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tali immotivate e arbitrarie sospensioni, anche se successivamente oggetto di revoca da parte dell'OPI, hanno ingenerato incertezze, dubbi e timori nei professionisti oggetto dei provvedimenti, considerando peraltro le gravi conseguenze economiche e giuridiche derivanti. I sanitari spesso sono stati informati dell'avvenuta sospensione sul posto di lavoro, trovandosi nell'imbarazzante situazione di dover comunicare la circostanza alla propria direzione sanitaria, come se le strutture sanitarie stesse non avessero avuto il compito di vigilare sulla regolarità vaccinale dei propri dipendenti, abbandonando improvvisamente il luogo di lavoro per non andare incontro alle conseguenze penali del caso; gli interroganti ritengono che sia necessaria un'azione di competenza, non escludendo il commissariamento, verso un ordine professionale così approssimativo, inetto ed incapace di interpretare le norme sanitarie, proprio nel delicato campo della professione infermieristica nocive quante allarmistiche proprio verso i suoi iscritti e che al contrario avrebbe il dovere di salvaguardare, si chiede di sapere: se al Ministro in indirizzo risultino casi come quelli descritti; se sia possibile che la piattaforma nazionale DGC non tenga in considerazione l'ipotesi di soggetti che a seguito di infezione da SARS-CoV-2 abbiano completato il ciclo di vaccinazione primario con somministrazione di unica dose di vaccino nei tempi stabiliti e successiva dose booster ; se abbia il dovere di verificare che cosa non abbia funzionato nella trasmissione dei dati, al punto che un ordine professionale regionale, come l'ordine delle professioni infermieristiche di Roma, si sia sentito in obbligo di sospendere iscritti in regola con le vaccinazioni; se risulti possibile che l'OPI di Roma, tanto solerte nell'avviare le procedure, si sia mostrato così negligente nel verificare l'avvenuta trasmissione della documentazione comprovante l'assolvimento dell'obbligo vaccinale da parte dei sanitari interessati, inviando notifiche di sospensione allarmanti, inutili e per giunta dannose non solo per i soggetti colpiti dal provvedimento, ma per le stesse strutture sanitarie, che a causa di questa prassi discutibile si vedono sottrarre dipendenti preziosi in un periodo in cui sono gravemente in affanno. Atto n. 4-06866 LANNUTTI Ai Ministri dello sviluppo economico e dell'economia e delle finanze Premesso che, per quanto risulta all'interrogante: la RAI Radiotelevisione Italiana S.p. A. è controllata al 99,56 per cento dal Ministero dell'economia e delle finanze ed è quindi, di fatto, una società partecipata pubblica; da quando la Federazione russa ha deciso di invadere l'Ucraina il 24 febbraio 2022, la RAI ha promosso una serie di censure che, ad avviso dell'interrogante, sarebbero degne di uno Stato illiberale e antidemocratico. Il primo ad essere colpito da censura è stato uno degli storici corrispondenti esteri in Russia, il giornalista Marc Innaro, corrispondente responsabile dell'ufficio di Mosca per i servizi giornalistici, radiofonici e televisivi con competenza sui Paesi della Comunità degli Stati indipendenti. L'interruzione dei collegamenti da Mosca di Innaro è stata inizialmente giustificata come una decisione cautelare, dovuta all'entrata in vigore sul territorio della Federazione russa di nuove norme che restringevano fortemente le libertà di stampa per chiunque operasse nel settore dell'informazione in lingua russa. Con il passare dei giorni, però, la decisione aziendale di fermare la produzione informativa dalla sede di Mosca appariva non più giustificata dai fatti. Tutti i principali network internazionali hanno infatti ripreso il flusso informativo da Mosca, con i propri corrispondenti o con i propri inviati. Ma non la RAI, che ha fatto sparire dal Tg1 il giornalista Innaro, che aveva pronunciato all'inizio del conflitto tra Federazione russa e Ucraina la seguente frase: "Basta guardare la cartina geografica per capire che, negli ultimi 30 anni, chi si è allargato non è stata la Russia, ma la Nato". La frase ha sollevato non poche proteste da parte di politici, oltre che dei vertici RAI; il secondo caso riguarda il professor Alessandro Orsini, direttore e fondatore dell'Osservatorio sulla sicurezza internazionale della Luiss, che è stato censurato dalla sua università a causa di posizioni personali e di analisi sulla guerra tra la Federazione russa e l'Ucraina espresse in diretta sui principali canali televisivi. Il professor Orsini è stato anche ospite su RAI3 nella trasmissione in prima serata "Cartabianca", condotta dalla giornalista Bianca Berlinguer. Per l'occasione, il professore della Luiss ha avuto l'ardire di avere un'opinione "controcorrente" sulla guerra e questo ha fatto di lui una voce popolare (o impopolare, per i censori). Berlinguer ha così deciso di scritturarlo in trasmissione, una scelta che ha fatto insorgere i vertici del Partito democratico, al punto che, si legge nel comunicato diffuso dalla RAI, "la Direzione di Rai 3, d'intesa con l'Amministratore Delegato della Rai, ha ritenuto opportuno non dar seguito al contratto originato su iniziativa del programma 'Cartabianca' che prevedeva un compenso per la presenza del Professor Alessandro Orsini nella trasmissione" (2.000 euro a puntata per 6 puntate), provocando la rabbia di Berlinguer che considera minata la propria autonomia di autrice; il terzo episodio di censura verificatosi in RAI forse è il più grave e sicuramente senza precedenti: riguarda addirittura il Pontefice. Il 24 marzo scorso, il Tg1 ha infatti "censurato" papa Francesco. Né nel Tg1 delle ore 13.30 né in quello delle ore 20 è stato dato spazio alle dure parole di papa Francesco contro la scelta di alcuni Stati, compresa l'Italia, di innalzare le spese per il riarmo al 2 per cento del PIL, e contro la guerra più in generale. Mai il telegiornale della "rete ammiraglia" aveva negato spazio al Santo padre. Le accuse evidentemente sono apparse molto scomode a un Governo che ha scelto di aumentare le spese militari di 13 miliardi di euro, da 25 a 38 miliardi, con un costo giornaliero di 104 milioni di euro, e di inviare armi all'Ucraina. La RAI, peraltro, ha una struttura ad hoc che si chiama "RAI Vaticano", si chiede di sapere se il Governo sia a conoscenza di quanto descritto in premessa e se intenda assumere iniziative, per quanto di competenza. Atto n. 4-06867 DE BONIS Al Ministro dell'economia e delle finanze Premesso che: fondata a Bari nel 1960, la banca Popolare di Bari (BPB) è il primo gruppo creditizio del Mezzogiorno, presente, oltre che in Puglia, anche in altre regioni italiane (Campania, Basilicata, Calabria, Molise, Lazio, Marche, Umbria, Toscana, Veneto, Lombardia, Abruzzo ed Emilia-Romagna), contando circa 70.000 soci; gli attuali clienti della banca sono circa 600.000, tra cui oltre 100.000 aziende e 3.000 i dipendenti. I depositi da clientela ammontano a circa 8 miliardi di euro, di cui 4,5 di ammontare unitario inferiore a 100.000 euro e come tali protetti dal fondo interbancario di tutela dei depositi (FITD);