[pronunce]

In terzo luogo, secondo il Giudice a quo, la norma denunciata si porrebbe in contrasto con l'art. 25, primo comma, Cost., atteso che ricondurre la questione in esame ad un «problema di incompatibilità, astensione o ricusazione potrebbe far dipendere l'individuazione del giudice competente dal soggettivo apprezzamento da parte dei magistrati dell'ufficio in ordine alla ricorrenza di quelle gravi ragioni di convenienza che potrebbero portare, attraverso il meccanismo delle astensioni a catena, a produrre l'effetto del trasferimento del processo nella sede determinata ai sensi degli artt. 11 e 43 cod. proc. pen.». Con la conseguenza – osserva il rimettente – che l'imputato prossimo congiunto «non sarebbe mai in grado di sapere preventivamente chi sarà il suo giudice naturale, tale determinazione non potendosi effettuare ex ante ma soltanto ex post a seguito dell'interpello dei singoli magistrati dell'ufficio», che dovranno valutare «l'esistenza di ragioni di convenienza tali da indurli all'astensione, con tutte le singole varianti del caso, soggettive ed arbitrarie, e conseguente eventuale trasferimento del processo nella sede individuata dall'art. 11 cod. proc. pen.». Infine, a parere del Giudice rimettente la norma contrasterebbe con l'art. 111, secondo comma, Cost., poiché l'omessa previsione di derogare alla competenza territoriale, nell'ipotesi di processi nei confronti di prossimi congiunti del magistrato operante nel distretto, produrrebbe un'apparenza di parzialità e non neutralità del giudice. 2. - Va innanzitutto disattesa l'eccezione, sollevata dalla difesa dello Stato, di inammissibilità della questione per «irritualità» dell'autoassegnazione del processo da parte del Giudice rimettente. Questa Corte ha già affermato che la violazione dei criteri per l'assegnazione degli affari o l'applicazione distorta degli stessi non produce effetti processuali e non può incidere sulla rilevanza della questione di legittimità costituzionale della norma (si veda la sentenza n. 419 del 1998). 3. - Va parimenti disattesa l'eccezione secondo cui il Giudice rimettente non avrebbe compiuto una interpretazione costituzionalmente orientata della norma impugnata, ma avrebbe chiesto alla Corte la conferma della propria interpretazione. Il rimettente, in effetti, non chiede alla Corte un'interpretazione della norma, ma un ampliamento della sua portata, sul presupposto dell'irrimediabile illegittimità costituzionale della norma stessa. 4. - La questione non è fondata con riferimento all'art. 3 Cost. 4.1. - Questa Corte ha già dichiarato la non fondatezza di analoghe questioni di legittimità costituzionale dell'art. 11 cod. proc. pen. , poste con riferimento all'art. 3 Cost., sotto il profilo sia della asserita manifesta irragionevolezza, sia della lamentata disparità di trattamento. Dopo avere rilevato che la norma impugnata pone un'eccezione alla regola generale della competenza territoriale ancorata al luogo del commesso reato (sentenza n. 381 del 1999), la Corte ha respinto le censure volte ad ampliare o a restringere l'ambito di applicazione della deroga, negando che l'ampliamento o il restringimento richiesti fossero imposti dalla Costituzione. La Corte ha escluso l'illegittimità della mancata estensione della deroga ad ipotesi relative agli iscritti all'albo degli avvocati del distretto cui appartiene l'ufficio giudiziario competente per il giudizio (ordinanza n. 462 del 1997) e ai collaboratori di cancelleria che prestino servizio nello stesso ufficio giudiziario cui appartengono i magistrati giudicanti (ordinanza n. 570 del 2000). Come non sono manifestamente irragionevoli queste scelte, così non lo è quella di non attribuire rilievo, ai fini della deroga alla competenza territoriale, alla sussistenza di un vincolo di parentela con uno dei giudici di un ufficio compreso nello stesso distretto. Ciò va affermato a maggior ragione, se si considera che la deroga non riguarda la persona del giudice, bensì l'ufficio giudiziario ed il suo collegamento con la cognizione del reato (sentenza n. 349 del 2000). Anche nel caso in esame il Giudice rimettente pone a raffronto situazioni disomogenee tra loro e, quindi, non comparabili. Infatti, la relazione di parentela tra magistrati e altri soggetti che possono assumere la qualità di persona sottoposta ad indagini, imputato, ovvero di persona offesa o danneggiata dal reato nel processo, è diversa dal rapporto di colleganza tra magistrati a cui è ancorata la deroga posta dalla norma censurata. 4.2. - La questione di legittimità costituzionale non è fondata neppure con riferimento all'art. 24 Cost. La censura avanzata dal rimettente, infatti, muove dall'apodittica premessa secondo cui «la peculiarissima condizione in cui il soggetto del processo viene a trovarsi per effetto del suo rapporto di parentela» finirebbe inevitabilmente per riverberarsi, negativamente, sul suo diritto a “difendersi provando” nel processo. In primo luogo, tale censura appare contraddire quella relativa all'art. 3 Cost., la quale prospetta una lesione del principio dell'imparzialità del giudice, che potrebbe andare a vantaggio dell'imputato. In secondo luogo, la stessa censura – lungi dal denunciare, in ragione di un'alterazione delle ordinarie regole processuali, una effettiva e concreta lesione dei diritti e delle garanzie posti a tutela dell'imputato nel processo – si risolve nell'enunciazione di una ipotizzata situazione di fatto, nell'ambito della quale rivestirebbe negativa incidenza il rapporto di parentela dell'imputato stesso con il magistrato operante nel medesimo distretto. Ciò non può concretare la lesione dell'interesse tutelato dall'art. 24 Cost. invocato. Al contrario, la richiesta estensione della deroga alla competenza territoriale a tali rapporti potrebbe tradursi «nella incompetenza di qualsiasi ufficio giudiziario, sino a non rendere possibile l'esercizio della stessa giurisdizione» (sentenza n. 381 del 1999). 4.3. - La questione di legittimità costituzionale, infine, non è fondata neppure con riferimento all'art. 25, primo comma, Cost., e con riferimento all'art. 111, secondo comma, Cost. Secondo il rimettente, l'obbligo per il giudice di astenersi, previsto nelle ipotesi in cui sussistano «altre gravi ragioni di convenienza», a norma dell'art. 36, comma 1, lett. h), cod. proc. pen. , sarebbe soggettivo, incerto, preventivamente non conoscibile. Il principio stabilito dall'art. 25 Cost. è, invero, rispettato quando, come avviene nel caso in esame, il giudice è predeterminato ex ante ed in astratto (sentenza n. 390 del 1991), mentre non è necessario che esso sia individuabile in base a criteri automatici. E ciò, a prescindere dalla circostanza che l'astensione e la ricusazione comportino una valutazione (rimessa sia al giudice sia alle parti), non esclude che tali istituti siano finalizzati ad assicurare la terzietà e imparzialità del giudice (sentenza n. 381 del 1999)..