[pronunce]

d) «l'idoneità del preservato silenzio a costituire atto idoneo a provocare l'insorgere del conflitto – dal tono indubitabilmente costituzionale in ragione della natura delle attribuzioni vantate, e negate dal comportamento omissivo dello Stato – risulta palese, […] configurando invero uno di quei “comportamenti concludenti non estrinsecantisi in atti formali”, assolutamente adeguati, tuttavia, a determinare lesioni dell'ordine di attribuzioni costituzionalmente sancite»; e) poiché la «procedura del silenzio-rifiuto, come peraltro, a seconda dei casi, del silenzio-inadempimento, va considerata […] quale istituto di carattere generale costituente espressione di un generale principio dell'ordinamento, va ritenuta l'ammissibilità del conflitto sulla (mera) omissione, dal valore sostanzialmente negativo, idonea a comprimere le spettanze regionali». 2. – Si è costituito il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, il quale ha chiesto che il ricorso venga dichiarato inammissibile o comunque rigettato. Quanto all'eccepita inammissibilità, la difesa erariale sostiene che: a) il silenzio censurato, essendo un mero comportamento omissivo, è privo di attitudine lesiva delle attribuzioni regionali; b) in base ai princípi in materia di silenzio dell'amministrazione desumibili dall'art. 21-bis della legge 6 dicembre 1971, n. 1034 (Istituzione dei tribunali amministrativi regionali), «il giudice adito avverso il comportamento omissivo dell'Amministrazione deve limitarsi ad accertare e dichiarare l'illegittimità dell'inerzia a provvedere, senza sostituirsi ad essa nell'adozione dei provvedimenti invocati»; c) occorre verificare se il silenzio sulle istanze della Regione relative al gettito dei tributi «dipenda dal convincimento che trattasi di tributi di competenza statale (cosí che si possa effettivamente configurare l'ipotizzato conflitto) o dipenda piuttosto da eventuali inadeguatezze dell'apparato amministrativo (e cioè da fattori riconducibili a semplici inadempimenti nella gestione del sistema della riscossione, che non sembrano integrare – come tali – gli estremi di una controversia costituzionale». Nel merito, la difesa erariale sostiene che, a norma dell'art. 2 del d.P.R. n. 1074 del 1965, il criterio in base al quale deve avvenire la destinazione del gettito dei tributi erariali alla Regione Siciliana è quello del luogo della riscossione dei tributi stessi e non – come sostenuto dalla ricorrente – quello del luogo in cui si è verificato il presupposto dell'obbligazione tributaria. Osserva l'Avvocatura generale che, alla luce della sentenza della Corte costituzionale n. 306 del 2004, il criterio del luogo della riscossione «può subire deroga a favore di altri criteri alternativi previsti e disciplinati da norme di legge a carattere speciale, riguardanti particolari tributi […] che per mere ragioni amministrative sono riscossi altrove» e che «il criterio alternativo deve essere comunque certo, obiettivo ed univoco». Rileva poi, con particolare riferimento al gettito dell'IVA, che il criterio proposto dalla ricorrente comporta la necessità di accertare caso per caso il luogo in cui è avvenuta la cessione del bene o «il luogo in cui debba ritenersi insorto il presupposto dell'IVA su una prestazione del servizio» ed appare, perciò, manifestamente irrazionale «se riferito all'esigenza di individuare con obiettività ed immediatezza l'Ente titolare dell'introito tributario». Osserva infine, in via subordinata, che i criteri alternativi a quello del luogo della riscossione, ai quali la ricorrente fa riferimento, dovrebbero essere applicati integralmente e non solo a favore della Regione, con la conseguenza che spetterebbero allo Stato i tributi riscossi in Sicilia i cui presupposti si siano verificati al di fuori del territorio siciliano. 3. – In prossimità dell'udienza, la ricorrente ha depositato memoria, con la quale ribadisce le proprie conclusioni. In particolare, sulle eccezioni proposte dalla difesa erariale, rileva che: a) la Regione «ha utilizzato lo schema proposto dall'art. 2 della l. 7 agosto 1990, n. 241» per la mancanza «di altre specifiche procedure – costituzionali e ordinarie – attuative, nei rapporti costituzionali, di quello che ormai costituisce principio generale dell'ordinamento, espresso anche dal predetto art. 2 l. 241/1990, che attribuisce un significato – anche nella sua portata minima di mero comportamento indebitamente omissivo – al silenzio serbato da un soggetto pubblico che ha […] l'obbligo di attivarsi per attuare l'ordinamento stesso»; b) oggetto del ricorso non è il silenzio-inadempimento in quanto tale, ma il perdurante comportamento omissivo dello Stato, che determina una compressione delle attribuzioni costituzionali regionali, perché «è pienamente significante della volontà di negare alla Regione siciliana la spettanza dei gettiti tributari in questione».1. – La Regione Siciliana ha proposto – in riferimento agli artt. 36 e 37 del proprio statuto, al decreto del Presidente della Repubblica 26 luglio 1965, n. 1074 (Norme di attuazione dello Statuto della Regione Siciliana in materia finanziaria), e al principio di leale collaborazione – ricorso per conflitto di attribuzione nei confronti dello Stato, in relazione al silenzio serbato dal Ministero dell'economia e delle finanze e dalla Presidenza del Consiglio dei ministri a fronte delle note «prot. nn. 4792, 4793, 4794 e 4796», emesse il 6 aprile 2006, e delle note «prot. nn. 8377, 8370, 8361 e 8367», emesse il 15 giugno successivo, del proprio Assessorato regionale del bilancio e delle finanze - Dipartimento finanze e credito. La ricorrente riferisce, in particolare, che: a) con le citate note del 6 aprile 2006, trasmesse a mezzo raccomandate con avviso di ricevimento spedite l'11 aprile 2006, aveva avanzato al Ministero dell'economia e delle finanze, oltre che alla Presidenza del Consiglio dei ministri, «formale richiesta a provvedere a voler impartire le opportune disposizioni e adottare i provvedimenti necessari al fine di consentire l'acquisizione al bilancio regionale» del gettito dei tributi indicati nelle note stesse, «assegnando un termine di trenta giorni per il riscontro»; b) con le successive note del 15 giugno 2006 aveva rinnovato la richiesta, assegnando un termine a provvedere di novanta giorni. La ricorrente conclude chiedendo che la Corte dichiari «l'illegittimità costituzionale del comportamento omissivo statale», perché ad esso è sotteso il «disconoscimento delle spettanze tributarie regionali conseguenti alle attribuzioni» garantite dagli evocati parametri, precisando, peraltro, che, con il ricorso, «non si è inteso applicare al procedimento costituzionale un istituto giuridico squisitamente proprio del procedimento (e processo) amministrativo» quale quello previsto dall'art. 2 della legge 7 agosto 1990, n. 241. 2.