[pronunce]

che secondo il rimettente, la questione, oltre che non manifestamente infondata, sarebbe anche rilevante, in quanto gli atti privi della specifica attestazione di conformità in virtù delle nuove norme, e perciò "inutilizzabili" ai fini della decisione, rappresenterebbero gli elementi su cui "si fonda l'ipotesi accusatoria". Considerato che il giudice a quo dubita in riferimento agli artt. 3, 10 e 111 della Costituzione - della legittimità costituzionale degli articoli 727, comma 5-bis e 729 [recte: art. 729, commi 1 e 1-bis] cod. proc. pen. , come modificati dagli articoli 12 e 13 della legge 5 ottobre 2001, n. 367 (Ratifica ed esecuzione dell'Accordo tra Italia e Svizzera che completa la convenzione europea di assistenza giudiziaria in materia penale del 20 aprile 1959 e ne agevola l'applicazione, fatto a Roma il 10 settembre 1998, nonché conseguenti modifiche al codice penale ed al codice di procedura penale), ed altresì dell'art. 18 della stessa legge 5 ottobre 2001, n. 367, nella parte in cui stabiliscono l'inutilizzabilità degli atti acquisiti o trasmessi in violazione delle norme convenzionali in materia di assistenza giudiziaria, riguardanti l'acquisizione o la trasmissione di documenti o di altri mezzi di prova a seguito di rogatoria e, in deroga al principio del tempus regit actum dispongono l'applicabilità delle nuove norme ai processi in corso; che secondo il giudice a quo in virtù dell'espresso rinvio, che risulterebbe dagli articoli 729, comma 1, e 696, comma 1, cod. proc. pen. , alle regole della "convenzione europea di assistenza giudiziaria in materia penale firmata a Strasburgo il 20 aprile 1959" dovrebbe conseguire l'inutilizzabilità dei documenti privi della certificazione di autenticità, perché trasmessi dallo Stato richiesto in violazione dell'art. 3 della predetta convenzione del 1959, che imporrebbe la trasmissione dei documenti "in originale" o, in mancanza, in copia munita di "certificato di conformità"; che il giudice a quo dopo avere denunciato "l'esasperato rigore formale", non sorretto da "apprezzabili esigenze sostanziali della tutela giurisdizionale", del nuovo sistema, sostiene, da un lato, che la nuova disciplina avrebbe ripristinato una "interpretazione restrittiva" dell'art. 3, comma 3, della convenzione di Strasburgo del 1959 e, dall'altro lato, che tale interpretazione "appare superata da quella consuetudinaria", basata sulla "prassi consolidata di tutti gli Stati che aderiscono alla convenzione"; che il giudice rimettente prospetta essenzialmente un conflitto interpretativo tra gli enunciati testuali delle disposizioni legislative censurate e l'asserita prassi internazionale consolidata, ponendo così in realtà una questione di mera interpretazione, per risolvere la quale non può rivolgersi alla Corte costituzionale, ma deve avvalersi di tutti gli strumenti ermeneutici applicabili, tra i quali, trattandosi nella specie di un accordo internazionale, anche i principi della convenzione di Vienna del 23 maggio 1969 sul diritto dei trattati; che, d'altronde, il giudice a quo non ha verificato, prima di sollevare la questione di legittimità costituzionale, se potessero adottarsi differenti interpretazioni delle norme censurate, già emerse nella giurisprudenza di merito, le quali fossero in grado di risolvere la proposta questione interpretativa; che, secondo un principio consolidato nella giurisprudenza di questa Corte, la questione di legittimità costituzionale deve essere dichiarata manifestamente inammissibile, non avendo il rimettente assolto "l'onere di verificare la concreta possibilità di attribuire alla norma denunciata un significato diverso da quello censurato e tale da superare i prospettati dubbi di legittimità costituzionale" (ex plurimis ordinanza n. 322 del 2001); Visti gli artt. 26, secondo comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87, e 9, secondo comma, delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale.. . per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE Dichiara la manifesta inammissibilità della questione di legittimità costituzionale degli articoli 727, comma 5-bis e 729 [recte: art. 729, commi 1 e 1-bis] cod. proc. pen. , come modificati dagli articoli 12 e 13 della legge 5 ottobre 2001, n. 367 (Ratifica ed esecuzione dell'Accordo tra Italia e Svizzera che completa la convenzione europea di assistenza giudiziaria in materia penale del 20 aprile 1959 e ne agevola l'applicazione, fatto a Roma il 10 settembre 1998, nonché conseguenti modifiche al codice penale ed al codice di procedura penale), ed altresì dell'art. 18 della stessa legge 5 ottobre 2001, n. 367, sollevata dal Tribunale di Roma, in riferimento agli artt. 3, 10 e 111 della Costituzione, con l'ordinanza in epigrafe. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 20 giugno 2002. Il Presidente: Ruperto Il redattore: Capotosti Il cancelliere: Di Paola Depositata in cancelleria il 4 luglio 2002. Il direttore della cancelleria: Di Paola