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Introduzione nell'ordinamento della mediazione dei conflitti ambientali e paesaggistici di natura civile e amministrativa. Onorevoli Senatori . – A partire dagli anni Settanta la progressiva presa di coscienza delle problematiche ambientali ha dato origine a un ampio dibattito sul futuro del pianeta. Si diffuse in particolare a livello internazionale la consapevolezza che l'incremento demografico, la crescita economica e il processo di industrializzazione avessero conseguenze allarmanti sull'ambiente e sulla salute umana a causa dell'uso sfrenato di risorse naturali e dell'aumento dell'inquinamento. Fu soprattutto con la Dichiarazione sull'ambiente umano, adottata in occasione della Conferenza delle Nazioni Unite tenutasi a Stoccolma nel 1972, che si consolidò per la prima volta il legame tra l'ambiente e i diritti umani. Venne infatti espressamente enunciato il principio in base al quale « l'uomo ha un diritto fondamentale alla libertà, all'uguaglianza e a condizioni di vita soddisfacenti, in un ambiente che gli consenta di vivere nella dignità e nel benessere (e) ha il dovere solenne di proteggere e migliorare l'ambiente a favore delle generazioni presenti e future ». Nel 1983 – in seguito a una risoluzione dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite – fu istituita la Commissione mondiale per l'ambiente e lo sviluppo, che nel 1987 pubblicò il cosiddetto « Rapporto Brundtland » in cui fu elaborato per la prima volta il concetto di sviluppo sostenibile, cioè « far sì che esso soddisfi i bisogni delle generazioni presenti senza compromettere la possibilità di soddisfacimento dei bisogni di quelle future ». Si avviò quindi un processo di politiche ambientali proattive, mirate ad attivare strumenti per l'integrazione tra ambiente, sviluppo economico e contesto sociale. Naturalmente il bilanciamento di detti interessi contrapposti (economico, sociale ed ambientale) comportò inevitabilmente l'insorgere dei primi « conflitti ambientali », nella forma di mobilitazioni sociali nei confronti di quegli interventi pubblici e privati che potessero provocare – o avessero già provocato – danni all'ambiente, alla salute e ai luoghi di vita della popolazione, soprattutto dopo i disastri di Bhopal nel 1984 e di Chernobyl nel 1986. La rinnovata sensibilità per la questione ambientale condusse quindi al primo grande incontro internazionale sullo stato del pianeta e sul suo futuro: la Conferenza delle Nazioni Unite sull'ambiente e lo sviluppo tenutasi a Rio de Janeiro nel 1992. Nella dichiarazione finale adottata da tale consesso internazionale venne sancito, tra gli altri, il principio secondo cui: « Il modo migliore di trattare le questioni ambientali è quello di assicurare la partecipazione di tutti i cittadini interessati, ai diversi livelli ». Nel corso della Conferenza si era infatti evidenziata la particolare necessità di assicurare a ciascun individuo, anche al fine di prevenire i conflitti ambientali, l’« accesso alle informazioni concernenti l'ambiente in possesso delle pubbliche autorità, comprese le informazioni relative alle sostanze ed attività pericolose nelle comunità » nonché la partecipazione ai processi decisionali delle amministrazioni pubbliche. Il documento forse più rilevante adottato dalla Conferenza di Rio fu quindi il « programma di azione » denominato « Agenda 21 », una sorta di « Magna Charta » dello sviluppo sostenibile, contenente le strategie e le azioni da intraprendere nel ventunesimo secolo. Tra i princìpi, le linee-guida e le priorità d'intervento individuati per orientare l'azione dei singoli Stati, particolare rilievo assunsero quelli previsti dai capitoli 23 e 28 della parte III dell'Agenda 21, intitolata « Rafforzamento del ruolo dei diversi attori ». Il capitolo 23 (rubricato « preambolo ») evidenziava infatti l'importanza, per un'efficace attuazione dell'Agenda 21, dell'impegno e del concreto coinvolgimento di tutti i gruppi sociali. Fissava inoltre quale prerequisito fondamentale per il raggiungimento dello sviluppo sostenibile la più ampia partecipazione pubblica al processo decisionale, evidenziando la necessità per individui, gruppi ed organizzazioni di partecipare alle procedure di valutazione dell'impatto ambientale e a tutte quelle decisioni che potessero potenzialmente influenzare le comunità, consentendo loro il più ampio accesso alle informazioni pertinenti all'ambiente ed allo sviluppo detenute dalle autorità nazionali. Il capitolo 28 (rubricato « iniziative delle amministrazioni locali a supporto dell'Agenda 21 ») invitava invece le amministrazioni locali a giocare un ruolo chiave nell'educare e mobilitare l'opinione pubblica in vista della promozione di uno sviluppo sostenibile. Prevedeva in particolare l'obiettivo per le amministrazioni locali di intraprendere un processo di consultazione della popolazione e di ricerca di consenso presso di essa su una propria « Agenda 21 locale », attraverso un dialogo con i cittadini, le organizzazioni locali e le imprese private. Si riteneva infatti che solo attraverso la consultazione e la costruzione del consenso, le amministrazioni locali dovrebbero imparare dalla comunità locale e dal settore industriale e acquisire le informazioni necessarie per l'individuazione delle migliori strategie. La dichiarazione di Rio de Janeiro e l'Agenda 21 partivano dunque dall'idea di fondo che un maggiore coinvolgimento e una più forte sensibilizzazione dei cittadini nei confronti dei problemi di carattere ambientale potessero condurre a un miglioramento nel quadro della protezione dell'ambiente e ad una potenziale mitigazione dei conflitti ambientali e potessero in definitiva contribuire alla salvaguardia dei diritti di ciascun individuo oltre che delle generazioni attuali e di quelle future. I princìpi, le linee-guida e le priorità d'intervento individuati dalla dichiarazione di Rio de Janeiro e dagli accordi internazionali sullo sviluppo sostenibile, tra cui l'Agenda 21, vennero successivamente riaffermati, rafforzati e aggiornati in occasione delle conferenze internazionali tenutesi negli anni successivi e, da ultimo, in occasione della Conferenza delle Nazioni Unite sullo sviluppo sostenibile « Rio+20 » tenutasi a Rio de Janeiro nel 2012 e del Summit mondiale per l'adozione dell'Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile tenutosi a New York nel 2015. A partire dalla Conferenza di Rio de Janeiro del 1992, la « cittadinanza attiva » e la partecipazione del pubblico ai processi decisionali diventano dunque la vera chiave di volta per uno sviluppo sostenibile. Nel 1998 – con l'adozione della cosiddetta « Convenzione di Aarhus » – l'accesso alle informazioni, la partecipazione del pubblico ai processi decisionali e l'accesso alla giustizia in materia ambientale diventano invece veri e propri diritti individuali giuridicamente tutelati. La Convenzione, ratificata dall'Italia ai sensi della legge 16 marzo 2001, n. 108, ed entrata in vigore il 30 ottobre 2001, attribuisce infatti al pubblico (ossia ai singoli individui e alle associazioni che li rappresentano) il diritto di accedere alle informazioni e di partecipare ai processi decisionali in materia ambientale, nonché quello di ricorrere all'autorità giudiziaria qualora questi diritti non vengano rispettati.