[pronunce]

Altra ragione di irrilevanza risiederebbe nella circostanza che, anche in caso di accoglimento della questione di legittimità costituzionale dell'art. 44, comma 1, lettera b), della legge n. 184 del 1983, il dissenso all'adozione del genitore, ai sensi dell'art. 46, secondo comma, della stessa legge – norma ritenuta, per quanto si è visto, non impugnata – impedirebbe in ogni caso l'accoglimento dell'appello. Ulteriore causa di inammissibilità per irrilevanza della questione consisterebbe nel fatto che, anche in ipotesi di accoglimento di entrambe le questioni, il provvedimento del Tribunale dei minori andrebbe comunque annullato, per la mancanza del consenso di entrambi i genitori del minore previsto dall'art. 46, primo comma, della legge: del padre perché contrario, della madre perché premorta. Infine, la pronuncia dell'adozione di cui all'art. 44, comma 1, lettera b), non deciderebbe né con chi debba vivere il minore né chi eserciti la potestà sullo stesso. E la decisione del Tribunale minorile sarebbe abnorme proprio per aver attribuito una siffatta funzione alla adozione di cui si tratta. Nel merito, la parte privata costituita ritiene manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale dell'art. 44, comma 1, lettera b), della legge n. 184 del 1983. Rileva il B. che, poiché l'art. 29 Cost. tutela i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio, è legittimo il requisito posto dalla norma impugnata all'aspirante adottante di essere coniuge, mentre, se si dovesse estendere la legittimazione al vedovo, questa dovrebbe, poi, estendersi altresì al divorziato o al convivente, ed ancora alle coppie omosessuali. La scelta del legislatore avrebbe, poi, una base psicopedagogica, in quanto l'adozione di cui si tratta avrebbe senso solo se ed in quanto adottante e coniuge costituiscano una famiglia composta di due figure, di valenza rispettivamente paterna e materna, in cui si inserisca il minore. Sicché, sarebbe incostituzionale, per contrasto con l'art. 29 Cost., l'art. 47 della legge n. 184 del 1983, nella parte in cui consente il completamento della procedura per l'adozione, anche se nel corso della stessa il genitore-coniuge sia deceduto, e non l'art. 44, comma 1, lettera b). La parte privata esamina altresì la questione di legittimità costituzionale dell'art. 46, secondo comma, della legge n. 184 del 1983, che, pure, ritiene non sollevata, e conclude per la infondatezza della stessa. Premette il B. di non essersi affatto disinteressato del figlio N., che gli sarebbe stato tenuto lontano dalla madre e dal suo nuovo coniuge, sicché sarebbe interesse del minore recuperare il rapporto con il padre. La questione di cui si tratta non sarebbe stata, comunque, illustrata dal Collegio rimettente, che non avrebbe spiegato ciò in cui consisterebbe il contrasto con gli artt. 2 e 31 Cost., limitandosi ad un generico richiamo a considerazioni di opportunità. Comunque, il sistema adottato dall'ordinamento sarebbe ragionevolmente bilanciato, riconoscendo anzitutto la famiglia, ed intervenendo con mezzi graduati solo qualora il comportamento di un genitore costituisca un pericolo per il figlio, sospendendo, o limitandone la potestà, o allontanando il figlio da lui, e affidandolo ad un'altra coppia in casi estremi in cui entrambi i genitori siano inidonei. 3. – Nel giudizio innanzi alla Corte si è altresì costituito P.A., parte privata richiedente l'adozione, che, con argomentazioni adesive a quelle di cui alla ordinanza di rimessione, ha concluso per la declaratoria di illegittimità costituzionale della normativa censurata. 4. – Nel giudizio è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, con il patrocinio dell'Avvocatura generale dello Stato, che ha concluso per la inammissibilità o la infondatezza delle questioni. Quanto alla prima di esse, l'Autorità intervenuta rileva che il giudice a quo non avrebbe proceduto ad una lettura costituzionalmente orientata della norma censurata. Anzitutto, la morte del coniuge genitore non farebbe venir meno il rapporto di coniugio, e, con esso, l'applicabilità dell'art. 44, comma 1, lettera b), della legge n. 184 del 1983. Ma, anche se si opinasse diversamente, non potrebbero trarsi elementi contrari alla interpretazione suggerita dalla Avvocatura dalle norme dell'art. 25, comma 4, e 47, comma 2, della stessa legge, richiamate nella ordinanza di rimessione, che disciplinano gli effetti del decesso sull'adozione, disciplinando la sopravvivenza della relativa domanda al decesso di uno degli istanti. Dette disposizioni si riferiscono a situazioni diverse da quella presa in esame, riguardando l'art. 25, comma 4, la domanda di adozione legittimante, l'art. 47, comma 2, quella non legittimante, e tuttavia entrambe finalizzate ad assicurare al minore la costruzione del legame giuridico con i due genitori anche qualora uno dei due sia deceduto in itinere. Quanto alla seconda questione, rileva l'Avvocatura generale che, pur tenuto conto della preminenza dell'interesse del minore, vanno considerati anche gli interessi concorrenti con esso, quale, nella specie, quello del genitore esercente la potestà, che incarna quello della famiglia biologica. Andrebbe, perciò, valutato se il sistema sia in grado di garantire il contemperamento tra gli stessi. Al riguardo, si sottolinea nella memoria la innovazione operata dalla legge 8 febbraio 2006, n. 54, che, introducendo il principio generale dell'esercizio congiunto della potestà genitoriale anche in caso di separazione personale tra coniugi, ha ampliato la sfera delle facoltà esercitabili dai genitori non affidatari e non conviventi, rafforzando in tal modo anche i contenuti sottesi al secondo comma dell'art. 46 della legge n. 184 del 1983, quale estrinsecazione delle facoltà connesse all'esercizio della potestà genitoriale. Pertanto, l'effetto impediente attribuito dalla citata norma al rifiuto di assenso del genitore all'adozione risponde ad una esigenza già avvertita, e poi tradotta dal legislatore nei termini di cui alla citata riforma in tema di potestà genitoriale. Del resto, rileva l'Avvocatura generale, il sistema predispone risorse efficaci per limitare, ai sensi dell'art. 333 del codice civile, la potestà del genitore dissenziente ove il riavvicinamento al figlio non corrisponda all'interesse di quest'ultimo, ed eventualmente disporne l'affidamento allo stesso richiedente l'adozione; ovvero per dichiarare la decadenza, ai sensi dell'art. 330 cod. civ. , dalla potestà. In definitiva, l'interesse del minore, ove confliggente con quello del genitore, potrebbe essere preservato attraverso i mezzi predisposti dall'ordinamento.1.