[pronunce]

Più in particolare, come giustamente sottolinea l'Avvocatura generale dello Stato, la disposizione di cui all'art. 38, settimo comma, TULPS mira a garantire la piena tracciabilità dell'arma, secondo quanto richiesto dal diritto dell'Unione europea, e in particolare dalla direttiva 2021/555/UE, relativa al controllo dell'acquisizione e della detenzione delle armi, la quale ha codificato la previgente direttiva 91/477/CEE e le numerose modifiche a tale disciplina medio tempore intervenute. La direttiva 2021/555/UE dispone, oggi, che ogni Stato membro tenga un archivio computerizzato nel quale registrare, tra l'altro, i nomi e gli indirizzi dei detentori di ciascuna arma da fuoco soggetta ad autorizzazione, al fine di garantirne la completa tracciabilità (art. 4, paragrafo 5, lettera c). Essa stabilisce, altresì, che lo Stato membro preveda l'obbligo, a carico di ciascun titolare di autorizzazione alla loro detenzione, di comunicare alle autorità competenti eventuali trasferimenti delle stesse (art. 10, paragrafo 4, lettera a). Da ciò discende che il mancato adempimento dell'obbligo di comunicazione del trasferimento - e dunque del luogo in cui l'arma, pur in precedenza legittimamente detenuta, si trova attualmente - frustra l'obiettivo, perseguito dal legislatore italiano in adempimento di un preciso obbligo europeo, di avere contezza in ogni momento dell'ubicazione dell'arma; obiettivo che è a sua volta funzionale non solo a prevenire possibili utilizzi illeciti intenzionali dell'arma da parte del detentore, ma anche ad assicurare che l'arma sia detenuta in luogo idoneo, onde minimizzare il rischio che di essa possano impossessarsi terze persone, per farne a loro volta un uso illecito, anche solo involontariamente (come nel caso in cui l'arma finisca nelle mani di un bambino). La mancata denuncia del luogo in cui l'arma si trova crea, dunque, una situazione di pericolo, particolarmente allarmante in relazione alle gravissime conseguenze per la vita umana e per l'ordine pubblico che il suo uso illecito può provocare; pericolo che la misura ablativa in esame mira per l'appunto a neutralizzare. L'eventuale ulteriore funzione punitiva di tale confisca, in chiave di rafforzamento della pena prevista per la violazione dell'art. 38, settimo comma, TULPS, appare dunque del tutto secondaria rispetto alla finalità di neutralizzazione del pericolo connesso alla circolazione dell'arma, finalità che la norma appare perseguire in via principale, e che conferisce alla confisca da essa prevista una connotazione essenzialmente preventiva. 5.4.- La conclusione appena raggiunta priva del necessario fondamento logico l'intero primo gruppo di censure articolate dal rimettente, che assumono la violazione della presunzione di non colpevolezza (e, in conseguenza, dello stesso diritto di proprietà) muovendo proprio dal contrario presupposto della natura essenzialmente punitiva della confisca in parola. Esse devono dunque essere ritenute non fondate. 6.- Nemmeno il secondo gruppo di censure è peraltro fondato, nei sensi di seguito precisati. 6.1.- Il rimettente ritiene, in sostanza, che - anche ove si riconosca natura preventiva, e non già punitiva, alla confisca in esame - essa ridonderebbe in una limitazione irragionevole, e comunque sproporzionata, del diritto di proprietà dell'interessato, con conseguente violazione degli artt. 3, 27 e 42 Cost., nonché degli artt. 1 Prot. addiz. CEDU e 17 e 49 CDFUE. Le censure si appuntano, in particolare, sul carattere obbligatorio della confisca in parola anche nell'ipotesi di inosservanza degli obblighi posti dall'art. 38 TULPS, tra i quali assume qui rilievo quello previsto dal suo settimo comma: obbligo, quest'ultimo, che può essere adempiuto mediante una semplice comunicazione da parte dell'interessato, non seguita da alcun provvedimento autorizzativo, e la cui violazione configura una mera contravvenzione estinguibile mediante oblazione, previo versamento all'erario della somma di 103 euro. Una tale previsione determinerebbe anzitutto una irragionevole equiparazione di trattamento tra autori di reati di assai differente disvalore, assoggettando alla medesima conseguenza giuridica reati non particolarmente gravi come quello oggetto del procedimento a quo e delitti, invece, gravissimi come la fabbricazione, la importazione o la vendita illecite di armi da guerra. Per converso, la previsione sarebbe foriera di irragionevoli disparità di trattamento, comportando l'obbligatorietà della confisca in casi come quello oggetto del giudizio a quo e non, invece, allorché siano posti in essere delitti assai più gravi, come la minaccia commessa con l'uso di un'arma, in riferimenti ai quali la confisca di quest'ultima non è invece imposta dalla legge. La compressione del diritto di proprietà determinata dalla confisca in parola risulterebbe poi sproporzionata in ragione del suo automatismo, che non consentirebbe all'imputato la possibilità di dimostrare la propria assenza di pericolosità, ancorché poi - contraddittoriamente - l'ordinamento non precluda al medesimo soggetto il permesso di detenere altre armi. Ulteriori indici di sproporzionalità della misura sarebbero costituiti, da un lato, dalla sua indifferenza rispetto alle caratteristiche oggettive della violazione, alla colpevolezza del suo autore nonché al grado di effettiva pericolosità delle armi confiscate; e, dall'altro, dalla circostanza che l'entità del pregiudizio provocato all'interessato dall'applicazione della misura dipende da circostanze del tutto casuali, che nulla hanno a che vedere con il grado di pericolosità degli oggetti confiscati, quali il numero e il valore delle armi il cui trasferimento l'interessato abbia omesso di comunicare all'autorità di pubblica sicurezza. Infine, il carattere eccessivo - e pertanto, ancora una volta, sproporzionato - della misura emergerebbe dal raffronto tra la disciplina censurata e quella prevista dall'art. 39 TULPS, che attribuisce al prefetto il potere di vietare la detenzione delle armi, munizioni e materie esplodenti, denunciate ai termini dell'art. 38 TULPS, alle persone ritenute capaci di abusarne, e di invitare contestualmente l'interessato a cedere a terzi, entro i successivi 150 giorni, i materiali medesimi, prevedendo la possibilità di una loro confisca soltanto una volta che tale termine sia inutilmente decorso. Una simile disciplina - che pure presuppone una valutazione in concreto della inidoneità del soggetto a detenere l'arma - costituirebbe, secondo la prospettazione del rimettente, un modello di tutela degli interessi pubblici coinvolti meno gravoso per l'interessato, ma parimenti efficace rispetto allo scopo perseguito dal legislatore. 6.2.- Questa Corte non condivide, tuttavia, gli argomenti del rimettente. 6.2.1.- Non fondata è, anzitutto, la censura formulata in relazione all'art. 27 Cost., che - in difetto di indicazione del comma ritenuto violato - sembra essere stato evocato quale parametro "di rinforzo" rispetto all'allegata violazione del principio di proporzionalità della misura.