[pronunce]

SENTENZA ha pronunciato la seguentenel giudizio di legittimità costituzionale dell'art. 635, secondo comma, del codice penale, promosso dal Tribunale ordinario di Firenze, prima sezione penale, in composizione monocratica, nel procedimento penale a carico di S. O., con ordinanza del 15 gennaio 2024, iscritta al n. 16 del registro ordinanze 2024 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 8, prima serie speciale, dell'anno 2024. Visto l'atto di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri; udito nella camera di consiglio del 25 novembre 2024 il Giudice relatore Angelo Buscema; deliberato nella camera di consiglio del 25 novembre 2024.. Ritenuto in fatto Considerato in diritto 1.- Il Tribunale ordinario di Firenze, prima sezione penale, in composizione monocratica, con ordinanza del 15 gennaio 2024, iscritta al n. 16 del registro ordinanze 2024, ha sollevato, in riferimento all'art. 3 della Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell'art. 635, secondo comma, del codice penale, nella parte in cui, attraverso il richiamo al primo comma dello stesso articolo, prevede la pena della «reclusione da sei mesi a tre anni» anziché quella della «reclusione da sei mesi a due anni», come stabilito per il reato di danneggiamento seguito da pericolo di incendio di cui all'art. 424, primo comma, cod. pen. 1.1.- Riferisce il rimettente che l'imputato, all'epoca detenuto presso la Casa circondariale di Sollicciano a titolo di custodia cautelare, mentre si trovava all'interno della propria cella, appiccava il fuoco ad alcuni indumenti (maglietta, pantalone, scarpe) e li gettava nel corridoio della sezione attraverso le sbarre che delimitavano la cella; gli operanti della polizia penitenziaria spegnevano subito le fiamme utilizzando un estintore. L'imputato inseriva poi un lenzuolo attraverso lo spioncino del bagno e dava fuoco pure ad esso; anche in tal caso la polizia penitenziaria spegneva le fiamme, utilizzando un idrante. In tutte le occasioni le fiamme, di dimensioni modeste, venivano spente nell'arco di pochi secondi. Gli indumenti indicati erano di proprietà dello stesso imputato, mentre il lenzuolo era di proprietà dell'Amministrazione penitenziaria. 1.2.- L'imputato era stato tratto quindi a giudizio per rispondere del reato di danneggiamento seguito da pericolo di incendio, di cui all'art. 424, primo comma, cod. pen. Secondo il rimettente il reato contestato non sarebbe tuttavia configurabile. Si dovrebbe escludere, anzitutto, che l'imputato volesse cagionare un incendio, ossia generare fiamme che, per le loro caratteristiche e violenza, creassero un effettivo pericolo per la pubblica incolumità, essendo animato piuttosto dall'intento di danneggiare le cose dianzi indicate. In tal senso deporrebbero i mezzi utilizzati, l'oggetto della condotta e la considerazione che - in caso di incendio - il primo a subirne le conseguenze sarebbe stato lo stesso imputato e non vi sarebbero elementi per ritenere che egli perseguisse intenti autolesivi. I fatti non sarebbero qualificabili neppure come danneggiamento seguito da pericolo di incendio, trattandosi di reato che richiede, come elemento costitutivo, il sorgere di un pericolo di incendio. Nel caso di specie, infatti, in ragione delle modalità e dell'oggetto della condotta e del relativo contesto spaziale, secondo il giudice a quo non vi sarebbe stato alcun pericolo di tal fatta: gli oggetti cui il fuoco era stato appiccato erano di piccole dimensioni; nell'ambiente circostante non vi erano - né nel corridoio della sezione, né nel bagno della cella - oggetti o materiali cui il fuoco potesse propagarsi facilmente, ma soltanto cemento e metallo; quand'anche non vi fosse stato l'intervento tempestivo della polizia penitenziaria (comunque prevedibile e non integrante un fattore eccezionale sopravvenuto), le fiamme - all'esito della combustione degli oggetti cui il fuoco era stato appiccato - si sarebbero estinte da sole, senza alcun rischio che potessero diffondersi. Limitatamente al lenzuolo, secondo il rimettente, il fatto dovrebbe essere riqualificato come danneggiamento ai sensi dell'art. 635, secondo comma, cod. pen. (più precisamente art. 635, secondo comma, numero 1, cod. pen. in relazione all'art. 625, primo comma, numero 7, cod. pen.): mentre, infatti, gli indumenti e le scarpe oggetto della condotta erano di proprietà dell'imputato, il lenzuolo, a lui in uso, era di proprietà dell'Amministrazione penitenziaria. Si tratterebbe, dunque, di un bene altrui, esistente in uno stabilimento pubblico (la casa circondariale) e destinato a pubblico servizio (il corredo della cella necessario per renderla concretamente fruibile). La riqualificazione della condotta criminosa sarebbe possibile alla luce sia della prossimità e omogeneità tra i due delitti (quello contestato in diritto e quello ritenuto dal giudice a quo), sia della formulazione in punto di fatto dell'imputazione (nell'ambito della quale si fa riferimento alla circostanza che i fatti si siano svolti all'interno dell'istituto carcerario e al fatto che l'imputato voleva danneggiare beni dell'amministrazione), sia, infine, dell'istruttoria concretamente svolta. 1.3.- Afferma il rimettente che il fatto non potrebbe ritenersi di particolare tenuità ai sensi dell'art. 131-bis cod. pen. , in ragione del contesto in cui è stato attuato e del pregiudizio complessivo arrecato all'Amministrazione penitenziaria: oltre al danno relativo alla distruzione del lenzuolo, occorrerebbe tenere conto anche e soprattutto del disordine creato all'interno della sezione della casa circondariale, del necessario utilizzo di estintore e idrante, del successivo necessario dispiego di risorse per ripristinare la condizione preesistente del corridoio. Un ulteriore profilo di gravità atterrebbe al fatto che la citata condotta è stata tenuta mentre la polizia penitenziaria era intervenuta altrove per risolvere alcuni disordini creati da altro detenuto. 2.- Quanto alla rilevanza della questione, osserva il rimettente che il fatto in esame non sarebbe meritevole di una pena pari al massimo edittale in quanto oggetto del danneggiamento è un semplice lenzuolo. In ragione dei fattori sopra evidenziati, però, il trattamento sanzionatorio non potrebbe assestarsi neppure sul minimo edittale, ma dovrebbe collocarsi nella fascia compresa tra quest'ultimo e il valore medio tra minimo e massimo. Ciò renderebbe rilevante la verifica della legittimità costituzionale della pena edittale massima, il cui esito sarebbe suscettibile di incidere sul secondo dei predetti due estremi: la pena congrua nel caso di specie, nell'ambito di un arco edittale compreso tra sei mesi e tre anni, risulterebbe infatti più alta di quella determinata in relazione a un arco compreso tra sei mesi e due anni. 2.1.- Quanto alla non manifesta infondatezza, il giudice a quo rileva che i fatti di danneggiamento previsti dall'art. 635, secondo comma, cod. pen.