[pronunce]

Considerato che la Corte rimettente dubita della legittimità costituzionale - in relazione agli artt. 3, 36, 38 e 97 della Costituzione - dell'art. 1, comma 2, della legge n. 334 del 1997, nella parte in cui, riconoscendo l'indennità di posizione in favore dei generali di divisione e di corpo d'armata e gradi corrispondenti delle Forze armate, prevede che la stessa non produca effetti ai fini della determinazione dell'indennità ausiliaria, con ciò violando l'art. 3 della Costituzione per contrasto con il principio di uguaglianza, sotto i profili della contraddittorietà con altra norma dell'ordinamento che introduce il principio dell'onnicomprensività del trattamento spettante nel tempo al pari grado in servizio con tutte le maggiorazioni e le indennità senza esclusione alcuna, salvo quella di carattere aggiuntivo-personale, nonché della carenza di ragionevolezza della limitazione discriminatoria disposta e del contrasto con l'esigenza di tutela dell'affidamento del cittadino; che, seppure il principio di onnicomprensività in parola fosse costituzionalmente vincolante, va rilevato che l'indennità di posizione non rientra tra le maggiorazioni tutelate dal principio stesso, perché strettamente correlata all'esercizio effettivo delle funzioni dirigenziali; che l'osservazione che precede discende dalla più recente disciplina legislativa in materia di pubblico impiego ove vige la regola secondo cui il trattamento economico accessorio del personale dirigenziale non è corrisposto in relazione allo status, ma è collegato al livello di responsabilità attribuito con l'incarico di funzione e ai risultati conseguiti nell'attività amministrativa e di gestione (art. 24 del decreto legislativo 3 febbraio 1993, n. 29, come sostituito dall'art. 16 del decreto legislativo 31 marzo 1998, n. 80); che in tale assetto normativo l'indennità di posizione è chiaramente collegata all'incarico ricoperto e quindi al servizio effettivamente espletato, laddove l'indennità ausiliaria ha una ratio diversa, in quanto svolge la funzione di compenso per la disponibilità del militare cessato dal servizio ad essere richiamato in qualunque momento; che, dunque, la differente natura dei due istituti rende non irragionevole una diversità di disciplina; che la Corte rimettente lamenta altresì che la disposizione censurata violerebbe gli artt. 36 e 38 della Costituzione e, rispettivamente, il principio di proporzionalità della retribuzione e il canone della garanzia dei diritti previdenziali, nonché l'art. 97 della Costituzione sotto il profilo del buon andamento e della imparzialità dell'amministrazione; che, tuttavia, secondo la giurisprudenza di questa Corte, la scelta in concreto dei meccanismi di perequazione è riservata al legislatore ordinario, chiamato a compiere il bilanciamento tra le varie esigenze nel quadro della politica economica generale e delle disponibilità finanziarie, e che questa valutazione va operata non nel senso di un doveroso, costante allineamento, ma nel senso che il verificarsi di un macroscopico ed irragionevole scostamento non riscontrabile nella specie in esame è indice sintomatico della non idoneità del meccanismo in concreto prescelto a preservare la sufficienza dei trattamenti ad assicurare al lavoratore ed alla sua famiglia mezzi adeguati ad una esistenza libera e dignitosa (sentenza n. 126 del 2000); che, pertanto, la questione va dichiarata manifestamente infondata. Visti gli artt. 26, secondo comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87, e 9, secondo comma, delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale.. . per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE Dichiara la manifesta infondatezza della questione di legittimità costituzionale dell'art. 1, comma 2, della legge 2 ottobre 1997, n. 334 (Disposizioni transitorie in materia di trattamento economico di particolari categorie di personale pubblico, nonché in materia di erogazione di buoni pasto), sollevata, in riferimento agli artt. 3, 36, 38 e 97 della Costituzione, dalla Corte dei conti, sezione giurisdizionale per la Regione Lazio, con l'ordinanza in epigrafe. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 5 luglio 2001. Il Presidente: Ruperto Il redattore: Santosuosso Il cancelliere: Di Paola Depositata in cancelleria il 17 luglio 2001. Il direttore della cancelleria: Di Paola