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Il secondo tema che invece deve preoccupare veramente tutti, Governo e Parlamenti, è l'utilizzo dei fondi del PNRR. Nel periodo 2014-2021 avevamo un pacchetto, tra nazionale ed europeo, di 71 miliardi, ma ne abbiamo spesi o impegnati meno del 30 per cento, in particolari Regioni. Se tanto mi dà tanto e non troviamo una soluzione, vorrà dire che queste stesse Regioni non saranno in grado di progettare, investire e rendicontare le montagne di finanziamenti in arrivo dall'Europa. Si dice sempre il peccato senza peccatore, credo però che i colleghi deputati e senatori provenienti da tali Regioni dovrebbero farsi carico di aiutare gli amministratori locali a uscire e venire fuori con progetti che non siano da buttare immediatamente nel cestino, ma proficui. Non parlo delle frodi, perché è un altro capitolo, ma volevo segnalare le infrazioni, che potremmo risolvere abbastanza velocemente, e l'utilizzo dei fondi che, per quanto ne so, trovo molto preoccupante. Non so come si possa risolvere, ma certamente molte di queste Regioni, tra cui Basilicata, Campania e Sicilia, vanno aiutate in qualche modo, perché non possiamo trovarci tra qualche mese a dire di non essere stati in grado di utilizzare i fondi e a dover restituire i soldi. È una mala politica non solo di quelle Regioni, ma anche a livello nazionale. Servono interventi decisi, forse radicali, ma non possiamo lasciar passare il tempo, un giorno dopo l'altro, senza mettere mano alla questione. La 14 a Commissione aveva già avuto un oggetto dedicato di discussione; non è stato concluso il lavoro per quanto riguarda i fondi strutturali, però nel frattempo è arrivata l'altra possibilità, che, se tanto mi dà tanto, lasceremo scappare, così come abbiamo fatto con i fondi strutturali, che peraltro erano molto minori; figuratevi, se la cifra è più alta, cosa mai riusciremo a fare. Presidenza del vice presidente TAVERNA (ore 16,29) ( Segue BONINO). Non voglio ripetere i punti della relazione del Presidente, ma è chiaro che dovrebbe interessare una discussione sull'Europa non solo la legge europea, ma in prospettiva cosa può venirne fuori. È però una situazione difficile da prevedere, con la Merkel in uscita e Macron in campagna elettorale. Oggi è un po' difficile riuscire ad avere bocce ferme. Noi stessi non sappiamo bene cosa accadrà a febbraio. Ho però la preoccupazione che, mentre siamo distratti da altro, seppure importante, si sfilacci anche questa tenuta europea, che rappresenta la nostra unica arma di salvezza. (Applausi) . PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Binetti. Ne ha facoltà. BINETTI (FIBP-UDC) . Signor Presidente, onorevoli membri del Governo e colleghi, la legge europea è sempre molto complessa: se ne potrebbero estrapolare tanti punti di osservazione, perché in qualche modo abbraccia tutti i campi della normativa. Vorrei concentrarmi in questo momento su tre aspetti particolari, il primo dei quali riguarda proprio il disegno di Unione europea che abbiamo in mente. Mi riferisco al passaggio che abbiamo più volte evocato, per cui da un'Europa strettamente legata a interessi commerciali ed economici, peraltro fondamentali, si possa passare a concentrare il proprio sguardo sull'Europa delle persone, in questo caso concreto sulla mobilizzazione delle persone al suo interno, come portatrici di competenza, di cultura e di profili di professionalità sufficientemente alti da garantire loro la possibilità di spostarsi dove si trovano non soltanto il lavoro che sono in grado di fare o che vorrebbero fare, ma la possibilità di costruire profili anche di ricerca e d'innovazione che dovrebbero fare dell'Europa il continente guida rispetto all'evoluzione a cui assistiamo. Tali situazioni stanno attraversando gli Stati Uniti, la Cina, l'Oriente e l'Occidente, per non dimenticare mai il continente africano, con tutti i suoi problemi. L'Europa dei diritti dovrebbe essere anche davvero quella della libertà, quindi il continente che permette ai suoi professionisti di muoversi con grande facilità. Tutto questo non succede sempre e mi ha colpito molto il passaggio del disegno di legge in cui ci si riferisce a un segmento molto particolare del profilo della formazione, che è quello dei tirocini. Sappiamo perfettamente che il tirocinio è quel terreno di mezzo che spesso separa lo studio teorico dall'entrata reale e concreta nel mondo del lavoro. In facoltà scientifiche, come potrebbe essere quella di medicina - per citarne solo una tra le tante - il tirocinio è il momento del passaggio all'applicazione concreta delle idee a situazioni concrete. Mi auguro con tutto il cuore che domani mattina voteremo in sede deliberante il disegno di legge sulle malattie rare e devo dire che oggi non sarebbe possibile immaginare una legge del genere senza avere una prospettiva di tipo europeo, proprio perché la rarità del malato impone un'osservazione su un territorio più ampio e articolato. Per fare questo, però, abbiamo bisogno di immaginare una mobilizzazione dei giovani medici, degli infermieri, dei ricercatori e degli scienziati, perché si spostino là dove ci sono i centri d'eccellenza e di riferimento. Questa possibilità va fortemente implementata. Tante volte si è detto che l'Unione europea è stata costruita in gran parte, dal punto di vista ideale e valoriale, dalla generazione dell'Erasmus, cioè da quella parte dei giovani europei che durante gli anni universitari ha avuto l'opportunità di seguire i propri studi muovendosi attraverso i diversi centri universitari. Credo che possiamo fare un passo avanti in più e spingerci oltre, andando verso quella prossimità al lavoro di professionalità che è là dove poi di fatto maturano anche i risultati più interessanti e più brillanti nella ricerca. Al riguardo desidero poi citare un articolo del disegno di legge europea che in questo momento mi sembra particolarmente interessante. Mi riferisco a quello che, riguardando la ricerca scientifica, prende in esame, ragiona e riflette sul modello sperimentale per il quale si usa quello animale. Sappiamo che pochi giorni fa molti dei nostri colleghi sono davvero andati incontro a una grossa delusione, perché non c'è stato quell'impatto in termini di attenzione forte nei confronti e nel rispetto del mondo animale (ci si riferiva in quel momento agli incendi boschivi e quindi anche ad altri problemi). Tuttavia, sappiamo anche che la normativa italiana in termini di ricerca scientifica, per quanto riguarda il ricorso al modello animale, ancora riflette, da un lato, una grande sensibilità, ma, dall'altro, anche non pochi pregiudizi. Eppure il disegno di legge europea che stiamo per votare afferma con molta chiarezza quanto sia importante per noi assumere una posizione analoga a quella degli altri Paesi europei, perché non esiste ricerca che non sia europea e multicentrica e per la quale non siano previsti criteri condivisi e analoghi. In questo caso specifico, si dice che l'Italia corre il rischio di essere davvero tagliata fuori da questo pezzo di mondo, se insiste con una normativa molto più rigida rispetto a quella degli altri Paesi. I criteri etici che riguardano la ricerca con il modello animale sono molto noti, a tutti: si deve utilizzare il minor numero possibile di animali; evitare in ogni modo il loro dolore e la loro sofferenza; avere un progetto di ricerca degno della sperimentazione che si sta facendo.