenda processuale, anche a fronte del beneficio in termini sanzionatori connesso alla scelta del rito, che continua a essere assicurato all'imputato anche nei gradi successivi del giudizio. L'argomento non trova tuttavia alcun sostegno nel testo della norma costituzionale invocata, che si limita a permettere che la prova possa in casi eccezionali formarsi al di fuori del contraddittorio, in particolare allorché l'imputato vi consenta; ma non prescrive affatto, come invece assume il giudice a quo, che - una volta che l'imputato abbia prestato il proprio consenso a essere giudicato «allo stato degli atti» - una tale modalità di giudizio debba necessariamente valere per ogni fase del processo, compresa quella di appello.