[pronunce]

che il Tribunale ordinario di Tivoli, con le tre ordinanze di analogo tenore indicate in epigrafe (la prima, relativa ad un giudizio nel quale l'attore chiede una sentenza costitutiva di trasferimento in suo favore di un immobile, ai sensi dell'art. 2932 del codice civile; la seconda, concernente una domanda diretta a sentir dichiarare la cessazione degli effetti civili di un matrimonio, nonché lo scioglimento della comunione dell'immobile destinato a casa coniugale; la terza, inerente ad una causa promossa per accertare la responsabilità della convenuta per il mancato pagamento di una somma, in relazione alla vendita di un immobile, con conseguente declaratoria di risoluzione di una compravendita per colpevole inadempimento ed ulteriore condanna al risarcimento dei danni), ha sollevato, in riferimento agli artt. 11, 24, 111, 117 Cost., nonché degli artt. 6 e 13 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali e degli artt. 47, 52 e 53 della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea, questioni di legittimità costituzionale dell'art. 5 del d.lgs. n. 28 del 2010, nella parte in cui viola il principio di non incertezza del diritto ("default de securitè juridique") , non prevedendo una formulazione della normativa che sia di comprensione univoca e chiara; che, inoltre, in via subordinata, ha sollevato, in riferimento agli artt. 11, 24, 111 e 117 Cost. e agli artt. 6 e 13 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'Uomo ed in relazione agli articoli 47, 52 e 53 della Carta dei diritti Fondamentali dell'Unione europea, questione di legittimità costituzionale dell'art. 372, commi 2 e 3, cod. proc. civ. nella parte in cui «non consente ad ogni giudice di qualsiasi ordine e grado di richiedere una interpretazione pregiudiziale alle Sezioni unite della Corte di cassazione, analogamente a quanto previsto dall'art. 267 del Trattato sul funzionamento dell'Unione europea in relazione alle pronunzie pregiudiziali della corte di giustizia europea in merito a dubbi interpretativi di norme comunitarie» (r.o. n. 265, n. 274 e n. 283 del 2012); che il rimettente, in relazione alle controversie oggetto delle ordinanze r.o. n. 265 e 283 del 2012 e dell'ordinanza r.o. n. 274 del 2012, pone il problema della natura delle controversie stesse, al fine di stabilire se rientrino, rispettivamente, nella materia dei diritti reali e della divisione con conseguente applicazione dell'art. 5 del d.lgs. n. 28 del 2010; che, al riguardo, il giudice a quo osserva come la formula usata dal legislatore sia così ampia da non consentire una lettura univoca della disposizione, sicché qualsiasi interpretazione della stessa si tradurrebbe in una scelta arbitraria del giudice; che, in particolare, il Tribunale sottolinea come, nell'ordinamento italiano, non sia consentito al giudicante rimettere la questione interpretativa alle Sezioni Unite della Corte di cassazione, in funzione nomofilattica; che, pertanto, il rimettente ritiene che l'art. 5 del d.lgs. n. 28 del 2010 si ponga in contrasto con l'art. 24 Cost. e con l'art. 6 della CEDU, come interpretata dalla Corte di Strasburgo, «nella parte in cui non prevede una regola certa ed idonea ad evitare un vero e proprio «default de securitè juridique (mancanza di certezza del diritto) nei confronti delle parti del processo»; che, in subordine, il giudice a quo solleva questione di legittimità costituzionale dell'art. 372, commi 2 e 3, cod. proc. civ. in relazione agli artt. 24, 111 Cost. e 6 della CEDU, come interpretata dalla stessa Corte di Strasburgo, nei termini sopra indicati; che, in prossimità dell'udienza, il C.N.F. ha depositato, in relazione al giudizio di legittimità costituzionale originato dall'ordinanza r.o. n. 149 del 2012, una memoria nella quale ha insistito per l'ammissibilità del proprio intervento nel giudizio di legittimità costituzionale e per la fondatezza della questione in esame. Considerato che le ordinanze di rimessione sollevano questioni identiche o tra loro connesse, onde i relativi giudizi vanno riuniti per essere definiti con unica pronuncia; che, nei giudizi di legittimità costituzionale promossi con le ordinanze r.o. n. 112 e n.149 del 2012, è intervenuto il Consiglio Nazionale Forense, chiedendo, in rito, che l'intervento sia dichiarato ammissibile e, nel merito, che sia dichiarata l'illegittimità costituzionale delle norme censurate; che detto intervento è inammissibile, in quanto il Consiglio Nazionale Forense non è stato parte nei giudizi a quibus; che, per giurisprudenza di questa Corte, ormai costante, sono ammessi a intervenire nel giudizio incidentale di legittimità costituzionale (oltre al Presidente del Consiglio dei ministri e, nel caso di legge regionale, al Presidente della Giunta regionale) le sole parti del giudizio principale, mentre l'intervento di soggetti estranei a questo è ammissibile soltanto per i terzi titolari di un interesse qualificato, inerente in modo diretto ed immediato al rapporto sostanziale dedotto in giudizio e non semplicemente regolato, al pari di ogni altro, dalla norma o dalle norme oggetto di censura (ex plurimis: ordinanza letta all'udienza del 23 marzo 2010, confermata con sentenza n. 138 del 2010; ordinanza letta all'udienza del 31 marzo 2009, confermata con sentenza n. 151 del 2009; sentenze n. 293 del 2011, n. 94 del 2009, n. 96 del 2008 e n. 245 del 2007); che, nei giudizi da cui traggono origine le questioni di legittimità costituzionale in discussione, i rapporti sostanziali dedotti in causa concernono profili attinenti alla mediazione nel processo civile, che possono anche riguardare interessi professionali della classe forense, ma concernono più in generale le posizioni che le parti intendono azionare nel processo e non mettono in gioco le prerogative del Consiglio Nazionale Forense (ordinanza letta all'udienza del 23 ottobre, confermata con sentenza n. 272 del 2012); che, sotto altro profilo, l'ammissibilità d'interventi ad opera di terzi, titolari di interessi soltanto analoghi a quelli dedotti nel giudizio principale, contrasterebbe con il carattere incidentale del giudizio di legittimità costituzionale, in quanto l'accesso delle parti al detto giudizio avverrebbe senza la previa verifica della rilevanza e della non manifesta infondatezza della questione da parte del giudice a quo;