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Ci troviamo in un settore che sta vivendo una forte fase di evoluzione, confermata dall'intervento normativa recente, legge n. 69 del 2019, il cosiddetto codice rosso, che ha ulteriormente modificato l'articolo 13- bis della legge sull'ordinamento penitenziario , ora rubricato «Trattamento psicologico per i condannati per reati sessuali, per maltrattamenti contro familiari e conviventi, per atti persecutori», allineando la normativa nazionale ai più alti standard internazionali. Il secondo gruppo di destinatari comprende coloro che non sono attualmente in carcere, ma in virtù delle loro azioni potrebbero entrarvi o ne sono appena usciti. Ad oggi il soggetto tornato in libertà trova scarsa continuità trattamentale rispetto a quella ricevuta in carcere, pur trattandosi di una delle fasi più a rischio per la vittima, per via delle possibili recidive. Mancano misure specifiche, che andrebbero previste approfondendo lo studio dell'esperienza norvegese e del modello che si caratterizza proprio per tale comunità. Facendo riferimento alla riformulazione dell'articolo 163 del codice penale e a una testimonianza diretta dell'esperienza presso il tribunale di Milano, tale normativa ha reso esplicita in Italia e obbligatoria la possibilità, già prevista peraltro dal primo comma dell'articolo 165 del codice penale, ma affidata alla sensibilità del singolo giudice, di subordinare la concessione della sospensione alla eliminazione delle conseguenze dannose o pericolose del reato. Il terzo gruppo di soggetti potenzialmente interessati è rappresentato dagli uomini autori di violenza, ma che non sono stati denunciati (la maggior parte), o rispetto ai quali non sono state ancora adottate misure restrittive. Appare necessario garantire l'opportunità di offrire percorsi anche a queste persone che costituiscono la parte più ampia degli autori di violenza, dal momento che in questo caso si opererebbe in autentica prevenzione del reato, piuttosto che nella sua punizione o correzione postuma. Alla luce di tali considerazioni, come è stato citato, sono stati stanziati, anche su iniziativa della Commissione, fondi specifici nella legge di bilancio. È di fondamentale importanza sociale ma anche politica ribadire che la prevenzione della violenza nelle relazioni domestiche e di genere, che costituisce la finalità principale dei percorsi trattamentali sugli uomini autori, è volta a promuovere e conservare modalità relazionali positive e non violente e a evitare l'insorgenza di fenomeni di maltrattamenti nella società. La prevenzione, peraltro, assume caratteristiche diverse a seconda dell'arco temporale che si intende abbracciare. C'è una prevenzione cosiddetta primaria, che riguarda gli interventi atti al mantenimento di uno stato di benessere e di assenza di situazioni di violenza o a una sua promozione. C'è una prevenzione secondaria, che consiste in interventi rivolti a situazioni in cui la violenza è in uno stato di potenzialità oppure alle prime fasi del processo di escalation . C'è infine una prevenzione terziaria, che riguarda interventi volti a contrastare la violenza in atto e a evitare in particolar modo ulteriori gradi di escalation di comportamenti lesivi oppure, in caso di recidiva, della condotta di maltrattamento. Un piano di contrasto della violenza completo ed efficace deve prevedere interventi preventivi specifici per ognuno di questi tre gradi e per ciascuno dei soggetti coinvolti nel fenomeno del maltrattamento: la vittima diretta, i minori vittime dirette o indirette, l'autore della violenza, la comunità nel suo complesso. I programmi per gli autori di violenza si basano sulla convinzione che le persone che hanno la motivazione al cambiamento dovrebbero essere messe nella condizione di poter intraprendere un percorso e che funzione fondamentale di una comunità è stimolare nelle persone questa motivazione. L'assunzione di responsabilità rispetto ai comportamenti attuati è un prerequisito per poter cambiare, poiché, fino a quando verranno attribuite ad altri o a elementi esterni le cause del proprio comportamento e dei propri vissuti, non sarà possibile essere autori del proprio cambiamento. Il comportamento violento non deve essere visto come una forma di patologia, piuttosto come la declinazione di un complesso intreccio di aspetti sociali, culturali, relazionali, emotivi e identitari. In particolare, è l'incapacità di leggere questi aspetti e di sostenere il peso su di sé che genera la violenza, la quale, in ultima analisi, è esito dell'incapacità di pensare le emozioni generate dal rapporto tra l'individuo e il contesto. Concludo dicendo che sarebbe auspicabile che tutta la normativa in materia fosse oggetto di una rapida approvazione parlamentare (al riguardo ricordiamo che sono all'attenzione delle competenti Commissioni parlamentari del Senato i disegni di legge nn. 1770 e 1868) e fosse inclusa in un titolo specifico di un testo unico, dedicato al contrasto della violenza di genere e alla promozione di una società libera dalla violenza contro le donne. (Applausi) . PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Comincini. Ne ha facoltà. COMINCINI (PD) . Signor Presidente, prima di iniziare il mio intervento, vorrei ringraziare in maniera non formale la collega Valeria Valente per il ruolo che ha svolto come Presidente della Commissione di inchiesta sul femminicidio. Un ringraziamento che credo sia doveroso estendere anche alle colleghe Conzatti e Maiorino e a tutti i membri della Commissione, per il prezioso lavoro che hanno condotto, per la mole di dati analizzati e per quanto ci offrono con questa relazione, preziosa per il nostro lavoro, ma anche per il Paese. La violenza maschile contro le donne in Italia è un fenomeno profondamente diffuso. A dircelo non sono solo le parole delle relatrici e dei colleghi che mi hanno preceduto e non sono solo i dati sui numeri impressionanti dei femminicidi, che con puntuale cadenza animano le cronache nere dei nostri quotidiani e che scuotono le nostre coscienze. A dircelo è la società che abbiamo costruito e nella quale viviamo; una società nella quale le violenze nei confronti delle donne vengono perpetrate in modo continuo negli spazi domestici, sui posti di lavoro, nei luoghi pubblici, sui mezzi di trasporto. Questa dimensione ci obbliga a considerare il fenomeno della violenza sulle donne per quello che è: un fenomeno sociale diffuso che ha una dimensione pubblica e che, in quanto tale, va discusso, trattato ed esaminato come un fatto che riguarda la società, tutti noi e le nostre vite. La violenza maschile sulle donne non può e non deve in nessun modo essere considerata un problema solo femminile, un problema la cui soluzione ricade in capo alle donne. La natura pubblica di un fenomeno così grande necessita di uno sforzo collettivo che ritengo debba vedere impegnati al fianco delle donne anche e soprattutto gli uomini. Ecco perché credo che al prezioso lavoro che i colleghi della Commissione femminicidio hanno portato avanti vada aggiunto quello della politica, che ha una responsabilità enorme: cambiare la cultura del nostro Paese. Se la violenza maschile sulle donne è ancora così diffusa, infatti, è perché trova radici in una cultura ancora profondamente maschilista, nella quale gli squilibri di genere sono evidenti sotto troppi aspetti. Tutto questo si sostanzia in uno squilibrio dei rapporti di forza tra donne e uomini: