[pronunce]

Con le disposizioni censurate e già scrutinate da questa Corte il legislatore avrebbe inteso realizzare la necessaria "integrazione delle tutele" tramite una valutazione "sistemica e non frazionata" dei diritti coinvolti dalla norma, effettuando il necessario bilanciamento in modo da assicurare la "massima espansione delle garanzie" di tutti i diritti e i principi rilevanti, costituzionali e sovranazionali, complessivamente considerati, che sempre si trovano in rapporto di integrazione reciproca. Alle luce delle esposte argomentazioni, l'Avvocatura afferma, peraltro, che la questione oltre ad essere non fondata sarebbe, comunque, inammissibile in quanto non adduce nuovi argomenti che possano giustificare, per la terza volta, la rimessione della questione innanzi alla Corte costituzionale. Né elementi di novità possono essere tratti dalla sentenza della Corte EDU sul caso Agrati, richiamata nell'ordinanza di rimessione, atteso che in questa pronunzia la Corte non fa altro che confermare il suo orientamento già considerato nella giurisprudenza costituzionale sopra menzionata. Infine, a completamento delle osservazioni esposte, l'Avvocatura riporta alcuni brani di sentenze della Corte costituzionale in relazione alle norme contenute in leggi di interpretazione autentica (in particolare, sono evocate le sentenze n. 234 del 2007; n. 274, n. 135 e n. 39 del 2006 e n. 525 del 2000). Al riguardo, la difesa dello Stato osserva come il testo originario della normativa interpretata dalla disposizione censurata appaia congruo rispetto a detta interpretazione e, comunque, la disciplina che ne deriva si presti a conciliare adeguatamente i contrapposti interessi rappresentati - da un lato - dall'esigenza di certezza del diritto del privato e dal legittimo affidamento riposto dal medesimo in un determinato assetto legislativo e - dall'altro - dall'interesse dello Stato alla definitività ed alla certezza delle erogazioni di spesa pubblica da sostenere. A tale ultimo riguardo, l'Avvocatura pone in rilievo gli oneri finanziari, al momento non quantificabili, ma sicuramente di ingente portata, che deriverebbero da una eventuale pronunzia di illegittimità della disposizione censurata e dal conseguente ampliamento della sfera dei soggetti aventi diritto alla corresponsione del trattamento pensionistico maggiorato, in seguito all'applicazione della disciplina invocata dalla parte privata nel giudizio a quo, ovvero l'art. 15, comma 5, della legge n. 724 del 1994, espressamente abrogato dalla disposizione oggetto di censura. Peraltro, la questione di legittimità sarebbe inammissibile, anche perché comporterebbe l'applicazione di una norma abrogata e non più applicabile, quanto meno dal momento dell'entrata in vigore della legge n. 296 del 2006, con un intervento di portata additiva e generalizzata di questa Corte per il quale non è neppure quantificabile un'adeguata copertura finanziaria; (in tal senso sono evocate le sentenze n. 5 del 2000 e n. 244 del 1995). 3.- Con atto depositato in data 20 dicembre 2013, si è costituita in giudizio la parte privata C.C.I., quale procuratrice della madre Z.G., al fine di sostenere le argomentazioni del giudice rimettente in ordine alla fondatezza della questione di legittimità costituzionale. La parte privata pone in rilievo che in primo ed in secondo grado era stato rilevato il contrasto delle disposizioni censurate con il consolidato orientamento della Corte dei conti, in quanto avevano previsto, a distanza di ben dodici anni dall'entrata in vigore della legge n. 335 del 1995, che «per le pensioni di reversibilità sorte a decorrere dall'entrata in vigore della legge 8 agosto 1995, n. 335, indipendentemente dalla data di decorrenza della pensione diretta, l'indennità integrativa speciale già in godimento da parte del dante causa, parte integrante del complessivo trattamento pensionistico, è attribuita nella misura percentuale prevista per il trattamento di reversibilità». Inoltre, la difesa segnala che, nel giudizio di primo grado, con memoria del 13 gennaio 2012, aveva rilevato che sulla questione della portata retroattiva delle norme interpretative, peggiorativa rispetto alla situazione preesistente, era intervenuta questa Corte con le sentenze n. 228 del 2010 e n. 74 del 2008, che hanno dichiarato non fondate le questioni di legittimità costituzionale dell'art. 1, comma 774, delle legge finanziaria del 2007. Ancora, la difesa della parte privata rileva che nella predetta memoria era già stato evidenziato come, alla luce della sentenza emessa dalla Corte EDU, nella causa Agrati e altri contro Italia, concernente l'art. 1 della legge 23 dicembre 2005, n. 266 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato - legge finanziaria 2006), il quadro debba ritenersi mutato. Ciò premesso, l'esponente osserva come, benché sia intervenuta la sentenza n. 74 del 2008, la questione di legittimità costituzionale dei commi 774 e 776 dell'art. 1 della legge n. 296 del 2006, possa essere nuovamente riproposta in riferimento alla violazione dell'art. 117 Cost., in relazione all'art. 6 della CEDU, dal momento che lo Stato contraente, che sia parte in giudizio, non può legiferare nella materia oggetto del processo in corso, ingerendosi così nell'amministrazione della giustizia. Pertanto, sarebbe violato il principio del "giusto processo", dal momento che non può ammettersi che una parte possa "cambiare le carte in tavola" ed i parametri normativi del giudizio, travolgendo le aspettative di controparte che tale giudizio ha promosso sulla base di norme e di orientamenti giurisprudenziali diversi. Ad avviso dell'esponente, così operando, lo Stato cessa di essere giudice terzo ed imparziale. Nel caso di specie, si osserva, la giurisprudenza della Corte dei conti, formatasi anteriormente all'emanazione della legge finanziaria 2007, aveva costantemente ritenuto non applicabile alle pensioni dirette decorrenti prima della legge n. 335 del 1995, l'art. 1, comma 41, della legge citata. A seguito dell'intervento legislativo il diritto della ricorrente sarebbe stato totalmente compromesso nonostante che, alla data dell'entrata in vigore della legge n. 296 del 2006, la questione fosse ancora sub iudice. Alla luce di dette argomentazioni, e riportandosi a quanto affermato dal giudice rimettente, la difesa privata chiede a questa Corte di dichiarare la illegittimità costituzionale delle disposizioni censurate, nella parte in cui incidono sui giudizi pendenti alla data della loro entrata in vigore, con riferimento all'art. 117 Cost. e in relazione all'art. 6 della CEDU e all'art. 1 del Protocollo addizionale alla Convenzione. 4.- Con atto del 31 dicembre 2013, si è costituito in giudizio l'INPS il quale ha chiesto a questa Corte di dichiarare l'inammissibilità della questione o l'infondatezza della stessa, riservandosi di articolare in prosieguo le proprie deduzioni difensive.