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Il regolamento, entrato in vigore nel 2004, fissa le condizioni necessarie per poter identificare «un partito politico a livello europeo», riconoscimento che dà diritto al finanziamento comunitario. Esse sono: possedere la personalità giuridica nello Stato membro in cui esso ha la sede; rispettare, in particolare nel suo programma e nella sua azione, i princìpi sui quali è fondata l’Unione europea, vale a dire i principi di libertà, di democrazia, di rispetto dei diritti dell’uomo, delle libertà fondamentali e dello Stato di diritto; essere rappresentato da membri eletti al Parlamento europeo o in assemblee legislative a livello nazionale o regionale in almeno un quarto degli Stati membri (l’alternativa è avere ottenuto perlomeno il 3 per cento dei suffragi espressi nelle ultime elezioni al Parlamento europeo in ciascuno di questi Stati membri); aver partecipato alle elezioni europee o averne espresso l’intenzione. Infine, la domanda di finanziamento a carico del bilancio generale dell’Unione europea deve essere corredata da uno «statuto che definisca segnatamente gli organi responsabili della gestione politica e finanziaria, e gli organismi o le persone fisiche che detengono, in ciascuno degli Stati membri interessati, il potere di rappresentanza legale, in particolare per quanto riguarda l’acquisizione o la cessione di beni immobili e la capacità di stare in giudizio» (per una riflessione sul finanziamento pubblico dei partiti politici europei e una valutazione dell’impatto del nuovo regolamento sul sistema partito europeo, vedi anche per i riferimenti bibliografici: A. Fusacchia, « The party must go on! ». Il finanziamento pubblico dei partiti politici europei, Rivista italiana di scienza politica, n. 1, aprile 2006. In parte critico Martinelli, secondo il quale il regolamento finisce per suscitare eccessive aspettative in quanto non delinea in realtà una nuova forma statuaria comune ai partiti europei e tale da disciplinare le tematiche tipiche di uno statuto, in C. Martinelli, Il finanziamento pubblico dei partiti europei, quaderni costituzionali, n. 2, giugno 2004, pp. 416-418). Il 23 marzo 2006, il Parlamento europeo, con 498 voti favorevoli, 95 contrari e 7 astensioni, ha adottato la relazione di Jo Leinen (PSE, Germania) sui partiti politici europei con la quale si chiede «un vero e proprio statuto dei partiti politici europei» che definisca i loro diritti e doveri e dia loro la possibilità di ottenere una personalità giuridica basata sul diritto comunitario, valida anche negli Stati membri. In effetti, allo stato attuale, i partiti politici europei possono solamente avere uno statuto legale basato sulla loro personalità giuridica nel Paese in cui hanno la propria sede. Alcuni di essi, per convenienza, hanno scelto la forma giuridica dell’associazione belga senza scopo di lucro mentre altri hanno optato per la forma giuridica di un’associazione internazionale senza scopo di lucro. Nella risoluzione approvata si sottolinea, in particolare, la necessità che detto statuto contempli «regole concernenti l’appartenenza individuale ai partiti politici a livello europeo, la loro direzione, la candidatura e le elezioni nonché le modalità e il sostegno per i congressi e le riunioni di tali partiti» (risoluzione del Parlamento europeo sui partiti politici europei (2005/2224(INI), approvata il 23 marzo 2006). I più recenti sviluppi del diritto costituzionale europeo e i suoi svolgimenti legislativi spingono in direzione di una disciplina normativa che favorisca l’istituzionalizzazione dei partiti politici, prevedendo opportuni controlli sulla loro democraticità interna, nel presupposto di una strutturata soggettività giuridica degli stessi. La questione è ancora aperta, ma il tema della regolamentazione dei partiti è ormai all’ordine del giorno anche in Europa. Sentinelle della democrazia Abbiamo visto come i partiti siano tra le istituzioni più fragili e nello stesso tempo più essenziali al funzionamento della democrazia. Se è vero che la loro trasformazione è largamente indotta dai cambiamenti intervenuti nella società e nelle tecnologie della comunicazione, ci si deve applicare all’obiettivo di preservarne il carattere di sperimentatori e produttori di democrazia. Conciliando, altresì, un certo grado di personalizzazione della leadership con la necessità che la sovranità interna possa essere sostanzialmente agita dagli associati e dai dirigenti da essi espressi. Maranini, fiero oppositore della partitocrazia, parafrasando Michels, aveva definito i partiti «organismi per vocazione naturale oligarchici, e nei quali nessuna delle garanzie e cautele create da secoli di esperienza per liberalizzare e democratizzare lo Stato (legalità, divisione dei poteri, controlli reciproci, giudici indipendenti dall’esecutivo e dal legislativo) trova alcun principio di attuazione» (O. Maranini, Il tiranno senza volto, Bompiani, Milano, 1963, p. 78). Se l’obiettivo della democrazia moderna è, come dice Karl Popper, quello di poter un giorno sostituire il leader eletto senza ricorrere alla violenza, la prima condizione da preservare anche nella vita dei partiti è proprio questa. Se la caratteristica delle democrazie moderne è quella della separazione e del bilanciamento dei poteri, occorre garantire che all’esaltazione del potere del leader possa corrispondere una più accentuata possibilità di controllo e di concorso all’esercizio del potere stesso. È tempo che la politica intervenga con energia. Assecondare, anche solo per distrazione od omissione, i processi in atto può portarci paradossalmente verso una forma di democrazia illiberale. Se è giusto riconoscere la prerogativa del leader di rappresentare all’esterno la linea del partito, occorre che gli organi del partito chiamati a definire e a condividere quella linea siano di natura elettiva e non derivata. Se i sistemi elettorali (siano essi maggioritari o «proporzionali blindati») conferiscono ai partiti uno smisurato e ingiustificato potere non solo di designare i candidati, ma addirittura di preordinarne la loro elezione nelle assemblee elettive, la selezione di tali «candidati predestinati» deve essere affidata a organi collegiali territorialmente competenti o a procedure partecipative quali le primarie, affinché nessuno di essi si senta «debitore» della propria designazione se non a un principio di selezione democratica. Se il ruolo del leader finisce fatalmente per trasformarsi in quello di «produttore» dell’immagine del partito, occorre che le occasioni e le sedi di approfondimento e dibattito interno -- sia di carattere culturale che politico siano sempre più numerose, così che sia possibile «ritrovarsi a memoria» nelle posizioni espresse nell’ultima intervista del leader anche se esse non siano state concordate o anticipate agli organi del partito. Se la personalizzazione della leadership comporta un certo grado di autonomia nelle posizioni che la stessa va assumendo, vi è un problema di regolazione delle relazioni fra la leadership del partito e la leadership (fermo restando l’attuale sistema bipolare) della coalizione, poiché lo stesso grado di autonomia, interpretata ai due livelli, può produrre conflitti permanenti. Solo in questo modo i partiti, di entrambi gli schieramenti politici, possono tornare a essere insieme facitori e sentinelle della democrazia, e non la sua malattia.