[pronunce]

A conforto del rilievo, la parte richiama numerosi precedenti di questa Corte e della Corte di cassazione, nonché di giudici amministrativi e contabili, sul principio di irretroattività della legge e sul principio tempus regit actum in materia processuale, anche penale. In ordine alla “incompatibilità-decadenza”, osserva, in particolare, che essa sarebbe sorta, nella fattispecie, all'atto della proclamazione dell'eletto, maturando definitivamente nel giugno del 1999, e che la sentenza che si pronunci in merito avrebbe natura dichiarativa con effetti ex tunc, sicché la disciplina applicabile sarebbe la legge n. 154 del 1981 in vigore nel 1999, epoca dell'elezione, e non il testo unico dell'agosto 2000 sopravvenuto, ancorché un anno prima dell'introduzione del giudizio elettorale. Qualora, invece, si dovesse ritenere superabile il principio tempus regit actum, e così applicabile la disciplina del d.lgs. n. 267 del 2000, in via subordinata chiede che tale decreto sia dichiarato costituzionalmente illegittimo, per eccesso di delega, per aver abrogato la disposizione di cui all'art. 8 della legge n. 154 del 1981. 3. - Si è altresì costituito Franco Rusticali, Sindaco eletto del Comune di Forlì, resistente nel giudizio a quo, chiedendo che la questione sia dichiarata manifestamente inammissibile o, comunque, manifestamente infondata. Dopo avere eccepito vizi nell'instaurazione del contraddittorio nella riassunzione del giudizio dopo la pronuncia di questa Corte, ed avere insistito nell'eccezione di tardività della proposizione dell'azione popolare, in ordine alla quale il remittente non avrebbe correttamente motivato con l'ordinanza in esame, la parte illustra i motivi in forza dei quali le questioni sollevate sarebbero infondate. La prima questione, avente ad oggetto le disposizioni del testo unico n. 267 del 2000 che da un lato hanno abrogato la legge n. 154 del 1981, e dall'altro non hanno contemplato la causa di incompatibilità da esso già prevista all'art. 8, n. 2, sarebbe infondata, in quanto già al momento del conferimento della delega legislativa, racchiusa nell'art. 31 della legge n. 265 del 1999, in forza della riforma del servizio sanitario nazionale introdotta dal d.lgs. n. 502 del 1992, tale causa di incompatibilità sarebbe già stata cancellata dall'ordinamento giuridico vigente, sicché nessuna violazione dell'art. 76 della Costituzione avrebbe commesso il legislatore delegato, che si sarebbe limitato a recepire l'effettivo quadro normativo a quel momento esistente. L'art. 8, n. 2, della legge n. 154 del 1981, coevo alla riforma sanitaria del 1978 - che aveva soppresso l'autonomia dei singoli ospedali, istituendo le unità sanitarie locali, le quali, “pur provviste di soggettività giuridica”, erano tuttavia incardinate nell'ente comunale - aveva disposto che “i dipendenti delle USL nonché i professionisti con esse convenzionate non potessero ricoprire” le cariche di “sindaco o assessore del comune il cui territorio coincide con il territorio” dell'USL “da cui dipendono o lo ricomprende o con cui sono convenzionati”. Ma con la successiva riforma dell'ordinamento sanitario, ad opera del citato d.lgs. n. 502 del 1992, e poi anche del d.lgs. 19 giugno 1999, n. 229, era venuto meno l'incardinamento del soggetto sanitario - ora trasformato in azienda, con personalità giuridica pubblica e autonomia imprenditoriale - nell'ambito del comune, essendo state poste le nuove aziende nell'ambito e sotto il controllo della Regione. Caduto quindi il presupposto logico dell'insorgere di situazioni di potenziale conflitto di interessi in ragione dell'esercizio del potere latamente gestorio di quella medesima USL da parte del Comune, la causa di incompatibilità in esame - costituente, come tutte le limitazioni dell'elettorato passivo, eccezione rispetto alla regola posta dall'art. 51 della Costituzione - non sarebbe stata più attuale, essendo stata di fatto abrogata dalla norma che tale rapporto di dipendenza aveva scisso. A ciò si aggiunga che, essendo stato regolato il rapporto di lavoro dei dipendenti del Servizio sanitario nazionale. dal d.lgs. 3 febbraio 1993, n. 29 (artt. 1 e 26), anche il regime di incompatibilità del personale USL rientrerebbe nella disciplina dell'art. 58 dello stesso decreto (cfr. il richiamo, operato dal comma 1, all'art. 4, comma 7, della legge delega 30 dicembre 1991, n. 412). In ordine al primo profilo della seconda questione di legittimità costituzionale, avente ad oggetto la mancata previsione, tra le figure ritenute incompatibili con la carica elettorale nel comune, di quella del primario ospedaliero, non sarebbe dato ravvisare, secondo la parte, nessuna violazione dell'art. 3 della Costituzione. La distinzione, operata dal t.u. del 2000, del livello latamente politico-gestorio nell'ambito del mondo sanitario [art. 66: direttore generale, direttore amministrativo e direttore sanitario delle aziende sanitarie locali ed ospedaliere], da quello più propriamente tecnico professionale, avrebbe costituito da parte del legislatore un'operazione di per sé logica, sfuggente ad ogni possibile censura, essendo state individuate le cause ostative dell'elettorato passivo - nel rispetto del principio fissato dall'art. 51 della Costituzione, che le vuole confinate nei limiti più ristretti possibili - solo nei confronti delle figure sanitarie che partecipano al livello politico delle aziende USL, tra le quali non sarebbe compreso il primario ospedaliero, cui spettano compiti ed attribuzioni di ordine tecnico professionale che non toccano la politica sanitaria dell'azienda. In presenza, quindi, di situazioni totalmente diverse, non sarebbe ravvisabile alcuna disparità di trattamento. Quanto all'altro profilo della seconda questione, nel quale si lamentano le interferenze con l'imparzialità e il buon andamento della pubblica amministrazione, in violazione dell'art. 97 della Costituzione, per le funzioni di controllo e di indirizzo del comune nei confronti delle nuove ASL, che evidenzierebbero una “immanente possibilità di conflitto di interessi tra sindaco e componente della struttura sanitaria”, sarebbe anch'esso inammissibile ovvero infondato. Il sindaco, infatti, osserva la difesa della parte, non eserciterebbe alcun potere di controllo e di gestione della politica sanitaria tale da porlo in situazione di conflitto con la attività professionale, svolta nella specie, di primario ospedaliero. Nel caso in esame, il deducente afferma di essere stato, in ragione del suo mandato elettivo, componente ex lege della sola Conferenza sanitaria territoriale - mentre la conferenza dei sindaci di cui fa parola l'ordinanza di rimessione risulterebbe essere stata da tempo soppressa -, che svolge funzione consultiva in materia sanitaria.