[pronunce]

che, difatti, tanto dal testo dell'art. 126-bis, comma 2, del codice della strada – considerato sia «il suo tenore letterale», che «la sua chiara ratio giustificatrice, rappresentata dall'obiettivo di individuare e quindi sanzionare il trasgressore della violazione» – emerge, secondo la giurisprudenza di legittimità, che l'obbligo in parola può considerarsi assolto soltanto con la comunicazione completa delle informazioni richieste, essendo, per contro, «del tutto priva di pregio» l'argomentazione secondo cui il proprietario avrebbe «comunque ottemperato all'obbligo di comunicazione mediante la dichiarazione di non essere in grado di indicare i dati del conducente» (Corte di cassazione, sezione II civile, n. 10786 del 31 gennaio 2008); che su tali basi, quindi, il remittente assume un primo profilo di illegittimità costituzionale, «per quanto riguarda la rigida interpretazione della scriminante del “giustificato e documentato motivo”, secondo la Cassazione mai sussistente»; che il giudice a quo ipotizza, poi, un secondo profilo di illegittimità della disposizione censurata, derivante dal fatto che la stessa – avuto riguardo, ancora una volta, tanto alla sua formulazione letterale, quanto all'interpretazione offerta dalla giurisprudenza di legittimità – prevede che l'omessa comunicazione dei dati personali e della patente del conducente sia sanzionata prima della (e a prescindere dalla) definitività dell'accertamento della violazione riscontrata a carico dello stesso; che, infatti, in base al tenore letterale della norma, soltanto la comunicazione «all'anagrafe nazionale degli abilitati alla guida» – comunicazione avente ad oggetto l'avvenuta decurtazione del punteggio da parte dell'organo «da cui dipende l'agente che ha accertato la violazione che comporta la perdita di punteggio» – deve avvenire non prima che siano trascorsi «trenta giorni dalla definizione della contestazione effettuata», evenienza (questa consistente nella definizione della contestazione) a propria volta ipotizzabile «quando sia avvenuto il pagamento della sanzione amministrativa pecuniaria o siano conclusi i procedimenti dei ricorsi amministrativi e giurisdizionali ammessi ovvero siano decorsi i termini per la proposizione dei medesimi»; che, viceversa, il proprietario del veicolo non deve attendere «trenta giorni dalla definizione della contestazione effettuata», essendo egli tenuto a comunicare «i dati personali e della patente del conducente al momento della commessa violazione» già «entro sessanta giorni dalla data di notifica del verbale di contestazione» della medesima violazione; che, inoltre, la chiara lettera della legge – osserva ancora il remittente – ha trovato ulteriore riscontro nell'interpretazione fornita dalla giurisprudenza di legittimità, la quale, muovendo dal presupposto secondo cui al proprietario del veicolo «non è riconoscibile alcun potere dispositivo delle informazioni in suo possesso», né alcuna «facoltà d'indagare sulla vicenda nella quale sia stato ravvisato l'illecito presupposto e di tenere comportamenti consequenziali», ha affermato che «sulla configurabilità dell'illecito da omessa comunicazione obbligatoria» deve ritenersi «del tutto ininfluente la pendenza del giudizio in ordine alla legittimità dell'accertamento e della contestazione dell'illecito presupposto e/o del procedimento d'irrogazione delle relative sanzioni, amministrative e, se del caso, penali» (Corte di cassazione, sezione II civile, sentenza n. 17348 del 30 maggio 2007); che tale sistema, tuttavia, appare al remittente inficiato da irragionevolezza e non in linea con quanto affermato, seppure incidentalmente, da questa Corte con la già citata sentenza n. 27 del 2005; che essa, infatti, nel pronunciarsi su di un preteso profilo di illegittimità costituzionale del comma 2 dell'art. 126-bis del codice della strada (nel testo modificato dal già citato art. 7, comma 3, lettera b, del decreto-legge n. 151 del 2003, convertito nella legge n. 214 del 2003), derivante dal fatto che la norma, in quella sua formulazione, avrebbe determinato la «necessità per il proprietario del veicolo di autodenunciarsi» – e di subire, così, la decurtazione dei punti dalla propria patente di guida – quantomeno per evitare l'irrogazione della sanzione pecuniaria, ha osservato come «il dubbio di costituzionalità sollevato dai rimettenti» costituisse il risultato «di una inesatta esegesi del dato normativo»; che, secondo la Corte, come rammenta l'odierno remittente, «la disposizione impugnata espressamente stabilisce che la comunicazione all'anagrafe nazionale degli abilitati alla guida dell'avvenuta perdita del punteggio dalla patente (e cioè l'adempimento che ha come presupposto, nel caso di mancata identificazione del conducente responsabile della violazione, proprio l'avvenuta inutile richiesta al proprietario del veicolo di fornire i dati personali e della patente del predetto conducente)» deve avvenire «entro trenta giorni dalla definizione della contestazione effettuata», definizione che presuppone, a sua volta, che «siano conclusi i procedimenti dei ricorsi amministrativi o giurisdizionali ammessi», ovvero che «siano decorsi i termini per la proposizione dei medesimi»; che, oltre a contrastare con quanto affermato dalla Corte, il sistema delineato dalla norma censurata sarebbe – secondo il giudice remittente – anche affetto da un vizio di irragionevolezza «rilevante ex artt. 3 e 97 Cost.», ove si abbia riguardo alla «completa inutilità, per l'amministrazione, di tale anticipata comunicazione qualora la sanzione accessoria della decurtazione dei punti sulla patente divenga inapplicabile in conseguenza dell'annullamento del verbale di accertamento da parte del Prefetto o del Giudice di pace»; che in contrasto, poi, «con i principi di buona amministrazione» si rivelerebbe – sempre secondo il remittente – «l'ulteriore attività di accertamento svolta in capo all'effettivo trasgressore»; che tale ulteriore attività, resa possibile dall'avvenuta comunicazione del nominativo del conducente all'autorità procedente, da parte del proprietario del veicolo in ottemperanza alla richiesta rivoltagli ex art. 126-bis, comma 2, del codice della strada, può portare ad una «eventuale duplicazione dei ricorsi», con l'effetto, «in caso di accertata illegittimità della originaria contestazione», di una possibile «duplicazione di spese legali per l'amministrazione stessa», senza tacere «della violazione dei principi in materia di giusto processo», stante «l'aumentato numero dei ricorsi inutili»; che, in forza di tali rilievi, il Giudice di pace di Torino ha chiesto dichiararsi l'illegittimità costituzionale del censurato comma 2 dell'art. 126-bis «secondo la lettera della norma e l'interpretazione fornita dalla Cassazione», e ciò «sia con riferimento all'obbligo di comunicazione del nominativo del conducente prima (e a prescindere) della intervenuta definitività dell'accertamento della violazione, sia per quanto riguarda la rigida interpretazione della scriminante del “giustificato e documentato motivo”, secondo la Cassazione mai sussistente»;