[pronunce]

Quanto alla riforma del 2008, la seconda parte del novellato comma 6-bis dell'art. 2-bis della legge n. 575 del 1965 va coordinata con la previsione contenuta nel nuovo comma undicesimo dell'art. 2-ter della medesima legge, che stabilisce un limite temporale massimo di cinque anni, decorrente dal decesso, entro il quale è possibile attivare il procedimento per l'applicazione della misura patrimoniale nei confronti dei successori a titolo universale o particolare. Osserva al riguardo il rimettente che «il ricorso sempre più incisivo agli strumenti di ablazione patrimoniale, li ha resi progressivamente assimilabili all'actio in rem ispirata ad un concetto di pericolosità in sé del bene, in quanto proveniente da delitto, piuttosto che di pericolosità della persona, potendosi anche prescindere - alla stregua delle evoluzioni giurisprudenziali poi consacrate in norma di legge - dall'esistenza in vita del soggetto attinto dalla misura prima della conclusione del procedimento prevenzionale, che potrà spiegare i suoi effetti anche in danno degli eredi». La legge n. 94 del 2009, continua il rimettente, è intervenuta nuovamente sull'art. 2-bis della legge n. 575 del 1965 al fine di prevedere che le misure di prevenzione patrimoniali possano essere richieste e applicate «indipendentemente dalla pericolosità sociale del soggetto proposto per la loro applicazione al momento della richiesta della misura di prevenzione». Ad avviso del rimettente, un'interpretazione letterale di tale inciso potrebbe indurre a ritenere che il legislatore abbia inteso prescindere dall'accertamento della pericolosità sociale del soggetto attinto dalla confisca, il che porrebbe rilevanti problemi di compatibilità con i principi costituzionali di cui agli artt. 27, 41 e 42 Cost.; si è pertanto proposta una lettura costituzionalmente orientata della norma, per cui «la misura di prevenzione patrimoniale deve ritenersi applicabile non soltanto nei casi normativamente previsti, ma pure in ulteriori ipotesi in cui la misura personale, pur in presenza di un individuo pericoloso, o che è stato a suo tempo pericoloso, non può essere irrogata, per il ravvisato difetto di attualità della pericolosità sociale ovvero perché sia cessata l'esecuzione della misura personale medesima». Se, dunque, secondo l'elaborazione giurisprudenziale prevalente, nel giudizio finalizzato alla confisca di prevenzione non si può prescindere da un vaglio - sia pure incidentale - sulla pericolosità del soggetto proposto, si pone, ad avviso del rimettente, un problema di compatibilità delle moderne sanzioni patrimoniali con alcuni fondamentali princìpi costituzionali, soprattutto in considerazione del "nuovo" art. 111 Cost., che ha cristallizzato i princìpi del giusto processo, tra i quali il contraddittorio e la parità delle armi tra le parti. Ad avviso del rimettente, la sopravvenienza della fondamentale disposizione dell'art. 111 Cost. e della possibilità di agire con le misure di prevenzione patrimoniali nei confronti dei successori del de cuius pericoloso impone un vaglio sulla compatibilità del nuovo assetto della prevenzione patrimoniale disciplinato dal legislatore del 2008 e del 2009 con i princìpi costituzionali indicati, un vaglio da effettuare anche alla luce della giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell'uomo, che ha riconosciuto la conformità della confisca antimafia prevista dalla legislazione italiana in quanto disposta sulla base di un procedimento qualificabile come pienamente giurisdizionale. La possibilità di assicurare la partecipazione personale dell'interessato al giudizio riveste, secondo il tribunale rimettente, un'indiscutibile importanza, sia dal punto di vista della salvaguardia dei diritti della persona da giudicare, sia da quello, oggettivo, della legalità della procedura rispetto alle posizioni delle parti: sotto il primo profilo, la partecipazione costituisce «una condizione essenziale per l'esplicazione dei diritti che competono al soggetto in quanto contraddittore», mentre sotto il secondo profilo «può dirsi che sia la stessa definizione costituzionale del processo (di qualsiasi processo, alla stregua del dato testuale dell'articolo 111 della Costituzione) come contraddittorio a determinare l'essenzialità della possibile partecipazione del soggetto in ipotesi qualificabile come portatore di pericolosità personale in quanto momento di realizzazione di una situazione processuale giuridicamente rilevante». Ribadito che in ogni processo la presenza fisica dell'interessato (o almeno la possibilità astratta di partecipare) costituisce momento fondamentale del rapporto processuale, che condiziona la correttezza del giudizio, il rimettente richiama l'orientamento della Corte europea dei diritti dell'uomo secondo cui il principio della parità delle armi postula la possibilità per ciascuna parte di presentare la sua causa in condizioni tali da non trovarsi in posizione di svantaggio rispetto all'altra parte. Anche alla luce dell'art. 14, comma 3, lettera d), del Patto internazionale relativo ai diritti civili e politici adottato a New York il 16 dicembre 1966 (ratificato e reso esecutivo con legge del 25 ottobre 1977, n. 881) e della Raccomandazione n. 11 adottata il 21 maggio 1975 dal Comitato dei Ministri del Consiglio d'Europa, il rimettente ritiene evidente, nel caso in esame, l'inosservanza dei princìpi indicati, atteso che «il legislatore ha costruito la fattispecie prescindendo dalla posizione del de cuius pericoloso e ritenendo integrato il contraddittorio formale nei confronti dei suoi successori a titolo universale o particolare»; al contrario, «posta la correlazione tra presenza nel giudizio e possibilità di autodifesa, la compressione di tale modalità difensiva determinata dall'impossibilità oggettiva dell'imputato di partecipazione al giudizio presenta profili di incompatibilità con i princìpi minimi del contraddittorio, dal momento che - libero il proposto in vita di difendersi avvalendosi dell'attività tecnica di un difensore o di non difendersi affatto - tale libertà risulta vistosamente compressa nel caso della impossibilità materiale di essere presente». Richiamate alcune decisioni della Corte EDU sull'art. 6 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali (ratificata e resa esecutiva con la legge 4 agosto 1955, n. 848), nonché la sentenza n. 93 del 2010 di questa Corte e la sentenza delle sezioni unite della Corte di cassazione n. 13426 del 25 marzo 2010 sulla inutilizzabilità, nel giudizio di prevenzione, delle intercettazioni dichiarate inutilizzabili nel giudizio penale di cognizione, il rimettente osserva che nel caso in esame, esclusa la possibilità di una partecipazione personale del soggetto qualificabile come portatore di pericolosità ai sensi dell'art. 1 della legge n. 575 del 1965, neppure sarebbe ipotizzabile un contraddittorio con un eventuale difensore del de cuius, in quanto, da una parte, l'art. 2-ter, undicesimo comma, della legge citata contempla solo i successori come soggetti nei cui confronti avanzare la proposta di confisca di prevenzione e, dall'altra, l'ordinamento non prevede tale evenienza, comportando la morte dell'interessato l'immediata estinzione del rapporto processuale.