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Un'altra cosa che mi colpisce è che siamo tutti complici di aver convinto il cittadino che il suo rappresentante elettivo a livello nazionale sia un qualcosa che non va bene e che, come tale, vada ridotto il numero. È il paradosso: abbiamo convinto il condannato che il carnefice sta dalla sua parte. Questo secondo me è un capolavoro. (Applausi dal Gruppo Misto) . Adesso sarebbe appropriato citare qualche numero: ho sentito dire che l'Italia ha troppi parlamentari ma «troppi» è un concetto assoluto e i concetti assoluti non funzionano. «Troppo» è relativo a qualcun altro e sono stati fatti dei paragoni, ovviamente tutti sbagliati, perché l'unico paragone che avrebbe senso sarebbe con un altro sistema bicamerale paritario in giro per il mondo, ma meglio ancora in Europa. Siccome non esiste, abbiamo cominciato a fare strani paragoni sulla popolazione, dicendo che l'Italia ha il maggior numero di parlamentari in rapporto alla popolazione, ma non è vero perché, ad esempio, il Regno Unito ha circa 1500 parlamentari, tra Lord e Pari, e voi potreste dire che non è una democrazia costituzionale e io risponderei che l'ho detto all'inizio che non è un paragone omogeneo, ma l'avete fatto voi e allora io rispondo con un paragone che non c'entra niente. Ne posso fare un altro: io ho detto - e giustamente viene detto - che si deve fare un rapporto con la popolazione, tra eletti ed elettori. E allora prendiamo il caso della Grecia: 10 milioni e 600.000 abitanti per 300 eletti. Riportati sul quadro italiano farebbe 1.750 mentre noi siamo a 945. Il Portogallo, che ha circa gli stessi abitanti della Grecia (10 milioni e mezzo) ha 230 eletti. Moltiplicando 230 per sei otteniamo 1.380. La Francia ha un numero di abitanti leggermente maggiore del nostro ed ha 577 deputati all'assemblea nazionale e 342 senatori. È vero: sono eletti in un altro modo e ci sono 130.000 grandi elettori però se i paragoni devono essere fatti un tanto al chilo, allora anche questo funziona. Quindi anche il concetto che sia troppo è stato smontato. Io so che queste argomentazioni, alla fine, non hanno presa perché ormai, quando è stato deciso cosa si deve fare, si deve pigiare il bottoncino. Volete che vi dica perché, secondo me, il Parlamento non sta funzionando? Non sta funzionando per questo motivo, perché c'è qualcuno che schiaccia il bottone, perché la proposta di legge è voluta dal Governo e quindi si deve votare a favore e basta; oppure non funziona perché ci sono delle persone qua dentro - nessuno la prendesse sul personale - che leggono discorsi scritti da altri e li leggono anche male. Forse è questo il motivo per cui il Parlamento non funziona. O magari non funziona per il numero di persone che sono presenti e che ritengono che ci sia qualcos'altro da fare. È chiaro, allora, che diventa giocoforza vendere al cittadino il nemico e il nemico di turno è diventato il parlamentare. Ma poi quando il cittadino avrà capito che gli è stato tolto il suo rappresentante - che non c'è più perché 115 in meno vuol dire che quel posto è vuoto e il tuo rappresentante, cittadino italiano, non c'è più perché te lo abbiamo portato via (lo dicevo in quest'Aula quando si discuteva la riforma Renzi) - allora e solo allora quel cittadino si chiederà se ha sbagliato qualcosa. E a quel punto sarà ovviamente troppo tardi. In chiusura, altra cosa che non è bella è che questa riforma sia stata spezzettata in modo da non farti capire il disegno generale. È stato fatto giustamente osservare il concetto che il referendum propositivo, nel modo in cui è stato posto, è profondamente sbagliato. Si crea una enorme asimmetria, all'interno della Nazione, tra chi è in grado di raccogliere le firme e chi non è in grado. Il professionista che può raccogliere delle firme di qualunque tipo, persino la criminalità organizzata (perché non c'è un vincolo sulle norme penali) potrebbe raccogliere firme per proporre la depenalizzazione e la riduzione delle pene per certe fattispecie di reato. Questo è quello che si sta proponendo. Tutti noi dovremmo capire la seguente cosa: di una legge non è tanto importante quello che fa, ma quello che con essa si può fare, distorcendola e "tirandola". Il matematico dice: prendi un numero "stiracchialo", torturalo, e gli farai dire quello che vuoi. Qui è la stessa cosa: questo disegno di legge può portare a delle conseguenze che non sono prevedibili, come i sistemi dinamici che poi evolvono naturalmente e non riesci più a predirne lo stato finale. Rinnovo pertanto l'invito fatto dal mio stimato collega De Falco a farsi venire un mal di testa, un mal di schiena, un mal di denti, qualcosa, perché questa è una delle occasioni in cui questo tipo di riforma va rimandata al mittente. La riduzione del numero di parlamentari, cioè dei rappresentanti dei cittadini, non è mai una risposta ai problemi dei cittadini. (Applausi dal Gruppo Misto. Congratulazioni). PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Mollame. Ne ha facoltà. MOLLAME (M5S) . Signor Presidente, membri del Governo, colleghi, il provvedimento in discussione rappresenta una pietra miliare nella storia della nostra Repubblica, un atto che ci indirizza verso una positiva tendenza di crescita di fiducia nello Stato. Possiamo dire che la fiducia costituisce la base del vivere civile, della politica, dell'economia e di ogni struttura sociale. Leggerò di seguito delle considerazioni che non sono mie: «Onorevoli colleghi, l'opinione pubblica non ha in questo momento molta simpatia e fiducia per i deputati. Vi è un'atmosfera di sospetto e discredito, la convinzione diffusa che molte volte l'esercizio del mandato parlamentare possa servire a mascherare il soddisfacimento di interessi personali e diventi un affare, una professione, un mestiere». Queste parole non sono state pronunciate da un collega del nostro Movimento, bensì da Piero Calamandrei, giurista, antifascista, partigiano e deputato eletto col Partito d'Azione all'Assemblea costituente. Le avrete di certo già sentite, ma risuonano oggi più attuali che mai, anche se sono state pronunciate nel 1947. Allora l'Assemblea Costituente decideva di sancire con l'articolo 69 della Costituzione il diritto ad una indennità parlamentare. All'alba della Repubblica italiana, retribuire i parlamentari era considerato un decisivo fattore di indipendenza e democrazia, finalizzato a consentire anche alle classi meno abbienti di partecipare alla vita politica. Senza esagerazioni, vista la drammatica situazione del Paese, nel giugno del 1946 fu fissata provvisoriamente un'indennità pari a 25.000 lire. Ma l'inflazione era tale che, a febbraio del 1947, fu necessario portarla a 30.000 lire; a settembre a 50.000 lire, elevando il gettone di presenza a 3.000 lire al giorno (valore dimezzato per i residenti a Roma).