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è esattamente su questo terreno e in questo contesto che la violenza di genere spesso trova spazio e lo trova - ahimè - anche nelle abitudini e nelle azioni dei nostri ragazzi, che già tra i banchi di scuola, in alcuni casi, basano la relazione uomo-donna su un'idea di possesso e di appartenenza, che ancora troppo spesso si traduce in atti di violenza. Pertanto, credo che uno dei compiti che la politica deve svolgere sia proprio intervenire sull'educazione dei nostri ragazzi e, più in generale, degli uomini della nostra società. Per questo è sicuramente utile scrivere buone leggi, ma ancora più utile è educare i nostri ragazzi a vivere una dinamica di relazione sana e rispettosa dell'altro sesso. Allo stesso tempo, alle istituzioni spetta il compito fondamentale di proteggere le donne vittime di violenza: su questo aspetto credo che l'enorme lavoro svolto sui territori dai centri antiviolenza e da una rete di volontari, alla quale ogni giorno dovremmo dire il nostro grazie, andrebbe rafforzato. (Applausi) . Il loro prezioso lavoro deve essere ancor più coordinato con i servizi sociali dei nostri Comuni. Su questo versante - lo dico anche con la lunga esperienza che ho maturato da sindaco - è fondamentale formare gli operatori chiamati ad intervenire di fronte ad una violenza di genere. Sul punto può essere utile lavorare nel prossimo futuro su proposte legislative che permettano maggiore agibilità alla rete dei servizi sociali dei nostri Comuni, strutturando e rafforzando anche i centri che si occupano della rieducazione degli uomini autori di violenza, a cui pure fa riferimento la relazione che stiamo discutendo. Essa, infatti, mette al centro i percorsi trattamentali per gli uomini autori di violenza nelle relazioni affettive di genere e credo sia utile a quest'Assemblea, perché si muove nel solco del percorso indicato dalla Convenzione di Istanbul, che - come sappiamo - si pone l'obiettivo di eliminare ogni forma di violenza di genere, individuando quattro strategie di intervento, le famose quattro P: prevenzione, protezione, perseguimento e politiche integrate. Noi, dentro questo perimetro, dobbiamo continuare a lavorare, perché nel più breve tempo possibile discussioni come quelle che stiamo svolgendo oggi in quest'Aula siano solo un ricordo del quale nessuno dovrà avere nostalgia. (Applausi) . PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Papatheu. Ne ha facoltà. PAPATHEU (FIBP-UDC) . Signor Presidente, colleghi, mi preme ringraziare di vero cuore la presidente Valente e la ministra Bonetti oggi presente, che ci conforta sempre sia con la sua presenza, ma anche con concreti atti e solide realtà. Ringrazio le colleghe tutte che, pur appartenendo a Gruppi politici diversi, hanno sempre lavorato in sintonia nel contraddittorio, che ovviamente ci appartiene per i diversi Gruppi a cui facciamo riferimento. Possiamo dire però, con grande vanto, che tutti i provvedimenti sono stati votati sempre all'unanimità. Ripeto da anni ormai - e vorrei sottolinearlo anche oggi ai colleghi - che è ancora fisso quel dato per cui, all'incirca ogni tre giorni, in Italia una donna viene uccisa. Nel 2020, 116 donne sono state uccise e nel 92 per cento dei casi l'autore del delitto era una persona conosciuta; in quasi il 58 per cento dei casi addirittura il partner o un ex partner . Si tratta di numeri impressionanti, anche se si stenta a credere che l'Italia, tra i Paesi europei, è tra quelli con minor incidenza statistica di questo tipo di reati. Pensate che in Lettonia l'incidenza degli omicidi di donne è dieci volte quella registrata in Italia. È frustrante rilevare che, nonostante negli anni si siano inserite norme di tutela e di prevenzione, come il codice rosso, il numero dei femminicidi appaia stabile e apparentemente incomprensibile, ma la sicurezza delle donne è minacciata anche da altre condotte criminali, prevalentemente agite da uomini. Sono migliaia ogni anno le condanne per maltrattamenti in famiglia, lesioni, percosse, violenze sessuali e atti persecutori e mentre i casi di omicidio difficilmente possono rimanere ignoti, grande è il numero dei reati di violenza nei confronti delle donne che non vengono a conoscenza delle Forze di polizia e della magistratura e che restano un vergognoso segreto di famiglia e, aggiungo, dei vicini e degli insegnanti che ne fanno parte, a mio avviso, come complici, perché non possono non sapere e non capire quanto viene consumato all'interno delle mura domestiche. Non possiamo non interrogarci sulle ragioni di tanta violenza maschile: tradizioni di patriarcato violento e possessivo, bassa scolarizzazione, alcolismo, tossicodipendenze, fragilità psicologica. Tutto ciò rende impossibile l'accettazione del rifiuto, dell'abbandono e può essere forse alla base di questi comportamenti criminali del maschio nei confronti della donna. Lo spazio della sanzione penale però, sia pure necessario, non può essere l'unico terreno sul quale giocare la partita del contrasto alla violenza di genere. Da questo punto di vista preziosa appare la relazione pubblicata dalla Commissione parlamentare di inchiesta sul femminicidio, nonché su ogni forma di violenza di genere, dedicata ai possibili percorsi di trattamento psicologico degli uomini autori di violenza nei confronti di donne alle quali siano o sono stati legati da relazioni affettive. Il lavoro trattamentale sugli uomini responsabili di atti violenti è orientato ad interrompere l' escalation di violenza già dai primi comportamenti spia, sanzionare i reati in modo conforme al principio costituzionale di tendenziale rieducazione del condannato e ancora ridurre l'alto tasso di recidiva. Il ricorso a tali pratiche è ispirato al dettato della Convenzione di Istanbul per la prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne, che impone agli Stati firmatari di istituire o sostenere programmi di trattamento per prevenire la recidiva, in particolare per i reati di natura sessuale. Per quanto riguarda gli interventi legislativi in materia nel nostro Paese, bisogna ricordare l'articolo 5 del decreto-legge n. 93 del 2013, come modificato dalla legge di conversione, che promuove lo sviluppo e l'attivazione in tutto il territorio nazionale di azioni basate su metodologie consolidate e coerenti con le linee guida appositamente predisposte di recupero e di accompagnamento di soggetti responsabili di atti di violenza nelle relazioni affettive, al fine di favorirne il recupero e limitare i casi di recidiva. Lo Stato cessa dunque di esercitare il solo potere punitivo e nei confronti dei responsabili di reati in danno delle donne si impegna a svolgere un'azione positiva, sostanzialmente terapeutica, nella direzione del recupero anche finalizzato ad impedire la reiterazione delle condotte. Questo nuovo orientamento si è concretizzato principalmente nell'articolo 13- bis della legge sull'ordinamento penitenziario, che in relazione ai reati di maltrattamenti in famiglia, atti persecutori e ad una serie di reati sessuali, consente ai condannati detenuti di sottoporsi a un trattamento psicologico con finalità di recupero e sostegno. Tale partecipazione è incentivata dal fatto che essa è condizione per accedere alle misure alternative al carcere previste dall'ordinamento. Il problema è che non tutte le istituzioni carcerarie sono in grado di offrire questo servizio ai detenuti.