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Disposizioni a sostegno dell'impresa sociale. Onorevoli Senatori. -- Il presente disegno di legge propone modifiche al decreto legislativo n. 155 del 2006, che definisce e norma l'impresa sociale. L'Italia è stata il primo Paese europeo a sviluppare l'idea dell'impresa sociale e a riconoscerla nel 1991 con la legge sulla cooperazione sociale. Oggi è il Paese che conta uno dei settori di imprese sociali più consolidato, con oltre 12.000 cooperative sociali, che forniscono oltre la metà dei servizi di welfare e occupano oltre 400.000 lavoratori, tra cui almeno 30.000 svantaggiati. Nella convinzione che fosse necessario favorire ulteriormente lo sviluppo di queste forme imprenditoriali e che a questo fine fosse necessario sia prevedere la possibilità di costituire imprese sociali anche in forma diversa da quella cooperativa, sia consentire alle stesse di operare anche in attività diverse dall'erogazione di servizi sociali, socio-sanitari ed educativi a cui erano vincolate le cooperative sociali, il Parlamento nel 2005 ha approvato la legge delega sull'impresa sociale (legge 13 giugno 2005, n. 118) a cui nel 2006 è seguito il decreto legislativo 24 marzo 2006, n. 155. Il successo di questa nuova normativa è stato limitato: ad oggi si contano in Italia poco più di 600 imprese sociali, ed è opinione diffusa che una seconda, possibile esplosione, dopo quella delle cooperative sociali, non si è determinata a causa del modo in cui l'impresa sociale è stata normata dalla legge n. 118 del 2005 e dal decreto legislativo n. 155 del 2006. L'analisi della realtà consente infatti di affermare che, se da una parte il fenomeno dell'impresa sociale ha continuato a mantenersi dinamico in tutti questi anni, i limiti della legge hanno probabilmente determinato un crescita inferiore a quella potenziale. Infatti coloro che dopo il 2005 hanno creato imprese sociali hanno continuato a privilegiare la forma della cooperazione sociale: delle oltre 12.000 cooperative sociali attive nel 2011, ben 5.797 sono state fondate dopo il 2005. Non si è verificata invece l'attesa trasformazione in imprese sociali delle associazioni, delle fondazioni, degli enti religiosi e di tutte le altre realtà non profit che già operano come vere e proprie imprese sociali. A fronte di una normativa un po’ troppo timida nell'approccio ad alcune questioni cruciali, hanno preferito mantenere il proprio assetto tradizionale. Ad un'analisi non superficiale le ragioni di questa mancata evoluzione risultano, al confronto dell'esperienza della cooperazione sociale, più di una: 1) la maggior visibilità e semplicità della forma della cooperazione sociale, soprattutto nella gestione di servizi a bassa complessità; 2) i tempi lunghi impiegati per il completamento dell' iter legislativo della legge n. 118 del 2005: l'ultimo decreto attuativo è stato pubblicato a fine 2010; 3) il fatto che la legge cosi come congegnata presenta effettivamente almeno quattro limiti: 1) lascia la libertà all'organizzazione non profit (essenzialmente quelle del libro primo del codice civile) di trasformarsi o meno in imprese sociali, fatto del tutto anomalo nell'ordinamento giuridico italiano, per il quale il fatto di essere o meno impresa non è generalmente opinabile; 2) impedisce a enti pubblici e soggetti for-profit di partecipare, benché in minoranza, nella governance delle imprese sociali a cui aderiscono; 3) non definisce un chiaro e coerente trattamento fiscale, generando una discriminazione di fatto rispetto alle altre organizzazioni non profit ; 4) impone un vincolo totale alla distribuzione di utili che rende più difficile il reperimento di capitale di rischio. Su quest'ultimo punto è utile sottolineare che si tratta di uno dei limiti e non dell'unico o più importante. Inoltre, la legge rende inutilmente complesso e costoso, richiedendo di fatto modifiche statutarie, l'assunzione da parte delle cooperative sociali dello status di impresa sociale. Se l’evidenza di questi limiti giustificherebbe da sola l'esigenza di intervenire con modifiche mirate sul testo del decreto legislativo n. 155 del 2006, l'interesse recentemente manifestato dall'Unione europea per l'impresa sociale e sulla sua rilevanza nel rigenerare il modello di welfare europeo conferisce a questa esigenza un carattere di urgenza. Nell'ottobre del 2011, infatti, la Commissione europea ha approvato la Social Business Initiative , dove riconosce e definisce l'impresa sociale e individua una serie di misure di sostegno tra cui in particolare la possibilità di promuoverne lo sviluppo attraverso i fondi strutturali, l'allentamento dei vincoli al sostegno pubblico e la costituzione di appositi fondi per il finanziamento al capitale di rischio. Benché sia la legge sulla cooperazione sociale sia quella sull'impresa sociale rispettino in pieno la definizione europea (si può anzi sostenere che si ispiri a queste due leggi), questa iniziativa della Commissione ci sollecita a mettere la nostra legislazione in grado di funzionare nel modo migliore, al fine di non perdere significative opportunità per potenziare l'offerta di servizi alla persona e alla comunità e favorire la crescita. Da qui la necessità di intervenire a modifica del decreto legislativo n. 155 del 2006 in modo da superarne i limiti sopraindicati. L'esperienza di questi anni e, in particolare, l'indubbio successo della legge sulla cooperazione sociale suggerisce di operare le modifiche necessarie seguendo due linee di intervento: quella della massima semplicità e quella della omogeneizzazione dei vincoli e dei vantaggi. La semplificazione ha come obiettivo di facilitare la creazione e la gestione delle imprese sociali qualsiasi sia la forma giuridica scelta. L'omogeneità di vincoli e vantaggi serve invece a far sì che la forma giuridica scelta sia quella più coerente con il tipo di attività svolta e non vi siano diverse convenienze tra le varie forme di esercizio dell'impresa sociale. È così possibile individuare i pochi, ma risolutivi interventi necessari per rendere la legislazione sull'impresa sociale pienamente operativa: a) rendere non facoltativa, ma obbligatoria l'assunzione dello status di impresa sociale per tutte le organizzazione che ne abbiano le caratteristiche; b) introdurre per tutte le imprese sociali costituite in forma di società, la possibilità di rimunerare il capitale, seppur in misura limitata e non speculativa e quindi mantenendo un vincolo totale sul patrimonio, come già oggi è possibile per le cooperative sociali. Si tratta di una formula che oltre ad aver dimostrato di funzionare consente in caso di necessità di attrarre capitale di rischio salvaguardando la natura sociale dell'impresa; c) riconoscere le cooperative sociali come imprese sociali di diritto senza inutili modifiche statutarie o modifiche nella denominazione; d) riconoscere la natura di ONLUS di diritto, ed il conseguente regime fiscale a tutte le imprese sociali qualsiasi sia la forma giuridica adottata; e) semplificare le modalità di formazione e presentazione del bilancio sociale, pur mantenendone l'obbligatorietà. Nel merito, l'articolo unico del presente disegno di legge reca una serie di modificazioni al decreto legislativo n. 155 del 2006.