[pronunce]

Anche nella circostanza, era stata dedotta la violazione dell'art. 117, primo comma, Cost., per contrasto con il principio di pubblicità delle udienze di cui all'art. 6, paragrafo 1, della CEDU, nella interpretazione datane dalla Corte di Strasburgo, la quale, in plurime pronunce, aveva affermato che le persone coinvolte nei procedimenti di prevenzione (parimenti soggetti a trattazione camerale) debbono godere almeno della possibilità di sollecitare una udienza pubblica davanti ai tribunali e alle corti d'appello. Nonostante tale riferimento limitativo, la questione era stata sollevata dal giudice a quo non solo in relazione ai gradi di merito del procedimento, ma anche a quello di legittimità. Con riguardo ai primi, la questione è stata dichiarata inammissibile per sopravvenuta carenza di oggetto, giacché, nelle more, le norme denunciate erano già state dichiarate costituzionalmente illegittime, in parte qua, con la sentenza n. 93 del 2010. La Corte ha rilevato, tuttavia, come, a fianco di tale profilo di inammissibilità, pur «assorbente», ve ne fosse un altro: per l'appunto, il difetto di rilevanza, connesso al fatto che l'interessato, ricorrente per cassazione, non risultava aver formulato, nei precedenti gradi di giudizio, alcuna istanza di trattazione in forma pubblica del procedimento. La suddetta istanza di trattazione pubblica era stata, in effetti, proposta per la prima volta dal difensore dell'interessato - con contestuale eccezione di violazione del principio convenzionale di pubblicità - solo nell'ambito del giudizio di cassazione. La Corte ha proceduto, pertanto, all'esame nel merito della sola questione relativa al difetto di pubblicità di tale giudizio, dichiarandola infondata per le ragioni ricordate nell'odierna ordinanza di rimessione. 3.- La situazione oggi in esame va oltre tale precedente, risultando più radicale. Nella specie, infatti, la Corte di cassazione ha già annullato con rinvio una precedente ordinanza della Corte d'appello di Catania e si trova attualmente a dover pronunciare sull'ulteriore ricorso per cassazione proposto contro la nuova ordinanza di rigetto della domanda di riparazione, adottata dalla medesima Corte d'appello quale giudice del rinvio. Secondo quanto espressamente si deduce nell'ordinanza di rimessione, peraltro, la parte privata non solo non ha mai chiesto l'udienza pubblica nei gradi di merito (prima istanza e giudizio di rinvio), ma neppure ha chiesto o eccepito alcunché sul punto - diversamente che nel caso esaminato dalla citata sentenza n. 80 del 2011 - nelle due occasioni in cui il procedimento è transitato innanzi al giudice di legittimità. Istanze o eccezioni del tipo considerato non risultano essere state formulate - per quanto consta dall'ordinanza di rimessione - addirittura nemmeno dopo che il secondo ricorso per cassazione dell'interessato è stato rimesso alle Sezioni unite, allo specifico scopo di stabilire come i dicta della Corte di Strasburgo, riguardo alla pubblicità delle udienze nel procedimento per la riparazione dell'ingiusta detenzione, incidessero sul giudizio principale. 4.- Gli argomenti sulla cui base il Collegio rimettente reputa superabile l'evidenziato profilo di inammissibilità, se pure sottili e suggestivi, non possono essere condivisi. Ad avviso delle Sezioni unite, la posizione espressa dalla sentenza n. 80 del 2011 rispecchierebbe il corrente orientamento giurisprudenziale riguardo agli effetti della dichiarazione di illegittimità costituzionale di norme processuali: orientamento alla luce del quale detta dichiarazione incide anche su fatti e rapporti anteriori, ma con salvezza delle cosiddette situazioni "esaurite", quali quelle "coperte" dal giudicato, ovvero da preclusioni o decadenze. Tale indirizzo si giustificherebbe, peraltro, solo nel quadro di un raffronto puramente "interno" all'ordinamento nazionale, tra norma censurata e parametro costituzionale. La prospettiva cambierebbe quando venga in gioco la contrarietà a un parametro convenzionale. La pronuncia della Corte di Strasburgo, che - come nel caso Lorenzetti - censuri non un concreto «difetto» del singolo processo, ma una carenza dipendente dalla disciplina normativa del relativo modulo procedimentale (dunque, «strutturale»), avrebbe, infatti, una efficacia espansiva "esterna" rispetto al caso considerato. Il generale vincolo di adeguamento degli Stati contraenti alle sentenze definitive della Corte europea (art. 46 della CEDU) farebbe allora scattare, in rapporto a tutti i processi attinti dal rilevato difetto strutturale, l'obbligo di porre termine alla violazione contestata e di cancellarne, per quanto possibile, le conseguenze. Tale obbligo di "cancellazione delle conseguenze" non potrebbe rimanere condizionato da istituti volti a regolare l'ordine processuale, quali decadenze e preclusioni. Se così fosse, il processo in corso, "strutturalmente ingiusto", sarebbe destinato a concludersi senza alcuna possibilità di «purgazione» dell'elemento di "ingiustizia": col risultato che l'interessato non avrebbe altra via che quella di ricorrere alla Corte di Strasburgo, con effetti ampliativi del relativo contenzioso. Tale risultato sarebbe, per converso, agevolmente evitabile tramite la proposizione di una questione di legittimità costituzionale che conduca alla rimozione della norma legislativa interna, generativa dell'elemento di "ingiustizia". Nel caso di specie, l'invocata declaratoria di illegittimità costituzionale consentirebbe (sempre secondo il Collegio rimettente) di annullare con rinvio il provvedimento impugnato, dando modo così al ricorrente di formulare «eventuale» richiesta di udienza pubblica nel giudizio di rinvio davanti alla Corte d'appello. 5.- In direzione contraria, va peraltro rilevato che la sentenza n. 80 del 2011 - nell'evidenziare l'anzidetto profilo di inammissibilità della questione sottoposta al suo vaglio - non ha fatto, in realtà, applicazione dei principi ricordati dall'ordinanza di rimessione in tema di limiti alla retroattività delle sentenze dichiarative dell'illegittimità costituzionale di norme processuali. Essa si è limitata a ribadire, sullo specifico tema, un postulato di evidenza logica, già largamente utilizzato nella giurisprudenza di questa Corte: e, cioè, che una questione finalizzata a riconoscere una determinata facoltà a una parte processuale è priva di rilevanza attuale se, nel giudizio a quo, quella parte non ha mai manifestato la volontà di esercitare la facoltà in discussione (ex plurimis, con particolare riguardo a questioni volte ad ampliare le possibilità di accesso dell'imputato a riti alternativi, ordinanze n. 55 del 2010, n. 69 del 2008, n. 129 del 2003 e n. 584 del 2000). In assenza di tale manifestazione di volontà, la rilevanza dell'odierna questione risulta, in effetti, meramente ipotetica. L'applicabilità, nel giudizio principale, della "norma" che le Sezioni unite vorrebbero vedere introdotta tramite una sentenza "additivo-manipolativa" di questa Corte resterebbe, infatti, subordinata ad un accadimento non solo futuro, ma anche del tutto incerto: