[pronunce]

Infatti, anche le norme denunciate genererebbero, tra i poteri di impugnazione delle parti, una asimmetria priva di adeguata giustificazione, avuto riguardo al suo carattere asseritamente radicale, generalizzato e unilaterale. Tale giustificazione non potrebbe essere rinvenuta né nelle particolarità del procedimento davanti al giudice di pace, che non legittimerebbero un «completo stravolgimento del regime delle impugnazioni», tanto più a fronte della natura non sempre “bagatellare” dei reati attribuiti alla competenza di detto giudice; né in una esigenza di riequilibrio dei poteri delle parti, tra i quali non era ravvisabile, in precedenza, alcuna significativa sperequazione. Mentre, per altro verso, apparirebbe contraddittorio il mantenimento del potere di appello del pubblico ministero contro le sentenze di condanna a pena diversa da quella pecuniaria. Ulteriori profili di irragionevolezza della disciplina censurata si connetterebbero al depotenziamento del ruolo della persona offesa che abbia proposto ricorso immediato al giudice ai sensi dell'art. 21 del d.lgs. n. 274 del 2000, i cui poteri di impugnazione riflettono quelli del pubblico ministero (art. 38 del d.lgs. n. 274 del 2000); nonché al fatto che la persona offesa mantenga, comunque, il potere di proporre ricorso per cassazione, anche agli effetti penali: e ciò ancorché il comma 1 dello stesso art. 9 della legge n. 46 del 2006 – abrogando l'art. 577 cod. proc. pen. – abbia inteso ricondurre il danneggiato dal reato «in una dimensione prettamente civilistica». Da ultimo, l'esclusione dell'appello della parte pubblica contro le sentenze di proscioglimento non risponderebbe neppure ad una esigenza di semplificazione. Al contrario, nel caso di assoluzione ingiusta, essa provocherebbe un aumento dei gradi di giudizio occorrenti onde pervenire alla decisione definitiva; con conseguente compromissione anche del principio di ragionevole durata del processo. 2. – La questione relativa all'art. 9, comma 2, della legge n. 46 del 2006 non è fondata. 3. – Contrariamente a quanto sostenuto dal giudice a quo, le precedenti argomentazioni di questa Corte – sulla base delle quali essa ha dichiarato costituzionalmente illegittima la soppressione dell'appello del pubblico ministero avverso le sentenze di proscioglimento, emesse nel giudizio ordinario e nel giudizio abbreviato, per violazione dell'art. 111, secondo comma, Cost. – non impongono la medesima conclusione in rapporto alla norma oggi sottoposta a scrutinio. 3.1. – Con la sentenza n. 26 del 2007, questa Corte ha ribadito – a conferma della propria costante giurisprudenza – che, nel processo penale, il principio di parità delle parti non comporta necessariamente l'identità tra i poteri processuali del pubblico ministero e quelli dell'imputato. Infatti – sulla base delle «fisiologiche differenze che connotano le posizioni delle parti necessarie del processo penale, correlate alle diverse condizioni di operatività e ai differenti interessi dei quali […] le parti stesse sono portatrici» – sono compatibili con il principio costituzionale in questione delle disparità di trattamento tra le parti medesime: purché tali disparità siano sorrette da un'adeguata ratio giustificatrice, connessa al ruolo istituzionale del pubblico ministero o ad esigenze di funzionale e corretta esplicazione della giustizia penale, anche in un'ottica di complessivo riequilibrio dei poteri dei contendenti; e purché, comunque, esse siano contenute nei limiti della ragionevolezza. Tali enunciati – ha ulteriormente precisato la citata sentenza n. 26 del 2007 – risultano riferibili anche alla disciplina delle impugnazioni, che non può reputarsi in alcun modo estranea all'ambito di operatività del principio di parità delle parti. Ciò pur avendo la Corte evidenziato – in assenza di un riconoscimento costituzionale della garanzia del doppio grado di giurisdizione – che il potere di impugnazione nel merito della sentenza di primo grado, da parte del pubblico ministero, non è configurabile come proiezione necessaria del principio di obbligatorietà dell'azione penale, di cui all'art. 112 Cost.; e che tale potere presenta, a fronte di esigenze contrapposte, dei margini di «cedevolezza» più ampi rispetto a quelli che connotano il simmetrico potere dell'imputato, il quale, invece, si correla anche al fondamentale valore espresso dal diritto di difesa (art. 24 Cost.). Di qui, dunque, la conclusione che, «per quanto attiene alla disciplina delle impugnazioni – ferma restando la possibilità per il legislatore […] di una generale revisione del ruolo e della struttura dell'appello – non contraddice, comunque, il principio di parità l'eventuale differente modulazione dell'appello medesimo per il l'imputato e per il pubblico ministero, purché essa avvenga nel rispetto del canone della ragionevolezza», con i relativi «corollari di adeguatezza e proporzionalità». 3.2. – La sentenza n. 26 del 2007 ha escluso che le condizioni dianzi ricordate ricorressero con riguardo al nuovo testo dell'art. 593 cod. proc. pen. , come sostituito dall'art. 1 della legge n. 46 del 2006, concernente l'appello nel giudizio ordinario: essendosi in quell'occasione al cospetto di una dissimmetria estrema, che non avrebbe potuto essere reputata compatibile con il principio di parità delle parti, senza svuotare di significato l'affermata riferibilità di detto principio anche alla materia delle impugnazioni. La sperequazione indotta dalla citata disposizione – per effetto della quale una sola delle parti perdeva la facoltà di proporre doglianze di merito avverso la sentenza che avesse integralmente respinto le proprie istanze (salva l'ipotesi, del tutto marginale, della sopravvenienza o della scoperta di nuove prove decisive dopo il giudizio di primo grado) – si presentava, difatti, oltre che radicale, anche «generalizzata e “unilaterale”». A fronte dell'intatto potere dell'imputato di appellare le sentenze di condanna – anche per reati bagatellari (salva la preesistente eccezione relativa alle sentenze di condanna alla sola pena dell'ammenda) – il pubblico ministero veniva privato del simmetrico potere di appello avverso il proscioglimento, non in riferimento «a talune categorie di reati, ma […] indistintamente a tutti i processi»: ivi compresi quelli relativi ai «delitti più severamente puniti e di maggiore allarme sociale». Al tempo stesso, detta rimozione non trovava «alcuna specifica “contropartita” in particolari modalità di svolgimento del processo». In questa situazione, l'alterazione del trattamento paritario dei contendenti non poteva essere giustificata, in termini di «adeguatezza e proporzionalità», alla luce delle rationes addotte a fondamento della riforma (vale a dire: l'asserita impossibilità di considerare colpevole «al di là di ogni ragionevole dubbio» l'imputato prosciolto in primo grado; l'esigenza di uniformare l'ordinamento italiano alle previsioni di determinati atti internazionali; l'opportunità di evitare che la sentenza di proscioglimento emessa da un giudice che ha assistito alla formazione della prova venga ribaltata da un giudice che ha una cognizione prevalentemente “cartolare” del materiale probatorio). 4.