[pronunce]

ORDINANZA ha pronunciato la seguentenei giudizi di legittimità costituzionale degli artt. 3 e 5, commi da 1 a 11, del decreto legislativo 21 dicembre 1999, n. 517 (Disciplina dei rapporti fra Servizio sanitario nazionale ed università, a norma dell'articolo 6 della L. 30 novembre 1998, n. 419), promossi con ordinanze del 1° marzo 2001, del 23 gennaio 2001 (n. 2 ordinanze), del 18 gennaio 2001, del 23 gennaio 2001 (n. 2 ordinanze), del 4 dicembre 2000, del 5 luglio e del 22 novembre 2001 dal Tribunale amministrativo regionale del Lazio, rispettivamente iscritte ai nn. 551, 558, 559, 726, 727, 753 e 842 del registro ordinanze 2001 ed ai nn. 11 e 245 del registro ordinanze 2002 e pubblicate nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica nn. 32, 38, 39 e 42, prima serie speciale, dell'anno 2001 e nn. 4 e 21, prima serie speciale, dell'anno 2002. Visti gli atti di costituzione di Giorgio Agrifoglio ed altri, Rossella Appolloni ed altri, Guido Varesini e Giuseppe Chiumello, nonché gli atti di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri; udito nella camera di consiglio del 26 gennaio 2005 il Giudice relatore Piero Alberto Capotosti. Ritenuto che il Tribunale amministrativo regionale del Lazio, sezione III, con nove ordinanze depositate il 4 dicembre 2000, il 18 e 23 gennaio 2001, il 1° marzo 2001, il 5 luglio 2001 ed il 22 novembre 2001, nel corso di giudizi promossi da docenti e ricercatori universitari delle facoltà di medicina e chirurgia (infra: medici universitari), solleva questione di legittimità costituzionale delle seguenti norme del decreto legislativo 21 dicembre 1999, n. 517 (Disciplina dei rapporti fra Servizio sanitario nazionale ed università, a norma dell'articolo 6 della L. 30 novembre 1998, n. 419): art. 5, comma 8, in riferimento agli artt. 3 e 97 della Costituzione; art. 5, comma 7, in riferimento agli artt. 33 e 76 della Costituzione; art. 5, commi da 1 a 6 e da 8 a 11, nonché art. 3 – quest'ultimo nella parte in cui non prevede una partecipazione diretta degli organi universitari nelle scelte delle aziende ospedaliero-universitarie in materia di collegamento tra le attività di assistenza, didattica e ricerca – in riferimento agli artt. 33 e 76 della Costituzione; che le ordinanze, con argomentazioni in larga misura coincidenti, censurano l'art. 5, comma 8, del d. lgs. n. 517 del 1999, il quale stabilisce un termine perentorio entro il quale i medici universitari esercitano o rinnovano l'opzione – prevista dal comma 7 – per l'esercizio di attività assistenziale intramuraria (c.d. attività assistenziale esclusiva), ovvero di attività libero-professionale extramuraria, disponendo che, in mancanza di comunicazione, si intende effettuata l'opzione per l'attività assistenziale esclusiva; che, secondo i rimettenti, la norma, fissando il succitato termine indipendentemente dalla individuazione delle strutture destinate allo svolgimento dell'attività assistenziale intramuraria, si porrebbe in contrasto con gli artt. 3 e 97 della Costituzione, in quanto la loro preventiva identificazione configurerebbe un presupposto dell'opzione e, proprio per questo, la disposizione inciderebbe negativamente sulla compenetrazione tra attività assistenziale ed attività didattico-scientifica, in violazione dei principî di coerenza e ragionevolezza dell'ordinamento, nonché di buon andamento dell'amministrazione; che, ad avviso del Tar, l'art. 5, comma 7, del d. lgs. n. 517 del 1999 e le disposizioni ad esso sottese e connesse – ossia i commi da 1 a 6 e da 8 ad 11 – nonché l'art. 3, nella parte riguardante l'organizzazione interna delle aziende ospedaliero-universitarie, violerebbero gli artt. 33 e 76 della Costituzione; che, in particolare, la configurazione dell'opzione per l'attività assistenziale esclusiva quale requisito per l'attribuzione degli incarichi di direzione dei programmi di cui al comma 4 della norma impugnata pregiudicherebbe la compenetrazione tra attività sanitaria assistenziale ed attività didattica e di ricerca scientifica, assoggettando l'attività assistenziale svolta dal medico universitario alle determinazioni organizzative del direttore generale dell'azienda ospedaliero- universitaria, in violazione del principio dell'autonomia universitaria; che, secondo le ordinanze, l'attribuzione agli organi dell'università di compiti marginali nel coordinamento degli interessi concernenti l'insegnamento e la ricerca scientifica pregiudicherebbe lo svolgimento delle attività assistenziali <<funzionali alle esigenze della didattica e della ricerca>>, in violazione dell'art. 6, comma 1, lettera b), della legge 30 novembre 1998, n. 419; che, ad avviso dei giudici a quibus, <<la normativa delegata in materia di opzione>> (ossia l'art. 5, commi da 1 a 6 e da 8 a 11, nonché l'art. 3 del d. lgs. n. 517 del 1999 <<in parte qua>>) si porrebbe in contrasto con gli artt. 33 e 76 della Costituzione, in quanto il divieto di attribuire al medico universitario, il quale non abbia scelto l'attività assistenziale esclusiva, la direzione delle strutture e dei programmi finalizzati alla integrazione di queste attività non garantirebbe <<la coerenza fra l'attività assistenziale e le esigenze della formazione e della ricerca>> (art. 6, comma 1, lettere b e c, della legge n. 419 del 1998), incidendo sullo stato giuridico del personale universitario, in violazione dei principî e dei criteri direttivi della legge-delega; che, secondo le ordinanze –ad eccezione di quella iscritta al n. 842 del registro ordinanze dell'anno 2001- l'art. 3 del d. lgs. 28 luglio 2000, n. 254, norma sopravvenuta all'instaurazione dei giudizi, che ha sostituito il comma 10 dell'art. 15-quinquies del d. lgs. n. 502 del 1992, stabilendo che, nel caso di carenza di strutture e spazi idonei allo svolgimento dell'attività libero-professionale in regime ambulatoriale, i medici che hanno esercitato l'opzione per l'attività intramuraria, sino al 31 luglio 2003, possono svolgerla utilizzando i propri studi professionali, non inciderebbe sulla rilevanza della questione; che il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, è intervenuto in tutti i giudizi, con separati atti di contenuto sostanzialmente coincidente, chiedendo che le questioni siano dichiarate inammissibili e comunque infondate; che, secondo la difesa erariale, il d. lgs.