[pronunce]

In particolare, i criteri di liquidazione, commisurati al valore di vendita, e i tempi della liquidazione, differiti al momento della vendita, limiterebbero la libertà economica del professionista, tutelata dall'art. 41 Cost. In contrasto con l'art. 117 Cost., in relazione al «principio di diritto comunitario primario di proporzionalità», la disposizione censurata frapporrebbe «un ostacolo non necessario, inadeguato e sproporzionato» alla libertà di iniziativa economica del professionista, in difetto di «un imperativo interesse pubblico da tutelare». La disposizione censurata contravverrebbe anche agli artt. 3 e 97 Cost., «nella parte in cui, frustrando le aspettative al compenso degli esperti, finisce con il far lavorare gli stessi sottocosto e, quindi, con l'allontanare dal circuito le professionalità migliori, con grave danno per la funzionalità e l'efficienza dell'amministrazione della giustizia» (si cita la sentenza n. 192 del 2015). L'esperto, in virtù di un rapporto eminentemente fiduciario con il giudice, svolgerebbe un incarico che presuppone «una sempre maggiore competenza e professionalizzazione». La disposizione censurata, nel ridurre l'entità del compenso degli esperti e nel ritardare il momento della liquidazione, allontanerebbe le migliori professionalità, con un danno evidente per «l'immagine dell'intero settore delle vendite pubbliche». 2.- Con atto depositato il 25 settembre 2018, è intervenuto in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, e ha chiesto di dichiarare le questioni di legittimità costituzionale manifestamente inammissibili o infondate. La «tendenziale omogeneità» tra il valore di mercato dell'immobile, determinato ai sensi dell'art. 568 cod. proc. civ. , e «il prezzo ricavato dalla vendita dell'immobile stimato» escluderebbe il rischio di «un divario irragionevole tra il criterio di determinazione del compenso dell'esperto e quel valore di mercato dell'immobile staggito». Inoltre, il compenso, liquidato in base al criterio oggettivo del ricavato della vendita, sarebbe «adeguato al valore della prestazione professionale resa». L'obbligazione del professionista non si trasformerebbe in un'obbligazione di risultato, in quanto le prestazioni professionali sarebbero comunque remunerate. Non troverebbero alcun riscontro né il pregiudizio verso la categoria degli stimatori, che il rimettente attribuisce all'intervento restrittivo del legislatore, né la paventata riduzione dei compensi. Il legislatore, difatti, con l'art. 13, comma 1, lettera o), del d.l. n. 83 del 2015, avrebbe modificato il criterio di valutazione degli immobili e il correlato criterio di determinazione del compenso, dapprima parametrati al meno favorevole criterio "catastale". Non sussisterebbe la denunciata disparità di trattamento rispetto agli stimatori, designati nelle «altre procedure coattive di vendita di immobili» di cui all'art. 788 cod. proc. civ. e all'art. 107 del regio decreto 16 marzo 1942, n. 267 (Disciplina del fallimento, del concordato preventivo, dell'amministrazione controllata e della liquidazione coatta amministrativa). Anche in tali procedure, indicate come termini di raffronto, verrebbero in rilievo, mediante il rinvio all'art. 569 cod. proc. civ. , i criteri di determinazione del compenso previsti dalla disposizione censurata. Quanto alla liquidazione del compenso dello stimatore nel caso di estinzione della procedura esecutiva prima della vendita dell'immobile, il rimettente non avrebbe in alcun modo indicato la sussistenza di tale presupposto nel giudizio principale. Ne deriverebbe l'inammissibilità del relativo profilo di censura. Non sarebbe fondata neppure la censura di violazione dell'art. 36 Cost., in quanto il lavoro svolto dai consulenti tecnici d'ufficio non è riconducibile a uno schema che postuli il raffronto tra prestazioni e retribuzione (si richiamano le sentenze n. 88 del 1970 e n. 41 del 1996). La natura di munus publicum dell'incarico escluderebbe, inoltre, ogni contrasto con la libertà di iniziativa economica. La disposizione censurata non determinerebbe un'incongrua riduzione della misura del compenso, ma si limiterebbe a stabilire un criterio di determinazione oggettivo, proporzionato «al valore effettivo, calcolato ex post, dell'attività prestata». 3.- Hanno depositato atti di intervento l'Associazione dei periti e degli esperti - Istituto per la tutela e la qualità della consulenza di tipo giudiziario (APE nazionale) e l'Associazione dei periti e degli esperti della Toscana - Istituto per la tutela e la qualità della consulenza di tipo giudiziario (APE Toscana), in data 1° febbraio 2019, la Rete nazionale delle professioni dell'area tecnica e scientifica (RPT), il 4 febbraio 2019, e, il 27 febbraio 2019, l'associazione «E-Valuations: Estimo e Valutazioni - Associazione valutatori immobiliari indipendenti».1.- Il Tribunale ordinario di Vicenza, in funzione di giudice dell'esecuzione immobiliare, dubita della legittimità costituzionale dell'art. 161, terzo comma, delle disposizioni per l'attuazione del codice di procedura civile, aggiunto dall'art. 14, comma 1, lettera a-ter) del decreto-legge 27 giugno 2015, n. 83 (Misure urgenti in materia fallimentare, civile e processuale civile e di organizzazione e funzionamento dell'amministrazione giudiziaria), convertito, con modificazioni, nella legge 6 agosto 2015, n. 132, in riferimento agli artt. 3, 36, 41, 97 e 117 [recte: primo comma] della Costituzione. Il rimettente censura la disposizione citata «sia nella parte in cui prevede che il compenso dell'esperto stimatore nominato ex art. 569 c.p.c. venga liquidato sulla scorta del ricavato della vendita, anzich[é] in base al valore di stima (come previsto dall'art. 13 D.M. 182/2002), sia nella parte in cui dispone che, prima della vendita, non possano essere liquidati acconti in misura superiore al 50% del compenso calcolato sul valore di stima». La liquidazione del compenso in base al valore di vendita contrasterebbe, sotto molteplici profili, con il principio di ragionevolezza (art. 3 Cost.). La disposizione censurata, discostandosi dal criterio previsto dall'art. 568 del codice di procedura civile, impone all'esperto di determinare il giusto prezzo sulla scorta del valore di mercato del bene, opportunamente modulato secondo tutte le particolarità del caso concreto, e attribuisce rilievo, nella determinazione del compenso, al valore di vendita, ispirato a «criteri ben differenti». Tale valore non risulterebbe «pronosticabile a priori» e sarebbe influenzato «da fattori imponderabili da parte dell'esperto». Il rimettente coglie un ulteriore profilo di irragionevolezza della disposizione censurata nel fatto che il criterio di determinazione del compenso risenta «di un infondato, quanto diffuso pregiudizio nei confronti della categoria degli esperti stimatori, tacciati di effettuare stime troppo alte, al fine di lucrare compensi più elevati».