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Per il 2018, la dotazione del Fondo povertà è pari a 2,59 miliardi di euro. Ci sono Comuni che stanno attuando la misura, famiglie che ne stanno beneficiano, associazioni che aiutano enti locali e persone. Bisogna dare loro certezze di cosa succederà con gli interventi e con le risorse messe a disposizione finora. Un esempio per tutti: alle risorse della quota servizi del Fondo povertà si affiancano quelle del Pon inclusione, Programma operativo nazionale inclusione. L'analisi del piano nazionale di riforme del precedente Governo sottolinea che con le risorse del Pon si potranno anche rafforzare i Centri per l'impiego per la necessaria collaborazione con i servizi sociali e l'attivazione di politiche attive del lavoro in favore dei beneficiari del Reddito di inclusione, perché occorre distinguere e, nello stesso tempo, integrare politiche di sostegno al lavoro e quelle di contrasto alla povertà. Ecco, signor Ministro dell'economia, almeno questi indirizzi d'impegno sarebbe opportuno inserire nella risoluzione sul Documento di economia e finanze che voteremo tra poco per dare un quadro chiaro ad operatori, istituzioni, cittadine e cittadini, Comuni e Regioni. Durante la passata legislatura è stato introdotto nel ciclo di programmazione economica il benessere equo e sostenibile. Questa innovazione vede l'Italia all'avanguardia a livello internazionale, la prima in Europa. Nell'allegato al DEF si analizzano le tendenze dei dodici indicatori di benessere selezionati dal Comitato previsto dalla riforma. Ci auguriamo che questo impegno di lettura dei dati, per una politica economica "oltre il PIL", come auspicato da grandi studiosi come Stiglitz, Amartya Sen e Fitoussi, e da diverse organizzazioni, dall'OCSE alla Commissione europea, sia continuato e rafforzato perché ci consente, come per quest'anno, di accendere i riflettori su indicatori importanti come la conciliazione lavoro famiglia e quello di partecipazione al lavoro, essenziali per comprendere meglio le condizioni di vita delle cittadine e dei cittadini che rappresentiamo, per adottare politiche che vanno incontro davvero ai loro bisogni. Grazie. Testo integrale dell'intervento della senatrice Rivolta nella discussione del Doc . LVII, n. 1 Onorevoli colleghi, il Documento di economia e finanza 2018 che oggi ci troviamo ad esaminare è il frutto del lavoro del Governo precedente che, come è evidente dai numeri, non ha lasciato il Paese in ottime condizioni. Sarà quindi questa la base di partenza per il nostro nuovo Governo e la sfida, che accettiamo, sappiamo già che non sarà facile. Quello che sostanzialmente emerge dal DEF di quest'anno è che l'Italia è il Paese che cresce meno in Europa, con una fortissima pressione fiscale e una disoccupazione giovanile oltre il 30 per cento. Certo il PIL nel 2017 è arrivato all'1,5 per cento, lontano dallo 0,9 per cento del 2016, ma l'Italia è comunque l'unico Paese, tra i big europei, che resta lontano dai livelli del 2007, mentre la Spagna, che ha avuto una crisi anche più pesante della nostra, è tornata, già nel 2017, a crescere agli stessi ritmi e la Germania, da sette anni, registra un costante +1,8 per cento. Noi restiamo invece indietro con Grecia, Portogallo, Cipro e Finlandia. Sul lato della pressione fiscale, nonostante gli interventi sbandierati dal Governo precedente, siamo ancora con una pressione fiscale che supera il 40 per cento, o meglio al 42,2 per cento del PIL, o, se proprio si vuole includere l'effetto degli 80 euro, il 41,7 per cento, secondo quanto si legge in questo DEF. Come per la crescita, anche in questo caso siamo tra gli ultimi in Europa: soltanto gli svedesi, gli austriaci, i belgi e i francesi pagano mediamente al fisco più soldi degli italiani, ma sappiamo anche che lo fanno a fronte di un sistema di welfare neanche paragonabile al nostro. Al contrario, tedeschi, portoghesi e spagnoli pagano almeno 1.000 euro in meno di tasse all'anno. Per non parlare dei britannici e degli irlandesi che, rispettivamente, risparmiano oltre 2.000 euro e, addirittura, oltre 5.000 euro. La situazione non è diversa per le imprese che, nonostante l'introduzione dell'IRI e la riduzione dell'IRES, registrano una media di oltre il 60 per cento di imposte pagate rispetto ai profitti commerciali. Se paragonate alla media dell'eurozona, le imprese italiane scontano un differenziale di oltre ventuno punti percentuali, nessun altro Paese dell'euro subisce un'incidenza così elevata. Per quanto riguarda la disoccupazione giovanile, l'Italia con il 32,8 per cento resta il terzo Paese con il tasso più elevato dopo la Grecia (43,7 per cento) e la Spagna (36 per cento). Passando agli indicatori di finanza pubblica, gli obiettivi di riduzione del debito pubblico e del rapporto deficit /PIL sono ancora lontani: il debito pubblico, alla fine del 2017, era pari a 2.263 miliardi di euro, cresciuto di circa 44 miliardi nel corso degli ultimi dodici mesi, risultando pari, secondo la Banca d'Italia, al 131,8 per cento del PIL. In Europa ci posizioniamo quindi al secondo posto dopo la Grecia. L'indebitamento netto del 2017 è stato pari al 2,3 per cento del PIL perché ha inglobato gli effetti del maggior debito di 20 miliardi chiesto a dicembre 2016 per il salvataggio delle banche. In questo DEF 2018, si legge che "il deficit tendenziale è stimato all'1,6 per cento per il 2018" e si prevede "un sostanziale pareggio di bilancio nel 2020-2021", lasciando praticamente la palla al Governo successivo. E non dimentichiamo che questo obiettivo è stato progressivamente spostato in avanti durante la scorsa legislatura: quando Renzi si insediò, a febbraio 2014, era previsto per il 2015 e subito ad aprile chiese il posticipo al 2016. Ora quello che contestiamo noi a chi ci ha preceduto, non è tanto di non aver raggiunto questi obiettivi, ma di aver messo in ginocchio il Paese in nome del raggiungimento di quegli obiettivi, senza poi neanche avvicinarsi. La sfida oggi quindi si gioca all'interno e all'esterno. All'interno bisogna riattivare il circuito del tessuto imprenditoriale del Paese per far riaprire le imprese e valorizzare i nostri asset strategici per strutturare un welfare solido e concreto, soprattutto per quella crescente fascia della popolazione che soffre e non ha abbastanza mezzi, per rendere la sanità più efficiente e le città più sicure e vivibili, per abbattere la pressione fiscale e le disuguaglianze, per creare lavoro ai giovani, a condizioni decenti, per assicurare una pensione dignitosa a coloro che è tempo che smettano di lavorare e inizino una nuova fase di vita molto spesso dedicata alla famiglia, alle cure dei grandi anziani e dei nipoti; per fare investimenti e modernizzare le reti e le infrastrutture. Tutto questo va garantito, anche se costoso. Perché non si possono barattare valori ed etica politica per i numeri che piacciono agli speculatori finanziari. La politica deve avere la forza di riprendersi il suo posto e di decidere. Deve avere la forza di prendere le proprie responsabilità e, se necessario, di rischiare.