[pronunce]

Un ulteriore profilo di irragionevolezza sarebbe individuabile nel fatto che la norma impugnata renderebbe «improvvisamente e irragionevolmente privi di causa» non solo i provvedimenti autorizzatori già rilasciati, ma anche le sanzioni già irrogate per illeciti paesaggistici, in contrasto, quindi, con gli artt. 3 e 97 Cost. 1.1.2.6.- Il Presidente del Consiglio dei ministri stigmatizza, poi, il «manifesto effetto premiale» che la norma impugnata avrebbe nei confronti delle domande finalizzate al rilascio del provvedimento di condono per abusi realizzati prima dell'apposizione del vincolo paesaggistico del 1989. La previsione normativa in esame consentirebbe, infatti, l'accoglimento di queste domande senza la necessità di acquisire il parere dell'amministrazione preposta alla tutela del paesaggio. Ancora più grave sarebbe poi l'effetto nei confronti delle edificazioni eseguite dopo l'imposizione del vincolo del 1989, atteso che, per tali edificazioni, non sarebbe stato possibile, in base a quanto disposto dall'art. 32, comma 27, lettera d), del d.l. n. 269 del 2003, come convertito, neppure astrattamente accedere al condono edilizio del 2004. Di qui la violazione della competenza legislativa esclusiva dello Stato in materia di ordinamento penale, di cui all'art. 117, secondo comma, lettera l), Cost., nonché di quelle in materia di determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni (art. 117, secondo comma, lettera m, Cost.) e di tutela del paesaggio nell'ambito delle procedure di condono edilizio (art. 117, secondo comma, lettera s, Cost.), quest'ultima, «in concreto esercitata» mediante la legge n. 47 del 1985 e l'art. 32 del d.l. n. 269 del 2003, come convertito. 1.1.2.7.- Inoltre, l'abolizione del vincolo farebbe venir meno in radice gli abusi paesaggistici non sanabili ai sensi degli artt. 167 e 181 cod. beni culturali. In proposito, il ricorrente sottolinea che la valutazione della compatibilità paesaggistica delle opere eseguite in assenza di autorizzazione paesaggistica è consentita nei soli casi tassativamente indicati dall'art. 167, comma 4, del medesimo codice. Pertanto, le disposizioni regionali che incidono sul trattamento sanzionatorio degli illeciti paesaggistici, anche sul piano amministrativo, violerebbero la competenza legislativa esclusiva dello Stato in materia di ordinamento penale, di cui all'art. 117, secondo comma, lettera l), Cost., nonché quelle in materia di determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni (art. 117, secondo comma, lettera m, Cost.) e di tutela del paesaggio (art. 117, secondo comma, lettera s, Cost.) in relazione agli artt. 167 e 181 cod. beni culturali, da considerare come parametri interposti. 1.1.2.8.- Da ultimo, l'art. 2 della legge reg. Abruzzo n. 14 del 2021 violerebbe il principio costituzionale di leale collaborazione, in quanto la previsione ivi contenuta costituirebbe il frutto di una scelta assunta unilateralmente dalla Regione, al di fuori del percorso condiviso con lo Stato, trasfuso nell'intesa sottoscritta nel 2009 e che ha condotto al disciplinare aggiornato, sottoscritto in data 8 giugno 2016. In particolare, il ricorrente stigmatizza il fatto che la Regione Abruzzo ha ridotto i confini del parco naturale regionale Sirente Velino nelle more dell'approvazione del piano paesaggistico oggetto di accordo con il Ministero della cultura. 1.2.- Il Presidente del Consiglio dei ministri ha, altresì, impugnato l'art. 3 della legge reg. Abruzzo n. 14 del 2021, che, sostituendo i commi da 2 a 26 dell'art. 3 della legge reg. Abruzzo n. 42 del 2011, reca una nuova disciplina degli organi dell'ente parco, per violazione dell'art. 117, secondo comma, lettera s), Cost., in relazione agli artt. 22, comma 1, lettera c), 23 e 24, comma 1, della legge n. 394 del 1991. In particolare, sarebbe violato l'art. 24, comma 1, della legge n. 394 del 1991, che rimette allo statuto di ciascun parco regionale il compito di prevedere «una differenziata forma organizzativa, indicando i criteri per la composizione del consiglio direttivo, la designazione del presidente e del direttore, i poteri del consiglio, del presidente e del direttore, la composizione e i poteri del collegio dei revisori dei conti e degli organi di consulenza tecnica e scientifica, le modalità di convocazione e di funzionamento degli organi statutari, la costituzione della comunità del parco». La norma regionale impugnata finirebbe invece con l'assorbire in larga parte i contenuti dello statuto del parco, stabilendo direttamente i criteri per la composizione degli organi del parco, nonché i relativi poteri, e determinando così una sostanziale e indebita spoliazione delle potestà regolamentari della comunità locale da parte del legislatore regionale. Ne discenderebbe l'inosservanza dei principi fondamentali in tema di disciplina delle aree naturali protette regionali e, in particolare, di quelli che prescrivono la partecipazione degli enti locali interessati (art. 22, comma 1, lettera c, della legge n. 394 del 1991) e l'acquisizione del «parere della Comunità del parco» (art. 9, comma 8-bis, della medesima legge) nel procedimento di formazione dello statuto dell'ente parco. La norma impugnata conterrebbe, invece, una «disciplina uniforme», in quanto tale non idonea ad adattarsi alle specificità dell'area del parco, con conseguente compromissione dello standard minimo di tutela dell'ambiente prescritto dal legislatore statale ai sensi dell'art. 117, secondo comma, lettera s), Cost. (sono richiamate, tra le altre, le sentenze di questa Corte n. 134 del 2020 e n. 282 del 2000). Il mancato coinvolgimento degli enti locali costituirebbe, quindi, «un vizio della fase procedimentale», che inficerebbe la validità della legge provvedimento con cui essa è stata conclusa. Al riguardo, la difesa statale sottolinea come la disciplina delle aree protette rientri nella competenza legislativa esclusiva dello Stato in materia di tutela dell'ambiente ex art. 117, secondo comma, lettera s), Cost. e sia contenuta nella legge n. 394 del 1991, recante, altresì, i principi fondamentali per la disciplina delle aree naturali protette regionali, ai quali le regioni sono chiamate ad adeguarsi. Pertanto, il legislatore regionale, in ambito di aree protette e nelle materie di sua competenza, potrebbe soltanto determinare maggiori livelli di tutela, ma non derogare alla legislazione statale (sono citate le sentenze di questa Corte n. 44 del 2011, n. 193 del 2010, n. 61 del 2009 e n. 232 del 2008). 1.3.- Sono, da ultimo, impugnati i commi 2, lettera c), e 3 dell'art. 8 della legge reg. Abruzzo n. 14 del 2021 (recte: l'art. 8 della legge reg.