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un tema su cui già nel dicembre del 1980 era stata presentata alla Camera una proposta di legge da parte dell'onorevole Mammì e di altri parlamentari repubblicani. Merita di soffermarsi un momento sulle diverse proposte presentate alla Camera tra il 1989 e il 1991, che furono unificate in un testo predisposto dal relatore onorevole Labriola, perché questo ha rappresentato l'impianto base su cui sì è poi innestata l'iniziativa legislativa tradottasi, nella legislatura successiva, nella legge 10 dicembre 1993, n. 515. L'articolato, approvato dalla 1ª Commissione, prevedeva un tetto per le spese di ciascun candidato alle elezioni per il Parlamento, variabile secondo l'ampiezza delle circoscrizioni e il tipo di sistema elettorale; il divieto di ogni forma di contribuzione della quale non vi fosse documentazione e pubblicità; la regolamentazione dell'uso dei «media» privati; limitazioni per la presenza, durante le campagne elettorali, di candidati e rappresentanti dei partiti o membri del Governo nelle trasmissioni radiotelevisive; la proibizione di svolgere propaganda elettorale per il voto di preferenza a singoli candidati a mezzo di manifesti, inserzioni pubblicitarie sulla stampa, spot radio-televisivi; l'istituzione della figura del committente responsabile, da indicare in qualsiasi pubblicazione di propaganda elettorale. In realtà il testo unificato presentava non pochi punti di debolezza: in particolare non ci si poteva accontentare di una legge che stabilisse vincoli e limiti solo a carico dei singoli candidati trascurando il ruolo e l'attività dei partiti in una campagna elettorale. Ha scritto in proposito Giuseppe Troccoli in un saggio su Il finanziamento delle campagne elettorali apparso su «Quaderni costituzionali», nell'agosto 1992: «Una mancata previsione dei partiti come soggetti destinatari dei limiti e degli obblighi previsti dalla disciplina della campagna elettorale avrebbe avuto serie conseguenze negative proprio sul fronte di quelle garanzie di libertà e parità delle opportunità che devono essere assicurate a tutti i candidati. È evidente, infatti, che in una campagna elettorale nella quale a carico dei singoli candidati esistono una serie di vincoli e limitazioni diventerebbe determinante l'appoggio economico e organizzativo, che le segreterie dei partiti, ove non sottoposte a tali vincoli, potrebbero assicurare ai candidati graditi o, comunque, allo establishment dei partiti stessi a danno dei cosiddetti peones o degli uomini nuovi, introducendosi così, tra l'altro, un elemento ulteriore di partitocrazia di cui veramente non sembra che alcuno senta il bisogno!». Proprio sul tema del mancato controllo delle spese dei partiti si sviluppò in Aula l'opposizione dei deputati radicali e repubblicani, che richiedevano norme ben più incisive, e la legge non giunse in porto. * * * La consapevolezza della necessità di un approccio più ampio al problema del «diritto» dei partiti politici -- anche a seguito delle inchieste giudiziarie e dell'iniziativa referendaria per la abrogazione delle disposizioni contenute nella legge n. 195 del 1993, relativa al finanziamento ordinario dei partiti -- caratterizzarono i progetti presentati agli inizi della XI legislatura. Essi furono esaminati dalla 1ª Commissione del Senato e unificati in un testo organico, predisposto dal relatore senatore Covatta, che affrontava complessivamente i problemi della regolamentazione dei partiti (tenuti, tra l'altro, a costituire, sul modello tedesco, una fondazione cui dovevano essere conferiti tutti i cespiti patrimoniali e le attività economiche direttamente o indirettamente appartenenti al partito), del loro finanziamento, attraverso la destinazione volontaria di una quota pari all'8 per mille dell'IRPEF alle fondazioni ed attraverso contributi dello Stato per le elezioni, delle limitazioni delle spese elettorali, dei controlli, attraverso l'istituzione della Autorità nazionale di revisione; ed abrogava la legge n. 195 del 1974 e le sue successive modificazioni. L'iniziativa del governo Amato, volta ad introdurre la nuova normativa per decreto alla vigilia del referendum , oltre a determinare le note reazioni che impedirono l'emanazione del decreto, bloccò l’ iter parlamentare del progetto Covatta, che pure aveva forti caratteristiche riformatrici. Il tema venne successivamente ripreso sotto il diverso profilo del finanziamento elettorale dei partiti, essendo stato abrogato dal referendum del 1993 il finanziamento ordinario, e di quello dei limiti di spesa delle campagne elettorali. In occasione dell'esame dei disegni di legge riguardanti la riforma del sistema elettorale per il Senato, a seguito della pronuncia referendaria, infatti, il relatore senatore Salvi propose alla 1ª Commissione del Senato nella seduta del 15 giugno 1993 un testo che affrontava, insieme alla riforma della legge elettorale per il Senato, la disciplina della propaganda elettorale. La normativa proposta per le campagne elettorali ricalcava in parte quella contenuta nel progetto Labriola della precedente legislatura, in parte le disposizioni introdotte per le elezioni amministrative dalla legge 25 marzo 1993, n. 81. La Commissione, concluso l'esame degli articoli, manifestò un orientamento favorevole all'ipotesi di stralcio in Aula della parte relativa alla disciplina della campagna elettorale, in modo da trasformarla in un disegno di legge autonomo. In coerenza con le indicazioni della Commissione, l'Assemblea di Palazzo Madama, al termine della discussione generale, decise lo stralcio e il testo relativo alla «disciplina delle campagne elettorali per l'elezione alla Camera dei deputati e al Senato della Repubblica» ebbe un suo autonomo iter , dando vita alla legge 10 dicembre 1993, n. 515. La legge n. 515 del 1993, ovviando ad alcune delle principali lacune contenute nel testo unificato che era stato discusso nel corso della precedente legislatura, ha introdotto, oltre al tetto di spesa per i candidati, anche un tetto per le spese elettorali dei partiti, prevedendo che il consuntivo relativo alle spese per la campagna elettorale e alle relative fonti di finanziamento sia dai partiti trasmesso ai Presidenti delle Camere per il successivo inoltro alla Corte dei conti, cui spetta il controllo. Detto controllo, peraltro, è limitato alla verifica formale della conformità alla legge delle spese sostenute e della regolarità della documentazione prodotta. Per i candidati, poi, è stato stabilito che la dichiarazione relativa alle spese elettorali venga sottoposta ad un Collegio regionale di garanzia istituito presso la corte di appello o il tribunale competente. Successivamente con la legge 23 febbraio 1995, n. 43, analoghe disposizioni sono state estese alle elezioni dei consigli delle regioni a statuto ordinario. Indubbiamente la legge n. 515 del 1993 ha rappresentato un salto di qualità rispetto alle precedenti disposizioni in materia di campagne elettorali. Non a caso il presente disegno di legge riprende in larga parte la normativa di tale legge per quanto riguarda le spese elettorali. Tuttavia anche la legge n. 515 del 1993 ha lasciato irrisolto il problema della configurazione giuridica dei partiti politici nel nostro ordinamento e conseguentemente dei controlli sui loro bilanci.