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A proposito dell'idea rieducativa inoltre ci si dovrebbe ormai rendere conto che essa non rappresenta un'inutile utopia poiché, al contrario, quanto più il trattamento del condannato sortisce esiti positivi tanto più se ne guadagna, sul piano dell'efficacia, in termini di riduzione del tasso di recidiva, con effetto determinante non solo sul piano della prevenzione speciale ma anche, soprattutto, sul piano della prevenzione generale, a causa della consequenziale diminuzione del numero di reati. In secondo luogo lo scopo è quello di diminuire il grave sovraffollamento che caratterizza oggi il sistema carcerario italiano, con tutte le conseguenze che esso comporta sulla vita e sui diritti dei detenuti, sulle condizioni di chi lavora negli istituti penitenziari, sulla sicurezza delle carceri, nonché sulla realtà della pena detentiva che -- anche a causa del sovraffollamento -- rischia di perdere le sue ancorché limitate finalità rieducative. In terzo luogo lo scopo è quello di superare il meccanismo cosiddetto «in due battute», che attualmente caratterizza le misure alternative, con il giudice chiamato a decidere sulla colpevolezza dell'imputato che pronuncia una sentenza di condanna applicando la pena reclusiva e, solo successivamente, il magistrato di sorveglianza che applica eventualmente, se ne ricorrono i presupposti, la misura alternativa. In questa situazione le risposte da parte della magistratura di sorveglianza alle richieste di benefici, sia per la mole di lavoro da sopportare, sia per i ritardi con cui pervengono le relazioni trattamentali, non sono tempestive, incidendo pesantemente sui diritti dei detenuti. Tale situazione non è stata infatti completamente superata dalla legge Simeone. Se infatti da un lato il meccanismo di sospensione dell'esecuzione della pena fino alla pronuncia sulla concessione della misura rappresenta una forma di garanzia per il soggetto condannato, da un altro lato, questo stesso meccanismo fa sì che, nonostante tale sospensione, la concessione della misura alternativa non sia automatica, bensì rimessa alla richiesta del condannato e subordinata, in ogni caso, al parere favorevole del tribunale di sorveglianza sulla condotta del condannato dopo la commissione del reato. Lo stesso termine di quarantacinque giorni fissato per la decisione della magistratura di sorveglianza sull'istanza di concessione della pena alternativa (comma 6 dell'articolo 656 del codice di procedura penale) non è perentorio, con la conseguenza che normalmente i tribunali di sorveglianza impiegano molto più tempo per pronunciarsi (il tribunale di sorveglianza di Firenze, per esempio, si pronuncia dopo circa tre mesi). In quarto luogo lo scopo è quello di superare le numerose difficoltà nella concessione della misura alternativa oggi esistenti quali, ad esempio, quelle relative alla concessione in favore di soggetti senza fissa dimora, spesso costituiti da immigrati. Poiché infatti, in base a quanto dispone l'articolo 656 del codice di procedura penale, la consegna dell'ordine di esecuzione e del decreto di sospensione della pena viene considerata da eseguirsi a mani proprie, la loro irreperibilità sospende l'esecuzione sine die e il termine di trenta giorni rimane paralizzato. Inoltre, più in generale, lo scopo è quella di superare la disponibilità creata dalla legge Simeone tra soggetti liberi e detenuti: la procedura prevista dall'articolo 656 del codice di procedura penale, come modificato dalla legge Simeone, infatti, si applica esclusivamente a coloro che si trovano, nel momento dell'emissione dell'ordine di esecuzione, nello stato di libertà, quindi i soggetti detenuti che hanno diritto alla concessione della misura alternativa continuano la detenzione fino all'eventuale pronuncia di accoglimento del tribunale. Vi è poi il comma 4 dell'articolo 47 della citata legge n. 354 del 1975 sull'ordinamento penitenziario (relativo all'affidamento in prova al servizio sociale, ma applicabile per espresso richiamo degli articoli 47- ter e 50 alla detenzione domiciliare e alla semilibertà) che prevede un'ipotesi di sospensione dell'esecuzione da parte del magistrato di sorveglianza con riferimento ai soggetti detenuti: anche in tale caso però la sospensione non è automatica e, anche per questa ragione, è applicata raramente a causa dei difficili requisiti a cui è subordinata. Il magistrato di sorveglianza competente, cui l'istanza deve essere rivolta, può infatti sospendere l'esecuzione della pena e ordinare la liberazione del condannato solo quando sono offerte concrete indicazioni in ordine alla sussistenza dei presupposti per l'ammissione all'affidamento in prova, al grave pregiudizio derivante dalla protrazione dello stato di detenzione (grave pregiudizio legato non solo allo stato di salute ma anche a prospettive occupazionali, di studio o affettivo-familiari) e al fatto che non vi sia pericolo di fuga. Ciò significa che qualora in mancanza di tali presupposti il magistrato rigetti la richiesta, all'interessato rimane come unica strada solo quella di attendere la decisione del tribunale di sorveglianza. Se anche questa sarà negativa, riprenderà l'esecuzione della pena. In quinto luogo lo scopo è quello di portare a termine il processo iniziato dal decreto legislativo n. 274 del 2000 (recante disposizioni sulla competenza penale del giudice di pace). Tale normativa ha attribuito la competenza penale al giudice di pace per alcuni reati quali ad esempio furto punibile a querela di parte, minacce, ingiurie, diffamazioni, percosse, danneggiamenti, appropriazioni indebite e lesioni colpose, prevedendo che, per tali reati, il giudice di pace non può comminare pene detentive, ma solo pecuniarie (che non possono superare i 5 milioni di vecchie lire) o, nel caso di particolare gravità e recidiva, di sanzioni alternative quali la prestazione di attività non retribuite in favore della collettività o altre forme di lavoro sostitutivo. La presente proposta prevede, invece, che non solo i reati di competenza del giudice di pace ma tutti i reati per i quali attualmente è prevista la pena detentiva non superiore a tre anni siano puniti con la pena dell'affidamento al servizio sociale, la quale peraltro, dal punto di vista contenutistico, non è altro che il lavoro sostitutivo previsto dal citato decreto legislativo n. 274 del 2000. Si potrà infine recuperare l'originale funzione del magistrato di sorveglianza in carcere, che a causa delle misure alternative è pericolosamente mutata da garante della legalità nel carcere a giudice terzo rispetto alla concessione o meno dei benefici penitenziari e delle misure alternative. Il lavoro giurisdizionale relativo alla concessione o meno dei benefici penitenziari e delle misure alternative infatti ha assorbito il magistrato di sorveglianza in misura tale che lo stesso non ha avuto più tempo per essere presente all'interno del carcere per contribuire alla realizzazione, anche all'interno degli istituti penitenziari, del principio di rieducazione previsto dall'articolo 27, terzo comma, della Costituzione e alla trasformazione dell'attuale reclusione in carcere in una pena non solo dallo scopo meramente repressivo o di prevenzione generale speciale, ma anch'essa finalizzata al recupero sociale del condannato.. Art. 1. 1. Al codice penale sono apportate le seguenti modificazioni: a) dopo il numero 3) del primo comma dell'articolo 17 è inserito il seguente: «3- bis. l'affidamento al servizio sociale»;