[pronunce]

In rito, la memoria sottolinea, da una parte, la configurabilità della Sezione disciplinare come organo giurisdizionale a tutti gli effetti (preesistendo tale organo alla Costituzione ed essendo stato sottoposto a revisione dalla legge n. 195 del 1958), e la conseguente spettanza ad esso del potere di difendere le proprie attribuzioni in sede di conflitto tra poteri dello Stato; dall'altra, la legittimazione processuale della stessa Sezione a proporre ricorso per conflitto di attribuzioni tra poteri dello Stato. Nel merito, la memoria afferma la sindacabilità in sede disciplinare dei comportamenti del senatore Giorgianni oggetto della delibera di insindacabilità, in quanto non sarebbero opinioni espresse nell'esercizio di funzioni parlamentari quelli che, in fatto e in diritto, sono soltanto inadempimenti di elementari doveri di un magistrato che il collocamento in aspettativa (prima, ma anche dopo l'elezione) non fa venire meno. Infatti, tali comportamenti commissivi ed omissivi sarebbero stati posti in essere dal dott. Giorgianni prima della sua elezione a senatore della Repubblica; ed anche quando fossero stati posti in essere in epoca posteriore, ad essi non si applicherebbe comunque l'art. 68, primo comma, della Costituzione, poiché il collocamento in aspettativa del magistrato non recide il legame con l'amministrazione di appartenenza, né fa venire meno l'obbligo di informare i colleghi succeduti nell'incarico e di consegnare loro tutti i files contenenti documenti istruttori. Inoltre, secondo la recente giurisprudenza costituzionale, ai fini dell'affermazione dell'insindacabilità parlamentare non sarebbe sufficiente che i fatti contestati costituiscano genericamente "attività politica", e quindi cadrebbero, anche sotto questo profilo, gli argomenti del Senato. 5. - Ha depositato memoria anche il Senato della Repubblica, insistendo affinché la Corte dichiari inammissibile il ricorso e comunque accerti che spetta al Senato dichiarare che le opinioni espresse dal senatore Giorgianni, oggetto del procedimento disciplinare, sono assistite dalla garanzia dell'insindacabilità. In punto di ammissibilità del conflitto, secondo il resistente non si può ritenere né che la Sezione disciplinare sia assimilabile ad un organo giurisdizionale, anche alla luce della pregressa giurisprudenza costituzionale; né che la stessa sia configurabile come articolazione funzionalmente autonoma del Consiglio superiore della magistratura, titolare dell'attribuzione costituzionale relativa all'adozione dei provvedimenti disciplinari, a causa del profilo unitario e complessivo dell'organo, che solo in quanto tale potrebbe porsi in diretta relazione con gli altri organi previsti o presupposti dalla Costituzione; né, infine, che la Sezione sia in grado di rappresentare il Consiglio superiore nel giudizio costituzionale. Nel merito, il Senato nota che la teoria del "nesso funzionale" non escluderebbe aprioristicamente né che si possa prescindere dalla "sede" parlamentare, né che le funzioni del parlamentare possano essere valutate nel complesso del sistema democratico-rappresentativo. I comportamenti del senatore Giorgianni, di chiaro significato politico, in definitiva, sarebbero espressione di una puntuale e legittima opinione sul rapporto che sussiste tra mandato parlamentare, da un lato, e aspettativa dal servizio di magistrato, dall'altro.1. - La Sezione disciplinare del Consiglio superiore della magistratura, investita di un procedimento disciplinare nei confronti di un magistrato della Procura della Repubblica di Messina, all'epoca in aspettativa perché candidato e poi eletto al Parlamento, ha sollevato conflitto di attribuzioni nei confronti del Senato della Repubblica chiedendo l'annullamento della deliberazione del 29 luglio 1999 con la quale l'assemblea ha dichiarato che i fatti, oggetto di alcuni dei capi di incolpazione a carico di detto magistrato, concernono opinioni espresse da un membro del Parlamento nell'esercizio delle sue funzioni, e ricadono pertanto nell'ambito della insindacabilità di cui all'art. 68, primo comma, della Costituzione. La deliberazione del Senato si riferisce a tre dei capi di incolpazione a carico del magistrato, concernenti, rispettivamente, l'addebito di avere omesso di informare i colleghi che lo avrebbero sostituito nella conduzione di un processo sullo stato del procedimento medesimo e di avere disposto la cancellazione dai computer di dati relativi a detto processo; l'addebito di avere frequentato con carattere di continuità una persona da ritenersi di dubbia fama in considerazione dei suoi precedenti penali e giudiziari; e quello di avere reso alla Commissione parlamentare antimafia, in sede di inchiesta relativa ai predetti rapporti, dichiarazioni non corrispondenti alla effettiva realtà. La Sezione ritiene che il nesso funzionale fra l'attività oggetto del giudizio disciplinare e l'esercizio del mandato parlamentare sussista solo per il terzo dei ricordati addebiti (dichiarazioni alla Commissione antimafia) e non sussista invece riguardo ai fatti oggetto degli altri due addebiti, affermando che spetta all'organo disciplinare stabilire se il magistrato incolpato non avesse alcun obbligo di collaborazione con i colleghi dell'ufficio prima della sua elezione a senatore, e se egli abbia ostacolato di fatto il normale svolgimento delle indagini, come pure accertare se sia censurabile la ipotizzata frequentazione, risalente ad epoca anteriore all'elezione in Parlamento, di un personaggio definito "di dubbia fama". Essa dunque solleva conflitto di attribuzioni impugnando la deliberazione del Senato limitatamente ai due capi concernenti tali addebiti. 2. - Deve essere in primo luogo esaminata l'eccezione di inammissibilità del ricorso sollevata dalla difesa del Senato per carenza di legittimazione attiva della Sezione ricorrente: eccezione basata sull'assunto che, spettando il potere disciplinare sui magistrati al Consiglio superiore della magistratura, il ricorso per conflitto avrebbe dovuto essere deliberato non dalla Sezione disciplinare, ma dal plenum del Consiglio, e avrebbe dovuto essere sottoscritto dal Presidente, o per sua delega dal vice presidente di questo, anziché dal presidente della Sezione. L'eccezione non merita accoglimento. L'art. 105 della Costituzione attribuisce i provvedimenti disciplinari nei riguardi dei magistrati alla competenza del Consiglio superiore della magistratura, ed è quindi effettivamente in capo a questo organo che si colloca l'attribuzione in contestazione. Questa Corte ha però da tempo affermato che la Costituzione, regolando solo parzialmente la composizione del Consiglio superiore della magistratura (di cui indica i tre membri di diritto, mentre per i membri elettivi si limita a stabilire la proporzione fra componenti "togati" e "laici": art. 104, secondo, terzo e quarto comma) ed il suo funzionamento (a cui riguardo prevede solo l'elezione di un vicepresidente fra i componenti eletti dal Parlamento: art. 104, quinto comma), lascia al legislatore ordinario ampi spazi di discrezionalità nella disciplina dell'organizzazione interna del Consiglio, e non esclude che esso possa operare, nell'esercizio delle attribuzioni disciplinari, anziché in assemblea plenaria, in una composizione più ristretta, pur sempre rispettosa dei criteri e degli equilibri sanciti dall'art. 104 (sentenza n. 12 del 1971;