[pronunce]

che tutti i rimettenti, ad eccezione del tribunale di Napoli, sollevano questione di legittimità costituzionale "non solo dell'art. 210 cod. proc. pen. , ma dello stesso meccanismo dettato dall'art. 513 cod. proc. pen. nella portata precettiva scaturita dall'intervento della Corte costituzionale", sul presupposto che "la regola introdotta dalla norma costituzionale non si limita ad esprimere un criterio di valutazione della prova, ma fissa il principio tassativo della formazione della stessa nel rispetto del principio del confronto dialettico [...], sicché l'acquisizione dei verbali di dichiarazioni rese nella fase delle indagini preliminari" (così, esplicitamente, r.o. n. 512 del 2000) in base al meccanismo introdotto dalla sentenza n. 361 del 1998 verrebbe a porsi in contrasto con tale principio; che il tribunale di Napoli - premessa la distinzione tra la fase dell'acquisizione delle dichiarazioni, quale momento della formazione della prova, e quella dell'utilizzabilità delle stesse, e qualificato il principiointrodotto nell'art. 111 della Costituzione "non già quale regola legale di esclusione probatoria, bensì qualecriterio legale di valutazione" - pone il problema di costituzionalità esclusivamente in relazione al profilo della "utilizzabilità", in assenza degli elementi di cui al quinto comma dell'art. 111 Cost., delle dichiarazionirese durante le indagini, ritenendo comunque acquisibili, e avendo anzi già acquisito, tali dichiarazioni "con il meccanismo di cui all'art. 513 c.p.p. , come integrato" dalla sentenza della Corte costituzionale n. 361 del 1998; che tutti i rimettenti ritengono che gli artt. 513, comma 2, e 210, comma 4, cod. proc. pen. , nella parte in cui disciplinano la formazione della prova con riferimento alle dichiarazioni dei soggetti di cui al comma 1 dell'art. 210 cod.proc. pen. , riconoscendo loro la facoltà di non rispondere, siano in contrasto con l'art. 111 Cost., e che si imponga, in forza delle modifiche introdotte nella norma costituzionale, "una revisione dei confini tra il diritto alla formazione in contraddittorio della prova, ed il diritto al silenzio del dichiarante erga alios"; che, in particolare, secondo i rimettenti il riconoscimento della facoltà di non rispondere svuota di effettività il principio, affermato dal quarto comma dell'art. 111 Cost., del contraddittorio nella formazione della prova, in relazione al quale il silenzio del dichiarante viene configurato, con evidente connotazione di disvalore, come "sottrazione al contraddittorio" nel secondo periodo dello stesso quarto comma; che la scelta dell'imputato di rendere dichiarazioni su fatti concernenti la responsabilità di altri spiega, secondo i giudici a quibus effetti di così grande rilevanza nei confronti dell'accusato nella fase predibattimentale che, una volta intrapresa tale via, l'esercizio successivo del diritto al silenzio si pone in contrasto, menomandolo, con il diritto dell'accusato al confronto dialettico nella formazione della prova, ora assunto a regola costituzionale (art. 111, terzo e quarto comma); che la disciplina censurata violerebbe anche gli artt. 3 e 24 Cost., in quanto la concorrenza tra lecontrapposte articolazioni del diritto di difesa del dichiarante e dell'imputato può essere composta soloaffermando che le nuove regole recate dall'art. 111 della Costituzione comportano la "compressione" dello spazio costituzionalmente garantito del diritto al silenzio, nonché gli artt. 3, 112, 111, primo comma, e 25 della Costituzione (quest'ultimo evocato solo in r.o. n. 512 del 2000), in quanto da essa discende l'irragionevole ed inaccettabile sacrificio dei principi del libero convincimento del giudice, della irrinunciabile funzione conoscitiva del processo, dell'indefettibilità della giurisdizione e dell'obbligatorietà dell'azione penale; che il tribunale di Rimini censura inoltre, in riferimento ai medesimi parametri, l'art. 392, lettera d), cod. proc. pen. "nella parte in cui limita i casi in cui può essere richiesto incidente probatorio in ordine alle dichiarazioni delle persone indicate nell'art. 210 c.p.p., ai soli casi previsti dalle lettere a) e b)", in quanto verrebbe così impedito di fatto "alla pubblica accusa di promuovere immediato incidente probatorio, in tutti i casi in cui un imputato effettui una chiamata in correità nei confronti dei coimputati, al di fuori dei casi previsti nellesuindicate" ipotesi, ritenendo tale questione "strettamente correlata" alle precedenti; che nei giudizi è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che le questioni siano dichiarate infondate, facendo particolare riferimento ai principi di cui all'art. 24 Cost. Considerato che identica è la sostanza delle questioni, che concernono tutte il diritto al silenzio riconosciuto alle persone imputate o giudicate in un procedimento connesso che abbiano in precedenza reso dichiarazionieteroaccusatorie, in relazione al regime della acquisizione e utilizzazione in dibattimento di tali precedenti dichiarazioni, per cui deve essere disposta la riunione dei relativi giudizi; che, con riferimento alle questioni concernenti gli artt. 210 e 513 cod. proc. pen. , successivamente alle ordinanze di rimessione è intervenuta la legge 1° marzo 2001, n. 63 (Modifiche al codice penale e al codice diprocedura penale in materia di formazione e di valutazione della prova in attuazione della legge costituzionale di riforma dell'art. 111 della Costituzione), che ha profondamente inciso sulla disciplina del diritto al silenzio e della formazione della prova in dibattimento, da un lato modificando gli artt. 64, 197 e 210 cod. proc. pen. e inserendo l'art. 197-bis cod. proc. pen. - che individua le ipotesi in cui le persone imputate o giudicate in un procedimento connesso o per reato collegato assumono l'ufficio di testimone -, dall'altro intervenendo sugli artt. 500, 513 e 526 cod. proc. pen. ; che di conseguenza, essendo mutati le norme censurate e il contesto complessivo della disciplina diriferimento, gli atti devono essere restituiti ai giudici rimettenti, perché verifichino se le questioni siano tuttora rilevanti nei giudizi a quibus; che la questione di costituzionalità dell'art. 392, comma 1, lettera d), cod. proc . pen. , sollevata daltribunale di Rimini, deve invece essere dichiarata manifestamente inammissibile, in quanto nella disposizione impugnata è già stato eliminato il riferimento alle circostanze previste dalle lettere a) e b), ad opera dell'art. 4, comma 1, della legge 7 agosto 1997, n. 267. Visti gli artt. 26, secondo comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87, e 9, secondo comma, delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale.. . per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE Riuniti i giudizi; Dichiara la manifesta inammissibilità della questione di legittimità costituzionale dell'art. 392, comma 1, lettera d), del codice di procedura penale, sollevata dal tribunale di Rimini con l'ordinanza in epigrafe;