[pronunce]

Mancini e relativi all'eventuale coinvolgimento di quest'ultimo nel sequestro e alla sua partecipazione ad una riunione con “gli americani” a Bologna (colloqui, peraltro, già riferiti al P.M. nel corso delle indagini preliminari)»; che così facendo, però, il Presidente del Consiglio dei ministri – tale è la doglianza del ricorrente – «sembra voler precludere al giudice anche l'accertamento sulla sussistenza o meno degli elementi costitutivi del fatto-reato», essendo quelle domande rivolte ad accertare l'eventuale ruolo nella vicenda degli imputati Pollari e Mancini; che il ricorrente, inoltre, denuncia l'intrinseca contraddittorietà delle suindicate affermazioni, giacché, se il fatto-reato non è coperto da segreto, allora non dovrebbero esserlo – si sottolinea nel ricorso – «neanche le condotte degli imputati che ne costituiscono gli elementi costitutivi», per l'accertamento dei quali non si potrebbe, dunque, precludere al giudice l'acquisizione e l'utilizzazione anche di quei mezzi di prova «che hanno tratto» ai rapporti tra agenti (o ex agenti) dei Servizi italiani e americani, ancorché «collegati o collegabili» alla commissione del reato, giacché ciò significa, in definitiva, proprio «precludere all'Autorità giudiziaria di accertare la responsabilità degli agenti/imputati, inibendole di conoscere del “fatto-reato”, che pure si afferma non essere secretato»; che simili conclusioni, pertanto, finiscono con il risolversi «in una sostanziale vanificazione» del potere-dovere del giudice «di accertare e valutare le condotte degli imputati e le loro responsabilità», in contrasto, innanzitutto, con il «principio di legalità»; che la Corte costituzionale, già sotto la vigenza della legge 24 ottobre 1977, n. 801 (Istituzione e ordinamento dei servizi per le informazioni e la sicurezza e disciplina del segreto di Stato), ha evidenziato – espone il ricorrente – che la disciplina in esame «non delinea(va) alcuna ipotesi di immunità sostanziale collegata all'attività dei servizi informativi» (è citata la sentenza n. 110 del 1998); che, per contro, se la legge 3 agosto 2007, n. 124 (Sistema di informazione per la sicurezza della Repubblica e nuova disciplina del segreto) ha previsto un'esimente speciale per gli agenti dei Servizi, essa, nel contempo, non opera – si legge ancora nel ricorso – per i «delitti diretti a mettere in pericolo o a ledere la vita, l'integrità fisica, la personalità individuale, la libertà personale, la libertà morale, la salute o l'incolumità di una o più persone» (art. 17); che, inoltre, l'art. 40, comma 3, della medesima legge n. 124 del 2007 ha stabilito che non possono essere oggetto di segreto «fatti, notizie o documenti concernenti le condotte poste in essere da appartenenti ai Servizi di informazione per la sicurezza in violazione della disciplina concernente la speciale causa di giustificazione prevista per attività del personale dei Servizi di informazione per la sicurezza»; che, pertanto, tutto ciò evidenzia l'impossibilità di concepire «che un'attività a tutela dello Stato sia svolta con metodi che contrastino con gli stessi principi su cui esso si fonda», e segnatamente «con il riconoscimento dei diritti inviolabili della persona»; che ne consegue, dunque, che gli agenti dei Servizi «che commettano un delitto contro “la vita, l'integrità fisica, la personalità individuale, la libertà personale, la libertà morale, la salute o l'incolumità” devono risponderne innanzi all'autorità giudiziaria e il loro operato non può essere in alcun caso “coperto” da segreto di Stato»; che tale principio è stato solo riaffermato dalla legge n. 124 del 2007, nella quale, però, «non può non leggersi tra le righe una chiara presa di posizione del Parlamento anche sul caso Abu Omar»; che in contrasto con detto principio appare, quindi, «l'inibizione – derivante dagli atti di conferma del 15 novembre – del potere dell'autorità giudiziaria di accertare la sussistenza o meno degli elementi costitutivi del reato de quo», ed in particolare «di conoscere fatti che proverebbero l'attiva partecipazione al delitto di un imputato (testimonianza Murgolo), ovvero l'estraneità di un altro (testimonianza Scandone)»; che in questo modo, dunque, si realizzerebbe «una sostanziale vanificazione» del potere-dovere del giudice «di accertare e valutare le condotte degli imputati e le loro responsabilità», in contrasto, innanzitutto, con il «principio di legalità»; che, inoltre, la conferma del segreto si porrebbe in contrasto con il principio di proporzionalità; che essa, infatti, è stata motivata dal Presidente del Consiglio dei ministri in relazione, da un lato, all'esigenza di «preservare la credibilità del Servizio nell'ambito dei suoi rapporti internazionali con gli organismi collegati» (e ciò in quanto «la divulgazione di notizie rivelatrici, anche di parti soltanto di tali rapporti, esporrebbe i nostri Servizi al rischio concreto di un ostracismo informativo da parte di omologhi stranieri, con evidenti negativi contraccolpi nello svolgimento di attività informativa presente e futura»), nonché, dall'altro – e con specifico riferimento al segreto opposto dal teste Scandone – in ragione della «esigenza di riserbo che deve tutelare gli interna corporis di ogni Servizio, ponendo al riparo da indebita pubblicità le sue modalità organizzative ed operative»; che sebbene quelle indicate – osserva il ricorrente – costituiscano «finalità pienamente legittime», nondimeno per il loro perseguimento «non appare affatto necessario sacrificare, con tanta incisività, i poteri dell'autorità giudiziaria»; che il rispetto, infatti, del principio di proporzionalità sembrerebbe imporre una distinzione tra «informazioni inerenti modalità organizzative ed operative dei Servizi, ovvero rapporti di carattere generale e istituzionale con i Servizi stranieri, comprese eventuali intese che definiscano linee di condotta condivise», destinati a rimanere segreti, e, invece, «condotte concretamente poste in essere dai singoli agenti/imputati e che abbiano avuto incidenza causale sul fatto criminoso, liberamente conoscibili dal giudice», giacché, «proprio per il loro carattere eventualmente illegale, si pongono al di fuori di quella cornice istituzionale che può essere – deve essere – destinataria di tutela»;