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Ci troviamo davanti a una situazione in cui il disagio psicologico intercetta comportamenti che, al dunque, possono risultare criminali e che comunque hanno profonde implicazioni sotto il profilo penale. In questo momento, in Italia non abbiamo strumenti che tengano insieme queste due componenti: il disagio psichico e una condotta che va oltre quella ritenuta accettabile nella dimensione sociale. Abbiamo smantellato tutte le strutture che nel tempo avrebbero potuto farsene carico, perché si sono dimostrate progressivamente inadeguate o prive di quelle competenze e di quel supporto legato a personale di fatto in grado di affiancare, sostenere e supportare queste persone. Mi chiedo fino a che punto dobbiamo lasciare che la salute mentale diventi un obiettivo di cronaca e quando, invece, riusciremo a ricordare che è uno degli obiettivi principali della più grande visione del Sistema sanitario nazionale. Di fatto è noto a tutti che gli investimenti interni in salute mentale sono assolutamente scarsi. Sappiamo quanto profondi siano stati la sofferenza e il disagio, anche in tempo di lockdown , senza che ci fosse una relazione diretta tra il Covid e il disagio, però di fatto è stato così; eppure, non riusciamo a capire e a vedere, anche in termini di investimenti, una possibile soluzione che guardi al disagio delle persone, non solo per denunciarlo, ma per prendercene carico e, nella misura del possibile, per tentare di risolverlo. ANGRISANI (Misto) . Domando di parlare. PRESIDENTE. Ne ha facoltà. ANGRISANI (Misto) . Signor Presidente, gentili colleghi, vorrei svolgere una breve riflessione su uno degli aspetti più drammatici e sottaciuti di questa pandemia, in un momento in cui tutta l'attenzione mediatica e della pubblica opinione è rivolta alle vaccinazioni, dimenticando spesso la disperazione che stanno vivendo moltissimi giovani. L'Organizzazione mondiale della sanità ha lanciato poco tempo fa un fortissimo allarme e i dati sono stati anche confermati recentemente dall'Istat: il suicidio è la seconda causa di morte nei ragazzi tra i diciannove e i ventiquattro anni. La settimana scorsa c'è stato un ulteriore gesto disperato, quello di un giovane diciottenne che ha ingerito del veleno mentre era collegato a distanza con i suoi amici, che lo incitavano a compiere il folle gesto. Nel calcolo di rischi e benefici, in cui ragazzi come Matteo, Paolo, Fabio o Said - per citare alcuni nomi - hanno scelto di porre fine alla propria esistenza, l'ansia e la solitudine generate dall'emergenza epidemiologica, preclusa la possibilità di vivere qualche momento di spensieratezza, hanno preso il sopravvento, annientando ogni speranza di vita. Si tratta di adolescenti o ragazzi isolati, vittime di soprusi o bullismo, privati per lungo tempo del confronto con altre persone oppure di una semplice uscita con gli amici, senza svaghi e senza distrazioni; quindi, la pressione psicologica è aumentata. L'isolamento e l'emarginazione causati dalla pandemia hanno influito in modo determinante sul graduale e inarrestabile peggioramento delle condizioni psichiatriche in cui versano molti giovani. Per questo molti ragazzi hanno scelto di farla finita, arrivando a preferire la morte piuttosto che lottare quotidianamente contro le proprie ansie e paure. I medici pediatrici hanno lanciato l'allarme già da tempo, dichiarando che c'è stato un aumento di suicidi tra i giovani, nell'ultimo periodo, del 30 per cento. Ci si è chiusi in casa, nella propria stanza, vivendo l'inutilità di ogni relazione; ci si è alienati nel mondo dei tablet e degli smartphone e qualcuno, purtroppo, non ce l'ha fatta. Terminata l'emergenza, però, sarà ancora più difficile per alcuni ritornare alla normalità; occorre quindi stare attenti e vigili, dando la giusta attenzione anche al più piccolo segnale. Moltissimi ragazzi sicuramente non vorranno comunque uscire di casa, perché, al di fuori del contesto domestico, non si sentiranno più al sicuro, mentre noi qui siamo a ragionare sui grandi poteri e su questioni che, a confronto col drammatico aumento dei suicidi, sono di ben minore importanza, marcando ancora di più la differenza tra istituzioni e Paese reale, tra politica e cittadinanza. Occorre assicurare una tutela adeguata ai nuclei familiari, con la predisposizione di un modello socio-economico che permetta di passare più tempo in presenza con i propri figli. Sarà fondamentale investire sugli sportelli di assistenza pedagogica e psicologica nelle scuole, dove fornire un sostegno pubblico gratuito ai ragazzi e alle ragazze con maggiore difficoltà. Solo in questo modo potremo arginare un trend in continuo crescendo e farci trovare più preparati ad affrontare le sfide e le incognite generate da questo contesto pandemico. (Applausi) . *VERDUCCI (PD) . Domando di parlare. PRESIDENTE. Ne ha facoltà. VERDUCCI (PD) . Signor Presidente, oggi Patrick Zaki compie trent'anni in un carcere egiziano dove è ingiustamente e illegittimamente recluso da quattrocentonovantacinque giorni; un tempo enorme, in assenza di processo, in assenza di colpa e di prove di colpevolezza. Una detenzione arbitraria che si protrae, come uno stillicidio, di udienza in udienza; all'ultima, né ai diplomatici italiani, né a quelli europei è stato permesso di assistere. Una detenzione che è, di fatto, una violazione dei diritti umani, per Zaki così come per altre centinaia di "prigionieri di coscienza". Zaki è costretto a dormire a terra, in condizioni disumane, aggravate dalla pandemia; una detenzione che è già una forma di tortura, un modo per annientare una vita, un pensiero, la libertà di ideali e di convinzioni. Una detenzione per spegnere la luce su Zaki, per far calare il silenzio. Noi all'opposto, invece, dobbiamo parlare a voce alta, come torniamo a fare oggi, se vogliamo salvare Zaki e se vogliamo salvare, con la sua vita, i valori di libertà e di democrazia nei quali crediamo, per i quali hanno lottato i nostri Padri costituenti e su cui poggia la nostra Repubblica. Non è vero che smettere di parlarne aiuta Zaki, perché il silenzio può diventare indifferenza e l'indifferenza è complice. Il nostro Senato ha dato prova di grande dimostrazione di forza politica e di forza morale, chiedendo al Governo di attivarsi urgentemente per il conferimento della cittadinanza italiana a Zaki. È la nostra mobilitazione, «siamo noi a tenerlo in vita», ha scritto oggi Ilaria Cucchi, e ha ragione. Il nome di Zaki va portato ad ogni tavolo, in ogni confronto internazionale, finché non verrà liberato. È una battaglia simbolo per la credibilità del nostro Paese. Signor Presidente, a guardare il volto di Zaki si vede il volto di Giulio Regeni, perché entrambi rappresentano la stessa generazione di cittadini del mondo, innamorati dell'Italia, dell'Europa, dell'Egitto; innamorati dei diritti, della libertà di potersi battere per le proprie convinzioni. Parlare di Zaki è parlare di Giulio. Chiedere giustizia per Zaki significa chiedere verità e giustizia per Giulio Regeni, torturato e ucciso a pochi chilometri da dove Zaki è recluso.