[pronunce]

n. 235 del 2012, che contempla la sospensione dalla carica in caso di condanna non definitiva. Secondo la corte d'appello, non si potrebbe andare contro il chiaro dettato letterale del criterio direttivo, né questo sarebbe illogico, in quanto dai lavori preparatori della legge delega emergerebbe che il comma 64, lettera m), riferisce «la sospensione alle cariche elettive e la decadenza alle cariche non elettive». Al Governo «non era consentito [...] di regolare la fattispecie in modo inconfutabilmente creativo, secondo una logica diversa, certamente condivisibile e più aderente allo scopo generale che si intendeva perseguire, ma ben al di là del mandato conferito dalla legge delega». 1.2.- Quanto alla seconda questione, il rimettente osserva che, quand'anche dovesse ritenersi che la sospensione dalla carica costituisca un effetto di natura amministrativa della condanna penale, si tratterebbe comunque di un effetto afflittivo conseguente a condanna pronunciata per un reato consumato in data antecedente a quella dell'entrata in vigore del d.lgs. n. 235 del 2012, in violazione degli artt. 25, secondo comma, e 117, primo comma, Cost., quest'ultimo con riferimento all'art. 7 della CEDU. Sebbene lo scopo delle norme sia quello di allontanare dall'amministrazione della cosa pubblica, anche in via cautelare, chi si sia reso moralmente indegno, andrebbe tuttavia considerato che tale obiettivo collide con i diritti, tutelati dall'art. 51 Cost., di accesso alle cariche elettive e di esercizio delle funzioni connesse alla carica, diritti che non potrebbero essere in concreto garantiti «se non nell'ambito delle garanzie costituzionali tutte, di modo che è parte necessaria consustanziale del diritto il divieto di retroattività delle norme sanzionatorie, disciplinato dall'art. 11 delle preleggi». 1.3.- Quanto alla terza questione, il rimettente rileva che l'art. 1 del d.lgs. n. 235 del 2012 prevede per i parlamentari nazionali ed europei la soglia della condanna a due anni di reclusione, al di sotto della quale non si determina l'incandidabilità, e osserva che la disparità di trattamento dei consiglieri regionali, per i quali la soglia non opera, non sembra giustificata dalla diversa situazione istituzionale e funzionale degli uni e degli altri, apparendo irragionevole che gli eletti in competizioni locali ricevano un trattamento più severo. 2.- Nel giudizio costituzionale si è tempestivamente costituito l'appellante nel giudizio a quo, F.A., con memoria depositata il 22 dicembre 2015, che tiene conto della sentenza della Corte costituzionale n. 236 del 2015, riguardante sempre la c.d. "legge Severino". Con riferimento alla prima questione, F.A. nega che l'art. 1, comma 64, lettera m), della legge n. 190 del 2012 implicitamente preveda la sospensione per il caso di condanna non definitiva. Dai lavori preparatori risulterebbe che la sospensione era prevista per le cariche elettive e la decadenza per quelle non elettive, sempre sulla base di una condanna definitiva. La ratio di tale distinzione starebbe nella corrispondenza del regime previsto per gli eletti al Consiglio regionale con la temporaneità dell'incandidabilità dei parlamentari, ai sensi dell'art. 1, comma 64, lettere a), b) e c), e nell'esigenza di limitare il sacrificio del diritto politico, derivante da un voto popolare. Con riferimento alla seconda questione, l'appellante nel giudizio a quo, in considerazione della intervenuta pronuncia n. 236 del 2015, si limita a citare un contributo dottrinale, secondo il quale non sarebbe corretto sostenere che si tratti della disciplina dello status di un membro di un consesso pubblico, per escludere la natura sanzionatoria della decadenza. Ogni sanzione si tradurrebbe, invece, nella riduzione della capacità giuridica e della capacità di agire del soggetto inciso. Con riferimento alla terza questione, F.A. deduce che il differente trattamento riservato ai parlamentari e agli eletti nelle competizioni locali non trova giustificazione nell'esercizio della discrezionalità legislativa. Di essa sarebbe evidente l'irragionevolezza intrinseca ed estrinseca, visto che per le cariche oggettivamente più importanti il rigore si attenua e per quelle oggettivamente meno importanti si inasprisce. La parte privata, inoltre, si sofferma su tre ulteriori profili di possibile incostituzionalità. Il primo starebbe nella mancata previsione della durata dell'incandidabilità anche per le cariche elettive regionali (come per le cariche nazionali): si lamenta la violazione degli artt. 3, 76 e 77, primo comma, Cost., per irragionevolezza e disparità di trattamento nell'esercizio della funzione legislativa delegata, e l'ulteriore violazione dell'art. 51 Cost. da parte della legge delega. Il secondo profilo attiene alla mancata previsione della sospensione per le cariche nazionali ed europee: si lamenta la violazione dell'art. 1, comma 64, lettera m), della legge delega e, dunque, dell'art. 76 Cost. Il terzo profilo riguarda l'aggiunta dell'abuso d'ufficio come reato ostativo, nonostante la possibilità di ampliamento dei reati ostativi fosse prevista dalla legge delega, secondo la parte, solo per le elezioni comunali e provinciali, ai sensi dell'art. 1, comma 64, lettera h). 2.1.- Con atto depositato il 29 dicembre 2015 è tempestivamente intervenuto nel giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato. Questa ha negato che sussista eccesso di delega, citando la sentenza del Consiglio di Stato, sezione terza, 14 febbraio 2014, n. 730, che ha dichiarato manifestamente infondata analoga questione di legittimità costituzionale. La difesa erariale sottolinea l'insufficienza del criterio letterale di interpretazione, evidenziando che la previsione della sospensione in caso di condanna definitiva equivarrebbe all'eliminazione della stessa sospensione, essendo invece da escludere che la legge delega intendesse sopprimere l'istituto della sospensione, previsto da tempo nell'ordinamento italiano. Quanto alla seconda questione, la difesa erariale &#8210; richiamando l'orientamento manifestato dalla Corte costituzionale su disposizioni analoghe (si citano, in particolare, le sentenze n. 25 del 2002, n. 132 del 2001, n. 206 del 1999, nn. 295, 184 e 118 del 1994) &#8210; replica che, sia la misura della sospensione da una carica, sia quelle della incandidabilità e della decadenza, lungi dall'avere carattere sanzionatorio, costituirebbero conseguenze del venir meno di un requisito soggettivo per l'accesso alle cariche considerate, ovvero per il loro mantenimento. Anche da ultimo (sentenza n. 236 del 2015), la Corte avrebbe ribadito la natura cautelare della sospensione dalla carica, che risponde ad esigenze proprie della funzione amministrativa e della pubblica amministrazione presso la quale il soggetto colpito presta servizio.