[pronunce]

precisamente, su una somma complessiva di euro 1.084,98, solo 465 euro corrispondono all'imposta accertata; e la restante somma corrisponde, per la maggior parte (altri 465 euro), alla sanzione amministrativa per l'omessa denuncia, e per la parte rimanente all'ulteriore sanzione per il ritardo nel pagamento (139,50 euro), ed infine ad “interessi di mora” e spese di notifica»; che la medesima parte privata deduce, altresí, che la norma censurata, «entra in piena ed irragionevole contraddizione con la stessa definizione del presupposto di imposta dell'art. 5», definito come «la diffusione di messaggi pubblicitari», perché «la diffusione del messaggio svolta non solo all'insaputa ma addirittura contro la precisa volontà contraria di chi dovrebbe trarne vantaggio, […] non è piú un'attività pubblicitaria, ma è, invece, «un trattamento di dati inerenti a chi esercita impresa, da reputarsi come tale sicuramente illecito» in base agli artt. 11 e seguenti del d.lgs. 30 giugno 2003, n. 196 (Codice in materia di protezione dei dati personali); che ciò che viene, allora, in rilievo, nel caso in esame – secondo la parte privata – è il fatto che la norma censurata non ammette che il soggetto pubblicizzato possa fornire prova del fatto di non avere ricevuto vantaggio dalla diffusione di un messaggio pubblicitario che reclamizza i propri prodotti o servizi, ponendo cosí una presunzione assoluta; che l'impossibilità di fornire una tale prova contraria sarebbe confermata «dal disposto dell'art. 8 del medesimo d.lgs. n. 507, che, nell'imporre al solo “soggetto passivo” di cui all'art. 6 l'obbligo di presentare tutte le dichiarazioni circa l'inizio dell'attività pubblicitaria (comma 1), le relative variazioni (comma 2) e la cessazione dell'attività (comma 3), individua in questo soggetto l'unico interlocutore del Comune per tutto ciò che attiene alle comunicazioni sull'utilizzo degli spazi pubblicitari e ai relativi adempimenti»; che secondo la parte privata, infatti, il d.lgs. n. 507 del 1993 «non individua alcun meccanismo che consenta al committente di comunicare al Comune una sua eventuale volontà contraria alla permanenza del messaggio, e ciò perché, semplicemente, ad una tale volontà contraria non viene attribuito alcun giuridico rilievo»; che, per la stessa s.c. a r.l. per azioni, inoltre, la norma censurata víola il combinato disposto degli artt. 3 e 27 Cost., perché configura un'ipotesi di responsabilità per fatto altrui dell'obbligato in solido in relazione alle sanzioni irrogate per violazioni delle norme tributarie commesse dall'obbligato principale, «il quale solo ha la disponibilità dei mezzi per la pubblicità medesima ed ha […] l'esclusiva nell'intrattenere le relazioni con l'amministrazione al riguardo dell'uso e della cessazione di questi mezzi»; che la parte privata sottolinea, infine, che, nel caso in esame, «le sanzioni riguardano la violazione di obblighi di denuncia (la denuncia di inizio e la “denuncia di cessazione” dell'attività), che a norma dell'art. 8 del d.lgs. n. 507 del 1993 incombono solo ed unicamente sul soggetto passivo dell'imposizione (cioè su colui che dispone del mezzo attraverso cui il messaggio è veicolato) e non possono ritenersi estesi all' “obbligato solidale”». Considerato che la Commissione tributaria provinciale di Piacenza dubita – in riferimento agli artt. 3, 24, 27, 53, 76 e 111 della Costituzione – della legittimità costituzionale dell'art. 6, comma 2, del decreto legislativo 15 novembre 1993, n. 507 (Revisione ed armonizzazione dell'imposta comunale sulla pubblicità e del diritto sulle pubbliche affissioni, della tassa per l'occupazione di spazi ed aree pubbliche dei comuni e delle province nonché della tassa per lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani a norma dell'articolo 4 della legge 23 ottobre 1992, n. 421, concernente il riordino della finanza territoriale), il quale dispone che «è solidalmente obbligato al pagamento dell'imposta colui che produce o vende la merce o fornisce i servizi oggetto della pubblicità»; che, in particolare, il giudice a quo censura la suddetta disposizione «nella parte in cui prevede che colui che produce o vende la merce o fornisce i servizi oggetto della pubblicità resti obbligato in solido con il soggetto passivo di imposta, anche quando sia accertato che egli abbia voluto e fatto tutto quanto poteva affinché il soggetto passivo di imposta non realizzasse il presupposto della imposizione tributaria», per violazione: a) dell'art. 3 Cost., per lesione del principio di ragionevolezza, essendo «il contribuente costretto a pagare una imposta senza essere a conoscenza del presupposto di fatto»; b) dello stesso art. 3 Cost., per «disparità di trattamento […] fra debitore e coobbligato solidale, chiamato a pagare senza avere realizzato il presupposto di fatto»; c) dell'art. 53 Cost., «per essere il contribuente assoggettato alla obbligazione tributaria senza correlazione della sua capacità contributiva al presupposto di imposta»; d) degli artt. 3 e 76 Cost., per eccesso di delega, «in quanto la legge delega attribuisce la soggettività passiva solo a colui che dispone dei mezzi pubblicitari»; e) degli artt. 24 e 111 Cost., per «violazione del diritto di difesa e del principio dell'equo processo»; che lo stesso giudice a quo censura la disposizione anche per violazione: a) degli artt. 3 e 27 Cost. congiuntamente, perché «non prevede che le sanzioni di tipo afflittivo o punitivo debbano colpire esclusivamente il soggetto passivo di imposta e non debbano colpire il soggetto pubblicizzato», il quale non può fare alcunché «per far cessare e prevenire la propria responsabilità solidale»; b) dell'art. 3 Cost., perché è irragionevole che il soggetto pubblicizzato sia obbligato in solido «con un soggetto fallito, senza potersi rivalere in regresso sul medesimo»; che la difesa erariale eccepisce che le questioni sono manifestamente inammissibili, perché poste in astratto, essendo state sollevate sul presupposto di fatto che l'obbligato solidale «abbia voluto e fatto tutto quanto poteva affinché il soggetto passivo di imposta non realizzasse il presupposto della imposizione tributaria», ipotesi che non ricorrerebbe nel caso di specie, in cui «la contestazione concerne l'imposta sulla pubblicità per l'anno 2006» e l'obbligato in solido aveva proceduto in proprio alla copertura degli spazi pubblicitari solo il 30 gennaio 2007; che tale eccezione deve essere rigettata, perché dall'ordinanza di rimessione non emerge che il presupposto di fatto delle sollevate questioni sia manifestamente insussistente; che, infatti, da quanto riferito dal rimettente risulta che l'obbligato in solido per il pagamento dell'imposta non ha potuto procedere tempestivamente alla rimozione della pubblicità, perché non ha mai avuto la disponibilità degli spazi sui quali erano stati installati i cartelli pubblicitari;