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Per il lavoro che svolgo al di fuori di quest'Aula, ho avuto l'onore di partecipare a svariate commissioni concorsuali: ho partecipato a due commissioni per l'esame di abilitazione alla professione forense, ad alcune commissioni per concorsi universitari e, da commissario, al concorso per uditore giudiziario, cioè per la magistratura. La nostra Carta costituzionale ricorda che la Repubblica è fondata sul lavoro, ma in realtà - se guardiamo bene - è fondata sull'iniziativa privata - che, vivaddio, c'è e sostiene questo Paese - e anche sui pubblici concorsi, che, a mio giudizio, sono un problema per i giovani e per questo Paese. Parlo per esperienza diretta. I pubblici concorsi soffrono di mancanza di trasparenza. I candidati spesso vengono esclusi senza capirne le ragioni e le commissioni rimangono l'arbitro assoluto delle loro sorti; il loro talvolta è quasi un arbitrio, in realtà, che viene grandemente ridotto tutte le volte in cui i criteri di valutazione sono trasparenti, oggettivi e sindacabili. Sappiamo, in ordine a questo decreto-legge, che l'esame di abilitazione alla professione forense è stato conformato alle esigenze di tutela della pubblica salute e che la prova scritta è stata sostituita da una sorta di - perdonatemi l'ossimoro - scritto-orale; in pratica, al candidato la commissione somministra dei quesiti, ossia questioni concrete da risolvere, a cui il candidato deve rispondere oralmente, cioè dimostrare, in buona sostanza, di saper fare l'avvocato. Se andiamo a guardare le precedenti modalità di svolgimento del concorso, notiamo come le commissioni, al di là dei criteri generali buoni per tutti gli usi, non dovessero rendere pubblici i criteri concreti di valutazione, cioè come a loro giudizio andassero svolte le prove. Ho allora tentato in questa sede di introdurre un principio. Ho proposto un emendamento secondo il quale, formulati i quesiti, alla fine della procedura di valutazione la commissione deve pubblicare le risposte, ancorché in modo sintetico. Qual è - o, meglio, qual era - lo scopo di questo emendamento? Imporre alle commissioni rigore, perché tutti coloro i quali hanno partecipato a questa prova sanno che il suo esito è fortemente disomogeneo non solo da Regione a Regione, ma addirittura all'interno della stessa corte d'appello e della stessa commissione, che - come noto - si articola in moltissime sottocommissioni. Ed è noto che, a parità di svolgimento della prova, qualcuno viene promosso e qualcuno viene bocciato. Perché è un danno per il Paese tutto ciò? Qualcuno potrebbe dire che, alla fine, quello che conta è che si faccia una selezione. È un danno, perché diamo ai giovani la sensazione - anzi, la certezza - che le regole lì fuori, quelle che loro devono affrontare usciti dall'università, sono liquide, fluide e mutevoli e passano anche il principio e l'idea che, in fondo, ci si debba far raccomandare, altrimenti quel mondo là fuori diventa una giungla. Ricordiamoci che siamo i legislatori, che quest'Assemblea è il legislatore: se facciamo passare il principio che le commissioni devono dare conto del loro operato, rendere pubbliche le risposte e dire al candidato in che modo andasse risolto il quesito, per esempio, sul contratto preliminare o quale fosse la risposta corretta a una domanda in tema di usucapione; se facciamo passare questo principio, innanzitutto vincoliamo le commissioni al rigore e alla serietà e facciamo passare il messaggio che questo Paese dà ai ragazzi e ai giovani regole obiettive e certe. Questo emendamento non è stato approvato e ha ricevuto parere contrario. Risibili ne sono le motivazioni, ma è chiara la preoccupazione: non introdurre un precedente. Una volta un commissario concorsuale, appartenente ad altro ordine professionale, di fronte a queste mie osservazioni sulla necessità di motivare le bocciature, mi disse: se motiviamo, poi impugnano. Non è un argomento, non è una valida ragione. (Applausi) . Sulla base di questo principio la pubblica amministrazione non dovrebbe mai motivare i suoi provvedimenti e i giudici non dovrebbero mai motivare le sentenze. Ma vi dirò di più. Qualche concorso pubblico che impone alla commissione di motivare c'è ed è anche un concorso estremamente selettivo, che regala a questo Paese una classe professionale di grandi capacità: è il concorso notarile, che è uno dei tre grandi concorsi che si possono affrontare dopo la laurea in giurisprudenza. La commissione del concorso notarile deve motivare le ragioni della bocciatura. Eppure, il notariato, ciò malgrado, da anni serve in modo egregio questo Paese. Quindi, non si deve aver paura di introdurre, come criterio generale, quello della massima trasparenza dell'operato delle commissioni. Noi, in generale, possiamo riscrivere le regole dei concorsi; possiamo prevedere - ad esempio - in ambito universitario, che le commissioni siano frutto di sorteggio o siano composte da personale straniero. L'unica vera arma che abbiamo per far sì che i concorsi siano giusti è rendere trasparenti i criteri di valutazione, qualunque essi siano. Se non introduciamo una massima trasparenza all'interno dei nostri concorsi, se non rendiamo i lavori delle commissioni delle case di vetro, noi faremo sempre un pessimo servizio ai nostri giovani. Non dimentichiamoci che il futuro del Paese sta nelle mani dei giovani. Noi tutti siamo stati giovani e oggi siamo qua; tra venti, trent'anni in questa Aula siederanno coloro che oggi sono ragazzi. Se sbagliamo nella formazione, falliamo nel nostro compito. (Applausi) . PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Croatti. Ne ha facoltà. CROATTI (M5S) . Signor Presidente, rappresentanti del Governo presenti in Aula, senatrici e senatori, il 9 marzo 2020 il premier Giuseppe Conte ha annunciato al Paese il lockdown : è una data che avrebbe segnato la storia di questo Paese. Sono passati venti mesi, ma adesso l'Italia naviga su una rotta sicura e ben precisa tracciata dall'allora Presidente. In quel frangente eravamo soli e primi, addirittura nel mondo, a cercare le coordinate di una rotta per portare l'Italia fuori da quella situazione. Contro tutto e contro tutti abbiamo intrapreso quelle che oggi sono linee guida per tutto il Paese, che mettono in sicurezza tutti quanti: la suddivisione in aree colorate, l'uso di protocolli in quasi tutte le attività commerciali, i distanziamenti, l'utilizzo di dispositivi come mascherine e protezioni come l'igienizzazione delle mani o l'uso dei guanti, il fermare gli abbracci. È stato veramente difficile in questo Paese intervenire con azioni del genere, ma è stato fatto per preservare i più deboli: un patto fra generazioni - come dice sempre la mia collega Barbara Guidolin - fra giovani e anziani. Le limitazioni dei giovani hanno preservato la vita degli anziani. Abbiamo imparato anche la didattica a distanza, lo smart working , a stare a casa a lavorare e a educare i nostri figli. E abbiamo introdotto le capienze, la capacità di contenere quantità determinate di persone che pian piano abbiamo ridotto e che pian piano stiamo aumentando, in riferimento ai dati della pandemia. Dicevo: