[pronunce]

che, quanto all'aggravio degli oneri conseguenti alla presentazione di una nuova domanda volta ad ottenere la liquidazione, l'Avvocatura generale osserva, in sintesi, che esso deriverebbe dalla scelta del debitore che, consapevole dell'alternatività tra le due procedure, ha optato per quella di accordo; che egualmente non fondata sarebbe , infine, la questione sollevata in riferimento all'art. 24 Cost., perché il debitore potrebbe comunque accedere al procedimento per la liquidazione dei beni. Considerato che, con ordinanza del 17 marzo 2020 (reg. ord. n. 8 del 2021) , il Tribunale ordinario di Lanciano dubita della legittimità costituzionale dell'art. 14-quater della legge 27 gennaio 2012, n. 3 (Disposizioni in materia di usura e di estorsione, nonché di composizione delle crisi da sovraindebitamento), a mente del quale «[i]l giudice, su istanza del debitore o di uno dei creditori, dispone, col decreto avente il contenuto di cui all'articolo 14-quinquies, comma 2, la conversione della procedura di composizione della crisi di cui alla sezione prima in quella di liquidazione del patrimonio nell'ipotesi di annullamento dell'accordo o di cessazione degli effetti dell'omologazione del piano del consumatore ai sensi dell'articolo 14-bis, comma 2, lettera a). La conversione è altresì disposta nei casi di cui agli articoli 11, comma 5, e 14-bis, comma 1, nonché di risoluzione dell'accordo o di cessazione degli effetti dell'omologazione del piano del consumatore ai sensi dell'articolo 14-bis, comma 2, lettera b), ove determinati da cause imputabili al debitore»; che, ad avviso del giudice a quo, questa norma, non prevedendo che la conversione della procedura di accordo di composizione della crisi da sovraindebitamento in quella di liquidazione del patrimonio possa essere chiesta anche dai debitori che non hanno raggiunto l'accordo, violerebbe gli artt. 3 e 24 della Costituzione; che l'omessa previsione normativa determinerebbe, infatti, un'ingiustificata e pregiudizievole disparità di trattamento tra tali debitori - che hanno solo subito, per una mera valutazione di convenienza, il dissenso del ceto creditorio in merito alla proposta da essi avanzata - e quelli che hanno invece ottenuto il consenso su tale proposta, causando poi l'annullamento, la risoluzione, la revoca o la cessazione di diritto degli effetti dell'accordo omologato; che risulterebbe, inoltre, violato l'art. 24 Cost., in quanto l'art. 14-quater della legge n. 3 del 2012 pregiudicherebbe il diritto di difesa dei suddetti debitori i quali, non potendosi avvalere della conversione, sarebbero costretti ad agire in via autonoma per accedere alla procedura di liquidazione; che deve essere preliminarmente disattesa l'eccezione di inammissibilità delle questioni che il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, ha sollevato nell'atto di intervento in giudizio sostenendo che il giudice a quo avrebbe affermato in maniera assertiva l'impossibilità di interpretare la norma denunciata secundum Constitutionem, mirando in realtà ad ottenere un avallo interpretativo da questa Corte; che, infatti, contrariamente a quanto eccepito, il rimettente ha consapevolmente escluso la praticabilità di un'interpretazione costituzionalmente orientata, poiché si è soffermato, ancorché succintamente, sull'art. 14-quater della legge n. 3 del 2012, osservando che il suo tenore letterale non consentirebbe di convertire la procedura di accordo in quella di liquidazione al di fuori delle ipotesi da esso previste; che, pertanto, il giudice a quo assume che l'esegesi da esso postulata sia l'unica praticabile, ritenendo, proprio in virtù di tale esito ermeneutico, che la norma denunciata si ponga in contrasto con gli evocati parametri costituzionali; che le suddette questioni sono, tuttavia, manifestamente inammissibili per altre ragioni, segnatamente afferenti alla lacunosa ponderazione del complessivo quadro normativo e giurisprudenziale in cui si colloca la norma denunciata; che questa Corte, con la sentenza n. 61 del 2021, successiva all'ordinanza di rimessione oggetto dell'odierno incidente, ha già dichiarato inammissibili identiche questioni di legittimità costituzionale dell'art. 14-quater della legge n. 3 del 2012 sollevate dal medesimo giudice rimettente, sotto gli stessi profili, in riferimento agli artt. 3 e 24 Cost.; che, nell'occasione, questa Corte ha osservato, da un lato, che la domanda del debitore, che superato il preliminare vaglio giudiziale sulla proposta di accordo da esso formulata chieda in conseguenza del dissenso in seguito manifestato dai creditori la conversione della procedura in quella di liquidazione del proprio patrimonio, si colloca in una fase del procedimento «alla quale, sia pure con il temperamento della compatibilità, appaiono applicabili le norme sul rito camerale di cui agli artt. 737 e seguenti del codice di procedura civile»; dall'altro, che tale rito «è connotato dall'assenza di "formalismi non essenziali" [...], in quanto preordinato a soddisfare "esigenze di speditezza e semplificazione" [...]» (sentenza n. 61 del 2021); che ciò ha del resto condotto la giurisprudenza di legittimità a precisare «che, in linea generale, nel procedimento camerale "non vigono le preclusioni previste per il giudizio di cognizione ordinario" e, segnatamente, che possono essere finanche "proposte per tutto il corso di esso domande nuove"» (sentenza n. 61 del 2021); che la medesima sentenza n. 61 del 2021 ha ritenuto che, in tale contesto, il giudice a quo avrebbe dovuto prendere in considerazione, anche solo per escluderla, «la possibilità di qualificare la domanda di conversione nella specie formulata dal debitore quale mera modifica dell'originaria domanda di accordo in quella di liquidazione, ritenendola di conseguenza ammissibile sulla scorta delle norme che disciplinano il rito camerale»; che, quindi, la descritta lacuna si era tradotta in un'insufficiente motivazione «in punto sia di rilevanza, poiché il rimettente, seguendo il descritto percorso interpretativo, non [avrebbe dovuto] necessariamente fare applicazione dell'art. 14-quater della legge n. 3 del 2012, sia di non manifesta infondatezza, dal momento che i trascurati profili di applicabilità delle richiamate disposizioni codicistiche sui procedimenti camerali sarebbero [stati] anche idonei a confutare i prospettati dubbi di legittimità costituzionale» (sentenza n. 61 del 2021); che, nella citata sentenza n. 61 del 2021, questa Corte ha altresì osservato che il giudice a quo non si era nemmeno confrontato «con la tesi - accolta sia in dottrina, sia nella giurisprudenza di merito [...] - che ammette la proposizione, con lo stesso ricorso, di domande (non già cumulative, ma) subordinate aventi ad oggetto le diverse procedure volte al superamento della crisi da sovraindebitamento», così inadeguatamente motivando, anche sotto tale aspetto, in ordine alla non manifesta infondatezza;