[pronunce]

ORDINANZA ha pronunciato la seguentenel giudizio di legittimità costituzionale dell'art. 625-bis, commi 1 e 2, del codice di procedura penale, promosso dalla Corte di cassazione nel procedimento penale a carico di D.M.L., con ordinanza del 15 ottobre 2013, iscritta al n. 273 del registro ordinanze 2013 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 52, prima serie speciale, dell'anno 2013. Visti l'atto di costituzione di D.M.L., nonché l'atto di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri; udito nell'udienza pubblica dell'8 aprile 2014 il Giudice relatore Giorgio Lattanzi; uditi l'avvocato Giovanni Esposito Fariello per D.M.L. e l'avvocato dello Stato Massimo Giannuzzi per il Presidente del Consiglio dei ministri. Ritenuto che, con ordinanza del 15 ottobre 2013 (r.o. n. 273 del 2013), la Corte di cassazione, terza sezione penale, ha sollevato, in riferimento agli artt. 3, 24, 111 e 117, primo comma, della Costituzione, quest'ultimo in relazione all'art. 6 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali (d'ora in avanti: «CEDU»), firmata a Roma il 4 novembre 1950, ratificata e resa esecutiva con la legge 4 agosto 1955, n. 848, questione di legittimità costituzionale dell'art. 625-bis del codice di procedura penale, «nella parte in cui non consente alla persona indagata di attivare la procedura di correzione dell'errore materiale o di fatto commesso dalla Corte Suprema di Cassazione decidendo nel procedimento "de libertate"»; che la Corte rimettente premette di essere investita di un ricorso per errore di fatto, ai sensi dell'art. 625-bis cod. proc. pen. , proposto dal difensore dell'indagato; che, come riferisce la Corte di cassazione, il Giudice per le indagini preliminari del Tribunale ordinario di Napoli aveva disposto con ordinanza «la sostituzione della misura cautelare della custodia domiciliare con quella della custodia in carcere» per il reato previsto dall'art. 73 del d.P.R. 9 ottobre 1990, n. 309 (Testo unico delle leggi in materia di disciplina degli stupefacenti e sostanze psicotrope, prevenzione, cura e riabilitazione dei relativi stati di tossicodipendenza); che l'indagato aveva impugnato tale provvedimento davanti al Tribunale ordinario di Napoli, sezione del riesame, il quale, con ordinanza dell'8 novembre 2012, aveva confermato la decisione censurata; che la Corte di cassazione, quarta sezione penale, con sentenza n. 21325 del 12 febbraio 2013, decidendo su ricorso dell'indagato, aveva respinto l'impugnazione, sì che la misura della custodia in carcere aveva «avuto esecuzione»; che il difensore dell'indagato aveva proposto ricorso straordinario per errore di fatto, a norma dell'art. 625-bis cod. proc. pen. , deducendo di non aver potuto partecipare all'udienza in cassazione perché non aveva ricevuto il relativo avviso, notificato per errore, mediante fax, a un diverso destinatario; che in precedenza l'indagato aveva proposto un altro ricorso ai sensi dell'art. 625-bis cod. proc. pen. , «avente contenuto nella sostanza analogo» a quello che ha dato luogo al presente procedimento; che tale ricorso era stato dichiarato inammissibile con l'ordinanza della Corte di cassazione, terza sezione penale, n. 20931 del 26 aprile 2013, perché non era stato proposto da una persona "condannata" contro una sentenza che definisce il processo, come è previsto dall'art. 625-bis, commi 1 e 2, cod. proc. pen. , ma contro un'ordinanza cautelare; che, successivamente, erano stati proposti un nuovo ricorso ex art. 625-bis cod. proc. pen. e inoltre un ricorso, ai sensi dell'art. 130 cod. proc. pen. , per correzione di errore materiale; che la Corte di cassazione ha riconosciuto che il vizio lamentato, consistente nell'omessa notificazione al difensore dell'avviso dell'udienza, con conseguente svolgimento del procedimento camerale in assenza del contraddittorio, era effettivamente esistente, dato che la notificazione al difensore di fiducia era stata «effettuata a numero di telefono» diverso da quello del suo studio, che l'udienza si era svolta senza la sua presenza e che il Collegio non aveva rilevato l'invalidità; che sarebbe stato violato il diritto dell'indagato di essere rappresentato in giudizio e assistito tecnicamente, con conseguente vizio del procedimento, integrante una nullità di ordine generale, prevista dall'art. 178, lettera c), cod. proc. pen. ; che, secondo la stessa Corte di cassazione, l'ordinanza di inammissibilità n. 20931 del 2013, definendo la fase incidentale, aveva determinato la formazione di un "giudicato cautelare", con possibile effetto preclusivo nei confronti della nuova impugnazione, avente analogo contenuto e fondata sulla medesima disposizione di legge; che, tuttavia, la Corte di cassazione, dopo aver escluso di poter sanare il vizio che si era verificato con un provvedimento di correzione dell'errore materiale, ai sensi dell'art. 130 cod. proc. pen. , ha ritenuto di poter superare l'effetto preclusivo della precedente decisione di inammissibilità con argomenti analoghi a quelli adottati dalla Corte costituzionale nella sentenza n. 113 del 2011; che, tanto premesso, a giudizio della Corte rimettente, la disposizione dell'art. 625-bis cod. proc. pen. non potrebbe essere interpretata nel senso che anche la persona non "condannata" possa essere ammessa a richiedere la correzione dell'errore di fatto commesso dalla Corte di cassazione e quindi non sarebbe sostenibile un'interpretazione adeguatrice, costituzionalmente conforme, di tale disposizione; che l'omessa previsione di rimedi processuali per ovviare all'errore di fatto commesso dalla Corte di cassazione nel procedimento de libertate determinerebbe la violazione dell'art. 111 Cost., per l'ineffettività delle garanzie apprestate dai commi secondo e settimo di tale articolo; sarebbero altresì violati l'art. 24, secondo comma, Cost., in considerazione della non giustificata compressione del diritto «dell'indagato e del suo difensore di essere informati della celebrazione del giudizio di cassazione e di essere posti in condizione di parteciparvi utilmente» , e inoltre l'art. 117, primo comma, Cost., in relazione ai principi del giusto processo contenuti nell'art. 6, comma 3, della CEDU; che, infine, sarebbe non manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale dell'art. 625-bis cod. proc. pen.