[pronunce]

che, quanto al merito delle questioni sollevate dai giudici a quibus, l'Avvocatura generale dello Stato premette che, in tema di tutela delle minoranze linguistiche, il legislatore avrebbe apprestato una disciplina generale, contenuta nella legge n. 482 del 1999, «per tutte le minoranze linguistiche storiche», e una disciplina specifica per alcune minoranze «tipiche» (quelle di lingua francese della Valle d'Aosta, di lingua tedesca del Trentino Alto-Adige, e di lingua slovena del Friuli-Venezia Giulia), quale è quella, di rango costituzionale, contenuta negli statuti delle Regioni ad autonomia speciale, nelle relative disposizioni di attuazione, e in leggi ordinarie di riforma di particolari settori; che, secondo l'Avvocatura generale dello Stato, tale differente regime di tutela sarebbe pienamente giustificato, sia dalla diversa natura e consistenza delle minoranze linguistiche storiche rispetto alle altre tre menzionate minoranze linguistiche, sia dalle differenze intercorrenti tra le stesse minoranze storiche; che la stessa legge n. 482 del 1999 regolerebbe, infatti, in via generale, e indistintamente, piccole lingue d'enclave e lingue regionali nazionali, limitandosi a stabilire che tale generica tutela debba poi essere precisata in interventi specifici e differenziati, e che essa stessa prevederebbe, per le minoranze di lingua francese, tedesca e slovena, un grado di tutela diverso, in particolare attribuendo a tali lingue il carattere della «coufficialità», così che siano pienamente parificate alla lingua italiana, secondo i due modelli del cosiddetto «bilinguismo integrale» e della «separazione»; che, in tale quadro normativo, non sarebbe irragionevole - secondo l'Avvocatura generale dello Stato - prevedere per quelle minoranze, «"qualificate" dalla previsione degli Statuti regionali speciali», una particolare tutela anche in materia elettorale, al fine di limitare gli effetti conseguenti alla previsione di soglie di sbarramento; che, sul punto, l'Avvocatura generale dello Stato richiama la sentenza n. 159 del 2009, ove la Corte costituzionale avrebbe affermato che il principio fondamentale di garanzia delle minoranze linguistiche sarebbe norma programmatica di portata generale, che può condurre a differenze in forza di norme interne di pari rango costituzionale, ovvero attuative di specifici accordi internazionali: pertanto, se la protezione di idiomi alloglotti deve trovare spazio, senza intaccare il ruolo privilegiato della lingua ufficiale, sarebbe tuttavia necessario tutelare riservatamente gli ambiti in cui, in forza di norme anche di rango costituzionale, vige il bilinguismo; che, per tali ragioni, sarebbe pienamente giustificato un regime differenziato tra minoranze linguistiche, in conseguenza della discrezionale scelta del legislatore di regolare in modo diverso situazioni tra loro disomogenee (viene menzionata la sentenza della Corte costituzionale n. 213 del 1998); che l'Avvocatura generale dello Stato, nell'atto di costituzione nel giudizio instaurato dal Tribunale ordinario di Cagliari, evidenzia, a titolo esemplificativo, che mancherebbe la stessa individuazione di una lingua sarda unificata, risultando la stessa articolata in più dialetti dotati di significativa identità propria; che, nell'atto di costituzione nel giudizio instaurato dal Tribunale ordinario di Trieste, essa osserva, invece, come sia del tutto ragionevole (e rientri nella libera scelta del legislatore) che alla minoranza linguistica slovena sia riconosciuto anche in materia elettorale (nazionale e regionale) uno status particolare; che, per tutte le ragioni illustrate, l'Avvocatura generale dello Stato chiede, in entrambe le memorie, che le questioni prospettate in relazione all'art. 3 Cost. siano dichiarate non fondate; che non sarebbero violati neppure gli artt. 48 e 51 Cost., i quali riguarderebbero l'astratta possibilità di esercitare il diritto di elettorato attivo e passivo in condizioni di parità ed eguaglianza, e che tale diritto non sarebbe «minimamente inciso dalle disposizioni di cui si tratta, discendendo il differente regime relativo alla soglia di sbarramento dalla necessità proprio di fare corretta applicazione del principio di uguaglianza a fronte di obblighi costituzionali che riguardano solo talune minoranze linguistiche»; che gli artt. 48 e 51 Cost. non riguarderebbero, in ogni caso, il diritto di voto in sé, ma, in via del tutto ipotetica ed eventuale, la possibilità che, a voto espletato, il candidato e la lista prescelta dall'elettore non conseguano il seggio: ciò rientrerebbe, però, «nel "gioco" elettorale», e potrebbe verificarsi con qualunque sistema elettorale, proporzionale o maggioritario, in presenza o meno di soglie di sbarramento; che, infine, l'Avvocatura generale dello Stato osserva che nessuna delle disposizioni di rango internazionale richiamate dai giudici a quibus sarebbe idonea a sostenere le argomentazioni esposte nell'ordinanza di rimessione, in quanto la Carta europea delle lingue regionali o minoritarie non è mai stata ratificata dallo Stato italiano, mentre la Convenzione-quadro per la protezione delle minoranze nazionali, non dettando una definizione di minoranze nazionali, conterrebbe affermazioni di principio difficilmente applicabili; che, nell'imminenza dell'udienza pubblica, in data 24 maggio 2016, l'Avvocatura generale dello Stato ha depositato memorie in entrambi i giudizi, anch'esse di analogo tenore, in cui insiste per l'inammissibilità e, in subordine, per l'infondatezza delle questioni prospettate dal Tribunale ordinario di Cagliari e dal Tribunale ordinario di Trieste; che, quanto all'ammissibilità delle questioni sollevate, l'Avvocatura generale dello Stato, oltre a ribadire le eccezioni già esposte nell'atto di costituzione, rileva che le ordinanze di rimessione sarebbero carenti in punto di motivazione sulla rilevanza, poiché si limiterebbero a prospettare l'esistenza di un interesse all'accertamento, astratto e pro futuro, di un diritto che si assume leso dalle stesse previsioni normative censurate, e che, senza offrire una motivazione «ampia, articolata ed approfondita», prospetterebbero questioni di legittimità costituzionale che difettano del requisito dell'incidentalità; che si tratterebbe, invero, di una lis ficta, ossia di un'impugnazione diretta della legge della cui costituzionalità si dubita, che la giurisprudenza della Corte costituzionale sarebbe ferma nel ritenere inammissibile; che, per tali ragioni - ad avviso dell'Avvocatura generale dello Stato - non vi sarebbero motivi per discostarsi dal precedente rappresentato dalla sentenza della Corte costituzionale n. 110 del 2015; che tale giurisprudenza potrebbe, infatti, risultare inconferente solo laddove altro rimedio non fosse consentito (è richiamata la sentenza della Corte costituzionale n. 1 del 2014), ma che non sarebbe questo il caso, essendo prospettabili altre vie d'azione più consone;