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Non so se sia conseguenza dei social , non so a chi dare la colpa o se sia colpa di qualcuno, ma non c'è più la cultura dell'approfondimento in questo Paese; c'è solo la cultura di chi insegue i sondaggi, non di chi è leader ma di chi è follower e noi continuiamo ad andare avanti così. Pensavamo che su alcuni quesiti avremmo risolto il problema, ma è impossibile spiegare la separazione delle carriere, è impossibile spiegare i meccanismi di votazione all'interno del CSM, è stato impossibile perché non è stato dato spazio ai promotori del "sì" per spiegare quanto fosse necessario modificare questo sistema. Abbiamo un processo penale che, come ha ricordato un noto magistrato, è una carrozzeria della Ferrari montata su una Cinquecento, un rito accusatorio messo all'interno di un sistema costituzionale che non regge, che non sta in piedi. Penso all'obbligatorietà dell'azione penale: mi spiegate perché esiste ancora l'obbligatorietà dell'azione penale, quando il 60 per cento dei procedimenti finiscono in archiviazione? Ricorriamo a norme che sono indeterminate e quindi, essendo indeterminate, non generali e astratte come vorrebbero il diritto generale e la teoria generale del diritto, consentono di aprire provvedimenti anche laddove non c'è il benché minimo straccio di prova, laddove l'articolo 125 delle disposizioni attuative del codice di procedura penale, che quasi sempre ignoriamo, a partire da noi avvocati, perché non siamo convinti di questo, dovrebbe impedire che si prosegua un'azione penale laddove non ci sono i presupposti. Credo che questo provvedimento debba essere licenziato così com'è. Probabilmente non viviamo nel migliore dei mondi possibili e forse questa è la peggiore delle riforme possibili in questo momento, perché scontenta tutti e quindi accontenta tutti. Scontenta i magistrati, che pensano di avere vinto ma non hanno vinto, perché gli italiani non sono andati a votare. Avrebbero vinto quelli che inneggiavano a non andare a votare, perché inneggiavano ad andare al mare. Qui le condizioni sono diverse. Ma la riforma scontenta, evidentemente, anche parte dell'avvocatura. È però una riforma che nel complesso consente a questo Paese di andare avanti, di affrontare le sfide che ha davanti: prima di tutto il Piano nazionale di ripresa e resilienza e la ricostruzione progressiva di questo Paese. (Applausi) . PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Pillon. Ne ha facoltà. PILLON (L-SP-PSd'Az) . Signor Presidente, Gramsci, nei «Quaderni dal carcere», scriveva che il momento dell'egemonia è essenziale nella sua concezione statale e nella valorizzazione di un fronte culturale. Si può dire che i partiti sono gli elaboratori delle nuove intellettualità integrali e totalitarie. Per raggiungere l'egemonia occorre conquistare le aree di maggiore influenza culturale: la scuola, in tutti i suoi gradi, i giornali, le riviste, l'attività libraria, le istituzioni scolastiche, oltre, ovviamente, alla magistratura. Questi sono i «Quaderni dal carcere» di Antonio Gramsci; sono stati scritti all'incirca cento anni fa. La scuola, secondo Gramsci, insieme ai giornali, alle riviste, all'attività libraria e alla magistratura, è uno strumento per raggiungere l'egemonia. E per Gramsci, l'egemonia e il totalitarismo sono essenzialmente la stessa cosa, fatta eccezione per l'uso della violenza fisica. Quando le forze che si ispirano al marxismo, poi comunismo, poi democrats , poi liberals , oggi PD, compiono operazioni di egemonia, come quelle che abbiamo sentito nelle intercettazioni tra Palamara, Lotti, Zingaretti, Minniti e molti altri esponenti del PD, non fanno, dunque, nient'altro che realizzare un progetto egemonico, una strategia scritta a chiare lettere cento anni fa. Noi magari non abbiamo letto Gramsci, ma vi assicuro che loro lo hanno fatto. Dunque, è velleitario e anche un po' ingenuo prendersela perché le azioni di Governo di centrodestra vengono regolarmente frustrate dall'azione di una parte della magistratura politicizzata. Le parole di Palamara su Salvini, che va comunque colpito anche se non c'entra nulla, risuonano, da ultimo, anche nelle ultime udienze delle aule di Milano, dove si celebra l'ennesimo processo contro Silvio Berlusconi, accusato da ultimo di immoralità che, se forse è un peccato, non è certo un reato. Ma dico ai colleghi del MoVimento 5 Stelle che le stesse situazioni si sono venute a creare nei processi contro Virginia Raggi e contro Chiara Appendino. Oppure, rivolgendomi ai colleghi di Italia Viva, nei processi contro i genitori di Renzi. Tutti processi magari conclusi con assoluzioni, ma che sono serviti allo scopo di gettare l'ombra sull'avversario politico. Questa è l'egemonia: eliminazione dell'avversario. I totalitarismi lo facevano col carcere, con il lager , con il gulag , con il plotone d'esecuzione; l'egemonia lo fa così, con i processi politici, con la demolizione mediatica, la ridicolizzazione dell'avversario, l'uso strumentale dell'istruzione, dell'educazione e della cultura per dare la morte civile a chi si opponga al pensiero liberal . Il risultato non cambia. Quando, e non sono pochi, qualcuno cede al suicidio davanti a una tale mole di pressione, poi scorrono lacrime di coccodrillo. Alcuni se ne vanno dalla politica, altri ancora vengono costretti al silenzio: il sistema funziona molto bene. Il problema, però, cari colleghi, e mi rivolgo soprattutto a chi siede alle mie spalle, non sono loro. In fin dei conti, loro sono coerenti con se stessi: portano avanti la stessa strategia da cento anni. Il problema siamo noi, cioè le altre forze politiche. Saremo o no capaci di costruire un apparato normativo in grado di garantire l'indipendenza di uno dei più formidabili poteri che lo Stato Leviatano abbia preteso per sé, cioè la magistratura? A leggere questa riforma, onestamente, cari colleghi, non posso che rispondere negativamente. I passi sono stati timidi, a volte inutili, spesso di facciata. Certo, si potrebbe dire, e lo diremo, che è meglio di niente. Sul rapporto tra magistratura e politica, però, non si è avuto il coraggio di essere chiari: chi entra in un partito, da candidato o da eletto poco importa, non può più essere considerato imparziale. Invece abbiamo ancora le porte girevoli. Sulla separazione delle carriere le parole di Falcone, contrariamente a quanto sostenuto ieri in Commissione dalla collega Cirinnà e dal collega Grasso, sono chiarissime e sono state pronunciate nel 1991, dopo e non prima la riforma del 1989. Diceva Falcone: «un sistema accusatorio parte dal presupposto di un pubblico ministero che raccoglie e coordina gli elementi di prova da raggiungersi nel corso del dibattimento, dove egli rappresenta una parte in causa». Occorrono quindi esperienze, competenze, capacità e preparazione, anche tecnica, per perseguire l'obiettivo. Il pubblico ministero «nel dibattimento non deve avere nessun tipo di parentela col giudice e non essere», come invece allora, ma anche oggi, «una specie di para giudice.